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Full text of "Giornale Arcadico di Scienze / Lettere ed Arti"

A /fi ASI 



GIORNALE 



DI SCIENZE, LETTERE ED ARTI 

TOMO V 
DELLA NUOVA SERIE 







ROMA 
Tipografia delle Belle Arti 

1857 



Piazza Poli num. 91. 



f^Jtq^ 



GIORNALE 



DI 

SCIENZE, LETTERE ED ARTI 

TOMO GLI 

DELLA NUOVA SERIE 
V 

SETTEMBRE E OTTOBRE 
1857 



m 



ROMA 

TIPOGRAFIA DELLE BELLE ARTI 

1857 



Biografia del professore Camillo Ramelli da Fabriano 
scritta dal canonico Ubaldo Baldini da Sasso- 
ferrato. 

L'i 
inclita città di Fabriano non vide mai giorno 

più lugubre e più fosco del quindicesimo novem- 
bre 1855, in cui perdeva improvvisamente, e nel- 
l'ancor fresca età d'anni 51 e mesi nove appena , 
uno di quei figli che valgono per tanti e che la 
provvidenza dona di quando in quando alla terra 
a conforto e a sostegno dei buoni, come del pari 
a confusione e a condanna degli scioperati. 

Né i soli suoi concittadini mandarono un grido 
di dolore saputa appena 1' inaspettata morte del 
loro amato e venerato Camillo; i cui funerali molte 
volte ripetuti, e sempre bagnati di lagrime, ebbero 
una pompa cui invidiar potrebbero quelli dei grandi 
del secolo. Né solo in provincia, nello stato , nel- 
r Italia , ma fuori ancora , ove la fama sua era 
pervenuta, si ebber sospiri e si ascoltaron com- 
pianti. 

E tutto questo non avvenne già per uno spirito 
di parte, e per quella idolatria vergognosa che oggi 
singolarmente si tributa più alle opinioni depravate 
che al merito, più alle doti di una brillante im- 
maginazione, che alla profondità e integrità degl'in- 
gegni, più allo slancio libero ed infrenabile della 
mente, che ai sentimenti umili e virtuosi del cuore; 



ma vei'ificossi per quel naturale ed incancellabile 
impulso, pel quale ognuno , anche nel suo grado, 
e costretto di prostrarsi innanzi la virtiì e offrirle 
il suo omaggio. Ciò solo basta, a mio parere, per 
rendere ali' illustre defonto un elogio superiore a 
qualunque altro. E che la cosa sia veramente quale 
si è affermata, potrà ognuno di leggieri rimanerne 
pienamente convinto nel discorrere la breve isto- 
ria che di lui ora intraprendo a descrìvere. 

Nobili ed illustri furono i natali di Camillo Ra- 
melli, la cui famiglia è una delle più chiare ed an- 
tiche di Fabriano, come non ignoti sono i nomi e di 
suo padre Giuseppe e della madre Anna Maria Lillo 
distinta romana, ambedue ancora viventi. 

Una sua zia materna, Romualda Serafini, donna 
nubile, grave , religiosissima e quanto mai tenera 
ed amoiosa, rivolse l'occhio sopra quel caro bam- 
binello : e sebbene primogenito e ancor lattante , 
ottenne d' involarlo agli amplessi de' suoi genitori, 
e possederlo tutto come proprio figlio , cui amò 
sempre con viscere più che di madre. 

Questa nobil donna si prefìsse di felicitare quel 
suo nepotino, e con esso di preparare un gran dono 
alla patria procurandogli un' educazione la migliore 
e la più perfetta possibile. Elemento precipuo di 
questa aggiudicò essere la formazione del cuore: 
quindi si adoprò tutta a coltivargli ogni genere di 
virtù , e reprimergli i germogli di qualsiasi vizio. 
Per viemeglio riuscire nel lodevole suo intento curò 
fin dal principio di scegliere un buon sacerdote da 
porgli al fianco per istruirlo, e per essergli com- 
pagno indivisibile, specialmente allorché dovea escire 



5 

di casa, sia per la scuola, sia pec portarsi in chiesa, 
sia per passeggiare o per altre bisogne. 

Usciva il nostro giovanetto dal quarto suo lu- 
stro, e ancora rammentar non potoa un solo passo 
fatto da sé liberamente senza la compagnia del suo 
angelo visibile. Tanto era la zia gelosa di quel caro 
nipote, e tanto questi amava ed apprezzava la cura 
di quella donna impareggiabile. Né all' una nò al- 
l'altra mancar poleano motti ridevoli , critiche e 
frizzi, per un costume che già comunemente venia 
guardato come un'anticaglia, e non adatto più all'al- 
tezza dei tempi , perciò ora quasi del tutto sgra- 
ziatamente abolito: ma essi erano più che soddi- 
sfatti di assaporare i dolci frutti di quel genere di 
educamento, compassionando quelli che per adat- 
tarsi ai tempi finivano col piangere amaramente i 
disordini e i mali innumerevoli che dai sistemi am- 
modernati ne conseguitavano. 

Intanto Camillo, percorsa la carriera dei suoi 
studi, e avuto in sorte di venire istruito da rispet- 
tabili e sommi uomini , quale fu un D. Antonio 
Bracci in rettorica (t), un D. Francesco Paolini (2), 
e un P. Giusto Recanati (3) nelle scienze filosofi- 
che , sfolgorava già qual sole fra i suoi contetnpo- 
ranei: e tanto per la bontà e candore de' costumi, 
come per l'elevatezza ed erudizione della sua mente, 
era mostrato a dito da ognuno, e chiamavasi beato 
chiunque avesse potuto avvicinarlo per copiarne le 
virtù e per riceverne lumi e consigli. 

Una lucerna così ardente non potea e non do- 
vea stai" più nascosta. Fatta per qualche mese va- 
cante una cattedra di filosofia, fu chiamato a co- 



6 

prirla pt-ovvisoriaiìiente: ed eletto il nuovo profes- 
sore, si ritirò portando seco la stima e l'amore di 
tutti gli scolari. Ma quel breve saggio, che il nostro 
Camillo diede nell'età di circa 21 anno , fu così 
splendido , da lasciare un desiderio universale di 
riaverlo a maestro- E questo desiderio venne in 
fatti presto appagato, mentre eletto prima ripeti- 
titore di filosofia razionale, fu in seguito immesso 
al formale possesso come titolare nel 27 novem- 
bre 1827 della cattedra stessa. 

Pochi mesi dopo essendo rimasta vacante in 
Fabriano l' altra cattedra di fisica e matematica 
per rinunzia di D. Luca Zazzini, che tanto onore- 
volmente la occupava, come oggi è professore della 
facoltà stessa in Ancona sua patria con una fama 
universale e distinta, venne unanim.emente fissato 
dai consiglieri e dalla magistratura di otfrire anche 
quella cattedra al Ramelli , per riunire su di lui 
tutta quanta la filosofia , persuasi di non trovare 
soggetto , cui meglio potesse venire atfidtita. Né 
s'ingannarono. 

La scuola fabrianese addivenne fra poco una 
celebrità, accorrendovi giovani da ogni parte. E men- 
tre allora qui in Italia il movimento filosofico agi- 
lava tulle le menti, molte lanciandole in mezzo 
alla gran corrente per essere trascinate dal presti- 
gio di lante novità al tempestoso mare dell'errore, 
e molte altre ritraendole spaventate dalle conse- 
guenze funeste alle quali conduceva quella fiumana, 
il nostro novello professore seppe con nna maniera 
cosi saggia ed opportuna collegare insieme il vec- 
chio col nuovo, consertare fra loro le serie delle 



7 
verità fìlosoHche , e congiungerle con quelle delle 
verità teologiche, da formare un connubio dei pili 
splendidi e salutari. 

Videsi allora uscir dalla mente sua un sistema 
filosofico, che mentre da una parte riceveva ed ac- 
creditava quanto di vero e di buono si affacciava 
sull'orizzonte scientifico, rigettando coraggiosamente 
il falso e il corrotto , dall' altra venerava ancora 
quanto nel santuario della scienza aveavi deposto 
l'antichità da lui profondamente studiata, senza mai 
attentarsi o di sollevare i venerandi veli del mi- 
stero, di spingere arditamente il piede fuori di 
quei confini fìssati dalla religione e dal domma. 

In tal guisa riuscì di dettare una filosofia, che 
senza presentar nulla di pericoloso per la gioventù, 
e di ostile alle credenze cattoliche , riunisce ogni 
progresso e pone lo studente al livello di tutte le 
cognizioni del tempo, come in grado di saperne 
apprezzare il valore per non essere ingannato e 
sedotto. Cosi ebbe la consolazione di fare ottimi 
allievi, e di dare alla chiesa sacerdoti quanto puri 
ed esemplari , altrettanto colti ed istruiti , e alla 
patria cittadini onesti e capaci a reggerla savia- 
mente (4). 

Sebbene sìa questo il secolo degli enciclopedi- 
sti, è però guari molto difficile trovare chi sia ca- 
pace d' insegnare e discorrere profondamente tutti 
i rami dell' immensa provincia filosofica, ove oggi 
non dico una semplice scienza, ma anche una sola 
parte di essa basta per consumare la vita di un 
uomo, senza poterla forse neppure perfettamente 
esaurire. Ora che dovrcm dire del nostro Ramelli, 



8 
il quale non solo estendeva l'acuta sua vista sopra 
il vasto campo che avea preso a coltivare, ma inol- 
tre si spingeva anche fuori ,e ovunque assorbiva 
le pili elette nozioni per padroneggiare, come la fi- 
losofia, così pure tante altre scienze, alle quali avea 
consacrato e mente e cuore ? 

Fin dai primi anni giovanili coltivò con singo- 
lare trasporto la letteratura in ogni suo ramo: ed 
era meraviglioso il veder quella mente applicata 
agli studi i più severi , brillare ad un tempo dei 
colori i più vivi e toccanti fra le regioni della poe- 
sia , di cui ha lasciati infiniti saggi in componi- 
menti di varia materia , ma sempre tersi e piace- 
voli. 

Era molto addentro ancor nella storia: e prese 
per questa tale amore da mettersi in un lavoro as- 
sai prezioso per la sua patria, raccogliendo con una 
pazienza instancabile ed eroica quanto potea riguar- 
darla, e scrivendo molti volumi col titolo di « Sliidi 
istorici sulla città di Fabriano » che restano ancora 
inediti , oltre alla pubblicazione di varie memorie 
storiche, tutte più o meno di qualche importanza. 

Anche le arti belle annoverar poterono fra i 
suoi coltivatori il nostro Ramelli. Basterebbe a pro- 
varlo l'aureo suo opuscolo sul museo Possenti, col- 
lezione di avori la più classica e la più grandiosa 
che si conosca, sui quali egli fece studi profondis- 
simi descrivendoli con un' erudizione ed accura- 
tezza tale da disgradarne i più celebri artisti. Egli 
anzi fatto si era l'anima di questo celebre museo, 
né capitava alcuno a visitarlo , senza che il conte 
ricercasse di Camillo, per lasciare ai forasticri una 



9 ^^ 

grande idea di tutti quei preziosi oggetti, che pos- 
sedeva , i quali restavan come morti quando non 
veniano avvivati dalia voce di quel dotto e amabile 
Cicerone. 

Ma del suo fino e squisito gusto per le arti 
sono pure argomento le sue memorie sui pittori 
fabrianesi: sopra un dipinto di Matteo da Gualdo 
esistente in Coldellanoce (5); la sua indicazione de- 
gli oggetti d'arte in Fabriano , e diversi altri suoi 
lavori, l'uno più pregevole dell' altro. 

Quello però che maggiormente mi fece stupire 
e aggiudicare questo dolce mio amico un uomo 
veramente straordinario, si fu quando lo scorsi an- 
cora archeologo , e archeologo non già di poca 
vaglia, e col solo smalto della scienza, ma pene- 
trato in questa sì addentro da poter far da mae- 
stro a quelli stessi che la coltivano con gran fama. 
E notisi che egli dovea tutto alla forza del suo 
ingegno, e all' incessante studio con cui lo torturava 
continuamente; mentre mai non avea fatto un viag- 
gio, mai visitata una capitale, mai veduti musei e 
gabinetti di qualche considerazione , mai avea po- 
tuto lungamente conversare con quelle celebrità 
che negli animi di gran levatura lasciar sogliono 
tracce le più fortunate, e comunicar loro una vita 
nuova. Camillo non ebbe nessuna di queste ven- 
ture: anzi il suo stesso carattere addato al ritiro 
e al silenzio, interamente casalingo, e affatto schivo 
di ogni aura mondana , lo impediva d' incontrare 
le circostanze vantaggiose al suo sviluppo, e lo al- 
lontanava da tutto ciò che avrebbe dolcemente sod- 



10 

disfatto e anche inebriato un altro uomo della sua 
condizione. 

Entrò nel campo archeologico negli ultimi anni 
della sua vita , incominciando a studiare e a rac- 
cogliere gli oggetti che presentavagli il territorio 
fabrianese, abbastanza ricco di memorie monumen- 
tali che trasportano l'osservatore ai secoli più re- 
moti, e gli disvelano storie antiche e preziose. Uno 
dei primi a contemplarle e a leggerle fu certamente 
il nostro professore, come lo mostrano le iscrizioni 
tuficane ed attidiati da lui pubblicate e dottamente 
comenlate , e diverse altre iscrizioni rinvenute in 
Cingoli. 

Ma il lavoro più considerevole, che in tale ma- 
teria egli abbia fatto , è senza dubbio la memoria 
che il monaco D. Alberico Paccasassi , nel 1853, 
donò al pubblicò per abbellire di un nuovo fiore 
la ghirlanda di due sposi gentilissimi, Remigio Bi- 
gonzetli di lui congiunto, e Adele Tensi: fiore im- 
perituro che ricorderà sempre ai posteri più lon- 
tani un nome dei più cari, non che il merito del 
religioso che perennollo , e la nobiltà della coppia 
cui venne offerto. 

Questa memoria estratta dal primo dei volumi 
dei ricordati studi storici sui monumenti paganici 
che esistono in una chiesa di Sassoferrato mia pa- 
tria, posseduta ora dai monaci camaldolesi, situata 
appena un miglio lontano dalla città coli' annesso 
monastero , alla radice di un piccolo e grazioso 
monte che porta Io stesso nome di essa « Santa 
Croce », è un tesoro di erudizione antica da pre- 
giarsi dagli storici egualmente che dagli archeologi, 



11 

ai quali somministra nuovi lumi per penetrare fra 
le tenebre dei culti idolatrici e simbolici orientali, 
e per discoprirvi ciò che altri non videro (6). Né 
un tal lavoro, che l'autore desiderava d' illustrare 
e di estendere, avendo a questo fine già raccolti e 
preparati i materiali necessari , passò inosservato: 
mentre venne accolto e notabilmente apprezzato dai 
più celebri cultori della scienza , che gli diressero 
subito lettere di rallegramento , e si fecero un 
onore di mettersi in corrispondenza con lui, come 
adoprarono ed il conte Borghesi e il padre Marchi 
gesuita , e il De Minicis fermano , e il segreta- 
rio dell' istituto archeologico dottor Guglielmo 
Henzen , e il professor Mezzanotte di Perugia , e 
tanti altri celebri e valenti archeologi. Per convin- 
cersi di quanto io asserisco, basta sol leggere que- 
sto aureo opuscolo , ove la mente non sa che pili 
ammirare, se la vastità delle cognizioni, o la forza 
e l'ordine del ragionamento. 

Crederà ognuno che tante e sì molteplici oc- 
cupazioni rubassero a quest'uomo instancabile tutte 
le ore disponibili, e che perciò gli fosse impossi- 
bile attendere ad altro. Eppure (raro portento !) 
egli avea tante cose fra le mani estranee affatto , 
anzi nocive ai suoi sludi, da non potersi nemmen 
credere. 1/ ufficio del censo in primo luogo stava, 
si può dire, tutto sulle sue spalle, poiché il nnovd 
cancelliere, signor conte Francesco Marini, non trovò 
in Fabriano persona cui ricorrere e affidare un im- 
piego così delicato , che il buon Camillo : il cui 
cuore fatto per appagare e beneficar tutti, non ebbe 
forza a ricusarsi , sebbene prevedesse il gran sa- 



12 

grificio che costato gli avrebbe quel noioso e gra- 
vissimo impegno. 

A lui venne pur data dal vecchio genitore la 
direzione della famiglia e di tutti gli affari econo- 
mici che la riguardavano: e gli fu necessità di ac- 
cettarla- 

Si sobbarcò inoltre ad altre incomode ammi- 
nistrazioni estranee, che ricevè spinto solo dalla sua 
bonarietà, per la quale non sapea dare il niego a 
nessuno ; mentre infinite persone , in lui solo 
avendo fiducia, a lui ricorrevano chi per consigli , 
chi per intrighi, chi per affari, chi per bisogni, non 
avendo spesso quiete nemmeno quando si assideva 
a mensa, o andava al riposo. Si celebravan feste, 
messe novelle, nozze, accademie ? Quegli che avea 
più da fare in tali emergenze era sempre il nostro 
Camillo, dalla cui penn;i si voiea uscisser sempre 
ogni sorta di componimenti. Vcnivan forestieri di 
qualche conto? Si chiamava subito il Ramelli come 
il più atto ad ofticiarli e a renderli soddisfatti in 
tutto ciò che volevano vedere e sapere. Avea il co- 
mune bisogno di commissioni , deputazioni , lega- 
zioni per qualche affare interessante? Il Hamelli era 
certamente il primo a farne parte , o a dirigerle. 
Ed egli intanto disimpegnava tutto fedelmente, as- 
sennatamente, eflìcacemente , con una disinvoltura 
e franchezza , come se non avesse avuto altro a 
pensare ed a fare. 

Il fin qui esposto parmi avvantaggiare di molto 
quanto richiedesi per formare un grand' uomo , e 
per innalzarlo a un tal grado di merito da non ve- 
derlo secondo a nessuno- Eppuic io liguarderoi 



13 

tulio queslo un bel nulla, se non lo accompagnas- 
sei'O le doti che ora vengo a descrivere , le doti 
cioè religiose e morali. Tanto è in verità: il talento, 
la dottrina , gli ornamenti più rari sia dell' anima 
sia del corpo , gli onori i più cospicui , le più 
copiose ed abbaglianti ricchezze , allorché non si 
usano e non si dirigono al nobilissimo fine per 
il quale venner gli uomini di simili doni dal Crea- 
tole privilegiati, si convertono in un marchio d'in- 
famia, in un elemento di disordine per la società: 
e mentre disonorano il cielo che li compartì, ad- 
divengono per ciò stesso obbietto esecrando dei 
suoi fulmini, e delle sue più severe e spaventose 
vendette. Chi ardisce mai , non dirò encomiare o 
proteggere , ma risparmiare maledizioni e vituperi 
a quel suddito, che dopo essere stato dal suo so- 
vrano sollevato ai primi posti, e arricchito di ogni 
dovizia, ha il mal talento di rivolgere tutta la sua 
possanza a sconvolgere il regno, e ad abbattere il 
trono ? Eppure il nostro secolo a tante altre sue 
vergogne aggiunge anche questa, cioè il vezzo co- 
mune di esaltare la capacità e i doni naturali più 
allorché posano in cuori irreligiosi e superbi , che 
quando appartengono ad uomini pii e virtuosi. La 
quale contraddizione, che parmi una delle più umi- 
lianti e dannose, addimostra chiaramente o che noi 
siam giunti alla più profonda e barbara ignoranza, 
o ad un tale corrompimento di costumi e di pen- 
sieri da non poterne immaginare altro peggiore. Ma 
torniamo a noi. 

Tra la vera sapienza e il buon costume vi è 
una tal connessione da potere, senza tema alcuna 



14 

di andar errati, conchiudere immediatamente dalla 
prima l'esistenza del secondo. E non ci ammoni- 
sce lo Spirito Santo, che la malignità e il peccato 
chiudono la porta al sapere, e che questo non ger- 
moglia se non dove si coltiva il timor santo di 
Dio (7) ? Il genere di educazione data, come ve- 
demmo, al nostro Camillo non potea fallire, e ve- 
nia di più assicurata dall' eccellente carattere del 
suo cuore. 

Imbevuto per tempo delle massime evangeliche, 
e innamorato fin dalla fanciullezza delle bellezze 
imperiture della virtij, ne addivenne presto l'esem- 
plare e lo specchio, e con ciò l'oggetto dell'amore 
di tutti. La sommissione e l'obbedienza alla buona 
e affezionata sua zia fu perfetta , ne mai le recò 
motivo ad amarezze e lamenti. I trastulli fanciul- 
leschi occuparono appena la sua puerizia: che l'a- 
more alle gravi occupazioni e agli studi padroneg- 
giò presto queir animo alto e gentile. Vissuto sem- 
pre appartato dai romori e dai prestigi mondani, 
prevenne gì' inchinamenti perigliosi del cuore coi 
gusti dell' intelligenza e colla soavità della vita 
pia ed onesta. Dal suo labbro non uscì mai parola 
men che decente, e abborrì sempre il mal vezzo di 
quel linguaggio , addivenuto così comune a' tempi 
nostri, che offende o il cielo, o il pudore, o la ca- 
rità, e sempre la buona e civile educazione ; lin- 
guaggio che se è a riprendersi nelle persone popo- 
lari, in quelle colte e ben nate si fa una vergogna 
e uno scandalo. Sebbene in sua casa non andas- 
sero che signori e religiosi privi di qualsiasi ecce- 
zione, e formasser la sera una conversazione delle 



15 , 

più gentili ed onoste , egli cominciò a privarsene 
fin dalla prima gioventù per attendere più seria- 
mente ai cari suoi studi, ai quali finì di consecrare 
tutte le ore del giorno , eccettuate appena quelle 
che esigevano i bisogni della vita. 

Passati così i primi cinque lustri dell' età sua 
giovanile nell' innocenza, e nell' esercizio di tutte le 
virtù proprie del suo stato, divisò di cangiarlo : e 
il Signore, al quale innalzava incessantemente le più 
fervorose preghiere, gli preparava già una compa- 
gna degna di lui e capace di divider seco le gioie, 
ma più le afflizioni che circondar doveano e divi- 
nizzare il sacro nodo, secondo che ce lo annunzia 
l'Apostolo. Oh ! quanto desiderava, o Camillo, di 
aver con teco la sorte di ascendere gli ameni e 
giocondi colli del santuario , per i quali parevami 
che il cielo ti avesse compartito a dovizia le di- 
sposizioni convenienti, e sui quali io immaginava che 
trovato avresti fortune migliori! Ma il cielo volea 
lasciare una perla nel secolo, a confusione di molti 
e ad esempio di tutti; e mentre la tua mano strin- 
geva quella della tua Marianna Rosa , nobile cin- 
golana , e venivate dal sacro pastore in nome di 
Dio benedetti , il mio santo vescovo accoglieva i 
miei voti, e dal mondo mi facea passare nel chiuso 
giardino della chiesa. Restammo allora in qualche 
maniera divisi : ma la nostra amicizia non soffrì 
detrimento , poiché la tua virtù, anziché offuscarsi 
nel talamo, io la vidi farsi ancora più bella , e il 
tuo affetto per me sempre più sincero e costante. 

Dopo essere stato egli il modello dei giovani , 
addivenne poscia il modello dei coniugati. Ritor- 



16 

nato alla casa paterna, non è a dire con qual di- 
ligenza curò di disimpegnare i doveri di figlio e di 
marito, doveri che egli ponea in cima di ogni suo 
pensiero, e ai quali sacrificò sempre se stesso. Sì: 
da qui innanzi ciò che si presenta più agli sguardi 
e che forma direi quasi 1' aureola sua, altro non è 
che il sacrifìcio, nel quale dava a tutti il raro esem- 
pio di una pazienza veramente eroica, e di una ras- 
segnazione ammirabile , e al tempo stesso di una 
tale disinvoltura da farsi stimare l'uomo il più pro- 
spero e felice della terra. Potenza della religione 
di Cristo che lo animava ! 

La sua affabilità con ogni genere e ceto di per- 
sone era affatto singolare , e la sua mansuetudine 
in mezzo ai più difficili attriti non avea la pari. 
Chiamava sempre gì' inferiori e i suoi intrinseci 
col dolce nome di figlio mioy ripetendolo tanto più 
spesso quanto più cresceva la loro importunità. 
Qual contrapposto. Dio mio , con tutti que' torbidi 
spiriti che ci si aggirano intorno, buoni solo allor- 
ché tutto si piega al loro talento, diavoli che spa- 
ventano allorché trovano una contraddizione ! 

Del resto il Signore non lasciò inoperoso alcun 
mezzo per purificare fra le tribolazioni quest'anima 
a lui sì cara. Lo afflisse in principio con una lunga 
e penosa malattia dell' amata sua consorte ; e an- 
ch' esso andava soggetto ad incomodi che lo stur- 
bavano non poco. Desiderò di aver qualche maschio 
per farlo un'immagine di se; ne ebbe infatti quattro, 
ma che immaturatamente gli venner subito rapiti 
dalla morte con duolo immenso di ambedue i ge- 
nitori. Gli perirono due fratelli : ed uno che già 



17 

era sacerdote e canonico, e che stava per addive- 
nire il migliore e piìi dotto ecclesiastico della città, 
soffrì disgrazia tale da straziare per qualche anno 
il compassionevole cuore del buon Camillo. In se- 
guito venne colpito da appoplesia il padre, sulla cui 
vita egli stava dì e notte in continua temenza- Così 
per la madre che procedea negli anni. 

Aggiungasi a tutto questo 1' infelicità dei tempi 
che tenevalo fra mille angustie e perplessità , e il 
suo retto pensare che facealo gemere sulla rovina 
di tanta gioventij , sulla diffusione di tanti errori , 
sull'ognor crescente guasto e corrompimento della 
società, sulla decadenza delle scienze, suH' indiffe- 
renza degli animi circa le massime religiose , sul 
progresso insomma del male e scadimento del bene 
con tutte le funeste conseguenze, alle quali egli 
coir acutezza di sua mente perveniva. Queste cose 
erano forse anche aggravale dal suo carattere stesso 
timido e pauroso, e da un'immaginazione destituta 
di quelle tinte ridenti , che per molti è pure una 
risorsa , sebbene spesso fugace, e presto smentita. 
Oh quante volte sfogavasi meco sulla tristezza delle 
umane vicende! che però anzi che spingerlo a di- 
sperazione, come non di rado sentiamo avvenire ai 
nostri prodi del secolo, gli facea meglio aggiudi- 
care della vanità della vita umana, e volger 1' oc- 
chio a queir eternità beata, per la quale sentivasi 
creato e continuamente operava. 

Lo zelo infatti con cui cercava sempre di man- 
tenere i giovani, che da lui dipendevano, nella via 
della verità e della virtù, era veramente ammirabile, 
esercitando con ciò un apostolato il piìi potente ed 
G.A.T. LI. 2 



18 
efficace, perchè avvalorato sempre dall' esemplo e 
dalla fama che presso ognuno godeva. Allorché poi 
accorgevasi che la mente o il cuore di qualcuno 
soffriva alterazione o pericolo (e al suo guardo pe- 
netrante nulla sfuggiva per quanto fosse interno ed 
occulto), non è a dire le arti fine che usava, e gli 
amorevoli stratagemmi per riaver presto 1' ordine, 
e per distruggere i primi sintomi del male. Nes- 
suno infatti sapea e potea resistere alle sue dolci 
attrattive, ed era duopo finir con lui, ed acconciarsi 
ai suoi saggi e persuasivi consigli. Ecco perchè fu 
così felice ne' suoi allievi, i quali resero quasi tutti 
al loro amato maestro quel!' onore che gli si con- 
veniva (8). Se questo esempio seguito fosse da tutti 
gì' insegnanti, non avremmo a compiangere tanto 
guasto neir infelice nostra scolaresca, che senza ac- 
corgersi beve oggi la morte ove corre a trovare 
la vita, riversando poi il veleno da lei propinato in 
mezzo alla società, tra cui si sparge per esercitarvi 
un' influenza delle più malefiche. Oh la gran colpa 
in faccia alla terra e al cielo, che verrà inesorabil- 
mente punita nel giorno delle vendette divine ! 

Rara ed esemplare fu pure la sua carità verso 
i miseri e i poverelli, coi quali negli anni di pe- 
nuria singolarmente fu più che padre : mentre gli 
innumerevoli atti di beneficenza verso loro conti- 
nuamente esercitata venivano quasi sempre da lui 
accompagnati con parole di conforto, di consiglio, 
e talvolta ancora di rimprovero, allorché giudica- 
valo utile alle persone da lui sovvenute , le quali 
invece di adontarsene restavano persuase e commosse 



19 

per la soavità de' modi con cui venivano da lui 
ammonite e corrette. 

Magnanimi eran del pari i trionfi che riportava 
sopra i suoi nemici, che debellava col perdonarli , 
col beneficarli, o col non curarli affatto se merita- 
van disprezzo. Ciò che moveva a sdegno quell' a- 
nimo nobile ed aperto era solo 1' infingimento , la 
doppiezza e Tipocrisia , contro il qual vizio solca 
declamar forte co' suoi amici; ma V odio, il ran- 
core, la vendetta non albergavano mai entro il suo 
cuore. 

Inoltre non solea mai criticare, mordere, e di- 
sprezzare nessuno , stimando tanto più gli altri , 
quanto più sentiva umilmente di sé stesso. Il rispetto 
verso i suoi superiori , e specialmente se ecclesia- 
stici, era sommo: e allorché non trovava modo a 
difenderli , suppliva colla compassione e col silen- 
zio- Era poi così contrario al cimento ed al diver- 
bio, che messo alle strette si ritirava, benché avesse 
armi a sostenersi e a riportarne le più splendide 
vittorie, seguendo in ciò il consiglio dell'Apostolo. 
La virtù insomma era sempre la sua indivisibil 
compagna in qualsiasi luogo e circostanza egli si 
trovasse. 

Sorgeva finalmente il 1855 avvolto in funereo 
manto, e annunziante sventure e lutto. Lo vide il 
mio Camillo: e il suo cuore, già presago della mi- 
sera sorte che dovea toccargli in quell'anno, ne senti 
più di ogni altro 1' afflizione e lo strazio. Egli non 
facea quasi più alcun conto sulla sua vita, e pal- 
pitava assai più sopra i suoi cari che sopra sé 
stesso, già rassegnato al sacrificio. 



20 

Invaso Fabriano dal contagio gangelico, egli si 
ritirava colla sua famiglia noi suo casino detto del- 
l' Incrocca , situato fra Cerreto e Matelica. Di là 
scrivevami tutto affannato ed impaurito , metten- 
domi sott' occhio la triplice sua condizione di figlio, 
di sposo e di padre, per la quale si triplicavano i 
suoi timori e le sue ineffabili angustie. Io gli ri- 
mandava parole d' incoraggimento e di conforto, e 
un metodo igienico per iscampare dal mortifero mor- 
bo- E ne fu libero con tutti i suoi: ma a che però ? 
Si riconduceva il novembre in città, ma vi entrava 
però spossato, abbattuto , intimorito e quasi pre- 
sago del vicino suo termine , che già a tutti an- 
nunziava come se ne avesse avuta una rivelazione 
dal cielo. 

La mattina del li termina la sua scuola , e 
nell'accommiatarsi dai suoi cari discepoli, scopre loro 
il timore che avea di non rivederli più. Ma essi, 
che ben conoscevano il pavido naturale del mae- 
stro, non ne ferero caso, sebbene scorgessero in lui 
dei segni preludenti alcun che di funesto. Giunto 
a casa e assiso a mensa, assaggiata appena la mi- 
nestra, sentesi improvvisamente la morte tra le vi- 
scere, e il cervello pieno di sangue stravasato. Pro- 
nunciate allora alcune amorevoli parole, ultimo te- 
nerissimo addio alla consorte ed ai figli , cade al- 
l'istante per terra destituto di sensi: nel quale misero 
stato dopo esser vissuto in letargo mortale per 
circa 35 ore, rese l'anima al suo Creatore, lasciando 
immerse in un inconcepibile dolore l' infelice com- 
pagna, e le due angeliche figlie che gli rimanevano. 



21 

In quello stesso giorno ferale ignaro io del caso 
scriveagli da Roma, narrandogli la storia di alcune 
mie amare vicende , soliti a dividercele come che 
fossero, e a mettere in contatto i nostri cuori. La 
mia lettera più non lo trovò sulla terra , e pochi 
giorni dopo mi giungeva quella dell'afflitto suo pa- 
dre, che mi annunciava la perdita irreparabile del 
vero ed unico amico che io mi possedessi fra t' 
mortali- 
Ciò che io ho fin qui scritto del professore Ra- 
melli è quasi un nulla a fronte di quello che mi 
resterebbe a dire: pur nondimeno lo credo bastante 
a far stimare quest' uomo incomparabile, da chi 
non r ha conosciuto, un portento di ingegno, di eru- 
dizione, di sapienza; un soggetto pieno di zelo per 
procurare altrui ogni bene ; una mente delle più 
elevate; un cuore dei più nobili e generosi; da ap- 
parire insomma un esemplare di virtù na gemma 
delle più brillanti per la patria che pregiollo 
tanto , e per i suoi amici che gli furono tutti ol- 
tremodo teneri ed affezionati. 

Dopo tutto questo nessuno farà le maraviglie 
se i primi e più celebri uomini dell' Italia furono 
in stretta relazione con luì, e se a gara cercavano 
la sua conoscenza ed amicizia filosofi, letterati, ar- 
tisti, archeologi , e perfino personaggi di corte e 
porporati. Mi restringerò a citar solamente, oltre i 
già superiormente nominati , un Raldassare Poli 
professore di filosofia nell' università di Padova, un 
professor Filippi di Camerino , un professor Otta- 
viani di Urbino , un prof. Zaggini d' Ancona, un 
prof- Montanari , un professor Pasquali di Bagna- 



22 

cavallo, un Gratiliano Bonaccì , un professor Zan- 
notti del Massaecio, un Cantalamessa dì Ascoli, un 
Zeffirino Re di Cesena, un cav. marchese Amico 
Ricci di Macerata, un Angelo Maria Ricci di Rieti, 
un Gargallo siciliano, un cav. Biondi e un Salvator 
Betti di Roma, segretario perpetuo della celebre 
accademia di s. Luca, un Longhena di Milano, un 
Purgotti di Perugia, un padre Marchi gesuita , un 
monsignor Rossi, un monsig. Barili, e i cardinali 
Recanati, Soglia, Savelli, Antonelli, Carafifa, Clarelli, 
Vannicelli ec, e tanti altri che laccio per amor di 
brevità, i quali lutti o carteggiavano col Ramelli , 
o si pregiavano di avere un qualche rapporto con 
lui. 

Così non farà meraviglia se le accademie am- 
bivan tutte ad annoverarlo fra i membri loro, e se 
Io possedessero quelle dei Lincei , degli Arcadi, 
della Tiberina , e dell' Istituto archeologico di 
Roma, quella dei Catenati e della società agraria 
di Macerata, quella degf Incolti in Cingoli, de- 
gli Arcadi in Savignano , dei Filelfici in Tolen- 
tino , dei Risorgenti in Osimo , dei Disuniti in 
Fabriano , e perfino 1' accademia archeologica di 
Berlino. 

Ma che è mai tutto questo a petto di ciò che 
ha fatto e di ciò che ha scritto in ogni ramo di 
scienza , e di quanto stava preparando e avrebbe 
a noi lasciato, se morte non ce lo avesse così pre- 
sto rapito ? Il Ramelli non potrà mai essere ben 
conosciuto se non da chi ha veduto e ponderalo 
i suoi lavori. Quelli che furono già resi di pubblico 
diritto per le stampe, sono i se2;uenti: 



23 

1.° Visita al museo di avorio Possenti, pubbli- 
cata nel 1840. 

2. Prospetto del corso filosofico. id- 1833 

3. Orazione funebre per il card. Zurla 1834 

4. Simile per monsignor Bellenghi. 1839 

5. Elogio del fabrianese Francesco Stelluti in- 
serito nel giornale arcadico del 1841, tom. 87. 

6. Lettera biografica sopra alcuni fabrianesi 
pubblicata nel 1836. 

7- Genealogia del celebre Pandolfo Collenuccio, 
pubblicata nel 1849. 

8. Zecca fabrianese- Cenni storici con rame, 
pubblicati nel 1838. 

9* Iscrizioni tuficane, attidiati, sentinati, fabria- 
nesi e cingolane , come uìembro dell' istituto ar- 
cheologico in Roma, ne' bollettini del 1845,46, e 
50. Ivi parla ancbe del Camurio, da cui inlitolossi 
il nuovo teatro di Fabriano. 

10. Memorie sulle pitture di Filippo Bellini, pub- 
blicate nel 1844. 

11. Memorie sopra un dipinto di Matteo da 
Gualdo esistente in Coldellanoce, pubblicate nel 
1849. 

12. Memorie sopra il fabrianese pittore Luca 
dalle Fibbie, pubblicate nel 1850. 

13. Memorie sulle pitture fabrianesi, pubblicate 
nel 1850. 

14. Memorie sugli arredi sacri in avorio nel 
nauseo Possenti, pubblicate nel 1836. 

15. Indicazione degli oggetti d'arte in Fabriano, 
pubblicate nel 1852- 



24 

16. Biografia del fabrianese dottore Enrico Ca- 
streca Brunetti, pubblicata nel 1830. 

17. Terza rima al celebre oralor sacro cano- 
nico Romiti, pubblicata nel 1834. 

18. Terza rima al sacro oratore Straniero con 
appendice sugl'illustri domenicani in patria, pub- 
blicala nel 1839. 

19. Monumenti mitiiaei di Sentino, pubblicati 
nel 1853. 

20. Lettera biografica sul capitolo del duomo. 

21. Memorie sulla fabbricazione della carta in 
Fabriano. 

22. Memorie di Sentino antico municipio ro- 
mano. 

23. Memorie sopra la copia di un disegno di 
liaffaele di Ugo da Carpi. 

24. Nella celebre e j)remiata collezione delle 
vite de' santi, edita in Roma nel 1841 , apparten- 
gono al Ramelli quelle di Maria Vergine; di s- Fe- 
liciano e s. Spiridione martiri ; del dottor s. Gi- 
rolamo; di s. Giovanni eremita; di s. Pacomio ana- 
coreta; di s. Benedetto; di s. Romualdo; di s. Bru- 
none; di s. Silvestro abate; di s- Norberto fonda- 
tore dei premostratensi ; di s. Roberto fondatore 
dei cistcrciensi ; di s. Oddo fondatore dei clunia- 
censi; di s. Gio: Gualberto abate ; di s. Giuseppe 
della Croce alcantarino; di s. Ugo monaco silve- 
strino vissuto e morto in Sassoferrato; e da ultimo 
è pur sua la decollazione di s. Gio: Battista. 

Queste vite sono poi scritte con tale una for- 
bitezza di lingua, una profondità di storia sacra, e 
un delicato sentimento religioso, da non potersi a 



25 
pnrole descrivere. Inoltre era suo divisamento pro- 
cedere anche più oltre in questa invidiabile car- 
riera, col rifonder cioè in un' opera gli stessi ma- 
teriali coll'aggiunta di altri moltissimi, a mostrare 
r influenza del monachismo in tutto il medio evo, 
come egli stesso si esprime in una nota della vita 
di s. Silvestro, ove conchiudea facendo voti a Dio 
d' aver agio e forze bastevoli a mandare ad ef- 
fetto questo suo pio desiderio. 

Tralascio poi di accennare tanti altri suoi la- 
vori, specialmente poetici, che continuamente usci- 
vano dalla sua penna, eleganti iscrizioni italiane , 
traduzioni dal francese, e illustrazioni eruditissime, 
colle quali accompagnava sempre quanto ritrovava 
di prezioso fra gli scritti de' suoi piiì celebri fa- 
brianesi. 

Ma l'opera più voluminosa, sulla quale egli fa- 
ticò nella maggior parte di sua vita letteraria , e 
ove ha disseminate innumerevoli gemme , è quella 
che intitolò, come si disse: Studi storici sulla città 
di Fabriano: che speriamo di veder presto alla luce 
per opera di quell' illustre municipio desideroso di 
mostrare al pubblico quante glorie splendono sul 
capo di tanti suoi cittadini resi illustri o dalla san- 
tità, dal genio, o dal sapere , e quanto grande 
perciò sia il merito di quest' ultimo che con mi- 
rabile zelo le ha tutte risuscitate. 

Di altri lavori inediti di minor conto è ripiena 
la sua parlicolar biblioteca, fra i quali molti ve ne 
sono certamente che sarebbero di non piccolo gio- 
vamento alla provincia letteraria e scientifica , se 
venisser dati alle stampe. Pregevoli e quanto mai 



26 
erudite sono ancora tante sue lettere scritte a va- 
ri amici: ed io ne posseggo alcune, che all'oppor- 
tunità renderò di pubblico diritto. 

A ciò che scrisse aggiunger dovremmo, quello 
che fece a vantaggio delle scienze e della società; 
ma siccome ciò non si potrebbe narrar senza ol- 
trepassare i confinì di questi cenni biografici: men- 
tre di queste opere è piena la sua patria, e si 
estendono ancora fuori: mi limiterò a toccarne una 
sola , dalla quale è facile argomentare delle altre. 
Zelante come era di promuovere da per tutto il 
bene, e di eccitar gli altri ad ottenerlo sotto ogni 
e più ampio riguardo, offrì ai membri della società 
d' agricoltura e d' industria in Macerata un magni- 
fico e utilissimo progetto che avea per fine di for- 
mare tante corrispondenze da esso appellate agri- 
cole, e alla detta società subalterne: « mediante le 
» quali poter dal centro (sono parole del segreta- 
)» rio di essa) tramandare come per raggi ai vari 
)) punti della provincia, e da questi rinviar al cen- 
» tro, le disposizioni, i quesiti, i responsi su tutto 
» che air utile sviluppo di un istituto di una tal'in- 
)) dole possa contribuire: i progetti del quale men- 
» tre la società va lieta vederne una volta V at- 
» tuazione, era scritto nel libro di cui sillaba mai 
)) non si cancella, che compiacersene non potesse 
» chi con giusto discernimento ne immaginava il 
» primo concetto (10). » 

Da ciò rilevasi chiaramente come il nostro Ca- 
millo estendeva le grandi sue viste fino nelle scienze 
agrarie, possedendole al pari di quelli che le col- 
tivano esclusivamente. 



27 

Se tanta fama sollevò di se finche visse, seb- 
bene la sua vita fosse la più umile e la più na- 
scosta, fuggendo sempre ogni onore, e ogni occa- 
sione da fare spiccare il suo sapere e la sua virtù, 
eia ben naturale che la sua eterna dipartita an- 
nunziata fosse come una sciagura da molti giornali, 
e da questi ancora descritta venisse la pompa dei 
funerali celebrati in patria non solamente nel di 
della sua deposizione , ma negli altri giorni asse- 
gnati dal rito, per cura ora dei dolenti, ora del 
municipio, ora della scolaresca a lui tanto affezio- 
nata (11). La quale pubblica dimostrazione è argo- 
mento chiarissimo della stima e dell'amor singo- 
lare che gli portavano i suoi concittadini, dai quali 
venne sempre distinto ed ammirato, siccome uomo 
quanto mai benefico , erudito , saggio , ed amore- 
vole (12). 

11 professor Camillo Ramellì aveva un personale 
di mediocre altezza, piuttosto pingue, dritto, fermo, 
robusto, con petto e spalle ampie , cranio grande 
ovale, con una fronte alta e spaziosa , denotante 
animo nobile ed intelligente. Ovale e piena era an- 
cora la faccia colorita di vermiglio ; la barba e la 
capigliatura di color nero. L'occhio non grande e 
castagno era bellissimo e pieno di vita; regolare il 
naso , e la bocca sempre atteggiata al moderato 
sorriso della dolcezza e dell' affabilità; il mento era 
alquanto corto. Avea chiara e robusta la voce, spic- 
cato l'accento, e le inflessioni sensibilissime: i moti 
della fisonomìa soavi , e quelli del corpo temperati; 
il gesto espressivo, e talvolta un po' eccitato. 11 suo 
temperamento era decisamente il sanguigno , che 



28 
padroneggiato dalla virtù rendealo un uomo dei 
più amabili, pei'chè sompre eguale a sé stesso, mo- 
desto, pacifico, mansueto, buono, umile, sprezzante 
di tutte le scioccbezze mondane, e di nessun' altra 
cosa amatore se non dello studio , delle conversa- 
zioni scientifiche, e di quanto potea influire al bene 
della religione e della società. 

Nel fare io l'elogio del professore Camillo Ra- 
melli ho inteso offrire all' Italia un modello dei 
veri suoi figli, nel quale vorrei che si specchiassero 
tutti quelli che oggi si vantano di appartenerle 
superlativamente senza un merito: seppur non han 
quello di rinnegar la sua fede, e ricoprirla coi vizi 
loro di onta e di vergogna. Il mio eroe non cre- 
dasi già che nutrisse de' sensi bassi e servili: no , 
egli avea della libertà quell' idea giusta che si con- 
viene ad un filosofo , e la sentia profondamente , 
sdegnando, come gli altri , ceppi e catene. Ma ri- 
ponea i fondamenti della libertà neUa virtù maschia, 
e sapeala ben distinguere dal libertinaggio, col quale 
viene oggi così facilmente confusa. A base dell'or- 
dine pubblico egli stabiliva il rispetto all'autorità; 
della religione, la fede cattolica assoluta; della filo- 
sofia, il domma, la tradizione, e la ragione. Diceva 
a tutti la verità senza adulare nessuno: e ne' grandi 
non apprezzava che il merito , compassionando le 
miserie loro. Ripudiava ogni viltà , né mai si ac- 
conciava a vedere indifferentemente calpestata la 
dignità umana. 

Che r Italia si circondi di una numerosa prole 
di questi uomini , e allora solo sarà ella grande , 
onorala e felice. 



29 
NOTE 

(1) Il Bracci oltre ad essere un sommo latinisla, 
e buon fllosolo, era ancora un gran teologo e ottimo 
legale. Ebbe nel capitolo del duomo il canonicato 
del penitenziere, fu per molti anni rettore del semi- 
nario, e nel tempo stesso disimpegnava con massima 
abilità e prudenza l'officio di vicario generale. Quanto 
era acuta, ordinata ed erudita la sua mente, altret- 
tanto era puro il suo cuore, ove splendeva una virtù 
la più maschia e severa. Era insomma una celebrità 
di Fabriano. 

(2) Il prof. Paolinì fu uno dei più celebri mae- 
stri del suo tempo. Possedeva un ingegno assai forte, 
ed era molto profondo nelle matematiche e fisiche 
scienze. Da Fabriano passò ad insegnar filosofia nel 
seminario di Tolentino, e di qui ascese nell'università 
di Macerata chiamatovi a coprir la cattedra di logica 
e metafìsica , ove morì in età piuttosto avanzata. 
Del Bracci io fui alunno, del Paolini discepolo: quindi 
ciò che ho detto di loro parte da una conoscenza 
profonda e da un pieno convincimento dell'animo. 

(3) I meriti del P. Giusto furono tanto sublimi 
da meritargli la sacra porpora , e da renderlo nel 
sacro collegio un cardinale dei più preclari. Essendo 
stato per qualche anno di stanza nel convento dei 
cappuccini di Fabriano, ivi ebbe occasione di avviare 
il Ramelli nel santuario delle scienze, e di gettare 
nella vasta sua mente quei semi che in seguito pro- 
dussero frutti così preziosi ed abbondanti. 



30 

(4) Del sistema filosoKco del Ramelli se ne parla 
nelle aggiunte fatte dal prof. Baldassare Poli alla 
storia di filosofia del Teneman, unitamente a quello 
con cui io insegnava filosofia in Recanati, avendo 
contemporaneamente, cioè nel 1833," io stampati i 
miei Cenni sopra un nuovo sistema di (ilosofìa elemen- 
tarCt e il Ramelli il suo Prospello del corso fdosofìco. 
Eravamo uniformi nel l'abbracciare tutti i rami della 
provincia filosofica: onde gli scolari, terminata la loro 
carriera, non avessero a far le maraviglie nel sentire 
nominate scienze, delle quali non aveano avuta alcuna 
contezza. Ambedue perciò aggiungevamo ai comuni 
trattati di logica, metafìsica ed etica, come di fisica 
e matematica, un piccolo corso di notomia e fisiolo- 
gìa, di chimica e dei tre regni della storia naturale; 
proponendoci con ciò di studiar tutto l'uomo tanto 
in se,corne negli esseri circostanti, tanto nella sua parte 
spirituale, come anche in quella fisica. Ed è sorpren- 
dente come ilRamelli,che mai non era uscito dalla sua 
patria, si mostrasse in corrente con tutte le scienze 
che insegnava, e conoscesse quanto potea conoscere 
chi avea studiato nelle migliori università d' Italia. 
Tutto effetto del penetrante suo ingegno , e dello 
studio indefesso in cui sempre vivea. 

Egli dunque pone fra le scienze, che appartengono 
all'uomo fisico, l'anatomia fisiologica, la storia natura- 
le, la chimica, la matematica, e la fisica; e in quelle 
che riguardano l'uomo spirituale, la logica, la me- 
tafisica, e l'etica. 

Innanzi di trattare una scienza suol premettere 
una breve storia di essa: come incomincia lo stu- 
dio dell' uomo spirituale col parlare delle dottrine 



31 

filosofiche delle diverse scuole europee tanto antiche 
quanto moderne. 

Gli autori seguiti da lui e tenuti come testo fu- 
rono in principio, per l'uomo spirituale, Storkenau, 
cui aggiunse presto il Galuppi. Passò poi al Mancino, 
fermandosi finalmente nel Liberatore. Ma la parte do- 
minante del suo corso stava nei suoi scritti, nei quali 
trovasi tutto il buono delle opere che adottava e 
l'aggiunta delle sue idee e delle sue riflessioni. 

Per la fìsica adottò in principio Scinà , quindi 
Pianciani. Per la matematica dava i suoi scritti, co- 
me anche per l'anatomia fisiologica, chimica, e storia 
naturale, ove campeggia il sistema di Linneo, mo- 
dificato da Blumembach nella zoologia, da Targioni 
Tozzetti in botanica, nella quale come in mineralogia, 
che tratta seguendo Blumembach, non fa che enu- 
merare i generi, e parlare delle specie che per qual- 
che ragione meritano di essere conosciute . Della 
cristallografia e della mineralogia vulcanica non ne 
fa parola affatto. 

Nella chimica segue il sistema di Berzelius, divi- 
dendola in chimica minerale , in chimica vegetale, 
e in chimica animale, e dà una sufficiente nozione 
con ordine e chiarezza di tutte queste tre parti della 
scienza, che chiude con uno specchio sulla divisione 
delle sostanze animali. 

(5) Coldellanoce è un ameno villaggio situato nel- 
la valle ove scorre il Semino, circa tre miglia lontano 
da Sassoferrato. Quei dintorni ricordano varie bat- 
taglie fra Totila e Narsete, ed è un suolo classico 
sia per le memorie storiche che somministra , sia 
per gli oggetti preziosi di antichità che facilmente 



32 

vi si trovano allorché vien rimosso e discavalo. Oggi 
Coidellanoce è distinto per gli abitatori, fra i quali 
sono comuni gli ingegni e le persone di merito. La 
casa Parigini ha dato non ha guari un vescovo; e 
quella de' Strampelli sarà sempre rinomata per il 
professor di eloquenza che per tanti anni ha istruito 
la gioventù di Sassoferrato, formando eccellenti sog- 
getti; come dalla famiglia Garofoli uscì un altro pro- 
fessore di sacra teologia che si rese celebre nel se- 
minario di Nocera. Anche adesso può vantare uomini 
di merito distinto. 

(6) In tale memoria mostrò all'ultima evidenza 
che nell'antica Sentino erasi diffusa la religione dei 
persiani, e si avea il culto mitriaco; a conferma del 
quale adduce non solo i monumenti che tuttora e- 
sistono nella nominata chiesa e nell'unito monastero 
di S. Croce, ma diverse lapidi, figure, musaici ri- 
trovati nel suolo sentinate, e la stessa storia antica, 
da cui ritrae molti lumi per appoggiare il suo opì- 
namento, messo in dubbio solamente da qualcuno 
di quegli archeologici che non hanno mai avuto il 
vantaggio di esaminar coi propri occhi i detti luo- 
ghi monumentali. 

(7) In malevolam animam non inlroibit sapientia^ 
tiec habilabit in corpore subdito peccatis (Sap. 1 4-). 
Inilium sapieniiae timor Domini (Ps. 110). 

(8) La riuscita dei suoi allievi non era comune. 
Se andavano nelle università a compiere i loro studi, 
si distinguevano sempre dagli altri sì per il profitto, 
come per la condotta; e se rimanevano in patria, 
facevano egualmente onore al maestro. Alcuni sono 
ascesi a posti distinti, altri sono già professori e di 



33 

qualche grido nelle università; e se Fabriano ha vo- 
luto dargli un successore, è slato costretto di met- 
tere in ambedue le cattedre i suoi alunni; cioè il 
rev. sig. D. Francesco Moretti per la logica e me- 
tafisica, e il sig. ab. Geronzi per la fisica e ma- 
tematica , disimpegnandole ambidue con molto 
zelo ed onore. Un fratello del secondo sebbene gio- 
vanissimo , e appena conopiuta io Bologna la sua 
carriera scientifica, si espose al concorso della cat- 
tedra di chimica e materia medica nell'università di 
Macerata, e non solo ne riportò il trionfo sopra gli 
emuli, ma ottenutala ne addivenne presto un luminare: 
ed ora la sua fama ha trapassato ancora i confini 
<leiritalia. 

(9) Elogio funebre al professor Ratnelli detto nel- 
la tornata del 19 gennaro 1856 dal professor Narduc- 
c'i di Macerata. 

(10) Potrà vedersi fra le altre la Gazzetta di Bo- 
logna num. 282 del 1855, ove si fa parola dei due 
primi funerali, e vivamente si descrive il lutto della 
città, e l'emulazione scambievole nel rendere all'il- 
lustre estinto gli estremi onori. 

(11) Non è mai apparso al mondo verun uomo 
di qualche merito, che suscitato non abbia delle in- 
vidie, e svegliato rancori e gelosie: quindi certe par- 
ticolari persecuzioni non fanno che accrescere la ri- 
putazione e la virtiidel perseguitato. Coll'argomentare 
poi da esse l'opinione del paese, si viene ad imitare 
coloro che t'improvvisano l'indole di un popolo intiero 
dalla conoscenza di qualche scioperato, e chiamano 
opinione pubblica quello che sentono in un tavolieie 
di caffè, o in una panca di bettola. Eppure questa 

GAT.LI. 3 



34 

logica, che difficilmente sarebbe ricevuta in un ma-» 
nicomio, forma oggi lo spirito della maggior parte 
de'nostri scrittori, e l'oggetto delle credenze degli 
uomini. Se questo è progresso, va innanzi anche il 
gambero. Ho fatto questi riflessi per rispondere a 
coloro che rimproverarono i fabrianesi di non a- 
vere abbastanza apprezzato il loro Ramelli, o anche 
d' avergli date delle amarezze; sebbene la loro cen- 
sura sia tanto sciocca da non meritare risposta alcuna. 



35 



Specchio cronologico del secolo di Dante. 
(Continuazione e fine). 

Corradino nelle mani del carnefice , leva- 
tosi il suo guanto, lo gitta in mezzo ai suoi 
sudditi, come pegno di vendetta e sottopone 
il capo all'esecutore (138). A cui allude Dante: 

Carlo venne in Italia e per ammenda 
Vittima fé' di Corradino.... 

Perdono la testa sopra lo stesso palco il 
duca d\Austria, i conti Giialferano , Bartolo- 
meo Lancitty e i conti Gherardo e Salvano 
Donoratico di Pisa. 

Enrico di Casiiglia senatore di Roma è 
risparmiato, sia perchè cugino, sia per rispetto 
alle istanze fatte dall' abate di Montecasino 
che l'avea consegnato. 

I ghibellini dì Sicilia, scoraggiati dalla di- 
sfatta di CorradinOf sono vinti e cadono tutti 
gli uni dopo gli altri in mano de' francesi , 
che li condannano a morte. 

Tale è la sorte dei fratelli Marino e Gia- 
como Capece e di Corrado d' Antiochia figlio 
di Federigo d'Antiochia bastardo di Federi- 
go II; ed i carnefici, dopo avergli cavati gli 
occhi, appiccarono i guelfi, ad eccezione dello 
sventurato Enzo, che ancora viveva nelle pri- 



36 
gloni di Bologna, ove morì quattro anni più 
tardi, ed era Tultimo dei discendenti illegitimi 
della casa di Svevia, come Corradino n era 
l'ultimo de' principi (139). 

Immense crudeltà ed enormità di Carlo 
contro i siciliani- A Roma fa troncare le 
gambe a coloro eh' eransi dichiarati contro 
di lui: ed in appresso temendo che la vista 
di tanti infelici gli suscitasse nuovi nemici , 
gli fa chiudere in una casa di legno, cui fa 
appiccato il fuoco (140). 

Guglielmo,, detto lo Stendardo , uomo dì 
sangue, è mandato in Sicilia a reprimere o 
punire i sediziosi. 

Tutte le città o castella delle due Sicilie 
tornano in potere de' francesi (141). 

Clemente /F muore il 29 novembre, un mese 
dopo il supplicio di Corradino. 

Smisurata ambizione di Carlo d' Angiòj che 
eccita la discordia tra le repubbliche italiane 
per opprimerle. 

Dopo la morte di Clemente /F, i cardinali 
in trentatrò mesi non avendogli dato ancora 
un 8ur;cessorc, Carlo approfitta dell' inteiTC- 
gno per accrescere il suo potere negli stati 
della chiesa. 

Clemente gli avea dato dei diritti sopra la 
Toscana nominandolo vicario imperiale di 
quella provincia; i guelfi lombardi lo riguar- 
davano come loro protettore; molte città del 
Piemonte l'aveano eletto loro perpetuo signore, 



37 

e in tal modo il ro delle due Sicilie diviene 
l'arbitro di tutta l'Italia. 

Beatrice sua moglie, che per appagare la 
propria vanità lo avea impegnato in così pe- 
ricolose intraprese, non raccoglie il frutto di 
quelle vittorie e muore poco dopo la batta- 
glia di Tagliacozzo. Carlo sposa in seconde 
nozze Margherita d'Eiides di Borgogna: e delle 
due mogli di Carlo parla Dante nell' Vili del 
purgatorio. Vedi la mia prima lez. sulla com- 
media dell' Alighieri. 

Tanto è del seme suo minor la pianta, 
Quanto più c\)e Beatrice e Margherita 
Costanza di marito ancor si vanta. 

1268. Fra le circostanze, che principalmente favo- 
riscono r ingrandimento della casa d' Angiò , 
vuole essere annoverata la caduta dei prin- 
cipali capi del partito ghibellino in Lombar- 
dia, il marchese Pelavicino e Buoso di Do- 
vara (142). 

Carlo cT *Angiò fa adunare a Cremona una 
dieta delle città guelfe della Lombardia e si 
fa nominare loro signore (143). 

1269. I senesi sono rotti dai fiorentini nel giugno 
innanzi a Colle di Veldelsa, ove perisce il loro 
generale Provenzano Salvani. Di cui Dante: 

Quegli è, rispose, Provenzan Salvani. 

PocKi mesi dopo i senesi sono costretti 
ad allearsi coi fiorentini, a prendere parte nella 



38 
lega guelfa, a richiamare i guelfi esiliati scac- 
ciando i ghibellini che gli aveano fino allora 
governati. 
1270. Ultima crociala. 

Il re di Sicilia è strascinato da suo fra- 
tello s. Luigi all'ultima crociata , che lo al- 
lontanò alcun tempo dalle sue intraprese sul- 
r Italia (U4). 

1/ esempio del santo re ne stimola anche 
degli altri a seguitarlo: e oltre il ve di Sici- 
lia suo fratello si distinguono tra 1 crociati 
Edoardo figlio d' Arrigo III re d' Inghilterra, 
del quale Arrigo parla Dante: 

Vedete il re della semplice vita 
Seder là solo Arrigo d' Inghilterra. 

poi suo successore, Teohaldo re di Navarra, di 
cui Dante 

Poi fui famiglio del buon re Tebaldo: 

i conti di Poitou e di Ficendra , il figlio del 
conte di Bretagna ed un gran numero di no- 
bili signori (145). 

Infelice successo di questa crociata sulle 
ardenti spiagge di Tunisi , dove fu assalita 
dalla peste. 

Muore il re s. Luigi il 25 agosto di qua- 
si' anno a Tunisi (146). 

Sopraggiunge Carlo d^ Angiff e prende il 
comando dell'armata. 



39 

Carlo fa V assedio di Tunisi e accorda al 
bey la pace a condizione che sarebbe tribu- 
tario del re di Sicilia (147). 
. ■: Invece di compiere il pellegrinaggio e mar- 
ciare in soccorso di Terra santa, salpa verso 
i suoi stati. 

Molti crociati si sdegnano altamente della 
politica di CarlOi che si fa giuoco dei loro 
voti, e tutti riprendono la strada dell'Europa, 
ad eccezione d' Edoardo e de' suoi inglesi , 
che continuano il loro viaggio verso Terra 
santa, ove molto giovano alla difesa di To- 
lemaide^ o s. Giovanni d' Acri, attaccato da 
Bendocdar, a ciò allude Dante: 

Che nessuno era stato a vincer Acri 
Né mercatante in terra di soldano. 

Ritornando i crociati in Europa fanno un 
triste esperimento dell' avidità e della cru- 
deltà di Carlo. Assaliti da un orribile burra- 
sca, che affondò diciolto grandi vascelli , e 
molti più piccolji CiQJdi quattro mila persone, 
innanzi a Trapani, poiché molte navi spinte 
dalla tempesta rompono sulle rive della Si- 
cilia; ordinò Carlo che siano confiscati a suo 
profitto gli effetti di tutti i vascelli naufra- 
gati, a,ppoggiandpsi ad un'antiqa cpstituzione 
del re Guglielmo, che aggiudicava alla corona 
gli avanzi delle navi gettate dal mare sulle 
coste (U8). 



1271. Dopo essere rimasto poche settimane in Si- 
cilia, Carlo viene a Viterbo con suo nipote 
Filippo V ardilo per impegnare i cardinali a 
dare finalmente dopo due anni un capo alla 
chiesa. 

Mentre i crociati sono adunati in Viterbo, 
un gentiluomo francese vi commette un de- 
litto, che gr italiani riguardano quale sicuro 
argomento della ferocia de' suoi compatriot- 
ti e come una nuova ragione di detestarli. 
Guido di Monfortey luogotenente di Carlo in To- 
scana, scontra in chiesa Enrico figlio di Ric- 
cardo conte di Cornovaglia e re de' romani. 

Volendo vendicare sopra di lui suo padre 
Simone di Monforle, conte di Leicester ^ ch'era 
stato ucciso il 1» agosto d&l 1265 nella bat- 
taglia d^ Evegham presso di Conventris com- 
battendo per la Hbertà d' Inghilterra contro 
Enrico IH e suo figlio Erfoarrfo, attaccò que- 
sto giovane principe ai piedi dell' altare, ove 
assisteva devotamente alla messa, e lo passò 
da banda a banda collo stocco , eh' egli te- 
neva in mano: indi uscì dalla chiesa senza 
che Carlo osasse ordinarne 1' arresto. Di ciò 
Dante: 

Colui che fesse in grembo a Dio 
Lo cor che 'n su Tamigi ancor si cola (149). 

Edoardo d' Inghilterra ritorna da s. Gio- 
vanni d'Acri e parte da Viterbo fieramente 
sdegnato contro il re di Sicilia. 



41 

1271. 1° settembre. Filippo V ardito si pone in cam- 
mino per tornare in Francia: e dopo la par- 
tenza di questi sovrani, i suffragi dei cardi- 
nali si riuniscono a favore di Tebaldo Vi- 
sconti di Piacenza , che allora trovavasi in 
Terra santa col semplice grado d'arcidiacono, 
e prende il nome di Gregorio X. 

1272. L' arrivo di Gregorio X è la prima circo- 
stanza, che diminuisce il potere di Carlo in 
Italia. 

Tornato dalla Siria, e avendo veduto da 
presso i pericoli e i patimenti de' cristiani di 
oriente, non pensa che alla liberazione di 
Terra santa. 

Convoca in Lione un concilio generale per 
l'anno 1274, e impiega i due anni precedenti 
a riunire gli spiriti divisi , a fare della cri- 
stianità un sol corpo, il quale potesse combat- 
tere gl'infedeli con maggior vantaggio (150). 

Pisa è vessata dai guelfi in nome della 
chiesa, Genova in aperta guerra con Carlo e 
con Venezia, e Venezia attaccata da Bologna. 
Il papa pone mano a calmare tante nimistà. 

1273. Recasi Gregorio X in Firenze il dì 18 giu- 
gno col re Carlo e Baldovino II impei'atore 
latino di Costantinopoli. 

Spedisce un legato a Pisa per riconciliare 
quella città colla santa sede: e fatto adunare 
tutto il popolo di Firenze lungo la riva del- 
l' Arno , 'chiama prCvSso di se i commissari 
de' guelfi e de' ghibellini e conchiude tra loro 



42 

un trattato di pace in presenza dei due so- 
vrani che Taccompagnavano (151). 

Carlo d'Amjiò con coperte trame cerca di 
rompere questa pace: e il papa adiralo si ri- 
tira dopo quattro giorni in Mugello presso il 
cardinale Uhaldini, rimanendovi il resto della 
state, e pubblica l'interdetto contro Firenze 
per aver mancato alla pace che avea giur» 
rata (152). 

Non hanno miglior successo le negoziazioni 
del papa per pacificare i genovesi e indurli 
a soccorrere Terra santa: ed è sempre Carlo 
d' Angiò che le impedisce. 

Guerra tra bolognesi e veneziani, che durò 
tre anni, e fu la sola guerra che il papa po- 
tesse terminare nel presente anno, avendone 
ottenuto Tintenlo colla cooperazione de' frati 
minori. I bolognesi erano giunti al piiì alto 
grado di loro potenza. L' armata che questa 
sola città mandò sul Pò di Primaro 1' anno 
1270 per fabbricarvi una fortezza, che signo- 
reggiasse la foce del fiume, era piiì numerosa 
delle armate, colle quali Manfredi » Carlo d' 
Angiò e Corradino eransi disputati il regno 
di Napoli, e molti storici la portano a qua- 
ranta mila uomini' 1 bolognesi hanno com- 
piuta vittoria dei veneziani che aveano ten- 
tato d' impedire i loro lavori (153). 

Il papa, non soddisfatto di Carlo d'Angiòt 
temendo l'ingrandimento d'uri principe di già 
troppo potente per la libertà della chiesa , 
prende due determinazioni, che limitano 1' at- 



43 

tuale potere di Carlo e fanno cadere i suoi 
vasti progetti. Risolve di dare un imperatore 
air occidente e di riconoscere per imperatore 
di Oriente Michele PaleologOj che in tale oc- 
casione riconciliò i greci colla chiesa romana. 

L' impero d'occidente, dopo la deposizione 
di Federigo II nel precedente concilio di Lione, 
non aveva più avuto fino a quest' anno nes- 
sun capo universalmente riconosciuto dai sud- 
diti e dalla chiesa. 1 principi tedeschi desi- 
derando, come le città d'Italia, di assicurare 
la loro indipendenza, pare che avvertitamente 
si prendano cura di dividere i voti tra i con- 
correnti, perchè niuno abbia a signoreggiarli, 
e hanno 1' accortezza di scegliere all' estre- 
mità dell' Europa principi che non hanno né 
influenza né rapporti colla Germania, onde la 
dignità imperiale altro non sia che un vano 
titolo , e perchè le loro liti non diano alla 
Germania cagione di guerre civili' 

Riccardo conte di Cornovaglia, ed Alfonso X 
re di Castiglia e di Leone fanno assai poco 
male a se medesimi ed al regno germanico 
colle opposte loro pretensioni. Riccardo era 
morto del 1271 dopo aver portato quattor- 
dici anni il titolo di re de' romani, e Alfonso 
era ancor vivo e gloriavasi altamente de'suoi 
diritti all'impero; ma* ad eccezione di pochi 
uomini d'armi che avea mandati ai ghibellini 
d' Italia, non avea presa alcuna parte alle ri- 
voluzioni del suo preteso impero , quando 



44 

Gregorio ricusò di riconoscere Alfonso per re 
dei romani (154). 

1273. 1 principi tedeschi eleggono in quest' anno 
Rodolfo^ conte d' Asburgo, tronco dell'attuale 
casa d'Austria; e concorrono all'elezione non 
non solo gli elettori , ma tutti i principi di 
Germania. Questa nomina è approvata dal papa, 
ed in appresso dal concilio generale di Lione, 
innanzi al quale gli elettori ecclesiastici ed 
il vescovo di Spira, cancelliere di Rodolfo , 
replicano a nome del loro signore la promessa 
di rispettare le libertà ecclesiastiche e di non 
invadere i domini della chiesa (155). 

1273. II fuggiasco imperatore de'latini Baldovino II, 
che in vista di promessi soccorsi con un 
trattato conchiuso fino dal 1267 cede a Carlo 
la sovranità del principato d' Acaia e quasi 
tutte le terre che nell' impero orientale tene- 
vansi ancora dai latini , come pure la terza 
parte delle conquiste che farebbero in comu- 
ne, fa sposare a Filippo suo unico figlio Bea- 
trice figlia di Carlo (156). 

1273. Morto Balduino nel 1272, Filippo prende in 
quest' anno il titolo d' imperatore di Costan- 
tinopoli. 

Tragico avvenimento in Bologna tra i Laìn- 
bertazzi e i Geremei 

Gregorio X accoglie gli ambasciatori , che 
Michele Paleologo avea mandati al concilio 
di Lione per trattare almeno in apparenza 
la riunione delle due chiese, per la quale il 
papa veniva ad estendere la sua protezione 



45 

suir impero orientale , come su quello d' oc- 
cidente (157). 
1275. Gregorio X, per terminare gloriosamente il 
il pontificato, si prepara a condurre egli stesso 
una crociata in Terra santa, ed impegna tutti 
i sovrani d' Europa a trovarsi personalmente 
in quest' impresa. L' imperatore Rodolfo do- 
vea esserne capo, e Filippo Vardito re di Fran- 
cia, Edoardo re d' Inghilterra, Giacomo re di 
Aragona , e Carlo re di Sicilia aveano pro- 
messo d' accompagnarlo (158). 

Guido da Polenta, aiutato dalle armi del ge- 
nero Malalesla , ottiene la siguorìa di Ra- 
venna. 

Gregorio accorda a tutti i sovrani le decime 
ecclesiastiche per sei anni, onde mettersi in 
istato di adunare le loro truppe, e l'annoi 1275 
è destinato ai loro apparecchi. 

In quest' anno il pontefice scorse l'Europa, 
onde stabilirvi la pace e riunire le forze del 
mondo cristiano pel grande scopo, cui erasi 
proposto. Ma mentre portavasi a Roma, cade 
infermo in Arezzo. 
1274. Intestine discordie delle fazioni , che sotto 
nome de' i^onli e de' Visconti lacerarono la 
città dì Pisa. Di cui questa è l'origine. 

I Visconti, signori d'una parte della Sarde- 
gna e sopiattutlo di Ga//«m, aveano fatto omag- 
gio del loro principato al papa per rendersi 
indipendenti dalla repubblica, ed aveano chie- 
sta la protezione della chiosa contro la loro 



46 
patria e contro il re Enzo figliuolo di hedc" 
rigo IL 

I conti della Gherardesca e di Donoralicoy 
partigiani dell' imperatore, avevano recla- 
mato più fortemente degli altri contro l'af- 
fettata indipendenza de' loro rivali , indipen- 
denza che qualificavano di ribellione contro 
la repubblica. 

I Visconti dopo quest' epoca conservaronsi 
attaccati alla chiesa ; e perchè il contrario 
partito dominava in Pisa, per l'ordinario ri- 
sedevano nella loro giudicatura o principato 
di Gallura. 

Air opposto i Gherardeschi avevano in ogni 
occasione dato prove del loro attaccamento 
al partito ghibellino, servendo sotto Manfredi 
e due di loro seguendo Corradino nella sven- 
turata sua spedizione gli erano- stati fedeli com- 
pagni così nella prospera , come nell' avversa 
sorte, finché presi in Astura con lui e col 
duca d'Austria, perirono insieme sullo stesso 
palco. 

Ugolino , un altro dei conti Gherardeschi, 
divenuto capo della sua famiglia per la morte 
dei due precedenti, meno disposto ad asse- 
condare l'attaccamento disinteressato de' suoi 
padri al proprio partilo, o i doveri d' una 
vendetta di famiglia, che gì' interessi della sua 
ambizione, dà una sua sorella per consorte a 
Giovanni Visconti giudice o sovrano di Gal- 
lura, formando in tal modo un legame di co- 
gnazione tra i capi delle opposte parti. In tal 



47 
modo non rinunzia apertamente al partito 
ghibellino , ma sforzasi colle sue pratiche di 
assodare presso le due opposte fazioni il suo 
potere e farsi strada alla tirannide. 

Giovanni di Gallura torna a Pisa quando 
questa città si è riconciliata colla chiesa, e vi 
porta i costumi e le abitudini d' un capo di 
una semibarbara tribù della Sardegna. 

1 migliori cittadini di Pisa e piiì di tutti 
gli antichi capi del partito ghibellino, i Gua- 
landi, Sismondi e Lanfranchi, egualmente in- 
quieti così della rivalità del conte Ugolino col 
giudice di Gallura, come della loro alleanza, 
non volendo rompere la pace di Toscana o 
dar motivi di scontento aJ re Carlo e ai fio- 
rentini, per mostrarsi imparziali nei loro giu- 
dizi ed allontanare un tempo quei turbolenti 
cittadini che sprezzavano le leggi, qualunque 
fosse il partito , cui erano addetti , esiliano 
il 24- giugno 1274 il giudice di Gallura coi 
suoi principali compagni d'armi, e ritengono 
prigione il conte Ugolino nel palazzo del po- 
polo (159). 
1275. 11 giudice di Gallura va a Firenze e ottiene 
d'essere accettato nell' alleanza de' guelfi to- 
scani; e mentre continua ad offendere la sua 
patria, muore a s. Miniato in maggio di que- 
st'anno, lasciando un figliuolo chiamato pure 
Giovanni, che per distinguerlo dal padre fu 
poi detto Diìio di Gallura. Di cui Dante: 

Giudice Nino ec 



48 

Questo giovine, nipote per parte di madre 
del conte Ugolino, fu in avvenire Ira i pisani 
il capo del partito guelfo. Questa parentela 
avendo reso il conte Ugolino ancora piti so- 
spetto ai ghibellini che governavano Pisa, egli 
è esiliato in luglio di quest'anno: per cui passò 
a Lucca e si uni ai guelfi, come avea fatto il 
giudice di Gallura (160). 

I pisani snervati dall' abbandono dei capi 
delle due famiglie , troppo deboli per tener 
fronte all' intera Toscana contro di loro con- 
giurata, ai loro propri emigrati ed alle truppe 
del re Carlo , sono in quest'anno battuti la 
prima volta ad Asciano, ove perderono molta 
gente, poi l'anno susseguente a Fosso Arno- 
nico; onde si vedono costretti a ricevere di 
nuovo in città tutti gli esiliati , loro accor- 
dando la principal parte del governo. 

Ugolino che non solo si era alleato coi ne- 
mici della sua patria, ma ancora con quelli 
della sua fazione e della sua famiglia, non 
potè mai più purgarsi da questa taccia agli 
occhi de' suoi concittadini. 
1276. Il tragico avvenimento di Bologna del 1273 
tra i Lambertazzi e i Geremei ridestò l'odio 
di due già rivali famiglie, le quali trassero seco 
nella privata contesa tutti i cittadini e fecero 
rapidamente cadere la loro patria da quell'alto 
grado di potenza e di gloria, cui erasi inal- 
zata in quell'epoca (161). 

I ghibellini, perseguitati pressoché in tutta 
r Italia, si uniscono ai Lambertazzi, che dal 



49 
1275, eransì rifugiati e afforzati nelle città di 
Romagna, e specialmenle a Forlì e a Faenza; il 
conte di Montefeltro si pone alla loro testa, 
ed acquista quella riputazione di gran capitano, 
eli cui gode in seguito presso tutte le città 
d'Italia. Due volle nel 1275 ruppe i Geremei 
e i guelfi presso il ponte di S. Procolo, e due 
volte fece tremare Bologna, che fu in procinto 
di venire in mano de' ghibellini: onde Bologna 
in quest' anno chiede soccorso al re Carlo , 
che le manda per governatore Riccardo di 
Beauvoir, signore di Durford, con alcune com- 
pagnie d'uomini d'arme (161). 

La Toscana pare tutta intera riunita alla 
parte guelfa, e la repubblica di Siena si ab- 
bandona al governo di questa fazione. Quella 
di Pisa si era data al re Carlo e avea otte- 
nuta r assoluzione della chiesa : ma durante 
il viaggio del papa in Francia si riaccende la 
guerra tra questa città e i guelfi, e in pari 
tempo scoppia nella repubblica di Pisa quella 
discordia intestina che dodici anni più tardi 
condusse a crudel morte il troppo famoso 
conte Ugolino coi suoi figliuoli. 

In quest' anno è richiamato dall' esilio il 
conte Ugolino: e nello stesso anno, in cui esso 
è richiamato, Ruggiero degli Ubaldini uscito da 
una famiglia di Mugello, ch'era slata sempre 
ghibellina, viene promosso all' arcivescovato 
di Pisa. Egli è quello che nel 1288 doveva 
fare crudelmente pagare al conte Ugolino la 
pena de'suoi tradimenti (162). 
G.A.T.LI. 4 



50 

Gregoi'io X muore in i)oche ore nei primi 
giorni di quest'anno. 

Glorioso senza dubbio fu il pontificalo di 
Gregorio X^ ed avrebbe lasciate piii profonde 
tracce nella memoria degli uomini, se Grego-^ 
rio fosse vissuto più lungo tenjpo o avesse 
avuto altri successori. L'Italia quasi intera- 
mente pacificata dalla sua imparzialità, dopo- 
ché il furore delle guerre civili aveva spenta 
perfino la speranza di riposo; l'interregno del- 
l'impero terminalo coH'elezione d'un principe 
che si coprì di gloria e fondò una delle più 
potenti dinastie dell'Europa; la chiesa greca 
riconciliata colla latina, e la lite tra i franchi 
ed i greci per l'impero d' Oriente terminata 
in una maniera giusta ed onorevole; un con- 
cilio ecun^enico, cui assistettero cinquecento 
vescovi, sessanta abati mitrati ed altri mille 
religiosi o teologi, il quale sotto la presidenza 
di questo pontefice si occupò di leggi utili al 
cristianesimo, e degne di così augusta adu- 
nanza; tali sono gli avvenimenti, che illustra- 
rono il suo pontificato. 

Dopo la morte di Gregorio X tre papi go- 
vernano la chiesa nello spazio di dodici mesi: 
Innocenzo V, Adriano V e Giovanni XXI. La 
breve e incerta loro amministrazione non lascia 
tracce degne della storia. 

Durante il loro regno, nel nord dell'Italia 
una rivoluzione abbatte la famiglia della Torre 
in Milano e vi sostituisce quella de' Visconti 
che ben tosto soggioga tutta la Lombardia. 



51 
1277- In quest'anno ì cardinali diedero per capo alla 
chiesa Giovanni Gaetano degli Orsini, che si fa 
chianìare Nicolò III. 

Benché il suo carattere fosse ben altro di 
quello di Gregorio X, e meno disinteressata la 
sua condotta, pure egli contribuisce più che 
Gregorio X al ristabilimento della libertà in 
Italia, perchè sente che bisognava ristabilire 
nella propria patria quell'equilibrio, che i suoi 
predecessori avevano compromesso, e abbassare 
la potenza di Carlo da loro troppo innalzata. 

Carlo era in allora assoluto sovrano delle 
due Sicilie, sonatore di Roma; vicario impe- 
riale in Toscana, ove più non contavasi una 
sola città che non fosse a lui subordinata ; 
governatore di Bologna, e come tale signore 
di tutte le città guelfe della Romagna; pro- 
tettore del marchese d'Esle, e percià onnipos- 
sente per mezzo suo nella Marca Trivigiana; 
signore di molte città del Piemonte e pros- 
simo ad opprimere le altre, alle quali già fa- 
ceva la guerra. 

Nicolò III con un'accortezza singolare ap- 
profitta della grande potenza di questo re, che 
dicesi tuttavia vassallo della chiesa, per far 
desiderare all'imperatore Rodolfo la sua ami- 
cizia. 

Contrae alleanza coll'impero, e concede a 
Carlo la sua prolezione presso l'imperatore a 
prezzo d'importantissime concessioni.In seguito 
la moderazione del re di Sicilia si dà a Rodolfo 
come regola di condotta, e il pontefice ottiene 



52 

in tal modo di determinare l'uno col mezzo 
dell'altro, i due sovrani rivali ch'egli temeva, 
a spogliarsi in suo favore delle prerogative , 
che gli avevano resi formidabili. 

Rodolfo dà voce di venir presto a Roma 
a prendere la corona dell' impero , e già sta 
apparecchiando l'armata che dovea accompa- 
gnarlo; ma lagnasi in pari tempo di Carlo che 
avea usurpati i suoi diritti su quasi tutta l'Ita- 
lia, intitolandosi vicario imperiale, quando niu- 
n'imperatore gli avea accordato questo titolo; 
e già si prevede che l'imminente sua spedi- 
zione sarà diretta contro dì lui. 

Carlo si mostra timoroso , e Nicolò si dà 
premura d' intromettersi tra i due monarchi 
per riconciliarli, predicando loro moderazione. 

Rodolfo esce vittorioso da una pericolosa 
guerra con Ottocari re di Boemia, nella quale 
questo principe perde la vita, e conquista colle 
sue truppe e unisce ai suoi stati i ducati di 
Austria, di Stiria, e di Carintia. Di Ottocarj 
Dante nel Purgatorio : 

Ottachero ebbe nome, e nelle fasce 

Fu meglio assai che Venceslao suo figlio 
Barbuto, cui lussuria od ozio pasce. 

Car/o, che teme la potenza e il valore di 
questo imperatore, non può far valere alcun 
dritto sulla Toscana e sulla Lombardia , che 
pure erano l'argomento della loro controversia; 
poiché, in forza [Acora della sua bolla d'in- 



53 

vestitura e del giuramento che accompagnava 
il suo vassallaggio verso la santa sede, egli 
avea convenuto che queste provincie non po- 
trebbero essere mai -^possedute dal re delle 
due Sicilie, ed erasi obbligato a rinunciare al 
vicariato di Toscana e al senatorato di Roma, 
qualunque volta il papa lo richiedesse. 
1278. Nicolò III fa questa domanda, come necessaria 
condizione della pace, ch'egli trattava tra Carlo 
e Rodolfo: e il dì 16 di settembre del 1278 
Carlo depone l'ufficio di senatore di Roma, ri- 
nuncia al vicariato di Toscana , richiama le 
sue truppe da questa provincia, e rende al car- 
dinal Latino , incaricato dal papa di fare e- 
seguire questa promessa , tutti i castelli in 
cui teneva guarnigione, tutti gli ostaggi ch'e- 
gli erasi fatti dare dalle città. 

Ridolfo rifiutasi sempre alle istanze di Nic^ 
colò III, che lo chiamava in Italia. A ciò al- 
lude Dante nel Purgatorio : 

Rodolfo imperator fu che potea 
Sanar le piaghe. 

Nicolò III dopo avere accresciuti i diritti 
e i possedimenti della santa Chiesa, che in for- 
za d'un diploma di Ridolfo acquista l'estensione 
conservata fino ai nostri giorni, procura alla 
propria famiglia alcun frutto de'suoi acquisti. 

Nomina conto di Romagna Bertoldo Orsino 
suo fratello, crea tre cardinali della sua fami- 
glia, e dà la porpora a molti signori romani, 



54 
che voleva rendersi bene affetti , onde pro- 
curarsi la maggiorità de'suffragi nel sacro col- 
legio. 

Incarica il prediletto de'suoi nipoti, il cardi- 
nal Latino vescovo d'Ostia, d'una legazione in 
Romagna, nella Marca, nella Toscana , nella 
Lombardia, commettendogli specialmente di 
riconciliare le fazioni, le città, e le famiglie. Di 
questo io credo che intenda Dante nel Purg. 

Vidi Conl'Orso e l'anima divisa. 

1279. Dopo lunghi trattati le fazioni de'Geremei e 
de'Lambertazzi si adunano sulla piazza di Bo- 
logna , e il giorno 9 agosto la pace è con- 
chiusa dal legato sotto le condizioni dettate 
dal papa. 

in febbraio dello stesso anno pacifica i fioren- 
tini colle condizioni del ritorno dei ghibellini 
in patria, della restituzione dei loro beni, della 
partecipazione agli utiìci pubblici, e non ab- 
bandona Firenze finché non ha restituita la 
tranquillità e la concordia. 

Anche a Siena si fa la pace per le persua- 
sioni dello stesso cardinale a condizioni presso 
a poco eguali, e sono richiamali i ghibellini 
esiliati. 

1280. Il re Carlo , che avanti il pontificato di Ni- 
colò era stato l'arbitro d'Italia, vedesi ora ridot- 
to al solo governo delle Si cilie; sono rotti i 
suoi progetti, i suoi nemici tornati al possedi- 
mento de'loro beni e del governo della loro 



patria, quando il papa sorpreso dalla gocciola 
il 19 agosto di qiiest' anno improvvisamente 
moli a Soriano. 

Carlo, appena ha avviso della morte di M- 
colò, recasi a Viterbo, ove erano adunati i caidi- 
nali, per guadagnarne i suffragi, onde non fosse 
dato alla chiesa per capo un suo nemico. 

1280. Nasce Giovanni Villani. 

1281. Dopo un interregno di sei mesi i cardinali ita- 
liani che restavano in conclave, mentre Carlo 
fatta nascere una sedizione avea fatto sostenere 
in una specie di prigione i due cardinali Orsini 
e il cardinal Latino, e stringeva gli altri a nomi- 
nare il papa, il 22 febbraio di quest' anno * 
spaventati dalla sorte dei loro colleghi uniscono 
i loro suffragi a quelli dei cardinali francesi, 
e nominano papa Simone cardinale di S. Cecilia, 
prima canonico di Tours, che prende il nome 
di Martino IV. 

Carlo non può scegliere uomo che gli sia 
più attaccato, e che piti premurosamente favo- 
reggi i suoi progetti. 

Martino IV spoglia del comando della Roma- 
gna il conte Bertoldo Orsino, e dà questo con- 
tado ad un ufficiale di Carlo, detto Giovanni 
d'Appia de Pà, cui ordina d'attaccare i ghi- 
bellini ed i Lamberlazzi cacciati nuovamente 
da Bologna, di perseguitare Guido da Monte- 
feltro loro generale, e di assediare Forlì, ove 
eransi tutti ritirali. 

1282. In quest'anno i francesi sono disfatti dal pò- 



56 
polo di Forlì e da Guido di MontefeltFo: e a 
ciò allude Dante neirinferno XXVll: 

La terra, che fé già la lunga prova 
E de' francesi sanguinoso mucchio, 
Sotto le branche verdi si ritrova. 

1 ghibellini sono traditi a Faenza da Tihal- 
dello Cambiaiisi óe Manfredi, che approfitta dei 
sonno de'suoi ospiti per darli colla sua patria 
in mano de' guelfi. Di ciò Dante Int. XXXII: 

E Tibaldello 
Ch'aprì Faenza quando si dormìa. 

Invano ricorrono e mandano ambasciatori al 
papa per rappresentargli eh' erano esiliati e 
proscritti in ogni luogo, e propongono di riti- 
rarsi ancora da Forlì purché il papa assegni 
loro un luogo, in cui possano vivere: che Mar- 
tino non crede dover rispondere e ordina in 
tutta la cristianità il sequestro dei beni degli 
abitanti di Forlì a profitto della santa Sede. 

Martino si fa nominare senatore di Roma: 
ma invece di conservare per se una dignità 
conferitagli dal popolo: la trasmette subito al 
re Carlo in onta delle costituzioni di Nicolò III, 
che escludevano i re e i principi potenti dalla 
dignità senatoriale. 

Nello stesso tempo distribuisce le truppe 
francesi non solo in tutta la Romagna , ma 



57 
nella marca d'Ancona, nella Campagna, nel du- 
cato di Spolell e nel patrimonio di S. Pietro, 
dando a tutte le città governatori e coman- 
danti, che sceglieva tra gli ufficiali o nella stes- 
sa famiglia del re siciliano. 

Il re siciliano, per non perdere di vista questo 
pontefice che vivea quasi sotto la sua tutela, 
dimora sempre con lui in Viterbo. 

Finalmente il re di Sicilia volge gli ambiziosi 
suoi pensieri alla Grecia, che medita di togliere 
al Paleologo per darla al suo genero Filippo 
figliuolo dell'ultimo imperatore dei latini : e 
Martino IV vi aderisce per motivi di religione. 
1282. Vespro siciliano. 

1282. L'anno 1282 fu quello in cui i fiorentini fis- 
sarono quella forma di governo, che poi man- 
tennero fino alla caduta della repubblica, e della 
quale sussistono anche al presente alcune isti- 
tuzioni (164). 

1283. In quest'anno i senesi, imitando i fiorentini, 
aboliscono il consiglio de' quindici magistrati 
che governava la loro città, e vi sostituiscono la 
nuova signorìa che chiamano i nove governatori 
e difensori della comunità e del popolo di Sienay 
o più brevemente z nove (165). 

La gelosia del popolo verso la nobiltà fa 
nascere anche in Arezzo una somigliante rivo- 
luzione (166). 
1283. 15 maggio, giorno destinato pel duello di Pie- 
tro HI d'Aragona e di Carlo I d'Angiò re di 
Napoli, in cui dovevansi ritrovare a Bordeaux 



58 
per decidere dei loro diritti sul regno della 
Sicilia. 

In quest'anno scoppia la lite tra le due po- 
tenti repubbliche di Genova e di Pisa, lite 
che fu cagione d'immense perdite di ricchezze 
e di soldati. 

1284. 6 agosto. Disfatta famosa dei pisani all'isola 
della Meloria. 

Nel mese di maggio parte dai porti di Pro- 
venza alla volta di Napoli il re Carlo d'Angiò 
per far l'impresa della Sicilia. 

Carlo II il ciotto, ossia principe di Salerno 
figliuolo del re, governava il regno di Napoli 
in assenza del padre. 

Carlo II è disfatto e fatto prigioniero da 
Ruggieri di Loria ammiraglio di Pietro III 
d'Aragona, il più esperto e fortunato del suo 
secolo. 

1285. Carlo ì il vecchio d'Angiò muore a Foggia il 
dì 7 gennaio di quest'anno in età di 65 anni 
dopo di averne regnati 19 in Napoli. I^a sua 
morte precedette di poco quella dei principali 
monarchi, che come suoi amici o rivali ave- 
vano con lui travagliato l'Europa. 

Filippo III l'ardilo, dopo una rovinosa cam- 
pagna in Aragona, muore a Perpignano il dì 
6 ottobre di quest'anno. 

Pietro III d' Aragona muore a Barcellona 
il dì 8 novembre per le ferite avute nella 
stessa campagna. 

Martino IV , fedele protettore di Carlo il 
vecchio, muore il 25 mai'zo a Perugia. 



59 

Carlo II principe di Salerno, schiavo degli 
aragonesi, dalla Sicilia è trasportato in Catalo- 
gna: e il figlio primogenito in età di dodici 
in tredici anni prende possesso del regno di 
Napoli sotto la direzione di Roberto conte 
d'Artois. 

Onorio IV de' Savelli, successore di Martino, 
pubblica una bolla intorno al governo del re- 
gno, e regna due anni. 

D. Alfonso, figliuolo maggiore di Pietro III, 
eredita gli stati paterni nella Spagna. 

D. Giacopo, secondo figliuolo di Pietro III, 
è incoronato re di Sicilia. 

1288. Nicolò IV fatto papa regna quattro anni dal 
22 febbraio 1288 al 4 aprile 1292, alla cui 
morte tiene dietro un interregno di due anni 
e pochi mesi. 

1289. Carlo II liberato dagli aragonesi. 

1294. 5 luglio Celestino V, che nel 13 dicembre 
dello stesso anno rinunzia il papato. 

1287. Dopo che la gelosia del popolo verso la no- 
biltà nel 1282 avea fatto nascere in Arezzo 
una rivoluzione simile a quella di Siena, in 
quest'anno i nobili di Arezzo, città meno po- 
polata, proletti dal vescovo Guglielmino degli 
libertini fanno nascere una controrivoluzione, 
la quale rimettendo nelle loro mani tutto il 
governo, li consigliò a dichiararsi pel partito 
ghibellino, che in tale epoca era oppresso in 
tutta la Toscana. I gentiluomini e i ghibel- 
lini perseguitati rifugiansi tutti in Arezzo, e 
i fiorentini , i senesi e tutta la lega guelfa , 



60 
vedendo innalzarsi in tanta vicinanza lo steri- 
dardo dciraristocrazia e del partito ghibellino, 
dichiararono poco dopo la guerra a quella città. 
Guido delle Colonne, menzionato da Dante 
nel suo libro De Vidgari Eloquio, scrive la guer- 
ra di Troia. 

Morte di Papa Onorio IV. 
1288. Poco dopo quella d'Arezzo scoppiò la rivo- 
luzione di Pisa. Il conte Ugolino fu gettato 
in prigione, e la repubblica dichiarossi pel par- 
tilo ghibellino, cui il popolo avea in ogni tem- 
po segretamente aderito. Due prelati, Ruggieri 
degli Ubaldini arcivescovo di Pisa e Guglielmo 
degli Ubertini\esco\o d'Arezzo, trassero di con- 
certo nel medesimo tempo le due città alle spi- 
rituali loro cure affidate nella fazione opposta al- 
la chiesa. Ma i pisani, per essere pm in istato 
di sostenere la guerra loro dichiarata dalla le- 
ga toscana, chiamarono il conte Guido di Mon- 
tefeltro, quello stesso che avea acquistata opi- 
nione di valoroso guerriera nella difesa di 
Forlì contro il <;onte d'Appià nel 1282, e in 
appresso era stato obbligato a pacificarsi colla 
chiesa e a ritirarsi in Piemonte nella città d'A- 
sti assegnatagli come luogo del suo esilio, e 
lo nominarono loro capitano. Ugolino muore 
di fame : 

Tu dei saper ch'io fui '1 conte Ugolino, 
E questi è l'arcivescovo Ruggieri. 

Haguino re di Norvegia fa guerra alla Da- 
nimarca. 



61 

1288. Guerra dei fiorentini, dei senesi e di tutta la 
lega guelfa contro gli aretini, e vittoria degli 
aretini sopra i senesi alla Pieve del Toppo. 
A questa sconfitta dei senesi, seguita il dì 27 
giugno 1288, allude Dante nel XIII Inf. V. 
120 e seg. 

Gridava: Lano, sì non furo accorte 
Le gambe tue alle giostre del Toppo. 

Cronaca Aret. di Ser Gorello in terza rima 
t. XV, e. 3. p. 822. Gio. Villani 1. 7. e. 109, 
114. p. 314. et. Leonar. aret. lib. 3. pag. 
102. 

1289. Battaglia di Campaldino a Certomondo nel 
Casentino. 

Nel anno presente la fortuna non mostrossi 
ugualmente favorevole alle due città ghibel- 
line Arezzo e Pisa. Gli aretini, dopo essere ri- 
masti vittoriosi dei senesi, furono rotti dai 
fiorentini a Certomondo presso dì Campaldino 
nel Casentino il dì 11 giugno del 1289, per- 
dendo 2440 uomini tra morti e prigionieri. 
Contavasi tra i primi il vescovo Guglielmino 
dei Pazzi di Valdarno , Bonconte da Monte- 
feltro figlio del celebre Guido , di cui parla 
Dante nel canto V. Purg. V, 88 : 

Io fui da Montefeltro , io son Bonconte: 

il fiore della nobiltà aretina e i principali ghi- 
bellini emigrati da Firenze. In questa bat- 



(i2 
taglia tra i soldati a cavallo si trovò il nostro 
Dante ; e arrivato nei Casentino presso Poppi 
insieme coi fiorentini, che adunato un formida- 
bile esercito composto dei più valorosi guelfi 
di Bologna e di Toscana loro alleati aveauo 
deliberato di andare contro Arezzo per ven- 
dicare i torti ricevuti dai ghibellini, i quali 
ivi sotto il dominio del vescovo Gnglielmino 
facevano il loro nido, incontrò i nemici, i quali 
benché inferiori di forze nulla temevano, fatti 
animosi dalla vittoria ottenuta Tanno innanzi 
sopra i senesi alla Pieve del Toppo. Messer 
Barone de' Mangiadori da S. Miniato , come 
racconta Dino Compagni 1. 1. p. 6, o come 
dice il Villani, Messer Americo di Nerhona, 1. 
7. e. 129, capitano della cavalleria de'tìorentini, 
ordinò che l'esercito de' fiorentini non fosse 
il primo ad attaccar la battaglia; ma che aspet- 
tasse a pie fermo l'assalto che mostravano di 
voler dare gli aretini. Questo consiglio procurò 
senza fallo la vittoria ai guelfi, mentre i ghi- 
bellini d'Arezzo essendosi spinti con forza e 
valore contro dei fiorentini, avrebbero certa- 
mente disfatta tutta l'armata, come della ca- 
valleria era loro riuscito di fare, se dopo una 
fiera resistenza non fossero stati costretti di 
cedere al numero maggiore . Questa rotta è 
accennala dal poeta nel canto 22 Inf. v. 4 : 

Corridor vidi por la terra vostra , 
aretini .... 



63 

Ma coloro che salvaronsi dalla strage, es^ 
• sendo entrati in Arezzo, posero la città in tale 
stato di difesa, che l'armata collegata di Fi- 
renze e di Siena non potè impadronirsene. 

Narra Leonardo Aretino che in questa azione 
Dante si trovò all'anno 1289. Gli altri storici 
fanno Giiglielmino della casata degli libertini. 
Ma avvertendo che Dino visse appunto ai 
tempi di questo vescovo e che perciò potò 
essere meglio degli altri informato di qua! 
casata egli fosse , ho creduto col Pelli se- 
guitare la sua asserzione , la quale perciò è 
stata abbracciata ancora dal Coletti, dottissimo 
annotatore deWItalia Sacra dell' Ughelli, colà 
dove nel T. 1 si parla di questo Giicjlielmino. 

1289. Guerra tra i pisani ghibellini condotti dal 
conte Guido di Montefeltro, e la lega guelfa 
toscana , che malgrado I' infinita superiorità 
dei nemici, tra i quali contavasi pure il giu- 
dicje di Gallura, di cui Dante : 

Giudice Nin gentil, quanto mi piacque 
Quando ti vidi non esser tra' rei: 

i partigiani del conte Ugolino e tutti i guelfi 
di Pisa fuorusciti, fu trattata quasi sempre con 
prospero successo - Vedi Già. Villani lib. VII. 
e. 140 pag. 335 - 347. Frammenti d\in ano- 
nimo pisano contemporaneo T. XXIV. p. 655 
e seg. 

1290. Nel mese di agosto di quest' anno ( Villani 
1. 7. e. 136) ì lucchesi coll'aiuto de' fiorenti- 



64 
ni e degli altri loro collegati si mossero con- 
tro i pisani, e tra i molti danni fatti ad essi 
uno fu la presa del castello di Caprona non 
molto discosto da Pisa. In questa spedizio- 
ne ancora fu Dante, il quale ci l'acconta di 
aver veduto uscire ignominiosamente pieno di 
timore il presidio di quel castello. Inf. e. 21 
V. 94: 

Così vid'io già temer li fanti 

Che uscivan, patteggiati, di Caprona, 

Veggendo se tra nemici cotanti. 

Muore Guido delle Colonne. 

Giujlielmo marchese di Monteferrato è fatto 
prigioniero dai sudditi in Alessandria in Lom- 
bardia, di cui nel Purg. VII : 

è Guglielmo marchese. 
Per cui ed Alessandria e la sua guerra 
Fa pianger Monferrato e '1 Canavese. 

Morte di M?c/ie/e Scoto; di cui nell'Inferno XX: 

Michele Scoto fu che veramente 

Delle magiche frodi seppe il giuoco. 

1291. Dante sposa Gemma de'Donati ; colla quale 
vive infelicemente. Da questo matrimonio ha 
cinque figliuoli e una figliuola 

Nasce Cancjrande della Scala in Verona il 
9 marzo. A lui allude Dante, secondo la co- 



65 
mune degli espositori, nel Piirg. XX, nel Pa- 
.lad. XVII e XXVIII. 

I cristiani rinegati aiutano i saraceni a ri- 
cuperare Tolemaide, ossia S. Giovanni d'Acri. 
Inferno XXVIII. 

Muore V imperatore Ridolfo. Di esso nel 
Purg. VI e VII. 

Muore Alonzo o Alfonso HI. d'Aragona, a cui 
succede Giacomo II . Di esso nel Purg. VII, 
e nel Parad. XIX. 

Muore Eleonora vedova d'Arrigo III, di cui 
nel Parad. V|. 

1292. Muore Papa Niccolò IV. 

Muore Ruggero Bacone. 

1293. Guerra tra i veneziani e i genovesi per l'esclu- 
sivo dominio dei mari, e dura sette anni. 

1294. Celestino V rinunzia il papato. Inf. IH. 

Dante scrive la sua Vita nuova. 

Muore fra Guittone d' Arezzo , di cui nel 
Purg. XXIV. 

Andrea Tafi, artista in musaico, muore in 
Firenze. 

1295. Muore Brunello Laiini maestro di Dante, di 
cui neiri»f. XV. 

Carlo Martello, re d' Ungheria, visita Fio- 
renza. Di esso Parad. Vili. 

Muore Carlo Martello. 

Federico d'Aragona è proclamato re di Si- 
cilia. Di lui nel Purg. VÌI, e nel Parad. XIX. 

Toddco medico di Firenze, chiamato l' Ip- 
pocrate, muore. Di esso nel XII del Parad. 
G.A.T.CLI. 5 



66 

Marco Polo ritorna dall'Oriente in Venezia, 

Ferdinando IV di Castiglia sale al trono. 

Di cui nel Farad. XIX. 
1296. Muore Forese compagno di Dante; di cui nel 
Purg. XXllI. 

Muore Saadi famoso poeta persiano. 

Guerra tra l'Inghilterra e la Scozia, che ter- 
mina colla sottomissione della Scozia ad 0- 
doardo I. Nel prossimo anno sir Guglielmo 
Wallace UnVà la liberazione della Scozia. 

A questa si allude nel XIX del Purg. 
1298. L'imperatore Adolfo di Nassau muore nella 
battaglia con Alberto 1, che gli succede. - Di 
lui fa menzione Dante nel Purgai. YI e nel 
Parad. XIX : 

Alberto tedesco, che abbandoni etc. 

Li si vedrà tra l'opere d' Alberto etc. 

In questo anno muore Iacopo da Varaginc 
autore della Leggenda Aurea. 

1298. Crolla in quest'anno la potenza de' veneziani 
nella guerra coi genovesi alleati con Andronico 
per la battaglia di Curzola o Corcira la nera 
che terminò la guerra. 

1299. Pace segnata tra i genovesi e i veneziani 
colla mediazione di Matteo Visconlif e restituiti 
i prigionieri da ambe le parti. 

Lo stesso anno si conchiude la pace tra i 
genovesi 6 ì pisani, in conseguenza della quale 
hanno , dopo sedici anni di prrgionìa, ricu- 



67 

perata la libertà gli sventurati superstiti della 
disfatta di Meloria. 
1300. I bianchi e i neri hanno la loro origine in 
Pistoia dalla famiglia de'Cancellieri. A ciò al- 
lude Dante nell'Inferno XXXII : 

Non Focaccia, non questi che m' ingombra. 

Dante finge in quest'anno la sua visione, che 
si comprova dall'Inf. I : 

Nel mezzo del cammin di nostra vita etc. 

e dal XXI : 

ler più oltre cinque ore che quest'otta etc. 

In quest'anno Dante fu fatto magistrato o 
primo dei priori di Firenze, e continuò in que- 
sto ufficio dal dì 15 giugno al dì 15 agosto, 
essendo gonfaloniere di giustizia Fazio da Mic- 
ciola. - In questo tempo incominciarono tutte 
le avversità del nostro poeta a motivo delle fa- 
zioni civili che regnavano nella repubblica. 
In esso anno muore il pittore Cimabue , di 
cui nel Purgat. XI : 

Credette Cimabue nella pittura etc. 

Muore anche Guido Cavalcanti amico dì Dan- 
te; di cui fa menzione nell' Inferno X, e nel 
Purgat. XI. 



68 

Divisione tra i Cerchi e i Donati, e grandezza 
di Corso Donati. 

A questi allude Dante nel Inf. XIV e XYI 
del Farad. 

La gente nuova e i subiti guadagni ec 

Sarieno i Cerchi nel pivier d' Acone ec. 

Sopra la poppa che al presente è carca 
Sì che non piacque ad Ubertin Donato. 

1301. Bianchi e neri in Pistoia. I bianchi cacciano 
i neri. A ciò allude il poeta nelT Inf. XXIV 
colla predizione di Vanni Pucci poeta pistoiese: 

Apri gli orecchi al mio annunzio ed odi: 
Pistoia in pria di neri si dimagra ec- 

Carlo di Valois, chiamato in Italia da Bo- 
nifazio Vili, passa presso Pistoia nell'agosto 
di quest'anno ; e va al pontefice in Anagni , 
che r onora del titolo di conte di Bomagna, 
capitano del patrimonio, e signore della marca 
d' Ancona. 

Carlo di Valois entra in Firenze di dome- 
nica il dì 4 novembre con 1200 cavalli ; e 
va a smontare alle case de' Frescobaldi di là 
dall'Arno. Questo è quel Carlo, di cui in per- 



69 

sona di Uffo Capelo dice Dante nel XX. Purg. 

Tempo vegg' io non molto dopo ancoi, 

Che tragge un altro Carlo ancor di Francia oc. 

1301. Morte di Alberto della Scala. 

1302. 27 gennaio. Dante nella sua assenza in qua- 
lità di ambasciatore in Roma è multato dai 
suoi concittadini della somma di 800 lire, e 
condannato in esilio per sentenza di Gante 
de' Gabrielli da Gubbio, la quale fu confer- 
mata il 10 marzo di quest'anno (167). 

Si fa la pace tra i re di Napoli e di Si- 
cilia, e Andronico licenzia le milizie veterane, 
che pel corso di venti anni aveano così va- 
lorosamente difesa la Sicilia contro i francesi. 
Quindi hanno origine le compagnie propria- 
mente dette di ventura. 

Fulcieri de' Galboli, nipote di Rinieri, com- 
mette molte atrocità sopra alcuni del partito 
ghibellino. Ciò Dante fa predire a Guido del 
Duca nel XIV Purg. 

Io veggio tuo nipote che diventa 
Cacciator di quei lupi ec. 

Carlino de' Pazzi dà per tradimento ai neri 
fiorentini il castello di Piano di Trevigne in 
Valdarno. Di ciò Dante nel XXXII Inf. 

Ed aspetto Carlin che mi scagioni. 



70 
I francesi vinti nella battaglia di Courlraiy 
di cui Dante Purg. XX: 

Ma se Doagio, Guanto, Lilla, e Bruggia 
Potesser, tosto ne faiìa vendetta ec- 

Muore Giacomo re di Maiorica e di Mino- 
rica, di cui Dante nel XIX Parad. 

E parranno a ciascun l'opere sozze 
Del barba ec. 

1302. Dante in Lombardia presso Guido da Castello 
di Reggio- 

1303. Dante in Siena. Incamminatosi alla volta di 
Arezzo a Gorgonza (168), piccolo castello sog- 
getto alla detta città, riunitosi cogli altri esuli 
bianchi di Firenze, determinarono tutti in- 
sieme di fermarsi in Arezzo per raccorre un 
esercito, col quale potessero tentare il ritorno 
alla patria. Destinano loro capitano il conte 
Alessandro da Romena e dodici consiglieri, del 
numero de' quali fu il nostro Dante- Di Ales- 
sandro da Romena fa menzione nel XXX In- 
ferno: 



Ma s'io vedessi qui 



Trovavasi in Arezzo mess. Rosone de' Raf- 
(aelli da Gubbio, il quale come ghibellino era 
stato discacciato dalla patria due anni avanti, 
cioè nel mese di giugno 1300. Qui contrasse 



71 

Dante amicizia con Bosone, che gli dette ri- 
cetto (169). 

Uguccione della Faggiuola , secondo Dino 
Compagni lib. 2 pag. 50, era in questo tempo 
podestà d' Arezzo: e aderendo ai disegni del 
pontefice Bonifazio Vili, per ambizione di ve- 
dere un suo figliuolo innalzato al cardinalato, 
fece tante ingiurie ai bianchi dell' Umbria e 
della Toscana, che dovettero partirsi da detta 
città e andarsene a Forlì , dove era vicario 
della chiesa Scarpetta degli Ordelaffi (170). 

In quest' anno Roberto di Brunne tra- 
slata in versi inglesi il Mannaie de' peccati 
scritto in francese da Roberto Grossetete ve- 
scovo di Lincoln. 
1303. Muore il di 1 1 ottobre Bonifazio Vili, e nel 
22 dello stesso mese gli succede il cardinal 
Niccolò Boccasini da Trevigi, dell' ordine dei 
predicatori, col nome di Benedetto XI. 

Il 18 dicembre di quest' anno il cardinal 
Niccolò da Prato della famiglia Martini, o Al- 
bertini secondo altri, è spedito come media- 
tore fra 1 bianchi e i neri in Firenze (171). 

Morte di Bartolomeo della Scala primo fi- 
gliuolo d' Alberto. Succede Alboino secondo fi- 
gliuolo. 
1304- In giugno il cardinale, dopo essere stato a 
Prato e a Pistoia senza frutto, ritorna in Fi- 
renze; ma presto è costretto a lasciar Firenze 
in confusione senza aver fatto nulla per la 
pace. 



72 

20 luglio. Battaglia delia Lastra, luogo di- 
stante da Firenze due miglia; in cui Baschiera 
de' Tosinghi, capitano dei bianchi fuorusciti» 
per la sua poca perizia fece perdere all'eser- 
cito il frutto della vittoria. In questa batta- 
glia si trovò Dante, e pare che restasse poco 
soddisfatto de' suoi colleghi. A questa allude 
nel Paradiso XVII: e questo fu l'ultimo ten- 
tativo per ritornare nella patria (172): 

Sarà la compagnia malvagia ed empia: 

Il ponte d' Arno cade a terra rovesciato 
in una rappresentazione dei tormenti dell' in- 
ferno che si fece sopra questo fiume. A que- 
sta calamità, per cui perì una gran quantità 
di popolo, allude l'imprecazione che fa desi- 
derare da Prato e da altre città alla città di 
Firenze nel e. XXVI del Inf. 

Ma se presso al mattin del ver si sogna, 
Tu sentirai di qua da picciol tempo, 
Di quel che Prato, non ch'altri, t'agogna. 

20 luglio. Nasce il Petrarca in Arezzo. Il di 
lui padre era stato bandito due anni avanti 
da Firenze. 

Morte di Benedetto XI. 
1305. Muore Vinceslao re di Boemia, di cui Dante 
nel Purg. VII: 

Fu meglio assai che Vencislao sua figlio 
Barbuto, cui lussuria ed ozio pasce. 



73 
e nel Paradiso XIX: 

e di quel di Buemme 
Che mai valor non conobbe né volle. 

Incendio in Firenze. 

Sir Guglielmo Wallace è giustiziato in 
Londra. 

5. giugno. Elezione di Berlrando del Gotto, 
arcivescovo di Bordeaux, col nome di Cle- 
menle Y. Non essendo cardinale, non trova- 
vasi nel conclave celebrato a Perugia. 

Trasfeiì egli da Roma in Avignone la Se- 
de Apostolica , che vi si mantenne per 70 
anni circa- A ciò accenna Dante nel XXXII 
Purgat. 
1306. Dante in Padova (173). 

Guerra di Mugello (174)- 

1306- Dante in Lunigiana dal marchese Moroello 
Malaspina (175). Di ciò ci assicura Dante 
stesso nel e Vili del Purgat- 

1307- I ghibellini e i bianchi fiinno un congresso 
nella sagi-estia della chiesa abaziale di san 
Gaudenzio in Mugello , a cui intervenne 
Dante (176). 

È adoperato Dante dai Malaspini nell'ottobre 
di quest'anno per ottenere da inforno vescovo 
di Luni una pace , che lunghi odi e crudeli 
delitti avevano allontanata da quelle contrade. 

Il fanatico fra Dolcino bruciato vivo, di cui 
neir Inf. XXVIII- 



74 

Edoardo II d' Inghilterra sale al trono. 
1308- Motte di Corso Donati nemico politico di 
Dante, a cui accenna Dante nel XXIV Purg- 

Cane della Scala^ terzo figliuolo d'A/fterfo, 
è associato al fratello Alboino nella signoria 
di Verona. 

Dante in Verona presso i signori della Scala, 
di cui nel Farad- XVII. 

Roberto, protettore del Petrarca, re di Si- 
cilia; di cui nel Farad. IX: 

Mi narrò gì' inganni 
Che ricever dovea la sua semenza. 

In quest'anno muore Duns Scoto , che era 
nato circa il tempo, in cui nacque Dante. 

Morte di Alberto /, ucciso da Giovanni d' 
Austria; di cui Dante nel Purgai- VI , e nel 
Par. XIX. 

Elezione di Arrigo VII il dì 24 novembre 
di quest' anno. 

1309. Morte di Carlo II di Napoli; di cui nel Fa- 
rad. XIX: 

Vedrassi al ciotto di Gerusalemme ec. 

1310. Ordine de' Templari distrutto. A ciò allude 
il poeta nel XX. Purg. 

Porta nel tempio le cupide vele- 



75 

Giovanni di Reun, continuatore del romanzo 
della Rosa Bianca, muore circa questo tempo. 

Pier Crescenzio da Bologna scrive in latino 
il suo libro suir agricoltura. 
1311- Muore Alboino della Scala. 

Dante con sua lettera ai re d' Italia e ai 
senatori di Roma sollecita la coronazione di 
Arrigo VII. 

Con altra lettera in data del 26 aprile di 
quest'anno scrive allo stesso Arrigo, e lo prega 
a volgere le sue armi contro Firenze. 

Dante in Ravenna presso Guido da Polenta. 

Scrive lettera da Venezia a Guido da Po- 
lenta. 

Muore fra Giordano da Rivallo di Pisa do- 
menicano , autore di sermoni stimati per la 
purità della lingua. 
1312. Coronazione d' Arrigo VII in Roma il dì 29 
giugno, festa dei SS. Apostoli Pietro e Paolo, 
per ordine di Clemente V, fatta dal cardinal 
Niccolò Martini da Prato, dal cardinal Luca 
dal Fiesco genovese, e dal cardinale Arnaldo 
Pelagrù guascone- 

Roberto di Sicilia si oppone alla corona- 
zione di Arrigo VII , a cui accenna Dante 
Farad. Vili: 

E se mio frate questo antivedesse 
L' avara povertà di Catalogna 
Già fuggirla, perchè non gli offendesse. 

Alonzo, Alfonso XI, succede a Ferdinando 
di Castiglia. 



76 

Dino Compagni, storico fioientino, termina 
la storia del suo tempo. 

Muore Gaddo Gaddi pittore fiorentino. 
1313. Morte di Arrigo VII di Lucemburgo, da cui 
Dante aspettava di essere rimesso in Firenze. 
A ciò allude nel Par. XVII. e nel Purg. XXX. 

Gli succede Lodovico di Baviera. 

Dante in Casentino., o avanti o dopo Tanno 
1313, presso il conte Guido Salvatico figliuolo 
del conte Piuggieri e nipote del celebre conte 
Guido Guerra , di cui il poeta nel XVI. Inf. 
Questo Guido era de' conti Guidi. 

Vi è tradizione cbe circa questo tempo , 
perduta ogni speranza di ritornare nella pa- 
tria , Dante si ritirasse a compiere il suo 
poema nel monastero dell'ordine camaldolese 
di S. Croce di Fonie Avellana, luogo orrido 
e solitario situato nel territorio di Gubbio. 
1314. Morte di papa Clemente V, di cui parlasi 
neir Inferno XIX e nel Paradiso XXVIl. 

Morte di Filippo IV re di Francia, di cui 
nel Purg. VII, e nel Parad. X/X. 

Succede Lodovico X- 

Muore Ferdinando IV di Spagna , di cui 
nel XIX del Parad. 
1315- Lodovico X di Francia sposa Clemenza so- 
rella di Carlo Martello d' Ungheria amico di 
Dante; di cui nel Parad. IX: 

Dappoiché Carlo tuo, bella Clemenza. 



77 
1311. Dante in Ravenna presso Guido da Polenta. 
131-i. A Fonte Avellana. 
1316. Nomina di Guido Novello figliuolo d'Ostasio e 

Ostasio figliuolo di Bernardino, dopo la morte 

di Lamberto in Ravenna. 

1318. Dante di nuovo in Verona. 

1319. Dante presso Pafjano della Torre in Udine. 

1320. Dante di nuovo in Ravenna. 

1321. Dante andato a Venezia per Guido Nowllo è 
di ritorno in Ravenna. 

1328. Reminiscenze del poeta in un passo dd canto 
celebre del Farad. XXVII: i cui virsi ac- 
cennano apertamente a Giovanni IXIl , e 
non a Bonifazio Vili , come crede la co- 
mune degli spositori ; a Giovanni XiU, che 
vacante imperio assunse il titolo d' impera- 
tore, e da molti audaci, e princiialmente da 
Lodovico di Baviera, era stato dchiarato il- 
legittimo papa. 

1828. Quanto a Carlo Martello , ai d lui figli , e 
allo stato politico d'Italia del 32S e 1329, 
credo aver dimostrato a sufficienza nella mia 
lezione XI, stampata in Napoli pfi' Gaetano 
Nobile, che Dante fioriva ancora n quell' e- 
poca. 

1328. E più ancora si dimostra nello stesso di- 
scorso , che Dante non può essre mancato 
ai vivi prima del 1328, dall' alto passo: 

beata Ungheria , se non si lacia 
Più malmenare, e beata Navtra 
Se s' armasse del monte che a fascia! 



78 
1328- Che Dante sia mancato ai vivi non prima di 
quest' anno si dimostra non meno in quel 
discorso, che nell'altro inserito in questo gior- 
nale, sulla sospetta autenticità della vita del 
Boccaccio , che preghiamo i lettori di con- 
sultare. 

Lettore, giovali di queste mie fatiche, sta 
sano, e vivi felice. 

Prof. Filippo Mercuri 



79 * 
NOTE 



(1) Istorie del regno di Napoli. 

(2) Vita Innocentii III. Scriptores rer. italic. t. 3 
p. 1. p. 480. 

(3) In can. 21, e 22. Concil. Labbei ; Rayn. 
1215. §. 1- p. 219. 

(4) Vedi istorici fiorentini- 

(5) Vedi Divina commedia. 

(6) Idem. 

(7) Storie dei pontefici. 

(8) Vedi annali ecclesiastici. 

(9) Galvano Flam. Manip. fior e. 264. p. 671 
e t. XI. — Ann. Mediolan^ e. 5, t. XIII. p. 644. 
— Corio p. II. p. 97. b. - Pelri de Vineis 1. III. 
e. 26. p. 439. 

(10) Chron. Richardi de S. Germano p. 1034. 

(11) Raijnal. Annal. eccles. ad annurn 1235. §• 9. 
p. 423. — Vita anonim. Gregorii IX e- 581, t. Ili 
Rer. ital- 

(12) Richardi de s. Germano chron. p. 1036. — 

(13) Federico scrisse al clero di Sicilia deplo- 
rando la morte di suo figliuolo, e raccomandandolo 
alle loro preghiere. « Per acerbo che sia il dolore^ 
egli dice, cagionato ai padri dalle trasgressioni dei fi- 
gliuoli, punto non iscema quello ancora piìi acerbo 
che fa provare la natura, allorché si perdono. » Pe- 
tri de Vineis, Epist. 1. 1. v- e 1. p. 543. 



80 

(14) Rolandini De faclis in march. Tarvis, 1. II. e. 
6. p. 186- 

(i5) Riferito da Gerardo Maurisio, che V aveva 
ottenuto egli medesimo p- 35- 

(16) Rolandini l. IH. e. 8. p. 205. — Vita 
com. Riciardi de s. Bonifalio. p. 125. — Parisius 
de Cerreto Cliron. Veronense p. 624. 

(17) Rolandini l III- e. 9. p. 207. 

(18) Gerardus Maurisius, p. 44, e 45. — Ant. 
Godius, Civ. Vicent- p. 82. Mon. Pater, p. 675. — 
Rolandini p. 207- 

(19) Rolandini 1. ili. e. II. e 16- p. 209. e 213. 

(20) Rolandini 1. IV. e. 1, p- 215. 

(21) Rolandini 1. IV. e 4. o- 218- Può ancora 
leggersi intorno allo stabilimento della tirannia Ge- 
rardo Maurisio, creatura del tiranno, che termina la 
sua storia a quest' epoca p. 47. — 50. Come pure 
Lorenzo de' Monaci, Ezelinus lil p. 146: ma questo 
non fece che copiare il Rolandino. Ezzelino III era 
capo del partito ghibellino, e dichiarato nemico per- 
ciò della corte di Roma, la quale favoriva, come 
ognun sa , la parte contraria : fu bensì di ca- 
rattere feroce e che non guardava troppo mi- 
nutamente se i mezzi che impiegava per giungere 
a' suoi fini fossero sempre onesti, ma non in ogni 
parte così scellerato uomo, quale ci viene rappre- 
sentato dallo storico Rolandino, e da altri scrit- 
tori affatto ligi alla parte. A chi non è nota l'ac- 
curata storia che della famiglia degli Ezzelini 
da Romano, corredata di vari documenti , pub- 
blicò r abate Verci , non dispiaccia di vedere 



81 
accennate le ragioni che ci devono rendere circos- 
petti nel prestar tutta fede agli storici guelfi. Era 
troppo facile cosa che in un tempo, in cui due contra- 
rie fazioni avevano divise tutte le città di Lombardia, 
anche le storie dettate da scrittori contemporanei 
si risentissero della parzialità dell' autore. Il Mura- 
tori, che più d' ogni altro dovea conoscere i vizi 
delle cronache italiane, osserva ne' suoi annali al- 
l' anno 1258 , che in particolare gli storici guelfi 
alterarono la verità secondo la passione che li do- 
minò. Bastava a costoro che Ezzelino si rendesse col- 
pevole di qualche clamorosa esecuzione capitale per 
rappresentarlo il più crudele tiranno che mai esi- 
stesse, senza farsi carico dei motivi che potevano 
averlo determinato ad infierire contro i suoi ne- 
mici, e senza contrapporre ai suoi delitti le sue virtù. 
L' autore della cronaca piacentina, confessando la 
sua crudeltà , ne trova 1' origine nei tradimenti de' 
suoi sudditi. Propler multas proditiones qnas invenit 
in siibdilis sìiis, et alias quas acriter puniebat, dicilur 
ipsiim fuisse tyrannum saevum el crudelissimum. 
Script, rer. ilal. XVI pag. 470. « Del rimanente fu 
» Ezzelino sempre fiero contro i nemici, ma verso gli 
» amici affabile, mansueto e benigno, nelle promessa 
» fedele, ne' proponimenti stabile e costante, ma- 
» turo nel discorso, ne' consigli prudente, in ogni 
» più arduo affare saggio e circospetto, e finalmen- 
») te in tutte le sue azioni compariva un egregio 
» e nobile cavaliere- » Tale è il carattere che ci 
lasciò di Ezzelino non uno storico ghibellino , ma 
Pietro Gerardo, monaco padovano, del partito gucl- 
G.A.T.CLI. 6 



82 
fo, da cui non dissentono il Godi e Galvano Fiamma^ 
che pure Io maltrattarono quanto seppero. 

E venendo agli storici delle seguenti genera- 
zioni, Giovanni Basilio lo dice perilissimtis rei mili- 
laris fttit et virliUe et prudentia singulari : il Bo- 
logni: Ezelinns innumembilia quoque virtnlis exempla 
praestitil: e l'accuratissimo Bonifazio nella sua sto- 
ria trivigiana asserì « essere degno Ezzelino per le 
Bue crudeltà di gran biasimo, ma che fu uomo chia- 
rissimo per la cognizione dell'arte militare, e meri- 
ta d'essere ricordato come grande e valoroso prin- 
cipe.» 11 Brunacci nella storia ms. della chiesa di 
Padova , ed il canonico Avogaro nella nuova rac- 
colta d'opuscoli t. X p. 179, rivendicarono dotta- 
mente Ezzelino dalle ingiuste imputazioni de' suoi 
nemici; dietro ai quali ne fece una ben ragionata apo- 
logia nel 1. VI della storia della famiglia da Romano 
r ab. Verci. 1 suoi dotti apologisti distinguono le 
sue azioni in due epoche , avanti la presa di Pa- 
dova, e dopo ; e lo dimostrano nella prima epoca, 
cioè fino all'età di 43 anni, assai meno feroce, che 
nella seconda, quando esacerbato dalle continue con- 
giure e dalle invettive che contro di lui si facevano 
anche in pergamo diventò assai più crudele , che 
prima non era. 

Altronde se vorremo con occhio imparziale esa- 
minare i modi tenuti dagli altri signori e dalle rC' 
pubbliche di quei temj»i contro i nemici, non ac- 
cuseremo di enormi crudeltà il solo Ezzelino. Lo sto- 
rico Rolandino, tanto parzile degli Estensi, raccon- 
ta che quando il marchese Azzo prese dopo kmgo 
assedio il castello della Fratta, furono messi a fìl di 



83 
spada uomini, donne, piccoli e grandi in modo, che 
quei miseri abitanti furono tutti disfatti. Leggasi la 
sentenza decretata nel maggior consiglio della città 
di Treviso contro di Alberico da Romano fratello 
di Ezzelino, e contro la di lui moglie e figli, in forza 
della quale quel!' infelice signore fu barbaramente 
ucciso, dopo avergli scannati in sugli occhi ad uno 
ad uno la consorte e sei figli, tra i quali uno an- 
cora in fasce; e poi si dica se Ezzelino fu il più cru- 
dele di tutti gli uomini. 

(22) Rolandino 1. IV. e. 4. p. 218. — Ricciardi, 
comitis Bonifacii vita, p. 130. 

(23) Pelri de Yineis Epist. 1. II. e 1. p. 250. 

— Murat. Antiquit. med- aevi dissert. XXVI t- li. 
p. 491. 

(24) Intorno a questa parte della storia di Mi- 
lano e della lega lombarda sono da consultarsi 
Gahan. Fiamma, Manip. Fior. e. 269, 270. p. 673. 

— Annal. mediol t. XVI. e. 8. p. 645. — Jacob. 
Malvecius. Chron. Brixian. e. 125. pag. 409. — Que- 
sti è breve e poco soddisfacente. — Chron- Parmen. 
t. IX. p. 767- — Monach. Chron. t. Vili. p. 677. 

— Nulla trovasi nel Chron- Placentin-, benché la 
città di Piacenza avesse molta parte in questa guer- 
ra- t. XVi- p. 593. — Campi, Cremona fedele 1. II. 
p. 52. — Corio, Delle istorie di Milano p. Il- p. 98 

— Conte Giulini, Memorie della città e campagna 
di Milano t. VIU. |. 1|, p. 515. —525. 

(25) Jacobiis Malvecius in Chron. distinct. Vili, 
e. 128. t. XIV. p. 911. 

(26) La bolla di scomunica viene riportata ed 
illustrata negli Ann. eccl. Raipialdi 1239. p. 475. 



84 

(27) Rolandino li IV. e. 13. p. 229. 

(28) In settembre del 1039. Rolandino lib. IV. 
e. 15. p. 232. 

(29) L' isola di Sardegna dominata dai mori era 
stata conquistata dai pisani, e le sue provincie fu- 
rono divise tra i gentiluomini di Pisa, i Gherardeschi, 
i Sardi, i Gaielani, i Ghmondi e i Visconti- Dopo tale 
epoca le cronache di Pisa sono inesatte ed oscui-e, e 
niun lume ci somminislano le sarde. I gentiluomini 
pisani stabiliti noli' isola rinunciarono presso che tutti 
il nome del loro casato pei* prendere quello della 
propria giudicatuia: lo che rende assai difficile il dis- 
tinguere gli uni dagli altri. I papi accordarono a vi- 
cenda protezione ai più deboli di questi signori, e pre- 
sero quindi un diritto di supiemo dominio su tutta ri- 
sola. Perciò Innocenzo ///l'anno 1206 volle che i pisa- 
ni rinunciassero ai diritti e ai titoli che avevano sopra 
la Sardegna, e fece sposare l'erede di Gallura ad uno 
dei suoi cugini; Raynaldi Ann. 1206 e 26 p. 149. Tra i 
cittadini, che si opposero con maggior fermezza alla 
domanda del papa, si notarono i Visconti, nobile fa- 
miglia pisana, che nulla aveva di comune con quella 
di Milano. Morto Innocenzo, due fratelli di questa fa- 
miglia, Lamberto ed Ubaldo, armarono a proprie spese 
alcune galere e mossero guerra ai piccoli signori(1218) 
eh' eransi dichiarati feudatari della santa sede, e ri- 
cuperai'ono così varie signorie che pretendevano di loro 
pertinenza. In tempo di questa guerra, che si prolungò 
almeno diciotto anni, Lamberto morì, ed Ubaldo ri- 
maso solo chiese in ispusa Adelaide marchesana di 



85 
Massa ed evede della giudicatura di Gallura e delle 
Torrij che egli reclamava come dominii di sua per- 
tinenza e che ornai aveva quasi interamente ricon- 
quistati. Gregorio IX, eh' era parente d' Innocenzo 
III, e perciò ancora della erede di Gallura , ap- 
provò questo maritaggio che rendeva la pace alla 
Sai'degna , ed assodava le ragioni della chiesa so- 
pra quest' isola. Ubaldo fu assoluto dalle censure, ed 
in contraccambio egli riconobbe la sovranità del papa 
sulla Sardegna, ed abiurò quella di Pisa. Ma poiché 
a Pisa si ebbe sentore di questo trattato tanto pregiu- 
dicevole alla repubblica, gi'andissimo fu il romore. 
I conti della Gherardesca fui'ono i piimi a protestare 
contro la defezione di Ubaldo , e tutto il casato 
de' Visconti si credè obbligato a sostenere il ca- 
po ; e perchè questo capo avea contratto alleanza 
col papa, abbracciò in corpo le parti delle chiesa, 
mentre i Gherardeschi si strinsero sempre più a 
quelle dell', impero. L' opposizione fra il titolo di 
Conti e il nome di Visconti, che distingueva le due 
ftìmiglie rivali, passò alle due fazioni. Quindi in Pisa 
chiamaronsi i ghibellini la parte dei Conti, e i guelfi 
quella dei Visconti. L' uno partito e 1' altro presero 
le armi e si fecero un' accanita guerra, finche la pre- 
senza di Federigo ristabilì la pace. 

(30) Gl'italiani chiamarono questo principe En- 
rico. Probabilmente il suo nome era leanne o sia 
Giovanni. 

(31) Flaminio del Borgo, dissert. IV dell' istoria 
pisana p. 178. — 185, 

(32) Parte di questo diploma viene riferito da 



86 
Giorgio Giulini^ Memorie della campagna di Milano 
L. 11. t. VII. p. 529. 

(33) Bolandino 1. V. ci. p. 233- Chronicon 
parvuin ferraiien. t. Vili. p. 484. 

(34) Pare che allora il papa soggiornasse nel pa- 
lazzo di Laterano , lontano piiì di tre miglia dal 
Vaticano. 

(35) Continuatio Cassaio annal. genuensium Bar^ 
thol. Scribae 1. IV. p. 485. e segg. 

(3G) Raynaldi ann. 1241. § 54. p. 509.— Cav. 
Flaminio del Borgo, dissert. IV. p, 206, Con molte 
scritture originali. — Barihol. Scribae contin, Caffari 
annal. genuens. P. VI. p. 485. — Cronache di Pisa 
di B. Masagoni, Supph ad script, rer- hai. t.\.p. 
499. — Pelri de Vineis, Epislolae 1. 1. e. v. p. 
125. — Bicordano Malespini, Istoria fiorentina e. 178 
p. 962. — Paolo Tranci, Annali pisani p. 140. 

(37) Una vita di questo pontefice fu scritta da 
un anonimo , e conservata tra quelle del cardinal 
d' Aragona. Script. Ber- hai. t. III. p. 575. Non è 
però cosa di gran valore istorico. 

(38) Raynaldi 1241. §. 85. p. 514, e 1252, §. 4. 
p- 515. — Matthaeus Parisius, Histor. Angliae ann. 
1242. p. 518. 

(39) La casa della Torre di Milano si crede es- 
sere un ramo di quella di Latouor d' Auvergne. 
Ma i suoi genealogisti non ^si appagarono di tale 
origine. Gli annali di Milano fanno rimonture 
i Della Torre ai tempi di Sant' Ambrogio . // 



87 
Cono li fa discendere da un bastardo di Ettore chia- 
mato Franco- Finalmente un monaco, che non vo- 
leva essere soverchiato, affercna che ascende in linea 
retta da Pagano fino ad Adamo- Presso il GiuUni 
p. Sii. 

(40) Ricordano Malespini , Istorie Fiorentina e. 
132. p. 964. — Galvans Fiamma, Manip. Fior e. 276. 
p 648. — Raynaldns ad ann. 1243. §. V2 p. 523. 
— Flaminio del Borgo dissert. IV. 

(41) Nicolai de Curbio, postea episcopi assisanaten- 
siSf vita Innocentii IV. Script, rer. ital. t. Ili, cap. 
//. p. 592. 

(42) Il trattato viene riferito da Matteo Paris, 
Historia Anglica ad ann- 1244, e. 554, e da Ode- 
rico Raijnaldi ad ann. 1244. §. 24. — 29. 530. 

A quest' epoca Riccardo di S. Germano ter- 
mina la sua storia. — Questo scrittore coetaneo in- 
dica mese per mese colla più scrupolosa esattezza 
e sufficiente imparzialità gli avvenimenti del regno 
delle due Sicilie. 

(43) Matthaeus Parisius Hist. Angliae ad ann- 
1244. p. 560, e presso Raynaldi. — Nicolaus de Cnr* 
hio §. 13. e 14. p. 292. Y. in vita Innocentii IV. 
Niccola di Curbio era confessore e cappellano del 
papa e lo accompagnò nella fuga. — Barthol. Scriba, 
Ann. gemiens. I. VI. p- 504- — Flaminio del Borgo 
dissert. della storia pisana d. 242. e segg. Questa 
scrittore producendo manoscritti fino allora scono- 
sciuti, ed attentamente esaminando le lettere di Pie- 
tro delle Vigae, sparse molta luce e rese interessan- 
tissimo questo tratto di storia. 



88 

(44) Lettere di convocazione presso Raynald. 
Ann. eccl. 1255. §. 1. p. 535. 

(45) Matthaeus Parisius, Hist. Angliae ad ann. p. 
590. — Raynald. ad ann. §. 27- e 28. p. 540. — 

(46) Nata a Lione il 17 di luglio 1' anno IH 
d' Innocenzo IV, 

(47) Chronic. Parmens. Script, rer. ital. t. IX. p. 
764. — Memoriale potest. regiens- 1. Vili, p 1117. 
— Annales veteres mutinens. t. IX. p. 62. 

(48) Diurnali di Matteo Spinelli di Giovenazzo 
t. VII. p. 1073. 

(49) Pelvi de Vineis, Epistolae 1. II. e. 10. p. 
278. 

(50) Matth. Paris, Hist. angl. ad ann. 1275. 
pag. 662. 

(51) Mallh. Paris pag. 662 — L'istoria di Pie- 
tro delle Vigne è assai scura e piena di contraddi- 
zioni. Non intendo io parlare solamente delle favole 
narrate da Trilemio nel suo Cronic. Hirsang. ad 
ann. 1229 , e ripetute da altri molti ; ma ancora 
de' moderni scrittori e de' più acuti critici. Ved 
Ricordano Malespini , Storie fìorent. 1. 131. p 
964- — Giovanni Villani, Istorie lib. VI. e 22- p 
169- — F. Francisci Pipini, Chr. t. IX. e. 39. p 
660. Benvenuto da Imola, Coment. Anlich. Ital 1. 1 
P' 1051. — Flamin- del Borgo dissert. dell'istoria 
pisana 1. IV; §. 2. p. 252. — Questi riporta un ma- 
noscritto dell' ospedale di Pisa, stando al quale Pie- 
tro delle Vigne sarebbe morto in Pisa e sepolto 
nella chiesa di S. Andrea. 



89 
Pietro delle Vigne era nato a Capua del tutto 
povero. La passione per lo studio lo avea condot- 
to all' università di Bologna, ov' era costretto di an- 
dare elemosinando per vivere, sebbene desse prove 
di meravigliosi talenti nello studio delle leggi, del- 
l' eloquenza, della poesia. Condotto accidentalmente 
innanzi a Federigo, ebbe la fortuna di meritarsi in 
modo la sua stima, che lo tenne in corte, facen- 
dolo a bella prima suo segretario, in appresso giu- 
dice, consigliere, protonotaro, e partecipe di tutti i 
suoi segreti. Pietro^ delle Vigne avea una maravi- 
gliosa arte nello scriver lettere, aggiungendo ad una 
nobile e dignitosa eloquenza una certa qual forza di 
ragionamento che convince e persuade. Perciò verun 
principe, avanti che s'inventassero la stampa ed i gior- 
nali, aveva come Federigo fatto tanto capitale del- 
l'illusione delle scritture, ne provocato colle sue let- 
tere sopra le proprie azioni la pubblica opinione- 
Si valse inoltre 1' accorto principe dell' inge- 
gno di Pietro per riformare le leggi del regno e 
per rianimare lo studio delle scienze e delle lettere; 
lo incaricò di giustificare la propria condotta in- 
nanzi al popolo di Padova contro la sentenza di sco- 
munica pubblicata contro di lui , lo mandò più 
volte suo deputato al papa, e per ultimo l'incaricò di 
trattare la sua causa innanzi al concilio di Lione. 
Nella quale ultima occasione parve che Pietro mal 
rispondesse all' antica sua riputazione , conservando 
un misterioso silenzio, mentre Taddeo da Siiessa dife- 
se caldamente il suo sovrano: ma il fatto è che Pie- 
tro conobbe i prelati adunati al concilio di Lione esse- 
re devoti del Papa, e non voleva trattare innanzi a lo- 



90 

l'o la causa di Federigo contro il papa che presie- 
deva. Se ne accorse , ma troppo tardi , anche lo 
Suessa. 

Certo è, che dopo tale opera Pietro delle 
Vigne non ebbe forss più V intera confidenza di 
Federigo, non trovandolo adoperato in veruna im- 
portante occasione ; né meno nello scriver lettere 
a nome del sovrano; anzi una ne troviamo diretta 
al medesimo per accertarlo della propria innocenza. 
Petri de Vineis, Epistolae I. Ili. e. 2 p. 391.— Ben- 
venuto da Imola, parlando di altre lettere nelle quali 
Pietro si chiama colpevole , dice che queste sono 
false. Excerpta in Comoed. Dantis ap. Murai- Antiqu. 
Ilal. T. 1. p. 1051. Sismondi crede probabile che 
senza abbandonare la corte, non vi avesse più quel- 
l'opinione, che gli avea dato la confidenza de Iso- 
vrano, e che soltanto tre anni dopo cedesse a sub- 
dole istigazioni , oppure che i suoi nemici si ap- 
profittassero di qualche apparenza per farlo credere 
a Federigo, quantunque non avesse ceduto. Ecco 
come racconta il fatto Matteo Paris. 

Federigo giaceva infermo , quando Pietro gli 
si presentò col medico, eh' egli avea guadagnato , 
il quale gli offrì, come medicina, una bevanda av- 
velenata. Il principe nell'atto di accostare il nappo 
alla bocca, disse ai traditori: Io credo, che voi vo- 
gliate darmi veleno. Pietro, turbato a un tempo e 
sorpreso , si dolse d' un dubbio che faceva torto 
alla sua lealtà , chiamandosene altamente offeso. 
Ma Federigo , rivolgendosi in atto minaccioso al 
medico , gli porse il calice ordinandogli di berne 



91 

la metà. Il medico sbigottito finse d' inciampare , 
e lasciò cadere il calice in terra: ma Federigot fatto 
raccogliere quanto si poteva della sospetta bevanda, 
la fece dare ad un condannato a pena capitale, che 
mori air istante. Avute così evidenti prove del de- 
litto, r imperatore ordinò che il medico perdesse 
la vita sul palco , e che Pietro delle Vigne fosse 
abbacinato; ma questi diede del capo contro il muro 
con tanta violenza, che si spaccò il cranio e mori 
dopo pochi istanti. Matteo Paris è il solo storico 
contemporaneo che parli circostanziatamente della 
morte di quest' uomo straordinario; ed è fedelmente 
seguito dal Sismpndi. Ma io non devo lasciar di 
osservare che nel secolo decimoquarto credevasi 
comunemente che Pietro fosse stato vittima della 
calunnia: e che il racconto di Matteo Paris, se fosse 
vero, distruggerebbe la supposizione del Sismondi. 
Se da tre anni Pietro non godeva piiì dell' intera 
confidenza del principe, come sarebbe stato scelto 
per presentargli, unitamente al medico, la bevanda 
avvelenata? Per imputargli questo orribile attentato 
conviene supporlo nell'intima confidenza di Federigo- 
Mai conviene di più dare a Pietro delle Vigne ca- 
rattere, opinioni, inclinazioni affatto diverse da quelle 
costantemente seguite in tutto il corso della glo- 
riosa sua vita polìtica ; lo che non deve supporsi 
col solo appoggio di memorie tanto incerte ed 
oscure. 

(52) Petri de Vineis, Epistolae, 1- I. e- 1. p. 87, 
e e. 3 p. 98. Senza decidere se queste lettere siano 
o no di Pietro delle Vigne, osserverò soltanto che 
tutte le lettere di Federigo, scritte anche dopo la 



92 
morte del suo segretario, furono comprese in que- 
sta raccolta. 

(53) Barlholomaei Scribae, Conlinuat. Caffari ann. 
genuens. 1. VI. an. 1248. , t. VI. p. 515. — Ray- 
naldu Ann. eccl. an. 1246, § 24, p- 558— Idenn, 
anni 1249, § 14., p. 592. — Mallh. Paris, Hisl. angl 
anni 1249, p. 665. 

(54) Lettera del papa del 10 giugno ann. 3 , 
presso il Rainaldi all'anno 1246, § 20, p. 557.— 
Barlhol. Scribae, Ann. genuens. p. 511. 

(55) Chron. Parmense t. IX, p. 770. 

(56) L' assedio di Parma viene circostanziata- 
mente descritto nella cronica parmigiana, t. IX p. 
770 e seg. Vedasi inoltre Rolandino h V-, e- 21. 
p. 248.— Chron. veron. t. Vili. p. 634.— Mona^ 
chi Patav. chron. p. 683. — Chron. Placenl. t. XVI. 
p. 464. — Memoriale polestal. regiens. t. Vili. p. 
1115. — Nicolai de Curbio, Vita Innocent. IV § 26 
p. 592. — Ghirardacci, Storia di Bologna, 1. VI. p. 
169. 

(57) La lettera credenziale di Federigo d' An- 
tiochia ai fiorentini è posta nel lib. III e. 9. p. 
404 di quelle di Pietro delle Vigne. 

(58) Ricordano Malespini, e. 137 e 139, p. 967, 
quasi copiato ad litteram da Giovanni Villani nel 
lib. VI e. 33 e 35 p. \1 9.— Machiavelli , Storie 
fiorentine. — Leonardo Aretino, Storie fiorentine. 

(59) Registro nuovo di Bologna, fogl. 20 presso 
Ghirardacci 1. VI. pag. 172. 

(60) Caroli Sigonii, Uistoria Bonon. Opera omnia 
'edit. Palai. Mediol. 1773, 6 voi. infoi- t. HI 1- VI 

p. 273.— 283. Di qui ha preso il Ghirardacci quasi 



93 
tutte le particolarità della battaglia. Sigonii, De re- 
gno Italiae t. II., 1. XXVIII., p. 999.— 1005. — 
Ghirardacci, Storia di Bologna t. VI., p. 171.- 178. - 
Fra Bartolomeo della Pugliola Cronaca di Bologna 
t. XVIII. p. 264.— Matthaei de Griffonibiis, Memo- 
riale historicum de rebus bononiens. t. XVIII. , p. 
113. — Campì, Cremona fedele 1. II. p. 57. — Me- 
morial. potest. regien. t. Vili., p. 1116. — Bicobaldi 
Ferrar. Hist. imper. t. IX., p. 131. — Chronic. 
Francisci Pipini t. IX. e. 35. p. 657. — Chron. Par- 
men. t. IX. p. 775. — Annal. Vet. Mutin. t- XI., 
p. 63. 

(61) Abbiamo una lettera di Federigo ai bolo- 
gnesi, colla quale ricordando le vicende della for- 
tuna, chiede loro suo figlio, e li nninaccia in caso 
di rifiuto di tutto il suo sdegno. Pelri de Vineis 
1. Il: e. 34. p. 314. 

(62) Ghirardacci, Storia di Bologna]. VI. p. 176. 
Questa è la guerra che forma l'argomento del poe- 
ma eroicomico d' Alessandro Tassoni, la Secchia 
rapita. 

(63) Un apologo incautamente raccontato nel 
pubblico palazzo, ed applicato ad Ezzelino^ fu un 
delitto espiato colla morte non solo del suo primo 
autore, ma di tutti coloro che si suppose averlo 
applaudito. Eran essi dodici, e le loro consorti , ì 
fratelli, i figli, quantunque fanciulli , furono tutti 
imprigionali. 

Accipilrem milvi pulsurum bella columbae 
Accipinnl regem; rex magis hosle nocet. 

Jncipiunl de rcge queri, quia ^anius esset 
Milvi bella pati, quam sine marte moii. 



94 

(64) Petri de Vineis 1. Ili epist. 22, 23, 24. 
p. 431. e seg. 

(65) Matth. PariSj Hist. Angl. ad ann. 1249. 
p. 663. 

(66) Per dare una più compiuta idea di questo 
prìncipe trascriverò ciò che ne dissero due storici 
della susseguente generazione, l'uno de' quali Gio- 
vanni Villani, fiorentino, fu un zelante guelfo : l'al- 
tro Nicolò di Jamsilla , napoletano , uno de' più 
caldi ghibellini. » Federigo, dice Villani, fu un uo- 
mo di gran valore e di grande affare , savio di 
scrittura e di senno naturale , universale in tutte 
le cose, seppe la lingua latina, e la nostra volgare, 
e tedesco, francese, greco e saracinesco: e di tutte 
virtù copioso, largo e cortese in donare e savio in 
arme, e fu molto temuto. Fu dissoluto in lussuria 
in più guise e tenea molte concubine e mamme- 
luchi a guisa de' saracini, ed in tutti i delitti cor- 
porali si volle abbandonare, e quasi vita epicurea 
tenne, non facendo conto che mai altra vita -fòsse; 
e questa fu principale cagione , perchè egli venne 
nemico di santa chiesa e dei cherici ec. » 

« Federigo, scrive Giacomo di Jamsilla , fu 
un uomo di gran cuore: ma la somma sua sapienza 
ne temperava la magnanimità, di modo che le sue 
azioni non procedevano giammai da impetuosa pas- 
sione, ma da maturità di giudizio ... Amò la filo- 
sofia, di cui fu studioso, e la propagò nei suoi stati. 
Prima ch'egli regnasse , sarebbesi a stento trovato 
nelle Sicilie un letterato: ma egli aprì nel suo re- 
gno scuole per le scienze e per le arti liberali , 
chiamando con {splendidi premi da tutte le parti 



95 

del mondo i più rinomati professori. Né a questi 
soli accordava liberali assegnamenti; ma prendeva 
dal proprio tesoro di che pagare il mantenimento 
de' poveri scolari, affinchè niun' uomo, di qualun- 
que condizione si fosse, venisse da povertà costretto 
a lasciare Io studio della filosofia. Diede egli me- 
desimo non dubbie prove dei suoi studi letterari 
rivolti principalmente alla storia naturale , avendo 
scritto un libro della natura e della cura degli uc- 
celli. Amò la giustizia e la rispettò talmente , che 
tutti i suoi sudditi potevano liberamente piatire con- 
tro di lui, senza che il suo rango gli desse alcun 
vantaggio presso ai tribunali, o che qualunque av- 
vocato facesse difficoltà di patrocinare contro l'im- 
peratore i suoi sudditi. Ma malgrado tanto amore 
per la giustizia, non lasciava di temperarne talvolta 
il rigore colla clemenza. 

(67) Giovanni Villani, Storie fiorentine l.VI. e. 70, 
p. 202. « In quel tempo, dice il Villani, i cittadini 
di Firenze vivean sobri, e di grosse vivande, e con 
picciole spese e di molti costumi grossi e rudi, e 
di grossi drappi vestivano le loro donne ; e molti 
portavano le pelli scoperte senza panno, con berrette 
in capo , e tutti con usatti in piede; e le donne 
fioientine senza ornamenti; e passavasi la maggior 
donna d'una gonnella assai stretta di grosso scar- 
latto, cinta ivi su d' uno scheggiale all'antica, ed un 
mantello foderato di vaio col tassello di sopra e por- 
tavanlo in capo: e le donne della comune foggia 
vestivano d'uno grosso verde di cambrasio per lo 
simile modo; ed usavano di dare in dote cento lire 
la comune gente; e quelle che davano alla maggio- 



96 
ranza ducente, o insino in trecento lire, era te- 
nuta senza modo gran dota: e la maggior parte 
delle pulzelle, che n'andavano a marito, avevano 
venti anni o piiì. E di così fatto abito e costu- 
me e grosso modo erano allora i fiorentini con 
loro leale animo, e tra loro fedeli; e molto vo- 
leano vedere lealmente trattare le cose del comune; e 
con la loro così grossa e povera vita piii vertuose 
cose ed onori recavano a casa loro, che non si fa 
ugualmente oggi a' nostri tenipi che più morbida- 
mente viviamo 

(68) Gio. Villani IVI. e. 39. p. 181.— «/cor- 
dano Malespini , e. 141. pag. 971. — Machiavelli, 
Istorie fiorentine 1. II. , p- 96 — Leonardo Aretino 
1. Il, traduzione dell' Acciaiuoli p. 35. 

(69) Gio. Villani l VI. e. 42- p. 184. 

(70) Innoc. IV, Epist. 1. Vili. ep. 1, apud Bay- 
nald. ad ann. 1251. § 3. p. 604. Epist. 148. ibid. 
§ 41. p. 612. 

(71) Caffari, Continuat. 1. VI ann. genuen. p. 
518. — Cav. Flam. del Borgo 1. V dell' istoria pi- 
sana § 5. p. 282. 

(72) Nicolaus de Curbio, Vita Innoc. IV, t. III. 
p. 1. § 30. p. 592. 1. — Galvan. Flammae, Manip. 
Fior. § 285. p. 681. — Corio, Slor. di Milano p. II 
p. 100. — Giorgio Giulini, Memorie della campagna 
di Milano t. VÌlI., 1. LUI. p. 52. — Annal. anon. 
mediol. t. XVI. cap. 24. 26- p. 647 script, rer. Ita!. 

(73) Idem. 

(74) Idem. 

(75) Jacobi Malveciiy Chr. Brix. Dist. Vili. e. 4. 
t. XIV. p. nO.~ Nicolai de Cnrbio, Vita Innoc. IV, 
30. 592. 



97 

(76) Monac. Patav. in chron. p. 685. 

(77) Flaminio del Borgo, Diss. V dell' isloiia 
pisana p. 285. 

(78) Diurnali di Malico Spinelli da Giovenazzo 
t. VII. p. 1064. 

(79) Ibid. 

(80) Ibid. 

(81) Nicolai de Jamsilla l. VII. j)- 505 e 506. 

(81) Ibid. 

(82) Ibid. 

(83) Nicolai de Curbio, Vita Innóc. IV § 31. 
p. 592. 

(84) Dice Malico Paris che in tempo delle ne- 
goziazioni, Corrado fu avvelenato e che a stento sì 
sottrasse alla morte. Ann. 1252. p. 725. 

(85) Malihaei Spinelli, Dìurnal. p. 1071.- Sabas 
Malaspina Hist. sicula 1- I- e. 3. p. 789 — Barihol. 
de Neocaslro, HisL sicula- e- 1. t- XIII. p. 1016. 

(86) Ibid. 

(87) Ibid. 

(88) Nicolans de Curbio, Vit- Innocent. IV § 31. 
p. 5d2.— Raynald. 1253, § 2-5. p- 623- 625. 

' (89) Malthaei Paris, Hist. Angl. (Continuatio) ad 
ann. 1253, 1255. p. 671. — Malico Paris si era 
proposto di por fine alla sua storia coll'anno 1250; 
onde terminando il venticinquesimo mezzo secolo, 
ricapitola gli avvenimenti degli ultimi cinquant'anni, 
e chiude le sue osservazioni con una specie di epi- 
logo, p. 697. A fronte di ciò io penso che lo stesso 
Paris sia il continuatore della storia. 

(90) Ibid. 
G.AT. GLI. 7 



98 

(91) Ibid. ann. 1254, p. 765.— Lettera di Cor- 
rado In additamentis ad Mallh. Paris p- 1113. 

(92) Ibid. p. 767. 

(93) 11 21 maggio 1254. Nicol, de Jamsilla 
hist. t. Vili. p. 507. 

(94) Schmidt, Storia degli Alemanni 1. VI. e. 10. 
t. 111. p. 588 Io dice margravio d' Hocherg ; ma 
tutti gli italiani lo dicano d' Oenburgo. 

(95) Barthol. de Neocastro Hist. sicul- t- Xlll. 
p. 1016 — Bicord. Malaspìna. Ist- fiorent. e- 143- 
p. lU.— Raijnaìd. Ann- eccl- 1254- §42. p. 644— 
Sabas Malaspina^ Hist. siciila 1. I. e- 4. p. 790. — 
Mail' Paris ad ann. — Flaminio del Borgoy dissert. V 
290. — Niuno scrittore coetaneo parlò di veleno» 
Monach. Patav. 1. II. p. 689. — Nicol- de Jamsilla 
p. 507. — Diurnal. di Matteo Spinelli p. 1071- 

(96) Nicolai de Jamsilla hist- p. 507- 

(97) Ibid- p. 512. Diurnali di Matteo Spinelli 
p. 1073. 

(98) Ibid. 

(99) Ibid. 

(100) Ibid. 

(101) Ibid. 

(102) Scipione Ammirato^ Storie fiorentine 1. H- 
p. 96. — Marangoni, Croniche di Pisa p. 510. — Fla- 
minio del Borgo diss. V p. 287. § 6.— Gio. Vil- 
lani 1. VI. e. 49. p. 190. — Janottii Manetli, Hist. Pi- 
stor. t. XIX. Scr. Ital. p. 1008- 

(103) Ibid. 

(104) Gio. Villani 1. VI, e 55. p. 143. — Ja- 
not. Manelti, Histor. Pistor. p. 1008- 



99 

(105) Orlando Malavolti , Stor. di Siena p. 1. 
1. 1. V. p. 65.— Gio, Villani I. VI. e 56- p. 193— 
Scipione Ammirai. 1. Il- e. 1. p. 37. 

(106) Gio. Villani l VI. e 58. p- 193.— Leo- 
nardo Aretino 1. 11. 

(107) Ibid. 

(108) Ibid. 

(109) Ibid. 

(110) Ibid. 

(Ili) Jacobi Malvecii, Chvon. Bi'ixian. Diss. Vili, 
e. 14. p. 923. t. XIV. — Monachus Palav. Chron. 
1. II. p. 692 — Roland. De factis in marchia Tar- 
visana 1. Vili. e. 1. p. 283- e seq. — Laurenli de 
Monacis, Ezelinus III. p. 148. ex I. XIll. Hist. Ve- 
netae. — Chron. Veron. Parisi! de Cerela p. 636. — 
Campi, Cremona fedele I. III. p 218. — Chron. 
Estense tom- XV. p. 318.— Ghirardacci^ Istoria di 
Bologna 1. VI. p. 191. 

(112) Roland. 1. Vili. e. 13. e. U. p. 295.— 
298. — Monachi Patavini, Chron. p. 693. 

(113) ibid. 

(114) Ibid. 

Questo trattato viene letteralmente riferito dal 
Campi nella sua Cremona fedele 1. Ili p. 65. Col 
primo articolo del trattato riconobbero tutti i diritti 
di Manfredi sul regno delle due Sicilie, e promisero 
d' impiegare tutto il loro credito per riconciliarlo 
colla santa sede. Col secondo i confederati si ob- 
bligarono di perseguitare fino alla morte i due fra- 
telli Ezzelino ed Alberico da Romano. 1 gentiluo- 
mini promettevano di marciare personalmente a 
questa guerra con tutte le loro forze: ed i comuni, 



100 

oltre le proprie milizie , obbligavansì di assoldare 
mille duecento cavalli e di pagare un quarto delle 
spese della guerra. Finalmente i confederati dichia- 
rarono solennemente , che alcun ordine del futuro 
imperatore, alcuna dispensa del papa, non potrebbe 
assolverli dal giuramento che prestavano gli uni a 
favore degli altri , né dalle loro vicendevoli pro- 
messe. 

(115) La cosa viene variamente raccontata da 
altri storici. Si dice che avendo proclamato che 
tutti i poveri storpiati, mutilati ec., presentandosi 
in Verona alla sua corte, avrebbero avuto da Ez- 
zelino un nuovo abito e vitto finché vi rimanes- 
sero , quando vi si trovarono adunati moltissimi, 
fece a tutti dare nuove vesti , e ritenere i loro 
cenci, ne' quali, inutilmente reclamati da quei men- 
dici, trovaronsi nascosti molti danari, e che perciò 
tutti i mendicanti dolevansi per le città italiane di 
Ezzelino. 

(116) Roland, t. XH. e 9. p. 351.— Chron. 
Estense e. 2. t- XI. p. 186- Era Ezzelino di bassa 
statura , ma tutto in lui annunciava il coraggio ed 
il valore militare. Parlava sdegnosamente, superbo 
era il suo portamento, ed il penetrante suo sguardo 
faceva tremare i più arditi. La sua anima, tanto 
avida di crudeltà, non pareva sensibile ai piaceri 
dei sensi; onde non amò veruna donna; e fu nel- 
l'ordinare i suppliciì egualmente crudele verso ambo 
i sessi. Morì di sessanta anni dopo averne regnali 
trentaquattro. 

(117) Nicolai de Jamsilla , Hist- p. 579. Qui 
termina la sua storia- Quando la notìzia della sua 



101 

coronazione fu nota in Germania, non tardarono ad 
arrivare alla sua corte ambasciadori di Corradino e 
di sua madre- Reclamavano questi contro la falsità 
della notizia, attestando che Corradino era sempre 
in vita, ed esigendo da Manfredi che gli conservasse 
il titolo ed i diritti da luì medesimo fino allora 
conosciuti. Manfredi accordò una pubblica udienza 
agli ambasciadori, loro rispondendo in presenza di 
lutti i suoi baroni^ che dopo essere salito sul trono 
non poteva più discenderne : che questo trono era 
stato inoltre da lui ripreso con volontà del papa: 
che noi poteva conservare senza l'appoggio dell'a- 
more de' sudditi verso la sua persona; che l' iute-- 
resse de'suoi baroni e dello stesso suo nipote non 
permettevano che 1' eredità della casa di Svevia fosse 
governata da una donna e da un fanciullo; ma che 
il solo erede era Corradino , al quale egli conser- 
verebbe il regno per essergli trasmesso dopo la sua 
morte: che se Corradino voleva godere delle pre- 
rogative di presuntivo erede della corona e farsi 
conoscere dai popoli , che aveva un giorno a go- 
vernare , non aveva che a venire alla sua corte , 
ove sarebbe ben' accolto e festeggiato : e per ulti- 
mo Manfredi prometteva d' incamminarlo sulla strada 
gloriosa de' loro padri e di amarlo come suo fi- 
gliuolo. 

(118) Giù. Villani 1. VI. e. 65. p. 199. 

(119) Flaminio del Borgo, St. Pis. 1. VI. p- 3U.- 
MalavoUi, Ist. di Siena p. I- diss. V. p. 68 — Léo- 
nard. Aret. 1. II. e. 3. p. 41 . 

(120) Tutti gli scrittori fiorentini hanno sup- 
posto che le prime truppe tedesche mandate da 



102 

Manfredi in Toschi un siano stati i cento uomini iTi 
arme accordati a Farinata, e che il conte Giordana 
d' Anglona vi arrivasse dopo avola notizia della di- 
sfatta dei primi- Il loro racconto contiene qualche 
inverisimiglianza di data; ma viene poi apertamente 
smentito dai pubblici registri degli archivi di Siena- 
li MalavoUi, p. IL I- 1- p. 1-10., ha cercato di di- 
mostrare questa opposizione: ed io per lo contra- 
rio cerco di conciliare le due opinioni. I fiorentini 
quasi tutti coetanei meritano al certo molta fede; 
ma la loro testimonianza non è che una sola, per- 
chè il Villani copiò parola per parola Ricordano 
Malespini senza citarlo; come il Villani fu copiata 
da Coppo^ de' Stefani- Lionardo Aretino ripetè a 
modo suo lo stesso racconto. Ricordan. Malespini 
e 163. 165- p. 987— Gio: Villani 1. VI. e 7/|.-75 - 
Léonard. Arel- 1- II. p. 45. e. 5. — Flamin del Borga 
dissert. VI. p. 349- — Murai. Ann. ad ann. t. XI 
p. 44. 8. 

(12!) L' actjuislo di Grosseto, di Montemassi e 
dei conti Ahlobrandeschi non era ciò che stesse a 
cuore degli emigrati fiorentini; onde questi facevano 
istanza a Manfredi d'accordar loro in particolare delle 
truppe ausih'arie specialmente destinate a ristabilirli 
nella loro patria. 

(122) Labattaglia d'Arbia ha così importanti con- 
seguenze, che tutti gli storici ne hanno parlato. Sono 
da consultarsi Giovanni Milani lib. VI. e. 79. p. 209. 
Saba Malaspina, Hist. ver. sicul. I. II. e 4. t. Vili, 
p, 802. 

Ricord. Malespini, Ist. Fior. e. 166. 167. p. 989. 



103 

Leonni'. Aretin. Ilist. Fior, volgariz. da Ac- 
ciaiuoli 1. II. p. 53. - Coppo de Stefani, Isl. Fior. 
I. II. - Delizie degli eruditi t. VII. - MalavoUi, Sto- 
ria di Siena p, II. 1. 1. p. 17. ~ 20. - Flaminio 
del Borgo, DeW istoria pisana dissert. VI. pag. 357. - 
Giunta Tommasi, Ist. sanese part. I. I. V. p. 323. - 
- 337. 

Scipione Ammirato, Ist. fiorentine 1. II. p. 
112. - 123. 

Annal. Ptolomaei Lucensis t. XI. p. 1282. - 
Breviar. pisanae histor. 1. VI. p. 193. - AnnaL Gè- 
nuen. Continuai. Caffari I. VI. p. 528. - Andrea Dei, 
Chron. sanese t. XV. p. 29. Cnm Notis Uberti Ben- 
voglienti. - Marangoni, Chron. di Pisa. etc. Dante al- 
lude più volte a questa battaglia e pone neirinferno 
Bocca degli Abati tra i traditori della patria. Inf. C» 
XXII. V. 78. e seg. 

(123) Viene vìfevho da Leonardo Aretino un discorso 
di Farinata, forse da lui composto. È da osservarsi 
che in tutti i discorsi solevasi prendere un testo, e 
che quando si permetteva ad un oratore di parlare 
gli veniva dimandato intorno a quale testo parlerebbe. 
Racconta il Villani, ma alquanto oscuramente, che 
Farinata troppo occupato dei grandi interessi della 
sua patria per isvolgere ingegnosamente qualche 
antico testo, propose due proverbi volgari, e questi 
ancora confusi in maniera l'uno coH'altro, che non 
presentavano alcun ragionevole significato . Questi 
proverbi sono: « Come asino sape, così minuzza rape.n 
Si va la capra zoppa, che lupo non la intoppa: « ch'egli 
travolse così: « Come asino sape sì va la capra zoppa: » 



104 

Così minuzza rape , se lupo non la intoppa. » Egli 
seppe non per tanto farne applicazione al soggetto, 
come vedesi nello stesso Aretino, l nemici di Firenze, 
come i vili animali citati nel proverbio, non sapevano 
innalzarsi al di sopra delle corte loro viste e delle 
loro miserabili costumanze; zoppicavano ancora dello 
stesso piede, ed erano disposti a nuocere nella slessa 
maniera, che aveano tentato di farlo in altri tempi 
affatto diversi- Gio. Villani 1. VI. e. 82. - Ricordano 
Malespini, e 170 - Leonardo Aretino 1. II. 

(124) Giovanni Villani 1. VII. e. 4. p. 227. 

(125) Ricordano Malesp. Ist. Fior. cap. 178 , 
p. 1000 - Chron. Astense Gugliel. Venturae cap. 
6. t- XI. p. 1.57 - Benvenuto da S. Giorgio Hist. 
Mentis ferrali t. XXIII, p. 390. - Chron. Parmense 
t. IX, p. 780. - Chron. Piacent. t. XVI, p. 473. - 
Annal. mediol. e. 36. t. XVI , p. 665. - Giorgio 
Giulini, Memorie eie I. LV. t. Vili. p. 211. -Campi, 
Crem. fedele 1. III. p. 75. - Gio . Ballista Pigna, 
Storia de' principi d'Esle 1. Ili p. 232. - Ghirardacci, 
Storia di Bologna l.VII. pag. 208. - Sigonius, De 
regno Italiae 1. XX. p. 1056. 

(126) Sabas Malaspina, Hist. sicula 1. III. - Gio. 
Villani I. VII, e. 5, p. 129. - Ricordano Malespini, 
Ist. Fior- e. 179. p. 1001. - Guglielmo di Nangiaco, 
Gesta S. Ludov. IX Frane, regis , descrive questa 
battaglia conformemente agli storici italiani, e solo 
rimprovera Carlo di non avere sparso abbastanza san- 
gue e d'aver risparmialo una parte de' prigionieri. 

(127) Colà furono presi i principali baroni di 
Manfredi, e fra gli altri il conte Giordano Lancia e 
Pietro degli liberti, che Carlo mandò nelle sue pri- 



105 

gioni di Provenza, ove li fece crudelmente morire. Po- 
chi giorni dopo furono dati in mano di Carlo la mo- 
glie di Manfredi sua sorella e i suoi figliuoli ; che 
tutti morirono nelle prigioni di Carlo. La regina 
Sibilla, moglie di Manfredi, era sorella di un despota 
della Morea e figlia di un Comneno d'Epiro. Ebbe 
da Manfredi un figlio detto Manfredino, ed una figlia. 
Furono tutti presi a Manfredonia mentre s'imbarca- 
vano per passare in Grecia. Monum. Patav. 1. III. 
p. 727. 

(128) Sabas Malaspina, Historia sicula 1. III. e. 
12. p. 828. 

(129) Id. 1. e. La testimonianza di questo scrit- 
tore merita piena fede , perchè coetaneo e guelfo 
é creatura di Carlo. 

(130) Il papa scrive il 12 aprile 1266 una let- 
tera appassionata a Carlo, rimproverandogli il sac- 
cheggio e il macello de' beneventani sudditi della 
santa Sede. Questa lettera, non riportata dal Rainaldi 
e nemmeno nella raccolta degli storici di Francia, o 
nelle lettere dei papi relative alla Sicilia t. V. p. 
873, trovasi in Marlene, Tliesaur. anecdol. t. II. Episl. 
Clem. IV 2G2. p. 306. 

(131) Accordò in appresso, dietro la domanda di 
questo consiglio, che i mestieri più importanti fossero 
uniti in corporazioni: onde si vennero a formare do- 
dici corpi d'arti e mestieri. Le arti maggiori furono 
i legisti, i mercanti di Calimala o stoffe forestiere, 
i banchieri, i fabbricatori di lana, i medici, i fab- 
bricatori di sete o mereiai ed i pellattieri. Le arti 
minori erano i venditori alla spicciolata di drappi, 
i beccai, i calzolai, i muratori e falegnami, i fabbri 



106 

ierrai. Le sette professioni, che risgiiardaronsi c0m6 
più nobili, vennero indicate col nome di arti mag- 
giori, e loro si accordarono consoli, capitani ed uno 
stendardo, sotto il quale gli artigiani erano obbligati 
di adunarsi in caso di tumulto per conservare l'ordine 
della città. Le arti minori, il cui numero venne in 
seguilo accresciuto, non ebbero subito il privilegio 
di formare compagnie. 

(132) Le grazie accordate dalla paura non ot- 
tengono giammai riconoscenza , perchè infatti non 
la meritano. I savi scelti tra la plebe si rìsguarda- 
rono come difensori, e, non come creature di GuidOi 
che gli avea nominati. Ricusarono di sanzionare colla 
loro approvazione le nuove imposte che Guido avea 
bisogno di stabilire per pagare la sua cavalleria , 
composta di seicento tedeschi e di novecento au- 
siliari venuti da Pisa, Siena, Arezzo, Volterra e Colle. 
Volle peiciò disfarsi dei savi, facendo nascere una 
sedizione contro di loro. I ghibellini si avanzarono 
per attaccarli nella sala in cui rendevano ragione; 
ma i trentasei si sottrassero, e vedendo che il popolo 
prendeva le armi per difenderli , si unirono a lui 
sulla piazza innanzi al ponte S. Trinità. Colà il po- 
polo circondossi di steccati e slette fermo aspet- 
tando r urto della cavalleria . Questa non tardò a 
comparile; ma non potè forzare le barricate, e nelle 
anguste strade che sboccavano sulla piazza S. Trinità 
la cavalleria trovavasi esposta alle pietre che si git- 
tavano dalle finestre, sicché il conte Guido dovette 
farla ritirare. 

(133) Gio. Villani 1. Vlf. e. U. p. 239. - Ri- 
cordano Malaspina e. 184. p. 1007. - Leonardo A- 
retino 1. II- p. 65. 



107 

(134) I fiorentini formarono in seguito diversi 
consigli, senza il consentimento de' qu;ili la signoria 
non poteva risolvere vei-un' affare d' importanza. Il 
primo che dovevasi interpellare si chiamò consiglio 
del popolo, ed era composto di cento cittadini: da 
questo la deliberazione era portata entro lo stesso 
giorno al consiglio di credenza o di confidenza, nel 
quale sedevano di pieno diritto i capi delle selle 
arti maggiori. Era la credenza composta di ottanta 
membri: dal quale consiglio, come da quello del po- 
polo, erano esclusi i ghibellini ed i nobili. Il gior- 
no dopo la stessa deliberazione veniva assoggettata 
a due altri consigli: quello del podestà composto di 
ottanta membri tanto nobili, che plebei, senza con- 
tare i capi delle arti che aveano diritto d' esservi 
ammessi: ed il consiglio generale formato di trecento 
cittadini d'ogni condizione - Gio. Villani \ìh. VII. 
e. 15. e 17. p. 241. - Ricordati- Malespini, Stor. e. 
186, p. 1009. Machiavelli, Stor. fior. 1. II. p. 105. 
Lo stabilimento di tanti consigli, i cui mem- 
bri erano tutti amovibili, rendeva più rare e meno 
necessarie le assemblee del parlamento, ossia di tutto 
il popolo. Cinquecento settanta cittadini, distribuiti 
in quattro classi, dovevano dare i loro suffragi su tutti 
gli oggetti più importanti di legislazione e d' am- 
ministrazione, ed avevano parte alle nomine di tutti 
gì' impieghi: e perchè dopo un anno venivano loro 
surrogati altri cittadini, così si manteneva in tutto 
lo spirito del popolo, e non quello del corpo. 1 con- 
sigli avevano dunque sopra il governo un'influenza 
veramente democratica; e se non erano che rappre- 
sentanti, e non lo stesso popolo, potevano in cambio 



108 
essere ammessi a prendere una parte più attiva ncl- 
r amministrazione dello slato; ciò che non avrebbe 
potuto fare il popolo, e conservare perciò sopra la 
magistratura una più immediata influenza. Essi lo 
sentirono, e i semplici cittadini non volleio lasciare 
agli ordini superiori della nazione alcuna delle pre- 
rogative che potevano riservare a se medesimi : e 
questa fu forse la principal cagione che in Firenze 
e nelle altre repubbliche della Toscana rese così attiva 
e violenta quella gelosia del popolo verso la nobiltà, 
e de'plebei contro i cittadini, la quale non si vide a 
così alto grado portata nelle vepubbliche della Grecia. 
Un effetto di tale gelosìa fu l'esclusione dei nobili 
dai due primi consigli. 

(135) Intanto un'altra repubblica si andava for- 
mando neir interno della repubblica fiorentina , la 
quale vi conservò pel corso di forse oltre due secoli 
il suo governo indipendente, le sue leggi, la sua forza, 
la sua ricchezza. Era questa l'amministrazione della 
parte guelfa. Quando i ghibellini uscirono di Firenze, 
i guelfi, così consigliati dal papa e da Carlo d'Angiò, 
confiscarono tutti i loro beni, de'quali, detratta la 
parte impiegata ad indennizzare coloro che avevano 
sofferto neir ultima emigrazione , formarono una 
borsa separata destinata a provvedere al manteni- 
mento e air accrescimento del partito guelfo. Per 
amministrare questa borsa si trovò opportuno di ac- 
cordare ai guelfi una particolare magistratura ; fu- 
lono autorizzati a nominare ogni due mesi tre capi, 
in principio chiamati consoli di cavalleria, poi ca- 
pitani di parte. Questi consoli si diedero un consiglio 
segreto di quattordici membri, ed un consiglio gè- 



109 
nerale di sessanta cittadini, tre priori, un tesoriere, 
un accusatore de' ghibellini: e per dirlo in una parola, 
tutta r amministrazione d'una piccola repubblica e 
quasi tutta la forza d'una sovranità. Gio: Villani 1. 
VII. e- 16. p. 242. - Fu nominato un giudice con 
sei assessori per isti mare i danni fatti dai ghibel- 
lini ai guelfi, stima stampata nelle Delizie degli eru- 
diti toscani t. VH, n. 12- p- 203-286. La perdita 
de'guelfi si valutò 132, 160 fiorini d'oro, 8 soldi 
e 4 denari : o più d' un milione e mezzo di lire 
italiane. Prodigioso è il numero delle case distrutte, 
molte delle quali non sono stimate piiì di 15 fio- 
rini: il valore medio è di 100 in 150: e sono qua- 
lificate col nome di palazzo quelle che arrivano al 
valore di 300 fiorini. Le particolarità di questa sti- 
ma indicano una città manifatturiera e commerciante. 

(136) Orlando Malavolti, Stor. di Siena p. IL 1. 
II, p. 34 - Marangoni, Cron. di Pisa p, 540- - Gio^ 
Villani lib. VII, e. 21. p. 245. 

(137) Sabas Malaspina, Hist. Sic. 1. IH. e. 17. 
p. 832. 

(138) Gio. Villani 1. I. VII. e. 23. p. 246. - 
Monach. Palav. 1. III. pag. 728- - Chronic. Veron, 
p. 639. 

(139) Alfonso X re di Castiglia , quello stesso 
che aspirò a portare la corona imperiale, aveva due 
fratelli, Federico ed Enrico, che dopo essersi contro 
di lui ribellati co' suoi sudditi avevano dovuto ab- 
bandonare la Spagna e rimanersi piti anni al servizio 
del le di Tunisi. Durante la lunga loro dimora presso 
i saraceni furono accusati d'avere adottati i costumi 
e la religione di quel popolo. Enrico frattanto, stanco 



no 

del suo esìlio tra i musulmani, era dalTAffrica pas- 
sato in Italia ne'tempi in cui la conquista del re- 
gno di Napoli fatta da Carlo d' Angiò riscaldava le 
speranze di tutti gli ambiziosi. 11 padre d' Enrico 
era fratello della madre di Carlo; onde il principe 
castigliano approfittò di questa parentela per essere 
favorevolmente accolto da suo cugino: ed a questa 
aggiunse una raccomandazione ancora più potente, 
prestandogli sessantamila doppie, prezzo de'suoì ser- 
vigi presso i saraceni e de'suoi risparmi. 

Infatti Carlo lo accolse, come fratello, lo rac- 
comandò caldamente al papa, cui chiese perfino che 
lo investisse del regno di Sardegna onde toglierlo 
ai ghibellini di Pisa. - Ma Carlo non tardò ad in- 
gelosirsi dell'influenza che Enrico andava acquistando 
grandissima sullo spirito del popolo di Roma e alla 
corte papale: e chiese per se medesimo il regno di 
Sardegna, rifiutò di restituire al cugino il prestato 
danaro, ed eccitò talmente la sua collera, che Enrico 
giurò di vendicarsi, quand'anche dovesse perdere la 
vita. Gio. Villani I. VII. e. 10 , p. 235 - Sabas 
Malaspina, Hist. stenla, 1. Ili, e. 18. p. 883. Intanto 
i romani inaspriti contro la nobiltà da quella stessa 
gelosia, che animava a quest' epoca tutti i popoli 
d'Italia , avevano escluso quest' ordine privilegiato 
dal governo della loro città. Avevano allora nomi- 
nato due cittadini per ogni quartiere, onde comporne 
il supremo loro consiglio: e questo accordò il grado 
di senatore ad Enrico di Castiglia, perchè lo credette 
oppoi'tuno a decorare colla sua reale nascita il nuovo 
governo. Enrico avea sotto i suoi ordini circa trecento 
cavalieri spagnuoli o saraceni che l'aveano seguito 



Ili 

da Tunisi in Italia ; ebbe presto il modo di farne 
venire degli altri ; ed in pari tempo afforzò il suo 
potere in Roma con una mescolanza di fermezza 
e di giustizia, rimettendovi l'ordine e la sicurezza: 
ma fece arrestare come ostaggi alcuni capi del par- 
tito de' nobili e de' guelfi , due Orsini, un Savelli, 
uno Stefani ed un Malabranca. Diede allora pubbli- 
cità air alleanza da lui contratta con Corradino, e 
scrisse a questo principe per affrettarlo a recarsi a 
Roma. Sabas Malaspina, Hist . sicula 1. Ili , e . 20 
p. 834. 

Alfonso di Castigiia aveva violati i privilegi na- 
zionali; aveva alterate le monete, e stabilite nuove 
imposte senza il consentimento delle Cortes. 1 no- 
bili aveano tentato di formare mViinione per man- 
tenei'e 1 loro diritti, ed il principe Enrico erasi posto 
alla loro testa; ma le sue truppe essendosi sbandate 
a Nebrissa, egli era stato costretto l'anno 1251 di 
fuggire a Valenza, di dove passò a Tunisi. Lo segui- 
rono in Affrica e in Italia alcuni de'gentiluomini, che 
avevano con lui preso parte contro il re Alfonso . 
Mariana, Hist. de las Hispanas 1. Xlil. e. II. - Hisp. 
illuslr. t. II. p. 599. 

(140) Nello stesso tempo Corrado Capece, dopo 
aver portate a Pisa notizie di Corradino e dell'im- 
minente sua venuta, aveva fatto vela alla volta di 
Tunisi sopra una galera pisana per trovare Federico 
fratello d' Enrico di Casliulia, che sbarcò sulle coste 
della Sicilia con duecento cavalieri spagnuoli, altret- 
tanti tedeschi e quattrocento toscani eh' eransi ri- 
parati in Affrica dopo la disfatta della casa diSvevia, 
che ardentemente desideravano di vendicare- Le duo 



112 

galere, che portarono questa gente a Sciatta in Sicilia, 
erano cariche di selle e d'armi; ma i cavalieri erano 
in sì misero stato ridotti, che non avevano fra tutti 
più di ventidue cavalli. Nulladimeno sparsero nell'isola 
le lettere ed i proclami di Corradino per ricordare 
ai popoli la fedeltà giurata alla sua famiglia. Bentosto 
le valli di Mazzara e di Noto e tutta la Sicilia, fuor- 
ché Palermo, Messina e Siracusa, spiegarono le inse- 
gne della casa di Svevia; il vicario del re Carlo fu 
rotto da Corrado e da Federico, ed i cavalli tolti 
ai provenzali servirono ai cavalieri giunti dall'Affrica. 
Quando Carlo ebhe avviso dei progressi de' 
suoi nemici in Sicilia, seppe pure che a Lucerla i 
saraceni avevano prese le armi contro di lui, e che 
la città di Aversa nella Puglia, e le città degli Ab- 
bruzzi, tranne l'Aquila, e molte città della Calabria 
eransi ribellate. Per queste notizie partì subito per 
attaccare i suoi nemici prima che ricevessero i soc- 
corsi di Corradino : e lasciando ottocento cavalieri 
francesi e provenzali in Toscana sotto gli ordini di 
Guglielmo di Belselve , venne a grandi giornate in 
Puglia ed assediò Lucerla - Sabas Malaspina, Hist- 
sicida 1. IV, e. 2 p. 837- 

(141) Frattanto Corradino, lasciata Pavia, aveva 
per valicare le alpi ligure divisa la sua gente in due 
corpi; con uno de'quali condotto dal marchese del 
Carretto , attraversando le terre di questo signore, 
scese anch'egli a Yaraggio presso Savona nella ri- 
viera di ponente, nel qual luogo i pisani tenevano 
pronte dieci galere per condurlo a Pisa, dove arrivò 
nel mese di maggio. L'altro corpo, composto della 
sua cavalleria, venne per le montagne di Pontremoli 



113 

a Sarzana , ove fu accolto dai pisani medesimi , i 
quali vollero dare all'ultimo rampollo della casa di 
Svevia sicure prove del costante attaccamento loro 
verso quella famiglia. Allestirono perciò trenta galere 
montate da cinquemila soldati pisani, e le spedirono 
verso le coste delle due Sicilie, ove dopo aver gua- 
stato il territorio di Molo , attaccarono finalmente 
in faccia a Messina la flotta combinata provenzale 
e siciliana di Carlo d'Angiò, e le presero ventisette 
galere, che abbruciarono in vista del porto, 

Corradino, poi eh' ebbe alla testa dei pisani 
fatta una scorreria nel territorio di Lucca, passò a 
Siena, ove fu accolto colle medesime dimostrazioni 
di gioia. Guglielmo di Belselve, maresciallo di Carlo, 
vedendo che il suo nemico avanzavasi alla volta di 
Roma, volendo avvicinarsegli marciò da Fiorenza ad 
Arezzo; ma giunto a Ponte a Valle sull'Arno, cadde 
in un'imboscata tesa dalle truppe di Corradino co- 
mandate dagli Uberà di Firenze, e fu fatto prigio- 
niero colla maggior parte de' suoi soldati , essendo 
gli altri stati uccisi e dispersi. - Sahas Malaspina 
1, IV. e, 4 p. 8i0. - Caffari continuator annal. gen. 
1. Vili. p. 545. - Gio. Villani l VII, e, 23 e 24 
p. 247. - Michael de Vico, Breviar. pisan. hist- p. 
197. - Plolomaei, Ann. lucenses t. XI. p. 1286. - Cron. 
Sanese Andreae Dei t. XV. p. 35. - MalavoUi, Slor. 
Sen. 1 II. p, II, p. 36. 

(142) Si osservila bolla del papa §, 4 - 17, p. 
159 - 161, ed Ann. eccles. Raynaldi. 

(143) Difatti i caidinali corsero spaventati a 
trovare Clemente che slava allora pregando. « Non 
temete , rispose loro , che tulli questi sforzi sa- 

G.A.T.CLI. 8 



114 1 

ranno dispersi come il fumo. » Indi si recò sulle murn, 
di dove osservò Conadino e Federico d'Austria che 
facevano sfilare in parata la cavalleria. » Queste^ disse 
ai cardinali, sono vittime , che si lasciano condurre 
al sacrifizio- PtoJomaei bicensis, Hist-Ecclesiast. l.XXII. 
e. 36- p- 1160. - Raijnald. Ann. ecclesiast- §. 20 
p, 161. 

( 1 44) Matteo Spinelli da Giovenazzo, il piìi antico 
storico che scrivesse in lingua italiana, condusse un 
giornale fino alla vigìlia di questa battaglia, ove pare 
che restasse morto. Il giornale è scritto in dialetto 
pugliese, assai diverso dal toscano, onde il Muratori 
credette necessario di stamparlo colla traduzione la- 
tina. Vi si conosce V odierno dialetto di Napoli. T. 
VII. lìer. Italie. 

(145) Le strade del regno della banda della Cam- 
pagna e di (^operano trovandosi ben fortificate e guar- 
nite di truppe, Corradino risolse di prendere il cam- 
mino degli Abbruzzi. Passando sotto Tivoli attraversò 
la valle di Celle, e scese nella pianura di S. Valen- 
tino e Tagliacozzo. Informato il re Carlo della strada 
tenuta da Corradino, levò V assedio di Lucerla, ed 
avanzandosi a grandi giornate, passò la città del- 
l'Aquila, e si fece incontro al suo rivale nella stessa 
pianura di Tagliacozzo. Non aveva Carlo più di tre 
mila cavalieri da opporre ai cinquemila di Corradino; 
ma un vecchio barone francese. Alardo di S. Valeri^ 
che tornava allora di Terra Santa , gli suggerì un 
pericoloso e forse anco crudele stratagemma , Che 
compensò l'inferiorità del numero. Così consigliato 
da S. Naleri, Carlo divise la sua armata in tre corpi; 
formò il primo di provenzali, di toscani, e di cam- 



115 

pagiiani sotto il comando di Enrico duca di Cosenza, 
che perfettamente rassomigliava a Carlo, e che fece 
vestire degli abiti e delle reali insegne: formò il se- 
condo corpo di francesi capitanati da Giovanni di 
Crari; e mandò questi due battaglioni, quasi formas- 
sero soli tutta l'armata, a custodire il ponte e di- 
fendere il piccolo fiume che traversa il piano di 
Tagliacozzo. Frattanto il re con Alardo di S. Valen, 
Guglielmo di Villehardouin principe della Marca, ed 
ottocento cavalieri, il fiore di tutta Tarmata guelfa, 
si nascose in una angusta valle per dare addosso ai 
nemici in sul finire della battaglia. 

Corradino, poich'ebbe riconosciuti i due corpi 
che supponeva formare tutta l'armata guelfa, divise 
la sua per nazioni in tre corpi. Egli col duca d'Austria 
prese il comando de' tedeschi , affidò quello degli 
italiani al conte Galvano Lancia, e quello degli spa- 
gnuoli ad Enrico di Castiglia. Guadò arditamente il 
fiume alla testa de'suoi valorosi soldati, ed attaccò 
i provenzali che furono ben tosto rotti, come puie 
poco dopo il corpo de' francesi I ghibellini erano 
talmente superiori di numero, che l'armata nemica 
si vide in breve distrutta o posta in disordinata fuga. 
Carlo, che dall'alto d'un colle vedeva l'uccisione delle 
sue genti, si disperava e voleva ad ogni modo an- 
dai-e in loro soccorso; ma il signore di San Valeri^ 
che perfettamente conoscendo la natura dei tedeschi 
aveva calcolato gli effetti dellaloro vittoria, non gli per- 
mise di muoversi. Infatti i tedeschi, trovando sul campo 
di battaglia il corpo di Enrico di Cosenza cogli or- 
namenti reali , lo supposero lo stesso Carlo ; onde 
parendo loro d' avere ottenuta intera vittoria e di 



116 

non avere più nulla a temere , si sparsero per la 
campagna a saccheggiare il campo nemico. Quando 
Alardo di S. Valeri vide compiutamente rotti gli or- 
dini di battaglia delle truppe di Corradino, e che dis- 
persi neir inseguire i fuggiaschi, erano divisi in pic- 
cole bande e non più in istato di sostenere l'urto 
della sua callaveria , rivoltosi a Carlo , gli disse : 
Fate adesso sonare la carica, che giunto è V istante 
opportuno. In fatti questi ottocento scelti e freschi 
cavalieri, spingendosi in mezzo ad un'armata di cin- 
([we mila uomini oppressi dalla fatica e talmente dis- 
persi che in verun luogo trovavansi duecento cava- 
lieri riuniti e disposti a far resistenza , ne fecero 
uno spaventoso macello. Carlo era sì poco aspet- 
tato, che quando la sua truppa entrò di galoppo nel 
campo di battaglia, si credette da coloro che 1' oc- 
cupavano, che fosse un corpo dell' armata di Corra- 
dino, che aveva inseguiti i nemici, e non si posero 
in sulle difese per fargli fronte, I francesi, veden- 
do rialzata 1' insegna del loro re, accorrevano ad 
ordinarsi intorno alla medesima: e per tal modo la 
gente di Carlo andava ingrossando, mentre scemava 
quella di Corradino. 

I baroni, che gli stavano appresso, non veden- 
do alcun mezzo di restaurare la battaglia, lo consi- 
gliarono a mettersi in salvo co' suoi soldati , onde 
misurarsi un' altra volta, e non rimanere morto o 
prigioniero. Corradino, il duca d' Austria , il conte 
Galvano Lancia, il conte Gualferano ed i conti Ghe- 
rardo e Galvano di Donoratico di Pisa fuggirono in- 
sirne, ed a stento Alardo di San Valeri contenne i 
francesi, che volevano inseguirli ; perciocché se es- 



117 

si dal canto loro rompevano I' ordinanza, avrebbero 
potuto essere egualmente disfatti. Poco mancò pure 
che noi fossero da Enrico di Castiglia, che tornò coi 
suoi spagnuoli sul campo di battaglia: ma questi 
ancora furon rotti, e Carlo si tenne fino a notte or- 
dinato in battaglia, per non compromettere la sua 
vittoria. Gio. VillaniVìh. VII. e. 27. p. 250. e seq. — 
Ricordano Malaspina e. 192. p. 1013. — Sabas Ma- 
/aspma, Hist- sic. 1. IV, e- q. e. 10. p. 845. — Let- 
tera di Carlo a Clemente IV nel giorno in cui se- 
guì la battaglia — Raynal. 32, 33. p. 164- — Ri- 
cobald. ferrariensis , Hist- Imp. t- IX. p. 136- — 
Chron. F. Francisci Pipinil IH. e. 7 t. IX. p. 136. — 
Guglielmo di Mangi, Gesta S.Lodovici,ipvesso Duchesne 
Hist. frane, script, t. V. §. 378 —382. 

(146) Sabas Malaspina Hist. sicula 1. IV. e. 16. 
p. 851. Mentre Carlo abbassavasi alle funzioni di 
accusatore, e rinfacciava al suo rivale d' essersi ri- 
bellato contro di lui suo legittimo sovrano, di aver 
fatto alleanza co' saraceni e di aver saccheggiato i 
monasteri ; Guido da Suzzara , famoso legista che 
sedeva tra i giudici , prese la parola per difendere 
r accusato. Mostrò che Corradino trovavasi sotto 
la salvaguardia , che le leggi della guerra accor- 
dano ai prigionieri: che il suo diritto al trono, che 
avea cercato di far rivivere , era abbastanza plau- 
sibile perchè senza delitto potesse tentare di farlo 
valere: che i disordini della sua armata non gli po- 
tevano altrimenti essere imputati : per ultimo che 
r età di Corradino sarebbe un motivo di grazia, 
quand' anche non avesse alcun diritto alla pro- 
lezione della giustizia. Un sol giudice provenzale , 



118 

suddito di Carlo, di cui gli storici non ci conserva- 
rono il nome, osò votare per la morte di Corradi- 
no; altri si ridussero a un timido e colpevole silen- 
zio: e Carlo, appoggiato all'autorità di un solo giu- 
dice, fece da Roberto di Bariy protonotaro del re- 
gno, pronunciare la sentenza di morte contro lo sven- 
turato principe e tutti i suoi compagni. 

(147} Il giudice provenzale, che aveva votato per 
la morte di Corradinot lesse la sentenza portata con- 
tro di lui come traditore della corona e nemico del- 
la chiesa. Giunto al termine della lettura , quando 
stava pronunciando la pena di morte, Roberto di Fian- 
dra, il proprio genero di Carlo, si slanciò sopra l'ini- 
quo giudice e piantandogli nel petto lo stocco, che 
teneva in mano, gridò; Non s'aspetta a le, miserabiley 
il condannare a morte cosi nobile e gentil signore. 

Il giudice cadde morto in terra sugli occhi del 
re, che non osò mestarne verun risentimento. 

(148) Abbiamo una lettera di Clemente IV a Carloj 
colla quale lo consiglia a trattare i suoi prigionieri 
con dolcezza: e molti scrittori sono di sentimento, 
che il pontefice si dolesse amaramente della morte 
del giovine principe. 

(149) Ricobaldo ferrarese riferisce tutte le cir- 
costanze di questa morte dietro V autorità di uno 
dei giudici amico e compagno di Guido da Suzzara. 
Hist. Imper. t- IX. p. 136. Sabas Malespina 1. IV. 
e. 16. p.85. —Ricordano Malaspina e. 193. p. 1014 
— Giovanni Villani 1. VII. e 29. p. 252. — Frane 
Pipino 1. III. e- 9. t. IX, p. 685- — Bartolomeo de 
Neocastro, Hist. sicula e. q. e 10, nasconde al solito 
la verità sotto ampollose declamazioni. Guglielmo di 



119 

Nangì , storico francese di S. Luigi, è il solo che 
onori di una lagrima la morte di Corra dino: soltanto la 
biasima, come impolitica- Hist. Fracic. script, t. V 
p. 382, 383. 

(150) Bartolom. de Neocastro, Hist. sic. e. !!• t. 
XIII. p. 1025. — Sabas Malespina 1. IV. e- 13. 
P.-84.4. 

(151) Idem 1. IV. e. 14.20. Il guanto, che Cor- 
radino aveva gettato in mezzo al popolo, si assicura 
che fu raccolto da Enrico Dapifero , e portato a 
Pietro d' Aragona, marito di Costanza figliuola di 
Manfredi, come al solo legittimo erede della casa di 
Svevia. Forse Corradino volle infatti , come lo pre- 
tesero i re austriaci ed aragonesi, trasferire in tal 
modo alla loro famiglia i propri diritti al trono 
delle Sicilie, e ratificarne in tal modo il titolo ere- 
ditario; ma pare più probabile ancora che Corradino, 
gettando in mezzo ai suoi sudditi il pegno della sua 
vendetta, suggerisse loro di scuotere un odioso giogo. 
Questo pegno di guerra fu realmente rialzato dalla 
nazione , ed i vespri siciliani furono la lenta , ma 
terribile vendetta del supplici© di Corradino, e dei 
torrenti di sangue sparso dai francesi nelle due Si- 
cilie. 

(152) Ambedue erano allievi di Federico lì, am- 
bedue compagni d' arme del feroce Ezzelino, finche 
costretti da' suoi delitti concorsero anch' essi coi 
guelfi alla sua distruzione. Uberto Pelavicino era un 
eccellente capitano, ed era stato uno dei primi a for- 
mare numeroso e potente corpo di cavalleria, che 
da lui solo dipendeva; aveva riunite sotto il suo do- 
minio molle città, che nominandolo generale , lo 



120 

avevano, quasi senza accorgersene, fatto loro padro- 
ne- L' ambizione del Pelavicino era meno avida e fe- 
roce di quella d' Ezzelino; egli non aveva fondato il 
suo potere coi delitti, né resolo compiuto; onde se 
ne vide spogliato dall' incostanza dei popoli, senza 
essere in istato, come Ezzelino, di difendere con una 
lunga guerra gli stati da lui formati. Nel medesimo 
tempo il marchese era stato signore di Cremona , 
Milano, Brescia, Piacenza, Tortona, ed Alessandria. 
Inoltre come capo di partito godeva di una illimi- 
tata autoritcà a Pavia , Parma , Reggio e Modena. 
Finalmente, come signore di Milano, le città di Lodi, 
Como e Novara dipendevano pure da lui. Perdet- 
te le signorie di tante città tre anni avanti di mo- 
rire, senza quasi aver potuto combattere per difen- 
derle. Chron. Placent. t. XVI. p. 476. 

Quasi tutte le città da lui dipendenti eransi di 
già sottratte alla sua autorità, quando Corradino al- 
traversò la Lombardia, e solo gli rimanevano mol- 
ti castelli assai forti, tra i quali quello ragguarde- 
volissimo di S. Donnino , solita sua residenza , tra 
Parma e Piacenza, il quale si arrese in sul finire 
del 1268 ai parmigiani che Io assediavano, e fu in- 
teramente distrutto ed i suoi abitanti dispersi nelle 
vicine terre. Il marchese UberlO) eh' erasi ritirato in 
un altro castello, vi morì 1' anno susseguente, men- 
tre i guelfi suoi nemici stavano per assediarlo. Suo 
figlio Manfredi continuò la nobile famiglia de' Pe- 
lavicino, che con leggiera alterazione di nome chia- 
masi oggi Pallavicino', ma quantunque fino a' nostri 
giorni sia rimasta feudataria immediata dell'impero, 
non risalì però mai a quel grado di potenza , cui 
r aveva innalzata il marchese Uberto. 



121 

Buoso di Dovara, lungo tempo oollega del Pela- 
vicinOf fu forse, disgustandosi con lui cagione, della 
comune rovina,giacchè appena stando uniti erano ab- 
bastanza potenti per resistere ai loro nemici. Buoso 
fu esilato da Cremona con tutto il suo partito, e morì 
miserabile dopo avere compromessa la sua autorità 
per un' insensata avarizia- Chron. Francisci Pipini 1. 
111. Gap. 45. t. IX. p. 704-., — Chronic. Placenl. t. 
XYI p. 476. — Chron. Parmei. t. XIX: p. 784- — 
Campi, Cremona fedele 1. III. p. 78. 

(153) La presiederono i suoi ambasciatori , ì 
quali rappresentarono alle città, che per non perdere 
i vantaggi della vittoria che aveano ottenuta sui 
ghibellini eterni loro Tiemici, per impedire il rina- 
scimento di quella odiala fazione e per dare mag- 
gior forza ed unione al governo della lega , egli 
era necessario di nominare un capo. Pretesero che 
il re Carlo, il quale andava debitore d' ogni suo 
potere ai guelfi, sarebbe l'uomo più invariabilmente 
attaccato al loro partito; ed in conseguenza diman- 
davano, che tutte le città lombarde lo nominassero 
loro signore- Vi acconsentirono quelli di Piacenza, 
Cremona, Parma, Modena, Ferrara e Reggio. Chron. 
Piacent. t. XVI. pag. 476. — Giorgio Giulini, Memorie 
tom. Vili. 1. 46. p. 238. Quelli di Milano, Como, 
Vercelli, Novara, Alessandria, Tortona, Torino, Pa- 
via, Bergamo, Bologna, e quelli del marchesato di 
Monferrato, risposero che volevano aver Carlo sem- 
pre amico , padrone non mai. Non perciò si sgo- 
mentarono i deputati di Carlo : anzi fecero tante 
pratiche, che avanti che terminasse Tanno, i mila- 
nesi e vari altri popoli acconsentirono a giurare 
fedeltà al nuovo signore. 



122 

(154) Mille cause diverse avevano quasi spento 
l'ardore per le crociate, e le piiì frequenti comu- 
nicazioni coi saraceni avevano assai diminuito quel- 
l'odio che prima ispiravano. Per lo contrario i cri- 
stiani di Terra santa avevano dato tante prove di 
viltà, di perfidia, di corruzione , che le loro sven- 
ture venivano risguardate come una punizione del 
cielo. 11 sig- di Joinville, sollecitato da s. Luigi ad 
accompagnarlo in quest' ultima spedizione, racconta 
che gli rispondesse: « Che s' egli si esponeva al pel- 
M legrinaggio della croce , minerebbe totalmente i 
» suoi poveri sudditi w. Inoltre soggiunge egli 
nelle sue memorie. « Ho udito dire da molti che 
)) coloro che gli consigliarono 1' intrapresa della 
)) crociata fecero un grandissimo male e peccarono 
» mortalmente; perchè finche rimase nel regno di 
)) Francia, tutto il suo regno viveva in pace, e vi 
» regnava la giustizia: e tostochè l'ebbe abbando- 
)) nato, tutto incominciò a peggiorare. Fecero pure 
» grandissimo male per un altro motivo ; essendo 
)) il detto signore tanto indebolito e fiacco della 
» persona, che non poteva sostenere veruna arma- 
» tura, né rimanere lungo tempo a cavallo )>. Me- 
morie di Joinville: nella collezione delle memo- 
rie particolari della storia di Francia, ediz. del 1785. 
T, II. p- 158. Qualunque si fosse il sentimento di 
Jovìville e di molti suoi compagni d'armi , presso 
ad altri molti le cavalleresche virtù di s. Luigi 
riaccesero per l'ultima volta lo zelo che si spegne- 
va. Non potevasi infatti lasciar di ammirare que- 
sto vecchio monarca, che abbandonava le cure e 
la gloria del suo grado, e senza essere scoraggiato 



123 

dalla contraria sorte della prima spedizione, imbar- 
cavasi di nuovo con tutta la sua famiglia per in- 
traprendere una guerra, da cui non poteva sperarne 
alcun vantaggio temporale, ma solo perchè la cre- 
deva voluta dal suo dovere e dalla gloria di Dio. 
Arrivato sulla spiaggia delle Acque morte, e nell'atto 
di montare a bordo del suo vascello , s. Luigi si 
volse ai suoi figliuoli ed in particolare a Filippo 
che doveva succedergli. « Tu vedi, mio figlio , gli 
disse, come, malgrado la mia vecchiaia, intraprendo 
per la seconda volta questo pellegrinaggio, mentre 
la regina tua madre trovasi in età avanzata, e che, 
coir aiuto di Dio, il nostro regno essendo esente 
da turbolenza, vi godevo di quante ricchezze e de- 
lizie ed onori è dato agli uomini di godere. Tu 
vedi , ti dico io , come per la causa di Cristo e 
della sua chiesa io non risparmio la mia vecchiez- 
za; non mi lascio smuovere dalle lagrime di tua 
madre , ripudio gli onori ed i piaceri, e consacro 
le mie ricchezze in servigio di Dio. Tu vedi come 
io conduco con meco te, i tuoi fratelli e la tua 
maggior sorella ; e sai che avrei ancora condotto 
meco il quarto figliuolo , se la sua età lo avesse 
permesso. Ho voluto farti considerare tutte queste 
cose , affinchè quando dopo la mia morte avrai il 
governo del mio regno, non ti esca mai di mente, 
che non si deve nulla risparmiare per Cristo, per 
la chiesa , e per la difesa della fede, non la con- 
sorte, non i figliuoli, non un regno. Ho voluto nella 
mia persona darne un esempio a te, affinchè, quando 
convenga, facci tu lo stesso. » Surio in vita s. Lu- 
dovici t. IV., die 25 augusti. Apud Raynal. Annal. 
§ 6, t. XIV. p. 175. 



124 

, (155) Guilel. de Nangiaco, Gesta s. Ludovici 
pag. 383, in Duchesne script, hist- Frane, t. V. 
La crociata era composta di oltre due cento mila 
uomini , dei quali quindici mila di cavalleria pe- 
sante. Gio- Villani lib. VII e. 37. p. 258.— Guido 
da Corvaria, storico pisano coetaneo , dice che la 
flotta era composta di cento e otto vascelli a due 
ponti gabbiati, di ventotto galere, e buon numero 
di altre navi. Fragment- Pisanae hist. t- XXIV« 
p. 676. La speranza che il re di Tunisi farebbesi 
cristiano, e la supposizione di giungere più facil- 
mente in Egitto lungo la costa dell'Affrica, fecero 
preferire questa strada alla lunga navigazione del- 
l' Arcipelago. 

(156) Quest' ultima crociata lungi dall'avere un 
successo proporzionato al grado , alla potenza e 
all'abilità de' principi che la componevano, fu la 
più sventurata di tutte: in modo che la sua cattiva 
riuscita, e le triste conseguenze che ne derivarono, 
sconsigliarono poi sempre i cristiani da così peri- 
colose spedizioni. La flotta crociata non potè spie- 
gare le vele avanti luglio, e sbarcò sulle coste di 
Affrica un' armata che dopo l'unione del re di Si- 
cilia e del principe Edoardo pretendono alcuni che 
superasse i ducentomila uomini. Ma mentre sfa- 
vasi aspettando il re Carlo, su quelle ardenti spiagge, 
tra i vortici di arena, che i saraceni avevano l'arte 
di dirigere sopra i latini, l'armata fu assalita dalla 
peste. Fra i più illustri personaggi caddero prima 
il principe Giovanni di Francia, e il cardinale Al- 
bano legato del papa; poi infermò lo stesso re s. 
Luigi, che morì il 25 agosto con sentimenti di 



125 

pietà e di rassegnazione degni della sua passata 
vita. Grandissimo fu il numero de' principali signori 
e baroni morti in breve tempo dal contagio: e la 
mortalità de' semplici soldati fu tale, che senza aver 
combattuto, l'armata trovavasi già molto indeboli- 
ta, quando sopraggiunse Carlo d' Angiò e ne prese 
il comando. 

(157) Con minori virtù, e soprattutto con mi- 
nore disinteressamento, Carlo avea forse piiì inge- 
gno militare di suo fratello. Egli avea aspettato 
a sbarcare le sue truppe dopo la caduta delle piog- 
ge autunnali , che sogliono rinfrescare e purgare 
r aere infetto di quelle spiagge. AH' istante, per 
allontanare le truppe da un campo, dove la morte 
avea fatto tante stragi , le condusse all' assedio di 
Tunisi : e perchè il re spaventato offrì di entrare 
in negoziazione , Carlo si affrettò di raccogliere i 
frutti dei generosi sforzi di suo fratello e di tanti 
cristiani, e accordò al re la pace, a condizione che 
egli sarebbe tributario del re di Sicilia ; indi fa- 
cendo imbarcare i suoi soldati, invece di compiere 
il suo pellegrinaggio e marciare in soccorso di 
Terra santa, salpò verso i suoi stati. 

(158) Monach. Patav. in chronic- 1. IH. pag. 732. 
Qui termina la cronaca del monaco di Padova. I 
genovesi , cui appartenevano quasi tutti i vascelli 
della fiotta, e che per formarne gli equipaggi ave- 
vano dato alla crociata più di dieci mila uomini , 
erano in forza d'antichi trattati specialmente esen- 
tati da cosi barbara legge; ed in forza della legi- 
slazione dei cristiani lo dovevano pure essere i 
crociati all'attuale servigio della chiesa; ma quan- 



126 

d' anche non si fosse potuto addurre verun altro 
privilegio, la confisca non doveva mai estendersi ai 
connpagni d' arme del re , a coloro eh' eransi con 
lui sottratti alla stessa burrasca, come alle mede- 
sime battaglie. Pure Carlo non volle udir ragioni ; 
tutto fu tolto agli infelici naufragati, ed il re di 
Sicilia riebbe sui beni de' suoi amici un tesoro 
eguale a quello che il re di Tunisi avea pagato 
per liberarsi dall'assedio e che il mare avea inghiot- 
tito. Annales genuenses lib- IX. pag. 551 — Uberli 
Folieltae, H\st' h V. p. 375, 376- ap. Graevium. 

(159) Guido di Manforte, giunto alla porta della 
chiesa, trovò i suoi cavalieri che lo stavano aspet- 
tando. E siccome il corpo di suo padre Simone fu 
dai realisti obbrobriosamente strascinato nel fango, 
e anche Guido di Monforte, suo figlio, era stato in 
quella battaglia da mille spade ferito: Che avete 
fatto? gli disse uno di loro. — La mia vendetta, ri- 
spose Monforte. — Come? non fu vostro padre stra- 
scinato ?.... — A queste parole Monforte rientra in 
chiesa; prende per i capelli il cadavere del giovane 
principe, e lo strascina fino sulla pubblica piazza. 
Dopo ciò si ritira nelle terre di suo suocero nell;» 
maremma; senza che Carlo tentasse mai di punire 
un delitto accompagnato da così odiose circostanze. 
Già. Villani lib. VII. e. 39. p. 260. 

( 1 60) Liiierae encicl. de concii celebrando apiid 
Raynald. § 21. T. XIV. p. 192. 

(153) Guido de Corvaria^ Hist- pisan. fragni. 
t. XXIV. p. 680. 

(161) Gio. Villani lib- VII. e. 41. pag. 263— 
Ricord- Malaspinif Stor. fiorent. e 198- p. 1018. — : 



127 

Leon. Aret.^ Hist. fiorent. 1. 111. p. 85-90. — Ray- 
naldi, Annal. eccl. § 27 e seqq. p. 212, 213. 

(162) Andreae Danduli, Chronic. Venet- e 8- §• 8- 
p. 280. — Cherubino Gìiirardacci^ Istor. di Bologna 
1. VII. p. 217 e 232.— Raijnal Annal. eccles. 1252. 
e. 45. p. 200. 

(163) Disponevasi quest'anno a passare in Gei- 
mania, quando ebbe avviso deli' elezione di Rodolio. 
Mariana^ Hislovia de las Hespanas 1. XIII. e. 22. p. 
610. Si osservi la lettera di Gregorio X ad Alfonso 
del 16 di settembre 1272 presso Raynald. § 33 e 
seqq. p. 197. 

(164) Veggansi i diplomi presso Raynaldi §. — 
7 — 12- p- 220^ — come pure nel 1° libro di Mai- 
ler l'origine della casa d'Absburgo, i talenti e le virtù 
che Rodolfo spiegò nelle guerre de' suoi piccoli 
feudi, e la sua inaspettata assunzione all' impero. 
Geschiclite der Schweiz Eidg. B- 1- e- 17. p. 507. 

(165) Histoire de Constani- sous leu empereurs 
frangois par Diicange 1. V. e. 49- t. XX. Vedansi 
i patti di cotale trattato nella raccolta degli alti 
giustificativi p. 10. 

(166) Nicephonis Gregoras 1. V. e. 1 e 2 t. XX 
p. 63 — Gregorii Pachemeris hisl- 1. V. e. 10 e 11. 
t. XII. p. 205 e seqq. 

(167) Raynald. Annal. eccles. § 42 ad annum 
p. 245. 

(168) Guido de Corvavia^ Fragm- hist. pisanae 
t- XXIV. p. 682. Non volevasi allora esiliare il 
conte Ugolino^ perchè tutte le città toscane essendo 
governate dai guelfi , sarebbe stato un darlo in 
potere dei suoi nemici. 



128 

(169) Guido de Corvaria , fragni, hist. pis. p. 
684 — Gio. Villani I. VII, e. 46- p. 265. 

(170) Ghirardacciy htorìe dì Bologna, tom. VII. 
p. 224. 

(171) F. Fì'ancisci PipiniyChvon. 1. IV. e. 7» 8- 
t. IX. p. 1\Q.-- Cheridìino Ghimrdacci , Storia di 
Bologna lib- VII. p. 226. — MaUliaei de Grifon. Me- 
mor, slor. t. XVIU. p. 123. — Cronica di Bologna 
di F. Bartolomeo della Piigliola t. XVIII. p. 285. 

(172) Guido de Corvaria, Fragni, p- 686. 

(173) Io intendo parlare dei priori delle arti e 
della libertà, il cui collegio ebbe nome di signoria. 
11 governo di Firenze, dopo che il cardinal Latino 
vi potè stabilire la pace interna , venne affidalo a 
quattordici savi, otto guelfi e sei ghibellini. Ora da 
questa forma di reggimento, il cui potere esecutiva 
era atfidato ad un consiglio troppo numeroso per 
agire di perfetto accordo, ad un consiglio che fino 
dalla sua istituzione medesima aveva in se gli ele- 
menti della discordia, e dove regnava Io spirito di 
parte, pareva derivarne danno allo stato: inoltre la 
gelosia della plebe verso i grandi riusciva puie 
pregiudice vole a questo collegio, ove trovavansi molti 
gentiluomini; e perciò si andava dicendo che d'una 
repubblica mercantile dovevano averne V ammini- 
strazione i soli mercanti. Quindi i fiorentini verso 
la mela di giugno del 1282 istituirono una nuova 
magistratura affatto democratica, i cui membri eb- 
bero il titolo di priori delle arti, per indicare che 
l'assemblea de'primi cittadini d'ogni mestiere rap- 
presentava tutta la repubblica. Nella prima elezione 
non furono ammessi tutti i mestieri indistintamente 



129 

alia prerogativa di dare i capi allo stato. La prima 
volta ebbero questo onore tre sole arti risguardate 
le più nobili; ma nella seconda elezione (cioè due 
soli mesi dopo, perchè 1' elezioni dovevano rinno- 
varsi ogni due mesi) si raddoppiò il numero dei 
priori, onde ognuna delle sei arti maggiori, a ca- 
dauna delle quali corrispondeva un quartiere della 
città , avesse il suo priore- L' arie dei giudici e 
de' notai, che per altri rispetti aveva parte nel go- 
verno, fu la sola non chiamala a dare priori alla 
repubblica. 

(174) Guido Guerra^ uno dei capitani del par- 
tito guelfo di Carlo d' Angiò, della stessa famiglia 
del conte Guido Novello uno dei signori del Casen- 
tino, ma di opposto partito a lui che militava per 
il partito ghibellino di Manfredi. 

(175) Carlo d' Angiò aveva quattro corpi di ca- 
valleria : il primo di quattromila cavalli francesi 
comandati da Guido di Monforle e dal maresciallo 
di Mirepoix: il secondo diretto da lui medesimo, 
era composto di novecento cavalieri provenzali, ai 
quali avea unito gli ausiliari di Roma; il terzo, sotto 
gli ordini di Roberto di Fiandra, e di Giles le Brun 
contestabile di Francia , era formato di settecento 
cavalieri fiamminghi, brabantesi e piccardi : final- 
mente il quarto, capitanato dal conte G«i(/o Guerra^ 
era quello de' quattrocento emigrati fiorentini- Gio. 
Villani I. 7. e- 7, 8- p. 231- Vedi Ammirato, Sto- 
ria dei conti Guidi- 

Frate //f/e/oMso di s. Luigi, carmelitano scalzo, 
consacrò una vasta e laboriosa erudizione a fare la 
storia della Simiglia dei conti Guidi e della discor- 
G.A.T.CLI. 9 



130 

dia che si attaccò a diverse fazioni. Rilevasi da que- 
sta storia, che essa nobile e potente famiglia pos- 
sedeva terre in tutte le parti della Toscana , ma 
specialmente nelle montagne di Pistoia e d'Arezzo: 
che ne aveva pure nella Romagna , e nel ducato 
di Spoleti: e ch'ebbe in lutto il periodo de' secoli 
di mezzo grandissima influenza sulla sorte della To- 
scana. Delizie degli enid. toscani t- Vili, p- 89» 
a 195. 



131 



Si confala come strana e pericolosa V opinione di 
alcuni novatori^ che credono inuiile alla moderna 
pedagogia Veccitamenlo de'premi. — Discorso re- 
citato in Roma air accademia tiberina. 



JLifflcacissimo provvedimento , e pieno insieme di 
morale e civil sapienza, parvemi sempre , accade- 
mici prestantissimi, uditori cortesi, qnell' unanime 
consenso , onde tutte le piiì colte nazioni stabili- 
rono, che a promuovere le lettere, le scienze, e le 
arti, si dovesse ne' pubblici atenei rimeritare con 
premi le annuali fatiche de' giovani studiosi che 
più alacremente avanzali si fossero nelle scolasti- 
che discipline. Questo, chi ben consideri , è tutto 
insieme argomento certissimo di sentita giustizia , 
e segno evidente di forte persuasione, che col pro- 
teggere gì' ingegni ed onorarli si procaccia mira- 
bilmente la prosperezza dei regni. Infatti che altro 
mai , fuor degli studi accompagnati e diretti dalla 
religione, può formai'e o signori , la base su cui 
piantare 1' edificio della vera civiltà, primo e sommo 
de' beni a cui possa aspirare quaggiù l'umano con- 
sorzio ? La disciplina delle armi, ornamento, io già 
noi niego, anzi necessaria difesa delle nazioni, po- 
trà darvi bensì un popolo forte e temuto: ma ren- 
derlo saggio e gentile, ma elevarlo a floridezza di 
leggi e di costumi, non mai. Questo, o signori , è 
special privilegio de' pacifici sludi , i quali avendo 



132 

per obbietlo la i-iccrca del vero e la contemplazione 
del bello, che secondo Platone ne è lo splendore , 
applicati che sieno ai bisogni della civil comunanza, 
generano in essa quelT aggregato di oneste ed utili 
cose, queir armonia di fisici e morali ordinamenti 
che hnoììo si appella, ed è V anima e la vita del- 
l' umana società. Ciò posto, io non dubito di atfer- 
mare, che a conoscere il maggiore o minor grado 
di civiltà, a cui siasi elevato un popolo , ci basta 
osservare qual cura egli ponga nel premiare gl'in- 
gegni; di guisa che potrà dirsi a ragione, che tocco 
abbia l'apice della perfezione civile quel popolo che 
non lascia inosservato e privo di guiderdone chi 
negli studi, quali che sieno, ha merito incontrastabile 
al confronto degli altri: e per opposito giaccia più 
in fondo e più senta del barbaro quel regno, che 
questo elemento di soda prosperità disconosce e 
trascura. La natura, sa{)ientissima nelle sue leggi , 
ha posto bensì negli animi umani quel nobile sen- 
timento, che più meno operoso ne' diversi indi- 
vidui ci stimola, dirò così, ad avanzare i nostri si- 
mili, e ben guidato che sia è capace di grandi cose; 
ma egli è puro verissimo che di fianco a que.sta 
necessità di operare l'istessa natura fa germogliare 
un altro sentimento non men vigoroso, ed è la per- 
suasione di coglierne un frutto, che, senza offendere 
uno de' più sacri umani diritli , non può togliersi 
alle onorate fatiche. Di qui, miei signori, quel cre- 
scere o scemare che fa l'attività degl' ingegni, di 
([ui queir ampliarsi o ristringersi delle utili cogni- 
zioni, di qui finalmente l'idea fondamentale del giù- 



133 

sto e dell' onesto che stabilisce e determina il senno 
e la morale del popolo. 

Questi pensieri, i quali , chi bene li addentri , 
non sono in se stessi che la nuda percezione di 
un vero fondalo sul diritto di natura , spontanea- 
mente mi corsero all'animo, alloraquando mi av- 
venne di udire da taluno dei moderni , così chia- 
mati ristoratori della educazione giovanile, che l'uso 
de' premi in ftitto di pedagogia nuoce anziché 
giovi allo sviluppo morale dei giovanetti, e però 
è da togliersi dalla moderna educazione. Gravissimo 
errore, il dirò pure a fronte levata, perchè fecondissi- 
mo di conseguenze assai tristi! Funestissimo errore, 
che se a tutti d' un modo è cosa utile e bella ri- 
gettare e deridere, a me, o signori, e a quanti con 
me consacrano i loro studi e la vita a preparare 
nei giovani il vero ornamento della religione e della 
patria , necessario riesce, anzi è dovere, costante- 
mente e virilmente combattere. A questo pertanto 
mireranno quest'oggi le mie parole: e se la forza 
delle ragioni avvalorate dall' istoria giungerà a di- 
mostrare non essere i premi unicamente mercede, 
ma conforto ed aiuto alla viiiù per accrescerne 
seguaci , e per ciò stesso uno dei veri e sodi ele- 
menti della civiltà delle nazioni, crederò a buon 
diritto di non avervi senza frutto intrattenuti. 

E innanzi tratto gioverà, s' io non m' inganno, 
considerar brevemente che mai sieno in se slessi 
cotesti premi , che avuti finora, quali sono in ef- 
fetto, fecondissimo seme di virtù, sono in oggi da- 
gli accennati novatori creduti un argine allo svi- 
luppo morale della tenera età, e, per poco non dissi. 



13i 

un inciampo a porcon'ere generosamente lo slatlio 
della educazione. 

Il premio, o che torna lo slesso, la ricompensa, 
geneialmenle parlando, non è altro, dice un insi- 
gne iilosofo, che un vantaggio concesso in vista di 
servigi qualunque sieno , e calcolato in ragione di 
ossi; un piacere tendente a distruggere il disgusto 
del servigio prestato. Così quell' illustre. K noi su 
le sue tracce di questa guisa cominceremo a ra- 
gionare. 

Se non v' ha dubbio, che l'idea, qual eh' ella sia 
che l'uomo si forma del premio, è giuocoforza che 
racchiuda pur anco l'idea di un merito proveniente 
da un' azione o fatica, la quale coii^e che sia rie- 
sce a vantaggio del pubblico bene; io non saprei, 
strettamente parlando, come mai possa esservi air 
cuno che non vegga no' premi un adempimento , 
alla men ti-ista, di un dovere di giustizia. La verità 
di questa sentenza parmi , o signori, così lucida 
ed aperta, che non che abbisognare di argomenti 
per essere dimostrala, poliebbe invece annoverarsi 
tra i più noti e più ricevuti assiomi. Ma ciò non 
basta all'uopo nostro; conciossiachè non tanto os- 
serviamo ne' premi un compenso alle durate fati- 
che, quanto un riconoscere, un attestare con mezzi 
materiali la nobiltà dello scopo a che riguardano 
coteste fatiche; o in altre parole, il sentimento vir- 
tuoso con che V animo le sostiene e vi [lerdura. 
Considerati sotto di un tale aspetto , ecco i premi 
acquistare un' eccellenza tutta ideale , e sollevarsi 
al concetto che aver non potrebbero considerai!;] 



soltanto siccome un compenso materiale di un' o- 
pera materiale ugualmente. 

Or noi chiederemo a cotesti avversatori de' pre- 
mi per ciò che riguarda V età giovanile: Può egli 
negarsi, che non che gli adolescenti, ma gli stessi 
fanciulli attuando, quanto il comporta la loro età, 
le forze del proprio intelletto, piiì o meno disvilup- 
pano se medesimi, e crescendo cogli anni e coU'eser- 
cizio si formano a poco a poco qual più qual meno 
buoni insieme ed utili cittadini ? Niuno certamente 
vorrà negarlo. E ciò essendo , come mai potrà 
dirsi non esser opera sapientissima rimeritare in 
essi quel travagliarsi che fanno ad inoltrarsi via via 
neir acquisto di utili cognizioni , quel concorrere 
anch'essi ad innalzare, direm così, l'edificio del- 
l' umana civiltà , preparando in se medesimi una 
generazione savia e gentile ? I giovanetti sentono 
per avventura più fortemente che gli uomini adulti 
la giustizia del guiderdone dovuto alle azioni vir- . 
tuose; e perocché ristretti quali sono dentro la cer- 
chia della loro educazione , a questa riferiscono 
tutti i loro pensieri, ne avviene per conseguente , 
che ove alcuno di loro soverchi d' ingegno e di 
attività i propri compagni, avidamente s'aspetti chi lo 
riconosca e rimeriti. Né vale il dire, che l'interno 
godimento di vedersi superiore ad altrui, ed il pen- 
siero di aver operato virtuosamente, bastar possa 
all'animo del giovanetto. Chi ragiona di questa guisa 
dà segno evidentissimo di mal comprendere , non 
dirò dell'età meno ferma , ma né anco la natura 
generale del cuore umano. 11 chiudere il premio 
dovuto alla virtù ne'limiti, dirò così , della stessa 



136 

virtù, o altramenlo , nel compiacersi dentro di se 
di aver fatta un' opera degna di lode , è cosa del 
tutto fuor di natura: e diremo col Monti: 

Magnifico parlar, degno del senno. 
Che della Stoa dettò T irle dottrine; 

ma non del senno di chi ha posto qualche studio 
nel pratico svolgimento dei sociali negozi. 

Persuasi di questo vero quegli antichi mode- 
ratori de'popoli mirabilmente se ne giovarono per 
promuovere l' umana civiltà. Basta volgere uno 
sguardo alle nazioni che furono per confessare di 
primo colpo , che l'idea del positivo o negativo 
loro incivilimento non può mai scompagnarsi dal- 
l' idea della causa che lo produsse: dir voglio l'at- 
tività del premiare, o viceversa la trascuranza di 
simile aiuto. 1 greci , jtrimi per avventura nell'or- 
dine successivo dei popoli civili , quando mai si 
sospinsero a tanta gloiia di sapienza, e diciam puro 
di vera virili militare, se non allora che de' premi 
si valsero ad affinare ed accendere l'animo dei loro 
giovani ad opere generose ? Il secolo che da Pe- 
ricle si appella sarebbe in fede vostra pervenuto 
giammai a tanta luce di virtij, a tanta fama di 
merito , se questo invitto e prudentissimo agita- 
tore delle umane passioni non avesse onorandoli 
guiderdonati gì' ingegni de' suoi concittadini ? La 
schiera pressoché innumerevole d' uomini sommi 
che in ogni ragion di sapere fiorir si videro in 
tutta l'Attica, e specialmente in Alene, nido (di- 
rebbe il Bartoli) e patria delle scienze, e quanto 



137 

In cercbiavan le mura, tutta un tempio di Pal- 
lade, tutta un' accademia di letterati; tutta ò do- 
vuta air opeia sapientissima di quei magnanimo, 
che con ogni sollecitudine accoglieva ed avea in 
onore i più ragguardevoli nelle lellere, nelle scienze, 
e nelle arti; quegli uomini, a dir breve, che sta- 
bilirono Tepoca vera della ellenica civiltà. 

Senonchò, a dir vero , assai prima di Pericle, 
il quale in certo modo purificò e volse a più no- 
bile scopo i premi e gli onori, l'islessa Grecia 
non avea forse uguali nel!' aprirsi col soccorso 
de' premi la via piij spedita a quella grandezza 
di nome e di potenza, a cui senza posa fervida- 
mente aspirava? Omero, detto a l'agione: — Primo 
pittar delle memorie amiche, — non ha tratto ne'suoi 
divini poemi, dove all' occhio non risalti il sen- 
timento di giustizia che i guerrieri e gli eroi ce- 
lebrati ne'suoi canti poneano nel premiare la loro 
virtù; di guisa che Io stesso Achille, per ciò solo 
che rapir si vide dalla prepotenza del maggior 
degli Atridi il premio a sé dovuto ed ottenuto in 
Briseide, n'ebbe a fremere di quell' ira, che tanto 
sangue costò alla Grecia sotto le mura di Troia. 
Si, miei signori, interroghiamo le istorie di quella 
eroica nazione che fu la Grecia , interroghiamo 
gli annali della romana grandezza, e diranno al- 
tamente che il sodo elemento di che si valsero 
a crearsi una gloria, una potenza, che perle menti 
volgari prende aspetto di favolosa e d' incredibile, 
furono i premi. 

Io già non dissimulo che 1' amor della patria, 
eminentemente sentito da quegli antichi, non fosse 



138 

in gran modo niutatore allo sviluppo di tanto 
splendore. Ma non dubito in pari tempo di affer- 
mare che questo amoie medesimo non era, gene- 
ralmente parlando, se non effetto di quella viva 
e giusta sollecitudine onde la patria rimeritava 
le generose azioni. E di vero , donde mai una 
sì forte emulazione , donde mai una gara sì 
bella in mezzo a quo' popoli in ogni maniera 
di onorati travagli , se non dal pensiero di so- 
prastare a' suoi pari, e dalla persuasione di con- 
seguire e tramandare ai loro figli un segno , 
una nota , che attestasse ai presenti , e più agli 
avvenire, la loro virtù ? L'utilità mateiiale dei 
premi , adescamento potentissimo nel più dei mor- 
tali , non aveva in quei petti , per poco non 
dissi, veruna forza; ma sì per lo contrario fero- 
cemente anelavano a quella ideale ricchezza, che 
la pubblica opinione avea dato a cosa per so me- 
desima di pochissimo, od anche di niun valore. 
E perchè mai , uditori ? Perchè avevano in essa 
una memoria del proprio merito , un testimonio 
della propria virtù. 

Al *che riguardando io non posso non ammi- 
rarmi di quei prudentissimi, che studiando sì bone 
addentro il cuore degli uomini seppero nolìilitaine 
gli affetti addirizzandoli a virtù col prestigio di un 
premio, il cui valore non era il più delle volte 
che meramente ideale. T.e corone decretate in 
Olimpia, in Nemea, e su l'istmo di Corinto, qual | 
pregio avean esse rimpetto alla gloria di vedersi 
ammirati e celebrati da tutti come uomini quasi 
divini, e, che forse più monta, rimpetto all'onore 



139 

di esser cantali dalla musa di Pindaro ? E Roma 
che sotto il gran regno di Augusto e la bene- 
fica influenza di Mecenate vide in se rinnovato 
il secolo di Peiicle; questa Roma, io dico, fu ella 
forse men saggia o meno operosa della Grecia nel 
promuovere co' premi la civiltà de' suoi popoli, e 
crearsi ogni ai piiì nuovi mezzi ed argomenti con 
che infiammare la virtù de' suoi cittadini ? Io già 
non niego che il giudizio del Filangieri, come a 
ragione fa osservare il Gioia, si dilunghi dal vero 
là dove asserisce che « Le corone di olivo , di 
lauro , di apio , che davansi ai vincitori dei di- 
versi giuochi in Grecia ed in Roma, preparavano 
i premi che poi si ottenevano dalla virtù e dai 
talenti del magistrato e del guerriero «: ma non 
saprei così di leggieri abbracciare ugualmente 1' o- 
pinione dello s lesso Gioia, ond' egli afferma che 
« i premi concessi alle forze fisiche formavano 
delle masse carnose, inutili allo stato, dannose a 
quelli stessi che ne erano forniti ». In un popolo, 
quali sono i moderni, che, dopo i progressi ma- 
ravigliosi della meccanica e delle altre scienze fi- 
siche, le forze materiali dell' individuo hanno per- 
duto immensamente del loro valore, non è dubbio 
veruno che il premiare, per mò d' esempio, gli at- 
leti sarebbe follia; ma in popoli, quali erano al- 
lora i greci e i romani, tutto attesi ad afforzare 
le membra, che più delle armi, o certo non meno, 
influivano a sconfìggere il nemico, io son d' av- 
viso doversi in gran parte ragionare altramente. 
Oltrecchè, chi è mai che non sappia, che gli eser- 
cizi ginnici, l'emulazione, l'esempio, accrescono mi- 



labilmente la vigoria del coraggio ? H quale con- 
ciossiachè presso gli antichi unito alla forza riscoteva 
una specie di culto, non senza ragione fé dire al 
citato Filangieri che « Nel circo e nel campo , 
nella palestra e nel foro, i sacrifizi eran diversi, 
ma il nume al quale si dirigevano era sempre 
lo stesso » ; e dir voleva la gloria- Ma basti di 
ciò. 

II vero, o signori , a cui tutta richiamo la 
vostra attenzione, questo è fermamente, che l'o- 
norar la virtù e premiarla fu 1' elemento princi- 
pale della civile e morale prosperità di quei popoli 
generosi ; e che allora soltanto che per vizio di 
mente, o pessima cori'uzione di cuore, si disviarono 
da questa sapientissima consuetudine , minarono 
precipitosi, e quasi abbrutirono. Che di vero fin- 
ché la Grecia fu sollecita di onorare i Demosteni, 
i Tucididi, i Fiatoni , i Fidia , gli Apelli ; finché 
ai morti combattendo per la patria , siccome ai 
trecento caduti alle Termopili , o agli altri che 
vinsero a Maratona, fu pronta ad erigere monu- 
menti di onore, non soffrì mai difetto d'uomini 
forti e sapienti; ma come il nome di Milziade scol- 
pito in fronte del portico di Atene ricordava a 
Temistocle i trofei di quel grande , e preparava 
in esso il vincitore di Salamina; non altrimenti , 
o signori, l'onoi- dato a Pindaro, collocando nel lem- 
pio di Delfo lo scanno su cui avea cantati i suoi 
inni in lode di Apollo, preparò gli altri egregi di 
che meglio si gloria fra i greci la lirica poesia. 

E ciò che de' greci dicasi pur de'romani. A chi 
mai sono ignote le onoranze accoidale a Marco 



ut 

Tullio sollevalo alla dignità del consolato e deco- 
rato del titolo gloriosissimo di padre della patria? 
A chi la protezione di Mecenate e le munificenze 
di Augusto verso Virgilio, Orazio, Tucca, Varo, ed 
altri non pochi somiglianti a costoro ? A chi fi- 
nalmente i trionfi decretali dal senato e dal pò-» 
polo agli Scipioni, ai Cesari, ai Pompei, e agli al- 
tri celehratissimi luminari della romana grandez- 
za ? Così è, miei signori: questi premi ed onori, 
e oltre di ciò i pubblici monumenti, le statue, le 
erme, le colonne, le medaglie, ed altri simili ar- 
gomenti adoperali dal senno romauo a rimeri- 
tare la virtù, furono la sorgente di quei miracoli 
di gloriose azioni che ad ogni tratto incontriamo 
percorrendo le istorie di quel popolo maraviglio- 
so: e solo allora che l'irrompere del lusso e del- 
Tignavia, che ne è figlia, attutò e quasi estinsc la 
venerazione dovuta al merito, e ne invase i di- 
ritti, ogni slancio di virtuosa emulazione spari, e 
la fortuna di quegli antichi e la loro smisurala 
grandezza declinando scomparve. 

Né ciò eh' io dissi di/ quei popoli a noi lon- 
tanissimi di tempo e di costumi riesce men vero 
considerato che sia nelle età che seguirono. A 
pienamente persuadersi di questa verità, basta con- 
siderare un istante di qual maniera cadde da pri- 
ma , e poi risorse in Euro[)a la civiltà, e conse- 
guentemente la floridezza dei popoli diversi che 
la riempiono. 

Daj)poichè l'imperio di Roma, snervato, siccome 
pur ora fu detto, dal lusso e dalla infingardaggine 
de' suoi ricchi patrizi, e affatto dimentico dell'ani 



142 

generose, mercè di cui salito era a tanta subli- 
mità di potenza, ruinò sotto il peso della propria 
grandezza , e divenne in un subito troppo facile 
conquista dei barbari che dal settentrione gli piom- 
barono addosso, ogni gentilezza di costumi , ogni 
.resto di lettere, ogni stimolo di emulazione, ogni 
desiderio di gloria^ la lingua stessa, tutto, a dir 
breve, da che dipende V autonomia, la forza , la 
vita delle nazioni, corse in tutta Europa un mise- 
rabil naufragio. Un' epoca inonorata cominciò da 
quel punto a trascorrere , epoca infelicissima di 
vergognose superstizioni, di stupida ignoranza, di 
odii feroci, di brutali vendette, di laidezze incre- 
dibili, di soprusi abbominevoli, in una parola, di 
universale avvilimento- E quest' epoca di vere te- 
nebre durò (cosa incredibile !), pesò su tutta Eu- 
ropa, da ben cinque e più secoli: né per quantun- 
que ad ora ad ora da sì pi'ofondo letargo sorges- 
sero alcuni a dar segno di vita , a scuotere in 
qualche modo le menti addormentate , fu mai che 
s'allegrassero di lieto successo. Non furono questi 
che larghi sì, ma fuggevoli solchi di luce in fol- 
tissima notte: non furono che poche piante come 
a caso cresciute in un vastissimo deserto, le quali 
danno bensì all'occhio del viaggiatore un momen- 
taneo diletto, ma non cangiano punto l'orrida nu- 
dità di solitudine sì grande. Solo allora che una , 
direi, benigna natura che da quest' aere soavissimo 
in noi si deriva, e tutto insieme un'onesta vergo- 
gna suscitatasi nei nostri maggiori al paragone delle 
glorie passate colla presente abbiezione, ridestò in 
Italia il desiderio, e tosto l'amore de' pacifici studi; 



143 

ricominciò per l'Europa un' epoca felice dì novella 
civiltà. Sì, uditori, solo allora che nei silenzi del 
chiostro maturava Lanfranco la restaurazione delle 
lettere e delle scienze , e dal Ticino recava egli 
stesso su la Senna l'attività degli studi; e come il 
Prometeo della favola trasfondeva in quella creta, 
ch'erano allora i nobili e i potenti nudi affatto di 
ogni sapeie, la fiamn)a della vita intellettuale , la 
dignità delle nazioni si riscosse, e a notte sì lunga 
di universale ignoranza soltentrò finalmente la luce 
delle lettere e delle scienze- Al che ripensando , 
non è superbia se noi figli di questa Italia leviam 
alta la testa: e tanto più se osserviamo, che men- 
tre i popoli a noi vicini non avanzarono che molto 
a rilento nella nuova carriera di civiltà, rapidissimi 
noi l'abbiamo percorsa, lasciandoci dietro ad ogni 
passo luminose vestigio di gloria non peritura. 

Ma e qual fu mai la cagione di sì felice avve- 
nimento ? Niun' altra, o eh' io m' inganno, fuorché 
l'ardore con che i principi e i signori d'Italia con- 
corsero ad aiutare con ogni guisa di conforti l'at- 
tività degl' ingegni. Niccolò V, Giulio 11, Leone X, 
tre grandi pontefici che soli bastano ad ismentire 
le calunnie dei tristi. Alfonso di Napoli cogli altri 
Aragonesi; Cosimo de'Medici e Fiorenzo suo nipote 
(*fuel fortissimo propugnacolo della pace d' Italia); 
gli Sforzeschi di Milano, e sopra tutti Lodovico 
il Moro; i Gonzaga di Mantova, gli Estensi di Fer- 
rara, gli Scaligeri di Yorona, i Malaspina di Val di 
Magra, e gli altri tutti che reggevano allora le sorti 
della nostra penisola, non furon essi che adescando 
con premi ed onori i piià forti intelletti che allo- 



144 

ra fiorivano, ristaMliiono in breve fra di noi il pri- 
mato della vera civiltà , il regno cioè delle arti e 
delle scienze ? No, non v'ha dubbio veruno: se mai 
questa Italia ebbe giorni di vera grandezza fu certo 
allora che il Vaticano innanzi a tutti, e dietro a 
lui le corti tutte dei nostri principi, fecei'O a gara 
di [jroteggere i sapienti, e largheggiare con essi in 
ogni mariieca di onoranze e di premi , e l'asilo di- 
vennero anzi il santuario del vero sapere. 

Che se dalla considerazione dei pacifici studi , 
volgendo la mente a quelle grandi perturbazioni 
sociali , che tratto tratto trasformano le sorti dei 
popoli, iie piacesse osservare di qual maniera T i- 
dea dei premi anco allora signoreggi negli ani- 
mi; oltre a ciò che di volo io ne dissi ragionando 
dei greci e dei romani, mostrar vi potrei che sem- 
pre e dove che fosse Teccitamento del premio porse 
ai grandi agitatori potentissimo aiuto a crescere nei 
genei'osi, e dirigere oportunamente la forza del 
pensiero, e l'attivila della mano. L' umana natura 
non ismentisce giammai se medesima, e le stesse 
cagioni producono sempre i medesimi effetti. Non 
ricorderò che un solo gran nome , dinanzi a cui 
non che l'Europa, ma il mondo universo alteggia- 
vasi, or son pochi lustri , di maraviglia , di reve- 
renza, di spavento. Napoleone, quell' immagine viva 
di Giulio Cesare, perchè uguale pili che simile a 
lui neir altezza della mente e nella felicità delle 
imprese, non tanto è grande, a mio credere, por 
le molle battaglie vittoriosamente combattute, quanto 
è degno di ammirazione e di lode per quel senno 
veracemente singolare onde seppe rimeritare ed 



U5 

vivere in sommo pregio i valentuomini dell' età sua. 
Con questi, più assai che con Tarmi vittoriose, 
elaborò e quasi vide compiuta la civiltà dei po- 
poli conquistati: con questi preparò all' Europa il 
regno della vera libertà, che ha per guida il pen- 
siero, la ragione per legge, per moderatrice la re- 
ligione: con questi, a dir breve, si fé strada ad 
una gloria che per volger di tempi e di vicende 
non fia mai che gli manchi. Chi di lui più felice 
nei muovere in prima , e poscia eccitare fino al 
prodigio l'entusiasmo della virtù, l'emulazione delle 
opere generose ? Chi più di lui o studioso nel!' in- 
dagare, o sollecito nel premiare quali che fossero 
gì' ingegni che sovra gli altri si alzavano ? Troppo 
a fondo conoscea quel magnanimo le tendenze del 
cuore umano: e perciò non dee far maraviglia se 
all'acutezza del suo pensiero non isfuggiva alcun 
mezzo per accenderle e addirizzarle con arte a no- 
bilissimo scopo. Un titolo d'onore, un nastro, una 
insegna qualunque, una parola, uno sguardo, ba- 
stavano ad esso per suscitare negli animi le più 
splendide passioni, per ispingerli ad imprese, che 
rado non mai affrontar si vedrebbero da uomo 
vivo comechè provocato dal più seducente mate- 
rial guiderdone. Tanto può nei mortali, ben gui- 
dato che sia, il sentimento dell'emulazione, tanto 
l'amore d'un premio meramente ideale! 

E qui se i limiti d' ordinario concessi ad un 
discorso accademico mei permettessero, vastissimo 
sarebbe il campo, che la varia civiltà delle mo- 
derne nazioni m'aprirebbe a ragionare; e torne- 
rebbemi sempre più agevole ribadire nelle vostre 
G.A.T.CLI. 10 



lii«oU *n*mì iftm) itt<u)nUniiil'4h'tliì eh* Ut preài a \iro~ 
jj^tt^paèrU' Si uKMti^c.h H c^if^UutH d' anemiiU} « la 
fK»tafitl«^6Ìrria ìm^'titena non traAcurare al<mn mezzo 
ebe iral(£» ad nununn: o(^ni >.^>ii.si (V'ui^t^^U ^ coù 
prùgrt/itra ogni di (/iù tiellci mì» iUìruUfi'i^i. Vi ad- 
diUirti VAUinanf^ttH hUKÌioM^hìma (utìi'ouomra ì |iro-> 
fondi tut/Haiùt a cui, più cFk: »I1() strini, è d«t4iri<^ 
d<;lla mia [nt)%\ti'A'ìiUt li tutu deve la gloria di e»* 
w»rfti rapidaoKinUi ft|>ogl(ala della natia ruvidatm. Vi 
tumeaOii'ri'i UhHÌKH'nUi la Francia: <^ e<;co , direi , 
a 'inai Hcgno di (^cntilc//.a mì|<|/c an<;b' ella cO' 
tifata forlihkiiiia na/.ionc elevarci col chiamare in 
MH'Xorm TaUiviià deircrnulazii>ne , col {>rornuov<;r(5 
|i(ti Ktiidi, col («tcrniarc i ro<riilcvoli. 

S<ino(icli<; Ifoppo h v<!(o cIkì la malizia dei tri' 
»ti, la d»\ii^tm\/.y\tut dc^^l' inlini^rdì, la ikìhìUv/i'ih 
(ìhifìi atnlii/J(>«i , la >>. vergognata pi;4CcriU;ria d';gli 
adulaiori, vi/lo e vi/.ia di M>vcnt« tjnci^lo ftcnic te- 
condii^irno di gttncroi;» anioni; e ««naturan<lolo tur- 
[>efncril«, ne hjicgnc in gran parie la prodigioKa virtù. 
Ma ciò nulla monta a render men lernta la verità 
cìui diltHidiamo. An/.i (jue^io tìtootu* abuf^are di uii 
t^nto ÌM'.n<% qiie«U> vil« arral>baltar»i dei cattivi o 
iUn d;tii(K>ctii («er invadere i diritti tìaìUt virtù, c<m^ 
ibrta vieppiù le nostre ragioni, e le rincalza mira- 
hiUiutiiiit, H di vero, ciie altro h mai cì»U)«>Uì Uà*" 
vaglnrtti di Hill'atta genia tVtiotnltii iuelli per emun 
gere un titolo, un conUa^t^tgno dt onore, m non 
un dmiditiìo di iH)mi*»vir viriuuM , un lecito ^U" 
Utmmv, elle il firemio /; veranienle di musi natura 
una coniseguen/.a disila virtù , un bene a cui eMa 
linla Ila lutto il diritto coiiih a comu huu propria ? 



147 

Riguardata da qnnsto lato, poco danno unecliorchhe 
una cotale ambizione; ina por ci^) solo che, defrau- 
dandoli della loro mercede, iscoraggia i dabbene , 
riesce perni<;iosisKÌ(ua alla Hoeielà, in «iiianlo con- 
fonde l'inettezza col inerito. Diròdi più: questo in- 
giusto collocamento del premio fa sì ch'ei pord», 
non dirò in chi lo ricovo (che è troppo evidente), 
ina pur anche in se stesso : conciossitichè più non 
atli*agga il desiderio di chi n'è degno, il quale ar- 
rossisce si sdegna di dividerlo coi codardi, e non 
di rado cogli stessi viziosi. Dal che no conseguita 
che ogni bella ed onesta emulazione a poco a poco 
dileguasi, e Hnaltiiente svanisce. Che diremo noi 
dunque dopo tali considerazioni ? Diremo che il 
prostituire agi' indegni la ricom|)onsa dovuta ai go- 
r^rosi è un travolgere dai fondamenti V idea dol- 
lonestà, è delitto di oifosa giustizia, è insulto alla 
bollez&a del merito, è linalmonte segno evidentissi- 
mo di ritardata o scaduta civiltà e di morale ab- 
brutimento. 

In .seguilo di che, panni, o signori, che torne- 
rebbe assai meglio al pubblico beno il trascurare 
Bicuna volta di rimeritare co' premi la virtù , an- 
ziché deturparli così fregiandone gì' immeritevoli. 
Che per vero allor ch'io leggo di un Tiberio che 
non vergognava di erigon; statue e concedere gli 
onori del trionfo ad uomini ribaldi (; vera feccia 
d'ogni ne(|uiziu, non posso a meno di dolorare su 
tanta corruzione della nostra natura; e non che 
biasimare, reputo invoce sapientissimo l'operar dei 
tebani , i quali non ostuiile 1' insigne vittoria ri- 
portata a Leiitra su i hu^odernoni da Pelopida ed 
Kpaminonda, anziché premiarli, giudicarono entrani- 



148 

bi meritevoli di morte unicamente per ciò, che con- 
tro il divieto della patria non aveano in tempo ras- 
segnata ad altrui la scaduta loro autorità. Bene è 
vero che la gratitudine del popolo , che da quel 
disobbedire rigenerata vedeano 1' unione e l'indi- 
pendenza dell'Arcadia e della Messenìa , ottennero 
ad essi il perdono e la vita; ma non v' ha dubbio 
che quest'atto di severa sì ma ragionevole virtù 
solennemente manifesta, che presso a quegli antichi 
più assai dell'utile potentemente imperava il senti- 
mento della giustizia. 

E qui, miei signori, porrò fine alle mie parole. 
Le quali conciossiachè nel discorrere ch'io feci l'u- 
tile immenso che deriva dai premi , ogni qualvolta 
la ragione e non l'arbitrio li comparte, ebbero prin- 
cipalmente di mira mostrare ad evidenza l' errore 
di que'moderni che toglierli vorrebbero dal numero 
dei mezzi, di che giovansi i presenti educatori; mf 
dan motivo di credere che opportune per avventura, 
e non disgradite riescir debbano agli animi vostri. 1 
Moltissime altre cose validissime tutte a propu- 
gnare trionfalmente il mio assunto potevansi , io 
bene il veggo , soggiungere alle molte già dette; 
ma queste basteranno, s'io mal non mi appongo, a di- 
mostra re che pur troppo egli è vero, non esservi 
errore in cui l'uomo non cada; l'uomo, io dico, che 
ambizioso di novità trascorre a golfo lanciato nel 
mare delle utopie e dei sogni; ed avvisandosi, co- 
me avviene assai spesso, massime a' dì nostri, dì 
recare nel tesoro delle umane cognizioni ricchezze 
nuove e peregrine, vi reca invece una congei'ie di 
illusioni e di strani vaneggiamenti. 

Tommaso Borgogno c. h. somasco 



1 



149 



Alcuni versi Ialini di Cesare Montalli cesenate. 

f '. 

LÀ infiorare a quando a quando le pagine di que- 
sto giornale di composizioni inedile od a pochissimi 
conosciute di scrittori veramente illustri, e che più 
non sono , ma che raccomandansi cogli aurei loro 
dettati alla posterità, parmi non debba venire che 
a piacere degli associati, e di quanti sono lettori di 
esso. È per questa ragione che qui mi giovo di ripro- 
durre questi pochi versi latini del Montalli, i quali 
nicchiati per entro a quelle raccolte, che diconsi di 
circostanza, non sono noti, più là di que' luoghi, ove 
da prima escirono in luce; e quindi ai dotti ed in- 
telligenti saranno, spero, cari e graditi. E senzapiù 
alla benignità de' lettori me e questi scritti racco- 
mando. 

Giuseppe Bellucci. 

De Innocentio Caslracane ab Anlelminellis, cornile 
et patricio urbinate , cerviensium episcopo designato. 

Elegia 

Parcartim vaticinium. 

Expectata dies roseis invecla quadrigis 

Eripit eoo gurgite laeta caput. 
Qua tandem domina reducem te. Cervia, ab urbe 

Excipiat niveis pontificem alitibus. 



150 

Saepius aegi'a tui desiderio intabescens 

]ndoIuit, longas increpuitque moras : 
Nempe animo recolit memori fatalia nentes 

Slamina veridicae quae cecinere deae. 
Adveniet loto quem pectora suspirasti, 

Dicebant, fausto munere caelicolum 
Egregiis animum praesul virtutibus auctus ; 

Adveniet populo spes columenque suo. 
Vota cadunt : oculos lacrymis soffusa decentesr 

Frustra illum pietas detinuisse velit, 
Pectora cui dulci terrae nalalis amore 

Pertentat teneris sedula ab unguiculis. 
Sat curis, Orbine, tuis per tristia rerum 

lamdudum optatae sat tulit acef opis ; 
Auspice quo, patrios non uno nomine fastos 

Servai adhuc prisci temporis historia, 
Iure quibus statuii, quod nullum obliteret aevumy 

Feltria conspicuum iam decus aula sibi : 
Italiae flos una annis melioribus aula, 
- Undique tot celebres quo coiere viri ; 
Sive illos raperei metuenda in praelia Mavors, 

Seu doctis Pallas coetibus insereret. 
Quid te, Bembe pater, quid te furibunda Roland! 

Qui canis insigni coepta, Ariosle, turba, 
Praeteream ? Tuscae quid te latiaeque camenae, 

Armorumque ingens gloria, Castilio ? 
Ut vos innumeris ditavit honoribus ! ut vos 

Feltriadum excoluit gratia semideùm ! 
His merito officiis, queis nostra irascitur aetas, 

Augusti laudes vindicat una sibi. 
Scilicet invldeas nequicquam, Orbine: voiat iam 

Obvia pollici lo Cervia tota patri. 



151 

Non quod ppoducto digestos ordine iactet 

Maioriim claro semine cretus avos ; 
Non quod, praecipiti qua labi tur amne Metaurus, 

Frugiferi teneat iugera multa soli ; 
Sed quod doctrina praestat, quod moribus, ilie 

Sacra phycoclaeis iura dabit populis. 
Hine pia Reliigio luto sese efferet ore 

Cxìliens tanti pignoris auspicio ; 
Praemiaque hie referet cerlalim assueta ìuventus 

Palladiis operam impendere litterulis. 
Desere iam veteres, quid cessas ? desere scdes i 

Uberior tìtulis faina petenda tuis. 
Te cupidi cives, te rura feracia, et imo 

Unum corde inhians te tua sponsa vocat. 
Quae mox tìnitimas valles mcunda tenebunt 

Gaudia ? quos sonitus terra repulsa dabit ? 
Concava proceris reboant e turribus aera ; 

Undique iam plausus, iam bona verba crepant. 
Pompa coronatas graditur sollemois ad aedes, 

Mixtaque sacriflcis plurima turba choris. 
Spargile, io flores redolenlis munera veris ; 

lungite io festis candida vota modis. 
Tempia subit pura spectandus veste sacer(k>s, 

Et sibi commisso gestit adesse gregi, 
Indigetes faveant, caram quibus una taeri 

Urbem propitio lumine cura fuit. 
Hinc, aerumnosis faveant modo numina terris, 

Aethereas ineal tardior ille vias. 
Talia concordes properetis tempora, fusi, 

Signet erythraeis quae lapis ortus aqare. 
Dixerunt parcae: superi bona signa dedere : 

Audistin' ? laevum iam polus intonuit. 



152 

Pastor adest : nitidis rumor praenuncius alis 
Antevolans patris grandia facla canit. 

Ad passerein Nices (*), 

quantum est avium veuustiorum 
Venustissime passer et beate ! 
Passer millibus oppido invidende, 
Quem vita mage diligit vel ipsa, 
Quem colit studiosa, textilique 
Inclusum cavea fovet benigne. 
Vere o millibus undique invidende 
Venustissime passer et beate ! 
Escam dat tibi delicatiorem, 
Fontis dat libi purioris haustus ; 
Olii dulcisonum melos reponis. 
Quum sol purpureum diem reduci t, 
Tibi niillia multa basiorum 
Impingit cupideque molliterque, 
Miscens blanditias salaciores. 
Has ego inlecebras tibi, tuamque 
Cur non invideam beatitatem, 
Venustissime passer, heu, misello 
Nequidquam mihi forsan expetendam ! 
Insignis volitans virùm per ora 
Passer, blandula Lesbiae voluptas, 
Defletus fidibus catullianis, 
Postquam illum domibus tenebricosis 
Orci mors fera compulit peremptum, 



(*) Questo faleucio è versione di un' anacreontica di Gio. Ro- 
verella. Vedi le sue rime , Firenze per F. Le Monnier 1812 , a 
pag. 66- 



153 

Lesbìae immemor, immemor Catulli, 

Te certe invidulis tuens oeellis 

Fortunam increpat mìnus secundam, 

Quod saeclo genitus vetustiore 

E tam molliculis libi labellis 

Nunc tantum sciat esse basiorum. 

At potens nimia loquacitate, 

Passer, tun' procul, ut soles, abibis ? 

Tun' solam ad dominain usque pipilabis ? 

Passer indocilis ! beate passer ! 

Ut primum (moneo) meae puellae 

Exceptus niveo sìnu recumbes, 

SI quis acèr adhuc amoris aestus 

Tenellum tibi corculutn perurit, 

llli (sis memor) inquito: — Integellam 

In dles iubeo fìdein ac perennem 

Bependas iuveni, potentiore 

Qui te deperii ustulatus igne. 

Sonetto di Giovanni Gommi. 
Per Amalia Bellini illustre attrice: 

Sfrondossi il lauro dell' antico onore 
Poiché r armi fur poste, o Italia mia; 
Ma la sacra favilla, ond' uom non muore^ 
In te serbasti a sfolgorar qual pria; 

Quella favilla, al cui vivo splendore 
La gran nebbia del mondo si fuggìa, 
Per cui cogliendo, a par di Grecia, il fiore 
D' ogni beir arte il nome tuo s' india. 

Fra gì' immortali che da te veniro, 
E fur SI grandi imitator del vero» 



154 

Poni or costei, degl' itali sospiro. 
A lei ghirlanda incoriuttibil dona, 
E mostra come in tuo felice impero 
S' offre solo a Virtù premio e corona. 

Versio. 

Aruit oenotriae laurus iam gloria terrae, 
Mulciber ut primum positis deferbuit armis; 
Ast aeterna sacer pariturus nomina restai 
Aestus, et antiquae iaculatur spicula flammae; 

Aestus inextincto late splendore coruscans, 
Quo decussa gravis nubes proprosa veterni, 
Aemulaque argivùm, omnigenas exculta per artes 
Rite parem superis te te, gens itala, tollis. 

Insignes enixa viros, quaeis conscia veri 
Quondam mens animi, coeptisque ingentibus apta, 
Minibus hanc numeres, dulcis nunc cura tuorum. 

Eia age, mansuro fac olii tempora serto 
Impedias, testata tuis ut hospila regnis 
Unica promerito Virtus sibi plaudat honore. 

Sonetto del medesimo sullo stesso argomento. 

Perchè condegno al tuo valor non coglie 
Frutto, o spirto gentil, 1' ausonia gente ? 
Colpa è di chi nostra virtù non sente 
E d'altro nido immagin false accoglie. 

Qui r arti belle dall' eterne soglie 
Non rapir la scintilla onnipossente ? 
Classica terra è questa, e fiamma ardente 
GÌ' ingegni avviva, ed a gran voi gli scioglie. 



155 

Sdegna nordiche fole, e attieni! al vero 
Unicamente, o fior d' ogni donzella, 
E fìa eh' esca del fango uman pensiero. 
Ah ! se torna a fiorir nostra virtute. 
Speme m' avrò che una benigna stella 
Bìsplenda ancor su V itala salute. 

Versio. 

Eccur, alma, tuis longe conatibus impar 
Usque per ausonias respondeat exitus oras ? 
Quisque (nefas) inhiat, patriae virtutis egenus, 
Externis falsa deceptus imagine rebus. 

Nonne hic ingenuae superis e sedibus artes 
Felici omnificam nisu rapuere favillam ? 
Grandia fert tellus, ubi vividus abripit aestus 
Ingenia, et valido tollit sublime volatu. 

Sancta legens, quacumque patent, vestigia veri, 
Lubrica devoveas arctoae scita palestrae, 
Humanasque luto videas emergere mentes. 

Nostra utinam late virtus excita resurgat ! 
Auguror: oenotriae (nec spes me ludit inaois) 
Prisca salus dextro reparabitur alite genti. 



156 



Antiche iscrizioni ostiensi^ tornate in luce dalle esca- 
vazìoni deiranno 1856 in 1857, scelte e pubblicale 
dal commend. Pietro Ercole Visconti commissa- 
rio delle antichità nella faustissima occasione che 
la Santità di N. S. Papa Pio IX si recò ad 
osservai le il giorno 8 di ottobre 1857. 



I. 



AYPHAIC . eAP 
CIKIC . MHTRO 

BIAI . CYNBI 

TAYhY 



Cioè: Aiirelius Tarsicius Melrobiae coniugi dulcissimae. 



il. 



SEX . CARMINIO . PARTHENOPEO 
EQ . R . DEC . COL . OST. QQ . COLLEG 
FABR . TIGNVARIOR . OST . ET 
CARMINIAE . BRISEIDl . CONIVG . ElVS 
SEX . CARMINIVS . PLOTINIANVS 

. FRATRI . B . M . 
INFRONT . PED . XII . INAGR . PED . XXXV 

Nel sepolcro marmoreo di Carminio , posto 
lungo la via, presso la città. 



157 

III. 

. AETERN 

QVAE . V.... 
mi . DIEBVS.. 
NAEACORE 



DOMVI 
CASSIAE . RVFINAE 
XXVIIII . MENSiBVS . 
CARMINIA . CASSIA . 
SEX . CARMINIVS . NEOPHITVS . CONIVGI . CA. 



IV. 



D 



CASSIVS TYRANNVS 



m 



CASSI ET TYRANNIDI 
FILIE DVLCISSIME 
[sic) DVLCISSIME . Q . V. A . VII . M . VII 



V. 

D M 
TI . CL.^VDIO . PINNr 
QVI VIXIT . AN . xml 

ME . Ili 
TI . CLADIVS . MER 
CVRIVS . FIL . DVL . FÉ 



158 

VI. 

M 
iHEMORIA . M . CIPl 
FORTVNATI . IVNIORIS 
M . CIPIVS . OSTIENSIS 
ET . AELIA . HOSIA . FECERVNT 
SIBl . ET . FILIO . DVLCISSIMO 
QVI . VIXIT . ANN . VI . MES . X . D . Vili 
LIBERTIS . LICERTABVSQVE . POSTE 
RITQVE . EORVM . INF . P . XI . IN . AG . P . Villi 



VU. 



L . COMBARISIVS 
HERMIANVS 
VIVIR . AVG . IDEMQQ VIVVS . FECIT . SIRI . ET 
COMBA . RISIAE . ONESIME . CONIVGI . ET 
L . L . COMBARISIS . MARCIANO . ET 

VICTORINO . FILIS . £T . 
COMBARISIO . HESRERIONl . FRATRI . ET 
[sic) LIB . LIB . POSTEORVM 
IN . FRON . P XVIIII . IN A GR . P XXXV 



159 
Vili. 

L . COMBARISIVS ZOTICVS 
AD PARAVI VIVVS MIHI . ET 
COMBARISIE FAVSTIJNE . DEF 
CONIVGI INCOMPARABILI 



IX. 

FLAVIAE . CAECILIAE..., 

Iscrizione scolpita in terra cotta, con bassori- 
lievi all' estremità; nell'uno dei quali è il bue Api 
con sistro ed offerta di fruiti; nell'altro il naviglio 
ed altri emblemi del culto isiaco. 



X. 



OSTIENSIAE . VICTORINE 
QVAE . VIXIT . ANN . XXXXI 

M . VII . D . XVII . L . 
COMBARISIVS . EVTYCHET 
COIVGl . BENE . MERENTI 



¥ 



160 
XI. 



hec . est 
sepultu 
ra . petri 

Roma 

m 



Nei sepolcreti presso s. Ercolano. Caratteri del 
medio evo- 



XII. 

COLONORVM . GOLONIAE . OSTIENSIS 

Nel condotto pubblico della colonia ostiense , 
capace di once circa ducento di acqua. 
Nel proseguimento di esso 

Q . VERGILIVS . EVPSYCHVS • FAC... 



161 
XIIJ. 



CN . STATILIVS 

CRESCENS 

CRESCENTIANVS 

VI . VIR . AVG . QQ . ET . CVRAT . ORDIN 

AVGYSTAL . ET . VI . VIR . AVG . TVSCVLIS 

FECIT . SIRI . ET . STATILIAE . ATALANTE . CONIVG 

:T.LIR.LIfiERT.POST.EOR.IN.F.P.XXI.IN.A.P.XXXII 

Nel sepolcro di Statilio, lungo la via, presso la 
città. 



XIV. 

L . VIRVSIO 

AGAPETO 

Q . V . A . III . D . UH 

L . VIRVSIVS 

ELAVIANVS . PAT 



XV. 

. D . M . 

TETENTINI . ACT . 

Q . V . A . XXII . FECIT 

LIRERALIS . AVG . LIR 

B . M 



G.A.TCLI. 11 



162 



Si aggiungono le iscrizioni poste in Ostia per solen- 
nizzare V avvenimento faustissimo della venuta 
della Santità Sua. 



Iscrizione fatta collocare sotto pomposo ador- 
namento innanzi la porta esterna della rocca, e in 
prospetto della piazza d'Ostia, dalla società pel di- 
seccamento dello stagno ostiense e per l'ampliazìone 
e miglioramento delle saline , secondo la sovrana 
concessione. 



PIO . IX . PONT . OPT . MAX . 

RESTITVTORI . OSTIAE 

CONSOCIATIO 

QVOl . INSTANTE . F . BIDAYLT . EQ . 

EX . PROVIDENTIA . EIVS • DAT . ADTRIB . 

PALVDEM . OSTIENSEM . EXHAVRIRE 

SALINAS . IN . MAIVS . IN . MELIVS . EVEHERE 

FAVSTA . OMNIA . ADPRECATVR 

AVSPICATISSIMO . DIE . VII! . ID • OCTOB. 

A . MDCCCLVll 



163 

Iscrizione composta , come la precedente ♦ dal 
commendatore P. E. Visconti , commissario delle 
antichità, e dal medesimo fatta collocare nella stessa 
occasione in omaggio del Sommo Pontefice e per 
prospero augurio dell' avvenire* 



NVNC . SENTES.DVMOSQVE. VIDES . FOEDAMQ . PALVDEM 

QVA . STETIT . ALTA . SVIS . OSTIA . DIVITIIS 
AST . VRBEM . MOLIRI . ALIAM . SVBITOSQVE . COLONOS 

SI . REDEAS . PARVO . IN . TEMPORE . CONSPICIES 

MIRA . AT . DIGNA . PIO . CAVSSAS . ABOLERE . MEPHITIS 

STAGNO . DEQVE . PVTRI . RVRA . PARARE . NOVA 



164 



DelV aria compressa come agente terapeutico. 



I^e era conosciuto in medicina 1' uso dell' aria com- 
pressa , puossi dire essersi non solo oggi maggior-^ 
mente divulgato, ma ancora in questi ultimi tempi 
praticalo con prosperi risuìtamenti. Nei medici gior- 
nali dell'alta e meridionale Italia sono riportate le cure 
di diverse morbosità conseguite felicemente in ap^ 
positi stabilimenti di Lione, di Nizza marittima e di 
Montpellier. 

Il dottor Pravaz è stato il primo, dappresso l'in- 
gegnoso apparecchio del Tabarié^ di condensar l'aria 
atmosferica senza alcun incomodo. Egli ha formato 
in Lione uno stabilimento , ove dopo vari anni di 
reiterate esperienze, ha pubblicato il suo libro « Es' 
sai sur r empiei medicai de V air comprime. » 

L'autore, dopo aver considerato i rapporti della 
pressione atmosferica per meccanica azione sullo svi- 
luppo del polmone e sulla cavità del torace, mostra 
r aumento dell' inspirazione mercè dell' aria conden- 
sala fino ad un certo grado. Passa quindi agli ef- 
fetti che seguono colla detta pressione pei fenomeni 
chimici dell' ematosi nelle sue relazioni colla fun- 
zione della respirazione. Perlochè il sangue, che per 
l'abbondevole aria atmosferica affluisce al polmone, 
somministra una maggior copia d' ossigeno : ele- 
mento, siccome è noto , necessario alla trasforma- 
zione di sangue nero in rosso. D' altronde la pres-^ 
sione atmosferica diminuendo la circolazione arte- 



165 

riosa, accresce la venosa, facililando il ritorno del 
sangue verso la cavità destra del cuore. L' autore 
dopo aver accennate esser coleste basi consentanee 
ai fenomeni fisiologici osservati nelle ascensioni delle 
piiì alte montagne, e sotto la campana dei palom- 
bari) discorre le malattie nelle quali l'aria compressa 
viene utilmente praticata come agente terapeutico; 
Quindi vuoisi in questo giornale dar contezza dei 
vantaggi specialmente ottenuti nelle croniche mor- 
bosità del polmone. 

Narra V autore che una giovinetta di delicata 
costituzione era costretta in ogni inverno guardare 
il letto per malattie di petto; Imperocché la ma- 
grezza e la conformazione e strettezza del torace 
presagivano un triste avvenire. Sottomessa all' uso 
del bagno d' aria compressa combinato con frizioni 
cutanee e vitto nutritivo, ricuperò la sanità, ne piij 
soggiacque ad alcun morbo. 

Due orfani fratello e sorella, nati da parenti vit- 
time di tubercolosi, erano per manifestissimi sintomi 
minacciati dalla stessa malattia. Dopo 18 mesi di 
dimora nello stabilimento Pravaz , tutti i segni di 
tubercolosi sparirono. La salute del giovinetto fu 
sempre floridissima; ma nella sorellina, di fibra più 
delicata, sorsero di nuovo morbosi sintomi: tornata 
però allo stabilimento, dopo sei mesi ottenne com-^ 
pinta guarigione. 

Una giovane di 25 anni, maritata da pochi mesì^ 
era ridotta in cattivo stato manifestante polmonare 
consunzione. 

Tosse frequente, dispnea, sputi sanguigni, dolori 
al torace, febbre etica, abbattimento fisico e morale. 



166 

confermavano la sinistra diagnosi. Il medico curante, 
persuaso della nullità dei rimedi farmaceutici, con- 
sigliò l'inferma di tentare 1' aria compressa congiuuta 
a graduati esercizi ginnastici. Entrata quindi nello 
stabilimento del Pravaz, dopo 89 di di soggiorno, 
uscì totalmente guarita con sorpresa de' suoi e del 
medico della cura; mentre non si attendeva un si 
pronto felice successo. Molti altri esempi sono rife- 
riti di prosperi risultati conseguiti in cotesto stabili- 
mento. 

Dopo il Pravaz, nella stessa città di Lione il dot- 
tor Milliet occupatosi a tutt' uomo sull' Uso dell' a- 
ria compressa, formò opportuno stabilimento, indi 
un altro a Nizza marittima. Il relatore dottor Bottini 
narra che questo stabilimento (di Nizza) è ornato 
con gusto ed eleganza. 

La durata della cura è di trenta o quaranta se- 
dute, da durare indispensabilmente due ore almeno: 
diversamente non si conseguirebbe l' intento. Im- 
perciocché sommergendo, per così dire, il polmone 
in un' atimosfera più condensata, e ponendolo a con- 
tatto di ciascuna inspirazione con una massa piii 
abbondevole d'aria respirabile, èduopo dar tempo 
che possa ottenersi cotesta specie di alimentazione 
polmonare più sostanziale. Prosegue il Bottini, che 
avendo lungamente consultato col Milliet , questi 
mostrogli, che specialmente nelle malattie della re- 
spirazione, e della circolazione sanguigna, i bagni 
d' aria compressa recano favorevoli risultamenti. Im- 
perocché r azione dell' aria compressa facilita la 
pervertita ematosi , riportando la normalità nelle 
sconcertate funzioni degli organi della respirazione 



167 

e della circolazione del sangue. Non pochi sono i 
casi felicemente riusciti, venendo dal Bollini citati 
diversi distinti medici, che indrizzarono i loro infermi 
al stabilimento del Milliel. 

Lo stabilimento di Montpellier è diretto dal dottpr 
M. E. Berlin , il quale ha pubblicato V opera che 
porta il titolo: Elude clinique de Vemploi et de$ effets 
du bains d" air comprime dans le traitemenl des di- 
verses m,aladies. Premessi gli effetti fisiologici prp- 
dotti dall' aria compressa , provasi in quest' opera 
che a qualunque grado essa sia innalzata può tol- 
lerarsi senza pericolo per 1' equilibrio di pressione 
che si stabilisce su tutte le parti del corpo, come 
ciò ha luogo neir atmosfera ordinaria. Anche quando 
la pressione è spinta al di là del grado che deve 
raggiungere per determinare i desiderati effetfi te- 
rapeutici, non ha mai visto soprayvenire nei feno- 
meni della vita alcuna modificazione che possa nuo- 
cere alia loro regolarità. Sotto 1' influepza dj un 
aumento di pressione portata a due quinti dell' at- 
mosfera, e che una lunga esperienza gli ha general- 
mente dimostrato come la più utile ad impiegare^ 
ha visto dissiparsi i movimenti flussionari, le con- 
gestioni permanenti che hanno lorsede sulle superficie 
cutanee e mucose in contatto coll'aria. Nota ij Berlin, 
che la respirazione operata in un' aria compressa , 
mettendo il sangue a contatto con una più granid.e 
abbondanza dei due principii constituenti dell' aria 
sotto un medesimo voluine , deve necessariamente 
decarbonizzare una quantità di sangue più conside- 
revole che nello stato ordinario. Per la stessa ragione 
V iifiQzio, che r azoto esercita suH' economia , deve 



168 
pure trovarsi più ampiamente compiuto. Ciascuna 
inspirazione deve avere un effetto più esteso sotto 
r aria compressa, che sotto V atmosfera ordinaria. 
Da ciò la necessità d' inspirazioni meno ripetute per 
bastare ai bisogni di ciascun momento: da ciò una 
diminuzione sovente grandissima nel moto degli or- 
gani polmonari, e la sorgente di un riposo sì utile 
e ciò non pertanto sì difficile a procurare con tutt' al- 
tri mezzi adorgani, la cui azione debb' essere continua 
sotto r influenza delle relazioni che uniscono la re- 
spirazione colle pulsazioni del cuore: il rallentamento 
della prima deve produrre una modificazione simile 
nella circolazione, oltre 1' azione sedativa che 1' aria 
compressa esercita in modo diretto sul sistema circo- 
latorio: da ciò risulta pel cuore stesso un riposo , 
la cui importanza è facile a comprendere quando 
si pensa che il numero dei battiti del polso può essere 
ridofto a 45 per minuto. Perfezionandosi la respira- 
zione sotto r aria compressa , il sangue viene più 
atto alla nutrizione e si spoglia meglio delle particelle 
improprie a questo. Una circolazione più calma e 
più normale si eseguisce in giuste proporzioni in 
tutte le parti del corpo , distruggendo per la sua 
regolarità medesima ciò che poteva accidentalmente 
offrire d' irregolare, di patologico. Le funzioni dige- 
stive compiendosi con più regolarità, 1' appetito si 
aumenta, e perciò si fa una buona nutrizione, sorgente 
sicura di un accrescimento di forze generali. Quindi 
da essa il bagno d' aria compressa attinge la sua 
azione tonica, che è tanto più reale, quanto più si 
accompagna ad una rinnovazione organica così facile 
a riconoscere presso soggetti deboli ed anemici. La 



169 

bronchite, l'angina cronica, l'irritazione cronica della 
mucosa della retro-bocca, l'afonia, il catarro pol- 
monare, l'asma, 1' enfisema polmonare, la polmonite 
cronica, la tisi, sono le malattie che pel bagno d' aria 
vide il dottor Berlin condotte a guarigione, o sen- 
sibilmente migliorate: ed in conferma di ciò riporta 
numerosissime storie di detti morbi da lui con tal 
presidio felicemente aurati. 

Inoltre fa osservare, che oltre il rumore che pro- 
vano coloro che prendono il bagno d' aria, alla faccia 
esterna della membrana del timpano risentono sovente 
un dolore che obbliga d' interrompere 1' accumula- 
zione dell' aria e 1' abbassamento momentaneo del 
grado di condensazione. Con queste precauzioni il 
dolore non tarda a scomparire. Durante tutto il tempo, 
in cui la pressione si mantiene senza variazione , 
r orecchia resta libera , e il dolore non si fa più 
sentire; dal momento però in cui la pressione si ab- 
bassa , novelle sensazioni avvengono , ma giammai 
al grado delle prime. Un altro fenomeno, che sotto 
r azione dell'aria compressa ha visto l'autore suc- 
cedere, è 1' arrivo in bocca di una grande quantità 
di saliva, e sovente 1' accrescimento delle orine che 
divengono più chiare. 

11 Bertin raccommanda che ogni seduta abbia la 
durata di due ore. La prima mezz' ora è destinata 
a portare la pressione a 30 o 32 centimetri al di 
sopra di quella dell' atmosfera. L' accumulamento 
dell' aria è regolata in modo da evitare quelle rapide 
transizioni, di cui il signor Tabariè aveva riconosciuto 
r azione perturbatrice, facendosi con gradazioni si 
dolci che hanno luogo in qualche sorta senza che 



no 

se ne abbia conoscenza. Neil' ora coqsecutiva il ma- 
lato resta sottoposto alla pressione senza variazione 
alcuna. Neil' ultima mezz' ora una pressione regolar- 
mente decrescente riconduce a poco a poco l' interno 
dell' apparecchio alla pressione dell' aria che ci cir- 
conda. 

Saviamente si conchiude di lasciare al tempo e 
ad una piii matura esperienza il determinare i casi 
speciali, nei quali la medicina può giovarsi dell'aria 
compressa. Dall' esposto puossi però già rilevare, che 
la sua introduzione nella terapeutica deve certamente 
considerarsi come un' opera buona ed un progresso 
scientifico. [Gaz. med. Stati Sardi. Filiatre sebezio) 



171 

Alcune poesie inedite di Luigi Biondi. 
AL CH. P. D. TOMMASO BORGOGNO 

SOMASCO 
PROFESSORE NEL COLLEGIO CLEMENTINO. 



E, 



eccovi alcune gemme da fame lieto a Casale l'esi- 
mio vostro confratello ed ottimo amico mio P. D. 
Francesco Calandri , il quale so che molto ama e 
cerca tutto ciò che uscì della penna del marchese 
Luigi Biondi. Ed a buona ragione: perchè il Biondi 
per candore di favella, eleganza di stile e dignità di 
dettato fu certo de' letterati e poeti piti singolari 
dell'età nostra. Infatti la scuola classica, o come vuol 
meglio chiamarsi la vera e grande scuola italiana, 
non ebbe più caldo propugnatore di lui , non solo 
colla voce, finche gli bastò, ma coll'esempio : aven- 
doci dato le due cantiche soavissime in morte della 
Bruni e del Perticari , e gli aurei volgarizzamenti 
di Tibullo, di Calpurnio, di Nemesiano, e quello so- 
prattutto delle Georgiche sì maravigliosamente vir- 
giliano , che il severo Montrone ebbe a giudicarlo 
cosa olirà le forze di questo secolo. Né a voi ricor- 
derò anche gli altri delle Buccoliche del mantovano, 
e delle Piscatorie del Sanazzaro : e quegli Scherzi 
anacreontici^ di cui non so se l'Italia ci diede mai 
poesia nel suo genere più greca: greca, dico, ma 
ornata di tutte le grazie italiane- I quali ed altri 



172 

molli lavori io vidi pressoché tutti da lui condurre 
sotto i miei occhi: che il Biondi ed io, come sa- 
pete, eravamo quasi in due corpi un'anima: poche 
amicizie essendovi potute essere al mondo (mi è dolce 
il dirlo) più leali e tenere della nostra: sicché mai 
non ricordo quell'uomo incomparabile senza sentirmi 
commosso alle lagrime. 

Lo sperimento di tradurre Viride, poemetto ele-^ 
gantissimo del P. Noceti , fu uno de' primi lavori 
ch'egli fece per addesti'arsi così al volgarizzamento 
delle Georgiche, come agli altri che poi lo levarono 
in sì degna fama fra i veri conoscitori di quella poe- 
sia, che si tiene salda allo specchio della perfezione 
del bello propria della stirpe greco-latina. Con che 
già non crediate, amico gentile, eh' io intenda di- 
sprezzare insolentemente i poeti stranieri: ma gio- 
vami ripetere spesso , a chi vuole udirlo , ciò che 
diceva il famoso tedesco Goethe a' suoi settentrio- 
nali. « La nostra origine ( così egli ) è diversa da 
quella de' greci e de' romani: né molto, a dir vero, 
gloriosa , essendo stati i nostri antenati nei remo- 
tissimi tempi i selvaggi che abitarono la Germania, 
e quindi i barbari alemanni del medio evo ; tanto 
che le opere nostre hanno tutte questo originale co- 
lorito, conservando la impronta romantica de' secoli 
cavallereschi. Perciò in ogni tempo i costumi no- 
stri sono stati diversi da quelli de' popoli meridio- 
nali di Europa : siccome le nostre successive reli- 
gioni, quella de' celti e degli scandinavi, e poscia il 
cristianesimo , si sono diversificate dalla religione 
de' pagani. Onde per ogni rispetto noi siamo abi- 
tanti di un altro mondo, e la nostra lelleratura trae 



I 



173 

sua origine dalla barbarie^ come Tuni verso dal caos.» 
Si rimangano dunque fedeli le lettere settentrionali 
alla loro origine, e non vengano tratte fra noi da 
stoltissime scimie a far degenerare le nostre, le quali 
per primi padri e maestri , quanto a poesia , non 
possono aver mai altri che Omero, Pindaro, Sofo- 
cle, Virgilio ed Orazio, grandi precursori dell'^^li- 
ghieri ," del Petrarca , dell'Ariosto , del Tasso , del 
Metastasio, del Parini, dell' Alfieri, del Monti, del 
Leopardi : poeti nostri , tutto sapientemente no- 
stri: lasciando al gusto e all'imitazione de' boreali, 
abitanti^ secondo il Goethe, di un altro mondo, i loro 
Shakespeare, i loro Schiller, i loro Klopstock, i loro 
Byron , e quanti sono di quel ceppo barbaro in 
maggiore celebrità. 

Nel volgarizzamento àeWIride avviserete, voi che 
sapete giudicare sì bene, molte cose difficilissime a 
recarsi poeticamente dal latino nell'italiano, rese però 
facili dalla maestria del Biondi con sorprendente fe- 
deltà al testo, e senza uscir mai delle ragioni dello 
stile insegnativo. Se proseguisse il lavoro, non so: 
ma noi credo : non avendomi dato a leggere del 
secondo canto che una sola terzina, che è questa : 

Or ti dirò perchè l' iride accolga 
Dal medesimo sol color sì vari, 
E perchè in cerchio intero non si volga. 

Aggiungo due altre poesie del gentile romano, 
che trovo pure scritte di sua mano fra le mie carte: 
nò mi è noto che sieno state mai pubblicate: per- 
ciò ve le mando , sapendo che parimente saranno 



174 

care non meno a voi, che al Calandri , i quali di 
siffatte cose, come intendentissimi, sommamente vi 
dilettate. 

Conservatemi in fine nella cara vostra benevo- 
lenza, e fate che presto abbiamo alle stampe quella 
traduzione poetica d' Isaia, alla quale attendete con 
tanto senno ed amore. 

Salvatore Betti. 

Volgarizzamento dell'Iride poemetto latino 
del P. Carlo Noceti. 

GAP I. 

Chi pinga l'acqua che per l'aer scende, 
Qual man la inarchi, né color le dia 
Se non quando di contro il sol risplende ; 

Qual certa esperienza abbia via via 
Le cagioni dell'lri a noi dischiuse, 
E i nascimenti che un vel ricopria ; 

Io mi attento a cantar, dando alle muse 
L'ultimo addio; or che i pomosi gioghi 
Di Pindo, che letizia al cor m' infuse, 

Lasciando forse eternamente, in luoghi 
Cavernosi ne andrò, fra la paura 
De' boschi, e per sentieri aspri di roghi. 

Cercando di Sofia la sede oscura : 
E forse stamperan sanguinolenti 
Orme i miei piedi che ne avran puntura. 

Tu l'ultima fatica mi consenti, 

O padre Febo, e fa eh' io svelar possa 
Di tua figlia le cause e i nascimenti ; 



175 

S'egli è ver che la nube per tua possa 
Concepe, e poi che fine ebbe il furore 
De' numi) e tonò il cielo, e fu percossa 

Dai fulmini la terra; del sen fuore 
Manda l' Iri, che pace apportar suole, 
E scior dell'alme attonite il timore. 

Pria ch'altra cosa statuir si vuole 

Che la vergin, che l'arco in aria stende, 
Altro padre non ha se non il sole : 

I cui raggi ogni goccia (allor che scende 
Giù per l'aria da vento non turbata) 
In se stessa riceve, e poi li rende- 

So ch'altri disse ch'ella in terra è nata ; 
Dai lievi nitri, giii nell'imo grembo, 
E dai vapor sulfurei ingenerata : 

Affermando che allor ch'aprono il lembo 
Le nubi, e il cielo precipita giuso 
E batte i campi coll'orribil nembo. 

L'acqua, che della terra nel più chiuso 
Penetra, empie ogni vena, e fa che sieno 
Fuor spinti i solH, che volano in suso ; 

E quando il eiel riapresi al sereno 

Ardon del sole ai raggi, e color danno 
Vari, di qua più ardenti e di là meno. 

Altri, mirando il grande arco che fanno 
Que' colori, il perchè di colai forma 
Alle concave nubi assegnato hanno. 

Chi, veggendo che un cerchio Iri non forma. 
Disse che al sol, perch' è tropp' alto, ascosa 
Riman l' intima nube, e non la informa: 

che qual tronca cupola si posa 



176 

La nube in terra, e in su splende; e riflette 

Sol metà dell' immagin luminosa. 
Tu non creder tai cose, ancor che dette 

Da genti antique, chiare per divina 

Mente inventrice, e ad Urania dilette. 
Guarda là dove per dolce collina 

Sorgendo i boschi, van suso alle amene 

Vette della regal villa atestina; 
E chiuso in tubi piccioli Anione 

Asconde il pronto insidioso umore 

Che fuor minuto come pioggia viene. 
Non vedi come, allor che l'acqua fuore 

De' tubi sprizza, ed i malcauti asperge 

Per frode dell' astuto agricoltore. 
Tosto, se al lato opposto il sol diverge, 

Quantunque abbian quiete e terra e cielo. 

Risplende l' Iri, e il suo beli' arco aderge ? 
E s' escon ninfe dell'ondoso velo. 

Della bellezza al paragon le invita ? 

Spesso di trista invidia il freddo gelo 
Istupidì la naiade, che uscita 

Era sul vicin margo. Ella che scorse 

La fronte di be' raggi rivestita, 
E le sì risplendenti e sì diverse 

Corone del bel capo, vergognando 

Del suo fiume nel sen vinta s' immerse. 
E se tu d' acqua empi le labbra, e quando 

Dopo il tergo ti sta del sol la luce 

Lo sprazzo inverso il ciel spingi soffiando; 
Queir acqua, su per 1' aer che riluce 

Sollevata, divisa, e in gocce sciolta, 

1 raggi beve, e 1' Iri ti produce. 



IT- 
Io vidi tal, che il fea sotto la volta 

Di agreste stanza, e aveva il sol, che in quella 
Venia per un balcon, la schiena volta: 
Né i lari umili avendo a vii, la bella 
Che di Giuno è custode e messaggiera 
Ospite entrò nella fumosa cella. 
Or, ciò posto, a saper la cagion vera 
Del come nasca 1' Irì, e perchè splenda 
Posta di fronte all' apollinea spera. 
Non al vapor del solfo che s' accenda, 
Ma vuol la mente altrove esser chiamata: 
E alfin dai raggi, che in se accolga e renda. 
D'uopo fia confessar che T Iri è nata. 



In morte della conlessa Clorinda Torricelli 

CANZONE 

I pensier, che quiete aver non ponno, 
Me tra la veglia e il sonno 
De' sensi, che quetati avean riposo, 
Trasser colà dove tra ripe fonde 
Del bel Metauro 1' onde, 
Per girne d' Apennino al gran traforo, 
Sotto ponte piegato in un sol arco 
Han mirabile varco: 
E il teatro i' vedea dall' età roso, 
E gli avanzi del foro. 
Che se fama vetusta il ver non mente, 
Nome acquistò dalla sempronia gente. 
G.A.T.CLI. 12 



178 
Quand' ecco alla mia vista, o all' intelletto, 

Si offerse uu drappelletto 

Di tre garzoni e cinque verginelle, 

Che a passi tardi e brevi in compagnia 

N' andavano a lor via: 

Le donne fino ai pie, fino ai ginocchi 

Gli uomini vesti avean di color bianco: 

E gli uni e 1' altre al fianco 

Tenean faretre d' or lucide e belle: 

Ed al girar degli occhi. 

Al moto, agli atti, al volto, alla figura, 

Fean palese 1' angelica natura. 
Giunti dove sorgea candido sasso, 

Trassero del turcasso 

Strali d' acciaio eh' avean punte aurate: 

E ciascun sulla pietra incise un nome. 

Che fiammeggiava come 

Bel sole in aere di vapor non pregno. 

Fatta visiera della man, repressi 

La troppa luce, e lessi: 

» Candore, Leggiadria con Onestate, 

Religione e Ingegno, 

Nobiltà con Dolcezza e con Amore. » 

E quella vista mi /raggiava al core. 
Ma qual vien manco e langue a poco a poco, 

E al fin si spegne foco 

Che pili forza non ha che 1' alimenti. 

Tale vanìo quello splendore; e sola 

Di ciascuna parola 

Visibil si rendea, ma disornata 

D' ogni luce, la lettera primiera, 

Che purea fatta nera 



179 

A larghi tratti di carboni spenti: 

E vidi che segnata, 

In quella foggia paurosa e tetra, 

Del nome di CLORINDA era la pietra. 
Le orecchie e 1' alma mi feriva intanto 

Di sette voci un pianto: 

Volsimi al suono doloroso, e vidi 

Sei figlioletti, che faceano al padre 

inchiesta della madre: 

Ed ei, col cenno più che cogli accenti, 

Rispondea, sollevando in alto il viso: 

La madre è in paradiso ! 

E perché senza noi ? piangendo a gridi 

Dicean quegl' innocenti. 

Lamentandosi al padre in suon sì mesto, 

Che il cor m' inteneriva: e ne fui desto. 
Canzon, dove il pensier trassemi, andrai; 

E se del ver sognai. 

Fa di trovar quel!' uomo sconsolato: 

Dagli, se il puoi, conforto 

Della tua voce amica; e poi con elio 

Rimanti a lagrimar presso V avello. 



Nel giorno onomastico della principessa di Piombino 
la nipotina di lei dandole in dono il proprio ri- 
trailo minialo sidV avorio. 

A questo avorio, ove dipinta io sono, 
E che ti reco in dono 
Oggi che fa ritorno 



180 

Del tuo natale il giorno, 

Volgi benigna il ciglio, 

cara madre della madre mia. 

Se noi notasti in pria. 

Guarda eh' io ti somiglio: 

Ma com' or nell' aspetto, 

Così al crescer poi degli anni miei 

Somigliarti vorrei 

Nel ben dell' intelletto. 

Nella dolcezza eh' ha de' cor le chiavi, 

E ne' costumi angelici e soavi. 



181 



Prolusione al secondo anno del corso di medicina 
politico-legale da dettarsi neW archiginnasio romano 
dal prof. Maggior ani. 



\Jos\ ne sia propizio il cielo , e voi , ornatissimi 
giovani, mi siate cortesi di assiduità e di attenzione, 
come io confido di farvi raccogliere anche in que- 
st'anno una larga messe di utili cognizioni politico- 
legali. Perocché se nella prima parte del nostro corso 
attendemmo a riconoscer l'età, il sesso, la persona, 
il cadavere; se ci applicammo a studiare i segni, i 
generi e gli effetti deJla mortej se la venere forense 
ci offrì ampia, e svariata materia di dispute innanzi 
il foro canonico, il civile ed il criminale; se ci oc- 
cupò lo studio dei ferimenti e dell'omicidio, senza 
dimenticare la morte per soffocamento, per applc- 
camento e per sommergimento, non per ciò siamo 
ancor giunti alla meta. Ci aspetta in questa seconda 
parte l'esame della morte casuale, della sopravvivenza 
e delle malattie simulate ; ci invitano le questioni 
sul veneticio , ci spronano le ricerche sulle alie- 
nazioni mentali. E quanto alla pubblica igiene se 
nel decorso anno volgemmo il pensiero alle origini 
dei mali popolari che scaturiscono dai miasmi e dai 
contagi, e ai mezzi di allontanarli o correggerli, pro- 
seguiremo in questo la medesima trattazione rispetto 
alla salubrità de' luoghi, delle industrie e delle vet- 
tovaglie. E poiché i tempi corrono impazienti di 
ripetizioni e di lungherie, e mi sembra di leggervi 



182 

in fronte che siete tutti desiderosi di lanciarvi subito 
nella materia ; così io mi dispenserò questa volta 
dai soliti preliminari, e non frapporrò altro indugio 
al desiderio vostro, che un rapido sguardo a quel 
che si è novellamente operato e scritto in questo 
ramo dello scilile medico. 

La potenza anestetica dell'etere, e del cloroforme 
è stata di recente applicata ai bisogni della medicina 
legale per iscoprire alcune finzioni, che sfuggivano 
spesso alla diagnosi colle arti già cognite. La sordità, 
la mutolezza, la balbuzie, le contratture muscolari 
simulate all' oggetto di evitare il servizio militare; 
le varie forme di alienazione mentale scaltramente 
imitate, e con diuturnità sostenute al fine di sottrarsi 
ad una pena, furono riconosciute per frodolente mercè 
la eterizza/.ione , quando tutti gli altri mezzi im- 
piegati avevan fallito allo scopo. Reso l'uomo insensi- 
bile, e sospesogli l'esercizio della volontà, egli dimen- 
tica la sua parte, e lascia scoprir l'impostura. Una 
questione si è qui sollevata: se cioè sia lecito di pri- 
var chicchesia, sebbene per breve ora, non che della 
fruizione de' sensi, e della volontaria direzione de' 
moti, ma sippure della sua libertà morale. Non sa- 
rebbe questo un rinnovar la tortura ? A noi sembra 
che nelle cose di minor conto, com'è p. e. la riforma 
militare, non si dovrebbe mai procedere a tale estre- 
mo: ma ove trattisi di un gran delinquente che simuli 
la pazzia, esauriti gli altri esperimenti, e ammonito 
il soggetto di quel che andrà a farsi , si potrebbe 
egli in servizio della giustizia punitiva, e a difesa 
della pubblica sicurezza, ricorrere anche a questo 
mezzo senza ledere alcun diritto ? 11 decidere su 



183 

quel che sia lecito, o non lo sia, spelta al foro morale 
piuttosto che al medico. 

La dottrina medico - legale dei ferimenti ha tro- 
vato un nuovo cultore nel Gandolfì, il quale ha in- 
sistito su i difetti delle metodiche distribuzioni delle 
ferite, si è fatto interprete del sentimento di dub- 
biezza onde sono spesso compresi i periti nel giudicare 
le offese, e ha promulgato il principio, non esistere 
attualmente una giusta corrispondenza fra l'elemento 
criminale ed il fisico, lo stesso ne' miei Prolegomeni 
ho procacciato di mostrare quanto sia arduo il pro- 
gnostico in prima visita , e quanto spesso debba 
vacillarvi la scienza , e turbarvisi la coscienza del 
denunziarne , ed ho pur suggerito qualche mezzo 
opportuno a cessare un tal danno. Finalmente il Ta- 
raffi in una sua erudita memoria inserita fra quelle 
della società medico - chirurgica di Bologna ha ri- 
pigliato da capo questo argomento delle lesioni: e 
premessa un'analisi storica de' principali codici che 
hanno avuto vigore in Italia rispetto ai ferimenti , 
e sottopostine poi a giusta critica i principii rego- 
latori, ha ribadita la verità sovra esposta e ne ha 
dedotte opportune illazioni. E sembra che le av- 
vertenze de' medici non siano riuscite del tutto in- 
fruttuose, se, come lo nota lo stesso autore , due 
legislazioni vigenti in Italia han riformato i loro 
articoli intorno i ferimenti, sicché ne derivasse un 
modo più adatto a pesare giustamente il danno recato. 
Infatti nel nuovo codice penale per la Toscana, ema- 
nato da Leopoldo 11 nel decorso anno, la lesione non 
è gravissima, o grave o leggera secondo il pronostico 
dei curanti a principio di malattia, ma secondo l'è- 



184 
sito più meno sinistro, o quasi indifferente. Ed 
anche neirultimo codice austriaco applicato al regno 
Lombardo Veneto la gravezza o la leggerezza di una 
ferita non si desume che dall'effetto. E così si ob- 
bedisce airinsegnamento del grande oratore: Noxiae 
paena par eslo. 

Agli avanzamenti della traumatologìa forense ap- 
partengono pure i nuovi studi sulle malattie river- 
berate da lesioni locali o da chirurgiche operazioni. 
Agli antichi non era certo sfuggito il solenne fatto 
delle sopravvenienze, mutazioni e trasposizioni mor- 
bose nel corso de' mali traumatici: basti, fra i tanti 
che ne scrissero, il citare Lorry che ne lasciò un 
bel ricordo nella sua opera De rnorborum conversioni- 
bus. Niuno però fra i moderni ha meglio del Porta 
illustrata la dottrina dei rimbalzi morbosi e dei loro 
effetti. Malattie generali senza centro distinto, o af- 
fezioni del capo, della spina, del torace, del ventre, 
solitarie o congiunte, d'indole spastica o congestiva 
flogistica , veggonsi insorgere presto o tardi nei 
malati delle sue storie per opera di locale offesa o 
di chirurgica operazione. Ma quel che più importa 
alla medicina forense gli è l'aver dimostrato eoi fatti 
alla mano, tai riverberi poter nascere anche senza 
il concorso di altre cause antecedenti, o successive 
alla lesione. Dal che poi scende diritto il corollario» 
che ove il male riverberato si termini colla morte, 
la imputazione di questa ricada tutta sul percussore 
contro quel che ne pensano alcuni scrittori, ai quali 
ogni processo morboso levatosi dopo l'offesa apparisce 
sempre come un fatto contingente, da non dover- 
sene mai accagionare l'autore del ferimento. 



185 

L'aborto procurato fu soggetto di più sottili in- 
dagini per opera del Tardieu, il quale dopo aver de- 
plorata la frequenza di questo delitto, che a dir suo 
costituisce in Francia una vera industria, rammenta 
la poca energìa delle droghe , e la fatale efficacia 
de' mezzi meccanici diretti a ledere le membrane 
dell'uovo; insegna non essere necessari a conseguire 
l'intento istromenti speciali, né speciale destrezza, 
ma qualunque ordigno piiì o meno aguzzo (nell'ab- 
bassamento dell'utero lo stesso dito) e la mano piià 
inesperta; annovera le tristi conseguenze ditale opera- 
to, fino a produrre la morte, la quale a suo credere 
non è sempre effetto di sfrenata emorragia o di acuta 
flogosi, ma può essere determinata anche da sincope; 
inculca al perito di attendere con ogni diligenza all'an- 
damento dell'aborto manuale, e alle sue sequele mor- 
bose per giovarsi di tale scienza nella interpretrazione 
dei fatti raccolti nel caso concreto; dimostra in fine 
potersi mettere in chiaro il delitto di aborto procu- 
rato senz'anche il ritrovamento del feto, e intorno 
a questo essere oziose le ricerche docimastiche, come 
quelle che spettano all' infanticidio, e non doversi 
avere in mira che le tracce delle manualità crimi- 
nose, e i segni indicanti il tempo decorso dopo la 
morte. Pertanto il Tardieu nella sua lucubrata scrit- 
tura sull'aborto procurato allargando da un lato la 
sfera del perito ricercatore del delitto, dall'altro ne 
ha meglio segnati i confini. 

Il Roubaud ha tolto recentemente ad illustrare 
l'argomento della impotenza : e quantunque il suo 
trattato, oltre i fiori fisiologici, si rivolga poi tutto 
al fine curativo, tuttavia il medico forense vi trova 



186 
un più copioso alimento per la cognizione delle di- 
verse origini della impotenza nelF uno e nell' altro 
sesso. Alcune cause vi sono indicate con maggior 
precisione: la tortuosità del pene, a figura di esempio, 
non è riferita a retrazion della pelle o a brevità del 
frenulo, ma se ne chiama giustamente in colpa un 
vizio de' corpi cavernosi. Così pure le cause d'impo- 
tenza da ìnfezion sifilitica, da attossicamento saturni- 
no, antimoniale, arsenicale o iodico, da perdite semi- 
nali, da affezioni de' centri nervosi etc- vi sono espo- 
ste con più d'ordine e di chiarezza. 

lì campo della Tossicologia forense non è rimasto 
abbandonato in questi ultimi tempi. Senza parlare 
delle esperienze del Bernard sui gas venefici, e sul 
modo di agire del curare, del solfo-cianuro di potas- 
sio, della stricnina e della nicotina, come quelle che 
spettano più alla fisiologia che alle applicazioni legali, 
dirò come lo Stas abbia arricchita la parte analitica 
degli alcaloidi mantenendo che essi non decompon- 
gonsi a contatto dell'organismo vivente, e suggerendo 
processi delicatissimi a! fine di rinvenirli non solo 
nell'atrio primo in che furon deposti, ma eziandio 
nel sangue e nei visceri delle vittime. Così pure la 
crescente frequenza degli avvelenamenti colla pasta 
e coi solfanelli fosforici ha promesso più sottili ricer- 
che sul modo di dimostrarli. Ruspini, Dusart, Mit- 
scherlich hanno trovato metodi opportunissimi a 
svelare le più piccole quantità di foforo nelle materie 
sospette, che esso sia rimasto al suo stato libero, 
che siasi trasformato in acido fosforico o in qualche 
fosfato. Anche la stricnina è stata soggetto di più 
accurate indagini all'occasione del famoso processo 



187 
di Palmer. Il quale fu poi conchiuso in un modo 
memorabile nei fasti della medicina legale: cioè che 
medici e giusdicenti si accordassero a riguardare co- 
me a bastanza provato il veneficio, quantunque la 
chimica non riuscisse a rintracciare il veleno nelle 
viscere del defunto. E così fu derogato in questo 
caso alla troppo rigida legge di Plenck, e fu ratificato 
il principio che i medici potessero qualche volla fon- 
dar la credenza sull'unica forma morbosa, e i giudici 
dì questo solo criterio fisico rafforzar quel convin- 
cimento che già sorgeva dagl'indizi morali. Final- 
mente la dottrina della eleminazion dei veleni, fecon- 
dissima di pratiche applicazioni nei bisogni forensi, 
se non ha conseguito la perfezione cui potrà forse 
raggiungere, ha però progredito non poco in questi 
ultimi tempi. Abbiamo oggidì buono in mano per 
rispondere affermativamente al quesito: se i veleni 
siano espulsi dal corpo. Sappiamo pure che l'orina 
è il principale veicolo, onde viene cacciata fuori la 
sostanza venefica; e se non ci è dato ancora di as- 
segnare il tempo necessario alla eliminazione dei 
diversi veleni, pure movendo dall'argomento di ana- 
logia fondato sulle esperienze nei cani , possiamo 
congetturare che l'arsenico si elimini prima del mer- 
curio, e il mercurio prima dell'antimonio, e questo 
prima dell'argento, il quale è trattenuto nel corpo 
meno del piombo e del rame. 

Una nuova applicazione del microscopio è stata 
ultimamente tentata dal Robin al fine di chiarire 
alcune questioni d'infanticidio. Questo maraviglioso 
istromento usato già nelle ricerche di medicina legale 
all'oggetto di riconoscere i peli, i filamenti spermatici, 



188 
i globuli del sangue e la materia cerebrale, è stato 
ora rivolto alla ricerca del meconio , dell'intonaco 
sebaceo e della peluria del feto. Ognun vede l'impor- 
tanza della questione: se le macchie onde è imbrat- 
tato un grembiale contengono particelle dello smegma 
cutaneo del neonato , e peluzzi della sua lanugine, 
è chiaro che quel panno avrà servito ad involgerlo, 
e questo unico fatto basterà a sbugiardare la donna, 
che deponeva di aver partorito in latrina, e il feto 
esservi precipitato a suo malgrado. Adunque l'esame 
microscopico di quelle particelle e di quei peluzzi 
pone il medico fiscale sulla via della verità. Qui però 
giova avvertire i periti come l'acquisto di tal criterio: 
quello cioè che si fonda sull'uso del microscopio: 
non sia cosi agevole come a prima fronte si potrebbe 
supporre. Ed in fatti è necessario innanzi tutto pos- 
sedere unistromenlo che ingrandisca l'oggetto, quanto 
richiedesi a metter in chiaro que'caratteri che lo dif- 
ferenziano da qualunque altro- Se il vostro micro- 
scopio magnifica meno del bisogno, in vano voi vi 
ponete all' opera e vi cercate il fatto in questione. 
Una cellula cancerosa e il suo nucleo si veggono a 
250 300 diametri ; ma i caratteri differenziali 
desunti dal volume del nucleo, dalla sua struttura e 
da quella della massa cellulare, non si veggono, testi- 
monio il Robin, che a 500, e non possono studiarsi 
accuratamente che a 550. E così pure l'esame del 
meconio e dell' intonaco sebaceo del feto non può 
istituirsi con frutto senza un microscopio capace di 
simile ingrandimento. In secondo luogo è ben vero 
che il microscopio non inventa e non cambia le cose, 
ma rappresenta nettamente quel che è; tuttavia a 



189 

ben raccogliere cotesta realtà è necessario un lungo 
esercizio , e sono da premettere alquanti studi su 
quel ramo di cui s'imprende l'analisi. Fra '1 vedere 
un corpo, e comprenderlo in modo da distinguerlo 
subito da qualunque altro, vi è un gran tratto. Non 
vi è fatto anatomico naturale o morboso che per 
essere ben valutato non esiga la cognizione di un 
certo numero di fatti preliminari: e non è certamente 
il primo giorno di ispezion microscopica che lo stu- 
dioso possa arrogarsi di conoscere tutti i particolari 
della struttura d'un corpo. Pertanto non ogni medico 
chiamato a caso, ma solamente un perito speciale, 
e addestrato nel maneggio dell'istiomento, e dedito 
agli studi anatomici che si conducono col medesimo, 
potrà recare al foro quel vantaggio che se ne attende. 
Ammetto in fine che gli elementi anatomici e i fluidi 
organici vestano forma costante, e che per questa 
l'uno possa esser distinto dall' altro : riconosco in 
somma il valore scientifico della istologia: ma qual 
differenza fra le ricerche microscopiche dell'anato- 
mico e quelle del perito ! 11 primo sa quel che ha 
posto nel campo dell'istromento, e non deve avere 
altra cura che di fissarne i caratteri; il secondo poi 
ha sotto esame un' incognita, ed è suo debito de- 
terminarne la natura, studiandone le analogìe e le 
differenze cogli altri corpi già conosciuti. Oltracciò 
la materia che ne offre il fìsco ad esaminare è quasi 
sempre commista ad altre sostanze o alterata: ciò 
che accresce non poco la difficoltà della ricerca. Fi- 
nalmente è da notare che le materie di origine escre- 
mentizia, come sarebbero appunto lo smesma cutaneo 
del feto e il meconio, possono soggiacere ad alterazio- 



190 

ne e a varietà di composizione, e perciò non offrire 
quella università di apparenze che suol trovarsi negli 
elementi anatomici. L'uso adunque del microscopio 
nella pratica forense esige una speciale perizia, e ì 
suoi risultamenti non possono sempre includere una 
piena certezza. 

Dappoi che Pinel in Francia, e Chiarugi in Italia 
promossero più efficacemente lo studio della pazzìa, 
notevoli progressi si ottennero in questo ramo della 
medicina, non solo dal lato patologico e dal terape- 
utico, ma eziandìo dal forense. Non avendo in animo 
di tessere una storia, ma solo di correre le recenti 
illustrazioni della nostra scienza, basterà che vi ac- 
cenni, essersi meglio determinati i caratteri di quella 
forma di follìa omicida che prorompe da cieco istin- 
to, senza apparente alterazione dell'intelletto e degli 
affetti; definita più nettamente la stupidità acquisita 
per quella forma di ebetazione che non procede da 
indebolimento delle facoltà intellettuali, ma in vece 
da allucinazioni che legano l'animo, e tolgono alla in- 
telligenza le sue libere manifestazioni; più gravi ar- 
gomenti essere stati raccolti a diffidare della perma- 
nente parzialitàdcl delirio, e pesanti ragioni accennare 
alla irreprensibilità delle azioni commesse anche in 
materie aliene dalla idea delirante ; chiarito con 
moggior copia di fatti, che anche i pazzi si deter- 
minano alcune volte per dati motivi, che spesso han- 
no coscienza delle loro azioni, che sono capaci di 
scaltrezze, di dissimulazione e di perseveranza nel 
dirigere i mezzi al conseguimento di un fine; con 
pili numerosi dati statistici illustrata e fermamente 
stabilita la grande influenza che la condizione ere- 



, 191 

dilaria esercita sulla genesi delle alienazioni mentali; 
definita perentoriamente la question del suicidio, nel 
senso che parecchie volte sia effetto e termine di 
malattìa della mente, parecchie altre avvenga o nel- 
l'impeto d'una passione, od anche col pieno possesso 
della libertà morale; esposta piiì nettamente la natu- 
ra dell'intervallo lucido per quel periodo in cui dura 
tuttora lo slato morboso, e accordossi solo all'in- 
fermo tale una tregua da lasciargli consapevolezza 
dell'esser suo, e facoltà di frenare le sue tendenze. 
Ognun vede la luce che da coteste illustrazioni si 
sparge sulla pratica del foro ; alla quale nemmen 
sono straniere le recenti proposte del Bonucci di 
una più filosofica classificazione delle malattìe men- 
tali. La grettezza in fatti de' quadri nosologici, che 
vanno in uso, non è di lieve impaccio al perito nel 
ben esprimere i suoi giudizi. 

Ma tra i fasti moderni della psicologia forense 
signoreggia, a mio credere, il più lato dominio ac- 
cordato ai medici nel giudicare la imputabilità delle 
azioni nei trasgressori della legge. Non già che i 
nostri antichi sconoscessero tal competenza, o ricu- 
sassero di riferirsi ai periti per decidere se il de- 
linquente fosse no sano dell' intelletto, come ben 
rilevasi dal modo onde Zacchia preambola il titolo 
sulla demenza: Quam multa sint, egli scriveva, qiiae 
circa hanc materiam de dementia a medicis requirere 
iurisconsidli consuescant, nothis ipsis est, quam ut a me 
longioribus demonslrari possili cum enim has passiones 
soli medici cognoscant, ut nobis notum esl et ipsi quo- 
que fatenlur, non aliam oh rem medicos in similibus 
casibus ad iudicandum adhibent. Ma quando, progre- 
dendo gli studi , furono designate forme non più 



192 . 

udite di alienazione, e i medici proferirono i nomi 
di monomania omicida, di islinto cieco, di tendenza 
irresistibile, ed ecco un nuvolo di avvocati sollevarsi 
a combattere i nuovi insegnamenti , e accusare i 
medici di sognar malattìe ove sono delitti, e preten* 
dere in fine che il giudizio dell' intelletto sano od 
insano non sia ministro esclusivo di periti, ma negozio 
di lutti che abbiamo occhi per vedere, orecchi per 
udire e mente capevole a intendere. Invalse questo 
errore per qualche tempo: ma la verità ha ripreso 
l'impero, e oggidì è divulgalo che oltre l'alienazione 
manifesta a tutti e lampante hannovi tali stati dell'uo- 
mo, che sotto le sembianze della sanità nascondono 
gravi disordini della mente , riconoscibili dai soli 
medici esercitati nello studio pratico dei dementi. 
Mi ò grato il rimemorare come due illustri giure- 
consulti Sagaze in Francia e Mittermaier in Germania 
sclamassero alto e snodato, la sola giurisprudenza 
non essere sufficiente a raccogliei'e ed apprezzare 
gli elementi che tolgono la imputabilità, e doversi 
per ciò risalire alla fonte donde mosse il legislatore, 
cioè ai precetti della medicina. Piacemi di riferire 
le parole istcsse del secondo fra quegli, autori, e con 
esse por fine al discorso. « Neqiie existimandiim est 
indici, cuius officiìim est codicem applicare, praecepta 
codicis sufficere ad perspiciendiim num impulari pos- 
sii; regredì ille dehet adfontem ex quo legislalor liaiisit, 
ad philosophiae ac medicinae pi^aecepta, siiie quibus 
veriim legislaloris sensum neiitiquam assequetur , ad 
diiudicandos innumeros casus eo deslilulus auxilio , 
quod solummodo vera scienlia praebere palesi « (!)• 

(1) De principio imputationis alienationum mentis ia iure crimi- 
nali recle conslitueudo. Disserit C. I. Millermaier. 



193 

L'altro ramo della medicina civile , quello cioè 
che intende a tutelare la pubblica sanità, ha dato 
anch'esso in questi ultimi anni i suoi frutti. E per 
verità o si riguardi la polizia medica nel suo mini- 
stero di vegliare al mantenimento della specie nel 
vigore che gli compete, e preservarla dallo scadimento 
che la minaccia; o si consideri come investigatrice 
delle ascose sorgenti di mali popolari; o finalmente 
essa avverta ai mezzi più efficaci di allontanare , 
diminuire o corregger tai mali: in tutti e tre questi 
campi di ricerche e di operazioni troviamo orme 
di recenti pedate. Quanto al primo officio basterebbe 
accennare il decreto del ministro della pubblica istru- 
zione in Francia che ordina l'insegnamento regolare 
e officiale della ginnastica nei licei, i bagni resi più 
accessibili al basso popolo, la maggior salubrità delle 
case e de'pubblici slabilimenli, le più diffuse abitudini 
di nettezza , i moltiplicati processi per la conser- 
vazione delle sostanze alimentari, gli studi igienici 
sull'acqua, e la guerra aperta mossa dai medici al 
lavoro precoce, nato fatto per chiuder la via al pro- 
gressivo e libero svolgimento dell'organismo: baste- 
rebbe, dico, annunziar questi fatti per mostrare ad 
un tempo che il mantenimento della fisica prosperità 
della specie sta ancora in cima ai pensieri di chi 
amministra la pubblica igiene. 

Nella seconda impresa, quella cioè di spiare le 
fonti dei mali popolari, io veggo medici congregati 
e intenti a raccogliere elementi statistici, sui quali 
fondare la etiologìa del gozzo, del cretinismo, della 
pellagra e della slessa tubercolosi divenuta ornai il 
flagello delle città principali. La verità non si è ancora 
G^\T.GLI. ' 13 



194 

mostrata in tutto il suo candore : ma sono stati 
combattuti alcuni errori, e si è poi venuti nella sen- 
tenza, non una ma molte cause riunite concorrere 
alla generazione di quelle endemie. Alle recenti in- 
dagini genealogiche delle umane miserie appartiene 
pure il gravissimo libro di Morel sulle degenerazioni 
fisiche, intellettuali e morali della specie umana. Ivi 
l'autore, tolta a studiare l'origine delle alienazioni 
mentali, viene in idea che non abbiamo a riguardarsi 
generalmente parlando quali malattie primitive , e 
nate da cause fortuite; ma tratto il filo da più alti 
principii le considera quale uno stigma di decadi- 
mento impresso nell'uomo per trasmissione ereditaria; 
sicché i guasti toccati un giorno ai genitori ed agli 
avi si trasformino quindi in imbecillità, in demenze, 
in manìe presso i figli e i nipoti. E come le dif- 
ferenze dei climi, dei costumi, delle abitudini, e le 
mescolanze delle stirpi produssero varietà nella specie 
umana senza ingiuria della sanità; così l'abuso de' 
liquori spiritosi, dell'oppio, del tabacco, la penuria 
e la perversità dei cibi, gli attossicamenti metallici, 
la secale cornuta, il miasma palustre, la scostumatez- 
za, le industrie malsane, inducono degenerazioni fisi- 
che nelle famiglie che nella posterità si traducono 
in disordini della mente. Toccherà ai più dotti scru- 
tatori delle materie antropologiche poitar sentenza 
suir accennata dottrina: quel che intanto apparisce 
chiaro svolgendo le pagine del IraUato si è, che l'au- 
tore lo scrisse non mosso dalla vanità di comparire 
originale , ma rapito quasi da un certo spirito di 
igienica fìlantro[)ia. 

A scoprire le cause di mali popolari giova inda- 



195 

gare sotto quali condizioni di suolo, di temperatura 
di cielo essi svoigansi e si diffondano. Simili alle 
piante, delle quali alcune vegetano in ogni luogo , 
altre non attecchiscono che in certe regioni, le malat- 
tie pure sono sparse su tutta la superficie del 
globo, o sono ristielte ad alcuni punti. Conoscere 
queste stazioni, questi limiti geografici delle malattie 
popolari, è un aprirsi la strada a investigarne l'ori- 
gine. Così sapendo che il limite delle febbri palustri 
nel vecchio continente può essere rappresentato dalla 
curva isoterma di 5 gradi centigradi, e che nell'emi- 
sfero sud il dominio di esse febbri non si estende 
oltre i 15, si acquista la certezza che una bassa 
temperatura è circostanza avversa alla genesi di tal 
morbo. L'influenza di una data temperatura è mani- 
festa anche nella febbre gialla, se essa non ha mai 
sorpassato il 48° di latitudine boreale e il 27° dell'au- 
strale. La frequenza di alcune malattie varia pure 
nel senso dell'altezze, come avviene del cretinismo; 
e secondo la natura del terreno, come pare avvenire 
del gozzo. Simiglianti notizie di geografia medica 
parte già cognite, parte ricercate con gran diligenza 
nei giornali e nelle note di viaggiatori, sono state 
testé ordinate e raccolte dal Bondin in un suo libro 
avente per titolo-Trattato di geogiafia e di statistica 
medica, e delle malattie endemiche: e ciò non senza 
qualche maggior comodo della polizia medica. 

Alle ricerche etiologiche dei mali comuni a 
molti individui appartiene pure il problema: Se le 
prigioni a celle con separazione dei carcerati ne dan- 
neggino la sanità del corpo e della mente. Diligenti 
osservazioni hanno oggimai dimostrato che questo 



196 

danno non ò reale , e che se da una comunità di 
condannati escono più matti che da egual numero 
di uomini liberi, se ne ha chiaro il perchè nelle spe- 
ciali circostanze di quelli. Ed infatti alcuni delitti 
si commettono nel periodo d'incubazione della pazzìa, 
la quale non avvertita in prima, perchè latente, di- 
spiegasi poi in tutta la solennità sua dopo Tincar- 
ceramento, o in sequela della condanna. In secondo 
luogo se non tutti i dilinquenti sono pazzi, molti 
però sono di un carattere inflessibile, di torte idee 
e fantastiche, di modi bislacchi: hanno essi adunque 
una maggior disposizione all'alienazione mentale, alla 
quale aggiungete il processo, il giudizio, la condanna, 
il cambiamento delle abitudini come stimoli poderosi, 
e seguiranne più facilmente che in altri lo svolgi- 
mento della pazzìa. Finalmente alcuni delinquenti 
simulano scaltramente la pazzìa e sono tenuti per 
veri pazzi: altri eran pazzi davvero fin da principio, 
ma di una forma di alienazione oscura e difficile a 
riconoscersi, e in seguito il male si è reso patente. 
Queste savie riflessioni del Baillargen costituiscono 
una nuova illustrazione dell'argomento. 

Qualche cosa si è pur tentata novellamente, e 
qualche altra si è posta in opera, rispetto al terzo 
officio della pubblica igiene; quello cioè di allontanare 
o correggere i grandi mali del popolo. Quanto al 
tenerli lontani si è accesa di nuovo la disputa sulla 
importazione e sulla diffusione epidemica di alcuni 
morbi. La comune dottrina de' contagi ebbe av- 
versari dichiarati e impugnatori scoperti alcuni me- 
dici della nostra penisola; ma comunque tempestata 
a gran colpi d'argomenti contrari, ciò nulla ostante 



197 
potè tenersi a maitello. E come ogni guerra mossa 
ad un principio, se non lo abbatte, il conferma; così 
è da sperare che per tali contese il rispetto alle regole 
sanitarie abbia a rassodarsi, anziché venir meno. Alla 
caritativa impresa di impedire la diffusione delle 
malattìe veneree tendono le memorie di Lagnear ; 
e a prevenire la comunicazion della rabbia diri- 
gonsi le circolari inviate a tutti i dipartimenti di 
Francia all' oggetto di ben conoscere le condizioni 
che sogliono favorirla. 

Air opera di emendamento di alcuni mali, che 
affliggono l'umana famiglia, si riferiscono i migliorati 
processi di ventilazione e di riscaldamento degli ospe- 
dali , la sanificazione di molti luoghi palustri , gli 
asili de'mentecatti nettati da ogni avanzo di barbarie; 
come pure i progetti di sostituzione del fosforo rosso 
al comune nella fabbricazione degli accendi-fuoco, 
dell'ossido di zinco alla cerussa nei vari bisogni delle 
arti, della fecula di patate al carbone e alla sabbia 
nella confezion delle forme per le fonderie in bronzo- 

L'arte di soccorrere gli asfìttici è stata pure argo- 
mento di nuovi studi per opera di Favre e di Mar- 
shall Hall, l'ultimo de' quali ha dimostrato il vantag- 
gio che deriva al paziente situandolo bocconi allorché 
si procede alla insufflazion polmonale. Ed in fatti se 
r asfittico giace supino, la lingua preme sull'epiglot- 
tide e la spinge sulla glottide, che riman perciò chiu- 
sa; cosi pure i liquidi che possono trovarsi nella bocca, 
che vi risalìscono dallo stomaco quando il decubito 
è supino, tendono ad ostruire 1' istmo delle fauci- 
Ai contrario situando l'asfittico colla faccia rivolta 
al suolo, la lingua sporge all'innanzi, trascina l'epiglot- 



198 
tide apre la glottide, e permette così all'aria di entrarvi 
liberamente; i liquidi poi stanziati nelle fauci escono 
fuori con ogni facilità. 

Mancavamo di un trattato compiuto sulle falsifi- 
cazioni, e ce lo ha fornito lo Chevallier; si desiderava 
un buon libro di Igiene Navale, e lo ha scritto il 
Fonssagrives; l'Italia chiedeva un'opera di pubblica 
Igiene pari ai tempi presenti, e il Freschi si apparec- 
chia ad arricchirnela. 

11 ragionato fin qui, o cortesi uditori, ci mostra 
a bastanza che in mezzo al generale commovimento 
delle scienze e delle arti la medicina civile non è 
rimasta opiosa, ma ha saputo accrescere anch'essa 
il peculio delle sue cognizioni. Su via: entrate animosi 
in questo campo di studi; qui non vi turberà l'on- 
deggiamento dei sistemi, non vi stancherà il lusso 
delle teorie, non vi infastidirà lo strepito delle contese; 
ma respirando liberamente nella serena regione dei 
fatti, apprenderete a dirigere il braccio della giusti- 
zia, e a tutelare la sanità de' popoli. Oh sì che nel 
giorno del cimento chiamati innanzi ai tribunali vi 
godrà l'animo delle durate fatiche nel sentirvi forti 
a profferire giudizi, pei quali non abbia mai a temer 
l'innocenza, né la malvagità a tripudiare dell'impunito 
delitto! 



199 



Saggio degli sludi archeologici del padre Giampietro 
Secchi della compagnia di Gcsii esposto in un ra^ 
gionamento aWacademia tiberina da Antonio An- 
gelini della medesima compagnia (1). 



JLia virtù e la dottrina sono premio a se stesse : 
perchè alzano ai loro cultori un sì nobile monu* 
mento, contro cui non può né l'urto dei secoli né 
r invidia. È nientemeno ufficio di chi rimane dopo 
essi commemorarne con parole di encomio il nome, 
e raccoglierne con fedele cura le memorie sparse 
per le scritture, per le azioni, per le vicende, per 
cui passò la lor vita. Ufficio santo e salutare, per- 
chè l'età che pone in onore e in pregio la virtii e 
la dottrina, onora se stessa, è degna di quegl'ingegni 
che produsse, sveglia nei sopravvivuti un generoso 
studio di emulazione, e va netta da quella nota in- 
giuriosa con che il severo Tacito si compiagneva 
della viltà de'tempi suoi « vetera extollimus recen- 
tium incuriosi » (2). Il che di tanto miglior animo 
io affermo , in quanto da questo luogo si ode fre- 
quenti volte la vostra voce eloquente, eruditi acca- 
demici, ornare di ben tessuti elogi il nome di que' 
valorosi, che lasciarono dopo se nel cammino della 
vita vestigie luminose di letteraria e civile sapienza. 
Interprete adunque de' pensamenti vostri toccherò 



(1) Ragionamento letto alla tiberina il 6 luglio 1837- 

(2) Ànnalium lib. II, cap. ullimo. 



200 
di volo e alla sfuggita, come sol mi consente l'angu- 
stia dello spazio concessomi a ragionare, alcunché del 
merito archeologico di Giampietro Secchi, che voi 
onoraste scrivendolo nel vostro ceto, e che a gara 
con voi le dotte accademie ercolanese di Napoli , 
archeologica di Roma, l'istituto di Francia, la so- 
cietà di Berlino, delle isole ionie, la orientale del 
Cairo, vollero entrasse loro cooperatore e collega. 
Irapertanto per servire ad un' ora e alla brevità e 
alla vastità dell'argomento , seguiterò le leggi dei 
dipintori, i quali avendo a ritrarre in breve tavola 
un componimento di molte figure, così compartono 
il campo, che in esso primeggino pochi personaggi, 
gli altri sieno toccati a cenni e di scorcio. 

E qui è da mandare innanzi , che il Secchi si 
accosto agli studi archeologici fornito di que' pre- 
sidii di dottrina, senza cui è vuota e fallace la spe- 
ranza di riuscirvi. Dacché oltre le scienze filosofiche 
e teologiche, che sono guide fidate nella investigazione 
del vero sia naturale sia rivelato, e ci guardano dal 
dare in fallo, egli ebbe sì dimestiche e familiari le 
lingue ebrea e greca, che di primo tratto interpretava 
qualsia scrittore gli si desse tra mano, e poteva a 
penna corrente dettare in esse, e piiì anni insegnò 
tra noi lettere greche, Avea ampia notizia della storia 
e della mitologia , degli usi civili militari e sacri 
de' romani, de' greci e degli egizi: della quale eru- 
dizione chi sia sfor&ito, mutoli a lui saranno i marmi, 
le epigrafi non risponderanno, le simboliche figure 
si asconderanno nel mistero che le cuopre. 

Di che non è meraviglia, se i primi passi che 
il Secchi mosse nell'archeologico aringo furono sì 



201 

rapidi, che il cav. Avellino valente in questo ramo 
di studi nella sua illustrazione del bue npoGana^^rpano 
nei nummi siculi ebbe a dire, che il giovine Secchi 
avrebbe all'Italia ristorato la perdita che deplora dì 
un Lanzi, di un Visconti, di un Marini, di un Maz- 
zocchi e di que' sommi che tanta luce di sapienza 
diffusero sopra i monumenti antichi. Nel qual volume 
l'Avellino dà luogo ad una bella versione in carme 
italiano de' versi dionisiaci fatta dal Secchi, co' quali 
versi è raffermata e messa in saldo la interpretazione 
che egli dà del bue a volto umano che dalle fauci 
sgorga acqua (1). 

Ma facciamoci ai suoi lavori. 



I. 



ILLUSTRAZIONE DELLA ANTICA BILIBRA ITALICA. 

II primo frutto de' suoi studi archeologici venne 
fuori il 1835, e fu la dilucidazione di una bibbia 
in piombo a caratteri greci, che guardasi nel museo 
kircheriano del collegio romano (2). Era sì mala- 
gevole la lettura di questo peso e per la forma delle 



(i) L' Avellino recati i versi dionisiaci aggiugne: « Giusta 
» l'elegante ed accurata versione del p. Giampietro Secchi d. C. 
u d. G. giovine nelle greche latine e italiane lettere dottissimo e 
» che sembra nato ad alleviarci della perdita degli illustri eruditi, 
» la cui morte avea più desiderio in noi lasciato delle virtù loro 
» che speranza di vederle in altri risorte ». G. M.Avellino, Opuscoli 
libro I, pag. 87. 88. Napoli 1826 dal Tramater. 

(2) Campione di antica bilibra romana in piombo conservato 
nel museo kircheriano con greca iscrizione inedita illustrata dal 
p. Giampietro Secchi d. C. d. G. Roma 1835 tipografia Belle Arti. 



202 
lettere, e pe' nessi delle medesime e per l'anno a 
cui aveasi a lifeiiie, che il dotto Labus alquanti mesi 
innanzi vistone un esemplare cavato dal professore 
d. Giuseppe Bruna ti affermò , che non poteasene 
trarre costrutto (!)• Vinse queste difficoltà il nostro 
Secchi e la lesse in questa forma: 

ANNO XIV . T . IVL . CLATIO . SEVERO . COS. 
AEDILI MENESTHEO . CHRESTO . ITALICA BILIBRA. 

Riferisce adunque questo piombo all'anno decimo- 
quarto dell'imperatore Alessandro Severo, sendo con- 
sole Tito Giulio Ciazio Severo, edile Menesteo Crosto. 
Gli storici danno a Severo tredici anni d'impero senza 
piò; il Secchi protrae di alquanti giorni questo spazio, 
e convalida la sentenza col ciclo di s. Ippolito, col- 
l'autorità di Eutropio e di Lampridio, e la rincalza 
con un marmo di fasti sacerdotali illustrato dalsommo 
archeologo Bartolomeo Borghesi (2). II voler poi ri- 
porre nel censo de' fasti consolari un nuovo console, 
che sia della famiglia Clazia , ed abbia i prenomi 
Tito Giulio Ciazio, menò il Secchi a rovistare ne' 
più reconditi monumenti , dai quali con immensa 
erudizione mette fuori ciò che fa al suo scopo- Il 
Borghesi pone a lode al Secchi 1' aver congiunto 
con finezza di criterio ìI'aIaEITPON Bilibra che si 
legge in una faccia del piombo coH'ITAAlKON Italica 



(1) Lettera del cav. Giovanni Labus dei 10 ottobre 1835 al p. 
Secchi. Tra i documenti e le scritture inedite del p. Secchi , che 
guardansi nella biblioteca del collegio romano. 

(2) Memorie dell' istituto di corrispondenza archeologica, fa- 
scie. III. 



203 

che è nell'altra , e così abbia tirato fuori la piena 
sentenza Bilibra italica (1). 

Ad un valente archeologo non seppe bene, che 
un peso italiano portasse in fronte caratteri greci; 
ma se questi avesse posto mente all'editto strato- 
nicense di Diocleziano, si saria fatto certo che in 
tutto l'impero disteso a tante regioni greche dovea 
correre il pondus italicum in note greche. 

« L'illustrazione dell'antica bilibra romana (così 

» di questa scrittura ilCavedoni al p. Marchi) mi parve 

» cosa bellissima piena di scelta ed opportuna eru- 

» dizione e di singolare accorgimento e sagacità, 

» sì che i primi illustratori del museo kircheriano 

» hanno ben degni continuatori in lei e nel lodato 

» suo confratello. Così il Signore prosperi sempre 

» e difenda la benemerita compagnia di Gesii, af- 

)) finché possa a gloria di Dio e a vantaggio de' 

» buoni studi formare degni successori de'padri Mor- 

» celli, Lanzi, Eckhel (2)! » Gli academici di Berlino 

diedero luogo nella loro ricchissima collezione di 

greche iscrizioni a questa epigrafe secondo fu Ietta 

e interpretata dal nostro Secchi (3); e come questi 

accenna nel suo scritto ad altri pesi di piombo 

soprassegnati delle sigle che spiegò Ihpa. jiia. libra 

una, così ancora queste accolsero nel loro volume 

gli editori prussiani (4). 

(1) Lettera del conte Bartolomeo Borghesi al p. Secchi dei 7 
ottobre 183» da San Marino. 

(2) Lettera di d. Celestino Cavedoni dei 27 ottobre Ì83S- 

(3) Corpus inscriptionum graecarum voi. IV fase. L edit. Gurtii, 
Berolini ex officina academica an. MDCCCLVL 

(4) Loc. cit. 



204 

E qui non mi passerò della utilità, che da questa 
scrittura può uscire alla religione ed alle buone dot- 
trine. Perchè I è chiarito un punto controverso nella 
storia ecclesiastica intorno agli anni che tenne l'im- 
pero Alessandro, la cui morte posta dal Secchi ai 
19 marzo del 235 dell'era volgare concilia i due 
computi estremi di 13 anni e di 14, avendo regnato 
Alessandro Severo 13 anni sopra alquanti giorni ; 
con che è in salvo la XIV potestà tribunizia, che 
dì Alessandro ci danno i monumenti. II, si risolve 
la difficoltà che nasce dal recarsi ad Alessandro non 
mal animato verso la cattolica religione la san- 
guinolenta persecuzione, che infierì il 235: dacché 
entrato , secondo che dimostra il Secchi , il 25 
marzo del 235 a imperare Massimino, a questo non 
ad Alessandro è da imputare quel macello. HI, si de- 
finisce il valore della bilibra romana , del quale si 
agitano tante liti tra gli eruditi. IV, si arricchisce 
del nuovo vocabolo dilicrpov il tesoro delle greche 
voci, tra le quali non aveva sino a questi dì avuta 
luogo (l). 



II. 



PIOMBO DI CASA ALTIERI. 

Un nuovo campo dischiuse alle vestigazioni ar- 
cheologiche del nostro Secchi un piombo offertogli ad 



(1)11 eh. conte mons. Francesco Fabi Montani fece aperto all'Ita- 
lia il inerito di questa scrittura in un dotto articolo che dislese 
nel Tiberino an. Ili num. 41. 



205 
interpretare dal card. Altieri cultore e mecenate 
munifico de' buoni sludi: opera malagevole, perchè 
e' conveniva supplire alcune lettere rase così e ac- 
cecate dal tempo, che non lasciavan di se né solco 
né marchio di sorta. Questo piombo dall'un de* lati 
ti rappresenta una figura muliebre in pie in veste 
adorna che le corre ai piedi, con in capo una mitra 
imperiale, da cui scendono quinci e quindi due pen- 
dagli a tre liste: la destra tiene appressata al petto, 
la sinistra strigne uno scettro: il campo è tutto se- 
gnato di note a colonna verticale. Nell'altro lato ci 
si offre una figura muliebre sedente in maestoso 
trono con in seno un bambolo, con ambe le mani 
levate a pregare; le circonda il capo un nimbo: al 
sommo del campo vi si leggono due monogrammi, 
uno bene in essere , 1' altro in parte obliterato e 
guasto. 

Riconobbe nella prima figura Teodora impera- 
trice, e lesse 

GEOAwPA EY2EBE2TATH AYFYITA AOYKAINA 
flAAAIOAOriNA 

Teodora piissima augusta Ducena Paleologina: di 
che raccolse , esser questa delle Teodoro auguste 
la figliuola a Giovanni Ducas, e consorte a Michele 
Paleologo Comneno, il quale nel 1261 tolse a Bai- 
duino II, e in lui a tutti i latini, l'impero bizantino, 
e sotto Gregorio X fé opera di riunire , tolta la 
scisma, i suoi gieci alla verace chiesa, apertosi di 
que' dì il concilio in Lione. Fu la Teodora di pietà 
segnalata: e venuta la corona dell'impero in Andro- 



206 
nico II, fu da costui, che rimise in pie la scisma, 
messa a gravi cimenti la virtù materna , la quale 
balenò e piegò alle voglie del figliuolo: e questi, uscita 
Teodora di vita il 1304, onorolla di splendide esequie. 
Nella seconda ravvisa la gran madre di Dio con 
in grembo il suo Gesù; i due monogrammi ci danno il 

MHTHP 0EOY 

Madre di Dio (1). Quelli che appresso al p. Secchi 
entrarono in questa illustrazione, non uscirono dalle 
sue orme. 

A che uso facesse questo piombo, egli non osa 
porlo: dacché non poteva andare in corso di njoneta, 
stantechè la materia del piombo,secondo che vogliono 
le leggi romane prodotte dal p. Eckhel, non lo por- 
la (2): non essere tessera da spandere nel popolo 
all'occasione de' ludi pubblici, perchè erano a quella 
stagione iti in desuetudine: pende dunque a tenere 
che fosse foggiato ne' solenni funerali dell'augusta: 
la qual opinione, che non va di là dalla congettura, 
egli convalida con quanto si adoperò con Costantino, 
con Cioviano, con Valentiniano, con Graziano e con 
alti'i (3). li p. Garucci, che alquanti anni appresso 
applicò l'ingegno a leggere i piombi di casa Altieri, 
ha stimato che fosse un suggello , recatosi a così 



(1) Dissertazione epistolare del p. Giampietro Secchi d. C. d. G. 
sopra un antico piombo imperiale. Vienna 1840, tipografia de' PP. 
Mechilaristi. 

(2) Eekhel Doctrina nnmoi'um voi. Vili. pag. 317. 

(3) Eckhel D. K. voi. Vllt, pag. 46». 473. 



207 
sentire da due fori, che ha ravvisato nel piombo (1): 
nella qual sentenza fu anche l'erudito Carrara, che 
voltò lo studio a questo piombo (2). 

E qui porrò di passata colle parole del Cavedoni 
che K questa dissertazione è un modello perfetto di 
» buona critica e di scelta ed opportuna erudizio-- 
)) ne » (3). 

Con eguale felicità il Secjchi interpretò le sigle 
che oflFieci una moneta di Teodora messa fuori dal 
Sestini, e la riferì a Michele VII! Paleologo. Ecco 
come giacciono le iniziali: 

M 

I 
A— H-K 

I 
A 

E le lesse Mi/ari). Aa.axoi.ptZ Acux^c Ks/xvvjvc? UaXawXa. 
yoq Michele Lascari Duca Comneno Paleologo (4). 



(i) Vedi il p. Garucci nella illustrazione de' piombi antichi 
de! card. Altieri. Roma 1847. 

(2) Illustrazione del piombo di Teodora augusta per France- 
sco Carrara. Roma 1840. 

(3) Memorie di religione lom. XI pag. 474. Modena 184l. 

(4) Memorie di religione nel luogo citato. 



208 
IH. 



GIOVE VELCANO LETTO IN UNA MONETA DI PESTO 
citta' CUETENSE. 

Argomento a contrarie opinioni tra i numismati- 
ci avean dato le greche monete di Festo: e il prin- 
cipe di questa scienza, il nostro p. Eckhel, era ito 
d' una in altra sentenza senza posarsi in niuna. 
Né a miglior esito erano uscite le cure che gli 
altri dopo l'Eckhel posero in questa interpretazione. 
Messovisi il p. Secchi, interpretò la moneta e lessevi 
il nome di [EAXAN02 Vèlchanos , che gli schiuse 
la via ad una erudita scrittura, che a modo di epi- 
stola intitolò all' amico suo d. Celestino Cavedoni 
spedissimo in questa generazione di studi (1). 

A due capi, filologico e tipico, riduce le sue inve- 
stigazioni: al primo reca la forma de'caratteri, il loro 
valore la significazione delle parole; di che cava l'an- 
tichità della moneta. Entra appresso in una lunga ed 
erudita dottrina intorno al digamma, cui dà il suono 
del velatino; e quindi col presidio di greci scrittori 
e segnatamente di Esichio legge Vèlchanos, che dallo 
stesso Esichio è detto [EAXANOS o Zzùg napà. K|3>j(j£y 
Vèlchanos lupiter Cretensium. Al secondo capo 
riferisce le figure e di Giove con in sul braccio un 
gallo nell'antro fatidico, e del bue che abbassa il capo 



(1) Giove Vèlchano , e l'oracolo nell'antro Ideo, dissertazione 
del p. Giampietro Secchi -Tomo X delle dissertazioni della pontifì- 
cia accademia romana di archeologia Roma MDCCCXL tipografia 
della R. C. A. 



209 

e investe : de' quali tipi lascia libera agli eruditi la 
interpretazione, avendo sopra essi aperto la sua sen- 
tenza, senza darle momento maggiore che di con- 
ghiettura. E al fermo non ci sfugge in quanto varie 
opinioni si partano i numismatici intorno al bue 
cornìpeta nelle monete di Feslo. 

Il Cavedoni cultore sopra molti valente di questi 
studi , quando prima gli venne agli occhi questo 
scritto del Secchi, andò in festa ed esclamò: « Non 
mai più felicemente è stato sciolto un enimma ar- 
cheologico )ì. 



IV. 



MONUMENTO GRECO IN ROMA. 

Tra l'antica cinta di mura di Servio e di Aure- 
liano di fianco all'appia si slarga in suolo ineguale 
una villetta del marchese Giampietro Campana, don- 
de si trassero a luce bellissimi monumenti latini e 
greci mercè le incisioni operate nel tei'reno da que- 
sto erudito cultore delle dottrine archeologiche. Nò 
ci levi in istupore il veder venir fuori dal suolo ro- 
mano epigrafi e monumenti greci condotti con tanta 
finezza d' arte e magistero di dettato, che li diresti 
usciti da Corinto e da Atene. Dacché nelle andate 
età lungo l'appia e la latina se ne diseppellirono di 
sì eleganti , che piacquero alla dotta Europa , ed 
esercitarono nella interpretazione l'ingegno degli eru- 
diti, de' quali basti il nome di Ennio Quirino Vi- 
sconti e di Girolamo Amati- 
G.A.T.CLI. U 



210 

In un ipogeo moituale , che alquanti metri si 
profonda nelle viscere del terreno , si discopersero 
basi, statue, due frontoni e cimase di edicola, e in 
su le pareti un vago dipinto, in cui ti viene innanzi 
una vaghissima scena campestre: pratelli di un bel 
verdechiaro smaltati di tiori , poggerelli acclivi ne' 
quali sorge il cipresso e il greco pino, indorati le 
vette dall'ultimo raggio del sole che tramonta; né 
ad avvivarla manca la canora famiglia, che qui posa 
in su rami, qua sta su l'ale: nella zona che corre 
sopra alla parete avvi dodici figure delicatamente 
colorite in diverse movenze e atteggiamenti, sopras- 
segnate di nomi, e di motti- I versi che ci offre que- 
sto funereo ipogeo sono di sì fine e delicate grazie, che 
in leggendoli tutto gusti il sapore della iblea dolcezza. 

Invitato il nostro Secchi dall'amico Campana a 
sporre in una dissertazione il monumento e svolgerlo 
nelle sue parti, tenne l' invito e stese un ragiona- 
mento, nel quale chiamò ad esame isterico, filologico, 
artistico i marmi, i dipinti, le epigrafi, e con ricca 
erudizione fece pieni i desideri del collega (1). 

E primamente pone, che questa cella mortuale 
fosse di Patrone, il cui nome ci viene innanzi in un 
basamento di tufo con l'epigrafe Xaips Ylocrpav, Salve 
o Patron; e al pie' di una mozza statua di eccellente 
scalpello abbiamo supplendo qualche lettera X^>j;£ x«{ 
^ty-occs lìuzpoìv Xatpe buono o giusto Patrone salve: 
nel dipinto della parete sopra una figura muliebre 

(1) Monumenti inediti d'un antico sepolcro di famiglia greca 
scoperto in Roma sulla via latina dichiarati dal p. Giampietro Sec- 
chi d. C. d. G. Roma tipografia Salvinoci xMDCCCXLIlI iu loglio 
reale con rami. 



i 



211 

leggiamo Twn Uonpcòvag Consorte a Patrone: e sopra 
una fanciulla ivi dipinta Qvya.xv}p IlarpMvws Figliuola 
a Patrone: nella zona di un grazioso timpano, in ohe 
sono figurati due augelletti, che stendonsi ad un ra- 
cemo d'uva, nitidi caratteri ci offrono chiaro il nome 
Ucapc^vcog: la qual voce ancor ci dà 1' epigramma. 
Di che conseguita, non potersi rivocare in questione 
che questa funebre stanza pertenga alla famiglia 
Patrone. 

Entra il nostro Secchi con sottile inquisizione 
a cercare chi fosse Patrone , donde e perchè e in 
che età capitato in Roma; e dalla storia, e dai laceri 
G monchi avanzi di alquante lettere, che restarono 
in questo monumento superstiti alle ingiurie del 
tempo , congettura fosse medico , inviato oratore 
dalla Licia, regnante Domiziano. Nella scena campe- 
stre del dipinto raffigura gli elisi e con ingegnosi 
supplementi ci dà interi gli epigrammi dettati con 
isquisito gusto di pensieri e di stile. 

Il Welcker riprodusse gli epigrammi e dissentì 
dal nostro archeologo in qualche verso che altra- 
mente supplì delle note mancanti. L'anno posto alla 
legazione di Patrone non fu seguito dagli editori 
delle greche iscrizioni, che diedero luogo nella loro 
ricca ed erudita collezione a questi lavori del Sec- 
chi (1). 

L'epigramma mortuale, che il poeta pone in bocca 
a Patrone , e che con morbida pittura ci ritrae il 
piacere degli elisi, voltato in volgare suona così : 

(1) Corpus inscriptionuin graecarum voi- IH- pari. XXXIII , 
num. 62°71. 

Welclier Mus. Rhen. Ili 1845, pag. 259. 



212 

Di pruni orrido intralcio qui non preme 
L'umile stanza del romito avello, 
Né del gufo ai lamenti l'aura geme- 

Ma folte piante con amico ombrello 
Carca di frutti la vivace fronda 
Spiegan serpendo sul funebre ostello. 

Qua svolazzando i suoi par che confonda 
Ai sospiri dell'aura l'usignuolo: 
La cicaletta fervida il seconda. 

La pellegrina rondinella il volo 

Qua raccoglie e squittisce; e qui si vede 
Stridulo il grillo saltellar pel suolo. 

E ben forse mertai sì lieta sede 

Infra l'ombre Patron; poiché a' mortali 
Largo sovvenni ognor di mia mercede. 

Ma quando più felice battea l'ali 
La mia giovine età nel bel sereno, 
Mi colse invida morte co' suoi strali, 

E qui gittommi dell'avello in seno- 

Apuleia figliuola a Patrone, madre di due vez- 
zosi bamboli, cosi parla in questo brevissimo epi- 
gramma che puoi meritamente dire un gioiello di 
greca epigrafia : 

È qui il paterno cenere 

Del mio Patron: madre di doppia prole 

Lui richiamo Apuleia 

Dal nascer primo al tramontar del sole. 

Sono in forse se tra le epigrafi dell'aureo secolo 
di Augusto una vi abbia che possa, non dico entrare 



I 



213 

innanzi, ma stare allato a questa, che tutta spira le 
caste e vereconde grazie dell'attica semplicità, e ti 
impietosisce 1' anima la dolente parola , che suona 
sul labbro al nostro Patrone. Io nel renderla volgare 
mi sono tenuto alla forma con che la lessero il 
Welcker e gli academici prussiani (1). 

Son Patrone. Il suol di Lieo 
Mi die' culla e mi educò: 
Poi m'accolse il Tebro amico 
E legato mi onorò- 

Ciel irato, tu m'hai tolto 
Alla vita, a' rai del sol: 
Un patrizio ahimè sepolto 
Per te giace in stranio suol ! 

Un marmo nella stessa villa, ma non nello stesso 
ipogeo, offerì al nostro archeologo una epigrafe in 
memoria di Nicia legato dei licii, che lesse e in- 
terpretò con isquisita erudizione : la do qui vol- 
garizzata. 



(1) Welcker loc. cit. Coi'pils insct. graec. loc. cit. 



214 

AGLI iddìi inferni 

M. AVRELIO AGESILAO 

A 

NICIA DI ONESIFORO 

NIPOTE A NICIA 

DA XANTO DI LICIA 

SOMMO SACERDOTE DEGLI AVGVSTI 

LEGATO A ROMA LA TERZA VOLTA 

POSE 

AL CONCITTADINO 

Q. M. 

Da ultimo il p- Secchi in questa scrittura ricca 
di filologiche dottrine menato dall'argomento ci dà 
emendato e recato a forma migliore il grazioso 
epigramma greco mortuale, che guardasi in Roma 
nel palazzo de' Massimi, e Io legge altramente dal 
Gronovio (1) e dal Jacobs (2). Lo pongo qui recato 
nella nostra lingua. 

Passeggero, il piede arresta. 
Volgi il guardo a quest'avello: 
Qui racchiude l'urna mesta 
Un amabil garzoncello, 
Che repente il sen materno 
Alla tomba tramutò. 



(1) In tbes. praef. ad tom. XII. 

(2) Appendìx AnthoJ. num. 136. 



215 

Corso ave» Tottavo aprile 

Nel sentiero della vita, 

Quando l'anima gentile 

Si fuggì dal suol romita, 

E un cordoglio interminato 

Solo al padre ahimè lasciò- 
Qual di Bacco pargoletto 

Avea l'indole del core, 

Ei d'Alcide il maschio petto 

Emulava in suo vigore, 

Nelle forme del bel viso 

Endimione pareggiò. 

Ecco per ordine le greche epigrafi secondo che 
l'ebbe lette il p. Secchi 

Où ^txzai, où rpi^oXot tÒv s/xèv tocvov ù^fìg tyovGtVi 

ovò' okokvyixi'a wxrzpt'g (X^inEzoczur 
àXXx [xs nxv òèv^pog x^acpt^j ntpì ptaac»^ à'jzpmi 

xuxXoSsv eùxdcpnoig xloatv àyoclXd [i£vov 
rrtóT«Ta£ Ss nt'pi?, Xiyvpi^ [J.ivvpt'arpi òcyj^ìÓv 

xat Tt'rxic, yXuxepolg yziXtm hlpoc xswv 
x«t Go'pà rpmh'^ouGix /cXai^svìg, ^ts ìr/unvovq 

dxpìg ano arnOovg Yjàò -/(oxxsol [xiXog- 
nUzpoi'j ó'(7(ja ^poTo7(7iv ipccayna rravr' srsXeaffa 

oypu xui £tv à'iÒY] Tgprrvòv 'éypi(X( ro'nov 
TcàXa. Ss nivzx Xi'Xomci xxì sv vsoVijtj xaT£XT)3V 

(V)/£To rrX>jy a nptv ^òiv àniY.oi.pmQd[iyì)f. 

Jlxr/ì'p riarpav /xsy 'AnnoXrix S'Iycj- 
Te'xvw Ss Srjffà ts'xvac* noczipoc S's5 léyco. 

[n«Tpco]v [.ù[xì^ noczpìg Xii[xj]«v klo^svaoczo lyoucc] 
{npic^Qoi S's'v zi[xc<ig npù{y.zop(x. [kz oziolzzui 

« (Jia'xap, [svS] tzB'' àikiov nc/li-y [owzzi\ m'untig 
iùnd [r/jfS'sv Suj]a>j tvjXoSj] Qoaizo^zvov. 



216 

Gli academicì prussiani così supplirono 

w] iJ.dyf.ocp, [ig ipacg] asXt'cu ra'XiV [oìl ]x' Kno\niiJ.nzi^, 
11 Welcker così lesse 

zvn<i[rpi¥ èv ^st'yvj tijXóJSCj] Sj^titoV^I'^Cv. 

©ccTg K«T«/5ovf'o(g 
Netxj'ag 'OvYj'yi'pSpcv 
tou Nifni'ov Zt/yOicg 
Tijg Auy.iocg àp/jzpaad^ó 
vog T'-jv 2£/3a(jT£yv x«£ 

7lp£7ftzVCCKg SX TpCTCV V- 

Tzip T>7S nurpiàog M. 
AypvjXtcg ' A.jf^oi'kuog 

Batcv èmcv4acKg i'/vs? £v5«3£ ry/x^Scy uOprjaav 
nui^àg ayvu [la^w [vrnipèg dnomocpJvcv 

w/sTo §'£y VcXUEaaj Xwsjv Trarci nsvOog «Xy^xicv, 
d:aa^5 lùyìp'^axag ncvxdòoc rav ctlivcSwv 

Tcjcg $'-?y 'jz-jocàg oiog nór' ifpvaev 'Ia'x;(cg, 
y? Bpxaùg AXxtidrig, vj xctXòg 'Ev^ujy.t'wv. 



217 
V. 



LA FAVOLA DELLA IO. 



Fattosi s. Agostino a rintracciare le origini della 
idolatria, le pone non negli obbietti creati, i quali 
non altro offrono di se che quel grado di bellezza 
di che le dotò il creatore: non nei sensi corporei, 
i quali fedelmente riferiscono all'animo i moti loro 
impressi da cièche ne circonda: ma nel guasto della 
volontà , la quale corrotta dalle passioni intenebra 
la luce dell'intelletto, e lo tira ad adulterare la verità 
e trasformarla in errore. E sebbene lo sviamento 
dalla verità sia sì svariato e molteplice, come le curve 
che torcono dalla retta, e vana opera torni il segui- 
tarne la traccia per farci al capo donde mossero: 
nientemeno molti valenti ingegni non si arretrando 
alle difficoltà, che in sì aspra e dirupata via loro 
si attraversavano, cimentaronsi all'opera, e col pre- 
sidio delia tradizione affidata ai monumenti si tra- 
vagliarono di cavare qualche filo di luce dallo scuro 
di sì fitte tenebre. 

Una ingegnosa interpretazione della favola d* Io, 
istoriata in antico vaso, era stata messa fuori dal 
marchese di Castellentini Filippo Gargallo giovine 
colto ne' buoni studi, che in se rinverdisce la gloria 
letteraria e le virtù del sommo volgarizzatore di Ora- 
zio, di Tommaso suo padre; e modesto e diffidente 
delle sue forze si volse per una piCi ampia diluci- 
dazione al p- Secchi ad essi legato di antica e cordiale 
amicizia. 



218 
Messosi dunque il p. Secchi in questo lavoro, svol- 
ge ampiamente rargomento di questa favola sì caro 
ai tragici e agli epici greci ; le imagini poetiche 
de' quali furono espresse in delicate forme dai 
dipintori, dagli scultori e dai vasellai. E per prima 
raffronta a questo monumento del Gargallo molti 
altri che qual prezioso tesoro di arte etrusca e greca 
guardausi ne* musei d' Italia e d'oltre monte , e Io 
stesso subbietto ci pongono innanzi figurato in va- 
rie attitudini e con più o manco personaggi. Reca 
in una tavola delineato l'ametisto di Firenze, dove 
assiso al pedale di un albero che gli stende sopra un 
bell'ombrello di rami, giace Argo che guarda la gio- 
venca Io, e a pie di esso accosciato il fido veltro: 
in altra un dipinto vaso di Vulci , dove Mercurio 
scioglie Io dal freno con che Argo la regge , rin- 
ghiando a vuoto il cane : in altre Mercurio che 
tocca la lira e al suono addormenta Argo , e colla 
spada lo finisce. Ne* dipinti di Pompei veggiamo Io 
in sembiante di fanciulla colla fronte bicornuta , e 
or Mercurio che offre ad Argo una zampogna, ora il 
solo Argo raffigurato qual giovinetto de' tempi eroici. 
Prodotte altre rappresentanze di questa favola viene 
al dipinto del Gargallo: e lodatane la finezza dell'in- 
gegno nell'interpretarlo, mette fuori modestamente 
la sua opinione intorno ai personaggi coronati, che 
hanno il principe luogo nel campo della dipintura, e 
tiene che sieno ZsJg ed 'Hpix, Giove e Giunone: alla 
qual sentenza dà non lieve momento un vaso istoriato 
della stessa favola, trovato non ha molti anni presso 
a Canino, nel quale sopra i personaggi che portano 
corona leggesi ZsTjg ed 'tipx- 



219 

Entra da ultimo nella spiegazione simbolica della 
favola della Io, e pone che o dall'India o dall'Egitto 
per vie diverse da amendue questi paesi sia questa 
entrata nella Grecia, che l'accolse la fece sua e ne' 
earmi e ne' dipinti in varie forme la espresse. La 
Io, secondo gli argomenti che produce, è l'Isis degli 
egizi, che la figuravano cornuta e in essa simboleg- 
giavano la luna; al che fa l'identità del nome nella 
lingua copta dell'Isis e della lo. Argo poi sarebbe 
rOsiri; e il nokvo^BaXpLog de' greci risponde a capello 
all'Osiri degli egizi , presso i quali cg vale molti , 
ed tpt occhio, e saria simbolo del cielo: al che an- 
che accenna la sua figura disseminata dal capo alle 
piante di occhi. 

Dà fine a questa scrittura il nostro archeologo 
con una nobile sentenza, la quale non dovrebbe par- 
tir niai dagli occhi ai cultori di questi studi, e che 
l'amor della religione e il lungo cercare ne' monu- 
menti antichi gli cavò del cuore. Tra la verità e l'er- 
rore corre quello spazio, che è tra le tenebre e la 
luce: i sogni dell' uomo, che traveste adultera e 
trasnatura la verità, non aver termine: chi tiensi a 
Dio verità non la falla, né porrà il pie negli inestri- 
cabili laberinti del falso (1). 



(1) Epistola del p. Giampietro Secchi al N- U. d. Filippo Gri- 
maldi-Gargallo 1839. 



220 
VI. 



EPIGRAMMA CORCIRESE. 



A pie di Castrades, in su la proda del mare, ster- 
randosi i sepolcri dell' antica Corcìra si rinvenne il 
1843 una epigrafe mortuale incisa in una base cir- 
colare di tufo. L'epigramma è in sei esametri, ad uno 
de' quali cancellate dagli anni le lettere sono meno 
tre piedi ultimi: un altro difetta nel mezzo di una 
voce; e qui e qua è da ristorare il mancamento di 
qualche lettera. Il Mustoxidi, il Filitàs, l'Economi- 
des ed altri dotti ellenisti di Corfiì posero il loro 
ingegno ad interpretrarla. Venutone un esemplare 
agli occhi del p. Secchi, questi a richiesta degli 
amici stese una dissertazione, nella quale ragiona 
la paleografia corcirese , legge 1' epigramma e lo 
l'integra secondo quella forma che stimò più vicina 
al vero (1). 

E primainente 1' epigramma corre da destra a 
sinistra in una linea continua: un esametro ò diviso 
dall' altro per tre punti: non ha luogo in esso ninna 
vocale lunga, ma la breve fa 1' ufficio della lunga, 
r sta per q, l' e per vj: lo spirito aspro è un ret- 
tangolo tagliato nel mezzo da linea orizzontale: il 
digamma e interposto alla voce: alcune consonanti 
di forma al tutto lontana dalla comune: di che si 
raccoglie l' antichità di questa epigrafe. Raffronta 



(1) Lezione sopra l'arcaica paleografia monumentale di Corinto 
e delle sue colonie, e illustrazione di un antico epigramma corei- 
rese del p. G. Secchi d. C, d. G. Roma tipografia della Minerva 1844. 



1 



221 

a questa arcaica scrittura la paleografia di Corin- 
to e dell' Etruria , e ne cava una bella conferma- 
zione della storia, che fa Corcira colonia corintia. 

Si fa quindi alla lettura dell'epigramma: e con 
bella felicità, che gli meritò le lodi del Welcker e 
di altri eruditi, emenda il primo esametro leggendo 
nella prima voce w esclamazione di dolore, dove gli 
altri aveano scorto una foglia o una interpunzione 
cardiaca o un segno ridondante: e con ciò rende 
pieno l'esametro, che altramente avria avuto meno 
un piede. Chiama ad esame la forma con che eransi 
supplite da altri le voci mancanti nei versi, ed apre 
sopra ciò la sua sentenza e la conforta di opportuni 
argomenti. Si sofferma da ultimo nella voce npó^svog^ 
che suona maestrato degli stranieri, e risponde ai 
consoli, che a' nostri dì nelle città marittime manten- 
gono i diritti delle loro nazioni. In Platone, in Ari- 
stotele, in Tucidide e in altri greci scrittori ci viene 
innanzi il npo^svog; del quale il Maier il 1843 mise 
fuori una dotta dissertazione. 

Il monumento è alzato dal popolo di Corcira e 
da Prassimene Eanteo figliuolo di Tlasia a Menecrate 
fratello suo perito in mare: non tornerà ingrato a 
chi mi ascolta se io qui Io renda in volgare. 

Del Tlasiade Menecrate Eanteo 

Quest' è il sepolcro: popolar pietade 
Tal monumento al suo patrono feo: 

Che mentre i flutti navigando rade, 

Giacque assorto dal mare: e bene il duolo 
Esser comun dovea della cittade. 



222 

E Prassimene Eanteo, che al patrio suolo 
Die r addio con Menecrate fratello, 
Or col popolo insieme orbato e solo 

Pose al germano il lacrimato avello. 

11 Secchi lesse così e supplì l'epigramma 

Olcf.v'òiàg yvjixv ' ro'^t S'aurw ^x(Xoq knoi'zf 
V7g yàp npé^vjog ^a.jJ.ov (ùikoq' akX ivi nóvra 
òokiTO' 8c/.p.6(7iov 5i xoc^r,-K{tv F«7T££ nsvOcg). 
Upa^LljJvyìg 5' xvz OlcivSag dna nocrpidag iv^cJv 



VII. 



INTERPRETAZIONE DI EPIGRAFE ETRUSCA SEGNATA 
IN UNA FIBULA d'oRO. 

La lunga opera posta in disotlerrare in Chiusi i 
monumenti antichi sepolti dall'oblio di lunghe età 
è stata ben ristorata dalle preziose reliquie dell'an- 
tica civiltà etrusca, che di mano in mano sono venute 
fuori, ed hanno aggiunto un peculiar pregio ai musei 
d'Europa e segnatamente di Roma. Ci hanno queste 
chiarito a quanta finezza fossero presso quella nobile 
gente condotte le arti d'ogni ragione , con quanta 
niaeslria trattassero lo scarpello, quanta vita spiras- 



I 



223 

sero ne'mai'mi, come ubbidiente e docile conducesse- 
ro ad ogni più delicata forma l'oro, l'argento, il ferro 
e il bronzo, a quale raffinamento recassero la pasta 
delle argille e la concocessero e sopra la smaltassero 
di una mano di sì ferma invernicatura da reggere 
lunghe e lunghe età sana e intoccata al tormento 
dell'aria, della pioggia e di tanti secoli. 

Senzachè utilità di momento maggiore venne 
per questi monumenti alla scienza: e per iscendere 
al particolare, la lezione dell'epigrafe segnata in una 
fìbula d'oro, nella quale si conobbe il nome del pos- 
seditore, guidò il p. Secchi nella paleografia de' carat- 
teri e della scrittura degli etruschi, la ragguagliò ad 
altre iscrizioni degli antichi abitatori dell' Etruria e 
lo recò nel pensiero di creare un Lexicon veterum 
Jtaliae linguarum, nel quale fossero per ordine dis- 
posti gli alfabeti antichissimi italici, vi stessero al- 
logate le voci osche ed etrusche, tra le quali due 
lingue corre si stretta affinità, che alle volte si con- 
verte in medesimezza. In questo lessico pone canoni 
grammaticali, che agevolano la via alla interpretazio- 
ne: e le tavole eugubine, i graffiti dei dischi metal- 
lici, le note iscritte ai cippi, alle patere ed alle fi- 
guline, entrano colle loro epigrafi a raffermare le leg- 
gi stanziate. Opera di gran lena , ma di utilità 
singolare, perchè chiave a! conoscimento di scritture 
involte nelle tenebre e nell'oblio di remote età; e 
l'avea il nostro archeologo recata sì innanzi, che se 
vi ponesse la mano ultima qualche conoscitore di 
questi studi , potria uscire al pubblico e spandere 
molta luce sopra le origini italiane: dacché le lingue 
sono la storia vivente dei popoli che le parlano; e 



224 

salendo per esse , e seguendole nelle loro trasmu- 
tazioni, siamo condotti alla genealogia delle nazioni 
ed ai rami di esse (1). 



Vili. 

ISCRIZIONI DI ARAD. 

Arado, o come lo dissero gli ebrei (2) Arad, o 
secondo che porta fuso corrente degli orientali Ruad, 
è un isolotto presso le coste fenicie, che gira alcuna 
cosa di qua dal miglio (3), nelle passate età sì po- 
poloso che Pomponio Mela ebbe a dire, Arado quanto 
si stende è città (4) : scala comoda alle navi che 
sorgono in quel seno , e chiave di commercio alle 
città greche e mediterranee co' siro- fenici. Questa 
città, nominata e conta ne' libri santi e presso gli 
scrittori della Grecia e del Lazio, fornì d'ogni tempo 
alla numismatica per le monete che vi si rinvennero, 
e alla epigrafia per le basi, cippi e tavole di marmo 
soprassegnate dì greche iscrizioni, ricca materia di 
dotte scritture. 

Tramutatosi di Siria, dove esercitava con operoso 



(1) Descrizione di alquanti etruschi arredi in oro , e inter- 
pretazione di epigrafe etrusca sopra una fibula d'oro ec. - Bollet- 
tino dell'Istituto archeologico nura. I. II. an. 1846. 

(2) Genes X, 18. -Ezechicl. XXVII, 8, li. -IMach. XV, 23. 

(3) Plin. V. 20. 

(4) Aradus, quantum patct, tota oppiduin. Pomp.Mela II, 2. 
Strab. XVF, 2. - Polyb. V, 68. 



225 

zelo l'apostolico ministero, in Roma il p. Massimi- 
liano Ryllo il 1838, recò seco alcune iscrizioni di 
Arado comunicategli dal conte di Bertou: e volsesi 
al p. Secchi perchè le interpretasse. 

Questi adunque pone che la prima è in onore 
di Decimo Lelio, che nella guerra civile tenne per 
Pompeo e guidò lo stuolo delle sue navi : dacché 
in essa si legge : 

AEKM05 AAIAI02 AEKMOY YI02 
EOAPXOS 2T0A0Y 

Decimus Laelius Decimi Filius Praefectus Classi. 

Mette in saldo la sua sentenza coli' autorità di 
Cesare , il quale ne' comentari della guerra civile 
nomina Decimo Lelio, e gli dà la condotta dell'ar- 
mata di Pompeo la quale costeggiava l'Asia : e la 
ravvalora col testimonio di M. Tullio nella ora- 
zione per Fiacco, e nelle epistole ad Attico, e con 
un antico cemento sopra M- Tullio cavato fuori 
non ha molti anni dal Mai: ondechè sembra chia- 
rito, che nel Decimo Lelio di questa epigrafe si 
raccolgano e 1* ufficio e 1' età e il nome del padre 
e il prenome della famiglia: al che appone il sug- 
gello la nota de' fasti consolari. Questa interpreta- 
zione, che primo mise fuori il nostro Secchi, fu e 
allora e appresso di belle lodi ornata dagli eruditi; 
e quanti posero in essa le seconde cure, si tennero 
per punto alla sua sentenza (1). 

(1) Corp. Inscr. gvaec. voi. Ili, pag. H77, nura. 4636. 
Barlh Mus. Rhen. VII, 1849. 

G.A.T.CLL 15 



226 

Nel leggere la seconda epigrafe scontrò maggior 
difficoltà surta dal mancamento di alcune voci, dal 
poco fedele esemplare, e dal non conoscere la di- 
mensione del marmo, donde quella fu tratta. Di qui 
egli non dà alla sua interpretazione peso maggiore, 
che di congettura, potendosi in varie forme sostituire 
le voci che sono meno. Tiene adunque che possa 
essere un titolo onorario di Orobulo sacerdote di Ce- 
sare Augusto, titolo anteriore all'apoteosi decretata 
ad Augusto dal senato. 

Gli academici prussiani supplirono altramente che 
il Secchi la prima lettera alla prima voce della terza 
linea, e dove questi pose 1' ù, essi il H, leggendo 
Ilpo^avlov consigliere o senatore, in luogo del nome 
di persona Qpo^ovkov (1). 

Men guasta e più intera è la epigrafe terza , e 
con pochi supplementi lesse in essa il nome di An- 
tioco figliuolo di Democrito , che prestò alla città 
di Arado nettamente e con buona voce d'interezza 
l'opera sua in uffizio di ypa/x^arsug. Svolge con esqui- 
sita erudizione la voce ypai/.iJ.a.rivg, e la volta in scriba^ 
dignità presso i greci e le città asiatiche in maggior 
onore, che non presso i romani: né si passa della 
forma singolare con che è posta la voce tsf/xvjg in 
luogo di rcfxvìq , e congettura che con ciò meglio 
si renda il suono della pronunzia antica. 

Nitida e piena delle sue lettere è la quarta iscri- 
zione ; cotalchè senza pena si riconosce decretata 
dal senato e dal popolo di Arado ad onorare la me- 
moria e il nome di Dami iigliuolo di Mnasea, che 

(1) Corp. Inscr. gr. voi. Ili, pag. 1179, riiim. 4536. 



227 
tenne con lode Tuffizio di edile. Sì questa come la 
terza danno luce alla cronologia, portando scolpiti 
gli anni, in che furono poste. 

La quinta è guasta così e lacera che puoi dirla 
un misero frammento senza più: dacché se ne salvi 
poche voci nel mezzo, sono mutile e accecate le 
altre. Avria desiderato il p. Secchi, avanti di met- 
tersi a questa interpretazione, conoscere per se il 
marmo, misurare la lunghezza delle linee, definire 
lo spazio concesso al numero delie lettere: niente- 
meno per farsi incontro alle brame degli amici vi 
si pose, e supplì qui e qua coli' ampiezza delle sue 
cognizioni al silenzio del marmo ; tuttoché netta- 
mente affermi che in molti luoghi cada dalla spe- 
ranza di leggerla. Col confronto di altre iscrizioni 
cava da tante tenebre qualche filo di luce, e tiene 
che fosse un'epigrafe di onore ad un prefetto della 
legione prima siriaca, e la fa di poco posteriore al- 
l' impero di Traiano. Da questo interpretamento par- 
tironsi in parte gli accademici prussiani che vi les- 
sero coir unione delle voci che il Secchi disgiunse 
un 'lovàutniy e riferironla all'età di Vespasiano (1). 

La sesta , non cosi guasta come l'antecedente , 
gli offerì il nome di M. Settimio Magno centurione 
della quarta legione scitica, onorato da Arado, di cui 
era cittadino, di un bel monumento: e il p. Secchi 
ne pone 1' epoca tra l' impero di Settimio Severo 
e dei Filippi. La qual sentenza fu abbracciata dai 
dotti editori delle greche iscrizioni (2). 



(1) Corp. Insc. graec. toI. Ili, pag. 1175. num. 483C. 

(2) Ivi pag. 1179. 



228 

E qui è da porre, che queste greche epigrafi non 
sono vuote di utilità; dacché chiariscono la storia di 
Pompeo Magno e di Cesare Augusto, raggiungono 
la cronologia di Arado alla romana, e ci fanno aperto 
che in Arado stanziò parte della legione IV sci- 
tica. 

x\ccenna da ultimo ad alcuni ruderi presso 1' an- 
tico Berito, oggi Bairut, i quali con gli avanzi di 
epigrafi, di colonne, di modanature fanno fede di 
qualche gran tempio, che colà presso sorgeva (1). 

Tenutosi in Modena dal professore Lugli un acca- 
demico sermone, nel quale sponeva 1' interpreta- 
mento dato dal Secchi a queste epigrafi, die con- 
chiusione alle sue parole con rallegrarsi coi colle- 
ghi e colla patria, che avessero nel concittadino Sec- 
chi un valoroso ristoratore della lor gloria antica (2). 

Do qui le iscrizioni così come l'ebbe lette e sup- 
plite il p. Secchi, 

ò ò-^iiog 

As'x/xcv Aocihov 

i;A]£x/u.5V v6v 

'Apj'atwy 'A(7xX>37rj«58 
'Upioc Kochocpog li^darov 
Qpó/SsuXov Twv [rà hpù ttoXsu] 
aavTwv [53oi>[X]2à rtcv] [suspysrvjy] 

(1) Iscrizioni greche trovate in Arado, oggi Ruad, isola tra la 
Siria e la Fenicia illustrate dal p. Giampietro Secchi d. C. d. G. 
Roma 18^8. Stamperia della R. C. A, 

(2) Memorie di religione tora. XII pag. 270. . . . 288. Mo- 
dena 1841. 



229 

•i5 /5cu>>j noci ò §v3[jy.]og 
'Avr tox^o'j Av9fjt.!j[xpO 

Tcy Tcu xixi M<xpt(t> - 
vog xaXcÒg yp(X[Ji.[j.a. - 

T£U(7aVT<Z 

TiiXYJg x«pjy 

>7 /3oyAi; xaj ò 5>7jac? 

dyopocvo[j.y]aocvTC(. xaXw? 

x«; ftXaTC[/.ag Iv tw ZOT 

c"t£j Tj/j!,:^g X(Zf iwctxg 

X<xpiv 

13 /3[cuXv2 x««] 

ó ^-^[.[j-og ò 'Aj3a5r'(V)v] 

M«/3xòv L2£rt]T//jt.rcv 

M«/3X3U utòv ^OC^COC 

Mayvòy ixarovro! px'n 
X[c]7£[a)]vog A 2xu[5]jx^[5] 

Tcy sauTwy nokirvjv 
cùvoiocg xa Tf]ui:^g /«V^v 

E qui mi si dia dì voltare in volgare, e mettere 
in epigrafi italiane le greche di Arado che sono i-i- 
mase intere, perchè si vegga aperto quanta sobrietà» 
nitidezza e candore di affetto sia nella greca epigra- 
fìa, e quanto hassi a questa immagine di attica sem- 
plicità a risecare alle epigrafi latine e volgari , le 
quali alla giornata vengon fuori in italia sì gravi e 
stracariche di elogie di titoli, che ci è con oani buona 



230 
ragione venuto addosso il proverbio: Bugiardo piiì che 
un epitaffio. 



A DECIMO LELIO 

F. DI DECIMO 

PREFETTO AL NAVIGLIO 

IL POPOLO 
À MONUMENTO DI AMORE 



ARISTONE DI ASCLEPIADE 

AD OROBULO 

SACERDOTE DI CESARE AUGUSTO 

IL SERVO AL SIGNORE 



IL SENATO E IL POPOLO 

AD ANTIOCO DI DEMOCRITO MARIONE 

CHE EMPIÈ CON INTEREZZA 

L' UFFICIO DI SCRIBA 

POSE 

A TESTIMONIO DI ONORE 

AN. CCCLXXVI (l) 



(1) Ragguagliando l'èra di Arado a quella di Roma avremo il 
CCCLXXVI della terza iscrizione, e il CCCLXXVII della quarta, 
eguali a! DCCCLXXI , e DCCCLXXII : che rispondono al CXVIII 
e CXIX dell'era cristiana. 



231 



A DAMI DI MNASEA 

CHE 

TENNE LA EDILITÀ' 

CON FEDE E BUON NOME 

L' AN. CCCLXXVII 

IL SENATO E IL POPOLO DI AKADO 

PER 

BENEVOLENZA E ONORE 



A MARCO SETTIMIO MAGNO 
F. DI MARCO 
DELLA TRIBÙ' FABIA 
CENTURIONE DELLA IV LEGIONE SCITICA 
IL SENATO E IL POPOLO 
DI ARADO 
POSE 
AL CONCITTADINO 
A BENEVOLENZA E ONORE 



232 
IX. 



ILLUSTRAZIONE DI UNO SPECCHIO ETRUSCO RAPPRESENTANTE 
LA NEKVIA DI ULISSE. 

L' antica Vulci, un dì nobile città ora sepolta 
nelle sue ruine, giace non lungi dal Tirreno, entro 
la provincia di Viterbo nel lembo degli slati della 
cbiesa contermini al gran ducato di Toscana: il cui 
nome tuttoché a' nostri dì corrotto ricorda la gran- 
diosa stanza de' vulcenti, appellandosi il sito della 
estinta città Piano di Voce in luogo di Voice. Ivi 
si diseppellirono il 1835 dalle operose cure del pon- 
tificio governo statue di greco scarpello, colonne, 
capitelli operati con finezza d' arte, cippi, urne mor- 
tuali, lapidi, attrezzi della vita civile, monili, arredi 
in oro e argento, monete, patere, epigrafi greche la- 
tine ed etrusche, che offrirono ampia materia dì sot- 
tili investigazioni agli archeologi. 

In uno specchio metallico si presentarono deli- 
catamente graffite tre figure con sopravi i loro nomi. 
La prima è d' uomo barbuto assiso che strigne colla 
man ritta un perizonio, la cui guaina tiene ferma 
colla manca mano: gli occhi suoi vanno in un per- 
sonaggio che diritto gli sta di contro, in lungo am- 
manto con calzari etruschi e vitta crinale alla fronte, 
appoggiato a lungo pedo o bastone: gli tiene la mano 
alla spalla una terza figura con petaso alato in capo, 
a cui scende a terra dagli omeri la clamide, che gli 
sì ferma affibbiata al petto. 



233 

L' istituto di archeologia si volse al p. Secchi 
per la interpretazione della scena raffigurata in que- 
sto specchio, ed affermò che qualche nome sopras- 
segnato alle figure era di quasi disperata lezione (1): 
e chi vi si era cimentato innanzi, non aveane po- 
tuto cavare netto e pieno il concetto (2). 

Il Secchi adunque vi si pose e ravvisò in questo 
disco Ulisse , che evoca dall' inferno le anime , il 
qual rito con greca voce ò detto Nekuia: il perso- 
na£?£;io dall'asta e dalla vitta crinale è l' indovino 
Tiresia : 1' altro dal pètaso è Mercurio inferno : i 
personaggi rispondono alla cartella o breve, che a 
sopraccapo porta graffiti i nomi loro. 

Questo evocare le anime degli estinti ci viene 
innanzi ne' poeti greci e latini, e Omero nell'odis- 
sea ci raffigura così Ulisse: 

Ma io col brando ignudo 
Sedea . . . 

Levossi al fine 
Coir aureo scettro nella man famosa 
L' alma tebana di Tiresia, e ratto 
Mi riconobbe (3). 

Questa immagine descrittaci da Omero è in parte 
rappresentata in questa Nekuia. Senonchè una più 
viva rassomiglianza trovò con felice acume il p. Sec- 
chi in Esehilo ne' frammenti della tragedia che in- 



(1) Parole del buUettino dell' istituto di corrispondenza archeo- 
logica ann. 1835 pag. i22. 

(2) Ivi pag. 138, 139. 

(3) Odissea XI. 



234 

titolò (//u/aywyc/, che vale evocatori delle anime: nella 
quale introduce Mercurio-Plutone venerato dai tir- 
reni, che presiede all'oracolo. E rafferma la sentenza 
con r autorità di Licofrone che seguì alla lettera 
Eschilo. 

Appresso si volge alla interpretazione de'nomi, la 
quale lo mena nel ragguaglio della paleografia greca, 
latina, etrusca, e mette fuori recondite dottrine della 
forma e del valore delle note etrusche, confortando 
la sua sentenza con l'autorità di grammatici, di scrit- 
tori antichi e di non pochi monumenti inconosciuti. 

Maggior difficoltà porge il doppio nome chiuso ne! 
la seconda cartella: egli lo legge Finthial o Hintial 
Tiresias,e con ricco apparato di erudizione fa opera di 
abbattere la sentenza di chi interpretava queste due 
voci spettro o fantasima di Tiresia, e in quella vece 
pone che sono due nomi che riferisconsi alla stessa 
persona per affinità di lingua e di mitologia. 

Dacché il Finthial, voce matronimica degli etru- 
schi, è per il nostro Secchi il Fauno figliuolo della dea 
Fintia o Fauna, o Dea Bona, o Venere inforna, ed 
avea presso essi culto e ufficio d'indovino come presso 
ai greci Tiresia. Senonchè questo interpretamento del 
Secchi è da abbandonare: 1.° perchè nella necropoli di 
Vulci s'è di fresco rinvenuto un dipinto, nel quale 
Achille placa l'ombra dell'amico Patroclo col sacrifi- 
cio de' troiani cattivi, e in sul capo a Patroclo è posto 
il doppio nome Hintial Patroclos (1): dove è aperto, 
che Hintial non può stare che per ombra o mani 



(1) BuUeltino di Corrisp. Arch. num. Vili, IX. Agosto e set- 
tembre 1857. 



235 

di Patroclo. 2." Perchè la etimologia fenicia od ehrea, 
se rechiamo ad essa le voci etrusche, non patisce 
che la voce Hlnthial ci renda un matronimico della 
Fintia Fauna etrusca , ma varrà ombra o mani, 
brevemente pertinens ad mortuos. 

Da ultimo e il personaggio e il doppio nome 
Turms Aitas soprassegnatogli in cima riscontransi, 
secondo il p. Secchi , nel Mercurio inferno , il cui 
culto ondechè venuto s'era largamente disteso tra 
i tirreni. Senonchè l'Aitas, che il Secchi col pre- 
sidio della greca etimologia volta in infernus appo- 
sto a Mercurio se recasi alla sopra posta radice fe- 
nicia ci darà un altro valore- 

L' interpretamento di questa scena inferna svolto 
con ricca copia di erudizione gitta ampia luce sopra le 
origini de' popoli tirreni, le quali meglio che da spe- 
ciose ipotesi raccolgonsi nitidamente e con pili saldi 
argomenti dal culto, dalle divinità, dalle idee religio- 
se, dalla lingua, dai caratteri, dai vocaboli di un po- 
polo; e possono porgere una ineluttabile confutazione, 
secondochè adoperò nelle sue conferenze il card. Wi- 
seman, a far cadérle impronte calunnie degli increduli 
cavate dalla etnografia delle nazioni (1). 



(I) I]lu»trazione dello specchio etrusco rappresentante la 
Nekuia di Ulisse scritta dal p. Giampietro Secchi d. C. d. G. 

Roma 1836 - Istituto di corr. arch. Voi. Vili. 

I luonurnenli fenici con tanta finezza di arte critica chiariti 
dal Gesenius, e le sue etimologie ebree possono porgere in mano a 
chi cerea in esse il bandolo da ravviare questa intricata matassa 
delle origini italiche, e segnatamente etrusche. 

Gesenius Mon. phoen. 



236 
X. 



IL MUSAICO ANTONINIANO KAPPRESENTANTE 
LA SCUOLA DEGLI ATLETI. 

Dalle tenne di Antonino Caracalla, dove abbelliva 
il pavimento a due essedre semicircolari, era stato 
il 1840 trasposto nella gran sala del nuovo museo 
in Laterano un prezioso e gran lavoro a musaico, 
nel quale è figurato il ginnasio degli atleti. È que- 
sto, secondo la nuova forma a che si recò dall'arti- 
sta che vi pose la mano a ristorarlo, un gran ret- 
tangolo di tre mila trecento ventisei palmi quadrati 
compartito in sessantaquattro cartelle: nelle cinquan- 
tasei campeggiano figure atletiche ; le altre nove 
ci offrono patere, strigili, cesti, dischi, vaselli, corone, 
lemnisci, e palme da palestra: corregli intorno una 
greca a treccia, chiusa da linea nera: il fondo del 
campo è un color palombino: le altre tinte del mu- 
saico rispondono alla figura che rappresentano. 

Il luogo onde fu tratto, la struttura e l'artifizio 
di questo musaico , e il dipinto che esprime, of- 
frirono al nostro Secchi ampia materia da svolgere 
in un volume, che del 1843 mise fuori intitolandolo 



Geseniiis Thes. llng. hebr. 

Qnesta \ia, che segui col suo felice ingegno il p. Tarquini 
per leggere e arrivare la vera sentenza della epigrafia etrusca, é, 
pare a me, chiarita diritta e piana dall'argomento di fa(to. E qui 
cade in taglio il solenne canone di Quintiliano : « Tunc dignum 
operae pretium vcnit, cum Inter se congruunt praecepta et expe- 
rimenla. » Inslit. orai lib. XII, cap. 16. 



237 

al suo card. Tosti, che sotto gli auspici! di Grego- 
rio XVI aveva aperto il nuovo museo in Laterano e 
aveva confortato il nostro archeologo a questa scrittu- 
ra: del quale eminentissinrio personaggio a titolo di 
riconoscenza e di onore non posso passarnni delle fi- 
nissime significazioni di benevolenza e di amore, di 
che sino all'ora estrema fu largo al p. Secchi; lo- 
dandosi di lui per l'altezza dell' ingegno, per la ric- 
chezza della dottrina e per una bontà di cuore retto 
e saldamente religioso. 

Entra primamente il Secchi a ragionare delle 
terme di Antonino Caracalla , che al quinto anno , 
da che imperava solo, le dedicò festeggiando con 
isplendidi spettacoli i suoi quinquennali: e a questo 
periodo di anni riferisce la costruzione dell'opera a 
musaico. Svolge le parti dell' immensa mole delle 
terme antoniniane cheAmmiano Marcellino con retto- 
rica amplificazione appellò « lavacra in modum prò- 
vinciarum exstructa »; e Olimpiodoro, che n'ebbe te- 
stimoni i suoi occhi, ce ne descrisse la sontuosità 
e la vaghezza (1). Chiama ad esame il ginnasio, com- 
partito in sale ed atrii per la palestra, pel corso, per 
lo sphoeristerium o giuoco della palla, per la lotta, 
secondo la varietà de' ludi atletici in che addestrava 
se stessa la gioventù romana. 

Le quali esercitazioni ginnastiche non frequen- 
taronsi in verun'altra stagione con alacrità maggiore, 
che imperante Caracalla; il quale tuttoché di piccola 
persona era valentissimo in quest'arte; e nelle pro- 



li) Hist. rom. script, gr. min. T. HI, part. II, pag. 855, edit. 
francofurcl. 



238 
vincìe sottostanti all'impero le città a gara istituivanle 
e dal suo nome disserle antoniniane. Di che ampia 
fede ne fanno le monete coniate in Perinto e Filip- 
popoli di Tracia, in Nicomedia e in Nicea di Bitinia, 
in Tiatira e in Traili di Lidia, in Pergamo di Misia, 
in Laodicea di Frigia, in Ancira di Galazia, in Tarso 
di Cilicia , in Tiro di Fenicia e cento altre rac- 
colte dall'Eckhel (1). Al che se si aggiunga l'autorità 
degli storici, sarà aperto, quanto bene e alle terme, 
e all'indole di Antonino, e alle stanze della palestra 
si affaccia questo dipinto a musaico , che ci pone 
innanzi delineata la scuola ginnastica. 

Abbraccia in questo suo scritto il p. Secchi 
due parti l'una descrittiva, l'altra archeologica. Nella 
prima risale alle prime origini dell'arte del tassellare, 
la quale i greci or con Omero dissero 'Kpxrixtmòov^ 
or con Senofonte hBolóyoixoc, or con Ateneo uBrponocttx: 
investiga i cangiamenti a che di età in età fu sotto- 
posta, e come a' tempi romani si condusse a sì squi- 
sita perfezione da emulare la dipintura. C'insegna 
con Vitruvio l'artifizio del musaico e i generi di esso; 
e conforta la sua sentenza con l'autorità di Plinio 
e di Palladio , e chiarisce con questa luce alcuni 
luoghi di Svetonio che altramente saria malagevole 
arrivare. Distingue il lavoro per la materia, che or 
fa a tasselli di marmo o di breccia , ora a pasta 
di smalto, ora dell'una insieme e dell'altra: lo distin- 
gue dal modo di condurlo, e pone il musaico a scac- 
chi o dadi, nel quale non v'ha nò campo né fondo 
dal quale spicchino figuro; e l'altro col fondo, che 



(I) Doctr. nuuior. lib. IV, pga. 423, 432, 454. 



239 

dà risalto ai colori; il qual secondo genere fu recato 
sì innanzi nella finezza, che Trebellio Pollione nel 
Tetrico iuniore afferma, che a' suoi tempi nel monte 
Celio nel palagio dei Tetrici si vedeva in musaico 
l'effigie di Aureliano , che investiva della senatoria 
dignità i due Tetrici, e da questi riceveva lo scettro 
e la corona civica: « Tetricorum domus hodieque 
exstat in monte Caelio inter duos lucos contra Iseum 
Metellinum pulcherrima , in qua Aurelianus pictus 
est utrique (Tetrico) praetextam tribuens senatoriam 
dignitatem, accipiens ab bis sceptrum, coronam ci- 
vicam : pietà omnia de museo » (t). E Sparziano 
nella vita di Pescennio ci dice, che questi innanzi 
che venisse all'imperio fu dipinto in musaico tra gli 
amici più stretti di Comodo nell' atteggiamento di 
portarci sacri vasi d'Iside: «In commodianis hortis in 
porticu curva pictus de musivo inter Commodi ami- 
cissimos sacra Isidis ferens » (2). Conchiude questa 
prima parte con investigare lo stile con che è operato 
il musaico: perchè come nell'arte del dipingere rico- 
nosciamo varietà di stile , così questa è anche da 
avvisare nel musaico, che si governa alle stesse leggi 
della pittura, che gli fornisce col disegno la scala dei 
colori, le raezzetinte e le sfumature: e afferma che è 
questo condotto in istile robusto, pieno di gravità e 
di energia, detto da Vitruvio [xsyaXoypxficx (3), qual si 
addice ad un ginnasio di atleti. 

La parte seconda, che è più dilettevole e didasca- 
lica, svolge con archeologica erudizione il soggetto 



(1) Trebell. Poli, in Tetr. iuo §• 25. 

(2) Spart. iu Pescen. §. 6. 

(3) Vitr. lib. VII, 4. 



240 

di questo quadro, e pone affermatamente che rap- 
presenta una scuola di atleti: e ne percorre le sin- 
gole parti. 

Tiene che i ventisei busti o protomi, figurati in 
altrettanti quadri del musaico, rappresentino imma- 
gini di atleti chiari per conseguite vittorie: il che ci 
esprimono i lineamenti, l'aria del volto e la configu- 
razione delle loro membra. Che poi corresse appresso 
i romani l'uso di porre ad ornato delle palestre imma- 
gini di atleti, ampia fede ne rende Plinio colà dove 
afferma « palaestras athletarum imaginibus exor- 
nant » (1). 

Le figure intere di questo musaico con la va- 
rietà delle mosse, con che atteggiolle l'artista, diconci 
aperto che rappresentano due classi di atleti : la 
prima di ginnasti o maestri, la seconda di alunni: 
i primi ravvisansi alla gravità del volto barbato, alla 
toga e alla palma che stringono colla mano; e tra 
questi primeggia il ginnasiarca, o prefetto alla scuola, 
il quale, se fermi gli occhi in lui, ti accennerà alla 
severità del sopracciglio , e alla dignità dell' at- 
teggiamento che informa alle leggi atletiche la gio- 
ventù. Gli alunni atletici sono imberbi, e mostrano 
essere i nociàsg od s'f^J/Ssc, come disserli i greci: il che 
è raffermato da una tronca epigrafe che ivi stesso 
si trovò, dalla quale raccogliamo la voce Aliimnorum: 
e da una altra intera che ci dà nettamente lovinns 
aliimnus: al che dà rincalzo un decreto di Antonino 



;i) Plin. IL N. XXXV. 2. 



241 

Pio, che comparte privilegi ad un collegio di atleti 
aperto in Roma (1). 

L' erma che si scorge in questo musaico guida 
il ragionamento del p. Secchi alle divinità presidi 
delle palestre; e prodotte le autorità di scrittori greci 
e latini e di altri monumenti, afferma che ad Ercole 
callinico, e a Mercurio enagonico erano nella Grecia 
e nel Lazio dedicati i ginnasi. In questo musaico rap- 
presentante la scuola atletica abbiamo Mercurio, cui 
secondo il carme saffico di Orazio si reca l'aver in-^ 
gentilito gli animi con le pruove della palestra : 

» Mercuri facunde, nepos Atlantis 
Qui feros cultus hominum recenlum 
Voce formasti catus, et decere 

More palaestrae » (2). 

Riconosce in questo musaico e dall' attitudine 
degli atleti, e dagli stromenti che ivi sono raffigurati, 
il pèntatlo o i cinque giuochi frequentati nelle latine 
palestre, i quali erano in parte altri che i giuochi 
olimpici; ciò sono la lotta, il pugilato, il disco, il 
corso, la palla. 

Dà conchiusione a questo erudito volume con ac- 
cennare ai premi, che il musaico antoniniano offre 
a chi uscì vincitore; e li reca a tre, alla corona, alla 
palma, ed ai lemnisci (3). 



(1) Gronovii Thes. Gr. Ant. voi. Vili, pag. 2295. 

Vedi Ottavio Falconieri nella erudita interpretazione delle epi- 
grafi atletiche rinvenute nelle terme di Tito. 

(2) Odar. I. 10. 

(3) n musaico Antoniniano rappresentante la scuola degli atleti. 
Roma 1843. Tipografia della Rev. Camera Apostolica. 

G.A.T.CLI. 16 



242 
XI. 

DELLA EDIZIONE DEL NUOVO TESTAMENTO ORECO 
DELLO SCHOLZ. 

Giovanni Martino Agostino Scliolz professore allo 
studio di Bonna di sacra scrittura die' fuori il 1836 
in due volumi la edizione del Nuovo Testamento 
greco ricchissima di varianti colte con molta diligenza 
da' codici antichi (1). Aveva egli a questo scopo 
cercato nelle piij nobili biblioteche d' europa , era 
penetrato nella Siria, nella Palestina, nella Grecia, 
in Egitto, e carico delle spoglie di oriente si riduceva 
nella sua Germania a ordinare il lavoro (2). Senon- 
chè a tutte voler raccorre le varianti è opera più 
lunga che non la vita di un uomo: dacché dei co- 
dici sparsi dentro l'Europa e fuori non può tenersi 
così leggermente una accurata ragione, e le varianti, 
che in pochi di essi avvisò il Mill sin dall'entrata 
del secolo decimottavo, montano a trenta mila (3). 
Ondechè resta ancora una larga messe: né lo dis- 
confessa lo stesso Scholz, ponendo ne' suoi prolego- 
meni, che né tutte entrò le biblioteche, né di que' 
codici che ebbe a mano tutte commise insieme le 



(1) Noviim Testameiiluiii graece. Kecensuil 1. Mart. Augiislinus 
Scholz. Lipsiae 1836. 

(2) Vedi il suo viaggio critico biblico Biblisch - Kriti»che 
Reise Leipsich 1823. 

(3j Tischendorl' nei prolegomeni alla sua eclizioue ilei nuovo 
testamento greco, Lipsia. 1849. 



243 

locuzioni varianti (1). E tuttoché siasi molto giovalo 

10 Scliolz delle opere di que' dotti che erangli iti in- 
nanzi; nientemeno vi pose molto del suo, aumentò 
il riscontro delle varianti, e le compartì in due fami- 
glie di codici africana ed asiatica, e all' asiatica dà 
il vantaggio sopra 1' africana : e ne aggiugne una 
terza, che disse mista, perchè le varianti di questa 
quando seguono l'africana famiglia, quando l'asiatica. 

11 Bengel aveale innanzi compartite in due classi , 
africana ed asiatica: dietro lui il Semler le divise in 
orientale e occidentale: il Griesbach in tre, occiden- 
tale, orientale, e bizantina. 

Di questa edizione dello Scholz tolse il p. Secchi 
a ragionare in una lunga scrittura, che partì in tre 
articoli. II primo svolge largamente l'ordine tenuto 
dallo Scholz nel riferire alle loro famiglie le va- 
rianti ; e per meglio seguitarlo nelle singole parti 
raffronta il suo al sistema del protestante Gian- 
giacomo Griesbach , la cui edizione del nuovo te- 
stamento greco è dalla scuola luterana messa in cima 
alle altre (2). Pone in che convengono, in che scon- 
vengono : e come, andando innanzi, l'uno sia per 
diretto all'altro contrario. Chiama ad esame la sen- 
tenza dello Scholz; il quale mette la famiglia costan- 
tinopolitana sopra l'alesandiina,e a quella attribuisce 
fedeltà e autenticità maggiore : e reca la cosa a 
termine, che afferma « de inveniendo texlu genuino 
non esse dcsperandum, illumque nobis referri a co- 



lli Scholz, Op. cil. Piolej. § 37. 

(2) Ndvum Teslamenliiui graece. Texlam ad fidera codicuin, 
versioiiuii), et |ialriim receiisiiil et lectioois varielatem adiecit D. 
lo. lac. Griesbacli. Voi. I. il. edit. a. Berolini 1827. 



24A 

dicibus constantinopolitanis w (1). Aggiugne, che da 
un lato il sistema del Gtiesbach dà nel sottile e nel 
minuzioso, e le norme da lui fermate vengono fallaci 
alla pruova del fatto ; dall' altro il metodo dello 
Scholz , che a prima giunta ti viene innanzi colla 
dote della semplicità, torna sì implicato e confuso, 
che è in pugna seco slesso. Un bel documento da 
tenere continuo innanzi in queste ricerche conchiude 
il primo articolo: a portare una giusta sentenza del 
testo fedele della sacra scrittura non ha virtù che 
basti l'arte critica; è chiesta l'autorità della chiesa 
maestra di verità , governata ne' suoi giudizi dallo 
spirito di Dio , alla quale fu depositato a mano il 
tesoro de' libri santi. 

Apre il secondo articolo un accurato ragguaglio 
tra la critica de' protestanti e de' cattolici. La prima 
è foggiata da essi ad ingegno, è giudice di se stessa, 
si pone per se leggi e statuti , è guida alla fede , 
e per conseguente la fede mal ferma e cangiabile 
così come la scienza umana che la governa: e con- 
verso la fede è a noi cattolici luce e scorta nella 
critica; e il magistero della chiesa regge e addirizza 
la scienza, la quale si piega docile e sommessa ai 
celesti ammaestramenti che le porge. Non si passa il 
Secchi degli errori, ne' quali offende l'arte critica de' 
protestanti nell'aggiudicare il primato ai testi secon- 
do il più o il manco numero de' codici, e nel ripu- 
diare o dar luogo ad una variante secondo la fami- 
glia da cui discende: dacché né questa è legge ferma, 
né a chiusi occhi possiamo stare ad essa. A rincon- 

(1) Voi. I. Proleg. $ 31, e 51. 



245 

tro è a noi cattolici guida fidata ad arrivare la genui- 
nità del testo l'analogia della fede, la catena della 
tradizione dagli apostoli seguitamente venuta a noi, 
l'autorità de' concili, i quali confortando i dominatici 
statuti colla scrittura, non è pericolo che la produ- 
cano inesatta e falsata; i decreti dominatici de' so- 
vrani i pontefici, che definiscono questioni agitate 
nelle chiese greche; padri greci gravissimi, i cui scritti 
passarono incorrotti per tante età e per tante mani, 
e non mai ebbe chi li redarguisse d'infedeltà nell'uso 
de' sacri testi: al che se aggiugniamo le antichissime 
versioni tra se concordi tuttoché di regione e di lingua 
diverse, le quali o l'uso o il decreto della chiesa cat- 
tolica comprovòautentiche; che potrà contro sì solenne 
sì fermo e pieno testimonio la variante di un codice ? 
Sopra ciò quali aperti e chiari documenti ci possono 
recare a raccogliere in una famiglia questo e quel 
codice, e che note e quali lineamenti ci porgerà, per- 
chè lo ravvisiamo generato da essa, e legittimo, se 
vi ha degli illegittimi e spuri ? Che autorità poi 
acquisterà da una chiesa particolare un codice, se 
dalla cattolica romana sarà difforme ? Contro i ca- 
noni piantati dallo Scholz pone la indeclinabile au- 
torità di s. Girolamo, il quale ci dà la fedele notìzia 
degli studi posti dai padri intorno agli esemplari 
della sacra scrittura, e per mandato di s. Damaso 
pontefice sovrano si mise all'ardua e forte fatica di 
ragguagliare tra loro codici latini e greci, e col pre- 
sidio di questi fornire alla chiesa una accurata lezione 
de' libri santi. Nega recisamente allo Scholz, che 
il testo bizantino corresse presso le chiese dell'Asia 
minore : e convalida la negazione con produrre i 



246 

luoghi della scrittura citati da s. Policarpo , da s. 
Ireneo, dai preti della chiesa efesina: e se il testo 
usato da questi padri è per confessione dello Scholz 
genuino, conseguita che il bizantino, in molti luoghi 
diverso da quello, sia adulterato e corrotto. 

Nel terzo articolo con molla copia di erudizione 
dimostra , che la lingua in che è dettato il nuovo 
testamento non è il puro e classico atticismo, secondo 
che favoleggiarono i luterani, ma la lingua greca viva 
e corrente ne' popoli della Palestina, della Siria, e 
delle altre regioni dell'Asia, ai quali annunziavano 
il reame dì Gesù Cristo. Con questo canone, cui il 
Secchi pone in saldo con molto peso di autorità , 
l'integra molti luoghi del N. T. dallo Scholz stor- 
piati e guasti, perchè difformi ai suoi principii (1). 



(1) Esame del Nuovo Testatneolo greco pubblicato in Lipsia 
dal Dr Agostino Scholz. Articoli tre del p. Giampietro Secchi d. C. 
(1. G. inseriti negli annali delle scienze religiose. Roma 1838. 



2M 
XII. 



EPIGRAMMA GRECO DI AUTUN. 



Corre in molte mentì Tenore, che gli studi di 
archeologia sieno sterili e senza frutto: e al nostro 
padre Secchi più volte fu data la mala voce di lo- 
gorare il tempo senza portare alla chiesa que' van- 
taggi, che dalla felicità del suo ingegno era da pro- 
mettere. Questa censura muove dal non porre mente 
ni rapporti che legano una scienza coll'altra , dal 
disconoscere l'intimo nesso che è tra i vari rami della 
erudizione, tra la storia profana e la sacra, alle quali 
gran luce viene dai monumenti dell'antichità. « Plus 
agunt qui nihil agere videntur » dirò a questi im- 
pronti censori colla lingua di Seneca. Ogni dubbio 
cadrà da ciò, che ora accennerò sotto brevi parole. 

Il giugno del 1839 in Francia venne a luce dis- 
sepolto dalle mine, in che giacque molte e molte 
età, un epigramma greco, che esercitò nell'interpre- 
tarlo l'ingegno de' dotti di Prussia, d'Inghilterra, di 
Francia, del Belgio, e della nostra Italia: e tra' primi 
vi si pose il nostro Secchi (1). Il luogo donde si trasse 
fu un sotterraneo presso Autun nobile città degli 
edui, cui Augusto fé' portare il nome suo, e la disse 
Augustodunum: e anche oggi lo porta nella voce con- 
tratta Autun. Abbiamo da M. Tullio che gli edui 
erono tenuti dal popolo romano in luogo di fratelli 



(1)1 nomi degli eruditi che dal 1839 al 1834 comentarono que- 
sto epigramma sono con fedel cura raccolti dal Leiiormant. Mélange» 
d'archt'ologie et d'iiistoire, volum. IV. 



248 
« Aedui fratres nostri pugnant » (1): e Tacito aggiu- 
gne, che ebbero sopra le altre genti il privilegio 
di essere scritti nel senato romano: a Primi aedui 
senatoi'um in urbe ius adepti sunt: datum id foederi 
antiquo et quia soli gallorum fraternitalis nomen cum 
populo romano usurpant » (2). 

Alla età di Tacito fioriva di ottimi studi, e colà 
occorreva dalle Gallie la nobile gioventù per far tesoro 
di buone dottrine : e abbiamo da lui che : « Augu- 
stodunum caput gentis armatis cohortibus Sacrovir 
occupaverat, et nobilissimam Galliarum sobolem li- 
beralibus studiis ibi operatam, ut eo piguore paren- 
tes propinquosque eorum adiungeret » (3). 

Il che anche rafferma Eumenio retore augusto* 
dunese del terzo secolo, il quale pone delle scuole 
di questa città , che erano e per l'edificio dove si 
erano aperte, e per la frequenza degli uditori assai 
nominate: «Moenianae (cosi appellate dal moenianum 
che vale loggiato , dove si tenevano) illae scholae 
quondam pulcherrimo opere, et studiorum frequentia 
celebres et illuslres » (4). Né col volgere de' tempi 
le venne meno sì bella dote, perchè dopo il diser- 
tamento delle guerre , che la disfecero , rimisersi 
in pie' le scuole mercè le munifiche cure di Costan- 
zo Cloro e di Costantino, in grazia de' quali si ap- 
pellò urbs flavia. Senonchè il più bell'elogio, di che 
negli storici monumenti si onori l'antica Augustodu- 
no, è l'aver abbracciato tra le prime la fede in G- C. 

(1) Epist. ad Aule. L 19. 

(2) Aiinal. XI, 23. 

(3) Annal. Ili, 43. 

(4) Eumenìus, Oratio prò inslaurandis scholis. 



249 

e professatala con generosa fermezza: il che le me- 
ritò il glorioso titolo di città di Cristo Aedtia civi- 
tas Chrisli. Dacché al secolo secondo dell'era cri-» 
stiana la luce del vangelo era colà penetrata, e s. 
Sinforiano nobile giovanetto non volendo venerare 
gli dei bugiardi die' la vita per Cristo (1). Né muova 
stupore il vedersi un greco epigramma nel paese de- 
gli edui: dacché i primi che disseminarono per que- 
ste regioni il vangelo furono greci , e molta co- 
munione di spirito corse tra le chiese di Lione e 
dell'Asia , secondo la fede dell'epistola , con che i 
cattolici delle Gallie annunziarono loro il glorioso 
combattimento sostenuto l'anno 177 dai confessori 
lugdunensi per la fede (2). E nutrito alla scuola di s. 
Policarpo vescovo delle Smirne fu s. Ireneo vescovo 
di Lione (3). E poi aperto per gli storici documenti, 
che molte età davanti a' tempi cristiani erano nelle 
Gallie penetrati i greci, e fede ampia ne rendono 
molle greche iscrizioni pagane, che ci offre Marsi- 
glia colonia di focesi, Besansone, Nimes, Tolosa, Bi- 
gione, Bordeaux, Lione e Vienna, che sono raccolte 
nel Corpus inscriplionum graecarum (4). 

L'esemplare che di questo epigramma si presentò 
al p. Secchi non fu così accurato e fedele, come il 
cavato recentemente per le sottiH cure del p. Ga- 
rucci- Sopra ciò avea qui e qua manco qualche sillaba. 



(1) Riiinart, Acta sincera et selecta raartyrum. Passio S. Sym- 
phoriani. Bolland. die XXII. aiigusli. 

(2) Riiin.it, Act. sinc. Marlyres lugdtinenses. Ivi è posta l'epi- 
»tola della chiesa di Lione alla chiesa dell'Asia. 

(3) Ruinarl, Passio s. Irenaei episc. et marlyris. 

(4) Voi. IH, part. XXXIV. 



250 

alcuna lettera anche non ben gratlTita, e ne' due ultimi 
versi cerchi invano il più dei piedi. Vi si pose nien- 
temeno il p. Secchi a indotta degli amici, supplì il 
mancamento delle sillabe e delle voci, e die fuori 
l'intera lezione dell' epigramma (1). 

Innanzi tratto pone che i versi sono acrostici; le 
primo lettere de' quali ti rendono IX0T2; dalla quale 
sentenza ninno di quelli, che appresso l'ebbero letto, 
si parti. E qui entra con molla erudizione nell'antichi- 
tà della voce simbolica IX0T2, e produce un lungo or- 
dine di ecclesiastici monumenti, i quali c'insegnano, 
in quanto amore fosse appresso i primi fedeli il pesce, 
e come di questa figura ornassero le gemme , gli 
anelli, i dipinti: dacché, secondo che parla il nome 
stesso , le cinque lettere dell' IX9T2 ci danno 
'Irxjov^ 'X.piGzò^Qzìs'Ticg lav/jp, lesus Christus Dei Fi- 
lius Salvator (2). Dall' idea poi del mistico pesce , 
che ci viene innanzi in questo epigramma, non si 
pena gran fatto far argomento dell' età in che fu 
scritto: dacché se noi usciamo dai tre primi secoli e 
dal principio del quarto, questo simbolo arcano comin- 
cia a senso a senso a dileguarsi, cotalché al sesto e al 
settimo secolo scontransi sì rare vestigie, che le dire- 
sti pressoché cancellate dall' animo de' fedeli (3). 



(1) Epigramma greco.cristiano de' primi secoli trovato presso 
l'antica Aiignstoiliino supplito e coineutato dal p. Giampietro Scc- 
d. C. d. (t. Roma tipografia delle belle urti 1840. 

(2) » Piscìs nomen seciindum appellationem graecam in uno 
nomine per singulas litteras liirbara sanctorum nonuaum cou- 
linet. 1X0T5 enim latine est lesus Christus Dei Filius Salvator. 
S. Optatus Milevit. advers. Parm. lib. 111. 

(3) Altri chiamò in lite la opinione del p. Secchi che rilerisce 
questo epigramma al secondo o terzo secolo; ma con quanto poveri 



251 

A questo luogo non si passa il p. Seoclii della 
impudenza de' protestanti, i quali pieni la mente di 
pagana mitologia la recano anche nel seno stesso 
della cattolica religione, e ne adulterano i più vene- 
randi misteri. Dacché cotesti scredenti ravvisano in 
questo innocente simbolo de' cristiani i riti mortuali 
de' gentili, che immolarono il pesce a Plutone. 

Questo epigramma ci dà aperto il domma della 
transustanziazione, e accenna al rito, che molti secoli 
corse nella chiesa di riceverlo in mano: e con ciò 
condanna la pervicacia de' protestanti , i quali nel 
discredere la presenza reale di G. C. nella Eucaristia 
hanno contro se non pur il vangelo e la lunga catena 
della tradizione, ma ancora le lapidi sepolcrali, che 
vengono fuori a riprovare i loro errori. 

Le recenti cure del p. Garucci hanno donato 
alla greca epigrafia cristiana la lezione più fedele di 
questo epigramma: dacché ne cavò in pasta di gesso 
i più minuti solchi delle lettere, e seguitandone le 
tracce più tenui potè meglio accostarsi alla vera 
sentenza di esso. 

Questi non frauda il p. Secchi della meritata 
lode, che gli viene dall'avere tra primi interpretato e 
in molti luoghi felicemente supplito questo bel mo- 
numento della ecclesiastica epigrafìa. 

E qui non ci cada dell'animo la nobile sentenza del 
Mabillon: che saria gittato lo studio, e l'opera perduta, 



e infermi argomenti vedilo nell' Apprécialion des motirs produil* 
par M. Rossignoi de l' Inslitut pour attribuer au VII siècie 1* in- 
tcription d'Àutun. Mélanges d'épigrapliie ancienne. Paris 1856. » 



252 

se chi viene appresso nulla potesse aggiugner di me- 
glio a chi ci è ito innanzi (1). 

L'epigramma ha tre parti. La prima è un con- 
forto ai fedeli , che qui sono delti ì;^3uo; óup«vecu 
Bicav yt'vo? figliuoli divini al pesce celeste , perché 
mantengano 1' anima in quella purezza , che loro 
venne dalle acque della sapienza, a queste la disseti- 
no, di queste l'avvivanoj e nutriscansi alla mensa dell' 
Agnello. La seconda è un caldo e vivo desiderio, che 
apre Pettorio di accogliere nelle mani e dentro se 
il divino Pesce Cristo Signore: e supplica alla gran 
Madre di Dio, perchè lo degni di tanto. Nella terza 
volge Pettorio la parola al padre suo Ascandio, alla 
madre ed ai fratelli, perchè viva e fresca mantengano 
di lui la memoria, quando assistono ai santi misteri. 

10 do qui l'epigramma voltato in volgare e pres- 
soché a verbo , tenendomi alla forma con che in 
greco lo ebbe letto il Garucci (2). 

Divo germe di quel Pesce 
Che si dona a noi dal ciel, 
Se l'umor che limpido esce 
Giij dal piede dell'Agnel 

Col tesor di sue rugiade 
La bell'alma t'irrorò, 

(1) » Supervacaneus foret in stiulii» labor, si nibil liceret in- 
» venire melius praeterilis. » Mal>illon apud Ruinarl praef. rei 
diplomaticae eJit. parisiens. MDCGlK. 

(2) Mélanges d' épigraphie ancienne par Raphael Garucci de 
la compagnie de lésus. Paris 1856. Inscriplion de Peclorius pag. 32. 

11 Cavedoni ornò di belle lodi questa erudita dissertazione del 
p. Secchi. Memorie di Religione Tom. XI , fase. XXXI , aa. 
MDCCCXLI. 



253 

Deh il candor deironestade * 
Serba a lui che tei donò ! 

Scende in terra: ma terrena 
Quella fonte non è già: 
immortale la sua vena 
Vien da lui che tutto sa. 

Su, diletto, la tua vita 
Riconforta a quell'umor: 
Alla mensa Iddio t'invita, 
Ov'è pascolo l'amor. 

Vieni, appressati alla mensa, 
Ch'ai redenti Dio imbandì-; 
Dove il Pesce si dispensa 
A chi puro il sen gli aprì. 

Divo Pesce, amato Dio, 
Che dal ciel ti doni a me. 
Ecco è pronto il labbro mio, 
La mia mano io porgo a te. 

E tu. Madre, al sen m'ispira 
Sì che accolga in tua virtiì 
Lui ch'è rasoio a chi s'aga;ira 
Negli orrori di quaggiù. 

Dolce Ascandio, amato padre, 
Vivo ognora al mio pensier, 
fratelli, o cara madre. 
S'io non sono a voi stranier. 

Quando il Pesce liberete 
Nella cena del Signor, 
Per Pettorio allor porgete 
Preci fervide d'amor. 



254 

II p. Secchi lesse l'epigramma così. 

"IX^Qvog olvpxviov 3s]ìov ye'vog -/izopi asp'.vcj 

Qzamnioìv ù^^Ctoj^v t/jv avj'v, ^j'Xe, S«;rT£ '^'oyyìv , 
"T5«orv ccsyacJa rrXcuTcSs'Tsiii oofi-r^g- 
l'j)ZYJpo; [§'] txyi'ov [xzXi/^^éa Xaja;3«vj /3j3[w/x5v3, 
'E79«£, 7r?v£ 9[i»5?]v J/Suv sx^v naldiJ.ccig. 

E'3££§£[«V] [/JL]/JTlrJ,0 cr£, XtTSCi^s' [J.S, ipwj TC 3aV5VTWV. 

'A!T;;j«y3n£]:c [_na.']zsp, xòiJ.S) Y.s[_)(^ot.'\piGiXB'vt ^vpS) 
Ivj [j.[_Y}Tpì yXv)iBOYJ, av'yt xocì òa-xpyjotatv i[xoÌGiv 
'I[X«o'S£jg vlou oio^ [iv/^GBo lìcy.Topiao. 

11 p. Garucci ce lo die' in questa forma. 

'l'/Buoq o[ùpxvìou Qc^iov yivog rjzopi aeij.v^ 
Xp/jG[_ui'\ X«§aò[v 7rv37>j]v à^Sporov iv ^pozéoiq 

T§«(7£V (/i\ia.oiq TÙ.ovxo^éxov lo^i'fig. 
Icùzr.pog ^'ixyicov jusXf *?§£'« \(/.u.^a.vz \_(ipS>QVj'\ 
"EaOtz ;r[£j{va:'wv /^l^)^^ ^Z"^ ncx'ko([J.<xcg. 
*I/(9)'3, X=^''t^'] «5«p, XtXa/CojxaO» Sso'TrsTo: ZwTvj'Cpl- 
E3 cfXw, MyjTvjjO, cr£ XfT«C5,u,[«£], ciMg zo' Qxvóvzav. 

iùy fJt.[>jT^; y^p-fioz-l) cruv ì<:§cX'ì3£0<'^<7'V ì\ì.oìqiv., 
'l\-/OJog £y dsf/rvw /xy[w'j£o UtY.zopicv. 



255 
XIII. 

MEMORIA DI ARCUEOLOGIA CRISTIANA. 

Del 1840 il dì 21 aprile, dì natale di Roma , 
secondo che porta l'antica tradizione festeggiata con 
solenni significazioni di pubblica allegrezza , venne 
fuori dai sotterranei cimiteri di s. Ciriaca al campo 
verano, dove dormiva il sonno di pace intorno a sedici 
secoli , l'invitto testimone della fede s. Sabiniano. 
La tavola di marmo che chiude il vano del loculo 
porta in rozze note graffito il nome Sabinianus con 
la cristiana acclamazione In pace: a capo e a pie sono 
murati due vaselli col sacro sangue. 

Questo glorioso atleta di Cristo, toltene innanzi 
le giuridiche pruove dal tribunale preposto alle sacre 
reliquie , si rendette alle sue forme giovanili dalla 
plastica, che al naturale lo effigiò in cera morbi- 
damente colorata , servatane dentro tutta la strut- 
tura delle ossa; vestissi in seta e in oro all'eroica, 
e si adagiò in una nobile urna. Così composto, si 
menò il maggio del 1841 con isplendida e solenne 
pompa per atlorno le piià grandiose vie di Roma, 
difilate modestamente e in bell'ordine le scuole di 
questo collegio; dopo ciò si depose sotto l'altare dove 
accoglie le preghiere e i voti de' giovani congregati 
a render onore alla gran Madre di Dio; e il dì ap- 
presso 28 maggio si cantò in versi il trionfo del 
martire. 

In quel dì il p. Secchi nnse fuori un ragiona- 
mento capitolato in sei articoli, ne' quali raccoglie 



256 
sotto brevità, e svolge con bell'ordine le piìi gravi 
questioni deirarcheologia cristiana (1). 

■ Apre il ragionamento con toccare, quanto Roma 
cristiana si lasci addietro Roma consolare imperiale 
e pagana, e come la gloria inerme e pacifica della 
croce ecclissi col suo mite raggio la gloria di Roma 
signora del mondo e conquistatrice armata delle 
nazioni: ondechè nobilmente pensò e scrisse il gran 
Leone pontefice: » Roma sacerdotale stende per 
la sedia di Pietro più ampia la signoria sul mon- 
do colla religione di Cristo, che non con le falangi 
dei cesari: e si slargano meno i conquisti delle armi 
che non della croce (2). » 

Nel capitolo primo pone del cimitero di s. Ci" 
riaca al campo Verano, donde fu tratto questo sacro 
pegno deposto ivi un sedici secoli innanzi, e descrive 
co' versi di Prudenzio le sotterranee vie che incidono 
a tre ordini le interne viscere e con immensa rete 
percorrono questa piaggia che giace ad oriente presso 
alla città. Raccoglie nel capitolo seguente gli indizi, 
che possiamo avere più fermi del martirio: e lasciati 
da lato gli altri si tiene colla chiesa romana all'am- 
polla del sangue. Spiana le difficoltà mosse dai pro- 
testanti e dai cattolici mal avvisati, e pone lor contro 
l'autorità de' santi padri e degli antichi scrittori , 
i quali ci fanno ferma fede della consuetudine di 
raccogliere con minute cure, e serbare qual tesoro 
inestimabile il sangue trionfale dei testimoni della 

(1) Memoria di archeologia cristiana per la invenzione del 
corpo e pel cuUo di S Sabiniaiio martire, scritta dal P. Giampietro 
Secchi d. C. d. G. Roma presso Alessandro Monaldi 1841. 

(2) S. Leo, Serm. I in natali aposluloruin Petri et Pauli. 



257 
fede, e tenerlo argomento chiaro di martirio. Valga 
per tutti il testimonio de' santi Ambrogio e Gau- 
denzio, de' quali il primo scrisse, rinvenuti i sacri 
corpi di Vitale e Agricola a collegimus sanguinem 
triumphalem » (1): e nella stessa sentenza parlò alla 
invenzione de' santi Gervasio e Protasio « inveni 
signa convenientia ossa omnia integra etplurimum 
sanguinis » (2). 11 che anche rafferma s. Gauden- 
zio: «Habemus Gervasium, Protasium atqueNazarium 
beatissimos martyres, qui se ante paucos annos apud 
urbem mediolanensem sancto sacerdoti Ambrosio 
revelare dignati sunt ; quorum sanguinem tenemus 
gypso collectum, nihil amplius requirentes, tenemus 
enim sanguinem, qui testis est passionis » (3). Raf- 
ferma la sentenza con gli atti sinceri de' martiri e 
coU'argomento di fatto che ci si presenta frequente 
nelle catacombe, dove abbiamo le ampolle del sangue 
con sojn'a il molto Sangnis Marlijris or disteso or 
raccolto in sigle. Di che esce quanto calunniosa e 
lontana dal vero sia L'opinione che porta non essere 
altramente questi vaselli del sangue de' martiri , 
ma alberelli da odore e da unguenti, o se vuoi 
lacrimatori, e da usare nelle inferie gentilesche : e 
quel nero rossigno, che vela le pareli di essi, essere 
il color opalino che per ossidazione acquistano i 
vetri antichi : sentenza messa in campo dai pro- 
testanti e , non senza slomaco il dico, abbracciata 
da qualche scrittore cattolico. E qui condotto dal- 



(1) Exliortatio ad virgines. 

(2) Epislolariun lili. Ili, ep. Si. 

(3) OptT. S. Gaud. pag. 339. edit. Card. Quirini. 

;.A.T.CLI. 17 



258 
l'argomento entra a leggere una epigrafe iscritta 
ad un vasello etrusco dissepolto , ha pochi anni , 
in Ceri , la quale ci dà il nome del posseditore 
e r uso degli alberelli odoriferi ne' riti mortuali : 
epigrafe di un' aurea semplicità , ma per la 
forma delle note in che è dettata si forte a di- 
ciferare, che al dotto Lepsius parve inintelligibile, 
e opera perduta giudicò il mettersi ad interpre- 
tarla (1). 

La paleografia di questa lapida gli porge materia 
al terzo capitolo. Si sofferma nella forma singolare 
con che è gratlìta la S , e col ragguaglio di altre 
epigrafi viene nella sentenza, che si debba riferire 
al secolo terzo. 

Dimora nel quarto articolo sopra il nome Sa- 
bìnianus che vale tanto come Sabinus. Scioglie il 
quesito, onde sia che ne' fasti cristiani ci avveniamo 
pressoché in un nome solo senza vedervi l'apposto 
dell'agnome, del prenome e del cognome, secondo che 
portava l'uso de' romani. Pone che ciò non venga 
dalla condizione umile e servile, dacché tra i pro- 
fessori del vangelo vi avea non pochi di finissima 
nobiltà e di chiaro sangue. Produce un ingegnoso 
canone del nostro p. Sirmondo, col quale è snodata 
questa controversia agitata assai volte tra gli eruditi; 
ciò è, che l'uso de' nomi non fu fermo ed eguale 
appresso ai romani , ma variò secondo le età , e 
altro fu nella republica, altro nell'impero: in questo 
nominaronsi di uno, in quella di più nomi. Pone 
che Sabinianus è l'ultimo de' nomi, sotto cui il gio- 
ii) Annali dell'Isl. archeol. voi. Vili. pag. 199. 



259 

vine martire si dimandava tra' suoi, il gentilizio 
nome de' quali era Sabini: alla quale sentenza danno 
non lieve péso di probabilità i monumenti epigrafici, 
che reca in mezzo. 

Senonchè possiamo in ciò partirci senza tema dalla 
sentenza del Secchi che trae il Sabinianus dal nome 
paterno: e cavarlo con pari verisimiglianza dal nome 
della madre Sabina- Dacché abbiamo dal Fabretti 
che un marmo fu posto da T. Marcio Paullino alla 
donna sua Grepereia Sabinia e a T. Marcio Sabiniano 
suo figliuolo (t): alla qual sentenza aggiugne gran 
momento l'autorità del Borghesi (2). 

E qui il nostro archeologo con molt'u felicità legge 
la iscrizione di Velio Fido che si gnarda in questo 
museo kirkeriano, nella quale abbiamo un M. Rufinio 
Sabiniano console con C. Giulio Severo l'anno dell'era 
volgare 155, e raddrizza le erronee lezioni, in cheavea 
urtato chi innanzi s'era messo ad interpretarla. 

Viene col capo quinto alla acclamazione In Pace 
che frequente ci consola lo sguardo ne' cristiani ci- 
miteri: la dimostra d'indole in tutto evangelica, e 
che nelle labbra di Cristo Signore prese forma celeste 
e divina, di umana che era nell'uso della vita civile 
appresso agli ebrei, che scambiavansi con questa il 
saluto. Reca le inflessioni grammaticali , con che 
variamente si collega questa pia acclamazione col 
nome di chi si addormentò nel Signore ; e le raf- 
ferma di molti esempi cavati dalla epigrafia cristiana. 



(1) Inscr. domest, pag. 320, num. 431. 

(2) Osservazioni sopra l;i iscrizione del Console L. Burbiileio 
Optalo Uyariano, pay. o. 



260 
È il nostro Secchi nella sentenza, che quelle giulive 
acclamazioni, che ci si presentano smaltate in oro 
in fondo ai vetri rinvenuti ne' sacri cimiteri , non 
sieno convivali, né liete provocazioni al bere nelle 
agapi, secondo che stimarono non pochi archeologi; 
ma misteriose ed accennanti al sangue di Cristo 
Salvatore, cui nel sacrificio eucaristico comunicavano 
i fedeli; e che loro era porto innanzi in que' nappi 
figurati della immagine di Cristo Signore. 

Neil' ultimo capo raccoglie argomenti dalla 
paleografia, dalla forma della lapida, dal luogo dove 
fu deposto il santo atleta della fede; che questi desse 
per Cristo la vita nell'ultima persecuzione che infierì 
Contro i cristiani avanti che Costantino rendesse la 
pace alla Chiesa. Vendica con ingegnose ragioni a 
Roma la gloria di esser madre di questo eroe, tut- 
toché sabino di origine; e volge la parola di pare- 
nesi ai giovani, perché facciano ne' costumi e nella 
vita ritratto dalla generosa fortezza del martire di 
Cristo, Sabiniano, e di questa armati si apparec- 
chino coll'animo a combattere le guerre del Signo- 
re (1). 



{\) Questa ilissertazionc fu di belle lodi ornala dal valente 
archeologo monsignor d. Celestino Cavedoni. fliein. di Rei. tom. XI, 
pag. 475. Modena ISìJ. 



261 
XIV. 

LA CATTEDRA DI S. MARCO E I GEROGLIFICI EGIZIANI. 

E qui mi si fanno innanzi e chieggono di 
esser messi in chiaio due nobilissimi lavori che 
furono, COSI dicendo, gli ultimi lampi dell' ingegno e 
degli Studi dal nostro Secchi, co' quali gli si spense 
anche il lume della vita. 

11 primo è la interpretazione di epigrafe ara- 
maica soprassegnata alla cattedra alessandrina di 
s. Marco evangelista : 1' altro si aggira sopra una 
nuova ermeneutica de' geroglifici egiziani. Ito il no- 
stro archeologo il 1 852 a Venezia e introdotto ad 
ammirare il dovizioso tesoro delle reliquie della 
basilica marciana , pose gli occhi nella cattedra 
alessandrina, negli ornati che le fregiano lo schie- 
nale, e in una iscrizione incisa al davanzale di essa: e 
di primo tratto si avvide, che dicea vero la tradizione 
mantenuta da remote età nel clero e nel popolo , 
la quale porta che sia questa la cattedra recata 
d'Alessandria d'Egitto in Venezia. Aperto il suo av- 
viso intorno a sì bel monumento in una solenne 
sessione dell'istituto scientifico di Venezia , fu da 
quegli eruditi richiesto di volgere sopra questo marmo 
le sue archeologiche inquisizioni, ed a comune utilità 
della religione e della scienza renderle di pubblica 
ragione. Egli con tutto l'animo vi si pose, e in capo 
ad un anno die' fuori un erudito e ampio volume, 
che ordinò in cinque parti. 

La parte prima è storica, e con documenti ca- 
vati con severa critica dai padri e dalla costante li- 
nea della tradizione pone in fermo che questa è l'an- 



2(12 
lichissitna cattedia di s= Marco, che da Alessandi'ia 
nelle posteriori età fu trasmutata a Costantinopoli, e 
da Costantinopoli a Grado, imperante Eraclio, e da 
Grado recata in Venezia. La parte seconda è filo- 
logica, e con larga e quasi dissi immensa erudizione 
premette alcune recondite dottrine intorno la paleo- 
grafìa delle lingue semitiche, del nesso che le lega 
alla scrittura geroglifica degli egizi; indi viene all'in- 
dole de' caratteri nella epigrafe scolpita nella cat- 
tedra alessandrina di s. Marco, e col presidio delle 
lingue affini la legge in questa forma: « Ego cathedra 
Marci: divina mea norma Marci mei: in aeternum 
iuxta Romam» Nella terza parte, che è archeologica, 
descrive le figure che abbelliscono questa cattedra, 
e nella quarta, che è ermeneutica, le interpreta- Nella 
parte ultima, che è dommatica, coglie occasione da 
ciò che è figurato e iscritto in questa cattedra a con- 
futare gli scismatici e tra questi Antimo foziano pa- 
triarca ultimo di Costantinopoli, e gli gitta involto 
le bugiarde calunnie che vomitò contro la sedia apo- 
stolica e Roma (1). In questo lavoro, che fu dalla 
dotta Germania coronato del premio di prima classe, 
ci apre la via a conoscere il litmo e il metro della 
ebrea poesia, della quale agitansi sì implicate que- 
stioni tra gli eruditi. 

Equi avvisatamente mi tengo indietro dalle cen- 
sure messe in pie' dal dotto Ascoli contro questa le- 
zione (2): dacché farsi a dentro in siffatta questione, e 



(1) La cattedra alessandrina di s. Marco conservata in Venezia 
riconosciuta e dimostrata dal P. Giampietro Secchi d. G. d. G. 
Venezia, tipografìa di P. Naratovicli 1833. 

(2) Intorno all'opera « La Cattedra alessandrina di S. Marco 
del P. Giampietro Secchi della compagnia di Gesù » Art icolo critico 



263 
tutte per singolo pesarne le ragioni dall'un canto e 
dall'altro, e risolverne le obiezioni avrebbe dieci tanti 
e più cresciuto la mole a questa mia scrittura ; e 
sopracciò l'erudito Veratti èdi fresco entrato in campo 
mantenitore degli argomenti, che governarono il Sec- 
chi in questa interpretazione (1). Porrò solo , che 
l'Ascoli si tiene in parte alla lezione del Secchi : 
e che non poca differenza corre dall'entrare primo 
in una via inconosciuta e nuova all'entrarvi secondo, 
quando questa è aperta dall'altrui ingegno, e spianata. 

Del rimanente non ci deve mai uscir dell'animo 
quella nobile e verissima sentenza, che nella gran 
repubblica letteraria v'è libertà piena , e puoi ac- 
costarti a questa o quella parte, che il tuo senno 
ti dirà la migliore (2). 

Finalmente ritornava co' suoi studi nei monu- 
menti egiziani , ed accennava una nuova via per 
leggere le scritture geroglifiche : via in parte altra 
da quella che col suo felice ingegno e colle lodate 
fatiche avea sino a questi dì aperta lo Champollion: 
perchè dove questi col suo sistema ci dà le sigle ini- 
ziali delle voci, il Secchi a rincontro ci porge nomi pie- 
ni e interi: e fortifica la sua sentenza con due generi 

di G. I. Ascoli della Società orientale germanica di Halla e Lipsia. 
Studi orientali e linguistici puntatali, agosto 1855, Trieste presso 
H. F. Muenster. Tipografìa Pateruolli in Gorizia. 

(1) Articolo di Bartolomeo Veralti, di alcune censure all'opera 
del p. Giampietro Secchi d, C. d. G. intorno alla cattedra ales- 
sandrina di s. Marco evangelista. Ojiuscoli religiosi letterari morali 
tom. II, Modena presso gli eredi Soliani 1S37. 

(2) « In republica litteraria omnes liberi sumus. » Mabillon, 
Epistola dedicatoria Rei Diplomaticae ad loauiiem Baptislam Colbert. 
Edit. Paris. MDCCIX. 



264 

di argomenti: l'iinodi autorità, mostrando col testimo- 
nio di OrapoUo, di Diodoro siculo, di Clemente ales- 
sandrino, di Plotino, di Ammiano Marcellino , che 
la scrittura geroglifica è verbale , non alfabetica : 
l'altro di fatto, spianandosi con questo metodo molte 
e forti difficoltà, che nell'interpretare le note gero- 
glifiche ti arrestavano nell'altro (1). Perchè meglio 
abbracciamo coli' animo il pensiero del nostro ar- 
cheologo , cederò qui a lui il luogo e la parola. 
(( L'arcano della scrittura geroglifica (apre così la 
sua mente) consiste nello omonimia allegorica, cioè 
nello scambio dei nomi simili per mezzo dello scam- 
bio degli oggetti divenuti in questo modo simboli 
parlanti , come accade nei tipi parlanti delle mo- 
nete, usando un cuore {v.ap^ia) per indicare la città 
di Cardia. Si noti: 1° Che omonimia ed omonomi non 
è lo stesso che sinonimia e sinonimi. Esistono i si- 
nonimi geroglifici, ma questi riguardano il signifi- 
cato e non il senso materiale delle voci: gli uni ser- 
vono a spiegare gli altri quanto al significato della 
parola , e non a rappresentare il suono. 2° Che il 
modo ordinario degli egiziani nell'intendere la scrit- 
tura geroglifica era la conoscenza degli oggetti rap- 
presentati colla scienza esatta dei nomi loro. Chi 
non sapeva questo nesso di parole e di nomi colle 
idee degli oggetti, non sapea leggere.)) E altrove: «La 
lettura dei geroglifici era una continua versione men- 
tale di oggetti in parole, e di parole in oggetti )) (2). 



(1) BuUeUino tlell' Istiluto di corrispondenza archeologica 
rum. V del maggio MDCCCLII. 

(2) InlroiUizione alle noie sul Rosellini - Opera inedita del 
p. Secchi. 



265 

E il ciotto ChampoUion, nel Sommario del suo Prècis, 
con candore afferma, che le leggi da se poste sono 
capevoli di novelli progressi per risolvere gli ostacoli, 
che alla piena interpretazione si frammettono (1). 
Il valente professore Pier-Camillo Orcurti levò da 
Torino la voce contro le nuove leggi del p. Secchi, 
e tenne fermo per la vecchia scuola dello Champol- 
lon (2); tuttoché non faccia mal viso a qualche tem- 
peramento proposto dal Secchi , che potrebbe in 
essa aver luogo (3). Un lontano cenno di queste 
dottrine ci avea dato a Londra il dotto Hincks (4-). 
Ora a questo progresso avviava la scienza geroglifica 
il nostro p. Giampietro Secchi, quando interruppe 
morte il suo lavoro- 



(1) Chap. XI, pag. 462, 463: «U ne reslerait plus qu' à trouver 
une méthode pour racconnaìtre la valeur Jes caraclères symboliques, 
et c'est là l'obslacle qiiisembie devoir retarder le plus l'intelligence 
pleine et entiére des lextes hiéroglyphiques. » 

(2) Esame del nuovo principio di lettura dei geroglifici egiziani 
proposto dal P. Secchi, del professore Pier Camillo Orcurli. ~ Il 
Cimento, fascio. XII, an. 18S2 Torino tipografia Ferrerò e Franco 
1853. 

(3) Ivi pag. 19. 

(4) Vedi l'opera, che porla il titolo, An attempi lo ascertain the 
Number, Names , and Powers of the letters of ihc hieroglypliic 
or ancient Egyptian alphabct etc. By the Rev. Edward Hincks D. D. 



266 
XV. 



OPERE INEDITE. 



Senonchè i hivori che mise fuori questo eruditis- 
simo e infaticato filosofo sono assai poca cosa a 
quell'immenso tesoro di scritture che o compiute 
o abbozzate, o con pur 1' apparecchio di ricchi ma- 
teriali, aspettano una mano amica che le tragga a 
luce e con esse cresca il comun patrimonio della 
scienza. Ti leva a meraviglia come un uomo che 
tutta sua vita, e questa assai di qua dal naturale 
confine, menò nell'insegnamento, potesse abbraccia- 
re tanti e sì svariati rami di dottrina, e tutti con 
felicità più presto singolare che rara. Ma piucchè 
le mie parole valga a chiarircene la viva pruova 
de* fatti: la quale è sì parlante, che quanti hanno 
meco gittate l'occhio sopra i suoi scritti sono rimasi 
attoniti e smemorati al fruito ricchissimo portato 
dal suo ingegno e da' suoi studi- Io per cura di 
brevità li strignerò in fascio, e recherolli in pochi 
capi. 

I. Il concilio di Firenze: nel qual lavoro storico 
dommatico e apologetico toglie a sventare le vecchie 
e calunniose voci disseminate in ogni tempo dai 
favoreggiatori della scisma greca, e rimesse in campo 
il 1841 dal professore moscovita Scevirew , e 
pochi anni appresso dal falso patriarca costantipo- 
litano Antimo. A quest' opera aggiungono pregio 
molti inediti scritti che egli con pazientissime cure 
cavò dalle biblioteche vaticana, di Firenze, di Fer- 
rara e di Venezia. 



267 

II. Dissertazioni bibliche , nelle quali mantiene 
il primato alla sedia apostolica, cavandone argomento 
dalle epistole di s. Pietro e di s. Giovanni: e ri- 
conoscendo nella Electa Domina la chiesa di Ro- 
ma , e nella Coelecta quella dell' Asia : sentenza 
abbracciata dal Grozio, la quale il Secchi fé' opera 
rimetteie in corso con argomenti non so se dirli piiì 
ingegnosi od eruditi. 

III. Lezioni bibliche sopra la sentenza del verso 
13 del capo IV dell'epistola II a Timoteo: « Penulam, 
quam reliqui Troade apud Carpum , veniens affer 
tccum: » e nel penulam vuole che venga il viluppo 
delle membrane della Biblia secondochè V intese 
Esichio, e con esso quanti si tennero alla versione 
siriaca. 

IV. Apologia della Volgata intorno al nportvoij^s'hov 
della Genesi. 

V. Confutazione della vecchia favola della papes- 
sa Giovanna rimessa fuori da un professore di Leyda. 

VI. Grammatica greca arricchita di dissertazioni 
intorno ai dialetti, alla paleografìa, e al digamma. 

VII. Interpretazione delle ghiande missili. 

VIII. Lexicon veterum Italiae linguarum. 

IX. Interpretazione di molti obelischi egiziani: e 
annoiamenti al Rosellini. 

X. Studi sopra la lingua sànscrita , e versione 
in latino di alcuni scrittori sànscriti. 

Sopracciò questo attuoso e perseverante scrittore 
ci lasciò con fedeli e minute cure trascritti di mano 
sua non pochi codici inediti o in tutto o in parte, 
o restituiti a piiì sana lezione. 



268 

Ingegno usato alla fatica degli studi non seppe 
cessarli né ancora neirultima infermità; e in que- 
sta tirava innanzi con generosa alacrità il suo vol- 
garizzamento letterale de' salmi, mettendoli in metro 
rispondente al metro degli ebrei; e aveva posto mano 
a darlo fuori. Quando strignendolo d'ora in ora l'asi- 
ma, dati esempi bellissimi di pienissima conformità 
al volere di Dio, e di sofferenza non mai abbattuta agli 
strazi del crudo morbo cbe gli affogava il respiro, 
confortato più volte del corpo di Cristo in sacra- 
mento il dieci maggio dell' anno decorso 1856 si 
addormentò nel Signore. 

Correvagli l'anno cinquantesimo ottavo, de' quali 
pieni quaranta avea militato a Cristo nella com- 
pagnia, in cui s'era scritto in fresca età. Sua terra 
natale fu Sabbione, villaggio presso a Reggio nell' 
Emilia a cinque miglia. Un vizio cardiaco che in luì 
si svolse nel carcere di Viterbo, dove la state del 
1849 fu gittato a putridire dai nemici della sedia 
apostolica, guastogli l'interiore tessitura delle viscere, 
e gli spense lentamente la vita. 

Fu di modi soavissimi, dolce e posato; sì la virtù 
avea signoreggiato la natura calda e viva : compo- 
sto in ogni suo reggimento a dignità e gentilezza. 
Cuor leale, aperto, nobile e generoso; e in esso non 
ebber luogo affetti men che dirittissimi. 

Intelligenza sottile, criterio saldo, memoria te- 
nace, mente chiara, veloce, poetica. Astinentissimo 
da piaceri anche innocenti, i pieni dì consumava in 
su i libri : non prendeva diletto che dall'apparare : 
si profondava così negli studi, che uscivagli di mente 
ancor se stesso- Comunicavu senza invidia con gli 



269 
amici la sua dottrina, accomodavali di pieno animo 
del frutto delle sue fatiche, né caro vendeva i doni 
' suoi. 

Fugli benigna la natura di quelPesqusìto e so- 
praffino gusto, che nelle arti, nelle lettere in ogni 
generazione di dottrina coglie, dicendo così per istin- 
to, il vero, il buono, il bello, lo sente, se ne delizia: 
gusto che a noi non si comunica né dall'arte né dai 
maestri dell'arte, ma giudica sovranamente e l'arte 
e i maestri (1). 

Coltivò con amore il verso italiano e ci lasciò 
un grazioso poemetto in ottava rima della guerra 
gramnìaticale de' nomi e de' verbi (2): argomento 
toccato innanzi da altri, ma con manco di venustà 
e leggiadria. Gli si porgeva sì pronta e ricca la vena 
del verseggiare, che in sul fatto ti gittava un carme 
improvviso in rima, di ottima lega: né dai suoi versi 
pensati agi' improvvisi corse gran differenza, perchè 
non si rifaceva sopra essi, né limavali con le seconde 
cure, ma li die fuori così, com'eran venuti. Dettò 
epigrafi e versi latini: ma le epigrafi tutte sono ite 
mule, né m'é venuto fatto rinvenirne niuna, egli non 
ne tenne conto; de' carmi latini sol uno è superstite 
che tutta sente la grazia dell'aurea età di Augusto (3). 



(1) « Non magis arte Iradìlur, quam gustus aut odor» secondo 
la (ìlosofica sentenza di Quintiliano, Inslit. oraloriar. VI, 6. 

(2) La Battaglia de' nomi e de' verbi . Poemetto eroicomico 
del p. Giampietro Secchi d. C. d. G. Roma 1835. Tipografia Sal- 
viucci. 

(2) Perchè il fatto acquisti fede alle mie parole , darò qui 
luogo a non pili che due versi del poemetto latino, con che il Secchi 
celebrò il trionfo delle belle arti sopra la barbarie della età mttdiaj 



270 

Saldo e stabile nell' amicizia : non mutò mai 
l'animo da quelli, con cui l'ebbe annodata: di che 
colse fra tante amarezze della vita frutti soavi di 
conforto e di aiuto. 

Amò di amore tenerissimo e piucchè la pupilla 
dell' occhio suo la chiesa e la nostra compagnia , e 
per esse avria posto la vita. Chiesto all'entrata del 
1848, quando urtavano i moti cittadini la chiesa e 
sperperavano per queste contrade la nostra società, a 
leggere in un nobilissimo studio d'Italia ai'cheologia 
greca, gittò da se con disdegno la profferta, osservò 
a Dio e al suo ordine la giurata fede, e amò prima 
la ignominia della croce e 1' opprobrio di Cristo , 
che l'essere avuto in onore in tempi sì rei, o dar 
vista di accostarsi al consiglio dei tristi e di tenerla 
da essi. 

Era nella sentenza e meco aprivala frequenti 
volte, che l'immenso campo della erudizione si abbia 
a tenere dagli uomini di chiesa: altramente è peri- 
colo, che l'empietà Io guasti ad ónta e strazio della 
religione. 

I più chiari personaggi, vuoi per dignità vuoi 
per letterario senno, dentro l'Italia e fuori acearez- 
zaronlo a gara e fecetgli onore. 



versi di sapore virgiliano, che non polevan più belli uscire alla 
penna del Fracastoco e del Sannazaro. 

Qna tumct Enphrates, qua Calpen fliictibiis ambit 
Oceanus, libycae tumiilis ab oasis ad Albim 
lura dabal victis romana potenlia regnis . . . 
Sat gravihus saevitiim armis: sat sanguinis haiistum 
Italici, clamai Caesar. Custode tegantiir 
JMilite nunc fines. 

Romaiiarum Artium de seqnioris aevi barbarie 

Iriumphui - Carmen - Romae i84i. 



271 

Non fa senza cimento la virtù sua. Provocato 
da gravi e cocenti ingiurie, se ne passò mollemente, 
donò a Dio l'oltraggio, ricambiollo all'uopo col be- 
nefizio. Tradito da un suo caro, che sotto coperta 
di amicizia aveagli cavato di bocca ingegnosi e re- 
centi inlerpretamenti di greche iscrizioni e se ne 
faceva bello pe' giornali di Parigi e di Lipsia: il dab- 
ben padre non fé' richiamo del letterario furto , 
rispiarmiò l'onore al ladro. Gittatogli da petulanti 
ingegni in velenosi scritti il cartello di pubblica 
disfida, non entrò in lizza, prepose al vuoto rumor 
del trionfo l'umiltà e la verecondia del silenzio. 

Non fu di un solo né di una sol volta il vol- 
gergli in biasimo quel suo assiduo durar negli studi 
e trafiggernelo di motti amari, quasi come gittasse 
disutilmente il tempo; e altri disconoscendo le molte 
doti, di che sono non pur ornate ma ricche le sue 
scritture, appuntollo di qualche sentenza, che nel 
fatto di archeologia non ferì nel segno, e caninamente 
lo morse. 

In queste e in altre gravi distrette , sotto alle 
quali quasi come sotto allo strettoio di un torcolo 
fu calcata la sua virtij, aveva in bocca quel nobilis- 
simo documento di celeste filosofia: «Beati qui per- 
secutionem patiuntur»: con che rialzava l'abbattuto 
spirito, riconfortandolo nella bontà di Dio: e a volta 
a volta quasi come a condimento di piacevolezza vi 
aggiugneva con lieta e serena faccia il noto motto 
del greco tragico, la cui sentenza è qui : 

Leva il capo più maschia e più sublime 
La virtù se si calca e si deprime. 



272 

Anima bella, innocentissima: la stola della in- 
nocenza, che vestì al saero fonte, guardò da colpe 
per lievissime, e menata castamente l'età per ogni 
più esimia virtù , seco portoUa intaminata al se- 
polcro. 

L'ultimo biennio straziato l'anima e le membra 
da non sanabili dolori gemeva, levava gli occhi a 
Dio , e taceva. E mi va per la mente , che se in 
quel cuore delicato e bennato non si fossero rac- 
colti a straziarlo tanti affanni, non sarebbe sì tosta- 
mente ila lungi da noi tanta virtù. 



INDICE 

Baldini^ Biografia del prof. Camillo Ramelli. pag. 3 
Mercuri, Specchio cronologico del secolo di Dante 

[continuazione e fine) » 35 

BorgognOi SitlV eccitamento dei premi utile alla 

moderna pedagogia » 131 

Monlalti , Versi latini. » 149 

Visconti, Iscrizioni ostiensi ultimamente trovate.)) 156 

DelV aria compressa come agente terapeutico » 164 

Biondi, Alcune poesie inedite w 171 

Maggiorani , Prolusione al secondo anno del 

corso di medicina politico-legale. . . » 181 
Angelini, Saggio degli sludi archeologici del P. 

Giampietro Secchi della compagnia di Gesti.)) 199 

r^^y^s?^ IMPRIMATUR 

l^,;,McÙ(co Ord. Praed. S. P. Ap. Mag. Socius 
i^'r^S>J IMPRIMATUR 
%^P^Ì-M)/. Ligi Archiep. Icoii. Vicesgercns 




Nel giornale si dà il sunto, o viene inse- 
rito l'annunzio, delle opere presentate in dop- 
pio esemplare alla Direzione. Esse debbono 
essere inviate franche d'ogni spesa di porto 
e dazio. 

Le notizie di scienze, di lettere, e di belle 
arti, quelle di scoperte utili per l'agricoltura, 
industria ec, come anche i programmi de' con- 
corsi accademici, dovranno similmente esser 
mandati franchi di posta alla Direzione. 

Chi si associa per dieci copie, o ne garan- 
tisce la vendita, avrà l'undecima gratis. 






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GIORNALE 



DI SCIEIVZE, LETTERE ED ARTI 

TOMO VI 
DELLA NUOVA SERIE 







^5 



ROMA 
Tipografia delle Belle Arti 

1857 

Piazza Poli num. 91. 




GIORNALE 



DI 

SCIENZE, LETTERE ED ARTI 

TOMO CLII 

DELLA NUOVA SERIE 
VI 

NOVEMBRE E DICEMBRE 
1857 






ROMA 

TIPOGUAFU DELLE BELLE ARTI 

1857 



Epilogo delle prose lette aW accademia Tiberina nel- 

Vanno 1857, e relazione dei nuovi soci e dei defunti 

in esso anno. Discorso recitato dall' avvocato^Andrea 

cav. Barbèrif segì^etario annuale della medesima, 

nella tornata ordinaria del giorno 21 dicembre. 



I 



1 fine di ogni bene ordinata accademia è quello 
di insegnare dilettando, e lungi dal severo ammaestra- 
mento della cattedra istruire ed illuminare col pia- 
cevole trattenimento del circolo. A raggiungere ap- 
punto un tale scopo fu istituita questa nostra 
accademia da uomini illustri e benemeriti , i cui 
nomi risuonano chiari nella scientifica e letteraria 
repubblica , onde di suo istituto è la coltura delle 
scienze, delle lettere, ed in special modo degli og- 
getti scientifici che riguardano la città di Roma : 
così leggo impresso nelle prime linee delle nostre 
tavole fondamentali. Fedele essa alla sua istituzione 
nel corso non interrotto di anni 45 dalla fondazione 
non si è mai allontanata da quella: e rammentando 
sempre che vera e savia è soltanto quella scienza e 
quello studio che dalla religione tragge sua luce e sua 
guida, non che di avere avuto la culla e il suo incre- 
mento in Roma, capo e centro del cattolicismo, ma 
si è pur gloiiata di essere e di mostrarsi eminen- 
temente cattolica : perciò nelle sue esercitazioni 
volle pur di continuo riimire la coltura di materie 
spettanti alla religion nostra santissima- Possiamo 
pertanto a buon diritto levare alta la voce contro chi 



4 

vago di assumere il carattere di cinico indiscreto , 
di detrattore ingiurioso delle accademie, ha ar- 
dito di proclamarle o inutili al bene delle scienze e 
delle lettere, o degradate, perchè si sono dipartite 
dalle loro sagge primitive istituzioni. Possiamo re- 
carci a gloria di rispondergli francamente, che ri- 
guardo alla Tiberina accademia sono assolutamente 
false le sue assertive, ingiusti i suoi giudizi, calun- 
niosi i suoi rimproveri ; e possiamo dirgli senza 
tema di esagerazione e di menzogna, che se si ar- 
gomentasse di portare su noi in siffatto modo tale 
opinione ( lanciata in genere, e forse troppo ardita- 
mente, contro tutti i corpi accademici ) non solo 
non ha mai assistito alle nostre tornate, ma neppure 
ha gittato mai uno sguardo sulla eletta delle nostre 
prose. 

Nuova solenne testimonianza ne sia il corso acca- 
demico dello spirante anno, in cui certamente non ha 
l'accademia nostra mai perduto di vista i principali 
succennati oggetti di sua istituzione. Questa è una 
verità che io, signori , vi dimostrerò col breve epi- 
logo del ragionamenti che con tanto plauso ed uni- 
versale gradimento hanno letto i nostri valorosi acca- 
demici nell'anno 1857, in veggendo che hanno trat- 
tato materie di religione, di scienze, di lettere, e di 
arti, non che altri argomenti interressanti ed utili al 
bene della civile società, e specialmente alla nostra 
Roma ; e così mentre i tiberini hanno fedelmente 
obbedito alle leggi di loro fondazione, hanno pure 
adempiuto al voto delle accademiche istituzioni di 
ammaestrare dilettando. 



E per cominciare dal subbictto più nobile e più 
degno, seguendo l'accenato ordine di materie: in 
quella sera di sacra e funebre memoria, in cui de- 
poste le vestimenta di sua giocondità si ricopre di 
gramaglia e di lutto la sposa militante di Cristo , 
e noi celebriamo la memoria della passione del Re- 
dentorCf quanto fu profonda l'emozione che prova- 
rono i nostri cuori allorché il venerando veglio e 
dottissimo oratore, il patriarca di Alessandria mon- 
signor Danio Angusto Foscolo, riassunto ad onore 
della nostra accademia l'esercizio di quel ministero 
che per la grave sua età e per la sua semi-spenta 
salute gli fu forza di abbandonare , ci mostrò che 
r uomo Dio nella sua morte fu sagrificatore ponte- 
fice e vittima per riparare le perdite dalla umanità 
sofferte per la colpa del primo padre comune , e 
che niun altro sagrifìcatore pontefice, ne altra vittima, 
sarebbe stata bastevole a placare l' ira di un Dio 
sdegnato coH'uomo prevaricatore. Tutti gli uomini 
di tutte le generazioni sentivano per istinto il bisogno 
di riannodare il Creatore alla creatura, sentivano il 
<Jovere di un sagrifizio, la necessità di un sacerdote; 
ma qual sagrifizio, qual sacerdote, che a tanto valesse? 
Per salvare il mondo era d'uopo di sangue: e sotto 
il tenebroso densissimo velo da cui era coperto, lo 
conosceva il pagano, e moltiplicava la espressione 
di questa sua oscura imperfetta cognizione, ripetendo 
sagrifizi di sangue al mattino, sagrifizi la sera, sa- 
grifiii nei templi e sulle porte delle città , sagrifizi 
per la patria e per i regnanti, sagrifizi per i viventi 
e pei morti. Appariva il bambino nei suoi primi 
vagiti fra vittime, e vittima era egli stesso talvolta; 



• 6 

divenuto adulto santificava il novello suo stato con 
un sagrifizio ; o si desse agli affari , o cingesse al 
fianco la spada , o volasse alla pugna , o tornasse 
vincitore o disfatto, sagrifizi vittime e sangue; il suo 
coniugio, i suoi giuramenti, la sua vita, la sua tomba 
come la culla, tutto era consagrato da voti di sàn- 
gue. Sentiva l' uomo la tendenza e il bisogno di 
aprirsi una via per risalire a Dio, da cui erasi sepa- 
rato : ma mancavagli il pontefice sagriflcatore che 
non poteva trovare in se stesso, perchè macchiato 
di colpa, e perciò riprovato dall'Eterno che doveasi 
colla sua mediazione placare: mancavagli il sangue, 
perchè sangue di creature macchiato in questa terra 
profanata, e da maledizione colpita. Vi era d'uopo 
dunque per salvare il mondo di un sangue puro, di 
un sangue innocente. Mosso Iddio a compassione 
dell'uomo debole, infelice, carico di sofferenze, inca- 
pace da per se stesso di risolversi da quell'abisso 
ove era caduto, preparò nell' immenso suo amore 
una vittima ed un pontefice che traesse se stesso 
qual vittima al sagrifizio per la salvezza dell'uomo, 
caricandosi di tutti i dolori, di tutti i travagli, di 
tutti i supplizi per la eterna salute , per la gloria 
dell'uomo. Quali fossero i sentimenti di tenerezza e 
di religiosa emozione, che si destarono in noi nell'u- 
dire quel sublime ragionamento, non è facile ad 
esprimersi. 

Né meno dolci e soavi si eccitarono in noi gli 
affetti allorché ascoltammo le lodi di colei che dovea 
esser madre di questo pontefice sagrijlcatore e vit- 
tima , quando ne celebrammo il Natale , sotto i 
cui auspici l'accademia nostra si reca a gloria adu- 



. 7 
narsi. A quell'inclito porporato decoro del bavaro 
suolo , ornamento dell' episcopato cattolico , lustro 
del sacro romano senato , che il provvido impero 
del Sommo Gerarca ha voluto onorasse colla sua di- 
mora le famose sponde del Tevere, aWEmo e Revmo 
sig. cardinale de'conti Reisach, ben si addiceva con 
aurea favella e con sublimi concetti lodare la gran 
Vergine madre di Dio > il cui culto e venerazione 
è la tessera più sicura della vera fede , il mezzo 
più potente ed efficace per renderla pratica , men- 
tre questo stesso culto garantisce anche il frutto 
della fede cattolica, il progresso cioè e la conser- 
vazione della vera civiltà. Si vuole infatti che nella 
gioventù fiorisca l'innocenza il pudore, risplenda nelle 
vergini quella prudente modestia , quella sapiente 
benignità, quella casta libertà che la Chiesa richiede 
dalle vergini cristiane: si vuole che la donna senta 
ed apprezzi lo stato a cui fu elevata dalla fede cri- 
stiana, ed eserciti come sposa, come madre sulla fa- 
miglia e sulla società la dolce nascosta tranquilla, 
ma irresistibile influenza che feconda nesli animi 
della futura generazione i germi della cristiana col- 
tura ? Conoscano fin dalla culla , amino e venerino 
Maria. Si mostri al potente, al grande, al ricco della 
terra quando abbagliato da questi beni caduchi si 
innalza sopra i suoi simili, e meravigliato della po- 
tenza, della grandezza, della pienezza di grazia infusa 
in quella benedetta, conoscerà che è venuto il tempo 
in cui il Signore ha deposto i polenti dalla lor sede 
ed esaltati gli umili, ha ricolmato i poveri dei suoi 
beni , e ne ha privati i ricchi. Si mostri al sud- 
dito se insanamente vuol rompere il freno di sog- 



8 
gezzione riputando ogni altro a se eguale, al povero 
se angustiato dalla penuria vuole sconvolgere l'ordijne 
della provvidenza meditando strage e rapine; e nel 
vedere che la figlia di Davidde, prediletta ed esaltata 
sopra gli angeli stessi visse suddita, povera, scono- 
sciuta, contenti, o almen rassegnati di rassomigliare a 
lei ameranno, e sopporteranno la loro sorte, né cer- 
cheranno che la libertà dei figli di Dio sotto il giogo 
di Cristo e della sua chiesa. Si vuole che nelle 
scienze, nelle arti, nelle lettere, nella vita pubblica 
e privata, nella società e nella famiglia regni e si 
mantenga ai dì nostri come per lo addietro lo spi- 
rito della fede e per esso il vero, il buono, il bello 
su cui fondasi la civiltà? Si mantenga, e si ravvivi nei 
popoli cristiani il culto a Maria : mentre tutte le 
pagine della storia ci insegnano che appunto si man- 
tennero più saldi nella fede di Cristo, nell'attacca- 
mento alla chiesa, nella pratica di tutte le virtiì, e 
per conseguenza nei frutti della cristiana civilizza- 
zione, quei popoli che più si distinsero nella de- 
vozione di questa Vergine madre. Ed in tal modo 
l'eloquente oratore si oppose a quell'errore funesto 
che pur troppo ai dì nostri va propagandosi, e vuole 
togliere alla chiesa cattolica la gloria di premunire 
e preservare i popoli cristiani da una catastrofe 
simile a quella che fece sparire dal mondo i popoli 
più grandi e più colti dell' antichità. Quantunque , 
diceva egli, non si possa dubitare della forza divina 
della religione cristiana, che avendo creato sulle ro- 
vine della cultura pagana la moderna civiltà, deve 
aver per certo anche la virtù di conservarla e di 
perpetuarla , né si debba temer mai che i popoli 



9 
animati dalla fede di Cristo, ed edificati sulla pietra 
fondamentale della chiesa abbiano a subire la sorte 
degli antichi greci e romani ; pure non mancano 
ai giorni nostri taluni che disperando della virtii 
dell'odierno cristianesimo non cessano di pronosti- 
care e predire ai popoli cristiani una tale dolorosa 
sventura. Che questa opinione siasi propagata tra 
quelli che sono separati nelle loro credenze reli- 
giose della chiesa cattolica, non è a recar meravi- 
glia, perchè hanno perduta l'autorità conservatrice 
delle verità cristiane, e vanno così fluttuando nelle 
vicissitudini, e nelle variazioni delle opinioni indivi- 
duali; ma desta stupore il vedere che anche fra i 
cattolici havvi chi atterrito dai veri, o apparenti di- 
sordini , che travagliano la moderna società viene 
agitato da varii timori; mentre altri men cauto e 
più ardente si lascia dominare da alcune idee di ri- 
forme più meno vaste, tutte però tendenti a con- 
fondere l'ordine naturale col sovrannaturale, la civiltà 
colla religione; ed alcun altro, benché persuaso della 
divinità della medesima nostra religione, si lascia tur- 
bare ingannare da un sottile pessimismo, e dubita 
se abbia la chiesa nelle attuali circostanze la forza di 
preservare i popoli cristiani da quelle mutazioni e 
e da quelle crisi, nelle quali, secondo loro, non al- 
trimenti che nei tempi antichi dovranno i popoli suc- 
cedersi gli uni agli alti'i nello storico sviluppo del- 
l'uman genere. 

Contro un errore così pernicioso provò l'illustre 
oratore non esservi cosa più utile, che lo spingere e 
fissare lo sguardo allo slato di discioglimento, in cui 
trovavasi l'antica società nel momento che apparve 



10 

questa stella mattutina annunzia tiice del novello sole 
che venne ad illuminare il mondo intero, e cosi fissan- 
do Tallenzione sulle cagioni delle catastrofi dei popoli 
antichi, peragonando l'età nostra con quella, e cal- 
colando le vittorie dalla chiesa riportate, ne sorgono 
come conseguenza necessaria le più salde fondamenta 
onde ritenere che la chiesa non potrà mai perdere 
r antica sua forza e il suo vigore. Ed una prova 
evidente e consolantissima ne abbiamo avuta ai dì 
nostri, allorquando 1' oracolo del Vaticano dichiarò 
come domma di fede l'immacolato concepimento di 
Maria, a cui tutto il mondo cattolico si sottomise 
esultante di giubilo all'infallibile magistero; e così 
ha voluto Iddio che la esaltazione della vergine 
Maria fosse il mezzo per provare al nostro secolo, 
che mentre le altre autorità sembrano vacillare, l'au- 
torità della chiesa esiste nella sua pienezza e vigore 
per mantenere inconcussa la fede. 

Ad onta che contro questa fede, contro questa 
chiesa che ne è la depositaria e vindice, abbiano ri- 
volto, e rivolgono tutto giorno i di lei nemici i loro 
sforzi per abbatterla ed annientarla, sono questi riu- 
sciti non solo sempre vani, ma anzi dalle loro stesse 
sconfitte ha essa acquistata ed acquista nuova forza 
e maggior gloria^ come lo provò con sode dottrine 
€ con ampiezza di erudizione l'illustre accademico 
canonico D. Raimondo PigliacelU allorché percorren- 
do tutte le eresie, le sette, gli errori dal momento 
che nacque la chiesa fra l'invidia degli ebrei, e la 
superbia dei gentili, fino agli odierni sistemi sociali- 
stici, provò coi fatti, che sebbene di età in età si 
sieno riprodotti nuovi attacchi, la fede e la chiesa 



Il 

anziché resUire avvilita ed abbattuta per oppra dei>li 
increduli, dei falsi filosofi e novatoi'i , ha ottenuto 
da questi stessi onore e difesa: poiché la religione 
non può avere onoranza maggiore e maggior di- 
fesa che quando vegga cadere sconfitti i suoi av- 
versari , mentre essa si rimane salda ed immo- 
bile ; che quando vegga le immaginate loro utopie 
svanire discoperte, mentre d'altronde non v'é pru- 
denza o consiglio che valga ad abbattere i suoi 
principi!, le sue verità; che quando vegga dispersi e 
confusi i loro sofisini, mentre restano fermi ed in- 
concussi gli argomenti di sua veracità; che quando 
i sistemi di quelli non servono ad altro che ad in- 
vilire la natui'a, la ragione, l'uomo , mentre essa sola 
ne sostiene veramente la dignità. 

E chi potrà mai negare che l'uomo, anche dolalo 
di non comune ingegno, allora solo veramente grande 
addiviene quando alla religione ed alla fede si ac- 
coppia ? Il monumento del Tasso non è forsi una 
novella prova solenne ed incontrastabile di questa 
verità ? Non attesta egli forse a noi ed alle gene- 
razioni venture che la religione fa maggior di se 
stesso lo scienziato, il letterato, il poeta ? Quando 
r egregio socio professore Annivilli espose un fallo 
nella storia della pielà, ed un principio nella ragio- 
ne della poesia ricordalo al monumento del Tassoy 
ci dimostrò con sottile disquisizione e con sano giu-j 
dìzio , che pili grande fu il genio del Tasso perchè 
la sua poesia fu eminentemente cristiana; ci die' a 
vedere la differenza che si scorge fra i poeti che 
volsero il loro canto a subbietfi profani, e quelli che 
hanno avuto per iscopo subbietti sacri,. pj'ovando che 



12 

il cristianesimo ha un bello che è tutto suo, e che 
il cristianesimo innalza gl'ingegni al canto di sublimi 
ispirazioni, e che il cantor di Goffredo sembrò man- 
dato a bella posta in quei tristissimi tempi per testi- 
moniare all'Europa ed al mondo troppo bella essere 
la unione delle lettere colla religione , troppo forte 
il bisogno del sentir cristiano e cattolico negli animi 
generosi e nati ad onore dell'umanità; e che se il Tas- 
so stato fosse un poeta pagano o eretico , si do- 
manderebbe invano all'Europa cristiana dove fosse 
l'epico delle sue glorie. Nominerebbe essa forse gran- 
di ingegni, ma fino ad un certo punto in ordine di 
cose nel cui sentimento non differenzia il cattolico 
dall'eretico: ma 1' epico cristiano d'Europa e il poeta 
cattolico è il Tasso che al cospetto di un secolo ag- 
ghiacciato nel sentimento cristiano si ispirò, si elevò, 
e cantò il pietoso Goffredo , ed invocò la Vergine 
benedetta quando ancora fumavano in Germania , 
in Francia, in Inghilterra le ceneri delle sue gotiche 
chiese, delle antiche sue immagini esposte al fuoco 
dei luterani , dei calvinisti , degli ugonotti. Quel- 
l'anima grande intese l'istinto della poesia verso la 
fede, e il bisogno di lei nell'opere dell'ingegno. 

Oh ! qual nobile compiacenza si desta ora in 
noi, accademici tiberini, rammentando quella sera so- 
lenne, nella quale ci riunimmo in queste sale per 
rendere omaggio al gran cantor di Goffredo. Qui 
udimmo con vera esultanza il R. P. Tommaso Bor- 
gogna, degnissimo nostro vice-presidente , aprire la 
straordinaria tornata con eloquenti ed affettuose 
parole, esprimendo i sentimenti di tutti coloro che 
amano il bello, apprezzano il merito , ed hanno a 



13 

cuore la vera gloria d'Italia e di Roma ; con la fa- 
condia e l'eleganza che sì lo distinguono espose come 
Roma incoraggiata dal genio benefico protettore delle 
arti belle, delle scienze, delle lettere, dal genio di 
quel grande che sedendo sul soglio di Piero regge 
le di lei sorti, Roma si è sdebitata da un tributo 
che per lei doveasi al cantore delle crociate , ergen- 
dogli un nuovo magnifico monumento sul Gianicolo; 
e rendendo omaggio ai pochi avanzi di quelle ossa 
rispettate dal tempo, ha lavato quella macchia che 
ci rendeva oggetto del sarcasmo e dell'insulto stra- 
niero, ha rivendicato anche in questa parte la sua 
gloria, ha mostrato al mondo che in questa terra 
madre di eroi e di sublimi ingegni non è illanguidito 
il genio del belio, ed ha significato piiì coH'entu- 
siasmo degli affetti, e colla espressione del cuore, 
che col marmo, quanto nutre di amore pel bello , 
quanto grande è in Tei la brama che sia perpetua- 
mente in onore quel sommo poeta. Dipinse l'oratore 
con vivacissime tinte quel festivo giorno della inau- 
gurazione del monumento, la piena degli affetti che 
traluceva dal volto di ogni uomo sensibile, che al- 
l'augusta cerimonia assisteva , la solennità di quel 
rito, la festosa raunanza di quei giovani poeti che 
ove pensoso e mesto si assideva Torquato si raccol- 
sero a celebrarne in quel dì la onorevole circostanza. 
Conchiudendo, che così Roma mentre ha onorato la 
memoria del Tasso, ha aggiunto nuovo serto di gloria 
a se stessa, soddisfacendo all'universal voto, che da 
sì lunga stagione reclamava un tributo di onore e 
di non peritura ricordanza al sommo poeta cristiano. 
Possiamo, o accademici valorosi, andare ben superbi 



14 

di aver reso anche noi questo tributo alla memo- 
ria del Tasso con quella numerosa eletta di canni, 
dei quali risonarono queste sale plaudenti e che 
fecero corona alle lodi tessute dall'egregio prosatore, 
preceduti, alternati, e seguiti da musicali concenti, 
vocali ed istrumentali , di cui una parte apposita- 
mente scritta, altra analoga al nobile subbietto ed 
alla fausta circostanza; con quella ben ordinata 
pompa di ricco apparato che fece questo luogo sì 
splendido e brillante; con quel maestoso trofeo di 
armi e bandiere dei retnoti tempi delle crociate in 
bella ordinanza disposte , in mezzo a cui si ergeva 
la effìgie di quel sommo poeta opera di celebre scul- 
tore. Questa straordinaria tornala , o accademici , 
rimarrà nei nostri fasti indelebilmente scritta a ca- 
ratteri d'oro come quella che dimostra quanto al- 
l'accademia Tiberina sia a cuore di onorare il vero 
merito, e di promuovere il decoro ed il lustro di 
Roma e di se medesima. 

Come grande e bella sia la poesia dalla religione 
ispirata il vedemmo pure, quando con molta erudizio- 
ne monsiy. D. Francesco Fabi Montani parlò degli inni 
sacri della chiesa^ e delle loro versioni. Ci descrisse 
i tanti e diversi metri, nei quali sono composti, la 
sublimità dei concetti che vi sono espressi, e le va- 
rie versioni dei medesimi, istituendo con sana critica 
un giusto esame degli uni e delle altre, lodando le 
squisite bellezze dei primi, osservando alcuni difetti 
delle seconde, derivanti questi dalla varietà dei tempi 
più o meno felici per gli studi e per le scuole vi- 
ziate in alcune epoche da una depravata lettera- 
tura. 



15 

Pur troppo dobbiamo con amarezza riguai'dare 
quei tempi, nei quali una meno corretta letteratura 
inondava l'Italia e l'Europa, d'onde poi tanti mali 
e tante sciagure , poiché la depravazione di quella 
è sorgente infausta della immoralità della crescente 
gioventù ! Questa verità brevemente fu esposta ma 
ad evidenza provata dal degnissimo monsig. Francesco 
Tavaniy quando parlò della influenza che la letlei atura 
esercita sulV educazione morale della gioventù. Colla 
storia delle generazioni passate , e coi fatti assai 
lagrimevoli della presente, dimostrò che può sperarsi 
una gioventù veramente istruita, morale nelle sue 
massime e nella sua condotta, se la letteratura alla 
quale essa si applichi sia onesta, se i libri che vanno 
formando la loro cultura sieno di buona e corretta 
scuola: concludendo che una falsata letteratura forma 
una gioventù viziosa, una superficiale letteratura, for- 
ma una gioventù ignorante. 

Ed ecco che da questo argomento misto di re- 
ligione e di letteratura mi yeggo tratto a parlarvi, 
o signori, di quanto nelle nostre tornate di questo 
anno si è detto intorno a lettere, scienze, ed arti. 
Si è parlato di Urbano Ottavo e dei letterati dei 
suoi tempi dal professore D. Salvatore Proja, il quale 
Dell'implorare l'azione benefica e potente dei prin- 
cipi a prò delle lettere provò con vasta erudizione, 
che il pontificato di Urbano Ottavo fece rifiorire in 
Roma tutte le nobili discipline, perchè appunto estese 
gagliarda la sua benefica azione sopra i letterati suoi 
contemporanei. È qui giustamente esaltando quel 
pontefice per la stima in che aveva i letterali, per 
le sue beneficenze a vantaggio dei medesimi , per 



16 

l' incoraggiamento che dava agli studi , alle in- 
vestigazioni pili ardue, alle ricerche di nuove sco- 
perte, alla istituzione o al risorgimento delle utili 
accademie, ci espose come quel pontefice togliendo 
le ore al riposo prendeva diletto di occuparsi egli 
stesso negli studi e si faceva guida e compagno di 
quei sommi scienziati che passavano lunghi giorni 
e vegliate notti nelle biblioteche e sui libri per 
dare alla luce nuove opere utili ed interessanti alle 
scienze e alle lettere. E qui esponeva il dotto pro- 
satore le immense scoperte fatte in quei tempi per 
impulso datone dal pontefice , e tutti quei grandi 
e famosi ingegni che fiorirono in quell'epoca inco- 
raggiati dalla efficace protezione di Ini, ed il modo 
infine con cui essi rimeritarono quel principe gene- 
roso e benefico. 

Ma se il Proja ragionò dei letterati e scienziati 
dei tempi trascorsi, il P- Antonio Angelini della C- di 
Gesii tolse a lodare un sommo scienziato vissuto ai 
giorni nostri, già nostro socio tiberino, il P- Gio. Pietro 
Secchi della stessa compagnia di Gesiì, ponendo sotto 
analisi gli studii ed i lavori di archeologia che acqui- 
starono al medesimo una celebrità non peritura; ciò 
valse a rendere svariato e dilettevole il ragiona- 
mento tuttoché lungo a causa della vastità della 
materia. Parlò dell' italica bilibra, la cui interpre- 
tazione era riuscita malagevole ai più valenti ar- 
cheologi , ed il Secchi per il primo la interpetrò : 
disse della grave questione storica sciolta dal Secchi 
intorno alla decimaquarta potestà tribunizia di Ales- 
sandro Severo , al quale gli storici aveano dato 



17 

li'edici anni soli d'hupero: ragionò della illustrazione 
fatta dal Secchi di uno specchio etrusco, in cui lesse 
qualche nome che era di quasi disperata lezione ; 
della lettura di un'epigrafe etrusca soprassegnata ad 
una fìbula d'oro; del lexicon velenim Ilaliae lingua- 
rum che il Secchi pubblicò colle stampe, nel quale 
entrassero a confermare la paleografia i monumenti 
che di giorno in giorno si traggono a luce; narrò 
lo svolgimento delle quistioni destale fra i numisma- 
tici dalla moneta di Pesto, e la interpretazione da- 
tane dal Secchi che veduta dal Cavedoni ebbe a 
scrivere: « Non mai più felicemente è stato sciolto 
un enigma archeologico: « narrò con quanta felicità 
supplì il Secchi ad alcune voci e ìellere mancanti 
in un epigramma greco trovato a Corfù ; come 
interpretò le epigrafi e i versi di un greco monu- 
mento trovato in prossimità della via appia, le gre- 
che epigrafi di Arad, il piombo di casa Altieri, la 
favola di Io, il musaico antoniniano rappresentante 
la scuola degli atleti; e chiuse il ragionamento cogli 
ultimi due lavori del Secchi , la cattedra alessan- 
drina di S. Marco conservata nel tesoro delle reli- 
quie della basilica di Venezia , e un nuovo mezzo 
di interpretare i geroglifici egiziani oltre quello 
adottato dallo Champollion colle sue dotte fatiche. 
Questo ragionamento ben corrispose all'alta stima 
di che gode l'egregio prosatore. 

Facendo poi passaggio dalle scienze alle arti 
belle, rammenterò, o signori, che un valoroso nostro 
accademico, il degnissimo /*. D.Silvio Imperi già chia- 
ro perle vaste sue cognizioni filosofiche e letterarie, fe- 
ce argomento di un suo discorso i Ire dipinti nllegorici 
G.A.T.CLII. " 2 



18 
del barone Carlo Wogel di Wolgeslein, socio corri- 
spondente deiraccademia, esprimenti uno la Divina 
Commedia, il secondo l'Eneide, l'altro il Fausto. Con 
precisione e somma intelligenza illustrando i tratti 
luminosi di quei dipinti fece conoscere la maestria 
somma del valente artista nel disporre e rannodare 
nel breve spazio di un quadro quel tanto che va- 
lesse ad esprimere l'idea ed il proposito di quell'o- 
pera reputala miracolo dell'umano ingegno, dimo- 
strando il gran fine morale che ebbe l'Alighieri di 
fare gli uomini degni di salire a Dio. Allogò la pit- 
tura del Fausto fra quelle del genere monumentale: 
siccome dai maestri dell'arte pittorica è stata giu- 
dicata per il pregio di una ben ragionata inven- 
zione, per la disposizione delle parti e delle figure 
in tredici ben distinti compartimenti, e per la espres- 
siva vivacità del colorito. Infine descrisse la tela su 
cui l'egregio artista ha rappresentato i vari suc- 
cessi di Enea, che racchiudono le più utili lezioni 
di civile sapienza, conservando l'unità del concetto 
e la connessione dei principali avvenimenti: conchiu- 
dendo, che il Wogel in questi Ire dipinti ha dato 
prova di essere profondamente dotto, sommo artista, 
eminente cattolico. 

Tali e si gravi argomenti trattati nella nostra 
accademia furono alternati da altri oggetti scientifici, 
ed interessanti specialmente la città di Roma, come 
prescrivono le nostre leggi. II degnissimo presi- 
dente annuale dell'accademia professore Niccola Ca- 
valieri San Bertolo, nome illustre e di cui altamente 
risuona la fatua per tutta Italia, in un suo dottissimo 



19 

discorso, parlò delle acque delVanlica e della moderna 
Roma, e su i modi usali nella distribuzione di esse 
peri pubblici e pei privati comodi della popolatio^r^ 
ne: nel quale prese a svolgere storicamente ed ar- 
tisticamente le grandiose opere, gli studiati ar- 
tifizi, le stupende fontane, per cui vengono queste 
acque convogliate da lontane sorgenti fin dentro le 
mura di Roma, e quivi distribuite non meno a ma- 
gnifico ornamento della città, che ad esuberante 
comodo della popolazione, attribuendo ai pontefici 
la gloria di avelie ricuperate dopo la caduta della 
repubblica e del romano impero, e dopo le barbare 
rapine di quei tempi di calamità e di miserie che 
afflissero queste contrade: cosicché a ciascuna delle 
acque, che oggi abballano non solo ma ricca- 
mente provvedono al ben essere della popolazione, 
è slato assegnato dalla pubblica riconoscenza il nome 
dei pontefici che ne arricchiìono la nostra città, 
l'acqua Felice dall'immortale Sisto V, l'acqua Paola 
dal munificentissimo Paolo V; mentre l'altra acqua, 
che è la Vergine, ha conservato l'antico suo nome. 
La brevità del tempo non mi permette di pre- 
sentarvi un più esteso ragguaglio di questo in- 
teressante e classico ragionamento ; ma portiamo 
lusinga che la modestia dell' iUustre scrittore non 
vorrà defraudare il pubblico desiderio e la pubblica 
espetlazione che ardentemente brama sia reso di 
pubblico diritto colle slampe. 

Si è parlato pure con molta saviezza e ma- 
gistero delle antiche leggi municipali^ le quali tanto 
sarebbero necessarie pel bene dei singoli popoli dello 
stato pontificio e di Roma slessa. L'erudito avvocato 



20 

professore Nazzareno Calderini trottò l'argomento da 
profondo giureconsulto , e fece conoscere i gravi 
danni derivanti dalla mancanza di tali leggi, per cui 
sonosi disciolte le masse, ed ogni popolazione non 
ha pili nesso, o ragione di comunicazione con l'al- 
tra. Per le frequenti trasmigrazioni delle famiglie 
dalla provincia alla capitale , non moderate da al- 
cuna legge, si perde l'amore al suolo natio, e non 
vi rimane che la sola affezione materiale d'interesse 
per i propri possedimenti, i quali spesso affidati ad 
altri per averne una sicura ma non elaborata corri- 
sposta, spesse fiate deteriorano con grave detrimento 
dell'agricoltura e delle proprietà; quella promiscuità 
di lignaggi che sì sovente oggi avviene fra indigeni 
ed esteri; quella insana manìa di servile imitazione 
e quasi di sottomesso vassallaggio agli estranei, ai 
quali altro non si dovrebbe che officiosa ospitalità; 
quel desiderio sfrenato nelle classi inferiori di oltrepas- 
sare i limiti di quel cerchio, ove le ha collocate la 
respettiva posizione sociale , sono tutte cause del- 
l'ozio, dei vizi, della miseria, della degradazione dei 
singoli popoli, a cui dovrebbero e potrebbero prov- 
vedere le leggi municipali. 

Pel bene di quelli nella parte agricola hanno 
in qualche modo provveduto le leggi suW abolizione 
dei pascoli comunali , come dimostrò T avvocato 
Francesco Loffari , vorsatissimo in siffatto genere 
di studi, esponendo quanto abbia questo tema 
interessalo molli scrittori di economia pubblica e 
come saviamente ne abbia trattato ex professo 
il benemerito nostro socio defonto, conte Casimiro 
Falzacappa. Divise il Loffari 1' argomoito in tre 



21 

pai'ti: sviluppando nella prinna la origine e la storia 
del ius compascuo, compendiando nella seconda il 
pili che fu detto o immaginato dai dotti economisti, 
esponendo nella terza le leggi che in ogni stato e 
nel nostro vollero limitarlo ed abolirlo, riconosciutolo 
come un flagello dell'agricoltura; facendo infine voti 
perchè alla provvidissima legge promulgata non ha 
guari in proposito nei pontificii dominii altre se ne 
aggiungano più efficaci e conducenti allo scopo. 

In tal modo acquisterebbe 1' agricoltura incre- 
mento assai maggiore di quello che il chiarissimo 
ab. cav. Antonio Coppi, nostro istoriografo, nel suo di- 
scorso agrario dimostrò avere già ottenuto ai di nostri 
l'agro romano quando ci enumerò i grandi progressi, 
sia per la quantità dei lavori , sia pel risparmio 
di spese ottenuto nelle semente dei grani , nella 
triturazione dei medesimi per mezzo delle mac- 
chine , nella coltivazione degli olivi , nella cul- 
tura dei bachi da seta , e nei lavorìi delle sete 
stesse costruiti per cura del munifìcentissimo prin- 
cipe D. Marc'Antonio Borghese su i deliziosi colli del 
Tusculo, esponendo con calcolo aritmetico di quan- 
to abbiano progredito queste lavorazioni e questi 
prodotti. 

Che se a tante provvidenze ed utili risultamenti 
corrispondesse /' industrialismo governato da buoni 
regolamenti, come magistralmente trattenne monsig. 
Lodovico lacobini, la società ne rosentirebbe i van- 
taggiosi effetti sulla sua vita materiale e spirituale. 
Stabilì egli il principio, che studiati da una parte 
i bisogni della doppia vita materiale e spirituale 
della società, e considerati dall'altra parte i carat- 



22 
teri più generali che presenta forganismo del lavoro, 
devesi trarre la conseguenza che il presente sistema 
non è progresso e fase di civiltà, ma una esagera- 
zione e violazione delle leggi provvidenziali del la- 
voro. Lo che con molto acume e vasta dottrina por- 
lato sotto disamina dal disserente, e proposti i vari 
sistemi che ne potrebbero rimuovere i tristi effetti , 
venne a coneludere, che attuato un sistema sopra una 
giusta distribuzione dei lavori d'industria applicala ai 
prodotti del suolo, le industrie progredirebbero, addi- 
verrebbero le macchine veri benefizi, i grandi capitali 
agenti del ben'essere, la ricchezza dono della nazione, 
e non di pochi individui , la miseria un accidente 
parziale e non una piaga universale. 

Non avrebbe però abbastanza compiuta la sua 
'missione la nostra accademia nel trattare soltanto 
teoricamente e speculativamente di scienze, lettere 
ed arti, se non avesse pur procurato di far cono- 
scere gli errori in che sono incorsi , la falsa via 
che battono gli uomini in ogni ramo di studio e 
nella vita sociale, e se non avesse in pari tempo inse- 
gnato loro il modo di purgarsene, e i metodi da 
abbracciarsi. A ciò fare si accinsero con molto 
valore e con lode universale gli accademici Emilio 
Malvolli, cav. Gaspare Servi, D. Raffaele Monacelli, 
e Leopoldo Farnese. 

Con savia e moderata critica espose il Malvolli 
lo stato infelice del teatro moderno, enumerò i gravi 
difetti delle comiche produzioni dei nostri giorni, e 
additò i naezzi per migliorarle. Paragonò alle antiche 
le moderne, e dimostrò quanto queste sieno a quelle 
inferiori, in quale falsa posizione si trovino gli autori 



23 

di quella congerie di produzioni che oggi mal dige- 
rite si rappresentano sulle scene, alcune con orrore, al- 
tre con isdegno, le più con vero disprezzo degli uomini 
assennati , e le quali ( tranne poche meritevoli di 
lode, non meritevoli almeno di biasimo) non fanno 
che depiavare il buon gusto del teatro, non fanno che 
convertirlo da scuola piacevole del bel costume a 
scuola d'immoralità, di delitto e di sangue, a cui il 
popolo va così insensibilmente ad abituarsi. Additò in 
fine i rimedi più acconci e i metodi più sicuri perchè 
rinsaviscano gli autori di cose teatrali e tornino al 
buon sentiero seguendo l'esempio degli antichi grandi 
maestri . 

E quanto mai sieno dispregevoli coloro che 
allontanandosi dai grandi maestri del bello, lungi 
dall'essersi dedicati ai buoni studi , non ne hanno che 
una languida e superficiale nozione, mentre vogliono 
far mostra di essere universali nella scienza, lo di- 
mostrò con molta erudizione e con molto senno 
il cav. Gaspare Servi. Gli enciclopedici intitolò it 
suo discorso; ne svelò il manto, di cui si ricuoprono 
per comparire alla società istruiti in ogni genere di 
scibile; e togliendo i dardi al ridente Marziale, li 
percosse e confuse dimostrando che costoro sono 
perniciosi alla società ed alle buone lettere, perchè 
vogliono parlar di tutto mentre nulla conoscono, 
vogliono dettar sentenze su ciò che ignorano, e ten- 
tando d' ingannare la universalità raccogliere non 
meritati frutti dalla loro ignoranza. Il suo ragiona- 
mento cosparso di attico sale li ridusse a dover 
essere considerati quai semplici cerretani, ignoranti, 
ingannatori della società. 



24 
Né minoi' dispregio di questi meritano coloro , 
elio per comparire letterati si vestono delle altrui 
vestimenla , ossia , facendosi proprie le produzioni 
non loro, vogliono accattarsi fama di letterati e di 
dotti- Il chiarissimo Don Piciffaele Monacelli parve 
che di questi volesse trattare, allorquando propose 
il tema « L' apologia del plagio lellerario: » il 
quale quantunque sembrasse nella sua enunciativa 
anti-logico, pure avendo saputo l'ingegnoso scrittore 
con tanto acume svolgere il suo concetto, disparve 
del tutto quella contraddizione che presentavasi , e 
divenne una lezione quanto vera altrettanto utile. 
Levossi egli contro coloro, che affettando tutt' aria 
di originalità, non sanno produrre che scempiaggini; 
disse che questi per isfuggire ogni accusa di plagio 
vanno a perdersi fra i concetti utopistici di cose 
immaginarie, che vaghi di originalità, per non essere 
chiamati plagiari , si rimuovono da ogni elemento 
antico, conformando la loro fantasia a straniere leg- 
gende , contro la imponenza del vero e del bello. 
Disse inoltre che i pretesi originali confondono in- 
sieme plagio ed imitazione; e qui ridusse il plagio 
entro il suo confine con variata erudizione, dicendo 
chi debba dirsi plagiario, chi no. Provò la necessità 
della imitazione, e che essere si può ad un tempo 
stesso ed imitatore ed originale: il che fece aperto 
con nobili e chiarissimi esempi. Esortò alla imita- 
zione dei greci, dei latini e dei sommi italiani, e provò 
che seguendo questi è a ripromettersi lo sviluppo di 
ogni ingegno e di ogni genio. Conchiuse infine con- 
tro i medesimi originali , richiamandoli alla imita- 



25 

zione e tentando di distruggere in loro quel falso 
supposto: « la imitazione esser plagio. » 

Nò con minore dottrina, forza di raziocinio, bel- 
lezza di elucubrazione potevansi enumerare le at- 
tuali piaghe che infestano la società, di quello che 
fece il giovine accademico Leopoldo Farnese. Trattò 
questo argomento da profondo pubblicista, da accorto 
economista, da statista provetto. In questi cenni 
sulla moderna società pose in luce quei vizi che 
ne rodono e illanguidiscono la esistenza, e pro- 
pose i rimedi atti ad estirparli. Sarei qui trop- 
po pi'olisso , se volessi farne un esatto riassunto , 
come meriterebbe questo egregio ragionamento; mi 
restringerò solo a riportare un ultimo magistrale 
avvertimento , col quale il Farnese die termine al 
suo discorso , e che racchiude in se brevemente 
quanto ebbe nel medesimo ampiamente trattato. « Io 
non odio il progresso, anzi lo credo indispensabile: 
apprezzo quanto sei meritano le accresciute como- 
dità, il vantaggio delle scoperte, e l'adottamento delle 
migliorìe pubbliche e private, che mostrano a prima 
vista la vita , il lustro e la civiltà di uno stato : 
non vorrei peraltro , che per la soverchia cura di 
ciò che e utile o superfluo, si dimenticasse affatto 
la cura del buono e del necessario. Abbia il popolo 
a discreta ragione pane e vestito, sicché possa rie- 
scire a procurarselo colla fatica delle sue braccia: 
abbia il cibo dell' anima in una sana educazione 
religiosa, morale, e civile: né cercherà d'avvantag- 
gio, né s'interesserà di questioni politiche, né investi- 
gherà addentro la condotta dei principi e dei loro 
consiglieri, nò ascolterà la voce del liberalismo per 



26 

la gran ragione , che chi sta bene e contento , e 
teme Dio , non brama cangiare suo stato , non è 
propenso a delinquere. » 

Ancor io mi accinsi colle mie deboli forze a 
combattere un vizio che rode e porta alia rovina 
l'attuale società, il lusso. Come ne dipinsi i tristis- 
simi effetti, così procurai di far conoscere che la 
civiltà in nulla resta offesa se dalla società ven- 
ga escluso , come alcuni temerebbero. Ammisi un 
lusso moderato, anzi me ne dichiarai difensore. Pro- 
vai che non deve odiarsi e bandirsi il lusso preso 
in genere , perchè questo dà vita al commer- 
cio , ingentilisce le nazioni ; ma sia quel lusso 
pari ad una decente esibizione relativa ai diversi 
gradi che l'uomo occupa nella società. Deve odiarsi 
e bandirsi quel lusso che tenta di equiparare il ple- 
beo al cittadino, il cittadino al nobile , il povero 
al dovizioso: questo è il lusso che disperde ogni 
onesto guadagno , che consuma le agiatezze delle 
famiglie, che produce la miseria, il delitto. 

E come ci siamo studiati di scoprire e com- 
battere gli errori ed i vizi, sieno quelli che offen- 
dono la società, sieno quelli che deturpano le scienze 
e la buona letteratura, sempre nell'intendimento di 
ammaestrare dilettando, così ci siamo fatti un dovere 
di rendere pubblico elogio alla virtù ed alle persone 
virtuose, onde servano ad altri di sprone per imi- 
tarle. E ciò adempì l'accademico Ubaldo Maria Solu- 
s/n allorché lesse alarne memorie sulla poetessa Chiara 
Colonna, scritte con venustà di stile, nelle quali espose 
le belle doti che la distinguevano, la celebrò come 
una eccellente dama cristiana per la sua pietà e per 



27 
la sua carità inverso i meschini, come solerte madie 
di famiglia ,come donna di lettere, non che come poe- 
tessa: in prova di che recitò alcuni brani di terzine 
da lei pubblicate collo stampe per la esaltazione al 
pontificato del regnante sommo Gerarca, dimostrando 
così che benché il bel sesso sia dedicato alle domesti- 
che cure, può ad esse congiunger la coltura delle ame- 
ne lettere, e corrispondere, purché il voglia, ai bisogni 
delle prime, ed alTesercizio delle seconde. 

Né mancò mai in ogni tornata accademica a cia- 
scuna di queste prose la corona di scelti e svariati 
componimenti poetici , sì nella italiana e sì nella 
latina favella ed in ogni metro, recitati con plauso 
universale dai nostri accademici, fra i quali presero 
parte sovente con tanto impegno e con tanta lode 
anche le gentili e eulte signore nostre socie , i 
cui nomi sono assai noti e cari al Parnaso italiano. 

Farmi dal fin qui detto di avervi, o signori, ab- 
bastanza dimostrato come anche in questo anno 
quarantesimo quinto dalla fondazione i tiberini ab- 
biano di continuo con alacrità senza pari coltivato 
e religione, e scienze, e lettere ed arti, per adem- 
piere lo scopo di ogni bene ordinata accademia; 
né dobbiamo certamente temere dopo sì lungo e 
costante esperimento , che vada ad illanguidire , 
mercè la valentìa e il buon volere dei nostri ac- 
cademici. Che se abbiamo a deplorare nel corso 
dell'anno cadente la morte di molli sotto ogni rap- 
porto rispettabili accademici, non perciò abbiamo a 
scoraggiarci poiché altri ne sursero a riparare quelle 
perdite. 



•28 

Dcploi'iamo, è vero, nella classe dei soci onorari 
la morte di Sua Altezza la principessa Carlotta di 
Borbone infanta di Spagna , duchessa di Sassonia , 
dama dotata delle più eminenti doti cristiane e ci- 
vili; e dell'Eirio e ReviTio sig. cardinale Tommaso 
Riario Sforza camerlengo di S. Chiesa, che onorò 
la sacra porpora per lunga serie di anni colla bontà 
del suo cuore e coH'esercizio delle piiì belle cristiane 
virili. 

Nella classe dei soci conispondenti deploriamo 
la perdita di Don Luigi Rezzi , già professore di 
eloquenza e storia nella romana università, di sem- 
pre cara memoria alla studiosa gioventù, agli amici, 
ed agli estimatori del vero merito; 

Del comm- Luigi Canina egregio architetto; 

Del cav. Alessandro Paravia , nome ben noto 
e come filologo e come scrittore; 

Del professore Antonio Mezzanotte che ha la- 
scialo nelle sue opere onorevole memoria di se; 

Di Sua Eccellenza Rma monsignor Vincenzo 
Massoni, nunzio apostolico presso la R. corte del 
Brasile, egregio scrittore Ialino, e già professore di 
teologia nel seminario romano ; perdita grave per 
la chiesa e pel pontificio governo , e altamente 
compianta dai parenti e dagli amici: 

Della giovinetta Elena Gnoli, qual fiore crescente 
sullo stelo reciso, rapita all'amore del desolato ge- 
nitore, delle inconsolabili suore , ed alle più belle 
speranze di luminosa carriera nelle lettere e nella 
poesia. 

Nella classe dei soci residenti dobbiamo deplo- 
rare la morte di Don Ignazio Pitotti , già profes- 



29 

sore di belle lettere nel ven. collegio nazareno , 
uomo di sommo ingegno e di estro fecondo; 

Quella di monsig. Stefano Rossi, prelato insigne 
pei suoi talenti, per la vastità di sue dottrine, per 
la profonda cognizione dei classici e della nostra 
italiana favella. 

Ma se dall'un lato ci rattrista la gravità di queste 
perdite, dobbiamo dall'altro allietarci, che molti e 
ragguardevoli soci si aggiunsero in quest'anno me- 
desimo ad onorare V albo accademico distintissimi 
per ogni genere di dottrine. 

Nella classe dei soci onorari l' Eino e Kiìio 
signor cardinale dei conti Reisach, già arcivescovo 
di Monaco, porporato dottissimo nelle scienze sacre 
e nelle profane- 

In quella dei soci corrispondenti il lev. sig. 
Don Ambrogio Boschetti di Rovereto, professore di 
umane lettere nella I. R. scuola Teresiana in Trie- 
ste, dottore in sacra teologia, professore di mate- 
matica, fìsica e lìngua greca nelT I. R. ginnasio di 
Capodistria , I. e R. ispettore scolastico , socio di 
molte famose accademie d'Italia. 

Il rev. can. D. Alessandro Schiavo vicentino , 
oratore sacro, lustro e decoro, quant' altri mai, del 
pergamo italiano; 

11 rev- D. Giacomo Radlinski, professore di storia 
universale nella 1- e R- università di Milano, autore 
di molte e dottissime opere; 

Il rev. P. Angelo Secchi della compagnia di 
Gesù , professore di matematica ed astronomia 
nel collegio romano , annoverato fra i sommi che 
abbiano piofessato e professino oggi quelle scienze, 



30 

Il rev, P. Carlo Vercellone, proc. gen. dei PP. 

bernabiti, famoso poliglotto e scrittore dotrissimo; 

II P. Alessandro Baravelli, lettore di teologia 

nella congregazione dei suddetti Padri elegante 

poeta italiano e latino; 

Monsig. Pietro Maria Fere, vescovo di Crenna , 
ben noto e come dottissimo vescovo e come di- 
stinto letterato; 

Gli egregi scrittori D. Francesco avv. Minervini 
di Napoli, 

Casimiro Bonfiglioli di S. Lazzaro di Bologna, 
Guglielmo Romeo Baldari di Napoli, 
Niccola Maria Fedele di Palermo, 
Prof. Giuseppe Trivellato di Padova, 
Avv. Felice Valentino di Reggio di Calabria, 
Cav. Gio. Battista Massone di Genova, le opere 
de' quali pubblicate colle stampe ne provano la 
la vastità della dottrina; 

Ed il cav. Gio. Aldega, maestro di musica assai 
distinto pei suoi lavori, e premiato per ben due volte 
dal munificentissimo nostro sovrano con medaglie 
di oro per alcune recenti sue magistrali produzioni; 
e Gio. Monaldì, architetto di non dubbia fama, benché 
di giovane età, per gli edifizi sacri e profani, sparsi 
nella nostra Roma, da lui disegnati e portati a com- 
pimento , che hanno ottenuto il pubblico suffragio: 
ambedue già benemeriti della nostra accademia per 
aver concorso con tanto itnpegno e sapere a rendere 
vieppiù decorosa e brillante la straordinaria nostra 
tornata tenuta per celebrare il grande epico cristiano. 
E per corona a tanti illustri soci corrispondenti 
la Giannina Milli, che nella sua verde età ha già 



31 

meritato la fama di somma improvvisatrice, che, come 
ha destato e desta ovunque ammirazione e plauso, 
così ha lasciato in Roma viva memoria del suo 
valore nei carmi, e vivo desiderio che torni fra noi 
a cingersi di nuovi e ben meritati allori. 

Infine fra i soci residenti il conte Pietro Faka- 
cappa assai versato in materie agrarie e commerciali; 

Monsig. Francesco Pentini decano dei chierici di 
camera, nome ben noto alla giurisprudenza, fornito 
di svariale e vaste cognizioni scientifiche; 

L'avv. Gio. Sinistri, difensore officioso dei rei, 
come peritissimo nella giurisprudenza criminale , 
così versatissimo nello studio dei classici e special- 
mente in quello della purissima italiana favella; 

E Giuseppe Ponzi, professore nella romana uni- 
versità di anatomia e fisiologia comparata, nome che 
alto risuona di splendida fama. 

Richiamato così alla vostra memoria, o signori, 
quanto ha l'accademia nostra operato nel corso di 
quest'anno, e di quali elementi siasi rafforzata col- 
l'acquisto di novelli valorosi accademici , non può 
non concludersi, che come è stata essa fedele alla 
sua istituzione ed allo scopo delle esercitazioni acca- 
demiche, così dobbiam tenere per fermo, che non 
verrà mai meno nella nobile palestra a vantaggio 
delle scienze e delle lettere, e a decoro della nostra 
Roma. Questo è l'augurio, che con tutto il sentimento 
dell'animo mio esprimo verso l'inclita Tiberina ac- 
cademia nel momento che depongo la onorevole quali- 
fica di segretario, della quale degnossi senza alcun 
mio merito onorarmi in questo anno: di che serberò 
grata ed indelebile ricordanza. 



32 



iS« qualche osservazione clellromelrica ed eleltroscopica- 
Nola del prof. P. Volpicelli. 

JLie ulteriori mie ricerche sulla influenza eletirica, 
non ancora pubblicate, mi hanno condotto a miglio- 
rare la sensibilità e la precisione degli eletirometri 
a pagliette; ed a fare qualche osservazione eleltro- 
scopica, nel modo che vado bi'cvemenle ad esporre. 

1." Servendomi degli steli di alcune piante gra- 
minacee, mi procurai delle pagliette sottilissime ed 
ugualissime fra loro, che poi ridussi perfettamente 
rettilinee, facendole soggiornare, quanto era necessa- 
rio, attraversate in lunghezza da un filo di rame, man- 
tenuto ben teso. Ed affinchè nelle tenui cariche la 
divergenza delle pagliette divenisse ancor più sensi- 
bile, ridussi ad un millimetro la lunahezza del sottile 
filo di rame, innestato nelle medesime, per sospen- 
derle- 

2." Con un opportuno congegno procurai, che il 
piano della divergenza sempre fosse paralello a quello 
della scala dell'istromento, e dorai tutte le parti me- 
talliche, specialmente gli anellini di rame, che sosten- 
gono le pagliette, affinchè le ossidazioni non impe- 
dissero menomamente il divergere delle medesime. 

3." Tolsi affatto la campana di vetro, nella quale 
sogliono essere custodite le pagliette: ciò dimi- 
nuisce la dispersione dell'elettrico, toglie gli effetti 
della induzione, nocivi alle osservazioni clettrome- 
triche, ed impedisce Tapparenle deformazione delle 
pagliette. 



33 

4." Sostenni reletti'ornetro con un anello di vetro 
verniciato, il quale può salire o scendere , dal cui 
centro pendono le pagliette. 

5." Per accrescere la divergenza delle medesime, 
quando sono annesse al condensatore, ho ridotto i due 
dischi all'ertezza di un solo millimetro, ed ho fatto 
che due piccoli cilindri orizzontali non isolati si pos- 
sano cogli estremi loro avvicinare quanto si vuole a 
quelli delle pagliette, quando le osservazioni sienoelet- 
troscopiche. 11 manubrio del disco superiore, o collet- 
tore, consiste in un semicerchio di vetro vernicialo, af- 
finchè la sorgente della elettricità possa collocarsi nel 
centro del disco: mentre poi Tinferiore, o base, comu- 
nica sempre nello slesso modo col suolo. 

6." L'innalzamento e 1' abbassamento del disco 
superiore si opera per mezzo di un ingi-anaggio, il 
quale impedisce ogni pressione, ed ogni attrito sulla 
vernice dei dischi. 

7.° Tanto il fondo, quanto le altre parti dell'istro- 
mento, sono a bastanza lontane dalle pagliette; affin- 
chè, quando abbiano esse da servire da eletti'ometro, 
la divergenza loro dipenda unicamente dalla elettrica 
ripulsione. 

8. L'angolo di questa divergenza viene misurato 
per mezzo di due traguardi, che possono a piacere 
allontanarsi ed avvicinarsi paralellamente fra loro. 
Una scala divisa in millimetri è tracciata sopra una 
retta, che misura la distanza fra i traguardi medesimi; 
e due nonii, convenientemente collocati, servono a dare 
con ogni esattezza o il seno della metà, o la corda 
dell'angolo delle pagliette. 
G.A.T.CLU. 3 



34 

9.° Finalmente un filo di acciaro, avente le stesse 
dimensioni delle pagliette, si trova interposto verti- 
calmente fra le medesime, il quale con ogni facilità 
può togliersi, o collocarsi fra esse. Per questo filo 
metallico l'angolo delie pagliette risulta doppio, di 
quello sarebbe senza il medesimo, se la sorgente di 
elettricità sia indeficiente. Se poi questa sia deficiente^ 
oltre ad essere njolto tenue, allora l'angolo medesimo, 
se non riescirà doppio, sarà sempre maggiore dell'al- 
tro senza il filo stesso. Applicando all'elettroscopio di 
Dennett lo stesso filo metallico fra le due foglie d'oro, 
diverrà pur esso molto più sensibile. 

L'istromento, così modificato, potrà giustamente 
nominarsi micro- elettrometro a indice verticale. 

Osservazione prima. Parecchi fisici si occuparono 
di sperienze elettro-igrometriche ; fra questi Cou- 
lomb (1), Mailer (2), e piii ancora Volta (3); però 
i loro metodi lasciano molto a desiderare. A me 
venne fatto di osservare , usando sempre I' elettro- 
metro condensatore sopra indicato, che se la ca- 
rica di questo s'isi sufficiente , la divergenza delle 
pagliette presenta due fasi distinte: cioè diminui- 
sce nella prima con grande rapidità , e nella se- 
conda con grande lentezza e regolarità ; cosicché 
in questa, per uno o due secondi, essa è sensibilmente 
stazionaria, e può con ogni precisione misurarsi. Di 
qui si vede che l'elettrometro a pagliette verticali, 

(1) Mémoires de l'ancienne acad. des scien. de Paris, troisiéme 
toém. 1785. 

(2) Gehier's Physik. Worterb. ec. art. Elektricitat, p. 307. 

(3) Collezione delle opere di Volla. T. I, parte!, p. 441. Fi- 
renze 1816. 



35 

sia semplice, sia condensatore, può solo adoperarsi 
per quelle cariche, le quali sono tenui tanto, da esclu- 
dere nella divergenza loro la prima delle indicate due 
fasi, affinchè la divergenza medesima possa misurarsi, 
quando non siasi ancora dispersa una parte sensibile 
della carica. Ho inoltre osservato che dando all'elettro- 
metro condensatore una qualunque carica, purché suf- 
ficiente, l'angolo delle pagliette, alla fine di un minuto 
primo dalla iniziale divergenza loro , è sempre lo 
stesso ; purché non cangi lo stato igrometrico del- 
l'aria. 

Per tanto paragonando gli angoli cosi ottenuti 
colle corrispondenti indicazioni dei comuni igrometri, 
si potrà costruire, per uno elettrometro sempre lo 
stesso, una scala, dalla quale avere con esattezza, me- 
diante la elettrica tensìone,rumidità relativa dell'am- 
biente. Deve ancora osservarsi che le variazioni 
della umidità sono indicate più prontamente dalla 
elettrica tensione, che dagli altri mezzi igrometrici. 
Siccome poi da talune sperienze viene dimostrato, 
che le due contrarie elettricità non si disperdono 
in egual tempo; così, quando ciò siasi meglio verifi- 
cato, si dovrà decidere se nelle sperienze elettro-igro- 
metriche valga meglio adoperare la elettricità nega- 
tiva, la positiva. 

Osservazione seconda. Se la pressione fosse causa 
totale, parziale della elettricità sviluppata dallo spato 
d'Islanda, premuto fra corpi non duri; certo essa do- 
dovrebbe ottenersi col premere la indicata sostanza fra 
corpi duri, ma senza attrito; e dovrebbe crescere col- 
l'aumentare questa pressione: ma niente di tutto ciò 
si verifica; e la elettricità invece cresce nello spato 



36 

colla flessibilità, elasticità, e scabrezza dei corpi che 
Io premono, come ho verificato coll'indicato elettro^ 
metro, e confermato coH'elettroscopìo di Bohnenberg. 
Questa osservazione si accorda con quella fatta dal 
celebre Haiiy (1), cioè che (c les corps solides, tels que 
le bois, ne produisent aucune électricité: » e coH'altra 
dell'illustre Mr. Becquerel (2), cioè che « deux mor- 
ceaux de spath Tlslande à temperature égale, ne sont 
pas non plus électriques par pression. » Tutte insieme 
poi combinano col fatto generalmente riconosciuto 
dal sig. Peclet (3), vale a dire che « la pression est 
sans influence sur le developpement de l'electricité:» e 
coU'avvertimento di Mr. Harris (4), che dice « on 
peut faire quelques objections, fondées sur ce qu' il 
est impossible de produire la pression sans le frotte- 
ment, et sur ce qu'il doit y avoir du frottement dans 
la simple séparation. » Pare adunque che non la pres- 
sione, bensì l'attrito, sempre compagno di questa, pro- 
duca unicamente la elettricità nello spato d'Islanda, 
quando esso viene premuto fra le dita, od in genere 
fra corpi flessibili. 

Osservazione terza. Si lasci un bastone di cera di 
Spagna, quanto fa d'uopo, sopra un conveniente 
sostegno non isolato, affinchè mostri all'elettrosco- 
pio una tensione perfettamente nulla. Passando quindi 
con un dito sopra un estremo del bastone assai leg- 

(1) Ann. de chi. et de phy. T. V, an. 1817, p. 97. 

(2) Idem. T. XXII, an. 1823, p. ii. 

(3) Traile éìém. de phy.T. II. Bruxelles 1838, p. 83, 85 — De 
la Rive, Traile d'élect. Paris 1856, T. II., p. 552. 

(4) LcQons élém. d'électricité, par W- Snow Harris. Paris 1857, 
p. 33. 



37 

germente, e nel medesimo senso, vedrà svilupparsi 
una debole tensione posiliva nell'estremo stesso. Que- 
sta, continuando l'attrito, raggiungerà un massimot 
poscia diminuirà, e finalmente col crescere dello stes- 
so attrito diverrà negativa. Quanto piìi la cera di Spa- 
gna rimarrà in quiete alla tensione neutra, tanto più 
il fenomeno riescirà meglio- Per ottenere con sicurez- 
za questo cangiamento nella natura della elettrica ten- 
sione, ho prima immerso parecchi bastoni di cera di 
Spagna nell'acqua, e poscia li ho fatti giacere sopra un 
conveniente sostegno non isolato, finché fossero bene 
asciutti; quindi scegliendo una giornata secca, ho in 
tutti verificato il fenonemo riferito; il quale colla 
stessa cera, ma senza colore, riesce meglio, ed ancor 
più colla pura cera lacca. Lo zolfo ed il vetro non 
offrono il fenonemo di cui parliamo, il quale per- 
ciò sarà forse proprio delle sole resine. 

Se il bastone di cera di Spagna mostrasse in un 
estremo, prima dello strofino, una debole tensione po- 
sitiva, questa crescerà e poi diminuirà, per divenire 
finalmente negativa, mediante l'attrito delle dita sem- 
pre crescente sull'estremo stesso. 

E molto raro il caso, ma non senza esempio, in 
cui la cera di Spagna mostrandosi prima dello stro- 
fino debolmente negativa, si cangi per l'attrito leg- 
gerissimo delle dita in positiva; e quindi, l'attrito cre- 
scendo, torni ad essere negativa permanentemente. 
Però in generale, se la cera medesima si mostri ne- 
gativa prima dell'attrito, essa pel medesimo lo diverrà 
sempre più. 

Questi risultamenti sperimentali furono confer- 
mati anche coU'elettroscopio a pile secche; per con- 



38 
seguenza il passaggio indicato dell'elettricità da posi- 
tiva in negativa nel medesimo estremo dimostra in 
esso una polarità elettrostatica successiva. Inoltre se 
dopo aver ottenuto in un estremo della cera di Spagna 
la tensione positiva, passando leggermente colle dita 
sul medesimo, si produca tosto nell'altro estremo la 
tensione negativa, mediante lo stesso attrito, ma più 
energico, avremo nella medesima sostanza la polarità 
elettrostatica /)ermanenfe. Queste due specie di pola- 
rità sono prodotte da uno scotimento molecolare, 
più meno leggiero, nei due estremi e collo stesso 
mezzo meccanico; lo che si accorda cogli altri fatti 
relativi alla polarità medesima , già da me pub- 
blicati. (1) 

(1) Comptes Rendus T. XXXVIII, an. 1834, p. 351, e 877. 



39 



Ragionamento del professore cav. Domenico De Crollis 
ai suoi scolari della clinica medica di Roma. 

§. I. -t rima che io mi presentassi a voi per curare 
gl'infermi nella nostra sala clinica, e per trarne la 
pratica instruzione, vi diressi un mio scritto a modo 
di programma, il quale prometteva ciò che io a tale 
proposilo intendeva di fare. Se la mia promessa fosse 
stata a voi soltanto nota, mi basterebbe avervi con 
i fatti mostrato che io l'ho scrupolosamente adempita; 
ma poiché essa fu colle stampe pubblicata, giusto 
mi pare che il suo scrupoloso adempimento ancora 
sia pubblicamente mostrato, 

§. II. Venendo ai fatti: io ben sapeva che voi 
tutti eravate laureati in medicina, e perciò addot- 
trinati nelle mediche teorie , e che taluni , perchè 
giunti al secondo anno del vostro ultimo arringo , 
erano anche nella pi'atica mezzanamente instruiti. 
E per questa vostra a me nota condizione, io pri- 
mieramente vi promisi di non condurvi come cie- 
chi, che vanno dietro la loro guida, ma come gio- 
vani saggi , che concordemente tra essi e meco 
operando, dovevano unire le loro alle mie deboli 
forze per rimuovere i molti poderosi ostacoli, che 
s'incontrano nel curare gl'infermi, e nell'ammaestrare 
i giovani meno esperti. Quei, che non sono venuti 
alla nostra scuola, non sanno se sì o no sia stala 
attesa questa mia promessa. Vero è che voi potete 
farne sicura fede; ma forse per taluni, che guardano 



40 

le cose sottili e da traverso, non sarebbe stato suf- 
ficiente questo. E perciò ho credulo necessario , 
anche secondo il mio programma, unire alle vostre 
assertive la fedele pubblicazione delle storie di qnelle 
infermità da noi curate, e le apposite vostre consi- 
derazioni; poiché quelle e queste provano alla evi- 
denza ciò che voi onestamente potete asserire. 

§. IH. Io vi promisi ancora che per concorde- 
mente operare, avrenmio distinto le cose essenziali 
dalle accessorie , e che in quelle, e non in queste, 
avremmo cercato la nostra concordia, E per pro- 
vare r adempimento di questa seconda promessa , 
era necessario ancora mandar del pari la vostra 
testimonianza , e la stampa de' vostri scritti. Ri- 
spetto alla prima, voi potete con verità affermare 
che nella nostra sala sono state da noi curate mol- 
te malattie non di picciol peso, e che voi ne face- 
vate la diagnosi e la prognosi , e ne proponevate 
le indicazioni e gl'indicati per curarle ; e che io 
( avendo sempre in mente la promessa di cercare 
la concordia nelle sole cose essenziali ) dopo aver 
ratificato la vostra diagnosi, e la prognosi, e le prin- 
cipali indicazioni , non approvava solamente quel 
tal rimedio , che io avrei adoperato, se fossi stato 
solo a curare; ma or questo or quel mezzo curativo 
da voi proposto , purché avesse egli soddisfatto 
alla indicazione , che noi di comune accordo ave- 
vamo stabilito . E curando in tal modo quelle 
gravissime infermità con le vostre istorie descrit- 
te , abbiamo chiaramente mostrato che senza dan- 
no dell' infermo si possono evitare quelle vane 
quistioni , e quel fastidioso garrire, con cui taluni 



41 

medici , non sapendo , o non volendo distinguere 
r essenziale dall' accessorio , abbassano e bruttano 
villanamente il nobilissimo e faticoso nostro mini- 
stero. Rispetto poi alla stampa dei vostri scritti , 
convien distinguere il tempo , in cui essi furono 
letti nella nostra scuola , da quello , in cui sono 
stati colle stampe pubblicati. Voi ben vi sovverrete 
che quando io li udiva leggere, poneva mente alla 
fedeltà delle storie , cioè alla fedele narrazione di 
tutto ciò che era stato da noi osservato, detto , e 
concordemente operato ; e che quanto alle teorie 
che voi andavate significando, non essendo tali si- 
gnificazioni essenziali alla scuola clinica, io le lodava 
in genere per quell'amore, che porto alle scienze , 
e più a quelle , che o direttamente alla medicina 
si appartengono , o debbono essere con essa coU' 
giunte ; e solo ne contraddiceva qualche piccola 
parte , che avrebbe forse potuto nuocere alla sana 
pratica medica, che voi dovevate apprendere. E vi 
sovverrete ancora che quando siamo venuti al tempo, 
nel quale dovevano quegli scritti essere con le stam- 
pe pubblicati, io vi dissi che ciò sarebbe stato fatto 
tre mesi dopo terminata la nostra scuola affinchè 
poteste correggerli, e che poi per cagioni, che io 
chiaramente ho a voi detto, e che ne da voi né da 
me procedono, i tre mesi si sono allungati più del 
quintuplo, ed i vostri ed il mio scritto si sono do- 
vuti più che di tre quarti acccorciare- Ed in fine 
( ciò che sommamente importa ) vi ricorderete avervi 
io detto, e più e più volte ripetuto, di non volere 
variare, non dico nei concelti , ma né anche nella 
più insulsa parola quei scritti , che voi mi davate 



42 

per essere con le stampe pubblicati. Ed ora vi dico 
che sono stato scrupolosamente fermo in questo 
mio proposito per due fortissime ragioni. La prima 
delle quali è l'esser io persuaso che lo scopo non 
ultimo delia pobblicazione dei vostri scritti sìa il 
mostrare al pubblico la sincera immagine del gior 
vanile ingegno di ciascuno di voi. Ora, se io li aves-^ 
si variati , oltreché ì ritratti non sarebbero stati 
sinceri, avrei lesa Ij^ giustizia distributiva; poiché , 
se li avessi variati in meglio , avrei danneggiato 
coloro, che nella comparazione potevano essere per 
la sola luce propria più degli altri appariscenti ; e 
se in peggio, avrei meritato la giusta rampogna di 
coloro che dal mio male adoperato zelo fossero 
stati annebbiati, A me pare che le fedeli immagini 
delle menti non ancora compiutamente adulte, per 
tal modo dal pubblico senza parzialità giudicate, pos-r 
sano alimentare ed illustrar la fama dei novelli me- 
dici , non secondo la cieca ventura , o la etficace 
benevolenza egualmente cieca; ma giusta il loro 
naturale ingegno , e giusta la maggiore o minore 
calda voglia di coltivarlo. La seconda ragione è 
l'avere io piij volte veduto che in medicina, anche 
le dottrine più strane, possono con sottili ragiona- 
menti , e con r autorità di sommi scrittori esser 
difese. Ed io non doveva perciò togliervi questo 
amplissimo privilegio, o mettervi un nuovo impe- 
dimento- Né vale il dire che io, senza correggere 
} vostri scritti , avrei potuto rigidamente analiz- 
zarli per dar pi'ova del mio magistrale ingegno a» 
chi ha diritto di dubitarne; perchè io non mi stu- 
dierò mai di rimuovere sì fatti dubbi dal capo di 



43 

ehi che sia; e perchè una così fatta analisi sarebbe 
slata disdlcevole a mef che debbo animarvi , ed a 
mio poter difendervi; e nulla dire che ombrar possa 
la vostra nascente gloria. 

§. IV. Ma molti potrebbero dirmi esser preciso 
dovere del maestro il correggere gli errori de' suoi 
scolari. Se ciò mi fosse detto, io umilmente rispon- 
derei additando il luogo, e ricordando il tempo di 
queste correzioni. Rispetto al luogo , voi dopo la 
lettura fatta in iscuola di ciascuna vostra disserta- 
zione, mi avete udito parlar senza velo , e libera- 
mente esporre il parer mio, di cui o vi siete valuto, 
o potevate valervi. In quanto è al tempo, io prima 
di pubblicarli ho molto, e più che non voleva], in- 
dugiato, affinchè ognuno di voi avesse potuto variare 
il suo scritto considerandolo nuovamente, e giovan- 
dosi delle nuove cognizioni apprese , del consiglio 
de' suoi compagni, e forse anche del parere che ho 
in iscuola espresso, e che con altre vostre dimando 
avrei potuto con più largo sermone chiosare, 

§. V. A me pare di aver chiaramente giustifi- 
cato il non aver io fatto alcuna benché minima va- 
riazione nei vostri scritti dopo che mi furono da 
voi consegnati per essere con le stampe pubblicati. 
Ma ben mi ricordo che uno di voi nell'ultimo giorno 
del mio p, p. anno clinico con cortesissimi modi 
mi disse, che sì fatta stampa sarebbe stata il più 
famoso bersaglio per quegli arcieri, che con animo 
non molto benigno son disposti a ferire chiunque 
loro si para innarizi. Al che io con egual cortesia 
risposi che , essendo il maggior numero di questi 
arcieri loschi e poco esperti, scelgono tra diversi 



44 

bersagli quello di maggior volume, ed a più chiara 
luce esposto- Ed io sarei deSso, non per me , che 
sono piccolo ed oscnro, ma per la sedia, dove mi 
avete veduto sedere- Ed ora, per ciò che a voi si 
appartiene , soggiungo che se la critica ai vostri 
scritti sarà giusta , voi potrete con questa giusta 
critica persuadervi che lo studente in clinica deve 
essere già istruito nelle buone mediche teorie; deve 
attentamente visitare gl'infermi per ben conoscere 
e ben ponderare i diversi morbosi sintomi ; deve 
attentamente udire i ragionamenti del maestro, del 
medico assistente , e dei valenti suoi colleghi ; e 
deve in fine avere studiato in letteratura non dico 
per scrivere da profondo letterato, ma per evitare, 
scrivendo le istorie , i vergognosi errori. E se la 
critica sarà giusta, dovete esser certi che toccherà 
al vostro censore la sorte di chi esplode la pistola 
contro un corpo elastico, e dal rimbalso della palla 
rimane mortalmente ferito. 

§. VI. Dopo questo breve e necessario pream-» 
bolo, io per compiere le cose da me pubblicamente 
promesse, rivolgerò la mente alle infermità da noi 
curate, ed intorno le quali voi avete fiuto i vostri 
ragionamenti; e non avendo alcuna intenzione, come 
ho detto, né di correggerli, ne di ombrarli, andrò 
ripetendo qualche breve concetto da me in iscuola 
significato , e da voi non interamente ritratto ; ed 
andrò facendo alcune considerazioni ora generali , 
ed ora particolari, per accrescere, come per me si 
può il meglio, la utilità della nostra scuola. 

§. VII- Per seguir Tordine dei buoni scrittori di 
medicina, io tra le vostre istorie considererò prima 



45 

quelle che trattano delle svariate febbri intermittenti; 
e per esordio delle nnie brevissime considerazioni 
ritoccherò la loro causa occasionale, che tanto im- . 
porta a Rom per se, e molto più pel suo contado 
e che, secondo il mio programma, secondo cento 
scritti lunghi e corti, lucenti ed oscuri, e secondo 
le medesime vostre cai te, non è ancora sopra fer- 
ma base ajlocata. 

§. Vili. Di tutte le vostre istorie 13 trattano 
della febbre intermittente. Di queste 10 mostrano 
essere stata la loro causa occasionale il rapido ab- 
bassamento del termometro: cioè il repentino freddo; 
delle tre rimanenti una ne accagiona la fatica di 
corpoi inopia d'alimenti^ costituzione umida e torpida 
deW atmosfera ; la seconda V ostruzione dei visce- 
ri addominali ; la terza infine la insolazione du- 
rante la mietitura. Le interrogazioni che si possono 
fare ai molti infermi, che vengono nello spedale di 
S. Spirito ; ed il numero loro confrontato con le 
volte, in cui venne il repentino freddo, dar possono 
l'unico mezzo per toglierci da questa dannosa in- 
certezza. Ed io , non essendo del continuo nello 
spedale, commisi si fatte investigazioni a tale, che 
mi mostrava zelo e conveniente accorgimento. Ma 
qual ne sia stata la cagione , il fatto non è stato 
c«)l mio desiderio concorde; ond'è che noi debbiamo 
attender miglior tempo. Ed affinchè quando verrà 
questo tempo, voi calcoliate ancora alcune mie ra- 
gioni, con la maggior brevità possibile ripeterò le 
cose essenziali , che col mescolamento , forse non 
buono, di lettele e di scienze ne ho detto in un 
mio scritto, che pel numero piccolissimo delle copie. 



46 
e pel poco Conto che ne ho fatto » non ho potuto 
a voi tutti distribuire^ 

§. IX. lo per l'autorità degli antichi scrittori , 
e particolarmente per quella di Orazio e di Celso, 
mostrai che nell'autunno il nostro clima fin dai 
tempo, in cui vissero quei valentissimi uomini, era 
al viver sano creduto dannoso. Ma poco appresso 
nominai Pietro de' Crescenzi ed Ippocrate , i quali 
affermano che la bontà di un luogo abitevole è ri-^ 
posta nella purità delVaria^ nell'impeto dei ventif nella 
sanità delV acqua, nella qualità del silo, e neW ab- 
bondanza della terra. E lasciando stare la purità 
dell'aria, che, se fosse dimostrata, terminerebbe la 
quistione, provai che delle quattro rimanenti cose 
Roma si avvantaggia. Poscia, con la locuzione che 
io usar poteva, fingendo essere quel ragionamento 
a dialogo fatto nei primi anni del decimosesto se- 
colo , enumerai le cause, alle quali si suole attri- 
buire la malignità del nostro cielo, incominciando 
dalle acque, le quali impaludavano molli luoghi del 
vicino e dui lontano nostro contado. Io dissi esser 
ben vero che le paludi nocciono alle genti vicine» 
ma che, se il nocumento fosse grande ed in pro- 
porzione della loro vicinanza, e della loro ampiezza, 
le case lungo alcuni canali di Venezia sarebbero 
deserte. Toccai lo scarso numero degli abitanti pur 
come causa dannosa; ma poi soggiunsi che se molto 
notevole fosse questo danno, ingiustissimo sarebbe 
stato ciò che dell'aria nostra diceva Orazio, il quale 
aveva più che cinque milioni di concittadini. Par- 
lai della influenza dei minerali, e non la notai come 
princìpal cagione della malignità ; poiché , se tale 



47 
fosse , la piauura di Viterbo , i contorni di Brac- 
ciano , e quei di Latera , ed alcuni luoghi presso 
Tivoli , renderebbero i loro vicini paesi insalubri 
assai pili che ogni altra parte d'Italia; e questo non 
è certamente. Feci molto del vento , che viene da 
mezzogiorno, dicendo che, sia quale esser si creda 
la sua qualità nocevole, se essa fosse di gran peso* 
noi dovremmo assai meravigliarci come quel!' aria 
stessa, che non nuoce la regione da cui parte, sia 
tanto per se rea Contro quella, dov'è dal vento tra-' 
sportata. In fine affermai che la crapula ancora potea 
cagionare la febbre nell'aria nostra; ma non asserii 
che la sobrietà bastava per esserne immune. 

§. X. Dopo fatta questa enumerazione inutile 
per trovare la principal cagione della febbre , ne 
confirmai la inutilità ^ua dicendo che lo scirocco 
soffia nella pianura di Viterbo, dov* è la influenza 
dei minerali, soffia nella moderna Roma quasi de- 
serta (nell'anno 1512) come soffiava nell'antica 
abbondevolissima di gente; e che facevano i prischi 
lupercì smodati conviti , e li fanno gli epuloni mo- 
derni; ma che si fatte cause non solevano, né so- 
gliono produrre la febbre nell' inverno, nella prima- 
vera, e nella estate, e sì bene nell'autunno. Dun- 
que in questa stagione,diss* io , e non nelle enume- 
rate cose, conveniva cercare la cagione essenziale 
di questa malattia. 

§. XI. Io non debbo qui ritrarre il ragionamento 
con cui mostrai il perchè nell'autunno, più che nelle 
altre stagioni, accadono assai sovente le subitanee 
variazioni termometriche; mi basta solo ripetere che 
tali variazioni sono agli scienziati come ai volgari 



48 
sensibilmente note; e che per vedere come queste 
possono nuocere; sia necessario rivolgere la mente 
a quella parte di fisiologia, con la quale si sa che 
la traspirazione della pelle, che dal minore o mag- 
giore stringimento dei vasi capillari assai dipende, 
è nella sua giusta misura una delle cose alla nostra 
salute essenziali; é sia necessario ancora considerare 
quel poco di patologia, con cui siamo certi che il 
nostro COI pò o pel nutrimento preso, o per gli sti- 
moli che ci toccano , o per ignote nostre disposi- 
zioni, ora raccoglie, ed ora compone sostanze no- 
cevolissime ; che queste possono uscir fuori per 
diverse vie, più facilmente per quelle della pelle; e 
che se queste vie sono dal freddo ristrette, le no- 
cevolissime sostanze sono rattenute, e cagionano la 
febbre. Quindi, ad avvalorare il mio discorso, sog- 
giunsi che in quell'autunno, nel quale le rapide va- 
riazioni termometriche sono meno sensibili, e meno 
frequenti, più rare sono le febbri; e che al rapido 
abbassamento della temperatura atmosferica suole 
immediatamente succedere l'accresciuto numero de' 
febbricitanti. E dissi ancora che più facilmente sono 
dalla febbre assaliti quei miseri, che non sono da pan- 
ni e da opportuni alberghi ricoperti; e che in questo 
caso più vi sono disposti i vecchi ed i dormienti , 
perché in questi ed in quelli non può la scemala 
traspirazione essere dalla indebolita farza dei vasi 
esalanti accresciuta. In fine esposi un altro argo- 
mento di fatto: cioè che molti animali, i quali pur 
sono al subitaneo freddo soggetti, non sono da que- 
sta infermità presi, perche dal folto pelo , o dalle 
calde piume sono ricoperti. Poi conchiusi che colui 



49 

il quale ha queste ragioni attentamente considerate, 
e guarda l'infermo, che è presso al riprezzo della 
quartana, e vedi la faccia di lui quasi livida per 
l'angustia dei piccoli vasi della pelle; e sa che con 
rimedi stimolanti , i quali spronando il sangue di- 
latano questi vasi, può ritornar sano; più facilmente 
si persuade che l'improvviso freddo di autunno sia 
stato la principal cagione della infermità di costui. 
§. XII. Dopo queir antico dialogo da me im- 
maginato, volendo io raffrontare le antiche dottrine 
con le moderne, rivolsi il mio discorso al duca di 
Sora, al quale era il mio ragionamento intitolato ; 
e mostrai che l'esperienze del Brocchi intorno l'a- 
ria romana fatte nell'anno 1818 col Barlocci e col 
Monchini, tre nomi chiai'issimi, non erano al mio pa- 
rere opposte; e che questo mio parere era nei punti 
essenziali concorde con quello del Folchi , in così 
fatta materia molto bene instrutto. 

§. XIII. Dopo aver pubblicato queste mie cose 
lessi un lungo scritto del Santarelli da Macerata, il 
quale, benché sommamente si lodi del Morichini e 
del Folchi, ed abbia la bontà di unire me con que- 
sti due valenti medici, pure si mostra dubbioso nel 
considerare l'immediato passaggio dal bagno caldo 
al ravvolgersi della neve, senza che ne segua la 
febbre. Ma io credo che si possa togliere di mezzo 
questo dubbio dicendo che in quel caso la reazione, 
la quale presto succede al freddo della neve, riporta 
subito il sangue nei vasi capillari, e ritrae dal danno 
che poteva cagionare il sommo caldo dal sommo 
freddo seguito. Io mi ricordo avervi in scuola più 
volte detto che dopo il freddo preso, l'accresciuto 
G.A.T. CUI. 4 



50 
calore per panni, per frizioni , o per altro modo , 
se sollecitamente sopravviene , libera da un quasi 
certo reumatico dolore. 

§. XIV. Io vi ho parlato di quel mio scritto solo 
per stimolarvi a trattar di nuovo un tema da molti 
eccellenti uomini trattato, e che molto importa al vi-' 
ver sano , e ad ogni cosa della rusticana e della 
cittadinesca vita. Voi assai più utilmente che gli altri 
potete venire in campo, perchè il vostro giovanile 
ingegno non è offuscato da quel caldo e maledetto 
orgoglio, che non solo non fa vedere, né fa cercare 
il vero, ma Io scolora, lo torce, e lo nega, se per 
minimo indizio teme che questo vero possa di una 
sola dramma accrescere l'altrui nominanza. 

§. XV. Se io più dicessi , mi mostrerei troppo 
vago del parer mio: e tale vaghezza sarebbe oppo- 
sta a tutto quello che vi ho detto e ripetuto in scuola 
per lasciar libera interamente la volontà vostra o di 
seguirmi, o di meco contraddire. Perciò trascorro: 
e dopo il sunto, quanto esser poteva breve, di ciò 
che ho detto della causa occasionale della febbre in- 
termittente , con egual brevità vi metto innanzi il 
mio già pubblicato parere per investigarne la causa 
prossima, affinchè questa ancora sia da voi a debito 
tempo considerata. Nel fare tale instigazione, subito 
mi si parò innanzi quel calore latente^ che Ippocrate 
chiamò Natura ; e credette aver essa la facoltà di 
combattere con le malattie, finché rimane o vinci- 
trice o vinta. Io , considerando 1' oprar di questa 
natura, e non dimenticando il riguardo dovuto alle 
ippocratiche dottrine, osai dire, ma non senza cir- 
conspezioue, che a questa regolatrice valente e soU 



51 

lecitissima della nostra salute , poteva esser sosti- 
tuito un giuoco dei vasi capillari; volli dire la rea- 
zione del sistema irrigatore, che sospingendo il san- 
gue, lo riporta nei minimi vasi, da onde era stalo 
scacciato pel freddo , che li aveva contratti. Per 
giustificare tale ardimento, credei necessario ragio- 
nare un poco di questa breve teoria, incominciando 
dal recare in mezzo 1' autorità dello stesso vene- 
rando Ippocrate , con la quale affermai che il no- 
stro corpo è ordinato in modo che ciascuna parte 
può turbare, e può quietare le altre. Poi dissi che 
utilissima cosa sarebbe alla medicina il trovare quella 
parte, la quale più che ciascun'altra può esse cagione 
del quasi general turbamento, e della quasi general 
quiete, ed il collocarla in vece della ippocratica na- 
tura. Ma dissi ancora, che la parte trovata non può 
recare l'utilità richiesta, se per quanto è possibile 
non è alla medicina soggetta. E , a dire H vero , 
ognuno sa che il cuore ed il cervello possono più 
che le altre parti turbare e quietare gli organi tutti; 
ma chiusi l'uno dentro il petto, e l'altro nel capo, 
possono assai difficilmente essere dalla medicina go- 
vernati. Per questa giusta ragione a me parve che 
i vasi capillari della pelle (dai quali, come dissi, pur 
dipende la traspirazione) perchè formano un organo 
più che gli altri esteso, perchè il loro ufficio som- 
mamente importa al viver sano , e perchè la me- 
dicina può sovente e facilmente regolarli , formino 
quella parte, che può essere alla natura ippocratica 
sostituita. 

§. XVI. Ora e da vedere se questa sostituzione 
possa in qualche modo essere giustificata anche dal 



52 

ragionamento intorno la causa prossima della feb- 
bre intermittente. Quando il repentino freddo rat- 
tiene la materia del traspiro , questa irrita e vie 
pili stringe i vasi capillari, già dal freddo ristretti; 
e scacciandone il sangue, causa del nostro calore , 
produce quel freddo, che suole esser principio della 
febbre. Il sangue, scacciato dai piccoli vasi, ricorre 
con più forza nei grossi, e nel cuore. Questo e quelli 
da maggior forza irritati, piij gagliardamente, e spes- 
so anche irregolarmente lo spronano, lo riconducono 
nei piccoli vasi, e cagionano quel soverchio calore, 
che non meno del freddo è all'infermo grave a sof- 
ferire. E quando quell'accresciuto e spesso disordi- 
nato movimento dei grossi vasi e del cuore ( che 
ben può* dirsi febbre) per stanchezza si rimane, la 
febbre cessa; ed una porzione del sangue riportato 
nei piccoli vasi, resa ancor più sottile dall'accresciuto 
caldo, bagna di sudore la pelle col suo sottile ele- 
mento, e l'infermo si sente come per lunga ed an- 
gosciosa fatica stanco. Ecco la causa prossima della 
febbre, ed ecco una delle operazioni, che si suole 
attribuire alla forza mediatrice della natura, e che 
chiaramente si mostra esser giuoco dei vasi capillari. 
§. XVII. Per dimostrare con altri fatti l'ampiezza 
del dominio di questo giuoco che potrebbe essere 
alla natura ippocratica sostituito , io dissi ancora 
che se per lo stringimento di questi vasi, la materia 
del traspiro rimane per poco nella pelle, ci cagiona 
un breve rigore, perchè il sangue solo in quel pic- 
ciolo tempo non ci scorse debitamente; e se più lun- 
gamente ci si rattiene, i vasi capillari più a lungo 
ristretti , respingono il sangue , il quale misto alla 



53 

• dannosa traspirazione, va con violenza o nel capo, 
nel petto, o nel bassoventre; ed ora irritando, ora 
infiammando, genera quelle diverse malattie, che tut- 
todì vediamo in queste cavità, dove sono gii organi 
al viver nostro essenziali. Le quali malattìe, ben- 
ché prodotte da una medesima causa, cioè dal re- 
pentino freddo, che rattiene il traspiro, e striuge i 
vasi capillari, pure sono di diversa natura , e deb- 
bono esser curate con la china , se all' irritamento 
succede il rilassamento dopo alcune ore; con i cal- 
manti, se l'irritamento è durevole; e con le sangui- 
gne, se il ridetto irritamento è in vera flogosi per- 
mutato. 

§. XVIII. Ed affinchè con altri fatti ancora pro- 
var si possa una più larga estensione del dominio 
dei vasi capillari, soggiunsi che se la traspirazione 
mista col sangue va ai muscoli ed ai legamenti, e 
gl'irrita solamente, ne deriva l'atritide, tanto per la 
varietà de' muscoli variamente nominata; e se gli 
infiamma, produce il reumatismo, che pur con di- 
versi nomi suole essere da taluni medici distinto. 
In fine paragonando i vasi capillari e la traspira- 
zione alla spada di Achille, che feriva e sanava, mo- 
strai che se le dannose sostanze del traspiro nella 
pelle rattenute, e poi miste col sangue, sono sol- 
lecitamente fuori respinte o per rimedi adoperati o 
per la forza del cuore e dei grossi vasi; sollecita- 
mente si ritorna sani; e se più lardi, cioè quando 
sono rimaste alcun tempo nel luogo dove si pre- 
sero, più è lontana la guarigione. E questo ritardo 
parve a me che avvenga perchè il sangue, mescolato 
con quelle dannose sostanze, deve ridurle a se omo- 



54 
genee circolando, cioè dando ad esse nel suo girare 
le sne salutari particelle, e togliendo loro quelle mor- 
bose, che mano mano si vanno depositando nei di- 
versi organi secretori. Questo è la cozione, di cui 
forse con troppe parole , e non con proporzionato 
senno, si è in medicina ragionato. 

§. XIX. Così parlai di quel giuoco dei vasi ca- 
pillari, e della traspirazione, che sono cose reali e 
sensibili agli anatomici, ai fisiologi, ed ai patologi^ 
e che credei, come ho detto, poter essere sostituito 
alla ippocratica natura che fu immaginata e non vi- 
sta mai ; e della quale molti medici, sotto 1' egida 
d'Ippocrate, non solo si dicono ministri, ma rego- 
latori, che ora la lasciano operare liberamente, ora 
la rattengono diminuendo le sue forze , ed ora la 
rendono piìi vigorosa eccitandola. Facendo vista co- 
storo dì compiere queste operazioni occulte e mi- 
steriose, sogliono diventar famosi nelle guarigioni ; 
e nei casi di morte, senza fare un sottile ragiona- 
mento, che forse o non saprebbero fare, o non sa- 
rebbero intesi, si sdebitano assai facilmente dicendo 
che la natura dalla violenza del male fu vinta. Tanto, 
a parer mio, esser può dannoso un concetto di un 
grande e glorioso ingegno , se non è sempre bene 
inteso, se dalla malizia è torto! 

§. XX. Queste cose qui in iscorcio espresse, con- 
giunte ad alcune altre mediche teorie, furono da me 
scritte e pubblicate, parte nel 1834, e parte nel 1836. 
E voi compensando col vostro senno e con la vostra 
attenzione il mio troppo laconico dire, forse potrete 
trovarvi qualche ragione da credere, che nell'amplis- 
sima ed oscura medicina sono alcuni punti che ben 



55 

significati, e molto bene appresi, non solo ne rischia- 
rano molta parte, ma spesse volte guidano il me- 
dico per vie assai meno delle altre oscure. Voi sce- 
vri da quella disposizione , che suole annebbiare la 
mente da taluni, potrete calcolare quei poveri miei 
concelti quando visitando gl'infermi di febbre inter- 
mittente , ed indagando la sua causa occasionale , 
ne cercherete anche la prossima. 

§. XXI. Ma, quale che sia il valore di quelle 
mie considerazioni, nulla esse gioverebbero al nostro 
proposito, se alle storie delle infermità da noi cu- 
curate fossero discordanti; poiché, sebbene tali con- 
siderazioni sieno state desunte dai fatti, pure , do- 
vendone parlare in un clinico ammaestramento, deb- 
bono esser provate da ciò che noi medesimi abbiamo 
presso il letto dell'infermo sensibilmente notato- E 
perciò, secondo l'ordine che mi sono proposto, noi 
prima di ogni altra cosa considereremo le sei istorie 
rimaste dopo la riduzione, e che trattano della feb- 
bre intermittente a nessun'altra infermità congiunta. 
Ed a prevenire la meraviglia dei nostri lettori, co- 
mechè consapevoli della riduzione, per così scarso 
numero di tali febbri in uno spedale, dove queste 
sogliono essere assai abbondevoli, io vi ricordo che 
ciascun nostro medico assistente, al quale io, non 
senza giusta cagione, ho dato la facoltà di scegliere 
i malati per la nostra sala, ha costantemente pre- 
ferito le infermità pili gravi e piti difficili ad esser 
curate, alle piii leggiere e di più facile cura. 

§. XXII. La prima delle sei dette istorie è no- 
tata nella pagina 3 , la seconda nella pag. 4 , la 
terza nella pag. 7 , la quarta nella pag. 9 , la quinta 



56 
nella pag. 12, e la sesta nella pag. 14. Al nostro 
proposito giova molto por subito mente a quello 
che è scritto in qneste pagine intorno alla causa oc- 
casionale di tali febbri. Nella prima istoria si dice, 
che la causa occasionale furono gli sbilanci di tem- 
peratura sofferti durante il lavoro (sono le medesime 
parole dello scolare ). Nella seconda si dice essere 
stata la causa occasionale /' esposizione al freddo a 
corpo riscaldato, bagnature. Nella terza, mestiere, sop- 
presso traspiro , fatiche eccessive. Nella quarta: fa- 
tiche di corpo, inopia di alimenti, costituzione umida 
e torpida delV atmosfera. Nella quinta: bagnature a 
corpo riscaldato. Nella sesta: il mestiere che eserci- 
tava, r esposizione del suo corpo ora al freddo , ora 
al caldo, infarcimento dei visceri del bassoventre, ed 
i principii occulti venerei, che in esso esistevano. 

§. XXI II. Ora , lasciando stare ciò che si dice 
nelle considerazioni, che se sono opposte a queste 
cose dagli scolari medesimi dette , non possono aver 
molto valore ; certo è che le cause occasionali in 
questi sei casi istericamente da essi riferite , non 
solo non contraddicono al parere di chi crede il ra- 
pido abbassamento di temperatura esser causa oc- 
sionale della febbre; ma lo confermano. Vero è che 
il valente giovane dottor Ascenzi, scrittore della se- 
conda istoria, senza dir cose opposte a quello che 
ha nella istoria scritto della causa occasionale, non 
è nelle sue considerazioni del tutto concorde con 
l'anzidetto parere: poiché dice che il miasma palu- 
doso sia la causa predisponente della febbre, ed il 
rapido freddo la occasionale. Ma tale discordanza, 
se ben si distingue la teoria dalla pratica, non nuoce 



J 



57 

certamente. Affermi pure il teorico che il miasma 
dispone alia febbre ; se egli prosegue dicendo che 
con l'evitare la sua causa occasionale, cioè il subi- 
taneo freddo, si evita la febbre; l'onesto medico, il 
quale deve avere a cuore la salute degli uomini, e 
non il trionfo della sua dottrina, non se ne può do- 
lere certamente. Sarebbe gran fortuna per la medi- 
cina, se, continuando i medici a disputare sopra le 
loro teorie, convenissero in quello, che porta la ma- 
nifesta utilità della umana salute! 

§. XXIV- Io , per quelle ragioni nel §. Ili ac- 
cennate , come sono stato costretto a ridurre alla 
quarta parte il numero delle istorie da voi scritte, 
cosi ho dovuto dire al tipografo che qui si fermasse;" 
e sono certo di aver contro mia voglia fatto la prima 
e la seconda cosa a voi non grata. E perciò, vo- 
lendovi confortare , dico che in quanto è a voi , 
il rimanente dei vostri scritti, che ora non sono con 
le stampe pubblicati, sono ai nostri benevoli supe- 
riori noti, e possono essi ancora soddisfare a quello 
scopo, del quale ho parlato nel §• III : a formare 
cioè la scala dei vostri meriti; e vi dico altresi che, 
se lo vorrete, anche quelli saranno a debito tempo 
pubblicati. Rispetto poi alla necessità di aver dovuto 
io mozzare il mio discorso; ancorché non si potesse 
in altro tempo riannodare, ne voi né io dobbiamo 
esserne molto dolenti; poiché io non iscrivo col de- 
siderio di aver chiara o larga nominanza, che nell'età 
mia sarebbe vana e stolta voglia; né con la speran- 
za di accrescere di una dramma la vera medica dot- 
trina ; perché sono certo che questa sarebbe assai 
meglio avventurata se da Ippocrate in qua fino al 



58 
nostro tempo, non dico ciascuna scuola, ma ciascun 
secolo l'avesse arricchita di una verità chiara e ve- 
ramente ferma. Io scrivo solo per mostrare ai nostri 
superiori l'adempimento delle mie promesse , ed a 
voi il mio buon volere nel dovervi ammaestrare. E 
questa seconda cosa posso ancor più chiaramente 
e pili utilmente mostrarvela nei nostri quotidiani ra- 
gionamenti, dove hanno luogo quelle discussioni che 
fatte scinzìi caldo amore del proprio parere, e con 
la mente diretta non dalla immaginativa, ma da ciò 
che sensibilmente si vede esaminando l'infermo, sono 
utilissime alla cura ed al giovanile ammaestramento. 
Attendete a conservarvi sani; studiate con zelo 
e senno nella vera medicina , e siate veracemente 
tra voi concordi. 



59 



Codice delle favole esopiane. 
Lettera al P. abate Francesco Tornahene. 

In adempimento del suo comando ho Ietto l'articolo 
iu forma epistolare del P. Luigi della Marra, inse- 
rito uel giornale il Mondo Comico a 3 giugno di 
qunst' anno, riguardante il codice delle favole eso- 
piane, rinvenuto nella benedettina biblioteca di Ca- 
tania: ed ecco il mìo giudizio. 

La scoperta potrebbe essere interessante per la 
letteratura , sebbene non manchino codici di quel 
frigio favolista, fra i quali è particolarmente pre- 
gevole per ogni riguardo quello di Augusta. Intorno 
ad esso lavorarono Heusiger, Lessing e Gottob-Sche- 
der, e fu da quest' ultimo pubblicato in Breslavia 
nel 1812. — Ivi contengonsi 23! apologhi attribuiti 
ad Esopo, e sei, se non vogliansi dir frammenti, di 
Babrio. Le accenno ciò, ch'era pur noto a lei, eru- 
ditissimo P. abate, non per altro che per farmi via 
a provarle di quanta importanza esser possa la sco- 
perta del codice catanese. — F.Ila non ignora che 
Bentley ed altri letterati (che io chiamo sovvertitori, 
per ismania di fama, di quanto è già stabilito in 
letteratura) sostenne contro l'opinion generale, che 
Esopo non abbia mai scritto favole ; nulla dimeno 
sappiamo noi da Platone nel suo Fedone, che So- 
crate per passar mattana nella carcere, e mostrar 
la sua indifferenza alla morte, ridusse alcune favole 
di Esopo in versi: il che ci dà argomento ch'erano 



60 
state dall'autore composte in prosa (1). Ma trala- 
scio di occuparmi di Bentley, che potrebbesi associar 
con l'altro non man bizzarro sognatore, il P. Ar- 
duino, il quale attribuiva a' monaci del medio evo 
le opere di Virgilio , di Orazio e dì altri classici 
latini. Certo si è ch'Esopo è riconosciuto dagli an- 
tichi come il più rinomato compositor di favole, e 
ch'esse furon raccolte da vari filologi ; sebbene la 
più antica collezione , detta di Firenze , che ci è 
pervenuta, non monti al di là del XIII secolo. Ivi 
sono 199 apologhi: ed è quasi contemporanea all'altra 
del monaco Massimo Planude, che scrisse pure la 
vita dell' autore , la quale per la inverisimiglianza 
de' fatti puossi riguardare come un'altra favola- 
fi indubitato però che ad Èlsopo fosse stata 
attribuita dai greci l' invenzione di quel morale e 
piccante genere di componimenti^ perocché i greci 
riguardandolo come uno dei migliori moralisti, l'as- 
sociarono a' sapienti di lor nazione e gì' inalzarono 
una statua, dimenticando ch'era stato in vita un 
miserabile schiavo della Frigia: tanto pregiaveno il 
suo ingegno. Io non credo bensì che sia stato l'in- 
ventor di quel genere ; ma colui che di proposito 
occupandosene lo ridusse a maggior perfezione e 
ad una forma epigrammatica e concisa. L' avea in 
fatti preceduto di poco l'imeiese Stesicoro, di cui 
Canone ci ha conservato il bellissimo apologo po- 
htico del cervo e del cavallo» ed Eliano l'altro del 
serpente, dell' aquila e dell'uomo , entrambi da me 



(1) In prosa trovansi quelle che si leggono in tuUe le edi- 
zioni pubblicate. 



61 

versegiati in volgare , onde riunirli agli altri suoi 
frammenti , e alla sua vita , che ho pronta per la 
stampa. Anche Esiodo, di amendue più antico, inserì 
nel suo poema delle opere e de'giorni la favola dello 
sparviere e della lodola. Filostrato poi cita quella di 
Archiloco sull'aquila e la volpe. Esopo quindi non fu 
il primo tra i greci favolisti, e par che abbia tolto 
l'idea di quel genere da Esiodo, da Stesicoro, o da 
Archiloco; ma certo scrisse un maggior numero di 
tali componimenti con sì ingegnosi ritrovali, rivolti 
tutti ad utile scopo morale, che si fe'ammirare uni- 
versalmente e proclamare come il più insigne scrit- 
tore di apologhi. E ciò die forse occasione di venir- 
gliene attribuiti taluni altri, che sembravano più ar- 
guti, e quindi di esser co'suoi confusi i migliori di 
Babrio o di Gabria. 

Accrebbe tal confusione Fedro , liberto di Au- 
gusto , di cui abbiamo 93 favole in cinque libri , 
delle quali 23 in giambici greci, 20 imitati su Esopo, 
e le rimanenti su quelle di Gabria, menochè una ch'ò 
creduta di Stesicoro. 

L'elegante e semplice parafrasi latina, che sente 
il buon gusto del secolo di Cicerone, costituisce il 
pregio essenziale di Fedro, non essendo egli inven- 
tore di quegli apologhi , o almeno di pochi , come 
confessa nel prologo del primo libro: 

Aesopus auctor quam materiam reperit , 
Hanc ego polivi versibus senariis. 

E in quello del secondo libro conferma ciò; anzi 
pare che l'argomento delle favole ivi contenute non 



62 

sia ricavato da Esopo, ma da ^Itri: 

Exemplis continetur Aesopi genus, 

Nec aliud quidquam per fabellas quaeritur, 

Quam comgatur error ut mortalium, 

Acuatque sese diligens industria. 

Qudcumque fuerit ergo narranti genus, 

Dum capiat aurem, et servat propositum suum, 

Re commendatur, non auctoris nomine^ 

Equìdein omni cura morem servabo senis. 

Esopo dunque reclamar dee , se non la prece-' 
denza, bensì il primato tra i favoleggiatori; peroc- 
ché Fedro, fingendo di dar poca importanza all'in- 
venzione del tema della favola , sembra che aspiri 
soltanto alla gloria di essere imitatore in latino di 
Esopo o di altri- Forse qualche favola vi giunse di 
suo cancepimento ; ma nel prologo citato non lo 
dice espressamente, anzi neppur lo fa sospettare. 

Or essendo l'invenzione e l'utile scopo morale, 
che deriva dall'apologo, e discende in una massima 
espressa o sottiotesa, il pregio essenziale di questo 
genere, convien supporre poca fecondità di mente in 
Fedro: e per questo l'iguardo è da tenersi in mag- 
gior conto il nostro Giovanni Meli , che donò alla 
letteratura 85 favole, per le quali può gareggiar nella 
invenzione e nella moralità con Esopo, ed è incon- 
trastabilmente superiore al liberto di Augusto; oltre- 
ché primeggia sopra entrambi per grazia, leggiadria 
e fiorite descrizioni, se non per semplicità: sebbene 
neppur questa manca al suo concello e all' anda- 
mento dello stile, dimesso com'esser dovea, ma pure 



63 

per meglio dilettare assume spesso nelle descrizioni 
l'ornamento della lirica. 

A quel genere dopo Esopo si addissero diversi 
retori , fra i quali un Astonio e Temistio , e nel 
quarto secolo con buon successo Avieno, che scrisse 
in versi elegiaci latini 42 favole. Fra queste avvi 
quella ingegnosa ed arguta della formica e della cir 
cala, ridotta in volgare rimato da un anonimo antico 
siciliano, ch'io ritrassi da un codice della biblioteca 
comunale di Palermo, e pubblicai nel giornale delle 
Effemeridi letterarie , fondato da me e da altri iq 
Palermo nel 1835. 

Anche il massimo Alighieri degnossi d'imitare in 
versi italiani la favola della cornacchia, vestita dalle 
penne del pavone, che in latino incontrasi tra quello 
di Fedro. 

Dal fin qui detto, pregiatissimo P. abate, potrà 
ella con l'alto suo senno calcolare di quale impor-^ 
tanza sia il codice, scoverto dal P. Luigi della Marra, 
affinchè se ne faccia diligente ed accurato esame in 
confronto delle favole degli autori accennati, e di al- 
tri di minor conto, che per brevità ho tralasciato. 
Giova inoltre moltissimo indagare, se avvene inedite, 
e se co' lumi della critica , mettendo a ragguaglio 
quelle del codice con le altre già conosciute, si possa 
meglio dirimerò la quistione quali veramente appar^ 
tengano per l'invenzione ad Esopo, a Gabria, a Fe- 
dro, ad Avieno. 

Né il titolo di Esopo, che porta il codice, induce 
assolutamente a credere, come saggiamente riflette 
il P- della Marra, che le favole sien tutte di lui; pe- 
rocché le posteriori é facile che sieno state arrolate 



64 

al suo nome, che in tal caso par che rappresenti il 
genere e non la persona. Ed io ho dovuto osservare 
in vari codici la magagna di alcuni amanuensi del 
XIIl e XIV secolo, che atlrihuirono ad uno scrittore 
famoso alcuni componimenti di meschini o ignoti 
autori, affinchè ingrossato il codice per tale aggiunta 
avesse potuto ottener dai mal accorti compratori mag- 
gior prezzo. E non sono molti anni trascorsi , che 
con evidentissimi argomenti ho posto tal fraude in 
piena luce nella occasione che dal eh. amico Bonucci 
fu pubblicata un'inedita parafrasi in terza rima del- 
VAvemaria, attribuita a Dante in un codice del se- 
colo XIV , che era in vero una triviale poesia di 
qualche divoto monaco posteriore. E a quella mia 
opinione, sostenuta con ragioni filologiche ed esteti- 
che, fecero allora plauso gli egregi letterati , miei 
amici, Vincenzo Nannucci, Luigi Muzzi e Salvatore 
Betti, com'ella ha potuto forse osservare nelle loro 
lettere a me dirette e pubblicate nel giornale offi- 
ciale di Sicilia nel 1854. 

Ma ritornando al codice benedettino, soggiungo, 
che pòco importa al suo pregio di essere stato pos- 
seduto da Federico di Randazzo, nome sconosciuto 
nella repubblica letteraria , sebbene certo apparte- 
nente a famìglia siciliana e comune tra noi; perchè 
derivante da una delle nostre città. 

1 versi addotti dal P. della Marra della favola 
dell'asinelio e del cignale (1), estratti da quel codice. 



(l) Favola estratta dal codice catanese verseggiata da Unfredo. 

DE A9GLL0 ET APRO 

Audet asellus aprum risu templare protervo, 
Audet iners forti dicere frater Ave, f 



65 

sono esametri e pentametri, come quelli d'4vieno, 
e quindi di metro diverso dalle favole latine di Fe- 
dro. 

Converrebbe perciò fare un esatto confronto per 
osservare se siano parafrasi dalFuno o dall'altro, o 
versioni o imitazioni degli apologhi greci di Esopo. 

Avieno scrivendo nel IV secolo al tempo del 
gran Teodosio, ed essendo versato negli aurei clas- 
sici di quello di Augusto, si ritenne alquanto dalla 
corruzione , che cominciava già a trascorrere nella 
lingua latina per diverse cause civili e politiche 

Non è quindi da supporre, che l'autore di que- 
ste favole del codice benedettino abbia trattato gli 
stessi argomenti di Avieno, che furono da lui ben 
verseggiati. 

Se quel codice, come si dice, appartiene al de- 
clinare del secolo XV , l'autore de' versi esser do- 
vea anteriore, o coetaneo al medesimo j e pure, a 
giudicar di un certa eleganza nella addotta favola, 
l'avrei creduto scrittore del secolo XVI, in cui rifiorì 
la lingua latina per opera del Sadoleto, del Nava- 
gero, del Castiglione, del Casa, del Bembo e di altri, 
i quali durando grave studio sopra i migliori clas- 
sici del Lazio, seppero bene imitarli. Però è da riflet- 
tere che potea anche far ciò 1' autore delle favole 



Vibrai aper prò voce caput, nam verba superbii 

Recidere, scd denlem rea tenet ira trucem. 

— Sus tamen ista movet: Vilem dens nobili» escara 

Spernit, desidia lutus es ipse tua; 

Non debet stolido laedi prudientia risii; 

Nec stolidus doctum debet adire iocis. 

C.A.T. CUI. 5 



66 

del codice, sebbene vissuto nel secolo che li precesse, 
e quindi prevenire il buon gusto della latinità, ri- 
sorta nel cinquecento; il che tornerebbe a suo fasto 
speciale, e lo renderebbe piiì pregevole per questo ri- 
guardo del Marrasio siciliano, il quale, sebbene poeta 
fecondo di concetti, e facile verseggiatore alla maniera 
di Ovidio; pure, per quanto ho potuto giudicare da due 
sue elegie pubblicate, al confronto della favola estratta 
dal codice , mostrasi meno elegante dell' autore di 
essa. 

11 nome di Unfredo col titolo di Magisteri ri- 
petuto ([lue volte nel codice benedettino, ci dà cer- 
tezza, che quegli sia in vero l'autore o imitator de- 
gli apologhi, come P'ederico di Randazzo n'era il pos- 
sessore. 

Unfredo sembrami nome originario nordico: ed 
io, se non gabbami la memoria, l'ho incontrato in 
qualche diploma dei principi normanni ; né recami 
maraviglia, perchè costoro, essendo oriundi di Scan- 
dinavia, ritennero i nomi de' loro maggiori e li re- 
carono in Sicilia dopo la conquista. Ma basta ciò, 
o basta che il codice sia stato una volta posseduto 
da un nostro connazionale, per potersi dire che l'au- 
tore il traduttore di quelle favole sia siciliano? Egli, 
per quanto ne sappia , non appare fra gli scrittori 
profani dell'istoria letteraria d'Italia del diligentissimo 
Tiraboschi e di altri, né fra gli ecclesiastici recati 
nella erudita opera di Guglielmo Cave : talché per 
tal motivo, e perchè il nome di Unfredo non dovea 
essere ignoto in Sicilia, si potrebbe sospettare che 
fosse nativo di quest'isola o del regno di Napoli, ove 
anche dominarono i normanni, seppure non fosse stato 
tedesco 



■M 



67 

Queste sono le mie osservazioni sulla lettera cri • 
tica del P. Luigi della Marra , al quale la prego 
di fare le mie congratulazioni per avere ridonato 
alla letteratura un poeta finora sconosciuto , di cui 
converrebbe in vero pubblicare le favole con i con- 
fronti che ho indicato. 

Ella mi creda intanto con la consueta altissima 
stima. 

Palermo, luglio 1857, 

Agostino Gallo. 



68 



Hacconti dal commento di Jacopo della Lana bolo- 
gnese illuslralivi la Divina Commedia. Testo di lin- 
gua. Bologna, tipografia s. Tommaso d' Aquino 1857. 



I 



1 sìg. Giansante Van'ini, tenerissimo di nostra lin- 
gua e di tutto quanto può tornare ad onore di Bo- 
logna sua diletta patria, ha dato in luce questo pre- 
zioso libriccino, nella dotta dedicatoria del quale si 
è studiato addimostrare che il commento di Jacopo 
della Lana fu scritto in lingua italiana e non già, 
come per alcuni si suppone ed afferma, in dialetto 
bolognese, e che con tutta probabilità siffatto com- 
mento si è quello appunto che fu pubblicato in Ve- 
nezia da Vindelin da Spira nel 1477- Le ragioni, che 
sono addotte dal valentisimo sig.Varrini, ne sembrano 
di tanta efficacia ed evidenza da toglier via ogni dub- 
biezza : sicché Bologna può gloriarsi d'essere stata 
in fra le prime città italiane ad avere un compiuto 
commento della Divina Commedia, e commento tale 
che dai deputati fu chiamato il buono e l'antico, poscia 
fu detto ancora V ottimo, e dagli accademici nelle 
tre prime impressioni del vocabolario venne citato 
coir abbreviatura Benv. Imol. Com. Dani. Nei rac- 
conti pubblicati dal sig. Varrini si rinvengono qua 
e là parole e frasi che tuttavia sono vive presso i 
bolognesi, come di somiglianti se ne trovano pure 
nel Fiore d'Italia e negli altri scrittori che fiorirono 
in Bologna ne' secoli Xlll e XIV j ma non sarà al 






69 
cuno snno d'intelletto, il quale voglia da ciò inferire 
che il commento di Jacopo fosse dettato in dialetto 
bolognese : mentre in esso risplende tale purezza , 
eleganza e venustà da non lasciarsi vincere pur da 
coloro, che ebbero la sorte di bere l'acque dell'Arno- 
Ella era cosa al tutto naturale che al nascer della 
nostra lingua, quando non bene se n'erano fermate 
le leggi, gli scrittori adoperassero alcuni vocaboli 
e modi propri del luogo natio, o in cui essi abita- 
vano; e Dante istesso, che ora in questa ora in quella 
città fece dimora, andò raccogliendo da tutte quelle 
voci e frasi che gli parvero più acconce a signifi- 
care gli alti suoi concetti. Oltracciò sarebbe da in- 
vestiggire se nel ducente e nel trecento era in Ita- 
lia tanta diversità di favellare, quanta ne' secoli po- 
steriori si rinviene; il che pare possa escludersi, sì 
per non trovarsi molta difformità negli scritti di quei 
tempi che ne avanzano, sì per la mancanza di opere 
scritte in particolari dialetti. Checché sia di ciò, fac- 
ciamo plauso al sig. Varrini, il quale ci ha regalato 
questo caro libriccino, in cui molta dovizia di vaghe 
maniere e di buoni vocaboli potrà raccogliere chiun- 
que ha in amore la nostra favella, ne si lascia sgo- 
gomentare da quel vieto vecchiume, che pure serve 
alla storia di essa, porge materia ad utili confronti, 
e meglio ne fa scorgere i progressi. 

E. Sassoli. 



70 



Intorno i persicetani illustri. Discorso di Gianfran- 
Cesco Rambellì per premi. 



I 



ho sempre meco medesimo reputato, che la no- 
biltà e grandezza delle città, delle terre, degli an- 
goli i più piccoli del mondo, non si misuri dall' e- 
stensione de' luoghi, dalla sontuosità de' palagi, dalla 
bellezza e regolarità delle vie, dalla latitudine delle 
piazze, dalla rarità delle statue e de' monumenti. 
Queste morte grandezze, comechè notevoli e mara- 
vigliose, sono comuni ad altri luoghi, le procaccia 
la ricchezza, l'ambizione, il piacere, la volontà de- 
gli uomini; ma insieme le distraggo la lenta opera 
del tempo ; gì' incendi , i terremoti , le guerre, le 
inondazioni le atterrano, le disertano e le riducono 
in cenere. Non ha di esse intera e perfetta notizia 
che chi vive loro in mezzo: non vale ad estimarne 
e immaginarne il pregio e la beltà chi non le ha vi- 
sitate, e falsi e deboli concetti ne forma chi le non 
sempre giuste descrizioni ne legge o ne ascolta. La 
vera grandezza de' luoghi sta ne' chiari ed utili cit- 
tadini; nelle magnanime azioni; la religione, la sa- 
pienza, la virtù, la civiltà danno loro gloria e rino- 
manza non peritura. Questa lode è sì particolare e 
propria, che niun' altra terra vi può concorrere: dura 
e si rinfresca di guisa, che spenti per morte gli egregi, 
la raccoglie la storia, la sparge per tutto la fama , 
vola di bocca in bocca, passa di generazione in gene- 
razione , cresce, si afforza, si perpetua col volgere 



71 

de' secoli, e quindi le patrie loro onorate e vene- 
rabili si fanno. Ondechè degna di esssere altamente 
celebrata è questa terra madre felice di tanti eletti 
ingegni, della gloria de'quali stimo non indegno della 
odierna solennità toccarvi in breve, o studiosi gio- 
vani: imitando il senno de'greci e de'romani, i quali 
esponevano le statue e le immagini de'loro antenati 
più illustri ne'fori, negli atrii nella curia, acciò alio 
specchio delle domestiche virtù i teneri animi si 
conformassero accendendosi della nobile brama di 
rinnovarle, emularle, e superarle ben anco. Ma perchè 
lunga difficile e noiosa opera sarebbe il ragionare di 
tutti, mi restringerò a' principali, mentre so che di 
breve attenzione e cortese patrocinio mi degnerete. 
Se io, anziché della gloria che viene dagl'ingegni, 
mi fossi proposto di ragionare dell'antichità e gran- 
dezza di Persiceto, mostrato avrei, che l'origine sua 
con quella di Bologna si confonde: che regnando 
gli etruschi si annoverò fra le dodici minori città a 
Bologna sottostanti: che fortificatolo i romani, gli 
dieder nome di Foro Marcello: che dominando i lon- 
gobardi r Italia, e già chiamandosi Persiceto, resse 
un ducato, e suoi duchi si ebbe: che nido di forti 
petti tenne fronte alla potenza, quando de'Visconti, 
quando de'Bentivogli, e d'altri principi italiani; e che 
ne'secoli quarto e quinto decimo era venuto in tal 
fiore da uguagliare non poche città, e fors'anche su- 
perarle di molto. Ma perchè ciò mi trarrebbe fuori 
dell'impresa via, tacerò mal mio grado le persicetane 
glorie nella stola, nella toga e nell'armi; né ricor- 
derò un Bonagrazia generale de'minoriti, né un Ber- 
nardino levati all'onoc degli altari; passerò que'non 



72 

pochi che sedettero consoli, giudici, anziani, gonfa- 
lonieri nella dotta Bologna; né di te toccherò, Gia- 
como Busi, che capitano prodissitno 1' oste superba 
de'Visconti sotto queste n)ura mandasti fugala e scon- 
fitta; né mentoverò il fìgliuol tuo Tommaso, che or 
giudica in Bologna , oi- regge gì' imolesi , or va in 
solenne ambasciata ad Antoniolto Adorno doge di 
Genova, or ferma la tregua co'Visconti, or col fa- 
condo labbro i bolognesi al reggiuìento dfc' ponte- 
fici riconduce- Tutto ciò trapassando, ed agli egregi 
venendo che per altezza d'ingegno, squisita dottrina, 
bontà di opere e di scritture questa città in ogni 
secolo nobilitarono , veggio eletta schiera salire le 
cattedre della bolognese università, e sporvi lettere 
umane un Alberto, un Prandi; le matematiche dot- 
trine due Pancrazi, e tre Albiroli ; le mediche un 
Ferri, un Fogli, un Dal Buono, un Crescimbeni; le 
chirurgiche un Borgognoni; le filosofiche un Vaccari, 
un Sassi, un Gornia, un Panceras, un Bonasoni: le 
legali un Locateli!, un Grimandi, e da ultimo e con 
grido il Nicoli. 

Mirabile utile è la sapienza che dalla viva voce 
degP insegnatori si diffonde: l'odono, I' apprendono, 
l'ammirano,, l'esaltano i contemporanei, possono tra- 
smetterla e trasfonderla in altrui, ma si dimentica 
sovente, si perde, trapassa cogli uomini che la espo- 
sero e la udirono ; laddove quella che agli scritti 
si affida, rende perenne e sicura testimonianza della 
valentìa degl'intelletti, e a guisa dell'astro apportatore 
del giorno spande a tutti egualmente la sua luce in 
ogni tempo, in ogni luogo, in ogni età. Te fortunato, 
Persiceto, in cui fiorirono ben anche non pochi va- 



73 
lente sciiltoii ! E dì vero , se gli antichi tempi rr- 
cereheremo, troveremo Caio Rusticello memorato da 
Cicerone nel Bruto siccome oratore esercitato, e per 
natura ad ogni eloquenza pieghevole; e se discen- 
deremo a' secoli dell'era volgare» ecco nel XIV un 
Pelizzoni francescano dettare le geste de'santi e beati 
dell'ordin suo : ecco nel XVI un Andrea Bernardi , 
caro agli Sforzi, ai Riari, al duca Valentino, poeta 
laureato, astronomo ed istorico, lasciarci più volumi 
delle cose de'giorni suoi, pagine belle per verità di 
racconti , per candore di stile , per gravità di utili 
sentenze: ecco escire dall'umile officina d'un fabbro, 
e fabbro egli stesso, Giulio Cesare Croce, che il pec- 
cato della fortuna coll'altezza dell' ingegno vincendo, 
ebbe a scrivere quattrocento sessant'otto opere, quali 
di utili storie , quali di lepide e bizzarre poetiche 
invenzioni. Ecco nel secolo XVII il sacerdote Lo- 
catelli voltare dal francese al nostro idioma Vnomo 
contento^ opera moralissima, e piena di savi e lodati 
ammaestramenti. Ne'tempi che seguirono il cav. Ga- 
briele Brina lascia drammi, commedie e liriche lodate; 
e liriche poesie danno eziandio Brunone Bruni, Pel- 
legrino Saletti e Rocco Stefani, che fu insieme filo- 
sofo e medico assai reputato. Corone di sacra elo- 
quenza cingono un Bonasoni e un Morisi conven- 
tuali, un Galletti osservante, Angelo Boatti, Donato 
e F'ederico Bencivenni, l'ultimo de'quali fu predica- 
tore apostolico, quindi meritato dell'infula di Ber- 
tinoro e Sarsina. Che se dall' amenità delle lettere 
alla severità delle scienze ci volgeremo, non dubi- 
terò ricordare prima le Somme contro le eresie, e i 
Casi di coscienza, e le sottili Quistioni filosofiche di 



74 
Gaspare Sighicelli, che fa vescovo d'Imola, dome- 
nicano, medico e predicatore di grido. Da sì bel 
tronco uscì altro bel ramo, Gio. Battista Sighicelli 
vescovo di Faenza, giureconsulto e filosofo interve- 
nuto alia sacra sinodo tridentina , di cui abbiamo 
i dotti Commentari sopra Arnobiot e le Costituzioni si- 
nodali. Francesco Rusticeili, astronomo del bolognese 
archiginnasio, scrive libretti di annuali Osservazioni 
celesti : scrive di aristotelica filosofia il francescano 
Vaccari, che nella padovana università con tale sot- 
tile acutezza insegna le dottrine dello Scoto da ri- 
trarne il soprannome di Scolazzo: scrive Osservazioni 
medichcy detta Lezioni anatomiche dalle cattedre di 
Pisa Gio. Battista Gornia, cav. archiatro di Cosimo 
terzo e compagno de' suoi viaggi nelle Spagne , in 
Francia, in Inghilterra. Ivi la sapienza e virtù del 
persicelano manda sì viva lu«*-e, che l'accad. di Parigi, 
la reale società di Londra, l'università di Oxford, 
Io studio di Cambridge gareggiano a scrivere il suo 
nome ne'loro fasti. Scrive d' idraulica e meccanica 
il Masetti prof, a Bologna, e raccoglie le lodi e i plausi 
de'nazionali, e, ciò che è più, degli stranieri, spesso 
difficili ed ingiusti a riconoscere il merito degl' ita- 
liani ingegni. Dagli allori che i persicetani colsero 
nelle lettere e nelle scienze facendo passo a quelli 
di che si cinsero nell* arti beile , il secolo decimo 
terzo mi presenta Alessandra Ziliani, tenera giova- 
netta , che sprezzati ago e conocchia , innamora 
delle arti e delle scienze a modo di vestire abito 
virile per intendervi liberamente : e quindi porsi 
sotto la disciplina di quel grande restitutore del- 
l'anatomia il Mondino, e tanto s' addentra in que- 



75 
sta allora sì poco nota e difficile scienza da giun- 
gere ad espurgare le più sottili venuzze, a maestra- 
mente iniettare a varietà di colori ed indurare i me- 
nomi vasi: e ciò che è di sua grandissima lode, ri- 
trarre col pennello le preparazioni anatomiche con 
tanta bellezza ed anatomica verità, che le sue ta- 
vole accrescon pregio all'opere del maestro, cui ven- 
gono unite, sono avidamente cercate, e a gran prezzo 
comprate- Ma ahi che tanta luce tramonta appena 
apparsa sull'orizzonte! Alessandra di soli 19 anni 
mancò! Ma con essa non mancò e si spense in que- 
sta terra l'amore dell'arti: che vivo e glorioso il man- 
tennero ne' secoli seguenti un Bernardino da s. Gio. 
scultore e dipintore; un cav. Ercole De Maria, detto 
Ercolino da s. Gio., che con tanta rassomiglianza co- 
piò le tavole del maestre Guido Reni, da ingannare 
Guido medesimo , non che l'occhio più perspicace 
ed esperto: il mantennero un Leonardo da s. Gio., 
un Cristoforo Serra, due Gabrielli, Jacopo e Tom- 
maso Rusticelli, un Fabbri, pittori; un Psotti pla- 
sticatore, un p. Angelo miniatore, un Filippetti e un 
Serra architetti , un De Maria scultore, ed un Te- 
stoni che or la stessa arte professa nell'acad. di Bo- 
logna. Che se mi volgo alla musica. Cesare Fabri- 
zio lascia inedili scritti di sacro canto ; Assisi e 
Bologna odono le armonie di Anteo Sassi conven- 
tuale : Bologna , Ferrara , questi luoghi e i con- 
vicini risuonano di quelle di un Vignali, di Pancrazio 
Morisi, e di Domenico Bovi-Lodi. Ma in mare im- 
menso mi perderei se tutti annoverar volessi e pre- 
lati e medici e giureconsulti e religiosi persicetani, 
che per loro sapienza vennero in voce d'uomini: ha- 



76 

sterà quindi l'avere accennato qua' vigorosi ingegni» 
che faticando e sudando diedero a questa terra 11 
lustro maggiore. E a buon diritto dico il lustro mag- 
giore; che non v'ha gloria che degnamente raffron- 
tare si possa a quella degli ingegni ; conciossiachè 
le insigni cariche ponno acquistarsi a prezzo , con 
frode: essere retaggio di sangue illustre. Nelle vit- 
torie ha luogo l'oppurtunità de' siti, il numero e va- 
lor de' soldati, le vettovaglie, gli alleati, e più che 
altro la fortuna: le fabbriche, i monumenti lì fonda 
la volontà, la potenza degli uomini li moltiplica, e 
muta il piacere. L' ingegno non si compra, non si 
eredita, non si procaccia con forza, con astuzia, con 
blandimento alcuno; nulla ponno in esso le ingiurie 
della fortuna, le vicissitudini de' tempi. Insigne dono 
è l'ingegno, celeste dote, speciale privilegio degli 
umani intelletti, per cui questa creta mortale più e 
più alla divina sua origine si ravvicina e rassomi- 
glia. L'umano ingegno sorvola Timmensità de' cieli, 
e migliaia di soli vi scorge , divisa l'armonia delle 
sfere, indovina le leggi del moto, scompone e ricom- 
pone quest'aere che ne cinge e alimenta la vita, di- 
sarma della temuta folgore le nubi , e ne dirige il 
corso , discioglie in minute piogge la grandine , e 
quasi a divenir signore degli aerei sentieri s'innalza 
in quelli a voli arditissimi. Penetra l'ingegno nelle 
più remote viscere della terra, entra nelle caverne 
de' monti, e vede e sorprende la natura che vi forma 
gemme, marmi, minerali, metalli. Cala nel fondo 
de' mari, e vi pesca coralli e margherite: s'arma di 
un ago di metallo, e percorre da lido a lido, scopre 
mondi novelli , popoli ignoti , nazioni lontanissimo. 



77 
L'ingegno doma la superbia de' lioni, la crudeltà delfe 
tigri, la forza degli elefanti, infrena la reluttante vo- 
lontà degli umani. L'ingegno anima le cetre, le tele, 
ì marini, le carte: sperimenta l'incognita virtiì delle 
erbe, dell'acque, de'sali: apprende l'interno artificio 
di questa macchina umana , e rattiene e spezza lo 
strale di morte. 

Oh stupenda potenza dell'umano ingegno! Oh su- 
blimi trovati degli uomini ! E vi sarà chi di te, in- 
gegno eccelsa celeste dote, abusando, e a male vie 
torcendoti, ne' vizi e ne' piaceri più turpi ti profonda 
e sommerga !... Ma si tiri un velo su funesti travia- 
menti degl'ingegni, e si dica piuttosto, che se costoro 
son degni d* infamia e grande riprensione, lo sono 
pur quelli che sortito bello e svegliato intelletto il 
trascurano , Io sprezzano , Io seppelliscono. Simili 
in tutto agli avari, eleggono innanzi moiir di disa- 
gio che menomare il ricco tesoro. Se non che ba- 
sterà egli affidarsi a sole le forze dell' ingegno per 
riuscire a grande eccellenza? Per certo che no: sia 
pur pingue e ferace il campo, se la fatica del col- 
tivatore noi dissoda , e noi semina , bionde messi 
noi copriranno giammai : il pingue campo produce 
bensì le buone erbe , ma le vedi lussureggiare in 
rigogliose frondi , e rimanersi affogate fra i triboli 
e le spine. Coltivare adunque dobbiamo studiosamente 
l'ingegno, né ristarsi alle prime prove, se si teme 
di mancanza o pochezza; il suo disvilupparsi è tal- 
volta tardo, e tal altra dipende da una pili o meno 
favorevole circostanza. Anche la natura nel portare 
il giorno offre ne' primi chiarori poca timida e con- 
fusa luco, nò questa si spande a torrenti che all'ap- 



78 
paiire del sole : anche la regina de' fiori, prima di 
effondere soavissime fragranze e dispiegare la beltà 
del purpureo ammanto, negl'invogli del calice stretta 
e racchiusa si sta. 

Che se taluno si trovasse da natura sì maltrat- 
tato da essere inetto all'apprendimento delle lettere, 
non potrà studiarsi di acquistare belli e pregiati modi, 
modestia, educate/za, acciò se non si ebbe in lui un 
uomo dotto, si abbia almeno onesto e gentile? Con- 
ciossiachè gl'illustri, di ch'io ragionai, non solo han- 
nosi da imitare da voi, eletti giovani, nella sapienza; 
ma nella virtù, nella rettitudine del costume, nella 
pietà verso Dio inestinguibil fonte d'ogni vera e per- 
fetta sapienza. E con ciò intendo rispondere in parte 
a chi opponesse, che tutti gli uomini non hanno ad 
essere letterati ed artisti di vaglia: il che io volen- 
tieri concedo; ma avviso altresì che ognuno è tenuto 
a cooperare per quanto è in lui al miglior bene del- 
l'umana comunanza: e se non varrà negli studi, fa- 
ticare si dovrà in belle, utili, gloriose azioni, pro- 
cacciando nello stato e condizione che sortì di adem- 
piere a'fini, per cui la divina provvidenza in questa 
valle di pianto e d' esigilo il collocò. Nel che sta 
veramente ogni merito nostro: che io pure confesso, 
che l'essere fornito di bellissimo ingegno non è me- 
rito proprio, od almeno è somigliante a quello d'es- 
ser nato bello, ricco, e sano; il merito sta nel non 
aver abusato dell'ingegno, nell'averlo accresciuto con 
faticosa e diligente cultura, nell'avere vinta la guerra 
delle ree passioni , nel non avere poltrito e anne- 
ghittito ueir ozio, nell'avere speso a bene il tesoro 
del tempo, e perciò essere saliti all'eccellenza, alla 



I 



79 
quale , con queste arti, giunsero que' chiari vostri 
concittadini, di cui, studiosi giovani, vi parlava di- 
anzi. De'quali dovete calcare animosamente le ve- 
stigie : che essi sono vostro vanto domestico : qui 
nacquero, qui crebbero, qui soggiornarono, qui bev- 
bero alle fonti della sapienza, si ebbero i vostri no- 
mi, le vostre sostanze: talché la gloria loro è vostra 
e di questa patria comune; e se da loro grande ed 
insigne la riceveste, grande e di maggior lustro for- 
nita trasmetterla dovete alla più tarda posterità. 



80 



Pel fausto ritorno in Roma del regnante sommo pon- 
tefice Pio IX dal viaggio pei suoi stali. Canto in 
terza rima della contessa Enrica Dionigi Orfei.Roma 
tipografia Monaldi 1857. 



vJrediamo far cosa grata ai nostri lettori inserendo 
in questi fogli un leggiadrissimo componimento poe- 
tico dato testé in luce da una valente cultrice del- 
l'italiana poesia, il cui nome è assai noto nella re- 
pubblica letteraria (1). Esso si aggira intorno le lodi 
del regnante sommo pontefice Pio IX, cogliendo bella 
occasione dal viaggio da lui fatto pe' suoi stati, e 
dalle testimonianze luminose di venerazione e di af- 
fetto mostrategli da' suoi sudditi fedelissimi. La no- 
biltà de' concetti, la lucidezza dell' ordine e la va- 
ghezza dello stile, che risplendono in questi versi, ci 
hanno indotto a produrre per intero un tal genere 
di componimento, allontanandoci questa volta dal- 
l'usato nostro costume. 

Diva immortai, che nel beato empirò 
Non di caduchi allori orni la fonte, 
Non di piropo ardente e di zaffiro, 

Ma de le sielle più fulgide e conte 

(1) Vedi Raccolta di rime sacre per le nozze delle LL. EE. 
donna Teresa de' principi Orsini e don Enrico principe Barberini, 
della contessa Enrica Dionigi Orfci Roma d853; e l'altra per le 
nozze di D. Beatrice de' principi Orsini e D. Urbano de' marchesi 
Sacchetti, della stessa autrice. Roma 18S7. 



81 
Che a la voce del nulla animatrice 
Vestisser raggi della luce al fonte; 

sovrana del mondo imperatrice! 

Che non sdegni qual sia l'accento e il metro 
Che amor dal centro d'uman petto eh'ce; 

Se il pensier nostro come raggio in vetro 
A tue chiare pupille aperto appare, 
Nò grazie indarno da te, madre, impetro, 

Guarda a la terra che Appennino e'I mare 
Fiancheggia e bagna, ai sette colli, a Roma 
Che a t^ perenni incensi arde in su l'are. 

Guarda a colui che la gravosa soma 
Regge del doppio regno, a lui che Pio 
Per la bontate e'I cor gentil si noma. 

Da 'labbri suoi la gran parola uscio 
Che senza error ti salutò concetta, 
E fé di molte età pieno il desio. 

Deh tu ne scorgi i passi, o benedetta ! 

Or mentre al Tebro, che il sospira e brama, 
Per cammin di trionfi il corso affretta. 

Come nuda la terra, inerte e grama 

Restar veggiam quando si scosta il sole. 
Che ad altra spera eterno ordin lo chiama; 

E dispogliata de le verdi stole 

Ghiacci sol veste, insin che l'astro amico 
Le ridoni le rose e le viole; 

Roma così, quando dal seggio antico 
11 suo dolce signor mosse a viaggio. 
Spenta la gioia nel volto pudico. 

Versò segrete stille, e in sul passaggio 
Seguìa col guardo e l'ansiosa cura 
Per lunga traccia di suo volto il raggio. 
G.A.T. CLll. 6 



82 
Ma con pensier santo a tue Sante mura 

Traea l'alto gerarca intra suoi fidi 

De' bei laureti su la verde altura. 
Ecco per tutti i poggi e tutti i lidi 

A schiere a schiere i popoli accorrenti 

Rintronar l'aere di gioiosi gridi. 
Odi alterno clangor d'inni e concenti, 

Ve' coperti i sentier d'erbe, di fiori, 

Di serici tappeti e d'ornamenti. 
Vinta la fosca notte è da fulgori 

Di faci ardenti e lucidi cristalli, 

Onde l'eccelso pellegrin si onori. 
Le adriache piagge intanto e l'umbre valli 

Chieggon bearsi nel paterno volto, 

Già già trasvola per diversi calli 
11 cocchio venerato, e in quello è volto 

Ogni sguardo, ogni cor, per lui ciascuno 

A' suoi diporti, a' suoi lavor si è tolto. 
Bello é mirar l'aspro selvaggio e bruno 

Summano giogo in vaga foggia ornarsi. 

Vestir ghirlande il triste abete, il pruno; 
D'Annibale a le porte archi elevarsi. 

Non che al Metauro ed al Clitunno in riva, 

11 con felice ardir vedi imitarsi 
Col pingue umor che l'ape ai fior rapiva. 

Nel cereo masso il monumento augusto 

Che Roma in bronzi e marmi erge a te, Diva. 
Passa il signor benigno e mite e giusto; 

Né più splendide pompe a' suoi monarchi 

Fia che rammenti il secolo vetusto. 
Felsina l'alte moli, e torri ed archi 



83 
Per tant'ospite abbella, e sì grandeggia 
Che par che tutti i suoi tesori scarchi. 

Quivi il pastor cinto d'eletta greggia 
Si gode e posa, insin che le contrade 
Tutte scorra d'Emilia, e altrui proveggia. 

E già s'è tratto ove discende e cade 

Il Po con sette bocche e in mar si versa: 
Oh quanta ell'è di Pio la maeslade, 

Qual la sembianza ad onorar conversa 
Nel piccol tempio del vate la polve. 
Che l'atre bolge, la pena diversa 

Cantò degli empi, la gente che solve 
Piangendo le peccata, e quindi il regno 
Ove ogni affanno in gaudio si risolve ! 

Ben ei si fea di tutti sguardi segno, 
Quando presso l'avello ebbe vergato, 
Più che con man, col senno e '1 pronto ingegno: 

» Non è mondan roinore altro che un tiato 
» Di vento, ch'or vien quinci ed or vien quindi, 
» E muta nome perchè muta lato. » 

Colse la fama il gran concetto, ed indi 
Volò di Pio col nome e d'Alighieri 
Su le grand'ale dagli esperi a gl'indi. 

Varca il prence altre piagge, altri sentieri; 
Delubri e chiostri a visitar discende, 
Non che d'arti e scienze alberghi alteri. 

Lo precorre il desio; gara s'accende 
Di far palese in mille fogge e mille 
Quanto verace amor l'alme comprende. 

Le suore argive che in palagi e ville 
E ancor ne'rozzi tetti hanno lor sede, 
U' favor di potenti ognor nutrille, 



84 

Del magìsterio antico altrui fan fede 
In simulacri e tele e pinti marmi, 
Sì che la finta immago al ver non cede. 

Nò tace la prestante arte de'carmi, 
Lieta in narrar di pace opre gioconde, 
Più che trofei di sangue, imprese ed armi. 

Ovunque muove in queste o in quelle sponde 
Le piante il sommo padre e '1 ciglio abbassa. 
Tale un poter da sua vista dfffonde. 

Che l'inferma virtù languida e bassa 
Ne'petti avviva, e retro a le sue orme 
Quasi un solco di luce imprime e lassa. 

A sua destra clemente e leggi e norme 
Son le sventure e le bisogna altrui, 
Che a l'affetto del cor l'opra è conforme. 

Deh alfin lo rendi, amica diva, a nui, 

fida stella che invocata splendi 
Nel gran mar de la vita ai figli tui ! 

Maria, che in alto siedi, e '1 guardo intendi 
A l'aggirar de le terrene cose, 

1 sospir nostri a racquetar deh scendi ! 
Per te le vie più scabre e perigliose 

Al sacro pie si fean secure e piane, 
E dai bronchi spuntar parean le rose. 
Ma quai s'ode appressar voci lontane? 
Cresce il nome di Pio per l'aure intorno 
Da l'ime valli a le rupi montane.... 
Risorge ornai de la letizia il giorno ! 
Diva, sei tu che il pastor santo adduci 
Con man pietose a l'avito soggiorno- 
Disserrate le porte, o prenci, o duci; 



85 
Le porte d'Isdraello orninsi a festa, 
Risplenda il tempio di ben cento luci. 

Già commuovesi il Tebro, e in lieta vesta 
Roma a l'aspetto de l'amato sire 
La smarrita allegrezza eccita e desta. 

Chi suoi gaudi potrìa tutti ridire ? 

Cessi '1 labbro loquace, e non s'attenti 
Il volo equiparar del buon desire: 

Che la piena del cor vieta gli accenti. 

Chiunque è versato nella lettura de'nostri clas- 
sici si avvedrà agevolmente quanto bene imitar li 
seppe l'esimia autrice di queste rime, allontanandosi 
da quella stranezza di concetti e turgidezza di stile, 
che scorgesi ne'seguaci di una scuola oltramontana 
avversa a que' sommi maestri dell'arte. Noi facciam 
voti perchè 1' italiana gioventù , tenendo fiso lo 
sguardo su quegli esemplari del vero bello e del buon 
gusto, accresca coi parti del suo ingegno le patrie 
glorie. 

PAOLO BAROLA 



86 



Sul verso di Dante: Che fece per viltade il gran 

rifiuto. 
Al chiarmo P. Bonaventura Viani lettore degli agosti- 
niani scalzi a Spoleto. 



I 



SUOI versi mi gustarono sommamente, e mi com- 
mossero a vari affetti di gioia, di terrore, di pietà 
e dolore, giusta la qualità degli argomenti- E lessi 
il libro tutto di seguilo; il che non avrei fatto trat- 
tandosi di versi cattivi o mediocri. Né dicole ciò 
per cortesia, o a rimeritarla del gentil dono fatto- 
mi dì esso libro, ma per manifestarle sinceramente 
l'impressione che mi produsse nell'animo. Ella è de- 
gna della fama che gode nella repubblica lette- 
raria, ed io ringraziola di avermi voluto onorare nel 
credermi acconcio a sentir le bellezze de' suoi canti, 
e degno a ricevere un suo dono. 

Venendo mò a parlarle della dissertazione sopra 
il verso di Dante, Che fece per viltade il gran rifiuto, 
parmi che sia bene scritta, e da gran tempo sono 
in parte nella sua opinione. Non era Dante così scemo 
da porre un santo pontefice all' inferno. Se poi a 
papa Celestino debbasi sostituire Giano della Bella 
per opinione del Torricelli, o altro personaggio, co- 
testo si è un punto oscurissimo che verrà difficil- 
mente chiarito, giacché bisognerebbe prima di tutto 
saper di certo in che senso usar volle 1' Alighieri 
il vocabolo rifiutOy cioè se in senso di non volere , 
o non accettare, o ricusare una dignità proposta: o 



87 
pure, supponendo quella già presa, in senso di ri- 
nunziarla, deporla ecc. Dato il primo significato, vede 
bene che né Celestino, né Giano potran per niente 
avervi luogo- E parmi, a dir vero , che nel primo 
modo sia da esser considerata la parola rifiuto; non 
solo perchè il poeta usolla così altra fiata, ma per- 
chè nel canto del nostro verso egli discorre di quelle 
persone che vissero senza infamia e senza lode. Chi 
ha un carico pubblico, ed è specialmente capo di 
una città, di una fazione ecc. (specialmente capo di 
una città e fazione del 1300) è impossibile che non 
faccia qualche buona o mala azione da meritare o 
il comun biasimo o la lode. Infatti Celestino e Giano 
s'ebbono gli encomi degli storici contemporanei, e 
soprattutto del Villani; ma il gran rifiuto si riferisce 
a che ? A un regno, a un partito , ad una magi- 
stratura, altro che sia? Dante sei sapea: e questo 
è un nodo gordiano , che non si disgruppa , né si 
taglia. 

Mi perdoni , se non convego in tutto nella sua 
e altrui opinione: ma la mia sincerità le dee tornar 
grata. 



Mi voglia bene e stia sana. 



Affmo servo 
G. Eroli 



88 



Intorno alle correzioni delV Avlc della guerra di Vegezio 

volgarizzata da Bono, Giamboni. 
Al cliiarisfiimo cavaliere Salvatore Betti. 



J-ie sue ciotte e sottili osservazioni (1) sopra il vol- 
garizzamento dell'Arte della guerra di Vegezio, fatto 
da Bono Giamboni e pubblicato per Francesco Fon- 
tani nel 1815, mi piacquero seprammodo, e l'ebbi 
due volte lette con molta attenzione, sempre ammi- 
rando la peregrina erudizione, e Io squisito e raro 
ingegno di chi dettolle. E siccome le prefate osser- 
vazioni, per esser esposte con gran riserbo e mode- 
stia, quale sì convenia all'animo suo virtuoso, danno 
cuore altrui di manifestarle francamente la propria 
opinione, però facciomi ora a muovere sopra alcune 
delle medesime qualche lieve mio dubbio, volendo 
che ella stessa giudichi se bene o male m'appongo. 

LIB. I 

Gap. II « Tutte le nazioni che piiì si appros- 
mano al cielo-» -Dee dire, che piìi si approssimano 
al solct così avendo il latino , così richiedendo la 
ragione, e così ripetendo alcune righe appresso il 
Giamboni .- 

Ma il testo latino, che ebbe sott'occhi il Giam- 
boni, è quello stesso usato da lei? Noi credo certo. 

(1) Vedi il tom. IV della Nuova serie di questo giornale 



89 
Potea dunque nell' esemplare del Giamboni essere 
scritto caelum nel primo membro, in luogo dì sol: 
tanto più che il senso corre in egual modo, con ciò 
sia che chi sta più vicino al cielo, sta eziandìo più 
vicino al sole, e però jjer troppo caldo pnossi disseccare. 

Gap. VI. « Ed ancora dall'api si ammaestravano 
i poeti. - Qiiod edam in apibiis^ il lat- Direi perciò: 
Ed ancora nelle api si ammaestrano i poeti. 

Accetto ammaestrano, e non già nelle api, paren- 
domi lo stesso per il senso, e forse migliore per l'e- 
leganza, daWapi; cioè dallo esempio delle api: e dallo 
sta .benissimo in luogo dell'articolo con lo. 

Cap. XIII. « Perchè è manifesto in tutte le bat- 
taglie che per questo modo di combattere che si chia- 
ma armadura meglio si combatte » - Emendisi: Per- 
chè è manifesto che in tutte le battaglie. 

Non veggo vizio nella costruzione del Giamboni, 
usandosi anch'oggi volgarmente; né comprendo la ra- 
gione da doversi il che porre innanzi a in tutte le 
battaglie. Al contiario parmi in verità un pò du- 
retto quel che messo da lei troppo vicino a perchè. 

LIB. I.I. 

Cap. XX. « Ed ancora ne' brevi si scrivono le 
nomora di coloro che fanno i servigi per quelle per- 
sone a cui è data la licenza : e scrivevansi ancora 
a cui è dato commiato, e quanto tempo. » -Credo 
che debba dirsi: e scriversi ancora a cui è dato com- 
miato^ e quanto tempo. 

Per me lascerei il verbo scrivevansi nel numero 



90 
del più, e soltanto gli muterei il tempo dicendo, scrì- 
veransi, e a questo verbo sottintenderei il sostantivo 
antecedente le nomora di coloro; così avremmo e seri- 
veransi ancora [le nomora di coloro) a cui e dato com- 
miato e quanto tempo. Quando avviene poter rime- 
diare con una buona sintassi, non reputo necessario 
acconciare il testo. 

LIB. III. 

Cap. Vili. « E se non si trova rifiuto alcuno 
guernito, e forte castello, in quella via o vero luogo 
facciavisi uno rifiuto rilevato e forte, circondato di 
grandi sassi. » - Che sia voce legittima questo ìifiuto 
(il latino ha muniiio)^ come afferma il Fontani, il 
quale nell'elenco delle parole non registrate dal vo- 
cabolario lo dà sinonimo di ridotto, forse da tutti non 
vorrà credersi. Potrebbe darsi che la vera parola sia 
rifugio. Di che giudichino i più dotti di me in que- 
ste cose. - 

Non presumo, Iddio me ne guardi, di esser più 
dotto di lei in queste cose, se al ridicolo e scon- 
cissimo rifiuto sostituisco, in cambio del suo rifugio, 
il mio ricinto, che vale quanto trincea. Ella scapezzi 
r fdi rifiuto, ne capovolti 1' u, e vedrà uscir fuori 
un e ed un n che dannoci bello e netto il vocabolo 
ricinto; facile a scambiarsi con rifiuto per chi non ha 
molta pratica de' codici, né tien dietro studiosamente 
al senso dello scritto. Il Fontani, o chiunque altro 
prima di lui , cadde in simigliante errore , quando 
nel cap. XX di questo medesimo libro lesse mutare 
per ìncitaì'e, da lei giudiziosamente sostituito. E nel 



91 

vero, mettendo un punto sopra la prìm'asta dell'm 
di mutare, e un altio nella seconda dell'tt, apparirà 
chiarissimo, senza tanto beccarsi il cervello a tro- 
vare altre parole, il verbo incitare. Da qui vegga , 
che m'ho ragione a seguire la mia massima di preferir 
sempre, fra le parole sostituite ad una errata di un 
codice, quella che più a questa si rassomiglia, pur- 
ché ne dia il giusto senso. 

Cap. X. « Appo gli antichi l'arte della cavalleria 
si dimenticò spesse volte , ma in prima da' libri è 
ricoverata, e rapparata è poscia dall'autorità de' dogi, 
e confermata, e ripresa per usanza. « - Farmi che la 
vera lezione debba esser questa. » Appo gli antichi 
l'arte della cavalleria sì dimenticò spesse volte; ma 
in prima da' libri e ricovrata e rapparata è; poscia 
dall'autorità de' dògi è confermata e ripresa per 
usanza. « 11 latino. Apiid veteres res militaris in obli- 
vionem saepiiis venit; sed a libris repelila est, postea 
dticiim aucloritale firmata. 

Approvo pienamente la sua correzione, se le piac- 
cia torre 1' accento nel penultimo è, mutandol così 
da verbo in congiunzione. Sembrami a cotal modo 
che il terzo membro della proposizione abbia due 
copulative rispondenti a quelle del secondo, e che 
sia pili elegante e fedele al testo latino, il quale nel- 
l'ultimo membro fa senza verbo. 

Cap. XX. « In questo modo di combattere è da 
guardare che per le compagnie de' nemici, che sono 
fuori di schiera, la sua schiera dalla traversa rotta 
non sia. « - Cosi Vegezio: In hoc genere cavendum 
est , ne inimiconim cuneis transiersa sua acies eli- 
datur. Dee dunque dirsi, la sua schiera traversa. - 



92 
Dalla traversa non parmi che s'abbia nulla di 
strano, dovendosi sottintendere parte^ cioè dalla parie 
traversa; che vale la sua schiera posta nella parte tra- 
versa. Per simile dicesi pur volgarmente , almeno 
nell'Umbria, e specialmente nella mia provincia di 
Spoleto ove parlasi un pretto linguaggio: Ho fatto la 
traversa^ son venuto dalla traversa, vado per la tra- 
versa ecc. invece di dire: Ho fatto la strada traversa, 
son venuto dalla strada o parte traversa ecc- 

IJB. IV. 

Proemio « Ma per lo disponimento della vostra 
pleiade quanto prode abbia fatto il lavorio delle mura 
che furono fatte a Roma, n' ammaestra che servò 
la salute de' cittadini il difendimento della battaglia 
del campidoglio, acciocché poscia possedesse la signo- 
ria dello imperio di tutto il mondo gloriosa.» -Ad 
emendar questo periodo, tanto imbrogliato, veggasi 
prima che cosa dice Vegezio: Sed dispositionibus ve- 
strae clementiae quantum profecerit murorum elaborata 
construtio, Roma dociimentum est, quae salutem civium 
capitolinae arcis defensione servavit, ut g loriosius postea 
totius urbis possideret imperium. Sicché credo che 
il Giamboni abbia tradotto così: » Ma per lo dispo- 
nimento della vostra pietade quanto prode abbia fatto 
il lavorio delle mura che furono fatte [elaborata con- 
structio) Roma n'ammaestra , che servò la salute 
de' cittadini col difendimento della bastila del cam- 
pidoglio [capitolinae arcis defensione), acciocché po- 
scia possedesse la signoria dello imperio di tutto il 
mondo gloriosa. » 



93 

Ella ha qui ben racconciato, come altrove, tutto 
il periodo: soltanto dubito che in luogo di dire , 
col difendimenlo della bastila , sia meglio al difendi- 
menlo della muraglia. Al si assomiglia più ad il e 
sta in grammatica: anco muraglia tiene una fisono- 
mia eguale a quella di ballaglia; e poi muraglia venne 
usata, come ben conosce, da buoni scrittori per si- 
gnificar le mura di un castello, o di una città; ed 
il Manuzzi ne produsse notevoli esempi nel suo vo- 
cabolario. E parmi che muraglia quadri pur bene 
al senso, e che risponda a capello al primo periodo 
ove parlasi di mura che furono fatte, e che non di- 
scordi dalla storia, la quale narraci, che i galli as- 
saltaron vigorosamente le mura del Campidoglio, e 
che per questo i romani le difesero a valore con 
moltissima loro gloria e abilità. 

Gap. XI. « E che sarà se il nemico attingere 
non glie la lascia? Perchè questo interviene, tolga 
l'arena che gitta fuori il mare quando tempesta per 
venti , e con dolce acqua la mescoli , e lievemente 
colandola, al sole se ne fa sale. » - Qui pure è grosso 
svarione, mi pare: e si può ben togliere confrontando 
il latino che dice: Quod si hostis ab uvda prohibeat 
'[nam hoc sacpe accidit), arenas, quas exagilatum ven- 
tis mare superfuderat , aliquando colligunl , et didci 
aqua eluunl , qnae sole siccata nihilominus mutatur 
in salem. Ed il Giamboni avrà tradotto: « E che 
sarà se il nemico attingere non glie la lascia? (Per- 
chè questo interviene). E' tolga l'arena che gilla fuori 
il mare quando tempesta per venti: e con dolce acqua 
la mescoli, e lievemente, seccandola al solfi, se ne 
fa sale »• 



94 

Avvegnaché la sua emendazione , e lievemente 
seccandola se ne fa sale, sia lodevole, pure profe- 
rirei, col suo assenso, quest'altra: e lievemente co- 
cendola al sole se ne fa sale- Cocendola rassomiglia 
più all' errato verbo colandola, ed ha lo stesso nu- 
mero di lettere. Ricorda poi il concetto di Virgi- 
lio nella quarta Georgica: Arebant herbae , et cava 
flumina siccis - Faiicihus ad limum radii tepefa- 
cta coquehant: dove coquebant significa appunto 
disseccavano 

Gap. XIV. Questo gatto ha dentro una trave , 
ove si mette un ferro uncinato, il quale è falce chia- 
mato, col quale, perocché piegato, del muro si trag- 
gono le pietre. « - Direi perocché è piegato- 

Non potria quel perocché piegato star senza verbo? 
Non le parrebbe buona sintassi? M'ingegnerò ora , 
e per ultimo , a spiegar l'enimma messo da lei in 
campo nel cap. XXXVIII; ma senza prosanzione di 
farla da Edipo novello, poiché conosco bene quanto 
vaglio- Ecco l'enimma. 

XXXVIII- » E le genti del secolo hanno usato 
di stare nei desiderati porti, o vero di tornarvi quando 
soffiano i detti venti, e se non ricevono grandissime 
tempestadi. « - Per l'Edipo che vorrà interpretare l'e- 
nimma di questa sfinge (giacché io non mi credo 
da tanto) reciterò qui il testo latino: Nani secando 
spiramine oplatos classis invenit porlus: adverso, stare 
vel regredi, aut discrimen sustinere compellitnr. - 

Eccomi alla pruova: e rida allegramente, se le 
ne dia materia. 

« E le genti ( e lì venti ) del secolo (secondi) 
hanno (venne) nei desiderati porti usato (sforzato) 



95 

dì stare (1), overo tornarvi quando soffiano i detti 
venti (avversi) , e se non ricevono (ricevere) gran- 
dissime tempestadi. « Rechiamo ora la lezione più 
spedita: » E, li venti secondi, venne (il naviglio) nei 
desiderati porti forzato di stare , o vero tornarvi , 
quando soffiano i detti avversi , e se non , ricevere 
grandissime tempestadi. « Spiego quest' ultimo con- 
cetto: e se non fa cosìt cioè se non istà e non torna nei 
portit è forzato ricevere grandissime tempestadi: sintas- 
si conforme al latino, né indegna d'essere approvata. 

E qui fo termine pregandola raccomandarmi al 
cuore del maravigli oso P. Bresciani che io amo e 
stimo, quanto lei, immensamente. 

Stia sana. 

Affmo amico 
Gio. Eroli 



(i)E' ragionevole e necessario il qui trasferirequeste due parole. 



L 



96 



Saggio di poesie deWavv. Luigi Mazzolani cervese. 
1 



avvocato Luigi Mazzolani nato in Cervia mia 
patria a' 27 dicembre 1777, e morto ivi la notte 
de' 20 gennaio 1842, fa caro alle muse del pari che 
ad Astrea: ma occupato dalla sua nobile professione 
di difensore de' rei , in poesia non scrisse molto , 
quantunque con gusto squisitissimo, tersisissimo. Un 
suo bel sonetto per sacro oratore venne tradotto dal 
celebre Cesare Montali i, e si i-iprodusse per opera 
mia non ha guari in questo giornale al tomo 146 
fra alcuni versi latfni del medesimo. Ora piacemi 
dare un saggio delle di lui poesie, essendomi sem- 
pre parate vaghe, gentili, tenere, affettuose, e vera- 
mente tibulliane. L'avvocato Mazzolani fu uomo di 
un sentire delicatissimo : ed io stesso in pubbliche 
accademie il vidi a certi passi di sue poesie o prose 
piangere tenerissimamente: il che era di una com- 
mozione vivissima per chi l'ascoltava. Aveva poi nelle 
parole un accento moUissimo, flessanime, e nel por- 
gere dava immagine, a cosi esprimermi, della stessa 
dea Persuasione. Al contrario della robustezza ed 
energia del sullodato Cesare Montalti, il quale inoltre 
fornito di grossa e sonora voce maestosamente le 
sale accademiche intonava quasi novello Marco Tullio 
cui di volto e di aspetto assomigliava (1). Io non 



(1) Il ritratto posto innanzi ai — Fiori poetici donati aUa tomba 
di Cesare Montani. Rimini tipografia OrfaneUi e Grandi 1842 — 
è quasi nulla somigliante; ma ben tale, quale il suo originale, è il 
busto esislenlc nella pubblica biblioteca di Cesena. 



97 
udii mai V avv. Mazzolani recitare nessuna sua di- 
fesa criminale, ma diconmi che era una meraviglia, 
un incanto. E di quanto appunto valesse nel foro ben 
sei sa, oltre i tribunali di Romagna, di Ferrara ec, 
quello della dotta Bologna « dove ( per usare delle 
parole del suo elogista, l'egregio filosofo prof. Gio- 
vanni della Valle (1) in gravissima causa di appello 
trionfò per guisa, che a sentenza di pena capitale suc- 
cesse una compiuta liberazione ». Una scelta di sue 
difese criminali fu fatta esemplare dopo la sua morte 
per commetterla alle stampe, e ne uscì in effetto il 
manifesto d'associazione; ma il secolo, che aiuta i 
soli parolai a farsi avanti, fu cagione che rimanes- 
sero inedite, e forse rimarranno sempre. Erasi egli 
formato sopra Cicerone, e le di lui difese le inten- 
derebbe, a dir così , fin anche un ragazzo ; tanto 
si tenne lontano da quel gergo che è vizio del foro 
moderno, dettandole con bella fecondia, e in istile 
limpido e tranquillo, talché potrebbero servire a' gio- 
vani (e i buoni esempi in questo genere sono raris- 
simi) di un assai lucido modello. 

Giuseppe Bellucci. 
1. // lutto de' fiori nella passione di Gesìi Cristo, 
terze rime inedite. 

Cantar desio di voi, leggiadri fiori. 
Che in Torto di Getsemani cresciuti 
Già aveste di beltade i primi onori. 



(1) Elogio dell'avv. Luigi Mazzolarli di Cervia coinposlo dal 
canonico prof. Giovanni della Valle nell'occasione delle solenni ese- 
quie a lui fatle dai cervesi nella chiesa di S. Agostino di deUa 
cillà il di XIV aprile MDCGCXLIl. Rimini per Marsoncr e Grandi 
in 8." di pagine 25. 

GA.T.CLU. 7 



98 

Desolati, inchinati, aftlitti e muti 

Par che v'abbia percossi ira di vento, 
di torrido sole i raggi acuti. 

Dite: Perchè da voi odo lamento. 
Che qui v'abbia fortuna e ciel locati, 
E non là dove ogni raggiare è spento? 

Rispondon elli: Se in tutto spietati 
Sono gli umani petti, almen pietade 
Paia da' nostri calici odorati. 

Lieti già fummo nella prima etade, 

Quando a ingemmare il nuovo paradiso 
Dio ne pose per quelle alme contrade. 

E di nostra bellezza il caro riso 
Quel caro ciel tutto allegrava pria 
Che avesse il serpe ogni gioir reciso. 

E quando il sol tornava alla sua via 
Sopra l'arco del ciel, per noi mandata 
Un'eletta fragranza a Dio salia. 

Così quant'era in noi, venia laudata 
Quell'eterna bontà, che in noi ripose 
Bellezza, onde tutt'alma è innamorata. 

Or la vita ne grava, e dolorose 

Portiam le fronti per la dolce pietà 
Del Signor, cui tradiro alme rabbiose. 

Qui venne, e la sua faccia mansueta 
Prono chinando ove denso l'olivo 
Chiude la costa, ed a quest'orto è meta, 

Nel silenzio dell'ombre orava al divo 
Padre perchè accorresse al suo periglio; 
E nel pregar giù dalla fronte un rivo 

Di sangue gli scendea sì che in vermiglio 
Tinse intorno quel suolo, e lasso a terra 



99 
Cadde, come da falce anciso giglio. 

Ed ecco in atto di chi viene a guerra 
Empia gente lo tragge in funi avvinto, 
Si che più tronco l'edera non serra. 

Allor tristi cademmo, e sì fu vinto 
Ogni fior di pietà, che vivo ancora 
Vedi il dolore che portiam dipinto. 

Invan surse per noi quella che irrora 
Di freschi umor la germinante schiera: 
Che ninno ai rai s'aprì di quell'aurora. 

Ma tu che mostri venir dalla nera 
Terra, in cui ferità pose suo regno , 
Dì, se il nostro Signor sia giunto a sera. 

Un'aura mesta, che senza ritegno 
Passando non lambia nostra beltade, 
Parca d'orrendo caso a noi dar segno. 

Ah! se mai fia che l'empia cittade 
Sbrani la sete del livor ferrigno 
Insanguinando nel Fattor le spade; 

Deh, peregrino, se tu se' benigno, 
Come doglioso ti mostra il sembiante, 
Doglioso di noi nati in suol maligno, 

Pria che lunge di qua volga le piante 
Preghiam che tutti tu ne colga e mieti, 
E mietuti ne rechi all'urna innante! 

Tolti dagli odoriferi mirteti 

Avrem pace del sasso all'ombre mute. 
Più assai di lui, che della vita, lieti. 

E queste foglie a più color tessute 
Grideranno, se in Giuda il labbro tace, 
E lo strazio del nume e la virtute. 



100 

Io, la rosa dicea, col mio vivace 
Color segno darò del caro sangue 
Ch'ei sparse per drizzar l'alme alla pace. 

Ed io dirò, discolorata, esangue, 
La viola dicea, come ei moria 
Onde il morso sanar che dienne l'angue. 

Ricorderà questa bianchezza mia 
La candid'alma del Signore anciso, 
Soggiunse un giglio, in cui beltà fioria. 

fior, da cui dovria torcere il viso 
Vergognando Sionne, i vostii preghi 
E il vostro duolo han me da me diviso. 

Se è ver sempre il lamentar ne leghi 
Ai dolorosi, non temete, o fiori, 
Che il vostro pio desir per me si nieghi. 

Concordi renderem gli estremi onori 
Al sasso ove sarà racchiuso il Santo; 
Voi co' vostri leggiadri e bei colori, 

Ed io figlio ribelle io coi mio pianto. 

II. Per V arrivo di un vescovo alla sua sede. 

Sonetto. 

Il pastore allegorico. 

Pascete, agnello mie; qui presso frange 
Fra sassi il rivo sue chiarissim'onde; 
Qui tutte nel mattin verrete, e monde 
Farovvi quando il sol esce del Gange. 

Qui tesoro è d'erbette, onde si cange 
Il cibo in latte: qui dì dense fronde 



101 

Ricca un'elee la fresca ombra diffonde, 

Di che privo il pastor sospira es'ange. 
Deh! agnelle mie, non vi allungate al bosco: 

Ivi il lupo s'annida, ivi nocenti 

Acque ha il ruscello, ed ogni germe è tosco. 
Seguite il pastor vostro, agnelle mie. 

Ch'io vo' condurvi, vinto il verno e i venti, 

A' paschi eterni nell'eterno die. 

III. Per r inaugurazione del busto nella residenza comu- 
nale di Cervia di monsignor Gio. Ignazio Cadolini^ 
im di vescovo^ di essa città, poscia cardinale arci- 
vescovo di Ferrara. 

Sonetto 

Ben veggio l'onorando almo sembiante 
Che un dì tutt'alme dì se fea beate: 
Veggio viva ne' rai quell'alma amante, 
E gli onesti desiri, e la piotate. 

Ma, ohimè! non odo le parole sante 
Cui lo spirto movea di caritate; 
Spirto, ch'ove penetra, altere piante 
Sorgon dal fango, e van di frondi ornate. 

patria mia, chi mi darà parole 

Per lamentar di te, che in sì brev'ora 
Oscura se' rimasa e senza sole? 

Vedi quanto dolore il cor mi serra 

Questa immago guardando, e vedi ancora 
Come gaudio mortale è breve in terra. 



102 

IV. Per V arrivo a vescovo di Cervia di monsiynor 
Mariano Medici patrizio bolognese. 

Sonetto 

Dal dì che per altissimo decreto 

A noi fu tolto quel signor (*), cui mille 
Il petto generoso e mansueto 
Ardean di carità sante faville, 

Il sole agli occhi non parca più lieto, 
Che non allegra il sol meste pupille; 
E s'udia pel notturno aere secreto 
Un lamentar di voci, e il Tebro udille. 

Or tu la doglia in allegrezza torni, 
Che aperte a noi per mille lingue sono 
L'alte e belle virtudi, onde ti adorni. 

Vien dunque; e nel tuo seno, almo pastore, 
Tutti ne accogli, or che devoto in dono 
Ciascun si atterra a tributarti il core. 

V- Per la guarigione delVaiitore nel 1840. 

Sonetto 

Se ancor quest'occhi miei lieti si fanno 
Dell'almo sole, ond'è lieta la terra, 
Né pia mano il mio fral chiuse sotterra 
Là dove le paterne ossa si stanno: 

Gloria è dell'arte tua, Rubbi, cui vanno 
Supplicando color, che il morbo atterra; 

(*) Monsignor Ignazio Gio. Cadolini amorosissimo padre e ve- 
scovo di Cervia. (Nota dell'autore). 



103 

E usciti poi, la tua mercè, di guerra 
Votivi serti e fiori ascrei ti danno. 

Salve, o porto degli egri. Allor che il sole 
Sovra l'arco del ciel torni alla stella, 
Donde i più brevi rai diffonder suole; 

Ornando le tue soglie a più colori, 
Dirò « Febo in costui si rinnovella »; 
Cigni, venite e meco ognun ronori. 

Versione dello stesso autore. 

Almo si vel adhuc gaudent mea lamina sole, 
Quo tellus lustrata sinum laetissima pandit; 
Si pia me tumulo coniux non condidit atro, 
Ossaque composuit cineri socianda meorura; 

Quippe tuum est munus, Rubbi, quem voce fatigant 
Sollicita quotquot duri inclementia morbi 
Urget; et egressi tandem discrimine vitae 
Advolitant, flores votivaque' serta ferentes. 

Vitae, vive, dator. Cum per convexa viarunfi 
Orbem contingat Phoebus, quo spicula lucis 
Tenuia vel nimis obliquo demittit ab axe; 

Postibus ornatis; ornabunt mille colores; 

Ecce novus, fabor, medicamina proebet Apollo. 
Nunc decorate virum, socii nunc plaudite vates. 



104 

VI, Alla nobile e chiarisaima sicjnom TeodoUìia Fran- 
ceschi Pi gnocchi (1). 

Sonetto 
Improvvisato a rime obbligate (2). 

Donna, che bai poste ne' bei studi amore , 
Onde l'iintìano cor si fa gentile, 
Ed bai pei' nulla di bellezza il fiore. 
Di che s'ingemma il nostro breve aprile. 

Ve' qual manda il tuo nome alto splendore. 
Ve' come corre dal tuo nido a Tile; 



(1) Questa egregia signora è dotala di una potenza di vena 
poetica maravigliosa. e prova ne sono, oltre le sue cose meditate, 
i non pochi sonetti improvvisi, che talora in lieto crocchio d'amici 
si piace di comporre, non per sprecare l'ingegno, ma per ricrearlo, 
e sempre a tavolino (sebbene in breve spazio di tempo) e non mai 
a furia di parole, di bracca, e di contorsioni, come il più degli im- 
provvisatori con pena e noia degli astanti. E sono tanto belli que- 
sti suoi sonetti , che chi non si trovasse presente potrebbe forse 
non crederli improvvisi; i quali un raccoglitore^ quando che sia 
di sue rime, darebbe segno di poco senno e buon gusto, se riget- 
tasse per la sola irragionevole contrarietà che hanno certuni a non 
far buon viso all'improvvisare, fatti troppo rigidi e severi, anzi in- 
giusti, perchè ributtati dalle prove illaudate di alcuni ciurmadori. 
Ma se ammiriamo un Giulio Cesare, che dettava (e bene) a parecchi 
scrivani ad un tempo stesso, perchè noi dobbiamo negare la nostra 
stima ed ammirazione a chi natura concesse pronta vena di buoni 
versi improvvisi; e nel quale improvvisare può l'Italia meritamente 
vantar il primato su tutto il mondo.? Questo è un non curare, anzi 
«n dispettare, le proprie glorie nazionali. 

(2) Abbiamo visto in antecedenza come egregiamente sapesse ma- 
neggiare anche la cetra latina traducendo un suo proprio sonetto; 
ora di più si vegga con che disinvoltura ed eleganza improvvisasse. 



105 

E quanto porta invidia al tuo sudore 
La lìonte, che non ha la gloria a vile. 

(Ielle Pcgasee lodata ancella, 

Che d'Emilia gentil sei la speranza, 
del femmineo stuol chiara facella. 

Segui animosa pur l'arti divine: 

Scala a gloria maggiore è la costanza. 
Madre d'opre onorande e peregrine- 



106 



La Malelcla della Divina Commedia- Dialogo di Sai- 
valore Betti. 

ROBERTO e FERDINANDO. 

Rob. Ouon Jì, Ferdinando. 

Fcrd. Oh Roberto! Qual mia fortuna ti conduce 
a visitare l'amico tuo? 

Rob. Sono passato di qua, né ho potuto resistere 
al desiderio di salutarti. Ma non vorrei recarti noia 
vedendoti leggere con tanta attenzione cotesto libi etto 
che hai in mano. 

Ferd. Tu mi giungi sempre carissimo. Quanto al 
libretto, che mi vedi in mano, esso è noto forse a te 
pure, essendo una D/spiitazione Tusculana intorno alla 
Matelda nominata da Dante nella Divina Commedia. 

Rob. Sì certo che cotesta Dispulazione mi è nota: 
e so dirti. che convengo in tutto nell'opinione del no- 
bilissimo autore, il quale con ragioni, che a me paiono 
irrepugnabili, prova che la Matelda del canto XXVIIl 
del Purgatorio non è già, come dal volgo si stima, 
la contessa Matilde di Canossa, ma sì la santa Ma- 
tilde de' conti d' Hingelheim, donna d'Arrigo 1' uc- 
cellatore e madre d'Ottone il grande. Credo che non 
abbi tu pure una diversa opinione. 

Ferd. Che ti direi, Roberto mio! Pregio somma- 
mente r autore , che tutti abbiamo a buon diritto 
per uno de' più dotti , spintosi e valenti principi 
che oggi onorano la nobiltà romana; ma lasciami 



107 

confessarli , che in ciò non posso tenere la sua 
opinione. 

Rob. Oh! Credi dunque tu pure che la Matelda 
di Dante sia la nostra italiana contessa Matilde? 

Ferd. Sì, lo credo. 

Rob. Ma come Dante ghibellino avrebbe onorato 
siffiittamente una principessa, la quale fu delle più 
guelfe che sieno state mai? L'aiuto costante ed acer- 
rimo di Gregorio VII contro. Timperatore Arrigo IV! 
La nemica formidabile dell'impero! La donatrice di 
tutti i suoi stati alla sede romana, sicché venne tolto 
in Italia sì gran numero di città alla soggezione del 
pubblico e sagrosanto segno imperiale, per dirlo col- 
l'Alighieri! 

Ferd. E per questo non poteva ella starsi nel 
paradiso terrestre? 

Rob. Farmi certo che no: dicendo assai bene il 
nostro egregio autore , che in quell' allegoria della 
vita attiva e contemplativa non potè Dante assolu- 
tamente pensare a una donna, le cui virili furono eser- 
citate nella vita politica, e le azioni non furono tali 
da poter stare per tropologica rappresentanza. 

Ferd. Ma dee veramente credersi che le virtù 
della contessa Matilde di Canossa fossero tutte eser- 
citate nella vita politica? Io, senza tema di mancarne 
di ossequio all'autore della Disputazione, fermamente 
Io nego: e sostengo che Matilde non operò princi- 
palmente le sue virtù, il suo braccio e le sue do- 
vizie, che in fatti di religione, secondo le massime 
del suo tempo. Bella Dei gessiti ebbe a dire di lei 
Donizone suo cappellano a Canossa. Perciocché de- 
vota air impero , a cui nella persona di Arrigo V 



108 
non isdegnò di giurare (fino però all'ara) la debita 
soggezione, e da costui costituita infine vicaria im- 
periale in Lombardia, come a dire viceregina , no 
non fu di coloro che ricusarono di lasciar Cesare se- 
dere nella sua sella, ma sì credette di dover volere 
che C.esare lasciasse sedere nella sua sacra il suc- 
cessore di san Pietro qual maestro supremo della 
fede, della morale e della disciplina ecclesiastica in 
tutta cristianità: sicché non dubitò, cattolica ferven- 
tissima fin da fanciulla, di opporsi agl'imperatori sci- 
smatici nella difesa di Gregorio VII e degli altri papi; 
i quali già co' cesari non disputarono allora dell'im- 
pero, ma sì delle franchigie spirituali della chiesa, vo- 
lutesi usurpare dagl'imperatori, e dai papi non cedere. 

Rob. Già questo non credo- 

Ferd. E nondimeno è sì vero, che bisogna igno- 
rare affatto la storia di quel secolo per negarlo (1). 
per dir meglio , bisogna rifarla a capriccio, com'è 
oggi opera di alquanti scrittori, che co' pensieri de' 
secoli XVIII e XIX intendono interpretare e giu- 
dicare le cose deli' XI e del XII. Or dimmi tu, mio 
Roberto , di che richiamavasi Gregorio VII nelle 
querele contro di Arrigo IV? 

Rob. Attendo da te il saperlo. 

Ferd' Richiamavasi delle simonie (2) che avve- 

(1) Ora il decreto intorno alle investiture, siccome pareo che 
sminuisse di troppo Vautorità già usurpata da' monarchi, cosi fu la 
scintilla (he accese dipoi la funesta guerra fra il sacerdozio e Vim- 
pero . Muratori, Anna!, aiin. 1075. 

(2) Un altro insigne concilio romano nel fine di febbraio fu in 
questo anno (1075) celebrato da papa Gregorio VII, in cui lo zelan- 
tissimo pontefice per la prima volta pubblicamente proibì sotto pena 
di scomunica leìnvestiture de' vescovati e delle abbazie che i re davano 
agli ecclesiastici (on porgere loro il pastorale e l'anello. S'era da molti 
anni introdotta questa novità-, e coli' essere divenuta dipendente dalla 



109 
nivano generalmente pel diritto preteso dagl'impera- 
tori di conferire e così spesso con inverecondia ven- 
dere, le investiture a' vescovi, agli abati e ad altre 
dignità ecclesiastiche, concedendo non solo l'autorità 
temporale, ma sì la spirituale ai prelati dell'impero 
in Italia e in Germania: i quali divenuti sordi per 
questo ad ogni ammonizione apostolica, dimoravano 
adulando e brigando e in preda a' vizi, soprattutto del 
pubblico concubinato, nella corte imperiale, che quali 
persone ligie li patrocinava , nulla premendo a prin- 
cipi scostumatissimi se ponevansi dietro le spalle 
tutte le cure pastorali e i doveri di cherico. L'austero 
Gregorio VII, pontefice di alti spiriti, geloso della mag- 
gioranza apostolica, e zelatore anzi tutto della disci- 
plina ecclesiastica e della moralità de* cristiani, non 
volle più tollerare sì gran corruttela, fattosi coscienza 
di mantenere in ossequio per prima cosa i canoni, se 
intendevasi in fine con santa riforma riparare i guasti 
che purtroppo- da due e più secoli si lamentavano gra- 
vissimi nel clero. L'imperatore però, uso per moneta 
a far mercato,come altri suoi antecessori, dell'autorità 
dell'impero , rifiutò la richiesta giustissima che gli 
toglieva il mercanteggiare anche dell'autorità eccle- 
siastica: ne volendo rinunziare a tal sorgente di da- 
nari, che al piccolo erario imperiale riccamente ren- 
deva , lasciò trasportarsi a grandissimi estremi , 



volontà de' sovrani temporali, che in que' tempi erano dì coscienza 
guasta, la collazione delle chiese e dignità ecclesiastiche si era 
aperta una larga porta alla simonia. In falli si conferivano que- 
ste dai re a chi le comperava colla lunga servitù delle corti , o 
colle adulazioni, e più sovente a chi più offeriva regali e danaro. 
P'enivano con ciò a cader bene spesso le chiese in mano di chi meno 
le meritava, restando neglette le persone degne. Miirat. loc. cit. 



110 

osando intimare airogantemente per un messo a Gre- 
gorio di deporre la tiara, la quale con esempio mi- 
rabile erasi cinta pel voto unanime del clero e del 
popolo romano (1): e adunando poi un conciliabolo 
a Bressanone, dove deposto il venerando pontefice, 
fece eleggere l'antipapa Guiberto da Parma, da cui 
fu coronato in Roma mentre Gregorio trovavasi 
stretto d'assedio in Castel sant' Angelo. Contro co- 
stui , che sì notoriamente aveva messo scandalo e 
scisma nella religione, non contro i diritti di lui lai- 
cali d'imperatore, si levò Matilde, principessa j secondo 
che la chiama il Muratori (non in tutto, come ognun 
sa, favorevole ai papi) , neW amor della religione a 
ninna seconda, quasi unico antemurale della parte cat- 
tolica in Italia , e rifugio di tutti i cattolici italiani 
perseguitati: la quale era stata inoltre educata alla 
fede sì da esso Gregorio, e sì da S. Bernardo car- 
dinale e da S. Anselmo di Lucca. E si levò, catto- 
lica ed italiana, con animo sì fermo, che trovandosi 
stretta alcun tempo nel 1092 dalle forze imperiali, 
era risoluta, dice esso Muratori, di piuttosto morire 
che di far patti con Arrigo nemico della chiesa. Nò 

(1) Ecco Tatto (Iella sua elezione. Nos sanctae romanae eccle- 
siae cardinales, clerici, acolyti, subdiaconi, presbiteri, praesentibus 
episcopis, abbatibus, muUisque tum ecclesiastici tum laici ordinis, 
eligimus hodie decimo calendas maii in basilica sancii Petri ad vin- 
cula, anno salutis MLXxni,in verum Christi vicarium Hildebrandum 
archidiaconum, virum multae doctrinie, magnae pielatis, prudentiacy 
iuslitiae, constantiae, religionis, modeslum, sobrium, conlinenlem , 
domum suam gubernanlem, pauperibus hospilaletn, ingrcmio sanctae 
matris ecclesiae libere a teneris annis usque ad aelatcm educatum, 
doctum: quem quidem cum ea potestate ecclesiae Dei praeessc volumus, 
qua Petrus Dei mandalo quondam praefuit. Platina nella vita di 
Gregorio VII. 



Ili 

solo per questo si oppose ad Arrigo IV, ma anche 
ad Arrigo V, il quale poco stante, a cagione del me- 
desimo mercato delle investiture, imitò il padre nel 
perseguitare il pontefice, e fece eleggere l'antipapa 
Burdino. Ma invano : che Matilde era là a render 
vano lo scisma, fattasi costantemente scudo anche 
a Vittore III, a Urbano II, a Pasquale li, non altri- 
menti che giovinetta di quindici anni ad Alessandro II, 
cacciando di Lombardia l'antipapa Cadaloo- Di che 
vedi , Roberto , che le virtiì di Matilde non fu- 
rono principalmente esercitate, come vuoisi, nella 
vita politica. 

Rob. Tutto va bene; ma non per questo l'Alighieri 
non doveva avere internamente a dispetto Matilde 
guelfa. 

Ferd. Fa duopo primieramente avvertire , che 
la nostra Matilde non fu mai guelfa: che le parti 
de' guelfi e de'ghibellini non suscitaronsi nella Ger- 
mania che nel secolo XII, e non calarono ad infe- 
stare l'Italia che nel XIII, come ha il Muratori nella 
dissertazione cinquantesimaprima sulle antichità ita- 
liane. In secondo luogo è a sapere che Dante in opera 
di religione non era più ghibellino, ma vero catto • 
lieo; e si levò sempre anch'egli contro lo scisma , 
le eresie , le simonie , le quali guerreggiò appunto 
Matilde; di che sono tanti gli esempi nella Divina 
Commedia, che a rivocarlo in dubbio parmi oggi 
un voler rifiutare in tutto l'evidenza degli scritti e 
dei fatti. Sicché pose fino in inferno (taccio di altri) 
come eretico, cioè contumace agl'insegnamenti della 
chiesa romana, il gran capo de' ghibellini di quella 
età, il propugnatore acerrimo dei diritti dell'impero 



112 

contro i papi Gi'cgorìo IX e Innocenzo IV, dico Fe- 
derico ILE in quale abbominazìone crederemo che per 
ciò non avesse Arrigo IV! Anzi egli che maledisse 
Filippo il bello re di Francia d'avere nella cattura 
di Bonifazio Vili, benché suo nemico politico, cat- 
turato Gesù Cristo stesso, con quale sdegno non do- 
veva dannare Arrigo V cesare, che trasse pure in- 
degnamente, assalitolo quasi presso l'altare nella ba- 
silica vaticana, Pasquale II in quella prigione , d'onde 
non fu liberato che per virtù di Matilde? Perciocché 
il poeta anche ne' libri De monarchia^ là dove sognò 
essere dì ragione divina l'universale monarchia del 
mondo ne' signori di un impero (cessino tante mo- 
derne ciance) ricostituito due volte dall'autorità de' 
pontefici in Carlo Magno e in Ottone I; anche, dissi, 
nei libri De monarchia, e precisamente al fine del 
terzo , volle che 1' imperatore dovesse aver sempre 
il debito ossequio, non altrimenti che figliuolo pri- 
mogenito verso il padre, al successor di san Pietro, 
ne pretese ch'esso in aliqiio romano pontifici non su- 
biaceat (1). 

Rob. Queste non sono infine che vaghe parole. 
Ma la donazione fatta da Matilde de' suoi stati alla 
chiesa in pregiudizio dell'impero , come Dante mai 
l'avrebbe sofferta ! Dotare di tanti beni temporali 
i papif 

(1) Quae quidem veritas ullimae quaestionis non sic stride ac- 
cipienda est, ut romanus princeps in aliquo romano pontifici non su- 
biaceat- cum mortalis ista felicitas quodammodo ad imtnortalem fe- 
licitatem ordinetur. Illa igitur reverenlia Caesar utatur ad Petrum, 
qua primogenilns filius debct uti ad patrem,utluce paternac gratiae 
illuslratus , virtuosius orbcm lerrae irradici. Dante, De monarch. 
lib. 111. 



113 

Ferd. Tu mi foi (non te ne offendere) alquanto 
l'idei'e. Ben credeva l'Alighieri a' suoi tempi, senza 
averne un dubbio al mondo, la donazione di Costan- 
tino: credeva certissima pur quella di Carlo Magno. 
Benché però reputasse non solo viziose , ma nulle , 
tutte le donazioni fatte altrui dagli augusti in detri- 
mento dell'impero, come si legge nei detti libri De 
monarchia^ nondimeno e Costantino e Carlo furono 
da lui nella Divina Commedia posti gloriosi in cielo: 
non essendo sì cieco il poeta ghibellino nelle sue poli- 
tiche massime , che non venerasse in que' famosi 
principi l'affetto grande alla religione. 

Rob. E ciò pur vero. 

¥erd. Chi fu inoltre maggior nemico dell'impero, 
fermamente imitando Matilde nel farsi campione 
di Gregorio VII contro d'Arrigo IV, che fosse Ro- 
berto Guiscardo? Il quale e cacciò di Roma 1' im- 
peratore, e delle province da lui conquistate sugl'im- 
peri così d'occidente, come d'oriente, fece perpetuo 
omaggio alla chiesa romana, riconoscendosi suo tribu- 
tario e vassallo. E nondimeno anche questo fiero ed 
invitto normanno fu da Dante, certo non per altra 
ragione che d'essere stato guerriero a difendere Gre- 
gorio e la chiesa, posto beato in cielo. 

Rob. E ciò pure è verissimo- Ma doveva Dante 
almeno ricordarsi, che da quella donazione di Ma- 
tilde derivarono all'Italia tante guerre e sciagure. 

Ferd. Così anche avvenne della donazione di Carlo 
Magno. Ora i principi di una età, quando per co- 
scienza intendono compiere un'opera che stimano me- 
ritoria , non possono esser tenuti de' mali che o per 
manco di fede, o per interesse, o per nuove massime, 
G.A.T.CLll. 8 



lU 

accadono talora nella età susseguente. Era uso dirò 
quasi generale a' tempi di Matilde di donare i propri 
beni alle chiese per redenzione^ come ha il Muratori(l), 
delle pene penitenziali del donatore e de' suoi con- 
giunti, tenendo per sicuro che un titolo così pio, e 
da tante leggi difeso, dovesse renderli sempre sacri. 
Che hanno a far essi se poi sursero altri tempi ? 
Certo è che la religiosa Matilde, secondo che ave- 
vano fatto e facevano tanti altri principi di quel- 
l'età, nella donazione che fin dal 1077 promise a Gre- 
gorio Vii, e poi ratificò nel 1102 a Pasquale 11, 
lasciò i suoi stati alla chiesa romana prò mercede 
et remedio animae mene et parenliim meorum: ponen- 
doli per tal maniera sotto la difesa del diritto non 
meno ecclesiastico che civile. 

Hob. Sarà quel che tu vuoi: ma ciò non toglie 
almeno che la Matilde regina di Germania non ista- 
rebbe nel XXVIII del Purgatorio più conveniente- 
mente della contessa Matilde: venerandosi la princi- 
pessa alemanna dalla chiesa su gli altari, e avendo 
avuto figliuolo il grande Ottone, secondo e potente 
rinnovatore dell' impero di occidente. 

Ferd. Anzi vi starebbe, o Roberto, inconvenien- 
tissimamente. Come mai Dante avrebbe posto noi 
paradiso terrestre, cioè fuori del paradiso de' beati, 
una principessa appunto venerala sugli altari? Si ha, 
dimmi, esempio nella Divina (commedia di simile ir- 
riverenza agli ordini della chiesa? Certo il poeta 
collocò in cielo di suo arbitrio molte persone, ma 



(1) Antichità ital. dissert. LXXI. 



115 

non si trova che ne togliesse alcuna, la quale vi fosse 
slata posta dall'autorità della sede apostolica. 

Rob. Hai dunque dimenticato che Dante pose non 
che nel paradiso terrestre, ma nell'Inferno, S. Cele- 
stino V pontefice? 

Ferd. Che Dante nel III dell'Inferno intendesse 
di Celestino V allorché disse: Vidi Vomirà di colui- 
Che fece per viltade il gran rifiulo: lo hanno creduto 
molti, e anch'io lo credo (1). Ma se è vero che la 
prima cantica della Divina Commedia fu compiuta, 
come stima il celebre Carlo Troya , nell' ottobre 
del 1308, è fuor di dubbio che Dante non condannò 
all'eterne pene un santo della chiesa, non essendo stato 
canonizzalo Celestino da Clemente V che il 5 di 
maggio 1813. 

Rob. Se però Celestino non era elevato ancora 
alFonor degli altari, certo era già santo papa Anasta- 
sio II, che parimente l'Alighieri collocò fra gli ere- 
tici neirXI dell'Inferno, narrando d'aver veduto scritto 
in un avello del settimo cerchio: Anastasio papa 
(juardo - Lo qual trasse Fotin della via dritta. 

Ferd. E noto che sì Dante e sì altri scrittori di 
quell'età si lasciarono trarre in inganno intorno a 
papa Anastasio II da ciò che Martino Polono, arci- 
vescovo di Cosenza e penitenziere d'Innocenzo IV , 
ne scrisse nella Cronica, illuso anch' egli dal testi- 
monio dell' antico autore del libro pontificale. Né 
prima del Baronio, che a gran ragione difese il vir- 
tuoso pontefice, si credeva altro: talché neppur Fazio 
degli Uberti dubitò dire nel Dittamondo (II. 15): Ana- 

(I) Belli, Scritti vari pag. 378, 353. 



116 

stasio papa in quel tempo era - Di Folin vago a mal 
grado rfe' suoi. Ma finalmente si è fatto certo per 
le opere de' critici , che quei vecchi scanribiarono 
papa Anastasio all' imperatore d' oriente Anastasio 
Dicoro. Ed è certo non meno, che quantunque alcuni 
chiamino santo quel papa, egli nondimeno, secondo 
che avverte il dotto Marangoni {!), non fu mai dalla 
chiesa dichiarato tale: Cum revera albo sanclorum mi- 
nime reperialur adscriptus. 

Rob. Ma la Matilde tedesca fu madre del grande 
Ottone imperatore, e perciò (dice l'autore della Di- 
spulazione Tusculana) radice ancora di queir impero 
dairAliqhicri sempre invocato. 

Fcrd. E credi tu che Dante nutrisse gran tene- 
rezza per Ottone I? E da che lo argomenti ? Egli 
non degnò neppur mai ricordarlo nella Commedia, 
come non ricordò né Arrigo IV, né Arrigo V, benché 
sì ardenti nel mantenere le ragioni dell'impero; non 
avendolo mosso punto il titolo di grande, con che 
massimamente gli scrittori alemanni chiamarono Ot- 
tone. Che il poeta cattolico non potè certo appro- 
vare tutte le azioni di un principe, che riuscì alla fine 
uno de' flagelli d'Italia ed oppressori di Roma pontifi 
cale e civile, avendo fino di sua potestà deposto due 
papi legìttimi. Fu l'uno Giovanni XII, da chi era stato 
chiamato di qua da' monti e coronato augusto, dopo 
averne ricevuto il più solenne ed umile de' giura- 
menti che siansi mai fatti da un sovrano a un pon- 
tefice (2), e l'ampia conferma delle donazioni di Pi- 



(1) Chronologia romanorum ponlilìcum num. S2. 

(2) Eccolo. Tibi domino Ioanni papae ego re.v Otto promillere 
et turare facio per Palrem et Filium et Spiritum sanctum, et per 



117 

pino, di Callo magno, di Lodovico pio. f/allio fu 
Benedetto V, mìtissimo e santissimo, cui egli stra- 
scinò a morii' prigione in Germania: avendo così a 
Giovanni come ad esso Benedetto , coli' audacia di 
alcuni suoi vescovi , sostituito 1' illegittimo Leone 
scriniai'io, ch'eia di più, contra l'ordine de' canoni, 
anche laico. Nò Dante l'ignorava: anzi ne disse al- 
cune gravi parole nel III De monarchia (1). Di che 
può ben credersi ch'egli lo reputò pe' suoi scismi non 
punto migliore dei due Arrighi. E vorresti che poi 
si piacesse cotanto di celebrare Matilde madre di lui? 

Rob. Or dunque tu credi , che assolutamente 
nel XXVlll del Purgatorio si parli di Matilde di 
Canossa? 

Ferd. Sì, assolutamente lo credo con tutti i co- 
mentatori, compreso Pietro figliuolo di Dante: per- 
chè di nessuna celebrità era in Italia , per quanto 
sappiamo , la moglie di Arrigo 1' uccellatore re di 

lignum hoc vivificae crucis, et per has reliquias sanetorutn, quod si 
permittente Domino Romam venero, S. R. ecclesiam, et te rcctorem 
ipsius, exaltabo secundum posse meum, et nunquam uitam, aut mem- 
bra, et ipsum honorem, quam habes, mea voluntate, aut meo Consilio, 
aut meo consensu, aut mea exhortatione perdes. Et in romana urbe 
nuUum placitum aut ordinationcm faciam de omnibus , quae ad te 
aut ad romanos per tinent, sine tuo Consilio. Et qvidquid in nostram 
potestatem de terra S. Petri pervenerit, tibi reddam. Et cuicumque 
regnum italicum commisero, turare faciam illum ut adiutor lui sit 
ad defendendam terram S. Petri, secundum suum posse. Sic me Deus 
adiuvet, et haec sanata Dei evangelia. Orsi, Dell' ori(;ine del domi- 
nio e della sovraiiilà de' romani pontefici pag. 270 della second:! 
edizione di Roma 1754. 

(l) Sono le seguenti: Usurpatio enim iuris non facit ius. Nam 
si sic, eodem modo auctoriias ecclesiae probarelur dependere ab im- 
peratore, poitquam Otto imperator Leonem papam resiituit, et Be- 
nedictum dcposuif, ncc non in exilium in Saxoniam duxif. 



118 
Germania e madre di Ottone: perchè Dante non po- 
teva aver ninno ossequio cattolico ad esso Ottone, 
di chi non meno che di tutti della sua razza tacque 
affatto nella Commedia, e non toccò parole ne' libri 
De monarchia che come d' un usurpatore dei diritti 
più sacri della sede apostolica: e perchè quando in 
Italia a que' secoli si nominava senz'altro aggiunto 
Matilde, o Matelda , non volevasi intendere che la 
grandissima donna italiana, di cui tanto si favella , 
dice Fazio degli liberti (II, 24): e che, secondo il De- 
nìna, esercitò fra noi , dalla Puglia in fuori, un piii 
assoluto impero che non avessero fatto i figliuoli di 
Carlo magno (1). Oso anzi affermare, che le nostre 
istorie non ci danno una principessa maggiore di 
lei, la quale colla possanza delle armi e delle ric- 
chezze congiunse la gravità del senno e la santità 
de' costumi: dinanzi a Dio, come ha Giovanni Vil- 
lani (2), e dinanzi agli uomini magnanima. Sicché 
alcuni antichi giunsero fino a rassomigliarla a Debora. 
E vuoi tu che Dante abbia nel suo poema dimenti- 
cato una tanta gloria d'Italia? 

Rob. Non tutti però l'hanno avuta per tale, anzi 
molti hanno assai detratto i costumi suoi. 

Ferd. A un gran regnante non sono per lo più 
mancati mai grandi nimici, ì quali hanno o vilipese 
e calunniate le sue azioni, o esagerati in lui i di- 
fetti inseparabili dalla condizione d'uomo. Ma ti dirò 
che Matilde di Canossa fu generalmente l'ammira- 
zione di tutta r età di mezzo, senza eccettuarne i 



(1) Rivoluzioni illlalia lib. X. cap. 8. 

(2) Scoria lib. IV cap. 20. 



119 

ghibellini, come si ritrae da ciò che ne scrissero e 
il simoniaco Corrado da Lichtenaw, detto l'Abate 
Uspergense nel secolo XIII (I), eFazio degli Uberti (2) 
e Pietro Alighieri (3), i quali pure nel secolo XIV 
si tennero a parte d'impero; né sorsero che tardi a 
detrarne la vita alcuni scrittori, che assai più che non 
richiedesse fede e giustizia, considerando principal- 
mente que' tempi, avversarono la chiesa romana, 
e soprattutto la memoria e le azioni del magna- 
nimo Ildebrando. Lo stesso Sismondi (4) è però co- 
retto chiamarla celle héroìne du moyen àge. 

(1) In Chron- ami. HOS. Qua quidem foemina (Matelda) , si- 
cut nemo nostris in temporibus ditior ac famosior, ita nemo virtu- 
tibus et religione sub laica professione reperitur insignior. 

(2) Dittamondo lib. Il cap. XXIP-. 

Similemente Matelda contessa 

Viveva, di cui tanto si favella. 
La madre fu, per quel che si confessa, 

Figliuola d'wn imperador di Grezia, 

Ch'ai suo piacer prese marito in pressa. 
E se pur vuoi saper quanto si prezia 

Matilde per valor ed intelletto, 

E perchè col marito prese screzia. 
Scritto lo trovi ov'è san Benedetto 

In Mantova, che quivi il corpo giace. 

('3) Commentari um super Dantis ipsius genitoris Comoediam, 
capit. XXVlll Purgatori!. Fingendo se invenire umbram comitissae 
Matheldae, magni ficentissimae dominae, quae viguit anno 1060: quae 
probatissima fuit mulier et inflnitas construxit de sìio dotando basi- 
licas. Ac etiam adeo suo tempore potens extitit, quod imperatori bel- 
lum ingessit, et quae dum ad mortem appropiquaret totum suum pa- 
trimonium super altare santi Petriin Roma obtulil: quod adhuc hodie 
dicilur patrimonium ecclesiae. Et ideo, ut notificet virtutcm vitae 
activae, quae debet esse secundum magniflcentiam, et dieta Mathelda 
fuerat talis, ergo ec. 

(4) Hisl. des ropubl. ilaliens. tom. t cap. 3. 



120 

Rob. Ma come nella Matilde di Canossa sarebbe 
da Dante simboleggiata la vita attiva ed insieme la 
contemplativa? 

Ferd. Per la vita attiva io non so chi altra possa 
agguagliarsi a questa operosissima principessa, tutta 
sempre, come ognun sa, in grandi negozi di stato 
e di religione. Quanto alla vita contemplativa, ben- 
ché non tutti la credano simboleggiata insieme col- 
Tattiva nella Matelda di Dante, io non so parimenti 
chi più (almeno nel concetto degli uomini) dovette 
reputarsi vincere in santa contemplazione una donna 
piissima, della quale ebbe a scrivere il suo Donizone 
(11.20): 

Ista sacerdoles de dir isti vincil amore: 
Tempore nocturno studiosius atque diurno 
Est sacris psalmis ac offìciis venerandis; 
Religione pia^ satis haec inlenta perita. 

Anzi fu riputata sì spirituale e sì aliena da ogni 
impurità mondana, che al dire di esso Donizone, 

Morte tua purus, Mathildisy deficit usns: 

e si credeva avere nel doppio matrimonio serbata 
verginità, volendo imitare anch'essa la perfezione di 
altri fedeli di que' secoli, come dichiarano molli 
scrittori citati dal Fiorentini nelle Memorie di lei, 
e come celebrava la fama anche a' tempi di Gio- 
vanni Villani (1), ch'erano pur quelli dell'Alighieri. 
Così potè ben porre il poeta questa bella donna.... 
Rob. Bella non già, afferma il Denina. 

(1) Loc. cit. 



121 

Ferd. Bella si ha in Donizone, che la conobbe, 
percioccliè somigiiolla (I, 9) a Beatrice e a Bonifa- 
zio suoi genitori: 

Qiiae similis mairi, color UH maxime palris. 

Ora che fosse bella Beatrice , eccolo in esso Do- 
nizone (I, 8): 

Stirpe fidi genita regali pulchra Bealrix: 

e che bellissimo fosse altresì Bonifazio , eccolo ivi 
pur detto: 

Pulcher et egregiiiSi speciosus eratque decorus. 

Bella inoltre ci ritraggono Matilde le sue antiche im- 
magini , e di viso assai gentile, come può vedersi 
nel codice vaticano del poema di Donizone, lavoro 
del secolo XII. Né fu altra la tradizione; trovandosi 
nella vita di lei scrìtta da un antico anonimo , e 
pubblicata prima dal Leibnizio, poi dal Muratori nel 
tomo V degli scrittori delle cose italiane, queste pa- 
role: « Haec enim semper eral facie hilara , mente 
quieta corporeque decora: come pure queste altre nelle 
iscrizioni che alcun tempo dopo la sua morie le ven- 
nero collocate al primo sepolcro in san Benedetto di 
Polirone, e che ci sono recate dal Fiorentini. L' una 
delle quali iscrizioni dice: 

Ut genere et forma ac regno praedivite, sic et 
VirliUum pielatisqiie, inclyla lande ec. 



122 

l'altra: 

Stirpe, opibiis, forma, geslis el nomine quondam 
Inclyta Malhildis hic iacel, astra lenens. 

Per le quali cose lasciami dunque dire , che potè 
r Alighieri ben fìngere d' aver trovato questa bella 
donna per la foresta del paradiso terrestre, 

» Cantando ed iscegliendo tìor da fiore, 
» Ond'era pinta tutta la sua via: 

e aggiunger poi: 

» Volsesi in su' vermigli ed in su' gialli 

» Fioretti verso me, non altrimenti 

» Che vergine che gli occhi onesti avvalli. 

Non ti par proprio, o Roberto, quella voce vergine 
essere ivi posta a denotare, com'era fama, la vergi- 
nità di Matilde ? La quale pure, se tale non fosse 
stata creduta dal poeta, non sarebbe ivi forse ras- 
somigliata, alcuni versi innanzi, a Proserpina, 

» Nel tempo che perdette 
)) La madre lei, ed ella primavera. 

Quanto ciò si affa bene, se non erro, a Matilde di 
Canossa, altrettanto mal converrebbe a Matilde te- 
desca madre di otto figliuoli. 

Rob. Hai altro a dirmi? 

Ferd. Aviei anche molto parlando della contessa 



I 



J23 

Matilde: ma non intendo qui ripeterti ciò che per 
lo studio delle storie, erudito qua! sei, devi da te 
stesso sapere assai bene. Di grazia sei ancor persuaso, 
non ostante la stima che ci stringe ambidue all'au- 
tore illustre della Disputazione Tusciilana, sei ancora, 
dico, persuaso che non già la Matilde tedesca, sì l'ita- 
liana famosa, è deputata da Dante, in quel poema 
principalmente religioso e morale , a ravvivare nel 
paradiso terrestre la virtiì delle anime immergendole 
nelle acque dell'Eunoè? 

Rob. Lasciami un poco pensarci meglio. Tornerò 
a dirtene qualche cosa domani. Intanto addio, Fer- 
dinando. 

Ferii. Addio, e voglimi bene, o Roberto- 



124 



Lettera del dolt. Achille Gaviui al prof. Carlo Mag- 
giorarli suir avvelenamento di una intera famiglia 
cibatasi di un pinocchiato colorito con un sale di 
rame. 



Signor professore. 



M. 



lemore de' precetti che nel corso de' miei studi 
teoretici attinsi alle sue lezioni di medicina politico- 
legale, ho avuto ora occasione di giovarmene nella 
pratica medica, denunziando all'autorità sanitaria un 
caso di avvelenamento contemporaneo di più indi- 
vidui cagionato dall'uso di una confettura di pinoc- 
chi e di zucchero conosciuta volgarmente col nome 
di pignocchiala., e che per somma ignoranza e negli- 
genza era slata colorita in verde coH'acetato di rame 
Essendomi noto quanto ella gradisca di essere in- 
formata di simili avvenimenti che riguardano la me- 
dicina forense e la pubblica igiene, prendo la libertà 
di comunicarle fedelmente il caso quale fu da me 
negli scorsi giorni osservato. Eccolo. 

Avevo in cura una signora affetta da asma umido, 
e recatomi la sera del 3 corrente a visitarla mi fu 
mostrata anche una sua figlia, fanciulla di circa otto 
anni, che due ore dopo il pranzo era stata assalila 
da capogiri e da vomito. Supposi che si trattasse 
di errore dietetico, e le prescrissi un purgante di olio 
di ricini- Tornato la mattina seguente, trovo tutta la 
fauìiglia in costernazione, poiché oltre la madre asma- 



J25 

tica e la fanciulla disturbata fino dal giorno innanzi, 
sei altri indivìdui eran caduti infermi, cioè tre figli, 
il padre, il marito della figlia maggiore e la donna 
di faccende. Apprendo allora che la fanciulla in di- 
scorso aveva seguitato a vomitare per molte ore , 
finche si aprì il ventre, e che ci si erano aggiunti 
i tormini e i granchi alle sure; che i simiglianti in- 
comodi erano toccati ad un giovane di diciassette 
anni , il quale però attesa la sua grande proclività 
al vomito era stato travagliato un pò meno : che 
pochi momenti piiì tardi, vomiti, oppressioni al petto, 
stringimenti alla gola, gravezza di capo, abbaglia- 
menti di vista avevano assalito la giovane maritata, 
la quale inoltre siccome gravida aveva provato mole- 
stissime contrazioni all' utero ed insoliti movimenli 
del feto, con tale una stanchezza delle estremità in- 
feriori da non potersi reggere sulla persona : che 
eguali disturbi di capo e di ventre eransi manifestati 
nel marito di questa giovane, nel figlio maggiore e 
nella fiintesca: se non che i primi due furono esenti 
dalla diarrea ed ebbero invece vomiti pili sfrenati di 
materie verdi e amarissime. 

Il padre di famiglia , uomo sessagenario, soffrì 
più degli altri dei lormìni e della diminuzione di 
forze agli arti inferiori per la sua naturale difficoltà 
a vomitare, come se n'era avuto la prova in altre 
malattie, ove ne l'ipecacuana né il tartaro stibiato 
^erano stati bastanti a determinare il moto antiperi- 
staltico dello stomaco. 

Diretta l'attenzione alle materie rese per vomito 
dai sette individui infermi, si osservavano di un color 
verde carico , dense e filanti ; le escrezioni alvine 



126 

parte composte di fecce e pai'te di una sostanza 
sciolta, verde e spumosa. Tutti e sette lagnavansi dì 
forte peso al capo, di bocca amara, di sete, di stan- 
chezza, di senso di freddo, e presentavano occhiaie 
profonde e polsi piccoli e depressi. La fanciulla, che 
fu la prima ad ammalare, provò nel giorno seguente 
reazione febbrile a modo di effìmera. Prescrissi a tutti 
un purgante oleoso proporzionato alTetà e alla co- 
stituzione, e questo fu seguito da copiose deiezioni 
spumose e verdastre. Il dì seguente cedevano le mo- 
lestie gastro-enteriche , e rimanendo una notabile 
fiacchezza , e riaff'acciandosi a quando a quando il 
dolor di capo, cui procuravasi di combattere coi pe- 
diluvi senapati e con calde frizioni alle estremità 
inferiori. 

Ponendo mente alla simultaneità, alla conformità 
e alla natura de' fenomeni morbosi insorti in più 
individui della stessa famiglia, era facile il concludere 
che una e identica ne fosse stala la causa , e che 
questa dovesse ricercarsi in una sostanza venefica. 
Kinti'acciando allora le diverse vivande e i condi- 
menn diversi, e gli utensili che avevano servito alla 
cottura dei cibi, nulla rinvenni che potesse dare con- 
tezza del fatto fuorché una confettura di zuccaro e di 
pignoli ricevuta in dono, di cui tutti avevano gustato 
in fine di tavola, e che al primo off'rirsi alla vista 
induceva sospetto di essere stata colorita con un sale 
di rame. Ed in fatti un'altra di queste pinocchiate 
tuttora intatta presentava un color verde carico così 
sulla superficie come nella frattura, e saggiala ma- 
nifestava un sapore stillico e metallico e precisamente 
il sapore dei preparali di rame. E così fu poi chia- 



127 

l'ito dall'analisi chimica, la quale non solo confermò 
che la confettura era stala colorala coH'acetalo di 
rame, ma valutò eziandio la enorme quantità che di 
quel sale venefico era stata usata all'oggetto di ot- 
tenere un pili carico inverdimento. 

Ecco un caso notabile di venefìcio simultaneo 
per trascurata osservanza dei precetti della pubblica 
igiene, la quale ordina che i cibi , i condimenti, le 
confetture, le bevande, i rimedi non siano mai co- 
loriti con sostanze nocive o menomamente sospette. 
Se ninno fu vittima del narrato accidente, ciò de- 
vesi alla tenue quantità che ciascuno prese di quel 
dolce, e all'averne anche usato a stomaco già pieno 
di cibi, donde pure la tarda manifestazione de' sin- 
tomi. Non ci è però luogo a dubitare che ove la 
pinocchiata fosse stata mangiata a ventricolo digiuno 
e in maggior quantità, avremmo dovuto deplorare la 
perdita di qualche individuo. So che a tre altre fa- 
miglie toccò la medesima sorte per egual dono, e 
per aver egualmente gustato della ingrata confettura: 
ma ne ignoro le precise circostanze. 

Aggredisca, signor professore, questa breve e in- 
colta esposizione di un fallo che mi è sembralo im- 
portante alla pubblica incolumità , e permetta che 
in tale occasione le rinnovi i sentimenti della mia 
profonda stima e venerazione nell'atto che mi ripeto 

Suo affalo servo 
Achille dott. Gavini 



128 

La Meteorologia. 
Suoi progressi^ e mezzi d^ osservazione. 

\9uesln memoria intorno ai progressi e mezzi di 
osservazione, che possiede la meteorologia fa scritta 
dal sig. lamin^ e inserita nella Reviie de deux mondes 
in seguito d'una vivissima discussione ch'ebbe luogo 
nell'accademia delle scienze in Francia. Nella contro- 
versia presero parte i più distìnti Usici che appar- 
tengono a queiristiiuto, e i motivi che la promossero 
sono in parte accennati nella memoria stessa, e ripor- 
tati con maggiori particolarità neWAnnée scienlifiqne 
dell'anno 1857. 

Io mi sono indotto a recarla nella lingua italiana 
ed illustrarla con alcune noticine, perchè l'argomento 
eh' essa tratta è oggidì di suprema importanza , e 
meritano d'essere generalmente conosciuti alcuni fatti 
che vi sono riportati, dai quali si deduce che la meteo- 
l'ologia fa veri progressi, e che possiamo attender- 
cene utilissimi risultati. 

Raccogliendosi poi in questa memoria la critica 
scientifica dei principali strumenti meteorologici, la 
loro descrizione, e il principio su cui sono fondati, 
r uso che deve farsene nelle osservazioni , e come 
debbano adoperarsi , quali perfezioni vi sono state 
indotte, e quali si richiedono ancora; ed accennandosi 
le principali applicazioni che può avere la meteorolo- 
gia, massime all'agricoltura e alla navigazione; ognun 



129 
vede ehe ossa può anche servire di scorta per isti- 
luiie una serie di osservazioni veramente utili, e som- 
ministrar lumi, onde tentare nuove indagini, che con- 
tribuiscano al maggior avanzamento della scienza. 

Giuseppe Beuti 

Nelle profondità dei terreni, sui quali viviamo, i 
geologi rincontrano resti di vegetabili a noi ignoti, 
e tracce di animali stranieri che l'uomo non ha mai 
veduto; riconoscono poi a segni indubitabili che este- 
sissimi mari coprivano altre volte i continenti attuali, 
e che in certi luoghi il suolo sotto Tazione d' una 
potenza sotterranea energica si è elevato a grandi 
altezze, o abbassato sotto il livello delle acque. Ad 
ogni passo si hanno le tracce di vulcani estinti, o 
letti di antiche ghiacciaie , e da per tutto si dise- 
gnano le orme di rivoluzioni successive e profonde. 
La terra adunque non ò stata sempre quale noi la 
vediamo oggi; essa ha subito commozioni che hanno 
trasformato la sua struttura generale, e distrutto i 
suoi abitanti; e ninna cosa ne autorizza a credere 
che arrivata oggi al termine delle sue trasmutazioni 
secolari, abbia raggiunto uno stato d' imtnutabilitù 
che non dee piiì in avvenire esser turbato da nuove 
modificazioni. 

Queste nozioni sul passato del nostro pianeta , 
questi timori per l'avvenire dell'uomo, basterebbero 
per impegnarci ad osservare con cura, mediante stru- 
menti che ci fornisce la fisica, lo stato attuale della 
terra, la costituzione della sua atmosfera, tutti i fe- 
nomeni generali che gli agenti fisici vi operano di 
GA.T.CLII. 9 



130 

continuo, e ohe costituiscono, per cosi dire, la vita 
minerale del globo. Ma questo studio oltre ni lumi 
che [)uò spandere sul passato, e l'avvenire del pianeta 
in cui viviamo, può riuscire di maggiore utilità col- 
l'offrirci insegnamenti d'ordine pi-atico, e di appli- 
cazione immediata (1): e mentre indicaremo con 



(1) Le ricerche meteorologiche sono chiamate a rendere collo 
loro applicazioni importanti servigi soprattutto all' agricoltura, 
all'igiene, alia navigazione; e infatti la vegetazione più o meno pro- 
spera delle piante, la loro conservazione, la maggiore, o minore 
abbondanza delle produzioni agricole, in una data località, dipen- 
dono principalmente dalle influenze meteorologiche, e solo con os- 
servazioni intorno alle medie temperature , ai geli e loro durata , 
alio stato igrometrico delTaria, ai venti dominanti, alla quantità di 
acqua che cade, e alla ripartizione delle piogge nei diversi mesi 
dell'anno, può determinarsi il clima^ le regioni agricole, e i diffe- 
renti limiti imposti alla cultura dei vegetahili; e queste conoscenze, 
sono giudicate di tanto rilievo , che il governo francese , a mal- 
grado delle opposizioni incontrate in alcuni accademici delle scienze, 
ha ultimamente decretato l'istituzione di cinque osservatorii meteo- 
rologici in Algeri , per destinarvi (]uel genere di coltura che più 
si addice alle condizioni meteorologiche di quella regione. E poiché 
ai dì nostri è universale la passione di colonizzazione, lo studio della 
climatologia è addivenuto di suprema importanza: imperciocché non 
sarebbe mai cosa prudente il fare avanzo di piante per importarle 
in altri luoghi senz'essersi prima assicurati del clima che può con- 
venire a quei vegetahili, e di quello ch'essi troveranno nella nuova 
patria. Inoltre senza una seria organizzazione di siffatte osservazioni 
manca in agricoltura la base essenziale degli assolamenti : perchè 
non conoscendo che imperfettamente la distribuzione delle stagioni, 
noi non possiamo comprendere, né ciò che le antiche pratiche hanno 
didifeltoso, né sceglier quelle che possono convenevolmente rimpiaz- 
zarle. Questi bisogni sono stati conosciuti da tutti i popoli fin dalla 
])iù alta età, poiché nelle opere dei greci e dei romani si trovano 
registrate numerose osservazioni di quegli antichi agricoltori e ma- 
rinari, o i viaggiatori affermano d'aver rincontralo no/.ioni di me- 
teorulogia anche presso le più rozze naiioni. 



131 

quali processi si ottengono questi ammaestramenti, 
e con esempi mostreremo il partito che se ne può 
cavare, perverremo a sviluppare il fine della meteo- 
rologia , di cui apparirà cori eguale chiarezza e il 
valore scientifico e l'utilità giornaliera. 

I. 

L'atmosfera è un mezzo turbato continuamente 
da cause numerose. Se essa fosse composta unica- 
mente d'aria, se avesse una temperatura eguale sui 
diversi punti del globo, arriverebbe bentosto a uno 
stato di equilibrio stabile che persisterebbe senza 
alterazione per il corso dei secoli. Ma non avviene 
così;ra/ione riscaldante del sole, inegualmente intensa 
a diverse latitudini, e alternativamente diretta sopra 
uno dei due emisferi opposti del globo, dilata succes- 
sivamente la massa atmosferica nelle sue diverse 



L' ijjieiie poi e la medicina cavano notabilissimi vantaggi dai 
risultati (Ielle esscrva/.ioni meteorologiclie; poiché le variazioni at- 
mosferiche esercitano grandissima influenza sullo sviluppo delle 
malattie, e la medicina moderna è tutta intesa all'analisi rigorosa 
delle influenze esteriori sull'economia animale , e solo un sistema 
regolare di siffatte osservazioni potrà un giorno portare alla co- 
noscenza delle cause che provocano lo sviluppo e la propagazione 
<li quelle grandi epidemie, che abbiamo visto non ha guari menare 
strage per riulcra Europa. 

La navigazione infine, grazie agli studi fatti sui venti, ha po- 
tuto considerabilmenlc ridurre le lunghe traversate, e mentre p. e. 
dagli Stati Uniti al capo S. Rocco si richiedevano tempo fa 41 giorni, 
oggi per i nuovi piani fondati appunto sulla conoscenza dei venti 
ne bastano solo 22 ; e le diverse nazioni marittime devono una 
grande riconoscenza al luogotenente Maury per si importanti lavori. 
Quali servigi poi renderà (juesta scienza alla marin(;ria apparisce 
'ia un fatto notabilissimo citato uelia presente memoria. 



132 

parti, e sviluppa correnti di aria e venti, di cui le 
direzioni e le celerità variano continuaiDeiite. A que- 
sta causa di perturbazione si aggiunge l'influenza del 
vapore acqueo che si forma sui mari, e si trasporta 
coi venti sulla superfìcie dei continenti, ove si pre- 
cipita in pioggia. L' atmosfera è adunque ad ogni 
istante in una condizione di equilibrio mobile, cer- 
cando sempre un equilibrio stabile che non raggiunge 
giammai, perchè vi sono cause perturbatrici, perio- 
diche o accidentali, che vi agiscono sempre, e con 
condizioni del tutto variabili. Da questi movimenti 
risultano tutti i fenomeni atmosferici, le alternativo 
di pioggia e di serenità, di calma e di tempesta , 
di calore e di freddo, effetti che hanno sull'uomo, 
sulle sue abitudini , e sui suoi piaceri grandissima 
influenza; ed è appunto dal bisogno che abbiamo di 
sottrarci, dall'influenze fastidiose dell'atmosfera, e di 
profittare a nostro vantaggio delle sue azioni bene- 
che, che è nata la meteorologia. Essa fìp dalle prime 
età del mondo esercitò senza felici successi l'ingegno 
dei filosofi dell' antichità, e spesso offrì materia ai 
poeti; e benché fosse sconosciuto il suo nome , fu 
tuttavìa per gli agricoltori di tutti i tempi oggetto 
di perseverante preoccupazione. Essi osservavano 
con sagacilà , e formulavano negli adagi popolari , 
che tuttora esistono , i segni veri, o fallaci , di cui 
si servivano per antivedere il ritorno del tempo , o 
la continuazione della pioggia, la pretesa influenza 
delle fasi lunari, la pioggia di san Medard, e tante 
altre credenze passate di età in età, ci ri-velano chia- 
rameni.e il bisogno che hanno gli uomini di preve- 
dere lo stalo del cielo. Le scienie occulte dovevano 



133 

necessariamente trovare in questo bisogno un ali- 
menlo, senza potergli però dare soddisfazione, e l'in- 
fluenza di esse non è talmente distrutta che non si 
vedano tuttora persone ignoranti consultarecon avanzo 
dì credulità le predizioni degli almanacchi. Quando 
la fisica generale cominciò a stabilirsi , prese con 
perseveianza a studiar le meteore. Essa non pensò 
mai a predirle lungo tempo innanzi , ma si provò 
di spiegarle; e siccome avea cominciato a studiare 
le proprietà dei gaz e dei vapori, perciò potò sem- 
pre comprendere in un insieme, e alcune volte sco- 
prire tìn nelle loro intime particolarità, quei feno- 
meni che risultano dall'azione simultanea dei gaz e 
dei vapori. 

Questo fu per verità un gran passo; ma la fisica 
rese ancora più importante servizio e più memo- 
rabile, quando offerse alla meteorologia istrumenli di 
misura; ed era questo l'unico mezzo d'innalzarla al 
grado di scienza, permettendole d'eseguire in tuUi 
i luoghi osservazioni precise e paragonabili. 

Diciamo qualche parola di questi strumenti, del 
loro fine, e dell'impiego giudizioso che oggi se n'ò 
fatto. 

11 primo che ci si presenta appartiene special- 
mente alla meteorologia, e ne è il fondamento es- 
ziale, perchè soddisfa al primo dei suoi bisogni, quaTè 
quello di misurare la pressione atmosferica. 

L'aria è pesante , come può ognuno verificare 
collocando sul piatto d'una bilancia un vaso succes- 
sivamente vuoto, e pieno d'aria (1). Gli strati atmo- 



(1) Qupsta prova apparisce immediatamente col barometro a 



131 

sfei'ici adunque attirati dalla massa terrestre devono 
esercitare su di noi una pressione, come l'acqua sui 
pesci, con un grado di forza che aumenta, o dimi- 
nuisce, quando lo spessore di questi strati cresce o 
decresce al disopra della nostra testa. Un azzardo 
felice inspirò a Torricelli l'idea di misurare questa 
pressione coH'altezza del mercurio, ch'essa può sol- 
levare in un tubo vuoto, e così fu inventato il ba- 
rometro (1). 

In tal maniera con un processo tanto semplice 
quanto preciso si potò in tutte le regioni del globo 
misurare e paragonare i cangiamenti del peso che 
sopravvengono negli strati d'aria al momento stesso 
in cui hanno luogo, e si scoperse la proprietà par- 
ticolare che ha il barometro di abbassare in tempo 
di pioggia ed elevarsi quando il cielo è sereno. 

De-Luc affrettandosi un pò troppo di spiegare que- 
sta proprietà impreveduta, giustificò, o credette giu- 
stificare questa singolare coincidenza, e si ebbe un 



bilancia del chiarissimo professore P. Secchi, cbc indica appunto le 
variazioni del peso dell'aria. 

(1) La scoperta del barometro fn occasionata dal vedere che 
nelle trombe aspiranti l'acqua saliva a 32 piedi e non più, a mal- 
grado che si facesse il vuoto anche a maggiore altezza ; e mentre 
per l'innanzi s'era spiegala quesl' ascensione pel così detto orrore 
della natura al vuoto, Torricelli sospettò che potesse derivare dalla 
pressione atmosferica, e potè assicurarsene mediante la costruzione 
del barometro. Pascal confermò la teoria del Hsico italiano ascen- 
dendo sull'alto del Puy-de-Dome con un barometro, il quale, come 
si prevedeva, andò abbassando mano mano che si saliva, e che la 
spessezza, e per conseguenza il peso dell' atmosfera, andava di- 
minuendo. 



135 

apparecchio ohe ciascuno consultò, e che tu utile 
ad ognuno (1). 

• Egli è ben veio però che come indicatore della 
pioggia, il barometro non ha presso i sapienti la stessa 
riputazione d' infallibilità che agli occhi della molti- 
tudine, e che la teoria di De-Luc è oggi abbastanza 
compromessa; ma io non oserò di detrarre alla fi- 
ducia che si è acquistata, e mi contenterò solo di 
richiamare alla mente che il pregio singolare del ba- 
rometro non istà nella proprietà che gli si attribuisce 
di prevedere con maggiore o minor probabilità le va- 
riazioni dello stato del cielo, ma d'accusare per l'ele- 
vazione pili o meno grande della colonna del mercu- 
rio gli aumenti, o diminuzioni d'altezza dell'atmosfera 
nel momento stesso in cui si producono (2) ; e se 

(1) Le variazioni del tempo lianiio relazione colla maggiore o 
minor pressione barometrica per più ragioni: ì° perchè aumenta 
o diminuisce la pressione atmosferica aumentando , o diminuendo 
i vapori nell'aria: 2.° perchè col crescere la pressione atmosferica 
i vapori si alzano in regioni più elevate, spaziano più largamente, 
sopportano minor pressione, e trovandosi in masse d'aria più secca, 
prendono lo slato trasparente; col decrescere poi la pressione s'ab. 
bassano in regioni più umide, restano maggiormenle compressi e 
formano le nubi e la pioggia: 3.° perchè col crescere la pressione 
hanno luogo correnti aeree divergenti dal punto ove la pressione 
cresce, e queste dissipano i vapori; col diminuire si promuovono 
correnti convergenti che colla loro pressione costipano i vapori: 4.<» 
finalmente col crescere la pressione, l'aria si concentra, si eleva la 
temperatura, i vapori acquistano maggior forza elastica, e passano 
allo stalo di trasparenza, col diminuire si rarefa l'aria, si abbassa 
la temperatura, e i vapori si condensano. 

(2) La lunga pratica nelle osservazioni barometriche può fare 
acquistare un criterio particolare per antivedere le meteore; e infatti 
il capitano Scoresbya fferma che mediante appunto la costanza d'os- 
servare, egli ha predetto le tempeste diciassette volte sopra diciotto 
consultando il barometro. Questo risuUato, che io reputo eccezio- 



130 

si aggiungono a quest'apparecchio gli anemometri.^ vAìq 
indicano la direzione e la celerità dei venti, si hanno 
due strumenti che servono a studiare le modificazioni 
meccaniche dell'aria, cioè a dire le variazioni nell'al- 
tezza della colonna, e le oscillazioni laterali, i suoi 
cangiamenti di pressione, e i suoi movimenti di tra- 
sporto da un punto all'altro del globo. 

Mentre poi nella massa atmosferica hanno luogo 
questi movimenti, si compie il giro del vapore che 
àa essa vien trasportato, il quale va a costituire quel 
grado di umidità tanto benefica che impedisce in di- 
verse località i! diseccamento delle piante, e la natura 
provvida l'adopera, come il mezzo più fecondo per 
{sviluppare la vita vegetale; a malgrado poi che la 
sua azione, alcune volte intempestiva, sorpassi o non 
attinga il fine che gli uomini se ne promettono, pure 
desso è regolato nell' insieme dei suoi effetti da una 
causa generale che lo rende più abondante nei luoghi, 
ed in epoche in cui è di maggiore utilità (1). Per 



naie, credo che nou si verifichi in una lunga scala d'osserva/ioni, 
e fa (hiopo consultare simultaneameiile anche gli altri strumenti 
meteorologici , se si vuole pronosticare con maggior fondamento. 
Ciò che rileva poi moltissimo è di considerare anche lo stato del 
cielo, e soprattutto i venti dominanti, perchè se spira, ad esempio 
il vento nord nelle alte regioni dell'aria , ed il sud al basso, le 
nubi sono condensale dal freddo, e l'atmosfera al disotto di esse è 
rarefatta: ond'esse non saranno più sostenute, e si scioglieranno in 
pioggia, od in neve, benché la colonna del mercurio si trovi alla; 
e ai contrario, se il vento sud sia il più alto , ed il nord spiri al 
basso, le nubi saranno rarefatte, l'atmosfera condensala dal Ircddo 
polrà meglio sostenerle, e la pioggia non cadrà, benché la colonna 
del mercurio si trovi sotto il segno di pioggia. 

(t) In aleute localllii d'America non cade mai pioggia, e ha 
sìa il vapore indigeno di qui-lle regioni per coii'^crvare il grado 



137 

ben comprendere questa causa, per analizzare niinu- 
taaiente rinfluenza del vapore acqueo, occorreva ai 
meteorologisti un istrumento misuratore dell'umidi là: 
e per lungo tempo se n'è mancato. Si credette però 
d'averlo trovato, quando si scoperse che certe so- 
stanze godeano della proprietà d'attirar l'umidità, e 
di cangiar di volume sotto l' influenza di essa. I ca- 
pelli che si ammolliscono, e si allungano alla piog- 
gia, le coide che si attorcono, e si accorciano, di- 
vennero igrometri. S' immaginò quel quadro parlante 
del cappuccino che si scuopre al sole, e si cuoprc 
all'umidità, ed alcuni altri apparecchi pittoreschi, ma 
assai poco precisi, hiHne Saussure migliorando que- 
sti processi grossolani, di cui egli ammetteva il prin- 
cipio, immaginò l'igiometro a capello che fece epoca 
nella scienza, senza però riuscire di grande utilità. 
E questo un piccolo apparecchio elegante e deli- 
cato, che porla un solo capello teso, il quale si al- 
lunga, si contrae sotto l'influenza dell'umidità, e 
della siccità; un ago che percorre un quadrante d'ar- 
gento misura le variazioni sopra una divisione trac- 
ciata al davanti, ed indica se l'aria è vicina alla sec- 
chezza assoluta marcata con zero , od all' estrema 
umidità indicata dalla cifra 100. Vi è poi tanta sim- 
plicilà nel principio dell' igrometro a capello, tanta 
comodità nell'usailojche si accettò subitamente senza 
accorgersi' che non avrebbe potuto soddisfare piena- 
mente ai bisogni della scienza. Essa infatti d'altra 
cosa abbisognava che d'una graduazione arbitraria; 



d'umidità che si ricliicdu, onde la vila delle piante sia vigorosa , 
e fertile il suolo 



138 

doveva conoscere il numero del grammi d'acqua che 
in ciascun istante della giornata si contengono in un 
metro cubico d'aria, e ciò non poteva insegnarsi dal- 
l' islrumento di Saussure. E quando si vide che que- 
sta qualità gli mancava, s'impresero esperienze lun- 
ghe e numerose per perfezionarne la graduazione. 
Quest'esperienze però non furono giammai tanto sod- 
disfacenti, che riuscissero a salvare da un pieno di- 
scredito queir igrometro piìi ingegnoso che razionale. 
Costretti perciò i fisici di rivolgersi a processi più 
securi, allora sono riusciti nell' intento, quando hanno 
meglio conosciuto le proprietà dei vapori. 

11 fisico inglese Daniel colloca nell'aria un vaso 
pieno d'acqua, che raffreddato, si cuopre d'una sot- 
tile rugiada sulla superficie esterna. Quanto più l'aria 
è umida, tanto meno si deve raffreddare il vaso per 
ottenere il punto di rugiada: più l'aria è secca, e più 
si deve abbassare la temperatura per condensare il 
vapore. Questa semplice osservazione basta per co- 
noscere lo stato igrometrico dell'atmosfera: eson po- 
chi anni che il dortore August di Berlino ha rimar- 
cato che , se si cuopre d' un pannolino bagnato il 
serbatoio di un termometro ordinario, se ne abbassa 
la temperatura; e questa esperienza di leggeri si com- 
prende, perchè l'acqua di cui il pannolino è imbe- 
vuto evapora, e si raffredda: e siccome l'abbondanza 
del vapore è proporzionata al grado di siccità del- 
l'atmosfera, perciò ha luogo abbassamento di tem- 
peratura maggiore nell'aria secca, che nell'aria umida. 
Col mezzo di questo apparecchio, e di alcune for- 
mole semplici (1), e graduazioni convenevolmente 



(1) L'apparecchio di cui qui si traila ha ricevuto il nome di 
psicometrn, il quale cousisle in due termometri, quanto più si può 



139 

latte , gli osservatori possono sempre sapere come 
avviene il movimento dei vapori acquei nell'aria. Anzi 
fanno di più: studiano la distribuzione generale di 
quest'agente sui mai'i, sui continenti, presso i poli, 
e sotto l'equatore durante le diverse stagioni, stu- 
diano le influenze locali, deducono i risultati generali, 
e pervengono a conoscere per quali circostanze il 
vapore precipita sotto forma di rugiada, brina, piog- 
gia, neve , o gelo. Studiano in seguito queste me- 
teore, e misurano la quantità d'acqua che cade an- 
nualmente sulla superfìcie d'un paese; cosa ben fa- 
cile, perchè basta di lasciarla liberamente cadere so- 
pra un vaso cilindrico, farla passare per un piccolo 



simili , e divisi in maniera, che esattamente leggere vi si possa i 
decimi di grado. L'uno dei due ha il bulbo coperto d'una mussolina 
continuamente umettata per mezzo d'uno stoppino, che avendo l'un 
dei capi immerso in un ricetto d'acqua, termina coll'altro alla mus- 
solina cui va a bagnare per azione capillare. Mediante la evapora- 
zione , la temperatura del termometro bagnato h tanto più bassa , 
quanto più l'aria è secca, e depressa la colonna barometrica. Sicché 
per determinare la quantità del vapore contenuto nell' aria sì os- 
servano i due termometri, e il barometro; si rincontra nelle tavole 
la tensione del vapore relativa alle due differenti temperature , e 
si applicano questi dati ad una semplice formola riportata in Kaemls 
(Cours complet de meteorologie pag. 78 ediz. di Parigi 1845) e si 
ha la quantità assoluta di vapore d'acqua contenuto nell'aria^ da cui 
si cava la quantità relativa al massimo di saturazione, di cui l'aria 
è capace a quella data temperatura. In elTetto la l'ormola è. la se- 
guente E — è — 0,000804 (/■ — f) b, in cui £ indica la tensione 
cercata del vapore contenuto nell'aria, f la temperatura del termo- 
metro Secco, f quella del termometro bagnato, è la tensione del va- 
pore alia temperatura f' e b V altezza della colonna barometrica. 
Che se il termometro bagnalo discende sotto zero, la l'ormola sarà 

E=è —0,000748 ir — f) b 



liO 

foro nell'interno di osso, conservarla, e misurarla in 
fine dell'anno (1). 

Da ciò che si è esposto può cominciarsi ad in- 
travedere in qual campo la meteorologia si mette, 
e quale scopo si propone. L'abbiamo già veduta im- 
padronirsi degli strumenti di fisica, perfezionarli ed 
applicarli all'osservazione delle meteore nella stessa 
maniera in cui gli astronomi dirigono i loro tele- 
scopi verso il cielo per determinare i movimenti de- 
gli astri. Infatti in ambedue i. casi si ha il comune 
scopo di scoprire le cause dei fenomeni naturali. 

Ma qual'è l'agente di queste continue perturba- 
zioni dell' aria, e degli effetti del vapore acqueo, i 
quali ad ogn' istante si rinnovano ? Non è difiicile 
il determinarlo : l'agente, se non esclusivo, almeno 
principale, è il calore che viene dal sole. Esso ine- 



APPLICAZIOKG 

Si trovi il lermomelro secco a 21° Quello umido a Ì2'',S e sia 

6= 732,'"'" 52; Sarà f—f = 8,° 5 ed é = 11,'"'" 52 onde 

E = 1 1 , 52 — 0,000804 X 8, S X '^52, 32 = 6,""" 38 che è la quantità 

assoluta di vapore d'acqua. A 2lo la tensione del vapore è 19,33 

6,38X100 

onde avremo = 33 che è la quantità di vapore rela- 

19,33 

tiva; un terzo circa di quello che saturarebbe l'aria a siffatte con- 
dizioni. 

(1) Il vaso che qui si descrive, e che dicesi pluviometro, si 
espone all'aria libera lontano dai ripari, e la quantità d'acqua che 
dentro vi cade si misura tutti i giorni; 1.° perchè infine dell'anno 
una qurntità sarebbe andata in vapore a malgrado della piccolezza 
del foro per cui passa; 2." per conoscere la distribuzione delle piog- 
ge nei giorni, e stagioni dell'anno; 3." per istudiare la relazione fra 
quesla e le altre meteore indicale dagli strumenti. 



141 

gualmente distribuito sul globo, e diffuso successi- 
vamente sulle diverse contrade , distrugge ad ogni 
istante quell'equilibrio cbe si stabilirebbe immanca- 
bilmente senza la sua azione E perciò indispensa- 
bile studiare lo sialo calorifico dell'atmosfera, non solo 
perchè in se stessa costituisce uno degli elementi 
della vita del globo, ma ancora perchè è la causa 
dei fenomeni , che vi si producono , e perchè una 
scienza non può proporsi altro fine che la ricerca 
delle relazioni che passano fra le cause e gli effetti. 

L' istrumento che servirà a questo studio è il 
termometro ; ma altri s' ingannerebbe a partito , se 
pensasse che l'uso di questo, il quale sembra facile, 
non esigesse delle precauzioni. Non vi sarebbe istru- 
mento tanto illusorio, nò mezzo d'osservazione più 
inutile del termometro, e delle sue indicazioni, so non 
si seguissero nel consultarlo regole razionali, come 
apparirà dalle riflessioni seguenti. 

I raggi solari arrivano al limite superiore dell'at- 
mosfera terrestre con grande potenza calorifica, che 
non si è punto indebolita attraverso gli spazi celesti. 
Ma appena, continuando il loro corso, s'immergono 
«egli sti-ali gazzosi, di cui è ciicondata la terra, ne 
subiscono l'azione assorbente, si spossano progressi- 
vamente , e non arrivano al suolo che dopo aver 
perduto una porzione notabile della loro intensità 
primitiva. L'aria raccoglie ciò che essi abbandonano, 
e mentre il raggiamento solare s'indebolisce, la tem- 
peratura dell'aria si eleva. Sono due fenomeni com- 
plementari che rileva di distinguer bene, e che sor- 
[ucndono per ordinario i viaggiatori nel momento 
che attingono le sommità delle montagne le più 



142 

elevale. Pervenuti infatti sopra le nevi, in mezzo ad 
un'atmosfera che li gela, essi ricevono l'azione di- 
retta del sole che non avendo perduto della sua forza, 
li brucia; e in tal maniera si trovano nella stessa con- 
dizione d'un uomo che s'avvicina d' inverno ad un 
gran fuoco acceso in mezzo ad aperta campagna. 
Ma s'egli è necessario di distinguere in teoria l'in- 
tensità diretta del sole, e il grado di riscaldamento 
dell'aria, non è meno necessario di separare questi 
effetti al momento in cui si osserva il termometro. 
Se si vuol misurare la temperatura dell'atmosfera , 
fa duopo collocare lo strumento all'ombra lungi da 
ogni raggiamento; e volendo al contrario conoscere 
l'azione calorifica diretta del sole, deve operarsi molto 
diversamente. Si espone all'influenza dei raggi lumi- 
nosi del sole un vaso pieno d'acqua fredda: l'acqua 
subisce un riscaldamento che si misura, e se ne de- 
duce la quantità di calore che il sole versa sulla terra. 
Con un islrumento di questo genere, chiamato p?Ve//o- 
meAro, il sig, Pouillet ci ha fatto scoprire la potenza 
del sole; potenza enorme, perchè potrebbe nel termine 
d'un anno liquefare uno strato di gelo, che coprisse la 
terra ed avesse uno spessore eguale a 31 metri. 

Non solamente però fa duopo collocare all'ombra 
il termometro che deve dare la temperatura dell'aria, 
ma è altresì necessario di sottrarlo ad un'altra causa 
di perturbazioni assai gravi che provengono da un'a- 
zione del tutto opposta. La terra non serba il ca- 
lore che le invia il sole, ma lo raggia verso gli spazi 
celesti, a cui rende ciò che ha ricevuto, e ciò che 
possiede in se slessa di calorico; e questi raggi ter- 
restri traversano anch'essi l'atmosfera, ma dal basso 



143 

in alto, subendovi un indebolimento progressivo come 
i raggi solari; e quel che resta di questo ragglamento, 
quando ha oltrepassato i limiti del mezzo gazzoso, 
si sperde verso la volta stellare. Ora non è difficile 
di comprendere che, durante il giorno, la terra riceve 
pili che non rende, e da ciò deriva il riscaldamento: 
e la notte perde più che non guadagna, ciò che le 
dà una temperatura inferiore a quella dell'aria. 

Questa conseguenza affatto inaspettata richiede 
l'esperienza che la confermi; e ve ne ha una celebre 
dovuta a Wells , la quale non ammette eccezione. 
Egli adunque pose sopra l'erba d'un prato, durante 
una notte serena , due termometri simili; ne lasciò 
uno esposto alla libera veduta del cielo, e coprì l'altro 
con un panno disteso orizzontalmente , e sostenuto 
a qualche altezza da quattro sostegni. 

Posti i termometri così vicini, che ambedue fos- 
sero nella stessa massa d'aria, quello coperto si man- 
tenne a 6°. al disopra dell'altro : e mentre questo 
perdeva il suo calorico per l'irraggiamento verso gli 
spazi celesti, quello conservava, e marcava la tem- 
peratura dell'aria da cui era circondato. 

Da questi fatti caveremo un'importante conclu- 
sione, cioè che si può e che si deve in meteorologia 
fare tre usi differenti del termometro; poiché situato 
all'ombra e protetto al di sopra da un tetto, indi- 
cherà la temperatura dell'aria; sostenuto liberamente 
senza verun riparo, mostrerà pel suo raffreddamento 
la potenza del raggiamento terrestre; immerso in una 
massa d'acqua esposta al sole, indicandone il riscal- 
damento, servirà a far conoscere la potenza pire- 
liometrica. L' insieme poi dei risultati ottenuti in 



\u 

questo Ire specie di esperienze ci condurrà alia co- 
noscenza dei inovimenli calorifici che succedono nel- 
1' atinosfeia ; e paragonando questi movimenti con 
l'effetto dei venti e dei vapori, si potranno scoprire 
delle dipendenze ancora sconosciute. 

Se non che la forza che eccita la vita minerale 
del globo non è esclusivamente dovuta al calorico, ma 
ancora all'elettricità, la quale vi opera un'azione so- 
vente oscura , sempre strana , ed alcuna volta ter- 
ribile. Questa misteriosa potenza della natura svi- 
lupi)andosi nel momento dell'evaporazione dell'acqua, 
nelle funzioni vegetali, e in generale in tutti i mo- 
vimenti fisici del globo, si spande nell'aria, ove ma- 
nifesta d' ordinario la sua presenza col soccorso di 
delicati elettrometri. 

Avviene alcune volte che mentre si accumula 
nelle ragioni aeree, si vedono luminose stellette sulla 
sommità degli edifizi, sulla punta delle baionette, e 
in cima agli alberi delle navi , e quest'ultima ap- 
parenza è conosciuta da' marinari sotto il nome di 
stelle di S. Elmo. Nelle regioni polari poi si vede 
risplendere di straordinaria luce la volta celeste ed 
è l'aurora boreale (1). Volta attribuiva all'elettricità 



(1) Il fenomeno dell'aurora boreale sembra non potersi ritenere 
qual'eflfelto di eleltricilà statica, ma piuttosto la consguenza d'una 
perturbazione di equilibrio delle forze magncticlie della terra. Solo 
in questo caso si spiegano le oscillazioni, e gl'impazzamenti dell'ago 
di declinazione, i quali precedendo ed accompagnando l'aurora bo- 
reale, ne autorizzano a pensare che questa brillante meteora sia 
l'atto che mette fine ad un uragano magnetico, il quale viene da 
essa indicalo ne'la stessa guisa che il baleno annunzia che l'equilì- 
brio elettrico momehianeamente turbalo va a ristabilirsi nella di- 
stribuzione dcU'eleftricità. 



U5 

la fonnazione della grandine; il cei to è ch'essa negli 
uragani produce le trombe o tutti quei disastrosi 
effetti, di cui Franklin ha sì bene indovinato la causa, 
e distrutta l'azione. 

I meteorologisti però non conoscono ancora in- 
teramente r influenza dell'elettricità sulle operazioni 
della natura. Kssi devono studiare quest'agente, come 
studiano tutti gli altri, servendosi degli elettrometri 
che oggi la scienza possiede. Possono lanciare nell'a- 
ria cervi volanti metallici, o frecce comunicanti col 
suolo per mezzo d'una catena conduttrice, e conti- 
nuare l'esperienze di Richman con punte njetalliche 
isolate. Essi lo possono, e lo devono: tanto più che 
un bisogno del tutto nuovo si fa oggi sentire, ed è 
quello di preservare dalla folgore i telegrafi elettrici 
che spesso ne vanno guasti. Se però si dirigeranno 
in questa via , devono ciicondarsi di [»rccauzioni , 
perchè non si scherza impunemente coH'elettricità, 
e il fisico Richman, che faceva esperienze di questa 
sorta, restò vittima d'una folgore. 

Ma a questo formidabile agente della natura, che 
risiede nelle regioni aeree, è immediatamente legala 
un'altra potenza, che avendo sua stanza in seno del 
pianeta opera una serie di fenomeni che sono in me- 
teorologia di somma importanza. La scoperta di questa 
misteriosa forza fu fortuita, come spesso accade. 

Narrasi infatti che un pastore dell'antichità sco- 
perse una pietra di particolare natura che ha la pro- 
prietà d' attirare il ferro. Riguardata lungo tempo 
come Oggetto di curiosità, questa sostanza fu studiata 
in seguito con più cura. Tagliata in forma di lom- 
boide, otfrì due [toli d'azione; e sospesa sopra un [ter- 
G.A.T.CLII. 10 



146 

nio , sì diresse in una posizione costantemente la 
stessa, che era presso a poco quella del meridiano; 
proprietà notabilissima che diede poi occasione alla 
scoperta della bussola. Intanto, quando Cristoforo Co- 
lombo si avventurò a quella grande navigazione nel- 
l'oceano atlantico, s'avvide che l'ago calamitato non 
avea una direzione costante; ed i bisogni della nautica 
suggeiirono allora numerose ricerche; si costruirono 
apparecchi magnetici colla precisione degli strumenti 
d'astronomia, si distribuirono nelle varie parti della 
terra, e non corse lungo tempo che potè costatarsi 
essere la terra stessa una calamita che ha i suoi poli 
magnetici. Si riconobbero variazioni diurne, annuali, 
e secolari della bussola, e si giudicò necessario di 
studiarla giornalmente per conoscerne le perturba- 
zioni. Un esempio farà comprendere questa necessità. 
Quando fu inventata la bussola si credette che l'ago 
si dirigesse esattamente al nord. Si conobbe 1' er- 
rore , e se ne determinò con precisione la sua di- 
rezione geografica. A Parigi nel 1580 l'ago si rivol- 
geva all'est , e faceva col meridiano un angolo di 
11°, e 30'. D'allora in poi si vide ravvicinarsi progres- 
sivamente al meridiano, e nel 1663 coincideva perfet- 
tamente con esso. Ma continuando a muoversi, negli 
anni seguenti, si rivolse verso ovest fino a fare col 
meridiano un angolo di 22°. nel 1805, e restò in 
questa posizione negli anni seguenti. 

Nello spazio adunque di 225 anni l'ago calamitato 
si ò spostato di 33° circa. Cosi in un breve periodo 
il magnetismo terrestre si è modificato alla stazione 
di Parigi d'una maniera sensibilissima, e continuerà 
certamente a trasformai'si ne! corso dei secoli. Non 



UT 

è dato ancora di conoscere come avvengano queste 
modificazioni, ed è daltronde utile di studiarle: im- 
perciocché si svelano alcune volte connessioni am- 
mirabili tra fenomeni che in apparenza sono estre- 
mamente dissomiglianti. Arago p. e. segnalò per 
primo un fatto di cui ninna teoria poteva allora preve- 
dere la significazione, e suscitò vivissime discussioni. 

Egli annunziò che l'ago calamitato prova pertur- 
bazioni al momento delle aurore boreali: e non so- 
lamente osservò ciò tutte le volte che un'aurora bo- 
reale era visibile a Parigi, ma paragonando le epo- 
che, potè dimostrare che le oscillazioni dell'ago erano 
avvenute anche quando le aurore invisibili a Parigi 
si erano manifestate nelle regioni polari- Oggi niuno 
mette in dubbio questa singolare coincidenza: e men- 
tre destò sorpresa nel momento che fu scoperta, ap- 
parve però naturalissima, quando si ebbe conosciuta 
l'origine elettrica dell' aurore boreali- E qui senza 
entrare nel campo delle congetture, ne sarà permesso 
di pensare, che l'azione magnetica della terra non sì 
limita agli effetti che si sono costatati fino al pre- 
sente ; poiché essendosi scoperto in questi ultimi 
tempi che l'ossigeno, questo gaz che costituisce in 
parte l'atmosfera terrestre, è attirato dalla calamita, 
ne viene di conseguenza che esso deve accumularsi 
ai poli magnetici della terra; previsione non ancora 
giustificata dalle osservazioni, ma che ci lascia al- 
meno la speranza di trovare un giorno nell' azione 
magnetica del globo uno degli elementi che regolano 
la statica dell'atmosfera. 

Riepilogando ora le idee generali che abbiamo 
passato in rivista, diremo che la scorza solida del 



148 

globo ò ricopei'ta nella maggior parte dall'acque, e 
circondata da un oceano gazzoso connposto di vapori 
e d'aria: che quest'insieme di elementi inerti, di cui 
conosciamo la proprietà, è abbandonato all'influenza 
di forze moltiplici , e dissimili, calore, elettricità, 
e magnetismo, senza contare le attrazioni dei corpi 
celesti; e che sotto l'azione di queste potenze la ma- 
teria del globo compie regolarmente delle funzioni 
generali determinate , variate all'infinito nelle loro 
manifestazioni, e sottomesse ad influenze perturba- 
trici locali che ne dissimulano l'arfnonia. 

Sicché lo scopo precipuo della meteorologia deve 
essere di studiare in ciascun luogo della terra le me- 
teore che ci si manifestano, eliminare le azioni locali, 
formulare i principi! generali, ed esaminare come si 
producono e si sviluppano gli agenti che danno vita 
alla natura. L'indagare poi le relazioni che esistono 
fra le cause e gli effetti, il comprendere per mezzo 
d'una teoria generale l' insieme dei fenomeni vitali 
del mondo, facendoli derivare dalle loro cause, come 
l'astronomia deduce il movimento dell'universo dal- 
l'attrazione newtoniana , deve essere il risultato di 
un'opera che oggi è appena incominciata. 

Ma a questo scopo, che ò ancora sì lontano, si 
potrà mai ariivare per una lunga serie di sterili ten- 
tativi, e fallaci metodi ? Ciò non si può presumere: 
e se vi è modo d'avvicinarsi, questo sta senza dubbio 
nell'associazione d'un gran numero d'uomini dedicati 
allo stesso studio , come ora ci adopraremo di far 
conoscere- 

È cosa assai rara che un fenomeno naturale possa 
essere interamente studiato da un solo individuo, e 



149 

ciò può solo aver luogo in quei 9asi partieolari, in 
cui spesso si ri[)i'oduce, e quando la causa, operando 
in uno spazio assai limitato, vi sviluppa lutto il suo 
effetto, di manieia che un osservatore unico può ve- 
dere più volte, e sotto tutti gli aspetti il fenomeno 
in se stesso, e la causa che lo determina. Ciò av- 
viene appunto per una meteora assai comune, qual e 
la rugiada, e l'analisi delle circostanze che l'accom- 
pagnano c'insegnerà come lo studio debba procedere 
in questo, e in simili casi. Si tentò dopo Aristoto 
di spiegare la rugiada , ma senza successo. Alcuni 
dicevano ch'essa cadeva dal cielo, altri che usciva 
dalla terra; senza che si vedesse né cadere, né ele- 
varsi. Wells risolse semplicemente la questione con 
un certo numero d'osservazioni razionalmente ese- 
guite. Egli prendeva fiocchi di lana , li pesava , li 
esponeva all'aperto sul cadere del sole, e misurava 
la rugiada ch'aveano ricevuto dall'aumento di peso 
acquistato. Dopo alcuni giorni di studi concluse, che 
la rugiada è abbondante nei tempi sereni, e nei luoghi 
scoperti, e che non si produce sotto un panno di- 
steso, sotto un tetto, o sotto le nubi, vale a dire 
sotto un riparo qualunque, benché posto a qualche 
distanza. Sicché la condizione essenziale per la ma- 
nifestazione del fenomeno é che l'oggetto, il quale 
riceve la rugiada, sia liberamente esposto alla vista 
del cielo stellato. Questa é una maniera assai filo- 
sofica d' osservare , perchè quando uno sa ciò che 
favorisce o distrugge 1' effetto incognito , di cui si 
occupa, ha fatto un gran passo verso la spiegazione. 
Ma in che differivano i fiocchi di lana esposti 
alla vista del cielo da quelli collocati in qualche 



150 
modo al coperto? Wells ne fece la ricerca ponendo 
termometri simili nell'interno di essi, e potè in tal 
maniera scoprire , che mentre quelli esposti all' a- 
perto del cielo notabilmente si raffreddavano, di po- 
chi gradi si abbassava la temperatura degli altri che 
giacevano al coperto. Eccoci pertanto ad una coin- 
cidenza che è duopo metter bene in rilievo. Allor- 
ché vi ha raffreddamento, vi ha deposito di rugiada; 
e quando la temperatura non si abbassa, la rugiada 
non si mostra. Adesso la spiegazione del fenomeno 
si offre naturalmente allo spirito- La lana raffred- 
data condensa il vapore d' acqua sparso nell' atmo- 
sfera, nella stessa guisa che fanno i vetri di un ap- 
partamento riscaldato nell' inverno , o la superficie 
d'una bottiglia piena d' acqua fredda nell'estate ; e 
se da questa esperienza di Wells torniamo all'azione 
che si produce in natura, si conclude che l'erba dei 
prati si abbassa di temperatura a cielo sereno, du- 
rante la notte, e si cuopre del vapore che l'aria le 
cede. La rugiada non cade adunque dal cielo , ne 
esce dal suolo, ma è l'aria che la contiene in va- 
pore, e r abbandona sotto forma di gocciolette li- 
quide. Ora resta a spiegarsi la questione , perchè 
l'erba si raffreddi , perchè la notte raggi calorico 
verso il cielo, e perchè conservi più alta la tempe- 
ratura sotto un riparo. La spiegazione di questi 
fatti è semplicissima e completa. Il riparo impe- 
disce al calorico di fuggire per andare ad equili- 
brarsi colla temperatura degli spazi celesti (1), ed è 



(1) L'erba poi si raffredda più della terra e dell'aria pel mag- 
gior potere emis»ivo che ha del calorico. 



151 

d'altronde l'esempio d'an fatto meteorologico sem- 
plice, nel quale tutta la serie dello azioni si sviluppa 
nel medesimo luogo. La causa opera dove l'effetto 
si scorge, e un solo osservatore basta per istudiarlo. 
Sventuratamente però non tutte le meteore offrono 
una semplicità così grande- Le numerose osserva- 
zioni individuali di lunghi anni, ed una ricapitola- 
zione coscenziosa sono elementi indispensabjli di stu- 
dio. Tutti hanno letto le notabili notizie che Arago 
pubblicava altre volte nell' Annuaire du bureau des 
longitudes. 

lo scelsi quella che tratta del fulmine. Arago 
avrebbe potuto contentarsi di presentare un'esposi- 
zione didattica delle azioni elettriche , e mostrare 
negli effetti del fulmine la ripetizione in grande, e 
in un laboratorio inaccessibile, dell'esperienze della 
fìsica; ma egli scelse una via op[tosta, e piiì i azionale. 
Raccolse lutti i fatti osservati dall'epoche le più lon- 
tane, li classificò metodicamente, e senza pronunciare 
la parola elettricità, fece la storia degli effetti del 
fulmine con racconti di testimoni oculari. Prenderò 
un esempio quasi all'azzardo. Si erano spesso rimar- 
cate alla sommità delle montagne tracce sinuose, in 
cui le rocce erano fuse. Ramond sul picco del inidij 
Soussure nelle alpi, Humboldt in America s'accor- 
dano nel descriverle, ed anche nello spiegarle, attri- 
buendo al fulmine questi effetti di fusione. Dall'altro 
lato si trovano nei piani della Slesia, e nelle sabbie 
dell'Egitto tubi profondamente sepolti nel suolo, di 
cui le pareti fuse sono composte degli stessi elementi 
del terreno che le circonda, riuniti e agglutinali dal 
calore. Questi tubi si chiamano folgoriti^ e l'opinione 



152 

comune li attribuisce all' azione della folgore. Una 
volta questi erano effetti di cause incognite , e le 
spiegazioni non punto giustificate; ma ecco che un 
giorno il sig. Hagen di Konisberga vide dalla sua 
finestra il fulmine cadere sopra un albero; egli fece 
scavare al piede , e vi scoperse una folgorite ben 
formata , e ancor calda. Citerò ancora un secondo 
fatto. Nel 1790 nel parco d'Aylesford , un paesano 
andò a cercare sotto un albero scampo contro l'ura- 
gano; il fulmine gli cadde sopra, lo sfolgora e lo lascia 
nella posizione in cui era. Si ritrovò qualche tempo 
appresso ancora appoggiato sul suo bastone ferrato, la 
cui punta confitta nel suolo continuava per una fol- 
gorite. Ecco in qual maniera sono nccessaiie nume- 
rose osservazioni individuali, e fatte da più persone, 
prima che si possa stabilire una teoria razionale dei 
fenomeni meteorologici. 

Ma la necessità di lavori collettivi eseguiti da 
una società costituita di osservatori, che si propon- 
gono un fine comune, diviene soprattutto evidente 
quando si deve studiare un punto della statica me- 
teorologica del globo. Prenderemo un esempio ce- 
lebre. Si tratta della temperatura dell'aria, e della 
distribuzione del calore nella superficie terrestre. 

Non è necessario di ricoirere all'uso del termo- 
metro per sapere che in un luogo aibitiariamente 
scelto , la temperatura dell' aria varia alle diverse 
ore del giorno. La mattina infitti al levare del sole 
esibendo minima la temperatura , va poi via via 
aumentando fino a due ore pomeridiane, per decre- 
scere in seguito d'una maniera progressiva fino al 
maiiino sognenle, e ricominciare periodicamente le 



153 

stesse variazioni diurne regolari, alle quali si aggiun- 
gono le complicazioni perturbatrici prodotte dallo 
stato del cielo, e dai cangiamenti della direzione dei 
venti. Se un osservatore avesse studiato in tutta la 
giornata lo stalo del termometro , e gli si richie- 
desse qual n' è stata la temperatura , egli sarebbe 
obligato, di raccontare minutamente le iariazio- 
ni , che ha osservato,© d'immaginare un metodo 
esatto e regolare onde riassumerle in una sola cifra. 
Ciò è appunto quel che si è fatto , prendendo la 
media dei risultati ottenuti in ciascun'ora della gior- 
nata, ed ammettendo che reffetlo dell'insieme sarebbe 
stato lo stesso , se in tutto il tempo dell'osserva- 
zione, la temperatura fosse rimasta invarlabihiiente 
eguale a questa media. Si sostituisce cosi al giorno 
reale, nel quale la Icinpeialura è di continuo varia- 
bile, un giorno fittizio , in cui rimane sempre co- 
stante; e questa temperatura intermediaria si chiama 
in meteorologia la temperatura mezzana d'un giorno. 
Continuando poi gli stessi studi , e la stessa ridu- 
zione per un intero anno, si trovano giornate d'in 
verno freddissinie , e giornate di estate caldissime 
separate da temperature meno eccessive. Si ripete 
allora per 1' annata 1' istesso ragionamento che per 
un giorno, se ne determina la temperatura mezzana, 
e si suppone che 1' effetto termico generale è equi- 
valente a quello di un'annata immaginaiia, nella quale 
tutte le stagioni avrebbero offerto una temperatura 
uniforme ad invariabile eguale a (|uosta media. Una 
moltitudine di misure si riassumono cosi in una ci- 
fra unica, le particolarità delle osàervazioni giorna- 
liere si concentrano in un risultato d' insieme che 
lo ricapitola, e lo stalo calorifico medio d'una lo- 



154 

calila s'isola dalle numeiose perturbazioni che lo 
dissimulano. Si obliano allora i pazienti sludi di 
ciascun giorno, si conservano i numeri che li rias- 
sumono, si classificano, si discutono, e se ne possono 
dedurre le leggi generali della statica del globo (1). 
Una conseguenza notabile deriva da queste osser- 
vazioni. Quando noi vediamo le successive annate 
caratterizzarsi per risultati agricoli assai differenti, 
per la fecondità, ad esempio, o sterilità del suolo; 
per l'abbondanza delle piogge, o la siccità dell'aria: e 
quando ravviciniamo certi dati favorevoli, o contrari, 
possiamo formarci due opinioni opposte intorno ai fe- 
nomeni del globo. può essere che le differenze che 



(1) Questa parie di meteorologia che riguarda le medie tem- 
perature è di somma importanza pei particolari servigi che i suoi 
risultati rendono ai bisogni commerciali ed agricoli, dipendendo 
appunto dalla diversità dello stato caloriRco medio la varietà dei 
prodotti agricoli , e la necessità delle relazioni commerciali tra i 
popoli. Però le indagini, che devono farsi su questo soggetto, non 
possono esprimersi con formole che comprendano grandi epoche , 
se si vuole che riescano profittevoli nella coltura delle piante; così 
p. e. la media annuale di temperatura è un risultato di poca uti- 
lità in agraria, perchè può comporsi di massime e minime ecces- 
sive, e di temperature oscillanti tra brevi limiti, e l'una e l'altra 
circostanza offre regioni agricole assai differenti tra loro; sicché l'u- 
tilità delle osservazioni termometriche sta soprattutto nelle brevi 
ricapitolazioni, per stagioni almeno, e meglio ancora per mesi, se 
si vuol formare un giusto criterio rispetto ai limili di coltura che, 
ha un determinato paese. La media annuale di Milano, ad esempio, 
consentirebbe forse in quel suolo la coltivazione degli ulivi, i quali 
raggiungerebbero anche nella stagione estiva la somma di 3978° 
di calore che si richiede dall' infiorazione alla maturità dei frutti; 
ma la media dei mesi d'inverno ne avverte che, stante il rigore di 
questa stagione, la durata dei geli e il rapido disgelo, siffatta re- 
gione agricola è fuori dei limiti imposti alla cultura delle varietà 
d'ulivi che Hn qui possediamo. 



155 

si rimarcano tra un anno e l'altro sieno dovute ad 
inegualità reali della quantità di calore versato an- 
nualmente sulla terra: e in questo caso esse saranno 
spiegate e dimostrate, se si riconosceranno inegua- 
lità corrispondenti fra le medie che i meteorolo- 
gisti calcolano; o può avvenire che il calore versalo 
sopra una parte del globo resti costante per le sin- 
gole annate , e che sia solo differente la maniera » 
onde si distribuisce tra le diverse stagioni: e in que- 
sto caso le medie di tutte le annate dovranno essere 
invariabili (1). L'esperienza sola potendo decidere tra 
queste due interpretazioni di fatti , è stato duopo 
consultare le osservazioni eseguite in un grandissimo 
numero di località, e si è potuto così formulare que- 
sta legge setr»plice e generale : « La temperatura 
mezzana in un luogo dato della terra è invariabile. » 
Questa legge, che risolve d'una maniera si pre- 
cisa la questione della variabilità dei climi, ne sollevò 
un'altra più importante e più generale, quella cioè 
della distribuzione del calore sulla superficie terre- 
stre. Si comprende di leggeri che la temperatura au- 
menta progressivamente a misura che ci allontaniamo 
dai poli per avvicinarci all'equatore; ed era ben na- 
turale di pensare che le medie dei diversi paesi 
sono esclusivamente regolate dal grado di latitu- 
dine, senza essere influenzate dalla situazione spe- 
ciale riguardo ai continenti, ai mari, ed alle montagne. 



(1) Qui, secondo il mio parere, si sarebbe concluso meglio di- 
cendo « che in questo caso le differenze marcate tra un anno e l'altro 
saranno cagionate dalla diversità, onde il calore si distribuisce nelle 
varie stagioni, e le medie di tutte le annate resteranno invariabili. 



156 

Inlnnlo, dopoché si ebbero liunilc in numerosi 
quadri lutle le osservazioni che si possedevano , si 
vide chiaiaaiente che la distribuzione delle tempe- 
rature sul globo non seguiva una legge così semplice. 
Le città poste alla stessa distanza dall'equatore offri- 
vano medie inegualissime, e nuove osservazioni di- 
vennero necessarie ()er constatare e misurare queste 
osservazioni imprevedute dello slato calorifico. Per 
riassumere un tal fatto nell' insieme degli elementi 
che lo costituiscono, rappresentarlo graficamente, e 
compre.nderlo d'un sol colpo d'occhio in tutte le sue 
particolarità, il sig. Humboldt ebbe l'ingegnosissima 
idea di riunire col inezzo d'una linea tracciata sulla 
carta del globo tutti i punti che godono d'un'eguale 
temperatura. Queste linee, che si chiamano isolevme^ 
lungi dal coincidere coi paralleli geografici , sono 
assai sinuose , e benché la loro posizione rjon sia 
oggi irrevocabilmente fissata, pure possiamo, come 
per esempio, seguire attraverso al globo l'isoterma 
che riunisce tutti i climi, di cui la temperatura è 
di 10°. Dapprima incontriamo quest' insoterma sulla 
costa occidentale dell'America alla latitudine di 46°. 
Da questo punto si dirige attraverso il continente 
verso l'Atlantico, che a nuova Yorck attinge alla la- 
titudine di 43°. Essa adunque si è ravvicinata all'e- 
quatore: e ciò prova che a latitudine eguale, la costa 
occidentale dell' America è sensibilmente più calda 
che la spiaggia orientale. Penetrando nell' Oceano , 
la curva si alza verso il nord , e |)assa a Dublino 
ai 53°; ciò che e' insegna che 1' Inghilterra possiede 
un clima più dolce che l'Ameriea. Infine continuando 
il suo giro attraverso l'Europa, la linea s'inclina di 



157 

nuovo verso il sud, o si riMova u Sebastopoli ai 44"; 
sicché si conclude che i continenti sono più freddi 
delle isole, e le tetnpei-aluie eguali non seguono la 
traccia dei paraleli geografici- 

K volendo sviluppare più completa?nente questo 
soggetto, vedremo ap[>arirc nuove inegualità sui con- 
tinenti; le estati p. e. si mostrano generalmente cal- 
dissime, e gl'inverni eccessivamente freddi; al con- 
trario sulle isole , o sui mari , le differenze fra le 
temperature estreme sono meno notabili. Dublino 
e nuova Yorck hanno eguale temperatura media ma 
nella prima di queste località il clima è uniforme, 
e nell'ultima varia tra limiti eccessivi nelle stagioni 
opposte. Di qu'i nasce la necessità per i meteoro- 
logisti di paragonare le variazioni sotto questo nuovo 
punto di vista , del rigore cioè degl'inverni , e del 
calore delle estati; di tracciare sul globo nuove linee 
analoghe all' isoterme , le quali percoriano i paesi 
di cui gl'inverni o le estati sieno eguali. Succedono 
in questo caso ravvicinamenti e applicazioni, si ve- 
dono i vegetabili diversi distribuirsi sulla superficie 
terrestre, seguendo zane parallele alle linee che de- 
terminano lo stato calorifico. Una nuova scienza, la 
geografia botanica, s'appoggia sulla meteorologia, e 
si sviluppa con essa; e le conseguenze pratiche fanno 
conoscere tutta l'importanza di questa studio sulle 
temperature. 



IL 



È tempo intanto di riassumere i processi gene- 
rali, e i bisogni della meteorologia. 



158' 

Essa parto da questi fatti isolati, ì quali sempre 
sì riproducono gli stessi in ciascun'ora del giorno; 
inoltre li riunisce, li riassume, e ne conclude le tem- 
perature medie nelle diverse località. Bentosto im- 
magina d'inscriverle sulla carta del globo, e di se- 
gnarvi linee isoterme. Allora questi numerosi pro- 
dotti individuali, queste osservazioni, che si sareb- 
bero potute credere puerili, si fondono in un insieme 
regolare. Si scuopre da principio una legge generale, 
quella deirinvariabililà dei climi- In seguito si co- 
nosce con precisione la statica colorifica del globo- 
In fine si determina il rapporto regolare tra la di- 
stribuzione del calore, e quella dei vegetabili. Se si 
volesse poi sapere ciò che costa V istituire questa 
vasta ricapitolazione, basti accennare che lo studio 
continuato di dieci anni , e di mille località sol- 
tanto, ha richiesto più di 87 milioni di misure ter- 
mometriche- Che sarebbe se dovessero farsi nell'in- 
tero globo? Ma nelle scienze non vi ha che una cosa 
che non si calcola mai, ed è il tempo che s' im- 
piega, e le fatiche che si sostengono. Se la meteo- 
rologia non ha fatto maggiori progressi, se le linee 
isoterme , imperfettamente tracciate, non sono per 
cosi dire che l'abbozzo grossolano d'un quadro comin- 
ciato, dipende da ciò che gli studi isolati che ne ser- 
vono di basi, non sono stati abbastanza numerosi; che 
talvolta volendo osservare le tracce di un fenomeno 
generale fa duopo citare scoperte equivoche; e che 
tal' altra si è dovuto arrestarsi al limitare di certe 
contrade, perchè le osservazioni mancavano. In questa 
deficienza di documenti , e nella necessità di otte- 
nerli, si è compreso che il solo mezzo di pervenire 



159 
al fine era di coprire la terra di numerosi osser- 
vatori! ed esaminare i fenomeni in condizioni iden- 
tiche. Allora si è pensato di organizzare i mezzi di 
studi sopra più vasta scala. 

Dopo varie decine d'anni abbiamo veduto che lo 
zelo per la meteorologia si è elevato fino al grado 
d'una passione pubblica. In Inghilterra le società sa- 
pienti, e gli osservatori si sono imposti sacrifici consi- 
derevoli per fornirsi apparecchi, pubblicare istruzioni, 
o risultati , sollecitare il concorso degli ufficiali di 
tutte le marine , e fare appello alla buona volontà 
degl'individui. Associazioni di meleorografi sono state 
fondate, e si sono trovati sapienti illustri per diri- 
gerle, personaggi opulenti per dotarle; ed un numero 
notabile di osservatori benevoli si è consacrato a 
studiare giorno per giorno, ora per ora, gl'istrumenti 
indicatori dello stato atmosferico- Dall'Inghilterra la 
passione delle investigazioni si è diflFusa sull'Europa, 
passando pel Belgio ove ha trovato un direttore sa- 
piente e zelante: si è estesa sull'Alemagna, ha pe- 
netrato in Russia ove si è cattivato l'appoggio del 
governo. Un estesissimo numero di osservatori! cuo- 
pre oggi in tutta la sua estensione l'impero russo, 
ed un'armata di meteorografi avente il suo generale, 
i suoi ufficiali, e i soldati, riempie con regolarità mi- 
litare i registri già preparati con colonne in bianco, 
ove non vi ha che ad inscrivere le indicazioni date 
dagli apparecchi nei diversi momenti della giornata. 
In mezzo a questa preoccupazione generale alcune 
persone hanno portato la loro attenzione sugli appa- 
recchi esploratori per modificarli e bene stabilirli. 
Si sono perfino immaginati termometri armati d'un 



160 
raggio, che traccia la temperatura sul quadrante d'un 
orologio, mentre che marca l'ora. 

Gli apparecchi di fotografia fanno per così dire 
il ritrailo dei barometri e delle bussole, di cui fis- 
sano a ciascun istante l'indicazione sopra una lastra 
dagheriana, nù si ha a far altro che metterli in at- 
tività e ricaricaili , come un orologio , ed essi so- 
stituiscono così più esattamente, e senza distrazione 
l'osservatore, al quale era duopo perdonare qualche 
volta delle irregolarità. Questi istrumenli ad indica- 
zione continua non furono un piccolo progresso, se- 
condo che dicono tutti quelli , le fatiche dei quali 
sono state notabilmente semplificate. Fin d'allora nulla 
mancò più alla meteorologia, nò strumenti pregevoli, 
né sacrifici personali, ne protezioni, nò organizzazione. 
Ma io m'inganno. La Francia ha mancato alla scienza, 
perchè fino ai dì nostri essa non si è messa al li- 
vello dei paesi circostanti. 

Le grandi fortune trovano presso noi ad impie- 
garsi altrimenti, e gl'individui pensano poco alle scien- 
ze. Forse noi non abbiamo nel nostro carattere una 
dose abbastanza forte di quella tianquillità e pazienza 
che si richiede in simili studi. 1 nostri sapienti non 
hanno mostrato una grande emozione rispetto alla 
meteorologia. Quelli che avrebbero potuto far na- 
scere, svilup{)are, e dii'igere il movimento, sì sono 
temili indietro. Nessuno ha dalo l'esempio di eseguire 
studi regolari e continui. Neppure l'osservatorio di Pa- 
rigi ha risentito l'influenza generale; esso non ha mo- 
strato nò entusiasmo né svogliatezza, n)a si è conten- 
tato di continuare le sue abitudini tradizionali, senza 
aggiungervi niente, senza niente restringere. Tra lo 



161 

slancio che si eccita nei diversi paesi d'Europa e que- 
sta biasimevole indifferenza che incontra in Francia la 
meteorologia, egli vi ha un contrasto, di cui facil- 
mente si comprendono le cause: e sono che, se vi 
ha tra i sapienti francesi persone che sostengono 
questa scienza, credendola degna del loro interesse, 
ve ne ha ancora altre che la trascurano e la scon- 
sigliano , perch' essi reputano mal diretti ì metodi 
eh' essa segue , esagerate le speranze che ha fatto 
concepire, ed ingannevoli le applicazioni che si ten- 
tano sulla fede delia sua autorità. 

Quando si apre un di quelli enormi volumi in 
quarto, che pubblica il governo russo, vi si scorge 
che in un giorno determinato a mezzodì faceva bel 
tempo a s. Pietroburgo , che vi spirava vento del 
nord , che il termometro segnava 10° sotto zero , 
che il barometro marcava una pressione di 760'"'". 
Queste particolarità sono ripetute per tutti i giorni 
dell'anno, e per tutti gli osservatoci che colà sono 
stabiliti. La cosa, come ognun vede, è di grande im- 
portanza: e se, scorsi anni e secoli, que' volumi siano 
consultati con pazienza , e paragonati a quelli che 
verranno in seguito publicati fino al tempo in cui 
si passeranno in rivista, si acquisterà la conoscenza 
delle modificazioni che il globo avrà subite, cioè se 
esso si è trasformato, oppure se è rimasto invaria- 
bile, e se si trova alcuna differenza progressiva tra 
le epoche passate e le attuali. Forse s' incontrerà 
in questo paragone la rivelazione di qualche fatto 
generale, di cui noi prepariamo oggi la scoperta ai 
nostri posteri; e fa duopo ben rimarcare, che non vi 
ha altra maniera di procedere nelle scienze fisiche. Im- 
G.A.T.CLII. 11 



162 

perciocché lo studio materiale dei fatti isolati che si 
riassume in seguito è il solo metodo che si conosca, e 
che s'adoperi per iscoprire le leggi generali: e se l'a- 
stronomia ha fatto progressi, se essa ne attende degli 
altri, li deve, o li dovrà alla ricapitolazione, ed al- 
l' ordinamento degli studi individuali che si accu- 
mulano negli archivi degli osservalorii. 

A questo ragionamento non manca chi risponde, 
che le misure essendo fattemi livello del suolo in 
mezzo a tutte le cause perturhatrici locali , vi ha 
poca probabilità che possano condurre a nozioni ge- 
nerali esatte: che gli osservatori non avendo oggetto 
ben definito, non lasciano conoscere le ragioni delle 
pratiche, alle quali sono astretti : che le speranze 
delle scoperte generali sono vaghe, e indeterminate; 
che il fine è distante; che, se fra le miriadi di nu- 
meri che si sono sepolti nei grossi volumi , alcuni 
forse sono destinati ad esser utili , ve ne ha una 
quantità immensa che non serviranno giammai, e che 
non è necessario di creare con grandi spese osser- 
valorii, e di spendere l' esistenza di tanti individui 
per tentare ricerche, di cui non si è in antecedonza 
preveduta l'utilità. 

Il fatto è che se fuori del nostro paese tutti s'ac- 
cordano intorno alla necessità di praticare la me- 
teorologia, in Francia si è lungi di concorrervi colla 
stessa unanimità ; e le due opinioni opposte, che i 
sapienti discutono fra loro, hanno avuto per risultato 
di trattenere lo zelo di quelli che la coltivano. Que- 
ste due opinioni sono state recentemente poste di 
fronte nel seno stesso dell'accademia delle scienze. 

Per dirigere con maggior sicurezza i tentativi 



163 
dell' agricoltura in Algeri , V amministrazione della 
guerra propose di fare eseguire studi sulla climato- 
logia delle diverse zone di quella regione ; e non 
volendo assumere la responsabilità scientifica dell'im- 
presa, domandò all'accademia un' istruzione minuta 
ch'ella s'incaricò di mettere in esecuzione. Fu nomi- 
nata una commissione, e fu presentato un rapporto 
alla fine del dicembre 1855 dal sig. Pouillet. Questo 
rapporto eccitò una discussione estremamente viva. 
La questione, ristretta da principio nei limiti stessi 
della dimanda, che l'avea provocata, in fine si allargò; 
ed a proposito degli osservatore di Algeri si venne 
a metter in causa, e quasi s'interdisse la meteoro- 
gia stessa. Colpi i più crudi le furono tirati da sa- 
pienti eminenti, e quelli ch'ebbe dal sig. Biot hanno 
mandato un lungo rimbombo. 

L' illustre e venarabile decano dell' accademia 
delle scienze ama la discussione, e vi primeggia, per- 
chè vi porta e 1' esperienza delle lotte scientifiche 
ch'egli ha incominciate da giovane, e la prontezza 
d'uno spirito vastissimo finamente educato ; un pò 
di passione negli argomenti, e molto rispetto per le 
persone. Mostra poi soprattutto la qualità ben rara 
d'esporre con meravigliosa eleganza le intime par- 
ticolarità delle questioni più aride, e riesce sempre 
a fare ammirare il suo talento, anche se non faccia 
trionfare le sue opinioni II sig. Biot entrò nel di- 
battimento sulla meteorologia con grande solennità 
e come adempiendo ad un dovere verso l'accademia: 
pronunziò una condanna formale della scienza, che 
occupa essa stessa più discepoli che tutte le altre 
unite insieme. La prova che si è fatta in Bussia , 



164 

diss'egli, massime di quelli stabilimenti di meteoro- 
logia, è decisiva. Il loro direttor generale ò un sa- 
piente distinto, i suoi aiutanti principali sono uomini 
intelligentissimi; e tanto esso che questi hanno do- 
vuto mettersi in possesso di metodi e di processi 
di osservazione recentemente perfezionati. La gene- 
rosità dell'imperatore di Russia non ha negato niente 
di ciò ohe poteva assicurare i successi di questi sta- 
bilimenti. Frattanto né là né altrove si è cavato al- 
cun frutto reale dalle loro costose publicazioni. Essi 
non hanno prodotto niente per l'avanzamento della 
scienza meteorologica; ed io aggiungo che non per 
colpa degli uomini, ma per mancanza di un fine spe- 
ciale, e per la natura della loro organizzazione, essi 
non possono produrre, se non masse di fatti disgiunti 
materialmente accumulati, senza alcuna destinazione 
d'utilità preveduta , sia per la teoria, sia per 1* ap- 
plicazione (1). 

Noi non vogliamo qui far la storia della discus- 
sione cagionata dalle parole del sig. Biot» Ci basta 
d'aver mostrato, che due opinioni del tutto opposte 
si trovano di fronte, e che la meteorologia, per gli 
attacchi di cui era stato l'oggetto, si trovava grave- 
mente compromessa. Né ci appartiene punto di di- 
scutere gli argomenti favorevoli degli uni , o le 



(1) Prima del sjg. Blot fu Regrault che fece opposizione al 
progetto di istituire osservatori! meteorologici in Algeri; ma la con 
dusione fu che l'accademia delle scienze adottò il rapporto della 
commissione, in cui si proponeva l'istituzione di cinque osservatori! 
in Algeria allo scopo d'applicare in ciascuna parte di quella regione 
una coltura propria alle sue condizioni climatologiche. Istituzione 
necessaria , perchè sappiamo che in quei luoghi , anche a piccole 
distanze, le temperature medie differiscono fra loro di 7 od 8 gradi. 



165 

obiezioni severe degli altri. Ma se è difficile di pro- 
nunziarsi fra argomenti contraddittori, egli non lo è 
giammai di arrendersi all'evidenza dei fatti. Gli oppo- 
sitori avranno ragione , finché una scoperta non li 
condannerà; ed i meteorografi trionferanno il giorno 
in cui apporteranno come risultato della loro per- 
severanza, e dei loro studi collettivi, un gran fatto 
meteorologico. 

Ciò per buona fortuna era a loro serbalo; e al 
momento stesso in cui un dibattimento solenne aveva 
messo in questione l'autorità insieme, e l'utilità della 
scienza, l'osservatorio di Parigi compiva un insieme 
di ricerche, di cui era impossibile contestare l'im- 
portanza. 

Ciascuno si ricorda che il 14 novembre 1854 
una orribile tempesta colpì le flotte inglese e fran- 
cese, stanziate nel mar nero. L'Enrico IV; fu lan- 
ciato alla costa; un notabile numero di bastimenti 
di trasporto naufragò , e quasi tutti i navigli delle 
due marine soffersero avarie , <5he le circostanze e 
il luogo rendevano disastrose. La tempesta si estese 
su tutta la Crimea , su tutta la superfìcie del mar 
nero fino a Costantinopoli, e quasi contemporanea- 
mente si ebbero in Francia violentissimi colpi di 
vento. Si conobbe adunque con evidenza che il fe- 
nomeno non era stato locale, e che era dovuto ad 
una perturbazione atmosferica che abbracciava si- 
multaneamente successivamente una grande esten- 
sione di paese, forse l'intera Europa; ed era deside- 
rabile per la sicurezza delle flotte di cercare, come 
una simile commozione era potuta nascere, svilup- 
parsi, e propagarsi. Il direttore dell'osservatorio di 



166 

Parigi fu adunque incaricato dal ministro della guerra 
di fare un' inchiesta meteorologica sulla questione 
in proposito. Il sig. Leverrier scrisse tosto una cir- 
colare a quasi tutti i meleorografi d'Europa, e do- 
mandò loro comunicazione delie note ch'aveano prese 
nei giorni che precedevano il 14 novembre. Piìi di 
duecento cinquanta risposte, contenenti le indicazioni 
date dagl'istrumenti meteorologici negl'indicati gior- 
ni, furono ricevute all'osservatorio. 

Alcune parole basteranno per fare apprezzareTim- 
portanza di queste comunicazioni venute da punti 
sì diversi. 

Se si suppone un osservatore fissato in una de- 
terminata stazione, il quale studia in ciascun mo- 
mento le oscillazioni del barometro, egli potrà co- 
noscere che lo strato atmosferico che lo sovrasta 
prova variazioni alternative. Verrà così alla cono- 
scenza di fatti isolati che avranno per lui un' im- 
portanza mediocre, e non ne offriranno alcuna agli 
abitanti delle contrade vicine. Intanto queste oscil- 
lazioni del barometro si riproducono in tutti i punti 
della terra , e non possono dirsi il risultato d'ac- 
cidentalità locali; ma di manifestazioni di movimenti 
atmosferici che si estendono sopra spazi notabili, e 
che si potrebbero studiare nel loro insieme , se si 
possedesse una serie di osservazioni fatte nel me- 
desimo momento , e sopra i diversi punti coperti 
dalla massa d' aria di cui vuoisi studiare lo stato 
fisico. Così per la diffusione delle osservazioni dap- 
prima, e in seguito per la loro concentrazione nelle 
mani di chi le coordini, diviene possibile di con- 
statare l'estensione che occupa una grande pertur- 



167 
bazione dell'oceano aereo, e di seguirla nella sua origi- 
ne, nel suo sviluppamento, nella sua traslazione. Que- 
ste moltiplici osservazioni individuali le avea ricevute 
il sig. Leverrier. Esse erano state fatte tutte, all'istes- 
s'ora e precisamente al momento in cui una grande 
commozione agitava il continente europeo, e conlene- 
vano gli elementi necessari per far la storia di que- 
sta disastrosa meteora ; solo era duopo riunirli , e 
coordinarli, ciò che non era mediocre lavoro. Lever- 
rier ne incaricò il sig. Liais , il quale ha portato a 
termine questo penoso lavoro con tutto il successo 
desiderabile. 

11 12 novembre adunque, all'ora del mezzogiorno 
di Parigi, le diverse località d' Europa si trovavano 
in condizioni atmosferiche differentissime. In alcune 
il barometro attingeva altezze del tutto eccezionali, 
e più grandi che in altre; e queste località non era- 
no distribuite irregolarmente; ma si trovavano per- 
fettamente allineate; e tracciandole sulla carta, pre- 
sentavano un insieme di punti che disegnavano una 
linea poco sinuosa, la quale correva dal nord al sud. 
Questa linea passava sull'Inghilterra , e ne tagliava 
la costa orientale pel 55'"" grado di latitudine; si di- 
rigeva verso il sud, traversava il canale di Bristol, 
e si dilungava verso la punta di Cornouailles. A par- 
tir da questo punto passava sulla Manica, si ritro- 
va attraverso alla Bretagna, e tagliando la Francia 
diagonalmente usciva da Naibona per entrare nei 
Mediterraneo, ove non si arrestava, ma riproducevasi 
nella costa Algerina verso il 5° di longitudine orien- 
tale- Su tutta Timmensa estensione di questa linea il 



168 
barometro si sosteneva a 770 rnm., e allontanandosi 
verso località poste all'est o all'ovest si scontravano 
pressioni barometriche minori, che andavano tanto 
più diminuendo, quanto maggiormente si prendeano 
lontani questi punti. 

Egli è adunque provato che il 12 novembre, a 
mezzogiorno, la pressione atmosferica aveva attinto 
un maximum su tutta l'estensione della gran linea 
che abbiamo descritta ; e siccome questa pressione 
è dovuta agli strati d'aria sovrapposti al barometro 
perciò si può spiegare il fatto, ammettendo che detti 
strati atmosferici aveano momentaneamente acqui- 
stato uno spessore più grande; che la superficie su- 
periore di essi si era sollevala , presentando una 
cresta continua corrente dall' Inghilterra all'Affrica, 
dal nord al sud superiormente ai punti pei quali 
abbiamo descritta la linea. Se si vuole una rap- 
presentazione materiale di questo fenomeno, può fi- 
gurarsi la superficie agitata del mare, e seguendo col 
pensiero la linea che forma la cresta superiore d'una 
onda, sì avrà l'immagine dello stato, in cui si tro- 
vava l'oceano atmosferico; e il sollevamento, che esi- 
steva alla sua superfìcie , prenderà per analogia il 
nome di onda atmosferica. 

A partir dal momento che abbiamo preso per 
punto di partenza, il barometro abbassa in tutto il 
tragitto della curva, ma monta progressivamente nei 
punti che la circoscrivono all'est. L' onda adunque 
non è immobile. Essa corre come le onde dell'oceano; 
a mezzanotte ha oltrepassato la Manica, e si è tro- 
vata al disopra dell'Olanda, di Lilla, di Parigi, di 
Lione; infine all'indomani 13 a mezzodì, ventiquattrore 



169 
dopo che è stnta la prima volta osservata, si ritrova 
con gli slessi caratteri già lontanissima dal suo punto 
di partenza, ed un poco inclinata sulla sua direzione 
primitiva; si mostra sulle coste orientali della Sve- 
zia, sulle isole di Aland, e di Rugen, passa a Ber- 
lino: e a Dresda, si dirige verso le alpi, di cui se- 
gue le sinuosità, e costeggiando le frontiere orien- 
tali della Francia, si perde nel Mediterraneo. 

L'onda si deforma in seguito sensibilmente; le 
sue estremità corrono più rapidamente che il suo 
mezzo. Si vide il 14 novenìbre a mezzo giorno muo- 
versi da S. Pietroburgo, e trovarsi a Danzica, tra- 
versare la Russia , passare all'ovest di Vienna, poi 
inflettendosi, e dirigendosi sulla Dalmazia, oltrepas- 
sare il mare adriatico, e tagliando la punta meridio- 
nale d'Italia, rientrare nel mare per il golfo di Ta- 
ranto. Continua senza indebolimento la sua via tra- 
verso alla Russia, alle provincie danubiane, e alla 
Turchia d'Europa; il 15 si trova sui monti krapacks; 
e il 16 ha traversato il mar nero; e qui è dove per 
mancanza di osservazioni si cessa di poterla seguire. 

Ecco, e tutti vi converranno, uno dei fenomeni 
il più generale , il più importante della fisica de! 
globo. E una condensazione dell' atmosfera , che 
ciascun meteorologista ha veduto passare sopra di 
se senza conoscerne l'estensione, e che il signor Liais 
ci mostra nel suo insieme, seguendola ne' suoi mo- 
vimenti L' oceano atmosferico ha adunque le sue 
onde; esse cuoprono quasi tutto il globo, e si avan- 
zano in una direzione regolare, come quelle del mare. 
L'onda che abbiamo esaminata si trasporta dall'oc- 
cidente all'oriente, traversa l'intera Europa, e im- 



170 

piega quattro giorni per giungere da Londra al mar 
nero. Seguendola poi nel suo moto di traslazione, 
scopriremo sulla superfìcie dei continenti cause lo- 
cali che la sformano, e ne rallentano il corso. Infatti 
mentre oltrepassò dal 12 a mezzo giorno , al 13 
mezza notte la superficie piana e bassa che si estende 
al nord dalle coste dell' Inghilterra all'imboccatura 
deirOder, traversa appena al mezzo giorno la lar- 
ghezza della Francia , e s'arresta per lungo tempo 
nei dintorni delle alpi, che le oppongono, come una 
barriera , eh' esita di travalicare , e che ne dimi- 
nuiscono notabilmente l'altezza. Al termine però di 
24 ore di lotta le alpi son traversate; ma allora si 
offrono le montagne del Tirolo, poi i krapackcs, e 
i balkans, e l'onda che era stata di più in più ri- 
tardata, ed abbassata per questi ostacoli naturali, si 
rialza e si accelera passando sul mar nero. 

Io temo che si confonda quest'onda coll'effetto 
dei venti che trasportano l'aria da un luogo all'altro, 
e che si ritenga questo fenomeno per un uragano 
che avrebbe spinta l'atmosfera dall'ovest all'est. La 
cosa non è così, come non lo è nelle onde del mare. 
Infatti queste sono prodotte da un sollevamento mo- 
mentaneo della superficie dell'acqua sui punti ch'esse 
percorrono, ma il liquido non è trascinato con loro- 
Quando esse incontrano un naviglio, lo sollevano, ma 
non lo spostano; e se anche si rappresenta un fiume 
che scorre rapidamente, ricordaremo d'avervi visto 
delle onde , di cui le une rimontano la corrente , 
mentre le altre la seguono, e si mostrano così affatto 
indipendenti dai movimenti di progressione che hanno 
le acque. Ora tra i liquidi e l'aria vi ha completa 



171 

analogia : la nostra onda atmosferica traversa con- 
trade, ove i venti soffiano in direzioni differenti, e 
questi non hanno opposto alla sua formazione, o al 
suo movimento alcun ostacolo apprezzabile. Tutti 
i fanciulli si dilettano di collocare sul suolo una lunga 
corda, di cui sollevando l'estremità colla mano, e bru- 
scamente abbassandola, vedono tutta la corda met- 
tersi successivamente in azione ed inarcarsi, come 
un rettile. Quest'inarcamento è un immagine fedele 
dell'onda atmosferica. Intanto i documenti ricavati 
dall'osservatorio, oltre Io stato barometrico , forni- 
scono ancora gli elementi necessari per determinare 
tutte le circostanze che accompagnavano il movi- 
mento dell'aria. Vi si vedono temperature inegualis- 
sime dal nord al mezzogiorno , direzioni di venti 
affatto indipendenti: e ciò che soprattutto sorprende 
è, che malgrado l' immensa estensione dello spazio 
percorso , malgrado tutte le differenze di latitudini 
e climi, la visita dell'onda portò sui continenti e sui 
mari un tempo tranquillo, e quella benefica influenza 
d'un'atmosfera serena, che s'accorda con la grande 
altezza del barometro. Nulla faceva presagire quelle 
spaventevoli commozioni, che il mare avea provate 
in Crimea, e che aveano occasionato l'inchiesta. Noi 
vedremo intanto che fra quest' onda inoffensiva , e 
le tempeste disastrose, esiste una relazione diretta, 
e che questa calma momentanea è il seguito o il 
presagio di fenomeni distruttori. 

Infatti abbiamo cominciato a riconoscer l'onda 
il 12 novembre a mezzogiorno, quando sovrastava 
all'Inghilterra e alla Francia. Risaliamo intanto un 
poco più alto; dal 10 all' 11 novembre gli stessi 



172 

punti, lungi dall'essere sottomessi ad una pressione 
straordinariamente grande, provavano un effetto con- 
trario : il barometro vi eia basso, più basso che 
nelle altre contrade, e i punti, in cui l'indebolimento 
della pressione era più marcato, occupavano sensi- 
bilmente quella stessa linea che era al 12 il luogo 
dell'onda. Egli vi avea adunque in questi punti una 
diminuzione dell'altezza dell'atmosfera, e la sua su- 
perficie superiore dovea presentar un solco cavo 
estesissimo. Il solco a questa data era assai poco 
profondo, e in seguito si vede mettersi in movimento 
pervenire il 12 al confine dell'Austria; il 13 attin- 
gere il mar nero, e il 14 abbassarsi sulla Crimea. 
In origine questa depressione dell'atmosfera era ap- 
pena sensibile; ma seguendola nel suo cammino, si 
trova che andava aumentando; a Monaco era assai 
considerevole; a Vienna più grande ancora; sul mar 
nero con proporzioni enormi. 

L'onda elevata era stata adunque preceduta da 
una depressione, da un'onda cava, che tracciandole 
il cammino avea traversato l'Europa ed attinto il mar 
nero ai 14 novembre. Queste due onde, di cui la 
connessione è evidente, ce ne fanno prevedere una 
terza che le dovea seguire via via , e che dovea 
esser pure un'onda cava; eccola infatti oltrepassare 
la Francia dal 14 al 15, ed inseguire quelle che l'a- 
veano preceduta. In Francia adunque vediamo suc- 
cessivamente passare l'il un'onda cava, il 12 e 13 
un'onda sollevata; dal 14 al 15 una nuova insolcata, 
e la successione degli stessi fenomeni si riscontra 
in Crimea a date differenti. 



173 

Il 14 vi si subì l'azione delFonda cava anteriore, 
al 16 apparì Tonda elevata, e probabilmente al 18 
vi si sarebbe osservata T onda cava posteriore , se 
non mancassero i documenti a questa data. Intanto 
possiamo particolarmente insistere sul paragone delle 
onde atmosferiche con quelle del mare, in cui ve- 
diamo di continuo succedersi ondate e solchi che 
s' inseguono , e vanno successivamente a produrre 
sugli stessi punti movimenti alternativamente opposti. 

Le depressioni atmosferiche peiò , che seguono 
e- precedono le onde elevate, non somigliano sventu- 
ratamente a queste negli effetti che producono; im- 
perciocché lungi dal portare il bel tempo, esse cagio- 
nano piogge abbondanti, venti impetuosi, tempeste, 
e grandini devastatrici. Fu l'onda cava anteriore che 
afflisse la Crimea il 14, e in Francia dal 15 al 16 
si subirono gli effetti della depressione posteriore. 

L'utilità della meteorologia è adunque oggi bene 
stabilita , e gli ultimi progressi di questa scienza 
hanno messo una volta di pili in evidenza un fatto 
ben rimarcabile, il legame cioè che esiste tra i di- 
versi rami della fìsica, e i servigi leciproci ch'essi 
possono rendersi. La pratica della meteorologia avea 
fino a questi ultimi anni incontrato- due delle più 
grandi difficoltà che possono vincolare una scienza. 
La prima consisteva nella mancanza di osservatorii, 
e di un sufficiente numero di collaboratori isolati. 
La seconda, che impediva l'opera coiimne da com- 
piersi, era la deficienza d'un sistema diretto a rac- 
cogliere in un insieme comune tante osservazioni 
sparse. Le cose acquisterebbero, senza punto perdere 
della loro precisione nelle particolarità, un valor gè- 



174 

nerale assai più grande, se Tistesso osservatore po- 
tesse da se medesimo fare in tutti i luoghi lo stu- 
dio d'un medesimo fenomeno atmosferico. Ma se le 
scienze non possono riuscire a dare all'uomo questo 
potere, esse vi hanno supplito col telegrafo elettrico, 
ed hanno dato alla meteorologia il più prezioso di 
tutti gli apparecchi , come quello che può riunire 
in una mano comune tutte le esplorazioni che si 
eseguiscono nei diversi punti d'una vasta contrada. 
Senza gli avvisi istantanei del telegrafo ciascun 
osservatorio può dirsi abbandonato a se stesso. Se 
vede passare una meteora straordinaria, non può Sv- 
vertirne le contrade, verso le quali s'avanza; ed esso 
stesso non riceverà mai notizia , che lo prepari a 
studiare le grandi perturbazioni che si dirigono alla 
sua volta. E vero che alla fine di più annate le me- 
die delle osservazioni sono alcune volte pubblicate; 
ma in esse non si scorge la traccia dei fenomeni acci- 
dentali; e a meno che questi non abbiano apportato 
una perturbazione straordinaria nello stato della con- 
trada, sono affatto obliati, nò si può più sperare di 
ritrovarne l'andamento e lo sviluppo. Le onde atmo- 
sferiche sono senza contestazione uno dei movimenti 
i più comuni dell'atmosfera , e la loro scoperta si 
deve alla perseverante attenzione di alcuni sapienti. 
Quelle che hanno afflitto i continenti per tanti se- 
coli t)on sono state considerate che come accidenti, 
di cui il legame era a tutti sfuggito ; e noi senza 
temerità possiamo pensare che altre azioni gene- 
rali, le quali operano grande influenza sugli abitanti 
del globo, rimangono tuttora sconosciute, perchè gli 
uomini non hanno avuto fin qui alcun mezzo di 



175 

scambievolmente prevenirsi , e a grandi distanze , 
degli effetti ch'essi provano ad un'epoca determinata. 
I meteorologisti avrebbero adunque senza utilità mol- 
tiplicato i luoghi di studi , se non fossero riusciti 
a legarli tra loro per un sistema di comunicazioni 
sempre pronto ed istantaneo mediante il telegrafo. 

Supponiamo p. e. che un uragano apparisca a 
S, Pietroburgo. Si può all'istante dimandarne notizie 
in tutti gli osservatorii della Russia , e alcune ore 
appresso si saprà che si è diffuso su tutto l'impero 
non essendo tali fenomeni mai locali , che occupa 
una lunga linea dal nord al sud; e l'indomani si per- 
verrà a conoscere che si dirige verso 1' occidente , 
alla volta dell'Alemagna, e si preverranno gli astro- 
nomi di Berlino e di Vienna. Questi attenderanno , 
e si prepareranno ad osservare; e appena ne saranno 
sopraggiunti, ne daranno avviso in Francia ; ed in 
Inghilterra. Così ciascuno rendendo il servigio d'an- 
nunziare una grande perturbazione , permetterà a 
quelli che ne sono minacciati di preoccuparsene , 
e garantirsene ; gli agricoltori metteranno in salvo 
i loro raccolti ; i porti spiegheranno gli stendar- 
di d' allarme , e quei pericoli così preveduti per- 
deranno senza dubbio parte di quella gravità che 
hanno allorché sorprendono all'improviso. 

Si ricordi che l'onda di Balaclava ha impiegato 4 
giorni per giungere da Londra in Crimea; un dispaccio 
elettrico avrebbe adunque permesso ai vascelli alleati 
di prendere lungo tempo innanzi misure di sicurezza 
che avessero annullato l'effetto della tempesta- Non 
solamente adunque il telegrafo elettrico può rendere 
alla meteorologia l'importante servigio di Irasmet- 



176 

tere ad un centro comune l'avviso , e i particolari 
d'un'azione atmosferica estesa, ma grazie al suo con- 
corso , può portare la meteorologia ad un alto 
grado di l'utilità giornaliera e generale. Si potrà 
predire ad un intero paese il disastro che lo mi- 
naccia, non già come si predice un'eclissi, per averne 
calcolata l'ora, ma come si annunzia ad una stazione 
di ferrovia l'arrivo di un treno che è in viaggio. 

Quest'importante e nuovo impiego del telegrafo 
si è effettuato in Francia, ove si è stabilito un ac- 
cordo tra la direzione dei telegrafi e quella dell'os- 
servatorio. Speriamo che quest'accordo marcherà il 
punto di partenza d'un'era novella per la meteorologia. 



177 



Discorso sopra lo slato di Urbino alla santità di nostro 
signore papa Urbano Vili. 



I 



I discorso o relazione inedita sopra lo stato di 
Urbino, che vede la pubblica luce, fu da me rin- 
venuto in un codice miscellaneo della biblioteca Al- 
bani a quei tempi, quando l'abate Tito Cicconi reg- 
gevala degnamente e la nobilitava colia sua varia 
dottrina e con quella cortese affabilità che non do- 
vrebbe mai scompagnarsi dagli uomini di lettere; né 
potrei dire in che mani se italiche o forestiere sia 
desso capitato nella generale dispersione teste av- 
venuta di quella insigne biblioteca. 

Il secolo decimo settimo aveva oltrepassato di 
poco il primo ventennio, e Francesco Maria li duca 
di Urbino, triste e desolato perchè senza erede e 
successore, presentiva imminente la fine della vita, 
del principato e della stirpe. Conciossiachè l'unico 
figliuol suo Federico Ubaldo ammogliato a Claudia 
de' Medici e già proclamato duca, dopo aver perduto 
nelle smodate libidini il vigor giovanile, tutt'impro- 
viso nel 1623 era mancato a'vivi. 

Una sola speranza balenò per alcun tempo al- 
l'animo di Francesco Maria, che la vedova nuora, 
cui Federico Ubaldo avea lasciata pregnante, gli desse 
un nipote, e quindi un erede e successore; ma questa 
speranza eziandio era venuta meno, avendo Claudia 
messo in luce una femmina che fu nominata Vit- 
toria. 

G.A.T.CLll. 12 



178 

Il sistema che la sede apostolica avea tenuto 
per molti secoli, di infeudare a principi e capitani 
diversi alcune terre e castella ed eziandio alcune 
Provincie del patrimonio ecclesiastico, era sul de- 
clinare, sia perchè andavano mancando le stirpi e 
dinastie che aveano ricevuto il vicariato o la infeu- 
dazione, sia perchè cessavano le condizioni e si di- 
scioglievano i vincoli delle concessioni primitive. Nò 
già l'istesaa sede apostolica avea rivolto il pensiero 
a creare nuovi feudi e conferire nuove investiture; 
ma per contrario intendeva a fortificare il dominio 
eminente delle provincie col dominio utile, e a sta- 
bilire la ragion vera e propria di governo e di am- 
ministrazione civile che fino al secolo decimosesto 
presso noi come da per tutto era stata imperfetta 
e confusa. 

Pio V fu primo a concepire e promulgare que- 
sto principio colla sua celebrata bolla De non infeu- 
dandis che porta in data il 1 567, e che poscia fu 
confermata eoa particolare costituzione apostolica 
da Paolo V. 

Gregorio XIII, che immediatamente successe a 
Pio V , ebbe la prima volta occasione di eseguire 
la bolla del suo santissimo predecessore e di appli- 
care il principio della ricongiunzione delle terre e 
delle Provincie, attesoché nel suo tempo mancarono 
alcune stirpi di feudatari e alcuni di questi non pa- 
gavano da lunga pezza il debito censo alla camera 
apostolica. Io stesso di ciò trattai nel proemio de- 
gli Avvisi storici e politici del tempo di Gregorio 
XIII, che estrassi dall'archivio di casa Caetani e pub- 



179 

blicai nel 184-5 (1). Nò senza maraviglia osservai di 
recente che il p. Theiner nella continuazione degli 
Annali Baroniani non faccia parola di questa ope- 
razione, che pure nell' ordine politico fu delle più 
importanti del medesimo pontificato. Nò già il va- 
ticano archivista avea ragione di tacerne: poiché quan- 
tunque descriva gli annali della Chiesa, non possono 
i fasti di essa separarsi da quelli del pontificato ro- 
mano, nò .i fasti del pontefice da quelli del principe, 
essendo alla somma podestà sacerdotale nel presente 
ordine di cose congiunta ed inviscerata la podestà 
temporale. E così adoperarono il Baronio e il Rai- 
naldi suo primo continuatore, innestando all'istoria 
cronologica delle cose ecclesiastiche la descrizione 
degli atti pontificii risguardanti la civile amministra- 
zione e le vicissitudini del poter temporale; così 
pure alcuna volta adoperò J'islesso p. Theiner, come 
quando riferisce che Gregorio munì la fortezza di 
Ancona e che rimproverò Pirro Caetani della sua 
indifferenza nel tollerare che i banditi e masnadieri 
si rifuggiassero nelle sue tei're feudali. 

Riducendomi dunque al tema che ho tra mano, io 
non tacerò come papa Gregorio per le ragioni anzidet- 
te s'impossessò di molte terre e castella e ne spropriò 
con mano forte i baroni. « Nelle montagne di Roma- 
gna, dice il Ranke (2), egli tolse Castelnuovo agli Isei 
» di Cesena e Corcona a' Sassatelli d'Imola. Longiano 
» situato in un amena collina, Savignano nella pianura 



(1) Nel Saggiatore, giornale storico, anno 11 voi. IV pag. 
6S e scg. 

(2) T. II pag. 245. 



180 
» furono confiscati a' Rangone di Modena. A fine di 
)> evitare il processo che la camera gli minacciava, 
)) Alberto Pio cedette volontariamente Berlinoro; ma 
» essa non si stette contenta; gli tolse ancora Verruc- 
» chio e altre terre ... si procedette nell'islessa ma- 
» niera in altre provincie. » 

Altrettanto fece Clemente Vili ripristinando, come 
è noto, la signoria della chiesa nel ducato di Fer- 
rara, allora quando si estinse la linea leggitima de- 
gli Estensi, a cui la sede apostolica avea conferita 
quella ragguardevole investitura. 

Fedele Urbano Vili a questo principio, che fino 
dal 1567 avea invariabilmente professato la sede 
apostolica, quando venne meno a Francesco Maria 
ogni speranza di successione maschile, applicò l'animo 
a predisporre i mezzi più efficaci insieme e piiì avve- 
duti sicché lo stato di Urbino, che ricadeva per legit- 
tima devoluzione alla chiesa, rientrasse pacificamente 
a far parte del principato ecclesiastico. Non man- 
carono adulatori che consigliassero Urbano di infeu- 
dare quello stato alla sua illustre famiglia; ma il 
pontefice chiuse gli orecchi a siffatte piacenterie cor- 
tigianesche, anzi divenuto sollecito di imporre a se 
stesso quasi un nuovo vincolo oltre a quello che na- 
scea dalle costituzioni apostoliche e dagli esempi 
de' predecessori, in quel medesimo torno di tempo 
pubblicò nna bolla confermativa di quelle di Pio V 
e di Paolo V per inibire e proscrivere qualsivoglia 
infeudazione. 

E di presente avendo creato arcivescovo di Ur- 
bino monsignor Santorio, nel mandarlo alla sua re- 
sidenza lo incaricò di sopravvegliare, più da vicino 



181 

che gli venisse fatto, il governo di Francesco Maiin, 
di esplorare le relazioni di lui eoi governi forestieri, 
principalmente coi confinanti, e di preparare con sot- 
tile avvedimento animi e cose sicché alla morte del 
duca ottogenario che si prevedeva imminente, fosse 
maturata l'annessione effettiva dello staio di Urbino 
alla signoria della chiesa. 

Se non che avendoli Santorio cominciato inge- 
rirsi liberamente negli affari della civile ammini- 
strazione quasi avesse comunione di principato, il 
duca quantunque mitissimo ne fu cotanto indegna- 
to che proruppe in aperta ostilità. Il perchè oltre 
all'aver mandato a Firenze la nipote Vittoria, che 
designava sposa al giovinetto Ferdinando già pro- 
clamato granduca di Toscana, trattò col reggente il 
cardinal Carlo de' Medici e facilmente assegni che 
le principali fortezze del suo stato fossero presidiate 
da guarnigioni granducali. 

Spiacque molto alla camera apostolica questa 
chiamata di milizie forestiere e più perchè toscane: 
avvegnaché correa fama ehe casa Medici imparentata 
con casa Della Rovere meditasse impadronirsi del 
ducato, al che il favore del duca, la prossimità del 
confine e la facilità degli acccessi potevano appia- 
narle la via; e si temeva non senza buon fonda- 
mento che annidate una volta in s. Leo, in Pesaro 
e in altre fortezze le truppe del granduca Ferdi- 
• nando, ditficilmente fossero per isgombrarie e che 
potessero soltanto armata mano esserne discacciate. 
Per la qual cosa la camera apostolica, a fine di 
mantenere il suo dritto contra ogni pretesa e in 
qualunque eventualità, fece anch'essa considerevoli 



182 

npprestainenli di milizie e le inviò in quella parte 
(li Romagna che confina eolla Toscana. Trovo me- 
moria nel Ricci (1) che il comando di queste sol- 
datesche, com« pure il governo de' luoghi forti, fu 
commesso a D. Francesco Colonna principe di Pa- 
lestrina. 

Ma non ebbero effetto le minacce e si quietarono 
prestamente i rumori di guerra facendosi luogo alle 
arti della pace ed ai negoziati della politica, i quali 
sortirono un successo favorevole e direi quasi inaspet- 
talo. Perchè Francesco Maria ritemperando l'animo 
a quei principii di moderazione e di saviezza a cui 
avea sempre mai conformato *gli atti del suo governo, 
e volendo risparmiare a' suoi popoli le calamità che 
ordinariamente in gran copia rampollano dai cam- 
peggiamenti e dalle invasioni militari, deliberò di an- 
ticipare e concertare con buona intelligenza delle 
parti ciò che alla sua morte, presto o tardi , con 
pacifica intramettenza o armata mano doveva infal- 
lantemente avvenire. 

Rinunciò dunque lo stato di Urbino al pontefice, 
e si ritrasse in Castel-Durante , degli attributi del 
principato riservandosene un solo, quello di far grazie 
secondo che avrebbelo consigliato il suo cuore in- 
chinevole alla clemenza e alla benignità. 

Ciò avvenne nel 1626, e nel medesimo tempo 
il cardinal Rerlingieri Gessi prese il possesso del 
ducato in nome della sede apostolica. 

L'Hofman nel suo dizionario afferma che la de- 
voluzione dello stato di Urbino alla camera aposto- 



li) Notizia della famiglia Boccapaduli pag. '270. 



183 
lica avvenne dopo la morte di Vittoria della Ro- 
vere figliuola come ho detto di Federico Ubaldo 
e di Claudia de' Medici. La serie dei fatti, che ho 
riferito per sommi capi, bene appalesa quanto sia 
falsa codesta asserzione del poligrafo alemanno e 
quanto meritevole di biasimo la pigrizia e corren- 
tezza di chi è solito fare assegnamento sopra i dizio- 
nari lessici biografici e storici, i quali, se ne togli 
per avventura quello del Feller, sono nido e semen- 
zaio di errori principalmente quando si tratta di cro- 
nologia e genealogia. E certamente questo dell'Hof- 
man è mostruoso. Vittoria della Rovere era nata 
negli esordii del 1624, e per conseguenza alla morte 
del suo avolo Francesco Maria avvenuta nel 1631 
era fanciulla. Divenuta moglie di Ferdinando li gran- 
duca di Toscana, ornò col suo senno la corte me- 
dicea, e pili anni sopravvisse al marito che passò 
di vita nel 1670. Si potrebbe domandare all'Hofman 
chi reggesse lo stato di Urbino in questo non breve 
periodo di anni, posto che il medesimo non fosse 
incamerato se non dopo la morte di Vittoria della 
Rovere. 

Così ebbe fine la stirpe de' Rovereschi valorosa 
in guerra e munifica in pace, la cui corte nel secolo 
decimo sesto era divenuta la stanza geniale degli 
uomini di lettere e rappresentava il fiore della ele- 
ganza e civiltà italica; così insieme con essa ebbe 
fine lo stato di Urbino. 

Francesco Maria prefetto di Roma, primo duca 
nella serie de' Rovereschi, adottato in figlio da Gui- 
dobaldo seniore ultimo duca nella serie de' Monte- 
feltro, ricevette la investitura ducale da Giulio li 



184 

con breve apostolico che porta in data il 10 di mag- 
gio del 1504, secondo la copia autentica di esso breve 
che si conserva nell' archivio del commissarialo di 
camera ; ma non cominciò a reggere lo stalo che 
nel 1509, vale a dire alla morte di Guidobaldo. Il per- 
chè vuoisi emendare il Musanzio (1), che non distin- 
guendo la data della investitura e la data dell'eser- 
cizio del principato, falsamente assegna al 1509 la 
creazione di Francesco Maria I in duca di Urbino. 

Francesco Maria II ultimo duca mise rinuncia, 
come ho detto, nel 1626. 

La casa dunque de' Rovereschi tenne pel corso 
di anni cento e diecissette il ducato di Urbino pro- 
priamente detto e i vicariati di Pesaro, di Senigallia 
e di Mondavio, città e compartimenti che formavano 
lo stato di Urbino. 

Or mi rimane a dare alcuna contezza intorno 
alla relazione che per la prima volta io consegno 
alla stampa. 

Come si scorge dal titolo originario essa fu di- 
retta alla santità di nostro signore papa Urbano Vili 
probabilmente da un commissario pontificio che il 
cardinal Francesco Barberino soprintendente dello 
stato ecclesiastico, come allora chiamavano il primo 
ministro del papa, inviò a riconoscere il ducato e 
prender nota di tutto ciò che sembrasse meritevole 
dì particolare avvertenza- Ma chi fosse costui non 
potrei far congettura , mancando al documento la 
firma dell'autore e la data eziandio del luogo e del 
tempo. 



(1) Tal). Chronol. pag. 232. 



185 

Ma poiché la relazione muove principalmente 
dal punto di vista militare, e quasi tutta si distende 
nel ragionare di argomenti e cautele strategiche, in- 
clino a credere che sia stata scritta da un uomo 
di milizia, non già da un uomo di foro o di chiesa; 
e di conseguente mal si apporrehbe per mia sen- 
tenza chi attribuisse la presente scrittura a mon- 
signor Santorio, del quale non si legge che alle di- 
scipline ecclesiastiche aggiungesse la cognizione del- 
l'arte militare. 

Quanto al tempo in cui fu scritta, io sono di 
avviso che questo di breve intervallo conseguitasse 
la morte di Federico Ubaldo, ma che precedesse la 
turbolenta missione del Santorio; e credo che non 
possa ragionevolmente differirsi oltre il 1624. 

In Roma poi e non altrove fu scritta certissima- 
mente. 

Ho aggiunto al testo alcune note dichiarative 
o critiche, brevi la maggior parte, tranne quella che 
riguarda la Massa Trabaria e che forse non tornerà 
sgradita agli amatori d( Ila storia e topografia italica 
nel medio evo. 

Prof. Paolo Mazio 



186 



Xjo stato di Urbino è situato, come è noto, alla 
riva del mare Adriatico in mezzo tra la Marca e 
la Romagna, di parte delle quali provincie esso è 
composto , e queste sono conterminate dal fiume 
Isauro detto ora la Foglia. 

Il mare l'ha da tramontana; da mezzo giorno ha 
per termine TApennino che alla drittura di Borgo 
S. Sepolcro in parte lo divide dallo stato di Toscana, 
perchè un poco più su verso la Vernia trapassa il 
giogo di questo Apennino e si accosta alla Car- 
pegna e Montefeltro, comarca che è dello stato di 
Urbino, in quella parte però che si compone della 
Romagna; come anco da questa parte meridionale è 
diviso a Città di Castello da quella porzione di Um- 
bria che è dello Stato Ecclesiastico. Da levante ha 
il restante della Marca approssimandosi ad Ancona, 
e da ponente il restante della Romagna e comincia 
con Rimini, paesi tutti dello Stato Ecclesiastico che 
da quel poco di interrompimento in poi che vi fa 
quello di Toscana, comprendono e ricevono dentro 
di sé questo stato di Urbino. 

Nella maggiore lunghezza dal mare allo Appen- 
nino tenendo verso Egubbio sarà questo stato da 
novanta in cento miglia, e forse da settanta la lar- 
ghezza distesa nel mezzo del suo corpo dai luoghi 
marittimi. 



187 

In tutto il resto poi questo paese è montuoso, 
sterile piuttosto che opulente, mediocremente abi- 
tato da gente piuttosto povera, mite non faziosa, ne 
per dedizione di spirito molto inchinata alle armi. 

1 luoghi per lo più piccoli o non molto grandi, 
aperti ne muniti di altre mura che quelle che dalla 
antichità hanno ereditate, e queste nella lunga tran- 
quillità della pace trasandate e rilasciate al malefizio 
del tempo, che al presente si renderebbero inutili 
alle repentine e subite difese, ancorché per essere 
fra i monti qualcheduno ne sarà in luogo inacces- 
sibile, e gli altri sottoposti ed incomodi alla difesa. 

Lo stato è senz'armi, eccetto pochissime mal 
tenute da' particolari, né tiene altro che una pic- 
cola piuttosto guardaroba che armeria a Pesaro, a 
pompa piij che a benefizio di potersi armare ba- 
slevolmente per difesa; né passeranno cento pezzi 
di artiglieria quelli di tutte le piazze di questo stato 
tra grossi, piccoli e piccolissimi, dei quali la mag- 
gior parte e i più grossi sono a Pesaro (1). 

Delle città Egubbio forse sarà la più grande 
e la più ricca, che sta ne' confini dell'Umbria non 
distante da Perugia e Città di Castello. 

Cagli verso Fossato, e Fossombrone verso i ca- 
stelli di Montalboddo e altri della Marca verso An- 
cona, Senigallia alla marina tra Fano e Rimini, S. 
Leo tra Rimini, Cesena e lo stato di Toscana che 
da questa parte ha la Vernia e il Sasso di Simone, 
e Casteldurante (2) e Santangelo in Vado (3) gli 
sono appresso. 

Nessun luogo dì ordinario tiene presidio, eccetto 
Senigallia , Pesaro e S, Leo , e questi piccolissimi 



188 
come per custodia delle porte e con non esatta pun- 
tualità nelle paghe; piuttosto nome di milizia che 
forma, essendo al tutto trascurata e mancando di 
disciplina, eseicizio, e visite. 

Potrà fare (Questo stato da otto a dieci mila 
uomini atti al porlo delle armi, ma pochi in ristretto 
atti al maneggiar di esse, come suole riuscire dei 
popoli che si pretende raccorre per descrizione. 

Non ha il paese in pronto nessuna munizione 
da guerra, come ne modo da provvedersene in esso, 
né uso da fabbricarsene facilmente. 

Di vivere ha quanto parcamente gli somministra 
di giorno in giorno l'industria e la coltura del pro- 
prio terreno, ed i negozi sono pochissimi. Non è 
paese da sostentare eserciti ne gente forestiera; che 
con questa in due mesi sarebbe distrutto affatto. 

Tre strade principali attraversano per lungo e 
per largo questo stato. La marittima che riceve i 
passaggi d'ogni gente oltramontana che per Lom- 
bardia cala in Romagna , per venire da Pesaro a 
Fano , dove partendosi alla mandritta tiene verso 
Fossombrone , il Furio , Cagli , e per l'antica via 
Flaminia (4) passato l'Appennino mette a Fuligno, e 
quindi a Roma. L'altra seguendo la drittura del lilo 
marittimo passa da Senigallia , e toccando Loreto 
corre così tutta la lunghezza di Italia per la Marca 
nel regno di Napoli sino in fondo, lasciando a Lo- 
reto un ramo che giuntandosi colla Flaminia a Fu- 
ligno porta ancor esso a Roma. La terza è quella 
che attraversando la lunghezza d' Italia dal mare 
Mediterraneo all' Adriatico per la Toscana , pas- 
sando r Apcnnino mette nello stato di Urbino , 



189 
e per la valle di fiume Metro già detto il Metauro, 
per S. Angelo in Vado e Castel Durante s'aggiunta 
a Fossombrone colla Flaminia e termina a Fano. 
Per questa passano i procacci ordinari di Fiorenza; 
e ancorché coll'occorrenza della gita in quello Stato 
della serenissima principessa Claudia de' Medici (5), 
fossero accomodate le strade di quella valle per la 
pratica delle carrozze che in cima le alpi furono 
mandate a riceverla, e ancorché competentemente 
in molti luoghi dello stato di Urbino vi si frequenti 
l'uso de' carri, non è però tale nello stato di To- 
scana; quantunque assai campagne vi siano larghe 
e da poterle ricevere, se coH'arte si sminuissero le 
difficoltà dei luoghi scomodi che s'infrappongono 
di paese in paese, cotal che in occasione di guerra 
senza aperta mossa di guastatori non potrebbero 
rassettarsi in ogni luogo per pratica di carri e di 
artiglierie; onde pili facile riuscirebbe per la Marca 
e per la Romagna, come si vede per la frequenza 
dell'uso delie carrozze che vi praticano d'ordinario^^ 
sebbene ciò non fanno da Fossombrone a Fuligno. 

Oltre di queste sono delle altre strade e sen- 
tieri che tanto dal Perugino come da Città di Ca- 
stello passano per le alpi in questo stato, come anco 
da quello di Toscana tra Borgo S. Sepolcro e la 
Vernia nella Carpegna e Montefeltro; ma sono però 
tutti alpestri ad uso e pratica de' proprii convicini 
e paesani. 

È dunque circondato questo stato dalle provincie 
dello Stato Ecclesiastico, Umbria, Marca e Romagna, 
ed in un angolo da quello di Toscana; per mare 
confina con tutto il mondo , ma particolarmente 



190 

dalle marine più prossime, oltre a quelle dello Ec- 
clesiastico, sono confinanti i veneziani , tedeschi , 
turchi, e spagnuoli- 

Non ha però porti questo stato , ma Pesaro 
spiaggia infelicissima che si allarga assai al mare 
con i bassi fondi, per causa dei quali difficoltosa- 
mente sì ottiene l'ingresso dei piccoli vascelli den- 
tro al fiume Foglia che con stentata imboccatura 
gli serve di porto, come quelli del paese lo chia- 
mano , che sta di fuori della città accosto ad un 
lato di essa dalla parte di ponente ; benché poco 
discosto da essa verso levante sotto al monte dell'Ar- 
dizia (6), andando verso Fano, abbia quella spiaggia 
buon sorgitore, e che momentaneamente potrebbe 
ricevere un buon molo da ripararsi comodamente 
ogni vascello d'alto bordo, quando o il bisogno o 
la risoluzione di creder questo partorisse la deli- 
berazione di farcelo. 

Senigallia contiene dentro di sé il piccolo canale 
del fiume Neola (7) di facile imboccatura e buon ri- 
cettacolo di barche , e tutta la spiaggia ha buon 
sorgitore. 

Ha questo stato tre fortezze, Senigallia (8), Pe- 
saro, e S. Leo. 

Senigallia e Pesaro sono alla marina, in sito piano 
di convenevole grandezza ; fanno fronte l'una alla 
Marca e l'altra alla Romagna, ed occupano il dritto 
cammino che lungo 1' Italia fanno le due Flaminio 
e Lauretana, e nel mezzo fra l'una e l'altra è con- 
tenuto Fano singoiar luogo della sede apostolica. 
Sono della moderna, ma non della modernissima 
fortificazione, e per conseguenza non costrutte ed 



191 

ammeinbi'ate secondo le regole del più rigido parere 
di questi presenti fortificatori e soldati ; ma però 
sono incamisciate di buona muraglia con suoi ter- 
rapieni , di buon terreno fiancheggiale, e tengono 
fossa asciutta, e con tutto che in alcune parti meno 
esposte vi sia qualche cosa imperfetta , non sono 
però indifese; e non ostante che in alcune parti al 
di fuori diano comodità quelli siti di particolare 
[offesa) sotto al tiro grosso, e che Senigallia ad esso 
sia soggetta per altura del piccolo colle che sia per 
andare ai Cappuccini; e sebbene Pesaro con tiro piiì 
largo soggiaccia al monte dell'Ardiziae dell'Impe- 
riale (9), non è per questo che a ragione presidiate, 
munite e difese fossero per rendersi, fuorché ca- 
nonicamente essendo attaccate. 

S. Leo è in fra terra in paese montuoso e ri- 
tirato. Ma per la naturale fortezza che ritiene, fa- 
mosa e riguardevole nell'opinione del mondo, es- 
sendo questa un monte di sasso vivo, duro e stac- 
cato da ogni altro, altamente dirupato tutto all'in- 
torno, di forse due o tre miglia di circuito, che non 
ammette la salita alla cima di esso d'altronde che 
da un piccolo sentiero che con poca gente e fatica 
si guarda ; per il che da batterie e da assalti si 
rende sicura. In un lato della cima di questo monte 
è situata la terra assai piccola con una sua rocca 
in cima di un sasso , ed il restante è praticabile 
campagna ed atta alla coltura, e tiene una grossa 
vena d'acqua viva che ivi proprio macina molini; 
condizioni non disprezzabili nei lunghi assedi; po- 
tendosi ottenere da ciò qualche rifresco ed occa- 
sione di più riservatamente sostentare i viveri mo- 



192 

nizionati, come a stabilire in questa largura la co- 
stanza ai difensori e con piiì ferma speranza della 
loro salute sentirsi scemata l'ambascia e quello rin- 
crescimento che recano seco 1' angustie de' luoghi 
in lunghi assedi. Ed inoltre essendo questo sito fra 
monti alpestri, penuriosi, nella maggior parte del- 
l'anno carichi di neve , d'invernate rigidissime e di 
pratica difficoltà, si può difficoltare non poco l'espu- 
gnazione divenendo lunga, come obbligherebbe in- 
fine questo posto essendo difeso ; ed il ridursi al- 
l'opera dello scarpello nelli cavamenti e mine sono 
pratiche lunghe e difficoltose; l'effetto di ciò sbi- 
gottisce ognuno, ed in posta tale si chiarirebbe chi 
sperasse di cavar frutto da questa forma d'espugnazio- 
ne (10). E sebbene dai Medici (11) a tempo di Leone 
X fu presa e poi da Francesco Maria duca di Urbino 
ricuperata, prevalsero piìi in quelle fazioni gli af- 
fetti di chi le maneggiò all'introduzione delle parti, 
che gli effetti di grandi apparati, la diligenza o il 
cimento d'uno ostinato valore di chi la difendesse; 
non avendo altro, di che se gli faccia opposizione, 
che la sopreminenza d'un altro monte al tutto stac- 
calo da questo che fuori del tiro retto la può bat- 
tere di volata, ma con poca conclusione, potendo- 
visi fortificar poco. È dunque ammiranda questa 
piazza, e per opera di natura connumerata per una 
delle principali del mondo. Ma non è però atta a 
riparare alla perdita dello slato del suo principe 
quando fosse invadalo, perchè è situata come in un 
angolo non solo di questo stato, ma del resto d'Ita- 
lia. Non è capo di paese, eccetto di quella poca co- 
ni'arca del Montefellro; non tiene posto rilevante da 



193 
obbligare il nemico alla sua espugnazione; e di sua 
natura il servizio più speciale che tenga, è di ser- 
vire per rifugio e ritirata de'paesani ed altri che piiì 
confidasse nella sua fortezza in tempo d'invasione. 

Vero è che secondo la varia alterazione che po- 
tessero ricevere i dominii, come sono sottoposti al 
tempo e a gli accidenti, nella forma e termine di 
essi possono alterarsi queste condizioni e farsi più 
o meno vantaggiose e disvantaggiose a qualcheduno. 
Gonciosiachè accadendo che l' Italia fosse nelle ri- 
voluzioni che altre volle è stata, e divisa in più pic- 
coli dominii come altre volte sono state le Provin- 
cie di essa e particolarmente la Romagna, potrebbe 
il signore di quel luogo sotto il colore di buona ri- 
tirata correre i paesi vicini e profittarsi delle con- 
tribuzioni de'paesani. Ma molto maggiori potrebbero 
divenire al presente le speranze de' toscani sopra la 
Romagna divenendo padroni di questo popolo, poS' 
sedendo massimamente la maggior parte della parte 
montana di questa provincia. » 

Le altre città, come molte altre terre, essendo 
tutte circondate di mura quasi antiche o dimenti- 
che, composte come per lo più sogliono produrre 
le varietà de'pareri in ogni tempo, cosi sono di for- 
ma e parte disordinate e per ragione di arte difet- 
tosissime tutte. Ma non però ognuna disutile affatto 
alla difesa sino aspettare anco il cannone, quando 
ohi in occasione di guerra difendesse questo stato, 
stimasse essergli profittevole il benefizio del tempo, 
e fosse accompagnato da forze bastevoli , ricapiti e 
circostanze opportune (12). 

S. Marino e piccola terra , sta sotto a S. Leo 
G..\.T.CLI1. 13 



194 

non molto discosto da Rimini, è situata in un monte 
fastidioso che è quanto la rende forte; ha umore di 
essere repubblica, e perciò potrà essere che non ri- 
cevesse presidio da alcuno; che ricevendolo da chi 
disegnasse d'occupare questo stato, presterebbe ca- 
lore a S. Leo in pregiudizio della Romagna: è vista 
però sempre raccomandata ai duchi di Urbino. 

Porta adesso l'occasione di dubitare, se nella re- 
cadizione, alla quale si vede prossimo questo stato, 
alla sede apostolica, accadendo che per forza d'armi 
resistesse o che altri ne inditasse l'acquisto, come 
similmente per forza d'armi possa ciò evitarsi o ri- 
cuperarlo essendo stato occupato. Siccome l'interesse 
agita quasi tutte le passioni, così è da essere con- 
siderato in questo caso sopra chi possa concorrere 
con pili speranza di conseguirlo. Che circa al primo, 
che questo stato pigliasse risoluzione di resistere per 
se stesso, o bisognerebbe che avesse uomini del san- 
gue atti a qualche risoluzione, o che pure il paese 
tenesse speranza della propria libertà; ma quelli non 
ci sono, né il paese per qualità o quantità di ma- 
gnati, per ferocità o bizzarria di popoli, per vastità 
ne ricchezze non è atto a potere avere questi fini, 
nemmeno per seduzione de' vicini ; poiché nessuno 
ne ha più prossimo né maggiore o più comodo alla 
speranza dei particolari, conseguentemente del mag- 
gior utile, che l'ecclesiastico; dal quale ancora può 
aspettare più certamente il gastigo, essendogli nelle 
viscere, mentre se gli potrebbero riversare addosso 
le forze della Marca e della Romagna. Sono però 
invidiate le grandezze o come che siano gli accre- 
scimenti degli stati a ogni condizione di grado e vo- 



195 

lentieri si abbracciano dagli appassionati occasioni 
e pretesti di troncare l'aumento ad ognuno o di ri- 
tardarlo almeno, quando in proprio benefìcio non 
possono convertirlo. Ma fra questi stati confinanti 
che sono attorno a questo stato d'Urbino, nessuno 
ne ha piiì prossimo ed al quale meglio si aggiun- 
terebbe dopo quello della Chiesa, che di Toscana; 
il quale mentre fosse per avervi apparenza di legit- 
timi pretesti , è da credere che non fosse per la- 
sciare così buona occasione d'ingrandirsi, mostran- 
dosegli forse adesso 1' occasione facile alla intro- 
duzione in esso con avere rincontri ed attinenze di 
francesi , spagnuoli e tedeschi. Che se incontrasse 
che non fossero tocchi da intrinseca passione di ve- 
derlo maggiore, possono aiutarlo o tacitamente as- 
sentire che si aiuti da se stesso, poiché le sue forze 
sono tali , benché minore , da non temere quelle 
della Chiesa e da poter sperare buon conseguimento 
di fine a questa impresa. forse non guadagnando 
questa aggiunzione alcuno dei due stati, satisfarsi 
almeno di vedere consumare l'uno e l'altro in una 
lunga guerra; il che ancora non potrebbe dispiacere 
ai veneziani con una certa deliberazione di speranze 
in ognuno. 

Dato dunque come che sia che i toscani deli- 
berassero d'intraprendere questa impresa, è da ve- 
dere del modo. 

Non ha dubbio che lo Stato Ecclesiastico di gran- 
dezza e di forze è maggiore di quello di Toscana 
con abbondanza di tutte le cose, e gli uomini delle 
sue Provincie conosciuti dai pratici per naturale dispo- 
sizione di pili facile riuscita alla guerra che delle 



196 

altre d'Italia , ma con poca opinione del mondo , 
appresso del quale sono disprezzabili l'armi di questo 
stato, per contraria massima in che vede appog- 
giata la forma di questo governo che da una certa 
rispettata venerabilità è sostenuta più che dalla spe- 
ranza delle armi. 

Sono però arrolati in questo stato grandissima 
quantità d'uomini sotto nome di milizie, e distri- 
buite loro l'armi; e benché sia scarsamente abitato, 
può darne ancora maggior quantità. Ma quel che 
possa sperarsi da questa qualità di gente in oc- 
casione di guerra si riferisca alla esperienza degli 
altrui successi; che quali siano i capitani, li ado- 
prano con poca speranza; e come che in tutto sia 
da poter fare poco fondamento, dal modo che questi 
sin qui sono stati tenuti , si argomenti il profitto 
da sperarne; che non conoscono disciplina, esercizio 
o visite di forma. Genti non obbligate per soldo , 
per lo più con famiglia, attente alle loro faccende 
domestiche, rifuggiate a questo per godere qualche 
immunità, che quotidianamente tengono poi litigio 
con i govei'ni dei luoghi per l'implicazione fra le 
armi e questa forma di governo; ma a tutto è ri- 
medio. 

Lo stato di Toscana senza paragone è minore, 
ma bello e buon paese, sebbene potrebbe anch'esso 
essere pììi popolato. E' governo che mostra qualche 
confidenza di più nelle armi, ma dubbiosamente le 
tiene disposte e con un certo rigore opera anch'esso 
di troncare ogni occasione di orgoglio nei popoli. 
Pure non si trascurano quelle cose che profittevol- 
mente possono confarsi al sostentamento di esse. 



197 

Tiene milizia ancora questo stato che è il maggior 
nervo delle sue forze, ed è più puntualmente ar- 
mata e con propria disciplina , visitala spesso ed 
esercitata ogni festa. Si diletta di raccogliere qualche 
uomo di profitto; a Livorno tiene qualche soldatesca 
pagata ed in continuo esercizio; e non avendo altra 
occasione di guerra, tiene impiegata la sua gente 
in quelle galere, negozio dì riputazione e che fa 
tenere qualche gente su l'aria e piccarsi di soldato: 
cosa di qualche conseguenza, e da ottenere alla oc- 
casione come di seminario qualche soldato ed uomo 
di comando. È opinione che abbia in essere più 
tesoro che la Chiesa, che con supplemento di qualche 
milione che potesse sperare da quel d'Urbino, come 
si crede che vi sia, potrebbe dare il moto a gran 
cose spendendolo bene. 

Presuppongasi dunque che questo accidente di 
pretendere l'acquisto di questo stato di Urbino possa 
concorrere anche nei toscani, ma che, stante la vita 
del principe che lo possiede non avendovi essi fa- 
coltà sopra, né colorato pretesto di poterci innovare 
altro, aspettino l'intento di esso. Né alla sede apo- 
stolica si aspetti intanto il fare altro motivo; ma 
che essendo il fatto geloso , il punto si riduca al 
vantaggio del primo occupante, e che questi istessi 
rispetti e convenienze ancora ritengano ognuno dal 
fare levata di gente e schivare intanto questa spesa, 
mentre tuttavia possa sperarsi , nella vita di esso 
signore, col negozio chiarire meglio la volontà ed 
i pareri di ognuno ed evitare ogni futuro tumulto 
di guerra. Ma perchè del futuro sono tutte le cose 
incerte , e pare che sia riputato atto di prudenza 



198 
il dubitare di tulle le cose , si richiede in questo 
caso il vedere come la sede apostolica debba stare 
preparala, ed al suddetto fine di preminenza avere 
disposte le sue forze. Non è da credere che la pru- 
denza di questo signore, mentre vive, desse sotto 
qualsivoglia forma e colore l'ingresso e il dominio 
nel suo stato ai toscani. Prima, perchè non pare 
che Taffetto del dominare acconsenta tutela o com- 
pagnia; e poi potrebbe dubitare che perdendosegli 
il rispetto non fosse fatta a lui medesimo la guerra 
dalla sede apostolica. Ma se essi Io sperassero nella 
sua morte, bisogna persuadersi che siano per stare 
all'erta e preparati; e con ogni pratica e forze vuole 
la ragione che si procaccino l'introduzione in esso; 
ma. con quali forze poi specialmente debbano in 
questo principio operare, non possono con altre che 
con le sue paesane , se vogliono salve e riservate 
le cautele e rispetti accennati. Alle quali non in 
altro modo, che con la vigilanza e le consimili forze 
che tiene, può prevenire e contraporsi la sede apo- 
stolica. Ma perchè queste le sono per lungo uso 
fuori di tono, hanno bisogno di essere riaccordate 
e disposte attentamente a questo servizio; e perchè 
nelle dette milizie sono fondate, bisogna riordinare 
queste e tutte le cose di sequenza che si accom- 
pagnano e sono di servizio alla guerra. 

E prima bisogna aver pensato ad una buona pro- 
visione di un capitano generale da maneggiare questa 
macchina di negozio, che di valore e riputazione fosse 
venerabile ed in opinione a tutti, che in questo stato 
precipuamente deve reputarsi necessario. Né forse 
sarebbe da essere stimato superfluo, appresso a que- 



199 

sto, riassumere quanto altre volte da altri è stato 
discorso e provisto con tanti buoni ordini per cavare 
profitto da queste milizie, con proposito che avessero 
a ricevere forma d'una propria disciplina militare, 
fossero esercitate, proviste ed all'ordine, e ben di- 
sposte ad ogni futura occorrenza. Dall'inosservanza 
delle quali istruzioni vedesi non la confusione sola 
che ne avverrebbe accadendo il caso d'usarle, ma 
il danno che sarebbe chiaro , non componendosi 
prima in esse chiaramente la forma di questa di- 
sciplina. 

Nell'esercizio pochi e di rado vi si impiegano; 
il rispetto e l'obbedienza non è conosciuta da queste 
turbe scorrette, ed il profitto della correzione lan- 
guisce nei capi sopra costoro, essendo a casa e non 
pagati, e contrapesatogli l'arbitrio (13) ancora dagli 
altri capi che di maggiore autorità sono in questa 
forma di governo. 

L'armi, altre volte provviste ed assegnate a que- 
ste milizie dalla camera, con 1' istesso termine di 
trascuraggine si trovano per lo piìi o disperse o inu- 
tili al servizio. 

Desiderandosi dunque costrutto da queste qualità 
di servizio, è necessario ripigliare l'ordine di tutte le 
suddette cose e disporsi al suo proprio fine: il che 
con buoni capi si conseguirà sempre bene, se con 
particolare attenzione vengano abbracciate per utili, 
come in effetto le occasioni potrebbero mostrare che 
fossero queste cose. 

La cavalleria segue ancora essa gli stessi disor- 
dini, anzi si rende scandalosa, mentre è ripiena di 
ronzini e rozze e buona parte con basti, tutta disu- 



200 

tile e male alla via. Una riforma generale sarebbe 
la sua triaca ; introdurvi gente di garbo, ben mon- 
tata, e meglio armata. E se fosse possibile che un 
giorno questo governo si collegasse e ricevesse per 
buono l'uso delle armi, perchè non armare con esse 
la nobiltà di questo stato e di questa città preci- 
puamente oziosa, ed averla pronta con l'esempio dei 
francesi, turchi ed altre nazioni bellicose? cose utili 
e non difficili, che forse si reputano dure ma che tor- 
nano al fine tutte ad un segno. Ma tenendosi alle 
cose pili facili e di qualche stima, una è la provisione 
che si trova in questa città di tanti cavalli da carroz- 
za, potendosi montare con essi ad improviso bisogno 
qualche migliaro di uomini o cavarne altri servizi. 

L'istesse ragioni si competono nel suo essere anco 
allo stato dell'artiglieria, che con gran diligenza do- 
vrebbe essere riveduto e provisto, riferendosi ad esso 
solo le maggiori e rilevanti parti del servizio degli eser- 
citi per l'abbondanza dei ricapiti che la conseguono 
e delle provisioni che dipendono dal suo comando. 

Né con essa sarebbe disutile una provisione d'una 
quantità di pedardi e pedardieri, che sono di buonis- 
sima riuscita nei paesi nuovi alla guerra. 

Credute aggiustate queste cose, se si volesse con- 
seguire un utile servizio nella dubitata occasione di 
queste milizie , sarebbe bene in questo mezzo im- 
piegarle una partita alla volta per tanto tempo come 
a quartiere, provincia per provincia, ognuna nei pre- 
sidi delle fortezze più prossime, e più grossi che vi 
capissero, come particolarmente potrebbero essere 
la fortezza di Ancona , Fano , Rimini , Ferrara e 
Perugia, con dargli qualche utile nel tempo del ser- 



201 

vizio; che olire che con il continuo esercizio si as- 
soderebbero un poco, ne avverrebbe che mentre oc- 
corresse il bisogno , trovandosi costoro in posto e 
con l'armi alla mano si potrebbero inviare subito dove 
il bisogno richiedesse a pigliar posto o ad ostare al- 
l'inimico se si movesse, mentre in tanto si ordinas- 
sero ed inviassero le altre genti. E cosa otima sa- 
rebbe sopra tutto l'avere per tutte le provincie fatto 
fare provisioni di pili annate di grascia. 

Presupposte dunque le cose stabilite come si é 
detto, e prevenendo i toscani in agenza subito che 
il duca d'Urbino fosse mancato, in preoccupare quello 
stato, la pili spedita risoluzione che potessero ftue, 
sarebbe d'inviare quella parte delle loro milizie che 
sono per l'Aretino, Casentino, e paesi più vicini a 
detto stato, e per la strada corrente del procaccio, 
per il Borgo s. Sepolcro, andare ad Urbino, o per 
il Sasso di Simone calarsi alla volta di s. Leo nel 
Montefeltro, e cosi tentare di proseguire ciò che per 
machinazione, trattato o forza credessero poter ot- 
tenere in quel paese sprovveduto, coll'aiuto di qual- 
che pedardo e pezzo d'artiglieria, come sarebbe al 
pili qualche Sagro. Se gli faciliterebbe però un qualche 
progresso ove nel Sasso di Simone si assuefacCvSsero a 
tenere un grosso numero di genti in forma di pre- 
sidio da riversare poi a suoi tempi nel Montefeltro 
ed altrove. Perchè questo Sasso di Simone è posto 
in stretto confine con lo stato d'Urbino, nel Monte- 
feltro, forte per natura con poco aiuto d'arte, es- 
sendo un sasso staccato e dirupato tutto all'intorno, 
di competente capacità, in cima a montagne delle più 
alle di quelli contorni, senza alcun altra sopra emi- 



202 

nenza che lo domini , incontro al quale all' istesso 
orizzonte n'è un altro di simile condizione e natura, 
dello stato d'Urbino, detto Simoncello, dall'altro di- 
stante come sarebbe quasi una volata di cannone, 
ma non mai stato fortificato né presidiato dai du- 
chi d' Urbino , forse per avere lì sotto s. Leo che 
gli fa fronte. 

Con più facilità e forze maggiori puole e deve 
ristesso la sede apostolica nelle sue parti di pratica 
più facili all'ingresso per tutto in quello stato- Nel 
quale mentre nell'istesso tempo dall'una parte e l'al- 
tra fossero mosse l'armi per acquistarlo prima, mag- 
giori sempre e migliori possono riuscirvi i progressi 
della sede apostolica, massimamente con le provisioni 
dei presidii posti e disciplinati nelle fortezze dette, 
stante però che il paese ad alcuna delle parti non 
facesse resistenza; che altrimenti sebbene poco pos- 
sono quelle genti, col serrarsi nei luoghi ed allun- 
gare le pratiche, dando tempo al tempo, possono pro- 
fittarlo in benefizio di chi esse volessero che si avan- 
zasse nei progressi. Sebbene più espediente sarebbe, 
sentendosi che V inimico si movesse , lasciata ogni 
altra pratica, con quelle poche truppe che si aves- 
sero alla mano, ma spedite e buone, avanzarsi ad 
incontrarlo più avanti che si potesse ai confini; ed 
ivi potendosi , sperar di romperlo combattendo , o 
movendogli contra fermarlo, con ridurlo all'obbligo 
dell'espugnazione per consumarlo, mentre dal grosso 
della gente della Marca e della Romagna, che se- 
guisse appresso, si riceverebbe calore e si attende- 
rebbe alle occupazioni de'luoghi. Vero è che in que- 
sto sarebbe inevitabile la perdita del sasso di Se- 



203 
moncello d'Urbino, quando i toscani stimassero pro- 
fittevole l'occuparlo: perchè è troppo nelle loro forze 
e spogliato, e se non per altro utile , almeno per 
gelosia lo potrebbero e dovrebbero fare. Ma ingros- 
sandosi la guerra, siccome non pare che i fini dei 
toscani debbano deliberarsi fuori di una pretesa 
agenza preventiva di acquistare per mezzo dei loro 
confini quello stato solamente , così in ragione di 
difesa può valersi la sede apostolica della diversiva 
con muovere l'armi dall'Umbria nel corpo della To- 
scana , che a questo effetto solo dovrebbero stare 
preparate e disposte. E comechè la comodità di po- 
ter fare ciò da questa parte variamente possa fare 
arbitrare le risoluzioni di chi ne avesse la carica , 
così la facilità di tagliar fuori le levate ed i soc- 
corsi, che i toscani pretendessero introdurre nello 
stato d' Urbino, dipende dall' impedirgli la pratica 
del paese di Città di Castello fino alla fronte del 
fiume, e con la pratica di quelli contorni pensare alli 
tentativi d'averlo, e sul cammino del procaccio forti- 
ficarsi ad Anghari, che li taglierebbe fuori borgo S. 
Sepolcro, correre il casentine e quel più operare che 
sul fatto si stimasse di profitto. Potrebbe questa riu- 
scire una guerra intrigata , e perciò nel bolognese 
bisognerebbe aver disposte e preparate quelle genti 
ed ogni altra cosa necessaria non solo a fare una 
diversione di quelle poche forze che dei toscani sono 
nella parte montana della Romagna, ma con pensiero 
di aversene a profittare a cose di maggior momento. 
Poiché Pistoia non è più che dodici ore di cammino 
lontano da Bologna per la via del Reno e da altri 
sentieretti, è piazza soggettissima al pedardo, e guar- 



204 

data un poco da una cittadella che tiene; quando non 
riuscisse il guadagnarla di primo aborto, si potrebbe 
tagliar fuori. Ma il possesso di questo luogo inge- 
losirebbe Fiorenza; contro alla quale potrebbe ser- 
vire di piazza d'armi, quando riscaldandosi le cose 
per totale ed esatta diversione fosse stimato meglio 
fermarvi la guerra; attorno si taglierebbe fuori un 
gran tratto di paese verso Lucca e si correrebbe fino 
a Pisa. 

Scarparìa è sul dritto cammino da Bologna a 
Fiorenza, luogo di fortificazione imperfetta, ma in 
sito facile e buono da ridurlo presto in buona difesa- 
Sarebbe di profitto se si occupasse, e toglierebbe ar- 
bitrio alla fortezza di s- Martino più indietro a so- 
stentare quelle tenute ed il piano di Mugello. 

Queste e simiglianti cose potrebbero accadere e 
deliberarsi, mentre non con altre forze che con le 
proprie questi stati attendessero all'acquisto di Ur- 
bino. In che la prudenza conviene che prevaglia nel 
fatto, poiché incerte sono le riuscite delle delibera- 
zioni che si pigliano, cambiandosi nel fatto, come l'e- 
sperienza mostra ai capitani. Ma aggiuntandosi forze 
di altre potenza a quelle dei toscani, potrebbero dare 
occasione di cambiare partiti e forse accrescere 
molto di maggior cose; ma dalla prudenza dei prin- 
cipi di oggi si deve sperare la riduzione di tutte le 
cose ad una buona quiete. 



205 
NOTE 



(1) Il Muratori negli Annali d'Italia, t. XI parte prima 
pag: 126, racconta che la camera apostolica pagò al duca Fran- 
cesco Maria la somma di scudi cento mila in prezzo delle mu- 
nizioni armi e artiglierie che si trovavano nelle fortezze dello 
stato. 

(2) La chiesa romana fino dal secolo quarto e, forse ancora 
da epoca più rimota, possedeva come è noto per donazioni di- 
verse e per successivi acquisti molte aggregazioni di terre o 
predii che si chiamavano Masse, nel Lazio, nell'Umbria, nel 
Piceno, nella Campania, in Sicilia e in più altre regioni. 

Una di queste era la Massa Trabaria situata nella parte 
montana del paese bagnato dal fiume Metauro. La quale se- 
condo Panfilo Marchiano (De laudibus Piceni lib. 1°) fu de- 
nominata in questa forma dagli abeti di alto fusto che vi cre- 
sceano, e che sgrossati in travi per mezzo del Tevere non 
lontano si spedivano a Roma: 

Dicitur* a multis trabibus Trabaria Massa. 
Namque abies sumnio plurima colle viret. 

lu questo tratto di paese sorsero a poco a poco alcune 
borgate e castella, e tra esse Aleria capoluogo lungo le rive 
del Metauro , la quale fu distrutta durante la guerra gotica 
nel secolo sesto. I suoi abitanti dispersi non guari dopo si 
rannodarono e costrussero una terra murata, Castel delle Ripe, 
che in progresso di tempo divenne propugnacolo e nido di 
guelfi. Per la qual cosa dovè sostenere la pertinace nimistà 
e i ripetuti assalti de' ghibellini umbri e marchiani, special- 
mente di quei d' Urbino che negli esordi del secolo decimo 
terzo la presero e la distrussero. 

Nell'archivio segreto di Urbania esiste una convenzione 
fatta nel 1225 tra il comune di Città di Castello e Aldebrando 
abate di S. Cristoforo del Ponte, colla quale esso comune si 
obbliga di dare aiuto a quei monaci per la riedificazione di 
Castel delle Ripe. Ma la rinnovata terra non ebbe tempo di 
crescere e fortificarsi , avvegnaché nel 1277 fu nuovamente 
presa e demolita dai ghibellini. 



206 

Allora gli abitanti superstiti invocarono la protezione di 
Guglielmo Durante legato di papa Martino IV in Romagna, 
dal quale difesi contro il prepotente inimico e di danaro aiutati 
poterono fabbricare un nuovo castello, che dal nome del pro- 
tettore chiamarono Durante. Nell'archivio segreto di Urbania 
si conserva un istromento del 1284 con cui la badia di S. 
Cristoforo del Ponte dà e cede al comune allora nascente di 
Castel Durante un terreno di sua proprietà per continuare e 
ampliare la fabbrica di quella borgata. La quale fu sempre di 
parte guelfa, com'erano stati i suoi fondatori, e divota alla chiesa, 
cotalchè quando alcuno estraneo vi si accettava nel numero 
de' castellani e conterranei, in castellanos et terrigenas, dovea 
promettere e giurare di essere guelfo e di parte guelfa, come 
fecero nel 1364 Antonio e Betto ligliuoli di Fallante Ghelfucci 
di Piobico in presenza de' priori e del podestà di Castel Du- 
rante. 

La provincia della Massa Trabaria, secondo è qualificata 
negli istromenti del secolo decimo quarto , era amministrata 
in nome della chiesa da un rettore ordinariamente laico ; e 
trovo insigniti di questo uffizio un Nicolò Filippo de' Bran- 
Galeoni, un conte Francesco de Adovadola, un Bonifacio di Or- 
vieto e un Pietro de Magalotti similmente di Orvieto. Nel se- 
colo decimo quinto il governo della Massa Trabaria andò con- 
giunto al governo della Marca di Ancona, avvegnaché dai re- 
gistri vaticani si apprende che Nicolò V nominò governatore 
e vicario generale dell'una e dell'altra il vescovo di Teramo 
Antonio Fatati , quel medesimo che poscia fu trasferito alla 
sede episcopale anconitana e per la integrità della vita ebbe 
nome e culto di beato. 

Il rettore della Massa Trabaria teneva ordinariamente un 
vicario in Castel Durante. 

I conti di casa Feltresca e i duchi di Urbino ampliarono 
Gasici Durante, e Federico tra gli altri vi fabbricò una son- 
tuosa casa di delizia che vi si vede tutt'ora. 

Urbano VIII lo insignì del titolo di città e di mensa ve- 
scovile, dichiarandola concattedrale di S, Angelo in Vado che 
di poco è lontana. Da quel tempo scomparve negli atti pub- 
blici e a poco a poco eziandio nel sermone vernacolo il nome 
di Castel Durante, e la nuova città fu denominata Urbania. 

(3) In antico Tiphernum Metawense per distinguerla da 



207 

Tiphernnm Tiberinum o Tiphernum senz'altro aggiunto, Città 
di Castello. 

(4) La via flaminia, aperta da Caio Flaminio censore l'anno 
di Roma 534, conduceva dalla metropoli fino a Rimini. Le 
stazioni di essa via comprese nello stato di Urbino, secondo 
l'itinerario gerosolimitano, erano Ad Ensem la Scheggia, Ad 
Cales Cagli, Ad Intercisa il Furio, Civitas Foro Sempronii 
Fossombrone, e Civitas P Isauro Pesaro. Un'altra via flaminia 
fu aperta da Caio Flaminio figlio del censore, la quale con- 
dueeva da Bologna ad Arezzo e quindi metteva capo nella 
via cassia. 

(SI Questa principessa, figlia di Ferdinando I granduca 
di Toscana, andò sposa, come è detto nel proemio, a Federico 
Ubaldo principe ereditario di Urbino. Dopo la morte immatura 
di lui non rimase lungo tempo nella vedovanza, avendo spo- 
sato nel 1632 l'arciduca Leopoldo. 

(6) Ardizia o degli Ardizi è il monte di Pesaro che si 
valica neir andare da Fano a quella città , quantunque oggi 
il dosso orientale di esso si chiami del Pantalone, e il dosso 
occidentale conservi tutt'ora il vecchio nome degli Ardizi. 

(7) Il fiume, a parlare con proprietà il torrente, di Si- 
nigailia è veramente il Misa, non il Neola. Ma siccome questo 
medesimo torrente confluisce nel Misa sei miglia o in quel tor- 
no dalla città, così avviene che facilmente si confonda l'uno 
coH'altro. 

(8) La fortezza di Sinigallia è celebre per la difesa che 
ne fecero Giovanna della Rovere madre di Francesco Maria I, 
e Andrea Doria contro le milizie di Oliverotto da Fermo, il 
quale essendo ritornato al servizio del duca Valentino aveva 
già assaltata e presa la città. Se non che il Doria visti arrivar 
poco stante gli Orsini, cioè Fabio, Paolo e il duca di Gravina, 
e da Città di Castello Vitellozzo Vitelli con altre genti e le 
artiglierie, disperato di potersi difendere contro l'inimico sì 
fattamente ingrossato, cercò modo di salvare se stesso e Gio- 
vahna. Per la qual cosa fattala vestire da uomo, con una sola 
damigella e un fidatissimo famigliare inviolla verso Firenze, 
ove poco appresso giunse ancor egli abbandonando la rocca 
al castellano che dichiarò volerla dare senza combattere, ma 
non ad altri che al duca Valentino. Non guari dopo la stessa 
fortezza divenne famosa ne' truci fasti del duca, avvegnaché 



208 

nel recinto di essa Oliverotto e Vitellozzo furono amendue per 
un medesimo capestro strangolati insieme colle schiene del- 
l'uno rivolte all'altro. 

(9) Imperiale, collina nel suburbio di Pesaro, così detta 
da un delizioso casino che apparteneva alla camera ducale. 
Clemente XI ne fece dono agli Albani. 

(10) Vale a dire, l'effettuare le mine e le vie coperte sbi- 
gottisce ognuno, e in posta tale, ossia nella posizione o nel 
caso di doverle fare, si chiarirebbe della difficoltà chi sperasse 
di cavar frutto da questa forma di espugnazione. 

(11) Cioè da Lorenzo de' Medici. Lodovico Eufreducci, ni- 
pote del famoso Oliverotto Eufreducci tiranno di Fermo, per 
commissione di Leone X aiutò Lorenzo all' impresa di con- 
quistare il ducato di Urbino con duemila fanti e duecento ca- 
valli, ma fu rotto a Chiaravalle da Francesco Maria L 

(12) Il relatore non parla della cittadella di Fossombrone, 
che pure nel secolo decimo sesto doveva essere di qualche 
considerazione. Il duca Valentino vi ienea buon presidio; ma 
questo, sotto fede di uscirne salvo, la diede resa al duca Gui- 
dobaldo di Urbino leggitimo signore ; se non che Oliverotto 
da Fermo, allora nemico del duca, mandò svaligiare e tagliare 
a pezzi il presidio stesso. 

(13) Contrapesatogli , cioè contrapesato loro o ad essi 
capi. 



209 



Alcuni avvenimenti intorno alVarte del dire. Lettera 
del professor Gaetano Gibelli ad un illustre giovane. 



J\l desiderio , che voi con ammirabile gentilezza 
assai volte mi significaste, di avere da me alcune 
lettere intorno ai normali principii della letteratura, 
io m'ingegnerò di soddisfare nel modo meno imper- 
fetto, che per me si potrà. E qui di grazia ponele 
ben mente: il modo meno imperfetto, che per me 
si potrà, certamente {così non foss'egli !) sarà in- 
verso di sé medesimo riguardato molto molto imper- 
fetto; né dico ciò per voler fare, come si suol dire, il 
ser medesto, ma sì perché troppo bene conosco che 
il peso, il quale mi addosso, non è dalle mie spalle. 
Nondimeno facendomi con ogni diligenza profìtto del 
senno de' più eccellenti pensatori antichi e moderni, 
schiettamente e proprio all'amichevole vi dico 

Che quanto io posso dary tutto vi dono. 

Per al presente abbiatevi, o carissimo, così come 
mi verranno in pensiero alcuni generali brevissimi 
avvertimenti, che saranno la materia delle lettere, 
alle quali intendo di metter mano. Dico così come 
ini verranno in pensiero, perchè non è mia intenzione 
di venirli esponendo secondochò poiterebbe la legge 
dell'ordine; dico alcuni, perchè non mi pongo in cuore 
di far menzione, di tutti, ma di quelli senza piiì che 
nella presente condizione della nostra letteratura ho 
G.AT.CLII. U 



210 

per assolutamente necessari. Questo voglio avervi 
detto affinchè non incontri a voi quello, che avviene 
a molti, i quali (come dice il Zanotti ne' suoi Pa- 
radossi) pigliando a leggere qualche componimento 
aspettano in esso quello che aspettar non dovrebbonOf 
e non trovandovelo ne riprendono a torto lo scrittore. 
Mandate innanzi queste cose, di presente veniamo 
al proposito. 

I, 

L'arte formalmente considerata altro non è che 
un ragunaniento di regole, che tornano tutte ad un 
fine, cioè alla perfezione delle opere di questa o di 
quella specie. Ora, come osserva acutamente l'ao'- 
gelico dottore, due sono i più notabili pregi della 
regola; l'uno si è di contenere infinite cose in una, 
come appunto ogni universale comprende infiniti par- 
ticolari; l'altro si è di porgere l'idea, cioè a dire la 
cagione esemplare, alla quale deve in tutto confor- 
marsi la potenza esecutrice. Per queste poche cose 
di subito si comprende quanto sieno dissennati coloro 
(e vogliono mostrar filosofi !) che di tutte le regole 
si fanno beffe e scherno. 



». 



Tutte le regole riescono a poco profitto, se non avvi 
la regola delle regole, la quale dimora in una certa 
perspicace discrezione della mente, onde di tratto 
si vede negli obbietti tutto ciò che loro conviensi 
disconviensi fino alle più sfuggevoli qualità. Questa 
regola delle regole, che dai più fu detta buon guslOy 



211 

vuol essere appunto come la regola lesbia dì piombo, 
di che favella Aristotile: la quale non istava infles- 
sibile, ne costringeva quindi le cose a doversi pie- 
gare ed accomodare a lei, ma se stessa piegava, e 
sé stessa perfettamente accomodava alle cose da mi- 
surare. Chi intende di darsi alla letteratura, riposa-* 
tamente consideri innanzi tratto che questa regola 
delle regole , senza la quale ogni altra cosa torna 
a pressoché niente. 

Si acquista per ventura e non per arte; 

e pensi e ripensi che 

4 chi natura non lo volle dire 

ISol dirien mille Aleni e mille Rome, 



III. 



Le vere leggi della classica letteratura, siccome 
quelle che procedono dalle norme che governano la 
mente nostra , e siccome quelle che perfettamente 
si accordano all'essenza stessa delle cose, sono leggi 
al tutto naturali. Perciò allora solo sarà bello il tra- 
passarle quando e la natura della mente nostra e la 
natura delle cose tutte in altra verrà trasmutata. Ora, 
essendo cosiffatte leggi al tutto naturali, cosa evi- 
dente si é che la loro autorità non viene da Ari- 
stotile, non da Cicerone, non da Orazio, non da Quin- 
tighano, come van dicendo alcuni saputelli, ma sì 
dalla natura, cioè a dire dalla sapientissima volontà 
del Creatore. 1 sopraccennati sapienti ed altri assai, 
avendo mirato colla perspicacia del loro senno per 



212 

entro la mente nmana, e per entro la natura delle 
cose, discoprirono siffatte leggi, le promulgarono, le 
interpretarono; ma chi non sa che i discopritori non 
sono creatori, che i promulgatori non sono autori, 
che gl'interpreti non sono inventori ? 

IV. 

Pienamente conforme alla dotti-ina di tutti i sa- 
pienti è quest'aurea sentenza di sant' Agostino: Om- 
nis pulchriliidinis forma imilas est (Epist. XVIII). Que- 
sta legge, chi ben la considera, è siffatta che hassi 
a tenere per la norma suprema della bellezza. E va- 
glia il vero: quale è mai quella cosa realmente bella, 
di qualunque maniera ella siasi naturale o artificiale, 
la quale nella varietà delle sue parti, o nella plu- 
ralità de'suoi attributi, o nella moltiplicità delle sue 
attinenze non sia veramente una ? E non veggiamo 
noi forse, allora che c'interniamo col pensiero nella 
ragione della bellezza, che tanto più bella fassi una 
cosa, quanto ella più in sé medesima si unifica? e 
per lo contrario tanto più viene perdendo di sua bel- 
lezza, quanto ella più si disuna? E non siamo noi 
forse in virtù delle nostre più accurate investigazioni, 
condotti alla sentenza: La bellezza è uno, la brutlezza 
è molli ? Sentenza, che già fu tenuta da tutti gl'illusti 
filosofi e massime da' pittagorici. 



213 
V. 



Come le cose materiali si misurano con esso il 
regolo, così le opere letterarie si hanno a misurare 
colla seguente norma: Dove ha convenevole misura 
fra le parli verso di sé e fra le parli e il Uitlo, quivi 
è la bellezza (Casa, Galat.). Essa, nel modo che si 
può migliore , accenna onde venga la virtù unitivj 
delle parti considerate l'una rispetto all'altra, e delle 
parli considerate rispetto al lutto; essa comprende 
la ragione del comun detto: Uunilà nella varietà co^ 
stituisce la bellezza-, essa è una chiara, distinta, ac- 
durata esposizione della legge dell' unità, la quale, 
secondo 1' avviso de' filosofi, è il principio formale 
della bellezza. 



VI. 



Senza il decoro ogni sublime concetto riesce ri- 
devole e puerile, ogni avvenenza torna in deformità, 
ogni eleganza in istucchevole affettazione ; appunto 
perchè chi non si attiene a legge di decoro, offende 
la vera norma della bellezza, l'unità. E perchè mai, 
per atto di esempio, il principe dee parlare da prin- 
cipe , il servo da servo , il cittadino da cittadino? 
Perchè altrimenti facendosi, il parlare non si accor- 
derebbe alla condizione di chi favella, e perciò non 
vi sarebbe quella unità, che alla natura della cosa 
sì conviene. 



214 
VII. 

Se r unità è la forma della bellezza , la verità, 
cioè la natura, n'è la materia; onde molto assenna- 
tamente disse Boileau (Ep. IX): 

Rieri rCest beau que le vraif le vrai seul est aimable, 
// doit régner partout et mème dans la fobie. 

E chi e mai tanto offeso da ignoranza che non sap- 
pia, che l'uomo per sua naturale condizione è siffatto 
che non può dilettarsi se non del vero? Chi è che 
non sappia, che solo il vero è materia atta a rice- 
vere in sé la forma della bellezza, l'unità? 



Vili. 



Il dire verità e natura torna ad una cosa mede- 
sima. E in effetto, che cosa è la verità inverso di 
se medesima riguardata, se non appunto ciò che é? 
E che cosa è la natura se non il tutto insieme delle 
create cose , delle quali ciascuna è appunto quello 
che è ? Qui non vuoisi pretermettere di notare che 
la verità può prendersi in due significati: in concreto 
ed in astratto ; il che viene a dire in quanto essa 
è circoscritta negl' individui (ciò che propriamente 
si dice realtà)^ e in quanto si spazia nelle specie e 
ne' generi, cioè negli universali (ciò che ritiene in 
proprio il nome di verità). Mostrano i filosofi che 
dalla verità, cioè dalla natura, debbonsi riconoscere 
tutti gli elementi, di che per opera della sintesi sì 



215 

compone ogni concetto, fosse anche il più poetico 
e sublime. 

IX. 

Nelle specie, anziché negl'individui, la sapienza 
del Creatole volle far rilucere intero l'esemplare della 
bellezza. Perciò lo scrittore, che intende a recar di^ 
letto e meraviglia colla perfetta immagine del bello, 
deve, secondochè insegna il romano filosofo (1), uni- 
formarsi al modo che tenne il famosissimo Zeusi ; 
egli dalle molte belle vergini di Crotone, ch'ebbe a 
se dinanzi, elesse con mirabile senno e discrezione 
(non senza là aggiugnere e qua levare, a norma della 
idea universale del bello) le divine forme, onde ri- 
trasse Elena, maravìgliosa bellezza di donna* 



Sapientemente 1' altissimo nostro poeta (Inf. e. 
32) richiede di aiuto le muse, affinchè 

dal fatto il dir non sia diverso; 

che in ciò appunto sta la perfezione dell' arte del 
dire. E nel vero, quand'è, per avviso di tutti, per- 
fetto il nostro dire ? Quando ci ha adeguamento sì 
fra'concelti e le cose, sì fra le parole e i concetti. 
I concetti debbono prendere forma e qualità dalle 
cose, e adeguarsi alle medesime nella loro ìndivi- 
vidualità nella loro specie astratta , secondochè 

(1) De lovent. Lib. 1. C. L 



216 

porta l'officio e il fine dello scrittore. Le parole deb- 
bono in tutto confarsi ai concetti e adeguarsi ai me- 
desimi, secondochè porta la natura della lingua. In 
cosiffatto adeguamento dimora la materia della bel- 
lezza, la natura^ in siffatto adeguamento dimora la 
forma della bellezza, l'unità- Qui mi è in piacere di 
recare il seguente passo del gran Torquato, per lo 
quale evidentemente apparisce la differenza ch'è tra 
ìe cose e ì concetti, e tra i concetti e le parole: 
Cose sono quelle che sono fuori degli animi nostri, e 
che in sé medesime consistono. I concetti sono imma- 
gini delle cose, che nell'animo nostro ci formiamo va- 
riamente secondochè varia è Vimmaginativa degli uo- 
mini. Le voci ullimamcntp sono immagini, cioè sono 
quelle che per la via dell'udito rappi^sentano aWani- 
mo nostro i concetti che sono ritratti delle cose (Arte 
poet. Dis. 3). 



XL 



Lo scrittore dee sempre far ritratto dalla natura, 
avendo ognora a mente che lo stato naturale è stato 
perfetto, come disse i! gran Leibnizio. Se il modo 
che tiene la natura nell' operare i suoi effetti sarà 
norma allo scrittore, e' vedrà che perfetta è quel- 
l'arte quae non sapit artem; cioè a dire quella che 
ad arte cela sé stessa, sì che nò poco ne punto dia 
nell'occhio. Essendoché 1' arte è un mezzo di tale 
condizione , che tanto è efficace quanto é segreto. 
È tutta da questo luogo la seguente sentenza di 
Ovidio. 



217 



Si latel ars prodcst, affert deprensa pudorem, 
Alque adimit merito tempus in omne fidem (1). 



XII. 



Lo scrittore debbe sempre avere a mente cb'egli 
pnria a uomini, cioè ad esseri ragionevoli, ne' quali 
recata che si sia alla loro mente un'idea, di subito 
spontaneamente si risvegliano quelle altre, che ad 
essa hanno stretta attenenza; ad esseri ragionevoli, 
che dall'una cosa raccolgon l'altra , che questo da 
quello argomentano. Perciò il discreto ed avveduto 
scrittorenon deveesporre tutta intera la seriedelle idee 
che gli vanno per la mente, nò tutti i discorsi, ch'e' 
viene rivolgendo per l'animo suo; ma quelle idee e 
quel discorsi senza più che sono principali, e che 
hanno virtù di facilmente condurre il lettore a quei 
pensieri accessorii, che servono al pieno e perfetto 
comprendimento della cosa. Chi altramente adopera, 
spregia le leggi della natura; che per una legge ap- 
punto delia natura la mente del lettore non è, dirò 
così, meramente passiva, come pare che tengano al- 
cuni meschinelli scrittori. 

XJII. 

Lo scrittore discreto, che dicendo molto in poco 
dà opportunità ai lettori di agevolmente recare in 
alto le loro intellettuali facoltà, porge ad essi ca- 

(1] De arte amandi lib. 2. 



218 

gione di grande diletto. Imperciocché avvedenaosi 
eglino che non pure cooperano all'intelligenza delle 
cose espresse dall'autore, ma che danno opera a piiì 
aperta e larga esposizione della materia col pensare 
e ripensare a cose non espresse da lui , prendono 
di sé non basso concetto, e sperimentano così il sen- 
timento pili delizioso, che uom possa provare, quale 
si è quello della propria potenza intellettiva. Sen- 
zadio lo scrittore mostra cosi di avere per da qual- 
che cosa i leggitori suoi; e per siffatto modo si pro- 
caccia la loro benevolenza , della quale dev'essere 
assai tenero chi scrive, se già non si proponesse di 
dire al suo libro: 

Tineas pasces laciturmis inertes. 

XIV. 

In tutte cose Vuniformità genera sazievolezta (1). 
Questa sentenza, chi ben la considera , comprende 
una legge della nostra natura. E chi non sa che 
noi siamo tali, che le virtù medesime, secondochò 
dice Quintiliano (2) , ne tornano a noia, se grazia 
di varietà non le aiuti ? L'animo nostro, vago com'è 
naturalmente di novità (il che fa chiara fede della 
sua grandezza), oltremodo si piace della varietà, la 
quale però è lodevole fino a quel termine che non 
trapassa in confusione. 

(1) Cic. de invent. lib. 1. 
(2] Lib. IX e. IV. 



219 
XV. 



La novità è eccitatrice di maraviglia, e per coìi' 
seguente induttrice di attenzione. Secondo questo vero, 
dee lo scrittore ingegnarsi al possibile di dare una 
cotale sembianza od aria di novità a quelle cose 
tutte (fosseio anche le piìi comuni ed usate), alle 
quali e' vuole che i lettori indirizzino e raccolgano 
la loro attenzione. Questo maestrevole artificio è una 
delle cagioni, onde si fecero singolari da tutti gli altri 
gli eccellenti scrittori, e massime il nostro divino 
poeta; egli seppe dare colore di novità alle cose più 
comuni non solo col notare certe minutissime qua- 
lità e circostanze tutte proprie del caso, ma col ri- 
levare quel come momento di moto od azione pe- 
culiare, nel quale (come dice mirabilmente il Ce- 
sari (1) ) la natura suole spiegare il forte della sua 
attività, e quasi l'ultima spressione della sua vita. 

XVI. 

La natura nulla fa indarno: Natura nihil agit 
frustra. A questa legge , che dà chiaro a divedere 
la somma sapienza del creatore , dee strettamente 
attenersi colui che scrive. Non dica mai nulla che 
non serva al fine che si propose; che opera da dis- 
sennato chi opera indarno; e ciò che non serve al 
fine, disserve al medesimo, come egregiamente disse 
Quintiliano: Ohsiat quidquid non adiuvat (2). 

(1) Bellezze di Dante V. 1. 

(2) Lib. YIU cap. YI. 



220 
XVII. 

La natura, disse il gran Galileo, opera molto col 
poco. Perciò lo scrittore che vuole (e chi non dee 
volere ?) imitare la natura, vera maestra di coloro 
che sanno, dee studiarsi di conseguire il fine, che 
si pone in cuore , con quella semplicità di mezzi , 
che per lui si può maggiore , avendosi riguardo a 
tutte le circostanze. E qui mette bene a considerare, 
che neir animo nostro è ingenito il desiderio della 
semplicità de'mezzi in ordine al fine; da ciò appunto 
procede quell'impazienza, quella noia, quello sdegno, 
a che ci sentiamo commossi , quando lo scrittore 
con lunghiere e soprabbondanze e soverchia molti- 
plicilà di cose ci viene stucchevolmente tenendo a 
bada; onde ben disse Despreaux: 

Tout ce que on dit de irop, est [ade et rebutanl; 
L'esprit rassassié le rejelie à Vinstant. 

XVIII 

Tutte le cose, di che è bello 1' universo, tutte 
per singulo sono in quel luogo, che, secondo loro 
natura ed officio, si confà alle medesime; e jìer ciò 
ogni cosa fa bella e perfetta mostra di sé e della 
sua efficacia. Ora che dee i^re lo scrittore a doversi 
conformare a questa norma ? Egli dee far sì che 
ogni ragionamento, ogni descrizione, ogni seutenza, 
ogni cosa in somma, sia per l'appunto in quel luogo, 
che, fatte tutte le ragioni, è da lei: 



221 

Singiila quaeque locum teneant sortita decenter. 

E allora ciò sarà, quando le cose che precedono, non 
pure non impediranno come che sia, ma apparec- 
chieranno convenientemente il luogo a ciò che si 
vuol dire; e quando le cose che verranno appresso, 
saranno al già detto di aiuto, di rincalzo, di avva- 
loramento. 

XIX. 

Ogni consideratore della bellezza dell' universo 
non penerà certo a vedere, che tutte le opere della 
natura sono governate da una provvida legge, che 
chiamerò di circoscrizione: Ne quid nimis. Confor- 
memente a questa legge lo scrittore, usando molto 
sottile discrezione, si ristringerà in tutte cose a certi 
ragionevoli confini ; né mai condotto da stolta va- 
ghezza trascorrerà al troppo, pensando che il troppo 
è impedimento a quolla efficacia, di che è potente 
la bastevolezza, cioè la sufficienza. In tutte le cose, 
diceva Cleobolo, ottima è la moderazione. 



XX. 



Quanto tornerebbe bene che certi scrittori, i quali 
innamorati di questo o di quel soggetto che han per 
le mani, dimentichevoli per poco del loro intento, 
mai non rifinano di parlarne, avessero a mente, e, 
ch'è più, mettessero in opera questo ammonimento 
di Seneca (1): La materia si dee seguitare là dove ella 

(1) De Benef. 5. 



222 

CI mena,, non là dove ella c'invita ! Ma Seneca e tutti 
i filosofi son pazzi, a detta dei romantici, ai quali 
sola è legge l'essere sciolti da ogni legge- 

XXI. 

Timante, famoso dipintore, rappresentando il sa- 
crificio d'Ifigenia dipinse la fanciulla avanti all'ara 
con molti intorno a lei atteggiati di dolore , infra 
quali Io zio della fanciulla in atto sì dolente che 
nulla più. Si avvide il pittore che a dovere ritrarre 
il disperato dolore del padre gli veniva meno l'arte; 
di che, da quel savio uomo ch'egli era, dipinse il ge- 
nitore coperto il capo d'un lembo di mantello, quasi 
il suo dolore fosse tanto , che non gli bastasse il 
cuore di vedere la morte della figliuola. Un modo 
simigliante a questo deve tenersi da chi scrive, al- 
lora che il fatto che gli conviene rappresentare è sì 
tenero e pietoso che ogni parlare sarebbe scarso 
tanto alla condizione del soggetto, quanto all'aspet- 
tazione de'Iettori. Egli deve con assai bell'arte op- 
portunamente ravvivare l'immaginativa de' leggitori, 
e risvegliare in essoloro quegli affetti, che sono da 
ciò; poscia lasciare che eglino, così commossi, ven- 
gano a sé medesimi fingendo e colorando il caso^ 
Abbia sempre a mente chi scrive che 

Non può tulio la virtù che vuole- 



223 
XXII. 

Factis dieta siint exaequanda (1), disse Sallustio. 
Perciò le parole non hanno a significare né più né 
meno di quello che porti il subbietto, di che si fa- 
vella. Se elle significano più , lo scrittore passa il 
segno del vero, e trascorre ad eccesso; se elle si- 
gnificano meno , e' non aggiugne al debito segno , 
e cade in difetto. Chi dice più del vero, costrigne 
il lettore alla fatica di levare il soverchio; chi dice 
meno, l'induce nella necessità di aggiugnere il man- 
chevole; fatica e necessità che riescono maisempre 
a molestia gravissima incomportabile. 

XXIII. 

Nelle opere de' santi padri si rinvengono a quando 
a quando intorno all'arte del dire molte nobili ed 
egregie sentenze da doverne disgradare quelle de' 
più chiari maestri. Di siffatto novero è senza fallo 
la seguente di sant' Isidoro da Pelusio, la quale si 
conviene a maraviglia a questo luogo: Verborum ve- 
niistas invenusta estj et inelegans quaelibet elegantia^ 
ubi veriiatis decor abest (2). Io per me tengo per 
fermo che le grazie, a dovere significare il loro os- 
sequio alla verità, non avrebbono potuto dire cosa 
né più graziosa né più evidente di questa. 



(1) De coniurat. Catilinae, proemium. 

(2) Lil). 3 ep. 64. 



224 
XXLV. 

Se non vogliamo essere come le piche , dob- 
biamo amare le parole, non per se medesime, ma 
sì per lo concetto , di cui elle sono segno- Nobile 
natura de* buoni ingegni è nelle parole amare il vere 
intendimento , non le parole tanto : così disse frate 
Bartolomeo da S. Concordie recando in volgare questa 
sentenza di sant'Agostino: honorum ingeniorum in- 
signis est indoles in verbis verum amare, non verba (1). 
E vaglia la verità; quanto il fine è più nobile del 
mezzo , tanto i concelti sono da più delle parole; 
per la qual cosa molto più accurato studio si vuol 
porre in quelli che in queste: Curam ... verborum, 
rerum volo esse sollicitudinem (2). Senzachè troppo 
è vero, che il soverchio studiare nelle parole stoglie 
sovente gli animi dalla considerazione delle cose , 
secondochè scrisse il Perticari. 

XXV. 

In due ordini si hanno a distinguere le parole 
di ogni maniera: alcune hanno un significato, dirò 
così , assoluto ; altre un significato correlativo- Le 
prime sono significataci di un'idea, la quale di sua 
natura ne si attiene né si riferisce ad altra idea. Le 
seconde sono segno di un'idea, che ad un'altra na- 
turalmente ha attinenza. Sente dello scemo colui , 



(1) Lib. 4 De docl. chrisl. 

(2). Quinlil., proemio al lib. Vili. 



225 

elle adopera le voci di significato correlativo, quando 
nel suggello non si trova punto quello slato o quella 
condizione, che vocaboli siffatti presuppongono. 

XXYI. 

1 modi le forme del dire, che grecamente di- 
consi frasi, consistono in un ingegnoso collegamento 
di due o pili parole ordinato a significare con ac- 
curatezza e vivacità un sol pensiero e con esso i 
modi suoi. Alcune frasi sono proprie della lingua ; 
alcune sono proprie dell'ingegno dello scrittore. Della 
prima maniera sono: levarsi in superbia — accendersi 
d'amore — uscire di mente, e tutte quelle cui i ben 
compilati dizionari vengono registrando • Delia se- 
conda maniera sono: prendere qualità da una cosa -^ 
distrarsi in curiosità — vivere a disegno , e mille e 
mille che ci corrono agli occhi in questo o in quel- 
fautore. Chi vuole del suo venirsi formando le frasi, 
conviene che non pure possegga perfettamente la 
lingua, ma che sia dotato di assai bello ingegno e 
di molto sottile discernimento. Imperciocché allora 
solo si repula bella la frase, quando le parole, di 
che si compone, sono proprie della lingua; quando 
il loro collegamento è conforme all'indole della lin- 
gua medesima; quando le parole insieme prese age- 
volmente si possono raccogliere in unità di concetto; 
e quando così raccolte adeguano perfettamente il 
pensiero da significare con tutte le sue peculiari mo- 
dificazioni fino alle minime. Senzachò alla bellezza 
della frase e' pare che concorra sempre qualche modo 
figurato e massime l'ellissi. 
G.A.T.CLII. 15 



226 
XXVIl. 

La convenienza, o, dirò così, la concordia, che 
vogliono avere fra sé le parole componenti una frase 
o una proposizione, può essere di due maniere: ne- 
gativa e positiva. Quella si uniforma al principio della 
possibilità^ ed esclude perciò ogni opposizione; que- 
sta si uniforma al principio della identità , ed in- 
chiude una cotale stretta attinenza , che torna ad 
una vera unità» Si comprende di leggieri che la pri- 
ma maniera di convenienza è assolutamente neces- 
saria; che la seconda serve alla bellezza e alla per- 
fezione. Se io dicessi : in me si risvegliano le pas- 
sioni non mai assopite: il mio dire, siccome quello che 
si opporrebbe alla convenienza negativa, riuscirebbe 
ad un impossibile. Se dicessi: in colui è fede di te- 
stimonio, eloquenza di oratore, autorità di giudice: il 
mio dire bello sarebbe, perchè avrebbe in ogni sua 
parte convenienza positiva; e nel vsro, l'una parola 
si collega amichevolmente coll'altra in unità di con- 
cetto; l'idea della fede ha intima attinenza con quella 
di testimonio, l'idea di oratore con quella di eloquenza, 1 
l'idea di giudice con quella di autorità- Nel rima- 
nente, a colui che, pensando e ripensando secondo- 
che insegna la filosofia , si è formato un concetto 
chiaro , distinto , adeguato della cosa , di che vuol 
favellare , le convenienti parole si appresenteranno 
spontanee e tutte da sé. 



227 

Scribendi recle sapere est et principium et fons; 

Verbaque provisam rem non invita seqiientur (1). 

XXVIII. 

Secondochè vuole la legge dell'unità, lo scrittore 
deve adoperare quello stile , che latinamente chia- 
masi aptitudine (2), il quale è al tutto perfetto, sic- 
come quello che compiutamente risponde e alla na- 
tura del suggetto, e all'intendimento dello scrittore, 
e ad ogni circostanza. Perciò lo stile deve quando 
levarsi sublime , quando umile dechinare, e talora 
una cotale via di mezzo fra l'alto e il basso. Pari- 
mente, secondo la legge dell' unità, 1' armonia del 
periodo deve accordarsi colle sentenze e coll'afifetto; 
vuoisi però tener modo affinchè la dolcezza del nu- 
mero non iscemi forza al ragionamento; Cavendum 
est ne dum auditur numerus ^pondus detrahatur (3) 

XXIX. 

Molto avvisatamente disse Plinio favellando di 
un oratore: Nihil peccai nisi qiiod nihil peccai (4); 
e in effetto , una certa sembianza di negligenza è 
per ogni rispetto da anteporsi all'aperto studio della 

(1) Horat. De Arte poet. 

(2) V. Zanolli, Ragion. 2. 

(3) August. De Doct. Christ. 

(4) Plin. lun. Lib. IX ep. XXVI. 



228 
perfezione. Chi con filosofico accorgimento contempla 
la natura, vedrà essere tutto vero ciò che disse il 
gran Tullio , cioè che una cotale negligenza con- 
terisce alla bellezza (1). E chi non sa che ogni es- 
quisitezza ha del gretto ? Chi non sa che la palese 
artificiosità naturalmente viene in fastidio e dispetto ? 
Chi non sa che l'affettazione è deforme vizio che 
toglie al dicitore autorità e fede ? 

XXX. 

Lo scrittore si lasci pure governare dall'amore 
della novità quanto alla materia dello scrivere , la 
quale ampiamente si estende a tutta la natura, cioè 
alla verità; ma rispetto alla /ormo, cioè alla bellezza, 
infreni e costringa colla ragione siffatto desiderio; 
e pensi e ripensi questo vero: La condizione delle 
opere, che hanno per oggetto il bello, è altra dalla 
condizione di quelle, che hanno per oggetto la ve- 
rità : queste possono maisempre procedere innanzi 
senza che si avvengano mai ad un termine che le 
arresti; quelle sono circoscritte da certi confini, di 
là dai quali è deformità- Lo scrittore, che vinto da 
stolta vaghezza di novità non vuole starsi contento 
al segno, al quale gli autori classici del 300.e del 500 
condussero la forma dello scrivere, forza è che ef- 
fonda nello strano, nel ridicolo, nello snaturato; forza 
è che trascorra a barbarie d'artificio, la quale, come 
dice il dotto Gravina, di tutte le barbarie è la più 
danne vele e la più goffa. 

(1) Orat. XXIII. 



229 

Se io dico il ver, Veffello noi nasconde. 

Questi sono gli avvertimenti, che saranno la ma- 
teria delle lettere, che ad una o a due , come mi 
darà il capriccio, vi verranno innanzi. Intanto va- 
letevi di questi, ricordevole di ciò che solca dire il 
vecchio Plinio : non esservi libricciuolo tanto me- 
schino, del quale un ingegnoso e savio lettore non 
potesse trarre qualche profitto. Siate perseverante 
nello studio dell'arte del bel dire, non che in quello 
del ben vivere, ed amate 

Il vostro 
Gaetano Girelli 



230 



VARIETÀ' 



Dante spiegato da Dante. Nuovi studi sulla Divina 
Commedia del P. Giambattista Giuliani somascx). 
8°. Torino 1857, tipografia economica diretta da 
Barbera {Sono pag. 32). 



X l'osegue rillustre P. Giuliani a pubblicare i suoi 
studi sulla Divina Commedia, pe' quali si è già reso 
celebre in Italia e fuori. È veramente non è pos- 
sibile in queste cose maggior criterio di quello che 
egli adopera : perciocché pratichissimo delle opere 
del gran fiorentino, tutte saviamente il (iiuliani le 
usa a rendere non solo più autorevoli , ma certi 
i suoi comenti: sicché può ben dirsi che in essi è 
chiamato Dante a spiegar Dante. Arrogile confor- 
tarsi al bisogno anche della propria lettera di quegli 
scrittori che più il poeta ebbe in uso, specialmente 
santi padri e dottori della chiesa. Laonde non sia 
chi si vanti di meglio interpretare l'immenso Omero 
della nuova civiltà. Egregio P- Giuliani ! In questo 
volumetto, intitolato dall'autore all'amico suo Sal- 
vatore Betti, è dottissimamente dichiarato il canto 
III del Paradiso. 



231 



La pace delVanima e ta Contemplazione, canti inediti 
del P. Ilario Casarotti chierico regolai^e somasco. 
S". Roma , tipografia di Bernardo Morini 1857. 
[sono pag. 15.) 

Sono cose del P. Casarotti, e ciò basta: percioc- 
ché fu egli, come ognun sa, poeta assai nobile, e 
mirabilmente congiunse, sull'esempio de' classici, la 
gentilezza della fantasia alla proprietà della lingna 
e alla dignità dello stile. Quando si traggono fuori 
delle librerie, dove giacciono inediti, scritti di que- 
sta sorte, le belle lettere fanno sempre un guadagno. 



Storia universale delle missioni francescane del P. Mar- 
cellino da Civezza M. 0. della provincia di Ge- 
nova. Volume. I. 8.° Roma tipografia tiberina 1857. 
{Sono pag- 492.) 

La storia delle missioni cattoliche non appartiene 
solo alla religione, ma sì anche alla civiltà. Som- 
mamente benemeriti perciò dell'una e dell'altra fu- 
rono certo, e tuttavia sono, i padri dell'ordine dei 
minori: i quali con ispirilo veramente eroico pere- 
grinando in lontanissimi e barbarissimi paesi di là 
da' monti e da' mari, debbono reputarsi fra' piiì ze- 
lanti a recarvi la face dell'e vangelo, o sia gl'inse- 
gnamenti della vera vita dell'uomo. Di che s'abbiano 
eterna la riconoscenza di quanti non pur zelano il 
culto del vero Dio; ma virtuosamente anelano al bene 



232 

dell'iimiìna famiglia, nella quale tutti siamo fratelli. 

Quest'opera del P. Marcellino era oon desiderio 
attesa da lungo tempo: sapendosi bene la valentia 
deirautore nelle cose storiche- Or eccone il primo 
volume; il quale è nobil presagio di ciò che saranno 
anche i seguenti: perchè non vediamo qual cosa vi 
manchi: non certo la verità de' fatti, non la chiarezza 
e l'ordine dell'esposizione, non la dignità della fa- 
condia, non la vasta erudizione, non la bontà dello 
stile. 

Si narrano in esso le missioni di s. Francesco 
agi' infedeli: quelle de' suoi figliuoli nell'Affrica, poi 
la loro diffusione per tutto il mondo: la parte ch'eb- 
bero nella sesta crociata: le ambascerie apostoliche 
nella Tarlarla: le sante opere che fecero nella Bul- 
garia, nell'Armenia, nella Georgia, nella Palestina, 
nell'Egitto, nella Siria, indi nell'estremo settentrione 
d'Europa . E di quanti uomini preclari non vi cade 
discorso, di quanti invitti martiri, di quanti bene- 
meritissimi delle scienze , soprattutto geografiche , 
ne' loro viaggi ! Oh al P. Marcellino conceda il cielo 
sanità ed agio di presto condurre a fine un'opera, 
che non sola vorranno leggere gli ecclesiastici, ma 
sì i letterati di ogni culto e nazione ! 



Le iscrizioni fermane antiche e moderne con note. 8." 
Fermoy tipografia di Gaetano Paccasassi 1857. 
{Un voL di pag. 420). 

È a reputarsi importante questa raccolta cosi 
per gli archeologi, come per gli storici delle città 



233 

e delle famiglie. Deh l'esempio del sig. Raffaele De 
Minicis, a chi la dobbiamo , fosse pure imitato da 
molti altri ! Che non vedremmo tutto dì andar per- 
dute irreparabilmente fin le memorie d'iscrizioni, le 
quali spesso rammentano tanti cari ed illustri, e (per 
dirla col Petrarca nella canzone Spirto gentil a Ste- 
fano Colonna) 

Vanirne che lassii son ciUadine^ 

Ed hanno i corpi abbandonato in terra. 



Sicché ne rendiamo sincerissime grazie al bemerito 



collettore ed illustratore. 



Lettere del B. Giovanni Colombini da Siena pubbli- 
cate per cura di Adolfo Bar toh. S." Lucca tipo- 
grafia Balatresi 1856. [Un voi. dipag. VII e 279.) 

Non sarà chi non lodi il sig. Bartoli d'averci date 
raccolte insieme, a giovarne soprattutto gli studiosi 
della favella , le lettere del beato Colombini scrit- 
tore del secolo XIV: studiatosi principalmente a far 
sì che ottima ne riuscisse la lezione. Importante pei 
filologi è anche l'aggiunta Tavola delle voci degne di 
osservazione' 



234 

La Buccolica, la Lirica, le Satire e Velegie di Gio- 
vanni Meli da Palermo ridotte dal siciliano in ita- 
liano da Agostino Gallo suo concittadino ed amico, 
ed alcune in greco dal prof. M. Giuseppe Crispi 
vescovo dei greci, e in latino da Vincenzo Rai- 
mondi e da Pasquale Pizzuto , nuovamente cor- 
rette ordinate ed annotate. Prima edizione. 4.° 
Palermo tipografia della vedova Solli 1857. [Un 
voi di pag. XXIV e 209). 

Non ha bisogno ne delle nostre lodi , né delle 
nostre vaccornandazioni un libro, che ci porge il testo 
siciliano e la traduzione delle poesie di Giovanni Meli 
grand'emulo di Teocrito e di Anacreonte. Sieno piut- 
tosto rese assai grazie alle cure dell'egregio sig. Gallo 
verso r immortale amico suo , del quale ci ha qui 
pur data un'amplissima biografia. 



Della cultura degli olivi , versi latini di D. Iacopo 
Marzetti pesarese voltali in altrettanti italiani: 8°. 
Pesaro 1857 pei tipi di Annesio Nobili. [Sono 
pag. 15.) 

L'ab. Marzetti fu buon poeta latino de' prìncipi! 
del secolo: ed è nota la sua traduzione del poema 
del Racine sulla religione. Come amante che fu del- 
l'agricoltura, scrisse anche parecchie cose georgiche: 
delle quali, in occasione di nozze, si vollero pub- 
blicare questi versi sulla cultura degli olivi. A noi 
pare che sia lavoro assai gentile , e che possibil- 



235 

mente gli corrisponda il volgarizzamento sempre 
arduo in altrettanti versi. 



Due lettere , missiva di Federico II imperatore , e 
responsiva di Gregorio IX papa, recale alla vera 
lezione secondo Voltimo mss. marciano, e con cri- 
tiche illustrazioni allrihuile a Gregorio IX la re- 
sponsiva , che viene comunemente attribuita ad 
Onorio III. Saggio di studi filologici di Barto- 
lomeo Sorio prete dell'oratorio. 8°. Modena, eredi 
Soliani tipografi reali 1857. {Sono pag. 56.) 

Queste due lettere andavano intorno scorrettis- 
sime: e perciò si desiderava che alcun pratico della 
lingua e della storia si ponesse a racconciarle. Dob- 
biamo siffatto favore al celebre P. Sorio: il quale 
se non tutti ha potuto forse ripararne i guasti, come 
a noi pare, certo ne ha sanati molti col suo codice 
marciano. Ninno poi farà più questione , dopo le 
cose dottamente da lui disputate, che la lettera re- 
sponsiva sia di Gregorio IX anziché di Onorio IH. 



Lezione sopra un passo di Dante [Inf. Vili) tuttavia 
da correggere nelle stampe , del P. Bartolomeo 
Sorio P. D. 0. recitata aWateneo veneto, giugno 
1856-8°. P ortoguardo dalla stamperia prem. di 
B. Castion 1856- [Sono pag. 24.) 

Il passo che 1' insigne critico vorrebbe correg- 
gere nel canto VIH dell'inferno è quello che dice: 



236 

Ed io: Maestro, molto sarei vago 
Di vederlo attiiffare in questa brodai 
Prima che noi uscissimo del lago. 

Non però attitffare , ma si azzuffare , crede il 
P. Sorio doversi leggere : e nella presente lezione 
intende provarlo- 



Liriche di Letterio Lizio-Bruno da Messina socio di 
varie accademie' 8°- Messina stamperia rf' Ignazio 
d'Amico 1857- [Un voi. di pag. 96.) 

L'autore di queste liriche è un giovane bennato, 
che attende su' classici a indirizzare la fantasia ed 
a formare lo stile- Egli è certo sulla retta via , e 
molto vuoisi sperare di lui : specialmente leggendo 
questi versi, ne' quali non poche sono le cose lodevoli. 
A darne un saggio rechiamo qui un sonetto intorno 
all'onoranda memoria di un personaggio, che vivrà 
sempre carissimo alle lettere, a Roma, e a questo 
giornale, di cui per tanti anni fu zelantissimo diret- 
tore. 

In morte 

di Pietro Odescalchi 

Sonetto 

a Salvatore Betti 

Chi fia, signor, che di lenir presuma 
L'angoscia rea che ti distringe il core, 



237 

E che sì vivamente ahi ! tei consuma ? 

Chi mai puote addolcir tanto dolore ? 
Vinta d'aprii Taurette avean la bruma, 

Quando il gentil, con cui traesti l'ore, 

Abbandonava la calcata piuma, 

Di se lasciando eterna fama e onore, 
Tacita morte in sì poc'ora ha spent») 

Tanta parte di te, cotanto affetto ! 

Ebbe fine sì tosto il tuo contento ! 
E come no, se in lui ogni diletto 

Perdesti , o lasso ! e crudo n'hai tormento. 

Sicché bagnando vai cogli occhi '1 petto ? 



ERRATA - CORRIGE 



Nel dialogo del Betti: La Matelda della Divina Commedia', a 
carte 115 lin. 15 deve leggersi 1313 ìd vece di 1813. 



239 
INDICE 



Barberi , Epilogo delle prose lette alV accade' 

mia tiberina nell'anno 1857. • . . pag. 3 
Volpicelliy Osservazione cleltrometrica ed elettro- 

scopica. • » 32 

De-Crollis, Ragionamento a' suoi scolari della cli- 
nica medica di Roma- • » 39 

Gallo f Codice delle favole esopiane. ... » 59 
Jacopo della Lana, Alcuni racconti del suo co- 

mento alla Divina Commedia ••..)) 68 
Rambelli, Intorno ai persicetani illustri. . » 70 

Dionigi Orfei, Canto ...» 80 

Eroli, Sul verso di Dante: Che fece per viltade il 

gran rifiuto. • . • » 86 

Eroliy Correzioni a//' Arte delia guerra di Vegezio^ 
volgarizzata da Bono Giamboni. • . . » 88 

Mazzolanif Saggio di poesie- » 96 

Betti, La Matelda della Divina Commedia. » 106 
Gavini , Avvelenamento di una intera famiglia 
cibatasi di un pinocchiato colorito con un sale 

di rame » 124 

lamin La meteorologia. •.....'.» 128 
Mazio , Pubblicazione di un discorso sopra lo 

stato di Urbino ec- , » 177 

Gibelli, Avvertimenti intorno aWarte del dire » 209 
Varietà 230 



IMPRIMATUR 

Fr. Th. M. Larco Orci. Praed. S. P. Ap. Mag. Socius 

IMPRIMATUR 

Fr. Ant. Ligi Archiep..Icon. Vicesgerens 





Nel giornale si dà il sunto, o viene inse- 
rito l'annunzio, delle opere presentate in dop- 
pio esemplare alla Direzione. Esse debbono 
essere inviate franche d'ogni spesa di porto 
e dazio. 



Le notizie di scienze, di lettere, e di belle 
arti, quelle di scoperte utili per l'agricoltura, 
industria ec, come anche i programmi de' con- 
corsi accademici, dovranno similmente esser 
mandati franchi di posta alla Direzione. 



Chi si associa per dieci copie, o ne garan- 
tisce la vendita, avrà l'undecima gratis. 



/ / .^ 



Mmm 



GIORNALE 



DI SCIENZE, LÈTTERE ED ARTI 

TOM. VII 

DELLA NUOVA SERIE 







ROMA 

TIPOGRAFIA DI TITO AJANt 

1858 
Via della Guglia num. 69. 



m 






GIORNALE 



DI 



SCIENZE 9 LETTERE ED ARTI 

TOMO CLIII 



DELLA NUOVA SERIE 
VII 



GENNAIO E FEBBRAIO 

1858 



ROMA 

TIPOGRAFIA bl TITO AiANl 

1858 



DIRETTORE DEL GIORNALE 

Coraiiiendalore PIETRO ERCOLE VISCONTI, commissa- 
rio delle antichità romane, presidente del collegio filo- 
logico e professore di archeologia nell' università, presi- 
dente onorario del museo capitolino , segretario perpe- 
tuo e socio ordinario della pontificia accademia di ar- 
cheologia, membro della commissione consultiva di anti- 
chità e belle arti presso il ministero del commercio e 
belle arti, e di quella di archeologia sacra, corrispon- 
dente dell' imperiale istituto di Francia ec. 



COMPILATORI 

BETTI cav. SALVATORE, presidente della pontificia ac- 
cademia di archeologia, professore di storia e mitologia 
e segretario perpetuo dell'insigne e pontificia accademia 
di san Luca, membro del collegio filologico dell'università 
romana, membro della commissione governativa deputata 
al premio delle opero teatrali, accademico della crusca. 

BORGHESI cav. BARTOLOMEO, accademico della cru- 
sca, corrispondente della pontificia accademia romana 
di archeologia e dell'imperiale istituto di Francia, membro 
delle RR. accademie delle scienze di Berlino, Torino ec. 

CAPPELLO cav. AGOSTINO, consigliere emerito del su- 
premo magistrato romano di sanità, già medico consu- 
lente della sa: mem: di Leone XII, socio ordinario del- 
le pontificie accademie di archeologia e de' nuovi lincei. 

MAGGIORANI dott. CARLO, membro del collegio medi- 
co-chirurgico e professore di medicina politico-legale 
neir università romana, socio ordinario della pontificia 
accademia dei nuovi lincei. 

POLETTI com. LUIGI , consigliere e professore di ar- 
chitettura teorica nell' insigne e pontificia accademia 
di s. Luca , ingegnere ispettore del consiglio d' arte , 
professore onorario della R. accademia delle belle ar- 
ti di Modena , architetto direttore della riedificazione 
della basilica di s. Paolo, consigliere della commissione 



IV 

coiisulliva di anlìchità e belle arli presso il ministero 
del commercio e belle arti, addetto al collegio filosoBco 
dell' università romana, socio ordinario della pontifìcia 
accademia di archeologia. 

Pietro Biolchini 
Segretario 

ONORARI 

CARPI cav. PIETRO, professore di mineralogia, membro 
del collegio medico-chirurgico e direttore del gabinetto 
mineralogico dell' università romana, socio ordinario del- 
la pontificia accademia de' nuovi lincei. 

DE-CROLLIS cav. DOxMENICO, presidente del consiglio 
sanitario militare, professore di medicina clinica nel- 
r università romana. 

GERARDI dott. FILIPPO. 

COLLABORATORI 

ANGELINI padre Antonio, della compagnia di Gesù, pro- 
fessore nei collegio romano, consultore della sacra con- 
gregazione dell' indice , in Roma. 

BARTOLINI monsignor Domenico, uditore della segnatura 
di giustizia, consultore delle sacre congregazioni dell' in- 
dice e delle sacre indulerenze e reliquie, membro della 
commissione di archeologia sacra, socio ordinario e cen- 
sore della pontificia accademia di archeologia, in Roma. 

BELLONl dott. Pio, medico, in Roma. 

BELLUCCI Giuseppe a Cervia. 

BIANCHINI Antonio, in Roma. 

BIOLCHINI Pietro, segretario del giornale, in Roma. 

BONCOMPAGNI S. E. don Baldassare, socio ordinario del- 
la pontificia accademia de' nuovi lincei , ordinario so- 
prannumero di quella di archeologia, in Roma. 

BORGOGNO padre don Tommaso, somasco, professore nel 
collegio dementino, in Roma. 

BRIGHENTI cav. Maurizio, ingegnere ispettore emerito, 
a Rimini. 

BUSTELLI Giuseppe, in Roma. 

CAPOZZI Francesco, a Firenze. 



V 

CATALANI dott. Vincenzo, medico, in Roma. 

CHELINI padre Domenico, delle scuole pie, professore 
neir università, a Bologna. 

CHIMENS dolt. Baldassare, medico, in Roma. 

GIALDI commendatore Alessandro, socio onorario delf ac- 
cademia de' nuovi lincei, in Roma. 

CICCONETTI avv. Felice , giureconsulto, in Roma. 

COPPI ab. cav. Antonio, segretario del pontificio istituto 
agrario, socio ordinario dalle pontificie accademie di ar- 
cheologia e de' nuovi lincei, in Roma. 

DE RIGNANO padre Antonio , ex-procuratore generale 
de'minori osservanti, consultore delle sacre congregazioni 
del sant' ufiizio e dell' indice, esaminatore de' vescovi , 
socio onorario della pontificia accademia d' archeologia^ 
in Roma. 

DE-FERRARI padre maestro Giacinto, dell' ordine de' pre- 
dicatori, commissario generale del sant' uffizio, consul- 
tore delle sacre congregazioni dell' ìndice, dei vescovi 
e regolari, di propaganda e del concilio, socio ordina- 
rio e censore della pontificia accademia di archeologia, 
in Roma. 

DE-MINICIS avv. Gaetano, corrispondente della pontificia 
accademia romana di archeologia, a Fermo. 

DE-ROSSl cav. Giambattista, membro del collegio filolo- 
gico dell'università, scrittore di lingua latina nella bi- 
blioteca vaticana, membro della commissione consultiva 
d' antichità e belle arti e di quella di archeologia sa- 
cra, socio ordinario e censore della pontifìcia accademia 
di arheologia, in Roma. 

DIONIGI ORFEl contessa Enrica, in Roma. 

FABI de' conti MONTANI monsignor Francesco, camerie- 
re segreto soprannumerario di Sua Santità, canonico 
della patriarcale basilica di s. Maria maggiore, consul- 
tore delle sacre congregazioni dell' indice e di propa- 
ganda fide, membro del collegio teologico della univer- 
sità fiorentina, in Roma. 

FERRUCCI cav. Luigi Crisostomo, bibliotecario lauren- 
ziano e marucelliano , socio corrispondente della pon- 
tificia accademia romana di archeologia, a Firenze. 



VI 

FERRUCCI Michele, professore e bibliotecario dell'uni- 
versità, a Pisa. 

FIORINI MAZZANTl Elisabetta, socia ordinaria della pon- 
tifìcia accademia de' nuovi lincei, in Roma. 

FOLCHI commendatore Clemente, architetto di Sua San- 
tità, consigliere dell' insigne e pontificia accademia di 
S. Luca, ingegnere ispettore emerito membro del con- 
siglio d' arte, addetto al collegio filosofico della univer- 
sità romana, socio ordinario della pontificia accademia 
di archeologia, consigliere della commissione consultiva 
di antichità e belle arti presso il ministero del com- 
mercio e belle arti, in Roma. 

FRANCESCHI FERRUCCI Caterina, a Pisa. 

GIACOLETTi padre Giuseppe, dalle scuole pie, a Pesaro. 

GIULIANI padre don Giambattista, somasco, professore di 
eloquenza sacra nell' università, a Genova. 

GRIFI cav. Luigi, segretario generale del ministero del 
comniercio, belle arti ec, socio ordinario e conserva- 
toro perpetuo dell' archivio della pontificia accademia di 
archeologia, in Roma. 

MARCHI padre Giuseppe, della compagnia di Gesù, con- 
sultore della sacra congregazione delle indulgenze e sa- 
cre reliquie, membro del collegio filologico dell' uni- 
versità e della commissione di archeologia sacra, socio 
ordinario della pontificia accademia di archeologia , iu 
Roma. 

MASETTI monsignor Celestino, professore, a Fano. 

MERCURI Filippo, in Roma. 

MONTANARI Giuseppe Ignazio, professore, a Osimo. 

NARDUCCI Enrico, in Roma. 

PERETI I Pietro, professore emerito di farmacia nell' u- 
niversità, in Roma. 

PIANCIANI padre Giambattista, della compagnia di Ge- 
sù, membro del collegio filosofico dell' università , so- 
cio ordinario della pontificia accademia de'nuovi lincei, 
in Roma. 

PUCCINOTTI cav. Francesco, professore nella università, 
accademico della crusca, a Pisa. 

RAMBELLl Gio. Francesco, professore, a Persiceto. 



vie 

BANGHIASCI-BRANCALEONI marchese Francesco , a 
Gubbio. 

RAVIOLI cav. Camillo, in Roma. 

RICCI marchese cav. Amico, a Bologna. 

SASSOLI avv. Enrico, membro del collegio filologico del- 
l' università, a Bologna. 

SPEZI Giuseppe^ membro del collegio filologico e profes- 
sore di lingua greca nella università romana, socio or- 
dinario della pontificia accademia di archeologia , in 
Roma. 

TORLONIA S. E. don Giovanni , socio ordinario della 
pontificia accadèmia di archeologia, membro della com- 
missione governativa deputata al premio delle opere tea- 
trali, in Roma. 

TORTOLINI ab. Barnaba, membro del collegio filosofico 
e professore di calcolo sublime nella università, profes- 
sore di fisica matematica nel collegio urbano di propa- 
ganda e nel seminario romano, socio ordinario della pon- 
tificia accademia de' nuovi lincei, -in Roma. 

VERCELLONE padre don Carlo , procuratore generale 
de' chierici regolari di san Paolo , consultore della sa- 
cra congregazione dell' indice, socio ordinario e censore 
della pontificia accademia di archeologia , in Roma. 

YESCOVALI Luigi, socio ordinario della pontificia acca- 
demia di archeologia, in Roma. 

VISCONTI cav. Carlo Lodovico, segretario generale del- 
l'insigne congregazione artistica de' virtuosi al Panteon, 
socio ordinario della pontificia accademia di archeologia, 
in Roma. 

VOLPICELLI cav. Paolo, membro del collegio filosofico 
e professore di fisica sperimentale nella università, di- 
rettore del gabinetto fisico , segretario della pontificia 
accademia dei nuovi lincei, in Roma. 

ZANELLI canonico Domenico, direttore del giornale po- 
litico, socio onorario della pontificia accademia di ar- 
cheologia, in Roma. 



Della forma di Gerione e di molli particolari ad 
esso demone altinenli , secondo il dettato delta 
Commedia di Dante Alighieri, 

LETTERA. 

Al chiarissimo professore cavaliere Salvatore Detti. 




Con più color sommesse e soprapposte « 

Non fer ma' in drappo tartari né turchi.,.. 

P 

A rendo securtà d' indirizzare a voi , chino pro- 
fessore, questo disadorno mio scritto intorno Ge- 
rione, perchè approfondatomi nell' abisso dello 
Inferno dantesco, per tentare di descrivere più 
acconciamente di quello si fosse per lo addietro 
praticato, tutta la meravigliosa invenzione, tro- 
G.A.T. CLIII. 1 



vomi allo imbocco del gran pozzo alquanto per- 
plesso per la misteriosa figura della Fraude, sulla 
quale mi è sempre paruto non siasi bastevolmen- 
te penetrata la intenzion del poeta ; però vengo 
a voi pregando volere considerare con pazien- 
za i pensamenti che vi soppongo, ad effetto 
manifestarmi alla libera le vostre osservazioni, 
che valgano a correggere le sentenze malferme, 
o a raffermare quelle che a'vostri divisamenti per 
avventura si trovasser conformi. Nel che non 
avrete molto a travagliarvi; essendoché trattan- 
dosi della Commedia, appellata divina, può fer- 
mamente asseverarsi che tutta quanta la sapete. 

Dante nella morale descrizion de' misfatti, 
puniti eternalmente nel Tartaro, adoperò per fer- 
mo una sapientissima critica; perciocché collocati 
in principio i vizt procedenti da incontinenza, 
e che però si rapportano più a' male imbrigliati 
sensi, che allo spirito, edificò un baratro mag- 
giormente profondo per quelli molto più gravi, 
siccome derivanti dalla mente; la quale abusan- 
do la ragione in appagamento di sregolata e pra- 
va volontà, inchina a malizia e adopera la fro- 
de a detrimento del prossimo : quindi le due 
generazioni di colpe, secondo che nocciono alla 
umanità in generale, o a coloro in particolare 
che nel peccatore ebbero incauta fede riposta. 

Al fondo di cotal baratro l'Alighieri asse- 
gnò portatore uno essere straordinario , nome 
Gerione ; e qual foss' egli , m'aggrata far sub- 
bietto di mio discorso, ad effetto investigare e 
rivelare, pel meglio che mi sia possibile, l' alta 



3 

dottrina onde lo sbandito fiorentino gli occulti 
suoi concepimenti informava. 

Concisa e chiara descrizione ce ne diede 
in pochi versi del Canto xvii, che dicono: 

La faccia sua era faccia (T uom giusto ; 
Tanto benigna avea di fuor la pelle ; 
E d' un serpente tutto l'altro fusto. 

Due branche avea pilose in fin r ascelle: 
Lo dosso e 7 petto ed amendue le coste 
Dipinte avea di nodi e di rotelle. 

Con più color sommesse e soprapposte 

Non fer ma in drappo tartari né [turchi, 
Né fur tai tele per Aragne imposte. 

Da' quali pochi versi due cose porto opinione 
che rilevi ricavare scrutando; la prima, la ve- 
race figurazion del mostro ; la seconda , l' in- 
tendimento posto in siffatta figurazione a rap- 
presentare la sozza immagine di Frode: su di che 
dispongomi allargare miei argomenti. Ma innan- 
zi tutto mi è avviso non sia senza importanza 
rinvergare qual fosse ragione, perchè il poeta 
cotale sua creazione Gerion appellar si piacesse. 
Dice che di siffatto nome regnasse nella Se- 
rica un uomo gigante, ricchissimo d'armenti, giu- 
sta feconda condizione di pascoli in suo reame, 
e sì atante della persona ch'Esiodo diffìnirlo il 
pili forte che fosse nato fra gli uomini non ebbe 
ritegno. I poeti posteriori immaginarono foss'egli 
un mostruoso accoppiamento di tre corpi in uno 
individuo , e le dipinture dei vasi fittili italo- 



greci tutto giorno ce lo riproducono sitfattamente 
foggiato , che con tre elmi , tre corazze e sei 
braccia variamente armate, o a battaglia vincito- 
re, o alle prese con Ercole, sotto la spodestata 
clava cade disfatto. Dierongli ancora a guardia- 
ni di sue dovizie un bicipite mastino e un dra- 
gone a sette teste , i quali Ercole uccise non 
meno, furando gli armenti tutti quanti, ch'era- 
no a nefanda prebenda d' umane carni abituati. 
E notate che quel nome a taluni filologi appro- 
dò derivar dal greco, per ricavarne senso di ru- 
more^ di tuqno^ di fulmine. Giustino poi (44-. 4) 
spiega i tre corpi, detti qui innanzi, per tre fra- 
telli in saldissima concordia e gagliardia con- 
giunti, detti però trigemini anche da Virgilio ; 
intantochè Plinio (4. 22) appella Gertones po- 
puli gli abitatori di un' isola circa la Berica, ai 
quali Ercole gli armenti rapiva. 

Dal complesso di tante favole e racconti di 
storici, mitistorici e poeti emerge tale una con- 
fusion di cose, e sì lontana dal proposito della 
Fraude, cui Dante denominar proponeasi, ch'io 
non giungo a comprendere come i chiosatori fi- 
no ad ora potessero trovarsi concordi, la fiera 
pessima al berico Gerione rapportando. 

Gli è il vero che nel torno de' racconti di 
attinenza prettamente storica, ovvero mitologi- 
ca , ovvero mitistorica , per bene intendere i 
propositi dello Alighieri , è d'uopo appresentarsi 
alla mente che , ov'egli alcun subbietto , alcun 
concetto, alcun personaggio andasse caendo , a 
foggiarne o abitarne il suo Inferno, non tenne 



5 

costantemente conforme sistema, e ciò sotto più 
riguardi; essendoché, ben sostenendosi rigoroso 
osservatore delle memorie storiche sacre o pro- 
fane, che valeano a' suoi tempi, e che modifi- 
cazione o interpretazione nullamente consento- 
no, giovossi egU, con poca o nulla differenza, de' 
miti, quando il senso filosofico della favola af- 
faceasi alla cristiana morale: ma acconciò, mo- 
dificò, strinse, allargò a suo prode i racconti di 
mitistoria, così perchè sempre discordi son fra 
loro le antiche testimonianze che ce li traman- 
darono, come per questo che si studiava cessa- 
re che la invenzion di lui alcun tratto di etni- 
che leggende appuntamente ritraesse. 

Però i personaggi storici, patriarchi, eroi, 
sapienti, santi, non falsò egli giammai, sì che 
nominasseli a ricordazione di fatti, sì che loro 
attribuisse offici , siccome a Catone nell' anti- 
guardo del Purgatorio e alla Matelda nel Para- 
diso terrestre. Quanto a' miti non ridirò dei molti 
eh' ei nel Purgatorio raffrontava con altrettanti 
esempì di sacre istorie; ma nello Inferno vedete 
il demone Caronte, la sua figura, il suo ufficio, 
il fiume del quale il fa passeggiere, tolti di peso 
dal mito greco-romano , senz' altra variazione 
fuor quella che quivi Caronte (1) non esige il 

(1) Il mito d! Caroti o Caronte si deriva da fìlosofìche scuole 
di più remota antichità che greche e romane nnu sono: 1' ebhcro 
egizi ed etruschi , ma sotto intendimento di ministro di morte, 
sebbene colla denominazion medesima; siccome lo incontriamo non 
di rado etruscamentc sculto sui sarcofaghi, o dipinto sulle figuli- 
ne , con orrende sembianze e di spodestata mazza armato: imper- 
ciocché tencasi che di quello arnese e' picchiasse prima alle porte 
dei morituri e loro desse poi il colpo cassale* Oltre la cruicncuticit. 



6 

naulo dalle anime che imbarca per l'altra pro- 
da. Similmente vogliate considerare Cerbero , 
Pluto, Caco, e li in verrete poco o nulla dissi- 
mili da quelli che i mitografi c'insegnarono. Per 
contrario, rispetto a mitistoria, se v'aggrada toc- 
car con mani quanto alla libera adoperasse il 
poeta, abbiate a mente come d' un re rinoma- 
tissimo per avere suoi popoli con stragrande 
equità e dolcezza governati, tenuto per uno de' 
più celebri legislatori dell' antichità, savio, di- 
screto, qual si fu Minosse, ei ne faccia un di- 
monio d' orribile aspetto, di scane fornito onde 
ringhia a mo' di cane, con lunga coda dal coc- 
cige dipendente, e di conseguenza con tutto il 
mostruoso corredo di vellute cuoia, di corna e 
artigli , con eh' e' pittori sogliono addobbare la 
figura dello avversario d'ogni bene. Riguardate 
a Flegias, al Minotauro, a' Giganti, e riconosce- 
rete i loro rapporti tult' affatto da quelli delle 
comunali mitistorie diversi. 

Conseguenza quindi delle predette abituali 
licenze del poeta potria parer questa, che nel 



tanto e' insegna 1' elimologia del nome Caruti , che per semiliche 
radici diflinia il fialel mio Michelangelo esprimere // picchiar per 
fato alle porte , e Io aggregare ad un sai luogo ogni cosa: sic- 
ché con molta proprietà il diremmo italianamente lo /ammazzatore, 
per questo che, per uno assai raro e singolare incontro nelle no- 
stre moderne favelle , il verbo ammazzare in sé conliene le signi- 
ficazioni di percuoter colla mazza , uccidere e ridurre ad un 
fascio, conforme all' antico vocabolo Carni». Lo che mi è parulo 
meritevole di annotazione per coloro che si studiano bene adden- 
tro i ripostigli di nostro idioma; essendo l'esempio citato uno straor- 
dinario occorso che forse non ha pari, e che dimostra per eccel- 
lenza come i semi delle primaje favelle abbian prodotto fruito an* 
che balestrati in cotanto lontani paiaggi. 



7 

deforme dimonio della Fraude s' avesse a ricono- 
scere il prisco re della Berica, perciocché quello 
appellava Gerione, siccome questo fu già deno- 
minato. Alla quale sentenza non son punto ad 
aggiungermi -disposto, per la ragione che quan- 
tunque volte Dante tolse a' suoi propositi un 
personaggio mitistorico , sebbene si divagasse 
molto francamente dal testo delle antiche leg- 
gende intorno i fatti di quello , pure conservò 
sempre certo tipo peculiare allo individuo: e a 
modo d'esempio, contuttoché di Minosse non si 
ricordin pecche da riputarlo meritevole d'essere 
convertito in dimonio, è ben costante che anche 
. i gentili gli assegnassero ufficio di scrutatore 
delle peccata , e lui del Tartaro giudice stan- 
ziassero: Flegias ancora, presso i greci, era un 
dannato , e se nello Inferno di Dante noi ve- 
diamo paventar senza tregua la roccia che, so- 
vresso il capo sospesagli, è eternalmente in pro- 
cinto di scoscendere per macinarlo, bene il tro- 
viamo tra' superbi ed irosi, siccome fu egli in- 
vero, che ad Apolline di far onta si pericolava. 
Ma tra la Fraude e il Gerion menzionato non 
è relazione di sorta, per quanto vogliansi bistrat- 
tare le circonstanze de' racconti che quel re- 
golo riguardano ; né puote esser manco verisi- 
mile, che r Alighieri a quella esso nome attri- 
buisse, con positivo riguardo a lui. Antichi chio- 
satori ci contan che il Gerion di Spagna fosse 
astutissimo e d' inganni fabbricatore, e tutti gli 
altri, dopo que' primi, ricopiarono la novella a 
verbo: ma ciò e' dissero di sua propria inven- 



8 

zione ed autorità, senza accennare d'onde lo eru- 
dito aneddoto avessero ricavato. Ancora altri 
antichi comentatori si studiarono invenire rap- 
porto nel trigemino applicato da Virgilio allo 
Ispano Gerione, gavillando di tre nature, giusta 
loro sentenza, da Dante attribuite alla fiera pes- 
sima, ciò è d' uomo, serpente e scorpione: ma 
lasciando stare che di scorpione non è dato al 
mostro che la forcuta punta della coda , ecci 
bene a considerare le branche pilose, le quali 
relazion non hanno né coli' uomo, né col ser- 
pente, né collo scorpione: per la qual cosa, stan- 
do a quella foggia d'argomentare , avriasi una 
quarta natura di artigliata belva, vuoi terrestre, 
vuoi acquatica , vuoi aligera. Dal che anzi ci 
conforteremo a conchiudere che veramente tra 
la sozza immagine della Fraude, conforme ci de- 
scrivea l'Alighieri , e il Gerion da Alcide con- 
quiso, relazione di sorta non é possibile statuire. 
Qual fu dunque cotal Gerione ? Io non mi 
attenterei asseverarlo. A me basta essermi pro- 
vato, forse non senza effetto, a dimostrare che 
r iberico Gerione opportunità non potea por- 
gere allo Alighieri di appellare col di lui nome 
la Fraude: che se in ciò conghietture potessero 
aver luogo, direi essere molto probabile che il 
poeta avesse a' suoi dì uno esempio vivente e in 
rinomo d'alcun frodoloso , il quale per avven- 
tura si denominasse Geri (appellazione assai co- 
mune nel trecento) , d' onde avess'egli tratto il 
suo Gerione, così per una denominazione bene 
a proposito attribuita , come per vituperare il 



vizioso contemporaneo. E qual' etade, qual re- 
gione polria dirsi scevra da siffatta pestilenza 
di frodolenti e insidiosi traditori ? I lumi e il 
progresso del secolo, di che tanto siamo fastosi, 
punto carestia per lo vero non ce ne fanno ! 
Potrebbe anch' essere che il nome in discorso 
avess'egli italianizzato dal latino Gero, om>, ov- 
vero Gerulo^ onis, equivalenti a portatore , sic- 
come portatore si era veramente il mostro no- 
minando. E chi si piacesse spaziare in filologi- 
che sottigliezze e disputazioni, ad effetto avva- 
lorare quest' ultima sentenza , avrebbene non 
iscarsa suppellettile scrutando l'etimologie di mol- 
ti nomi nella Commedia di Dante, la cui antica 
e riposta significazione troverebbe corrispondere 
d'assai acconciamente all'ufficio dal poeta al per- 
sonaggio assegnato (1): ma di ciò non vuo' im- 
pigliarmi, e più m'approda seguire dirittamente 
il proposito di ben ritrarre il mostro , siccome 
Dante immaginava e descrisse. 

Trattasi di figurare cotale straordinaria crea- 
zione, che il poeta medesimo difiìnia meravigliosa 
a vedere ad ogni cuore sicuro. Ma avvegnaché 
fosse egli in tutte cose ordinato e rigoroso in- 
ventore per modo che , foggiando eziandio es- 



(1) Potrelibe al proposito citarsi il Minoe che, per orieclale 
etimologia, vuol significare lui che severamente proibisce- Vingres' 
so rlic , ha gelosa custodia delle porti; e bene si attaglia al 
Minosse di Dante, cui Virgilio ammoniva di non impedire lo fa- 
tale andare di quegli, al quale e' scorgeva la buja contrada: ancora 
Flegia che , derivalo dal greco ardere, bruciare , si confaceva a 
colui che traghettava per la morta gora alle afTucate mura della 
città roggia , come se di fuoco uscite fossero. 



10 

-seri stravaganti e fuori d'ogni naturai condizio- 
ne, si fé' sempre scorgere dal lume della critica 
e dal più alto sentimento del subbietto che avea 
fra mani , nulladimanco non sempre riesce age- 
vole rinvergare tutte le spezialità de' suoi con- 
cepimenti , che si piacque non di rado sotto il 
velame di strani versi nascondere. Diffatti die- 
d' egli aspetto d' uom giusto al Gerione; diegli 
fusto di serpente, coda terminantesi a guisa di 
scorpione, e due branche pilose infino V ascelle: 
la quale ultima parte, che all'uman corpo si ad- 
dice , congiunta con quel che narra poscia di 
nodi e di rotelle , ond' avea la Fraude dipinto 
il dosso , il petto ed amendue le cosle^ ne trae ad 
argomentare che, oltre la faccia, avesse il mo- 
stro anche il torso , sino alle anche , umana- 
mente esemplato ; da' fianchi in giù era però 
serpente. Il Landino , il Vellutello, il Manetti, 
il Giambullari effigiarono Gerione; ma senza di- 
re della goffaggine del disegnato , né de' rozzi 
legni sculti , con che lo impressero su' loro li- 
bri , i due primi ci regalarono tale una figura- 
zione che per ninna maniera al dettato del poe- 
ta si annoda; e i due altri, a non meno sconcia 
invenzione, aggiunsero alie, di cui nel testo della 
Commedia nullamente abbiam traccia. Il Rubbi 
nel suo Parnaso italiano e G.G. Macehiavelli nel- 
la sua edizion bolognese, ce ne recan più fina- 
mente intagliati , ma sempre grossamente con- 
cetti , altri speciosi tipi , d'ali di vipistrello for- 
niti. Solo il Flaxmann lo ritrasse senz'ali ; ma 
a vece di attribuirgli faccia d'uoni giusto, lo in- 



f 



11 

dividuavca di feroce aspetto; e contuttoché bene 
lo disponesse colle branche a natare attuate, pu- 
re così Io aggrovigliava per lo spazio in sue 
spire, che il movimento discordando da quello 
delle branche , ogn' idea di nuoto invanisse. 

Dico nuoto, conciossiacosaché volle Dante 
effettualmente, non che la Fraude volasse nel 
vacuo di Malebolge, siccome a torto givan pen- 
sando coloro, che d'alie all'uopo fornivanla, ma 
sì che natasse: straordinaria e singolarissima con- 
dizione di movimento, su cui più innanzi occasione 
avrem di tornar ragionando. E che per lo vero 
fosse proposito il mostro, avventurato nel vuoto, 
far natare , ponete mente a que' versi, con che 
si termina il canto xvi dell'Inferno, dove, dopo 
aver premesse le più acconce ed ingegnose pro- 
testazioni, avvalorate eziandio con solenne giuro, 
perchè al suo racconto fede si aggiungesse, con- 
chiude il poeta : 

Cìi io vidi per queW aer grosso e scuro 

Venir ^ sotando-, una figura in suso ^ 
Meravigliosa ad ogni cuor sicuro^ 

Sì come torna colui che va giiiso 

Talora a solver ancora , che aggrappa 
scoglio o altro, che nel mare è chiuso, 

Che in su si stende, e da pie' si ralrappa. 

Né più chiaramente, cred'io, che il natare pos- 
sa essere unque descritto. Nondimeno al 100 
de' versi del seguente canto xvii , le similitu- 
dini della navicella e dell' anguilla corroboran 



12 

la spiegazione; e infine al susseguente verso 115 
si ripete « Ella sen va notando lenta lenta. Però 
ninna dubbiezza sul natare per l'aere di Gerione. 
Rispetto alla generale figurazion della Frau- 
do vedemmo già che testa e tronco umana- 
mente foggiati esser doveano ; e che al tronco 
si aggiungea fusto di serpente, Io estremo della 
cui coda era, a mo' di scorpiò , di bifida ter- 
minazione armato : su di che sfoggio di chiosa 
non occorre. Resta quindi a terminare così le 
branche , come i nodi e le rotelle, ond' era il 
tronco dipinto. Branca tanto puot' essere di ter- 
restre belva r anterior zampa unghiata a feri- 
mento , quanto 'l pie' di rapace augello. Nel 
nostro caso questa seconda significazione ri- 
mane esclusa dalla condizion de' peli e delle 
ascelle; e però è da statuire che Dante imma- 
ginasse , avere il suo Gerione due zampe fe- 
rine a vece di braccia , tutte di pelo ricoper- 
te, e terminantesi in unghioni, quali sarebbero 
quelle, per esempio, d'orso e di leone. Pei nodi 
e le rotelle m' avviene d' allungare alquanto il 
discorso : imperciocché fino ad ora i chiosatori, 
tenendosi stretti alla nota significazione delle 
rotelle , quando trattisi di animalesco vello , o 
saltarono a pie' pari i nodi, o con poca diver- 
sità alle rotelle medesime li accomunarono. Ben 
videro nondimeno che con siffatta vestitura avea 
inteso il poeta di accennare alle insidie ed agli 
aggiramenti della Frode. Ma in concreto i nodi 
e le rotelle, di cui si ragiona, hanno peculiare 
indizio nel poema, e secondo mio avviso, assai 



13 

chiaro ; dicendosi immediate dopo accennata la 
dipintura del dosso , del petto e delle coste : 

Con più color sommesse e soprapposle 

Non fer ma in drappo tartari né turchi^ 
Ne fur lai tele per Àragne imposte. 

Dal che si ricava non essere alcuna relazione 
da' predetti nodi e rotelle alle macchie di villo- 
sa pelle: conciossiacosa che cotali macchie nulla 
hanno per fermo di comune colle sommesse e so- 
prapposte , né colla varietà e multiplicità de'co- 
lori degli orientali drappi di tartari o turchi. 
Mostra invece che in cosiffatti drappi, non nella 
gaietta pelle di lonze, pantere o giraffe, sia da 
ricercare analogia di nodi, di rotelle, di som- 
messe e soprapposte, onde lo Alighieri il tronco 
della Fraude volle dipinto. E veramente chi prenda 
a considerare una stoffa, un tappeto, uno arre- 
do, un vaso, un monumento sculto, di arabesca 
provenienza, si abbatterà spontaneamente in nodi 
e rotelle , in sommesse e soprapposte; essendo 
ciò una specialità essenzialissima dello stile or- 
namentale di quelle nazioni. L' Italia, a' tempi 
di Dante, ridondava di drappi, di monumenti e 
di alluminate pergamene orientali, di cui i cro- 
ciati , tornando da' passaggi in Soria, in Egitto, 
aveano fatta domestica suppellettile, a ricordanza 
di loro pie peregrinazioni, o di loro guerresche 
vicende. Di cotal fatta , peresempio , è il mo- 
numento di bronzo che serbasi nel campo santo di 
Pisa, detto però il Grifone di Pisa. Osservate la 



14 

foggia di gualdrappa, ond' esso Grifone è amman- 
tato, e lei vedrete a nodi e rotelle per lo appunto 
tutta quanta intagliata. Sopra di che porto opinio- 
ne, non lontana dal vero, che Dante cotale monu- 
mento avesse in pratica , e da quello ricavasse 
la idea di vestire conformemente la Frode, ve- 
dendone con opportunità addobbata una mostruo- 
sa creazione, inesplicabile in quella età, e che 
molto è probabile le ubbiose menti delle genera- 
zioni d'allora a diabolico acconcio di moslemica 
arte magica avessero attribuito. 

E le rotelle son circoletti, con entrovi spe- 
cialità di figurazioni o animalesche o cabalistiche 
o astronomiche : i nodi sono varietà grande di 
bene ordinati nessi lineari , con simmetrico in- 
gegnoso conserto allacciati , a inchiudere e col- 
legare i menzionati circoletti. I quali nessi, nei 
loro giri ed incontri, sono costantemente insie- 
me contesti per modo, che a vicenda le fila si 
accavallano, insinuandosi e trapassandosi le une 
colle altre , or sopra or sotto tra' loro, e co- 
stituiscono le veraci sommesse e soprapposte che 
il poeta intendeva, e che male furono interpre- 
tate per gP incavi e i rilievi che incontransi in 
ogni comunale ricamo. 

E' pare che il Boccaccio, nel suo cemento 
alla Commedia di Dante, più alla verace intel- 
ligenza del passo si approssimasse , che altri , 
spiegando » di nodi, cioè di compassi, li quali pa- 
revano nodi, e di rotelle, di figure ritonde ». Che 
se mi venisse assentito di applicare al vocabolo 
compassi appunto la significazione di que'nessi, 



15 

de' quali vo ragionando, ritegno punto non avrei 
di asseverare che il Certaldese, tanto tempo in- 
nanzi a noi , la questione sciolta avesse. Com- 
passi dice il dizionario significare compartimenti, 
spartimenli^ distribuzione, disposizione; lo che gran- 
demente non si dispaia dal nostro proposito: e 
v' è di piìi questo, che gli esempì, i quali reca 
( si rapportino a dipinture , a tessuti o a rica- 
mi ), sembrami che più si attaglierebbono alla si- 
gnificazione delle sommesse e soprapposte in di- 
scorso, che a'scompartimenti e distribuzioni: per 
la qual cosa mi è avviso che compassi egregia- 
mente renderebbe la idea delle interposizioni e 
de' contessimenti che gli arabeschi ci appresen- 
tano. Ma di ciò la decisione a' grammatici. 

II Biagioli, nella sua Divina Commedia co- 
mentata , reca , nel proposito dei versi su'quali 
si ragiona , un passo del Boccaccio , alle mac- 
chie e ai colori di tartareschi o indiani drappi 
relativo; ma d'onde e' lo ricavasse non riuscii 
a trovare . non indicando egli 1' opera da cui lo 
trasse ; e per quanto acconcio mi paia all' ar- 
gomento del nostro discorso , non posso avva- 
lermene per difetto dell' intero periodo, a cui il 
passo debbe annodarsi. 

Lasciata intrattanto da banda la spiega ve- 
ramente goffa del Daniello, che nelle sommesse 
e soprapposte immaginava le due vesti chiamate 
sottana e soprana , gli è il vero che la intera 
prelazione d'incavo e rilievo risultante da arti- 
ficiato ricamo o tessuto, se non fu appuntamente 
quella che il testo addimandava, pure gli andò 



16 

tanto di presso , che in costrutto colse il segno 
rispetto alla qualità dell'opera. Ma questo è ap- 
punto quello, che non posso persuadere a me 
medesimo , cioè come , dopo aver riconosciuto 
lavoro di arabesco ingegnoso drappo le sommes- 
se e soprapposte , si andasse poi farneticando 
nella spiegazione de' nodi e delle rotelle, che il 
paragone del drappo avean generato, sognan- 
do scudi nelle rotelle, come 1' edizion romana 
del 1815, e le macchie di ferina pelle, come la 
maggior parte de' comentatori, fra cui il citato 
Biagioli; il quale, ad avvalorare la sua opinione, 
riporta i versi dell' Ariosto ( 19. 77): 

Entrò Marfisa s un destrier leardo 

Tutto sparso di macchie e di rotelle. 

Lo che quanto con un tessuto o ricamo possa 
aver relazione, agli uomini di senno forniti la- 
sciare approda a considerare. 

Conchiudo però aversi a tener per fermo, 
che i nodi e le rotelle debbano trovare spie- 
gazione negli acconci de'drappi tartarici o tur- 
cheschi , conforme al dettato del poema ; e di 
ciò avendosi un esempio patente nella gualdrap- 
pa del pisano Grifone, doversi quella tenere per 
tipo specialissimo dell' intendimento del poeta , 
e sovr' esso rinvergare la dipintura del tronco 
della fiera pessima, Gerione appellata. Nel quale 
proposito ho io delineata la tavoletta che an- 
nessa propongo alla Lett. A, prendendo la di- 
sposizion generale del disegnato dalla prefata 



IT 

gualdrappa (drappo arabesco per eccellenza), e 
le specialità dai copiosissimi esempì di cose orien- 
tali che le molte pubblicazioni del fratel mio 
Michelangelo mi apprestavano. Quivi inverrete 
la foggia de' tartareschi nodi e delle rotelle, e 
come le une colle altre s'intessano a formar bel- 
lo acconcio : quivi avrete esemplate le veraci 
sommesse e soprapposte nelle congegnate ban- 
delle, che vicendevolmente si sormontano e si 
sobbarcano in simmetrico groppo, per gire poi , 
sviluppandosi, ad intorniare i cerchietti, e quin- 
di co' superiori ed inferiori nodi , e con quelli 
d' ambo i lati, interminabilmente a riallacciarsi. 
E per viemmeglio dimostrarvi la grande propen- 
sione e lo stile degli Orientali in tessuti, ricami 
e calligrafiche fantasie a sovrapporre e sommet- 
tere loro ornamentali invenzioni , ho riprodotto 
alla lav. B , fig. 1 , il nesso arabico, nella sot- 
tobase intagliato di un profumiere di bronzo , 
spettante alla romana principesca casa Pam- 
phili , e pubblicato dal ridetto fratel mio ; nel 
quale, bello è vedere la sopra ogni dire inge- 
gnosissima maniera, con che varie fettuccine per 
incessante sommettersi e sovrapporsi , dalla fi- 
gura di due triangoli, ad esagono annestati, va- 
dano a ditfmire una rotella, di quelle che in- 
tendeva Dante e che al mio proposito approdano. 
Ancora vogliate riguardare alla rotella disegnata 
in principio di questa epistola, che ritrassi da una 
pergamena arabesca, e lei troverete conformarsi 
pienamente alle antimesse dichiarazioni. Imma- 
ginate quindi siffatti esempì a più colori dipinti, 
G.A.T.CLIII. 2 



18 

e vi farete certo che per incarnare la idea del 
poeta non puot'esservi proponimento migliore. 

Ora che abbiamo , per quello eh' io giu- 
dico, tutte le parti chiarite, che alla mostruosa 
figurazion di Gerione soccorrer debbono , pos- 
siamo tentare di rappresentarcelo alla vista de^ 
lineato. Lo che esemplai, pel meglio che possi- 
bile mi fosse, coir aiuto d' un disegnatore ; non 
uso come sono, fuor de' convenenti geometrici, 
ad opera di matita ; e alla tavoletta B, fig. 2. 
mi faccio a rappresentare il costrutto de' miei 
divisamenti, non presumendo individuar eun ti- 
po di figurazione che fossi vago di proporre a 
modello , ma sì di accennare come , poco dal 
più al meno, risulta la sozza immagine, giusta 
le pretessute disputazioni. Oneste sembianze 
d' uom giusto ad umiltade e pazienza compunto, 
umano tronco a nodi e rotelle dipinto con ara- 
besco intendimento , ferine branche a luogo di 
braccia , fusto di serpente, la cui coda vada a 
conchiudersi in forcuta foggia di scorpio : ecco 
della mostruosa figura della Frode la pretta de- 
scrizione. Artisti potrannola più acconcia e sim- 
metricamente comporre di quel che fec' io, cui 
era solo proponimento l' analisi e la diffìnizion 
delle parti, al testo del poema aderenti. 

Divisava io il fiero animale nel momento 
in cui i due poeti salivangli sulla groppa, stante 
arrivato sull'orlo di pietra che inserra Taffocato 
sabbione , col serpentino fusto guizzante nel 
vano di Malebolge , come lo bevero che della 
Danoia sulle rive a. far sua guerra s'assetta, e 



19 

torcendo allo in su la venenosa coda, di scorpione 
a similitudine in punta armata: e ciò col pro- 
posito di rappresentare tutta quanta quella pri- 
ma scena. Più in basso ( fig. 3 ) volli accennare, 
in picciola proporzione, come Gerione, rivolta 
ov' era il petto la coda, e quella tesa siccome 
anguilla , raccogliea a sé 1' aere colle branche, 
mossosi all' alto viaggio ; e come , colla nuova 
soma , a giuoco per lo spazio, natando, adope- 
rava sue larghe ruote a scendere lentamente , 
conforme Virgilio comandavagli. 

Avviati però i nostri peregrini , innanzi di 
devenire a' ragionamenti intorno l'allegoria, che 
Dante nel suo Gerione asconder volle , m' ac- 
cade di promuovere altra quistione: vuo' dir que- 
sto , se il poeta intendesse di rappresentar sé 
e il Mantovano seduti sulla fiera pessima, ov- 
vero a cavalcioni; ad effetto render ragione per- 
ché in questa, piuttosto che in quella postura, 
deiinearli mi piacque. 

Parrebbe a prima giunta che l'Alighieri non 
avesse chiaramente in ciò espresso il suo con- 
cetto ; per lo modo che, stando prettamente al 
dettato del poema, potesse opinarsi in favore così 
dell' uno , come dell' altro divisamento : ma se 
con industria si prenda a meditare sul testo, gli 
è forza di volgersi inappellabilmente a contraria 
sentenza. Al verso 79 di questo canto leggesi: 

Trovai lo duca mio eh' era salilo 

Già sulla groppa del fiero animale; 



20 
dove veracemente il salire tanto puote indicare 
Io assidersi sulla groppa, quanto Io inforcar la 
belva per cavalcarla. 

AI verso 91, salito il poeta racconta : 
/' ni assettai in su quelle spallacce ; 
che narra la posizion presa, senz'arrota di par- 
ticolari, che ne dian lume a discernere differenza. 
La quale perplessità ci dura eziandio nello smon- 
tare che fanno i peregrini dal mostro, confor- 
me dice al verso 133: 

Così ne pose al fondo Gerirne 

A piede a pie' della stagliata rocca, 
E discarcale le nostre persone . . . 

con che si pareggia il dettato del verso 19 del 
seguente canto xviii: 

In questo luogo dalla schiena scossi 
Di Gerion trovammoci . . . 

senza poter raccorre indizio che ci scorga nel 
proposito. 

Ma due versi di questo medesimo canto 
XVII ( l'83 e il 123 ) porto opinione che o- 
gni dissidio tolgan di mezzo ; dice 1' uno per 
bocca di Virgilio a Dante: 

Monta dinanzi, eh' i voglio esser mezzo. 

E dapprima noteremo che nell' Ariosto ha 
un luogo ove il verbo montare, per salire a ca- 
vallo, è senz' altra aggiunta adoperato: 



21 

Monti chi è a pie\ chi non è armato s' armi. 

Fur. XXXVI, 29. 

Al che invero potria opporsi che, trattandosi di 
dar comandamenta ad un oste, tra fanti e ca- 
valieri accampata, occasion d' abbaglio sul mon- 
tare che dovean fare i pedoni, esservi non po- 
tea ; nondimeno saria sempre questo un testi- 
monio da avere in conto. Dippoi è da rilevare 
che al monta di Virgilio conseguita dinanzi: lo 
che ne fornisce chiara circostanza al cavalcar 
conducente. Ragione come. 

Se i poeti avessero dovuto essere sul mo- 
stro seduti, r autore dell' Eneida, per essere elli 
di mezzo tra 'l fiorentino e la venenosa coda, 
avrebbe questi invitato a montargli accanto, non 
mai dinanzi : conciossiacosaché se Virgilio, se- 
duto, avesse sollicitato Dante a montargli dinan- 
zi, è una evidenza che avrialo eccitato a seder- 
gli in grembo, e allora più non saria elli stato 
di mezzo tra la coda e lui. Per situarsegli adun- 
que Dante dinanzi, e per fare che siffatta po- 
sizione lo costituisse tra la coda ed esso Dante, 
è forza conchiudere che il cantor de' buccolici 
carmi fosse di già sulla belva accavalciato, e a 
conforme postura lui chiamasse ad assettarsi. 

L' altro verso canta : 

Ond* io tremando tutto mi raccoscio : 

verso che corrobora a meraviglia i surriportati 
argomenti , perchè il raccosciarsi che avria pò- 



22 

tuto far Dante seduto, non avrebbe maggior si- 
curezza aggiunto alla trepidazion sua, ma sì bene 
sendo accavalcione, per questo che il verbo rac- 
cosciarsi significando stringersi colle coscie, ben 
si addice cotal atto a chi, colle gambe dall' u- 
na e dall' altra parte pendenti, uno animale o 
checché siasi n' inforca , e stringe le ginocchia 
tutte volte gì' incontri che d' essere scavalcato 
improvviso paventi. 

Tanto è quello che distintamente può dal 
testo dedursi : al che debbe aggiungersi ciò che 
suir argomento medesimo la sana critica ne in- 
segna. Dico adunque seguitando che i poeti, per 
istrana guisa portati, discender doveano il pro- 
fondo burrato, lanciati nel vacuo, senza scorta 
di luce, alla mercè della malvagia fiera soltan- 
to affidati. Le fazioni di essa belva intrattanto 
non apprestavano nò risalti né vello da abbran- 
care con mani per attenersi fermamente : anzi 
la groppa del mostro, essendo scorio di colubro, 
porgea lubricità di adeguata superficie, da ren- 
dere facile assai lo smucciarvi per dissopra. Sa-r 
ria però stata cosa impossibile sostenersi saldi 
sulle ferine membra, né senza avventurarsi ad 
una caduta delle più alte e spaventevoli. Solo 
un mezzo aveano per conseguente gli areonauti 
in cotanta- distretta, ciò è a dire lo accogliere 
il serpentino fusto infra gambe e con forza quel- 
le costantemente serrare, sì che né da poggia 
né da orza a perdere equilibrio dichinar unque 
e' non potessero. 



23 

Parecchi deVchiosatori ebbero già per po- 
sitivo, che inforcato Gerione avesseso i poeti ; 
ma i disegnatori, a quanto io mi sappia, li ri- 
trasser sempre seduti : soltanto fra gli artisti di 
sopra nominati il Flaxmann disegnò Virgilio ac- 
ca valcioni e Dante seduto , e così pure il Ma- 
chiaveUi li attuava; ma questi, per un singoiar 
tratto di sua scapestrata fantasia, Virgilio situava 
colla faccia rivolta verso la coda e le terga al- 
la testa di Gerione opposte, di qualità che lo 
Ahghieri non dinanzi ma diretro al Mantovano 
collocava. Alla quale alternata postura de' poe- 
ti non saprei punto accomodarmi, perciocché il 
prefato raccosciarsi di Dante non avrebbe più 
effetto allorquando e' fosse seduto ; e sanagli i- 
noltre riuscito, se non impossibile, almeno ma- 
lagevolissimo , per non perdere equilibrio , lo 
sporgere con gli occhi la testa in giuso, sicco- 
me dice veramente il conto eh' ei facesse , la 
cagione de' guai che ascoltava per conoscere. Ma 
abbastanza di siffatte brigose particolarità : gli 
è tempo di accennare un tratto all' allegoria. 

Gerione, e' insegna Dante, essere la sozza 
immagine di Frode, e il portatore a quella bas- 
sissima regione dell' tiniverso (secondo sua cosmo- 
grafia ) , in cui le abbominevoli colpe, per frau- 
de dalia umanità commesse , nelle loro varie 
specie , sono eterna e singolarmente punite. A 
rappresentare quindi, in modo confacente a co- 
tanto concetto , la nuova e diversa figura, fog- 
giava l'Alighieri la sua invenzione con intendi- 
mento che o nelle membra, o negli accessorii, 



24 

o in una o più parti , o nel complesso dello 
enorme dimonio, tutte s' avessero a ricarminare 
le peccata, in Malebolge punite, e di cui si vo- 
leva eh' e' fosse il laido compendio. 

Antichi chiosatori opinavano che il colubro, 
di umano capo e petto fornito, fosse posto dal 
poeta con riguardo al serpente sodducitore de' no- 
stri primi progenitori ; il quale, rileva il Daniel- 
lo, essendo certo che umana favella parlasse, do- 
vea di conseguenza avere organi a favellare ac- 
conci. Alla quale opinione non contraddirei per 
questo, che in amendue gì' incontri e' ci appre- 
sta per lo vero lo additatore e il conducitore 
a misfare : mi è nondimeno avviso che la bina- 
ta fiera, accenni, anche meglio, a ritrarre 1' a- 
buso della ragione, per cui il frodolente facen- 
do a suo perfido scopo servir l' intelletto, disu- 
manasi, a brutale proposilo sobbarcandosi, e con 
essere bestiale ed irragionevole si pareggia. Ar- 
roge che il serpente si è animale per sua na- 
tura sospettoso, e tendente a far sue pruove nel 
più occulto, che ne gli aprestan caverne e fo- 
reste, ove s'insinua rependo veloce, o stanzia ag- 
grovigliato a far mostra di stupore ; ma sempre 
uccelli, rettili od altre ferucole ad assalire ed in- 
goiare parato : laonde ti appresenta il simbolo 
della indiffinita congerie de' maliziosi accorgimen- 
ti, delle coperte vie, delle insidie che lo ingan- 
natore incessantemente va rugumando. 

La menzognera onesta sembianza d' uom 
giusto , ti imprenta di prospetto l' ipocrisia , la 
quale a velar giova la insidia che il lusinghie- 



25 

ro nascosa pretende : nodi e rotelle adombrano 
i forfanteschi viluppi, in che ti si vuole accalap- 
piare; le concatenate sommesse e soprapposte 
mirano a indicare le interminabili soddutrici me- 
ne, e i sottratti or palesi, or celati, che giova- 
no la frode a consumare : i pentacoli e le ca- 
taratte, onde le rotelle sono adempiute, rivelano 
le màgiche arti e le mahe ad aggirare il pros- 
simo intese : le pilose branche palesan la rapi- 
na, a cui per baratterie, simonie e ladronecci, 
il frodolente è abituato: il natare per l'aria 
finalmente, insueto all' uomo e al colubro, e la 
forcuta micidiale coda di scorpione, ritraggono 
per mille guise il tradimento : imperciocché il 
traditore sublima sé stesso in sua perfidia per 
parere il contrario di quel che si è, per ascon- 
dere la via che il conduce, e l'attosicato pugna- 
le con che propensa 1' assassinio. Così Gerione, 
aggirandosi in larghe e tacite ruote, innanzi met- 
te la ipocrita faccia a mansuetudine e umilità 
attuata, per ritorcere a sua posta la più lonta- 
na e volubil parte di suo corpo ( vuo' dire la 
coda ) a compiere suoi scellerati propositi. 

Rimembrate Giuda che, quasi natando per 
r aere, si accosta, sulla punta de' pie' librato , 
fra la tenebra e il silenzio al Getsemani, non 
visto non sentito da alcuno ; e nel suo fine ras- 
sicurato, repente al divin Salvatore si appalesa 
colla sembianza d' uom giusto : insidioso procac- 
ciando a darsi contegno, augura mendacemen- 
te salute e applica il sacrilego bacio sulla inte- 
merata gota del tradito Maestro : torce quindi 



26 

le terga per ferire colla venenosa coda, e corre 
a stendere le rapaci branche per riscuotere il 
maladetto prezzo della sua infamia ed eterna 
dannazione. 

Dopo siffatto quadro mi è avviso uomo non 
sia che negar possa essere bene acconcia la fi- 
gurazion della Frode, e che contraddir sappia al 
sublime divisamento di Dante, il quale nel pro- 
fondo dello abisso vuol che trabocchi il tradi- 
tore, dalla più atroce e cruda pena cruciato ; 
ma assai maggiormente colui, che a similitudine 
d' Iscariotto, il suo signore e benefattore per vi- 
lissimo salario ingrata e perfidamente tradiva. 
Conformemente a siffatta dottrina dettava già ser 
Brunetto Latini nel suo Tesoro ( 6, i7 ), dopo 
aver difììnito che lo amore è pregio di virlude e 
mercede di ricevuto beneficio. » Z' uomo che usa 
frode neir amistà è peggio che colui che usa fro- 
de neW oro e neW argento ; che tanto V amistà è 
più preziosa dell' oro e deW argento , tanto peg- 
giore è colui che froda V amistà di colui che frodi 
r oro e l" argento. » Diffatti chi ben considera 
qual fossero Buoso da Duera, Beccheria, Gano, 
Tribaldello e tanti altri scellerati, che il poeta 
narra incontrasse per la fonda ghiaccia , s' av- 
vedrà di leggieri essere assai men peccatori di- 
rimpetto a Bruto, Cassio e Giuda, cui però e- 
ternale più fiero tormento martoria nel Tartaro, 
intantochè la storia d' infamia e maladizione fla- 
gella nel secolo la esecrata loro ricordanza. 

Ma tornando a nostra materia, inchiederò 
qual'era la sede abituale di Gerion nello Infer- 



27 
no? h una evidenza ch'ei stesse perentro il bur- 
raio: imperciocché per lui invitare a proda, Vir- 
gilio richiede a Dante il cingolo, che questi ag- 
groppato e ravvolto gii porge » Ond'ei si volse in 
ver lo destro lato^ - e alquanto di lungi djl- 
LA SPONDA - Lo gittò giuso in queW alto burra- 
io ». Fu però di seguito a cotal nuovo cenno 
che la fiera tosto venne di sopra; per conse- 
guente argomentar si dee che nel profondo del 
baratro avess'ella stallo, conciofossecosaché, se 
lungo le pareti men basse di Malabolge fosse 
stata una caverna, uno sporto o risalto, in cui 
avesse potuto la Frande annidarsi, Virgilio non 
avrebbe lanciata la corda che cingeva Dante al- 
quanto di lungi dalla sponda^ ma sì a quella ra- 
sente. Ma colaggiù qual'era la bolgia in che Ge- 
rion risedeva ? Questo non dice nuUamente il 
poeta, e potrebbe sembrare avesse divisato col- 
locarlo nella cornice delle dieci bolge; in quel- 
la via intendo, che facea vece di primo argine a 
piede a pie' della stagliata rocca , ove effettual- 
mente nullo stanzia de' peccatori. Pure se con- 
sideriamo che, giunti appunto su quello spazzo, 
e discarcate le persone de' due poeti , Gerione 
si dileguava come da corda cocca, siamo spinti 
ad opinare che altrove fosse sua lustra, senza 
poterlo uoque diffinire; se non se ne appresen- 
tasse verosimiglianza in questo, forse egli avesse 
abituale stanza nel vuoto, pel quale continua- 
mente aggirarsi dovesse. 

Il Boccaccio accenna d' alcun fiume , e il 
Rambaldo eziandio di fiume va dicendo , ove 



28 

Gerion guazzasse: ma per lo vero non abbiam 
di ciò traccia a quel luogo nel poema. L'Ache- 
ronte si divalla, come ognun sa, nello Stige , e 
questo nel bulicame di Flegetonte si dirupa; quin- 
di pel ruscello che serpe tra' le abbruciate are- 
ne de' violenti , va poi a formare dalla disco- 
scesa rupe la strepitosa caduta, descritta al can- 
to XVI, e a cui eran di presso allora i poeti , 
che si trabalza laggiù ove più non si dismonta, 
per quivi finalmente agghiacciarsi in Oocito. Né 
su , né giù de' passeggiati marmi adunque era 
fiume o laco la Fraudo acconcio a indovare. 
Però ogni sentenza su questo proposito altro 
che conghietturale riescire non puote. 

Lo scioglimento peraltro di cotal nodo im- 
porterebbe assai a disnodarne un altro; vuo' di- 
re quai segni facesser le anime , dannate alle 
bolge, per chiamar dal cupo Gerione che a lor 
pena le discendesse ; essendoché per Dante fu 
mestieri far cenno gettando in basso la corda, 
e il pregar di Virgilio per l'apprestamento de- 
gli omeri forti. E' parerebbe ch'ei quelle anime 
vedesse o presentisse; ma in questo caso perchè 
una eccezione per Dante, cui d' un segno spe- 
ciale fu mestieri ? Mostra perchè questi era vi- 
vo ancora, e Gerione avesse peculiar mandato 
per solo le anime de' frodolenti. Ad ogni mo- 
do il conto lascia quivi desiderare alcuna più 
chiara indicazione (1) ; sopra di che rileverò, in 



(1) Ciò avvisavo anche il Ferranti nella Rivista ginnasiale, 
di Ravenna. Pascli, 1856. 



I 



29 

tanta grandezza di concetto, qual si è la inven- 
zione e coordinazione di tutto quanto questo 
primo regno , non essere da riguardare mol- 
to sottilmente in certe spicciolate circostanze , 
le quali lo straordinario ed immenso edificio 
menomamente non conturbano. 

Montati intrattanto i nostri pellegrini sullo 
strano veicolo , eccoli avviati per lente e lar- 
ghe ruote alla grande discesa. E qui parmi non 
sia disutile spender qualche parole, ad effetto 
tentare la spiega del come avvenia che Dante 
sentisse da man destra V orribile stroscio, che 
sotto lui facea il gorgo di Flegetonle nello ab- 
battersi a' sommessi macigni , intantochè avea 
per lo vero il ruscello a sinistra. 

I poeti procedendo, fin dal primaio muo- 
versi pe' cerchi , da man sinistra , erano per- 
venuti a intorneggiare la selva de'suicidì e dei 
biscazzieri, tenendosi stretti alla foresta per non 
essere arsi dalla pioggia di fuoco, che cadea so- 
pra r arido sabbione de violenti contro natura; 
affocato spazzo , che non avrieno potuto mai 
traversare incolumi , senza lo avventuroso in- 
contro del ruscello il quale, partendo dal bu- 
licame del sangue , scendea , dirittamente in- 
serrato tra sponde petrose, e valicava tanto la 
selva degli attossicati stecchi, quanto l'arsiccia 
arena de' preternaturali peccatori per andarsi 
a precipitare in Malebolge. Nel che appresta- 
va sicuro transito a'pellegrini, perciocché il fum- 
mo del ruscello aduggiava di sopra, e gli argini 
avean virtù di spegnere ogni vapore, senza re- 



30 

pentaglio delle dilatale falde di fiamme , che 
su loro sarieno in altro caso piovute. 

Conseguenza di siffatte disposizioni fu di 
necessità che i poeti, prendendo via per la sco- 
gliosa proda del ruscello antidetto, volgessero 
il loro cammino da man destra, indirizzandosi 
verso quello stremo, anch'esso di pietra, il qua- 
le dal lato esterno del circolo inserra il sabbio- 
ne, e dallo interno forma l'orlo del baratro di 
Melebolge. Venia quindi consentaneo a cotale 
andatura che avessero il rivo da mano stanca, 
come qui innanzi io diceva. 

Pervenuti là dove ebbesi a chiamar Ge- 
rione, intantochè con esso bargagnava Virgilio, 
Dante si ritorce alquanto a man destra verso 
i violenti contro l'arte, per portare esperienza 
de' dannati a quello estremo tormento; dippoi, 
tornando su' propri passi, trova il duca già sa- 
lito sulla groppa del mostro, che lui invita a 
seguirlo; e il segue. Allora Gerione, poiché, re- 
trocesso dalla ripa si fu converso colla testa ove 
avea prima la coda, cominciò per le sue volte 
a discendere. 

È quivi da pensare che per quantunque 
avvantaggiate fossero le ruote, che gli avea per- 
suaso spaziose Virgilio, non tanto elle si allar- 
gavano, quanto era il vano intero del burraio; 
conciossiachè non era necessario cotanto sfoggia- 
to aggirarsi: ma secondo eh' io giudico , essendo 
il proposito di discarcare la nuova soma a per- 
pendicolo del luogo di partenza , quivi intorno 
adoperasse la Frode tale un'adeguata spira, qua- 



31 

le fosse la meno disagiata a replicare le sue 
volte per iscendere soavemente. 

Ciò a me pare assai ovvio a conchiudere, 
per la ragione di quel sentire che facea Dante 
il rimbombo della caduta di Flegetonte, a mano 
a mano che s'appressava al fondo: che se all'in- 
contro le ruote fossero slate larghe quanto il 
vàcuo di Malebolge , ciò sarebbe accaduto ad 
assai lunghi intervalli, e solamente quando, dopò 
essersi aggirati attorno le ferrigne pareti, si fos- 
sero riabbattuti colla scesa del rivo: ma comun- 
que e' si fosse, sempre certo si è, che se il pro- 
ceder di Gerione fosse stato conforme al cam- 
mino tenuto in prima da' poeti , cioè da man 
sinistra, essi avrebbero avuto costantemente il 
gorgo dal sinistro lato ; lo che col testo della 
Commedia punto non si ammoda. 

Sarà adunque per contrario da argomen- 
tarsi che il torneare di Gerione per l'aere ma- 
ligno fosse da man destra diretto , essendoché 
per tal modo il passo è di piano spiegato, né 
contraddizione si rincontra. Laonde dovremo sta- 
bilire che i poeti sino allo imbattersi nel ru- 
scello , facesser costantemente viaggio per cir- 
colo da mano stanca; che quivi prendendo via 
diritta verso l'orlo del gran pozzo, si volgessero 
da man destra, e che dallo stesso lato rotando 
prendessero l'aereo nuoto , sulle spalle del reo 
vermo accavallati. 

Intrattanto, pria di chiudere il discorso , 
parmi espediente lo appalesarvi qualche mie 
conghietture riguardo ad alcun passo del can- 



32 

to XVII , che col viaggio de' nostri poeti sopra 
Gerion acconciamente si attagliano. E prima tuo' 
far motto de' Tedeschi turchi. 

A Dante non soccorreva altra idea rispet- 
to alle germaniche popolazioni ( fra le quali non 
mai si seppe che avesse viaggiato, come vuoisi 
facesse in Francia), fuor quella che gli sommi- 
nistravano gli eserciti che a' suoi tempi dalla 
Magna scendevano a quando a quando in Ita- 
lia, o per imperiale assoldamento, e per taglia 
de' famosi avventurieri, capi delle così dette com- 
pagnie, che sì lunga stagione infestarono que- 
sto nostro bel paese: le quali, pel minore fla- 
gello di cui ci erano portatrici, la peste or qua 
or là ci venian propalando. Ciò era la scoria 
e il ributto di quanto fornian i popoli de' prin- 
cipati allemanni d'allora; una gheldria di gen- 
tame, datasi al mestier del ribaldo per cupidi- 
gia di rapina e di sperpero , e cui non valea 
punto r autorità de' supremi capitani ad infre- 
nare ! Che soldati de' cosiffatti fosser beoni, vo- 
raci e lordi , non è certo da impugnare ; ma 
giusta la generale condizion di tutte le milizie 
di quell'evo, accogliticce e ingaggiate per mo- 
neta, non v'era da far distinzione tra le truppe 
di qual che si fosse nazione transalpina o cisalpi- 
na, non escluse quelle del buon re Roberto di Na- 
poli , di Carlo di Valos , di Carlo d'Angiò , di 
Pietro d'Aragona ed altri, che da più o men re- 
mote contrade ci venian, sotto colore di nostra 
benavventuranza, a vastare e predare l' Italia. 
Quindi se il lurchi si fosse usato dal poeta nel 



33 

senso che dal latino ricavasi, non so vedere per- 
chè s' avesse a dire tedeschi lurchi^ piuttostochè 
franceschi, siciliani, aragonesi, i quali non men 
beoni, ghiotti e luridi eran de' soldati della Magna. 
Però io vado ragionando che il pensiero de' chio- 
satori col dantesco divisamento non si adegui ; e 
ciò non solamente per le addotte ragioni , ma 
sì e più per questo, che nel vernacolo italiano 
trovasi verbo, di che è assai probabile il Inr- 
<:hi in discorso si derivasse. A' tempi dello Ali- 
ghieri non eran grammatiche né lessici di no- 
stra favella: ed egli che menava vanto di crear 
i*e un linguaggio italico, preso pensamente ^a 
tutt' i dialetti della penisola, ben è da credere 
che ove questi opportunità gli porgessero, e' se 
ne giovasse, a preferenza di ricorrere al latino, 
che sempre più andavasi presso noi disusando. 
In altra occasione intertenervi, chiarissimo 
professore, vado propensando intorno siffatta ma- 
teria di vocaboli usati da' trecentisti, mancanti 
ne' dizionari e conservati ne' dialetti ; che oggi, 
fuor di tema, allungherebbe questa cicalata. Per 
la qual cosa mi stringo a dirvi, che il vernacolo 
genovese ci conserva il vocabolo lurciu^ che vale 
quanto guercio^ losco: e mi abbella reputare che 
Dante nel turchi abbia mirato a riportare il sen- 
so del lurciu genovese, piuttostochè altro, nel- 
r intendimento di dichiarare i tedeschi di sua 
etade grossi, materiali e poco veggenti, sul te- 
stimonio che gli apprestavan le soldatesche, le' 
quali quotidianamente vedea. Chi ha a far con 
losco^ non vuoV esser losco, è proverbio toscano 
G.A.T.CLIII. 3 



Si 

ripetuto dal Boccaccio ( Noy. 80) e dal Sac- 
chetti ( Nov. IH); e il Petrarca ( Son. 22 ) can- 
ta ingegni sordi e loschi^ e così gli uni come 1' al- 
tro insistendo sulla significazione detta qui in- 
nanzi. Il quale mio avviso tanto maggiormente 
si avvalora, in quanto si consideri che il castoro 
più si preda abbondevolmente sulle rive del Da- 
nubio presso a sboccare nel Ponto, e conseguen- 
temente tra popolazioni molto meno civili di 
quelle della Germania mediterranea , non dico 
delle francesche o italiane che loro si volessero 
porre a confronto anche nel trecento. 

Per analogia, vedete che Dante al verso 33 
del canto xxiv usa la voce chiappa: » Potavam 
su montar di chiappa in chiappa ». Ora riguar- 
date al vocabolario ciò che si dice a cotal voce: 
» Cosa comoda ad abbrancar colla mano: » e si 
reca per esempio il citato verso del poema ; dal 
che è ovvio dedurre che quella significazione fu 
inventata ed assegnata al vocabolo per sola il- 
lazione da quanto esso verso e' invita ad imma- 
ginare; il latino non soccorrendone nullamente. 
Rivolgetevi quindi a' magazzini qui in Roma del 
Raffo, e rimarrete meravigliato scorgendo le mi- 
gliaia di chiappe abbicate colà, senza che nes- 
suno abbia mai nemmen sospettato che di |quivi 
potesse illustrarsi un verso della Commedia di 
Dante. L' ardesia è una pietra che in Italia ri- 
cavasi da' monti di Lavagna, e colà chiaman vol- 
* gannente chiappe le lamelle in che si fende as- 
sai agevolmente quella argillite, alla maggior o 
minor spessezza che si richiegga, giusta la co- 



35 

stante egualità de' strati in che natura I* ebbe 
conformata. Chiappa adunque, oltre gli usuali si- 
gnificati, sarà bene far sapere a coloro, che e' in- 
frascano il dizionario di nuove parolacce tolte 
da pessimi scrittori del secento, significare pret- 
tamente le lastre, le falde della pietra che ad- 
ditano soprapposizione di strati, e i cui lembi 
Tonchiosi, dal profilo della petraia o de' monti 
sporgenti , si appalesano a foggia d' irregolari 
gradi o scaglioni. Il monte Catillo, a cagion d' e- 
sempio, perforato a Tivoli, per dare adito alle 
acque dello Aniene, è tutto quanto dello sca- 
glioso tiburtino un ammasso di chiappe, sicco- 
me quelle a cui s' aggrappavano Virgilio e Dan- 
te per salire sull' argine che la settima bolgia 
dovea loro disascondere. A somiglianza di que- 
sto vocabolo per conseguente , porto opinione 
debb' esser toìio da italico dialetto il Jurchi di 
che abbiam fin qui ragionato. 

Quel terzetto di questo canto che dice : 

Ma esso ch^ altra volta mi sovvenne, 
Ad alto, forte, tosto eh' io montai, 
Con le braccia m' avvinse e mi sostenne: 

ha esercitato vanamente gì' ingegni de' co- 
mentatori, ad effetto dar giusta una interpreta- 
zione a quello ad alto , forte , senza peraltro 
che a buon costrutto sieno riusciti. Le più re*- 
centi edizioni aggiunsero saviamente un comma 
dopo ad alto, per riferire il forte al m" avvinse 
e mi sostenne ; nel che ben s' apposero, percioc- 



36 

che quivi ancora occorre uno di quegl' iperbati, 
de'quali usava, anzi soperchiamente che no, lo 
Alighieri; ma non giunsero a trovare adeguata 
relazione allo ad alio , che quasi tutti concor- 
demente opinarono volesse indicare un luogo , 
più alto collocato, tra que' percorsi nello Infer- 
no, e in cui Virgilio sovvenisse opportunamente 
il poeta. Il Venturi spiegava speciosamente, e 
mi sostenne in allo^ ond' io non cadessi o trabal- 
lassi ! Pel resto molti altri ebbero ricorso al- 
l' usuale confugio di pretendere scorretto il te- 
sto, e proposero lezioni diverse da diversi codici 
raggranellate, in cui illitterati emanuensi fecero 
prova di quanto la imperizia loro in leggendo 
fosse massima. L'Imolese ci regala ad altro forse^ 
e interpreta in altra simile dubitazione. Il Torel- 
h', seguito dal Foscolo, ci dispiana ad altro forte 
per ispiegare ad altro difficile incontro ; e mi ri- 
corda di aver Ietto in alcun luogo /' alto scam- 
biato in atto^ ma or mi sfugge la scheda in che 
n' ebbi presa nota. Fatto sta che per le gene- 
rali si volle convertire in nome il forte o il ri- 
pensato forse^ per stiracchiarne un sentimento 
che loro mal riuscia per la losca intelligenza 
posta nel testo ; conciossiacosaché così lo ad al- 
to come il forte mi approda credere siano pret- 
tamente due avverbi, sembrandomi che si rin- 
novelli in questo verso quel singolare incontro 
che io avvisava già rispetto al mille della ca- 
duta del Montone presso S. Benedetto (1) ; vuo' 

(1) De' spiritali tre regni cnnlati da Dante Alii^liieri uclla 
tlivina Commedia. Parte II. pag. 19. 



37 
dire che si andò cercando di lungi quello che a- 
veasi sommamente d' appresso. Sopra di che pen- 
so io che quello ad alto si abbia da riportare al 
montai^ volendo quivi questo esprimer Dante. Ma 
esso che altra volta mi sovvenne^ tosto eh* io mon 
lai ad alto, con le braccia forte m avvinse e mi 
sostenne', lo che parmi lezione piana né bisogne- 
vole d'essere per autorità di scrittori rafferma- 
ta, essendo lo ad allo quivi posto avverbialmente 
per significare in alto. Nondimeno ricorderò che 
ne' Gradi di s. Girolamo (52) abbiamo 'predicatelo 
ad alto , traduzione dello evangelico praedicale 
super tecta: e nella vita di s. Maria Maddalena 
(56), non seran lasciati vedere se non a colale fi- 
nestra molto ad alto-, ed ivi similmente (92), e vide 
Gesù ad alto sulla croce: esempì tutti che ripeto- 
no la significazione dello ad allo per in alto. 
Monta d'innanzi, diceva Virgilio a Dante, e questi 
montato ad alto ( ciò è lassù dov' era il Manto- 
vano ) fu da quello fortemente avvinto colle brac- 
cia e sostenuto. 

Avendo testé toccato delle varianti, su cui 
è tanta infania degli spositori, non vuo' preter- 
mettere a conchiusion di discorso, lo avvertire 
che , in questo dieciasettesimo canto, non se ne 
incontra, per avventura, di gran rilievo. Ditfatti 
dopo quello che intorno al giudizio sui molti e 
vari codici della Commedia (già perduta l'auto- 
grafo dello Alighieri) scrisse e pubblicò pensa- 
tamente quel fervido ingegno che fu Ugo Fo- 
scolo, non saprei qual conto avesse a farsi delle 
varianti che s'aggirano sul triema a vece di tre- 



38 

ma , unghie piuttostochè unghia , sncorrean per 
soccorrien o soccorrén^ tornaimi por tornami^ là 
v' era per là ov era e simili ; abnormalità di- 
pendenti dalla ortografia, e più, secondochò tro- 
vò con sottile avvedimento il prefato Foscolo , 
dal dialetto del luogo, in che il manoscritto fu 
adoperato, o dalla patria del calligrafo: né meno 
sul cansar invece di cessar la rena e la fammel-^ 
la; voci amendue che hanno la medesima misu- 
ra , accentuazione e significanza, e che, o l'una 
o l'altra che si accetti , non ne vien punto più 
bello il verso: neppure finalmente sul vario torno 
delle parole in alcuni versi. Perchè la variante 
peggiorerebbe d' assai il testo vulgato: però pia- 
eerebbemi che presso gli uomini sennati questo 
fosse, per avveduto provvedimento, statuito, che 
non s' avesse a rifrustare nel roveto de' codici 
della Commedia , se non nella circostanza che 
effettualmente i testi a stampa più accreditati 
non ci apprestassero un senso chiaro, aperto e 
proprio per ben comprendere la intenzion del 
poeta; perciocché nella variata lezione potrebbe 
invenirsi lume a chiarire la sussistente oscurità? 
in altra sentenza non è che uno scioperio sen- 
za costrutto. E ad effetto viemmeglio dichiarare 
il mio pensiero, ricorderò la emendazione molto 
sottilmente trovata dal chiarissimo Parenti allo 
antico errore occorso al verso 63 di questo can- 



Mostrare un oca bianca piìi che burro; 



3& 

in che argomentandosi come fosse impropria com- 
parazione tra la bianchezza dell' oca e quella 
del burro, si rinverga essersi preso abbaglio nella 
division delle parole, quando si trascrivea l'an- 
tico codice, sapendosi qual fosse in ciò anoma- 
lia , innanzi al Boccaccio ; perciocché doveasi 
dividere più eh' ehurro ; l' ebure de'poeti , onde 
provenne 1' eburneo, d' avorio. Con che si toglie 
la improprietà del paragone , altro fissandone 
più acconcio e dignitoso tra il colore delle penne 
dell' oca e l' avorio , e il verso resta quel me- 
desimo ch'era in prima, ma con più nobile elo- 
quio. Laonde non cessando di asseverare che mol- 
to bella ed acconcia si è la emendazione, insi- 
sterò che di siffatto torno fossero tutte le va- 
rianti, su cui s'avesse a disputare, è da augurarsi. 

Qui fo fine, manifestato avendovi quali sien 
le mie opinioni intorno la forma generale e le 
specialità di Gerione ; qual fosse il suo proce- 
dere per lo spazio ; come sulle di lui spalle i 
poeti si assettassero ; e a quale intendimento , 
nel foggiare la sozza immagine di Fraude, Io Ali- 
ghieri mirasse. Però se potuto avrete indurare 
pazienza di seguirmi fin qui , mi confido nella 
gentilezza vostra , chiarissimo professore , che 
non m'invidierete sapienti vostre osservazioni af- 
finchè quanto riguarda siffatto demone, eh' è dei 
maggiorenti nella valle inferna, possa con fon- 
damento di ragioni validamente stabilirsi. 

State sano. 

Roma 1 marzo 1858. 

Fortunato Lànci. 



Della influenza del cristianesimo su la poesia e su 
le arti. Discorso recitato in Roma aW accade- 
mia tiberina. 



c 



hiunque per poco facciasi a considerare Io 
stato presente delle nazioni più eulte , e con 
animo sincero s'adoperi di penetrare nell'unica 
e vera cagione di questa luce di civiltà che cre- 
sce e propagasi mirabilmente, non può non co- 
noscere di primo colpo, che un sì felice rinno- 
vamento dell'umana società nell'ordine politico, 
morale, ed intellettuale, interamente si deve alla 
benefica influenza delle dottrine cattoliche. Una 
falsa filosofia astiando ferocemente, non che la 
sostanza, ma il nome stesso di autorità, e nel 
trono guerreggiandola e nell'altare sotto prete- 
sto di tirannia , si travagliò , non sono molti 
anni trascorsi, di opprimere negli animi questo 
senso di gratitudine al cristianesimo. Ma la vo- 
ce della coscienza dei popoli non si tacque per- 
ciò; ed avvivata di quella forza che s'informa nel 
vero, protestò costantemente contro all'ire co- 
darde dei nemici di Dio, e di mezzo alla rabbia ed 
al tumulto delle loro bestemmie, trionfatrice uscì 
fuori la verità. Vittoria nobilissima, chi bene con- 
sideri, che per quanto l'incorreggibile mal volere 
de' perversi non rallenti giammai nell'avversare 
quell'aureola di gloria, di che per suo diritto 
adornasi il cristianesimo qual promotore, anzi 



creatore della vera civiltà delle nazioni , non 
s' ardirebbe oggimai di sorgergli contro coH'ar- 
mi stesse onde allora fu combattuto. Tanto sal- 
de, o signori , e tanto profonde son le radici 
che una siffatta persuasione pose a' dì nostri ne- 
gli animi umani. 

Ma se non v' ha dubbio che gli stessi più 
sfidati nemici del cristianesimo, dinanzi al te- 
stimonio dell' istoria più luminosa, dinanzi alle 
investigazioni della più sana filosofia, costretti si 
veggono a riconoscere in esso la sorgente di una 
civiltà tutta nuova , in quanto a lui solo è 
conosciuto il segreto di tutti ravvicinare gli ele- 
menti che a questo fine conducono^ e tutti at- 
tuarli per modo che nulla manchi a conseguirlo; 
non tutti del pari un' altra gloria conceder gli 
vogliono, la quale, o ch'io m'inganno, è con- 
seguenza legittima di quella civiltà, il cui prin- 
cipio vitale per loro stessa confessione veramen- 
te è riposto nell'indole del cristianesimo, o in 
altre parole, nella natura de' suoi dommi , de' 
suoi precetti, delle sue discipline. Moltissimi , 
in cui per avventura, non dirò il mal volere , 
ma r uso prevalse di nulla concedere al ge- 
nio, se ispirato non si fosse unicamente e sem- 
pre alle norme del bello stabilite in principio 
dalla sapienza pagana , ed oltre di ciò quella 
tendenza, naturalissima in noi , di serbar fede 
agli studi che fatti abbiamo, giudicando a questa 
stregua le produzioni dell' umano intelletto, ne- 
gar vollero al cristianesimo cotesta gloria , il 
rinnovamento dir voglio , o più esattamente il 



42 

perfezionamento di cui fu cagione in tutto ciò che 
all'opere dell' ingegno si riferisce. Ma Terrore, 
eomechè profondissimo ed antico nelle menti de- 
gli uomini, cede pur finalmente alla luce del ve- 
ro. Il pregiudizio di lunghi anni fu conosciuto; 
ed osteggiato in su le prime da pochi ma va- 
lorosi, e combattuto in appresso da una schie- 
ra sempre più numerosa d'uomini sapienti, cad- 
de per modo, che pochissimi oggimai sono co- 
loro i quali perdurino a tuttavia propugnarlo. 

Consolato da questo pensiero, non appena, 
o Tiberini, vi piacque onorarmi dell'incarico di 
favellarvi nella presente tornata, che spontaneo 
mi corse alla mente il nobilissimo argomento 
intorno a cui ho divisato intrattenervi: ed è per 
lo appunto r influenza che ha ed ebbe mai sem- 
pre il cristianesimo in ogni parte dello scibile 
umano , e segnatamente nella poesia e nelle 
arti. Troppo, o signori, nella ragion degli stu- 
di , o più chiaramente nell'avviare la gioventù 
per il campo vastissimo delle umane cognizio- 
ni, si è trascurato in addietro l'elemento catto- 
lico , e troppo si è dato all'elemento pagano. 
Contenti alle esteriori bellezze che nelle opere 
degli antichi veramente rapiscono, nulla, o certo 
assai poco, avvisossi alle intrinseche bellezze, o 
meglio allo spirito che la virtù del cristianesi- 
mo trasfuse in ogni maniera di studi, e mentre 
aperse un nuovo mondo alle investigazioni del 
filosofo, schiuse alle lettere e alle arti tutte del 
disegno inesauribili tesori di sfolgorate sostanzia- 
li bellezze. Errore gravissimo, dicasi pure a viso 



43 

aperto; essendoché frammettendosi ad impedire 
generosi conati, tolse forse agl'ingegni di dar vita 
a nuove creazioni più sublimi, oserò dirlo, delle 
antiche, perchè improntate del genio cristiano. 
A ben dimostrare cotesto vero importan- 
tissimo basteranno, siccome io credo, alcune 
poche osservazioni intorno a ciò che, derivato so- 
stanzialmente e unicamente dalle dottrine cattoli- 
che e che produr doveva e produsse in effetto il 
più telice rinnovamento nel regno delle idee. In- 
cominciamo pertanto a ragionare di questa guisa. 
. Allor eh 10 dico essere la poesia e le arti 
ciebitrici per ogni ragione alla benefica influen- 
za del cristianesimo , io non fo , miei signo- 
ri, se non che ricordare i bellissimi frutti che 
I innesto cattolico seppe produrre in tutto ciò 
Che nelle opere dell' ingegno ricisamente si ge- 
nera dalla fantasia e dal cuore. Questa doppia 
sorgente di quanto ha di bello e di toccante 
quella parte dello scibile umano che, poggiando 
principalmente su l'imitazione, tutta veste non 
solo e tutta adorna colle grazie del dire o delle 
Jorme 1 università delle cose , ma tutti ancora 
padroneggia gli aff^etti, non ebbe , né aver po- 
teva, se non allora che il cristianesimo l'avvivò 
tlel suo spinto, la conoscenza, dirò così, delle 
sue forze e dell'ampiezza de'suoi dominii. Ed 
intatti, se non avvi, a sentenza dello slesso Pla- 
tone, bellezza di sorta, che non emani dal ve- 
ro, come mai tra mezzo a popoli quali erano 
gJi antichi pagani, presso a cui l'idea del vero 
sopraffatta era e quasi oppressa dalla menzogna, 



u 

le creazioni della mente, né quelle soltanto che 
il corpo costituiscono delle scienze specolative 
(perocché troppo é chiaro); ma quelle stesse in 
cui non tanto il tranquillo procedimento della 
ragione, ma opera specialmente il calor degli 
afletti- e Io slancio dell' immaginativa, come mai, 
dico, improntar si poteano di quella grandezza 
che radicata nel vero, e animata dalla passio- 
ne, solleva tutto insieme e trasporta ? 

Conoscitori gli antichi di tutto ciò che nello 
stato della loro civiltà, e nella condizione delle 
loro credenze grandemente influiva a scuotere 
il genio , pervennero , egli è verissimo , a co- 
gliere in certo modo nell' atto l' istessa na- 
tura , a rivelarne i segreti , a renderli , quasi 
dissi , manifesti e sensibili. Ma il mistero della 
divinità, il mistero di una vita avvenire, e sopra 
tutto il mistero che è l'uomo considerato nel suo 
principio, nelle intime relazioni che tra lui so- 
no e il suo simile , nei vincoli tenacissimi che 
lo stringono a Dio , nel fine a cui tende , in 
somma nella sorte che lo aspetta di là dal 
sepolcro, era egli, o signori, noto ad essi per 
modo, che il genio dell'arte spaziar vi potesse 
ad arbitrio, cavarne concetti rispondenti al su- 
bietto, ed ofl'rirli da ultimo con forme e colori 
adequati al bisogno? Per quantunque grandissima 
possa essere in altrui l'ammirazione del genio 
pagano, niuno, credo, sarà cieco a segno da vo- 
larlo asserire. Eppure lo svolgimento di questi 
arcani, e segnatamente la conoscenza di que- 
st'ente misterioso eh' è l'uomo, e di ciò tutto 



45 

che a sua natura si riferisce, oltre che è parte 
grandissima di soda sapienza, è fonte altresì di 
moltiformi e luminose bellezze. Così è, miei si- 
gnori: in una società qual era la gentilesca, tra- 
volta da mille errori nelle cose eziandio più 
volgari che la divina riguardano e l'umana na- 
tura, non era punto a sperare che questa fonte 
di sconosciute bellezze, non dirò dischiudersi , 
immaginar si potesse dall' umano intelletto. Il 
solo cristianesimo era capace di tanto, e solo 
il fece mirabilmente. Egli solo rivelò il gran mi- 
stero dell' uomo e di Dio: egli solo insegnò di 
qual maniera la terra si rannoda col cielo , il 
tempo infuturasi nell'eternità: egli solo, a dir 
breve, trionfò dell'errore; e perocché in esso lui 
tutto è vita e verità, mettendo in piena luce 
i veri destini della nostra natura, compì vera- 
mente una nuova creazione. 

La verità di questa sentenza, la quale, co- 
me vedete, a ciò si riduce che immensa in effetto 
fu sul genio pagano la preponderanza del genio 
cristiano, emergerà limpidissima dal raffrontarli 
in certa guisa fra loro: dall' accennare cioè l'an- 
tagonismo che nel campo delle idee suscitar si 
doveva essenzialmente fra lo spirito gentilesco 
e lo spirito cattolico, sia nell'ordine sopranatu- 
rale , sia nell'ordine politico e morale di quanto 
quaggiù costituisce il buon reggimento dell' uma- 
na famiglia. 

E innanzi tratto, parvi egli, o signori, che, 
prescindendo eziandio per un istante da quell' ir 
dea grossolana ed informe che ne correva a que' 



46 

giorni in mezzo alle plebi, il concetto della di- 
vinità fosse tale al postutto ne'sapienti del gen- 
tilesimo, che adombrasse pur da lontano la so- 
f^tanza di quel vero, che a questo riguardo si 
fé palese per opera del cristianesimo ? Trava- 
gliati da mille ambagi, e guerreggianti mai sem- 
pre sul campo interminabile dei sistemi e del- 
le opinioni, che videro mai, che mai stabilirono gli 
antichi filosofi ? Luciano, acutissimo de' sofisti, là 
dove, direi, tutte chiama a rassegna le varie sette 
de' filosofanti, e distruggendole via via coli' attica 
disinvoltura de' pungenti suoi sali visibilmente 
discopre la vanità, o alla men trista l'incertitudi- 
ne dei loro sistemi, basterebbe non ch'altro a di- 
mostrare che r idea della divinità non pra presso 
di essi senonchè imperfettissima , e quasi uno 
sprazzo di luce diradante a gran pena la densità 
delle tenebre più stipate e più cupe. Ora, o si- 
gnori, parvi egli che, non avendo i più arditi pen- 
satori del paganesimo altra idea della divinità, 
tranne quella di uno spirito indipendente, vita ed 
anima del mondo, parvi, dico, che un concetto co- 
sì manchevole della natura di Dio, non dovesse , 
applicato alle lettere ed incarnato nelle produzio- 
ni dell' arie, difettare in gran maniera di non po- 
che essenziali bellezze ? E gli attributi di que- 
st' Ente perfettissimo, e l' azione della sua mente 
su r universa creazione, e l' immobile eternità 
de' suoi disegni su l' umana progenie, e tutto in 
somma che T increata Sapienza vestitasi quaggiù 
della nostra natura rivelò di sua bocca, non a- 
perse all' umano intelletto una fonte non ancor 



47 

tocca di stupendi concepimenti ? E questa fonte 
inestimabile di sovrane bellezze a chi mai si do- 
vrà se non unicamente alle dottrine cattoliche? 
Vero è che la poesia e le arti del disegno non tan- 
to imitano il vero , che non lascino assai campo 
alla finzione. Ma forsechè la finzione, quantun- 
que libera ne' suoi discorrimenti , è libera a 
segno che non debba di forza fondarsi in- 
nanzi tutto ^uUe basi del vero, e quindi, ador- 
nandolo degli artifizi che le son propri , non 
prenderne siffattamente il dominio , che in- 
travedere noi lasci siccome raggio che da lei 
non si divide ? L' efficacia dell'arte derivasi pri- 
mieramente dal vero come da causa produttrice, 
s' individua nella finzione, e riducesi al vero sic- 
come a suo termine. Quindi è che Aristotile e 
quanti dopo lui fermarono su questo proposito 
i canoni da seguire, statuirono ad una voce, che, 
quali che sieno le creazioni dell' ingegno del- 
l' uomo, ritrar debbono il vero nella sua nudi- 
tà, o avvicinarsegli almeno. 

Partendo da questi principii noi vediamo di 
prima giunta che, non avendo i poeti e gli arti- 
sti del paganesimo un'idea se non che vaga della 
natura divina, non poteano che lievemente adom- 
brarla, anzi confonderla, come fecero, con altre 
idee materiali del tutto e mostruose. Di qui l'ori- 
gine del loro politeismo , di qui la complicata 
genealogia dei loro numi , di qui la svariata 
stravagante gerarchia dei medesimi. La quale 
quantunque nella Teogonia di Esiodo vestasi no- 
bilmente delle grazie del dire, non può a meno 



48 
di farne accorti degli strani aberramenti della 
ragione abbandonata a se stessa , e delle im- 
tìiense bellezze che il genio cristiano sparse a 
piene mani in questo campo mal conosciuto agli 
antichi, la vera, dir voglio, e conveniente co- 
gnizione di Dio. Prendete il Giove di Omero, rap- 
presentatelo con lui nello stato più solenne della 
propria potenza, fate pure che con un mover di 
ciglio scuota l'Olimpo, fate in fine che forte di 
se medesimo tutta sfidi la turba degli dei a tra- 
balzarlo dal trono afferrandosi di conserto a quel- 
l'immensa catena ch'ei propone di sporgere dal- 
le cime del cielo: coteste immagini reggono, in 
fede vostra, rimpetto a quelle che della divi- 
na onnipotenza il poeta cristiano incontra ad 
ogni passo nella sua religione? Lo stesso Longi- 
no , in quel tratto del Genesi dove Mosè con 
un semplice sia fatto esprime tutto insieme la 
potenza del Creatore e 1' atto della creazione , 
vide e conobbe la più gran forza del vero su- 
blime. Che se dall' atto creativo ci facciamo ad 
osservare non più solamente un Dio che crea, 
ma sì questo Dio che nella persona del Verbo 
ofFresi al Padre, vittima di espiazione e reden- 
tore dell'uomo fatto mancipio del peccato e del 
demonio, qual v'ha mente così robusta che basti 
a comprendere nella sua vastità tutto il bello 
poetico che in questa idea si racchiude ? Ben 
sei videro , o signori, Milton e Klopstok, e pri- 
ma di essi il nostro Vida , i quali attinsero a 
questa fonte, non che gli ornamenti, la natura 
e la sostanza dei loro maravigliosi poemi. 



49 

E ciò che a questo proposito è detto fin 
qui della poesia , dicasi ugualmente delle arti 
del disegno. Il Giove di Fidia, per mo' d'esem- 
pio, reputato a ragione il miracolo dell'arte gre- 
ca , potrebbe a verun patto scuoter l'animo di 
queir alla maraviglia e di quel sacro spavento, 
che alla vista dell' affresco del Buonarotti par- 
tesi di primo colpo dal terribile aspetto del suo 
Cristo giudice fulminante sui reprobi l' eterna 
condanna ? E il Dio creatore imaginato da Raf- 
faello e dipinto nelle logge del Vaticano appun- 
to in queir atto che fa tonare il gran fiat su 
gli abissi del caos, non supera d'immenso tratto 
le ispirazioni più sublimi che sotto il pennello 
di Zeusi , di Apelle , di Eufranore, di Parrasio 
e di Aezione presero un tempo forma e colore? 

Ma qui non si termina la povertà del con- 
cetto a che riducevasi nei poeti e negli artefici 
pagani la natura divina. Tacerò per brevità l'an- 
tilogia delle loro teogonie, e l'avvifimento in 
cui gettarono le lor deità fino a renderle schia- 
ve dei vizi più turpi, e delle infami laidezze degli 
uomini più ribaldi. Valga per tutto il solo por 
mente a quella immutabile necessità, non ono- 
rata, perchè inesorabile, di verun tempio od al- 
tare , a quel fato , io dico , a cui tutte , non 
eccetto lo stesso Giove , sottostavano le deità 
dell' Olimpo. Parvi egli , riveriti ascoltatori, che 
questo togliere a Dio ( giacché a tal si riduce 
la teosofia del gentilesimo ) la libertà dell'ope- 
rare , non dovesse in gran maniera nuocere ai 
lavori eziandio più stupendi del genio genlile- 
G.A.T.CLIII. 4 



60 

SCO ? L'Edipo di Sofocle basterebbe non ch'altro 
a pienamente dimostrarlo. 

Senonchè non abbiamo finora che sotto di 
un solo aspetto considerata l'utilità che la poe- 
sia e le arti derivarono dal cristianesimo, ed è 
r ampiezza e sublimità delle immagini che la 
giusta cognizione della natura divina acquistata 
per opera di questo all'una e alle altre dischiu- 
se. Ci resta ora a vedere di qual maniera cotesti 
studi s' avvantaggiarono dell'influenza di questa 
augusta religione rispetto a ciò che l'uomo ri- 
guarda e come membro del gran corpo sociale, 
e come individuo le cui sorti non si restringono 
a ciò solamente che lo circonda, ma si ranno- 
dano tenacemente con un mondo avvenire, con 
una eternità che immobile lo attenda di là dal 
sepolcro. 

E innanzi tutto, che cosa era l'uomo nel con- 
cetto pagano? Un ente, quasi dissi, lanciato dalla 
natura su la faccia della terra senz'altro inten- 
dimento, tranne soltanto eh' egli procacciasse a 
se stesso quel piti di comodi e di piaceri che 
r industria provveder gli sapesse. Questa, e non 
altra, chi ben consideri, era l'idea che dell'uomo 
formata si aveva il gentilesimo ; né per quan- 
tunque falsa e meschina ella sia, produr deve, 
a mio credere , maraviglia di sorta. E perchè, 
miei signori ? Perchè la ragione tiranneggiata nel 
gentilesimo dagli errori piìi stupidi , né punto 
aiutata dal lume della vera religione, nulla veden- 
do nell'uomo che più da vicino il riguardasse, che 
il suo proprio individuo , ripiegavasi, dirò così, 



51 

nel!' individuo medesimo , e stabiliva quasi per 
logica induzione un generale egoismo. 

Bene è vero che presso i popoli più ci- 
vili, quali furono i greci e i romani, l'idea del- 
la patria, sottentrando all'idea del più pretto 
egoismo , mostrò di sentire che quest' ente mi- 
sterioso che è l'uomo ha pur mestieri di espan- 
dersi ad altre creature a sé simiglianti; ma questa 
modificazione non era sostanzialmente che con- 
cretare in un numero più o meno esteso d'in- 
dividui r egoismo medesimo. Infatti che altro va- 
leva presso quei popoli il nome di patria, se non 
concentramento in se stessi, ed esclusione di ogni 
altro che nato non fosse ed educato nei loro 
confini ? Il nome di barbaro (chi è mai che noi 
sappia ? ) non era per il greco ed il romano se 
non un semplice sinonimo di straniero. Dirò di 
più. Siccome l' idea della patria doveva a quei 
dì tutti assorbire non che i pensieri e gl'inte- 
ressi , ma i medesimi domestici aff"etti e diritti 
di ciascuno, per guisa che la patria era tutto, 
e nulla il cittadino riguardato in se stesso, ne 
seguiva di forza che l'umano individuo confon- 
devasi totalmente nell'aggregato patria^ e con- 
seguentemente non v'era per esso diritto veru- 
no , se non in quanto ogni suo essere giovar 
poteva o nuocere alla patria , la quale , come 
fu detto , non era nel significato degli antichi 
che un idolo della lor mente , un' astrazione , 
un' immagine, un' idea, che dominando in ogni 
cosa la libertà dell'individuo, 1' annichilava di- 
nanzi a se stesso. Questo , vogliasi o no , era 



52 

il concetto che della patria formato si avevano 
i pagani , concetto, dicasi pure a fronte levata, 
adulterato e bugiardo , e nato , direbbesi , ad 
invilire l'umana dignità. No, miei signori, l'idea 
di patria promulgata dal cristianesimo non è 
l'idea dei pagani. L'umano individuo non è nel 
concetto evangelico assorbito e annichilato nel- 
l'astrazione di un nome. Libero egli nelle sue 
azioni , e dipendente ad un' ora dai giusti or- 
dinamenti delle leggi, concentrato nell'esercizio 
de'suoi domestici diritti, e pronto insieme a dar 
la vita per difendere quando e dove che sia la 
sua patria, nulla egli perde della sua dignità ; 
conciossiachè operando secondo ragione, men- 
tre sente e conosce la propria individualità , 
non si cessa frattanto di dare alla patria tutto 
ciò che le deve. Ecco che cosa è l' uomo cit- 
tadino formato alla scuola del cristianesimo, ed 
ecco maravigliosa differenza che fra lui s'intro- 
mette e il cittadino del gentilesimo. 

Ed ora parvi egli che, dappoiché per opera 
del cristianesimo giunse 1' uomo a conoscere e 
degnamente apprezzare la nobiltà della propria 
natura e la reale esistenza di diritti suoi propri 
e indipendenti dall' azione sociale , senza che 
sciolgasi come che sia o punto si allenti il vin- 
colo che alla patria lo stringe, parvi, dico, che 
siccome ogni altro studio, questi ancora di cui 
ragioniamo non dovessero di tutta forza esten- 
dere il loro regno, ed abbellirsi di nuovo splen- 
dore ? Egli è bello, io già noi niego, ammirar 
negli antichi la virtù del sacrifizio per servire 



53 
alla patria, sublime poi se posta in azione ed 
aiutata dai prestigi dell' arte sotto lo stile di 
Omero e di Pindaro , di Virgilio e di Orazio. 
Ma se questa virtù emergesse da tal foggia di 
educazione, che moralmente uccide dinanzi a se 
stesso e travolge l'umano individuo in una vera 
necessità di operare, questa virtù, dico io, non 
perderebbe in fede vostra una parte grandissi- 
ma della propria bellezza ? Fate ora ragione se 
tal non era l'eroismo pagano. 

Ma non così l' eroismo cristiano. La co- 
scienza de' propri doveri, e non quell' incubo di 
una educazione che sotto il nome di pubblica li- 
bertà manceppava anzi uccideva la libertà del- 
l' individuo, è la forza, l' incitamento, lo slancio 
che trasporta oggidì il vero cittadino a combat- 
tere per la sua patria, a morire per lei. Ma nel 
combattere e nel morire, non è già eh' egli ser- 
va ad una cieca necessità , ma libero adempie 
un dovere eh' ei sente, né sacrifica in ciò fare 
la benché minima parte della sua dignità. E que- 
sto, o signori , é pure un gran bene venutoci 
dal cristianesimo, è pure un gran fonte da cui 
possono i poeti non meno che gli artisti cristia- 
ni trarre all' uopo peregrini concetti, immagini 
e sentimenti vigorosi e sublimi. 

Ma queste verità non erano, ed esser non 
poteano conosciute agli antichi: quindi quel mo- 
struoso travolgimento d' idee in tutto ciò che 
al ben essere dell'umana società si riferisce. La 
donna, questa parte nobilissima anzi metà del 
genere umano, a qual mai stato di avvilimento 



54 

non fu essa ridotta dal gentilesimo? Schiava più 
che compagna dell'uomo, incerta sempre da' suoi 
destini, e dannata sovente a viver divisa da' pro- 
pri suoi figli lontanandosi quasi straniera dal 
seno di quella famiglia che aveva in parte for- 
mata col proprio suo sangue, non era la donna 
che pure un obbietto in cui sfogare la più mi- 
sera e più bassa delle umane passioni. Né mi 
si dica che l'amore, questa molla potentissima 
del nostro cuore, valer poteva a render men du- 
ra l'abbiettissima condizione di questa creatura, 
debole sì, ma capace di grandi virtù , e genio 
tutelare dei domestici focolari. L'amore, rado o 
non mai docilmente seconda l'impero della ragio- 
ne, rado, io dico, o non mai se la luce purissima 
della religione o noi corregge ne' suoi trasporti, 
o noi ravvia ne' suoi traviamenti. Dove non è 
religione, non è, miei signori, né può essere pu- 
rezza di amore, o in altri termini, quel bello 
ideale , onde l'amore si spoglia , per poco non 
dissi, la gravezza del senso, e veste in sua vece 
una natura spirituale e tranquilla. Brevemente: 
l'amore abbandonato a se stesso, ed anco, se vo- 
lete, al non sempre bastevole reggimento della 
ragione, rapidamente degenera, e viziandosi in 
sua radice non altro addiviene che ignobile sem- 
pre, e stupida spesso e brutale passione. 

Disciolto così nella donna l'anello, se non 
il più nobile, certo il più fermo della famiglia, 
egli é chiaro che tutto il resto della catena do- 
mestica dovea necessariamente spezzarsi, o alla 
men trista confondersi. Il padre,, più che padre, 



55 

era un arbitro assoluto, indipendente, e spesso 
ancora crudele. La sorte, anzi la vita stessa dei 
figli, non dipendea che da lui. In una parola , 
bastava un suo cenno ( e fu tempo che le leggi 
medesime non eran tali da temperarlo ) perchè 
in un atto di forte risentimento e di collera o 
schiavi vendesse, od anco (ch'il crederebbe!) dan- 
nasse a morte i propri suoi figli. E i figli? Co- 
stretti a riguardare assai di sovente nell' au- 
tore dei loro giorni un severo osservatore, e non 
di rado un terribile giudice e punitore dei loro 
vizi o dei loro difetti, i figli che altro esser po- 
teano se non un branco di timidi schiavi , o 
di scaltriti e profondi simulatori ? Nulla di ciò 
neir indole del cristianesimo: che anzi a lui solo 
tutta è dovuta l'opera santissima, onde tutte si 
bilanciarono tra loro le umane condizioni, di gui- 
sa che, ottenendo ciascuna le parti che a lei si 
doveano, fu stabilito quel morale equilibrio che 
fu sempre un problema non punto solvibile alla 
filosofia dei pagani. Ebbe la donna , e tutti 
mantenne i suoi diritti di figlia , di sposa , di 
madre; e l'uomo, senza punto esorbitare de'suoi 
giusti confini, ebbe anch'esso a sua volta e con- 
servò le sue ragioni di padre, di sposo, di cit- 
tadino, di figlio. Mirabile mutamento, di che non 
poteano che grandemente avvantaggiarsi gli stu- 
di, e più di tutti gli sludi del bello: conciossia- 
ehè appunto in questo spezialmente s' informa 
quella forza o virtù che arcanamente si crea nella 
nostra immaginativa, e dai poeti e dagli artisti 
meritamente si appella creazione del bello idealo. 



56 

Ma questo benefico rinnovamento prodotto 
dalle dottrine cattoliche non doveva unicamente 
restringersi nel santuario della famiglia. L' intera 
società, travisata qual era dall' idea gentilesca, 
sommamente abbisognava dell'impulso cattolico 
a rimettersi in piedi, e togliersi dalla fronte le 
schianze che indegnamente la deturpavano. La 
schiavitù, prima e massima delle sventure sociali, 
era presso i pagani una necessità di natura, anzi 
un domma profondamente piantato negli animi; 
di guisa che l'uomo schiavo, non pure si repu- 
tava da loro come un ente maledetto dal cie- 
lo, ma tenevasi (cosa incredibile ma vera ! ) dagli 
stessi filosofi, non eccetto i due più sommi Pla- 
tone ed Aristotile, tenevasi, o signori, di una na- 
tura deteriore a quella dei liberi. Non basta. Co- 
testo aberramento di ragione così strano e crude- 
le, prodotto aveva fra loro quell' ingegno brutale, 
quella gioia feroce, quella barbara indifferenza 
con che freddamente su le arene dei loro circhi e 
anfiteatri sacrificavano per diletto migliaia e mi- 
gliaia di umane vite: siccome avvenne, per mo' d'e- 
sempio, dopo il trionfo riportato su i daci da quel 
Traiano, che da Plinio e da suoi contemporanei 
fu salutato mitissimo dei principi. Da ben dieci- 
mila ( cosa orribile a dirsi ! ) furono i gladiatori 
che su gli occhi del popolo caddero allora nei 
centoventitrè giorni che durarono i giuochi desti- 
nati a festeggiare 1' ottenuta vittoria. Ma, e qual 
maraviglia, se, a testimonianza delle istorie, non 
di rado accadeva, che per minime colpe era lo 
schiavo vivo vivo gettato ad ingrassare ne' vivai 



57 

le lamprede e le murene, perchè più ghiotte ren- 
dessero e pili saporose le sibaritiche mense dello 
spietato padrone ? Vedio Pollione, vissuto sotto 
la censura di Augusto, aveva nella sua villa di 
Posilipo, e ne fan fede un Dione, un Plinio ed un 
Seneca, gì' infami vivai di che favelliamo. Ora, 
che fece il cristianesimo per medicare nella socie- 
tà, anzi svellere da lei questa putrida cancrena ? 
Promulgò la gran legge che ha per base 1' amo- 
re ; fece intendere agli uomini che una sola è 
r origine di tutti ; che non v' è innanzi a Dio 
differenza veruna di servo e di libero ; che libe- 
ri siam tutti, perchè tutti redenti dal sangue me- 
desimo; che finalmente siamo tutti fratelli, e fi- 
gli ed eredi di un medesimo padre che è Dio. 
E questa legge, o signori, questa voce di veri- 
tà, comechè guerreggiata e lungamente astiata 
dai felici del secolo, trionfò finalmente ; e qua- 
si pioggia serotina penetrando a poco a poco ne- 
gli animi, attutò la ferocia delle loro passioni, 
e vi pose quei semi, che svilupparonsi tosto, e 
maturarono il frutto di quella cara soavità di 
costumi che tutta a' dì nostri abbraccia e pos- 
siede la civil comunanza. 

Della quale faustissima restaurazione ope- 
ratasi via via neir umana società, io m'avviso, 
o signori, converrete meco nel credere, che prima 
e fondamentale cagione fu il magistero ineffabile 
con che il cristianesimo aperse all' uomo il gran 
mistero della vita avvenire. Un solo sguardo, che 
dar vi piaccia alle fluttuanti dottrine seguite su 
tal proposito dal gentilesimo, sarà bastevole al- 



58 

V uopo. Infatti a che mai riduceasi la credenza 
dei pagani sul mistero della vita futura ? A questo 
solo, o ch'io m'inganno, di ritenere a gran pena, 
ed anche ravvolto tra mille favolose invenzioni, 
un tenuissimo vestigio dell' antica tradizione: di 
conoscer cioè che, da che la virtù non ha su la 
terra un adequato guiderdone, anzi è sovente 
oppressala dal vizio, è pur mestieri che di là dalla 
tomba trovi il virtuoso la meritata mercede, e si- 
milmente il malvagio l'opportuno castigo. Ma que- 
sta mercede, ma questo castigo, immaginato qua! 
era e concepito da loro,ritraeva egli mai un'ombra 
sola di quel vero che la dottrina cattolica manife- 
stò alle genti ? Leggete i poeti e i filosofi del gen- 
tilesimo, leggete lo stesso Cicerone che forse più 
d' ogni altro penetra nei segreti di questo miste- 
ro, e ditemi poi se quanto intorno a ciò credet- 
tero vedere non è al tutto strettamente circo- 
scritto dentro i limiti della materia e del senso. 

Squarciò dunque il cristianesimo cotesto 
velame che offuscava la mente degli antichi fi- 
losofanti ; e proclamando altamente che non ha 

V uomo quaggiù sua durevole patria , ma sì ci 
è posto dalla divina provvidenza come in luogo 
di prova , perchè meriti, operando , il premio 
se virtuoso, e se malvagio il castigo : che que- 
sto premio e questo castigo , per ciò appunto 
che sono effetto di giustizia divina, trascendono 
d' immenso tratto ogni umano intendimento: che 
sì r uno e sì l' altro esser debbono eterni ed 
adequati al merito di ciascuno : che finalmente 
cotesto merito avrà misura dall'amore o dall'odio 



59 

con che ciascuno avrà seguito od avversato il gran 
precetto di carità, su cui tutta si fonda la legge 
dell' evangelio ; rinnovò veramente affetti e co- 
stumi, rivelò l'uomo a se stesso, lo ristorò ne' 
suoi diritti, l'ammaestrò ne'suoi doveri, distrusse 
la schiavitù, e stabilì su la terra il santo regno 
della vera libertà. 

Al che riguardando non è maraviglia se , 
avendo il cristianesimo radicalmente creato una 
nuova società , crear doveva del pari una nuova 
letteratura, e schiudere alle arti del disegno un 
campo vastissimo di novelle bellezze. Della qual 
verità poiché , miei signori, recati abbiamo fi-* 
nora luminosissimi argomenti logicamente de- 
dotti, piacciavi adesso che a suggellar pienamente 
la nostra convinzione io chiami in soccorso la 
ragione dei fatti. 

Interroghiamo un istante il genio poetico 
ed artistico degli autori cristiani , osserviamo 
le idee , le immagini , i concetti , lo spirito in 
somma di che s' informa ; e chiaro vedremo , 
che tutta serbando la freschezza del bello che 
r ingegno de' greci e de' romani seppe afferra- 
re , v'aggiunse del suo un altro genere di bel- 
lezza assai più nobile ed attraente. Eccovi l'Al- 
lighieri. Aprite quel divino poema, addentratevi 
ne' suoi tesori , e dite in fede vostra se tanto 
nerbo di poesia, se tanta luce di sapienza non 
è veramente l'espressione più viva del cattolico 
genio. Non trovò egli quel prodigioso intelletto 
nel gran domma cattolico dei tre regni della 
morte i tre sublimi teatri dove tutti dipinse, o 



60 

a meglio dire personificò i vizi e le virtù; e 
mostrando a sua volta con qual severa giusti- 
zia eran gli uni puniti, e premiate le altre, non 
diede egli all'Italia il tipo perfetto del vero poema 
religioso e civile ? E il poema romanzesco non 
è pur esso una creazione al tutto nuova del 
genio cristiano? Non è l'espressione di un'epo- 
ca, in cui la fede penetrando nei barbari piom- 
bati dal settentrione sul mezzodì dell' Europa, 
ne dirozzava la selvatica natura , e temperan- 
done la ferocia colla celeste soavità dei costumi 
cattolici , plasmava , dirò così, il vero carattere 
degli eroi che convengono all' epica cristiana ? 

Bene è vero che, o fosse mal vezzo de'tem- 
pi in che vissero , o misero errore di tal fatta 
scrittori a cui non parve per avventura di po- 
ter pienamente servire alle ragioni del diletto se 
non lasciavansi ad ora ad ora trascorrere in 
digressioni ed episodi non casti , l'origine tutta 
pura e cristiana del poema romanzesco fu tal- 
volta sfregiata dalla voluttuosa mollezza pagana. 
Ma ciò medesimo, chi ben vi riguardi, rincalza 
maggiormente la verità del nostro assunto. E di 
vero che altro è mai cotesto blandire con im- 
magini seducenti la più debole delle passioni , 
se non un dilungarsi dal concetto cattolico, e 
intenebrarlo degli errori del paganesimo ? 

E qui a ravvisar più da presso le infinite 
ragioni perchè il genio cattolico rifioriva di no- 
vella vita la fantasia ed il cuore, sarebbe , io 
bene il veggo, pregio dell'opera, chiamar tutti 
a rassegna gli altri generi di poesia. Ma pe- 



i 



61 

rocche non trattasi qui delle forme esteriori 
de' poetici componimenti; sì bene di quello spi- 
rito che r influenza delle nuove dottrine in essi 
trasfuse; basterà, s' io non fallo/fermar la men- 
te a quest' unico vero, cioè, che siccome il cri- 
stianesimo, governando per indole sua propria 
la natura intellettuale, governa eziandio la na- 
tura men nobile, e fa, direbbe Chateaubriand, 
camminare di paro i misteri della divinità con 
quelli del cuore umano, di forza ne segue che 
tutte d' un modo le diverse ragioni in che si spa- 
zia la poesia offrir debbono allo sguardo il me- 
desimo rinnovamento. 

Ma ciò non è tutto. Un altro vanto della 
poesia cristiana è l' essersi ella mirabilmente 
ispirata nel regno stesso della morte , e avere 
in certo modo creata la poesia delle tombe. 
L' aspetto del sepolcro, non consolato dalla fede 
di un nuovo risorgimento; T idea della morte, 
non confortata dalla speranza anzi certezza di 
una vita avvenire, che altro aver potea pel poeta 
pagano, se non immagini di cupa mestizia , se 
non parole di sterile lamento, se non pensieri 
di disperato sconforto ? Né mi si dica che la 
memoria delle azioni virtuose del trapassato, le 
lagrime de' superstiti , le cerimonie dei roghi, 
la splendidezza dei colombari, offrivan pure ma- 
teria di canto alla fantasia del poeta. Tutto che 
di tal genere fu a noi tramandato dagl' ingegni 
più stupendi della Grecia e del Lazio, non ispi- 
randosi ( e come poteva altrimenti? ) a quel pa- 
tetico , che , derivato dal desiderio de'oari de- 



62 

fonti , è raddolcito e santificato dalla speranza 
di rabbracciarli in una vita migliore ; non ele- 
vandosi al concetto eminentemente sublime di 
veder nella morte la pena bensì di un antico 
delitto , ma il prezzo altresì con che l'Uomodio 
riscattava a salute l'umanità maladetta e viziata 
nella propria radice ; non ha pensieri, non pa- 
role che rallegrino come che sia i silenzi della 
tomba. Il solo concetto con che Isaia descrive 
la morte del giusto lasciasi addietro di uno spazio 
infinito quanto v'ha di più maraviglioso negli auto- 
ri pagani. La morte non è per esso un cessar del- 
la vita, ma sì un breve sonno: la tomba non è 
un ricetto alle fredde reliquie de'trapassati, ma 
sì una stanza tranquilla dove i giusti attendono 
ima voce di cielo che gl'inviti alla gloria. Tant'è, 
miei signori: a vincere in questo genere di poe- 
sia qualunque siasi il merito degli antichi, ba- 
sterebbe non eh' altro la sola immagine di quella 
croce, che inalberata od incisa sul dosso delle 
tombe cristiane sta quivi ai fedeli come sim- 
bolo di salute, come pegno ineffabile di perdono 
e di grazia. 

Che diremo poi se col genio del poeta cri- 
stiano ci addentreremo , o signori, nei sacri re- 
cessi dove i primi fedeli fuggivano sotterra le 
persecuzioni dei tiranni , e nel silenzio e nella 
preghiera si preparavano a suggellare col san- 
gue le auguste verità che credeano ? La vista di 
queir altare modestamente innalzato su le spo- 
glie dei martiri, dove il sommo pontefice offeriva 
all'eterno Padre la grande Ostia di pace, e nu- 



63 

triva i fedeli del pane dei forti; quell'aure tran- 
quille santificate dai patimenti ; quei profondi 
silenzi non interrotti giammai se non dalle pre- 
ci e dalle fervide aspirazioni di que'petti ane- 
lanti al martirio ; quelle umili tombe , quelle 
semplici epigrafi, quelle ampolle di sangue, quelle 
auguste reliquie, quel monogramma cristiano , 
quelle croci , o signori , tutto in fine quel toc- 
cante apparato di sacrifizio e di fede, non rac- 
chiude in se stesso la più splendila poesia ? E 
questa poesia, così nuova nel suo carattere, così 
schietta nelle sue forme , così solenne nel suo 
subbietto, chi crear la poteva , chi vestirla di 
sì grandi bellezze , se non questa fede promul- 
gata dall' Uomodio, e stabilita su le tombe dei 
martiri ? Questa fede , o signori , che sublime 
ne' suoi misteri , ne' suoi riti, nelle sue cerimo- 
nie, tutto avviva mirabilmente, tutto infiamma 
ed abbella di sua luce divina ed immortale? 

Dopo di che , a non voler dubitare che il 
felicissimo rinnovamento avvenuto per opera del 
cristianesimo nel regno poetico avveniva pur 
anco nelle arti del disegno, basta osservare che 
non essendo le arti se non 1' espressione mate- 
riale e sensibile dell'istessa poesia, o. come di- 
rebbe r Allighieri, un visibile parlare^ dovean di 
forza manifestare in se stesse 1' atteggiamento 
medesimo, ispirarsi alle medesime fonti, e sug- 
gellare nei propri lavori le medesime immagi- 
ni, i medesimi concetti, i sentimenti medesimi. 
Ed infatti che fece egli il cristianesimo irrag- 
giando de' suoi splendori il genio delle arti ? 



64. 

Ritenne e custodì gelosamente il bello dell'arte 
greca e romana ; e senza punto dilungarsi da 
quella perfezione di forme, da quella regolarità 
di contorni, da quella castigatezza di disegno , 
da quella infine geometrica esattezza che è tutta 
loro propria; vi aggiunse di più quel non so che 
di severo, o, se è lecito il dirlo , quel non so 
che di spirituale che sorge dal sentimento del 
vero che l'artista cristiano possiede nell'anima, 
e studiasi di trasfondere ne' suoi lavori. 

Né già crediate , riveriti uditori , che ciò 
dicendo intenda io di chiamare come che sia 
r attenzione vostra a quella foggia di architet- 
tura, che gli avi nostri, per ciò' appunto che è 
parto mostruoso della barbarie dei popoli set- 
tentrionali , gotica nominarono. Io lascerò agli 
oltramontani e ai loro ammiratori il pessimo 
gusto, per cui si ardiscono, non dirò solamente 
di mettere a confronto delle nostre basiliche le 
cattedrali e le chiese del medio evo, ma sì an- 
cora di anteporle alle medesime, ed anzi (vedi 
aberramento dell'umana ragione!) chiamarle per 
giunta un bellissimo frutto delle credenze cat- 
toliche. Persuaso qual io mi sono in ben altro 
consistere il vero bello delle arti cristiane che 
in quell'ammasso di stravaganze ed irregolarità 
di che si compone la gotica architettura, io non 
posso che altamente congratulare alle sdegnose 
e solenni parole con che il dottissimo nostro 
Betti la fulminò in quel suo nobile ed elegan- 
tissimo lavoro - L'illustre italia -. E di vero, 
può egli esservi ammirazione più stupida di 



65 
questa che vuole ad ogni costo vedere espres- 
sa la maestà del genio cattolico in edifìzi so- 
vraccarichi per ogni verso di mostruose e fanta- 
stiche irregolarità , e frastagliati da tutte parti 
di bizzarri arabeschi, di grottesche figure., di 
meandri stranissimi, di cincischi e capricci d'ogni 
maniera , di cose in somma tutte d' un modo 
irragionevoli e fuor di natura ? Quanto a me , 
il dirò pure a viso levato , non conosco d' al- 
tronde cotesto innesto del genio cattolico su le 
arti de' greci e de' romani , se non da ciò che 
i monumenti a noi rimasti dei primi secoli della 
Chiesa tuttavia ci presentano: ed è quella sem- 
plice e regolare maestà che tanto rapisce , e 
unicamente deriva da quel severo e grandioso 
adoperare del classico stile , e con esso dagli 
emblemi che sì bene gli si accompagnano dei 
misteri e delle credenze cattoliche. Quindi è che 
siccome il medio evo stimar si deve, a sentenza 
dei veri sapienti , non altro in gran parte che 
una congerie di aberramenti e superstizioni pro- 
dotte dall' ignoranza , di simil guisa è duopo 
ragionare intorno a ciò che riguarda il campo 
vastissimo delle arti belle. Vogliamo noi, riveriti 
uditori , veder davvero V architettura cristiana 
in tutto il sublime della sua verità ? Osservia- 
mola da quel punto che sdegnando il Brunel- 
leschi le gotiche stravaganze mostrò al mondo 
intero la via da seguire , lanciando in alto quel 
sacro edifizio che sarà sempre in Firenze la ma- 
raviglia dei secoli; osserviamola soprattutto in 
queste nostre basiliche , in queste cupole del 
G.A.T.CLIII. 5 



66 

Buonarroti, in questi atrii maestosissimi, in que- 
sti nostri peristili e battisteri ; e poi diciamo in 
fede nostra se qui non è visibilmente raccolto 
tutto il bello dell' arte pagana maritato dalla 
ragione alla santità del domma cristiano. E ciò 
sia detto dell' architettura. 

Quanto poi alla scultura e alla pittura, dove 
il pregio dell' arte non tanto è riposto nella re- 
golarità e castigatezza del disegno e nella ve- 
nustà delle forme , quanto principalmente nella 
novità delle immagini, e nella viva espressione 
degli affetti , troppo è chiaro che le credenze 
pagane , e l'eroismo di quelle età non reggendo 
come che sia al confronto dell' eroismo e delle 
credenze cattoliche, sì l'una e sì l'altra di queste 
arti sorelle doveano in gran maniera avvantag- 
giarsi delle nuove dottrine, e alle materiali bel- 
lezze , come che somme , dell' arte pagana ag- 
giungere, mercè di queste , una bellezza tutta 
spirituale nella sublime espressione delle imma- 
gini e degli affetti che solo han vita ed azione 
nel seno del cattolicesimo. 

Dimostrato così l'utile grandissimo che l'in- 
fluenza delle dottrine cattoliche recar doveva, 
e recò in effetto, alla poesia e alle arti tutte del 
disegno; ed accennato in pari tempo che l'uti- 
le, di che parliamo, in ciò specialmente consi- 
ste, che alle grandi bensì ma fredde e materiali 
bellezze del genio gentilesco aggiunse il genio 
cristiano quel movimento, quell' affetto , quella 
dignitosa sublimità che germoglia dal vere; non 
mi resta, o signori, che benedire alla memoria 



67 

di quei generosi che forti di senno e di volon- 
tà, ritraendo gì' ingegni dalla troppo servile imi- 
tazione degli antichi, stabilirono in mezzo a noi 
quella foggia di poesia e di arti, che disposan- 
do alle forme pagane tutto il bello ed il vero 
delle dottrine cattoliche, dir si può a tutto di- 
ritto classica insieme e cristiana. Questo debito 
di gratitudine, sacro, o signori, quanto è sacra 
la fama di chi pose ogni sua cura nel dare agli 
studi l'atteggiamento e V indole del cristianesi- 
mo, non potrebbe senza delitto obbliarsi da noi. 
S' abbiano adunque le debite laudi quegli 
animi valorosi; vivano i loro nomi nella memo- 
ria dei buoni, risplendano gloriosi nelle storie 
e negli annali delle lettere e delle arti. E noi, 
o tiberini, noi che per nostro istituto a ciò ten- 
der dobbiamo di sostenere non solo colle no- 
stre fatiche ogni maniera di buoni studi, ma di 
mantenere ed illustrare ogni dì più la memo- 
ria di coloro, i quali o li arricchirono di nuovo 
splendore, o traviati li ravviarono; noi, dico, ado- 
periamoci costantemente di emularne gli esempi, 
suggellando nei nostri scritti questa impronta di 
verità che sfolgorata derivasi dalle dottrine cat- 
toliche, e caldamente raccomandola a quegli spi- 
riti gentili che si travagliano con amore a vieppiù 
sempre raffermare in Italia il vero primato delle 
arti belle. Intesi sempre a questo scopo nobi- 
lissimo di unire alle classiche forme de' greci e 
de' latini quella luce di cui è fonte inesauribile 
il cristianesimo, animiamoci l' un l'altro a sì lo- 
devole impresa; ed abbiamo per fermo che, ol- 



68 
tre al provvedere a noi medesimi non pe- 
ritura gratitudine appresso coloro che verran 
dietro a noi , avremo altresì la bella gloria di 
esserci amorosamente adoperati nel promuove- 
re tutto insieme il maggior bene degli ottimi 
studi, e procurare ogni dì più novello splendo- 
re a quella fede augustissima che , grande ne' 
suoi misteri, incorrotta nelle sue dottrine , ve- 
neranda ne' suoi riti , santa nella sua morale , 
mentre nobilita mirabilmente 1' animo umano , 
ne modera soavemente gli affetti, e dolcemente 
il consola colla promessa infallibile di un pre- 
mio che supera d' immenso tratto ogni nostro 
immaginare , e , come cantò 1' Allighieri , non 
si lascia vincere a desio. 



TOiMMASO BORGOGNO 

e. R. Somasco 



Islorico fisico ragionamento sulle culture umide .^ e 
sulle pretese bonificazioni da farsi per loro mez- 
zo delle terre palustri dello stato pontificio^ del 
prof. Agostino Cappello (1). 

// ragionamento è diviso in tre parti. La pri* 
ma parte comprende la legazione di Bologna. 
La seconda comprende le altre provincie. La 
terza parte si aggira sulla campagna romana. 



Oe r 



PARTE PRIMA 



argomento che io imprendo a trattare 
sembra a prima giunta essere stato non meno nei 
più antichi che nei più moderni tempi defini- 
tivamente discusso ; pure d'appresso al più ana- 
litico e scrupoloso esame ne discendono risul- 
tamenti tali, pe' quali , se non costantemente, 
sovente però mostransi gravissimi abusi. I quali 
lungi dal raggiungere 1' obbietto della bonifica- 
zione e della sanazione dei luoghi insalubri, ne 
impaludarono ed inquinarono, e maggiormente 
ne inquinerebbero l'aere, senza la più rigorosa 
sanitaria sorveglianza a danno non solo dell'u- 
mana salute, ma eziandio, a mio credere, della 



(1) Questo lavoro intorno le culture umide e iuseiito negli 
Atti dell' Accademia pontificia de' nuovi Lincei (Aprile 1851 , 
Giugno 1851, e Maggio 1852 ). Come uno dei compilatori del- 
l' y^rcn/iit-o ho creduto utile riprodurlo iu questo giornale per una 
maggiore pubblicità. 



70 

pubblica economia, quantunque taluni abbiano 
diversamente opinato. Né il mio dire sembrerà 
inopportuno, dappoiché poggia sopra fatti in- 
concussi rischiarati da officiah' documenti , che 
per circa tre bistri dovetti esaminare, decifra- 
re , e più volte giudicarvi coi membri del su- 
premo sanitario magistrato. Dimodoché in un 
mio lavoro accennossi che sarebbcsi fatto di pub- 
blico diritto quanto fu per me studiato intorno 
cotesto importantissimo argomento (1). 

Che se forse a' dì nostri si sono soverchia- 
mente esposti i danni recati specialmente dalla 
cultura del riso, riandandone tuttavia la vetu- 
sta storia ne' pontificii dominii, risulta aperta- 
mente che nel bolognese sin dal 1595 si vede 
ripetuto l'espresso divieto di questa cultura, che 
fu poscia incominciata nel 1785 in pochissima 
estensione sotto il pretesto di colmare il terre- 
no. Ma in brevissimo tempo enormemente si este- 
se r umida coltivazione , per la quale suscita- 
ronsi a buon dritto incessanti reclami cagio- 
nati da manifeste morbosità accresciute d'inten- 
sità e di numero, ma talune non mai più dian- 
zi in quella regione osservate. Di fatti l'epide- 
mie di febbri intermittenti dominarono più fre- 
quenti ed ostinate, e più spesso associate a le- 
tali sintomi, non mancarono le clorosi, le itte- 
rizie, r esulcerazioni alle gambe, e tutte le più 
ribelli fìsconie dei visceri addominali. In alcun 



(1) Memorie islorlclie di Agostino Cappello dal maggio 1810 
o fino a lutto l'anno 1847, pag. 371. Tipografia Perego Salvio- 
ni 1848. 



'^1 

luogo si videro epidemie di pericolose dissente- 
rie. Lo scorbuto infine e la pellagra, per lo in- 
nanzi sconosciuti, comparvero qua e là dopo la 
micidiale coltivazione. Le acque potabili ancora 
vennero in alcune contrade depravate , e rese 
nocive agli stessi animali bruti: e le contermi- 
ni terre, rimase a secca coltura, per lo piìi i- 
sterilirono soggiacendo le loro piante al malume^ 
che il Del Re distinse col nome di piante rug- 
ginose. Alto lamento levossi nel 1804 dalla sa- 
nitaria commissione di Bologna ; inutili riusci- 
rono i desolanti prospetti di morbi e di mortalità 
al superior governo rappresentati: eco solenne 
alle bolognesi lamentanze faceva una eletta de- 
putazione di uomini presa dallo scientifico isti- 
tuto di Milano. Imperocché l'avidità del privato 
guadagno congiunto al più turpe egoismo ren- 
devano totalmente frustranee le bolognesi que- 
rele, mentre uno dei maggiori proprietari del- 
le umide culture era alla cima dell'amministra- 
zione del così detto regno d' Italia. Per cote- 
sta disavventura, in onta dei sinistri avvenimenti 
e dei voti dei veri sapienti, non mancarono vili 
maestrati e villssimi medici per sostenere l'abu- 
siva umida coltivazione. Il perchè furono atter- 
rati alberi e vigneti , e sparirono campi colti- 
vati alla diversa semente della secca coltura, e 
non pochi coloni caddero in una deplorabile mi- 
seria. Che se avverossi una qualche rara bo- 
nificazione, a buoni conti nel solo territorio di 
Bologna si era fatalmente accresciuta l' umi- 
da cultura. Si erano difatto aumentale le risaie, 



72 
e le valli artificiali egualmente, e talvolta più per- 
niciose alla pubblica incolumità, e tali ricono- 
sciute dallo stesso consiglio di prefettura di Bo- 
logna (1). 

Né recar dee punto sorpresa un cotanto 
funesto apparato. Imperocché la semenza del riso 
somministra siffatti materiali organici, che sono 
per così dire un nulla in confronto delle ema- 
nazioni dei semplici luoghi paludosi. Difatti nel- 
la cultura di questo cereale fa d' uopo spurgarlo 
sovente dalle nocive piante palustri ; né ciò 
viene sempre praticato colle norme stabilite dal- 
le leggi, ma* generalmente si ammonticchiano le 
medesime negli arginelli delle aiuole, ed esseij- 
do facilissime a corrompersi, fermentano ed esa- 
lano deleteri gas. I quali si fanno sempre più 
micidiali dalla disorganizzione e putrefazione di 
miriadi di svariatissimi insetti, che incessante- 
mente muoiono per istantaneamente riprodursi, 
svolgendosi quel fetore sui generis volgarmente 
chiamato vallume o palume. D'altronde l'espe- 
rienza ci ammaestra, che le palustri piante del 
riso racchiudono sostanze più omogenee di quelle 
dei luoghi semplicemente paludosi, atte alla mol- 
tiplicazione e progressiva riproduzione dei me- 
desimi. Un misto di si gravi vegeto-animali ema- 
nazioni si accresce nel raccolto di quest'umido 
cereale. È appunto in quest'epoca ( in settembre ) 
che gli accennati morbi per la putrefazione dei 

(1) Alti della commissione speciale destinata dalla Santità di 
N. S. Papa Pio VII per le risaie della provincia bolognese l'anno 
1815. Roma 1818 presso Vioceozo Poggioli stampatore camerale. 



73 

batracei, ed in parte anche dei pesci, e per le 
meteoriche giornaliere vicissitudini aumentano 
di numero e di intensità. I vapori che peren- 
nemente dì e notte sollevansi da queste terre, e 
racchiudeno le additate mefitiche sostanze, reca- 
no manifesto danno alia pubblica incolumità. Nel 
giorno ancora al levare del sole s' innalzano 
per ricadere al di lui tramonto , percuotendo 
i coltivatori e i circonvicini abitanti, che sono 
obbligati a respirarli ed assorbirli. Né io credo 
essermi affatto ingannato, se in alcune mie offi- 
ciali relazioni chiamai campi di morte co- 
teste umi,de culture. Che se la morte si evita, 
molte e molte cautele, oltre V abitudine a ri- 
sentire i malefìci effetti , si richiedono , e non 
mai senz'alcun disordine nell'animale economia. 
Pe' fatti inoltre da sagacissimi periti osservati , 
non sempre perenne fassi la necessaria irrigazione 
dell'acqua nelle risaie, non deneo;ata dagli stessi 
fautori delle medesime; imperocché si reputa anzi 
necessario per la buona fecondazione del riso li- 
mitarla di tempo in tempo. Arroge la necessità 
di sospenderla ancora, non momentaneamente 
ma ripetute volte, per distruggere un musco di- 
stinto col nome di chara^ onde conseguire un' 
ubertosa raccolta ; per la quale distruzione fat- 
ta dai cocenti raggi del sole ognuno vede in- 
sorgere altre nocive gazose emanazioni. Un ag- 
gregato di sì infestissime cagioni, per le quali 
vedemmo dalla viva passare incessantemente.al- 
la chimica morta cotanto diversi vegeto-animali 
prodotti, risvegliarono non solo l'attenzione dei 



74. 
medici ; ma dei chimici eziandio. I quali nei 
luoghi di umide culture soprattutto rinvennero 
la così detta puterina, il gas azoto, il protossi- 
do d' azoto, il gas acido carbonico, l'acido sol- 
foroso, l'idrogeno impuro, e tante altre delete- 
rie sostanze, che respirate ed assorbite altera- 
no primamente l' innervazione e l'ematosi, on- 
de ne provengono i gravi e svariati sopraccen- 
nati morbi. 

Laonde ripristinatosi il pontifìcio governo, 
si confermò il luttuoso apparato; e di quanto inol- 
tre era stato ordinato per apporvi un -qualche 
riparo sotto la straniera dominazione , nulla , 
anzi il contrario, si era praticato. Quindi il de- 
legato pontificio diffidò nel dì 16 settembre 1815 
i possessori di risaie e di valle artificiali, e nel 
vegnente anno 1816 nominò una commissione 
apposita residente in Bologna, affine di dar lu- 
mi e di sorvegliare alla savia determinazione 
che prenderebbe il governo. Al qual' uopo nel- 
r agosto di detto anno s' inviò da Roma colà 
una commissione di scienziati presieduta da un 
prelato (1). Non poche furono le contrade un 
tempo floride per la ricca e variata secca cul- 
tura trovate dalla commissione ridotte o arbitra- 
riamente, o col pretesto di colmare, a risaie o 
valli artificiali funestissime alla pubblica incolu- 
mità. Che se in qualche località la fìsica abi- 
tudine aveva diminuito l' azione nociva delle 



(1) I membri di essa erano moiisig. Frosini chierico di ca- 
n»er;i, i professori Moricliini e Oddi , e Scaccia iugegiicre. 



75 

umide culture, più o meno gli abitanti di 64 
parrocchie ne patirono , ma soprattutto risen- 
tirono tristissimi effetti gli abitanti di 4-8 par- 
rocchie (1). La commissione dopo laboriose ed 
esatte indagini, e dopo le più mature conside-^ 
razioni, formò un piano di regolamento il più 
comportevole. Con esso abolivansi i gravissimi 
danni cagionati da abbominevoli abbusi, ed ac^ 
cennavasi al favore di umida cultura. La quale 
doveva estendersi per quelle località soltanto di 
diffìcile scolo, e capaci non solo di potersi ir- 
rigare perennemente nell' estiva stagione , ma 
sottoposte ancora alle più salutevoli cautele re- 
lative a torre o diminuire il più possibilmente 
le infermità, e bonificare le insalubri terre. Ven- 
tisette sono gli articoli formulati dalla commis- 
sione in Bologna , conosciuti sotto il nome di 
notificazione Frosini, essendo da questo prela- 
to sottoscritti (2). I medesimi furono sanzionati 
dal supremo governo, che ne ordinò e ne rin- 
novò più volte il geloso adempimento. Nei pri- 
mi cinque articoli veggonsi soppresse talune 
culture umide immediatamente dopo il raccol- 
to, altre entro tre anni , altre appena puossi 
conseguire la bonificazione ; finalmente si sop- 
primono quelle risaie, che non possono ricevere 
una perenne irrigazione. Quelle inoltre , cui 
fu conceduta l'esistenza , dovevano sorvegliarsi 
dall' apposita autorità colla più scrupolosa dili- 



(1J Alti citali. 

(2) Atli citati pag. 259-65. 



76 
genza. Perciò si fissarono le più opportune nor- 
me, inclusive le distanze per allontanare le no- 
cevoli esalazioni in prò dei convicini abitanti. Che 
se per verità coteste distanze a rigor di termine, 
in specie pel soffiar dei venti, non possono cal- 
colarsi sempre efficaci allo scopo prefissosi dalla 
commissione, tuttavia ne ridondava alcun van- 
taggio per la incolumità pubblica. Né la com- 
missione aveva omesso, che qualora idrauHche 
variazioni fossero avvenute, si potesse doman- 
dare al governo l'esercizio dell' umida cultura, 
per altro da non concedersi mai senza le norme 
dalla legge stabilite. 

Dalle officiali relazioni risulta, che finché 
le leggi nella notificazione Frosini statuite fu- 
rono gelosamente eseguite, non vi furono recla- 
mi di sorta; ma a misura che le medesime s'in- 
fransero, incessantemente si moltiplicarono i re- 
clami. Alcuni legati emanarono diversi provve- 
dimenti , taluni atti a richiamare in vigore la 
legge e rinvenuti positivamente giovevoli , tali 
altri per riparare a guasti accaduti per idraulici 
cambiamenti: taluno però del pari riputato utile 
allo scopo di bonificare e di migliorare la pub- 
blica incolumità vedrassi non lievemente perni- 
cioso alla medesima. Che se i reclami innanzi 
air inviata commissione del 1815 non erano stati 
disgiunti da popolari concitazioni, queste si rin- 
novarono nel 1836 in S. Lorenzo in Prunaro; 
perloché il supremo magistrato sanitario di Ro- 
ma nominò, con sovrana sanzione nel dì 16 ago- 
sto di detto anno, una straordinaria commissione 



77 
sanitaria-idraulica consultiva. E nel dì 15 del 
vegnente novembre le furono prescritte norme 
e date savie istruzioni, affinchè discorresse le 
terre delle pontifìcie legazioni , precipuamente 
di Bologna: e col più scrupoloso e diligente esa- 
me ascoltasse i respettivi reclami, ponderasse 
se questi derivassero da giuste ragioni , esami- 
nasse ancora se in alcun luogo per la prepotenza 
dei proprietari o per la soggezione dei villici 
verso 1 medesimi si tacessero i mali risentiti dal- 
1 umida coltivazione, né si omettesse ovunque 
di attendere di proposito ai voti dei medici ed 
ai rapporti dei parrochi ; da ambi i quali si co- 
noscesse la qualità e quantità dei morbi unita- 
mente al comparativo confronto delle tabelle 
mortuarie (1). Dopo due anni di elaborate fa- 
tiche corrispondeva la commissione al geloso 
incarico. La congregazione sanitaria di Roma 
con sapientissimo divisamento ordinava, che del 
laborioso lavoro della commissione straordinaria 
SI facessero tanti esemplari quanti bastassero 
per sottoporli alla più accurata disamina delle re- 
spettive congregazioni governative, delle commis- 
sioni provinciali sanitarie, e della istessa commis- 
sione apposita per le risaie residente in Bologna, 
the ognuna di esse facesse ragionati rilievi pri- 
ma di venirsi a decisive determinazioni: che ri- 
portati che fossero questi rilievi sotto 1' occhio 
della commissione straordinaria, e da essa ven- 



(^) La commissione fu composta del professore M 
luroi. , dell ingegnere Vecchi, e del professor Contri. 



atteo Yen- 



78 

tilati , si desse termine al complessivo quadro 
generale dell' operazione da rinviarsi a Roma; 
ove dalla congregazione speciale di sanità sa- 
rcbbonsi, dopo il più accurato studio, determi- 
nati gli opportuni regolamenti. Nel dì 23 feb- 
braio 1839 si rimise a Roma per parte della 
commissione straordinaria il piano di rettifica 
coi singoli rilievi delle bolognesi corporazioni. 
Purtroppo si avverò , che in più luoghi e 
in diversi modi eransi arbitrariamente infrante 
le leggi in danno della pubblica salute nel ter- 
ritorio della legazione di Bologna! E malgrado 
delle discipline inculcate ai concessionari di umi- 
de culture, spesso non erano state da essi adem- 
piute ! La stessa cultura dei prati irrigatori si 
osservava talora delusa : perciò la commissione 
progettava il divieto di prato irrigatorio dove 
erano state umide culture , giacché le terre fi- 
nivano in nocevoli produzioni vallive. Altrettanto 
in vece di colmare e bonificare il terreno di fre- 
quente si osservava nelle stesse risaie; quando 
cioè non erano più suscettive di dare il cerca- 
le prodotto. Dal che manifestamente appare che 
non solo è lentissima la bonifìnazione mercè della 
cultura del riso , ma eziandio diviene sovente 
nulla, siccome riferiva la commissione, e come 
si rileverà meglio in appresso. In alcuna con- 
trada la commissione vide serbatoi e casse con- 
servanti acque impure, e talora l'acqua di una 
risaia trasmettersi in altra risaia: onde per sif- 
fatti inconvenienti ridondava danno non lieve 
air incolumità pubblica, e con manifesta infra- 



79 

zione della legge. Peraltro non lodevole del tutto 
era il progetto della commissione straordinaria, 
in cui si diceva di ammettere casse artificiali 
di acqua raccolta nelle stagioni piovose per ali- 
mentare le risaie inferiori, i cui luoghi fossero 
in cattiva condizione idraulica e sanitaria. Savio 
per verità era il rilievo della commissione ap- 
posita a questo progetto contrario alla legge , 
soggiungendo che il far servire quell'acqua di una 
cassa alle risaie inferiori senza limiti di distan- 
ze , esporrebbe nelle prolungate siccità estive 
a sconcerti, e malefica divenir potrebbe l'acqua 
delle casse. Stante le quali cose vi si riparava 
dalla congregazione speciale nell'articolo III del 
piano di riforma ( 1840 ) con salutare provve- 
dimento. In tal altra contrada la commissione 
straordinaria osservò, che a tenore dei regola- 
menti non si consegnavano nel dì 1 maggio le 
chiavi delle chiaviche derivatrici, onde risulta- 
vano infesti paduli ; doversi però a norma di 
legge aver tutta la cura dei pubblici scoli. Ri- 
cordava la commissione il malume delle piante 
nelle contermini terre a secca cultura , e rin- 
veniva in più luoghi depravate le acque pota- 
bili a cagione delle umide coltivazioni. Ripe- 
teva più volte, che nel 1.° decennio delle culture 
umide era oltremodo avvenuta la mortalità: an- 
che nel 2." decennio si osservavano funeste con- 
seguenze. Riferiva quindi che la popolazione era 
cresciuta laddove non erano risaie e valli arti-r 
ficiali ; per contrario osservava molta mortalità 
per r umida coltivazione nel 2." bolognese cir- 



80 
condario; e del pari cresciuta in alcuni luoghi 
del 3." circondario ; dimodoché notava che in 
S. Arcangelo in Cenacchio prima delle risaie la 
popolazione era di 1222 persone , ora la tro- 
vava ridotta a 304 individui. Cresciuti pari- 
menti rinveniva i prospetti necrologici nel 4." 
e 5." circondario; soprattutto rilevanti li vide in 
S. Lorenzo in Prunaro, per cui avvennero le 
popolari concitazioni superiormente accennate. 
Le quali erano accadute per la insalubre valle 
in colmata concessa dalla commissione apposita 
nel dì 26 gennaio 1835 al sig. conte Massei, che 
fruiva il privilegio della colmata semplice. La 
commissione straordinaria nel ricordare l'accen- 
nato sinistro invocava l'immediata soppressione 
di cosifatta coltura, convalidata poscia dalla con- 
gregazione speciale sanitaria. Con impudenza 
quindi da sbalordire il sig. Massei dopo 8 anni 
umiliava alla congregazione una sua istanza, nel- 
la quale dopo aver chiamato odiose le risaie, 
supplicava la cultura di valle in colmata nel suo 
tenimento in S. Lorenzo in Prunaro , od al- 
meno la proroga della colmata semplice sino 
al dì 8 giugno. Rimessami la posizione dalla 
congregazione per l'esame e parere, dopo avere 
io ricordate le popolari turbazioni colà avvenute 
nel 1836, significai i manifesti danni, come or 
ora meglio si mostreranno, cagionati dalla valle 
in colmata. Opinava perciò nel mio rapporto l'as- 
soluta denegazione alla rinnovazione della me- 
desima, inclusive alla proroga della colmata sem- 
plice fino al dì 8 giugno, che sarebbe riuscita di 



81 

palese nocumento alla pubblica salute. Dappres- 
so quindi a cotesto rapporto del dì 6 marzo 1843 
la congregazione speciale sanitaria rigettò formal- 
mente l'istanza del Massei. Che se talora qualche 
eccezzione di minorata mortalità si osservava in 
qualche parrocchia, era un nulla in confronto del- 
le precedenti mortalità. D'altronde io porlo fer- 
ma opinione , che se un qualche leggier numero 
di accresciuta popolazione si osservò nel 2." de- 
cennio in alcuue parrocchie, cotesta eccezione 
debbe ripetersi dalla diligenza degli abitanti di 
aver maggior cura alla loro salute, dalla medica 
solerzia, e probabilmente dalla sollecita vaccina- 
zione dei bambini, senz'escludere talora la neces- 
saria immigrazione dei coltivatori (1). 

La commissione straordinaria portava al 
cielo la colmata semplice inculcala a tenor di 
legge, afìlne di raggiungere la bonificazione dei 
terreni palustri. Il contrario osservava nella val- 
le in colmata sconosciuta nella notificazione Fro- 
sini, ed introdotta per calcolo dalla commissio- 
ne apposita delle risaie nel 1825 con editto le- 
gatizio, e palesemente dannevole all' umana sa- 
lute. Che se io ben rammento, sembrami di avere 
avuto sott' occhio qualche legatizio dispaccio, in 
cui si accenna, che 1' introduzione della valle in 
colmata fosse in via di esperimento. La commis-^ 
sione la riguardava egualissima alle perniciose 



(1) Da officiali relazioni risulta che taluni proprietari di ri- 
saie hanno procurato rìi portare nei loro teniraenli artigiani, operai, 
bottegai ec. onde mostrare l'aumento di popolazione; e no» pochi di 
colesti sono caduti più o meno gravemente infermi. 

G.A.T.CLIH. G 



82 
valli artificiali. Per verità chiunque fornito sia 
di buon senso debbe lodare la colmata semplice 
e vituperare la valle in colmata. Imperocché la 
prima ha 1' obbietto di colmare il terreno me- 
diante le torbide prese dal 1.° ottobre e con- 
tinuate solamente fino al 1.° maggio, dopo il 
quale il terreno deve restare all' asciutto, con- 
segnandosi all'autorità nel dì precedente 30 apri- 
le le chiavi delle chiaviche derivatorie; coli' av- 
vertenza di assicurarsi dell' ottenuta graduata 
bonificazione, della nettazione da qualunque er- 
ba, e che le fosse circondane siano rimase to- 
talmente all' asciutto. Per contrario la valle in 
colmata perdurando nell' estiva stagione, rima- 
ne il terreno costantemente paludoso, innalzan- 
dosi foltissime nebbie, precipuamente per la col- 
tivazione dello strame ; perlochè la commissio- 
ne ne avea da per tutto osservati i tristissi- 
mi effetti provati dai circonvicini abitanti ; ne 
progettava perciò la proscrizione. Che se an- 
che quest' umida cultura doveva tollerarsi , ciò 
sarebbe laddove lo stato idraulico del terre- 
reno non permettesse la riduzione a cultura sec- 
ca ; ma sempre col divieto nei luoghi dove a- 
vrebbe recalo nocumento. Da ultimo ammoniva 
che stante le mancate osservanze alle stabilite 
leggi, per cui erano avvenuti isvariati idraulici 
cambiamenti delle terre ; né potendosi oggi ap- 
puntino raggiungere quanto dalle stesse leggi era 
statuito pel bolognese territorio; faceva d' uopo, 
dietro le più mature investigazioni, escludere dal 



83 
medesimo 7000 tornature dall' umida coltivazio- 
ne dei risi. 

Da tuttociò che si è finora accennato emer- 
gono chiaramente gli errori ed i mancamenti di 
coloro cui incombeva gelosa sorveglianza della 
legge a tutela della incolumità pubblica. Avve- 
dutissimi scrittori delle umide culture, lodando 
le governative cautele e le commissioni sorve- 
glianti le medesime avvisano che cotesto com- 
missioni sorveglianti per attendere di proposito al- 
l' obbietto dovrebbero formarsi di colte ed esper- 
te persone che non avessero alcun interesse lo- 
cale, ma fossero invece forastiere, e stipendiate 
dal governo. 

Difatti la commissione apposita per la cul- 
tura umida del territorio di Bologna, ad ecce- 
zione dei casi accidentali che accader possono 
per alluvioni, straripamenti ecc., spesso non riu- 
scì all' uopo, sia per negligenza , sia per falsi 
concetti o riguardi, e talora per viste di privato 
interesse. Le quali cose ad esuberanza si rile- 
vano negli officiali documenti diretti in Roma 
alla congregazione speciale sanitaria. 

Or dunque se dalle scrupolose perlustra- 
zioni di due commissioni discendono sinistri ri- 
sultati alla pubblica salute per le umide cultu- 
re nel bolognese , a me pare che la pubblica 
economia ancora, lungi dal guadagno, ne abbia 
manifesto detrimento ; mentre 1' utile sarà sem- 
pre privalo. Quindi oltre la miseria in cui cad- 
dero i coloni, come si è sopra accennato, dac- 
ché alcune terre dalla secca passarono all' unii- 



84 
da cultura, basti per poco riflèttere che se mag- 
giori mercedi percepiscono i lavoratori delle cul- 
ture umide, essi e gli abitanti circonvicini, che 
ne ispirano e ne assorbono le deleterie emana- 
zioni, più presto più tardi ammalano: onde 
gli stessi guadagni dei primi vanno in dileguo. 
Molti inoltre che avrebbero perdurato nei tra- 
vagli campestri si rendono inabili con danno 
non solo delle loro famiglie, ma eziandio della 
pubblica economia per mancanti braccia, e per- 
chè non pochi di cotesti infelici, e taluni delle 
loro famiglie, vengono a carico dello stato e dei 
pubblici stabilimenti di beneficenza sia per so- 
stentarsi , sia per curarsi da ostinate e talora 
invincibili morbosità. Dal che palesemente con- 
segue, che la culture umide dovrebbero abolir- 
si per rimuovere siffatti sinistri; e se pure tolle- 
rar si debbono," non mai si dovrebbero permet- 
tere nei luoghi , ove i convicini abitanti risen- 
tissero manifesto nocumento, e dove mancasse- 
ro lavoratori nati in luoghi palustri, mentre do- 
vrebbe vietarsi il travaglio delle umide culture 
a persone nate in aria salubre e montana. Quin- 
di lo studio di un regolato governo non inten- 
derà mai conseguire la bonificazione delle terre 
palustri coir esercizio delle culture umide , per 
le quali o di rado o sempre con pubblico de- 
trimento si raggiungerebbe la lentissima bonifi- 
cazione, siccome pe' luminosi esempi fin qui ac- 
cennati, ed altri che si diranno, manifestamente 
si rileva. 



85 

Tornando in sentiero, il piano di rettifica 
della commissione straordinaria cogli accennati 
rilievi era posto alla più matura disamina ed 
in replicate sessioni da una commissione presa 
dal seno della congregazione speciale sanita- 
ria (1). La commissione nel dì 16 luglio 1840 
stabiliva un piano di riforma formulato in 12 
articoli , che approvati in piena sanitaria adu- 
nanza, erano sanzionati dal Pontefice. In que- 
sta nuova legge erano generalmente richiamate 
in vigore le precedenti disciph'ne , inclusive le 
distanze, la perenne irrigazione, lo spurgo delle 
fosse dalle piante palustri ec. Riguardo alle 7000 
tornature da escludersi dall'umida cultura nel 
territorio di Bologna, nell'articolo 2." della legge 
si stabiliva che alcune dovevano immediatamen- 
te abolirsi, altre finché avesse termine la prov- 
visoria concessione, ma non mai più da rinno- 
varsi ulteriormente. Nel terzo articolo infra le 
altre modificazioni vietavansi assolutamente le 
derivazioni di acque da risaia a risaia; ed eran 
generalmente proibite le casse per conservare 
acqua raccolta, eccetto in qualche sito elevato 
da non riuscire con sicurezza di nocumento alla 
pubblica salute. Rispetto alle valli in colmata si 
concedeva nel 5." articolo la provvisoria conserva- 
zione, da prendersi poscia entro un biennio le 
definitive determinazioni. 



(1) I membri di essa erano monsignor Cagiano segrelai'io dì 
consulla presidente , i consiglieri B»ioui , Cappello , Folchi , e 
Giorgi segretario e consigliere. 



86 

Ma non andava guari che in Bologna si di- 
cevano inattendibili le novelle disposizioni per 
i gravi avvenuti idraulici cambiamenti ; quindi 
si reiteravano dimande per una commissione da 
inviarsi da Roma sulle località. Credo qui su- 
perfluo in quali modi avvenisse cotesta commis- 
sione contro il voto del supremo sanitario ma- 
gistrato , essendosi di ciò singolarmente discorso 
nelle mie memorie citate (1), in cui si riporta- 
no gli officiali documenti. Vuoisi però accennare 
che nel ritorno della medesima , benché repli- 
cate volte e in diversi tempi invitato a prender 
parte col sanitario dicastero all' esame e giudi- 
zio dell' operazione della detta commissione, co- 
stantemente per delicato sentimento rifiutai di 
giudicarvi (2). Tuttavolta studiando da capo a 
fondo quella relazione e notificazione di proget- 
to , ne fui sommamente sorpreso. Imperocché 
riandando attentissimo lo sguardo alle due pre- 
cedenti commissioni (1815 e 1836 ), si è aper- 
tamente veduto che il loro intento intese di pro- 
posito all'esame di quelle località per rimuovere 
il più possibilmente le culture umide, stabilen- 
dosi per quelle concesse o da concedersi le nor- 
me che riuscir potessero in prò della pubblica 
incolumità , e corrispondere così al mandato ed 
alle istruzioni della suprema autorità sanitaria. 
Invece ora nel rapporto, che per lunga pezza 
dovette pazientemente attendere la congregazione 



(1) 372-98. 

(2) 1(1. p»g. 584-G. 



87 

speciale (1), si operò generalmente l'opposto. Ciò 
che più monta, in un'epoca in cui da pertutto 
entro e fuori d'Italia erano sì altamente riprovate 
le coltivazioni umide (2). Che se qualche dotto 
le ha voluto sostenere, ha ciò praticato con sif- 
fatti regolamenti assai ben lungi da quei nel rap- 
porto proposti. Il che sarà forse avvenuto per 
sostenersi alcune erronee teorie intorno la ne- 
gazione dei miasmi palustri; oppnre si volle con- 
fermare l'opposizione mostrata sì sovente in pieno 
sanitario consiglio, che piti fiate dovette coi fatti 
annientarla come totalmente dannosa ed assurda. 
Non è quindi da meravigliarsi, se il preside della 
commissione del 1847 mise in opera ogni sorta 
d' intrigo, perchè la congregazione speciale, cui 
per ogni titolo apparteneva, non dovesse esami- 
nare e giudicare sull'obbietto ; giacché general- 
mente al contrario si era corrisposto al di lei 
mandato. Difatti le superiori istruzioni ingiunge- 
vano di sentire ovunque i reclami delle autorità 
municipali e le osservazioni dei medici; ma ciò 
rarissimamente si praticò; e quando si fece, man- 
cossi del tutto di presentare nell' officiale rap- 
porto le accurate note congiunte coi compara- 
tivi confronti , siccome era stato coscienziosa- 
mente praticato dalla commissione straordinaria 
del 1836. Né si diede alcun cenno, se talora 
l'influenza dei proprietari verso i coloni fosse ca- 
gione , siccome fu diverse volte avverato , di 



(1) id. ib. 

(2) Filiatre Sebezio, fascicolo di 'novembre 1843. 



88 
tacere i loro reclami , tanto più che se ne era 
•inculcata la diligente e scrupolosa investigazione. 
Il che era stato esattamente adempiuto dalle pre- 
cedenti commissioni. Ma esaminando ntlentamen- 
te il rapporto del 1847 si vede diametralmente 
l'opposto; onde di colà se ne avanzarono diversi 
reclami al supremo sanitario dicastero. In che 
vuoisi solo accennare un precedente e luminoso 
esempio di questione avanti il detto dicastero 
agitata con ogni sorta di brighe per tre anni, 
per valle in colmata nelle così dette larghe del 
comune di Massumalico pertinenti al signor duca 
di Galliera per annuenza della commissione ap- 
posita di Bologna e da essa sostenuta : e per 
sinistri fatti contrariata da due prudentissimi 
legati Macchi e Spinola. Il secondo dei quali 
rinviò da ultimo segretamente sulla località esper- 
tissimi periti di sua fiducia, medico l'uno, idrau- 
lico l'altro. Sotto il 2 marzo 1843 il medico 
riferiva le moltissime svariate malattie ribelli ai 
presidii dell' arte sofferte dagli abitanti conter- 
mini alle dette larghe; narrava che i piani ter- 
reni delle case erano inzuppati, e guaste le acque 
dei pozzi ; osservando poi i registri parroc- 
chiali aveva scorto l' aumento di popolazione 
dal 1832-9. Imperocché nel 1827 si era male 
a proposito concessa l' umida cultura in dette 
larghe, e pei reclami si era soppressa nel 1832 
essendone allora possessori i principi reali di 
Svezia. Che la popolazione era diminuita dopo 
il 1840, in cui si era introdotta la valle in col- 
mata per 50 tornature, e per circa 200 nell'an- 



89 

no appresso: e la grande morbosità si rilevava 
nella parrocchia di Massu malico , ed in quella 
del Poggetto pertinente alla legazione di Ferrara. 
Perlochè forti officiali reclami venivano in Roma 
anche per parte della legazione ferrarese. La 
relazione dell' ingegnere in data dei 3 del sud- 
detto mese di marzo consonava perfettamente 
col medico ; ricordava ancora 1' antica cultura 
dei cereali , viti ed olmi , e che in un ter- 
reno più depresso delle dette larghe, malgrado 
delle forti piogge , si praticava la secca coltu- 
ra; conchiudeva perciò che maggiormente si po- 
tesse esercitarla nelle 4-11 tornature delle lar- 
ghe, nelle quali nel 1840 si era introdotta la 
valle in colmata. Coleste relazioni confermava- 
no le insolite malattie , 1' accresciuta mortalità, 
la depravazione delle acque potabili ec. tristi 
circostante che si erano incessantemente esposte 
e documentate con vivissimi reclami della popo- 
lazione locale , dei circonvicini abitanti , e dei 
parrochi. Quindi per decreto della congregazione 
speciale rimessami la voluminosissima posizione, 
mi incaricava di analitico rapporto; dietro il qua- 
le nella ragunanza sanitaria del dì 30 luglio 1844 
solennemente si proscrisse cotesta umida cultu- 
ra. Ora il preside della commissione del 1847, 
che era stato caldo sostenitore della medesima, 
tornava con incredibile impudenza a proporla; 
ma peggio ancora si operava. Si è sopra osser- 
vato che la commissione del 1836 per viste sa- 
nitarie e per la giacitura dei terreni escludeva 
7000 tornature nel bolognese territorio dall'u- 



90 

mida cultura , equivalenti a circa le 900 rubbia 
romane. Al qual divisamento niuna opposizione 
o rilievo si fece dalle diverse corporazioni , in- 
clusive dalla commissione apposita delle risaie. 
La commissione anzi sanitaria provinciale di Bo- 
logna raccomandava l' immediata umida sop- 
pressione nel 2.° circondario, e faceva voti per- 
chè a poco a poco andassero in dileguo le umi- 
de coltivazioni. ( Il che rinnovava in una ri- 
sposta data a un dispaccio legatizio del dì 12 
aprile .1843 ). Quindi il supremo governo ema- 
nava r accennata legge del 1840 , nella qua- 
le con lievi modificazioni sanzionava il voto del- 
la commissione straordinaria. Ora nel rappor- 
to del 1847 non solo intendevasi per idrauli- 
ci cambiamenti al mantenimento delle escluse 
7000 tornature ad umida cultura di riso, ma 
a ripristinare quelle già soppresse ed accre- 
scerle eziandio colle valli in colmata ; e val- 
li in colmata si progettavano le risaie, che si 
abolirebbero ; vai quanto dire che se la terra 
era stanca alla produzione del riso, doveva con- 
vertirsi in valle in colmata ; sostenendosi che 
in tal modo si raggiungerebbe lo scopo della 
bonificazione !!! Ma fatalmente la storia dei fat- 
ti ammaestra, che a riserva di qualche eccezio- 
ne, col titolo di bonificare si estesero e si man- 
tennero le nocive umide culture. Le valli poi in 
colmata, siccome è superiormente accenato, sono 
peggiori alla pubblica incolumità delle risaie, in 
specie se queste fossero coltivate colle più ri- 
gorose sanitarie discipline ; il che pure avvie- 



91 

ne di rado. Ma nelle valli in colmata non mai 
più può raggiungersi V intento sanitario: poiché 
perennemente nell'estiva stagione emanano mol- 
teplici deleterie esalazioni trasportate dall'atmo- 
sfera, e dalle foltissime nebbie, che per le qualità 
proprie dello strame ( prodotto di nota utilità 
privata ) si svolgono perennemente da cotesti in- 
festissimi paduli col massimo detrimento della 
pubblica incolumità. La commissione del 1836 
fu composta di uomini senz'eccezione. Ciò che 
è del massimo momento, già conoscitori profondi 
del bolognese territorio, e per circa 2 anni nel- 
r onorevole loro missione attentamente esamina- 
to. Essi dunque biasimarono ripetutamente la 
valle in colmata pe'mali gravissimi arrecati alla 
pubblica salute da loro verificati , e più volte 
ofifìcialmente confermati; siccome a modo di esem- 
pio si accennarono quelli avvenuti nel territorio 
del Prunaro e nelle larghe di Massumatico. Per 
lo che la lodata commissione si espresse più fiate, 
che era un pretesto quello di bonificare il ter- 
reno colla valle in colmata ; perciò se dovesse 
permettersi , potrebbe solamente tollerarsi nei 
perimetri permissivi, nei quali non recasse nocu- 
mento all'incolumità pubblica. Laonde può fran- 
camente affermarsi, che nel rapporto del 1847, 
lungi dal raggiungersi l'obbietto sanitario, si pro- 
pose positivamente l' opposto. Né sembrerebbe 
esagerazione, se si dicesse il progetto in genere 
in detto rapporto racchiuso un attentato mani- 
festo alla salute pubblica per l'amphazione delle 
umide culture , precipuamente per le valli in 



92 

colmata nel bolognese territorio. Avveniva quin- 
di assai al di là di quanto un dotto medico mi 
scriveva di Bologna nel 18i7 in quei dì appun- 
to, in cui in quella città giugneva il preside della 
commissione (1). Niuno certo penserà mai che 
in un breve giro di tempo siano accaduti sì ra- 
pidi cambiamenti idraulici da retrocedere essen- 
zialmente dai durati e profondi studi delle pre- 
cedenti commissioni; e per modo di dire da ro- 
vesciare in un batter d' occhio le leggi che li 
avevano sanzionati. Concedasi pure alcuna varia- 
zione per richiedere 1' esercizio dell'umida cul- 
tura: ma non sarà mai da concedersi a danno 
dell' incolumità pubblica, cui si tende pressoché 
sempre nel citato rapporto , eziandio in altre 
cose , sebbene di minor gravità. Il che manife- 
stamente appare quando invece dell' esame an- 
nuale pel divieto o proroga delle umide col- 
tivazioni , si porta r esame a tre anni, soprat- 
tutto per la prediletta valle in colmata. La legge 
prescrive che nel dì 30 aprile fossero onnina- 
mente soppresse le colmate semplici. Nel rapporto 
attuale si prorogano fino ai 15 e 20 mag- 
gio , come se gli scienziati che la proposero, non 
avessero praticamente ponderato, che talora può 
di maniera accrescersi la temperatura nelle due 
prime decade di maggio da svolgersi nel persi- 
stente padule mofetiche esalazioni a detrimento 
dei convicini abitanti. Dal qual semplice rifles- 
so sempre più si conferma quanto dannevoli 

(1) Memorie sloiiclie cit. pag. 599-400. 



93 

siano le valli in colmata. Nemmeno le distanze 
dalle leggi stabilite sono ora rispettate. Che anzi 
per illudere , nel rapporto si richiama in vigore 
un decreto del dì 3 febbraio 1809, senza darsi 
carico che nell' articolo XI della memoria della 
commissione del 1815 questo decreto fu rinve- 
nuto insufficiente a garantire la salute dei vi- 
cini abitanti alle risaie e valli artificiali: per cui 
si accrebbe di due terzi la distanza pei villag- 
gi ed aggregati minori , siccome scorgesi nel- 
r articolo VI della notificazione Frosini, ove si 
stabilisce una distanza di 1500 metri (1): invece 
di presente vuol ridursi a metri 500. Che se an- 
che le distanze dalla legge fissate fu per me 
avvertito non essere sempre bastevoli a garan- 
tire pel soffiar de venti la pubblica salute , ne 
immagini ognuno i risultati, quando le medesime 
sieno per due terzi decurtate. 

Nutro quindi sicura fiducia che la suprema 
sanitaria autorità non sarà per sanzionare nella 
sua estensione un progetto , che ad eccezione 
dei varii articoli coerenti alla legge, non pochi 
sono illusorii; ed i più essenziali manifestamen- 
te nocivi all' incolumità pubblica (2). 



(1) Alti ciiaii pag. 258 e 250 61. 

(2) Tornato , siccome per me si disse in questo giornale 
Tom. CXXXyi, pag. 327, a far parte del supremo sanitario 
magistrata, ebbi campo di osservare la permanente disapprova- 
zione al rapporto del 1 847 del preside della commissione sani- 
taria-idraulica consultii'a per le risaie del bolognese. Ciò nulla 
ostante per le circostanze de' tempi , per t uno o per V altro 
pretesto, sì proseguirono a manomettere le sanitarie istituzioni 
con manifesto danno dell' incolumità pubblica. Fu appunto nel 
1847 che per le massime in quel rapporto racchiuse si ebbe fin 



94 

Dal complesso quindi di questo mio primo 
ragionamento, risguardante il bolognese territo- 
rio, puossi con fondamento dedurre: 

I.° Che la perenne irrigazione sulle risaie 
e le altre discipline dalla legge statuite non 
sempre si attesero , né si attendono nel terri- 
torio in discorso. 

II." Quando le risaie non sono più atte alla 
cereale cultura, finiscono per lo più in terreni 
vallivi nocevoli alla pubblica sanità. 

III." Quindi è di rado che per la risaia av- 
venga la bonificazione dei terreni; e se ciò ac- 
cada, essa è lentissima, e più o meno a carico 
dell' umana salute. 

IV. ° La quale soffre ancora non poco pei 
sinistri effetti delle acque potabili depravate ge- 
neralmente dalle umide culture. 

V.° Le contermini terre alla medesime, che 
sono a secca cultura, ordinariamente isteriliscono. 

VI." Più gravi morbi e taluni nuovi accreb- 
bero maggiori mortalità nel bolognese dopo l'in- 
troduzione delle risaie e delle valli artificiali. 



l'audacia [presente il preside) d'insolentire contro chi invocava la 
legge precisamente nel momento che terre a coltura secca melte- 
vansi alla nocevole coltivazione umida; menandosi vanto che sa- 
rebbe non peritura. Incessanti sono stati i reclami, e vivissimi e 
lagrimevoli quei di non pochi parrochi umiliati a piedi del trono 
dell'immortale Ponte/ice Pio IX nella gloriosa sua dimora in Bo- 
logna : E LA SANTITÀ' SUA CO" SUOI ADORATI CARAT- 
TERI RESCRIFEVA. — SI OSSERVI LA LEGGE. — 

Se la congregazione speciale sanitaria ne procurò dal canto 
suo sempre Inosservanza, nulla trascurerà , in onta di tutti i 
tentativi dei possessori delle abusive umide coltivazioni , per 
corrispondere al sapientissimo sovrano rescritto. 



95 

VII"" Erronea è quindi l'opinione che i ter- 
reni semplicemente palustri rendano più nocu- 
mento delle risaie. 

YIII." Cotesto errore consentito dall' uni- 
versale vien confermato dalle deleterie sostanze 
vegeto-animali , e dalla maggiore umidità che 
le ravvolge di gran lunga più micidiale degli 
effluvi palustri. 

IX.° Dall'insieme delle quali cose lungi dal 
vantaggio che si. pretende trarne l'economia, ne 
discende apertamente il contrario. 

X.° Fatte le debite comparazioni, le valli 
artificiali e le valli in colmata sono più noce- 
voli delle risaie alla pubblica salute. 

XI.° D' altronde innocua riesce la colmata 
semplice fatta a tenore di legge per l'utile bo- 
nificazione del terreno paludoso. 

XII.* Quanto profonde e savie furono ge- 
neralmente le vedute delle commissioni del 1815 
e 1836 , altrettanto l'opposto si osserva nel 
progetto del 1847. 

XIII. " Sembra perciò del massimo interes- 
se di richiamare e mantenere in vigore le infran- 
te leggi sanitarie a tutela della sanità pubblica. 

XIV." A tal' uopo più a proposito parreb- 
be un avveduto ministero, che non avesse inte- 
resse di sorta e locali aderenze, per invigilare 
air esatto adempimento della legge. 



Due sonetti d'Antonio da Ferrara colle risposte dì 
m. Francesco Petrarca , provenienti dal codice 
rediano 151 che si conserva neW I. R. Biblio- 
teca Laurenziana (1). 







Sonetto di m." Antonio da Ferrara 
mandato a m. Francesco Petrarca. 



novella Tarpea, in cui s' asconde 
Quella eloquente luce eh' è tesoro 
Del trionfar poetico, che alloro 
Penco colse per le verdi fronde ; 

Apriti tanto che delle faconde 

Tue chiose si dimostrino a coloro 
Ch'aspettano, ed a me amor m' incoro 
Più ch'assetato in riva alle chiare onde. 

Or non voler asconder il valore 

Che ti concede Apollo; che scienza 
Multiplicata suol multiplicare. 

Or apri Io stil tuo della eloquenza : 
Ten vogli alquanto me notificare , 
Qual prima fu o speranza o amore. 



(1) Questi sonetti con lezione mollo depravala hannosi slam- 
pati fra le rime anticlie aggiunte alla Bella Mano di Giusto de'Con- 
li , edizione di Firenze 1715 pag. 151, 155: dove il soiielto clie 
incomincia J' provai già si attribuisce a Lancialozzo da Piagenza^ 
e la risposta ad Antonio (de' Beccari) da Ferrara. Ma sembra certo 
pel verso 15 che da costui forse scritto e mandato al Petrarca, il 
quale poi si mostrasse cortese al medesimo, replicandogli per le rin\c. 

Per picciola cosa che possano parere questi componimenti, 
non è invano che dannosi a rileggere: essendoché possa avvantag- 
giarsene la lingua , se non se n' esalta 1' arte poetica. 



97 



Risposta di m. Francesco Petrarca. 

Ingegno usato alle quistion profonde 

Usar non sai del tuo proprio lavoro: 
Ma perchè non destar anzi un di loro 
Dov' e' , senza alcun forse, ti risponde ? 

Le stime mie son disviate altronde 

Dietro a colei per cui mi discoloro, 
A suo' belli occhi ed alle trecce d'oro , 
E al dolce parlar che mi confonde. 

Ma credo che in un punto dentro al core 
Nasca amore e speranza, e mai l'un senza 
L' altro non possa nel principio stare. 

Se r aspettato ben per sua presenza 

Queta poi 1' alma , siccome mi pare. 
Vive amor solo , e la speranza more. 



Antonio da Ferrara al Petrarca 

V provai già quant'è la soma grave 

Che al tempo doloroso portò Achille, 
E quanto scottan 1' ardenti faville 
Che sentì Dido al partir della nave. 

Rendèmi poi amor ambo le chiave 

Del core, il qual passò per le pupille: 
Ond' io giurai se vivess' anni mille 
Non creder mai le sue lusinghe prave. 

Or m' è parulo novella calandra 

Tanto benigna, che pensier mi dice: 
Per quest' è buon diventar salamandra. 
G.A.T.CLIIl. 7 



98 
Io non so se per lei mi son selice (1) ; 

Che cercando la Magna e tutta Fiandra, 
Donna non troverei tanto felice. 
Però mi di' , Petrarca mio benegno, 
Se mi fo innanzi o mi fo retro al seeno. 



"O' 



Risposta di m. Francesco Petrarca. 

Perchè non caggi nelF oscure cave 

Dove l'animo tuo par che vacille, 
Piacemi di prestarti alcune stille 
Di mio secreto fonte più soave. 

Tutte le nostre infermità più prave 
A più corrente gettan lor scintille 
Nel ricader, che nelle prime pille (2); 
E più acqua convien che poi le lave. 

r fui agnel deli' amorosa mandra, 

Che mai più non provai di sua radice 
Quello che per amor non fea Leandr' a (3) 

Ero, e fu sciolta lei in quella vice : 

Tal che gì' incantamenti di Cassandra 
Non mi farian tornar a sua pendice (4-). 
Però sta rietro , e non toccar il segno. 
Che d'ogni adversità ti farà degno (5). 



(1) salice, selce. Quani si dura silex , ani stet marpesia 
cautes. Viri;. 

(1) P/7/e: colpo di p///(7, e mei. impulso, m^iac» al vocabolario, 

(2) Leandro a Ero ec. in quella vice : in quel trislo caso 
dello anuegfirsi di Leandro , Ero si trovò sciolta dell'iuiior suo. 

(5) A sua pendice : al pendio , al pericolo di traboccare 
aiiiaudo. 

[A] ■ D^ ogni adversità avrai occasione di mostrarli degno, 
[>rude, uscendone vincitore. 

Luigi Crisostomo Ferrucci. 



Un fiore sui sepolcri. Versi di Francesco Capoz- 
zi - Seconda edizione ec. Firenze per G. JV. 
Campolmi 1857 in 12. 



ra i pochi poeti che oggi levano di se 
bel grido fra noi si annovera meritamente il sig. 
Capozzi (che mi vanto aver avuto a discepolo), 
il quale con alto sentire , con cuore caldo di 
veri affetti, con bontà di verso e di stile clas- 
sico, va a quando a quando facendo dono al- 
l' Italia de' suoi componimenti, de'quali ha rac- 
colto qui in elegante volumetto tutti quelli con 
che ha pianto sovente sul sepolcro de' suoi , e 
su quello de' più illustri uomini d' Italia: in che 
è ammirabile veramente la varietà, ond'ha sa- 
puto vestire le sue rime in tanta somighanza 
d' argomento. Ecco com' ei piange la sua sposa 
nel Conforto. 



Ditemi voi chi siete , anime belle , 

Che a consolar venite un infelice ? 
Ah bene il cor nel suo gioir mi dice 
Che cittadine siete delle stelle ! 

Però che a queste d' ogni vizio ancelle 

Porgere altrui conforto unqua non lice; 
Che male in terra cortesia s' addice. 
Dove son l' alme alla pietà rubelle. 



100 

Deh allor che fate al terzo ciel ritorno 
Salutate per me la donna mia, 
E dite che m'attenda in quel soggiorno ! 

Che verrò presto a farle compagnia, 

Poiché sento che morte è a me d'intorno, 
Ed il mio cor nuli' altro ora desia. 



Udiamo in altro genere quella in morte dì 
D. Cesare Montalti. 

La latinità 

Quella donna immortai, che ardita e forte 
Compagna alle romane aquile, il volo 
Ratta spiegò dall' uno all' altro polo 
E schiuse a noi d' ogni saver le porte; 

Quella che a suo piacer volgea la sorte 
Alto dai rostri un dì tonando , e solo 
Si tacque , immersa nell' estremo duolo, 
Bell' ultimo latin fra le ritorte ; 

Ahi rinnovella il doloroso pianto , 

Cesare amico , al suon di tua partita, 
E sta pensosa alla tua tomba accanto! 

Poiché r elmo deposto e la lorica 
A pochi or vede rifiorir la vita 
Fidi alla gloria della madre antica. 



Molto pietoso è quello che indirizza alla 
eh. Caterina Franceschi Ferrucci nella morte 



immatura della figlia Rosa. 



101 

Morte passò ; d' ogni tuo riso il fiore 

Mietea col ferro che pietà non sente: 
Sul terren che il nudrì cadde repente, 
E ne saliva al ciel l' ultimo odore. 

Povera madre , a cui pingea la mente 
Bello avvenir d' un benedetto amore , 
Che inaspettato duol vinse il tuo core ! 
Quante speranze un colpo solo ha spente! 

Lassa ! piangendo al misero consorte 

T' abbandonavi in sen ; ma sua virtude 
Scontrasti allor che ti rendea più forte. 

Ed a colui, eh' ebro di gioia e anelo 

Coglier dovea quel fior, rendi men crude 
Le amarezze nel dir: Lo colse il cielo. 



Graziosissima è V Anacreontica^ in cui piange 
r istessa eulta giovinetta. 

Disciolta il crin nerissimo, 

Dipinta di pallor 

Gemea la bella vergine 

Sul letto del dolor. 
Nobil garzon di lagrime 

Le inumidia la man , 

Che a giorni di letizia 

Fu a lui promessa invan. 
Ella uno sguardo languido 

Volgendo al suo fedel ; 

Vivi i miei giorni ed amami, 

Disse, t'aspetto in ciel. 



102 

Volea più dir, ma 1' anima 
Era partita a voi , 
E la vestia per 1' aere 
Del raggio estremo il sol. 

Compie il libro una raccolta di versi in 
morte di Gio. Capozzi, fratello che fa dell' auto- 
re , nella quale splendono i nomi del Silorata, 
dello Strozzi , del Mezzanotte , del Montanari, 
del Muzzi , del cav. L. C. Ferrucci e del Vac- 
colini. 



G. F. Rambelh. 



Urbano MIII e gli accademici Lincei. 

LETTERA 

al eh. cav. Gaetano Moroni^ per Salvatore Proja 
socio ordinario della pontificia accademia de' 
nuovi Lincei ec. 

Illustre amico 

Jl vostro celebratissimo Dizionario (1) volge 
oramai al suo termine. Sul nascere parve di as- 
sumere forme pigmee; ma in progresso di tem- 
po sotto la vostra dotta penna si vide crescere 
in guisa da dover divenire gigante, e tale oggi 
è addivenuto per mole e per dottrina. Come 
nello insieme, così nelle singole parti ognuno ri- 
conosce che voi portaste la falco su tutto lo 
scibile storico-ecclesiastico, e adunaste in grossi 
manipoli le spighe più elette. Cito ad esempio le 
vite dei RR. Pontefici, intorno alle quali tanto si 
travagliarono scrittori di altissima lena, da Ana- 
stasio bibliotecario fino all'Artaud passando pel 
Baronio e pel Novaes. Voi ne frugaste gì' im- 
mensi volumi, e dove compendiando , dove di- 
chiarando, spesso ammentando, ci forniste una 
nuova serie delle vite dei papi, che, lasciando 

(1 ) Dizionario di erudizione storico-ecclesiaslica da S. Pie- 
tro sino ai nostri giorni compilalo dal cav. Gaetano Moroni ec, 
Venezia dalla tipografa Emiliana 1 S40-1S58. 



104 

intatta la verità della storia , accrescono rive- 
renza alle somme chiavi. Ed ecco che nel voi. 86 
testé uscito in luce ci avete donato la vita di 
Urbano Vili ; di quel papa, che nel lungo vol- 
gere del suo pontificato, si rese cotanto bene- 
merito della chiesa, dello stato, e delle lettere. 
Da banda i titoli , che egli acquistò a questa 
universale benemerenza come papa e come re: 
benché voi li abbiate ampiamente narrati e giu- 
stificati, non mi ha fatto punto maraviglia, di- 
cendone in circa altrettanto i biografi , che vi 
precedettero; bensì mi ha fatto grata sorpresa 
che abbiate colto bella occasione di alzare a 
maggiore altezza la sua gloria come mecenate 
de' buoni studi , ricordando i favori e la pro- 
lezione da lui accordata agli accademici Lin- 
cei. Oh ! questo sì che non è stato detto in 
ispezieltà da altro storico di quel papa, per quan- 
to io mi sappia, né anche da quelli , che tol- 
sero particolarmente a lodarlo qual protettore 
delle lettere e dei letterati, quasiché istituzioni 
letterarie, o letterati e scientifici più illustri di 
quel che furono 1' accademia e gli accademici 
Lincei vantar possa il pontificato di Urbano! Se- 
nonchè il silenzio dei piti potrebbe forse smi- 
nuire la fede, che si debbe ai vostri detti, quasi 
semi da voi sparsi su vergine terra: io destino 
questa lettera a sincerare i vosti lettori , a fe- 
condare la vostra parola, a rischiarare in som- 
ma un argomento, che rannoda la gloria di Ur- 
bano Vili nel proteggere gh antichi Lincei alla 
gloria di Pio IX cosi generoso e munifico con 



105 

quella novella generazione di accademici , che 
ritengono di que' valorosi il nome, e ne calcano 
le orme onorate. Se vi avverrà di dovere un 
giorno arricchire , come andate meditando , il 
vostro già ricchissimo Dizionario di nuovi volumi 
di note e di aggiunte, fate che questa scritta , 
da voi occasionata, a voi intitolata, vi abbia il 
suo cantuccio : intanto permettetemi che io la 
depositi neir emporio delle nostre lettere , il 
Giornale Arcadico. 

Senza meno , i buoni studi da più tempo 
difettavano dell'alimento, che loro deriva dal fa- 
vore de' principi (1), quando nel 1623 ascese 
al soglio di Piero Maffeo Barberini col nome di 
Urbano Vili. Ei vi ascese preceduto dalla fama 
delle sue virtù, irradiato dallo splendore della 
sua prosapia, circondato dalla gloria della sua 
celebrità letteraria ; perchè suscitò desidèrii e 
speranze che nel suo pontificato sariano ritorna- 
ti i tempi di Niccolò V , di Leone X, di Gre- 
gorio XIII , che la storia delle lettere ha regi- 
strati a caratteri d'oro. Ma Iddio volea , come 
spesso l'ha voluto , che il suo novello vicario 
innanzi tutto manifestasse al mondo la sua for- 
tezza di animo nel sostenere i presenti disastri, 
il senno e l'energica sua sollecitudine nel preve- 
nire i futuri. Così fu: la peste, la fame, la guer- 
ra, terribili mostri disertatori dell' umanità, che 
invasero, o minacciarono d'invadere i pontificii 
dominii nei primi anni del pontificato di Urba- 

(1) Honos alil arie 



106 

no, furono da lui con invitto coraggio affronta- 
ti, con energica sollecitudine spenti, o ricacciati 
alle natie loro bolgie ; da dove se fossero tor- 
nati a sbucare, avrebbero trovato la morte in 
sapientissime leggi sanitarie , negli stabilimenti 
annonari, nella città non più inerme, ma forte 
di armi , e di armati (I). Dopo di che il ma- 
gnanimo pontefice fu tutto per 1' incremento e 
la prosperità delle lettere, non ad accatto dei 
vanitosi titoli di Augusto e di Mecenate, ma per 
farle istrumento di pubblica felicità e di civile 
grandezza (2). Non istarò a ridire dei mezzi 
materiali da lui adoperati alla bisogna ; a mo' 
d'esempio l'ampliazione dell' università romana, 
l'erezione di molti collegi, la fondazione di una 
stamperia poliglotta , i libri e i dotti ordigni , 
onde accrebbe le biblioteche ed i gabinetti .... 
queste sono cose , che più o meno , ma non 
sempre con intero frutto , la munificenza dei 
principi suol praticare. Il merito singolare del 
Barberini verso la letteratura sta nel moltipli- 
care che ei fece le forze vive e non le forze 
morte, gli operai e non le masserizie a rende- 
re abbondevole il campo dello scibile. Chi vuol 
vedere a quale splendido segno fossero già per- 
venute tutte le nobili discipline volgendo il se- 

(1) Tutte cose acceunate nella lapirìe esistente nella chiesa 
iV Aracoeli riferita anche dal P. Ales. Donato presso il Gì evi" 
nel voi. 3 de\\p. Antichità romane pag. 870. 

(2) Subiecit arma Utteris , litterns armis, fa scritto rli lui 
sulla porla dell' Armeria Yalìcana, ut tranr/uillae ornam. lilterae^ 
et turbatae urbi arma praesidio essent , come riferisce e chiosa 
il nied. P. Donato Ice. cit. 



107 

condo lustro del suo pontificato, non ha che a 
leggere i cataloghi dell'Allacci e dello Sciop- 
pio (1) , nei quali sono noverate e descritte le 
opere uscite in luce a quel tempo dai romani 
torchi. Quale spettacolo ! Il numero n è innu- 
merevole; la eccellenza da pochi in seguito rag- 
giunta, da ninno superata (2) ; la varietà tanta 
da riempire le lagune le più riposte dei dizio- 
nari e delle enciclopedie. Abbondano le sacre; 
non mancano le apologetiche; le storiche, le fi- 
lologiche gareggiano nell' erudizione; altre sono 
dettate nelle dotte lingue d'Atene e di Roma ; 
altre nelle lingue aramee della Siria, dell' Ara- 
bia e della Caldèa; talune additano che ad on- 
ta dell' universale corruzione in fatto di lingua 
e di stile, l' Italia non difetta di colti ed ele- 
ganti scrittori; altre testimoniano ch'ella abbon- 
da di filosofi e matematici di senno altissimo , 
ampio compenso alla scarsezza dei primi, mal- 
levadori della sapienza di un secolo, che l' in- 
giusta posterità osa chiamare secolo d' igno- 
ranza e di barbarie. Donde ciò ? Quale forza 
prodigiosa produsse in pochi anni così stupendi 
e salutari effetti? Uditelo dal medesimo Allacci, 
il quale con nobile orgoglio di sé parlando e 
de' suoi compagni, dopo aver detto al cardinale 
Antonio Barberini, a cui il suo libro è dedicato, 

(1) V. Aliata I.eonis « Jpc'i Urbanae » sive de viris il- 
liistribits, qui ab, an. 1630 ad 1(332 Itomae adfuerunt, ac typis 
aliquìd ewulgarunt, Roinae 1655. 11 CHtalo^o di Gasjiero Sciojipio 
fu jjubblicEito dal can. Bnndini nella vita di Gio. Bau. Doni. 

(2) S' iiiteudejpcr la dottrina , non per Io siile ed il hiioti 
jj'uslo, di cui più sotto. 



108 
vedi mò ! Quanta liUerarum seges , quot virtutìs 
et doctrinae amantes viri monumenlis editis^ in pro- 
spectum hominum prodiicuntur ! Interrogando lo 
istruisce della vera cagione del maraviglioso fe- 
nomeno: Qui id fieri potuit si studia virtutesque 
negligerentur^ et non exciperemur praemiis et ho- 
noribus cumulatissime ? E voleva dirgli I' azio- 
ne benefica del grande , che hai a fratello, in- 
dusse le nostre penne, le penne di meglio che 450 
scrittori, ad accrescere di tante ricchezze il pa- 
trimonio dello spirito umano. E poco di poi: Nò 
fìa che abbi a maravigliartene , o eccmo car- 
dinale (1), dove pensi alla tua dinastica insegna, 
ora nobilitata dalle somme chiavi : quelle api 
simboleggiano i letterati, di cui ti presento il ca- 
talogo: Apes viri iidem siint circa imperatorium 
illum apum trigonum mira obedientia conglobati ; 
regem summum maiestale^ non aculeo armatum^ cin- 
gimi ac protegunt, assiduique custodes invigilante 
et aliiis aia incumbens operi^ mella sapientiae con- 
ficiunt , qitibus ille poslea prò dignitate et merito 
munia ac numera ìmpertitur: animantur ergo prae- 
miis^ stimulantur hortationibus , et mercede hono- 
rifice proposita^ ncque laborem recusant^ aut vigi- 
lias^ ncque saevientis iemporis iniurias timent (2). 
A voi biografo universale non debbo io 
ridire che questi grandi letterati, ai quali allu- 
de l'Allacci, erano in gran parte forestieri; piut- 
tosto lasciale che il ridica a que' vostri con- 

(1) Il titolo ài Eminenza e di Eminciitissiini l'ebbero i cat- 
diriali 'lai medesimo Urbano Vili uel 1650. 

(2) Vedi la Prela/ionc dell' opei.» cit. . 



109 

cittadini, che nati come voi nell'alma città, non 
ne hanno l'alto concetto, che voi avete, di cittìl 
cosmopolitica, ma l'immiseriscono colle gelosie 
internazionali , e colle grettezze municipali , e 
ne vorrebbono chiuse le porte a tutti che pro- 
vengono, non dico d'oltremare e d' oltremonti , 
ma dai limitrofi regni, e persino dalle vici- 
ne castella : costoro non sanno , o infingo- 
no di non sapere, che Roma al tempo di Ur- 
bano Vili albergava tanti sapienti stranieri, che 
dir si poteva un ateneo mondiale. Basti il ri- 
cordare, oltre l'Allacci stesso, che era da Chic, 
un Luca Olsteino d'Amburgo, un Abramo Bzo- 
vio polacco, un Cassiano del Pozzo da Torino, 
un Cornelio a Lapide da Liegi, un Andrea Ar- 
goli da Tagliacozzo, un Ilarione Rancati da Mi- 
lano, un Benedetto Castelli da Brescia, un Fran- 
cesco Bracciolini da Pistoia, un Abramo Echel- 
lese (1) .... e dite voi. Se questa non è gran- 
dezza civile , qual sarà mai ! Ma che vado io 
parlando di grandezza civile ? Dir dovevo piut- 
tosto gloria di Roma pontificale: che solo per 
questo titolo Roma è la regina di tutti i popoli, 
la città di tutti i credenti , la patria di tutti 
gì' ingegni. - 

Del resto egli è certo che niun valente let- 
terato cittadino, o strano che fosse, rimase spre- 



(1) Ahri scrivono Ecckellense, o Eckellese da Eckel sua 
patria. Tra le opere lasciate da questo dolio maronita è cclebic 
la versione dall'arabico nel latino dei Conici di Apollonio ( lib. 
V, VI, e VII), alla quale si accinse nel 1658 a richiesta del 
Borelli, che Ji avea rinvenuti a Firenze un due anni innanzi. 



110 

giato ed abietto nel regno del Barberini , ma 
tutti alla lor volta ei ricolmò di benefici e di 
onori, e molti ne sollevò a nobilissime dignità. 
Soltanto andava loro spesso ripetendo quella 
vera e solenne sua massima: Sicut flores propler 
fructus^ sic lUlerae propter virlulem expetendae (1); 
la quale dove fosse stata da alcuno conculcata, 
immantinenti ne lo privava del suo favore. Quindi 
avvenne, che sebbene amasse e favorisse gran- 
demente i poeti, pure Gio: Battista Marini, poe- 
ta tuttoché d' altissimo grido, ma corrompitore 
del gusto e della morale , non potè appo lui 
trovar grazia veruna , e fu costretto ad uscire 
di Roma ; laddove veniva invitato Gabriello 
Chiabrera lirico maestoso incontaminato, e ve- 
niva accolto con parziale affetto Francesco Brac- 
ciolini schernitore dei falsi iddii , e cantore pie- 
toso della Croce racquisiaia. 

Tra quelli che sollevò a ragguardevoli gra- 
di piacemi di rimembrare a preferenza coloro, 
che chiamò alla sua corte. Era maestro di came- 
ra un Virginio Cesarini, giovane aureo, che » na- 
tura fece e poi ruppe la stampa » : non si sa- 
pria" ridire se fosse in lui maggiore la potenza 
della mente, o la bontà del cuore, ma di am- 
be queste doli si fa ricordo nella monumentale 
iscrizione , onde 1' onorò il senato romano nei 
Campidoglio. Sosteneva il nobile officio di se- 
gretario delle lettere a' principi monsignor Gio- 



ii) V Urbani Vili Poemata ab Henr. Dormelio expUcata 
pag. 10S Roma 1645, ex Ijjìographia Ludovici Grignnni. 



Ili 

Vanni Ciampoli, dottissimo in ogni maniera eli 
sacra e profana erudizione, passionato amatore 
della filosofia osservatrice, felice macchinatore (1) 
di una santa lega, non solo tra le muse e la 
verità, ma tra le muse e la pietà; la qual lega 
oh ! quanto ben meriterebbe della religione e 
delle lettere chi la rinnovasse a' dì nostri. Era 
sagrista del palazzo apostolico il celeberrimo 
agostiniano P. Fortunato Scacchi , che la re- 
pubblica di Venezia , secondochè narra 1' Eri- 
trèo (2) , aveva desiderato a suo teologo, e la 
dotta Bologna a professore nella sua università: 
chiaro in Italia e fuori pe' suoi studi biblici nel 
verde degli anni, in avanzata età sé onorò e la 
cospicua carica che occupava , scrivendo con 
rara e profonda erudizione degli oli e dei bai-- 
sami e de' loro usi sì profani che sacri appo 
tutte le antiche nazioni (3). Del Doni segreta- 
rio del sacro concistoro osserva il Tiraboschi (4), 
che pochi scrittori di quel secolo possono a lui 
paragonarsi nella moltitudine, nella varietà, e 
nella qualità delle opere. Tra i camerieri d'ono- 
re citerò ad esempio Agostino Mascardi chiama- 
to a' suoi giorni il Cicerone dall' italica favella, 
e tale a noi lo rivelano i suoi scritti magnilo-^ 



(1) Parole del Pallavicino nella (lidic;.loria »\ c;iid. Colonna 
delle Biine di M. Giovanni Ciampoli , Rcnia 1648. 

(2) Pinacotheca P. 11, n, 55. 

(5) Nel 1609 pubblicò in Venezia una nuova edizione dtlU 
Bibbia unendo alla volgata tic altre versioni, e nei 1625 al 1657 
stampò in. Roma il Myrolhecium sacrorum elcocìirismalum. 

\A) Storia della letltraliira ilaltaua toni. Vili. 



112 

quenti, in cima a tutti il famoso libro la Con- 
giura del Fieschì^ che la Spagna e la Francia 
tosto voltarono nel loro idioma, e dopo due se- 
coli è stato teste riprodotto nella regale Par- 

tenope Più volte ho udito a dire che la 

corte non è stanza proporzionata alle lettere, e 
però malamente vi allignano i letterati, lo non 
oppugno questa sentenza, ma mi credo in di- 
ritto di potere atfermare, che ottimamente alli- 
gnarono nella corte di Urbano Vili , al quale 
mancò solo un primo aiutante di camera, qua- 
le lo ebbe Gregorio XVI , dir voglio Gaetano 
Moroni. 

Ignoro affatto i ruoli e le vacchette, in cui 
gi registrano i nomi di tutti che appartengono 
alla corte e alla famiglia de' romani pontefici ; 
ma conosco un libro, sulla cui fronte è scritto: 
)) Benedetto Castelli matematico di Urbano Vili » . 
Or non potrei dedurne che sotto questo pon- 
tefice si rinnovarono i tempi, in che i re lacede- 
monia avevano nella lor corte filosofi, astrono- 
mi, e matematici , non quasi a condizione di 
servi , ma d'oracoli e di consiglieri ? A questo 
mio dimando voi solo potete rispondere , che 
con pazienza inimitabile raccoglieste que' ruoli 
negli articoli Corte, e Famiglia pontificia. Ma qua- 
lunque sia la vostra risposta, egli è certo che 
papa Urbano fece venire da Fiorenza a Roma 
per suo matematico il celeberrimo cassinese, e 
consultavalo quale oracolo della scienza idrau- 
lica. I sapienti responsi ci fruttificarono il fa- 



113 • 

moso trattato )) Della misura delle acque correnli » 
che il Castelli dette in luce nel 1628 (1). 

Desiderio di giunger presto allo scopo prin- 
cipale di questa lettera m' impedisce di poter 
rammemorare quegli altri , che la sapienza di 
un tanto pontefice sollevò a più cospicue di- 
gnità; tuttavia accennerò che colla porpora ei 
rimeritò i profondi studi in divinità di Gio: De 
Lugo, e gli esimi servigi resi alla S. Sede da 
Vincenzo Maculani, detto poi per antonomasia il 
cardinale di S. Clemente, venuto in fama di va- 
loroso nella scienza del De Marchi ; e se l' in- 
vidia potè ritardare, non potè impedire che ren- 
desse uguale onore ai talenti diplomatici di Giu- 
lio Mazzarini invidiabile gloria della patria mia (2) 
ove vide la luce del giorno. Frattanto innalzan- 
do a più ragguardevoli onori delia prelatura 
Alessandro Chigi, e affidando alla sua prudenza, 
e al suo genio conciliatore ingentilito dalle mu- 
se, ardue incombenze e difficili nunziature , in 



(1) Si legge nella dedicatoria: « Presento a'piedi della ti. V- 
queste mie considerazioni intorno alla misura delle acque cor- 
renli , nelle qn^ili se mi sarà succeduto in materia lant(» difficile 
e intatta dagli scrittovi auliclii e moderni, l'avere ritrovato quaU 
che cosa di vero, sarà slatu effetto del comandamento di Vostra 
Beatitudine ec. ec. ». 

(2) Pescina piccola citlà vescovili- nellu rejjione de'marsi, 
e non di'i sanniti , come cJice il Ciaconio ( Kitae et res gestae 
PP. llPv. ec. Tom. IV). Più grave poi è lo sbaglio di coloro, i 
quali dicono il Mazzarini nativo di Ronia. mettono in dubbio 
the nascesse in Pescina : citai altrove ( Ricerche storico fisiche 
sul lago Fucino per Salvatore Proja yià lettore di filosofia nel 
yen. sennnario di Rieti, Roma 1835) la fede battesimale, di cu» 
conservo una copia autentica, e il dotto amico , a cui scrivo, la 
riporta teslualmetite all'articolo Mazzarini. 

GATCLin. 8 



lU 

lui preparava alla chiesa un Alessandro VII. 
Altrettanto è a dire di Giulio Rospigliosi ado- 
rato poi dal mondo col nome di Clemente IX. 
Vero è che la scala, per la quale si ascende a 
queste sublimi dignità , è quella di Giacobbe , 
che poggiava in cielo ; ma è vero ancora che 
la medesima avea pure il suo puntello in terra; 
ed io non saprei qual altro più fermo potesse 
Urbano assegnarle che quello dell' ingegno e 
della virtù. 

Vi sono però certi spiriti privilegiati nati- 
fatti per aggrandire la scienza , non per usu- 
fruttuarla a loro prò; per illuminare la società, 
non per correre i gradi della sua politica costi- 
tuzione; per scrivere il loro nome nelle incor- 
ruttibili pergamene de' cieli , non nei caduchi 
annali dei regni e delle città. Tuttavia anch'essi 
hanno bisogno del patrocinio dei principi, come 
le aquile generose dell' appoggio dell' aria per 
ispingere gli arditi loro voli sino alla regione 
del sole. E ben l'ottennero da Urbano Vili que- 
gli spiriti privilegiatissimi, che capitanati da Fe- 
derico Cesi , già da più anni si travagliavano 
per rimettere in seggio la vera italica filosofia, 
la filosofia della sperienza e della osservazione, 
sostenendo con forte e religioso animo lunga e 
indegnissima persecuzione. L'accademia dei Lin- 
cei sarà sempre d' immortai gloria all'Italia no- 
stra , e questa gloria è in gran parte dovuta al 
pontefice Urbano , che la favoreggiò in tutte 
^niise e 1' accolse all' ombra del gran manto. Mi 
ha fatto sempre maraviglia , che gli scrittori 



115 

della sua vita si passassero dal farne menzio- 
ne. Voi avete supplito alla loro poca accortez- 
za ; io supplirò alla brevità, a cui vi costrinse 
r indole e la natura di un articolo , in cui do- 
vevate miniare tutta la vita di un gran papa. 
Riprendo le mosse dal giorno memorando, 
in che questi ascese al sommo pontificato. Il 
Mascardi descrisse le pompe capitoline (1) e 
la letizia popolare per il fausto avvenimento: 
la descrizione . è vera , leggiadrissima , ma le 
pompe furono vane, la letizia menzognera , da 
cui altro non si tragge che questa illazione: il 
popolo d' allora era simile a quello di oggi, che 
aspetta dai novelli principi la pioggia della man- 
na; dove questa manchi, o sia di poca durata, 
la letizia si cangia in lutto. Ben altro si argo- 
menta dai plausi e dall'allegrezza degli uomini 
sapienti, usi a piangere nel cuor loro quando 
non veggono nei novelli re regie virtù; se e' si 
rallegrano, la loro allegrezza è schietta, disin- 
teressata , è figlia del convincimento e della 
persuasione che il novello re ben merita di re- 
gnare. Tanto è a dire degli accademici Lincei: 
e voi ottimamente vi apponeste rimembrando 
r allegrezza loro ad indizio dei grandi meriti del 
Barberini per ascendere al pontificato. Ma ciò 
voi solo potevate fare, che in cento luoghi del 
vostro Dizionario avete fatto conoscere quali gran- 
di uomini e' si fossero il Cesi, 1' Eckio, lo Stel- 



li) V. PiMse volgari di M. Agosliuo Mascardi, Veuczia J(ili3, 
BrÌ!:ouci. 



IIG 
luti , il Galilei , il Colonna , il Porta e quanti 
tolsero dalla Lince il nome, e n'ebbero l'acuto 
vedere nel buio, in cbe si avvolgevano i filosofi 
di queir età. Appello al colossale articolo Uni- 
versità romana teste uscito dalla vostra dotta 
penna , in cui vi è avvenuto parlare di alcuni 
di loro, massime del Cesi, e dei due celeberrimi 
professori Luca Valerio e Giovanni Fabro; e a 
quello di assai più antica data (1840) Accade- 
mie romane , nel quale da storico franco e co- 
scienzioso, sicuro di non andare errato nel pa- 
ragone , scriveste non esservene stata alcun altra 
delle tante fondate in Roma sullo scorcio del secolo 
XVI al principiare del XVII paragonabile a quel- 
la dei Lincei. E che ! La si vorrebbe forse po- 
sporre alle accademie degli Umoristi^ dei Fan- 
tastici^ degli Assetati \ E dovrò io dirlo! Così fece 
monsignore Agostino Favoriti quando in mezzo 
alle lodi vituperò Virginio Cesarini perchè fatto 
più maturo di anni e di senno aveva disertate 
le sudette adunanze per trasvolare a quella dei 
Lincei , la quale , a detta sua, altro non era 
che una setta di filosofi dal vanitoso nome e 
dal misterioso anello, qui e coelo se devocasse glo- 
riabantur veram ac germanam philosophiam . ... et 
nullas habebant certas sedes^ nec ceterarum acade- 
miarum morem, sequebantur statis diebus in unum 

conveniendi eorum vero princeps Fridericus 

Caesius erai litterarum amator potius^ quam peritus., 
post cuius mortem brevi Lynceorum memoria ita 
extincta est, ut ad aetatem hanc nostrani vix levis 



117 

aura perveneril (1). Se queste siano menzogne, ov- 
vero ingiurie , io non saprei definirlo; so bene 
che il Pagliarini le reputò dileggi e morsi di 
retori e di sofisti (2). Fridericus Caesws erat lit- 
terarum amalor polius^ quam peritns ! Chi è costui, 
che giudica così leggermente, per non dire te- 
merariamente , dell' autore immortale delle Ta- 
vole fitosofìche? Forse un filosofo? ma scientifici 
e filosofi insigni lo collocarono alla testa dei 
ristoratori della naturale filosofia, allato di Ba- 
cone (3). Forse uno storico ? ma lo storico più 
illustre delle nostre lettere Girolamo Tiraboschi 
non seppe decidere se il Cesi più giovasse alle 
scienze colla sua munificenza, o col suo straor- 
dinario ingegno (4); e l'espositore felice del Mu- 
seo Mazzucchelliano lo giudicò ben degno della 
medaglia in bronzo scolpitagli dai posteri , dei 
quali studiossi tanto di rendersi benemerito (5). 
Quanto al Cesarini basti il ricordare che un Ro- 
berto card. Bellarmino soleva appellarlo Pico 
novello; nella qual lode uscita da Ijocca così sa- 
piente , da labbro così circospetto, ognun vede 
raffigurato il filosofo Linceo, anziché il poeta 



(1) V. Seplem illustrium virorum poemala, pag. 428. Vir- 
ginii Caesarini vita , auclore Juguslino Favorito, Arnslelodami 
apud Elzevirum 16/2. 

(2) V. Giornale leMerario del Pagliarini ari. 1744-45. 

(5; Haller . Bibliotheca botanica; Du Petit Thouars , Bio- 
grafia universale , articolo Recchi; ec. ec. 

(4) Storia della letteratura italiana, voi. Vili Roma 178.T. 

(5) Musneum Mazzticchellianum , sive numisniata quae 
upud Joan. coni. Mazzncchelli Brixiae asscrvantur a P. Aiit. 
(iaelanis illiisCrata. Vetietii.s 1761. 



118 

fantaslico^ o del òe/f ///«ore. La lettera poi Sulla /lui- 
di là de cieli (1), che il Cesi intitolò al venerando 
porporato, non lascia dubitare del pregio in che 
questi teneva i profondi studi delle cose natura- 
li. 1 quali solo agii occhi del Favoriti appar- 
vero spregevoli e vani ; ma compatiamolo. Il 
dabben monsignore peccò del peccato di tutti 
coloro, che vilipendono ciò che non sanno , e 
non apprezzano punto gli studi diversi da quelli, 
eh' e' prediliggono. Uso a scrivere versi per nozze 
e funebri elogi, gli parve che il Cesi nulla avesse 
fatto scrivendo l'amplissimo codice Thealnim na- 
turale^ da cui furono cavati in progresso di tem- 
po non pochi volumi. Uso d'intervenire alle adu- 
nanze degl' Infecondi , degli Ordinali, de Begli 
umori accompagnate da canti e da sinfonie mu- 
sicali, popolose di dame e di cavalieri plaudenti 
a' suoi carmi de caslaneis , de nocturno bubonis 
canlu (2), gli parvero spregevoli e indegne del 
nome di accademiche le adunanze dei Lincei ac- 
compagnale dall'armonia degli astri quando ne 
accrescevano il numero , o ne vagheggiavano 
co' lor cannocchiali non più viste bellezze; se- 
guite dagli applausi della natura quando ne di- 
vinavano i nascosi segreti. Da ultimo se il nome 
di Linceo non giunse mai altitonante all'orecchio 
del Favoriti , ma appena aveva egli udito a sus- 
surrarlo da aura leggera^ non saprei al tramenti 



(1) Questa lettera colla risposta del c:ircl. Bellarmino la ri- 
porta il P. Scheiner oella Rosa Ursina , Biescia 1650. 

(2) Si trovano nella raccolta sopracitala Septem iUustrittm 
vinoruin poemala. 



119 

spiegare lo strano accidente , che attribuendolo 
alla sua sordità. Fu tale il romore che menò 
a' suoi dì (1651) la pubblicazione delia. Storia 
naliirale del Messico di N. A. Recchi rinvenuta 
ed illustrata dagh accademici Lincei, che parmi 
ancora di udire gli sperticati elogi, che ebbe da 
tutte parti Alfonso Turriano ambasciadore spa- 
gnuolo per aver solo contribuito al compimento 
della già troppo ritardata e desideratissima stam- 
pa , come dirò a suo luogo. 

Perdonate , o virtuosissimo cavaliere, se ho 
asperso del sale dell' ironia le oltraggiose ac- 
cuse fatte agli accademici Lincei da uno scrit- 
tore quasi loro contemporaneo. A certe stra- 
nezze degli uomini non si può rispondere che 
a questo modo. Se voi faceste altrettanto con 
que' che vi negano il merito insigne di essere 
voi, voi solo l'autore di meglio che novanta vo- 
lumi , perchè non usaste in prima giovinezza 
alle panche dei licei e delle università, forse si 
ricrederebbero , e appareriano una volta , che 
r ingegno e lo studio indefesso sono i nostri 
veri maestri. Ma ciò sia detto come di pas- 
saggio: e ritorno subito al nostro proposito, che 
è quello di far servire la storia dei Lincei a lode 
di Urbano, e quella di Urbano a lode dei Lincei. 

Che sì , come voi avete narrato, gli accade- 
mici Lincei assai si rallegrarono per l'esaltazione 
del Barberini al sommo pontificato : al fausto an- 
nunzio uscitone dal Vaticano , la gioia sorrise 
sul loro sembiante, e le sale dei loro dotti con- 
vegni echeggiarono di osanna. Ciò prova che 



120 

essi avevano in grande estimazione la molta 
dottrina e 1' eccelse virtìi di lui , e forte con- 
fidavano che come in privata condizione era stato 
splendido ornamento d'illustri accademie (1), così 
principe e papa ne saria divenuto munifico e 
henemerito proteggitore, e alla loro, più che ad 
ogni altra , quasi propaganda scientifica presso 
quella della rehgione, avria accordato il suo va- 
levole patrocinio. Un sol pensiero li conturba- 
va, cioè che le buone intenzioni del principe 
verso i letterati spesso rimangono sterili e senza 
effetto per la malefica influenza delle persone 
di corte , se tristi o ignoranti ; ma quando vi- 
dero intorno al trono di Urbano il Ciampoli e 
il Cesarini , ambi loro amici e colleghi , ambi 
eminenti per virtìi e per dottrina, disparve ogni 
timore, e la loro letizia fu compiuta. A colmo 
di fortuna Urbano Vili aveva un nipote , che 
assai desiderava di sedere fra loro: e non tar- 
darono a farnelo pago. Era Francesco, divenuto 
poco di poi cardinale, primo ministro, e arbi- 
tro dei favori dell' augusto suo zio. Che altro 
potevano bramare i Lincei per impromettersi 
dal pontificato del Barberini il più largo patro- 
cinio ? Tuttavia eccoli affannosi nel chiederlo e 
nel provocarlo. Il giorno 11 ottobre del 1623 
ossequiosi e riverenti si presentarono al novel- 



li ) Va ricordata quella dei Gelali di Bologna, specie (Visti- 
trito per le molte sezioni , in cui era divisa, ciuè di poesia , di 
filosofia morale, di astronomia, di antichità oc. 



121 

io [)oiitefice con in mano il Saggiatore di Ga- 
lileo Galilei e così gli parlarono: 

Beatissimo Padre 

« In questo universale giubilo delle buone 

» lettere, anzi dell' istessa virtù, mentre la città 

» tutta, e specialmente la S. Sede, più che mai 

» risplende per esservi la Santità Vostra da ce- 

» leste e divina disposizione collocata, e non vi 

» è mente alcuna, che non si accenda a lode- 

» voli studi e a degne operazioni, per venera- 

» re, imitando, esempio sì eminente ; veniamo 

» noi a comparirle davanti, carichi d' infiniti ob- 

» blighi per li benefìcii sempre dalla sua beni- 

« gna mano ricevuti, e pieni di contento e di 

» allegrezza per vedere in così sublime seggio 

» un tanto padrone esaltato. Portiamo per sag- 

» gio della nostra devozione , e per tribu- 

» to della nostra vera servitù il Saggiatore del 

» nostro Galileo, del fiorentino scopritore, non 

» di nuove terre , ma di non più vedute par- 

» ti del cielo. Questo contiene investigazio- 

» hi di quegli splendori celesti , che mag- 

« gior maraviglia sogliono apportare. Lo de- 

» dichiamo e doniamo alla S. V. come a quel- 

» la, che ha l'anima di veri ornamenti e splen- 

» dori ripiena , e che ha ad altissime imprese 

» l'eroica mente rivolta, desiderando che que- 

» sto ragionamento d' inusitate faci del cielo sia 

» a lei segno di quel più vivo ed ardente af- 

» letto, che è in noi, di servire e di meritare 



122 

» la grazia di V. S. , a' cui piedi intanto umil-r 
tt monte inchinandoci , la supplichiamo a man- 
« tener favoriti i nostri studi coi cortesi raggi 
« e vigoroso calore della sua benignissima pro- 
» tezione « (1). 

A questo , tuttoché ossequiosissimo e no- 
bilissimo indirizzo, ogni altro principe avrebbe 
forse risposto: Timeo danaos et dona ferentes. È 
noto che il Galilei scrisse il Saggiatore per di- 
fendere le sue opinioni e quelle del suo colle- 
ga Mario Guiducci acremente tartassate dall' 
autore della Libra astronomica nascoso sotto il 
nome anagrammatico di Lotario Sarsi Sigensa- 
no (2). Pertanto chi avesse accettato la dedi- 
catoria del libro galiieano , si saria in certa 
guisa dichiarato fautore del medesimo, e avver- 
satore della Libra astronomica del Sarsi. Papa 
Urbano ebbe mente e coraggio di farlo, e fa- 
cendolo par che dicesse agli Accademici Lincei: 
Proseguite alacremente nei vostri studi; non vi 
sgomentino i clamori della bassa invidia, e del- 
la garrula ignoranza. Di fermo appena che il 
Galilei ebbe udito la generosa accoglienza fatta 
al suo libro dal magnanimo pontefice , mani- 
festò al principe Cesi il suo vivo desiderio di 
recarsi tosto a Roma: dacché^ gli diceva, io rag- 
giro nella mente cose di non piccolo momento per 
la repubblica letteraria^ le quali se non si effettuano 



(J) V. Volume IV delle Opere di Galileo Galilei. Firenze, 
Società editrice horenlina 1844. 

(2) P, Orazio Grassi D.C.D.G. 



123 

in questa mirabile congiuntura^ non occorre^ almeno 
•per quello che si spelta per la parte mia^ sperare 
rf' incontrarne mai più una simile (1). Venne di- 
fatti pochi mesi dipoi all'alma città, e vi fu ac- 
colto con estremo giubilo da' suoi colleghi, con 
indicibile benignità dal gran pontefice. Il qua- 
le, se vate aveva magnificato le sue scoperte (2), 
assiso sul trono dei Cesari e dei successori di 
Pietro, non lasciò ripartire senza accomiatarlo 
con ricchi presenti, e con lettere apostoliche (3), 
che diresti troppo onorifiche, dove vi fosse stato 
onore bastevole a rimeritare un Galileo Galilei. 
Che se nulla questi potè concludere intorno 
alle cose che aggirava nell' alta sua mente, non 
ad Urbano se ne deve far colpa, ma alla sfavo- 
revole condizione degli spiriti , che dovevano 
accoglierle ed abbracciarle : in tempi simili ai 
nostri, ogni cosa avrebbe condotto a felice com- 
pimento. 

L' altre opere, onde i Lincei più diretta- 
mente e in modo più lusinghiero procurarono 
di attirarsi la grazia di Urbano , è lo Apiario. 
Dico in modo più lusinghiero , avvegnaché po- 
chi sono i principi, che la scienza inghirlandò 
delle sue gioie , come lo si vede in questo li- 
bro. Bella , arcibellissima , come ognun sa , è 
l'impresa Barberiniana, che ha .nel suo campo 



(1) Brano della lellera di Galileo Galilei a Fed. Cesi 9 ot- 
tobre 1623 stampata nel giornale letterario dei P;.g!iarini au. 1749. 

(2) V. Venturi P. I p«g. 82. 

(3) Lo confessa l'istesso Fabroni (Fitae ilalorum ec. Tom. 1) 
nella viln del Galilei, tutlocliè inchinev- le a niisdn e di Urbano Vili- 



12i 

tre api dall« ali spiegate, è sormontata da una 
corona d' alloro , ed è accompagnata dal motto 
« Hic domus^ hic patria est » . Il dotto loiolese P. 
Bonanni avvisa (1) , che Urbano stesso ne fu 
r inventore , e ne trasse l'idea dal lib. VII del- 
l' Eneide , dove Virgilio racconta i prodigi ope- 
rati dagli iddii per impedire il connubio di La- 
vinia con Turno; talché come il mantovano poeta 
colie api volate all'alloro volle esprimere i tro- 
iani venuti a posare nel Lazio , così i! magno 
Barberini co' medesimi simboli volle significare 
il passaggio de' suoi antenati da Fiorenza a Ro- 
ma nel 1535 sotto il pontificato di Paolo lU. 
Il motto virgiliano « Èie domus^ hic patria est » 
conferma l'opinione del Bonanni, ed io l'accetto 
a preferenza di quella del vostro diligenlissimo 
Repetti , la quale mi perito anche di ramme- 
morare; tuttavia egli è certo che quando Maffeo 
Barberini fu creato pontefice, la sua dinastica 
insegna venne spiegata tutt' altramenti. l poeti, 
i retori, gli artisti trassero dal lauro, e piìi dalle 
api, allusioni infinite relative alle virtù di lui. 
Se l'eloquenza usciva spontanea dal suo labbro, 
era il mele che stillava dolcissimo dai fiali delle 
api ; se dava giusto assetto alla cosa pubblica, 
questo era il mirabile assetto, che danno a'ioro 
alveari Le api architettrici e geometre (2); come 
poeta le api di Pindaro e di Orazio gli avevano 
fatto sul labbro il loro nido: come re aveva sem- 



(1) V. Numismata PP. RR Tom. 2, Tom, 2, Romae 1699, 

(2) Rucellai. 



125 

pre pronti gli aculei delle sue api a difesa dello 
stato. Egli ascese al papato come l'ape migliore 
alla maggioranza del pr'mcipsiio-melior regnahit in 
aula: egli ebbe doppio potere, come doppio è l'offi- 
cio che hanno le api - fucosa a praesepihus arcent - 
aulas et regna refgunt (1). Questi esempi sono più 
che bastevoli a far conoscere, io credo, in quanta 
celebrità, o piuttosto in quanto amore dell'uni- 
versale erano venute le api Urbane nei primi an- 
ni del felicissimo loro regno. 

Di che accortosi Federico Cesi, concepì ed 
attuò il nobile pensiero d'illustrarle con un'opera, 
che rivelasse nuovi portenti, e accrescesse i pregi 
e le bellezze degli emblematici animaluzzi. Dicasi 
pure dai poco teneri della patria nostra, che fu l'o- 
landese Cornelio Drebbel, o tal altro artigiano di 
più oscuro nome, il primo inventore del microsco- 
pio: chi potrà negare ai Lincei la gloria d'essere 
stati i primi a rivolgere questo ottico congegno al- 
l'ingrandimento dell'umano sapere, di averlo fab- 
bricato con più acconci artificii, d'averlo appellato 
con più convenevole nome (2) che non era quello 
di occhiale e di occhialino? Monumento insigne 
di questa lor gloria, come della loro devozione ad 

(1) Per refugiunt, come interpreta Mascardi nelle Ponife Ca- 
pitoline, 

(2) Propriamente Giovanni Fabro lo cliiamò microscopio 
(veder gli oggetti piccoli), e Fabio Colonna engliiscopio (veder 
vicino). Ciò avvenne quasi al tempo stesso: e perciò non è giusta 
l'osservazione, che leggesi neW Enciclopedia popolare di Torino 
art. Microscopio, cioè : alcuni prelesero di designare cotesto stru. 
triQnto col nome di ENGISCOPIO, ma questa noi^ità non fu 
adottata dai fisici, e prevalse il nome primitii'o reso venerabile 

'dal tempo. 



126 

Urbano, è appunto 1' Apiario. Nel frontespizio 
magnificamente intagliato da M. Greuter si vede 
il trigono delle api Barberiniane ritratte non co- 
me all'occhio nudo si manifestano, ma come elle 
sono in sé, e Stelluti le scorse munito l'occhio del 
magico ordigno foggiato dalle mani stesse del Ga- 
lilei. Indarno la gelosa natura si sforzò di nascon- 
dere i suoi artifizi nell'organamento di sì piccoli 
e privilegiati insetti; il Linceo non pili dalla lunga 
vista, ma microveggente, li ritrasse in diversi 
sembianti (1), li notomizzò in tutte le parti, e 
scoprì in essoloro non con minore suo gusto che 
maraviglia^ membretti singolarissimi^ né da Aristo- 
tile , ne da verun altro filosofo e naturalista mai os- 
servali ^ né conosciuti (2). Oltre gli api triformi, 
e altri allusivi ornamenti, vi sono nel frontespizio 
varie leggende. Primeggia per postura, e per me- 
rito tipografico la dedicatoria ad Urbano (3), la 
quale dove fosse imitata dai moderni dedicanti, le 
scienze e le lettere si presenterebbero a' principi 
riverenti, ma non adulatrici, acconciate, ma non 
vanitose: Quasi a posa e ad istruzione dell'occhio 
contemplatore riempiono il vacuo sotto le api ot- 



'1) Moslrauo uno la schieua, l'altro il f'utico, e l'iiitro il 
petto. 

(2) Sono p;i'o!e delio slesso Stelluti nc-lU Nola 5 alla Salirà 
prima del suo Persio, Roma 1630. 

(5) Urb.irio Vili. Pont Opl. M-ix. 

Curn accuratior MEAI220ri' A'I'l'A 

X Lynceofuin Acadeniia 

in PerpeUiae Devotionis symboluin 

ipsi offerretiir. 



127 

to elegantissimi distici di Giusto Riquio (1) ultimo 
di tempo, non ultimo di merito nell' albo dei Lin- 
cei. Nell'infimo luogo stassi tutto umile in tanta 
gloria il nome di colui (2) che accrebbe col mi- 
croscopio i pregi delle api urbane, e rese colle api 
urbane più rinomata l'invenzione del microscopio. 
Quanto aWApiario propriamente detto, lo 
compose il principe Cesi sopra i disegni originali 
del fabrianese,ed è un trattato dei melliferi, breve, 
bensì e a modo di tavole sinottiche , ma pieno di 
zoologica sapienza, e di profonda filosofia, a svol- 
gere la quale non basteria un grosso volume. Dal 
titolo (3) si pare che questo trattato avria fatto parte 
dell'immensa opera Theatrum totius naturae^ che 
oggi direbbesi Cosmos^ se a compierla non fosse 
mancata al sapientissimo principe innanzi tempo 
la vita. Si potrebbe dire del Cesi quello che fu 
detto di Raffaello .... timuit quo sospite vinci - 
Rerum magna parens. Le sue opere o rimasero 
inedite ed incomplete, o venute in luce le distrus- 
se il tempo precocemente edace. Appartengono 



(1) Altri scrivono Ryquio e Rycquio. ' Questo illustre lette- 
rato fii uno dei più. caldi parlcggiatori delia gloria di Torquato 
Tasso, in lode del quale scrisse alcuni leggiadri endecasillabi, e 
la sì pietosa epigrafe Ilospes quicumque es ec, riferita dal To- 
niassini ( Elogia illustrium virorum ) n»a ben diversa da quella 
tuttora esistente nella cliiesa di S. Onofrio fattavi scolpire dal card. 
Bevilacqua. 

(2) Franciscus Stelluti l.ynceus Fabrìanen microscopio ob- 
servabal 1625. 

(3) \'p\at'ì\im - Ex frnnlespiciis Naluralis Theatri principis 
Fed Caesii ec. depromptum , quo universa ^ìeUiiicum Jamilia. 
ftb suis prae-generibus derivata in suas specie sac differentias 
distribula in physicum conspccturn adducitur. 



1^8 
al primo novero il Teatro nalurale^ e le altre dot- 
tissime lucubrazioni, che Fabio Colonna nel 1628 
annunziava come prossime ad essere stampate (1): 
appartengono al secondo le Tavole filosofiche prin- 
cipalmente e V Apiario^ il quale è divenuto così 
raro a'giorni nostri, che l'esimio duca D. Baldas- 
sare Odescalchi, autore della più copiosa, ma 
sempre scarsa storia, che abbiamo, degli antichi 
Lincei, potè appena rinvenirne un esemplare fra 
le immense dovizie della Vaticana. La libreria 
stessa dei Barberini difetta del testo cesiano, e 
solo possiede il frontespizio intagliato dal Greuter 
giustamente custoditovi con maggior gelosia, che 
non le api in gemme rammemorate dal conte Te- 
zio nella descrizione delle scientifiche suppellet- 
tili di quella celeberrima biblioteca. Il rivelarne 
adunque un'altra copia integra, nitida, conserva- 
tissima, ridonda a fortuna del rivelante, a decoro 
della biblioteca, che n'è la posseditrice, a diletto 
e vantaggio di chiunque voglia o vagheggiarla per 
curiosità, o studiarla per giovarsene. Io sono il 
rivelante: la biblioteca Lancisiana^ a cui ho l'ono- 
re di soprantendere, n'è la posseditrice: e voi, o 
caro cavaliere, spero che verrete quanto prima a 
svolgere le dotte pagine, ad ammirarne il nobile 
frontespizio. 

E qui lascerei le api nel loro Apiario^ se 

(1) Theatrum porro et aliae varine excmi principis doctis- 
simae lucubraliones tjuamprimum ut sludiosorum gratiam praelo 
subiicientur , ex quibus quantum scientiis variis acquirendis 
insudaverit , et quantum in its profecerit , omnibus palam fiet. 
V. Fabii Columnae Lyncci ADUolaliones et addittones in Remi» 
Meclicaruni uovac Hispaniae IN. A Ricilii volumen. 



129 

poi non fossero volate ad altro nido. Le muse 
le accolsero nel loro Parnaso quasi a segno di 
amistà tra la filosofia e la nobile poesia. Indar- 
no si va spargendo che il Cesi escluse dalla sua 
accademia i poeti nella guisa che li aveva esclu- 
si Platone dalla sua repubblica; come il roma- 
no così il greco filosofo abborrivano i frivoli e 
licenziosi, non i gravi e morigerati poeti. E che 
di questi più d' uno vi fosse fra i Lincei, niu- 
no può negarlo che conosca il valore poetico 
del Rycquio, dell' Adimari , e dello Sfelluti , in 
grazia del quale io spendo queste poche paro- 
le. Dico pertanto che Francesco Stelluti coltivò 
con eguale ardore le scienze e la soda lettera- 
tura, nella quale, al pari che in quelle, otten- 
ne bella fama di valoroso. Appello al suo Per- 
sio tradotta in verso sciolto e dichiarato.^ che Ales- 
sandro Adimari e Cassiano del Pozzo suoi con- 
temporanei commendarono altamente , e dopo 
due secoli mantiene tuttora bella e fiorente la vi- 
ta., secondochè dal consenso di recenti scrittori 
ha ben argomentato il Ramelli ((). La qual co- 
sa io credo doversi attribuire non tanto all'ele- 
ganza e alla proprietà del dettato in mezzo alla 
generale corruzione, onde il Marini aveva am- 
morbate le italiane lettere , ma più alla molta 
dottrina, che lo Stelluti possedeva, e di cui ha 
bisogno ognuno che prende ad interpretare e a 
voltare in altro idioma il satirico di Volterra. 



(1) Discorso biLorno a Francesco Stellati da Fabriano 
accademico Linceo- Roma 1841. 

G.A.T.CLIIL 9 



130 

Ora tra le dottissime note, di Cui lo Stelluti ar- 
ricchì il suo Persio, fa bella mostra di se nella 
satira prima quella in cui riprodusse le sue os- 
servazioni sulle api con nuovi confronti e mi- 
glioramenti. Vero è che più del bisogno d'illu- 
strare il testo , a ciò l' indusse il desiderio di 
gratificar al cardinal Francesco Barberini, a cui 
il libro è intitolato, e forse anche quello di di- 
vulgare maggiormente i suoi trovati ; ma per 
s\ nobili motivi chi non perdoneria una nota 
ancorché fuori di luogo ? Arroge che non a sé, 
ma alla sua accademia l' autore intendeva di 
attirare il favore dei Barberini, e il plauso dei 
sapienti. Noi poi dobbiamo essergli obbligati , 
che nella scarsezza degli esemplari del fron- 
tespizio greuteriano, possiamo vedere nel Per- 
sio un 'altra simile incisione, meno nobile bensì 
per pregio artistico, ma più dichiarata. 

Così essendo , ditemi, o gentilissimo degli 
amici, siete voi disposto a condonare allo Stel- 
luti il sovraccarico di una noia al suo Persio? 
E bene, condonate anche a me un soprappiù a 
questa lettera. Tengo tra mani e sotto gli occhi 
il libro Stellutiano, e non mi dà l'animo di la- 
sciarlo senza dirvi un non nulla dell'altra nota, in 
cui r autore, non fuor di luogo , ma a rigore 
di stretto comento, entra a parlare della Lince, 
cara insegna della sua accademia. Come sapete, 
il baldo volterrano nella satira prima ripren- 
de agramente i poeti servili, lascivi, immorali, 
e principalmente i tronfi e vanitosi , in cima ai 



131 

quali motte Nerone, del cui stile tumido e af- 
fettato reca in mezzo questo saggio: 

» Torva Mimalloneis implerunt cornua bomhis 
» Et raptum vitulo caput ahlatura superbo 

» Bassaris et lyncem Maenas 

flexura corymbis 

» Evion ingeminai: reparabilis adsonat echo. » 

L' oscurità in cotesti versi non è minore 
della loro gonfiezza e affettazione ; di questa 
non potea non risentire la versione, ma quella 
bisognava cacciamela; e ciò fece lo Stelluti nelle 
note colla sua abbondosa erudizione. Il feroce 
animale che accoppiato alla tigre nel carro di 
Bacco vien guidato da Menade , donna pazza 
ed ebra, colle coccole di ellera, vi si trova de- 
scritto e raffigurato con tanta verità , che non 
mai la maggiore. E chi prima di Francesco 
Stelluti avea veduti que' due fiocchetti nelle a- 
guzze estremità delle orecchie, quelle tante mi- 
nute macchie punteggiatoci la pelle, quella tan- 
ta vivacità e splendore negli occhi, indizio della 
gran forza visiva, che li fece poi venire in pro- 
verbio ? Plinio lasciò scritto che la lince è ani- 
male forestiero ; altri che nasce solo nell'India 
e nell'Etiopia: noi crederemo piuttosto al natu- 
ralista da Fabriano , il quale narra , che essa 
nasce pure in Italia , e particolarmente negli 
Abruzzi. Si, o caro cavaliere , in quegli Abruz- 
zi ospitali, ove ci rifuggiammo, impaurile colom- 
be, nel 1849 ; in quelle giogaie che valicammo 



132 

in qualche punto con lena affannata per fuggi- 
re gli sparvieri, che ne voleano ghermire ; in 
que'monti dal maestoso aspetto, che piti o meno di 
lontano circondano il lago Fucino , e noi va- 
gheggiammo dalle alture di Tagliacozzo, e dal 
poggio eminente della bella iVIagliano , ivi na- 
scono e allignano le linci , di là partirono vive 
e briose le due linci, da cui lo Stelluti ritras- 
se l'espressiva incisione, che adorna il suo Per- 
sio (1). Eccovi manifestata in questa rimem- 
branza la vera ragione della mia digressione : 
e sarò ben contento se l'associazione delle idee 
vi farà inoltre ritornare alla mente il desiderio, 
che lasciaste di voi in que' paesi, in quelle illu- 
stri famiglie , che ci furono larghe delle loro 
cortesie. 

Gran lode si debbe a Francesco Stelluti 
perav(r rivolto il microscopio a così nobile uso, 
mentre nelle mani dei nobili e dei cortigiani 
era strumento di vana curiosità e di puerile tra- 
stullo; ma forse più utilmente l'adoperarono gli 
altri suoi colleghi Gio: Fabro anatomico e zoo- 
logo infaticabile, Fabio Colonna e Federico Cesi 
principi dei botanici. Questo però non è il luo- 
go di parlarne: dico solo che negli Animali mes- 
sicani del Fabro, nelle note al Recchi di Fabio 
Colonna, e nel trattato delle Stirpi imperfette del 



(1) Mentre sto ora queste cose servendo, V ilìmo sig. card. 
Fr, Barberini n ha mandate due y cioè maschio e f emina all' eC' 
cellentissimo sig. principe di S j4ngelo presa iie'inonti d'Abruzzo. 
Alleva detti animali questo signore con molto gusto per essere 
la lince impreca della nostra accademia ce- Stelluti loc. cit. 



133 

Cesi , si trovano i primi esempi delle potenze 
del microscopio per giungere aiJa cognizione di 
que' veri, che la natura par volesse tenerci ce- 
lati. Sarà egli questo ottico congegno egualmen- 
te potente nei disvelarci la sede dei nostri mor- 
bi, e le alterazioni del nostro organamento? Tan- 
to è a sperare dagli studi del Lebert (1), del- 
l' Hoefle (2), del Calmeil (3), del Donne (4), del 

Gastaldi (5) e della scuola di clinica medica 

della nostra università diretta dai chiari professo- 
ri Benedetto Viale e Domenico De CroUis. La 
scienza poi registrando ne'suoi annali questi pro- 
gressi, non potrà non rannodarli all' Apiario, onde 
gli accademici Lincei illustrando lo stemma di papa 
Barberini ostentarono al mondo i primi prodigi del- 
la microscopia. So bene che il nome di Urbano Vili 
durerà immortale nei fasti della Chiesa; ma for- 
se non è anche una bella gloria per un roma- 
no pontefice durare immortale nei fasti della 
scienza ? Perchè io mm comprendo come il 



(1) H. Lebert autore Hella classica opera « Traile d' anatomie 
palhologique ec. Paris 1854-58. » 

(2) Professore nell' univei'silà di Heidelberg , autore dell'o- 
pera « La chimica e la microscopia al letto dell' ammalato » 
versione italiana, Pavia 1856. 

(3) Medico al inaniconiio di Cherenton , delle cui convin- 
zioni sul fondo materiale delle alienazioni mentali disvelato dal 
microscopio parla il sig. Castiglioni negli Annali universali di me- 
dicina voi. 154, Milano 1856 

(4) Autore dell'opera « Cours de microscopie complémen- 
taire des eludes médicales avec V atlas exécuté au microscope 
daguerrtiolype. Paris, Baìlliòre 1851. 

(5) Professore di microscopia a Torino nelle sale di S. Fran- 
cesco di Paola. 



134. 

Ciacconio nel lungo novero , che fa (1) delle 
opere dedicate ad Urbano Vili , si passi del 
Saggiatore , e deW Apiario. Sia lode a voi, che 
ne faceste particolare ed onorevole menzione , 
e ne traeste bella occasione per accrescere le 
glorie di Urbano. Solo avrei desiderato che par- 
lando del Saggiatore non aveste incolpato il Ga- 
lilei di frizzi e di mordacità: e parlando dell' Apia- 
rio non ne aveste quasi fatto un' opera di an- 
tiquaria non guari dissimile a quella del Bellori so- 
pra le medaglie efesiane, e le gemme anulari 
incisevi le api (2). Il Saggiatore, mio buon amico, 
rivela il fdosofo profondo, e lo scrittore arguto, 
non beffardo e villano ; il leone che rugge , e 
non il cane che morde. Né a temperare l'accusa 
parmi citato a proposito il passo dell' Andres : 
» La dottrina di Galileo merita ogni sorla d'indul-- 
» genza in riguardo alle bellissime cose^ che rotlica 
» e tutta la filosofia deve ad esso (3). )> Qui 1' il- 
lustre storico della filosofìa gaUleana scusa il 
Galilei quanto all'opinione intorno alla natura 
delle comete, e non quanto alle mordacità , di 
cui non mai lo ha fatto colpevole. Per ciò che 
concerne V Apiario^ esso è patentemente un la- 
voro di storia naturale: quindi sebbene sia ve- 
ro quello che voi dite, cioè che i Lincei non 
lasciarono alcun ramo di letteratura intentato indu- 



ci) rUae et res geslae PP. RK. Tom. IV. Urbanus Vili. 

(2) Juan. Bellorii Nolae in numisma la (41171 ephesia , tuni 
altarum urbium apibiis insignita. Vedi Grevio Thesaurus Aut. 
f-raec. Voi. VII. 

(3) Saggio della Jilosojia del Galilei ^9^- I'i7 Matilova 1776. 



135 

sivamente allo sludio delle antichità^ tuttavia volen- 
do recare in mezzo esempi da ciò, non dall'Apia- 
rio, ma da altri loro lavori bisognava trarneli. 
E bene ne avreste avuto il destro nella descri- 
zione, che fate in questo stesso articolo (Urbano 
Vili ) del famoso musaico di Palestrina sol che 
aveste aggiunto col dottissimo P. Kircher, che in 
origine fu rinvenuto ed illustrato da tre accade- 
mici Lincei Francesco card. Barberini, Federico 
Cesi, e Cassiano del Pozzo (1). Sorridete a queste 
mie veramente microscopiche osservazioni: sono 
proprio fatte per trovare qualche atomo di sco- 
ria in mezzo all'oro più puro , che non perde 
per questo della sua purezza. 

Che i Lincei entrassero in masffior grazia 
di Urbano dopo avergli presentato 1' Apiario , 
si pare dai molti favori, che quindi innanzi il 
magnanimo pontefice venne loro concedendo. 
Soccorse alle angustie del Riquio con una ge- 
nerosa pensione ; accrebbe a Gio: Fabro l' o- 
norario a que'dì meschinissimo di professore nel- 
r università romana; ridonò a Federico Cesi il 
pieno suo diritto al censo avito, e dichiarò inabile 
ad amministrarlo il padre, che lo venia dissi- 
pando. Frattanto compiacendosi che 1' inclito 
suo nipote card. Francesco usasse con essoloro, 
intervenisse alle loro adunanze, partecipasse alle 
loro dotte fatiche, infondeva coraggio a' loro a- 
nimi trepidanti stati per l'innanzi bersaglio alle 



(1) V. Allianasiì Kirclieri e Soc. Jasu Laliwn vctus rit no- 
\>um P. IV. Praeneste , Amslelodami 1671. 



136 

più nere calunnie. Questo è il vero titolo, on- 
de i Barberini ben meritarono dei Lincei, cioè 
r averli avuti in conto di probi e onesti citta- 
dini, non di miscredenti o felloni ; di conosci- 
tori profondi degli arcani della natura, non di 
stregoni e fattucchieri , come 1' ipocrita igno- 
ranza andava buccinando. Dissi i Barberini: av- 
vegnaché, dalla dignità in fuori, il card. Fran- 
cesco non valea da meno dell' augusto suo zio 
per trarre appo sé l'opinione dell'universale. 
Era egli d' indole nobile e generosa ; bello del- 
la persona, più bello dell' animo e del cuore ; 
verde di età, maturo di senno ; la porpora lo 
trovò già adorno del pallio di fdosofo e della 
toga dottorale ; il potere di primo ministro lo 
trovò già potentissimo nell' animo de' popoli ; 
e se cardinale e ministro gli crebbero i pro- 
venti , questi adoperò a sollievo de' poverelli 
innanzi tutto: poi ad ornamento e decoro de' 
sacri templi; in ultimo nel rendere la sua ma- 
gione, la magione di Apollo e di Minerva, delle 
scienze e delle arti : tanti erano i libri ed i 
manoscritti, le statue, i dipinti, i minerali , le 
rarità naturali, che vi avea adunate ! Pertanto 
ognuno che il vedea conversare co'Lincei, con al 
dito l'anello linceo, sempre in mezzo agli accade- 
mici Lincei , tosto argomentava da questa di- 
mestichezza essere l' accademia dei Lincei la 
prestante società di Cicerone, qua boni viri mo- 
ribus similes siint familiariler coniuncli. E noi 
quale conseguenza trarremo dal sapere che gli 
accademici Lincei aggregarano al loro istituto 



137 

Francesco Barberini ? Non altra che questa, cioè 
che r esimio prelato (1) avea gli alti pregi ri- 
chiesti a far parte di una società letteraria , 
alla quale non erano ammessi che uomini emi- 
nenti per virtù e per dottrina , e non furono 
che 32. Dirò di vantaggio , ed è che gli ac-^ 
cademici Lincei giustamente lo salutarono altre- 
sì loro precipuo patrono e signore (2). E che ! 
Non fu egli che estese le loro relazioni co' pri- 
mi dotti d'Europa? Non fu la sua casa il loro 
più gradito e più frequente ritrovo? La sua bi- 
blioteca , i suoi musei, i suoi orti botanici non 
furono sempre a piena loro disposizione ? E 
quando la Parca crudele recise innanzi tempo 
il filo prezioso della vita del loro principe e pa- 
dre amorevolissimo Federico Cesi, chi terse loro 
le lagrime, chi si fece tutore della loro orfa- 
nezza? Francesco Stelluti, fa cuore, che le 
cose della tua accademia non anderanno in rovina: 
i tuoi illustri colleghi Cassiano del Pozzo e Gio: 
Ciampoli le ripararono in casa e sotto l'usbergo 
del card. Barberini, secondo che tu stesso ne li 
scongiuri con quella commoventissima lettera (3) 



(1) Dico prelato: la sua iscrizione all' accarJ. dei Lincei 
avvenne il giorno innanzi al concistoro ( 1 oltolne 1613 ), in cui fu 
creato cardinale. 

(2) Quem huic novo operi , annalaliuitcuUs , succinctis qut- 
dem , sed botanicis, uli spero non initiUibus , quaesliun acqui' 
sivi, eum apud te accademiae I.yiiceorum PRAECIPUUM PA- 
TRON UM, luoq. honori et numinis clcbritali inscribere coni' 
moneor. Fabio Colonna nelle noie al Tesoro Messicano di cui qui 
ajipresso. 

(5) La riporta l'OdescHlcln nelle sue Memorie storico- crilic/tc 
dell' accad. dei Lincei pii; 196 Kuma 1806, 



138 

che loro scriveva da Acquasparta tra i singulti 
ed il pianto, calde ancora le ceneri di Federico. 
Come il sole talvolta s'indua e si riproduce 
nella brillante meteora, che si appella parelio, co- 
si Urbano Vili sole degli ingegni, di Roma, e del- 
la cristianità, si piacque di splendere e quasi d'in- 
duarsi nella persona dell'inclito suo nipote Fran- 
cesco. Questo concetto, se mal non mi appongo , 
avete voi voluto assemprare dicendo sul finire del 
vostro racconto, che il Cesi ed i suoi Lincei va- 
gheggiarono sempre il potente patrocinio de' Barbe- 
rini. E chi potria vagheggiare la luce del parelio 
senza quella del sole? In tutte le opere, che gli 
accademici Lincei intitolarono al card. France- 
sco, accennarono sempre alla di lui parentezza 
coll'augusto pontefice (1), e dovunque ebbero a 
fare l'elogio dell'uno, non si peritarono di farlo 
dell'altro. Lo si vede nel Persio e nel Trattato 
del legno fossile di Francesco Stelluti, nel poema 
Orbis felicilas di Giusto Riquio, nelle lettere scrit- 
te al magno cardinale dal Cesi e dal Galilei; ma 
il monumento più insigne lo avete voi citato, ed 
è la Storia naturale del Messico capolavoro degli 
accademici Lincei, esempio forse unicq di sforzi 
generosi di mente e di borsa per allargare i con- 
fini della sapienza, che sono quelli delCiimanità, co- 
me ne ammaestra il Betti (2). Parlo di un'opera, 
che sebbene anch'essa sia divenuta rarissima ai 
nostri giorni, è abbastanza conosciuta da quanti 

(1) Francisco card. Barberino Urbani yill ex fruire 
nepoli. 

(2) Italia iliuslre. 



139 

coltivano, o hanno in pregio le naturali discipli- 
ne, e che ad onta de'progressi da queste fatti in 
più di due secoli, hanno pur meritata la lode del 
Cuvier (1); quindi è facile l'immaginare quale im- 
portanza scientifica ella avesse all'epoca in che 
fu scritta, e quali materiali preziosi contenesse 
per le indagini future. Tragge il suo titolo (2) dal- 
l'immensa raccolta di cose naturali fatta da Fran- 
cesco Hernandez nel nuovo mondo, ridotta a mi- 
glior ordine e compendiata da Nardo Antonio 
Recchi da Montecorvino, ambi medici riputatissi- 
mi di Ferdinando II di Spagna; ma dove ben 
si consideri, la si può dire un volume di atti degli 
accademici Lincei, i quali non solo maestrevol- 
mente illustrarono il testo recchiano, ma riem- 
pirono l'ingente volume delle loro scoperte, e dei 
febei risultamenti delle loro proprie osservazioni, 
e lo coronarono colle tavole fitosofiche di Fed. Ce- 
si. Quanto alla parte bibliografica, basti il dire 
che si compone di oltre mille pagine di grande 
dimensione splendidamente impresse dal Mascar- 
di con 800 figure incise nel testo. Il frontespizio, 
disegnato esso pure ed inciso come l'Apiario dal 
famoso botino del Greuter, ritrae gli antipodi e 
la parte dell'orbe novello rapito all' imperio di 



(1) Vedila nella Storia dèlia medicina in Italia del chiaris- 
simo dolt. Salvatore De Kcuzi. 

(2) Plantaruui animaliuni et mineralium mexicancrum hi' 
storia a Fr. Hernandez primuin compilata; dein a Nardo Ant. 
Becchi in volumen digesla: a Joan. l'errenlio, Joan. Fabro , et 
Fabio Columna Lynceis notis et additionibus longe doctissimis 
illustrata: cui demum accessere principis Federici Caesii tabu- 
lae phytosophicae e te. 



uo 

MontezLima dalla spada sanguinosa di Cortes. Se- 
guono i rescritti^ onde vari principi e teste coro- 
nate (1) accordarono a'Lincei il privilegio per la 
stampa: e voi ben sapete qual grazia speciale 
questa si fosse quando ninna legge tutelava il sa- 
crosanto diritto di proprietà letteraria. 

Ora in quest'opera insigne si trovano ad ogni 
tratto le più magnifiche impronte dell' ardente e 
potente desiderio degli accademici Lincei per gra- 
tificare a'Barberini. Oltreché in cento luoghi e 
cento vi sono rammemorati i benefìzi e le glorie 
del gran pontefice, la maggior parte dei libri, di 
cui la medesima si compone, sono dedicati ai 
card. Francesco suo inclito e più favorito ni- 
pote a monumenlo eterno di grato animo* E chi 
può abbattere un monumento ideato da Fede- 
rico Cesi , elaborato da Giovanni Terrenzio e 
da Gio: Fabro , forbito da Fabio Colonna, or- 
nato di fiori poetici del latino e del greco Par- 
naso dal Riquio e dall' Olstenio ? Ma sia pure 
che le barbarie e 1' edacità del tempo distrugga 
ogni memoria del libro messicano: chi distrug- 
gerà le piante , su cui Fabio Colonna scrisse il 
nome dei Barberini (2) ? pastori di Virgilio, 
( permettetemi questa fantastica apostrofe ) voi 
che ansanti andate in busca dei fiori iscriui col 
nome dei re , traeteli da- queste piante : i Lincei 
ne li trovarono (3) ! Ecco in qual modo i sa- 



(1) Paolo V, Cosimo e Ferd. II Hi Toscana, Ferd.lld\ 
Austria, Luigi XIII re di Erancia, Urbano yill. 

(2) Pianta cardinalis Barberini inler rapuutia maxima. 

(3) Fios Brtiberiiiiaiìuj coccineus s/iicatus 



pienti rimeritano i principi generosi e benefici: 
se questa sia scarsa o soprabbondante ricom- 
pensa , lasciamone a' principi stessi il giudizio. 
Il certo si è che Alfonso Turriano ambasciadore 
spagnuolo, quasi invidiando che il nome dei Bar- 
berini splendesse cosi onorato e chiaro nel libro 
messicano, pose in fronte al libro medesimo il 
nome e lo stemma del suo signore. Ciò avvenne 
nel 1651 quando la stella dei Barberini si era 
impallidita, e l'accademia dei Lincei quasi nave 
fluttuante in un pelago di nuove sventure, senza 
vele e senza sarte, diserta di nocchieri , orba 
del suo piloto , si abbandonò alla discrezione 
dei venti, che non tardarono a sommergerla. 
Fu allora che il Turriano s'impadronì del libro 
messicano rimaso a galla de' spumosi llulli , e 
corredatolo di poche giunte dedicoìlo a Ferdi- 
nando IV di Spagna, rimembrandogli le glorie, 
e non le vergogne dell' avo rispetto all' opera 
originale di Hernandez (1). Vi sono però degli 
esemplari senza l'ampollosa dedicatoria del Tur- 
riano, e vi è pure un' edizione a parte della 
Sposizione degli animali messicani di Giovanni 
Fabro con la data del 1628. È fortuna che que- 
sto lavoro dell'illustre medico e filosofo da Bam- 
berga sia pervenuto sino a noi , anche perchè 
contiene peregrine notizie de' più dotti uomini 

(1) Se Hernandez fosse stato magni ficamenlc secondato 
dal suo sovrano per la pubblicazione della sua opera, quanto lo 
era stato per procurarcene i materiali, si sarebbe avuta la rac- 
colta di piante esotiche più considerabile che veduta si fosse 
fino a questi ultimi tempi « Du Pctit-ThoiiarS. Art. Recchi della 
l)ioKrafia universale. 



142 

di quel tempo, massime dei Lincei. A mò di 
esempio : volete voi dissipare il dubbio, in che 
lasciate i vostri lettori, se mons. Gio. Ciampolì 
fu segretario delle lettere a' principi anche nel 
pontificato di Gregorio XV ? Consultate la pagina 
506 della Sposizione del Fabro , e vi leggerete 
che il dotto prelato nel pontificato di Urbano 
Vili sosteneva la seconda volta quella nobilissima 
carica (1). 

E qui fo sosta, perchè qui il vostro rac- 
conto diverge ad altre materie estranee al mio 
proposito. Vero è che piìi innanzi ritornate a 
parlare del Galilei, e della clemenza usatagli 
da papa Urbano nelle sue famose vertenze colla 
suprema inquisizione; ma ciò voi fate con tanta 
abbondanza di erudizione, che direi superflua , 
dove non sapessi che 1' opera vostra è come un 
emporio di tutte le storie da sopperire alla man- 
canza di altri innumerevoli libri e collezioni 
storiche. Credete a me , che pur mi conosco 
alcun poco di questo così vieto e così rimena- 
to argomento : oggi , che dopo i grandi pro- 
gressi fatti dalle scienze, e in ispecie dall'a- 
stronomia, la Chiesa ha fatto libero a tutti gli 
astronomi di poter insegnare il moto del glo- 
bo terrestre , noi dobbiamo piuttosto rimpian- 
gere nel segreto del nostro cuore le sventu- 
re del Galilei , anziché rialzare a quando a 
quando il velo dell' oblio, onde il tempo le va 

(1) Est autem vir lue ( Joaii. Ciampolus ) . . . summis pori' 
tificibus carissimus cum iam SEC UN DO in scribend'is-^qd prin- 
cipes christianos Ulteris, quas BREf^IA diciint, adliibealur. 



U3 

ricoprendo. Quello che dobbiamo sempre rin- 
verdire nella memoria degli uomini, sono le glorie 
di questo gran Linceo e principe eccelso della 
rinnovala filosofia: perchè nell' articolo Venezia^ 
che ora state scrivendo con amore che supera 
la vostra insuperabile erudizione storico-eccle- 
siastica , fate di richiamare alla mente di quei 
gentili, che attendono dalla vostra penna nuovo 
lustro alla patria loro , fate, dico, che e' si ri- 
cordino che Galileo Galilei professore a Padova 
e sotto gli auspici della veneta repubblica pose 
nelle mani dei fisici il termometro e il compasso 
di proporzione , ritrovò le leggi della caduta 
de' gravi, e ne dedusse l'isocronismo nell' oscil- 
lazioni del pendolo: e , quel che più monta , 
divinò e architettò in una notte il non mai ab- 
bastanza encomiato perspicillo^ onde in progres- 
so di tempo fece nel cielo le sì portentose sco- 
perte. Imitate il Fabroni, che là nella vita del 
Galilei^ dove parla del telescopio da esso lui 
inventato (1), fa plauso alla sapienza e alla mu- 
nificenza del veneto senato , che ascese tosto 
la torre di S. Marco per esplorare la forza del 
magico tubo a scernere di lontano , e decretò 
premi ed onori all' immortale inventore. Da 
ultimo magnificate la nobile gara tra il mede- 
simo augusto consesso de' veneti senatori e Co- 
simo II di Toscana, quelli a mal in cuore con- 



(1) Vitae ilalorum doctiiiia excellentiuni, voi. I pae. 26 i 
PJsIs 1778. 



144 

sentendo, questo a tutto potere richiedendo che 
r eccelso filosofo rimpatriasse. 

Coir articolo Venezia puossi quasi dire che 
finisce la tragrande opera vostra, che appunto in 
quella nobilissima città ha moltiplicato l'immagine 
.sua tre mila volte pei tipi nitidissimi del Battaggia. 
Neil' oscurità, in cui mi giaccio, ogni mio elogio 
tornerebbe vano, ogni mia lode sarebbe spre- 
giata ; pure desidero che tutti sappiano, che io 
vi ammiro , vi stimo , e vi credo lo scrittore 
più operoso e fattivo del secol nostro, l'autore 
dell' opera più utile e più istruttiva di quante 
ve ne hanno di simil genere , alla quale non 
mancherà certo il bel posto nel tempo presente^ e 
la nicchia gloriosa ne'secoli avvenire assegnatale 
dal Cantù (1). Roma dal Collegio Pamphiiio a 
dì 15 maggio 1858. 



(1) Cronaca, giornale fli scienze liniere cri arti, per Ign;<zIo 
Caiitìi. Milano 1855, dispensa IV 2o fci)liraio. 



Inforno aWanlico volgarizzatore de^sermoni di san 
Bernardo. 



Al signor cavaliere Salvatore Betti. 



Mi 



conceda la sua gentilezza che io sotto- 
ponga al suo squisito giudizio un pensiero che 
mi surge nell' animo in leggendo la prefazione 
ai sermoni di s. Bernardo rimessi in luce a Fi- 
renze il 1855, e che accennai di volo al mio 
ottimo maestro P. Bartolomeo Sorio. 

L' editore reca questo volgarizzamento al 
beato Giovanni Tavelli da Tossignano presso 
Imola, che da Eugenio IV il 1431 fu dall'umile 
ordine de'gesuati innalzato alla cattedra episco- 
pale di Ferrara. E tengo che sia venuto in que- 
sta sentenza , perchè 1' antica edizione veneta 
del 1528 pone, che questi sermoni furono ren- 
duti italiani dal B. Giovanni da Tossignano a 
petizione de' suoi confratelli gesuati. E nella 
epistola dedicatoria ad Isabella d' Aragona re- 
gina di Napoli , che va innanzi alla edizione 
veneta del 1558, è scritto: « I quali sermoni 
già per il reverendo padre nostro beato Gio- 
vanni da Tussignano vescovo di questa illustris- 
sima città di Ferrara furono in lingua volgare 
tradotti negli anni della incarnazione del nostro 
signore Gesù Cristo mille quattrocento e venti ». 
G.A.T.CLlIi. 10 



146 

Di qua, penso io, ha preso piede ed è ve- 
nuta in corso l'opinione, che fa il Tossignano 
volgarizzatore di questi sermoni : opinione ab- 
bracciata da non pochi eruditi. 

Senonchè mi fé sorgere in mente un forte 
dubbio contro questa sentenza un codice in per- 
gamena, di ottima mano, benissimo conservato 
in questa nostra biblioteca, nel quale sono con 
fedelissime e pazienti cure trascritti i sermoni 
volgarizzati di s. Bernardo. Il trascrittore segnò 
a pie del codice il nome che stimo suo e non 
dell' autore, il dì, il mese e 1' anno , che fornì 
fi lavoro : e ciò in note maiuscole, e l'anno in 
numeri romani , in questa forma : « Hoc opus 
scriptum est per me Honofrium filiiim Johannis 
De Luca mensis februarii die tertio MCCCC. ». 
Questo codice era della biblioteca Bichi , e fu 
il 1761 acquistato dal nostro eruditissimo P. 
Pietro Lazeri ( così va scritto, e non Lazari o 
Lazzari ) bibliotecario , vendutogli dal libraio 
Vincioli , secondochè pose in nota in un libro 
a mano il medesimo Lazeri. La lettera del co- 
dice è nitida, tondeggiante e, come diconla, for- 
matella ; le iniziali de' capi miniate ; tutto ri- 
sponde alla età che ivi è segnata ; né parmi 
avvisare cenno o indizio di falsificamento. Raf- 
frontando poi questo testo manoscritto a quelli 
delle venete edizioni antiche e delle recenti, li 
veggo rispondersi a capello anche nelle infles- 
sioni, nelle piegature e nelle uscite de' verbi, e 
in quelle forme singolari di pronunziare e di 
scrivere che sono da quella età ; il che ho fatto 



U7 

qui e qua e in digrosso, non seguitamente né 
alla distesa. 

Ciò stando , ne conseguita che il volgariz- 
zatore di questi sermoni sia altro dal Tossigna- 
no. Dacché questo pio frate, secondo i BoUan- 
disti ( Ada sanctorum die XXIV iulii) e l'IIghel- 
li ( Italia sacra toni. 2, Episcopi ferrarienses ), e 
secondo il pieno testimonio degli scrittori della 
sua leggenda, nacque il 1386: e nel 1400 cor- 
revano d'una in altra mano già voltati in vol- 
gare questi sermoni. 

Avrei amato innanzi di venir fuori con 
questa opinione farmi alle biblioteche più insi- 
gni, e ravvalorarla col ragguaglio de'codici; ma 
la perpetua occupazione dell'insegnare, e cento 
minute cure, in che sono involto alla giornata, 
hanno reso vano questo mio desiderio. 

Ella poi colla sua letteraria sapienza , di 
che ha dato all'Italia sì nobili e chiari argo- 
menti , radrizzi dov* è torta questa mia opi- 
nione : e poniamo che la scarti , avrò in ciò 
uin nuovo testimonio del franco e leale suo ànimo. 

Abbia tra' suoi ammiratori ed amici an- 
che me. 

Dal collegio romano 21 maggio 1858. 

AxMONio Angelini D. C. D. G. 



La scienza contemporanea nello stalo pontificio. 
Memoria di Erasmo Fabri-Scarpellini. Roma; 
tipografia della R. C. A. 1857. 



Dedicala aW onorevole sig. commendatore Luciano 
Milanta console generale della S. Sede in Rus- 
sia ec. ec. 



A 



bbiamo sempre giudicato, avvicinandoci al- 
l' opinamento de' sayi , che la storia contem- 
poranea in qualsivoglia associazione sia una pos- 
sente ed efficace maestra del vivere civile: né la- 
sceremo d' inculcarne lo studio lodando sempre 
tutte le pubblicazioni che ad essa si riferiscono, 
fosse pure la storia di un regno, di una città 
sola , od anche di un umile castello. Quindi è, 
che venutaci pocanzi alle mani una pubblicazio- 
ne col modesto titolo « la scienza contemporanea 
nello stato pontificio » ci prese talento di leg- 
gerla subitamente , né più la lasciammo finché 
non giungemmo alla fine ; e perciò dettammo 
questo epitome, desiderando insiememente alla 
nostra Italia di avere sempre scrittori, i quali 
al pari del sig. Erasmo Fabri-ScapcUini diano 



149 

vita ed alimento ai fatti del proprio paese, d'on- 
de s' apprenda come farsi e mostrarsi gran- 
de, è degno di verace onoranza. Intendimento 
precipuo del sig. Fabri-Scarpellini fu di far co- 
noscere a colpo d' occhio 1' attualità del magi- 
stero tecnico-scientifico, partendo dai fatti, espri- 
mendolo quindi con energia di pensieri, espres- 
sa con parole che verilas nimquam latet. 

È verità perciò che per la meteorologia 
( prendendo da questa il suo discorso ) appli- 
cata alla telegrafia elettrica, Roma fu prima a 
dare il segno con un sistema fisso, che risvegliò 
la simpatia di tutti coloro , che s' interessano 
alla fisica del globo , dando all' Europa ed al- 
l'America l'esempio di un'audace impresa scien- 
tifica. Risvegliò, e risveglierà pure le simpatie 
di tutt' i marini: perchè dopo un periodo di os- 
servazioni ed esperimenti si andrà a conoscere 
quale andamento terranno le tempeste nel pro- 
pagarsi da paese in paese, dall'Adriatico al Me- 
diterraneo, e viceversa. Quanti naufragi non sa- 
ranno evitati da questa brillante corrisponden- 
za meteorologica- telegrafica diurna o col richia- 
mare in porto mercè de' segnali i bastimenti vi- 
cini alle coste pericolose , o col far differire 
r uscita ai legni in caso di vicina burrasca ? 
Infatti da precedenti osservazioni già sappiamo 
come tanti uragani formatisi in terra vadano a 
sfogarsi in mare, e centinaia di bastimenti sor- 
presi all' imprevista periscano. Pochi anni fa 
sarebbe stato una chimera il dirlo; ma ora che 
il Telegrafo-elettrico pontificio è là , si possono 



tm 

salvare migliaia di vite e di capitali in pochi 
secondi, e fare arrivare l'avviso anche molte ore 
prima, che l'aria incominci ad intorbidarsi nel 
luogo, ove fra non molto passerà la tempesta. 
l commercianti pertanto non rimarranno indif- 
ferenti all' importanza di questa istituzione (og- 
gi governativa ) , e comprenderanno che Roma 
offre loro un mezzo sicuro di mettersi in guar- 
dia prima di esporsi in mare aperto ad affron- 
tare perigli. Profìtta di questa circostanza il 
sig. Fabri-Scarpellini ( come istitutore ) per tra- 
mandare ai posteri questo potentissimo mezzo di 
azione di progresso con la seguente epigrafe, a 
gloria duratura del sommo pontefice PIO IX. 

ANNO . MDCCCLV 

AVCTORITATE . PIl.IX.P . M . SCIENTIARVM. PATRONI 

CVRA . JOSEPHI . MILESI . PRAEFECT . VECTIGAL 

ET . OPER . PVRLICOR. 

HEIC . IN . VRRE . PRIMITVS 

PER . LITTERAS . ELECTREA . VI . MOTAS 

CERTA . RATIO . C AELI . INTERPRES . INSTIT VTA . EST 

QVA . DIVRNA . METEORORVxM . PROPERE 

DIVVLGENTVR 

BONO . REI . NAVTICAE . ET . RVSTICAE 

Prosegue quindi veridicamente a dire che 
Homa fu la prima in Italia, che conobbe ed ap- 
prezzò i vantaggi della meteorologia nautica , 
attuando per la marina mercantile nei viaggi 
di lungo corso il nuovo giornale proposto dalla 
conferenza marittima che si tenne poco tempo 



151 

fa a Bruselle, e si promulgò dall' eccelso mini-f 
stero del commercio e di lavori pubblici quaitda 
PIO IX creava delle distinzioni onorifiche a fa-f 
vore de' suoi marini: che Roma fu prima d' 
altro paese italiano a prendere l'iniziativa per 
dare all' insegnamento agrario quello sviluppa, 
per assicurare nel modo più probabile l' esito, 
degli sforzi che può fare un popolo agricolo 
colla veduta di perfezionare i suoi mezzi agri- 
coli-industriali: e ciò si fece per mezzo di una 
circolare ministeriale dettata da monsignor Mer- 
tel ministro dell' interno , assicurando incorag- 
giamenti, premi, e creando nuovi istituti agra- 
ri, e disponendo l' immegliamento dì quelli già 
esistenti: fa conoscere estesamente il vero pro- 
gresso dell' industrie seriche mercè gì' incorag- 
giamenti governativi , e come l'educazione dei 
bachi si perfezioni , e come la ricca sepoltura 
di questo generoso verme non languisce, ma si 
migliora oltre ogni credere, e prova che nello 
stato si contano 278 fdande : che le manifat- 
ture in seta vanno tuttodì vantaggiando, perchè 
la moderna meccanica vi penetrò co' suoi mez- 
zi potentissimi : che nelle molteplici operazioni 
di quest'arte scientifica si raggiunge mano mano 
quel grado plausibile di sviluppo per ravvici- 
narsi ad una vita più sociale , mediante quei 
conlatti di velocità straordinaria , e lo prova 
ciò che fece la vicina Frascati, riassumendo in 
sintesi generale quanto si va meditando dalla 
scienza agricola contemporanea, e la giustifìca 
dinanzi alla società per secondare le viste be- 



152 

fiche del pontefice ottimo massimo. E volendo 
il sig. Scarpellini provare più la contempora- 
neità dell' attitudine de' popoli dello stato pon- 
tificio , e come questi vanno innanzi o con 
l'aiuto della mano, o coll'aiuto delle macchine, 
o con la forza del vapore, sostiene le sue as- 
serzioni con un Quadro sinottico delle industrie 
pontificie^ che quale repertorio non mai depo- 
sitato sul banco degli speculatori commercianti, 
rivela in modo possibile il vero carattere degli 
uomini che trovansi nel cuore d' Italia, mostran- 
do ciò al vecchio ed al nuovo mondo il ter- 
mometro che segna quel grado di sviluppo in- 
tellettuale , notando che 1,360,000 e più uo- 
mini totalmente industriali rappresenta il genio 
dello stato pontificio sopra il piccol numero 
della popolazione che monta a 3,121,668. 

Dopo ciò entra a discorrere sulla colonia 
agricola-penitenziaria, sulle scuole infantili, sul- 
le scuole notturne, e sulla istruzione pubblica. 
Sulla colonia agricola, che porta il nome dell' 
augusto istitutore ( Vigna Pia ), dice, che rice- 
vendo essa dalla società giovani viziati , igno- 
ranti, li rende alla medesima operosi , intelli- 
genti, virtuosi , mutando cosi il vizio in virtù. 
E venendo alla istruzione ed educazione, quali 
due leve potentissime per togliere o diminuire 
la miseria del popolo sorrette dal pontefice, va 
indicando le scuole infantili, le case di asilo; 
considerando poi le scuole notturne per i gio- 
vani artieri, come una fortunata ventura al mag- 
gior perfezionamento di costoro per vederli più 



153 

corretli nei costumi, più religiosi, più coscenzio- 
si , più docili , più attivi , vedendoli crescere 
nell' età, e non nei vizi, senza fuorviare dal drit- 
to sentiero, proteggendoli PIO IX : chiama poi. 
l'attenzione de' lettori sull'Ospizio Apostolico di 
S. Michele a Ripa-grande , che può dirsi una 
vera scuola politecnica , un vero conservatorio 
di arti e mestieri aperto dal genio de' ponte- 
fici un secolo avanti che l'avessero le più colte 
nazioni ; confermando ragionevolmente che ivi 
esistono quelle applicazioni di principii che non 
lasciano quasi mai il rigore della scienza. Va 
quindi numerando che Roma possiede 20 col- 
legi e seminari che sono aperti per ricevere e 
guidare nella via della sapienza, non solo gio- 
vani dello stato ma di tutto l' orbe-terraqueo : 
dice che in Roma esistono non meno di 13 
scuole pubbliche, non meno di 49 scuole regio- 
narie, facendo ivi menzione dell' infantile tiro- 
cinio diretto a religione ed a coltura, e os- 
serva, che tutte queste risorse esistono pure an- 
cora in tutte le città di prim'ordine , in ogni 
piccola città, in ogni villaggio con quelle con- 
dizioni adequate che emergono per fomentarle. 
Nota poi come la carità educatrice romana è 
accoppiata pure alla scienza, elogiando l'istitu-r 
to dei sordo-muti, die bene compie la sua re- 
ligiosa missione, senza omettere quello di Bo- 
logna e di Ferrara, rigenerando tutti quei no- 
stri infelicissimi fratelli , cui la mancanza dell' 
udito e della loquela deprime per poco al- 
la condizione del bruto; e proclama altamente 



154 

ehe Roma è slata la prima in Italia ad offrire 
r esempio di una scuoia, ove il sordo-muto po- 
tesse conoscere di essere uomo; e ciò avvenne 
fin dal 1784. 

Col fin qui narrato siamo ben lungi dall'a- 
ver compiuta la rivista di questa memoria , in 
eui è ricchissima dottrina , destinata al grande 
interesse di attualità tecnica— scientifica, ed è ab- 
bastanza imparziale per darò rilievo all'alta in- 
telligenza e penetrazione dell' augusto pontefice. 
Il sig. Fabri-Scarpellini rileva di fatto con molta 
vivacità, evidenza , e dignità i tratti di quel ve- 
ro carattere delle università pontificie, cui non 
si può negare grandezza e forza , chiamandole 
altrettanti fari, sui quali lo sguardo può riposar- 
si tranquillamente ; e che la scolaresca quasi 
sempre in numero di 28,800 stabilisce in uri 
momento incontestabile la spiritualità del prin- 
cipio dal quale emana la scienza : dice esiste- 
re 112 cattedre nelle sole università di Roma, 
Bologna , e Ferrara , senza contare quelle di 
Perugia, Urbino, Macerata , e Camerino : dice 
che quella moltitudine della scolaresca sorpren- 
de il progresso didattico della scienza nei 
musei , forniti a dovizia , come una guida più 
sicura dell' esperienza: dice che l' insegnamento 
della nautica in Ancona e Civitavecchia verrà 
su più ampia scala accresciuto , considerando 
pure in queste due città marittime la creazio- 
ne di un osservatorio magnetico dove maggiorr 
mente rifulge il pontefice, concedendo tutto ciò, 
ehe può essere di utilità alla navigazione: no- 



155 

mina di volo T insegnamento di economia po- 
litica; il nuovo collegio militare ; il piantinaio 
comunale romano, che pochi stabilimenti di tal 
genere in Europa possono contrastargli il pri- 
mato; la società romana di orticoltura; i gran- 
di ospedali di Roma e Bologna ; e conchiude 
che la scienza e la civiltà non sono più re- 
taggio di un popolo: che l'epoca de' monopolii 
intellettuali è già passata: che la sapienza roma- 
na viene protetta dal pontefice : che religione 
e scienza si sono date la mano , si giurarono 
alleanza, e scesero unite per combattere l'errore. 
Dà compimento a quest' interessantissima 
memoria con una nota delia signora Caterina 
Scarpellini, nella quale trattando dell' astrono- 
mia con quella sapienza, di cui è largamente 
dotata questa illustre donna, volge a descrive- 
re con valente maestria i giganteschi progres-*. 
si di essa ; e poi parla dell' osservatorio astro- 
nomico della romana università sul Campido- 
glio ( che, com' è ben nolo, fu eretto nel 1827 
per la provvidenza del pontefice Leone XII 
di S. M. sotto la direzione del chiaro profes- 
sore cav. D. Feliciano Scarpellini di buona ri- 
cordanza, zio della scienziata donna ), notizian- 
do con robustezza di mente tutt' i pregi di cui 
gode il circolo" meridiano di Erlel donato dalla 
preclara munificenza del pontefice all' osserva- 
torio medesimo; servendosi di guida nel descri- 
verlo del disegno eseguito con accurata intel-»- 
ligenza dal peritissimo giovane meccanico romano 
Giacomo Lusvergh; dimostrando infine come il 



156 

pontefice protegga anche questa scienza de' 
cieli (1). 

Nulla diremo dei talenti sommi di que- 
sta dottissima donna, perchè sono cogniti : di- 
remo però che essa co' suoi severi studi au- 
menta lo splendore della nostra comune patria 
accanto aWAgnesi , alla Tambroni , alla Fran- 
ceschi. 

Finalmente partecipiamo che la memoria 
del sig. Erasmo Fabri-Scarpellini, essendo stata 
umiliata in Bologna al S. Padre , graziosa- 
mente volle la Santità Sua far giungere un trat- 
to di sovrana benevolenza al distinto autore , 
inviandogli una gran medaglia d'oro con appo- 
sito onorifico ministeriale dispaccio: cose che da 



(1) Crediamo oppoitunissiino di esliaire c';il piigevole lavoro 
di quelld romana doiiiiM una scrìllay la quale dà la vera e genuina 
storia dell' osservatorio astronomico dell' università romana sul 
Campidoglio, nella lusinga che piacerà certamente ai nostri bene- 
voli leggitori: 

TVRRIM . HANC • CAPITOLINAM 

QVAM 

L E O . XI I 

PONTIFKX . MAXIMVS 

PROCVRANTB 

FELICEANO . SCARPELLIlM 

ANNO . MDCCCXXVII 

JN . VSVM . ALVMNORVM . ROMANI 

ARCHIGYMNASII 

ASrRORVM . LEGIBVS COGNOSGENDIS 

ADTRIBVIT 

MVNIFirENTlA. Pll IX , P . M 

ANNO . MDCCCLIII 

INSTRVMENTOERTELIANO . AERE. PROPRIO. COUP ARA IO 

CONCLAVI • ADIECTO 

SEDI . HVIG . VKANIAE 

i. 'DECVS . AVCTYM . STABILITA^ . PARTA . EST. 



Ì57 

per loro formano il più beli' elogio di lui , il 
quale con lodevolissimo zelo dedicandosi inde- 
fessamente alla coltura delle scienze , è in pari 
tempo solerte nel rappresentare con valente 
penna le tante utilissime cose che fanno me- 
ritamente rifulgere lo stato pontificio. 

Aurelio D/ Venturini. 



Degli studi falli in lìoma e dei mezzi usali per 
correggere la Bibbia volgala. 

Disseriazione letta alla pontifìcia accademia tiberina 
li 7 giugno 1858 dal p. d. Carlo Vercellone 
procuratore generale dei pp. barnabiti. 



ra le molte ingiuste accuse , che si fauno 
dai nemici di Roma contro qualsivoglia solenne 
atto della s. Sede, ve n' ha spesso di tali che 
tornano a noi assai utili, come quelle che per 
essere confutate non altro richiedono fuorché 
la semplice sposizione dei fatti. Imperocché av- 
venendo sovente che dalla chiesa romana grandi 
cose si operino modestamente quasi in silenzio, 
e senza pubblicità di sorta, i suoi fatti più glo- 
riosi rimarrebbero pressoché occulti ove le im- 
portune molestie degli avversarii non ci obbli- 
gassero a ricercarli diligentemente e metterli 
alla evidenza della luce. Quindi mentre l'incauta 
malizia dei nostri nemici ci costringe di star 
pronti e desti alla difesa del vero , essa giova 
meravigliosamente al trionfo della chiesa. Così 
io penso che saremmo privi della splendida nar- 
razione dataci dal eh. Pallavicino, se prima non 
fosse venuta fuori la storia menzognera del Sar- 
pi: così non possederemmo quell' aurea difesa 
della bolla Auctorem fdei^ dettata dall'immortale 
Gerdil , se il temerario vescovo di Noli non 



159 

r avesse mai impugnata: così in mille altre cir- 
costanze e antiche e recenti incontrò che 1« 
improntitudini di quelli, che sotto diversi colori 
combattono la chiesa, sieno anzi riuscite a som- 
ministrarle bellissime occasioni di nuovi trionfi. 

Io spero, o signori, che voi oggi dobbiate 
comechessia ravvisare nel mio breve ragiona- 
mento una conferma di questo vero. 

Tutti sanno che molte , ed in apparenza 
gravi accuse si mossero dai protestanti d' ogni 
setta contro la Bibbia volgata corretta e divol- 
gata per le stampe a cura dei romani pontefici 
secondo la mente del concilio tridentino : ed è 
altresì notissimo che queste accuse furono più 
volte sventate da molti e dotti cattolici, le cui 
opere vanno per le mani di tutti. Ma fra le 
altre una ve n' ha, la quale sembra indirizzata 
a colpire piuttosto i sommi pontefici che la Vol- 
gata ; né meglio potrebbe essere convinta di 
falso che allegando i fatti positivi, e rappresen- 
tandoli nella loro schietta verità. 

Giovanni Edmondo Gox volle recentemente 
riprodurre in Londra il famoso libello di Toma- 
so James, che ha per titolo: Bellum papale, seu 
concordia discors Sixli V et Clemenlis Vili circa 
hieronymianam editionem. Al moderno editore non 
parve di lasciarsi sfuggire l'opportunità di scri- 
vere una nuova prefazione. In questa egli ripete 
molte obbiezioni, le quali o sono già state più 
volte confutate, o mancano affatto d'ogni va- 
lore scientifico e letterario, e per ciò non sono 
degne d' alcuna nuova risposta. 



160 

Se non che mi è sembrato utile di por 
mente ad una calunnia che è comune al vec- 
chio autore del libello ed al nuovo editore, la 
quale può meritare d'essere singolarmente con- 
futata. Essi dicono che poco o nulla si è fatto 
in Roma a benefizio della Volgata, e che i la- 
vori di Sisto e di Clemente si riducono all'avere 
seguito le edizioni dei lovaniesi, con questa sola 
novità che ove i lovaniesi avevano posto nel 
margine delle loro stampe le varie lezioni da 
essi raccolte dai codici, i romani pontefici, vo- 
lendo pubblicare la Volgata senza alcuna varie- 
tà, avevano fatto una scelta fra quelle lezioni 
marginali per inserirle nel testo , sopprimendo 
tutte le altre ; e quindi soggiungono che la di- 
screpanza che corre fra 1' edizione di Sisto e 
quella di Clemente consiste in ciò , che 1' uno 
si tenne alla lezione testuale dei lovaniesi ab- 
bandonando la marginale, ovvero ricevendo que- 
sta rigettò la prima, là dove l'altro tenne una 
via opposta. Questa sentenza può dirsi quasi 
assolutamente falsa ; poiché sopra cento corre- 
zioni fatte dai censori romani, appena dieci fu- 
rono prese dal margine dei lovaniesi. Ma ciò 
poco monta. Le avessero anche trovate tutte 
già designate dai lovaniesi , non per questo sa- 
rebbero da condannarsi. Quello che io osservo 
si è, che volendo costoro insinuare il disprezzo 
per la Volgata corretta in Roma, suppongono 
che i romani pontefici abbiano eseguito questo 
lavoro senza aprire altro libro fuorché la Bibbia 
lovaniese : la qual cosa poteva farsi in quindici 



161 

giorni. Ora io penso essere utile opporre alla 
suddetta calunnia la dimostrazione di tre fatti, 
cioè 1 .° che in Roma si lavorò per la correzio- 
ne della Bibbia per lo spazio di circa quarant'an- 
ni , con poche interruzioni; 2.° che furono con- 
sultati tutti i migliori codici che si conoscano 
non pure in Roma e nelle altre più insigni bi- 
blioteche d'Italia, ma ancora nei più lontani 
paesi; 3." che vi furono applicati gli uomini più 
distinti per dottrina, che fiorissero in quella età 
cotanto felice per le lettere. La dimostrazione 
di questi tre fatti servirà a confermare quella 
venerazione che noi professiamo per la nostra 
Volgata , e gioverà , spero, altresì a conciliarle 
maggior rispetto per parte dei nostri avversari; 
i quali non potranno più negarci che in questa 
sua deliberazione la s. Sede , giusta il suo co- 
stume , ha proceduto con sì incredibile matu- 
rità di consiglio, e con sì maravigliosa sapien- 
za , che superò quanto di più accurato e per- 
fetto avrebbe altri potuto desiderare. 

Gli studi ordinati dai romani pontefici per 
la correzione della Volgata cominciarono nel 
1516, e furono compiti nel 1592. Ma nello spa- 
zio di questi 46 anni vi furono alcune inter- 
ruzioni. Per chiarire questo fatto mi fa d'uopo 
produrre, od almeno accennare, i documenti 
storici che lo dimostrano; dai quali si parrà 
manifesto che tanta maturità di studi contribuì 
mirabilmente a quella perfezione, la quale non 
si sarebbe mai raggiunta se non si fosse frenato 
r ardente zelo di taluni, ai quali il prudente 
G.A.T.CLin. 11 



162 
indugiare richiesto della natura e dalla difficolti» 
dell' impresa pareva forse soverchia lentezza. 

Or sono venti anni che il dotto p. Unga- 
relli pubblicò qui in Roma la storia della cor- 
rezione della Volgata; né io intendo di ripetere le 
cose da lui con molta dottrina esposte; che an- 
zi il mio lavoro dovrà essere quasi un tenue sup- 
plemento al suo. Egli ha dichiarato fin dal prin- 
cipio che le molte sue ricerche non gli avevano 
fatto conoscere nulla di quanto doveva essersi 
operato prima del pontificato di Sisto V in 
ordine alla Volgata ; e per ciò la sua narra- 
zione comincia propriamente da questo ponte- 
fice. Adunque consta già dalla egregia operetta 
dell'erudito Ungarelli , come dal 1588 fino al 
1592 i consultori pontificii si occuparono inde- 
fessamente intorno alla correzione della Volgata. 

Ora facendomi io ai tempi anteriori comin- 
cerò dal 1546, cioè dall'anno in cui si celebrò la 
IV sessione del concilio di Trento. In questa ses- 
sione, tenutasi il dì 8 aprile, il sacrosanto con- 
cilio dopo avere stabilito il canone dei libri di- 
vini, e fermato che fra tutte le traduzioni latine 
della Bibbia doveva aversi per autentica quella 
che da tanti secoli era ammessa dalla chiesa , 
decretò che questa medesima antica e volgata 
edizione venisse nuovamente pubblicata colla 
massima diligenza e correzione: Z// haec ipsa velus 
et vulgata edilio quam emendatissime imprimatur. 

Nello stesso giorno in cui fu pubblicato 
questo decreto nel concilio , i cardinali legati 
presidenti ne spedirono copia a Roma ( Vedi let-^ 



163 

tera dei cardinali legati al card. Farnese li 8 
aprile 1546). II sommo pontefice Paolo III, aviili 
a sé i cardinali che risiedevano in Roma ed i 
migliori teologi , lo consegnò ad essi , affinchè 
quanto alla forma lo rivedessero. Dopo maturo 
esame , oltre alcune altre cose che non fanno 
al mio presente proposito , essi notarono che 
non essendosi dichiarato nel decreto , come e 
da chi dovesse farsi quella nuova e correttissi- 
ma stampa , era da cercare ai cardinali legati 
qualche dichiarazione , onde conoscere meglio 
la mente del concilio {Vedi lettera del card. Far^ 
nese ai cardinali legati presidenti al concilio li 
17 aprile 1546 ; vedi anche la lettera scritta 
nello stesso giorno da Roma., la quale abbiamo ri- 
ferita fra i documenti n. I). Adunque il card. 
Farnese a nome del pontefice scrisse queste cose 
ai presidenti del concilio, i quali tostamente ri- 
sposero che la sinodo li aveva incaricati di sup- 
plicare il s. padre, perchè con ogni celerilà fa- 
cesse correggere la Bibbia latina, e, polendosi, 
anche la greca ed ebraica ; mentre i teologi del 
concilio si sarebbero adoperati al medesimo sco- 
po, affinchè si potesse dare alla luce coll'auto- 
rità del pontefice, e colla approvazione del con- 
cilio la Bibbia corretta ( Vedi lettera dei card. 
legati al card. Farnese li 26 aprile 1546). A 
questa lettera i teologi deputali dal pontefice 
replicarono proponendo alcune difficoltà che a 
loro sembrava di vedere nella esecuzione di quel 
decreto; tuttavia conchiusero dicendo che avreb- 
bero studiato il modo di superarle ( Vedi lettera 



164 

del card. Farnese al card, legati presidenti al con- 
cilio li 13 e 29 maggio 1546 ). Da ultimo i 
cardinali legati scrissero ringraziando il sommo 
pontefice della cura che prendevasi per l'emen- 
dazione della Volgata , e promettevano di far sì 
che vi concorressero coi loro studi anche i teo- 
logi del concilio ( Vedi lettera dei card, legati al 
card. Farnese li 8 giugno Ì^i6^ documento num. 
II). Queste lettere sono quasi tutte ricordate 
dal Pallavicino {libro F/, capo il; libro VII, ca- 
po 12 ) ed ora si conservano nell' archivio di 
Firenze. Adunque fin dal 1546 si cominciò in 
Roma per ordine del sommo pontefice Paolo 
papa III lo studio per la correzione della Volgata. 
Io non dirò se in Trento siasi fatto altro in 
questa materia, perchè in seguito nulla ci fa co- 
noscere la storia ; se non che dalla condizione 
dei tempi che sopraggiunsero possiamo argomen- 
tare che quei teologi non abbiano più potuto 
occuparsene. Aggiungasi che la mancanza dei 
codici antichi rendeva impossibile ai teologi di 
Trento il por mano , e molto più il condurre a 
buon termine il divisato lavoro ( Vedi le osser- 
vazioni fatte dal vescovo di Fano al concilio, ri- 
ferite da Le Fiat , Monumenta ad historiam con- 
cila tridentini tomo 3, pagina 399, e dal Raynal- 
di Annales ecclesiastici ad anniim 1546, nmn. 40). 
All' incontro in Roma si proseguirono gli stu- 
di, come apparisce dalle lettere e da altri molti 
scritti del Sirleto che sono nella vaticana. Giu- 
lio papa III ebbe a cuore non meno del suo 
antecessore la correzione della Volgata. Basti a 



165 

dimostrarlo la rimunerazione data al Sirleto, di 
cui fa testimonianza la seguente carta che tro- 
vasi nel codice vaticano 3965, fol. 4-8: « A mons. 
» Guglielmo Sirleto scudi cinquanta d'oro, quali 
T) N. S. gli dona per mancia e per la fatica 
» che esso mons. Giuglielmo ha durata già in 
» anni in correggere tutto il testamento nuovo 
)) secondo i decreti del concilio tridentino. Di 
M palazzo il dì 14 di gennaio 1554 ». 

Ma non fu creata la nuova congregazione dei 
cardinali e consultori per la correzione della 
Bibbia se non da Pio IV ; questo pontefice qual- 
che anno prima di terminare il conciho nominò 
i cardinali Moroni , Scotti , Amulio e Vitellio, 
ai quali unì alcuni insigni teologi per compire 
il lavoro. Il card. Seripando mentre era legato 
del pontefice al concilio di Trento nel 6 novem- 
bre 1561 scrisse al Sirleto in Roma {Vedi co- 
dice vaticano 6189, fol. 77, e documento num. Ili) 
congratulandosi con lui perchè finalmente fosse 
quasi condotta a termine la correzione della 
Volgata ; e dimostra di credere che fra due mesi 
poteva essere consegnata allo stampatore. E qui 
è da avvertire che il Seripando attesta in que- 
sta medesima lettera, che tutti i dotti e rev. 'pre- 
lati che si trovavano al conciho confidavano 
pienamente nel buon esito delle fatiche fatte in 
Roma a questo scopo. Da queste parole si rac- 
coglie manifestamente, che i padri del concilio 
avevano interamente deposto il pensiero , da 
loro espresso quindici anni prima , di volere 
concorrere a quella santa ed ardua impresa. 



166 

Da molli sforici contemporanei sappiamo 
che nello stesso anno 1561 fu chiamato a Ro- 
ma da Pio IV il celebre tipografo Paolo Ma- 
nuzio, al quale il pontefice voleva che fosse af- 
fidata la cara di stampare la Bibbia. Il celebre 
e dotto Lagomarsini pubblicò alcune lettere 
scritte nel medesimo anno 1561 dai card. Gi- 
rolamo Seripando e Ottone Trusches d'Augusta, 
nelle quali abbiamo un amplissima testimonian- 
za intorno a questo fatto {Vedi Pogiani Epìslolae 
lom. I pag. 120, 328 , tom. Ilpag. 275 ). Lati- 
no Latinio scrivendo al dottissimo Andrea Ma- 
sio, comunicavagli la medesima notizia, aggiun- 
gendo che il Faerno col Sirleto passavano le 
intere giornate per preparare al Manuzio la 
Bibbia corretta ( Latini Latinii epistolae lom. Il 
pag. 87 ). Se non che per molte ragioni, le qua- 
li comprenderete da ciò che in breve dovrò toc- 
care, il sommo pontefice saviamente ordinò chs 
si soprassedesse alla stampa della Bibbia, e che 
intanto il Manuzio occupasse i suoi tipi nel da- 
re alla luce varie opere di santi padri latini e 
greci, siccome fece. 

Da una nota dell'archivio della biblioteca 
vaticana ( codice B. fol. 19 ) apprendo che i 
cardinali deputati sopra la stampa della Bibbia 
neir ottobre del 1562 facevano ricerca dei più 
antichi esemplari della Volgata, anche fuori di 
Roma, per giovarsene nella correzione cui era- 
no applicati. Più innanzi vi dirò quali fossero 
i codici da loro cercati e fatti venire da fuori. 
Per ora mi basta notare che il lavoro prose- 



167 

guiva, e non si pensava a pubblicarlo , per- 
chè si aspettavano altri sussidi che dovevano 
venire da lontani paesi. 

Intanto nel 1563 si chiuse il concilio, e 
perciò restava interamente raccomandata alla 
s. Sede la cura della stampa ordinata dal con- 
cilio. Dopo due anni s. Pio V creato ponteGce 
confermò nel loro incarico i deputati alla cor- 
rezione della Volgata, e ve ne aggiunse dei nuovi, 
i quali avendo anche ricevuti novelli sussidi di 
codici antichi, ottennero che il lavoro fosse ri- 
chiamato da capo. Qui cominciamo ad avere 
notizie più copiose intorno ai lavori fatti. Pri- 
mieramente trovo in un volume dell'archivio se- 
greto vaticano ( codice M. i3^ fol. 216. Vedi do^ 
cumenti num. IV ) la nota dei cardinali e dei 
consultori che componevano la congregazione ri- 
staurata da questo pontefice. Inoltre mi venne- 
ro alle mani varie carte disperse in molti co- 
dici parte nell'archivio segreto, e parte nella bi- 
blioteca vaticana, nelle quali ho trovato le con- 
clusioni adottate da questa congregazione in ven- 
tisei tornate o sessioni che si tennero dai 28 
aprile ai 7 decembre del 1569, nel qual tem- 
po si corressero il Genesi e l'Esodo. Questi po- 
chi frammenti superstiti, non solo ci dimostra- 
no che il lavoro progrediva, ma ancora ci fan- 
XìO conoscere la proporzione con cui si avan- 
zava; né più dobbiamo maravigliarci se non 
poteva essere fornito così presto come da molti 
si desiderava. E perchè altri non possa sospet- 
tare che \ìì appresso fossero interrotti questi 



168 
studi sotto il pontificato di Pio V io produrrò 
la testimonianza di Tommaso Manriquez mae- 
stro del sacro palazzo, che era consultore del- 
la stessa congregazione ; il quale ncH' aprile 
del 1571 scrive a Luca Antonio Giunta tipo- 
grafo di Venezia accordandogli di pubblicare la 
Bibbia, perchè i lavori che allora si facevano, 
come egli dice, dai correttori romani, non era- 
no ancora pronti per la stampa. Ma venuto a 
morte il santo pontefice e succedutogli il XIII 
Gregorio, sembra che restassero interrotti gli 
studi sulla Volgata. Certo è che allora si co- 
minciò a pensare di premettere alla stampa del- 
ta Volgata la Bibbia greca, quasi per facilitar- 
ne la strada. 

Di ciò ampiamente discorso il P. Unga- 
relli nel lodato suo opuscolo , come pure di 
ciò che fu fatto dai successori di Gregorio 
XIII per la Volgata , non occorre che io più 
vi trattenga su questo primo punto ; e credo 
d' avere abbastanza dimostrato che gli studi 
fatti in Roma per la correzione della Bibbia 
furono continuati per lo spazio di circa 40 anni. 

Era impossibile emendare gli errori intro- 
dotti dai copisti o dai correttori temerari ne- 
gli esemplari della Volgata , senza il riscontro 
dei codici antichissimi; né i censori romani tra- 
scurarono punto questo mezzo principalissimo. 
Ma quali furono i mss. da essi consultati? Al- 
cuni pochi sono già noti, ma i più ancor testé 
si ignoravano. Non potrei senza temerità asserire 
di conoscerli tutti; ma certo coll'aiuto dei do- 



» 



169 

cumenti che ho per le mani credo di non er- 
rare se dico che posso numerarveli quasi tutti» 

Comincio da queUi che si trovano in Ro- 
ma. Dapprima i correttori pontifici si rivolsero 
a indagare i codici vaticani. In fatti tra gh al- 
tri spogh di codici trovo che essi spesso no- 
tarono le lezioni delle Bibbie mss. della vati- 
cana ; ma le citano quasi in massa , e senza 
distinzione. Dovettero, credo io, persuadersi, che 
sebbene quella biblioteca fosse fin da quel tem- 
po forse la più ricca del mondo , ed avesse 
gran copia di Bibbie, tuttavia non possedeva al- 
cun esemplare della Volgata d' insigne antichi- 
tà o rarità. Quindi pensarono di aggiungere a 
quelli altri codici. 

Era già celebre il codice della Bibbia det- 
ta di Carlo Magno, che conservasi dai monaci 
cassinesi di s. Paolo fuori le mura; codice non 
solo ricchissimo per miniature e splendidezza d' 
ornamenti, ma, ciò che più monta, scritto con ra- 
ra accuratezza; e però i romani correttori vol- 
lero consultarlo e raccoglierne le varie lezioni. 
Essi ne fecero gran conto, e spesso lo citarono 
nei loro atti. Il Zanchio, il Sirleto ( Vedi il do- 
cumento num. F ) , il Rocca, e più recentemen- 
te il Bianchini ce lo hanno descritto annove- 
randolo tra i più preziosi esemplari della Vol- 
gata, se non per l'età in cui nacque, almeno 
per la correzione. 

Achille Stazio, uomo dotto e famigliare di 
s. Filippo Neri, possedeva un codice della Bib- 
bia che dicevasi corretto da Alcuino. I consul- 



no 

tori deputali alla correzione della Volgata, avu- 
tone notizia, vollero collazionarlo, ed il Baro- 
nio ci attesta che ne fecero molto uso ( Arina- 
les ecclesiastici ad ann. 231 num. 62 ). Questa è 
la Bibbia che si custodisce come prezioso te- 
soro nella biblioteca vallicellana, alla quala fu 
lasciala dallo Stazio cogli altri suoi libri. Il 
Bianchini, il Tommasio e molti altri hanno par- 
lalo di questo codice che da pochi altri è su- 
paiato per antichità ed accuratezza. 

Il cardinale Marcello Cervino, che poi fu 
papa Marcello li, possedeva un preziosissimo 
volume scritto dal settimo all' ottavo secolo, che 
conteneva la prima parte della Volgata, ossia 
l'Ottaleuco. Egli offrì ai correttori pontificii l'uso 
di questo raro codice, i quali se ne giovarono 
assai. Questo passò poi alla biblioteca ottobo- 
niana, e finalmente alla vaticana, ove ora ri- 
splende fra i più antichi mss. latini. 

Mostravasi nella sagrestia della Rotonda co- 
me una reliquia antica, fin dal principio dei 
secolo XVI un magnifico esemplare della Vol- 
gata, ricco di ornamenti e pitture , e scritto 
su pergamene della massima dimensione. Que- 
sto gran codice non potea sfuggire all' atten- 
zione dei correttori, ed il Sirleto si assunse il 
carico di collazionarlo, onde tener conto delle 
sue lezioni. Anche il B. Tommasio ne fece uso. 
Questo voluminosissimo codice fu poi acqui- 
stato dal card. Lambruschini , il quale con suo 
testamento lo lasciò alla bibhoteca dei barna- 
biti di Roma. 



171 

Molti altri codici furono consultati nelle bi- 
blioteche romane, e specialmente quelli che era- 
no stati appositamente acquistati dal card. An- 
tonio Caraffa prefetto della congregazione per 
la correzione della Volgata , il quale morendo 
lasciolli poi alla vaticana. Fra questi non vo- 
glio tacere il correttorio del secolo XllI da me 
in altra occasione illustrato. Il dotto Riccardo 
Simonio, avendo trovato in Parigi un altro esem- 
plare di questo correttorio, non dubitò di scri- 
vere che la correzione della Volgata sarebbe 
riuscita più agevole se Roma avesse avuto no- 
tizia di questo prezioso lavoro. Ignorava il dotto 
autore che ai correttori pontificii non era man- 
cato neppure il sussidio del suddetto correttorio. 

Esaurite le dovizie delle romane bibliote- 
che i correttori si volsero alle straniere. In una 
nota, che conservasi nell'archivio della bibliote- 
ca vaticana {codice B. fol. 19 ) trovo scritto che 
il 21 ottobre 1562 Marsilio Caphano deposi- 
tario dei libri della R. Camera Apostolica di- 
chiara d'aver ricevuto dal cardinale Alessandri- 
no una Bibbia dei monaci di Avellana, da con- 
segnarsi ai deputati che dovevano riscontrarla 
con altri antichi codici per fare una Bibbia 
emendatissima da stamparsi a benefizio pubbli- 
co. In fatti nelle note dei correttori pontificii 
trovo citata la Bibbia Avellana. Io penso che 
questa dovesse essere quella medesima che s. 
Pier Damiano corresse e poi lasciò in dono ai 
monaci dell' Avellana ( Patrologia latina edita dal 



172 

Migne tomo CXLV pag. 33^ ) ^ come egli stes- 
so ci attesta in una sua lettera. 

I monaci benedettini dell'abadia di Firen- 
ze, circa lo stesso tempo , ebbero ordine dal 
sommo pontefice di collazionare i migliori co- 
dici della Volgata. Conservasi ancora parte nel- 
l'archivio segreto vaticano, e parte nella biblio- 
teca vaticana, il frutto delle fatiche sostenute da 
questi dotti religiosi in ossequio della s. Sede. 
Essi confrontarono dodici esemplari manoscritti 
della Volgata, dei quali due appartenevano alla 
loro abadia ; sette alla Certosa , e tre al con- 
vento di s. Marco in Firenze. Mandando a Ro- 
ma le varie lezioni di questi antichi codici , i 
dotti religiosi scrivono che volentieri avrebbero 
aggiunto la nota dei luoghi , che a loro sem- 
bravano da emendarsi nella Volgata col sussi- 
dio dei codici ebraici ove mancava la testimo- 
nianza dei latini; ma se ne restavano per non 
sembrare di eccedere il loro mandato ( Vedi 
documento num. VI). 

Molto pili ricca messe arrecarono ai cor- 
rettori pontifìcii i dotti monaci benedettini di 
Montecasino, i quali ebbero il medesimo invito 
dalla s. Sede. Essi possedevano nella famosissi- 
ma loro biblioteca ventiquattro antichi esem- 
plari della Bibbia Volgata; e per fare cosa utile 
alla chiesa e grata al romano pontefice, senza 
badare a fatica, misero mano a confrontarli tutti, 
prendendo per base la splendidissima e vera- 
mente regia edizione della Bibbia in tre volu- 
mi in foglio che erasi pubblicata pochi anni 



173 

prima, cioè nel 1550, a Lione dal Grifi. Il la- 
voro accuratissimo dei cassinesi si conserva 
quasi intero, ma disperso in vari codici di mi- 
scellanee nell'archivio secreto vaticano: ed io spe- 
ro che con mollo guadagno della critica sacra 
si potrà pubblicare. Non so se questi mona- 
ci avessero avuto un ordine diverso da quello 
mandato a quei di Firenze; ma trovo che essi 
non contenti della fatica fatta nel confronto di 
tanti codici, vollero aggiungervi le varianti che 
meglio poterono raccogliere nel riscontrare la 
Volgata col testo ebraico e greco. 

Alquanto più tardi i correttori romani eb- 
bero notizia di un codice biblico rarissimo che 
custodivasi dai monaci cistcrciensi di Monte 
Amiata, e subito chiesero di averlo in impre- 
stito. Sembra che dapprima quei buoni religio- 
si avessero qualche difficoltà a cedere l'uso di 
quel venerando codice: ma da ultimo non pote- 
rono rifiutarsi ad un ordine espresso di Sisto V, 
e però con ogni diligenza lo mandarono a Ro- 
ma. I censori pontificii, avutolo in mano, tosto 
conobbero il pregio singolarissimo di quel co- 
dice, e confrontatolo interamente e raccoltene 
le più piccole varietà lo ritornarono a Monte 
Amiata ; d' onde poi nel secolo scorso fu tra- 
sportato alla laurenziana in Firenze, ove ora è 
custodito. Questo è senza dubbio il più antico 
ed il migliore esemplare che esista della Vol- 
gata. Il Tischendorf, che nel 1850 in Lipsia 
pubblicò il nuovo Testamento secondo la le- 
zione di questo codice, dice che fu scritto poco 



174 

più di cento anni dopo la morie di s. Girola- 
mo. Molti scrittori lo hanno illustrato, come può 
vedersi presso il lodato Tischendorf, ma sopra 
tutti il Bandini. Per lo studio accurato che vi 
ho fatto posso asserire, senza tema di errare, che 
i correttori sistini hanno preferito questo ad 
ogni altro codice ; ed anche in ciò hanno di- 
mostrato finissimo giudizio. 

Le cure dei romani correttori non si con- 
tennero entro i confini d' Italia ; ma si estese- 
ro anche fuori, ovunque sapevasi esistere qual- 
che insigne esemplare della Volgata. Tacerò dei 
codici di Parigi, intorno ai quali non fecero nuo- 
ve ricerche, perchè stimarono che al loro sco- 
po poteva bastare lo spoglio che ne aveva fat- 
to Roberto Stefano , massime nella regia sua 
edizione del 1540, la quale essi consultarano. 
Tacerò ancora dei codici già confrontati dai lo- 
vaniesi, che parimente giovarono ai correttori 
pontifici ; ma non posso tralasciare di far men- 
zione d' una lettera di Cristoforo Piantino scrit- 
ta nel 1574- a Gregorio XIII, che mi è venu- 
ta alle mani in un codice della vaticana (2023), 
la quale ci rivela alcuni fatti degni di essere 
ricordati. In questa lettera narra, essere stato 
pregato di dare alla luce una nuova edizione 
della Volgata; ed avere scritto al padre maestro 
del sacro palazzo per sapere se la correzione 
che si faceva in Roma era prossima a pubbli- 
carsi, e se egli intanto poteva accondiscendere 
alle istanze che gli erano fatte: avere avuto per 
risposta che poteva fare una nuova edizione , 



175 

perchè, attesa la gravità dell'affare, Roma non 
avrebbe compita così presto la desiderata cor- 
rezione. Quindi soggiunge : essersi perciò posto 
in animo di coadiuvare per quanto era in lui 
i romani censori nell'ardua impresa: avere per- 
tanto raccolto da tutte le biblioteche del Bel- 
gio circa 60 codici biblici; averli coli' aiuto di 
molti uomini dotti, e con non poca spesa, coK 
lazionati ; ed ora offrire per mano del cardi- 
nale Caraffa a Sua Santità il frutto dei suoi 
lavori: augurarsi che potessero tornare utili e 
facilitare in qualche parte gli studi ordinati dal 
s. Padre (Vedi documento num. VII). Ecco dun- 
que nuovi codici somministrati opportunamente 
ai correttori pontificii. 

Ma questi da ultimo avendo saviamente 
notato ciò che raccogliesi dalle lettere di s. Gi- 
rolamo , che cioè Lucinio Betico ( deW Andahi- 
sia ) , vivente ancora il s. dottore , aveva spe- 
dito sei amanuensi per prendere copia di tutti 
gli scritti del santo, ben videro che non era da 
dimenticarsi la Spagna. Adunque per mezzo del 
nunzio pontificio si adoperarono sollecitamente 
per avere le lezioni di due codici, riputati i mi- 
gliori di quel paese, l'uno appartenente alla cat- 
tedrale di Leon , 1' altro alla chiesa di Toledo. 
Amendue furono confrontati separamente con 
una Bibbia stampata, nel cui margine vennero 
notate con grande diligenza tutte le loro va- 
rietà. La prima conservasi ora fra i codici va- 
ticani ( 4859 ) , e porta in fronte la lettera con 
cui il vescovo di Leon l'accompagnava, indiriz- 



176 

zandola al card. Antonio Caraffa. Ivi è minu- 
tamente descritto il codice loonese , e se ne 
produce l'epigrafe , dalla quale rilevasi che fu 
scritto nel secolo IX , ed è alquanto piìi anti- 
co del codice toletano [Vedi documento niim.VIII). 
Ma mentre il leonese restò sin qui sconosciuto, 
il toletano divenne celebratissimo, prima per l'uso 
che ne fece il dotto p. Mariana nei suoi commen- 
tari e nella sua dissertazione sulla Volgata : 
poi più ancora perchè il Bianchini avendo tro- 
vato tra i libri stampati della vaticana la Bib- 
bia colle varianti mss. ricavate dal codice stes^ 
so e mandate a Roma dall' arcivescovo di To- 
ledo, le pubblicò nelle sue Vindiciae Bibliorum, 
e recentemente furono inserite come appendice 
alle opere di s. Girolamo pubblicate a Parigi 
dal Migne. Così la Snagna, che aveva ottenuto 
in imprestito da Leone X due codici greci del- 
la vaticana quando il Ximenes volle stampare 
la celebre sua Poliglotta in Alcalà , ora man- 
dava a Sisto V due codici latini per la corre- 
zione della Volgata. 

Qui ponendo termine alla enumerazione dei 
codici adoperati dai correttori pontificii per la 
emendazione della Volgata , sono costretto di 
farvi notare che quasi tutti i documenti, con cui 
ho potuto asserire l'uso che in Roma si fece 
dei suddetti codici , mi sono venuti alla mano 
quasi a caso: onde si deve presumere che, ol- 
tre a questi , altri codici fossero altresì consul- 
tati. Ma al mio intento le poche cose accenna- 
tevi bastano per conchiudere che tra i codici con- 



177 

frontali dai romani censori si trovano i più in- 
signi ed autorevoli mss. che ora si conoscano 
della nostra Volgata. 

Restami a discorrere del terzo punto pro- 
postovi; e qui sarò brevissimo. Non bastava cer- 
tamente alla buona riuscita dell' ardua impresa 
r avere speso molto tempo , e 1' aver raccolto 
i migliori c