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Full text of "Giornale Arcadico di Scienze / Lettere ed Arti"

S/S®. 



GIORNALE 



DI SGlElXZEf LETTERE, ED ARTI 




ROMA 

RELL.Ì STAMPERIA DEL GIORNALE 

PRESSO ANTONIO BOULZALEB 

1836. 




S. n Qu 



GIORNALE 



DI SCENZE LETTERE ED ARTI 

TOMO LXIX. 

f OTTOBRE , NOVEMBRE E DICEMBRE 

1837. < 




ROMA 

NELLA STAMPERIA DEL GIORNALB ARCADICO 
PRESSO ANTONIO BOULZALEU 



SCIENZE 



Del nuovo gelso delle isole Filippine. 

J_Jeg*:;enirao in un giornale lombardo , essere il gelso 
ut) albero doro ; e quella espressione non sappiamo di- 
chiarare esagerata : imperocché da qucll' albero ha nu- 
trimento il baco , la cui seta è tanto in pregio pres- 
so le nazioni civili : per aver la seta i lontani po- 
poli tributano denaro in quantità a quelle non molte 
regioni, in cui il baco ha prospera vita e coltura; e fra 
esse è Italia nostra. Quindi , dopo il Dandolo filantro- 
po a nìuno secondo , moltiplicarousi le piantagioni de* 
mori gelsi; si migliorarono i metodi di educaz ione dei fi- 
lugelli ; si migliorarono quelli del setificio : furoit ;in- 
che esperiraentate altre foglie come succedanee a quelle 
del gelso bianco per cibare i bachi. 11 nobile sig. Cle- 
mente Rosa esperimento quelle del gelso indiano (moriis 
macrophrlla ) ; ma se 1' esito non fu infelice del tutto, 
neppure uguagliò i vantaggi che dal gelso bianco rica- 
vansi(l). Il sig. Bonafous, celebre agronomo in Torino, 
esperimentò le foglie della Maclura Jurantiaca\ e ben- 
ché ne facesse elogio , pure fu stretto a confessare clic 
non presentano allo stesso grado quelle proprietà i le 
quali rendono il gelso adatto ali* educazioae del baco da 



(i) Vedi Pagani , Foglia di ^e\so morus indien. Nel Gior- 
nal« agrario lombardo - veneto i834. Voi. i. pag. 189. 

1* 



4 Scienze 

seta (1): c(3 il eh. marchese Ridolfi provò, che se val- 
gono a nutrire il filugello, non valgono a fargli pre- 
parare i materiali serici che gli occorrono per filare 
il bozzolo , e non bastano a dargli forza di mutarsi 
in crisalide per divenir poi farfalla , e fallo insetto 
perfetto , provvedere alla propria riproduzione (2). Il 
Bonafous lodato fece altri esperimenti sulle foglie del 
rovo , fìel rosajo , dell' olmo , del crespino , dello smir- 
nio , della parietaria , dell' acero di Tartaria : adoperò 
le scorze nere di Spagna^, e la camelina (3) ; e co- 
nobbe che se alcune possono alimentare il baco , niu- 
na è capace di fargli produrre il bozzolo, Neil' ago- 
sto 1821 il naturalista Perotlet trasportò da Manilla 
a Parigi tre piantine di un nuovo gelso ; le quali fa- 
cilmente moltiplicate in Francia ed in Italia , presen- 
tarono ai coltivatori dei bachi da seta tali e tante qua- 
lità migliori del nostro gelso bianco , che negarlo 
sarebbe un negare la luce del sole. 

Dal luogo d'onde provenne in Europa , dicesì que- 
sta nuova specie gelso delle Filippine-, alcuni lo no-* 
luarono morusno^a species sinensis : il Perottel mo- 
rus multicaules : il Bonafous morus cuculiata : nelT 
alta Italia dicesi pure gelso a foglie cave ^ o gelso 
a cappuccio. La descrizione botanica ha i caratteri 
seguenti : Morus foliis cordatis , basi inaequalibus , 
vix lobatis , dentatis , awpUssimis , cuculiai is. Le 



(i) Delle foglie della maclura aurantìaca come succedanee 
a quelle del gelso. Nel Giornale agrario lonibardo-veneto i836. 
Yol. 5. p. 68. 

(•ì) Giornale agrario toscano del i834. 

(jj Recherches s»r Ics moyens de reinplacer la feuiìle \clu 
mwirir par un mitre subxlance p^opre au ver a soie. Nelle Mem. 
(te ili socielè roy. et centr. d'agric. dell'anno 1826 



Gelso delle Isole Filippinh 5 

foj^lle di esso giungono a trenta centiniptri ili liiti£;Iiez- 
za , a ventidue di laif;l)ezza. Come tulle le altre spe- 
cie di gelsi , de' quali pasconsi i bachi da seta , han- 
no la superficie irta d'un mirabii numero di tuberco- 
lati o corpicellì a foggia di glandolette (1) , le qua- 
li sembrano la sede dell' odore che emana dalle fo« 
glie stesse (2). I rami sorgon ritti e sottili ; e curvan- 
si sotto il molto peso delle foglie , come il salix peti' 
fiala. Volendosi il nuovo gelso educare di allo fusto , se 
non divien alto quanto il nostrale , di poco resta mi- 
nore : non patisce ne* climi nostri le intemperie inver- 
nali : prospera nei terreni leggeri , nei sabbiosi non ari- 
di , negli irrigui o altrimenti umidi ; a::zl sembra che 
Il preferisca : è poco ferace di frutti , copiosissimo di 
foglie; di vegetazione primaticcia. Propagandolo per 
seme , degenera ; sì mantiene identico con innesto , 
margotta , talea t ad alto fusto coltivasi sia natural- 
mente , sia per innesto (3). Il Beltrami lo innestò a 
spacco sulla robinia , sulla rovere , sullo spino bian- 
co , sul salcio , sull' alberella , sulT oppio , sull' avel- 
lano , e sempre con esilo felice ; ma anche meglio sui 



/i) Perottet, Óbservatìons sur le Morus multicaulis. Ar- 
chives de botanique tom. t. i833. 

(a; Tale sostanza, analizzata dal Ferrano, fu giudicata nuo- 
va , propria delle foglie del gelso, di natui'a neutra, non ripor- 
tabile ai principii immediati dei vegetali già noti ; e dalla sua 
origine la disse Morofilla. 11 Lomeni poi sembra inclinato a cre- 
dere che essa sostanza determini la preferenza che i bachi dan- 
no alle foglie del gelso , e che sia essenziale alla formazione 
della seta. 

(3) Si veggano a!«une accurate osservazioni sull'innesto 
deigeisi pubblicate da Ambrogio Nava Biblioteca Italiana, 
Voi. 77./». igov 



Ci Scienze 

gelsi hianchi ; e si a spacco ed a zuffolo in prima- 
vera , s\ a scudo, ad occhio germogliaiile o dormiente 
in primavera ed in estate (t . Avendo però esso nuovo 
j»elso la facoltà di produrre dal piede numerosi pol- 
loni , vieo giudicata migliore la coltivazione a cespu- 
gli , sia in una linea a guisa di siepe , sia in piìi 
linee a guisa di bosclietto. 

La propagazione per talea semljra la più facile 
ed economica : e si usa nel modo seguente. Tolte alle 
piante le verghe di un anno , tagli ansi a pezzi di cir- 
ca venti centimetri , in modo che ciascuno contenga 
almeno tre gemme od occhi. Si piantano nel marzo o 
ncir aprile in terreno dissodato e leggermente conci- 
malo ; se sono un poco appassiti, sarà benfatto immer- 
gere questi fittoni, prima di piantarli, in una caldaja di 
acqua tiepida mista con letame disciolto. La pianta 
gione facendosi a file , queste debbono esser distanti 
l'una dair altra quattordici conti metri ; ed ogni quat- 
tro o cinque file si lascia uno spazio vuoto per co- 
modo del coltivatore. Delle tre gemme di ogni talea 
una sola deve sporgere sopra terra : se la stagione è 
asciutta , conviene annaffiarle ; e fa d'uopo mantenere 
il terreno mondo da ogni erba. Neil' autunno esse soa 
divenute barbatelle ; ed allora si trasportano ove si 
vuol fare la piantagione , procurando di farle miglio- 
rar di terreno. Se la piantagione vuol farsi a foggia 
di siepe , si apre un fossato largo quaranta centimetri , 
profondo venti, e piantansi in esso le barbatelle alla 
distanza di settantacinque centimetri l'una dall' altra , 
e tagliansi poscia a fior di terra. Se vuol formarsi 
boschetto , gli stessi fossati si aprono in linea parallela 



(i) Vedi Soulangs Bodin, nel Giornale agrario lombardo - 
rentto i836, toI 5. p. 5g. 



Gelso delie uolk Filippine 7 

lungi l'uno dall' altro metro uno e centimelii ottanta ; 
e l'una barbatella lungi dall' altra metro udO e centi- 
metri venti y osservando in queste una distribuzions 
l.ije , che quelle della prima linea corrispondano alla 
terza e alia quinta , quelle della seconda alla quarta 
e alla sesta , e Cosi in avanti. Neil' uno e nelf altro mo- 
do è utile ingrassare il terreno con concime ben ma- 
turo : si eleva poi il terreno sulle file delle barbatel- 
le » togliendolo dagli spazi interlineari, a guisa dei no- 
stri solchi. Nel primo anno dopo la piantagione si ia- 
scian crescere i virgulti , diminuendone solo qualcu- 
no se fossero troppo folti , e mantenendo il terreno 
mondo da erbe. Nel secondo anno si può usare della 
foglia ; quindi tagliatisi i virgulti in vicinanza del ter- 
reno , lasciando loro due o tre gemme al piti ; picrchè 
la potatura corta aumenta il prodotto , facendogli 
emettere foglie di straordinaria grandezza. Negli anni 
successivi la potatura si regola per modo, da formare 
dellff ramificazioni un cono rovescio vuoto nel centro- 
Ogni anno convien lavorare il terreno almen tre volte, 
onde tenerlo mondo dulie erbe. L'ultimo lavoro si fa 
neir autunno dopo la caduta delle foglio , le quali 
radnnansi presso le piante, e rlcopronsi di terra , fa- 
cendole servir così di concime. 

I molti esperimenti che furon fatti intorno que- 
sto nuovo gelso provarono evidentemente , che esso 
è superiore sotto ogni rapporto a qualunque altra spe-- 
cie di gelso fra noi coltivata. Furonvi alcuni che ne 
scrissero contro ; forse perchè agli occhi di molti è 
buono sol quello, di cui gli antichi ci lasciaron la pra- 
tica : ma non si risponde ai fatti. Se è da savio il du- 
bitare , chiuder gli occhi alla luce per negarla è vi- 
zioso pirronismo. Quindi siano rese grazie a coloro che 
ne difesero con validissime ragioni la utilità. Ricordia- 
mo fra questi filantropi il dottor Ignazio Lomeni , 



R Scienze 

del qnalc molle opere abbiano soli' occhio (I) : e con 
esso il si;w. Carlo M^upoil clie primamente introdusse 
in Italia r^rino J825 il nuovo gelso, e ne scrisse sì per 
pratica sì per teorica (2) ; il dottor Matteo Bonafous , 



l'i) Rlxultanienti di uno esperimento coinparalivo circa 
gli effetti del nutrirei bachi da seta coli' antico gelso innestato, 
e col gelso nuovo delle Filippine. Milano , tipogr. Lampa- 
to i832. in 8. 

Nuove sperienze intorno gli effetti del gelso delle isole 
Filippine paragonati a quelli dell'antico gelso bianco d'innesto 
nel nutrimento dei bachi, e nella produzione della seta; ed ana- 
lisi chimica delle foglie dei delti due gelsi. Milano , tipogr. 
Lampato i853. 8. 

Sperienze ulteriori circa gli effetti del nuovo gelso delle 
Filippine imprese colla specie di bachi da seta di 4 mute 
;:(neralmcnte coltivate in Lombardia. Nel Giornale agrario. 
-Vilano t854- 2. p, 207. 

Della superiorità per finezza e nerbo della seta prodotta 
col nutrire i bachi di foglie del gelso delle Filippine , risul- 
tante dalla comparazione con quella ottenuta dal gelso bian- 
co antico nelle diverse manipolazioni sino alla riduzione in 
stoffa. Nel Giornale agrario. Milano 1834- voi. 2. p. 268. 

Istruzione intorno la moltiplicazione e coltura del gelso 
delle Ì5ole Filippine. Nel Giornale agrario. Milano i834. voi. 
Q. p. 2^5. 

Sperienze ripetute nel i835 intorno il gelso delle isole Fi- 
lippine , e li suoi effetti nel producimento della seta. Nel Gior- 
nale agrario. Milano t835, voi. 6. d. 161. 

(1) Cenni sopra il gelso delle Filippine. Nel Giornale agrario. 
Milano 1834. voi. i. p. 21. 

Di un secondo annuo raccolto dimostrato possibile usando 
ad alimento de' bachi da seta le foglie del gelso delle isole Fi- 
lippine. Nel Giornale agrario. Milano i836. Voi 5. p. 4^- 

Saggio storico intorno la coltivazione e prodotti serici del 
gelso delle Filippine. Nelle Esercitazioni dell' accad. agraria di 
Pesaro ; anno 3, Semestre i, del i855. 



Gelso dellk isole filippine 9 

il quale non contenlo delle proprie esperienze, mise 
a disposizione dell' accademia de' geoigofili di Firen- 
ze la somma di cento zecchini , perchè venisse premia- 
to nel 1 836 chi con esperimenti più decisivi e me- 
glio condotti porrà in chiaro l'influenza della foglia 
del nuovo gelso sulla seta prodotta dai bachi nutriti con 
essa (i). Ne da questi disgiungeremo il molto reve- 
rendo D. Paolo Celtrami , il quale pubblicò un Saggio 
teorico -pratico suW utilità prodigiosa dei boschetti 
a gelsi sopra tutti gli altri raccolti della campagna^ 
e parlicolar /lente de" nuovi gelsi delle isole Filip- 
pine (2) ; ià altrove un opuscolo intitolato : Vantaggi 
notabiliss.mi da ricavarsi dalla introduzione del gelso 
cuculiato delle isole Filippine (3) ; ed il sig. Dome- 
nico '^» izzi pel suo Manuale pratico per coltivare il 
gelo e per formare siepi e boschetti cedui ed a cep- 
pija (i). 

Dicemmo che sarebbe un negare la luce del so- 
le , negando i vantaggi che sicavansi dal nuovo gelso. 
Infatti esso , per innesto o per talee, può al terzo anno 
dar la foglia , anzi anche in minor tempo ; mentre al 
nostro fa d' uopo di tempo assai più lungo. La quanti- 
tà della foglia per la sua grandezza risulta in peso il 
doppio di quella de' nostrali, ed essendo più nutritiva, 
ne bastan Ire quarti comparativamente alla nostra (5). 
Deve poi porsi a calcolo la facilità del ricolto: che pre- 
senta agevolezza , potendosi impiegare anche i fanciul- 



de' 1 



(i) Ath aell'imperiale e reale accademia economico-agrario 
de' p jigofili di Firenze. Voi. Xll. Anche Tace, agraria in Pe- 
ro distribuirà nel 1837 "'^ premio a questo rapporto. 
(ri) Lodi , lipogr. Orceti i835. 8. 

(3) Giornale agrario. Milano i835. voi. 4> p- 18. 

(4) Padova , presso Cartallier i855. 8. 
iS) V. Beltrami, Vantaggi citati. 



10 Scienze 

li; presenta economia , essendo esperienza fatta (lai sig* 
C. Dupont di Chambery , che un operaio può in una 
giornata roccogliere dieci quintali di foglia del gelso 
delle Filippine, mentre appena due ne raccoglie sui 
gelsi comuni (1). Altro vantaggio si è Tessere il nuovo 
gelso ferace di frutti; quindi il peso del suo fogliame, 
raccolto che sia, va soggetto a piccolo defalco, facil- 
mente si mondan le foglie, presta minor materia fermen- 
tahile sotto ì bachi. E non si deve dimenticare l'utile del 
prosperare in terreni leggeri, ed anche umidi, e in vici- 
nanza delle risaie, dove i nostri deperiscono; Tesser me- 
no soggetto alle intemperie del verno ; il non temere le 
variazioni atmosforiolie ; il non soffrire come i tinsi ri 
la idropisia (2). Anche è da ricordare la facilissima 
moltiplicazione per mezzo delle potature. E qui notia- 
mo che nel 1835 il sig. conte Villa di Montpascal, in nn 
campo presso Torino seminalo a grano, fece piantare col 
foraterra diecimila talee del nuovo gelso sulla sommi- 
tà delle porche ; e dopo la mietura del grano sovsoic 
esse sì rigogliose , da convertire tutta l' estensione in 
una folta selva (3); il che vede ognuno qual felice 
resultato produce , e qual vantaggio nell'avviceiulainen- 
to delle terre. A proposito poi della facilita di propa* 
gazione aggiungiamo , che il eh. Lomeni, presi i pol- 
loni semi- erbacei della vegetazione vernale colti colla 
foglia ne) maggio , li piantò in luogo di poco sole , 
gì irrigò, ed ebbe da essi buone barbatelle nel novem- 
bre. Anche più ; prese le potature nel giugno , le pian- 
tò , ed ebbe nel novembre le barbatelle (4], 



(i) Giornale agrario. Milano i856 voi. 5. p. £5. 
(2) V. Beltrami, Fantaggi citati. 
(3} Giornale agrario . Milano i836. voi. 5. p. 4o. 
(4) Giornale agrario. Milano i835. voi. 4 p. 17Ó. 



Gelso dellk isole filippine 11 

Ne dobbiamo (ìiraenlicare, che essendo il nnovo gel- 
so pili piimaticcio degli altri , permette di anticipare di 
alcuni giorni rallevaraento dei bachi , sottraendoli così 
al caldo solstiziale che per essi e dannoso : e duran- 
do la loro vegetazione sino al mezzo novembre , men- 
tre i nostri finiscono al finir di settembre, se ne può fa- 
re un secondo rìcolto dopo spogliati la prima volta : e 
ciò senza alcun danno delle piante, A ciò pose cu- 
ra primamente il sig. Maupoil ; e consigliò nello sfo- 
gliaraento conservare alla sommità de' ramoscelli le più 
giovani foglie , per ottenere in capo ad alcuni giorni 
un nuovo ricolto. Ma esperimentata la e sa dal doti. 
Loraeni , questi conobbe che tali ramoscelli non ripro- 
ducono poi nella stagione altro fogliame , attirando a 
se tutto r umore quelle foglie lasciate ; mentre al con- 
trario i ramoscelli denudati del tutto rivestonsi in tutta la 
loro estensione. Dal che ne scende, che può esser utile 
lasciar le foglie nella sommità, quando si abbia bisogno 
di un piccolo non lontano secondo ricolto sussidiario 
al primo : ma volendosi un secondo rioolto a servizio 
di una seconda emersione di bachi , conviene sfogliare 
r intiera pianta , compresa la sommità dei rami. Il lo- 
dato Maupoil nel 1835 tentò ed ottenne felicemente un 
secondo raccolto di bozzoli educati col gelso delle Fi- 
lippine. Terminato il primo, secondo la Scuola del bi- 
gattiere , fece egli sviluppare le sementi del secondo 
dal 28 al 30 giugno. I bachi in modo assai soddisfa- 
cente salirono al bosco al finire di luglio ; e compiero- 
no i bozzoli, dai quali ritirò seta eccellente (1). Per le 
quali ragioni a buon diritto il Beltrarai scriveva, che i 
gelsi delle Filippine arrecano una utilità pecuniaria di 
gran lunga superiore a quante altre dalla terra ci ven- 
gono (2) : ed ognuno dalle sue dimostrazioni resterk 



(i) Giornale agrario . Milano r856. voi 5. p. 49- 
(ay Utilità prodigiosa cùata. 



21 S e I E N Z B 

persuaso ; sempre , ben inteso , che si possa far uso o 
smercio della foglia che da essi si raccoglie. 

Gilè se il nuovo gelso ha i vantaggi discorsi sulle 
altre varietà innanzi cognite appo noi, non minori van- 
taggi arreca nella produzione delle sete. E debbesi pria 
d' altro notare, che i bachi ne mangiano la foglia avida- 
mente , quanto e più che la nostrale , senza contrarre 
per essa alcuna malattia : e che da tali bachi si ottie- 
ne una seta di titolo e nerbo più pregevole. Replica- 
le esperienze han fatto chiaro , che la seta grezza 
ottenuta dai bachi nutriti con quella foglia , nulla sof- 
fre deir intrinseca sua tanacita e robustezza , anche se 
si tiene per più mesi ed anni senza lavorarla : che in 
paragone della seta grezza ottenuta dai bachi educati 
eón la foglia nostrale , è di maggiore e di più bella lu- 
centezza. 11 seguente quadro , in cui sono le risultan- 
ze di una esperienza fatta nel i834, indicale migliorie 
ottenute nella trattura delle sete dai bozzoli provenien- 
ti dai bachi nutriti col nuovo gelso , su quelli nutriti 
con 1' antico. 



Gelso delle isole ^iliPpink 



13 





Titolo 


' Prodotti 
in 


Al produci- 
mento di una 


Ragguaglio 
fra le sete 
ed i bozzoli 




della 


once, denari, 


libbra di se- 




seta 


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ta occorrono 
lib. on. den. 




Dai bachi nutriti 
col nuovo gelso 


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Dai bachi nutriti 
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(b) 


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Ne le indagini ferraaronsi alla seta grezza : si 
esteselo anche alle diverse manipolazioni, cui va susse- 
gueiitemente soggetta : e ne resultò , che fatto sempre 
il paragone solilo , quella prodotta dai bachi nutriti con 
le foglie del nuovo gelso cuculiato acquista nella scru- 
datura più nitida candidezza, e conserva superior lu- 
centezza ; nella tingitura ne ottiene più vivace il colora- 
ramento , e più splendente. Sottoposta al tormento 



(a^ La differenza di denari 4 nel titolo fi) calcolata sul 

529 
dati maggiori estremi , arriva al 23 ^ per cento in vantag- 
gio della seta prodotta col gelso delle Filippine. 

(b) La eccedenza di produzione di denari sei di seta ogm 
libbra di bozzoli per parte del gelso nostro dà la differenza coni- 

parati va in più al io per cento. 

1000 
(e) La differenza di maggior consumazione de' secondi in 

262 
once ir. don. 21 per ciascuna libbra di seta, dà il io ., „ ,■ 

1000 

per cento ; e stabilisce il ragguaglio fra la seta ed i bozzoli , di 
cui neir ultima colonna del quadro. 

(i) Nelle esperienze del i835 il Lomeni ottenne una finez- 
za di filo che giunge al titolo di den. i4- Giornale agaario. 
Milano i835. voj 4- p. 162 . 



I4r Scienze 

del telaio , conserva coslaote la lucentezza , risentito il 
colore, ed ha maggior morbidezza nel tatto: ed oltre 
tutto ciò, si ha per essa maggior finezza nel tessuto. Im- 
perocché il peso comparato è del i3 per cento in meno 
nella stoffa fatta con seta proveniente da' bachi nutriti 
col nuovo gelso : quindi in ragione della minor massa, 
ed attesa la superior finezza del filo, mostra assai mag- 
gior nerbo che quella prodotta dai bachi nutriti col- 
Tanlico gelso. Quindi leggiamo , che diversi premi fu- 
rono accordati nelf alta Italia a coloro , i quali nelle 
pubbliche esposizioni di arti e di manifatture presenta- 
no i primi saggi delle sete prodotte da bachi nudriti del- 
la nuova foglia cuculiata : e per ricordarne uno , il più 
volte lodalo sig. Carlo Maupoil fu premiato ia Venezia 
della prima medaglia d'oro nel 1831. 

Tali cose, desunte dagli autori citati in quest'ar- 
ticolo , abbiamo creduto utili e degne da inserire nel 
nostro giornale , onde invogliare appo noi la miglio- 
r.'iiione delle sete per mezzo del nuovo gelso; ciò che 
da molti e molti anni reca tanto vantaggio alle proviu- 
t:i(; dei regno lombardo ~ veneto , dove si fiorente ne 
è il commercio allivo. Si osservi che la ricerca della 
seta va crescendo ovunque; si perchè l'incivilimento si 
aumenta , ed auraetitandosi propaga T agiatezza di ce- 
to in celo : si perchè cresce ovunque la popolazione. 
Le quali cause speriamo che niuno sia per contraddire ; 
che se ci fosse chi le ponesse in dubbio , noi lo riman- 
deremmo a leggere quanto ne ebbe scritto il dottor Car- 
lo Cattaneo (1). Ora, in tutti i paesi può consumarsi 
la seta , non in tulli si può produire ; perchè , senza 
cercarne altre ragioni, il clima oppone in molli un osta- 
colo insuperabile. Può prodursi , e si produce la seta 



i) Annali universali di slalistica, fase, di aprile i836p- J^. 



Gelso delle isole Filippiwk 15 

nei dominii dello slato pontificio; e già in Bologna, nel- 
la Romagna , a Pesaro , nelle Marche , in altre provin- 
ole il setificio è miglioralo assai da quello diesi fosse 
pochi anni indietro : e le sete di Fossombrone sono re- 
putate le più pregevoli di Europa , e si dà loro meri- 
tamente il nome di sete d' oro. Ora il miglioramento 
che alla seta deriva dall' uso del nuovo gelso delle isole 
Filippine, produrrebbe di necessità un aumento di prezzo 
all'estero. E che di tale manifattura si faccia commercio 
all' estero , facilmente si prova dal seguente quadro : 
nel quale abbiamo riuniti i diversi prezzi delle sete di- 
verse dello stato pontificio nelle pubbliche vendite ef- 
fettuate in Londra. Aggiungiamo che i prezzi di quel- 
le di Fossombrone ( prima qualità ) raramente furono 
uguagliati da altre sete europee. 



16 



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GkLSO DKLLE ISOIK JfiLlPPIKK 4T 

Finora noi tencinino discorso di sete grezze : or 
clie sarebbe delle lavorale , Se i nostri ninni fattori si 
svegliassero , e guardassero ciò che si fa in aliti paesi 
di Europa? Ma questa discussione raerila indagiiii e rilie- 
vi diversi , che forse daiau motivo ad uà altro articolo. 



C. G, 



Intorno alla cassa romana di risparmio. 



I 



1 lavoro è il mezzo che ha dato airuomo la provviden- 
za per soddisfare a' propri bisogni e tener lontana da sfe 
la miseria. Ma ancor quegli che dalle sue industriose fa- 
tiche cava il necessario sostentamento , è , per condi- 
zione dell'umana natura , sottoposto a molli e vari ac- 
cidenti che lo rendono o inabile o inoperoso. Un'infer- 
mità che sopravvenga impedisce di travagliare più gior- 
ni, e qualche volta ancor lutto il resto della vita : una 
sospension di lavoro toglie l'utile impiego alle braccia 
e lascia ozioso più tempo l'operaio : la vecchiezza smi- 
nuisce le forze, e rende scarso e forse ancor nullo il gua- 
dagno in un'età che accresce il bisogno : finalmente tan- 
te e tanto svariate sono le vicende della vita e della so- 
cietà , che , se l'uomo non vi pensa in tempo e provve- 
de, cade infelicemente nell' indigenza. E' ben vero che 
allora la carila gli stende le braccia , e toltolo all'ab- 
bandono , l'acooglie in istituii che curano l'infermo , 
sostengono il vecchio, proteggono la vedova, e danno la- 
voro al povero valido. Ma quanti non giungono a par- 
tecipare di que' benificii ? e perchè, sebben copiosissi- 
mi, pur non «ono bastevoli a tutti , e perchè molte vol- 
te il vizio, copertosi coi venerandi cenci dell'innocealc 
povertà , fura i soccorsi ai mcrilevoli. 

G.A.T.LIX. 2 



18 SCISN/. E 

Pertanto la carila che immutabile , come Dio , nel 
suo principio , è fecondamente varia nelle sue applioa- 
xioni, e seguita il movimento della sociela , pensò far 
cosa più agevole e migliore col prevenir la miseria e 
spegnere più che poteasi il male nel suo nascere : piut- 
tostochè aspettarsi ad alleggerirlo, quando cresciuto e 
dilatatosi avesse prodotto i suoi funesti effetti. Essa, sem- 
pre operosa e sagace nell'inventare nuove invenzioni a 
prò degli uomini , s'avvide che l'operaio medesimo po- 
lca concorrere al proprio bene , quando negli anni del- 
la fatica e del guadagno serbato avesse parte del suo 
danaro, e all' utile lav-wro avesse accoppiato il prov- 
vido risparmio. Questo felice pensiero die origine a 
quelle istituzioni, che si dissero appunto Casse di ri- 
sparmio , perchè il nome significasse chiaramente la 
cosa ; ultime di tempo nell' istoria della pubblica ca- 
riti ( poiché in tutto procedesi a gradi ) , ma prime e 
priiicipalissime per importanza. Alcuni, forse non be- 
ne intendendo l'opera , si avvisarono non essere altri- 
menti di carità ; praticarsi questa virtù , dove In scia- 
gura gliene porga occasione , e quasi diminuire coi 
diminuire della stessa sciagura j come se la valentìa 
del medico fosse solo nell' apportai- rimedi agi' infer- 
mi , o non meglio in adoprarsi che con buon reg- 
gimento igienico serbino la sanità. Or però non v* è 
più uomo savio, che pensi a quella guisa; ma tutti veg' 
gono nelle casse di risparmio una novella salutevole 
applicazione della carità , la quale avendo gradatamen- 
te prodotto, a seconda dei tempi e delle condizioni so- 
ciali , prima gli spedali e gli ospizi , appresso le case 
di ricovero e di lavoro , poi le scuole e i conservato- 
rii d'arti pel povero ; da ultimo suggerì quelle isti- 
tuzioni che promaovono lo spirito di preveggenza , si 
conf^r\!io al crescealc inciviliinculo, e fortemente lo gio- 



L/i GASSA nOMAWA DI HISPARMJO Ij) 

E' dunque la cassa di risparmio una specie di ban- 
ca, che riceve gratuitamente gli avanzi ancor più pic- 
coli che fa l'industrioso sui suoi guadagni , gelosamen- 
te glieli serba ed accresce, dandone un qualche frut- 
to, eoli restituisce ad ogni richiesta. Gl'italiani econo- 
misti concepirono i primi l'idea di si vantaggiosa isti- 
tuzione : gli americani dell'unione la posero i primi ad 
eflfelto nel cadere del passalo secolo. Dall' Americn pas- 
sò ili Europa: e l'iiighillerra nel 1810, e successivamen- 
te la Francia , la Germania e la Svizzera ebbero iu 
pochi anni le lor casse di risparmio. L'Italia non si 
tenne ultima ad addogarle. Milano nel 1823, e poi Par- 
ma , Firenze , ed altre citta l'ebbero in breve tempo, 
e ne sperimentarono i benefici eiì'elti. lioma , eh' è sta- 
ta la madre e la maestra degli ottimi istituti a tutto il 
mondo incivilito , non dovea rimanersi senza avere si 
bell'opera, ed aggiungerla alle ellre moltissime in ogni 
genere di carità ch'olla possiede. Alcune persone anima- 
te dal solo spirito del bene si radunarono in società , 
sfiorarono i regolamenti delle altre casse di risparmio 
già stabilite , ii misero in discussione , gli adaltaro- 
no alla citt'a cui erano destinati ; ed hanno sotloposlo al- 
l'approvazione del governo e la società stessa td i suoi 
regolamenti , perchè in quesl' anno medesimo la cassa 
romana di risparmio si apra a pubblico benificio. 

L'istituzione è tale per sua natura clic non abbi- 
sogna ne di encomi uè di raccoraandasioni.^In lutti i 
luoghi ov' è slata piantata ha tosto allignalo , messo 
profonde radici, e fruttificato in modo da superare i de- 
sideri non che l'espettazione de' buoni. L'Inghilterra 
in venticinque anni ha veduto fondare cinquecento ses- 
santa casse di risparmio , più che cento sessanta in di- 
ciassette atini la Francia : queste ullime hanno insieme 
un capitale di depositi, il quale supera i cento venti mi- 
lioni di franchi. La cassa di Milano e le selle altre di 

2^ 



30 S e I K N ?. I 

Lombardia avevano al giugno del passato anno quasi 
selle milioni di lii-e in deposito : quelle di Firenze in 
cinque anni ricevette pressoché un milione e quattro 
cento mila fiorini , generò sei altro casse filali, e fece 
tanti avanzi da rimborsare tulle le azioni a' soci. In 
Marsiglia, dove l'istituzione cessò nel i830, si rendet- 
tero a tutti fedelmente i depositi e i frutti, e si ebbe un 
soprappiù ; ne corsero due anni che si riaperse , e or 
vi prospera , come in tutti gli altri luoghi. Tanti esem- 
pi debbono fortemente incoraggire la nostra cassa , la 
quale sorgendo a questi d\ ha potuto profittare dell' al- 
trui sperienza, e stabilirsi in modo da non dubitare pun- 
to del suo felice riusciraenlo. 

Il vizio e la miseria sogliono essere indivisibili 
comoagni; l'ordinamento morale è alTeconomico stretta- 
mente congiunto, e si dan mano a vicenda. Gl'istituti 
di che parlo sono di ciò una prova chiarissima : poi- 
ché le casse di risparmio, che sembrano solo destina- 
le a promuovere nel popolo lo spirito di economia e 
preveggenza , promuovono altresì eflìcacemente in es- 
so la buona morale. Infatti molte delle somme, che lo« 
ro sì affidano, son quelle medesime che innanzi sciala- 
cquavansi nelle taverne e nei bagordi , e gittavansi nel- 
le tresche e nel giuoco. Un guadagno , tenue ma cer- 
to e frutto d'industriose fatiche , si comincia a prezzar 
più di quello vistoso ma icccrto , che temendo sempre 
desta la speranza, disloglie dal lavoro, fomenta l'ozio e 
precipita in rovine irreparabili. Il po^isessore d'un pic- 
colo deposito alla cassa se lo tiencaro, quanto il ban- 
chiere i suoi grossi capitali : lo accresce con ogni stu- 
dio, e sente il piacere della proprietà che impara a ri- 
spettare in altrui : quindi a poco a poco scemano i fur- 
ti , le frodi, gli a9sassinii e gli altri delitti. L'operaio 
se cade infermo, se non può lavorare alquanti giorni , 
no 1 ha più bisi.-^iiu d'implorare i pubblici soccorsi 



La cà^^sA. noMANA Di ntiPAnMio 2J 

moUcrsi accattar sulla via ; ma ia questo t*mpo , sen- 
za togliciM alla sua fami-liei o meudlc.irr , iliij-a in 
parte o in tutto il suo deposito, e gode ii frutto delia 
•sua economia. Di questi vanfaggi giovasi alt.csì l'ordi- 
ne pubblico, cui le casse di risparmio sono siffattamen- 
te congiunte , che quanto fioriscono nella prosperità , 
altrettanto perdono nelle pubbliche calamita enei tu- 
multi. La cassa di risparmio di Parigi nel i83i re- 
stituì somme molto maggiori alle ricevute , laddove 
liei tempi tranquilli rendeva appena un quinto degl'in- 
cassi. Ancora durante il cholera l'istituzione sofferse 
qualche perturbamento, non però quanto nelle agUa- 
aioni politiche. In questo tempo si ebbe anche a nota- 
re, che poche persone di quelle che avean libretti della 
cassa furono attaccate dal male ; forse appunto perchè 
gù aveano preso abitudini di sobrietà e costumatezza. 
Si è osservato, che quattro classi dì persone sopra 
tutte profittano di questa istituzione: i giornalieri , ì do- 
mestici , i piccoli impiegali , i minori. In Roma, co- 
me In tutte le altre capitali , è grande il numero dei 
primi specialmente artigiani , ma grandissimo per cir- 
costanze particolari quello dei secondi e dei terzi, pei 
quali l'isututo sarà di tanto vantaggio , quanto appe- 
na potrebbe dirsi. Il costume eh' h presso noi di da- 
re a costoro nei giorni di agosto e del S. Natale que* 
piccoli doni che chiamansì mancie o ricognizioni, a- 
vià nella cassa di risparmio un facile e sicuro mèzzo 
per serbarli, accrescerli e terseli all' uopo. E que* 
poveri giovinetti e donzelle, che si educano alla reliaio- 
ne e alle arti in tanti luoghi pii , ed ancor quegli In- 
felici prigioni che col lavoro diminuiscono il dolore 
della perduta liberta , manderanno alla cassa que* ri- 
sparmi che or sono infruttiferi, e gli avranno pronti al 
bisogno. 

ci 

Tulli debbono cooperare al felice andamento di 



f*> Scie ìv z e 

nn' Islìliuioue clie , figlia della carila , lia in se mo- 
tlesim.i'il £:;erme di fnnto miglioramenfo. Gì' iti(ra[)re[i- 
denli e capi d'arti e manifattuKì debbotisi sforzare per- 
chè i loro operai ne intendano bene il vantaggio e ne 
profittino ; essi vedranno come un libretto della cas- 
sa è un sicuro niallevadiMe d'onesta e buona condot- 
te. [ padroni, che sono di loro natura padri e pro- 
tettori dei propri domestici, jtotranno esigere da loro 
un piccolo deposito mensualc alla cassa : ed essi me- 
<]esimi non altrimenti che con un deposito premic- 
i-.intio i meritevoli. Una tal sollecitudine strin<:»era 
quei vincoli di gralitudine e d'all'ello, che ora invano 
cercansi in tante famiglie, dove la noncuranza e qua- 
si il dispregio genera disamore e sconoscenza. Ma i 
principali prò teg;L;i tori e propagatori d'opera si bene- 
fici» esser debbono i venerandi ministri di quella reli- 
gione, clic ha innalzato al sublime grado di sopran- 
naturale virtù quello che innanzi era puif) sentimento 
del cuore. In Francia ed in Italia i sacri pastori han- 
no possentemente incoraggito coleste opere di carità, e 
ne hanno parlato e scritto con caldezza ed amore. I 
rispettabili parrochi che sono tutto di in mezzo al po- 
vero , che ne conoscono si dappresso i bisogni , che 
ne correggono i vizi , ne confortano le virtù ; fa- 
ranno cosa veramente paterna se vorranno affaticarsi a 
spiegargli lo spirito ed i vantaggi dell' istituto, e Io ec- 
citeranno a giovarsene. Sostenuta ed inanimala da si 
valevoli aiuti, ancor nella capitale del mondo cattolico 
si vedrà sorgere e prosperare una cassa di risparmio , 
e la società, che la fondò e promosse, avrà il guider* 
dono delle sue fatiche nel felice riuscimento dell' ope- 
ra istessa. 



23 



Istruzione per la delta cassa romana. 



D. 



'iceva un savio, che gli uomini imparano comune- 
mente l'arte come si guadagna , ma non mettono poi 
alcuno studio nel sapere come giudiziosamente si spen- 
da. Se si considera per una parte che la natura è con- 
lenta del poco , e che , per l'altra , i! guadagnarselo 
non è difficile a chi abbia libero l'uso delle sue brac- 
cia ; si vedrà che molli ben potrebbero tener lontana 
da se l'indigenza e vivere onestamente. Ma quei che 
non vogliono lavorare, o consumano scioperatamente 
lutto il profitto del lavoro , senza punto pensare al 
dimani , piultostochè darne cagione all' avversa fortuna 
o ad altri , dovrebbero incolpar se medesimi. Impe- 
rocché non bisogna altrimenti esser pigro e sciopera- 
to , ma nel tempo della sanità e del lavoro adope- 
rarsi a porre in salvo le provvigioni per quando o noa 
.si può o non si ha come lavorare. E la previdenza , 
virtù tanto necessaria all' uomo , sta appunto iu ciò : 
che usando della ragione si mettano a calcolo le cir- 
costanze e gli accidenti probabili della vita, per an- 
tivedere in qualche modo il futuro e non farsi coglier* 
al imprevvista. Quegli, a cagion d'esempio , che gua- 
dagna venticinque o trenta paoli la settimana , può 
si-nza molto scomodarsi far economia d'uno o due paoli 
per volta, e conservarli pel tempo del bisogno. S'egli 
risparmiasse un sol paolo in questo modo , a capo a 
veni' anni avrebbe al suo comando oltre un centinajo 
di scudi , fatti senza pur avvedersene. K questo picco- 
lo capitale cosi accumulato servirebbe nella malattia 
per sostentarsi senza mettersi allo spedale e mandare 



34 Scienze 

ad accattar la famiglia ; e quando nasce il figlie» o ma- 
ritasi la figlia , per avere Toccorrente alle spese , sea- 
za pigliar danari a prestanza o mendicare soccorsi. 

E certamente molti artigiani intendono bene que- 
sta verità, e sparagnano qualche cosa , che per meglio as- 
sicurare nascixsdono in casa o danno a persona di lo- 
ro fiducia. Altri si propongono farlo ; ma il danaro rac- 
colto il sabato è in tasca la domenica, e non si sa reggere 
alla tentazione del compagno che invita alla bettola o al 
giuoco, delia moglie e de' figli che vogliono divertirse- 
la : di modo che non e finita la giornata , che già il gua- 
dagno dcir intera settimana è finito. Quel denaro, che 
dovea spendersi con giudizio e conservarsi in parte per 
gli straordinari bisogni, ha alimentato il vizio e l'ozio- 
sità; il giorno più santo h sfato profanato, e i pessimi 
esempi de* genitori si apprendono ben facilmente da' fi- 
gl;, che crescono ancor piij scioperati ed infingardi. 

Ma ponghiamo che l* operaio abbia tanto senno da 
far de* sopravvanzi : come adopererà egli ad assicura- 
re questo suo pìccolo capitale ? come caverà egli un 
qualche frutto da venti o trenta paoli che avrà saputo 
risparmiare in un m^se ? Può bene il ricco collocare i 
suoi grossi capitali : ma le poche monete del povero do- 
ve saranno allogate ? Come gli uomini soli e divisi nul- 
la possono, ma riuniti valgono alle più grandi impre- 
se; così piccole somme, che sparpagliate in molte mani 
non trovano alcuo'impiego , raccolte insieme forme- 
rebbero un bel fondo da cavarne un frutto conveniente. 
Tutto ciò potrebbe farsi dagli operai medesimi raccolti 
in società : ma quanti ostacoli non dovrebbero superar- 
si ! Imperocché ve ne vorrebbe un gran numero per riu- 
scir nell'impresa ; sarebbe necessario di molta fiducia re- 
Ciprca^e di chi s'incaricasse delle riscos«ioni, della scrit- 
tura , del collocamento: di chi conducesse insomma un' 
amministraxione minuta , gelosa e al tempo stesso vas.tis- 



I.STRUZIOBK PiC!l LA CASSA ROMANA *i5 

sima. Ma la religione che dice al ricco : ,, Tu sei il padre 
del povero , Dio le ne ha affidato la tutela , tu devi ca- 
ricarti di rendergli il^maggior bene possil/ile : ,, ha fatto 
svanire tutte queste difficolta: e, come a tanti altri istituti 
caritatevoli , ha dato anche origine alle casse di ris- 
parmio. 

Perchè Roma , come pressoché tutte le colte citta, 
godesse dì si benefica istituzione, si propose una società 
per {stabilirvi una cassa di risparmio. Parea che l'ope- 
ra stesse!^già in cuore di tutti , poiché al solo annunziar- 
la tante persone di ogni condizione vi concorsero , che 
in brevi giorni non solo si compiè , ma vinse altresì di 
gran lunga il numero delle cento azioni proposte; on- 
de si dovettero pregare quelli, che aveano preso più azio- 
ni, a contentarsi di una sola. Per tal via i soci hanno age- 
volmente formalo del proprio un capitale di cinquemila 
scudi, ^il'cui frullo donano interamente airistituzione. Al- 
cuni di essi vi occuperanno anche il loro tempo, toglien- 
dolo al le^ faccende e agli onesti sollazzi, perchè l'ope- 
ra vada tutta caritatevolmente e senza dispendio di mi- 
nistero. Eglino , che sanno davvero qual sia il proprio 
interesse , nulla chieggono agli uomini , poiché atten- 
dono il pagamento d'ogni loro fatica da Dio. Che se gran 
merito ha quegli che stende la mano al povero per soc- 
correrlo quando è caduto nell'abbandono, certamente non 
lo avrà inferiore chi lo avrà retto perchè noa cadesse , 
anzi gli avrà imparato a star ritto da se. 

La cassa di risparmio sarà aperta tutte le dome- 
niche e tutti i mercoledì, da tre ore innanzi il mezzo gior- 
no fino ad un' ora dopo, in alcune^stau2-e pianterrene 
del palazzo Borghese, generosamente date a quest' uso 
dal principe D. (Francesco presidente della società. 
Nella domenica , che appunto seguita immediatamente 
il giorno in che pagansi i salari , si riceveranno i de- 
positi da un paolo a venti scudi romani pervolta. Si 



26 S e 1 r ^' X E 

pa^ìle^aIHlo i fruiti del quattro per cento su i tlc()Oslli 
superiori a venticinque baiocchi : questi frutti riscuo- 
toosi due volte l'anno cioè il 30 giugno e il 3i dicem- 
bre. Glie se vogliansi rilasciare alla cassa e superioo 
i venticinque bajocclii , si aj^giungono al capitale e 
divengono ancora essi fruttiferi. Il libretto, che gratui- 
la:nente ricevesi q^uaudo si fa il primo deposito , si 
deve custodire con ogni diligenza : iu esso è registra- 
lo il Capitale depositato ed II conteggio de' frutti. Bi- 
sogna presentarlo quando si fanno de' nuovi depositi, 
e o si riscuotono o si aggiungono al capitale I frutti. 
Ciascuno e sempre padrone della somma depositata ; e 
supponete che nella donienica abbia recato dieci paoli 
può , se vuole , nel seguente mercoledì ripigliarseli 
senza alcuna noia , basta che presenti il libretto. Per- 
chè la cassa vuol esser puntualissima in queste rcsti- 
luziini , prende di tempo quindici giorni per quelle 
superiori a dieci scudi , ma fino a questa somma paga 
come suol dirsi a vista. Le tavole, che sono state pubbli- 
cate, indicano l'aumento progressivo dalle somme depo- 
sitale e non riscosse per venti anni, A cagion d'esempio 
quegli che ogni domenica recasse 25 bajocchi, dopo 
quel tempo avrebbe un capitale di scudi 31)6. Gì. 51 ; 
quegli che recasse 60 bajocchi , avrebbe un capitale 
di scudi 952. 04. 66; quegli che recasse scudo r, avreb- 
be un capitale di scudi iSSI 75 ^4 ; e quegli infine 
che recasse scudi 5 ogni primo di mese, avrebbe dopo 
detto tempo un capitale di scudi 1833. 20. 04. Un 
esatto rendimento di conti , che si stamperà ogni fin 
d'anno, farh pubblico lo stato della cassa, affinchè non 
solo i soci , ma ciascuno altresì che le ha affidato da- 
naro , sappia il fatto suo. L'opera è per se medesima 
cosi buona e cosi bene sperimentata in tante altre cit- 
ta , che speriamo sarà raccolta con favore e prospere- 
rà. Che se pure dovesse cessare , rcnduli i deposili e 



IsrnuxioriK per r\ cassa aoiriArcA 27 

jnwati i riulti , si erogherà il sopravvento a pubblico 
Ì)eiieficio , poiché la società non vuol mai per se nep- 
pure un quattrino. 

Queste sono le principali cose del regolamento 
già stampato , eh' è come il solenne contratto che ha 
la società col pubblico. La santità di N. S. Papa 
Gregorio XVI, protettore di ogni buona istituzione, si 
è degnata approvarlo con rescritto del 20 giugno fatto 
per mezzo dell' eiho e remo card. Gamberi ni, segreta- 
rio per gli affari di stato interni , ed ha palesato ( co- 
si nel rescritto meòesimo ) di gradire che prontamen- 
te sia posto in attività uno stabilimento si utile alle 
private famiglie e a tutta la civile società. 

La semplice esposizione di ciò eh' è la cassa di 
risparmio, è una lode ed una raccomandazione. Non è 
però il solo vantaggio materiale dell' economia che 
vede la sociefH nella sua istituzione : essa vi vagheg- 
iiVA con immenso piacere l'utilità che ne verrà alla re- 
ligione ed al buon costume , eh' è parte della reli- 
gione. Il giorno del Signore sarà meglio santificato , 
poiché si risparmierà tanto danaro che andava in bet- 
tole , in giuochi e in altri stravizzi. Non si gittera paz- 
zamente all' azzardo , e si vedrà, eh' è meglio un gua- 
dagno piccolo ma certo , che uno grande ma fallacis- 
simo : i padri e le madri daranno buon esempio a'fi- 
gliuoli, e gli educheranno meglio avendone i mezzi coi 
loro risparmi : diminuiranno gì' importuni accattoni 
sulle strade : l'onesto artigiano non si vedrà accomu- 
nato con costoro stender la mano a una scarsa li- 
mosina , poiché le sue braccia gli avranno serbato le 
provvigioni pel tempo del bisogno. E ancora i delitti 
sminuiranno, perchè la miseria e la fame persuadono 
al male. Il signore Dio , eh' è la carità stessa , be- 
nedica questa sant' opera : egli, eh' è fonte d'ogni 
bene , faccia che da essa nascano beni novelli. 



28 

« x j w i i a^ jM II ii i i gi 11 ii J M UA. i M t JUuW aìagit s a wMin ii iBHH'wi 



Intorno alla collezione delle cause celeberrime dell' 
avv. Filtri: io Guzzoni degli Ancarani. (1) 

A SUA ECCELLENZA 

IL SIO. PMWCIPE DON. PIETRO ODgSCALCHI 
DEI DUCHI DEL SIRIfTIO. 



me f che d'infinito amore venero il bealo senno 
del padre mio , grate del pari die onorevoli sono le 
laudi onde hanno preso a confortarlo i savi e cortesi 
spiriti della patria. Ed è l'È. V". che si degna av- 
vertirmene, e con SI lieti augurii, dolcemente piegan- 
do l'animo mio al suono della onestissima fama pa- 
terna. Pel quale conforto se io debba offerirle me 
stesso per debito di gratitudine, ogni persona il ve- 
drà che si aaori di esser gentile. Ella inoltre per man- 
dato di alcuni illustri italiani mi ricerca, se il pa- 
dre mio abbia condotto al punto di compimento la 
collezione delle cause celeberrime, e come , e quanto. 
Alle quali proposte il meglio che posso e il più. 
breve risponderò. 

Dal prospetto dell' opera, che venne inserito nel 
giornale arcadico (2) per cura dell'egregio professor Mon- 
tanari, avranno ben veduto i lettori come la-collezione 
delle cause celeberrime venga quasi ad essere in due parti 
divisa. L'una comprende le piiì insigni quistioui di 



(i) Questa [lettera èj stata tradotta in lingua portoghese 
del eh. sig. dott. Lopez y Semedo. 

(a)Vedi tomo LXt parte prima pag. 374» « tomo LXVIII. 
paj. 195. 



Cause dell' aw. Gunowi 20 

diritto che fossero travagliale mai oc' tribunali delle 
più colte genti d' Europa a noi straniere. Questa 
parte, come io bea credo, è compiuta. Se non che 
sovra essa il raccoglitore v?» operando f;li ultimi fini- 
menti dell* arte , per ciò che risgnarda Io siile e il 
discorso della favella. Nella seconda parte si conten- 
gono poi le cause ila liane : e di queste ancora ne 
sarà [iroceduto un buon numero. Certamente l'arduo 
«leir impresa consisteva nel purgare alcune verità 
dalle tante menzogne , onde correvano variatamente in- 
fette; perocché abbiamo da pensare, che alcuni troppo 
.si piacquero di travolgere le cose in aspetti assai 
disformi dal vero; e che altri, ingrossando gli errori 
degli avi , sembrano aver dimenticato che il secolo 
che viviamo non si acquieta alle fantasie de' ciur- 
madori , ma intende anzi a riscuotere la verità fino 
da quei profondi in che la posero , e avrebbero pur 
voluto macerarla , e la fortuna e la non poca di- 
sonestà degli uomini. Ne si è perdonata fatica nel 
cercare i documenti, che si domandano in conferma- 
zione e difensione del vero : ed io stesso mi terrò 
hane avventurato di aver trovata una lettera auto- 
grafa di quella miseranda fanciulla che fu la Bea- 
trice Cenci. La qual lettera , come ognun vede, verrà 
in acconcio dei desideri del genitoie; perocché nella 
seconda parte doli' opera, al titolo de* parricidi, s'in- 
tende narrare la storia di quel grave giudizio, di cui 
non fu a tutti ben noia h civile ragione. E poiché 
in codesta parie medesima, al titolo dell'eresia, e me- 
stieri che si parli del sovrano astronomo fiorea- 
lino , cos\ non ci e fuggita la speranza di leggere 
ivi altri documenti, se non inedili almeno rari a ve- 
dere. Di che tcmj)eratamente , e contro le calunnie 
degli stranieri, si farà manifesto il naturai argomen- 
to dei tumulti, in mezzo dei quali ebbe a travagliar- 



30 Scienze 

si queir ingegno immortale ; poscia che a guisa del 
Giove omerico ebbe scossa la terra , aazi risolte ^a. 
nulla quelle tali catene che la fermavano. 

Se non che forse taluni si ammireranno perchè 
il buon collettore, che pur si proponeva di comporre 
insieme le cause più celebri d'Europa, abbia preferito 
di darne un maggior numero di criminali che di ci- 
vili. Quando invece i tempi che viviamo parevano anzi 
richiedere maggiori esempi in aiuto della prudenza ci- 
vile. Ed invero di questa dobbiamo tollerarci non poca 
povertà , mentre la benedetta sapienza de*monarchi ha 
pure rinnovato il mondo, e ristorato il senno umano da 
quegli sconci onde lo straziavano gli stoltissimi ordini 
delle antiche leggi penali. Ma se io non prenderò a 
snodare co tal maraviglia, TE. V. vorrà perdonarmelo: 
perocché lontano come sono dal venerabile aspetto del 
padre mio , non potrei rinvigorirmi de' suoi pensie- 
ri, nfe quindi ardirò sostenere un carico , del quale 
mie non sono ne la gloria, ne le fatiche. Di questo forse 
partitaraente si dira nel discorso che è preliminare 
iil(' opera. Se di ciò peraltro mi sia lecito aprire un 
mio umile pensiero , direi che una delle principali ra- 
gioni dell' opera quella essendo di riporre in saldo 
l'eloquenza del foro, poco assai gli italiani , e manco 
gli stranieri, ebbero di cose che nella civile eloquen- 
za meriliuo di stupire le menti de' savi. Imperocché 
la mendace sapienza , tutta in gerghi di parole che sì 
porta il vento , della quale cotanto si piacevano que* 
vecchi avvocali, toglieva il luogo ad ogni santa e 
generosa difesa. Un puntar d'imtna^inazione , un gio- 
car di sottigliezze , un tumultuare col garrito delle 
femmine sui minimi accidenti della vita volgare, ec- 
co il gran tutto che per lo piiì ci rechino le an- 
tiche prove della eloquenza civile. Appresso è da 
notare come dalla cadala delle ilaii.nie repubbli- 
che fino alle mela del secolo XVII siano man- 



Cause dell' xvv. Gu/zoni 31 

cale in quasi tulle Europa le venerande doli line del 
dirillo diraoslralivo ; cioè del civile- pnvato. Di die 
un ])ò discrelameate vorrei di scorrei e all' E. V. le 
prove, se non facessi temerario consifjlio recando questa 
mia piccola face innanzi a un lume piincipale della 
romana sapienza ; e se la brevità, che ad una let- 
tera si conviene , non mi divietasse di allargarmi in 
parole sulla barLurie àa Carlo V nuovamente fon- 
dala in Europa j haibarie die sotto le belle e leg- 
giadre apparenze {pillava salde cosi le radici, che a 
crollarla non che sv^ ellerla tulli gli sforzi ricadevano 
a niente : anzi cosi si apprese, che qualche volta le 
gentili apparenze furono deposte ; e impunemente. 
Ma piuttosto seguitando dirò , come le dottrine del 
romano diritto fossero tratlaU; da uomini ora per nulla 
intelligenti di quello stesso , che si dicevano ; ora 
malvagi, e quasi sempre l'uno e l'altro insieme. I quali 
istoriando lor favole e menzogne, intricavano i cittadini 
in quistioni ardue, angosciosissime, ove peraltro il solo 
naturale lume della ragione poteva scorgere ognuno 
all' intendimento del vero. E poiché richiamare in vi- 
ta materie, di cui si fa grave alla mente del filosofo 
financo la memoria, è cosa al tutto e incomportabile , 
e indegna del secol nostro , la parte delle cause ci- 
vili (chi voglia eoa sana niente riguardarle) doveva 
essere anzi meno che soverchio del convenevole. 

Ma largamente copiosi di esempi ad ogni maniera 
di vivere sarà la collezione delle cause criminali, ove, 
così spero, non mancheranno le parli che appieno si 
convengono alla buona eloquenza. Parlo delle cause 
antiche; poicli-i delle moderne fresca ne sta negli ani- 
mi la memoria ancora. E si vedrà che so morto Ci- 
cerone (1) finì, di mancare nel mondo una gran parte 



C'J Cicerone poro - rem vidit , cmisam racirit - S. Ago- 
stino eoa Ir. lui. tap. 12 11. 6\. 



3>i S e I E N Z fi 

della politica dignità, non però tutte furono spente le 
norme di quella che h principalissiina parte della pru- 
denza nostra ; l'arte dico di governare le menti colla 
onestissima forza delle lettere. E coraechè nei tempi 
andati povera fosse la ventura, onde correvano le cose 
di molti regni, nondimeno in queste cause vedremo gli 
occulti principii della rinnovata filosofia: e Ja ragione 
di que'libri, i quali a' tempi nostri produssero ona mi- 
stura di beni infetti di mali; ed ancora alcuni mali con 
infuso per entro un qualche spirito di bontà. Imperoc- 
ché in que' lagriraevoli parlamenti, ove ne' giudici co- 
vava il bestiale umore di far sangue e macello di 
carne d'uomini, gli oratori sovente prendevano a mi- 
tigare le leggi del tempo loro; e con sottile giudizio 
divisavano i vizi, le colpe , e la ragion del punire. E 
virilmente dimostrando che quelle tali mostruosità di 
giustizia erano altrettante disj>osizioni contrarie agli 
istituti politici, gitlavano la sementa del diritto umano, 
che è la principale materia onde prenda radice la buo- 
na ed operabile filosofia. Pertanto con si stentati principii, 
f in giorni così strani dal bene, si andava pur figurando 
questo sistema della umana sapienza , il quale a* tem- 
pi nostri cresciuto , cesserebbe molte sciagure delf 
uman genere. Se non che novelli errori si prese- 
ro l'adclenlellaio sulle rovine degli errori antichi ; 
e gli orbi inlelietfi, a' quali è pauroso il lume della 
vecchia virtià, troppo si stettero attesi che nulla di ve- 
ro trapelasse nelle menti della moltitudine. Dì che 
nacquero scandali e scismi foise naovi nel mondo : 
perocché molti de' filosofi, poiché si videro indegnamente 
repugnati , insanirono, e si giltarono a male cose; ed 
a peggiori i loro discepoli. D'onde la scuola dei dc- 
iiraraenti fu aperta , e a risanare le fantasie si aper- 
sero le botteghe dove giuoca il credere. Così perduto 
il vero nominar delle cose, eoa pìiì salda impudenza 



Cause dell' avv. Guzzoia 33 

che pria si disse vizio alla viilù , virtù al vizio; 
ne fuialmente fu cosa divina o civile che fra pareli 
discordi fieramente travagliata non fosse ; ed anco si 
venne al sangue. 

Per l'esame delie quali cose ( chi voglia aprir gli 
occhi alla mira del giusto line ) si dichiara che di mollo 
anteriori a noi sono le idee di questa buona giurispru- 
denza delle pene umane. £ come già al senno dei poeti 
lasciammo quelT astuto e leggiadro deliramento della 
Minerva tutta ad un colpo uscita intera ed armata dal 
capo di (jjovc ; così dobbiam lidere la sentenza di colo- 
ro, che ne dicono improvvisamente nata questa grande 
filosofia, onde oggidì pure si onorano alcuni sacri inge- 
gni. Quanti dolori , quante battaglie contro le malizie 
de' sofisti e le ire della stoltezza comune non ebbero 
a sostenere i primi parlatori del vero! Ma l'esempio di co- 
lali enormezze è omai troppo antico nel mondo ; però sic- 
come disonesta cosa sarebbe il commettere difetto alcuno 
di gratitudine verso que' buoni maestri , cosi è da cu- 
rare che la memoria almeno ne venga onorata col ri- 
cordo de' fatti e delle opere loro. Ne qui sia indar- 
no l'avvertire, che i futuri non poco debito avranno al- 
l'età nostra se popolarmente comuni si faranno alcune 
verità, che i filosofi ora o agitano nel segreto della lor 
mente, o vanno a se stessi fingendo. Che invero non pochi 
ordini della procossura, i testimoni, le regole de' giura- 
menti, ed allrellali materie tanto si devono aver olli- 
rae al presente, in quanlo solo riparano al nulla ,o alle 
licenze degli interpreti. Ne verranno giammai in disposi- 
zione da sperarne meglio, se gli avvenire non ritrarran- 
no capo da alcuni libri cui reca infriuiia ovoidi la non 
curanza del secolo. 

E un bel lume eziandio ne vena alla storia singolare 
dei tempi. Che [)cr vero dire se alruni , storici perduti 
nelle delizie di ])cl dicitore, egrci^ianien?e ne racconta- 
G.A.T.Xiy ' 3 



34 S e I K N Z R 

lono guerre , llrannidi , ribellioni , concioni di capitani 
e di cittadini sulla ringhiera, troppo spesso dimenlicaro- 
Do di esprimere al vivo le qualità popolari , che sono 
l'occulto spirito d'ogni politico sommovimento, e l'indi- 
zio j)riroiero per cui si conoscono le condizioni degli im- 
peri e de* principi. Veggo ben io molte istorie, nelle 
quali colle esclamazioni, colle adulazioni, e cogli al- 
tri aiuti de' retori s' ingrandiscono le venture dei popò* 
li , il tutto in apparenza maggiori del vero; battaglie , 
pestilenze orribili, venti impetuosi che dai quattro punti 
del cielo si gitlano sul mare a romperlo, e ad incrociarvi 
le tempeste : il tutto una cotal cenciaia di viete paro- 
lette , e uno stiletto gremito di sentenze antichissime 
quanto il gran moto dell' universo. Ma chi sì prendea la 
cura di narrarmidiscretamentegliordigni del governo ci- 
vile, i traffici, le usanze, i delitti, e le opinioni de'popoli? 
Ne tali cose solamente dobbiamo ritrarle dalle cronache, 
inu le vogliamo ancora nelle storie illustri, essendoché gli 
accidenti volgari sempre si fanno il seme de' gravissimi 
fatti. Che se alcuni fortificar volessero 'queste loro ma-» 
giiificenze sotto l'esempio del padovano istorico , chie- 
deremo, se a dar conto di popoli finanzieri , di privato 
e di incerto vivere, o di poca gente quali i moderni sono, 
si convenga del continuo pigliar norma da quel popolo di 
cui la vita fu pubblica sempre; e che dopo di aver tenuto 
fronte per tutto il mondo, prese a spargere in ogni dove 
la civiltà onde giovasi ancora la vivente Europa. Anzi 
diremo che il padovano, rapito a quelle grandi maravi- 
glie , non ebbe la mente ad alcuni fatti onde a'tempi 
nostri si dichiarerebbero molte qualità, ed eziandio alcu- 
ni segreti di stato di quella stupenda repubblica. Quante 
cose romane non sarebbero incerte a noi, se non ne aves-i 
sero aiutala l'intelligenza e le lapidi, e i sepolcri, e le cre- 
te , e le monete, e le altre rovine della grandezza antica? 
Le quali cose io volli notare non in biasimo di quelle 



Cause deu/ avv. Guzzoni 35 

lerribill narrazioni di Livio , che anzi tali esser tìovea- 
110, cioè uguali a Roma: ma perchè improvvide aìT av- 
venire paiono a me le intenzioni de' moderni islorici; 
in mezzo de' quali però taluno fu grande, poiché si fu 
sciolto dalle consuete frivolezze accademiche. 

Resterebbe che io ora dicesi all'È. V. il quando vor- 
rassi dal padre mio far dono all' Italia della collezione 
intera. Che se io guardo alla gloria de' buoni sludi, la 
quale pure in quel sacro petto è il primogenito dei de- 
sideri, crederei che fra non molto si avrebbe a por mano 
alla pubhlicazione dell' opera: tanto più che questo cor- 
tesi e care lodi ond' ella, sig. principe, si dolcemente 
mi ha ragionato , sono aiuto ed istrumento troppo vale- 
vole a ben meritare della patria. Ma se per poco git- 
liamo il pensiero alle asprezze dei tempi , e a quei si- 
stemi della rinnovala ragione, onde si vede un bastardu- 
me di savi usurpare il governo delle arti e delle san- 
te lettere , credo che ogni largo pensiero si abbia a re- 
stringere ; e che anzi le nostre intenzioni si debbano 
temperatamente maturare. Perocché siamo forse divenuti 
a!la bella stagione, in cui si fa onesto quell'antico dettato 
dei professori dell'ignoranza: Che ogni libro sta un pub- 
blico danno: e certo il vero è troppo duramente abusato 
ove sia gittate a un comune di non volenti , di ciechi , o 
di pedanti , e di attrctlali : i quali se abbondino oltre le 
generali condizioni della umana miseria , si fan poi ma- 
teria e cagione insieme di tanti inganni , e di tanti sfor- 
zamenti nel mondo. Se non che al solo fine di tentare 
nuovamente la grazia e il giudizio de' buoni, gli amici 
del padre mio hanno disposto di pubblicare alcuni suoi 
scritti originali di giurisprudenza , ai quali gih fu presa- 
gita buona ventura dai letterati e giureconsulti d' Ita- 
lia, e fra questi per tutti nominerò il nostro reverendissi- 
mo conte e prelato Muzzarclli, e il professor Caimigna- 

3* 



36 Scienze 

Ili di Pisa. Ma è ben tempo che io ponga fine a queste 
mie parole : e perciò colla debita riverenza ed affetto la 
prego a tenermi vivo nella sua grazia, e sono 
Di Roma 1 5 di dicembre 1 836, 

Dell'E. V, 

Uiho ed Obiuo servo 

C. GuZZONI DPGLl AnCARANI. 



Considerazioni nosoìogico - patologiche sulla febbre 
puerperale. Del dott. Filippo Conti medico condotto 
in S. Natoglia di Camerino. 

O est une chose bien importante que de re- 
chercher les rapports, qui unissent les maladies, et 
de marquer nettement leur ordre de fiUation. Cet 
objet si important a été presqu entierement neglige', 
puree que fon a par tout substitué Varbitraire au 
réel , et en s\ittachant a des considèrations sw 
perficielles , on a du perdre de vue les cara- 
ctéres communs des maladies , et les grands traits 
par les quels leurs extrémités se iouchent et se con- 
fondent, 

Griraand, Traité des fievres. Tom. II. 

1. i prodotti dell' umano intendimento non avranno 
mai lustro ed onore nelle scienze fisiche e natura- 
li , se un' analisi la più severa, figlia di una esatta e 
semplice uniformità, non darà il vero posto ed ordine 
alla mmierosa raccolta dei fatti. La medicina sopra 
ogni altra scienza abbisogna di queste basi. Infinite 
sono le malattie , che distribuite in molte classi han- 
no il dovuto luogo nei ripartimeuli nosologici. Ed a 



seconda della stabilita classica/.iorie in nosologia si de- 
termina l'indole, il fondo moiboso, rindicazione cura- 
tiva , ed il più ragionevol metodo allo a vincere o fre- 
nare la conosciuta malattia. I medici però, spinti dal 
particolare modo di vedere ed osservare , hanno con- 
siderato alcuni morbi dietro molte vedute loro proprie , 
e li hanno collocati in quella classe che forse loro 
non appartiene. 

2. E dì vero in ogni tempo ha occupata la men- 
te dei medici la cosi della febbre puerperale. Tulli 
i giornali ne parlano; e non vi ha scritto od opera 
medica , che diffusamente non discorra di questa feb- 
])re. Dissentono poi i pratici apertameli le sulla specie 
di questa malattia : ed è per questo , che indeciso ri- 
mane il posto che le convenga nel quadro nosologi- 
co. A dritto lagnossi il chiarissimo Whit , che appena 
rinvenire si possano due autori che concordi vadano 
nel descrivere la febbre puerperale , sebbene fedelmen- 
te abbiano presentate le istorie di questa malattia quale 
siasi avvenuta loro di osservare nel pratico esercizio. 
JVumerose cause produttrici la malattia, di cui ci oc- 
cupiamo, furono assegnate da molti celebri autori : di- 
versi processi flogistici furono pensali, i quali stabilire 
dovessero gì' individuali caratteri della febbre puerpe- 
rale. Chi asserì che dipendere dovesse dai ritenuti lochi, 
e dal latte; chi, dietro un pessimo regime dietetico da 
una putrida disposizione del tubo gastro-enterico ; chi 
da una flogosi n dell' utero, o degl' intestini ; chi da 
una peritonite ; chi, da una diatesi infiammatoria del 
sangue; finalmente chi ne ripete la particolare origine 
da un principio di suo genere. Svolgnnsi per poco gli 
aurei scritti di un Levret , Le Roy , Whit , Willis, Ri- 
verio , Leake , Gastelller , Borsieri , G. P. Frank , e 
chiare si scorgeranno le opinioni dì questi classici pa- 
dri dell' arte medie-^- 



^"^ S e ! E N 2 i: 

a. L immortale Borsieri «ià fece penftrare, che com- 
plicandosi od unendosi alla febbre puerperale l'esante- 
ina miliare, non dovesse ritenersi per una febbre milia- 
re delle puerpere. Ma egli ci fa chiaramente avvisa- 
ti , che l'esantema miliare non debba ritenersi qual 
malattia primaria o protopatica, ove si aggiunga alla 
puerperale. ( Ved. voi. 1 par. II , voi. II de exanth. 
mil- ) Ed è perciò che ne inculca, non doversi com- 
prendere tra la febbre puerperale, qual carattere spe- 
cifico o malattia primaria, 1' esanlema miliare osservato 
da Godofrid Welsck nell'epidemia di Lipsia, anno 1655, 
ove la miliare fu epidemica ( Voi. II de feb. mil. puer- 
per. ) . Mentre egli aggiunge, esser nuova la malattia 
delle puerpere in discorso. E sebbene Willis e Le Roy 
abbiano più volte veduto l'esaatema miliare , ed altre 
eruzioni indicanti la gravezza o malignità del morbo, 
nnlladimeno non è a confondersi colla cosi detta feb- 
bre puerperale. 

4. Ma non appieno soddisfatto un qualche scrittore 
dell' ordierna medicina sulle valutabili contestazioni di 
questo celebre maestro, ha voluto e forse con ragione so- 
stenere , che la febbre puerperale dovesse ritenersi fra 
gli esantemi contagiosi acuti, onde darle un posto nella 
classicazione nosologica. Ragionevole e molto valutabile 
estimar dovrebbesi un tal giudizio, poiché evidente al- 
lora ne riuscirebbe il metodo curativo, ponendo da parte 
tante altre opinioni mediche che a torto si vanno soste- 
nendo. Altro metodo , ed altre indicazioni esigerebbe- 
ro allora e la gastro - encefalite , e la gastro- enteri- 
ie della scuola francese, la peritonite , l'infiammazione 
degl'intestini e dell'omento, ed infine la metrite dei mol- 
ti scrittori. 

5. Dovendosi però valutare la grave sentenza di un 
Gastellier, di un Reake, di un Borsieri, di un G.P.Frank, 
di un Brera, non sembra lieve cosa lo stabilire la febbre 



puerperale quale esantema coalagioso acuto al paro del- 
le miliari e delle petecchie. L*osservazloiie però e la ra- 
gione fisolofica uello stato attuale delle nostre cognizioni, 
ed in tanta controversia di dispute, potrà decidere sullo 
specifico genere della febbre puerperale. Se attentamente 
a considerar ci facciamo gli esiti della puerperale nelle 
necrotoraie,si vedranno infiammati gl'intestini e l'omento, 
e passati ancora^ a cancrena, e a deciso sfacelo, secondo 
Hulm. Non dissimili risultati furono nolati da Realce e da 
Teofilo de Meza : Le Roy vide l'utero preso da deciso 
grado di flogosi ; Poateau l'osservò di un rosso- livido 
rappresentante uno stato cancrenoso: Gastollicr pure os- 
servò segni di assoluta metrite. Notando poi gli scon- 
certi avvenuti in quelli che perirono per violenza di e- 
santemi acuti , ed in quelle che furono vittima della feb- 
bre puerperale in cui l'esantema miliare o petecchiale 
formarono malattia primaria, non vi si scorge differen- 
ta alcuna , e gli esiti scontrati non presentarono quella 
divestita di alterazioni, che potessero deteminare o una 
prevalenza di lavoro flogistico o guasti di predominan- 
te processo dinamico che annunciassero un travaglio 
proprio individuale di un dato andamento o di pro- 
dotti particolari. Da Gastellier, Hamilton , Bianchi si 
raccolgoni» fatti inconcussi. 

6. Se ora sottopongasi a ben maturo esame la na- 
tura del processo fisico - organico , l'estensione e l'uni- 
versalita de' morbosi fenomeni , la provenienza o l'ori- 
gine della febbre puerperale, desumere potrebbonsi quei 
dati e quei criteri per fissarle con sano discernimento 
il vero suo posto nel rango delle nosologiche affezioni. 
I molti fan\osi autori degli andati tempi notando la fi- 
sonoraia sintomatica con cui manifestasi e progredisce e 
termina costantemente la puerperale, osservando con oc- 
chio imparziale" le parti ed i sistemi che principalmente 
vengono attaccati , e ricavando quei segni noso logici 



<<^ S e I n X 7 T? 

ciie nirnìniin rimproiite c.irnUorisUcl-c dclln nalnrn del- 
la malati i;i ; e considerando inlìne clic l'unione dei con- 
tagio non porta alterazione alcuna alla forma morbosa, e 
che ciascnn morho percorre indipendentemente i suoi 
pnrosi.snii ( Dorsicri da exanlli. oiil. voi. II § CGG 
LXKKVliì not. () ), lo desii^narono col nome di feh' 
òro putrida , pestilente , mali moris , maligna , ar- 
(leiìfe. Dal die possiamo accertarci, che invadendo la feb- 
bre piierperale in i'^pccial modo le funzioni nerveo-ce- 
rciirali, ci porf^e l'idea chiara di una malattia in cui pre- 
rlomina l'indole tifoidea. 

1. E per lai modo calcolando i caratteri distintivi 
che ci conducono a determinare il genio proprio della 
puerperaje, possiamo con certezza stabilirne l'essenza ve- 
ra. E dì vero , se a considerare ci facciamo quei mor- 
bi specifici provenienti da specifica origine, quali sono 
i contagi lutti , altri fondamenti non ci si apprestano 
onde guidarci alla cognizione etiologica dell' insorto 
processo organico -animale o fisico - organico, se non 
quelle marche di sconcerti o di alterazione delle funzio- 
ni, che irtcontriamo nell'immensa famiglia di tutte le ma- 
lattie acute. Diversità forse di apparato fenomenologico 
o dì un tipo particolare ci si presenterà ( mentre mol- 
ta parte dobbiamo accordare alla specificità dei prodot- 
ti contagiosi per certi segreti modi di azione, dei quali 
r arcana natura sarà por sempre nascosta alle indagini 
umane ); ni.i quei sistemi, organi o parti che per mor- 
bosa altitudine ne sono colpite, manifestar debbono più 
o meno violentemente ( sebbene spesso ancora in forma 
clandestina ) tutti i segni infallibili che li avvicina- 
no agli acuti processi organico» dinamici. 

8. Imperocché , mettendo da parte il modo di esi- 
stere e le ignote leggi per cui produconsi ed. agisco- 
no suir umasio organismo i principii contagiosi, se le 
malatlie di superfica origine mancassero di individuali 



Febssub puerperale 41 

marche proprie della classe comune oll'altre malattie, la 
medicina priva sarebbe della filosofia patologica , e l'a- 
nalisi, riiiduzlone, l'analogia vane sarebbero per le scien- 
ze tutte fisiche e naturali. Dietro tale ragionamento po- 
tremo ben dire , che specifico sarà il principio produt- 
tore di una data classe di morbi , ma che il processa 
morboso, che per esso si va a stabilire, sarà di quella 
stessa indole , natura ed essenza degli altri processi or- 
ganico-animali o fisico-organici ^ qualunque sia il si- 
stema , organo o parte che a prevalenza per morbosa 
suscettività ne verrà attaccata. E così sembra inferir- 
sene per induzione patologica , che le malattie tutte 
d'influenza contagiosa o di origine specifica negli scon- 
certi che presentano non si distingueranno punto per 
alcuna essenziale differenza di fondo da tutte le ma- 
lattie acute. 

i). E per portare uno sguardo sulT origine dei 
contagi , egli è certo , che la medicina , la patologia 
adombrate mai sempre andrebbero da quel misterioso 
velo sulla origine prima , e prima formazione degli es- 
seri, Qual pili profondo conoscitsre dei fenomeni natu- 
rali sarebbe a portata di penetrare non solo , ma rin- 
tranciare per poco la combinazione di quegli elementi, 
per cui son composti i principii contagiosi ? Chi potrà 
fissare , o calcolare almeno , quelle condizioni dell'or- 
ganismo vivo , per cui sotto dati rapporti o sotto date 
circostanze origin traggono i principii in discorso ? Chi 
potrà con l'analisi più severa afferrare per poco quel- 
le patologiche condizioni della macchina organizzata, 
sotto cui si generi il contagio ? E quindi su quali ricer- 
che basar potrebbesi , onde assicurarsi dell' influenza 
e delle atmosferiche vicissitudini e del miasma palustre 
e delle acque stagnanti alla propagazioa del contagio, ed 
alla disposizione morbosa dell'organismo? 

10. Le questioni mediche sulle infezioni , sui con- 



42 iS e I S y z E 

tagi spontanei , non formano che Innte (llscussloni va- 
ne ontologiclie , che allontanano la filosofia e le scien- 
ze speriracntali da quei sani princìpii piantati sulle basi 
dei veri fatti stessi imparzialmente osservati. Se invero 
un miglior modo di osservare i fatti stessi è la base di 
qualunque scienza , egli non è a dissimulare, che il so- 
lo potalogo ragionatore sottoporre deve alle indagini 
più rigorose le forme particolari dell'eruzione cutanea , 
o morbosa vegetazione dermoìdea di ciascun conta- 
gio rintracciare di ognuno la vera sorgente, vederne 
l'unione, la complicazione, ed il connubio colle malattie 
endemiche ; se la derivazione dell'uno sia proveniente 
dalle altre , o se piuttosto l'uno e le altre unitamente 
valgono alla produzione del contagio ; derivarne quin- 
di quanto per se abbia di proprio e caratteristico 
il contagio ; o se forza acquisti o particolarità indivi- 
duali dalla costituzione endemica o epidemica. A cosi 
sellili ricerche , distinzioni , ed osservazioni sottoposti 
i contagi , svaniranno tante vanita ipotetiche. 

11. Allorché si è creduto , che il contagio fosse 
prodotto sotto certi 'processi chimico -animali « o che 
sotto date condizioni morbose dell' organismo si svol- 
gessero e generassero principj contagiosi , il medico 
clinico non l'ha riguardato se non come un fatto che 
poco o nulla era per se bastante a tracciargli il genio 
morboso della malattia per fissarne la retta indicazione 
curativa. Poiché a schiarire nella massima evidenza 
l'etiologia di un morbo riguardato fin dal primo suo 
nascere in ciò , che costituisce l'essenza di quel pro- 
cesso fisico-organico , basta ad ispiegarne la natura , 
che quel sistema , organo o parte trovisi piiì degli al- 
tri disposta a risentire l'azione delle generali potenze , 
e che una f logosi siasi suscitata ( sebben di suo gene- 
re) , la quale formi la base dell'insorta malattia , raen- 
tce essendo la flogosi conosciutissima pe' suoi caratteri 



Febbrb puerpkrai.k 43 

indivisibili , non è necessario per intenderne la forma- 
zione che il pratico ricorra ad occulte e misteriose 
cagioni. Ma la patologia analitica , che stabilir vuole 
le particolari forme nosologìche , per rettificare l'or- 
dine delle affezioni seguir deve il cammino dei paetico- 
lari caratteri a forma del contagio , la sua origine , e 
quindi la provenienza delle epidemie. Calcolali i rappor- 
ti specifici di ambedue le morbose sorgenti , si cancel- 
leranno dalla patologia i contagi spontanei. 

12. I fatti lo dimostrano apertamente, quando ven- 
gano osservati nella loro semplicità e in tutto l'intero 
corso , e purché non vengano sconvolti e guasti» Una 
qualunque causa morbosa può produrre in un individuo 
una febbre nervosa o un slnoco gastrico t alcuni influS' 
si cosmico-terrestri favoriscono lo svolgimento di epi- 
demia : un dato clima è fonte di una endemia : all'in* 
generarsi di quella data malattia e sotto i suoi stadi 
sviluppasi un contagio sporadico; la malattia principale 
non cambia ne di fondo ne di forma, ed il contagio vi si 
unisce mantenendo i suoi tipi ordinari , e gl'una e l'altro 
indipendentemente presentanoli proprio andamento. Non 
e pertanto l'endemia o epidemia , non la febbre nervosa 
o sinoco gastrico ch'è contagioso , ma il contagio stes- 
so che si svolse accidentalmente (o perchè la malattia 
è giunta a certi gradi di forza , o perchè 1' organismo 
giunse a certi termini forse di degenerazione , sommini- 
strando una favorevole condizione per alcun contagio og- 
gi reso indigeno)il contagio, dissi, solo si diffonderà col- 
le distintive sue forme ; e cosi in tali incontri assumerà i 
caratteri ancora di endemico o di epidemico. 

13. E seguendo sempre le tracce dei fatti, vedia- 
mo che o i contagi già svolti si congiungono alle ma- 
lattie endemiche o epidemiche , o queste già svilup- 
pate s'incontrano in qualche contagio sporadico. Ora 
sotto questi rapporti le affezioni endemiche o costituzio- 



^i^' Scienze 

naii Don sono mal per se contagiose , menlrc il Solo 
principio contagioso che o già è svolto , o vi s'incontra» 
rende /;er se tale l'indole della malattia. Le febbri noso- 
comiali, carcerali, quando sieno originale o da endemica 
o epidemica costituzione, incontrano la petecchia: in que- 
sti luoghi Speciali sono contagiose , mentre altrove l'en- 
demia o l'epidemia invade la maggior parte della popola- 
zione. Cosi se alla febbre puerperale nel suo corso e sot- 
to certi processi si unisce o si sviluppa la miliare o pe- 
lerchia, non potrà dirsi, che il principio contagioso sia 
i! produttore della malattia , mentre non mai si è vedu- 
ta propagarsi e diffondersi la puerperale, ma bensì il con- 
tagio stesso si e diffiiso e propagato , benché sporadica- 
mente siavisi unito, allorché trovi una influenza fatale 
nella disposizione o costltuìione epidemica. E se per cau- 
se cosmo-telluriche una epidemia di simili febbri si e 
prodotta in quelle che capaci n'arano a risentirne gli ef- 
fetti, la pclepcliia o la miliare sporadica soltanto vi si e 
unita. E la malattia ed i processi dinamici e la forma mor- 
bosa sono stati sempre simili a se stessi senza cambiamen- 
to alcuno ; come il connubio del contagio ha seguito i 
suoi parosismi ed il suo andamento. E ciò perchè 1' una 
e l'altro nascono distinti , e per la ragione che i contagi 
ripetono la loro causa produttrice da una materia parti- 
colare , da un principio sui generis. 

1/|. Ora riportando al suo giusto valore le cause pro- 
duttrici la forma, l'andamento della puerparale, e del con- 
tagio che vi si sviluppa o vi s'incontra , osserviamo , 1." 
Che una gestazione incomoda , un parto laborioso , o 
seguito da forti perdite sanguigne, uu dipidine nella dieta, 
un'aria ristretta , un odor grave danno origine alla puer- 
perale, trovando suscettività morbosa o nell' utero o nel 
peritoneo, negl' intestini, nelle membrane, nei nervi, nel 
cervello ec. incominciando con una fisonomia sintomatica 
sua propria, e proseguendo il suo eorso con un andanicn- 



Febbre pueiiperale ^'^ 

to parllcolare. 2." L'aulorila di Hulm , Whit , e Joti- 
son ci aimostra, infierire la pucrperalc negli os] edali per 
cause favorevoli allo svolgimento di pulride esalazioni 
capaci allo sviluppo di un miasmatico principio. 3.° Che 
le miliari sono state ritenute sintomatiche, ove si compli- 
cassero alla puerperalc : il che significa non subire mu- 
tazione alcuna l'indole della malattia in corso , e che Tu- 
na ed il connubio delle altre segnano i loro dovuti pa- 
rosismi. 4." Che ove le miliari e la petecchia si mostras- 
sero epidemiche per qualunque influenza d'aria o di atmo- 
sfera , si vedono soltanto attaccare indistintamente ogni 
individuo che o sì esponga al contatto , o ne sia suscet- 
tivo : e le miliari e la petecchia figurano qual malattia 
primigenia. 5." Cbe quando con l'endemia s' incontri un 
contacio per cause che ne favoriscano lo sviluppo , esso 
non s'investe che di una modificazione di forma , cioè 
l'endemia o epidemia somministra al contagio alcune for- 
me secondarie : se febbri gastrico-biliose riconano per 
una influenza costituzionale e vi si unisca la petecchia, 
non sono le gastrico-biliose cbe sì diffondono , ma la 
petecchia che si comunica per contatto , e l'apparalo 
sintomatico assume delle gastrico-biliose : così dicon- 
si delle catarrali , delle inlcrmitcnti, della febbre puer- 
peralc. 

l5. Dopo tali riflessioni essendo nostro scopo ricer- 
care quale sia l'essenza e quali gli attacchi della puer- 
peralc , ammettasi pure che in forza di un contagio essa 
insorga. E' indubitato , che dell' insorto pioccsso sarà 
sempre base e centro la flogosi piìi ruìnosa e micidiale 
del sistema ncrvco-ccrcbrale , capace nella sua violenza 
dì passare in qualunque forma di degcncrazicne col più 
rapido corso. Un si terribile progresso della febbre 
pucrperale prodotta da contagio ci porgerebbe una dovi- 
ziosa sorgente di utile spiegazione. E sebbene non s'in- 
tenderebbe giammai perche il sistema ncrveo cerebrale 



^" Scienze 

e raerabraaoso piuttosto, anzi che l'utero , gl'intcstÌDl , 
il peritoneo , il fegato , il polmone ec. vengano a preva- 
lenza ettaccati dall'azione del contagio ; nulla ostante sa- 
rebbe a nostra portata lo spiegare i gradi tutti di malat- 
tia clic fin dal primo ci si parano innanzi. Io fatti in- 
tenderemmo come nel primo periodo ci appariscono i fe- 
nomeni d'irritazione, e quindi nel massimo grado la pre- 
senza e lo slato di quella flogosi fatale, che a colpo 
d'occhio invadendo il sistema nerveo-cerebiale, ci pre- 
senta i caratteri nosologici del cosi detto Tiphus Ence- 
phalitis , sia una flogosi che diffondesi e propagasi 
con tale rapidità, da degenerare in risultamenti di disor- 
ganizzazioni e di cancrene. Nel sorpassare il nostro in- 
tendimento perchè il raasma o contagio nella febbre pu- 
erperale a preferenza attacchi il sistema nerveo-cerebra- 
le , pure dall'osservazione sappiamo che questo sistema 
trovasi più degli altri disposto a risentire l'azione di 
quel qualunque principio contagioso, che spesso la forma 
])resenta della miliare o della petecchia. O questa luscet- 
vila air azione del contagio , per cui si è risvegliato 
uu processo glogistico, derivi dai travagli del parto, o da 
una incomoda gestazione , o da disordini e sconcerti 
che sopravvenir possono per cause iraprevvedute dopo lo 
sgravamento, in qualunque supposizione allorché impian- 
tata siasi una flogosi la piiì marcata nel sistema uerveo- 
cerebrale intendoosi per noi i gtadi tutti della pucrpe- 
rale. Determinare possiamo i sintomi tutti caratteristici 
chiamati nosologici e diatesici ; seguir passiamo tutti i 
suoi passi, incominciando da quel primo filo in cui per 
ruuione ancora del contagioso principio la malattia si 
ordisce, fino all'ingrandimento di quella flogosi minac- 
ciosa, cui i poteri competono della piti attiva riprodu- 
zione. 

16. „ I tumultuosi sconcerti del sistema ner- 
,, vco-ccrebiale per la viu'euia di una flogosi , il 



Febbre puerpkrale 47 

„ sopore, il delirio , la stupidità , il sussulto dei ten- 
,, dini , la lingua tremula ec. imprimono quelle note 
„ caiatterisliche da contrassegnare una infiammazione 
„ la pili ardita. Le alterazioni in tulle le funzioni dei 
., visceri e in tutte le secrezioni: le raaiche esprcs- 
,, sive nei cambiamenti del volto e dell' occhio con 
,, aspetto feroce : il tremore dell' estremità , i rao- 
,, viraeiiti convulsi , non dì rado le paralisi , le invO' 
,, lontarie deiezioni , il meteorismo , l'abbattimento in- 
„ fine universale , la massima prostrazione , le gam- 
,, be divaricate appartengono lutti a quell' apparato 
„ fenomenologico del Tiphiis Encephalitis^ ove la com- 
„ parsa del esantema contagioso acuto avente la for- 
,, ma delle petecchie non è sempre necessaria per co- 
,, stiluirne la retta classicaficazione in nosologia. „ 
Basta per noi l'intendere, che una flogosi ruinosa 
si ò ordita nei neurilemi, nelle membrane e nel cer- 
vello ; e che gli sconcerti e le alterazioni che os- 
serviamo dal primo sino all' ultimo periodo della ma- 
lattia, sieno un risultamento dipendente dalla natura 
del flogistico processo. Si spiega con ciò, come al 
paro nelle più micidiali flemraasie si diffonda la flo- 
gosi nerveo-cerebrale in tutto il sistema, in tutte lo 
parti die gli sono continue, ed in quelle più lon- 
tane ancora , che o per relazione di struttura o per 
relazione di funzioni risentono la propagazione di 
quel fuoco, che dai centri attaccati per prima si parte. 
Così la malattia mostrandosi con le sue impronte par- 
ticolari , ci determina allo scoprimento della sua es- 
senza , e segna criteri inconcussi per istabilire sce- 
vri da ogni difficolta i veri e caratteristici sintomi . 
iiosologici e dialesici ; così il corso intero e sempre 
eguale a se stesso ne conosciamo ; ed infine disco- 
priremo colla nccroscopia quei guasti e quegli esiti, 
che Icunciu dietro ncgl' infcimi che furono vittima della 



48 SciEI4ZK 

febbre puerperale, riscontrando nella degenerata infiam- 
mazione disorganizzazioni e del peritoneo, della pleu- 
ra, delle meningi, dei neurilemi, e del cervello. 

17. Ora esige la filosofia nosologica che a co- 
slruirc una esalta classificazione delle malattie non 
ùel)hano occuparci tante differenze apparenti , ma che 
meglio seguendo ì passi, che la semplice natura se- 
gna sulle leggi della vita e sul fondo delle malattie, 
impiantar potremo un più sodo lavoro , raccogliendo 
in patologia sotto un sol punto di vista i fatti tutti 
(ved. Rasori). Con tali principj, che formano lo spi- 
rito dell' arte, basar dovendo le nostre ricerche noso- 
logico-patologiche per determinare i giusti confini che 
nei ripartimenti nosologici convengono alla febbre puer- 
perale , inutili nell' esercizio clinico riuscirebbero tan- 
te indagini ogni qualvolta allontanare ci dovessimo 
dalla vera ctiologia, dalla diatesi originaria di questa 
malattia. Imperocché questa stabilita, le viene accor- 
dato il suo vero posto ed ordine in nosologia. Che 
se poi valutar si dovesse la sua forma particolare per 
collocarla nella sua propria classe, una nosologia ra- 
zionale richiederebbe un metodo di distribuzione. Ma 
una più rigorosa e bene intesa nosologia, che riduce 
ad un solo fondo comune i diversi stati morbosi re- 
stringendoli a' principj generali di pratica, non deve 
occuparsi su t{ueslc differenze; mentre investigato che 
sia il fondo essenziale della malattia, questo stabilir 
deve l'ordine nosologico ; ed ogni altra iiivestigazio- 
ne costituirà diversità di forma o differenza di gr;<- 
do , ma non differenza di niiiiattia. 

18. Poste le quali cose, senibi crebbe vergognosa, 
che in medicina si questionasse tuli ora sulle retlili- 
cazioui nosologiche dopo le fatiche dei più celebri 
patologi che tanto avaii/.a'.nenlo arrecarono allo stu- 
dio duir infi;im:nazionc , e dopo le gra^i scoperte ed 



Febbre jCrpuisrale 49 

osservazioni sulT anj^loite. Più di sopra indicammo , 
ciie sebbene una malatlia sia prodotta da contagioso 
principio, questo portar deve sulle parti l'azione sua al 
paro delle comuni potenze. E che siccome non inten- 
deremo giammai, perchè da un sole cocente, da un fred- 
do improvviso resti e olpito piuttosto il polmone che le 
fauci , piuttosto il cervello che il fegato ec. , e nelle 
vicende e cambiamenti atmosferici perchè producausi 
piuttosto affezi oni catarrali che reumali^mi , piuttosto 
angine che pleuriti, così non conosceremo glommai se 
perchè un contagioso principio ( sebbene hasta alla spie- 
gazione della flogosi che quel sistema, organo o parte 
sia più degli altri disposta a risentirne l'azione, o che 
il contagio vi porti più decisa niente l'azione sua ) at- 
tacchi piuttosto il cervello, il sistema nervoso, le mem- 
brane ec. di quello che il fegato, il polmone gì' inte- 
stini ec : sappiamo però , che la succeduta affezione 
morbosa, la sua alterazione, i suoi andamenti, i tratti suc- 
cessivi , ed i prodotti di disorganizzazione sono figli di 
una flogosi la più ruinosa. 

I9. Laonde ragion vuole, che la febbre pucrpe- 
lale, la quale esterna i suoi sintomi nosologici , i ca- 
ratteri diatesici e flogistici di un vero Tiphus Ence- 
phalitis , appartener debba alla classe delle fleramasie 
decisamente tali dichiarate. E sebbene si accostasse an- 
cora ali ordine dei contagi acuti eruttivi per l'eruzio- 
ne esantematica acuta che tante volte s'incontra nella 
puerperale, nulla ostante per la ragion patologica e per 
l'andamento dei contagi acuti eruttivi slam costretti 
collocare ancor essi nell' ordine delle flemmasie , e riu- 
uire così ciò che sembrava distinto per dissomiglianze 
superficiali. Che cosa sono in fondo il morbillo, il va- 
juolo, la scarlattina, la miliare ec. se non flogosi cu- 
tanee di un genio specifico ? E se nei punti attaccati 
G.A.T.LXIX. 4 



50 Sci eTn z k 

si stabilisce un eccitamento di suo genere, una vegeta- 
zione derraoidea di un modo particolare , che si annun- 
cia in ciascuno con una varietà di forma sua propria, dai 
punti stessi però, che furono i primi a sentire l'azione im- 
mediala del contagioso principio o della nociva potenza, 
si diffonde il morboso eccitamento a tutto il corpo , e le 
parti più lontane partecipano della morbosa cutanea al- 
terazione. Insomma per la flogosi parziale risvegliata 
dall'impressione del miasma l'universale eccitamento ne 
risente l'itifluenza, seguendo in tutto il corso del parziale 
precesso tutti quegli stadi e quell'andaraento che sono di 
pertinenza, del miasma vaioloso, morbilloso, miliare ec. 
E quindi nell'incremento, nello stato, nella suppurazione 
ed anco nella cancrena vedremmo l'universale eccita- 
mento percorrere regolarmente tutti i periodi e tutti i 
gradi che son propri ancora alle malattie flogistiche pro- 
dotte dagli ordinari agenti. 

20. Jl fatto ci conduce ad avvalorare la nostra opi- 
nione. Qualunque pratico si sarà avvenuto in qualche co- 
stituzione epidemica o morbillosa, vaiolosa , miliare ec. 
Egli avrà veduto, che dalla maggiore o minor copia del- 
l'eruzione esantematica pili o meno ne sarà stato influen- 
zato l'universale eccitamento ; e che la febbre sarà stata 
pili o meno ardita, secondo la maggiore o minor quanti- 
tà dei punti cutanei , che per associazione di morbosa 
attitudine o per ripetizione di movimenti morbosi svilup- 
parono un dato numero di flogosi. L'estensione dei mor- 
bosi fenomeni universali sarà in relazione dei punti e 
delle superficie infiammate, che il particolar miasma pro- 
durra con una forma di suo genere e di un modo speci- 
fico: e la malattia non lascerà di essere universale, poi- 
ché i morbosi sconcerti ne indicano la diffusione nell* 
intera economia. Che se manifestasi una differenza di ef- 
fetto della piretica affezione universale nei vari indivi- 
dui, ci porla a conoscere , che la capacità di quel Ul 



Febbre puerperale 51 

solido vivo a sentire l'azione del miasma sia stala tanto 
leggera da non potere risvegliare se non clic una corri- 
spondente alterazione nell' universale eccitamento: al- 
terazione però che non cessa di essere riferibile allo 
stato delle piiì decise flemmasie. Laonde gli esantemi 
febbrili acuti non devono riguardarsi che sotto un me- 
desimo ordine , e sebbene caratterizzate da una infiam- 
mazione di suo genere , e si mostrino varj nella loro 
forma e nella specifica origine, non includono diffe- 
renza alcuna fra l'una e l'altra affezione, di che ci oc- 
cupiamo, dei processi fisico-organici od organico-anima- 
li , mentre nel fondo essenziale da cui vengono ac- 
compagnati non sono che una medesima cosa. L'auto- 
psia poi confermerà la flogistica partecipazione nelle 
diverse parti ed organi , poiché i guasti tutti corris[)on- 
deranno a quelle alterazioni che sogliono rinvenirsi in 
quelli che perirono per flogosi cagionate dalle gene- 
rali potenze nocive. 

2i. Dal risultato di queste riflessioni , dietro gli 
andamenti ed i progressi che inevitabilmente suol tenere 
il proceso organico-animale o fisico-organico alimenlato 
sempre da una flogosi , tosto che vi sieno quei sintomi 
nosologici o caratteristici , possiamo con la ragione pa- 
tologica determinare , che la febbre puerperale e altre 
di genio analogo, come le nosocomiali , carcerali , putri- 
de , maligne , nervose ec. che non presentano che lieve 
alterazione di forma e non una differenza di malattia : 
che nel loro andamento, nel progresso e nella natura loro 
non costituiscono che un fondo solo, un attacco medesi- 
mo, una medesima flogosi , eguali risultamcnti nei cada- 
veri di degenerata infiammazione, sieno da riporsi in una 
medesima famiglia nei ripartimenti nosologici lavorati 
sempre sulle leggi della vita e sul fondo delle malattie. 
Il cotifrontu, che istituir potrebbesi tra questa varietà di 
morbi con lutto il rigore di un'analisi patologica, couvin- 

4^ 



5*2 Sciènze 

cere polr'a ogni pratico sulla verità del fatto. A vedere 
quindi l'identitk di natura di queste malattie basta valu- 
tarne l'andamento, il progresso, gli esiti per retlificaiue 
l'ordine nosologico. E quando fissar vogliasi una distin- 
zione che parzialmente denoti la famiglia degli esantemi, 
allorcire la febbre che li accompagna ne presenti i distin- 
tivi caratteri non disgiunti dalla particolare forma cutanea 
che ne costituiscono l'esantematica eruzione, potranno 
ritenersi nella loro propria classe, colla dovuta denomi" 
nazione, onde stabilire un giust'ordine nelle nostre idee 
nosologico-patologiche. Imperocché vedemmo che la ma- 
nitestazione di essi in alcune malattie cambiar non può 
l'essenza e la natura del fondo morboso , e che le 
malattie ancora miasmatiche e contagiose non debbono 
riguardarsi che sotto una sola famiglia tra le flemma- 
sie. 

22. E' guoco forza dunque convenire : 1." Che la 
febbre puerperale non è sempre costituita dagli esante- 
mi febbrili acuti. 

2.° Che compatendo le miliari o le petecchie, non 
sono sempre pe' loro caratteri specifici i veri costi- 
tuenti la febbre puerperale. 

3." Che la febbre puerperale, avente i sintomi tifoi- 
di, non è d'uopo ciie debba sempre presentare l'eruzio- 
ne miliare o petecchiale , quando cagioni locali atte ad 
influirvi non vi occorrano- 

U° Che prevalendo un processo flogistico parziale 
o diffuso al peritoneo, alla pleura, ai neurilemi, alle men- 
nigi, al cervello, possono soltanto stabilirsi i caratteri no- 
sologici e la natura della febbre puerparale, vedendosi 
accompagnata coi sintomi del Tiphus Encephalitis. 

5.° Che la febbre puerperale, osservata endemica o 
contagiosa o epidemica eoa l'eruzione miliare o petec 
Ghiaie, non deve riporsi nella classe nosologica fra* con- 
tagi febbrili acuti, ma costituisce il semplice esantema feb- 



FfiBBHE PUKRPERALE 55 

brile, poichb allora il contagio è nato, si è svolto , e 
si è propagato qual malattia. 

6." Che non manifestandosi l'eruzione esantematica, 
non sono dati e criteri sufficienti i sintomi di una feb- 
bre esantematica acuta per porre la febbre puerperale 
fra i contagi febbrili acuti. 

Dopo tali deduzioni possiamo avvisarci essere assai 
malagevole il persuadersi, chele malattie dividere si pos- 
sano in tante classi particolari. Le leggi della natura 
sono uniformi, e quando ne insorga una qualunque mo- 
dificazione, potrà riferisi ad alcune peculiari fortuite com- 
binazioni dell'individuo, della stagione, del clima, delle 
cause morbose che soltanto costituiscono una varietà , 
ma non ostante sarà sempre una la natura della malat- 
tia , uno il fondo , una l'essenza. 



u»A 



TAVOLA ANALITICA 

DEI CHELONII O TESTUGGINI 



Io che per avventura manifestai prima di ogni 
altro potersi con maggior proprietà quelle Testuggini 
cui diedi il nome di Testucìiniiii , dividere in piti ge- 
neri. , non già rispetto alV articolazione de* gusci , ma 
sibbene al congiungimento loro , e ne definiva con' 
temporaneamente alcuni che fin d'allora mi si offer^ 
sero discoverti , predicendo che altri se ne do^'eano 
constituire ; ora quasi per non perder Varrà delle 
mie parole , credo che mi si competa il riunire in- 
sieme tutto l'ordine di que Chelonii , e conferman- 
do quanti generi ne descrissi recare in mezzo il sunto 
di ogni altra cosa che han poi detto gli Erpetologi 
moderni suW argomento. Né temo che alcun savio 
sarà per tenere a vile questa mia opericciuola co- 
me semplice ghirlanda intessuta di fiori altrui , im- 
perocché siccome in Francia non meno che in In- 
ghilterra e in Germania va tanto in voga questa, 
razza di Rettili , che dottissimi uomini , quai sono 
un Gray , un Bell , un fVagler , un Duméril col suo 
collega; Bibron , e principalmente un Fitzinger , ci 
spendono assiduo e diligente studio , non mi sareb- 
be lecito di appartarmi da quello che ne scrivono 
coloro sapientemente ^ né tralasciare di seguitarli. Voi- 



DEI Chilonii o Testuggini 53 

gendo perciò senza tregua le scritture loro , non po- 
che erudizioni caratteristiche ne ho carpite ad ef- 
fetto di ravvisare meglio i generi tutti un per uno ; 
e per tal fine non accidentalmente ma con ferma in- 
tenzione , ogni qualvolta mi si presentò il buon ser- 
vigio delle cosQ , ho spigolato ancora tra' vocaboli 
da qué fdosofi ritrovati. Finalmente per ristringere 
in poco le pia rilevanti notizie ho condotto il la- 
voro in forma di tavola analitica sgombra da ogni 
mole di eloquenza come si conviene ad opere sì fatte 
che s^inseriscano in letterarii giornali. 



Roma il 14 di Maggio 183G. 



Carlo BoNAPyinirE^__,^ ^^I 
Principe di Musignano. ■ 



56 Scienze 

TAVOLA ANALITICA 

DEI CHELONII. 



I CHELONII {Testudines di Wagler) son Rettili dal 
corpo rivoltato, chiuso in teca formata da due gusci, 
ai quali aderisce la pelle : tetrapodi , edentuli. 

SPECCHIO 

DELLE FAMIGLIE E SOTTOFAMIGLIE- 
I. 

TESTUDINIDI (Testudinìdae , Emydae et Chelidae , Gray. - 
Chersites et Elodites , Dum. - Tylopoda , Steganopoda rostrata 
et Steganopoda mandihulata , Fitz.) Piedi ambulatori! , 

eguali tutti in lunghezza. Gusci ricoperti dì scudi 
cornei. Senza labbra. 

1. TESTUDININI. {Testudinìdae , Bell. - Chersites, Dom.'- 
Tylopoda , Fitz.) Piedi digitigradi e monchi con le di- 
ta agglomerate insieme. Bocca cornea. Collo retrattile. 
Pelvi mobile. 

a. EMIDINI. [Eniidne, Gkay. - Elodites cryptodères, Dum. - 
Steganopoda rostrata , part. Fitz.) Piedi planligradi 
con le dita divise , e il più delle volle palmate. Bocca 
cornea. Collo retrattile. Pelvi mobile. 

5. IDRASPIDINI. [Chelydae , part. Gray. - Elodites pleuro- 
dères , part. Dum. - Steganopoda rostrata , part. Fitz.) 
Piedi planligradi con le dita divise e palmate. Bocca 
cornea. Collo versatile. Pelvi immobile 

4. CHELINI. {Chelydae, part. Gray. - Elodites pleurodéres, 
part. Dum. -Steganopoda mandibulata, Fitz.) Piedi plan- 
ligradi con le dita divise e palmate. Bocca coriacea. 
Collo versatile. Pelvi iffunobile. 



DBI GhKLOMII O TcfiTUCGINT $?' 

IT. 

TRIONICIDI. (Trionycidae , Gray. - Potamites ,D[:m. - Stega- 
nopoda labiata , FiTz.) Piedi ambulalorji , eguali tulli 
iti lunghezza. Gusci vestiti di pelle levigata. Lab- 
bra carnosci 

5. TRIONICINI. [Trionycidae , Gbay. - Potamites , Vimi. - 
Steganopoda labiata, Fitz.) Piedi plantigradi con le dita 
divise e palmate. Bocca cornea. Collo versatile. Pelvi 
immobile. 

ili. 

CHELONIDI. (Chelonìadae, Gr\y -ThalassiteSj Ddm. - Oiacopo- 
da, Fjtz.) Piedi pinniforrai, disuguali in lunghezza, con 
dita immobili e distinguibili appena. Senza labbra, 

6. CHELONINI. [Cheloniadae , Bell.) Gusci ricoperti di scu- 
di cornei. 

7. SFARGIDINI. [Sphargidae y Beh.) Gusci vestiti dipeli» 
grijiza. 



i' Scienze 

SPECCHIO 

DEI GENERI E SOTTOGENERI. 



S«CClM«e«f«Sisa 



FAMIGLIA I. TESTUDINIDAE. 

SOTTOFAMIGLIA i. TESTUDININA. 

I. Testudo, Dum. (Chersine , Merr.^ Guscìo superiore ioar- 
ticolato : guscio inferiore inarticolato al dinanzi: pie- 
di con cinque dita. 

I. Chersus , Wagl. Guscio inferiore articolato al di dietro. 

Testudo marginata, Sciioepf. Eur.As.Afr. 2.' 
a. Testudo , Wagl. Guscio inferiore inarticolato , di dodici 
piastre. 

1. Testudo , FiTZ. Scudetto nucale : scudetto caudale 
bipartito. 

Testudo graeca, L. Eur.m.As. 3. 

2. PsAMMOBATEs , FiTz. Scudctto Ducalc : scudctto cau- 
dale integro. 

Testudo poìjphemus , Daud. Afr.Am.s. /^. 

3. Geochelone , FiTz. Privo di scudetto nucale : ango- 
loso l'orlo del guscio. 

Testudo stellata , Schweigg. As.Afr.Am.m.6. 

4- Chelonoidis, Fitz. Privo di scudetto nucale : roton- 
dato l'orlo del guscio. 

Testudo tabulata , Walb, Am.m. 3. 

3. CiiERSiNA, Gray. Guscio inferiore inarticolato, di undici 
piastre. 
1 Cylindraspis , FiTZ. Privo di scudetto nucale. 

Testudo Vosmaeri , Fitz. Afr.in. 3. 

a. Chersina , Fitz. Scudetto nucale. 

Testudo ungulata , Dum. Afr.m. i. 

3. HoMOPus , Dum. Ambedue i gusci inarticolati : piedi 

con quattro dita. 

Testudo areolata , Thunb. Afr.m. a. 



DEI Chelonii o Tektuggimi 59 

3. Pvxis , Bell. Guscio superiore inarticolato; guscio in- 

feriore articolato al dinanzi. 

Pyxis arachnoides , Bell. As.m.Oc. i. 

4. Kfnixys , Bell. (Cinixys, Wacl.) Guscìo superiore arti- 

colalo al di dietro. 

1. CiNOTHORAX, FiTZ. Vcntlquatlro scudetti marginali com- 

preso il nudale. 

Kinixys Homeana , Bell. Am.m. 2. 

2. CiNiXTS , FiTZ. Ventitré scudetti marginali non vi essen- 

do il nucale. 

Testudo erosa , Schweigg. Am.m. i- 

SOTTOFAMIGLIA 2. EMYDINA. 
§ Senza papille alla gola. 

O.'CilsTUDO , NoB. ( Terrapene , pnrt. Bell. - Cistudes clnusi- 
les , DuM. - Pyxidemis , FiTz.) Guscio inferiore collegato; 
al superiore per via di cartilagine medianti le pia- 
stre addominali \ senza scudetti ascellari e inguina- 
li ; guscio superiore molto convesso che si può er- 
meticamente chiudere dalle due valvole componenti 
il guscio inferiore moLili sopra un solo asse. 

Testudo clausa , L. Ani. s. Oc. 3. 

6. Emys , NoB. {Cistudes haillantes , Dum. ) Guscio inferio- 

re collegato al superiore per via di cartilagine me- 
dianti le piastre pettorali e addominali : scudetti 
ascellari e inguinali : guscio superiore poco con- 
vesso , che non si può ermeticamente chiudere. 

1. Emys, Wagl. Guscio inferiore articolato. 

Testudo lutarla , L. Eur.As.Afr. 2. 

2. Cyclemys , Bell. Guscio inferiore inarticolato. 

C.orbiculata,Bi.LL.{Cistudo Diardi fT)vM.)As.m. i. 

7. TlRRAPENE , l!iOB.{Emys,Dvyi.-Clemmys,'WKGL.) GuScio 

inferiore inarticolalo , connesso per sinfisi al su- 
periore : due scudetti ascellari e due inguinali se- 
parati fra loro e non frapposti a' gusci : dita pai- 



60 Scienze 

male : cinque unghie a' piedi anteriori, quattro a' po- 
steriori : coda sottile. 

1. Clemmys , FiTZ. Naso poco prominenle. 

T. littaria,ScHVff.iCG. nec L.{sigriz,MiCìi.) E.As.Am.Oc.Sg. 

2. Rhinoclemmys , FiTz. Naso protratto. 

Testudo verrucosa , Walb. Ain.m. a. 

8. GeoBMYS, Grav. {Emys , part. Dim. - Clemmys , part. Fixz. ) 
Guscio inferiore inarticolato , connesso per sinfisi al 
superiore ; dita libere : cinque unghie a' piedi an- 
teriori , quattro a' posteriori : coda sottile, 

Emjs Spengìcri, Schweigg. Afr. I. 

9. Tetraonyx, Less. Guscio inferiore inarticolato, con- 
nesso per sinfisi al superiore : dita palmate : quat- 
tro unghie in ciascun piede : coda sottile. 

T.longicoUis, 'L^ss..{Emys Batagur tWKiyXìVf .)P^soT. 5." 

10. Platysternon , Gray. Guscio inferiore inarticola- 
to, larghissimo, connesso per sinfisi al superiore? 
tre piastre sterno-costali : dita palmate : cinque un- 
ghie a' piedi anteriori , quattro a' posteriori : coda 

lunga e grande. 

Platysternon megacephalum, Gray. As.or. i. 

§§ Con papille alla gola. 

11. CheLYDRA , Schweigg. (Chelonura Flem. - Rapava, Gray.- 
Saurochelys, 'Lt.ivi.- Emysaurus,'D\m.) GuScio inferiore di 
dodici piastre , inarticolato , angusto , connesso per 
sincondrosi al superiore : venticinque scudetti mar- 
ginali: tre piastre sterno-costali, una soltanto delle 
quali frapposta a* gusci : coda lunga , grande , cre- 

stuta. 

Testudo serpentina , L. Am.s. r. 

la. SxAunOTYPUS , Wagl. /^fe/v/of/ierw.y, part Bun.) Guscio 
inferiore di otto piastre, articolato anteriormente, an- 
gusto , connesso per via di sinfisi al superiore me- 
diauti le piastre pettorali e addominali: due piastre 



DÈI CwELONII TjiSrUGGlNr 61 

sterno -costali contigue frapposte a' gusci : ventitre 
scudetti marginali : coda breve. 

Terrapene triporcata , Wiegm. Am.s. ^^ 

l3. KtNOSTERNlJM , NoB. (Cinosternum et Staurolypus , t^VCÌ. 

DuM.) Guscio inferiore di undici piastre , articola- 
to , connesso al superiore per via di sinfisi me- 
diante la piastra addominale : due piastre sterno-co- 
stali contigue frapposte a' gusci : ventitré scudetti 
marginali : coda brevissima. 

1. Stehnotherus , FiTZ. (Staurolypus , part. Dum.^ Gu- 
scio inferiore angusto , articolato al dinanzi. 

Testudo odorata ,Dkvo. Am.s. i. 

2. CiNosTERNON, Wagl. Guscìo inferiore largo, articolalo 
al dinanzi e al di dietro. 

Testudo pensjhanica , Gm. Am. 3. 

SOTTOFAMIGLIA 3. H YDIIASPIDIN A. 
§ Capo poco depresso : occhi nei lati. 

l4- PeI'TOCEPIIALUS , DuM. (Podocnemys y ¥itz. -p^xt) Capo 
scudettato , grande : mascelle curve , senza scudet- 
to nucale .- piedi scarsamente palmati : coda un- 
guicolata. 

Einjs Iracaxa et macrocephala ,Spix. Am. m. i. 

i5. PoDOCNE.-viYs , Wagl. Capo scudettato, con un sol- 
co longitudinale al di sopra: mascelle rette: sen- 
za scudetto nucale : piedi abbondantemente palmati: 
coda non unguicolata. 

Einys expansa , Schweigg. Am.m. 2. 

16. EmYDURA , NoD. {Plateinjs , part. Duji.} Capo VestìtO dì 

cuojo : scudetto nucale. 

Eiìiys Rlacquaria, Cuv. Oc. i. 

§§ Capo depresso : occhi al di sopra. 
* Con papille alla gola. 

17. Psr.oMKDusA, Wagl. [Psntonyx, Dum.) Cinque Unghie per 

ciascun piede : guscio inferiore inarticolato. 

Testudo galcala , SciioEPr. Afr. a. 



62 Scienze 

1 8. Pelusios , Wagl. [Sternotherus , Gbay. Bvm.) Cinque Un- 
ghie a' piedi anteriori , quattro a' posteriori : guscio 
inferiore articolato. 

Testudo subnigra , Lacép. Madagasc. 5, 

19. Hydraspis, Gray. {PlatemjSfBvM.} Cinque unghie a' pie- 
di anteriori, quattro a' posteriori : guscio inferiore 
inarticolato. 

1. Platemvs , Wagl. Capo coperto di scudetti : naso poco 

prominente : piedi vestiti di scudetti contigui. 

Testitelo planiceps , Scun. Am.ni. 6. 

2. Bhinemys , Waoi,. Capo coperto di scudetti : naso pro- 

tratto : piedi vestiti di scudetti contigui. 

Einys nasuta , Schweigg. Ara.m. /{• 

3. Phbynops , Wagl. Capo vestito di euojo : naso poco pro- 

minente : piedi vestiti di scudetti disgregati fra loro. 
Einys Geoffroana , Schweigg. Atn.ui. 2. 

** Senza papille alla gola. 

20. Chelodina , DuM. (Hydraspis, Fitz.) Quattro unghie a 
ciascun piede. 

I. Chelodìna , Beli.. Lo scudetto nucale frapposto agli scu- 
detti collari. 

Testudo longicollis , Shaw. Oc. i. 

a. H1DROMEDUSA , Wasl. Lo scudetto nucale frapposto al 
primo scudo vertebrale , e agli scudetti collari. 
Emys Maximiliani , Mikan. Am.tn. 2. 

SOTTOFAMIGLIA 4. CHELINA. 

21. ChELYS , DuM. (Matamata , Merr-^ 

Testudo Jimbria , Gm. Am.m. i. 



DEI Chelonii Testuggini G3 

FAMIGLIA II. TRIONYCIDAE. 

SOTTOFAMIGLIA 5. TRIONICINA. 
22. AmydA , ScnwBiGG. Aspidonectes , Wagl. - Trìonyx , Giiat. 

Bell. - Gymnopus , Dum.) Guscì col margine cartilagi- 
noso : l'inferiore angusto : piedi non retrattili. 

X Ossa costali posteriori contigue. 

1. Aspidonectes , Fitz- Osso cervicale congiunto a' vertebra- 

li , ruvido per tutta la sua superficie. 

Trionyx agyptiacus , Geoffr. As.Afr. /^. 

2. Platypeltis , FiTz. Osso cervicale congiunto a' vertebra- 

li , ruvido nel mezzo soltanto. 

Testudoferox , Gm. Am.s. 2. 

3. Pelodiscus , FiTZ. Osso cervicale disgiunto dai vertebra- 

li , ruvido nel mezzo soltanto. 
Aspidonectes sinensis, Wiegm. As.or. i. 

XX Ossa costali posteriori separate da' vertebrali frapposti. 

4. Amyda, Fitz. Osso cervicale disgiunto dai vertebrali, ruvi- 

do nel mezzo soltanto. 

Trionyx subplanus , Geoffr. As.m. 2. 

28. Trionyx , Wagl, {Emyda, Q&i,Y.lii£.iA..-Cryptopus, Dum.) 

Gusci accresciuti da ossicini che ne compongono il 
margine : il guscio inferiore largo , munito di val- 
vole a' lati : piedi retrattili. 

Testudo granata , Schoepf. As.m.Afr. 2. 



G4 S e 1 ft i^^ Z K 

FAMIGLIA III. CHELONIDAE. 

SOTTOFAMIGLIA 6. CHELONINA. 
24. CnELONIA , Brongn. (Caretta , MerbJ GuSCÌO inferiore 

di tredici piastre compresa la intergulare , largo , 
connesso al superiore mediante le piastre umerali , 
pettorali , addominali e femorali : tredici scudi nel 
disco. 

1. CiiELGNiA, NoB. (Clìèlonèes frnnches , Dum.) Scudi del 

disco scoperti l'iin dietro l'altro : naso poco promi- 
nente : mascelle dentellate : il fodero corneo della 
inferiore di tre pezzi. 

Testudo mydas , L. Atl.Pac. '5 

2. Carettì , NoB. (Chélonées imbrìqitées , Dum.^ Scudi dei 

disco imbricati : naso protratto : mascelle intiere : il 
fodero corneo della inferiore di un sol pezzo. 
Testudo imbrìcata , L. Atl.Pac. i. 

25. TlIALASSOCHEIiYS , Fnz. {Chélonées caouaneSjTìvM.} Gu- 
scio inferiore di dodici piastre non essendovi inter- 
gulare , angusto', connesso al superiore mediante le 
piastre pettorali , addominali e femorali : quindici 
scudi nel disco. 

Testudo caretta , L. Med.Atl.Pac. i. 

SOTTOFAMIGLIA 7. SPHARGIDINA. 

56. SpHARGIS , Merr. ('Coriudo,¥L'EM. - Dermocheijs , Blainv. - 
Scjtina , Wagl. - Derinatochelys , FiTZ.) 

Testudo coriacea , L. Med.Atl.Pac. l. 



U.i 



LETTERATURA 



Dell arte poetica. Sermoni quattro di Paolo Costa, socio 
corrispondente della palermitana accademia di scien- 
ze e di belle lettere, intitolati a S. E. D. Giordano de 
Bianchi marchese di Montrone , gentiluomo di came- 
ra di S. M. il re delle due Sicilie, ed intendente della 
provincia di Bari. Bologna .83G tipi della Volpe al 
Sassi. ( Un volumetto in 8 di pag. 52 ) 

P 

V^orre per le bocche di tutti la sentenza di Orazio 
elle dice : 

Omne lulit punctum qui miscuit utile dulci 
Lectorem delectando pariterque monendo : 

ma pochi sono di questa sentenza seguitatori. Le più 
delle poesie possano essere assomigliate a quegli alberi 
che se ne vanno in fronde ed in frasche senza pro- 
durre mai frutto. Né altri tempi ha forse mai avuto la 
Italiana letteratura , ne' ouali , come in questi , fosse 
bisogno di ammaestrare la gioventù , che traviala corre 
non dove dombbela guidare la voce della ragione e 
della esperienza, ma sì dove la guida il maP esempio 
e 11 disfrenato capriccio. Fanno dunqne opera ulilissi- 
ma coloro , i quali , non dipartendosi dall' antica sa- 
pienza , imprendono a dare ammaestramento di bello 
scrivere in rima, e a far palesile sconcezze onde può 
«jsere viziata o la materia o la forma dello noe- 
G.A.T.XLIX. K ' 



R6 Letteratura 

sia. Ma come !a gioventù mostrasi og-gidi ritrosa a ri- 
cevere insegnamento , così a renderncla proclive potran- 
no avere efficaeia que' precetti, i quali siano dettati in 
islile di tanta bellezza e soavità che valga ad aprire, lu- 
singando , l'anima a ben riceverli : perocché il vero 
condito in molli versi 

/ pia schii'i allettando ha persuaso. 

Che se alla ragionata verità delle cose e alla bellezza 
dello stile vada pure congiunta la fama e l'autorità di 
chi tolga a farsi ammaestratore , allora sì che potremo 

venire in isperanza che il regno della poesia torni quale 
già fu 

j4ureo tutto e pien dell' opre antiche. 

Queste cose, che ho divisate, amichevolmente si uni- 
scono nella operetta di che imprendo a parlare : ve- 
rità e sapienza ne' precetti : soavità e leggiadria nello 
stile : celebrità di nome nell' autore ; il quale è della 
piccolissima schiera degli illustri poeti che ora fiori- 
scono Italia; e se forse ha qualcuno che lo pareggi, non 
ha ai uno che gli stia innanzi. Ed è pur bello il ve- 
dere come all' autorità del nome del Costa si aggiun- 
ga l'autorità del nome di quel chiarissimo marchese di 
Montrone, a cui quest' arte poetica è intitolata: di quel 
chiarissimo , io dico , che locato nella eletta schiera dei 
pochi , non antipone al dolce aere italiano , al tempe- 
rato e splendido sole, ai vitiferi poggi, alle verdeggianti 
pianure , e agli odorosi fiori educati dalle nostre mu- 
se , que' cieli foschi e turbinosi , quelle nebbie , quel- 
le balze , quelle solitudini , e quegli aconiti , che ora 
tengono luogo della parte dilettevole in un' abbon- 
danza di poesie vote di utilità e spesse volte daauose. 



Arte poet. di:l Costa. 67 

L' operetta piccola per mole , ma grande par le 
utili cose che in se contiene , è divisa in quattro ser- 
moni. Nel primo si parla della poesia in generale : nel 
secondo della poesia pastorale , della lirica , e della 
satira : nel terzo della tragedia e della commedia : nel 
quarto della poesia epica. 

SERMONE I. 

Alla brevità di queste carte non si concede il ri- 
ferire tutti i precetti del bello scrivere in verso , de' 
quali l'autore ha fatto compendio, altri derivandone nella 
sua urte poetica da quelli che dettò Orazio nel tem- 
po antico , altri da quelli che piiì modernamente die- 
de il Boileau , ed altri da quelli di cui fu autore a stes- 
so , avendoli attinti dalla sana ragione , dalla non abu- 
sata dottrina , e dalla Juoga esperienza. Mi terrò dun- 
que contento a far motto dell'uso eh' egli fa de' suoi 
precetti per adattarli a porre in derisione que' nostri , 
che oggidì scrivono calpestando ogni legge , e avendo 
per nonnulla il frutto della esperienza di molti se- 
coli «. 

Qual' è uomo di mente sana che non prenda noia 
della intemperanza con che molti de' moderni scrittori 
allungano e infiacchiscono le narrazioni ? Ora udite 
come il nostro Costa gli sferzi. 

Altri è si preso 
D'amor pel suo subbielto , che non osa 
D'abbandonarlo : pesta , indi ripesta 
L'orme calcate , e per minuto narra 
Tutto che viengli in fantasia. M'adduce 
Ad un palagio ? La facciata , i portici , 
E le camere tutte ad una ad una 
Mi vien mostrando ; le dorate porte , 

E le travi dipinte , e i ricchi marmi , 

5^ 



68 Letteratura 

E vuol che ogni balcone , ogni cornice , 
Ogni specchio , e tappeto , e cento e cento 
Z icchere io guardi , e non rifina mai 
I)*intronarmi gli orecchi : finalmente 
Suir erba del giardin stanco mi lascia. 
Oh va ai sforzi ! Oh misera ricchezza ! 
Mandan gran luce pochi segni e veri , 
Come poca favilla alza gran fiamma. 
A Dante gnarda e a Lodovico : tutto 
Che ti accennaa costor tu vedi e palpi. 

Avessero almeno quelle lungaggini pregio di buo- 
na lingua ! Ma neppur questa : imperocché costoro si 
avvisano che sia da rifiutale tutto ciò che chiegga stu- 
dio , e che freni , coni' essi dicono , il voln alia libera 
immaginazione. Ma senza studiato stile non è uè sa- 
rà mai bellezza di poesia. Venga chi ama che i suoi 
versi gli sopravvivano , venga al Costa , a questo egre- 
gio maestro del bello scrivere. Egli dirà lui : 

Sarai pulito e terso , 
Ma non si eh* ogni tao detto ricordi 
La lucerna del Cesari. Si ammira 
L'arte industre che i ritmi e i metri adopra 
Convenienti ai suoi subbietti , e varia 
Al vatùr della materia i suoni: 

E dichiarerà questa sua sentenza con parole tali , che 
chiuderanno in se non solo l'ammaestramento a ben fa- 
re , ma Si pure l'esempio. Né io credo che sia scrit- 
tore italiano ( da pochi altri in fuori) il quale potesse 
dar forma e suono a versi di tanta bellezzai quanta ne 
hanno questi del Costa : 

Suona Megera la tartarea tromba ? 
Le vocali coli' aspre cousouaati 



Aaffi post. DEL Costa 69 

Td accoppia sì che tuoni uà suoq dì guerra; 
Rimugga rarmonia colla tempesta , 
Fugga via velocissima co' venti , 
E lenta lenta col ruscel s*avvii. 

Dopo che l'autore ha magistralmente trascorsi lutti 
gli stadii della italiana poesia dal secolo XIV al XVIII, 
passa a:l insegnare ai moderni dispregiatori di ogni dot- 
trina e di ogni legame , come 

Del poetar la sapienza è fonte : 
come 

Mollo può l'arte che all' ingegno h aggiunta s 
come ai poemi è necessario 

Cile tutto il corpo sia semplice ed uno : 

Ed altri precetti annoverando conchiude , che per 
difetto di sapienza e per deviamento dal buon sentiero 
pochi sono a'nos tri giorni ì veri poeti : 

Poiché al morbido secolo , civile 
Di civiltà non più veduta al mondo. 



„ Influita è la schiera degli sciocchi. 



SERMONE II. 



Esce del casolar la villanella 
Il di festivo , acconcia il crine e monda , 
Come colei che desiata e cara 
Esser vuole al garzon che l'innamora. 
Non sinuosi drappi , non corone 
Aspre di gemme e d'or lei fanno altera { 



7^ Letteratura 

Ma una semplice vesta , un bianco velo 
Copron le belle membra , e la vermiglia 
Rosa il seno le ingemma. Similmente 
Candido e terso il pastoral poema 
Si mostri senza fasto di parole 
E di sonanti orgogliosi versi. 
Umile e casto con soave accento 
Proceda , e imraagin sia dell'innocenza. 

Con questi aurei versi da il Costa corainciamen- 
to al suo discorso sulla poesia pastorale : e facendo poi 
accorti coloro, i quali vogliono scrivere pastoralmente , 
che non debbano, per farsi troppo scrupolosi seguitatori 
della natura, porre sulle labbra dei pastori un favellare 
abbietto e villano , dà loro ad esempio g 'idilli di Teo- 
rocrito , e le egloghe di Virgilio. 

Passa quindi a parlare brevemente dell'elegia , là 
quale 

Sparsa le lunghe chiome ia veste negra 
Or plora appo le tombe : or degli amanti 
I lunghi lutti esprime e il gioir breve : 
Or coronata dì virginee rose 
Canta un labbro vermiglio , un aureo crine : 

e cosi grida a chiunque voglia porre l'Ingegno ia questo 
genere di poesia : 

Piangi tu stesso in pria , se vuoi ch'io pianga. 
Se vero duol, se amor non senti in petto. 
Di seguir l'elegia t'affanni indarno. 

Facendo passo a ragionare dell'ode, mostra l'autore 
come ella abbia penne atte a volare per ogni loco, e 
comedi uà solo volto non si contenti : imperocché. 



Arte pokt. del Costa li 

volubile e bizzarra 
Par che caraminì senza legge : finge 
Mirar talvolta a un segno , e a uà altro intende. 

Poi mostrando come ne il Filicaia , ne il Chiabrera , 
nh il Guidi , ne il Testi , ne ninno in Italia potè nello 
scrivere odi toccare alla perfezione , entra a parlare di 
Pindaro , e dicendo che 

Nell'alto tempio dalla fama appeso 
Sta il costui serto ancora : 

grida agli ingegni italiani : 

Ergete i vanni al glorioso acquisto. 

E qni introduce un nebulone il quale, al molto fumo 
della dottrina esotica avendo perduto il lume dello in- 
telletto , vorrebbe che nessun freno avesse il poeta , e 
che della bellezza non fosse giudice la ragione , ma si 
quello che i romantici chiamano sentimento. Alle cui 
strane follie risponde vittoriosamente il Costa, e , apo- 
strofandolo , da fine al dire con queste gravi parole : 

Quelle leggi 
Che tu chiami pastoie , son gli avvisi 
Che die l'espeii'enza a cento e cento 
Che nell'arti sudar, che la natura 
Cercaro infaticabili , son luce 
A chi cieco non brama alzarsi a volo 
Per fiaccar poi su duri sassi il collo. 

Parrebbemi far peccato se non riferissi i bei versi 
con che l'autore descrive il sonetto ; che è la diffici- 
lissima tra le poetiche com[»osizioni. 



72 Letteuitura 

Sia in due parti diviso .- abbia la prima 
Due membra in otto versi : in due terzetti 
Si chiuda il riman ente : ogni licenza 
Sia negata al poeta : alcun negletto 
Verso non detti : non parola alcuna 
O ripetuta od aspra : in ogni parte 
Guardi proporzion : faccia che il tutto 
Facile , chiaro , armonioso , e grave 
Splenda di tal beltà , che maraviglia 
Desti , e di se l'altrui memoria invogli. 

Eppure, a mal grado della grande difficolta di ben com- 
porre un sonetto , nessun genere di poesìa ha tanto inon- 
dato , anzi ammorbato il pac=?e italico , quanto ha fatto 
e fa questo sciagurato , che dalle torri dei re scenderle* 
teatri a dar lode ai musici e alle danzatrici , e fa di se 
mostra sulle pubbliche piazze encomiatore de' cerretani» 
Brevemente ragiona l'autore dell'epigramma. Egli 
COSI ammaestra chi voglia esserne compositore : 

O tu, che ad opra tal volgi l'ingegno, 

Abbiti eletto stil , rime leggiadre 

Scegli , e pensa che un punto in picciol corpo 

E' larga macchia. Cautamente evita 

Di scherzar sulle voci : 

dove esce in questi detti che chiudono bella e verasen- 
teaza: 

Delle acutezze vaga 
Fu pazzamente Italia un tempo, e fece 
Risonarne il teatro, il foro , il tempio. 
Di queste oggi si ride , e cieca segue 
Altre del par risibili follie ; 
Poiché lasciati il Tebro e l'Arno , attinge 
*n'„^^.,„ ^pj Tamigi e della Senna. 



i 



Arte poETi DRL Costa fj 

Gli epigrammi richiamano alla mente del Cosfa 
quelle altre poesiole che s'ebbero nome di madrigali e di 
ballate : le qoali ora sono cadute in disuso : di che e- 
gli dice non essere molto a dolere : 

Ma grare 
Jattura è'clie la satira si taccia 
Or che non d! saetta , ma di spiedo 
Uopo sarchile contro al borioso 
Secolo ! Ahi quanto pesami che fioca 
Sia la mìa voce a ragionar di lei 1 

Dopo avere rammentato fra i satirici antichi Lucilio 
dall'aspro verso , Fiacco dai modi urbani , Persio robu- 
sto , e Giovenale che mordendo insangnina il dente , 
trascorre l'autore ai satirici nostri , e pone primo PA- 
riosto , e dà lode al Gozzi che imitò Orazio , e al Pa- 
nni che artifiziosamente conducendo a lun»o l'ironia 
diede splendida forma d'alto poema alla satira. E dappoi 
che ha dato be' precetti intorno alla versificazione, che 
vuole essere usata in siffatti componimenti, 

Chiedi ( dice ) al venosino 
Delle sentenze il nerbo , al ferrarese 
Le schiette grazie facili , la copia 
Delle voci e de* modi : e ardito vibra 
Il pungolo severo incontro a quanti 
Vaa folleggiando per la via d'errore : 
E se più eh' altri guarderai la gonfia 
Turba loquace, che lenendo a bocca 
L'attortigliata foglia americana 
Sputa fumi e sentenze, ampio subbietto 
Avrai , poeta. La vittoria certa 
Tìenti , che piti risibile materia 
Di questa . che t'addito , il sol non vide , 



74 Letteratura 

E non vedrà finclie d'intorno a lui 
Si roteranno i sud di li pianeti. 

Sermone III. 

Premette Taulore una lireve storia delle trage- 
die ; e dai tragici greci e latini discende a parlare 
dogli italiani che grecizzarono fin che non apparve la 
Merope del Maffei: 

Ma le menti severe 

Desiar pii^i i'crrato e più robusto 

Il favellar de' regi : ed ecco in Asti 

Vittorio , ciie terribile disserra 

Aspro un sentier che dietro a lui si chiude. 

Soggiunge poi che : 

Coglier per altre vie lauri non tocchi 

Si ponno. 

E da coraiaciaraento ai precetti. Uditelo: 

Un miserando fatto , che sia pieno 
Di timor , scegli , ma pon niente in pria 
Che pietade e timor son vano giuoco 
Se non valgono a far più bella e cara 
La virtude , e più sozzi ed abborriti 
I vizi ed i delitti. In scena io vidi 
L'adultero talvolta e Tassassino 
Farsi ammirandi , e mettere ne' petti 
Di se amore e pietà. 

Oh cos\ fosse, come insieme col Costa richiederebbero 
e la ragione, e il buon costume , e il fine stesso della 
tragedia! la quale , secondochè scrive Aristotele (poet. 
cap. VI), deve intendere a purgar l'anima dalle pas- 
sione per mezzo della compassione o del terrore. Non 
vedremmo noi sulle scene , come talvolta siamo co- 



Arte poet. del Costa Y5 

stretti a vedere, orribili, e direi quasi nuove sce- 
leralezze ; e gli operatori di esse sovente impuniti , 
più spesso escusati e compianti : non vedremmo nodo 
di tradimenti , ne moltiplicita di uccisioni : ne tutto 
ciò che vale , non a purgar l'anima dagli affetti mal- 
nati , ma sì a renderla feroce, accostumandola ad ese- 
crabili fatti , e a rappresentanza di ogni maniera di 
colpe. 

Ma seguiamo iì nostro autore , il quale propo- 
nendo altro precetto che ben si collega col primo , 
scrive così : 

Di virtiì invidiibili risplenda 
Quegli , della cui sorte avversa o lieta 
Ho a dolermi o a gioir ; ma poi non sia 
Forte così che passi'on non soffra. 

Dopo altri utili ammaestramenti si fa l'autore a par- 
lare delle unita , e dichiarando se essere rigido os- 
servatore della unità di azione , vuole , quanto all' 
unita di tempo, che lo scrittore tragico prenda con- 
siglio dalla discrezione della sua mente , e lasci ai 
romantici il mostrare sulla scena 

Air alzar della tenda imberbe Anchise , 
E all' atto quinto lui canuto e macro 
Sugli omeri d'Enea. 

Parla quindi del come debbansi , secondo natura e 
verità , porre in iscena i personaggi : e termina con 
bellissimi avvertimenti intorno allo stile. 

Succede il trattato della commedia: come nascesse 
in Grecia , come di la venisse nel Lazio , come fosse 
accolta dalla Italia rinnovellata, e come le desse più 
bella anzi maravigliosa forma il Goldoni. E qui pure 
toccando magistralmente e del modo di ordire la fa- 



te Lkt*siiatuiia 

vola comica ; e dell' arte di dar qualità agli interlo- 
cutori , secondochc si conviene alla natura loro a ai 
costumi ; e dell* artificio .l'alio stile, dia vuol esser fa- 
cile sì , ma terso e gentile ; dà compimento a questo 
sermone, che è pur corredato in alcuni luoghi Ài bre- 
vi note. 

Sermone ly. 

Con alti versi s'introduce il Costa a ragionare della 
epopea , che è l'altissima delle poesls. E comincian- 
do dalla scelta dell' argomento, dice così : 

Pria d'impugnar l'epica tromba 
Fa di spiar quai sian de* tempi tuoi 
L'opre o laudate o rie ; e qual fortuna 
Prospera o avversa si prepara ai regni , 
E scegli indi materia , onde derivi 
La forza che le genti ajull e guidi 
A più civil costume. 

E qui reca ad esempio Omero e Virgilio , che nella 
Iliade e nella Eneide non tanto intesero a dilettare le 
traviate generazioni , quanto a renderle migliori per la 
via del diletto. Appresso dimostra che ad ottenere que- 
sto fine egli è mestieri al poeta intessere fregi al vero , 
siccome disse e fece Torquato. iVIa tutto che fingasi ab- 
bia l'aspetto del vero : e il fìnto tenga al maraviglio- 
so , ma non si allontani dal verosimile. Vero parrà ciò 
che si coufaccia alla regnante opinione. Roma, che pres- 
soché di ognf cosa formavasi una deità , potè maravi- 
gliando porre tra gli eventi possibili quella bella fanta- 
sia di Virgilio con che descrisse il fremere della tempe- 
sta mossa da Eolo , e il rappianarsi del mare al cenno 
dell'adirato Ncttnno: 

Fende coH'asta il re dei venti il monte , 
E fuor dall'antro sbucano fremendo 



Arte po«t. del Costà 7'^ 

E Noto , ed Euro , ed Affrico possente 
Di nembi a di procelle : il mai che rugge 
Innalza al cielo i flutti : ab]:atte e sperde 
L'iliache navi ; ma dell'imo fondo 
Alza il capo Nettuno e i venti sgrida : 
Dileguasi le nubi , ap^^are il sole , 
E dolcemente il Dio pei campi azzurri 
Sul occhio veloGÌssimo volando 
Appiana i flutti. 

Egualmente per la opinione che in tempi meno remoti si- 
gnoreggiava le menti , facendo apparire per ogni dove e 
spiriti ed incantesimi , avvenne che 

Italia pur maravigliò veggendo 
Sorger boschi incantali aurai palagi , 
Pugnar mostri e giganti , andar per l'aria 
Destrieri alali , e parlar nìrti , e lauri. 

Dalle fjuali premesse fa l'au-ore discendere questa giustig- 
siraa conseguenza : 

Gurùdali dunque di cantar portenti 
Dalla moderna opUaion ^ontani. 

Ne si lascia egli vincere all' autorità del nome di Vin- 
cenzo Monti , il q-ù&h avrebbe voluto che la mitolo- 
gia pagana non foss^ cacciata dai poetici regni. Ma 
dopo avere con bellissima digressione compendiate le 
ragioni da quel cclebratissimo addotte a sostegno della 
sua opinione , mostra quale abbia ad essere il loco , 
in che siano da ristringere le favole de* secoli tra- 
passati : 

Allegorie 
D'alti pensier sien elle : adornamenti 
Ai lirici concetti , ma non mai 
Degli eroici poemi il foadamento. 



78 LETTfinATtjRA 

Confessa l'Autore che tolte via le svariate bellezze nelle 
quali abbonda la mitologia , viene ad essere minuita 
la materia al mirabile : ma dice che ai grandi inge- 
gni rimane modo di sopperire a questo difetto, sic- 
come fece Torquato : dice che le maraviglie della na- 
tura possono somministrare altre ed altre bellezze in- 
tatte e raaravigliose. 

Bello è Tammaestrainento del doversi assumere il 
subbietto del poema epieo : 

Da istoria non remola e noa vicina : 

Bello è pur l'altro del dovere il poema esser tale . 
che gì' intelletti 

Scorgan le parti sue senza fatica. 

Ne men bello diremo esser questo : 

Sienvì guidati i casi o finti o veri 

Come li guida la natura , ed onta 

Non facciano a quel ver , che dalla tromba 

Della fama si spande. 

Parla poi della unita dell' azione nel poema epi- 
co , della varietà degli episodi che punto non deve nuo- 
cere alla detta unità , e finalmente del modo di porre 
in rappresentanza coloro che hanno parte nella favola , 
e spezialmente quel grande di cui si cantano le impre- 
se : il quale è come l'animalo capo che le soggette 
membra muove e governa. 

Air ultimo insegna come data forma alla illustre 
materia , le si abbia a dare 

Col chiaro eletto stil vita e colore. 

E qui , da quel maestro eh* egli è , mostra quale ab- 
bia ad essere il verso dell' epopea , e come lo stile che 



Arte poet. del Costa 79 

conviensl agli altri generi di poesie a questo uobi- 
lissimo non si convenga. Vuole che il verseggiatore 
abbia gli occhi'in Virgilio; e lo consiglia a non la- 
sciarsi prendere alla vanita e alla improprietà degli or- 
namenti , come fece non è gran tempo quel volga- 
rizzatore della Iliade ( uomo d'altra parte dottissimo) 
il quale ci ebbe dato Òmero cosi parato e azzimato , 
come usano taluni che delle usanze che ci vengono da 
Parigi si fanno servili imitatori. 

Desideriamo che questo prezioso libretto sia nuo- 
vamente dato alle stampe , si perchè sia ovvio alla gio- 
ventù , e si pure perchè nella nuova edizione siano tul- 
li via gli errori tipografici che si trovano in questa pri- 
ma ; dove alle paaine 12 , 23, 47 , sta ribecca per rim- 
becca , Perseo per Persio , Siwio per Silio ec. 

L. Biondi. 



Poesìe estemporanee di Amarilli Etnisca ( Teresa 
Bandettini ) . dolami III in 8. Lucca per France- 
sco Berlini 1 835. 

vJTrazie al serenissimo duca di Lucca , che decretò 
questa impressione degl' improvvisi bandcttlniani. Gra- 
zie al marchese Antonio Mazzarosa , che di si bella 
impresa fu promovitorc. Al qual Mazzarosa dobbiamo 
ancora un elegante discorso che va innanzi al primo 
volume , e dimostra come la Bandettini pervenisse a 
tanto inerito nel poetare : in quali luoghi principal- 
mente e con qual successo ella del suo poetico valo- 
re desse prova : finalmente in che alto concetto la 
tennero i più valenti uomini , e fra gli. altri X Alfie- 



80 LettERAtUHA 

ri , il Mazza , il Monti , che coi loro Tersi la cele- 
brarono . Cerio questi improvvisi , secondo che a me 
prire , valgon non poco e per la invenzione e per la 
conclolta e pel dettato . Quanto all' invenzione , si scor- 
ge non ordinaria dottrina tutta infiorata di rose nelle 
composizioni intitolate La fisica delle piante ( torn. 1 
fac. 103), Dio creatore (ivi, fac. 118), Plura- 
lità dei mondi (ivi ^ iac. 124), f^iaggio aereostatico 
( ivi , fac. 272 ) , Z' istinto de' bruti ( tom. 2 fac. \Q ), 
V origine del terremoto (ivi, fac. 40), ed in altre 
simili . Bello è il vedere come a sogf^^etti comunissi- 
iiii , che le venivano proposti , quali sono la Morte 
di Dldone , il Giuramento di Annibale , gli Sparta- 
ni alle Tennopoli ed altri tali , sapesse ella dare 
aspetto di novità : il che a nostro giudizio mostra il 
vero poeta . Vm bello ancora è il vedere com' ella 
trattasse variamente più e piìi volte lo stesso argo- 
mento . Anche gli affetti sono da lei bellamente espres- 
si . Si veda il contrasto tra '1 furore della gelosia e 
r amor di madre nella Medea che uccide i figli ( tora. 
2 fac. 124). Ella h in preda al piiì alto sdegno 
che ( nota modo felicemente ardito ) le rugge nelVa- 
ninia : va mulinando di vendicarsi dell' infedele con- 
sorte con uccidere i figli , che ella non ha piìi per 
suoi figli ( Liberi quondam mei^ le fa dire anche Se- 
neca , f^os prò paternis sceleribus poenas date ). Im- 
pugna un ferro ^ ne tenta con la mano la punta , per 
sentire quanto è acuta , e infiammasi all' uccisione . 
In questo, ecco farsele innanzi i due suoi figliuoletti, 
e narrarle piangenti T incendio e T orrore della reg- 
gia di Corinto. Ella smaniosamente domanda: E Creu- 
sa? E vostro padre ? Creusa è morta , e la sua mor- 
J'C s' imputa a te , o madre . 

Quella vesta , quel diadema , 
Va esecrando il genitore : 



Poesie Estemporaixre 81 

Vuol vendetta .... Tradì loie , 

Vuol ve:idetla ? Alfa 1' avrà - 
Disse ; e a un figlio ne' capelli 

La sinistra mano avventa : 

Alza r altra e ferir tenta ; 

Ma il pugnai le cade al pie . 
Di color di morte in faccia , 

Volge il figlio ad essa i rai : 

Madre , oiraè , madre , che fai ? 

Padre mio , padre , piela . 
A quel nome in lei dell' ira 

Tutto V impeto sen riede : 

Nel fanciullo altro non vede 

Che il figliuol d' un traditor . 
Il pugnai dal suol raccoglie , 

E al bambino al sen V assesta . 

Volge indietro indi la testa , 
Ed il cor gli ritrovò . 

Cade in terra il bambino palpitante, agonizzante, e ri- 
mira la madre; e madre ^ madre , gridando, spira . 
L'altro piange, e alla madre chiede il fratello; ma 
anche su lui pende il coltello feritore . Egli si git- 
ta a' pie della cruda genitrice, e le abbraccia i ginoc- 
chi , atteggiato di dolore . 

Or natura in lei favella , 

Che la mano all' empia affrena : 

Sovra il ciglio le balena 

Una languida pietà . 
JPato iniquo ! Ecco Giasone : 

Mira un figlio al suolo estinto , 

Di pallor r altro dipinto 

Presso a morte palpitar . 
E alla barbara consorte , 

Ferma , grida , scellerata. 
G.A.T.XLIX. G 



82 Letteratura 

Snuda il ferro : ella lo guata , 
E ia tai detti fulmiuò : 
Mira , perfido , qual io 

Far di te strazio disegno . 
E il pugnai , ebbra di sdegno , 
Del fanciullo in sen piantò . 
Ei neir alba de' suoi giorni 

Chiude al d\ per sempre il ciglio : 
Così svien tenero giglio 
Quando il vomer lo troncò . 

A me questa sembra poesia piena di anima e di aflel- 
to . Passando a toccare della disposizione , dirò clie 
la nostra poetessa non si aiutava , come certi mesclii- 
nelli improvvisatori fanno , con introduzioni ed invo- 
cazioni comuni e per lo più preparate innanzi , ma 
di lancio entrava nell' argomento , correndo difilata- 
raente alla meta , senza il solito puntello , dirò cosi , 
delle similitudini, delle sentenze, delle digressioni, che 
ella adopera brevissime , con parsimonia , opportunis- 
sirae . Cosi da principio alle stanze intitolate La ma~ 
ga di Endor ( tom, i fac. 30 ) : 

D' orrore è il loco ; ed una fioca luce 

Le tenebre squarciando , al guardo schiera 
Ossa insepolte , scarni teschi , e truce 
Scabra spelonca eh' atro fumo annera . 
Cola r iniqua maga il re conduce , 
Che , trepidando , lei seguir dispera . 
Il rimorso gli addenta il cor che langue ; 
Stilla freddo sudor , gelido ha il sangue . 

L' Alfieri all' Eliso ha questo cominciamenlo ( ivi , 
fac. 4i ) : 

Nel tacente sacro Eliso 

Veggo scendere l'Alfieri : 



Poesie Estemporanee 83 

Lo conosco a' modi alteri , 
Ed al pallido color . 

IVe' quali ultimi due versi veggo d'una pennellata de- 
scritto r astigiano . E con quest' altra dipinturina apre 
lo sposalizio di Bacco e di Arianna ( ivi, fac. 199 ) e 

La di Nasso sulla sponda 

Sta piangendo una donzella : 
Il sen niveo si flagella , 
Si divelle il biondo cria . 

Cosi entra nella Scoperta deW America ( ivi, fac. 28 I ): 

Il ligure nocchier del mar sul dosso , 
Inviolato ancor , veleggia ardito ec. 

Che se alcuna volta ella fa preamboli , sono brevi , 
e lutti appropriati all' argomento . Serva di esempio il 
cominciamento della Cena di Baldassare (ivi, fac. 82): 

Oh Dio , che in tua giustizia , ove ti sdegni , 
Sugli empi scrosciar fai l' igneo flagello , 
E la progenie del delitto spegni , 
Spargendo al vento il cenere rubello ! 
Tu col dito immortai cancelli i regni , 
E de' nemici tuoi ti fai sgabello : 
Stiamo a veder tua possa , tuo consiglio , 
Del reo Nabucco nel perverso figlio . 

Delle similitudini abbiamo già veduto sopra un 
esempio. JYe daremo alcun altro. L'Alfieri, giunto al- 
1 Eliso , cerca dei protagonisti delle sue tragedie : gli 
vede tutti , fuor che Mirra ; dì lei chiede impa- 
ziente . Air inchiesta , un' ombra si leva di mezzo 

6* 



84 Letteratura 

a uno stuolo di ombre , spiccando il volo verso il 

poeta : 

Come candida colomba 

Dal disio d' amor portata , 

Gon tes* ali equilibrata 

Mirra al vate si mostrò : 

dove mi sembra mirabilmente ristretta la celebre ter- 
zina di Dante ( Inf. G. V ) : 

Quali colombe dal disio chiamate , 

Gon r ali aperte e ferme al dolce nido 
Volan per T aer dal voler portate . 

In una breve e leggiadra simlh'tudine finisce pure la 
descrizione che fa di essa Mirra : 

Era il crin d'oro ravvolto 

In modesto sottil velo : 

Luce debile di cielo 

Mettea il guardo nel dolor . 
Pallidetta era , ma bella , 

Come suol crescente luna , 

Ghe alla selva folta e bruna 

Fa le fronde biancheggiar . 

Nella Morte di Pio VI ( toni. 2 fac. 25 ) , dopo de- 
scritto lo squallore del Vaticano vedovato del supremo 
sacerdote , da questi versi ; 

Così Solima prostrata 

Sulla polve , rasa il crine , 

Pianse un di le sue mine , 

Scinta il petto , nuda il pie ; 
E dal carcere nefando 

Della barbara Babellc 



Poesie Estemporanee 85 

A ferir sen giaa le stelle 
I suoi flebili sospir . 

Nel Sepolcro ( tom. 3 fac. G6 ) si canta : 

Sempre Nice mesta viene 

Dell' aurora al primo albor 

Alla tomba del suo bene 

A versar lacrime e Cor . 
Bianca veste , crin disciolto , 

Simulacro altrui parrà , 

Glie ha le braccia e il mesto volto 

Atteggiato alla pietà . 

Darò eziandio alcuni esempi dell' uso delie sentenza . 
Piramo viene in cerca della sua Tisbe , che si era 
sottratta colla fuga dalla rabbia d' un leone , perden- 
do il velo , che la belva stracciò , e di bava e di 
sangue insozzò . Si avvenne in quel velo il misero 
amante : 

Ah che Piramo lo vede ! 

E che mai non vede Amor ? 
Lo raccoglie , ivi si affisa 

Muto , gelido , e feroce : 

Quando eccede, non ha voce, 

Non ha lagrime il dolor . 

Nel Golia (tom. 2. fac. i63 ) : 

Cosa è r uom del Nume a fronte ! 

Ombra live che si solve ; 

Del deserto arida polve ; 

Soffia il vento , e piìi non è . 
Quadernario che mi pare una gemma . Né punto ne 
oflcude lo spleudore quel Cosa è da alcuni grarama- 



86 Letteratura 

liei dannato , i quali insegnano che il tralasciare il 
che interrogativo innanzi alla voce cosa ^ è errore, 
e vorrebbono si dicesse , che cosa è , o pure, che è. 
Conciossiachè più volte mi sia avvenuto di vedere che 
i poeti , quando loro tornò bene , si dipartirono da 
questa regola. E qui mi ricorda un luogo della super- 
ba canzone di Andrea de Basso , poeta del secolo XV, 
pubblicata dal BarufTaldi il 1713 nelle Rime de" poe- 
ti ferraresi , dove quel modo ha quattro volte . Par- 
la di bella donna, ma ria, morta di mala morte . 

Cos' è che non sia guasto 

Di quel tuo corpo molle? 

Cos' è dove non bolle 

E verme e putridume 

E puzza e sucidurae ? 

Dirami , cos' è , cos' è che possa piue 

Fare a' tuoi proci le figure sue ? 

Della quale canzone darò qui anche il seguente verso; 

Che morte ai giusti è sonno , e non è morte , 

perchè ha una sentenza che con pari nobile semplici- 
ik espresse la nostra iraprovvisatrice in fine di que- 
sta strofetta nella Benedizione di Giacobbe ( tom. 3 
fac. \M)', 

JNè furon già sue luci 

Da lungo pianto assorte ; 
Che morte non e morte 
Ai servi del Signor . 

Con bella sentenza finiscono pure questi versi , in che 
si parla di Eva , la quale nel primo momento della 
sua esistenza vedesi Adamo dappresso : 



Poesie Estemporanee 87 

Si arrossa nel volto , 

Modesta sospira , 

E gli occhi a lui gira 

Tra speme e timor . 
Non è che vergogni , 

Ne r uom le sia grave : 

Vergogna non bave 

Chi colpa non ha . 

Delle digressioni poi si vale alcuna rara volta per da- 
re segnatamente un' utilità morale ( il che ella si stu- 
dia di fare tutte le volte che può ) agli argomenti che 
di loro natura non la porgerebbono , come nella Fi- 
sica delle piante ed in altre simili . 

Venendo a parlare della locuzione , è primiera- 
mente da lodare la chiarezza maravigliosa di queste 
poesie . E' pur loro pregio quella semplicità , senza 
di cui non vi è grazia , ne dignità vera . Vuol com- 
mendarsi ancora una certa brevità, tanto più mirabi- 
le , quanto più di leggieri vien fatto agi' improvvi- 
satori , tratti dalla forza delle rime , di andare in va- 
ne parole ; e piìi mirabile ancora perchè in poco dice 
assai . Per esempio , nel pii^i volte indicato compo- 
nimento dell' Alfieri all' Eliso , si dice di Bruto primo: 

Bruto a lui ne vien d' appresso , 
Cittadin più assai che padre; 

che mi par modo ricìso e stupendo . Cosi quest'al- 
tro , eoa che vuol significarsi Antigone : 

La pietosa che al fratello 

Diede il rogo , e morte n' ebbe . 

Vi trovi poi , secondo che avrai già, veduto , un 



83 L K T T E U A T U R A 

tal uso continuo de' più be' modi de' nostri classici , che 
dimostra proprio che ella era , avrebbe detto ii Salvini, 
inzuppata della loro lettura : uso al quale lia saputo con 
felice ardimento sposare certe maniere della poesia lati- 
na e greca, e de' santi libri. Cesare Lucchesìni , che udì 
per la prima volta la nostra iraprovvisatrice a Mantova 
sul cadere del 1792 , così ne scrìveva a Giacomo suo 
fratello : „ Non rare volto sentii versi presi o imitali da 
,, Omero , da Virgilio , dal Petrarca e da Dante. Quat- 
,, tro me ne ritornano ora alla mente, che mostrano 
„ abbastanza lo spirito e le maniere insolite di quest'ul- 
,, timo, e che furono da lei cantati nel descrivere la 
,, discesa d'Enea all'inferno , e sono questi : 

Chi se' tu , gridò , mortale , 

Che vestito d'ossa e polpe , 
Qui nel regno delle colpe 
Osi audace penetrar. 

„ Certe frasi di Dante , alcuni epiteti un poco strani , 
,, come gli achei gambierati , che è T «ùxvn/^iS?? di 
^, Omero , pareva che nella sua bocca si ammollissero 
,, e perdessero quell'apparente loro stravaganza; e sic- 
,, come mostravano assiduita di studio ed erudizione , 
„ COSI ottenevano ammirazione ed applauso. *' Ed una 
cosa parmi che si debba considerare a lode della Ban- 
dettini ; ed è , che quando ella tanta pratica mostrava 
nei classici, e delle loro bellezze ingemmava le sue poe- 
sie , presso gì' italiani lo studio dei buoni scrittori non 
era in fiore , come venne dipoi ; anzi generalmente allo- 
ra si davano i primi onori ai Claudiani e agli Stazi della 
moderna Italia. Per saggio dello stile bandettiniano , che 
quantunque foggialo su quello de' classici , ha una tin- 
ta sua propria , darò alcuni altri luoghi. Nel tomo pri- 
rpo , fac. Ci , ad esprimere il numeroso navilio di Ser- 
se contro gli spartani , dice : 



Poesie Eìitkmporakee 89 

Onibra al mar fan mille antenne , 
Manca il vento a tante vele ce. 

A fac. 303 dice di Teti dolente per la morte di Achille : 

E le tremano i ginocchi 
Sotto il peso del dolor. 

A fac. 141 : 

Citerea le rose atteggia 

Del bel labbro ad un sorriso ec. 

A fac. 144, dell'arrossare di giovin donna si dice: 

Così rosa , onor dell'orto , 
Porporeggia nell'aspetto ec. 

E a fac. 208 si canta che Giacobbe 

Dell'opra in compenso 
Ottenne la bella , 
Ch'è raggio di stella , 
Ch'è riso di ciel. 

Ed a fac. 209 lo stesso Giacobbe così descrive la sua 
Rachele : 

Di fraga odorosa 

Le olezza la bocca , 

Son neve che fiocca 

Le braccia al candor. 
I rai di colomba 

Ha dolci ridenti , 

Le gote lucenti 

Le arrossa il pudor. 



90 Letteratura 

Non ha la mia («reggia 

Più morbidi velli 

De' biondi capelli , 

Già refe al mio cor. 
Che in trecce , p disciolti 

In preda dell'aura , 

Son nebbia che inaura 

Un raggio di sol. 

Non so dispensarmi dall'ailegare anche questi versi , con 
che la poetessa, nelle nozze di Zefiro e di Flora , doman- 
da chi sia questa diva. 

Sarebbe mai Venere 

Dal vago sorriso ? 

IMa no , che nel viso 

Ha pinto il pudor. 
Sarebbe mai Pallade 

Dagli aspri costumi ? 

Ma no , que' be' lumi 

Annunzian pietà. 
Sarebbe l'altera , 

La querula Giuno .** 

Ma no , l'importuno 

Orgoglio non ha. 

Uditela ora intonare il canto a uno stile diverso 
nella Cena di Baldassare , 

r 

Io son , dice il Signor , che addenso il nembo , 
E sull'ali de' venti il fulmin porto , 
Io che mi assido alle procelle in grembo ; 
E in me tutto s'inizia e tutto è assorto : 
Dell' ammanto del sole afferro il lembo , 
E su lui vago dall'occaso all'orto , 



PossiE Estemporanee 0? 

E al foco io gitto i figli dell'orgoglio, 
E scevro il graa dal maledetto loglio. 
Scendi , perverso re , scendi dal soglio ; 
Soverchiò la misura il tuo peccalo. 
Resta qual tronco d'ogni fronda spoglio , 
Senza radice , e in fronte fulminato. 
L'arco non spezzerò sin che il tuo orgoglio 
Teco del nulla in sen non sia tornato. 
Popol , ch'io veggo , contro te sen viene 
Invitto , e folto qual del mar le arene. 

Passiamo al tomo secondo , pigliandone pure qua e la 
qualche passo. 

A fac. 27 si da come un bel gruppo delle virtù 
che accompagnarono l'esule Pio VI : 

In sembiante ognor sereno 

Seco va la Pazienza , 

E la raacra Penitenza 

Che flagelli stringe in man. 
Carità fiammante il viso , 

Ferma Fé dal crin velala , 

E Speranza che il del guata 

Son compagne al suo caramin. 

E poco di poi : 

Giunto la , dove in se stessa 
La suprema eterna idea 
Beatrice ognor si bea 
Senza inizio e senza fin : 

die mi par detto cosi bene , che non si possa dir meglio. 
E a fac. 5G r 

Europa vezzosa 

D'Agenore figlia , 



92 Letteratura 

La stella somiglia 
Che annunzia il raattin, 
Fra mille fioretti 

Si aggira e grandeggia , 
E il giglio pareggia 
Nel puro candor. 

Queste strofette della nascita di Veaere mi paiono vera- 
mente piene di veneri : 

Delle sue membra 
Pilli è il candore 
Al più bel fiore 
Che imbianchi aprii , 

Le ignude Grazie 
Occhi-amorose 
Serto di rose 
L'off ron al crin. 

L'aurette scherzano 

Nel crine aurato , 
Che , inanellato , 
Flagella il sen. 



Sulla cerulea 

Conchiglia siede , 
Ed al suo piede 
S'imperla il mar. 



A fac. 182 si da questo cominciamenlo al giudizio di 
Paride , per significare lo splendore del monte Ida alla 
presenza delle tre dee : 

Come il sol pompeggia in cielo 
Dopo il nembo minaccioso ec. 



Poesie Estemporanee ,<^3 

Ecco alcuni saggi del terzo volume. Nel Pigmalione 
COSI descrive il cambiamento della statua in donna. 

Lo scolpito simulacro 

Rosseggiare in volto miro : 

Di già volge gli occhi in giro , 

E ricerca i rai del di. 
Entro il cria , che ognor s'imbionda , 

Scberza o aleggia auretta molle ; 

E lo increspa , ed or l'estolle , 

Or cader lo lascia in sen. 
Le purpuree labbra scbiude 

A un anelito frequente ; 

Sotto il manto trasparente 

Vedi un seno ondoleggiar. 
Lo scultor pende indeciso , 

In lui il palpito si accrebbe : 

Or vorrebbe , or non vorrebbe 

Alla statua avvicinar. 
E fia ver , dice , che vita 

Abbia un marmo ,_ o pur l'agogno ? 

Giusti dei , se quest'è un sogno , 

Non mi fate risvegliar ! 
Ma l'amabil simulacro 

A piegarsi al moto tende ; 

Le tornite braccia stende , 

E la mano è scorta al piò. 
Così pur mal fermo il passo 

Move il vago fanciulletto , 

Quando chiama al conscio petto 

Chi lo crebbe e lo nudrì. 
Stende allor l'amante cupido 

La sua man , di tema in alto ; 

Sente dar tatto per tatto , 

E calore per calor. 



C)U Letteratura 

L'irapria sasso, oi' casta vergine , 
Di pudor le gole lioge ce. 

A fac. 105 cosi cìescrivesi Endimione : 

Sparso Ila il volto del ridente 

Fior di fresca giovenliì. 
Come liscia ala di corbo 

Egli ha lucidi i capelli , 

Che contorce in vaghi anelli 

Della sera il ventiiel. 
Di bel cinto al fianco il lieve 

Roseo ammanto tiene stretto : 

Nudo il braccio , nudo il petto 

Che par giglio nel candor. 
Di sudor sparte ha le gote , 

Che par goccia quando posa 

Entro il sen di fresca rosa , 

Sembra gemma al tremolar. 
Ad alcuni e avviso che nell'italiana poesia non si pos- 
sa far uso delle parole composte alla maniera de' greci: 
intorno alla quale opinione io distesi , ora sono alcuni 
anni , un trattato , col quale mi pareva di dimostrare per 
via di ragioni e di esempì , che i nostri poeti si posso- 
no di quelle voci valere , purché lo facciano con parsi- 
monia e con senno. Al qual mio trattatello ho ragione di 
voler bene , perchè mi fruttò la benevolenza di quell'au- 
reo Salvatore i3etti , che della dotta sentenza è caldo 
sostenitore. A me non par certo da biasimarsi la Bandelti- 
ni se in uno dei luoghi sopra allegati diede l'aggiunto di 
occhi -amorose alle Grazie. Del quale aggiunto ella si 
piacque per modo ( e certo anche a me sa graziosissi- 
nio ) , che piiì altre volte lo usò. Nel tomo I fac. 144: 

Ma Ciprigna occhi-amorosa ec. 
E a fac. 252 : 



Poesie Estemporanké <;5 

L'occhi-amorosa Venere 
Compagna al buon Lieo ec. 

Nel tomo terzo , fac. 206 : 

Piangete , o Grazie 
Occhi-amorose , 
Usate a piangere 
Le belle cose. 

Ed ivi , a fac. 339 ; 

Datemi, o Grazie occhi -amorose , 
A larga mano ligustri candidi , 
Dipinti anenorai , purpuree rose. 

Descrivendo a fac. 102 del tomo primo Tarraatura di 
Minerva ha , fra gli altri, questo verso : 

Tremale al fianco il brando oro-lucente. 

Ivi a fac. 1/|0 così comincia l'ode sopra Pigmaliouc : 

Di te , Amor , la possa io canto , 
Bello dio dall'arco aurato , 
Nume eterno , occhi-bendato , 
Delle cose produttor : 

dove la \occ occhi-bendato t^\\x mi garba che l'altra di 
simile significazione , che è in principio del Ratto di 
Europa ( t. 2. fac. 55 ) : 

D'Amor benda-cinto 

Deh stiamo a vedere 
L'immenso potere ec. 

A fac. 15.4 del tomo primo e a fac. 105 del secondo vo- 
lume, Vulcano vien detto // nume ambizoppo : a fac. 161 
del tomo primo si da l'epiteto dì angui-crinite alle Fu* 
rie , voce usata , fra gli altri , anche dal Parini : a fac. 
del tomo secondo si legge , farfallette ali-gemmate ; a 



96 Letteratura 

fa e, 53 : L' occhi-verdastre ninfe tiberine. Nel compo- 
nimento iuUtolato ,, Quali siano gli occhi da più lodar- 
si pel colore in bella donna „ ha questi versi .- 

Occhi-glauca e bionda è Venere , 
Occhi-negra è Giuno argiva , 
Occhi-azzurra è Palla diva , 
Bruna gli occhi Eleua fu. 

JVel tomo secondo a fac. 36 : 

Il villano i tori aggioga 

E col pungolo g'ii affretta ; 
L'occhi-nera forosella 
Porta l'erbe alla città. 

Altrove si danno i notissimi epifeti à\ pie -veloce ad 
Achille, di piè-d" argento a Teli: a fac. i0.5 si dice : 

La bella diva corre 

Sovra l'estreme sfere , 
Il nume onde vedere 
Armi-fabbricator. 

Qui la voce armi-fabhrlcator è simile alle voci leggifat- 
tore e Icggidatore usate da un illustre prosator vivente. 
Altrove dicesi chiomi-folto un olmo, auro-fregiato il cin- 
to di Orizia , fosco -erinita una cometa , presto-girei^oli 
le danze di Diana , scoti-terra e scettri-possente Nettuno, 
alto-veggente Q lungi -tonante Giove ec. Non tutte le al- 
legate voci sono di egual leggiadria , lo confesso ; ma 
niuna mi sembra s\ strani, che debba garrirsi alla nostra 
poetessa per averla usata ; tanto più ch'ella ha saputo , 
per valermi d'una maniera del Piedi , consolarle colle cir- 
costanti convenienze. Perciocché non vi ha quasi paro- 
la che usata a luogo e a lem pò non faccia buona figu- 
ra. Per esempio la voce ascia invece di usci , plurale 
di uscio , usata da Albertano, dal volgarizzatore dalle 
[_ vite de' padri , e da altri antichi , ha oggi , cosi da se. 



Poesie EstEMPORANKu 97 

della stranezza. Ma vedete come il Segneri (cui certo niim 
modo insolito e strano può rimproverarsi) abbia sapu- 
to per opportuna collocazione aggentilirla nel cristiano 
isfruito, P. 3. R. 5. §. 13 : Sì disserra dunque il cie- 
lo per noi , dilettissimi^ felicemente nel punto del no- 
stro battesimo, e quelle uscia di diamante che non pos- 
sono mai spezzarsi da verun maglio^ volontariamente 
si arrendono e si aprono per accogliere splancate un 
anima fedele finche si mantenga innocente, o riacqui- 
sti almeno colla penitenza il sue ben perduto. U(\\le an- 
che la voce verha per parola clie grazia acquisti nel se- 
condo dei seguenti versi dell'autico poema della Passio- 
ne st. 209: 

Quand'ella riguardò la piaga acerba , 
Indietro cadde senza dir più verba. 

Ma torniamo alla Baudettini. Ella seppe eziandio forma- 
re alcune parole nuove, per quanto parmi, felicemente. 
Non porrò fra queste il verbo ondoleggiare, dianzi ve- 
duto , perchè sebbene manchi ai vocabolari, fu sino 
dal quattrocento usato nella medesima significazione 
dal sopra nominato Andrea de Basso. Mala nostra poe- 
tessa, parlando di Polifemo, disse ( t. 1 fac. i91 ) : 

Sovra il monte egli ìsoleggla , 

E rassembra un alto monte : 
Ha un sol occhio nella fronte , 
E lo sdegno vi passeggia. 

Qui b nuovo il verbo (soleggiare, che meritò con que- 
sto esemplo di essere registrato dall'Alberti nel suo di- 
zionario, e indi trasfuso nel vocabolario di Padova. A fac. 
242 si dice del giglio che arborcggia sulla sommessa ple- 
be degli altri fiori: la qual voce è, per quanto io sappia, 
G.4.T.XLIX 7 



93 Letteratura 

nuova, e parmi bella e spiegante. La trovo ripetuta an- 
che nel tomo terzo , fac. 2^9 : 

Non lungi un giglio, qual re nella reggia. 
Fra' fior dimessi superbo arboreggia. 

Credo pur nuovo il verbo colmeggiare in questo- verso 
( t. 1. fac. 284 ): 

li mar s'abbassa , ornai colmeggia il lido, 

che parmi voce bonissiraa* E poco dipoi : 

Alla foga, al fragor quadrupedante 
Del rapido destrier ec. 

dove è con bell'audacia trasportato all'italiano il quadra- 
pendente sonitii di Virgilio ( Aen. Vili. 596 ). Anche 
nel tomo terzo , fac. 27 disse : 

Ma i corridori , come loro innante 

Lungo lungo apparisse immane spettro, 
Addoppiano il fragor quadrupedante ec. 

Sembrami cosi di aver dato sufficiente contezza di queste 
poesie. Io le ho lodate, e spero che l'amore che ho per 
l'illustre donna, sì per la patria comune e si per la parti- 
colare benevolenza di che ella mi è cortese, non mi ab- 
bia fatto velo al giudizio. Preveggo nondimeno che tutti 
non vorranno tenere con me. Primieramente oggi molti 
' araario una maniera di poesia tutta insolila, artificiata , 
e difficile per modo, che anco i piiì istruiti penano a in- 
tenderla. Non vuoisi quasi parola che non esca del con- 
sueto : certi modi non comuni , che i classici adoperano 
radissimamente, soti oggi usati , o a dir meglio , abusa- 



PoES!!! Estemporanee 99 

ti per forma , clie se ne veggono tessuti pres<5ocliè gl'in- 
tieri componimenti. Per giunta, a ogni [)iè sospinto t'in- 
contri in latinismi anco i piii strani. Le similitudini sono 
tratte da certe n ovelle fonti , che il pm delle volte sei 
coslretlo di me tterti in vane speculazioni per raccapez- 
zarne il senso : sono poi cosi affastellale, die tengo nti 
in una distrazione contìnua. Pare che oggi la poesia non 
sia più fatta per dilettare, o per istruir dilettando , ma 
per affaticare le umane menti. Certo questa non e la via 
che fu battuta da que' valenti , che fecero si gloriosa l'i- 
taliana poesia. Quanto sono piani , e , dirò cosi, alla ma- 
no i Petrarchi, i Poliziani, gli Ariosti, i Tassi ! Lo sles- 
so Dante, che pure è il piiì difficile de' poeti nostri , e 
che di ben cinque secoli è antico, è un'agevolezza a pet- 
to di alcuni odierni verse£rsiatori. A costoro certamente 

oc? 

non può ire molto a sangue la maniera della Bandetlini, 
tutta lucida , tutta spontanea, senz'ombra di leziosaggi- 
ne e di stravaganza. Ma il non piacere a costoro è una 
lode. 

So che altri non hanno fatto certa buona cera a 
queste poesie , perchè alcune di esse cantano Pane e 
Siringa^ la Caciaia di Fetonte, Arianna abbandona- 
ta e il Giudizio di Paride-, soggetti di poca o niu- 
na importanza . Ma poche sono poesie si fatte in que- 
sti volumi, verso di quelle che trattano argomenti pre- 
si o dalla storia o dalla filosofia , Poi, che è questo 
confondere la natura degli argomenti col merito del 
poeta? Anacreonte cantor degli amori non fu manco 
stimato di Pindaro cantor degli eroi . Orazio non è 
raeno grande quando sospira per Lalagc e per Glicc- 
ra , che quando celebra le geste di Augusto e di Lol- 
lio. Le canzoni del Petrarca sugli occhi drllu sua don- 
na e sulle acque di Sorga , non sono avute (a dir po- 
co ) in minor conto di quelle sull' Italia e a Cola di 
liieuio . j>foa è T indole dell' argomento che fa il pre- 

r * 



^00 Letteratura 

gio del poela , ma la maniera del trattarlo. Cosi , per 
uscire dai termini della poesia , Canova quando scol- 
pi Venere, Ebe, Terpsicore , Teseo , Ajace ed altri 
personaggi della favola , non fu avuto in meno onore 
di quando ci diede i monumenti del Ganganelli e del 
Rezzoriico , le Maddalena , le statue di principi e di 
capitani ed altrettali sue opere ; perclib in tutte si mo- 
strò Canova . E la Bandettini in tutte le cose sue è 
sempre , più o meno , la Bandettini . 

Altri forse non porterà diritto giudizio di queste 
poesie, perchè farassi a considerarle non come poesie 
improvvise, ma come poesie scritte pensatamente , Chi 
facesse di questa guisa , sarebbe in qualche modo co- 
me colui, che guardando dappresso certe pitture e scul- 
ture che sono fatte per istare in luoghi alti e lonta- 
ni , avesse la strana pretensione di trovarle con for- 
me regolari e perfette, siccome quelle che fatte sono 
per esser vedute sott' occhio - Le poesie estemporanee 
voglionsi giudicare come poesie estemporanee , e non 
come poesie meditate. Cosi giudicandole, non dark no- 
ia se tutto non sark detto col medesimo garbo , se tut- 
to uoii andrà a filo , se ogni concetto , ogni vocabo- 
lo , ogni costruito non sarà, dirò così, pesato nella 
bilancia dell' orafo . Se Dante , se l'Ariosto, che pure 
scrissero pensatamente , erano dal Tasso avij^li nel nu- 
mero di coloro che si lasciano , com' egli dice , ca- 
der le brache (1) ; vorremo noi guardarla nel sottile 
cogl' improvvisatori ? Non dovremmo invece prendere 
maraviglia , che eglino, cosi extempore, valgano a su- 
perare non poche delle difficolta che sempre accompa- 
gnano l'arte del poetare , ed escano a quando a quan- 
do in cose belle , e si levino talvolta a certi voli , 
de' quali si onorerebbe qualunque scriva anco nella 



(i) Leu. Poel. VII. 



Poesie Estemporanee 101 

quiete del sub scrittoio? Si veggano i luoghi della no- 
stra Amarìlli , che sopra ho allegato : si vedano i tan- 
ti e tanti altri che simili o piij belli sono in questi 
volumi : si considerino senza preoccupazione : si pen- 
si che essa li diede fuora estemporaneamente ; e poi , 
se basta 1' animo , non si ammiri . 

Altri da ultimo faranno per avventura fredda ac- 
coglienza a questi versi , perchè oggi da molti è avu- 
ta a vile e in disjietto 1' arte dell' improvvisare. Che 
non si pregino i cattivi improvvisatori , l'intendo an- 
ch' io ; ma che a tutti indistintamente gl'improvvi- 
satori, anche ai buoni, voglia farsi mal viso, non 
mi entra . Ma che vantaggio , si domanda , viene dal- 
l' arte dell' improvvisare? Io rispondo , che quella uti- 
lità che può venire dal poetar meditato , non veggo 
perchè venire non possa dal poetare improvviso . Non 
può questo, come quello , celebrare le belle azioni, 
maledire alle azioni majyage , inspirare 1' amore della 
virtù , e mettere in disprezzo e in odio il vizio? An- 
zi a me pare che, segnatamente in alcune occasioni, 
possa meglio a ciò servire un vivo e inaspettato ira- 
peto di canto improvviso, che la lettura di medita- 
ti versi . Ma offizio della poesia non è solo il gio- 
vare , ma anco il dilettare. E diletto, non ordina- 
rio diletto , è r udire un uomo che su due pie- 
di t' impronta una quantità di versi intorno a qual- 
sivoglia argomento , e ti caccia fuori un tesoro di no- 
tìzie , di concetti e di modi , che aveva in serbo nel- 
la memoria , e ti crea in un tratto belle immagini e 
fantasie , e lotta continuamente colte difficoltà, e sa 
trionfarne ; e talvolta giugne a far cosi bene , quan- 
to altri appena farebbe con tutto l'agio . Ne ciò re- 
ca diletto agi' imperiti soltanto e agli sciocchi , ma 
eziandio agli uomini dotati di senno e di dottrina. 
Lascerò quello che leggesi d' un Beiaaido Accolti , 



102 Letteratura 

d' un Pamfilo .''■assi, de due Brandolini , d'un Giam- 
maria Filelfo , d' un Silvio Antoniano , d' uu hui^'i 
Alamanni, d'un Giambattista Strozzi, e di parecchi 
altri cbe , improvvisando , formarono la maraviglia e 
la delizia degli uomini anche assennati e dotti . Ma 
la nostra Baudottini non si mento la stima , l'amrai- 
mirazione e le lodi da' \y'\h grandi uomini de' suoi 
giorni ? Valga per tutti uu Alfieri , cui s\ pochi della 
lunga e gloriosa schiera degli italiani poeti andavano 
a genio , e che della poesia estemporanea era fiero ne- 
mico . Udi quello schivo la Bandettini, e quasi gli par- 
ve delle cose di paradiso ; e da mille affetti acceso e 
agitato proruppe in questo sonetto ; 
Ed io pur , ancorché de' fervidi anni 
Semispenta languisca in me la foga , 
Io pur la lira , ond' allo cor si sfoga , 
Chieggo , e fremendo sciolgo all'aria i vanni ? 
Quali in me si adoprar magici inganni ? 
Chi tal poter sul canto mio si arroga ? 
Donna, il cui carme gli animi soggioga. 
Rimar mi fa , benché tai rime io danni . 
Ma immaginoso poetar robusto. 
Pregno d' affetti tanti odo da lei 
Scaturirne irapiovviso e in un venusto ; 
Ch' or di splendida palma i' mi terrei 
Pe' suoi versi impensati andarne onusto. 
Pili che mai speri da' pensati miei. 
Cosa strana è pertanto , che in un tempo in che si 
ingordamente vassi in busca di diletti , e in soddisfa- 
zion dei diletti profondesi tanto , che nulla o poco ri- 
mane per le cose utili e necessarie , e quasi onori di- 
vini si danno a chi ci diletta con trilli e gorgheggi ; 
si faccia guerra all' arte dell' improvvisare , che pure 
è feconda d' un innocente e nobil diletto . Ma essa di 
più è da teucre in pregio , e da aou lasciarlasi per- 



PoESiK Estemporanee 103 

dere , perchè mostra la prontezza degl' italiani inge- 
gni , e la dovizia e arrendevolezza della nostra lin- 
gua . E ben sei conoscono gli stranieri , che pure que- 
sta dote e' invidiano , ed anco non ha guari tentarono 
di menomarcene il merito coll'accomunarlo ai latini (1). 



> 

(i) Raonl-Rocliette , Recherches sur V improcisation 
poet'ique chez les romains, confutato dal Luccliesini iu un suo 
discorso accademico , Opere , t. 2. fac. 69-98. Mi piace di 
recar qui la parte finale di questa confutazione. ,, A tut- 
,, ti gli argomenti ho risposto dell'accademico francese, e pai*- 
„ mi non senza frutto , ma certamente senza sforzo d'inge- 
,, gno , e senza quelli artifizi o inavvertenze, di che piena 
,, è la Sua diceria . A lui però non h.ista d'aver trovata, 
,, a suo credere , ampiamente diffusa in ogni età presso i 
,, latini 1' arte dell' improvvisare , ma sulla fine dubita non 
,, forse talvolta gì' improvvisatori moderni nei loro canti 
,, inseriscano parecchi versi composti prima con agio. Io 
,, credo innocente ancor questo dubbio; ma sono alcuni 
,, invidiosi d' ogni gloria italiana , e di questa massima- 
,, mente che è tutta nostra , i quali accoglieranno avida- 
„ mente quel dubbio , e lo diranno certezza , e ciò cÀe 
,, per lui si dice d' alcuni , lo diranno di tutti . Molto po- 
,, trai dire se i nostri poeti estemporanei volessi difendere 
,, da questa accusa, e non reputassi più giusta d' abbando- 
,, narla a quel disprezzo che le si dee . Potrei citare le 
,, difficili prove cui sovente si vedono sottopssli ; ma io le 
„ tacerò , tranne solo una , che non so trattenermi dal r;im- 
„ montarla . Questa è il cantare più volte dinanzi alle per- 
,, sona medesime il medesimo argomento: di che non so 
,, se altra più scabrosa possa proporsi , e più acconcia a 
,, vincere quell'accusa. Imperciocché abbia pure il poeta grau 
,, numero di versi per argomento che può toccargli in sorte , 
,, e in ogni argomento per diversi metri, e sia di così prodigio- 
„ sa memoria che possa adagiarli ai luoghi ricliiesli. Non sarà 
„ però apparecchiato a tratture più e diverse volte lo stesso ar- 



104 f-JETTERATIJRA 

Resti dunque fermo , che degl' improvvisatori è da far 
caso , quando siano valenti. E che valente fosse la Ban- 
dottini , ce ne fanno testimonianza queste poesie , le 
quali se noi ragguardere mo come improvvise , non sa- 
premo abbastanza ammirarle ; e che per altra parte pos- 
sono somministrare una buona suppellettile di modi 
belli e originali a chi sappia farne suo prò (1) . 

Luigi Fornaciari 



,, gomento 'iinanzi agli uditori ai quali bisogna mutare con- 

,, dotta e versi. A questa prova soggiacque la nostra accade- 

„ mica signora Teresa Bandeltini , chiamata col nome arcadi- 

,, dico d'Amarilli. Sua maestà la defunta regina Maria Luisa, 

,, nostra augusta sovrana di sempre gloriosa e sempre acerba 

,, ricordanza, piacevasi d'ascoltare sovente la nostra improv- 

,, visatrice, e le faceva plauso. Ora le avvenne alcuna volta di 

,, sottoporla alla difficile prova che ho già delta , ordinan- 

„ doie ^di cantar di nuovo sopra alcun argomento già trat- 

,, tato : il che facevasi da lei tosto, non senza meraviglia 

,, de' reali principi che vi erano presenti . Ma cimento 

,, oltre modo più arduo sostenne prima In lìoma , dove per 

„ ben otto volte l'argomento medesimo le fu proposto, ed 

,, ella sempre il trattò con nuovi modi e in nuovo aspetto. 

j, Ma lasciamo star questa : che l'incomparabile donna è qui 

,, presente , e per la sua modestia certo le duole di sentir ri- 

,, cordare le sue glorie. Solo ci basti il dire che la moderna 

,, Italia ha valorosi e veri improvvisatori , e che i [latini non 

,, li ebbero , o almeno a dimostrar cheli avessero, non ci si 

,, reca alcuna bastevole testimonianza. " 

(i) Per dare un pieno ragguaglio di questi tre volumi di 
poesie, sarcbbt rimasto a dire di alcuni versi pensati , che si 
leggono in fine del terzo volume. Ma me ne sono passato per 
non prolungare di più il mio discorso. D'altra parte sarà facile 
argomentare il pregio delle poesie pensate da cièche ho detto 
delle improvvise. 



105 
RIVISTA 

DI ALCUNE RECENTI OPKRE ITALIANE d'arCHBOLOGIA 

I. Di alcune opere epigrafiche del prof. Raimon- 
do Guarini . 

J-1 nome di Raimondo Guarini suona assai chiaro fra 
quelli che nella bella Partenope danno opera allo stu- 
dio della veneranda antichità i Avendoci egli regalato 
di alcune operette da poco tempo per lui pubblicate, 
crediamo far cosa grata ai cortesi nostri lettori, dan- 
done un sunto conciso : e questo desideriamo che fac- 
cia air A. illustre pubblica testimonianza di quella sti- 
ma che sinceramente nutriamo per lui , e di quel pre- 
gio in che teniamo le sue dotte elucubrazioni , 

\ . AlGimi suggelli antichi spiegati da Raimondo 
Guarini. - Napoli nella tipografia della società filo- 
matica 183 j, in 8** di facce 100. 

2. Appendice de' suggelli . - Senza alcuna data - 
in 8" di facce 20. 

Divide il N. A, questo suo lavoro in undici pa- 
ragrafi . Dice nel primo della etimologia e significato 
della voce sugellum. Nel secondo dell' oggetto , origi- 
ne , e distinzione generale de' sigilli; notando che egli 
intende trattare di quelli , i quali adoperavansi per 
marcare gli oggetti con un segno dominicale; non de- 
gli altri de'tempi più bassi, de'quali lungamente scris- 
se il fiorentino Manni . Passa nel terzo paragrafo a 
discorrere della materia de' sigilli scritti; per lo più 
in pietra , o in metallo; e nella quasi generalità scul- 



106 L e T T B U A T U R A 

ti a rovescio , affinchè impressi che fossero , potesse- 
ro leggersi a diritto . Poi scrive delle forme di tali 
sigilli ; e da alcune regole per leggerli a dovere ; le 
quali stanno precipuamente nella cognizione dell'ono- 
niastlco romano , e in'I sapere facilmente sciogliere i 
nessi delle lettere . 11 quinto paragrafo è destinato ad 
acrcnnare il meccanismo di tali sigilli, per lo più for- 
iiiii di un manubrio. Dal modo ordinario si diparte 
uno eclauese cilindrico, che l'A. eh. descrive coti 
molta esattezza . Tratta nel sesto di quelli a pianta 
di piede , ossia di solca : ed ai tre che ne conob- 
bero gli ercolan^si , ne aggiunge altri quattordici . 
Dei sigilli di a'ire forme singolari e strane , e dei 
raddoppiati discorre nel paragrafo settimo , riportan- 
done Sedici . Il paragrafo seguente racchiude le leg- 
gende di centosei sigilli di forme più comuni : altri 
trentasei ( comprese alcune gemme scritte ) sono ripor- 
tati nel nono ; ma son essi o monchi , o di dubbia 
lezione : e nel decimo spiega uu sigillo interessante, 
che ricorda un Afio attore di Trasea Prisco . L' A. 
N. va immaginando che questo Trasea potè esser le- 
gato in parentela col celebre Trasea Peto fatto uc- 
cidere da Nerone , e col di lui genero Elvidio Pri- 
sco. A noi sembra che tale opinione non abbia un 
buon fondamento ; perchè ricordiamo che la somiglian- 
za de' nomi trasse già in errore più d' uno : e con- 
verrà , lo speriamo , con noi il eh. Guarini , se ri- 
fletterà che in diversi tempi e luoghi poteron vi- 
vere diversi Trasea^ diversi P risei ^ senza che fos- 
sero menomamente legati in parentela fra loro -. Del 
resto non dispiacerà al sig. Guariui leggere il bel 
comentario De Thrasea Paeto ejusque genero HeU 
vidio Prisco^ che sin dall'anno 1823 ne ebbe pub- 
blicato il eh. Mecenate . Sono nel paragrafo unde- 
cimo alcune inedite iscrizioni ; delle quali dire- 



Archeologia IOT 

ino in seguito ; notando qui , che nelT appendice 
si hanno altrai 27 sigilli . Per tal modo tutti i pub- 
blicati dal sig. Guarini in questo lavoro giungono al 
numero di duecento ventisette . 

E' ben lungi però tale- raccolta dal potersi di- 
re completa; e T A. eh. lo vide, e replicate vol- 
le lo dichiarò. Sembra anzi rilevarsi da alcuue sue 
espressioni , che per bassa invidia gli fosse impedito 
poter consultare un museo , che molto avrebbe pre- 
stato ad ampliare questo suo studio . Se noi azzar- 
diamo asserire che quel museo fu il reale borboni- 
co , crediamo non andar lungi dal vero: ed eccone 
la ragione . Ognun sa che il veliterno museo bor- 
giano , son già oltre quattro lustri , passò per com- 
pra noi reale borbonico . Avendo noi alle mani al- 
cune schede di Ignazio Maria Raponi , altre di Fi- 
lippo Aurelio Visconti , i quali trascrissero i monu- 
menti letterati del borgiano museo ^ ne facemmo per 
la parte de' sigilli un parziale confronto con questo 
lavoro del Guarini ; e mentre molti ne vedemmo ri- 
cordati, altri li cercammo invano. Pure non v' ha dub- 
bio che debbano essi esistere nel museo borbonico : e 
perchè possa verificarlo facilmente chi tiene in custo- 
dia quella nobilissima collezione, vogliamo qui ripor- 
tarne alcuni, come per giunta al lavoro del eh. Guarini. 

I. TI. Cr.A. 2. SEX. TAL. 3. M. SEMPa. ^ M. ARMENI . IVLIANI 

SATRON CINC SENILIS 

5. AlL. SO 6. N. CPl. HEP. 7. Q. G. L. B. 8. MEGES. 9. GAVDEAS IO. FELIX 

Gli ultimi due sono in forma di piede. 

Dicemmo che l' intera raccolta borgiana passò nel 
museo borbonico . Or non sappiamo come sia avvenu- 
to , che alcuni sigilli già borgiani, siano ora in tut- 
to altro luogo, fuori che nel borbonico museo : della 
quale asserzione ci sono fondamento le schede ricorda- 
te. In esse vediamo trascritti come borgiaoi i sigilli. 



408 Letteratura 

che il eh. Guarini da alle facce 49. N. 29, 71. N. 12, 
74. N. 19 come esistenti nel museo Sangiorgio ; e gli 
altri alla faccia 63. N. 83, 84 che dice in proprietà 
del sig. Tuzio . E terminarerao lo scrivere de' sigilli, 
notando che in quest' opera del Guarini sembrano du- 
plicatamente editi quelli alle facce 40. N. 6, 69. N. i3, 
appendice N. 18 ; i quali erano già alla facce 35 
N. 5 il primo , il secondo alla faccia 67 N. 98, alla 
faccia 42. N. 7 il terzo . 

NelTundecimo paragrafo sono pubblicate 17 nuo- 
ve antiche iscrizioni . Fra esse ne ricordiamo una de- 
dicata alle ninfe ; e l' altra di P. Celidio THERMA- 
RVM . PVB. CVSTOS ; ed una figulina di un tal An- 
caranio OPVS . SVRVKTA , che 1' A. eh. vuol deri- 
vare dal greco i7-j^iy<.Ta.'; fistidator , e leggere opus su- 
riiktarium per /Istillare, cioè di tubi cretacei per acque- 
dotti . Anche vogliamo ricordare tre lapidi sepolcra- 
li spettanti a persone addette alla milizia di mare : 
una di queste ricorda la quadrireme F'enere , la qua- 
le dovrà aggiungersi all' elenco che noi stessi ne pro- 
ducemmo da poco tempo in istarapa nell'opera intorno 
i Diplomi imperiali a favore de militari ; quella pe- 
rò che fa menzione della trireme Fede era stata già 
pubblicata dal Vernazza ( Diploma di Adr. p. 22 ) 

3. Varii monumenti con critiche osservazioni di 
R. Guarini . Napoli, dai torchi di Raffaele 
Miranda «835, in 8° di facce 64. 

Il N. A. dopo aver accennato il ritrovamento nel 
territorio eclanese di tre vasi vinarj di straordinaria 
grandezza ; e di una statua loricata acefala nel terri- 
torio delle Grotte : pubblica dodici interessanti iscri- 
zioni antiche , divise in tre paragrafi . Nel primo ve 
ne ha tre delle sacre : in una , un evocato di Augu- 



ArcbSoloGia. ' ^"-^ 

sto DIVINO MONITV restaura un' edicola di Giove 
Conservatore , e gli consacra una statuetta con la sua 
base. La seconda è un cippo sacro a Silvano; il mar- 
mo assai corroso fu difficilissimo a Irascriveie , e po- 
che lettere presentarono certezza di lezione . Diman- 
diamo scusa al sig. Guarini ise non possiamo seco lui 
convenire nel credere che in esso si faccia menzione 
dei consoli dell' an. 253 d»!!' E. V; perchè se essi 
sono C. Brazzio Presente e Giunio Rufino , com'egli 
ebbe supplito , questi non possono in modo alcuno ri- 
portarsi ai tempi dell' imp. Gallo ricordato nel mar- 
mo ; avendo eglino ten uti i fasci cento anni prima , 
cioè nell'an. 153. Il terzo marmo, pur esso sacro a Sil- 
vano, supera assai in pregio gli altri; e giustamente il 
sig. Guarini ne scrive a lungo , cosi intorno il luo- 
go in cui fu rinvenuto, che è l'antico Ojjido nel San- 
nio Irpino ; cosi sulf ortografia; così sul culto, di Sil- 
vano; così infine esponendo e cementando l'intera leg- 
genda . Noi crediamo far cosa grata agli amatori de' 
nostri studi, riportando qui per intero questo; nobilis- 
simo monumento . 

SILVANO . SACRVM . VOTO = SVSCEPTO . PRO . 
SALVIE . DO MITI ANI . AVG. N -= L. DOMITI VS . 
PHAON. AD . CVLTVM = TVTELAMQVE . ET . 
SACRIFICIA . IN . OMNE --^ TEMPVS . POSTE- 
RV . US . QVI . IN . GONLEGIO = SILVANI . HO- 
DIE . ESSENT . QVIQVE . POSTEA = SVBIS- 
SENT . FVNDVM . IVNIANVM . ET = LOLLIA- 
NViVI . ET . PESGENNIANVM . ET = SAVLLIA- 
NVM . SVOS . CVM . SVIS . VILLIS = FINIJ3VS- 
QVE . ATTRIBVIT . SANXITOVE . VT = EX . 
REDITV . EORVM . FVNDORVM . QVI . S. S. KAL. 
lANVA = IlL lUV'S . FìlBR. DOMITIAE . AVG. 
N. NATALE . ET = V. KAL. IVLIAS . DEDICA- 
TANE . SILVANI . ET .XII = KAL. IVLIAS . 



110 Lettkratijra 

ROSALIBVS . ET . IX. K. NOVEMBR . NATA = 
DOMITIANI . AVG. N. SACRVM . IN . REPRAE- 
SENTI = FIERET . CONVENIRENTQVE . IL QVI. 
IN = COLLEGIO . ESSENT . AD . EPVLAN- 
DVM . CVRA = NTiBVS . SVIS . CVIVSQVE . 
ANNI . MAGISTRIS . HVK - REI . DOLVM . MA- 
LVM . ATFVTVRVM . QVOMINVS = EA . QVAE . 
SCRIPTA . SVNT . FIANT =- MANIFES IVM . 
EST . CVM . PRO . SALVTE . OPTIMI -= PRIN- 
CIPIS . ET . DOMINI . N. FVNDI . CONSECRA- 
TI ^^^ SINT . DIESQVE . SACRIFICIORVM . COM- 
PREHENSI . PRAETEREA . LOGVS . SIVE . 
PARS = AGRI . SILVAEQVE . EST . IN . VINA-^ 
RIO . QVAE . CIPPIS -= POSITIS . CIRCA . SIL- 
VANVM . DETERMINATA = EST . SILVANO . 
evi . DET . VIAM . DIVS . AD . SILVANVM = 
PER . FVNDVMQVE . SIGIA NVM . OMNIBVS . 
PATEBIT ^ LIGNIS . QVOQVE . ET . EX . FVN- 
DO . GALLICI ANO == ET . AQVA . SACRIFICIO 
HAVSTA . ET . DE . ViVARlO =- PROMISCVE . 
LICEBIT . VTI . HAEC . SIC . DARI = FIERI . 
PRAESTARI . SINE . DOLO . MALO . IVSSIT = 
PERMISITQVE . DOMITIVS . PHAON . CVI . OMI- 
INE . S. LOGVS . FVIT . 

Pare che il eh. Guarini non ricordasse la celebre is ri- 
zione gabina illustrata dal Visconti ( Moti. Gal). P. Ili 
Iscr. I. Tav. XVIll. )i che pur essa ricorda l'auj^usla 
Domizia, perchè altrimenti uou avrebbe scritto che igno- 
ravasi il giorno della nascila di quella principessa ; non 
avrebbe aggiunto che per la prima volta cel dice il marmo 
da lui spiegato. Ci permetterà ancora il N. A. osservare, 
che cpiando Svetonio ( In Domit. C.'ò) scrisse che Do- 
miziano nel secondo suo consolalo ebbe da Doraizia un 
figliuolo , e r anno dopo la disse augusta , debbesi in- 
tendere del secondo suo consolato ordinario, che fu 



Archeologia 1 i ! 

nell'a. 80 ; quincli bene sta che nell'anno seguente , sa- 
lito al trono per la morte di Tito , dichiarasse augusta 
Domizia. 

Nel secondo paragrafo sono tre munumeoti cesarei 
ed onorari. Il terzo contiene altre sei iscrizioni ce^ri varie 
criliclic osservazioni. In un quarto paragrafo di giunta 
l'A. eh. con lodevole esempio corregge qualche propria 
opinione altrove esternata: cerca quindi il perchè ne'mo- 
numenti , trovati in una stessa colonia o municipio, noa 
si cita sempre la stessa tribi^i : tenta in line restituire 
un monumento metrico , che il Marini ( Arvali p. 393) 
ebbe per disperato. Noi ricordiamo avere scritta ad ut» 
nostro amicissimo una lettera intorno lo stesso marmo 
( Giornale enciclopedico di Napoli del 1318, iV. 5. ) ; 
lettera che segnò il primo nostro passo in questi slu- 
di di epigrafìa, ne'quall impiegammo poi i nostri anni mi- 
gliori : ricordiamo pure che il dotto Amati scriveva iti 
questo giornale dieci anni dopo, che quel monumento 
aspettava ancora chi lo sapesse leggere; e per ultimo 
nell'esemplare degli Arvali che fu dell'autore , e che pos- 
siede in oggi il marchese Luigi Marini, ricordiamo aver 
letta una nota autogrofa, nella quale si da una diversa 
lezione, e si dubita quasi che l'iscrizione sia per un ca- 
vallo. Non vogliamo dilungarci nel notare le molte di- 
versila che sono in queste varie lezioni: anche meno pre- 
tendiamo sostener per buona la nostra t solo vogliamo 
dimandare al eh. Guarini , come mai dalle seguenti let- 
tere, che nel marmo forman 1' esametro del terzo distico 
= HlL\CLACIVSSVBlIAMNEUVITENVISQVEGIGA< 
TRIX = ne abbia egli composto il verso = QVOD 
NAGTI VITAM NERVI TENVISQVE CIGATRIX ? 
Noi avevamo letto KING CLAVDVS SVBIT AMNE 
RVIT TENVISQVE GIGATRIX, cioè hic claiidus su- 
bii , et accepto ( voce che sta nel seguente pentame- 
tro ) arnne , riiit tenuis cicatrix ; ed il Marini nelle 



112 Letteratura 

ricordate giunte: Hinc cautus ( o tactas) uhi iam ner- 
vi tenuisqiie cicatrix : le quali due lezioni avvicinansi 
assai più , come og nun vede , ai caratteri che sono scrit- 
ti nel marmo. 

4- Lithopolemos , sue historiola abortus commen- 
tariorum in monumenta litterata musei borbonici . 
Rajr. Guarini.= Senza alcuna data: in 8." di facce 34- 

Il reale museo borbonico può vantare a ragione 
dotti espositori de' moauraentì figurati , I nove volumi 
in foglio màssimo editi dagli ercolanesi, i dodici vo- 
lumi in quarto già venuti a luce sotto la direzione del 
cav. JVicolini , ne fanno lucenlissima prova. Ma i mo- 
numenti epigrafici non avevano richiamata ancora l'at- 
tenzione di quelli eruditi : al che guardando l'ercola- 
nese accademia, stabilì dì pubblicarli con appositi com- 
mentari ; e questo aveva promesso al pubblico il segre- 
tario generale dell' accademia nel rapporto dei lavori 
dell'a. 1833. Dopo molte vicende, che sarebbe lungo no- 
tare , tutto il lavoro fu affidato al eh. Guarinì. Egli 
assunse sopra di se peso gravissimo ; com'è quello di 
confrontare sugli originali ben mille e quattrocento 
iscrizioni ; trascriverle con la dovuta esattezza ; distri- 
buirle in apposite classi , ornarle di convenienti com- 
mentari. E già alcuni fogli dell'opera eran passati aif.i 
stampa; gik era stesa la prefatione. Voleva però la con- 
traria fortuna, che una tanta fatica restasse senza effetto. 
Fa stomaco il leggere in questo libretto quali fossero 
i motivi , quali i cavilli , per cui tutto fu sospeso. La 
bassa invidia fu sempre dannosa alla scienza : l'amor 
proprio di un sol uomo , se egli lo crede leso , basta 
per far abortire i progetti migliori. Ma in oggi , pas- 
sato a miglior vita chi fu causa di un tanto danno , 
vogliamo sperare che l'ercolanese accademia voglia ri- 
assumere la cosa , e per vantaggio di questi studi man- 
darla ad esecuzione. 



Archeologia ] 1 3 

5. Valore della cifra SEXS. in un marmo di 
Pompei : di R. Guarini professore del real collegio 
medico - cerusico. Napoli presso Raf. Miranda 183G. 
in 8." di facce 53. 

E' notissimo il seguente marmo pompeiano =■ N. 
rOPIDIVS. N. F. CELSINVS = AEDEai. ISIDIS. 
TERRAEMOTV. GONLAPSAM=A. FVx\DAMENTO 
P. S . RESTITVIT . HVNG -~= DEGVRI ONES . OB 
LIBERALITATEM == CVM. ESSET. ANNORVM. 
SEXS. ORDINI. SVO. ADLEGERVJNT. - Di piana 
e facile interpretazione , solo la voce SEXS incontrò 
diversila di pareri . Gredono alcuni che non fosse ab- 
breviata , ma dovesse spiegarsi sei-^ altri la prolungaro- 
no in SEXSr/eam, altri in SEXSaginta. Giustamente il 
N. A. contraddice i primi ed i secondi. Già quel SEXS 
per sex mancherebbe della ragione del sibilo , non se- 
guendo una vocale , e non ha esempi certi e sicuri: poi 
il SEXS per SEXSdecim , oltre l'addotta ragione, non 
sarebbe un modo giusto di abbreviare , ma dovevasi scri- 
vere SEXSD o meglio SEXD , per evitare l'equivoco 
che nascer poteva col sexaginta. Queste ragioni forse 
potrebbero incontrare una qualche risposta : ma non 
si risponde a creder nostro alla seguente. Un dovinet- 
to di sedici anni , e meno ancora un fanciullo di sei , 
non poteva di suo arbitrio intraprendere, e condurre a 
fine un' opera di tantì^ spesa, quanta fu il rialzare da'fon- 
damenli un tempio rovesciato per terremoto. Quindi il 
N. A. per ragioni epigrafiche e giuridiche legge eoa 
sicurezza SEXSaginta. Ed in ciò covcniarao con lui , 
anzi notiamo che non diverso parere tenne Stefano An- 
tonio Morcelli ( De si. inscr. p. ^/{i^. N. CCCLV) il 
quale , son già più che undici lustri , quella iscrizio- 
ne pompeiana degnamente illustrò. Gonveniamo pure che 
G.A,T.XLIX. 8 



114 Letteratura 

gììadlecti fra i decemviri , come fu il Popicllo del luni- 
mo pompeiano « non fossero veri decurioni , ma asso- 
ciati a quell' ordine : nel modo stesso che gli adlecti 
inter patricios, inter praetorios , inter centumviros ec. 
e simili , de' qualii marmi antichi ci danno esempi in 
gran numero. Che se per le giuste osservazioni del sig. 
Guarini , Popldio fu associato all' ordine dei decurioni 
pompeiani , non di sci , non di sedici anni , ma sì di 
sessanta , non perciò manca la epigrafia di altri eserajii 
di fanciulli onorati del decurionato : ed è tale fra gli al- 
tri quel C. Cartilio Faustino di un marmo della terra 
di Pagaoica ne' vestini ( Marini av. p. 89 ) , il quale 
fu ADLEGTO. IN. ORDINE. DEC. CVM . ESSEr. 
ANNORVM. mi. In un paragrafo di giunta l'A. eh. 
riporta 13 iscrizioni pompeiane , di diversi Popidii , 
spettauti però a diverse famiglie. 

IL L' Isi etnisca , idoletto trovato fra le mine di 
Carena al Sasso^ fuori porta Saragozza di Bo- 
logna , illustrata da Carlo Pancaldi. Bologna 
pei tipi del Nobili iSSGyinS'^ di facce iG.fig. 

J_Jo scorso anno nella vallala detta il Sasso , ove vo- 
gliono fosse Carena , otto miglia lungi da Bologna , fu 
trovata una statuetta di bronzo , la quale acquistata dal 
sig. Pancaldi , forma il subietto di questa sua disserta- 
zione. Alcune lettere, che l'idolelto portava scritte sul 
petto , vogliono leggersi I icsei , terminazione che se- 
condo le regole stabilite d;il Lanzi , debbesi prolunga- 
re in Ixsina , o Ixseia , nome del principio femmi- 
nino della natura , ricordante la mirionirna Iside , 
adorala dagli itali antichi sotto nome di Feronia , di 
Cerere , di Cibale , di fresia , di Dea buona , di P^e- 
nere Illitla , di Beate oc. Questa congettura vien raf- 
forzala per la materia , fattura , e parte ornamentale del 
moaumeuto , e per il luogo ove fu rinvenuto. 



AuCilEOLOGTA 115 

Per la materia , sappiamela Plinio che leslaluet- 
te etrusche iti bronzo erano sparse per ogni dove , e 
non v'ha museo in Europa che ne difetti. Per la fattura, 
facilmente vi riconosce ognuno un'opera primordiale del 
secondo stile etrusco. Per la parte ornamentale , ha il 
tiUiclo sulla testa, come altre statuette presso il Mica - 
li : è coronata di persea, come la Fortuna etrusca : do- 
dici foglie compongono la corona per ricordare le do- 
dici lunazioni , ed i segni zodiacali : è vestila dalla te- 
sta ai piedi, come la f^'enere lllitta-. ed ha il peplo at- 
taccalo al tutulo che la scende a parte dietro sulle spal- 
le , come V Iside Athor , la Giunone Feronia ec. Per 
il luogo dove fu il bronzo rinvenuto , è da notare che 
ritiene ancora altre memorie ricordanti Feronia. Per 
le quali considerazioni crede il sig. Pancaldi , che la 
statuetta sia un lare domestico , rappresentante il ge- 
nio femmineo di emanazione dell'Iside antichissima sot- 
to aspello di Feronia , col quale indicar volevano la 
madre del mondo , la matrice degli esseri , la mante - 
nilrice deW amore e deW armonia , e forse armonia stes- 
sa per eccellenza , in una parola un genio della natu- 
ra universale personificata. 

La dissertazione , benché senta la influenza di una 
scuola oltremontana pii^i che italiana, pure è piena di re- 
condita erudizione. Essa è dedicata al prof. Angelelli, 
degno successore di monsig. Mezzofanti nella bolognese 
università. 

III. Di alcune operette epigrafiche del cav. G. 
Girolamo Orti da Verona. 

V^uel genio che presiedette agli studi di Onofrio 
Panvinio e di Scipione Maffei, protegge ognora la no- 
bile Verona . Fra i molti che in essa citta si occuna- 

8 *i 



1i6 Letteratura. 

no degli studi archeologici , un dei più distinti è senza 
meno il eh. sig. cav. GIo. Girolamo Orti Manara : da 
cui avendo noi ricevuti in dono alcuni suoi scritti epi- 
grafici , secondo l'indole di questi fogli ne daremo qui 
un sunto conciso. 

1 . Gli antichi marmi alla gente Sertoria veronese 
spettanti , illustrati da Gio. Girolamo Orti ec, Vero^ 
na , co torchi Libanti 1833. In 8' di facce 73 con una 
tavola in rame. 

Quattro sono le lapidi veronesi spettanti alla gen- 
ie Sertoria , e veggonsi incise nell'unita tavola in ra- 
me. Intorno la prima , non altro occorre osservare , se 
non la conferma della tribù Poblilia, alla quale erano 
ascritti i veronesi . La seconda , già pubblicata da mol- 
ti, ci presenta la immagine di Q. Sertorio Pesto cea- 
turione della legione XI Claudia pia fedele: egli ha nel 
capo la corona civica , indosso la lorica squararaosa or- 
nala di nove scudetti a rilievo , stringe con la destra 
la verga , distintivo del suo grado : dalla spalla sinistra 
gli pende sul braccio la clamide , calza le ociee. Il eh. 
Orti prende da questo marmo occasione di distendere 
la storia , direm così , della legione undecima , e ripor- 
ta poi l'elenco di tutti i marmi a lui cogniti, che la ri- 
cordano. Da esso elenco ci sembra che manchino i legati 
P. Cornelio Dolabella, M. Claudio Frontone, e M. Anneo 
Saturnino, ed alcuni tribuni , de' quali il tempo ci in- 
vidiò il nome : de' quali nui producemmo in istaropa 
da poco tempo le prove , desumendole dagli antichi 
marmi scritti ( Diplomi imperiali p, 306 ) : come man- 
ca la indicazione delle legione XI Lanciaria che si ha 
in una lapida pubblicata dal Marini ( Arcali p. 630 ). 
La ter^a iscrizione veronese della gente Sertoria ri- 
corda un L. Sertorio Firmo signifero ed aquilifero 



Archeologia 117 

della stessa lezione XI. Claudia pia fedele , rappresen- 
tato pur esso a basso rilievo : ha la testa scoperta , la 
squararaosa lorica , stringe con la sinistra il parazonio 
appeso al balte o , con la destra l'aquila legionaria , ed 
ha i calcei nei piedi. Dopo averne il s'ìg. Orti illustra- 
ta al suo solito la leggenda e gli abiti militari , dal 
luogo del ritroveraento , che fu Colognola, prende mo- 
tivo a riportare tutte le iscrizioni colognolesi a lui co- 
gnite, dividendole in sei classi. Sono in tutto ventotto , 
e sol una sepolcrale era inedita . E perchè l' aquilifero 
Sertorio aveva in consorte una Domizia Prisca , il N. A. 
aggiunge altri sette marmi della gente Domizia verone- 
se, e ne di infine uno stemma, che al nostro corto vede- 
re non par molto concludente. 11 quarto marmo, già co- 
gnito per le opere di Maffei e di altri piìi , ricorda un 
G. Sertorio Festa flamine del sole e della luna . Fu tro- 
vato neir antico pago degli arusnati , dove pure non è 
molto furon rinvenuti altri nove frammenti scritti , che 
il eh. Orti riporta : e termina il suo lavoro con ricorda- 
re una tegola del museo Lazise in Verona , nella quale 
si legge SERTORIVS. Noi lo preghiamo ad osservare, 
che facilmente il numero delle iscrizioni veronesi della 
gente Sertoria poteva aumentarsi, adducendo quella che 
il Maffei pubblicò nel suo Mus. Ver. p. CLX. 5. Que- 
sto libretto venne dall'illustre autore indritto al dottor 
Gio. Labus , che vìen detto a tutta ragione uno dei prin- 
cipi degli italiani antiquari, 

2. Antica lapide inedita illustrala da Gio. Giro- 
lamo Orti ec. Verona : presso Libanti 1834 in 8" di 
facce 35. 

L'A. eh., sempre intento a cercare antichi monu- 
menti , tre lapidi trovò l'a. 1832 nella valle di Mez- 
zane distretto Ji Illasi : una dedicala a Giove , una se- 



118 Letteratura 

polcrale : sulla terza si agi^ir.i questa illustrazione. Es* 
sa è del seguente tenore ~ SILVANO. FEL = P. FA- 
LERIVS --: TROi^HIMVS = VENATOR = ORNA- 
MENTIS -- DECVRIONAB.= il sig. Orti, dopo ame 
scritto di Silvano e de' suoi titoli ( fra i quali gli par 
nuovo quello di felice ) , e delia gente Falena , pili 
a lungo si ferma sulla voce VENATOR : e licordato 
dapprima , come la caccia fosse ognora il più caro di- 
letto dei popoli , e valesse a tener desto in essi il belli- 
co ardore , ed osservato che dalla càccia ne derivò la 
passione pei giuochi circensi e per gli anfiteatrali , fa 
poi una lri[)lictì dislinz,!oi!e di ca cciatorì : quelli cioè 
destinati a combattere le fiere ne' pubblici spettacoli , i 
mercenari impiegati ad imprigionare le fiere , e quelli 
che usavano la caccia per divertimento. Quindi ricor- 
da tre classi di antichi marmi scritti : include nella pri- 
ma quelli che ricordano il collegio de' cacciatori, e non 
son pili di due : riporta nella seconda quattro marmi che 
fan menzione di cacciatori: uno nella terza di un soldato 
che per divertimento si era dato alla caccia . Niuno di 
questi ci giunge nuovo , anzi crediamo che quello della 
terza classe non faccia menzione alcuna di cacciatore , 
perchè la parola VENATORIS è il cognome del centu- 
rione sotto cui militava il pretoriano M. Aurelio Muoia- 
no, cui questa epigrafe si riferisce {F- Smezio p. 88. 8). 
Fa poi ilsig. Orti una doppia distinzione delle cacce 
rappresentante ne' monumenti , de' quali ne ricorda non 
pochi , ed altri più non difficilmente se ne potrebbero 
aggiungere : alcune pubbliche cioè , altre private. Scri- 
ve in fine degli ornamenti decurionali, de' quali fa pompa 
P. Valerio Trofiino: e perchè egli stesso in altro marmo 
veronese ( Maffei p. 86. 3 ) vien detto RESTITVTOR 
B.eipublicae VEÌÌonensis , giustamente opina il N. A. 
che tali ornamenti fossero a lui conceduti in premio 
dell' aver ritornata la patria alle istituzioni primiere. 



Archeologia 119 

3. Di alcune antichità di Garda e di Bardolino , 
delV antica Arilica , del suo collegio de nocchieri , ed 
in occasione di esso di altri collegi di simil genere^ me- 
moria di Gio. G. Orti ec. t^erona : poligrafìa Antonel- 
li 1836 in 8" di facce 38 , con 2 tavole in rame. 

fn tre capitoli è divisa questa memoria del sig. Or- 
ti. Ne! prJQio scrive di Gar<Ja , delle sue antichità ro- 
mane , le quali stringonsi in tre lapidi già note , e del- 
l'aotico suo comitato. Di questo con lodevole esaltez- 
za ricerca le diverse epoche dei governi diversi nelle 
carte de' mezzi tempi , e riporta incisa in rame una 
lapide dell'a. 113SxleU'E. V. non prima pubblicata, 
per la quale vioii provato , che papa Innoccuzo TI 
a' tempi del voioiiese vescovo Tebaldo definì la que- 
stione delle decimo fra Garda e Cisano. Nel secondo ca- 
pitolo dicedi Bardolino e delle sue antichità , che pur 
SI stringono in sole due lapidi romane già cognite. La 
più antica memoria di quel paese ne' diplomi de' bassi 
tempi è dell'a. 807. Nel terzo cepilolo ragiona di Arili- 
ca , che sorgeva dove oggi sorge Pesch iera. Le iscrizio- 
ni in essa trovate, e dal N. A. riprodotie benché già co- 
gnite , son cinque : e perche in tre di esse si fa menzio- 
ne del collegio de' nocchieri arilicesi , prende occasio- 
ne il sig. Orti di dar un elenco di tutti i marmi scritti 
a lui cogniti che a tali collegi di nocchieri si riferisco- 
no. Tali elenchi , quando sian fatti con la dovuta dili- 
genza , e si scevri in essi dal vero ciò che è apertamen- 
te falso , ed anche ciò che e dubbio , noi crediamo sia- 
no utilissimi, perche serviranno essi di materiale a chi 
voglia un giorno occuparsi nel raccogliere in una sola 
opera quanto deriva dagli antichi marmi scritti. Quel 
generoso, che ad un lauto lavoro porrà la mano e Tinge- 



120 Letteratura 

gno , farà cosa da non temere il confronto delle opere 
consimili che si hanno intorno le antiche medaglie. _ 

Divide il N. A. esso ricordato elenco in pi ià para- ■ 
grafi. Ricorda nel primo diciassette marmi spettanti ai 
collegi de' navicellai e nocchieri sui fiumi : due nel se- 
condo, relativi al collegio dei nocchieri sul lago di Co- 
mo: quindici nel terzo, spettanti ai diversi collegi de* 
nocchieri marittimi , o addetti al servizio di mare. Con- 
tinuando poi le notizie di Peschiera , trova in un di- 
ploma dell'a. 834 , che aveva già questo nome moder- ■ 
no , avendo ahbandonato , non si sa quando, l'antico 
j4riUca : ricorda che nel 1236 fu venduto ad Ezellino 
da Romano : che Dante Aliglieri lo disse luogho bello 
e forte , e poi come passò dal dominio dei Visconti a 
quello degli Scaligeri , quindi ai Gonzaga , e di nuovo 
alla repubblica di Venezia sino alle vicende sul finire del 
secolo decimo ottavo. E qui termina l'eruditissimo sig. 
Orli il suo lavoro , e terminiamo anche noi questo sun- 
to , non senza singraziarlo del cortese dono di queste sue 
produzioni. 



I 



4. Jntica statuetta di bronzo illustrata da Gio. 
Girol. Orti ec. Verona : poligrafia Antonel- 
li i834 in 8° di facce i^fig. 



n Montorio, villaggio della provincia veronese, furono 
scoperti nel 1830 vari oggetti in bronzo, fra i quali una 
statuetta di Mercurio che forma il subietto di questo li- 
bretto. Siede il nume sopra una rupe, ha il petaso alato in 
testa, i calzari ai piedi, nella sinistra mano una borsa. E 
a lui vicina una capra, una lucertola, una testuggine,ed uà 
amorino alato con gruppo d'uva nelle mani , che cavalca 
un ariete. Molti di questi simboli sono ovvii , e non ab- 
bisognano di spiegazione. Il Genio cavalcante l'arietei 



ARCnEOLOGlA 121 

crede il sig. Orti che possa alludere alla parte che eb- 
be Mercurio alla nascita di Bacco : la lucertola opina 
che possa riferirsi ad Apollo , essendo note le molte re- 
lazioni fra quei due numi. E ciò sia pure : ma come uà 
attributo di Apollo sia presso Mercurio , noi noi veg- 
giam chiaro. Pensa poi che possa alludere alla velocita 
di Mercurio : e noi ricordiamo che ugual parere tenne 
il eh. Cavedoni il quale altra statuetta modenese 
di Mercurio con la lucertola illustrò ( App. al sag- 
gio n. 49 }» Ma poi esso sig. Cavedoni , con miglior 
consiglio opinò, che quell'animale sia emblema de' sogni 
profetici , dato a Mercurio , il quale e negli scrittori e 
ne' monumenti ha molte relazioni col sonno e coi so- 
gni : e questa sua nuova opinione convalidò di tali ar- 
gomenti ( Bollett. Ardi. i835. yt?. i4 ) che ne piace 
ritenerla per la pili probabile. D'altronde ci pare che 
la capra ed il montone o ariete abbiano assai pìiì relazio- 
zioni con Mercurio , di quelle indicate dal eh. Orti 
cui speriamo non dispiaccia confrontare quanto noi stes- 
si ne scrivemmo nel primo volume delle memorie roma- 
ne di antichità e di belle arti. Par certo che questa sta- 
tuetta facesse parte di un privato larario. 

5. Antica statuetta di bronzo illustrata da Già. 
Gir. Orti eo. Ferona , poligrafia Antonelli i83G, 
in 8** di facce i6 fig. 

Anche ad un antico larario veronese appartenne 
questa statuetta, che rappresenta Giove stante, coronato 
di quercia , con fulmine nella sinistra . Ciò che rende 
singolare il momento , è una specie di vaso somigliante 
un tronco di quercia, che gli sta d'appresso. A che cosa 
servi? forse per contenere libazioni offerte al nume ? ov- 
vero era allusivo alla terra ed all'acqua , alle quali Gio- 



122 Letteratura 

ve comandava ? A questo secondo parere inclina l'a. eh. 
ma noi confessiamo non esserne molto persuasi. Quale 
affinità evvi fra un tronco di quercia, ed un vaso per li- 
].>azioni? che cosa In quercia ha che fare con l'acqua.? Ma 
il eh. Orti è sicuro clie il monumento sia antico ? e se 
antico , è sicuro che <juel supposto vaso formato a gui- 
sa di un tronco di quercia , e che fu trovato separato 
dalla statuetta , spetti indubbiamente ad essa? Nel pie- 
distallo del bronzo sono due figure: una stante , in ve- 
ste succinta col corno potorio nella sinistra, scutula nel- 
la destra, ed è il lare domestico ; l'altni seduta , con 
Juiiga tunica, capelli legati sulla destra e ricadenti sul- 
le spalle , la man sinistra poggiata al petto. Essa, se- 
condo il signor Otti, è Vesta , che pur era fra gli dei 
penati. 

G. Gli antichi monamenti greci e romani che si 
conservano nel giardino dfi conti Giusti in f^erona^ 
illustrati per cura di Gio. Gir. Orti etc. - Verona-, 
poligrafia Antonelli i833 in ^° di facce 72, con no- 
ve tav. in rame . 



Sin dal i620 Francesco Pona descrisse le delizie 
del giardino dei conti Giusti in Verona ; quindi ne ri- 
petè le lodi Scipione Maffei; piiì recentemente il con- 
te da Persico : ed ora nel nobile sig. Orti ha trovato 
un illustratore degli oggetti antiquari che in esso si 
conservano . Delle nove tavole in rame che adornano 
questo libro , otto riferisconsi all' antichità figurata , 
una alla scritta . Sono incisi nelle prime sette basso- 
rilievi, tre statue, cinque frammenti. D' ognuno di que- 
sti faremo brevi parole, seguendo l'ordine tenuto dal- 
l' A. chiarissimo . 



Archeologia. 123 

Il primo bassorilievo la marmo greco rappresen- 
ta un uomo barbato sedente ; ha nella destra una pa- 
tera , nella sinistra un nodoso bastone ; il pallio gli si 
avvolge dalle spalle sul dinanzi della persona, ma la- 
scia nudo il petto ed i piedi . Il nostro A. lo crede 
Esculapio, e ricorda molti monumenti, ne' quali quel 
nume è sedente, e senza diadema . Ma que' monumeu- 
ti appunto , ed altri che se ne potrebbero aggiungere, 
mostran chiaro che il dio d' EpidaurO sì per la mae- 
stà dell' aspetto , si per il modo con cui son divise 
le masse de' capelli sulla sua fronte , aveva un ideale 
a lui proprio , dal quale non si dipartirono le arti an- 
tiche . Nel nostro marmo però è ben altra cosa ; e le 
spalle curve, i lineamenti caricati del vecchio, cel fan 
credere un ritratto ; il che può ricever conferma dalla 
mancanza del serpe nel bastone . 11 secondo bassorilie- 
vo rappresenta Dedalo che sta adattando le ali al fi- 
gliuolo Icaro : ed è pregevolissimo , perchè pochi e 
rari sono i monumenti dell'arte che rappresentano quel 
mito* Il terzo è un parapetto di pozzo sacro, in cui 
sono sculte quattro baccanti. Vien dopo un frammen- 
to che forse rappresenta la morte di Priamo . Dicem- 
mo forse, perchè la flsonoraia del creduto Pirro non 
di giovinetto , ma si d' uomo maturo ; e perchè il 
creduto Polite fu ucciso prima del vecchio re ; quin- 
di sembra non possa essere quel giovinetto che fug- 
ge . Accresce pregio a questo marmo il sapersi , che 
il sommo Canova volle di propria mano disegnarlo 
due volte . 

Il quinto bassorilievo fu prima pubblicato dal eh. 
Raoul-Rochette , il quale credette riconoscervi Omero 
sedente , e 1' Iliade e l' Odissea personificate ; quella 
in un personaggio stante con la maschera tragica e pa- 
razouio nella destra ; questa in una dorma velata se- 



124 LETTERATURA 

dente, che reputò Penelope. Benché ingegnosa, non 
«iacque questa spiegazione al sig. Orti ; il quale lo 
dichiarò piuttosto per un marmo sepolcrale di qual- 
che poeta tragico . Noi piegando a favore dell' eru- 
dito veronese , non entreremo in più sottili discussio- 
ni , le quali ci condurrebbero troppo alle lunghe . E' 
sepolcrale il sesto bassorilievo : ed il settimo , a giu- 
dizio del sig. Orti, rappresenta la tomba di un caccia- 
tore . Prima di dire delle statue, dobbiamo notare che 
quasi tutti questi bassorilievi derivano dalla celebre 
collezione Molin di Venezia . 

Delle tre statue, una rappresenta Diana , le cui 
braccia e testa son moderno restauro ; le altre due, 
M. x\urelio e L. Vero velali in atto di sacrificare. 
Siamo certi che gli originali di questi due pregevolis- 
simi monumenti , che provengon pure dal museo Mo- 
lin , somiglino i noti ritratti dei due imperatori piCi 
assai che le incisioni . Dei cinque frammenti riuniti 
nella tav. Vili, uno rappresenta una donna isiaca , 
uno è frammento di statua acefala con ricco pallio; 
nel terzo e un guerriero che conficca 1' asta nel pet- 
to di un uomo nudo e cinto il capo di regia ben- 
da , nel quale il sig. Orti vorrebbe riconoscer la mor- 
te di Priamo ; il quarto è in porfido , e vi sono scul- 
te tre teste , una delle quali con cimiero ; ed il quin- 
to è un frammento di colonna trionfale . 

Venendo ora alle antiche iscrizioni , esse sono in 
numero di trenta, tutte latine, quasi tutte per lo in- 
nanzi già cognite , meno cioè due frammenti , una se- 
polcrale di L. ^evio Giustino , ed una in cui si leg- 
ge I. O. M. SAGRVM e porta sculto al di sotto un 
maiale . II sig. Orti nello illustrare queste lapidi , di- 
ligentemente scrive dei seviri ; dei quadrumviri a ren- 
der ragione , ed edilizi i di una Venere anadioraene , 



Archeologia ^2i> 

e corregge il Mattei che male aveva dato un marmo de- 
l'a. 1134 dell'E. V. Non piacérà però agli amatori di 
questi studi, che egli fra tanti monumenti d'indubbia fe- 
de abbia frammischiate due lapidi apertamente false 
( N. 4 18 ) , eda lui riconosciute per tali : come for- 
s'anche è falsa quella al N. 3 . Termina questo bel la- 
voro con la descrizione di un capitello corintio , che 
insieme a sei lapidi , e alla ricordata Venere anadiorae- 
ue , vedesi inciso nella Tav. IX. 

IV. Sopra urC antica lapida inedita scoperta in 
Giulio Carnico capitale della colonia Forogiu- 
lio , lettera del Conte Girolamo Jsquini al 
doti. Gio. Labus . Milano , dalla ditta Bon- 
fantl I834. in 8" di facce 14- 

JLia inedita Iscrizione, intorno la quale si aggira que- 
sta elegante letterina , è la seguente ••— EX . INOVL- 
GENTIA = SACliA . DOM- N. INVICTI = IMP. M. 
AVR. ALEXAND. AVG. = MAGELLVM . RESTI- 
TVM = CVRANTE . FALERIO . FALERIANO -- 
Nola l'A. illustre la rarità di essa , perchè ci fa sape- 
re che in Giulio Carnico era una piazza o mercato 
(MAGELLVM) destinalo alla vendita di tutti i comme- 
stibili necessari al vitto umano : rimarca l'autorizzazio- 
ne ottenuta per restaurarlo dall'imperatore M. Aurelio 
Alessandro , che questo indica la frase EX INDVL- 
GENTIA SACRA : e non lascia di osservare che le me- 
morie della gente Faler'm non sono comuni nell'antica 
epigrafia. Alle tre lapidi veronesi che egli riporta, non 
gli dispiaccia aggiungerne due muratoriane ( p. 1355, 
1563 ), ed un' altra veronese da poco tempo pubbli- 
cata dal eh. Orti ( Antica lapide inedita illustrata ec, 
f^erona 1834. 8° ). Che se tanti esempi noa ci pcrsua- 



126 Letteratura 

dessero che la gente Falena fu senza dubbio in Vero- 
na e ne' contornì , avremmo quasi amato di leggere 
VALERIO VALERIANO neirultima riga del marmo : 
perchè dappoi che Claudio ebbe introdotto nel latino 
alfabeto il digamma eolico j; , furonvi alcuni che usa- 
rono la F invece della V (Passerazio, De litter. inter se 
cognat. p. 69 ) , ed in un marmo d' Inghilterra fra 
gli altri si ha COH. I. FARDVL per VARDVLoruw» 
( Dutens, ExpUcat. de quel, medail. grec.p. ii2). 

Noi , per il vantaggio della scienza, facciamo fer- 
vidi voti affinchè sia pubblicata la raccolta intiera del- 
le iscrizioni carni-forogiuliesi in numero maggiore del- 
le cento e trenta che il nobile sig. conte Asquini ha 
comentate e trascritte nella stessa forma e figura degli 
originali tuttora esistenti , onde poterne eseguire la 
pubblicazione in litografia. Se a fortuna questi nostri 
fogli giungono alle mani di lui , Io preghiamo a riflet- 
tere , che se l'antiquaria ha fatto a' dì nostri tanti e si 
felici progressi , ciò fusi per la munificenza dei prin- 
cipi che la incoraggiarono , si per lo stuolo degli erudi- 
ti che la ridussero a scienza , sì insieme per l'amore che 
utilmente posero i grandi nel procurare la conservazione 
di que'monumenti, che ci presentano allo sguardo ì fatti, 
i detti, i costumi degli antichi popoli. Egli, il sig. con- 
te , che merita essere ricordato fra i secondi e fra i ter- 
zi, non deve più oltre defraudare la repul)biica b ttcìa» 
ria di quanto ha operato per la conservazione e per la il- 
lustrazione dei monumenti letterati di Giulio Gamico. 

V. Sopra un antica moneta di Lodi , lettera del 
prof, yittorio Aldini al i/g. cav. Gio. Tamas~ 
sia. Faina presso Tasi loòo , iti 8" di facce 20. 



A 



bbenchè si conoscesse che Federico Barbarossa ^ 
dopo avere distrutta Milano , colmasse de' privilegi lol- 



Archeologia ^27 

li a quella repubblica la citta di Lodi ed altre a lui 
fedeli , pure seaibrava clic mancato fosse a Lodi quel- 
Jo di batter propria moneta , si perchè ninna ancora 
ad essa spettante ne era tornata a luce , si perchè nelle 
carte de'hassi tempi mai non si faceva menzione di mone- 
te lodigiane. Ma questi argomenti non potevano reggere 
rimpetto alla testimonianza di un celebre scrittore del 
secolo XV, Tristano Calco: il quale nella sua storia mi- 
lanese ebbe scritto, come l' iraperator Federico nel 1239 
Laudetn reversus , iits ciulendae monetae civitati ipsae 
concessit , L' asserzione dello storico viene ora conva- 
lidata dal fatto ; perchè il eh. sig. professor Aldini tro- 
vò in Brescia una moneta autonoma di Lodi in argen- 
to , avente dall'una parte nel giro le parole IMPERA- 
TOR F. piecedute da una croce , e nel mezzo SGS. B , 
dall'altra LAVDENSIS , e nel mezzo una croce equila- 
tera. La F. debbesi senza dubbio interpretare Federi- 
cus , come le altre lettere SCS. B. Sanctus Bassianus 
protettore principale di Lodi. Quanto alla voce LAV- 
DENSIS può egualmente riferirsi al santo e sottointen- 
dersi civitas moneta'.mdi al sig. Aldini piace più riferirla 
a Federico, e credere che i lodigiani intendessero ono- 
rare r imperatore con quel patronimico . Del che si 
ha altro esempio in una moneta di Como , nella quale 
Federico II imperatore dicesi per riconoscenza di quel- 
la citta Cumanus io luogo di Comensis. Chiude poi l'a. 
questa lettera con alcune osservazioni intorno al nome 
soldo , e valore spendereccio di questa nuova moneta: 
e benché questo lavoro sia molto breve , pur facilmen- 
te conosce ognuno che è parto dì un maestro in tali 
studi. 

C. C. 



128 



INTORNO i; ESILIO DI DANTE 

Canto di Francesco Papalini . 

Jl chiarissimo professore Salvatore Betti^ 

Serafino d'Altemps. 

V^ualunque italiano , che abbia caldo ranimo di vero 
amor per la patria , non dee fluir giammai di pro- 
mulgare quel grande onore , che le deriva dal mi" 
glior lume de poeti : e però si reputa veramente italia- 
no ed eletto studio quello durato nella divina comme- 
dia , dove ritrovasi la più sublime estetica della patria 
letteratura: ed informarsi di quello stile è come un ve- 
stirsi di un raggio del sole. Questo fu sempre il degno 
e forte pensiero eloquentemente da voi tante volte ma- 
nifestato , e questo il chiovo da voi così spesso riba- 
dito : ed io vedo nell' inondamento di quisquilie poe- 
tiche , e nelle dispute continue di avversi stili , che 
quale romantico appellano e quale classico , per nul- 
la connettendosi i rapporti, e scambiandosi vitupere- 
voli ed effervescenti villanie, vedo i soli imitatori dell' 
infallibile maestro andar salvi e famosi nel processo del- 
le italiane lettere . Io gli ho per simili a quella poe- 
tica fonte di Aretusa , che limpide sompre nel mare si- 
ciliano conserva le acque . Così fra' pochi giovani, che 
sanno, e che mantengono in molto onore l'Italia nostra, 
io debbo per mio giudizio annumerare Francesco Papali- 
ni: imperocché non si stanca egli di dare opera allo stu- 
dio del beato trecento , e sequestrandosi dalla schiera 
de'nuovi corrompitori, tutto pone l'ardente animo a con- 
eigliarsi e giovarsi di colui. 

Che sovra gU altri come aquila vola. 



Canto del Papalini i29 

E , per ciò che a me pare , posso ben lodar- 
lo di quella unita, che sola opera alla vera forbiezza 
dello siile. Ove perviene l'ini^ordigia di quelli, che van 
ricercando in più dissidiosi volumi , e che pel detto di 
Lucrezio 

Floriferis ut apes in saltihus omnia libant ? 
A scurrilità senza ragione, a disordine perpetuo. Ed in- 
fine che ne riesce ? un vestimento da pahduro , un la- 
voro da tarsia , per usar la frase di Paolo Gusl.i. Erano 
poco felici quegli attici artisti , che ritraevano il ca- 
po di Mirone , il braccio di Presitele, il petto di 
Policleto : felici coloro che studiavano sul Giove di 
Fidia. Nelle forme platoniche di una inconcussa verità, 
non fra le azzardose idee per le quali soventi volte sfog- 
gia la corrotta esagerazione , è l'ordine letterario e ci- 
vile , è la vera applicazione de' simboli poetici: e colla 
scorta di questo dantesco ed unico studio il Papalini me- 
desimo ha già forimto un patrimonio di stile niti- 
do e regolare, non lussuriosamente artificioso, ma tutto 
composto di verità : cosicché del ricordo di Seneca nel- 
l'epistola 00 molto bene egli si prevalse: Stude ut non 
plus aliis scias, sed scias melius. Io potrei riferirvi mol- 
te cose di lui , che a grado vi tornerebbero , perchè 
erede voi di quell'affetto , del quale pienissimo era 1' 
animo del Perticari , con eguale saggezza ed opero- 
sità instancabile al bene degli studi intendete, a castiga- 
re di biasimo alcune mende, ad incoraggiare di lode le 
meritevoli opere :e di vostre lodi sono desidero;! i buo- 
ni ingegni d'Italia. A prò di quanto vi dico vnlj^aoii un 
brano di quella cantica, che egli intitolava sili' ff.?///o 
di Dante, escita co' tipi del Paccasassi, per ce! j!)ta- 
re le nozze del marchese Pompeo Azzolino da Formo , 
e della marchesa Emilia Rinuccini da Firenze. Scrisse 
di Dante, perchè lo sposo pubblicato aveva alcuni pen- 
sieri poco prima su quel divioio in un libretto auplau- 
G.A.T.XLIX 



130 Lettkratura 

dito in Italia , e caro ad ogni gentile e savia persona, 
e pere Ile la sposa trovar doveva motivo di compiacenza 
nell'argomento del suo miglior concittadino. E il bra- 
no è questo : 

E dice seguitando la tua pietà , 

Per cui versa di pianto un largo fiume , 

E mostra quel che ti potria far lieta. 
Torna a sudare nel magno volume , 

A cui la terra e il cielo porrà mano , 

E sarà de' poeti onore e lume . 
Esulando così compie V arcano 

Messagio , a cui quaggiù raandollo Iddio : 

Ei sarà luce all'intelletto umano. 
E qual uom , cui fu scemo ogni desio , 

Tranne l'amore per il dolce loco 

D'onde infelice e povero partio , 
Tale egli va pien d'amoroso foco 

Per questo suol , la cui virtude io veggio 

,, Venire a corruzione e durar poco . „ 
Egli e tra' monti : la romito seggio 

Ha caritade umana , amor del cielo , 

Che fugge il fango d'ogni male e peggio. 
Uom venerando per antico pelo 

Sta sulla porta , e la rugosa fronte 

Pare infocata di celeste zelo. 
E' queto il loco , e soltanto dal monte 

In fra le querce spira un venticello 

A cui armonizza il sussurrìo di un fonte. 
Sosta il poeta anzi il pietoso ostello , 

E sta sì muto , che sol perchè spira 

Vivo il credi e non opra di scarpello. 
II veglio onesto attento lo rimira, 

E volto ad esso dice : Che richiedi ? 

Questi : Pace ; risponde , e poi sospira. 



Canto del PapaUni 131 

Quindi ripiglia : Io quassù volsi i piedi 
Perchè vogìi mandar la mia canzone 
A quel perchè a sperare ancor mi diedi . 

Cola tra Feltro e Feltro è sua nazione » 
Dice ; e un volume della Commedia 
In fra le mani al veglio santo ei pone . 

Poscia si volge, e riprendendo via 
Pietosamente mira all' umil valle 
U sempre è pugna miseranda e ria : 

Fraterna pugna , a cui volge le spalle 

Con infamia ; e se pugni ? Oh di peccati 
Nelle civiche guerre è pieno il calle ! 

Ei guarda sospirando : ai dì beati 

Torna la mente , e i di presenti e tristi 
Vanno ognor più per esso lagrimati . 

Ei mira ancora : ma covìen si attristi 

Maggiormente nell' alma : egli è cruccioso 
Veggendo per qual via poter si acquisti . 

E ritorce lo sguardo ; e in se pensoso 

Di tanto mal che opprime Italia, ei move 
A Busone , che stanzia il colle ombroso . 

Se il vestro giudizio acconsente alle mie parole, 
com* io non dubito, potrò recare questo benefico esera - 
pio fra coloro , che , invaniti per basso consiglio , i 
rovesciati e falsi idoli incensano, o che infetti di al- 
quanta misoponia , confidenti nell' acerbezza del pro- 
prio ingegno , e rinnovatori di arditi neologismi, vo- 
gliono emanciparsi presto !a giovane fantasia dal di- 
vino maestro ; e dirò e ridirò al sig. Papalini : 

Tanto ti priego più , gentile spirto , 
Non lasciar la magnanima tua impresa: 

e dirò e ridirò a voi: Le vostre speranze, o chiarissi 

9^ 



132 Letteratura 

sinio Betti , non falliscono ; di questa maniera Dante 
è pur nel cuore de' buoni. 
Statevi sano 

Di Fermo a' 27 di settembre i83G. 

Alla Provvidenza . Inno di Caterina Franceschi 
Ferrucci . 



Oono corsi già sette anni da die questo inno fu da- 
to alle stampe in Bologna , e poi ristampato in Pesa- 
ro e altrove. Il eh. professore Giuseppe Ignazio Mon- 
tanari , nostro egregio collaboratore , allorché ne fece 
parola ( t. XLV p. 255 ) lo chiamò componimento 
gentile^ elegante^ sublime ; e ne riferì alcuni versi , i 
quali neir animo de' nostri lettori ingenerarono deside- 
rio di averlo tutto intiero ad abbellimento e a decoro 
di queste carte. Al quale desiderio ho io diliberalo di 
satisfare, mosso altresì dalla voce del cuor mio, la 
quale da lungo tempo mi chiede che io abbia a dare 
pubblica testimonianza del grande onore in che ho l'au- 
trice dell' inno : donna maravigliosa , che mai non vi- 
di , ma , non veduta , ebbi cara per le belle sue ope- 
re , e per la rinomanza che ne acquistò . Veramente 
può dirsi che niuna altra lei vinca o scrivendo prose 
o poetando , e che sia da [lorre tra le prime in quel- 
la bennata schiera di leggiadre donne, a c^« «e/ cwore, 
com' ella dice , la Provvidenza 

Pose teneri sensi e pietà vera . 

Ah voglia la Provvidenza , della quale sì altamente 



Inno alla Provvidenza 433 

Ila ragionato , voglia ridonarla a questa nostra e sua 
Italia coi cari figliuoletti e col diletto consorte , uo- 
mo dottissimo delle due lingue italiche , la moderna e 
l'antica! Questa patria terra è il sospiro di lei, che 
dopo averne in quest' inno lodate le bellezze, cosi con 
puro affetto diceva : 

Ond' io non mai rimiro a questo adorno 
Bellissimo paese, che non gridi : 
Tre volte e quattro benedetto il giorno 

In cui da prima qui la luce io vidi ! 
Benedetto Colui che tante e rare 
Meraviglie dispensa in questi lidi ! 

I voli comuni sì adempieranno : ella non avrà spera- 
to invano in quella divina Provvidenza , che chiama 
ministra di ogni dolcezza, 

E dalla cui bontà largo deriva 
Ogni conforto tra l'umana gente. 
Che in lei sperando sua virtìi ravviva . 

Nella cara terra natale ed ella e il consorte vedranno 
crescere alla religione , alla virtù , all' amore delle pa- 
trie leggi la loro dolcissima famigliuola. E che altro 
può con maggiore forza di affetto desiderare una ma- 
dre ? E che altri furono i suoi pensieri quando la 
Provvidenza , or si compie il settimo anno , la fece 
lieta del primo frutto d' amore? Ella, rivolta al suo Dio, 
innalzò questo priego in mezzo al pianto dicendo : 

Deh! volgi al caro figliuoletto mio 

Ognor pietoso il guardo , e a lui nel core 
Ginscrv.";. intatto il bel candor natio. 



434 Letteratura 

Senno gì' inspira , e di giustizia amore , 

De' santi beni tuoi fallo bealo , 

Donagli pace sino all' ultirn' ore . 
Deb ! fa' cbe lieto , e di virtute ornato 

Crescer negli anni e nel saver lo miri ; 

E a me concedi che l' estremo fiato 
Tra le sue labbra dolcemente io spiri . 

Ma cbe fo io ? Non mi sovviene della impromessa di 
voler dare non a brani, ma tutto intero questo aureo 
componimento ? Allorché si hanno fra mano cose che 
c'innamorano, pare che non soppiamo distaccarcene: e 
senza che ce ne avvediamo passa il tempo 

„ Slagula dum capti circumvectamur amore. „ 

L. BlOHDI . 

ALLA PROVVIDENZA 

INNO 



O 



r cbe a* tepidi soli e all'aura molle 
Spuntan l'erbette e gli odorati fiori , 
E ride il prato , e già verdeggia il colle: 

Or che il fiume tranquillo i freschi umori 
Manda ai campì assetati , e in suon giocondo 
Rinnovellan gli augelli i dolci amori ; 

Io levo il canto a te , sommo e profondo 
Consiglio immenso della mente eterna , 
Ch'empi di tante meraviglie il mondo. 

Quello spirto se' tu , ch'entro s'interna 
In ogni parte alla terrestre mole , 
E l'informa, eia muove , e la governa. 



Inno alla. Provvidenza 135 

Come i varii color vengon dal sole , 

Come dal succo , die la terra avviva , 

Nascon le rose , i gigli e le viole , 
Tal dalla tua bontà largo deriva 

Ogni conforto tra l'umana gente , 

Che in te sperando sua virlij ravviva. 
E certo è sol da te falla possente 

Incontro ai colpi di avversa fortuna 

Quell'amorosa giovine dolente 
Che le chiome dìsciolta , in veste bruna , 

Estinto piange lo sposo diletto , 

E senza lui non ha piìi gioia alcuna. 
Ahi lassa! rimembrando il dolce aspetto, 

Le passate alJegrezze , e il casto amore, 

Si crudo affanno le trabocca in petto , 
Che stanca , e vinta dal troppo dolore 

Tosto morrìa , se tu di lei pietosa 

Santi conforti non le dessi al core. 
Onde qual fanciullin, che all'amorosa 

Madre nel duol ricorre , in te confida , 

A te fa prieghi ogni anima dogliosa. 
E il villanello, allor che il seme afTina 

Alle spezzate zolle, in tua bontade 

Pon sua speranza , e a te si volge e grida: 
Danne , padre del cìel , fresche rugiade , 

Danne placidi venti , e piogge amiche : 

Questi campi proteggi e queste biade. 
Ne priega indarno ; che alle sue fatiche 

Il solcato terren largo risponde , 

E messe innalza di mature spiche. 
Cara vaghezza di frutti e di fronde , 

Ciel sereno , bel sole , e chiare stelle , 

Acque fresche, aure molli, e in mezzo all'onde 
Mille pesci natanti, e varice snelle 

Famiglie di animali e di augellelti , 

Arbori , fiori ed altro cose belle 



136 Lettf:ratura 

Tu benigna ne doni , e lu ne' pelli 
Gentili spiri a consolar la vita 
D'amor casto e pudico i dolci affetti. 

La nella terra sol da se fiorita 

Era l'antico padre , onde la gente 
Immensa de' mortali e tutta uscita. 

E benché intorno a lui soavemente 
Bidesse l'universo , entro del seno 
Senlia desir , che lo facea dolente. 

E al segreto dolor lassando il freno : 
Perchè meco non è , dicea , chi miri 
Questo bel suolo , e questo ciel sereno ? 

Non veggo alcun , per quanto il guardo giri , 
Che me somigli , nullo a me risponde , 
Né m' ascolta , perch' io pianga o sospiri 

Eppur vegg'io tra quelle verdi fronde 
La lortorella presso al suo compagno : 
Erbe tra lor simili han queste sponde : 

1 muti pesci in quel tranquillo slagno 
Vanno in frotta guizzando ^ e solo intanto 
Tra gli animali io qui vivo , e mi lagno. 

Cosi dicea ; tu a consolarlo , o santo 
Spirto del mondo , una pudica e bella 
Vergi a vestisti del terreno ammanto. 

E a lei donasti nell'eia novella 

Occhi bei , belle gote , e belle ciglia , 
Dolce il sorriso , e dolce la favella. 

E le dicesti : Va , rallegra , o figlia , 
Colui che piange , e della terra intera 
Sii tu primo diletto e meraviglia. 

Abbia principio in te bennata schiera 
D'altre donne leggiadre , a cui nel core 
Porrò teneri sensi e pietà vera, 

Per lor le genti accese in casto ardore 
Fia che apprendan virtute e gentilezza , 
E sacro il nome di vena d'amore. 



\ 



Inno alla Provvidenza JZH 

Salve , ministra a noi d'ogni dolcezza ; 
Chi degnamente qui potria lodarle ? 
Chi levar rintelletto a tanta altezza ? 

Tu del vasto universo in ogni parte 
Segni tua luce , e alle diverse genti 
Diversi beni tua bontà comparte. 

Però ne' climi dove il sol più ardenti 
Saetta i raggi , perchè a piombo cade , 
Spargi conforto di benigni venti, 

Piovi roride stille , e lievi e rade 
Torni l'aure vitali , onde beate 
Sono e liete per te quelle contrade. 

Tu pietosa soccorri alle gelate 

Terre del polo , e allor ch'ivi disleride 
Notte l'ombre più. fosche , d'infocate 

Strisce di luce il ciel per te s'accende , 
Onde or fiammeggia di sanguigni lampi , 
Ora in porpora brilla , o in oro splende. 

Ma più che altrove ne' felici campi 
Di questa a te diletta itala terra 
L'orme di tua possanza eterne stampi. 

Questo è il vago giardin , che in se rinserra 
Mille bellezze ad altre genti ascose ; 
Qui a noi natura liberal disserra 

I suoi tesori , qui solvette ombrose , 
Limpidi fiumi , vivi laghi , e intorno 
Grata soavità di gigli e rose. 

Oud'io non mai rimiro a questo adorno 
Bellissimo paese , che non gridi : 
Tre volte e quattro benedetto il giorno , 

In cui da prima qui la luce io vidi ! 
Benedetto Colui , che tante e rare 
Meraviglie dispensa in questi lidi ! 

A te , gran Dio , la terra , il cielo , il mare 
Risuona inni di lode : in ogni canto 
Narr^ tua gloria quaato al mondo appare. 



138 tfifTERATlJRA 

E anch' io sollevo a te devota il canto , 
E sovra V ali del caldo disio 
Questo priego t' innalzo in mezzo al pianto: 

Deh ! volgi al caro figliuoletto mio 

Ognor pietoso il guardo , e a lui nel core 
Conserva intatto il bel candor natio . 

Senno gì' inspira , e di giustizia amore , 
De' santi beni tuoi fallo beato , 
Donagli pace insino all' ultira' ore . 

Dell ! fa' che lieto , e di virtute ornato 
Crescer negli anni e nel saver lo miri : 
E a me concedi , che 1' estremo fiato 

Tra le sue labbra dolcemente io spiri -. 



Discorso letto da Giuseppe Ignazio Montanari 
nella sala del palazzo municipale di Pesaro in oc~ 
casione di premi distribuiti nel 1835. 



Al chiarissimo signor abate 
DON SEVERINO FABRIANI 

INSITUTORE INDEFESSO Du' SORDO-MuTI IN MODENA : 

Amico carissimo 

(Quando io lessi quella vostra bella memoria sul de- 
bito che hanno le scienze , le arti e le lettere agli ec- 
clesiastici , sì del vostro lavoro e della vostra dottrina 
mi compiacqui che nulla pia. E perchè mi sapevano 
non so se piìi vere o utili le cose da voi recate , e w* 



DlSCOnSo DEL MONTANAUI 13r) 

purea che quelVarg omento vostro dovesse fruttar be- 
ne neir animo de' giovani , tenni il molto da voi detto 
raccorre in brevi parole , e aggiungendovi alcun' altra, 
cosa che allo scopo mio con venisse, farne soggetto di 
un discorso morale. Il mio pensiero di leggieri tornò in 
fatto : e quindi gettata in carta una breve orazioncella, 
volli leggerla alla gioventà studiosa di Pesaro nel gior. 
no degli annuali premi distribuiti neH 835. Ora sen- 
brandomi che il darla a luce contenterebbe molti ch^ 
me ne richiesero copia , e che mi consigliarono a far- 
la di pubblica ragione, ho risoluto pubblicarla. Ma tor- 
nandomi a mente che ella è cosa pia vostra che mia 
ho voluto che abbia in fronte il vostro nome, onde 
se onore alcuno di ciò venir puote , sia vostro- che 
a me solo basta il titolo di grato e riconoscente. 

accogliete adunque la tenue mia fatica , e non 
mirate in essa che alVanìmo del donatore 

Di Pesaro a* 30 di dicembre 1836. 

Vostro Affmo Amico 
Giuseppe Ignazio Montanari 



ridete itaque , fratres, quomodo cauti 
ambuletis -, non quasi insipientes , sed 
ut sapientes redimentes tempus. . . . 
Paulus ad Ephes. F. i5. i6. 

A 

■il. chi non abbia mai visto qiiol gran plano che è il 
mare , e non sappia come l'apparir degli astri , e il vol- 
tar della luna lo governino, strana maraviglia è sul pri- 



2^0 Letteratura 

mo presentarsi al lido veder l'onde piacevolmente rlspìa- 
nate, o a fiore a fiore increspate da gentile venticello, e 
non iscorgere poi , per quanto aggiri l'occliio , naviceU 
lo che voghi , vela che distenda all'aure l'ampio suo se- 
no : conciossiacchè quella faccia di mare tranquillo gli 
accusi d'Inerzia o di viltà i nocchieri , che non sanno 
cogliere il destro , gittursi ai remi, e a voga arrancata 
percorrere dall' uno all'altro lido. Ma ben esce d'ingan- 
no se nel giro di poche ore di nuovo s'affacci , e veda 
tutto andar sossonra il mare , e ì flutti correre spumeg- 
giando a flagollaro le sponde , i venti rotti a battagliai 
"far di quel piano q valli e monti, e lutto insieme paurosa 
rd invincibile tempesta. E ben allora gli sembra pruden- 
za ciò che prima gli seppe villa, e impara che mal si affi- 
da chi inesperfo si commette a quelle onde fortunose. 
Non altrimenti che a costui suole avvenire a quanti 
senza buona scorta si affidano a false dottrine ; e mezzo 
dotti , anzi poco meno che indotti , del tutto si abban- 
donano alle apparenze: e dispetfando come vieta l'antica 
sapienza , tutto par loro sapere, sol che ridano ciò che 
fu venerato dai padri nostri. Quindi poi nascono pen- 
timenti , e mine , e vergogna d'inescusablle fallo , e gra- 
vezza di necessaria penitenza. Ed oggi che nuH'altrosi 
cerca, che eludere con vanita di nomi, con falsa mostra 
d*oltrecotate virtù spogliare ogni ombra di virtù vera , 
e col nome di filosofia sulle labbra, porre in petto a'gio- 
vani disamor di patria, e di religione, oggi a debito sa- 
cro mi reputo mostrarvi quanto siano farnetici e stolti co- 
desti nuovi tnaestri. Infatti oggi e per libri e per favellare 
di molti si grida la religione nemica di sapere, i religiosi 
promulgatori di pregiudizi, e spargitori d' ignoranza; e 
millantano la religione di Cristo a sostenersi non avere 
migliori colonne che la grossezza dei popoli fatti ciechi 
ad ogni lume di sapere. Tanto può la menzog^na, quando 
sa allettar le passioni , e lusingandole farle prendere il 



Discorso del Montanari 241 

freno cui la scia ragioue dovrebbe correggere! Imper- 
ciocché la religione di Ciisto divina in se , divina per 
lo divino suo autore , non può essere fondata sopra pria- 
cipj di contraddizione. Ella è legge di capienza che con- 
duce a vera civiltà: ella è principio di beatitudine. E 
quindi linimortale Bacone senf iiziò nel deciraosesto de* 
suoi di.s'-orsi , lieve tinta di filosofia potere inchinare 
all'ateismo, profonda scienza di filosofìa condurre diritta- 
mente alia religione. Poiciiè i novelli filosofisi i s'acque- 
tano alla conoscenza di secondarie cagioni , tiè sì dan- 
no pensiero d'andar più oltre; ma que' che scnlono in- 
nanzi , e mirano sino al fondo , avanzando dalle secon- 
darie cagioni , alla prima si spingono, e riverenti l'ado- 
rano. In fatto se negate questa prima cagione , a^ete fat- 
to deU'uorao l'essere più abbietto, e nulla è quei sa- 
pere suo slesso che vanta , nulla grandezza d'anima o 
sforzo di virili . Se dunque la religione è principio di 
sapere , come può portarsi in pace l'accusa che tutto 
il giorno le si da di spargere tenebre anzi che luce ? Ben 
e cieco dell'intelletto colui che a ciò presta fede , anzi 
corta veduta ha, se non iscorge che la santa religione 
di Cristo è madre di vero sapere , si che senza tale scor- 
ta sicura gli uomini sarebbero poco meno che bruti. 
Ma poiché mostrare per via di disputazione ì vantaggi 
che di lei sono nati all'uraan genere sarebbe lungo e di- 
sagevole , io mi terrò alla storia de' fatti e mostrerò che 
alla sola religione, a' soli suoi ministri noi dobbiamo , 
se la barbarie non ha prevalso, se la filosofia, le lettere, 
le arti hanno vigor di vita, se la civiltà ha resi più miti 
i costumi. Io vi giuro, miei giovani, per la vostra e per 
la mia vita, che non altro a questo argomento mi ha 
tratto che desiderio di camparvi alle frodi della falsa 
filosofia , e quindi a pericoli gravi e assai paurosi : e 
però spogliata la gravita del nobile mio ufficio, a voi 
figliuoli come padre non come maestro io ragiono. Be- 



343 Lett eratura 

Dedica Iddio alle noi^tie intenz-ioni! Egli ci ponga le 
parole sul labbro , e voi scrivetele nel fondo del cuore. 

L'immensa mole del romano imperio cominciava a 
vacillare , e a poco a poco veniva mancando e sceman- 
do di forze : la gloria del secolo d'Augusto era cadu- 
ta a fondo : le guerre e Je stragi devastavano, diserta- 
vano la terra, e spogliatt le nazioni del migliore lor ner- 
VOi, le lasciavano preda ai barbari , che di settentrione 
getlavansi ad imbarbarire tutto dov'essi giungevano . La 
filosofia abbandonata dagli uomini si avvolgeva in densis- 
simo velo, e ramingando or quinci or quindi, minacciava 
risalire al suo primo nido e rifugiarsi nel grembo di Dio, 
onde prima si era dipartita. Suono di uniforme favella non 
pili si udiva , non arti, non scienze restavano: sola arte 
rimasa era , V arte di distruggere e di dar morte. Ora 
chi assicurava all'uomo l'essere suo sublime , chi lo di- 
fendeva , altro che i romani pontefici , e pochi eccle- 
siastici ? I romani pontefici accorrevano , e riparava- 
no ai danni , disseminavano scuole, mettevano per ogni 
dove maestri , maestri essi stessi si facevano ai popoli. 
S. Leone magno, e S. Gregorio pur egli magno, quan- 
to noQ fecero , quanto non si adoperarono essi ? 
Eugenio II ordinava nel concilio romano celebralo 
nel 826 , che si aprissero in ogni episcopio , e 
ovunque mettesse bene , scuole di lettere , d' arti , di 
dogma : e quel decreto era richiamato dal IV Leone. 
Silvestro II, non men grande e santo che vero filoso- 
fo, esortando, stimolando, comandando, nella Fran- 
cia, nell'Italia, nella Germania disseminava a larga ma- 
no pubbliche scuole : e san Gregorio VII decreta- 
va che le chiese stesse, che a'sacri misteri servivano, si 
aprissero alle arti e alle lettere. E a che mi dilunghe- 
rò io più oltre nelle lodi de' romani pontefici ? Basle- 
fk certo che io dica, che essi furono custodi della re- 
ligione , e la religione fu scudo ad ogni guisa di Luo- 



Discohso DEL Montanari 243 

ni studi e di filosofia. All'esempio del successole di Pie- 
tro si componevano gli altri che esercitavano T aposto- 
lato : e quindi santo Avito , san Cesareo , Santo Eleute- 
rio , San Cipriano, San Germano , San Niceto , San 
Remigio. Che dirò io di voi , lumi di santità e di sa- 
pere , Ambrogio , Agostino , Girolamo , Damaso , e di 
te spezialmente che avesti nome dalla tua ricca favel- 
la, Pier Crisologo, onor dal cielo, onor dei mondo, sin- 
golarissimo vanto della mia Emilia ? Che ti' Isidoro , 
di Beda , di Paolo Diacono , e di qual Cassiodoro, per 
cui i barbari divennero più che umani? Wè vi credia- 
te che questi nomi io trascelga , o signori : così li scri- 
vo come il cuor mi detta : e il cuor si attiene al nome 
di quelli che piiì ama , e ne altra ragione vi è di por- 
li prima , se non che son primi ad essermi cari. Mil- 
le e mille altri io mi passo , cui pure venero , cui 
pure tutti ci leniam debitori. Ma per passarmi di mol- 
ti , noa mi paté l'animo di non nominare que' beneme- 
riti monaci , che in mezzo agli esercizi della piii sin- 
cera santità , si ebbero a petto principalmente l'onore 
della sapienza . I monasteri di Farfa, di Fulda, di Monte 
Cassino , di Camaldoli , furono seminari feracissimi 
d'ogiii dottrina , e di santità. Ivi si conservò quanto 
ci lasciarono gli antichi maestri , e senza l'opera di que* 
venerandi uomini tutto sarebbe deperito , e noi neppu- 
re potremmo ora compiangerci della perdita , o allegrar- 
ci della memoria di quel che fummo. Cassiadoro, il piiì 
grande fra gli uomini della sua etk, il più benemeri- 
to fra quanti fondarono ordini , soprattutto inculcava 
a* suoi monaci , che di nulla più si dessero briga 
che del trascrivere codici, del conservare antichi raonur, 
menti . Oh sacri asili , io a voi mi prostro , e ringra-^ 
ziando vi benedico ! Oh padri d'ogni umana civiltà , 
ben h reo colui che a voi non si confessa debitore e de- 
voto! Certo se la religione cristiana avesse amato le te- 
nebre , qua! cosa meglio avrebbe a suo prò operato , 



244 LETTERATtRA 

che lasciar tutto allt:». fiamme , alle ruine, all'obblivio- 
ne ? Ma viva Dio , ella r iposa fra gli splendori della sa- 
pienza , e la sua mano non accieca , ma illuraìna. Quin- 
di è che io usando di nuovo le parole dell'immortale 
Bacone nel primo della sua opera de angmentis scìentia- 
rum , dirò che la sola chiesa cristiana tra le onde fortu- 
nose di popoli barbari , veggendo andar naufraghe le re- 
liquie dell'antico sapere , nel suo seno tutte le raccolse 
e dall'ultimo naufragio le campò. E più propriamente 
parlando dei monaci, concluderò col Gibbon , l'auto- 
rità del quale certo a niuno sapra di parziale: ,, Che la 
posterità deve riconoscere con gratitudine, che le instan- 
cabili penne de* monaci ci hanno conservato e mol- 
tiplicato i monumenti della greca e latina letteratura. „ 
Ne solo questo , ma d'ogni guisa di sapere , a tutto lor 
potere , e i pontefici e i monaci si resero benemeriti e 
ristoratori , in mezzo l'ignoranza e la ferocia di que' re- 
motissimi tempi , che barbari furono in vero , ma del- 
la loro barbarie partorirono ogni umanità. E perchè sia 
più agevole conoscere questo vero , discorriamo a volo 
di penna tutte le scienze e le arti . E cominciando dalla 
filosofia, vedremo papa Silvestro II, alta e filosofi- 
ca mente, ridestrarla e mantenerla in vita. Lanfranco , 
Odone ed Anselmo, rinvigorirla , ridurla a trattati ed' 
a metodo , sicché poi il divino ingegno di Tommaso' 
d'Aquino la mostrò si grande , sì bella , sì possente , 
da lasciarsi di gran lunga indietro quante v'ebbero un 
giorno scuole nella Grecia e nel Lazio. Cas&iodoro , S. 
Isidoro, Beda, Alcuiao che in migliori tempi, ai diif' 
del Brukero , sarìa stato una cima d' nomo , manten- 
nero in vita le matematiche. Adelardo goto voltò in la- 
tino Euclide, il Campano lo coramenlò; Ruggero Baco- 
ne , miracolo d' ingegno e di dottrina , pose quella 
matematica, da cui un giorno uscirebbero il Baron, 
il Wallis , il Newton . Egli avvivò V astronomia , 



Discorso del Montanari 145 

e tale la rese che il Sacrobosco pot^ avvisare gli er- 
rori del calendario giuliano . La fisica e la chimica 
non mancarono di coltivatori , e gloriosi e venerandi 
pur anco sono i nomi d'un Alessandro da Spira , il qua- 
le primo alla scorta di Ruggero Bacone seppe interrogar 
la natura , e strapparle di bocca utilissimi segreti. Fra- 
te Teodorico di Sassonia domenicano spiegò i fenome- 
ni dell'iride, prima assai che Cartesio, De Dom'nis e Ne- 
wton vi avessero posto la mente. Alberto magno fu il 
Varrone della sua età , e appresso lui tennero U campo 
nella chimica Basilio Valentino, che al dire del Boerhaave 
precorse di molte scoperte a que' che dopo lui vennero, 
ed ebbero per nuovo ciò che da lui prima era stato ve- 
duto. Raimondo Lullo che insegnò, uniche veraci guide 
in siffatti studi dover essere Tosservazione e l'esperienza. 
Furono pur monaci e cherici quelli che in eli si ferrea 
intesero alla medicina , e fu di loro fatiche fruito la 
celebrata scuola di Salerno. Teodorico restaurò la chi- 
rurgia , e 1' alto intelletto di Ruggero Bacone e a que- 
sta e a quella pose del pari la prepotente sua ma- 
no. Che dirò io della giurisprudenza, se il solo no- 
minarla richiama al pensiero i nomi de' Dionigi, de' 
Oraziani, degl' Incmari , dello speculatore Durante, e 
di quel santo Pietro Damiano, di cui e il Petrarca e 
l'Alighieri a gara ebbero tessuto il più solenne elogio? 
Per opera dei pontefici Leone e Gregorio magni non 
mancò dolcezza d'eloquenza : san Pier Damiano, san 
liernardo , san Bonaventura, presero colla gentile loro 
favella quc' cuori indomiti e li volsero a Dio, e special- 
mente Bernardo, le cui parole sono più dolci che mele. 
Il sacro foco della poesia fu conservato e a raii:;lior fi- 
ne ridotto dal suddiacono Aratore, da Venanzio Fortu- 
nato , da Paolo Diacono, e dal patriarca Paolino ne* 
primi secoli, e appresso da Teodulfo, llderico, Doniz- 
zone, e Lorenzo Diacono; ma soprattutto da Giovanni 
G.A.T.XUX. ^0 



1/i6 Letteratura 

Damasceno che colf oro della favella fece suo proprli 
il nome di Gio. Crisorea, e colla sublimila dei versi il 
nome di Gio. Poeta. La musica poi rinacque a nuova 
vita , e spirò maestà degna degli alti misteri della fede 
per opera del magno Gregorio. Il monaco Franconc in- 
segnò a notare in carta 1' alzare o l'ahhassar della vo- 
ce , e il monaco Guido aretino , testa veramente crea- 
trice , apprese a segnare fra svariate linee , e punti , 
ed accenti varietà di suoni e di voci. Ne ciò solo , ma 
accrebbe e ih salire a più gradi la scala musicale , creò 
strumenti, e primo fece della musica un'arte. La pit- 
tura , la scultura, l'arcliitettura tutte si ritrassero ne 
cenobi e ne'templi, e per mano de' soli ecclesiastici vide 
il mondo giganteggiar moli che basterebbero a molli e 
molti anni , scolpirsi marmi , effigiarsi bronzi , e ridere 
dì rozzi si, ma di veri colori le volte e le pareti di 
magnifiche basiliche. La geografia si slese , e l'arte nau- 
tica ebbe nuovo incremento e vigoria , quando alla voce 
del romano pontefice i monaci di S. Benedetto d'Ita- 
lia si tragittarono nella Bretagna per ricondurla all' 
ovile di Cristo , e si spinsero fino la dove forza d'eser- 
citi o volo d' aquila romana non trasse , e nuove ter- 
re e nuove genti scopersero , e si ebiie contezza di 
luoghi in prima ignoti. Non porrò qui i nomi di tut- 
ti , ne di tutte le terre da questi novelli apostoli sco- 
perte : e mi passerò dell' Ascellino, del Carpini, del 
Rubruquis, cui l'etk che vennero appre&so segnarono ac- 
canto al nome di Colombo, ti Americo , di Cook. Nella 
pace di cellelta romita un fraticello segnava in carta 
le prime mappe, che poi furono guida a mille ardimen- 
ti , e a sfidare i pericoli del mare , e gittarsi oltre il 
capo di Buona Speranza dapprima inaccessibile, sicché 
il solo nome mettesse nei naviganti paura, E cosi per 
mezzo di costui , valicati i mari , toccale nuove terre, 
falle , dirò quasi , sorgere fuori dell' onde nuove isa- 



Discorso del Montanari 147" 

le , più si distese il commercio : e se piià ebbe atìora- 
tori la religione , più ebbero fonti di ricchezze le na- 
zioni d'Europa. Tutlo questo , o signori , operarono in 
secoli veramente barbari , ma quanto bnrbari raaravi- 
gliosi i ministri delia religione, di quella religione, 
che or viene accusata di sostenitrice dell' ignoranza , 
nemica del commercio e della civiltà. Può darsi ingra- 
titudine più nera ? Ma perchè l'andarmi avvolgendo tra 
meraoiie di tempi si lontani e sì feroci , mi richiama 
oltre immagini dì sangue e di pianto , cui la sola re- 
ligione valse a tergere e rattemperare , io vengo a prin- 
cipii delle lettere ^ delle arti, e delle scienze in Ita- 
lia. Chi poneva sul labbro alle italiche muse il primo 
canto , e ridestava il suono di nuova favella , se noti 
il poverello d'Assisi , e l'altro da Todi.'* Chi dava ner- 
bo di eloquenza ai modi novelli , se non pochi figli del 
glorioso Gusmano ? Qual voce suonò sui porgami più 
g-rave , e in un più semplice, della voce del beato fra- 
ticello da Rivalla ? Ne io (fui mi terrò a discorrere co- 
me il Bembo, il Gasa , ed il gran Segneri levassero 
tant' alto 1' eloquenza italiana, da poter fronteggiare i 
più grandi oratori d'Atene e di Roma. Solo io accen- 
nerò che la religione spirò all'Alighieri il più subli- 
me concetto che mai formasse macchina dì divino poe- 
ma; al Tasso die ella sola materia si nobile, da levar- 
lo su tutti gli epici che furono e che saranno . E qui 
dovrei pur toccare come fu opera della religione il ri- 
sorgimento delle arti d' architettura , scultura e pitlu- 
ra , e come ella sola guidasse il pennello di Giotto e 
di Cimabuc, e avvivasse i colori sulle tavole del monaco 
Lorenzo, e del beato Giovanni da Fiesole. Nò preterire 
devrci i primi miracoli dello scarpello italiano , ne i 
primi maestri che insegnarono a guidar fabbriche no- 
bilmente ricche e maestose. E qui bella menzione dovrei 
pur fare di frate Giovanni , di fra Giovaani da Gìus- 

10 '^ 



148 Letteratura 

sano, di fra Andreolo de' Ferrari , che sedettero giu- 
dici delle questioni insorte per la fabbrica del duomo 
di Milano . Ma gli occhi miei corrono al tempio di 
S. Francesco di Rimini , e Ta mi additano quanto po- 
tesse il grande intelletto di Leon Battista Alberti ca- 
nonico fiorentino, ristoratore, anzi padre dell'architet- 
tura, e di quanti prodigi poi da essu operati si vide- 
ro in Roma e per tutta l' Italia . Altro e ben altro sa- 
rebbemi bello toccare a gloria della religione, e a con- 
fusione di coloro, che nemica delle arti e delle scien- 
ze amano diffamarla , se non mi bastasse dimandare a 
costoro da chi prese nome il piiì glorioso secolo del 
inondo cristiano. Certo da un pontefice , da Leone X. 
Or dirò io : se il secolo che illustrò l' Italia , il 
mondo , anzi il genere umano , fu opera d' un ponte- 
fice : se queir età beata, cui invano tutte le altre cer- 
carono comporsi, fu dono di colui che e padre e ca- 
po della cattolica religione , a che non cessano essi 
di denigrarla , di bestemmiarla ? Ben conosco che al- 
cuni, non potendo negarmi parola, mi vanno ripeten- 
do all'orecchio che l'arco de'secoli dechinando si è in- 
gentilito , e che quello che a' tempi andati fu bello, 
or più non è : conciossiachè oggi non si possa tenere 
quella severità di dettati che in antico si tenne , e le mu- 
tate cose dimandino ben altro. Or ditemi in fede vostra, 
che vorreste voi di piij ? che manca egli alla filosofia 
della religione? Civiltà e filantropia, mi si risponde. Io 
non so a qual nuova forza e significazione si traggano 
queste parole: ma se le hanno quella che di lor radice 
nasce , ben mi pare che vi sia di che io abbia a rispon- 
dere. E prima che altra risposta io faccia , io vi pongo 
innanzi agli occhi un' orrida catena di monti , che in 
pie levati l'un sul capo dell'altro, orridi di gelo e di ne- 
vi eterne , solo al rafligurarsi col pensiero , non che col- 
l'occhio, agghiacciano il cuor di paura. Alle falde, terre- 



Discorso del Montasari 14;^ 

no lìvido e morto : non piante , ne in pianta verdume 
o fronda. Poi greppi, dirupi, precipizi, si cbe l'occhio 
noa si stende tanto che tocchi la punta dc*balzi, o il fon- 
do di que'vailoni. Indi montando, tutto e lastre di ghiac- 
ci , che il sole non vince: e quindi piani di neve, in cui 
non è via , e dove traviar d' un passo , è rovinar d' un 
monte. E come questo fosse poco , sulle creste di tanti 
monti un gran monte si leva che l'Italia dalla Francia 
divide. Per di qui viandanti e peregrini d'una all'altra 
nazione si tragittano : ma di sovente , meno assai di que' 
che s'avviano , giungono al fine di lor cammino. Molti 
intirizziti e assiderati dal freddo , mancano di forze e 
di vita : altri stramazzando a cadute mortali piti non si 
rialzano: e molti trovano tomba prima che morte fra 
globi , anzi monti di nevi che sul loro capo si scoscendo- 
no. In questo orrore, maestosa s'asside da più secoli la re- 
ligione, e ai miseri apre un asito, e degli smarriti va in 
traccia, e ai pericolanti soccorre. Pochi monaci, ivi in- 
stituiti dal vero filantropo san Bernardo di Menfone, ve- 
gliano sulla vita de' passeggeri : e sebbene siano certi 
che di loro avverrà , quel che può fare lungo difetto di 
calore , quel che suole eccesso di fatiche , pure per lo 
bene altrui volentieri e la vita , e le fatiche , e tutto 
se slessi pongono. Io non so se sia questa filantropia: ben 
so essere ardente amor degli uomini , e viva fiamma di 
carità. Io non so se io m'abbia a dire filantropi , me- 
glio che santi , e Filippo Neri e Giuseppe Calasanzio, 
che nell'istruire la gioventù spesero il meglio di lor san- 
tità , e furono vere fiamme di accesissima carità. Io non 
so se filantropìa o carità insegnasse a Camillo de'Lellis , 
porre un istituto che giurasse non mancare di conforto 
a*moribondi: a Giovanni di Dio di raccogliere uomini sot- 
to 1 insegna del ben fare , sol perchè assistessero infer- 
mi, e più volonterosi a'più contagiosi ponessero intorno 
lor cure : a Girolamo Miani di farsi padre e maestro 
di que' xaiserelii che rimaselo orfaoi , e deserti d'ogni 



150- L E T T E R A T ti n A 

fortuna. Io non so se un Francesco di Sales, un Carlo Bòr-* 
romeo , fossero amatori della filosofia e della civiltà : 
b.en soche e questi e quegli fecero di grandi e sublimi 
opere. La peste di Milano se desta memoria d'orrore, de- 
sia pure alcuna dolcezza al rammentare la carità di quel 
.sauto pastore. Mi si dirà che questa fu forza d'umanità , 
di civiltà , di filantropìa. Ebbene sia quel che si voglia i 
purché si dica umanità dei santi , civiltà di Cristo , fi- 
lantropia in quel senso che usò l'apostolo scrivendo a Ti- 
to : lavoro in somma di religione , e di anime religio- 
se. Si dirà pure filantropìa , ma figliuola di santità, quel- 
la che mosse san Vincenzo de' Paoli a raccogliere tra 
le amorose sue braccia que' miserelli, che frutti di col- 
pa e di vergogna , dalla barbarie umana quasi rifiuto 
erano (abbandonati , e dalle madri fatte contro lor visce- 
re crudeli , esposti per le vie , o morti o vivi come par- 
to di fiere fuor delle case gittati. Si dica pure civiltà , 
ma civiltà di santi quella che alla scorta di costui rese 
forte il fior delle vergini ad aggirarsi fra i morbi più 
crudèli e schifosi , a recarsi fra le braccia contagi e ma- 
lori d'ogfii guisa. Oh ! vergini , onore della religione j 
onore del secolo , onore del mondo , dite voi chi man- 
tiene nei vostri cuori quella fiamma purissima che vi ser- 
ba intatta in mezzo il fango della età nostra : dite voi se 
questa è voce di filosofia , o voce di Cristo. E voi di- 
temi , figliuoli miei dolci , se non ho io ragione ad af- 
fermare che la cristiana religione è madre di vero sa- 
pere , madre di vera umanità. Che se voi non mei dite ,■ 
ben mei diranno questi infelici , cui la natura tolse quel- 
la favella , che lor mise in bocca la religione per mano 
dell'Epée, del Sicard, dell' Assarottì, e di tanti altri de- 
gni seguaci del vangelo . Essi colla forza di lor visibile 
loquela , meglio che io con accenti , proveranno , che 
la vera filosofia solo dalla religione s'impara. Or dun- 
que se così è, quando vi verranno innanzi uomini eoa 



Discorso iìel Montanari 45^ 

faccia di filosofi , ma con cuor d'insipienti, e proprorran- 
BOv'i nuove dottrine , e rideranno le antiche , voi alltì- 
Jora date ad essi le spalle , fuggite , ve ne scongiuro ^ 
fuggite , e riparate a quelle verace verità , che mai noa 
fé infelici sulla terra. Ma qui mentre io vorrei pur dire,^ 
mi manca la voce , ed io piii non teggo a molto. Vor- 
rei recar più prove, ma un tumulto d'affetti mi si sveglia 
nell'animo, e le parole si arrestano tramortite sul labbro. 
Porrò adunque fine ; pregandovi a custodire queste cose 
ne* vostri cuori. Fiero minaccia queste belle contrade 
un flagello sterminatore. La vita e la morte di tutti è 
nelle mani dell'eterno. Se al novello anno, al volgere di 
(juesto giorno, splenderà a'miei occhi il sole, o se ri- 
scaldera le mie ossa nella tomba, è incerto: ne a me li- 
ce investigarlo. Solo questo, miei dolci figliuoli, mi cale, 
che quand'anche io non sia più , ricordate queste mie 
parole. Elleno sono gli estremi delti , gli ultimi coman- 
di di un padre che vi ama. 



Diploidi imperiali di privilegi accordati ai militari , 
raccolti e commentali da Clemente Cardinali. P^el- 
letri : tipografìa di Domenico Ercole 1835. in U.° di 
facce 355, 



N, 



ori vi ha forse ora chi ignori , dopo quanto scrìsse 
Gaetano Marini, l'esistenza e pregio di quelle antiche tà- 
vole in bronzo scritto , dove leggonsi concessi dagli im- 
peratori romani vàri privilegi a que* soldati , che mili- 
tando nelle coorti e legioni , o nelle armate eransi di- 
stinti col loro valore. Queste tavole si dissero una volta 
tavole di onesta missione-, piacque quindi chiamarle di 
permesso di connubio : ora molto meglio il eh. Clemen- 
te Cardinali, che tutte le cognite ha raccolte ed illustra-» 



152 Letteratura 

te in questo libro , ha tinto loro il titolo di Diplomi 
imperiali di privilegi accordati ai militari. Poiché infat- 
ti quattro sono le concessioni che ad essi facevansi con 
quel diploma dell'imperatore. Si dava loro per prima 
l'ouesta missione o sia congedo di ritiro dalla milizia : in 
secondo luogo si accordava loro la cittadinanza romana 
che non tutti godevano , avendo soltanto il ius italicutn 
o provinciale-, per lerto privilegio si permetteva loro il 
connubio dumtaxat singuli singulas , che altrimenti non 
era loro concesso : in ultimo ottenevano la leggiltima- 
zione della prole avuta in precedenza col matrimonio 
contratto per ius naturae^ mentre, secondo le leggi, sen- 
za il matrimonio legale i figli non potevano divenire iusti 
liberi^ et heredes del padre loro. 

Ben fece perciò il Cardinali a chiamarli diplomi, 
e fu ottimo il pensiero di raccoglierli e pubblicarli. Poi- 
ché è vero che gii accademici ercolanesi , i primi che 
ne* parlarono con fondamento, ne pubblicarono 1 1; quin- 
di Marini nell'opera su gli arvali ne raccolse ed illu- 
strò f() ; 21 quindi ne dava fuori il baron Vernazza ; 
23 Labus ; 28 Costanzo Cazzerà , senza dire degli altri» 
Ma ora mercè delle cure del Cardinali vengono riunite 
le epigrafi di ben trenta tavole , una delle quali venne 
da esso publicata per la prima volta. 

Tanto si viene a conoscere dalla prefazióne dell' A. 
la quale è preceduta da una lettera indicatoria a S. Era. 
il card. Bartolomeo Pacca, cui egli vuol dare un atte- 
stato di gratitudine , e di rispettosa osservanza. 

Pervenire poscia all'opera, è essa divisa in tredi- 
ci capi , dodici de'quali vengono intitolati a parecchi 
fra i principali filologi e studiosi di epigrafia , tranne 
l'ultimo, cioè il teEzodecirao, ove raccolgonsi i frammen- 
ti. In ogni capo illustransi i diplomi di un imperatore 
e cominciando da Claudio , Galba , Vespasiano , Domi- 
»iano , Nerva , Traiano , ed Adriano , si scende ad Aa» 



Diplomi Imperiali 153 

tonino Pio, Marco Aurelio e Lucio Vero , Settimio Se- 
vero e Caracalla , per poi giungere a Gordiano , ai Fi- 
lippi , e terminare con alcuni frammenti , che sono 
in numero di tre , il primo de' quali di Diocleziano , 
incerti gli altri due*. Chiude l'A. il suo lavoro con dare 
!e notizie da esso raccolte inforno le legioni romane de- 
sunte dagli antichi monumenti , per cui il catalogo delle 
legioni che egli vi fornisce risulta il più copioso di 
tutti : e cosi potranno argomentare i filologi quanta sia 
l'utilità che deriva all'archeologia dagli studi epigrafici, 
bene spesso in ciò preferibili forse ai numismnfici. 

Ma per venire pili particolarmente all'osa aie della 
dotta opera del Cardinali, ci faremo a rilevare alcune 
cose , che possono servire , se non di critica ( che noi 
non saremmo capaci di darla , e la dottrina dell' operg 
noi comporterebbe), ma più tosto faranno le veci di 
giunte o correzioni al lavoro. 11 quale difficilmente può 
trovar paragoni per la vasta erudizione che vi si accu- 
mula ; mentre oltre le osservazioni che illustrano il te- 
sto dei diplorai , tutte ragionevoli e belle, evvi nelle 
note tanta copia di monumenti epigrafici , da rendere 
il libro non che utile, ma necessario ai cultori dell* 
antica epigra fia. Poiché numerate progressivamente vi sì 
trovano ben 638 iscrizioni di antiche lapidi , la più 
gran parte edite da vari scrittori , ma che non fanno 
parte dei tesori. Del che fa protesta l'A. nella prefazio- 
ne , onde si abbia a conoscere la ragione per cui egli 
dipartendosi dalla comune pratica usata fin qui da tut- 
ti i collettori di inscrizioni antiche, non abbia mai no- 
tato il nome di chi le dava alla luce , d' onde esse 
provenivano , e se edite esse siano o inedite . E noi 
consiglieremo perciò il nostro A. , in occasione di ri- 
stampa che egli mai facesse dell' opera sua , a volere 
diligentemente notare gli editori che lo precedettero , 
onde venga maggior fede ai monumenti j non sembri 



^"4 iiETTERATURA 

volersi togliere agl'altri quella parte di gloria che ìoitì 
e dovuta; tanto più che in ciò egli potrà avere a con- 
forto r esempio dei primi e più famosi raccoglitori di 
epigrafia , quali sono Sraezio /'Grutero , Muratori , 
Donato , Gudio , Reinesio , Fabretti, ed altri, i quali 
non ommìsero mai di citare lutti quelli che prima di 
loro videro e pubblicarono una lapide . 

Ma per venire a qualche particolare ristingerò sot- 
to la scorta de'numeri alcune osservazioncelle, che mi 
vennero fatte nello scorrere questo libro dottissimo, e 
che, come suol dirsi, sono del tutto estera porainee. 
cH 1. Pag. ^3. Prima di togliere dall' elenco del Ver- 
i^zza la Liburna lustitia , osservi 1' A. la lapide dì 
Lucio Valerio Valente Manìpulario dì quella liburna, 
di nazione besso , edita da Raimondo Guarini ( Com- 
ment. Vili p. 52 ) ^ e noti che il marmo è napolitano^ 

2. Pag. 14. 15. Farmi iugegnosa l'opinione dell'Ai 
sul nome delle antiche navi , il ci catalogo da es- 
so altra volta publicato ivi corregge ed accresce. Egli 
■vuole che una sola nave portasse quel determinato no- 
me, e che se trovasi ne'raarmi notata quella nave orai 
alla classe misenale ora alla ravennate , non si deb-^ 
La da ciò inferire che ogni classe avesse una nave con; 
lo stesso nome , ma che quell'una passasse da una flot- 
ta ad un' altra ; e ciò tanto più ci sembra nuovo , 
quanto che le lapidi sembravano voler provare il Con- 
trario i ■• ' '" '' '^'• 

3. Pag 22. N.° 25. Veduto da me "il irisirmo nòtt 
è M. CORDI. M. F., ma piuttosto /W cioè Manii Cor-' 
di ec. Cosi lo publicò il Borghesi in questo giornale y 
e cosi fu dato da me nell' Antologia di Firenze voi. 
XXI p. i2y. 

4. Pag. 38. Il diploma dì Galba dell' A. 63, pù- 
Bllcato alla tav. II, era edito ancora dal Terrassanf 
iBist. de la jurisprud., in fine p. 25.. 



DlPLOMf iMPEniALl 155 

5. Pag. Gì- La piccola base con 1' epigrafe DI- 
VAE . PIAE . FAVSTINAE . VIATOR . Q. AB. 
AER, SAT. venne alla luce nel 1824 dagli scavi del 
foro. Vi lessero tutti P'iatores quaestorii ah aerarlo 
Saturni. La pubblicò subito pel primo nelle Notizie 
del giorno il eh. sig. prof. A. Nibby , ed interpre- 
tò che queir ara votiva era stata dedicata all' impe-' 
ratrice Faustina da un tal f^iatore , che era questore 
deir erario di Saturno ! . ii 

6. Pag. 7?. Nota bene TA. che la tav. V, por- • 
tante un diploma di Vespasiano , dal museo Barbe- 
rini era passata in quello del re dì Prussia . Trovo io 
peraltro un possessore intermedio in (iaelano Marini. 
Egli nelle apostille al sqo esemplare degli arvali , 
posseduto ora dal eh. sig. march. Luigi Marini, alla 
l)ag. 464 così notava : Questa tavola cadde in poter 
mio neir A. 1 800, ma dovetti, PRESSUS NECES- 
SITATE , venderla ad un prussiano : era intatta, 
e le lettere scritte con molta negligenza , ne gli A 
mai divisi . Il dotto posessore potè allora fare in mar- 
gine le seguenti correzioni . 

Parte interna, lin. 3. S^ IIII VETERANI, lin. 12. 
DVXISSEN ^, lin. 13. SINGVLIS , lin. 15 il nome 
di Maezeio scritto così yVW^^Eil^ • 

Parte esterna: lin. 2. IMP. VL P. P. COS, lin. 3. 
VETERANI , lin. 17. MAEZEIO , lin. 26. C. MAR- 
CI , PROCVLI . 

7. Pag. XXV. La tav. VII, che è alla biblio- 
teca vaticana, è cosi corretta nel citato esemplare de- 
gli Arvali lin. 11. ITSIS (sic) in vece di ipsis^ lin. 19. 
SER CORE PIO (sic) invece di Sexto Cornelio. Se 
se ne caverà il prenome vero dal console Servio Cor- 
neliOf come l'A. all' oss. IX aveva ottimamente no- 
tato . 

8. Pag. 110. Dicasi che il Boogarsio la stampò egli 



456 LSTTKRATURA 

Stesso . Vedilo fra gli scrittoti ungaresi t. I. p. 884 
deir edizione dello Schivandtr , citalo dallo Schoea- 
wiser Itiner. in fine p. 122. 

9. Pag. 113. Alla tav. IX può aggiungersi che 
trovasi ne' libri del Ligorio dellii biblioteca vaticana 
voi. XVIII , alla voc. Salona , e dicesi posseduta dal 
card. Bembo . 

10. Pa|^. 173. La tav. XV portante un diplo- 
ma di Adriano, fa stampata ancora dal Mauiuio De 
ortograph. voc. DVVlTAXAT . 

11. Pag. 1(;5. Al N.° 382, ove è riportato un 
decreto di padronato concesso dalla municipalità di Gi- 
nosa ( Genusia ) antica citta vicina a Taranto, van- 
no fatte varie correzioni , dietro I* esemplare publica- 
lo dal eh. Costanzo Cazzerà nel voi. 3) dell'Anto- 
logia di Firenze : lin. 2. POST CONSS . DD. NN. 
lin. 3. AVO. G. K. APRI . GEJNVSIAE : la lettera 
G e una specie di G, e fu ben Ietta Se»to'^ lin. 56. 
DE COOPl ANaO, lin. V>. liORNATO, lin. 7. QVOD 
TVTELA, lin. 8. 9. ET INUVSTRIA SVA SIGVLOS 
(sic) , lin. 10. TVEATVS (sic) ET FOBEAT . BLA- 

CET , lin. 11. TABVLAE , lin. 13. OFERRI 

DOMV (sic) , lin. 14. .^EDICARI . 

Anche più sopra alla pag. 1(S5 riporta I' A. uà 
altro decreto della colonia Giulia Augusta Usellia 
in Sardegna, edito del pari nel citato luogo dal Caz- 
zerà , del quale darò del pari le correzioni . 

Lin. 1. SEXTO . SVLPICIO, lin. 2. Q. TENIO, 
lin. 3. COLONIA . IVLIA . AVGVSTA . VSELLIS, 
lin. 4. CVM . M. ARISTIO , lin. 9. AVG. VSELLIS , 
lin. 13. L. FABIVS . L. F. FAVSTVS , lin. 14. SCRI- 
BA . Il nostro eh. A. potrà osservare se il nome di 
Quinto Tenia Sacerdote^ console del 158, abbia con- 
fronto con altri monumenti . 

12. Pag. XXXIX. tav. XIX. Fra le schede del Ma- 



Diplomi Imperiali <57 

rini trovai un foglio a slampa volante , dove era que- 
sta tavola stampata in caratteri , secondo la lezione 
del Cardinali : solo in fondo alia seconda faccia in- 
terna vi è LIOINIVS PANSA . ALLIVS . MAGRO. 
13. Pag. 224. Nel citato esemplare trovo che Gae- 
tano Miiriiii alla pag. 464 aggiunge questa postilla: 
Altra di Antonino Pio è nelf opera delle figuline 
p. 342. Sdiobbe a vedersi se fosse una nuova , o una 
di queste comprese sotto il cap. Vili. 

lA, Pag. 235. Alla tav. XXII si aggiunga che la 
pubblicò anche V Orsato ne' marmi patavini p. 329. 

15. Pag. XXXVII e 290. La parte esterna di que- 
sta tavola aveva, come le altre; i nomi de'testiraoni : e 
quel poco che vi rimane , ciob un cognome, e quat- 
tro patrie , non sfuggi alla diligenza del Marini , che 
vide la lamina . 

.... B\SSVS LAODIG. 

. * . . ALABAN» 

.... PHILADEL. 

.... NIGOMED. 

In proposito di questa tavola, e delle coorti preto- 
rie filippiane, avverte Marini, che va corretto 1' erro- 
re del De Magistris ( Acta raartyr. ostien. p. 293 ), il 
quale confuse i pretoriani coi classiarii , e crede i 
pretoriani di Filippo una nuova milizia >. 

Queste noterelle qui raccolte e che furono da me 
fatte allorché avidamente scorsi la detta opera del Car- 
dinali, cosi, come suol dirsi, stans pede in uno, voglio 
siano che reputate avvertenze semplicissime, delle qua- 
li può aversi conto in una seconda edizione di un li- 
bro, nel quale V erudizione e la critica dimostrano, 
essere Tautor suo ben degno di sedere fra coloro, che 
tengono il primato di questi filologici sludi . 

G. Melchiorri. 



158 



^^Tf-aaKSLM-srtigginemamaiitrfat 



angeli M. TinellU carmina in quator libros distribu" 
ta. lìomae , typis Josephi Salviucci IS'ÒG. 
( un volume in 8° di pag. i82 ). 



F. 



ra le poesie più degne di lode, che ne' tempi raoder-? 
ni sieno state scritte in lingua latina, debbono certamen- 
te noverarsi i versi dell' avvocato Angelo Maria Tinelli 
pubblicati dall'avvocato Pietro suo figlio. E tanto più so- 
no da commendare , quantochè scritti a'giorni nostri , in 
cui, tranne pochi spiriti colti , sembra quasi dimenticata 
l'antica favella del Lazio: vergogna, delTeta nostra, e spe- 
cialmente di Roma , dove lo studio della lingua latina 
più che in ogni altra citta dovrebbe essere in fiore. Nel 
piccolo libro, che contiene i versi del Tinelli, noi dob- 
biamo ammirare la eleganza dello scrivere latino unita 
a tutti i fiori della poesia: nel che egli con beli' esempio 
diede ammaestramento , che lo studio della giurispru- 
denza dal profondo studio della lingua latina non deve 
andare disgiunto ; si perchè le sapientissime leggi de' 
romani sono quelle che ancora ci reggono , e s\ perchè 
in gran parte si conserva nel nostro foro l'uso di quel- 
la nobile favella. Ed è cosa vituperevole che 1' esempio 
del Tinelli da pochissimi sia seguito : il che non fu 
prima del sovvertimento delle pubbliche cose, quando ri- 
splendevano nel foro gli Erschine, i Riganti , i Napolio- 
ni , i Bartolucci , i Gambini , i Tavecchi , ed altri elei- 
gaotissimi, 

L'avv. Pietro Tinelli in titola agli amici suoi que- 
ste poesie , e fa ad esse precedere le notizie della vita 
del suo genitore scritte con eleganti modi latini : né sa- 
rà chi non dia lode a questa dimostrazione di figliale 



TiNELLii Carmina 159 

affetto. I versi del Tinelli sono distribuiti io quattro li- 
bri : il primo libro contiene gli esametri , il secondo le 
elegie , il terzo gli endecasillabi e gli epigrammi , il 
quarto le odi. Ciascuno dei componimenti è scritto con 
purità e leggiadria , e non solo abbonda delle eleganie 
proprie della lingua latina, di cui il poeta si mostra pror 
fondo conoscitore, ma in se contiene eziandio quella imi- 
tazione de' classici autori , la quale fa sue le loro bel- 
lezze in tal guisa , che le diresti originali , nel tempo 
stesso che vi senti il sapore e vi scorgi la venusta degli 
antichi. Così gli esametri sanno della nobiltà di Virgi- 
lio , le elegie della soav'tà di Tibullo e del fuoco di 
Properzio , le odi della forza di Orazio. Ma, più che per 
ogni altra cosa , sono da commendare i versi del Tinel- 
li per quella rara felicita di esprimere nella più pura fa- 
vella del secolo d'Augusto i riti e le costumanze tutte 
nostre , e in particolare gli usi del popolo di Koma de' 
nostri giorni, dipingendoli con si ammirabile facililà , 
che diresti aver eijli scrilto con questa proposito, 

ut sibi quivis 
Sperei idem, sudet multum, frustaque leboret, 
Àusus idem ( Oraz. art. poet v. 240 ) 

Ne sia di prova la elegia XIII del libro II, in cui il 
poeta ci rappresenta i diletti autunnali della plebe ro- 
mana. Egli descrive le donzelle plebee, tali quali noi 
le vediamo assise su cocchi aperti, che rapidamente sea 
volano , tutte parale e addobbate a festa , innalzare al- 
l'aria lieti canti e grida di allegrezza : intanto sferza 
con urbana satira le matrone , cui punge invidia di ve- 
dere il tempio della pudicirAa plebea , eretto fino dai se-s 
coli antichi di Roma , emulo se non superiore a quel- 
lo della patrizia. 

Ma il più leggiadro de componiruenti si è il VH 



160 Letteratura 

del libro III, che ha per titolo la vendemmia né'subur- 
hani , e che noi rlporteretno ia fine per dar saggio del- 
l'elegante scrivere del Tinelli. Non poterasi meglio ri- 
Irari'e il costume , il vestire , il portamento delle don- 
ne romane , che » chiamate a far la vendemmia , esco- 
no la mattina de' loro abitari , e s'avviano fuori della 
citta. Si fa quindi il poeta a parlare dei predatori del- 
l'uva : e poi che ne ha descritti lepidissimamente i fur- 
ti , s'ingegna di atterrirli col timore della pena. Egli è 
ugualmente leggiadro ed elegante presso che in tutti gli 
scherzi endecassillabi , tra i quali fanno bella mostra di 
sé il quarto sulle fragole , e il quinto alla mosca , scrit- 
ti con tanta grazia , che ti par leggere cose di antica 
stampa. 

Ma non si dia taluno a credere che il nostro poeta, 
felice solamente nel trattare gli argomenti leggeri , non 
possa innalzarsi ai gravi : che andrebbe di gran lun- 
ga errato : e ne fanno fede gli esametri , le elegie , e le 
odi di sagro argomento , e sopra tutte la elegia IX del 
libro II sulla battaglia di Navarino, che dee noverarsi 
fra le bellisslme.il calore della ispirazione, che ben si ad- 
dice alla gravita di si fatto argomento, da anima a questa 
elegia , che rìsplende nel fuoco di Properzio. Bellamen- 
te il poeta introduce in essa a parlare in sogno la sua 
consorte discendente da nobile famiglia veneta, onde era- 
no usciti non vulgari uomini , che avevano pugnato in 
Grecia , ed ivi ottenuto onori civili ed ecclesiastiche 
dignità. 

Esquisite bellezze rifulgono nel Tinelli : che se 
l'occhio severo del critico giunge a discoprirvi qualche 
macchia, conviene ripensare che uscirono delle mani del 
loro autore in quelle occasioni , per cui solo furono 
scritti , senza che egli pur volgesse in mente di rac- 
coglierli insieme ,e darli quando che fosse alla luce : 
« che non ebber perciò queli'uUiiua lima che riceve ogni 



TlNET.T-iI CaRWINA 101 

lavoro lotlerario , clic l'autore voglia rendere non di 
privato ina ili puLblico diritto. Che anzi se si ponga 
mente alla inoltiplicita degli affari che tennero occupa- 
lo il Tinelli, e all'importanza dogli ufficii ch'egli ebbe 
a sostenere , si durerà fatica a comprendere cooic un uo- 
mo, che tutta Roma ha per molti anni ammirato come 
giudice assiduo e diligentissimo , abbia scritto si leg- 
giadri versi, senza ch'egli peccasse contro i pubblici co- 
modi , o i suoi doveri ne ricevessero nocuniciilo. 

f^indemiae in suburbanis. 

ENDECASYLLABI. 

Quis ludus libi , Bacche ? quae voluptas ? 
Ire per juga devia , atque Thracea 
Caiididaui nive , barbaias et inter 
Miitres evoehe ululatibus frementes ? 
Huc te purpureis graves racemis 
Invitaiit , pater , o Ly^eo, vitcs. 
Hic tu rorauleas vide puellas 
Quae lanoni , calathos , colus reponunt , 
Atque uvis properant opus legendis 
Mature situlasque , forficesque 
Et laefas modo gestiunt choreas , 
( Qamquam olim fuerant magis frequentes ) 
Nomentana agere , Appia , et Latina. 

Nondum sideribus polo fugatis , 
Festinant crolalisque cymbalisque 
Uiiainquamque pigram excitare sorano. 
Complae stramineis caput galeris 
Nigrarum ostlolo exeunt domorum 
Eu Lavinia , Candida , Fabulla. 
Lactcntem gerii et Marina natam 
Marso nupta viro , perusta sole : 
G.A.r. XLIX. 11 



1 02 L K T T E R A r (J n A 

Ciiiiclae ab Esquiliis et a Suburra 
Cliloe rixa frequeiis amasiotuin. 

Hinc a culmine Collis Iiorlulorum 
Piocedunt Procula , Anlia , et Gerailla , 
Gallitiaria Prota , quaeque victuin 
Quaerit Livia liiiteis lavandis , 
Dicax , garrula , curiosa , quaeque 
Cutictis noctibus ebria a marito 
Multo vapulat ebriosiore. 
Illiiic transt beritia turila proJit 
Galla , Eustadiia , Alarlia , et Severa : 
Cogunt reticiilo comas virenti , 
Supparoque haineros rubro elegaiiler 
Ornaiit , ferrea sica sub papillis , 
Et jactant aiiimos ferociores. 

Tara quae ex tempore doctior caneadi , 
Cantal jurj^ia cuiqne transeunti , 
Nec discrimina fossor an togalus : 
At si quis placeat , dicat corallam , 
Tunc Carmen sociae ultimura recanfant , 
Et clamans iterat chorus corallam , 
Ac festo resonant agri tumultu . 
Haec , illa interea inscios aderta 
Frontem atque avida pingit ora musto, 

Sed dum fervei opus , lacusque spumant, 
Atque in re dominus sua occupatur , 
Quid raultae e nuribus puellulisque 
Islis , flos Latii ? Manu perita 
Vinelum populant , arudineto 
Abdunt , vel scrobe furta , vel sodali 
Tradunt , post fruticeta praeslolanti : 
Et tamea quasi seJulae , innoccutes 
Sueto carmino , quod faligat aures , 
Feslivam a domino exigunt merendam. 

Nostrarurn mala fata viueaium ! 



163 



Num fares rapinili parum vagantcs ? 
Parum ex arbore , vitibus , cadisque 
AiTogant sibi bajuli et coloni ? 
Aut audacia doliariorum ? 
Quid ? mercede operarli locantis anno 
Tote plurima furia viniloris ? 

Au mores domini arguas avaros ? 
Quis neget velulae stipem , recisos 
Quae cervice fereus tremente fasces 
Mendicai sibi sordidisque nalìs ? 
Quiii et lignipedi dabo petenti , 
Qui barba hispidus , horridus cuculio 
Cancellos ferii , iconemque divi 
In llieca raihi praebet osculandam , 
Ac me pulveris berbidi pugillo 
( Nasi deliciae ) remuneratur. 

Sed quis undique tot ferat latrones ? 
Quare, Bacche pater, facis venuste 
Si tecum alluleris gravem alque durum 
Tliyrsum , et lu venias simul, Priape 
Custos optirae, falce cura saligna. 

Sic quos non facies queat tenere 
Judicis fera , sive lictor , aut quae 
Alta de trabe per rotara solebat 
Rostis pendula territare plebem ; 
Aut scamno applicitus recentiori 
Qui i»lexus sculica monet popellura , 
Vos istis lalera et caput dolale , 
Vcstro tundile, pellitole fuste 
llucc opprobria Rorauli Remique. 



II 



164 



— Il ■ Mn ii u yf uMMm ^ wili^i »i if]| ^ ,in i f ^ 



Intorno ad un ode d* Orazio. Lettera di Clau- 
dio Morelli a Giuseppe Ignazio Montanari , 
e risposta del medesimo. 



AI professore 

GIUSEPPE IGNAZIO MONTANARI 

Glaudio Morelli. 

( Orazio Ode 23 lib. 1 ) 



vJhi puro ha il cor, chi senza colpa h forte . 
Mauro strai non ricerca , arco , e faretra 
Onusta il sen di attossicata e tetra 

Punta di morte , 
Sia che al Caucaso inospite , e alle irate 

Sirti , o Fosco, si volga , ossia che altronde 
Vada d' Idaspe anche a calcar le sponde 
Favoleg'giate . 
Mentre Lalage mia , scorso il confine , 
Canto rapito a me , vuoto di cure , 
Fugge me inerme un lupo per le oscure 
Selve sabine . 
Fra i lecci suoi la militar non serra 

Daunia egual mostro, e di leoni altrice 
Di Giuba non ne fu mai genitrice 

L' arida terra . 



Ode bi Orazio 165 

Ponimi ne* pigri campì , ove secondo 
Zeffiro arbusto non carezza , e dove 
Di fosche nebbie l'inclemente Giove 

Occupa il mondo ; 
Ponimi ove il sol più ferve , e magion nulla 

W* è schermo a* rai troppo vicini , e ardentf; 
Dal bel viso amerò , dai dolci accenti 

La mia fanciulla . 

Nominato in foggia sìnotica alla pagina 3iT del 
voi. 07 nel Giornale Arcadico, senza che siasi come di 
altri riportata anche la versione dell' ode 23 da me tra- 
dotta , di cui si fa menzione, e dubitando possa aver- 
la avuta solt' occhio , quando stimò attribuirle le va- 
rie eccezioni cui ha creduto assoggettarla , ho giudica- 
to aver aperto Tadito per inviarle la versione dell' ode 
suddetta dì ultima data . 

Tutto ciò posto, convengo anch' io che l'egregio 
signor Santucci ha de'nierìti impareggiabili da tutti senza 
meno riconosciuti , e eh' eccellente sia la di lui ver- 
sione dell' ode medesima . Ma io senza parlare di es- 
sa nel dirigerle la mia a bel diletto consegnata al- 
le stampe, miro allo scopo soltanto di ottenere da lei 
parziali osservazioni su di essa , onde possa convìn- 
cermi della lealtà di una persona , che ho ed ho avu- 
to sempre nella stima piìi grande, ed a cui, separalo 
da qualunque lusinga di amor proprio , volli aver ri- 
corso , per più sicuro dirigermi nell' avvenire . 

IVii occupi in regresso , dove può credermi abile 
in prestarle servigj , e rai annoveri nella classe de* 
suoi singolarissimi ammiratori . 

Todi I novembre 183G. 

In Todi 
^ " . Da Raffaele Scalabrini 



166 Lette KATURA 

Ai signor conte 

CLAUDIO MORELLI, 

Giuseppe Ignazio Montanari 



Q 



uando ebbi a parlare nell'Arcadico ( voi. 67 pag. 
317) dei molti volgarizzatori moderni delle odi di Fiac- 
co , non poteva io passarmi sotto silenzio quello stam- 
pato da lei in Todi nel i831 , senza correre pericolo 
d'essere accusato di poco diligente. Ma dovendone par- 
lare , e non mi sembrando tale clic primeggiasse , an- 
zi ( mi permetta pur dirlo con quella schiellezza d'animo 
che è dell' indole mia ) non vi trovando ne la forza , 
ne i modi , ne il colorito oraziano , dovetti tenere quei 
linguaggio che non dal disprezzo, ma dalla verità mi era 
consentito. Perocché sebbene facilita di verseggiare , ed 
una certa fluidezza io abbia trovato nel suo lavoro , mi 
pare tuttav^ia che esso non si possa scusare dal lato del- 
lo stile , che tiene troppo al gusto del secolo passalo , 
e non si confa cou quello del lirico latino. Ella infatti , 
signor conte mio, sa insegnarmi che in Orazio una del- 
le qualità più sublimi è la forza della frase poetica, sem- 
pre robusta , efficace , e tale che anziché mostrare agli 
occhi i concetti li scolpisce rapidamente nell'animo. EU 
la sa, che l'eleganza oraziana è sopra ogni altra de'poeti 
latini ; e gli spiriti pindarici , ella sa che sono si ele- 
vali, che non è ala di fantasia italiana che vi tenga die- 
tro senza stanchezza. Un buon traduttore adunque, per 
quanto il permette il nostro idioma, dovrà avere non in- 
differenti qualità , e coi concelli d'Orazio serbare for- 
za, eleganza e slancio di poesia. Io non intendo giudi- 
care dei suo volgarizzamento: ma ella mi conceda dire, 
che a me non è avvenuto trovarvi queste qualil'a , al- 



Odk di Orazio I67 

meno In quella misura clie bastasse a portarlo oltre la 

mediocrità. Mi dirà, ch'ella è sopra alcuni traduttori: e lo 

' edo ; ma di quelli iin taciuto^ anzi non lio voluto appor- 

ir analisi clic a que' eh' erano o assolutamente migliori , 

di grido raagj^iore. E poiché ella mi richiede di par- 
ziali osser\>azioni intorno l'ode , che cortesemesite ha vo- 
luto dirigermi a stampa con una gentilissima lettera, 
io volentieri soddisferò a' suoi desideri , purché nella 
cose die io dirò non riconosca altro che la brama che 
ho di servirla , e di guadagnarmi la sua grazia . E ben- 
ché soglia avvenire che il vero non partorisca, ma spen- 
ga ogni benevolenza , pure avendola io per persona tan- 
to cortese , quanto amante della nuda verità , cui l'an- 
tico filosofo anteponeva all'amicizia di Aristotile e di 
Platone , credo che l'obbedienza mia mi frutterà dal no- 
bile animo di lei grazia e favore. 

Incomincio dal dire che , Chi puro ha il cor , chi 
senza colpa è forte, non lisponde pienamente aXV Integcr 
vitae scelerisque purus ^ ne per forza di espressione, ne 
per vivezza d' immagine poetica. Essere intero di vita 
eq'.iivale non solo ad essere puro nel cuore , ma ad avere 
tutte le bontà che devono fiorire la vita ad uomo onesto. 
Forte senza colpa non è sceleris puriis , ma equivarrà 
a dire chi non ha mai dato in colpa, chi ha coscien- 
za netta : cioè chi è senza rimorso ; cosa assai bene 
dichiarata dall'Alighieri ove disse della coscienza : La 
buona compagnia che V uom francheggia - Sotto l* 
usbergo del sentirsi pura. 11 poeta adunque dice.- Chi 
ha la vita intera d ogni bontà , e perciò non si sente 
rimordere la coscienza ; ov' ella ben vede, che la se- 
conda qualità è conseguente della prima , sebbene noa 
si mostri il legame di conseguenza , secondo l' uso dei 
lirici. Il dire poi forte e un preoccupare la mcn'e col- 

1 idea che Orazio ha posta nel non eget rnauris iacu" 
lis : la qual cosa toglie parie del diletto al lettore , 



168 Letteratura 

e divide aliraniente i concctll da quello che ha fatto il 
poeta latino. Il non ricerca non è V eget. Il ricercare 
una cosa indica \n\x desiderio della medesima che bi- 
sogno ; mentre 1' eget indica bisogno , necessita, Nec 
venenatis grmnda sagittiSi, Fasce ^phar etra. Lascio che 
ella toglie quel Fasce pieno d' affetto, e conveniente a 
conoscersi per essere la persona a cui si parla ; e chie- 
do in grazia ^e le sembra che il delicato colore ora- 
ziano si trovi in questo: Faretra - Onusta il seti di 
attossicata e tetra Punta di morte ; dizione poco no- 
bile e niente espressiva. Chi mi sa dire come una yOMn- 
ta faccia grave una faretra ? Il seno della faretra non 
è egli troppo ardito traslato ? Perchè quel tetra , che 
in origine non vuol dire che nera ^ se non per biso- 
gno di rima ? E se un pittore avesse a dipingere una 
tetra punta di morte^ che scarafaggio non farebbe egli ? 
Io schiettamente le confesserò che lui sarei pii!i attenu- 
to alla prima traduzione sua: 

Uopo non ha di raaure frecce e d' arco , 

Ne di faretra d' atro strai munita , 

Chi mena pura d' ogni colpa scarco 

Integra vita. 

E sebbene anche qui alcuna cosa sarebbe a ridi- 
re , pure e più correvole e chi.iro Io stile ; e ancor- 
ché risenta un pò di rigoglio , offende meno. ìMì ri- 
chiamerà ella che il Santucci ha detto : Chi puro è 
d' alma e puro vive : e non 1' ho censurato, come 
Chi puro ha il cor; ed eccomi a diviene il perchè. 
Nella parola alma noi intendiamo i pensieri , e gli af- 
fetti , e le conseguenze loro , die sono le opere ; nel 
cuore non hanno sede che gli affetti. Il soggiungere che 
ÒHÌ Santucci si fa , e puro vive, rischiara il primo 
eoacetto , e ne da il corollario : poiché chi vive puro , 



Odk di Orazio 1G9 

rà>e sceleris purus , cioè senza colpa che gli dia mor- 
so alla coscienza : e però la dizione del Santucci mi 
tiene ad Orazio ; dell' altra non mi pare così. 

Nella seconda strofe ella can<^ìa V aestuosa s ^ epl- 
\o\o da(o alle sirti , e sostituisce irate. Convengo che in 
questa parola è il senso del poeta , ma non vi h in- 
tera r immagine : poicliè egli ha voluto dire: Sirti che 
ribollono - Come fa mar per tempesta - Se da cofi- 
trurii venti è combattuto . Tardi è mettere qui il Fosco , 
poiché tro[)[!0 tardi il lettore è avvisato a cui si par- 
la. Si volga non è V iter facturus ; poiché volgersi 
ad un luogo , varrà andarvi verso , o andarvi , ma 
non camminarvi per mezzo. Osservi qui qonnto manca 
ad Orazio , tolta che è nelT immagine dell' Idaspe quel- 
la dello scorrere eh' ei fa largo e trantjuillo per attra- 
verso r India , ben tratteggiata di colpo da Orazio eoa 
qocl lambii. Passo della elocuzione troppo umile a pet- 
to a quella del testo latino , perchè dir tutto saria an- 
ùaic in soverchio. Xja terza strofe è troppo intralcia- 
la d' ambiguità. Ragione di costrutto domanda che io 
riferisca Io scorso il con/ine a Lalage : il che sareb- 
be errore. La parola canto congiunta alla parola ra- 
pitOi senza indicazion di persona, si pare meglio no- 
me che verbo ; vuoto di cure stara tanto con me , quan- 
to col confine trascorso. E' poi questo modo altra vol- 
ta oraziano : ma qui non calza , poiché expeditus 
curis è metafora d* altro peso e d' altra tinta. Poi 
osservi , signor conto mio , che danno le viene dal 
non avere mantenuto 1' ordine delle idee voluto dall'au- 
tore. Nel testo prima è la descrizione del luogo, indi 
me è la principale idea, lupus la seconda , e queste 
campeggiano per tutta la strofe ; mentre pare che ella 
vi faccia campeggiare Lalage , e non si determina be- 
ne Il luogo oye il fatto avviene. Convengo che non 
si poteva tenere il trasposto latino : ma elk si con- 



170 LsTTKRATlJRA 

verrà con me, che vi si potea accostare: conciossiachè 
altrimenti facendo non si ottiene ciò che si è prefis- 
so il poeta, il quale dapprima li vuol porre innanzi 
la selva sabina ov' e^Vi errava , poi il pericolo corso 
da lui per io scontro del lupo . E questo ho osser- 
vato per notarlo quanta diligenza occorre a rendere 
veramente poesia classica per poesia classica. Viziosa 
e la sintassi del primo verso e roezzo della quarta stro- 
fa : piiì , quel portentum vuole stare innanzi a lutti , 
perchè fin dapprima il lettore concepisca la niaravi- 
gliosa grandezza di quella selva. Quel di Giuba è trop- 
po distante dall' arida terra , perclìè si debba costrui- 
re r arida terra di Giuba , anzi che dire altrice de* 
lioni di Giuba. Altrice poi e genitrice in rima sono 
troppo dappresso per non sentire di ripetizion di pen- 
siero. L'epiteto di arida, dato da Orazio alla paro- 
la nutrlx , retide più poetico il pensiero : dato a ter- 
ra , lo abbassa. 

Il secondo Zefiro, che è nella qninla strofa, pare 
conseguente di primo , e non mai amico , ed è un la- 
tinismo male preparalo ; il carezzare è troppo assai 
meno del ristorare , ricreare. Una carezza non rida 
la vita , come l' auretla la rida alle piante fiammeg- 
giate a lungo dal sole. Giove inclemente per noi non 
equivale ad aria inclemente^ poiché la parola Giove 
presso noi non ha 1' esteso significato che avea pres- 
so i latini. L'immagine, che esce da* versi del tradut- 
tore, è che Giove iddio occupa il mondo colla neb- 
bia : e quella del poeta è che /' aria nebbiosa e ma- 
ligna preme. Né starò a mostrare che r occupare non 
è /' urgere pittoresco d' Orazio , ma una voce insì- 
gnificativa e prosaica affatto. Ora veniamo all' ultima 
stanza:Pofie subcurru nimium propinqui solis-.-Pommi 
ove il sol più ferve ec. Consideri in prima quanto è 
viva in Orazio l'immagine del sole che troppo appres- 



Ode di Orazio ITI 

sa il suo carro alla terra, e la fiammeggia : e mi dica 
se a questa tiene abbastanza il Sol fervit di Gelilo 
lib- 2. e. 29 . Aggiunga che io trovo il fervere più 
usalo dai classici latini e italiani a significare ribolli-" 
re per violenza di calore; e nella idea del fervere mi 
pare sia sempre unita quella del moversi. Imis fer- 
vei arena vadis^ diceva Virgilio : e Orazio altrove di- 
ce.- Fervei avaritia miseroqne cupidine pectus. E quan- 
do pure giustissima fosse l' espressione , che immagine 
hanno innanzi a se gii occhi miei al suono di quelle 
parole.'' Magion nulla uè schermo a rai troppo vi- 
cini e ardenti - In terra domibus negata - è un di- 
re prosaico , lungo , e mal rispondetile alla forza del 
latino. Quella magione^ sebbene usata dagli scrittori 
italiani alcuna volta , non lascia però d* essere parola 
forestiera; e dubito che magione, dal latino mansio, 
presso noi non abbia ad usarsi che quando s' indica 
casa grande e da farvi dimora ; e qui non si tratte- 
rebbe di abitare a lungo , ma solo di schermirsi dal 
sole; e però basta dire tetto, capanna, casa qualunque. 
Quest'idea e stata data in altra veste da Orazio in que- 
sta stessa ode , quando chiama il Caucaso inospitale, 
cioè ove non h letto che accolga persona viva. Pare 
adunque che con buon senno il Santucci abbia detto 
albergo , non trattandosi qui di abitare ma solo di ri- 
coverarsi . QeìV ardenti soverchia: poiché quando è 
detto che il sole è cocente perchè troppo vicino alla 
terra, è pur detto che i raggi ne sono ardenti. Quel- 
lo poi che al certo non sa punto della delicatezza dì 
Fiacco è il fine dell' ode ; giacche nella traduzione h 
affa'ito tolta la graziosa antitesi del dulce loquentem, 
dulce ridentem. Amerò Lalage (e in quel nome quanto 
affetto! ) e quando ride dolcemente, e (juanto dolcemente 
parla ; significando con ciò che le parole sole sono 
care quanto il sorriso . Così il L^ctraica disse ; 



172 Letteratura 

Chi non sa come dolce ella sospira , 
E come dolce parla, e dolce ride: 

e il Poliziano : 

Tanti cuori Amor pi£;lia e fere e ancide 
Quanto ella doìce parla e dolce ride: 

e il Casa al sonetto 5c): 

Cola 've dolce parla o dolce ride 

Bella donna , ivi presso ^ pianto e morie : 

e il gran Torquato cauto IV della Gerusalemme: 

Ma mentre dolce parla e dolce ride ec. 

Ora se tutti questi sommi poeti lianno trovato bel- 
lezza grande in questa antitesi, che Orazio tolse già 
da Safìb , perchè vuole ella o tralasciarla , o tramutar- 
la ? Dal bel riso amerò , dai dolci accenti La mia 
fanciulla , non rende certo ne la dolcezza , ne l' in- 
tegrità del concetto . Perchè cangiare Lalage nella 
fanciulla , nome vago e senza affetto , più convenien- 
te a donzellina non matura viro , che a Lalage so- 
spiro di mille amanti? Conviene anche traducendo con- 
servare questi nomi , perchè in essi è signifiazione di 
alcuna qualità della donna indicata. Qui Lalage , se 
non erro nella etimologia della parola greca , pare 
che significhi ben parlante , e però dulce loquenttm. 
Avvertirò in fine che per ragione di costrutto , anche 
in poesia dee dirsi la mia fanciulla da bel riso e dai 
dolci accenti^ e non si può alterare la sintassi , e di- 
re : Dal bel riso amerò , dai dolci accenti - La mia 
fanciulla . 



Odk di Orazio 173 

Ecco, signor conte mio, ciò che mi è sembiato 
dichiararle della traduzione sua , solo per obbedirle, 
e corrispondeic in alcuna parte alla gentilezza eoa 
cui ella mi ha chiamato a giudicarne sinceraraciite. 
Ben mi piace mostrare che del giudizio mio non de- 
ye fare altro conto, che quel che si suole de'giudizi 
degli uomini poco esperti : poirhè io mi sono un tale 
che negli studi, che amo moltissiuio, altro non ho , di 
che debba gloriarmi , che il buon volere . E però 
quella stima, che ella fa delle povere cose mie; solo 
è prova della nobiltà dell' animo suo , che ha sapu- 
to travedervi per entro la voglia che ho di ben me- 
ritare , e sa compatire i molti difetti di che elleno so- 
no gravi a ribocco . De' quali gran colpa è del po- 
vero ingegno mio , grandissima della fortuna , che fin 
dal nascere mi travaglia , e mi costringe a gittar fia- 
to il pili d(^lle volte invano, e a scrivere quando avrei 
d'uopo ancora di leggere e d'imparare. Il quale mal 
governo di fortuna sark cagione che altri nii tenga 
diverso da quello che sono , o che mi abbia per pro- 
suntuoso; cosa che non si direbbe certo di me, se po- 
tessi vivere a mio talento la vita, e secondare il mio 
genio . Ella che il può , sebbene le sia toccato di 
studiare con que'pri ncipii dai quali ora l' Italia dis- 
sente (intendo parlare dogli studi dello stile, a cui mal 
si attendeva in passato ) potrà ridursi di leggieri al- 
la scuola de' classici : e dopo che ad essi avrà posto 
alcuna fatica, ripigliando il volgarizzamento d'Ora- 
zio potrà renderlo degno di lei , dell'Italia , e far- 
si tale fs^ma che non invidi quella del suo illustre con- 
cittadino Jacopone , uno de' primi lumi della lingua, 
e della italica poesia . 

Voglia intanto annoverarmi fra'suoi umili servito- 
li : che io me , tnlto quanto sono , le offro e con- 
sacro . 

Di Pesaro 1t) dicembre 1836. 



174 



Osservazioni sul bello, jdrt. VII. 

JL 1 el raio discorro DelV ordine ossia del secreto della 
bellezza (») ho fallo aperto, quale che siasi, il mio pen^ 
siero: pensiero nato in rae sì dal considciare le cose belle; si 
dalponderare le sentenze dimolti dotti su questoargomen- 
to , chea Platone non che ad altri parve difficilissimo. 
Mi sono trovato d'accordo con quella niente del cardi- 
nale Gerdil ; se non che a rae è parso di generalizzare 
il principio dell'or^/^e. Non mi starò per questo di ascol- 
tare gli avvisi de' savi e benevoli, che siano per istruir- 
mi ; dacché è lungi da me vana presunzione , e solo mi 
tocca l'amore del vero : al quale ho dato sempre e darò, 
finche io viva , i miei più dolci pensieri. Intanto segui- 
terò il proposito che ho incominciato nel giornale 
arcadico, e cunlinualo nella nostra edizione delle 0*- 
servazioni sul bello (2) : nella quale ho dato in vol- 
gar nostro la giudiziosa ed elegante memoria del Gerdil 
intitolata dell' or c^me , che egli dettò pulitamente in 
francese: ed ho aggiunto intorno al bello le sentenze 
del chiaro Degerando, di G. Droz, di Amice , di Verri» 
e del padre Slellini, conchiudendo a favore del princi- 
pio òeWordine (ja me generalmente stabilito. Non mi sta- 
rò adunque, e il ritornare sull'argomento sarà buono 
a provare la verità del principio ; benché io deggia dif- 
fidare di me , che lo spirito di parzialità per un siste- 
ma suol fare alle menti quello che agli occhi dell'ilteri- 



(1) Tom. LXVI. a pag. Sia. 

(a) Lugo i836. in 8. pel Melandri- 



OssanrAzioNi sut stillo 1T5 

co la infermila , la quale fa parer gialli ( cioè del suo 
colore ) tutti gli oggetti. Ad evitare questo male , par- 
lerò non io ; parleranno bensì que' savi , che prima e 
dopo di me sentenziarono della bellezza. Se li tioverò 
non dis(-nrdi al mio parere, s.iia indizio che il mio pa- 
rere non oda rigettare; se altiimenli, dovrei dubitare. 

G;n lo Antonio Pezzi nelle sue Lezioni ài filosofia 
della mente e del cuore nota il primo bisogno mora- 
le, che e la cognizione della verità : ed il secondo , che 
è la stinn della bellezza. Limitandomi a questo secon- 
do capo, conforme è del mio istituto, dirò innanzi co- 
me egli Io divida (1). Secondo lui i bisogni morali si 
riducono ad uno ; poscia distingue la bellezza degli og- 
getti semplici da quella dei composti ; parla della subli- 
mità , e del bello imitato ; indi accennata la varietà de' 
giudizi intorno alla bellezza , trova che altra è assolu- 
ta , altra relativa ; passa a parlare del gusto ; nota la 
varietà dei gusti ; termina avvisando come il gusto si 
corrompa. Ha creduto opportuno imitare il geografo , che 
ti pone innanzi la carta di un regno o di una provincia: 
poi la viene spiegando, ossia dichiarando a parte a parte, 
e fa contenti gli animi desiderosi di apprendere. Pertan- 
to, dopo avere indicato tutto il pensiero del Pezzi , ne 
verrò dichiarando le idee; affinchè ogni savia e discre- 
ta persona possa farne giudizio : e non mancherò di os- 
servare dove ei si accordi col principio àe:\V ordine , e 
dove se ne discosti, o paia piuttosto discostarsene. Il 
qual metodo di esposizione parmi servire massimamente 
a chiarezza , ed a quello che Orazio chiamò lucidus 
orda. 

1°. I bisogni morali si riducono ad uno : infatti 
si cerca la verità perchè piace il conoscerla ; e perchè 



(i) Gap. XXYin. 5. 2i3 e segg. Padova alla Minerva igar. 



176 Letteratura 

/y/ace, stimasi la bellezza. Per la qiial cosa la propen- 
sione alla verità come alla bellezza si riduce al bisogno 
di sentire il piacere^ o, ciò che è . lo Stesso, dì ccnse- 
guire il bene. Così l'autore , al quale non assentirei 
fijcilinciite nell'assegnare la causa del cercare la verità, 
dello stimare la bellezza ; parendomi il piacere non più 
che un invito od un effetto: la causa poi io trovo nel- 
l'ordinamento della provvidenza , che ha fatto l'uomo ca- 
pace di conoscere il vero e di sentire il bello. Ma è da se- 
guitare la trattazione ; 0!ide vie meglio comprendere il 
pensiero dell'autore, che vuoisi inconsideratamente giu- 
dicare. 

, 2°. Bellezza degli oggetti semplici. Diciamo bello 
un oggetto semplice , come un colore , un contorno , un 
suono quando fa tale impressione sull'organo della vista 
o dell'udito , che ne risulti nell'anima un misto di pia- 
cere e di maraviglia. Qui entra la maraviglia, in quan- 
to che un elemento del piacere è quello che proviamo 
alla scoperta della verila. In fatti un oggetto appare tan- 
to pili fisicamente vero, quanto è piiì chiara la sua per- 
cezione : e tali sono quelle degli oggetti semplici allor- 
ché gli chiamiamo belli. E bello diciamo anche il nero, 
quando è assai atro , la rupe quando è molto contras- 
segnata , una dimostrazione evidentissima , una buona 
azione importante , difficile , rara. 

E dacché le idee degli oggetti visibili e le nozio- 
ni de' sonori sono piiì vive di quelle che ci porgo- 
no gli altri sensi , noi diremo bello un colore ed un 
suono ; non già. un odore od un sapore. 

3". Bellezza degli oggetti composti. Qui è dove 
l'autore consente con me. Anche gli oggetti composti 
( egli dice ) discorsi belli , perchè destano un misto di 
piacere e di maraviglia. Ma trattandosi di bellezze spet- 
tanti a composizioni , un elemento del piacere provato 
nel contemplarle è quello che noi sentiamo all'aspetto 



Osservazioni sul bello 177 

òeWordine. E tanto pre«la questa elemento , die lo tie- 
ne unico e fondamentale , sebbene non Iodica aperta- 
mente ; ma chi ha fiore di giudizio può argomentarlo di 
leggieri dalle seguenti parole di lui , che mi giova rife- 
rire ancora perchè fanno contro un'obbiezione , che a me 
è stata talta da alcuni , i quali ricusano di ammettere 
nella sua generalità il princij)io dell'ordine , dicendo 
che bello è talvolta anche il disordine. Il Pezzi adun- 
que ragiona cosi : diciamo bello un composto di ogget- 
ti semplici , tanto sonori quanto visibili , allorquando il 
legame loro abbia un' esatta convenienza col fine. Bello 
è un accompagnamento musicale, che serve ad esprimere 
vivamente il senso delle parole ; bella una campagna , ia 
cui tutto cospira alla fertilità ; bello un palazzo , le 
cui partì concorrono tutte alla sicurezza , alla salubrità, al 
comodo, al decoro; bella una stanza , benché mobiglia- 
ta a forme non del lutto eleganti , uh a colori freschi e 
vivaci , purché vi regnino per tutto le medesime tinte e 
le stesse uniformità. All'opposto sarà cattivo un accom- 
pagnamento a contrassenso della parola; deforme una 
statua mancina ; brutta una colonna senza capitello ; 
svenevoli i mobili di disparate forme e colori. Soppor- 
teremo l'obbliquita delle finestre nella camera dì un va- 
scello , perchè la conosciamo richiesta dalle circostan-' 
ze ; quando sarebbe insopportabile nella facciata di una 
casa , perchè priva di ogni ragione finale. Allorché poi 
( egli continua ) un disordine parziale cospira ad accre- 
scere la bellezza di un tutto , questo apparente disordine 
concorre egli pure ad un fine , e perciò diventa parte 
òeìVordine. 

A". Della sublimità. Se al piacere si unisca la ma- 
raviglia in sommo grado , il sentimento che desta in noi 
la bellezza si può dire sublimità : di un carattere grave 
opposto al piacere gentile , che destano gli oggetti leg- 
giadri. Nasce d'ordinario quando siamo spettatori di ef- 
G.A.T.LXIX. 42 



478 Letteratura 

felti prodotti da una grati forza : il firmamento, foce- 
ano , una eruzione vulcanica , e simili , sono altrel-t 
tanti oggetti sublimi ; l'inaspettata comparsa , la soli- 
tudine , il silenzio , le tenebre ( circostanze , che av- 
vivano la percezione degli oggetti) contribuiscono a cre- 
scere il sentimento del sublime. 

5", Del bello imitato. L'autore cliiama così l'arti- 
ficiale , detto anche ideale , cioè quel bello che hanno 
le opere delle arti , allorché producono in noi la stessa 
sensazione che le bellezze naturali. Perchè l'arlifiziale 
rappresentazione di una bellezza semplice sia bella basta 
somigli perfettamente al bello originale della natura. Ma 
se trattisi di un composto , conviene dipiù sapere or- 
dinare al fine proposto il bello della natura ; peroc- 
ché appunto hanno ordine i composti naturali . Il 
primo maestro è il criterio ; cosi io diceva già ai lette* 
rati ed egli artisti: „ Formatevi allo specchio della natu- 
,, ra , prima maestra dell* ordine ; ricomponetevi alla 
„ maestra dell'ordine: empitevi la mente di grandi idee, 
,, il cuore di puri affetti , meditate , vegliate , sudate, 
„ e ne usciranno portenti (i). ,, 

6\ Varietà dei giudizi intorno alla bellezza. Quan- 
to agli oggetti semplici , entra nel piacere una maravi- 
glia dipendente dalla percezione della verità , di cui 
ognuno è capace ; quanto ai composti la maraviglia prò» 
cede dalla percezione àdVordine , che non tutti ponno 
a colpo d'occhio rilevare. Esiste una bellezza assoluta 
e reale delle cose in se stesse , la quale è riposta nel- 
la loro attitudine a solleticare chiunque ; ma rispetto a 
noi che riceviamo le impressioni , ponno le cose parer- 
ci non belle per non conoscerne il pregio ; e potremo 
altresì essere solleticati dalle brutte ( per le cagioni che 



(x) Vedi il discorso dell'ardiue. 



Osservazioni sul rkllo 173 

saranno più sotto indicate) , e quelle hanno allora per 
noi una bellezza relativa e chimerica. U iduneilk ad 
essere solleticali da una bellezza , quale essa sia , rea- 
le o apparente , si chiama gusto , che può essere in con- 
seguenza buono o cattivo. 

1°. Variano i gusti secondo, 1°. lo stato particola- 
re dell'organismo e del conseguente carattere personale; 
2*. la qualità dell'esercizio , che avrà servito a perfe- 
zionare gli organi relativi; 3°. il grado di perspicacia e 
la qualità e quantità delle nostre cognizioni , prevenzio- 
ni ed abitudini. 

8°. Come il gusto si formi e si corrompa. La na- 
tnra ed il criterio sendo i raaestii del gusto , tiene l'au- 
tore consistere il buon gusto nel distinguere il bello na- 
turale , e nel saperlo applicare partendo dalla scienza 
del soggetto. L'amore alla verità ed all'ordine innalza a 
poco a poco il nostro gusto fino a non renderci sensibili, 
che alla vera bellezza. Lo studio della natura , nella 
quale tutto h vero ed ordinato, c'ispira codesto amore. 
11 criterio si forma imparando a scegliere i fini ed a ren- 
derne cospiranti le parti : al che vuoisi studiare i sog- 
getti in se stessi , ad apprendere poi dalle opere perfet- 
te dell'arte ad ordinare le bellezze , di cui que' sogget- 
getti sono capaci. L'amore del vero e dell'ordine , pas- 
sando facilissimamente dagli oggetti riguardanti l'intel- 
letto a quelli riguardanti il cuore , è cagione che il 
buon gusto si accoppi alla bontà morale degli uomini e 
delle nazioni. La depravazione del buon gusto , a sen- 
timento dell'autore , è dunque foriera di quella del cuo- 
re e del carattere nazionale: e qui sono a distinguere le 
cause dai n2ez:i di tale depravazione. 

Elemento del piacere che nasce dalla bellezza è la 
maraviglia ; ma questa cessa quando l'oggetto diventi 
comune: poi l'abitudine spunta l'energ^ia della sensazio- 
ne : poi se manchi lo studio appropriato non sì perce- 

12* 



180 Letteratura 

pisce rorcìinc , e questo fa che la bellezza degli oggoUi 
composti non è più tale per noi . Ecco le cause , per 
cui la vera bellezza non piace più. IVJa la sete del pia- 
cere è inestinguibile r e se il vero bello si è reso inca- 
pace di soddisfare quella sete, ricorriamo al chimerico: 
non che il gusto si deprava. 

I mezzi , onde il gusto corrompesi , sono : negli - 
{^enza dello studio dei soggetti e delle belle opere 
della natura e dell'arte, ossia trascuranza di virtù e di or- 
dine; e sostituzione, invece , di bellezze peccanti , ossia 
opposte a verità e ad ordine. Si erra per difetto o per eC' 
cessij : '^^^difetto di ordine e di verità le opere nostre sa- 
ranno trascurate , fredde , inviluppate , incoerenti ; perec- 
cesso viene Taffetlazione , le caricatura , la secca esecu- 
zione di regole arbitrarie e minute , che inceppano il ge- 
nio e fanno peggio. 

Se il gusto corrotto si fa dominante , gli artisti 
seguono la corrente; finche il piacere della verità e dell* 
ordine non ci richiami e corregga . Studiansi di nuo- 
vo i soggetti e il vero bello della natura e dell' ar- 
te , con che il gusto riformasi. Cosi, dice l'autore, 
la I oltura e la barbarie diventano periodiche; ma que- 
sti periodi sono assai lunghi . 

Conviene pertanto 1' autore nel principio deli' or- 
dine quanto alla bellezza degli oggetti composti; quan- 
to a quella dei semplici, preferisce il principio del ve^ 
ro ; ma essendo la verità ( se cosi è lecito esprìmer- 
si ) quasi una particella dell' ordine, considerato nella 
sua generalità : e gli stessi oggetti, abbenchè verso di 
sé semplici, avendo sempre dei rapporti diversi , non 
può non animctteisi di essi la ragione dell'ordine, 
come dei composti . Di che veggasi il discorso, che 
ho premesso , dell' Orr///ze ow/a del secreto della bel- 
lezza . 

D. Vaccolini. 



181 

Osservazioni sul hello ( Art. FTIF. ) 

1 1 cliiaio autore „ Del metodo di comporre le idee e 
di contrassegnare con vocaboli precisi per potere scom" 
porle regolarmente a fine di ben ragionare , e delle for- 
ze e dei limiti dell umano intelletto ,, esaminando i prin- 
cipi! normali della bellezza delle cose naturali , e al- 
la traccia de' falli ragionando , crede potersi stahilie , 
chele prime prerogative della bellezza relativa alle cose 
naturali siano, \°. il color vivo fino ad un certo grado , 
che non offenda il senso; 2"- quella disposi- ione di co- 
lori e di linee , che si denomina armonia; 3". la varie- 
tà. Queste dice le prime prerogative della bellezza , per- 
ciocché considerate in astratto ( cioè senz'ultra relazione 
colle cose , alle quali perteogono ) sono piacenti a lut- 
ti , che nnn hanno viziati i sensi : ma ponno cessar di- 
letto , considerate come parte della percezione di alcu- 
na cosa. Che intende col vocabolo percezione il eh. au- 
tore .<* un complesso di una o pili sensazioni associale con 
certa quantità di reminiscenze relative alle sensazioni 
prodotte da corpi simili a quello che ti è presente ( se 
l'oggetto è nuovo ) , e colle reminiscenze relative alle 
sensazioni altra volta prodotte dal corpo ( se questo non 
ti è nuovo). Previe alcune considerazioni l'autore si con- 
duce a concludere , che l'idea della bellezza relativa- 
mente alle cose naturali si componga di questi elemcn" 
ti ; vivacità di colorì e di linee , e varietà di colori , 
e tutto ciò ordinato ai fini , ai quali giudichiamo esse- 
re o servire le cose : la concorrenza di si fatte cose ad 
un fine è quella unita , di cui s. Agostino: Omnis ptil- 
chritudinis forma unitas est. Passando all'idea norma- 



182 li fi T T E n A T U R A 

le della bellezza degli animali , nota l'autore coraporst' 
di questi elementi : qualità piacente ne colori , armo- 
nia di colori e di forme ^ varietà , se^ni esterni di bel- 
lezza intellettuale e morale , e tutte queste cose con- 
cordi col fine , a cui Vanimale da natura o da noi è 
destinato. Se belli si tengono e dicono alcuni oggetti od 
aspetti della natura mancanti di alcuna delle accenna- 
te prerogati >^e : ciò avviene perchè ci dileltano per le 
idee che traggono in loro compagnia, e che presenta- 
no all'animo più vivamente. Anche il bello relativo ha 
sua ragione nella qualità delle idee , che gli uomini per 
abitudine hanno associate a diversi oggetti. Ad illustrare 
le sose dette , crediamo definire che s'intenda per bellez- 
za intellettuale e morale^ secondo 1' autore. Tutte le ope- 
razioni della mente , le quali o per la difficolta che è in 
esse, o per la facilità con che sono poste ad affetto, ci 
recano maraviglia , sogliono dirsi belle , poiché la 
maraviglia è diletto ; l'uomo poi piacendosi dell' or- 
dine, si piace della giustizia e più della onesta; laon- 
de le azioni oneste , sendo dilettevoli a tutti coloio che 
hanno intelletto a conoscerne il pregio , meritano il no- 
me di belle , quando si conosce che a porle in effetto sia 
mestieri di rinunziare alla privata utilit'a ; che questo 
rende le azioni maravigliose, e perciò dilettevoli. Quel- 
le azioni adunque, per porre ad effetto le quali richiede- 
si la vittoria sopra qualche passione , sono naturalmen- 
te piacenti più chele altre, cioè sono belle. 

Io vo dicendo tra me: Questi principii normali del- 
la bellezza notati dal chiaro autore potrebbero essi ri- 
dursi ad uno ? al principio àtWordine già da me stabi- 
lito ? Farmi, che si : infatti bellezza delle cose natu- 
rali considerata in astratto vuole, J*. il color vivo fina 
ad un certo segno , che non offenda il senso : questa 
limitazione , cìie non offenda il senso , non accenna el- 
la essenzialmente aWordine ? 2°. e quell'armonica dì- 



OsiKftvAziON! SUL BÌELtO 183 

sposlzlòne di colori e di linee non è dessa tutto ordine? 
Resta la varietà; ma questa dovendo coesìstere colle altre 
jS'^crogative della bellezza, e certamente non escluderle, 
non può non essere amica cìeWordine. Passando alla bel- 
lezza considerata in concreto , tanto più trionfa il princì- 
pio Vordìne^ in quanto che il saggio autore lia notato una 
condizione necessaria alle prerogative di vivacith, di ar- 
monia , di varietà t cioè che siano concordi al fine : ed 
ha ben anche ramraantato quella sentenza del vescovo 
d'Ippona , che dice : Omnis pulcritadinis forma uni' 
tas est. Che ci vuole di più per ridurre i principii del- 
la bellezza a quell'unico da me indicato àtiWovdine ? 

Passando ai principii normali delle belle arti , 
incomincia dall'architettura. „ Gli edifici si erigono per 
,^ sicura e comoda slaiiza degli uomini ; ond'è che l'ar- 
^, raonia e la varietà delle forme debbono in essi con- 
^j cordarsi col fine , per cui sono fatti , e dar segno di 
f, essere solidi ed acconci ai diversi usi , a che sono de- 
,, stinati : l'armonia e la varietà delle forme in questa 
,, concordia fanno quella Unita delTedifizio, che è bel- 
^^ lezza. ,, Siccome poi gli edifici o sono pubblici o pri- 
vati e di usi diversi , cosi altri rapporti ne nascono , à 
Cui devesi conformare T ordine architettonico-, cosi an- 
che l'esterno deve annunziare l'interno , e questo come 
quello conformarsi M.'ordine^ nel quale, a mio parere, sta 
il grande segreto, ossia la ragione fondamentale della bel- 
lezza. Nel che pare consenti il eh. autore ; tanto piij 
che risolvendo la quistìone , in cui si dimanda se ar- 
chitettura sia arte d'imitazione; rispondeaffermativamente, 
perchè gli eleme.nti della bellezza archìteltorlca sono 
quegli stessi, onde ha detto formarsi la bellezza delle co- 
se naturali, cioè armonia di forme (e di colori dove siano 
marmi diversi) , e varietà, anche in concordia co* fini, per 
Cui sono fatti gli edifìci. Essa infatti (l'architettura) dispo- 
ne e proporziona le parti degli edifici secondo certi fluì 



184 Letteratura 

come fa la natura. Con che è cliiaro il principio dell* 
ordine trionfare eziandio nell'archilettura , come trion- 
fa per eccellenza nella bella natura. E molto piiì trion- 
fa nella pittura ; dacché, per confessione del eh. autore, 
£;li elementi dell'idea normale della bellezza pittorica 
sono „ l'imitazione del naturale , la buona scelta del 
,, subietto e del momento dell' azione , l'unita dì 
,, questa , la scella delle forme de' corpi secondo l'idea 
„ del bello naturale , l'espressione ne' volti e negli 
,, atti secondo il bello intellettuale e il morale , e 
„ spesso ancora l'espressione de' costumi viziosi, l'ar- 
„ monia nella disposizione delle linee secondo le 
„ leggi della prospettiva; l' armonia del chiaroscuro; 
„ la proprietà e T armonia de' colori , e il loro de- 
,, gradare secondo le distanze diverse degli oggetti rap- 
„ presentati. ,, Che si vuole dipiìi a cònchiudere , che 
pittura, se vuole essere e dirsi bella, dee conformarsi al- 
l' ordine ? E ciò vale eziandio per la scultura , per- 
rochè ( secondo osserva l' autore ) „ se ne togli la pre- 
„ rogafiva di ritrarre il naturale co' suoi difetti ( il che 
,, può fare la pittura con qualche lode ) e l' armonia 
,, del chiaroscuro e de' colori ( che la scultura non ado- 
,, pera ) avendo questa i fini medesimi che la sorel- 
„ la sua , ha in comune con lei tutte le altre prero- 
,, gative, e perciò la stessa idra normale della bellez- 
„ za. „ Venendo alla poesia , anche in essa ( se pre- 
scindasi in alcuna parte da ciò , che ha di proprio 
e la divide dalle altre arli imitatrici della bella natu- 
ra ) trionfa il principio dell' ordine. Elementi della 
bellezza poetica , secondo il cb. autore , sono : ,, la raa- 
,, teria in immagine sensibile, mirabile e passionata : la 
,, forma varia nell' unila : la significazione con paro- 
,, le e modi illustri , che portino verità ed cviden- 
„ za con armonia. „ Venendo alla musica , 1' idea 
normale della bellezza ba per clementi ,, la melodia 



OSSERVA7JOM ,SUL BELLO 185 

„ e r armonia de' suoni piacenti , V alternare de' pia- 
,, ni e de' forti , e la varietà di lulti questi elementi 
,, congiunti nell'unita, clie è costituita dall' imitazio- 
,, ne della natura : che è il fine più raaraviglioso e 
„ più nobile dell' arte. ,, E qui ci sia dato concliin- 
dere a favore del princìpio dell' ordine con quella sen- 
tenza del gran maestro di coloro che sanno , il quale 
dice ( Fisica FUI , i ) : Di quelle cose , le quali 
si fanno da natura e secondo natura, niuna è die 
non sia in ordine. JNè taoeremo ciò che nota il eh. au- 
tore ( che ha dato occasione a questo qualunque di- 
scorso ) : cioè die le idee normali o principii gene- 
rali , onde misurasi il pregio della bellezza nelle ope- 
re della natura o in quelle dell' arte, non sono com- 
posti adaibitrio, ma derivati dalla natura dell' uomo 
e delle cose, che fanno dolce impressione sull'ani- 
mo . ,, Il che è quanto dire , che hanno un rapporto 
,, con fatti , i quali se alcuna volta si modificano ia 
,, parte per cagioni fortuite, non cangiano raail'esse- 
,, re loro ; perocché gli uomini e le cose hanno qua- 
„ lita loro proprie in tutti i secoli , fra tutti i popo- 
„ li , in tutti i climi : e questa è la ragione per la 
„ quale saranno sempre bellissime le opere di Raffae- 

„ le . . . del Palladio di Virgilio ... di Dante . . « 

,, di Cesare, e di altri scrittori denominali classici. „ 
Giova intanto avere i.ella mente le idee generali espo- 
ste dal eh. autore per acquistare quelf attitudine a ben 
giudicare del pregio delle opere (e noi diremo dell* 
ordine ) la quale è chiamata buon gusto. 

Parlando di alcuni modi, onde avanzare le disposi- 
zioni naturali e l' intelletto , il eh. autore dice così : 
,, Soprattutto gioverà l' arte di porre a tutte le idee uà 
,, ordine tale, che le une alle altre si leghino persi na- 
.1, turai modo, che il sistema loro riesca per quanto è pos- 
„ sibilo intero ed uno. ,, Di che avendo egli dato esem- 



188 LfiTTtnATURÀ 

pio nella sua opera Del metodo ec. ( Corfk i83i, é 
Parma i836 ) non posso che pregare i savi e cor- 
tesi di porre V occhio in quella , ilove vt^rlranno quasi 
lo specchio clella mt^nie di lui anche nelle cose della 
bellezza, piii pienatiiente e meglio , che nel breve ed 
imperfetto quadro , che servendo all' instituto mio mi 
sono studiato di presentarne! e se ivi vedranno trionfar 
1' ordine, potranno convertire della bellezza dell'opera 
che e fruito di lunghe e dotte speculazioni del chiaro 
ideologo : lume della Romagna onde è nativo, e di Bolo- 
gna ove ha pusto sua stanza (1). 

I). VaCCOLIN! 



TP arte di goder sempre. Opera del P. alfonso de 
Sera sa fiammingo, della camp, di Gesù. Prima tradii' 
zione italiana del P. Antonio Bresciani della mede- 
sima compagnia. Homa 1836. 

T 

-1 1 P. Alfonso de Serasa gesuita fiammingo di motta 
virtù, ed assai versato nelle teologiche e filosofiche di- 
scipline, morì in Anversa nel i^^ìfit, giunto appena al 
quarantesimo anno di sua età. Tre anni prima , ciofe 
nel i664, aveva pubblicata nella stessa citta un' opera 
intitolata De atte sempergauden di, ò'ìvha in W trat- 
tati , ne' quali assai meglio del filosofo Seneca con va- 
lide ragioni svolse ampiamente quanto può condurre 
alla vera felicità 1* animo umano , e renderlo anche nel- 
la terra, per quanto e possibile , lieto e contento. Ed 



(i) Autore dell' opera indicata è il celebre poeta Paolo 
Costa. 



Artk di goder sempre 137 

effinclib come ad un colpo dì occhio si potessero tul- 
li i suoi argomenti vedere , compendiò l'intera materia 
in un sii;:;oso Iraftatcllo , e come por appendice 1' ag- 
giunse. Venne quest' opera commendala ne' giornali di 
quel tempo , illustri filosofi della Germania la citaro- 
no con onore, e l'islesso prof. Cristiano Fischer nel 11 't\ 
procuronne in Lipsia una ristampa , bella eziandio per 
le giunte fattevi da ciliari letterali. Ninno peraltro l'ave- 
va giammai in altra lingua tradotta. 

Il H. P. Antonio Bresciani della medesima com- 
jiagnia, atleneutlosi a quest'ultima edizione, lia impreso 
ora a volgarizzarne «1 solo compedio , ma non in gui- 
sa che letterale riuscisse la sua traduzione. Imperoc- 
ché seguendo egli sempre le orme del suo originale, svi- 
luppa e pone in pili chi ara luce quegli argomenti , che 
ivi SODO accennali : nh sovente ha omesso di consulta- 
re r opera grande , siccom' egli stesso dice nella sua 
prefazione , e ne' cenni della vita del Serasa che bre- 
vemente vi ha unite. Quello però che renderà per 
certo il lavoro del Bresciani degno di molta lode , e 
giustamente gli acquista un pregio tutto suo, è 1' ele- 
ganza e forbitezza di stile , con cui si è piaciuto ador- 
narlo. Che se la rabustezza degli argomenti rende per 
se stesso commendevole un libro qualunque, non può 
negarsi che anche la bellezza della elocuzione grande 
pregio gli aggiunga , e che piìì insinuante allora , e 
direi anche più cara rendasi la slessa verità. Avve- 
gnaché , come dice il Pallavicino nel suo Trattato del- 
lo stile al capo 3: ,, Se gli uomini potessero come gli 
angeli manifestarsi immediatamente i loro concetti, so- 
verchie sarebbero le parole. Ma giacche a fine di pa- 
lesarceli scambierolmente eie necessario il dipinger- 
li con qualche sensibil colore , perchè scegliere a ciò 
pili tosto la negrezza sordida di un carbone , che le 
tinte graziose di oltre mare ? . . . Qui ccrlameale ha 



188 Letteratura 

luogo la famosa comparazione usata da Lucrezio del me- 
le , che si asperge intorno agli orli di que' vaselli, in 
cui si pongono le medicine , affinchè i fruiciuUi lusin- 
gati da quel dolce più prontamente si muovano ad 
assorbirle. „ 

Ed in vero que* nostri antichi padri con quanto 
sopore di lingua italiana non dettarono i loro scritti , 
alcuni de' quali tuttodì ammiriamo , e non solamente 
giammai ncn sono stali superati, ma forse nemmeno avran- 
no mai chi li agguagli! Che se vorrassi dire venir man- 
co la chiarezza , e quella dolce soavità che parla 
al cuore , in chi si mostri accuratamente studioso dei 
vocaboli e dello frasi , in ispecie ne' libri ascetici, leg- 
gansi le piij accreditate tr^iduzioni che i trecentisti 
hanno fatte di simili opere : e chiunque bene vi por- 
rà mente e gusterà pienamente la forza e la proprie- 
tà delle voci , delle frasi , e de' periodi, dovrà confes- 
sare essere i suddetti libri sparsi di una spontaneità 
e soavità , che potrai ammirare ma non ispìegare. Per 
chi poi non sia si innanzi in fatto di lingua ripete- 
remo col Cesari (1) non istamparsi i dizionari, affin- 
chè ricoverti di pelli oltramontane ed interziati di va- 
ghe dorature abbiano a far di se bella mostra negli ele- 
ganti scaffali : e soggiungeremo col venosino , che sic- 
come col disusarle possono a poco a poco le parole 
uscir di corso , cosi collo spesso adoprarle possono 
novellamente tornarvi. Noi.^plenlieri abbiamo voluto 
allargarci alquanto , e dir tutte queste cose , che non 
sono ignote per certo , affinchè cessi una volta quella 
moltitudine di libri italiani scritti con tanta negligen- 
za di stile : e prendano coraggio que* che sono nella 



(i) Imitaz. di Cristo: nella pref. 



Arte d[ godeu sEMPRr. 1 Sg 

reità strada a durare nel loro proposito , ed a colti- 
vare questo soavissimo idioma, sapendo però distingue- 
re r oro dalla niondiglia , ed allenendosi alle savie 
regole die sole debbono esser di guida nella saggia 
imitazione de' classici , siccome ci .^embra aver fatto 
il Bresciani. Ed affinchè ognuno possa da se stesso 
vederlo, riferiremo alcune parole del cap. IV al §. IV ; 
ove trattasi della grande opinione , che debbasi conce-' 
pire di Dio da chi considera gli strumeni , di cui per 
reggere il mondo si serve. 

Dopo aver detto l'autore, che per innestarsi nelTanl- 
mo siffatta opinione non si volse a contemplare Iddio 
stesso nella sua essenza, perocché non avrialo potu- 
to , ma che prese a considerare gli strumenti più sem- 
plici , di cui servesi a dirigere e regolare la machi- 
na dell' universo , cosi prosieguo : „ Mi diedi a con- 
siderare la vasta superficie de' cieli , che a guisa di 
ricco padiglione ingioìellato di stelle si distende a co- 
prire la immensa curva del firmamento, e quivi entro 
come re della luce il sole e lo splendor del suo vol- 
to e l'inesausta fonte de' suoi raggi e del calore e del 
lume che ne diffondono , e il rapidissimo girar delle 
sue orbite in se stesse concentriche e fuor di se sul- 
r eclittica con tanto ordine nell' ascendere e nel discen- 
dere sulle curve del meridiano , nell* avanzarsi e nel- 
r arrestarsi fra i tropici e l' equatore da formare l'av- 
vicendamento delle stagioni, la misura del tempo , la 
distinzione dei dì e delle notti , il compimento degli 
anni e de' secoli. La terra poi porge all' occhio altre 
apparenze, e vado per tutto considerando i monti e i 
piani, il sinuoso incavarsi delle ime sue parti per ac- 
cogliervi il mare , il declivo dei dorsi delle più cù'< 
celse eminenze per dare corso ai fiumi , e i serbatoi 
degli antri e delle caverne per dare alimento perenne 
alle sue fonti. E qui vestirsi di annose selve , e la di- 



100 Letteratura 

stendersi in colte campagne e germinare per lutto , e 
porgere mille maniere di cibi ai domestici ed ai fore- 
sti animali. Ogni cosa discerno fra tanto slegamento sì 
inanellata , fra tante distanze si approssimata , fra tan- 
to variar di nature si affratellata , die ne la grandez- 
za opprime le pii!i minute , ne 1' altezza nuoce alle più 
basse , ne la vicinanza confonde le più propinque , ne 
r umidita nuoce alla vaccliiczza , ne al freddo il calo- 
re, ne il denso al trasparente, ne il ruvido al delicato , 
ma ciascuno con armoniosissirao concerto si accorda. ,, 
E poco dopo al medesimo paragrafo. 

,, E non è egli chiaro che la luce emana dal sole a 
ornare , a colorire , e in vaghissimi modi a deliziare 
il mondo ? Pel sole V alternar dei giorni e delle notti. 
Per le sue guardature oblique ora dal Cancro ora dal 
Capricorno elevate o depresse, le stagioni o torride o 
temperate od algenti. Pel sole i semi attecchiscono , le 
radici s* imbarbano , i tronchi si ristorano , le foglie si 
colorano, le frutta si maturano, si dipingono i fiori , 
si disciolgono le acque. Per lui gli animali si scaldati 
d' amore , e gli usignuoli lo salutan dal nido , i lioni 
e le tigri dagli antri , le animose puledre dai prati, 
le farfalle dai fiori , gì' insetti dall'erbe, i pesci dai pro- 
fondi gorghi del mare. Per lui si adunan le nubi , sì 
formano i turbini e le procelle , il lampo balena , il 
folgore tuona , i venti sbuffano, le nevi si sfaldano , le 
piogge dall» nubi distillano. Il sole entra coli' influs- 
so de* suoi raggi a ricercare gl'inaccessibili seni de'raon- 
ti , e vi s'indura, e colora le gemme ed i marmi. Si 
fa tutto fulgido ne' diamanti, rinverdisce negli smeraldi, 
s' indora nell' ambra e ne' topazi , è verd'azzurro ne'be- 
rilli , giacintino nelle granate , vermiglio nel rubino, 
candido nelle margherite , cileslro ne' zaffiri , aerino nel- 
le turchine , sanguigno nel diaspro , occhiuto nelle oni- 
ci , onduloso nelle agate , mischio nel porfido , chiaa- 



AuTk di goder SEMl»nE. I9I! 

2ato, listato, venato in mille diverse maniere di marmi. „ 
Ed in cotal modo tutta piiì o meno procede que- 
sta tiadu^ione , ove in modo particolare è da leggersi la 
similitudine del viandante , che ignaro delf arte nauti» 
ca trovasi al sopraggiuugere di fiera tempesta sovra uà 
vascello in mezzo alT oceano ( cap. 2. §. ^ . p. 33 ) , 
la descrizione della zanzara ( cap. 3. §. 1. p, 57 ) che 
nella suu piccolezza non è meno mirabile dell' immenso 
occhio del sole, ed altre vivacissime dipinture che ad 
ogni tratto s' incontrano. Per le quali cose non dubi- 
tictmo , che questo libiello, sebbene piccolo di mole, sa- 
rà per essere accolto con molto gradimento , e che ognu- 
no in leggendolo vorrà persuadersi che non sarà stato 
di tenue iatica al traduttore il ridurlo con tanta prò-» 
prietà, specialmente di termini tecnici, nell' italiana fa- 
vella. Che se in altre edizioni ( e certamente saranno 
per farsene ) vorrà egli ritoccarlo alquanto e lor via o 
qualche ramu di troppo ridondante che ingombra e non 
adonta la pianta , o qualche frase alquanto impropria , 
almeno relativamente al subielto, come p. e, alia pag. 5G 
ove dicesi che Dio duellando con te a stocco corto 
i incalza ec, o qualche parola che presenta un non so 
che di rustico , come il cuore avaro e taccagno ec, 
( p. 103 ) , non dubitiamo di asserire che in questa tra- 
duzione molto avrai a lodare, nulla a riprendere. 

FRANeESco Fabx MoiSTAM. 



i92 



' P^ite degr illustri ravegnani , scritte 

da Filippo Mordani 

■ t ( tò ,q . . ^ cf/ntinuazione ) 

od--» ( r<. .^i . ■ 

-idol» i.OU -..•... ;^r S P A S I O 

i primo de' ravegnani illuStd (avendo ri^guardo al- 
l'' ordine de' tempi ) si è Aispasio il sofista , titolo che 
jsiaBtico vokvd rSi'gfìificare sapiente, raa poi, dice il 
Pert^éafi , si fèbe nottie «?' obbrobrio da Si^ergognarne 
i pèssimi dó^ sapienti i ontV e che '1 fiorentino Varchi 
l'aveà più in odio che '1 male del capo . Nacque Aspa- 
sio in Ravenna , città fra le anliche nobili d'Italia an- 
tichissima nobilJ$snttdi' e per la eccellenza dell'inge- 
gno e per le Opéi^e composte e per gli avuti onori di- 
venne illustre e famoso. Ebbe i primi amraaeslraraen- 
ti da Demetriano suo padre, uomo valente nell' orato- 
ria , nella critic» e nelle matematiche discipline : po- 
scia udì Pausania ed Ippodromo, maestri celebri ncl- 
r arte del dire , da' quali apprese anche la greca fa- 
vella . E coraechè egli , al ragionare di Filostrato , 
non avesse da natura il dono della estemporanea elo- 
quenza , se lo procacciò con la fatica e con l' arte 
Si fattamente, da destar nel pili delle genti diletto e ma- 
raviglia . Trascorse molte lontanissime regioni pel be- 
nedetto amore della sapienza , dove gli avvenne alcu- 
na volta di dover disputare con altri retori , o vogliam 
dire sofisti . Scndo poi egli in Roma , ed il suo nome 
giunto a notizia di Alessandro Severo iiuperadore , quel- 



Vite degl'illustr! Raveònani ig'3 

r ottimo principe che degli studi si dilettava, e vir- 
Idoso teneva in pregio i virtuosi, fattolo venire alla 
corte , lo accettò in protezione e gli die ufficio di suo 
segretario . E dicono eli' ei lo condusse seco quando si 
parti di Roma con l'escrcilo alla volla della Soria, onde 
abbassare 1' alterigia del persiano Artaserse , die aveva 
mosso le armi contro l'imperio: e forse fu anche con 
esso lui allor che andò a fiaccare l'orgoglio de' bar- 
bari , i quali, valicato il Danubio e '1 Reno , dava- 
no il guasto alle provincie romane . E s? questo fu, 
egli si trovò alla morte di Alessandro, ucciso cru- 
delmente nella Gallia dalle romane legioni ammutina- 
te , nella eia verdissima di circa ventisei anni e nella 
luce stessa della vittoria ; la cui fine , che a ttitti i 
buoni fu vivamente dolorosa , al nostro Aspasio do- 
vette essere senza dubbio dolorosissima . Queste cose 
avvennero 1' anno di Cristo 21).^. Morto Alessandro , 
prese Aspasio a tenere scuola di eloquenza in Roma con 
assai nominanza ed universale soddisfazione ; imperoc- 
ché egli trattava V arte sua con molta piiì gravità e 
nobiltà dogli allri rclori di que' giorni . Non chie- 
dente , ebbe in Roma cariche e magistrati. Presiedette 
all' annona , forse ancor vivo Alessandro , quando il 
buon principe tolse col suo danaro a radrizzare quel 
magistrato presso che caduto pel mal governo del suo 
antecessore Elagabalo. Altri onori di molto splendore 
erangli offerti dal senato romano , ma egli li lifìutò , 
dicendo la sentenza del sapiente da Mitilcne : ,, Non 
vogliate darmi cosa , di che molti m' abbiano ad in- 
vidiare , ed i più la desiderino pef se . ,, E questo sia 
testimonio della sua avvedutezza e moderazione. Cora- 
pose parecchie orazioni contro di Arislonc e di al- 
tri suoi malevoli , delle quali Snida ci ha serbato me- 
moria ; ma '1 tempo non le lasciò gìngnere fino a noi: 
ben sappiamo eh' erano a' suoi d\ cerche e lette da' sa- 
G.A.T.XLIX. 13 



104 Lettkhaturà 

vi . Nelle epistole scritte a nome tleir imperaJore ado- 
però uno stile contenzioso , ne baslevolmentc chiaro; 
perchè Filoslrato ( quegli che fece in greco le vite de' 
sofisti ) che fu suo amico , glie ne scrisse ; ond' egli 
si volse poi air antica seaiplicita. Il Montfaucon eb- 
he trovato nella libreria trevisana di Venezia un co- 
dice contenente 1' ortografia di Aspasio ; ma sendo sta- 
ti altri due scrittori di questo nome , non può dirsi 
di certo se sia opera del nostro ravegnano . Il pre- 
detto Filoslrato , che scriveva de' sofisti mentre Aspa- 
sio era ancora in vita , dice eh' ei fu uomo dottis- 
simo , eloquente : non arrogante , ne vanamente am- 
bizioso: buon conoscitore de'tem[>i e degli uomini : di 
fama grande, onorala . Mori in Roma molto avanti in 
età , forse imperanti Valeriano e Gallieno , e fu lo- 
dato pubblicamente ne' rostri . 

42. 

GUIDONE 

Dì non picciolo giovamento ai geografici studi 
fu veramente 1' opera di Guidone ravegnano, la qua- 
le , al dire dell'Andres, „ può considerarsi come l'ul- 
timo avanzo dell' antica geografia , che in qualche mo- 
do la lega con quella de' bassi tempi. ,, Questo Gui- 
done , che alquanti scrittori vogliono nato nel setti- 
mo secolo ( io tengo l' opinione di quelli che piìi a ra- 
gione dicono nel nono) è meglio conosciuto pel no- 
me di Anonimo o Geografo da Ravenna . Flavio Bion- 
do e Raffaello da Volterra scrivono che fu sacerdote: 
vero è eh' ei fu uomo di semplici costumi , lodevo- 
le per bontà di vita , dotto alcun poco di greco, e 
studioso delle sante scritture . E eh' ei fosse natio dì 
questa nostra citla , non vogliamo che si creda ali* 



Vite de fi l'illustri Rwrgnani 195 

altrui tesllraonio, ma a quello di lui medesimo, che 
nel libro quarto dell'opera sua , venendo a dire delle 
ritta d' Italia poste appo il lido dell'Adriatico , ricor- 
da la pallia con queste parole : „ Ravenna noLilissi- 
rna , nella quale io espositore di questa cosmogra- 
fia , comccliè idiota , con V aiuto di Cristo sono sta- 
to generato . ,, Questa opera di Guidone ( o a me- 
glio dire, !' epitome di questa opera ) giacque dimen- 
ticata nella biblioteca reale di Parigi insino al i6S8, 
che dal dottissimo monaco Placido Porcheron fu il- 
lustrata di note , divisa in cinque libri a comodità 
del leggitore e messa all' onor della stampa. Il prima 
libro è come il prolegomeno dell' opera: nel secondo 
è descritta F Asia : l'Atlrica nel terzo: nel quarto l'Eu- 
ropa : il quinto annovera le citta situate in su i lidi 
del Mediterraneo , in un con le ìsole dell' uno e del- 
l' altro mare . IJ.irnio alcuni chiamalo in colpa il no- 
stro cosmografo p. r aver citati autori in oggi scono- 
sciuti , e nominate citta e terre , di che per gli altri 
geografi non fu mai fatta parola : le quali riprensio- 
ni come sieno giuste, altri sei vegga . A noi è ma- 
nifesto che anche M. Tullio e Plinio ed Eusebio e 1 
beato Agostino ( per lacere di altri molti ) ci conser- 
varono nomi d'uomini e di luoghi a noi ignoti, ne han- 
no [)er questo avuta dai posteri la mala voce di men- 
zogneri . Ma a scolparlo della barbara latinità e del- 
le altre monde, qual cosa potrà dirsi da noi ? Dire- 
mo coir autoril'a di Gasparo Berelta approvata dal Mu- 
ratori : la geografia pubblicata dal Porcheron non es- 
sere r opera intera del buon ravegnano , la quale nel 
secolo XV pervenne alle mani del celebre Antonio 
Galateo, che ne inseri alcuni brani nelle sue scrittu- 
re: ma SI una epitome fatta per un anonimo d'incer- 
ta età , ignorante delle lettere e delle cose di geogra- 
fia. Imperocché ( sono le parole del Beretta ) dai frant- 

13 * 



'596 Letteratura 

menti prodotti dal Galateo veggiaino non essere Gui' 
done così barbaro , incolto , manco e gretto , come 
appare nel codice porcheroniano . L' o(iera inlera di 
Guidone, che ancor non vide la luce, è a desiderare che 
per le investigazioni di alcuno erudito sia tratta dalla 
polvere delle biblioteche, dove stassi celata. Queste 
cose erano da dirsi intorno alla epitome della geo- 
grafia di Guidone : a che vogliamo aggiugnere che sa- 
pendo noi essere stata da chiarissimi uomini commen- 
data , come furono il Percheron , il Vossio, il Wes- 
selingio, r Eckart; e veggendola ristampata nel I69G 
con le note di Jacopo Gmnovio, uno de' più addot- 
trinati del suo secolo , e da copo nel 1722 per le cu- 
re di altro Gronovio di nome Àbramo , non ci pos- 
siamo recare a credere ciò che scrive il Tirabosclii , 
non essere cioè 'I nostro Guidone che ,, un misero 
copiatore .... della carta pentingcriana, e di qual- 
che altro geografo più antico , e inoltre un ignoran- 
te impostore, che conia e forma a suo talento au'.ori 
e nomi , come meglio gli piace : ,, ma anzi diremo 
con le parole di altro eruditissimo uomo già sopra 
nominato ( V ab. Andres ), che in questa epitome ,, fra 
molte storpiature di nomi di citta e provincie , e fra 
vari errori geografici, si leggono alcune notizie, che 
interessano la geografia e che rendono quell'opera mol- 
to cara agli amatori di tale studio. ,, Il qual Andres, 
come avesse in animo di rispondere alle accuse mos- 
se dal Tiraboschi , segue a dire. ,, L'attuale idro- 
grafo della marina francese Buache .... ha pub- 
blicate Kecentemente le sue osservazioni suU' antica 
carta itineraria dei romani , detta comunemente carta 
peutingeriana , e sulla geografia dell' anonimo di Ra- 
venna. Con questa ha rettificato e supplito molti no- 
mi e luoghi di paesi o alterati o mancanti in quella, 
e molti lumi crede polcrserie parimente ritrarre per 



Vite degl'illustri Ravegnanì 1(j7 

r itinerario d' Antoaiiio , per le parti orientali dell' 
Asia, e per le occidentali dell' Europa poco risguar- 
date negl' itinerari romani ; e mostra che il geogra- 
fo ravennate è assai più sliraabi:le che non si crede 
comunemente . „ Cosi l'Andres . Di altre opere vuoisi 
autore il cosmografo nostro, perocché '1 Volterrano , 
il Vossio , il Fabriclo ed altri scrissero , lui aver com- 
poste le vite de' pontefici romani ; e Girolamo Rossi 
tenne per sua la istoria della guerra de' goti e di Nar- 
sete ; le quali scritture in oggi più non si trovano. 

43 

PIETRO DAMIANO. 

Il nome di Pier Damiano , maraviglia d' ingegno 
e di virtù , e passato per oltre a sette secoli sino a 
noi chiaro e famoso : ne è per venir manco nella me- 
moria degli uomini; anzi splenderà come stella nella 
perpetua eternità. Nacque Pietro in Ravenna verso T an- 
no 1007 di oneste persone, ma di umile e povera for- 
tuna ; ed ebbe il principio della sua vita assai sven- 
turato. Con ciò sia che appena venuto al mondo, un 
fratello di lui , volto sdegnosamente alla madre : ,, Deh 
vergogna ! ( le disse ) Ecco siamo qui tanti, che in que- 
sta casa non è più luogo. „ Per le quali parole s' ac- 
cese la donna in tanta ira da negare il latte del mater- 
no petto al suo figliuolo; e le avrebbe patito il cuore 
di vederlo morire , se una buona femmina non avesse 
tolta la madre da quella empietà. Venuto Pietro negli 
anni della puerizia , e mortogli '1 padre e la madre , 
stette appresso di un suo fratello , il quale ( fosse mal 
animo o domestica strettezza ) il mise a guardare gli ar- 
menti. Se non che Iddio spirò al cuore di un altro suo 
fratello per nome Damiano ( quegli che fu poi areipre- 



403 Letteratura 

te della cliiesa ravegnana ) il sunto pensiero di torre i( 
fanciullo da quella miseria e farlo educare negli studi , 
mostrando Pietro insin da que' teneri anni forza ed acu- 
me d' ingegno , e cuore a[)erto alla pietà. E per questo 
amore del fratello vuoisi eh' ei fosse poi chiamalo /*/>/- 
tro di Damiano. F'cce i primi studi in F:unza, e poscia 
andò a Parma ad apparare le lettere e k: scienze , nel- 
le quali riuscì maraviglioso ; e fra' suoi precettori fu 
un tal Ivone , di che egli stesso lasciò memoria. Aveva 
appena comj)iuto gli sludi , ed era cerco ed ascoltato 
come celebre maestro ; sì che molti giovani venivano 
a lui da tulle parti, a' quali egli insegnava le scienze 
che si chiamano liberali. Perche in breve tempo di- 
venne ricco ; e la giovenlìi e la ricchezaa gli destavano 
in cuore i diletti della carne , eh' ei cercò di morti- 
ficare con digiuni e con vigilie; e del danaro fé' parte 
a' poverelli , cibandone alcuni alla propria mensa. iVia 
poi esperio e disingannato delle cose umane , e nien- 
,te altro piacendogli in questo mondo se non gli studi , 
desiderò di menare la vita lungi da ogni romore e reo 
costume di cìlladini , ed intorno al 1034, nella età 
di circa ventisene anni , si ridusse al monastero di Fon- 
te Avellana. E' questo un eremo situato alle radici del 
Catria ( monte che dicono levarsi all' altezza di 524i 
piedi di Parigi ) , vicin di Gubbio qualturdici miglia : 
luogo solitario , e stanza del silenzio e della quiete. 
E qui '1 buono eremila si fece così fermo al servigio 
di Dio : 

„ Che pur con cibi di Ii(|uor d' ulivi 
„ Lievemente passava e caldi e geli 
,, Contento ne' pensier conlemplalivi. 

La quale tranquillila solitaria non gli venne mai 
a fastidio ; anzi si dolse di doverla spesse volte la- 



Viffi E agl'illustri Ravkgnani 109 

sclarfì. Nò in (fneslo niu:iaslero solamente , dove vestì 
r abito di s. Benedetto e professò e fu priore , ma 
sì in quelli della Pomposa , di Glugny e di Mon- 
tdcasino , dove alcun tempo so^oiornò , fu a' monaci 
tulli di esempio , e loro maestro in ogni genere di 
virtù e di scienza. Ora la famajdella sua pietà e dottrina 
non polendo in quelle solitudini starsi rinchiusa , erasi 
gi'a divulgata in Italia ed olir' alpi ; laonde venne de- 
siderio a Gebeardo arcivescovo di Ravenna di averlo , 
almen per poco , nella patria. Ed egli per carità del 
natio loco vi si condusse ; e forse di qua inviava a Gio- 
vanni vescovo di Gesena il suo libro de' gradi della 
parentela e della cognazione ( testimonio splendidissi- 
mo di quanto ei valesse nella scienza delle leggi ) e 
scriveva ad Arrigo III re di Germania raccomandan- 
dogli r arcivescovo ravegnano. Appresso, nel lO/tC , 
esaltato poalefice Clemente II , si trasferì a Roma : poi 
air Avelliiiia. Ed erasi appena renduto all' eremo, che 
lo stesso Arrigo gli comandò di tornare a Roma , per- 
chè fosse di aiuto al pontefice col suo consiglio. E 
da indi in (jua Pier Damiano ( riferisco le parole del 
Tiraboschi ) ,, fu quasi di continuo occupato ne' più 
rilevanti affari ecclesiastici. Non vi ebbe quasi sinodo , 
a cui egli non intervenisse. La simonia e l' inconti- 
nenza del clero orano allora i vizi , che troppo brut- 
tamente guastavano la chiesa di Dio ; ed egli e co' suoi 
libri , e co' viaggi intrapresi a diverse citta , usò di 
ogni sforzo per estiparli . ,, Non sappiamo quanto egli 
slesse in Roma : scrivono alcuni che quindi tornando 
rallegrasse di nuovo la patria di sua presenza ; e for- 
se fu in ([ucsto tempo eh' ei vestì mònaco nel cenobio 
di s. Apollinare in Classe il nipote suo di nome Mari- 
no. Frattanto l'anno i05T moriva il sommo sacerdo- 
te Vittore li, ed entrava pontefice Stefano IX , il qua- 
le „ ben conoscente ( così 'I Muratori ) della rara vir- 



200 Letteratura 

tu e ItìUeratura di Pier Damiano , dall' eremo il chia- 
mò a Roma , e l' alzò al grado di caidiiiale e di ve- 
scovo d' Oslia. Ripugnò forte ad acceltar queste digni-' 
ta il santo monaco , con resistere fìncliè potè alle pre- 
ghiere di esso papa e di molti vescovi ; ma 1' intima- 
zione della scomunica , se non ubbidiva , fjuella fu che 
in fitje l' espugnò ,,. Ito Pietro alla sedut vescovile, 
pensi ciascuno con quanta cariti ed amore intendesse 
al bene delle genti ; ch'io dirò seguitando quel che 
gli avvenne in Roina indi a poco tempo. Dopo la mor* 
te deir ottimo pontelìcc SletViiio , che segui nel i05S, 
il popolo romano concitalo a tumulto aveva eletto Gio- 
vanni vescovo di Velletri, appellato poi Mincio ; a che 
'1 nostro Pietro s' era contrapposto, perocché quella 
elezione non fu fatta secondo il canone. E non aven- 
dolo voluto sacrare in pontefice , e veggendo la citta 
rim.escolata per le brighe de' faziosi , stretto dalla ne- 
cessita , si fuggì. Fra questo mezzo il concilio sanese 
levava alla suprema dignità Gherardo vescovo di Fi- 
renze , che tolse il nome di Nicolò li , e Mincio ( che 
s* era fatto chiamare Benedetto X ) spontaneamente de- 
pose le insegne pontificali , e gli furono tolti i gradi 
di vescovo e di sacerdote : perchè rimasa vacua la se- 
dia di Velletri , fu data a Pietro in governo. J\è mol- 
to tempo andò che , levatasi in Milano una setta di 
eretici, il. nuovo pontefice lo inviava coTa suo legato 
insieme con Anselmo vescovo di Lucca , che poi fu 
papa Alessandro 11. Nel quale ufficio i due legati fu- 
rono per poco a rischio della vita : tanto era for- 
te quello sdegno de' cherici milanesi contro di loro ; 
ma 'l Damiano , cui non mancava l' animo ed abbon- 
dava l'ingegno, vinse quel!' ira e li ridusse alla pace. 
Pi che esso medesimo ne fa testimonio ncll' opuscolo 
che intitolò al celebre cardinale Ildebrando. Dopo lo 
quali cose , amando Pietro di ridursi all' eremo e fqg^ 



Vite dagl'illustri Ravkcmani 20? 

gire ogni apparenza di principe , mandò al papa un 
opuscolo intorno nlla rinunzia delle sue dignità , per di- 
sporre l'animo di lui a far£;li quella concessione. Ma 
non guari dipoi avvenne eli' esso papa mori , e gli fu 
snrr()i2;at() Alessandro II ; ed allora il Damiano recò ad 
effètto il suo desiderio. E perchè alquanti , più cupi- 
di di onori clie di vii lù , gli davano biasimo di quel- 
la rinunzia , e^U scrisse la sua apologia e la mandò 
al papa e al cardinale Ildebrando , eh' era il tutto della 
corte di Roma. Erasi Pietro riparalo novellamente al- 
l' Avellana , fermo di voler menare la rimanente vita 
in dolcissima quiete di studi e di opere sante ; quando 
ceco intervenne cosa che gli tolse di riposare piti a 
lungo nella tranquilla meditazione. Imperocché succes- 
se di que' di che Cadaloo vescovo di Parma, arrogatasi 
l'anfoità del pontefice romano , travagliava la chiesa. 
Onde mosso Pietro da buon zelo , scrisse al re Arri- 
go IV che facesse cessare quello scisma , e mandò 
due lettere a Cadaloo piene di fortissime parole. Lo 
scisma cessò , e papa Alessandro inviava subitamente 
Damiano al sinodo di Chàlons su la Senna ; ed il san- 
to eremila , ancorché vecchio e mal sofferente i disa- 
gi del cammino, inchinatosi alla volontà del pontefi- 
ce , si partiva a quella volta , passando le nevose al- 
pi nel cuore nel verno. Mi paiono degne che qui si 
registrino le parole con che Alessandro il lodava ai 
vescovi delle Gallie : ,, Da che ( die' egli ) occupati 
io moltissimi negozi della chiesa ci è tolto di venire a 
voi , abbiamo procurato di mandarvi un tale uomo , 
di cui non v' ha alcun altro di maggiore autorità nel- 
la chiesa di Roma , dopo noi ; cioè Pier Damiano ve- 
scovo ostiense , il quale è veramente 1' occhio nostro , 
e dell' apostolica sede immobile firmamento. ,, Torna-» 
to Pietro dalla Francia , si condusse a Fonte Avella-* 
na t poi a MoQtccasino, indi a Roma, e di la a Fiveo- 



202 Letteratura 

ze a fine di acchetare le discordie dc'racnaci di Val- 
lombrosa contro il vescovo fiorcnliiio : nel clic ebbe a 
sostenere le calunnie e le contumelie di ab uni iniqui 
e dolosi uomini , a massimamente di un tal frate Ten- 
zone , il quale ( per dirlo con la frase del Muratori ) 
era ubriaco di uno zelo indiscreto. Ma a lui non fu 
difficile di osservare in bè slesso quella moderazione 
e que' preretti , con che pieno di tanta sapienza , e 
sciivendo delle virtiì morali , aveva saputo ammaestra- 
re, tutti gli uomini. Queste cose pur compiute , tor- 
nava Pietro alla quiete dell'eremo, dove stette quasi 
cinque anni meditando sopra il niente delle cose uma- 
ne , e scrivendo opere , le quali hanno gittata una bel- 
lissima luce nelle tenebre di quella ignoranza. Ma 
nel I0t)9 gli fu rotto da capo il suo riposo , perchl- 
a richiesta di papa Alessandro gli convenne ire oratore 
in Germania. Messosi dunque in viaggio , e giunto a 
Francfort , s' abboccò con la maestà di Arrigo IV , 
e per forza di ragioni vinse 1' animo del re siffattamen- 
te , che '1 tolse giù dal suo proponimento di ripudia- 
re la moglie. La quale legazione felicemente adcra 
piuta , tornò a Roma , e poi a Montecasino. Cosi pas- 
savano queste cose , quando occorse che in Ravenna 
USCI di vi'ta r arcivescovo Arrigo, il quale per la sua 
protervia era stato separato con le censure dal consor- 
zio de' fedeli : uè i prioghi del Damiatìo , che gli era 
amico, avevano potuto fare che fosse benignamente ri- 
cevuto in grazia dal pontefice. Per lo che Alessandro , 
entrato in forte sospetto non i ravegnani fossero stati 
sedotti da lui , mandò Pietro a Ravenna ; il quale fu 
accolto da' suoi concittadini con incredibile allegrezza , 
e fattigli tutti quegli onori che a un tanto uomo si 
convenivano : onde non gli fu difficile di riordinare le 
cose. Dopo di che si rimise in viaggio verso Faenza : 
ma giunto al mouislero dì s. Maria fuor della porta 



Vite DSGL'iLr-u.xRi Ravegnani 203 

di quella cilla , vpccliio e debilitalo dalle fatiche, 
fu [)ieso da una febbre mortale , ed ai 22 di febbraio , 
r anno i072 , (Inodecimo di papa Alessandro , rendè 
lo spirito al ciclo. Alla solenne funerea cerimonia tras- 
se tuffa la città con incredibile cordoglio , ed il suo 
beatissimo corpo fu deposto con filande onore in uà* 
arca di marmo nella chiesa predella, ma non vi fu 
sculto r epilaOio eh' egli aveva fallo a se slesso. Iddio 
mostrò poi segni della santità sua alle genti ; perchè 
meritò di essere posto s!)vra gli altari. E crescendola 
devozione de' popoli verso quelle ceneri venerande, 
r anno 1354 a' 3 di aprile dall' abate Matteo da Ca- 
gli ne fu fatta la traslazione in piiì degno luogo ; 
e poi nel 1826 dalla chiesa di s. Maria furono recate 
solennemente nel duomo « dove oggi sono con celebre 
culto onorate. Gomechè '1 Damiano fosse cosi di so- 
vente occupalo ne' publdici negozi , ei potè pur con- 
durre un grande numero di opere : imperocché ab- 
biamo di lui olio libri di epistole a pontefici , im- 
peratori, re, principi, cardinali, vescovi ed altre 
illustri persone ecclesiastiche e secolari. Abbiamo ses- 
santa opuscoli di argomento diverso , in che sono 
raccolte parole e sentenze che si vorrebbero leggere 
anche a questi dì, principalmente dagli ecclesiastici. Ed 
essendo iu lui vigore di poetica fantasia, scrisse inni ed 
altre maniere di versi. Ma de' setlaotasette sermoni, che 
vanno sotto il nome di lui , diciannove sono di JNicolò 
monaco di Chiaravalle , come osservò già Casimiro Ou-^ 
dino. Fece aiiche alcune storie di celebri uomini , ed 
in fra le altre quella del dotto e santo anacoreta rave- 
gnano Romualdo , morto nel 1027 , che fu tradotta da 
don Agostino Fortunio e stampata dai Giunti in Firen- 
ze. Alcune di queste opere videro la luce nel secolo XVI, 
ma furono presso che tutte raccolte in quattro volumi 
ed illustrate di note dal monaco Costantino Gaetani si- 



204 Letteratura 

racusano per comandamento di papa Clemente Vili, ed 
impresse in Roma dal 16O6 al i- 4O ; poscia in Lione, 
in Parigi , in Venezia , in Bassano. Alquante altre , 
che non furono note al monaco da Siracusa , sono anno- 
verate dall'abate G inanni , in fra le quali è un suo ser- 
mone fatto italiano da Nicolò Aurificoe stampato nel 4 584, 
Ebbe Pietro, oltre a Damiano e a Marino , altri fratel- 
li : ebbe due sorelle, Rodelindae Sufficia , alle quali 
una sua lettera indirizzò : ebbe due nipoti, Marino mo- 
naco sapraddetto, e Damiano che fu abate di Nonanto- 
la e poi cardinale. La sua effìgie è rimasa a noi in un 
antico dipinto, dov'egli fu ritratto di naturale in abi- 
ti pontificali. Fu Pietro in grande autorità appo i pon- 
tefici Leone e Stefano noni, Nicolò ed Alessandro secon- 
di , non meno che al terzo e quarto Arrigo, ed alla ve- 
dova Agnese imperadrice . Fu altamente stimato e stret- 
to nell'amicizia de' dottissimi monaci Alfano, Desiderio, 
Alberico ; e fors'anco di quel suo chiarissimo concitta- 
dino Giovanni , morto in Fescam nel 1078, e celebra- 
lo dal Fleury. Fu utile co' suoi consigli e con le sue 
opere alla religione , sprezzator di richezze e di onori, 
costante nel giusto , da paura sicuro. In lui somma pru- 
denza , prontissimo ingegno , efficacia a persuadere ma- 
ravigliosa, e nelle faccende gravi sollecitudine e destrez- 
za incredibile. Vero maestro della dottrina di Dio, e tut- 
to pieno di quello antico spirito di Girolamo , di Ago- 
slino , del magno Gregorio , alzò libera la voce conti"o 
le nuove pompe , i disonesti costumi , la scellerata ipo- 
crisia. Nelle lettere umane e nelle scienze di somma e 
forse unica erudizione fra tutti gli nomini de' tempi suoi. 
Scrittore robusto , energico , alto , facondo , come ap- 
pare anco da quel brano di un suo discorso che con tan- 
ta forza e grazia di stile ne volgarizzò il Pertìcari. Non 
potrei nh saprei narrare le tribolazioni , i pericoli , ie 
fatiche , le astinenze , le vigilie , le peregrinazioni , i 



Vite degl'illustri Ravegnani 205 

freddi , i caldi , le macerazioni della sua carne. Il pri- 
mo die ne dettò la vita fu Giovanni monaco suo disce- 
Jo ; d opo di lui pili di cento scrittori italiani , france- 
si , inglesi , tedeschi , spagnnoli ne hanno raccolte le 
lodi nelle opere loro ; e sar ebbe qui lunga e forse no- 
iosa cosa l'annoverarli. Ma basti per tutti '1 divino Ali- 
ghieri , il quale nel suo mistico viaggio al paradiso fin- 
se di aver favellato con la beata anima di lui , chiusa 
dentro la luce del settimo pianeta , e gli fé dire quel- 
le grandi e magnifiche parole, che ciascuno può leg- ' 
gerc nel sacro poema. 

COSIMO MAGNI 

Segue ora che si dica di Cosimo Magni ; forte 
generoso spirito , cupido di gloria , caldissimo di pa- 
tria carità . E sebbene poche memorie ce ne abbiano 
conservate gli storici, questo sol fatto eh' io soo per 
narrare mostrerà aperto ( s' io ben veggo ) qual valen- 
te uomo fosse costui . Ed acciocché alle menti de' leg- 
gitori venga chiaro e ordinato il mio ragionamento, par- 
mi innanzi da ricordare come il magnanimo Teodori- 
co , insin dai primi anni del suo regno, accrebbe ed 
abbellì 1' antica Ravenna di splendidi e sontuosi edi- 
fici ; ed infra gli altri adornamenti fu una statua eque- 
stre , in bronzo, di singolare bellezza che 1' Merula 
ed altri dotti tennero rappresentasse l'immagine dell'ira- 
perator Antonino ; dai vulgari , che sì di sovente mu- 
tano i nomi alle cose , detta Regisole ; uè è mica da 
scambiarla all' altra dell'Ercole Orario, ne a quella 
che Carlo Magno portò in Aquisgrana . Era questa 
statua locata sovra il ponte di Austro , appo le mu- 
ra dell' orto che fu de' padri predicatori , dove in que* 



206 Letteratura 

dì scorreva il fiume Pacleni»a . Ora egli avvenne clie 
ihlorno agli anni di Cristo 728, qua venuto Liufprando 
re longoliardo , e posto assedio alla lifla , dopo al- 
cuni giorni , per infame tratlìmento di alcuno de' no- 
stri , se ne fece signore ; ed infra le altre cose che 
tolse a' ravennani , e a superba pompa del suo trion- 
fa ebbe portale a Pavia, fu la sLafin noshn dell'An- 
tonino. Ed orano otto secoli ch'ella adornava il fo- 
ro di quella reale citta, allorachè nel 1527 Odetto 
di Fols , signore di Lautrech , calalo in Italia con un 
esercito di francesi e di altri collc<^ali , forte di ol- 
tre venticinque mila combattenti , venne a campo a 
Pavia. Quattro giorni ne battè e diroccò Io mura con 
le artiglierie : ma i pavesi, facendo 1' estremo delle 
forze loro , se e la patria bravamente difendevano : 
perchè 'l Lautrech, impaziente della dimoia, propose 
di grandi premii a chi fosse ardito scoprire gli or- 
dinamenti de' nemici e fare la via alla citta . E stan- 
do lutti in silenzio , perocché la cosa era spavento- 
sa e di grandissimo rìschio , si fa innanzi al Lautrech 
il nostro Cosimo , giovane di soli venticinque anni , 
militante nella schiera del conte Guido Rangone in prò 
de' francesi , e , udendolo tutti , dice queste o somi- 
glianti parole ; ,, Dentro di quelle mura che voi , si- 
gnore , combattete, è locata una statua di maraviglio- 
so lavoro , già adornamento della mia terra natale ; 
qua ( sono ora molte età passate) dalla f^rza di prepo- 
tente nemico condotta. Questa chieggovi a mercede del 
pericolo proposto da voi ; e per la patria la vi chieg- 
go , a cui irifino da ora consacro il sangue e la vita. 
Vinto o vincitore ch'io rimanga , porto meco la fidanza 
che la memoria di questo patto non perirà. ,, Mentre 
egli diceva , erano in lui intenti gli occhi e i volti di 
tutti, uAaravigliando il coraggio e l'altezza dell'animo 
del giovine , e più degli altri ne restò ammirato il Lau- 



Vite dici/ ili ijstpi RavegnAki 207 

tiech , il quale ben volentieri concesse quanto Cosimo 
domandava, e gli fé' cuore all' impresa. Ed ecco vede- 
vi il ravegnano muovere alla volta delle mura : già ne 
ha guadato le fosse : già s'avanza in mezzo allo scop- 
pio delle armi nemiche, sotto infiniti e sassi e moli 
che i difensori precipitano dall'alto. Due volte fu re- 
spinto: non gli venne manco il cuore j)er questo: me- 
nava a cerchio la terribile spada, ed alto gridando e 
mosliando a' francesi la via , primo a forza entrò la 
rovina dei muro, e dietro a lui tutto fnriosanu nlc l'eser- 
cito si versò. Cosi fu prtsa Pavia; e dice il Guicciar- 
dini che per otto giortii vi fu usata dai vincitori cru- 
deltà grande, ed ogni cosa fu piena di rapine, d' in- 
cendii, di s[)avenlo e di morte. Mentrecliè coloro era- 
no intenli al predare, il lujono e valoroso Cosimo tras- 
se co' suoi coramilifoni alla pinzza , comandando che 
la statua fosse messa a terra dalla sua base . Allora i 
pavesi , recantisi la perdita di quel simulacro a graa- 
dissima calamita e miseria, correvano piangenti e sup- 
plicanti al Lautrech : non volesse togliere loro quel 
testimonio di nobilissima e antichissima memoria ; da- 
rebbero tant' oro quanto bastasse a fare a Cosimo una 
murale corona. Se ne scusava il Lautrech; ed il Ma- 
gni (grande veramente di animo come di nome) l'of- 
ferta corona rifiutava . Perchè veggendo i pavesi che 
a niente tornavano i prieghi e le lacrime loro , ven- 
nero alla forza e all' inganno . Rediva Cosimo lietis- 
simo alla patria, a nodo di trionfante, sovra una na- 
ve per la corrente del Po , ed avea seco il premio del 
suo valore : ed era gik pervenuto a Cremona, quando 
il custode della rocca di quella città, cosi dai pavesi 
indettato, uscivagli contro improvvisamente con forte 
mano di armati . Coloro , cavate le spade , andavano 
adosso a Cosimo , e avvegnaché fieramente il combat- 
tessero, ei memore di sua guerriera virtù fece loro graa« 



208 Letteratura 

dissima resisteza , e a' ebbe molti feriti e alquanti uccisi i 
mA in quel trambusto la statua vanne in poler de' nemici, 
e da capo fu condotta a Pavia. So bene che altri, fra'quali 
è Paolo Giovio, contano la cosa alcun poco diversamen- 
te: ma io aggiusto fede agli storici ravennani, e sovra 
gli altri al Rossi, il quale fu di quel secolo, ed avendo 
Dotato di errore lo stesso Giovio, mostra di aver avu- 
to buona contezza di questo falto. Poco appresso ve- 
nuto Cosimo a Ravenna, e '1 popolo ravegnauo volen- 
do meritare la non facile virtù dello incomparabile cit- 
tadino , fecero porre nel foro una tavola dipinta, in 
che tutta quella istoria era significata . Così i buoni 
maggiori nostri (se i grandi antiilii fatti ai meno gran- 
di non è disconvenevole raffigurare ) &i facevano de- 
gni de* celebrati; tempi della Grecia, quando gli atenie- 
si a Milziade vincitor de' persiani nel campo di Ma- 
ratone consimile premio ebbero decretalo. E siccome 
quel trofeo di Milziade non lasciava pigliar sonno a 
Temistocle, secondo die ci ha racconto Plutarco;. co- 
si '1 trofeo di Cosimo scaldava del santo amor della 
patria i petti di altri due ravegnani , Cesare Grossi e 
Pier Maria Aldobraiidino : e le porle di bronzo ritol- 
te nel 152S agli stessi pavesi , di che i nostri stori- 
ci raccontano , e delle quali anche oggi un picciolo 
avanzo rimane , sono testimonio chiarissimo del mio 
ragionare . Tornando al Magni , egli s' ebbe da' suoi 
concittadini un' altra pubblica dìraostranza di amore , 
e fu questa ; che volendo la sorella di lui consagrar- 
si vergine nel monislero del Corpo del Signore , il 
senato le statuì conveniente dote dal pubblico erario- 
Ma poco bastò a Cosimo la vita onde godere di que- 
sti cuori : perocché Bernardino Catti, che fece in ver- 
si latini il suo epitafiìo , dice eh' ei morì nel 15a9, 
nella freschissima eia di ventisene anni . 



ViTK kegl'illusTri Ravegnani 209 

-45. 

GABRIELLO PASCOLI . 

Voglio qui rinnovare la memoria di Gabriello Pa- 
scoli , il quale visse nel secolo XVI , e fu in voce 
di letterato . In che anno ei venisse al mondo non 
è detto per gli storici : solo scrivono che nel 15/|3 
prese 1' abito de' canonici lateranensi, e la religione 
loro professò . Fu poscia a Padova a compiere gli stu- 
di delle umane lettere e delle sacre scienze, a' quali 
aveva dato in patria comincia mento. Trovo cb' ei fer- 
mò la sua dimura quando in Cesena ( dove fu abate 
della canonica di s. Croce ), quando in Ferrara, ed 
anche in Pavia e in Piacenza; ne'quali luoghi fu avu- 
to in conto d' uomo erudito e di oratore eloquente. 
La natura lo dotò d' ingegno, che fu dagli studi ac- 
cresciuto , e scrisse poi alquante opere che gli fecero 
nome . La prima cosa che fu veduta a stampa di lui 
è un libro intitolato // glorioso trionfo della Croce, 
eh' egli indirizzò a Bianca Capello veneziana, nuova 
donna di Francesco II de' Medici , per isplendor di 
bellezza e per avventure molto famosa. Cantò in ottava 
rima // lamento della F'ergine nel partirsi da lei per 
ire alla morte della croce il suo divino figliuolo. Que- 
sta prosa e poesia piacquero agli uomini di quel se- 
colo , e Torquato Tasso celebrava 1' autore con que- 
sti versi : 

,, Voi sacrale a la croce or prose or carmi , 
,, Ch' è più vittoriosa e grande insegna , 
„ E con lei trionfate ancor di morte . 

Ebbe pure scritto un carme in lode della Capello ; e 
G.A.T.XLIX. 14 



210 Le t t e r a t u r a 

da questi due poemetti in fuori , s' altri versi ci com- 
pose, io non ne Iio av^ufo contezza. Mise anclie in lu- 
ce// perfetto ritratto dell' uomo, opera divisa in sei 
giornate, fatta a maniera di dialogo , nella quale si 
disputa della nobiltà dell' uomo , della miseria in clie 
cadde dopo la colpa , della necessaria cognizione di 
se stesso, della divina bontà. Ed inapjursso fé' usci- 
re Il cortigiano disperato , eh' ei dice disteso ne' suoi 
giovanili anni , insin da che era a studio in Pado- 
va , per satisfare ad alcuni suoi amici e compagni , 
che di questa cosa assai nel pregarono . Da comin- 
ciaraento all' opera ( che ha faccia di romanzo , ma 
forse fu vera istoria ) una descrizione breve della bat- 
taglia combattuta tra' cristiani e' turchi nel mare di 
Grecia a' 7 di ottobre del 15^1 , la più solenne che 
si vedesse da Cesare Augusto in qua . E viene con- 
tando come dopo la sanguinosa pugna e vittoria delle 
armi cristiane, alcuni di que' celebri guerrieri, anzi 
che tornare alle case loro, sen gissero a diletto chi 
qua e chi la per diverse parti del mondo ; e com e 
uno di questi , tornatosi a Genova , e poi venutogli 
talento di ripassar il mare, s'avviasse alla volta del- 
la Spagna . E là pervenuto , e continuando tuttavia 
il suo cammino , una mattina in su '1 levar del so- 
le entrasse con un suo compagno in una foresta de- 
serta e opaca , dove s' avvenne in un giovane palli- 
do, magro, abbattuto, traente la vita a modo di fiera. 
Era costui un italiano (forse natio di Ravenna) di no- 
me Gioseffo, di gentil sangue, cresciuto dai parenti in 
vezzi e delizie; le quali avendogli guasto il cuore, di ca- 
sa fuggitosi, s'era condotto alla corte di Barcellona ; 
dove gli accadcro di strani avvenimenti, ch'ei , molto do- 
lorosamente piangendo, al guerriero narrò. Il quale mos- 
so a tenera compassione de' suoi casi, gli disse parole di 
tanto conforto , che 'l tolse giù dal crudele pensiero di 



Vite decl'hxustiii Ravegnawi 211 

voler ivi finire di mi'^eria e di stento. Perchè 'I corli- 
giano 1 volta in isperanza la disperazione , tornò alla 
corte, e fatto scaltro delle altrui iniquità , la beffatri- 
ce donna scherni siffattamente, che la trasse alla mor- 
te, nde avuto bando delia persona , poi condannato 
nella testa , potè fuggirsi , e salvo alle paterne case si 
ridusse . Giulio Somasco , che tu l'editore di questo 
libro , dice : essere pieno di molti belli avvertintenti 
a cortigiani e a tutte le sorti d'uomini ,e leggervisi 
per entvo discorsi d'amore^ di gelosia , (Vim'idie , d'in- 
gratitudine , d'inimicizie , di frodi e cose altre siffat- 
te. Anche questa opera del Pascoli fu bene accolta dal- 
le genti , e non andò guari che fu ristampala. Dopo 
di che , trovandosi egli da parecchi anni in Piacenza, 
già attempato, ivi descrisse in prosa latina // giudizio 
di Paride ridotto a senso mistico ; della quale materia 
aveva disi)utato pubblicamente secondo l'usanza. E da- 
tolo poi alle stampe, lo volle dedicato a Giuseppe Vivo- 
li , dolio ravegnano e suo proteggitore . Secondo che 
dice l'abate Ginanni, pare ch'ei chiudesse in patria il suo 
ultimo giorno , ma tace l'anno della sua morte. Nel- 
le prose del Pascoli è molta erudizione , ne lo stile è 
spregevole, sene togli alcuni pochi traslati che sen- 
tou di vizio. I versi sono languidi e freddi : tuttavolla 
nel lamento della Verginee qualche calore di affetto; 
perchè l'editore , che fu un tal Giovanni Negro , lo 
giudicò molto degno ed atto a commoi^ere a dei'ozione 
I e pietà i cuori umani. Dal Rosini , del Penuotto , dal 
Passerino, dal Grescenzi fu Gabriello celebralo per uo- 
mo di vita intera, cospicuo per pietà; le quali virtù 
e a dolere che non si trovino sempre congiunte con ie 
.facoltà dell'ingegao e colla dottrina. 



H 



212 Lkttbraturà 



/iG. 

CELSO MAJNCINI 

Conleporaneo ed amico del Pascoli fu Celso Man- 
cini; e^li pure religioso dell'ordine ialfiariense , e uo- 
mo d'iiigfgiio sottile e speculativo, che condusse qua- 
si tutta la vita nello studio della filosofia ; non si però 
che anche ad altre discipline non intendesse, avendo det- 
to il Borsetti ch'ei fu lecdogo , filosofo , oratore e poe- 
ta insigne de' suoi di. A tutte le sue opere ( una sola 
eccettuala ) diede la veste dell'idioma latino , non per 
ignoranza della nuova favella, si per quasi una pompa 
dell'antico sermone. Nel1586 avendo composto tre libri 
Della cognizione dell'uomo^ gl'intitolò al grande Carlo 
Emanuele principe del Piemonte, dicendo di aver tolto a 
far quel lavoro punto dallo stimolo deW onore: parole che 
non dovettero essere discare a quel giovane guerriero, cosi 
ambizioso di fama. Dopo questo tempo cadde infermo 
di pericolosa malattia ; e tornava appena a rifiorire nel- 
la sanità , quando cure d'animo molestissime lo trava- 
gliarono. Intanto Alfonso II , avuta cognizione del sa- 
liere di lui , lo chiamava a Ferrara a leggere pubblica- 
mciito la morale filosofia nella università; ed ei vi si con- 
dusse , e nel 1591 mandò fuori tre opuscoli , la mate- 
ria de' quali è tutta intorno le cose della filosofia. Nel 
primo parlò da' sogni : ne sj)iegò le naturali cagioni : 
disse della varietà loro : recò le sentenze di Democrito, 
di Sinesio , di Porfirio , di Aristotile e degli altri filoso- 
fanti , e pose in fine l'opinion sua , poco dissimile da 
quella del Muratori nella forza della fantasia umana .. 
Al trattato de' sogni segue una di'^putazione del riso e 
del ridicolo; materia che, al dire di Quintiliano, fu 
difficile anche ai due sommi intelletti di Dcmosteae e 



Vite degl'illustri RAVEGNANr 213 

tli M.Tullio. Il Mancini definì che sia '1 riso , e quan- 
te sieuo le sppcie del ridicolo addimostrò. Nel terzo o- 
jiMRcolo raj»ionò del corno si formi la visione , o sia del- 
l'atto del vedere ; quislione che fu molto celebro appo 
gli antichi . Queste scritture del nostro ravcf^nano, 
che si ponno tenere come la parte seconda dell'opera 
su la cognizione dell' uomo , vennero in fama e fu- 
rono ristampate di la dai monti , secondo clic han- 
no detto il Draudìo e '1 Mangeti. Egli avvenne poi che 
l'anno 159i fu nella Romagna e in altri luoghi d'Ita- 
lia una grande carestia e mortalità di gente ; perchè 
tutte le menti erano commosse a spavento : si che, al di- 
re del Muratori , non altro che pianti e grida si udiva- 
no per ogni parte. Cadde allora in animo a Gelso di 
scrivere una operetta italiana a corforlo di quelle mi- 
serie ; ma ella ( a dire quello che me ne pare ) fu ra- 
gionata troppo sottilmente co' pensieri de' filosofi. A que- 
sta opera un tal don Calisto Galante da Imola fece un 
proemio , nel quale dice che i concetti dell' autore 
sono vestiti cfuno stile puro , candido , 7ietto^ con pa- 
role sigtii/tcr/niì e proprie. Ne questa fu adulazione : 
che Io stile è veramente fiicile , chiaro ed alcun poco ele- 
gante. In appresso se ne andò a Roma , dove fu accetto 
a Ciazio Aldobrandino , detto il cardinal di s. Gior- 
gio , nipote di Clemente Vili , che allora sedeva. E qui 
avendo ogtii comodità di studiare scrisse e mise in lu- 
ce la grande opera Del diritto de' principati , o sia del- 
la ragion di stato ; la quale fu carissima al papa e a 
tutta la corte , perchè ei tolse a difendere i diritti del 
pontificato contro le opinioni di Ambrogio Cata-. 
rino , di Nicolò Sarulero , di Domenico Soto e di al- 
tri teologi celebratissimi di quel secolo. E' questa ope- 
ra divisa in nove libri , ed ogni libro in capi, secon- 
do le materie : è piena di utili documenti ed ornala di 
begli esempi tolti dalle storie. Non voglio che mi paia 



2ì4 Letteratura 

fatica porre qui volgariizati alquanti de' suoi politici 
apotecjnii. Dic'egli : ,, La forza di uu principe essere 
posta meglio nelle leggi e nella sapienza, che nelle ar- 
mi : la sua vita dover essere a tutti di esempio. — Noa 
dover il principe amare più i nobili che gl'ignobili : non 
calcare i buoni, non sollevare i pravi.- Avere Iddio dato a* 
principi le ricchezze non tanto a lume e splendore della 
maestà loro , quanto perchè gli studi e le virtù de' sog- 
getti abbiano incremento. ,, Quindi esaltò con bellissi- 
me lodi Leone decimo , Paolo terzo e Gregorio ter- 
zodecimo , i quali usarono magnanima liberalità in ver- 
so de' letterati , e n'ebbero in cambio l'immortalità del 
nome. Voglio anche ricordare altri due ravcgnani , che 
scrissero di politica poco dopo al nostro Celso , cioè 
Apollinare Caiderini ed Aurelio Marinali ; il primo de' 
quali ebbe composti cento discorsi sopra la ragione di 
stato di Giovanni Boterò , coraechè soli ventisei vedes- 
sero la luce : il secondo scrisse della monarchia del pon- 
tefice romano , ma la sua fatica non fu veduta , ed in- l 
sieme con altre opere di lui stassi nascosta nella biblio- 
teca del Vaticano . Ora , tornando al nostro proposito, 
il pontefice , grato ai prestati servigi , premosse il Man- 
cini al vescovado di Alcssano nelle Puglie ; e questo fu 
a' 19 di aprile del 1597. Quindici anni resse Gelso la 
sua chiesa con giustizia e bontà; e dato alle opere belle, 
arricchì 'l tempio di suppellettili: ampliò il palazzo ve- 
scovale : larghe elemosine al popolo distribuì. Ne aven- 
do per la nuova dignità intralasciati i suoi filosofici stu- 
di , nel 1(06 die a stampare un commentario di cose 
metafisiche , ch'io non ho potuto vedere ; e dopo sei 
anni, nel 1612, finì in Alessano i suoi giorni , come 
ha testimoniato l'Ughelli. Fu di natura melonconico , 
di complessione dilicala , di fievole sanità ; e forse per 
questo ci tolse nell'accademia degl'informi '1 nome di 
Egro. Visse caro a molti signori e principi , e le su© 



VitK eegl'illusTri Ravègnani 2i5 

cose furono celebrate co' versi di Giulio Morigi, di Pan- 
dolfo Zalamella , di Gio. Maria Maioli suoi dotti concit- 
tadini. Seppe alcun poco di greco , e nel latino scri- 
veva con molta facilita. Disse ei medesimo : che non 
ispregiava alcuno e da tatti apparava volentieri : eoa 
tutto questo però sì la vita e si gli scritti di lui furono 
morsi dal dente reo dell'invidia. Ma egli non se ne die- 
de pensiero , ne usci di sua quieta natura , nimica di 
accattar brighe . Erangli dinanzi alla mente le parole 
del gran Boccaccio a Pino de' Rossi : ,, non dovere al- 
cuno uomo , quantunque giustamente e santamente vi- 
va , maravigliare ne impazientemente portare , se tro- 
va chi la sua fama e le sue opere con ignominioso so- 
pranorae s'ingegna di violare o di macchiare . „ Cosi 
fece il nostro Celso ; e manco misero e pili lieto gli 
corse il cammino di questa vita. 

47. 

LORENZO SCALABONI . 

Parmi che non sia da lasciar senza lode la pietà, 
la modestia e la dottrina di Lorenzo Scalaboni , cele- 
bre evangelizzante e scrittor sentenzioso e morale. Que- 
sti nella giovinezza di sedici anni rinunciò il monda 
e fece professione nella regola de"^ frati eremitani di 
S. Agostino; e posciachè ebbe compiuto V ordinario 
corso degli studi nel suo loco natale, 1' affetto alle 
lettere in lui non scemò , anzi cogli anni andò sem- 
pre crescendo-. Era suo diletto leggere ne' volumi de* 
padri santi , greci e latini , a' quali non poneva in- 
nanzi altro libro che V evangelio. Ed avendogli la be- 
nignità de' cieli concesso lunghissima vita, ei potè con- 
durre un numero grande di opere, che uscirono quasi 
tutta alla luce , lui vivo ; nelle quali trattò sacri su- 



216 Letteratura 

bietti, ed ebbe in pensiero di comporre gli animi al- 
la pietà e alla religione ; a quella religione oh' è mae- 
stra di pace e di amore, e luce splendentissiraa di ve- 
rità . Da prima fece alcune operette in prosa italia- 
na , ma di picciol valore . Poscia verseggiò quattro 
canti di sesta rima su la creazione e reparazione del 
mondo. Mise anche a stampa meglio che trecento so- 
netti a celebrazione della Vergine ; e ridusse in ver- 
si italiani il Magnificata la Salve e. ^\m\\'\. divozioni. 
E queste poesie , comechè non guaste dagli arditi tra- 
slati cosi in pregio a' suoi dì , non hanno però ne 
bellezze di concetto, uè nervi, ne grazie di stile ; ed 
egli slesso schiettamente il confessò. Le migliori ope- 
re di lui , a giudicio mio , sono le prose latine ; e 
se la dizione non è sempre in esse elegante , è baste- 
volmente corretta. L'ab. Ginaniii annovera insino a ven- 
tisei opere scritte dal nostro Lorenzo, ed impresse in 
Roma, in Bologna, in Pesaro, in Ravenna. Ne' suoi 
discorsi morali su la passione di Cristo recò in mez- 
zo gli apotegmi de' cristiani dottori. Ragionò della di* 
gni'i del sacerdozio , che non si ha a conferire agi* 
indegni : parlò de' vizi della gola, dell'avarizia, del- 
la simonia : disse della oppressione de' buoni ed esal- 
tamento de' tristi , e cose altre somiglianti . Diceva 
anche : dovere 1' oratore sacro adornar le sue parole 
con r arte dell' eloquenza , ma non falsificare la veri- 
tà . Pervenuto alla età di ottantun' anni , di niente al- 
tro si doleva che di non poter più gustare la dolcez- 
za degli studi ; perocché avea debole la memoria, i 
suoi occhi si erano quasi oscurati, gli tremavano le mani, 
e tutte le forze erano presso che abbattute : solo di- 
ceva stargli nel pensiero il gelo e '1 silenzio della 
tomba . Laonde non sia qui inutile il ricordare a' gio- 
vani che lo studio è un conforto della vita , e che 
la vita senza la doltrinu è come uaa immagine delia 



Vite decl'illlstai Ravegnani al 7 

morte. Ebbe Lorenzo alcuni onori nella sua religio- 
ne , e li meritava , coniechè poco se ne curasse. In 
Roma slctte tre anni : fu anche in altri luoghi , ma 
non vi fermò la sua dimora , non vi avendo trovalo 
quiete , secondo che disse ei medesimo in questi versi : 

,, Varcai, paesi molti , ne trovato 

,, Ho mai cosa che rjueti '1 mio pensiero. 

Onde si tornò alla patria, nel convento dell' ordine, 
dov' ebbe grado di maestro in teologia ed uilicio di 
priore . Ed essendo amico delle opere belle , ragunò 
nel cenobio molti Hbri per lo studio : adornò la chie- 
sa di suij[>el!ettili, la restaurò di culto divino . Fu 
in predio a' cardinali Antonio Barberini , Pietro Al- 
dobratidiao e Luigi Cappoui ; ma più che 1' estimazio- 
ne de' principi dovette rall.'grarlo l'amore che gli por- 
tava Domenico Valeriani suo concittadino, retore e 
poeta non ignobile di quel secolo . Oltre gli storici 
nostri hanno fatta di lui lodevole commemorazione il 
Mirco, il Maracci, il Ginelli, il Graziano, I' Elsio, 
r Herrera, il Gandolfo, T Allevordio, T Allacci. Mo- 
riva Lorenzo il giorno l3 di giugno, l'anno della 
cristiana salute 1G49 e della sua vita ottantesimoter- 
zo , lasciando al mondo V odore della sua bontà e 
delle egregie sue virtù . 

/*8. 

SERAFINO PASOLINI . 

Se bene Serafino Pasolini sia stato il manco ce- 
lebre degli storici nostri, pure merita che '1 suo no- 
me non si taccia . Il lignaggio di lui fu antico ed 
illustre , e vuoisi venuto da iiologua e trapiantato qua 



218 Letter aturà 

ia sul finire del secolo quailocleclmo . Suo padre si ap- 
pellò Piermaria, la madre fu Isabella Biancoli, e nacque 
a' I9 di giugno del lG46, AI Lnttesinio gli era stalo 
posto il nome di Pierfrancesco , che ^joi fu mutato 
iu quello di Serafino quaudo il giovanetto vesti l'abi- 
to de' canonici lateranensi nel cenobio di S. Maria in 
Porto delia patria . Quivi apprese !e sacro scienze , 
e poscia per quindici anni le professò : diede anche 
opera alle lettere, come si poteva in queirinfame se- 
cento - Ma una dolorosa infermila degli occhi , 
che '1 tenue per sette anni continuamente indisposto, 
gli tolse di poter meglio profittar negli studi . La na- 
tura , che gli negò altezza d' ingegno , diegli animo 
ijoa basso e desideroso di durevole fama. Perchè ven- 
ne pensando come potesse far cosa che i posteri aves- 
sero a ricordare. E veduto che molte memorie di pa- 
tria istoria si erano perdute per la negligenza degli 
uomini e 1' ingiuria del tempo , si mise a scrivere i 
Lustri ravennati ; istoria condotta a modo di annali, 
eh' ei tolse dal principio della città e continuò insin 
quasi agli ultimi suoi giorni , dicendo egli slesso di 
aver corsi i ravegnani fatti pel giro lunghissimo di 
tremila trecento ventisette anni . E nella lettera di 
dedicazione al libro terzudecimo scrive: che bel com- 
porre quella istoria ha ,, avuto per primario oggetto, 
con la rimembranza de' nostri insigni antenati , in- 
fiammar i posteri a mantenere e accrescere le glorie 
di questa non raen nobile , che antichissima patria. „ 
Alto e magnanimo concetto, da non potersi a bastan- 
za lodare ! Cosi avesse egli saputo e voluto riordinar 
meglio quel suo lavoro , ed usar diligente cura nelTap- 
purare le cose ; imperocché ci è nolo ch'ei le metteva 
in carta cosi come le veniva raccogliendo da ogni fat- 
ta libri, o le udiva dalle credule genti. Che in quan- 
to a' tropi viziosi ed altre mende dello stile , ne voglia- 



Vite degl'illustri Ravegnani 219 

mo chiamare in colpa quel secolo delirante. E que- 
sto ho voluto qui toccare non per frodarlo della lode 
che gli e dovuta ; avendoci egli conservata la memo- 
ria di alcuni fatti degni di ricordanza , massimamen- 
te della età in che visse ; ma solo perchè non sieiio 
dai poco esperti tenute vere tutte le cose che in quella 
sua storia si leggono. Vi ha di lui altri opuscoli di- 
voti , storici, filosofici, i quali (secondo me) hanno 
manco pregio de' Lustri ravennati . Ma del suo affetto 
verso la patria e verso gli studi ben mi piace di ad- 
durre un allro splendido testimonio , ed è questo : 
di' egli pel primo si adoperò perchè fosse instiluita 
una biblioteca pubblica a utilità e comodo de' suoi 
concittadini . Il qual lodevolissimo desiderio di lui 
(cosi troppo di sovente o l'ignoranza o l'avarizia 
o la malignità stanno contro alle opere sante e belle) 
non potè avere etTetto insino al ^Q,2^ in che fece la 
benigna fortuna che fu eletto in capo del magistrato 
niufiicipale il conte Girolamo Rota , cittadino 'ornato 
di lettere e della patria zelantissimo ; il cui nome è 
qui posto ad onore, onde vegga chi vive che la memo- 
ria de' buoni non muore mai . Emmi pur dolce e de- 
bito il ricordare che Vincenzo Coronelli cosmogra- 
fo ; il quale disse questa citta quasi dilettissima sua 
patria ; la nuova biblioteca con dono delle sue opere 
decorò. Furono al Pasolini due fratelli, Ignazio e Che- 
rubino , cultori anch' essi delle lettere e da lui ama- 
ti teneramente. Ed ebbe pur caro insin che visse quel 
Giuseppe Giusto Guaccimauni ravegnano, stato suo di- 
scepolo nelle cose di filosofìa ; il quale fu poi in vo- 
ce di poeta, appregiato dalla regina degli sveci, ed 
onoralo dell'amistà di Alessandro Marchetti , di Fran- 
cesco de Lemene e di Carlo de' Dottori . La vita di 
Serafino fu di sessantanove anni e sei mesi, ed il gior- 
no che va innanzi alla festa del natale di Cristo, nel 
ITI 5, di questo mortale secolo trapassò. 



220 



BELLE ARTI 



J^ita di Matteo Kessels scultore , scritta 
da Filippo Gerardi . 



A 



llorchè io vado fra me e me considerando i molti e v» 
ri accidenti , soliti intravenire nella vita dì noi poveri 
mortali , parmi scorgere fra le altre cose , che coloro, 
ì quali produssero al mondo ciliare e lodate opere di ma- 
no o d'ingegno , pressoché tutti sortirono i natali ia 
povera condizione. E ciò penso io avvenire per questo, 
che gli uomini a cui dal nascere fu amica laf fortuna 
assai raro volgonsi ai buoni sludi , come quelli che ri- 
putando vile ed inutile ogni qualunque fatica , si ten- 
gon contenti a goder nell'ozio le ricchezze, che il caso o 
l'industre virtiì dei maggiori donava loro. E per lo con- 
trario quegli che nacquero e crebbero nella miseria , 
per poco che abbiano l'animo generoso , commossi dal 
tisogno , gagliardo sprone a ben fare , e più dalla cu- 
pidigia di fama non peritura , si mettono con sollecitu- 
dine a coltivare la mente , e si travagliano per modo nel- 
le ottime discipline che superato , hcnchè a fatica, ogni 
ostacolo , degni si rendono del nome di grandi , e la be- 
nevolenza e la estimazione si procacciano de' loro si- 
mili. 

La verità del £\n qui detto sembrami provala da in- 
puraerevoli esempi d'ogni tempo , che per esser notissi- 



TiTA DI Matteo Kessels 221 

slml uon accadrà qui ricordare; quantunque gioverà 
dire che si vide a maraviglia dimostrala dal fatto di 
Matteo Kessels scultore d'altissimo merito , del quale 
tolgo a narrare brevemente la vita. E corto io mi con- 
fido di muovere col suo esempio la ginvcnlìi a non mai 
disperare di se slessa per povertà , ma piuttosto ad imi- 
tarlo , col darsi di buon'ora agli sludi , sicuramente so- 
stenendo tutti i travagli del vivere , e mirando soltan- 
to all'acquisto della gloria , che pure talvolta non va 
scompagnata dal possedimento delle ricchezze. 

Matteo Kessels nacque in Maest,richt il 20 mag- 
gio del 1784 da Gioacchino^ e Margherita Caniels. 
Egli ebbe due maggiori fratelli , l'uno di nome Gu- 
glielmo , l'altro Enrico , ambidue venuti poi in fama 
d'uomini ingegnosi , quegli come valente architettore , 
questi come abilissimo e sottile meccanico. 

Gioacchino Kessels esercitava nella sua patria il 
mestiere di ebanista , nel quale ( secondo udii afferma- 
re da chi lo conobbe di persona ) salì in riputazione di 
eccellente, a segno tale che venne chiamalo in Fran- 
cia , perchè ornasse co* suoi lavori le stanze di quella 
Splendida corte. Egli per tanto dalle sue fatiche ritrae- 
va il bastevole ai bisogni della famiglia, ed alla educa- 
zione de' figliuoli. La morte però lo colpiva all'impen- 
sata, prima che di loro potesse ricogliere il molto frut- 
to , che se ne andava promettendo , lasciandoli per so- 
prappiìi poco provveduti dei beni della fortuna. 

Il nostro Matteo^ perduto il padre, ( contava forse 
allora il sesto anno ) in compagnia de' fratelli seguiva 
la madre , la quale ricovrava presso i suoi parenti. In- 
di a pochi anni , da uno zio veniva mandato in Venlo 
affinchè apprendesse l'orificeria , e di là a Parigi , per 
ivi dar opera con profitto maggiore a così fatta profes- 
sione. 

Fu in quella cospicua citta, conforme trovo nota- 



222 BelléAuti 

to , che il Kessels apparò i rudimenti del disegnare nel- 
la pubblica accademia , e che innamorò perdutamente 
di quell'arte , che in tutta la vita ebbe carissima. Tanta 
poi era l'assiduita con cui attendeva allo studio , che 
gliene sopravvenne un fiero indebolimento di forze ; on- 
de , a risanarne, lasciava tosto Parigi, recandosi in Am- 
burgo presso il fratello Guglielmo. Non soggiornava 
a lungo con esso lui, e nel 1806, abborrendo dall'es- 
sere scritto soldato ne gli eserciti francesi , si partiva 
alla volta di Pietroburgo. Giunto cola, acconciavasi con 
certo Camberlen scultore liammingo , e si dava a model- 
lare statuette d'ogni sorta , le piià d'argento e di ce- 
ra. Lavori eran questi, da cui s'intravedeva il pronto e 
vivace ingegno del giovinetto , tanto da concepirne lie- 
tissime speranze. 

Per otto intieri anni dimorò il Kessels in Pietro- 
burgo , lavorando continuo , sì per avanzare nell'arte, 
si per campar la vita; sino a che l'Europa , rotta e 
sanguinosa per le atroci e lunghissime guerre , ricorapo- 
ftasi la Dio mercè in pace , egli volle rivedere la patria. 
E fu appunto in essa che gli venne pòrta più d'un' oc- 
casione a mostrare quanto già valesse , conducendo con 
garbo parecchi ritratti , e meglio ancora ra )deliaudo in 
cera una ingegnosa allegoria alludente alle nozze del 
principe ereditario di Olanda colla principessa Pauw- 
lona di Russia. 

Quindi a non mollo il Kessels lasciava nuovamen- 
te Maestricht , e se ne ritornava a Parigi , ove si ab- 
batteva neir altro suo fratello Enrico , direttore in 
quel tempo di una rinomatissima fabbrica d'orinoli 
di mare. Questi forniva al nostro Matteo sufficienti mez- 
zi a proseguire ne' prediletti suoi sludi , frequentando 
la scuola del bravo Girodet , [ìittore tenuto in molta 
stima dai francesi . Egli per altro non si tratteneva in 
Parigi che soli quattro mesi , entratogli nell' animo ii 



Vita di Matteo Kesselr 223 

desiderio di veder Roma: per cui sì partiva alla vol- 
ta dì questa famosa citta , prima e principalissiraa se- 
de delle arti Libile. Quali fossero per via i pensieri del 
giovinetto artista , quali gli affetti che agitavaogli 
il cuore , lascio che sei considerino coloro , che bra- 
mosi di ammirare i tanti prodigi delle arti , in que- 
sta capitale del mondo raccolti , mossero le mille vol- 
te da paesi stranissimi per visitarla. 

Giunto il Kessets in Roma , ove ero fermo do- 
vesse un giorno levar di se bella fama , lutto quanto 
gli si parava dinnanzi scrabravaglì cosa stupenda: ad 
ogni passo sospìnto trovava di che maravigliare ognor 
più , e sentiva svegliarsi nella mente il pensiero di por- 
re in opera tutte le sue forze , per uscire anch' egli , 
quando che fosse , dalla comunale schiera degli uo- 
mini. E stabile in questo proposito , tolse ad istudiare 
senza posa ne' capolavori degli antichi e dei moderni 
artefici. Ricevuto alla scuola dell'egregio Thorwaldsen^ 
docile si mostrava agi' insegnamenti suoi , e non mai 
si lasciava stancare dalla fatica; talché in poco spa- 
zio profittò in guisa , che il maestro non dubitava far- 
gli condurre in marmo due suoi bassorilievi , rappre- 
sentanti il Giorno e la Notte , opere con molta sa- 
pienza immaginate da quel raro ingegno. 

Pur tuttavia quel giovine scultore, che a gran pas- 
si procedeva nel cammino delle arti , forse da que- 
sto sarebhesi trasviato , o almeno più tardi sarebbe 
giunto a toccare la perfezione per difetto di mezzi, 
e di opportune occasioni. Non v' ha dubbio che la na- \ 
tura non produca gli uomini di vasta mente : ma ci 
vogllon poi le occasioni , che li faccìan valere ; e 
molti grandi ingegni perirono , e molti ne periranno 
per mancanza di queste, quando pure non riparassero 
a tanta sventura coloro , che soli il potrebbero , soc- 
correndo con maggior larghezza al merito indigente. 



224 B E L L K A R T I 

Ma il Kessels per sua Luona sorte visse in tem- 
pi quando le arti s'ebbero un generoso proleggitore 
in uno de' piiì grandi uomini clie mai le coltivassero. 
Questi , venuto in gran fama e ricchezza mercè di lo- 
ro , gli averi colle nobili fatiche acquistali volentieri 
spendeva per vantaggiarle , animando co' premi qua' 
giovani , che ad esse con amore intendevano. S' avvede 
ognuno che io qui parlar voglio di AINTONIO CA- 
NOVA , raro esempio al mondo di virtiì e dottrina, 
il quale (a dirla col massimo de' prosatori viventi) 
dovendo nascere , non poteva a meno di non nascere 
italiano. 

Ora dunque , per tornare al proposito nostro , aper- 
tosi nuovamente uel I3l() il concorso d' belle arti , co- 
sì detto, Canova, da lui che l'instituiva, il Kessels si 
presentò fra i concorrenti al premio assegnato per la scul- 
tura. Quattro erano i giovani competitori : ii subbiello 
della prova fu una statua di S. Sebastiano trafitto dalle 
frecce. lì nostro Matteo ed un Gandoì/ì di Bologna 
vinsero in mei ilo gli altri due. II lavoro del primo vea- 
ne commendato per franca esecuzione , quello del se- 
condo per conveniente composizione. Gli egregi acca- 
demici di S. Luca , dai quali dovevasi giudicare della 
beuta delle opere , sentenziarono , che il premio ugual- 
mente si dividesse fra i due nominati giovani , perchè 
pari di merito. 

Risaputosi in Maestricht l'esito 3el concorso Cano- 
vay il comune di quella città, tenendosi onorato dalla vir- 
tù del Kessels, e volendoglisi mostrare grato, lo pre- 
sentava con una scatola d' oro , sopravi scolpito il suo 
nome. Di più , la corte olandese , mirantk) ad inco- 
raggiare un suddito, che un giorno avrebbe potuto cre- 
scere rinomanza alla nazione , facevagli una provvision 
meusuale affinchè con agio attendesse a perfezionarsi 
nell'arte sua. Cou siffatti ajuti il nostro scultore si 



Vita di MatTeo Kessels 225 

dava rlsolntaracate al lavoro. Primi frutti de' suoi sta- 
di furono, a tacere delle cose di minor conto, un piccolo 
discobolo seduto , commesso all'artista dallo spagnuolo 
altea (t Alba ; ed un altro discobolo parimenti seduto , 
ma in grandezza quanto il naturale , ordinatogli dal 
signor Labouchére di Londra . Un bellissimo gesso di 
questo si vede nella sala dell' accademia romana di 
S. Luca , a cui Io donava lo stesso autore : e gì' intea- 
denti lodano in questa statua la bene espressa movenza , 
ed il gentil modo con che sono condotte le patti tutte 
del nudo. Circa un tal tempo la corte olandese gli or- 
dinava una statua colossale del dio Marie in atto di 
riposare; la quale come appena l'artefice ebbe termina- 
ta , mandavala al suo destino. E tanto aggradimento 
incontrò questa sua opera , che la real munificenza vol- 
le aggiunto alla ricompensa l'onore, creandolo cavaliere 
dell' ordine del leon belgico. 

Il Kessels lieto per gli ottenuti favori , e veden- 
do pressoché stabilita la sua fortuna, pensò di accasar- 
si : e nel 1820 tolse in moglie Francesca Albifes., 
giovane di squisita gentilezza e di esimia bontk Do- 
po ciò egli attese con tutta quiete a condurre a fine 
que' lavori , che già gli erano stati commessi , e ad 
incominciarne parecchi altri , clie di mano in mano gli 
venivano ordinati. E scolpì pel duca di Devonshire 
un discobolo in piedi , maggiore in grandezza del 
naturale : opera lodatissima sì per la novità dell at- 
teggiamento , sì per l'eccellente maniera con cui fa 
lavorata , e dalla quale ben si conobbe , che non soltan- 
to egli ottimamente conosceva l'arte greca , ma che sa- 
peva eziandio rifrarne le più riposte bellezze , e farle 
sue , senza pur ombra di servile imitazione. Fece pel 
baron dif^ink una figura di donna piangente sopra un'ur- 
na , ed un Cristo legato alia colonna , il quale venne 
giudicato come egregia scultura ; pel signor Mimler di 
G.A.T.LXIX. 15 



226 Belle Auti 

Amsterdam lavorò un Amoiiiio giacenle in alto «31 aguz- 
zare ì suoi dardi , opera pieuissiuia di grazia e di vi- 
vacità . Condusse in marmo ìi monumeato , che il 
conte de Celles volle posto alla memoria della dilet- 
tissima sua consorte nella cliiesa de' fiamminghi qui in 
lioma. Ed in questo monumento l'artista seppe far mo- 
stra della polente sua immaginativa , ed esegui felice- 
mente un peiisiere molto ardito e difficile. Lavorò inol- 
tre pel duca di Devonsfiire un piccolo discobolo , ed 
una Venenna , la qunle dagl' intelligenti venne repu- 
tala opera nel suo genere finitissima. Al conte Potoski 
fece di marmo due busti colossali , l'uno rappresentante 
il Salvatore , l'altro la nostra Donna , le teste de' quali 
furono precipuamente commendate per quel certo non so 
che di bellezza celestiale , che nei volti loro scorgevasi. 
Scolpi due bassorilievi funerali, il primo pel sig. //ere, 
per la signora Otway-Caue il secondo; e pel re di Baviera 
un busto di Bacco, ed un altro busto colossale dell' am- 
miraglio f^an-Trops. Il nostro artista condusse eziandio 
molle opere in marmo, pregevolissime, quantunque di 
minor momento, le quali non istarò a ricordare, essendo 
mio pensiero tener discorso del sublime gruppo,// d///av/o, 
ordinatogli dall'inglese sig. Guglielmo Jones Clysta^ il 
quale da ciascuno è risguardato come il suo capo lavoro, 
WKessels in quest'opera si volle discoslare da quan- 
to aveau fatto coloro , che prima di lui trattarono il 
subielio medesimo. E però non si tenne contento a far 
sì che nei tre personaggi, dai quali il gruppo è formato, 
apparissero soltanto lo smarrimento e la disperazione , da 
cui l'animo loro doveva esser tocco all'aspetto del più 
tremendo fra' gaslighi del cielo; ma, ad ottenere uu ef- 
fetto più commovente, gli piacque riunire in essi quel- 
le altre gagliarde passioni , che con legami potentissi- 
mi stringono un'amorosa famiglinola. Immaginò egli per- 
tanto un padre, una mudiu , ed un teucro ligliuolino , 



Vita di Matteo Kesskls 227 

i qiKili atterriti dall' universale allagamento , pieni di 
spaveuto si sian messi alla cerca d'un luogo, ove ri- 
covrarsi , a campare dall'imminente morte che li mi- 
naccia. E trovala una gran rupe , tuttavia sovrastante 
alle acque , a quella traggono in fretta , e si studiano 
come meglio possono di guadagnarne la cima : ed ceco 
propriamente il punto dall'artefice tolto a rappresentare. 
Vedesi in fatto l'uomo , che pervenuto appena al- 
la sommità della rupe , vi si pianta su gagliardamente, 
affinchè non abbia a precipitare nell'impeto della' forza, 
che gli è mestieri adoperare per trarre a se la diletta 
com(>agna , e con lei il caro figliuoletto. Mirasi poi la 
donna , chea gran fatica giunta a mezzo il salire , svi- 
gorita e quasi fuori de*sensi, abbandonasi con tutta la 
persona al sostegno portole dal consorte;, se non che dl- 
rebbesi , l'amor di madre ministrarle ancora tanto vigo- 
re da sorreggere con un braccio il diletto fanciullo. E 
questi , sentendo scemare a poco a poco il materno aju- 
to , per un naturale istinto sì aggrappa alle vesti della 
genitrice. Scorgesi da ultimo urs serpe , figurante il ne- 
mico comune , il quale strisciandosi su per la rape, par 
che goda del loro male, ed alto levando il capo ,. sembra 
dire : Per le mie arti ruorao mise il peccato nel mondo: 
ed ecco che Dio sdegnatone sperpera ed annienta l'umana 
razza, tanto da me abborrila. 

Potentissimo è il sentimento che si chiude nel vol- 
to di quell'infelicissimo tra' padri: vi si ravvisano impres- 
si il dolore e la disperazione , che a prova gli lacerano 
il cuore. Egli volge gli occhi al figliuolo , è vedutolo 
vicino a precipitare , vorrebbe soccorrerlo, m\i non si 
attenta lasciar la consorte per tema di perderla ; e co,- 
81 piò grave si fa il suo strazio» Intanto le acque , che 
a furia battono il pie della rupe , e si accavallano spu- 
manti , danno bene a conoscere , che in breve que' tre 
sventurati saran tranghiottiti dall'oudc. 

45^ 



228 BrLLK Arti 

Certo è , che qiianJo prima fui a vedere que- 
sto lerrii/ile e maraviglioso gi'uppo, un brivido it)i- 
provviso mi corse per tutta la persona ; e quante vol- 
te tornai a vederlo , altrettante fui compreso da cosi 
grave terrore , da s\ alta pietà , che mi fu forza pian- 
gere. Ne io dubito punto , che qualunque persona si 
farà ad osservarlo , se dotata di cuor sensitivo , nou 
potrà non gelare di paura, non lagriraare di compas- 
sione. 

Taluni dissero , non potersi rappresentare in iscul- 
tura un episodio dell' universal diluvio , perchè con so- 
le due o tre figure, senza il soccorso delle opportune 
parti accessorie , determinanti assolutamente il subiet- 
to , non è dato indicare con esattezza un fatto , avve- 
nuto in quella tremendissima catastrofe ; per la qual 
cosa il gruppo del Kessels doversi risguardare soltanto 
come Vepisodio d'una innondazione qualunque. E sia 
pure siccome voglion costoro ; a noi non pertanto ba- 
sterà vedere, che i personaggi, i quali in esso gruppo 
hanno luogo, esprimono a puntino e con efficacia som- 
ma i varj e gagliardi affetti a cui dehbon essere in pre- 
da in un momento per loro così fortunoso. Ed allor- 
ché in una scultura , qual' è quella di cui parliamo, 
oltre il filosofico comporre, si trovan raccolti eziandio 
i pregi dell' unità di azione , del purgato disegno , del- 
le naturali ed acconcc movenze , senza troppo andar 
sofisticando , sarà lecito reputarla co' più avveduti , non 
che maravigliosa , tale che da parecchi secoli non se 
ne vide la simile. E questo io dico a tutta sicurtà : 
perchè lodando l'opera d'un artefice defunto, non temo 
d'incorrere nella brutta taccia di adulatore. 

Frattanto la fama delle mirabili opere dal Kessels 
condotte propalatasi maravigliosamente in ogni parte, 
Yinstituto de' Paesi Bassi lo volle annoverato fra' suoi 
socj ; ed altreltaulo fecero indi a non mollo le accade- 



Vita di Matteo Kkssels 229 

mie di belle arti di Amsterdam e di Anversa. Nel 1829 
la insigne accademia romana di S. Luca , nel di 20 
dicembre, lo nominava accademico di merito residen." 
te ; onore clic a questi giorni non suol compartirsi 
se non che a quegli artefici , i quali abbian già dato 
indubitabili prove di profondo sapere. 

A questo modo era dovunque riconosciuto e pre- 
mialo il merito del Kessels : ed egli da così solenni 
testimonianze di pubblica stima traeva argomento di 
sempre far meglio , e si prometteva per l'avvenire cose 
maggiori. Quando incominciò ad essere travagliato da 
una lenta infiamraagione ne' visceri principali del pet- 
to: onde , a sminuirne la intensità, ebbe ricorso a fre- 
quenti salassi; in uno de' quali il chirurgo, nel forar 
la vena del braccio sinistro, punse per disgrazia un 
lendine , talché quello subitamente enfiavasi , cagionan- 
dogli dolori acerbissimi. Lunghe cure bisognarono a sa- 
nare l'offeso braccio , quantunque neppur per intero , 
in guisa che mentre visse l'ebbe malconcio e non al tutto 
trattabile. 

Scorso alcun tempo da questo fatto, // Kessels^ tras- 
curando la prima malattia, venne soprappreso da un af- 
fezione organica , che poi fu seguila da un principio 
ó^idropisia di petto, la quale resistendo pertinacemente a 
tutti i soccorsi dell'arte medica, lo afflisse con ma<T»io- 
re o minor potenza pel corso di parecchi anni. Cresciu- 
ta quindi olire misura la infermità , ed esulcerati grado 
a grado i polmoni , nel febbrajo del 1836 egli si vide 
obbligato a porsi nel letto , da dove non doveva risor- 
gere. 

Lungo troppo sarebbe il raccontare i crudi pati- 
menti , che l'infermo ebbe a sostenere , forse per tutto 
un mese : nel quale spazio piìi e più volte gli fu neces- 
sità togliersi dal letto , e giacere a gran disagio su d'una 
seggiola , affine d'aver la respirazione manco affannosa. 



iX30 Belle Arti 

E come se tutto ciò poco fosse, al inarforizzamcnto del 
corpo s'aggimigevan gli affarmi dtiran imo, nel vedersi 
attorno i sei figliuoletti piangenti, nel riceverne l'estreme 
carezze infantili , nel prenderne gli ultimi baci, e saper 
certo che orfani e poveri riraanevan nei mondo. A lutti 
torna grave il morire , ma gravissimo a coloro , che la- 
sciano dopo se numerosa figliuolanza ia tenera età, e quel 
che pcg£;io è , senza averi di sorta. 

Finalmente la prepotenza del male giunse a tocca- 
re il colmo : ed il Kessels^ ricevuti i conforti tutti di no- 
stra religione : si riposava tranquillissimo in Dio la mat- 
tina del Ire marzo ISIJO ad ore diciotto , in da d'anni 
cinquantuno , mesi nove , giortji tredici. II suo cada- 
vere nella sera snsstgutule fu recato alla chiesa dei santi 
Vincenzo ed Auastasio, ove il giorno di poi gli vennero 
celebrale modeste esequie , a cui spontanei assistettero gli 
egregi accademici di S. Luca. Quindi le spoglie mortali 
del defunto furono trasportate nella chiesa de' fiam- 
minghi , ed ivi quanto prima s'avranno una memoria 
durevole in un gentil bassorilievo , scolpito dai sig. 
G. Antonio Van-der-ven, il (piale intende con questo 
pagare un tributo di riconoscenza all' artefice , che tan- 
to seppe onorare la patria comune, ed all'amico che sem- 
pre l'ebbe carissimo. 

Matteo Kessds fu di aggradevole persona , e di 
mezzana statura. Ebbe capelli ed occhi nericanti, e que- 
sti a maraviglia vivaci. Buon marito fu , ottimo padre , 
eccellente amico. Co' poverelli si mostrò caritativo, verso 
gl'infelici compassionevole , con tutti gentile. Nel lavo- 
ro fu paziente ed assiduo ; poco cercò i passatempi, se 
ne togli la lettura e la pesca. In proposito di questa, 
sovvengomi d'aver veduto alquanti strumenti pescherec- 
ci da lui stesso fabbricati colla maggior perfezione , che 
desiderar si possa. Natura lo fece soverchio inchinato al- 
l'ira i ma questa era in lui subila e passcggiera. Nemico 



Vita di Matteo Kessels 231 

d'ogni sorta cVadulazIone , sentiva piuttosto cìeH' altiero, 
forse percliè sapevasi capace di grandi cose. Da questo 
suo naturale poco arrendevole , piiì che dalla fortuna 
o dalle infermila, fu impedito dall'operare quel molto 
più che avrebbe potuto; perchè non sarebbesi mai ar- 
recato a ricercar chicchessia d'una sola commissione. Ed 
in questo s'ebbe il torto; avvegnaché non doveva igno- 
rare eh' oggidì un artista , e sia pure di vaglia , sari, 
•cmpre tenuto da un lato, se con bel modo non si sludi 
d'andare ai versi di chi può spendere. Confesso io bene, 
esser ciò mollo dura cosa ad un valentuomo; ma non gli 
sarà a cento doppi più dura il rimanersene ozioso, men- 
tre ai piaggiatori ignoranti soprabbondino i lavori ? 

Nelle cose della religione egli sentiva altamente , 
ne mai , anche per poco , trasandò i doveri d'uomo cat- 
tolico. Narrasi, che giammai andasse attorno senza por- 
tar con se il libro dolcissimo della imitazione di Cri- 
sto , scritto da Tommaso da Kempis. £ dell'esemplar 
sua pietà cristiana diede luminosa prova spezialmente ne- 
gli ultimi momenti, sostenendo con rassegnazione mi- 
rabile le angosce cagionategli dalla malattia , e più 
ancora i travagli dell'animo , consolandosi del povero 
stato in cui lasciava la sua famiglia col pensiero , che ad 
essa rimaneva su nel cielo un padre, che mai non isvolge 
gli occhi dai bisognosi. Ne in ciò ingannavasi punto. 
Imperocché il re de' belgi, il quale gik nutriva il pen- 
siero di farlo chiamar iu patria ad ammaestrare la gio- 
ventù nelle arti , come appena lo seppe morto , ricer- 
cò e persuase il parlamento , che si acquistassero tutte 
le opere da lui lasciate nel suo studio , per arricchir con 
esse il nobil musco di Brusellcs. Piacquegli di più d'im- 
petrare dal parlamento medesimo , che la vedova ed i fi- 
gliuoli del defunto si recassero a pubbliche spese nella 
capitale del regno. Olire di ciò altri molti e grandi van- 
taggi volle procurar loro, fra' quali quello principialis- 



232 Bklle Arti 

siino d'ottenere alla madre un conveniente assegno annua* 
le, [)erchè non le mancassero i mezzi a bene educar la sua 
prole. E tulio questo il savio principe faceva, per incorag- 
giare i sudditi a dar opera volentieri alle buone discipli- 
ne; certi, che le virtù loro verrebbero premiate eziandio 
ne' figliuoli, se a caso la morte li cogliesse prima che que- 
sti fossero in istalo di procacciarsi colle proprie fatiche 
quel tanto, che al vivere fa di bisogno. E se in ciò non 
e veramente riposta la gloria dei re , non saprei in che 
altro si dovesse riporre. Ne mi si vengau qui predican- 
do le gloriosissime geste de' conquistatori : che quanto 
a me dico , e prolesto , di amare e stimar mille volte 
più l'ottimo Tito , che non quell'Alessandro , il quale fu 
gridato g'ra««/e,forse perchè ebbe conosciuto il segreto di 
indurre gii uomini a scannare altri uomini, od a farsi 
da questi scannare ad ogni suo bel capriccio. 

Il Kessels , per quello spetta alla sua professione, 
vuoisi risguardare come uno di quegli uomini , due de' 
quali non mai si veggon sorgere in cent'anni nella stessa 
nazione. Egli peraltro andò debitore della sua celebrità, 
non soltanto alle rarissime doti , che gli ornavan la men- 
te , ma eziandio all'esser venuto in Italia ad educarsi 
nella scultura , in tempi per quest'arte fortunatissimi; 
imperocché , come ognun sa , l'iramortale Canova volle 
e seppe ricondurla a quell'alto grado di perfezione, a cui, 
dai greci in poi , piiì non era salita. Ed egli fu , che 
facendo forza al secolo sei trasse dietro , e co'gencrosi 
soccorsi , co' savi consigli , cogli autorevoli esempi ba- 
stò da se solo a fondare in mezzo a noi una scuola 
veramente classica , la quale crebbe e si rafForzò lui vi- 
vente : e posciachè fu mancato all' onor della patria , 
prosegui e tuttavia prosegue a mantenersi in fiore. Ora 
dunque il nostro artefice , camminando dietro l'orme 
segnate da quel grande, si diede a meditare sulle opere 
degli antichi maestri , osservò quelle de'modcrni, studiò 



Vita di Matteo Kessels 233 

ki natura , e lasciandosi poi condurre al proprio in£;cgno, 
senza punto scostarsi dalle immutabili leggi del vero bel- 
lo , giunse a formarsi uno stile , clic può dirsi originale. 
Egli ne' suoi lavori , conforme richiedeva il subielto , 
adoperò con ugual magistero tanto la maniera gagliarda 
e risentita , quanto la naturale e gentile. Prova , fia le 
altre cose , ne abbiamo il discobolo in alto di scagliare 
il disco , l'altro minor discobolo seduto , e l'Amorino 
giacente , che aguzza gli strali ; che nel primo tutte le 
membra appajono rilevale pel rigonfiarsi <,ìe' muscoli : 
nei secondi , perchè atteggiati a riposo , vcdesi ogni par- 
te del corpo essere piana e tondeggiante. 

Il Kessels poi non solamente imrnuginò le sue ope- 
re con profonda filosofìa, e le condusse con ogni fini- 
tezza , ma seppe ancora eoa sottile artifi/.io ritrarre sul- 
le fisonomie le differenti passioni che appunto si ad- 
dicevano ai personaggi da lui tolti a rappresentare. E 
di vero le figuie, che ornano la sepoltura della De Gel' 
les , se da uà lato esprimono la placida quiete del 
giusto morente» mostrano dall' altro lo sconforto e l'am- 
bascia di chi perdette quanto aveva di piìi caro nel 
mondo ; e quelle , che compongono il gruppo del 
diluvio^ danno a conoscere Io sfinimento d*una deli- 
cata donna, cagionatole da soverchia fatica , l'ansia 
d' un padre che vorrebbe campar da morte gli oggetti 
dell* amor suo , e la disperazione da cui vien preso 
scorgendo come , ad onta de' suoi sforzi , fra breve 
gli saranno tolti per sempre. Vuoisi però notare , che 
fu nei soggetti sacri dove egli riuscì inarrivabile dal 
lato dell' espressione , forse perchè questi gli venivano 
inspirati dalla religione stessa in lui potentissima. E 
basterà osservare un tratto il busto del Salvatore , l'al- 
tro della Vergine Santa , ed il Cristo alla colonna , 
per iscorgere quanta parte di bellezza e maestà divina 
dai visi di quelli traluca , e per comprendere dal voi- 



234 Belle Arti 

to pietoso , dal mansueto atteggiarsi di questo, come 
grave sia Io strazio che soffre , come infinita la pazien- 
za con cui lo tollera. E questa sua singoiar pro|)riela 
d'ingegno meglio ancora si vide provata dalle sue pre- 
ziose bozze, Je quali se avesse potuto condurre di na- 
turai grandezza in marmo , gli avrebbero acquistalo glo- 
ria raaggioie. Imperocché i quattro evangelisti sono sen- 
za dubbio pregevolissimi per le variate e gravi attitu* 
dini, e per l'acconcio panneggiar delle vesti ; le due 
Pietà non si potrebbero encomiare abbastanza si per 
la semplice composizione , sì per gli affetti tene- 
rissimi , che lisveglian nelT anima di chi le mira ; ed 
il gruppo del San Michelangelo, che calca sotto i piedi 
il demonio, parve agi' intendenti un lavoro stupendo, 
nel quale l'arte fece mostra di tutta la sua potenza , 
tanto neir unione delle figure, quanto nel disperato 
atteggiamento del vinto Satana , e nella noliile ed 
imperiosa movenza dell' arcangelo vincitore. Cosif- 
fatti , siami lecito dirlo , sono i miracoli , che le arti 
belle soglion operare in Italia. Non già che da me 
si nieghi trovarsi anche altrove copia d'ingegni sve- 
gliatissimi : che molti dovunque ne nascono capaci 
di coltivarle eoa lode ; ma sembra che questi una 
volta recalisi a respirar l'aere della nostra classica 
terra , ove si direbbe , per decreto de' cieli arder 
perenne il fuoco della vera sapienza , tali divengo- 
no da produrre opere immortali. Che se ciò mi si 
volesse contrastare , risponderei col recare in mezzo 
infiniti esempi di meglio che cinque secoli : e non 
bastando , addurrei quegli antichissimi delle arti etru- 
sche , non meno agi' italiani gloriosi. Per la qual 
cosa se i figliuoli di Matteo Kessels , venuti gran- 
di , nel gittar gli occhi su queste carte si sentisser 
commossi ad imitarne gli studi , si riducano alla 



ViT/V ni MxTKr.o Kessels 235 

memoria , che oacquero in H.una , e però qui ven- 
ì;;iiio ad erudirsi , quante volte J))aniassero eguagliar 
la fama del padre loro. 

TAVOLA. DELl-E OPERK DKLLO SCUfiTORK 

MATTEO KESSELS 



Lavori in marmo orilinatìgli 



u, 



'n piccolo Discobolo sedato pel duca d'Alba , in Ispagna. 
Altro Discobolo parimenti seduto , grande quanto il vero 
pel sig. Labouchere ixx Londra. 

Altro Discobolo ia atto di scagliare il disco , maggiore del 
naturale ., pel duca di Devonshire , ia Inghilterra. 

Statua colossale del dio Marte io atto di riposo, ordinata- 
gli dal re de' Paesi Bassi pel suo palazzo di Lacken presso 
Bruselles. 

Una figura piangente su d'un'urua , pel buon di Vink d3 
Wesel , ia Wesel presso Anversa. 

Un Cristo legato alla colonna , in grandezza minor del ve- 
ro, pel suddetto barone. 

Un piccolo Discobolo ia piedi, ed una Venerina,pel du- 
ca di Devonshire , in Londra. 

Un Amorino giacente , che aguzza i dardi , pel signor Mun- 
ter , in Amsterdam 

Un Genio funebre , con in mano una fiaccola rovesciata, 
pel sig. Jenisli , in Amburgo. 

Un gruppo di figure grandi al vero , rapppresentanto il Di- 
luvio universale, pel sig. Guglielmo Jones Clysta, in Innbiiterra, 
presso Monraoutt. 

Due busti colossali , rappresentami il Salvatore e la Vci-- 
ginc santa , pel conte Potoscki polacco. 

Un deposito della contessa di Cellcs , io Roma nella Chie- 
sa de* fiamniinglu. 

Un bassorilievo funerale pel sig. Ilare , ed altro bassorilievo 
Snnilepcrla signora Olway - Cave , ambidue in Inghilterra. 



23G Belle Arti 

Un busto colossale dell' ammiraglio Van- Trops , ed altro 
•busto simile del Dio Bacco , ambidue pel re di Baviera. 

Lavori in marmo non ordinatigli. 

Una Venere. 

Un puUo scherzante con un' anitra. 
Un'effigie del Salvatore di bassorilievo. 
Un busto d'un Discobolo. 

Bozze in treta ed in gesso. 

I quattro evangelisti , in creta. 

Due gruppi della Pietà, in gesso. 
Arianna accompagnata da un amorino , io creta. 
Un S. Antonio di Padova in atto di ricever fra le braccia il 
bambino Gesù , d.dl' artista donato al suo confessore. 

Un S. Michelangiolo , cbe tiene sotto i piedi il demonio. 



Discorso detto agli alunni delV insigne e pontificia 
accademia romina di S. Luca nel giorno delle pre- 
miazione scolastica deir anno i836 dal professore 
Francesco Podesti anconitano, accademico di meri- 
to residente della classe della pittura etc. 



VJhi( 



iunqiie , erainentissimo (i) principe , chiarissimi 
accacleraici , valorosi alunni, chiunque non ama l'ar- 
te del dipingere, dicono iFilostrati, fa ingiuria alla verità 

(i) L'adunanza fu onorata dalla presenza dell'eminenlissimo 
sig. cardinale Galleffi, camerlengo della S. R. C. e protettore 
dell'accademia , e dal corpo de' professori accademici di me- 
rito. 



Discorso del PonEsti 237 

cJ alla poesia ; scopo essendo della piltnra rappresenta- 
re le immagini e le geste degli uomini. 

In vero dolio Ire arti sorelle ryiiest'una , siccome 
quella clic in isp^^cial modo con più cliiarezza e real- 
ta ci richiama alla contemplazinne delle cose e degli 
uomini , fu quella che in ogni tempo precorse gli ele- 
vati e gentili costumi , il retto sentire : ed a seconda 
del maggiore o minor grado di sua elevatezza , fa mi- 
sura deirincivillmento delle nazioni. 

Quest'arte nobilissima , tanto pur ora tenuta in pre- 
gio da'suoi cultori e ammiratori, li trova nondimeno di pa- 
reri discordi intorno alle rare doti ed al suo magislero. 

Tal divisione ingenerar ne potrebbe decadimen- 
to e miseria . Ma il loro grande affetto ne consola , che 
con lungo affaticare e meditare la natura risvegH«ra in 
essi più belli e laggiadri pensieri ,e dark impulso ad 
onorevole gara , la quale ritornerai in piena vita il sen- 
timento del vero. 

Giova pertanto precipuamente studiare di liberarci 
dalla ruggine delle viete maniera e dal vizi della moda , 
tìh mai oprar cosa , se prima da ragione non è consi- 
gliata e da natura , che per tempo è mestieri render- 
si familiare. 

La nostra accademia avvalora questo principio , ne 
per altro fu insliluita che per iniziare e condurre 
ì giovani sulla carriera delle arti coli* istruzione e col- 
rincoragglraento, a ciò sommamente contribuendo la mu- 
nificenza sovrana: ne e a credersi , come forse da ta- 
luno si sospetta, ch'essa imponga di applicare esclusiva- 
mente ai metodi ed alle maniere che signoreggiano. 

E' sentenza del Vinci , che un pittore non debba 
raltrui maniera imitare , se reputato non vuol essere 
nipote, anziché figlio della natura : imperocché es- 
sendo ie cose naturali in tanta copia e dovizia , con- 
viene a quella mai sempre ricorrere , piuttosto che ai 
macslri che du essa appararono. 



23S Belle Arti 

Tale verità, nel cuore parlaudo dei sommi che ne 
preceflcUoro , indusse il genio che li animava , pri- 
mo elemento dell'arte , a staccarsi dalle consuetudini de' 
loro precettori , quantunque ai medesimi professassero 
riverenza , e con la saviezza loro o con la loro espe- 
rienza si consigliassero. 

Maravigliarono essi con la scienza e I' ardimento 
de' loro concetti , e con la ptontitudine e squisi- 
sitezza delle opere loro : e prepotentemente , pur trop- 
po a carico della verità , trascinando gli animi , se li 
resero ligi e dipendetiti. 

Onde sgomentati i giorani dalla somma difficolta 
deU'ai te, e intimamente convinti che all'apice era oggimai 
pervenuta, reputarono vano l'affaticarsi per più alto salire; 
e si dettero non più ad investigare la saggia natura, ma 
bensì de*maestri i convenuti modi e gli artifìcii, imitandone 
perfino i difetti: e nulla più sentendo |)cr se medesimi , 
l'arte ridussero a sistema , e precipilaronla al fondo. , 

Non potendo esere per tutto perfezione , difettano 
anche le opere de'celehratissimi uomini, S(;orgfndosi in 
quelle alcuni falsi principii in una o più delle parti che 
la pitlura compongono; e questi, per quanto la brevità del 
mio dire il comporta , andrò accennando. 

I principii che nell'arte stabiliscono convenzione, e 
la circuiscono fra termini positivi , sono i primi ad es- 
sere sentiti dall'apprendista: il quale, nella tema di per- 
dersi nella difficolta di taut'arte , a quelli s'appiglia co- 
me a mezzo sicuro di salvamento, e va lieto d'usar- 
ne, allontanandosi così dalle squisite naturali bellezze, 
nel tempo stesso che gli si affascina la mente non edu- 
cata ne commossa da intrinseche sensazioni. 

Deve però essere principnlissimo studio quello delr 
l'anima propria, del proprio sentire per interpretare 1' al- 
trui, e viemeglio internarsi nella spirito degli autori. 

I viziosi principii vennero prodolU dairÌDsuffìciea« 



Discorso pel Podksti 23^ 

za di meglio sentire , o dalla troppo speditezza di ope- 
rare , senza far prima abbastanza ricerca del vero , e , 
fors'anco, dalla lusinga di non meno piacere abbaglian- 
do , e di evitare la fatica. 

Per cui non fa maraviglia se talvolta si vede al- 
cuna opera di giovine studioso , trepidante di errare , 
riuscire commendevole a preferenza di artista provetto: 
perchè iu quella si riconobbe , con nuiggiore evidenza, 
espressa la verità , universale ed unico scopo della pit- 
tura. 

Laonde non solo errarono coloro che prelesero 
correggere la natura , ma furono fonte di scuole abbo- 
raii)evoli. E niuno che abbia mente saprà lodare Mi- 
chelangelo , in tante parti inarrivabile, di avere impic- 
colite le teste ai fiauciuUi ed alle giovinette, conforman- 
doli con membra all'età loro non convenienti: ne punto 
è da lodarsi la troppa simiglianza de'caratteri ed ener- 
gia data quasi a tutte le sue figure , e messa ne' con- 
volgimenti de* suoi panneggi. Le quali cose, al dire del 
Parini, rendono un suono uniforme alla nostr'anima, la 
quale nella stessa guisa percossa dalle medesime impres- 
sioni, passa facilmente dalla maraviglia a uno stalo di 
pena. 

Il Correggio, Andrea ed il Rubens in senso con- 
trario , e per opposte cagioni , producono lo stesso ef- 
fetto ; il primo col suo monotono fondere, e trasparir» 
delle tinte ; il secondo col ripetere indistintamente in 
ogni dove le velature : Tultimo col J^soverchio abu- 
sare de' liquidi e della parte colorante. 

Raffaello, con più giusti occhi mirando la veri- 
tà significata negli esseri umani , ne comprendeva l'am- 
piezza : e da tante sensazioni penetrato , ritenne assur- 
do il principio di restringerla in breve spazio , col pre- 
scriversi per tipo un sol bello , e conscguentemente fis- 
sarsi ad una particolar maniera di vedere. 



240 B K L I. E Arti 

Egli modesto e diligeote iti cansoltare la verità 
quanto i suoi predecessori, ed accorto a togliere dalTan- 
tico quanto sì confà col carattere della pittura , faceva 
consistere la perfezione e la belletza in rendere istan- 
taneo e conveniente il concepimento , in vestire e pan- 
neggiare colle rispettive caratteristiche fórme e senti- 
menti le persone , a seconda delTargoraento. 

Con simile clriarezza e precisione di pensare, e 
di scernere il bello e il perfetta nel conveniente , fa- 
ceva sì , che in lui la grascia e l'energia non cadessero 
in esagerazione , come talora nell'una peccava Correg- 
gio , nell'altra Michelangelo. 

E tuttoché questi nel tremendo giudizio finale ci 
addili quanto possa l'ingegno alla sapienza congiunto, pur 
nondimeno dimostraci come fra le piii belle sue produzio- 
ni abbiavi talvolta il germe d'un principio contrario al 
fino sentimento del vero.- e prova ne sia l'immagine di no»- 
stra donna in quel giudizio effigiata . Ivi essa , sicco- 
me santissima e pietosissima , h posta cosi che manifesta 
il terrore, la pietà, la venerazione di che tutta è com- 
presa al suono della eterna parola ; e piegandosi con 
le braccia conserte al petto verso la persona di Dio 
giudicatore , par quasi che con la dolcezza deiratto caU 
mar ne voglia l'ira sua giusta. 

Sublime concetto , egregiamente condotto su quel- 
la maniera michelangiolesca ; ma non idoneo a dimostra- 
re l'eccellenza dell'opera. Ivi l'arte non si è sapula na- 
scondere, l'energia camj>eggia per tutto . Il movimento 
della figura è forzato : le pieghe, che la cing^ono anzi- 
ché la vestano, non sono ne dignitose ne naturali, talché 
a rigore potrebbe dirsene leso il carattere . Essa ritie- 
ne troppo dolio statuario e dell' accomodato: cosa ripren- 
sibile in pittura , poiché ne allontana l'evidenza , e uè 
fa cessare l'interesse. 

Ambedue queste prerogative dell'arte , quantunque 



Discorso del Podesti 2^1 

difficilissime, non si ottengono con l'apparenza della dif- 
ficolta . Se essa vi si palesa, non vi rimane che il solo 
artificio , il quale signoreggiando sull'evidenza traveste 
la varila : e se pur giunga ad allettare la vista , non 
ricerca lo spirito, ne ragiona alla mente. Fra gli altri 
grandi italiani il Correggio e lo stesso Andrea del Sarto 
nelle loro ultime maniere , caddero in questo difetto : il 
quale è bene che dal giovane si distingua con sana critica 
sulle slesse opere di que' maestri fra mezzo agli altis- 
simi pregi che vi risplendono: onde egli si persuada che 
non sempre è bello ne veramente difficile ciò che tale 
rassembra. 11 che seguendosi da taluno, non eccitato per 
proprio convincimento , si assuefa a rendersi inaccessi- 
bile al vero bello ed al vero difficile, essendo entram- 
be queste prerogative dell' arte nella semplice natura 
immedesimate. 

Per la qual cosa l'evidenza non deve essere pos- 
posta alla convenzione, ed al cosi detto bello ideale, 
che il più delle volte la prima sagrifica. Il bello ideale 
non è che il risultato del bello reale, che solo nella 
, natura si rinviene. 

i A quest'intento l'artista guidato dalla sana filoso- 

j Ila , e da una costante osservazione , potrà di leggieri 
!| comprenderla, e porre nell'opera sua sceltezza e prò- 
j prieta , come meglio s'addice all'epoca ed al soggetto. 

Un dipinto che a tali pregi congiunga vivace simul- 
1 taneo tingere ed ombreggiare, che pervenga a promuo- 
j vere e mantenere ne'riguardanti que'medesirai sentiraen- 
ij ti che l'artista intese addimostrare , dovrà di diritto oE- 
(| tenere il nome di classico, qualunque siasi la cosa che 
(j rappresenti. 

.1 Ivi adunque senz' altro sarà il bello ideale, o, a 

li meglio dire , lo scelto , ivi lo stile , ivi il classico. Ne 
ìi si confonda l'opera col subielto. Questo può essere clas- 
si sico e celebrato: quella dispregevole ed abbietta. 
' G.A.T.LXrx. 16 



2\2 Belle Arti 

Imperoccliè l'intera e stabile bellezza io pittura 
non è un'illusione , o la concorrenza d'un principio re- 
gnante ; ma si compone del copioso ed uguale aggrega- 
to di sentimenti , e di praticati studi. Ed è perciò che 
si vede quanto poco influisse alla realta la pretta imi- 
tazione delle greche sculture , quantunque reputate ec- 
cellentissime , essendo universale opinione nella scor- 
sa epoca , ch'elleno contenessero principii inalterabili e 
fondamentali d'un bello loro proprio , il quale fu deno- 
minato bello ideale ; mentre che si comprova colla ra- 
gione e coll'esempio , che le più belle produzioni del- 
Tacheo scarpello sono appunto quelle, che meno ritengo- 
no del sentire freddo e architettato della scuola , e più 
alla relativa ed animata natura si uniformano . Sebbene 
sieno queste utilissime per 1' esercizio de* giovani , che 
smarrirebbero in sulle prime la via fra !e volubililk della 
natura, nuUadimeno però il loro carattere non è appli- 
cabile a quello della pittura. 

Essa più vasto campo richiede : la sua speciale 
prerogativa e il dimostrare l'agilità e la pieghevolezza 
de' corpi animati circuiifusi dall'aria. La composizione 
stessa che in iscultura è una, quivi è varia e raoltiplice, 
non limitandosi soltanto in lineare e prospettica e in 
alternativa de' gruppi e delle masse ; ma eziandio si 
concepisce in composizione locale e generale de' toni , 
delle luci e delle ombre , e in parziale e universale de* 
colori e del promiscuo artificio esecutivo. 

E qui giova ricordare, che il pittore d'istoria, sic- 
come imitatore dell' universa natura , trattando le cose 
animate e di sottile speculazione può dirsi un concorso 
di più menti che tendono ad un medesimo fine. Il 
perchè V anima sua armonica dessi esaltare, e dilata- 
re, e mettersi in continua tensione per comunicare al- 
le parti lo stesso movimento con equabile proporzione. 
Che se vi adissero le sole forze materiali, l'opera Un- 



DiSCORiiO DEL PODESTI 243 

guifebbe . Invano 1' artista si sforza col meccanismo 
e col soccorso delle maniere di dar vita e moto alle 
tele : uu tale prestigio e il risultamento di alcune mo- 
dificazioni nel genere e nella specie, di svariati piani e 
sinuosità, le quali intese e combinate nella relativa im- 
piessione compongono un tutto animatissimo . 

L' artista , siccome dissi , educato dalla ragione', 
innalzato dalla poesia, si sforzi inoltre di sentire e ri- 
tenere le utili impressioni, acciocché ne' soggetti d'al- 
ta immaginativa, come ne' celesti, negli straordinari e 
soprannaturali , si valga del soccorso della memoria, 
ove le corrispondenti situazioni non si possono rinveni- 
re sul vero die per combinazioni parziali. 

Il maraviglioso Raffaello a questo altamente inten- 
deva: e se alcuni difetti in lui appariscono , da altro 
non derivano che dall'intensità nell' operare , e dimo- 
strare gli oggetti nella massima evidenza ; difetti con- 
donabili , perchè i meno pericolosi . 

Ciò bene spesso accadeva a Tiziano oltrepassan- 
do ì confini del colorire. Paolo Veronese, che noi vol- 
le Imitare, riuscì , se non più fuso e insinuante , per 
certo più vero ; e se per V indole della veneta scuola 
non parla allo spirito , e poco o nulla conobbe ele- 
ganza ( proprietà che mollo era serbata agli artisti del 
quattrocento ), potè colla parte scenografica, colla pro- 
miscuità de'toni e coU'illusione con che pennelleggia, di- 
stingue ed illumina i vari corpi e le varie materie , po- 
tè, dissi, aprire agli studiosi la via meno fallace di am- 
pliare le loro idee, e riscontrarle sulla verità, posciachè 
si saranno assuefatti a ragionare sull' antico, e sulle ope- 
re raffaellesche . 

La pittura italiana vanitosa di sua grandezza , pei 
Tizi anzi discorsi perdette affatto T indole propria , e 
le dilicate primitive impressioni. Nulla più dubitando 
gli artisti , dal freno di ragione disciolti islupidivauu. 

1§ * 



244 Belle Arti 

L*arte perì , noti potendo esistere ove non è natu- 
ra e filosofia. Senza dubitare non si acquista la scienza. 

Neil' abbiezioiie in che cadde , era dato al Garacci 
redimerla, ed a' suoi migliori discepoli ritornarla alla di- 
gnità e air impronta di sua antica bellezza . 

Lungi il Curacci di ricomporla in sistema , e d'in- 
sinuarla su determinati precetti , invitava con l'esem- 
plo ciascuno a secondate le proprie inclinazioui , col 
meditare i capolavori de' greci , le antecedenti scuole 
<!' Italia , e fraternizzare eoa quelle e con la natura. 

L' arte di quesl' ejìoca, sebbene di diversa indole 
da quella del quattrocento, ed inferiore all' altra di 
Raffaello, singolarmente nella diligenza, nella grazia , 
nell'armonia, e nella parte metafisica, ebbe nulladime- 
no pregi grandissimi: e rimangono opere esimie, le qua- 
li onorercbliero i miracoli del secolo di Giulio e di 
Leone , e non si debbono da un artista senza biasimo 
e vergogna dimenticare . 

L' Agar ( per citarne qui alcune ove maggior»* 
mente campeggiano le passioni ), il S. Bruno e il Naz- 
zareno del Guercino : la strage degl' innocenti , e la 
pietà di Guido : il martirio di S. Pietro, la S. Agne- 
se morente, l'ossesso, e il S. Girolamo del Domeni- 
clnno , della loro eccellenza ne fanno chiari: e baste- 
rebbero queste sole a render gloriosa una grande nazio- 
ne .Chi rettamente vede, non si lascia dal partito del- 
le scuole strascinare : ognuna mirando al medesimo 
intento , non può non avere , quantunque confuse co* 
difetti , peregrine bellezze. 

I quaitroccfìtisli , essi che la metafisica dell' arte 
«gregiamenle professarono , trasfusero in cuore a Ilaf- 
faello tutta ({nella eleganza ed armonia, che nelle arti, 
non meno che nelle lettere , erano loro connaturali . 
Se non ebbero l' artificio di sorprendere col ma- 
gistero discolori e eolla magia dell'ottica, sentirono prò- 



Discorso del Podesti 245 

fondamente la semplicità, la grazia ed il sentimento: al- 
tìssimi gradi che ali* eccellenza conducono . 

Quella magrezza e sterijila, che loro si appone , 
punto non è nello siile, bensì nel lasciare i contorni, 
e nella mancanza delle anzidette parli eslranee allo sti- 
le del disegnare; avvegnaché bene addentro guardan- 
do si troverà spesso , massimamente nelle figure pan- 
ne^'-giatc, stile piià largo e ben inteso, che noi vedem- 
mo praticare nel passato , da coloro in ispecie che 
d' imitare i greci si fecero gloria . 

La grandezza dello stile non si qualifica per la 
rotondità e gonfiezza de' contorni si pel senso piano 
come pel profondo, nella stessa guisa che liscio e sfumato 
non significa modellalo e flnilo . 

Ella è dunque stoltezza il condannare coloro che 
non consuonano colle noslre abitudini . 

Se il divin Raffaello seppe in se riunire quasi che 
tutte le parti della pittura , ed alcune nel mas- 
simo grado possibile di perfezione, non toglie che allri 
non abbia i suoi pregi . 

Vero è che nulla rimane d'intentato, se tutta quan- 
ta comprendesi l'essenza della pittura del secolo XV ; 
mail bello e l'essenza di quella non trovasi esclusivamen- 
te in una piuttostochè in allra scuola , o in un solo ar- 
tista : essendo impossibile nella umana condizione la 
perfezione , ed in. ispecie in quest,' arte, clie per 1 in- 
dole sua e i suoi mezzi , piìi difficilmente si presta 
al bramato effetto, senza il sacrificio di altre doti pit- 
toriche . 

Talché se 1' umano ingegno vi giugnesse, il cam- 
po che rimane ancora a percorrere è immenso e aper- 
to : onde niuno che alle arti consacrasi perda T auimo 
e la speranza di pervenirvi . 

Riassumendo il mio discorso, a voi mi volgo, 
o giovani , che indiritti siete a quest' arte nobilissi- 



240 B K T- 1 E Arti 

ma. Se vorrete poggiare alla cima d' ogni splendore, 
esercitale la ragion vostra ad intendere il valore de' 
vostri e degli altrui giudizi ; non vi date a slretta- 
menle imitare un determinato stile o maniera : siate 
circospetti nel portare opinioni sulle opere de' celebri 
artisti , ma ad un tempo non siate a quelli servi per 
modo, da non veder bello che quanto essi operarono: 
educate i vostri cuori ad essere commossi dalle ma- 
raviglie della natura, che mai non lascerete di atten- 
tamente osservare : studiate di distinguere in ogni opera 
d'arte di qualunque tempo i vizi e le virtù, e d'interpre- 
tare le cause che questi e quelle condussero. Le ma- 
niere degli uni , non vi allettino per la facilità dell* 
imitazione : i difetti degli altri non vi sgomentino ed 
inviliscano , per tema di cadervi : ne le bellezze e virtù 
di alcuni vi portino al fanatismo, e vi facciano obliare 
la fonte vera d' onde le attinsero . Conducendovi in 
siflalla guisa le menti vostre si apriranno a giuste e sen- 
tite percezioni . 

Or via dunque , sacrosanto debito vostro, o gio- 
vani , è r addimostrare che siete degni di questa ter- 
ra , in cui la berìignita di Dio onnipossente volle por" 
re il reame delle arti belle : di quest' accademia, 
che la maestà de' sommi pontefici stabilì nobilissima- 
mente a promuoverle. 

Non vi cada mai dalla mente , che le pitture so- 
no libri dati a leggere ad ognuno : che gli artisti 
debbono essere sacerdoti e custodi della fama , e mae- 
stri di valore e di civiltà . Un tal pensiero vi dark 
letizia, e vi francheggerà nella difficile carriera che 
percorrete . 



241 



VARIETÀ 



PraecUrissimo viro Aloisio Suhìolio 

A Consiliis Caes. augusti Imperatoris etlitìbus in tribuntiU 
veneto prim* provocatione dirimendis praefecto • <?«- 
rolus Guizonius de ^ncharanis. 

S. P. D. 

V^uod italis omnibus, et iis qui sunt iisquam jentìum lite* 
Jratis hominibus ephemerides nostrae nunciabunt , hoc ego tibì, 
vir legum doclrina praestantissime , arbitror hac mea literarum 
epistola praemmciandum esse: Prati scilicet in Hetruria, formu- 
lis Jachettiauis, eleganter excusa opera Cujacii simul omnia per- 
brevi proditura: de quo Consilio , ut mihi videtur, optimo, te 
adnionilum esse volebam , quia si tibi vel uni , quemadnioduni 
spero, probabitur, non dubito fore plerosque qui statim in tuam 
quam alterius cuiusquc sentcntiam abire non maluerint. 

Me quidem judice typographi pratenses non solum viden- 
lur esse laudandi, sed etiam honesto alliciendl lucro , ut quam 
in communem iurisconsultorum usura cujacianorum operum edi- 
lionem susceperunt maturare non desinant. Gum enini bac no. 
«tra aetate non multi sint admodum typographi, qui libros ita- 
lorum veterum sapleniia et gravitate dignos, benignissima mul- 
tipllcandis codicibus arte in lacera proferant, sed aut futdcs il- 
las, quas romanenses vocant fabulas non pauci , aut ea certe 
plerique edenda curent , quae facile distrabantur non sine mo- 
rum pernicie et erudilionis detrimento, optandum est saltem 
ut pratenses typographis siquidem vera sit illa sententi» ^ 



248 Varietà* 

Dimidium Cacti <jul bene caepit habet : 

quamvis res ardua sit , ab hoc praelaro sane iacepto nullo di- 
spendio deterreanlur. 

Plurima vero suQt commoda quae iurisconsulli exhaceditio- 
ne percipient: nam praeterquam quod editionis aut parisiensis aut 
veuetae- mutinensis aut neapolltanae exemplaiia, ut probe nosti, 
rarissima suut, de qua raritate iurisperiti saepissime doluerunt 
dum vel omnino non reperiunlur, vel sicubi reperiantur matirao 
coeinunlur praetio, illud ex typographorum pratensiui;i diligen- 
tia utilitalis accedei , ut Cujacii opera sapienliori digesta ordi- 
ne, longe cnncinnius quam antea dislribuantur. Nerao noa aegre 
fcrebal in priori edilione multas de'rebus iisdem quaestiones 
esse dispersas, aut de rebus omnino di versis nullo delectu nuUo- 
que discrimine confusas. In hac autem editione ita sese quaestio- 
nes alteram altera exclpient , et quod caput est, posteriores Cu- 
jacii sententiae antcrioribus ila subnectenlur, ut quid illede ea- 
demreprimum aut postea, mutata opinione, judlcaverit, ignora- 
vi non possit. Non erat enim gravissiuius pbilosopbusille suis ita 
sentenliis addiclus et consecratus , ut quotiescumque sibi 
non vidcrctur veritatem ab Inltio assecutus, in suo tamen judi- 
cio persistcret: sed is erat qui sepe idem argnmentum maturio- 
ri cxamine retractaret, ut in postbumis ejus operibus videre est, 
atque in unius veritaiis luce perspecta conquiesceret . Quod uli- 
nam exemplum caeteri secuti essent, et sequerentur jurisconsulti! 
Sic enim ficrel ut ncque pariium studio e recta via declinarent, 
ncque variis hominum cupiditatibus l'ndulgentes jura civiura in- 
certa relinquerent. 

Sunt utique nonnulli, qui novarum rerum abrepti desiderio, 
magisquam veritatis unius amore ducti , dietitare solent Cuja- 
cii libros tanquam veteris sapieutiae reliquias esse deponendos, 
et in quodam veluti juris antiqui musco conservandos : nobis , 
autem , qui vivimus clariori sub sole, clariorique sub luua , et 



V A R I K 'l" k 249 

multo liumaniores suirius quam homines aetatis cujacìanae,recen« 
tioris, nesciocujus, juris instilulioncs esse necessarias. Tu, vir sa- 
pientissime, quid isti sibi velint non ignoias , et merito rides : 
ego vero, qui sum tardior ingenio, quamquam si possem libentis- 
sinie fateri vellem, nos liominibus aetatis cujacianae ethicarum 
disciplinarum cognitione praestare, aut certe nuperrimos quos- 
que philosopbos , vcl andacisslmos erroribus 8uis nobis nen- 
tem acuisse ut veritatem diligcntius iovestigaremus, ego inquom , 
con video cur jus ronianum oblivione , ut isti vellent, sempiterna 
deleamus. Quorsorum enini? Nonne positivae, quasapper.ani, juris 
cujusque civilis notionestain antiquae sunt, quam intellectus hu- 
xriani antiqua est ratio ? Atquì totum fere bis nollonibus cooti- 
netur jus romanura a Cujacio interprete illustratum, cujus pro- 
pterea normae adeo ^certae sunt ac perpc^luae existimandae, ut 
nullius temporis, nullius fortunae arbitrio subijcianlur. Sed im- 
periuin , ajunt , romanuru jamduduni concidiì. Conciderit. Jus 
tamen cuni ilio ronianum non conflagravit. Quo si perissimo 
floruissent iterum regna, quac in locum imperli romani succre- 
▼erunt, beatioraprofecto fuissent. Sed ea jus romanum, ncque sta- 
tim approbaverunt , ncque cum approbarent , paleas , ut 
in adagio est , a bonis frugibus secreverunt ; verum aliquan- 
do , quod enixe cavendum erat, aut impeiatorum edicta in qui- 
bus stnbat prò ratione voluntas , aut falsas jurisconsultoruni 
ìnterprelationcs et piacila tamquam leges non sin» magnis in- 
coramodis admiserunt. 

Quare cnm omnes romani juris interpretes Cujacius unus 
longe antecellat , nemo non intelligit , qualìs et quanta 
in legura doclrinam ex largiori cujacianorom operumpropagatio- 
ne sii utilitas redundalura. Qui quidem , interpres licet ipse 
quoque non carcat, is tamen videtur qui minimis urgeatur 
vitiis . Sic equidera satis et abunde iis arbitror factum iri , 
qui se discrimen illud ignorare slmulantes, quod inter jus con- 
stitutum et constitiiendum intcrcedit , de novi juris admitteridi 
necessitate quotidie loquuntur , et novi legura latores esse 
vellcut in iis etiam rebus quae malari non possunt , et quai 
tot ante saeculis a prudentissimis niajoribus nostris inYCftlas,po-; 



250 Varietà' 

pulorum usu confirmatas, etsingulis aetatibus ad huc ustiue tetH* 
poraprincipumdiligentia custoditas, virorum sapienlium com- 
inentariis illustratas accepinius. 

Si quid autem est in romano jiire quod jain diidum obsoleve- 
rit, atque in tanta rerum liumanarum cenversione revocari non 
possit, non ideo conlemnendum erit; conferet enitn plurimum ad 
romani populi historiam cognoscen dam, atque ut eorum esemplo 
vel alias simili prudentia ferendo leges, vel ea saltem evitando 
quae romani calamitatibus suis perniciosa esse posse prodide- 
runt, illa ipsa multo reclius constituaiiius, quae uo5trorum tem- 
porum conditio postulat ; quemadmodum rerumpublicaium mo- 
deratores humanissimi et sapientissimi in praesentla passim fa- 
cere connituntur. 

Ab alii$ quae proferri possent arg»mentis abstineo, ne in 
pnblicacommodapeccem si longo sermone niorer tuas horas.Quae 
cum tibi totae in legibus pertractandis elabantur , salis id actu 
demonstras quod ego frustra verbis probare contenderem. Prae- 
cor itaque ut illa me Gomitate, quae tua unius est, complectarisj 
atque ut vel errantem corrigas, vel recte sentientem auctoritate 
qua plurimum vales in hac me sententia confirmes . Antonius 
ille tuus Traversius, spectatissimus nazianzenorum, autistes de te 
plura mecuni saepissime , de te , inquam , qui patrem meum 
diligis, et carum habes, et eadem mecum patria gloriaris. Solet 
ille mihi non utique sapienti, sed sapientiae tamen amantissimo 
exemplum tuum quotidie proponere ut illud imiter. Ego vero, 
sì quantumvis enitar imitari non poterò, admirari tamen non de- 
sinam, et meae patriae de te maxime gratulari. Cura ut valcaj, 
meque, ut facis , amare pergas. 

RoMAE kal. ianuariis anno DMDCCCXXXVH. 



25i 

INDICE 



15ELLE MATERIE CONTENUTE NEL TOM. LXIX 
DEL GIORNALE ARCADICO. 



SCIENZE 

Cardinali^ nuovo gelso delle isole Filippine, p. Z — 

Intorno alla cassa romana di risparmio, p. il — 

Guzzoni, Collezione delle cause celeberrime. p. 28 — 

Coutil Sidla febbre puerperale. p. 3G — 

Principe di Musignono , Tavola analitica dei 

chelonii o testuggini. p. 54 — 

LETTERATURA 

Costa , y^rte poetica. p. C5 — 

Bandettini , Poesie estemporanee. p. 79 — 

Cardinali^ Alcune recenti opere italiane di 

archeologia. p. ■— <05 

Papalini^ Canto sulV esilio di Dante p. — l28 
Montanari^ Discorso detto in Pesaro in oc- 
casione de' premi distribuiti nel i8'35. p. — 138 
Cardinali., diplomi imperiali di privilegi ac- 
cordati ai militari. p. — 151 
Tinelli , Carmina. p. — 158 
Montanari^ Lettera intorno un ode di Ora- 

zio tradotta da CI. Morelli. p. — 164 

f^accoliniy Osservazioni sul bello. Art. VII 

e Vili. p. — MU 

Serasa^ Arte di goder sempre. p. — • 186 

Mordani , Vite degV illustri ravegnanì {con- 
tinuazione ). p. -^ i9t^ 



252 

BELLE ARTI 

Gerardì^ F'ita di Matteo Kessels scultore, p. — 220 
Podesti , Discorso agli alunni dell' accade- 
mia romana di S. Luca. p. — 236 
Varietà. p. - 247 
Tavole Meteorologiche. 



ERRORI II\ CORSI NEL TOMO LXVIII. 
pag. i5o. lin. iQ. di cane rabbioso per morso di cane rabbioso 
pag. i52. lin. 20. morale moftale 




NIHIL OBSTAT 

Aem. Jacopinì Gens. Theol, 

NIHIL ODSTAT 

Petrus Lupi Mcd. Coli. 

NIHIL OBSTAT 

Petrus Odescalchi Gens. Phil. 

IMPRIMATUR 

Fr. Dora. Buttaoni O. P. S. P. A. Mag. 

IMPRIMATUR 
A. Piatti Archiep. Trapetunt. Vicesg. 



ruMlMlmuLL'^'M!smJia^Msa^tssBa 



Osterv«.iioni Meteorologiche )( Collegio Romano )( Ottobre l836. 



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OTTOBBRE E NOVEMBRE 

1836. 
VOLUMI ce V, COVI 




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v^sSa 






GIORNALE 



AECABICO 

DI SClEDfZE, LETTERE , ED ARTI 




ROMA 

»KLLA. STAMPERIA DEL GIORNALE 

PRESSO ANTONIO BOULZALER 

1836. 




257 



SCIENZE 



Saggio sui fenomeni d'induzione magneteletfrica letto 
air accademia de* Lincei il giorno 8 agosto 183^). 

P . 

M- ubblicata che fu la Memoria del sifj. Faraday sul- 

r induzioae elettrodina uica , e trovate :n Firenze le 
calamite elettriche {'\ )^ il sig. Ippolito Pixii immagi- 
nò un ingegnoso apparato , nel quale si fa girare ve- 
locemente una forte calamita a ferro di cavallo vicino 
a un pezzo di ferro dolce della stessa forma , attorno 
a cui è avvolto in molti giri un filo di rame, coperto 
di seta . Si ottiene cosi una serie poco men che con- 
tinua di scinlillette , e se la calamita sia potente e mol- 
le sieiio le spire del filo, possono aversi le scosse , le 
analisi chimiche , ed altri effetti. In seguito di questa 
invenzione il defunto cav. Nobili volse l'animo a per- 
fezionare le calamite elettriche , e inventò le calami^ 
te a doppio giuoco e le calamite conjugate (2). Po- 
steriormente si è immaginata in Londra un' altra mac- 
china magnetelettrica , eh' è a un dipresso quella di 
Pixii perfezionata : è piiì semplice e meno volumino- 
sa. Non gira , come in quella , la calamita , ma ben- 
sì , come nelle calamite conjugate del Mobili, il ferro 



(i) V. Meni. Sopra Inforza elettromotrice del m 
smo o descrizione delle nuove calamite elettriche ec. di 
Nobili e V. Antinori nelle Mem. ad Osscn'mioni ee. d. 
L. Nobili T. 1, p 207 , 219. 

(^2) V. op. cit. T. II. p- 5o, 65. 

G.A.T.LXIX. n 




258 Lettuuatura 

dolce. À due cilindri di questo//' ( fig. I.) congiun- 
ti da un altro pezzo trasversale sono avvolti i fili di 
rame coperti dì seta bianca ( si vuole che il color del- 
la seta non sia al tutto indifferente ) : i prolungamen- 
ti de'due fili congiungonsi in modo da recare due cor- 
renti dello slesso nome a un dischetto metallico </, die 
pesca nella parte interna e d' un piccol ha^^no di mer- 
curio: gli altri prolungamenti de' due (iii (tassano iso- 
lati nell'asse: questo, come si vede nella fig- , tra- 
versa d^ e va a comunicare con un anelletlo metallico 
o, il quale, allorché la rota Rei' asse girano, al- 
ternamente immerge un appendice, che consiste in una 
o in due punte metalliche, nella parte esterna i del ba- 
gno di mercurio separata dalla prima per mezzo di un 
corpo non conduttore . La calamita M è composta di 
pili barre d' acciajo a ferro da cavallo , tutte lunghe 
del pari , non terminate a scaglioni. 

Ad ogui giro della rota R, fa piij giri altra rotel- 
la o rocchetto, nel quale è annestato l'asse. Allorché, 
girando la rota , i cilindri /, f si allontanano da' po- 
li della calamita ( se il circuito sia chiuso da un pon- 
ticello metallico ae, che congiunge i due bagnuoli di 
mercurio e , f ) si eccitano in ciascuno de'fili due cor- 
renti elettriche nello stesso verso in due terapetli suc- 
cessivi , una per 1' allontanasi di / dal polo nord , e 
di /' dal polo sud , 1' altra per l' avvicinarsi di / al 
polo sud, e di /" al polo nord. Giunti/ed f in fac- 
cia a' due poli, cessa per un momento ogni corrente: 
ma non si tosto cominciano ad allontanarsi / dal po- 
lo S. e /' dal polo N. , si ridestano le correnti in ver- ■ 
so contrario a quello di prima per due tempetti suc- 
cessivi , come sopra , e così in seguito. Se il doppio 
prolungamento de'fili, che può comunicare col bagnuo- 
lo z', comunichi di fatto con esso alternamente per due 
punte metalliche opposte una all'altra, scocca una scia- 



Ijsduztone magneteiettrica 259 

lilla, ogni qualvolta la punla esce del mercurio; ond' 
è che ad ogni rolamento dell' asse si hanno due scin- 
tille e quallro correnti, che peraltro equivalgono a due, 
mentre due successive vanno in un verso, e l'altre due 
nell'opposto. Se la punta è una (come nella fig. ), il 
circuito resta chiuso per meno della mela del giro del- 
l' asse, e ad ogni giro una sola volta la punla esce del 
mercurio e apre il circuito. Con questa disposizione 
Ja corrente può sempre andare per lo stesso verso, e 
perciò è necessaria tal disposizione, ognorachc richie- 
desi nelle sperienze una corrente di costante direzione. 
Chiamerò semplice questa corrente o doppia qtìella , 
che va alleruatnente in due versi contrarii. Per rove- 
sciare la direzione della corrente non si ha che a girar 
la rota in verso opposto. La corrente è sempre doppia, 
se dc'due conduttori, che chiudono il circuito, uno met- 
ta capo in a e 1' altro nel forellino n , ov' e un poco 
di mercurio comunicante coU'asse per un filo metallico. 

Con questo apparalo agevolmente ottengonsi dalle 
correnti elettriche gli elFetti fisici, chimici e fisiologi- 
ci, che si erano già ottenuti con quelli del Pixii e del 
Nobili , ed altri ancora , come vedremo . 

Era tuttora poco nota sul continente questa fog- 
gia di macchine magnetelettriche , allorché il sig. co- 
lonnello D. Michele de' Duchi Caelani comandante del 
corpo de' vigili ne recò una da Londra , costrutta dal 
sig. Newman , non grande , ma opportuna a ripetere 
agevolmente tutte le accennate sperienze. Questa, acqui- 
stata pel ga])inetto fisico del Collegio Romano, ha ser- 
vito a tutti gli esperimenti che sono per esporre, co- 
me ha servito di modello ad altra simile, dal sig. prof. 
Barlocci fatta costruire ai fratelli Lusvergh pel gabinefto 
dell'Archiginnasio Romano, che ottimamente è riuscita. 

Nella nostra macchina , mentre la rota R fa un 
giro, il rocchetto ne fa sette .- perciò, usando dell'ap- 

i7* 



260 Scienze 

paratine a tlue punte, a ogni rotazione del manubrio, 
hi apre il circuito quattordici volte, all'ascir della pun- 
ta dal mercurio, e si hanno !4 scinliUe. Siccome as - 
sai agevolmente la rota fa più che due giri in un se- 
condo , così facilmente si hanno in un secondo più di 
28 correnti alternamente in due opposte direzioni e più 
23 scintille. L' apparatino a una punta , facendo na- 
scere la corrente semplice, riduce alla mela il nume- 
ro delle scintille. 

Innanzi tratto stimo opportuno esporre, come que- 
sta macchina ne ha rivelato alcune verità , le quali e 
a me e a chi meco le avvertiva hanno recalo qualche 
ammirazione, comechè possano per avventura non a 
tutti riuscir nuove. Abbiamo avuto curiosità d'eplora- 
re qual peso reggesse la calamita della nostra raacciii- 
na composta di sei barre a ferro da cavallo. Qualun- 
que si fosse la sua virtù primitiva , allorché fu posta 
a cimento , si trovò non reggere assai più di 10 libbre: 
e pure dava le scosse, scomponeva 1' acqua; colle sue 
scindile s'accendeva una lucernclta ad etere , e pro- 
duceva gli altri effetti , che or ora descriveremo. Si 
raddoppiò la sua virtù magnetica , e gli effetti par- 
vero più intensi: ma questo aumento non fu assai con- 
siderevole , se non forse per brevissimo tempo , ne 
permanente. Esplorata la calamita d' un apparato di 
Pixii , eh' è una sola barra a ferro da cavallo , si 
trovò reggere quasi 17 libbre: e quell'apparato pro- 
duceva bensì la scintillazione ( alla quale soltanto era 
destinato ) , ma non già le scosse e gli altri effetti. 
Da ciò si concluse , che ad ottenere validi efietti d'in- 
duzione magneteleltrica, non è necessaria una calami- 
ta di straordinaria virtù , e perciò l' asserzione del 
sig. Ilachette (1) che per certi fenomeni d' iuduzio- 

(i) Sur les nouveaux phciiom. d'iuduction electr. par IVI. 
IlachuUc p. i6. 



Induzione magnktelettrica 261 

ne, esempigrazia per lo scomporsi dell' acqua, faccia 
riiostieri d'una calamita , che regga 25 chilogrammi o 
in quel torno , non è generale ne può estendersi agli 
apparati magneteleltrici alquanto diversi da quelli eh* 
esso conosceva. Si concluse eziandio che può una ca- 
lamita più debole riuscire ne' fenomeni d' induzione 
pili efficace d' una più forte , se altre condizioni fa- 
voriscano tale efficacia. Una di queste è il numero de* 
giri del filo di rame, benché non voglia negarsi che, 
se i giri son troppi , 1' efi'etto sia diminuito. Un'altra 
sembra essere 1' ampiezza delle estremità ossia de'poli 
della calamita , attesoché se questi sono poco arapii , 
com'è d'ordinario se adoperasi una sola barra a fer- 
ro dì cavallo, troppo istantaneo è il tempo del mu- 
tuo avvicinarsi ed allontanarsi della calamita e del fer- 
ro dolce , e alloraché questo diviene magnetico , il 
filo di rame non assai vicino poco sente l'influsso del- 
la calamita. Di fatto , aggiunti a ciascun de' poli del- 
la mentovata calamita di Pixii due pezzi di ferro dol- 
ce , essa è divenuta più energica , le scintille sono 
state più vivaci e ha dato ancora la scossa alle ma- 
ni , al che prima raostravasi inetta. Pare ancora che 
sieno maggiori gli effetti, se ognuno de' due pezzi di fer- 
ro dolce ha attorno a se il suo filo metallico, e perciò due 
estremità di essi fili danno l'elettrico al mercurio e due 
da esso lo ricevono, e minori, allorquando solo un filo 
riveste ambedue i ferri , e perciò da una sola estremità, 
sbocca r elettrico, e solo per una esce del mercurio. 
Egli è tempo oramai di venire ad alcuni feno- 
meni osservati colla macchina di Newman. Non ispen- 
derò gran fatto parole in descrivere quelli al tutto 
simili agli effetti osservati colla macchina di Pixii o 
colle calamite conjugate , e da qualche tempo descrit- 
ti dai fisici Hachette , Ampere e Nobili (1). Le ana- 
li) Ann. de eh. et jjhys.T.LIp. ygNobili L.c.T.II.p-53 68. 



262 Letteratura 

lisi dell' acqua, iV un sale ec. si fauno , ponendo due 
brevi conduttori applicati a un apparatine destinato 
air analisi ne' fori a, e , toltone prima il ponticello 
ae. Se voglia scomporsi un sale metallico, si aggiun- 
gono due larainette di platino. Stando al suo posto il 
ponticello , si ha 1' analisi , applicando ai brevi con- 
duttori indicali due fili metallici , un de' quali peschi 
nel forellino », l'altro in a ovvero in e; ma in tal caso 
gli elementi si confondono , e non va ciascuno al suo 
tubo distinto . 

Con questa macchina ho pure ottenuto le corren- 
ti sul mercurio , le palpitazioni di questo metallo , e 
i moti vorticosi , facendo passare la corrente d' indu- 
zione per una grossa goccia di mercurio coperta da 
poco acido solforico. Questi fenomeni sono stati de- 
scritti da varj fisici , che gli avevano suscitati col 
mezzo delle correnti voltiane , e fra gli altri dal No- 
bili , che gli otteneva ancora colle calamite conjugatc. 

Gli effetti fisiologici si ottengono assai agevolmente. 
Per provare le scosse alle mani si fa uso di due ap- 
pendici di filo di rame piuttosto grosso terminate da 
tubi dello stesso metallo , che s' impugnano da ambe 
le mani. Se il circuito si chiuda soltanto con questi 
conduttori e col corpo umano, non si ha scossa. Si pro- 
va peraltro qualche sensazione di sapore, chiudendo la 
lingua fra i due conduttori : che se poi questi vengano 
per qualche istante a toccarsi , e quindi si separino , si 
scuote alcune volte la lingua, allorché quelli giungono 
al toccamento e comincia lo scintillare , e meglio men- 
tre si distaccano. Ma se la corrente, semplice o doppia, 
passi scintillando pel ponticello a e, mai non è che le 
scosse manchino , purché un' altra corrente doppia pe- 
netri le mani, che impugnano i tubi delle due appendi- 
ci, delle quali un ca|)0 peschi in a o in e, e l'altro nel 
forellino n comunicante coli' asse ; le scosse si sentono 



Induzione magnkielkttrica 2G3 

continue fino al polso e talora fino al gomito. Su ciò tor- 
neremo a parlare. Ho fatto fare una rotella metallica 
per sostituirla a piacere alle punte, che uscendo del mer- 
curio suscitano le scintille. La rotella pesca continuamen- 
te nel mercurio, ond' è che fa cessare le scintille e con 
esse le scosse alle mani ; ma però può aversi qualche 
puntura e scossetta alla lingua e la sensazione del so- 
pore. Con questa rotella ho ottenuto l'analisi dell'acqua 
acidula, allorché la corrente solo passava per essa acqua, 
ma non più allora che la stessa corrente poteva passa- 
re a un tempo per un conduttore tutto metallico. 

Mentre si produce 1* effetto chimico , se con al- 
tri conduttori si vuole ottenere 1' effetto fisiologico , 
questo sì sperimenta assai debole. Stringendo peraltro 
fra i conduttori la lingua, si provano in essa frequen- 
ti scossette , e anche sensazione di luce. Quest'ultima 
sì prova pure, tenendo in bocca uno de'tubi metallici 
mentovati e V altro in mano . Tal sensazione ho tro- 
vato continua , benché debole, quando la corrente era 
semplice e passando per conduttore imperfetto non pro- 
duceva scintille : il tubo d' un'appendice cingeva l'oc- 
chio bagnato con acqua e quello dell' altra era impu- 
gnato dalla mano. Più veemente è la sensazione , se , 
tutto il resto essendo pari , V apparato scintilla, stan- 
do il ponticello al suo luogo. Scintillando T appara- 
to , se mentre io stringeva colla mano uno de'tubi , 
faceva entrar 1' altro in bocca, provava scosse più for- 
ti e movimenti involontarj nelle dita . 

Non è pnnto necessario per aver queste scosse e 
movimenti alle mani , che queste sieno bagnate con 
acqua : ma però se lo sono , l' effetto è maggiore. Si 
provano pure, immergendo la mano in un vaso d' acqua, 
ove peschino i due tubi. Ponendo uno o due diti in 
un tubo e uno o due nelT altro , ho talvolta sentito un 
intorpidimento doloroso. Se la corrente , che dee scuo- 



204 Scienze 

ter le mani, passi per un poco d' acqua ordinaria , l'ef- 
fetto non cessa , ma è minore. 

Osservandosi clie ad avere la scossa colle mani 
è duopo che 1' elettrico passi per altra via assai mi- 
gliore , taluno può per avventura dubitare, se le scos- 
se derivino da corrente ohe circoli per la persona , 
o piuttosto da certa copia d' elettrico , che straripi dal 
conduttore metallico e giunga senza piiì al polso o al 
gomito. Per escludere questa ipotesi basta osservare che 
nulla affatto si sente , se impugnisi un sol condutto- 
re. Di pili : due persone , o anche tre o più , tenendo- 
si per la mano , sentono la commozione nelle mani , 
per mezzo delle quali si toccano . 

Ma lasciamo per ora gli effetti fisiologici e ve- 
niamo ai piiì propriamente fisici. Le scintille, che si 
mostrano ad ogni uscir della punta metallica dal mer- 
curio, se girasi il manubrio alquanto velocemente , pre- 
sentano una luce continua ( anche colf apparatino a 
una punta ) e assai vivace da potersi per essa osser- 
vare di notte qual' ora segni V oriuolo. Essendo le 
scintille più deboli, qualora scoccano non già sul mer- 
curio , ma fra due conduttori di rame , si vede che 
la loro vivacità dipende dalla ignizione delle molecule 
del mercurio. Non rade volte si osserva levarsi dal 
mercurio un vapore visibile , mentre scoccano le scin- 
tille. Possono aversi vive scintille senza combustione 
del metallo. Questa peraltro ne' casi ordinar] non man- 
ca, e il bag^nuolo esterno di mercurio , su cui scoccano 
spesso è coperto o tutto o in parte d' una pellicola 
d' ossido. Guardando col prisma queste scintille, che 
escono del mercurio , lo spettro è alquanto diverso 
dallo spettro solare e da quello che si osserva guar- 
dando a traverso del prisma le scintille ordinarie del- 
la macchina elettrica. Si vedono facilmente nelle nostre 
scintille sul mercurio due colori distinti e aoche sepa- 



Induzione magnetklettrica 265 

rall. Il giallo-verdiguo o verde chiaro e il violetto -az- 
zurro. Osservando cou diligenza questo piccolo spettro 
Sì e vcdulo anche il ranciato ed è apparso il violetto 
distinto dall'azzurro o iudaco-azzuiro. Il rosso talvol- 
ta, ma solo allora che il mercurio non era stato pu- 
rificato , appariva come un punto all' estremità dello 
spettro; mentre invero appare assai bene, se osserviu- 
si col prisma le scintille prodotte da una foglietta d'oro, 
die brucisi ella nostra macchinetta, o le orcliii.MÌe del- 
la macchina elettrica (1). Guardando le nostic scintil- 
le , che scoccano sul mercurio» cou un vetro , che ha 
una superficie a faccette triangolari, si gode d'una va- 
ga apparenza, analoga peraltro a quella che presente- 
rebl)o in tal caso ogni altra fiammella. Appare una quan- 
tità di piccoli spettri formati da' colori soprammento- 
vati, e congiunti da linee luminose, più che altro ver- 
digne, che formano degli esagoni regolari. 

Peschino due fili metallici nell' acqua racchiusa in 
Uf» sifoncino e divisa in due da alcune gocce di mer- 
curio. Scorra per quelli la corrente d'induzione, come 
scorre [>el corpo umano, allorché si riceve la scossa. 
L'estremità d'uno de' fili tocchi il mercurio: se quel- 
la dell' altro alternamente viene immersa nel mercurio 
e tratta fuor d' esso , ecco nell' acqua una bella scin- 
tilletta, mentre la punt.=ì passa dal mercurio nell'acqua. 
Queste scintille appajono assai bene se I' apparato es- 
so pure scintilli, essendo armato di punte. Sostituisca- 
si a queste la rotella piena, onde la corrente passi pel 
ponticello ae , ma tacita e senza scintille: non cessa- 
no le scintille nell* acqua, ma sono più deboli e spes- 
so incospicue alla luce del giorno. 

Quant' è all' arrovenjirsi de'fili di platino, osser- 



(i) Y. l'Appendice. 



266 Letteratura 

vo s(;llanto, che se il filo è sotllllssinin, vediamo questo 
bel fenomeno assai facilmente, henchè la corrente va- 
da alternamente in due opposte direzioni, e cangi que- 
ste rapidissimamente ; fatto che iion si era finora osser- 
vato , per quanto io sappia , colla pila del Volta. Mi 
viene assicurato che alcune macchine simili alla nostra, 
ma più grandi , mantengono roventi a un tempo me- 
desimo parecchi di questi sottili fili di platino. La no- 
stra fa roventi soltanto i sottilissimi , quali son quelli 
ottenuti coir ingegnoso metodo di WoUaston. Non ci 
riuscì di arrovcntire con essa un filo di platino, il qua- 
le pareva assai sottile e diveniva rovente al primo chiu- 
dersi d' una pila di quasi cento piccole coppie ( si sa 
che per questo fenomeno sono mal atte molte e picco- 
le coppie ) : applicato poi all' apparato a cassette di 
rame, di sei elementi di pollici 12 e 8, si fuse in istan- 
ti , dissipandosi in moleculc luminose . 

Considerando come nelle macchine magnetelettri- 
che la corrente non passa, come nelle pile del Volta, 
da un* ampia superficie nel filo metallico, ma senza più 
in esso filo si suscita, mi è caduto in pensiero d'esplo- 
rare se nel filo di rame avvolto attorno al ferro dolce 
o in altri fili di rame o d' ottone con esso comunican- 
ti s'innalzi sensibilmente la temjieratura in virtù della 
corrente, o se piuttosto ciò solo avvenga, allorché la 
corrente passa dal filo , ove s' e destata , in altro ove 
è il suo corso considerabilmente impedito ( per la na- 
tura men conduttrice e per la troppa sottigliezza di 
questo ) , ciò che parevami assai più conforme a quan- 
to sappiamo intorno al calore destato dalle correnti elet- 
triche, or sien durevoli o istantanee. Di fatto ho veduto 
che un'eccellente termometro metallico di Breguet non 
dava segno d'elevata temperatura, allorché passava la 
corrente della nostra macchina pel cilindretto o filo d'ot- 
f tone , eh' è V asse d' esso termometro, e ne pure scor- 



Induzione magnetkiettrica 267 

rendo per un filo di rame nudo, notabilmente più sot- 
tile di quello in cui erasi suscitata, e toccante le spi- 
re, clic formano il corpo di quel sì geloso leimomeiro. 
Ciò risponde, secondo eli' io penso, all'obbiezione cen- 
tra il sistema di Ampere, cbe pone delle correnti elet- 
triclie nelle calamite, obbiezione tratta da! non riscal- 
darsi da quelle le calamite (1), Non e nella calami- 
ta cagione alcuna di riscaldamento, mai non passando 
le correnti in essa sujiposte in un conduttori-, il qua- 
le pili che il precedente ne impedisca il corso. 

Vengo agii effetti magnetici della corrente d' in- 
duzione. E' ora assai noto a tutti i fisici che l'allon- 
tanarsi o r avvicinarsi d' una calamita ad un lungo fi- 
lo metallico ( specialmente se av^'oUo attorno al fer- 
ro tlblce ) devia l'ago calamitato del galvanometro , 
eh' io direi piuttosto roometro. Golia nostra macchi- 
netta, andando la corrente sempre in un verso, è de- 
viato dalla sua situazione primitiva , di un gran nu- 
mero di gradi , talora di f^O, l' ago del moltiplicatore 
del Nobili , e dondola di qua e di la dalla nuova di- 
rezione. Se sospendasi per qualche istante il girare e 
poi si riprenda, si hanno oscillazioni maggiori, talvol- 
ta di 180". o in quel torno, e accade alcune volte che 
1' ago descriva piìi cerchi intieri. Se la corrente è dop- 
pia , r ago va or di qua or dì la secondo 1' impulso 
primitivo. Spesso , se il manubrio si giri poco velo- 
cemente , dondola di quh e di là dalla sua prima 
situazione , ed accade parimente talora che descri- 
va successivamente piiì cerchi. Se /, /' fanno non 
più di un quarto di rivoluzione, purché fra tanto la 
punta entri nel bagno o ne esca, 1' ago devia di più 
gradi. 



(i) Pouillet Elem. de phys. T. I. P. II, p. 3o6. 



2fi8 S e I E N a E 

Ho più volte touf.ilo di fai- camminare la stessa 
cnrreule e pel moltiplicatore e pel ponticello ae^ po- 
nendo l'estremità de' fili di quello ne' forellini a, e, ove 
già erano i capi di questo : le oscillazione o manca- 
viino o erano miairae, quando la coirente era doppia, 
essendo in opera le due punte : la corrente semplice 
cagionava deviazioni sensibili e regolari , come allora 
che manca il ponticello, ma però assai piccole. Sosti- 
tuendo alle punte la rotella, l'ago o resta immoto o 
almeno picculis'^irai sono i suoi movimenti, se la cor- 
rente può passare a un tempo per la via pili breve 
del ponticello . 

Allorché la corrente va soltanto per la via lunga 
del mollipliealoie, non veggo scintille, be-ichè l'elet- 
trico esca delle punte; ma allora una seconda corren- 
te , che esca de' bagnuoli del mercurio reca alla lin- 
gua e scossa e sensazione di sapore. Ripongo al suo 
luogo il ponticello. La corrente, che passa per esso, 
di scintillazione viva e continua , e , se si voglia , 
accende 1' etere o abl)rucia una foglietta d' oro : quel- 
la che corre ne' fili del moltiplicatore ( terminate in 
a e in « ) produce deviazioni nell' ago , anche mag- 
giori che prima ; e quella , che per mezzo delle ap- 
pendici ( terminanti in e e in « ) invade le braccia e 
le scuote continuamente e vivamente. Cosi i fenomeni 
magnetici , elettrici , luminosi e calorifici si produco- 
no a un tempo per la presenza d' una calamita! Qual 
complicazione d' effetti , chi voglia ricorrere per cia- 
scuna spezie di fenomeni a un diverso fluido impon- 
derabile ! 

Mentre una corrente mette in movimento 1' ago 
del moltiplicatore, può ancora una corrente destala dal- 
la stessa calamita passare per l'apparato destinato al- 
le analisi e scomporre T acqua resa più deferente da 
alcuae gocce d' acido. 



InDIiZIONE MAGNETELP.T'TniCA 569 

Si crederà senza difficolta che la correnfe desta- 
ta dalla nostra macchina , passando per una spirale 
di filo di rame , abbia ora dato, ora rovesciato i poli 
magnetici all' acciajo racchiuso in essa. Piuttosto mi 
ha sorpreso il non calamitarsi di qualche a£^o da ru- 
cire cimo strettamente da più giri del sottil filo del 
moltiplicatore. 

Il sig. prof. Botto osservò che colle correnti ma- 
gnetelellriche d' induzione può darsi al ferro dolce uà 
magnetismo passeggiero. Si è fatta passare la corrente 
della nostra macchina per un filo di rame , che ve- 
stiva un ferro dolce curvato a ferro da cavallo, pe- 
sante circa una libbra : è divenuto subito calamita tem- 
poranea , ed ha retto il suo proprio peso. Il fervo , 
cir è stato cosi per qualche tempo magnetico , anche 
cessata la corrente , ritiene il peso ; ma se 1' ancora 
cada o sia tolta , si trova privo a un dipresso d'ogni 
virtiì magnetica. Ciò era stato pure osservato nel fer- 
ro ciilamilalo a tempo dalla corrente voltiana. Se la 
coirfnite maguelclellrica d' induzione, che gira attor- 
no al ferro dolce , muti ad ogn* istante direzione, è 
sensibile alla vista e anche all'udito un continuo oscil- 
lare dell'ancora collocata sopra una tavola ed avvi- 
cinata ai poli ; e ponendo sotto questi una carta con 
un poco di limatura di ferro, si vede questa agitar- 
si e brulicare . Ma se la corrente vada sempre in un 
verso , benché sia necessariamente ad ogn' istante in- 
terrotta , le oscillazioni non si osservano o assai me- 
no : i brevi interrorapiraenli , come pur or dicevamo, 
spesso non distaccano l'ancora, ma il rovesciarsi de* 
poli non può farsi senza che ognun d' essi passi pel 
zero della virtù magnetica, e altronde l' adesioue ge- 
nerata dalle correnti alternanti è affatto momentanea ne 
Ila tempo di rinvigorirsi . Se uno stesso filo di rame 
cinge due o anche sei barre di ferro dolce in forma 



270 Leti-eratura 

di ferri da cqvallo , tutte divengono calamite. Se so- 
no due fili , ciascuno de' quali gira attorno al suo 
ferro , e i quattro capi de' due fili sono in a ed 
in e, si hanno bensì due calamite , ma più de- 
boli , e se col filo di una si chiuda il circolo più 
tardi , questa è più fiacca , almeno allorché i due fi- 
li sono d' egual grossezza , e non differiscono molto 
in lunghezza. 

Nelle sperlenze di Moli (1) e in quelle del prof. 
Dal Negro (2) la cori-ente elcttric;» non aumentava 
la forza magnetica dell' acciajo calamitato. Ho vo- 
luto fare anche su questo punto qualche tentati- 
vo. Circondata con filo di rame una calamita arti- 
ficiale, si e fatta passare per quella la corrente vol- 
tiana destata col mezzo di due piaslrette , una di 
rame, V altra di zinco, e non si e veduta la forza 
della calamita accrescersi punto dalla corrente andan- 
te nella direzione delle correnti , che Ampere suppo- 
neva nelle calamite : ma se la corrente voltiana pro- 
cedeva in verso contrario , la calamita sembrava in- 
debolita e talvolta lasciava cadere il suo peso. Lo stes- 
so ho osservato facendo passare nel filo di ramo la cor- 
rente d'induzione della nostra macchina. Con (jucsia ho 
veduto pure alcuna volta , che accrescendosi , mentre 
la macchina era in azione, il peso della calamita , ma 
però non oltre alla carica che altre volte avea soste- 
nuto , essa lo reggeva , ma al sospendersi della cor- 
rente lasciava tutto cadere. Ciò, se mal non mi appon- 
go , prova che la con ente ajufava l'acciajo calamita- 
to a sostenere quel peso , che erasi accresciuto, dopo- 
ché essa corrente era stabilita , e che perciò 1' azione 



(t) Anu, de chimie et de pliys T. L. p, 328. 

(2) Aan. delle .Scienze deIR. Lomb. Veneto i832. p. 286. 



Induzione maonetklettrica 271 

della corrente non è affatto nulla sulT acciajo magucliz- 
zato. Pare a me che , quantopiù ha racciajo di forza 
magnetica, tanto meno sia atto a riceverne dalle correa- 
tì elettriche, e nulla ne riceva , se sia saturo di vir- 
tù magnetica ; ma che però possano diminuir questa , 
almeno a tempo, le correnti contrarie. 

La nostra macchina , se i ferri giranti //cinti dal 
filo di rame sieno troppo prossimi ai poli della cala' 
mita , continuamente romoreggia: se sleao a questi alcua 
elle raen vicini , opera tranquilla e senza alcun incom- 
modo frastuono, vantaggio che manca alle macchine for- 
nite di ruote dentate metalliche , qual'è quella di Pixii. 
Ci siamo a caso imbattuti nella nostra ad una situazio- 
ne così fatta , che operava senza strepito quando il cir- 
colo ora chiuso metallicamente , ma romoreggiava qua- 
lora quello era era o aperto o chiuso da poca acqua or- 
dinaria. Dunque l'ingrato romorio era prodotto ora dal- 
la mancanza or dalla debolezza della corrente. Sem- 
bra che neli'avvicinarsi del ferro dolce ai poli , se for- 
maiisi attorno a quello correnti assai intense e dirette 
in verso contrario a quelle che il sistema di Am- 
pere pone nella calamita , esso ferro divenga mea for- 
temente magnetico , e però Tattrazione fra esso e la ca- 
lamita sia minore di allora che la corrente o manca o è 
più debole. Invero è da credere che un ferro, il quale at- 
taccato a'poli d'una calamita sostiene un dato peso, deb- 
ba essere più intensamente magnetico , e possa regger- 
ne uno maggiore, qualora giringli attorno correnti elet- 
triche analoghe a. quelle , che suppongonsi nella cala- 
mita e per converso. 'L'esperienza lo ha confermato. La 
corrente destata da una piccola coppia rame-zinco si e 
fatta scorrere per mezzo del filo di rame attorno a un 
ferro dolce curvato a ferro da cavallo : questo gravato 
di considerevol peso aderiva alla calamita, la quale poi 
lo lasciava cadere subitochè aprivasi il circuito voltia- 



272 InDCZIONE MAGNP.TKLETTRICA 

no: per Topposito il ferro cadeva dalla calamita, che Io 
sosteneva, tostochè chiudevansi il circuito, se aveva la 
corrente direzione contraria. 

Mi e piaciuto sperimentare se potevano colla no- 
stra macchina prodursi gli effetti più particolarmente 
chiamati elettrodinamici , cioè le attrazioni e le ripul- 
sioni, che la corrente elettrica soffre dalla calamita, e 
quelle che mutuamente fra di fra di loro esercitano le 
correnti. Un mio collega, il P. Czarnocki, che mi ha 
prestato la sua opeia iu queste indagini , ha immagina- 
to e costrutto a tal uopo un apparatino assai semplice 
e leggiero , che ne ha dispensato dal ricorso alla gran 
macchina di Ampe're. Nel disco di legno D(fig. II) 
sono in altrettante cavita collocati quattro vaselletti- 
ni di ferro m , r , j , ?^ , in ciascun dei quali si pone 
qualche goccia di mercurio : p » 9 « ed^ sono tre stri- 
sce di stagnolo. Due asticelle metalliche A , B sorgo- 
no dal disco e sostengono simili vasellini x, z. Tè 
un telarino di legnò, attorno a cui fa 50 giri un filo di ra- 
mo coperto di seta, le cu" appendici g, /^, sono legate a un 
pe2zo n di legno o d'avorio, chefescc del disco, e si fan- 
no, quando piace, terminare ne' vassellini u , ed m. Il 
condultorino mobile e o d t b l e raccomandato a'vasel- 
linì X ed r. La corrente indotta viene es. gr. pel roofo- 
ro ein J : passa per q in r : ascende per co : segue il 
cammino pel filo metallico mobile d t b l : Aa x per A 
e per p passa iu m : per h entra nel filo che cinge il 
telarino : percorsolo lutto, per g sbocca in u^ e tor- 
na alla macchina pel rooforo /. Prendo in mano il te- 
larino T, e presento un suo Iato ad un lato del con- 
duttore mobile, es. g. dt. Se la corrente va nello stes- 
so verso nel lato presentato di T e in quello del con- 
duttore mobile, questo è tirato e s' avvicina a quello. 
Capovolgo T : il filo mobile è respinto dallo stesso la- 
Io di T e se ne allontana. Tolgo dal mercurio le ap- 



Induzione magnìetklettrica 273 

pendici di T : pongo il looforo i nel vasellino m : pren- 
do una calamita a ferro da cavallo, coi poli vicini, e 
di forza mediocre , e avvicino i due poli , un di qua 
un di Ik , al filo mo})ile : questo è subito tirato , ed 
entra fra le gambe della calamita. Se rovescio questa, 
il filo è respinto con pari forza. Al conduttorino mo- 
bile codtbl può sostituirsene un' altro aft ( fig. HI), 
immergendone i capi a , t ne'vaseìiini z, x { fig. II ). 
Non è , al parer mio , punto inverisimile , che possa- 
no con una simil macchina raagnetelettrica tutti ri- 
petersi gli sperimenti , che si fanno colla macchina 
d' Ampere e ancora altri analoghi , senza far uso del- 
la pila , ne di quella macchina , ingegnosissima sen- 
za fallo , ma alquanto complicata. La felice applica- 
zione dell' altaleno ( bascule ) non è più necessaria , 
quando alla pila si sostituisce una così fatta macchina, 
nella quale la corrente si rovescia col sol solo girar 
del manubrio in verso contrario. Alloia , è vero , si 
rovescia la corrente e nel conduttor mobile e in quel- 
lo che su d'esso opera; ma ciò non è alcun malo: pe- 
rocché se il conduttore, cho dee suscitare i movimen- 
ti d' attrazione e di repulsione è assai leggiero e ma- 
neggevole ( come il cilindro elettrodinamico d' Ampe- 
re e il nostro telarino rettangolare ) si presenta al con- 
duttor mobile la corrente nella direzione che più pia- 
ce senza il soccorso d'alcnn ingegno meccanico. A dir 
vero , ho tentato senza successo alcune fra le S])erien- 
ze di Ampere, cioè la rotazione continua d' un cilin- 
dro d'acciajo calamitato sul suo asse , e i nsovimcnti 
del conduttor mobile per la sola azione del globo ter- 
restre; esperienze che anche a me riesco uo assai bene 
cogli apparati d'Ampere e con un valulu elellromoto- 
re. Ma siccome la corrente d'induzione opera negli ai- 
tri casi come la corrente voltinna, e siccome la terra 
in ogni altra occasione opera alla foggia d' una gran 
G.A.T.LXIX. ''l8 



274 - Scienze 

calamita, e genera ancora le correnti d' incìuzionc, co- 
si , pare a me, non dee dubitarsi che possano gì' in- 
dicati effetti ottenersi o da simile, ma piià potente niac- 
china o da mano più destra nel condurre gli esperi^ 
menti. 

Prima di passar oltre rendiamo in brevi parole 
quanto or s' è detto e diduciamone quello che pare as- 
sai provatamente seguirne. Le correnti mngnetelettri- 
che scuotono assai agevolmente le mani anche asciut- 
te , producono facilmente le analisi, e assai bene le 
scintille e accendono i combustibili. Tuttociò , s' io 
m' appongo, prova che operano a modo di correnti ab- 
bastanza intense. Non dico che abbiano molta tensio' 
ne : dacché con questa voce suole indicarsi l' eflfetto 
elettrostatico, che si palesa nell' elettrometro, ne ap- 
appartiene alle veloci correnti , le quali non possono 
produrlo se non cessando d'esser tali- La tensione sem- 
bra rispondere alla velocità virtuale della meccanica, 
ed è solo della i^elocità attuale , che noi qui parlia- 
mo. L' elettrico destato dalla calamita può dividersi 
in [)\ù. rivi o in pii!i correnti, restando assai efficace e 
producendo assai bene effetti i più svariati per mez- 
zo di varj conduttori : è dunque in certi casi abba- 
stanza copioso. Producono poi queste correnti assai 
bravamente alcuni effetti elettromagnetici o, più in ge- 
nerale , elettrodinamici , che sembrano , se mal non 
m' avviso , richiedere in esse una certa continuità. La 
corrente della nostra macchina o d' altra analoga non 
può essere a rigore continua , quando va sempre ia 
una direzione e gode d' una certa forza; perocché l'in- 
terruzione è necessaria a far la corrente più intensa e 
sopratutto a far che corra in una sola, non già in duo 
contrarie direzioni : consegue dunque da questi espe- 
rimenti , eh' essi non hanno duopo di perfetta conti- 
nuità ; ma, per mio avviso, ne coubegnila pure che 



Induzione magnetelettbica 275 

possiamo in pratica considerare essa correntp come ab- 
bastanza continua al pari forse eli ogni altra couo- 
sciula. Se la si fa passate pel corpo umano e ner po- 
ca acqua comune, diviene meno continua ; e allora ve- 
do immoto l' ago del moltiplicatore , il quale pure e 
assai sdegnoso e si risente al circuirlo clie facciano 
correnti poco copiose o non molto veloci, purché ab- 
bastanza continue. Anche la lovetitozza permanente del 
platino sembra indizio di sufficiente continuità. Da tut- 
to ciò consegue che nelle nostre correnti riuniti tro- 
vansì i diversi pregi, che nelle correnti elettriche pos- 
sono desiderarsi , e i quali non è facile trovar con- 
giunti ; come non è punto agi^vole con app;irato di 
genere diverso ottener tanti efTotti dell'elettricità in mo- 
to, quanti ne producono le macchine magnetelettriche. 
Verigo per ultimo ad esporre e, se mi venga fatto, 
a spiegare, alcuni paradossi, che a me in questi cimen- 
ti sonosi ofìerli , de'quali ho addietro alcuna cosa toc- 
cato . Ho detto che gli efl'etti fisiologici trovansi af- 
fievoliti e non sì prova la scossa , se la corrente pas- 
si solo per la persona , ma si ha se passi a un tem- 
po scintillante per altra via tutta metallica. Il No- 
bili esservò simil fatto nelle sue calamite. Ecco come 
lo spiega. ,, La corrente che traversa la lìngua non 
„ la scuote; perchè è troppo debole in grazia del con- 
„ duttor umido, eh' è obbligata a traversare : quan- 
„ do invece il circuito è tutto metallico , si forma una 
„ corrente molto più forte, che all'atto dell' inter- 
,, ruzione acquista tale tensione da produrre la scin- 
», tilla a traverso V aria e la scossa sopra gli organi 
,, preparati a ricevere quel residuo d' elclettricita, che 
„ non va per l'altra via (i). „ Invero anche nella 



{i) Mem. ec. T- II p. Sg, Go. 

18 * 



27G S e I K N Z K 

nostra macchina , se la corrente non passi scintillan- 
te fra i conduttori metallici, ma tacita scorra per via 
tutta metallica , come allorcliè sostituiscesi alle pun- 
te la rotella piena, essa corrente si mostra poco at- 
ta agli effetti fisiologici ; dacché se può aversi qual- 
che commozioncelja alla lingua , manca affatto alle 
mani. Noti pertanto non so acquietarmi a quella spie- 
gazione. 

Ma prima d' esaminarla , fa duopo {issarne il sen- 
so , che a me non riesce chiarissimo. O si vuol dire 
che r interruzione rinvigorisce la corrente e fa ch'es- 
sa possa e scintillare nell' aria e scuoter gli organi 
col residuo che non va per la strada più breve ; ov- 
vero che la corrente è forte e copiosa per esse- 
re il circuito tutto metallico , e che allora , se ven- 
ga essa interrotta , gran copia d' elettrico si gitta nel- 
la via chiusa in parte dalle membra umane , dive- 
nuta migliore o almeno non men buona dell' altra in- 
terrotta. Questa spiegazione è più dell' altra plausibi- 
le : ma , a dir vero , ne 1' una ne l'altra sembra suf- 
ficiente a dar ragione de' fatti da me osservati. 

Glie l'elettrico non passi tutto per la via più bre- 
ve voglio concederlo: ma che tanto ne avanzi da for- 
mare una seconda corrente assai più intensa di quella 
che soltanto scorre pel corpo umano, e che questa se- 
conda corrente passando per via non solo più lunga , 
ma , se punto veggo , peggiore della metallica , ben- 
ché interrotta, cioè per due persone o ancora per quat- 
tro, possa a queste scuoter le mani, ciò, secondo che 
pare a me , non è probabile. E' da osservarsi ancora 
che r interruzione del conduttore metallico è mìnima, 
scoccando la scintilla fra la punta e il mercurio , ap- 
pena quella è uscita di questo, come pure che il bre- 
vissimo spazio è occupalo piuttosto da pallottoline e 
vapori di mercurio che dall' aria , la quale debbe es- 



Induzione magketelettrica 277 

ser cacciata prima dalla punta, indi dalle scintille me- 
ilesirae , che fanno una corrente pressoché continua , 
specialmente se adoperisi l'apparalino a due punte. 

Abbiamo veduto che se all' elettrico, mentre scor- 
re pel ponticello, si apra la via del moltiplicatore, al- 
lora le scintille non pajono men belle, e l'effetto sul- 
r ago sembra maggiore di allora che l'elettrico va sol- 
tanto per esso, almeno allorché si fa uso d'una sola 
punta. Fin qui si può dire che il residuo d' elettrici- 
tà che non va pel ponticello produce 1' effetto sull'ago. 
Ma s* apra una terza strada, ponendo ne' forellini ove 
pescano i fili del moltiplicatore 1' estremità de'condut- 
tori , che impugnansi per la scossa , e questa , come 
abbiamo accennato , non manca , benché le mani sie- 
no asciutte, ne è minore di allora che la corrente non 
passa pel moltiplicatore, ne troviamo diversità nella 
scintilla o si abbia la scossa o no , o passi o non pas- 
si la corrente pel moltiplicatore, mentre si ha la scos- 
sa. Se r elettrico non passa tutto per la via più bre- 
ve , passera il residuo per la via tutta metallica del 
moltiplicatore , nel quale può sempre girare or sia in 
un verso o in un altro. Come dunque una forte cor- 
rente penetra per la mano asciutta e trapassa l'imper- 
fetto conduttore ch'è il corpo umano? Persuaso di que- 
sti fatti per iterata e molte volte reiterata esperienza, 
non saprei trovar sufficiente la spiegazione riportata. 

Secondo ch'io penso , se la corrente trovi una stra- 
da migliore dì quella del conduttore interrotto o alme- 
no egualmente buona , dovrà cessare o assai diminui- 
re la scintilla. Dì fatto se mentre la corrente della no- 
stra macchina passa scintillante pel solito ponticello, 
aggiungo ne' forellini a ed « ( fig. I. ) un conduttore 
lutto metallico non troppo lungo, benché assai più del 
mentovato ponticello, le scintille cessano o almeno non 
iscorgoQsi alla luce del giorno. Mancano pure esse scia- 



278 Scienze 

lille, se la corrente doppia ( da a in n ) debba pas- 
sare per poca acqua acidula. Al conduttore che sospen- 
de lo scintillare ne sostituisco uno più lungo, cioè quel- 
lo della flg. Il, escluso il telarino T, come allora 
che abbiamo mostrato l'azione della calamita sulla cor- 
rente mobile : ecco di nuovo le scintille , ma assai 
piccolette. Rendo molto pili lungo il cammino della 
corrente , facendola passare ancora pel filo avvolto 
al telarino T : le scintille si fanno piili vive e più 
grandi, e intanto la corrente va per qnesto lungo con- 
duttore abbastanza copiosa ed intensa; poiché, se le- 
vasi un filo dal mercurio , scocca una scintilla. Se a 
questo conduttore sostituisco il moltiplicatore del No- 
bili , cioè una strada alquanto meu lunga, ma più 
stretta e più tortuosa , essendo alquanto più sottile il 
filo metallico in questo strumento , e i giri più nume- 
rosi e più piccoli che nel telarino , le scintille so- 
no pure assai vivaci e per avventura tanto belle, quan- 
to allora che niun conduttore può nulla sottrarre al- 
la corrente scintillante. Così è pure se la corren- 
te doppia scorra col mezxo di due conduttori per 
uà dito umano o per le due mani e pel corpo , or 
sia che a un tempo passi pel moltiplicatore o che non 
passi per esso. Pare che in questi casi il conduttore 
or troppo lungo , ora troppo imperfetto non si mostri 
supcriore ne uguale al breve conduttore metallico , ben- 
ché interrotto , poiché a questo nulla sottrae. Ne si 
creda che per la lunghezza e sottigliezza del secondo 
conduttore , la corrente scintillante nulla o pressoché 
nulla per quello deviando, solo scorra per esso la cor- 
rente che va in verso opposto : non gik ; perocché la 
corrente va pel filo lungo assai intensa anche allora 
che in grazia dell' apparatino a due-puute la corrente 
scintillante e doppia; e le deviazioni dell'ago sono o mag- 
giori non raiuori di quelle che ottengonsi sottratto il 



Induzione magnbtelettrica 279 

ponticello. Ho (alto motto della sottigliezza de'fili: peroc- 
ché, se mentre la corrente passa pel ponticello, apro ad 
essa un'altra via anche più lunga, cioè una spirale di filo 
di rame più grosso di quello del moltiplicatore e di quel- 
li adoperati ad esplorare gli effetti elettrodinamici , al- 
lora sì che la scintilla assai s' indebolisce . 

Se la corrente non può andare se non che pe* 
fili metallici lunghi e sottili del moltiplicatore , è que- 
sta interrotta del pari di allora che passa pel ponti- 
cello ; ed essendo questo troppo più grosso e corto 
di quelli, per quelli dee scorrere assai piiì scarsa: di- 
fatto non vedo ia tal caso scintille. Dunque appli- 
cando in n e in e ( fig. I. ) le appendici per la scos- 
sa, proveremo commozione maggiore del consueto? Tut- 
to al contrario. Le scosse alle mani mancano affat- 
to, comechè possa aversi qualche scossetta alla lin- 
gua , come addietro ho accennato. In somma , quanto 
più resta valida la corrente metallica interrotta , tanto 
è più forte la corrente secondaria che scuote. 

Finalmente , se e vero , che il conduttore tutto 
metallico trasporta gran copia d' elettrico , e notabil 
porzione di questo resta addietro , s' e interrotto, al- 
lorquando per mezzo della rotella piena non v' ha in- 
terruzione , e la corrente va soltanto pe* fili del mol- 
tiplicatore , la deviazione dell' ago sarà assai maggio- 
re di allora che si esperiraenta colle punte. Ho ten- 
tato più volle r esperimento , e non ho osservato l'ef- 
fetto magnetico costantemente maggiore in un caso che 
Dell' altro. Abbiamo veduto che le scintille nell' acqua 
sul mercurio sono minori in grazia d' essa rotella : ora, 
neir ipotesi che esaminiamo, dovrebbono essere mag- 
giori. 

Qual sarà la conclusione di tutto questo? Come 
spieghiamo gli esposti paradossi o , eh' è lo stesso , 
da qual legge fisica li facciamo dipendere? Rararaeti- 



280 S e I i: N z E 

tiarao come , secoadochè ha scoperto Faraday , una 
corrente elettrica al destarsi o al cessare suscita o in- 
duce un'altra corrente elettrica in un filo metallico. 
Ponendo mente a' fenomeni fisiologici della corrente 
voltiana , io aveva sospettato che la corrente , la qua- 
le passa per una porzione del corpo animale, potesse 
indurne qualche altra in altre parti del medesimo (1). 
Posteriormente Faraday ha fatto vedere (2) che la cor- 
rente voltiana , la quale percorre un filo conduttore 
abbastanza lungo, all' aprirsi del circolo eccita una 
corrente elettrica d' induzione in un secondo condut- 
tore comunicante colla corrente induttrice, che tal con- 
duttore può essere la lingua o il corpo dell' uomo, 
che impugna le appendici metalliche , che i fili eorti 
sono inetti a questi effetti , e i lunghi assai meglio 
li producono qualora sieno ravvolti in elica e che an- 
zi talvolta con uno di questi raen lungo si ha mag- 
giore effetto che con uno più lungo , se questo non sia 
avvolto in elica o noi sia che in parte . Dopo ciò , 
s io mal non mi appongo , la spiegazione che cer- 
chiamo è abbastanza indicata. 1 fenomeni in que- 
stione sono effetti d'induzione prodotti, non già im- 
mediatamente dalla calamita , bensì da una corren- 
te elettrica indotta. Sono fenomeni , dirò così , di se- 
conda induzione. Invero questi effetti allora osservansi 
che la correlile principale andante in un filo metal- 
lico continuamente si apre e scintilla, e la lunghezza 
d'essi fili , che qualche affievoltmento dovrebbe cagio- 
nare nelle correnti ordinarie , sembra rendere tali effetti 
più poderosi. 

Possiamo dunque , pare a me , concludere che la 
corrente , la quale passa per le punte, e ad ogni istante 



(i) Istituzioni fis. chim. T, III L. IV. C. XXIX. 

(2) FJiii. Trans P. I. i835. Pibl. Uaiv. Juiu i835. p. 128. 



Induzionr imagnetelettrica 281 

s'interrompe , risvegli e induca una simil corrente nel 
conduttore chiuso, di cui fanno parte le membra. Può 
avvivare al tempo stesso più d'una corrente , cioè e 
quella che va pel moltiplicatore e quella che passa pel 
corpo umano. Ma però , se in luogo delle punte sia la 
rotella , che pesca dì continuo nel mercurio , allora la 
corrente va in due versi contrarli, ma non acquista per 
l'interruzzione quella tensione, che la fa scintillare, e 
produconsi assai debolmente gli effetti fisiologici. 

Faraday veramente dice che se offrasi alla corren- 
te voltiana un conduttore migliore che non è li corpo 
umano , la corrente indotta o, come la chiama, l'esfra- 
corrente non si divide , ma tutta passa par quello. Ciò 
osservava , adducendo a toccamento i' mezzo delle ap- 
pendici, le cui estremità impugnava. Ne pure le nostre 
correnti producono in questo caso alcun effetto fisiologi- 
co ; ne li producono se ne' forellini ae insieme co' capi 
del ponticello sieno l'estremità delle appendici che do- 
vrebbero recar la corrente nel corpo umano. Simiglia- 
taraente se a queste appendici sostituiscansi in «, e in e i 
conduttori dell'apparatino per le analisi chimiche o i fili 
del moltiplicatore, nel primo caso manca l'analisi, e nel 
secondo i movimenti dell'ago sono, secondo quello che di 
sopra s'è detto, or debolissimi, ora insensibili.Ma però, se 
la nostra corrente allora appunto che s'interrompe, ciob 
allora che esce del mercurio , trovi aperta piìi d una 
strada non interrotta , può indurre in queste delle cor- 
renti abbastnnza energiche , benché una sia tutta me- 
tallica , e dell'altra faccia parte il corpo umano. Ciò 
«i vede facilmente se , mentre la corrente scintilla e le 
appendici collocate in n, e in a scuotono le mani, si col- 
lochino i fili del moltiplicatore in n ed in e o ancora in 
in n ed in a. 

Faraday ha osservato che gli effetti d'induzione del- 
la corrente voltiana sono maggiori , se il filo contorto 



282 S e I K N Z K 

in elica , in cui produconsi , è avvolfo aftorno al ferro 
dolce. Ho tentato d'avere la scossa , non colle consuete 
appendici terminate da grossi tubi, ma con sottili fili dì 
rame terminanti in due cilindretti d'ottone , un de' qua- 
li io teneva in bocca , e l'altro fra le dita bagnate con 
acqua : sentiva le scosse , benché deboli , alle dita e 
qualche sensazione al polso. Aggiunsi ad uno dei fili 
conduttori uua lunga spirale, che cingeva un grosso pez- 
zo di ferro dolce foggiato a ferro da cavallo , e que» 
sto tanto allungamento d'un sottil filo , anziché nulla di» 
minuirc l'effetto, parve che piuttosto l'accrescesse, e che 
la sensazione al polso fosse notabilmente maggiore. Qui 
peraltro non sembra che manifestisi l'azione immedia- 
ta d'una corrente induttrice propriamente detta , ma 
quella piuttosto del ferro , che divenuto calamita tempo- 
raria per l'azione della corrente elettrica , reagisce so- 
pra questa , ne impedisce l'afflevolimento , anzi ancora 
la rinvigorisce. 

S' io mal non intendo , possiamo dire che que- 
ste macchine raagnelelettriche ci presentano in un co' 
fenomeni dell'induzione magnelelettrica , quelli ezian- 
dio dell'induzione , che Faraday chiamò voltaelettrica 
e che piuttosto sarebbe da dirsi col defunto professo- 
re Resti-Ferrari , elettroelettrica ; perocché non sono le 
correnti volliane le sole atte a produrla. 

Domanderà forse taluno : l'induzione della corren- 
te elettrica sopra un'altra vicinissima , non peraltro co- 
municante con quellii , potrà, osservarsi coll'aiuto di ta- 
li macchine ? Veramente qualche tentativo da me fatto 
è riuscito infruttuoso. Sembra nondimeno che debba 
potersi osservare, adoperando macchina piiì possente, 
benché questo effetto sia più difficile ad ottenersi de- 
gli altri di sopra descritti. 

Ma egU è tempo oramai di por fine al mio dire. 
Ciò che mi pare potersi conchiudere dalle cose fi- 



iNDtlZIONE MAGtTETELETTRICA 283 

nova discorse , si è : i. La corrente indotta dalla ca- 
lamita può produrre per induzione un altra corrente: 
2« Può destarne al tempo stesso piti d' una : 3. Si in- 
ducono abbastanza energiche queste correnti di secon- 
da induzione, se il circuito della prima si apra scin- 
tillando : in caso diverso mancano cosi fatte corren- 
ti o sono assai deboli : 4. Queste correnti si stabili- 
scono e si manifestano ne' conduttori , che comunica- 
no col conduttore scntillante, ma restano chiusi e non 
s'aprono in un con esso , il che peraltro non esclude che 
porzione deirdettrico vada per la via breve interrotta 
ed avvivi la scintilla. 

APPENDICE 
IN.- I. 

Dopo la lettura di questa memoria ho rirevuto il 
T. iV del Traile de VélectrFbité et du viagnctìsme 
del sig. Becquerel. Ivi ho veduto ( p. 34 ) che il sig. 
Wheatslone ha ancor esso esaminato la scintilla elet- 
trica col mezzo d'un apparalo raagnetelettrico. Egli ha 
trovato che lo spettro della scintilla tratta dal mercu- 
rio consiste in sette strisce separate l'una dalT altra per 
intervalli oscuri , cioè in due strisce ranciate avvici- 
nate una air altra , una verde brillante, due verdi az- 
zurrine vicinissime, una porporina assai lucida e una 
violetta. Allorché la scintilla era tratta dallo zinco , 
o dal cadmio, o dal bismuto, o dal piombo allo stato 
liquido , otteneva de' risultamenti , i quali mostravano 
che il numero , la posizione e i colori delle strìsce va- 
riano per ciascun metallo. Soli lo zinco e il cadmio 
mostravano una striscia rossa, I fenomeni erano i me- 
desimi, osservando le scintille prodotte dalla pila vol- 
tiaaa ; ed erano pure gli stessi se la stiiUilla voltiana 



284 S e I E N 7> E 

era tratta dal mercurio nel vuoto boileano o torrlcellla- 
110 , nel gas acido carbonico ec. Da ciò il sig. Wheat- 
stone conchiude che la scintilla non è effetto della com- 
bustione del mjtallo. Che lo spettro della scintilla tratta 
dal mercurio sia a me apparso alquanto diverso , non 
dea rendere maraviglia. Chi ha in sua disposizione mezzi 
squisiti per osservare, vede distinto e separato ciò che 
congiunto e confuso si vede da chi ne manca. 

Ultimamente ci è piaciuto osservare colla nostra 
macchina magnetelettrica la scintilla tratta dalle amalga- 
mo di bismuto, di stagno € di zinco. L*ultima presentava 
il rosso ; indi almeno tre strisce gialle, il verde , Taz- 
zurro e il violetto. Nello spettro della seconda appe- 
na scernevasi il lanciato , e in esso , come pure in 
quello della prima , apparivano due strisce gialle vi- 
cinissime. Generalmente in questi pìccoli spettri, for- 
mati dalle particelle roventi del mercurio o puro o 
amalgamalo, si vede una''porzioncella o poco piìi d'un 
punto assai luminoso nelT azzurro , e uno spazio scu- 
ro prima del violetto. Ma io non pretendo accurata- 
mente descrivere questi spettri , che erano per avventura 
troppo piccoli e troppo mobili a motivo del conti- 
nuo oscillare del mercurio . Soltanto ra' h piaciuto 
mostrare che non è assai difficile osservare qualche 
differenza fra gli spettri prodotti da metalli alquanto 
diversi e scernere nello spettro qualche striscia oscura 
o luminosa. 

Anche nello spettro della luce elettrica ordinaria si tro- 
vano simili strisce, come osservò Frauenhofer. Whealsto- 
ne ha concluso dalle proprie indagini, che la luce elettri- 
ca risulta dalla volatilizzazione e dall'ignizione della ma- 
teria pesante del conduttore. E' la stessa conseguenza, 
che aveva dedotto in Italia dalle sue proprie ricerche 
il sig. Fusinieri. Il sig. Becquerel non è di questo pa- 



Indu35Ìone magnf.telettrica 285 

rere. Chi non crede dover venire in quella sentenza , 
dovrà almeno , per quanto a me sembra, accordare al 
Faraday , che quasi sempre le scintille , se trattasi 
d'elettricità voltiana e specialmente duna sola cop- 
pia y debbonsi rijietere dalle particelle de' metalli , che 
servono di coiuluttori alia corrente. Soltanto ov' esso 
dice dalla combustione de' raetiilii, avrebbe detto meglio 
dall' if^uizione ; e alla scintilla voltiana avrebbe, mi 
pare, potuto aggiungere la scintilla d'induzione magne- 
telettrica. 

N." II. 

Sono da qualche tempo alle stampe due belle dis- 
«ertazioni intorno a'fenoraeni d'induzione raagnel elettri- 
ca del eh. professore Silvestro Gherardi , destinate al 
secondo volume de' Nuovi Atti dell' Accademia delle 
scienze dell' Istituto di Bologna. Io , allorché scrissi e 
lessi la precedente memoria , non aveva il menomo sen- 
tore di queste dissertazioni , che ho dipoi ricevuto dalla 
genlilezza del eh. autore. Se ne avessi avuta contezza , 
non avrei omesso di far menzione almeno dell'ingegnosis- 
simo apparato da lui immaginalo, oli' è descritto nella 
seconda ( Commentarium de novo quùdara apparatu ma- 
gneto-electrico ) . L'apparato , di cui ho fatto uso nelle 
descritte esperienzucce , non era certamente noto al 
sig. Gherardi, allorché fece costruire il suo, anzi, per 
quanto io credo, non era a quel!' epoca ancora ritrovato. 
Questo per le ordinarie sperienze sarà per avventura 
preferito , a motivo , se non altro , della sua sempli- 
cità , e del piccol volume ; ma di buon grado confes- 
so che quello del professor di Bologna è atto ad al- 
cune indagini , alle quali l'altro non potrebbe servire. 
Fra le sperienze descritte in quella dissertazione accen- 
no soltanto , come avendo egli coperto il mercurio , 
di cui esciva la scintilla, con olio , con petrolio , con 



286 Sciènze 

alcool o con altro liquore , la scintilla fìon mancava , 
ma mostrava colore diverso secondo la diversità del li- 
quore ; e in queste circostanze non vedeva punto cre- 
scere o variare l'effetto chimico o la commozione , che 
si producevano per mezzo d'altro conduttore (p. 32) . 

G. B. PlANClAKl DELLA 

coMP. DI Gesù' 



Lezioni di fisica sperimentale di Saverio Barlacci 
professore di detta facoltà neW università roma" 
na della Sapienza e del collegio filosofico, ad uso 
degli studenti della medesima università. Tom. I. 
parte I e II. Roma tipografia di Pietro Aureli i836. 



JL_i autore dell'opera che qui annunziamo non ha bi- 
sogno de' nostri elogi, essendo già bastantemente cono- 
sciuto dai coltivatori delle scienze fisiche. I diversi scrit- 
ti da esso pubblicati, alcuni de* quali si trovano inse- 
riti nel nostro giornale, sono stati così favorevolmente ac- 
colti, che gli hanno meritato un posto fra i piìi distinti 
fisici d' Italia. Egli, dopo essersi occupato di varj og- 
getti relativi ad alcuni punti pii*i importanti della fì- 
sica, ha voluto ora rendere di pubblico diritto le lezio- 
ni di questa scienza, che con soddisfazione universale d'a 
ogni anno agli studenti della nostra università. Noi 
crediamo di far cosa grata ai nostri lettori presentando 
in questi fogli l' estratto del primo volume eh' è stato 
finora pubblicato. Premette l' autore nella prefazione e 
dichiara i motivi che lo hanno indotto alla compilazio- 
ne di questo corso, fra i quali quello principalmente si 
fu di dare agli studenti dell' università romana uaa scor- 



Fisica Sperimentale 287 

la faclla e chiara per non ismarrirsi nel vastissimo cam- 
po che presentano le scienz<! fisiche dopo le scoperte e 
gli accrescimenti fattivi da sommi ingegni i principali 
dei quali ebber culla nella no<;tra penisola ; di anima- 
re la gioventù allo studio di una facoltà sotto tult' i 
raj)porti utile e necessaria ad ogni uomo che vive in 
società, e che dalla contemplazione delle cose create sol- 
leva la mente umana a conoscere V onnipotenza della 
mano cratrice. E' la fisica , egli dice , quella scienza 
il cui nobile ed importante scopo si aggira nel com- 
prendere, per quanto a mente umana è concesso, il mec- 
canismo dell'universo , nel rintracciare le cause dei na- 
turali fenomeni, e nel volgere tutte le cose creale a pub- 
blico comodo , ed a comune utilità. Si vale essa a que- 
6t' effetto delle macchine e degl* istromenti, i quali ser- 
vono di ajuto e di conforto al nostro spirito ed al no- 
stro intendimento nell' osservare e nello sperimentare , 
si giova delle matematiche per paragonare, connettere e 
collcgare i risultaraenli delle cose osservate, e per asse- 
gnar loro il giusto valore e la conveniente misura. Egli 
perciò non trascura di servirsi all' uopo dell' ajuto del 
calcolo elementare che nei modi piiì semplici e meno 
inviluppati pone nelle mani dei suoi allievi onde adde- 
strarli alla valutazione degli esperimenti su cui è basa- 
ta la scienza ; ponendo a prova tuttociò che debbe sot- 
toporsi al peso ed alla misura nella difficile arte di spe- 
rimentare , senza di che vano ed inutile sarebbe ogni 
tentativo ed ogni ricerca alla cognizione del vero. 

Premessa pertanto una breve esposizione delle pro- 
prietà e dei caratteri generali de' corpi, s' introduce il 
nostro autore nella teorica del moto, ammaestrato dal- 
la giusta massima lasciataci dal gran Newton, che omnis 
philosophiae difftcultas in eo versavi videtur, ut aphae- 
nomenis motuum investigemus naturae vires et dei/i" 
de ab his viribus phaenomena reliqua demonstremus 



238 S e 1 £ » 2 E 

( Newtoni principia, praef. ). Date le solite generali no- 
zioni della velocita , dello spazio , del tempo sulle di- 
verse specie di moti e sulla loro composizione e riso- 
luzione, passa a considerare che cosa debba intendersi per 
forza e qyali sieno le principali forze die agiscono in 
natura , su cui deve il fisico portare le sue considera- 
zioni per valutarne gli effetti, nulla potendosi decide- 
re sulla loro natura e sulla loro essenza. Esamina gli 
effetti di due o [>ìù forze le cui direzioni sieno con- 
vergenti in un punto o agiscano parallele fra loro, e 
dalla teorica dei momenti deduce il teorema fonda- 
mentale della statica per 1' equilibrio delle potenze ri- 
ferite ad un punto fisso su cui agiscono. Si applica- 
no poi queste dottrine alla teoria delle macchine sem- 
plici e composte, non trascurandosi di tener conto de- 
gli ostacoli che si oppongono al libero esercizio delle 
potenze meccaniche. Imprende perciò T autore a ragio- 
nare degli attriti , della rigidità delle funi e delle re- 
sistenze, venendo illustrato questo ramo con utili esem- 
pi ed applicazioni onde segnare la guida che deve ese- 
guire il meccanico per conoscere e valutare gli effetti 
che possono ottenersi dall' esercizio delle macchine. 

Dopo aver date le nozioni fondamentali sul moto 
e suir equilibrio delle forze in generale, doveva intra- 
prendersi r esame in ispecie di ciascuna di esse, almeno 
delle principali. Ed appunto questa è la traccia che 
siegue r autore nel suo testo, cominciando nel cap. VI 
a parlare della gravila ossia di quella tendenza che 
tutti corpi della natura hanno a discendere al basso, 
abbandonati che sieno a loro stessi e non ritenuti da 
verun' ostacolo in direzioni perpendicolari all' orizon- 
te, che gravita terrestre si appella. Fa quivi conosce- 
re gli esperimenti dell' insigne italiano Galileo Galilei, 
che ci somministrò per il primo le vere nozioni sul mo- 
do di agire di questa forza, ed a stabilire le leggi 



Fisica speriment\le 289 

del molo uniformemente accelerato del gravi che di- 
scendono o verticalmente o per piani inclinali. Que- 
ste dottrine sono chiaramente esposte per mezxo di 
formole algebriche, e confermale coli' uso dell' inge- 
gnosa macchina di Atv?od , di cui si descrive il mec- 
canismo di costruzione ed il modo di adoperarla nel- 
lo esplorare e calcolare 1' azione della gravila. 

Ciò premesso, era ben naturale di estendere i li- 
miti di questa forza anche agli spazj del creato per 
far conoscere essere dessa il vincolo ed il legame che 
collega e connette tutto il sistema della natura, come 
appunto fece il Newton che camminando sulle tracce 
segnategli dal suo antecessore Galileo estese i limi- 
ti di questa forza anche nelT immensità dello spazio, 
addimostrando prima che la Luna si volge nella sua 
orbita per 1' azione di una forza projettile tangenzia- 
le congiunta coli' azione della gravita, e che in virtù 
delle stesse forze tuli' i pianeti si aggirano in orbite 
elittiche intorno al sole con mirabile ordine nel perio- 
do dei loro movimenti e coli' armonia delle stesse 

Jeggi. , . . , 

Ha quindi luogo l' esame degli effetti che pro- 
vengono dall'azione della gravita congiunta con una 
forza projettile, e la teorica dei moli curvilinei dei pro- 
jetti nel vacuo. Le fonti, da cui sono essi dedotti, co- 
stituiscono le teoriche sulle così dette forze centrali con- 
siderate nei circolo, d' onde col soccorso della geome- 
tria e dell' algebra e coi principj fondamentali della 
meccanica si deducono e si Rimostrano le tre leggi 
astronomiche di Kleplero, che sono il fondamento di 
tutta r astronomia. Si assegnano quindi e si determi- 
nano presso le piij accurate misure le dimensioni del- 
la nostra terra. 

Siegue a queste dottrina la teorica sulle oscilla- 
zioni del pendolo, della cui invenzione è pur debitrice 
G.A.T.LXIX. 19 



290 Scienze 

la scienza al gran Galileo che ne trasse la idea dalle 
oscillazioni di una lampada, ed arricchì così la fisica 
del più importante islromento per la misura del tem- 
po in intervalli sempre uguali. Si dimostra qui co- 
fjli elementi di geometrìa la proprietà singolare del 
pendolo, qual' è il suo isocronismo, e se ne deducono 
le varie formole più opportune alla soluzione dei pro- 
blemi che possono presentarsi agli sUidenli suU' azio- 
ne della gravità. Dal pendolo semplice passando al 
composto , vengono accennati i metodi pratici e geo- 
metrici per la determinazione del centro di oscilla- 
zione. 

Uno dei mezzi, per cui il moto si comunica da un 
corpo all'altro, trovasi nell' urto e nella collisione dei 
carpi ; poiché ogni corpo resiste al moto per la sua 
inerzia, e nel resistervi ne riceve una quantità eguale 
a quella che distrugge nel corpo che lo percuote. Su 
questo principio sono basate tutte le regole dinamiche 
relative alla comunicazione del moto tanto nei corpi 
molli, quanto nei corpi clastici. Si considerano pertanto 
gli effetti risultanti dall' urto diretto dei corpi, e si 
stabiliscono le formole esprimenti le velocita che i cor- 
pi acquistano e perdono nella collisione, accennandosi 
la regola che deve osservarsi nella valutazione degli 
urti obbliqui ed eccentrici. 

Esaurito tutto ciò che principalmente riguarda 
l'equilibrio ed il moto dei corpi solidi, si passa a con- 
siderare ciò che concerne la meccanica dei liquidi. 
Si accennano le spcrienze di Ganton , Perkins ed Oer- 
sted per conoscere e determinare per mezzo del pie- 
roraetro il grado di loro compressibilità, e si dà con- 
to dei risultamenti delle ricerche dei fisici ginevrini 
Colladon e Sturm dirette allo stesso scopo. Determinate 
le proprietà distintive e caratteristiche dei liquidi, se 
ne deduce il principio della uniformità di pressione i 



Fisica spr:niMENT\LR 2qì 

la proprietà loro di porsi a livello in piani perpen- 
dicolari alla direzione della gravita, ed il modo di 
premere e gravitare sui fondi e sulle pareti dei reci- 
pienti. Le leggi della pressione e dell' equilibrio dei 
solidi immersi nei liquidi formano anche un capitolo in- 
teressante in questo ramo di scienza, e fertile per le 
sue applicazioni alla pratica e all' esercizio delle arti , 
per cui non si trascura il dettaglio delle principali 
sperienze e la cognizione dei fatti che possono essere i 
più utili e necessari. In quanto al moto dei liquidi si 
danno solo nozioni di quanto può appartenere alla fisica 
sperimentale , come è la ricerca della velocita degli ef- 
flussi dei liquidi dagli orifizi praticati nei recipienti , 
le dispense delle acque che si fanno da dette aper- 
ture sotto diverse altezze di pressione e per tubi addi- 
zionali di diversa lunghezza e di diverso diametro , co- 
me anche vengono esposte le cause che diminuiscono 
lo scolo dei liquidi , fra le quali la contrazione della 
vena fluida ed il modo di diminuirla per avere più 
abbondante erogazione. 

Termina questa prima parte del volume con una 
breve esposizione sui fenomeni che presenta l'azione 
capillare, dove sono chiaramente esposti i principi 
della teorica di Laplace modificati ed illustrati da Pois- 
son nella memoria da esso pubblicata nel 1831 T/iéorie 
de r action capillaire , e vengono per ultimo riportate 
le sperienze di Dutrochet sulla endosmosi ed esosmosi, 
cioè sulla introduzione e circolazione dei liquidi pei 
pori delle membrane vegetali ed animali. 

La seconda parte del 1 tomo dell' opera di cui 
ragioniamo è quasi intieramente dedicata alla (eoria del 
calore. Nel piirao libro si tratta diffusamente delle pro- 
prietà e delle leggi, con cui si propaga il calorico ; 
nel secondo si datino alcuni cenni suU' indole, sulla 
natura e proprietà di alcune sostanze semplici, per som- 



292 S e I E w z E 

ministrare cosi le nozioni almeno elementari di chimica 
divenule in oggi tanto utili e necessarie per lo studio 
della fisica, per predisporre cosi ed introdurre gli allievi, 
che debbono seguire il corso di medicina, allo studio 
di questa scienza. 

Si accennano in principio le due ipotesi sulla pro- 
pagazione del calore tanto riguardato come sostanza 
sui generis, quanto come proprietà derivante dai moti 
vibratorii di una sostanza eterea sollilissima : ed e qui 
pur lodevole il metodo seguito dal nostro autore, di 
procedere cioè gradatamente e dai fatti i più certi alla 
cognizione delle cause. Cerca perciò di far conosce- 
re i fenomeni più generali che produce il calore nella 
dilatazione di tutt' i corpi e premette, quindi la cogni- 
zione e l'uso di quegl' istromenti che destinati sono a 
valutare ed a calcolare i gradi d'intensità e di ener- 
gia del calore. Esponendo le leggi delle dilatazioni dei 
corpi, prende qni nuovo argomento di onorare semprep- 
più il nome italiano, riportandogli esperimenti del pro- 
fessore di Pavia Alessandro Volta che fu il primo a 
dimostrare col fatto che i fluidi elastici haij comune 
il coefficiente di loro dilatazione, espandendosi tutti di 
egual quantità per eguali gradi di calore, e dilatandosi 
uniformemente- Non cosi accade nei liquidi e nei so- 
lidi nei quali la dilatazione cresce in una proporzione 
più rapida tanto più espandendosi quanto più si av- 
vicinano al loro cambiamento di stato. Quindi si esplo- 
rano le leggi di dilatazione nei diversi liquidi e solidi 
coir uso dei pirometri e di opportuni apparecchi, e si 
stabiliscono le formole per la riduzione dei volumi dei 
corpi ad una data temperatura o a quelle di O, for- 
mole, l'uso delle quali è indispensabile a chiunque si 
applichi a queste ricerche per confrontare i risulta- 
menti delle proprie colle altrui esperienze. 

11 cap. IV riguarda le propagazione del calorico 



Fisica sperimentale 293 

Dell' interno de' corpi . Vi si distinguono i huonì dai 
cattivi conduttori, e si slabllisce eoi pirometro di Biot 
la legge di propagazione del calorico da molecola in 
molecola , che può essere rappresentata da una curva 
logaritmica. Infatti le diverse distanze degli elementi 
della sbarra dalla sorgente costante di calore crescen- 
ti in serie aritmetica ne rappresentano le ascisse, e le dif- 
ferenze fra la temperatura di ciascuno di essi punti e 
quella del mezzo ambiente che decrescono in serie 
geometrica figurano le ordinale. Si osserva in questa 
sperienza che il pirometro si rende stazionario quan- 
do gii acquisti di calore, che fa ciascun' elemento della 
sbarra metallica, sono compensati dalle perdite che fa 
ciascun' elemento e per raggiaraenti e per comunica- 
zione al mezzo ambiente. 

Dopo aver considerato il calorico nei corpi, che 
dicesi condotto o repente , passa a riguardarlo in ista- 
to libero e sotto forma di calorico raggiante, quando 
emana ed è lanciato dalle superficie di tutt' i corpi 
per raggi oscuri, ma somiglianti ai raggi luminosi per 
le leggi di loro propagazione, facendo uso degli op- 
portuni apparecchi per raccoglierli e valutarne la in- 
tensità. Ila qui luogo la esposizione dei due sistemi , 
quello cioè della emissione e quello delle vibrazio- 
ni, per ispiegarne gli effetti, ed un breve cenno sulle 
dottrine del Rumford e sulle principali sperienze su 
cui si fondano : come anche si rendono noti i prin- 
cipi di Prevost suH' equilibrio mobile del calorico rag- 
giante. Non si trascura di far qui menzione delle ri- 
cerche interessanti di Leslie , Pictet , Berard , Fourier 
e si fanno principalmente conoscere gli esperimenti in- 
gegnosi del prof. Melloni di Parma, il suo apparecchio 
per isperimentare le proprietà del calore raggiante , con 
cui quel distinto fisico potè arricchire in questa par- 
te la scienza d'interessanti scoperte. 



294 S e I i: N 2 E 

Si parla nel cap : X del calorico specifico e de? 
tre principali metodi per determinarlo, quali sono i già 
cof»niti dei miscuoli , della fusione del ghiaccio e dei 
raffreddamenti, additandosi le cautele da usarsi per bene 
sperimentare e le formole per esprimere i risultaraenli. 

La metamorfosi che subiscono i corpi per Tazione 
del calorico nel loro passaggio dalla solidità alla flui- 
dità e da questa allo stato di fluidi elastici, forma il 
soggetto del capitolo seguente, ove parlasi principal- 
mente delle sperienze di Dalton per determinare la for- 
za elastica ed espansiva del vapore acquoso e di quelle 
istituite a Parigi nel 1330 ad oggetto di conoscere la 
tensione del vapore sotto le più. elevate temperature , ri- 
cerche che sono in oggi del più grande interesse dopo 
essere divenuta la forza espansiva del vapore il princi- 
pale agente per l'esercizio delle macchine. E qui oppor- 
tunamente si da una breve storia sulla invenzione del- 
le macchine a vapore, da cui rilevasi rimontare questo 
scoperta ad un' epoca molto più antica di quella che co- 
munemente le si assegna cioè al secolo X conoscen- 
dosi dalla storia di Vincenzo Bellovacense che il papa 
Silvestro 11° prima Gerberto impiegato aveva la for- 
za elastica del vapore per dar moto ad alcune mac- 
chine e specialmente per la costruzione di alcuni orga- 
ni ed orologi. Dopo aver esaminati gli effetti del ca- 
lore, si passa alla cognizione delle sorgenti da cui esso 
deriva , fra le quali si annovera il sole , la combu- 
stione , l'attrito , le mescolanze e le chimiche azioni » 
la percussione , e la elettricità, corredando ciascuno di 
detti articoli di opportuni schiarimenti. 

Termina la teorica del calore con due capitoli, ia 
ano de' quali si tratta della temperatura del globo 
terrestre e dell'atmosfera che lo circonda, e nell'altro del- 
la temperatura degli animali e delle piante. Si di- 
chiaraao nel primo le congetture di Cordler , di Fou- 



Fisica Sperimentale 295 

lier , e di Poissoa sull'esistenza del supposto fuoco cen- 
trale, e si espongono nel secondo le cause che manten- 
gono tanto negli animali quanto nelle piante un costan- 
te grado di temperatura diverso da quella del mezzo e 
dell'ambiente in cui essi vivono. 

Il secondo libro di questa seconda parte compren- 
de alcune considarazioni sulla composizione chimica e 
fisica dei corpi. Si da nozione delle cosi dette sostanze 
semplici, di quelle cioè che non è finora riuscito di com- 
porre ulteriormente accennando di alcune le proprietà. 
ed i caratteri, come l'ossigeno, l'azoto , il carbonio , il 
cloro , il fosforo , l' idrogeno ec. Parlando dell' azoto 
si fa conoscere cora'esso unito al gas ossigeno costitui- 
sca l'aria atmosferica che si respira, quali sieno le pro- 
porzioni in cui detti priucipii si uniscono per formarti 
l'aria respirabile, e quali i mezzi di determinare que- 
ste proporzioni co' processi eudiometrici. Cosi anche 
trattando dell'idrogeno si dichiarano le sue proprietà fi- 
siche e chimiche, com'esso sotto forma di gas si svolga nei 
processi della natura e dell'arte dalia decomposizione del- 
l'acqua, e come tenendo in soluzione diverse sostanze 
costuisca diverse specie di gas idrogeno distinte per le 
lore diverse proprietà, com'è appunto il gas idrogeno 
percarburato divenuto in oggi un oggetto d'industria e 
di economia : giacché, com'è già a tutti noto, s'impie- 
ga nella illuminazione delle strade , dei teatri e del- 
le fabbriche in quei luoghi ove sarebbe assai costo- 
so l'uso dell'olio. 

Questi sono gli oggetti che comprende il primo vo- 
lume del nuovo corso di fisica, di cui abbiamo qui da •• 
to un breve cenno che ci lusinghiamo sufficiente a faC 
conoscere avere l'A. pienamente conseguito lo scopo che 
si era proposto. Sembra infatti nulla avere oramesso o 
trascurato di ciò che vi è di più nuovo e d'interessante 
nella scienza : chiaro e facile è il linguaggio ch'esso tic- 



205 Scienze 

ne per farsi intendere dagli alunni della scienza: tutto 

ciò che si ennncia e comprovato da dimostrazioni e da 

fatti, e da per tutto vi si scorge quella facilita e quel lu- 

cidus ordo che è il maggior pregio che possono avere le 

opere elementari destinate all'istruzione della studiosa 

gioventù. 

Pietro Carpi. 



Centuriae tres prodromo Florae Romanae addendae, 
auctore Petro Sanguinetti. 8." Romae ex typogra- 
fa Contedini. (Un voi. di pag. 140.) 



I 



1 potere inserire nel nostro giornale 1' estratto di un 
lavoro sulle piante del nostro suolo è cosa per noi mol- 
to consolante. Giacche mentre in un'articolo dello scor- 
so anno deplorammo la morte immatura del professore 
di Botanica sig. Ernesto Mauri , e gli rendemmo così 
i purtroppo dovuti omaggi; nel segreto del nostro cuo- 
re deplorammo egualmente per la di lui perdita il de- 
cadimento di questa scienza nella capitr^le del mondo 
cattolico , nella già citta dei Cesari. Ma quali speran- 
ze ristorano i nostri animi , mentre vediamo un giova- 
ne romano accrescere di tre centurie la flora del nosfro 
celebratissimo suolo? E' vero che si conosceva da talu- 
ni scenziati della nostra citta quanto conto facesse il 
defonto Mauri dell'ardore con cui il sig. Pietro San- 
guinetti coltivava le scienze botaniche, e quali alti di- 
segni avesse formalo sopra di lui; sapevasi eh* eraglì 
scolaro ed amico, e che non faceva escursione Botani- 
ca senza averlo al suo lato j che caduto malato di lui 



Piante della Flora Romana 20T 

servissi , sino che gli fu permesso , per il buon anda- 
mento di queir orto, clic da esso fondato, sperava che 
potesse; conservare il suo lustro passando nelle mani del 
suo scolare ; conoscevasi quanto il sig. Sanguinetti fos- 
se stato grato ed affezionato al suo precettore per avel- 
lo assistito , e consolato di continuo nella penosi , 
e lunga malattia che le tolse la vita , trascurando per 
ciò fare puranco le sue aziende, ed i suoi interessi. Ma 
oppresso da sinistro fato oscuro e privo di mezzi neces- 
sari per coltivare le scienze naturali , chi mai avreb- 
be creduto che volesse cozzare con la fortuna, e sj)rcz- 
zarla contraria per amore della scienza? E' pure tant' è; 
neir oscurità ed avvilimento non ha trascurato i snoì 
studj , ed il frutto di questi fortunatamente vede la lu- 
ce sotto i migliori ausj.ici. Giacche vediamo tal lavo- 
ro dedicato ad un porporato tanto rispettabile per au- 
torità e dottrina, e tanto propenso a proteggere le scien- 
ze e le arti , quale è 1' Erainentissimo Cardinale Lui- 
gi Lambruschini. L'altissimo faccia, che possa rista- 
bilirsi in perfetta salute e le dia lunga vita per il be- 
ne delle scienze. 

Ecco dunque il catalogo sistematico delle piante 
che compongono le tre centurie publicate dal sig. San- 
guinetti per i tipi delli fratelli Contedini. 

DIANDRIA MONOGYNIA 

Veronica aphylla Lin. Sp. i4. 

sculellata Lin. Sp. 16. 

urticaefolia Lin. Supp. 83. 

praecox Ali. Auct. p. b. t. ^. f. t. 

Buxbaumi Ten. FI. Nnp. Pr. p. 6. 
Pinquicula grandiflora Wild. Sp. i. p. 100. 
Salvia pratensis Lin. Sp. 35. 

Tiberina Maur. in Ten. F'iag. in Abr. p. ^i. 



298 Scienze 

TRIANDRIA MONOGYNIA 

Valeriana saliunca Ali. Ped. \ . p. 5. t. 70. 

montana Liti. Sp. 45. 
Fedia dentala J^ahl. En. 2. p. 20. 

hamata 

cannata R. et Sch. S. f^eg. i. p. 36x. 
Crocus vernus JIL FI. Ped. i.p. 84. iS grandi florus 

suaveolens Beri. Zaffer. It 3. 

biflorus MUl. Dict. 
Romulea columnae FI. Rom. Pr. p. 18. jS versicolor 
Gladiolus byzantinus Jlt. Kew. ed. 2. ìk \. p. ■102. 
Cyperus Tenoi ii Tineo App. ad Cai. Pl.H.R.Panor* 
p. 278. 

badius Desf. Ali. 1. p. 45. t. 7. /. 2. 

TRIANDRIA DIGYNIA 

Milìum paradoxum Scop. FI. Cam. 83. t. 1. 
Aira flexuosa Lin. Sp. 96. 

Crypris alopecuroides Schrad. FI. Gemi \. p. i67. 
Plileura alpinum Lin. Sp. 88. 

Gerard! Ali. Ped. n. 2ì35. 
Alopecurus genlculatus Lin. Sp. S9. 
Poa alpina Lin. Sp. 99. 
Festuca Halleri mi. Dauph. 2. p. 103. 

spadicea Lin. S/st. ed. 2. t. 2. p> 732. 

ciliata DC. FI. Fr. 3. p. 55. 
Broraus secalinus Lin. Sp. 112. 

interraedius Guss. Pr. FI. Sic. \. p. i4. 

maximus Desf. Ad. 1. p. 95. t. a5. 
Stipa tortilis Desf. Atl. \. p. 99. t. 31. /. 1. 
Aegyiops neglccta Req. 
Andropogon dislacbyos Lin. Sp. I48i. 



Piante della Flora Romana 299 

Avena tenuis Wild. Sp. i. p. A48. 

vcrsicolor JVild. Sp. i. p. 452. 

villosa Beri. Exc. de Re. herb. p. 6. 
Nartlus strida Lin. Sp. 77. 

TRIANDRIA TRIGYNIA 

Thillca muscosa Lin. Sp. 186. 

TETRANDRIA MONOGYNIA 

Scablosa integrifolia Lin. Sp. i42. 

Pyrenaica Jll. Ped. 1. p. i^O. 

maritima Lin. Ani. 4. p. 304. « & 

argentea Lin. Sp. 2. p. 143. 
Cenluiiculus miniraus Lin. Sp. i09. 
Asperula neglecta Giiss. PI. Rar. p. 09. 
Piantago alploa Lin. Sp. i65. 

subulata Lin. Sp. 166. 

media Lin. Sp» i(33. 
Alchemilla vulgaris Lin. Sp. lyS. 

TETRANDRIA TETRAGYNIA 

ilaJIola millegrana Pers. S/n. I^l. i. p. 153. 

PENTANDRIA MONOGYNIA 

Myosolls alpestris Lechvi. Asp, 80. 

vcrsicolor Pers. Syn. i. p. 156. 

lappala Lin. Sp. 189. 
Anchusa Barrelieri DC. FI. Fr. 3. ;;. 632. 
Cyooglossura officinale Lin. Sp. 'ig2. 

magellense Ten. FI. Nap. ^. p. iS4. t. UT. 
Asperugo procurabens Lin. Sp. i98. 



300 Scienze 

AnJrosace villosa Lin. Sp. 203. 
Echiura calycinum yiv. FI. It. Frag. i. p. 2. i. A. 
Soldanella alpina Lin. Sp. 206. 
Convolvolus sylvestris PTald. et Kit.Fl.R.Ung.t.2G]. 
Campanula latifulia Lin. Sp. 233. 

bononiensis Lin. Sp. 2.']4. 

linifulia rVild. Sp. i. p. 893. 
Lobelia Laurentia Lin. Sp. I3i. 
Rharaaus alpinus Lin. Sp. 280. 
Viola calcarata Lin. Sp. 1325. 
Verbascum macrurura Ten. FI. Nap. 3. p. 2 16. 

thapsiforme Schracl. Mon. Fcrb. al. 

densiflorum Bert. Jinoen It. p. 87. 

pblemoides Lin. Sp. 253. 

niveum Ten. FI. ISap. 1. p. 90. 

]ychnits Lin, Sp. 253. (h , 7 

argyrostachion Ten. Fig. in Ahr. p. 52. 

nigrum Lin. Sp. 253. 

pboeniceum Lin. Sp. 234- 
Hyosciaraus niger Lin. Sp. 257. 
Lycium barbarum Lin. Syst. Veg. 190. 
Hedera poetarum Bert. Prael. Rei Herb. p. 70. 

PENTANDRIA DIGYNIA 

Cynancbura vlncetoxicum Pers. Syn. i, p. 274- 
Herniaria hirsuta Lin. Sp. 31 7. {non FI, Rom. Pr.) 
Chenopodiura opulifolium Schr. S. Feg. 6. p. 258. 

rubruin Lin. Sp. 3 18. 

liybriduni Lin. Sp. 3i9. 
Salsola tragiis Lin. Sp. 322. 

soda Lin. Sp. 323. 
Atriplex patula Lin. Sp. i494 » ^^ ^^' Rom. Pr» 

p, 107. fi, 7 
triangularis TVdd. Sp. A. p. 963. 



Piante della Flora Romana .301 

UMBELLIFERA 

Hydrocotliyltì natans C^r. Nap. PI. Fase. I.t. 6. 
Bupleurum cernuum Ten. FI. Nap. i. in add. et 

p. 322. V. 3. t. 135. 
Torllis anthriscus Gmel. FI. Bad. \. p. 6i3. 
hetcropliylla Guss. Pr. FI. Sic. f. p. 'Ò2Q. 
Ligiisticum apioides Lam. Dici. 3. p. 577. 
Seseli glaucurn Lin. Sp. 372. 
Oenanthe globulosa Lin. Sp. 365. 
Tliapsia asclepium Lin. Sp. 375. 
Selinuni orcoseliaurn òcop. Car. n. 330. 

PENTANDRL\ TRIGYNL\ 

Tamarlx africana Desf. FI. udtl. 1. p. 206. 

PENTANDRIA PENTAGY.\IA 

Linum angustifoliura Sin. FL Br. i. p. 344. 

HEXANDRL\ MONOGYNL\ 

Narcissus iiicomparabilis Wdd. Sp. 2. p. 35. 
Allium angulosutn Lin. Sp. 3-iO. 

nigrum Lin. Sp. 340. 
FritilUria meleagris Lin. Sp. 436. 
Tulipa praecox Ten. FL Nap. 1. p. 110. 
Oruithogalum temiifulium Gtcss. Pr. Fl.Sic. 1 .p.\1j. 
Convallaria polygoiialum Lin. Sp. 451, 
Juncus maritimus Lam. Enc. 'ò* p. 26i. 

multiflorus Desf, Ad. 2. p. 3i3. i. 9i. 

conglomeralus Lin. Sp. 464. 

depauperalus Ten. Succ. Rei. etc. p. G2. 



302 Scienze 

insulanus Viv. FI. Cor. Sp. AW. Diag. p. 5. 
acutiflorus Ehr. Gram. TG, 
trifidus Lin. Sp. 465. 
Loranthus aeuropeus Lin. Sp. i572. 

HEXANDRIA TRIGYNIA 

Rumex obtusifolius Lin. Sp. 478. 

triangularìs DC. FI. Fr. Sup. p. 368. 
Colchicum autumnale Lin. Sp. 9 i5 et Fi. Bom. 

Pr. p. 135 « , y5 , 7 

OCTANDRIA MONOGYNIA. 

Epilobiura anguslifolium Lin. Sp. 993. 
Oenolhera Liennis Lin. Sp. 993. 
Clora serotina Kook in Reich. Cent. 3- />- G. i. 208. 
Erica scoparla Lin. Sp. 502. 
Acer campestre Lin. Sp, 327 , etFl. liorn. Pr 
p. \Z^ ^ colliaum. 

OGTANDIRIA TRIGYNIA. 

Polygonum persicaria Lin. Fl.Suec. 319 ( non Fi. 
Rom. Pr. ) 
convolvolus Lin. Sp. 522. 

DEGANDRIA MONOGYNIA. 

Pyrola minor LiSp. n. 567. 
secunda Lin. Sp. 567. 

DEGANDRIA DIGYNIA 

Saxifraga oppositifolia Lin. Sp. 565 



Piante della Flora Romana .103 

Ungulata Bell. App. ad FI. Peci, in Jccad. Taur. 

5. p. 22:^». 
aizoon Murr. S. Veg. ed. ^^. p. k\\. 
moscata Murr. S. Veg. ed. iA.p. Ui/\. «, yS 
Gjpsophila diantlioides òibt. FI. Graec. /\. p. 76. 

t. 385. 
Dianlhus dellhoides Lin. Sp. 588. 

nionspessulanus Lin. Amoen. A, p. 313, 

DECANDRIA TRIGYNIA 

Silene infiala Sm. FI. Br. 2. p. 461. ( nofi FL 

Rom. Pr. ) 

Lrachipetala DC. FL Fr. h. p, 60L 

ncglecta Ten. FI. Neap. App. 5. p. 13. 

saxifraga Lin. Sp. 602. 

Graefferi Guss. PI. Rar. p. 177. /. 39. 
Arenaria grandiflora Lin. Sp. 608. 
Stellarla saxifraga Beri. Rar. It. PI. Dee. p. 35. 

DECANDPJA PENTAGYNIA 

Cotyledon horizontalis Guss. Pr.Fl.Sie. i. p. 517. 
Sedum atratum Lin. Sp. i773. 

raagellense Ten. FI. Nap. p. 26. 
Cerastium sylvaticum ÌV. et Kit. PI. Rar. flung. i . 

p. 100. t. (;7. 

aquaticum Lin. Sp. 629. 

DODEGANDRIA MO.NOGYMA 
Asarura europaeum Lin. Sp. 633. 

DODEGANDRIA DIGYNIA 
Agrimonia odorala Ait. Hort. Kew. 3. p. i58. 



304 Scienze 

DODECANDRIA TRIGYNIA. 
Euphorbia pubescens Desf. FI. Ali. f. p, 386. 

DODECANDRIA DODECAGYNIA. 

Sempervivum arraclinoideura Lin. Sp. C65. 

ICOSANDRIA Dl-PENTAGYNIA 

Pyrus cuneifolia Guss. PI. Rar. p. 402. 

aucuparia Goert. Friit. 2, p. 45. 
Mesembriantlierauni nodifloruni Lin. Sp. 68T. 

ICOSANDIA POLYGYNIA 

Rosa dumetorum Thuil. FI. Par. ed. 2. v. Ì.p.2^ò0. 

parvifolia JVild. En. 5/,6. 

systyla Bast. FI. Supp. 3i. 
Rubus glandulosus Bell. Jet. Taxir. 2. p. 230. 
Fragaria collina Ehr. Beitz. 1 . p. 2G. 
Potentina apennina Ten. FI. Nap.p. i9i. (excl. 
s)n. Bocc. Mas. Tab. 9.) 

argentea Lin. Sp. 7i2. 

torraentilla Nestl. Poi. 65. 

de Tommasii Ten. FI. Nap. i p- 285. t. 54. x , (?> 
Dryas octopetala Lin. FI. Lap. 2i2. 

POLYiSDRIA MONOGYNIA 

Aclea spicata Lin. Sp. T22. 
Cislus affinis Beri. Ined. 

Ileliantlieraura salicifolium Pers. Syn. 2. p. 78. 
raaiifolium Lin» Sp. 471. 



Piante della Flora Romana 305 

Savi Bert. Amoen. It. p. 78. 

POLYANDRIA PENTAGYNU 

Styli 2-5 

Peonia corallina Rets, obs. 3. p, 34. 
Delphininm Ajacis Lin. Sp. 748. 
staphysagria Lin. Sp. 750. 

POLYANDRIA POLYGYNIA 

Hepatica triloba DC. FI, Fr. 4. p. 885. 
Ceratoceplialus falcatus Pers. Ench. 1. p. 34 1. 
Kanunculus brevifolius Ten. FI. Nap. Pr. Supp. 2. 
p. 08. 

Sequieri mi. Dauph. 3. p. 753. 

illyricus Lin. Sp. 776. 

montauus PFìld. Sp. 2. p. 1321. 

constantinopolitanus d' Urville En. PI. Arck, 

flabellatus Desf. A ti. 1. p. 433.^. \\k. 

peucedaiiifolius Ali. Ped. i. p. i4G9. 
Tiollius aeuropeus Lin Sp. 782, 

D[DYNAMIA GYMNOSPERMIA 

Teucrium botrys Lin. Sp. 786. 

pseudo-hyssopus Schreh. Unii. p. 45. 
Galeopsis tetrahìt Lin. Sp. 810. 
Stacliys heraclea Ali. Ped. 112. t. 84. /. i. 

poly^tachya Ten. FI. Neap. Pr. p. Z/(. 

germanica Lin. Sp. 8i2. 
Salureja tenuifolia Ten. Fi. Neap. Pr. p 33 

Julia na Lin. Sp. 703. 
Thymus acicularis A:^^. Pl.Rar.Uns.2. p.\^l.t. I47. 

^•A.r.Lxix. 9Q 



306 S e I E N z I 

DIDYNAMIA ANGYOSPERMIA 

Bartsia trixago Lin. Sp. ed. 1. p. 602. 
Pedicularis tuberosa Lin. Sp. 847. 

foliosa Lin. Mant. 86. 

verticillata Lin. Sp. 840. 
Linaria alpina DC. FI. Fr. 3. p. 590. 

cyrrosa PFild. En. 2. p. 670. 

TETRADYNAMIA 
CÌIUGIPER AE -S YNGLISTAE 

Clypeola lonlhlaspi Lin. Sp. 9J0. 

Isatis alpina JIL Ped. p. 259. t. 36. /. a. 

Biscutella laevigata Lin. Mant. 225. 

GRUCIFERAE -SILICULOSAE 

Hutchinsia alpina DC. R, Feg. S. Nat. 2. />. 389. 

Lepidium latifulimu Liti. Sp. tì09. 

Thiaspi aivense Lin. Sp. UOI. 

Draba ajzoides Lin. Mant. 91. 

Eiophiia praecox DC. lì. Feg. S. Nat. 2.^.357. 

Alyssuni campestre Lin. Sp. 909. 

CRUCIFERAE-SILIQUOSAE 

Barbarea arcuala Reich. in Spr. S. Feg. 3.p. 8w4, 
Sisyrabrium Sopliia Lin. Sp. 920. 

colurauae lacq. FI. yJust. t. 323. 
Brassiea iacana Tcn. FI. Nap. Pr. 39 1. 

MONADELPHIA PENTANDiilA 

Eruiliura alpinuiu /' Ilerit. Ger. /, 3, 



Piante della Flora Romana 307 

MONADELPHIA DECANDRIA 

Geranium macrorhizum Lin. Mani. 345. 

MONADELPHIA POLYANDPJA 

Lavatela eretica Lin. Sp. 973. 

DIADELPHIA OGTANDRIA 
Polygala amara Lin, Sp. 987. 

DIADELPHIA DEGANDRIA 

Genista candicans Lin. Sp. 997. 

sagittalis Lin. Sp. 998. 
Cytìsus argentens Lin. Sp. i043. 
Otionis spinosa Wall. Sch. Crit. p. 37. ex DC. 
Lupinus hirsutus Lin. Sp. iOJ5. 
Orobus variegatus Ten. FI. Nap. 1. p. i44. t. 68. 
Vicia dasycarpa Ten. F'iagg. in Jbr. p. 81. 
Ervura tetraspermuin Lin. Sp. i03. et FI. Roni. Pr. 
. p. 248. ys, 7 

Ornithopus ebraclealus Brot. FI. Lusit. 2. p. 159. 
Oiiobrychis saliva Lam. FI. Fr. 2. p. 652. x , /S 

alba Desv. Jurn. Bot. yinn. 1814- 
Astragalus sesameus Lin. Sp. 1068. 

vessicarius Lin, Sp. 1071. 

aristatus V Herit Stirp. 170. 
Phaca austsalis Lin. Mant. 103. 
Bisenula pelecinus Lin. Sp. 1073. 
Melilolhus vulgaris TVilcl. En. 2. /;. 709. 
Trifolium rubens Lin. Sp. 1081. 

montanura Lin. Sp. 1087. 

caespitosura Re/n. Meni. 1. p. i62. 

20* 



303 S e I B N Z K 

suaveolens Wild. En. Hort. Ber. Supp. p. 52. 
parisiense DC. FI. Fr. 5. p. 563. ( excl. syn. 
Loisl. et Sin. ) 
Lotus hispidus Desf. Cai, H. Pars. p. 190. 

Requieni Maur. in Ten. f^i^gg- in Abr. p. Si. 
Trigonella prostrala DC. FI. Fr. 5. jD. 511. 
morispeliaca Lin. Sp. 10 5. 
Wildenovii Mcrat' FI. Par. p. 290. 
tuberculala ffild. Sp. 3. p. 14iO- 
nuiricoleptis Tin. Pug. i. p. 18. 
lappacea Lam. Dict. 3. p. G.^y. 
niurox Wild. Sp. 3. p. j410. 
disciformis DC. Cat. H. Mons. p. ia4. 

POLYADELPHIA 

Hypericuni Reicheri yHl. Dauph. 3. t. 44. 

SYNGENESIA POLYGAMEA AEQUALTS 

Jlieracium aureura F'ill. Dauph. 3. t. 33. 
Leoiitodoa cicoraceum 

autuninale Lin. Sp. il 23. 
Hypocheris dimorpha Brof. FI. Lns. 1. />. 332. 

pinnatifida l^en. Cai. H. lì. Neap. App. i. 
Carduus affinis Gus. PI. Rar. p. 334. 
Carlina acanlhifolia Ali. Ped. i. p. 156. 
Cacalia alpina Wdd. Sp. 3. /?. i735. 

POLYGAMIA SUPERFLUA 

Xeranthemum cylindraceura Sm. Pr. FI. Graec. 2. 

p. I72. 
Gnaphalium minimum Lob. le. t. 48. 
leoatopodium lacq. Aust. l. 86. 



Piaste della Flora Romawa 30^ 

diolcum Lin. Sp. II99. 

alpiuura Lin. Sp. 'I2m. 
Aster alpinus Lin. Sp. i226. 
Achillea ligustica Jll. Peci. i. p. 18 ». t. 58. 

punctata Ten. FI. Nap. p. 49. 
Chrysanthemura atratum Lin. Sp. 1252. 
Antliemis fuscata Brot, FI. Lia. p. 39i». 

secundiraraea Biv. Cent. i. p. 

mucronulata Bert. Amoen. It. p. fiG. 

Barrelieri Ten. FI. Nap. i. p. 245. ^. 81. 

tomentosa Lin. Sp. 22(30. 
Senecio laciniatas Bert. Amoen. It. p. i02. 

sylvaticus Lin. Sp. i'2\l. 

doronicum Lin. Sp. i222. 
Inula helenium Lin. Sp. i236. 
Doronicum Coluranae Ten. FI. Neap. Pr. p. 49- 
Bupleurum aquaticum Lin. Sp. 1274. 

POLYGAMIA FRUSTRANEA 

Centaurea dissecta Ten. FI. Nap.Pr.p. 61. 

cicoracea Lin. Sp. 1299. 

rupestris Lin. Sp. I298. 
Echinops ritro Lin. Sp. 1314. 

GYNANDRIA MONANDRI! 

Orchis cxpansa Ten. Sili. p. 455. 

galeata Larn. Dici. 4. p. 593. 

ustulata Lin. Sp. 1333. 

secnndiflora Bert. Amoen. It. p. 82. 
Serapias micropiiylla Ehr. Beit. 4. p. 42. 

palustris Scop. Carn. '<J. p. 2O4. 



3i0 Scienze 

GYNANDRIA HEXANDRU 

Aristolochia pallida Wild. Sp. k. p, 162. 

MONOECIA TRIANDRIA 

Carcx macrolepsls DC. Cai. H. Mori. p. 89. 
nervosa Desf. FI. Atl. 3. p. 25?. 
sempervirens Pili. Dauph. 2. p. 2i4. 
Micheli Host. Gram. Aiist. i. t. 72. . 

MONOECIA PENTANDRIA 

Amaranthus albus Lin. Sp. i404, 
sylvestris Desf. Cat. H. Par. 144. 

MONOECIA POLYANDRIA 

Arlsarum proboscideum Savi Bot. Etr.h.p. 102. 

DIOEGIA DIANDRIA 
Salii pbylìcifolia Sm. FI. Br. 3 p. 1 049. 

DIOEGIA HEXANDRIA 
Populus treranla Lin. Sp. i467. 

DIOEGIA MONADELPHIA 

Juniperus Sabina Lin. Sp. ihl'2. {non FI. Ilom. Pr.) 

nana Wild. Jrb. i!>9. 
Pinus balepensis Wild. Sp. 4. p. 496. 

DIOEGIA SYMPUYANTHERAE 

Rwscus Hypoglossum Lin. Sp. i474. 



311 



LETTERATURA 



Dissertazioni della pontifìcia accademia romana di 
archeologia. Tomo settimo. Roma^ tipografia della 
lì. C. apostolica i836 4.°/?^. di facce LXXXH-olS. 

Il eh. presidente dell' accademia intitolando questo 
settimo tomo delle dissertazioni alla santità di N. S. 
rammenta quella sentenza di Tullio : dovere lutti co- 
loro che ricevono benefizio prender esempio dai buo- 
ni campi , che abbondante frutto rendono al savio col- 
tivatore. Molto giustamente fece di ciò ricordo il sig. 
marchese Biondi : si perchè Gregorio XVI, felicemente 
regnate, con sinjjolar benefizio donò all' accademia lar- 
ghezza a poter dare alle stampe i suoi lavori : si per- 
chè l'accademia seguì l'ammaestramento del romano 
oratore , pubblicando in soli tredici mesi ben tre vo- 
lumi de' suoi atti. Noi che facemmo ricordo del quinto 
( vedi il voi. QQ p. 1 1 (, ) , e del sesto ( /^. // voi. 67 
P' 295 ) , imprendiamo ora a farlo del settimo : e ci 
sembra che non facilmente altre accademie possano van- 
tare in uguale spazio di tempo altrettanti lavori. Sien 
dunque rese per parie nostra somme grazie al genero- 
so bencfatlore ; grazie sien rese all' accademia , la 
quale ci prova co' fatti che Roma nostra fu ed è sem- 
pre maestra in questi studi archeologici. 

E' diviso il settimo tomo in due parti, cui riferi- 
sconsi le diverse numerazioni: la prima di facce LX.X.XU 
contiene la notizia dalle adunanze accademiche dal 4 
di dicembre 1834 a tutto il dicembre iS35. Siegue il 
catalogo dei sodi. Molle fra le dissertazioni accennate 
nella notizia furoao pubblicate io questo o nel jpre- 



31 2 Lkttératura 

cedente volume ; sì noia che taluna sarà pubblicata 
neir ottavo. Restano le memorie della chiesa diaco- 
nale di s. Niccola in carcere lette il 10 di dicem- 
bre i834 dall'Emo sig. card. Niccola Grimaldi acca- 
demico di onore : un ragionamento ad illustrazione del 
vestiario de" primitivi cristiani pronunziato nella tor- 
nata del 22 di gennajo 1835 da raons. Albertino Bel- 
lengliì ; un discorso intorno alcune moderne costU' 
manze romane che sembrano continuazione di quelle 
antiche^ letto dall' avvocato Francesco Guadagni il 7 
di maggio :835 : una dissertazione sui tre antichi or- 
dini greci dorico , jonico , corintio , e sulla deri- 
vazione della colonna dall' albero, detta dall' ab. An- 
gelo Uggeri il 3 di dicembre i835. Oltre i sunti di 
queste memorie , sono nella notizia per opera del se- 
gretario , o di chi ne tenne le veci , i cenni biogra- 
fici e letterari di molti socii ordinari e corrispondenti 
passati a miglior vita. Sono essi ; Alessandro Viscon- 
ti ; Niccola Ratti; Stefano Piale; Luigi Bossi; Carlo 
Guglielmo d'Humboldt ; Melchiorre Delfico; Daniello 
Francesconi; Carlo Augusto Boeltiger.I treprimi avevano 
arricchiti gli atti accademici di molte loro produzioni. 
La seconda parte contiene otto dissertazioni , e 
tre elogi. Seguendo il nostro costume faremo breve 
cenno di ognuno fra questi scritti , tenendo l'ordine che 
essi tengono nella stampa. 

L Intorno i vasi fìttili dipinti rinvenuti né* sepolcri dell' 
Etruria compresa nella dizione pontificia. 

Con programma del i5 di febbrajo i835 l'acca- 
demia propose ai cultori delle antichità a trattare il 
seguente argomento, col premio di una medaglia di 
oro di quaranta zecchini a chi lo avesse con miglior 
sapere dichiarato. ,, In quali tempi , per quali specia- 
1, litk di uso , e da artefici di quale nazione sono 



Atti dell' acc. aucheolog. 313 

„ stati operati i vasi fittili dipìnti rivenuti in tanta co- 
,, pia a questi ultimi anni ne' sepolcri dell' Etruria 
„ compresa nella dizione pontificia ,, Nella tornata 
del 18 dicembre i835 fu assegnato il premio alla dis- 
sertazione portante l'epigrafe : Eo pervenit luxuria , ut 
etiam fictilia pluris constent quarti murrhina : Plin. 
H. N. XXXV. VI. Aperta la scheda fu conosciuto ap- 
partenere la produzione al eli. Secondiano Campana- 
ri ; il quale la recitò poi nell' adunanza del 2S di gen- 
naio i836; ed ora per prima si legge in questo volume. 
Porta essa in fronte il tipo della medaglia «li premio : 
la quale dall' una parte rappresenta uno antico rude- 
re , ed il motto In opricum proferet -. MDCCCXy \ 
e all'intorno A. F. MMDLXXXFVII sedente D. N. 
Gregorio XP^I : dall'altra è sciiito ael mezzo Colle' 
gium antiquitatib . e xplicandis pontificia auctoritate in 
urbe institulum , benementi ; e all' iulurno Secundiano 
Campanario praemia virtutis. Queste cose ci parve 
doveroso riferire innanzi di dare il sunto della dis- 
seitazione.i[La partisce l'A. oli. in diversi articoli : di- 
vide nel primo i fitili in due classi , toscana Tuna , 
l'altra greca : dice nel secondo come , e da chi , ed 
in quale epoca s'introdusse in Etruria la fabbricazione 
de' vasi greci : parla nel terze delle qualità ed epo- 
che diverse della greca pittura di essi fittili : nel quar- 
to cerca se fossero operati iu Grecia , o ne' luoghi 
in cui furono escavati : tratta nel quinto delle con- 
tromarche che in essi si veggono : ael sesto del quan- 
do ne cessasse la fabbrica .- e nel settimo dell' uso cui 
furono destinati. Seguiamo passo passo l'A. in questi suoi 
ragionamenti. 

Onde ridurre l'argomento assai vasto entro pii!i t\- 
stretti limiti , in due classi divide il N. A , come no- 
tammo , essi vasi. Dice di artifizio nazionale quelli 
che han le fogge dell' arte uguali ad altre opere per 



314 Letteratura 

la tesliraonianza delle epigrafi indubbiamente toscane : 
di greco quelli , che per disegno , forma , ornali so- 
migliano i vasi che portano greca scrittura. Di due sor- 
te sono i primi : di terra nera o nerastra alcuni, in- 
certo se cotti al fuoco , o diseccati altrimenti ; e que- 
sti , più facili a rompersi , ad altr'uso della vita ci- 
vile non poteron servire, all' infuori delle pompe fu- 
nebri; altri di terra colta, e del colore naturale della 
croia. La prima specie più antica è propria tuscanica ; 
e merita maggior attenzione di quella che vi ahbian fino- 
ra fatta gli eruditi, sì per lo stile antichissimo delle 
figure , sì pe' miti e ceremonie che portano effigiate , 
sì per bellezza di lavoro e per forma. O sono lisci ; 
e lodevoli per il buon garbo : o sono ornati di bas- 
sorilievi a stani[>a ; e giunsero a tale eleganza , che sem- 
bra esservi stato talvolta adoperato lo stecco. I rilie- 
vi sono di ogni sorta di fiorami , animali , figure ; 
presentano un tutto insieme più semplice e più no- 
bile delle stoviglie dipinte; più di esse durevoli ; non mai 
pitturati ; scritti talvolta, ma in etrusco. Gli altri di 
color della creta sono più pesanti dei greci ; o non 
han vernice , o è men lucida di quelli : rappresentano 
figure e soggetti diversi in color bianco, o nero, o 
rosso ; mostrano bupii senso nella composizione dei qua- 
dri , ma sono molto lungi dall' eccellenza che scorgesi 
nei greci. E ne fan prova due vasi indubbiamente etru- 
schi per le elrusche scritture , che l'A. adduce in due 
tavole diligentemente incise. In arabidue rozza è la 
forma del vaso , la vernice , i colori , ruvide le figu- 
re , meschina la invenzione : eppure son questi dei più 
finiti che provenuti siano dagli scavi vulcenti. Per con- 
trario i vasi di greco artifizio , per finezza di creta , 
per lucentezza di vernice , per forme , per composizio- 
ne , per eleganza , vanno per tutti i gradi dell' arte dal 
Luono all' ottimo; comprendono nelle rappresentanze 



Atti dell' Acc. Aroiieolog 3i5 

ogni sorta di argomenti, trovansi ornali di greclie epi- 
grafi , intelligibili alcune , altre benché di chiava le- 
»ioDe non per anco interpretate. 

Fatta questa distinzione , ricorda l'A. eh. che negli 
scavi di Vulcia i vasi nazionali sì neri e si dell'altra 
specie trovaronsi sempre o quasi in tutte le tombe , an- 
che in quelle ove si rinvennero vasi greci ; per con- 
trario moltissime tombe non avevano altri vasi che na- 
zionali. Da questa generalità , e dal sapersi che i va- 
si nazionali trovan'ìi pure nell'Elruria marittima , e nel- 
la mediterranea , e nell'Umbria , e nella Campania , e 
nel Lazio, ne couchiude che in ogni più antico tempo 
la nazione etrusca ne fabbricò , prima anche del nascer 
di Roma : e che proseguì a fabbricarne sino agli ul- 
timi suoi tempi ; come fan fede alcune tazze vulcenti, 
con epigrafi quasi affatto romane. Per contrario se i va- 
si greci in abbondanza trovansi a Vulci , ed alcuni a 
Tarquini ed a Cere, altri luoghi dell'Etruria ne difet- 
tarono , abbenchè fossero non meno grandi e possenti 
dei ricordati. M;i perchè gli etruschi nelle pitture dei 
vasi liraitaronsi al meschino artifizio di sopra accenna- 
lo , pure essi ne' lavori di metallo non furon secondi 
ai greci, e le pitture delle grotte larquiniesi dimostra- 
no che avrebbero saputo ugualmente bene adoperare il 
pennello. Crede il N. A. che ciò accadesse per la re- 
ligione de' riti mortuali ; ed appoggia tale opinione con 
qualche antica testimoinanza , e diversi sagaci argomen- 
ti ; pe' quali dee dirsi che non si portarono a perfezio- 
ne quelle fittili pitture , perchè così le voleva la reli- 
gione , e perchè que' vasi a que' riti erau necessarj. 

Passando al secondo paragrafo ricorda 1' A. N. 
con Cicerone ne' libri De repuhlica, che all'età di 
Romolo le arti e le discipline eran già inveterate in 
Italia , e che nel secondo secolo della città la Grecia 
col torrente delle sue arti inondò le nostre contrade : 



316 L B T T K U A T U n A 

ricorda che Deraarato pria di venire a stabilirsi a Tar- 
quini , avea navigato iti Etruria e commerciato con ca- 
sa altre volte ; e come nello espatriare portò con se 
artefici : quindi da Demarato doversi ripetere il prin- 
cipio della fabbricazione de' vasi greci in Etruria» Que- 
sto greco artifizio si propagò poi a Cere , a Vulcìa, i 
cui territorj confinano col larquiniese ; poi si estese a 
Polimarzo , a Cossa , e altrove , non però in un subi- 
to , ma gradatamente ; e forse non bastò a ciò la età 
di un secolo. E siccome tali fittili sono per la greca 
pittura qual più rozzo , quale mediocre , quale perfet- 
to ; per conseguenza come tali progressi sono opera di 
tempi diversi , così di diversi artefici. Ma qual era la 
condizione di questi greci artefici in Etruria ? godeva- 
no del diritto di cittadinanza ? perchè mantennero sem- 
pre il greco linguaggio ? perchè ninna tomba si è fi- 
nora trovata che indubbiamente spetti a greca famiglia ? 
A tali diniande risponde il N. A, esser uoto per gli sto- 
rici quanto difficili fossero gli etruschi a concedere i 
diritti di cittadinanza .- que'greci aver però goduto quel- 
lo di ospitalità ; quindi aver usata quella lingua che 
alla loro condizione di ospiti si conveniva. D' altra 
parte conoscersi che anticamente i diversi artefici for- 
mavano collegi diversi ; aversene di quello de' figuli 
special ricordo : scenderne quindi , che se i greci non 
ebbero 1' etrusca cittadinanza , neppure poterono venir 
incorporati all' etrusco collegio de' figuli ; ma doversi 
congetturare , che uno per essi ne venisse formato , on- 
de tener le due scuole divise. Rapporto poi alle tom- 
be , non potersi cosi francamente asserire , ninna es- 
sersene trovata di greci : alcuni argomenti negativi che 
si adducono, esser da altri di ugual valore contraddetti; 
essere strano il supporre che ni un greco morisse in Etru- 
ria ; e se questa nazione accordata aveva loro T ospi- 



Atti dell' Acc. Archeolog 3 '7 

tallta in vita , doversi ritenere non averla niegata iu 
morte. 

Per distinguere le qualità ed epoche diverse della 
greca pittura sui fittili , li divìde il N. A. in tre or- 
dini> Il primo di forma più grossa, creta mediocre, 
fondo l>ianco tendente al giallo , colore delle figure 
rossastro , rappresenta ordinariuuiente animali posti m 
più giri , ed ha talvolta altre tlj^ure. Lo stile annun- 
cia r arte poco avanzata : son le ligure tozze e cari- 
cate ; male aggruppata la composizione: se liaimo scrit- 
tura, è del greco il più arcaico : soraiglian la cassa di 
Cipselo descritta da Fausania , i vasi mortuali scoper- 
ti dal Dodvyell nel pomerio di Corinto. Questi sono i 
pili antichi , e ad essi può assegnarsi V epoca dal se- 
condo secolo dì Roma al principiare del quarto. Al 
secondo ordine assegna il tempo di un secolo , sino al 
principiare del quinto : sono di forme piij svelte , di 
pili belle proporzioni , la creta ben manipolata , lu- 
cida la vernice: ra()presentano favole, storie, costo- 
manie di ogni fatta : ordinariamente le figure sono di 
color nero in campo giallo , o gialle in fondo nero : 
le graffiture determinano i contorni del pennello , de- 
finiscono le diverse membra delle figure. E' questo l'or- 
dine il pili ricco sia per numero , sis^, per forma dei 
vasi : ve ne ha degli scritti; altri no. Il terzo e quel- 
lo , in cui materia , forma , disegno , composizione , 
tutto e squisito : gialli su fondo nero , con V aggiun- 
ta del bianco in qualche accessorio ; le lettere sono 
del pili bel carattere : debhonsi riportare ai migliori 
tempi della greca pi llura sotto Alessandro e suoi suc- 
cessori. Queste epoche diverse corrispondono al corso 
naturale dell' arte , alla storia che Plinio ci da de- 
gli avanzamenti della greca pittura. Ne' primi tempi 
prevalse fra noi la scuola corintia ; quindi a poco a 
poco r ateniese ; i vasi del prim' ordine precedono 



*^^^ LETTERATURA 

r età di Polignoto ; molti del secondo si avvicina- 
no a quella di Zeusi e di Parrasio; i terzi sono 
contemporanei ad A pelle , a Protogene. 

Tali fìttili fiuDiJo operati in Grecia , o dove si 
scavano ? Questa questione fu per molti trattata , e 
poclii furon quelli che non si decìsero per la impor- 
tazione dalla Grecia. Fra que' pochi è il N. A ; e sag- 
giamente riflette , che se importati fossero d' al- 
tronde , si sarebbero per il commercio sparsi anche 
in altre assai citta , nelle quali erano in pregio le 
belle arti. Poi in Vulcia , in Tarquini , per quello 
che si è detto , non mancavano artefici a formarli : 
mancava forse la creta , V acqua , il fuoco ? La cre- 
ta a Vulci specialmente è abbondante , e di tale qua- 
lità , che può ridursi all' ultimo raffinamento. In jpro- 
va adduce l'analisi di essa, sia cotta , sia cruda ; per 
cui si dimostra che l' argilla, d' oggidì non è diversa 
da quella dei vasi ivi escavati. Anche piili : furon 
rinvenute a Vulcia antiche fornaci di vasi , ed in esse 
figurine di cotto , ed altri rollami : par quindi una 
stranezza niegare alle nostre città tali officine. Anche 
è una osservazione di qualche momento quella dei 
contrassegni, che quasi sempre in etrusche cifre o ca- 
ratteri trovansi grafiti sotto al piede de' vasi vulcen- 
ti : contrassegni indicanti il nome del possessore , o 
come altri vogliono il valore del vaso, l'essendo greca 
la fattura del vaso, e greci i caratteri , perchè so- 
no etrusche tali contromarche ? perchè queste son gra- 
fite col ferro dopo rollo e finito il vaso .-^ Ciò denoia 
sempre piiì , che non eran toscani gli artefici de' vasi 
dipinti alla greca. 

Quanto sia durata in Vulci ed altre citta la fab- 
bricazione di essi , non essendovenc testimonianza di 
scrittori contemporanei , convion argomentarlo dalla 
storia generale d' Italia. Forse qualche nocumento re- 



Atti dkll' acc. archeolog. 310 

co a tali officine la vittoria di T. Coruncatiio sui vul- 
centi nel 473 ; perduta la indipendenza , più difficil- 
mente , almeno , le arti progredirono al loro perfezio- 
namento. Grandemente percosse poi quell' opificio il 
decreto del SoLl proibitivo de' baccanali ; innumerevo- 
le essendo la quantità dei vnsi dionisiaci. In fine la 
guerra sociale e la sillana dieron 1' ultimo crollo a 
queir arte. 

Tali vasi furono a'doperati per molti usi , come 
ftssi stessi dimostrano : pei sacrificj verso ^!i dei : per 
premio dei vincitori negli atletici corabattimenli ed in 
altre feste : per donativo di amore, di amicizia, di 
sposalizio, di ospitalità: per conviti, per lavande, 
per profumi , per attinger acqua , per conservare il 
vino , ed anche per suppellettili puerili. 

E qui , terminato compiutamente 1* assunto , ag- 
giunge il N. A. poche parole intorno la scoperta di 
Vulcia , che dcvesi a Vincenzo Campanari. Quella cit- 
ta esisteva in quel luogo stesso in cui furono ulfi- 
nianunte operali gli scavi ( checche altri ne abbian det- 
to ) , come si prova per molti argomenti: ai quali' 
fa sugello una iscrizione ivi trovata son due anni , 
spettante al 300 dell* E. V. , e ricordante l' ORDO 
ET POPVLVS VVLCENTIVM. 

II. Sulla musa Melpomene. 

Il eh. professore Salvatore Belli , uno de' cen- 
sori accademici , in questa dissertazione, letta nella 
t«raala del di 12 di febbrajo 1835 , imprese a pro- 
vare che il pugnalai o parazonio non fu mai attri- 
buito a Melpomene nel buon tempo dell' arte ; quan- 
do cioè la filosofia reggeva la mano , e guidava la 
mente degli artefici. Molti argomenti ne adduce iti 
appoggio i altri desunti dai fatti, altri dalla ragione. 



320 Letteratura 

E già la origine della tragedia fu dal cantare le Iodi 
degli dei , e le imprese degli eroi , non dal porre in 
azione gli assassinii , le morti : e quando dal carro 
di Tespi passò per Eschilo alla conveniente dignità , 
sempre si guardò dall' insanguinare la scena ; ed inva- 
no si cercherebbe nei tre sommi tragici greci la uc- 
cisione di un personaggio sotto gli occhi degli spetta- 
tori ; scenderne quindi non esser dicevole il parazo- 
nio a quella musa che alle tragiche azioni presìede. 
Poi le sorelle eliconie futon sempre riguardate come 
simbolo di pace , schive di ogni opera di sangue e di 
armi : e non solo esse, ma qualunque nume quan- 
do è in loro compagnia è sempre disarmato» Quin- 
di Nuraa Pompilio , volendo ingentilir lo spirito guer- 
riero de' romani , consacrò un lueo alle camene : e 
quando tutte le divinità combatterono in Flegra per 
Giove , quando sin la molle Ciprigna si armò , sole 
le muse attesero sull'Elicona 1' esito del conflitto. Pia- 
cendosi esse dunque delle sole battaglie del canto , del 
suono, del ballo, mal conviene che ad una si dia 
un bellico attributo. A questi argomenti si aggiungo- 
no le autorità degli scrittori , quelle dei monumenti. 
Fra i primi , Eliano in pii!i luoghi ebbe scritto , niun 
artista aver giammai sculte o dipinte armale le muse : 
ne questo avrebbe asserito se ci fossero stali marmi o 
pitture che quella asserzione provassero non vera. Ed 
in fatti molti sono i niouumeuti dell* antichità a noi 
pervenuti ( e ne tesse l' A. eh. un lungo catalogo ) 
ne' quali vedesi effigiata Melpomene ; non mai però col 
pugnale o parazoulo ; ove se ne eccettui una slalua pria 
del Volpato , ora in Isvezia , operata però in tempi , nei 
quali r arte volgeva al basso ; e un denaro di Q- Pom- 
ponio Musa , non sempre da tutti pubblicato ugualmen- 
te. Ma chi vorrebbe sopra queste due uniche autorità 
dare il pugnale a Melpotueac , ed opporsi a tanti al* 



Atti dell' A ce. Arcueolog 321 

tri assai più nobili raonumeuti di ogni fatta che gliel 
niegano ? D' altronde se fra gli scrittoli , Eliano eb- 
be asserito apertamente non esser mai state effigiate 
armate le muse ; altri assai scrivendo di esse , e ta- 
cendo di armi , confermano la sentenza di quello. Che 
se ciò non ostante il sommo Ennio Quirino Viscoa- 
ti , consigliando il ristauro della Melpomene vaticana, 
volle se le ponesse nella sinistra mano il pugnale ; 
certo non ricordò egli quanto Eliano avea scritto , e 
forse fu ingannato dalla estremità di uno scettro , o di 
una verga , da lui reputala estremità dell' impugnatu- 
ra del parazonior E se la terra ci rimandasse sopra 
un qualche monumento , in cui Melpomene facesse 
mostra di quell' attributo , piuttosto che crederlo ri- 
feribile al culto generale di essa , converrebbe opi- 
nare , che ciò fosse in forza di un culto speciale di 
qualche citta. Così fuvvi in Cipro una Venere bar- 
bata : ne ciò basterebbe per difendere chi pretendes- 
se , doversi tutte le Veneri ritrarre con la barba. Stiasi 
dunque Melpomene contenta ai ragionevoli attribuii 
della maschera tragica , e della clava, o dello scettro , 
e schivino gli artisti di darle il parazonio. 

Fin qui il N. A. , il quale avendo avuta occa- 
sione di ricordare le tespiadi menzionate da Plinio , 
dubitò col Visconti , non esser desse le muse , ma 
SI le figliuole di Tespi , con cui si giacque Ercole , 
secondo narra la favola.- nel che noi ben volentieri scen- 
diamo. Rapporto però al precipuo scopo di questa dis- 
sertazione , vogliamo permetterci un qualche dubbio ; 
dando cosi una prova , che gli stessi compilatori di un 
medesimo giornale possono disconvenire fra loro sen- 
za nuocere in alcun che a' mutui vincoli di amicizia, 
ai civili doveri di coveuienza, 

^on ristaremo dunque dal dire , che forse il solo 
pugnale e parazonio non par sufficiente per chiamare 
G.A.T.LXIX. 2i 



322 Letteratura 

armata una figura che lo porta. Certo non diremmo 
armale le statue di Caligola e di Macrino del vatica- 
no ; non quelle gabine di Claudio e di Germanico ; non 
quella di Agrippa dei signori Grimani a Venezia : ma 
£Ì le diremmo statue seminude all'eroica, con parazo- 
nio. Sappiamo che Marziale disse tale arma Militiae de- 
cus ; ma ci sembra che nelle ricordate statue sia se- 
gno di comando ; e se in esse statue eroiche di co- 
mando , può in Melpomene esser attributo di quella 
diva che presiede al canto delle azioni eroiche. Dun- 
que , se pur non e' inganniamo, può restar illesa 1* as- 
serzione di Eliano , e può attribuirsi a Melpomene il 
parazonio. Poi , forse non sono due soltanto i monu- 
menti dell' arte antica che diano ad essa quell' attri- 
buto. Scriveva il Visconti , esser cosi rappresentata iu 
altre immagini ; ne ricordava l' orma in una farnesia- 
na : noi la vedemmo con quell' attributo in una sar- 
donica ( Winck. raon. ant. ined. n, 45 ) , ed in una 
corniola ( Dolce 4, 42 ). E per ultimo , le muse che 
veggonsi nel rovescio delle medaglie di Q. Pomponio, 
per giudiziose osservazioni dell' Eckhel, si ritengono 
copiate dalle statue di quelle dive che Fulvio Nobilio- 
re trasportò in Roma da Ambracia quando trionfò de- 
gli etoli nel 568. JVe scende quindi che la greca sta- 
tua di Melpomene doveva , come nella medaglia , aver 
il capo coperto dalla pelle di leone, cinger al fianco 
il parazonio , appoggiasi con la destra alla clava , te- 
ner con la sinistra la maschera tragica e ed aggiungia- 
mo che quel denaro di Q. Pomponio Musa , per es- 
sersi trovato nel ripostiglio di Cadriano , dee precede- 
re 1* ultimo sovvertimento della repubblica sotto Cesa- 
re. Ci perdonerà , lo speriamo, il eh. Betti queste os- 
servazioni ; e lo preghiamo a volerne egli stesso giu- 
dicare. 



Atti dell'acc. archeolog. 323 

III. Sult ultima parie della serie dei censori 
romani. 

Questa dissertazione, letta dal socio corrispondente 
Bartolomeo Borghesi nelle adunanze del dì 1 2 di mar- 
zo , e 9 di aprile 1825, hen corrisponde all' alla fa- 
ma di cui egli meritamente gode. Il rescritto codice 
vaticano, che tanto accrescimento portò alla prima sco- 
perta del Frontone , fece ricordo di un censore non 
prima conosciuto. Per collocarlo alla sua sede , dove- 
va necessariamente 1' A. eh. toccare le questioni che 
la fanno tanta intralciata dopo Siila, Divise quindi la 
dissertazione in due parti ; dicendo nella prima in quali 
anni , e con quali personaggi si provvide alla rinno- 
vazione della censura dopo il dillatorato di Siila ; in- 
dagando nell'altra il numero e la progressione dei lu- 
stri , anch' essa sorgente di dissidii fra i cronografi. 

Premessa la notizia della prima origine del cen- 
simento per legge di Servio Tulio, rinnovata dai con- 
soli, e nel 31 1 della citta affidata ad una speciale ma- 
gistratura che dal censo venne detta dei censori ; ri- 
cordato a qual grado di onorificenza salisse in appres- 
so , e quanto durasse , e come non si potesse eserci- 
tare da un solo individuo , ne due volte ; e fatta men- 
zione di altre leggi generali che ad essa riferivansi : 
nota poi come gli ultimi censori mentovati nelle ta- 
vole capitoline siano L. Marcio Filippo , e M. Perper- 
iia dell' an. varroniano 668. Le tavole stesse fan fede 
che sino al 679 non ne furon creati altri ; anzi alcu- 
ne testimonianze di Tullio e di Asconio Pediano prò* 
vano cho non furonvi censori sino al 6S4. Questa in- 
terruzione della censura per 15 anni deesi ripetere da 
una fra le tante leggi promulgate da Siila nella sua 
dittatura del 673 : e di essa si ha un cenno nell' ano- 
nimo scoliaste di Tullio nella divinazione contro Q. 

21 '^ 



324 Letteratura 

Ceeilio. Nel tempo slesso Siila abolì pure V autorità 
dei tribuni ; e come ad essi Gneo Pompeo la resti- 
tuì nel primo suo consolato d«l GS4 ; così risuscitò pu- 
re la censura ; e per molte testimonianze si prova 
che furono eletti L. Gellio Pojjlicola e Cn. Cornelio 
Lentulo Clodiano. Dopo questi furon censori nel 6^1)^ 
per fede di Dione e di Plutarco , Q. Lulazio Catulo e 
M. Licinio Geta ; ma deposero la magistratura per con- 
troversie nate fra loro. Da questa rinunzia in poi , tut- 
to è dubbioso nella serie sino al 704. Discordano i 
collettori de' fasti nella quantità e numero de' lustri 
celebrati in que'l/jauui; discordano nelle persone clie 
occuparono la censura ; e se i più opinano che fosse 
rinnovata tre volte , altri sono di diverso parere. 

Che nel 690 vi fossero i censori , i quali però 
nulla operarono , lo dicono Dione e Plutarco : du- 
rante il consolato di Tullio ed il seguente, non se 
ne ha indizio alcuno : Cicerone e Dione testimonia- 
ao che nel 693 e nel principiare del 694 vi eran 
censori : testimoniano i frammenti delle tavole ca- 
pitoline che non vi furono nel triennio susseguente; 
e testimonia Tullio che i comizi censorii dovevau 
farsi nel 6gS , ma ebbero luogo solo nelT anno seguen- 
te. Per tali ragioni i faslografi stanziarono che dopo 
Catulo e Crasso vi furono tre coppie di censori ; 
una nel 69O , 1' altra nel G93 , la terza nel GgO. 
Tenne diversa opinione il Dodwell , credendo che le 
due prime coppie dovessero stringersi in una. Egli 
8Ì fondava sul secondo frammento degli atti diurni , 
ne' quali ricordansi censori nel G92 : ma chi non ri- 
tiene in oggi quegli atti per apocrifi ? Anche non reg- 
ge l'altro parere di quel dotto, recato a convalida- 
re quella sua opinione ; cioè che la censura, dopo la 
resistenza opposta da Appio , tornasse ad essere quin- 
quennale : e non regge , sì perchè niuu indizio ci 



Atti dkll' Acc Arciheolog 323 

è che fosse abrogata la legge Emilia che la restrinse 
a diciotto mesi ; si perchè moltissimi fatti provano 
che anche dopo Appio Claudio non durò piti dei i8 
mesi ; s\ infine perchè è certo che nel Qjl non eran- 
vì censori. E' certo , perchè Dione , ben inteso che 
sia , dice che i censori del 6c)0 rinunziarono : è certo 
perchè nel 692 recitò Cicerone l' arringa in favore 
di Arclùa innanzi Quinto suo fratello che era pre- 
tore. Ora, trattandosi in quella causa di censo, se 
vi fossero stati censori , da essi e non dal pretore 
sarebbe stata giudicata. Se per tali argomenti è co- 
sa indubitata che vi furou censori nel 69O , nel 603, 
« nel 699 , non lo è ugualmente il determinare chi 
essi fossero. Due opinioni piìi delle altre vennero in 
voga : vogliono i seguaci della prima che nel 69O 
fossero censori L. Aurelio Cotta e P. Servilio Isau- 
rico ; lasciano incerti quelli del 6 j3 ; allogano nel 699 
M. Valerio Messalla Nigro , ed un incognito. Voglio- 
no i secondi nel 69O Gotta insieme a Metello Pio , 
e per la morte di costui reputano sciolto il colle- 
gio ; nel 6r)3 1' Isaurico e Mamerco Emilio Lepido; 
nel 69() Messalla Nigro e N. Calpurnio Bibulo. 

Fra questi sei , solo L. Aurelio Cotta per fede 
di Tullio tiene sicuro il posto. Se non poteva re- 
carsi in dubbio la censura dell' Isaurico e di Messalla 
Nigro , incerto ne era T anno , incerti i colleghi. In 
grazia di alcune iscrizioni si può ora assicurare , che 
essi esercitarono la magistratura insieme : e che la 
esercitarono nel 699 , si prova si perchè nel G9O uno 
dei posti era occupato da Cotta , si perchè nel 693 
Messalla era console. Bibulo poi viene escluso , perchè 
non potendo essere stato censore nel 6)9 , non po- 
teva esserlo stalo nei due collegi precedenti , aven- 
do retti i fasci consolari solo nel 695. Dei tre po- 
sti che restavan vuoti il Panvinio ne assegnò uno a Me- 



32G Lkttkuatura 

tello Pio, uno a Mamerco Lepido, solo perchè fu - 
ron principi del senato ; e secondo lui non fuvvi prin- 
cipe del senato che non avesse occupata o non oc- 
cupasse la censura. Ma per il Pio si risponde, che 
non fu principe del senato. Valerio Massimo lo dis- 
se princeps civitatis , e questo non è che un elo- 
gio privato , mentre il princeps senatus era un ef- 
fettivo titolo di onore. Anche piià : Metello tornò dal- 
la Spagna nel dicembre del G83 , e secondo attesta 
Plutarco , si ritrasse a vita totalmente privata : Io 
che il biografo non avrebbe asserito , se al termi- 
nare di essa nel 69O avesse ottenuta la censura. L'ad- 
iro , cioè Mamerco , veramente vien detto da Vale- 
rio Massimo principe del senato : ma se fino al 545 
fu costumanza di conferire quell' onore al piiì anzia- 
no dei censori vìventi , in quell' anno si mutò in 
parte la costumanza , e si mutò del tutto quando fu 
eletto principe del senato P. Cornelio Lentulo con- 
sole suffetto nel 592 , che certo non fu censore , quan- 
do nel 684 fu eletto Q. Gatulo , che fu censore so- 
lo nel 689. Ma fu veramente Mamerco principe del 
senato ? Nel 668 il principato spettò a L. Valerio 
Fiacco : ad esso subentrò nel 684 Q- Catulo : que- 
sti sopravvisse di alcuni mesi alla elezione del se- 
noto fatta dai censori del Gf)3 : quindi è da rite- 
nere che fosse conservato nel posto , essendo questo 
invariabile costume. Resterebbe solo, che Mamerco potes- 
se divenirlo nel 699 ; ma per molli raffronti che fa 
il N. A. convien dire che egli in quell' anno piiì non 
viveva. 

Purgata la serie da questi tre intrusi , passa il 
signor Borghesi a profittare del nuovo brano di Fron- 
tone per supplirla in parte. Scrive il giovine M. Au- 
relio al suo maestro: Nonicn tribuni plehis^ cui ini' 
posuit notimi jétitius censor , quem scripsi , mitte 



Atti dell' Acc. Archeolog 32T 

mihi ; gli risponde Frontone: M. Liicilius tribunus 
1)1 e bis civem romanurn cum collegae mittijuberent , 
adversus eorum sente ntiam , ipsus vi in carcerem 
compegit : ob eam rem a censoribus notatur. Facil- 
mente si vede che era questo il tema di una eser- 
citazione rettorica : ed un tal fatto, per le notizie che 
si hanno della gente Acilia , può dimostrarsi che ap- 
partenne ai tempi dei quali ragioniamo. Imperocché 
essa non fu delle più antiche di Roma. E' favola quan- 
to narra Erodiano facendola derivare da Enea ; e se 
Glandorpio ricorda con Livio una legge Acilia an- 
teriore ai decemviri , si deve nel padovano leggere 
Icilia. Il primo che di essa casa si conosca è Ma- 
nio Aeilio Glabrione trionfatore di Antioco , che Li- 
vio dice homo novus. Egli fu console nel 5G3 ; due 
anni dopo dimandò la censura, ma ne ebbe ripulsa: 
dal che si arguisce che il testo di Frontone noa 
può riferirsi a lui , ne ad un suo antenato , ma sì 
ad un discendente. La serie censoria anche prima 
del 565 sino alla dittatura di Siila non offre alcu- 
na lacuna : dunque dopo Siila è il nuovo censore 
ricordato nei libri di Frontone. Ed è egli Manio Aei- 
lio Glabrione figliuolo del tribuno autore della leg- 
ge de repetundis , e di Muzia nata da Q. Scevoia 
augure , nipote del console del 600 , pronipote del- 
l' autore della famiglia console nel 503. Prese egli ia 
moglie Emilia figlia di Scauro e di Metella nata da 
Q. Delraatico ; Siila lui la tolse, benché gravida, per 
unirla a Pompeo : per essa Glabrione era anterior- 
mente divenuto padre di quell* Aeilio che fu difeso 
da Cicerone , e che essendo di parte Giulia , nel 70S 
reggeva la Sicilia. Il nostro Glabrione era stato pre- 
tore nel 684 , console nel 687 ; nel 691 assistette in 
senato al giudizio contro i complici di Catilina ; fu 
pontefice , e fra quelli che nel 697 seateuziarouo si re- 



328 Letteratura 

stitusse a Cicerone la casa ; e fu oratore. Ma* perchè 
nominato nel Briitus , perciò appunto si dee ritener raor- 
to quando quel libro fu scritto nel 707 : e forse non 
era più in vita sin da 700 , non essendo ricordato fra 
i consolari clie raccomandarono Scauro di lui cogna- 
to. Convengono anche a questi tempi le notizie dì M. 
Lucilio tribuno della plebe, che secondo Frontone fu 
nato dal censore Acilio. Solo al principiare del setti- 
mo secolo apparisce quella gente nel satirico C. Luci- 
lio , il quale ebbe poi parentela co' progenitori del 
magno Pompeo. Poco prima del 672 si ha un M. Lu- 
cilio Rufo triunviro monetale : e questi , ammesso il 
solito intervallo fra il triunvirato alla zecca , ed il tri- 
Lunato della plebe , ben poto coprire tal carica verso 
il 69O. Non è difficile il fissare a quale dei due collegi 
vacanti spetti il nuovo censore , perchè avendo egli 
con la nota censoria tolta la dignità di senatore a M. 
Lucilio , e sapendosi da Dione che i censori del 693 
non la tolsero ad alcuno , conviene di necessita col- 
locarlo nel 6;y0 , e darlo per collega a L. Aurelio Cotta. 
Dei censori del 693 s' ignora il nome : solo si 
sa che non tolsero alcuno dal senato , anzi molti ve 
ne aggiunsero , anche oltrepassando il numero stabi- 
lito. Da ciò appunto con sagacilà il N. A. rileva , 
che doveron essere o amici di Glodio , o almeno non 
partitanti di Cicerone : perchè altrimenti , se fossero 
stati del partilo degli ottimati , largo campo avrebbero 
avuto a far giustizia , comecché eletti soli due anni 
dopo la congiura catilinaria , ed appena che Clodio 
con manifesta corruzione de' giudici fu assoluto. Do- 
vevan essere consolari ; e tanti ne vivevano allora , 
che per la loro abbondanza appunto si rende assai dif- 
ficile esternare un qualunque giudizio. Ben venlisei ne 
ricorda il JV. A. come viventi ; ma da questo numero 
devoQsi togliere L. Luculio, Pompeo, Ortensio, C. An- 



Atti dell' Acc. Archeulog. 329 

tonlo , Cicerone , la vita dei quali è troppo nota , e 
»i sa che non furon censori : si devono togliere M. 
Perperna , Q. Gatulo , M, Crasso , L. Gellio , Manie 
Glabrìone , L, Cotta , e P. Isaurico , perchè si cono- 
sce r anno della loro censura : si deve escludere Q. 
Marcio Re , perchè mori nel G93 ; M. LucuUo e C. 
Pisone , perchè dichiarati inimici di Clodio ; L. Tor- 
quato e L, Murena perchè intrinseci amici di Cice- 
rone ; G. Cassio Varo e D. Bruto , perchè eransi ri- 
tirati dagli affari pubblici. Ciò non ostante restano C. 
Curione , Q. Cretico , Manio Lepido , L, Vulcazio , 
L. Cesare , C. Figulo , e D. Silano , tutti viventi do- 
po il G93 , contro nluno dei quali si hanno argomenti 
per nicgare la censura in quelT anno. Anzi sembra al 
N. A. esservi ragioni per credere che C, Scribonio Cu- 
rione fosse realmente censore. Egli tentò difender Clo- 
dio nel giudizio della violazione de' misteri della bea 
Buona; quindi nulla più facile , che Clodio per lui 
si adoperasse ne' comizi censorii. Tullio inoltre lo pa- 
ragona a L. Filippo , scrivendo che V uno e 1' altro 
gloriavansi di aver ottenuti tutti i più ampli onori che 
davansi dal popolo : fra questi era la censura ; e L. 
Filippo fu censore nel 668 ; onde pare che non do- 
vesse mancare a Curione quell'onore, per poterlo a 
Filippo assomigliare; Anche da Valerio Massimo si sa 
che egli in un tempo regolò i costumi pubblici ; e 
per fine, quando mori sul principiare del 70i, fu ono- 
rato del funere censorio. Per tali ragioni opina il sig. 
Borghesi che un posto fra i due censori del 693 pos- 
sa riempirsi col nome di C. Scribonio Curione. 

Proseguendo poi nella revisione della serie, nulla 
gli occore rimarcare di auovo intorno Messala e Servi- 
lio che ottennero quella magistratura nel 0)9 ; se fe- 
cero il censimento , non fecero il lustro, come si rile- 
va da Cicerone. Pel quinquennio seguente non v' è 



330 Lktteratur a 

discordia ; tutti convengono che furon censori L. Cal- 
purnio Pisone Cesoniuo suocero di Cesare , ed Appio 
Claudio Fulcro padre della moglie del primogenito di 
Pompeo. Entrarono in carica al princiar di aprile del 
704 : Appio si mostrò molto austero ; ma non fece 
il censo che alcuni moderni fastografi gli hanno attri- 
buito ; e non ebbe il tempo di farlo : perchè nel di- 
cembre duravano ancora i contrasti per la scelta del 
senato ; e il 20 di gennajo del 705 Appio era già in 
fuga da Roma insieme con Pompeo. Nel 708 il senato 
die a Cesare la potestà censoria per tre anni, col nuo- 
vo titolo di praefectus moribus ; e glie la confermò 
a vita nel 710, Fece egli il censimento , non dei cit- 
tadini romani , sì di cojuro che ricevevano il frumen- 
to dal pubblico. Nel 712 furon creali censori L. An- 
tonio e P. Sulpicio per attestato del marmo colociano. 
Alcuni collettori de' fasti dierono a questo secondo il 
cognome Quirino; gli attribuirono un consolato di sur- 
rogazione nel 7I8; lo crederono non diverso dal Qui- 
rino console ordinario nel 742. Tutto ciò è un cu- 
mulo di errori , come si prova per molti argomen- 
ti. Gonvien dunque cercare altro ramo dei Sulpicii 
per attribuirgli la censura del 712. Quello dei Gal- 
ba , il più illustre , due personaj^gi ricorda verso que- 
sti tempi , che potrebbero pretendere a quella magi-* 
stratura : P, Galba pretore nel 687 , competitore di 
Cicerone nel consolato; ma egli, per attestato di Plu- 
tarco e di Dione, fu ucciso nel 707. L'altro è P. 
Sulpicio Galba preside in Asia verso il 708 , e bisnon- 
no dell* imperatore; ma egli si uni ai congiurati con- 
tro Cesare , e fu con essi condannato; quindi per la 
legge Irzia non potev?a cuoprire magistratura alcuna. 
Similmente la famiglia patrizia dei Sulpicii Rufi non 
può darci il censore che si ricerca , perchè il console 
del 7o3 si disse Servio , non Publio , e mori nel 



Atti dei,l' A ce. Arciieolog 331 

711 ; ed il figlluol suo , oltreché sarebbe slato troppo 
|»iovine , si prenominò Lucio. Resta la linea plebea 
dei Sulpicii Rofi. P. Sulpicio Rufo, legato di Cesare 
nelle Gallie , fu pretore nel 706 , quindi duce di una 
parte della flotta cesariana , e nel 709 proconsole iu 
Macedonia. Questi aveva meriti proprii e paterni pres- 
so la fazione di Cesare ; ed è egli il censore che si cer- 
ca , e col titolo d'imperatore è ricordato in una ghian- 
da di piombo del museo perugino. Questi censori del 
7i2 procederon al censimento non dei cittadini , ma 
delle loro sostanze, onde gravarle di tributi ; e la cen- 
sura loro si sciolse per la rinunzia che far ne dovè L. 
Antonio onde assumere i fasci consolari nel 713. 

Dal 712 non si ebbe piiì censo sino al 72), in cui 
Ottaviano , per testimonianza delle tavole di Ancira , 
lo compiè insieme ad Agrippa. Rifintato poi pertinace- 
mente il titolo di censore perpetuo , ristabilì Augusto 
la censura , nominando nel 732 Paullo Emilio Lepi- 
do e L. Munazio Fianco . Intorno questo secondo noa 
v'è dubbio che fosse quel desso che tenne i fasci nel 7i2: 
rapporto al primo, lo crederono alcuni il console del 
7o4, altri quello del 720. Attribuendo ad ognun d'es- 
si i fatti che secondo la storia loro appartengono, pro- 
va indubbiamente il sig. Borghesi, che quello il quale 
resse i fasci ipatici nel 720 fu il censore del 732. Que- 
sti non fecero certo il censo ; e son gli ultimi privati 
che insieme conseguissmo la censura : le cui incom- 
benze ricaddero poi agli imperatoli. Il perchè con es- 
si termina il JMT. A. la prima patte di questo suo dot- 
to lavoro * 

Il secondo assunto del quale sta nel mostrare il 
numero e la progressione dei lustri celebrali dai cen- 
sori, dei quali nella prima parte si è ragionalo. Parten- 
-do dalla testimonianza delle tavole capitoline , l'ulti- 
mo lustro in esse notato è il LXllI , operato da Fa- 



332 Lktteratura 

Lio Allobrogico e da Licinio Geta nel 645, Censori- 
no asserisce che i lustri , compreso l'ultimo di Ves- 
spasiano nel 827, furono settantacinque; dunque dal 6^9 
airS27 non se ne devono allogare che soli dodici. E* 
generale consen.=o fissare il LXIV nel 052 , fatto dal 
Numidico e dal Caprario ; ed il LXV" da M. Antonio 
e L. Fiacco nel G57. Per i rimanenti dieci variaro- 
no gli eruditi nel fissare gli anni ; e quasi tutti ne at- 
tribuirono sei ai tempi repubblicani, quattro a quelli del- 
l'impero. 11 N. A. onde stabilire il vero, imprende a de- 
terminare gli anni ne' quali costa che fu realmente com- 
piuto il censimento ; e tiene in ciò l'ordine retrogrado, 
idcominciando da questo di Vespasiano uell'anno 827 , 
di cui restano monumenti di ogni fatta. Apparisce da Pli- 
nio che il censimento, che immediatamente lo precedet- 
te, fu quello di Claudio ; ed attesta Tacito che questi 
nell'a. Sol celebrò il lustro. Per testimonianza di Sve- 
tonio si sa aver Claudio richiamata in vigore la censu- 
ra intermessa dopo quella di Lepido e Planco nel 732: 
dunque da quest'anno al 801 non vi furon censori ; e 
già si disse che quelli del 732 non fecero il censo. Tre 
volte però lo fece , e tre volte lus'rò la città Augusto; e 
lo testifica egli stesso nel monumento ancirano; nel 767 
cioè insieme a Tiberio ; solo , e con imperio consola- 
re nel 746 : insieme ad Agrìppa nel 726. In questo di- 
ce egli medesimo , che il lustro non era stato fatto se 
non che 42 anni indietro ; e ciò ci conduce al 684 quan- 
do l'operarono Gellio e Lentulo. Questo dunque è l'ul- 
timo lustro repubblicano ; e ne' tempi imperiali se ne 
hanno ad annoverare cinque , ne più ne meno. 

Il lustro antecedente al 634 fu , come si disse sin 
dal principio di questo sunto, quello del 668 : e con 
esso siamo giunti a riattaccarci alle tavole capitoline. Es- 
se fia il 657 in cui dicemmo aver avuto Ipogo il lustro 
LXV , e il 068 intrappongono due collegi censorii : 



Atti dell'ago, archeolog. 33v'ì 

quindi ne scende che abbenchè in arabidue si fosse fat- 
to il lustro , la testimonianza di Censorino cadrebbe : 
perchè unendo ai sessantacinque i cinque dei tempi im- 
periali, e quattro al più dei tempi repubblicani, potrebbe 
il numero totale ascendere a 74 , non mai a 75. Ma v'è 
di più : que' due collegi censorii fral 657 e il 668 non 
compierono per certo il lustro , checche ne dicano i 
moderni fastografi. Cu. Domizio Enobarbo e L. Licinio 
Crasso furon censori nel 662: sorti fra loro contra- 
sti clamorosi , v'è ragion di credere che non durasse- 
ro nella magistratura gli interi 18 mesi ; perchè se 
Crasso , che mori ai i?0 settembre del 663 , per atte- 
stato di Cicerone contava quello per il primo anno in 
cui vacasse dai pubblici uffici , come poteva dir ciò 
r arpinate , se l'anno stesso fosse stato censore ? Infi- 
ne , se que' censori avessero compito il censo , non 
sarebbero stati nominati i loro successori due anni 
prima che il quinquennio spirasse. P. Licinio Cras- 
so poi e L. Cesare censori nel 605 , neppur es- 
si operarono il lustro per chiarissima testimonianza 
di Cicerone ; ed il passo di Festo , che se ne ad- 
duce in prova contraria , deesi intendere di censo 
incominciato senza prendere gli auspicii dagli augu- 
ri , e quindi non felice ed abbando nato. Dunque ai 65 
lustri ricordati sino al G57 non possono aggiungerse- 
ne più di sette , ed il numero intero sarà di 72 , non 
di 75 come scrisse Censorino. Di questo suo errore 
però facilmente la colpa deesi rigettare sugli amanue- 
si : essendo facilissimo che nel codice le due unita, 
del numero LXXII non fossero perfettamente paralelle e 
potessero prendersi per una V. Esaurito cos\ pienamente 
e dottamente l'assunto , aggiunge il sig. Borghesi una 
tavola, nella quale sono notati i lustri e censori coi cor- 
rispondenti consolati secondo il computo capitolino dal- 
l' a. 661 della citta all'a. 826. 



334 Letteratura 

Noi però non termineremo questo sunto , senza di- 
re di una lunga nota relativa ai consoli suffelti dell' 
A. Ti8. Quirino e Fianco , che altri avean voluto no- 
tarvi , per giuste ragioni ne erano stati esclusi: ma quell* 
anno richiedeva i suffelti ; argomento d'induzione se ne 
cavava da Dione ; prova sicura dal frammento de* 
fasti illustrato dal marchese Biondi ; certezza dalle 
tavole capitoline. Queste vogliono l'abdicazione di Gel- 
iio ; quello non altro conservò , che la prima lettera 
del nome di un suffetto, cioè una N. Crede il sig. Bor- 
ghesi che sia costui M. Nonio Gallo, di cui si ha ricordo 
in Dione come preside della Gallia celtica poco dopo 
il 718. Se il suo antecessore nella provincia fu con- 
solare, cioè C. Carrinate ; se fu consolare il succes- 
sore Messalla Corvino , si ha ragion per credere che 
a Nonio non mancasse quell' onore. Nella iscrizione che 
egli pose al padre (Mur. 725, 2) si dice setfenviro epu- 
lone ed imperatore , ma non console ; è vero : ma 
in que' tempi non si era ancora generalizzata la vana glo- 
ria di seguitarsi a chiamar console dopo di essere sca- 
duto dalla carica. D'altronde appunto di que' tempi il 
titolo d'imperatore non poteva concedersi se non ai con- 
.solari. Ma se egli fu figlio e nipote di due Cai , come 
dice il citato marmo muratoriano , non può esser egli 
il nipote di un Lucio , che i marmi capitolini danno 
per successore a Gellio nel 718 : dunque in quest* 
anno furono due i suffelti , e Nonio successe a Nerva. 
Per conoscere chi fosse l'altro suffetto, non converrà 
osar molta fatica , essendo in pronto L. Autronio Pe- 
to , cui finora gli eruditi cercarono invano una nic- 
chia ne' fasti. Egli nelle tavole trionfali vien ricordato 
come proconsole e trionfatore dell' Affrica nel 725 : e 
se noi stessi , con altri , lo confondemmo con P. Au- 
tronio , cui Augusto cedette i fasci nel 721 , giudi- 
cando errati I fasti dell' Appiano , ora conveniamo ael 



Atti dbll' Acc. Archeulog. n.^S 

crederlo di lui fratello , e fìf^lì ambidue di Autronio 
disegnato console nel 689. A Lucio Autronio dunque 
si darà nel 7i8 il posto in surrogazione di Gellio , veri- 
ficandosi in lui l'esser nipote di un Lucio , come 
vogliono i fasti capitolini. 

Chiunque ama questi utili studi , legga la dis- 
sertazione di cui terminiamo il sunto , e vi troverà per 
istruirsi assai più cose di quelle, che noi potemmo 
nella strettezza di questi fogli accennare. 

IV. Intorno gli antichi monumenti sepolcrali 
scoperti nel ducato di Ceri. 

Il segretario perpetuo dell' accademia cav. Pie- 
tro Ercole Visconti lesse questa dissertazione nelle adu- 
nanze del d\ 9 di aprile, e 4 di giugno i835. Era sta- 
ta già pubblicata con isplendida edizione per genero- 
sita del duca D. Alessandro Torlonia , il quale aveva 
ordinate le escavazioni ne' fondi di sua proprietà , ne 
aveva affidata la direzione al N. A., e cortesemente per- 
mise poi che si potessero \n questo volume replicare le 
tredici grandi tavole in rame , intorno alle quali si ag- 
gira precipuamente la dichiarazione. Il sig. Visconti 
dopo aver raccolto dagli antichi scrittori quel poco che 
si conosce intorno la città di Cere ; e dopo aver no- 
tato quanto la testimonianza dei monumenti supplisca 
al mancare delle storiche narrazioni , ne adduce in ispe- 
cial prova gli egiziani e gli etrusci : popoli man- 
canti di proprie storie, e benché giunti ambidue ad 
altissimo grado di possanza , benché divenuti maestri 
di religioni, di politica, di arti, pure di essi assai 
poco sapremmo , se le necropoli di Egitto e di Etru- 
ria da poco tempo scoperte , co' loro monumenti che 
per tanto correr di secoli tennero in loro chiusi ed il- 
lesi , non ci avessero fatta indubitata fede della loro 



333 Letteratura 

civiltà, del loro ingegno , delle loro arti. Ma se, pro- 
siegue l'A. eh., i frutti derivanti dalie egiziane scoper- 
te son già venuti a buona maturità per le fatiche delio 
CharapoUioa e del Rosellini , non può ancora affer- 
marsi lo stesso per le scoperte etrusche. Molto si è 
scritto intorno ad esse , assai dotti vi si travagliarono , 
e vi si travagliano tuttora : ma taluni son sistematici , 
altri cercano una via dì mezzo , senza riflettere che non 
può esservene una tra il falso ed il vero. Quindi con- 
viene agli studiosi seguitare a far raccolta di fatti , i 
quali serviranno di materiale per innalzar poi redificio 
a suo tempo. E tra i fatti avranno un luogo distin- 
to i due monumenti tornati a luce nel tenimento di Ce- 
ri , facendo essi fede , per l'architettura in ispecle , 
di molta grandezza , e di un loro carattere particola- 
re , nel quale neppur raenoraaraenle influì la greca ci- 
viha di oltremare. Furono scoperti in un luogo detto 
Monte Abatone : ricordando il senso che Vitruvio , Pli- 
nio , e Lucano dierono alla voce abaton , cioè luo- 
go da conservare inviolalo , è manifesto che per tra- 
dizione si conservò di poco alterata quella denomi- 
nazione che ab antico aveva avuta la necropoli di Ce- 
re. Queste cose assai sagacemente discorre il N. A , 
e scende poi a dare un' esatta descrizione delle molte 
tavole ÌQ rame che ornano il suo lavoro. Esse con- 
tengono le piante , le sezioni , i prospetti dei due mo- 
numenti , ed alcuni antichi utensili in essi rinvenuti : 
fra i quali ricordiamo una tazza col nome del pit- 
tore Cantèo , nuovo affatto, e da assegnarsi alla scuo- 
la arcaica , come dimostra l'Ercole soffocante il leone , 
dipiato nel fondo del vaso. 



Atti deil' Acc. Archeolog. 337 

V. Sopra due iscrizioni recentemente scoperte , 

ed atte a manifestare la sede 

degli antichi fabraterni 

Nella tornata del 2 di luglio 1835 il eh. prof. 
Giuseppe de Mattheis lesse questa disserfazione, nella 
quale seguendo Plinio, ricorda due diverse popolazioni 
de* fabraterni, i nuovi cioè ed i vecchi , ambidue nel 
paese una volta abitato dai volsci. Che una fosse cola 
dove sorge in oggi il piccol villaggio di Falvaterra , 
non è da dubitare , si perchè conservò l'antico nome , 
e si perchè la ubicazione e le distanze da altri luoghi 
convengono con quelle notate negli antichi itinerari . 
Multe iscrizioni antiche ivi trovate non lasciano poi 
alcun dubbio, che la sorgesse una delle due Fabrate- 
rie, anzi precisamente la nuova, ricordando essi mar- 
mi i Fabraterni novi e nolani. La vecchia però dove 
era ? Certo, per le parole di Plinio , non lungi assai 
dalla nuova : ma uiuna certezza ve ne era ancora , per 
modo che il Cluverio non seppe dirne alcun che , e 
suppose il Cellario , che la nuova sulla vecclùa fosse 
slata murala. La scoperta di due antiche iscrizioni , ri- 
cordanti i Fabraterni veteres , ha finalmente decisa la 
queslione. Esse furono rinvenute nel territorio l'una , 
l'altra dentro il paese di Ceccano : per soprappiiì si 
ricordano in esse i ìuvenes herculani , i cultores Her~ 
culis , ed esiste ancora nel territorio di Ceccano una 
contrada denominata casa d'Ercole. La vecchia Fa- 
trateria dunque era la , dove oggi è Ceccano , dieci 
miglia appena distante dalla nuova. Siegue poi l'A. 
oh. a cercare il quando la nuova sorgesse , e ragione- 
volmente gli sembra verso il GOO di Roma , avendosi in 
Patcrcolo ed in Frontino memoria di una colonia ivi de- 
dotta nel consolalo di Cassio Longino e di Sesto Cai- 
G.A.T.LXIX. "" '22 



^^^ I^ E T T E R A T u R A 

vino. Certo questa colonia fu dedotta nella nuova , por- 
che le lapidi ora rinvenute a Ceccano fan fede c!,e 
la vecchia fa municipio , mentre quelle ricordanti !u 
nuova la dicono colonia. Senza dubbio la nuova an- 
cor non era quando Annibale devastava l'Italia : perchè 
Livio ricordando il viaggio di quel capitano, quando 
partendo da Gapua e traversando il L\v\ , pel paese 
de'volsci si diresse ver.o Roma, mcn!re indica con 
molta precisione le città e le campagne devastate , cioè 
Aquino, Fregelle, Prosinone , Ferentino , Anagni , La- 
bico ec, non ricorda Fabrateria, la quale se in allora 
fosse sfata, avrebbe lo storico ricordata dopo Fre-el- 
le. Tenta in ultimo l'A. oh. distinguere a quale ddle 
due Fabratene abbiano voluto alludere gli scrittori 
antichi , che una ne nominarono senza alcun co-.nn- 
me : e sagacemente alla vecchia riferisce una testLo- 
nianza d. Livio , una di Silio Italico , una di Giove- 
nale : alla nuova la menzione che ne fanno Cicero- 
ne, Strabene, ritinerario di Antonino, e la tavola di 
1 eutinger. 

Pienamente fu trattato il subietto , riducendolo 
a venta dimostrata. Solo ci spiacque che l'A. eh ri- 
cordasse fra i raccoglitori di antiche iscrizioni il giu- 
stamente e generalmente diffamato Ligorio : dal quale 
provenendo quella lapide muratoriana, in cui leg.esi 
COL. FABH. FRETERAL;non solo la diciamo mal 
trascritta , ma la riteniamo non vera : come non vera 
riteniamo quella di un soldato NATIONE THRAX 
ORIVND . FABRATERI . ITAL , che il Doni' ( VI 30) 
ebbe da schede , e che VA. N. non conobbe. 



Atti dell' Acc. Archeolog. 339 

VI. Continuazione delle memorie sui luoghi una 
volta abitati ed ora deserti dell' agro romano. 

Il eh. Antonio Coppi nelle adunanze del 3 di apri- 
le e 14 di "leggio 1833 die lettura di questo suo la- 
voro , in continuazione di quello , di cui già reìidem- 
nio conto nel!' estratto de! quinto volume. Brevemente, 
secondo il nostro solito, ne daremo qui il sunto. 

Cere. I pelasgi fondarono una citta denominata 
Agi Ila : passata ai tirreni, fu detta Cere. Ebbe sede 
in essa Mesenzio che pugnò contro Enea : il prisco 
Tarquinio la ebbe in sua obbedienza ; Servio ne divise 
Je campagne in pena dell' aver riprese le armi. A Ce- 
re fuggiron le vestali quando nel 365 Roma fu presa 
dai galli , ed in ricompensa ebbero i ceriti ospizio 
pubblico co' romani. Ne' primi secoli del cristianesimo 
ebbe suoi vescovi ; de' quali se ne ha memoria sino 
al 102^;. Da una famiglia principesca passò all'altra, 
fino ai Torlonia ne' tempi nostri. 

Cerveteri ebbe antichi abitatori, come dimostrano 
le reliquie di molti sepolcri etruschi. La più antica 
memoria è in carta del I'ÌqO. 

Castel campanile mostra gli avanzi di una chiesa 
dedicata nell' anno mille. 

Galera. Sou così detti più luoghi nelle carte de* 
mezzi tempi , uno nel territorio di Selva Candida , che 
ebbe i suoi conti , i quali spesso si resero infesti ai 
romani pontefici. 

Loria. Al duodecimo miglio della via Aurelia era 
una villa denominata Lorio , nella quale fu educato 
Antonino Pio : egli vi costruì un palazzo , nel quale 
morì. Sulle ruine di esso fu fabbricato 

Castel di Guido , le cui memorie rintracciando 
il sig. Coppi nelle carte di archivio , ne ricorda i di- 
versi possessori sino ai giorni nostri. 

22^ 



340 Lktxiratura 

Jìsio fu citta de' pelasgi. I romani vi dedussero 
colonia nel 505 : al principiare dell' citavo secolo ave- 
va un porto , dove voiea dirigersi Cesare reduce dall' 
Affrica : erano molte ville nel suo territorio : monu- 
menti e scrittori la ricordano sia' oltre la meta del se- 
sto secolo di Cristo. Sorgeva essa , dove in oggi è. 

Palo antica possidenza degli Orsini , poi degli 
Odescalchi. Ivi presso è la tenuta di Piilidoro , detta 
Paritoro in carte dell' undecirao secolo. 

Seha Mesia. Che i vejenti possedessero vma selva 
così nomata, e tolta loro da Anco re, lo afferma Li- 
vio : ma s'ignora ove fosse. Noniinano le carte del XII 
secolo una selva m<7^/a : saviamente però al sig. Cop- 
pi non basta quest' analogia per dir l'una non diversa 
dall' altra , e scrive piuttosto di molte altre tenute pres- 
so la via Cornelia, alla destra dell' Aurelia. Noi di- 
remo solo di due , santa Ruffìna cioè , che ebbe no- 
me dalla santa ivi martirizzata a'terapi di Valeriano , 
e poi fu sede vescovile ; e Boccèa, la quale par che 
sia dove anticamente era il fondo Basso al tredicesi- 
mo miglio da Roma , nel qual luogo furono martiriz- 
zati Mario e Marta nobili persiani insieme ai loro fi- 
gliuoli nel 270. 

Fregane^ lungo la spiaggia dal mare, vien ricordata 
per Silio Italico. Ebbe colonia romana nel 507, ne 
fan menzione Strabene e Plinio , e dalle distanze se- 
gnate nella tavola di Peulirìger sembra che fosse la 
dove oggi è Maccarese. Della qual tenuta , e di altre 
ivi presso il N. A. investiga con assai diligenza i pri- 
mi possessori , e ne segue passo passo i trasferimenti 
sino a'gioroi nostri. 



Arri nnLL'Acc. Archeolog. 341 

VII. Sopra una mano voli va rinvenuta nel territorio 

cagliese , con qualche cenno 

del luogo dove fu trovata 

In (lue parti divise questa dissertazione il eh. mon- 
signor Antonio Bonclerìci , facendone lettura nelle tor- 
nale del 28 di febbrajo, e 25 di aprile dell' an. 1833. 
Il monumento in bronzo , assai diligentemente ritratto 
neir unita tavola in rame , fu trovato non sono molti 
anni al nord ovest di Cagli , due leghe in circa lun- 
gi dair abitato , in un luogo detto Piani di f^aleria- 
Molti ruderi cola esistenti fecero credere al Gentili che 
vi sorgesse anticamente VUrbino Metaurense : opinione 
sostenuta poi dall' Olivieri , combattuta da altri , che 
vollero riconoscervi piuttosto VUrbino Ortense. Il N. As 
però giustamente rimarca, che tale questione non sarebbe 
Stata , se visitati si fossero gli archivi : perchè avreb- 
bero conosciuto che que' ruderi stando in luogo, il quale 
sin da oltre sei secoli si noma Pian di Valeria , mo- 
strarono facilmente che a Valeria citta antichisima 
appartengono. 

Altri bronzi consimili eran già noti , e se ne 
avevano le illustrazioni del Pignoria , del Tommasi- 
ni , del Causseo , di altri. Il N. A. ragionevolmente 
li crede donarii ; e questo di Gibele. Di essa , e dell 
amasio di lei , e de' suoi simboli e sacerdoti va di- 
scorrendo , e quindi dell' introduzione in Roma di quel 
culto. Al quale proposito sembrandoci che egli non 
conoscesse , o per meglio dire non ricordasse una bella 
testimonianza di Verrio Fiacco sotto il giorno 3 di apri- 
le , ci permetterà che sia per noi qui riportata - LV- 
DI . M . D . M . I . MKGàLENSI.\ . VOCANTVR 
QVOD . EA . DEA . MIG/VLE . APPELLATVR . NO- 
LILIVM . MVTITATIONES . CENARVM . SOLITAE 



^^2 LSTTERATHRA 

SVNT . FREQVENTER . FIERI . QVOD . MATER 
MAGNA . EX . LIBRIS . SIBVLLINIS . ARCESSITA 
MVTAVIT . EX . PIIRYGIA . ROMAM. 

Rappresenta il bronzo una destra mano ; il dito 
mignolo e l'anulare son contratti , distesi gli altri : un 
serpe si avvolge ad essa. Neil' interno a rilievo evvi 
una rana , una lucertola , una testuggine , ed un semi- 
busto , la cui copertura delia testa sembra più un pe- 
taso alato che un berretto frigio. Neil' esterno è una 
bilancia , fra i gusci delia quale un colo, e non lungi 
una vipera. Nel centro poi della mano è una noce dì 
pino : sulle estremità dell' indice e del medio veggoosi 
gli artigli di un aquila , su quella del pollice una te- 
sta di ariete , sulla seconda annodatura del mignolo un 
ciato ansato , e finalmente sotto la palma della mano 
un'ara. Questa moltiplicita di cose fece si che tali mo- 
numenti si dicessero panie: : e noi contenti allo aver- 
ne data una brevissima descrizione, ci dispensiamo dal 
tener dietro ai diversi ragionamenti dell' A. eh. in 
illustrazione di essi simboli. 

VIII. Sulle antiche custodie della santa Eucaristia. 

Lesse questa dissertazione monsignor D. Albertino 
Bellenghi nell' adunanza del i2 di dicembre i833. 
Certo è che fu sempre lodevollssima costumanza il con- 
servare la eucaristia nelle chiese ; ma certo è ugual- 
mente che ne' primi tempi conservavasi anche nelle ca- 
se. Quest' uso cessò dopo le persecuzioni. Neil' occi- 
dente era stato vietato dal concilio di Saragozza del 
38 1, e dal toletano primo del 400, Continuò però si- 
no al dodicesimo secolo a favor delle monache ; alle 
quali nel giorno della loro consacrazione davasi un'ostia 
intera, affinchè dividendola in olio parli, da se stes- 
se su comunicassero uegli otto giorni consecutivi. Nei 



Atti dell Acc. Archeolog 343 

primi secoli era permesso ai laici, ed anche alle fem- 
mine dopo essersi comunicati in chiesa, recare 1' cuca- 
ilslia agli assenti; anzi ne avean privativa le diacones- 
se di Siria : il concilio di Reiras lo vietò. A maggior 
diritto potevanla recare gli acoliti ; cui davasi a ciò 
neir ordinazione un piccolo sacco. I sacerdoti ed altri 
venerandi personaggi la recavan seco loro ne' viaggi,; 
costume dimesso nel!' occidente sin dal i464 ; e nell* 
oriente dopo la costituzione di Benedetto XIV Super 
graecorum : soli i papi lo conservarono .- e l' ultimo 
a porlo in uso fu Benedetto XIII nel 1727. An-tichis- 
simo poi , e quasi coevo agli apostoli , è l'uso di re- 
carla dalla chiesa agli inferrai. 

Tre erano i modi di conservarla : o nella sagre- 
stia in un armadio; o nel principale aliare della chie- 
sa, o in altro a ciò destinato , come tutt'ora si co- 
stuma ; o in un armadio sospeso al muro presso il mag- 
gior altare, entro prezioso vaso, esposto alla pubbli- 
ca visita. Di questo terzo modo ve ne ha tuttora un 
esempio nella basilica di S. Croce in Gerusalemme , e 
dottamente al solilo ne scrisse il gran pontefice Bene- 
detto XIV , che di quella chiesa era stato titolare : ed 
a questo modo si riferisce un marmoreo monumento nel- 
la chiesa di S. Gregorio sul monte Celio nella cappel- 
la detta de' Salviatì a mano sinistra. Questo marmo 
da inciso 1' A. eh. nclT unita tavola in rame. Veg- 
gonsi in esso sculti a rilievo il mistero dell'Annunncia- 
zione : e Maria Vergine col divin figliuolo venerali 
dagli angeli : ed un tempio , presso al quale santi, e 
martiri , e pontefici , ed altri angeli : e nell'abside l'ol- 
tirao padre che benedice il mondo , ed altre varie figu- 
re di beati , di monaci , di vescovi. Nel mezzo ovvi un 
foro che scuopre il luogo ove era conservata l'eucari- 
stia . All'intorno sono angeli in ginocchio , e quattro 
teste di cherubini: nella fascia, che ticu luogo di cor- 



344 Letteratdra. 

nice, si legge FR . GG . HVIVS . MONASTERII . 
ROMANVS . ABBAS . FIERI . FECIT . HOC . OPVS. 
ANJXO . CHRISTI . MCGCCLXVJIII. 

I sacri vasi poi, ne' quali la eucaristia si conservava, 
erano per Io piii di due forme : in sembianza o di tor- 
re , odi colomba: tali colombe dicevansi repositorie, 
per distinguerle da quelle con le quali ornavansi i bat- 
tisteri e le tombe. Anche le cassette di avorio servi- 
rono a quest'uso , e poi le coppe , i calici , le pissidi di 
preziosi metalli. Termina 1' A. eh. con promettere che 
altra volta, ritornando sull'argomanto , dira della for- 
ma che davasi anticamente alla sacrata ostia , del cere- 
raoniale con cui amministravasi la eucaristia , del rito 
diverso praticato in varie chiese di rinnovarne le spe- 
cie , dell'uso e diligente custodia de' tabernacoli. 

IX. Notizie delV ab. Girolamo Amati accademico 
ordinario e censore , scritto da se medesimo. 

li primo maggio dell'a. 1834 'esse il segretario per- 
petuo queste notizie , che ora vengono puliblicate con 
alcune sue note. Avendo questo nostro giornale annun- 
ciata a suo tempo la perdita di quell'uomo dottissimo, 
ci dispensiamo dal tornarne a scrivere. Non possiamo 
però dispensarci dal notare la grave perdita fatta dal- 
la scienza nello smarrimento di alcune carte, nelle qua- 
li l'Amati avea notato il sistema o la chiave delle note 
tachigrafiche greche , da lui con gran fatica dedotta da 
un codice di S. Cirillo della Vaticana , che avea indo- 
vinato essere scritto con que* compendi. Grave perdila 
noi la diciamo, e siam certi che cosi ripeterà ognuno 
che sappia conoscerne la importanza. 



AtTi ciìLL Acc. Archuuloo. 3A5 

X. Elogio del P. Francesco Ferdinando Jahalot 
maestro generale aelfordine de' predicatori , socio or- 
dinar io sopranumero. 

Il P. Maurizio Benedetto Olivieri recitò quest'elo- 
gio nell'adunanza del di 4 di giugno i835. Nacque 
io Jabalot in Parma da genitori francesi l'a. j780 : do- 
tato di pronta percezione , e di molta memoria , inco- 
minciò faustamente la carriera degli studi e ft^licimen- 
te progredì in essa. Entrato nell'ordine di S. Domeni- 
co, applicò alle scienze, alle sacre discipline , alle lin- 
gue dotte : divenne oratore di una rara reputazione , 
sali i pergami più distinti d'Italia , da per tutto fu sen- 
tito Con diletto e fruito , e sovente con ammirazione. 
Neiroicliue cuopri le cariche maggiori , e quella infine 
di maestro generale: in essa diede direzioni , stabili cat- 
tedre , prescrisse regolamenti di studi , colla voce e col- 
l'opera attese a riparare e a edificare , non cessando mai 
di salire i pergami . Giunto all' età di cinquantacinque 
unni , riposò uel Signore , desiderato dai confratelli nell 
ordine, e da quanti il conobbero 

XI. Elogio del cardinale D. Placido Zurla vi' 
cario di Sua Santità , prefetto della congregazione 
degli studi , e socio onorario dell' accademia. 

Questi ultimi deverosi uffici verso un* uomo , che 
ottenne nella porpora quell'onore che accompagna la 
dottrina e la virtii , furon resi nella tornata del dì 2i 
di gennaio i8?6 dal cav. Pietro Ercole Visconti segre-' 
tario perpetuo dell'accademia. Ricordevoli noi dell'ob- 
bligo che ci corre di esser brevi , dobbiamo necessa- 
riamente tacer gran cose : e dicendo solo della vita let- 
teraria del porporato , ricorderemo i titoli appena del- 



34G Lktueuatiira 

le opere prodotte dal suo ingegno. I tre volumi In ot- 
tavo contenenti VBnchiridion dogniatum et morum fé 
conoscere quanto valesse egli nelle teoloqiclie discipli- 
ne , e come tutte le scuole lìramasse perre sotto la vit- 
toriosa insegna del grande A(]uinate. Quanto valesse 
ncU'eloqueiiza Io mostrò la funebre orazione del card. 
Gioannetti da lui composta ia una sola notte, e ([nel- 
la recitata al suo primo venir in Roma per la morte 
del card. Fontana. Amò la storia naturale , e ne rac- 
colse un sufliciefite museo : piìi tardi acquistò ogget- 
ti di belle arti , gemme scritte , cristiane iscrizioni , 
marmi e bronzi antichi , sculture ed altri oggetti di 
antichità. Fu superiore ad ogni lode quando tutto si die 
allo studio delia geografia , in ispecie del medio evo, 
a ciò spronato dal desiderio di illustrare la preziosissi- 
ma mappa disegnata dal camaldolese frate Mauro : e 
nel 180G usciva alla luce in Venezia quel planisferio, 
che mostrò alla repubblica letteraria quanta dottrina 
cosmografica possedesse il Zurla , quanto essa fosse di 
utilità. Poi non conleiUo, nel 1808 pubblicò le illustra- 
zioni dei viagg'i e scoperte settentrionali dei fratelli 
Zeni , rivendicando agl'italiani quell'onore che altri eb- 
bero qualche secolo di poi. Scrisse quindi dei viaggi e 
delle scoperte affricane di Alvise d! Ga da Mosto: si ado- 
però intorno al Milione di Marco Polo: raccolse e com- 
mentò le memorie tutte dei veneti più illustri viag- 
giatori. Venuto in Roma, disse nell'accademia di reli- 
gione cattolica de' vantaggi recali da questa alla geo- 
grafia e alle scienze annesse : decorato della por- 
pora , onorato di cariche sublimi , non perciò tra- 
scurò i prediletti studi. Molto addentro sentiva nel- 
le belle arti , e ne fan prova , cosi la disserta- 
zione tendente a dimostrare la unita del soggetto 
nel quadro della trasfigurazione , come il discorso 
a dichiarazione delle opere di religioso argomento 



Atti dem/ Acc. Arc:ieulog. 34T 

<3el Canova. E dal troppo affetto di lui alle arti bel- 
le deesi ripetere 1' immatura sua morte : perchè desi- 
deroso (li conoscere i classici monumenti di Sicilia , si 
mosse a quel viaggio pieno d'incomodi : e dopo per- 
corsa l'isola , ridottosi a Palermo infermo , si parti di 
questa viùi il di 29 di ottobre 1834 , di poco avendo 
trascorso Tanno sessaulesimo quinto. 

c. c. 



Lettera del prof. Salvatore Betti al chiarissimo 
signor Clemente Cardinali. 

I 1 on so dirvi a parole , chiarissiuìo signor Cardina- 
li , quanto io mi professi a voi grato del pensiero che 
avete avuto di dare nel giornale arcadico un sunto del- 
la mia dissertazione sulla musa Melpomene. Chi me- 
glio infatti di voi avrei potuto desiderar giudice di 
quel mio piccolo scritto : di voi che per gravità di 
dottrina siete così nominato in Italia e fuori, e sopral- 
lutto reputalo meritamente fra i più illustri maestii di 
antichità scritta e figurata che ci tioriscono ? 

Ne punto sonomi turbato alle contrarie sentenze, 
che con modestia pari ;il sapere avete qua e là mani- 
festato in forma di dubbi : perchè non cercando io ne' 
miei scritti che il vero, godo non pure di chi mi aiu- 
ta a conoscerlo , ma di chi mi avverte benevolmente 
a non presumere di averlo trovato. Io ho sempre pen- 
sato così: parendomi che il faro altra stima delle cor- 
tesi critiche sia un voler trasformare le scienze e le 
lettere dalla loro utilità in una detestabile ciurraeria . 
„ Delle giuste censure ( diceva il gran Redi ) io nou 



348 Lbtukratora 

„ mi piglio maggior pena di quella, cirio soglio pren- 
,, dere allora quando da' miei servitori veggio scama- 
,, tare i miei vestiti per cavarne la polvere, e per as- 
„ sicurarii dalle tignuole. ,, 

Ma perchè alla vostra gentilezza è piaciuto di chia- 
mare me stesso giudice di que' dubbi , mi permettere- 
te dunque eh' io qui senz* ombra di presunzione ve ne 
dica il mio parere : il quale con più giusta ragioue 
sottopongo di cuor sincerissirao al vostro senno. 

Che il parazonio sia insegna di comando , come 
voi dite, io lo concederò volentieri. Ma parmi che deb- 
ba intendersi di comando militare fra' romani , presso 
a' quali fu proprio principalmente de* tribuni delle le- 
gioni. E quindi sta bene che Marziale , da voi allega- 
to , dicalo milUiae decus (i) : 

Militiae decus , et grati nomen honoris , 
Arma tribunicium cingere digna latus. 

Che poi non sia nvCarma^ come le altre tutte che ador- 
navano le persone di guerra, non posso ancora persua- 
derlo a me stesso. E noi chiama arma lo stesso Mar- 
ziale.'' Ed arma noi vogliono il Cajlus (2) ed il Buo- 
narroti (3)? Imperocché voi ben sapete, come anzi que- 
sto dottissimo fiorentino stimava , che non per altro il 
gladio si chiamasse parazoniò , che pel cingerlo che 
facevano a' loro fianchi i principali duci dell' esercito, 
invece di portarlo sospeso al collo come si costumava 
dai soldati gregari. E che fosse fendente, assai chiaro 
lo argomenta da ciò che Dione narraci di Traiano, il 



(i) Lib. XIV epigr. Zi. 

(i) Recueil d'antiq. toin. ii. planch. 95. 

(3) Medaglioni p. i36. 



Lettera di Salvatore Betti 349 

quale di questo stesso militiae decus cingendo il fian- 
co ad un nuovo prefetto delle coorti, disse quelle me- 
morabili parole : Prendi il gladio , che in mio favo- 
re userai se lene e con ragione io governerò : ed 
userai a darmi la morte , se farò altrimenti. 

C!ie se hanno il parazonio, come voi eruditamen- 
te osservate , le statue di Agrippa , di Germanico, di 
Caligola , di Claudio , di Macrino; io potrei risponde- 
re , die alcuni di essi furono iniperadori , altri som- 
mi capitani : questi e quelli cioè addetti pei prima co- 
sa alla guerra : essendoché il titolo d' imperator non 
sia stato altro in origine che un titolo militare , preso 
poi dai padroni di Roma per mostrarsi princijìi degni 
di un popolo che reputavasi venuto gloriosamente da 
Marte. 

Ma di grazia, egregio signor Cardinali, si appro- 
verebbe un artefice, che per insegna di comando o di 
auloiila ponesse il parazonio a' fianchi di un pontefi- 
ce o di un magistrato meramente civile? Io già noi cre- 
do. E perchè non si approverebbe? Perchè fu bene il 
parazonio fra'noslri romani insegna di comando, ma non 
di comando pacifico e religioso: fu insegna di coman- 
do , ma di comando solamente guerriero. E dico fra* 
nostri romani : perciocché non credo che tale fosse pre- 
cisamente fra' greci: la qual cosa potrò altra volta di- 
scorrere, essendo qui materia di troppo lunga quistio- 
ne. Ora se vorrà darsi ad una podestà civile e sacer- 
dotale de' tempi eroici l' insegna del comando antichis- 
sima e comunissiraa a quasi tutte le genti , ra' ingan- 
nerei forse a proporre che le si mettesse in mano Io 
scettro? Sì certo, lo scettro : il vero attributo che gli 
avi nostri dettero a' pastori de* popoli , cioè ai re ed 
agli altri capi venerabili delle nazioni : attributo che 
poi si concedette a Giove ed a tutti gli dei , quando 
gli uomini avendo preso a rappresentarli in immagine 



350 L^TTE RATtJRA. 

di carne e d* ossa , non seppero d' altro onorarli che 
degli umani simboli dell'autorità e della gloria. Per 
esso giuravano i principi sollevandolo, come dice Ari- 
stotele (i) , allorché dovevano render giustizia : esso 
portavano gli araldi, persone di un sacro potere : es- 
so recavansi in mano cosi Agamennone e Achille, co- 
me Crise e Calcante» e tutti coloro 

„ Che posti sono 
„ Del giusto a guardia e delle sante leggi 
„ Ricevute dal ciel (2) : 

con esso fu ritratto Alessandro il grande (3) da* suoi 

macedoni: esso era finalmente insegna tale di potestà, 

che ninno neppure arringar poteva ne' parlamenti sen- 
za Io scettro : 

„ Telemaco gioia di tali accenti , 

„ Quasi d' ottimo augurio : e sorto in piedi , 

„ Che il pungea d' arringar giovane brama , 

„ Trasse nel mezzo, dalla man del saggio 

,, Tra gli araldi Pisenore lo scettro 

,, Prese , e ad Egizio indi rivolto : O , disse , 

„ Buon vecchio, non è assai quinci lontano 

,, L' uora che il popol raccolse : a te dinanzi , 

„ Ma qual cui punge acuta doglia , il vedi (4). 

E che non meno fra' greci , che fra gli etruschi e 
i romani antichi si usasse in significazione di autori- 
fi) Pollile, lib. Ili cap. X. 
{?) Omero , lliad. lib. I Traduzione del Monti v. 3i8. 

(3) Diodor, sicul. lib. XVni cap. VI. 

(4) Omero , Odissea 1. ii. Traduzione del Pindeniontc, ver- 
so 46. 



Lettera di Salvatore Betti 551 

tà , e clie tanto valesse quanto asta pura, ci è scrit- 
to chiaramente dall' istorico Giustino (1) , e dotta- 
mente provato dal Vossio (2) ed a' nostri giorni dal 
marchese Tacconi (3). Laonde volendosi rappresenta- 
re il Genio irtijHTiosissirao del popol romano ( di cui 
non pohcbbe la terra immaginare cosa più eroica) non 
già il parazonio , ma si lo scettro gli posero per sim- 
bolo di comando , com* è a vedere nel celebre dena- 
ro di Gneo Cornelio Lentulo. Auzi i romani, che pri- 
ma ne avevano fatto 1' attributo de' loie dnc» ( come h 
anche oggidì de'raarescialli e de' generali supremi ) , Io 
diedero poscia a' con.s(3li ed a' consolari : Apud ma^ 
iores , dice Servio (4j , omnes duces cani sceptris 
ingrediebantur curiain : postea ceperunt tantum ex 
eonsulibiis sceplra pestare , et signum erat eos con- 
sulares esse. Se non che di queste cose non debbo 
a voi parlare, signor Cardinali chiarissimo, si per 
la somma dottrina che avete de' classici , e sì per es- 
sere slato trattalo dello scettro consolare eruditissi> 
roamenle dal grande senator Buonarroti (5), 

Queste sono state principalmente le ragioni, per 
le quali , dopo aver letto que' due passi di Eliano ^6) 
dove dicesi che niuno o scultore o pittore aveva mai 
ritratte armate le muse , io ra' indussi ad escludere an- 
che il parazonio dagli attributi della musa della tra- 
gedia ; e perciò non dubitai scrivere (7): ,, Veri an- 



(i) Lib. XLIII cap IH S- 5. 

(2) De iheologia gentil, lib. I cap. V. 

(3) De tribus basilidianis gcMmis pag. 27. 

(4) Ad Aeneid. lib. XI v. 2ÌS. 

(5) Medaglioni p. i85. 

(6) Vai-. Hist. XII cap. Il, e lib XIV cap. XXXVJI. 

(•]) Atti della pontificia accademia romana di archeologia 
tom. VII pag. n8 



352 LfiTtfiRATtffeA 

,, tichi e ragionevoli attributi da ornarsene le mani 
„ delia musa Melpomene diremo solamente essere (ol- 
,, tre alla raasfcliera tragica ) la clava o lo scettro : 
„ questo a indicare che argomento della tragedia , co- 
,, rae prescrive Aristotele , vogliono essere i grandi 
,, principi o i re : quella, il più antico simbolo 
,, della fortezza dato la prima volta all' Ercole gre- 
„ co da Stesicoro verso i' olimpiade XXXVIl, a si- 
„ gnificare che Melpomene e la musa degli eroi e de' 
„ semidei , il maggiore de' quali fu Alcide. „ J\è mi 
opporrò a chi volesse anzi credere cogli accademie' 
ercolanesi (1) , che clava poiroc^ov e scettro o-KUTrpo, 
erano fra loro sinonimi , e che spesso gli scrittori gire- 
ci scambiavano 1' uno e 1' altro vocabolo . 

Certo mi è duopo, signor Cardinali cortesissirao, 
confessare eh' io non potrei senza fare a rae stesso 
gran forza seguire un' altra opinione. Imperocché lo 
scettro ( o la clava , se cosi vuol credersi ) era tanto 
proprio di questa musa, che non pure fu posto qual 
vero attributo degli attori, ma anche degli scrittori di 
trugeJie (2) , a differenza del pedo che portavano in 
mano i comici. Ne affatto mi muove l' abuso che del 
pugnale o del gladio tragico hanno fatto fino all' or- 
rore i moderni poeti : che se il Parini a' nostri anni 
cantava (3): 

„ Queste che 11 fero Allobrogo 
„ Note piene d' affanni 
„ Incise col terribile 



(i) Tomo u pag. 22. n. 7. 

(a) Wìackelmaaa , Mon. lacd. par. TU cap. VI , e par. 
IV cap. IX. 

(3) // Dono , ode. 



Lettura iJi Saldatore Betti 353 

,, Odiator de' tiranni 
„ Pugnale , onde Melpomene 
,, Lui fra gì* itali spirti unico armò : 

Ovidio invece , il poeta fra gli antichi doltissi- 
sìtno nelle cose della mitologia , tanto intendeva dire 
coir essere adorno dello scettro, o col prender lo scet- 
tro , quanto scriver tragedie. Di che bellissimo esem- 
pio , come voi sapete, è nella elegia XVIII del libro 
II degli Amori : 

Soeptra tamen swnpsi , curaque tragoedia nostra 
Crevit , et huic operi quamlibet aptus eram. 

Risit Ainor^ pallamque meam^ pictosque cothurnos^ 
Sceptraque privata tam cito sumpta maniL ; 

e poi nella elegia I del libro III : 

Altera me sceptro decoras altoque cothurno , 
Jam nane contracto magnus in orbe sonar. 

Stimo poi un puro equivoco ciò che dite del noti 
aver io conosciuta la gemma pubblicata dal Winckel- 
mann ne' Monumenti inaditi n.° 45. Compiacetevi di 
grazia leggere quanto che ne ho scritto a carte no 
del tomo VII degli atti dell' accademia romana di ar- 
cheologia, dov' è stata stampatala mia dissertazione. 
Ne ignorava parimenti quella del Dolce : ma chi par- 
lerebbe ora da senno di una gemma dataci dal Dolce? 
Quanto finalmente a'denari della gente Pomponia,io 
altamente venererò la sentenza del sommo Eckliel, che 
opinò essere ivi ritratte le muse come erano scolpite 
nelle statue che Fulvio Nobiliore ci portò d' Ambracia 
il 508 di Homa. Ma confesso di non potere intendere 
come Eliano , uomo dottissimo e fiorente in questa 
citta , non avesse iiotiiia di opere si pubbliche e si 
G.A.T.LXIX. 23 



3 54 LBTTfitlÀt'ttAi 

famose : perciocché certo non avrebbe scritto con tan^ 
ta sicurtà : Nemo , vel fictor vel pictor, filiarum Jo- 
vis imagines armatas nobis exhihuit. 

Accogliete di grazia , signor Cardinali veneratis- 
simo, questa mia lettera .^benignamante secondo la vo- 
stra cortese usanza, e credetemi il più sincero de' vo- 
stri ammiratori ed il più ossequioso de' vostri servi. 

Salvatohe Betti. 



BELLE ARTI 



Cenno storico e critico sulla vita e sulle opere di 
Francesco Albani celebratissimo pittore bologne» 
se del secolo decimo sesto. 



1 dire alcuna cosa della vita e dei pregi di Fran- 
cesco Albani , rinomatissimo pittore bolognese , for- 
se ad alcuni parrà soverchio dopo il molto che di lui 
è stato scritto ; ma se si ponga mente che il rinfre- 
scare a quando a quando la memoria di coloro che 
salirono a molta fama ingenera facilmente ne' pet- 
ti de' giovani studenti desiderio d' imitarne le virtù 
ed il valore , non si avranno del tutto inutili queste 
nostre parole. 

Nacque Francesco di Agostino Albani bolognese 
nel marzo dell' anno 1578. Avendo Agostino un fi- 
glio maggiore appellato Domenico , il quale si avvia- 
va assai lodevolmente alla carriera delle scienze , si 



CfiNNo STonico F, Critico 355 

propose d'indirizzarvi anche Francesco , immaginando 
che l'esempio del fratello sarebbe sprone per invo- 
gliarlo a trarre il mag^iore profitto da' suoi studi. 
Vano o assai malagevole egli e per altro il compri- 
mere quella disposizione che da natura ci vien data, 
l^oco curando Francesco di studiare in latinità , il 
padre lo fece intendere all' aritmetica , dalla cui ap- 
plicazione sovente toglievasi , onde adombrare o su 
d' una parete od in carta qualche parte del corpo 
umano. Mancatogli il genitore nella sola età di anni 
dodici , Francesco intralasciò siffatti studi , ed entrò 
nella scuola di Dionigio Calvari , aperta in Bologna 
da questo fiammingo in sulle prime con non poco fa- 
vore di fortuna. Quivi ebbe a condiscepolo Guido 
Reni, già statogli compagno nel corso della lingua la- 
tina : il che rese pili intima la loro amista. Passalo 
Guido alla scuola de' Carracci , la quale fino dal suo 
nascere ebbe si alta rinomanza , anche all' Albani pre- 
se desiderio di proseguire i suoi studi pittorici sotto 
si valenti maestri , ed in ispecial modo sotto Lodo- 
vico , che n' era come il ctipo-scuola. 

I progressi dell' Albani furono presti e felici, di 
guisa che ben tosto [)0tè sporre al giudizio de'suoi con- 
cittadini alcuna delle sue opere. Vivamente attendeva 
questo giudicaraento , per conoscere quanto ei fosse di- 
scosto da Guido già proclamato dipintore di gran pre- 
gio. Bologna accolse con allegrezza le prime fatture 
dell' Albani , e da que' primordi ne inferì che sareb- 
tc riuscilo artista di alta celebrità. E qui crediamo 
acconcio di ri purgare 1' Albani , e lo stesso Guido di 
un brutto peccato , di che alcuni li vorrebbero mac- 
chiati fino nella loro prima giovinezza , ciò è d' odio 
e di bassa invidia. Imperocché ad ascoltarli sì avvi- 
serebbe che r Albani e Guido si odiassero fortemen- 

23* 



356 Beitu ARTI 

te non per altra cagione, che per livore di non po- 
tersi r un r altro superare nella maestria dell' arte. 

Quando in Bologna questi dipintori cominciaro- 
pò a gareggiare infra loro colle opere di pittura, non 
si conobbe risvegliata in essi che una nobile genero- 
sa emulazione di far chiari i loro nomi col valore 
del pennello. Anzi cotanto si strinsero in sincera ami- 
cizia , che volendosi V Albani condurre a Roma, on- 
de mettersi all' esercizio della sua arte sotto gli oc- 
chi de' più abili dipintori di quel secolo , Guido ne 
lo pregò ad indugiare alcun poco fino a che avesse 
compiti alquanti lavoii , onde potergli essere compa- 
gno in quel viaggio. Giunti entrambi in Roma , Gui- 
do fu scorta all' Albani , perchè questi potesse di su- 
bito avere occasione di operare , e 1' Albani gli si ad- 
adimostrò ollremodo riconoscente. Egli è vero che in 
progresso di tempo sorse alcuna inquietezza a rom- 
pere od alterare quella cordiale afiratellanza : ma pa- 
re doversi ciò attribuire più presto a certi non con- 
seguiti profitti, che ad altra qualsiasi cagione s men- 
tre avendo l' Albani prestata T opera sua in vari di- 
pinti affidati a Guido, non si trovò da questo, come 
egli credeva, bastevolmente guiderdonato. Comunque av- 
venisse il caso , è certo che fra questi due riputatissi- 
mì artisti , non già nimistà , ma non v' ebbe più ali* 
avvenire quella amichevole dimestichezza che scorge- 
vasi in prima , studiandosi ognuno di tenersi in guar- 
dia per non vedersi nel maneggio del pennello dall'al- 
tro superato. 

E questo fu che mosse V Albani ad offerirsi ad 
Annibale Carracci , il quale in allora dipingeva in Ro- 
ma con fama di valentissimo artista. In fatto trovasi 
notato ne' ricordi particolari dello stesso Albani , sic- 
come ci rapporta il Malvasia nella sna Felsina Pittri- 
ce , ch'egli pinse in S. Giacomo degli spagnuoli con 



Caitifo S-roRico t Critico 357 

Annibale, il quale poscia, per contratta infermità, la- 
sciò principalmente ad esso lui l' incarico di compiere 
(]ue' lavori. Oltre questa , che puossì dire la prima sua 
grandiosa fatica in Roma, altre ne condusse a fine eoa 
indicibile appagamento di chi gliele commetteva. E' pu- 
re degna di speziale ricordanza la galleria Verospi 
sommamente lodata da que' tanti maestri , che in al- 
lora tenevano stanza in quella capitale. L' alta stima, 
che r Albani professava ad Annibale , ed il porgerà 
orecchio a' suoi consigli , il mise per certa via che 
guidò poscia ad una fama non mai da altri agguaglia- 
ta. Imperocché dilettandosi Annibale a ritrarre alcu- 
na fiata tavolette con baccanali , opina 1' ab. Lanzi, 
e molto acconciamente, che la vaghezza di quelle di- 
pinture ( ove su ameni paesaggi faceva spiccare ag- 
graziate figure ) invogliassero V Albani a conformarsi 
ad una tale maniera di figurare , scegliendo invece 
soggetti teneri ed afTettuosi. Del che avendo fatta buo- 
na prova, Annibale 1' incuorò a proseguire , accertan- 
dolo di un maraviglioso riuscimento , come di fatto 
avvenne. 

La tanta estimazione che TAlbani conseguì gli pro- 
cacciò molta copia di lavori , e sollecitava i giovani 
a cercare d' istruirsi nelT arte sotto si abile dipinto- 
re. Quindi Francesco aprì in Roma una scuola che 
tosto videsi contendere con quella di Guido Reni , suo 
gagliardo emulatore, Nel mentre per tanto che Fran- 
cesco era inteso ad espedire le molte opere commes- 
segli , gli sopravvenne caso, che grandemente gli con- 
turbò l'animo a modo, che non gli pareva piiì di ave- 
re, come per lo innanzi , la mente pronta a sceglie- 
re vivaci concetti , ne la mano presta ad eseguirli. 
La perdita di una dolce compagna , a cui erasi in Ro- 
ma unito , lo tenne per non poco tempo sì tristo ed 
affannato, che iu vederlo sembrava altro uomo da quello 



358 Belle Arti 

che li appariva prima della pafita sciagura. I suol con- 
giunti per toglierlo da un luogo , che gli risvegliava 
di conlinuo si mesti pensieri , non rifinirono di cliia- 
raarlo alla patria , fino a c!ie egli appunto noQ v'eb- 
be fatto ritorno. 

E' vano il ricordare con quanto giubilo venisse 
accolto da' suoi concittadini , che sopramraodo si com- 
piacquero di riacquistarlo. Il primo desiderio che i bo- 
lognesi gli fecero aperto si fu eh' egli mettesse scuo- 
la , bramando molti giovani d' imitare la leggiadria di 
una maniera di penrielleggiare , che allettava e ra- 
piva gli ammiralori. Veggendosi richiesto per ogni do- 
ve di molti lavori , scelse alcuni scolari atti per vo- 
lere ad essergli di sollievo nel dar Cine a tante opere 
commessegli , e per disposizione d' intelletto a racco- 
gliere fruito dagli amorevoli suoi aramacstramenti, Fran- 
cesco Albani fu uomo senza dubbio di colto ingegno. E 
se si fossero raccolti i suoi scritti, molti dettami oggi 
si avrebbero a piìi grande soccorso dell' arte. 

Furonvi pocbi pittori che traessero , come 1' Al- 
bani , maggior profitto dallo studio della natura ac- 
compagnato da una intensa meditazione sulla storia 
vera e mitologica , e su quanto ha ideato l'immagi- 
nosa fervente^za de' classici nostri poeti. Da queste fon- 
li prese i tanto variati subbietti , specialmente mito- 
logici , eh' ei nel lungo corso del vivere si accinse 
a trattare. Non sì saprebbe bene stabilire se 1' Albani 
piii valesse nei presentare all' occhio que' lucenti arae- 
nissimi paesaggi , che cotanto ricreano l' animo in am- 
mirarli, o nel ritrarre que' gruppi di scherzevoli amo- 
rini e di ninfe festanti giocondissime. E quando egli ti 
para avanti l'01im[)o, non ti sembra di vedere cosa piiì 
che mortale? Vi fa capo un Giove maestosamente gra- 
ve e venerando. Due schiere di deità quali delicatamen- 
te tìnte, quali con' più vigore e robustezza colorite, al- 



Cbkno Storico £ Critico 359 

ternano nna corona di leggiadre figure, che danno al 
quadro un effetto mirabile portentoso. Attorno vi splen- 
de un aere limpido raggiante che sottilmente ed a gui- 
sa di velo finissimo asconde , o più meglio appanna 
soltanto , la fascia zodiacale , con che di sovente suol 
cerchiare il favoloso suo empìreo. Se poi sopra un let- 
to di nubi o adagiata in una conchiglia ti raffigura Ve- 
nere dormigliosa , ovvero fra le selve la errante Dia- 
na , o Galatea in mare , od Europa sul toro , così te 
le addimostra che non puoi a meno di non rimanere 
allenito ad un bello sì inusitato e nuovo, che pare qua- 
si vincere il formato da natura. Ma tanto valore nel- 
1 arte non andò franco da astiose censure. Guido , che 
rivenuto da Roma, aveva messa in Bologna rinomatis- 
sima scuola, sembrava disdegnare il dipingere dell'Al- 
bani , da lui chiamato troppo molle e lezioso. I suoi 
scolari ed altri seguaci di questo gran maestro, avvi- 
sando di farsegli vieppiù accetti , apponevano all' Al- 
bani altre pecche maggiori. Perchè gli rimproverava- 
no di non saper usare il pennello che a dipingere pic- 
cole e troppo lisciate figure , ma nel grande e nel vi- 
rile non avere uh eleganza ne vigorìa adatta ai su- 
bietti. Né a q uesto rfstavansi. Quegli angioletti , che 
in tanta copia introdotti ne' quadri di refigioso argo- 
mento , sebbene graziosissimi li dicevano conformi di 
corpo e di sembianze, a tal che l'uno ti pareva rico- 
piato dall'altro. Altrettanto volevano accadesse ne* vol- 
ti delle madonne, e così nelle effigie di que' santi e 
beati, che intrometteva nelle grandi sue dipinture. 

Per conoscere se costoro parlassero il vero non 
V* h al certo bisogno di lunga fatica. Trovansi an- 
che oggi giorno, e quasi in ogni dove , lavori dell* 
Albani eseguiti secondo la naturale grandezza dell'uo- 
nio. Il battesimo di Gesù redentore nel Giordano , 
quadro esistente nella pinacoteca di Bologna , il s. 



360 Belle Arti 

Giuseppe nella chiesa de' filippini , i santi Sebastìa^ 
no e Rocco neHa parrocchiale di s. Giovanni in Per- 
sìceto , r Annunziata in quella di s. Bartolomeo ed 
altri tanti , possono tutti accertare della irragioncvo- 
lezza di queste riprensioni. Que' tronchi umani con tan- 
ta precisione di disegno veggonsi eseguili ! come ap- 
parisce sottile, vaga e delicatamente colorita la pelle 
che li ricopre ! Ove poi pii!i variazione e dissomiglian- 
za che negli aspetti di quelle tante figure ! 

Pare ad alcuni che vi sìa qualche cosa di con- 
forme nella movenza degli occhi delle madonne e de- 
gli angioletti; e per mostrarla, si attengono più a cer- 
te induzioni che al fatto. Pretendono costoro che es- 
sendosi r Albani, alcuni anni appresso il suo ritorno 
da Roma, congiunto in maritaggio con Doralice dei 
Fioravanti , giovane del corpo bella quant' altra mai , 
avesse costume di effigiare i volti delle vergini san- 
tissime , somiglievoli a quello della propria sua don- 
na , come di tale avvenenza da non saperne figurare 
altro più vago e leggiadro. Similmente avendolo Do- 
ralice in brevi anni renduto padre di dodici figliuo- 
li tutti ben formati e vezzosi , Francesco , anziché fa- 
re diligenze per investigare modelli , ricopiasse or 1' uno 
or l'altro di questi fanciulli ; ed ecco cagione di tan- 
ta consonanza nelle facce degli angeli e de' serafini 
ch'egli era solito dipingere. Ma vane sono le presun- 
zioni e le conghictture, ove i fatti le tolgano e le dis- 
raentiscano. 

L* Albani ebbe una maniera sua propria, e creos- 
si in mente un bello che andava adattando alle va- 
rie figure che dipingieva : ma ogni dipitore tenne mo- 
di eguali. Raffaele, immaginò sembianze di una avvenen- 
za che la diresti sovrumana. Questo bello per altro 
formava una guisa sua propria di dipingere , e non 
per ciò alcuno oserebbe asserire che le fisonomieraf- 



Cenno Storico k CRirico 3G1 

iìgùrate dal Sanzio fossero eguali fra loro , e l'uaa 
assomigliasse 1' altra. Così adoperarono i Caracci , co- 
si lo stesso Guido Reni , cosi il Correggio , cosi in 
somma tutti i dipintori che appelliamo classici nell' 
arte. Laonde se I' Albani nel dipingere in grande , 
cioè al vivo , ideò volti di un bello tutto suo , non 
per questo sì può dire che ne' sembianti delle sue fi- 
gure serbasse uniformità : perchè tutti ad occhi veg- 
genti conoscono che quelle immagini , comecché va- 
ghissime e leggiadrissime , variano fra loro , ne al- 
cuna si appalesa eguale all'altra, sebbene pili fiate 
ripetesse anche i medesimi soggetti. 

Ma a renderlo sommo artista , pm che queste cen- 
sure , valgano e la estimazione in cui V ebbero i pit- 
tori suoi coetanei , e il gran desiderio che sovrani e prin- 
cipi mostrarono delle sue opere, e più d'ogni altra 
cosa la sua scuola che fu rinomata e fiorente di mol- 
ti allievi. Il Sacchi, il Cignani , i Mola , il Catala- 
ni , il Donini , il Torri, il Menzani , il Bibiena , il 
Pianoro ec. rinscirono pittori qual pili qual meno chia- 
ri e lodati. Anzi è voto universale che il Sacchi ed 
il Cignani , il primo in Roma , V altro in Bologna , 
fossero quelli , che mantenessero per lungo tempo ia 
Italia r onore del felice secolo della pittura , cioè 
del secolo dei Carracci, dello Zarapleri, di Tiziano, di 
Correggio, dell'Albani, di Guido Reni, e di altri valen- 
tiisimi pittori. 

Quello in cui si potrcbLe acconsentire si è , che 
se V Albani avesse dipinte soltanto tavole in grande , 
e non si fosse dilettato di trattare , con quella por- 
tentosa maniera di rappicciolire si graziosamente It fi- 
gure , temi affettuosi o vivaci , egli non avrebbe pt r 
certo toccata quell' ultima celebrità che consegui viven- 
te » e che anche dopo alcuni secoli alla nel mondo 
risuona. E se in oggi, lasciale a parte le favole della 



362 Belle Arti 

mitologia , sulle tracce che segnò V Albani 6Ì figu- 
rassero casi storici , e specialmente fatti italiani e noti 
tanto a noi lontani , crediamo che queste fatture sareb- 
bero avidamente cercate dai cultori delle arti del bello* 
In adesso non sappiamo se per vaghezza del corren- 
te uso , o per maggior comodo in adornare stanze 
ed altri ricetti , si p;egiano assai certi quadri di cor- 
ta dimensione , e veggiamo ricercati paesaggi e bra- 
mate altre tavolette di scuola fiamminga o lavorate a 
quel costume. Se pertanto i giovani ben ammaestrati 
neir arte del disegno e del cobrare , e riforniti del- 
le altre opportune cognizioni , si dessero a presentare 
dipinture istoriche, imitando il pliì possibile la leg- 
giadria che r Albani ha adopers'.a ne* suoi lavori , a 
noi pare che certamente ne coglierebbero abbondoveli 
frutti, cioè sarebboQO e da', nostrali e dagli stra- 
nieri cercati di più spesse ordinazioni. 

Una avvertenza vogliamo qui porre prima di dar 
fine a queste nostre parole : ed e che se i giovani , 
appena si sentono in grado di cominciare ad operare 
da loro medesimi , non si veggono lichiesti di molti 
vantaggiosi lavori , deggiono considerare che nelle arti 
che servono al diletto e non al bisogno , la mezzani- 
tà non è pregiata , ma rimane oscura e negletta. Così 
restano oscuri e senza nome i mediocri poeti e sona- 
tori , perchè la poesia ed il suono essendo arti de- 
stinate a commovere o ricreare 1* animo , quale non 
aggiunge compiutamente questa meta non trova chi 
sofferente lo ascolti e gli dia lode. Per conseguire ri- 
nomanza , occorre durare incessanti negli studi , e non 
ismarrire se 1' età alcun poco s' inoltra senza averne 
pronto il premio. Chi trae da natura ferace ingegno , 
e sa ornarlo di utili insegnamenti , faccia cuore : che 
presto o tardi ne otterrà il debito guiderdone. 

Avv. Angelo Astolfi 



363 



PORTA DI S. SABINA IN ROMA 

-«- ' ella gazzella di Bologna N.° 84 è riporlafo un ar- 
ticolo del diario tomatio in data de' 9 luglio di quest'an- 
no I 53G. la esso ditiulosl il meritato elogio all' indef- 
fossa vigilarìie cura del magnanimo uo=tro sovrano pon- 
tefice Gregorio XVI a salvare dai tempo distruttore 
i moniimcuii di sacra antichità , con grata sorpresa ho 
k'ilo avere egli volte lo benefiche viste a salvare dalla 
estrouia lovina la porla della chiesa di s. Sabina sul 
monte Aventino. Colesta porta per la sua situazione 
al coperto di ogni insulto di atmosfera , e pel pochis- 
simo uso che si è fatto di essa , quasi miracolosa- 
ìiieiite ha potuto serbarsi integra per una serie di secoli 
nella primitiva sua forma sino a nostri giorni. Consi- 
ste essa in un quadrilungo circa JO piedi lutto di 
legno cipressino , e si divide nel mezzo in due paralel- 
Jogrammi contornali per ogni verso con ingegnoso traforo 
in più luoghi consunto, Sovra i suddetti paralellograra- 
nù , ossia imposte , perpendicolarmente sono pili riqua- 
dri con cornice operala siinetiicamente disposti. Nel- 
lo sfondo di essi veggnnsi sculti a rilievo con or- 
dinato compartimento gruppi di figure per esecuzione 
di dissegno non ispregevoli , rappresentanti fatti ri- 
marchevoli dell' antico e nuovo testamento. La parte poi 
Inferiore della porla, sottoposta ai detti paralellpgram- 
mi , vedesi essere stata lislorata e rifatta a più ripre- 
se. A detta del diario romano la porla è lavoro fallo 
sul cominciare del XIII secolo. Su quale fondamento 
abbia 1' autore stabilita la sua opinione, io noi saprei 



3G4 Belle A r t ì 

iramaginare. Imperciocché, se si parla di porte del XIII 
e del XII secolo , erano per lo più arcate in terzo o 
sesto acuto. Se di figure in legno a rilievo , non ho 
mai potuto scorgere nei due succennali secoli che affa- 
stellamenti di figure talmente sconce, che appena si rav- 
visavano umane sembianze. Ove mai si trovavano per 
avventura opere di legno a riquadro con qualche sìme- 
tria e compartimento , sbandito essendo ogni gusto di 
arte e di giustezza di disegno ? Uopo h dunque ri- 
volgersi ai secoli pili lontani a vederne le forme , e i mo- 
di dei lavori e degli ornamenti , onde riconoscere il 
tempo in cui cotali opere furono fatte. I dotti annali- 
sti domenicani, sottili scrutatori delh memorie e de' mo- 
numenti che si trovano negli antichi cimiteri , hanno 
osservato , che le divine geste del nuovo e antico te- 
stamento , sculte nei riquadri delle imposte della porta 
di s. Sabina, trovansi in maniera consfraile sculte ed 
effigiale su i monumenti e sarcofaghi degli antichi ci- 
miteri: Qiiae gesta vel ostensa d'n>initas sunt in ve" 
fere ac novo testamento , in eisdein efftcta expres-^ 
saque sunt, ut effigi e.rprimique in sarcofagis ac mo- 
numentis caeteris veterum caemetcriorum consueve^ 
runt. ( Annales Ord. Praedic. Voi, I. Romae i756, 
pag. 563 ), Quale via più sicura , o meno incerta può 
trovarsi a scoprire la vera epoca del lavoro della por- 
ta di s. Sal)ina ? Giusta le esatte osservazioni dei sud- 
detti annalisti , cotali somiglianze non si riscontrano 
che nel V e anche nel VI secolo: nel VII non ap- 
pare alcun vestigio di tali rassomiglianze. Dovrà pur 
dunque dirsi la porta dis. Sabina fatta tra ilV e VI 
secolo ? Per quanto parer possa incredibile una tale epo- 
ca , le addotte prove inducono la mente più restia a 
persuadersi , che la costruzione della porla di s. Sabi- 
na sia stata fatta più secoli prima del tempo stabilito 
dal diario romano. 



PoRtA DI S. Sabina in Roma 365 

Le grande iscrizione a lettere cubitali sovrastante 
alla porta , e affissa al muro istesso , dichiara che sotto 
il pontificato di s. Celestino I papa la chiesa di s. Sa- 
bina fu edificata da Pietro l'Illirico, e fu condotta poscia 
a termine dal successore Sisto III morto 1' anno ''lAO 
dell' era volgare. Lo stipite marmoreo che vuoisi del se- 
culo neroniauo , a cui è incastrala la porta , e queste 
circostanze che si addicono ad essa come appendici , 
non lasciano dubbio , che prima del XIII e XII secolo 
abbia esistito la moderna porta della chiesa di s. Sa- 
bina. 



ffr>,..^^, . .- r«r^Tc»J^. «— MK-i— 



VARIETÀ 

l'ami^'O della gioventù' 
AG L' ITALIANI 



Quando l'Amico della gioventk vide per la prima volta la 
luce , or sono quattro anni , egli comprese tutta la difficoltà 
della sua missione. Invitato a combattere per la causa della re- 
ligione , pel disinganno della più bella parte della società , e 
pel fine dell'uomo , egli vi si accinse con una tale purezza di 
principii che ha pochi seguaci oggidì, e che era indeclinabile 
dai redattori di lui. Si temè perciò fin d'allora che i suoi let- 
tori fossero per essere un circolo ristretto a pochi uomini di 
probità e d'animo ben disposto, sul quale il soffio impuro del- 
le prave illecitudini del secolo non avesse alitato giammai. Le 
scabrosità del cammino da esso lui intrapreso si ergevano viep- 
più avverse alle animose fatiche de' suoi editori a misura che 



36G Varietà' 

facevano strada , la malevolenza degl'invidiosi , l'Intralcio dell» 
ciarle oziose di tutti coloro, e son ben molli , clie vivon sen- 
za infamia e senza lodo , i meschini pregiudizi degli uomini di 
facile credenza e il propugnare una causa guerreggiata da tutte 
le forze unite dell'einpieti. Ma Dio non manca a se stesso; e 
quando gli sforzi degli uomini sono imponenti, egli sa agli atti 
loro sostituire rirrcsistibile eloquenza dei fatti. Questo none luo- 
go da occupare con una enjnierazione dei fatti, coi quali negli. 
ultimi tempi la provvidenza ha fulminato i nemici delle monar- 
chie e della fede. B?.sti per tulio il dire, che l'opinione già da 
noi più peculirrmsute prc*a di'rnira, quella àe\\z> Giovine Italia, 
è ora confinata in qualche spregevole ed oscura gazzetta de' can- 
toni elvetici o di Barcellona. 

In questo tempo frattanto, in cui non avremmo d'aggiun- 
ger più , se non brevi e tenui cose , V Amico della Gioventù ri- 
nunzia alla linea iitì^ititù fin qui da esso seguita, per dedicarsi 
esclusivamente a<l oggetti pili concilianti il ger.io universale, al- 
le amene leUere ed alla erudizione molteplice italiana special- 
mente posta e difesa appetto della straniera. 

A tal Cne col aS febbraio del iSSj i' Amico della gìo>- 
venia non verrà più seguito dai titoli di Giornale morale isto- 
rico politico e letterario , ma sostituirà a questi il solo nppella- 
tivo di Giornale di amena letteratura — Serie S-jcondn, meo. 
ininciando un nuovo numero progressivo. 

Se ne pubblicherà un fascicolo ogni mese di cinque fogli 
di stampa , essendosi veduto[]non esservi alle volte bastante spa» 
zio in fascicoletti di soli due fogli, come noi usavamo per lo pas- 
sato , a potere dar luogo per intiero a quelle diverse materie 
le quali d'ora in avanti formeranno la base del giornale. Tre 
fascicoli comporranno un torao. La carta ed i caratteri avran- 
no anch'essi un miglioramento, e benché per tal modo il nostro 
Amico venga a crescere di la fogli annui, migliori di carta e 
carattere , pure le condizioni di associazione rimarranno anche 
di presente eguali alle prime (i). 

(i) L'associazioue anuua è di i3 lijre Ital ,e la scmcst. di 
Ital. lire 7. 



Varietà' 3G7 

ELENCO 

Vi fjuei generosi che ci hanno promesso soccorrerci 
colf opera e coi consigli , degnandosi di essere 
annoverati fra i nostri collaboratori. 

Barbieri Prof. Gaetano in Milano 

Bernabò Prof. Pietro in Bologna 

Berard Cle .in Roma 

Bandini P. Pietro priore 

a S. Marco in Firenze 

B. P in Modena 

Cabianca Jacopo in Vicenza 

Cavedonì Prof. D. Celestino ..... . . ìq Modena 

Gagnoli Agostino in Reggio 

Capozzi Francesco >a Liigo 

Cassi Conte Francesco in Pesaro 

Determes Giulio in Parigi 

Emiliani Prof. Luigi : in Modena 

Fornaciari Prof. Luigi in Lucca 

F. Dott i„ Modena 

Galvani Giovanni : . . in Modena 

Muzzarelli Mons. Carlo Em : . in Roma 

Muzzi Prof. Luigi Ac. della Crusca in Bologna 

P- M. A . id in Modena 

F- Dott. F in Modena 

Peruzzi Monsig. Can. Agost in Ferrara 

Rambelli Prof. G. F. , . . in S. Giovanni 

Riva Dott. Giuseppe in Modena 

Torricelli Conte F. M in Fossombrone 

Vaccohoi Prof. Dom. in Bagnacavallo 

Zanotto Francesco in Venezia 

Modena li 3o dicembre i836 

Pei Redattori 
Il direttore proprietario 
Fkakcesc» Gaivani 



368 



Intorno a Caio Valerio Fiacco padovano , memoria letta al- 
l'I- e R. accademia di Padova li iZ febbraio 1827 dalso- 
cio attivo ab. Antonio Nodari. 4°- Padova, tipografia del- 
la Minerva i836. ( Sono pag. 34' ) 

vJon questo scrìtto assai ernclito ejgiudizioso monsignor Nodali 
rivendica a Padova l'essere stata patria di C. Valerio Fiacco , 
che più generalmente si reputava nativo di Sezze. Procede po- 
scia all'esame del poema dell' Jr^ofiautica : e contro il Tirabo- 
schi, che lo disse uno sterile ed arenoso deserto, ne fa cono- 
scere le principali bellezze, le quali secondo il Nodari non solo mo- 
strano che Valerio Fiacco non era poeta a dispetto della natura , 
come chianiollo esso islorico della letteratura italiana: ma il pon- 
gono più vicino a Virgilio , che non furono Lucano , Siilo Ita- 
lico e Stazio. 



Intorno a monsignore jingelo Colocci di Jesi nel Piceno ,Ji- 
losofo e poeta che fiorì ne' secoli\XV e XFI , lettera sto- 
rica di GiacintoCantalamessa Carboni. K Macerata tipogra- 
fia di Benedetto di Antonio Cortesi i836.^(sono carte Sa^. 

JUiligenlissirao sempre in tutte le sue investigazioni storiche il 
sig.Cantalamessa, ne dà qui molte annedote ed importanti notizie 
di quel monsignore Colocci , che levò fama bellissima di poeta 
latino nel secolo de'Bembi, de' Vida, de'Sanuazzari.Niuno quindi, 
che prenderà a trattare nuovamente della nostra letteratura di 
quel classico tempo, vorrà ignorare questo libretto, nel quale non 
pur si emendano molte cose scritte dal Tiraboschi e dal Lancel- 
lotti, ma parecchie se ne aggiungono da essi non sapute. Nel dar 
lode all'illustre autore di questo suo nuovo e si critico ed ©ru- 



Varietà' SOq 

dito lavoro, il commenderemo altresì di averne dato il titolo ad 
uno scienziato che tanto onora l'italiana medicina , al chiaris- 
simo signor prof. Agostino Cappello. 

S. B. 



versione di epigrammi greci. 8. Roma dalla tipografia Salviuc- 
ci x836. ( Sono carte 19 ). 

-E-< opera del signor abate Domenico Santucci, che pubblicolla a 
festeggiare gli sponsali del conte Luigi Franceschi con d. Laura 
de' principi Boncompagiii Ludoyisi. Gli epigrammi sono XXIV 
volgarizzati dal greco dell'antologia. E' in tutti un gran sapore 
di Hng'ua italiana , ed una bella facilità. Eccone esempi. 

Le cena di Salamino. 

Una cena a chi non basta ? 

Ma chi accetta il dolce invito 
Del convito 

Che prepara Salamino , 
Vede a prova che conviene 
Far due cene. 

Troia conservata da Omero 

Me d'alte torri instrutlo , 

Me pure Ilion superbo 

In cenere distrutto 

Ebbe l'età che assorbesi 

Quanto è , quanto già fu , quanto sarà. 
Sol pel divino carme 

D' Omero eterno io vivo , 

Tal che le argolich' arme 

IVon ponno farmi privo 

Della storia che sempre durerà. , J 

G.A.T.LXlX. 24 



370 Vari b t a' 

i' invidioso 



Era Acele d'invidia si riarso , 

Glie visto il sozio in m;iggioi' croce appeso , 
Tutto comparve di livore sparso. 



Caroli BoHcheroni orntio habita in regio tnurinansi nthrnapo IH 
non. noi'embr. an. MDCCCXXXV. 8. Taurini edentibus 
Chirio et Mina in vico padano, ( sono carie 5o ). 

v^gni elogio che far potremmo a questa eloqiientissiraa orazione 
sarebbe da noi stimata minore di ciò eh' ella merita. Basti 
ch'è opera del cav. Bouchei-on. Noi inviteremo a leggerla quanii 
hanno amore alla latina eloquenza, e soprattutto coloro che o mal 
sentono o temono de'progressi della sapienza. Il celebre oratore 
ha mirabilmente risposto agli uni ed agli altri; né certo poteva si 
nobile causa avere più dotto e grave e libero difensore. Giovi in- 
tanto in onore del sommo pontificato della chiesa cattolica il ri- 
ferir questo passo. 

,, Quae cum ila sint , propositum nobis scienliarum curri- 
,, culum, si ve ad commune decus, si ve ad rcctam tolius gentis 
,, inslilutionem , naviter et cum virtute obcanius. IXihil levius 
„ multitudine , quae incertis erroris pulsibus lactctur : nihil 
„ constantius populo , qui officii opinione ducatur. Tantum 
., vero abest , ut aliquid a profeclu iugeniorum cavendum sit, 
,, ut christiani nomiuis antistites , omnium primi post oc- 
„ casum romanae magnitudinis , a barbarico somno populos 
„ excitaverint. Unde, nìsia summis poutificibus, recentioris hu- 
„ manliatis primordiaPQui nimirum a Gregorio Vllad INicolaum 
,, V et Leonem X , idest a densioribus occidentis tenebris usque 
,, ad omnigeuam seculi XVI clegantiam , tanta coutentione 
,, ia oppugnanda l'eri late et promoveudis bunisariibus fueruat, 



^ Varietà' 3TII 

,, ut inhistoria europeaium gentiumnihil sit coniunctìus, quara 
,, humanus cultiis et rellgio. Inde eo etiam nomine venerabi- 
,, biliores literae fuenint , quod tanquam manus et solatiura 
„ divinitus mortalibus oblaluni, viderentur. A pontificibus certe 
„ orsus ceperiint quotquot illustriores respublicae et principes 
„ eriiditioncm fovendo, egregie de hominum genere meriti sunt. 
,, His aliqiiando adnumerabilur rex Carolas Albertus , vobis- 
,, qiie praeclarum erit , amplissimi rei literariae moderatores^ 
„ summa cura diligentiaque effecisse , ut, instaurat's studiis, 
„ uberrimus ipsius provideuliae iVuctusad posterosperveniret.,, 

S. Bktti. 



Alcuni sonetti di Ginn Carlo di Negro patrizio genovese. 8.0 Ge- 
nova, tipografia dei fratelli Pagano i836. { sono carte Jj ). 

-Lie rime dell'illustre marchese di Negro sono gran parte del- 
l'istoria italiana di questa età .- peroiocckè non v'ba opera , che 
nella nazione levi alcun grido , che in pari tempo in quel ge- 
neroso spirito non trovi un cantore. INè le sole religiose egli can- 
ta religiosissimo: ma, dell'Italia com' è ardentissimo cittadino^ le 
civili , le g-uerriere , le letterarie. Questo volumetto , tutto fior 
d'eleganza , racchiude i nomi del Bellini , del Tommasini ^ del- 
la Verdoni, dell'Azeglio, del Brignole Sale, del ]VIojon,e di altri 
che onorano questa terra ; oltre ad un sonetto per la morte 
di Letizia Bonaparte, ed un altro per quella della giovane regi- 
na di Napoli ; il quale per saggio qui recheremo : 

Esser queste dovean l'ore beate 

Sparse di tanta gioia e tanto amore , 
Donna regal , di gioventù sul fiore , 
D'ogni virUite adorna e di bcltade ? 

24 ♦ 



372 Verista' 

oh speranze da un rio morbo troncate , 
Alta caglon di affanno e di dolore ! 
Qual suon di labbro , o palpitar di core 
Esprimere potria tanta pietate ? 

Del divino fattor opra perfetta 

Eri al guardo mortai nel tuo bel velo , 
Ma in altra sfarà a maggior gloria eletta. 

A noi cbe resta della doglia amara ? 

II figlio tuo cbe serbar volle il cielo 
Come parte di te quaggiù più caia . 

S. B. 



Elogio funebre a Ridolfo faccia benemerito conselicense det- 
to nella chiesa arcipretale di S. Martino dal professore 
Domenico Faccolini . 8. Lugo pel Melandri i836. (So- 
no carte 20. ) 

J^ on senza una gran dolcezza di animo abbiamo letto que- 
sto discorso , che onorò i funerali di un uomo di egregia bon- 
tà , il quale fu della sua patria l'ornamento ed il padre. E vo- 
gliamo darne una bella lode al nostro professore Vaccollni , il 
quale per tutti i temi sembra avere una particolare eloquen- 
za. Perciocché là dove le grandi azioni richieggono che il di- 
citore con sentenze e con parole s'innalzi, abbiamo spesso vedu- 
to il suo dire prendere abito di gravità e di magnificenza .- qui 
dove erano a ricordarsi le virtù domestiche e pubbliche di un 
cittadino di piccola terra , esso è tutto piano e soave, né trovi 
altro che carità, mansuetudine , e religione . Il che crediamo 
essese il vero scrivere con filosofia. 

S. B. 



Varietà' 37S 

Esercitazioni dell'accademia agraria di Pesaro. Anno V, se- 
mestre II. 8. Pesaro iS56 pei tipi di Annesio Nobili. 
( Un voi. di pag. 76 con due tavole. ) 

V^uesto volume degli atti di una società sì benemerita ed 
illustre del nostro stalo , si degna della pesarese gentilezza e 
sapienza , si compone de' seguenti imporlanlissimi scritti : 
I. Viste economiche su i bacili da seta e sulla foglia del gel- 
so : del socio corrispondente canonico Angelo Bellani; 2. Di- 
scorso del socio ordinario cav. Gio. Battista Spina , in cui si 
tocca la materia del censimento e de' miglioramenti agrari! : 
3. Lettera del socio corrispondente prof. Giovanni de Brigno- 
li di Brunoff intorno al dimagramento dei terreni che rispet- 
to al frumento possono operare il formentone e la canapa : 
4- Risposta del socio ordinario e censore conte Domenico Pao- 
li alla lettera pi-ecedenle: 5. Di un foro annonario testé co- 
struito in Senigallia : memoria del socio ordinario e censore 
conte Giuseppe Mamiani della Rovere: 6. Sulla seta de'ba- 
chi educati col gelso delle isole Filippine , lettera del socio 
ordinario conte Antonio Buffoni: 7. Intorno ai meriti lette- 
rarii di Domenico Farini, lettera del socio ordinario e cen- 
sore conte Odoardo Machirelli al marchese Francesco Beldassini 
segretario dell' accademia. 



Memoria intorno alla vita ed alle opere di Donato o Don- 
nino Braììiante. S. Roma dalla tipografia Ferretti i836. 
( Un voi. di pag. 1 13. ) 

xLra cosa ben degna del chiarissimo autore delle vite di Raf- 
faello € del Correggio il darci pur quella del Bramante, lu-- 
me immortale ed onore dell' italiana architettura. E noi vo- 
gliamo di cuor siucci'isàiiuo cuiigiuiularccuc col padre Luigi 



374 V A R I a T a' 

Piingileoni de' minori conventuali , il quale ci ha mostrato con 
ciò una prova novella di quella pratica e diligenza eh' egli 
ha nello scrivere di belle arti. Qni la vita e le opere del Bra- 
mante sono dichiarate in tal modo , che poco vuoisi deside- 
rare di più. Il nome suo fu Donato o Donnino; il padre chiamos- 
si Angelo %liuolo di Renzo del castello di Farneta: la madre 
Vittoria di Pascuccio di monte Asdrubaldo , picciol luogo nel 
contado di Urbino , detto ora Fermignano , là dove l' insigne 
artista nacque e passò gli anni suoi dell' infanzia . 

S. B. 



JNel tomo LXVIII di questo giornale pag. i45 riportossi 
una lettera sopra l' idrofobia del eh. prof. Agostino Cappello, 
uno dei nostri compilatori , diretta al chiarissimo sig. barone 
Malvica a Palermo. In fine di essa /"pag. i56 - 8^ leggonsi 
i tentativi dell' ili. sig. Luigi ToffoH di Bassano comprovanti 
r esseuziale etiologia della spontanea rabbia canina dal Cap- 
pello già cotanto discussa e ragionata. Il sig. Toffoli ha indi 
diretto un opuscolo al romano professore, intitolato: Osserva- 
zioni sopra il rimedio pubblicato in Parigi d'ordine superio- 
re contro r idrofobia , edito in Bassano pel tipi del Basegglo 
nel dì 3o giugno i836. Su di che ci è assai grato di ri- 
produrre le parole con cui il Toffoli chiude l' indirizzo pre- 
messo alle suddette osservazioni .•„ Se questo mio critico esa- 
„ me ad un articolo pubblicato nella capitale della Francia 
non sarà coronato da avventurosi rlsultamenti , avrà almeno 
„ procacciato due soddisfazioni vivissime al mio cuore : la 
„ prima di avere dato un pubblico tributo di alta estimazione 
„ e doverosa riconoscenza al celeberrimo prof. Cappello di 
„ Roma , e la seconda di avere adempiuto ad un sacro do- 
vere di umanità ,,. Ora quasi contemporaneamente ha il sig. 
ToHoU pubijlicalo uu programma di maggiov sua opera , m 



Varietà.* 3^5 

cui a seconda degli im|iorianfissìmi suoi replicati espeiimenli 
spegnerebbesi il terribile morbo della rabbia canina con fa- 
eillssinii mezzi di medica polizia , siccome aveva il prof. Cap- 
pello da più lustri divisato. 

L' opera sarà di circa fogli venti a centesimi venti al fo- 
glio pei signori associati, in bella carta e nitidi caratteri. Le 
associazioni si riceveranno dai principali librai d' Ftalia. 

C. G. 



// libro di L. Anneo Seneca intorno alla Provvidenza reca- 
to in italiano dal" ab. Giuseppe Brambilla . Prat» tip. 
Giachetti i836. 8. ( Sono pag. 24.) 

v^ uel sicuro giudizio del cardinale Gerdil considerando l'uo- 
mo sotto l' impero della legge ha occasione di notare le con- 
traddizioni dell' antica filosofia abbandonata al solo lume del- 
la ragione , e il trionfo dell'ordine aperto alla nuova filosofia, 
che giovasi dei lumi della religione. Ecco le sue parole (i) : 
„ La religione non <Jice che la virtù sia il solo bene dell' uo- 
„ mo : non dice cogli stoici severi che il virtuoso rinchiuso 
„ nel toro di Falaride goda una compiuta felicità : non leva 
„ cogli epicurei le proprie attrattive alla virtù; ma per l'op- 
,, posto ne rileva tutta la bellesza dalla sua conformità all' 
,, ordine della sovrana sapienza , e la propone nello stesso 
„ tempo come un mezzo per giungere alla vera felicità , la 
„ quale nel sommo bene unicamente si trova. La religione va 
,, cosi d' un passo ricuro tra gli estremi , che la filosofia 
„ non ha potuto evitare , e ricolma il genere umano del più 
,, segnalato benefizio conciliando la virtù colla felicità ,, . La 



(i) Ragionamenti fdosofici ( Perugia i85o iu 8 apag. 263.) 



376 Varietà' 

religione concilia eziandio col libero arbitrio dell' uomo le ra- 
gioui della Previdenza divina, senza che si abbia a ricorrere 
alla legge del fato , cui ammettevano i gentili con tanta as- 
surdità ; sino a sottoporre quel loro Giove e gli altri dei al 
giogo del destino. 

La filosofia pagana è tenebre e caligine j la filosofia cri- 
stiana è luce e splendore : questo voleva dirsi ai meno 
esperti leggitori , che pongono gli occhi sulle carte de' clas- 
sici latini : dove e il destino ed una falsa idea di virtù han- 
no luogo. Questo eziandio voleva notarsi innanzi tratto, an- 
nunziando questa versione di un libro di Seneca sulla Prov- 
Tidenza ; affinchè alcuno non consentisse a lodare la morte 
dell' Ulicense , che fu non altro che frutto di viltà di animo 
schiavo delle passioni capitanate da un falso amore di glo- 
ria : né fosse mai clie nella luce dell' età nostra a quell' idea 
di un cieco destino si piegasse , ed alle altre stranezze della 
stoica filosofia : oggimai bandite al raggio di vera scienza. 

Quanto alla sostanza del libro , chi ha veduto 1' opera 
di Plutarco sui Ritardi della giustizia divina può far ragio- 
ne di trovare in questa lettera di Seneca a Lucilio molta 
conformità di pensieri. Quanto alla versione , se non parrà 
troppo studiata e troppo fatta allo specchio dell' originale 
(in quella maniera secca e minuziosa del Gordovcse) , sarà 
grata non meno alle orecchie, che allo menti italiane. Di che 
sarà esempio il tratto , che vogliamo riferire , a conforto del- 
le nostre parole (i) . 

„ La memoria mi conia queste altre animose parole di 
„ quel fortissimo petto , che è Demetrio: Di ciò solo posso, 
,, o Dei, querelarmi , che non vi siete aperti meco ini.'anzi; 
,, perocché mi sarei già bello ed acconcio alla ckiaraata , a 
,, cui eccomi adesso. Volete i figli ? a voi li crebbi .• qualche 
,, membro del corpo ? abbiatelo. Non prometto gran cosa ; 

(i) a pag. 19. e sog. 



Varietà.' 377 

,, presto dovrò lasciar tutto. Volete voi l'anima? Or tene, 
,, non indugerò a restituirvi il vostro dono , e avrete clieccliè 
,, altro alle belle. Glie m' è per questo ? avrei piuttosto vo- 
„ luto offerire , che rendere. A elle spogliarmi , se avreste 
,, potuto ricevere da me ogni cosa? Quantunque né ora ni e 
„ né spogliate, perchè niente s'invola a chi ne fa copia a 
,, grembo aperto. A nulla sono sforzato , nulla patisco fuor- 
,, voglia , né servo a Dio, si me gli aggiusto : e tanto più 
,, volentieri , perchè m' è noto tutte le cose avvenire per Icg- 
,, gè immutabile eterna ,,. 

Il signor Prospero Viani di Reggio , che di buone let- 
tere è compiuto , ha dato al pubblico questa edizione del vol- 
garizzamento , di cui parliamo . Né era da tacersi , a te- 
stimonio di grato animo . 

D. Vaccouni 



NTHIL OnSTAT 

Aeni. Jacopini Gens. Theol. 

NIHIL OBSTAT 

Petrus Lupi Mcd. Coli. 

NIHIL OBSTAT 

Petrus Odescaìchi Gens. Phil. 
NIHIL OBSTAT 

F. Sorgenti Censor Philolog. 

IMPRIMATUR 

Fr. Dom. Buttaoni O. P. S. P. A. Mag. 

IMPRIMATUR 

A. Piatti Archiep. Trapezum. Vicesg. 




379 

INDICE 



DELLE MATERIE CONTENUTE NEL TOM. LXIX 
DEL GIORNALE ARCADICO. 



I 



SCIENZE 

Cardinali , l^uovo gelso delle isole Filip- 
pine, p. 3 — 

Intorno alla cassa romana di risparmio, p. il -^ 

Guzzoni , Collezione delle cause celeberri- 
me, p. 2H — 

Conti ^ Sulla febbre puerperale. p. ò^ rr^ 

Principe di Musignano , Tavola analitica dei 
chelonii o testuggini. p. 54 — 

Pianciani , Saggio su fenomeni d'induzio- 

ne magneteleitrica. p. — 207 

Barlacci , Lezioni di fìsica sperimentale 

i T. I.) p. ^ 286 

Sanguinetti ^ Centuria^ tres prodromo flo- 

rae romanae addendae. p. — 296 

LETTERATURA > 

Costa , Arte poetica. p. 65 ^^ 

Bandettini , Poesie estemporanee. p. T9 — 



38a 

Cardinali , Alcune recenti opere italiane di 
archeologia. p. 105 — 

Papalini , Canio sull'esilio di Dante, p. i28 — 

Montanari , Discorso detto in Pesaro 
in occasione de premi distribuiti nel 
1835. p. 133 - 

Cardinali , Diplomi imperiali di privilegi ac- 
cordati ai militari. p. ih\ — 

Tinelli^ Carmina. p. i5B — 

Montanari^ Lettera intorno un ode di Orazio 

tradotta da CI. Morelli. p. 1G4 — 

p^accolini , Osservazioni sul hello. Art. VII 
e Vili. p. i:4 — 

Serasa ., Arte di goder sempre. p. i8'3 — 

Mordaniy Pite degl'illustri ravegnani ( conti- 
nuazione ). /?. 192 — 

Atti della pontificia accademia romana di ar- 
cheologia. Tomo VII. p. — 3ii 

Betti , Lettera a Clemente Cardinali. p. — 34^^ 

BELLE ARTI 



Gerardi , Vita di Matteo Kessels sculto- 
re, p. 220 - 

Podesti , Discorso agli alunni dell' accade- 
mia romana di S. Luoa. p. 236 — 



38f 

Astolfi , Cenno istorico e critico sulla vita e 
sulle opere di Francesco Mbani pitto- 
re, p. — 3S4 

Porta di S. Sabina. p. — 363 

yarietà. 

Tavole Meteorologiche. 




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INDICE DELLE MATERIE 
Contenute nel volume I69. 






SCIENZE 

Pianciani , Saggio su' fenomeni d'induzione 
magnetelettrica. p. aSy 

Barlocci , Lezioni di fisica sperimentale 
( T. I. ) p. 286 

Sanguinetti , Cenluriae tres prodromo florae 
romaaae addendae. p. 296 

LETTERATURA P- 

Atti della pontifìcia accademia romana di 

archeologia. Tomo yil. p. 3it 

Betti , Lettera a Clemente Cardinali. p. 347 

BELLE ARTI 

Astolfì , Cenno istorico e critico sulla vita e 

sulle Opere di Francesco Albani pittore, p. 354 
Porta dj S. Sabina. p. 363 

Varietà . 
Tavole Meteorologiche. 









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GIORNALE 

ARCADICO 

DI SCIENZE , LETTERE , ED ARTI 
VOL. 170, ni, 172. 





GIORI>ALE 



DI SCIENZE LETTERE ED ARTI 



TOMO LXX. 



GENNAIO, FEBBRAIO, E MARZO 



183T, 




R o ai A 

TIPOGRAFIA DELLE 13ELLE AIVTI 
1C57. 



1 Hi v-'-^ jit', • 



llf 
DIRETTORE DEL GIORNALE ARCADICO 

S. E. il si'g. principe D. PIETRO ODESGALCHI, 
memLro del collej»io filologico dell'università ro- 
mana, socio ordinario della pontificia accademia 
di archeologia, censore di arcadia ec. 



COMPILATORI 

BETTI SALVATORE, professore e segretario per- 
petuo dell'insigne e pontificia accademia di S. Lu- 
ca, socio ordinario e censore della pontificia ac- 
cademia di archeologia. 

BIONDI mai'chese commendatore LUIGI, presiden- 
te della pontificia accademia romana di archeo- 
logia, soprintendente generale degli studi di bel- 
le arti in Roma per S. M. il re di Sardegna , 
censore di arcadia. 

BORGHESI cav. BARTOLOMMEO, accademico del- 
la crusca. 

CAPPELLO prof. AGOSTINO, già medico consu- 
lente di Leone XII, membro della conurcuazio- 
ne suprema di sanità. 

CARDINALI CLEMENTE, consigliere governativo 
della legazione di Vellctri. 

CARPI PIETRO, professore di mineralog^ia e mem- 
bro del collegio medico dell'universitU romana. 

DE-CROLLIS DOMENICO, dottore in medicina. 

FOLCllI GIACOMO, professore d'igiene, di tera- 
peutica generale e di materia medica, membro 
del collegio medico dell'università romana, e del- 
la congregazione suprema di sanità. 

GERARDI FILIPPO, dottore in legge. 



IV 

POLETTI LUIGI, professore residente e cattedra- 
tico coadiutore di architettura pratica dell' insi- 
gne e pontificia accademia di S. Luca, professore 
ordinario nell' ospizio apostolico di s. Michele, 
professore onorario della R. accademia delle bel- 
le arti di Modena, socio ordinario della pontifi- 
cia accademia di archeologia. 

TONELLI GIUSEPPE, dottore In medicina. 

VISCONTI cav. PIETRO ERCOLE, commissario 
delle antichità romane, presidente del museo ca- 
lli telino , segretario perpetuo e socio ordinario 
della pontificia accademia romana di archeologia. 



COLLABORATORI 

DEL GIORNALE ARCADICO 



Al 



lNTALDI marchese Antaldo, consigliere della le- 
gazione, a Pesaro. 
ANTINORI marchese Giuseppe, professore, a Pe- 
rugia. 
ARMARGLI conte Leopoldo, giureconsulto, a Ma- 
cerata. 
ASTOLFI avv. Angelo, a Bologna. 
BARLOCCI Saverio, professore e membro del col- 
legio filosofico dell'università, segretario del con- 
sìglio amministrativo degli acquedotti, in Roma. 
BELLENGHI monsig. D. Albertino, benedettino-Ca- 
maldolese, arciv. di Nicosia, consultore delle sa- 
cre congregazioni de'vescovi e regolari, dell'indi- 
ce e degli aflfari ecclesiastici straordinari , socio 
ordinario della pontificia accademia di archeolo- 
gia, in Roma. 
BIANCHINI Antonio, segretario della società degli 

amici delle belle arti, in Roma. 
BRIGHENTI Maurizio, ingegnere, a Rimino. 
BRIGNOLI di BrunofF Giovanni, professore, a Mo- 
dena. 

BONAPARTE S. E. D. Carlo, principe di Musigna- 
no, in Roma. 

CAMILLI Stefano, a Viterbo. 

CAMPANARI Vincenzo, in Roma. 

CANxVLI Luigi, professore e bibliotecario, a Pe- 
rugia. 

CANONICI FACHINI marchesa Ginevra, a Ferrara. 

CANTALAMESSA CARBONI Giacinto, in Ascoli. 

CASSI conte Francesco, a Pesaro. 



ri 

CECILIA Gio. Francesco, in Roma. 

CIAMPI cav. Sebastiano, a Firenze. 

CONTI ab. Andrea, presidente del collegio filoso- 
fico dell'università, in Roma. 

CONTI dott. FILIPPO, medico, a s. Anatoglia di 
Camerino. 

COPPI ab. Antonio, socio ordinario della pontifi- 
cia accademia di archeologia, in Roma- 

CORDERÒ DI S. QUINTINO cav. Giulio, membro 
della reale accademia delle scienze, a Torino. 

DE-LUGA ab. Antonino, in Roma. 

DIONIGI ORFEI Enrichctta, in Roma. 

DUMOUGHEL padre Stefano, della compagnia di 
Gesù, astronomo del collegio romano, in Roma, 

FARI MONTANI Francesco, in Roma. 

FERRUCCI avv. Luigi Crisostomo, a Lugo. 

FERRUCCI Michele, professore, a Ginevra. 

FIORINI Mazzanti Elisabetta, a Terni. 

FOLCHI cav. Clemente, consigliere dell' insigne o 
pontificia accademia di s. Luca, ingegnere ispet- 
tore membro del consiglio d'arte, ingegnere del- 
la s. congregazione delle acque, membro della 
commissione consultiva delle belle arti , archi- 
letto del sacro tribunale della consulta, in Roma. 

FONTANA cav. Pietro, a Spoleto. 

FRANCESCHI FERRUCCI Caterina, a Ginevra. 

GUADAGNI avv. Francesco, membro del collegio 
filologico dell' università , socio ordinarlo della 
pontificia accademia di archeologia, in Roma. 

GUZZONI DEGLI ANCARANI Carlo, in Roma. 

JONII avv. Lodovico, giudice, a Norcia. 

LABUS dott. Giovanni, a Milano. 

LAMPREDI ab. Urbano, a Napoli. 

MAI raonsig. Angelo, protonotario apostolico, pre- 
lato domestico, segretario delle ss. ce. di propa- 



VII 

gainda fide e della correzione de'llbri della chie- 
sa orientale, segretario dell'accademia teologica, 
consultore delle ss. ce. dell' inquisizione e dell* 
indice, membro del collegio filologico dell'uni- 
versità, e della pontificia accademia di archeo- 
logia, in Roma. 

MAL VIGA barone Ferdinando, socio ordinario del 
reale instituto d'incoraggiamento, a Palermo. 

MAMIANI DELLA ROVERE conte Giuseppe , a 
Pesaro. 

MARCOTULLI dott. Luigi, medico, a Sezze. 

MASSARO' avv. ab. Antonio, in Roma. 

MORDANI Filippo, a Ravenna. 

MONTANARI Giuseppe Ignazio, professore, a Pe- 
saro. 

MORICHINI monsig. Carlo Luigi, referendario del- 
l' una e dell' altra segnatura, ponente del buon 
governo, prelato aggiunto alla s. e. del concilio, 
abbreviatore sopranumero del parco maggiore , 
pro-presidente dell' ospizio apostolico di s. Mi- 
chele, in Roma. 

MUZZARELLI monsig. Carlo Emmanuelc, prelato 
domestico, uditore della sacra rota, in Roma. 

Nx'VRDI ab. Luigi, bibliotecario, a Rimino. 

ODDI Giuseppe, professore e membro del collegio 
filosofico dell'università, in Roma. 

PAOLI conte Domenico, a Pesaro. 

PERKTTI Pietro, professore, in Roma. 

PERUZZI monsig. Agostino, rettore dell'università, 
a Ferrara. 

PIANGIANI padre Gio. Battista , della compagnia 
di Gesù, professore nel collegio romano, mem- 
l)ro del collegio filosofico dcll'universira, in Roma. 

PUCCINOTTI dott. Francesco, medico, in Firenze. 

PUNGILEONI padre maestro Luigi, minore con- 



vili 

ventuale, consultore delle sacre congregazioni de' 
vescovi e regolari e de'riti, in Roma. 
RAMBELLI Gio. Francesco, a s. Giovanni in Per- 

siceto. 
RANALLI Ferdinando, in Roma. 
RICCARDI dott. Gregorio, medico, in Roma. 
RICCI marchese cav. Amico, a Macerata. 
ROVERELLA conte Gio. Antonio, a Cesena. 
SALVI cav. Gaspare, ex-presidente e professore di 
architettura teorica nell'insigne e pontificia ac- 
cademia di s. Luca, ingegnere ispettore membro 
del consiglio d'arte, membro del collegio filosofi- 
co dell'università, architetto de'ss. palazzi aposto- 
lici e del sacro tribunale della consulta, in Roma. 
SANTARELLI michele, professore, a Macerata. 
SANTUCCI ab. Loreto , custode generale emerita 
di arcadia , membro del collegio filologico dell' 
università, incaricato di affari della santa sede 
presso la corte di Toscana. 
SCLOPIS di Salerano conte Federico, membro del- 
la reale accademia delle scienze, a Torino. 
SORGONI dott. Angelo , medico comprimario , a 

Narni. 
TORTOLINI ab. Barnaba, professore, in Roma. 
VACCOLINI Domenico, professore, a Bagnacavallo. 
VALDRIGHI conte Mario, a Modena. 
VENTUROLI prof. Giuseppe, presidente del con- 
siglio d'arte pei lavori di acque e strade, membro 
del collegio filosofico deiruniversita, in Roma. 
VERMIGLIGLI cav. Gio. Battista, professore, di^ 

rettore del museo di antichità, a Perugia. 
VESCOVALl Luigi, socio ordinario della pontifi- 
cia accademia di archeologia, in Roma. 
VIOLA Sante, a Tivoli. 
VOLPICELLI doti. Paolo, professore, in Roma, 



SCIENZE 



Questioni di medicina legale secondo lo spirito 
delle leggi civili e penali veglianti nei governi 
d'' Italia. Del doti. Giacomo Barzellotti già P. P. 
di medicina legale ec. nella I. e R. università 
di Siena^ e ora di medicina pratica in questa 
I. e R. di Pisa : opera rifatta da esso sulla for- 
ma antica e portata a livello delle cognizioni 
attuali. Edizione 3 pisana^ e 2 italica. Tom. I 
pag. 293, 2'om. Il pag. 702. Pisa 1835. 



V. 



arie e ben giuste ragioni, che qui non è luogo a 
ridire, hanno mosso il chiar. N. A. ad accingersi ai 
rifacimento totale dell'opera, affin di rettamente ele- 
varla al livello de"* lumi attuali e delle opere pia 
odierne di medicina legale. Saggio avviso egli è sta- 
to codesto, giacche per tal modo senza deturpa- 
mento di altrui innesti, o di troppo distraenti an- 
notazioni, possediamo ricca di tutte le più recenti 
cognizioni un' opera, che pel complesso dei suoi 
pregi crasi di già meritata il novero di tante piìi o 
men rapide edizioni. Lasciò intatta la forma del 
suo lavoro l'egregio prof. Barzellotti, ma la mole 
ne venne notevolmente aumentata in libri, capitoli 
o quistioni, paragrafi e formole: e tutto ciò nell'or- 
dine seguente. Di sedici capitoli è accresciuta l'at- 
tuale edizione, ed in questa il numero delle formo- 



2 Scienze 

le negli appendici eguaglia quasi quello tic' 50 ca- 
pitoli medesimi: laddove nelle altre corrispondeva 
il numero delle formolo a quello dei libri. Un sesto 
libro si è aggiunto al cinque libri che compone- 
vano l'opera per lo passato, e gravissima materia 
in esso discutesi, quella cioè dei contagi^ che il N. 
A. confessa di avere ingiustamente omessa nelle 
precedenti edizioni. Infra le nuove quistioni, e di- 
lucidazioni nuove tutte antiche de' primi cinque 
libri varie ne veggiamo noverate, delle quali non 
si era tenuta in essi menzione. Così nuova nel pri- 
mo libro emerge quella sulle epoche della vita: al- 
tra nel secondo risguardante le ricerche medico-le- 
gali su' cadaveri, in cui iniziato sia il processo pu- 
trefattivo sì sopra come sotto terra o in qualsiasi 
altro mezzo. Grave e necessaria questione! che ha 
mosso a' dì nostri il foro a commettere ed i periti 
ad eseguire con isperanza di successo infra la pu- 
tredine e le ceneri la ricerca della causa della mor- 
te, tanto più che le odierne animose indagini ne 
hanno mostrata talvolta la certezza, e spesso la pos- 
sibilità. Nuova questione pur discutesi nel libro 
terzo, di gran lume ai periti ed al foro, sul conto 
delle simulazioni e dissimulazioni dei vizi fisici on- 
de esimersi per essi da'doveri sociali, come dalle 
imputabilità criminali: nuove quistioni figurano da 
ultimo aggiunte nel quarto libro, atte a dilucidare 
i venefici ed a risolvere le materie dei casi pria 
non contemplati; e nel quinto, in cui il subietto 
dei ferimenti ed omicidj ha ricevuto latitudine ed 
incremento proporzionato a quello che lia conse- 
guito la scienza chirurgica: e sonosi pur le antiche 
questioni lumeggiate con de' casi sotto ogni rap- 
porto per giudicar meglio che in addietro della Io- 



Questioni di 3iedicina legale 3 

tallta delle ferite. Ne qui è ad omettersi la qui- 
stione afifatto nuova, che il N. A. vi ha posta a di- 
samina; cioè se sopra il ritrovamento di reliquie 
animali, sìeno ossa, sangue ec. , si possa per qual- 
che mezzo stabilire se alla specie umana apparten- 
gano o a quella di altri animali, e nel primo caso 
se siano di uomo o di donna. Tultociò abbiamo 
brevemente posto sott' occhio dei leggitorr, onde 
metterli nel grado di apprezzare il giusto valore 
di xin' opera pressoché intieramente rifusa ed illu- 
strata dalfistesso autore dopo il lasso di circa 18 
anni, cui stava ben a cuore il pubblicarla pììi sce- 
vra da mende e da omissioni , e più ricca di lumi 
e cognizioni di scienze e di fatti. In conferma quin- 
di della giusta preminenza che sulle altre edizioni 
alla presente si debbc, avremmo dovuto, tutt'i sin- 
goli paragrafi e capitoli percorrendo, di tutti esibir- 
ne contezza. Ragion però di brevità vietandoci co- 
tale impresa, ristringeremo l'attuale sunto alla con- 
templazione delle aggiunte quistioni teste enuncia- 
te, offrendone un quadro non molto prolisso, ma 
sufliciente a far conoscere l'alto pregio che le di- 
stingue. 

La questione prima del primo libro , il cui 
titolo si è, come ognun sa, quello di Jfrodisiologla 
o f^enere forense^ è la prima delle nuove nell'àl- 
lual edizione aggiunte, siccome superiormente di- 
cemmo. Scopo di essa egli è il discutere „ se sì 
„ possa stabilire con qualche precisione, per lume 
„ del foro , ogni epoca della vita umana dall' in- 
„ cominclamento dello sviluppo del germe nell'ule- 
„ ro o dalla concezione al progressivo suo iiicre- 
„ mento, e dopo la nascita liuo alla decrepitezza e 
„ morte senile. „ Come quistione sulla scienza delle 



4 Scienze 

epoche della vita, omessa in pria dal N. A., quan- 
tunque ( com' egli pur attesta ) non trasandata dal- 
lo stesso Paolo Zacchia da lui assunto per Mento- 
re del suo aureo lavoro, presenta le dovute distin- 
zioni delle epoche della vita uterina da quelle che 
incominciando dalla nascita dell'uomo fino alla mor- 
te senile di questo protraggonsi. Rettamente infat- 
ti si tennero ben meritevoli di esser valutate le co- 
noscenze di quest'epoche, le quali nella vita uteri- 
na, divisa in quella di concepimento, di embrione, 
di feto abortivo, di feto che non può vivere, di fe- 
to vitale immaturo, e di feto maturo o nonimestrc, 
occuparono sì gli anatomici come gli odierni fisio- 
logi in istudiare ed osservare i vari casi, raccoglie- 
re e conservare i prodotti della generazione uma- 
na dai primordi infino all'ultima delle epoche del- 
la vita uterina. I caratteri di ciascun' epoca di es- 
si, quali già son riferiti in tutte le piìi recenti ope- 
re di medicina legale, e quali ebbe il N. A. la op- 
portunità di vedere nei piìi celebri gabinetti ana- 
tomici di Europa, son quivi con accuratezza con- 
trasegnati dietro le vedute del laborioso Hallcr, di 
Buifon, di Levret, di Rolando, di Berne, d! Orfi- 
la, di Mascagni e di Magendie. Distinto dopo 115 
primi giorni circa dal concepimento, secondo l'av- 
viso del Rolando, lo stato di embrione, e pervenuto 
per lo sviluppo di lunghezza, di peso e di visibilità 
di rudimenti alla prima sua epoca di esistenza o di 
vita, se per violenza o per causa qualunque maliziosa 
venisse espulso dall'utero materno, nessuno riguar- 
derebbe questo atto come indilfcrentc per le leggi, 
dice il N. A., e quindi non quistionabile ne impuni- 
bile pel foro. Rapidissimo è l'incremento deircm- 
brione dopo quest'epoca prima: ed avvicinatosi ai 



Questioni di medicina legale 5 

tre mesi, cessa di appartenere aircmbrione, ed assu- 
me il carattere di feto. Infra il terzo ed il quarto me- 
se corre il feto un rischio naturale o di esser esclu- 
so dall'utero: ed è per questo non istraordinario ac- 
cidente che l'Haller chiama questa epoca quella de- 
gli aborti. Deve su di essa il perito fiscale esser vi- 
gilante, onde non resti confuso uno sforzo sponta- 
neo dell' utero sul feto con una violenza crimino- 
sa esercitata suU' utero , e quindi non equivochi 
una causa naturale con una maliziosa. Perfeziona- 
to ancor non è al compir del sesto mese lo svilup- 
po del feto in tutti gli organi ed in tutte le par- 
ti: „ Non facendosi tampoco la secrezione degli umo- 
„ ri più importanti, come la saliva e la bile ec. 
„ per gli offici della digestione e chilitìcazione, se 
„ per avventura l'espulsione del feto dall'utero ac- 
„ cada a quest'epoca, debbo dirsi sempre abortiva-^ 
„ perchè il feto venuto alla luce non può vivere 
„ od esser vitale, checche ne dicano certi autori, 
„ che abbian potuto vivere dei feti di 160, 170 
„ forse di 180 giorni; e saviamente scrivevano ì 
„ famosi giurisperiti Polibo ed Ulpiano, che non 
„ si tenesse per vitale un feto che nato fosse pri- 
„ ma di 181. Quindi le leggi romane hanno fis- 
„ sato la vitalità dei feti o la capacita a vivere ai 
„ 180 giorni compiti, o al giorno susseguente. An- 
„ che l'Haller, la cui autorità è mai sempre di gran 
„ peso nell'arte come nel foro, sostiene che un fe- 
„ to, il quale non abbia compiuto nell'utero 180 
„ giorni, debba aversi per abortivo (1). 



(I) Ci permetta qui il dottissimo prof. Barzcllotti di soggiu- 
gnere, che qualche poco più di peso avrebbero meritalo i razio- 
cini non solo, ma i falli con tanto buon senno ed irrefragabili do- 



e Scienze 

Con non minor solerzia e precisione insiste il 
N. A. in descrivere i segni tutti, che distinguer ci 
fanno i feti dall'epoca del sesto mese compiuto fi- 
no al termine del nono, in cui avviene il perfet- 
to loro sviluppo nell'utero , o tutto quello di cui 



cumenti raccolti e discussi dall'egregio cav. Meli nella sua Giu- 
risprudenza medica sulla vitabilità de' figli nati prima del setti- 
mo mese e sui loro diritti civili ec. E quand' anche si volesse 
per un momento fare astrazione dal peso delle riflessioni sebbe- 
ne gravissime ivi inserte intorno alle eause acconce a promuove- 
re un celere naturale sviluppo dei feti nell'utero, intorno alle 
favorevoli circostanze di cotale sviluppo, per le quali le azioni 
degli organi vitali possono continuare nei feti venuti innanzi tem- 
po alla luce ; intorno alle così dette compensazioni fisiologiche, 
con le quali tende la natura a serbar la vita dei feti anticipata- 
mente nati; intorno alla influenza dei fisici agenti al serbamenlo 
della vita positiva di questi feti; quando in somma ridurre si vo- 
lesse al silenzio lo spirito delle argomentazioni teorico-fisiologi- 
clic, sarà giuoco forza ascoltare la voce della esperienza maestra 
di tutte le cose, la voce del fatto. Su di che ce ne appelliamo a 
quanto lo stesso chiarissimo Barzellotti scrive su tal subietto al §. 
CXIX pag. I27.„ Ma quando un solo caso ben avverato vi fosse del- 
,, le une come delle altre nascite , cioè che questi feti precoci 
„ e serotini abbian potuto vivere, questo solo sarebbe sufficiente 
,, per ammetterle e non rifiutarle. Ora non uno ma più di que- 
„ sti casi sono stati raccolti, che non possono mettersi in dubbio „ 
Si, aggiugueremo, non uno, ma più casi di parti avvenuti in- 
nanzi r epoca di i8o giorni si contano per constatati; non sarà 
dunque di tanto lieve peso 1' opinione di varj scrittori che am- 
mettono la vitabilità dei feti prima dell'epoca or divisata. Robo- 
reggiano questo asserto anche alcune sanzioni ed interpretazio- 
ni di leggi. Mentre perù non intendiamo portar decisione in con- 
troversia siffatta, abbiani ritenuto come debito d' imparzialità , 
senza menomare la estimazione utilissima che per il preclaro 
prof, di Pisa abbiamo costantemente nutrita e nutriamo, come 
debito d'imparzialità il rammentare ai leggitori del presente sun- 
to il valor delle ragioni che assistono i varj famigciati scrittori , 
che non risguardauo per abortivi i feti venuti alla luce pria dei 
i8o gloriai compiuti. (Il Compii) 



Questioni di medicina legale 7 

in esso possono esser suscettibili. Precoce^ imma- 
inro^ anticipato^ seLhcne non abortivo, e capace di 
campar la vita, riguardato venne il parto che si 
eifettuò all'epoca del compimento del sesto mese: 
la lunghezza ed il peso del feto , le proporzioni 
delle tre cavita. Io stato del tessuto cutaneo e cjucl- 
lo dei vìsceri si rimarcano opportunamente deli- 
neati. Le stesse norme son seguite dal N. A. nella 
descrizione dello stato delle parti negli altri mesi 
susseguenti , senza omettersi menzione del tessuto 
osseo a forma delle interessanti osservazioni che 
possediamo dopo i tempi dellTIaller, non che del- 
le varie dimensioni del cranio, e dei riscontri final- 
mente da trarsi dalle appartenenze del feto nella 
sua vita uterina. 

In altri due separati articoli ci parla quindi 
il N. A. delle epoche della vita estrauterina, distin- 
te in quelle della nascita, dell'allattamento, della 
dentizione, o della prima e seconda puerizia^ dell'a- 
dolescenza, pubertà, giovinezza, maturità, vecchiaia, 
e decrepitezza; epoche fondate nelle successive ri- 
voluzioni cui soggiace il corpo umano, epoche in- 
dicate dalle proprie caratteristiche o segni distin- 
tivi che successivamente le determinano. L'esisten- 
za indipendente, che il feto nella sua emancipazio- 
ne dal seno materno assume, è opera della prima 
rivoluzione, che ben lascia le marche dell'epoca in 
cui e accaduta, onde per esse potersi la medesima 
conoscere e stabilire. Preziose nozioni qui abbia- 
mo per la soluzione dei varj casi, che risguardar 
possono lo scopo forense. Lo stato del cordone om- 
bilicale vien preso in sulle prime a disamina be- 
ne scrupolosa onde regolarne, pe' segni che offre , 
r epoca della nascita del feto , e se vivo o morto 



8 Scienze 

sia questo uscito dall' utero materno. Conseguita 
quindi la considerazione del distacco o disquama- 
zione della cuticola, secondo 1' ordine con cui si 
scorge avvenir nelle parti. Sussiegue la descrizio- 
ne accurata dei segni meno equivoci, che additar 
possano 1' epoca della morte del feto, cioè lo sta- 
to delle due aperture o dischiuse o più o meno 
obliterate, cioè del forame ovale e del canale ar- 
terioso. Fa stima il N. A., che i gradi di ristrin- 
gimento di queste due comunicazioni dopo la na- 
scita, la figura e posizione loro rappresentano per 
avventura i giorni di vita che può aver menati il 
feto dopo la sua uscita dall'utero, o stabilir quel- 
li della distanza che vi è passata dopo la morte. 
Bernt ha proposto un termine di paragone per 
meglio giudicarne ; ma Orfila non ne fu pago, 
avendo rinvenuto delle anomalie nelle osservazio- 
ni dello scrittore alemanno. Siccome però la na- 
tura nel processo della ossificazione osservasi mol- 
to regolare e costante; cosi dati meno equivoci 
questa ci somministra nello stato di ossificazio- 
ne delle varie parti dei feti per meglio determi- 
nare le epoche della vita loro o della morte, astra- 
zion fatta per altro dalla ossificazione ed eruzio- 
ne dei denti, la quale per se sola render si po- 
trebbe ingannevole. Pili manifesta e riflessibile si 
è dai due ai sette anni la progressiva ossifica- 
zione, r andamento di cui nelle varie parti va 
successivamente descrivendoci il N. A. unitamen- 
te alle dimensioni del tronco e delle estremità , 
accompagnando cosi l'umano organismo per il cor- 
so delle varie epoche della vita fino alla decre- 
pitezza. 

Innanzi di abbandonare il primo libro dispen- 



Questioni di medicina legale 9 

sarci non possiamo <lal prevenire i lettori, che fe- 
deli a quanto superiormente dicemmo, di limitare 
cioè il nostro discorso alla contemplazione delle so- 
le aggiunte questioni o capitoli, non saremo per in- 
tertenercl nelle altre ove pur sì rimarcano impor- 
tanti dilucidazioni sulle materie già discusse nelle 
precedenti edizioni. Soltanto qui soggiungeremo , 
che in tutti i capitoli ed articoli Hgurano sempre 

le accurate addizioni clic muovono dalle piìi estese 
conoscenze clic la medicina ha in ispecie consegui- 
to per opera de' progressi ulteriori delle scienze 
ausiliarie. Ghiudesi questo libro in Xlt questioni 
diviso con una istruttiva appendice, in cui parlasi 
degli atti-niedlcolegali rlsguardantl le questioni che 
vengono provocate su i casi medico-legali, e si ac- 
cenna alla varietà del titolo piìi opportuno da dar- 
si a slmili atti giuridici, come or di rapporto^ or 
di autossia cadaverica^ or di parere^ or di perizia 
legale^ or di referto a norma delle materie che li 
risguardano, riservando il nome di consigli sani- 
tarii a ([uelli che esprimono gli atti relativi alle ma- 
lattie contagiose. Esposte quindi le condizioni ch'e- 
sigonsl perchè sieno questi atti precisi , ciliari^ e 
veritieri^ in una parola perfetti, ed esposte le quat- 
tro parti delle quali costar deve un atto perchè sia 
tale, cioè perfetto, sussieguono dodici moduli di for- 
mule speciali di rapporti, che alle discusse questio- 
ni del primo libro appartengono. Risplende in que- 
sti la chiarezza, la precisione, nulla v'ha di super- 
fluo; si richiamano opportunamente alTatto prati- 
co le discusse cognizioni anatomiche e teoretiche; 
cosicché tener giustamente si debbono per esatti 
modelli da imitarsi nella varietà delle circostanze 
che presentar si possono al perito. Dell' epoca del- 

G. A. T. LXX. 2 



40 Scienze 

la vita del feto immaginato esposto trattasi nel pri- 
mo modulo : sulla capacità o incapacità al coito 
ed alla concezione aggirasi il secondo: sulle mO" 
struosità ed ambiguità di sesso, il terzo: sulla po^- 
tenza ed impotenza al matrimonio^ il quarto; sul' 
la verginità^ il quinto, o se dessa esista o sia sta" 
ta tolta', risguarda il sesto la gravidanza simulata 
o dissimulata', il settimo V aborto palese ed occul~ 
to-, alla questione sopra i parti precoci e serotini 
allude l'ottavo; a quella sopra le superfetazioni il 
nono; prende di mira il decimo, la condotta degli 
ostetrici nei casi di parti laboriosi in cui trovasi 
in pericolo egualmente la madre, che il figlio-, sul" 
la vitalità del feto verte il penultimo, mentre l'ul- 
timo risguarda le sottrazioni, sostituzioni di bam^ 
bini, o simulazioni d^ individui che si assomigliano. 
Nel secondo libro, che ha per titolo embiolo- 
gia forense, ovvero vita ecclissata, o distrutta, ren- 
desi hen manifesto il rifacimento dell'opera del N, 
A., poiché vi rimarchiamo l'addizione dell' ultimo 
capitolo, ch'è l'ottavo, risguardante i processi ca- 
daverici, siccome in sulle prime esponemmo, ed 
oltre a questo un aumento e suddivisione dei pri- 
mi tre precedenti sopra la edizion prima del lavo- 
ro. Ragion vuole perciò che alcun che di simili il- 
lustrazioni si accenni, essendoché argomenti e no- 
zioni di sommo pregio ed interesse contengono. La 
vita umana, fin dal suo incominciamento nell' u- 
tero materno, nel suo sviluppo, nella nascita del 
feto, e successivamente in tutto il suo corso, per 
opera di alcune cagioni o interne e naturali, o ester- 
ne od anche dolose, può rimaner sospesa nell'eser- 
cizio delle funzioni che la rappresentano, e distrut- 
ta eziandio nei principj e fonti da cui emana, pri- 



Questioni di medicina legale 1 1 

ma clic venga meno per la etk, o resti per essa 
annichilata e distrutta. Ne \al solo pe' feti o pei 
neonati cotale discorso , giacche può agli adulti 
egualmente applicarsi» i quali si per 1' uno come 
per l'altro ordine di cause possono nell'apparente 
come nella vera morte incorrere. Incombe perciò 
alle persone dell'arte il conoscere questi due stati 
della vita così facili ad essere scambiati l'uno per 
l'altro, perchè similissimi tra loro. La verificazio- 
ne di questi stati, ove commettasi dal fisco, esige 
non solo che sieno dai periti posti in uso quei mez- 
zi che l'arte medica prescrive, onde richiamare in 
vita gl'individui dalla morte apparente se tale sia, 
o assicurarsi della vera se possa essere avvenuta, 
ma esige pur anco che vengano poste in chiaro le 
vere cagioni dalle quali siano state condotte queste 
vittime air uno o all'altro stato, cioè se naturali 
sien desse, accidentali o maliziose. La soluzione di 
questo caso generale forma lo scopo del primo ca- 
pitolo o questione: sapere insomma se esiste la vi- 
ta sotto le apparenze della morte, o se quella sia 
veramente cessata; e se fra le cause, che all'una o 
all'altra abbiano dato luogo, alcuna se ne possa ri* 
conoscere che dia suspicione o chiarezza di frode 
o delitto. 

A vie meglio illustrare il suo assunto incomin- 
cia il N. A. collo spargere nozioni isloriche, legisla- 
tive e teoretiche sulla vita e sulla morte. Questa 
che pria dal sonno, poscia dal deliquio, dall'asfis- 
sia, e dalla sincope viene con tanta maggior veri- 
tà simboleggiata, fece fin dai rimoti tempi adotta- 
re riti ed usi religiosi che con molta erudizione 
ci vengono quivi ricordati, e che tenevano luogo 
dei mezzi in oggi posti in uso per assicurarsi se 



12 Scienze 

apparente o se vera fosse la morte. Ila V odierna 
osservazione raccolto segni più o mcn valutabili per 
iletliirre V esistenza della vita sotto le sembianze 
della morte; e dall'altro lato la recente esperienza 
ha rinvenuto mezzi più o meno efficaci, se estin- 
ta non sia, per richiamarla all'azione o ricondur- 
la all'ordinario csert;izio. Si dei primi come dei se- 
condi discende a favellare il N. A. dopo aver pre- 
messo, consistere a suo parere la vita neWesercizio 
(Ielle funzioni vitali , e che atto manifesto delle 
facoltà vitali si definisce dal eh- prof. Medici; chia- 
misi pur biotico con alcuni, imponderabile con al- 
tri; o espressamente elettrico quel vital principio 
che dk air organismo la facoltà alla vita. E stata 
però sempre malagcvol cosa il determinare pei 
segni esterni la sospensione di questo esercizio o 
atto, cioè la morte apparente senza confonderli con 
quelli della vera morte, come fallace ghiaccio ca- 
daverico e rigidità delle membra; segni che talvol- 
ta è avvenuto riscontrare negli asfitici ed in altri 
tali stati, da cui han potuto essi risorgere e ricu- 
perare vita e salute. Il colore infatti della pelle 
non tanto pallido come nella vera morte; il ca- 
lore non totalmente estinto; le membra o piìi o 
meno flessibili o non aventi almanco la rigidità 
cadaverica; qualche sebbene oscuro movimento del 
cuore con lo stetescopio esplorabile ; qualche lie- 
ve azione del polmone fatta palese o con 1' ap- 
pannarsi dello spcccliio o con 1' ondeggiamento 
dell' acqua in un bicchiere applicato secondo il 
consiglio di Winslow , se possono in molti casi 
ad un gran segno assicurare che la vita non sia 
estinta, non però la deficienza di essi divien pro- 
va certa della morte. L'incertezza quindi di tali 



Questioni di medkina legalf. 11^ 

segni Jclla morte apparento oLbliga ad aver ri- 
corso ai mezzi adattati e che la scienza medica pos- 
siede, alìin di esplorare se la vita esista ecclissata, 
ed esige la pili sollecita e hen condotta applicazione 
di essi ove qualche scintilla di vita si pervenga a 
scuoprire. Al cuore eh' è la prima molla della vi- 
ta, mentre la sospensione dei suoi moti porta l'ec- 
clisse di tutte le funzioni cioè la morte apparen- 
te , convien rivolgere le prime mosse dei sussidi 
onde richiamarlo all'azione. 

Ogmm conosce per altro, che il cuore non è 
accessibile ai mezzi immediati e perciò agli agenti 
esteriori; per la qual ragione torna proficuo il va- 
lersi di mezzi mediati , richiamando all' azione i 
polmoni accessibili ai mezzi esterni non solo , ma 
che trovandosi in is trotta connessione col cuore 
divengono il mezzo adattato per rianimare ad un 
tempo l'azione loro e quella del cuore. Olire a ciò 
è a riflettersi che la dilatazione dei polmoni, per 
via dell'introduzione in essi dell'aria, non debbo 
considerarsi solo come mezzo meccanico per com- 
muovere il cuore, ma come agente chimico altresì 
per eccitare la vitalità sopUa dei polmoni e del cuo- 
re istesso. Il soUìetto biventre di Unter, riformato 
dal prof. Gonfigliacchi, si è riconosciuto opportu- 
no ad imitare perfettamente i due processi della 
respirazione; addimanda soltanto delle mani abili 
per essere adoperato con successo, siccome saggia- 
mente il IN' A. avverte ad evitarne grinconvenienfi. 
In mancanza però di quello potrà l' insufllazione 
eseguirsi o con mantice semplice da focolare, ovve- 
ro colla bocca; non sono però questi i soli ed uni- 
ci mezzi diretti al desiato scopo. Uopo è pur di 
stimolare i nervi dell' odorato e del tatto coi di 



14 Scienze 

giìi conosciuti presldj; e d'uopo è pur valersi della 
elettricità , o col mezzo delle macchine elettriche 
comuni, o con la pila voltaica elementare o com- 
posta, o con altre analoghe macchine, delle quali 
tien discorso il N. A- aggiugnendone la esposizione 
dei rami. La pratica per altro di tali sussidi debbe 
essere con savio discernimento maneggiata, con or- 
dine e successione e non già tumultuariamenter ne 
debbesi affrettare la tumulazione, la quale si deve 
anzi indugiare finche segni certi della morte non 
si manifestino. Nella oscurità quindi in cui siamo 
di questi, la prova meno equivoca sarà mai sempre 
la incipiente putrefazione. Che se per causa scono- 
sciuta e senza precedente malattia perito sia d'im- 
provviso r individuo, benché nel cadavere si riu- 
niscano i soliti segni, e benché dalle istituite pro- 
ve non ottengasi alcun riscontro per poter dubita- 
re che la vera morte sia accaduta; pur è nello spi- 
rito di ogni buona legislazione e del fisco, che non 
si dia a cotal cadavere la sepoltura, se la putre- 
fazione non sia non solo incipiente, ma bene sta- 
bilita. E qui non omette il N. A. di esporre le sin- 
gole avvertenze, con le quali debbe il perito fo- 
rense settore procedere nei primi passi dell'auto- 
psia cadaverica. Cosicché non è che malgrado del 
niun indizio di vita rianimata dopo le due inci- 
sioni nel tegumento al di sopra dello sterno ed in 
quello infra la 6 e 7 costa sinistra, che possa la 
sezione proseguirsi , essendosi altresì inutilmente 
esplorato o coll'ascolto immediato o con lo steto- 
scopio , se alcuna oscillazione del cuore siasi po- 
tuta render palese. Allora è che debbe il perito 
impegnarsi nella indagine delle cause della morte, 
che deve squittirarle in ogni cavita, in ogni par- 



Questioni di medicina iegale 15 

te rendendo chiax'a al fisco quella che può averla 
arrecata, sia dessa naturale, artificiale o delittuosa. 
Non è pago il foro per altro delle ricerche ge- 
nerali sulle cause di questi du«^estremi; esige anzi 
delle particolarità di molto momento per istituire un 
retto giudizio. Che di vero se un feto rinvengasi e- 
stinto in luogo derelitto ed occulto, vuol conoscere 
se sia ferito nell'utero, o fuori di esso passando per 
gli stretti della pelvi, e quindi se sia la morte avve- 
nuta per cause naturali e criminose, e se debba o no 
qualificarsi per infanticidio. Vuol essere il fisco assi- 
curato, se possa per certi segni esteriori appariscenti 
nella madre giudicarsi che il feto sia morto nell' u- 
tero di essa, e se tal morte innanzi al parto si possa 
per segni esistenti al feto espulso dall'utero verifica- 
re, e per quali cagioni possa essere avvenuta. Brama 
inoltre ed esige dichiararsi e deporsi dai periti, che 
un feto , il quale aveva dato segni di vita nell' utero 
innanzi del parto, e quindi è venuto espulso morto, 
sia rimasto vittima degli ostacoli rinvenuti negli 
stretti della pelvi o per vizi proprj di esso, e non 
per cause meccaniche e maliziose, ovvero per queste 
€ non per quelli. Siffatti quesiti forensi rischiarali 
vengono in quattro distinti articoli costituenti il se- 
condo capitolo o questione, la quale è basata sulla 
possibilitli in cui trovasi la scienza di precisare l'e- 
poche della vita ; questione che nelle altre edizioni 
di quest' opera non era stata sì bene illustrala per 
difetto della scienza. Poiché le indagini sperimenta- 
li istituite in questi ultimi tempi per disvelare il 
luogo, il tempo ed il modo ove il feto può avere in- 
contrata la morte, e quindi per determinarne le vere 
cagioni, souosi spinte tin t'olire da sgomentare ( per 



10 Scienze 

servirmi tiellc parole istcsse (IcU'A. ) por avventura 

la malizia istessa la più raflìnata. 

Due elementi importanti di cotal questione so- 
no le nozioni sulla««epoche della vita: e per queste 
vengono rimessi i lettori alla prima questione del 
primo liljro. L'altro elemento si è la prova prelimi- 
nare o esperimento, se esista o non esista la vita sot- 
to le sembianze della morte : del che si è favellato 
nel precedente capitolo. Non dovevano quindi obli- 
arsi i criterj anticlii per determinare V epoca della 
vita di un feto trovato niorto^ e luogo e tempo e cau- 
sa (Iella morte di esso-, e l'esame di tali criterj s'im- 
prende neir articolo primo. Riduce qui con buon 
senno il N. A. il nerbo della questione ai seguenti 
tre casi, a provare cioè se il rinvenuto morto sia pe- 
rito neir utero o prima di nascere, se in tempo del 
travaglio del parto, o se dopo di esso. La prima pro- 
va valida esclude i delitti d'infanticidio., la seconda 
può farlo sospettare:, e l'ultinìa lo dimostra. Malage- 
vole per altro riesce il soddisfare alla inchiesta fo- 
rense dell' epoca della vita in cui perito sia il fe- 
to, se non si consideri il luogo ove questo siasi rin- 
venuto, la stagione e temperatura dell'atmosfera, ed 
altre particolarità che possono in un dato tempo 
avere arrecate delle mutazioni nel corpo del feto i- 
stcsso. Molta luce hanno sparso su tali considerazioni 
ed indiz] risultanti le moderne sperienze con singo- 
lare esattezza e pazienza istituite; ma equivoci ed in- 
sufficienti allo scopo si rimarcano questi criterj dal 
JV. A. , e meno equivoci ritiene i seguenti se non a 
risolvere la questione per qualunque caso, a rischia- 
rarla almanco non poco. Quindi non bastevoli e tal- 
volta fallaci esser possono i segni desunti dallo stato 
di corruzione incominciata o proseguita nell' utero, 



Questioni m medicina legale 17 

<lal colore JegT integumenti , tlalT indole sangui- 
gno-rossastra dcir infiltramento del tessuto cellu- 
ioso, da sperdimento somiglicvole nelle cavita spla- 
cniche, dalla mancanza di eccliimosi, dallo stato del 
cordone ombelicale ec. Ma invece lo stato del fora- 
me ovale , del eanale arterioso, degli organi della 
respirazione meritano maggior confidanza ; e per- 
ciò r apertura dei due primi sarà prova non dub- 
bia in quasi tutti i casi, che il feto è morto nell' 
utero, purché altra singoiar causa manifesta non 
apparisca. E se havvi talvolta la possibilta di vita 
nel feto coli' apertura del canale arterioso e del 
forame venoso, è però cosa certa, che se il feto sa- 
rà venuto alla luce vivo, debbono aver agito i pol- 
moni, e le prove da essi o per essi dovranno cer- 
carsi. 

La respirazione infatti è la caratteristica della 
vita estrauterina nei feti nati non asfitici; e perciò 
dovendosi prendere per norma lo stato de' polmo- 
ni, non poteva il criterio per il giudizio fluirne che 
dalla natazione o discesa nell'accpia e dal peso. Ra- 
gion quindi voleva, che pria istoricamente additasse 
il N.A. i nuovi criteri desunti dalle prove docimasti- 
co-idrostatiche^ o dal peso assoluto del corpo e dei 
polmoni'^ non che da quello specifico di essi ; e te- 
nesse poscia più fermo discorso dei criterj più re- 
centi , dedotti dai rapporti fra le dimensioni dei fe- 
ti morti, col peso assoluto dei polmoni e cuore come 
senza di esso, e quello specifico e relativo per via di 
esperienze docimastico-idrostatiche. Il difetto delle 
prove sperimentali di Schregcr e di Daniel indusse 
Ploucquet a proporre e sostituire altro criterio , il 
quale pur si rinvenne dappoi imperfetto a Vienna 
da Schmitt, ed a Parigi da Ghaussier. Si diede il prof. 



18 Scienze 

Bernt di Vienna a ricercarne altro, che meglio cor- 
rispondesse a tanto scopo: ed invece di prendere il 
peso del corpo per paragone con quello dei polmoni, 
siccome aveva praticato Ploucquet, prescelse la lun- 
ghezza^ alla quale parve che si trovasse piìi in rap- 
porto il peso ed il volume dei polmoni stessi col 
cuore e senza di esso. Varie avvertenze prescrisse 
per r esecuzione del suo metodo, che qui non ista- 
remo a riferire, e vari criterj assunse per il suo sco- 
po. Eleggeva egli feti dell'un sesso e dell'altro di va- 
rie dimensioni, cioè da 15 a 18 pollici, da 13 a 20, 
da 20 a 22 , e di quattro condizioni diverse del- 
la lor vita; cioè di nati morti, di nati con vita im- 
perfetta, di nati dopo un'imperfetta respirazione, e 
di feti nati dopo che avevano perfettamente respira- 
to. Determinar voleva cosi il peso assoluto dei lo- 
ro polmoni col cuore e senza; il peso specìfico di es- 
si, ed il peso relativo^ e fa^ servire l'un criterio di 
riprova, per cosi dire, dell' altro. Con questo tripli- 
ce mezzo , come forse ognun conoscerà fra i cultori 
delle mediche e chirurgiche scienze, lusingavasi di 
venire a capo , meglio che non co' metodi prece- 
denti, di determinare se un feto sia restato morto 
nell'utero, nel parto, o dopo di esso, e se abbia o no 
respirato. Mentre il N. A. fa plauso agli sforzi del- 
lo ingegnoso prof. Bernt, non dissimula essere il 
nuovo di lui metodo alquanto difettoso per la inco- 
stanza dei risultati, siccome esibisce in apposito qua- 
dro. Imprese Orfila a confutare il sistema del prof, 
di Vienna non con ragioni, osservazioni o sperienze 
proprie, ma sibbene colle istesse osservazioni ed es- 
perienze di Bernt; ma il prof. Barzelletti non arri- 
de a simil confutazione del prof, di Parigi per esser- 
si ommessa la considerazione delle lunghezze. Osser- 



Questioni di medicina legale 49 

vantlo però il N. A., che nei casi fiscali il sesso è de- 
terminato dal fatto, e l'epoca di vita può risultare da 
vari altri criterj, ritiene che lo scopo delle esperien- 
ze docimastico-idrostatìche mira specialmente a sa- 
pere, se i feti sieno nati morti o vivi , e quindi se 
possa o non possa sospettarsi cV infanticidio. E volen- 
do cavare qualche partito utile o pratico dall'appa- 
recchio di Bernt, trova che la maggior difficolta vie- 
ne offerta dalla materia del vaso di cristallo , utile 
in vero perchè V occhio può seguitare e misurare 
ogni sperienza, ma non isperahile di poterlo imitare 
fi'a noi, ove l'arte di lavorare il cristallo in tal gui- 
sa appena si conosce. Mentre a tal uopo presenta egli 
il vaso docimastico-idrostatico nelle medesime di- 
mensioni proposte da Bernt, e ridotte alle misure 
francesi, in cui il tubo normale in vece di esser co- 
strutto di cristallo è formato di latta, in apposita fi- 
gura espone le modificazioni che vi ha recate, ed i 
pezzi di supplimento che vi ha posti per renderlo 
piìi maneggevole, piìi pratico ed infrangibile, ag- 
giungendovi la descrizione delle pratiche maniere 
onde usarlo, e che piccola differenza offrono da quelle 
accennate dal prof, tedesco. La gravità relativa e fra 
gli altri criteri il piti importante, o, come dir voglia- 
si, qual complemento dei mezzi docimastico-idrosta- 
tici. „ La ricerca della prova della gravità relativa 
si fa nell'acqua, o mettendo in equilibrio il peso del 
corpo con quello dell' acqua , e quindi dei visceri 
con essa per mezzo di una bilancia idrostatica , e 
deiraereometro-bilancia di Nicholson. Col primo 
strumento, s' immerge da una parte della bilancia 
il cuore e polmone, sospesi ad un crine che al disot- 
to di un piattino si attacca. Esso si fa discender 
nell'acqua, e nell'altro piattino si pongono tanti pe- 



20 Scienze 

si quanti bastano per costruir requlllljrlo. La quan- 
tità del peso assoluto del corpo che rimane sott'ac- 
qtia rappresenta quello relativo, o quanto esso su- 
pera il volume dell'acqua scacciata. AH' opposto se 
questi stessi visceri galleggino, si attaccheranno i 
medesimi al piattino con un sotti 1 filo metallico in- 
flessibile, e si porranno sopra di esso quei pesi che 
saranno necessari per fiu' immergere i polmoni col 
cuore e senza ; ed i pesi aggiunti rappresenteranno 
la gravita minore dei visceri sotto quella dell'acqua 
o sotto lo stesso volume. Serve quindi cotale esperi- 
mento qual riprova dell'altro; ed ambedue determi- 
nano, fin quanto si può, la quantità di materia che 
si trova nel loro volume, o quanta se ne debbo conte- 
nere nel volume dei polmoni che abbiano o non ab- 
biano respirato, imperfettamente, o perfettamente , 
che appunto è quello cui mira la presente questio- 
ne. A questo scopo quindi serve lo stesso vaso di Be- 
rnt, ed è quello eziandio che io gli ho sostituito. „ 

Se gli enunciati criteri di Bcrnt portati in vi- 
cendevole soccorso per risolvere il dilficile proble- 
ma in proposito , e posti in uso con savio discerni- 
mento, sembrano avere spinto molto innanzi la cosa 
in questo intento, non però è a credersi potersi que- 
sto in tutti i casi conseguire, siccome non trascurò lo 
stesso autore di avvertire. Qual supplimento perciò 
dei medesimi ne squittinò ed espose altro nello sla- 
to del fegato, il quale per antica opinione tene vasi se- 
guitare i progressi della vita uterina (1), aumentan- 



(i) Anche il chiar. prof. Puccinotti (nelle sue lezioni di me- 
dicina legale ec. voi. I , Macerata i85o) propone ed illustra la 
dociinastia pneumO'-epatica ncWa. lezione Vili suW infanticidio , 
§. 10. (Il Compii.) 



Questioni di medicina legale 21 

«io sovcrcliianientc in tempo di essa , e diminuendo 
per gradi dopo la nascita e vita del feto- Ma dai ri- 
sultati di simili rlcerclic fatte in 22 feti dcU'un ses- 
so e dell'altro, di varie dimensioni e condizioni del- 
la vita, come del peso eziandio del corpo, viene cotal 
criterio coi fatti stessi dall' Orlila rifiutato, e riget- 
tato pur come Insufficiente dal dott. Scoefer di Tu- 
hinga e dal dott. WerfFer. Escluso dunque il criterio 
dell' epate, e conosciuti variabili gli altri risultati 
dello stesso Orfila, ne seguirebbe che niun criterio 
esatto potrebbe dai rapporti de'polmoni e del cuore 
stabilirsi per la soluzione perfetta in tutt'i casi del 
problema in discussione. Opina per altro il N. A., 
che limitandosi le nuove ricerche ai soli organi del- 
la respirazione, e profittando dei lumi positivi acqui- 
stati colle riferite indagini, trar si possa tuttavia un 
criterio manco equivoco per giudicare della morte 
uterina o estrauterina, e quindi se un feto rinvenu- 
to estinto abbia o no respirato. ,, Un dato compara- 
tivo pertanto ( ci serviremo delle parole istesse del 
eh. prof, di Pisa ) vuoisi prendere dal peso assoluto 
dei polmoni, il quale si debbe come di ragione in 
prima acquistare. Un secondo dato debbe trarsi dal- 
la prova docimastico-idrostatica , cioè immergendo 
i polmoni separati dal cuore, legatane la trachea pri- 
ma della spartizione dei bronchi, i vasi venosi e que- 
gli arteriosi. Se i polmoni cadono al fondo del vaso 
senza esser malati; se galleggiano senz'aver dato un 
peso assoluto eguale all'incii-ca a quello dei feti del- 
la stessa lunghezza che han respirato; o non tanl'a- 
cqua nel tubo abbiano sospinta quanta essi, daran 
giusto motivo per congetturare nel primo caso che 
i polmoni appartengono a feti morti nell' utero , e 
nel secondo a feti pur morti in esso e poscia insuf- 



22 Scienze 

flati, o in ìstato d' incipiente putrefazione o di enfi- 
sema polmonare. Comunque la cosa possa essere, de- 
ve il perito venire a capo di dimostrarlo, per debo- 
le mio avviso , col seguente metodo. Nel caso che i 
polmoni sieno di peso assoluto più che non compor- 
ti la lunghezza del feto , e di peso specifico piìi 
dell' acqua , senza esser malati, e che precipitino o 
che il loro peso superi un'oncia, con una cannulina, 
scioltane la legata trachea, s' insufflino dolcemente 
con tant'aria quanta possano contenerne. Non occór- 
re esplorar di nuovo il peso assoluto, perchè 1' aria 
introdotta non può alterarlo apprezzabilmente. In- 
vece si pongano nel vaso idrostatico, e si osservi se 
sieno per la insufflazione divenuti galleggianti. Indi 
ritrattili dal vase, si sciolga 1' allacciata arteria pol- 
monare, e per essa con sifoncmo si trasfonda in es- 
si quanto sangue possono ricevere tratto sul)ito da 
un animale vivente. In mancanza di esso può usarsi 
il latte. Si leghi subito l'arteria, e si tornino a pesa- 
re i polmoni con esatta bilancia: indi si noti la dif- 
ferenza fra il primo e secondo peso. S' immergano 
poscia nel vase idrostatico, e si segni l'acqua che di- 
scacciano. Si conforti infine questo esperimento con 
quello de'feti nati dopo di aver respirato ; e se do- 
po r insufflazione e 1' injezione, si troveranno le 
condizioni dei polmoni analoghe, si potrà a buona 
ragione asserire, che questi polmoni non avevano re- 
spirato, essendosi messi in tal condizione con questo 
artificio. Questo stesso esperimento vale o può vale- 
re pei polmoni insufflati, enfisematici, o tumidi per 
sviluppo di aria nelle loro cellule, quale eft'ctto d'in- 
cipiente putrefazione. La sola injezione di sangue o 
di latte può metterli al pari di quegli del primo 
esperimento. Può d'altronde tutto intiero questo es- 



Questioni di medicina legale 23 

perimento scuoprire una frode ; quella io dico di 
aver colla spremitura dei polmoni che avevano re- 
spirato, ridotti i medesimi a non poter galleggiare e 
sostenersi. L' insufflazione prima, o l'injezione po- 
scia potrà renderli e piìi voluminosi e più pesanti di 
quelli COSI trattati, e che non aveano mai respirato; 
perchè le cellette aeree, come i vasi sanguigni, am- 
^ rnetteranno piìi aria e pili sangue di quelli che non 
B aveano respirato. Piìi altre applicazioni potrebbe a- 
m vere questo criterio, che non occorre nominare, nei 
casi però di polmoni non viziati, pei quali ogni me- 
todo, fuori del peso assoluto, è vano . . . „ Anche in 
É questo nuovo ulteriore tentativo però, che a parer 
nostro ben merita di venire apprezzato , non dissi- 
mula il N. A. potersi per alcuni titoli rinvenir del- 
le obiezioni, che apparir le facciano piìi o manco di- 
fettose: ma ciò debbe riferirsi alla natura della qui- 
stione istessa, ben ardua e difficile per esser esatta- 
mente dichiarata risoluta. 

„ Frattanto (egli è il N. A. che compendiosamen- 
te in tal modo conchiude) ravvicinando quanto di 
pili certo meno equivoco in questa lunga discussio- 
ne ... ho discorso ; dico, che la prova della morte 
del feto ne ir utero materno può e debbe risultare 
dalle condizioni esteriori della cuticola, della cute 
capellata e non capellata; della placenta, del cor- 
done, della forma del petto e del bassoventre; os- 
sia dal trovarsi tutta la superficie del corpo in uno 
stato di estrema flaccidezza o di decomposizione e- 
gualmente che la placenta ed il cordone ombellica- 
I le. Dico eziandio, che le condizioni degli organi vita- 
li daranno una riprova di queste apparenze esterne 
I della morte nel feto nell'utero; cioè che il canale ar- 
i tcrioso sarà aperto e cilindrico^ il forame ovale aper- 



24 Scienze 

to e posto nel centro della parete che cllvlcle 1' un 
seno dall' altro; che i polmoni saranno piccoli e de- 
colorati ; e che il loro peso assoluto sarà di un'on- 
cia o poco pili ; che posti nell'acqua precipiteranno 
tosto a fondo, e non ne scacceranno pili che un pol- 
lice 5 circa fino a 3 pollici ^ giusta le lunghezze ; 
e che avranno un peso relativo più. grave dell'acqua 
da 28 a 42 grani. Dico che una riprova potrk aversi 
insufflandoli, iniettandoli, e sottoponendoli a nuovo 
peso docimastico. In fine dico, che la prova che il 
feto nacque vivo risulterà dallo stalo contrario a 
quello descritto, dalla superficie tutta del corpo, dal- 
la placenta , e dal cordone ; dalla forma del petto e 
del bassoventre; dalla conformazione conica del ca- 
nale arterioso, dal ristringimento a destra del fora- 
me ovale : dal peso assoluto dei polmoni, assai pili 
rilevante di quello di sopra espresso: dalla natazio- 
ne dei polmoni, e da una quantità di acqua maggio- 
re che dessi discacceranno ; come dal peso che vi 
occorre per tenerli con essa in equilibrio. Ma poi- 
ché questa prova di vita menata fuori dell'utero in- 
clude il forte sospetto, che a tal feto sia stata tolta, o 
che sia stato commesso V infanticidio, laddove nell'al- 
tro caso lo esclude , quindi diviene il complemento 
di questa discussione la determinazione delle cause , 
per le quali abbia il feto incontrata la morte.,, E qui 
è dove convien esaminare i luoghi o i mezzi ove sia- 
si rinvenuto il feto , le traumatiche offese che pre- 
senti, ed altrettali violenze o frodi usate contro la 
vita di esso, coH'avvertenza però di essere molto cir- 
cospetti anche in ciò nel giudicare della vera causa 
della morte, in virtìi della possiI)iItà di confonder 
talora gli effetti di cause naturali con quelli di cri- 
minosi attentali. 



Questioni di medicina legale 25 

Altra inchiesta dal foro può venir emessa allo 
scopo di essere assicurato, se possa giudicarsi da 
certi segni esteriori nella madre njiva, che il feto 
sia morto nelV utero di lei; e nella madre morta, 
che il feto abbia o no potuto sopravvivere ad es- 
sa ; e per quali cagioni sia accaduta la morte di 
entrambi. — Cotale inchiesta forma il subietto della 
terza quistione del presente secondo libro. Nelle al- 
tre edizioni di quest' opera il primo soltanto dei 
due problemi era stato discusso dal N. A. Ha la 
veduta il primo di servire al foro criminale, e l'al- 
tro a quello civile. Risguardano il secondo avve- 
nimento la morte di una donna vicina al parto per 
colpo appopletico, o per sincope, o per convulsioni 
epilettiche, o per annegamento, soffocazione o ve- 
neficio, e che per circostanze particolari non si pos- 
sa o non si voglia far tosto il taglio cesareo per 
estrarne il feto, o che troppo tardi sia fatto. Or 
siccome havvi la possibilità di conservare la vita 
al feto dopo morta la madre, e perciò il diritto 
di successione non può essergli contrastato; può na- 
scer quindi la quistione civile anche quando non 
si tratti di alto criminale, se cioè il feto nato mor- 
to abbia potuto sopravvivere nell'utero alla madre, 
e se la successione sia ad esso o ai suoi eredi ne- 
cessari dovuta. Per la soluzione di questo difììcile 
problema esamina il N. A. in sulle prime le ra- 
gioni presuntive della morte del feto prima di ((uel- 
la della madre, e poi di essa; quindi guidi. to dai 
fatti considera i pii.i accreditati principii fisiologi- 
ci, e le opinioni dei pili celebri medico-legali. Va- 
rie circostanze fa d'uopo esaminare per dedurne il 
giudizio presuntivo, una delle quali sarà quella di 
ristringere la quistione al feto vitale, cioè all'epo- 
G. A. T. LXX. 3 



26 Scienze 

ca «lei 180 giorni ai 300; e l'altra sarà la capacita 
del feto a sopravvivere, cioè all'epoca di sua mag- 
giore maturità. Questa sua capacita è „ ancora re- 
lativa alla buona sua nutrizione nell'utero; e quin- 
di al pieno e rigoroso suo sviluppo; allo stato sa- 
no in cui sarà trovata la placenta allora che sia 
estratto il feto, benché morto, ed alla sua perfetta 
adesione alle pareti uterine; allo stato del cordone 
ombelicale pur sano e non annodato ; alla limpi- 
dezza dell'umor dell'amnios ed alla sua giusta quan- 
tità. E portalo l'esame nelle partì interne del fe- 
to, quando gli organi della circolazione siensi tro- 
vati in istalo normale, aperto il canale arterioso ed 
il forame interauricolare, quando si trovi il fega- 
to in istato normale, il cervello e tutte le sue ap- 
partenenze , e tutto il sistema chilopojetico pur 
normale, allora la presunzione della sopravvivenza 
del feto alla madre diverrà fortissima. „ D'altron- 
de lo stato e le condizioni opposte a quelle fin qui 
divisate formeranno la presunzione della morte del 
feto prima della madre. Convalideranno questa pre- 
sunzione le condizioni in cui si trova il corpo del- 
la madre, cioè se sianvi indizi o vestigio di pre- 
cedente malattia, qual sarebbe l'infiammazione dell' 
utero , delle sue membrane, della placenta o del 
cordone ombelicale. % Altronde si può e debbe pre- 
sumere che una madre abbia sopravvivuto al feto, 
quando si trovi distaccata affatto la placenta , e 
tanti grumi di sangue s' incontrino nell' utero da 
far conoscere, che remorragla, la quale è stata po- 
scia causa della morte della madre, doveva innan- 
zi esserla del feto, perchè ad esso è mancata pri- 
ma che alla madi-e la nutrizione e quindi la vita. 
Crescerà la presunzione a favore della sopravvi- 



Questioni dì medicina legale 27 

Venza della madre , quando si trovi il corpo ben 
nutrito, i suoi organi in istato normale e special- 
mente il cervello, cervelletto, midollo spinale, ed 
utero , non che tutto T apparato chilopojetico. Al 
contrario si potrà credere che la morte della ma- 
dre abbia preceduta di poco quella del feto, quan- 
do si trovino delle congestioni al cervello della ma- 
dre, ai polmoni, all' utero istesso; e che siasi ac- 
ceso un processo flogistico in queste viscere (1), 
Tanto più si dovrà creder morta la madre prima 
del feto , quando 1' utero siasi rotto nel travaglio 
del parto ; o quando per soccorrer la partoriente 



(i) Non sapremmo, a dir vero, conciliare la contraddizione 
elle sembraci manifesta dì tale asserto del N. A. colla proposizio- 
ne superiormente emessa. Sul conto delle condizioni , in cui si 
trova il corpo della madre, convalidanti la presunzione della 
previa morte del feto, saviamente egli ne avverti a noverarvi la 
infiammazione dell' utero e sue dipendenze ec. ,, Siccome tutte 
queste affezioni ( soggiunge ) , per quanto capaci sieno di alte- 
rar grandemente le condizioni di salute e di vita della madre 
istessa, capacissime divengono a diminuire altresì la nutrizione 
e sviluppo del feto , o sturbarlo nelle sue funzioni, e spegner 
la debole vita che mena nell'utero, quindi fondatissima è la pre- 
sunzione che gli effetti si manifestino innanzi nel feto che non 
nella madre, nella parte piuttosto che nel tutto, e che la morte 
del feto preceda quella della madre . „ Che se il eh. prof. Bar- 
zellotti opinasse, doversi distinguere sull'argomento la me trite 
primaria dall'accensione di processo flogistico nell' utero susse- 
guente a congestioni già surte in questo viscei'e, riponendo nel- 
la prima la presunzione della morte del feto prima di quella 
della madi-e, ed inversamente nella seconda la presunzione del- 
la premorienza della madre : ardiremmo in buona pace del me- 
desimo N. A. soscriverci piuttosto al primo di lui avviso, e rite- 
nere, che la flogosi dell'utero, o primaria o secondaria che sia, 
palesar debba più rapidi ed immediati gli effetti della sua in- 
fluenza sul feto che ivi soggiorna. (Il Compii. ) 



28 Scienze 

siasi dovuto adoprare qualche strumento pungente 

o tagliente quando una malattia luiiversale 

r abbia attaccata, come la febbre vajuolosa, mor- 
billosa, scarlattinosa, tifoide, e pestilente. La ma- 
dre sopraffatta ed indebolita dalla malattia si muo- 
re, e il feto nell'utero può per qualche istante so- 
pravvivere. ,, 

Dopo queste presuntive ragioni discende il N. 
A. a far menzione e scrutinio di alcuni fatti , e 
rileva che in quello annunziato dal Valentin!, nel- 
le sue pandette medico- legali, la presunzione, che 
fu rispettata dal tribunale, della sopravvivenza del 
feto alla madre a cagione del lungo travaglio del 
parto, non somministra alcuna prova nella madre 
o nel figlio per giudicare della morte anticipata 
dell' una o dell' altro ; ne alcuna sa dedurne dal 
caso raccontato da Boudelocque (1); mentre nell'al- 
tro riferito da Fodere potevano le ragioni volger- 
si a negare al feto la vitalità anziché la vita (2). 
Per le quali riferite indagini e presunzioni trae il 
N. A. qualche canone fisiologico-patologico e rego- 
la pratica pei casi forensi, riepilogando gli espo- 
sti concetti per la premorienza o del feto o del- 
la madre. Nei casi poi di emorragia interna dell'u- 
tero, di emorragia esterna per distacco di una par- 
te della placenta, si può con qualche sicurezza as- 
serire, che la morte può essere stata simultanea. 

Si propone nel quarto cap. la questione „ se 
possa stabilirsi con qualche fondamento, che un 
feto nato morto, dopo di aver dato segni di vita 



(i) Arte dei parti tom. i. e seg. §. ii3. nota. 

(a) Med. leg. tom. 2. p. i. cap. 7. scz. 3. p. 354-35. 



b 



Questioni di medicina legale 29 

neir utero e nel tempo del travaglio del parto , 
sia perito per causo od ostacoli incontrali nel na- 
scere, o per altre cause meccaniche e maliziose. „ 
Ma per la rassegna e disamina delle principali o 
più frequenti cagioni ne conchiude il N. A. po- 
tersi in un feto trovato morto , e che aveva dato 
segni di vita neirulero , conoscere se desso abbia 
o no respirato ; se abbia incontrato gravi ostaco- 
li nel nascere ; o se la malizia abbia voluto ma- 
scherarsi colle cause naturali o morbose per far 
credere che esse abbiano arrecata al feto la mor- 
te. Fra queste maliziose cagioni disditesi pur quel 
genere di violenza usata contro il feto nato vivo 
e nascosta sotto uno specioso pretesto, quello cioè 
di averlo gettato dall' alto per terra , fìicendogli 
percuotere la testa contro di un corpo duro, per 
poi far credere che il feto sia sortito bruscamen- 
te dall'utero senza che la partoriente ne abbia po- 
tuto impedir la percossa e quindi la morte. L'am- 
missione per altro di un simil pretesto esige esem- 
pi non solo di possibilità, ma di fatto. Quindi e 
che ad alcuni noti accidenti occorsi di parto im- 
provviso aggiugne ricordanza dei 183 casi raccol- 
ti dal dott. Klein medico del re di Wirtembcrg , 
di feti cioè caduti per terra , e la piìi parte per 
rottura o strappamento del cordone ombelicale (1); 
accidenti e casi comprovanti la probabilità e la 
sicurezza della caduta dei feti senza colpa della 
madre o di alcuno , che perciò non mancano di 
servire di pretesto alla malizia. Se non che riflet- 
tendosi , che in si buon numero di casi raccolti 



(i) Presso Orfila, Lecons ec toni. i. p. 482 483. 



30 Scienze 

dal Kleln non vi ebbe tampoco un caso di feto 
nato morto^ nemmeno di fissura o frattura del cra- 
nio o altra rimarchevole lesione ; che tutti questi 
parti han conservato la vita , sebbene caduti su 
pavimenti di mattoni o di tavole, o nell' apertura 
del luogo comodo ; che non vi fu fra tanti che 
un feto il quale cadesse in una momentanea asfis- 
sia, e gli altri non riportarono che qualche leggie- 
ra offesa ; emerge, che „ le lesioni avvenute nei 
feti morti non possono essere invocate dai rei per 
iscusare l'usata malizia; e che i periti ed il foro 
non devono ammetterle , sia perchè questi effetti 
facili ad accadere nei corpi morti, in cui la vita- 
lità delle parti non resiste alle cause o ali* urto 
violento di esse, non succedono nei corpi vivi che 
a queste cause resistono ; sia perchè il numero del- 
le osservazioni fatte nei morti è troppo piccolo in 
faccia a quello dei corpi vivi, in cui niente è ac- 
caduto di simile ..... La natura è tanto benefica 
tutrice della vita dei bambini in tali occasioni , 
quanto è avversa protettrice della malvagità : co- 
sì che apparisce facilmente quando a delle lesioni 
artificiosamente create col feto debbasi la morte 
attribuire „ . 

Novità di argomento non troviamo nella quin-? 
ta questione, che ha per subietto d'indagare „ se 
possa dedursi con qualche sicurezza e per dei fatti 
e delle ragioni , nel caso di piìi individui periti 
in una stessa catastrofe, e per una causa comune, 
quale di essi possa esser perito il primo e quale 
poscia. „ Troviamo bensì quest' ardua materia egre- 
giamente diffusa con ulteriori lumi desunti dalle 
leggi comuni della fisica e della fisiologia in ap- 
poggio e sostegno del giudizio pe'casi privi di fat- 



Questioni di medicina legale 31 

ti. Cosicché e per questi , ov' esistono , e per le 
circostanze anteriori e posteriori relative agV iti' 
dividui o in una stessa catastrofe estinti, o a di- 
verse catastrofi appartenenti , egli giustamente ri- 
tiene potersi trarre dei dati pel foro onde giudi- 
care dell'anteriorità o successione della morte. 

Dati assai valutabili onde istituire un giudizio 
non di sola presunzione legale^ il <jual& all'età ed 
al temperamento soltanto si appoggia , ma corro- 
borata più che da una presunzione medica o dalla 
cognizione del temperamento e dello stato di salu- 
te fisica, delle passioni (se cognite) dell'animo, del- 
le malattie pregresse, delle abitudini, e di tutto ciò 
che può dar lume nella forza della vitalità o priu' 
cipio vitale degl'individui : altri dati infine posso- 
no trarsi da quella cognizione, che deve offrire la 
ispezion cadaverica, come dalla influenza ed azio- 
ne speciale della causa comune di morte , sopra 
varj organi e parti singolari che in tutti non si 
ritrova : e ciò forma il complemento di quanto può 
l'arte medica al foro somministrare. Esempio, fra 
i vari che discute, di felice applicazione di que- 
sti principi tìsiologico-patologici ci offre il N. A. 
nelle accurate sue ricerche per tal modo additate 
nelle varie possibili emergenze ; ma fra queste ne 
piace di far menzione di un fatto, che a tutte le 
classi dei nostri lettori riuscirà di qualche gradi- 
mento il rimarcare dilucidato. Questo e il fatto 
istorico del conte Ugolino racchiuso co' figli nel- 
la torre di Pisa, ed ivi condannato a morir digiu- 
no con essi : il che somministrò a Dante il piìi 
bell'episodio e piìi terribile della divina comme- 
dia. In essa il N. A. assume a giudicare dell'ante- 
riorità posterità della morte di quelli che in que- 



32 S e I E N Z B 
sia catastrofe si trovarono ; ed ecco il fatto qual lo 
dipinge nudo la storia con tutt' i consecutivi rilie- 
vi del pr. Barzellotti. „ 11 conte Ui^olino attempa- 
to, forte e robusto, e 4 figli giovanetti, nessun dei 
quali erasi accostato alla pubertà, furono essi tut- 
ti condannati alla stessa pena del padre, e ritenu- 
ti nello stesso carcere, ove poscia per negato ali- 
mento perirono Dopo nove giorni si credè 

consumata la pena ; ed apertasi la torre, il conte 
ed i figli trovaronsi tutti estinti. Niente di piii di- 
ce la storia. Il poeta sommo, clie dottissimo era di 
tutto quello che si sapeva alla sua epoca, o di piìi 
certo e sicuro, e che possedeva sopra tutti quelli 
dell' età sua finezza d' ingegno ed altezza di senti- 
mento , disegnò o dipinse con bellissimi versi la 

successione delle morti di queste vittime La 

causa comune ( passando ai rilievi del N. A. ) di 
morire in cfuesta catastrofe era quindi eguale in 
tutti, nel padre e nei figli, o la privazione di ogni 
alimento e verisimilmente di ogni bevanda. Il bi- 
sogno di alimento doveva risvegliarsi in quello tra 
loro che più piccolo era di età ; appunto perchè 
nei pili piccoli vedesi esso nascere più presto, ed 
in questo lo eccitava più presto il poeta facendo- 
lo il primo ai piedi del padre cadere chiedendogli 
ajuto. Ed ei non potendolo soccorrere, mordevasì 
per ira le mani: per cui i figli interpretando cjuel- 
lo che dessi furtivamente sentivano, appetito o fa- 
me, le lor carni a cibo ofFerivangli ; donde il su- 
blime dell'episodio. Poscia l'un dopo l'altro per or- 
dine di età o di natura, dal terzo al sesto giorno 
tutti essi perivano, o estinti gli mostra. Il padre 
sopravviveva per altri tre giorni; diveniva cieco in- 
nanzi, e più che per digiuno per profondissimo pa- 



Questioni di medicina legale 33 

tema di animo. Cercava a tastoni i corpi dei figli 
estinti ; e poi morto cadev' anch' esso. Tutto ciò è 
in ordine di natiu'a animale, non finto, non esage- 
rato ; cioè, che nella tenera età della vita o nei più 
giovani la mancanza di alimento fa spegnere prima 
la facoltà vitale, e la conserva nei piìi roLusti per 
estinguerla poscia, siccome molte sperienze ed alcu- 
ni fatti lo provano, E se, scordando la giusta suppo- 
sizione e dipintura poetica, convertir io volessi cjue- 
gto caso in questione medico-legale cercandone ap- 
poggio r^Ua ispezione cadaverica , cosa avrebbero 
dovuto q^sti cinque cadaveri presentare ? Una pu- 
trefazione crescente, giusta l'età ; e così il primo 
morto, che quello esser doveva di tre anni, molto 
vantaggiato in questo processo agli altri suoi fratelli, 
ed appena incominciato esso nel padre.Sarebbe stato 
questo un buon criterio per giudicar dall'esterno 
della successione delle morti. Questo processo viep- 
piìi inoltrato sarebbesi trovalo nello stomaco e 
negl'intestini, secondo l'anteriorità delle morti ; co- 
si che quello del minore sarebbesi rinvenuto al gra- 
do di cangrena, e negli altri al grado meno avanza- 
to della corruzione. Lo stomaco del padre sarebbesi 
rinvenuto ristretto, siccome lo è sempre in tutti que- 
gli che sono restati privi di alimenti o muojon per 
fimi e. Sarebbesi trovato nero nelle sue pareti , e 
gì' intestini dovevan esser neri , ristretti e pieni di 
bile. La putrefazione dei figli , perchè teneri e per- 
chè morti per mancanza di alimenti, dovevasi fa- 
re rapidamente; ed anche l'ultimo morto doveva es- 
ser caduto in sfacelo al momento, che il padre già 
cieco per tre giorni gli aveva chiamati , ed avevagli 
a tastoni cercati. Avrebbe ei padre collo stomaco co- 
sì ridotto per tanta privazione di alimenti, per tan- 



34 Scienze 

ta angoscia di spirito, per tanto odor cadaverico dei 
figli in putrefazione, potuto addentar le carni quasi 
putrefatte di essi, per sbramare una supposta fame, 
che alle condizioni di vita in cui trovavasi non po- 
teva avere in nessuna maniera, siccome taluni han 
supposto, che il poeta sommo per risparmiar tanto 
orrore, nell'ultimo verso dell' episodio 1' avvolgesse 
nelle parole (1)? I fisiologi, i patologi, i medici non 
saranno certo di questo avviso : ed il foro non 
avrebbe mai cercata una riprova di sopravvivenza 
del padre ai figli morti tutti per digiuno , se una 
questione medico-legale si fosse potuta muovere 
nella possibili» o impossibilita di far pasto dell'ul- 
timo morto fra questi caduti estinti prima di lui. „ 
Ognun ravvisa agevolmente dalle cose dette la pre- 
cisione, con cui il N. A. ammaestra sulla condotta da 
tenersi in questi casi dai periti per le inchieste 
del foro. 

Ma interessa altresì al fisco di sapere, se coloro 
1 quali sonosi trovati morti senz' apparente e mani- 
festa cagione, od anche per cagioni manifeste, come 
gli annegati, gì' impiccati, i soffocati nei luoghi ove 
non può respirarsi, i precipitati dall' alto, lo sieno 
per accidente, o per determinata volontà ; ovvero se 
gli autori di cotali omicidi abbian voluto simulare 



(i) Ved. uno scritto Sulla possibilità o impossibilità che il 
conte Ugolino potesse sbramar la fame colle carni dei propri fi- 
gli, pubblicato a Livorno nel 1829, e negli annali universali di 
medicina dell'Omodei ann. istesso. - Ved. il dialogo fra Dante e 
Montani agli elisi sul verso - Poscia che il dolor potè il digiuno - 
nel giornale arcadico toni. 60, an. i833, mesi di luglio, agosto, 
e sellembrc. ,, 



Questioni di medicina legale 35 

queste cagioni per cuoprire il loro misfatto. Questi 
varj titoli costituiscono lo scopo della VI questione, 
la quale offre per tal modo una varietà di casi sin- 
golari e frequenti, ed una incessante ambiguità fra 
il suicidio e Vomicidio^ fra la libera volontà deviata 
per avventura dal retto pensare ed operare, che si 
elegge la trista risorsa di togliersi la vita, e la nera 
insidia che con ogni sorta di frode procura di to- 
glierla altrui, e nascondere la mano o il mezzo omi- 
cida , perchè non sia palese alla giustizia. Sono ivi 
ben dilucidati i varj casi dal N. A., il quale poi con 
tutto r impegno raccomanda la piìi severa attenzio- 
ne ai periti per mettere in chiaro quanto si può , e 
fin dove si può , se la morte sia stata volontaria o 
violenta , e se i tristi compensi presi dalla malizia 
per occultare il delitto , coi lumi dell' arte possano 
mettersi alla cognizione esatta o men dubbia del fo- 
ro, impiegando ogn' indagine nei cadaveri, nei qua- 
li per via di sezione dovrà manifestamente apparire. 
Cade però qui il dubbio , se nel commettersi 
dal foro „ la sezione dei cadaveri ai periti nei casi di 
morte accidentale, in incognita o dubbia cagione ar- 
recata, potranno essi, esattamente eseguendola, esse- 
re in grado di precisare la vera in tutti questi ca- 
si. „ Ed a tal effetto s'intertiene il N. A. nel VII cap. 
in simil questione, discutendo del modo legale d' i- 
stituire le sezioni dei cadaveri , affinchè esse sieno 
valide in faccia al foro, ed utili in faccia alle parti. 
Rende in essa con le piìi accurate istruzioni avverti- 
ti i periti a rettamente istituire 1' autossia legale, ed 
il foro a non riceverla e tenerla per valida se in ogni 
buona regola non sia eseguita e redatta. Ne conchiu- 
de quindi, essere ben pochi i casi, nei quali la sola 
.sczion cadaverica possa svelare senza eccezione la ve- 



36 Scienze 

ra causa della morte , e possa essere cosi di certo e 
sicuro lume al foro ; in quasi tutti gli altri non po- 
ter la sezione del cadavere somministrare che lumi 
di soccorso per far somma coi dati antecedenti e coi 
sintomi sopravvenuti, se questi si conoscano , ed in 
alcuni non essere che di pochissimo e quasi niun 
soccorso. 

L* incominclamento per altro della putrefazio- 
ne, specialmente delle parti esterne, sembrava por- 
re il termine alla intrapresa delle sezioni cadaveri- 
che ; e di tale avviso confessa il N. A. essere già sta- 
to nelle precedenti edizioni di quest'opera. Ma poi- 
ché a' dì nostri „ molte indagini senesi fatte sui ca' 
daverl insepolti e sepolti, sommersi, gettati nei cesr 
si e nelle cloache, e nascosti sotto il fimo, ed a tutt'i 
gradi di scomposizione di essi fino a quella totale 
delle parti molli, ed alle nude sconnesse ossa dello 
scheletro; polche sonosi ricercate in essi cadaveri, e 
non senza successo, certe cause di morte inalterabili 
dal processo putrefattivo, come alcuni veleni, corpi 
duri offensivi ... ; polche sonosi istituite con molta 
animosità e intelligenza delle osservazioni ed espe- 
rienze comparative dal prof. Orfila tanto benemerito 
della scienza medico-legale, e dal dott. Lesseur sui 
vari processi di scomposizione ch.e soffrono i cadave» 
ri di tutte l'età e condizioni nei varj mezzi indicati; 
polche si sono, fino ad un certo punto, determinati 
gli effetti provenienti dai fenomeni cadaverici, dalle 
cause morbose, o dai processi patologici, o da quelli 
di scomposizione dei cadaveri e specialmente da 
quello putrefattivo, e sotto tulti'i mezzi e luoghi in- 
dicati: „ perciò novella questione su tale argomento 
ha giustamente creduto il N- A. di aggiungervi nella 
presente edizione. Subjetto quindi di cjuesto ottavo 



Questioni di medicina legale 37 

cap. ultimo di questo secondo libro si stabilisce nel- 
la ricerca „ se nel sospetto in cui il foro sia venuto 
sulla vera causa della morte d'individui sepolti , o 
in altri luoghi ritrovati , suU' identità di essi, l'epo- 
ca di vita, il sesso, e l'età loro, possa esso, ordi- 
nandone il disotterramento o recognizione legale, a 
qualsiasi grado di scomposizione si trovino , ottener 
dai periti lumi sufficienti per tutte le occorrenze e 
bisogne forensi. „ Non è però il N. A. nell' avviso di 
pienamente risolvere la proposta questione , dichia- 
rata gik insolubile dai medesimi indicati autori Or-' 
fila e Lesseur (1) , ma di esibirla almanco coi lumi 
attuali della scienza, e rendere per tal guisa un qual- 
che servigio ai periti ed al foro. A maggior illustra- 
zione dell'argomento tratta il pr. Barzellotti dei vari 
processi cadaverici noti parte agli antichi e parte 
ignoti, distinguendoli in quelli di mummificazione , 
di putrefazione , e di saponificazione. Ha luogo il 
primo all'aria libera, sotterra, nelle sepolture, nel- 
le catacombe, e sotto le roventi arene dell'Affrica e 
di altri luoghi caldissimi. Le mummie umane pre- 
parate come ci vengono dall'Egitto per lo piìi; quel- 
le che si trovano nelle catacombe di Tolosa ; quelle 
naturali di uomini e di animali che si rinvengono 
sotto le arene dell'iifrica, ne sono una prova certis- 
sima. Conoscevasi per ogni dove in qualunque epo- 
ca il processo piìi comune dei corpi morti, o la pu- 



(i) ,, Traile des cxhumations juridiques, et consider. surles 
changemens physiques ec. tom. i. Paris i83i. ,,-Di quest'ope- 
ra , ossia TraUato delle esumazioni giudiziarie, e considerazioni 
ec. ec. : è uscito pe' tipi di Verona il 4- fase del i. tona, della 
traduzioue italiana dei dottori Castelli e Ganz. ( Il Compii. ) 



38 Scienze 

trefazione, che all'aria libera, sotterra, ed in altri piìi 
luoghi e mezzi accadeva, come succede mai sempre. 
Ma il terzo processo, cui vanno pur soggetti i corpi 
morti, quello cioè della saponificazione, non era co- 
nosciuto, o non si era fatta ad esso bastante atten- 
zione prima della seconda meta del XVIH secolo \ 
il quale se può verificarsi in tutte V età ed in tutt' i 
luoghi ove i cadaveri si trovino o sieno posti^ non si 
effettua per altro senza il concorso di alcune circo- 
stanze individuali e locali. Nei cadavetfij che abbian 
subito il primo degli enunciati processi , potrebbe 
ricercarsi la identità delle persone, quando fosse in- 
teresse del foro il verificarla , da che i cadaveri di 
tal natura „ conservano esteriormente tutte le forme 
o tutto r ordito della organizzazione senz' averne il 
ripieno : ,, che anzi, al dir di Zacchia, in certe tali 
isole i cadaveri insepolti si trasformano tutti in 
mummie , e si ravvisano in esse le fisonomie di piìi 
generazioni. Meglio però servir potrebbe questo pas- 
saggio dei cadaveri per ravvisarvi quelle cause di 
morte che per questo processo non potrebbonsi di- 
struggere, come ferite, mutilazioni, lesioni recate da 
veleni indecomponibili. 

Molto si è recentemente studiato intorno all'al- 
tro processo appellato saponificazione, il quale si ef- 
fettua sotterra, nell'acqua, ed in altri mezzi al pari 
della putrefazione , non mai ove si mummificano i 
cadaveri , a meno che circostanze individuali non 
concorrano a facilitare la saponificazione. Passano in 
questa le parti molli e fluide ad una sostanza omo- 
genea come grasso, che in sapone poscia convertesi; 
laddove nella trasformazione dei cadaveri in mum- 
mie ogni sostanza fluida vien dissipata. Nel processo 
saponificante , le parti molli riduconsi ad un deci- 



Questioni di medicina legale 39 

mo del peso totale del corpo ; ma ad un quindicesi- 
mo sì residuano nella mummificazione. Resìstono le 
mummie per secoli alla distruzione totale ; ma solu- 
bili divengono nell' acqua i cadaveri saponificati , e 
se dessa vi penetra facilmente, non resta che il nudo 
scheletro. Fenomeno piìi comune del passaggio in 
mummie sì è la saponificazione, comunissimo essendo 
il dar sepoltura a piti cadaveri in una stessa fossa , 
in una medesima sepoltura, ed in terreni che piìi la 
facilitano, di quello sìa l'aria asciutta per la mum- 
mificazione. I due mentovati necroscopi francesi in 
virtìi di sagaci ricerche ed esperimenti han potuto 
sotterra come sott'acqua ed in altri mezzi fissare l'e- 
poca della saponificazione, egualmente che de' suoi 
progressi, e somministrare per tal modo al foro dei 
dati per arguire quella della morte. Risulta per le 
medesime osservazioni ed esperienze, che nei cada- 
veri posti sotterra o sepolti , i quali hanno disposi- 
zione a passare alla saponificazione, essa non inco- 
mincia che fra il 6° e 7° mese , ed in quelli posti 
sott' acqua che dopo 2 o 3 mesi ; mentre non com- 
piesì che dentro i tre anni sotterra , ma piìi presto 
sott'acqua. L'età, l'abito di corpo, la temperanza in- 
fluiscono in accelerare o ritardare questo processo, 
egualmente che il clima, la qualità del terreno , e 
molte altre circostanze dagli autori francesi accura- 
tamente rilevate, e che in compendio il N. A. ci rife- 
risce. Nulladimanco egli opina, che a processo com- 
piuto della saponificazione nulla si possa della fiso- 
nomia raccogliere e determinare, ne rimarcasi con- 
servate vestigie di ferite, o indizi di sofferte malattìe 
suscettive di discussione , i quali non potrebbe il 
foro al pili che come verisimili o probabili anziché 
certi ricevere ^ ad eccezione però di quei lumi che 



40 Scienze 

acquistar si possono, sotto l'avanzato o compiuto pro- 
cesso di saponificazione, dalla ricerca delle cause non 
soggette a decomposizione, siccome sono certi veleni, 
dei quali a luogo rispettivo ferrassi discorso. 

Con successo per altro di gran lunga migliore, 
per farne utile applicazione ai casi forensi, è stato a' 
dì nostri studiato il processo putrefattivo. Sulla nor- 
ma degli esperimenti ed osservazioni registrate nel 
prefato lavoro degli autori francesi, ci descrive il N. 
A. con accuratezza e brevità insieme le gradazioni 
successive di un tal processo distruttivo di tutte le 
parti molli e fluide fino allo scheletro , non clie le 
varietà ed anomalìe che si riscontrano nei cadaveri 
rinvenuti nei diversi mezzi, come soprattcrra, sotto- 
terra, sott' acqua, nel fimo ec. Potrk essere di qual- 
che lume pel foro la conoscenza di questa successiva 
progressione del processo putrefattivo dei sistemi 
tutti dell'organismo per giudicar l'epoca della mor- 
te o vicina o lontana o remotissima. Maggiore s;u'a 
però il profitto risultante dalle nozioni che si pos- 
seggono in oggi, e che giungono a stabilir qualche re- 
gola bastantemente sicura per conoscere se nei dif- 
ferenti mezzi sieno periti gì' individui e poscia cor- 
rotti, o se morti vi sieno stati scagliati per nascon- 
derne le cause, quantunque non si riesca d'altronde 
in assegnare 1' epoca precisa dell' accaduto avveni- 
mento. Ciò però non è tutto; poiché la età, il sesso, la 
statura, egualmente che alcune cagioni di morte po- 
tranno ravvisarsi nello scheltro istesso , sieno stati o 
no rispettati i ligamenti delle ossa dal processo pu- 
trefattivo o da quello saponificante.E tralasciando di 
qui parlare dei criterj che traggonsi all' uopo dalle 
dimensioni, proporzioni, paragoni ec, riferiremo 
colle parole del N. A. un esempio di applicazione di 



Qul'.stróNr ni medicina legalk 41 

lai norme, che noi nudo ossame condussero rt (hitcr- 
miiiare l'epoca della vita , il sesso , e la probabile 
causa della morte. ,, Il caso di un tiil Bonino pie- 
montesej che aveva G dita alla mano destra, e 6 al 
piede sinistro , ne oflfre V esempio. Desso fu ucciso e 
sepolto in un giardino. Dopo più che due anni da 
che non si vedeva^ e dà che il popolo ove abitava lo 
credeva partito o recatosi altrove, siccome si era fat- 
ta precori*ere la notizia, la polizia venne in sospetto 
della sua morte violenta. Una scarpa, che fu tratta 
air aria scavando la terra , diede fondamento al so- 
spetto ; e la polizia ordinò ivi -rescavazione; cui pre- 
Sedeva una persona di foro. Fu ritrovato ad un pie- 
de e mezzo di profondità un cadavere giacente sul 
dorso. Tutto era stato risoluto dalla putrefazione. Le 
sole vertebre si mantenevano in silo, ed il piede de- 
stro, il quale contenevasi nella scarpa, come il sini- 
stro che nella scarpa estratta in gran parte trovava- 
si, e quindi non avente tutte le sue ossa. In sulle os- 
sa della testa esistevano due antiche offese, le quali 
erano state risarcite dal processo vitale. Una terza 
vedevasi sulla parte squamosa del temporale sini- 
stro <, la quale era divisa in tre pezzi e disarticolata 
dal parietale. Niun processo di riunione era succes- 
so , che annunziasse aver avuto luogo la vita dopo 
r offesa o poco al di là di essa ; e per conseguenza , 
che doveva essere stata operata poco innanzi la mor- 
te, e verisimilmente averla essa prodotta. Ma poiché 
altro criterio per identificare la persona non pote- 
va esservi , che la prova delle ossa appartenenti al 
sesto dito del piede sinistro e della mano destra , 
quindi si venne a capo di ritrovare le faccette arti- 
colari di un sesto dito nell'ossetto del 5 osso del 
metatarso del piede sinistro, come del metacarpo 
G. A. T. LXX. /, 



42 Scienze 

della mano destra, per cui veniva provata, benché 
mancassero le falangi ad ambedue, ridenti ta della 
persona, o che lo scheletro apparteneva ad un ses- 
digitario in queste due estremità. Dallo stato al- 
tronde della pelvi si rilevò, che il soggetto era ma- 
schio; dal perfezionamento delle ossificazioni tutte, 
ch'era adulto; e da quelle dei denti, che poteva es- 
ser quadragenario (1). „ 

Dubbio non v'ha altresì, che di grave interes- 
se sia pei periti e pel foro il conoscere, che il dis- 
sotterramento del cadaveri sospetti di morte per 
veneficio lia potuto sovente riservare il veleno an- 
che fra gli avanzi della putrefazione , come se le 
ricerche si fossero istituite 24 ore dopo la morte. 
Infatti esempi si annunziano di simile trovamen- 
to dopo 15 giorni dalla morte , dopo tre mesi , 
dopo nove mesi dalla inumazione, e perfino dopo 
sette anni di sotterramento ; ricerche da doversi 
considerare come di gran momento per iscuoprire 
le cause fraudolenti di morte e per ispaventare la 
lunana malizia. Che se non siasi per anche pro- 
gredito tanto con queste ricerche medico-legali , 
da «lissipar tutte le tenebre che oscurano le vere 
cagioni o certe cause almanco di morte ; se vi sì 
scorga sempre molta incostanza nella successione e 
rapidità de' fenomeni cadaverici tutti; pure il foro 
ha acquistato molti lumi per la formazione de'suoi 
giudizi ; ed i periti hanno di che rinfrancarsi in 
molti casi dubbi. 

A compimento della presente questione ag- 
giugne il N. A. le nozioni dei metodi da tenersi, 



(i) Orfila, Traile des cxhuni. toni. II p. 36o. 



Questioni di medicina legale 43 

perchè remanazioni cadaveriche non rechino nocu- 
mento ai periti ed alla pubblica salute, dichiaran- 
do come manco incomodi e di più sperimentata 
utilità i cloruri. E chiude il presente libro con un 
appendice di avvertenze risguardanti Tautossia ca- 
daverica, e di moduli degli atti medico-legali per 
i singoli casi contemplati ne'relativi capitoli o que- 
stioni; e finalmente con un quadro o „ tabella dei 
mezzi piìi pronti ed efficaci da impiegarsi succes- 
sivamente nelle asfissie indicate in essa, onde ri- 
chiamare alla vita dalla morte apparente, ed assi- 
curarsi se quella vera sia accaduta. „ 

Nella presente edizione di c|uest*opera ha pur 
dato il N. A. maggior latitudine al terzo libro, che 
ha per titolo la Paranologia forense^ ovvero deli- 
rj e fatuità. Mentre le leggi assumono la tutela dei 
dementi e degli stupidi, non debbono ne possono 
ricuoprire colla loro egida i furbi, gì' impostori , 
ed i delinquenti^ che vorrebbero a lor talento in- 
tentare l'interdizione a quelli che stupidi o demen- 
ti non sono ; o che altronde come sani di mente 
vorrebbero altri far comparire che non lo sono ; 
ovvero che scusar vorrebbero i loro falli o delitti, 
allegando una temporaria frenesia, o uno stato di 
demenza e d'imbecillita. Kicorre in tali casi il fo- 
ro ai periti dell'arte, onde assicurarsi del vero sta- 
to dell'animo di queste persone, ed avere nei lo- 
ro pareri una base sicura di equità o di giusti- 
zia. Materia dunque di molta importanza ella è pur 
questa, trattandosi quivi di conoscere come giun- 
gasi a scusare dalle leggi e dagli uomini un de- 
mente, un imbecille, un sonnambolo , un ubriaco 
allora che commetta alcun delitto ; e quando all'op- 
posto si debbano dalle leggi e dagli uomini con- 



44 Scienze 

dannare coloro che Infingono un tale stato umilian- 
tissimo nel genere umano, mentr' essi godono del 
pieno esercizio della loro ragione , in mezzo alla 
quale abbandonatisi ad una cieca passione abbian 
saputo attentare alla salute e vita dei loro simili, 
sperando con queste simulazioni di sfuggire ai ri- 
gori della giustizia. Per meglio riuscire nel suo di- 
visamento il N. A. si propone a discutere pria di 
ogni altro, qual sia il vero stato di alienazione dal 
retto pensare e ragionare in qualsivoglia situazio- 
ne dell' uomo , e quindi in quello di sanità o di 
malattia, messo in confronto con quello del per- 
fetto stato dello spirito ; discussione da servire di 
paralello per determinare il vero o simulato paz- 
zo, demente, o stupido , il vero sordo e muto, il 
sonnambulo e l'ubriaco, o anche quelli che simula- 
no o dissimulano certe affezioni, risolvendo su que- 
sti dati fondamentali le questioni tutte che risguar- 
dano 1' argomento dì questo libro sotto 1' aspetto 
forense. Qual fondamento poi della scienza di que- 
ste o vere o finte aberrazioni mentali premette la 
sede nel cerebro di qaeWente immateriale^ incor- 
poreo, lo spirito, il quale in un modo arcano ar- 
monizza coir organo centrale delle sensazioni , e 
che colle divine sue facoltà di sentire, percepire, 
giudicare, e ragionare le signoreggia. Premette es- 
ser necessario pel. retto esercizio di tali funzio- 
ni, che l'organo o il centro delle sensazioni si trovi 
nello stato perfettamente sano: dal che ne discen- 
de per naturai conseguenza, che ogni e qualunque 
alterazione della mente , ogni sconcerto o pertur- 
bamento delle divine sue fiicoltU debbe da imo scon- 
certo della virtualità o dell' organismo del centro 
delle sensazioni derivare. Ma perche varie sono le 



Questioni di medicina legale /i5 

alterazioni di mente cui 1' uomo soggiace, o varie 
le forme pe'diversi fenomeni sotto le quali si esi- 
biscono , relative tutte alle cose che rappresenta- 
no ed alle cause che le risvegliano, quindi è che 
dagli scrittori scolastici varie discussioni sonosi pro- 
dotte, le quali il N. A. per lo scopo forense riduce 
a tre forme, di mania cioè o follia, che costituisce 
r alienazione di mente con delirio universale ; di 
monomania , eh' esibisce 1' alienazione con delirio 
parziale, o melancolìa ; iV imbecillità o idiotismo , 
che forma l'alienazione vera senza delirio. Le va- 
rietà di ciascuna diversificano soltanto nei gradi. 
Tutte e tre queste forme s'incontrano sotto due di- 
versi stati del corpo ; 1' uno è quello febbrile , e 
l'altro apiretico o senza febbre ; ed è sotto l'uno 
e l'altro stato appunto che formano uno scopo ci- 
vile e criminale nel foro. In tutte le tre divisate 
forme di aberrazione di spirito , nell' uno come 
nell'altro stato, possono coloro che ne sono affetti, 
far degli atti civili, e commettere anche dei de- 
litti. In tutte e tre queste forme ed in ambedue gli 
stati di aberrazioni febbrili o apitetiche, può l'a- 
stuzia o la malizia dei parenti , degli amici , dei 
nemici far emettere degli atti di ultima volontà , 
trar loro dei consensi di obbligazioni , estorcere 
delle confessioni di azioni non commesse in alcu- 
na maniera. Cresce quindi nei periti l'obbligo di 
ben distinguere e determinare queste forme nei 
due diversi stati suddetti ; e cresce nelle persone 
forensi l'utile di ben conoscerle, onde non essere 
illusi dall'astuzia o dalla prezzolata malizia. Ci di- 
spensiamo dal seguire il eh. N. A. nella descri- 
zione degl'indicati disordini mentali , dei sintomi 
che gli spettano, delle cause dalle quali promana- 



46 Scienze 

no ; ed egualmente tralasciamo d'intertenerci sul- 
le materie discusse ne'susseguenti capitoli di que» 
sto terzo libro, essendoché (a riserva di varie ad-» 
dizioni de'piìi recenti lumi che la scienza ha acqui^ 
stati cogli odierni lavori di tanti valenti scrittori ) 
contengano presso a poco le medesime questioni 
discusse nelle decorse edizioni. Ometter però non 
vogliamo di tener discorso della VII questione , 
eh' è l'ultima spettante a questo libro medesimo , 
relativa alle simulazioni e dissimulazioni dei vizi 
fisici, ond'esimersi per essi cosi dai doveri sociali, 
come dalle imputabilità criminali ; argomento non 
agitato nelle precedenti edizioni di quest'opera. 

„ Se possano simularsi ( è questo il titolo 
della questione ) o dissimularsi impunemente cer- 
te aiFezioni fisiche del corpo, tanto generali che par- 
ziali , ond' esimersi per esse dalle imputabilità , 
dalle pene, e dai doveri sociali. ,, Giova qui pre- 
mettere, che di varie affezioni simulate e dissimu- 
late ha il N. A. tenuto discorso nel primo libro, 
e nelle altre questioni del presente , abbraccian- 
do nell'attuale capitolo la discussione di altri jfi- 
sici vizj; e fra questi nell'ordine degli universali 
ripone in primo luogo 1' epilessia. Fra i fenome- 
ni che fan treno alla indicata morbosità, e che co- 
me noti ad ogni medico stimiamo ora inutile di 
ripetere , mancar ne debbono necessariamente al- 
cuni nel tempo del finto accesso e dopo. Dilatate 
non sono nell'accesso le pupille dei finti epiletici; 
irregolari non sono i polsi nel tempo dei moti 
convulsivi ; ne contrazioni parziali si rimarcano nei 
muscoli della faccia ; grave, triste, stupida non è 
poi la fisonomìa dei finti epiletici. Ma siccome non 
vedono, ne sentono , ne odono i veri epiletici in 



Questioni di medicina legale 47 

tempo deir accesso, talché non mostrano impres- 
sione dai vescicanti, cauterj col fuoco, ammonia- 
ca alle narici, ec. ; cos'i nei finti epitetici che sen- 
tono, odono, vedono e possono sanamente giudicare 
dei mezzi di prova che voglionsi mettere in pra- 
tica per assicurarsi del loro stato, ove propongasi 
di far tosto la castrazione o l'applicazione del fuo- 
co attuale alla nuca , o cosa simile , il risorgi- 
mento del finto infermo da quella falsa posizione 
darà prova al perito di decidere del suo stato. Non 
è però che dai finti atti non si possa ai veri ac- 
cessi passare ; siccome è vero altresì che dalla imi- 
tazione si cada nella vera epilessia : ma in tal caso 
l'apparato dei sintomi patognomonici dovrà appa- 
lesarsi. - V hanno d' altronde delle circostanze , 
nelle quali è interesse, specialmente delle fanciul- 
le, di celarla ; ma l'accorto perito alla fisonomia, al 
racconto dei sintomi, sebbene a disegno alterati , 
verrà nel giusto sospetto del male, e potrk , insi- 
stendo, vederne l'accesso, determinarne la natura. - 
Lo stesso che della epilessia si disse, vale per le 
simulate o dissimulate convulsioni ; ne queste al 
pari della prima sarebbero giammai la causa o im- 
pediente o dirimente il matrimonio , ove fossero 
vere, mentre le false non potrebbero esimere dall'e- 
sercizio de'proprj doveri. Le trasgressioni ed i dan- 
ni, che tali infermi in tempo del parosìsmo potreb- 
bero recare altrui » nel primo caso andrebbero a 
pari di quelle arrecate dai dementi; laddove se in- 
finte fossero tali malattie, verificate dai periti, do- 
vrebbero andar soggette alle pene dei sani. 

Nel novero delle fisiche affezioni universali , 
le veneree, V esantematiche croniche , le reumati- 
che e gottose esimer potrebbero dai doveri del prò- 



48 Scienze 

prlo stato grindivldui, quando realmente queste af- 
fezioni esistessero ; laddove se venissero simulate , 
non solo non potrebbero esimere, ma meritar do- 
vrebbero punizione. Possono le veneree affezioni ve- 
ramente infingersi quando non esistono, e nascon- 
dersi d' altronde , ma non sempre ov' esistano : e 
perciò hanno spesso provocato delle querele nel fo- 
ro. Ma incombe al perito il verificarne V esisten- 
za e la natura si per Pesame dei fenomeni mor- 
bosi che gli son proprj, come per l'uso dei rela- 
tivi rimedj. - Se dissimular si possano Vesantcììia-^ 
tiche croniche si universali e sì locali , come le 
tante forme pustolose e crostose degli erpeti, o la 
tigna e il favo, non opina il N. A. potersi le me- 
desime simulare, o almeno per assai breve tempo. - 
Impossibile è por altro simulare e nascondere la 
s;:or])utQ , il (juale ha un treno di fenomeni suoi 
proprj e particolari. Sono pure troppo palesi per 
non essere infinte, quali affezioni generali ed acu- 
te, il reumatismo e la gotta , quantunque fino ad 
mi certo segno infinger si possano nello stato cro- 
nico. Riunite per altro tutte le apparenze o quan^ 
to presentasi all'occhio, l'esame degli effetti che in- 
ducono nel cronico loro stato, e quanto le condi- 
zioni dell'individuo vi possono aggiungere, sark bea 
facile l'assicurarsi che non siavi simulazione, ne dis- 
simulazione, quale appunto è lo scopo del foro. 

Piìi facili sono le finzioni o simulazioni nelle af- 
fezioni locali che non nelle generali, e frequentis- 
sime sonosi rimarcate e riscontransi nella gioven- 
tù per esimersi dal servizio militare, Rammenta il 
N. A. essersi con felice effetto d'illusione simula- 
ta la claudicazione per finta anchilosi ; simulate^ 
la paralisi del destro lato in altro individuo , di 



Questioni m medicina legale 49 

cui si riferisce da Orfila il caso nel dizionario del- 
le scienze mediche ; simulati dolori di membra fi- 
no a sopportare il fuoco attuale, il moxa, i vesci- 
canti, e più altri tormenti onde riuscire, come so- 
no riusciti, nel loro intento. Altre speciali simula- 
zioni rammenta, come la miopìa, la presbiogìa, Va- 
mavrosif la sordità, la mutolezza, Vozena, Vemot- 
tisi ec. : avvertendo ai mezzi per distinguere la ve- 
ra dalla falsa affezione delle or menzionate. 

Discusse cotali materie nel modo il piìi sod- 
disfacente pe' bisogni forensi , pon fine il N. A. 
a questo libro con la solita appendice, in cui trat- 
tasi dei generali precetti relativi alla validità del 
parere medico-legale sulle aberrazioni mentali , 
cbe il perito sarà incaricato di rilasciare per gli 
usi del foro. Lo stato fisico o della costituzione 
del paziente, l'etk, la condizione, il genere di vi- 
ta, il clima, le abitudini, sono le circostanze da do- 
versi bene scandagliare ; un piacevole dialogo col 
paziente potrà condurre il perito al suo scopo di 
esatta conoscenza ; l'esame di altre pregresse ma- 
lattie e (juali, sark pur necessario per emetterne un 
maturo e sano parere. Conseguitano quindi i so- 
liti moduli applicati a ciascheduna delle discusse 
questioni, onde servir possano di utile imitazione; 
e da ultimo si aggiungono quattro tavole esprimen- 
ti gli apparati e stromenti medico-legali pia neces- 
sari ai periti forensi , precedute dalla descrizione 
loro, e modo di usarli utilmente nei vari casi in 
cui sono prescritti. I principali fra i medesimi so- 
no il pelvimetro, da impiegarsi ancora come com- 
passo per misurare i diametri della cassa del pet- 
to nei bambini , e giudicare dall' esterno se ab- 
biano no respiralo : lo stetoscopio di Laennec: 



50 Scienze 

il mantice biventre o respiratorio di Unter con le 
ulteriori perfezioni attuali suggerite dai progressi 
della scienza : la canna injettante a vicenda ed as- 
sorbente di Read : la macchina fumigatoria per in- 
trodurre ed estrarre il fumo di tabacco nelF ano 
per mezzo del soffietto di Unter : la pila elemen- 
tare voltaica ; la pila voltaica a dischi ; la pila 
voltaica a trogoli o cassette : il tubo di cristallo 
docimastico-idrostatico di Bernt ; il tubo di latta 
docimastico-idrostatlco di Bernt riformato: la bi- 
lancia idrostatica : l'areometro bilancia, 
( Sarà continuato ) 

TONELLI 



J^^ero, scintilla elettrica^ effetti àt elettrica tensione , 
di proprietà chimica e calorifica ottenuti dalla 
scossa della torpedine, osservazioni sopra le prò 
prietà elettriche^ ed elettro-fisiologiche della stes' 
sa torpedine, fatte dal P. Santi Linari delle scuo- 
le pie, professore di fìsica delC I. e R. università 
di Siena, 

VERA SCINTILLA ELETTRICA 



VJhiunque dei fisici all' epoca presente tentò dì 
trarre dal pesce torpedine con filo corto ed all' at- 
tacco r elettrica scintilla, che meritamente parreb- 
be doversi in seguito chiamare la scintilla ittio-elet- 
trica della torpedine stessa , la storia della fisica ci 
dice, che alcuno indizio, almen sensibile , non potè 
osservare. 



Scoperte deì P. Linari 51 

Il P, Santi Linari delle scuole pie, prof. dell'I, 
e R. università di Siena,nella permanenza di circa un 
mese al porto s. Stefano sul lido toscano, ove espres- 
samente il 25 d'agosto del corrente anno 1836 tra- 
sferissi, istituì una serie di esperienze , onde prima 
tentare di effettivamente conseguire il predetto fe- 
nomeno , dipoi altri, e di meglio osservare i già co- 
nosciuti , che (jui sotto successivamente menzione- 
remo, 

Nel 1 settembre dell'istesso corrente anno, nel 
quale incontrossi ancora in torpedini vigorose e 
grosse, la ottenne prima nel vuoto, e poi nell'aria, 
mercè de' seguenti suoi semplicissimi apparecchi. 

Per la scintilla nell'aria , l'apparecchio consi- 
steva in un tuho di vetro piegato a figura di U. 
Questo tubo all'estremità di ciascuno dei suoi brac- 
ci aveva fissato con sughero e cera di Spagna un fi- 
lo di ferro, porzione di cui dal centro del sughero 
discendeva fin presso, per la distanza di una picco- 
la frazione di linea, alla superficie del mercurio, di 
cui esso tubo nella sua curvata parte era ripieno. 
Una colonnetta di legno verniciato di resina, sul ca- 
pitello della quale stava fissata con mastice detta cur- 
vata parte, serviva al tubo ed al rimanente dell'ap- 
parecchio di sostegno. 

Per la scintilla nel vuoto , Taltro apparecchio 
consisteva in un consimil tubo di vetro, fatto per al- 
tro questo a provino barometrico , e con uno dei 
bracci ripiegato per in giii, che ne era il vuoto di 
mercurio. Questo medesimo braccio all' estremità 
sua aveva saldata a mastice una viera a vite d'ottone: 
1 per essere avvitato alla macchina pneumatica , e 
privato dell'aria, onde il mercurio per questo mez- 
io scendendo in basso dall' altro braccio , colla sua 



52 Scienze 

superficie si situasse appena al di sotto della punta 
del filo di ferro, come accadeva nell' altro apparec- 
chio : 2 per esser tolto poi dalla maccliina pneuma- 
tica , e con la vite stessa avvitato al capo d' ottone 
d'un sostegno isolatore consimile alla di sopra men- 
tovata colonnetta. La porzione di filo di ferro , che 
penetrava nel braccio voltato in alto, stava, in que- 
sto caso, saldata a dardo di lampada alla di lui e- 
stremila per ovviare l'ingresso dell'aria nell'interno 
del medesimo. La porzione poi dell'altro filo entra- 
va nel tubo, non dalla estremità dell' altro braccio , 
ma per un foro fatto nel gomito di questo. Esso fo- 
ro era in seguito stato chiuso ermeticamente da ma- 
stice. Per isolare poi l'elettricità dall'umido, che il 
vetro prende dall'aria ambiente, ne erano state ver- 
niciate d'un velo trasparente di gomma lacca quel- 
le parti del tubo stesso all' intorno dei fori , per i 
quali entravano i fili nel di lui interno. 

Le mentovate due porzioni interne di filo di 
ferro si prolungavano fuori di ciascun tubo dei due 
apparecchi a guisa di corti tralci, per i quali, all'uo- 
po , venivano per allacciamento ad essere uniti alle 
respettive estremità dei fili reofori, di cui ciascuno 
degli estremi liberi era terminato da lamina, o filo 
di platino. 

Tal terminazione di ciascun dei fili reofori in fi- 
lo, o in lamina di platino, non tanto è stata impiega- 
ta per l'esperienza, di cui attualmente sì fa menzio- 
ne, ma per qualunque altra di quelle, che dopo la 
medesima qui successivamente in seguito rammen- 
tate verranno. 

Detti fili reofori erano corti il piti possibile per 
render brevissimo il circuito della corrente, all' og- 



Scoperte del P. Linari 53 

getto di rimuovere da esso ogni influenza d' in- 
duzione. 

Il profess. Linari antecedentemente alla sua 
partenza per s. Stefano, per rendersi certo l'evento 
del rilevante cercato fenomeno, col mezzo di tenuis- 
sime ondulazioni , o moti simili trasmessi con arte 
alla massa del mercurio, coadiuvò l'elettrico flui- 
do a svilupparsi sulla superficie del medesimo in 
scintilla. Luminosa questa trasse per assai ripetuto 
numero di volte da una debole corrente galvanica 
d'un elemento del diametro di tre pollici, ed umet- 
tato da carta Lagnata con acqua poco acidula. Ondu- 
lazioni e fremiti di moto per altro, che quasi piìi 
luogo non ebbero nel fatto reale dell' esperimento ; 
mentre, come vedremo, la scintilla tratta dal lancia- 
mento della scossa della torpedine , in non poche 
volte, non ebbe bisogno d' arte, onde uscir fuori 
nell'aria, distinta e luminosa. 

La vera scintilla elettrica dunque, che il pro- 
fess. Linari dicemmo aver tratto dalla torpedine 
coir impiego dei suoi sopradescritti semplicissimi 
apparecchi , è quella stessa che per tali mezzi , e 
pe' modi qui sopra accennati da esso tentata , in 
verità di fatto comparve ed in faccia dei suoi pro- 
pri occhi, e di quelle persone, che nel luogo d'espe- 
rimento trovaronsi. Talché la medesima, tra l'inter- 
ruzione dei conduttori della corrente bene sviluppa- 
ta e luminosa comparendo, potè anche nella chiara 
luce del giorno essere distinta. Di piìi ; nelle non 
poche volte, in cui sotto forti scosse si ritentò la di 
lei comparsa, onde precisamente decidere se spiccia- 
vasi all'attacco (il che avvenne) , in queste tali vol- 
te, fuori dell'uopo d'alcun moto ondulatorio , ed in 
alcune di esse, anche del fremito nel mercurio, si fé- 



54 Scienze: 

ce osservare brillantissima. In generale notando i 
caratteri dell' apparizione di questa nuova scintilla; 
neir aria, compariva raccolta e luminosa; nel vuo- 
to, sparsa, e divisa in brevi raggi di luce, da cui la 
superficie del mercurio dentro il tuba veniva talvol- 
ta intensamente illuminata. 

Siccome poi della scintilla, che il medesimo ave- 
va ottenuto con suo apparato a spirali elettro-dina- 
miche, nel 27 marzo dell'i stesso corrente anno a Ta- 
laraone (1) , e di cui quindi ne fece menzione il sig. 
Arago all'accademia parigina nella seduta del di 1 1 
luglio 1836, gli fu d'uopo coU'istesso apparato di ri- 
peterne l'esperimento, per averne contezza certa se 
sviluppisi allo stacco (eia che attualmente potè be- 
ne osservare); cosi per questa circostanza, potendo 
egli ad un tempo stesso porre a confronto le due os- 
servate scintille, trovò che la ottenuta nel settembre 
era oltremodo piìi intensa e brillante della conse- 
guita nel marzo. 

Dopo tuttociò pertanto i mezzi, pei quali tratte 
furono dalla scossa della torpedine le due scintille , 
ed i caratteri loro, sotto i quali nella interruzione 
della corrente si appalesarono, a circostanze pari, di- 
mostrano evidentemente : che quella del marzo e 
scintilla d' induzione, l'altra del settembre è la ve- 
ra scintilla elettrica di questo pesce ; la quale , per 
gli esposti fatti meritando di esser chiamata in se- 
guito la scintilla ittio-elettrica della torpedine, è ap- 



(i) Vedi il trattato elementare 4i fisica del sig. Despretz tra- 
dotto e nuovamente commentato dal prof. Giorgi ec. ce. Presso 
Piatti in Firenze dal i8.35 al i836 nel fine del mese di marzo 
tom. 1 p. ^84> 



Scoperte del P. Linari 55 

punto quella, cui i cultori delle scienze fisiclie con 
forte interesse cercavano dì scuoprire pei progres- 
si delle stesse scienze , e più particolarmente poi 
della elettrica. 

Effetti d'elettrica tensione^ di proprietà 
chimica e calorifica» 

Convengono tutti gli scrittori delle proprietà 
elettriche della torpedine in asserire : che all'istan- 
te in cui essa dà la scossa, alcun degli osservatori di 
questo fenomeno non havvi mai ravvisato segni d'e- 
lettrica tensione. 

I primi luminari della fisica presero forte impe- 
gno per questa importante ricerca. Wals inutilmen- 
te tentò di vedere una qualche attrazione e repul- 
sione tra due midolle sferiche di sambuco. Volta, e 
quanti fisici, dopo questo dotto elettrista, anche con 
indicatori scelti tentarono di scuoprirvi la piìi pic- 
cola tensione propria a quelle elettricità, che la 
danno, trovarono questi sempre inerti , e morti nei 
propri modi loro di accennarla. Gay-Lussac ed Hum- 
boldt , dopo attentissime proprie loro osservazioni 
sulle proprietà della mentovata scossa, conchiusero 
dicendo : non esservi di proprio alla scossa stessa 
della torpedine alcun effetto d'elettrica tensione. 

A fronte di tutto ciò il prof. Linari, dal mero 
fatto astretto, dee annunziare di avere al contrario 
nella scossa di detto pesce ravvisata anzi la proprie- 
tà di effetti d'elettrica tensione, mediante la diver- 
genza , che la scossa stessa produceva nelle lamine 
d' oro di un suo delicatissimo elettro-scopio. Il che 
per questa fatta otteneva, troncando cioè all' istante 
della scossa simultaneamente la comunicazione, che 



56 Sciènte 

il condensatore elettroscopio aveva e con la teri*a , tì 
con una delle superficie del pesce. Allora, dietro il 
solito stacco verticale del supcriore dall' inferior 
piatto condensatore, tosto le dette lamine d' oro di 
per se stesse aprivansi, e rimanevano sensibilmente 
divergenti: effetto di elettrica tensione. Quest'appa- 
recchio, o macchina, che per tal ricerca aveva pre- 
cisamente fatto costruire , era stata eseguita sotto la 
sua direzione dall'abile sig. Bertoni macchinista del- 
la stessa università. Lascia frattanto di farne la de- 
scrizione 5 poiché essa è fatta secondo i metodi più 
scelti e raffinati che nella sua dotta opera „ Traitè de 
r electricité et du magnetisme „ accenna il Sig. Bc- 
querel; ed è arricchita degli ultimi perfezionamenti 
scoperti , ed applicati a questa stessa macchina dal 
sig. Peltier, onde per la medesima possasi sulle sue 
lamine apprezzar senza errore anche la più tenue 
elettricità. Soltanto egli fa osservare: 1 che i piatti 
erano grandi in diametro 7 pollici, e di rame a gros- 
sa doratura d'oro buono; 2 che le dita, che toccavano, 
al momento della scossa, il piatto superiore dell'ape 
parecchio, lavavansi precedentemente in acqua stil- 
lata, ed osservavansi tutte le precauzioni , che esige 
la delicatezza di questa esperienza; 3 che il filo di 
comunicazione tra il condensatore, ed una delle due 
facce del pesce, era corto. 

Sopra 40 in numero furono i colpi di scossa 
tratti da piìi d'una delle torpedini con effetto. L'am- 
piezza della divergenza delle lamine era piìi gran- 
de, o pili piccola in ragione della intensità della 
stessa scossa. Lasciando indietro le più piccole os- 
servate divergenze , e dando a stima in numeri di 
gradi d'arco l'ampiezza stessa di ciascuna delle me- 
desime; le amplitudini perciò di queste potevano va- 



Scoperte del P. Limàri 57 

lutarsi trai 10 ed. i 12 gradi d'arco dì cerchio, il 
cui raggio era la lunghezza d' una di dette lamine 
d'oro. Importa per quest' esperienza , che le torpe- 
dini siano sane, e nella grandezza almeno tra gli 8 e 
i 12 pollici , allorché vogliasi osservar sensibile la 
divergenza in esse lamine. 

Siccome poi la bontà della macchina del con- 
densatore-elettroscopio portava il vantaggio, che nei 
momenti d'ambiente asciuttissimo le lamine per ten- 
sione elettrica avessero una durata sensibile nella 
presa lor posizione di divergenza; così l'istesso pro- 
fess. Linari profittò di questo importante effetto di 
essa tensione, onde scuoprire per questo nuovo fat- 
to i poli elettrici , e la posizione di ciascun di loro 
neir apparecchio proprio della torpedine. Il che to- 
sto al medesimo si presentò facile a conseguirsi. Poi- 
ché col metodo delle elettricità conosciute avendo 
scoperto, esser di elettricità positiva le correnti di 
comunicazione eolla superficie del dorso, d'elettri- 
citk negativa quelle comunicanti colla superficie del 
basso ventre: ossivero avendo in sostanza ravvisato , 
che tutte le correnti lanciate dalla scossa del pesce 
uscivano costantemente dalla superficie del dorso, ed 
entravano da quella del petto ; perciò da questa co- 
nosciuta lor proprietà conchiuse , i lor poli , ossia 
quelli dell'apparecchio proprio alla torpedine, esse- 
re il positivo, alla sua superior superficie ; il nega- 
tivo, alla inferiore. 

Questi suoi risultamenti, dedotti dalla legge del 
nuovo fenomeno di elettrica tensione, ne incontraro- 
no la lor conferma in quei, che di nuovo dedusse da 
quelle di deviazione dell'ago nel galvanometro. 

Conosciuti dal prof. Linari i poli elettrici, e la 
posizione di ciascun di essi nell'apparecchio, od or- 
G. A. T. LXX. 5 



58 Scienze 

gano elettrico della torpedine col mezzo degli ef- 
fetti delle proprietà fisiche dell'agente, che produce 
la scossa, cercò di ravvisarli per maggior loro con- 
ferma per quelli delle proprietà chimiche. 

A questo riguardo pose in primo luogo nel 
circuito della corrente, mediante due fili d' oro di 
zecchino, un tubetto di vetro ripieno d'una forte so- 
luzione di nitrato d' argento. Il tulaetto era chiuso 
in ognuno dei suoi estremi con sughero e cera di 
Spagna; ed i medesimi fili d'oro, ciascuno dalla pro- 
pria parte coli' altra estremità lungo 1' asse del su- 
ghero nel medesimo tubetto internata, si stavano di 
fronte alla reciproca distanza di poche linee. Allor- 
ché dunque la soluzione fu esposta alla effettiva azio- 
ne delle correnti lanciate dalla scossa, dopo non pic- 
col numero di colpi dì questa , il filo d' oi*o, che 
guardava il dorso del pesce, si presentò niente cam- 
biato nel suo naturai colore: l'altro filo , che era di- 
retto al basso ventre, venne ricoperto dall' argento, 
che visibilmente osservossi raccolto sopra del mede- 
simo. Per una seconda volta essendo stato ripreso 
ristesso sperimento, col metter nel tubetto nuova 
quantità della medesima soluzione, il fenomeno ri- 
comparve ugualmente, e nel modo sopra mentovato. 

Sottopose in secondo luogo, all'azione della cor- 
rente della scossa, dell'acqua rinchiusa in un pic- 
colo apparecchio di decomposizione. I due fili in 
essa immersi , e pe' quali la medesima faceva par- 
te del circuito, erano dì ferro. Perciò all' istante 
d' ognuna delle scosse, date dal pesce, detti fili ve- 
devansì comparire : quello comunicante colla su- 
perficie dorsale dì esso pesce, inattivo, al più co- 
perto di qualche bolla d'aria, ma per altro ossi- 
dato ; l'altro, che riferivasi alla superficie del di 



Scoperte del P. Linari 59 

lui bassoventre, all' intorno di se stesso coprivasi 
di copia di bolle e fili d'aria, che veloci salivano 
al livello dell'acqua. Invertendo la corrente, 1' i- 
drogene usciva dall'intorno del primo, ed inattivo 
presentavasi il secondo. 

Dal che dunque i risultamenti delle proprie- 
tà chimiche dell'agente produttore della scossa del- 
la torpedine , esattamente coincidendo con quelli 
delle fisiche, corroborano maggiormente dì verità 
la di sopra dal medesimo prof. Linari dedotta con- 
seguenza; che l'organo, o l'apparecchio proprio 
di essa torpedine, ha i suoi poli elettrici; il posi- 
tivo alla superiore , il negativo alla inferiore sua 
superficie. 

Infruttuosi non furono i tentativi, che il prof. 
Linari praticò, se non per decisivamente scuopri- 
re , almeno per ravvisare una qualche nota pro- 
prietà calorifica nelle elettriche correnti tratte dal- 
la torpedine. 

A fine per tanto di riuscire nei medesimi , 
intrapresi per sì rilevante ricerca, erasi costruito 
un apparecchio termoscopico consimile a quello 
già conosciuto di Peltier, onde per un certo ana- 
logo modo in dette correnti notar comparsi mar- 
catamente sensibili quei piccoli effetti di proprietà 
calorifica, che Peltier col ritrovato suo termosco- 
pio nelle deboli elettriche correnti scoperto aveva. 

Nella costruzione del proprio apparecchio il 
prof. Linari giovato erasi della descrizione, che il 
sig. Becquerel nella citata sua opera „ Traité de 
l'èletricitè ec. „ fa di quello del sig. Peltier me- 
desimo. 

Il detto consimile apparecchio termoscopico 
del medesimo prof. Linari consisteva adunque in 



60 Scienze 

un elemento di pila termo'-elettrica composta di 
due piccole sbarre parallelepipede, lunghe ciascu- 
na 30 mill. di bismuto l'una, e d'antimonio 1' al- 
tra , e quasi pe' loro stessi metalli saldati in cro- 
ce, sotto la figura della lettera X. Questo elemen- 
to rimaneva fissato nella meta della lunghezza d'un 
cilindro di legno verniciato di gomma lacca, e so- 
stenuto orizzontalmente negli estremi del suo as- 
se dai proprii loro perni. Ad uno di questi estre- 
mi dell' asse stava applicato un meccanismo, per 
cui dietro il rapido scatto di una molla trasmet- 
tendosi un moto di rotazione da una parte all'al- 
tra intorno a detto asse ed al cilindro , questo 
all'istante, nella direzione del moto ricevuto, alza- 
va le une aste dell' elemento termoscopico da un 
lato, ed abbassava le opposte dall'altro. 

Al di sotto delle aste dell'elemento, ed in un 
medesimo piano erano quattro dischetti di rame, 
e verniciati di gomma-lacca alla inferiore lor su- 
perficie. 

Due di essi stavano in contatto colle superfi- 
cie dell'estremità delle aste ascendenti, prima che 
queste tratte fossero al moto : gli altri due colle 
superficie dell'estremità delle aste discendenti egual 
contatto prendevano: all' istante che di queste il 
corso di lor movimento essi medesimi arrestavano. 

I primi dischetti erano i termini delle ap- 
pendici dei fili reofori , i secondi gli estremi di 
quelle del filo del galvanometro. Questo era il sen- 
sibile di Nobili. 

L' elemento termoscopico dunque faceva parte 
della corrente elettrica, o termo-elettrica : secon- 
do che stava il contatto o delle aste ascendenti 
co' dischetti : delle appendici dei fili reofori , o 



Scoperte del P. Linari 61 

delle discendenti con quelli di quelle del filo del 
galvanometro. Una tavoletta quadra di legno ben 
secco sosteneva, e teneva fissati e disposti sopra di 
se , nel modo indicato, e l'apparecchio termoscopi- 
co , e le appendici dei fili reofori , e del filo del 
galvanometro. 

Ciò premesso , e supposto aperto il circuito 
alla corrente elettrica , al comparir del segno di 
scarica della scossa , fattasi contemporaneamente 
scattar la predetta molla, il cilindro o bilanciere 
prendendo il moto nel senso mentovato , passava 
dalla rottura della circolazione di detta corrente 
elettrica, all'aprimento di quella termo-elettrica. 

Il misuratore della intensità della corrente elet- 
trica consisteva in un galvanometro poco sensibile, 
in quanto che il filo intorno all' ago era cortissi- 
mo, non facendo che una sola evoluzione dall' una 
parte e dall'altra del medesimo ago. Peraltro que- 
sto filo era coperto di seta verniciata sopra da gom- 
ma-lacca. I fili reofori erano corti. La sensibilità 
poi dell'elemento termoscopico era anticipatamen- 
te stata sperimentata per mezzo di una debole cor- 
rente elettrica da un elemento galvanico di tre pol- 
lici di diametro, ed immerso in acqua non molto 
acidula ta. 

Venendo all' applicazione fatta di esso appa- 
recchio alla corrente prodotta dalla scossa della 
torpedine, devesi notare precedentemente; 1 che, 
nella serie di correnti lanciate dalla scossa di det- 
to pesce, parte faceva del circuito elettrico il mi- 
suratore, o meglio, indicatore nel caso nostro: 2 che 
i colpi di scossa tratti da più torpedini minori 
non furono di 30 ; 3 che 1' andamento delle cor- 
renti era supposto dalla superficie superiore all'in- 



62 Scienze 

feriore dell'apparecchio della torpedine ; 4 che tan- 
to le correnti positive, quanto le negative eran sem- 
pre fatte, nel termoscopio, dal bismuto all'anti- 
monio. 

Premesso ciò, eccone i risultamenti. 

Le correnti positive hanno dato per media mas- 
sima nell'ago del galvanometro gradi 5, per media 
minima gr. 2. 

L'indicatore dell'intensità della corrente della 
scossa ha dato per media massima gr, 1 0, per me- 
dia minima gr. 5. 

Le correnti negative hanno parimente dato per 
media massima gr. 4, per media minima gr. 1. 

L'indicatore ha dato per media massima gr. 9, 
per media minima gr. 4. 

Osservazioni sopra le proprietà elettriche 
ed elettro-fisiologiche. 

Mentre che una delle torpedini mostravasi 
prossima alla morte, il prof. Linari premendo col- 
le dita le superficie opposte d'uno degli organi del- 
la medesima , contro le dita stesse sentiva , come 
Spallanzani e Bosc, una continuata serie di piccoli 
colpi somiglianti a quelli , che da il polso della 
mano. 

Tolte quindi le dita, ed applicate con pres- 
sione, in lor vece, le estremità del filo del galvano- 
metro, subito l'ago di questo all'istante del lancia- 
mento d'ognuno di detti piccoli colpi sensibilmen- 
te deviava, e con oscillazioni dirette sempre verso 
un istesso senso. Il qual senso era quel medesimo, 
ch'esse oscillazioni , sebben con altra considerabi- 



Scoperte del P. Linari 63 

lissima ampiezza, Tistesso ago faceva, impulso dai 
colpi dell'ordinaria scossa della torpedine. 

A proporzione intanto, che l'intensità dei col- 
petti andò scemando, l'ago del pari nelle amplitu- 
dini delle sue oscillazioni decrebbe. Ciò non ostan- 
te il medesimo ago, mercè d'esser sensibilissimo, 
proseguendo a palesar notabili dette sue oscillazio- 
ni ancora quando i piccoli colpi al senso delle di- 
ta appena mostravansi distinguibili, da esse rile- 
var faceva reale sempre l'esistenza di questi piccoli 
colpi, sebben tenuissimi in intensità ridotti fosse- 
ro. Allorché poi spento comparve qualunque segno 
della stessa loro esistenza, o delle più piccole trac- 
ce d'elettriche scariche , l'ago medesimo cessò da 
ogni sua oscillazione, fermandosi costantemente im- 
mobile sul punto zero, a fronte che per la durata 
d'incirca 12 minuti di tempo appostatamente, ed 
in modo continuato aperto alla corrente tenuto ne 
fosse il circuito. 

Nel numero non minore di 40 torpedini abili 
o non abili, procuratesi dal prof. Linari per sotto- 
porle ai suoi sperimenti, trovò esser queste quasi 
tutte femmine e la maggior parte pregne. I maschi 
oltre l'esser magri, e piccoli, in parità di grandezza, 
meno energici d'elettrico si mostrarono. 

Per tale imprevisto, ma ben augurato inciden- 
te, dietro la dissezione che fece di quasi tutto il 
predetto numero delle femmine, ebbe luogo di po- 
ter osservar nella doppia lor matrice il feto dal suo 
primo embrione fino alla perfetta sua maturità. 
Questa osservazione pertanto non solo riuscì utile 
al medesimo per riscontrare in fatto ciò, che dall' 
ittiologia sapevasi, cioè che questo pesce è dei vi- 
vipari , le cui femmine madri partoriscono i lo- 



64 Scienze 

ro piccioli alla spiaggia del mare liberi a se stessi 
pienamente, perchè bisognevoli non più di nutri- 
zione, ne di materna assistenza; ma ancora per la 
sua diretta ricerca, cioè se questi piccioli e prima 
d'uscire dall'utero materno e neonati godano l'istes- 
sa proprietà, che il restante dplla loro specie. 

A questo riguardo infatti premendo legger- 
mente colle dita 1' organo d' uno dei cinque , che 
viventi in una delle matrici, dissecandone le supe- 
riori pareti, trovati avea immediatamente in ciascu- 
na delle ripetute pressioni , sentì altrettante pic- 
cole scosse; quindi trattolo fuori, e posto il mede- 
simo sopra isolatore dell'elettrico, i colpetti di scos- 
sa manifestaronsi notabilmente piìi forti. Fenome- 
no, cui Spallanzani accusa aver parimente osserva- 
to. Applicate dipoi alle opposte superficie del pic- 
colo di lui apparecchio elettrico le punte del filo 
del galvanometro, l'ago di questo per taluna delle 
scossette lanciate dal detto neonato pesce compì qua- 
si il cerchio d'una delle sue rivoluzioni , ed inoltre 
dietro la legge di sua deviazione rapporto al senso 
della direzione della corrente , che fuori del suo 
piano lo trae, indicò che nei due elettrici apparec- 
chi del parto e della madre le polarità respettive 
dell'uno erano identiche a quelle dell'altra. Gli al- 
tri piccioli, tratti parimente fuori dall'istessa ma- 
trice, ed immersi nel liquido loro elemento, imme- 
diatamente si fecero osservar natanti, e proporzio- 
natamente alle lor proprie forze dar la scossa co- 
me i provetti. 

Frattanto il prof. Linari, dopo avere sotto più 
riprese per il corso di due giorni adoprate alcune 
torpedini per trar da esse l'elettrica scossa, morte 
che queste furono, aperto il loro stomaco, all'incir- 



ScOPEKTfi DEL P. LlNARI 65 

ca trovò, che il medesimo era ripieno di piìi pe- 
sci tra piccoli e grossi. Il peso d'uno di questi ulti- 
mi oltrepassava once sei toscane, ed il peso della 
torpedine minor non era di sei libbre. Il detto pe- 
sce appena cambiato era dallo stato suo naturale, 
come per poca pììi, per poca meno diflferenza mo- 
stravano d'esserne i rimanenti. Il sugo gastrico nel- 
lo stomaco stesso appariva non esservi in quella 
quantità necessaria alla lor digestione. Altre poi , 
nel cui stomaco le digestive funzioni ben effettua- 
te riscontrate furono, esse medesime oltre 1' esser- 
si mostrate vigorose e sane , aver date più ener- 
giche le loro elettriche scosse, aver in fine dentro 
maggior durata di tempo eguali sperimenti subito, 
morirono anche piìi tardi delle prime. Questo fat- 
to mostrerebbe tendere ad annodarsi all'opinion di 
Davy , cioè che in questo pesce 1' elettrico flui- 
do superfluo alla difesa, ed all'acquisto della preda, 
serva alla digestione dello stomaco. Poiché in quest' 
ipotesi, dietro sì forte detrazion di fluido, median- 
te il lanciamento delle scosse elettriche, operata, gli 
effetti delle forze digestive, nello stomaco delle pri- 
me torpedini, insensibili apparir dovevano. 

Siccome poi 1' istesso Davy congettura an- 
che, che il superfluo fluido elettrico serva al pesce 
stesso di mezzo onde procurarsi l'ossigeno ; per- 
ciò il prof. Linari medesimo stima non fuori di ana- 
logia con detta congettura questo seguente suo fat- 
to. Sei di questi pesci avendoli posti in una gab- 
bia di vinco, e quindi fatti stare per lo spazio di 
cinque giorni ad una data profondità dentro al ma- 
re, trovò questi pesci attissimi , irritati a dar là 
scossa, ed energici e sani come se in quell'istante 



66 Scienze 

per Tordinaria pesca liberi nel mare fossero stati 

presi, e da esso senza veruna offesa tratti fuori. 

Dopo di ciò per estensione e per seguito dell* 
esperienze elettro-fisiologiche fatte sulla torpedine 
da Galvani, da Spallanzani, e da altri rinomati fi- 
sici, il prof. Linari si è occupato in far le seguenti 
sue sperienze: 

1. Aperto ad una torpedine il cranio, e recisi i 
nervi da un lato del piìi grosso dei tre lobi del cer- 
vello; l'organo, corrispondente alle diramazioni di 
detti recisi nervi, operava, allorché una punta del 
filo del galvanometro toccava questo lobo, e l'altra 
l'inferior superficie di esso organo. Forse i recisi 
predetti nervi tornavano come a riunirsi. Lacerato 
poi il cervello, veruna parte dell'organo principa- 
le del pesce operava. 

2. Tolta ad una seconda la pelle , che copre il 
cranio, quindi con una delle estremità del filo del 
galvanometro toccata l' inferior superficie dell' orga- 
no principale , e con l'altra estremità punta la det- 
ta nudata parte , l' organo non operava : mentre al 
contrario nel resto del corpo del pesce osserva- 
vansi delle commozioni. Aperto poi il cranio , e 
toccato colla solita estremità del filo il più grosso 
dei lobi del cervello , od all' intorno di esso toccati 
i nervi , all' istante di ciascun di tali toccamenti 
molte rivoluzioni fece 1' ago del galvanometro. Pri- 
ma ferito , quindi lacerato , ed in ultimo tolto il 
cervello , in ciascun di questi casi sotto le stesse 
punture 1' ago del galvanometro giammai deviò da 
zero , ed intanto in varie parti del corpo del pesce 
stesso fortissime contrazioni osservaronsi: il che mo- 
stra , che tali conti:azioni non erano che puramen- 
te muscolari. 



Scoperte del P. Linari 67 

3. Ad una terza, recisale longitudinalmente la 
parte del dorso, ove i quattro grossi fili nervei nel 
respettìvo lor organo inserisconsi, e recisi quindi i 
due intermedj di essi nervi, allorché co'due estremi 
del filo del galvanoraetro venne punto l'organo loro 
corrispondente nelle opposte sue superficie , operò. 
Reciso di poi il terzo, posto presso le pinne pettora- 
li , r organo operò. Reciso il quarto, o 1' anteriore, 
r organo non operò. In ciascuno di questi casi un 
grosso cartone intercettava la comunicazione tra le 
parti di detti nervi recisi. 

k. Ad una quarta dissecato il petto , quindi al- 
lacciato il gran vaso sanguigno del cuore , e questo 
da detto vaso reciso , e tratto fuori dalla cavità del 
petto medesimo, ciascuno degli organi punto nel- 
r opposte superficie dagli estremi del filo del gal- 
vanometro , operava. Tagliati ( esp. 3 ) i quattro 
grossi nervi ad uno di detti due organi , questo 
'ferito non operava , il sano sì. 

5. Ad una quinta finalmente , 1. recisi i due 
organi in modo , che soltanto per la loro anterior 
parte al resto del corpo congiunti rimanessero: ve- 
runa di queste due parti dell* organo principale , 
punta come sopra ( esp. 4 ) , operò al galvanome- 
tro : 2. aperto il cranio , e punto il cervello con 
un estremo del filo del galvanometro , mentre l'al- 
tro stava in contatto al di sotto d'uno dei due or- 
gani: alcun di questi, sebben T animale vivesse an- 
cora, non operò. 

6. Applicato al cervello , ed ai nervi ad esso 
attorno , le correnti elettro-magnetiche , che da 
forte calamita armata d' ancora a filo spirale trae- 
vansi , tosto ai colpi istantanei di queste correnti 
varie parti del corpo del pesce si commossero , e 



68 Scienze 

varie altre fortemente sì contrassero ; ma gli or- 
gani elettrici niun segno di commozione e di con- 
trazione mostrarono. 

Le torpedini adoprate per queste cinque pre- 
cedenti sperienze , sebben sane e vigorose fossero, 
erano piuttosto piccole; le adoprate in quelle, che 
seguono, erano morte, ma grosse. 

1. Scoperto il cervello ad una da pochi mo- 
menti morta , quindi le due estremità del filo spi- 
rale del predetto apparecchio elettro-magnetico 
( 3 sp. 5) applicate, 1. sopra vari punti del cer- 
vello : 2. in diversi modi sopra i nervi , che dal 
medesimo cervello alle diverse parti del corpo con 
loro proprie diramazioni vanno: da questi due ca- 
si ne risultò , che per il primo osservaronsi delle 
sensibili commozioni nel corpo del pesce : per il 
secondo si videro fortemente commoversi e con- 
trarsi quei muscoli, co'quali in respettiva relazio- 
ne erano i nervi toccati ; ma in alcun di ambedue 
detti medesimi casi non mai gli organi elettrici si 
commossero. 

I risultamenti di questa e della 5 delle spe- 
rienze coincidendo con quelli di Davy, conferme- 
rebbero che gli organi elettrici di questo pesce non 
sono muscolari. 

2. Dissecato il petto a piìi d' una delle tor- 
pedini già da pili ore morte , e sottoposto il lor 
cuore air azione delle correnti elettro-magnetiche, 
questo si contraeva , e distendevasi piìi o meno ve- 
locemente , secondo che più corti , o più lunghi 
erano gU intervalli tra il colpo dato da una cor- 
rente , e quello d' un' altra. I medesimi moti di si- 
stole e di diastole nel cuore di questi animali , 
col mezzo della medesima azione di dette correnti 



Scoperte dei P. Linari 69 

r istesso prof. Linari potè tornar di nuovo ad os- 
servare anche 1 6 ore dopo la lor morte ; mentre 
poi nel cuore d' un grosso nasello suscitarli non 
potè , che un' ora dopo che spenta ne era la vita. 
Quando il sangue nel lor cuore è divenuto coagula- 
to, il fenomeno più non comparisce. 

Le torpedini , che al pr. Linari servirono per 
tutta la menzionata sua serie d'esperimenti, in gran- 
dezza erano dai 7 ai 12 pollici. 

Appendice. Scintilla tratta dalla pila termo-elettri- 
ca dal comm. cav. f^incenzio Antinori direttore 
deiri. e R. museo di Firenze^ e dal p. Santi Li- 
nari delle scuole pie, professore di fìsica deWI. 
e R. università di Siena, ed osservazioni di que- 
st'ultimo sopra detta scintilla. 

All'epoca in circa dei primi d' aprile del cor- 
rente anno 1836 , nella quale il sig. cav. Antinori 
potè procurarsi , per replica del prof. Linari ad 
una sua lettera , la notizia che il medesimo prof. 
Linari a Talamone nel 27 marzo del suddetto cor- 
rente anno con spirali elettro-dinamiche e con ma- 
gnete temporaria dal pesce torpedine aveva tratta 
r elettrica scintilla , prese a ragionare con se stes- 
so , dicendo : Se tali mezzi applicati fossero alla 
pila termo-elettrica, chi sa che dalle correnti sue 
circolanti in un consimile apparecchio ugualmente 
non se ne traesse il fenomeno stesso della scintilla! 
Fatto questo ragionamento, e provando , in effetto 
la ottenne. Alla circostanza , nella quale notifica- 
vagli il prof. Linari con amichevole sua lettera 
d' essere nel caso di pubblicare i surriferiti suoi la- 
vori fatti sul detto pesce torpedine , già al medesi- 



70 Scienze 

mo per altre lettere notificati fin dal tempo in cui 
esso prof, gli effettuò, credette opportuno il sig. An- 
tinori di pregare 1' istesso prof, di unire in appen- 
dice ai medesimi 1' annunzio di detto suo osservato 
fatto. Il prof. Linari si esibì di ciò fare , convenen- 
do di voler prima tentar di trarre anch' esso la det- 
ta termo-elettrica scintilla. La quale nel mese d' ot- 
tobre dell' istesso corrente anno in efietto avendo 
ottenuta, ora fa noto al pubblico il fenomeno sepa- 
ratamente osservato. 

Intanto il medesimo prof. Linari aggiunge qui 
alcune sue osservazioni riguardanti il mentovato con- 
seguito fenomeno della scintilla , e le proprietà del- 
la pila , da cui è stata tratta. 

Osservazione i. Con apparato composto di ma- 
gnete temporaria , e di spirali elettro-dinamiche a 
filo lungo 154 metri da una pila di Nobili termo-elet- 
trica , e di soli 25 elementi , traeva una scintilla 
brillante , che facevasi osservare anche in mezzo 
alla luce diffusa del giorno. 2. Con una spira sem- 
plice a filo lungo 8 piedi costantemente nell' oscuro 
comparir vedeva la scintilla allo stacco per ogni 
interruzione di corrente: con filo lungo 15 pol- 
lici vedevala di rado , ma distinta ; con pila rad- 
doppiata anche per un filo lungo 8 pollici , sotto 
lunghezze minori di quest' ultima , mai piìi com- 
parvegli. In qualunque dei predetti casi la comparsa 
di detta scintilla non potè osservarsi , che al solo 
stacco comunque cortissimo ne fosse il filo. Talmen- 
techè per il momento sembragli , che tale scintilla 
termo-elettrica aver non si possa, che nel mentova- 
to solo caso dello stacco. Al qual sentimento va 
di conforme parere anche il sig. Antinori ; poiché 
dai lumi , che attualmente si hanno sopra l'elettri- 



I 



Scoperte del P. Linari 7t 

che correnti , apparisce , che siavi tutto il fonda- 
mento di poter sospettare , che una corrente , la 
quale circola per vie tutte metalliche, rifuggir non 
possa r influenza d' induzione. Il fatto per altro sa- 
rà quello , che ciò meglio in seguito dimostrerà. 
3. Detta pila di si pochi elementi , e dentro si ri- 
stretti limiti di temperatura del ghiaccio , e del- 
l'acqua bollente con fili corti e terminati da estremi- 
tà ossidabili, dava benissimo la decomposizione del- 
l' acqua , facendo sensibilmente sviluppar 1' indro- 
gene da una di esse estremità. 4. Posta una mischian- 
za di sai marino umettato da acqua e di nitrato di 
argento tra due laminette d' oro orizzontali , e co- 
municanti respettivamente coi fili della pila <, que- 
sta , dopo aver agito sulla mischianza , segni evi- 
denti d' argento ripristinato ha fatto comparir sulla 
laminetta, che guardava l'antimonio. 5. Un ago ver- 
gine, strettamente circondato in spira dal filo del 
circuito, è rimasto ben magnetizzato dalla di lei cor- 
rente. 6. Sotto r azione di questa medesima corrente 
distinto osservavasi il fenomeno del palpito del 
mercurio. 



72 



Lezioni sulle malattie nervose per ser\>ire di prole- 
gomeni ad un trattato completo intorno alle me' 
desime. Del professore Francesco Puccinotti. Fi- 
renze 1834 (1). 



F. 



ece di già conoscere il sublime N. A. fin dall'an- 
no 1826 nel giornale di medicina analitica del eh. 
Strambi©, in un saggio sulle differenze essenziali del- 
le malattie, la necessita d'innalzare al grado di con- 
dizione morbosa dalle altre distinta la nevrosi. Di- 
mostrò ivi doversi questa in moltissimi casi risguar- 
dare come un morbo idiopatico e particolare del pro- 
cesso vitale dei nervi , non riducibile all' impero 
delle due o delle tre ricevute diatesi. Rimarcò altre- 
sì , che per non esser sempre prodotta da una cau- 
sa unica e sui generis, non poteva ritenersi come 
morbo specifico la nevrosi , non potendone i vizj di 
assimilazione organica costituire la particolar natu- 
ra: tanto piìi che una notevole indipendenza fisiolo- 
gica havvi fino ad un certo punto tra i poteri della 
funzione nutritiva o quelli della sensoria. Si fecero 
indi luminosi progressi mercè de'travagli di molti 
sommi nei rami relativi alla dottrina delle nevrosi , 
ma non si ebbero solide riforme e perfezionamenti 



(i) Sembrerà larda la menzione di un lavoro pubblicato da 
olire due aoni : la conoscenza perù dei pregi del medesimo ser- 
virà di compenso all'indugio frappostovi dalle nostre occupazio- 
ni. Non esiliamo quindi ulteriormente ad esebirne il presente 
estratto compilalo già da molli mesi per altro giornale. (//Com/>j7.) 



Malattie nervose 73 

per la insufficienza del metodo. La influenza delle 
dottrine fisiologiclie, che dall'epoca della riforma fin 
quasi all'ultimo decennio ebbero dominio nelle scuo- 
le d'Italia, trattenne con forza incredibile il progres- 
so della ragion clinica per la via da calcarsi. Il sen- 
sualismo si accordava mirabilmente colla passività 
della vita predicata da Brown , e quindi 1' influen- 
za di un popolo straniero rivolse gli spiriti italiani 
verso Condillac e Tracy , ed ovunque s' insinuò il 
sensualismo francese. Ne fu che dopo lungo pensare 
e predicare, che l'Italia discacciò il sensualismo dal- 
le sue accademie, e si ripresero a costruire le scien- 
ze con materiali del nostro suolo e con maniere e 
con stile tutto nostro. Il piìi valutabile frutto però 
che fra le questioni del dogmatismo diatesico e del- 
lo scetticismo bufaliniano ne derivò alla scienza , fu 
quello di convincersi del bisogno di riformare il 
metodo filosofico. Se pertanto il predetto sensuali- 
smo , come sembra , ha ritardato il progresso della 
intera scienza medica, non è maraviglia che le prin- 
cipali parti di essa , come lo studio delle malattie 
nervose , abbiano subito il medesimo destino. 

Studiossi il N. A. nella sua Patologia induttiva^ 
della quale si rese contOiper noi in queste carte ( al 
quaderno di maggio 1829, non che negli Annali di 
medicina del eh. Omodei ai fascicoli di giugno e di 
agosto di detto anno), di accennare ai punti princi- 
pali sii'qnali dovea ricostruirsi la teorica dei morbi 
nervosi ; ma piacquegli dappoi occuparsi con mag- 
gior latitudine in raccorre gli opportuni materiali 
per un corso di Lezioni di filosofia medica^ x\n pro- 
spetto di cui egli offre nel proemio di cui e discorso. 
Il voto per altro che in questo rimaneva per la istru- 
zione dei giovani , cioè un Trattato delle malattie 
G. A. T. LXX. 6 



74 Scienze 

ner\fOse , lo spinse ad arricchire le parti del suo 
primitivo divisamento , e dilatarne così e comple- 
tarne la esposizione. Soggiornando il Puccinotti nel- 
la eulta Firenze , ed invogliatosi di meglio stabilire 
i principii che sostengono la dottrina delle indicate 
morbosità, confessa aver potuto fruire di una decisa 
utilità neir assistere alle sperienze del cel, prof. No- 
bili intorno alle correnti elettriche , nell' osservare 
i nuovi fenomeni elettro-magnetici , ed intenderne 
da lui stesso le ingegnose novelle spiegazioni. E men- 
tre si propone fra qualche altro anno di rendere di 
pubblico diritto il completo trattato sulle malattie 
nervose , ha creduto espediente per pili motivi il 
publicarne in queste lezioni i prolegomeni. 

LEZIONE I. 

Delle malattie nervose in generale : importanza 
ed opportunità del loro studio. 

A questo genere di studii ci chiama la situazio- 
ne attuale, e il bisogno delle scienze, il progresso e 
lo stato presente dell'anatomia, della fisiologia, del- 
la fisica e della stessa dottrina dell' umano intendi- 
mento : dalle quali discipline siamo oggi in potere 
di trai're quella copia di ajuti e di schiarimenti, che 
non avrebbero per lo addietro saputo somministrar- 
ci. Con un saggio di vasta erudizione mostra il Puc- 
cinotti come e quanto lo spirito odierno della medi- 
cina tenda preferibilmente alla illustrazione di que- 
sto genere di morbi; che anzi a siffatto studio aggiu- 
gne che pur ci chiama la stessa filosofia co' suoi at- 
tuali progressi. „ Essa , da Lock e da Condillac si- 
„ no a questi ultimi tempi dominata dal sensuali- 



Malattie nervose 75 

smo^ non vedeva più oltre di un moto, di una vi- 
brazione nelle funzioni dei nervi , e la passivila 
del principio pensante doveva andare d' accordo 
colla passività della vita organica , fondamento 
del dinamismo browninno e rasoriano, e dell'ap- 
parenza filosofica dei loro sistemi. Oggi .... l'as- 
similazione se ha atterrato il principio della pas- 
sività della vita organica e modificato il vitalismo, 
somministrando le idee dei processi dintesici e 
delle affezioni semplici del misto ; così la sensa- 
zione, nel modo in che è riguardata oggi , oltre 
air isolarsi per un' attività propria degli altri fe- 
nomeni, e indicare il modo speciale con che voglio- 
no essere riguardate in patologia le sue alterazio- 
ni , somministra poi insieme i principii in se me- 
desima delle sue alterazioni, e i dati meno incerti 
per conoscere e valutare i rapporti di questi can- 
giamenti subbjettivi, con ciò che dal mondo este- 
riore partendo li suscita o li mantiene. L' attivi- 
tà della vita è oggi dunque di accordo colf attivi- 
tà del principio pensante : ed ecco come la filoso- 
fia odierna modificatasi , può entrare quale ele- 
mento di cognizione , i cui interessi si avvicen- 
dino con quelli dell'oggetto da conoscersi , onde 
percorrere tutta la sfera di una dottrina, che no- 
vellamente si stabilisca intorno a malattie, le qua- 
li spesso nel morale dell' uomo hanno tanto il lo- 
ro principio che il loro fine „. 

Come cagioni poi d' impegno a questo studio 
si pronunziano dall' A ; che il trattare delle nevrosi 
è r unico mezzo per distinguerci dagli antichi e per 
convincerci della nostra preminenza sopra essi; l'op- 
portunità del tempo in virtìi della gloriosa ritirata 
di alcuni riformatori ; l'opportunità del luogo , cs- 



76 Scienza 

sendo V Italia il luogo , ov' ebber culla quei chia- 
rissimi ingegni del Galvani e del Volta , ed essendo 
che si trasse in Firenze la prima volta dalla magne- 
te quella scintilla, che al Nobili fu luce che disvelò 
le principali leggi delle correnti elettriche ; la dovi- 
zia maggiore delle cognizioni anatomiche e fisiologi- 
che che render possono tanto maggiore la facilita di 
distinguere le cause delle malattie, e quindi stabilir- 
ne le vere indicazioni terapeutiche. E tanto è vero, 
che lo studio della fisiologia del sistema nervoso può 
condurci facilnìente alla cognizione delle cause delle 
malattie in proposito , che al dirsi soltanto causQ 
delle alterazioni della sensibilità apresi dinanzi al 
pensiero un teatro immenso e svariatissimo, in cui 
vedesi 1' alternarsi di un triplice ordine d' influenze 
e fisiche e morali e civili , colle qiiali è in continuo 
rapporto quella umana sensibilità medesima , che 
riconosciamo aver deviato dalle leggi che natura le 
impose. E qui la dottrina dei rapporti etiologici , 
senza cui la scienza clinica si annienta , tocca il 
suo maggior grado d' importanza. Per le quali co- 
se emerge , che lo studio delle malattie nervose è il 
voto odierno della scienza , quantunque pur sembri 
che possa essere quello della società , se uno sguar- 
do voglia darsi alle cause che le determinano , unq 
sguardo alla letteratura eh' è sempre quell' aggrega- 
to di formole intellettuali che rappresenta lo spirito 
di quella età in che si vive. ,, Il secolo infatti inclif 
„ na alla mestizia , si dice oggi s la vita dei sensi 
„ air incontro consiste neli' espansione 3 e quanto 
„ per r incessante operare di cause civili si rompo- 
„ no i legami della società e si sparge sopra essi il 
„ veleno della dilfidenza e delle discordie , ognuno 
,, si riconcentra e si macera di pene morali e di cor- 



MÀLAttlÈ NfìtlVÓSÉ 77 

(togli , 6 svolge tì fomenta le sorgenti di doloro- 
se affezioni. L' arpa dei bardi j dice Schiller , 
oggi non tocca che flebili corde e hort rJsuona che 
di funeree melodie. Egli chiama sentimentalità, il 
carattere della letteratura moderna. Qtiesta im- 
pronta di malinconie fa pi'eferire le descrizioni 
delle selve romite , dove uomini penitènti sal- 
meggiano A pie delle crocij le tombe tra i cipres- 
si e tra i salici babilonési a fioco lume di luna , i 
cimiteri dove svolazza e lamentasi l' Upupa e si 
aggirano le anime dei defonti j è cose altre somi- 
glianti o triste o spaventevoli. Con queste dispo- 
sizioni infelici delle odierne menti i mali nervosi 
si aumenteranno A dismisura : e vale l' opera dei 
medici filantropi il tenersi apparecchiati alla co- 
gniizione di essi e ai migliori trattamenti che po- 
tranno loro convenire. Sul declinare del passato 
secolo un potere sovrano universale, cui era pari 
la pili energica volontà, informava di se stesso la 
gran massa sociale. Questa urtata sempre e senza 
posa ad agire colla massima energia fisica e mora- 
le , e soddisfatta nella partecipazione della glo- 
ria del suo movente ^ doveva facilmente esaurirsi 
nelle sue forze j ed il brownianismo, che sovveni- 
va a questi morbosi accidenti di debolezza , dove- 
, va essere accolto con entusiasmo , e vantare per 
, allora molti fatti in suo favore. AH' appressarsi 
dello scioglimento di cotesta gran macchina politi- 
» ca che aveva fatto stupire l'Europa, i popoli con- 
, servavano ancora tutti quegli interni stimoli che 
, pocanzi spingevanli all'eroismoi ma mancò loro il 
, mezzo dì disfogarli mercè le opere delle armi e 
, r ardore di ima gloria ch'era prossima a spegner- 
, si. Questo decadimento della forza nervosa a con- 



78 Scienze 

„ fronto di una vita vegetativa tuttor gagliarda e su- 
„ perstite, e senza perdite corrispondenti per la di- 
„ minuzione degli esercizii continuati e violenti del 
„ corpo , portar doveva il sistema sanguigno a tale 
„ proclività e predominio di morbi , che tenendo il 
„ carattere d' infiammatorii dovevano chiamare la 
„ scienza a valersi di tutt'altri mezzi per poterle es- 
,, sere utile. La patologia flogistica del Tommasini 
„ conobbe questa opportunità, e il secolo dovrà es- 
„ sergli sempre riconoscente. Oggi , o eh* io m' in- 
„ ganno , o lo stato delle popolazioni trovandosi in 
„ un diverso punto civile , deve atteggiarsi tanto fi- 
„ sicamente che moralmente a diverse disposizioni 
„ morbose. Oggi tutto è forza di mente e non di 
„ braccio nelle grandi potenze sociali : le picciole 
„ non le governa che la paura, e quella specie di ti- 
„ tubanza morale , che , per rimeritarla degli im- 
„ mensi travagli di spirito che costa , viene appel- 
„ lata prudenza. Questo bisogno di mostrare sempre 
„ una fronte diversa da ciò che si rimescola nei cuo- 
„ ri , porta il predominio della vita sensifera sulla 
„ vegetante , e per conseguenza una disposizione a 
„ nuovi moti nervosi, e costringe la scienza alla ri- 
„ cerca di nuovi mezzi e di nuove dottrine per ri- 
„ pararli , modificarli , e guarirli „. Con questi 
ed altri egualmente vivi colori delinea il N. A. l'in- 
fluenza precipua delle civili cagioni sulla qualità, in- 
dole e genio dei morbi che ne sussieguono per la di- 
sposizione dell' umano organismo, sotto l'opera di 
quelle cause allo sviluppo di morbosità differenti 
sempre nei diversi tempi legate all' azione delle pri- 
me. Se non che vestendo tali malattie il piìi spesso 
un abito cronico , e piìi facilmente delle altre alte- 
rando neir infermo i poteri della ragione , quanta 



Malattie nervosk 79 

pazienza si esige nei medici nell' osservare , nclì' as- 
sistere, nel persuadere , quanto profondo studio , 
quant' amorevolezza ! Ma all'incontro v' ha perfino 
dei medici che fuggono T isterico e 1' ipocondriaco, 
come i tormenti della professione. Altri scusano la 
loro impazienza e la loro ignoranza col dire che sono 
incurabili, quasiché di altri mezzi fuorché di quelli 
delle farmacie non dovesse volersi il medico nella cu- 
ra dei mali. E che ? Forse a nulla possono le persua- 
sive di raziocini dopo le cognizioni prese sul cuore 
umano ? a nulla possono forse la dietetica , la com- 
miserazione, i consigli, insomma la medicina morale, 
bellissime risorse da non doversi negligere e calpe- 
stare da un medico filosofo ? 

LEZIONE II. 

Del metodo necessario a seguirsi nelV insegnamento 
delle malattie nervose. 

Può questa considerarsi come il primo anello , 
da cui dipende il subjetto delle seguenti lezioni. Più 
si fa ivi conoscere il piano che il N. A. sarà per te- 
nere nello studio, anzi meglio, nel suo trattato com- 
plèto delle malattie nervose , e che qui seguiremo 
in compendio. Ammaestra in sulle prime a saper os- 
servare , abbisognandovi ognora di criterj diagno- 
stici onde fissare gli stati diversi d' idiopatia nello 
stesso morbo, ed i farmachi dì azione diretta sulla 
speciale vitalità nervosa, e per la entità loro e varie- 
^ ta di natura differenziarli. Così nella nevrosi può in- 
contrarsi una condizione da non iscambiarsi colle al- 
tre comuni ad altri generi di morbi. Ed affin di co- 
noscerla , uopo è rappresentarla come devianienlo 



80 Scienze 

dallo stato sano, deviamento legato come effetto col- 
le sue cagioni. E qui, affin di poter discernere le ca- 
gioni dello stato morboso dei nervi, salisce a far uso 
del principio generale di già ammesso nella sua su- 
periormente citata Patologia induttiva. ,, E fuor di 
„ dubbio , egli dice, che quelle stesse cagioni che 
„ hanno ima maggiore e più diretta affnità fisiolo- 
„ gica colle funzioni della vita scnsifcra nello stato 
„ sano apriranno il varco più facilmente delle al- 
„ tre alla innormali la della stessa vita , e sapranno 
„ meglio e prima delle altre imprimere un parti- 
„ colare carattere patologico alla idiopatia che ne 
„ regge lo stato moi'boso. „ Ed ecco la fisiologia 
e la patologia prestarsi a vicenda soccorsi per la 
intelligenza dei fenomeni. Morbus linde sit, è uno 
dei principali postulati della clinica. „ E perciò 
„ le cognizioni dello stato presente dell' anatomia 
„ del sistema nervoso servirà non solo ad illumi- 
„ narci sulle sedi diverse che possono prendere i 
„ morbi a lui appartenenti, ma varrà anche di gui- 
„ da alle induzioni fisiologiche intorno alle sue fun- 
„ zioni e proprietà diverse, le quali vedremo spes^ 
„ so modellarsi sulla diversa struttura somatica e 
„ località delle diverse parti che la costituiscono. „ 
Ripone nel secondo posto di distribuzioneMi 
materiali per siffatto studio V occuparsi di tutt' i 
fatti che appartengono alla fisiologia dei nervi an- 
che per il lato delle cognizioni attuali dell'anato- 
mia comparata, intitolando questa parte d'insegna- 
mento : Stato attuale della fìsiologia delV apparato 
cinestetico^ ossia sensifero-motorez in cui si appren- 
derà ad assegnare un giusto valore alla indipen- 
denza fisiologica del sistema nervoso , contrappo- 
nendole le leggi della innervazione e della con- 



Malattie nervose 81 

nessìone dinamica^ e determinando insieme le sim- 
patie. Condotti a questo punto per concludere e 
connettere insieme le leggi di questa vita, dobbia- 
mo porre in rapporto i fenomeni già ordinati col- 
le cause loro assegnabili, e queste e quelli in rap- 
porto col centro anatomico già anteriormente per 
la induzione stabilito. Compiuta questa operazione 
intorno al suhstratum empirico dello stato sano del 
sistema nervoso, ed ordinato, distribuito e connesso 
mercè dell'analisi e della induzione nel modo indi- 
cato, fa d'uopo passare ad eseguire le medesime ope- 
razioni del metodo sopra i fatti dello stato morboso. 
Fa d' uopo incominciare dall' ordinamento della 
enorme massa dei fatti clinici. Ma qui per non pre- 
cipitare in un abisso di eccezioni, e smarrire la lu- 
ce preparata innanzi coll'anatomia e colla fisiolo- 
gia , non conviene tenere i fatti che si chiamano 
clinici come sicuri punti di partenza per indagare 
le leggi del deviamento dallo stato sano al morbo- 
so; sceverarli bensì fa d'uopo da tutto quel soprap- 
piìi che l'arte vi ha posto, imitar dovendosi l'ope- 
rato di un architetto, di un geologo, di un natura- 
lista. 

Altri fatti vi sono innanzi ai fatti clinici. Nei 
primi per la semplicità loro non parla che la sola 
natura, non essendovi immischiata altr'arte se non 
quella che suggeriscono gì' istinti morJ)osi mede- 
simi. Nei primi , come piìi prossimi allo stato sa- 
no, possono meglio spiarsi le sorgenti della devia- 
zione allo stato morboso, e debbono essi costitui- 
re quella norma sicura per inoltrarsi negl'intricati 
fenomeni del fatto clinico, ed applicare a questo 
l'analisi e la critica ; senza i quali soccorsi questa 
massa enorme di casi clinici non saprebbe mai dar- 



82 Scienze 

ci veruna induzione sicura per la patologia del si- 
stema nerroso. E cosi il punto intermedio tra lo 
stato sano ed il morboso costituirà una serie di fat- 
ti, nei quali il morbo lasciato in preda alle forze 
naturali si svolge sotto l'impero di conosciute ca- 
gioni , percorre libero certi suoi stadi , presenta 
certe maniere di crisi spontanee, per le quali egli 
ritorna all'intero possesso de' suoi poteri fisiologi- 
ci, cioè allo stato di sanità. L'enumerazione di que- 
sti casi, che appartengono a quella maniera di em- 
pirismo appellata per il N. A. empirismo piiro^ l'a- 
nalisi dei fenomeni che presentano ci somministre- 
ranno risultati induttivi da poter porre in corri- 
spondenza con quelli già stabiliti intorno allo sta- 
to fisiologico della vita sensifera. Senza questo pun- 
to intermedio dell' empirismo puro, havvi oscurità 
nella immensa serie dei morbi nervosi che la cli- 
nica ci presenta, prodotti per ogni fatta di cagio- 
ni , risolventisi in mille modi diversi , curati con 
mille e tutte disformi maniere terapeutiche. Ab- 
biamo in vece per esso un modello per la critica 
della ragione pratica , la quale impone tosto per 
prima operazione analitica l'avvicinare fra loro quei 
fatti che si accordano per somiglianza di cagioni, 
di crisi o di metodi curativi intrapresi. 

Discende per tal modo il N. A. ad insegnare 
come possa determinarsi la differenza tra le nevrosi 
sintomatiche e le idiopatiche; dirige le sue vedute 
al modo di trar profitto dalle nozioni fisiologiche in- 
torno alle diverse proprietà sensorie dei centri prin- 
cipali del sistema nervoso. Né dimentica la possi- 
bilità della complicazione delle nevrosi , allorché 
cioè son mantenute contemporaneamente da due 
fondi patologici di natura diversa, suscitate da cau- 



Malattie nervose 83 

se nelle quali l'opera della riduzione riconosce un 
diverso modo di agire e diverse affinità colle fun- 
zioni alterate. Ne finalmente gli sfugge il valor di 
quel problema clinico, di determinare cioè qual sia 
in questi casi l'alterazione primaria, quale la secon- 
daria, e quale la natura di entrambe. 

LEZIONE III. 

Stato presente delPanatomia 
del sistema nervoso. 

Ricercandosi la fondamentale organizzazione 
degli esseri, trova il N. A. nello scheletro che lo 
sostiene quei primi elementi di unita che ci ser- 
vono come di guida unica e sicura attraverso lo 
spazioso labirinto della natura vivente. E qui con 
uno sguardo erudito a tutti gli esseri dei tre re- 
gni della natura trova che il tipo loro originario 
non si allontana da una certa uniformità di orga- 
nizzazione. Nelle indagini intorno alla progressiva 
formazione del sistema nervoso stabilisce doversi 
tenere due metodi: il primo dei quali consiste in 
seguirlo coU'anatomia comparata degli esseri, in che 
se ne trova appena un abbozzo, sino a quelli in che 
ha conseguito o in parte o nel tutto il suo piìi per- 
fetto sviluppo; mentre con l'altro convien seguirlo 
nel suo procedere secondo la progressione organi- 
ca i periodi della vita nell'uomo stesso. Fluisce 
come risultato di queste ricerche il suddividere in 
tre grandi sistemi tutto intiero l'apparato nervoso, 
nel ganglionico cioè, nel cerebello-spinale, e nel 
cerebrale. Colle fin qui ricevute cognizioni secon- 
do le odierne anatomiche investigazioni discorre di 



84- S e I ii N i El 

ciascheduno di essi con somma dottrina, i*fporieri« 
do nel grande ganglio semilunare il centro di tutta 
il sistema gangliforme , il centro di convergenza 
dell'apparato sensifero. Intorno alle quali cose non 
c'interterremo, perchè sono elleno di pubblica cono- 
scenza per chi trovisi in corrente con gli anatomi- 
ci lumi del giorno. Ciascuno degTindicati sistemi, 
egli conchiude, ha „ un organo nervoso, che insie- 
„ me coir altro lo connette e serve di reciproco 
„ conduttore delle proprietà e degli officii. Donde 
„ risulta quella unità di composizione, di modi fi- 
„ cazione, di un solo tipo organizzatore, che oggi 
„ come nel sistema osseo l'anatomia riconosce an- 
„ che in quello dei nervi, e la filosofia lo esten- 
„ de a tutto il creato. Così la superficie del glo- 
„ ho, l'atmosfera che lo circonda, la massa enor- 
„ me delle acque atlantiche che ne dividono i con- 
„ tinenti , e gli stessi abissi i più profondi della 
„ natura sono per noi altrettante espressioni del 
„ pensiero sublime dell'Eterno che tutto fece ed 
„ ordinò secondo un tipo unico e supremo di ar- 
„ te e di sapienza. „ 

LEZIONE IV. 

Stato présente della fìsiotogid 
del sistema nervoso. 

Contemplata là indispensabile tìnionc è 6ot* 
rispondenza tra la fisiologia e la patologia^ l'appli-' 
cazione di questo pi*incipio alla storia delle malat- 
tie nervose guida a discoprire le leggi dei devia- 
menti dei materiali anatomici del sistema nervoso 
dallo stato sano. Ma qui si fa innanzi in sulle pri- 



Malattie nervose 85 

me la consitlerazìone della indipendenza fisiologica 
di tutto il sistema, e quindi quella dei principali 
centri di azione che li costituiscono. Officio primi- 
tivo proprio e dimostratissimo nel sistema dei ner- 
vi egli è il generare ed esercitare la sensibilità ed 
il movimento. Si modifica questa funzione sensoria 
o motrice nei tre centri principali del suddetto si- 
stema, e da ciò rimane pur dimostrata la legge del- 
la indipendenza fisiologica. Il sistema ganglionico 
cogli altri centri non ha che rapporti di trasmis- 
sione sensitiva, La sua indipendenza, come del pa- 
ri la sua influenza sul sistema spinale e cerebrale, 
e la influenza di questi sopra di lui, sono in oggi 
fatti incontrastabili. Egli presiede ad una partico- 
lare sensibilità; dalla sua influenza dipendono tutte 
le funzioni che sono relative alla conservazione del 
tnateriale dell'organismo. Anche il midollo spinale 
ha un ordine di funzioni modificanti e conducevo- 
li a risultati fisiologici diversi da quelli dell'ence- 
falo e del simpatico, e perciò di separata provin- 
cia contrassegnata da una specie di fisiologica indi- 
pendenza, quale pure nel terzo centro debbe con- 
siderarsi. Per amor di brevità omettiamo di se- 
guire il N. A. in tutti gli altri interessanti con- 
cetti, arrestandoci alla conghiettura dei fluidi im- 
ponderabili, se quale sia di essi il piii affine alla 
vitalità del sistema nevro-muscolare, cioè se la lu- 
ce, il calorico, il fluido galvanico, l'elettrico, o il 
magnetico. Il Volta già stal)iii, che tra il fluido gal- 
vanico e r elettrico non vi era discrepanza. Oggi 
il Nobili accarezza l'opinione che tutte le correnti 
possono ridursi a termo-elettriche, e che il calo- 
rico si?i il principale elettromotore. I varii e sor- 
prendenti fenomeni di analogia che hanno ottenu- 



$6 Scienze 

to i fisici moderni tra l'uno e l'altro dei suddetti 
imponderabili, gli hanno infine condotti a pensare, 
ch'essi non sieno che le diverse sembianze di una 
materia eterea che riempie 1' universo , e le cui 
modificazioni costituiscono la luce ; modificazione 
oh' entro i corpi della natura vivente lo converte 
in quel fluido, che al N. A. piace chiamare etere 
nerveo. Quindi le principali affinità etiologiche del 
sistema nervoso colle cause esterne tanto di vita 
quanto di malattìa, saranno con tutti quei principi! 
imponderabili, nei quali si svolge l'etere fisico del 
morbo esteriore. Campo maraviglioso ed infinito di 
considerazioni e di ricerche ! Ma „ vedere questa 
„ immensa catenazione di rapporti non è dato che 
,, ad uno solo. „ 

LEZIONE V. 

Patologia generale del sistema nervoso^ e prima 

dei tipi originarii e semplici del suo stato 

patologico, 

A rimuovere ogni illusione, che surger potreb- 
be nella indagine dello stato patologico, avvisa il N* 
A. I che le considerazioni patologiche, per partire 
da un vero di fatto e non da speculazioni teore- 
tiche, devono imitar la natura nel suo puro e vero 
linguaggio, ed interpretarla con metodo filosofico e 
senza teoretiche anticipazioni. Il vero punto di par- 
tenza per tali ricerche egli è quello stato sempli- 
ce e naturale che meno si discosta dallo stato sa- 
no. In esso travedesi la maggior parte di quelle 
trame che tuttora lo legano in sanità, sussister do- 
vendo nello stato morboso della macchina poteri 



Malattie nervose 87 

superstiti fisiologici, che mantengono ancor vivo e 
permanente il legame ch'esiste tra lo stato sano ed 
il morboso. Egli è sulla somma di cotesti poteri 
superstiti e sulla importanza vitale del sistema or- 
ganico d' onde partono , che anche di mezzo allo 
stato patologico il più diffuso si traggono spesso i 
piìi giusti criterii sul prognostico. Si misura sopra 
esso la quantità di azione medicamentosa che sarà 
la macchina per sopportare, amministrando un ri- 
medio ; ad essi si riportano finalmente i sintomi 
attivi, le salutari metastasi e le crisi, l'insieme dei 
quali movimenti ed operazioni organiche simulta- 
nee allo stato morboso appellansì dal N. A. poteri 
superstiti fisiologici , che per lo innanzi dicevansi 
forza medicatrice della natura. Ma non solo non 
ispengonsi nello stato morboso tutti cotesti poteri 
fisiologici ; che anzi per una certa benefica legge 
di compensazione uno talvolta supplisce all' ufficio 
di altr'organo, e talvolta si rimarcano attività ap- 
pena credibili. Or dove tali attività agiscono libe- 
re e spontanee, e dove niun rimedio dell'arte colla 
sua azione le sovvenne o le interruppe pel pro- 
scioglimento del morbo , ivi è che debbono assu- 
mersi i modelli, i tipi primitivi dello stato mor- 
boso ; ivi e non altrove debbono togliersi i fatti 
che costituiscono il semplice e più naturale punto 
di partenza alle investigazioni patologiche, come per 
ogni altro genere di morbi così eziandio per quel- 
li delle nervose affezioni, e così ritirarsi indietro 
fin ai fatti dell' empirismo puro per trovare la ve- 
ra e prima base sperimentale della scienza. 

f, Il modo più semplice di esistere della nevrosi 
„ è quello della nevralgia , dove cioè ella si mani- 
„ festa per dolore circoscritto a qualche tratto dei 



88 Scienze 

„ cordoni nervosi. Una forma la piìi semplice del- 
„ la nevralgia è quell' indolenzimento , quel cram- 
„ pò che investe le masse nervo-muscolari dell' e- 
„ stremità , qifando si tenne a di lungo in situazìo- 
„ ne disagiata ed immobile alcuna delle medesime 
„ parti. Interrotto per alcun poco così il circolo 
„ nervoso, nasce nei cordoni suddetti una specie di 
„ eteroidesi o congestione di etere nerveo: le estre- 
„ mita nervose cutanee si paralizzano, s'ingorgano i 
„ capillari , e destano un senso molesto di formi- 
„ colamento e di prurito , che soddisfacendolo con 
„ una forte e ripetuta confricazione , T etere ner- 
„ veo affluisce di nuovo alla cute , si dissipa 1' ete- 
„ roidesi, e i muscoli riprendono la loro elasticità, 
„ la loro libertà di azione antagonistica , e cessa la 
„ nevralgia „. Delle nevrosi, che attaccano a grado 
a grado tutto il sistema senziente facendosi centro 
del tronco ganglionico, desume il N. A. 1' esempio 
dalla nostalgia ; mentre la forma piìi semplice del- 
la nevrosi, avente sede nel centro cerebello- spinale, 
ci si offre da quei movimenti di tensione opistotoni- 
ca che dopo il sonno siam costretti dare al tronco , 
in virtli di accumulamento di etere nerveo fattasi 
durante quello nei fascetti anteriori e posteriori del- 
lo spinai midollo. Discorre quindi di quella che ha 
sede nel centro encefalico ; e per tutti questi fatti 
semplici è chiaro , che i poteri superstiti fisiologi- 
ci valsero da se soli a restituire i centri affetti allo 
stato primiero di armonia e di salute. In questi fatti 
medesimi, che la natura ci presenta nella sua sem- 
plicità , addimostra esistere una serie costante di 
rapporti fra le cause che li promossero , i sintomi 
loro, e le maniere che tennero nel loro proscioglier- 
si, e che tutto si aggirò nella sfera anatomico-pato- 



Malattie nervose 89 

logica del sistema affetto. Due altri criteri impor- 
tantissimi (li qitì apprentlonsi , 1' uno risguardantc 
il tipo delle cause per la loro riduzione , l' altro il 
tipo terapeutico , ossia quello dei rimedi per la 
elettrica loro azione. L' intermedio de' sintomi può 
somministrarlo, e lo somministra in fatti inaltera- 
bile , r empirismo clinico. Questo tipo intermedio 
però a nulla vale , se non è afforzato nel suo signi- 
ficato diagnostico dagli altri due. Si apre dappoi 
strada il N. A. a tener proposito della endemicità 
della nevrosi, della sporadicità loro, della influen- 
za del morale in ingenerarle. E mentre sotto l'impe- 
ro di alcuna dominante dottrina i cimenti terapeu- 
tici cominciarono da un fatto non interamente spie- 
gato ne cognito , è di avviso il pr. Puccinotti , che 
questi tipi primitivi morbosi, che la natura istessa 
ci presenta , siano pure i modelli delia imitazione 
terapeutica. 

LEZIONE VI. 

Dei fatti clinici : del modo di coordinarli^ e di 

depurarli , e in proposito della divisione 

sintomatica delle malattie nervose. 

Con le norme fin qui pronunziate si giugne a di- 
latare la base empirica della scienza di siffatti mor- 
bi: e provveduti così del tipo di confronto acqui- 
stato dalla natura medesima di mezzo ai fatti dell' 
empirismo puro , possiamo inoltrarci nella serie di 
fatti clinici , e schierarci dinanzi tutto quel mul- 
tiplo fenomenale ed artificiale di che sono composti, 
end* esaminarlo, coordinarlo e depurarlo in guisa 
che presenti i maggiori schiarimenti ed i pili reali 
G. A. T. LXX. 7 



90 Scienze 

vantaggi alla dottrina dei mali nervosi. E qui il N.A. 
volendosi rendere più utile in questo ramo di medi- 
co insegnamento, ammaestra in sulle prime alla con- 
templazione analitica di cotesti fatti del clinico em- 
pirismo da doversi risguardare in due modi : cioè 
in quel ricchissimo deposito clinico intorno alle 
malattie nervose d' ogni maniera dai pratici osserva- 
te, giudicate e trattate, o in quella serie di casi nel 
nostro esercizio pratico conosciuti , e convenevol- 
mente trattati. Ma a ciò fare si esige , che prima 
di valersi di cotale esperienza , noi abbiamo acqui- 
stata r arte di giudicarla , e così ottenere il fine 
della critica dei fatti. Siccome per altro una retta 
critica impone di coordinare questa serie intricata 
di clinici consigli , perciò non trascura egli le piìi 
accurate regole di logica medica per ben riuscire 
nella depurazione dei fatti clinici medesimi, i qua- 
li rischiarati per le debite forme di studio della cri- 
tica della ragion pratica , di studio dei rapporti , 
di studio di eliminazione , somministrano critcrii 
etiologici da poterci servire di norma alla intelli- 
genza di quei casi che dovremo conoscere e trattare 
noi stessi. 

Svolge dappoi 1' importante argomento della 
sintomatologia delle affezioni nervose : ed obliando 
la distribuzione sistemativa dei sintomi delle nevro- 
si nelle metodiche nosologie anteriori a Gullen, s'im- 
pegna in esaminare le successive che gli sembrano 
più avvicinarsi al metodo filosofico formante base 
della sua. Rileva egli con molta sagacia le inesattez- 
ze sparse nelle metodiche sistemazioni proposte da 
Gullen , da Reil , da Swcdiaur , da Sprengel , da 
Giuseppe Frank , e da Reimann. Parti quest' ulti- 
mo scrittore da un rettissimo principio , cioè da 



Malattie nervose 91 

quello che alcune parti, alcune provlncic nel siste- 
ma nervoso si osservano , in cui le sue funzioni in 
un partlcolar modo diverso dalle altre si appalesa- 
no ; ed in vista di tal principio , lo stato morboso 
di esse , le deviazioni di queste loro proprietà assu- 
mer debbono una forma particolare. Muove anche 
egli il N. A. dallo stesso principio , come 1' uni- 
co che possa condurre alla men fallace sintoma- 
tologia del sistema nervoso affetto ; ma col soc- 
corso dell' analisi fisiologica pili esatta in oggi in- 
torno alle funzioni dei nervi , avvisa schivare gli 
errori di Reimann. „ Ciascun nervo, sappiamo og- 
„ gi, è composto di filetti, V uno dei quali serve 
,, al moto, r altro al senso i e quelli a doppia ra- 
„ dice servono all' uno ed all' altro contempora- 
„ neamente , e nei centri dove si riuniscono o 
„ d'onde partono v'ha emanazione o affluenza di 
,, moto e di senso .... Questa distribuzione e diver- 
„ sita di ofìlcii nei diversi filetti nervosi , secon- 
„ do eh' essi sono a doppia o semplice radice, se- 
„ condo che partono o metton foce alle parti la- 
„ terali, o anteriori o posteriori del tronchi e del- 
„ le masse eentrali del sistema, è portata al mas- 
„ simo grado di evidenza oggi dall' illustre ana- 
„ tomico Bell. Ora dunque su questa base spe- 
„ rimentale noi possiamo stabilire tre ordini prin- 
„ cipali di sintomi nelle nevrosi. Il primo , con 
„ prevalente deviazione del senso , che abbraccc- 
„ rà in genere le così dette nevralgie. Il secon- 
„ do , con prevalente deviazione della motilità , 
„ che comprenderk molte di quelle affezioni ner- 
„ vose , che i nosologi riducono agli spasmi. Il 
„ terzo rlsguardera le affezioni della motilità e 
„ del senso , in quanto insieme riunite costituì- 



92 Scienze 

„ scono una deviazione della coscienza istintiva 
„ dei centri del sistema sensìfero. A questi ordini 
„ saranno sempre subordinati tre generi , ciascu- 
„ no dei quali si riferirà: 1." al centro ganglio- 
„ nicos 2° al centro cerebello-spinale: 3.° al cen- 
„ tro cerebrale. A questi generi verranno subor- 
„ dinate quelle specie particolari di nevrosi che 
„ mostrano per i loro sintomi predominanti di ri» 
„ durvisi. Cos'i il 1.^ ordine, che diciamo nevralgia, 
„ ha un primo genere che riguarda i deviamenti 
„ del senso generale o comune del tronco ganglio- 
,, nico. Al quale vanno a riferirsi le seguenti spe- 
„ eie; cardialgia, enteralgia, isteralgia, sternodinia, 
„ odontalgia. . . . Un secondo genere riguarda le 
„ alterazioni di senso del tronco spinale : e qui 
„ le specie saranno; rachialgia, e le nevralgie cu- 
„ bito-digitali , ileo-scrotale , femoro-poplitea , o 
„ sciatica, femoro-pretibiale, e la plantare. Un ter- 
„ zo genere abbraccerà quelle del centro encefa- 
„ lieo; e qui la cefalalgia, la perosopalgia, l'otalgia 
„ ec. Il secondo ordine, che diremo con Reimann 
„ diseretisie^ cioè con aberrazione di motilità, di- 
„ stribuito anch'esso nei tre generi suddivisati, ci 
„ darà quanto al 1.° le specie di disfagia, di au- 
„ temesia, di palpito di cuore, di dispnea spasmo- 
„ dica, di singhiozzo: quanto al 2.'' il tetano, l'in- 
,) cubo, il trismo, lo spasmo cinico: quanto al 3." 
„ la palpebrarum nictitatio, lo strabismo, la verti- 
„ gine. Il terz'ordine ... ci darà contemplato nel 
„ primo genere Tageustia, la polioressia, polifagia, 
„ bulimia, cinoressia, lycoressia, la pelidipsia, lo 
„ isterismo, la ipocondriasi. Il 2.° genere, la cho- 
„ rèa o ballismo, l'epilessia, l'isteromania ec. Quan- 
„ to al terzo, le catafore, V apoplessia, la catale- 



Malattie nervose 93 

„ psla, il sonnambulismo, la fotobia, 1' amavrosi, 
„ l'anosinia, la disecia, l'ambliopia, la nichtalopia,, 
e le varie specie di alienazioni mentali. È ben lun- 
gi il N. A. dal credere perfetta cotesta distribu- 
zione sistematica, quantunque gli sembri che non 
vada incontro alle imperfezioni rimproverate nelle 
altrcii „ Tuttavia siccome in essa non si tratta che 
„ di sintomi, e perchè abbiamo con ogni diligen- 
„ za schivato di farvi entrare la condizione pato- 
„ logica delle nevrosi, errore in che caddero i no- 
„ sologi che ci hanno in questo lavoro precedu- 
„ to , crediamo che non sia per arrecare veruna 
„ idea o prepostera o erronea, intorno a ciò che 
„ diremo in seguito sui varii modi intrinseci di 
„ essenza delle malattie nervose medesime ,,. Co" 
ordinato e depurato per tal modo il materiale cli- 
nico intorno ai sintomi che le nevrosi j>resentano, 
discende al pili grave e malagevole argomento della 
patologia di esse, ch'è quello che risguarda la de-» 
terminazione della loro intrinseca natura, 

LEZIONE VII. 

Della condizione idiopatica delle malattie nervose, 

e dei mezzi che restano onde completarne 

la diagno,si. 

Varie nozioni rammenta e premette il pr. Puc» 
cinotti pel retto intendimento della sua opinio- 
ne, in cui mira a collegare la medicina italiana col- 
le dottrine degli elettricisti. Rimembrati perciò al- 
cuni assiomi della fisica sperimentale per additarli 
come guide delle meditazioni dei medici intorno 
al modo intrinseco di esistere dei morbi, ne avvisa. 



94 Scienze 

che nel modo di esistere della nevrosi non pos- 
siamo per una parte andar piìi oltre delle alte- 
razioni materiali di tessuto visibili o al di fuori du- 
rante la vita, o deducibili con sicurezza da lesioni 
meccaniche portate sopra parti dove l'anatomia c'in- 
segni diramarsi tronchi nervosi , o apprese finora 
da ciò che ci palesarono gli studi di anatomia 
patologica. Per 1' altra parte i limiti delle nostre 
deduzioni stanno segnati in sull'ofìlicio, in sulla pro- 
prietà vitale, dapprima in genere attribuita ad un 
apparato sensifero-motore , i cui fenomeni relati- 
vi al senso ed al moto sono tutti traducibili nella 
esperienza, dappoi in particolare attribuita ai cen- 
tri del detto apparato, dove fenomeni di un or- 
dine indipendente e di una piena attività ci dan- 
no il diritto di supporre un processo sensorio, ima 
elaborazione sensitiva, alla ultima di cui legge si 
rapportano nello stato fisiologico tutt'i modi diversi 
della sensazione, nel patologico stato tutte le cal- 
colabili (non tutte le possibili) alterazioni di cote- 
ste maniere intrinseche della sensibilitàt 

Con varie maniere di raziocini esamina quindi 
il N. A. se le varie condizioni patologiche del siste- 
ma nervoso appartengano in origine agi' involucri 
della sostanza propria midollare dei nervi 5 e se la 
nevrosi non sia mai primaria, ma sempre sintomati- 
ca. Dimostra che il principio di ogni nevrosi con- 
siste sempre nell'alterazione dei suoi modi speciali 
di vita ; ne la scienza ci pone ancora nel caso di 
poter assegnare a coleste alterazioni nessuna lesio- 
ne materiale della polpa nervea che loro sia cor- 
rispondente. Confessa trovarsi convinto, che le or- 
ganiche lesioni non segnano mai il primo fenome- 
no della nevrosi , ma che quando quelle coesisto- 



Malattie nervose 95 

no con questa , nel mentre che questa incomin- 
cia dai modi particolari di vita del sistema sen- 
ziente, di die ancora la scienza non ci offre lesio- 
ni materiali corrispondenti , che quelle sieno re- 
feribili sempre a processi acuti o a conversioni di 
morbi estinti in altri sistemi organici , in comu- 
nicazione anatomica col medesimo apparato nervo- 
so. Senza di che o non esisterebbero malattie ner- 
vose propriamente dette , o tutte le malattie po- 
trebbero ridursi ad altrettante nevrosi : estremi 
egualmente viziati e lontani ambidue d;i quel ve- 
ro che vuoisi dai fatti conseguire. 

L' opinione del N. A. intorno alle influenze 
patologiche degl'involucri dei nervi e del sistema 
sanguigno vien fatto palese nel dissentire da chi 
ebbe concetto, che nulla fosse V azione dei nervi 
senza il ministero del sangue, e che entro a que- 
sto risiedesse la vera condizione delle affezioni dei 
nervi. Risguarda egli in vece nel sistema sangui- 
gno un elemento precipuo di relazione coi nervi; 
al quale oggetto ha la provvidentissima natura 
fatto conoscere , con tanta proporzione e finezza 
d' arte , vasi da per tutto ove sono nervi, „ L'olfi- 
„ ciò loro, prosiegue il N. A., sembra determinato 
„ a mantenere due condizioni opposte nelle mas- 
,, se nervose. La prima è cV irrorale di umidità 
,, per mezzo di una perenne esalazione sierosa , 
„ onde conservare la conducibilità nelle correnti 
,, di seconda classe , quali debbono essere le ner- 
„ vo-elcttriche : la seconda e quella di sommini- 
„ strare l'elemento termico alle correnti, onde le 
„ idro-elettriche , che partono dalla periferia, co- 
„ stituiscono tutto un sistema di correnti termo- 
}} idro-elettriche. Ammesso questo principio, s'in- 



96 Scienze 

„ tendorcb1)e la vera sorgente di quelle nervose 
„ affezioni che si suscitano por condizioni patolo- 
,, giclie esistenti nel sangue ; ma queste nervose 
„ affezioni in origine non sarebbero poi altro che 
,, sintomatiche , consistenti cioè in cambiate ten- 
„ sionl o direzioni di correnti, per effetto dì cam- 
„ biata conducibilità nei conduttori umidi , o di 
,, cambiata situazione o grado del termico elemen^ 
„ to. Non vi sarebbe nessuna differenza tra que^ 
,, ste nevrosi e quelle che nascer ponno per un 
,, vizio {strumentale dello stesso tronco ncn-voso , 
,, che formando un ostacolo al circuito libero del- 
,, la corrente può impedire il suo moto d' irradia- 
,, zione o di convergenza , poi suscitare un accu- 
„ mulamento di fluido nel punto dell' ostacolo, e 
,, dar luogo in seguito ad uno sbocco , ad una 
,, esplosione 3 può infine invertere ancora il cor- 
,, so della corrente medesima ,,. Vengono per tal 
modo ad intravedersi quelle prime e giuste linee 
di demarcazione che i morbi aventi sede in que-» 
sti organi dividono da quelli, la originaria sede dei 
quali è riposta nelle condizioni di vita del siste- 
ma sensifero. Ma per questi morbi aventi erigi-' 
Ilaria diretta sede nei nervi riflette il N. A., che 
se i fattori dinamici della vita emergono nel si- 
stema sensi fero-mot(M'e , colla sensibilità e colla 
irritabilitk , tutti i fenomeni di sensazione vanno 
a metter capo nella prima , tutti quelli di rea- 
zione si rapportano alla seconda. La vita però di 
ogni sistema , oltre al suo dinamico antagonismo 
per cui si manifesta , acquista il suo modo par- 
ticolare conservativo del materiale eh' essa prende 
dalla natura esterna , assimilandolo e converten- 
dolo a fondamento della stessa condizione dinami- 



Malattie nervose 9T 

ca che la sostiene ; processo che chiama subietti- 
vo , o come altri direbbe , dinamico-plastico , di 
elaborazione sensoria. 

E qui , sostenuto dai grandi progressi della 
dottrina della elettricità , discende a parlare dell* 
eccitamento nervoso , il motore del quale per il 
consentimento generale dei più riputati odierni 
sperimentatori sembra essere fuori di dubbio un 
imponderabile , cui già. chiamò etere nerveo. Con- 
siderato come imponderabile egli ha le sue pola- 
rità , le sue correnti ; rimane però a stabilirsi la 
corrispondenza tra la forza del vital movimento 
e la forma o direzione delle correnti medesime. 
Al qual effetto rammenta alcune considerazioni in 
venti proposizioni fisiche che le risguardano, e ten- 
dono a comprovare che le due maniere di corren- 
ti nervose (diretta ed inversa) sono in corrisponden- 
za col moto contrattiro ed espansivo dell' eccita- 
mento nerveo, e perfino colla modificazione orga» 
nica del nervo istesso. Rappresentasi in cotesta /or- 
ma una serie di moti or semplici or conduttori 
della sensazione che dal centro alla periferia , da 
questa al centro , si dirigono con perenne alter- 
nativa. Questa proprietà deireccitamento, che nel 
cisterna sensifero è piìi palese che in qualunque 
altro della macchina , ci dà il diritto di contrase- 
gnarla col mezzo dei due poteri , chiamato 1' uno 
dall' A. di sinergia o convergente , e divergente 
r altro o radiante o di energia. Questa forma dun- 
€|ue dell' eccitamento nervoso dipende da cotesti 
due poteri, i quali nello stato patologico col pre- 
valere che fanno 1' uno suU' altro ci designano i 
due modi di esistenza dinamica della nevrosi. L'e- 
tere nerveo , non essendo altro che una modifica- 



98 Scienze 

zione del fluido elettro-magnetico esterno , man- 
tiene anche nella macchina umana le sue partico- 
larità: e comportandosi anch' egli a norma della 
forma prevalente nell' eccitamento nervoso, si cen- 
tralizza , si accumula e si diffonde , in modo che 
il suo polo positivo corrisponde alla forma con- 
trattiva di centralizzazione ; il polo negativo alla 
espansiva o di radiazione. 

Egli è chiaro così , che il N. A. nelle malat- 
tie dell' eccitamento nervoso ( in sostegno di che 
altre varie ragioni ne adduce ) mira piuttosto alla 
forma morbosa che questo assume , di quello che 
al suo grado o alla sua quantità ; da che queste 
due condizioni non possono cambiare che per ope- 
ra di un maggiore o minore afflusso o accumula- 
mento di etere nerveo. Questo egli è il fenomeno 
intermedio tra la malattia dinamica e la idiopati- 
ca, fenomeno che già si appellò eteroidesi' JNel qual 
caso la malattia ancora non sussiste per se, ma con- 
tiene già in se l'elemento unico per il quale co- 
mincia il suo processo idiopatico^ facendosi cotesto 
elemento rappresentante delle cagioni dinamiche, 
e potendo anche sussistere, allorché queste hanno 
cessato di agire. Siccome alla infiammazione pre- 
cede la enioidesl ossia flussione sanguigna; siccome 
alla condizione reumatica precede la leucoidesi os- 
sia flussione linfiare : così la eteroidesi collocata tra 
i turbamenti dinamici, e la formc^zione di un pro- 
cesso dinamico-chimico, precede quest'ultimo, fa- 
cendosi talora il suo principal fenomeno generatore. 

È subordinata la eteroidesi ad alcune leggi che 
accennate pur vengono dal N. A. , il quale disren- 
de poi a parlare della condizione idiopatica delle 
nevrosi , ossia del suo modo di esistere dinamico-^ 



Malattie nervose 99 

chimico. Premette, che tutt' i fenomeni del sistema 
nervoso si rannodano ad un fenomeno ultimo della 
funzione nervea da lui chiamato potere modifican-' 
te , che nei tre centri del grande sistema nerveo si 
esercita in un modo attivo, iiipone quindi la essen- 
za della nevrosi idiopatica nella pervertita capaci- 
ta degli elementi degli elettro-motori che manten- 
gono il circuito termo-'idro-i-elettrico vitale , e nel 
cambiarsi per tal modo la direzione non solo, ma 
la tensione e l'indole delle correnti nervose. Chia- 
ma egli paraestesia T alterazione idiopatica del pro- 
cesso sensorio, e stabilisce i caratteri patognomoni- 
ci dei due modi essenziali , nei quali in virtli delle 
cognizioni che possediamo ci è dato conoscere che 
risolvasi,* cioè iperestesia ed ipoestesia. Tra i carat- 
teri del primo rilevasi sostanziai diminuzione del 
potere modificante ; sono i nervi sensorii a prefe- 
^•enza dei motori quelli che soflfrono. I^a pervertita 
condizione della corrente termo-idro-elettrica sem- 
bra consistere in questo caso nello scemarsi dell'e- 
lemento termico accessorio e nel ridursi alla sola 
condizione idro-elettrica primitiva; quindi si hanno 
facili decomposizioni chimiche , inversioni di po- 
larità e facili le flussioni dell' etere nerveo fra i 
centri non affetti. Fra i caratteri del secondo pri- 
meggia il sostanziale accrescimento del potere mo- 
dificante: i nervi preferibilmente affetti sono i mo- 
tori. Gl'impulsi espansivi violentemente eccitati e 
mantenuti accrescono l'elemento termico delle cor- 
renti, e in questo stato patologico prevale d'ordi- 
nario in esse l'indole termo-elettrica. 

Dopo avere con ingegnosa penetrazione diluci- 
dato gli enunciati caratteri distintivi principali tra 
l'uno e l'altro modo di esistere della paraestesia:, 



100 Scienze 

e dopo aver segnato il termine delle investigazio- 
ni, avverte che allorquando la idiopatia nervosa è 
stabilita, lo stato morboso dinamico passa ad esse- 
re una conseguenza, una figliazione di questa, e che 
quindi i poteri centralizzanti e radianti , almeno 
dal centro dove il processo idiopatico esiste, resta- 
no a lui subordinati e da lui promossi, 

LEZIONE Vili. 

Fondamenti della terapia generale 
delle malattie nervose. 

Fiancheggiato il N. A. da queste regole da usar- 
si per le maniere diagnostiche, intraprende in sul- 
le prime a ricercare i mezzi convenienti allo stato 
morboso dinamico del sistema dei nervi ; quindi 
della eteroidesi ragiona , nel tipo empirico della 
quale sembra la natura indicarci due modi onde 
risolvere il condensamento nevro-elettrico. Consi- 
ste il primo di essi in una emanazione sensoria, che 
potrebbe quasi paragonarsi alla elettrica esplosio- 
ne ; il secondo è una specie di derivazione o re- 
vulsione della eteroidesi da un luogo all'altro. I fat- 
ti che comprovano le discorse avvertenze , men- 
tre appalesano i modi di spontanea risoluzione che 
manifesta 1' eteroidesi , offrono le imitazioni tera- 
peutiche da farsi consistere nel favorire la direzio- 
ne delle correnti nervose , per le quali 1' impon- 
derabile condensato mostra voler emanare dall'or- 
ganismo; e nell'uso convenevole del metodo revul" 
sivo dovuto ora alle leggi elettro-dinamiche delle 
correnti nervose, ed ora alla sensazione piacevole 
o alla dolorosa. 



Malattie nervose 101 

Per iàtablllfe i fondamenti terapeutici della 
nevrosi idiopatica , ossia con processo dinamico- 
chimico, è mestieri fermare innanzi, che distingue 
il N. A. la commozione sensoria dalla capacità sen- 
soria; che i turbamenti di quella ponno corregger- 
si, cambiando solo la direzione delle correnti; ma 
che le alterazioni di questa, che costituiscono lo sta- 
to idiopatico, non si emendano che mutando le con- 
dizioni degli elettro-motori nervosi. Queste condi- 
zioni si disse aver due modi principali ed i più 
sottoponibili nelle loro fenomeniche apparenze ai 
calcoli clinici. L' uno di cotesti modi è la sostan- 
ziale diminuzione di essa capacita; e la cura perciò 
di cotale stato patologico sarà direttamente quella 
di rifondere con mezzi terapeutici gli elementi di 
siffatti elettro-motori ; e per avere uno sviluppo 
di correnti che supplisca al difetto delle naturali 
e che per il concorso dei conduttori umidi vitali 
e dell'elemento vitale termico assumer possano qua- 
lità prossimamente vitale anch'esse. Quindi in tale 
stato morboso non si può solo avere in vista di 
somministrare sostanze elettro-negative o elettro- 
positive fra loro disgiunte, col solo scopo di agi- 
re sulla direzione delle correnti: ma la vera indi- 
cazione è quella di somministrare elementi etero- 
genei che ajutino sostanzialmente l'azione degli elet- 
tro-motori nervosi, svolgendo correnti d'ambedue 
le specie. 

L'altra condizione idiopatica della nevrosi è co- 
stituita , siccome si disse , da un potere modifican- 
te , morbosamente accresciuto. Deprimere l' eccita- 
mento nervoso non vuol dire altro che determina- 
re una inversione nella corrente di un medesimo 
conduttore , ovvero destarne un' altra di contraria 



^02 Scienze 

direzione in un altro condutlore. A moderare per- 
ciò la tendenza espansiva dei parosismi, che accom- 
pagnano lo stato idiopatico iV iperestesia^ gioveran- 
no tutti quei farmachi ^ che controstimolando de- 
terminano nella fibra nervosa un movimento di 
contrarici direzione ^ cioè contrattivo; tra i mine- 
rali andranno a preferenza adoperati quelli che la 
fisica moderna riconosce come eletro-positivi ; e 
fra le sostanze vegetabili e le alkaloidi quelle che 
il fatto ha contestato per controstimoli di primo 
grado. Ciò però non basta , da che non si avreb- 
be cura per tal modo che della sola parte dinami- 
ca della iperestesia , cioè altro non si farebbe che 
temperare la violenza degli accessi che l'accompa- 
gnano. Devesi in vece portar la cura sugli elementi 
elettro-motori e sminuirli, onde la condizione pre- 
dominante fermo-elettrica si abbassi nella sostan- 
ziale intensità, e si rimetta in giusta proporzione 
il circuito terma-idro-elettrico del centro nervoso 
affetto. E qui all'elemento termico sovra])bondante 
nelle correnti deve rivolgersi la mira, abbassando 
la temperatura o con bagni o immersioni o asper- 
sioni fredde , o coli' uso interno di bibite ghiac- 
ciate. Ma nlun altro agente terapeutico sapra arre- 
care né pili pronti ne piìi efficaci effetti medicamen- 
tosi in simll genere di affezioni quanto il salasso ; 
di cui il profitto potrà riuscire o diretto o indi- 
retto. Legata è perciò , come ognun vede , sulla 
dottrina istessa delle correnti la terapia di tali ne- 
vrosi: se non che rimane ivi per la prima condizio- 
ne proposto a tentarsi l'uso di alcuni connubi! far- 
maceutici , che lungi dall'essere riprovevole , desi- 
dera il N. A. che possa in oggi venir sottoposto 
ad una migliore ragione pratica , ad una sobrietà 



Malattie nervose t03 

filosofica che lungi dall' urtare la medica riforma 
apra per una parte una novella via di ricerche e 
di risultati, come per l'altra sparga una luce ancor 
nuova suir empirismo terapeutico dei nostri clas- 
sici maestri. Costituito per tal modo nella eteroge- 
neità degli elementi terapeutici il tipo del tratta- 
mento terapeutico delle nevrosi , da modificarsi , 
scamhiarsi, o semplificarsi a norma delle circostan- 
ze , ed a norma delle precitate condizioni , e da 
modificarsi altresì allorché la nevrosi sia sintoma- 
tica di altri e diversi fondi patologici, avverte da 
ultimo il N. A. , che delle modificazioni di que- 
st'ultima provenienza si riscrha favellare nei ca- 
si speciali e nelle cliniche loro varietà. Giacche 
subjetto di questa ultima lezione fu per lui ,, l'e- 
„ sporre c[uella parte di terapeutica che poteva 
,, comparire relativa alle dottrine elcttro-tì><iologi- 
„ che proposte, e 'l mostrare, come i fondamenti 
„ di essa diventino naturalmente un corollario di 
„ quella serie di rapporti, che dalle speciali atti- 
„ tudini del sistema senziente alle cause occasìo- 
„ hali, dai fenomeni caratteristici di sua alterazio- 
„ ne ai modi corrispondenti di suo spontaneo ri- 
„ facimento, dilungandosi, viene ad essere garan- 
„ tita da quei tipi primitivi morbosi che la na- 
„ tura istessa ci presenta, e nei quali esistono in- 
„ sieme coi sommi generi della nevrosi , anche i 
„ modelli della imitazione terapeutica; e come tiit- 
,, ta questa catena di fenomeni e di operazioni pos- 
„ sa oggi venii-e interpretata e coordinata , non 
„ piìi con astratti prlncipii, ma coll'ajuto di certe 
„ fisiche leggi, che sostengono il movimento e Tar- 
„ monla di ogni cosa creata, e nelle quali le urna- 



104 Scienze 

„ ne intelligenze ammirano visibilmente risfplen- 

„ (lere La gloria di Colui che tutto muove. ^, 

Dal fin qui esposto emerge , che il eh. prof. 
Puccinotti ha passeggiato in questo campo non ap- 
pien coltivato delle nevrosi con una profonda fi- 
losofia e con sapienza da suo pari. Molte originali- 
tà ha sparse e grandissima luce nel suo lavoro; ed 
avendo saputo porre ad utile contribuzione i lumi 
delle odierne elettro-fisiologiche dottrine, ha potu- 
to ampliarle con ben sagaci illustrative applicazio- 
ni , renderle piìi proficue con proprie addizioni , 
e trarne quindi piìi felici deduzioni , le quali tutte 
sperar vogliamo che riescano ben feraci di ottinie 
risultanze nell'opera che ci ripromette. 

TONELLI 



105 



Risultamenti della coltura di alcune piante 
esotiche in f^iterbo. 

ÀI eh. sig. dottor Carlo Donarelli professore di 
botanica , direttore del giardino botanico della 
romana università ec. ec. 



Vi 



i sono amori, matrimoni, poligamie; vi sono in- 
cesti, od amori e rapporti simultanei di più fratel- 
li con una o più donne; vi sono donne or feconde 
ora sterili, or pudiche or lascive; mostruosità, abor- 
ti, individui inermi, armati, docili, intrattabili, ca- 
paci di torre la vita, e di sostenerla. E ciò accade 
d'ordinario in palese, e di raro occultamente , ne 
vi è scandalo , ne delitto ; ne vi è una legge che 
condanni, ne un magistrato che punisca ! . . . Bel- 
lezze incantatrici, eleganza di forme, lusso di colo- 
ri, soavità di profumi ... Ne vi è un riguardo di 
economia, ne una prammatica suntuaria ! . . . Indi- 
vidui delle più o men prossime o remote regioni 
del globo dotati di forza e d' indole diversissima, 
e pure riuniti quietamente entro una cittk: ne in- 
sorge un dissidio , un contrasto ! Manca a costoro 
l'alimento talvolta, ed una provida mano It^ppre- 
sta; si manifesta un morbo, ed una sollecita cura 
si studia di rendere a tutti la salute. Se a moltis- 
simi usassi siffatto linguaggio (1), sarei udito con 

(i) Giova far conoscere ai non-botanici, che quest'allegoria 
è fondata sul sistema sessuale delle piante del cav. Linneo. 

G. A. T. LXX. 8 



106 Scienze 

istupore ed incredulità , e forse alcuno de' più di- 
screti mi domanderebbe, ove ciò accade. Ma voi mi 
intendete di leggeri: che tutto ciò si ammira nel vo- 
stro dominio scientifico, ove voi avete dispotico di- 
ritto di vita e di morte sovra migliaja di sudditi, 
in sostanza nel giardino botanico della romana uni- 
versità dedicato allo studio pratico delle piante , 
ed alla vostra sapienza e cura sapientemente affi- 
dato. Ma i profani, cui il lume delle scienze natu- 
rali non rischiarò la mente, nulla quasi (ad ecce- 
zione delle più materiali apparenze) goder posso- 
no di questo ammirabile spettacolo. A voi però è 
concesso di communicare altrui questa luce, e fare 
ammirare così nelle interne parti di un fiore, ed 
in umile pianticella, come ne'frutti stranieri e ne- 
gli alberi procerrimi quasi un simbolo dell'umana 
società, ed in essi l'immensurabile sapienza di quell' 
Essere supremo, che li creò, li conserva e li ripro- 
duce. Ma lo studio della botanica scientifica non 
ha altro scopo diretto, se non la cognizione sistema- 
tica di questi esseri organici, e le singole parti di 
essi, per le quali si classificano e si distinguono in 
determinate specie. Allorché si vogliano investigare 
gli usi, i prodotti industriali, i vantaggi che reca- 
no direttamente o indirettamente i vegetabili alla 
specie umana, cessano le attribuzioni della botani- 
ca, e subentrano quelle della medicina, della chi- 
mica, dell'orticoltura, della gastronomia, e di tanti 
altri rami d'industria. 

Anch'io, sovrano di pochi sudditi di tal natu- 
ra, dopo averne fatto il censimento scientifico mi so- 
no qualche istante rivolto ad alcuna esotica specie, 
e le ho quasi domandato se poteva ben vivere in 
questo per essa straniero clima viterbese, e quale 



Coltura di piante esotiche 107 

utilità poteva recarci. Io ne ottenni una risposta 
di fatti, che amo qui di parteciparvi. È ben vero, 
che il vostro regno è per breve tratto separato dal 
mio, poiché da Roma e Viterbo non intercede che 
lo spazio di poco piìi di mezzo grado geografico ; 
ma pure l'interposizione dei monti cimini, e l'ele- 
vazione di questo paese piìi di un migliaio di piedi 
sovra Roma in rappojrto al livello del mare, influis- 
cono sensibilissimamente per renderne la tempera- 
tura pili depressa. Il suolo naturale qui quasi uni- 
versalmente vulcanico, tofaceo ed arido, rende più 
sapide alcune piante esculenti, e men rigogliosa la 
vegetazione di altre ; ma non manca essa di lus- 
sureggiar coi castagni e co' cerri su i monti, e con 
molte piante erbacee nelle valli copiose di rivi ed 
umidita. Io però vi presento, come tributo di sti- 
ma e di amicizia, queste poche osservazioni , che 
possono servire di paralello a qualche simile os- 
servazione, che si facesse in Roma od altrove, ed 
è in ogni modo un' opportunità per me l'indicare 
l'epoca della coltura di esse piante in questo pae- 
se. Esse non son molte, perchè poco si è il tempo 
che mi è dato dedicare a questa piacevole occu- 
pazione. 

Solarium betaceum (?). Pomodoro arboreo. Tre 
anni indietro mi pervenne un frutto della forma e 
grandezza quasi di un uovo di gallina. Si conser- 
vò in grazia della consistenza della sua pelle tutto 
l'inverno, acquistando solo un certo appassimento, 
un color più ranciato, ed un odore quasi aromati- 
co. I semi mi fornirono copia di piante di rapida 
vegetazione , e poste in piana terra presentarono 
qualche frutto. Formai sovr'esse un tetto di paglia, 
e cos'i passarono il verno con pochissimo danno. 



10S Scienze 

Nel sccond'anno alcune piante acquistarono l'altez- 
za di 12 piedi, ed un tronco semi-legnoso di cir- 
ca 5 pollici di diametro , e si coprirono di cen- 
tinaia di fiori e frutta elegantemente disposti in 
grappoli di colore or paonazzo, or rosso o giallo 
frammisti. Omisi il tetto di paglia, e tutte le pian- 
te nel verno del 1835-36 perirono. Raccolsi però 
più centinaia di frutte matujSjjB, che trovai più sapi- 
de , e di un subacido meno sciocco di quello del 
comune pomodoro , specialmente quando sono un 
pò appassite, ed esse acconciate e cotte in varie fog- 
ge figurarono nella mia parca mensa fino al mese 
di maaaio. Ho osservato, che attesa l'estensione del- 
le radici, qualora voglia la pianta trasportarsi nell' 
inverno in aranciera occorre un vaso grandissimo, 
senza di che nulla o poco fruttifica. Sebbene que- 
sta pianta non corrisponda esattamente alla descri- 
zione del solanum hetaceum di Dumont, pure sem- 
bra che non possa esser altra. Ella potrà verifica- 
re, se io sia in errore. In ogni modo sembra che 
la pianta possa coltivarsi fra noi con utilità e pia- 
cere, usando nel verno il coprimcnto di paglia. 

Morus cuculiata. Gelso delle Filippine. Sebbe- 
ne in oggi sia stata celebrata, e resa in molti punti 
d' Italia comune questa pianta, pur mi giova ram- 
mentare, che circa 12 anni indietro mi fu recato un 
piede di essa col nome di Morus multicaulis. Forse 
era stata di recente recata questa specie in Europa 
dal Perrotet. Feci sollecitamente T esperienza se i 
bachi da seta ne mangiassero, e trovai, che sebbene 
precedentemente abituati alia foglia di Morus alha^ 
la mangiavano con avidith, mentre ricusavano affat- 
to, a costo di morire, di mangiare le foglie di Brous- 
sonetia papiri fera^ che erano state annunciate come 



Coltura di piante esotiche 109 

succedaneo al gelso. Osservai , che la propagazione 
ne era facilissima, la vegetatione assai rapida ; che 
le foglie si conservavano cjuasi tutto l'anno, cioè cir- 
ca dieci mesi ; che la pianta non eccedeva 1' altezza 
di otto piedi, e si copriva di foglie fin dal pedale, e 
perciò si rendeva facile, la raccolta della foglia; che 
quasi ogni sorta di terreno è opportuno a questa 
pianta ( meno il tufaceo-arido ); che non temeva i 
freddi del nostro paese, mentre da una memoria 
dal sig. barone Frimas d' Ombre si rileva, che non 
sopravvive ai freddi ordinari di alcuni paesi anche 
meridionali della Francia. Dopo ciò io proclamai fra 
i miei concittadini 1' utilità della pianta, e ne pro- 
curai la diffusione della cultura. Ma frattanto il sig. 
Bonafous ne rettificava il nome specifico in quel- 
lo dì3Iorus cuculiata^ ed i sigg. Brardin con miglia- 
ia e milioni di piante ne popolavano l'Italia ed al- 
tre regioni , e successivamente si eseguivano con- 
fronti diligentissimi nell' alta-Italia per rilevare se 
ed in qual grado si dovesse a questa foglia la prefe- 
renza sopra le altre specie per l'educazione dei ba- 
chi. Io fo voti perchè nella mia provincia e nello 
stato si moltiplichi tale cultura per moltiplicare 
il prodotto della seta, il cui uso e commercio in og- 
gi ha tanta parte ncU' industria e nella ricchezza 
degli intraprendenti. 

Phonniiim tenax- Lino della Nuova-Zelanda. Si 
conosceva di già, che con questa pianta i selvaggi 
della Notasia si procuravano un tiglio onde formar- 
ne rozze tele: ma il primo che ( per quanto io sap- 
pia) ne proclamò l'utilità della coltivazione in Eu- 
ropa fu il sig. Salisbury, che ne introdusse la coltu- 
ra nelle contee di Waterford , Cork , Limmerik , e 
Dublino. Asserì che colà in 30 anni le piante avevano 



110 S e I K M z i: 

acquistato tutto il necessario sviluppo, e che per la 
moltiplicazione non aveva trovato altro mezzo fuori 
dei germi o buture, onde potevano ottenersi coltivazio- 
ni anche estese. Aggiungeva, che nel giardino bota- 
nico di Glasnevin in tre anni ogni pianta produceva 
almeno 36 lunghe foglie, alle quali staccate in autun- 
no succedevano altre nella seguente estate. Sei foglie 
davano un'oncia di fibre asciutte: e perciò ponendo 
le piante a tre piedi di distanza reciproca potevano 
ottenersi lib. 1600 di tiglio per ogni acre di terreno: 
prodotto immensamente maggiore della nostra ca- 
napa e lino. La pianta è perenne, ne esìge diligen- 
za di coltura. Queste circostanze mi indussero nel 
1825 a procurarne qualche butura per tentarne 
r esperimento : ma nel 1829 sebbene le piante ben 
resistessero al freddo, pure la vegetazione in luogo 
umido e sabbioso , che sembra il piti propizio , fu 
lentissima. In oggi la pianta è ancor ben lungi dal 
dimostrare quella copia di foglie, che preconizza il 
sig. Salisbury. È vero che è stata dalla pianta madre 
tolta qualche butura: ma anni indietro in Pisa , in 
Milano, in Genova, in Napoli, in Bologna, ed in Ro- 
ma dimostrava un* analoga lentezza. Quanto al ti- 
glio, io ne ho ottenuto circa un quarto in peso dalle 
foglie verdi, ed era in verità tenacissimo , lucido e 
sottile. Concludo che se potesse agevolmente molti- 
plicarsi, potrebbe collocarsi lungo le sponde dei ru- 
scelli, e profittare di una produzione inattendibile 
da que'terreni. Odo, che siasi intrapreso un commer- 
cio fra' paesi oceanici e 1' Inghilterra del tiglio di 
Phormiicm cola preparato. Questo traffico è certo piìi 
plausibile di quello delle teste umane de' selvaggi di 
quei paesi artificialmente conservate per appagare la 
curiosità europea, e l'interesse d' inumani merca- 
danti riferito da Dumonl d' Urvillc. 



1 
I 



Coltura di piante esotiche 111 

Coìivol\>olus batatas. Patata dolce, patata del- 
la Virginia di Catesby , apichu de'peruani. Questa 
pianta, che sembra quella stessa che l'infelice La 
Peyrouse rinvenne a Porto-Rifugio, le cui radici di 
gratissirao sapore avevano fino a 15 piedi di lun- 
ghezza , ed uno di diametro, e quella pure da cui 
il sig. Gabriel nel giardino di s. Gloud a Parigi ot- 
tenne tuberi del peso di 50 libre francesi, mi ecci- 
tò a tentarne la coltivazione nel 1829. Alcuni tuberi 
della grossezza di una pera non solamente crudi fu- 
rono da me trovati del grato sapore della castagna 
prosciugata, ma sottoposti a diverse preparazioni cu- 
linari si trovarono di gusto squisito. Indussi alcuni 
amici a sperimentarne come me la coltivazione in suo- 
lo ben lavorato e concimato, e generalmente produs- 
sero air intorno steli lunghi e diffusi. Anche le fo- 
glie si trovarono essere un buon erbaggio per cucina; 
ma il prodotto non corrispose in alcun modo alle 
nostre aspettazioni, ne a quello che i nostri Filippo 
Re, Moretti e Manetti di recente avevano annuncia- 
to, poiché i tuberi si trovarono esili, e non pili gros- 
si d' un dito. Volendo poi conservare questi tuberi 
nel verno ad onta di averli collocati fra la sabbia 
arida , e nell'ordinaria temperatura d'una stanza, 
tutti perirono o riducendosi ad una sostanza legno- 
sa priva di vita, o corrompendosi quelle che si tro- 
varono men custodite nella guisa descritta dai pre- 
detti coltivatori. Io accusava la nostra poca diligen- 
za nella coltivazione, per giustificare la tenuità del 
prodotto. Ma dalle osservazioni posteriori del Ce- 
ra e del Lomeni conobbi , che essi non eranp stati 
di me pili fortunati in tale cultura. Sono persuaso, 
che con cure straordinarie di stufa per la conser- 
vazione de' germi, e di suolo idoneamente esposto 



112 Scienze 

e preparato, possano ottenersi migliori risultamen- 
ti. Ma queste diligenze possono praticarsi da qual- 
che dilettante di orticultura o per curiosità, o per 
ottenere un cibo di lusso, ma non mai da chi voglia 
farne coltivazione estesa per uso ordinario, cui im- 
porterebbero non lieve dispendio, senza che potesse 
sperarne un lucro colla vendita: poiché questi tu- 
beri o non sarebbero ricercati perchè non cogniti, 
o ricusati perchè dispendiosi. 

Beta vidgarìs. Betterave, frane, barbabietola. 
Quando nel 1828 fu annunciata T opera di Brun- 
fault sulla zuccherificazione di queste radici , e lo 
sviluppo che acquistava in Francia un tal ramo 
d'industria, volli tentare qualche chimico speri- 
mento sulle nostre abituali barbabietole dette vol- 
garmente radiche-rosse , le quali son forse una 
mera varietà delle betteraves francesi. Il risulta- 
mento se non fu felice, pure mi eccitò a procurar- 
mi da Parigi le semenze della hettera\>e champetre, 
e della bianche de Prusse per farne sperimento 
della cultura, indi della zuccherificazione. Fu distri- 
buito il seme a molti orticultori , e si ottennero co- 
piosi prodotti, sebbene varj a tenore della natura, 
lavorazione, e concimazione del suolo: ma in partico- 
lar modo il sig. marchese Alessandro Especo ne ot- 
tenne delle radici di 30 e 35 libre di peso. Rap- 
porto però alla zuccherificazione vidi , che era ne- 
cessario un dispendioso apparato, senza il quale non 
potevano ottenersi risultamenti soddisfacenti e pe- 
rentorj: ed era pur indispensabile uria speciale at- 
titudine e pratica in quelle complicate operazio- 
ni. Pur insorse chi volle ( anche coadiuvato dall' 
Emo Albani, che fé' dall' erario pubblico sommi- 
nistrare la modica spesa occorrente) tentare gli cspc- 



Coltura di piante esotiche 113 

rimenti dell' estrazione dello zucchero. Io fui desti- 
nato a presiedere alle esperienze , ed a fornire al 
governo un rapporto in proposito : ma alcune cir- 
costanze fecero interrompere gli esperimenti, dai' 
quali però si conobbe, che intraprese di tal natura 
con un pratico direttore estero sarebbero state uti- 
lissime. È però in oggi serotina ogni ulteriore sto- 
ria di tal coltivazione , che trovasi universalmente 
stabilita nello stato pontificio, ed ogni osservazio- 
ne sul processo di zuccherificazione; poiché si è or- 
mai in Francia giunto ad ottenere dalie betteraves 
r otto per cento in peso di zucchero, secondo i me- 
todi di Laurence ed altri. 

Orjza montana. Riso secco della Cina. Molti 
anni indietro era stata introdotta nel territorio vi- 
terbese la coltivazione del riso comune acquaiuolo: 
ma più per invidie o pregiudizj volgari, che per 
verace nocumento che recassero alla salubrità del- 
l'aria, essendo essa distante otto o dieci miglia dalla 
citta, fu invocata la proscrizione di tale cultura, che 
fu finalmente decretata. Sebbene io non mi occupi 
di speculazioni agrarie, pure allorché udii il primo 
annuncio del riso secco, e del buon risultato otte- 
nutone in Brescia dal sig. Rosa, mi procurai alcuni 
grani nella speranza che potesse ottenersene van- 
taggio «lai coltivatori e speculatori, poiché abbia- 
mo qui copia di orti e terreni irrigabili. Il pro- 
dotto fu vario in quantità e qualità , ma la coltiva- 
zione fu per varj anni dimenticata, o piuttosto non 
dedotta a notizia di sufficiente numero di persone: 
sono però di opinione, che riassumendosi, come sem- 
bra, potrà ottenersene vantaggio da chi coltiva le or- 
taglie. Io ne ottengo, da poche piante coltivate per pia- 
cere, un prodotto annuo considerabile. Molti insetti 
però, e specialmente le formiche, ne sono avidissime. 



114 Scienze 

Helianthus tuberosus. Topinambour, pero di 
terra , tartufi bianchi. Questa pianta dell' America 
meridionale prospera in Viterbo in quasi ogni sor- 
ta di terreno come altrove: ma non incontra la for- 
tuna delle patate, sebbene pììi dojicigni ne siano i 
tuberi. Io credo, che in vista della sua feracità e 
rustichezza potrebbe farsene soggetto di qualche 
speculazione. 

Gossjpium herhaceum. Cotone. Veramente se 
il tentativo della coltivazione del cotone nell' Italia 
media potè essere ragionevole all' epoca del blocco 
continentale di Napoleone, in oggi non possiamo 
porci in concorrenza co' paesi più. caldi per otte- 
nere e porre utilmente in commercio un tal pro- 
dotto: tanto pili che il basso prezzo, con cui le mac- 
chine inglesi ce lo forniscono filato, ne rendono an- 
che sotto tal rapporto quasi inutile la coltivazione. 
Io ne coltivo alcuni individui ogni anno come pian- 
te insolite, e mi persuado che i contadini potreb- 
bero ottenere con poca cura il materiale pel loro 
vestiario. 

Magnolia grandiflora. Lauro tulipano. In quin- 
dici anni una pianta da seme mi è pervenuta all'al- 
tezza di oltre 20 piedi, ed alla grossezza del tron- 
co di circa due piedi di circonferenza con una espan- 
sione di rami, e vegetazione vividissima. Fiorì di 
10 anni, e mi produce piii di 100 fiori all' anno. 
Ho ottenuto in istufa le piantoline da seme, che non 
potei ottenere in pien' aria. 

Poligonum fagopjrum. Grano nero. Ne otten- 
go due raccolte, l'una appresso l'altra, in ogni an- 
no. Sovente i grani cadono a tenore che si matu- 
rano. Potrebbe però recare qualche utilità semi- 
nandolo dopo il raccolto del grano. 



Coltura di piante esotiche 115 

Hordeum zeocriton. Riso di Germania. Il pro- 
dotto sarebbe copioso e la coltura facile: ma man- 
candoci le macchine per brillarlo, e ridurlo a quel- 
la sfericità e bianchezza colla quale ci si reca in 
commercio, non presenta un gran vantaggio. 

Varie altre specie, delle quali ormai è resa 
comune la coltivazione , non meritano di essere ri- 
ferite; onde ec. 

S. Camilli 



Lettere del doti. Luigi Pacini. 1837. 

Deir effcacia dell" unguento di atropa belladona 
nelVernie incarcerate^ lettera diretta al eh. sig. 
dottor Tonelli di Roma dal dottor Luigi Pacini 
professore di notomia umana e comparata nel 
R. liceo di Lucca. 



Pregiatissimo signore, 



He 



.0 letto, è già qualche tempo, nel giornale ar- 
cadico pel mese di marzo di quest'anno, che men- 
tre ella si è fatta a render conto del Prospetto 
delle principali malattie curate nelVanno 1833 
e 34 nella clinica chirurgica del R. liceo luc- 
chese., mostrando dispiacenza che dall'autore di 
quel libro nel discorrere della necessita di ese* 
guire con sollecitudine Verniotomia sia stato o- 
messo di far menzione dell'utilità tanto costatata 
della belladona per ridurre i tumori erniosi in- 
carcerati , abbia mostrato di non sapere se io 



116 Scienze 

„ pure scrittore contemporaneo sia o no seguace di 
„ queir efficacissimo farmaco applicato sui tumori 
„ medesimi. A dissipare pertanto dall'animo di lei 
„ questo dubbio, e mostrarle per lo contrario esser- 
„ ne io caldissimo apprezzatore in questo paese , 
„ mi tolgo ora la liberta rispettosa di sottoporre 
„ al suo dotto e perspicace giudizio alcune noti- 
„ zie, per le quali le sarà ampiamente manifesto in 
„ quanto pregio appunto io tenga questo rimedio, 
„ perchè utilissimo in pratica come più e pili volte 
„ ho avuto luogo di verificare, e come tale lo tro- 
„ vo da molto tempo registrato in molti giornali 
„ d'Italia e d'oltremonte. E prima di tutto le deb- 
„ ho ingenuamente confessare, che in leggendo il 
„ suo articolo rimasi non poco meravigliato come 
„ ella avesse potuto venire condotto in tale dubbio, 
„ allorquando cosi si esprime sul conto mio: — 
„ Non sappiamo se il contemporaneo scrittor luc- 
„ chese, il sig. professor Pacini, intorno la chirur- 
„ già italiana abbia pur creduto usarne silenzio, 
„ essendosi limitato a tener proficua la belladona 
„ e lo josciamo per preparare una piìi ampia di- 
„ latazione della pupilla onde l'operazione della 
^, cateratta riuscisse piìi agevole e sicura , opinar 
„ dovremmo, ch'egli nella convinzione teorica del- 
„ la facoltà rilasciante e torpente della belladona 
„ contro gl'inguinali incarceramenti, poca o ninna 
„ fidanza riposto abbia nella veracità delle accen- 
„ nate sanazioni. — Le quali parole dettate da un 
„ uomo della sua dottrina, che io stimo assaissi- 
„ mo, sono di molto peso, perchè atte a farmi so- 
f, spettare per lo meno ignaro delle cose utili a 
„ sapersi presso coloro, che non avessero letto le 
,) mie Riflessioni critiche sullo stato attuale della 



Lettera del Pacini 117 

„ chirurgia italiana date fuori fino dal 1832. In 
„ queste alle pagine 56 e 57 cosi ho scritto : „ 
„ Di altra cosa italiana relativa all'ernie non ha 
„ punto discorso il critico, voglio dire dell'uso di 
„ un unguento carico di estratto di helladona ap- 
„ plicato sul tumore ernioso: col qual rimedio, con- 
„ forme trovasi scritto in due giornali medici d'Ita- 
„ lia, cioè nell'osservatore medico di Napoli, e nel 
„ giornale dell'Omodei pel mese di maggio e di 
„ giugno di quest'anno, si sono fatte già a quest* 
„ ora rientrare nel ventre un bel numero di ernie 
„ incarcerate. Mentre non vuoisi porre in dubbio 
„ questi fatti , è da desiderare ardentemente che 
„ tal presìdio, adoperato ove convenga, possa tor- 
„ nare di tanta utilità da render meno frequente 
„ il bisogno di praticare un' operazione : che seb- 
„ bene in tempo opportuno eseguita, ne di per se 
„ stessa pericolosa, può nondimeno diventarla per 
„ le conseguenze che ne derivano. ,, E qualora io 
,, potessi darmi a credere, esserle scorse queste pa- 
„ gine inosservate o averle col tempo non piìi pre- 
,, senti alla memoria, lo che può benissimo acca- 
„ dere , non saprei poi spiegare 1' altro punto del 
„ suo articolo ove dice , cìt io mi sono limitato a 
„ ritener profìcua la helladona e lo josciamo per 
„ preparare una pia ampia dilatazione della pu- 
„ pilla, onde l'operazione della cateratta riesca pia 
^, agevole e sicura. Della qual cosa, gentilissimo 
„ signore, ho appunto taciuto nel mio scritto, per 
„ esser quest' applicazione tentata con frutto per 
„ la prima volta in Germania dal Lagenbek e dall' 
„ Himily molti anni sono, e non altrimenti in ita- 
,, lia, come ciò è accaduto nei casi di ernia incar- 
^ cerata. JXè tale mia trascuratezza e casuale^ per- 



118 Scienze 

„ ciocché mentre non si vogliono da me porre in 
„ dubbio i fatti che ne provano la salutare efficacia 
„ per ottenere la dilatazione della pupilla, non opi- 
„ no doversi in generale ricorrere allorché si de- 
„ prime la cateratta, istruito dalla sperienza ; la 
„ quale per ben due volte mi mostrò Timminen- 
„ te pericolo di veder passare il cristallino nella 
„ camera anteriore dell'aqueo nell'atto di depri- 
„ merlo nel vitreo, per essere appunto la pupilla 
„ soverchiamente dilatata. Non opino certo di que- 
,, sta guisa allorché eseguiscesi l'estrazione di que- 
„ sto corpo. Ad oggetto poi di convincerla anco 
„ coi fatti, tenersi da me come prezioso ritrova- 
„ mento l'uso di questo rimedio nei tumori ernio- 
„ si incarcerati, godo di assicurarla, che non solo 
„ io, come ^ia le dissi, ho piìi volte adoperato la 
„ belladona, ma eziandio alcuni dei miei amici e 
„ colleghi istigati da me medesimo l'hanno posta in 
„ uso parecchie volte e sempre utilmente nell'er- 
„ nie incarcerate ; tra i quali mi piace a cagion 
„ d'onore di qui nominarne specialmente due , i 
„ professori Bandettini e Puccinelli del R. liceo, 
„ pratici distinti in questa cittk. Nella quale posso 
„ accertarla, esser molto apprezzati gli avanzamen- 
„ ti dell'arte nostra, e tranne pochissimi restii, tut- 
,, ti sono grandissimamente amorosi dei medesimi. 
„ Lochè sarebbe desiderabile che divenisse virtìi 
„ comune in quanti sono i coltivatori dell'arte chi- 
„ rurgica, affinchè da essi maggiori frutti ne tr.ies- 
„ se r umanità. Do termine a questa lettera, forse 
,, un poco troppo prolissa, col far voti perchè il 
1, problema del dottor Meola di Napoli abbia la 
„ da lui desiderata soluzione la mercè di nuove 
„ sperienze , onde d'ora in poi anco nella clinica 



I 



Lettera del Pacini H9 

nostra sìa fatto benefico impiego della belladona 
applicata in forma di unguento sugi' intestinali 
incarceramenti: ed i giovani allievi, fatti certi dei 
reali vantaggi della medesima, non siano un gior- 
no così corrivi a praticare V erniotomia', opera- 
zione sempre difficile, in grazia delle frequenti 
e numerose complicazioni da cui soventemente è 
congiunta. Le quali, egli è certo, non verranno 
poste in dubbio nemmeno dall'autore dello scrit- 
to da lei SI compiacentemente analizzato: che se- 
condo ciò che pare, mostrasi cotanto caldo par- 
tigiano àe\Y erniotomia, cui egli ricorre con mol- 
ta sollecitudine e così spesse volte. 

„ Profitto di quest'occasione per protestarle i 
sentimenti della mia alta stima, coi quali mi pre- 
gio di essere 

Di V. S. Illma 

Lucca 20 dicembre 1836 

Urne servitore 
Prof. Pacini 



120 



Al chiarissimo sig. dott. Luigi Pacini prof, di no- 
tomia umana e comparata nel R. liceo di Lucca. 
Risposta del dott. Giuseppe Tonelli. 

,, La parentesi è una forma assoluta di par- 
„ lare, frapposta nel ragionamento, o per dichia- 
„ razione, o per restrizione di un periodo, di un 
„ sentimento, il quale non abbia immediata rela- 
„ zione cogli altri contenuti nel discorso. ,, 
Gatti, Ortografia italiana. 

E sempre andai (tal Amor diemmi aita) 
In quegli esili, quanto e' vide, amari, 
Di memoria e di speme il cor pascendo 

Petrarca, Canzone XLV. 



PREGIATISSIMO SIGNORE, 



N< 



on prima del 29 perduto marzo mi è pervenu- 
to da Roma l'esemplare da lei fattomi tenere del- 
la lettera , di cui si è compiaciuta graziosamente 
onorarmi. Veramente per quanto ella ha di dottri- 
na, altrettanto io credo avere di coscienza di me 
medesimo; e di c|ueHe sue lodi, da quel nonnulla 
che io sono, sentomi affatto immeritevole. Cosicché 
debbo le medesime alla sua benignità giustamente 
rapportare, e vorrò di esse per mio debito di gra- 
titudine perpetuamente rammemorarmi. Immerite- 
vole pur sentomi dell'alto favore che mi comparte 
con quelle accusazioni, che a mio carico si è de- 



LETTERA DEL ToNELLi 121 

gnato spargere nella istessa sua lettera. E lungi 
dall'esonerarmene, Lenchè rispettosamente, volen- 
tieri al sostegno dell'alta sua stima avrei preposto 
il silenzio, quante volte la sua lettera avesse figu- 
rato nelle carte del Giornale Arcadico. Ivi nel con- 
fronto del suo col mio scritto ( al qual confronto 
vengono da curiosità naturalmente invitati i letto- 
ri ) avrebbe ognuno agevolmente rinvenuto la ri- 
sposta bella e fatta del secondo al primo dei di- 
scussi periodi. Giacche per altro ha creduto ella va- 
lersi di altri tipi, mi è giuoco-forza imitarla , ed 
anche a coloro che non abbian lettura del preno- 
minato giornale presentarmi co' miei documenti 
pel giudizio della ridicola insorta quistione. Ri- 
dicola al certo , poiché non supera il valor della 
cifra di una parentesi ; cosicché non varrebbe la 
pena imbrattarvi delle carte, e spendervi un otta- 
vo di ora di quel prezioso tempo che scarsissimo 
mi rimane dalle mie occupazioni ed assunti impe- 
gni, I genuini documenti che vado a produrre so- 
no il periodo del mio scritto estratto dal Giornale 
Arcadico pel mese di marzo 1836, pag. 295, lin. 7 
e seg. , ed il periodo della sua lettera estratto dal 
suo opuscolo {P acini Lettere, pag. 20 lin. 10, e seg.). 
Il paragone di essi sarà il risultato comparativo 
che guiderà il tribunale del pubblico al giudizio 
ed alla pronunzia della sentenza. 

Periodo di Tonelti. 

.... Che se il dotto sig. De Filippi nel suo 
lavoro „ Dello stato attuale della chirurgia „ (1) 

(i) Bibliot. Ital. voi. LXXVI pag. 242. 

G. A. T. LXX. 9 



122 Scienze 

favellando delle operazioni dell'ernie , divisò pur 
egli ometterne menzione (non sappiamo, se il con- 
temporaneo scrittor lucchese sig. prof. Pacini „ In- 
„ torno la chirurgia italiana „ abbia pur creduto 
usarne silenzio), essendosi limitato a ritener pro- 
ficua la belladona e l'iosciamo per preparare una 
pili ampia dilatazione della pupilla onde l'opera- 
zione della cateratta riescisse piìi agevole e sicura: 
opinar dovremmo, ch'egli, nella coijvinzion teorica 
della facoltà rilasciante e torpente della belladona 
contro gl'inguinali incarceramenti, poca o ninna fi- 
danza riposto abbia nella veracità delle accennate 
sanazioni. 

Periodo del sig. prof. Pacini 
attribuito a Tonelli, 

.... così si esprìme sul conto mìo: ,, Non sap- 
„ piamo, se il contemporaneo scrittor lucchese, il 
„ sig. professor Pacini, intorno la chirurgia italia- 
„ na abbia pure creduto usarne silenzio, essendosi 
„ limitato a tener proficua la belladona e lo jo- 
„ sciamo per preparare una piìi ampia dilatazione 
„ della pupilla onde l' operazione della cateratta 
„ riuscisse pili agevole e sicura, opinar dovremmo 
,, ch'egli nella convinzione teorica della facoltà ri- 
„ lasciante e torpente della belladona contro gl'in- 
„ guinali incarceramenti, poca o ninna fidanza ri- 
,, posto abbia nella veracità delle accennate sana- 
„ zioni. „ 

Or dalla comparazione degli esposti periodi 
non salta all'occhio ancor dei non chiaro-veggenti, 
ch'ella, sig. prof, chiarissimo, dal mio periodo ha 



Lettera del Tonelli 123 

tolto il primo inciso di essa; ha rimosso le cifre 
della parentesi avente un senso distinto dal perio- 
do; ed ha amalgamato il concetto della parentesi 
con quello del rimanente periodo? Nella quale ope- 
razione non viene ella (forse anche non volendolo) 
ad attribuirmi un sentimento, un discorso che non 
è più il mio, un sentimento travisato, il qual nasce 
da un periodo mutilato e reso informe colla riu- 
nione indebita del sentimento di una parentesi ; 
mutilazione, travisamento che mi si rende cagione 
della ingiusta di lei accusa? Non avrebbero avuto 
luogo le sue maraviglie alla pag. 20 ; non la do- 
lente sorpresa alla pag. 21 da lei sperimentata suU' 
uso della belladona per la dilatazione della pupil- 
la, onde meglio eseguire l'operazione della caterat- 
ta. Nel periodo infatti da me scritto è ben chiaro, 
che tutto il periodo risguarda il sìg. De Filippi, 
il quale nel suo lavoro non fete alcuna menzione 
dell' uso della belladona nell' ernie ; laddove alla 
pag. 237 della Biblioteca italiana voi. cit., in con- 
ferma degl' importanti perfezionamenti dei quali 
venne arricchita la terapìa chirurgica, si limita per 
gli effetti e per gli usi della belladona a conside- 
rare la dilatazione della pupilla, senza far parola 
alcuna dell'applicazione di essa nei tumori ernio- 
si. È chiaro altresì, che la sola parentesi risguar- 
dava la meritissima di lei persona: avendo io sem- 
plicemente scritto, non sapere se anch'ella nel suo 
lavoro ne avesse usato silenzio, non conoscendos-i 
da me il suo lavoro medesimo che per il solo la- 
conico annunzio fattone pure dalla stessa Biblio- 
teca italiana. Comprendo che la forza espansiva dei 
suoi meriti siasi resa intollerante della rilegazione 
infra le cifre di una parentesi , e che urtandone 



124 Scienze 

gli angusti limiti per ampliarne 1' area distriitte 
ahbia le vestigio della parentesi stessa ; ma ove su 
questa operazione si faccia poggiare la sua accusa 
a mio carico, la risposta è bella e fatta: il giudi- 
zio del colto pubblico già può dirsi pronunziato: 
io sono dalla menda imputatami assoluto. 

Facendomi però a riflettere all'infortunio in» 
contrato dalla mia parentesi , non troverei soddi- 
sfacenti modi per concepirlo ed iscusarlo. O dir 
dovrei, ch'ella non abbia letto il periodo cogli oc- 
chi suoi, ma lo abbia bensì udito leggere da altri 
senza l'accorgimento di quella benedetta parentesi; 
o dir dovrei che il valor di una parentesi avesse 
tralasciato ella di apprezzare. Ma non sapendo per-» 
suadermi , come uno scrittore di alta rinomanza, 
qual ella si è, abbia potuto incorrere in un reato, 
che parrebbe doversi ridurre q a grossolano ab- 
baglio o a sagacissima malizia i avrei immaginato 
di chiedere in grazia, se mai in virtù dei suoi me-, 
riti avesse ella conseguito qualche ampio diplo- 
ma dal frullone con privilegio di escludere dai ri- 
spettivi loro diritti le parentesi, e tutte annullarle 
nei discorsi. Se ciò fosse , decisa sarebbe ogni quif 
stione a favor di lei, ed io dovrei congratularme- 
ne a capo chino per l'onorifica innovazione che per 
opera di lei verrebbe ad introdursi ; innovazione 
eclatante, e che fin qui ignota mi era, trovandomi 
a vivere in un angolo dello stivai d'Italia. Lo esor- 
tarci per altro a far di pubblica conoscenza sif- 
fatto decreto e per norma degli scrittori , e per 
quiete delle povere parentesi^ che per tanti secoli 
hanno pacificamente goduto il diritto di racchiu- 
dere , di comprimere fra le inviolabili loro cifre 
una forma assoluta di discorso da non confonder- 



• 



Lettera del Tonelli 125 

si colle precedenti ne colle susseguenti proposi- 
zioni. Pongo qui fine alla mia giustificazione , alla 
quale mi ha chiamato la circostanza di menda che 
mi gravava per un periodo da lei travisato, per una 
parentesi da lei negletta. Era Len sufficiente , eh' 
ella senza urtare in questo scoglio per sostegno del- 
la sua sapienza non buccinata dalla mia parentesi, 
si fosse compiaciuta dichiararsi partigiano della 
belladona , ed accennare all' uso di cotal farmaco 
nelle sue cure. Avrebbe così riempiuto il vóto la- 
sciato dalla mia penna in quella mal augurata pa- 
rentesi, ed avrebbe cosi evitato la noja di questa 
mia risposta. Mi duole, ed il cielo sa che mentir 
non mi piace, anzi non sol dìspiacenza ma rossore 
io sperimento in aver con questa mia lettera forse 
alcun poco macchiato il sublime di lei merito. Le 
ne chieggo mille scuse, e la prego di non voler- 
melo attribuire a fallo , avendo esposto la verità 
nel suo nudo sembiante, e bastandomi non merita- 
re per questo titolo rimostranza veruna. Da che 
massima estimazione io nutro per gli scienziati tut- 
ti , e sentimenti della più alta considerazione io 
serbo per la meritissima di lei persona, di cui con 
ogni venerazione e rispetto mi dichiaro 

Paliano presso Roma 6 aprile 1837 

Umilissimo servitore 
GiosEPPE Tonelli 



126 



LETTERATURA 



Cenni intorno a tre operette nicmismatiche. 

Operiamo che non siano per dispiacere al cortese 
lettore questi brevi cenni intorno tre operette nurav 
smatiche ultimamente venuteci alle mani. Le due 
prime son parte di» un lodato nummografo italiano; 
la terza, proveniente dal nord dell'Europa, interes- 
sa Italia nostra, perchè imprende a combattere una 
opinione del dottissimo Ennio Quirino Visconti. 

I. Osservazioni di D. Celestino Cavedoni sopra 

le antiche monete di Atene. Modena presso 

Soliani \ 836, 8° di facce 36. 

Abbenchè \ Odulnet, il conte di Winchilsca , 
il Corsini, r Eckhel ed altri di proposito scrives- 
sero intorno le medaglie ateniesi \ pure per non 
aver essi bene esaminato ogni particolare di quel- 
le, furono cagione che si credesse, la celebrità delle 
arti greche nelle monete di quella nobilissima città 
non reggere al confronto delle monete di altre mi- 
nori città della Grecia. Al che guardando il N. A. 
produsse al pid>blico l'operetta qui annunziata: di- 
cendo in essa delle monete di quella città famosis- 
sima, così in oro, come in argento ed in bronzo. 



Operette numismatiche 127 

Negava 1' Eckhel che alcuna moneta ateniese 
in oro fosse giunta fino a noi ; dubitava deìV aureo 
ateniese del museo luinleriano ; anzi sforzavasi di 
provare coH'autorita degli scrittori antichi, che Ate- 
ne non coniasse giammai moneta in oro. Ma, oltre- 
ché Aristofane chiaramente nelle Reme ricorda gli 
aurei ateniesi; oltreché ciò conferma Fllocoro pres- 
so lo scoliaste di quel comico : ora quel nummo 
hunteriano non è piti unico ; altro simile essendo- 
vene nel regio museo di Torino, descritto dal Mion- 
nes ; altro trovato lunghesso la via che dal Pireo 
conduce ad Atene , avendolo posseduto il Fauvel 
dapprima, poi il Gadalvene : e questo rispondendo 
al peso dello statere , assolve in certo tal modo Ar- 
pocrazione, rimproverato dall' Eckhel per aver ri- 
cordati gli stateri attici. In questi aurei si ha la 
testa di Pallade con elmo di forma prisca e sem- 
plice ; e nel rovescio la civetta di stile arcaico con 
le lettere A0H, o A0. Questi tipi di prisca maniera 
se si posero sulle monete d' oro, primamente bat- 
tuta in Atene nell'olimpiade XCIII. 2, essendo ar- 
conte Antigene, dan motivo a credere che si usas- 
sero nel tempo stesso anche ne' tetradrammi in ar- 
gento. Quindi ne scende, che que' tetradrammi che 
presentan la testa di Pallade con 1' elmo adorno , 
non vennero in uso a' tempi di Pericle, come par- 
ve air Eckhel, ma sì forse a qua' di Filippo, o del 
magno Alessandro. 

Le monete di argento dividonsi in monete di 
stile prisco, e di nuovo stile. Antichissime son le 
prime ; fra le quali è da riporre un octodramma 
del Brondstet pubblicato dal Mionnet. Narra Plu- 
tarco come Temistocle assegnasse otto dramme a 
ciascun cittadino, il quale prese avesse le armi e 



128 Letteratura 

salite le navi; nulla più facile, che dopo la batta- 
glia di Salamina facessero gli ateniesi improntare 
monete reali di otto dramme ognuna, per usarne 
air impromesso stipendio. Queste monete di stile 
vetusto durarono sin verso la olimpiade centesima. 
Quelle di nuovo stile durarono, secondo l'Eckhel, 
sin verso i tempi di Mitridate : ma il N. A. osser- 
vando che nella scrittura di alcune si usa 1' w, ed 
il sigma quadralo C, ben riflette che durarono a 
Lattersi fino a' tempi degli Antonini ; costando che 
allora soltanto incominciarono tali forme di lettere 
a comparire sulle monete imperatorie di Megara etc. 
I tipi son costanti, e già sufficientemente dichiarati 
dall' Eckhel, il quale volle poi riferire alle feste e 
riti sacri o profani ateniesi i simboli varianti che 
veggonsi neir area del riverso. Ma in ciò mal s' ap- 
pose; e meglio il Cupero, il Corsini, il Visconti li re- 
putarono distintivi o insegne allusive ai nomi de ma- 
gistrati corrispondenti. Di pochi però questi dotti 
ne indicarono la ragione ; e fra questi pochi di al- 
cuni non esattamente : per il che il N. A. discorren- 
done distintamente ne da la dichiarazione di 37, se- 
condo r ordine alfabetico dei magistrati. E ne de- 
sume con sicuri argomenti, che tali simboli varianti 
han relazione al principale de' magistrati monetari, 
sia per allusione etimologica^ come la. face, «jpavov, 
al nome «PANOKAIII ; Diana apt<7zo^ovlin di ottimi 
consigli, al nome ETB0TATAH2 di buoni consigli ; 
Cerere, Eviiocpsioc, abbojidanza, al nome ETMAPEMIÌ2; 
^pe, <^ojvj, la parte del miele che viene a galla , al 
nome ZQIAO:^; vitta di lana, oizciu, al nome IKEIIOS 
etc, sìa per allusione di omonimia mitica ed istorica^ 
come il trofeo posto sulla prora simbolo di Temi- 
stocle vincitor de' persiani, in riguardo al magi- 



Operette numismatiche 129 

strato 0EMI2TOKAH2; la sfìnge accosciata allusiva 
al rnatcmatico alessandrino Diofanto , in riguardo 
al magistrato AI0$ANT02 ; la figura i>irile nuda 
astata allusiva ad Eumele duce de' ferèi a Troja, 
in riguardo al magistrato ETMHA02; il cervo stante 
allusivo alla lunga età di Nestore in riguardo al 
magistrato NE2TQP etc. sia per allusione di sempli- 
ce omonimia, come V elefante simboleggiante An- 
tioco re, al magistrato ANTI0X02; la figura pallia- 
ta stante con tazza nella d. e bacolo nella s. simbo- 
leggiante il cinico Diogene, al magistrato AlOFEvvjg 
etc. Vedemmo con soddisfazione che l'A. oh. in no- 
ta alla interpretazione di questo nummo (p. 10 N. 
11 nota 10 ) divide la opinione per noi esternata 
( V. voi. LXIX p. . . . ) riguardo ad un bassorilievo 
del giardino Giusti in Verona^ nel quale il eh. Orti 
aveva veduto un Esculapio : al Cavedoni sembra ri- 
conoscervi Diogene ; noi lo dicemmo ritratto inco- 
gnito, perchè pare che non molto somigli alle note 
sembianze di quel cinico. 

Ecco quindi scoperta una certa somiglianza 
fra le monete di famiglie romane e tali monete ate- 
niesi , che potrebbero chiamarsi di famiglie atti- 
che. I tipi delle prime spiegansi osservando allu- 
sioni di semplice etimologia , ovvero di omonimia 
ora semplice , ora slorica o mitologica del tipo o 
simbolo, col nome del magistrato monetale: le ate- 
niesi mai non mutarono i tipi principali, ma con la 
varietà de'simboli rendonsi pregevoli per le rela- 
zioni di essi ai nomi de' magistrati monetali. Altra 
somiglianza dei nummi delle due nazioni sta in ciò, 
che nei piìi antichi tipi non altre lettere si veggo- 
no che quelle indicanti il nome della città ; poi vi 
si introdussero in nesso i nomi de' magistrati mo- 



130 Letteratura 

netali; in fine vi si scrissero ora raccorciati , ora 
interi. Tre i magistrati monetali furono in Roma ; 
tre per lo piii, e forse sempre, in Atene ; essendo 
negligenza dei descrittori dei nummi quando com- 
pariscon due. Ma se niuna differenza di potestk fuv- 
vi tra i triumviri monetali di Roma, in Atene i due 
primi magistrati eran costanti, variava il terzo ; il 
primo aveva autorità sopra il secondo ; ed il sim- 
Lolo e relativo quasi sempre al nome del primo. Per 
tali osservazioni è chiaro, non poter reggere la opi- 
nione di coloro che si avvisarono di riscontrare nel- 
la civetta che posa sopra un olivo avente due soli 
rami sfrondati : gli richiama a memoria 1' olivo 
sacro di Pallade, combusto insieme al sacrario dai 
persiani, e che secondo Erodoto fu visto nel gior- 
no dopo aver rimesse le frondi : la testa di Medu- 
sa co' serpenti gli ricorda il dono di un'egida au- 
rea col capo di Medusa nel mezzo, fatto secondo 
Pausania da Antioco, e che vedevasi nel fastigio 
del teatro in Atene : 1' Apollo nudo stante con le 
gamhe incrociate, ramo di lauro nella destra posata 
sul suo capo, e lira nella sinistra, rappresenta l'Apol- 
lo Licio che era in Atene, ed una copia del quale 
si conserva nella galleria di Firenze r la donna tu- 
nicata che colla destra si appoggia allo scettro, e 
nella sinistra tiene e riguarda un fanciullino »:he 
le fa festa, è senza meno il simulacro della Pace 
con Pluto bambino in braccio , che Pausania rac- 
conta aver Cefisidoro fatto agli ateniesi : sei tipi 
diversi gli richiamano a memoria Teseo, 1' eroe di 
Atene: il cinghiale, come uno dei cacciatori della 
belva caledonia; la figura virile che si caccia dinan- 
zi un toro, il vincitore del toro di Maratona ; il bu- 
cranio ornato d' infule, il sacrificio di quel toro fat- 



Operette numismatiche 131 

to da Teseo ad Apollo Delfinio ; il caduceo , quello 
che nelle oscoforie portavasi adorno di corone, in 
memoria del vittorioso ritorno dell' eroe da Cre- 
ta ; il grappolo d' uva, o le spighe , l'aver Teseo 
promossa 1' agricoltura ; la figura virile e barbata 
sedente sopra uno scoglio, ricorda Egeo che aspetta 
e guarda se torna il figliuolo. Diciam per ultimo di 
una sua opinione, che lodevolmente il N. A. correg- 
ge in quest'opera. Il Sestini, nel Museo Hederv. P. 
1. A. 77. N. 4, aveva ravvisato Solone in una meda- 
glia rappresentante un uomo sedente in seggiola , in 
abito di filosofo, con pileo largo in capo , e con la 
destra stesa inatto di arringare. Erasi opposto a tale 
opinione il sig. Cavedoni (Cenni sul vantaggio etc), 
perchè parevagli, appoggiandosi a Luciano, che Solo- 
ne non usasse pileo, non maniche lunghe: ma scon- 
tratosi in un passo di Plutarco, narrante come quel 
savio comparve pileato nel foro di Atene, e fattosi 
gran concorso di popolo, pronunciò una sua elegia; 
si accosta al Sestini ; e trova anche una ragione 
delle maniche lunghe nella vita molle di quel sa- 
vio. Appositamente vogliamo dar termine a questo 
cenno , col ricordo dell' enunciata correzione del- 
la propria opinione, perchè da essa ricaviamo una 
bella prova dello studio che ripone il N. A. nella 
ricerca del vero , anche quando questo s' incontri 
esser contrario al proprio esternato parere. 

//. Lettera numismatica a D. Celestino Ca^'edoni 

intorno ad alcune monete antiche dell'isola 

di Creta. Perugia 1836, Ò. di facce 42. 

Dirige l'italiano nummografo questa eruditis- 
sima lettera al eh. sig. Roberto Pasbley professore 



l32 Letteratura 

nel collegio della SS. Ti'inità a Cambridge , da cui 
stiamo attendendo una estesa e piena illustrazione di 
quanto si riferisce alle antichità , alla storia , alla 
geogi^afia della celebratissima isola di Greta. Divide 
il N. A. la lettera in due parti i descrive nella pri- 
ma le monete cretesi del R. museo estense , che han- 
no qualche particolarità degna di osservazione: espo- 
ne neir altra alcune sue osservazioni sopra i tipi di 
monete cretesi pubblicati gik da altri^ e specialmen- 
te dair Eckhel, dal Sestini^ dal Mionnet- 

Non più di 31 sono le monete descritte nella 
prima parte ; cioè 8 del comune di Greta ; una di 
Aliarla ; una di Aptera ; una di Gnosso ; due di Gi- 
donia; due di Eleuterna ; due di Cortina ; quattro 
di lerapitna; una di Litto ; due di Phaesto ; due di 
Rauco; una di Ritimna; e due di Sibrizia. Reputan- 
do far cosa grata agli amatori di questi studi , ri- 
portiamo qui la descrizione di quelle che furono 
primamente in questa lettera pubblicate. 
HIERAPITNA 

1. Caput muliebre turritum ad d.)( lEPAIITT- 
NiaN 0AY02, et IlEA in nion ìgr. palma fructifera 
et aquila staiis ad s. ARG. 1. Questo medaglioncino 
in argento, benché somigli quello che si ha nel Mus. 
Hunter. tab. XXX f. 15, pure era inedito il nome 
del magistrato $AY02 

2. Caput lovis laureatum ad d.^(^ IEP A pal- 
ma fructifera iuxta quam aquila stans ad d. et re- 
spiciens ad s. ARG. IV. 

3. Caput muliebre turritum ad d. )( palma 
fructifera iuxta quam aquila ad s. stans: in area 
nAT. in monogr.-AER. III. 

LASOS 
4. Caput lovis laureatum ad d. )( AATI .... 



Operette numismatiche 133 

Jlpollo niidus ad s. stans d. extenta sagittam, s. ar- 
cwn humi attinet, AER. IV. 
PHAESTVS 
5. Protome lovis cornupetae ad s. superne /)( 
^ magnum intra qiiatuor globulos ARG V. 

Moltissime poi sono le correzioni fatte dal 
N. A. agli editori precedenti delle altre medaglie : 
a cagion di esempio il Pellerin Suppl. Ili PI. V f. 

I lasciò il serpe che ornato elmo di Pallade in una 
moneta di Allaria; in una di Aptera aggiunse le 
ali e tolse la larga testa al petaso di Mercurio, Ree. 
PI. XGVII f. 4 ; in una di Gortina PI. XGVII f. 

I I rappresentò nuda una figura che ha il pallio 
raccolto sul petto e suU' omero destro : il Sestini, 
Mas. Hederv. tab. III f. 12, attribuì a Palermo 
una moneta di lerapitna: il Mìonnet, Descr. N. 315, 
non avverti in una di Ritimna che il braccio e la 
mano s. di Mercurio sono nascosti sotto la penula etc. 
Ma per dare al cortese lettore una prova della dot- 
trina e diligenza dell' A. N. riportiamo qui la de- 
scrizione della medaglia N. 15, e la nota che la con- 
seguita. 

Caput Apollini s laureatum ad ^. )( EAEY0EP- 
NAICIN Apollo seminudus cortinae reticulo taenia- 
rum coopertae ad s. insidens^ d. extenta pomum , s. 
cortinae cui adstituta est lyra innititur. ( v. Mion- 
netN. 148) AER. III. 

„ Questa medaglia fu descritta da molti, ma 
„ con minore esattezza. Il Sestini non bene disse che 
„ Apollo siede sopra una pietra ( Mus. Hederv. N. 
„ 2 ): l'Eckhel e il Mionnet non si accorsero che la 
„ cortina sia coperta di un reticulo dt infule o vitte 
,, sacre di lana ; ne diede però indizio il Pellerin 



134 Letteratura 

„ nel suo disegno ( PI. XGVIII f. 19 ). Su quelFor- 
„ namento ragionò il Visconti ( M. P. C. T. I e T. 
„ a. II ) ; io vi aggiunsi altri riscontri ( Marmi 
„ mod. p. 193); edora aggiungo una pittura er- 
„ celanese ( voi. IV tav, 64) non rettamente de- 
„ scritta dagli illustratori di essa; e un'urna etrusca 
„ di Volterra ( Gal. Fir. S. IV T. I p. 74 ) nella 
,, quale lo Zannoni ravvisò la cortina striata^ ma 
„ doveva dire dittata. Del resto 1' Apollo della no- 
„ stra moneta ha qualche indizio, ma non evidente, 
„ di arco e faretra suW omero „. 

Venendo alla seconda parte della lettera di 
cui scriviamo, si compone essa, come dicemmo, di 
molte osservazioni del sig. Cavedoni sopra i tipi 
delle monete cretesi da altri pubblicati. Ovviamen- 
te si correggono i precedenti editori, che pure fu- 
ron sommi nella scienza. Pej: esempio, credeva l'Eck- 
hel che in moneta del comune di Greta Giove fosse 
cinto dagli astri, perchè Nonno dice che in Olimpo 
ha egli la sua magione piena di astri. Meglio assai 
il N. A. ricorda con Ateneo che le sette pleiadi di- 
cevano aver portata 1' ambrosia a Giove bambino 
nato in Greta. Il Sestini ed il Mionnet non ricorda- 
rono altra moneta d' Acso che in bronzo ; mentre 
potevan vederne una in argento nel Liebe, Gotha 
Num. p. 163, che non manca nel R. museo estense. 
Quelle monete che il Pellerin ed altri assegnarono 
alle isolette o scogli Glidi di Gìpro, debbonsi piut- 
tosto attribuire a Chersoneso di Greta. Una mone- 
ta coloniale con le teste di Ottaviano e M. Antonio, 
ed i nomi dei decemviri T. Fufio ed M. Emilio e le 
sigle G. I. N. G. fu dal Florez attribuita a Gartagena 
della Spagna Tarraconese; ma quella medaglia pre- 
senta nel rovescio il laberinto, che ninna relazione 



Operette numismatiche 135 

può avere con Cartagena ; il perchè ( sapendosi an- 
che che il nummo dei'ivi dall' oriente ) , propone 
il Cavedoni di leggere Colonia hdia Nova Cnossos, 
e riferirla a Cnosso di Creta, che testifica Strabone 
essere stata colonia romana. La figura succinta con 
cane vicino, in medaglia di Gidonia, che il Mionnet 
disse Diana, non può esser tale, perchè sarebbe tipo 
ripetuto , trovandosi la testa di Diana nel diritto ; 
piuttosto è Pro cri che rifugiatasi in Creta ebbe da 
Diana quel celebre cane che narra Igino. Il capo 
muliebre, che in monete di Laso dai nummografi di- 
cesi testa di Diana, per la mancanza di arco e fa- 
retra par piuttosto da credere di Latona; tanto più 
che per un' epigrafe presso Chissul, Antiq. asiat. p. 
126, è noto che i magistrati di Laso nell' alleanza 
loro con gli olonzii giurarono per Latona. Nell'uo- 
mo nudo imberbe paggiato ad un tronco d' albero, 
e tenente nella destra un gallo , che vedesi in me- 
daglia di Phaesto, piuttosto che ravvisarvi Idome- 
neo secondo Eckhel , o Iasione secondo Cadalvene, 
è un Vulcano, oppure uno dei telchini. Ma non la 
finiremmo per ora, se tutte volessimo qui accenna- 
re le giudiziose e sagaci osservazioni del N. A. Il 
perchè chiuderemo c]uesto cenno riportando le sue 
^tesse parole intorno un preteso nummo di Falan- 
na di Creta pubblicato dal Sestini ( Lett. T. HI p. 
145; Desc. N. V p. 224 ). 

„ Tanta è la somiglianza ( cosi il Cavedoni ) 
„ dell' unica moneta di Falanna con quelle di Argo 
„ dell' Argolide (Millingen, Anc. coins p. C2 ), che 
„ altra differenza non v'ha fra esse, se non se dell' 
„ cpigrafeMAANNAIi2N invece dell'altra APFEmN. 
„ Dopo che il Sestini nel principio de' suoi studi 
„ numismatici descrisse e pubblicò quella moneta 



136 Letteratura 

„ di Falanna, non se ne è mai più vista, che io mi 
„ sappia, altra simile; e d' altra parte è noto come 
„ il Sestini in quel tempo prese abbaglio e fu gab- 
„ bato dal falsario Osman bey, assai esperto nel 
„ trasmutare le epigrafi delle antiche monete (Eck- 
„ hel, Addenda p. 20, 28, 30). Mi nasce quindi il 
„ sospetto che quell' antica moneta del museo ain- 
„ slieano altro non fòsse che una moneta d'Argo, 
„ nella quale quell' impostore, od altri, avesse mu- 
„ tata l'epigrafe APrEIQN nell'altra ^AAANJyAIQN, 
„ per cosi mutare una medaglia non molto rara , 
„ in altra rarissima e aflPatto nuova. Il proposto dub- 
„ bio si conforta osservando, che ad Argo dell' Ar- 
„ golide dee restituirsi altra simile moneta che si 
„ attribuiva già ad Argesa di Tessaglia (Sestini, 
„ Mus. Heders^. P. I p. 94 ), „ 

Segua il sig. Gavedoni a darci cosi bei frutti 
de' suoi studi, e sia certo di riceverne la meritata 
lode, scevra d'adulazione, che noi ^bborriamo quan- 
to r ingiusta critica* 

IH. Notice dans la quelle il est pronte qiìune me-' 
daille portant la tete da roi Mnaskjrés de 
l Apolloniatide na pas plus existé , que ce sou- 
vrain meme, son pretendu rojaume et sa mere* 
Arse. St. Petersbourg^ de Vimprimerie de l'acadc- 
mie imperiale des sciences 1 835, 4. y?g-. 

Noi r ingrazieremo sempre que* dotti che in fat- 
to di archeologia si vanno occupando in correggere 
le opinioni non sufficientemente ridotte a certezza , 
e pubblicate in ispecie da coloro che giustamente 
han nome di sommi: perchè tanto merita quell'agri- 
coltore che sparge sul terreno utili semenze, quan- 



Operette numismatiche I37 

to quello che ne svelle le erbe nocive ed Infruttuo- 
se. E già la infallibilità non è della umana specie ; 
qual più qual meno siamo soggetti ad errare; for- 
tunato colui che meno d'altri cade in abbaglio! D'al- 
tronde pili la opinione che si combatte deriva da 
uomini lodatissimi, piìi ritorna in bene degli studio- 
si il farlo , quando non poggi essa sul vero : per- 
chè la fama che meritamente quelli godono può fa- 
cilmente indurre in errore i contemporanei ed i 
futuri ; i quali fidati su di essa potrebbero abbrac- 
ciarla senza sottoporla a maturo e critico esame. 
Questi vantaggi potrebbero derivare dalla Notizia 
che abbiamo sott' occhi. 

Una medaglia in argento, esistente a Parigi nel- 
la raccolta del sig. Allier de Hauteroche, avea con- 
sigliato il sommo Visconti ad aggiungere ai ritratti 
dei satrapi delle diverse regioni di oriente, quello 
del re Mnaskire, di cui oragli semI>rato poter leg- 
gere il nome su quel nummo. Esso dall' una parte 
ha il ritratto già noto di Fraate IV, con le due vit- 
torie volanti nel campo, che sembrano volerlo in- 
coronare : dall' altra il busto di un giovane princi- 
pe, che all'abbigliamento si potrebbe prendere piut- 
tosto per quello di una donna; ma nel costume par- 
tico o persiano sulle medaglie evvi difficolta in deci- 
dere se certi ritratti sian di giovani principi, o di 
regine; e poi la leggenda lo dichiara per uomo. Essa 
dice MNAGKYA KIA...TON Kar BAGIAIGGHG APGHG 
BAGIAsa: ; cioè // re Mnaskire figliuolo di Cia ... e 
della regina Arse. Forse la regina Arse fu figliuola, 
o attinente almeno per parentela , di Fraate IV; ed 
il re Mnaskire facilmente è quello di cui parla Lu- 
ciano, narrando che visse sino a 96 anni. Per queste 
ragioni avemmo nella greca iconografia il ritratto di 
G.A. T.LXX. 10 



138 Letteratura 

Mnaskire ( voi. Ili p. 27G tav. IK N. 7 cdiz. ml^ 

lanese). 

Un esemplare di questa medaglia da poco acqui-, 
stato dal gabinetto imperiale di Pietroburgo , e che 
r autore della Notizia dice di perfettissima conser- 
vazione, secondo lui fa prova, 1. che la testa del 
rovescio è femminile ; 2. che la leggenda fu mal 
letta. In essa infatti è scritto M0Y1H2 ^aaikiaar}^ 
QEM 0TPA]>fIA2. Il busto dunque rappresenta la 
regina Musa dea celeste^ prima divinitìi dell' orien-? 
te, che dissero Astarte^ Urania afrodite^ Dea cele-r 
ste^ Dea siria, Dea frigia, Cihele etc. , il cui culto 
era sparso dalla Frigia, dall'Assiria, dalla Persia sino 
air Afifricc^ bagnata dal mediterraneo , come ebbero 
provato Creuzer e Munter. Quindi, secondo l'autore 
della Notizia, debbesi escludere dalla iconografia 
greca il creduto ritratto di Mnaskire, che npn ha niai 
esìstito ; come un sogno è il preteso suo regno , un 
sogno la di lui madre Arse; e per ultimo gli sembrai 
che nel diritto non si abbia neppure a riconoscere 
Fraate IV. Dalle quali cose potrebbero realmente 
derivare que' vantaggi, de'quali dicevamo in princi- 
pio. Ma per non incorrere nella taccia di aver trop- 
po facilmente abbracciata questa nuova opinione ^ 
ci sia permesso esaminarla partitamentc, 

Concediamo al N. A. che il ritratto di Mnaskire 
debba essere espulso dalla greca iconografia : prò-? 
veremo però ora, che tal correzione non si deve a 
lui, ma sì allo stesso Visconti. Non conveniamo che 
la medaglia in questione rappresenti nel rovescio 
il busto di Astarte o dea Urania - non convenia- 
mo che sia dubbio il ritratto di Fraate IV nel di- 
ritto : non conveniamo che sia un sogno il regno di 
Mnaskire. ^- 



Operette numismatiche 13'J 

Ed infatti , come negar fede a Luciano, che 
ne' macrohii CXVI l'icorda quel principe? MvaijxtjS/jg 
(5i ^ocaCkvj^ ■nxQ^vaì'yìV gc, x«t vrjivqv.o'jxa. ''s^-t^Ocv ''stvj. Si 
dira che il samosatense lo addita come re de' par- 
ti : sia pure ; ma non sì potrà dire una invenzione 
quella testimonianza del greco scrittore. Che se fos- 
se vero che quel nome Mnaskire m^Ha sua origine 
non altro sia che l'epiteto lìfinochetr ( germe cele- 
ste ), come crede 1' orientalista de Sacj ; forse potè 
appartenere a vari principi ; e non potre!)])esi ri- 
tenere per certa la opinione di alcuni moderni, chv. 
noverano Mnaskire come decimo fra i principi nel- 
la serie degli arsacidi. 

Anche meno conveniamo che il diritto non rap- 
presenti Fraate IV. Ci paion chiare le somiglianze 
fra questo nummo, ed il ritratto di esso Fraate che si 
ha nella dramma pubblicata ed illustrata dal Viscon- 
ti ( Icon. Gr. voi. Ili tav. V, N. 5 ); e nel medaglio- 
ne in argento (Visconti op. cit. voi. HI tav. V, N. 5 ); 
nel quale per soprapplìi veggonsi le due vittorie te- 
ner alzata sulla testa del re una ghirlanda quasi per 
incoronarlo, somigliantissime a quelle che si hanno 
nel nunmio creduto di Mnaskire, 

In esso la testa del rovescio è femminile, non 
v' ha dubbio ; ma non rappresenta Jstarte ; s\ la 
regina Termusa moglie di Fraate IV, e madre di 
Fraatace re dei parti. Questo ci disse il medesimo 
Visconti, che lodevolmente corresse se stesso in un 
beli' articolo che può leggersi nel giornale de' let- 
terati (Parigi 1817, f. 731 e segg.), Tre nuove dram- 
me d' argento, simili in tutto a quella del sig- Allier 
de llauterochc, lo posero in grado di fare una tale 
scoperta. Quella aveva i caratteri dell' iscrizione 
mal impressi e ripercossi due volle per colpa del 



140 Letteratura 

monetiere ; quindi disordinali, di diflicile interpre- 
tazione, non è a fiir maravii^lia che fosse stato egli 
per essi indotto in errore. Le tre nuove medaglie, 
una presso milord Northwicli , due nella raccolta 
del sig. Rousseau, presentano la seguente leggenda: 
0EA2 0TPANIA2 . . . OY2H2 BAllAUlrig ; della 
Dea celeste ; la regina . , . usa. Il supplimento del 
nome di essa regina si ha da Giuseppe Flavio ( Jfnt, 
luci. lib. XVIII e. 7 §. 4). Racconta lo storico ebreo, 
come Fraate IV s' innamorasse di una giovine schia- 
va italiana inviatagli da Augusto, e nomata Termu- 
sa ; come la facesse sua sposa ; com'essa concepisse 
il disegno di far passare la corona al proprio figliuO' 
lo Fraatace , facendone escludere i figli legittimi 
che Fraate già aveva ; e come nel concepito disegno 
riuscisse, cos'i inviando in Roma per ostaggio i figlia- 
stri, come facendo perire il già vecchio Fraate, L'au- 
tore della Notizia può assai fàcilmente confrontare 
la medaglia del gabinetto imperiale con quella di 
milord Northwich ( Visconti Icon. Gr. voi. HI tav, 
V, N. 6 ) ; vedrà chiaramente che 1' una non è di-> 
versa dall' altra ; e se quella di Pietroburgo con- 
servò nella leggenda una lettera di piìi . . . M0T2H2, 
ciò convalida il supplemento fatto dal dotto italia- 
no TcjsMOT^H^ 

Se le conseguenze che da questi fatti derivano 
fossero state favorevoli all' opinione dell' A- della 
Notizia^ ben volentieri lo avremmo ringraziato per 
le ragioni addotte nel principio di questo sunto. 
Ma la opinione di lui in molte parti non essendo 
giusta ; e la vera lezione ed interpretazione del mo- 
numento dovendosi a quello stesso Visconti, contro 
cui era diretta l' accusa ; credemmo dover nostro , 
si per nazionalità, sì perchè in questi studi cerchia- 



OpEttEtT^ NUMISMATICHE 1 /l 1 

ilio il vero, e quello soltanto apprezziamo , difen- 
dere dall' ingiusta accusa quel Visconti , che a dire 
di un dotto, era la più bella conquista dalla Fran- 
cia fatta suir Italia. 

E veggiamo che facilmente nascerà nel benigno 
lettore il desiderio di conoscere chi sia 1' A- della 
indicata Notizia. Noi non possiamo con matematica 
certezza soddisfare una tal curiosità : l'opuscolo che 
abbiamo sott' occhio è anonimo : leggiamo che è 
estratto dalle memorie dell' accademia imperiale 
delle scienze in Pietroburgo, voi. Ili, dispensa sesta; 
ma non essendoci quel volume giunto alle manij non 
possiamo dire se anche in esso 1' autore volle restar 
nascosto. Ciò non ostante non resteremo dal parteci- 
pare al pubblico un nostro sospetto. Son già sedici 
anni, che vedemmo pubblicata in un giornale lom- 
bardo (Bibl. Ital. voi. 24) la dissertazione di un nobi- 
le russo intorno le opere del nostro Visconti: ci sem- 
bra che della medesima penna sia la Notizia, della 
quale abbiamo tenuto discorso. 

C. C. 



U2 



f^olgarizzainento delle nuove favole di Fedro , 
fatica del prof. Domenico f'^accolini. 



B. 



fello è tenere in pregio la lingua latina, eredi-' 
tà di gloria e di sapienza, che i nostri padri ci la- 
sciarono. Dacché le facili dottrine degli stranieri ci 
empirono le orecchie, e tentarono le vie dei cu orci 
noi fummo meno grandi e meno degni di noi stes- 
si e degli avi. Una trista sperienza ci giovi, e la 
futura generazione impari a disprezzare le dottrine 
de'novatori, le quali sono veleno al cuore e tene- 
bra alla mente. Noi abbiamo negli scrittori del se- 
col d'oro dovizia di greca e di latina sapienza^ ami- 
ca eterna della ragione, e lume a tutto il mondo. 
Del bel numero è il liberto d'Augusto: nelle cui 
favole ha brevità, proprietà, varietà, semplicità, 
eleganza , e quella disinvoltura che par nata me- 
glio che fatta, ed ha scuoia perpetua di costumi. 
Buono è che i giovanetti a fonte sì pura ])evano i 
precetti della morale, ed assaporino le squisitezze 
della lingua latina, che è tutta virtìi; tanto che coli' 
incendio dell' impero non inaridì. Forse aspra la 
trovano al primo gusto; ciò accade come alle acque 
medicinali, che un pò di amaro ti acquista fior di 
salute, ed ima quasi i)catitudine. Ma tutti forse alla 
prima noi crederanno: così ne facessero prova! co- 
sì non si lasciassero trarre a lusinghe di falsi pia- 
ceri! Novelli Ercoli, quali si tengono, rammentino 
il bivio: le molli rose a viltà, le spine adducono 
a gloria immortale: e a questa mirino, e a questa 



Nuove Favole di Fioduo 1A3 

veglino, e su<lino perpetuamente, se amano vivere 
tìc'sccoll; anzi essere beati. Ma tornando al propo- 
sito, io per amore «li questi cari figliuoli (nei quali 
Sta la speranza dell' avvenire ) ho tolto a rentlere 
nel volgar nostro le XKXU favole di Fedro, dal 
chiarissimo Angelo Mai su codice vaticano redin te- 
grate: ed ho seguito la lezione della stampa di To- 
rino (1834). Ho creduto dare il senso piìi che la 
lettera; che quello veramente vivifica, e questa uc- 
cide. Dove la ragione del pudore volle suo dritto, 
mi sono fatto coscienza di appagarla ad ogni costo: 
nel che ho condisceso al mio cuore , e provveduto 
altresì al bene de'giovinetti: i quali se nella ver- 
sione troveranno una smorta immagine dell'origina- 
le, e saranno tanto e tanto condotti a cercarlo per 
mirarne le native bellezze, io crederò avere colto 
assai frutto di questa povera fatica. Quale che siasi, 
io la raccomando a' miei benevoli , che sono tutti 
fior di giudizio e di cortesia. 

1 

LA SCIMIA E LA VOLPE. 

Grave è alVavaro il dare fino il superfluo. 

Alla volpe dicea con prieghi onesti 
La scimia: Parte di tua lunga coda 
Dammi ch'io eopra quel ch'è da coprire, 
E a nudità provegga la decenza. 
Ma quella trista a lei: Se pili e più spanne 
Ancor lunga l'avessi, io vorrei pria 
Pel fango e per le spine trascinarla, 
Che a te cederne solo un pezzollno. 



144 Letteratura 

2 
• L' AUTORE. 

Non è da chiedere pia delVonesto. 

Se natura a mio senno fatta avesse 
La razza de'mortali, assai più pregi 
Godrebbesi davver; che tutti a noi 
Que'comodi avria dati, onde fortuna 
Fu larga agli animai: dell'elefante 
La forza, del leone la violenza, 
L'età della cornacchia, l'alterigia 
Del truce toro, e del cavai veloce 
Il docile contegno: e all'uom la sua 
Assennatezza pur non mancheria. 
Di cielo udimmi, e tra se Giove rise: 
Che tai virtudi all'uom con gran consiglio 
Niegava; perocché l'audacia nostra 
Pur lo scettro del mondo avria rapito. 
Perciò contenti al don d'invitto Iddio, 
Della segnata vita i dì passiamo; 
Senz'affannarci oltra il mortai confine. 



MERCURIO E DUE DONNE. 



Sullo stesso argomento. 



Brutto e sordido ospizio al dio Mercurio 
Già due donne apprestare: e l'una avea 
In cuna un bambinetto, all'altra bello 



Nuove Favole di Fedro 145 

Era il far di se copia a infame prezzo. 
Percli'egi'inteso a render la pariglia 
Di tanto benefizio, in sul partire 
Già già fuor della soglia così disse: 
Un dio vedete; e sì saprò a ciascuna 
Donar ciò che desia. La madre inchinasi 
Pregando veder tosto il nato suo 
Vestir di barba onore: e la sfacciata, 
Che quanto a toccar fassi la secondi. 
Vola Mercurio, rientran le donne: 
Ed ecco colla barba il bambinetto 
Metter molli vagiti: al che scoppiando 
In gran risa la femmina malnata. 
Il naso empiea d'umor, siccome avviene. 
Corre la mano del purgar bramosa, 
E lungo lungo il naso insino a terra 
Si trasse: e in atto che ridea d'altrui. 
Fu ella stessa di riso fatta segno. 



PROMETEO E IL DOLO. 



Della verità e della bugia. 



Prometeo, facltor del nuovo mondo. 
Formata s'ebbe con industre cura 
La veritade, a giudicar tra gli uomini 
De'santi dritti. In questa innanzi al sommo 
Giove chiamollo il messaggero, ed egli 
L'officina accomanda al finto Dolo, 
Che pur mo' aveva alle sue scuole accolto. 
Questi acceso in gran zelo a foggiar tolse 
Con scaltra mano, come il destro venne, 



146 Letteratura 

Simulacro di forme e di statura 
Eguale al primo, e in ognii membra simile'*^ 
Già era il tutto quasi al posto segna; 
Se non che il loto a fare i pie mancava* 
Torna '1 maestro in fretta, che turbato 
Per tema il Dolo al suo luogo sedea. 
Ammirato a cotanta simlglianza 
Prometeo di sua artef reccellenza 
Volle apparisse. In la fornace a uri fratto' 
Due statue mise, e cotte, e infuso l'alitoy 
La santa Veritade a'passi onesti 
Incede; ma la mozza non andò. 
E si la falsa immagine j sì l'opra 
Di travaglio furtivo fu chiamata 
Bugia: la qual se negano, che piedi 
Abbiasi, agevolmente i' lo consento* 



L' AUTORE. 
Nulla rimane occulto. 



Velati vizi agli uomini talora 

Giovan; ma tempo a verità dà lucCr (1) 



(i) Manca all'edizione torinese il corpo della favola: di che 
è lacuna nel testo. 



Nuove Favole di Fedro 147 

6 

L* AUTORE. 

È da pesare il senso ^ non le parole, 

IssVon, cui la ruota eterna aggira, 
Di volubil fortuna è documento. 
Sisifo, che affatica in l'alto monte 
Traendo il greve sasso, e indarno suda; (1) 
Che dalla cima al pie quel si rivolve: 
Le miserie degli uomini infinite 
Esser dimostra. Tantalo assetato 
In mezzo al^acque è immagin dell'avaro, 
Che ha ricchezze alla gola, e non le tocca. 
Portan Danaidi infami acqua nell'urne, 
Ne colmar ponno pertugiati vasi; 
Che dal fondo si versa ogni superfluo. 
Tizio, per nove jugeri disteso, 
Di rinascenti visceri alla cruda 
Pena è dannato; gran maestro altrui, 
Che qual possiede piìi di terra spazio, 
Quei di piti gravi cure ha il cor trafitto* 
La saggia antichità coprì d'un velo 
Il ver, che giova: chi ben studia, intende; 
Chi rozzo è piìi, d'error la testa ha cinta. 



(2) Dove la stampa, torinese dice agit parlando del sasso al 
V. 3, io stimo doversi leggere agens; così volendo l'ordine. 



148 Letteratura 

7 

L' AUTORE. 

DelV oracolo di Apollo. 

Che sia '1 meglio per noi, dinne, ti supplico, 
FeLo, che Delfo e '1 bel Parnaso tieni. 
Oh che fia mai! all'indovina vergine 
Si rizzano le chiome, è scosso il tripode, 
Muggon gli aditi sacri, i lauri tremano, 
E fin del dì la luce si scolora? 
Invasata dal nume ecco la Pizia 
Manda sue voci: Udite, o genti, il senno 
Del dio di Delo: religion servate; 
Voti a' numi sciogliete; scudo fatevi 
Alla patria, a' parenti, a' figli, a caste 
Spose; col brando i nemici inseguite; 
Agli amici la man; perdono ai miseri; 
Favore ai buoni date; ai frodolenti 
Tenete fronte; i rei punite; gli empi 
Premete; i turpi violator de'talami 
Non risparmiate, i malvagi fuggite; 
Ne troppo a niun credete. Così disse 
Fuor di se la sibilla, e stramazzò: 
Fuor di se in ver; che i detti all'aura sparse. 



Nuove Favoli: di Fedro 149 

8 
ESOPO ED UNO SCRITTORE. 

Di uno scrlttorello lodatore di se. 

A Esopo recitando un tristerello 

Suoi scritti, in che assai vanagloriava: 

Ed il parer del veglio desiando: 

Glie? ti par, disse, il mio parlar superbo? 

Noi fidiani nell'ingegno, e non è vano. 

All'iniqua lettura già ristucco. 

Quei disse: Approvo che tu a ciel ti lodi; 

Tal ventura da niun già non avrai. 



POMPEO MAGNO E IL SOLDATO. 

Arduo è conoscere gli uomini. 

Soldato al gran Pompeo un omaccione 
Col parlar graziosino e l'andar molle 
D'effeminato s'era in grido messo. 
Nottetempo costui insidie pose 
A' samierti del duce, e sì com'erano 
Di vesti e d'oro e molto argento carchi 
Rubonne i muli. Ne va intorno il grido, 
Incolpasi colui, tratto è in giudizio. 
Il Magno disse allora: E che? tu, mio 
Comiliton , spogliarmi osavi? E '1 tristo 
Incontanente sputasi in la manca, 
E lo sputacchio discipa col dito. 



Ì50 Letteratura 

Cosi, mio duce, gli occhi mi si stillino, 
Se un pel vidi o toccai ! E 'i generoso, 
Che vuol dal campo la viltà bandita, 
Più non pensa in colui cader mai possa 
Cotanta audacia. Non varcò gran tempo, 
E prò' di mano un barbaro sfidava 
Chiunque de'romani; ognuno pavé, 
E i primi duci ancor sommesso parlano. 
Alfin quel molle in vista, ma di forze 
Marte novello, al tribunal del duce 
S'appressa, e in voce femminil favella; 
Lice? Nel rischio già crucciato il Magno 
Impera, che colui dagli occhi a un tratto 
Tolto gli sia. Ma tra gli amici un veglio 
Al prence vólto? Anzi costui commettasi 
Alla fortuna: il perderlo fia nulla 
Verso un prode, che vinto a caso colpa 
Darebbe a te di temeraria prova. 
Assentì '1 Magno, ed al guerriero in campq 
Uscir permise. In men che non si dice 
(Maraviglia all'esercito) egli tronca 
Al nemico la testa, e vince, e riede. 
Allor Pompeo: Guerrier, della corona 
Volontier ti rimerto; che la gloria 
Rivendicasti del romano impero. 
Ma si stillin così questi occhi miei 
(E '1 turpe giuro di colui rinnova) 
3e mie salme teste tu non rubastit 



JVuovE Favole di Fedro 151 

10 
GIUNONE, VENERE, E LA GALLINA, 

Contro le donne. 

Era Giuno in lodar sua castltate, 

Quando Venere in giuoco a mostrar volta, 

Glie altra donna non è che la pareggi, 

Fecesi a interrogar, siccome è fama, 

Una gallina; Dimmi, su via dimmi, 

Quanto cibo a saziarti Lasteria ? 

Ed ella: Checche m'ofirì, è sempre assai. 

Pur che co'piedi razzolar mi lasci. 

Senza ciò, fora assai di grano un moggio ? 

Certo; anzi gli è troppo: e pur mi lascia. 

Ti prego, razzolar. Dinne al postutto, 

A non più razzolar che ti vorria ? 

Peccato di natura ella confessa; 

Tutto m'apri '1 granajo, ancor farommi 

A razzolar. Rise Giunon, si dice. 

Di Venere allo scherzo, che per quella 

Gallina il genio delle donne pinse. 

^^ 

IL PADRE DI FAMIGLIA ED ESOPO. 

Come si domi fierezza di gioventù. 

Un padre avea per figlio una galera. 
Fuor degli occhi paterni busse a mille 
Dava ai servi costui, che secondava 



152 Letteratura 

Bollor dì gioventù. Ed ecco al veglio 
Questa favola breve Esopo narra. 
Fu già chi a vecchio bue giunse un vitello: 
Ed ei scosso dal collo il giogo, ch'era 
Impari troppo, coll'etade inferma 
Scusavasi. Il villan: Non temer, disse; 
Lavoro non avrai, doma l'insano. 
Che coi calci e le corna è altrui martello. 
E tu se teco ognor costui non tieni, 
E '1 fero ingegno non rintuzzi e plachi, 
Guarda in casa non piova un maggior guaio. 
A ferita rimedio è placidezza. 

12 

ESOPO E IL VINCITORE NE'GIUOGHL 

Come talvolta jattanza si reprima^ 

Un vincitor di gimnico certame 

Gloriavasi di troppo. A caso il vide 
Un sofo, e interrogollo: se di forze 
Ei si fosse da piìi che l'avversario? 
E quei: Non si domanda; le mie forze 
Sovrabbondàro. L'altro allor: Che merto 
E dunque il tuo, se un da men vincesti 
Più forte tu? Pazienza, se dicessi: 
Io vinsi chi di forze era maggiore! 



Nuove Fayolk di Fedro 153 

13 
L'ASINO ALLA LIRA. 

Spesso gV ingegni mal capitando periscono. 

Un asino giacer vide nel prato 
Una lira: s'approssima, e le corde 
Tenta coU'unghìa. Tocche dieron suono. 
La bella cosa, disse, mal s'avvenne; 
Io son dell'arte ignaro: se un piìi dotto 
Trovavala, un diletto il divin canto 
Era all'orecchie. Sì gl'ingegni spesso, 
Perchè mal arrivati, a perir vanno. 

14 

LA VEDOVA E IL SOLDATO. 

Quanta sia l'incostanza delle donne. 

Dii qualche anno una donna il caro sposo 
Perduto ebbe, e '1 cadavere riposto 
In capace sarcofago: da cui 
Per cosa al mondo mai non si partìaj 
Ma nel sepolcro conducea la vita 
Piangendo; perchè nome avea già chiaro 
Di giovin casta. In quella malandrini. 
Che '1 gran tempio di Giove ebber spogliato, 
Appiccati alle croci il fio pagàro 
Al nume offeso. Di costor le spoglie 
Perchè alcun non rubasse, a guardia furo 
De'cadaveri posti ivi soldati, 

G.A.T.LXX. 11 



154 Letteratura 

Non lunge al monumento, ove rincliiusa 
Stara la donna. A notte uno di guardia 
Per sete dimandò acqua alla fante, 
Ch'a dormir la padrona accompagnava: 
La qual tutta al lavoro così in lungo 
Sue veglie producea. Un po' socchiusa 
Agli sguardi di tal la porta un adito 
Permise: ei vide in lagrime la bella, 
E fu preso di lei perdutamente. 
Come d'astuzie amor non è mai scarso, 
Seppe il soldato rinvenir ben mille 
Pretesti a spesso riveder la donna. 
Ella SI conversando un po' ogni giorno 
Pili mite sempre al forestier si fea, 
Ed un pili forte nodo il cor le strinse. 
Mentre la degna guardia in cotal giuoco 
Passa le notti, ecco di croce tolto 
Uno di quegl'infami. Alla sua donna 
Narra del furto il trepido soldato; 
E la pudica: A che temer? gli dice. 
E del marito il corpo a lui consegna, 
Che alla croce lo appicchi; onde la pena 
Mai non abbia a portar di trascuranza. 
Così turpezza tolse a gloria il loco. 

15 

DUE GIOVANI SPOSI, IL RICCO E IL POVERO. 

Fortuna spesso contra ogni speranza 
arride agli uomini. 

Due giovani chicdean una fanciulla, 
E '1 ricco vinse la beiti» del povero. 



Nuove Favole di Fedro 155 

Venne il di delle nozze, e lo spregiato 
Amante tra'sospiri e '1 duol si trasse 
A un ortlcel vicino. Un po' più lunge 
Splendea del ricco la villetta, aperta 
A ricever dal grembo della madre 
La nova sposa; a tanto un po' ristretta 
Parve la casa di città. Dispiegasi 
La pompa, di persone è gran frequenza, 
E la face nuzial porge Imeneo. 
In quella l'asinel, che lucri al povero 
Addur solca, in su la porta stavasi. 
Come la sorte vuol, quel si noleggia 
A fin che della sposa i delicati 
Pie non offenda asprezza di cammino. 
Quand'ecco il cielo, la mercè di Venere, 
Turbano i venti: ecco già tuona, e folta 
Pioggia un'orrida notte già minaccia: 
Già la luce dispare, e già la sparsa 
Grandine spessa il gran corteggio dissipa. 
Sol riparo e la fuga. L'asinelio 
Entra il tetto vicino a lui hen noto, 
E con gran voce del venir dà segno. 
Escono servi, veggon la leggiadra 
Maravigliando, ed al padron l'annunziano. 
Tra pochi amici convitando stavasi, 
E co' bicchier frequenti amor cacciava. 
Alla novella allegrasi, e a' conforti 
Di Bacco e di Ciprigna fa le nozze 
Tra i plausi d'amistà. Pel banditore 

I parenti ripetono la figlia : 
Duolsi della perduta il novo sposo. 
Andò la voce intorno, e '1 popol tutto 

II favor de' celesti riconobbe. 



156 Letteratura 

16 

ESOPO E LA PADRONA. 

// dire la verità spesso nuoce. 

Servendo Esopo ad una brutta femmina, 
Ch' a 'mbellettarsi tutto il dì perdea : 
E indarno erano vesti e perle ed oro 
Ed argento ; che un cor non la guardava: 
Poss' io parlar, dicea ? Parla. Dispogliati 
D' esti fregi importuni, e vincerai. 
Senz' ornamenti ti son io piìi bella ? 
Anzi, se non profondi, sr* diserta. 
Ma diserte non fian già le tue spalle, 
Colei soggiunse: e alle sferzate il garrulo 
Servo dannò ad un tratto. Avvenne poi, 
Che un' armi Ila d'argento un ladro invola : 
Lo sa la donna , e infuriata chiama : 
Busse a tutti, se il vero non disvelino ! 
Altri minaccia pur, padrona mia. 
Quegli rispose ; perchè il ver ti dissi, 
Kotte mi porto ancor le braccia e gli omeri. 

17 

IL GALLO TRATTO IN LETTIGA 
DAI GATTL 

Troppa sicurezza tragge sovente gli uomini 
in pericolo. 

Due gatti alla lettiga un gallo avea. 
Lui vide tratto sì pomposamente 



Nuove Favole di Fedro 157 

La volpe, e disse : All'erta, all'erta statti : 
Che il volto di costor se ben consideri, 
Terrai portin non carico, ma preda. 
La fera compagnia da fame vinta 
Straziò '1 padrone, e si parti le spoglie. 

18 

LA SCROFA PARTORIENTE E IL LUPO. 

Prova V uomo pria di fidartene. 

Una scrofa gemea, sdrajata all' ora 

Del partorir. In quella un lupo accorso 

Disse : Io , io ti farò da levatrice , 

E avrai per me conforto. Ma sapendo 

Colei le frodi della mala bestia, 

Ricever ricusò sospetto offizio: 

E caro avrò, se tu da me ti scosti, 

Dicea. S' ella del lupo alla perfidia 

Affidata si fosse, con uguale 

Dolor r estrema sua sorte avria pianto. • 

19 

ESOPO E IL SERVO PROFUGO. 

Non è da crescere male a male. 

Noto ai vicini un servo si fuggia 

Dall'aspro suo padron: l'incontra Esopo: 
Onde tal ansia ! Netta te la dico, 
Padre, che padre merti esser chiamato ; 
Quando a te ben si affida ogni segreto. 



158 LETTERATUnA 

Busse a bizzeffe, del mangiare è nulla, 
Senza pan mi si manda in villa spesso. 
Cena in casa il padrone ? ed io in piedi 
Tutta la notte : ha fuori invito ? ed io 
All'aperto mi giaccio in sulla strada : 
E mertai liberta ? canuto io servo ! 
Pazienza, se di colpa avessi un'ombra ! 
Ma fame sempre, ahi misero, e per giunta 
Duro servaggio ! Ecco ragion ( ne taccio 
Più assai ) che fuggo, dove i pie mi traggono. 
Ebben , mio caro , ascolta : non hai fatto 
JN^ulla di male, e tanto reo ti venne, 
Tu dici. Se poi pecchi, allor che fia ? 
Così assennato dal fuggir si tolse. 

20 

IL CAVALLO ALLA MOLA. 

Vuoisi portare in pace la mala ventura. 

Urt tale ebbe un cavallo da quadriga 
Per molte palme nobile: scacciatolo. 
Vilmente lo fé' vendere al pistrino. 
Dalla mola condotto un giorno a bere, 
Vide gli emoli suoi al circo movere 
A far lieta la gara de' spettacoli. 
Non rattenne le lagrime, e: Felici 
Ite, dicea: voi senza me nel corso 
Il di solenne rallegrate: io dove 
D' un malandrin la mano empia mi trasse, 
In duro giogo piangerò il mio fato. 



Nuove Favole di Fedro 159 

21 

L' ORSO AFFAMATO. 

La fame agli animali aguzza V ingegno. 

Se all'orso in selve manca l'esca, al lito 
Scoglioso corre, ed afferrato il sasso 
Nell'acque a poco a poco le pelose 
Zampe giù mette : indi ai peli attaccansi 

I gamberi ad un tempo, ed ei slanciandosi 
A terra scuoter sa del mar la preda, 

E della qua e là esca raccolta 
Furbo si pasce. A' dissennali ancora 
Così la fame fa aguzzar l' ingegno. 

22 

IL VIAGGIATORE E IL CORVO. 

Alle parole il pia delle volte restano presi 
gli uomini. 

Per campi fuor di mano un tal viaggiava, 
Quando ave una voce gli dicea. 
Fermasi alquanto, alcun non vede: ei segue 

II suo cammin. Ed ecco ancor la voce 
Occulta lo saluta : al suono amico 
Ristettesi, che rendere volea 

A qual si fosse pari cortesia. 
Spiato intorno a lungo, in quell'orrore 
Di qualche miglio l'ora ebbe perduta: 
Quand'ecco il corvo sorvolando Vave 



460 Letteratura 

Più e più rinnova: e beffato e' sì crede: 
E male, disse, a te peste d'augello, 
Che tal facesti intoppo alla mia fretta! 

23 

IL PASTORE E LA CAPRA. 

Niuna cosa è tanto occulta, che non si propali» 

Un pastor rotto avea colla sua verga 
A una capra le corna, e la pregava 
Che al padron non fiatasse. Ingiustamente 
Trattata m'hai, pur tacerò; ma il fatto 
Da se sol griderà la tua nequìzia. 

24 

IL SERPE E LA LUCERTA. 

Se manca pelle di leone , uopo è vestire 
quella di volpe : o dove manca natura, arte procura. 

Una serpe avea presa per la coda 
A caso una lucerta, e spalancate 
Le fauci divorar la si volea. 
Essa che fa ? vede un sbrocchetto a terra 
Li presso, e forte addentalo a traverso: 
Fé groppo quell'astuzia al gorgozzule 
Avido troppo. Si la mala serpe 
Di bocca rigettò l'inutil preda. 



Nuove Favole di Fedro i^i 

25 

LA CORNACCHIA E LA PECORA. 

Molti sfidano i deboli e cedono qi forti. 

Sul dorso di una pecora sedea 
Odiosa cornacchia. A malincuore 
Poich* a lungo sofiferta ebbela, disse: 
Se al can di denti armato un simil giuoco 
Fatto tu avessi, non campavi illesa. 
E quella peste a lei: Sprezzo gl'inermi, 
Ai forti cedo, e chi sfidare, e chi 
Blandir con arte io so. A questo modo 
Mille e mill'anni mia vecchiezza dura. 

26 

IL SERVO E IL PADRONE. 

Niun rimprovero è pia forte che quello 
della coscienza. 

Malediceva a Socrate una forca 

Di servo, come avesse al suo signore 
Forzato ei la mogliera, e come fosse 
Tal cosa a se e a' circostanti nota. 
E piaci, disse, a te; perocché piaci 
A chi non dei: ma non impunemente; 
Che a chi piacer dovresti più, non piaci. 



f62 Letteratura 

27 

LÀ LEPRE E IL BIFOLCO. 

Molti sono non della voce, ma del 
cuore maligni. 

Fuggla rapidamente al cacciatore 
Lepre, che vista da Lifolco cacciasi 
Entro un spineto: e disse: Priegotì, 
Per gli dei e per quanto hai di più caro, 
Non mi tradir, bifolco: a questo campo 
Male io non feci mai. Ed il villano: 
Sicura statti, non temer. Sorviene 
Il cacciator dicendo: Ola, Lifolco, 
Lepre qua venne forse? Venne, e poi 
Alla manca si volse: ed accennava 
Alla destra frattanto. In quella pressa 
Non bene intese il cacciator, e ratto 
Spari. Allora il bifolco: Ho fatto bene 

10 di celarti? Assai so grado e grazia 

Alla tua lingua; ma per gli occhi t'auguro, 
Che tu privato sia di questa luce. 

28 

LA PUTTA E IL GIOVINE. 

Molte cose piacciono che poi nuocoìio. 

Perfida putta un giovine blandia, 

11 quale ancor che offeso in modi mille 
A lei condiscendea. Ed essa: Ancora 



Nuove Favole di Fedro 163 

Che m'oppriman co' doni, i' sarò tua. 
Ma il credulo pensando quante volte 
Da colei fu tradito, disse: O mia 
Vita, la voce tua il cor mi tocca, 
Perchè fida non già; perchè gradita. 

29 

IL CASTORO. 

Molti vivrebbero^ se per amor della vita 
dispregiassero lor fortune. 

Fuggir dai cani non potea un bevero: 
(Greci loquaci Castore il chiamaro, 
E alla bestia appiccar nome dì un dio 
Essi che vantan di parole copia). 
Ei strappossi d'un morso i genitali, 
Pe' quai s'avvisa esser cercato a morte. 
E fé' gran senno, e '1 cacciator fu pago, 
Né pili la bestia insegue, e i can richiama. 
Se gli uomini imìtasserlo, contenti 
A privarsi del suo, fóran sicuri; 
Ignudo corpo insidie non avria. 

30 

LA FARFALLA E LA VESPA. 

Hassi a guardare non la passata fortuna', 
ma la presente. 

La farfalla in passar volando vide 

La vespa, e disse: O sorte inìqua! mentre 



164 Letteratura 

Viveano i corpi, di che sìam reliquie, 
r fui gran voce in pace e braccio in guerra, 
In ogni arte maestra ai pari miei. 
Ecco liev'ombra, e cener vano io volol 
Tu, che fosti già mulo da vettura, 
In qual t'avvieni il pungiglion conficchi. 
La vespa allor con dignità rispose: 
Ciò che fummo non dir; ma ciò che siamo. 

31 

LA TERRAGNOLA E LA VOLPE. 

Non credere ci pravi. 

L'augello, che i villan dicon terragnola, 
Perchè T nido fa in terra, a caso avvennesì 
In la volpe maligna: e alto sui vanni 
Levossi. Ed ella: Salve, o cara mia. 
Perchè fuggirmi? il prato assai di cibi 
Porgemi e grilli e scarafaggi e copia 
Pur di locuste: prego, di me nulla 
Temer, che t'amo tanto pe' tuoi dolci 
Costumi e per la tua vita innocente. 
E l'altra le rispose: A ciel mi lodi; 
Con te pari nel campo io no non sono, 
Nell'aer sono : seguimi, se sai, 
E la salvezza mia a te confido. 



Nuove Favole di Fedro 165 

EPILOGO. 

Dei leggitori» 

Questo, quale sì sia, della mìa musa 
Scherzo o lavoro lodano del pari 
£ malizia e bontà; ma questa è schietta; 
Quella tacitamente si corruccìa. 

Io traduttore a' tempi più fortunati dell'autore 
non mi aspetto, che cortese compatimento da' be- 
nevoli leggitori: i quali guardando all'animo mio, 
che è tutto in giovare l'istruzione de'figli, e di ac- 
cendere ne' loro cuori esca dì sapienza, saranno fa- 
cili nel giudicare questa mia povera fatica : i cui 
errori involontarj, se mi saranno con gentilezza in- 
dicati, mi gioveranno a correggere e migliorare que- 
sta versione, che presento siccome un saggio, e non 
altrimenti. 

D. Vaccolini. 



166 



A sua eccellenza reverendissima monsignor Carlo 
Emanuele de'conti Muzzarelli uditore della S. 
R. R. Epistola in morte del padre Antonio 
Cesari, 



D 



unque, signor, tu vuoi ch'io pur di fiori 
Sparga l'avel di tal che Italia onora. 
Se boreal bufera e nebbia e gelo 
Il giardin delle muse or fa diserto? 
Me giovinetto un dì scorgeva all'ombre 
Del sacro lauro il mio dolce maestro (1): 
Quivi l'orme profonde ei mi additava 
De' padri nostri, e la sua man ponendo 
Caramente alla mia: Figlio, dicea, 
Se il piede qui porrai, prima che giunga 
Tua sera tanto prenderai di via 
Quanto ti basti a farti grido. Orecchie 
Facili io porsi: ed ei con un sorriso 
Reggendo il passo incerto, di speranze 
Buone il cor mi nutriva. Or che mi vale ? 
Il lauro amato, a cui io trassi spoglio, 
Sta senza il velo delle verdi fronde: 
Fatto è il sentier de' padri omai selvaggio: 
E nova turba sotto nova insegna 
Grida frattanto: Fine a vecchie fole. 
La sublime favella, onde si in fama 



(i) Il chiarissimo monsignor Pellegrino Panni emerito professore 
di belle lettere nel collegio dei nobili di Ravenna. 



Epistola in morte del Cesari 467 

Salimmo sovra tutte genti, miro 
Guasta novellamente: ed il gentile 
Abito, che le dier Beatrice e Laura, 
Prende foggia dal gallo e dal germano. 
Il senno antico avuto a vile: strana 
Merce arrecarsi da lontani liti, 
Che farà Italia in breve a se straniera. 
Che fate, incauti? E' mal sicuro il ricco 
Nostro retaggio con istranie genti 
Partir. Quel che dal cielo avemmo in dono 
Serbiamci, manteniamci: e non si vegga 
La sacra Esperia, cui nuU'altro resta 
Di tanti pregi e della gloria prisca, 
Che il soave idioma che discorre 
Dall'alpe al mar, di questo vanto estremo 
Orbata: e noi parlar lingue diverse. 
Che sebben varie leggi e vario freno 
Ne stringono, qual fummo ancora siamo, 
Un popol solo e glorioso. Tolto 
Questo segno d onor, saremo scherno 
A quelle genti, che de' nostri ceppi 
Mostran lividi ancora e piedi e braccia. 
Ma dove mi trasporta il caldo ingegno! 
Mi perdona, signor: carmi tu chiedi 
Di pianto, e questi son carmi di pianto. 
Vedere Italia per contrarie voglie 
Spogliata di sue lodi, e chi dovria 
Pur darle mano e francheggiarla, inteso 
A vergognosi piati, è duol che avanza 
Ogni altro duolo. Ohi pace, pace, pace. 
Un sol desio vi mova, e sol vi caglia 
Dell'onor della patria, che a vii fino 
Cede. Forse per voi sdegnato il cielo 
Fa cader sovra noi giusto giudizio. 



168 Letteratura 

Ecco de* savi, che di patrio amore 
Ebber l'anima accesa, ahimè siam privi! 
Muta è in eterno la famosa tromba 
Di lui che l'ira del Pelide Achille 
Vesti d'itali modi; eterna notte 
Preme il vale gentil, che dalla greca 
Favella trasse alla favella nostra 
I lunghi error del peregrin che tanto 
Pugnò pria co' troiani, e poi col mare. 
Morte pur chiuse il labbro a chi le offese 
Pria vendicò del ghibellin fuggiasco. 
Poi disse a quali fonti il patrio eloquio 
S' attinga puro, e il come, e nuove apprese 
Dottrine che nel cor gli ragionava 
Verace amor della natia sua terra. 
Ed ahi? sul fior degli anni il nostro pianta 
Se ne portò colle speranze. Il padre 
Dell' italiche grazie che primiero 
A' dolci studi mosse, e le sue carte 
Tinse nell'oro antico, rimaneva 
Fidata scorta: ed or di questo scemi 
Ne fa l'invida parca, e invan funebri 
Onori e carmi ad alleggiarne il duolo 
Porgiam. Levate, itali ingegni, a cielo 
Le virtù di costui, l'opre, i possenti 
Carmi: cantate e la bontà sincera, 
E gli schietti costumi e la pietate. 
Dite che nel morire amiche stelle 
Gli arriser si, che l'ultimo sospiro 
Di lui raccolse quell'ornato petto 
Ond'è eh' Emilia mia molto si loda. (1) 



i) Il Cesari mori fra le braccia del prelodato monsignor Farini. 



(0 



Epistola in morte del Cesari 169 

Ed io pur carmi or moverei; ma prima 
Che all'infida de' carmi arte io ritorni, 
Vò che un solo desio governi e regga 
L'italica favella. AUor che pace 
Rida, composte alfin le guerre, e s'oda 
De' padri nostri risonar l'antica 
Rima, e taccia ed ammuti il folle metro 
Che fa d'Italia alla più Leila parte 
Onta; e lasciate le straniere merci 
Lieti n'andrem della natia dovizia, 
Allor carmi darò, carmi dettati 
Dal cor del vero amico, in cui la fiamma 
Dì patria carità mai non fu morta. 

Di G. I. Montanari. 



Intorno un sonetto di Paolo Costa. A monsignore 
Carlo Emanuele de conti Muzzarelli uditore del' 
la sacra rota romana. 



D. 



egglo riferirle grazie, monsignor mio onorandis- 
simo, dell'elogio di Paolo Costa che le piacque man- 
darmi, scritto con Isquisito giudizio e con somma 
eleganza di stile dal chiarissimo signor Ferdinando 
Ranalli. Io le ne rendo pertanto ringraziamenti sen- 
za fine, e le ne protesto tutto il mio grato animo, 
congratulandomi grandemente coll'autore di quella 
pregevole e Leila scrittura, il quale io potrei quasi 
chiamare mio concittadino per la vicinanza di que- 
sta mia patria a quella di lui. Tutta Italia è ora 
in duolo per la morte avvenuta di corto in Bolo- 
G. A.T.LXX. VZ 



170 Letteratura 

glia del Costa, scrittore <11 prose e eli versi alta- 
mente e meritamente laudato ; cui già io vidi in 
quella nobilissima citta ir mostro a dito, dicendosi 
al comparire di lui: Gli è questi. 

.... Digito monstrari^ et dicier: hic est. 

E veramente la morte de'grandi ed illustri uomini, 
rendutisi benemeriti delle lettere per elevato in- 
gegno e per aurei scritti, ed i quali accrebbero la 
gloria nazionale, laddove fiorisca lume di buoni stu- 
di e gentilezza di costumi, sarà tenuta maiseinpre 
siccome pubblica e grave iattura: tantopiìi che 

„ .... il ciel degli uomini preclari 
,, Non paté mai che troppa copia regni. 

Or mentre in tutte parti d'Italia suona compianto 
per l'esimio letterato che mancò a'vivi, e precipua- 
mente in Ravenna dov'egli ebbe i natali, ed in Bo- 
logna dove per l'amore delle ottime discipline qui- 
vi fiorenti tolse a stanziare, pare a me che la pub- 
blicazione di un sonetto di Paolo Costa sia quasi 
mi fiore, che spargasi in sulla tomba del valente 
poeta , che ne lascia di se tanto desiderio e cosi 
bella foma e rinomanza. Questo pensiero mi slimo- 
la a mandarle appunto un sonetto del Costa, alTin- 
chè possa ella, quando giudichi ciò convenevole , 
farlo inserire nel Giornale Arcadico; e vo'narrarle 
come venne in mie mani l'autografo di questo so- 
netto, che tratta di un sacro e carissimo argomen- 
to, qual è la concezione di Nostra Donna. Una co- 
lonia truentina di arcadi fu istituita in Ascoli nel 
passato secolo XVllI , della quale fa commemora- 



Sonetto del Costa 171 

zlone Antonio Lombardi nella sua storia della let- 
teratura italiana nel medesimo secolo XVIII, a pag. 
223 del tom. V della edizione veneta del 1832. Que- 
st' ascolana accademia ebbe vita breve, siccome a 
tali letterarie ragunanze 11 più delle volte suole in- 
tervenirei ed Indarno alcuni amatori delle buone 
lettere procacciarono di farla rivivere nel comln- 
ciamento di questo secolo XIX: imperciocché era 
corso dal nuovo ordinamento di essa tempo ben 
corto, allorquando sopravvennero funestissime po- 
litiche vicissitudini, ed in quella tempesta delle co- 
se pul)I)liche l'accademia nuovamente mancò. Pas- 
sati dappoi i torbidi e tristi giorni di timori, di 
pericoli e di trambusti, risorto il quieto regno pon- 
tificale, e venuto tempo opportuno perchè le scien- 
ze e le lettere si ristorassero e rifiorissero, mon- 
signor Giuseppe dc'marchesl Zacchia, che ora ella 
ha a suo degnissimo collega in codesto ccle])errlmo 
tribunale della sacra rota romana , e che nell'anno 
1819 teneva il reggimento della provincia ascola- 
na, ed egregiamente 1 buoni studi vi proteggeva e 
favoreggiava, ripose in pie V accademia trucntina 
di Ascoli. Di che farà ricordo a'venturl l'aurea iscri- 
zione del chiarissimo professor bolognese Filippo 
Schiassi collocata in un'aula del palagio del comu- 
ne, e nella quale avrk ella ammirato la pura ed ele- 
gantissima latinità epigrafica, veggendola riportata 
nel Giornale Arcadico (aprile 1824) LXIV voi. a 
pag. 114 e sc^. Il prelaudato monsignor Zacchia ag- 
gregò alla rinascente accademia alcuni valentuomi- 
ni, che in diverse italiche citta coltivando ottima- 
mente gli studi, erano saliti in fama e riscuoteva- 
no commendazione ed cncomii nella repubblica let- 
teraria. Tra questi volle ascritto pure all'accademia 



i72 Letteratura 

il chiarissimo Paolo Costa, siccome socio corrispon- 
dente di essa; non perchè quell'aggregazione potes- 
se dare alcun incremento di onore al Costa , già 
venuto per tutta Italia in riputazione di letterato 
prestantissimo, ma perchè in vece l'accademia ne 
ricevesse ornamento e splendore. Io tengo presso 
di me e diligentemente conservo , come una cara 
memoria, l'autografo della lettera, che il Costa in- 
dirizzò a monsignor Zacchia riferendogli grazie dell' 
averlo aggregato all' accademia truentina ; ed ella 
riceverà e vedrà con piacere la copia che le ne in- 
vio. Ed un'altra lettera del Costa le mando eziandio 
(e di questa pure custodisco presso di me l'autogra- 
fo), indiritta medesimamente a monsignor Zacchia, 
colla quale gli trasmette appunto il sonetto, del 
quale sopra io le parlai. Vedrà come volendo gli 
accademici di Ascoli celebrare non so qual festa con 
recitare componimenti di prosa e di versi, il detto 
prelato presidente dell' accademia avea scritto al 
Costa pregandolo che volesse inviare alcun suo poe- 
tico lavoro, di che far più bello e piìi lieto quel 
festeggiamento. Il Costa rispondendo si escusa del 
non aver potuto far contento il desiderio di mon- 
signore, componendo un sonetto relativo alla me- 
desima festa, e due di argomento diverso invece a 
lui ne manda. L'uno è quello, del quale è qui unita 
la copia, acciocché possa ella, come sopra le dissi, 
farlo pubblicare nel Giornale Arcadico ; tantopiìi 
che ne'due volumi delle opere di Paolo Costa, che 
stamparonsi in Bologna nell'anno 1825 presso Tur- 
chi, Veroli e comp. in 8.°, non si trova questo so- 
netto. Ma vi si legge l'altro che fu dal Costa inviato 
a monsignor Zacchia, pure di subbietto agiologico , 
cioè sulla natività della Vergine Beatissima, ed cvvi 



Sonetto del Costa 173 

precisamente impresso a pag. 1 70 del primo volu- 
me, e comincia con questi versi: 

„ Sorgi ornata di luce altera e nova, 

,, Sorgi, stella di gaudio al mondo amica etc. 

Leggendosi pertanto questo sonetto nel menzionato 
liLro, io non le mando copia del mio autografo, no- 
tandole peraltro qui due piccole varianti. Il terzo 
verso del secondo quadernario nella ricordata edi- 
zione bolognese dice così : 

„ Che in te si affisa il sole e non ritrova; 

Invece nel mio autografo si legge : 

„ Che in te si specchia il sole e non ritrova. 

Quel si specchia a me veramente va a sangue: ma 
il Costa, solenne maestro di poetica locuzione, avrà 
avuto buona ragione per sostituire si affisa. L'altra 
variante è nella chiusa del sonetto. Nella edizione 
bolognese leggesi: 

lì ed Eva il pianto 

„ Si terse, e '1 cor di nova speme accese. 

In cambio il mio autografo dice: 

•)•> e il lungo pianto 

„ Eva tergendo, il cor di speme accese. 

E pare a me, se mal non mi appongo, che sia pre- 
feribile il modo, con che chiudesi il sonetto nella 



174 Letteratura 

detta edizione di Bologna. Del resto io m' ho speran- 
za ch'ella riceverà e vedrà con piacere queste l)revi 
scritture di tal uomo, del quale con molta lode par- 
leranno le storie della italica letteratura. Ogni cosc- 
rella che sia caduta dalla penna dei grandi letterati 
merita di essere diligentemente conservata, e deesi 
quindi, siccome una preziosità, raccogliere da chiun- 
que ami gli studi e giustamente pregi i valorosi 
scrittori: cosi avidamente raccoglievansi le volanti 
foglie, nelle quali la sibilla scriveva i suoi vaticinii. 
E qui supplicandola io, monsignor mìo venerati ssi- 
mo, a continuarmi l'alto onore della sua cara beni- 
volenza, con tutto l' animo a lei mi raccomando, e 
con ogni maniera di stima e di ossequio me le offero 
Di Ascoli a' 20 di febbrajo 1837. 

Suo devino ed obbmo servitore 
Giacinto Cantalamessa Carboni. 



Lettere due di Paolo Costa scritte a monsignor 
Giuseppe de^ marchesi Zacchia delegato aposto- 
lico della proi^incia di Ascoli. 



Eccellenza reverendissima. 

Rendo infinite grazie all'È. V. R. dell'onore, che 
l'è piaciuto di compartirmi ponendomi nel numero 
degli accademici truentini, e desidero che mi sia data 
occasione di mostrarle la mia gratitudine. Frattanto 
mi rallegrerò coU'E. V. R. delle cure, che si prende 
a bene della umanità, la quale sarebbe molto fortu- 



Sonetto del Costa 175 

nata se tutti coloro, che reggono i popoli, si dessero 
cura di togliere dalle citta, per quanto è possibile , 
l'ignoranza, clie è cagione della piìi parte de' mali , 
onde è afflitta la società civile. Predandola a conser- 

o 

vanni la preziosa sua benevolenza, me le ofFero ri- 
spettosamente 

Dell' E. V. R. Bologna li 11 gennajo 1820. 

Devmo ed Oblmo servitore 
Paolo Costa. 

II. 

Monsignore Reverendissimo 

Bologna li 27 luglio 1820 

Rispondo breve alla sua lettera, riserbandomi 
a scriverle più a lungo fra pochi giorni. La ringra- 
zio prima di tutto delle amorevoli espressioni, che 
ella usa meco, e le chieggo scusa del non avere potu- 
to compiacere il suo desiderio componendo un so- 
netto relativo alla festa, che vogliono celebrare i 
poeti dell' accademia da V. E. fondata. Le mando 
questi due, che sono di argomento sacro, e forse non 
al tutto sconvenienti alla detta festa. Me le ofFero in- 
tanto pieno di rispetto e di stima 

Suo Devmo ed Osmo servitore 
Paolo Costa. 



176 Letteratura 

Sopra la concezione di Maria. 

Sonetto di Paolo Costa. 

E ancor ravvolto all'arbore funesta 
Quasi in trionfo, o rio serpe, ti stai? 
E bieco levi la sanguigna cresta 
Nove frodi pensando e novi guai ? 

Vedi che cinta di stellata vesta, 
Riflettendo da se gli eterni rai. 
Già s'avvanza, t' è sopra, e ti calpesta 
Quella, a' cui piedi incatenato andrai. 

O natura non piìi squallida ed egra ! 
O dolce, o sospirata alta vendetta. 
Che i cieli alluma, e piìi gli abissi annegra! 

Ecco dal sen d'Abramo a Dio s'affretta 
Lo stuol de' padri, e in vista si rallegra 
^ Che dietro l'orme sue le genti aspetta. 



177 



Biografìa di Francesco Barbaro veneziano , descritta 
da Giuseppe Ignazio Montanari, 

\i nella Venezia, la quale, per dire col poeta, fu po- 
sta dagli dei a mostrare quanto possono gli animi 
umani spinti da desiderio di libera vita , e quanto 
la virtìi e la sapienza civile bastino a popolare il 
mondo di eroi , fu chiara e famosa sempre per cit- 
tadine bontà , e per pubbliche provvidenze non so 
qual più. E bene a ragione tutti i secoli andati ma- 
ravigliarono, che da un fondo di mare si levassero 
moli sì superbe a formare una citta specchio a tutte 
le nazioni: e quanti ancora si volgeranno argomen- 
tando dalla durazione di lei e dal poderoso suo im- 
pero la saviezza de'reggimenti, piangeranno il gior- 
no in cui traboccò dall' antica sua altezza ; se non 
vogliam dire ch'ella ora sente il meglio di que'beni 
che per quattordici secoli di gloriosa signoria cer- 
cò, la tranquillità e la pace ; doni che sole poteanle 
venire dalla mano del più venerando e potente de' 
monarchi d' Europa. 

In questa citta adunque trasse di nobilissimo 
lignaggio i natali nell'anno 1398 Francesco Barba- 
ro, del quale e 1' Agostini, e il Foscarini , e il Maz- 
zuchelli, e il Tiraboschi, e lo Zeno, e il Quirini, ed 
altri molti, dai quali ho tratto il meglio delle me- 
morie che ora do, come di miracolo d' ingegno e di 
valore parlarono. Gli fu padre Candiano Barbaro 
senatore amplissimo della veneta repubblica. Fino 



178 Letteratura 

dalla prima giovinezza egli si porse tale da fare al- 
trui conoscere quale diverrebbe in appresso, uno de 
pia caldi motori di tutto ciò che poteva tornare a 
prò delle lettere (1). Ebbe a maestri gli uomini più 
lodati dell' età sua, Giovanni da Ravenna, Gaspari- 
no Barzizza, Vittorino da Feltre, Guarino da Vero- 
na, nomi chiari quant' altri mai nella storia delle 
lettere ; e sotto la costoro disciplina apprese il gre- 
co e il latino. Recatosi a cagione di studio a Pado- 
va , vi die prove assai di svegliatissimo ingegno , 
e nel 1416 recitò due nobilissime orazioni, l'una in 
morte del Corradino, Y altra in occasione della lau- 
rea legale conferita al Guidalotti. In quel tempo 
egli pure fu onorato delle insigne del dottorato in 
legge. Fu in quell'anno ch'egli, come avvisano gli 
eruditi, scrisse il trattato de re uxoria^ del quale di- 
remo pili sotto. Preso dall' amore dei libri, non eb- 
be appena riposto pie in patria, che si diede a tutt' 
uomo a raccogliere quanti più seppe e potè codici, 
onde formare una ricca biblioteca, e volgeva in cuo- 
re di visitare persino la Palestina: cosa che poi gli 
andò in dileguo. 

Non varcava oltre il ventuneslm' anno quando 
venne creato senatore; e fu ben maraviglia non solo 
in si verde età vederlo seduto in quel consesso che, 
sto per dire, reggeva le cose d' Europa , e a tutti i 
signori d' Italia metteva leggi e freno , ma vederlo 
adoperato in gravissime bisogne della reppublica. 
In questo stesso anno, che fu il 1419, condusse in 
moglie Maria Loredano, la quale gli portò in casa 



(i) Ginguenè, Storia della letleraliira italiana, voi. 4- pag- *48' 
Milano iS'iS. 



Biografia di Francesco Barbaro 179 

(Ioti assai rare dell' animo e dell' ingegno, ricchez- 
za e noljiltk, e in appresso sei figliuoli: l'uno de'qua- 
li a nome Zaccheria fu degno d'essere ricordato con 
Iodi dalla posteri la, per grandi e singolari virtìi che 
ebbe, e per buoni servigi resi alla patria. Di lui 
però non ci rimangono che due lettere conservateci 
dall'eruditissimo cardinale Quirini (1), ed una pos- 
seduta in Firenze dal Gori, e citata dal Manni. In 
oltre in un medaglione di bronzo abbiamo l'effigie 
di lui. Delle cinque femmine nuli' altro è a sapere 
se non che due sortirono a nobilissime nozze , tre 
scelsero la pace del chiostro. 

Ma per rendermi a Francesco , del quale è il 
primo mio ragionare, dirò che nel 1422 per la fil- 
ma che egli aveva di savio e valente signore fu dal- 
la sua repubblica designato prefetto di Como : al 
cjuale carico egli si scusò , e meglio tenne andare 
podestà e capitano a Trevigi , ove per un anno si 
condusse com' era da lui, in modo da lasciare di se 
desiderio e grido. 

Passando a que' giorni per Vinegia l'imperator 
Paleologo, Francesco Barbaro e Leonardo Giustinia- 
ni, pur egli cittadino di grand'essere, furono a com- 
plimentarlo in greca favella a nome della repub- 
blica, e il Barbaro si distinse in maniera che più 
non avria potuto se anziché nativo di Venezia, fosse 
stato cittadino d' Atene. E ben fu maraviglia ( se 
pure si dee credere a ciò che taluni affermano, an- 
che contro la sentenza di molti storici e critici) che 
negli ultimi anni della vita ( o fosse forza d' infer- 
mità sofferte, o il soverchio usare della memoria ) 



(i) In epislolas Francisci Barbari diatriba card. Quirini, pag. 
537 e scg. 



130 Letteratura 

nulla pili si conoscesse di quella lìngua , che con 
gentilezza ed eleganza aveva parlata in gioventù , 
con tanta profondita studiata, e fatta cosa sua pro- 
pria, da vincerne il suo stesso maestro Guarino da 
Verona. 

Nel 1424, mandato a Vicenza in officio dì po- 
destà, fé quel meglio che poteva onde entrare nel- 
r amore e nella stima de' cittadini. Egli die mano 
a riformare gli statuti loro , e a fare che Giorgio 
Trapesunzio fosse quivi chiamato ad insegnarvi let- 
tere greche. E però in fronte allo statuto si legge 
un elogio del Barbaro, tanto piìi da pregiarsi per- 
chè da indizio certo della universale benevolenza a 
lui posta, e perchè è cosa del Guarino. 

Quando la repubblica veneta all' invito de'fio- 
rentini, coi quali aveva stretta lega contro il duca 
di Milano, aveva fatto disegno di tirare il papa alla 
lega stessa, o almeno distornelo dal favorire il Vi- 
sconti, mandò a lui ambasceria di due onorevolis- 
simi cittadini P'rancesco Barbaro e Marc' Antonio 
Morosini, i quali da Martino V furono raccolti con 
segni di somma benevolenza, e il Barbaro n' ebbe 
insegne e titolo di cavaliere. E comechè 1' animo 
del papa piegasse naturalmente a pace, ne volesse 
menare guerra contro persona, pure vegglamo che 
si die pensiero assai di fare che il duca di Milano 
si stesse ai patti. Questo fu nel 1426. Nel 1428 poi 
troviamo che il Barbaro venne onorato d' altra no- 
bilissima legazione. Il papa sempre inteso, come di- 
cemmo, alla pace aveva mandato a Ferrara Nicolò 
Albergati cardinale che fu di santa Croce, uomo 
degnato del titolo di beato. ,, Venuto a Ferrara il 
,, medesimo cardinale santa Croce , vi vennero pa- 



Biografia di Francesco Barbaro 181 

„ rimenti (sono parole del Pigna) (1) tutti gli 
„ ambasciatori de' potentati che si trovavano im- 
„ plìcati in questa guerra. E perchè pareva che le 
„ cose andassero lente, i veneziani spedirono nell' 
„ entrare del febbraro Francesco Barbaro ,, (elet- 
to a ciò dal consiglio dei cento il 3 dello stesso me- 
se ). Egli esposte le cagioni della sua legazione, la 
quale riusc'i a buon fine, riprese via per Roma, e di 
là venne a Firenze in officio d' ambasciatore. 

Venuta la città di Bergamo in potere dei vene- 
ziani (ed era in conseguenza delle condizioni di pace 
poste al duca di Milano), fu nominato al governo di 
quella Francesco Barbaro, e surrogato a Marco Giu- 
stiniani che prima n' aveva tenuto il reggimento, e 
aveva gettate le prime fondamenta della gloria che 
quivi coglierebbe il novello podestà e capitano che 
a lui succedesse, come il Barbaro stesso afferma in 
una sua epistola che è 1' ottantanovesima. Quando 
avrò detto che in questo carico il Barbaro si con- 
dusse da quel grand' uomo eh' egli era , e che nei 
due anni che fu al governo di quella città parve a 
tutti degno di rappresentare la veneziana repubbli- 
ca, avrò espresso abbastanza il mio concetto, si che 
alcuno non abbia a ricercare piìi innanzi. 

In frattanto le cose tra i veneziani e i Visconti 
si erano di nuovo turbate forte , anzi andavano di 
male a peggio: e la repubblica non volendo piìi es- 
ser giuoco alle fraudi del duca di Milano, riaccendeva 
la guerra contro lui. Aveva ella dato il comando 
delle sue schiere a Francesco Bussone dal nome del- 
la patria detto Carmagnola, il quale feroce delTani- 



(i) Storia della casa d' Este, lib. 6. pag. 449- 



482 Letteratura 

mo quanto prode deU' armi, di difensore del Vi- 
sconti gli si era voltato contro acerbissimo nemico, 
fosse che non gli paressero Lene compensati i suoi 
veramente grand^ servigi, fosse che il Visconti adom- 
brasse iV un uomo che sapendo come T aveva rial- 
zato, poteva a sua voglia valersi degli stessi mezzi 
ad abbassarlo, o fosse anche mala arte ed invidia 
di corte che l' aveva tolto giii del favore del duca. 
Fatto è che il duca lo allontanò da sé: ond' egli ina- 
sprito dall' ingiuria, gli volse le spalle, e si offerse 
ai veneziani, i quali a lui fidarono lo stendardo di 
s. Marco. Egli guerreggiando a piìi battaglie contro 
il duca riportò solenni vittorie, ma alla fine de'conti 
quando metteva meglio usarne , noi volle: sicché 
avendo dati segni di piegare di nuovo a pace col 
primo signore, cadde in sospetto de' veneziani i qua- 
li poi lo punirono di morte. Provveditore al cam- 
po del Carmagnola in quell'anno , che fu il 1431, 
erano Delfino Vcniero e Francesco Barbaro (1) che 
fu poi uno de' sei consiglieri che dierono voto di 
morte contro di lui : conciossiacchè appena tornato 
a Venezia il Barbaro fu elevato al grado di consi- 
gliere, grado cui altre sei volte sostenne con onore 
suo e della repubblica. Ma perchè della morte del 
Carmagnola non tanto gli antichi quanto i moder- 
ni levarono querele, e quella repubblica, che fiorì 
suir altre per giustizia e magnanimità, chiamarono 
infida e sleale, quasi avesse lui innocente per Reis- 
simi fini sagrificato , siami concesso fermarmi un 
poco su ciò. 



(i) V. lettera del card. Quirini ad Almorò Barbaro provvedi- 
tore generale di Palmanova. 



Biografia di Francesco Barbaro 183 

Il Carmagnola non era in se che uno di qne' 
soldati di ventura, nei quali quanto alto levava la 
prodezza di mano, tanto di sovente ci perdeva l'ono- 
re. Costui non aveva certamente date le piìi grandi 
prove di paragonata delicate?-za al Visconti: di ami- 
co gli era tornato contro nemico, e pareva cercare 
signoria per tutto, e volerla a danno di chi si fosse. 
Certo è che combattendo dapprima pe'veneziani ave- 
va mostrato avere veramente mal animo al duca, e 
bramare di prenderne acerba vendetta: ma quando 
gli si offerse il destro di farlo, mutarono d'improv- 
viso faccia le cose, si che il suo lento procedere, la 
restituzione di ottomila prigioni fatta contro il vo- 
ler de' provveditori della repubblica (1) dopo la 



(i) Per quanta riverenza io abbia al chiarissimo Manzoni, non 
posso darmi a credere che fosse lecito ai soldati vincitori rila- 
sciare i prigionieri all'insaputa dei generale, e però in questa 
parte non pare che egli tenesse abbastanza stretto ragiona- 
mento. Se egli come poeta voleva fare un eroe del Carmagnola, 
egli lo ha fatto, ed era certo da lui il farlo : come storico però 
oso dire che senza migliori fondamenti noi potrebl>e. Infatto sul 
conto de' prigionieri rilasciati, e delle altre colpe del Carmagno- 
la si legga quanto ne scrisse il cronista Andrea Navagero contem- 
poraneo (ch'egli è tutt'altro dal poeta oratore e storico Andrea 
Navagero, come può vedersi negli otto libri della letteratura ve- 
neziana di Marco Foscarini alla pagina iS+e iGo) il quale certo 
non fu ritenuto da timore a scrivere, perchè non pubblicò storia 
alcuna, anzi morendo ordinò chela fosse data alle fiamme, e si 
vedrà uscir vero quanto io ho asserito. Eccone le parole (Murato- 
ri, Scriptores rerum italicarum t. 25 pag. log'.t ioqSJ; - ,, Ma i 
prigioni per poca cura del capitano della signoria la maggior par- 
te la notte fuggirono, e i pochi restati furono da esso capita- 
no il giorno seguente, eccettuato il Malatesta, liberati. ,, - E po- 
co appresso : ,, - Ma egli ( il Carmagnola ) se bene conosceva 
il grandissimo terrore e pericolo, in che eia tutto lo stato 
del duca, per negligenza, o forse per malizia, non volle prose. 



184 Letteratura 

fortunata battaglia di Maclodio, il soccorso negato 
alla flotta veneta pericolante , e poi battuta, 1' ab- 
bandono di Cremona ed altre cose, diedero a vedere 
eh' egli volgeva in cuore pensieri d'accordo col du- 



guire la vittoria, anzi consumandoli tempo in dividere le prede, 
dava tempo al duca d'unire le genti fuggite, o lasciate a quello, 
e con nuovi danari cavati dalle sue città rifare nuovo esercito, 
iadicio manifestissimo del mutato o corrotto animo suo ... E 
la signoria, sebbene la ricevuta vittoria e la speranza d'ampliar 
molto lo stato suo la rendeva alla pace alquanto difficile, i con- 
tinui travagli, ma molto più la sospetta fede del capitano suo la 
rendeva assai facile. ,, - Poscia, parlando dell'avere abbandonato 
]\icolò Trlvisano capitano dell'armata del Po, dice;,,- Vedendo 
esso capttmio ;il Trivisaao) mancata la maggior parte delle gen- 
ti sue, né avendo soccorso, come dovea, dal generale dell'eser- 
cito, non senza grande sospetto d' intelligenza col duca di non 
mostrarsi sopra quelle rive, non potendo più resistere montò in 
un brigantino, e lasciata l'armata, fuggi a seconda del fiume: pag. 
logS ec. ,, Infine discorrendo dell' avere assistito Cavalcabò che 
era entrato a Cremona, e scalate le mura ne aveva presa la por- 
ta di s. Luca, e tenuta sino a'di, cosi c'esprime pag, 1096: - ,, Ma 
non essendo soccorso secondo l'ordine del capitano, essendo le- 
vata a romoi'e la città, uè a quella potendo resistere, fu forzato 
ritirarsi e tornò all'esercito. Da queste e da molte altre cose era 
appresso la signoria gravemente cresciuto il sospetto del suo ge- 
nerale ,, - E pag. 1097. ^"^ dipoi dal collegio segreto esaminato 
al tormento, dal quale avuta la verità di quantoper intelligenza col 
duca aveva mancato dal debito suo, e quello che tentava ope- 
rare contro la signoria, per deliberazione del consiglio dei dieci 
colla giunta de' V di maggio fu condannato che fra le due co- 
lonne gli fosse tagliata la testa, e confiscati tutti i suoi bsni. „ 
fiè meno chiara è la cosa per autorità del Bighi citato dal chia- 
rissimo Manzoni, poiché ì& ivase, quasi facti insciens, importa non 
che il Carmagnola ne fosse ignaro, ma quasi che ne fosse ignaro, 
che vai quanto dire fingendo d'essere ignaro. Anche il dire, ordi- 
nò che pur questi (che rimanevano prigionieri) si rilasciassero se- 
condo l'uso, è ambiguo assai; poiché qualcuno potrebbe credere 
che l'uso fosse del rilasciare 1 prigionieri, mentre il Bighi dicen- 
do - iubeo solita lege dimltti, - non altro intende che colle usa- 



Biografia di Francesco Barbaro 185 

ca, e forse li mandava ad effetto. Falso è però ciò 
che alcuni dicono, questi sospetti soli essere stati 
in uno e 11 processo e la condanna del Carmagnola : 
polche fino dal 1427 adombrando i veneziani di lui, 



te prescrizioni, cioè spogliandoli dell'armi e di tult'altro,e lasci- 
andoli solo salvi della persona. Voglio anche aggiungere che il 
Bighi stesso vien confessando la mala fede del Carmagnola, quan- 
do, dopo aperta rimostranza de'provveditori, ha tanto d'animo da 
rilasciare pur i quattrocento prigioni che rimanevano. A' di 
nostri forse questo solo basterebbe ad un capitano per essere su 
due pie moschettato. Meritano anche osservazione le parole - 
apud quosdam partium fideliores - e le altre che seguono , colle 
quali si prova sempre più la colpa del veneto generale, speziai 
mente ove si dice: „ Vulgo putant fuisse Carmagnolam omnium 
potiturum, si mox habita Victoria ad roaenia Mediolani prope- 
rasset; ilaque in ea re veteris aniicitiae memorem Philippe ope- 
ram praebuisse. - E perchè ognuno legga il j)asso del Bighi così 
com' è alla dislesa, io qui appresso lo pongo, (v. Murat. Loc. cit. 
tom. XIX p. io4). 

,, Memorabilis quidem ac tristis casus Philippo. Ibidem vero 
qui vicerant victoriam damnabant, tanti ducis periciilum miseran- 
tes, ut nnillas audire posses per castra venetorum, qui rem conver- 
ti optarent. Itaquepernoctem qui capii erant, inermes passim di- 
missi. Mane commissarii ad Carmagnolae tentorium conveniunt, 
id ipsum quaerentes: quid enim opus esse bello, quandoquidera 
aliud nihil agitur, quam ne bella unquam finiantur, dum vi- 
ctus eadem die in libertatem redil; non exercitum Philippi ea 
nocte, sed ipsum Philippum e vinculis dimissum. Haec quaesti 
abiere. Ductor, quasi facti insciens, suos interrogat, quidnam sit 
de captivis factum. Respondent, omnes fere ab sociis dimissos. 
Vix qiiadrigentos in castris apud quosdam parlium fideliores re- 
stitisse. Ego, inquit, si caeteris nostrorum benevoleutiae ea for- 
tuna contigit , istos quoque iubeo solita lege dimilti .... Haec 
nunliata Philippo animum gravibus curis incenderant, qui tan- 
tum detractum rebus suis videret, nec facile superesse reficien- 
do exercitui sumptum: qui praeterea summum fere ex Jiostibus 
periculum, si praeseulem fortunam armati victores sequantur ... 
Vulgo putant fuisse Carmagnolam omnium polilurum , si moxij^ 
habita Victoria ad maenia Mediolani properassct: itaque in care 

G.A. T.LXX. 13 



186 Letteratura 

ne tenendolo di fede intera , non perderono mai 
di mira alcun suo passo. Ad onta di questo non vol- 
lero però mai prendere risoluzione di sorte, finche 
non si ebbero prove certe e di fatto: e questo fu 
quando i provveditori, fra'quali il Barbaro, svelaro- 
no di molti secreti rilevantissimi agli avogadori. 
Allora si raunò il senato a piìi tornate , e 1' ultima 
andò dal vespro sino all' alba del di vegnente. I se- 
natori erano oltre a dugento; vi aveva anche de' fa- 
migliari del Carmagnola : tutti convennero nelle 
colpe di lui, ne persona si levò a difesa. E che cia- 
scuno fosse convinto della fellonia del Carmagnola, 
me ne da argomento 1' avere tanti uomini tenuto in 
se per otto mesi il segreto, si che ne per pietU di un 
tanto generale , ne per amista che a lui lo strin- 



veteris aniicitiae memorein Philippo operam praebuisse Ipse 

potiiis crediderim, noluisse post terguni ductores relinqiiere, qui 
l'orsan collectis reliquiis omnia capta perturbarent etc. ,, 

Non sembra poi doversi rispondere all' accusa che si dà ai ve- 
neziani dell'avere sott' altro colore chiamato a sé il conte: poiché 
quella fu arte di politica necessaria, trattandosi di volere nelle 
mani un reo che aveva in suo potere tutte le forze dello stalo. 
E se egli è vero che salus populi suprema lex esto, il senato ve- 
neto adoperò in quel miglior modo che poteva per non mettere 
a pericolo la repubblica. Se questi tratti d' artifiziosa politica si 
debbono coudannare^non vi è stato che molto di somiglianti non 
ne abbia, non principe spezialmente in quelle età. Per convin- 
cersi di questo giova leggere le storie di que' tempi. Il dire poi 
a difesa del Carmagnola, che non si è mai saputo a quali condi- 
zioni losse per rappacificarsi col duca, è dir poco assai. Se le 
trattative erano iniziate, il tradimento era manifesto abbastanza 
per punir lui giustamente di fellonia. Non creda alcuno che io 
mi opponga al chiarissimo autore degli Sposi Promessi per ispi- 
rilo di parte; che io il lo solo per amore del vero e senza meno- 
mare a «l grau4' uomo punto della stima, che da tutta Italia gli 
si prolessa. 



Biografia di Francesco Barbaro 187 

gesse, vi fu chi tradisse o vendesse la fede data alla 
repubLllca. Ora chi può supporre in ogni senatore 
un perfido, un micidiale ? Chi può darsi a pensare 
che negli otto mesi, in cui si agitò la quistione, nul- 
la si mettesse in carta per compilare un solenne 
processo ? Ben sarà indubitato, che posto quel pro- 
cesso a confronto alla maniera de' nostri, sarà in 
molte parti difettivo: ma non potrà perciò dirsi 
che fosse ingiusto il giudizio che ne uscì, se furono 
mantenute tutte quelle norme che le leggi veneziane, 
avute a que'tempi per le migliori del mondo, pre- 
scrivevano alla formazione de' giudizj. La tortura , 
e ognuno sei sa, fu sventuratamente riputata mezzo 
legale ad estorcere la confessione del vero: e quan- 
tunque ella sia uno de' più grandi peccati dello 
spirito umano, veniva addottata da tutte le legisla- 
zioni europee : e per incolpare i veneziani dell'ave- 
re posto a' tormenti il Carmagnola , conviene chia- 
mare in colpa tutto il mondo che li permetteva. Che 
se vogliasi dare credenza al Sandi (6) , egli non 
sostenne la tortura, ma alla sola vista del fuoco mi- 
nacciato, confessò e ratificò la sua fellonìa , e finì 
coir essere convinto propriis literis et domesticis 
testibus, per usare le parole degli storici contem- 
poranei , e col venire condannato con tutte le so- 
lennità della legge. E che egli stesso si sentisse reo, 
parmi poterlo indurre dall' esclamar eh' egli fece 
son morto, poiché si vide tratto alle carceri. Un in- 
nocente avria detto sono calunniato, o altro : l'idea 
della pena capitale nasceva in lui dalla coscienza 
della sua reitk. E però il signor 'Darò fra* moder- 



no) Parte seconda, l. 2. pag. 56j. 



488 Letteratura 

ni (1) e pochi altri gridino a loro posta : il giu- 
dizio degli uomini integri purgherà i venezv»ni da 
macchia si turpe, se abbastanza non furono vendi- 
cati da quanto asserirono il Sabellico, il Giustiniani, 
il Sanudo, e quel che più vale il Poggio che si pia- 
ceva quando gli venisse il destro mordere i vene- 
ziani, e sempre scoprir le colpe altrui , per tacere 
di ciò che scrisse il Veri al libro secondo Delle cose 
veneziane, e il Laugier nel sesto tomo al libro 21. 
E a me, il confesserò schiettamente, è pur di gran 
peso il giudizio di Pietro Verri che dà per ispac- 
ciata la difesa del Carmagnola nel capitolo 15 del- 
la sua storia di Milano: e ben mi pare che per di- 
chiararlo poco istruito delle cose eh' egli scriveva, 
più che ardite affermazioni abbisogni avere alla 
mano prove di fatto (2). A ribadire poi 1' opinio- 
ne del Verri in capo a chichessia io credo giovi as- 
sai r autorità di Carlo Botta, che si bene le colpe 
de' tempi andati, e de' veneti appresso esaminò: „ La 
„ sua anteriore condotta , dice egli parlando del 
„ Carmagnola nel libro 12 della storia de' popoli 



(i) Chi vuole conoscere quali e quanti sieno gli errori di que. 
sto francese istorico delle cose venete, legga 1' opera insigne del 
conte Domenico Tiepolo , nella quale trionfalmente si abbattono 
le false opinioni di chi scrisse storia di popolo e di tempi che non 
gli erano abbastanza conosciuti. 

(2) Con pace del chiarissimo Manzoni, a me sembra che il Ver- 
ri sia bastantemente istruito degli andamenti e della condotta del 
Carmagnola, la reità del quale non fa egli dipendere da confes- 
sioni estorte nei tormenti, ma da un esame esattissimo dei prece- 
denti fatti. E perchè ognuno ne giudichi da sé, prego il lettore a 
Jeggereper intero quanto il Verri scrive intorno al Carmagnola.,, Il 
,, conte Francesco Carmagnola diede una sconfitta ai ducali ec... 
,, sino... 1' ultlm' atto della sua vita colla infedeltà, pag. Sg. a 
6i. voi. V storia di Milano. 



Biografia di Francesco Barbaro 189 

„ italiani, non provava in lui grande delicatezza 
„ di principio, fuvvi altronde un solenne giudi- 
„ zro CAPITALE : ma questo giudizio non venne 
„ accompagnato da tutte le forme protettrici dell' 
„ innocenza (del che si deve chiamare in colpa 
„ la maniera de' giudizi di que'tempi, non i vene- 
„ zianì). Che sia di ciò, prima di fare del Carma- 
„ gnola un eroe , converrebbe essere ben sicuri 
„ eh' ei fosse innocente , quando pure altri non 
„ voglia esporsi al rischio di santificar lo spergiuro 
„ e il tradimento ,,. 

Ne mi cesserò dal parlare di questo, se prima 
io non tolga un' objezione che da taluno si fa. Di- 
cono perchè, se il Carmagnola era reo, gli misero 
le sbarre alla bocca onde impedirgli la parola? Essi 
adunque temevano che favellando avrebbe potuto 
mettere a romore il popolo, a tumulto la citta. A 
cui io risponderò in prima, che se la repubblica 
avesse temuto che costui trovasse favore appresso 
il popolo, non l'avrebbe condotto con esemplarità 
di supplizio a finire fra le due colonne sulla gran 
piazza di s. Marco, poich' ella non n' aveva duopo. 
JVon le mancava un fondo di carcere, un laccio se- 
greto ; ne le sarebbe stato difficile colorire il fatto 
per modo, che il popolo al risaperlo il giudicasse 
opera di ragione veduta e giustissima. Ma la re- 
pubblica, che ben conosceva la giustizia della sua 
causa, e le reità del Carmagnola , voleva mostrare 
al mondo nel supplizio dì lui quale premio ella 
serbasse ai traditori. Conciossiacosaché fidando le 
sue armi sovente a condottieri estranci, le conve- 
niva atterrirli tanto colla severità de'castighi, quanto 
gli allettava colla magnificenza de' guiderdoni. For- 
se il vedere un uomo, di quel essere che era il Car- 



190 Letteratura 

manola, uscire colla bocca sbarrata avrebbe do- 
vuto svegliare piìi forte la feroce pietà popolare , 
se il popolo avesse riputato lui senza colpa: e que- 
sta barbara mostra di tormento avrebbe destate 
più rapide le ire. Non per tanto il popolo die se- 
gno di commiserazione, ma si applauso della giu- 
stizia del senato. La sbarra adunque posta alla 
bocca del reo non fu tanto per torgli V uso della 
favella , quanto per mantenere un modo di pena 
usato in Francia a punire gli spergiuri, i sacrileghi, 
i bestemmiatori fin dai tempi di s. Luigi re, e po- 
scia divulgato in Italia e in Ispagna e altrove com'è 
agevole vedere negli statuti delle antiche repub- 
bliche italiane, e delle citta che a proprie leggi si 
reggevano. Che se si vorrà dare biasimo e mala vo- 
ce a questa forma di pena, io non mi opporrò certo, 
( e qual uomo potriavi opporsi?), solo che non si 
imputi a ferocia dei veneziani, ma sì a quella bar- 
barie di costumi e di ferree leggi per le cjuali la 
tortura si ebbe in luogo di prova del vero. Che 
se queste cose non bastano a convincere coloro che 
senza fondata ragione maledicono a ciò che 1' anti- 
chità ebbe per santo, ed amano trovare colpe per 
tutto, solo che loro si offra occasione d' imprecare 
a chi non può piìi levarsi a difesa di se e de' suoi 
fatti, guardino attentamente ciò che fu riferito dal 
diligentissimo Antonio Quadri nel suo compendio 
della storia veneta , e quanto venne dettato dalla 
eloquente Giustina Renier Michiel nell' opera suir 
origine delle feste veneziane ( tom. V dalla pag. 
86 alla 132) nel rapido cenno eh' ella, non so se 
piìi con gravità di giudizio , o con carità di citta- 
dina, fa della sentenza di morte del Carmagnola ; 
poiché ove sia vero ( com' esser deve ) quello che 



BroGRAFiA DI Francesco Barbaro 191 

ella asserisce, cadono a vuoto tutte le parole. In fat- 
to ove vivano coloro che possono render fede dell* 
avere visto quel processo, e dell' averlo esaminato, 
e trovatol giusto: ove siano, com' ella dice, persone 
di onesta paragonata e di sapere: che pili resta a 
cercare ? Il Carmagnola fu ben punito : giudice se- 
vero, ma non ingiusto, fu il veneto senato. Della qua- 
le cosa io sarei convinto abbastanza, ancor che altro 
non si sapesse della storia se non che il Barbaro fu 
un de' giudici, e die voto di morte : poiché anima 
SI virtuosa e integerrima , e per tale rispettata in 
vita e appresso morte, non avria certo, per servire 
a mali fini altrui, voluto sopra se e sopra i figliuo- 
li suoi il sangue del giusto. E se noi giudichiamo 
che Aristide, Catone e chi altri vi fu in grande fa- 
ma di rettitudine fra gli antichi non potessero ope- 
rare cosa se non buona, tale pure sarà lecito argo- 
mentare a me del Barbaro. Ma sia fine di questo, e 
perdoni in grazia chi leggera queste parole ; mi- 
rando al buono intendimento mio, che è stato di as- 
solvere affatto da una vergognosa taccia il piìi ve- 
nerando degli antichi principati italiani. 

Ora, seguitando alla vita del Barbaro, dirò che 
fu nel novero di que' dodici ambasciatori che la 
serenissima repubblica elesse a degno corteggio 
dell' imperador Sigismondo quando per recarsi al 
concilio di Basilea attraversava gli stati veneti. Il 
Barbaro gli fu incontro con una squisita orazione 
latina , che tornò gratissima a quella corona , la 
quale lui donò in un cogli altri del titolo di cava- 
liere. E in tanta stima sah presso 1' imperatore e 
presso papa Eugenio, che lui a gara richiesero alla 
repubblica nelle bisogne loro. L'imperadore lo in- 
viò suo ambasciadore ai boemi, e il pontefice lo in- 



192 Letteratura 

viò a Cesare ed al principi della Germania : con- 
ciossiacchè, per passare della fedeltà sua e della 
somma lealtà nel condurre a buon successo ciò 
che gli era commesso, egli sosteneva per modo sì 
onorevoli legazioni, che il suo andare precorso dal- 
la fama aveva faccia di trionfo , e rendeva piena- 
mente la grandezza d' un senator veneziano. Ne sa- 
prei dire quanto fosse piìi innanzi in lui 1' esper- 
tezza o la giustizia: solo afifermerò che tutti piega- 
vano volentieri all' inchieste di lui , F onoravano 
senza fine, e il giorno in che egli si partiva pren- 
deva aria di pubblico lutto. 

Neil' ottobre del 1434 fu eletto podestà di 
Verona. Le accoglienze della sua venuta , e le ono- 
ranze con che fu seguito il suo ritorno, dicono ab- 
bastanza quale ei si porgesse. Il chiarissimo abate 
Girolamo Tatarotti conservava, non ha guari, con 
altre l'orazione con che il Barbaro venne pubbli- 
camente elogiato dal veronese Martino Rizzoni. Ap- 
presso ritornato a Venez a, fu con piena ambasce- 
ria della repubblica a papa Eugenio , indi ai fio- 
rentini. A non molto fu creato ambasciatore all'im- 
perator Sigismondo : ma gli fu forza scusarsi di 
quella legazione per grave infermità da cui venne 
soprafatto. Erasi appena riavuto, che per pubblico 
decreto gli convenne portarsi al campo in officio di 
vice-provveditore , officio lasciato per mala salute 
da Pietro Loredano suo suocero. 

E perchè i nemici della repubblica tramavanle 
contro, e Brescia pareva luogo acconcio a lor mene, 
il senato veneto credè ben provvedere alle pubbli- 
che bisogne mandando il Barbaro a capitano di 
quella cittU. Al primo giungervi egli si die pensiero 
di comporre le discordie intestine, conoscendo che 



Biografia di Francesco Barbaro 193 

mal si fronteggia nemico esterno ove si abbiano ne- 
mici interni a frenare. E tanto bene egli ne usci , 
che a pubblica testimonianza di gratitudine ebbe 
in dono da quella citta una onorifica insegna. Poi 
quando Nicolò Piccinino coli' armi di Milano strin- 
se d' assedio quella piazza, che dalla dominazione 
dei duchi era venuta a riposare sotto le ali del leo- 
ne di s. Marco , egli con savissimi provvedimenti, 
e con grande sicurezza d' animo e di consigli bastò 
a rintuzzare oste poderosa , e stornare pericoli as- 
sai, sicché mantenne la città alla repubblica , la 
pace a lei. Dopo questo fatto, non meno al Barbaro 
che a'brescianì glorioso, egli volle che Evangelista 
Manellino , a se famigliare ed amico, descrivesse in 
un commentario latino le cose di quell' assedio ; 
opera che fu poi attribuita al Barbaro stesso, e del- 
la quale toccheremo pili sotto. 

Operate tali maraviglie di senno e di mano 
che bastarono la salvezza di Brescia, non è a stupire 
se tutta la citta fu in onorare il Barbaro. E perchè 
le onoranze furono molte e fuor dell'usata, le nar- 
rerò. Nel duomo il 13 settembre del 1440 a vista 
di tutti fu presentato di uno stendardo e di uno 
scudo tutto messo a oro: e l'oro era il men da pre- 
giare a petto del lavoro e dell' animo de'donatori, 
che ad una voce lo salutarono padre della patria. 
Ambrogio Avogadro, giureconsulto di grande grido, 
in una splendida orazione che andò poi alle stampe 
ne celebrò le lodi, e die a vedere qual cuore aves- 
sero a lui i bresciani : egli stesso per volere dell* 
universale lo accompagnò a Venezia, e alla presen- 
za del senato ritessè piti beili e piìi sfolgorati gli 
encomi. 



194 Letteratura 

Se dirò che il popolano Valerio, o Marco Tul- 
lio sventata che ebbe la furiosa congiura di Cati- 
lina, non ebbero accoglienze piìi liete dalla patria 
riconoscente, di quello che da Venezia ricevesse il 
Barbaro poiché fu tornato di Brescia , la quale la 
mercè di lui si sentiva ancora libera e possente, non 
dirò che il vero. Il famoso pennello del Tintoretto 
ebbe a ritrarne al vivo l'immagine, che fu poi collo- 
cata nella sala del consiglio maggiore , con appiè 
una epìgrafe degna di Brescia che 1' intitolava, e 
del Barbaro cui era intitolata — Calamitosissima 
ex obsidiojie, Consilio in primis, multimodague prae- 
fecti arte Brixia sensata. — E ben è certo che s'egli 
non era, quella citta saria caduta fra gli artigli dello 
sleale nemico, e forse tutta l'Italia avrebbe toccato 
sventure gravissime. Prova dell' animo forte del 
Barbaro è, ch'egli si tolse meglio restare solo alla 
difesa della citta tanto che n'uscisse il prode Gat- 
tamelata a capo delle genti ch'egli capitanava, onde 
per le valli e le montagne di Lodrone e di Trento 
potesse entrare nel veronese, e assicurare alla re- 
pubblica quella parte che era affatto sfornita, e me- 
glio gli sapeva , com' egli stesso scrisse al nipote 
suo Almorò restarsi in pericolo in quella città già 
stretta di bloco, che abbandonare a rischio immi- 
nente r intera repubblica. Cosa tanto piìi da am- 
mirare, perchè allora quella misera città aveva da 
combattere e la forza del Piccinino, e la furia della 
pestilenza che forte gittava per entro. Erano ridotti 
al numero di due mila i difensori: alla peste si ag- 
giungeva la fame : ma 1' amor santo di patria ba- 
stò a sostenerli. Ristretti intorno al Barbaro, me- 
schiarono l'armi, e respinsero il nemico , e sé e la 
patria liberarono. 



Biografia di Francesco Barbaro 195 

Neir anno vegnente appresso fu mandato prov- 
veditore a Verona, carica che gli cessò col cessare 
della, guerra: e qui pure si guadagnò nuovi onori, 
poiché è a nostra memoria che Tobia del Borgo 
con solenne orazione si lodò di lui in quella pubbli- 
ca piazza innanzi a tutto il popolo veronese. 

Ritornato alla patria, fu fatto di nuovo consi- 
gliere, indi savio del consiglio, carica onorevolissi- 
ma , della quale essere stato insignito pure una 
volta tornerebbe a grande vanto di chi si fosse: ed 
egli ne fu onorato ben dodici volte. Nell'anno 1443 
andò al marchese di Mantova per alcuni lavori da 
condursi intorno 1' Adige. Scelto con Nicolò Rai- 
mondo a recare le congratulazioni dei veneziani ai 
marchese Lionello d'Este, che allora si aveva tolto 
in moglie Maria di Alfonso re di Napoli , se ne 
scusò. 

Il 13 di dicembre del 1444 fu ambasciatore 
al duca di Milano, onde distorlo dallo stringere al- 
leanza col re di Napoli: ed è voce che mentre il 
complimentava, gli venisse meno la memoria : del 
che avvistosi il duca, lo rimise al filo del suo discor- 
so. Era appena tornato di quella legazione, che i 
vicentini e i veronesi lo richiesero a giudice di con- 
tesa nata fra loro: ed egli con soddisfazione d' amen- 
due, da quel savio che era, la compose. Appresso fu 
capitano di Padova, dignità a cui era stato designa- 
to mentre ancor si teneva presso il duca di Milano. 
Giunto a Padova, fu salutato da Lauro Quirini con 
pubblica e nobilissima orazione. Sul cessare del 1446 
fu spedito a Lionello d'Este, perchè a nome della 
repubblica il consigliasse a non dare pe' suoi stati 
il passo alle truppe de' nemici di Venezia ; e Tanno 
appresso sarebbe tornato al medesimo prìncipe per 



-196 Letteratura 

accordi di pace, se gravissima febbre non glie lo 
avesse impedito. Ciò fu cagione che a fine di ricrea- 
re r animo colla dolcezza della quiete e degli stu- 
di, alcun tempo si stesse a diporto in una villa del 
trevigiano. Ma sul fare del mese di luglio del 1448 
gli fu forza andare luogotenente nel Friuli: nel 
quale officio con soddisfazione e plauso di quella 
provincia si condusse sino al maggio dell' anno ve- 
gnente. Non si parti però tosto, ma per pubbliche 
bisogne si fermò alcun poco: e vi ha chi crede ( e 
certo non è senza ragione il crederlo ) che essen- 
dosi data voce che 1' Austria ai confini faceva ap- 
parecchi di guerra, la repubblica segretamente gli 
desse officio di provveditore. Fuor dubbio è però 
che resosi in patria, dopo avere ricomposte le cose 
del Friuli, fu onorato del tìtolo di principe del se- 
nato, o a dire venezianamente, della carica di pre- 
consultore , come attesta il Contarini. Ebbe pure in 
-quella occasione pubbliche lodi da Giovanni di Spi- 
limbergo, che recitò a suo onore una grave e digni- 
tosa orazione. 

Nel 1450 fu di nuovo capitano a Padova, e nel 
1452 venne creato procuratore di s. Marco, dignità 
che era la cima d' onore cui mirava la veneta no- 
biltà. Egli vi aveva concorso due anni innanzi , e 
non senza dolore si era visto anteposto Michele Ve- 
niero: ma 1' averla ottenuta due anni piìi tardi dì 
quello eh' egli bramava, non terrà che da gran tem- 
po egli non 1' avesse meritata. E però la coscienza 
del sentirsene degno, e del vedersi come tale giudi- 
cato da tutti, gli tolse dell'animo ogni amarezza e 
gli rese più dolce il possederla quando piacque al 
senato. Due anni soli però, a gran danno della ve- 
neta repubblica, ebbe a godere della novella carica: 
perchè nell' età ancor fresca di 56 anni mancò a 



Biografia di Francesco Barbaro 197 

mezzo gennaio nel 1454 : età breve se vogliam com- 
putarla dal numero degli anni, ma che equivale a 
lunga e decrepita se volgiamo 1' occhio a quanto il 
Barbaro operò. 

Fu pianto da tutta la repubblica, dai piìi chia- 
ri principi d' Italia, e da quanti il valore di lui co- 
nobbero e seppero pregiare. Ebbe sepolcro nella 
chiesa di santa Maria gloriosa, in voce de Frari^ e 
fu onorato di solenni esequie e di onorevole epilaf- 
fio. E qui mi piace riferire le parole che quell' im- 
menso e profondissimo Apostolo Zeno scriveva al car- 
dinale Angelo Quirini il 9 maggio del 1742, lodan- 
dolo dell' avere illustrata colle sue diatribe la vita 
civile e letteraria del Barbaro: „ Il vecchio Barbaro 
„ era stato fin ora assai considerato e stimato per 
„ dottrina e per senno e per grandi azioni dentro 
„ e fuori della repubblica ; ma in avvenire sarà 
,, riguardato e distinto come uno di que' grandi 
„ uomini che il cielo sta molli secoli a riprodurre, 
,, quasi geloso che la frequenza ne scemi all'opera 
„ il merito , e al merito la venerazione. Egli per 
„ verità è stato impareggiabile e massimo per ogni 
„ parte eh' e' si consideri: ma vostra eminenza ha 
„ gran merito d' averlo fatto conoscere qual egli è 
„ stato. Quale altra possa a quella grande anima 
„ pareggiarsi, difficilmente saprei. „ 

Certo è che il nome del Barbaro durerà glo- 
rioso finche si leggeranno gli annali di quella fa- 
mosa repubblica di Venezia, che fu principale in 
Italia, presso la quale al dire di monsignor della Ga- 
sa si conservarono le ultime reliquie dell' italica 
libertà (1), e fu maravigliosa non meno nella du- 

(i) Vedi la lettera 07 al Gualteruzzi nell'edizione di Venezia 
>~28, voi. 3- -Io scrissi quanto io potei favoritamente, perchè 



198 Letteratura 

rata che nella sua condotta, e finche sarà fiato di 
gentilezza nel mondo. La vita del Barbaro fu tutta 
continuata di opere lodate, e ben si può dire che 
egli tutto quanto era si donò alla repubblica. Forse 
di qui venne che presto si logorò ; perchè non pare 
doversi attendere a chi prolungò gli anni del Bar- 
baro sino oltre 84, sebbene Enea Silvio Piccolomì- 
ni lui dica confectus senio , poiché troppi sono i 
monumenti che ne avvisano il contrario. 

I suoi costumi furono dolci ad un tempo e 
severi, degni in un di Publicola e di Catone, Non 
cercò cariche, e n'ebbe tante, da doversi scusare d'al- 
cune , come del capitanato nel regno di Candia, e 
del rettorato dell* isola di Negroponte. Amator del- 
la patria, ogni cosa per lei fece e sostenne: ed amò 
piuttosto pericolar egli della vita , che vedere la 
repubblica in atto di ricevere il minimo danno. 
Schiatta d'uomini ben rara al mondo, spezialmente 
a' dì nostri, in cui non d' altro si largheggia alla pa- 
tria che in parole, sovente ambigue, sempre coper- 
te e mal sicure. 

Fiori neir amicizia de' principali uomini dell* 
età sua, e a tutt' uomo protesse le lettere e le scien- 
ze, e quanti da quelle si facevano nome. „ Noi lo 



questi signori (i veneziani) ottenessero le decime: che in vero me-, 
ritano d'essere aiutati, poicliè aiutano questo residuo di libertà 
che ci è rimasta. -E il Giovio.-Il dominio veneto indubitato gon- 
faloniere delle reliquie della libertà d'Italia- E il Gibertir-Paren- 
domi vedere in essa (nella repubblica veneta) la viva immagine 
dell' antica grandezza e della vera libertà d'Italia. - Vedi Pino, 
r^uova raccolta di lettere. 



Biografia di Francesco Barbaro 199 

„ vegglamo ( che mi varrò delle parole stesse del 
„ grand' istorico della letteratura italiana Girola- 
„ mo Tiraboschi ) noi lo vegglamo in commercio 
„ co' piti dotti uomini di quell'età, col Poggio, con 
„ Ambrogio camaldolese , con Antonio Panormita, 
„ col cardinale Bessarione, con Francesco Fielfo , 
„ con Giovanni Aurispa, trattar con essi della sco- 
„ perta, dell' acquisto, e dell' emendazione di an- 
„ tichi codici. Fra il furore delle arrabbiate contese, 
„ con cui i letterati di quell' età si mordevan furio- 
„ samente F un l'altro, non solo egli si mantenne 
„ tranquillamente neutrale, ma pose ancora ogni 
„ opera per unirli in pace, come raccogliamo dalle 
„ lettere da lui scritte in occasione di liti tra Ni- 
., colò Niccoli e Leonardo Aretino, e tra esso Nic- 
„ coli e Francesco Filelfo, tra Guarino e il Poggio, 
,, e fra il Poggio stesso e il Valla. „ A lui furono 
anche infinitamente tenuti Flavio Biondo, Giorgio 
da Trabisonda, il poeta Porcellio, Matteolo da Pe- 
rugia, e pili altri dotti del suo secolo. 

Della sua pietà ci fanno fede gli scritti suoi , 
non meno che il sapere con che zelo avvocò la 
causa d'alcuni monasteri, e con quanta forza scrisse 
al cardinale Scarampo perchè egli movesse il sacro 
collegio e il papa a correre in soccorso de'cristianì, 
che erano sopraffatti dallo stendardo del falso pro- 
feta , e dessero mano alla imperiale Costantinopoli 
che pericolava, e poi appresso miseramente cadde. 
Fu lieto del vedere il figliuol suo Zaccaria comporsi 
allo specchio delle paterne virtù, il nipote suo Er- 
molao vescovo che fu prima di Trevigi , poi di Ve- 
rona, fare ritratto delle avite e delle paterne. 

O fosse da natura , o dalle soverchie fatiche, 
pare che non avesse salute ben condizionata ; certo 



200 Letteratura 

egli patì di gotta, come rilevasi da una lettera del 
Filelfo a lui diretta. Niuno ci ha tramandato di che 
malattìa finisse; ma se è lecito indagine in ciò, po- 
tria dirsi che d' un insulto di gotta al petto ; cosa 
facilissima ad avvenire in un uomo cosi spossato 
dal peso degli affari pubblici e degli studi ; tanto 
piii che pare questa malattia essere eredita conti- 
nuata di casa Barbaro. E perchè il ricercare di ciò 
più a lungo sarebbe piìi presto vanita, ora mi farò 
a parlare delle opere lasciate dal Barbaro, onde si 
paia che non fu meno grande nella veneziana , che 
nella letteraria repubblica. 

Prima opera del Barbaro fu l' orazion funebre 
in lode di Giovannino Corradini distinto medico ve- 
neziano, letta come dicemmo in Padova mentr' egli 
era agli studi, dettata con eloquenza schietta, e pu- 
rezza di modi latini. 

La seconda fu un' orazione a lode di Alberto 
Guidalotti cavaliere ed esimio dottor di leggi pe- 
rugino, che aveva presa stanza in Padova. E pur 
questa fiorita di alti sentimenti, e di bella latinità. 

La terza fu il trattato de re uxoria^ il quale 
ebbe tanto grido, che appena, molt' anni appresso, 
fu uscito de'tipi di Giodoco Badio Ascensio in Pa- 
rigi nel 1513 per cura del celebre giureconsulto 
Andrea Tiraquello (edizione eseguita sopra un esem- 
plare trasferito in casa del Guarino in Verona nel 
1428), se ne vide nel 1533 un'altra impressione ad 
Flagenau, poi nel 1 602 una terza ad Anversa, e ven- 
tisette anni dopo un'altra ristampa fatta dal Gian- 
sonio in Amsterdam. Edizione latina fatta in Italia 
non conosco io: e conviene dire che tanto piacesse 
la traduzione datane da Alberto LoUio per le slam- 
pe d«l Giolito nel 1 548, da scemare e togliere desi- 



Biografia di Francesco Barbaro 201 

derlo dell' originale latino. Se non è da credere che 
prima del volgarizzamento del Lollio ne andasse 
per l'Italia un altro, di mano dello stesso Barbaro: 
sospetto che mi e nato , e mi pare non affatto senza 
Luon fondamento. Conciossiacchè si legge in una let- 
tera del dottissimo Ermolao Barbaro, nipote che fu 
al nostro Francesco: Sed utraque lingua librum 
de re uxoria condidit pene puer- la quale lettera è 
riferita in parte dall' Agostini, e diretta al P. Ar- 
noldo Bossio. E questo risponde a capello con la 
notizia che ne dk Anton Francesco Doni nella 
sua libreria edita in Venezia del 1550, alla pagina 
56, ove sta scritto nella classe delle opere tradotte: 
Francesco Barbaro.^ del tor moglie: col che due cose 
mi pare si trovino vere ; l'una è che vi era una tra- 
duzione anteriore a quella del Lollio, 1' altra che 
il traduttore n' era lo stesso autore. Infatto se il 
Doni avesse voluto accennare solo all' opera non al 
nome del traduttore, o avria detto - Del tor moglie 
di Francesco Barbaro -oppure avria aggiunto-opera 
tradotta da incerto.-Ma ponendo a capo il nome del 
Barbaro, come è usato a fare indicando il nome del 
traduttore, parmi potersi conchiudere che il Doni 
parli del volgarizzamento fatto dal Barbaro, e luì 
stesso noti come traduttore. Anche ciò che sta nel 
frontespizio della prima edizione del volgarizza- 
mento del Lollio, apertamente dichiara che si aveva 
una anteriore traduzione: P rudenti ssimi e gravi do- 
cumenti circa l'elezione della moglie dell' eccellen- 
te e dottissimo messer Francesco Barbaro venezia- 
no, al inolio magnifico e magnanimo messer Lorenzo 
de' siedici cittadino fiorentino, nuovamente dal la- 
tino tradotto per messer Alberto Lollio ferrarese ; 
ove quel nuovamente non si avrebbe certo quando 
G.A.T.LXX. 14 



202 Letteratura 

il Lolllo si fosse saputo primo a tradurre quell'ope- 
retta. E confesserò candidamente che questa fu la 
prima cosa che mi fé entrare in dubbio di ciò , e 
mi fé cercar modo in confermare la mia opinione. 
Che se mi fosse lecito avventurare un giudizio, io 
penserei che la traduzione del Lollio non fosse che 
la stessa del Barbaro ripulita e ridotta a migliore 
lezione. E tanto piii mi va a sangue questo pensiero, 
quanto trovo che nel cinquecento molti davano ope- 
ra a ripulire, rifare o vogliam dire raccorciare le 
vecchie traduzioni, e Aldo Manuzio e Remigio fio- 
rentino ed altri lo fecero con lode. Imperocché es- 
sendosi nel secolo decimoquinto usata poca gram- 
matica , e quasi sconosciuta 1' arte di colorire con 
bei fiori di favella le scritture, i cinquecentisti non 
risparmiarono fatica a rimettere in onore i libri che 
per poco sarìano stati come troppo disadorni lasciati 
air oblivione. Io prego la cortesia de' veneziani eru- 
diti, e spezialmente del valentissimo signor Ema- 
nuele Antonio Cicogna, che con tanto senno va illu- 
strando le antiche memorie della sua patria, a por 
mente a queste mie induzioni, ed esaminare se io mi 
apponga o no al vero. 

Lodovico Franco novarese in Vercelli fece nel 
1778 una nuova edizione del libro del Barbaro, 
cambiando il titolo dell' opera da quello che sta 
neir edizione del Giolito, e ponendo in frontespizio u 
queste parole - La scelta della moglie, opera di 
Francesco Bai*I>aro gentiluomo veneziano, tradotta 
dal latino per Alberto Lollio ferrarese - edizione la 
quale nel resto è pienamente conforme alla venezia- 
na succitata. Non tacerò ancora che Martino Du 
Pin voltò il li])ro de re uxoria in francese, e dopo 
lui Claudio loly fé il somigliante. 



Biografia, di Francesco Barbaro 203 

A dire della erudizione e della bontà de' pre- 
cetti e del dettato di questo libro, o trattato che vo- 
glia chiamarsi, non ispenderò parole: che tornereb- 
be inutile affatto , dopo ciò che ne hanno giudicato 
i contemporanei , e il senno di quattro secoli ve- 
nuti appresso. Occasione a questo libro diedero le 
nozze di Lorenzo di Giovanni de Medici fratello di 
Cosimo padre della patria, il quale conduceva in 
moglie Ginevra de'Cavalcanti. Il Barl)aro, nella sua 
prima età visso in Firenze, si era ristretto a Loren- 
zo colla pili salda amicizia, la quale sempre viva 
si mantenne ; e come giovinetto degli ameni studi, 
cosi negli anni piìi maturi trattò con lui delle cose 
della repubblica , come è chiaro dalla lettera a lui 
scritta per la lega de'veneziani co'fiorcntini contro il 
duca di Milano. Questo trattato, che sente assai della 
nobiltà di que'di Plutarco, fu composto da lui, come 
dissi a suo luogo, nell'età di soli 18 anni , e quel 
che più è in soli venticinque giorni: del che ren- 
de fede una lettera di Iacopo udinese diretta al 
Barbaro stesso : Opus scilicet illitd piilcherrimum 
de re uxoria intra quintum et sfigesimum diem a 
te in iuventute absolutum . . . Bene a scemare un 
pò la maraviglia giova osservare, avere egli tratta 
la materia da messer Zaccaria Trivisano , come il 
Barbaro stesso accenna nel proemio e nel fine del 
trattatello, e come attesta il dottissimo Zeno in una 
lettera diretta all' abate Giusto Fontanini, ove a 
lungo parla di messer Zaccaria , uomo al dire del 
Biondo e dell' Alberti non meno di saggio e pru- 
dente consiglio ornato che di eleganti lettere. A 
sciogliere poi il dubbio d'alcuni, se il Trevisano des- 
se materia a voce, o avesse egli stesso innanzi scrit- 



204 Letteratur a 

to un libro su tale argomento, soccorre a maravi- 
glia una lettera riportata dall'Agostini, la quale è 
di Pier Paolo Vergerlo il seniore , a Nicolò de'Lio- 
nardi medico veneziano, dalla quale apertamente si 
raccoglie che il Trevisano aveva scritta una epi- 
stola sullo stesso soggetto : Miratus sum in eo ope- 
re viri hidus non tam ingenium , quam diligen- 
tiam; nam illud qiiod iamdudum , monstrante mi- 
hi clarissimo viro Zaccaria Trivisano quamdam 
ipsius epistolam ab eo conscriptam , facile de- 
prehendi. 

Mi passerò della strana opinione del Bayle, che 
sì piace di affermare questo non essere al tutto la- 
voro del Barbaro : perchè per me sono pienamente 
nella sentenza del chiarissimo Iacopo Morelli (1) 
che gli stranieri , e spezialmente quelli che hanno 
quasi sempre mal copiato le cose nostre, non siano 
giudici tali da doversi perdere tempo ac^ udirli, o 
a confutare le loro travolte sentenze. 

Or seguitando il novero delle altre opere del 
Barbaro, è a sapere che egli voltò in latino dal gre- 
co di Plutarco le vite di Aristide e di Catone, delle 
quali egli donò il titolo a Zaccaria suo fratello , e 
videro poi la luce in Venezia nel 1478, e in Basilea 
nel 1535. 

Il dottissimo e più volte mentovato padre Ago- 
stini ci die nella vita del Barbaro 1' orazione da lui 
avuta a Ferrara alla presenza di Sigismondo impe- 
ratore, tratta da un codice del nobilissimo procu- 



(i) Vedi.-Operette Voi. 3. Venezia i8ao, in alcune lettere di- 
rette al dottor Testa di Vicenza. 



Biografia m Francesco Barbaro 205 

ratore e storico delle lettere veneziane Marco Fo- 
scarini. 

Prima il P. Pez, poi il P. Gianandrea Astezati ci 
diedero 1' orazione che il Barbaro recitò nel 1438 
nel tempio de' ss. Faustino e Gioviano in Brescia , 
nel prendere eh' egli faceva il reggimento di quel- 
la citta. 

Giovanni da' Spilimbergo attribuisce al Barba- 
ro il commentario de ohsidione Brixiae che va sot- 
to il nome di Evangelista Manelmo, o come voglio- 
no gli eruditi Manellinò: e nella sentenza di lui è 
pure r eruditissimo Mazzuchelli. All' opinione di 
questi però si oppone gagliardamente il Foscarini 
nella sua storia , e prova che sebbene il Barbaro 
avesse l'animo a scrivere la guerra, della quale nac- 
que r assedio di Brescia, e si paia da alcune sue let- 
tere eh' ei r abbia scritta , pure molte altre aper- 
tamente a quelle contradicono , e mostrano il con- 
trario. Io non porrò lingua a giudicare fra tante 
cime d'uomini: ma solo mi permetterò di osservare, 
che rilevandosi da una lettera del 31 marzo 1440, 
che per servire al Biondo, cui il Barbaro era usato 
somministrare continuamente notizie, aveva ordina- 
to altrui scrivere quel commentario : e sapendosi 
che Evangelista Manellinò gli fu compagno, aiutato- 
re ed amico nell' assedio di Brescia, e poscia lodan- 
dosi piii che molto di lui per lettera a Lodovico 
Foscarini allora podestà di Vicenza, e levandone a 
cielo r ingegno e la dottrina; pare potersi credere 
che il Manellinò ad istanza del Barbaro gettasse in 
carta quel commentario , e che il Barbaro poi ri- 
forbendolo, e ponendovi per entro di que'modi cal- 
zanti che erano suoi propri, improntasse allo stile 
dell' autore il colorito dello stile suo proprio. Dirò 



206 Letteratura 

ancora, che modesto uomo com' era il Barbaro non 
avria comportato di scrìvere tutta di colpo una sto- 
ria, nella cpiale egli era il soggetto principale, e in 
cui gli sarebbe stato forza tacere di molte cose a 
lode solo dì lui tanto, le quali in bocca del Manel- 
lino avriano acquistata piìi fede, e meno invidia. 

In un codice vaticano sta pure un discorso del 
Barbaro sotto nome dì - Apologia ai milanesi in fa- 
vore del popolo bresciano: - e in un codice della li- 
breria dell'amplissimo senatore che fu Iacopo So- 
ranzo si legge un altro discorso dallo stesso Bar- 
baro letto di presenza al popolo di Brescia nel ces- 
sare la sua prefettura. 

Nel 1 743 in Brescia uscirono a luce le lettere 
latine dì Francesco Barbaro scrìtte incominciando 
dal 1425 sino al 1453: ma quell' edizione non è 
SI completa che non lasci desiderio d' altra piìi am- 
pia e migliore. Al quale desiderio molto prima avria 
certo soddisfatto pienamente Ermolao Barbaro ni- 
pote a Francesco, se avesse, come gli andava per 
r animo, fatta egli e pubblicata intera la collezione 
delle costui lettere latine. Vero è che buon com- 
penso alla mancanza di quella ne porse 1' erudi- 
tissimo e pili volte lodato cardinal Angelo Quirini, 
il quale raccolse e pubblicò oltre a trecento lettere 
del Barbaro tratte da vari codici: non si però che 
piti altre non ne rimangano ancora inedite. E ben 
utile sarebbe che alcun de'moderni, valendosi delle 
fatiche del Quirini e degli altri che a lui precor- 
sero, tutte insieme raunando le lettere del Barbaro 
già stampate, e le moltissime inedite, ne facesse un 
buon volume: che esse spargerebbono mirabile lu- 
ce sulla storia di quc' tempi, di cui molti parlano, 
e pochissimi hanno vera contezza, e sulla politica 



Biografia di Francesco Barbaro 207 

della repubblica veneta, anzi italiana, nella quale 
allora ebbe si gran parte il Barbaro. 

Lo stesso lodato cardinal Quirini ci ha dona- 
to della prefazione che il Barbaro antepose alle 
storie italiane di Flavio Biondo; e l' Agostini ne 
riferì V elogio epigrafico che il Barbaro fé a lode 
di quel famoso guerriero italiano Gattamelata da 
Narni, la cui morte fu onorata del pianto del se- 
nato e del popolo veneziano, e accompagnata dalle 
lagrime di tutti i prodi : ed ebbe in sorte che la 
memoria delle sue virtìi fosse tramandata ai po- 
steri dalla penna del Barbaro, l'immagine del suo 
volto dal pennello del Mantegna. 

L' Argelati nella biblioteca de' volgarizzatori 
ricorda, che il libro intorno la milizia lasciatoci da 
Frontino fu recato in volgar nostro dal Barbaro : 
non fa però cenno del dove si trovi il manoscrit- 
to, che a lui venne veduto. 

Ma tempo e ormai di porre fine alle parole , 
che forse di troppo soverchiano. Solo mi sia lecito 
in sul fine rammentare, che uomini di quell'essere 
che il Barbaro non sorgono piìi, o almeno rarissi- 
mamente fra noi, quasi che non vi abbia più ter- 
reno che basti a produrne : e dare un tributo di 
lode riverente a quell'inclita Vinegia, che nel suo 
grembo tanti ne vide nascere, e crescere ad altez- 
za sublime. La quale cosa le tornerà sempre dolce 
a memoria: e compensando fato con fato, si cono- 
scerà ancora viva e gloriosa al mondo qual fu , 
perchè umana potenza non vale a cancellare ciò 
che la storia segnò ne' suoi fasti in ammirazione ed 
esempio delle eth che verranno. 



208 



Del hello , nella sentenza di Antonio Raffaello 
Mengs , del cav. Giuseppe Niccolade Azara e 
del Genovesi ec. 



JLl Mengs ebbe nome di pittore filosofo nel se- 
colo XVIII , ne vuoisi dimenticare la sua opinio- 
ne sulla bellezza. Ma prima parmi toccare della 
educazione di lui alla chiarezza dell' ordine. Figlio 
di pittore nacque in Ausig ai 13 marzo 1728 , e 
furongli imposti i nomi di Antonio e Ilafiaello in 
memoria di quel miracolo d' Urbino, e di quel da 
Correggio : suoi trastulli furono lapis , carte , e 
strumenti atti allo studio del disegno , a cui di sei 
anni fu messo. Condurre a mano linee rette in po- 
sizione verticale orizzontale ed obliqua ; poi de- 
lineare i contorni delle parti dell' uomo ; poi om- 
breggiare ; poi studiar chimica e anatomia ; poi 
sempre disegnare colle ragioni della prospettiva ; 
poi in Italia , domicilio delle belle arti , studia- 
re i pili perfetti modelli dell' architettura, il Lao- 
coonte , il torso di Belvedere , e le opere di Mi- 
chelangelo alla cappella sistina : e, piìi che altro- 
ve, formarsi allo specchio delle belle pitture di 
Ercolano. 

Tra i moderni preferì Raffaello pel disegno 
e per la espressione, Correggio per la grazia e pel 
chiaroscuro, Tiziano pel colorito. Il primo occupa- 
va il suo intelletto , il secondo il suo cuore , il 
terzo non gli passava gli occhi. Profittò del me- 



Del Bello 209 

glio di tutti e tre per formare il suo stile. Educa* 
to all'ordine, ebbe il cuore tutto virtìi: solo non ser- 
vò misura nello spendere, intantochè ne' suoi ul- 
timi diciolto anni ebbe guadagnati più di ottanta 
mila scudi, e rimase a pena di che pagare i fune- 
rali. Ma non venne meno alla sua morte la genero- 
sità del re cattolico Carlo III e l'amicizia del cav. 
don Giuseppe Niccola de Azara: il quale curò che 
ne fossero date in luce le opere (1). 

A spiegare la bellezza , che tiene una visibile 
idea della perfezione, Mengs dice: come del punto 
matematico indivisibile , e propriamente parlando 
incomprensibik^ a farci una visibile idea ci valghia- 
mo del punto fisico; cosi conviene figurarsi la per- 
fezione come il punto matematico indivisibile , e 
contenente in se tutte le proprietà e gli attributi 
celesti: e non potendo questi trovarsi nella materia 
che è imperfetta , si è immaginata una specie di 
perfezione adattata all' umana comprensione : cioè 
quando i nostri sensi non giungono a capire che 
vi sia imperfezione in una cosa, allora questa ap- 
parenza di perfezione chiamasi bellezza (2). 

Ricercando la causa principale della bellezza 
conchiude, che la bellezza proviene dalla uniformi- 
tà della materia colle idee; le idee provengono dal- 
la cognizione della destinazione della cosa; questa 
cognizione nasce dall'esperienza, e dalla speculazio- 
ne sugli effetti generali delle cose; gli effetti gene- 
rali provengono dalla destinazione, che il Creatore 



(i) Vedi Opere di A. R. Mengs. Bassano iJoS, tomo I pag. 
XI e segg. 

(2) Vedi pag. 7. 



210 Letteratura 

ha voluto fare delle cose; questa destinazione ha per 
fondamento la disposizione graduata delle perfezio- 
ni della natura; e di tutto finalmente la prima causa 
è nell'immensità della divina sapienza (1). 

Con altre parole io ho altrove mostrato nell' 
ordine il segreto della bellezza, 

Enumerando gli effetti della bellezza Mengs 
dice, che la bellezza è l'anima della materia, che 
ha un potere, il quale rapisce ed incanta, che tra- 
sporta i sensi fuori dell'umano : ella è la luce di 
tutte le materie, e la similitudine della stessa di- 
vinità (2). 

Segue dicendo, che nella hellsiza T arte può 
superare la natura: e qui è dove si mostra consen- 
siente con me nell' ammettere in realta il principio 
ì^^X ordine. Con una buona scelta si possono assai 
migliorare, come egli nota, le cose naturali : vede- 
si chiaro nella poesia e nella musica : questa non 
è altro che una raccolta di tutti i toni, che si tro- 
vano nella natura, in un ordine misurato, che dal- 
la scelta riceve un motivo , e riceve uno spirilo 
capace a muovere l'animo dell'uomo : e questo spi- 
rito è l'armonia. Cosi la poesia non è altro che la 
favella ordinaria degli uomini, di cui sono posti in 
un misurato ordine prima i sentimenti, poi le pa- 
role; e colla scelta delle più sonore e grate di que- 
ste si è trovata, per mezzo di una specie di armo- 
nia, la misura delle sillabe. Ora, egli continua, sic- 
come la musica e la poesia hanno una forza infi- 
nitamente maggiore di quel che l'avrebbero i toni 



(I) Ivi pag. 9. 
(•2) Ivi pag. a4. 



Del Bello 211 

e le parole se fossero messe insieme alla rinfusa 
e senza ordine^ cosi anche la pittura, degna sorella 
delle suddette, riceve d^AVordine in cui vien po- 
sta, e dalla Jjuona scelta, che vi leva tutto ciò che 
è superfluo e senza significato, una forza maggiore, 
anzi tutto il suo essere (1). 

La bellezza adunque, secondo lui, è la perfe- 
zione formata e visibile della materia, siccome la 
perfezione assoluta è uno spirito invisibile. La per- 
fezione della materia consiste nella sua conformità 
colle nostre idee, le quali consistono nella cogni- 
zione del suo destino. Una cosa è perfetta quando 
non ha che un' idea del tutto conforme alla me- 
desima. Le perfezioni nella natura sono distribuite 
come tanti offici * quella cosa , che piìi è capace 
ed atta ad adempiere il suo officio, è nel suo ge- 
nere la pili perfetta; perciò anche il brutto diven- 
ta qualche volta bello per via del suo officio . . . 
Come il Creatore della natura ha posto una peiv 
fezione in ogni cosa, e ci fa apparire tutta la na- 
tura bella, ammirabile e degna di lui; cosi deve 
anche il pittore mettere e lasciare in ciascuna es- 
pressione, in ciascuna pennellata, un contrassegno 
del suo spirito e del suo sapere acciò l'opera sua 
sia sempre e da tutti stimata degna di un' anima 
ragionevole. Ed io aggiungerò, conforme all'or^Z/ze, 
e degna dell' uomo, che da' filosofi e tenuto come 
il miracolo dell'ordine (2). 

Venendo a parlare del gusto, Mengs dice t che 
proviene dal sapere scegliere queste o quelle parti, 



(i) Ivi pag. i6. 

(2) Ivi pag. i8 e seg. 



212 Letteratura 

rigettando o tralasciando quelle che non hanno le 
qualità necessarie. Nell'arte una cosa si dice dilet- 
tevole, vera, significante, sempre che queste qualità 
non siano intralciate e confuse; ma che una di es- 
se vi predomini, e l'inutile sia rigettato. Così Raf- 
faello nell'invenzione delle sue opere cominciò su- 
bito dall'espressione, in maniera che non mosse mai 
im membro ove non fosse precisamente necessario, 
e non avesse dell'espressione; non ammettendo nulla 
che non servisse all'espressione principale. Così le 
opere di lui sono di un gusto espressivo : e così 
tralasciando tutto l'inutile, che non serviva all'og- 
getto principale, Correggio acquistò il gusto del gra- 
to e dilettevole, Tiziano quello della verità (1). 

Il cavaliere don Giuseppe Niccola de Azara co- 
mentando le opinioni di Mengs dice, che l'unione 
del perfetto e del piacevole e ciò che rende le cose 
belle. Perfetto è per me quello, cui niente manca 
ne nulla avanza di quello, che noi crediamo debba 
avere: è piacevole quello che fa un'impressione mo- 
derata nei nostri sensi. L'ignorante (egli dice) può 
giudicare dell'impressione materiale, che ricevono 
i suoi organi della vista, ma del perfetto non può 
giudicare che il solo intelligente che abbia osservato 
minutamente le proprietà e qualità delle cose, e 
confrontate fra loro, ed abbiavi riflettuto per rile- 
vare il mancante ed il superfluo relativamente al lo- 
ro destino: onde la loro perfezione. Sicché del bello 
è giudice competente soltanto chi ha esaminato mol- 
to, e resa ben eulta la sua ragione; potendosi asseri- 
re, che la scelta o il giudizio sul bello sia sempre in 



(i) Ivi pag. 39 e seg. 



Del Bello 213 

ragione dell' intelligenza dell' artista o dell' osser- 
vatore. 

Il contrario della bellezza e la bruttezza , la 
quale (ei continua) consiste nella imperfezione e 
nello spiacevole (1). 

Le quali opinioni, ma. che tengano il bello tutto 
cosa di ragione, sia che vi aggiungano il sentimento, 
vanno a riuscire nel principio dell' ordine per me 
stabilito come fondamento e ragione di ogni bel- 
lezza. 

Nel quale va a riuscire altresì la definizione 
che data è dal Genovesi, filosofo riputatissimo del 
secolo XVIII, colle parole del quale e con un tratto 
del Pallavicini a questo discorso darò fine (2). 

„ Diconsi belle quelle cose, nelle quali havvi 
perfezione, unita, ordine, e proporzione. La bellez- 
za dunque è un' acconcia congruenza delle parti col 
tutto, la quale diletta maravigliosamente la vista. 
Quindi chiamiamo il mondo bellissimo, perchè le di 
lui parti con maraviglioso ordine e proporzione so- 
no connesse e fra se e col tutto. Questa può dirsi 
perfezione metafisica. Ma v'è anche la fisica, la qua- 
le è posta nella congruenza delle cose colla costitu- 
zione dell'animo umano; la quale costituzione d' a- 
nimo essendo tanto varia, quanto gli uomini : quella 
bellezza è pur tanto varia quanto sono varj gli uo- 
mini. Finalmente e' è una certa bellezza morale la 
cui forza deriva dalla consuetudine e da' costumi, in 
virtìi de' quali talvolta succede, che alcune cose si 



(1) Ivi pag 93. 

[1) Genovesi, Isùtuzioai di metafisica. II edizione. Napoli 
1791 a pag. 3i. 



2H Letteratura 

reputino oneste e belle, anche quando noi sono , se 

se ne formi giudizio secondo la regola e la ragione.,, 

Così egli, che travide, come altri, il principio 
universale deWordine da me spiegato, e fece quasi 
come colui che porta il lume innanzi, e se non gio- 
va tanto, che piti non giovi quello che viene ap- 
presso. 

E qui non voglio tacere 1' avviso del cardinale 
Pallavicini intorno al hello (1):,, Il bello, egli dice, 
„ non è altro che una specie particolare di bene, il 
„ quale per l' eccellenza dell' esser suo cagiona o 
„ nell'occhio o nell'intelletto una cognizione dilet- 

„ tevole di se stesso Quindi, soggiunge. Io 

„ stesso nome di bello fu appresso i latini un accor- 
„ ciamento di benulus, ch'era diminutivo di benusy 
„ detto nella prima lor lingua invece di bonus. „ 
La qual definizione, se ben si consideri , si vedrà 
concorde a questa: essere il bello una specie parti- 
colare di bene, il quale per virtù àeW ordine cagio- 
na o neir occhio o nell'intelletto una cognizione di- 
lettevole di se stesso. E così la sentenza di quel sa- 
vio consuona colla mia, che pone l'ordine principio 
e fondamento della bellezza (2). 

D. Vaccolini. 



(i) Del bene lib. II p. 1 e. w. Milano i83i pag. i6i. 

(7.) Vedi gli articoli precedenti nel voi. 206 a pag. 174 « 
segg. e la altre osservazioni sul bello ne' volumi anteriori dell' 
Arcadico. 



215 



Ad ampUssimwn virum march. Joannem de An- 
drea in equestrihus ordinihus hlerosoljmario , 
Constantiìi. y Caroli III, Francisci I , D. Jose- 
phiy ac D. Gregorii ma/oribus insignibus exor- 
natiini , aicgusdss. regis utriusq. Sicil. Ferdi- 
nandi II summitm scriham a sunipt. pubi, et 
vectigal. ite ni a religios. negot. , in obitu ejus fì' 
liorum Aloisii et Henrici, Francisci Guadagnii 
adv. rem. consolatoriae allocutiones duae. 



In obitu Aloisii de Andrea equitis hierosolymarii, 
et in neapolitana decuria XII viri litibus ju- 
dicandis. 

v/uaraquam rerum mearuni ita cursus agitur, no- 
vique domestici funeris , post germanam sororem 
amissam, ita minis terreor, ut non mei sit temporis 
alienis luctlLus afFerre solatium, sed meae aegritu- 
dini, undecumque possim, levamina corrogare, non 
potai tamen, Joannes marchio clarissime, non mo- 
rem gerere antistiti domus pontificalis ac proto- 
notario apost. (ìlio tuo Hieronymo , qui me adire 
non dedignatus impense petiit, ut in moerore tibi 
eximendo meas, quaecumquc sunt, vires experiar. 
Te enim narrat dolore confici ac temperare num- 
quam a lacrymis ob fratris sui Aloisii lugubrem 



216 Letteratura 

atque acerbisslmum obltum , quem àn<^ xr,g x^X>jj 
y.ocì pzc^ nomen ducens teter rimus morbus in amoe- 
nìssima tua prope Neapolim villa diros, ut solet , 
inter cruciatus extinxit. Ipse quìdem antistes de- 
siderio fratris amissi, quem unum ex omnibus prae- 
cipue dilexit ^ vehementer angitur. In primis ta- 
men de tuo pertinaci luctu ac squallore , prò sua 
in te pietate, cruciatur. Frustra autem tibi curam 
demere, aut minuere saltem , suis conatus episto- 
lis, putavit praestare me id aliqua posse, artis di- 
cendi ac solatricis curarum philosopliiae, ut retur 
ipse, non imperitum. In quo sane sui benignitate 
animi falsus est, eiusque oculos , cetera perspica- 
ces, nescio quae hebetarunt ac deceperunt ofFuciae. 
Nihilominus, quod me Hleronymus iusslt ingenio, 
doctrina , moribus toti iam urbi probatus, eniten- 
dum mihi atque experiundum censeo : praesertim 
quum opellae haud inutilis spem timido ostcndat 
vetus adagium : 

Saejìe etiain est olitor yalde oppurtuna locutus. (1) 

Molestìam tibl abstergendam si suscepisset Ledae 
ac lovis filia, ob formae elegantiam nobilis, eadem- 
que virium apprime callida, quas natura herbis ac 
fruticibus ingeneravit , sane illa ex iis succum tibi 
expressisset oblivioni inducendae idoneum, quoque 
bausto, possit nemo lacrymam fundere, 

'Ou5' ti GÌ nixirocvc^jòcv] javjrvjpTc nocrip re, 
Ovò' èl oinponàpoùvj ààù.(peòv ii(piXó'j ufòv 
XocXxdj d;^{Ò3i)cV ò S' of^xXiJ.siaiv òp'2to. (2) 



In obitu a. de Andrea. 2-17 

Non saeva parentem 
Si rapiat misero parcaruin dextera utramqucy 
Non videat corani si fratrem aut germina cara 
Vulnif,co concisa peti per viscera ferro (3). 

Centra ego si laticls illlus miri ( non hic Homerum 
fabulas loqui arbitremur ) copiam mihi fortuna 
tribueret, non eum tibi miscendum censerem, nec 
te fieri obliviosum cuperem, ut saevientis doloris a 
vulnere convalesceres. Quapropter, non adversan- 
te, atque adeo volente me, recoles quaecumque in 
Aloisio ab ineunte eius aetate ad extremas usque 
vitae metas maxime amavistì. Recoles de eo puero 
atque adolescente indolem haud sane puerilem, lon- 
ge seductam ab omni vel rudi impetu, vel levitate, 
tamque christianae ac litterariae disciplinae doci- 
lem, ut nihil supra. Illud quoque tempus recorda- 
bere, quo, invitus quidem, verumtamen sine cun- 
ctatione, ut iubebas, e tuo sinu complexuque disces- 
si t, ac Romani venit Immani tatis artibus imbuen- 
dus , deindeque ad philosophiam pregressurus in 
dementino ilio nobilium adolescentium contuber- 
nio, cuius preclara instituta meros reipublicae prin- 
cipes ac mera lumina pepererunt. Ibi non eum so- 
mniculose cessasse memineris ; tuoque eum animo 
volvc qualem se quantumque praebuerit in annuis, 
quae illic ab adolescentibus eduntur, litterarii profe- 
ctus experimentis. Non enim dubito quin pervulga- 
to e rumore, aut e litteris amicorum resciveris, Aloi- 
sium tuum in illis doctrinae periculis Mariae Jfloi- 
siae Etruriae reginae, ac deinde lucensium principi^ 
virisqiie emine nti ss imi s Bartholomaeo Paccae^ Law- 
rentio Littae , EmmanueU de Gregorio , Fabritio 
G. A.T.LXX. 15 



218 Letteratura 

Ruffo^ tum ctiam Fuscaldi marchioni Tìiomae Spi- 
nellio regio apiid pontiftcem oratori ( qui omnes 
praestantissimi viri eiustlem olim coUegii alumnis 
accensebantur ) fuisse miraculo: sive ex Irriguis 
poetarum attjue oratorum hortulis laetiora prome- 
ret, sive ex agris philosophorum aritlulis severio- 
ra. Ncque vero mlrandum est discendi cupidissimum 
adolescentcm tantos ac tam properos Romae in llt- 
teris habuisse progrcssus, quum in eo contubernio 
perbene eruditis ac navìs doctoribus somaschiani 
sodali ti i uteretur , praecipue autem Aloisii Par- 
chetti V. C. ex ore penderei, qui de theologicis, de 
physicis, de metaphysicis, de rebus historia tradi- 
tis, de veterum linguarum indole ac viribus , vel 
ex tempore, disserit tam luculenter, ut, ilio audito, 
possis exarata diuturnis multorum curis volumina 
praeterire. 

Secutum est tempus illud, quum Neapolim, te 
iubente, reversus aliis operam disciplinis dedit; ita 
tamen ut perelegantes graecae, latinae, ac vernacu- 
lae linguae scriptores numquam penitus a se re- 
moveret, eosque ex intervallo reviseret. Praesertìm 
autem, ut suas delitias, Flaccum osculabatur, et e 
recentioribus Aligherium ; ex iisque decerpcbat , 
quos, sive, scriberet sive loqueretur , suae orationi 
llosculos illigaret. A libris autem defatigatione coa- 
ctus quum discedebat, delectabatur sapientum allo- 
quio. Horum domos ilare ; hos ad se adeuntes offi- 
ciose , hilariter , peramanter excipere ; horumque 
comitatu septus amoeniora circa JNeapolim, vel in- 
tra eius ambitum, loca perambulare. Frequens erat 
cum praesulihiis doctissimis Angelo Antonio Scot- 
to^ Angelo Ciampio^ Ioanne Rubeo^ cum canonico 
Francisco item Rubeo^ cum Theodoro Monticellio 



In otìitu a. de Andrea 219 

e<juite ordinis Francisci I , cumque marchione 
Thoma Gar gallo ^ Flacci interprete ubique ac valde 
a plurimis commendato-^ quorum eruditlone ac scri- 
ptis hoc aevo maxime nobilitatur numquam non 
praeelaris ingeniis , ut ita dicam , foeta Neapolis. 
Oranes vero, qui eos inter et Aloisium serebantur 
sermones instar illoruni fuisse arbitror , quos ista 
ipsa in regione, aut prope Romam in villis, feriali 
interdum a publicis negotiis doctissimi romano- 
rum serebant. 

Sed iuri pontificio atque civili se totum tunc 
ille debebat, idque ei saxum erat dies noctesque vol- 
vendum. Sic enim filio morigero ipse mandaveras : 
nec extra iurisprudentiae fines illum vagari, nisi per 
horas subsecivas , slnebas. Itaque Paschalis Cerai- 
dà ac Laureti Apruzzesii consuetudine utebatur ma- 
gis assidua. Hos enim habuit iurisprudentiae magi- 
stros, ab ingenio sagaces et a suae facuilatis peri- 
tia instructos, idcoque osores exsuccae illius ac bar- 
barne legum interpretandarum rationis , quae in 
fatali quadam inelegantium temporum obscurìtate 
dominata est olim, conlraque illius iurisprudentiae 
studiosos, quae ex Alciati, Guiacii, Donellii, Avera- 
nii, Gravinae, horumque similium commentariis pe- 
titur, omnique tum fruge, tum venustate hilaratur. 

Bene multis e neapolitani regni iuventute ortu 
nobili fuit semper in more positum, post aditos iu- 
risprudentiae fontes , in forum descendere et e la- 
boribus ibi exantlatis famam sibi aditumque ad 
slendidissimos quosque honores quaerere. Id acci- 
dit nostra memoria de nobilissimis viris Aloisio 
Mediceo et Fabritio Ruffo Castri Cicalae principe; 
quorum ille deinceps a sumpt. et vectigal. sunimus 
administer fuit ; hic prò rege legationem obivit in 



220 Letteratura 

Gallia. Huiusmodi Aloisius exempla secutus, ad pro- 
mendam in lucenti et in aliorum commoda iuris 
scientiam multìs sibi vigiliis partam insignia docto- 
ris petiit, eaque est asseculus, censorum corona non 
modo approbante, verum etiam in illius laudes ef- 
fusa. Praeter enim quam quod in eiusmodi agone 
visus est censoribus utriusque iuris apprime doctus; 
intercurrebant quoties apta ad cognitionem lingua- 
rum penitam prodendam spatia (id autem saepe in- 
ter explanandum romanas leges usuvenit ) occasione 
utebatur, ac palam faciebat se in graecis ac latlnis 
litteris profecisse, quantum proficere paucis e mul- 
tis licet. Forum deinde adivit ac iudicialia tracta- 
vit adscitus inter alumnos , ut vocantur , apud su- 
premum actis recognoscendis tribunal. Ibi in suo 
munere obeundo agnilus est ingenio acer, diligens, 
in oratorum ludo probe expoli tus, utque paucis o- 
mniacomplectar, numeris omnibus absolutus. Quam 
in causis exponendis ( eae namque alumnorum sunt 
partes ) ut perveniret ad laudem, optimum factu si- 
bique opportunum putaverat applicare se ad gran- 
diores natu ac sapientes viros Dominicum Crite- 
nium, Caietanum Tavassium^ Carolum f^ecchionum 
ac Nicolaum Parisium^ qui versati olim forensi in 
pulvere, nunc magistratus maxime illustres in exem- 
plum gerunt. Ab bis Aloisius ad gerendam cum lau- 
de impositam sibi personam documenta accepit di- 
gna eorum usu ac peritia, qui olim in fori ccrtami- 
nibus ordines duxerant, palmarumque victores plu- 
rimarum feruntur. Ac si Fiatoni tributum est laudi 
ex academiae spatiis prodiisse Aristoteleni ; si Gal- 
lislratus auditoris sul Demosthenis progressibus in 
eloquentia miris tota est Graecia nobilitatus; sique 
Philoni academico , Diodoto stoico , ac Moioni rhe- 



In obitu a. de Andrea 221 

tori haud ìnteriturum decus accessit, quod eo Tul- 
lius de philosophicis vel rhetoricis praecipientes au- 
dierit : plurimum sane commendationis ex Aloìsii 
in foro praestantia ad eos redit, qui ad eiusmodi 
excellentiam ac famam suìs illum praeceptionibus 
extulere. 

Quid Illa, quae delnceps consecuta sunl, quum 
a causis exponendis ad eas diiudicandas regio est 
vocatu traductus ? Numquid illa e tua mente patiar 
excidere ? Immo ea, si quid aliud antea, tuis dili- 
genter aurikus ingeram. Enim vero ( quod ego par- 
tim accepi, partim vidi, quoties ad vestras regiones 
accessi ) Borboniae augustiss. stirpis , dominatu Si- 
cilìae utriusq. a pluribus retro annis potitae , in 
litterarum cultores tam propensa voluntas est, ut 
qui tantulum in illis emineat, modo a turbolentis 
consiliis absit, a regia sibi munificentia possit com- 
moda atque ornamenta amplissima poUiceri. Tam 
bene ac feliciter si liberalium artium studiosis apud 
vos evenit , quamquam commendatione ab antiquis 
imaginibus persaepe careant, spernine potuit atque 
in obscuro latere Aloisii forensis industria, qui ob 
acceptam a maioribus nobilitatem omnium in se ora 
vertebat ? De eius igitur apud supremum tribunal 
illustri labore, ultra quadriennium exhausto, quum 
fama increbescens quotidie magis pervenisset in au- 
lam, ex auctoritate optimorum ingeniorum fautoris 
Ferdinandi 11^ iure quo qui optimo, in decuria am- 
plissima iudicum neapolitanorum sedit. Laudabant 
in eo collegae, causas eorum Consilio quotiescumque 
referret, accuratum orationis ordinem atque diluci- 
dum. Non perturbate quidquam, non praepostere, 
non ambigue, sed suo quidque loco aubiebant ab eo 
narrari, addito etiam elegantiarum sobrio quodam 



222 Letteratura 

ornatu. Quum vero ad momenta rationum accede- 
rei, quarum veluti fulcris pars utraque nìteretur, 
exploratum collegis fiebat, causas, quas exponeret, 
haud degustasse illum leviter, sed intenta, anxia , 
ac quasi morosa meditatione usum in earum intima 
desceiidisse. Atque haec de Aloisio intra iudicum 
subsellia vigebat opinio. Apud ordines autem reli- 
quos longe lateque sermo ille manaverat, nihil eum 
praeterire, qiiod ad cognitionem iuris pertineret; 
non illum in suffragio ferendo alicuius cupiditati- 
bus inservire ; floccifacere amicitiam, auctoritatem, 
potentiam, opes; non fortunae hominum corruptri- 
ci, sed iustitiae miserorum vindici famulari ; de- 
nique facilius esse Herouli clavam, ut est in pro- 
verbia, quam contra fas legumque praescriptum ab 
eo aliquid extorquere* 

At valere quorsum debet tanta in Aloisio tuo, 
tam alte exaggerata , "vividisque a me tibi expressa 
coloribus , copia virtutum ? Numquid ut illorum 
commemoratio tibi mentem sauciet, ac dolore num- 
quam expleto frangaris ? Quin potius ut modum 
facias angori, teque ad illam animi aequitatem re- 
voces, unde cari es capitis iactura deiectus. Equi- 
dem sic statuo, hominesque non minimi consilii an- 
te me praedicarunt, qnae maturuerint, longe ab in- 
teritu abesse non posse. In omnibus id sane patet , 
quos arbores educant, fructibus ; qui plenam quum 
fuerint maturi tatem consecuti, flaccescunt ac cor- 
runt. Nimirum in rebus cunctis summum est quid- 
dam, cuius potiundi cupiditate, quamvis illae sint 
ìnanimae, videntur teneri , perpetuoque ad illud 
nisu contendere. Mctam vero simul atque tcnuerint, 
retroaguntur. Ipse sol , caloris ac lucis pater, ubi 
post matutinum exortum, celeriter gradicndo, ve- 



In OBITU A. DE Andrea 223 

nit summum in locum nostris \erticibus imminen- 
tem ( non enim de ilio alliid loquar, quam quod 
adspectu percipimus ) cursum in plagam ortui ad- 
versam flectit, semperque magis ad occasum ver- 
gens, nigris denique umbris occulitur. Si caelum 
percurrere, si terras peragrare, si interfusa ac sca- 
tentia piscihus maria scrutati libeat , et terrestria 
cuncta ambientem oceanum ; deprendemus eam 
esse a natura rebus omnibus legem indictam , ut 
neque in summo consistere, ncque vigere ac tende- 
re ultra maturitatem queant. 

Hisce animadversis , fac de fillo cogites qualis 
Urne fuerit, quum illum morbus ex Asia in Euro- 
pam appulsus , et in ipsas invectus soli aerisque 
saluberrimi Campaniae oras, extinxit. Tertium tunc 
ac tricesimum vitae annum agebat (a)» In antiqua 
ac severa primum domo ad germanam pietà tem ac 
mores probatissimos institutus , deinde exceptus 
dementino sanctissimo contubernio, ab ipsa adole- 
sccntia ad eam usque progressionem aetatis non 
aliud ille sibì spectandum urgendumque proposue- 
rat, quam ut ne ab avita religione , a]> avito erga 
litteras studio, ab avita et inconcussa erga Borbo- 
nios principes maiorum suorum fide degener esse 
videretur. Versabantur illi ante oculos, quum alii 



(a) Quippe qui in lucem prodiit Neapoli xiv kal. novemb. 
a. MDccciv , decessit vero x kal. eiusdem inensis a. mdcccxxxvi , 
condilus delude In familiari sacello ac sepulcro , quod est in D. 
Dominici Maioris tempio neapolitano. Nec de Aloisio reticendum, 
baptismate sancto illum fuisse expiatum a (^en. vifo Francisco 
Xaf. Bianchio e solidatio pauliano , quod et barnabitarum dl- 
citur. Cuius de viri sanctimouia, prodigiis etiam at'firmata , late 
quidem fusus est rumor: nobis tamen nihil in animo est pronuu- 
tiarcj nìsi priua fuerit a romano poqtiflce pronuntiatum. 



224 Letteratura 

usque ab ultima tuorum origine magno in honore 
habiti viri, gloriamque immortalem assecuti , tum 
propiora ad tempora descendendo, Franciscus Xa- 
verius, avus sibi paternus, tui autem studiosissimus 
pater ; recolebatque secum quanto fuerit ille usui 
fideliter a se culto regi ; quam gravia honorificis in 
praefecturis ei negotia tractanda permiserit ; quan- 
tamque sibi Xaverius integritatis doctrinaeque apud 
neapolitanos ac siculos opinionem coUegerit, quum 
iurisconsultorum disertissimus , et disertorum iu- 
risconsultissìmus , superaddita virtutum omnium 
commenda tione, ferretur. Tute ipse illi eras omnium, 
quae in lauditìssìmis quibusque viris efFerri pos- 
sìnt, dotium atque ornamentorum exemplar. Tuis 
ipse gestis ei vel tacitus calcar subdebas ad gloriae 
perennis eamdem semitam insistendam. Non illum 
namque latebat, quantum operae in liberalibus di- 
sciplinis excellenti vir ingenio collocaveris , atque 
ita esse factum, ut nihil in iure vel civili vel sacro, 
nihil in rerum gestarum monumentìs, nihil in ra- 
tione bene gerendae domi forisque rei publicae , 
nihil denique in ulla te facultate praetereat, a qua 
vel utilitas vel honestae delectationis fructus esi- 
sta t. Non ignorabat insuper tuas semper cogitatio- 
nes fuisse conversas ad obligatam catholicae reli- 
gioni ac legitimo regi fidem, si tempus posceret , 
etiam cum vitae impendio, praestandam. Non igitur, 
quo tempore galli omnia per Italiam sacra ac pro- 
fana suae lubidinì substernebant, per foedam te in- 
constantiam addixisti illorum fiorenti fortunae. Re- 
iectis muneribus, quae tibi quaestuosa atque illustria 
deferebant, et ea utens animi excelsitudine , quae 
obliterari nullo unqnam tempore mereatur , tuis 
maluisti in villis latere, ibique lilterisac despectae 



In oBiTU A. DK Andrea, 225 

lune pietatl vacare, quam a probatis antea consiliìs, 
et obsequlo in ecclesiam regemque desciscere (a). 
Unicum tibi fuit agresti ilio in recessu solatium ita- 
licam Taciti interpretationem et inchoare , et pro- 
segui , et ad umbilicum , ut veteres loquebantur , 
adducere. Quam denique a te in vulgus edi, iam non 
precibus, sed prope convicio studiosi linguae utriu- 
sque petunt, efìlagitant. 

Iam si Aloisius ad genus Lucretiae matris suae, 
lectissimae foeminae, cogitationem intenderei, erat 
illi in conspectu Rivera stirps generosissima , e 
marsorum comìtibus ducta, ex qua editi heroes iu- 
venem hortarentur, ut vestigia sua persecutus con- 
tento cursu per ea graderetur. E qua veterum ima- 
ginum ac titulorum referta familia Dominicum Ri- 
veram S. R. E. cardinalem memorasse sufficiat , ob 
rerum usum et omne genus litteras a scriptoribus 
gravissimis commendatum (4), laudemque ea etiam 
de causa promeritum, quod homo, ut qui maxime, 
ad iracundiam pronus, eam , ne extrorsum erum- 
peret , ita compressam habuerit , ut nemini um- 
quam in negotiis agendis ira tentari sit visus (5). 
Quamquam nefas erit ex ea ipsa stirpe pientissi- 
mum virum omnino indictum relinquere , qui no- 



(a) Quod pertìnet ad debitara cathoHcae ecclesiae fidem 
praestandam , ea se fide vir pientissimus repelli a parlibus' gal- 
lorum dorainantium prae se ferebat, sibique ab illis oblata com- 
pendia publicorummunerum aversabatur; ea praesertim de cau- 
sa « ne iurameato adigeretur nihil adversus eorura leges facere. 
In quibus quum essent capita quaedam de coniugum divortiis , 
quae cum scitis ecclesiae confligerent, haud tanti apud se esse 
dicebat humanos honores ac lucra fragilia, ut prò iis assequen- 
dis aeternorum vellel boDorum iacturam pati. 



226 Letteratura 

stFa memoria vixit, et maternus avus fuit Aloisio, 
march. Laelium Riveram equitem hierosolymarium, 
vehiculationi publicae summa cum potestate prae- 
fectum , eomdemque commendatorem in ordine , 
quem Franciscus I utriusq. Sicil. rex condidit. Hic 
est ille Rivera, qui quum de Pio VII in gallorum 
potestatem redacto rescivisset, eum non solum ar- 
ate custodiri, sed etiam ita parce ac contente liabe- 
ri, ut a pecunia gravissime laboraret , non dubita- 
vit eius inopiae levamen submiltere, et in re peri- 
culi piena contempsit impendens sibi a sua pietate 
discrimen. Et vero Plus, ab ingrati animi vitio, ut 
a minima quavis labe, alienus, se Laelio memorem 
coUatae sibi opis prodidit. Etenim, ipsius rogatu , 
minime recusavit, quin Aloisium, et ex eius fratri- 
bus natu maiorem Franciscum Xaverium ( nunc 
ci. virium, quoque iure potes filio gloriari ) prius- 
quam clementinum collegium ingrederentur , sua 
ipse manu sacro ilio chrismate inungeret, quo no- 
stri confirmantur animi ad aspera quaevis prò Ghri- 
sti famulatu ac legibus perpetienda. Ita pontifex 
indulgentissimus benefico erga se viro , quod a se 
petebat, eratque adolescentibus perhonorificum, re- 
pendit officium. 

Sed loqui mittamus de Pio, cuius recensere vir- 
tutes nec levis est operae, nec nostri instituti ; ac 
de Aloisio perpendamus, quomodo illius animum , 
suapte natura recti bonique appetentem, affici opor- 
teret domesticis virtutum exemplis, quae a maiori- 
bus suis fuisse edita, ex historiarum fide accipiebat. 
Sane iunior Tliemistocles (sic enim tradidit Cicero) 
noctes ducebat insomnes, ac dum cives alte sterte- 
bant, ipse ambulabat in publico. Quae res a non- 
nuUis animadversa fecit ut ex eo quaei'eretur, quid- 



In obitu a. de Andrea 227 

nam curarum el quietem eriperet. Miltiadis tropaeis 
se a somno suscitarla ille, verum aperiendo, respon- 
dit (6). Atqui Miltiadcs, in marathoniis campis pro- 
fllgator ad summum evectae persarum potentiae , 
nulla sanguinis cognatione Themistoclem attingebat. 
Quanto magis putandum est Aloisium, acris ac stre- 
nui animi iuvenem, exarsisse ad cupiditatem in iis 
excellendi, ob quae perpetrata maiores suos claruis- 
se didicerat ? Magnis igitur nisibus effecit, ut qua 
celeri aetate, si honestatis cupidine teneantur, nec 
se flagitiis contaminandos dediderint, vix rudem at- 
que dilulam virtutis imaginem, ne dum integra li- 
neamenta, in se valent exprimere, et raagnum quid 
praestant, si viris apprime doctis haud peregrinar! 
in litteris videantur, ea ipse aetate propior doctri- 
nae fastigio, omnique virtute cumulatissimus habe- 
retur. Hinc illum herculanensis , illuni tiberinus, 
ìllum francofurtiensis , illum alii litterarii coetus 
florentissimi sibi socium optarunt. Illum , quoties 
Romam venit adultior, vel ut oculis bene eruditis 
romanae maiestatis monumenta reviseret , vel ut 
fratres duos natu minores soc. lesu patribus in ado- 
lescentium nobilium ephebeo regendos traderet , 
omnes certatim ordines fieri a se plurimi indiciis 
mirum in modum extantibus ostenderunt. Praeci- 
pue autem viri eminentissimi Emmanuel de Grego- 
rio ac Paulus Polidorius (quos purpurati senatus 
ornamenta illustria appellare absque suspicione as- 
sentationis licet ) in honore illum habere sunt visi. 
Quid plura ? Ipsi romani pontitìces Leo XII, lux- 
que caliganti buie saeculo oborla GREGORIUS XVI, 
a singulari significatione paterni in eum amoris non 
abstinuere. 

Haec quum ita se Iiabeant, et tam gravia facta 
fuerint de ilio iudicia, eat nunc aliquis veterum sy- 



228 Letteratura 

rorum aut aegyptiorum disciplina institutus , qui 
post suorum funera, quasi et ipsi animam exhalas- 
sent, alte sub terram depressos in cuniculos descen- 
debant, nec solis radio tangi se patiebantur, eat, in- 
quam, nunc aliquis enervium animoque languen- 
tium discipulus barbarorum, deque Aloisio pronun- 
tiet, immaturo eum interitu concidisse. At barba- 
ros contra eruditis vocibus graeci latinique scripto- 
res reclamitant. Non lapsu annorum, sed gestis, vi- 
tam hominum nostri metiuntur, diuque illos vixis- 
se putant, quos venturo saeculorum decursui bene 
temperati mores et ìUustria promerita commen- 
darint. 

Stai sua cuique dies; brei>e et irreparabile tempus 
Omnibus est vitae; sed famam extendere factis^ 
Hoc vìrtutis opus (7). 

Quae piena sapientiae verba ncque suo , ncque ali- 
cuius mortalis ore Virgilius inculcat, sed ea loquen- 
tem ipsum hominum ac deorum, ut putabat, patrem 
ìnducit, quo efFati auctoritas a nemine detrectetur. 
Nihil nostra interesse virgilianus lupiter putat u- 
trum mortali vita scrius citiusve fungamur ; quum 
diu vixisse cornicibus quoque contingat, noxiisque 
reptilibus spolia novantibus. Virtutis opus pera- 
gendum est homini ; illique unico est datum , re- 
liquis autem animantibus denegatur, famam factis 
extendere. Id qui assequitur, fregerit quamquam 
sese labore assequendi, fructumcapitrecte factorum 
amplissimum: utpote quum immortale praemium 
iactura mortalis corporis redimat. Infinitus essem 
propemodum, si in eamdem sententiam testimonia 
promere graecorum vellem. luverit tamea de ora- 



In obitu a. de Andrea 329 

tione meminlsse aJj Isocrate in domestici laris um- 
bra, ut soleLat, elaborata, et ad macedonem Philip- 
pum mlssa : in qua numerosus ac disertisslmus se- 
nex quum regi persuasum vellet, ut graecorum ur- 
bes, se mutuo vastantes, pacandas invicem suo in- 
terventu atque auctoritate susciperet, utque persas 
Graeciae exitio imminentes suis opìbus cunctis ag- 
grederetur , E'vGv[j.oi) (inquit) cri rh [xsv ffójjtxa 5vvjtcV 

x«£ r-^v (p^(J-'(}^ ^>jv Tw XP^'^9 a\)ixnot.pa.y.oXòvaoo) àSa'^jarsiag 
p.txcxX(X[x^àvo[xev etc. (8) Cogita vero quod quidem 
corpus mortale omnes habemus. Secundum aìitem 
gloriarriy et laude s^ et f amarri tempore decurrentem^ 
immortalitate potimur. 

Sed nae ego desiplo, qui famae sonitus memo- 
ro, perinde ac si magni illius clamores atque boa- 
tus quid solidi habeant, ac quasi Aloisius buie tan- 
tum mercedi recte factorum inhiaverit. Multum is 
operae, ut christianis praeceptis mature imbutum 
et ex animo addictum decuit, in perlegendis libris 
insumpserat, quos habemus vitae magistros, quippe 
a viris scriptos divino spiritu ailatis. Ex iis didi- 
cerat de bono nomine^ et apud mortales aestima- 
tione, quae recte pieque gestorum' plerumque est 
Comes, haud penitus cur