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Full text of "Giornale storico della letteratura italiana"

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HANDBOUND 
AT THE 



UNIVERSITY OF 
TORONTO PRESS 






GIORNALE STORICO 



LETTERATURA ITALIANA 



VOLUME VI. 

(2o semestre 1886). 



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GIORNALE STORICO 

DELLA ? 

LETTERATURA ITALIANA 



DIRETTO E REDATTO 



ARTURO GRAF, FRANCESCO NOVATI, RODOLFO RENIER. 



VOLUME VI. 



W^ 



TORINO 
ERMANNO LOESCHER 

FIRENZE ROMA 

Via Tornabuoni, 20 Via del Corso, 307 

1885 






PROPRIETÀ LETTERARIA 



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qi. 



Torino — ViKCBxzo Boka, Tip. di S. M. e de' EB. Principi. 



I' 



IL TEATRO MANTOVANO 

nSTEL SEC. X:"VI (1). 



YII. 



Se il Dramma religioso continuava a vivere stentatamente nel 
contado, lo spettacolo urbano, circa la metà del secolo XVI, a che 
Siam giunti ormai col nostro racconto, stava per ricevere efficace 
impulso dalla fondazione dei teatri stabili, innalzati con la ma- 
gnificenza propria dell'architettura del tempo, nonché dalla riu- 
nione dei comici in Compagnie. Da questi due fatti, dei quali or 
ora vedremo le prove, ebbe vigor nuovo l'arte drammatica ; non 
più passatempo momentaneo e ad intervalli, con attori avventizi 
e qua e là ragranellati, ma forma costante del costume civile, e 
costante professione di vita. 

Nel '39 frattanto, moriva Isabella, che tanta e sì nobil parte 
aveva avuto alle sorti del teatro: e nel '40, il figlio di lei Fe- 
derico. A questo succedeva Francesco, che, essendo ancor gio- 



(1) Contin. Vedi voi. V, fase. 13-14. 
Giornale storico, VI, fase. 16-17. 



2 A. d'ancona 

vanetto, rimase sotto la tutela degli zii, cardinal Ercole (1) e Don 
Ferrante, signore di Guastalla (2), e della madre Margherita Pa- 
leologa. Di questo tempo della minorità del Duca abbiamo un 
prezioso ricordo di feste teatrali, nella seguente Lettera del 25 
febbraio 1542, scritta appunto a Don Ferrante dal celebre Ippo- 
lito Gapilupi (3): 

lll.™o et Ecc."»» Sig. et P.rone osse.""" 
Da molti giorni in qua io ho scritto brevemente a V. E. per carestia di 
soggetti. Hor questa mia non sarà cosi brieve come son state l'altre, perchè 
mi presterà materia di scriver il Garneval passato , il quale è riuscito bel- 
lissimo, considerando il poco spatio di tempo, che si ha havuto : et pur in 
cosi poco tempo, che non è stato più di dodici dì, si sono fatto tre Gomedie, 
una Moresca, et due feste bellissime; il giovedì grasso ne fu recitata una 
in casa di Mons.''^ l'Abbate (4) , che si chiama il Ragazzo (5), da certi gio- 
vani da Goito, i quali, ancorché sieno di quel luogo dove è la perfettione 
et l'eccellenza della lingua mantovana , tuttavia recitavano di modo , che 
qui fu tolerabile. La domenica appresso, Mons.* R."»» (6) fece una festa al 



(1) Ercole, figlio prediletto di Isabella, ottenne la porpora nell' anno ven- 
tesimosesto dell'età sua. Fu uomo dotto e pio, e il papa lo elesse a presiedere 
il Concilio di Trento: morì in tal ufficio nel 1563. Fece da Giulio Romano 
costruire la cattedrale essendo vescovo di Mantova, e nel tempo che governò 
lo stato, migliorò molto la città. Morendo, lasciò al nipote gli arazzi di 
Raffaello : vedi Bettiinelli, Op. di., p. 82, e Volta, Op. cit.. Ili, 86. 

(2) Questi è Don Ferrante 1°, fratello di Federigo, signor di Guastalla, 
principe di Molfetta e viceré di Sicilia, la cui Vita fu scritta dal Gosel- 
LiNi (ristamp. dal Rosini, Pisa, Gapurro, 1821). Fu gran guerriero; ma amò 
anche le lettere e protesse i letterati. Morì nel 1557, lasciando suo succes- 
sore Cesare, del quale abbiamo già detto. 

(3) Ippolito Gapilupi, nato nel 1511, prima segretario del card. Ercole e di 
D. Ferrante, poi Vescovo di Fano e Nunzio apostolico a Venezia, morì nel 
1580. Fu poeta latino ed italiano, ed espertissimo nelle cose di stato. Le sue 
Lettere diplomatiche per gli affari di Svezia e di Polonia, e particolarmente 
quelle della nunziatura a Venezia, che contengono preziosi ragguagli sul 
concilio di Trento, meriterebbero veder la luce. 

(4) Il D'Arco, Arte ed Artefici ecc. p. 129, sospetta che si tratti di Ga- 
leazzo Boschetti-Gonzaga arcidiacono della cattedrale, poi primicerio di 
S. Andrea. 

(5) Commedia del Dolce, stampata a Venezia nel 1541. 

(6) Probabilmente il card. Ercole. 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 3 

Sig.* Ascanio in casa del Conte Brunoro per esservi sala capace , dove fu- 
rono invitate forpc cinquanta gentildonne , delle più belle et delle più no- 
bili, che ci siano; innanzi cena si fece la Moresca che ho detto di sopra, la 
quale, et per gli habiti , et per una musica di voci et stromenti , che fu 
mescolata con quella, fu di cosi dolce passatempo agli occhi et agli orecchi 
di chi fu presente , che per me confesso di non haver veduto né udito cosa 
simile a quella che mi dilettasse. Quei che fecero la moresca erano otto 
servidori di Mons. R.""", i quali erano vestiti a guisa di pastori col dissegno 
di messer Giulio Romano (1) in questo modo. Havevano una camicia per 
uno di cendado verde, le calze et il giuppone di tela dipinta di color simile 
alla carne, le scarpe di pelli di gatto di Spagna, con certi groppi, con tocca 
d'oro, di lupi cervieri, uno dinanzi al petto, et l'altro di dietro, accomodati 
di man propria di mess. Giulio, et legati con tocca d'oro : in capo havevano 
pelli negre roversie, che imitavano naturalmente i capelli ricci, con ghirlanda 
di lauro, et con maschere al volto (2), le quali erano senza mento, accioc- 
ché non fossero lor ad impedimento nella musica et nella moresca. Oltre a 
questi otto pastori, oravi il Dio lor Pan vestito nella medesima maniera, ma 
con le corna, sì come si figura. Questo é uno Giudeo, che suona l'arpa (3), 
il quale fu il primo ad uscir in sala come lor Dio, si che se ne usci in modo 
di moresca con l'arpa in mano, dietro al quale uscirono ad uno ad uno gli 
otto pastori, con una basta per uno nella man destra, facendo la medesima 
moresca, che haveva fatta il lor Dio: de' quali ve n'erano quattro, che oltre 
all'haste avevano uno strumento per man nella sinistra, appoggiato sopra la 
spalla, un violone, doi leuti, et un flauto. Poiché tutti furono usciti , et si 
hebbero radunati in cerchio girando intorno alla sala con certi lor contra- 
passi, ch'io non so discerner né far, i quattro dagli stromenti cominciarono 
il lor concerto con parole accomodate all' habito loro , et gli altri quattro 
col lor Dio si posero in atto di ascoltare. Finito il concerto, tutti otto si 



(1) Scrive il Vasari di Giulio che « non fu mai il più capriccioso nelle 
« mascherate, e in fare stravaganti abiti per giostre, feste e torneamenti ». 

(2) Provveditore delle maschere era forse Baldassaro de Gortellinis, detto 
Magistro a mascherisi in favor del quale è iscritta una partita nel 1547. 
Forse era modenese: che Modena era la città ove si facevano le maschere, 
e il Gampori, Notizie per la vita di Lod. Ar., reca a pag. 72 un paga- 
mento fatto nel 1521 a m» Michele di Gortelini « a conto di mascare ha 
« dato questo carnevale per le comedie di m. Alessandro Guirino e de 
« m. Ludovico Areosto ». 

(3) È questi senza dubbio Abramo dall'Arpa, del quale abbiam già detto 
in addietro, colla scorta del Canal, p. 49. 



4 A. d'ancona 

diedero in punto al menar delle mani con le lor baste: et così, et con gli 
habiti ebe riuscirono maravigliosi, et con la musica, cbe fu dolcissima, et 
con la lor agilità et destrezza, cbe non fu poca, diedero grandissima pastura 
agli spettatori: et percbè i morescanti non sieno da me in parte alcuna pri- 
vati della lor laude non li nominando, io dirò a V. E. i nomi loro, ancbor 
cb'essa non li conosca tutti. Erano questi Volpino (1), il Bendidio (2), il 
Leale, Hieronimo Negro (3), il Preposto da Fermo (4), Carlo Luzara (5), et 
il Gredenzero, et un Palafreniero : i primi quattro intervennero nella musica 
et nella moresca, gli altri quattro s'impacciarono solamente nella moresca: 
la quale finita, si danzò et si cenò coppiosissimamente. Il Lunedì fu recitata la 
seconda comedia dai Chierici del Domo, cioè i Captivi di Plauto latino, et 
Mons.« fece la spesa de'vestimenti, i quali furono di tela di vario colore, et furono 
cosi ben composti per mano di messer Giulio, che bavendosi riguardo alla poca 
valuta loro, erano degni di maraviglia. La Comedia ancborcbè fusse latina, 
nondimeno per gli habiti, et per certi intermezzi volgari, i quali dichiara- 
vano l'argomento d'atto in atto, non venne a noia, né agli uomini né alle 
donne, cbe non intendevano il latino, perciocché dagli argomenti et da'gesti 
de' recitanti se non capirono il tutto, ne capirono la maggior parte. Finita 
la Comedia ogn'uno tornò a casa sua a cena. 11.... dì di Carnevale fu reci- 
tata la terza Commedia composta da un Scenese, intitolata VAmor costante (6). 
Questa diede più cbe l'altre due da ridere alla brigata, et fu assai ben re- 
citata. Mons. l'Abbate non volle che a questa ultima Comedia , poiché fu 



(1) Il Volpino degli Olivi abitò in Coito, fu sacerdote, poi canonico della 
cattedrale di Mantova, studioso di lettere e di poesia: vedi D'Arco, Op. 
cit., p. 129. 

(2) Marcantonio Bendidio, di origine ferrarese, ma ai servigj dei Gonzaga : 
del quale il Ferrato pubblicò nel 1878, Mantova, Balbiani e Druetti, alcune 
curiose e belle Lettere descrittive del viaggio fatto dalla march. Isabella 
a Cavriana e al lago di Garda nel 1535. 

(3) Fu dai Gonzaga, che lo avevano in gran conto, spedito ambasciatore 
in Spagna, ove ebbe il titolo di cavalier d'Alcantara, ed é con molte lodi 
ricordato da Ascanio Mori da Ceno: vedi D'Arco, Op. cit., p. 129. 

(4) E Federico Guerrieri, che in una Lettera del Giovio del 1524 é detto 
lo Reverendo Federigo Guerrero, preposto della cattedrale di Mantova. 
1 Guerrieri erano originarj di Fermo: D'Arco, ibid. 

(5) Carlo, figlio di Cristoforo valoroso guerriero, detto lo Scaramuzza, 
tenne in Mantova diversi ufBcj, fra i quali quello di collaterale: vedi 
D'Argo, ibid. 

(6) Di Alessandro Piccolomini, sanese, composta nel 1531 per la venuta 
dell' imperatore a Siena. 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 5 

finita, si partissero tutte le donne , siccome havevano fatto all'altre due, et 
però finita la Gomedia ne invitò forse (juaranta, le quali, accettato Y invito 
et cenato, intertennero la festa insino alle nove hore. Mi sono scordato di 
scriver che il di delle feste si correva alla quintana, et furono fatte alcune 
livree, non però di molta spesa: la maggior che sia stata fatta, fu del Conte 
Camillo Castiglioni del Corno (1). 

Il Cardinale, che, come si vede da questa lettera del Gapilupi , 
aveva dovuto ad altri ricorrere per avere una sala atta alle com- 
medie, nel 1549 diede incarico all'architetto mantovano G.B.Bertani, 
traduttore ed illustratore di Vitruvio, di costruire un teatro sta- 
bile, prescegliendo a tal uopo un'area capace fra il castello e la 
cavallerizza. Il Bertani aveva già dato prove della virtù sua, 
quando, al principio di cotest'anno, Don Filippo, richiamato in 
Spagna dal padre, si era trattenuto tre giorni in Mantova, onore- 
volmente accolto da quei signori (2). E il teatro poco appresso era 
costruito (3) : di forma semicircolare, e a scaglioni per gli spetta- 
tori : e dinnanzi, la scena. Nell'ottobre frattanto, nuovi spettacoli 
rallegravano la città,- essendovi giunta con splendido corteggio 
Caterina, figlia di Ferdinando re de' Romani, sposa al duca Fran- 
cesco. Che in tale occasione si facessero, tra gli altri festeggia- 
menti, anche commedie, lo abbiamo veduto qui addietro (4): la 
recitazione di una commedia fu affidata agli ebrei: quella del- 
l'altra, ai « nostri recitanti », fra' quali forse saranno stati alcuni 
di quelli che il Gapilupi ricorda aver preso parte agli spettacoli 
scenici di ott' anni innanzi. 



(1) Campori, Gli artisti ital. e stran, negli stati estensi, Modena, 1855, 
p. 375, e riprodotta nel D'Arco, Op. cii., II, 128. 

(2) Vedi nel D'A.rco, Op. cit., Il, 132, il documento in data 14 maggio 1549 
che elegge soprintendente alle fabbriche dello stato il Bertani, cujus eximia 
virtus abdita et recondita usque in adventu sereniss. Hispaniarum. regis, 
in hanc urheni quasi sepulia remanserit, tunc vero manifesta, niagis 
eluxerit et refulserit. 

(3) Difatti, già agli 8 ott. 1549 Francesco Tosabezzi scriveva: « Il theatro 
« si va tuttavia finendo e riesce molto bene ». Secondo il Volta, III, 58, 
parrebbe fosse veramente finito soltanto nel '51. 

(4) Vedi a p. 47. 



6 A. d'ancona ' 

Ma i gaudj della Corte furono di breve durata, essendo nel '50 
morto il Duca appena diciasettenne. Gli successe il fratello Gu- 
glielmo: ma, avendo egli soli dodici anni, continuò la reggenza. 
Durante la minorità del principe, i documenti d'Archivio non ci 
somministrano soverchi esempj di spettacoli scenici. Ferveva la 
guerra contro i Farnesi, e il Cardinale doveva provvedere a for- 
tificare il territorio mantovano e monferrino, e guardarlo dalle 
incursioni devastatrici dei belligeranti. Tuttavia nel '53 ai 12 giu- 
gno si ha memoria di una recita, in questa lettera del segretario 
Cornacchia al Duca: 

Si sono recitati i Suppositi (1), come sa V. E. che si doveva fare. Si è 
principiato tra le diecinove et vinti bore , et si è finito nanti le vinti tre. 
Sono stati benissimo recitati a parte per parte : la comedia poi, V. E. sa cbe 
è riputata fra le belle : però, oltre la bellezza , l'esser ben detta 1' ha fatta 
comparire molto più. Vi hanno fatto un dialogo novo, qual è reuscito, per 
essere stato recitato da mess. Piero Olivo. Hanno finto che una donna, che 
andava cercando un gentilhomo per trattenimento di sua madonna, è stata 
ritrovata da queste ferraresi, et hanno voluto che vaddi a fare il Prologo a 
queste donne, massime alla IH.""* Sig.""^ Principessa, et lei sdegnata, ancorché 
ve l'habino cacciata per forza, non glie lo ha voluto fare : et così è restata 
la comedia senza Prologo. La scena era la medema, salvo che l'hanno ador- 
nata di fronde et fiori. 

E i Suppositi furono ripetuti nuovamente nel '63, per onorare 
Ercole e Rodolfo, figli di Massimiliano di Boemia, che andavano 
alla volta di Spagna. Nel '65 poi, troviamo questo solo ricordo nei 
registri di tesoreria: 

Al Sig. Tasso per la comedia, ducati 50 d'oro. 
Ed è chiaro trattarsi di Bernardo, e probabilmente della dire- 



(1) I Suppositi furono la prima volta rappresentati in Ferrara nel 1509 
agli otto di febbraio, come apparisce da lettera del Prosperi ad Isabella 
Gonzaga, recata dal Gampori, Notiz. per la vita di L. Ariosto, p. 69. 
Dieci anni dopo furono riprodotti in Vaticano alla presenza di Leon X: 
ihid, p. 71. 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 7 

zione a lui affidata di qualche recita, come ne abbiamo già ve- 
duto altro esempio. 

Cresceva frattanto in età il Duca, che menava in moglie Eleonora, 
figlia del re de' Romani, diventando così genero di Cesare, e co- 
gnato al re di Polonia, e ai duchi di Baviera, di Ferrara e di 
Toscana. Nel suo lungo regno potè agevolmente secondare l'in- 
clinazione alle arti, e favorirne i cultori. Protettore efficace del 
gran Palestrina, ajutò il nuovo avviamento della musica e si di- 
lettò egli stesso di comporre (1); dei comici fu munifico mece- 
nate. Appartiene ai suoi tempi la prima menzione di veri attori 
comici, di maschere teatrali e di comiche Compagnie : salvochè 
la storia della virtuosa canaglia comincia col ricordo di una ba- 
ruffa. Infatti nel 1566 Ferrante da Bagno avvisava il segretario 
Grotto essere accaduta in piazza una certa questione 

... nella quale vi intravenne anco lo Spagnolo da le comedie, come quello 
che, insieme col Malherba et Giuseppe Grasso, sono continui commensali 
del cavaliere Bergamasco ; et perchè il detto Spagnolo non venne in tempo 
di recitare la comedia, per cagione di andare ad impacciarsi ne la questione, 
perciò ne nacque Toccasione de l'altra rissa che fu tra questi comici. 

È superfluo notare che qui non si può trattare di uno Spa- 
gnuolo vero e proprio, ma di quell'attore che nella commedia 
del cinquecento faceva le parti dell'antico miles gloriosus, e pa- 
rodiava le sbravazzate e il parlare iperbolico dei nuovi domina- 
tori d' Italia. Né credo sia nel vero il Riccoboni, quando, parlando 
di questo personaggio comico, scrive che la dominazione spagnuola 
avendo attirato fra noi anche dei commedianti di cotesta nazione, 
ne vennero per tal modo al nostro teatro i Capitani Spavento^ 
Matamoros, Sangre y Fuego, parlando puro o mescolato il lin- 
guaggio iberico (2): dacché tutto porta a tenere per vero che 
la maschera del Capitano spagnuolo nascesse in Italia, quando 



(1) Canal, Op. cit., pp. 31 sgg. 

(2) Hist. du Th. italien, p. 56. 



8 A. D ANCONA 

unica vendetta alla baldanza, alla rapacia, alla miseria degli in- 
solenti padroni era il canzonarli sulla scena. E invero, le Com- 
pagnie comiche spagnuole vennero soltanto più tardi fra noi (1). 

Ma chi fosse appunto quello Spagnuolo che nel '66 recitava in 
Mantova, è difficile il ritrovare: né sapremmo se fossero pure 
comici il Malerba e il Grasso (2). Fece, come è noto, le parti di 
Capitan Spavento, e ne stampò le Bravure, Francesco Andreini: 
ma poiché ei nacqjie nel 1548, e prima fu soldato, e a vent'anni 
schiavo de' Turchi , non può trattarsi di lui. Più facilmente po- 
trebbe nello Spagnuolo delle commedie riconoscersi Fabrizio de 
Fornaris napoletano, che intorno al 1570 scorreva la Francia e 
l'Italia, rappresentando le parti di un capitano millantatore, par- 
lando sempre in lingua spagnuola e facendosi nominare il Ca- 
pitano Coccodrillo (3). 

Poco dopo, in una lettera del segretario ducale Luigi Rogna , 
in data dell' 11 maggio 1567, e in altre successive dell'anno stesso, 
vediamo ricordati i Graziani: e siamo così in pieno dominio della 
Com/mjedia dell'Arie e delle maschere: 

S. E. ha fatto recitare hoggi una comedia dai Gratiani, nella scena qui di 
Castello, et è stato a udirla insieme col sig. Principe ill."">, et l'ha gustata 
assai al mio giuditio. 



(1) Infatti il Barbieri a p. 105 della Supplica: « La Spagna prima si 
« serviva delle nostre italiane (Compagnie), e i comici vi facevano assai bene : 
< Arlicchino, Ganassa et altri hanno servito la felice memoria di Filippo 2°, 
« e si fecero ricchi: ma, dopo, quel regno ne ha partorite tante, che ne 
« riempie tutti quei gran paesi, e ne manda anche molte Compagnie in Italia ». 
L'autore anonimo di un libro contro il dominio spagnuolo in Italia, che è poi 
G. B. Levizzani modenese, nello Zimbello o vero l'Italia schernita, San Ma- 
rino, MDCXLI , p. 100 , se la prende anche colle Compagnie comiche spa- 
gnuole, dicendo « gli histrioni spagnuoli (sia detto con buona pace di chi 
« ciò loro permette) si veggono nelle città più sante della Italia su i pu- 
« blici palchi mescolare il sacro col profano, facendo comparire ruffiane 
« con la corona in mano, e nominare di continuo il nome di Dio invano, 
« e servirsi delle preghiere divine per conseguimento di voglie disoneste ». 

(2) Un Grasso, mantovano, ma Niccolò di nome, è autore di una com- 
media, r Eutichia, stampata nel 1524 in Roma. 

(3) VediFR. Bartoli, I, 230, che reca una Bravura del capitan Cocco- 
drillo, tratta dalla comedia del De Fornaris L'Angelica, tutta in spagnuolo. 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 9 

E il 18: 
Heri si fece nel palazzo del Sig. Cesare Ecc."»" una comedia de Gratiani. 

E il medico Ettore Micoglio sotto la stessa data: 
Qui non si sente di nuovo che le Gomedie del Gratiano. 

Quest' ultima menzione ci fa sicuri che i Graziarli sono la Com- 
pagnia governata e diretta dal comico Graziano, al modo come poi 
i Pedrolini, vorrà dire la Compagnia condotta da Pedrolino: e 
cosi col 1567 abbiamo il più antico ricordo di questa maschera, 
di origine e loquela bolognese, caricatura di dottore vecchio, ri- 
dicolo per ignoranza e scostumatezza, e che, col cognome di Ba- 
loardi, de' Violoni, Forbizone da Francolino, delle Godige ed 
altri, durò due secoli e più sulla scena italiana e francese, fa- 
cendo sempre ridere alle sue spalle: immagine, come il messer 
Nicia del Machiavelli, della miseria intellettuale e della goffag- 
gine di chi della scienza non ha altro che il titolo. Ma chi fu il 
primo Graziano? e questo che recitava a Mantova nel '67 fu egli 
il primo? 

Dicesi che l'inventore di questa maschera fosse Luzio Bur- 
chiella, che si sottoscrive appunto Lus Burchiella Graiià. Ma 
era cotesto un nome vero o un soprannome? A buon conto, Bur- 
chiella soprannomavasi anche Antonio da Molino, annoverato tra 
1 più antichi comici veneziani (1), e che sembra anteriore al Luzio: 
né Graziano era pur esso nome del tutto nuovo, trovandosi cosi de- 
signato anche un poeta popolare del principio del secolo (2). E 



(1) Sansovino, Yenetia città nobilissima et singolare, Venetia, Sanso- 
vino, 1581, p. 168. 

(2) Nel bel catal. Rothschild, I, 654, testé pubbl. per cura del prof. Picot, 
si registra questo componimento s. a. n., che l' illustratore crede però esser 
stato stampato a Lione verso il 1508, dacché vi si trova una silografia che 
comparisce anche nell' Ospitai d'amour di indubitata stampa lionese : « Fro- 
« tola nova contra venetiani composta per magistro Gratiano de la cita di 
« Luca novamente stampata ». Comincia: Turchi Mori e Saracini Con gran 
giente socorete Che Marzocho è in la rete Prexo a VArno con li Orsini. 



10 A. D ANCONA 

il Molino, che mescolava il greco e lo schiavone, potrebbe in 
cotali impasti esser stato maestro a Luzio, che formò un linguaggio 
tutto suo e perciò detto grazianesco , pieno di equivoci e di 
spropositi, ma di fondo bolognese (1). Ad ogni modo, poiché del 
Burchiella graziano abbiamo un sonetto stampato nel 1570 e 
una lettera inserita dal Rao nella sua raccolta delle Argute et 
Facete, che usci alla luce in Pavia nel '76 (2), può ben ammet- 
tersi ch'ei sia quegli di che parla il documento mantovano del '67. 
Tuttavia, si potrebbe anche pensare a Bernardino Lombardi 
della Compagnia dei Confidenti, o a Lodovico dei Bianchi bolo- 
gnese (3), ambedue celebrati graziani: ma se ci pare da esclu- 
dere assolutamente quest' ultimo, confessiamo di rimanere al- 
quanto incerti fra Luzio e il Lombardi (4). 



(1) Bartolom. Rossi comico, nella Prefazione alla Fiammella del De For- 
NARis, Parigi, Abell'Angelieri, 1584, dice: « E Gratiano chi voi che parli 
« bolognese, chi ferrarese, chi da Francolino: bora non parlano né l'ima né 
« l'altra lingua, solo che si sforzano di dire il tutto alla riversa ». 

(2) Sonetto e Lettera sono riferiti da Fr. Bartoli, I, 140. 

(3) Ad. Bartoli, p. cxxxii, ha pubblicato alcune lettere del De Bianchi 
al Granduca Ferdinando, del 1576 e del 1589. Ne aggiungo qui un'altra in- 
dicatami dal cav. Gaetano Milanesi, e tratta dell' Arch. di Stato di Firenze: 

« Ser.^o mio Sig.''^ 

« A ciò che V. A. conoscha che sempre vi tengo nel core et ancho desidero 
« se mai mi sarà dal cielo concesso tanta gratia, ò voluto con la presente 
« ochasione con ogni riverencia salutarla con mandarli un pocho de la mia 
« sciencia, se bene sarà tropo presuncione mi farà gracia dacetarla e pa- 
« rendoli pigliarne anche qualche spaso nel legerla e con questo umilmente 
« me gì inchino e basio le ser.™^ mani pregando il cielo per ogni felicità 
« e contento di V. A. Ber.""* Di Vinecia all' il di Luglio 1587. 

sempre fedel servitore 

Lodovicho di Bianchi da Bologna. 

detto il dotor Gradano di Gelosi ». 

È probabile che ciò che il Bianchi inviava al Granduca, fossero « Le 
« cento e quindici conclusioni. In ottava rima. Del plusquam perfetto Dottor 
« Gratiano Partesana da Francolino comico Geloso. Et altre manifatture e 
« compositioni nella sua buona lingua », stampate appunto nel 1587 a Firenze. 

(4) 11 Sand, Masques et Bouffons, Paris, Levy, 1877, II, 34, preciserebbe 
così, ma non sappiamo se esattamente, alcune date della vita dei tre attori : 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 11 

Dallo stesso Rogna e nello stesso anno, ma nel giugno, abbiamo 
un ricordo di altra Compagnia comica, che recitava in Mantova, 
e che si direbbe diretta da una donna. Il Rogna, infatti, scrive : 

Domenica passata fu fatta una bella comedia dalla Compagnia della 
Flaminia; vi fu gran concorso di gentilhuomini e gentildonne, giudici, pro- 
curatori, dottori ecc. 

Or chi era ella questa Flaminia, che ci si presenta, se non 
come la prima, almeno come una delle prime donne che calcas- 
sero le scene (1)? Non è certamente quella che con tal nome 
corse trionfalmente i teatri d'Italia e di Francia, e che fu moglie 
a Pier Maria Cecchini detto Fritellino (2). Di quella, il Plutarco 
dei comici italiani scrive a questo modo : « Flaoninia, nome tea- 
« trale d'una attrice, che faceva da prima donna nella Compa- 
« gnia de' comici Accesi, diretta da Pier Maria Cecchini intorno 
« al 1609. Il suo vero nome era quello di Orsola, ma del suo co- 
« gnome non ci è pervenuta alcuna notizia (3) ». E reca due so- 
netti fatti per lei : l'uno dei quali di Girolamo Oraziani, quando 
egli aveva circa 15 anni , e l'altro di Gian Bernardino Sessa, 
quando Flaminia nel 1609 recitava a Milano. Ora , essendo il 
futuro autore del Conquisto di Granata nato nel 1604, sa- 
remmo col suo parto poetico al 1619. In ambedue i sonetti si 



« Dans la troupe dite des Gelosi , qui vint en Franco en 1572, le ròle du 
« docteur Graziano était rempli par Lucio Burchiella, acteur plein de verve 
« et d'esprit, qui fut remplacé en 1578 par Lodovico de Bologne. En 1572 
« Bernardino Lombardi vint en BVance dans la troupe des Confidenti: il 
« avait l'emplois des docteurs. Aussi bon poéte qu' acteur distingue, il 
« publia à Ferrara en 1583 une comèdie en cinq actes, plusieurs fois reim- 
« primée, Y Alchimista ». 

(1) Secondo il Cecchini {Fritellino) , Breve discorso int. alle Comedie., 
Venezia, Pinellì, 1621, p. 9, nel 1621 erano appena « cinquant'anni che si 
« costumano donne in scena ». II Riccoboni, Op. cit., p. 42, dice che furono 
introdotte « vers Fan 1560». 

(2) 11 Quadrio, V, 237, la fa erroneamente moglie allo Scala. 

(3) Fr. Bartoli, Op. cit., I, 227; e li , 293, dove nota che fu moglie al 
Cecchini. 



12 A. d'ancona 

lodano le amorose stelle e il bel viso e la virtù d'amore della 
attrice. Ma i documenti mantovani ci parlano di Flaminia nel 
1567, e da quest'anno al 1619 ne corrono cinquantadue, ch'è un 
bel tratto di tempo per tutti, e specialmente per una attrice, 
tanto più che converrebbe immaginarcela di un venticinque anni 
almeno, quando nel '67 era già sul teatro. Notiamo anche che 
il De Sommi la ricorda già illustre, sebbene giovane, nel '56 : e 
dovessimo anche leggere invece '65, il conto tornerebbe ugual- 
mente male. Dunque questa del 1567 è una prima e più antica 
Flaminia, non la Cecchini degli Accesi (1): ma di lei, oltre il 
nome, null'altro sappiamo, salvo che fu romana, come ci attesta 
il De Sommi. 

Né più chiaro apparisce chi possa essere il Pantalone del do- 
cumento che segue: che è una lettera del Rogna in data del 
1° luglio dello stesso '67: né chi fosse la signora Angela, la 
quale sembra unisse alla professione comica il mestiere di sal- 
tatrice. 

Hoggi si sono fatte due comedie a concorrenza : una nel luogo solito, per 
la sig/* Flaminia et Pantalone, che si sono accompagnati colla sig.""^ An- 
gela, quella che salta cosi bene; l'altra dal Purgo (2), in casa del Lanzino, 
per quella sig.""* Vincenza , che ama il sig. Federigo da Gazuolo. L' una et 
l'altra Compagnia ha avuto udienza grande et concorso di persone: ma la 
Flaminia più nobiltà, et ha fatto la tragedia di Bidone mutata in Tragi- 
comedia (3), che è riuscita assai bene. Gli altri, per quel che si dice, sono 



(1) Terza Flaminia è l'Agata Calderoni (sulla quale vedi Fr. Bartoli, 
I, 144, Sand, II, 175) moglie di Francesco Calderoni detto Silvio. Avevano 
compagnia a sé, la quale dice il Riccoboni, Op. ciY., p. 75: « quitta l' Italie 
« et passa en Allemagne au service de l'Electeur de Baviere à Munich et 
« à Bruxelles, de là à Vienne en Autriche au service de l' empereur Leopold 
« et de Joseph roi des Romains ». Questa Flaminia fu nonna della quarta, 
cioè di Elena Balletti moglie di Luigi Riccoboni, sulla quale è da vedere 
la curiosa pubblicazione dell' Ademollo, Una famiglia di comici italiani 
del sec. XVIII, Firenze, Ademollo, 1885, cap. I. 

(2) Il Purgo è una parte di Mantova , presso la piazzetta di S. Andrea. 

(3) Non sapremmo decidere se si tratti della Bidone, tragedia del Dolce, 
stampata già dal 1547 in Venezia dall'Aldo, o di quella di G. B. Giraldi 
edita in Ferrara nel 1583: ma parrebbe piuttosto della prima. 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 13 

riesciti assai goffi. Andranno seguitando costoro a concorrenza , et con un 
certo non -pò che d'invidia , sforzandosi a fare di aver maggior concorso, a 
guisa dei Letori, che nelle città de' studi si industriano di aver più numero 
di scolari. ~ 

Ed ecco il bravo Rogna paragonare i comici ai professori, non 
pensando che più tardi si potrà dare il caso, raro se vuoisi, di 
ragguagliare questi agli istrioni! 

Quel Pantalone potrebbe del resto essere Giulio Pasquati pa- 
dovano, che poi fece parte dei Gelosi, applauditissimo di qua 
e di là dalle Alpi col nomignolo di Magnifico (1). Più chiaro 
è chi sia la signora Vincenza. È questa l'attrice che il Garzoni 
chiama la « dotta Vicenza, che imitandola facondia ciceroniana, 
« ha posto l'arte comica in comunanza con l'oratoria , e parte 
« con la beltà mirabile, parte con la grazia indicibile, ha eretto 
« nobilissimo trionfo di sé stessa al mondo spettatore, facendosi 
« divulgare per la più eccellente commediante di nostra etade (2) ». 
Si chiamava Armani (3), ed apparteneva a famiglia originaria 
di Trento : ma era nàta in Venezia. Aveva avuto educazione 
assai accurata : sapeva il latino, la logica, la retorica, la musica, 
e cantava assai bene. Era anche scultrice: una Sara Bernhart 
del secolo XVI ! Fu poetessa ; e Francesco Bartoli reca parecchi 
saggi de' suoi componimenti, fra' quali è notevole una canzonetta 



(1) Fr. Bartoli, II, 80: Baschet, Op. cit., pp. 59-63, 83. 

(2) La piazza universale di tutte le professioni del mondo, Venezia, 
Alberti, 1616, p. 320. 

(3) Forse la famiglia sua era di comici. Troviamo di fatti in (juei tempi 
un Tiberio d'Armano, il quale dedicando al senatore Tiepolo la Bidone del 
Dolce, dice cosi : « Avendo il padre mio questo carnevale passato (cioè 
« nel 1546) aperto in Venezia la strada ad altrui di avvezzar le orecchie, 
« corrotte per tanti anni dai giuochi inetti di certi moderni comici, alla gra- 
« vita tragica, ed essendo io stato il primo che , secondo la debolezza dei 
« miei teneri anni, sotto abito di Ascanio rappresentai la Bidone di m. Lo- 
« dovico Dolce ecc. ». A questo Tiberio « virtuoso fanciullo » il Dolce dedicò 
la sua commedia il Capitano, Venezia, Giolito, 1545, e fra le rime sue si 
trovano sonetti ad un Aquilante d'Armano: v. Cicogna, Intorno la vita e 
gli scritti del Bolce, Venezia, Antonelli, 1863, pp. 64, 65, 73. 



14 A. D ANCONA 

d'amore assai sensuale, non brutta di certo. Recitò la prima volta 
a Modena, e riuscì ber.e nel tragico, nel comico, nel genere pasto- 
rale, e nella recitazione all'improvviso. Girò tutta l'Italia: e al 
suo avvicinarsi, « si sparava l'artiglieria per l'allegrezza del suo 
« arrivo »: come afferma il Bartoli, aggiungendo: « e ciò non è fa- 
« vola (1) »: reclame fragorosa, alla quale non giungono le attrici 
moderne, che si contentano di far sparare bombe di parole ai 
giornalisti. Gara al pubblico, ai dotti, ai principi, bella di forme, 
eulta d'ingegno, non è da meravigliare , come ricorda il Rogna, 
che di se invaghisse uno dei principi Gonzaga. Intanto nel '67 
Mantova era divisa nell'ammirazione di due attrici rivali: la Fla- 
minia e la Vincenza. Infatti il Rogna cosi continua ad informarci 
su di esse, con lettera del 6 luglio: 

Non hieri l'altro la Flaminia era comendata per certi lamenti che fece in 
una tragedia che recitorno dalla sua banda , cavata da quella novella del- 
l'Ariosto, che tratta di quel Marganorre (2), al figliuolo sposo del quale, la 
sposa, ch'era la Flaminia , sopra il corpo del primo suo sposo , poco dianzi 
amazzato in scena, per vendetta diede a bere il veleno dopo haverne bevuto 
anch'essa, onde l'uno et l'altro mori sopra quel corpo, et il padre, che perciò 
voleva uccidere tutte le donne , fu dalle donne lapidato et morto. La Vin- 
cenza, all'incontro, era lodata per la musica, per la vaghezza degli habiti et 
per altro, benché il soggetto della sua tragedia non fosse e non riuscisse 
COSI bello. Heri poi, a concorrenza e per intermedii, in quella della Vincenza 
si fece comparire Cupido, che liberò Glori, nimpha già convertita in albero (3). 
Si vidde Giove che con una folgore d'alto ruinò la torre d'un gigante, il 
quale havea imprigionati alcuni pastori ; si fece un sacrificio : Cadmo seminò 
i denti, vidde a nascer et a combatter quelli huomini armati : hebbe visibil- 
mente le risposte da Febo, et poi da Pallade armata (4), et in fine cominciò 



(1) 1, 50. 

(2) Orlando fur., e. XXXVII. 

(3) Fr. Bartoli, I, 51, dice di lei: « Esprimeva con tale artifizio la vita 
« e i costumi delle semplici pastorelle sotto il nome di Clori, che indusse 
« ogni ingegno a concederle il primo onore fra tutti i recitanti ». 

(4) Il Bartoli, loc. cit., così dice: « Nelle Pastorali da lei prima introdotte 
« in scena, inseriva alcuni favolosi intermedi, facendo or da Minerva ed or 
« da Venere ». 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 15 

a edificar la città. La Flaminia poi, oltre l'havere apparato benissimo quel 
luogo de- corami dorati, et haver trovati abiti bellissimi da nimpha, et fatto 
venire a Mantova quelle selve , monti , prati , fiumi et fonti d'Arcadia, per 
intermedi della Favola introdusse Satiri, et poi certi maghi, et fece alcune 
moresche, a tal che bora altro non si fa né d'altro si parla, che di costoro. 
Chi lauda la gratia d'una , chi estolle l' ingegno dell'altra : et così si passa 
il tempo a Mantova. 

E l'8 luglio: 

Le comedie vanno continuando, et hieri l'Ili.»»» Sig. Massimiliano ci volle 
essere, et si sforzò di sostenersi su la gamba per haver quel piacere, et vi 
fu anche seco l'altro 111.™» Sig. Massimiliano. Hoggi ancora si dice che fa- 
ranno cose rare; ma al fine tutte sono zancie. 

E il di appresso, Don Antonio Geruto, giureconsulto e poeta: 

Io ho lasciato una dolcissima compagnia , che mi voleva condurre alla 

commedia intitolata la Spada dannata (1) Non si attende ad altro che 

alle comedie, né fra il popolo si sente dir altro che queste parole: Io sono 
della parte di Flaminia: et io della Vincenza: et tutte due le case si em- 
piono di brigate. Si é detto che in Consiglio grande fu proposto da molti 
gentiluomini veneziani, che per ogni modo si doveva levar via questi come- 
dianti, allegando di molte ragioni, et massime che portano via gli denari : 
da molti altri fugli opposto che no: anzi che si devono accarezzare, perchè 
mentre la gioventù sta occupata in questi sollazzi, non tendano alli giuochi, 
alle bestemmie et altre tristizie, et che se guadagnano, spendono ancora, et 
che le città si devono tenere allegre a qualche modo : et così questa parte 
prevalse l'altra (2). Heri il sig. Federico da Gazuolo venne a posta a Man- 



(1) Probabilmente uno scenario della Commedia dell'Arte, del quale non 
trovo notizie. La spada fatale è una commedia di Virgilio Verucci, ma 
del secolo successivo. 

(2) Circa i provvedimenti del governo veneto in fatto di teatro, vedi Orig. 
dd T., Il, 227, 283. Una bella serie di documenti in proposito è da trovare 
in Sforza, F. M. Fiorentini e i suoi contemporanei lucchesi, Firenze, Me- 
nozzi, 1879, pp. 793-806. Non vi é però nulla dell' anno 1567. Aggiungasi agli 
altri questo documento dell'Arch. Gonzaga, che è una lettera dell'agente du- 
cale Paolo Moro allo Strozzi, da Venezia, 7 ott. 1581 : « Verissimo è che nel 



16 A. d'ancona 

tova per menar seco la comediante Vincenza a solazzo; ma la cattivella du- 
bitando de non vi lasciare in un punto l'acquisto di molti mesi , fatto con 
sudore, fingendo di haver un certo sdegno con lui, si riparò bravamente, et 
lui a guisa della donna del corso (?), subito tornò in dietro, bravando et 
bestemiando, non essendogli restato altro che la lingua per potersi vendicare. 

Seguita ancora la cronaca teatrale, condita di maldicenza: e 
noi continueremo a riferirla, registrando anche questa lettera del 
Rogna, dell' 11 luglio: 

L'Ili.™" S."" Cesare è ritornato da Guastalla per il battesimo, o che si è fatto 
che si ha da fare d'un figliolo del genero del S.' Massimiliano Gonzaga, 
cioè di quello da Tiene vicentino. Esso s.' Cesare Ecc."»^ honorò ieri con la 
presenza sua la commedia della Flaminia, per essere sua vicina , con tutto 
che fosse invitato a quell'altra, che fu una pastorale bellissima, per quanto 
si dice, et si vidde lo a convertire in vacca. Giove e Giunone parlarono in- 
sieme: venne poi e spari la nebbia, Mercurio col sono adormentò Argo, et 
poi gli tagliò la testa, una Furia infernale fece venire in furia quella vacca, 
et in fine fu di nuovo convertita in nimpha , et il padre eh' era un fiume, 
venne ancor lui, versando acqua, a fare la sua parte, et in un istante me- 
desmo i pastori fecero le loro nozze, et eccetera. Vi era l'Ili.™* S.'" Massimi- 
liano dal Borgo (1). 

Ma il giorno 10 il grave Don Ceruto cosi scrive: 

Questi comedianti cominciano già a dare in zero , et poche persone le 
vanno: son frusti del tutto. 

II 15 il Rogna avvisa che una delle Compagnie se ne va: 



« Consiglio Ex.™* de' Dieci fu preso che più non si fossero comedie in Ve- 
« netia, con strettezza grande di ballotte. La causa ho inteso, che un Ch.™* 
« Sig.^'s Angustino Barbarigo, qual è molto scrupoloso, essendo consigliero, 
« ha tanto strepitato ch'ha fatto passare detta parte. Si tiene che li preti 
« giesuiti hanno reclamato assai, che nelli palchi di quelli due loghi fabri- 
« cati a posta si operassero molte scelleratezze, con scandolo : né ho potuto 
« penetrar altro ». 
(1) Massimiliano Gonzaga, che abitava in Borgo Predella. 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 17 

Un di queste Compagnie di comici , cioè quella della Vincenza , se n' è 
andata a Ferrara : l'altra seguita, et è stata forza ch'el Potestà habbia fatto 
comandamento a' Notai che non vi vadino, perchè in queir bora non poteva 
bavere notaio alcuno. 

La proibizione si estese anche agli ecclesiastici, come ne in- 
forma il Geruto ai 31 luglio: 

Il vescovo proibì ai frati et preti d'andare alla commedia, e fu grave per- 
dita, perchè si vedevano andarvi sino 25 frati in una sol volta. 

Intanto il favore alla Flaminia, rimasta padrona del campo, 
continuava ancora: ai 3 agosto il Rogna ci fa sapere che 

si prepara nel palazzo della Ragione una commedia per oggi dalla 

Flaminia. 

Forse della Compagnia faceva parte un Graziano, al quale allude 
il medesimo Rogna in una dei 3 settembre: 

Le dico che in una bella, comedia che si è fatta hoggi, per quanto intendo 
da quelli che ci sono stati, Mess. Gratiano si è portato benissimo. 

E cosi chiuderemo l'anno : feracissimo , a quel che vedemmo, 
di rappresentazioni sceniche, che ormai non erano più ornamento 
accessorio di gaudj carnevaleschi o di feste ducali, ma sollazzo d'o- 
gni tempo, offerto al pubblico, che vi accorreva a frotte. Evidente- 
mente ormai la Commedia non è più un privilegiato divertimento 
di pochi, non ha per spettatori soltanto principi e cortigiani, ma 
l'intera cittadinanza. Le Compagnie hanno cangiato in popolare e 
generale, un costume che prima era di alcune classi : e ormai si 
recitava tutto l'anno, finché ci fosse roba in repertorio e durasse 
il favore del pubblico: e se i ricordi, pur assai abbondanti, del 
1567 non vanno più là del settembre, egli è forse perchè di li a 
poco moriva la vecchia duchessa Margherita di Monferrato. 

Ma anche il '68 è ricco di rappresentazioni, e ci fa far cono- 
scenza con un celebre attore. Ai 2 di febbraio, il Rogna cosi scri- 
veva al Castellano di Mantova che trovavasi a Casale: 

Giornale storico, VI, fase. 16-17. 2 



18 A. d'ancona 

Si lavora alla gagliarda nella sena per la barriera che si farà la notte 
di carnevale, et per la comedia che si farà la notte della giobbia grassa, 
nelle quali due sere S. Ecc.* vuol far banchetto in Castello. Il Magnanino 
ogni di è per Mantova facendo le più ridicole cose del mondo alla conta- 
dinesca (1). 

Di altra recita fatta allora dagli Ebrei , abbiamo già detto : ai 
13 febbraio il Rogna avvertiva che ci si andavano preparando. 
Ai 20, Teodoro Sangiorgio faceva noto al Duca che 

la comedia sarà pronta la sera di carnevale ; 

e probabilmente si allude alle Due Fulvie del Farone. Più tardi, 
nell'aprile, ai 26, Baldassare de Preti faceva sapere al castellano, 
tuttora in Gasale, che 

S. Ecc.* ha fatto fare comedia da due compagnie: T una de Pantalone, 
l'altra del Ganaza. Ha voluto S. K. che si unisca in una, et ha tolto li mi- 
liori : lì era la Sig.*"* Vicenza et la Sig.""* Flaminia, quali hanno recitato be- 
nissimo, ma tanto ben vestite che non poterla esser più. 

Ecco dunque per voler del Duca riunite, se non rappacificate, 
le due rivali, e promossa fra esse la emulazione artistica, e anche 
quella suntuaria! Quanto agli altri personaggi comici qui ram- 
mentati, ripetiamo i dubbj già espressi intorno al Pantalone. Qual- 
che cosa però di più positivo possiamo dire quanto al Ganaza, 
il quale non può essere altri che il G-anassa bergamasco (2), chia- 



(1) Chi sarà questo Magnanino ? Ho dubitato un momento che si potesse 
trattare del pittore e poeta vicentino G. B. Maganza, scrittore nel vernacolo 
contadinesco pavano, che si faceva chiamare Magagnò, e che invece di Ma- 
gnanino si avesse a leggere Magagnino: ma nella bella monografia del prof. 
D. BoRTOLAN, G. B. Maganza seniore, Bassano, Roberti, 1883, non trovo 
che andasse mai a Mantova. 

(2) 11 Gampardon, Les comédiens du Roi de la troupe italienne, Paris, 
Berger-Levrault, 1880, I, VI, sostiene che si chiamasse Gavazzi, e nei do- 
cumenti francesi legge Gavasse anziché Ganasse. Ma dubitiamo fortemente 
ch'ei sbagli, tutti concordemente dicendo Ganassa o Ganazza. 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 19 

mate erroneamente dal biografo Bartoli, Giovanni, ma che da atti 
ufllciali(l) si vede essersi detto Alberto. Costui fu uno dei primi, 
se non il primo (2), che trasportasse oltralpi la commedia italiana, 



(1) Cioè, un Arrét del Parlamento del 15 ott. 1571 in favore di «. Albert 
« Ganasse et ses compaignons italiens (Baschet, Op. cit, p. 24) »: una partita 
del Registro del Tesoriere di Francia, del 1572, intitolata a « Albert Ga- 
« nasse, joueur de comedies » per la somma di 75 lire tornesi (Ibid., p. 42): 
e altra partita dell'ott. dello stesso anno per 500 « a Albert Ganasse et ses 
« compaignons, joueurs de comedies (Ibid., p. 42) ». 

(2) I comici italiani cominciano ad apparire assai presto in Francia, e 
secondo il mio amico prof. Picot, Pierre Gringoire et les comédiens ital., 
Paris, Morgand et Fatout, 1878, p. 24, se ne ha traccia già dal 1520. Certo 
è che in un documento del 12 dee. 1530 si trova menzionato « maistre 
« André italien », comico al servizio del re, incaricato di allestire « farces 
« et moralites » per l'entrata della regina; (Ibid., p. 25): e si ricordano 
anche « les italiens, e' est a ?avoir Messire Mathée et ses compagnons 
(Ibid., p. 26), facitori di « mystères » per la medesima ricorrenza. È noto 
che nel 1548 la « natione fiorentina » fece ai 27 sett. recitare in Lione la 
Calandra per festeggiare Y entrata di Enrico II e Caterina de' Medici : gli 
attori erano italiani , anzi toscani , e le prospettive furono fatte da un 
m.'' Nannoccio fiorentino, e gli ornamenti da un m.» Zanobi scultore: vedi 
Baschet, Op. cit., p. 9. Nel '55 due altre commedie italiane si recitarono 
a Parigi innanzi alle corte: non però a quel che sembra, da veri comici, 
ma da gentiluomi dilettanti, come si rileva da questa lettera di Stefano 
Guazzo al castellano Calandra di Mantova in data del 9 marzo, pubbl. dal 
sig. Bertolotti nel Bibliofilo del giugno 1885 : « Di novo io non ho cosa al- 
« cuna da scrivere, so non che questo Natale si recitorno i Lucidi, comedia 
« del Firenzuola, innanzi a S. Maestà, della quale io ne dissi una parte; et 
« il simile ho fatto in una comedia del signor Luigi Alamanni, intitolata 
« Flora, la quale si recitò già otto giorni a Fontanableo, con grandissimo 
« piacere di S. Maestà et tutta la Corte ». Nel '72, cioè un anno dopo il 
Ganassa, troviamo in Francia Soldino fiorentino, comédien à la suite de 
S. M. (Baschet, p. 35), e in queir anno, e poi nel '78, un Anton Maria vene- 
ziano (Ibid., p. 37): nel '78 un^ Massimiano Milanino (Ibid., p. 87) e nel 79 
un Paolo da Padova (/6irf., p. 87) colle loro Compagnie: la Compagnia dei 
Gelosi vi si portò nel "77 (Ibid., p. 69). Il Campardon, Op. cit., I, IX, 
ricorda per 1' '83 una Compagnia condotta da Battista Lazzaro, che recitò 
anziché sM" hotel de Bourbon, a quello de Bourgogne: vedi anche Ba- 
schet, p. 88. Il Magnin (Teatro Celeste: Les commencements de la coméd. 
ital. en France, in Rev. d. deux. m., 1847, IV, p. 859) farebbe comparire 
in Francia i Confidenti con Bernardino Lombardi , Fabrizio de Fornaris 
detto Capitan Cocodrillo e la Maria Malloni (Celia) fino dal 1572 « et peut- 
« ótre plus tòt » ; ma in fatto non si sa che ci capitassero innanzi all' '84 : 



20 A. d'ancona 

e ve la facesse applaudire. Nel 1571 lo troviamo in Francia , a 
capo d'una Compagnia comica. Il re aveva a questi comici ita- 
liani conceduto sue lettere patenti, e si disponevano a cominciare 
le loro recite al prezzo di 3, 4, 5 e 6 soldi, secondo i posti. Ma 
questi prezzi sembrarono ai signori del Parlamento « una specie 
« di esazione sul povero popolo ». Veramente ci verrebbe voglia 
di fermarci un poco a meditare quante cose si sono dette e fatte 
a nome del « povero popolo »; ma tiriam via. Intanto il davvero 
povero Ganassa era invitato a portare al procuratore generale 
i danari incassati, e a tutti gli abitanti di Parigi veniva vietato di 
assistere alle recite della Compagnia italiana sotto pena di am- 
menda. Il re, Carlo IX, era a caccia: e i comici ricorsero alla 
Camera delle vacazioni, ma nulla ottennero, essendo ogni delibe- 



vedi Baschet, p. 89, Molano, Molière et la coméd. ital., Paris, Didier, 1867, 
pp. 41, 354, e Ademollo, Una famiglia di comici ital. ecc., p. xxxvi. Si 
direbbe quasi che l' elenco della compagnia dell' '84 si trovasse in questi 
versi, che riproduciamo con qualche correzione necessaria, posti in bocca 
di Bergamino nella Fiammella di Bartolomeo Rossi veronese, comico con- 
fidente, dedicata al Duca di Giojosa e stampata a Parigi da Abel Angeliero 
in cotest'anno : 

Ho vist de là, Messìr, anc nna frotta 

De com^diant, e '1 Babba Pakiama 

L'è qnel chi mena innanz' e in drè per tut, 

Domandand: Signor Luti, la salcizza? 

La Signora Vincenza i so cavai 

De bianc son trasmntad tutt in carbon ; 

La Polonia è tomada: col Battaia 

Ho vist la Lidia, ma qael so marit 

Mi non l'ho vist, ma pens che '1 sia andat 

Dentr' el Zodiaco, per formar quel segno 

Che scemenza l'invern; e Ravanel 

E con Cakotta che i crepo bevend. 

Lessandbo depentor, con Pantalon 

Hor ride, hor canta, hor crida delle doie , 

Col Signor Fabio eh 'è tegnuo al terz ; 

I m'à dit Saio, eh 'è '1 so servidor, 

Con dir eh' avea bisogn d' un Bubattin, 

Che l'è una parte nova in quel paes, 

E me s'è oiferta s'agh voliva andar : 

Mi dis de no, ma che gh' insegneraf 

Un hom da ben che ghe saraf andat: 

Dov' i ha propost di mand a tor il Zekla 

Perchè fa la cascada della scala. 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 21 

razione in proposito rimessa al di di S. Martino. Tuttavia, tro- 
viamo di nuovo in Parigi la Compagnia condotta dal Ganassa 
nell'agosto del 1572, pel matrimonio di Margherita di Valois col 
re di Navarra. E forse, all'ombra della protezione reale, potè re- 
starvi fino al '74, quando vediamo il Ganassa in Spagna ai servizj 
di Filippo 2°, rappresentando « comedias italianas, mimicas por 
« la mayor parte, y bufonescas, de asuntos triviales et popula- 
« res (1) ». SI dice che in Spagna arricchisse, e che incontrasse 
il favor del pubblico, mescolando il suo bergamasco collo spa- 
gnuolo. Il p. Ottonelli gli dà lode, egli si acerrimo nemico de' 
comici, di aver dilettato senza cader nell'osceno: e il Quadrio 
assevera che « da lui impararono gli Spagnuoli a far le commedie 
« modeste e pudiche, il che prima non era uso fra loro (2) ». 
Della reputazione in che sali in Francia, è buon testimone il signor 
de la Fresnaye, che potè udirlo, e che insieme col « bon Pan- 
« lalon » esalta 

... Zany,.dont Ganasse 

Nous a representé la fa^on et la grace. 

Per quello che assevera il Fournier, creò egli il tipo del Baron 
de Guenesche, che sarebbe il suo nome un poco alterato; e la pa- 
rola francese ganache resterebbe tuttavia a ricordo della popo- 
larità del personaggio comico da lui inventato (3). 



(1) Parole di D. Gassano Pellicer nel Tratado sobre el orig. y progress, de 
la comed. y histrionismo en Espana, recate dal Baschet, p. 49. Nel Royer, 
Hist. univers. du Théàtre, Paris, Franck, 1879, II, 166, trovo queste notizie 
sul Ganassa in Spagna : « Les Gonfréries construisirent pour les italiens un 
« theàtre couvert dans la Gour de la Pacheca. Ganasse demanda un bail 
« de dix ans, et il s'engagea à payer une avances de 600 réaux, et à donner 
« en outre deux reprèsentations à bénéfice pour les frais de la construction. 
« Les 600 réaux avancés devaient décompter à raison de dix rcaux par jour, 
« prix de la location. L' empresario s' engageait en outre à donner un nù- 
€ nimum de soixante reprèsentations ». 

(2) St. e rag. d'ogni poesia, V, 237. 

(3) Baschet, p. 45. Secondo il Sano, II, 295 nella Compagnia del Ganassa, 
che fu a Parigi nel 1570 (?) ci sarebbe stato come Zanni, un Tabarino che 



22 A. d'ancona 

Ritornando ora ai nostri documenti, il Rogna ai 13 maggio 1568 
ci attesta che 

.... non vi è altro di nuovo, se non che ogni giorno si fanno comedie o 
tragedie, et in un altro luogo moresche con salti miracolosi... 

Nell'agosto, la villeggiatura ducale della Montalta era ralle- 
grata da una Compagnia comica, con sommo diletto del Principe 
e del suo congiunto Lodovico duca di Nevers, ma con noia di 
qualche cortigiano: uno dei quali Giov. Paolo de' Medici, il 5 
di cotesto mese scriveva in Mantova ad un amico: 

Io comincio a straccarmi del star qui, e mi viene in fastidio li zanni, li 
venetiani et le puttane. Hieri fu qui la Sig.""* Vincenza con la sua Compa- 
gnia , che radopiò la comedia mentre pioveva : ma come ho detto, me n e 
stuffo. 

E il Rogna, ai 18: 

Le comedie si fanno qui hora sotto la loggia prima , dove viene anco il 
Sig."" Duca di Nevers, et hoggi si farà una Pastorale. 

L'anno volgeva al suo termine con una grave perdita per l'arte 
teatrale. Un Gandolfo, del quale rimane sconosciuto il cognome,. 
ai 15 settembre cosi scriveva al Castellano di Mantova: 

La Vicentia comediante è stata atosegata in Cremona. 

E ciò forse fu opera di qualche amante spregiato , che non 
poteva perdonarle l'affetto verso il suo compagno di scena, A- 
driano Valerini, veronese, dottore e comico, rinomato nelle parti 
d'amoroso, e che per la Vincenza aveva abbandonata l'altra bella 



però « n'etait pas encore le célèbre Tabarin, qui une cinquantaine d'an- 
« nées plus tard amassait la foule avec son maitre Mondor, et jouait aussi 
« des farces sur la Place Dauphine ». Donde il Sand abbia tolto questa no- 
tizia, ignoro. 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 23 

e valente attrice, Lidia da Bagnacavallo (1). Era ancor viva la 
Lidia? amava tuttavia il sig/ Federigo da Gazuolo la Vincenza? 
Ma non perdiamoci in congetture: certo è che se la celebre 
attrice mori avvelenata, dovette essere o per gelosia di mestiere 
per vendetta amorosa di un amante non curato o di una ri- 
vale offesa. Il Valerini raccolse l'ultimo sospiro dell' Armani, 
che si congedò da lui, da vera prima donna, con un verso: 
Restati in pace: io me ne vado, addio. Il Bartoli assicura che 
mori « munita degli ordini sacri e piena di rassegnazione » : il Va- 
lerini scrisse e stampò una Orazione funebre in lode di lei (2): 
poi, anch'egli si sarà rassegnato. 

Perchè mai i documenti dell'Archivio mantovano, dopo averci 
offerta cosi abbondante messe di particolari, nulla a un tratto ci 
presentano fino al 1573? Furono anni di pace, né parrebbe che il 
teatro dovesse tacere per strepito d'armi o per alti negozj di Stato, 
che tutte le Compagnie fossero altrove impegnate, o andate in 
paesi stranieri, ove già erano desiderati la commedia e i comici 
italiani (3): cosicché • sarebbe più plausibile il supporre che i do- 



(1) Fr. Bartoli, I, 290, li, 259. 11 primo a parlare di questa Lidia è il 
Garzoni, Op. cit., p. 320, che era suo concittadino. Più tardi vi fu un'altra 
Lidia, cioè Virginia Rotari: vedi Baschet, p. 280. 

(2) Fr. Bartoli, li, 259. 

(3) In Germania la commedia italiana, se dobbiamo credere a Francesco 
Vettori, Viaggio in Allemagna , Parigi, 1837, p. 173, sarebbe stata cono- 
sciuta fin dal 1507. Reca egli infatti una commedia che dice essersi fatta 
recitare in cotest' anno in Augusta dal vescovo Gurgense, e dice di recarla 
tradotta: ma di questa commedia potrebb' essere come di tante altre novelle 
e aneddoti e lepidezze, di che il Vettori infiora la sua descrizione: cioè, fa- 
rina del suo sacco. Certo è che cotesta commedia è tutta italiana di sog- 
getto e di carattere. Un cinquant' anni dopo, troviamo in Baviera la com- 
media dell'arte, come Cesare Bini, Rivista di libri vecchi e nuovi, Mi- 
lano, tipogr. internazionale, 1868, p. 204, ne ha dato notizia, togliendola ai 
Dialoghi di Massimo Trojano, Venetia, Zaltieri, 1569. Raccontando ciò che 
fu fatto nelle nozze di Guglielmo 6» conte palatino del Reno e duca di 
Baviera con madama Renata di Loreno, il Trojano, gentiluomo napoletano, 
che vi assisteva, riferisce ohe dopo cena si fece « una comedia all'improv- 
viso alla italiana », nella quale il celebre musico Orlando Lasso, fiammingo, 
ma per lunga dimora quasi italiano, fece benissimo da Magnifico venetiano 



24 A. d'ancona 

cumenti teatrali di quattro anni sieno andati smarriti. Né il 1573 
ci offre altro, salvo una lettera del Capitano di Giustizia in data del 
31 gennaio, colla quale dice essersi messo d'accordo col Bargello 
per rimediare ai rubamenti di borse, divenuti frequenti durante le 
recite delle commedie. E neanche maggior importanza per la 
storia del teatro ha la notizia, data dal suddetto Capitano, d'un 
tumulto avvenuto « nel luogo ove si recita, con porre mano alle 
« spade et pugnali »la sera deiril[nov. 1574. Però, se nel carne- 
vale passato non c'erano stato commedie, n'ebbe colpa certo im- 
broglio, cosi esposto dal capo-comico dei Gelosi, Rinaldo Petignoni 
detto Fortunio, in una sua al Duca del 12 febbraio '74 da Venezia: 

Rinaldo, altrimenti Fortunio , per nome suo e de la Compagnia deli co- 
medianti detti li Gelosi, con ogni humiltà e debita reverenza , ricorre a li 
piedi de l'A. V. suplicandola si degni che nel dolersi che fa il sig/ Agosto 
Trissino con detto Rinaldo e compagni, che non sieno venuti questo carnevale 
a Mantova a recitare le loro comedie, che quella non vogli credere se non 
quello che si troverà essere la mera verità, cioè che havendo detto Rinaldo 



col nome di « messer Pantalone de' bisognosi », e Messer G. B. Scolari da 
Trento, fu il Zanne, e il Trojano « fece tre personaggi, l'uno fu il prologo, 
« vestito da rozzo villano, V altro l'innamorato sotto il nome di Polidoro, e 
« r altro lo spagnuolo disperato, chiamato Don Diego di Mendoza ; il ser- 
« vitore di Polidoro fu Don Carlo Livizzano, il servitor del Spagnuolo fu 
« Giorgio d'Ori da Trento: la Cortegiana innamorata di Polidoro, chiamata 
« Camilla, fu il marchese di Malaspina, e la sua serva Ercule Terzo, et un 
« servo francese ». La commedia di tre atti, fu concertata fra Massimo e 
Orlando , preceduta da un Prologo « alla cavaiola », e intramezzata da ma- 
drigali musicali dal Lasso. Lo scenario è dato in cotesto scritto di Trojano, 
e qui non lo riferiamo per la sua lunghezza: ricorderemo soltanto che Pan- 
talone, il quale già si chiama de' Bisognosi, aveva « un giubbone di raso 
« cremesino, con calze di scarlatto fatte alla venetiana, et una vesta nera, 
« lunga insino ai piedi, e con una maschera ». 11 Bini che rimise in luce 
questa menzione della commedia delV arte fuori d' Italia , non è altri che 
il Camerini; e sebbene col suo nome ristampasse cotesta notizia nei suoi 
Precursori del Goldoni, Milano, Sonzogno, 1872, p. 180, e poi nel 111 voi. 
uscito postumo dei Nuovi Profili Letterari, Milano, Battezzati, 1876, p. 220, 
non so che altri se ne giovasse in tanto scrivere che si fa suU' argomento. 
Perciò ne ho qui voluta ravvivar la memoria, come ricordanza ancora dello 
strano ma pur caro amico perduto. 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 25 

domandato al sig.»" Agosto più e più volte s'egli doveva andar a Mantova 
con la Compagnia questo carnevale , da quello gli è stato sempre risposto 
non saper alcuna cosa, né haver ordine alcuno sopra di questo negotio, et 
che se bene nel fine del carnevale a l' improviso è stato avisato detto Ri- 
naldo e suoi compagni di dovere andare a Mantova per simile eifetto, che 
S. A. debba haver riguardo alla povertà di quello e de li suoi compagni, 
quali come huomini mercenarii , di già si trovavano obligati in Venetia, e 
non potevano partire, se non con gran danno e vergogna loro, e che quando 
fossero stati in sua libertà, sì come hanno fatto delle altre volte, così anco 
adesso sarebbero venuti senza riguardo di spesa e di danno alcuno ; e di 
tutto questo, per confcrmation de le ragioni sue e de' suoi compagni, se ne 
potrà informare per una litera scritta al presente al detto sig.*" Agosto: dove 
facendosi chiara de la verità et de la innocenza mia e de" miei compagni, 
la supplico a difFenderci dall'ira di detto sig/ Agosto contro di noi concitata 
senza cagione, come dimostra in una litera scrittami per la posta passata, 
e questo sarà imponendogli silenti© sopra di ciò, et tanto più essendo infor- 
mata de la mia pronta volontà in servire sempre S. A., alla quale prego per- 
petua felicità e contentezza et humilmente baso le mani. 

Umilissimo Servitore 
Rinaldo Pktignoni (1). 

E nulla abbiamo pel '75 ; e pel '76, che fu anno in che la peste 
infieri in Mantova, lasciando 10 mila morti, questo solo : che gli 
abitanti di Acquanegra nel contado mantovano, invitavano il 
19 maggio il principe Vincenzo ad una commedia « che hanno 
« ordita fra di loro ». Di un prologo stravagante che nel '79 
Leone De Sommi meditava premettere ad uno spettacolo scenico, 
abbiamo già detto. 

Ma nel '79 appunto i Documenti ci danno ai 5 di maggio no- 
tizia di un fatto grave: la cacciata, cioè, della Compagnia dei 
Gelosi dalla città e stato di Mantova. Il documento, che però è 
una semplice minuta, e potrebbe anche non essersi tradotto in 
decreto, dice cosi: 



(1) Comunicazione del cav. A. Bertolotti, archivista. 



26 A. d'ancona 

D'ordine del Duca, che tosto abbiano ad essere cacciati dalla città e dallo 
stato di Mantova i Comici detti Gelosi , che alloggiano all'insegna del Bis- 
sone, e similmente il sig/ Simone, che recita la parte di Bergamasco, e il 
sig/ Orazio e il sig/ Adriano, che recitano la parte amantiorum, e Gabriele 
detto dalle Haste, loro amico. 

Facciamo, come si può, un poco di storia dei Gelosi. Di essi, 
già almeno dal '69 riuniti in Compagnia (1), la prima menzione 
risale al 1571 , quando recitavano in Francia , e precisamente 
dWHótel de Nevers in Parigi nel marzo, e a Nogent-le-Roi nel 
maggio pel battesimo di Carlo Enrico di Clermont (2). Che, 
come alcuni scrivono (3), si fondessero poco tempo dopo coi 



(1) Vedi il documento che riprodurremo più oltre, pubblio, dal Neri nella 
Gazz. letter. di Torino, 25 luglio '85. 

(2) Il documento francese sincrono, citato dal Baschet, p. 18, li chiama 
Galozi, ma è evidente trattarsi dei Gelosi. Non parrebbe che si abbiano a 
confondere colla Compagnia del Ganassa , che recitò a Parigi solo nel set- 
tembre: vedi Baschet, p. 19. 11 Baschet stesso, p. 14 , congettura che fos- 
sero fatti venire a Parigi dal Nevers, che era un Gonzaga. 

(3) Secondo il Sano, Op. cit., I, 44 e 304, i Confidenti con Celia, col Lom; 
bardi ed il De Fornaris vennero in Francia nel '71, e verso lo stesso tempo 
ci capitarono i Gelosi, con Orazio, Adriano e Lidia; le due Compagnie si 
fusero nel '74 formando i Comici Uniti, che recitarono a Parigi fino al '76, 
finché cioè i Fratelli della Passione fecero chiudere il loro teatro: allora, alla 
fine del '76, i Comici si ridivisero, e lo Scala rifece i Gelosi, che Enrico III 
trovò a Venezia, e fece di nuovo venire in Francia nel '77. Poi ripassarono 
le Alpi, e nel '78 a Firenze lo Scala formò la sua celebre compagnia, nella 
quale il Sand fa entrare perfino Francesco Bartoli ! Stimiamo inutile rilevare 
tutte le patenti inesattezze di questo passo del Sand. Secondo il Baschet, p. 52, 
i Gelosi si ricomposero sotto la direzione dello Scala, aggregandosi i migliori 
dei Confidenti, prima del '75. Adolfo Bartoli, p. cxxxi, scrive che nel '74 i 
Gelosi e i Confidenti formarono insieme gli Uniti, separandosi poi di nuovo, 
ed i Gelosi ricomponendosi collo Scala per capo. Ma le prove di tutto ciò io 
non so trovare, e parrai che la fonte comune sia il Magnin, art. cit., p, 850, 
che però non reca documenti o prove a conforto di quanto asserisce sulla 
unione delle due Compagnie nel '74 e sulla separazione nel '76. La cosa può es- 
sere, ma non ne rinvengo testimonianze autorevoli. Invece, documenti autentici 
recati dal Pagani, Teatr. a Milano, Milano, Sonzogno, 1884, pp. 21 sgg., e 36, 
ci mostrano i Confidenti autonomi a Milano nel giugno '74 e nel maggio '75. 
Circa la unione delle varie Compagnie, trovo soltanto nel Quadrio, V, 242, 
che circa il 1580 gli Uniti si congiunsero in Bergamo « per qualche giorno » 
coi Gelosi. Lo Zeno (Annotaz. al Fontan., I, 361), dice che nella Prefa- 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 27 

Confidenti, formando la Compagnia degli Uniti, e poi di nuovo se 
ne disfaccassero per riassumere l'antico nome, ò cosa possibile, 
ma della quale non trovo sicuro riscontro. Troviamo invece 
i Gelosi nei '72 a Genova (1), e '74 a Venezia: non solo nel febbrajo, 
come resulta dalla lettera di Rinaldo, ma anche nel luglio, quando 
ebbe voglia di sentirli, e principalmente la loro prima donna, 
signora Vittoria, Enrico 3°, che, venendo di Polonia, andava in 
Francia ad assumervi la corona reale (2). Forse egli aveva potuto 
altra volta udire cotesti comici, in Francia: forse arrivatogli il 
grido della loro valentìa, ebbe vaghezza di certificarsi del vero: e 
la Repubblica si affrettò a procurargli questo sollazzo, chiamando 
sollecitamente i Gelosi, che erano in quel momento a Milano, 
per concorrere alle onoranze e feste fatte dalla città a Don 
Gioanni d'Austria, il vincitore della battaglia di Lepanto (3). 
La signora Vittoria, che dal Quadrio (4) è detta Piissimi di co- 
gnome e nativa di Ferrara, e sulla scena si chiamava Fioretta, è 
quella della quale il Garzoni dice enfaticamente: « Ma sopratutto 
« parmi degna d'eccelsi onori quella divina Vittoria, che fa meta- 
« morfosi di se stessa in scena: quella bella maga d'amore, che 
« alletta i cuori di mille amanti con le sue parole : quella dolce 
« sirena, che ammalia con soavi incanti l'alma de'suoi divoti spel- 
« tatori , e senza dubbio merita d'esser posta come un compendio 
« dell'arte, avendo i gesti proporzionati, i moti armonici e concordi, 
« gli atti maestrevoli e grati, le parole affabili e dolci, i sospiri ladri 
« e accorti, i risi saporiti e soavi, il portamento altiero e gene- 



zionc alla Fiammella del Rossi si rinvengono alcuni indizj della separazione 
dei Gelosi dai Confidenti, avvenuta < non molto dopo » il '77. Ma né al 
Baschet, p. 92, nò a me, che ho ritentato la prova, è riuscito trovar nulla 
in codesta Prefazione. Insomma, su questo punto capitale della unione e 
disunione delle due Compagnie, regna la massima incertezza. 

(1) A. Neri, nella Gazz. lett. di Torino, 25 luglio 1885. 

(2) « Le Roy désire extrémement les voir (i Gelosi), et il désire surtout 
« que la femme, qui jouait aussi cet hiver, soit de la compagnie »: Ba- 
schet, p. 56. 

(3) Baschet, p. 57. 

(4) Op. cit., V, 242. 



28 A. d'ancona 

« roso, e in tutta la persona un perfetto decoro, quale spetta e 
« s'appartiene a una perfetta commediante (1) ». Anche il Por- 
cacchi, che descrisse le Attioni di Arrigo 3°, parlando degli 
spettacoli datigli in Venezia, afferma che « la donna è unica ». 
Sapeva infatti recitare egualmente bene nella tragedia e nella 
commedia, da regina e da servetta, ed era anche buona ballerina, 
come attesta una poesia del conte Gr. B. Mamiano, pesarese (2). I 
Gelosi, adunque, alla presenza di Enrico recitarono, fra le altre, 
una tragedia, che non è veramente tragedia (3), composta da 
Cornelio Frangipane, e messa in musica da Claudio Merulo (4), 
e due commedie dell'arte. Erano della Compagnia, oltre la signora 
Vittoria, Simone da Bologna (secondo Zanni o Arlecchino), Giulio 
Pasquati {Magnifico), Rinaldo, detto Forlunio, ed altri valenti 
ed applauditi comici : i nomi ce ne sono dati dal Porcacchi, che 
dice 11 primo « rarissimo in rappresentare la persona di un fac- 
« chino bergamasco, ma più raro nelle argutie e nelle inventioni 
« spiritose » ; il secondo, tale, che si sta in dubbio « qual sia in 
« lui maggiore la grazia o l'acutezza dei capricci, spiegati a tempo 



(1) Piazza universale ecc., p. 320. 

(2) Fr. Bartoli, II, 273. 

(3) Nella raccolta a stampa di cose italiane e latine fatte per la venuta 
del Re, vi è questa così detta tragedia, con un discorso dell'autore circa 
siffatto titolo dato ad un'opera che non è tragica, e nel quale si difende 
contro coloro che di ciò l'accusassero: vedi Allacci, Brammaturg ., Venezia, 
Pasquali, 1755. L'Yriarte, La vie d'un patricien de Yenise au XVI siede, 
Paris, Rothschild, p. 237, dice che il componimento del Frangipane è un 
misto di ballo, di musica e di poesia, dove Venere , Marte , Giove , Iride, 
Pallade, le Amazzoni, Mercurio ecc. fanno via via la lor parte, sotto figura 
di principi francesi: Caterina de' Medici, ad esempio, comparisce in forma 
di Pallade. Alla fine, si presagisce alla Francia il ritorno dell'età dell'oro, 
dopo le guerre civili. Cori numerosi diretti dai tanti maestri che allora ab- 
bondavano a Venezia, costituiscono la maggior parte di questa rappresen- 
tazione. 

(4) Non dallo Zarlino, come erroneamente asserì l'Algarotti: vedi [Arri- 
GONi], Notizie ed osservaz. intorno alVorig. e progresso dei Teatri in Ve- 
nezia, Venezia, Gondoliere, 1841, p. 13. Lo Zarlino compose le musiche che 
andarono incontro al Re sul Bucintoro: vedi Ademollo, I primi fasti della 
mus. ital. a Parigi, Milano, Ricordi, 1884, p. 7. 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 29 

« e sentenziosamente »; il terzo valentissimo « nell'accomodar 
«e novi, argomenti, ed in sapergli ridurre alla scena tragica o co- 
« mica con abiti , con fogge e con rapresentationi nobili (1) », 
sicché si direbbe piuttosto direttore della Compagnia, come ap- 
parisce anche dalla lettera del 1574, che semplice attore. E dei 
Gelosi Enrico restò cosi soddisfatto, che nel maggio del '76, quie- 
tate appena le cose del regno, scriveva al suo ambasciatore a 
Venezia, Monsieur du Ferrier, perchè procurasse mandargli a 
Parigi il Magnìfico e la sua Compagnia comica: la quale, tro- 
vandosi allora alla Corte imperiale (2), non potè innanzi al '77 
aderire all'invito del Cristianissimo, Svaligiati dagli Ugonotti alla 
Charité sur Loire, i Comici italiani poterono però il 25 gennaio 
presentarsi sulle scene di Blois, con gran soddisfazione del Re e 
della Corte, che continuarono a prendervi diletto, sebbene un 
predicatore, in presenza dello stesso Enrico, osasse dire che era 
molto mal fatto l'andare ad ascoltarli. Da Blois si trasferirono a 
Parigi, dove, dice il sig. de l'Estolle, prendevano quattro soldi 
per testa agli spettatori, e v'era tal concorso di popolo, che i 
quattro Tnigliori predicatori della capitale non ne raccoglie- 
vano tutti insieme altrettanti (3). Ma anche a Parigi non man- 
carono guai ai Gelosi , dacché il Parlamento pronunziò solen- 
nemente, le commedie loro nuli' altro insegnare salvo il liber- 
tinaggio e l'adulterio, ed essere pestifere scuole di corruzione 
alla gioventù d'ogni sesso. Protestarono i comici, e il Re li prese 
sotto la sua protezione, tanto che poterono continuare a recitare 
sino all'ottobre. Questo breve bigliettino di Enrico al suo tesoriere 
è prova del gusto che ei prendeva ad udire i Gelosi e la com- 
media a braccia: 



(1) Vedi Baschet, p. 61, nota. 

(2). In un artic. di Albert Lindner nel Magaz. f. d. Literat. d. /n- und 
Ausi., 28 febbr. '85, trovo che da certi Registri di Conti della camera im- 
periale resulta che una Compagnia comica italiana, dove erano Francesco 
e Isabella (Andreini) e Flaminio (Scala) recitò a Linz a tempo di Massi- 
miliano li: dovrebb' essere dunque nel tempo dal 1564 al 76: ma non si 
è sicuri che fossero i Gelosi. 

(3) [Parfait], Hist. de Vane. Th. ital., Pai'is, Lambert, 1753, p. 2. 



30 A. D ANCONA 

Monsieur, jay accordé aux commédiens de avoir ce quilz avoient a Bloys, 
je veux qu'ainsi soit faict et qu'il n'y ait pas faulte, car j'ay plaisir à les 
oyr, que je n'ay eu oncques plus parfaict (1). 

L'anno appresso, secondo assevera il Magnin (2), i Gelosi erano 
a Firenze, e sembra che là la Compagnia si riformasse con quegli 
attori famosi, che vengono ricordati dall'Andreini, cioè: Lodo- 
vico (3) {Grattano), Simone (4) {Zanni) e Gabriello (5) {Fran- 
catrippa), tutti tre da Bologna: il Pasquati {Pantalone), Orazio 
padovano {Vinnaniorato), Adriano Valerini (altro innarnorato), 
Girolamo Salimbeni {Zanohio da Piombino), Prudenzia veronese 
{seconda donna). Silvia Roncagli {Fy^anceschina), Francesco An- 
dreini {Capitan Spavento da valle inferna) e sua moglie Isabella 
{prima donna innam,orata). « Di quelle Compagnie, dice l'An- 
« dreini, non se ne trovano più! (6)». Vuole il Magnin (7) che 
la Compagnia restasse in Firenze anche nel '79 (8): ma certo 
è che intanto, nel maggio, erano sfrattati, come vedemmo, da 
Mantova, donde sembra andassero a Milano, ivi pure l'anno 
appresso, seccati e minacciati di sfratto dal giudice Monforte (9). 

Il grosso della Compagnia in Mantova alloggiava al Biscione: 
gli altri, forse quelli di maggior valore, altrove: e perciò ven- 



(1) Baschet, p. 76. 

(2) Art. cit., p. 851. E Ad. Bartoli, Op. ciL, p. cxxxi. 

(3) Fr. Bartoli, II, 295. 

(4) Fr. Bartoli, II, 240. Il Rossi nella prefazione alla Fiammella loda 
« M. Simone, zanne dei signori Gelosi, e m. Battista da Rimino, zanne dei 
« signori Confidenti » perchè « osservano il vero dicoro de la Bergamasca 
« lingua ». 

(5) Fr. Bartoli, I, 248. 

(6) Bravure del Capit. Spavento, Venezia, Barboni, 1669, rag. XIV, p. 53. 

(7) Art. cit., p. 851. 

(8) Ad. Bartoli, p. cxxxiv, dice: « lo sappiamo con sicurezza della nascita 
« di G. B. Andreini ». La notizia della nascita di G. Battista in Firenze nel 
'79 è data nella biografia di lui di Fr. Bartoli, I, 13. Ma può darsi, se la 
notizia è esatta, eh' ei nascesse prima del Maggio: notevole è ad ogni modo, 
che nel documento mantovano, gli Andreini non sieno ricordati. 

(9) Pagani , Op. cit. , p. 23. Altro documento dei Gelosi recato a p. 22 
sembrerebbe spettare al 1579. 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 31 

gono rammentati separatamente dagli altri. Degli attori magni- 
ficati dall'Andreini, qui troviamo solo tre: Simone da Bologna, 
il sig. Orazio ed il sig. Adriano. Chi fosse il primo e qual parte 
facesse, ci è già noto: Orazio era di nome Nobili, padovano di 
patria, e faceva la parte d'innamorato (1): il sig. Adriano era 
il Valerini da Verona, dottore e letterato, autore della tragedia 
Afrodite, non che di rime e prose, e che già abbiam ricordato 
come amante di Lidia da Bagnacavallo e poi dell'Armani: an- 
ch' egli amoroso, col nome di Aurelio (2). Par che più tardi 
mettesse compagnia da per sé (3), e nell' '83 recitava certa- 
mente a Milano (4); ma S. Carlo, tenendo che le commedie fos- 



(1) Fr. Bartoli, II, 63, ne dà poche notizie, rimandando alle lodi che 
fanno di lui il Bruni nelle Fatiche comiche e 1' Andreini nel Capitan 
Spavento. 

(2) Nella prima metà del sec. XVII vi fu un altro comico — certamente 
non potè essere il Valerini — che portò il nome di Aurelio: ed è ricordato 
dal Baschet, pp. 276, 298, all'anno 1620. Di lui il cav. Bertolotti ci comu- 
nica questa lettera del 7 Luglio 1621 al Duca , tratta dagli Archivj di 
Mantova : 

« Per tener ravvivata in V. A. la memoria della mia riverente servitù, 
« vengo col testimonio di questa a farle humile reverenza et a supplicarla 
« che altrettanto le piaccia di conservarmi in sua gratia quanto è degnato 
« di darmi luogo in essa, mentre io, per fine di questa , inchinandola di 
« nuovo, prego a V. A. da N. S. D. proportionata grandezza al suo real 
« merito et al mio particolar desiderio. Di Napoli. Devotiss. et humiliss. 
« servitore 

« Aurelio fedele comico » 

Un terzo Aurelio fu Bartolomeo Ranieri, piemontese, espulso di Francia 
per cause politiche, nel 1689: vedi Parfait, Op. cit., p. HO: Campardon, 
Op. cit., 1, p. 139, 235. 

(3) Così dice Fr. Bartoli, li, 260. Il Magnin, Ari. cit. p. 851, assevera 
che la sua Compagnia fu quella degli Uniti: lo stesso dice Ad. Bartoli, 
p. cxxxvii, aggiungendo che ciò dovette avvenire circa il 1580. 

(4) L'Andreini, Bravure ecc., p. 53, dice, senza notar Tanno, che a Mi- 
lano i Gelosi recitavano a Porta Tosa nelle case degli Incarnatini. Una 
Compagnia comica, della quale non si fa il nome, nel 1591 recitava in un 
camerone o granaio vuoto di proprietà del Comune nel Broletto, in via So- 
lata : vedi Pagani , Teatr. a Mil., p. 19. 



32 A. d'ancona 

sero cosa peccaminosa, fece si che gli fosse tolto il permesso di 
recitare. Dopo molti dibattimenti, il Santo si piegò a più miU 
consigli, purché il Valerini si sottomettesse alle norme prescritte 
da S. Tommaso circa il tempo, il luogo e le persone, « il tempo, 
« che non sia di quaresima: il luogo, che non sia chiostro sacro: 
« e le persone, che non sieno religiose: ed impose a' comici che 
« mostrassero gli scenarj delle commedie giorno per giorno al 
« suo foro, e così ne furono dal detto Santo e dal suo vicario 
« molti sottoscritti : ma gli affari di quell'uffizio fecero tralasciare 
« l'ordine, giurando il Valerini che non sarebbero stati gli altri 
« soggetti meno onesti dei riveduti (1) ». 



(1) Fr.Bartou, II, 260. 11 Barbieri, detto Beltrame, che fu primo nella sua 
Supplica, p. 164, a raccontare il fatto, aggiunge: « Il Braga, cosi chiamato il 
« Pantalone di quella Compagnia, e il Pedrolino, avevano ancora, e non è 
« molto, di quei suggetti, o siano scenarj di commedie, sottoscritti, e quelli 
« segnati da S. Carlo tengono custoditi: e nelle Compagnie, ove ora sono, 
« vi è chi ne ha due, e gli tiene a casa per non li smarrire ». Il Ricco - 
BONI, Hist. du th. ital., Paris, 1728, p. 58, scrive: «Dans ma premiere jeu- 
« nesse j'ai connu une vieille comedienne, qui s'appelloit sur le théàtre 
« Lavinia (meglio che la Diana Ponti o la Marina Antonazzoni, sarà 
« questa, come resulterebbe dal Bartoli I, 281, l'Antonia Isola), la quelle 
« dans l'heritage de son pere avoit trouvé nombre de ces canevas signés par 
« S. Charles Borromée , dont elle s' etoit defaite pour en fair present à 
« des s§avans, qui l'en avoient instamment priée. Agata Calderoni detta 
« Flaminia, grande mere de ma femme, a vù et examiné ces canevas, et 
« m'a assuré avoir été longtemps indignò contro sa bonne amie Lavinia 
« pour ne pas en avoir conserve quelques-uns. Malgré toutes ces assurances, 
« je n'étois pas content, j'aurois souhaité d'en avoir vù moi-méme ». È da 
vedere in questo proposito il libro anonimo, ma di un Castiglioni, Senti- 
menti di S. C. Borromeo int. agli Spettacoli, Bergamo, Lancellotti, 1759, 
dove a p. 39 è recato l'ordine del Governatore di Milano del 1569 che « non 
« si facci comedia alcuna, che non sia prima revista per il prevosto di 
« S. Barnaba » : che era allora il p. Alessandro Sauli , poi beatificato. 
Segue la narrazione minuta di tutte le « sante importunità » del Bor- 
romeo, e le noie date ai Comici dall'autorità politica, istigata dall'eccle- 
siastica, ma spesso ancora in conflitto di giurisdizione con questa, sul 
proposito delle commedie, finché si arriva al racconto dei casi del 1583, 
pei quali il Castiglioni ricorre al Barbieri « la cui autorità non è da sprez- 
« zare » , e secondo il quale « il decreto dell' Arcivescovo di Milano fu 
« pubblicato l'anno 1583, registrato da Mons. Fontana ferrarese a e. 45 della 
« sua Instit. ». Il Barbieri stesso aggiunge, che trent'anni dopo il fatto di 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 33 

Costretti ad ignorare il vero motivo della cacciata dei Gelosi da 
Mantova, non possiamo però supporre che fosse nemicizia o poca 
propensione del Duca per il teatro. Bisogna che que' comici ne 
avessero fatta qualcuna delle grosse (1) per incorrere nell'ira di 
Guglielmo, del quale tutti gli atti provano invece l'amore al teatro 
ed agli attori. Che intanto, anche sfrattati i Gelosi, non fossero 
abolite le commedie, è attestato da un ordine ducale del 17 feb- 
braio 1580, col quale 

... si permette , eccetto ai Religiosi, ai sudditi nostri di mascherarsi et di 
godere il trattenimento della comedia, che si fa questa sera nelle scene di 
questo castello, e perciò concediamo a ciascuno che dalle 23 ore fino ad una 
ora dopo finita la comedia, possano entrarvi mascherati , avvegnaché nella 
grida delle maschere abbiamo vietato alle maschere l'entrata delle porte che 
conducono in questa nostra Corte e Castello. 

E sia per evitare inconvenienti, sia per dar segno di benevo- 
lenza ad un cantore ed istrione di Corte, che già conosciamo 
col nomignolo di Zoppo, ai 14 marzo il Duca segnava quest'atto: 



Milano, anche a Palermo, essendovi allora costà Trappolino « quello che 
« pochi mesi sono morì nell'eremo vicino a Venezia dopo molt'anni di pe- 
« nitenza », si cominciò a sottoscrivere gli scenarj dall'autorità ecclesiastica. 
Ho riassunto il curioso libro del Castiqlioni nelle Orig. del T., II, 278-84, 
e così ha fatto anche lo Scherillo, La Commedia dell'Arte in Italia, 
Torino, Loescher, 1884, pp. 135 sgg. Vedi anche la cit. monografia di Gentile 
Pagani, Del Teatro in Milano avanti il 1598, Milano, Sonzogno, 1884, 
pp. 32 sgg. 

(1) « Per cagione dei profani Comici , che pervertono l' arte antica , in- 
« troducendo nelle comedie disonestà e cose scandalose... giace come nel 
« fango sepolta l' arte comica, e da' Signori vengono sbanditi fuori de' stati 
« loro, dalle leggi avviliti, da' popoli con diverse beffe scornati, e da tutto 
« il mondo, quasi per pena delle loro scorretioni, meritamente delusi. Per 
« l'historie tu trovi le Compagnie divise: la Signora è in Parma, il Magni- 
« fico è a Venezia, la Ruffiana in Padoa, il Zani a Bergamo, il Gratiano 
« a Bologna, e bisognano patenti e licenze da ogni banda, se vogliono re- 
« citare e guadagnarsi il vitto, perchè tutte le persone sono ammorbate da 
« questa vii canaglia, che mette ogni disordine in campo, e compie di mille 
« scandali intorno, dovunque vanno»: Garzoni, Op. cit., p. 320. 

Giortmle. storico, VI, fase. 16-17. 3 



34 A. d'ancona 

Instrutti dell'infonnatione che ha il giocondo nostro Filippo Angelone di 
tutti li comici mercenari , zaratani et cant' in banchi , lo eleggiamo per 
superiore ad essi in tutti li nostri stati, si che alcuno di loro, o solo o ac- 
compagnato, non habbia ardire di recitare comedie o cantare in banco, ven- 
dendo ballotte simili bagattelle, senza sua licenza in scritto, né d' indi 
dipartirsi senza la meds.""» licenza, sotto pena di essere tutti spogliati di 
ciò che haveranno, così comune come proprio, da esser diviso in tre parti (1). 

E' si vede che nel concetto comune non si osservava quella 
dottrina del commediante Beltrame, che cioè « dal circolatore 
« al comico vi sono molti gradi (2) », e che in certo modo i signori 
virtuosi e i cerretani formavano una sola famiglia. Ma il Duca 
continuava tuttavia ad esserne mecenate amplissimo, e quasi 
potrebbe dirsi che si fosse fatto, per amor del teatro, agente mas- 
simo delle Compagnie comiche per l'Italia e per l'estero. Ecco, 
in prova, una lettera di lui del 30 maggio '80, dalla quale anche 
si vede che le recite non erano state in Mantova interrotte col 
partire dei Gelosi, e che è diretta al potestà di Verona per rac- 
comandargli i Confidenti, sui quali parrebbe essersi allora ac- 
colto il favore ducale: 

La Compagnia de' comici Confidenti , quale di presente si trova in questa 
città, desidera al partir suo di qui venirsene costì a recitare le loro comedie 
per trattenimento publico di cotesta città, et però mi hanno ricercato d'in- 
tercedere per loro con V. S., perchè concedi ad essi licenza di poterlo fare. 

E consimile raccomandazione è fatta il 27 aprile al cardinal 
d'Este : 



(1) Successore all'Angeloni in quest'ufficio fu Tristano Martinelli, nel '99, 
e poi anche a quel che pare, nel 1613 preposto ai « comici, mercenarj, ba- 
« gatellieri, saltatori che vanno sulla corda, che mostrano mostri et edificj 
« e simili cose, et zarlattani che mettano banchi per le piazze per vendere 
« ogli , unguenti , pomate , lituarj , controveleni , bolle , moscardini , acque 
« muschiate, zibetto, muschio, instorie ed altre cose stampate, ongia della 
« gran bestia, et che mettano castelli per medicare, et simile sorta di gente ». 
Vedi Portigli, Brano dell' Epistolario d'Arlecchino, in Strenna Manto- 
vana pel 1871, p. 101. 

(2) Supplica, p. 31. 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 35 

La Vittoria con la Compagnia de' suoi comici desidera di poter recitare 
le loro comedic nella città di Padova, però hanno pregato me a intercedere 
con V. S. IH.™*, perchè la favorisca insieme £0i suoi compagni , acciocché 
col mezzo dell'autorità di V. S. 111.™* possino ottenere quanto desiderano. 

Forse erano gli stessi Confidenti, che non erano potuti andare a 
Verona : forse trattasi d'altra Compagnia. Nella storia delle Com- 
pagnie comiche del tempo regna tanta incertezza, che nulla si può 
affermare in proposito. Il Duca stesso si divertiva a scomporle e 
ricomporle, come si vede da questa lettera di Agostino Trissino, 
diretta probabilmente al segretario ducale Marcello Donati, e 
che sta fra le date delle due precedenti, essendo del 22 giugno : 

Dopo la partita del Ser.™» Sig.' Principe andai dalla S.""* Vittoria per darli 
il buon giorno, et la trovai di tanta mala voglia , che quasi mi fece lacri- 
mare , dicendomi che il S."" Principe Ser.™° ha detto ad alcuni della sua 
Compagnia , con pena della sua disgratia , debano andare nella Compagnia 
di quella donna (forsi non troppo sana , per quanto mi vien detto) lamen- 
tandosi detta Sig.""*, dicendo non saper la causa, perchè il Ser.°>o Sig."" Prin- 
cipe li voglia dare questo danno di smembrare la sua Compagnia, non ha- 
vendo mai lasciato di servirlo, né di giorno né di notte et d'ogni bora, et 
poi per guiderdone di questo , habbia a meritarsi tale afronte : certo che 
S. A. potria revocare questo comandamento, mi è parso voler scrivere queste 
quattro parole a V. S., acciò favorisca la S.»"* et me insieme , di supplicare 
l'A. S. che non voglia fare questo torto a questa Compagnia, atteso che lori 
sono stati servitori, et sono per servire ad ogni minimo cenno, come Lei ha 
visto sin bora. 

Ma chi era quest'altra donna, che il Duca cosi visibilmente 
proteggeva a danno della Vittoria? Sembra che fosse quella della 
Compagnia di Pedrolino, ma non ne sappiamo altro: come ci 
è ignoto chi fosse l'attore che nel 1580 sosteneva la maschera 
di Pedrolino (1). Come si vede le Compagnie intanto erano 



(1) Togliamo questa notizia su Pedrolino dal Sano, Op. cit., I, 257, la- 
sciandone a lui la responsabilità : ed anche del dare al Cocchi i Bernardi, che 



36 A. d'ancona 

cresciute di numero: vi erano i Gelosi, i Confìdenti, a cui 
probabilmente apparteneva la signora Vittoria, gli Uniti, che 
potrebb'essere una cosa stessa con la Compagnia di Pedrolino (1), 
i Desiosi (2) ed altre, o senza nome o di nome ignoto, come quella 
formatasi a Genova nel '67 fra Guglielmo Rerillo napoletano. An- 
gelo Michele da Bologna e Marcantonio veneto: societaiem in- 
simul recitandi co^nedias , dice il contratto , e , all'occorrenza , 



sono del D'Ambra, e dove il servo è Pietro e non Pedrolino: «.Pedrolino, 
« Piero, Pierrot est le mème personnage, paraissant sur la scène italienne 
« dès 1547 dans une comédie de Cristoforo Castelletti sous la dénomination 
« de Pierro valet; nous le retrouvons remplissant le méme emploi dans i 
« Bernardi de G. M. Cecchi en 1563, et dans les pièces de Luigi Grotto, 
« autre autres dans la Attiera, 1587: il joue sous le nom de Pedrolin les 
« valets naifs avec Bertolin (Zecca). Dans la troupe des Gelosi de 1578 à 
« 1604 inclusivement, les ròies de valet sont joués par Pedrolino, Burat- 
ti tino et Arlecchino... Dans les cinquante scenarios de FI. Scala il est pres- 
« que toujours l'amoureux préferé de la soubrette Franceschina ». Ag- 
giunge (p. 263) che Pedrolino divenne Pierrot in Francia per opera del 
Molière nel Don Juan (1656), e che la parte di Pierrot fu creata e lunga- 
mente sostenuta da Giuseppe Giaratoni ferrarese (p. 274). 

(1) Neir anno 1576 la Compagnia di Petrolino trovasi in Toscana come 
si ricava dalla seg. lettera del Commissario Capponi al Granduca (Arch. Med. 
filza 687, e. 135): « La Compagnia di Petrolino per una supplicatione dice 
« a V. A. S. esser stata gran parte della invernata in Firenze et di poi in 
« Pisa, et doppo certe settimane essersene andata a Luccha, et quando ha 
« satisfatto li Lucchesi, volendosene ritornare a Pisa, non è stata da me 
« lasciata entrare. È stato vero questo, perchè nelle ragunate et habitationi 
« rispetto a certi amori di lor donne, sentii tali romori che ne poteva uscir 
« Beandoli notabili, et però non gli ho voluto concedere il ritorno. Oggi 
« avendo ottenuto da V. A. habitino in Pisa senza far ragunate o comedie, 
« non ho mancato di obedir a' suoi comandi, et significarli anchora la ca- 
« gione perchè no la ho voluto lasciar entrar, et a V. A. S. mi raccomando 
« et prego felicità. Di Pisa, a dì 28 di Luglio 1576. (Comunicazione del 
cav. Gaetano Milanesi). 

(2) Nel 1581 i Desiosi erano a Pisa , come ne fa fede il Montaigne, 
Yoyage ecc., Ili, 174, che ivi li trovò, e ricorda che ne faceva parte un 
Fargnoccola, che par nome di maschera. Egli si piacque della loro conver- 
sazione, e giuoco con essi alla riffa, e da buon cavaliere, mandò a regalare 
del pesce alle « donne commedianti ». A Pisa vennero anche a recitare, ma 
non si sa in qual anno, i Gelosi, come si ricava dalle Bravure dell' An- 
DREINI, p. 131. 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 37 

sonandi, cantaridi, halandi ecc. (1). Il Duca intanto continuava 
nella sua idea fissa di formare una nuova Compagnia di ottimi 
attori, e a ciò si riferisce la seguente lettera di un comico, già 
noto pel proprio valore, ma che, da buon marito di prima donna 
celebre, univa al proprio il nome della moglie. La lettera, scritta 
ai 17 settembre da Firenze, è di Drusiano Martinelli: 

Io ho inteso come l'A. V. voleva che io entrassi con la moglie nella Com- 
pagnia de Pedrolino, la qual cosa havrei molto volentieri fatto per amore 
di V. A. et averci pagato tal occasione tanto sangue, sol per obedire il mio 
Sig.""' et patrone, ateso che non ci è cosa al mondo eh' io non facesse per 
quello. Però i Pedrolini si sono accomodati con la S/» Vitori, et io averò 
una bona Compagnia, perchè or meglio comoderò la mia, et faremo la terza 
Compagnia. Sì che se S. A. S. voi aver comedianti in Mantova per (questo 
carnevale, non ci è la meglio Compagnia de la nostra, ateso che i Gelosi 
e i Confidenti vano a Venetia: però se S. A. S. vele che venirne per il car- 
nevale a Mantova, dia la risposta o sì o no al portatore di questa, che sarà 
mio padre, o in carta o a bocca, che lui me la farà avere: ma meglio sarà 
a farla scrivere, volendo che veniamo; perchè i compagni verano più vo- 
lentieri: e questo le scrivo perchè se V. A. S. non me dà risposta tra un 
mese, noi andiamo a Napoli per il carnevale. Non altro, basciando humil.'« 
i genochi di V. A. S. 

Di V, A. S. Mum. servo 

Drusiano Martinelli, marito di M.' Angelica. 

Questo Drusiano Martinelli, fratello all'altro di nome Tristano 



(1) Belgrano in Arch. Stor., S"^ serie, XV, 422 (Anno 1872). A Milano 
nel '78 chiedeva di recitare la Compagnia degli Intronati, che al nome si 
direbbero senesi , ma non apparirebbero tali allo stile di questa supplica : 
« Li fidelissimi servi di S. E. i virtuosi comici Intronati, come solito di 
« cadon anno, con il megio però di sua licenzia, recitan quivi in Milano 
« le sue solite Comedie, bora humilmente se ricoreno da quella, supplican- 
« dola per sua solita pietà e cortesia sia servita conceder le già solite li- 
« cenzie alli detti virtuosi Intronati, di puoter recitar le lor honeste Co- 
« medie quivi in Milano, tanto e con il modo delli prossimi passati anni, 
« et ciò sperano da Sua Eccellenzia, offerendosi pregar il S. Idio per lei » : 
vedi Pagani, Teatr. a Mil., p. 21. 



38 A. d'ancona 

e celebre Arlecchino, non era un attore volgare, se già nel '77 
e nel '78 era stato in Inghilterra (1) recitando alla presenza della 
regina Elisabetta. Più tardi, nell' '88, andò col fratello in Spa- 
gna (2), e poi di nuovo, nel 1600, in Francia, a capo della Com- 
pagnia degli Accesi (3). Era suddito del Duca, come figlio di un 
Francesco « cittadino et habitante di Mantova ». Chi fosse e 
quanto valesse nell'arte la moglie madama Angelica, della quale 
avremo da riparlare, non consta (4). 

Si appressavano intanto le feste pel matrimonio del Principe 
Vincenzo con Margherita Farnese, ed oltre aver ordinato una 
commedia agli Ebrei e al De Sommi, come già notammo addietro, 
si ricorreva per tal circostanza alla signora Vittoria, e ne fa fede 
la seguente lettera di Augusto Trissino del 25 decembre 1580: 

Messer Filippo Angeloni scrive di ordine di S. A. alla sig.'* Vittoria che 
voglia venire con la sua Compagnia questo carnevale a Mantova, con l'oc- 
casione di queste Ser.™* nozze. 

A celebrare adunque questo nodo, che poi doveva sciogliersi 
per inabilità della sposa, la città si dispose di buon'ora all'allegria. 
Si recitò in Castello, come resulta da una lettera di Aurelio Zi- 
braraonti del 27 gennaio: ai 4 febbraio il vescovo d'Osimo fece 
rappresentare in casa sua una pastorale assai bella, come attesta 
Don Francesco Borsato. L'entrata solenne della nuova principessa 



(1) Collier, The hist. of. engl. dram, poet., cit. in Bartoli, p. cxxix. 

(2) Ad. Bartoli, p. cxxx. 

(3) Baschet, p. 109. Vedi anche una lettera di Tristano al segretario 
Vinta, in Ad. Bartoli, p. cxxxiv, nota. 

(4) Forse era quell'Angelica Alberigi — così almeno par doversi leg- 
gere la sottoscrizione — che circa questo tempo, e precisamente ai 15 gennajo 
dell' '83, scriveva a questo modo da Bologna al Duca: « Essendo desiderosa 
« la nostra Compagnia far comedie questo carnevale in Mantova, la supli- 
« camo resti servita di far che solo la nostra possa recitare comedie, poiché 
« habbiamo da Filippo musico di S. A. havute lettere che dobbiamo andare, 
« e perchè se ne vuol venire un altra non uguale a questa in far comedie, 
« però suplico S. A. mi favorisca che non vanghi altro che la nostra ». 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 39 

ebbe luogo il 30 aprile 1581, e non fecero difetto sceniche rap- 
presentazioni, senza che ci sia dato saper quali precisamente (1). 
Altrettanto fu fatto 1' anno appresso , quando Anna Caterina , 
figlia di Guglielmo, andò sposa all'arciduca Ferdinando d'Austria, 
che fu nell'aprile. E ai G di luglio di quest'anno '82 abbiamo la 
seguente lettera dei Confidenti (2) al Duca, da Bologna: 

Ad un sol cenno del messo di V. A. S.""" ci ritrovassimo subito pronti ad 
ogni sua richiesta, quantunque sia con gran danno nostro, ma per non esser 
qui tutta la Compagnia, non si è potuto spedire il messo, il quale hora per 
altri suoi servitii parte di Bologna, con promessa di partirci subito che sia 
qui tutta la Compagnia, essendo quelli che sono fuori di qui conformi al 
nostro volere, come crediamo sarano tutti, pregandogli felice stato. 

Era andato a scritturarli il noto Filippo Angeloni, che due giorni 
appresso confermava la lettera del capo della Compagnia, assi- 
curando che i comici per partire aspettavano soltanto da Firenze 
« la signora Diana e Gratiano ». Si direbbe che la signora Diana 
Ponti (3), detta Lavinia, si fosse sciolta dai Desiosi (4), entrando 
fra' Confidenti, al modo stesso come poi fu dei Fedeli (5). Di lei 
non molto sappiamo, salvo che fu anche poetessa, ed esistono sue 
rime a stampa (6), e che nel 1601 era in Francia (7). Del resto, la 



(1) 11 Canal, Op. cit., p. 68, ricorda la musica fatta da Paolo Cantino per 
gli intermezzi a una Commedia recitata alla Corte di Mantova nell' '81, 
probabilmente in questa ricorrenza. 

(2) Anche V anno innanzi i Confidenti erano a Bologna raccomandati dal 
duca stesso al cardinal Cesi, come risulta da lettera di questo porporato al 
Gonzaga in data del 27 maggio: « Sì come io scrissi a Monsignor d'Osmo, 
« che mi contentavo per rispetto di V. A., non son mancato di far serbare 
« il luoco qua alli comici Confidenti, et non mancherò di farglielo serbare 
« ancora, non solo per il tempo che mi scrive per la sua delli 25 di questo, 
« ma per quanto sarà comandato da V. A. ». 

(3) Da non confondersi con altra celebre Diana, ma del sec. XVIII, su 
cui vedi Fr. Bartou, 1, 194, e Goldoni, Memorie, ediz. Lòhner, 1, 286. 

(4) In fronte al Postumio pubblicato nel 1601 a Lione dallo Scala leg- 
gesi un Sonetto « della signora Diana Ponti detta Lavinia, Comica Desiosa » . 

(5) Ad. Bartoli, p. cxxxix. 

(6) Quadrio, V, 244. 

(7) Baschet, p. 114, 120: Sano, II, 175. 



40 A. D ANCONA 

ritroveremo fra poco. Il Graziano potrebbe essere Lodovico da 
Bologna. E forse questi stessi comici Confidenti, all'andata o al 
ritorno, si fermarono alla villa estense di Belriguardo. Vi ha al- 
meno un avviso da Ferrara al Duca del 13 agosto, che i comici 
hanno avuto « scudi trenta per cinque o vero sei comedie » ivi 
recitate a richiesta della duchessa di Ferrara. 

Il principe Vincenzo teneva dal padre il gusto delle com- 
medie e la protezione dei comici (1) , e insieme la voglia di ri- 
manipolare le Compagnie. Nel 1583 infatti, si era messo in capo 
di fondere in una sola buonissima, tre Compagnie comiche non 
in tutto buone, mettendovi a capo Francesco Andreini e la [moglie 
di lui, la celebre Isabella. L'Andreini pistoiese, nato circa il 1548, 
fu dapprima soldato : militò nelle galee toscane, e preso dai turchi, 
stette ott'anni schiavo. Fuggì, e tornato in Italia si diede alla 
professione di comico, probabilmente unendosi ai Gelosi, dapprima 
facendo le parti d'innamorato, poi creando quella di soldato su- 
perbo e vantatore, col nome di Capitan Spavento della vai d'In- 
ferno. Si provò anche con lode agli altri personaggi del Dottor 
siciliano, del negromante Falsirone e perfino del pastore Co- 
rinto. Capo della Compagnia comica che andò in Francia nel 
1600, e fu acclamatissima dal Re e sua famiglia e da tutta la 
Corte (2), restò oltr'alpi fino alla morte della moglie : dopo questo 
triste caso, che lo privava di una consorte bella e fedele e di 
una inarrivabile compagna nel giuoco scenico, abbandonò il teatro 



(1) Protesse ogni sorta di virtuosi, e per un maestro di ballo è la se- 
guente al duca Ferdinando di Baviera, in data 25 ott. 1579, comunicatami 
dal cav. Bertolotti : « Evangelista Papazzoni mantovano maestro di ballo 
« della maestà cesarea, mio signore, havendo ottenuto licenza di venirsene 
« a Mantova per accomodare alcuni suoi affari e ritornarsene fra tre mesi al 
« suo servitio, vien ritardato da li ministri di S. M. diferiscono la sua spedi- 
« tione a poter effettuar questo suo desiderio, perciò havrò ricorso all' E. V. 
« perchè lo favorisca di farlo spedire conforme alla mente di S. M. Di che 
« io ne la prego molto, come faccio anco a comandarmi ogni volta che se 
« le presenterà occasione di valersi di me et delle cose mie, col qual fine 
« le bacio la mano. Il Principe di Mantova ». 

(2) Basghet, pp. 126 sgg. 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 43 

e si ridusse a Venezia. Pubblicò nel 1607 le Bravure del Ca- 
pitan ^pavento, nell' '11 le due Favole boschereccie V Ingannala 
Proserpina e V Alterezza di Narciso; l'anno dopo, i Ragiona- 
menti fantastici posti in forma di dialoghi rappresentativi, nel 
'16 raccolse le Lettere e i Frammenti di scritture della moglie, 
e nel '18 mise fuori la seconda parte delle Bravure. Cosi il suo 
pensiero era quasi costantemente volto al teatro, al quale avviava 
il figlio Giambattista. Mori in Mantova ai 20 agosto del 1624 (1). 
Maggior fama consegui la moglie, nata in Padova nel 1652, e 
sposatasi a lui nel '78. Sotto la direzione e i consigli del marito 
e di Flaminio Scala, capocomico dei Gelosi, divenne ben presto 
una delle più celebrate attrici italiane del suo tempo. Era bella, 
era colta e gentile: la morte, in giovane età e nel fior delia 
gloria, ne fece più noto il nome. Vivente, fu lodata dal Tasso (2) 
e dal Gbiabrera (3); morta, dal Marini (4): i maggiori poeti del 
tempo (5). Era anche lei poetessa, e ci restano la favola bosche- 
reccia la Mirtina (6) e un volume di Rime, col titolo aggiunto 
al suo nome, di comica gelosa (1601). Amava l'arte sua, che il- 
lustrò non solo colla singoiar valentia, ma coll'ingegno e, eh' è 
meglio, colla virtù: che niuno ebbe mai a dir nulla sul conto 
suo, ed anzi per lei la professione di attrice fu circondata di luce 
purissima. Gara ai regnanti d'Italia e di Francia, applaudita dal 
pubblico delle due nazioni, serbò modesto il contegno. Nell'aprile 
del 1604, partiva col marito dalla Francia, colmata di onori da 
Enrico IV e da Maria de' Medici. « Elle a donne tout contante- 
« ment d'elle et de sa troupe au Roy mon seigneur et à moi: 
« c'est pourquoi je vous la recommaiide avec affection »: così 



(1) Fr. Bartoli, I, 8. 

(2) Sonetto: Quando v'ordiva il prezioso velo. ' 

(3) Sonetto: di scena dolcissima sirena. 

(4) Sonetto: Piangete, orbi teatri ecc. 

(5) Poesie francesi in lode di Isabella, vedile nella Hist. de Vancien. th. 
ital. en Fr. dei fratelli Parfait, t'aris, Lambert, 1753, pp. 4 sgg. 

(6) Un breve cenno sulla Mirtilla, vedilo in Napoli-Signorelli, Op. cit., 
Ili, 286. 



40 

^". A. D ANCONA 

scriveva la regina alla duchessa di Mantova (1). Ma a Lione la 
sorprendeva il male, ed ivi moriva l'il giugno. Ebbe universale 
compianto e solenni onori funebri: « alla sua morte fu favorita 
« dalla Comunità di Lione in Francia d'insegne e di mazzieri, e 
« con doppieri dei signori mercanti accompagnata (2) » : una me- 
daglia (3) scolpita in suo onore ce ne conserva l'immagine (4). 
Il principe Vincenzo adunque tentò, per la formazione della 
gran Compagnia comica da lui vagheggiata, i due coniugi An- 
dreina E il primo di essi così gli rispondeva da Ferrara ai 13 
d'aprile del 1583: 

Per il sìg.' Antonio, musico di V. A. S., ò inteso l'animo suo e la sua buona 
intentione intorno alla novella Compagnia, ch'Ella brama mettere insieme. 
E perchè mi trovo obbligatissimo alla gentiliss.™* gratia di V. A. S. non 
posso se non con mio grand.™' dispiacere ringratiarlo del cortesis."''» animo 
suo d'havermi fatto degno, insieme con la mia consorte, d'essere annoverato 
fra così degna Compagnia. Poiché trovandomi obligato et legato per fede 
alla Compagnia de' comici Gelosi , et in particolare al dar.™" S."" Alvise 
Michiele , padrone della stantia di Venetia (5), sono astretto a non poter 



(1) Baschet, p. 145. 

(2) Barbieri, La Supplica, Bologna, Monti, 1636, p. 40. 

(3) Riprodotta dal Moland, Molière et la comécl. italienne, Paris, Didier, 
1867, p. 100. Il Magnin nell'ara, cit., p. 848 nota che « en la voyant dans 
« les gracieux autours florentins, on croit presque avoir sous les yeux un 
« portrait de mad."« Rachel dans le costume de Marie Stuart ». 

(4) La principal fonte della biografia d'Isabella è Fr. Bartoli, I, 31 segg. 
Aggiungansi il cap. IV dell'opera del Baschet, e Ad. Bartoli, pp. cix e 
sgg. Avendo riferito gli altri giudizj del Garzoni sulle attrici del tempo 
suo, riprodurremo anche quello, egualmente enfatico, d'Isabella: «La gra- 
« tiosa Isabella, decoro delle scene, ornamento de' teatri, spettacolo superbo 
« non meno di virtù che di bellezza, ha illustrato ancora lei questa profes- 
« sione, in modo che, mentre il mondo durerà, mentre staranno i secoli, 
« mentre avranno vita gli ordini e i tempi , ogni voce, ogni lingua , ogni 
« grido risuonerà il celebre nome d'Isabella »: Op. cit, p. 320. 

(5) Nella cosi detta Corte Michiela presso il Campanile, in contrada S. Cas- 
siano: vedi [Arrigoni] Notizie ed osservaz. intorno aWorig. ed al progr. 
dei teatri in Yen., Venezia, Gondoliere, 1840, p. 16. E il mio articolo II 
Teatro a Venezia sulla fine del sec. XVII, in Fanfulla della Domenica, 
lo Marzo '85. 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 43 

accettare il partito et il volere di V. A. S., poiché per mettere insieme questa 
Compagnia bisogna guastarne tre: la qual cosa par difficile, se bene a V. A. S. 
ogni difficilissima cosa ò facilissima a farsi: inoltre, che ritrovandomi in 
Ferrara solo, non posso senza il parere degli altri compagni manco offerire 
la Compagnia de' Gelosi al servitio di V. A. S. Con che pregandola a tenermi 
con la mia consorte nel numero delli suoi minimi servitori, etc. 

Francesco Andreini 
comico geloso. 

Procurò almeno il principe di avere pei Con/?cfen#/ un'attrice 
il cui nome ci giunge nuovo, e così le scrisse il 2 aprile: 

A Ma Ottilia Eolico comica. 
Car,™» mia. Li comici Confidenti, dei quali bora io mi servo, desiderano 
di haver voi in compagnia loro, il che anche a me piace, per intendere la 
sufficienza vostra; perciò mi sarà di non poca soddisfatione che, posponendo 
ogni cosa, vi transferiate qui a servire me et a compiacere loro, che vi amano 
molto. State sana. Per farvi piacere 

Il PRiN.e DI Mantova. 

La Giulia era a Bologna, e per ciò il principe così scriveva lo 
stesso giorno al sig. Pirro Malvezzi: 

Scrivo costì alla Giulia Eolico comica , che voglia venire a Mantova a 
recitare nella Compagnia dei comici Confidenti , quali bora mi servono: 
credo che debba venire: tuttavia si rendesse difficile, prego V. S. ad essere 
contenta d'interporre l'autorità sua, perchè quanto prima si ritrovi qui, ch'io 
ne terrò obligo a V. S. et a Lei. 

Ma non parrebbe che le speranze di Vincenzo venissero coronate 
di buon esito. Il 25 il Malvezzi replicava a questo modo: 

Quanto al particolare di M."^ Giulia Eolico , non ho mancato di far con 
essa quegli ufficj che V. A. desidera, si come intenderà dal suo mandato: 
la quale si è finalmente risoluta a quello che vedrà per ima lettera sua, 
scrittami questa mattina, che le mando inclusa: se comanderà ch'io mi ado- 
peri in questo soggetto più oltre , degnerà d' avvisarmene , che tanto farò 
quanto sarà il mio potere e il suo desiderio. 



44 A. d'ancona 

Mancando la lettera inclusa, mancano altri particolari ; ma forse 
questa comica è la Giulia Brolo, che si trova sottoscritta nella se- 
guente lettera collettiva degli Uniti al Principe, in data 3 aprile 
1584 da Ferrara: 



Havendo noi Comici Uniti, umilissimi servi di V. A. S., di nuovo tornata 
insieme la Compagnia di Pedrolino , come già era, et anco migliorata di 
personaggi famosi nell' arte comica, et desiderando noi venire a recitare a 
Mantova con buona gratia di V. A. S., humilmente la preghiamo et suppli- 
chiamo concederne licenza si che possiamo venire, che subito saremo pron- 
tissimi. Noi sariamo venuti confidandosi nella bontà di V. A. S., ma perchè 
il sig/ Filippo Angeloni musico fa ogni opera acciò che noi non ci ven- 
ghiamo, habbiamo prima voluto farne consapevole V. A. S., affine che la si 
degni trattarne con l'A. S.'"* del S.' Duca suo padre, et far sì che possiamo 
venire liberamente a servirla. 



E qui seguono le sottoscrizioni degli Uniti, cioè: Pedrolino, 
Bertolino, Magnifico, Gratiano, Lutio, Capitan Cardone, Fla- 
minio, Batt" da Treviso Franceschina, la signora Giulia Brolo, 
Isàbela, Gio. Donato, GrUlo. Non di tutti costoro è facile dar 
ragguagli. Bertolino fu sul teatro quel Niccolò Zecca, del quale 
il Barbieri {Beltrame) cosi dice: « Il sig. Niccolò Zecca, detto in 
« commedia Bertolino, giovane di gran coraggio e di qualche 
« eccellenza nel giocar d'armi e nel danzare, ha ricevuto honore 
« di servir molte volte nella caccia l'A. R. del Serenissimo Duca 
« di Savoia, et è stato honorato, oltre a molti regali, d'un sin- 
« golar appatente di poter levare cavalli dalla ducal scuderia a 
« suo beneplacito, et ire a caccia in ogni luogo riserbato a 
« S. A. R., con previlegio che per qualsivoglia bando che potesse 
« sospender la permissione a privilegiati da S. A. R., non mai 
« s' intenda esclusa la gratia fatta a Bertolino) (1) ». E il Qua- 



(1) Supplica ecc., p. 40. 11 Sand, I, 248, confonde malamente Bertolino 
col Bertoldino di G. C. Croce. 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 45 

drio (1) aggiunge che ugual privilegio « gli fece pure il duca 
« di Mantova per li proprii suoi stati »: le quali cose tutte mentre 
nulla veramente provano sul suo valor comico, neanche bastano a 
provare che questo Bertolino dell' '84 sia quello Zecca, del quale 
l'Archivio mantovano serba lettere del 1646 ed oltre sino al '59, 
e che il Barbieri qualifica per « giovane ». Lo Zecca fu dunque 
un secondo Bertolino, non quello degli Uniti dell' '84 (2). Il Lutio 
potrebb' essere quel Lucio Fedele, cioè della Compagnia Ae' Fe- 
deli, che il Capaccio nel suo Segretario e il Ghilini nel Teatro (3) 
celebrano come eccellentissimo comico (4). Di Battista da Tre- 
viso {Franceschina), attore che, evidentemente faceva parti di 
donna, vedremo più oltre una lettera. Flaminio potrebb' essere 
Giovan Paolo Fabri: salvochè, se è vero quel che scrive Fran- 
cesco Bartoli ch'ei nascesse a Cividal del Friuli precisamente 
nel 1567, nel tempo a cui si riferisce la lettera degli Uniti sa- 
rebbe stato giovanissimo (5). E Gio. Donato potrebb'essere Giov. 
Donato Lombardi da Bitonto, attore e insieme autore del Nuovo 
Prato di Prologhi (Venezia, 1618) e della commedia il Fortu- 
nato amante (Messina, 1589) (6). 

L'istanza degli Uniti era confortata da una commendatizia della 
sorella stessa del Principe, la Duchessa di Ferrara, Margherita 
Gonzaga, che il giorno dopo scriveva cosi al fratello: 

Questi Comici mi pregano , come potrà vedere l'A. V. da rinchiuso me- 
moriale che mi hanno dato, di raccomandargli a lei, per impetrar col mezo 



(1) Op. cit, V, 239. 

(2) Nel 1672 Bertolino era Ambrogio Broglia: vedi Quadrio, V, 244. 

(3) « Lucio fedele Comico di gran nome e de' più celebri , eh' habbiano 
« per l'addietro nobilitate le Scene con applauso e soddisfazione degli udi- 
« tori »: Ghilini, Teatro d'huomini letterati ecc., Venetia, Guerigli, 1647, p. 132. 

(4) Il Quadrio, Op. cit., V, 237, lo fa fiorire verso il 1560: forse troppo 
presto. 

(5) Sul Fabri e sulle sue opere a stampa vedi Fr. Bartoli, I, 202, e 
Ad. Bartoli, p. cxxi. 

(6) Fr. Bartoli, I, 301 : Ad. Bartoli, p. cxxii. 



46 A. d'ancona 

suo dal S.™° S/ nostro Padre, licenza di venire costà a rappresentare le loro 
comedie, et se ben voglio credere eh' Ella da sé si sarebbe indotta a favo- 
rirgli, non dimeno per satisfargli ho io voluto aggiongere questa mia rac- 
comand.ne et assicurarla che il favore che farà loro accettarò per molto grato 
piacere da V. A., a cui bacio la mano. N. S. Dio la conservi. 

Non sappiamo se nell'aprile la Compagnia andasse effettiva- 
mente a Mantova, dove forse il Principe la desiderava per le 
sue seconde nozze : certo è che nel giugno era a Reggio, donde 
ai 27 stava in sulle mosse per venire a servire Vincenzo: 

Essendo noi prontissimi per servire S. A. S. veniamo con questa nostra a 
salutarlo et farle riverenza, avisandola come non mancheremo di trovarci 
tutti uniti in Mantova per il cinque o il sei di luglio prossimo a venire. 
Pregandola favorirci con il suo potere, di sicurissimo viaggio, poiché inten- 
diamo la strada esser mal sicura da Reggio a Mantova. Con che facendo 
fine , umilmente baciamo le degnissime mani di V. A. S. pregando N. S. la 
feliciti. 

/ Comici Uniti (1). 

Neil' '85 gli Uniti tornavano ancora in Mantova, come attesta 
questa patente in data 4 maggio del collaterale Carlo Luzzara: 

In virtù della presente concediamo alli Comici Uniti di potere recitare in 
questa città , cominciando dal giorno d' hoggi per tutto quel tempo che vi 
staranno : et in fede gli habbiamo conceduto la presente licenza sottoscritta 
di mano del notaio nostro et sigillata del nostro maggior sigillo. 

Ma questo foglio, munito di sigillo ed autenticato dal notaio 
Cristoforo Acquanegra, si vede che in fatto contava poco, come 
poco contava il serenissimo Principe appetto al serenissimo Duca, 
che amava le commedie (2) e i comici, ma anche in ciò voleva 



(1) Comunicazione dell'archivista cav. Bertolotti. 

(2) Nel carnevale di cotest' anno '85 il duca erasi recato a Vicenza a ve- 
dere il Teatro Olimpico: vedi Marzari, Storia di Vicenza, p. 208. Vi si 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 47 

rispettata la sua autorità. Non par dubbio infatti che agli Uniti 
si riferisca la seguente del segretario ducale Trissino, di sei giorni 
appresso, e l'altra dell'altro segretario Guidobono del 13: l'una 
da Revere, l'altra dal Gazo. La prima dice cosi: 

Il sig."" Duca nostro Ser."»* ha inteso che in Mantova ci sono (ìelli come- 
dianti, che recitano senza licenza né saputa dell' A. S. Però mi ha comesso 
che scriva a V. S. dicendoli che non sa se il S/ Princ^ Ser.™° li habbia fatto 
venire; che avendoli fatti venire , crederia che fossero venuti per recitare 
all'A. S. per passare il tempo, ma non recitare in Mantova senza licenza del 
Ser."'» S/ Duca mio patrone. Piaccia adunque a V. S. di darci aviso come 
sta la cosa, acciò ne possi dar ragguaglio a S. A. S.™** 

E l'altra: 

Ordina il S."*» N. S.''^ che V. S. dia licenza a' comedianti che recitano costi, 
che subito si partine da codesta città, senza punto fermarsi, meritando essi 
molto maggior castigo di questo , poiché hanno avuto licenza da S. A. di 
stare in Mantova et recitarvi comedie , non essendo ciò vero. Il che potrà 
V. S. rimprover£irli, con dirli da chi hanno imparato di farsi falsamente scudo 
della persona ,S.™* di S, A. 

Probabilmente in tutto ciò vi era conflitto di prerogative fra 
i due illustri filodrammatici, e forse l'Angeloni, posto da banda, 
istigava il Duca. Ad ogni modo, Vincenzo non si dava per vinto, 
e ai 20 luglio scriveva al Pomponazzi, allora in Milano, perchè 
procurasse di avere 

... Lodovico Gratiano, affinchè venga a Mantova a recitare nella Compagnia 
della Diana; che vorrebbe far recitare delle commedie per suo passatempo 
in città. 

Ma sette giorni dopo, l'ambasciatore rispondeva che Graziano 



recitava allora VEdipo tiranno di Sofocle, tradotto da Orsato Giustiniani, e 
la parte del protagonista fu sostenuta dal famoso Luigi Groto detto il cieco 
d'Adria: vedi Napoli-Signorelli, Op. cit., Ili, 115. 



48 A. d'ancona 

(Lodovico de' Bianchi) non avrebbe recitato senza Pantalone 

(Giulio Pasquati): 

Ho parlato a Lodovico Gratiano , il quale prontissimamente si è offerto 
di venire a servire V. A. ogni volta che Ella abbia fatto venire per l'istessa 
causa Giulio da Padova, raccordando che senza lui non si farà cosa buona. 

Neanche questa essendo riuscita al Principe, egli se n'andò con 
comici e giuocatori di pallone in villa a Marmirolo, come ce n'in- 
forma il 22 luglio il cancelliere ducale Anteo Cizzola. Nel setr 
terabre successivo però, potè egli avere spettacolo anche in città. 
Luigi Olivo castellano, agli 11 di detto mese, ci fa sapere che 

11 Ser.'^o S/ Principe è stato hoggi qui alla comedia. 
E il 7 ottobre, che 

Il Ser."»o S.' Principe ha fatto far hoggi comedia qui in Castello , alla 
quale è stata anco la Ser.""» Sj» Principessa (1). 

Dell' '86 non abbiamo ricordi, salvo questa lettera dei Comici 
Gelosi da Bologna in data del primo dell'anno, colla quale chie- 
dono al principe la licenza patema per venire a recitare a 
Mantova : 

Havendo la Compagnia aspettata la sua licentia , come per l' ultima sua 
lettera ne scrisse, et non sendo venuta, né meno ad un altra nostra lettera 
dato risposta, si è risoluto d'inviare il presente messo con la supp.c» inclusa 
per la licentia del S.™° suo s."" padre, supp.i» si degni mandarne la sua li- 
centia spedita, che la Comp.'» attenderà la speditione, et subito partirà. 

Nel febbraio forse la Corte osservò il lutto per la morte del 
congiunto Ferrante Gonzaga, principe di Castiglione delle Stiviere 
e fratello a S. Luigi: ma nel maggio ben potevano le commedie 



(1) In quest'anno il Canal, Op. cit., p. 64, registra una commedia da re- 
citarsi per la venuta di una Arciduchessa, della quale il Wert compose gli 
intermezzi in musica. 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC XVI 49 

trovar luogo tra le feste per la nascita di un principino. Vincenzo 
però in cotest' anno fece qualche cosa di meglio che attendere 
ai pettegolezzi delle prime donne e dei graziani, ottenendo dal 
duca Alfonso d'Este la libertà di Torquato Tasso, dall'oscurità del 
carcere ferrarese tratto allora agli splendori della Corte dei Gon- 
zaga. E il poeta, che l'anno dopo doveva scapparsene da Man- 
tova (1), dedicava al suo liberatore la tragedia il Torrismondo. 
In stile che prelude al seicento, abbiamo dell'anno seguente 
due lettere dell'Isabella Andreini, comica gelosa, ai Signori di 
Mantova. La prima, in data di Firenze 14 gennaio 1587, è di- 
retta al Duca, ed altra simile, alla Duchessa: 

Ser.^o sig.re 

Se nell'Etiopia dove sono genti barbare si trovano alcuni popoli che quan- 
tunque barbari siano, adorano dui dij, l'uno immortale e l'altro mortale, lo 
immortale come creatore de tutto l'Universo et il mortale come loro beni- 
ficatore, quanto maggiorm.*^ qui nella bella Italia giardino del mondo, dove 
è lume di fede e splendor di costumi politici si deve adorare l' alto et im- 
mortale Dio, sommo motore dell'universo, e nel bellis.'^o seno della nobilis.™* 
città di Manto, V. A. S~ come Dio mortale vero datore di tanti e sì notabili 
beneficij ì Certo sì che far lo deve ogn' uno e poi che questo si deve a 
V. A. S., io che umilis."'* e devot.™» serva gli sono, non resto di adorarlo 
come mio mortale Dio; poiché da lui ho ricevuto il singoiar benefitio et 
segnalatis.™" favore dell' haver accettato Lavinia mia figliola (2) per sua 
umilis."'* serva , la quale con la occasione del sig.''^ Claudio Francese suo 
devot.°'° vengo di nuovo a ricordargliela servitrice , et me con mio marito 
devot.^i di V. A. S., alla quale pregandole dal supremo dator delle gratie ogni 
felice successo, insieme con la Ser."* Sig.'"^ Principessa sua consorte, um.*« 
me li racc.^** in gratia et bacio la degnis.""^ cappa. 

Dalla qual lettera si ricava un fatto, rinnovatosi spesso dappoi: 



(1) Vedi Torquato Tasso e Antonio Costantini nelle mie Varietà storiche 
e letter., Milano, Treves, 1883, I, 75. 

(2) Le quattro figlie dell'Isabella, a quel che ne assevera Fr. Bartoli, 
1, 33, furono tutte monache in Mantova. 

Giorfuth storico, TI, fase. 16-17. 4 



50 A. d'ancona 

dell'onorare cioè che i principi facevano i comici col tener loro 
a battesimo i figliuoli. « Molti principi e principesse, re e reine, 
« imperatori e imperatrici, dice trionfalmente Beltrame (1), hanno 
« tenuto a battesimo i figliuoli de' comici de' nostri tempi, e gli 
« honorano col chiamarli con nome di compari e comare in voce 
« e in iscritto... Hor chi non sa che tali gratie non si concedono 
« a persone infami ? » E l'Ottonelli confessa di aver udito « in 
« Firenze da Girolamo Chiesa, comico modesto e tra' comici detto 
« il dottor Violone », che a lui toccarono uguali venture. « Io, 
« disse il Chiesa, hebbi in Francia il mio primo figliuolo , e fu 
« tenuto a battesimo dal Duca N. (io tacio e tacerò i nomi uditi 
« per degni rispetti) e dalla Principessa N. Il secondo parto fu 
« d'una figliuola, tenuta dal Seren. Principe N. cardinale. Il terzo 
« fu figliuolo, tenuto dal Sereniss. Principe N., che poi fu Duca. Il 
« quarto parto fu d'una figliuola, tenuta dalla Sereniss. Duchessa 
« N. (2)». Non a tutti certamente concedevansi tali favori; mai 
casi citati, e altri che vedremo in seguito, confermano le con- 
clusioni di Beltrame, e mostrano il concetto in che generalmente 
tenevansi allora quelli che professavano l'arte drammatica. 

L'altra lettera della Isabella è alla Principessa di Mantova, 
pur da Firenze, in data del 5 aprile '87. 

Ser."»« Sig." 

Con la occasione della venuta del S."»" S.' Princ^ suo degn.°»« consorte 
qua a Fiorenza et con la comodità del S. Claudio Francese suo aff.™» et 
divot.™o Ser.'e, non ho voluto mancare di venire con questa mia a farle ri- 
verenza con tutta quella umiltà maggiore che per me sua umil.™* e devot."*» 
servitrice si puote, pregando S. A. S. degnasse di conservarmi in sua bona 
gratia insieme con Lavinia mia figliola et sua hum.°"" servitrice , facendo 
anco sapere a S. A. S. come dal S.™» Granduca suo deg.»"° Padre e dalla 
S.™' Gran duchessa, sono stata favorita, oltre a molt' altri favori, d'un segna- 
latis.»"" favore, simile a quello fattomi da S. A. S., d'accettare la sorella mi- 
nore di Lavinia mia figliola per sua servitrice, della cui gratia e di quella 



(1) Supplica, p. 4L 

(2) Della Christ. moderai, ecc., p. 27. 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 51 

che mi fece S. A. S. rendo gratie infinite a Iddio et alle V.e Al.ze S.me, alle 
qaali prego dal' istesso Dìo tutte ecc. 

Moriva intanto, ai 14 di agosto, il duca Guglielmo, né è da 
stupire se pel rimanente dell'anno, e pel principiare del succes- 
sivo, facciano difetto le notizie teatrali , e se probabilmente la 
seguente lettera di Battista da Treviso, detto la Franceschina, 
rimase senza risposta favorevole: 

Sicome gli infiniti favori et gratie che mi ha sempre fatto V. A. Ser."»» 
mi levano la speranza di poterle far servitii che da quelle me disobleghe, 
così la grandezza dell'animo suo pronto sempre a compiacere i suoi servitori 
me dà ardire di supplicarla di una gratia; il che tanto più volentieri mi 
movo a fare , quanto che questo mi porgerà occasione di poterla di novo 
servire. La supplico adunque con ogni humiltà e col maggior affetto eh' io 
posso, che per sua benignità si degni concedermi licenza di poter venire a 
Mantova con una compagnia di Comici a recitar comedie , assicurandola 
che la Compagnia è tale, che merita esser favorita da V. A. Ser. di questa 
gratia, et perchè son certo che secondo la sua solita benignità è per conce- 
dermi questa licenza, non gliene farò maggior instantia , ma supplicandola 
a tenermi per quel vero servitore che sempre le sono stato e le sono, le 
faccio humiliss.te reverentia, et prego il sig."^ Dio che prosperi ogni suo de- 
siderio. Di Vicenza 24 novembre 1587. 

Di V. A. Ser.™* humiliss.mo servitor 
Battista degli Amorevoli da Treviso detto la Frane. na 
Comico Amorevole (1). 

Ma r88 non finiva senza che Vincenzo non volesse godersi 
qualche recita, come si vede dalla seguente del 17 giugno, colla 
quale raccomanda al Governatore di Milano i Gelosi, che fin al- 
lora avevano recitato a Mantova: 

Li Gomedianti Gelosi se ne vengono hora a cotesta città con pensiero di 
puotere con bona gratia dell' Ecc.* V. trattenervisi alcuni giorni , et perchè 
qui dove io ho loro permesso il recitare, si sono diportati bene, ond'io resto 



(1) Comunicazione dell'archivista cav. Bertolotti. 



52 A. d'ancona 

con desiderio di giovar loro, ho voluto accompagnarli con questa mia all' E. V. 
pregandola (quando ciò non sia per esserle in disgusto) a volerli lasciar 
recitare per quel tempo che a lei parerà. 

Partiti però i Gelosi, il duca sentiva bisogno di aver altra Gona- 
pagnia, e comandava al solito Filippo Angeloni di andar tosto 

a Bologna a prendere i Comici, e che questi conducano su le carrette le 
robbe loro. 

E quando anche questi altri furono partiti, agli spassi ducali 
provvide, come vedemmo addietro, la Università degli Ebrei man- 
tovani. 



{Continua) 

Alessandro D'Ancona. 



STUDI SU FERRETO DEI FERRETI 



Il suo sepolcro. 

Sulla tomba del Ferreto, e sulle iscrizioni che alla stessa si 
riferiscono, richiamò testé la nostra attenzione Massimiliano 
Laue (1), autore di un pregevolissimo opuscolo intorno al celebre 
poeta e storico vicentino. Il Laue trascrive l'iscrizione metrica, 
senza accennare neppure alla esistenza di alcuna iscrizione pro- 
saica, che, di regola, si accompagnava alla metrica sui monu- 
menti sepolcrali medioevali. Il Laue copia il suo testo da quello 
edito nel 1853 dal co. Giovanni Girolamo Orti Manara (2). Nella 
edizione dell' Orti, abbiamo effettivamente anche una iscrizione 
in prosa, corrente sul listello del sarcofago ; ma senza esitare 
può dirsi che mal corrisponde, per il suo contenuto, alla iscri- 
zione metrica. Insieme con queste due iscrizioni, l'Orti ci dà una 
terza iscrizione in prosa, che si riferisce all'ultimo trasporto 
subito dal monumento nel 1839. Le tre iscrizioni furono comu- 



(1) Ferreto von Vicenza , seine Dichtungen und sein Geschichtswerk, 
Halle, 1884, p. 4. 

(2) Cenni storici e documenti che risguardano Cangrande I della Scala, 
Verona, 1853, p. 146. Il Laue cosi legge il v. 5: « Est decus hic patriae 
« Ferr. gloria gentis » , mentre T Orti a ragione ha : « Est — Ferr. hic 
« gloria g. ». Così leggesi sulla pietra. 



54 e. «IPOLLA 

nicate all'Orti dal vicentino ab. Antonio Magrini, persona di 
molta erudizione. Il compianto Magrini attendeva all'illustra- 
zione della chiesa di S. Lorenzo, dove si trova anche oggidì il 
monumento del Ferreto. Nella biblioteca Bertoliana Comunale 
di Vicenza si conservano mss. le Memorie del Magrini intomo 
alla suddetta chiesa; in parte da lui già corrette e preparate 
per la stampa, in parte forse ancora bisognose dell'ultima lima. 

Chi entra nella chiesa di S. Lorenzo in Vicenza resta colpito 
dal contrasto fra il nuovo e l'antico. L'ossatura architettonica 
della chiesa risponde alla promessa che il visitatore ebbe dalla 
facciata; in altre parole è perfettamente antica. Ma sopra la 
parte originale si è qui e colà distesa quasi una nebbia; l'into- 
naco bianco diffuso sulle pareti della chiesa , sebbene di certo 
non sia riuscito a velare completamente ciò che vi ha di originale 
e di bello, tuttavia produce una impressione alquanto sgradita. 

Il sarcofago del Ferreto raccoglie in se stesso più vivace che 
mai il contrasto ora indicato. Bisogna confessare che anche questa 
volta i restauratori danneggiarono il monumento con ottime in- 
tenzioni ; vale a dire per conservarlo, e per onorare cosi la me- 
moria dell'insigne letterato. Il monumento è nell'interno del tempio, 
addossato alla parete destra di chi entra dalla porta principale. 

La tomba poggia sopra un alto basamento a forma di dado, 
affatto moderno, che data cioè dal 1839, anno in cui il monu- 
mento fu collocato nel sito che occupa di presente. Sopra tale 
basamento leggesi l'iscrizione, riferita anche dall'Orti, e che qui 
riproduco: 

MEMORUE 

FERRETI • RISTORICI • ET • POETAE 

SVI • TEMPORIS • CLARISSIMI 

VETVSTVM • FERRETIAE • GENTIS • SEPVLCHRVM 

IN • AVERSA • HVIVS • MVRI • FACIE • OLIM • POSITVM 

DEINDE • IN • TEMPLI • FRONTEM • TRANSLATVM 

ANNO • MDCXLII 

HIC • DEMVM ■ ADIECTIS • BASI • ET • FASTIGIO 

CVRA • CIVIUM • RESTITVIT 

ANNO • M • D • CCC • XXXIX 



STUDI SU FERRETO DEI FERRATI 55 

L'arca è antica, in marmo bianco; pur troppo fu alquanto 
scalpellata, coli' intenzione di levarne le scabrosità, toglierne le 
traccie del tempo, e farla in somma più bella. La buona inten- 
zione fu ancora una volta dannosa. La cornice si compone di 
un listello, di una gola, e di un tondino. Ed è sul listello che 
corre in caratteri gotici antichi la iscrizione seguente: s[epul- 
chrum] • domini • Fer^reti • brexane ' (et s)uor{um). 

S-'^OmiPI-HG r» Re:\T«BR#^:?W^^^^Ì»: 

Le ultime parole sono molto consunte, e sulla pietra furono re- 
stituite meglio segnate a colore (1). Non è meraviglia se furono 
lette talora diversamente. La lezione tuttavia è sicura. Il gotico 
è piuttosto del tipo del sec. XIII, che non di quello del sec. XIV; 
pure al sec. XIII accenna anche l'arca, sia per il disegno, che 
per la maniera con cui è lavorata. E, perciò, a parte anche 
ogni considerazione storica, tosto si giudica che la tomba è da 
ritenersi anteriore al nostro Ferreto, morto nel 1337. 

Sulla fronte della tomba, nel centro, entro uno scudo, vedesi 
l'arma della famiglia Ferreto , consistente in una specie di ala, 
spiegata, con 13 penne. Ai lati dell'arma stanno due cerchi, in 
ciascuno dei quali è inscritta una croce greca. Ogni braccio della 
croce, foggiato a ventaglio, terminasi in tre bottoncini o globetti. 
Somiglianti croci veggonsi pure sulle faccie laterali dell'arca o 
sarcofago, una per faccia. Pur troppo nel 1839 non si badò a 
nascondere entro al muro parietale della chiesa metà del sar- 
cofago, cosi che delle croci laterali non restano visibili che le 
due metà anteriori. 

Il sarcofago è sormontato da un coperchio a tipo classico, coi 
due vacelli od antefisse ai cantoni della fronte. Non è a dire se 



(1) Il facsimile qui dato, lo desunsi sia da calchi e disegni da me presi 
sul sito, sia da un bel disegno a mia preghiera eseguitone dal gentilissimo 
sig. Vittorio Barichella, vicebibliotecario della Bertoliana; s'abbia l'egregia 
persona i miei più vivi ringraziamenti. 



56 e. CIPOLLA 

questa appendice stuoni col tipo medioevale dell' arca , ma pur 
bisogna perdonarla all'intenzione di chi ve l'ha posta. Lo stile lo 
dice, fu fatta nel 1839, quando era predominante il gusto semi- 
classico, che regnò senza contrasti sino a non molti decenni ad- 
dietro. L'Orti (p. 146) conferma ciò, sempre sulla fede del Magrini, 
il quale nei suoi citati mss. dice: « L'urna di mezzo, a cui fti 
nel 1839 aggiunta una nuova base e nuovo coperchio... ». 

Alquanto sopra al coperchio indicato, sta incastonata nella 
parete l'iscrizione metrica, composta non di tre distici come ri- 
sulta dall'Orti e dal Lane , ma di quattro. È incisa su due lapidi 
(in pietra molle, e molto corrose), la prima delle quali porta i 
primi distici , mentre la seconda ci reca l'ultimo. Le due lapidi, 
di eguale larghezza, sono bene ravvicinate l' una all'altra , e lo 
stucco raccomodò le cose per modo che non è facile scoprire la 
commettitura delle due pietre. Ne risulta dunque una tavola 
unica , la quale sta inquadrata in una semplice cornice di stile 
moderno. 

Tale è il monumento. Come si vede, nel 1839 si ebbe cura di 
alzarlo quanto più si poteva, sia col basamento, sia col coper- 
chio, sia in fine col collocare lassù in alto le lapidi colle iscri- 
zioni metriche. Nel far questo si aveva certo per iscopo di a- 
dattare il monumento al contorno entro a cui lo si collocò. 
Difatti il monumento sta sotto ad un grande arco, sostenuto da 
colonnine leggere e svelte, che si alzano sopra piedistalli. Lo 
stile di questo contorno è quello della Rinascenza, con elementi 
gotici : è, in una parola, un bell'arco di trionfo tolto da qualche 
altare del sec. XV. 

L'iscrizione metrica è in caratteri romani, ma tra la scrittura 
dei primi distici, e quella dell'ultimo può riscontrarsi qualche dif- 
ferenza degna di riguardo. Sopratutto va osservato che i punti che 
dividono le parole, nella prima parte rispondono al mezzo delle 
lettere (anzi talvolta si hanno due punti, l'uno sotto l'altro), se- 
condo lo stile antico , mentre nella seconda stanno al basso, se- 
condo l'uso moderno. Ciò premesso, ecco la doppia epigrafe: 



STUDI SU FERRETO DEI FERRETI 57 

HIC • SITVS • EST • CLARA • KERRETVS • ORIGINE • VATES 
SCALTGEROS • DECVIT • QVEM • CECINISSE • DVCES 

S.CRIPSIT • ET • ANNALES • GENVENSE • ET • IN • ORDINE • BELLVM 
ET • NOVA • DE • PRISCIS • CARMINA • TEMPORIBVS 
EST • DECVS • HIC • PATRIìE • FERRETI • HIC • GLORIA • GENTIS 
HIC • LOCAT • iETERNVS • NOMEN • ET • OSSA • LAPIS 
O . PIETATIS . OPVS . CRIBRO . OLIM . TRANSTULIT . TNDAM 
NVNC . VATEM . GENIVM . MARMORA . CVM . CINERE 
M DC XLII 



La data 1642 si riferisce all'ultimo distico, e significa una trasla- 
zione del sarcofago ; ne parleremo fra breve. Ritornando ai primi 
distici, essi e per lo stile e per la lingua si manifestano assai più 
antichi dell'ultimo, il quale non è di facile interpretazione, come 
sembra aver ritenuto anche Scipione Maffei, il quale per primo 
forse lo pubblicò (1). Siccome il Maffei stesso notò, e come ripetè 
poscia il Magrini (2), vi si contiene un'allusione al v. 151 del 
Trionfo della Castità del Petrarca. Come una volta la Pietà portò 
dal fiume al tempio acqua col cribro, così ora trasportò il poeta, 
il genio, il marmò e la cenere. 

In ambedue le iscrizioni vediamo adesso le lettere colorite in 
nero: tale coloritura sarà stata data loro nel 1839, quando la 
lapide fu murata li dove sta al presente , e ciò per rendere le 
lettere in qualche modo leggibili dal basso. Rammentisi quanto 
dicemmo sulla coloritura delle parole dell'iscrizione in prosa. 

Nella paleografia dei primi distici, mi pare di scorgere qual- 
cosa che ricordi un'epoca diversa da quella a cui il carattere 
in generale ci richiama. Il carattere attuale sembra non essere 
anteriore al sec. XVI avanzato. I dittonghi ae si ottennero col 
nesso cp.' gli et non sono espressi colla sigla 7, ma col segno &. 
Tutto questo ci parla di epoca tarda. Ma per l'opposto ci fa pen- 



(1) Ver. illustr., ed. in-fol., P. II, col. 66. La doppia iscrizione vide poscia 
la luce in Faccioli, Musceum Lapidarium Vicentinum, Vicenza, 1776, p. 46. 

(2) Nei suoi citati mss., nella Bibi. Com. Vicent. 



58 e. CIPOLLA 

sare ad un'epoca più antica l'ommissione del dittongo in patrne, 
al V. 5. E più ancora mi colpi la finale di ì)ellvm (vs. 3), dove 
la V è fatta al tipo antico, e la m è ottenuta col segno 5. Que- 
st'ultimo segno è eseguito da mano avvezza al carattere gotico, 
a cui esso legittimamente spetta e stuona perciò colla <fc sopra 
indicata. Mi venne dunque il sospetto che l'attuale iscrizione sia 
una ripetizione d'iscrizione più antica, senza dittonghi, a carat- 
teri gotici, e incisa forse sulla medesima pietra, sulla quale si 
sarebbe ripetuta l'attuale. 

Il Pagliarino, cronista vicentino del sec. XV, tanto nella ver- 
sione italiana che abbiamo a stampa, quanto nel testo latino della 
sua cronaca (conservato in più codici nella Bibl. Gom. di Vicenza) 
tace della tomba del Ferreto. Egli discorre a lungo del poeta, e 
dà l'elenco delle sue opere (1): elenco prezioso, e che noi c^- 
gidi non potremmo in alcun modo rifare. Ma, non ostante la 
stima eh' egli mostra di professare al Ferreto, del sepolcro tace 
affatto. 

La prima notizia sul sepolcro del Ferreto poeta mi fu comu- 
nicata cortesemente da Vittorio Barichella, vice bibliotecario di 
Vicenza, il quale la trovò nel testamento (villa di Fuggian, 
9 maggio 1503, atti Antonio Fuggian notaio) che fece rogare 
« egregius vir Daniel quondam Jacobi de Ferreto notarius et 
« civis Vincentiae ». Questi è il Ferreto a cui si riferisce l'ora- 
zione epitalamica edita dal Muratori (2). Nel testamento, Daniele 



(1) Gfr. anche Calvi, Scritt. Vicent., I, p.cLii sgg., e Orti, Op.cit., p. 41. 

(2) R. I. S., IX, 1189-90. L'anonimo autore dell'orazione afferma esplici- 
tamente che Daniele di Giacomo Ferreto discendeva dal Ferreto poeta e 
storico. Il testamento di Daniele esiste nell'Arch. not. di Vicenza. 11 Bari- 
chella potè trovarlo , da un dato che egli lesse sopra una scheda del com- 
pianto vicentino Luigi Gristofoletti. Voglio qui ricordato il nome dell'amico 
recentemente perduto (f 26 genn. 1885). Valente paleografo , molto lavorò 
nelle carte dell'Arch. Notarile di Verona, cui fu per lunghi anni addetto. Il Ba- 
richella, nei cenni necrologici che pubblicò sul Gristofoletti (giornale vicent. 
Il Berico, 24 marzo 1885) non potè rammentare l'ultimo lavoro del Gristo- 
foletti, cioè l'ordinamento delle antiche carte d'amministrazione del GoUegio 
Notarile di Verona. Combattè nella gloriosa difesa di Vicenza, 1848-9. 



STUDI SU FERRETO DEI FERRETI 59 

ordina d' esser sepolto « in monumento siue archa lapidea ubi 
« requiescunt ossa dni Ferreti Brexani et dni Ferreti poetae 
« sito super cimiterio Ecclesiae sancti Laurentii de Vincentia 
« ordinis fratrum minorum pene portam Gapellae gloriosissimae 
« genitricis semper Virginis Mariae... ». Poco dopo, Daniele ripete 
la stessa cosa, ingiungendo al figlio Girolamo di tenere, finché 
vivrà, « in ordine certam lampadam quae est desuper archara 
« sitam super cimiterio conventus ecclesiae sancti Laurentii de 
« Vincentia, in qua requiescunt ossa domini Ferreti brexani et 
« domini Ferreti poetae et ante imaginem gloriosae genitricis 
« semper virginis Mariae, ponendo oleum necessarium in dieta 
« lampada quod ardere debeat ad omnes et singulas festivi- 
« tates... ». 

Quindi ci bisogna discendere per quasi novantanni e venire al 
1590 in circa, cioè al viaggio letterario di Lorenzo Schrader (1). 
L'erudito tedesco, parlando di Vicenza, e precisamente, sotto la 
rubrica in aede D. LavrenUi, stampa la iscrizione del Ferreto, 
omettendo naturalmente l'ultimo distico, che a quel tempo non 
esisteva. Nessuna variante può notarsi fra il testo dello Schrader 
e il nostro. 

Non molto dopo Gius. Scaligero la riprodusse (2), parlando in- 
cidentalmente di quegli antichi letterati, la cui fama venne scom- 
parendo. Egli omette , ben s' intende , l'ultimo distico, composto 
trent'anni dopo l'edizione del suo libro. L'ultimo verso degli altri 
distici viene dallo Scaligero letto cosi: 

Hic locat seternum nomen et ossa, lapis. 

Lo Scaligero sostituisce quindi ceternum ad ceternus. Dunque 



(1) Monumentorum Italice quce hoc nostro sceculo et a christianis posita 
sunt lib. lY ed. a Laurentio Schradero Salberstadien. Saccone, Halmae- 
stadii, M-D-XGII, p. 325. La più moderna iscrizione vicentina riferita dallo 
S. è del 1584. 

(2) Confutano fabulae Burdonum (in Opuscola varia, Francofurti, 1612, 
II, 182-3). 



60 e. CIPOLLA 

tale sostituzione sarà una sua congettura, dacché lo Schrader lesse 
ceternus, cosi come oggi pure vediamo sulla lapide. Vaetemus 
è più classico; peraltro la lezione dello Scaligero non è senza 
attrattiva, poiché per sé non ci sarebbe alcun motivo per dare 
al lapis l'epiteto di ceternus, mentre si capisce benissimo, 
perché si possa e anzi sia conveniente chiamare ceternum il 
nomen del Ferreto. Chi preferisse quindi la congettura dello 
Scaligero, avrebbe una nuova ragione per credere che l'iscri- 
zione metrica originale sia stata sostituita da una riproduzione, 
lievemente modificata. 

Silvestro Castellini fu un erudito e storico vicentino , ucciso 
dalla peste nel 1630. Anch'egli appartiene adunque a un tempo 
anteriore al 1642. Parlando (1) della cappella della Concezione, 
che stava presso alla chiesa di S. Lorenzo, egli scrive cosi: 
« Vicino alla porta di questa chiesuola si vede una nobile arca 
« di pietra viva, dentro la quale si conservano le ceneri di Ferreto 
« Ferreti Vicentino historico et poeta celebre al suo tempo, come 
« le opere sue, che fin' bora si conservano manuscritte, ci fan' 
« manifesto , onde per conservare la memoria di quest' huomo 
« da suoi posteri sopra la detta arca ui é stato posto questo 
« epigramma, che anche dal Scrader é stato riposto nelli suoi 
'< monumenti d'Italia: Hic situs — et ossa lapis ». Il Castellini 
legge ceternus. Riferito l'epigramma, segue : « et sopra in carat- 
« tere antico S. Dni Ferreti Broxa et hceredvm svorum ». 

Dal Castellini impariamo più cose. Siccome egli riferisce male, 
verso la fine , l' iscrizione in prosa , cosi dobbiamo credere che 
anche al suo tempo essa fosse consunta assai. Di quest' ultima 
iscrizione egli dice esser incisa in carattere antico. Farmi che 
con tale espressione egli voglia significare: in carattere gotico. 
Ne segue dunque che l'iscrizione metrica fosse anche allora in 
carattere romano. La quale opinione viene confermata dalla frase 



(1) Descrizione della città di Vicenza , ms. autogr. nella Bibliot. Gom. 
di Vicenza. 



STUDI SU FERRETO DEI FERRETI 61 

che adopera il Castellini dicendola collocata dai posteri dei Ferreto. 
Questa frase non può alludere ai posteri immediati del poeta; 
poiché in tal caso si ridurrebbe a una insulsaggine. Il Castellini 
dunque vide l'iscrizione metrica ormai rifatta, e ridotta presso 
a poco allo stato odierno: e giudicò l'iscrizione come recente. 
Tutto questo conferma e completa quanto abbiamo asserito ante- 
cedentemente, parlando delle copie dovute allo Schrader e a 
Gius. Scaligero. 

Intorno alla traslazione del monumento avvenuta nel 1642, 
possediamo il documento relativo, ch'io vidi in copia, in un grosso 
volume spettante già alla libreria Gonzati, in Vicenza, e conte- 
nente pure tra l'altro un articolo di Gaetano Ferreti, scritto nel 
1820 col titolo Memorie genealogiche della famiglia de' Ferreti (1). 
Dall'atto di traslazione, 31 ottobre 1642, tolgo quanto fa al no- 
stro scopo: « L'arca di preda della Famiglia De Nobili de Ferreto 
« era posta sopra il cimiterio di Padri Franciscani di S. Lorenzo 
« vicina alla chiesa della Santissima Goncetione nel qual sito 
« per tempo immemorabile s'attrovano con l'inscrittione, che sarà 
« registrata anco nel fine del presente instroraento. Questo anno 
« li confratelli della Compagnia della Santissima Goncettione hanno 
<c refabricata la loro chiesa, et quella allongata assegno dove a 
« quest' hora s'attrova con la longhezza della quale venivano ad 
« includere nella medesima chieseta l'arca et il suo sito. Doveva 
« questa permanere nella forma, et antichità nel posto ove fu 
<< dagli antichi signori Ferretti per conservazione delle loro ossa 
« posta, li signori Confratelli per render la Chiesa più cospicua, 
« et espedita hanno suplicato li Molto Reverendi Padri di poter 
« trasportare l'istessa arca con la forma, et lettere ch'essa ha- 
« veva, levandola da quel luoco, e ponerla nel medesimo Cimi- 
« terio appresso la facciata della chiesa di S. Lorenzo nell'angolo 



(1) Tra i mss. Gonzati, ora nella Bibl. Com. di Vicenza. Qui le notizie 
sull'umanista Ferreto sono desunte dal Calvi (che citerò fra breve^; da 
questo non dipende la tavola genealogica, che anzi (come vedremo) si ac- 
corda poco colle opinioni del Calvi. 



62 e. CIPOLLA 

« ultimo vacuo verso la strada publica luoco destinato a quel- 
« l'effetto et subrogato in luogo del primo. Li Molto Reverendi 
« Padri supplicati sono condescesi capitularmente a 30 di set- 
« tembre, et hanno prestato il consenso, come appare dall'atto, 
« che sarà qui registrato; perciò dovendo anco concorrere il 
« consenso de' signori Ferretti Patroni dell'arca li quali in quanto 
« si può, desideravano compiacere essa Confraternita, perchè la 
« loro Chiesa in honore della beata Vergine resti più cospicua, 
« et più ampia sono contentati di venire a questa compositione, 
« cioè: Che l'arca antedicta con l'ossa, che conserva, a tutte 
« spese di qualunque sorte della stessa Confraternita sia levata 
« da luogo antico, e posta nel moderno a pian della terra nel 
« luogo già detto della facciata della porta della Chiesa , dove 
« debba stare per l'avvenire perpetuamente. Che restino riposte 
« non solamente le lettere antiche scolpite in pietra, che vi erano 
« sopra , ma restino aggiunti di nuovo quelli due ultimi versi; 
^i principia il primo: pietatis opus con quanto segue, e sia 
« postovi il coperto di lastra in forma di cuba di capitello al- 
« l'antica, dove in quel sito per conservatione dell'ossa sia fatte 
« l'escavationi in terreni et ogni altra spesa assessoria della me- 
« desima confraternita, senza che a queste concorrino li signori 
« Ferreti, li quali siano conservati nell'antichità et possesso della 
« loro arca... » (1). 

Tale documento c'istruisce pienamente sopra una pagina assai 
importante nella stoi:ia dell'arca del Ferreto. La sua posizione 
antica che lo Schrader ed il Castellini designano più o meno 
indeterminatamente, qui viene indicata con precisione. Era col- 
locata esteriormente alla chiesetta della Concezione, e in sua 
piena vicinanza : donde (1642) fu trasportata presso la chiesa di 
S. Lorenzo, addossandola alla sua facciata. Il testamento 1503 



(1) L' originale di questo documento ora non esiste più nell' Archivio 
S. Lorenzo, carte dei Fratelli della Concezione. (Archivi presso la Bibl. Gora, 
di Vicenza). Quivi abbiamo invece {Libro Parti, no 16) altri atti che si 
riferiscono alla traslazione, da 16 giugno a 30 settembre 1642. 



STUDI SU FERRETO DEI FERRETI 63 

di Daniele Ferreti ponendo l' arca nel cimitero di S. Lorenzo , 
presso la cappella della Vergine, dimostra che il sepolcro fer- 
retiano non mutò posto nel periodo 1503-1642. Neil' un caso e 
nell'altro, la tomba era sempre nel cimitero di S. Lorenzo. Questa 
antica posizione della tomba fu indicata nella iscrizione del 1839, 
colla frase : in aver sa huius 7nuri facie , con riferimento alla 
sua collocazione odierna. 

Il Maffei si esprime in modo vago. Egli trovò la tomba in 
S. Lorenzo di Vicenza (1). Ma il Barbarano (2) afferma che al 
tempo suo la tomba si trovava addossata alla facciata di S. Lo- 
renzo, vicino alla porta, e presso alle tombe di Marco Marrano, 
di Benvenuto da Porto e di Lapo degli liberti. Queste tre ultime 
tombe si trovano ancora al loro posto, esattamente indicato dal 
Barbarano. 

Nell'atto di traslazione abbiamo con precisione descritta anche 
la forma della copertura da darsi alla tomba , in occasione del 
suo trasporto. Nel citato studio mss. di Gaetano Ferreti (a. 1820) 
sta inserta una tavola a penna che riproduce la tomba, quale 
era al suo tempo. Essa poggia sul terreno, e le serve di coper- 
chio una semplice lastra di pietra, secondo lo stile medioevale. 
Lo protegge una copertura a doppio piovente, sostenuta da un 
arco a sesto acuto, poggiante sopra due capitelli, non si sa come 
sostenuti. Forse erano modiglioni. La pietra colla iscrizione me- 
trica, infitta nella parete, è collocata cosi che la sua linea 
superiore coincide presso a poco colla linea inferiore dei capi- 
telli. Il complesso architettonico disgusta l' occhio assai meno, 
che non facciano gli ornamenti di lusso profusi nel 1839. Tutto 
combina colle indicazioni che trovammo nell'atto di traslazione: 
dal che dobbiamo conchiudere che, dal 1642 al 1839, la tomba 



(1) Il Maffei , a torto , rimprovera a Giuseppe Scaligero di aver omesso 
l'ultimo distico « temendo forse di non esser da qualche importuno richiesto 
« di dichiararlo ». Quando lo Scaligero scriveva, quel distico non esisteva 
ancora. 

(2) Historia ecclesiastica di Vicenza, V, 106 (Vicenza, 1761). 



64 e. CIPOLLA 

non mutò sito, ne subì modificazioni. Lo stesso può ripetersi per 
il periodo che dal 1839 viene ai dì presenti. 

A migliore dichiarazione di ciò, trascrivo dai citati mss. del 
Magrini : « L' urna di mezzo... era stata posta sulla fine del se- 
« colo XVI a ridosso dell'esterna parete della chiesa {di S. Lo- 
« renzó) vicino alla cappella Madia eretta nel 1325, nel cui 
« ingrandimento del 1642 essendo essa compresa , venne di 
« comune accordo dei Padri (Francescani), della famiglia Fer- 
« reto e della Fraglia della Concezione trasportata nel sito, ove 
« di presente è posta l'urna di Perdono Repeta » (1). Qui il Ma- 
grini allega l'atto di traslazione, ch'egli avea veduto in copia 
nella Libreria Gonza ti. È forse la copia stessa, che citai poco 
addietro. Qui dunque Antonio Magrini ricorda una traslazione 
anteriore alle due sopra ricordate: ed essa sarebbe avvenuta sul 
cadere del secolo XVI. Di essa non trovai altrove memoria, e 
sembra difficile a concordarsi col tenore dell'atto di traslazione, 
dove è detto che da tempo immemorabile l'arca trovavasi presso 
la chiesetta della Concezione. Oltrecciò si noti che nel testa- 
mento 1503 la tomba dicesi situata presso alla porta della cap- 
pella della Vergine, e che nel 1642 è ricordata la cappella. È 
quindi ragionevole credere che la tomba fosse sempre stata 
presso alla porta di detta cappella. 

Concludendo, dalle cose premesse risulta: 

a) L'iscrizione metrica (escluso il quarto distico) è oggi quale 
fu veduta circa il 1590 da Lorenzo Schrader; 

&) Tale iscrizione metrica sembra una riproduzione d' altra 
più antica, e probabilmente scritta in gotico, e senza dittonghi 
(quindi del sec. XIV?): 

e) L'iscrizione metrica si riferisce al Ferreto storico e poeta, 
mentre l'epigrafe che corre sul listello parla di dominus Fer- 
retus Brexane. 



(1) Similmente in Orti, p. 146. 



STUDI SU FERRETO DEI FERRETI 65 

n nostro Ferreto è identico col Ferretus Brexane anzidetto? 
Il testamento di Daniele Ferreto, come si è visto, distingue netta- 
mente le due persone. Ma anche senza il testamento, prove non 
mancano. Il Magrini ha già negato, e con ragione, la identità dei 
due Ferreti. Il Calvi (1), affermando la diversità delle due famiglie, 
cita un documento del 1266, appartenente alle monache di San 
Pietro in Vicenza ; ivi si legge : « Ego Ferretus Brexane Notarius 
« Camere ». Il Magrini lo trova ricordato fino al 1291, in un do- 
cumento, ch'egli allega sulla fede di alcuni mss. del Barbarano. 
Il Magrini rammenta ancora che«il medesimo personaggio viene dal 
Castellini ricordato sotto l'a. 1287. Nella genealogia conservataci 
da Gaetano Ferreti , esso figura come assunto al notariato nel 
1243. Il Ferretus Brexane mori probabilmente prima che lo 
storico Ferreto nascesse. Il Pagliarino cita un documento del 
1300: « D. Donatus Judex q. Ferreti Bressani »; e quindi ricorda 
un doc. del 1326, in cui comparisce: «Ottobonusq. d. Donati de 
« Ferreto », ecc. 

Le migliori notizie sulla vita di Ferreto umanista le abbiamo 
nel citato Calvi, e in un lavoro anteriore, dovuto a un diligen- 
tissimo erudito vicentino. Fortunato Vigna. Il Vigna radunò innu- 
merevoli documenti sulla storia della sua patria, in una raccolta 
che sotto il nome di Zibaldone sta nella Comunale di Vicenza. 
In un documento del 17 maggio 1320, della Camera notarile di 
Vicenza, il Vigna (2) lesse « Ferretus de Ferreto Gastaldi© » (3). 
In egual forma ricomparisce il nome del poeta in consimile do- 
cumento del 15 settembre 1331. Il Vigna riferisce un atto del 13 
marzo 1321, nel quale incontrasi: « Ferretus notarius domini 



(1) Scrittori di Vicenza, 1, p. CLii (Vicenza, 1772). 

(2) Preliminare di alcune dissertazioni intorno alla parte migliore della 
storia ecclesiastica e secolare della città di Vicenza , Vicenza , 1747, tipo- 
grafia Berno, pp. lx sgg. 

(3) È questo il documento che , citato poi dal Magrini , viene indicato 
dal Laue, p. 5, il quale supponeva che fosse stato veduto per la prima volta 
dal Magrini. Il Magrini lo ricorda sulla fede del Vigna. Al Laue rimasero 
ignoti gli scritti del Vigna e del Calvi: scritti di carattere affatto locale, 
difficilmente possono esser noti fuori di patria. 

Giornale storico, VI, fase. 16-17. 5 



66 e. CIPOLLA 

« lacobi Ferreti ». In altro atto, del Collegio de' Notai, a. 1337, si 
parla delle spese fatte « prò anima Ferreti de Ferreto defuncti ». 
Il Calvi (1) riferisce l'annotazione riguardante la radiazione 
del nome del defunto Ferreto dall'albo dei Gastaldioni della 
Fraglia dei Notai: essa porta la data del 10 marzo 1337, e il nome 
del Ferreto vi comparisce nella forma : Ferrettcs lacobi de Fer- 
reto. Al Vigna era noto il testamento del Ferreto: anzi non solo 
lo ricorda nell'opera sua che stiamo esaminando (p. lxiii-lxiv), 
ma eziandio ne lasciò copia nel Zibaldone (tomo IX, 18-9). Vidi 
la pergamena originale del testamento nella Bibl. Com. di Vi- 
cenza (2); spetta al 4 marzo 1337. Qui il nome del testatore leg- 
gesi nella seguente maniera: « dns Feretus not. 9 dnj lacobi 
« Ferreti civis Vinc. ». È credibile dunque ch'egli, figlio di Gia- 
como, avesse per avo un Ferreto: il Ferreti che si legge in fine 
alla formula di denominazione può bensì ricongiungersi alla forma 
del cognome famigliare (quale risulta dagli altri documenti citati), 
ma può anche semplicemente richiamare il nome dell'avo (3). 

Il nostro Ferreto nulla ha dunque a che fare col Ferrettcs 
Brexane. Egli è soltanto : Ferreto de' Ferreti , senz'altro appel- 
lativo. Nel Ferretus Brexane abbiamo invece il rappresentante 
di un altro ramo della famiglia dei Ferreti, ben distinto dal no- 
stro. Una certa parentela ci sarà stata, poiché anche il ramo di 
Ferreto Brexane abbonda di notai, come in generale tutti i 
Ferreti sono in relazione col Collegio Notarile di Vicenza (4). 



(1) Op. cit., p. CLVI. 

(2) Archivio di s. Corona, n» 14 dell'Inventario, Pergain. n° 501. 

(3) Fortunato Vigna (Preliminare, p. lx), scrive: « egli propriamente 
« dicevasi Ferreto, di Iacopo di Ferreto. Cosi abbiamo ne' libri dello Seri- 
« gno di Santa Corona, che sono nel Collegio de' Nobili Notaj ». Il Calvi 
cita (p. CLiv) un doc, a. 1326, nel quale comparisce uno dei fratelli del nostro 
Ferreto « Gitajnus qu. lacobi de Ferreto ». Ma Cittadino e Ferreto nell'albo 
dei Notai, che consultai in copia del 1578 nella Bibl. Com. di Vicenza, com- 
pariscono cosi: « Feretus lacobi Ferreti » (fol. 35') « Citainus lacobi Fer- 
« reti » (fol. 41'). L'avo Ferreto deve essere quello segnato coU'a. 1278 nella 
genealogia conservata da Gaetano Ferreti. 

(4) Gfr. Vigna, p. lx. * 



STUDI SU FERRETO DEI FERRETI 67 

Gaetano Ferreti, nel suo ms. più volte citato, ci conserva una 
genealogia della famiglia, nella quale il Ferreto, storico e poeta, 
discende dal Ferreto Brexane. 

Brcssan Ferreti * 

(accettato 1243 nel collegio 
dei Notai) 

Ferreto (1278) 



Giacomo giudice (1302) Donato giudice (1321) 

Il Giacomo, qui menzionato, è il padre dello storico. Per certo, 
e 1 documenti lo provano, il padre del nostro Ferreto chiama- 
vasi Giacomo, ed era notaio; tuttavia la sua parentela col Fer- 
retus Brexane, almeno nella maniera coni' è indicata da Gaetano 
Ferreti, è tutt'altro che certa. Il Pagliarino non mostra di cono- 
scerla; e nei documenti da lui citati, come si è ora veduto, ab- 
biamo un argomento per ritenere inesatto l'albero genealogico 
testé riferito, giacché Donato era figlio, e non nipote di Ferreto 
Brexane. Intorno a- ciò i dotti vicentini ci potranno fornire no- 
tizie più complete (1). 

Per noi basta di aver trovato di che confermare l'esistenza di 
una vera contraddizione tra l' iscrizione metrica , e quella in 
prosa (2). La contraddizione venne del resto avvertita anche dal 
Vigna. Egli (p. lxii-lxiii) dopo aver riprodotta l'epigrafe metrica, 



(1) Giovanni da Schio , altro valente ricercatore della storia vicentina 
{Memorabili, mss. nella Bibl. Gom. Vicent.) mantiene distinte le due famiglie 
Ferreti. 

(2) Locchè può, forse, convalidarsi anche con un altro passaggio del Fa» 
gliarini «... et anno 1350 Daniel dictus Folae q. Barnabae q. ser Ottoboni 
« de Ferreto, et d. Fontana filia q. dni lacobi de Ferreto ludicis ». Fontana 
comparisce come sorella del Ferreto umanista , anche nel testamento di 
quest'ultimo. Se Daniele e Fontana fossero stati stretti parenti, cioè appar- 
tenenti a una stessa famiglia, ciò sarebbe stato indicato probabilmente dal 
documento. Questo invece non apparisce, almeno secondo la citazione che 
ne fa il Pagliarini. Al tempo del Pagliarini, viveva il notaio Giacomo q. 
Folca: quindi, come sembra, della discendenza del Ferreto Brexane. 



68 e. CIPOLLA 

osserva : « Ma perchè le lettere di que' versi non sono lavoro 
« de' tempi d'allora, anzi modernissime ; così noi crediamo, che 
« siano fatte incidere li, moltissimi anni dopo; volendo darci ad 
« intendere, che sia in quell'arca stato riposto il Ferreto storico e 
« poeta, mentre leggonvisi all' intorno alcune corrose lettere, che 
« dinotano esservi stato posto anticamente un qualche Ferreto ». 
Tale opinione è divisa anche dal P. Eleonoro da S. Ignazio (al 
secolo: Alvise Borgo), dotto vicentino del cadere del secolo 
scorso (1). 

Ma c'è ancora di più. Il nostro Ferreto dispose di esser sepolto 
non già in S. Lorenzo, ma in S. Corona. « Jn primis eligo sepul- 
« turam corporis mei apud locum ecclesie sancte Corone fratrum 
« predicatorum de Vincentia ». S. Lorenzo era dei frati Minori 
(Francescani). In favore dei Francescani di S. Lorenzo dispose 
soltanto di un legato « prò missis et orationibus dicendis prò anima 
« mea ». Il testamento si conservò nell'archivio di S. Corona, cioè 
nel Monastero Domenicano presso al quale Ferreto fu quindi 
effettivamente sepolto, in obbedienza alle sue disposizioni testa- 
mentarie. 

La contraddizione che prima rilevammo sotto un aspetto, ora 
ci ricomparisce dunque sotto altro riguardo e più grave. Per 
tentare un accordo fra questi fatti , che sembrano eliminarsi a 
vicenda, azzardo la seguente ipotesi : — Il nostro Ferreto de'Ferreti 
fu sepolto in S. Corona, mentre da tempo esisteva il sepolcro del 
Ferreto Brexane presso la chiesa di S. Lorenzo, dei Frati Minori. 
Il monumento in S. Corona andò poi distrutto, e dentro il sec. XV, 
colle ossa del poeta, anche la lapide fu trasportata a S. Lorenzo, e 
aggiunta al sepolcro spettante ad altro ramo della famiglia dei Fer- 
reti. Potrebbesi, è vero, fare un'ipotesi diversa, e cioè: la tomba di 
Ferreto Brexane esisteva in antico a S. Corona, ed ivi ricevette la 
salma del Ferreto umanista : fu in appresso trasportata a S. Lo- 
renzo, insieme coli' epigrafe metrica. Quest'ultima ipotesi mi 



(1) Serie delle famiglie Vicentine, mss. nella Comun. di Vicenza. 



STUDI SU FERRETO DEI FERRETI 69 

sembra assai poco probabile, per vari motivi , che disgiunti forse 
non hanno valore decisivo, ma che uniti assieme non mancano 
di eflìcacia : anzitutto i distici dell' epigrafe metrica sembrano 
alludere ad una tomba esclusivamente destinata al Ferreto 
umanista; poiché rispondono al modo con cui usa vasi fare in 
simili casi, e mancano di qualsiasi allusione personale ad altri 
membri della famiglia del defunto. In secondo luogo, il Ferreto 
nel suo testamento dice semplicemente eligo sepulturam corporis 
mei apud locum ecclesie sanate Corone , senza far parola del 
sarcofago di Ferreto Brexane « et suorum » nel quale egli 
avrebbe saputo di dover esser collocato. La dicitura del testa- 
mento sembra quindi favorire l' ipotesi che al Ferreto umanista 
sia stata eretta una tomba speciale. Oltracciò trovando noi l'arca 
sepolcrale del Ferreto Brexane in S. Lorenzo, prima che ci 
siano argomenti in contrario, è ragionevole credere che ivi 
sia sempre stata, senza supporre la poco probabile traslazione di 
un monumento di mole rilevante, senza un motivo speciale. 

All'età del Pagliarino sembra esistessero parecchie, o almeno 
due tombe antiche dei Ferreti. Egli scrive infatti: « Ferretam 
« familiam vetustissimam esse, et eorum sepulchra et maiorum 
« nostrorum annales demonstrant ». Non per nulla certo egli 
adoperò il plurale. Dal che può dedursi abbastanza provata la 
distruzione di un monumento almeno de' Ferreti. E questo parmi 
verisimile che sia quello 'del poeta, che dovea trovarsi in S. Co- 
rona, dove nel 1503 non esisteva più. Il trasporto ebbe luogo 
dunque tra V età del Pagliarino e il 1503, e quindi probabilmente 
sul cadere del sec. XV. Forse il not. Daniele Ferreto fu colui 
che si prese la massima cura affinchè le ossa del suo illustre 
antenato venissero gelosamente conservate, quando se ne disfece 
la tomba. 

Se tale ipotesi ha valore, la prima e vera tomba del celebre 
Ferreto non esiste più ; la distruzione del monumento potrà 
attribuirsi forse alle vicissitudini subite dalla Chiesa ; o ad altri 
fatti che i dotti Vicentini potranno, spero, spiegarci. Cosi pure 
una più minuta ricerca intorno alla genealogia dei Ferreti non 



70 C. CIPOLLA 

potrà a meno di gettare, sia pure indirettamente, qualche sprazzo 
di luce anche sulla biografia del poeta. 

Quanto al tempo in cui può essere stata incisa nuovamente 
l'iscrizione del poeta, le ragioni paleografiche accennano alla 
seconda metà del sec. XVI. Difllcilmente può scendersi fino a 
dopo la visita dello Schrader (1590 circa). Nulla vieta peralti-o il 
supporre che l'iscrizione sia stata rinnovata anche più volte. 

Qui mi permetto una congettura, ch'io stesso riconosco come 
assai ardita. Abbiamo veduto poco fa che il Magrini, non consta 
su quali documenti appoggiato, accenna ad una traslazione della 
tomba sul cadere del sec. XVI. Più addietro notammo una di- 
screpanza di lezione tra lo Schrader (circa 1590), e lo Scaligero 
(1612), dove avvertimmo ch'essa poteva benissimo dipendere da 
una congettura di quest'ultimo erudito. Ma è lecito dare di ciò 
una spiegazione diversa, e supporrò che la copia che servi allo 
Scaligero sia stata eseguita anteriormente a quella dello Schrader. 
Ciò ammesso, potrebbe credersi che la differenza di lezione di- 
penda da ciò, che allo Scaligero abbia servito la lezione antica, 
mentre lo Schrader vide la iscrizione attuale. Gongiungendo 
questa ipotesi ai dati poco fa enunciati , consegue un' altra ipo- 
tesi secondo la quale la tomba subì qualche restauro o ritocco 
(non vorrei parlare di traslazione) anche nel sec. XVI avanzato, 
È vero peraltro che la lezione aetemum dello Scaligero è tut- 
t' altro che sicura ; ma questo non distrugge del tutto l' ultima 
nostra ipotesi, poiché c'è sempre a sufficienza per supporre che 
l'elogio metrico abbia patito qualche rifacimento nell'epoca in- 
dicata. 

Prima di terminare ringrazio il prof.cav. ab. Bernardo Morsolin, 
il prof. ab. Dom. Bortolan, bibliotecario della Comunale di Vicenza, 
nonché il ricordato sig. Vittorio Barichella. Nella recente mia 
visita a Vicenza essi mi usarono ogni gentilezza, e mi facilitarono 
in tutti i modi le indagini. Maggiori cortesie non avrei potuto 
neppure augurarmi. 



STUDI SD FERRETO DEI FERRETI 71 



II. 



IFerreto deTerreti fu. ospite di Cangrande*? 



Nella mia StoìHa delle signorie italiane (p. 41) , a proposito 
di Cangrande della Scala, leggesi il seguente periodo: « aperse 
« splendidamente il suo palazzo a Dante, a Giotto, a Ferreto Vi- 
« centino, a Sagacio Muzzio Gazzata, ad Albertino Mussato: 
« nelle sue sale dorate ospitò con magnificenza poeti , teologi , 
« musici ». 

L'arguto. ed eruditissimo Max Lane (1) appuntò le riferite pa- 
role, specialmente per quanto si attiene al Ferreto. Egli dice che 
la mia descrizione risale in parte alla notizia che Guido Panci- 
roli ricavò dalla Cronaca di Sagazio della Gazzata: fonte poco 
attendibile, come mostrò il eh. prof. Scheffer-Boichorst, Aus 
Dante's Verhannung, p. 93. D'altronde Panciroli non parla di 
Ferreto; e l'asserzione mia è soltanto una combinazione infondata. 

La quistione accennata qui dal Lane riesce adunque duplice, 
aggirandosi intorno al valore della testimonianza del Panciroli , 
e intorno all'ospitalità che Cangrande offerse, o meno, al Ferreto. 

Le pagine che seguono non sono una mia difesa. Cercherò so- , 
lamento di spiegare un po' diffusamente il mio pensiero, rimet- 
tendomi ad altri per il giudizio. 

Principio da ciò che si attiene al Ferreto. Anzitutto il Laue 
mi mette in bocca una espressione che in fatto credo di non 
aver pronunciato : « . . . ist es nur eine unbegriindete Kombina- 
« tion, dass er am Hofe zu Verona leì)te ». Io mi limitai a dire 
che Cangrande aperse il suo palazzo al F.; locchè è assai meno. 

(1) Op. cit., p. 21. 



72 C. CIPOLLA 

Giotto venne a Verona senza dubbio, e lavorò nel palazzo Sca- 
ligero: ma neppur di lui potrebbesi dire con ragione che visse 
alla corte di Gangrande. 

Il Lane ebbe il merito, nel suo opuscolo sul Ferreto, di di- 
mostrare che il notaio Vicentino si occupò delle cose pubbliche, 
nella propria città. Questo apparisce da alcuni degli ultimi versi 
del poema in onor di Gangrande, come il Lane osservò a buon 
diritto : 

nam rebus agendis 

Sollicitum me cura vocat . . . (1). 

Il suo testamento è redatto in Vicenza, 4 aprile 1337: molti 
passi della historia ce lo mostrano abitare in quella città, e in 
nessun luogo egli ricorda d'esserne uscito. Giovanissimo, nel 1320, 
fu eletto Gastaldo del Gollegio dei Notai in Vicenza. Il relativo 
documento, edito dal Vigna (2), «porta la data del 17 maggio di 
quell'anno. Al Vigna stesso siamo debitori di un documento, 13 
marzo 1321 , nel quale il nostro Ferreto si rivolge « dominis 
« Gastaldionibus, Gonsiliarijs et toto Gapitulo Fratalie Notariorura 
« Givitatis Vincentie » supplicando di poter « libere et absolute 
« exercere quodam offltium camare ad banchum malefitiorum » 
in luogo del proprio fratello Zitayno (Gittadino). In quel momento 
pertanto il Ferreto non solo viveva in Vicenza, ma non aveva 
alcun pensiero d'allontanarsene. Il suo nome non fu cancellato 
mai dalle matricole del Gollegio Notarile di Vicenza. Tant'è vero, 
che egli si professa notaio anche nel testamento: che i notai 
spesero per suffragi all'anima sua dopo la morte, e che con atto 
speciale, del 10 aprile 1337, radiarono il nome di lui defunto 
dall'albo dei Gastaldioni (3). Il Vigna trovò che il Ferreto era 
Gastaldione addi 15 settembre 1331 : « e con tal nome vedesi in 



(1) Lib. IV, vs. 934. 

(2) Preliminare di alcune disseriazioni intorno alla parte migliore della 
storia ecc. di Vicenza, Vicenza, 1747, I, p. lx. 

(3) Calvi, Scritt. di Vicenza, Vicenza, 1772, p. clvi. 



STUDI SD FERRETO DEI FERRETI 73 

« tutti e due que'libri » il primo è il libro J, donde il Vigna ricavò 
la nota citata del 1320: e l'altro è il libro K dal quale egli 
desunse l'altra del 1331 « descritto, ora come Castaldo, ora come 
« Consigliere, ed ora come Notaio del suo Collegio ». Cosi il Vigna. 

È quindi sicuro che il F. passò la sua vita in Vicenza, eserci- 
tando onoratamente il notariato , e traendone lucro. Le cariche 
inerenti al Collegio dei Notai furono gli offici cittadini, ai quali 
egli allude nel suo poema. 

Il motivo, per cui ho ricordato il Ferreto tra gli ospiti di 
Cangrande, lo desunsi dal carme. Non è certo una prova sicura, 
quella ch'io posso qui addurre, ma è peraltro un indizio degno, 
parmi, di riflessione. Di certo, in nessun luogo il Ferreto affermò 
esplicitamente di essere stato ospitato dallo Scaligero, ma questo 
non impedisce che lo sia stato. Chi pensa alla dipendenza di 
Vicenza dallo Scaligero, ed alla vicinanza di quella città con 
Verona , è tratto facilmente a credere che il muniflcentissimo 
Cangrande abbia invitato alla sua mensa un poeta , di merito , 
da cui veniva lodato. Come è notorio, il carme termina (1. IV) 
con un'apostrofe del poeta a Cangrande. Essa non isfuggì al Lane, 
il quale crede che la preghiera del Ferreto non abbia ottenuto 
tutto il premio aspettato. Questo può ammettersi ; l'incertezza co- 
mincia quando discutiamo sul contenuto e più sull'esito della pre- 
ghiera istessa. Il Ferreto chiedeva proprio allo Scaligero che lo 
chiamasse addirittura a Verona, e che gli somministrasse di che 
vivere tranquillamente? Ecco le parole oscure e forse maliziosette 
del poeta: 

Nunc mihi dum labens animus, dum junior aetas 
Fessa jacet, metuitque onori succumbere tanto, 
Da veniam, vatique novo concede quietam 
Saltem animi sedem ; nam tu , licet arduas iste 
Sit labor, in nostris semper venerabere metris. 
Jam vatis insano dudum lassata profundo 
Vela trahit, tutoque cupit requiescere portu. 

Quindi rassomiglia se stesso e il suo libro a Palinuro che trema 
e tentenna. Incoraggia se stesso e il carme (quasi personificato). 



74 C. CIPOLLA 

col pensiero che quando entrerà nel palazzo ( « tecta subibis » ), 
gli verrà incontro colui « quem virtus experta juvat, quem ditat 
« honestas: moribus ingenioque pari moderamine Pallas ». Se 
non ci fossero motivi per dubitare che a Ferreto rimanesse sco- 
nosciuta la cantica del Paradiso, saremmo tentati quasi di veder 
qui una lontana imitazione stilistica del verso dantesco: « Con 
« lui vedrai colui che impresso fue, ecc. (1) ». 
Prosegue il Poeta, parlando al suo istesso carme: 

Ille tibi plus hospes erit, tequc impiger aula 
Magnanimi comperet heri, famaeque petitum 
Nomen, et emeriti pignus dabit ille laboris. 
Tu modo, cui vatum restat tutela piorum, 
Inclyte Maecenas, animi fiducia nostri, 
Suscipe, et hospitio non dedignare; peracti 
Dux operis, signare viam, qua Ferretus auctor 
Invidiosus agat placidam sine nube quictem (2). 

Che un po' velatamente il Poeta chiedesse favori allo Sca- 
ligero, è chiaro. Le lodi eh' egli tributa al principe mostrano 
ch'egli sperava protezione: ma che chiedesse un oflicio è un'altra 
quistione. Il carme fu scritto tra l'autunno del 1328 e l'estate 
del 1329, dopo la conquista di Padova e prima della caduta 
di Treviso, quando cioè Gangrande era all'apogeo della gloria 
e della potenza. Che proprio quei versi siano una domanda di 
impiego, nel senso più umile di questa parola, non è provato dal 
passo su riferito. Il Ferreto infatti invia al principe il suo lavoro, 
e chiede la sua approvazione: domanda cioè, per il libro, ospitalità, 
e per sé medesimo, riposo (per aver terminato il poema), accom- 
pagnato da invidiata gloria. Potrà dirsi che a vantaggio proprio 
chiedeva : « quietam saltem animi sedem » , dove quel saltem 
non fu pronunciato senza motivo. Alla lettera quella frase non 
significa: olire alla quiete dell'animo, datemi anche quella del 



(1) Par., XVII, 76. 

(2) Alla fine del lib. IV. 



STUDI SU FERRETO DEI FERRETI 75 

corpo; sibbene: olire alla quiete, datemi quella sicurezza che 
dipende da sì eccelsa protezione, nonché quella piena conten- 
tezza che sta nella gloria. La frase « quieta m saltem animi 
« sedem » bisogna considerarla in armonia coll'altra, pur testé 
riferita, « signare viam qua Ferretus etc. ». Ambedue le frasi 
alludono certo a un premio aspettato dal poeta in ricompensa 
del carme da lui composto. Ciò è tanto vero che nella seconda 
frase, il Ferreto chiama sé stesso auctor {peracti operis), mentre 
a Gangrande dà l'appellativo ài Dux peracti opeì^is. hi '^v'mci'^io 
del carme, il poeta dice che chi vuol fama , deve cantare Gan- 
grande. Questo argomento non può esser trascurato da nessuno, 
poiché a tutti importa acquistar onore e « mansurum nomen ». 
Gome dirà dopo : « famaque petitum Nomen et emeriti pignus 
« dabit ille laboris ». Non potrebbe supporsi che il Ferreto sperasse 
anzitutto l'onore di poeta palatino, oltre alla laurea poetica, che 
aveva redimito il capo del Mussato? (1) Le ricompense materiali 
si possono presumere: tuttavia non sono espresse. 

Giò premesso come preambolo, parmi indispensabile ammettere 
una relazione, non dirò d'amicizia, ma certo non fredda, tra il mu- 
nifico Scaligero e' il Ferreto. Altrimenti quest'ultimo non avrebbe 
ardito di dedicargli un libro , e sopratutto di chiamare il suo 
eroe cogli epiteti di inclyte Maecenas, ed animi fiducia nostri. 
Ghe se si volesse opporre che tali epiteti , considerati isolata- 
mente non provano molto , noi potremmo richiamarci al con- 
testo, e anzi a tutto il tono del Garme. In questo mancano tutte 
quelle frasi a cui ricorre un uomo il quale non conosciuto in- 
voca la protezione di un potente. Appena chiama sé stesso no- 
vum vatem,, ma in riguardo ad essere egli novizio ancora nel- 
l'arte del poetare , e senza che da questa frase risulti in lui 
alcuna esitazione dipendente dall'essere egli sconosciuto a Gan- 
grande. Né mancano espressioni più chiare. Verso il principio 
del libro I sollecitando la coorte dei poeti a cantare Gangrande, 
ricorda ad essa che l'eroe le presta volentieri orecchio: « Ecce 



(1) Sulle relazioni tra il F. ed il Mussato ritoineremo nello Studio III. 



76 e. CIPOLLA 

« tibi placidas prebet vir maximus aures ». Se non avesse saputo 
in antecedenza di fargli cosa grata, col presentargli il suo elogio 
poetico , egli si sarebbe tenuto assai sulle generali : o, a meglio 
dire, nulla avrebbe scritto. Fu questa la mia persuasione, allorché 
scrissi le linee impugnate dal Lane. Mi sarò forse ingannato; ma 
ancora la mi pare non destituita di peso. Forse il Ferreto entrò 
in relazione collo Scaligero fin da giovanotto, per mezzo del 
Gampesani. Costui, morto sul cadere del 1323, nel 1311 scrisse 
un carme per lodare lo Scaligero che avea liberato Vicenza dai 
Padovani, dei quali il poeta sparla fieramente (1). 

Ammesso adunque che il F. sia entrato in qualche dimestichezza 
collo Scaligero, ne dedussi ch'egli n'abbia visitato il palazzo. Ciò 
ammisi, perchè è notorio, anche indipendentemente dalla notizia 
riferita dal Panciroli, che Gangrande accoglieva nelle sale del 
suo palazzo, i letterati, gli artisti, ecc. Gli aneddoti che si rac- 
contano in proposito , sono de' più graziosi e de' più conosciuti ; 
e sarebbe un fuor d'opera di ricordarli al presente. 

Questo motivo non è senza gravità, anche perchè il Ferreto, 
vicentino, abitava a poche miglia da Verona : una visita alla corte 
Scaligera non portava che pochissimo disagio. Ma evvi qualche 
cosa di meglio. Il F. mostra di conoscere pienamente il palazzo Sca- 
ligero. Il lecta subibis del passaggio ultimo riferito già ci fa inten- 
dere che il poeta Vicentino parlava dell'aula scaligera, come di un 
palazzo ben noto, e quasi a lui famigliare. Arrischio anche quest'ul- 
tima frase, in grazia di un altro luogo del carme (lib. Ili, vs. 118 
sgg.) dove addirittura abbiamo una descrizioncella di quel palazzo. 

Parlasi ivi di Gangrande, appena nato. Egli dopo aver succhiato 
il latte materno, si pone a contemplare il ricco palazzo: 

Tunc egregiam circumspicit aedem 
Jam satur atque oculis lustrat per singula fixis, 
Miraturque trabes et mille coloribus actos 
Exterius muros, fulvumque in vestibus aurum 
Et pictos in sede thoros. 



(1) 11 carme è perduto, salvi pochi versi riferiti da Battista Pagliarino, 
Chronica di Vicenza, Vicenza, 1663, p. 182. 



STUDI SU FERRETO DEI FERRETI 77 

E poco prima (vs. 74) ricorda: « Marmoreum... thalamum ». 

Le auree vesti: i letti, le travi, le mura dipinte (affreschi); (jui 
c'è tutto quello che forma l'ornamento di una opulenta sede 
principesca. Non è un palazzo qualsiasi quello ch'egli descrive, 
ma è il palazzo Scaligero, nel quale il Ferreto ammirò gli af- 
freschi di Giotto. Alla fine del libro II il F. ricorda l'altare (sa- 
crum Jovis) palatino. Vorremmo dire, che egli ripeteva tutto 
questo solo perchè altri gliene aveva parlato? Anche nella M- 
storia ricorda, e con certa predilezione, l'aula scaligera , dove 
Albertino Mussato e Giacomo da Carrara, prigionieri, vennero 
trattati con generosità cortese (1). Per il complesso di questi 
argomenti mi pare che la tesi, se non è addirittura pienamente 
provata , almeno è resa probabilissima. 

Nel novembre 1328 Gangrande celebrava la conquista di Pa- 
dova con una sontuosissima curia. Tra i forestieri accorsi a 
Verona a goder del tripudio, fra i mille che avranno approfit- 
tato della buona occasione per sollazzarsi , e per far figura in 
mezzo ai signori raccolti intorno allo Scaligero, a noi può piacere 
d'immaginarci anche il poeta vicentino. Tra le feste e i banchetti 
di quel mese, il Ferreto può aver avuto facilità di leggere i suoi 
versi al signor di Verona. È questa una congettura destituita di 
adeguate prove, se vuoisi; ma è anche poco probabile che la 
fama delle feste veronesi non abbia spinto il poeta vicentino a 
fare un viaggio di poche miglia, e che a lui potea riuscire molto 
profìcuo. Le circostanze nelle quali il Carmen fu composto, con- 
fortano la presente congettura. Il Carmen infatti fu compilato, 
almeno compiuto (2) per festeggiare la conquista di Padova, 

Pare che il L. trovando tra il carme e la storia una sentita 
diversità di giudizio riguardo a Gangrande, voglia quasi conchiu- 
derne che il F. nella sua opera in prosa abbia voluto in qualche 
modo vendicarsi di Gangrande, per il premio negato. Se mai 



(1) Ap. Muratori, IX, 1145 C, 1148 G. 

(2) Non è questo il luogo di far minute ricerche sulla cronologia del Carme. 



78 e. CIPOLLA 

questo fosse il pensiero del L., non è del tutto esatto, a mio 
credere. 

Non devesi dimenticare che Gangrande conquistò Treviso poco 
dopo che il F. scrisse il carme. Può darsi anche che il F. non sia 
giunto nemmanco a presentarglielo intero. Questo potrà essere 
ammesso più facilmente da chi voglia ritardare il carme sino al 
1329, e vedere nel verso 146 del libro III, dove si profetizza la 
caduta di Treviso, quasi un' allusione a fatti che stessero real- 
mente compiendosi. È indubitato che Gangrande comparisce in 
altro aspetto nella hisioria, che nel carme. Quivi c'è l'apo- 
teosi dell'eroe: pare anzi che il F. abbia voluto rappresentarci 
deliberatamente l'opposto di ciò che la fama popolare narrava 
intorno alla nascita di Eccelino, e che il Mussato ritrasse nella 
sua tragedia Ecerinis (1). Dopo ciò, ben si capisce che cosa debba 
seguirne. Nella hisioria si accusa Gangrande di molti delitti: egli 
ottenne con denaro il vicariato di Verona (col. 1064 E): si macchiò 
di violenti rapine per carpire oro ai Vicentini ed ai Veronesi 
(col. 1131 D): fu libidinoso e mancator di fede (col. 1131 D-E). Ma 
con tutto questo, il Ferreto non è avaro verso di lui neanche 
nelle lodi. Il valor militare e la rapidità delle mosse sono pregi 
messi spesso in risalto (p. e., col. 1143). Egli è « juvenis animo- 
« sus » (col. 1087 G): cupido di gloria, locchè per un umanista 
vale un grande elogio (col. 1131 D); « acer et strcnuus adolescens » 
(col. 1127); « heros Scaliger » (col. 1178) (2); non fu mai truce o 
avido di sangue (col. 1144 E); sotto la sua dominazione, Vicenza 
migliorò (col. 1123 B-E); fatto prigione Giacomo da Garrara , lo 
trattò con bontà (col. 1145 G). Sorpasso alle frasi in cui lo si dice . 
tiranno, ecc.: sia perchè tiranno vale infine unicamente signore, 
sia perchè le invettive contro i signori e le signorie formano 
uno dei luoghi comuni del nostro storico , anelante alla antica 
hbertà democratica. 

Una cosa sola noto, ed è questa. Secondo il L. (p. 23), a quanto 



(1) Di ciò tratteremo nello Studio III. 

(2) Nel Carme (1. II, vs. 189): « Scaliger heros ». 



STUDI SU FERRETO DEI FERRETI 79 

pare, la historia si differenzia dal Carmen, poiché in quella tutto 
l'affetto del F. è rivolto verso la sua patria, Vicenza, mentre in 
questo esso si appunta in Cangrande. È verissimo che l'amore per 
Vicenza brilla splendidamente nelle pagine della historia; ma 
esso non resta occulto neanche nel Carmen. Quivi leggiamo (Uh. I, 
vs. 301 sgg.) un bellissimo tratto , e altamente poetico, in cui il 
Ferreto inneggia a Vicenza, nunquam. Servili caritura jugo, e 
la descrive quale un agnello fra due lupi o due leoni ; e i due 
lupi i due leoni sono Padova e Verona. Davvero che ci volea 
un po' d'ardimento a dir tutto questo in una composizione diretta 
al signor di Verona , il quale da pochi anni avea occupato Vi- 
cenza. Neil' historia si deplora il reggimento tirannico tenuto 
dallo Scaligero, e in alcun luogo chiamasi mite il giogo dei Pa- 
dovani (1065 G, 1066 A-G); ma altrove il poeta impreca contro il 
loro governo tirannico (col. 984 A-B), e si rallegra della loro 
cacciata (col. 1070 G) (1). Non bisogna mai prendere alla lettera 
il Ferreto. Sarebbe il vero modo per non intenderlo (2). Nel 
Carmen, per citare un esempio fra mille, egli stigmatizza i vizi 
della famiglia degli Eccelini, adoperando le parole più ardenti e 
più fiere. Né s' intenerisce per l' orribile strage compiuta nella 
rocca di S. Zenone. E dopo rimproveri si amari, la narrazione si 
compie (fine del libro I) nella forma seguente: 

deleta propago 
Nobilis interi! t, nullo reparabilis aevo. 

Se non ci restasse che questo verso , certo dovremmo credere 
che il F. fosse un ammiratore della noMlis propago di Ezzelino. 



(1) Si potrebbe, con pari sistema, confrontare il giudizio del Ferreto in- 
torno ad Alberto della Scala, nel Carme, con quello eh' egli manifesta nelle 
Storie. Ma non è questo il luogo d'esaminare le opinioni politiche del Ferreto. 

(2) Gfr. ciò che dissi in Misceli, di stor. ital., XXllI, Appendice, p. xni 
(Torino, 18B4). 



80 e. CIPOLLA 

Passiamo ora alla seconda quistione. Essa si riferisce solo in- 
direttamente al F., e perciò accontenterommi di poche parole, 
dirette soltanto ad esporre lo stato della controversia. 

È notissima la descrizione della corte di Gangrande della Scala 
riferita dal Panciroli, sulla fede di Sagacie Muti Gazzata; perciò non 
mi soffermo a riassumerla. Ricordo piuttosto che primo a metterla 
in luce fu il Muratori. Pubblicando egli (1) la Cronaca reggiana 
di Sagacio (Levalossi) e Pietro della Gazzata, nella prefazione (p. 2) 
riportò da Guido Panciroli due brani dei predetti cronisti. Uno 
si riferisce all'a. 1371 e dipende da Pietro Gazzata. L'altro, ed è 
quello che a noi interessa , viene dal Panciroli registrato sotto 
l'a. 1318, ma a dir vero, per l'argomento, non si riferisce stret- 
tamente a questo anno. Il Muratori parlando della storia reg- 
giana del Panciroli , la dice « nondum evulgata », locchè fu 
ripetuto dallo Scheffer-Boichorst (2), per essergli sfuggito che la 
storia del Panciroli fu pubblicata, sia in testo (3), sia anche in 
versione italiana dovuta a Prospero Viani (4). 

Il citato Scheffer-B., cosi benemerito della storia italiana del 
sec. XIV, prese in minuto e coscienzioso esame anche il passaggio 
ora citato, nel quale si descrive la corte di Gangrande in Ve- 
rona. Parlasi delle varie sale ed appartamenti fabbricati e ar- 
redati e dipinti per le varie classi di persone, guerrieri, dotti, ecc. 
che lo Scaligero albergava presso di sé. Il passo è poetico: ed 
offre quindi molto campo alla critica. 

Lo Sch.-B. lo combattè sotto vari punti di vista. Prima di tutto 
notò che quel passaggio manca alla Gronaca, quale è pubblicata 
dal Muratori, quantunque il Panciroli scriva: « Sagatium Mutum 
« Gazadium... humaniter (CangravìM) excepit, qui postea eius 



(1) R. I. S., XVIII, 5 sgg. 

(2) Aus Dante' s Yerhannung, Strassburg, 1882, p. 93: « ... seiner noch 
« ungedruckten Geschichte von Reggio ». 

(3) Rer. hist. patriae suae libri odo, Regii Lepidi, 1847 (dove il passo 
contrastato sta a p. 244). 

(4) Storia della città di Reggio tradotta, Reggio , 1846 (il passo nostro 
veggasi nel t. I, p. 291). 



STUDI SD FERRETO DEI FERRETI 81 

« hospitalis disciplinae rationes, diversarumque coenationum, et 
« cubiculorum sumptus et ornamenta diligenter descripsit ». La 
condizione critica del testo di questa Cronaca Reggiana è assai 
contrastata, ed è ad augurare che essa rivegga presto la luce 
nella nuova edizione che sta apprestandosi da un valoroso eru- 
dito reggiano, il co. Ippolito Malaguzzi. 11 Muratori ebbe a sua di- 
sposizione un cod. spettante ai Benedittini di S. Pietro e Prospero 
di Reggio, oltre ad un ms. dell'Estense. Il primo dei due codici è 
il più antico ; ma ciò nonostante è imperfettissimo, essendo ace- 
falo, e mancando di parecchi brani nella porzione della Cronaca 
dovuta a Pietro Gazzata. Il Muratori enunciò e lamentò tali per- 
dite. Alla bontà del eh. sig. conte Malaguzzi sono debitore se posso 
dar un breve cenno intorno a quel ms. (1). Chi sa che Pietro della 
Gazzata fu « abbas sancti Prosperi inferioris » dal 1363 al 1414 
(in cui morì), come leggesi nella sua iscrizione sepolcrale (2), po- 
trebbe supporre che noi avessimo qui il Codice originale. Ma ciò 
non è. Il Malaguzzi m'avverte che il ms. appartiene alla metà 
circa del sec. XV, tranne alcune postille ed aggiunte del sec. XVI. 
Lasciando le aggiunte, il testo è di due mani, contemporanee o 
quasi, delle quali la prima arriva copiando sino all'a. 1385, e la 
seconda prosegue fino al 1388. Al 1371 il copista lasciò in bianco 
mezza facciata ed una carta, segno dell'imperfezione del ms. che 
stava a sua disposizione ; il principio è mutilo. Il cod. Modenese, 
del sec. XVII, è una copia del Reggiano, giusta l'opinione del 
sullodato co. Malaguzzi, il quale mi comunicò con larghezza ve- 
ramente straordinaria tutte queste notizie. L'autografo del cro- 
nista non si è perciò conservato. 

Non potei procurarmi un opuscolo del signor Giuseppe Turri, 
Delle Cronache dei Gazzata e degli scrittori di esse (Reggio 
Emilia, 1865), che trovasi riassunto diffusamente nell'^rc/^. 5^. 2Y. 
(ser. Ili, II, 2, 212-8). Egli opina che tre siano i cronisti e 



(1) Ora nella BiLl. comunale di Reggio. 

(2) Presso Muratori, loc. cit., p. 2 tav. , e Arch. stor. ital. , serie III, 
t. II, 2, 214. 

Giornale storico, VI, fase. 16-17. 8 



g2 e. CIPOLLA 

non dae. Il primo cronista sarebbe Sagacio Muti della Gazzata 
che scrisse sino al 1303: lo crede morto nel 1353. Il secondo 
sarebbe Sagacino Levalossi, dal 1303 al 1353, nel quale anno di- 
venne cieco, e vecchissimo mori nel 1357. L'ultimo finalmente è 
l'abate Pietro Muti della Gazzata, di cui Sagacio era avo paterno 
e Sagacino era proavo materno. Il Turri, distribuendo cosi fra 
questi tre la Cronaca Reggiana, di cui ci occupiamo, opina che 
il primo di essi abbia scritto anche uno speciale e separato trat- 
tato della magnificenza di Cane della Scala, citato dal Panciroli 
e ora perduto. Lascio al co. Malaguzzi l'esame della troppo ardita . 
opinione messa avanti (o piuttosto solo patrocinata) dal Turri 
sui tre scrittori della Cronaca, e vengo a ciò che già accennò 
il Muratori, e che risulta immediatamente dal nostro testo. 

Lo stile della Cronaca sembra abbastanza uniforme, e forse noi 
l'attribueremmo ad un solo scrittore, se sotto l'a. 1353 , aprile, 
non leggessimo quanto trascrivo (col. 72, A-B) : « Ipso mense de- 
« fecit visus d. Sachacino proavo meo, qui hactenus huc usque 
« scripsit gesta, et nihil ultra scripsit; erat enim tunc annorum 
« LXXX(X)I.... Hanc Chronicam perdidi tempore spoliationis huius 
« civitatis et ipsam recuperavi 1382 de mense Augusti, excepto 
« quod desunt gesta Atilae et Eccelini de Romano et regis Gor- 
« radini et alia plura quae ordinate scripserat. Eodem anno ego 
« frater Petrus d. Franceschini de Gazata coepi amodo scribere 
« quae sequuntur...» A primo aspetto parrebbe che l'abate Pietro 
non avesse fatto altro che proseguire la cronaca di Sagacino. Ma 
nel fatto, egli fece qualcosa di più. Il Muratori (p. 2) ammise che 
Pietro aggiungesse delle postille al testo del suo antenato. Ciò è 
evidente per gli anni 1348, 1349, 1351 (col. 67, 68, 70). P. e., col.' 
67 E : « et ego ductus fui extra castrum per brachium a d. Fran- 
« cischino patre meo...», dove si parla chiaramente di Pietro. 
Alla col. 67 C nel testo stesso della Cronaca una frase c'è almeno, 
scritta da Pietro : l'ab. di S. Prospero « recepit in monachos suos 
« fratres Petrum filium d. Franceschini de Gazata, qui in pro- 
« cessu temporis fuit abbas dicti loci, et fratrem lohannem ecc.-» 
Sembra, di primo esame, che solamente la frase qui in processu 



STUDI SU FERRETO DEI FERRETI 83 

loci sia di Pietro, che ve la potea aggiungere facilmente al mar- 
gine. Ma ciò non è ammissibile; poiché, finito l'elenco dei frati 
ricevuti allora in convento, abbiamo : « Haec scripsi quia ex eis 
« fui unus minimus ». Queste parole, dovute indubitatamente a 
Pietro, indicano che tutto il tratto è di Pietro. Egualmente in 
col. 70G-Ele vestigia del ritocco sono innegabili. S'io non m'in- 
ganno dunque, Pietro non solo postillò la cronaca del suo ante- 
nato, ma le diede una veste più o meno nuova nell'atto di tra- 
scriverla. Non sostengo per questo che la Cronaca sia tutta sua. 
Tutt'altro. Il fondo è del proavo ; ma una parte nella compila- 
zione spetta al nipote. Concedo anzi che probabilmente ciò che 
spetta al nipote è assai limitato. 

Il Panciroli conosceva la Cronaca detta dei Gazzata, che egli cita 
nel proemio alla sua Storia: « Primus quidem Sagacius Mutus 
« cognomento Gazadius, non panca suorum temporum usque ad 
« annum h. s. 1353, quo jam nonagenarius oculos amisit, non pe- 
« nitus inutili historia composuit. Quam postea Petrus eius nepos, 
« insigni religione ac doctrina monachus, continua aliquot anno- 
« rum serie est prosequutus ». Il Sagacio del Panciroli è il Sagacino 
(Levalossi) rammentato da Pietro della Gazzata nel luogo testé 
recitato. Dove riferisce il brano riguardante la corte di Cangrande, 
Guido Panciroli cita pure Sagacio Muto Gazadio , e lo fa nella 
maniera seguente: « Sagacium Mutum Gazadium Regiensem, li- 
« terarum elegantia, ut illa ferebant tempora, satis eruditum, hu- 
« maniter excepit ». Secondo il Panciroli adunque, lo stesso uomo 
che scrisse la cronaca reggiana sino al 1353, e divenne cieco in 
quell'anno, parlò anche della corte di Cangrande. Tale conclusione 
non combina colla tesi sostenuta dal Turri : ma a noi non incombe 
occuparci di ciò. Se anche va perduta la distinzione tra lo sto- 
rico Sagacio e lo storico Sagacino, la è cosa che poco ora ci 
riguarda. 

Fulvio Azzari, non di molto posteriore al Panciroli, lasciò un 
voluminoso ms. di storia reggiana, che venne ricordato dal Mu- 
ratori. Il co. Malaguzzi, che lo vide ed esaminò nella Bibl. Estense 
in Modena, mi assicura che l'Azzari, per quanto riguarda la 



84 e. CIPOLLA 

notizia sulla corte scaligera, utilizzò semplicemente il passo del 
Panciroli. Dell'Azzari abbiamo a stampa il compendio del suo 
lavoro (1), dal quale pure apparisce ch'egli doveva conoscere il 
Panciroli, e basarsi sulla sua attestazione. Quanto alla ricerca 
attuale , egli scrive : « Sagaccio Mutti cognominato il Gazadio, 
« scrittore delle cose del suo tempo, amato da Gan della Scala, 
« fece un trattato della sua magnificenza ». 

Il Panciroli non dice affatto che il brano, di cui ci occupiamo, 
egli l'abbia letto nella Cronaca detta dei Gazata, ed è per questo 
che Fulvio Azzari potè pensare ad uno scritto separato dell'antico 
cronista ; locchè, nel modo visto, venne ripetuto dal Turri. Anzi 
la forma con cui si esprime il giureconsulto reggiano, lascia facile 
adito a tale ipotesi: « ... qui hospitalis disciplinae rationes, etc, 
« diligenter descripsit ». Peraltro egli non lo afferma. Restano 
quindi possibili o discutibili parecchie supposizioni: 

I) Sagacie (dal Pane, forse con facile errore detto Muti della 
Gazata) scrisse un trattato sulla corte di Gangrande; 

II) Sagacie in un' opera diversa dalla Cronaca , parlò tra 
l'altro anche di Cangrande; 

in) Sagacie parlò di Gangrande nella sua Cronaca. Pietro 
della Gazza ta ritoccando la Cronaca, omise il brano relativo, che 
può essersi conservato separatamente, anche per la sua singola- 
rità, ma che non ci pervenne nel corpo della Cronaca; 

IV) n copista del sec. XV, che trascrisse la Cronaca, lasciò 
fuori quel tratto nel codice a noi giunto. 

L'esame diligente dei Codici Gazzadiani potrebbe recare qualche 
luce su tali spinose quistioni. Noto soltanto che il Panciroli cita 
dalla Cronaca Gazzata un fatto del 1371 , che nella Cronaca, se- 
condo il cod. Reggiano, manca, poiché cade in una lacuna (cfr. 
ediz. Murai, col. 77); dal che può dedursi che il Panciroli aveva 
a sua disposizione un Codice della Cronaca migliore di quelli 



(1) Compendio delle historie della città di Reggio , raccolto da Ottavio 
suo fratello, Reggio, 1623. Veggasi quivi nella classe Filosofi, poeti ecc. 



STUDI SU FERRETO DEI FERRETI 85 

che sono a noi pervenuti. E può ancora dedursi che le lacune 
ora deplorate nel cod. Reggiano non sono quelle di cui parlò 
Pietro Gazzata. Le quali considerazioni possono spiegare la sup- 
posizione lY, testé riferita. 

Prima di terminare questa discussione, è ancora necessario fere 
un'osservazione. Sagacio, come reggiano, non poteva di certo 
amare Gangrande , per alcun motivo politico. Nonostante ciò, è 
pure un fatto che nella sua Cronaca ne parla in complesso fa- 
vorevolmente. Sotto l'a. 1319 discorrendo di una irruzione dello 
Scaligero nel Reggiano, non gliene muove rimprovero (col. 30-1). 
Più tardi, a. 1322, una importante guerra venne mossa da Gan- 
grande contro Reggio, che n'ebbe molto a soffrire. Sagacio espone 
i mali piombati sulla sua patria per cagion di Gangrande , ma 
pur si affretta a dire che quest' ultimo « mandaverat suis , ne 
« incenderent Burgum (Sanctae Grucis) » (col. 33-4). Venendo a 
dire dei fatti dell'a. 1328, Sagacio discorre volentieri della curia 
data dallo Scaligero per celebrare la conquista di Padova. È 
verissimo che le curie di Gangrande erano famose in Italia; ma 
non perciò è meno, interessante l'ascoltare come ne parli lo sto- 
rico reggiano. « Die XXVII Novembris facta est curia solemnis 
« in Verona per d. Ganem de la Scala, in qua triginta octo no- 
« biles equites fecit, et unicuique donavit unum destrerium et 
« unum palafrenum arredatum, et duas robas de varis fodratas. 
« In hac curia fuerunt quinque millia equorum forensium ex 
« diversis locis; nobiles quamplurimi ibi fuerunt » (col. 40 D). 
Leggendo ciò, non parrebbe che anche Sagacio si fosse recato in 
tale occasione a Verona? Più importante ancora è per noi il 
profilo, che il reggiano ci lasciò di Gangrande, eh' egli certa- 
mente conobbe di veduta. Là dove ne commemora la morte, 
22 luglio 1329, scrive : « Hic homo non magnus sed bene compositus 
« et probus ultra modum, et magni cordis et animi, semper 
« primus centra inimicos percutiens, et de ipso multa canta- 
« bantur et merito », e si compiace che sia stato sepolto « cum 
« honore maxime » (col. 42 A-B). Qui abbiamo un lusinghiero 
ritratto morale del principe, che ci fa rifletter molto. Se Sagacio 



86 e. CIPOLLA 

non poteva amare Gangrande per motivi politici, quali altre cause 
c'erano per le quali egli non solo lo ammirasse, ma quasi ne 
fosse entusiasta? Né si dimentichi, che allato al profilo morale 
c'è il ritratto fisico, poiché Sagacio sa dirci che Gangrande non 
era alto di statura, ma ben composto della persona (1). Egli 
l'avea quindi veduto. La fi'ase magni cordis et animi mi lascia 
sospettare, ch'egli avesse fatto esperienza della sua ospitalità, in 
alcuna occasione; tocche è pur quanto assevera il Panciroli. 
Forse, come dicevo, visitò lo Scaligero nell'occasione della 
curia anzidetta. Allora la corte Scaligera era frequentatissima: 
chi sa che le tinte calde della sua descrizione non dipendano 
anche un tantino dal fatto che egli abbia veduto il palazzo 
Scaligero appunto in un momento solenne? 

Goncludendo: fino a migliori prove, la mancanza del passaggio 
discusso, nella Cronaca Gazzata quale a noi pervenne, com'è un 
fatto avvertito dal Muratori, così non è una circostanza che sen- 
z' altro basti a dichiarare spurio quel passaggio istesso. Forse 
m'ingannerò, ma mi sembrano severchiamente gravi le parole 
con cui lo Scheffer-B. (2) accusa di leggerezza il Panciroli, il 
quale avrebbe avuto in mano invece uno scritto assai più tardo, 
e per un abbaglio lo avrebbe attribuito a Sagacio. 

Il secondo motivo che indusse lo Schefler-Boichorst ad impu- 
gnare l'attendibilità della citazione, dipende dalle ultime parole di 
questa : esse seguono immediatamente alla descrizione delle sale 
del palazzo Scaligero. « Ganis ipse mensam suam aliquibus in- 
« terdum communicans, Guidonem a Castello Regiensem, qui ob 
« sinceritatem Longobardus simplex vocabatur, et Dantem Ali- 
« gerium, hominis ea etate clarissimi ingenio delectatus, saepius 
« vocare consueverat ». A questo brano lo Scheffer-Boichorst fa 



(1) Il Ch. Ver. (ap. Murat., Vili, 641) lo dice « staturae magne »; la sua 
imagine sepolcrale, lo dimostra uomo tarchiato. 

(2) Fra l'altro, l'illustre critico tedesco scrive : « Wer weiss, durch welchen 
« Irrthum , durch welche Flùchtigkeit Panciroli die schòne , romantische 
« Beschreibung , die ein viel Spàterer sich erdichèet hatte , dem zeitgenòs- 
« sischen Sagazio della Gazata aufbOrdete? » 



STUDI SD FERRETO DEI FERRETI 87 

una obbiezione che per avventura potrà ad alcuno parere non 
del tutto fondata; invece una seconda obbiezione forse può sol- 
levarsi in proposito. 

Vediamo prima l'argomento dell'illustre tedesco. Egli allega il 
luogo {Purg. XVI, 121-6) dove Dante ricorda Guido da Castello 
con parole di altissima riverenza. Dopo avere levato a cielo gli 
antichi costumi della valle padana, rammemora tre vecchi di 
quella regione, i quali , colla vita dignitosamente virtuosa, con- 
servavano tuttora intatte le antiche tradizioni: 

Ben V* en tre vecchi ancora , in cui rampogna 
L' antica età la nuova , e par lor tardo 
Che Dio a miglior vita li ripogna ; 

Currado da Palazzo, e il buon Gherardo 
E Guido da Castel che me' si noma 
Francescamente il semplice Lombardo. 

Il prof. Scheffer-B. non sa intendere (1) come Guido da Castello, 
vecchio oramai nell'anno 1300, possa essere stato ospite di Gan- 
grande, insieme con Dante. Se non m'illudo, in quel passaggio non 
è detto che Guido da Castello e Dante Allighieri si trovassero 
assieme ai conviti di Cangrande ; ma soltanto che l'uno e l'altro 
furono ospiti suoi. Fulvio Azzari, nel libro poc'anzi allegato, mo- 
stra, a dir vero, d'aver intese le parole del Panciroli nel senso 
che Guido da Castello e Dante siansi trovati compagni presso 
Cangrande: « Guido Castello per sua sincerità fu chiamato il 
« semplice Lombardo, trattenuto, et molto amato da Cane grande 
« della Scala et compagno di Dante Algieri {sic!) ». Farmi invece 
che lo storico dica solamente che lo Scaligero l'ospitò l'uno e 
l'altro, senza dire se uniti o divisi, ravvicinando i due perso- 
naggi, solo perchè ambedue erano amici dello Scaligero. 

Né so vedere come sia difficile ad ammettersi che Cangrande 



(1) « Und dieser Mann solite noch Canes Gast gewesen sein? Wohl gar 
« noch gleichzeitig mit Dante? » 



88 e. CIPOLLA 

possa aver ospitato Guido da Castello. Gangrande divenne unico 
signor di Verona nel 1311, dopo la morte di suo fratello Alboino, al 
quale da alcuni anni era collega. Guido, vecchio nel 1300 , non 
morì si tosto; poiché ospitò « semel », il ghibellin fuggiasco; ciò 
che viene attestato da Benvenuto da Imola (1). Presso l'Az- 
zari, allato al nome di Guido, è segnato Ta. 1241: che cosa in- 
dichi, non lo so. Certo non significa l'anno della morte. Il Tira- 
boschi (2) non conosce su questo personaggio altre notizie, oltre 
a quelle che abbiamo da Dante e da Benvenuto da Imola. Il 
sig. co. Malaguzzi (3) , mercè un Estimo edito dal Taccoli , 
provò che Guido viveva nel 1315: potè dunque visitare Gan- 
grande. 

Mi si presentò alla mente un'altra difficoltà, diversa affatto da 
quella posta avanti dal prof. Scheflfer-B. Eccola : — le parole del 
Panciroli affermano decisamente che Guido da Castello « oh sin- 
« ceritatem » chiamavasi « Longobardus simplex » : l'asserzione 
dipende dal verso di Dante poco fa recitato? In caso affermativo, 
è probabile una tale citazione, e in tal forma, presso uno scrit- 
tore della metà del sec. XIV? — Meditando sopra queste quistioni, 
dubitai che non solo il passo dipenda da Dante , ma che anzi 
contenga una interpretazione poco precisa delle parole dantesche. 

Benvenuto da Imola, a proposito del citato verso di Dante: 
« che me' si noma Francescamente il semplice Lombardo », scrive 
cosi : « Exponunt aliqui (4), quia de curialitate sua tanta fama crevit 
« per Franciam, quod vocabatur simplex Lombardus. Sed istud 
« est vanum dicere. Immo debes scire, quod Galli vocant omnes 
« Italicos Lombardos , et reputant eos valde astutos. Ideo bene 



(1) Comm., ap. Muratori, Ant. ital., 1, 1207. 

(2) Biblioteca Modenese, Modena, 1781, I, 428 sgg.; Storia della lettera- 
tura italiana, Modena, 1788, IV, 430. 

(3) Guido da Castello e Dante Alighieri, Reggio Emilia, 1877. Il M. 
stesso (a cui debbo somma gratitudine) ebbe la bontà d' indicarmi il suo 
opuscolo, ignoto anche al eh. prof. Sch.-B. 

(4) Cosi espone I'Ottimo: « per Francia di suo valore e cortesia fu tanta 
« fama, che per eccellenza li valenti uomini il chiatriavano il semplice 
« Lombardo ». 



STUDI SU FERRETO DEI FERRETI 89 

« dixit, quod proprie vocaretur Gallice simplex Lombard/as. 
« Simile dixit supra de Henrico rege Anglorum, ubi dixit: Ve- 
« dete il re da la semplice vita ». — Guido era Lombardo, per 
nascita; e per la sua virtuosa vita era « semplice Lombardo »; 
presa tal frase in senso francese, varrebbe: era un italiano sem- 
plice, schietto. Ciò posto, mi sorse un dubbio, appoggiato anche 
al vocaretur di fra Benvenuto: le parole di Dante si possono 
intendere nel senso che Guido dalla gente chiamavasi effettiva- 
mente, e data alla voce il senso francese: semplice Lombardo? 
È chiaro che no ; se gli italiani , lo dicevano semplice Lom- 
bardo, dovevano usare questa frase nel senso proprio e non nel 
senso francese. Il senso francese è escogitato da Dante, per dar 
risalto all'eccellenza del suo amico. Dunque nella frase dantesca, 
vi è qualche cosa di soggettivo. Ma quanto? Propongo di rite- 
nerla addirittura tutta soggettiva: Guido si dovrebbe chiamare 
non con altro nome che con quello di « semplice Lombardo », 
adoperando per sopraggiunta la voce « Lombardo » nel senso 
francese di « Italiano ». In altre parole il pensiero di Dante 
sarebbe il seguente : io dovendolo dire Lombardo, perchè di Lom- 
bardia , vorrei che" questa voce si prendesse nel senso francese, 
di italiano, poiché così Guido verrebbe proclamato quale il più 
schietto non solo tra i lombardi, ma eziandio fra gl'italiani. 
L'avverbio francescamente ci fa vedere che tutta la proposi- 
zione è solamente un nobile pensiero di Dante, ispirato a lui 
da altissima stima e da riconoscenza profonda. La frase « sem- 
« plice Lombardo », è parallela a « gran Lombardo » {Farad., 
XVII, 71). Tuttavia nel passo dello Scaligero, Dante non adopera 
niuna frase o parola, che come francescamente lasci scorgere 
un giudizio soggettivo nell'epiteto da lui adoperato. Che se si 
volesse riguardare i due casi come veramente identici, ci rimar- 
rebbe un'altra quistione da sciogliere. Vorremo credere che lo 
Scaligero , al quale si allude in quest' ultimo passo, fosse Barto- 
lomeo od Alboino, portasse in realtà il nome di gran Lombardo, 
e cosi si chiamasse comunemente? Ignoro che ciò si sia finora 
dimostrato. Quanto a me non potei recare altro che un luogo 



90 e. CIPOLLA 

di Pietro Azario (1). Egli narra di Gangrande, che a Milano, 
quando il Bavaro fu incoronato, fece sfoggio delle sue ricchezze 
« ut apud iraperatorem crederetur potior Lombardus ». Il passo, 
riguardando Gangrande, non è parallelo al luogo dantesco. 

Rimarrebbe ora a studiare dal lato grammaticale il si noma 
dantesco, per vedere se fra' Benvenuto lo ha reso bene col suo 
vocaretur; ma per lo scopo nostro basta ora aver formulato un 
dubbio. E un dubbio e non più è il pensiero che mi si fissò in 
mente; per avventura non è che una allucinazione. Ai dotti la 
forse non ardua sentenza (2). 

Se l'interpretazione ora esposta non fosse completamente er- 
ronea, noi avremmo in Sagacino (Levalossi) una asserzione sba- 
gliata: egli direbbe che Guido chiamavasi dal popolo « simplex 
« Longobardus » , mentre cosi lo nomò Dante una volta , in 
segno di rispetto. 

Alla mia obbiezione rispondo cosi : il passaggio, su cui insistiamo, 
è affatto estraneo al brano copiato (o compendiato) di sulla storia 
di Sagacio. Appartiene invece, e per intero (cioè tanto nella 
forma, quanto nella sostanza) al Panciroli. Ecco il contesto, come 
ora ci apparisce dall'edizione delle Storie reggiane di quest' ul- 
timo : — descrizione del palazzo scaligero : « — et picturis mirifice 
•« exornabantur. Ganis ipse mensam suam aliquibus interdum 
« communicans, ecc. » Seguono le parole sopra riferite, e che 
riguardano il nostro Guido sino a « saepius vocare consueverat. » 
Dopo di che vien subito: « Sessii et ipsi in eam aulam jam- 
« dudum recepti », e continua la storia dei da Sesso. Al Pan- 
ciroli va ascritto senza dubbio ciò che riguarda questa nobile 
famiglia, che trovò onorata accoglienza in Verona. Se ciò è vero, 
al Panciroli stesso deve attribuirsi anche il periodo che imme- 



(1) Ap. Murat. XVI, 311 D. 

(2) Francesco da Buti (II, 384) senti quanto sia diflBcile ammettere che 
Guido venisse volgannente e da tutti chiamato il semplice lombardo. Laonde 
egli spiegò il verso di Dante con una supposizione, forse più artificiosa che 
vera: « ... e però dice: il semplice lombardo; cioè citramontano semplice, 
« perchè fu omo di buona fede, e forse così era nominato in qualche can- 
« sone, sonetto, o romanzo fatto in francioso ». 



STUDI SU FERRETO DEI FERRETI 91 

diatamente precede, consono al susseguente si nell'argomento, 
che nella esposizione stilistica. Al principio del tratto, il Pan- 
ciroli citò il Sagacio , affrettandosi a dire eh' egli diligenter 
descripsit la corte Scaligera. E perciò a Sagacio non dobbiamo, 
parmi, attribuire nulla più di quanto si riferisce strettamente 
alla enunciata descrizione. Questa soluzione della nostra obbie- 
zione è anche una risposta alla obbiezione dello S.-B., poiché 
scagiona addirittura il Sagacio da ogni responsabilità per il tratto 
posto in controversia, quand'anche se ne potesse provare l'er- 
roneità. 

Un'ultima obbiezione muove vagamente il eh. prof. Scheffer-B., 
al quale ripugna d'accettare la bella, romanzesca descrizione, 
che gli sa di tarda compilazione. Qui entrasi in argomento 
assai delicato, poiché, per vagliare l'attestazione di Sagacio, 
bisognerebbe addentrarci in ricerche minute sulla costruzione 
dei castelli medioevali; esse sono estranee alle presenti indagini. 
Che la corte scaligera fosse dipinta è cosa notoria. Il Giotto vi 
lavorò sino dai primi anni del sec. XIV. Alcuni frammenti di pitture 
a soggetto romanzesco (costumi) (?), e a soggetto storico si trova- 
rono nell'a. 1884 , e appartengono forse al sec. XIV più o meno 
avanzato ; delle pitture a soggetto storico feci cenno altrove , e 
qui non mi ripeterò. Queste ultime stanno ancora in posto, mentre 
quelle a soggetto romanzesco (?) furono trasportate nel Civico 
Museo di Verona, dove aspettano un illustratore. A parte anche 
tutto questo, ognun sa quanto e come nel Medioevo si usasse 
dipinger le pareti delle sale nei castelli signorili : la pittura era 
di sovente allegorica. Chi visitò il Castello medioevale, innalzato 
in Torino nell'occasione dell'Esposizione Nazionale (1884), ne vide 
una riproduzione assai degna di nota. 

Osservo ancora, che, se anche si ammettesse che la fantasia 
abbia lavorato un po' in quella descrizione, di qui non potrebbe 
trarsi buon argomento per tosto giudicare tarda e di niun va- 
lore la descrizione stessa, e toglierla a Sagacio. L'ospite della 
corte scaligera può aver caricato il colorito; e il Panciroli può 
aver dato risalto a qualche tinta. 



92 e. CIPOLLA 

Riferii di sopra la descrizione dell'aula Scaligera lasciataci dal 
Ferreto, nel carme in onor di Gangrande (I, 120-2). Anche il 
Ferreto parla di pitture: sono dipinti a mille colori i muri: 
dipinte le travature: dipinti i letti. La descrizione del Ferreto 
ha molto a che fare con quella di Sagacio (Levalossi). 

Non potrebbe peraltro supporsi che il Panciroli desumesse la 
sua notizia dal Ferreto, e poi la ascrivesse a Sagacio. Prima di 
tutto l'uniformità tra Sagacio e il Ferreto non è completa. Que- 
st'ultimo si contenta di due versi e mezzo, mentre il Cronista 
reggiano è diffuso. Oltracciò al tempo del Panciroli pare che le 
opere del Ferreto fossero cadute in dimenticanza. La lettera 
proemiale che il Panciroli premette alle sue Storie, porta la data 
di Padova, 16 genn. 1560. Nel 1531 lo storico vicentino Merzari 
affermò che gli scritti del Ferreto erano andati perduti, e solo 
nel 1627 se ne ebbe al pubblico alcuna notizia per mezzo del 
Vossio (1). Al principio del sec. XVII , Giuseppe Scaligero (2), 
parlando dei letterati, che, dopo avere avuto molta rinomanza, 
caddero in oblio, include fra questi il Ferreto, e scrive: « ut 
« alios omittam, quis hodie meminit Ferretae poetae Vicentini, qui 
« Scaligerorum principum gesta carmino cecinit? ». Copia subito 
l'epitaffio in cui si loda il Ferreto vates , se ne encomiano i 
carmina, e si dice: « Scaligeros decuit quem cecinisse duces ». 
È molto probabile che Giuseppe Scaligero conoscesse il libro 
del Ferreto, solo dal ricordo fattone nell' iscrizione sepolcrale; 
tanto più che si accorda con essa nell'adoperare il plurale, quasi 
che Ferreto abbia cantato non uno solo, ma vari personaggi 
della famiglia della Scala. Cantò Cangrande, e solo indirettamente 
encomiò suo padre Alberto e sua madre Verde de' Salizzoli. 

La somiglianza tra la descrizione del palazzo scaligero fatta 
dal Ferreto, e il cenno che ne leggiamo presso il Sagacio può 



(1) Gfr. Antonio Magrini, presso Orti, Cenni storici e documenti che 
risguardano Gangrande I della Scala , Verona , 1853 , p. 37. La cronaca 
vicentina del Pagliarini, scritta nel sec. XV, fu pubblicata solo nel 1663. 

(2) Confutano fahulae Burdonum, in Opuscula varia, Francofurti, 1612, 
11, 18. 



STUDI SU FERRETO DEI FERRETI 08 

offrir adito ad un' altra congettura , di cui il lettore farà il 
giudizio che crede. Come il lettore rammenterà, poco addietro 
abbiamo esposto una congettura secondo la quale il Ferreto 
venne a Verona in occasione della curia tenuta da Cangrande 
per festeggiare la presa di Padova. Ora, considerando il modo 
con cui Sagacie (Levalossi) parla della curia stessa, sorge in 
noi il sospetto che lo storico reggiano sia appunto venuto a 
Verona in quella occasione. La somiglianza tra le descrizioni 
del palazzo Scaligero in Ferreto e nel preteso pseudo-Gazzata 
può forse dipendere dal fatto che i loro autori si siano trovati 
a Verona nel medesimo tempo, e nella stessa occasione abbiano 
veduto e ammirato il palazzo di Cangrande? 

Il Gazzata, nella Cronaca, dandoci il profilo dello Scaligero, 
come il lettore ricorda, soggiunge che di lui multa cantabantur 
et merito. Ora il Ferreto afferma che niun poeta parlò espres- 
samente di Cangrande. Paragonando queste due asserzioni, è 
facile congetturare che Sagacie , scrivendo quanto si riferì , 
alludesse non agli epigrammi composti per la morte di Can- 
grande, e meno ancora ai versi di Dante nel Paradiso, ma 
addiritura al Ferreto. Non mi nascondo che le parole del Fer- 
reto difficilmente si possono prendere nel pieno e intero loro 
significato, essendo noto, p. e., il carme edito dal Freher; ma, 
checche sia di ciò, la testimonianza del poeta Vicentino ha per 
certo un valore. D'altra parte non ignoro che il mMlta cantabantur 
può comprendere anche canzoni popolari. In ogni modo noto la re- 
lazione in cui la citata espressione del Ferreto sta col passo di Sa- 
gacie; considerata essa in armonia agli altri fatti testé esposti, raf- 
ferma i risultati a cui eravamo ormai giunti. Tengasi anche 
ricordato che il Panciroli espressamente attesta essere stato Sa- 
gacie ospite presso Cangrande. 

Termino non senza esprimere il vivo dispiacere ch'io provai 
per essermi trovato forse talvolta in non perfetta armonia d'o- 
pinioni con uomini cosi dotti come sono e lo Scheffer-B., e il 
Laue, i quali per di più sono tanto benemeriti degli studi di 
storia italiana nel XIV secolo. 



94 e. CIPOLLA 



HI. 



Il poema del IPerreto in onor di Oarigrande 
e r Eccer'liiis del lS/L-cLaaa.to. 



Se prendessimo alla lettera la prima linea del Carmen scritta 
dal Ferreto in onor di Gangrande, dovremmo conchiuderne che 
esso sia stato il primo lavoro poetico dell'umanista. Anzi il primo 
suo scritto addirittura, giacché non diede mano alla sua Storia, 
se non che nel 1330; ed esordendo a questa, come si dice nuovo 
allo scrivere in prosa, così cenna i suoi carmi giovanili (1). 

Le parole del Carmen, alle quali alludo, son queste, e spettano 
all'invocazione a Pallade, con cui ha principio il libro I: 

(vs. 6) 

Nunc mihi, dum prìmos in Carmine molior ausus, 
Magnanimum refer, alma, Canem 

Queste parole tuttavia non devono prendersi alla lettera, seb- 
bene sembrino raffermate dalla fine del libro IV, dove il Ferreto 
implora per se stesso vati novo la protezione dello Scaligero. 
La data del poema è conosciuta , e il Muratori lo ascrisse al 
1329. Sicuramente è posteriore al 10 settembre 1328, e per 
chiari motivi. Nel giorno suddetto Gangrande entrò trionfatore 
in Padova (2), la qual città ci viene qui descritta dal Ferreto, 
come soggetta a Gangrande (3). Il poeta è certissimo che Tre- 



(1) Dice cioè di essersi fino allora dedicato solo alla poetica (ap. Mura- 
tori, IX, 943 B). 

(2) GoRTusi, ap. Muratori, XII, 846. 

(3) La testimonianza è esplicita : « . . . . et Phrygii reparas Antenoris 
« urbem » (1. Ili, vs. 114). 



STUDI SU FERRETO DEI FERRETI 95 

viso pure si sottometterà a Gangrande, e spera che il dominio 
dello Scaligero si estenderà sino al golfo Veneziano, e compren- 
derà Gividale, ecc. (1). Per l'opposto, dopo conquistato Treviso, sul 
declinare del luglio 1329 Gangrande morì. 

Alquanto anteriori al presente Carmen sono le composizioni 
metriche, ch'egli scrisse per la morte di Benvenuto da Gampe- 
sani, poeta e letterato Vicentino. Pubblicò quei versi il Muratori (2); 
e sono scritti senza dubbio subito dopo la morte del Gampesani, la 
quale avvenne sul declinare del 1323, come risulta da uno degli 
scritti medesimi (3). In altra di quelle composizioni, il Ferreto 
dice chiaramente che la morte del Gampesani era recente. Ri- 
volgendosi alla Dea « quae nostrae decidis tempora vitae » ri- 
corda prima di tutto — e non senza giusto motivo — i fatti poli- 
tici, ne' quali essa aveva una funebre parte. Quindi il suo pensiero 
si rivolge all'amico estinto : 

At saltem egregio potuisti parcere vati, 
Impia, quem morsu praessisti saeva recenti, 
Vitalesque suo rapuisti corpore sensu (4) 

Se la morte del Gampaesani era recente, la data delle poesie 
del Ferreto è assicurata. 

In quell'epoca il Ferreto era assai giovane, forse aveva 29 
anni, e forse era anche di minore età (5). Fin d'allora si pro- 



ci) Lib. Ili, vs. 146 sgg. 

(2) R. I. S., IX, 1183 sgg. Le composizioni sono sei. 

(3) Ap. Muratori, IX, 1185 B. 

(4) Ap. Muratori, IX, 1183 G-D. 

(5) In altro mio scritto (Misceli, di st. ital., XXIII , Append. , p. xi) in- 
clinai a crederlo nato intorno al 1297. Trascurai ivi un dato del quale mi 
fece risovvenire il Laue (Op. cit.,'0). Il Lane non ritiene decisa la quistione, 
e sta contento di porre la nascita del Ferreto tra il 1295 e il 1297. A fa- 
vore del 1295 (o meglio del 1294) sembra deporre il dato di cui mi sono 
poi occupato incidentalmente in questo Giornale , V, 229 ; il Laue lo co- 
nobbe solo indirettamente, dal Magrini, citato dall'ORTi, Cenni storici ecc., 
p. 146. Fortunato Vigna trovò che il Ferreto era Castaldo dei Notai di 
Vicenza addi 17 maggio 1320. Sopra di che egli ragiona così : « ... almeno 



96 e. CIPOLLA 

fessava grande ammiratore del Mussato, come apparisce dai versi 
indirizzati al medesimo (1), per eccitarlo a scrivere in lode del 
Gampesani : 

Tu quoque perpetuam rebus dare Carmine famam 
Et potes et nosti, Latiae qui bella ruinae 
Gesta sub Arctoo scripsisti Cesare, vates. 

Nei versi che seguono , il Ferreto dice al Mussato : se tu 
canterai le lodi del Gampesani, potrà avvenire che dopo la 
tua morte altro poeta inneggi a te. Con tali parole sembra 
che il Ferreto voglia promettere al Mussato di dedicargli egli 
stesso un carme, quando venisse a morire (2). I tre versi ora 
riferiti ci dicono che il Mussato aveva pubblicata la sua historia 
Augusta, e serbano assoluto silenzio circa VEccerinis, nonché 
sopra la laurea poetica del Mussato. Quando il Mussato fu fatto 
prigioniero da Cangrande, sul declinare di settembre 1314, non 
aveva dato in pubblico neanche la hist Aug., sebbene forse l'a- 
vesse ormai compiuta da qualche mese (3). Il Ferreto, nella sua 
historia, parlando della prigionia del Mussato, scrive: « Non- 
« dum enim ille lauro hederaque virenti sub poétae titulo 
« decoratus coronam attulerat ; nec dum etiam historia illi 
« edita, Ezerinique tragoedia, quam postea jam poeta vocatus 
« in propatulo edidit » (4). Da queste ultime parole si potrebbe 



« doveva essere nato il 1294, giacché per uno Statuto del... Collegio (de' 
« Notai), esercitare l'Ofizio di Castaldia non poteva, chi finiti non avea li 
« vencinquanni ». E il Vigna allega lo Statuto del 1283, dove sotto la ru- 
brica De electione Gastaldiorum et Ckmsiliariorum, si legge : « Quod nuUus 
« possit esse Gastaldio vel Consiliarius nisi fuerit maior annis vigintiquinque » 
{Preliminare di alcune dissertazioni ecc., Vicenza, 1747, p. lxi). 

(1) Ap. Muratori, IX, 1187-8. 

(2) Da ciò può dedursi che il Ferreto fosse di gran lunga più giovane del 
Mussato, il quale, come provò il eh. prof. A. Gloria, nacque nel 1262 (cfr. 
Zardo, Alb. Mussato, p. 8: Minoia, Alb. Mussato, p. 46). 

(3) Avanti all'aprile 1314, secondo Zardo, pp. 2434. 

(4) Hist., 1. e, 1145 D. 



STUDI SU FERRETO DEI FERRETI 97 

desumere che VEccerinis sia posteriore all' incoronazione poe- 
tica del Mussato ; locchè sembra falso. Assai più che VMst Aug., 
fu appunto VEccerinis che gli procurò l'eccelso onore (1). La 
cattività del Mussato fu breve, essendo stato posto in libertà 
in seguito alla pace tra lo Scaligero e Padova, 7 ottobre 1314. 
La data dell'incoronazione è incerta ; avvenne sicuramente nel- 
l'occasione di un Natale: chi sta per l'anno 1314, chi propende 
per il 1315, e chi per il 1316 (2). Comunque sia delle qui- 
stioni di minore entità , resta provato che le ricordate poesie 
del Ferreto , sono posteriori , e cioè del 1323-4 incirca, e per- 
ciò anteriori al suo carme per Gangrande. Nei citati versi 
del Ferreto, Tu quoque ecc. si accenna alla historia Augusta 
come a prova della valentia poetica del Mussato. Anche ciò 
merita spiegazione, poiché la historia è in prosa. Nell'edizione 
Muratoriana fanno parte di essa alcuni tratti in versi, che ora 
il Minoia riconobbe far parte di altra opera, interamente poe- 
tica. L'apparente contraddizione può eliminarsi considerando che 
il Ferreto fondeva in un concetto unico la valentia del Mussato, 
e la historia che avea dato tanta riputazione al nome dello 
scrittore padovano. La storia in versi potea ben servire di le- 
game per raccogliere in un pensiero unico i vari aspetti del- 
l'attività letteraria del Mussato. 

Anche altre composizioni poetiche del Ferreto si debbono 
reputare anteriori al 1328-9. L'epigramma in lode di Bailardino 
Nogarola è del 1315; e probabilmente è del 1321 il carme per 
la morte di Dante, e di cui resta solo un breve frammento (3). 

Tali composizioni forse al Ferreto sembravano bazzecole, in 
confronto del carme eroico con cui prendeva a lodare il principe 
Scaligero. Del resto non è questo che a noi ora interessi di porre 
in rilievo. A noi importa notare la relazione antica che cor- 
reva tra Ferreto e il Mussato, e questa l'abbiamo trovata nelle 



(1) Minoia, pp. 139 sgg.; Zardo, pp. 153, 244. 

(2) Zardo, p. 153, difende il 1314. Il Minoia, p. 139, preferisce forse il 1316. 

(3) Gfr. Laue, pp. 14-15; Orti, pp. 41-129. 

Giornale storico, VI, fase. 16-17. 7 



98 C. CIPOLLA 

prime composizioni poetiche del Vicentino. Il Pagliarino (1), che 
nella sua storia di Vicenza ci lasciò memoria degli scritti del Fer- 
reto, nota ch'egli conosceva anche la risposta dal Mussato fatta 
al Ferreto (2). Che cosa dicesse in questa epistola il Mussato, noi 
so; certo non può avere biasimato il Gampesani, che piuttosto 
di farlo, avrebbe di certo taciuto. Il Mussato verso 1311 scrisse 
una epistola, che è la XVII (3), per rispondere al Gampesani 
« adversus opus metricum per eum factum in laudem domini 
« Ganis grandis et vituperium Paduanorum , cum capta fuit 
« Vicentia. » Se ora egli si decideva a parlar con rispetto del 
Gampesani , è ragionevole conchiudere che molto viva e salda 
fosse l'amicizia che lo legava al Ferreto. Lo Zardo (4) sospetta 
che l'amicizia tra i due scrittori siasi stretta nella occasione in 
cui il Mussato prigioniero fu condotto in Vicenza , e dimorò in 
casa di Gregorio da Poiana. La ipotesi è molto ragionevole; 
solamente bisogna avvertire che il Mussato non può essersi 
trattenuto se non che pochissimo in Vicenza, essendo andato 
tosto a Verona, dove lo Scaligero lo accolse nel proprio pa- 
lazzo, e quivi ne fece medicar le ferite (5). Oltracciò qualcuno 
potrebbe trovare un po' strano che il Ferreto , il quale non 
sempre è restio a intrattenere il lettore delle sue storie, con ricordi 
personali, trascuri ora di dar rilievo all'occasione per la quale 
diventò amico del Mussato. L'argomento non è decisivo; ma può 
forse bastare per proporre anche l'ipotesi che il Ferreto abbia 
conosciuto il Mussato prima della caduta di Vicenza sotto Gan- 
grande (1311), da giovinetto, e che poscia, per quanto le circo- 
stanze glielo permettevano, abbia coltivata quella preziosa amicizia. 
La laurea poetica concessa al Mussato deve aver fatto grande 



(1) Cronaca di Vicenza, Vicenza, 1663, p. 182: « et si vede ancora la 
« risposta di Mussato à Ferreto ». Gfr. Laue, p. 11. 

(2) Non è accennata né dal Minoia, né dallo Zardo. 

(3) In Graev., Thes. antiq. It., VI, 2, 51-2. L'epistola è molto acre, e 
accusa Gangrande di inganno. Neppure per il Gampesani ci sono parole melate. 

(4) Op. cit., p. 293. 

(5) Ferreto, ap. Muratori, IX, 1145. 



STUDI SU FERRETO DEI FERRETI • 99 

impressione sul Eerreto, il quale s'interessava delle cose Padovane 
in generale (1), e di quelle del Mussato in ispecie. Né vale 
oppor-re il fatto che nel carme che a lui indirizzò per la morte 
del Gampesani tace della laurea poetica : giacché ad essa può 
vedersi quasi una allusione nel verso « Tu quoque perpetuam 
« rebus dare Carmine famam Et potes et nosti ». Questo entu- 
siastico elogio dice molte cose. È quindi lecito credere che il 
Ferreto abbia sentito profondamente lo stimolo dell' ambizione, 
e forse anche quello dell'invidia. E perciò, avendo, vs. 132 sgg., 
deliberato di scrivere un carme eroico, scelse un grande argo- 
mento. Pensò a Gangrande: (I, vs. 18-9) 

quem decorat gens Itala factis 

Quem stupet immenso quidquid complectitur orbe. 

Osservò che l'eroe non era stato cantato (vs. 20): 

Nondum aliquis patulo discussa poemata cantu 
Tradidit, aut meritos in te iactavit honores. 

Persuaso di aver trovato un soggetto degno di canto, si rivolge 
ai poeti, e li rimprovera, perchè avevano sino allora taciuto, e 
tacevano ancora: 

Quid vatum facis alma cohors? quam carmino dignam 
Materiam expectas? 

L'eroe vi premierà, dice egli, ai poeti : 

Numquam maioribus ultro 
Te studiis miscere velis, nec iniqua vocabis 
Praemia, non sterilem neglecta quaerere laborem. 

Lo Scaligero v'ascolta e vi darà la fama eterna, che tutti cer- 
chiamo (vs. 27) : 



(1) Carmen per Gangrande, I, vs. 132 sgg., 262 sgg. 



100 e. CIPOLLA 

Quis enim nisi respuet amens 

In se perpetui convertere signa decoris, 
Hoc sibi mansurum nomen velit? 

Pare che il Ferreto attendesse dal suo Mecenate (come lo 
chiama al fine del canto IV e ultimo) la fronda poetica. Dal cadere 
del 1325 il Mussato era esule a Ghioggia, dove morì il 31 maggio 
1329, come il prof. Andrea Gloria ha chiaramente dimostrato (1). 
Saremmo tentati a credere che il Ferreto abbia scritto il Carmen 
dopo la morte del Mussato, e quasi per aspirare a succedergli 
nella fama. Ci sconsiglia peraltro da tale ipotesi la ristrettezza del 
tempo, che rimarrebbe per la composizione, poiché il Carmen 
fu certo compiuto avanti alla morte di Gangrande, 22 luglio 1329. 
Forse la lontananza del Mussato, che viveva quasi sconosciuto 
nella sua solitudine, bastò ad incoraggiare il Ferreto nel suo ten- 
tativo. Affranto dagli anni, e più dalle fatiche, piagato nel cuore, 
disilluso del mondo, il vecchio uomo di stato si preparava a mo- 
rire, cercando di dimenticare e di essere dimenticato. Forse il 
Carmen dal Ferreto preparato assai prima del maggio, non 
ebbe la forma attuale che dopo la morte del grande Padovano. 

Non affermo che il Ferreto di proposito contrapponesse se 
stesso al Mussato. Il ricorrere alla protezione scaligera già ba- 
stava per metterlo in una certa contrapposizione al Mussato, il 
quale viveva in dignitoso esigilo, sulle spiaggie del mare, sotto 
il dominio veneziano. La tempera del Mussato non era quella 
del Ferreto. L' uno , uomo politico, s' era trovato in mezzo al 
turbinio delle pubbliche cose, fra il cozzare delle armi e l'ira 
delle passioni ; invece l' altro si accontentò di inneggiare alle 
muse e di contemplare in silenzio alcuni vaghi ideali democra- 
tici, mentre passava il suo tempo nella tranquillità degli affari 
notariU. Morto il Mussato , morto Gangrande, il Ferreto mostrò 



(1) La sua dimostrazione è accolta non solo dal padovano Zardo (pp. 24041, 
ma anche dal Minoia (pp. 163 sgg.), il quale sembra ignorsu-e qui le inda- 
gini del prof. Gloria. 



STUDI SU FERRETO DEI FERRETI 101 

schietto l'animo suo; e mentre abbandonò la poesia, terminò la 
vita scrivendo le Storie, dove del Mussato si fa ricordo con parole 
ispirate a profonda e sincera reverenza. Svaniti i sogni fatti al- 
lorché il grido di vittoria rimbombava da ogni parte intorno a 
lui, dinanzi alla mente dello storico si ripresentarono le memorie 
della giovinezza : in lui prevalse nuovamente il pensiero della 
patria. 

Nel Carmen in lode di Gangrande, non è ricordato il Mussato. 
L'eccitamento ai poeti, di cui si è detto, non poteva essere diretto 
all'esule di Ghioggia. In niun luogo poteva entrare il nome del 
Mussato. Eppure il Mussato stava anche qui dinanzi alla mente 
del Ferreto. Il quale, se mirava ad emularne la fama, non disde- 
gnava d'imitarlo, molto pedissequamente. 

Questo non è il luogo di ricercare le fonti del Carmen ferre- 
tiano. Per lo scopo nostro sarà sufficiente vedere come tra queste 
fonti si deve numerare YEccerinis di Mussato. 

11 primo libro del Carmen contiene anzitutto l'invocazione a 
Pallade, perchè assista il poeta nel canto. Quindi il poeta si me- 
raviglia che un argomento di tanta importanza, quale la vita di 
Gangrande, non sia stato trattato dai poeti, mentre esso può dar 
fama a chi se ne occupa. Vengono poscia le esitazioni del vate 
per la difficoltà dell'impresa. Accennate in poche frasi le imprese 
dell'Eroe, si scende a parlar di Verona, e di questa città si fa 
una breve e abbastanza elegante descrizione: né si omette di 
toccare delle sue origini, parlando della gente lulia e di Brenno. 
La storia di Verona guida il poeta a dirci del feroce Ezzelino 
(vs. 122), e di questo egli tesse la vita sino alla fine del I libro 
(vs. 451).. compresa anche nella narrazione la strage di Alberico, 
cioè l'orribile tragedia della rocca di S. Zenone. 

Nella vita pertanto di Ezzelino, é patente l' imitazione che il 
F. fa diQWEccerinis. Soltanto bisogna 'notare che il Mussato si 
accontenta di pochi fatti saglienti: la nascita del tiranno: il ca- 
stigo che Ezzelino ordinò contro il nuncio, che gli avea riferita 
la perdita di Padova: gli ultimi rovesci, e la morte a Gassano, 
6CC0, se non gli unici fatti messici davanti dal Mussato, certo quelli 



102 e. CIPOLLA 

SU cui egli, con mano di peritissimo artista, raccolse la luce più 
viva. Il F, che scrive una storia verseggiata, conduce il tiranno 
quasi passo passo attraverso alle sue imprese. Minore riesce la 
efficacia del suo racconto, quantunque questo sia d'assai più 
completo. • 

Nel Ferreto non c'è la leggenda sulla nascita demoniaca di 
Ezzelino, alla quale egli sostituisce la descrizione delia rocca di 
Romano, che il poeta avea veduto, inorridendo, coi propri occhi 
(vs. 138: « Vidi ipse locum, ecc. »). Peraltro vedremo di qui a 
poco che un accenno a tale racconto popolare non manca anche 
nel Cm^men, là dove il Ferreto ripete, quasi colle parole del 
Mussato, la morte di Ezzelino in Soncino. 

Il luogo, in cui si avvicinano davvero i due poeti, ò là dove 
descrivono l'altezza suprema della potenza di Ezzelino, dalla 
quale esordisce la sua rapida caduta. 

Ferreto, I, vs. 159: 

Et jam capta tuis (1) parebat Marchia signis 
Caesaris imperio. 

Mussato, atto II, vs. 59; 

Parens Tyranno Padua; jam sceptrum tenet 
Agens superbas divus imperii vices 
Eccelinus. 

Ezzelino medita stragi e rovine: 
Ferr., I, 128: 

quot morte duces, quot caede potentes 

Damnasti, et gravibus poenis tormenta dedisti. 

Muss., II, 60: 

Ah quot exilia populis minax 

Promittit! atros carceres, ignea, cruces. 
Tormenta, mortes, exilia, diras fames 



(1) Di Ezzelino. Gfr. il vs. 93 « ancipites... tumultua », con Muss. atto II» 
vs. 45: « ancipites vices ». 



STUDI SU FERRETO DEI FERRETI 103 

Quindi il P. ci mette davanti Ezzelino nel mentre si studia 
indarno di conquistar Mantova. Girava intorno ad essa cosi come 
il lupo s'aggira intorno al chiuso. La resistenza ne acuiva la 
rabbia, ne cresceva il dispetto, e gli svegliava nell'animo i più 
truci disegni di vendetta. 
(Ferr., I, vs. 197) 

Talibus interea furiis agitatus iniquos 
Versabas in mente dolos, hostique futurum 
Exitium crudele nimis. 

E intanto la sua fortuna svaniva, e Padova veniva occupata 
dai Crociati e dai Guelfi. 

Ciò che colpisce, è la contraddizione tra le speranze di Ezze- 
lino, e la dolorosa notizia che gli arreca un nuncio non aspe^ 
tato; cioè: i crociati, i guelfi entrarono in Padova. Il fatto è storico, 
poiché viene narrato dal Rolandino, e dal cosi detto Monaco di 
S. Giustina di Padova (1). Ma l'averne veduto l'importanza ar- 
tistica, è proprio merito del Mussato. Egli pure descrive Ezzelino 
in un mare di progetti ; anzi si diffonde in ciò assai più che non 
faccia Perreto, il quale era in ispecie preoccupato dalla verità 
storica. Oltracciò egli avea già detto abbastanza, col narrare la 
impresa di Mantova, taciuta dal Mussato. 

Muss., atto III, se. I, vs. 9 {parole pronunziate da Ezzelino): 

Inanes ducimus frustra moras, 

Gapiamus urbes undique, et late loca, 
Verona, Vicentia, Padua nutui meo 
lam subiacent, progrediar ulterius cito, 
Promissa Lombardia me dominum vocat, 
Habere puto. Meos nec ibi sistam gradus, 
Italia mihi debetur. Haud equidem satis 
Est illa 



(1) MGH., Script., XIX, 114, 167. Cfr. Antonio Godo (ap. IN^uratori, 
Vili, 88), e Nic. Smereglo {ivi., 101 , e nell' ed. Lampertico, Scritti storici 
e letterari, II, 280). 



104 e. CIPOLLA 

Intanto si presenta (se. 2) Ziramonte, annunciando che in Pa- 
dova era stata tronca la testa a un ribelle d'alto lignaggio. Ez- 
zelino, infuriando, ne gioisce: 
(w. 8 sgg.) 

Cum plebe pereat omne nobilium genus, 

Non sexus, aetas, non ullus gradus 

A caede nostra liber, aut expers eat. 

Vagetur ensis undique, et largus cruor 

Abundet atra tabe profusus foro, ecc. 

Dice il Ferreto semplicemente che la mano di Dio sventò i 
disegni del malvagio (I, vs. 199): 

sed diva Potestas 

Humanas intra curas rerumque meatus 
Praescia, quae nullo cohibetur foedere, certas 
Fatorum mutare vices, ac cetera versat 
Sponte sua, et coelo terras dominatur in omnes 
Propositis inimica tuia, sceleriqpie nefando 
Obstitit, ecc. 

Colali pensieri vennero forse suggeriti al Ferreto dal discorso 
posto in bocca dal Mussato a certo fra Luca ; questi, cerca cal- 
mare la furia di Ezzelino, parlandogli di Dio, e mostrandogli che 
enormi erano gli eccessi a cui si abbandonava, egli, sotto gli occhi di 
Lui. Ezzelino, titubante un po', conchiude dicendo ch'egli si stima 
appunto mandato da Dio per esercitarne le vendette. 

È a questo punto che il Mussato introduce il nunzio che ar- 
reca la dolorosa quanto inaspettata notizia della caduta di Pa- 
dova. Tra i versi posti in bocca al nunzio (se. 4, vs. 14) è note- 
volissimo il seguente: 

Capta Padua est, et exules illam tenent. 

Esso infatti rassomiglia moltissimo al luogo parallelo del Fer- 
reto, e particolarmente ai due ultimi tra i versi che qui trascrivo: 
(vs. 206 sgg.) 



STUDI SU FERRETO DEI FERRETI 105 

Namque repentino delatus ab aethere cursu 
Seu volucrum pennis, aut acris turbine venti, 
Qualiter AEolio Boreas emittitur antro, 
Venit anhelanti referens tibi nuntius ore, 
Amissam Fatavi sedem, tutumque rebelles 
Invasisse locum et portas hìibuisse patentes. 

L'epiteto di anhelans dato al nunzio è in Rolandino, il quale 
narra il fatto così: (Ezzelino, tornando da Mantova, viene al 
Mincio) « ubi nuncius ecce quidam anxius et anhelans stetit ante 
« tyranni presenciam et ipsi interroganti: qiie nova? respondit 
« infelix ille : mala , dompne, quia Paduam, perdidistis ; illum 
« siquidem nuncium absque mora fecit eccidi suspendio ». Se- 
condo il Rolandino , dunque , lo sventurato nunzio fu tosto im- 
piccato. Il Monaco di S. Giustina non dice nulla di ciò. Il Mussato 
e il Ferreto vogliono che Ezzelino gli facesse mozzare il piede, 
ed ecco in qual modo si esprimono. 

Il Ferreto (vs. 212 sgg.) comincia dal parlare del gran dolore 
che Ezzelino provò per la perdita di Padova : quindi fa che il 
tiranno pronunci un dilavato discorso (vs. 224-32), con cui nega 
fede al nunzio, e lo condanna al taglio del piede. 

Comincia: 

Quid tam ficta nobis conventa referre. 

E poi (vs. 226 Sgg.) : 

Nam tu temerarius auctor. 

Serve loquax sceleris? die, die. Te scimus et ista 
Verba carere fide. Cur nam mentiris et audes 
Perjuro sermone loqui! Dabis improbe poenas, 
Et tibi prò meritis verborum praemia dictis 
Digna feres. Fede mulctatus jam segnìor istinc 
Ito procul. 

Con maschia brevità , il Mussato attribuisce ad Ezzelino due 
versi, ai quali rispondono nella sostanza, e in parecchie parole 
i versi del F. {l. e, vs. 15): 

Abscede mendax serve, mutilatus pede 
Praemium relatu toUe condignum tuo. 



106 e. CIPOLLA 

Qui la dipendenza del F. è evidente. Il Mussato sorvola sugli av- 
venimenti successivi, che invece vengono esposti dettagliatamente 
dal Ferreto. In qualche frase anche qui può sorprendersi la rela- 
zione dei due scritti. P. e., il F. (I, 370) scrivendo: « Trans A- 
duam tua signa geris », ci ricorda il M. (atto IV, se. 2, 18, 25): 
« Collata ad Aduae signa fixerunt vadum », « Ad flumen Aduam 
« signa », ecc. 

Nella descrizione della morte di Ezzelino dopo la rotta di Gas- 
sano i due poeti si incontrano nuovamente. Era un argomento 
tragico, quello: il truce tiranno muore sprezzando le medicine, 
ed i cihi: e va, quasi volentieri, all'inferno dove l'attende suo 
padre, il Demonio. 

Mussato, a. IV, se. 2, vs. 52 segg.: 

Abductus inde spernit (1) oblatas dapes, 
Guras salutis, atque vitales cibos, 
Acerque moritur fronte crudeli, minax, 
Et Patris umbras sponte tartareas subit, 
Positum cadaver tumba Sucini tenet. 

Il F. copiò e dilavò. Non ricordandosi quasi d'aver taciuto che 
Ezzelino è figlio del diavolo, egli riproduce il pensiero che leg- 
gemmo ora in Mussato (vs. 55) : « Et Patris umbras, ecc. » 

Ferreto I, 387 sgg.: 

lille summa ferunt peragentem tristia nuUis 
Incaluisse cibis, avidumque occumbere morti 
Oblatas sprevisse dapes, medicaeque paratam 
Artis opem, tumidumque oculis, et fronte superba 
Execrìisse Deos omnes ac mitia Coeli 
Numina, et inferno tantum debere Parenti 
Quod superest. Tandem absumptis jam viribus, imo 
Commendata Jovi (2) totiens, ablata refugit 



(1) L'ediz., di cui fo uso, che è quella del Minoia, legge qui speruit. 

(2) Nel Giove imo (= Demonio) c'è una ripetizione che serve soltanto a 
diluire il pensiero.. 



STUDI SU FERRETO DEI FERRETI 107 

Umbra ferox, stygiesque haud indignata tenebras 
Sponte subit, multumque illis valet improba regnis. 
At brevis impositum tumulo premit urna cadaver. 

Il F. (vs. 398 sgg.) narra come l'annunzio di tal morte si dif- 
fondesse all'intorno. E nel Mussato non manca il ricordo dell'ef- 
fetto prodotto nelle città dalla lieta novella della uccisione di 
Ezzelino. Il Mussato ci trasporta proprio in mezzo agli avveni- 
menti, tra gli oppressi che respiravano largo, dopo tanta tirannia, 
e si rallegravano della ricuperata libertà. Un inno delicato e 
dolce è pronunciato dal Coro. Comincia: 

Vota solvamus pariter Datori 

Digna tantorum , juvenes , honorum, 
Vos senes, vos et trepidae puellae. 

Il F., al principio del lib. II, descrivendo l'allegrezza dei Mar- 
chigiani per la morte di Ezzelino e di Alberico, non dimentica 
il pensiero del Mussato. Scrive (vs. 6-7): 

....*... Primi juvenes duxere choreas. 
Et pueri, mixtique senes, hilaresque puellae (1). 

Qui la tragedia del Mussato ha termine; mentre il F. descrive 
eziandio la uccisione di Alberico. 

Il Mussato, nell'atto II, parla anche di Verona. Quand'egli scri- 
veva, pensava a Gangrande. Bisognava dunque che una parola 
vibrata si scagliasse contro la città, da cui veniva il nemico della 
patria. Quindi egli scrive : 



(1) Hilaresque puellae è tolto da Ovidio ( TV., Ili , 12,5), dal quale di- 
pende ìinche il duxere choreas (Met., XIV, 520). Bisogna tener in mente 
anche la frase virgiliana « pueri , innuptaeque puellae » (Aen. , II , 238 ; 
VI, 307; Georg., IV, 476), che ricorre anche in Stazio (Syl., I, 1, 12). Ma 
ciò non prova nulla contro ciò che noi sosteniamo. Il F. infatti potea be- 
nissimo giovarsi delle sue reminiscenze classiche per infiorare un concetto 
che non era suo. 



108 e. CIPOLLA 

semper huius Marchiae clades vetus 
Verona, limen hostium, et bellis iter, 
Sedes tyranni, sive tale hominum genus 
Natura ab ista tale producat solum ecc. 

Il F. non poteva dir questo, poiché inneggiava anzi al principe 
Veronese. Vi contrappone dunque le lodi di Verona (I, vs. 77 
sgg.), e lo fa con molto garbo, e con disinvolta eleganza di stile, 
nonostante le consuete ampollosità. In un luogo peraltro (I, vs.308) 
si lamenta anche di Verona, ed è là dove ci mette dinanzi la sua 
Vicenza minacciata da una parte da Verona e dall'altra da Padova. 
Qui abbiamo dunque un po' d'imitazione a rovescio. Un migliore 
esempio di ciò , lo possiamo trovare nella narrazione della na- 
scita di Gangrande. È la narrazione del Mussato, per cosi dire, 
rovesciata, ma non del tutto peraltro. Principia il libro II 
colla descrizione dell'allegrezza che la Marca provò per la di- 
struzione della temuta famiglia da Romano. Il poeta si sofferma 
sopra Verona, e ciò gli dà occasione di parlare dell'origine della 
signoria Scaligera. Esalta Alberto della Scala, assai più di quello 
che faccia poi nelle Storie. Il F. racconta il matrimonio di Al- 
berto con Verde (de' Salizzoli), e cosi si apre la via a dire della 
nascita di Cane. Descrive le costellazioni (II, vs. 196) ch'erano in 
cielo, al momento in cui i due principi (vs. 212) 

Nocte thoro excepti, placidi post tempora somni, 
Indulsero pares Veneri (1). 

Similmente il Mussato (lasciando tuttavia da parte le costel- 
lazioni) pone in bocca ad Adheleita (Atto I, se. unica, vs. 15-6): 
«... cuius ad laevum latus | Supina jacui ». Poi viene il racconto 
dell'apparizione del Demonio^ la quale comincia (vs. 28): « Quum 
« prima noctis hora ecc. » Adheleita rimane fieramente turbata 

(vs. 51 sgg.): 

Sed, heu recepta pertinax niraium venus (1) 
Incaluit intus viscera exagitans statina, 

(1) Si ricordi il vs. 197, lib. II, del Ferreto, testé riportato: « Indulsero 
« pares Veneri ». 



STUDI SU FERRETO DEI FERRETI 109 

Onusque sensit terribile venter tui, 
Eccerine, digna veraque propago patria. 

Di Cane invece il F. narra, con concetto affatto diverso, ma con 
parole non dissimili (vs. 185) : 

Ecce dies felix, et lux instabat amati 
Temporis, adventusque tui generosa propago. 

Verde tosto prende sonno placidamente (vs. 216 sgg.): 

At tua post dulces Veneris sopita labores 
Mater in amplexu cari diffusa mariti ecc. 

Adheleita per contrario non prenderà giammai sonno in sua vita 
(Mussato, vs. 67 sgg.): 

A tempore quidem, Nate, dicti criminis 
Semper meduUas ussit aetneus vapor; 
Viscera malignus ab inde torsit spiritus, 
Nec nostra curis corpora absolvit sopor. 
Tunc me vigilia vana, seu somni quies 
Incerta tenuit. 

Il Demonio nel comparire ad Adheleita era uscito dall'imo della 
terra, levando questa un gran remore (vs. 30-2) : 

Et ecce ab imo terra mugitum dedit, 
Grepuisset ut centrum, et foret apertura Chaos; 
Altumque versa resonuit coelum vice. 

Comparisce il Demonio accompagnato dal tuono (vs. 35). 

Tutto ciò dà magnijQcenza alla poesia del Mussato, e prepara 
il lettore a fatti spaventosi si, ma grandi. Il F. non dimentica 
l'effetto che qui produce il tuono o il boato, e ne approfitta, 
a modo suo. Verde sogna di partorire un Cane che scuote il 
mondo coi latrati (vs. 219-20): 

Visa sibi est peperisse Ganem, qiii fortibus armis 
Terrebatque suis totam latratibus orbem. 

L'appellativo di grande, il Ferreto lo lascia intendere, venne 



110 G. CIPOLLA 

al neonato dal sogno che lo rappresentava, come si vede, quale 
uno spaventoso cane, e dal fatto di suo straordinario vigore. Ciò fa 
studiato e aperto contrapposto col racconto del Mussato. E sono 
proprio espressioni studiate quelle del Ferreto, il quale volea 
far dimenticare che Gangrande, quantunque di persona « bene 
« compositus » passava tuttavia per un « homo non magnus » (1). 
Verde dopo il sogno rimase confusa e tremante, expavU (vs. 224); 
ma il suo timore è ben diverso dallo spavento e dall'orrore che 
Adheleita provava pur nel pensare alle sue relazioni col de- 
monio {l. e, vs. 3 sgg.). Alberto confortò Verde con belle pa- 
role, ed essa si ricompose tranquilla, e s'addormentò. Intanto egli 
andò ad inginocchiarsi davanti all'altare, e levò al cielo una 
preghiera. Con questa preghiera comincia il libro III. La pre- 
ghiera di Alberto va raffrontata alla supplica rivolta con fiere 
parole da Ezzelino a suo padre il Demonio (vs. 91 sgg.). Ambedue 
le preghiere cominciano col riconoscere la potenza del supplicato. 
In Mussato: 

Depulse ab astrìs mane iam lucens polis, 
Pater superbe, triste qui regnum tenes, 
Chaos profundum : cuius imperio lucent 
Delieta Manes ecc. 

Ferreto (III, 1 sgg.): 

Juppiter omnipotens, coeli moderator et imae 
Telluris, stygiique lacus, qui stagna profundi 
Lata maris, teiTaeque globum metiris et astra ecc. 

Il F. può aver avuto sott'occhio la preghiera di Edipo ad Atropo 
in Stazio {Theb., I, 56), tanto più che poco dopo fa comparire le 
Parche. Ma questo non toglie che il pensiero discenda sostan- 
zialmente dal Mussato. Ezzelino ricorda al Demonio che sempre 
gli era stato fedele, odiando Cristo: 

Christum negavi semper exosum mihi, 
Odique semper nomen inimicum Crucis. 



(1) Sagacio Cazzata, ap. Murat., XVIII, 42; ma cfr. Chr. Ver., ap. Mu- 
rat., VIII, 641. 



STUDI SU FERRETO DEI FERRETI 111 

E in Ferreto : 

si te colui semperque putavi 

Mente pium, si pura fides, et prorata voluntas 
Speravit prodesse deum, nunc annue votis, 
Dive, meis ecc. 

In Mussato, l'invocazione finisce : 

Annue Satan, et filium talem proba. 

Adheleita, come riferimmo, narrò che (I, 68) : 
Semper medullas ussit aetneus vapor. 

In F. avviene l'opposto, e Verde partorisce senza dolore (vs. 52 
segg.). Egli dice infatti (vs, 81-2): « nullum partu sensisse dolo- 
« rem | visa sibi », E poco prima (vs, 75-6): 

modicoque agitata labore 

Deposuit gravitatis onus, peperitque virilem 
Ex utero fetum; qui postquam vagiit infans 
Editus et magnam vagitu terruit aulam ecc. 

Qui ancora insiste il F, sul romore che accompagna l'apparizione 
d'un personaggio importante, È la riproduzione del pensiero del 
Mussato, che riportammo testé. Il F, non è peraltro contento, giac- 
ché poco dopo (vs, 92-3) ritorna di nuovo sul forte vagito: « ingens 
« I Vagitu clamor », 

Adheleita , vedendo il suo bambino , riconosce nelle fattezze 
qual mostro avea partorito. In Mussato {l. e. vs. 59), essa dice, 
rivolta al figlio: 

Nec monstruoso, Nate, sine partu venis, 

Necis prognosticus ventrem levas 

Gruentus infans, fronte crudeli minax, 
Terribile visu, atroxque; portentum indicans. 

Verde vuol rimirare il suo bambino, e tutta si rallegra con- 
templandolo (vs, 98 sgg,): 

Obstupuit gavisa parens, cur tantus in ilio 

Et vigor et magnos species diffusa per artus 

Quae frons laeta nimis, patrique simillinius esset ecc. 



112 C. CIPOLLA 

Anche Verde temeva di non aver generato una persona umana, 
e fu per ciò che volle tosto vedere il suo nato. Tutto questo 
è il contrapposto della poesia del Mussato. Continua di li a poco 
il F. (vs. 103-4): 

Ut vero ancipites posuit de corde timores 
Nympha Virens, viditque suum certissima natura 
Humanam in speciem ecc. 

Così le imprese di Ezzelino, tutte malvagie, trovano il loro con- 
trapposto nelle conquiste di Gangrande, che le Parche prean- 
nunziano sulla culla dello Scaligero (III, vs. 130 sgg.). 

Farmi ormai inutile spigolare altri confronti, riguardanti que- 
sto quel passaggio mentre le comparazioni che abbiamo isti- 
tuito bastano a provarci due cose. La prima è che il F. imitò 
qui VEccerinis del Mussato, modificando il suo modello, e allar- 
gandosi nelle narrazioni storiche. Come lo stile del poeta pado- 
vano è asciutto, stringato, efficace; così quello del notaio vicen- 
tino è ampio, frondoso, retorico. Le frasi classiche vi sono sparse 
a mano larghissima; ma non impediscono che si riconosca chiaro 
il tipo presente al poeta. I fatti storici che il Ferreto chiese ai 
cronisti del tempo, e che con prodiga mano sparse nel suo poema, 
non fanno che ampliare il nocciolo a lui offerto dal racconto 
del poeta padovano. La seconda cosa che risulta provata è che 
quanto il Ferreto narra di meraviglioso intorno alla nascita di 
Gangrande, è parto unicamente della sua fantasia, e gli fu ispi- 
rato dal desiderio di far di Gangrande il contrapposto di Ezzelino. 
Intorno ad Ezzelino il popolo avrà narrato ciò che il Mussato 
raccolse, e, fattolo suo, riprodusse artisticamente nella tragedia. 
Quanto a Gangrande, non solo tutte l'altre fonti sono affatto lon- 
tane dal dire quello che narra il F., ma non abbiamo alcun motivo 
per credere che ciò a nessuno sia mai capitato in mente, fuori 
che al povero poeta. Del resto il meraviglioso , di cui egli fece 
tesoro, si riduce, a ben vedere, ad una scipita bizzarria. 

Garlo Gipolla. 



ll'b 



PER LA DATA DELLA "VITA NUOVA, 

E NON PER ESSA SOLTANTO 



« Dopo questa tribulazione avvenne, in quel tempo che molta 
«gente andava per vedere quella imagine benedetta, la quale 
« Gesù Cristo lasciò a noi per esempio della sua bellissima figura, 
« la quale vede la mia donna gloriosamente, che alquanti pere- 
« grini passavano per una via, la quale è quasi mezzo della cit- 
« tade, ove nacque e morio la gentilissima donna; e andavano, 
« secondo che mi parve , molto pensosi. » Cosi leggiamo nella 
massima parte delle edizioni verso la fine del tormentatissimo 
libello (1); e qui dentro s'è vista da molti in passato (2), e ancor 
si vede da un uomo di autorità somma — dal D'Ancona (3) — 



(1) § 41, secondo la divisione Introdotta dal Torri. 

(2) Non davvero, come taluni paion credere, dal Witte per il primo. Lo 
dirò colle parole del Witte medesimo : « Quasi tutti gli scrittori che parlano 
« di questo passo, a cominciare dal Sermartelli, lo riferiscono all' anno del 
<i giubbileo » (La Vita Nuova, Lipsia, 1876, p. 114). Per il Sermartelli, o 
per chi altri abbia curato Tediz. stampata da lui, la cosa risulta dalla parola 
Giubileo messa nel margine accanto al passo, quale indicazione del contenuto. 

(3) La Yita Nuova, 2» ed., Pisa, 1884, p. xiv della Prefazione. 

Giornale storico, VI, fase. 16-17. 8 



114 PIO RAJNA 

e con una specie di accanimento dal Lubin (1), un'allusione al 
Giubileo del 1300. 

Che lallusione ci si contenga, negò trentanni fa il Todeschini (2), 
e negarono recentemente il Giuliani, il Fornaciari (3), il d' Ovi- 
dio (4). Il Todeschini, dalla variante va invece di andava offer- 
tagli dalle edizioni Pesarese e Serraartelli e dal codice Ghigiano, 
disse di non lasciarsi muovere « per nulla ad alterar la volgata »; 
ma ingegnosamente ci scorse una prova « che l'uso di andare a 
« questo pellegrinaggio continuava anche al tempo dei copisti 
« cui la variante si dovrebbe; che non si tratta quindi del giu- 
« bileo, né di altra straordinaria occasione, in cui siasi mostrata 
« la Veronica, ma di una occasione che si riproduceva tutti gli 
« anni. » Il Giuliani invece , nell' ultima sua edizione , adotta e 
propugna il va; e che cosi sia da leggere crede parimenti il 
Fornaciari, non sgomentandosi del resto neppur dell'ipotesi che 
Dante possa aver scritto andava. Quanto al d'Ovidio, di questo 
punto speciale egli non tocca. 

n problema della lezione ha qui un' importanza capitale, e non 
si può di certo muover d'altronde che da esso. All'autorità dei 
codici si son già richiamati, in maniera troppo vaga il Giuliani, e 
con maggior larghezza di esame e determinatezza di indagini il 
Fornaciari ; ma converrà precisare ancor più che non si sia fatto 
da lui, ed aggiungere nuovi dati. Per gli spogli eseguiti in ser- 
vigio di questa o quella edizione si sapeva leggersi va nel co- 



(1) Dante spiegato con Dante e Polemiche Dantesche , Trieste , 1884 , 
pp. 39 sgg. e 95. 

(2) Todeschini, Osservazioni sul testo della Vita Nuova, t. II, p. 94 
degli Scritti su Dante. Di questo lavoro il Todeschini parla come di cosa 
compiuta in una lettera al Witte del 15 aprile 1854 (p. 101). Le sue espres- 
sioni permetterebbero di pensare che esso fosse terminato anche da un tempo 
non molto breve ;'ma la postilla che ci riguarda — una delle ultime, si badi — 
non può essere anteriore al 1854, perchè contiene la citazione di un libro che 
porta anch'esso in fronte come data quel medesimo anno. 

(3) Giuliani, La Vita Nuova, 3* ed., Firenze, 1883, p. 152; Fornaciari, 
Studi su Dante, Milano, 1883, pp. 116 e 156. 

(4) La Vita Nuova di Dante ed una recente edizione di essa, nella 
Nuova Antologia, 2» serie, t. XLIV (marzo, 1884), p. 247. 



PER LA DATA DELLA « VITA NUOVA » ECC. il5 

dice Gorsiniano 1085 (1), nel Ghigiano, L. V. 176 (2), in quello 
donato dal Witte alla biblioteca di Strasburgo (3). Va, non an- 
dava, ho visto io stesso, per buona parte dopo il Fornaciari, in 
dodici manoscritti fiorentini : sei spettanti alla Nazionale, GÌ. VI, 
143, GÌ. VII, 187 e 1103, SS. Annunz., B. 2, 1267, Palat. 119, e 
204, piuttosto E. 5. 5. 43; cinque alla Laurenziana, PI. XL, 31 
e 42, PI. XG sup., 136 e 137, e — ospite nuovo — Ashburnham 
679 (4); uno finalmente alla Riccardiana, 1050 (5). Di un tredi- 
cesimo codice fiorentino in mano privata e di parecchi suoi con- 
fratelli sparsi per l'Italia so che leggono va grazie all'altrui cor- 
tesia. Sono il Martelliano ben noto, il Vaticano-Gapponiano 262, 
il Napoletano XIII, G. 9, il Trivulziano 1050, l'Ambrosiano R. 95 
sup. 13, il Braidense AQ, XI, 5, il Marciano Gì. IX, 191 (6). Gon- 
corda altresì il codice 445 della Gapitolare di Verona , salvo il 
portar vae in cambio di va (7). Segno a parte per un eccesso 
di scrupolo il va dell'edizione pesarese e sicuramente anche del 
codice andato a finire Dio sa dove su cui l'edizione fu condotta; 



(1) Vedi l'ed. Torri. 

(2) Vedi l'ed. maggiore del D'Ancona, mia quanto al testo, dove ben cinque 
altri va avrebbero ad esser registrati — con qual conseguenza, non è questo 
il momento di dire — se gli spogli dei relativi codici , eseguiti dal buon 
Calvi, impiegato alla Nazionale di Firenze, e dovuti adoperare senza nem- 
meno aver visto la coperta dei volumi , non avessero lasciato a desiderare 
parecchio. Almeno mi par poco probabile che si tratti invece d'una mador- 
nale inavvertenza mia propria , ancorché delle colpe mie in quel lavoro , 
giovanile affatto e affrettato contro volontà, non ne manchino davvero. 

(3) Vedi appunto l'ed. del Witte. 

(4) Questo 679 è il numero che il codice ha portato dall'Inghilterra e che 
dovrà poi far posto a non so qual altro. Neil' inventario presentato al Par- 
lamento dal Governo in occasione dell'acquisto è diventato 610. 

(5) Un altro codice Riccardiano , il 1054 , non ci dà della Vita Nuova 
altro che il principio. 

(6) Per i codd. Martelliano, Vaticano, Napoletano, sono tenuto al signor 
P. Papa; per questo Trivulziano, e per un compagno suo da citarsi or ora, 
al conte G. Porro ; per l'Ambrosiano e il Braidense all'amico F. Novati ; per il 
Marciano — anzi per due Marciani — al conte G. Soranzo. 

(7) Superfluo perfino dire che qui la lezione mi viene dalla gentilezza , 
nota a tutti, del bibliotecario Mons. Giullari. 



116 PIO RAJNA 

per uno scrupolo invece doveroso, quello dell'edizione Sermar- 
telli, che non ha diritto d'esser tenuto a calcolo se non ci di- 
mostra d'esser uscito d'altronde che da uno dei manoscritti già 
enumerati. 

E andava? — ATidava, introdotto e propagato dal Biscioni, vorrà 
esser cercato anzitutto nel cod. biscioniano, che si trova diventato 
attualmente il marciano GÌ. X, 26. E noi ve lo troviamo in realtà; 
sennonché è scritto in margine di mano tanto o quanto posteriore, 
mentre nel testo è va che si legge qui pure. Un altro andava 
come lezione del testo abbiamo bensì in un secondo codice Ash- 
burnhamiano, vale a dire nell' 843 (1); un terzo ed ultimo nel 
Trivulziano 1058. 

Numericamente le cose non van bene per Yandava. Stanno 
da una parte ventiquattro testimoni perlomeno, dall'altra tre; 
che se il non esser propriamente completa la mia rassegna dei 
codici (2) lascia adito alla possibilità di veder sbucar fuori per 
Yandava qualche altro fautore, un'esperienza cosi larga ci attesta 
che cresceranno assai più anche gli avversai'i. Ma alla ragione del 
numero la critica bada poco: pesa le testimonianze, non le conta. 
Sennonché, pur guardando le cose sotto questo rispetto, le sorti 
non paiono voler mutare. In quel coro di ventiquattro e più voci 
non ne mancan di sicuro di fioche e di stonate; ma ci si tro- 
vano altresì tutti i più fedeli esecutori della musica giovanile 
dantesca. Noto in primo luogo il Magliabechiano VI, 143 (3); e 



(1) 774 dell'inventario governativo. 

(2) Non so intanto come legga il codice Cavalieri (Witte , Vita Nuova, 
p. xxviii), non so come legga il Bodleiano 114 (Catalogo Mortara, col. 128). 
E di certo ne esiston degli altri. 

(3) Come mai conoscendo questo codice il Biscioni abbia potuto dire nella 
Prefazione all'edizione sua (Prose di Dante Alighieri e di messer Gio. Boc- 
cacci , p. xxxviiii), « Non è stato possibile qui in Firenze vederne » (della 
Vita Nuova e del Convito) « alcuno esemplare del 300 », è cosa poco men 
che incredibile; si capisce bensì come il possessore abbia preferito un ma- 
noscritto mediocre, ma suo, ad uno eccellente appartenente ad altri. Solite 
debolezze! Del resto quella nota dei manoscritti « che sono serviti per la 
« presente Edizione » (p. 411), è una mera lustra, e per poco non è a dire 



PER LA DATA DELLA « VITA NUOVA » ECC. 117 

meritano di stargli vicini, e per età e per valore, il Martelliano, 
il Riccardiano, e credo bene anche il Veronese. Vuol pur es- 
sere avvertito l'accordo che si manifesta in questo caso tra fa- 
miglie di codici nettamente distinte: quella che dà le divisioni 
delle rime come parte del testo; quella che le converte in glosse; 
quella che le tralascia. Che se poi ci si fa a considerare come 
sia composto il terzetto che abbiam dall'altra parte, non lo pren- 
diamo davvero in maggior stima di quel che porti la sua esiguità 
numerica. Del codice biscioniano si parla dai moderni con ter- 
mini enfatici di cui proprio non par degno (1) ; gran merito es- 
sere stato la fonte della cosiddetta volgata, una volta che questa 
volgata lascia tanto a desiderare ! Ma il peggio si è che Vandava, 
stando colà come variante o correzione segnata da un lettore, 
perde a dir poco quattro quinti della sua autorità. Quanto al 
codice Ashburnham, è, a fargli grazia, della fine del quattrocento; 
e sproposita cotanto, e dappertutto e nel nostro passo mede- 
simo (2), che proprio dalla sua lancia imbelle non sappiam troppo 
che aiuto possa venire. Resta così a sopportare pressoché tutto il 
peso della lotta il codice Trivulziano, ch'io non so dire quanto 
propriamente valga (3), ma cui non si fa di certo ingiustizia di- 
chiarandolo impari a un tanto compito: esso, scritto nel 1425, a 



un' impostura. Tutto si dovette ridurre a dare un'occhiata, e a riscontrare , 
se mai, qualche passo. 

(1) Preziosissimo lo dice L. Pizzo nella sua edizione della Tita Nuova , 
Venezia, 1865, pp. xiii e 138. Della sua preziosità aveva parlato un secolo 
fa il Morelli, Bibl. manoscritta di Tomm. Gius. Farsetti., Venezia, 1771, 
p. 283; e famoso lo aveva predicato, in una nota apposta al cod., il Farsetti 
medesimo (Pizzo, p. 139). E dire che il Biscioni stesso aveva invece sentito 
il bisogno di scusare la scelta , dicendo in sostanza che non aveva trovato 
di meglio! 

(2) « Dopo questa tribulatione auenne che molta gente andava per 
« uedere quella imagine benedetta la quale yhu xpo lascio a noi per esemplo 
« della sua bella figura la quale uide la mia donna gloriosamente » ecc. 
Se non fosse che il codice Trivulziano ha le parole « in quello tempo », si 
sarebbe stati portati a credere Vandava un prodotto della loro omissione. 

(3) Non ho nemmeno alla mano, per farne un poco di prova, la rarissim 
edizione milanese del 1827, per la quale il codice fu adoperato assai. 



118 PIO RAJNA 

Treviso, da un lombardo. Però fino da ora non si può dubitar me- 
nomamente che quando sarà compiuto il lavoro di classificazione 
e di confronto di tutti i codici della Vita Nuova, il risultato verrà 
ad essere che in questo luogo va, non andava, è la lezione vo- 
luta dalla tradizione manoscritta. 

Di questo va non s'inquieta troppo il Lubin: crede che esso si 
concilii assai bene anche coll'allusione al Giubileo (1): « Si dica 
« dunque che, se la vera lezione è in quel tempo che molta 
«gente va per vedere ecc. quel va indica un tempo che non 
« era ancora passato, un anno che non era ancora finito quando 
« l'autore scriveva quel racconto; e che secondo i dati storici 
« quell'anno non può essere se non il 1300 (2) », Che il Lubin 
abbia potuto persuadersi di una cosa siffatta, è per verità un po' 
strano. che sorta di lingua vuol far scrivere a Dante ! Non ha 
egli visto che in quel tempo designa qualcosa di più o men 
lontano, o che si rappresenta come tale? E lasciamo pur stare 
altri sgorbi ed altre sconvenienze che risultano da questa sua 
idea peregrina. Insomma, che dato il va non si possa assoluta- 
mente intendere altrimenti se non * nel tempo in cui molta gente 
«suole andare», è cosi manifesto che sarebbe sciupar tempo 
e spazio l'insisterci. E il Lubin stesso si persuaderà che fino a 
qui almeno i suoi avversari hanno ragione, una volta che abbia 
capito cosa propriamente essi sostengano, il che — non so come — 
non pare essergli riuscito finora (3). 

Ma con ciò la questione non è punto finita di risolvere. L'au- 
tografo della Vita Nuova nessuno di noi l'ha veduto, e potreb- 



(1) Anche il Sermartelli pensò, come s' è visto, al giubileo, e nondimeno 
il suo testo dice va. Ma egli non ebbe a rifletter più che tanto se le due 
cose potessero o no stare insieme. 

(2) Pag. 95. 

(3) Egli sembra ostinarsi a credere (vedi pp. 40, 41 , 43 , 95) che il quel 
tempo anche per coloro che dissenton da lui abbia a designare un anno deter- 
minato. Ma per essi non designa niente affatto un anno, bensì una stagione, 
un periodo di ogni anno. Lo aveva pur già detto chiaramente il Todeschini 
nel luogo riportato in principio. 



PER LA DATA DELLA € VITA NUOVA » ECC. 119 

bero pur esserci ragioni intrinseche cosi forti, che costringessero, 
a dispetto della critica diplomatica, a scartare la lezione va ed 
a mantenere nel testo Vandava. Ossia, potrebbero pur esserci mo- 
tivi (se non fosse per ciò, chi mai vorrebbe pensare a ribellarsi 
ai risultati di quella critica (1)?) i quali ci mettesser proprio 
nella necessità di vedere indicato nelle parole di Dante il Giu- 
bileo di Papa Bonifazio. La questione si trasforma, e diventa un 
problema prettamente storico. 

Si legga comunque si vuole, l'Alighieri ci rappresenta « molta 
« gente » che si conduce a Roma in pellegrinaggio. Nessun dubbio 
che nel 1300 della gente ve ne sia andata moltissima; ma i critici 
della Vita Nuova paiono non aver saputo abbastanza che moltis- 
sima ce ne andava da otto secoli almeno (2). Il passo più antico 
che sia da prendere in considerazione a questo proposito è disgra- 
ziatamente alquanto incerto di lezione ed anche di significato. 
Si tratta di alcune parole riguardanti S. Pietro , scritte da S. Ge- 
rolamo nel principio dell'opera De viris illustribus o De scripto- 
ribus ecclesiasticis come s'abbia a chiamare: « Sepultus Romae 
« in Vaticano^, juxta viam triumphalem, totius orbis veneratione 
« celebratur (3). > Orhis od urì)is? — I codici variano ; e da loro, 
finché non sian stati studiati e ordinati sistematicamente, è vano 
sperare una decisione. La decisione bisogna dunque domandarla ad 



(1) Non ci si ribellerebbe di certo il Todeschini, che rifiutando il Giubileo 
riteneva Vandava perchè a lui non risultavano ragioni sufficienti di dargli 
lo sfratto. E il bisogno di darglielo non lo sentiva; poiché, se è assurdo 
ammettere il va e tener fermo il Giubileo, all'opinione di chi non vuol sa- 
pere del Giubileo Vandava non darebbe gran noia. In che modo , ha detto 
assai bene il Fornaciari, p. 156. 

(2) Per la conoscenza e per lo studio di questo punto mi è stata di somma 
utilità l'opera modesta di mole , ma giudiziosa ed erudita, che in occasione 
del Giubileo del 1750 pubblicarono in Roma Raflaele Sidone e Antonio Mar- 
tinetti : Bella Sacrosanta Basilica di S. Pietro in Vaticano, Libri due ; 
vedi t. I, pp. 136-150, il paragrafo intitolato II concorso de' Popoli al Tempio 
Vaticano. 

(3) Nella grande edizione delle Opere curata dal Vallarsi , Verona, 1734, 
II, 813. 



120 PIO RAJNA 

argomenti intrinseci ; e ancor essi si fanno gioco di noi, schieran- 
dosi in due campi. Qualcuno sta per orbis: la venerazione della 
sola Roma sembra poca cosa ; e di certo anche il totius ci farebbe 
aspettare non so che di più ampio. Ma d'altra parte, mentre un 
mutamento di urbis in orbis per opera dell'età successiva s'in- 
tende a meraviglia perchè d'accordo coll'evoluzione delle idee e 
dei fatti, per venire da orbis ad urbis s'ha come a far cammi- 
nare la storia a ritroso. S'aggiunga che dà a conoscere di aver 
letto urbis l'autore dell'antica traduzione greca (1). Tutto pon- 
derato, la bilancia piega dunque di qui, e rimane ben scarsa la 
probabilità che S. Gerolamo ci attesti già incominciato nel 392 — 
in quell'anno egli scriveva — il gran moto del mondo cristiano 
alla volta di Roma. E a scemare ancora siffatta probabilità si fa 
innanzi la considerazione che quel tanto che Vorbis ci darebbe 
ce lo può ritogliere il celebratur, in quanto esso colle parole che 
l'accompagnano può esprimerci anche la venerazione che i fe- 
deli avessero per S. Pietro senza muoversi di casa loro. In com- 
penso tuttavia leggendo urbis la frase, se perde in estensione, 
acquista in intensità. Ristretta ai soli Romani, la venerazione, a 
meno di fare di S. Gerolamo un eretico, vuol esser qualcosa di 
più concreto. Soggetto logico del periodo sarà di sicuro, non la 
persona o la memoria di Pietro, ma il suo sepolcro ; il celebrari 
andrà inteso nel senso proprio di essere frequentato (2); e così 
un principio di pellegrinaggio — esistesse già, come par proba- 
bile, non esistesse la chiesa — noi lo verremo pur sempre ad 
avere. 
Che i cominciamenti sieno oscuri ed irti pertanto di difficoltà 



(1) Questa traduzione, stampata a fronte del testo nell'edizione citata, rende 
il passo così: Kri&euGeic; òè èv 'Pib|Lir) èv tùj BoTiKdvuj TrXrjaiov Tfì<; óboO t^c, 
èuiKXriv TpiounqpaXiaq , |Li€Tà TiavTÒc, toO oePd(T|aaToq Trapà tù)v 'Pu)|aaiujv 
epriaKeùerai. Al 'Puj|Liaiuiv si può esser tentati di dare, e in più d'un modo, 
un significato assai più esteso che non sia quello degli abitatori di Roma; 
ma r èv 'Piifiij che precede dissuade dal persistere nell'idea. 

(2) Se l'astratto veneratione sembra far diflBcoltà, si pensi quanto spesso 
si dica in italiano « esser frequentato dalla divozione dei fedeli ». 



PER LA DATA DELLA « VITA NUOVA » ECC. 121 

e di questioni, è una verità che neppur stavolta ci si è voluta 
smentire. Ma se qui le nubi non ci permettono di discernere con 
certezza se siamo ai primi albori o se il sole è già spuntato, 
un secolo dopo — non gran cosa nei giorni dell'umanità — esso 
è già alto sull'orizzonte. ìi^aW Apologeticus che per incarico di 
un Sinodo S. Ennodio scrisse nel 501 o nel 502 (1) in difesa di 
papa Simmaco e del Sinodo stesso, ci son parole che non lasciano 
luogo ad equivoco. A Roma è venuto il vescovo di Aitino, nomi- 
nato Visitator della Chiesa romana da Teodorico, a istigazione 
della parte avversa a Simmaco e fautrice del suo competitore 
Lorenzo; c'è venuto: e sobillato da questa fazione, non si è nep- 
pur fatto vedere a S. Pietro: « Invisis Beati Apostoli liminibus 
«ad usum furoris vestri jam nescius sui advocatur; et illud 
« quod ex omnibus orbis cardinibus devotos attra- 
«hit, positum in vicinitate transitur (2).» E qui Ennodio, ri- 
spondendo ad un'obbiezione che immagina poterglisi fare per 
toglier valore a quest'atto di ossequio intralasciato, parla della 
moltitudine di guarigioni e di liberazioni di ossessi avvenuta in 
quel luogo (3). 



(1) La data precisa soffre in conseguenza dell'incertezza cronologica che 
e" è riguardo ai sinodi che fecero capo al trionfo di Simmaco; vedi parti- 
colarmente la discussione del Mansi , nella sua edizione dei Concila, Vili , 
303 sgg. Si tratta peraltro di un' oscillazione più che trascurabile per noi. 
Al massimo, ma contro ogni probabilità, V Apologeticus di Ennodio potrebbe 
esser fatto discendere fino al 503. 

(2) Nell'edizione sirmondiana delle Opere di Ennodio, p. 343 ; nei Concila 
del Mansi, Vili, 283. 

(3) Il passo merita d'esser riportato, perchè mostra che, se i pellegri- 
naggi e la venerazione delle reliquie avevan già preso gran piede , si po- 
tevano ancora disapprovar queste cose senza passar per eretici: « Dicatis 
« forsitan , Apostoli genio decerpi , si putatur coeli civis terrarum locis in- 
« ciudi. Tamen, quamvis benedictio poscentibus ubique praestetur, et exigat 
« praesentiam martyris fides et devotio supplicantis, negari non potest, di- 
« ligentiae natali solo plus tribui, et majorera affectum loca impetrare, de 
« quibus ad superna transitur. Quam fidem allegationi curationum multitudo 
« jam praestitit, et utimur post obsidionem diabolicam testibus jam sanatis. 
« Haec licet per redemptorem nostrum in toto orbe celebrentur, est tamen 



122 PIO RAJNA 

Passiamo alla prima metà del secolo Vili. Sarà un indizio in- 
diretto, ma pur sempre significativo, quello che risulta da certe 
parole, scritte, pare, nel 730 da papa Gregorio II a Leone Isau- 
rlco, l'Iconoclasta (i). Leone aveva minacciato di distruzione l'ef- 
fìgie del Principe degli Apostoli : di lui, risponde il Pontefice, « che 
« tutti i regni dell'occidente hanno in conto di un Dio terre- 
stre (2) ! E lo sfida a provarcisi, se vuole sperimentar le ven- 
dette degli occidentali. Tutta questa venerazione pressoché ido- 
latra, questo presunto accanimento di tanti regni per la difesa 
di un simulacro che sta senza dubbio nella chiesa di S. Pietro (3), 
indica che a quella chiesa si viene senza dubbio da ogni parte. 

Procediamo di un mezzo secolo. Al tempo di Carlo Magno, Al- 
enino, nell'omelia « In natalibus S. Willibrodi », scriverà, « Roma 
« urbs , orbis caput , beatorum Apostolorum Petri et Pauli spe- 
« cialius quodammodo gloriosissimis laetatur triumphis. Unde ad 
« eamdem et gentes et populi cum devoto pectoris officio cotidie 
« concurrunt, ut majori quique apud Apostolos fidei compunctione 
« vel sua defleant crimina , vel coelestis vitae abundantiori spe 
« sibi aditum aperiri deposcant (4). » Qua dentro mette conto di 
rilevare quel S. Paolo accoppiato con S. Pietro. Lo rilevo per 
mettere in guardia contro deduzioni eccessive : i pellegrinaggi a 
Roma erano indirizzati anzitutto a Pietro, e Paolo veniva ad es- 



« non modica monumenti illius per frequentiam comparata nobilitas ». Si 
noti che qui si ragiona così tranquillamente con avversari che per solito si 
caricano d' ingiurie. 

(1) Vedi il Baronio, all' anno 726 : data corretta dal Pagi nell' edizione 
lucchese, XII, 345. 

(2) éiraYYéXXt) KaTaXOaai xal àqpaviam tòv xapoKTfìpa toO dYiou TTérpou, 
8v ai TtSaai 3acriXemi Tr\<^ b^aeujc, Geòv èiriYeiov éxovai. Così la versione 
greca, nella quale soltanto ci è pervenuta la lettera (ed. cit., pag. 353). 

(3) 11 simulacro si ritiene essere la statua famosa, adesso di S. Pietro, un 
tempo di Giove. Per verità il xapoKxfìpa non parrebbe favorevole a questa 
idea; ma è da considerare che abbiamo a fare con una traduzione. Quanto, 
al trattarsi a ogni modo di cosa che è nella gran basilica romana, nessun 
dubbio. 

(4) Ada Sanct. Ord. S. Ben., sec. Ili, anno 739: III, i, 573 nell'edizione 
di Venezia. 



PER LA DATA DELLA « VITA NUOVA » ECC. 123^ 

serne in generale solo come una specie di accessorio (1). Facile 
veder le ragioni. 

Nella sua omelia Alenino enumera dopo Roma varie altre città 
rese insigni dalla memoria e dal sepolcro di questo o quel santo : 
Milano, Tours, Parigi, Reims. Avesse scritto qualche poco più tardi, 
non avrebbe potuto tacere di un luogo per sé oscurissimo, cre- 
sciuto rapidissimamente ad una fama immensa per motivo appunto 
di una tomba. Egli viveva sempre o era morto appena , quanda 
nella remota Galizia, presso il capo che conserva ancora il nome 
di Finisterre, fu ritrovata o si credette trovata — tutt'uno per quei 
tempi — nientemeno che la tomba di un altro apostolo , cioè * di 
S. Jacopo (2). E allora ecco anche a quella volta dirigersi i pel- 
legrini in gran folla. Andavano a Gompostella, e nella Spagna, 
anzi forse più ancora nella Spagna che altrove, si chiamavano 
tuttavia e continuarono sempre a chiamarsi Romei: persistenza 
buona essa pure a servir di riprova della somma frequenza 
delle peregrinazioni romane nelle età anteriori. Roma peraltro 
non ebbe alcun bisogno di cercare in questo vestigio del passato 
consolazione nessuna: essa non dovette neppure accorgersi di un 
rallentamento di frequenza a' suoi santuari. Molti d'allora in poi 
fecero un pellegrinaggio di più; e se i luoghi di pellegrinaggio 
si accrescevano, crescevano anche i devoti, giacché nuove na- 
zioni, vergini di fede, si venivano guadagnando al cristianesimo. 
E meno che mai Roma ebbe poi a patir danno allorché anche 
un'altra tomba in Europa acquistò attrattiva stragrande. Curioso- 



(1) Per quel che riguarda il periodo delle origini, si noti come S. Giro- 
lamo ci parli bensì nell' opera già allegata (cap. 5) anche del luogo della 
sepoltura di S. Paolo, ma senza pronunziar nessuna frase che faccia riscontro 
a quella che abbiamo udito per S. Pietro : « Hic ergo quarto decimo Neronis 
« anno, eodem die quo Petrus, Romae prò Ghristo capite truncatur, sepul- 
« tusque in via Ostiensi, anno post passionem Domini tricesimo septimo. » 

(2) L' anno preciso della grande scoperta non si conosce ; ma merita cre- 
denza r Historia Compostellana che colloca il fatto al tempo di Alfonso il 
Casto e di Carlo Magno, opperò tra il 791 e r8i4. Vedi Dozy, Rech. sur 
V /list, et la littér. de V Espagne, 3« ed., Il, 398-99. 



124 PIO RAJNA 

fenomeno quello di un santo da dozzina, qual è, a fargli grazia, 
S. Egidio, in origine di certo non più miracoloso di altri infiniti, 
venuto, non poco tempo dopo la sua morte, a riuscir terzo ac- 
canto a due apostoli (1)! Io vado tuttavia pensando, e la crono- 
logia mi conferma nell'idea, che cotale celebrità si colleghi stret- 
tamente col fatto dell'essere Sain Giti, Saint Gilles, a mezza strada 
tra Roma e Compostella (2), e ritengo che la frequenza colà vada 
debitrice di molto al grande accorrere che si faceva agli altri due 
pellegrinaggi (3). Del resto, per quanto famoso, S. Egidio non 



(1) Si veda una carta del 1046 citata dal Mabillon {Ann. Ord. S. Ben. , 
IV , 434 neir edizione di Lucca) di cui si son ricordati opportunamente i 
Bollandisti nel Commentario intorno a S. Egidio, Sett. I, 285. Odolrico, arci- 
vescovo di Lione, approva che il Monastero di Savigny accetti la donazione 
di una chiesa e le offerte « quas attulerint homines peregrini et Romei, 
« pergentes ad loca sanctorum, tam ad beatam Mariam et sanctum Petrum 
« Romae, quam ad sanctum Jacobum et sanctum Aegidium ». A questa 
voce, che viene un po' da vicino, serva di conferma una che giunge dal- 
l' Italia. Lo spedale, cioè V ospizio d'AItopascio, il più celebre tra gli spedali 
di pellegrini in Europa, era dedicato a S. Jacopo e a S. Egidio. Vedi i do- 
■cumenti che ci presenta il Lami suW Hodoeporicon di Caritene ed Ippofilo 
(Deliciae Eruditorum) , pag. 1370 sgg. Oltre a questi duo santi appare a 
volte anche S. Cristoforo, per un motivo diverso dal loro e facile a scorgere. 
Ma di lui si tace troppo spesso, o meglio si fa menzione troppo raramente, 
perchè non sia chiaro che gli si aveva assai meno riguardo. Nella chiesa 
il suo posto sarà stato di certo sulla parete esteriore. 

(2) Queste due città si considerano proprio come i due capi di una grande 
Via Sacra. Però in un documento del secolo XIII — bisogna che anticipi 
qui in nota una citazione che ripeterò più oltre nel testo — l'Ospizio di 
S. Bartolommeo al colmo dell' Appennino Pistoiese ci si dice posto sulla 
strada « que celebri us Romam et Sanctum lacopum ducit ». 

(3) Veda il Paris, che ha rilevato anch' egli la singolarità della cosa 
(Vie de Saint Gilles., pp. lxxiii-iv), se questa riflessione gli paia adatta a 
diradare un poco il mistero. Fra Compostella e Roma v'erano certo molti altri 
luoghi che potevano approfittare, e che approfittarono anche difatti della 
felice loro situazione; ma intanto, a nessuno che fosse posto o in territorio 
spagnuolo o in territorio italiano era possibile di uscire dalla mediocrità 
per la ragione dell'aver troppo vicino, qui S. Pietro, là S. Giacomo: chi 
vede mai le stelle quando sull* orizzonte e' è il sole ? Invece un santuario 
francese poteva fare grande assegnamento sul bisogno vivissimo che doveva 
sentire la Francia di possedere anch' essa un santuario di prim' ordine: oltre 
alla ragione dell' amor proprio, è tanto comodo l' avere ad una distanza non 



PER LA DATA DELLA « VITA NUOVA » ECC. 125 

minacciò mai di offuscare S. Jacopo, e meno ancora S. Pietro; 
bensì, come sempre accade di coloro che son portati in alto da 
ragioni casuali, decadde abbastanza presto esso medesimo (1). 

S. Jacopo era già visitatissimo (2), S. Egidio ancora non credo (3), 
quando, intorno all' 865, Papa Niccolò I, a dimostrazione che la 
Chiesa Romana è propriamente chiesa cattolica, universale, mette 



soverchia un posto dove farsi fare dei miracoli ogni volta che occorra! E 
quando il bisogno c'è, si trova poi anche sempre chi ci sa provvedere. Né 
il bisogno era dei francesi soltanto. Moltissimi si movevano dalla Spagna 
per venire a S. Pietro, molti dall' Italia per andare a S. Jacopo , ai quali 
per istrada mancavan le forze per compiere il viaggio. Senza S. Egidio 
avrebbero perduto la fatica. E qui entrò forse di mezzo anche una giusta 
compassione da parte dei pontefici, che forse per riguardo a questi volonterosi 
impotenti largirono a S. Egidio un poco di quei tesori di indulgenze di cui chi 
conosca la misura delle penitenze imposte nel medioevo ai peccatori sa qual 
bisogno supremo si dovesse provare. E tanto più i papi dovevano esser disposti 
a favorire S. Egidio e a farne come una specie di simulacro dei santuari mag- 
giori, in quanto il monastero apparteneva propriamente alla Santa Sede, che ne 
difese sempre vigorosamente il possesso, e in quanto era intitolato a S. Pietro, 
e insieme con lui a S. Paolo ( Bollandisti , t. cit. , p. 292). Ragioni pa- 
recchie, come si vede;. ma che tutte non fanno se non rifrangere in vario 
modo queir unico raggio della situazione a mezzo del cammino di S. Jacopo 
e di S. Pietro : non propriamente sulla strada, ma cosi vicino ad essa da non 
far diflferenza alcuna. 

(1) Un segno molto espressivo di questa decadenza ce lo darà quello stesso 
Altopascio da cui s' è avuta una prova della gloria. A poco a poco i docu- 
menti mettono S. Egidio in disparte, finché esso sparisce del tutto. Soltanto 
di S. Jacopo parla la Regola del 1239, di cui ho sott' occhio 1' antica tra- 
duzione italiana, pubblicata parzialmente dal Lami, Op. cit., pp. 1432 sgg., 
e integralmente dal Fanfani, nella Scelta di Curiosità letterarie, n" 54, 
Bologna 1864 {Regola dei Frati di S. Jacopo d' Altopascio). Vedi in que- 
st' edizione pp. 15 , 16 , 22 , 30 ecc. ecc. Cosa da far propriamente mera- 
viglia, S. Egidio, nonché tra i santi per cui i frati digiunano (pp. 36-37), 
non ha neppur più luogo tra quelli di cui si deve « 'guardare » la festa 
(pp. 38-39). 

(2) Vedi una testimonianza anteriore di qualche anno alla metà del se- 
colo IX in un testo arabo tradotto dal Dozy, Op. cit., II, 277. 

(3) Me ne persuade una lettera scritta neir879 da Giovanni Vili agli 
arcivescovi di Arli, Narbona, ed Aix, perché mettano al dovere il vescovo 
di Nìmes usurpatore dei diritti romani su quel monastero, dove, lasciando 
altro, se ne parla come di « quoddam monasterium » {Epist. 191 ; Concilia, 
ed. Mansi, XVII, 130). 



126 PIO RAJNA 

sotto gli occhi dell'imperatore Michele le tante migliaia d'uomini 
che « ex omnibus finibus » vengono « quotidie » a cercare la 
protezione e l'intercessione di S. Pietro, e che fan sì che Roma 
paia raccogliere in sé tutte le nazioni (1). Due secoli dopo, nel 
1080, Gregorio VII darà una solenne lavata di capo al vescovo 
di Rouen, perchè né lui né i suoi suflfraganei s erano ancora, 
dacché egli era papa, fatti vedere a Roma : « Qui vero labor, aut 
« quae difflcultas prae aliis dissuasit vobis per tantum spatii Beatum 
« Petrum negligere, cum ab ipsis mundi finibus etiam gentes 
« noviter ad fidem conversae studeant annue tam mulieres quam 
« viri venire ad eum (2)? » E chiuderò le citazioni con Pietro 



(1) « Siquidem tanta inillia hominuiti protectioni ac intercessioni beati 
«. apostolorum principis Petri, ex omnibus finibus terrae properantium, sese 
« quotidie conferunt, et usque in finem vitae suae apud ejus limina semet 
■« mansura proponunt, ut, ■» ecc. {Epist. 8: Concilia, ed. cit., XV, 207). Se 
Niccolò ha voluto dire che ogni giorno arrivano a Roma non so quante 
migliaia di pellegrini, la sua è un' esagerazione avvocatesca ; se invece ha 
inteso che molte migliaia son di continuo per le strade, non dirà altro che 
il vero. E cosi per mettere al coperto la sua veridicità non bisogna, non- 
ostante la grammatica, riferire a tutte quelle migliaia il proposito di rima- 
nere a Roma fino alla morte. Certo ve ne rimanevano e ve ne morivan 
molti: quanto mai istruttiva a questo riguardo una bolla di Leone IX, del- 
l'anno 1049 (CoUect. Bullar. Sacros. Basii. Vatic, Roma, 1747, 1, 22 sgg.); 
ma di coloro che vi lasciavan la vita un gran numero, se non i più, s'eran 
messi in cammino con tutt' altra intenzione. Morivano a Roma come tanti e 
tanti altri morivano in viaggio, o andando o ritornando. 

(2) Lib. 9, ep. 1: Concilia, ed. cit., XX, 339. Anche qui dentro, come 
presso Niccolò, c'è dell'esagerazione; e consiste in queW annue, che certo 
deve contrapporsi al per tantum spatii, e col quale si vengono pertanto a 
significare dei pellegrinaggi annuali delle persone medesime, che fanno ap- 
parire viepiù riprovevole la continuata negligenza del vescovo e dei suoi. 
Ora, che tutta la cristianità — il perfino significatoci dall' ab ipsis e dal- 
Yetiam viene ad includere naturalmente gli altri — venisse a Roma una 
volta l'anno, questo è propriamente un po' troppo! Ci saranno ben stati di 
coloro che ci saran venuti molte e molte volte, e anche per molt' anni di 
seguito; ma per quanto si voglian supporre numerosi, raiFrontati all'univer- 
salità dei cristiani o anche solo dei pellegrini, è impossibile che non fos- 
sero eccezioni. Vero che Gregorio non dice veniunt, bensì student venire; 
sennonché, se al desiderio e al proposito non seguiva l'effetto almeno in 
misura assai larga, Gregorio non era in diritto di parlare a quel modo; 



PER LA DATA DELLA « VITA NUOVA » ECC. 127 

Mallio, che nella preziosissima descrizione della Basilica Vaticana 
dedicata ad Alessandro III, ci ha lasciato scritto: « Quia igitur 
« totus orbis terrarum huic sanctissimae Dei et beati Petri Apo- 
« stoli basilicae... debitae subjectionis exhibet obsequium, multi ex 
<■' diversis mundi partibus, ob reverentiam ejusdem Apostoli, hic 
« conveniunt oratores (1), in tantum siquidem, quod multoties vix 
■« ad altare possumus accedere (2). » 

A queste attestazioni giova soggiungere due prove d'altro ge- 
nere , le quali non hanno meno valore davvero. La prima con- 
siste nella fondazione di numerosissimi ospizi, sia a Roma stessa (3), 
dove uno, detto Schola Francorum, in servigio della nazione 
franca, fu istituito o ampliato e largamente dotato da Carlo Magno 
medesimo (4), sia poi specialmente lungo tutte le strade che vi 
conducevano (5) ; cosi alle porte delle città o dentro le loro mura, 



senza contare ch'egli sì esponeva a sentirsi ripetere dal vescovo quel che 
già si vede aveva detto , che l' intenzione di venire ce 1' aveva anche lui. 
O è dunque cosi difficile, parlando e scrivendo, di star sempre nei limiti 
del vero? Gran disgrazia per le scienze storiche, costrette a stare in con- 
tinua diffidenza, e a fare un sciupio di critica che proprio potrebbe loro 
essere risparmiato. 

(1) Pregatori, devoti, quindi pellegrini : Vedi Du Gange, s. v. 

(2) BoLLANDiSTi, giugno, VII, 38. 

(3) Vedi Sidone e Martinetti, Op. cit., pp. 142 sgg. La bolla di S. Leone IX 
che essi citano, e che è davvero una fonte assai ricca per questi ospizi 
romani e per più altre cose relative ai pellegrinaggi, è quella medesima 
che ho avuto occasione di ricordare in nota nella pagina precedente. 

(4) iJ., p. 145; e vedi anche due note alla bolla citata, p. 23. Non so se 
il diploma di Carlo Magno, che si cita come esistente nell'Archivio del Ca- 
pitolo Vaticano, abbia poi visto la luce. Bisognerebbe averlo sott' occhio per 
determinar bene l'opera imperiale o reale che fosse, non rappresentata, 
credo, con piena esattezza nel libro sidoniano. Questo mi risulta da ciò, che 
mentre lì si dice edificata da Carlo la chiesa di S. Salvatore cui la Schola 
Francorum era annessa, da un luogo della bolla di Leone vedo che essa 
esisteva e possedeva di già: « Imperator autem et Leo Papa, quod Ecclesia 
« Salvatoris habuerat, non abstulerunt, sed illi de gratia multa dederunt » 
(p. 24). A meno che quest' Imperatore — un Carlo senza dubbio (vedi p. 23) 
— non fosse Carlo il Calvo. 

(5) Di queste strade, e specialmente di taluna, mi accadrà di discorrere 
presto in un altro lavoro. 



128 PIO RAJNA 

come in aperta campagna. Per la sola Lucca e per il solo se- 
colo Vili, troviamo tante di cotali istituzioni, da doverne assolu- 
tamente strabiliare (1). E a poca distanza di lì, continuando per 
il cammino allora battuto universalmente, abbiamo Altopascio, 
radice e capo di un ordine ampiamente propagato di Ospedalieri, 
analogo a quello di S. Giovanni di Gerusalemme (2); e li presso 
altri spedali minori (3); ed altri poi su perla Val d'Elsa (4); e 
così mano mano, proseguendo o ritornando addietro. Insomma, 
lungo ogni .strada per Roma , gli spedali od ospizi costituiscono 
una catena non mai interrotta, di cui gli anelli, fino al secolo XII 
al XIII, si vengon facendo sempre più fitti. 

L'altra prova si deduce, non più da ciò che troviamo lungo 
queste strade, ma da queste strade stesse. Mettessero pure a 
Roma, esse non servivano già semplicemente a chi andasse colà 
ne venisse ; ed anche coloro che andavano o che ne tornavano 
non eran tutti pellegrini (5): c'erano mercanti, re ed imperatori 



(1) Vedi Muratori, Ant. It. M. Ae., Ili, 559 sgg., nella Diss. 37», che 
tratta appunto De hospitalibus peregrinorum, infirmorum, infantium expo- 
sitorum etc. Fra le molte fondazioni, segnalo quella di S. Michele (anno 721, 
col. 567), sì perchè essa ha luogo di ritorno dai « liminibus Beati Petri Aposto- 
« lorum Principia » e per un voto fatto colà, come perchè qui si istituisce in 
realtà un ospizio avendo 1' aria di fondare unicamente una chiesa e un mo- 
nastero. Cosi seguiva molte volte; il che viene a dire che spesso i mona- 
steri sono usciti dall'amor del prossimo, e non semplicemente dall' ascetismo 
e peggio. Ciò deve renderci molto più benevoli verso chi profondeva il suo 
in opere di cotal fatta, e deve in generale esser tenuto bene a calcolo nel 
giudizio intorno alle idee ed ai sentimenti dei secoli barbari. 

(2) E degli Ospedalieri di S. Giovanni i frati di Altopascio vorranno poi 
un giorno avere la regola ancor essi; e l'otterranno da Gregorio IX nel 1239, 
senza perder nulla per questo della loro indipendenza. Vedi la bolla tra i 
tanti materiali raccolti dal Lami per la storia di Altopascio nel citato ffo- 
doeporicon, p. 1314. 

(3) Ib., p. 870 ed altrove. 

(4) Soltanto in un punto che mi studierò di determinare nello scritto cui 
alludo qui sopra, ne trovo due. 

(5) Quindi anche la bolla più volte citata di Leone IX distingue advenae 
e peregrini; e dice la chiesa di S. Salvatore « constitutam ad sepulturam 
« omnium hominum de qualibet parte Mundi Romam venientium, quali- 
« cumque ex causa » (p. 23). 



PER LA DATA DELLA « VITA NUOVA » ECC. 129 

col loro seguito, eserciti interi. Eppure, ciononostante, si direbbe, 
a sentir certe voci, che le strade ci fossero, solo per servire ai 
pellegrini ed ai pellegrinaggi. L'ospizio di S. Bartolommeo in 
Alpi è rappresentato in una lettera patente del suo Rettore come 
sulla via « que celebrius Romam et sanctum lacopum ducit » (1). 
Qui parla un ecclesiastico : non è un ecclesiastico Federico n che 
in un diploma del 1244 chiama « strata publica peregrinorum » 
quella ricordata or ora che passa per Altopascio (2). Riesce poi 
allo stesso effetto la denominazione di Strada Romea: che, se per 
sé medesimo Romeo non significherebbe altro che Romano (3), 
in realtà nei linguaggi nostri esso è di uso esclusivo per i pel- 
legrini. Cosi il Rom,ea dice Rom,ana la strada solo in quanto 
essa conduce a Roma chi ci va per vera o supposta divozione. 
E la denominazione fu di uso comune assai (4). Volendo pur ci- 
tare qualche esempio, menzionerò il più antico documento in cui 
occorra il nome di Altopascio, nella forma Theupascio: che è una 
donazione fatta nel 1056 alla chiesa di S. Pietro a Pozzevole di 
certi appezzamenti di terra, di cui ben tre hanno un lato in 
via Romea , in via quae dicitur Romea (5) . E la continua- 
zione nordica di questa strada, nel tratto che da Piacenza si 
volgeva ad occidente varcando la Trebbia, trovo così nominata 
molte volte, grazie al Du Gange (6), negli Statuti piacentini del 
secolo XIV (7), a proposito soprattutto del ponte che essa aveva 



(1) Il documento è del 2 dicembre 1267, e ne ha un esemplare l'Archivio 
di Stato di Firenze (Diplomatico; Provenienza Pistoia). A me 
fu indicato ad altro proposito dall' amico prof. G. Paoli. 

(2) Lami, Op. cit., p. 1348; Huillard-Bréholles, ffist diplom. Frid. sec., 
VI, 180. 

(3) Intorno all'etimologia e alla storia di questo vocabolo tratto distesa- 
mente in appendice. 

(4) Quindi le tante menzioni che se n' hanno, per esempio, nell' ottimo 
Dizionario geografico, fisico, storico della Toscana del Repetti : opera che 
dovrebb' essere conosciuta e adoperata ben più che non sia. 

(5) Lami, Op. cit., p. 1319. 

(6) Sotto RoMEus Gaminus. 

(7) Pubblicati più di una volta in antico, e ristampati modernamente a 

OiortMlt storico, VI, fase. 16-17. 9 



130 PIO RAJNA 

SU questo fiume, detto, per distinguerlo da quelli che ci avevano 
altre strade, il ponte di Trebbia super Sfrata Romea, de strafa 
Romea , sfrate Romeae (1). Né il nome si fermava al di qua 
delle Alpi. Una convenzione del 1273 tra l'aragonese re Giacomo 
e Berengario vescovo di Magalona, additata dal Du Gange essa 
pure, ci conduce da non so bene qual fiume « usque ad stratam 
« publicam seu caminura Romeum ». Qui siamo nei dintorni di 
Montpellier (2). Non nasca l'idea che in queste regioni il romeo 
abbia forse, anche riferito a strada, il senso generico che cono- 
sciamo in lui in quanto si adoperi per le persone, sicché il 
« cammino Romeo » possa avere per meta la vicina S. Egidio; 
che un altro documento, del declinare del secolo XI, nel darci 
i confini di una condamina (3) « quae est sita prope castellum 
« quod dicitur Forcalcherium », ce la descrive distendentesi ad 
occidente , « in via qua (sic) egreditur ab Ecclesia sancti Pro- 
« bacii usque ad viam puplicam de Roma » (4). Senza bisogno di 
altri dati, Forcalquier mostra che la strada viene dalla vai di 



Parma, nel 1860, insieme con altri documenti congeneri: Statuta varia ci- 
vitatis Placentiae. 

(1) L. IV, 10, De Pontibus reficiendis, p. 326 della nuova edizione. Vedi 

anche V, 68, De aquis (p. 386) : « Omnes qui scavizant vel scavizabunt 

« stratam Romeam, vel stratam de Rivalgario » ecc. 

(2) I reali d'Aragona avevano la signoria di Montpellier dal principio del 
secolo. Per le contestazioni continue tra loro e il vescovado di Magalona, 
inevitabili davvero nella condizione dei rispettivi dominii, si può vedere la 
Gallia Christiana, t. VI, e VEist. génér. de Languedoc, t. IV (1* ed.). Si 
l' una che 1' altra parlano anche dell' atto da cui toglie il suo esempio il 
Du Gange {G. Chr., col. 773; H. d. L., p. 13); e vengono a correggerne 
la data, che nel Glossarium è il 1272, per non essersi badato a fare la 
debita riduzione di stile. Mi duole che a me non sia stato accessibile il 
testo del documento, e che mi sia così mancata la determinazione precisa 
dei luoghi. Probabilmente sulla Strada ÌRomea sarà stato anche l'ospizio di 
lebbrosi al ponte « Castelli-novi » di cui abbiamo nella Gallia Christiana 
il regolamento, stabilito nel 1138 da un predecessore di Berengario (t. cit., 
col. 355 degV Instrumenta). 

(3) Vedi il vocabolo nel Du Gange. 

(4) Cartulaire de l'Abbaye de Saint Victor de Marseille (nella collezione 
dei Docum. inéd. pour servir à VHist. de Fr.), II, 9. La data della carta è 
compresa nei limiti di un decennio: 1065-1075. 



PER LA DATA DELLA « VITA NUOVA » ECC. 131 

Susa, certamente per il Monginevro; Montpellier ci fa conoscere 
che si dirige verso la Spagna e Compostella. Essa stessa, per chi 
la percorre in questa direzione, sarà già diventata il cammino di 
S. Giacomo ; e presso Baiona andrà ad unirsi colla via che se 
ne veniva di verso nord , per condursi poi insieme al passo di 
Roncisvalle. 

Per tornar dunque di dove ci siamo partiti , ossia alla Vita 
Nuova, la « molta gente » non è per nulla affatto un indizio in 
favore del 1300; anzi, come fu già osservato e dal Giuliani e dal 
d'Ovidio (1), sta contro di esso, in quanto è un'espressione d'assai 
troppo temperata per indicare un concorso che trasse a Roma, 
al dire del Villani tanto invocato dai fautori appunto del Giu- 
bileo, « gran parte de' Cristiani che allora viveano » (2); o, per 
lasciare le frasi indeterminatamente esagerate — però anche il 
totum orbem, allegato pur esso, di Gino da Pistoia (3) — che vi 
tenne « al continuo, in tutto l'anno durante,... oltre al popolo ro- 
« mano, duecentomila pellegrini, senza quegli ch'erano per gli 
« cammini andando e tornando » (4). 

Ma e' è la « Imagine Benedetta, la quale Gesù Cristo lasciò a 
« noi per esempio della sua bellissima figura »: cioè il Sudario, 
il Volto Santo, o, come il medio evo diceva comunemente, la 



(1) Nei luoghi indicati. 

(2) Cron. Fior., viii, 36. 

(3) D'Ancona, Op. cit., xv-xvi : dal libro di L. Ghiappelli, Vita e opere 
giuridiche di Cino da Pistoia, Pistoia 1881, p. 27. Il passo, spettante al 
commento del 1. vii, tit. 47, si trova a carte 315 r°., col. 1", nell' edizione 
lionese del 1547. 

(4) ViLL., 1. cit. Colla determinazione numerica del cronista fiorentino si 
può dire concordi quella che abbiamo da un tedesco: l'autore degli Annales 

Colmarienses Maiores; il quale, in un passo citato dal Raynaldo negli Ari' 
nales Ecclesiastici e che io riporterò come s' ha nel Pertz, SS., XVII, 225, 
dice che « tantus factus fuit concursus in Romam, quod sepius una die 
« egressi sunt triginta milia hominum pariterque ingressi, ut communiter 
« pauperes retulerunt. » Data la permanenza di quindici giorni, voluta dalla 
bolla pontificia, i dugentomila pellegrini del Villani portano che in media 
avessero ad entrare e ad uscire circa tredicimila persone; che viene appunto 
ad essere il concorso medio presumibile là dove s' aveva un maximum, 
frequente di trenta migliaia. 



132 PIO RAJNA 

Veronica (1). Stava nella basilica Vaticana, dentro ad un ciborio 
sorretto da sette colonne, che si elevava isolato con appiedi un 
altare in fondo alla navata destra, dinanzi alla cappella della 
Vergine del Presepio (2). Il ciborio, rimosso nel 1606, quando 



(1) Intorno alla Veronica compose un'opera speciale negli ultimi anni 
della sua vita il bolognese Giacomo Grimaldi, custode sagace e diligentis- 
simo dell' archivio capitolare di S. Pietro, morto nel 1623. Vedi Fantuzzi 
Scrittori bolognesi, IV, 309. L'opera, assai pregevole e ricca di documenti, 
non fu mai stampata; e neppure fu stampata mai, e questa probabilmente 
neppur mai compiuta, un' altra, ricca a quanto pare di documenti pur essa, 
che sullo stesso soggetto veniva preparando Fr. M.'' Torrigio, secondo abbiamo 
da lui medesimo nelle Sacre Grotte Vaticane, Roma 1635, pp. 201 e 205. 
Qualche saggio del suo lavoro il Torrigio vien pure a darcelo in queste Grotte. 
Dell'opera manoscritta del Grimaldi, non dell'altra, approfittarono gli autori 
della bella Collectio Bullarum Sacrosanctae Basilicae Vaticanae (Roma , 
1747-52), che ho già citato qualche volta, e che avrò a citare altre parecchie. 
E poiché sto facendo un po' di bibliografia, menzionerò come più meritevoli, 
senza aspettare altre occasioni, Gio. Severano, che nel 1630 pubblicò le Me- 
morie Sacre delle Sette Chiese di Roma; i Bollandisti, che della pretesa Santa- 
Veronica e di ciò che vi si riferisce discorsero con dotta credulità nel 1. 1 del 
febbraio (pp. 449 sgg.); il Sidone e il Martinetti — quest'ultimo uno dei racco- 
glitori anche del Bollarlo Vaticano — di cui s'è già lodato il libro; per ultimo 
un moderno, il Moroni, che in quell'immenso guazzabuglio che è il Dizionario 
di erudizione storico-ecclesiastica tocca della Veronica infinite volte e ne 
tratta lungamente ex professo sotto Volto Santo (t. CHI , 91 sgg.) , som- 
ministrando un materiale non inutile a chi porti di suo quel che il Moroni 
non poteva metter davvero, cioè un poco di discernimento. Un' opera da 
me non vista, e che da quanto ne dicono nella prefazione il Sidone e il 
Martinetti (p. xxiii-iv) appare pregevole ancor essa, è quella uscita a Roma 
nel 1744 col titolo Altarium, et Reliquiarum Sacrosanctae Basilicae Vati- 
canae Descriptio Historica. Non credo tuttavia m' abbia a nuocere il non 
avervi potuto ricoiTere. 

(2) Vedi specialmente il Severano, che ha il gran merito di essere stato 
ancora testimonio oculare: I, 71. Alle sue parole accrescerà evidenza la 
tavola iconografica che accompagna nei Bollandisti, giugno, VII, la disser- 
tazione intorno al vecchio S. Pietro. Un passo di Pietro Mallio potrebbe far 
nascere il pensiero che il Sudario stesse un tempo dentro alla cappella stessa 
della Vergine : « Ab alia parte basilicae B. Petri est... oratorium sanctae Dei 
« genitricis virginis Mariae, quod vocatur Veronica, ubi sine dubio est Su- 
« darium Ghiisti... » (cap. vi, § IH, Boll., t. cit., p. 47). E non è egli il 
solo a pronunziare parole ambigue. Ma la verità risulta chiara da un altro 
luogo suo, dove della cappella è detto, « ante quod oratorium est etiam Su- 
« darium Ghristi quod vocatur Veronica » (v. 82, p. 45). 



PER LA DATA DELLA « VITA NUOVA » ECC. 133 

San Pietro ebbe a intraprendere la trasformazione della sua parte 
anteriore, era stato innalzato da un Giovanni, « servo di Santa 
« Maria» (1), nel quale pertanto gli eruditi son tratti a ricono- 
scere Papa Giovanni VII , edificatore della vicina cappella (2). 
Questo vai quanto dire clie la Veronica dovrebbe esser stata 
messa a quel posto fin dai primissimi anni del secolo Vili (3). 
Lì si trovava ad ogni modo, e da tempo, quando, sul cadere del 
secolo X, Benedetto, monaco di S. Andrea sul Soratte, scriveva 
la sua cronaca (4). 
Il ciborio è già un segno evidente della venerazione in cui la 



(1) Joannis servi S. Mariae, si leggeva sull' altare annesso al ciborio 
(Se VER ANO, 1. cit.); e il frammento con questa iscrizione si conservava an- 
cora nelle Grotte Vaticane alla metà del secolo passato (Coli. Bull. Bas. Vat., 
I, 89, in nota), ed è probabilissimo che ci si trovi tuttavia. 

(2) Ve lo riconoscono tutti, e certo con buon fondamento. Alle altre ra- 
gioni di probabilità s' aggiunga quella che risulta dall' analogia della scritta 
citata dianzi con quella che si leggeva nella cappella sotto all' immagine 
di Papa Giovanni , fattosi rappresentare in atto di oblatore : Joannes in- 
dignus Episcopus fecit B. Bei Genitricis servus (Severano , p. 70 ; Tor- 
RiGio, Sacre Grotte Vaticane, p. 117). Con tutto ciò, in tanta abbondanza 
di Papi Giovanni, bisogna che io lasci luogo a qualche pochino di dubbio, 
in ossequio al silenzio che mantiene su questo punto il Liber Pontificalis 
{Rer. It. Scr.,\\l,i, 151) dove parla dell' edificazione della cappella: silenzio 
cui non sarebbe da usare questo riguardo se il biografo non spendesse molte 
parole per i mosaici che adornavano le pareti. La ragione sarà peraltro 
che il ciborio non doveva essere opera magnifica come parevano i mosaici. 
Un altro motivo di dubbio me l'aveva pur fatto sorgere, finché del docu- 
mento mi stavan dinanzi solo i frammenti riportati nel Bollario Vaticano 
(1, 8), una lettera già citata addietro di Papa Gregorio li a Leone l' Icono- 
clasta: poiché li dentro il Papa discorre di immagini e statue che sono in 
S. Pietro, senza pronunziar sillaba che possa in nessun modo, checché paia 
agli editori (V. Sudarium nell' Indice) , essere riferito alla Veronica. Ma 
una volta che ebbi dinanzi la lettera tutta intera negli Annales del Baronio, 
vidi che non era da ricavarne nessun dato neppur contro la presenza del- 
l'immagine. 

(3) Giovanni VII fu pontefice dal 705 al 708, sicché e' é poco da spaziare. 

(4) Ripete anch' egli di Papa Giovanni che « Inter multa operum inlu- 
« strium fecit oratorium sancte Dei genitricis, opere pulcherrimo, intra cccle- 
« sia beati Petri apostoli, ubi dicitur a Veronice ■» (Pertz., <S.S., Ili, 700). 
Benedetto trascrive qui Beda; ma le parole che a noi importano, « ubi di- 
« citur a Veronice », le aggiunge di suo. 



134 PIO RAJNA 

immagine fu tenuta ab antiquo ; ma cotale venerazione andò 
crescendo via via, stavolta, credo, per impulso specialmente dei 
volghi, incapaci di dubitare, come poco o tanto continuarono a 
fare molti ecclesiastici (1), se li s'avesse poi proprio l'impressione 
lasciata dal volto di Cristo. Sia come si vuole, si venne a tanto, 
che la stessa tomba del Principe degli Apostoli rimase sopraffatta. 
Io non so decidere se le dieci candele che alla metà del secolo XII 
ardevano giorno e notte dinanzi a quella, valessero già più che 
le otto lampade di questa (2); ma so bene che sul declinare del 
secolo successivo, nel 1289, Papa Niccolò IV metteva esplicita- 
mente la Veronica in capo alle prerogative della Basilica Vati- 
cana, relegando il corpo di S. Pietro nel secondo posto insieme 
con tutte l'altre reliquie (3). 

he cose preziose non si lasciano esposte di continuo agli 
sguardi di tutti; s' intende pertanto troppo bene che meno che 
mai la Veronica poteva ordinariamente rimanere scoperta. Quindi 
i Mirabilia •■ « Ad dextram est altare Veronice, supra quod Ve- 
ronica est inclusa » (4). A volte accadeva che si mostrasse per 



(1) Un luogo al dubbio si lascia manifestamente, ogni volta che si parla 
della cosa come di una tradizione; e così si fa ancora dal De Angelis, 
primo editore del Mallio (Roma, 1646), che riferendo la pretesa origine del 
Sudario frammette le parole « ut veneranda antiqua et religiosa traditio 
« habet » (p. 120). Qualcosa di analogo vien pure a dire, ancorché prece- 
duto da « sine dubio » 1' « ut a nostris majoribus accepimus » datoci dal 
Mallio stesso, o da chi quarant' anni dopo ne rimaneggiò il testo. 

(2) /&., p. 48; VI, 121. Credo legittima in questo passo la lezione eclet- 
tica dei Bollandisti, ma risparmio al lettore la discussione critica che ci 
sarebbe da fare in proposito. Non gli tacerò invece che per conto suo il 
Mallio deve apprezzare ben altrimenti S. Pietro e la sua tomba che non la 
Veronica. Si legga il capitolo i, e si paragoni coi luoghi dove si tocca del- 
l' immagine. 

(3) Coli. Bull. SS. Eccl. Vat., I, 214. Colla bolla di Niccolò se ne confronti 
una emanata nel 1319 da Giovanni XXII (ib., p. 254), in cui ritornano gli 
stessi elementi e le stesse espressioni, ma dove 1' ordine è invertito. Guar- 
date da Avignone, le cose riprendevano proporzioni più naturali. Curiosa 
ed istruttiva più che non paia a prima giunta questa specie di lotta di pre- 
minenza tra l'ospite e l'ospitato! 

(4) Pag. 50 neir edizione Parthey (Berlino, 1869). 



PER LA DATA DELLA « VITA NUOVA » ECC. 135 

singoiar privilegio a visitatori illustri e alla loro brigata. Gotali 
ostensioni eccezionali risaliranno di certo a Dio sa quando; ma 
solo tardi cominciamo a trovarne notizie. Non conosco esempio più 
antico del 1191 , allorché passò per Roma Filippo Augusto, di 
ritorno dalla poco felice spedizione d'Oriente (1). Lo stesso favore 
fatto da Papa Celestino al re di Francia fu concesso nel 1217 da 
Onorio III al conte Guglielmo d'Olanda (2). Procedendo innanzi 
le memorie diventan più frequenti, e hanno lasciato molte tracce 
nei Regesta Pontifìcum (3); in nessuno tanto numerose come in 
quello di Clemente VI, che in un papato di dieci anni (1342-1352) 
ce ne offre ben dodici casi (4). 

Questa grazia segnalata nell'anno 1300 si concedette da Papa 
Bonifazio anche a tutti i più umili : la Veronica si faceva vedere 
in S. Pietro « ogni venerdì o dì solenne di festa » (5), in modo 
che ciascun pellegrino, dovendo restare a Roma almeno quindici 
giorni, aveva occasione di godere di quella vista due volte o più. 



(1) De Vita et gestis Henrici II di Benedetto abate di Peterborough: 
Bouquet, XVII, 541. 

(2) Emonis Chronicon: Pertz, SS., XXUI, 482. Notevole che Benedetto 
sentiva il bisogno di spiegare cosa fosse la Veronica, come si trattasse di cosa 
non ben nota : « Et ostendit Regi Franciae et suis capita apostolorum Petri 
« et Pauli, et Veronicam, id est, pannum quemdam lineum quern Jesus- 
« Ghristus vultui suo impressit, in quo pressura illa ita manifeste apparct 
« usque in hodiernum diem ac si vultus Jesu-Christi ibi esset, et dicitur 
« Veronica, quia mulier cujus pannus ille erat, dicebatur Veronica. » In 
ben altro modo, e con ben altro sentimento si esprime il compagno del 
Conte d'Olanda, di cui Emone riporta il racconto : « Quos domnus papa be- 
« nigne suscepit, de virtute Frisonum et audacia et in destructione civitatum 
« Hispanie non parum ga visus. Qui nostris precibus aures sue sancii- 
« tatis inclinavit in tantum, ut Veronicam Domini nobis infra paucos 
« dies bis videndam monstraret. » Gli Olandesi avevano di certo molti me- 
riti: oso dire tuttavia che in un'età un poco più tarda si sarebber dovuti 
contentare di vedere la Veronica una volta sola in cambio di due. 

(3) Vedi Severano, Op. cit., 1, 159. 

(4) Coli. Bull. SS. Eccl. Vat., 1, 34546, in nota, attingendo all'opera del 
Grimaldi. 

(5) ViLL., l. cit. « Ogni dì solenne di festa » vuol dire ogni solennità, non 
ogni festa, come spiega malamente il Lubin, p. 41. 



136 PIO RAJNA 

Ecco il gran fondamento a supporre che dunque il passo della 
Vita Nuova alluda appunto all'anno del Giubileo (1). 

Che la deduzione non sia ricavata a fil di logica , mostrano 
chiaro due passi che da un pezzo si citano a questo medesimo 
proposito. L' uno è di Dante stesso : e sono 1 versi 103 sgg. del 
XXXI del Paradiso: 

Qual è colui che forse di Croazia 

Viene a veder la Veronica nostra 

Che per l'antica fama non si sazia, 
Ma dice nel pensier fin che si mostra: 

Signor mio Gesù Cristo, Dio verace, 

Or fu SI fatta la sembianza vostra? 
Tal era io, ecc. 

L'altro è il sonetto, in cui il Petrarca, coli' intendimento non 
raggiunto davvero di commuoverci poi col confronto degli affanni 
suoi amorosi, ci impietosisce profondamente per il pellegrino che 
se ne viene a Roma affranto dagli anni, abbandonando patria e 
famiglia: 

Movesi '1 vecchierel canuto e bianco, 

con quel che segue (Son. xii). Né i versi danteschi né quelli del 
Petrarca hanno nulla a fare con nessun Giubileo: lo dicono 
troppo manifestamente i presenti viene, muovesi, ecc., a meno 
di immaginare che Dante scrivesse gli ultimi canti del suo poema 
nel 1300, e messer Francesco componesse questo sonetto « in Vita » 
di Madonna Laura l'anno 1350, vale a dire due anni dopo che 
essa era morta! — E allora? — Allora risulta anche di qui sol- 
tanto che il desiderio di veder la Veronica — desiderio che ci 
riesce ben comprensibile quando si consideri che quella con- 
templazione delle vere fattezze del Cristo alla fede ed alle idee 
medievali, appariva come un' anticipazione del paradiso (2), — 



(1) LuBiN, p. cit. e p. 95. 

(2) Si faccia attenzione a quello che dice Dante di Beatrice nel nostro 



PER LA DATA DELLA « VITA NUOVA » ECC. 137 

era una delle principali attrattive che a quei tempi conduce- 
vano a Roma anche i pellegrini di ogni anno; e ne risulta del 
pari in modo manifestissimo che ogni anno avevano ad esserci 
occasioni in cui la Veronica fosse visibile per tutti. Ciò del resto 
è già evidente anche per ragioni intrinseche: sarà bene che 
una reliquia si mostri di rado alla moltitudine ; ma guai se non 
si facesse veder mai! Tutto quanto il fervore si spegnerebbe in 
breve tempo, peggio assai che a profonderla di troppo. 

Che una qualche ostensione periodica ci fosse, non nega per- 
altro nient' affatto neppure il Lubin; ma ciò, secondo lui, non 

fa nulla per via d' una circostanza speciale. « Sappiamo che 

« l'usanza consueta di tutti gli anni era, che la Veronica si mo- 
« strava una sola volta all'anno, la seconda Domenica dopo l'Epi- 
« fania o, come dice Metilde d'Hakeborn, nella Domenica omnis 
« terra.» (1) Ora, com'era mai possibile, egli osserva, che «nel 
« crudo gennajo e con quei mezzi di viaggiare d'allora » venis- 
sero « da tutte le parti della Cristianità i fedeli a Roma?» (2). 
— Date le premesse, la deduzione fa testimonianza più onorevole 
per il cuore del (iantofilo triestino, che per il modo suo di ra- 
gionare. Posto che la Veronica dalla comune dei pellegrini si 
possa vedere unicamente nell'occasione qui indicata, può rincre- 
scere per quei poveretti e per i disagi che avranno a soffrire; 



passo della Vita Nuova; e similmente si noti che il vecchierello del Pe- 
trarca viene « Per veder la sembianza di colui Che ancor lassù nel ciel 
« vedere spera ». Così il sentimento del medio evo si spiega assai bene e 
merita profondo rispetto. Desta invece in noi un' impressione di ben altro 
genere il Moroni, che anch'egli ci parla pur sempre da uomo di quei tempi, 
CHI , 91 , con parole non so se più enfatiche o sciocche. Leggendole, vien 
fatto di ripetersi anche una volta che il medio evo noi lo abbiamo sempre 
in mezzo a noi; ma come tralignato! Resta il cadavere: lo spirito che lo 
animava se n' è ito. 

(1) Pag. 95; e il medesimo fu detto a p. 40, riportando le parole della 
vecchia dissertazione del Lubin stesso Intorno all'epoca della Vita Nuova. 
Se 11 non si dice « soltanto una volta all' anno », si soggiunge poi subito 
nella pagina seguente. 

(2) Pag. 41. 



138 PIO RAJNA 

ma che questi disagi essi li affrontino animosamente, non è punto 
lecito mettere in dubbio. Giacché, quanto all'accorrersi ben di 
lontano, « forse di Croazia » e Dio sa donde, per veder la Veronica, 
quanto all'esser quella, almeno nella prima metà del secolo deci- 
moquarto, un'attrattiva principalissima del pellegrinaggio a Roma, 
ce lo attesta Dante, ce lo attesta il Petrarca, che non vogliono 
saper di smentite. 

Alle conseguenze non si sfugge dunque se non quando le pre- 
messe stesse sian da mutare. Ma avanti di venire all'indagine, 
se vogliano esser mutate oppur no, vediamo di procacciarci della 
festa del gennaio una conoscenza un po' più piena di quella che 
potremmo ricavare dalle parole di Metilde, o a parlar più proprio, 
di chi, lei morta, pretese di esporne le visioni e le rivelazioni (1). 

Della festa noi conosciam propriamente il principio. Fu isti- 
tuita nel 1208 da Papa Innocenzo III con una bolla del 3 genn., 
che si può leggere in molti luoghi (2), indirizzata « Rectori et 
« fratribus » dello Spedale di S. Spirito, fondazione insigne del me- 
desimo Innocenzo. Che, non si tratta di nessuna solennità da cele- 
brarsi in S. Pietro, né di cosa in cui la Veronica entri altrimenti 
che per la finestra. Il Pontefice vuol commemorare le Nozze 



(1) Liber Gratiae spiritualis Visionum et Revelationum beatae Mecthildis 
Tirginis, 1. i, e. li. Riferirò qui il passo in forma eclettica e con corre- 
zioni mie, valendomi delle edizioni veneziane del 1522 e del 1558. « Haec 
« Dei anelila docuit sorores ut spirituali devotione Romam ad diem qua 
« ostenditur facies Domini, tenderent, legentes tot vicibus pater noster, quot 
« miliaria Inter Romam et ipsum locum erant. Quo cum pervenissent, 
« summo pontifici peccata sua confiterentur , accipientes ab eo remissionem 
« omnium peccatorum. Et sic in dominica sumentes corpus domini, bora 
« qua eis liberius vacaret ad orandum , cum oratione quam dictaverint 
« Ghristi imaginem suppliciter adorarent. Quod dum sorores fecissent, sequens 
« visio eidem monstrata est dominica prima post octavas epiphaniae, quando 
« Romae agitur festum ostensionis eiusdem imaginis, dum cantaretur missa 
« omnis terra. Vidit dominum sedentem » ecc. Avverto che i dubbi gravi 
che le due edizioni mi suscitano e lasciano intomo al modo di leggere questo 
luogo, non toccan punto la sostanza. 

(2) Mi limiterò a citare Baluze, Epist. Inn. Ili, II, 99 {ep. 179); Coli. 
Bull. SS. Eccl. Yat., I, 89. 



PER LA DATA DELLA « VITA NUOVA » ECC. 139 

di Gana, simbolo di quelle del Peccatore convertito colla Grazia 
divina, e a cotale commemorazione giudica, per un motivo tutto 
mistico, particolarmente adatto lo Spedale ; se pure invece, stando 
meno alla lettera, non direm piuttosto che egli vuol concedere 
al suo Santo Spirito, e per esso all' unita chiesa di S* Maria in 
Sassia, l'onore e il beneficio di una Stazione solenne (1), e che 
le ragioni mistiche lo conducono a scegliere come specialmente 
opportuno per ciò il giorno in cui si legge il vangelo delle 
Nozze. Ma siccome a queste Nozze partecipava la Vergine e ad 
esse fu invitato Gesù, alla festa, celebrata in una chiesa consa- 
crata appunto a Maria, gli par ragionevole di far venire solen- 
nemente da S. Pietro, portata dai canonici « infra capsam ex auro 
« et argento et lapidibus pretiosis ad hoc specialiter fabrefactam », 
l'immagine del Salvatore, « fidelibus populis qui ad has nuptias 
« celebrandas devote convenerint, desiderabiliter ostendenda ». 
Il Papa in persona interverrà coi cardinali, celebrerà la messa, 
predicherà intorno alle opere di misericordia, e ne darà l'esempio 
con una copiosa elargizione. Né chi rimanga escluso dall'elemo- 
sina se ne tornerà a mani vuote : ognuno degli intervenuti s'avrà 
un anno d'indulgenza. 

La processione della Veronica dal Vaticano a Sassia e vice- 
versa « cum hymnis et canticis, psalmis et faculis », come dicono 
in un passo da riportarsi più oltre (2) le Gesta d'Innocenzo, la 
troviam confermata con tutto il resto da Onorio III, e treni' anni 
dopo da Alessandro IV (3), ed ancora durava nel 1279 (4). Quando 
fosse abolita, non risulta. I più la protraggono fino a Sisto l\ : 



(1) Si sa bene cos' è Stazione in linguaggio ecclesiastico e più special- 
mente romano. 

(2) Vedi p. 148. 

(3) Le bolle dell' uno e dell' altro, del 5 luglio 1223 e del 1 marzo 1255, 
sono mera ripetizione di quella d' Innocenzo. Coli. Bull. SS. Bas. Vat.., I, 
HO e 132. 

(4) Son menzionate ancora in quest' anno da Niccolò III le candele e i 
dodici denari che i canonici di S. Pietro ricevono « quando vadur.t ad Ho- 
« spitale Sancti Spiritus cum Effigie Jesu Ghristi ». /6., I, 182. 



140 PIO RAJNA 

sulla fede del Torrigio, il quale scrive che Sisto « per giuste ra- 
« gioni » stabilì che la Veronica « non si portasse più alla detta 
« Chiesa » di S. Spirito, « ma nella scritta Domenica, e la seconda 
« festa della Pentecoste andasse la processione di S. Spirito alla 
« Basilica Vaticana, à veder detta sacra Eflagie, come appare per 
« sua Bolla conservata nel prefato Archivio di S. Spirito » (1). 
Sennonché il Torrigio fa dire alla Bolla molto più di quel che 
non dica in realtà (2). Essa non fiata di abolizione: determina sem- 
plicemente che i membri di una certa confraternita, già istituita 
in Santo Spirito da Eugenio IV e che Sisto risuscita, « in crasti- 
« num solemnitatis Pentecostes proximae futurae, et successive 
« anno quolibet eadem die , impedimento cessante legitimo, in 
« Basilica Principis Apostolorum de Urbe conveniant, in qua, 
« hujusmodi rei memoria, ostendatur Sudarium Salvatoris Domini 

« nostri Jesu Ghristi, eoque ostenso, inde processionaliter se 

« transferant ad Ecclesiam dicti Hospitalis ». È dunque nel vero 
non so quale tra gli autori del Bollarlo Vaticano, ritenendo che 
la processione della Veronica, di cui non abbiam più traccia al- 
cuna, fosse caduta in disuso da un pezzo ; e può darsi che ci sia 
altresì supponendo che l'abbandono seguisse al tempo del trasfe- 
rimento della sede ad Avignone e per suo effetto (3). Bisogna 
peraltro lasciar più che socchiuse le porte anche all' ipotesi 
che la cosa seguisse più tardi; poiché per tutti, ciò che in quella 
festa del gennaio venne subito a preponderare senza confronto 
fu la Veronica di cui s' era cosi sitibondi , non l'intervento del 
papa né la sua predica. Ora la Veronica era monopolio dei ca- 
nonici di S. Pietro, i quali rimasero al loro posto. Una volta poi 
concesso un discreto grado di verosimiglianza all'idea che il fatto 



(1) Sacre Grotte Vaticane, p. 2Qo. 

(2) Ho davanti il documento, nell' edizione del Bollarlo Romano dovuta 
a G. Goquelines, cominciata ad uscire nel 1739 : t. Ili, P. 3», p. 158. Il passo 
che ci riguarda viene a p. 160. Che la bolla cui il Torrigio vuole alludere 
sia proprio questa e questa soltanto, è indubitato specialmente per ciò che 
egli soggiunge intorno a certe reliquie. La data è il 21 marzo 1477. 

(3) Appena., p. 56. 



PER LA DATA DELLA « VITA NUOVA » ECC. 141 

sia indipendente dall'assenza dei pontefici, ne viene la necessità 
di ammetter del pari che possa anche esser seguito prima che 
l'assenza avesse principio, tra il 1279 e il 1309. Sia come si vuole, 
la processione non sparì senza lasciarsi dietro una coda. Rimase 
un'ostensione della Veronica in S. Pietro; rimase altresì una pro- 
cessione in quel giorno medesimo da S. Spirito a S. Pietro, non 
meno reale perchè il Torrigio la faccia erroneamente istituire 
ancor essa dalla bolla di Papa Sisto (1), e che par ben ragione- 
vole di ritenere cominciata quando cessò il costume primitivo, 
come a guisa di compenso. 

Ora che sappiamo in cosa consistesse e quale sia stata la storia 
della festa del gennaio, siam meglio preparati per affrontare la 
questione, se essa, per i pellegrini del tempo cui dobbiamo tra- 
sportarci, s'abbia da ritenere la sola occasione di contemplar la 
Veronica. Al primo leggere le parole del libro delle visioni di 
Metilde, si direbbe che fosse; e ciò scusa il Lubin dell'averlo 
creduto, se anche non lo scusa dell'averlo affermato un po' troppo. 
Ma rileggendo ci nascon già certi dubbi; e dei raffronti vengon poi 
a mostrarci che i dubbi son ben fondati, e che un'espressione che 
sembrerebbe provare, non prova nulla (2), sicché conchiudiamo 



(1) Egli la fa istituire precisamente perchè la trovava nell' uso del suo 
proprio tempo. Vedi in proposito l'Alveri, Roma in ogni stato, Roma 1664, 
II, 214. Importa avvertire che l'Alveri prende in parte dal Torrigio, perchè 
non s' abbia a vedere in lui un testimonio valido delle abolizioni ed istitu- 
zioni falsamente attribuite a Sisto. Siccome peraltro in tutto ci ha da essere 
un progresso, le processioni che si voglion create dal Pontefice di due di- 
ventan tre: una tuttavia senza Veronica. 

(2) La frase che parrebbe accennare ad' un giorno solo, sarebbe Vad diem 
qua ostenditur, in principio del brano da me riportato. Ora ecco che 
nel 1366, cioè in un tempo in cui, come vedremo, le estensioni erano incon- 
testabilmente varie. Urbano V, ordinando al capitolo vaticano che la Vero- 
nica sia mostrata straordinariamente al marchese Niccolò d' Este e compa- 
gnia, adduce il motivo ch'egli non può « ex certis causis » trattenersi « usque 
« ad diem solitae ostensionis praefatae Veronicae » (Coli. Bull. 
SS. Eccl. Yat., II, 4). Questo giorno non è poi nient'affatto la domenica dopo 
l'ottava dell' epifania, fuor d' ogni questione perchè la bolla è del sedici 
febbraio; ma di ciò per il momento noi non ci si deve occupare. 



142 PIO RAJNA 

che il solo partito cui ci si possa appigliare si è di mettere per 
ora a dormire di nuovo questo benedetto Liher Gratiae spiri- 
tualis , e di affidarci a guide che ci conducano con mano più 
ferma (1). E la prima guida sarà la ragione, la quale non durerà' 
fatica a convincerci con discorsi quanto mai semplici ed evidenti. 
Troppo chiaro che anche innanzi al 1208 la Veronica doveva 
pure in qualche occasione esser visibile al popolo; chiaro troppo 
che non si potè pensare a mostrarla fuor di casa avanti che in 
casa sua propria. E non s'immagini che si mostrasse sì, ma pre- 
cisamente in quella medesima domenica dopo l'ottava dell'epifania: 
la scelta di quel giorno dipese, come abbiam visto, da lutt'altri 
motivi che dalla Veronica ; e fu caso che la chiesa annessa allo 
Spedale di S. Spirito fosse consacrata alla Vergine , e che però 
s' o£frisse un buon pretesto di condurci personalmente anche 
il figliuolo. Pretendere che si desse poi altresì la combinazione 
dell'esser quello il giorno, e il giorno unico sui 365 dell'anno, in 
cui la Veronica si mostrasse in S. Pietro, sarebbe un avere nelle 
coincidenze una di quelle tali fedi , che han la potenza di tra- 
sportar le montagne. E bisognerebbe esser dotati di una gran 
voglia di arrampicar sui cristalli , senza assomigliare per nulla 



(1) Con mano ferma vorrebbe bensì condurci un certo passo d' una cro- 
naca romanesca, che il Moroni (CHI, 96) prende da un trattato del Cancel- 
lieri sulla Settimana Santa, da me non potuto vedere. Il Sudario vi è rap- 
presentato « nello sito di s. Spirito in Sassia in una cameretta foderata 
« tutta de marmoro et de ferro, e serrata a 6 chiavi, e non se mostrava 
« se non una volta T anno ». Questa dimora in S. Spirito il Moroni non sa 
dire in che periodo cada, e non glielo dirà dunque neppure la sua fonte; 
ma dal posto in cui la registra si vede che tende a riportarla al secolo XIII. 
Molto erroneamente, credo: si tratterà invece del tempo favoloso anteriore 
nientemeno che al 706 e alla collocazione in S. Pietro. Poiché, mentre i più 
volevano che a S. Pietro il Sudario fosse portato da S. Maria Rotonda, cioè 
dal Panteon, pretendevano alcuni che tra il Panteon e S. Pietro si fosse 
frapposto l'episodio di una collocazione a S. Spirito. Vedi Alveri, Roma in 
ogni stato, II, 212. Cose, s'intende, degne di molta fede! Però l'unica cosa 
che si raccoglie dal cronista si è che al tempo suo le ostensioni eran più 
d' una. Il « non se mostrava se non una volta V anno » sta in tacito , ma 
sicuro contrapposto con ciò che l'autore vedeva seguire dattorno a sé. 



PER LA DATA DELLA « VITA NUOVA » ECC. 143 

alle mosche o ad altri insetti, per cercare scampo in un'altra 
congettura: in questa cioè che la nuova ostensione portasse a 
sopprimere le antiche. Capisce ognuno quanti ostacoli ci si op- 
ponessero. E per che motivo poi si sarebbe ciò fatto? 

È indubitato pertanto che perlomeno dal 1208 la Veronica fu 
visibile più d'una volta l'anno. E si può anche arrischiarsi ad indi- 
care a 'priori una circostanza in cui non è neppur concepibile che 
l'immagine non fosse tolta dal suo ripostiglio. Una reliquia tanto 
preziosa della Passione voleva di certo esser mostrata al popolo 
nella Settimana Santa, e più specialmente in quel venerdì che 
riportava non solo dinanzi alla mente, ma in molte maniere anche 
agli occhi , il giorno in cui Cristo, salendo o salito il Calvario, 
doveva aver lasciato sul panno presentatogli dalla donna pietosa 
l'impronta del volto trasudante sangue. Questo, non la domenica 
dell'andata a S. Spirito, era il vero giorno del Sudario. Anche i 
calendari mi forniranno una conferma, in quanto, se ce n'è che 
mettono la festa di S.ta Veronica al 4 febbraio, che vorrebb'essere 
il giorno della sua morte e che tale sarà diventato Dio sa per 
qual confusione, altri, come avvertono i Bollandisti (1), « referunt 
« eam xxv Martij , rati eo die Christum prò salute hominum 
« passum, suam tum S. Veronicae effigiem dedisse ». Che poi una 
congettura cosi spontanea colga propriamente nel segno, proverà 
il costume dello stesso anno 1300. La Veronica si mostrava allora, 
quanto alle feste, solo nelle solenni , e invece in tutti quanti i 
venerdì, che della passione sono altrettante commemorazioni 
minori, e che son come altrettante immagini più pallide del ve- 
nerdì per eccellenza. 

Due estensioni periodiche possiamo dunque dire di averle as- 
sodate. Saranno poi le sole ? — Documenti che in modo diretto ci 
chiariscano intorno a questo punto, per il secolo XIII io non ne 
conosco ; ce n'è bensì uno del declinare del secolo successivo, che 
potrà tornar utile anche a noi. 



(1) Febbr., I, 452. 



144 PIO RAJNA 

Colla data del 29 luglio 1370 Urbano V, nel soggiorno che fece 
a Montefiascone prima di ritornarsene in Francia, diresse a Gia- 
como, vescovo d'Arezzo, ch'egli lasciava suo Vicario spirituale in 
Roma, la bolla seguente: 

« Gum non deceat, quod tua Fraternitas, quae gerit in Urbe 
« in spiritualibus vices nostras, ab ostensione sacri Sudarli Do- 
« mini Nostri Jesu Ghristi consuetis facienda temporibus exclu- 
« datur; Fraternitati tuae dictum Sudarium semel in quolibet 
« infrascriptorura dierum, videlicet quartae feriae, Goenae Domini, 
« Parasceve , ac Sabbati Sancti Majoris Hebdomadae , necnon 
« Festi Ascensionis Dominicae, et primae Dominicae post Octavam 
« Epiphaniae Domini, diebus quibus consuevit praefatum Suda- 
« rium estendi populo, per te ipsum libere eidem populo osten- 
« dendi ; ac contradictores per censuram Ecclesiasticam, appella- 
« tiene postposita, compescendi » ecc. (1). 

Queste ultime parole di minaccia ed altre che le completano, 
vanno di sicuro ai canonici di S. Pietro, dai quali solitamente il 
Sudario era mostrato. Essi soli avevan comune col Papa, cui po- 
tendo l'avrebbero forse negato volentieri, il gran privilegio di 
metter le mani sulla santa reliquia: tantoché si vide nel 1452 
un imperatore. Federico IH, creato apposta canonico, perchè 
potesse cavarsi anche lui questo gusto (2). Né l'esempio rimase 
isolato (3). Si capirà dunque come ci fosse bisogno di una bolla 
speciale perchè lo stesso vice-papa non restasse da meno di un 



(1) Coli. Bull. SS. Eccl. Yat., Il, 18. 

(2) ToRRiGio, Grotte Vaticane, p. 201 ; cfr. Severano, I, 160, e Moroni, 
CHI, 98. L'autorità cui si fa capo è Maffeo Vegio, testimonio oculare, che 
ci rappresenta l' imperatore « Magno desiderio videndi contingendique ac- 
« census ». 

(3) Furono creati canonici soprannumerari allo stesso modo e col medesimo 
intento, nel 1624 Vladislao, allora principe reale e poi re di Polonia, nel i700 
il granduca di Toscana Cosimo III. Vedi Torrigio, p. 206; Severano, l. cit, 
Moroni, CHI, 98-99. Le bolle di queste creazioni — senza menzione speciale 
della Veronica — si hanno nella Coli. Bull. SS. Eccl. Vat., Ili, 236 e 282. 
Vladislao e Cosimo fecero anche l' ostensione al popolo in abiti ecclesiastici; 
se l'avesse fatta anche l'imperatore Federico, dalle fonti non par che risulti. 



PER LA DATA DELLA « VITA NUOVA » ECC. 145 

canonico qualunque, e come ciononostante fossero ancora da 
presumere opposizioni ben fiere. 

Ma non è delle prerogative né delle renitenze canonicali che 
qui ci s'abbia a occupare. Per noi è di grande interesse l'enu- 
merazione completa dei giorni in cui la Veronica si faceva ve- 
dere nel 1370. Ossia, nel 1370 e già da un pezzo, poiché quelli 
son giorni « quibus consuevit praefatum Sudarium estendi 
« populo »; sono « consueta tempora » (1). E quei giorni sono 
sei : quattro della Settimana Santa , dal mercoledì al sabato ; la 
domenica di gennaio che conosciamo anche troppo ; e finalmente 
l'Ascensione. Teniam pure per fermo che il costume qui rappre- 
sentatoci risale più addietro che il 1300. Ognuno sa con quanta 
lentezza i riti s'innovino : per poter vedere il Sudario una volta 
di più bisogna forse avanzarsi sino al 1629, in cui comincerà ad 
esser mostrato anche il 3 di maggio, ossia nel giorno dell'Invenzione 
della Croce, e ciò solo per via del suo stare colle reliquie della 
croce stessa, non per motivo suo proprio (2). E a questa ragione 
generica e comprensiva se ne aggiungeranno delle specifiche. 
Quelle considerazioni che già ci avevan condotto a supporre come 
indubitabile l'osténsione del Venerdì Santo, adesso che abbiamo 
qualcosa di positivo su cui fondarci , avranno bene la forza di 
farci ritenere perlomeno più antico di qualche secolo che non 
ci appaia da un documento casuale quella che ha luogo in altri 
giorni della stessa settimana. Al più al più si può ammettere la 
possibilità che dei quattro giorni ne mancasse qpialcuno, che sa- 



(1) Gli è per effetto di questa nostra bolla, malamente conosciuta, che 
s' è attribuito a Urbano V di aver lui fissato certi giorni, che son poi pro- 
priamente questi, in cui la Veronica si dovesse mostrare. Vedi Severano, 
I, 159; MoRONi, CHI, 97. 

(2) Coli. Bull. SS. Eccl. Yat., Ili, 24041. L'accrescimento fino ai giorni 
nostri non si riduce a questo giorno soltanto (Vedi MoROia,GIII, 101); ed 
io non posso darmi la briga di ricerche per determinare nei singoli casi la 
data dell'istituzione. In fondo peraltro non s'è aggiunto molto a considerar 
le cose anche solo alla superficie; e s' è aggiunto meno ancora se si guar- 
dano un poco addentro. 

QiomaU storico, VI, fase. 16-17. 10 



146 PIO RAJNA 

rebbe, se mai, il mercoledì. Quanto all'Ascensione, essa può do- 
mandare un certo grado di conferma all'uso seguito durante il 
Giubileo. A quel modo che il mostrarsi allora la Veronica ogni 
venerdì fu come a dire una moltiplicazione dell'estensione solita 
del Venerdì Santo, il mostrarla nelle feste solenni deve verosimil- 
mente trovare una corrispondenza ed un germe nell'uso consueto 
di qualche speciale solennità. Ora, mancandoci l'Ascensione, noi 
non ne abbiamo alcuna; giacché mal può dirsi una vera solen- 
nità la domenica dopo l'ottava dell'Epifania. 

Dagl' imbarazzi della penuria siam cascati adesso in quelli della 
troppa abbondanza. Poiché la Veronica nel periodo che a noi sta 
a cuore si poteva vedere senza esser re né gran signori in tre 
diversi tempi dell'anno — intorno alla metà di gennaio, nella Set- 
timana Santa, quaranta giorni dopo la Pasqua — quale sarà stata 
l'occasione prescelta da un maggior numero di pellegrini, parti- 
colarmente tra coloro che venivan di lontano? 

Mettiam pure fiduciosamente in disparte l'Ascensione. Si tratta 
di un'ostensione semplice ed unica, che non può davvero gareg- 
giare colle altre rivali: queste, un'ostensione che si ripete per 
più giorni di seguito, e un' ostensione accompagnata , o ancora 
adesso, o perlomeno fino ad un momento quanto mai prossimo, 
da una processione solenne. Ma tra il gennaio e la pasqua, o da 
che parte è mai la prevalenza? Qui davvero il decidere, quanto 
più si consideri, quanto più si rifletta, più diventa arduo. 

Una delle cause che tale lo rendono, si è precisamente quel 
dubbio, se la processione istituita da Innocenzo III duri tuttavia 
sia già stata dismessa. Par poca la differenza tra l'esser ridotti 
all'estensione in S. Pietro, e l'aver la Veronica condotta attorno 
per le strade di Roma? Poiché la diversità è cosi grande, sarà 
indispensabile assegnare ad ognuna delle due idee il suo grado 
di verosimiglianza ; e nessun dubbio che voglia concedersene uno 
assai maggiore all'ipotesi che l'abolizione sia seguita dal 1300 in 
là — periodo tanto più spazioso e che un certo assegnamento 
sulla traslazione della sede ad Avignone può farlo di sicuro — 
anziché nel ventennio che separa il 1300 dalle colonne d'Ercole 



PER LA DATA DELLA « VITA NUOVA » ECC. 147 

del 1279 (1). Invece un altro dubbio non so se voglia esser ri- 
solto favorevolmente ancor esso. La processione è già molto per 
sé-; ma diventa un fatto incomparabilmente più strepitoso dato 
che la Veronica fosse trasportata in maniera da esser visibile 
lungo tutto quanto il tragitto da S. Pietro a S. Spirito. — Era? Non 
era ? — Che l' immagine non si portasse propriamente scoperta, 
questo è indubitato: infra capsam , dice Papa Innocenzo, e ri- 
petono insieme col rimanente Onorio ed Alessandro (2). Ma la 
capsa reliquiario (3) noi la potremmo immaginare in forma 
suppergiù di cornice, quali sono i reliquiari che si mettono sugli 
altari , sicché , stesa al di sotto di un cristallo , la Veronica si 
trovasse diventata la tela di un quadro. E a rappresentarci le 
cose in questo modo inclinerebbe un preteso portento narratoci 
da Matteo Paris sotto la data del 1216 (4). Sennonché tanta pro- 
fusione di Veronica, di una reliquia per solito cosi avaramente 
mostrata e che neppure si lasciava esposta sopra l'altare suo 



(1) Vedi p. 149. ■ 
<2) Ibid. 

(3) Vedi il vocabolo capsa nel Du Gange. 

(4) Pag. 201 neir ed. parigina del 1644. Sebbene il cronista narri il fatto 
quando sta per passare al 1217, sarà da riportare almeno al gennaio del 1216, 
se deve corrispondere al tempo reale della processione e rimaner sempre 
nei confini del papato d' Innocenzo, morto il 16 o 17 luglio di queir anno. 
Ecco il racconto. « Dum vero fortunalis alea statum Regni Angliae talibus 
« turbinibus exagitaret, dominus Papa Innocentius, quem vacillantis Ec- 
« clesiae cura soUicitabat , effigicm vultus Domini, quae Veronica dicitur, 
« ut moris est, de ecclesia sancti Petri versus hospitale sancti Spiritus reve- 
« renter cum processione baiulabat. Qua peracta, ipsa eflBgies, dum in 
« locum suum apportaretur, se per se gyrabat, ut verso staret ordine, ita 
« scilicet, ut frons inferius, barba superius locaretur. Quod nimis abhorrens 
« dominus Papa, credidit illud in triste sibi praesagium evenisse, et ut 
« plenius Deo reconciliaretur , Consilio fratrum, in honorem ipsius effigici, 
» quae Veronica dicitur , quandam orationem composuit elegantem , cui 
« adiecit quondam Psalmum, cum quibusdam versiculis; et eadem dicentibus, 
« decem dierum concessit indulgentiam, ita scilicet, ut quotiescumque repe- 
« tatur toties dicenti tantundem indulgentiae concedatur. » Riguardo alla 
preghiera e all'indulgenza, vedi Sidone e Martinetti, op. cit., p. 34, dove 
si citano due codici vaticani (n" 3769 e 3779). 



148 PIO RAJNA 

proprio (1), pare inverosimile, tanto più in una festa a cui la 
Veronica si può dir tirata per i capelli. E fan contro anche le 
parole della bolla d'Innocenzo e de' suoi successori, nelle quali, 
assolutamente, io non trovo annunziata che un'estensione al modo 
consueto da farsi nella chiesa di S.'* Maria (2). 

Ma sia pure cosi, è tuttavia positivo che la festa del gennaio 
attirava un gran concorso. Comincia dall' esserne mallevadore 
l'autore contemporaneo delle Gesta d'Innocenzo : « Instituit autem 
« apud hospitale praedictum stationem solemnem Dominica post 
« octavas Epiphaniae, in qua populus ibi confluit Ghristianus ad 
« videndum et venerandum Sudarium Salvatoris,quod cum hymnis 
« et canticis, psalmis et faculis, a basilica Sancti Petri ad locum 
« illum processionaliter deportant, et ad audiendum et intelli- 
« gendum sermonem exhortatorium quem ibi facere debet Ro- 
« manus Pontifex de operibus pietatis , et ad promerendam et 
« obtinendam indulgentiam peccatorum quam exercentibus se 
« ad opera misericordiae pollicetur » (3). Il populus Christianus 
che ibi confluit non può essere semplicemente la gente che si 
trovava già a Roma; e stiam pur sicuri che il motivo dell'ac- 
correre è la Veronica , non il sermone , e solo in grado affatto 
secondario anche l'indulgenza di un anno, cose a cui il cronista 
è tratto a dar molta evidenza dal voler essere eco fedele della 
bolla e delle intenzioni del suo pontefice. 

Quel che seguiva nei primordi dell'istituzione non vale peraltro 



(1) L' ostensione della Veronica deve esser sempre consistita nel prenderla 
per i due lembi superiori e nel tenerla spiegata qualche tempo dinanzi agli 
occhi degli spettatori. 

(2) Mi giova metter qui tutto il passo testuale perchè si veda genuina- 
mente il contesto:... « Idcirco rationabiliter instituimus, ut eflBgies Jesu 
« Ghristi a beati Petri Basilica per ejusdem Ganonicos ad dictum Hospitale, 
« ubi memoria gloriosissimae Matris ejus recolitur, infra capsam ex auro 
« et argento et lapidibus pretiosis ad hoc specialiter fabrefactam venerabi- 
« liter deportetur, fidelibus populis qui ad has nuptias celebrandas conve- 
« nerint desiderabiliter ostendenda ». 

(3) Gesta Inn. Ili, cap. 144 ed ultimo: p. 88 nella stampa che precede 
le Epistolae nell' edizione del Baluze. 



PER LA DATA DELLA « VITA NUOVA » ECC. 149 

ad assicurarci che avvenisse altrettanto un'ottantina d'anni più 
tardi , in condizioni fors' anche modificate. Ma qui viene a far 
sentire la sua voce, proprio al momento più opportuno, Giacomo 
Cardinale di S. Giorgio al Velo d'Oro, in quella sua narrazione 
poetica e prosaica del Giubileo del 1300, che è strano non si sia 
ancor provveduto a pubblicare (1). In un brano comunicato dal 
Raynaldo nella continuazione del Baronio, descrivendo i casi del 
principio dell'anno e il popolo che in certo modo forza la mano 
a Bonifacio prevenendo la pubblicazione della bolla famosa colla 
credenza che il Giubileo sia stabilito dalla tradizione, egli cosi 
dice: « lis initiis in dies civium externorumque fldes et pere- 
« grinatio augeri coepit, quibusdam prima centesimi die (2)omnium 
« culparum sordes deieri asserentibus, caeteris annorum centum 
« indulgentiam fore: sicque fere usque ad bimestre tempus , et 
« similiter die, qua toti orbi venerabilis revelatur efflgies, vulgo 
« Sudarium seu Veronica dieta, [cum] (3) longe plus solito com- 
« pactis turbis convenirent, utrinque, dubii, sperantes erant. » Il 
giorno qui voluto indicare è il nostro , né saprebb' essere alcun 
altro, dacché esso è il solo della sua specie anteriore a quello 
in cui il Giubileo fu bandito (4); e che il tott orU non indichi 
semplicemente che la Veronica era allora visibile per ognuno, 
bensì venga ancora ad accennare che si veniva realmente a 
vederla da molte parti, non può rimaner dubbio a nessun inten- 
ditore poco tanto sagace. 



(1) Di questa scrittura, che ognuno sarà lieto di vedere aggiunta alle altre 
del medesimo Cardinale stampate dai Bollandisti (maggio, IV, 437-484) e 
neppur quelle riprodotte per intero in altre raccolte, merita bene di esser 
raccomandata la pubblicazione alla solerte Società Romana di Storia Patria. 

(2) Gli anni son come i giorni del secolo. 

(3) Supplisco io il cum, senza del quale non vedo come corra la sintassi, 
prontissimo a ritirarlo dinanzi ad un' emendazione migliore che fosse data 
dal vero o supposto autografo e dagli altri manoscritti. 

(4) Se Vet similiter pare accenni ad un giorno non compreso nel bimestre 
tempus che precede, si accusi l'autore d' inesattezza di espressione, a meno 
di voler addossare la colpa alla lezione poco corretta. Di che giorno si tratti, 
ha ben visto il Rohrbacher, St. Univ. della Chiesa, t. XIX, p. 400 della 
traduzione italiana. 



150 PIO RAJNA 

Tuttavia va pur tenuto conto che il biografo d'Innocenzo, che 
il Cardinal di S. Giorgio, guardando le cose da Roma, son soggetti 
ad illudersi e portati ad esagerare; e davvero sono espressioni 
altamente enfatiche, e questo totus orbis dell'uno, e il populus 
christianus dell'altro. Però noi sentiamo il bisogno di una qualche 
voce lontana. E una voce lontana, spettante ancor essa a questi 
tempi (1), è quella del libro delle Visioni di Metilde, meritevole 
adesso di essere raccattato di nuovo per un momento. Sia pure 
una finzione, non la visione soltanto della domenica Omnis terra, 
ma anche l'andata a Roma delle compagne per eccitamento del- 
l'estatica donna, la finzione stessa suppone che di siffatte andate 
dalla Germania ne seguisser davvero. Perlomeno mette in sodo che 
l'ostensione del gennaio era ben nota in quelle parti : il che, date 
le condizioni degli animi, è già una premessa da trascinarsi dietra 
non pochi viaggi. Importante altresì che la domenica nostra par 
conosciuta (il pare è imposto da dubbi d'interpunzione e inter- 
pretazione) come la festa per eccellenza dell' ostensione deside- 
ratissima: « quando Romae agitur festum ostensionis ejusdem 
« imaginis ». 

S'ha un bel dir tuttavia che si viene. Ma e come si fa a passar 
le montagne? le Alpi prima; poi ancora gli Appennini! — Io non 
istarò a indagare come si facesse ; ma che si passassero , posso 
asserirlo. Si guardi al cronista Emone: parte dal suo monastero di 
Werum, nella Germania più settentrionale, il 9 di nov. ; vien per 
la Francia, infila la Val Moriana, entra in Italia per Susa, e mette 
piede in Roma il 19 genn. (2). Ebbe a superare il Genisio propria 



(1) Non istarò a discutere se Metilde morisse nel 1299, o nel 1310, e nep- 
pure ad esaminare se la data precisa abbia a ritenersi più largamente dubbia 
(vedi LuBiN, Osservaz. sulla MateMa Svelata del clr. J. A. Scartazzini, 
Graz, 1878, pp. 50-51): n'ho d'avanzo di una certa approssimazione. 

(2) Pertz, ss., XXIII, 470-71. Una particolarità meritevole di nota si è 
che Emone arrivò si può dir l' indomani della festa del gennaio , che 
nel 1212, anno in cui egli compi il suo viaggio, aveva a cadere il 14, e 
riparti 1' 11 marzo, due settimane avanti la pasqua (25 marzo). Fa mera- 
viglia il non vederlo trattenersi fino alle ostensioni della Settimana Santa. 



PER LA DATA DELLA « VITA NUOVA » ECC. 151 

verso la fine di dicembre ; e non sente neppure il bisogno di farci 
nessuno sfogo sulle difficoltà dovute vincere. Si vede che i monti 
non mettevano al medio evo troppa maggior paura d'inverno che 
d'estate. Di ciò ravviserei una ragion principale nella frequenza 
stessa dei viaggiatori; un'altra nell'aversi numerosi gli ospizi. E 
gli ospizi, sparsi oramai con tanta abbondanza lungo tutta la 
strada, vengono a dirci che non solo i pericoli, ma anche i di- 
sagi del viaggio erano minori assai che non si tenda ad imma- 
ginarli. Non è poca cosa davvero per chi si metta in cammino 
il saper d'incontrare ogni giorno, e non una volt^ sola, luoghi 
istituiti apposta per dargli riposo, cibo, albergo, assistenza. E di 
ospizi abbondava poi anche Roma; sicché non pochi potevano 
anche venire prima che la stagione si fosse fatta pessima , e 
aspettare a ritornarsene quand'essa avesse già temperato i suoi 
rigori (1). Già, nessuno veniva a Roma senza trattenercisi almeno 
qualche settimana. 

Di fronte a queste ragioni fondatissime che s'allegano dalla 
festa del gennaio, anche la Settimana Santa ne può mettere avanti 
delle buone, suscettibili, grazie a Dio, di essere esposte assai più in 
breve. Nonostante tutti i temperamenti, è innegabile che la con- 
siderazione della stagione mantiene un valore considerevole; ed 
è manifesto che la Settimana Santa si trovava sotto questo ri- 
spetto in condizioni migliori assai. Ci si trovava ancor più che 



Siccome errori di data non possiam supporne perchè il testo ci fornisce 
delle riprove, non si può se non ammettere che ad Emone, o importasse 
pochino della Veronica, o che la Veronica gli fosse stata mostrata privata- 
mente. Scegliam pure la seconda ipotesi: resterà sempre a far dubitare 
che della Veronica molto molto non gli sia importato, il fatto del non aver 
lasciato in proposito nessun ricordo speciale. 

(1) Si veniva anche addirittura per il novembre e non si ripartiva che a 
pasqua. Tale è il caso per S. Willibaldo e per il fratello Wunibaldo 
« Tunc illi duo germani ibi manserunt a nativitate sancti Martini x> (H nov. 
« usque ad aliud solemnitatis Pascha » {Hodoeporicon S. Willibnldi : Ga- 
Nisio, Thes. Monum., ed. Basnage, II, i, 108). E i due sarebbero arrivati 
anche prima, se a Lucca non avessero perduto il padre, col quale se ne ve 
nivano. Non prenderei tuttavia questo esempio come una nonna comune 
Qui si tratta di gente di condizione elevata. 



152 PIO RAJNA 

non paia; poiché, grazie all'errore del calendario giuliano, l'anno 
naturale precedeva quello degli uomini e della chiesa di una se^ 
timana e qualcosa più ; sicché nella realtà non si dava nemmeno 
il caso che la Pasqua cadesse mai nel marzo. Inoltre, l'abitudine 
delle andate a Roma nel tempo pasquale datava da tempo im- 
memorabile, e dalla tradizione attingeva quindi una forza, di cui 
è da tenere ben conto. E valgon poi molto quelle ostensioni che 
si replicano più giorni di seguito; valgono, perchè, dando perfino 
la possibilità di contemplare ripetutamente la Veronica, avevano 
a costituire una grande attrattiva; e valgono insieme in quanto 
s'hanno da riguardare come un effetto della gran moltitudine 
che accorreva sitibonda di quella vista. Originariamente, oso af- 
fermare , la Veronica si doveva mostrare solo il venerdì ; tenne 
dietro presto il giovedì (1); il mercoledì ed il sabato s'hanno a 
ritenere imposti dalla gran ressa, e di questa ressa vengono ad 
essere una prova assai valida. 

Così s'accorreva per la festa del gennaio, s'accorreva per la 
Pasqua; e la scelta riesce pertanto molto ardua. Tutto considerato, 
inclinerei a decidere in favore di quest'ultima ; ma non senza una 
certa titubanza, accresciuta dalla riflessione che intorno alla do- 
menica delle Nozze di Gana restano, come s' è veduto, oscurità 
assai deplorevoli. Non tituberei invece per poco che ci si dovesse 
inoltrare nel sec. XIV; allora di sicuro, caduta assai probabilmente 
in disuso la processione a S. Spirito, venuto a mancare lo splen- 
dore dell'intervento pontificio, la festa di papa Innocenzo dovette 
ripiegare la sua bandiera. È questa considerazione del tempo che 
non mi permette di aggiungere agli argomenti in favore della 
Pasqua la glossa della redazione amplificata dell'Ottimo al luogo 
del Paradiso: « ... che di Croazia, cioè di Schiavonia, viene a 
vedere « per la quaresima a Roma il Sudario» (2). 



(1) Alle ragioni intrinseche s'aggiunga il fatto esteriore che modernamente 
nel giovedì e venerdì, e soltanto in essi, il Sudario si mostra o si mostrava 
tempo addietro, come ahbiam dal Moroni (CHI, 101), « più volte al giorno ». 

(2) Da nessun altro commentatore, per quanto almeno ho visto io, si 



PER LA DATA DELLA « VITA NUOVA » ECC. 153 

Ma se rimane dell'incertezza rispetto a questo punto speciale, 
non ne rimarrà davvero nessuna quanto al non esserci nella 
Veronica neppur l'ombra d'un motivo per voler leggere andava 
in cambio del va dei manoscritti, e per cercare l'allusione al Giu- 
bileo nel passo della Vita Nuova. Diciam piuttosto che se le cose 
stessero a rovescio, vale a dire se dessero andava i manoscritti, 
non si potrebbe conservarlo altro che a patto di riferirlo ancor 
esso al costume degli anni soliti. Poiché e' è da meravigliarsi 
come non si sia considerato, che, se nelle condizioni ordinarie 
stava bene che la Veronica fosse una delle principali ragioni 
dell'andare a Roma, nel 1300 essa rimaneva offuscata dal fatto 
di gran lunga più importante dell' Indulgenza Plenaria. Era la 
prima volta che una larghezza così inestimabile si concedeva ad 
altri che a chi prendesse le armi per la fede. Tra la fine del 
secolo XII e il principio del XIII e non so fin quando anche 
dopo, il maggior perdono che si potesse acquistare venendosene a 
Roma da paesi remoti e oltramarini, era di tre anni (1). Nel 1289 
Niccolò IV allargò bene le mani; tanto da concedere per i due 
periodi più privilegiati , che sono quelli appunto in cui cadono 
anche le nostre estensioni della Veronica, nientemeno che tre 



ricava nulla. Tutti dicono che il sudario si mostra a Roma, senza specifi- 
cazione di tempo. Ho consultato il Laneo, Benvenuto da Imola, il da Buti, 
il commento che si vuol fatto compilare da Giovanni Visconti, ed altri 
ancora. 

(1) « Et quia solennitas maxima est » — si parla della festa di S. Pietro e 
Paolo — « maximam remissionem [Apostolica] prudentia omnibus ad eam 
« devote venientibus condonavit. [Quae videlicet remissio, Apostolica provi- 
le dentia sic tripartita distinguitur , ut Romanis et circumjacentibus , unius 
« anni; Tuscis, Lombardis et Apulis, et ceteris mare non transeuntibus, 
« duorum annorum ; sed et his qui maria transmeare noscuntur, trium anno- 
« rum maneat remissio peccatorum. Simili» eademque remissio facta pro- 
« batur in hac beati Petri basilica in Goena Domini , quando consecratur 
«. ibi sanctum Ghrisma; in Ascensione Domini similiter.] » Gosì la descrizione 
della basilica vaticana scritta, come si disse, dal Mallio, accresciuta dopo 
morto Gelestino Ili, e. i, § 6: Boll., giugno, VII, 38. 11 brano tra paren- 
tesi è una giunta del secondo autore; il che non implica punto che gli or- 
dini stessi non potessero esser già in vigore anche quando il Mallio scriveva. 



154 PIO RAJNA 

anni e tre quarantene per giorno (1); ma di qui all'indulgenza 
plenaria, a un lavacro universale che senza neppur più il bisogno 
di calcoli aritmetici liberava da molte asprezze in questa vita e 
dava la certezza della salute eterna, eh, ce ne corre ! E gli uo- 
mini di allora ce lo dimostrano coUesser venuti a Roma in mol- 
titudine così strabocchevole. È dunque per l'Indulgenza, per il 
Perdono che si viene; e chiunque parli allora del Giubileo ce lo 
dice espresso (2). E lo dice lo stesso Villani, nonostante che le sue 



(1) È la bolla cui s' è alluso anche a p. 134 : «... A Dominica vero de 
« Adventu usque ad primam Dominicam post Octavas Epiphaniae, et a Domi- 
« nica Quinquagcsimae hinc ad Octavas Pascae, quolibet die, tres annos et 
« tres quadragenfis » ((hll. Bull. SS. Eccl. Vat., I, 214). Questo e tutto il 
rimanente per i visitatori di S. Pietro. Anche per i giorni non privilegiati 
s'arriva qui a concedere, previa, beninteso, la confessione « unum annum et 
« quadraginta dies ». 

(2) Gli Annales Colmarienses citati a p. 131 , n. 4: « Bonifacius papa 
« anno Domini 1300 ratione iubilei omnibus venientibus Romam tanta abso- 
« lutionis beneficia contulit, quod tantus factus fuit concursus » ecc. Gino 
da Pistoia nel passo ricordato anch'esso in quella pagina medesima: « Ita 
« audivi eum dicentem Bononiae » — si tratta del famoso giurista Pietro di 
Belleperche — « cum peregrinus venit et repetiit hanc legem ilio tempore 
«. quo indulgentia centesimi anni dominus Bonifacius Papa octavus fecit totum 
« orbem peregrinari Romam. » Tolommeo da Lucca, Annales (Rer. It. Scr., 
XI, 1303) : « Eodem anno, in Galendis Januariis » (inesatto) « instituta fuit 
« indulgentia pienissima omnium peccatorum per Papam Bonifacium , qui 

« tunc Ecclesiam regebat : unde factus est concursus populi tantus ex 

« omni genere et natione » ecc. Una curiosa iscrizione d' un fiorentino, che 
appose alla casa sua (tale ha da ritenersi) la memoria del Giubileo per far 
sapere ai posteri che e' eran stati anche lui e sua moglie : «... Et cum 
« eodem a[n]no fuisset a papa Bonifatio soUepnis remissio omnium pecca- 
« torum videlicet culparum et penarum omnibus euntibus Romam indulta, 
« multi ex ipsis Tartaris ad dictam indulgentiam Romam accesserunt. E 
« andovi Ugolino chola molglie ». L' iscrizione, pubblicata primamente dal 
Lami nelle Deliciae Eruditorum e di 11 riprodotta dal Mansi nelle note 
al Raynaldo, è ancora al suo posto in via della Fogna, verso lo sbocco 
sulla Piazza di S'^ Croce , poco alta da terra in modo da esser leggibile 
assai comodamente. Cosi ho potuto correggere delle inesattezze e qualche 
grosso sproposito. Per finire, comunicherò le parole di una Riformagione 
bolognese del 19 ottobre 1300, di cui dà il contenuto il Ghirardacci, Hist. 
di Boi., 1, 421, e della quale ho il testo grazie alla cortesia del prof. 
V. Fiorini (Reg. D., f 18): « Item quod placet Consilio et masse populi 



PER LA DATA DELLA « VITA NUOVA » ECC. 155 

parole siano precisamente quelle che, frantese, ebbero a dare 
impulso all'idea erronea del Lubin e degli altri (1). Così la con- 
clusione viene ad essere che il passo nostro può riferirsi ad 
c^ni anno, eccettuato per l'appunto quel 1300 che si credeva 
di vederci indicato. 

Non so se per staccare dallo scoglio un' ostrica di così po- 
vera apparenza parrà che mettesse conto di star tanto tempo 
sott' acqua. Ma io son di parere che in generale , o si lascino 
stare le questioni, o si veda di andarne al fondo. Tutto quanto è 
superficiale non procaccia soddisfazione nessuna alla verità, la 
quale invece si appaga di ogni ben che minimo guadagno, purché 
sia sicuro. Del resto non è detto che la nostra ostrica non rac- 
chiuda una perla. Dimostrare che la Vita Nuova non contiene per 
nulla affatto la pretesa allusione al Giubileo, gli è un permettere 
che la vincano definitivamente le ragioni che portano a ritenerla 
anteriore di parecchi anni, e un rendere quindi un servigio non 
vano alla cronologia dantesca, e però alla storia intellettuale del 
Poeta. Nonostante il bastone messo tra le ruote per via d'una 
falsa lezione , la .quale ripete probabilmente essa stessa la sua 



« predicto {sic) de infrascripta et super infrascripta petitione providere, 
« tenor cuius talis est. Vobis dio cap. ancianorum et consulibus comunis et 
« populi bon. exponitur tam per peregrinos qui ire et redire habent Romam 
« propter Indulgentias peccatorum ipsorum recipiendas quam ex parte mer- 
« catorum et aliorum hominum qui habent ire et redire per stractam qui 
« itur florentiam quod cum dieta strata a terra sancti Rophili super usque 
« ad terram Pedramale sit calancosa » ecc. Ho riferito questo passo, più 
ancora che per via del punto che si veniva illustrando, perchè indicherà, 
a chi noi sapesse, per che strada fossero venuti i pellegrini che Dante dice 
di aver visto passare. Poiché, se nel 1300 quella strada fu molto più battuta 
che di solito, era pur sempre essa che conduceva in Toscana chi andava a 
Roma per Firenze. 

(1) Siccome il « Per la qual cosa gran parte de' cristiani che allora viveano 
« feciono il detto pellegrinaggio » segue alla notizia sulle estensioni della 
Veronica, dev' esser parso che il Per la qual cosa si riferisse ad essa, 
mentre invece è da riportare alla « piena e intera perdonanza » di cui s' è 
detto largamente prima. La Veronica è un accidente : si mostra « per e o n- 
« solazione de' cristiani pellegrini ». E di lei la bolla del Giubileo non 
fa nemmeno menzione. 



156 PIO RAJNA 

origine dall'idea fallace che suscitò nel Witte e negli altri, pa- 
recchi non s'eran lasciati smuovere e sostenevano a spada tratta 
e con buoni argomenti ciò che è di sicuro la verità. E degli 
argomenti se ne potrebbero ancora aggiungere: questo peresempio: 
che non è punto consentaneo all'indole della VUa Nuova, che 
vi si trovi inserita, sia pur sotto forma di circonlocuzione, ciò 
che equivarrebbe all' indicazione precisa di un anno. Ma per 
quanto si ragionasse bene, la dimostrazione non era così rigorosa 
che ognuno le si dovesse assolutamente piegare: prova ne sia 
— altro davvero non occorre — l'aver persistito il D'Ancona nel- 
l'antica opinione. Ecco perchè non mi par perduto il tempo che 
ho speso per farla finita una volta per sempre colla causa d'ogni 
male. 

Se questo tuttavia del rendere un servigio — piccolo o grande, 
poco importa — alla Vita Nuova e agli studi danteschi, come fu 
l'occasione, fu anche il fine prossimo delle ricerche intraprese, 
non è che con esse non si sia anche raggiunto un intento più 
largo. Se ciò non fosse non darei fuori di sicuro il lavoro mio 
altro che in dimensioni assai più modeste. Ma per giungere colà 
dove noi si voleva, s'ebbe a passare per selve intricate, dove la 
vita medievale presentava certi suoi aspetti molto più importanti 
a conoscere che a prima giunta non sì penserebbe. 



PER LA DATA DELLA « VITA NUOVA » ECC. 157 



^PI^ENDl CE 

(Vedi pag. 129). 
ROMEO. 



Stando al Diez, Et. W., I, s. v., e Gr., F, 224, il vocabolo romeo sarebbe un 
romero — romarius — che avrebbe insolitamente, dietro impulsi analogici, 
perduto il secondo r. Quanto a me , non dubito di tener per erronea la 
spiegazione. 

Essa fu suggerita dal romero spagnuolo , romeiro portoghese , e dal ve- 
dere che anche la Francia conobbe im romier , e che romero occorre in 
qualche nostro testo dialettale, e propriamente aquilano (Muratori, Ant. It. 
M. Ae., VI, 648; st. 837 e 838). Ma era da considerare che, ad eccezione 
del territorio castigliano-portoghese, dominano dovunque forme senza r, tutte 
indissolubilmente legate : accanto all' italiano romeo e' è 1' antico catalano 
romeu; il provenzale romeu, romieu; l'antico francese romieu, romiau; e 
ci sono ancora a ribadirli i derivati romeatge , romavatge , romavage, ge- 
melli del nostro romeaggio ; e nella Provenza per di più romavia, di cui a 
torto certi editori han fatto romania. Manifestamente tutte queste forme 
metton capo a romaeus , che non incontriamo soltanto nelle solite carte , 
nelle solite cronache, dove è da considerare come semplice riflesso delle 
forme romanze (chi aveva pretensioni di scrittore usava romipeta), ma che 
abbiamo altresì da uno dei glossari fatti conoscere dal Mai: Class. Atict., 
VII, 577. 

E cos' è romaeus ? Sarà esso mai una nuova creazione fabbricata suU' a- 
nalogia di Judaeus , Hehraeus , Galilaeus ? — Sarebbe strano che fosse , 
avendosi qui a fare con una terminazione non diventata mai frequente nel 
latino neppure nelle sue ultime fasi; appare più che mai inverosimile, se si 
riflette come accanto ai tre vocaboli enumerati , certo i più comuni della 
loro specie, non vi sia una città di Juda, Hebra, Galila , che potesse por- 
tare a foggiar qualcosa di somigliante anche per Roma. Impossibile dunque 



158 PIO RAJNA 

duhitare che romaeus non sia il f)iu|Liato<; greco; come del resto non sono 
altro che forme greche Judaeus e compagnia. 

Quanto a ramerò e simili, nei paesi dove prevale senza confronto il tipo 
romeo saranno essi che a rovescio di quel che s' era supposto vorranno es- 
sere addebitati all'analogia. E in questo senso l'analogia agiva con ben altra 
intensità, poiché era esercitata nientemeno che dai riflessi di -arius, il più 
fecondo forse tra tutti i suffissi nelle lingue romanze. A conferma citerò la 
forma giudero, che mi tengo sicuro d' aver incontrato, nonostante che non 
sappia adesso indicarne esempi. E allora , una volta che romero , rom.etro, 
restano unicamente alla Spagna e al Portogallo , vorranno bene ancor essi 
esser considerati, se non come semplici modificazioni analogiche di romeo, 
almeno come forme venutecisi a sostituire per effetto della stragrande diffu- 
sione dei derivati in -ero, -eiro. In fondo, come si vede , una differenza ap- 
pena percettibile. 

Così del problema prettamente linguistico c'è da sbrigarsi in breve. Ma 
accanto ad esso vien subito a sorgerne un altro , secondo me di maggiore 
attrattiva. Chi desidera di penetrare addentro nelle questioni non è soddi- 
sfatto del conoscere che una cosa sia, se non gli riesce di sapere altresì in 
che modo avvenga che sia. come mai il vocabolo che in greco diceva 
romano ebbe ad introdursi nel dominio latino , e come fece a prendere 
quel suo peculiare significato? 

Dell'enimma si posson proporre varie spiegazioni. Una consisterebbe nel- 
l'immaginare che il popolo cominciasse dal chiamar romani coloro che fa- 
cevamo il pellegrinaggio di Roma; ne ho conosciuto io stesso dei romani e 
dei napoletani che non ad altro che ad un viaggio andavano debitori del- 
l'esser chiamati cosi ; qualche erudito ecclesiastico , per evitare confusione , 
avrebbe cominciato a sostituire la forma greca equivalente, e l'innovazione, 
rispondendo davvero ad un bisogno, si sarebbe a poco a poco fatta strada. 
Sennonché e' è da considerare due cose. I pellegrinaggi a Roma cadono in 
un periodo in cui il significato di romano si é tanto dilatato e già si sente 
cosi vivo il bisogno dì valersene per contrapporlo a barbaro, che lontano 
da Roma poco si può pensare ad adoperarlo nel suo significato primitivo. 
Inoltre abbiam dovuto tirare in iscena l'arbitrio individuale. Ora, se questo 
arbitrio ha di sicuro nella storia delle lingue una parte assai maggiore che 
non si pensi dai più, esso tuttavia, salvo testimonianze positive, ci trasporta 
talmente nel dominio delle pure e semplici congetture, da togliere ogni va- 
lore scientifico ai risultati. Guardiamoci dunque dall' introdurlo nei calcoli 
se non ci par proprio d'esser stretti da una necessità assoluta. 

Un' altra ipotesi. 'Piu|Liaì0(; potrebb' esser stato importato ed essersi diffuso 



PER LA DATA DELLA « VITA NUOVA » ECC. 159 

col significato suo proprio, ed anzi col senso ristretto di « abitante di Roma ». 
Il glossario citato più sopra lo traduce con romensis; e col vocabolo stesso 
traduce poi subito anche romuleus. 11 resto del cammino si capisce come 
sarebbe stato percorso: il popolo stesso avrebbe chiamato addirittura romaei 
colofo che andavano a Roma, a quella maniera medesima che prima ave- 
vamo immaginato li potesse chiamar romani. Coli' andar del tempo poi, la 
tendenza alle determinazioni specifiche e le occasioni senza confronto mag- 
giori che c'erano di nominare i pellegrini anziché i « romani di Roma », 
avrebber fatto si che romeo conservasse unicamente il primo significato e in 
quello si raffermasse. — Ma anche qui c'è una grave obbiezione. Se i romani 
fossero mai stati detti con una tal quale frequenza romaei (s'intende, da 
gente estranea alla città), noi dovremmo di cotal uso trovare esempi negli 
scrittori; tanto più che l'uso stesso, dacché abbiamo a fare con un vocabolo 
greco, dovrebb' essere incominciato tra gente dotta. Quanto al Glossario, da 
solo non ci aflSda: son troppi gli schiarimenti che noi avremmo anzitutto 
da chiedere all'autore, o forse piuttosto agli autori. 

Volgiamoci alti'ove. Se movessimo dall'idea che Romani fossero stati chia- 
mati neir occidente gli abitanti dell'impero orientale? non vennero real- 
mente a chiamarsi Twinaìoi essi medesimi? Posto ciò, immaginiamo che 
di là venissero molti pellegrini a visitare la tomba di Pietro: erano Romaei, 
ed era naturale che così fosser detti. Con un procedimento di generalizza- 
zione facile da comprendere sarebber poi diventati romei i pellegrini tutti 
quanti. — Non punto difficile da comprendere in sé stesso, il procedimento 
é tuttavia ben poco ammissibile nel caso nostro. Senza escludere che dei 
pellegrini orientali venissero a Roma, il loro numero non fu mai di sicuro 
molto cospicuo, né paragonabile, anche solo lontanissimamente, a quello degli 
occidentali. Prima condizione dei pellegrinaggi è che li favoriscano gli ec- 
clesiastici; e in generale quelli dell'oriente non potevan di certo vedere di 
buon occhio che col venirsene alla tomba di S. Pietro si servisse agi' interessi 
della sede romana, inoltre, l'uso latino di chiamar romaei i confratelli greci, 
è ancor esso di quelli di cui s'è in diritto di cercar le prove negli scrittori, 
e di cui intanto, che io veda, le prove negli scrittori non si trovano. 

Dopo essermi tre volte lasciato respingere da terra, m'illuderò io sperando 
di riuscire finalmente a metter piede sulla riva? Io penso che 'Pui|Liato<; 
abbia preso il significato di pellegrino molto lontano dall' Italia e da tutto 
l'occidente; in un paese non greco, e dove nondimeno la lingua greca era 
ampiamente propagata: nella Palestina. Avanti che Roma diventasse un luogo 
di pellegrinaggio , aveva già cominciato ad esser luogo di pellegrinaggio 
la « Terra Santa ». Nel secolo quarto i fedeli vi andavano numerosissimi. 



160 PIO RAJNA 

Appartiene all'anno 333 l'Itinerarium Hierosolymitanum, che ci conduce 
a Gerusalemme nientemeno che da Bordeaux. Alla fine del secolo, nel 397, 
S. Gerolamo , che per Roma , secondo ogni probabilità , ci indica solo uno 
stadio iniziale, ci si dice sopraffatto a Betlemme « tantis de toto orbe con- 
« fluentibus turbis... monachorum » {Ep. 66, 14), da poter reggere a fatica all'uf- 
ficio che s'era imposto. Ci venivano monaci, ma non monaci soltanto: c'eran 
laici, donne, gente di molte specie, (juantunque probabilmente non vi si ve- 
desse ancora la turba cenciosa del medio evo. Comunque, una gran parte 
di costoro erano e dovevano di necessità esser detti 'Puj|Lia!oi; erano 'Pu)|ùiatoi 
tutti gl'Italiani, i Galli, gli Spagnuoli, gli occidentali insomma; si chiama- 
vano forse già 'Pui|iatoi per opposizione alla gente del paese anche coloro 
che venivano da Costantinopoli e da quelle parti. Aggiungendo a ciò che 
per altra ragione che di pellegrinaggio pochi 'Pw|aaToi dovevano condursi 
colà, s'intenderà ottimamente in che modo la parola potesse assumere il 
senso specifico di cui ci si voleva render conto. Si pensi a peregrinus stesso, 
che dal significare straniero in genere, si riduce ad essere usato quasi unica- 
mente per gli stranieri che vengono o che vanno a visitar luoghi santi. 

Resta che si cerchi di spiegarci, in che maniera l' uso della Palestina 
possa esser stato trasportato nei paesi nostri. — Anche qui le spiegazioni non 
difettano. La più semplice consisterebbe sul pensare che i pellegrini stessi, 
che si sentivan chiamare Romaei a Betlemme, a Gerusalemme, adottassero 
il nome, e lo portassero seco nel ritorno. Mancanti com' erano di una desi- 
gnazione specifica, era naturale ne accettassero una, la quale, sebbene non 
fosse per nulla tale in se stessa, tale poteva parere e diventava per chi non 
era greco di linguaggio. 

Io non so tuttavia se non sia entrato di mezzo un altro fattore. Quand'anche 
non inclinassi a credere che sì , dovrei qui renderne conto, non foss' altro 
per la gratitudine dell'esser stato esso per l'appunto che, guidandomi nell'o- 
riente e in Terra Santa, mi condusse a chiarire, se non m'illudo, il mistero del 
romano diventato pellegrino. Nel corso del lavoro che precede ho avuto a 
parlare qualche poco degli Spedali od Ospizi : qui bisogna che risalga alle 
origini , dietro la scorta del Cavedoni, che ne discorse assai dottamente illu- 
strando un'iscrizione algerina (Cenni sopra alcune iscrizioni Cristiane re- 
centemente scoperte nella già Reggenza di Algeri: nella Continuazione 
delle Memorie di Religione, di Morale e di Letteratura, t. VII, Modena 1839; 
pp. 125 sgg.). Come vera e propria istituzione di beneficenza cotali Ospizi 
cominciarono in oriente, ancorché si voglia che il primo a fondarne imo — 
a Costantinopoli — fosse un senatore romano : Zotico, che aveva seguito Co- 
stantino nella nuova capitale. Zotico era un cristiano fervente, tanto da 



PER LA DATA DELLA « VITA NUOVA » ECC. 161 

esser poi venerato per santo ; e fu opera cristiana che gli Eevoboxeta, come si 
chiamavano, si moltiplicassero in quelle parti, suscitando poi un' emulazione 
non generosa, perchè originata da passione soltanto, in Giuliano l'apostata, 
che non sapeva perdonare agli « empi Galilei » la carità verso i bisognosi. 

Finora, a Costantinopoli, a Cesarea, gli Hevoboxeta servivano per gli Eévoi, 
per i peregrini in genere, e, testimonio Giuliano, aprivano le loro porte ospi- 
tali agli stessi Ebrei ; ma propagatasi V istituzione alla Ten-a Santa, essa 
vi servì propriamente per coloro che andavano a visitare i luoghi della 
Passione. E a proposito di un monasterium e diversorium edificato da lui 
stesso che S. Girolamo pronunzia le parole citate poc' anzi. Sempre in Be- 
tlemme un' altra fondazione consimile era sorta per opera di quella Paola, 
di cui Gerolamo ebbe a tessere uno splendido elogio funebre nel 404 {Ep. 108; 
vedi il § 14). E 11 in questo « diversorium peregrinorum » della vedova romana, 
furono ospitati di sicuro Dio sa quanti 'Puj|Lia!oi; e dovett' essere per opera 
loro specialmente che S. Girolamo potè dire della santa donna {Ep. 108, 3), 
« Quam Romae habitantem nuUus extra Romam noverai, latentem in Be- 
« theleem et barbara et Romana terra miratur ». 

Forse precisamente dalla Terra Santa e da Betlemme gli 5€vo6oxeta furono 
importati in Italia; almeno, eccita a supporre ciò il vedere che il primo di 
cui si sappia fu fondato da Pammachio, genero per l'appunto di Paola, e 
datosi a vita monastica dopo la morte della moglie: « Audio te », gli scrive 
Gerolamo (Ep., 66, 11) « xenodochium in Portu fecisse Romano, et virgam 
« de arbore Abraham in Ausonio piantasse litore ». Che fosse edificato spe- 
cialmente per chi ritornava dal pellegrinaggio di Gerusalemme, non è 
detto ; ma l' averlo fondato ad Ostia, e non a Roma , mostra chiaro che 
s' aveva la mira a gente che arrivava di lontano. 

Vado pensando, se mai non accadesse appunto 11 dentro che i pellegrini 
cominciassero a dirsi Romaei altresì fra di noi. Anche il nome greco di 
Pammachio ferma un poco l' attenzione. Non e' è tuttavia bisogno di andare 
tant' oltre per riconoscere che gli Eevoboxeta ci fanno apparire anche sotto 
un altro rispetto legato all'oriente il romeare degli occidentali, e vogliono 
esser presi in considerazione nella questione nostra. Al fatto di un' istitu- 
zione greca propagatasi nel mondo latino non si può a meno di ravvicinare 
quello di un vocabolo greco che viene a galla in latino in un senso così 
intimamente connesso con quell'istituzione. E vuoisi avvertire che dell'ori- 
gine greca gli Spedali conservarono a lungo il ricordo nel loro nome me- 
desimo : nelle carte lucchesi del secolo Vili, per non citar altro, essi con- 
tinuano ad esser detti Senodochia o Senodocia, e non mai altrimenti. 

Si ammetta del resto una dipendenza del fenomeno linguistico dall'altro, 

Oxomak storico, VI, fase. 16-17. 11 



162 PIO RAJNA 

si creda ad un mero parallelismo, un conforto ne viene sempre alla spie- 
gazione che ho dato di romaeus. Ed è a questa spiegazione soltanto che 
io tengo. Romei non furono dunque in origine dei non romani che anda- 
vano a Roma, bensì dei romani in senso largo che si vedevano arrivare in 
tutt' altro luogo. I pellegrinaggi alla tomba di S. Pietro venutisi a mettere 
accanto a quelli di Palestina, e spesso di certo compiuti unitamente fin dal 
quinto secolo, contribuirono di sicuro alla conservazione ed alla propaga- 
zione del vocabolo, come quelli che gli vennero a dare una specie di nuovo 
contenuto. Per effetto di una falsa etimologia ciò che indicava la prove- 
nienza parve significare lo scopo del viaggio; e delle false etimologie non 
è poca davvero l'efficacia. 

Curiose, chi adesso le abbracci nel loro insieme, le vicende del nostro 
vocabolo, e buone a confermare anche una volta quanta parte di storia 
umana sia chiusa nei vocaboli. Romeo, che nella età successiva viene a 
narrare della maggiore antichità dei pellegrinaggi romani rispetto agli altri 
tutti dell' Europa , ora che slam voluti risalire al nascimento e all'infanzia, 
conta come questi medesimi pellegrinaggi fossero preceduti da un grande 
accorrere dell'occidente, non dell* oriente soltanto, verso la Terra Santa. 
Peccato che se i vocaboli sanno tante cose, sia molto difficile indurli, se 
non ad aprir bocca, a parlare un linguaggio abbastanza intelligibile! 



P. Rajna. 



3sroa?iz:iE 

sulla vita e gli scritti 

DI ALCUNI DOTTI UMANISTI DEL SECOLO XV 

raccolte da codici italiani (1). 



V. 

ISOTTA NOGAROLA. 

Isotta Nogarola è spessissimo nominata, ma nessuno ancora la 
ha studiata come merita; e ci sono a trarre molte notizie inedite 
dalle nostre biblioteche. Alcune ne darò qui -ora; di altre indi- 
cherò la fonte. 

È del 1436 che nell'epistolario inedito di Guarino incomincia 
la corrispondenza epistolare tra lui e le sorelle Nogarola. Nel- 
l'ottobre di quell'anno Guarino dimorava nella sua villa di Val 
Policella presso Verona, dove si era ricoverato da Ferrara, in- 
festata dalla pestilenza. Da Verona Giacomo Foscari, figlio del 
doge, gli mandò a Val Pohcella alcuni scritti delle sorelle No- 
garola, i quali Guarino, col suo solito entusiasmo esagerato e 
passaggero, levò alle stelle, proponendo le due fanciulle come 
esempio ai giovanotti infingardi: vos animum geritis muliebrem, 
Ulaqtce virgo viri. E mandò quegli scritti a Leonello a Ferrara, 



(1) Contin. Vedi rol. V, p. 148. 



164 R. SABBADINI 

il quale anche 11 ammirò (1). Al principio del 1437 Guarino era 
di ritorno a Ferrara. La Isotta incoraggiata dalle lodi di Guarino 
gli scrisse nel 1437 una bellissima ed elegante lettera, nella quale 
fa di lui un entusiastico elogio, deplorando che Verona si sia la- 
sciato sfuggire quell'insigne maestro (2). Ma Guarino (chi lo sa 
perchè?) non rispose a quella lettera, e fu una sventura per l'I- 
sotta, poiché a Verona cominciò a essere tacciata di spudorata 
e a divenire il bersaglio delle lingue malediche. Allora la povera 
Isotta riscrisse una lettera sconfortante a Guarino, lamentandosi 
della sorte della donna e chiamandosi delusa nella sua aspetta- 
zione. Questa volta Guarino rispose (3); la risposta è dell'a- 
prile 1437. Egli la conforta ad essere superiore al proprio sesso 
nei sentimenti forti, come già gli era superiore nella cultura. 

Alla poco cavalleresca trascuranza del padre riparò poi Giro- 
lamo, primogenito di Guarino, che nel 1437 (poteva allora con- 
tare 18 anni) scrisse una lunga e gentilissima lettera alla Isotta (4), 
in cui dopo di averla paragonata alle donne più famose, fa un 
panegirico della virtù, citando molti esempi antichi. La Isotta gli 
rispose cortesemente (5), ritornando sulle lodi della virtù e con- 
gratulandosi con lui di tanta istruzione in così giovinetta età. 

Qui mi viene suggerita una considerazione. Comunemente si 
fa morire Isotta nel 1466 di 38 anni; io direi di 48; perchè se 
nel 1466 avea 38 anni, nel 1436 ne avrebbe avuti otto, e a otto 
anni non si scrive latino da farne andare in visibilio Guarino ; e 
poi la lettera dell'Isotta a Guarino dei primi mesi del 1437, quando 
essa sarebbe entrata appena nel nono anno, è di tale eleganza e 



(1) Queste notizie sono tratte da quattro lettere, che vedranno presto la 
luce, di cui la prima e la seconda di Guarino a Leonello d'Este (Gom. : Su- 
perioribus diebus; e: Quam inter bacchanalia) ; la terza a Giacomo Fo- 
scari (Gom. : Bies hic mihi festivus) ; la quarta di Lionello a Guarino (Gom. : 
JEtsi saepenumero, vir clarissimé). 

(2) Bibl. Riccard. di Firenze, cod. 779, fol. 306; cod. 924, fol. 232. 

(3) lUd., cod. 924, fol. 225; Gapitolare di Verona, cod. GGLVI. 

(4) Gapitolare, ibid., fol. 12. 

(5) Gapitolare, ibid., fol. 15. 



NOTIZIE DI ALCUNI UMANISTI 165 

mostra tanta erudizione e gravità, che io non esiterei a dare 
alla Isotta, quando la scrisse, un 18 anni ; sicché la farei nata 
nel 1418. 

Nella biblioteca Comunale di Ferrara (1) esiste una lunghis- 
sima lettera, che possiamo dire un trattato, indirizzata a Giacomo 
Antonio Marcello, patrizio veneziano; in essa l'Isotta lo consola 
della morte del figlio Valerio. Porta la data di Verona, 9 a- 
gosto 1461 (2). 

Dell'Isotta vi sono parecchie lettere al giovane Damiano Burgo 
in un codice della Riccardiana di Firenze (3). 



VI. 



ANTONIO DA RHO (RAUDENSE). 

Antonio da Rho, frate dell' ordine di S. Francesco, visse a Mi- 
lano nel secolo XV. Scrisse, fra le altre opere, una intitolata: 
de imitatione, sulla quale credo opportuno dare qualche notizia. 
Trascrivo anzitutto quel poco che ne dice il Voigt (4). « Antonio 
« da Rho nel de imitatione mirava, a quanto pare, al medesimo 
« scopo che il Valla yìqW Eleganze. Né si può nemmeno decidere 
« quale di queste due opere sia comparsa prima. Quantunque 
« noi potremmo dare la priorità al Milanese, perché il Valla ri- 



(1) God. 135. NA. 5. 

(2) Yeronae Y Idus Sextiles 1461. — Ecco un passo dell' introduzione 
che mostra le sue relazioni col Marcello: Cura maluerim omnibtts audaoo 
^t impudens, quam a te, benignissimo patre, et ab his qui me tuam hu- 
inanissimam filiani ab ineunte aetate mea prò tua in me et in Nogarolam 
familiam singulari cavitate et mea in te reverentia semper cognoverunt, 
iudicari.... 

(3) God. 924. 

(4) Wiederbelebung^, l,pp. 513^14. 



166 R- SABBADINI 

« guardo a una regola speciale, ch'egli pretende d'aver trovata 
« primo, non rimanda alle sue Eleganze, ma accusa il rivale di 
« averla udita da uno dei suoi scolari. » 

Per capire questo giudizio, che del resto non è troppo esatto,, 
bisogna sapere che il Valla ha composto un libercolo, intitolato: 
Adnotationes in Antonium Raudensem, che è una critica al de 
fmitatione del Rho. Ecco come è nato questo libercolo. Il Valla 
stava a Barletta col re di Napoli, quando da Milano arrivò al re 
il codice del de imitatione del Raudense. Giovanni Olzina, quasi 
alter hoc saeculo Mecaenas, che avea un figliolo che studiava 
il latino, pregò il Valla di fargli delle note al libro del da Rho, 
perchè il figlio lo potesse adoperare con più profitto. Il Valla 
acconsenti; ma quando giunse al passo, dove il Raudense spie- 
gando la parola omnis confutava la sua opinione sull'uso di 
quisque, allora sdegnatosene, mutò proposito e alle note diede 
forma di invettiva e le publicò (1). 

Quanto alla questione della priorità, è risoluta dallo stesso Valla. 
Il Raudense, alla parola omnis, ha questo passo : « Alcuni ere- 
« demo che quisque e quiqice non si possano adoperare che dopo 
« il superlativo plurale, come optimos quosque viros e sanctis- 
« simi quique viri. Ma costoro possono sedere sul banco degli 
« asini; leggano Macrobio, che dice nel singolare e senza il su- 
« periati vo, die quoque e homine quoque ». — Qui Antonio da 
Rho ha preso veramente una solenne cantonata, perchè il Valla^ 
a cui qui si allude, non ha mai sognato una regola simile, mentre 
la regola che dà egli sull'uso del quisque è una delle più ele- 
ganti delle sue Eleganze. Ha ragione perciò il Valla di redarguire 
acremente il suo contradditore. Sentiamo la nota del Valla: 
« Chi sono costoro, che così credono, o Raudense? Solo io ciò 
« ho insegnato e tu lo hai inteso dai miei scolari e io lo ho letta 
« alla tua presenza in codesto tuo trattato, come ho detto già 



(1) Queste notizie si traggono dalla dedica premessa dal Valla, alle Ad- 
notationes. 



NOTIZIE DI ALCUNI UMANISTI 167 

« nel proemio al II libro delle Eleganze. Ma o codesta imperti- 
« nenza non l'avevi ancora scritta, quando io leggevo questo tuo 
« passo, me ne dimenticai poi nello scrivere la mia opera; poiché 
« io ho composto il mio trattato parecchi anni dopo il tuo, quan- 
« tunque, se non erro , lo publicai prima di te ossia me lo pu- 
« bucarono gli altri. » (1) — Il resto non ha importanza per la 
nostra questione. 

Vediamo di spiegare quelle parole, dove il Valla dice che I'jE'- 
leganze gliele publicarono gli altri. Infatti egli , compitele , lo 
avea mandate a Giovanni Olzina, segretario di re Alfonso, e al- 
l'Aurispa ; l' Aurispa senz' altro, assente l'Olzina, le publicò (2). 
— Dall'altra parte il Valla dice (3) che un plagiario (che è il 
Raudense) approfittando o delle proprie lezioni o delle relazioni 
dei suoi scolari, si fece bello delle penne del pavone, inserendo 
in un libro, quod festinabat edere, le regole sull'uso di prae, 
quarti e quisque, che furono per la prima volta enunciate da 
lui. Il plagiario avea dato a leggere al Valla il trattato, dove 
quelle regole erano esposte ; il Valla leggendole alla sua presenza 
gli fece notare il furto, ma quegli arrossendo se ne schermì con 
un'arguzia, che delle cose degli amici ci si può servire come 
delle proprie. 

Da questo risulta che il Raudense lavorava sul suo trattato 
de imitatione alquanti anni prima che il Valla mettesse mano 
alle sue Eleganze; che fin dal tempo che il Valla dimorava a 
Milano il Raudense gh lesse qualche passo del suo trattato, in 
cui spiegava le regole di quisque e di quam, rubate a lui. Il 
trattato del Raudense parla del quam verso la fine; dunque do- 
veva esser forse terminato del tempo che il Valla stava a Milano, 
cioè al più tardi del 1439, anno in cui il Valla, se non erro, 



(1) Siquidem aliquot annis post te opus candidi, tatnetsi, ut opinar, ante 
edidi, licei alii potius edidere quam ego. — Adnotationes in A. Rauden- 
Sem, Venetiis, 1519, p. 153. 

(2) Questo è detto nella dedica alle Adnotationes. 

(3) Nel proemio al II libro delle Eleganze. 



168 R. SABBADINI 

passò al servizio di re Alfonso. In quel tempo le Eleganze non 
erano ancora o appena cominciate (1). 

Sul trattato del Rlio si trovano alcune notizie nella biblioteca 
Ambrosiana. Ivi si legge una lettera inedita di Cosimo Raimondi 
al Rho (2), nella quale lo eccita a scrivere un trattato de imi- 
tatione, che manca né fu fatto dagli antichi ; in esso dovrebbero 
essere raccolti i passi migliori degli scrittori più rinomati perchè 
servissero di modello alla gioventù. Il Rho rispose al Raimondi 
con una lettera (3), pure inedita, che è a un tempo la prefa- 
zione al de imitatione. In essa dice che saper le regole non 
basta ; ci vogliono anche gli esempi, ma scelti in modo, da avere 
il meglio degli scrittori: quindi doversi evitare le parole rare; 
maestro sopratutto in questo essere Cicerone. Previene poi gli 
attacchi dei maligni e protesta che anche a un frate è lecito 
occuparsi di studi classici : munda sunt mundis. 

Il trattato del da Rho non si conosce che dalle Adnotatio- 
nes del Valla. Il Valla lo esamina parola per parola, dove gli 
sembra che si deva emendare; si limita agli usi delle parole, 
alla loro latinità, alla loro costruzione; non esamina mai la 
struttura del periodo; e veramente a questo esame il Valla 
non arrivò mai, nemmeno nelle sue Eleganze. La critica del 
Valla è molto severa, ma sempre giusta; con essa ha compiuto 
l'opera delle Eleganze; anzi le Adnotaiiones spesso furono stam- 
pate come appendice alle Eleganze. Con l'uno e con l'altro scritto 
del Valla il libro del Rho fu inesorabilmente messo a tacere, il 
che però non significa che fosse di poco valore ; anzi la sua ira- 
portanza appare evidente dalla stessa critica del Valla. 

Il trattato del Rho non fu mai stampato e nemmeno si ha 
manoscritto per intiero. Un codice dell' Ambrosiana (4) ne pos- 
siede un frammento , che contiene parte della lettera a , fino 



(1) Proemio al V libro delle Eleganze. 

(2) God. H. 49 inf., fol. 209 : Com. : Cum ea quae ad dicendum pertinent. 

(3) Ibid., fol. 210; Com.: Puto erit operae pretium, doctissime Cosma. 

(4) Cod. H. 49 inf. 



NOTIZIE DI ALCUNI UMANISTI 169 

alla parola alphabetum. Perchè questo trattato era un dizionario 
alfabetico, un prontuario di eleganze, di sinonimi, di cognizioni 
letterarie, rettoriche, storiche di ogni genere. Quando l'autore 
spiega una parola, reca tutti i suoi sinonimi anche lontani, ci- 
tando sempre esempi; gli articoli talvolta sono lunghissimi: al- 
trettanti trattatelli. Argomentando dal frammento, tutta l'opera, 
che doveva essere di gran mole, va giudicata molto favorevol- 
mente. La lingua è abbastanza buona ; quello che si deve notare 
è che il Rho non distingue l'uso e le parole del buon tempo da 
quelli della decadenza e cita promiscuamente poeti e prosatori. 
Cicerone e la Bibbia. In ciò il Valla gli è infinitamente supe- 
riore. 



VII. 

GIOVANNI AURISPA. 

Su questo umanista, di cui si sa tanto poco, fornisce qualche 
buona notizia l'epistolario inedito di Guarino. Verso il 1426 egli 
era già in intima relazione con Guarino e col Panormita (1); 
probabilmente allora stava a Bologna o per lo meno ci si doveva 
esser trovato col Panormita. Nel maggio del 1428 si era già sta- 
bilito a Ferrara come maestro di Meliaduce, figlio spurio del 
marchese Nicolò (2). E solo del 1428 può esservi andato, perchè 
da una lettera di Guarino dell' 11 decembre 1427 (3) si deduce 
che non c'era ancora. Infatti in quella lettera è detto che Gia- 
como Zilioli, consigliere del marchese Nicolò, era stato da lui 
incaricato di trovare un maestro per Meliaduce (4); lo Zilioli ne 



(1) Bibl. Marciana di Venezia, cod. ci. XIIII, n* 221, fol. 95; lettera del 
Panormita a Guarino; Com. : Aurispa Siculus, familiaris noster. 

(2) Bibl. Estense di Modena, cod. 94, n» 33. 

(3) Ibid., n° 24. 

(4) Di Meliaduce scrive queste parole Enea Silvio Piccolomini (De vir. 



170 R- SABBADINI 

avea proposto uno, ma Guarino ne lo dissuase un po' brusca 
mente ; certo quegli non era l'Aurispa : l'Aurispa verosimilmente 
fu proposto da Guarino. 

Del 1429 troviamo l'Aurispa ancora a Ferrara (1); fu in que- 
st'anno che il Panormita gli scrisse la falsa notizia della morte 
di Guarino. E a Ferrara lo troviamo pure del 1433, nel quale 
anno parti per il concilio di Basilea (2). 

Vili. 

GUINIFORTE BARZIZZA. 

Le lettere di Guiniforte Barzizza si leggono stampate con 
quelle del padre Gasparino nell'edizione del Furietto (3), ma non 



clar., XI): Eum (Aurispam) Meliaduci filio protono lar io magistrum tradidit. 
È chiaro che invece di protonotarìo si deve leggere notho. — Questo Me- 
liadux Miliadux oppure Omiliadus è pressoché ignoto. Parecchie notizie 
di esso si ricavano dalla cronaca ferrarese (Muratori, Rer. It. Scrip., XXIIII). 
Nel 14 luglio 1425 , di sabato , esso fuggi da Ferrara e si ricoverò alla 
corte di Milano: non è detto perchè (Muratori, ibid., p. 185). Nel maggio 
1440, quando la figlia del marchese di Monferrato andava moglie del re di 
Cipro, Meliaduce la accompagnò fino a Cipro e di là passò a Gerusalemme 
(p. 190). Nel marzo 1444 andò incontro a Maria, figlia del re Alfonso, che 
veniva sposa di Leonello in Ferrara (p. 193), e nel 19 ottobre dello stesso 
anno accompagnò fino al ponte di Castel Tealdo il fratello Borso che an- 
dava a Napoli (p. 193). (Della parte presa da Meliaduce nelle nozze di Leo- 
nello con Maria d'Aragona parla anche Giovanni Toscanella in una lettera 
all'Aurispa, da Ferrara i° giugno [1444]; Ambrosiana di Milano, cod. F. S. 
V, 18). Meliaduce morì nel 25 gennaio 1453 (p. 201). Lasciò un figlio, Ni- 
colò, abate, che nel 1459 andò al servizio di Giacomo Piccinino (p. 205). — 
Il nome di Omiliadus si legge in una lettera di Poggio a Leonello (Poggii, 
De varietale fortunae, Parigi, 1723, p. 214); la lettera ha la data di Fi- 
renze, mi Nonas Maii; l'anno è probabilmente il 1435; in quel tempo Me- 
liaduce stava a Firenze col cavaliere Feltrino Boiardo. 

(1) Bibl. Estense di Modena, cod. 57, n^ 26. 

(2) Bibl. Marciana, cod. ci. XIIII, n» 221 , fol. 101.... vir clarus Aurispa 
hoc triduo concilium petit. 

(3) Roma. 1723. 



NOTIZIE DI ALCUNI UMANISTI 171 

sono tutte. Un buon numero, trent'una, delle quali venticinque 
inedite, sono raccolte in un codice della biblioteca comunale di 
Ferrara (i). Esse formano due gruppi che si seguono immedia- 
tamente. 

Il primo gruppo comprende sei lettere; il cod. non dà alcuna 
indicazione; l'indice premesso al cod. le attribuisce erroneamente 
a Gasparinus Bergomensis; sono invece del figlio. — Il secondo 
gruppo comprende venticinque lettere. Sono senza indirizzo; l'in- 
dice le attribuisce a Francesco Filelfo e nel cod. portano que- 
st'intestazione, di mano posteriore : Infrascriptae sunt Epistolae 
Francisci Philelpìii. Ma che non sono del Filelfo, bensì di Gui- 
niforte apparisce dal contenuto; in alcune Guiniforte nomina sé 
stesso; in altre nomina il padre; qualcuna porta nel margine, in 
carattere quasi impercettibile, le sigle G. B. oppure Gut Bar. 
(= Guinifortus Barzizius). 

Primo gruppo — N. 1 (inedita). Guiniforte al re Alfonso — 
Senza data (2). Protesta di dedicargli da ora in poi i propri 
studi. 

N. 2 (edita). Guin. all'arcivescovo cancelliere del regno. — 
Data: 3 aprile 1432. 

N. 3 (inedita). Guin. al re (Alfonso) d'Aragona. — Senza 
data (3). — Si mette tutto nelle sue mani. 

N. 4 (inedita). — Guin. allo stesso. — Senza data (4). — 
Ringrazia il re di averlo ammesso alla sua presenza. 

N. 5 (edita). Guin. a . . . — Data: Barcamona, 21 maggio 1432. 

N. 6 (edita) Guin. all'arcivescovo cancelliere. — Data : Sira- 
cusa, 23 ottobre 1432. 

Secondo gruppo — Mantengo nella numerazione l'ordine del 
cod. ma dispongo le lettere cronologicamente. 



(1) Cod. HO. NA. 4. 

(2) Gom.: Constitueram primum. 

(3) Gom.: Ea omnia maiestati. 

(4) Gom.: Optandissimus hic mihi dies illuxit. 



172 R. SABBADINI 

N. 1 (inedita) Guin. a — Data : Ex Mediolano III Non. 

Quint. 1432 (1). — Si duole che sia stato colto da malattia in 
Genova, la quale fu forse cagionata dal viaggio per mare. Spera 
di rivederlo presto e risanato. 

N. 9 (inedita). Guin. a Giacomo Peregri (2). — Ex Medio- 
lano III Nonas QuintU. 1434. — Gli dimostra falsa l'accusa di 
Ogliastro contro Giorgio (Calala), a cui tentava sostituirsi nella 
grazia regia ; l'accusava di non aver consegnato al re un De of- 
ficiis ch'egli gli avea dato. Guiniforte assicura che Giorgio non 
ebbe mai quel libro. (Questo Giorgio era stato preso come scri- 
vano da Guiniforte il giorno prima della partenza da Palermo). 
Gli chiede scusa della tardanza nello scrivergli, causa la ma- 
lattia. 

N. 3 (edita). Guin. a — Ex Mediolano III Non. QuinW. 

1434. — Medesimo argomento della precedente. 

N. 2 (edita). Guin. a — Ex Mediolano IIII Id. QuintU. 

1434 (3). 

N. 4 (inedita). Guin. (al re d'Aragona). — Ex Mediolano 
XVII Sept. 1434 (4). — Guiniforte era a Milano come legato 
del re d'Aragona. Lo incolse una malattia, che lo ridusse in fin 
di vita e i medici gli proibirono di muoversi da Milano per pa- 
recchi anni, per riguardi di salute. Prega pertanto il re di la- 
sciarlo a Milano, dove spera gli vengano offerti buoni patti dal 
duca. Da Garsina e da Giorgio Gatala, che ritornano, sentirà 
quali sieno veramente le condizioni della sua salute (5). 

N. 8 (inedita). Guin. (al luogotenente ducale [Luigi Grotto]). 



(1) Gom.: Qui tuum in Italiani reditum nuper adnuntiarunt , Pater 
Reverendissime. 

(2) In margine è scritto: G. B. (Guinifortus Barzizius) s. p. d. lacoho 
Peregri regio Senatori ac Ticecanzellario. Gom. : Non dubito , vir diaris- 
sime, Oleastrum, quemdam,. 

(3) Nell'edizione del Furietto questa lettera manca di data. 

(4) Gom.: Ex Garsina Medina milite fortissimo. 

(5) Garsina era a Milano per trattare alcuni affari del fratello (Enrico) 
del re, maestro della milizia di S. Giacomo. 



NOTIZIE DI ALCUNI UMANISTI 173 

Ex Mediolano Idib. Sept. 1435 (1). — Prega il Grotto di usar 
mitezza verso il segretario di re Alfonso, Giovanni Olzina, pri- 
gioniero, al quale Guiniforte andava debitore di molti bene- 
flcii (2). 

N. 5 (inedita). Guin. (a Pietro d'Aragona, fratello di re Al- 
fonso). — Ex Mediolano X Kal. Octobr. 1435 (3). — Pietro d'A- 
ragona avea chiesto a Guiniforte come fossero trattati dal duca 
i suoi due fratelli (prigionieri) Alfonso ed Enrico. Risponde che 
il duca usa loro tutte le cortesie e che il 15 corrente settembre 
avendo entrambi pranzato a Gussago, a sette miglia da Milano, 
la sera nel ritorno in città furono festeggiati dalla popolazione. 
Pochi giorni dopo entrarono nel Castello, non sotto custodia, ma 
per maggior comodità : ivi possono cacciare. 

N. 6 (inedita). Guin. (al duca di Milano). — Ex Mediolano 
XI Kal. Dee. 1435 (4). — Guiniforte era andato testé al Castello 
di porta Giove, chiamatovi dai fratelli Alfonso ed Enrico d'Ara- 
gona, che desideravano servirsi di lui come segretario nell'as- 
senza di Giovanni Olzina. Prega il duca di scusarlo, se non gliene 
ha chiesto prima il permesso. 

N. 7 (inedita). Guin. a — Ex Mediolano III Id. Sept. 

1436 (5). — Spera che sia giunto in Catalogna, ma non se ne ha 
ancora notizia. Gli offre, anche lontano, i propri servigi. 

N. 10 (inedita). Guin. (a Pietro d'Aragona). — Ex Medio- 
lano III Idus (6) Dee. 1436. — Il Sarmento avea chiesto a Gui- 
niforte qualche opuscolo in nome del re. Gli manda la lettera 
scritta in Sicilia sull'impresa del fratello Alfonso alle isole Gerbe. 



(1) Com.: Quod hoc ipso tempore facturus. 

(2) Con questa lettera si fissa la data di altre tre, che ne sono senza nel- 
r edizione del Furietto (pp. 170-171; 171-172; 172); tutte tre versano sul 
medesimo argomento della presente, ma le sono anteriori; sempre però ap- 
partengono allo stesso anno. 

(3) Com.: De fratris tui Serenissimi Regis in hanc urbem adventu. 

(4) Com.: Quoniam inter humana, illustrissime Princeps. 

(5) Com. : Magna hic omnes expectatione tenemur, illustrissime Princeps. 

(6) Ms. Idibus; Com.: Saepe cum equi te insigni familiari tuo Sarmento 
Joanne. 



174 R- SABBADINI 

N. 11 (inedita). Guin. a....: — Ex Mediolano XI Kal. Sept. 
1437 (1). — Guiniforte né per tempo né per lontananza si di- 
menticherà di lui; gli offre sempre i propri servigi. 

N. 18 (inedita). Guin. a — Ex Mediolano XI Kalendas 

Sept. 1438 (2). — Si compiace dei suoi onori. Lo prega di salu- 
targli il re. 

N. 19 (inedita). Guin. al Folonato. — IIII Id. Sept 1438 (3). 
— Coglie l'occasione del ritorno di Antonio Barbastro per scri- 
vergli. Lo prega di salutargli il re. 

N. 24 (inedita). Guin. (a Lucido Gonzaga). — Ex Mediolano 
VI Kal. AprU. 1439 (4). — Guiniforte avea inteso grandi elogi 
di Lucido (5) dall'amico Zaccaria (Rido), col quale parlava spesso 
di lui. Già avea inteso parlar tanto bene di suo padre marchese da 
Giacobello Malabarba (6). 

N. 12 (inedita). Guin. (al re Alfonso). — Ex Mediolano IIII 
Id. Sept. 1439 (7). — Nell'occasione che parte da Milano il regio 
legato Angelo di Montfort conte di Campobasso, scrive al re per 
domandargli quello che fino allora la modestia gli impedì, che 
volesse cioè farlo suo luogotenente a Milano (8). 



(1) Conti.: Etsi nulla se offerat. 

(2) Com. : Quae ab omnibus istinc. 

(3) In margine è scritto: Gui. Bar. s. p. d. Pholonato regio secretario; 
Com.: Super sederem ab hoc scribendi officio. 

(4) Com.: Quod nihil hactenus ad te scripserim. 

(5) Gian-Lucido, figlio del marchese Gonzaga di Mantova, studiò legge a 
Pavia (dove lo suppone la presente lettera) dall'ottobre 1438 al 1442; cfr. 
Andres, Codici Capilupi di Mantova, p. 163. 

(6) Giacobello Malabarba era fratello della moglie di Guiniforte. — A 
questo stesso anno potrebbe appartenere la lettera di Guiniforte dell'edizione 
del Furietto (pp. 162-163) senza data , che tratta del medesimo argomento. 
In questa lettera Guiniforte parla dell'incarico datogli dal duca di interpretar 
Dante plebeio stilo (in volgare). E di questo stesso incarico parla in un'altra 
lettera (ed. Furietto, pp. 76-81). 

(7) Com.: Biu tacui, Serenissime Rex. 

(8) Con ciò si potrebbe forse spiegare il titolo di ducalis vicarius gene- 
ralis, che Guiniforte dà a sé stesso e che il Voigt {Op. cit., I, p. 512, n. 1) 
giustamente confessa di non capire. 



NOTIZIE DI ALCUNI UMANISTI 175 

N. 20 (edita). Guin. (al marchese di Monferrato). — Ex Me- 
amano XV mi Febr. 1440. 

N. 13 (inedita). Guin. (al re Alfonso). — Ex Mediolano X 
Kal. lunii 1440 (1). — Profittando della partenza di Inico (Enico) 
Da volo da Milano gli manda finalmente Seneca; ma Inico tor- 
nerà a Milano, dove il duca lo vuole impiegare. Gli manda anche 
le Sententiae in Epistulas Senecae di suo padre Gasparino. 

N. 14 (inedita). Guin. (al re d'Aragona ?). — Ex Mediolano 
XV lulii 1440 (2). — Venendo il canonico Allegri presso il re, 
coglie occasione di offrirgli i propri servigi. Partirà Inico Davolo. 

N. 25 (inedita). Guin. a — Ex Mediolano VII Kal. Sext. 

1440 (3). — Il Davolo gli porterà i codici che chiede: gode di sen- 
tire le buone nuove di lui; spera che la guerra finirà presto e 
favorevolmente. 

N. 15 (inedita). Guin. (al re Alfonso). — Ex Mediolano pridie 
Idus Sextil. 1440 (4). — Dice di aver sigillata il giorno VII Kal. 
Quint. (5) la lettera con cui gli mandava Seneca. Gli tocca anche 
dell'altra lettera, scrittagh in occasione della partenza di Angelo 
di Montfort (6). Non gU dice ancora nulla delle sue nuove spe- 
ranze (7), perchè aspetta che si effettuino. Quanto al Davolo, lo 
consiglia di rimandarlo a Milano. 

N. 16 (inedita). Guin. (a Inico Davolo). — Ex Mediolano 
pridie Id. Sext. 1440 (8). — Fa i più lieti pronostici sull'avvenire 
del Davolo e lo eccita a tornar subito a Milano, che il duca lo 
aspetta. 

N. 21 (inedita). Guin. (al marchese di Monferrato). — Ex Me- 



(1) Gom : Quem videre Senecam'tantopere flagitasti, Princeps illustrissime. 

(2) Gom.: Joanne Alegre Tironensi canonico. 

(3) Gom.: Litteras ab tua Celsitudine. 

(4) Gom.: Litteras ad Celsitudinem tuam. 

(5) Gfr. lettera n» 25, la quale però ha VII Kal. Sext. 

(6) Gfr. lettera n» 12. 

(7) Quae de me feliciora narrantur. 

(8) Gom.: Felicem te, Inice, iudico. 



176 R. SABBADINI 

(Molano XVI Kal. Mari. 1441 (1). — È obbligato al marchese dei 
ringraziamenti per la lettera consolatoria (2). 

N. 22 (inedita). Guin. (a Lucido Gonzaga). — Ex Mediolano 
VI Id. Sept 1441 (3). — Gli manda, per mezzo di Guglielmo, 
quella fra le lettere esercitatone, che si poterono salvare : pars 
rrmccima, nescio quorum rmilignitate, periti. 

N. 17 (inedita). Guin a — Eoe Mediolano XIIII Januar. 

1442 (4). — Gli esprime il dispiacere per la partenza da Milano di 
Giovanni Zabrugada, suo scolaro. Gli parla della felicità del proprio 
matrimonio, veramente fecondo: non passa anno, che la moglie non 
lo arricchisca di un nuovo figlio. 

N. 23 (inedita). Guin. (all'imperatore). — Senza data (5). — 
Domanda un'udienza per sé e per Stefano Caccia, di Novara, dot- 
tore in legge. 

Remigio Sabbadini. 



(1) Com.: Quod meum erga humanitatem tuam. 

(2) Nella morte della figlia del marchese, Guiniforte gli avea scritto una 
lettera di condoglian/a. 

(3) Gora. : Oum prò singulari in illustr. Principem. 

(4) Com.: Una mihi illa. 

(5) Com.: Recreavit me, humanissime Cassar ac dive Imperator. 



IV 



NUOVI STUDI SU ALBERTINO MUSSATO (i) 



Quanto più in Italia e fuori d'Italia gli studi intorno al risor- 
gimento dell'antichità classica vanno acquistando favore e cresce 
e si addensa la schiera di coloro, che a cotesta impresa consa- 
crano le loro fatiche, si afforza nell'animo dei più la persuasione 
che a ricercare e rinvenire di si gran fatto le origini è d'uopo risa- 
lire assai più in alto di quanto siasi quasi sino ad oggi stimato. 
Non è molto lontano il tempo, nel quale le ricerche intorno al 
rinascimento erano intorbidate da quelle prevenzioni medesime, 
che intralciarono già le indagini intomo al più antico periodo 
della nostra letteratura ; come vi fu un tempo, in cui all'Alighieri 
si dava il vanto di avere insieme alla poesia creata la lingua 
italiana, cosi si è durato e si dura ad attribuire al Petrarca ed 
al Boccaccio piena ed intera la lode di aver essi i primi ecci- 
tato quel fervore per lo studio dei classici, che doveva si pron- 
tamente propagarsi e recar frutti tanto meravigliosi. Man mano 



(1) A. Zardo, Albertino Mussato, studio storico e letterario^ Padova, 
A. Draghi, 1884 (16o, pp. 388). — M. Minoia, Bella vita e delle opere di 
Albertino Mussato, Saggio critico, Roma, Forzani e Gomp., 1884 (8* pp. 294). 

Giornale storico, VI, fase. 16-17. 12 



178 F. NOVATI 

invece che delle condizioni della cultura letteraria italiana nei 
secoli XIII e xrv la cognizione diviene più larga e più profonda, 
queste, che parevano verità inconcusse, passano nel numero delle 
opinioni invecchiate ed erronee, se non false addirittura. Non è 
più lecito incominciare oggi dai grandi dotti fiorentini la storia 
del risorgimento classico, perchè si comprende che essi hanno 
avuto, oltre che dei precursori, degli antecessori ; perchè si vede 
che il movimento non fu iniziato da loro per l'ottima ragione 
che a loro preesisteva; che al masso non le loro braccia pode- 
rose diedero il primo crollo, perchè già cento e cento mani l'a- 
vevano spinto su quella china, che doveva poi tutta percorrere 
senza arrestarsi più mai. E così oggi anche dell'Umanesimo si 
•può, si deve e si è già incominciato a scrivere la preistoria. 

Un portato di questa necessità di rettificare le vecchie opinioni, 
di trasportare più indietro quei limiti, vere colonne d'Ercole, dai 
quali la vecchia erudizione faceva principiare il risveglio clas- 
sico nella penisola, sembrami in gran parte il vivo interesse, di 
cui da qualche tempo vediamo fatto argomento Albertino Mus- 
sato. Alla aureola di gloria che gli cinge il capo, la critica 
odierna (caso non comune!) in luogo di togliere, si compiace ag- 
giungere de'raggi; si piace restituirgli, non pure non isfrondata 
ma rinverdita, la laurea dai contemporanei concessa. Nel Mus- 
sato, non che lo storico insigne ed il latinista corretto ed 
efficace, oggi si ammira il precursore della erudizione e della 
dottrina del Quattrocento : e come tale , insieme al Ferreto, a 
Benvenuto de' Gampesani, a Lovato, scrivendo la storia del Ri- 
sorgimento, lo ha testé studiato il Kòrting (1); e a lui ha consa- 
crate alcune pagine della sua Storia della letteratura italiana 
il Gaspary (2); è infine a riporre in piena luce i suoi meriti di 
letterato e di dotto che intendono i due libri, dei quali avrò 
in queste pagine occasione di far molto spesso ricordo: lo Studio 



(1) G. Kòrting, Die Anfdnge der Renaissance-Utteraiur in Italien., I, 
pp. 310 sgg. E cfr. Giom., Ili, 426-27. 

(2) A. Gaspary, Gesch. der Ital. Liter., I, 396 sgg. 



NDOVI STUDI SU ALBERTINO MUSSATO 179 

del prof. Zardo ed il Saggio Critico del sig. Minoja; libri che, 
apparsi in luce a breve intervallo di tempo, meritano di fermare 
l'attenzione degli studiosi per l'amore con cui i loro autori mo- 
strano d'avere atteso alla trattazione dell'importante argomento; 
per L tentativi di risolvere questioni non poche e non facili , 
relative alla vita ed alle opere di Albertino; e perchè inoltre 
ci fanno anche una volta toccar con mano come nuove scoperte 
ci prepari ancora l'avvenire, ignoti tesori ci riserbino ancora 
le nostre biblioteche e, pur troppo, come molto tempo ancora 
debba scorrere prima che della vita letteraria italiana nel due- 
cento e nel trecento sia lecito dire intieramente rintracciati ed 
adoperati i documenti che l'oblìo ed il tempo non hanno distrutti. 
Il prof. Zardo ha posto nel delineare la immagine dell' uomo, 
che incarna in sé uno dei momenti più notevoli e tempestosi 
della storia di Padova, oltreché l'affetto dello studioso anche la 
riverenza del concittadino. E di questa riverenza l' influsso ap- 
pare manifesto nel suo libro, che mira sopratutto a mettere in 
rilievo la parte cospicua avuta da Albertino nel maneggio della 
publica cosa, gli sforzi generosi, coi quali, quanto gli bastò la 
vita, colla spada -e colla penna sforzossi di impedire che la sua 
città precipitasse in quell'abisso di guai, donde si risollevò di fio- 
rente, squallida, di potente, fiacca, di libera, schiava. Sulla scorta 
quindi degli storici contemporanei e dei documenti sincroni , il 
Zardo si é piaciuto (son sue parole (1)) ritessere largamente la 
storia di Padova dalla calata di Enrico VII fino al sorgere della 
tirannide carrarese; ma, trasportato dalla fiumana impetuosa di 
tanti gravi avvenimenti, ha finito forse per dimenticare un 
po' troppo di frequente che suo uflìcio era narrare non già le 
vicende di Padova, bensì quelle d'Albertino e che in costui non 
meno che il politico esigevano largo studio il poeta ed il dotto. 
Così è avvenuto che, mentre la parte storica del suo lavoro si 
può lodare per sicurezza e copia di notizie, quella dedicata 



(1) Avvertenza, p. 3. 



180 F. NOVATl 

invece alle indagini sui casi e sugli scritti del Mussato e singo- 
larmente sul luogo che gli compete nella vita letteraria del 
tempo, si debba stimare alquanto debole e scarsa. Non solo 
infatti non vi troviamo, accanto ai già noti, adoperati nuovi ma- 
teriali (e che se ne potessero trovare e di notevoli lo vedremo 
in appresso), ma anche di quelli già raccolti non si può dire 
che sia stato tratto tutto il partito che se ne doveva cavare. 

Questo, che a me (e potrei benissimo ingannarmi) sembra il 
difetto capitale del libro del Zardo, ha evitato il Minoja, avvedutosi 
come la preoccupazione di mettere in chiaro l' importanza sto- 
rica del Mussato non dovesse essere spinta tant' oltre da fare, 
se non trascurare, almeno reputare meno degna di studio la lette- 
raria. Ed il Minoja ha anche capito come per far ciò coscienziosa- 
mente fosse indispensabile mostrare quanto il Mussato si estollesse 
fra i dotti fiorenti al suo tempo, non solo in Padova ma in Italia. 
Però, mi è pur forza il dirlo, concessa al Minoja questa lode, di più 
non si potrà proprio fare ; se il disegno era buono, non altrettanto 
diremo del modo con cui egli ha tentato di tradurlo in effetto. Accor- 
diam pure al sig. Minoja quelle attenuanti che egli stesso domanda; 
ammettiamo che siangli mancati, com'egli scrive, libri e documenti. 
Ma, anche concesso tutto ciò, sarà sempre mestieri concludere che 
al lavoro egli si è accinto con troppo scarsa preparazione; che 
troppe cose mostra di ignorare, delle quali la cognizione gli sarebbe 
riuscita altrettanto necessaria, quanto facile a conseguire, poiché di 
lavori notissimi, anzi addirittura capitali, ei mostra, non solo di non 
essersi giovato, ma nemmeno d'averne sospettata l'esistenza (1). 



(1) Sconosciute gli sono le belle pagine del Kòrting, testé citate; scono- 
sciuti tutti i lavori del Gloria, che contengono documenti della più grande 
importanza per la biografia di Albertino; sconosciuti gli altri scritti, publi- 
cati intorno a contemporanei del Mussato, ad esempio, quello sul Ferreto 
dello Zanella, e cosi via, via: in ogni capitolo, mentre troviamo indicati 
lavori d'importanza accessoria, sono poi dimenticati libri principalissimi. Per 
dare un esempio, noterò che il M. si lagna a p. 13 di non aver potuto vedere 
gli Statuti padovani in nessuna delle edizioni, tanto antiche che recenti che 
ne furono fatte, e d'aver dovuto ricorrere ad un codice vaticano ! Ma bastava 



NUOVI STUDI SU ALBERTINO MUSSATO 181 

L'accusa quindi di ignoranza , che egli, con una severità assai 
poco giustificata, lancia contro tutti coloro che si sono prima di 
lui occupati dello storico padovano, ben facilmente si potrebbe 
ritorcere contro chi fa mostra, oltreché di tanta esiguità di co- 
gnizioni , di una trascuratezza nello scrivere davvero straordi- 
naria ! Mentre infatti il Zardo, benché non la pretenda a scrittore 
elegante, espone e discute in forma correttissima e disinvolta, il 
Minoja maneggia così malamente la lingua italiana , da recar 
troppo spesso oltraggio alla grammatica ed alla sintassi (1). Ora 



rivolgersi ai lavori del Gloria e del Fertile per trovarvi intorno agli or- 
dinamenti politici ed amministrativi di Padova nel sec. XIII le più compiute 
notizie ! 

(1) Ad evitare V accusa di esagerazione addurrò fra gli infiniti esempì che 
potrei raccogliere, alcuni pochi. 11 farlo è agevolissimo : non e' è che da 
aprire il libro del sig. M. per trovarvi licenze d' ogni sorta. Ecco ciò che si 
legge a p. 3: « Nella infelice Marca ogni libertà si spense, riducendo (la 
« libertà?) quel popolo ad una moltitudine di sudditi.. ». Ed a p. 5: < E inu- 
« tile di dire (sic) che quella vita gioiosa ed amorosa cessasse di un subito... ». 
Porre l' imperfetto del soggiuntivo dove dovrebbe stare il presente è abitudine 
cronica nel M.: vedi p. 12, p. 107, p. 109 ecc. A p. 9, parlando della morte dei 
da Romano, il M. scrive : « Senza dubbio codesta strage, come quella del popolo 
€ siciliano contro l' oppressione francese... fu troppo crudele.... ». E quella 
del buon senso qui non lo è meno? « perchè (continua il M.) una pa- 
« rola di perdono non fu detta da chi pur toccava di dirla? ». Ma ecco a 
p. 10 una scoperta che farà strabiliare gli studiosi di storia fiorentina ed 
anche qualcun altro : « E come nella repubblica fiorentina s' era sempre 
« proibito di poter parlare contro le leggi proposte nei Consigli, se non a 
« favore... ». Non meno elegantemente espresso è, due o tre linee dopo, un 
parallelo fra Dante ed il Mussato. « In ciò fortunato anche lui come TAli- 
< ghieri, al quale la generazione che passava, scendendo nel sepolcro, gli 
« lasciava ancor fresche le memorie... ». Né meno peregrino e per la forma 
e per la sostanza quest' altro a p. 13 : « insieme con il podestà erano 
« chiamati al governo della cosa pubblica gli Anziani... eletti, anno per 
« anno, da' Collegi delle arti, dette fraglie (le arti?!), come oggi giorno 
« per (sic!) i deputati.. ». Ma codeste sono ancor piccolezze; a p. 19 infatti 
il sig. M. ci fa ammirare un « territorio, che cominciò a ripopolarsi di ter- 
« ricciuole, di ville, di casali »; forse per renderci meno amaro lo spettacolo 
che a p. 132 presentano delle « povere provincie, senza campi, senza in- 
« dustria alcuna »! E siam sempre, come si vede, alle prime pagine. Chi 
volesse spigolare in tutte le 289 che formano il volume, come ho fatto io, 
di simili gemme avrebbe da riempirne parecchie carte. Io credo però oppor- 



182 F. NO VATI 

questo è forse far troppo a fidanza con la indulgenza o la sbada- 
taggine dei lettori ! 



tuno limitarmi a questo saggio, pago di riportare un solo periodo ancora, 
che leggo a p. 35. Si parla di Marsilio da Padova : « Onde le condizioni 
« speciali del suo paese ebbero non poca influenza sull* animo di Marsilio, 
« nel quale di certo un nuovo mondo gli tumultuava dentro, pensando sul 
modo (!) di sciogliere il gran problema politico e religioso ». Debbo però 
notare ancora come la negligenza della forma nel libro del M. non stia 
rinchiusa nei termini delle licenze sintattiche. Egli innova anche le regole 
grammaticali. Così fino ad ora si è stati avvezzi a creder necessario che 
il sostantivo e il verbo che lo regge concordino nel numero. 11 sig. M. 
non si cura di queste bazzecole e quindi a p. 18 ci regala un fiorì, che 
regge non so quanti sostantivi plurali, forse per dar coraggio all' eravi 
di p. 37 e allo scrisse di p. 89, che sostengono il medesimo gravoso ufficio. 
Vero è che in compenso altrove il verbo al plurale regge il sostantivo 
singolare; cosi a p. 40: « Nessun critico', tanto di Lupato', quanto di Al- 
« bertino, credo che 1' abbiano notato » ; a p. 41 « 11 Collegio dei notari . . . 
« pregarono Albertino *; e così a p. 81, a p. 144, a p. 191 ecc. Lascio andare 
le metafore strampalate, delle quali è pieno il libro, i modi di dire volgarissimi 
impropri: «il clero, il più avido forse della brutta soma dei de Romano» 
(p. 9) , il De Nono che dice « qualche verità con la tinta sempre vera e 
« svantaggevole (!) per il Mussato » (p. 55), il quale aveva « natura uma- 
« nista » ed era per di più « piacevolone » ! (pp. 60 e 70) : il « diluvio di 
« croci » che si ebbe alla fine del sec. XIV e che faceva deplorar al Sac- 
chetti la decadenza della cavalleria (p. 64) ; 1' « interporsi in mezzo » di certi 
ambasciatori (p. 128); V Ecerinis che « fece furore » (p. 141), benché, per 
dirla schietta, il latino del Mussato sia « asciutto e ossuto! » (p. 223). Lascio 
andare la fenomenale trascuratezza nelle citazioni, per cui il medesimo libro 
si trova ricordato ogni volta in modo diverso e mai esattamente (cosi pp. 53, 
154, 209 ecc.), segno eloquente forse del modo con cui le citazioni sono 
state messe insieme: basti dire che la canzone Spirto gentil ... è cosi citata 
a p. 70 : « Petrarca, canzone attribuita a Gola di Rienzi » ! Ma non si può 
proprio tacere delle mende gravissime che offrono tutti i testi latini che il 
M. ha avuto occasione di riferire nel corso del suo lavoro. Editi ed inediti 
riboccano di errori e non sempre tipografici. Cito a caso fra gli inediti. A 
p. 23 cosi, il M. riporta dal Fons memorabilium universi di Domenico 
di Arezzo un brano del De lite Naturae et Forlunae , opera perduta del 
Mussato. Nel frammento (che il M. ha il merito d'aver indicato per il primo) 
si parla di Padova : « Mirum , dice lo storico , quam bene fausta fuit ci- 
« vitas, quam laute, (sic) naturae dotata muneribus, quam frugi, quam, 
« fertili, (sic) quam. salubri coelo, quam, sinceris gaudeat elementis . . . ». 
E poco dopo: « Colericum. genus liom.inuni (i Padovani), complexione lati- 
ci dabili, quietum, tractabile, liberale, donec, litteris increnientibus (sic), 
« ad statum mundonae felicitatis venit-». Ora qui ci son almeno tre errori 



NUOVI STUDI SU ALBERTINO MUSSATO 183 

Come dicevo, il sig. Minoja ha destinato a descrivere insieme alle 
vicende politiche della Marca Trevigiana quelle pure della cultura 



che tolgono addirittura l'intelligenza del testo. Che vuol significar la virgola 
dopo laute? E come sta quel fertili unito a coelo? E che razza di roba è 
litteris incrementibus ? Voglio ammettere che questi non siano errori di let- 
tura del sig. M., ma strafalcioni di chi ricopiò il cod. Chigiano: certo è però 
che nel cod. Laurenz., di cui mi servirò per riprodurre più innanzi il fram- 
mento Mussatiano nella sua integrità, non ci sono. E vi ha di peggio. A p. 41 
un altro brano del Fons , tratto dal medesimo cod., è riferito così : « Lova- 
« ceus (sic) pactavinus vates paulo prius floruit quam Petracca: nec eo in- 
« ferior fama esse . . . quod amplexus juris civilium studium 12 tabulas 
« cum musis scrihuit (sic !) et animum ah elichonis (sic) curis ad forensem 
« strepitum commutavit ». I sic sono aggiunti da me; il sig. M. dinnanzi 
ad un scribuit non si sgomenta ! Eppure anche qui era facile notare gli errori 
del cod. (se pur del cod. sono), tanto più che il brano, il quale non è altra cosa, 
che una quasi letterale riproduzione delle parole che nel Rer. Mem., 1. Il, 3, 
il Petrarca consacra a Lovato, era già stato fatto conoscere dal Mehus (Vita 
Ambr. Trav., p. ccxxxiii), dove troviamo non Lovaceus, ma Lovattus, non 
fama esse . . . , ma esset, nisi quod; non scribuit, ma miscuit; non elichonis^ 
ma elichoniis ! Non meno che questo , estratto dal Fons, è incredibilmente 
spropositato un altro frammento riguardante il poeta padovano , che il M. 
ha dedotto dal cod. vatic. 5290. Eccolo, quale lo leggiamo a p. 39: « Scientia 
« extulit Lovatum, •nam scientia sua poetica et juridica militiani meruit 
«■ habere. Hic legum Doctor et legis conditor de maioribus suo tempore 
« in populo paduano quoad regimen civitatis fuit Lovatus judex, miles et 
« poeta : (sic !) solemnis et lautum latus est (sic !) ut quasi de aliquo non 
« curaret, ... ». Credo che nessuno, nemmeno il sig. M., possa capir verbo 
di questo periodo. E che cos' è in lautum latus!? Evidentemente il sig. M. 
non ha saputo restituire la punteggiatura e capire la scrittura del codice. Si 
scriva : « Hic legum doctor et legis conditor de maioribus suo tempore in pò- 
<i pulo paduano, quoad regimen civitatis, fuit. Lovatus judex, miles et poeta 
« solemnis tantum elatus est, ut quasi de aliquo non curaret ...» e il senso 
tornerà. Si comprende agevolmente che, ponendo così poca cura nell'intendere 
per davvero i testi che egli cita, il sig. M. sia anche traduttore infedelissimo. 
E difFatti nei brani, che egli traduce, della Historia Augusta, la precisione 
e la fedeltà troppe volte si desiderano. Ma parmi ad ogni modo strano che 
egli sia andato tant' oltre da volgere le parole del Prologo al poemetto 
sull'assedio di Padova ... « m,olle et vulgi intellectione propinquum, sonet 
« eloquium, quo altius edoctis nostra stylo eminentior^ deserviret Sistoria, 
« essetque metricum hoc demissum, sub cam,oena leniore notariis et qui' 
« busque clericulis blandimentum, » ; così : « non fosse (lo stile) alto , né 
« tragico, ma piano e facile ad esser compreso dai più; sicché la storia di 
« stile più alto possa servire ai meglio dotti, e i versi , umili e cantati su 
« camenapiù leggera, tornino piacevoli ai notari » (p. 42). Ma che cosa crede 



184 F. NOVATI 

padovana nel secolo decimoterzo la prima parte del suo libro. 
E di essa i tre primi capitoli, occupati dalla narrazione dei casi, 
che diedero e tolsero alla Marca l'epiteto di gioiosa, non si pos- 
sono dire mal fatti, sebbene non vi manchino inesattezze parec- 
chie e si risenta la solita scarsezza di cognizioni (1). Ma non 
altrettanto invece diremo dei capitoli che seguono, nei quali 
sembra che l'A. abbia voluto tratteggiare le condizioni della cul- 
tura italiana nel medio evo ; diciamo sembra, perchè non è facile 
raccapezzarsi nella strana miscela di fatti, di tempi, di nomi, che 
offrono quelle pagine (2). Alle quali il Minoja fa poi seguire un 



dunque che sia la Camena il sig. M.? Uno strumento musicale? — Il sig. M. 
al quale una critica molto, troppo, domenicale non ha davvero mercanteg- 
giati gli elogi, e forse altri con lui, leggendo questi appunti mi taccieranno 
di pedanteria. Né per me è stato piacevole il farli ; ma, d'altra parte, come 
passar sotto silenzio errori di questo genere, quando di un libro che ne ri- 
bocca, si trova, incredibile a dirsi, commendata fra le altre doti, Yeleganza 
dello stile? 

(1) Così, accennando al fervore di civiltà, che animò per quasi un secolo le 
città della Marca, il M. tocca pure dell'attività letteraria di cui diedero prova, 
citando un lavoro molto importante del Rajna, Le origini delle famiglie pa- 
dovane, in Romania, IV, 161. Ma gli sono poi sfuggite le belle riflessioni che 
il medesimo dotto e caro amico mio fa su questo argomento nella magistrale 
Introduzione a Le fonti dell' 0. F. (pp. 9 sgg.). Eppure egli avrebbe forse 
avuto bisogno di formarsi sulla letteratura franco-dialettale del sec. XIII, 
delle idee più esatte di quelle che presentemente possiede , se almeno dob- 
biamo giudicarne da queste riflessioni: « E se Nicola da Padova scrive in 
« francese il poema sui gesti (!) di Carlomagno, attingendo spesso a tradi- 
« zioni indigene, altri nostri cantatori , usando spesso il proprio dialetto , o 
« il latino volgare, si ispirano alla propria fantasia » (p. 3). Ormai non si 
dovrebbe più sentir discorrere di un poema (e quale poema del resto, la Prise 
V Entree"?) di Niccola da Padova, personaggio fantastico, nato dalla confu- 
sione di due diversi individui ; e chi chiedesse al sig. M. che cosa sia il latino 
volgare, e quali i cantatori che l'hanno adoperato, lo metterebbe, crediamo, 
in un bell'impiccio! Anche ci pare strano l'annunzio che a p. 4 si dà del- 
l'esistenza di un prezioso commentario alla B. Com,m,edia, quasi sconosciuto, 
inedito ancora, benché scritto certo da un contemporaneo del poeta. Ma non 
é venuto al sig. M. pur un vago sospetto che questo ignoto volume, in cui 
si cita volentieri l'autorità di M. Pino della Tosa, potesse essere V Ottimo? 

(2) Il sig. M. protesta di voler ricordare cose « non di certo peregrine e 
« nuove »; ma, se non alle cose, questi epiteti si potrebbero applicare al 
modo, con cui esse sono rammentate. Prendendo argomento da una divisione 



NUOVI STUDI SU ALBERTINO MUSSATO 185 

breve esame dei monumenti che ci attestano il vigoreggiare degli 
studi in Padova nel sec. XIII, soffermandosi a discorrere di Pietro 
d'Abano e di Marsilio dei Mainardini e limitandosi intorno agli 
altri dotti e letterati, che fiorivano allora nella Marca, a riferire 
poche, vecchie, e non sempre esatte, notizie (1). Ecco quanto ha 



storica che, sebbene egli non lo dica, è attinta, insieme ad altre osservazioni, 
da un corso di lezioni ben noto del prof. D'Ancona, l'A. ammette che la coltura 
antica siasi perpetuata attraverso il medio evo per tre vie : le scuole laiche, 
le ecclesiastiche , le monacali. E fin qui sta bene. Ma delle tre , parrebbe 
poi che il M. desse la prevalenza alla seconda: « E però non si nega — 
« scrive egli infatti a p. 26 — che, massime nel medio evo più barbaro la 
« autorità religiosa prevalesse per tutto; che la cultura e la vita intellettuale 
« fossero privativa di quella casta {quale?). Ma l'antico sapere nelle loro (I) 
« mani non progredì né punto né poco . . . l'antichità non fu affatto intesa, 
« e tanto meno intuita e gustata. Financo la poesia, anche trattando tema 
« profano, ebbe sempre scopo religioso (?) e fu figlia della scuola e prodotto 
« artificiale. Di che non vanno esenti nemmeno i più grandi, trovandosi nelle 
« opere stesse di Gassiodoro, di Agostino e di Tommaso (!) rettorica decla- 
« mazione ecc ». Questo periodo é da sé solo prova esuberante della con- 
fusione , che intorno alle condizioni letterarie del medio evo regna nella 
mente del sig. M. Metter S. Agostino in un mazzo con S. Tommaso, rinvenire 
i caratteri delie lettere del V secolo negli scritti d' un dottore del XIII è 
addirittura il non plus ultra della libertà di spirito ! E di questa libertà il 
sig. M. usa poco appresso per dir tutto il contrario di quanto ha affermato 
qui e sentenziare che « non v' ha dubbio che la letteratura profana pri- 
« meggiasse del tutto fra noi » (p. 27)! Sarebbe aff'ar troppo lungo racco- 
gliere tutti i grotteschi travestimenti, sotto i quali pochi fatti, male ricordati 
e peggio intesi, vengono passati a rassegna in codeste pagine, vero semen- 
zaio d'errori. 

(1) Anche qui si nota la solita mancanza di proporzione. Perchè spendere 
due pagine intorno a Pietro d' Abano (sul quale si sarebbe potuto citare il 
recente lavoro del Ronzoni), due intorno a Marsilio, che nel movimento let- 
terario di cui è centro il Mussato, non hanno se non piccolissima parte, e 
restringere poi il ricordo di tutti gli altri contemporanei del M., suoi amici 
e come lui eruditi o poeti, ad una nuda enumerazione di nomi, fatta in questa 
bella maniera? « Pertanto altri amici del Mussato , se non famosi , come 
« Marsilio, mi s'affollano alla mente. Il tempo correva, sto per dire, poetico; 
« e in quasi tutte le città principali della Marca fiorivano poeti che ver- 
«^seggiavano in lingua latina . . . Onde eravi Benvenuto dei Gampesani, Fer- 
« reto Vicentino, il poeta Gastellano e Giambone d'Andrea, Lupato, Bonatino, 
« Giovanni professore di grammatica, Bonincontro da Mantova, Guizzardo 
« maestro di grammatica e 1' amico di Dante e d' Albertino , Giovanni di 
« Virgilio {anche questo della Marcai) ». Vero è che nelle pagine seguenti 



186 F. NOVATI 

fatto il Minoja per dare modo di meglio valutare, posti a confronto 
con quelli d'altri, i meriti letterari del Mussato: e come appar 
chiaro, è troppo poco. Senza timore quindi di sembrare ingiusto 
verso di lui, tornerò a ripetere che egli non ha proprio saputo 
condurre ad effetto l'impresa che vagheggiava. 

Per ricollocare Albertino nel luogo che gli compete, ben altra 
si sarebbe dovuto fare. Invece di abbandonarsi ad una corsa 
sfrenata attraverso i secoli e tirar in ballo Boezio, S. Agostino, 
Marciano Gapella e Gassiodoro ; invece di ripetere le solite (banali 
ormai) riflessioni sull'influsso, che nelle lettere medievali hanno 
esercitato il sentimento religioso e la persistenza delle tradizioni 
classiche ; più saggiamente il Minoja avrebbe operato, restringendo 
le sue indagini entro modesti confini e cercando di far loro riacqui- 
stare in solidità quello che perdevano in ampiezza. Ed allora le 
ragioni, per le quali Albertino potè assorgere a tanta eccellenza 
(ragioni che egli è andato a cercare, senza trovarle, naturalmente, 
nel bujo dei secoli barbari), il Minoja le avrebbe rinvenute nelle 
condizioni stesse dei tempi, in cui lo scrittore padovano ha fiorito, 
nella vita letteraria italiana, quale, varcata la metà del secolo 
decimoterzo , si era andata esplicando. Questa età infatti può 
essere considerata come l'istante, nel quale si inizia quel rivol- 
gimento negli studi, che darà vita alla rinascenza; in cui rom- 
pono all'orizzonte i primi bagliori di quello che diverrà giorno 
splendidissimo; in cui dal suolo spuntano, inavvertiti, i germi che 
cresceranno, come il granello di senape della parabola biblica , 
in albero gigantesco. E tale verità, non oscurata dal rapido pro- 
gredire della cultura , che gettò nell'ombra tutti gli anteriori 
manchevoli tentativi, brillava ancora apertissima dinnanzi agli 



il M. raccoglie notizie intorno al Favafoschi , ma sono sempre quelle che 
aveva date il Tiraboschi; e nemmeno ne sa il M. il cognome, che non lo 
chiamerebbe, come fa, D'Andrea (p. 38). Anche di Lovato il M. non riporta, 
oltre i passi ben poco importanti dei quali ho già ricordato il deplorevole 
stato, se non i soliti ragguagli , essi pure attinti dal Tiraboschi {St. della 
leu. ital. , lib. 111). E sull' uno e suU' altro dotto molto più esatte , copiose 
e in parte nuove notizie offre lo Zardo (pp. 277 sgg.). 



NUOVI STUDI SU ALBERTINO MUSSATO 187 

occhi dei dotti del secolo seguente; e se il Petrarca non volle 
mai chiaramente confessarla , altri , pur suoi contemporanei o 
quasi, l'hanno affermata ad alta voce. In Firenze Goluccio Salu- 
tati, in Padova Secco Polentone, tessendo, a poca distanza di 
tempo, la storia della lingua latina, si accordavano nel sentenziare 
che questa dall'abiezione, in cui il medioevo l'aveva gettata, solo 
cento centocinquant'anni innanzi all'incirca aveva incominciato 
a risorgere ; ed è, come ho detto altra volta, in Albertino Mus- 
sato, che essi unanimi riconoscono di sì fatto risveglio il più 
efficace promotore. Ma non nel Mussato soltanto; che di tanta 
gloria, concessagli intera dal Polentone, il Salutati chiama par- 
tecipe anche un toscano: messer Gerì d'Arezzo (1). 

Alla lunga notte che si è addensata intorno al suo nome, Geri 
d'Arezzo non arriverà forse a sottrarsi più mai, ove il caso non 
gli si porga propizio, rimettendone all'aperto quegli scritti, che 
ora dobbiamo lamentare, se non perduti, nascosti (2): le lettere 
cioè e le satire in prosa ed in verso (3), che gli avevano acquistata 
presso i contemporanei una larga celebrità, della quale ci giunge 
un'eco nelle lodi, non [soltanto di Goluccio, ma anche di altri e 
dotti amici suoi e del Petrarca, Lapo da Gastiglionchio (4) e Ben- 



(1) Così nella lettera al Zabarella, quanto nell' altra Cardinali Patavino 
(Bartolomeo Oleario), da me citate neWArch. stor. per Trieste ecc., II, 82. 

(2) Un codice di lettere sue esisteva ancora alla fine del sec. XV nella 
libreria Visconteo-Sforzesca di Pavia (vedi G. D'Adda, Indagini stor. artist. 
e bibl., p. 9, n" 72, e Mazzatinti, Invent. della Bibl. Viso. Sforz. in questo 
Giorn., I, 51 ; nell'uno e nell'altro inventario però il nome del nostro è cor- 
rottamente riferito: Epistolae Geni de Aretio, Ghini de Aretio); ma le ri- 
cerche che per noi sono state fatte alla Nazionale di Parigi, nella speranza 
di rinvenire fra i non molti mss. pavesi, che ora vi si conservano, anche 
questo, riuscirono infruttuose. Io starò quindi pago a dare ben presto in luce 
le poche lettere che di Geri ho potuto trovare, augurando ad altri migliore 
fortuna. 

(3) Suir indole degli scritti di Geri ci dà notizie il Salutati in un passo , 
sin qui inedito, della citata lettera al Zabarella: Gerius aretinus, egli scrive, 
cuius versus et epistolas satyrasque prosaicas non ìnediocriter commen' 
damus. 

(4) Vedi la sua Epistola ossia Ragionamento, ed. Mehus, Bologna, Cor- 
ciolani, MDGGGIII, dove a p. 78 cosi si parla del nostro autore: « uno ec- 



188 F. NOVATI 

venuto da Imola (1). Albertino adunque nell'Italia nordica, Geri 
nella media: ecco i due uomini, intorno ai quali il movimento classico 
del sec. XIII si raccoglie, per i quali si afferma. Ma non sono i soli. 
Per poco che le ricerche continuino, altri nomi usciranno alla 
luce ed ai loro verranno accompagnandosi : quelli dei loro amici, 
dei loro cooperatori. Pur troppo anche per questo riguardo la 
perdita dell'epistolario di Geri resta e resterà perdita inestima- 
bile ; esso infatti ci avrebbe fatto toccar con mano come in tutta 
Toscana negli ultimi decenni del duecento abbia fiorito una schiera 
di studiosi, per i quali le discipline letterarie erano via alle giuri- 
diche e di esse ad un tempo complemento. Carattere questo sin- 
golarissimo dell'epoca: i più di codesti poeti, o latini o volgari, 
sono in pari tempo giudici, giureconsulti, notai. Giureconsulto è 
Gerì, felice imitatore nelle sue delle epistole di Plinio (2); notaio 
prima, giudice poi, è l'amico suo, Francesco da Barberino, del 
quale la fama di poeta mediocre, sin qui a stento concedutagli, 
va rafforzandosi per quella di ricercatore sagace e profondo della 
letteratura classica e delle volgari di Francia, man mano che 
il suo Commentario ai Documenti si studia (3); giureconsulti son 
pure gli amici loro. Cambio da Poggibonsi, Gherardo da Castel- 
fiorentino (4) : uomini tutti stimati ed adoperati nelle publiche 
faccende, che il tempo a queste o ai propri ufTìci sottratto, im- 
piegano nello scrivere esametri o canzoni , epistole o sonetti. 



« celiente dottore di leggi , il quale fu chiamato messer Geri d' Arezzo , il 
« quale ancora fu grande autorista e morale, disse in una sua Epistola, la 
« quale scrisse a un suo amico di questi due nomi Guelfo e Ghibellino » ecc. 

(1) G. Tamburini, B. Rambaldi da Imola ecc., e di lui Commento latino 
sulla D. Commedia, voi. II, Imola, Galeati, 1856, p. 465. Alcune notizie su 
Geri vedi pure in Lumini, Scritti letterari, I, 118-119. 

(2) Tale lo dice Goluccio in un pas.so inedito della lettera all' Oleario : 
« m,axim.us Plini Secundi oratoris, qui alterius eiusdem nominis sororis 
« nepos fuit, im,itator ... ». 

(3) Vedi A. Thomas, F. da Barberino ecc., p. 60. 

(4) Ben noto è Gherardo, del quale ci rimangono rime non da spregiarsi. 
Su lui e su Cambio darò presto notizie biografiche , cavate da documenti 
fiorentini. 



NUOVI STUDI SU ALBERTINO MUSSATO 189 

Ed a tutti Firenze è, se non per nascita, per dimora, nutrice. 
Quanto strane, ove ci si rifletta, paiono dopo di ciò le lodi di 
digrossatore de' Fiorentini , che con si candida ingenuità attri- 
buisce a ser Brunetto il buon Villani! (1). 



(1) Anche il recente e dotto biografo del da Barberino non mi sembra 
molto persuaso di quella inferiorità intellettuale, in cui Firenze sul cadere del 
sec. XIII si sarebbe trovata, secondo una vulgata sentenza, rispetto ad altre 
città italiane. Se i Fiorentini, egli scrive, erano rimasti abbastanza a lungo 
in ritardo, riguadagnarono ben presto il tempo perduto ; e, ricordato Brunetto, 
aggiunge che a fianco di lui non dovevano mancare altri maestri. In con- 
ferma di che riferisce come un documento dell'Archivio di Stato di Firenze 
dimostri l'esistenza nel 1294 di un Egidio di Guido de' Cantori, doctor gra- 
ìnaticae (Op. cit., p. 11). Son convinto che chi a questo scopo intraprendesse 
diligenti ricerche negli atti pubblici e privati del tempo molti e molt* altri 
di questi digrossatori rinverrebbe! Il Manni, che vi si era un po' provato, 
ha nel suo Zibaldone di Notizie Patrie^ che ora si conserva fra i mss. della 
Bigazziana, lasciati dei materiali che ne sono prova tanto eloquente da 
indurmi a chieder licenza di riferirne qui quella parte che risguarda i primi 
decenni del sec. XIV e in certo qual modo la fine del secolo precedente. 
Che se tanto era il numero degli insegnanti nei primi anni del trecento, 
è pur lecito crederlo non meno considerevole già per Io innanzi! Agli 
ultimi del duecento ci riportano così quel Magister Michael doctor puero- 
rum, del quale una figlia è ricordata nel 1315 nei protocolli di Ser Uguc- 
cione Bondotti : que'dottori Gianninus Magister puerorum q. Gerii Parietis 
et Guido magister in eadem arte quond. Bernardi Floris de Parma, 
che appaiono sotto V anno 1301 nei registri di Ser Grimaldo di Compagno 
e il Ser Donatus Guidi doctor puerorum pop. S. Laurentii, che nel me- 
desimo anno rammenta Ser Uguccione Bondotti già citato. Del 1306 è un 
Ser Andrea, quondam, Andreae doctor puerorum ; del 1315 un Ser Cam- 
binus Bonafidei, anch'esso doctor puerorum ; dell'anno seguente i registri di 
Ser Granaiuolo della Torre ci fanno conoscere 1' esistenza di un Ser Bonsi, 
doctor puerorum,, filius olim, Ser Redditae pop. S. Ognissanti. Nel 1320 tro- 
viamo menzione di un Philippus quond. Naddi doctor gramaticae pop. 
S. Laurentii ; il quale quattr'anni dopo, come risulta dai protocolli di Ser Mi- 
chele di Salvestro Contadini, si associava a Magister Latinus, doctor grama- 
ticae filius Andreae Berlinghieri de pop. S. Petri majoris; che poi ricompare 
nel 1327, di nuovo solo, nei registri di Ser Rustico di Moranduccio. Nei rogiti 
di ser Lotteringo di Puccio, sotto I' anno 1327, è rammentato un Magister 
Ducius olim, Ciuffae de Vico Fiorentino m,agister Gram.aticae, qui moratur in 
populo S. Petri Scheradii ; del 1331 abbiam ricordo di un Ser Pierus, olim 
Profetae m,agistri gramatice pop. S. Petri majoris e di un Antonius Bona- 
venturae doctor puerorum. E per terminare, del 1333 è memoria di un altro 
Ser Pierus Ser Gherardi, doctor puerorum ; e di un Nicolcis olim Ser Dttccii 



190 F- NOVATI 

Non minore è l'attività letteraria, che ferve al tempo medesimo 
nell'Italia Superiore, sopratutto nella Marca Trevigiana; e più 
agevole inoltre era fino da ora il delinearne un quadro, poiché 
più copiosi all'uopo soccorrono i documenti. Qual luogo sia ormai 
necessario assegnare nella storia letteraria nostra a quella produ- 
zione poetica, di cui, dalla fine del secolo duodecimo in poi, di- 
venne focolare la valle del Po, dopo gli studi recenti non è alcuno 
che lo ignori e già alle pagine, narranti le vicende della lirica 
nostra antica ed il suo trasmutarsi di Sicilia in Bologna, di Bo- 
logna in Firenze , gli storici altre hanno dovuto afirettarsi ad 
aggiungerne, non mai scritte, per tenere discorso di quella sin- 
golare efflorescenza di epiche e romanzesche narrazioni, che 
danno vita alla letteratura franco-veneta ; di quella rigogliosa vita- 
lità, di cui, benché trapiantata in terra straniera, godette la lirica 
di Provenza e di quel tesoro di canti dialettali, che formano la 
poesia morale e religiosa veneta e lombarda del sec. XIII. Ma 
tutti intenti a chiarire l'apparizione e le manifestazioni di tale 
molteplice produzione colta ad un tempo e popolare, non ancora, 
se non in qualche parte, disotterrata, i critici sono stati costretti 
a trascurare alquanto l'altra corrente, che in pari tempo si ma- 
nifesta ; accanto alla poesia cortigiana e popolare non hanno dato 
che scarso luogo alla dotta, all'erudita. 

Eppure anche nell'Italia Superiore , come in Toscana , questa 
letteratura dotta fiorisce sul cadere del secolo XIII ed offre i 
medesimi caratteri ; anzi essi qui appaiono (forse per la maggior 
copia di documenti a noi conservati) più chiari e più determinati. 
Anche nella Marca-Trevigiana, per tenerci stretti al nostro argo- 



de Prato doctor puerorum pop. S. Laurentii fa menzione sotto l'anno 1334 
Ser Landò da Fasciola. E tutti costoro tenevano, a quanto sembra, scuole 
di grammatica, scuole cioè, dove si ammaestravano i fanciulli, già esperti 
nel leggere ; poiché è credibile che altre , ove si insegnavano i primi rudi» 
menti ai bambini, non mancassero; se almeno non erriamo nel dare tale 
interpretazione ad un documento, pure ricordato dal Manni, dove è ricordo 
sotto Fanno 1304 di una domina Clementia, doctrix puerorum, docens legere 
Psalterium, Donatum etc. 



NUOVI STUDI SU ALBERTINO MUSSATO 191 

mento, vediamo cosi gli studi classici, come la poesia volgare dive- 
nire patrimonio quasi esclusi-vo della classe medesima ; anche qui è 
per lo più con giureconsulti e notai che noi abbiamo a che fare (1). 
Ed il luogo, che in Toscana terrebbe Geri d'Arezzo, in Padova, prima 
di Albertino, lo occupa il giudice Lovato. La perdita degli scritti 
di costui ci vieta disgraziatamente di portare un giudizio sicuro 
sul suo valore letterario e di renderci cosi ragione della fama 
che consegui (2), fama ben grande se, mezzo secolo almeno dopo 
la sua morte, poteva mantenersi tanto vivace ancora da provo- 
care le notissime lodi del Petrarca! Tuttavia i pochi ragguagli, 
che intorno a lui si possono ragranellare presso scrittori contem- 
poranei posteriori, ci permettono di affermare che allo studio 
dell'antichità egli dovette nella sua patria con la dottrina e con 
l'esempio dare impulso non tenue. Poeta lo hanno sino ad o^i 
attestato le parole del Petrarca, giudice per fermo non troppo 
indulgente, e lo confermano que' titoli dei suoi componimenti che 
si vengono esumando (3) ; certe osservazioni , da lui dettate sui 



(1) Curioso esempio di questa mescolanza di poeta e di giureconsulto ci 
offre il Da Tempo , che da precetti giuridici trae sprone e conforto ad in- 
traprendere il suo trattato delle rime volgari : « Lege testante, cosi egli nel 
« Proemio, omnia nova sunt pulchritudine decorata Justinianaque sanctio 
« manifestai naturam deproperare edere novas formasi (Grion, Op. cit, p. 69). 

(2) I GoRTUSii (Hist., lib. I, cap. XI), celebrando la floridezza di Padova 
nel primo decennio del sec. XIV, fanno singolare menzione di Lovato: Haec 
aetas pacis habuit Lovatum Paduanum, praeter caetera Militem et ludicem 
decoratum. Un nuovo documento, che lo riguarda, ha testé dato in luce il 
Gloria (Riv. stor., II, p. 134). 

(3) Dallo Zardo {Op. cit., p. 278) apprendiamo che Lovato aveva com- 
posto un poema de conditionibiis urbis Paduae et peste Guelfi et Gibò- 
lengi nominis, dedicandolo al nipote Rolando da Piazzola. Siccome que- 
st'opera si conservava ancora in Padova a mezzo il secolo decimoquinto, e 
forse anche in un cod. della Viscontea Sforzesca di Pavia (cfr. D'Adda, Op. cit., 
p. 10), così non sarebbe impossibile che una volta o l'altra tornasse, quando 
meno si speri, alla luce. Sarebbe curioso il raccogliere notizie intorno ai nume- 
rosissimi scritti, che in prosa ed in verso furono fra noi composti nel corso 
del sec. XIII in esecrazione delle parti che laceravano la penisola. Non è 
intanto da passare sotto silenzio una curiosa coincidenza : così il capo scuola 
toscano, Geri d'Arezzo , come quello veneto , Lovato , furono indotti a trat- 
tare, l'uno in prosa, l'altro in versi, il medesimo tema. 



192 F. NOVATI 

metri di Seneca, ci daranno d'ora innanzi diritto di chiamarlo 
grammatico, erudito (1). Talché, quando Giovanni di Virgilio ci 
narra che Licida, morendo, consegnava, simbolico dono, ad Al- 
fesibeo la sua zampogna, egli attestava sotto il velame delle vec- 
chie forme allegoriche un fatto certamente vero (2). Non soltanto 



(1) Esse si leggono nel cod. Vaticano 1769, ms. membranaceo di fogli 346, 
scritto a due colonne, di mano elegante e adorno di ricche iniziali. Oltre 
le Declamazioni di Quintiliano (f. 144 t) il cod. contiene la maggior parte 
degli scritti filosofici e morali di Seneca, compresi gli apocrifi (f. 45 r - 192 1). 
Vengono quindi delle sentenze in versi latini, disposte per ordine alfabetico, 
(f. 492t-194r); quindi un certo numero d'altre ex variis philosophorum 
dictis collecte (f . 194 t - 195 1). Dopo alcuni altri estratti seguono le Tragedie 
di Seneca, con le quali il volume si chiude (f. 197 r- 246 r). 11 recto ed il 
tergo dell'ultimo foglio sono occupati dai soliti estratti di S. Gerolamo, 
relativi a Seneca, dall' apocrifo epitafio di costui ecc. Quindi una nota, cui 
da mano diversa da quella che scrisse le linee precedenti, ma del mede- 
simo tempo, venne apposto il seguente titolo: Nota domini Lovati Judicis 
et poete potavi. Seneca in decem istis tragediis usus est, ut plurim,um,, 
m^tro archilochio trimetro iambico acathelectico (sic) : quod m,etrum constai 
ex sex pedibus. Primo: iam,bo, spondeo, anapesto, dactilo, tribracho, pro- 
celleum,atico (sic). Secundo : jam,bo vel tribacho (sic). Tertio: iambo, spondeo, 
dactilo, anapesto, tribacho. Quarto : iambo tribacho. Quinto : spondeo, ana- 
pesto, dactilo. Sexto: iam,bo vel purichio (sic). — Primus pes est iambus, ut 
in Hercule: Soror tonantis etc. Est spovdeus, ut in eodem,; Nomen reli- 
ctum est etc. Est anapestus ut in eodem: Tyrie per undas etc. Est dactilus, 
ut in eodem.: Sed vetera querimur etc. Est tribrachus, ut in Medea: Re- 
media quociens etc. Est procelleumaticus , ut in eadem : Pavet animus, 
horret etc. Secundus pes est iambus, ut in Hercule: Soror tonantis etc. 
Est tribrachus, ut in eodem: Hinc clara gemini. Tertius pes est iambus ut: 
Soror tonantis, hoc enim solum mihi. Est spondeus, ut in eodem; Nomen 
relictum est — semper alienum lovem. Est dactilus, ut in eodem: lUinc 
timendum ratibus ac ponto gregem. Est anapestus, ut in eodem: Pacem 
reducere velie vectori expedit. Est tribrachus, ut in eodem, : Archadia qua- 
tere nemora menalium suem. Quartus pes est iambus, ut: Soror tonantis etc. 
Est tribrachus, ut: Nomen relictum est etc. Quintus pes est spondeus, ut: 
Soror tonantis etc. Est anapestus, ut: Ac tempia summi vidua deserui 
etheris. Est dactilus, ut in eodem: Non eam, sed nunc pereat omnis me- 
moria. Sextus pes est iambus, ut : Locumque celo pulsa pellicibus dedi Est 
purichius, ut: Nomen relictum est. — Semper alienum Jovem. — Aliam va- 
riationem pedum, in hoc libro circa hoc genus m,etri non memini me legisse. 

(2) Auratis qui, ftonde virens, (Mnsactus) quoque cantat avenis, 

Quas illi moriens Lycidas in pignus amoris 

Dimisìt, dicens: Quia mnsis cemeris aptns, 
His Mnsactus eiis: hedere tua tempora lambent. 



NUOVI STUDI SU ALBERTINO MUSSATO 193 

simbolicamente, ma realmente, Albertino ha raccolta la poetica 
eredità di Lovato; è alla scuola del dotto giudice che il giovanetto 
scrivano potè sbramare la sete di scienza che lo ardeva, cre- 
scendo ai di lui insegnamenti, come vi cresceva l'amico e coe- 
taneo suo, Rolando da Piazzola, che un singolare documento ci 
addita più tardi curioso ricercatore di lapidi antiche fra le rovine 
della città eterna (1). E la schiera di studiosi e di poeti, che 



loh. de Yerg. Ed. in Bandini, Cat. Cod. Mss. Lat. etc, II, 20. È questa 
del resto opinione tenuta cosi dal Zardo (Op. cit, p. 278) come dal Minoia 
(Op. cit.y p. 40). Gfr. i vv. 29 sgg. àelV Epistola ad Roland. (Ili) del Mussato. 
(1) Nel medesimo cod. vat., nel quale si leggono le note di Lovato, è tra- 
scritta pure una apocrifa iscrizione, riguardante Lucano, per cui vedi F.Eyssen- 
HARDT, t. VI, P. V del Corpus Inscript. Latin. (Berlino, 1885), che comprende 
le Inscript. Urbis Romae (Falsae, p.9, «.6). Ora nel cod. essa è preceduta dalla 
nota seguente : MCCCIII. mense Januario ego Rolandus de Plazola, dum 
Rome essem legatus civitatis Padue, apud ecclesiam S. Pauli forte inveni et 
vidi marmoreum, saxum, cum his litteris etc. La nota, dalla quale si è cercato 
far sparire, cancellandoli, i nomi di Rolandus e di Padua, non è, come si 
capisce, autografa ; molto probabilmente il possessore del cod. la ha trascritta 
da un più «mtico esemplare, che aveva appartenuto a Rolando e nel quale 
costui insieme allo scrittarello di Lovato aveva anche registrata la sua sco- 
perta. A questa ipotesi mi sembra dia molto appoggio il fatto che il cod. 
appartenne certamente, se non ad un padovano, ad un veneto; tale infatti lo 
svela una postilla, eh' ei fece ad un luogo dell' Allegatio prò divite contra 
pauperem di Quintiliano, dove alle parole : nihil est crudelius morte homi- 
num, , quos populus occidit fece questa chiosa : Dio te guarde de m,an de 
puovolo. L'appunto di Rolemdo ha per noi interesse, non solo in quanto ce 
lo manifesta dedito agli studi, ma anche perchè giova a togliere ogni dub- 
biezza intorno al tempo dell' andata a Roma di Albertino, come legato di 
Padova a Bonifazio Vili. Certamente ciò avvenne, non già circa il 1297, 
come voleva il Wychgram, bensì nel 1302, come sostennero il Gavacio ed 
il Colle e credono probabile lo Zardo {Op. cit., p. 25) ed anche il Minoja 
{Op. cit., p. 69); giacché Rolando dovette essergli nelI'uflBcio compagno. Che 
l'amicizia fra i due fosse incominciata dalla gioventù loro, quando erìino disce- 
poli di Lovato, lo afferma Albertino stesso quando scrive {Epist. Ili, ad Rai.) : 

Incipe tunc nostrae floreiu narrare iuventaa 
Et Celebris TÌtae gandia prima refer. 

Giovanni di Virgilio afferma poi aver saputo ciò da Rolando medesimo in 
Bologna {Dixit ut Aemilia sub rupe mihi m,emor Alcon). Ora dell'andata 
di Rolando a Bologna nel 1319 , quale Giudice del Podestà Nicolò da Car- 
rara, mi danno certa notizia le Sentenze da lui pronunciate per la creazione 
di alcuni noteii il 19 e il 23 giugno di tale anno, che ho rinvenute nel 
R. Archivio di quella città {Matric. e Seni, di Notai, f. 31 1). 

Qiomale storico, VI, fase. 16-17. 13 



194 F. NOVATI 

attorniò il giudice padovano, dovette, cresciuta di numero e di 
valore, raccogliersi, lui spento, intorno al riconosciuto suo suc- 
cessore, formando una scuola letteraria, l'origine della quale e 
lo sviluppo importano non meno alla storia delle discipline clas- 
siche che a quella della letteratura volgare. 

Nel seno infatti di codesta società che, rimovendo le crollanti 
barriere della vecchia tradizione scolastica, si accingeva, ancor 
peritosa, a tentare vie inesplorate, sentieri da secoli inaccessi, con- 
tinuava pur sempre a vivere qualche resto di quella coltura, che 
l'aveva un tempo signoreggiata, la coltura cavalleresca. Sui primi 
del secolo XIV questo predominio già era quasi scomparso; le 
cose andavano ben diversamente da quello che cent' anni in- 
nanzi; nessuno, o quasi nessuno, pensava più ad esprimere i 
propri sentimenti in lingua diversa dalla nativa; ma il prestigio, 
che 1 monumenti della lingua d' oc e di quella d' oil avevano 
esercitato, non era ancora intieramente svanito. Ed invero, se 
cosi non fosse, come si potrebbero spiegare certi fatti? Come si 
capirebbe, ad esempio, che Lovato andasse proprio a scegliere, 
come argomento di un poema latino, le avventure di Isotta e di 
Tristano? (1) Come i bizzarri racconti, che riempiono le Genea- 



(1) L' esistenza di questo poema di cui un brevissimo frammento si legge 
nel cod. Laur. PI. XXXIII , 31, f. 46 r, ci è attestata anche da alcuni versi 
della ecloga di Giovanni di Virgilio al Mussato , che passarono finora inos- 
servati. 11 Graf, che li ha riferiti nei suoi notevoli Appunti per la storia 
del ciclo brettone {Giom., V, 116), osserva giustamente a proposito degli ul- 
timi due, dove si dice che per Isotta 

heroes simnl deceitavere Britanni , 
Lanciloth et Lamirotb et nescio qnis Falamedes; 

sembrargli « Giovanni confondesse le Storie di Tristano con quelle di Lan- 
« cilotto ». Le parole molto vaghe del grammatico bolognese non ci con- 
cedono di chiarir bene quale sia stato 1' argomento del poema di Lovato ; 
ma mi par probabile che egli avesse verseggiato del Tristano una delle 
redazioni più recenti, nella quale alle avventure del nipote di Re Marco 
si fossero quindi già consertate quelle di Lancilotto e di Ginevra. Co- 
munque sia di ciò, il fatto tanto più è, a mio avviso , notevole , in quanto 
può porgere argomento a credere che in Italia i dotti, gli eruditi, non 
fossero animati da quel dispregio per le finzioni del ciclo brettone, del 



NUOVI STUDI SU ALBERTINO MUSSATO 195 

logìae ed i romanzi di Giovanni da Naone e ci fanno passare 
sotto gli occhi, stranamente camuffate all'antica , delle larve di 
cavalieri erranti, fioriti prima che Troia fosse? (1) Godeste grame 
fantasie di giullare, narrate in linguaggio curialesco, non erano 
già più, egli è ben vero, che l'eco di tradizioni ormai in parte 
dimenticate e sdegnate insieme a quei racconti, che ne avevano 
provocata la nascita (2); ma che questa dimenticanza e questo 
sdegno non fossero andati tropp' oltre lo prova il vederle dal 
giudice padovano studiosamente raccolte. La lirica adunque, che 
di codesta coltura era stato il portato e l'espressione, anche in 
queste mutate condizioni, continuò, non solo a vivere, ma a fio- 
rire. Che Lovato la coltivasse a noi non è dato affermarlo con 
certezza, ma chi ci vieterà di credere che la poetica corrispon- 
denza eh' ei tenne con Bonatino ed il Mussato e le scherzose 
contese che con quest' ultimo ebbe rispetto alla superiorità del 
lupo sull'asino non fossero scritte in volgare (3)? Ad ogni modo, 



quale davano prova i francesi. La letteratura latina , fiorita in Francia 
nei secoli XII e XIH, che pur non ha disdegnato di far sue qualche volta 
le leggende carolingie, non ci offre per ciò che spetta alle regis Arthuri 
amhages pulcerrimae , nulla, o io m'inganno, di somigliante; sarebbe 
adunque la prima volta che questi racconti, i quali avevano persino a Bi- 
sanzio ottenuto diritto di cittadinanza, ci appaiono rivestiti di classico palu- 
damento. 

(1) Vedi Rajna, Le origini delle fam. pad. 1. e. 

(2) Rajna, Op. cit., p. 179. 

(3) Assai noto e più volte prodotto è quel passo della Vita A. Mussati di 
Secco Polentone (passo scomparso nella redazione, che ne dà il cod. Rice. 
191) , che ricorda come avesse diebus unis Padua civitas Lovatum , Bo- 
natinum et Mussatum, qui delectarentur metris et amice versibus concer- 
tarent. Di queste amichevoli tenzoni qualche notizia più precisa ci viene 
offerta da M. Savonarola, il noto autore del Be laudibus Patavii (lib. I, 
cap. 3, De viris illustribus et non sacris) in un passo, che, cosa singolare! 
è sfuggito a quanti di Albertino hanno trattato. Dopo aver dato ad Al- 
bertino il terzo luogo fra gli scrittori , che onorarono la patria , il S. così 
viene a discorrere di Lovato: « Quartum huius ordinis sederti Lovato 
« Poetae, ex nobili Lovatorum prosapia nato, cuius veneranda ossa apud 
« Antenorem, urbis nostrae parenteni, in operosa Arca, qiAatuor su- 
« stentata columnis, etiam non parvo cum honore tenentur. Viri enim hi 
« illustres et legum ìnaxitni interpretes uno fuerunt tempore; scrip- 



196 F. NOVATI 

anche se non per lui, certo lui vivo, la scuola poetica padovana si 
afferma per opera di quell'Ildebrandino, che ricorda Dante, di quel 
l'Amerigo e di quell'Alberto, che il da Barberino conobbe (1), di 



« sitque unus alteri; erantque de Asino et Lupo metrice contendentes. 
« Et utriusque causas intelligere non est insuave et quantum Philoso- 
« phiae noverint , jocosa et fabulosa eorum verba declarant ». Chi sa se 
nella contesa Ysengrin e Bernard non facessero capolino? Queir epiteto di 
fabulosa, che il S. adopera potrebbe la^iarlo sospettare. Riguardo a Bona- 
tino il dotto prof. Gloria ha testé {Riv. stor., II, p. 135) esposta la conget- 
tura che egli sia da identificarsi , non già come proponeva il Tiraboschi , 
con il Bergamasco Bono da Castiglione, ma con il giureconsulto mantovano 
Bovatino , che insegnava in Padova sui primi del sec. XIV (f 1301). Lo 
scambio dell'in con n nei codd., che il Gloria crede cagione dell'errore, per 
cui di Bovatino si sarebbe fatto Bonatino, mi pare più che probabile. Sola 
difficoltà però è per me questa , che quanti codici del De scriptor. ili. di 
Secco io ho visti leggono, non già Bovatinus , ma Bonatinus: talché con- 
verrebbe ammettere ben antico l'errore. 

(1) Il Thomas (F. da Barberino ecc., p. 70), riferendo un brano del com- 
mento latino ai Doc. d'Am., in cui si parla di costoro, li ritiene affatto sco- 
nosciuti; ma che nelV Alberto si potesse riconoscere il Mussato, vide il 
Renier (Giorn., Ili, 92), che però non inclina punto ad accogliere tale 
identificazione : notando e che di Albertino, come poeta lirico, il Polentone 
non parla e che nel tempo, in cui il da B. si trovava a Padova, il Mussato 
era a Firenze esecutore di giustizia. Per verità né l'uno né l'altro argomento 
mi paiono tali da precludere ogni via all' identificazione del rimatore ricor- 
dato dal B. con il Mussato; il Polentone, come ha ignorato l'esistenza di pa- 
recchi scritti di Albertino, può con altrettanta facilità esser rimasto al buio 
anche riguardo al suo canzoniere, che (é inutile il dirlo) io credo ferma- 
mente non debba essersi limitato al sonetto in bisticci ad Antonio da Tempo. 
E in secondo lungo il modo con cui messer Francesco parla de' due poeti, 
Amerigo ed Alberto, non mi pare implichi di necessità che egli li cono- 
scesse di persona: il tono anzi del suo racconto è quello di chi ripete cosa 
udita da altri. Infine si potrebbe notare a favore dell'identificazione, che 
Alberto in tutte le sue canzoni si lamentava della durezza della sua donna, 
al contrario d' Amerigo ; ora nell' unico sonetto , che del Mussato ci è 
giunto, egli fa proprio altrettanto : 

Die, sM'non mento, di, perchè s'ammanta 

Amor sì forte ver mi eh' o sofferto 

Con lui, contento, sempre star con tanta 

Voglia..? 

Dopo di che esprimerò anch'io un dubbio che mi trattiene dal venire a con- 
cludere che l'Alberto barberiniano é il Mussato. Se si trattasse di lui il Barbe- 
rino avrebbe dovuto chiamarlo non Alberto, ma Albertino, poiché questo, più 
che un diminutivo, è da considerarsi quale un vero e proprio nome ; e d'ai- 



NUOVI STUDI SU ALBERTINO MUSSATO 197 

Giambone de' Favafoschi (1), di Matteo Gorreggiaio, del Mus- 
sato stesso, e de' molti minori , dei quali oltreché i nomi ci son 



tronde nessun scrittore, nessun documento, né contemporaneo nò posteriore, 
ha mai chiamato il Mussato Alberto. Se è lecita un'altra congettura si po- 
trebbe nell'Alberto del Da Barberino supporre invece indicato queir Alberto 
Dt3 Bibio, che lo Scardeone ricorda {Hist. Pat., lib. II, ci. X) come autore 
ài un libro mulliplicis historiae multa sane varietate refertum et praesertini 
de novissima origine totius Marchiae Tarvisinae . . . che egli però dice 
perduto. Il De Bibio è annoverato fra gli abitanti del quartiere di Ponte 
dei Molini nel Ruolo dei cittadini di Padova del 1275 (Grion, Delle rime 
volg., p. 252), e come sapiens rammentato dal Da Naone (vedi Rajna, Op. 
cit., p. 167). 

(1) Il sig. MoRPURGO, nel dare alla luce le notevoli i2iwe ined. di G. Quirini 
e Ant. da Tempo {Arch. stor. per Trieste ecc., I, 142 sgg.), avvertiva come 
un de' poeti, a cui il da Tempo dirige alcuni sonetti, Andrea Zamboni, po- 
tesse « esser benissimo tutt' una persona con quell'Andrea Zamboni pado- 
« vano », il quale « viveva e scriveva nel 1335 » e che viene ricordato 
come « autore d' una meschinissima cronaca patria » intitolata « De genere 
« quorumdam civium urbis Paduae » (p. 153). Lasciando andare le parecchie 
inesattezze che queste parole contengono (cfr. Rajna, Op. cit., p. 166), mi limi- 
terò ad avvertire come la identificazione proposta e che a me pure sorri- 
derebbe assai, urti però contro una difficoltà non lievissima. L' autore del 
poemetto in esametri sulle famiglie padovane, ora perduto, che Giovanni da 
Naone gratifica sempre dell'epiteto di sapiente, al quale il Mussato si ri- 
volgea per consiglio, facendo amplissime lodi del suo ingegno, della sua 
autorità, non si chiamava Andrea Zamboni, come scrive il sig. Morpurgo 
sulla fede del cod. Vat. Urb. 697, bensì Zambono d'Andrea de' Favafoschi. 
Perchè si possa ammettere adunque che il poeta volgare sia tutt' uno col 
latino, converrà supporre un errore nelle rubriche del cod., che ci ha con- 
servati i versi suoi e quelli a lui diretti. E dacché mi trovo a toccare di 
questo, noterò come il sig. M. abbia, a mio avviso, poco felicemente interpretata 
la risposta, che al Da Tempo, il quale gli aveva chiesto quale differenza in- 
tercedesse fra queste quattro cose, animo, core, mente ed intelletto, fece il 
Favafoschi. Egli scrive difFatti : « Alla innocente domanda di Antonio, lo 
« Zamboni risponde ironico e sdegnoso, dicendogli oltre il resto, che di tali 
« questioni non s' addicono 

a quelli eh' anno poccho in f accha sale ; 

« brutto verso, ma peggiore che a noi dovette sembrare al povero giudice. 
« Il quale però seppe rispondere con rime ancor più forti, concludendo cosi 
« un sonetto indirizzato ad Andrea : 

« Con tal natura disputar a pungni 

« vorrei ben volentieri, orso che grungni! » (p. 153). 

Leggendo il sonetto di Giambone d'Andrea l'ironia e lo sdegno che Tedi- 



198 F. NOVATI 

pervenute in parte anche le rime (1). Ed a tutti costoro, che, 
poetando, si sforzano ormai di raggiungere queir unità di lin- 
guaggio, della quale la lirica toscana innanzi tutto e quindi l'o- 
pera di Dante vengono ogni dì più mostrando la necessità per 
chi voglia avvicinarsi agli eccellenti dicitori, unendo alla dottrina 



tore vi ha rinvenuto, io non li so ritrovare. Mi sembra anzi all' opposto 
che il poeta vi faccia sfoggio di modestia esagerata ; poiché le parole : 

Tal chose dir non è sen^a diffecto 

A quegli ch'anno poccho in 9accha salle; 

ben lungi dall' essere rivolte al Da Tempo, lo sono da Giambono a sé mede- 
simo , che accusa di aver troppo poco sale in zucca per poter trattare senza 
biasimo di sì gravi questioni. Tanto è vero questo, che ripetutamente chiede 
perdono della sua scarsa scienza al saggio e conoscente interlocutore : 

Chi scritto m' à par sagio e cognosciente : 
Lui prìegho che *1 mio dir e' non riprove 
se poccho lo mio cor cognQscie e sente. 

Anche sull'interpretazione che il medesimo Editore dà del sonetto responsivo 
inviato dal Da Tempo a Zambono ci sembra siano da fare delle riserve. Il Da 
Tempo nella contro risposta mantiene le rime che aveva adoperate nel suo so- 
netto il Favafoschi e questi a sua volta aveva serbate le rime della proposta 
di Antonio : così che abbiamo tre sonetti condotti sulle rime medesime, le quali 

nei tre ritornelli sono le seguenti : 1 asengni-sengni — 2 ingengni- 

(il secondo verso manca) — 3 pingni-gringni. Ora la corrispondenza che 
esiste fra queste cinque parole si rompe quando si leggano, come il sig. M. ha 
fatto pugni e grugni le due ultime. Che vi sia infatti assonanza d'e ed i 
ben si capisce; ma d'i e d't< è foneticamente impossibile. Ne consegue quindi 
esser falsa l' interpretazione proposta dal sig. M. ; certo Antonio da Tempo 
non ha mai inteso scrivendo : 

Con tal natura disputar a pingni 
Vorrei ben volentieri, orso che gringni ; 

di dire: disputerei volentieri con te a pugni, o orso che grugnisci (!); ma 
assai più probabilmente : vorrei ben volentieri disputare a pegni, cioè met- 
tendo pegno, con uomo della tua indole, ora che so che tu grigni, che tu 
ridi, e si sottintende, di domande quali le mie. Certo nemmeno inteso così 
il sonetto del giudice padovano brillerà molto per chiarezza; ma ad ogni 
modo si elimineranno i pugni e i grugniti e sopratutto l'orso, che facevano 
pur la bizzarra figura in un sonetto come questo! 

(1) Quanto si conosce di Matteo, che sapeva anche di francese, è raccolto 
nel cit. Arch. , p. 151. Per gli altri cfr. Morpurgo, Poeti veneti del Tre- 
cento in Arch. stor. per Trieste ecc., p. 135, e 'R.^ììyer, L'enumer. dei poeti 
volg. del Trec. nella Leandreide, ibid., pp. 315 sgg. 



NUOVI STUDI SU ALBERTINO MUSSATO 199 

l'esempio, dà leggi il cantore di una nuova Selvaggia, Antonio 
Cane da Tempo (1). Cosi nemmeno il trattatista manca a questa 
scuola, della quale è a desiderarsi che indagini nuove concedano 
di conoscere presto più largamente i prodotti ed i legami che la 
rannodano alle altre scuole poetiche della penisola. 

Poiché fra i fatti, che già preludiano al risorgimento, anche 
questo è degno di attenzione; la fratellanza, se non nuova, certo 
maggiore, che viene stringendo, benché diversi di patria, ignoti 
spesso gli uni agli altri di persona, i cultori degli studi medesimi. 
Una corrispondenza assidua infatti non solo serba vive le rela- 
zioni amichevoli fra i cittadini di paesi finitimi ; non solo stringe 
gli studiosi ed i rimatori di Padova a quelli di Verona, di Ve- 
nezia, di Vicenza, di Treviso; ma a quelli puranche di Lombardia, 
di Romagna, di Toscana. E quando a ciò non intendono le gravi 
epistole latine, soccorrono all'uopo i sonetti , che volano, messag- 
geri di filosofici quesiti, di dubbi amorosi, di facezie, di rimbrotti, 
da un capo all' altro d' Italia (2). E cosi , oltreché nelle città 
della Marca, Albertino conta amici ed ammiratori un po' daper^ 
tutto; ai nomi di Marsilio da Padova, di Castellano, diFerreto, 
di Benvenuto de^Gampesani , di Giovanni da Vicenza s'aggiun- 
gono, e non sono i soli, quelli di Bonincontro mantovano, di Ri- 
naldo de' Cenci, di Giovanni di Virgilio, di Guizzardo da Bologna. 
E quello che or dico del Mussato, si può ripetere per gli altri. 
I sonetti di Giovanni Quirini, uno dei più castigati rimatori del 
tempo, da Venezia corrono a Ravenna, come da Cesena vi arri- 
vano, a venerare il sommo maestro, l'Alighieri , le ecloghe di 



(1) Che Antonio da Tempo avesse egli pure celebrata la sua donna sotto 
il simbolico nome di Selvaggia, è particolare sin qui, per quanto credo, 
inavvertito, che ci dà l'ignoto autore della Leandreide: 

Antonio di Tempo vi chonsilglia 
padoano a parlar drito per rima ; 
di sua dona selvatia ama la cilglia. 

(Op. ctt., p. 316). 

(2) Intorno alle Corrispondenze poetiche sulla fine del sec. XIII sono date 
buone notizie nel recente libro di P. Ercole, Le Rime di G. Cavalcanti^ 
pp. 56 sgg. 



200 F. NOVATI 

Giovanni di Virgilio. E quando il poeta veneziano cede al bi- 
sogno di effondere il suo corruccio contro l'audace avversario di 
Dante, l'astrologo ascolano, è ad un bolognese che si rivolge; a 
quel Matteo, che non dovrebbe di mezzi villani Chiamare alcun, 
ma tutto dir cortese (1). Pari varietà di patria, di dimora, tro- 
veremmo certamente nei corrispondenti di Antonio da Tempo, 
ove del suo Canzoniere, che fu senza dubbio ricchissimo, restasse 
qualche cosa di più che dei dispersi frammenti; poiché egli dovette 
vantare l'amicizia di tutti i più noti rimatori contemporanei, se 
con tutti si contenne come sappiamo aver fatto con l' imolese 
Carradori (2). Ma il più bello, il più efficace documento dell'in- 
timo legame che rannoda sui primi del trecento i poeti e gli 
scrittori tutti della penisola , i più grandi come i più umili , ci 
viene a mio avviso offerto da queir ecloga che Giovanni di Vir- 
gilio indirizzava dopo la morte di Dante, ad Albertino Mussato (3). 
In questo componimento, ispirato al maestro bolognese dalla brama 
di esprimere insieme alla propria l'ammirazione di tutti i cultori 
degli studi per il poeta, 

cui pugnai patrio prò cannine vitifer Eugan 
strataque Dardanii non murmurat unda Tiraavi (4), 
tale melos edit mellitis tibia labris; 

il padovano è riposto in tal seggio che più onorevole non po- 
trebbe essergli assegnato da alcuno. Egli , che i contemporanei 
acclamano erede di Lovato e di Dante, incarna cosi la vita nuova 
di pensiero che anima l'Italia ; l'accoppiamento squisito e geniale 
dell'antica colla nuova cultura, che produrrà frutti mirabili tanto 
nel pieno rigoglio dell'umanesimo, nel secolo decimoquinto. 

{Continua). 

F. NOVATI. 



(1) Arch. cit., pp. 16 sgg. 

(2) Arch. cit., p. 21. 

(3) Edita già a p. 365 del t. XI dei Carm. Illustr. Poetar. Italor. essa fu 
più correttamente ristampata con l'aggiunta delle preziose glosse marginali 
ed interlineari che la dichiarano di sul cod. laurenz. dal Bandini nel cit. 
tomo del suo Catalogo. Tuttavia il Minoia non ne sospetta pur l'esistenza! 

(4) Bandini, Op. cit., e. 9. 



201 



VAR I E TÀ 



NOTERELLA DANTESCA 



Al prof. F. Novali, 

Ritorniamo, se non le spiace , carissimo amico, al dantesco 
accismare (1). La etimologia, alla quale propende lo Zingarelli, non 
è originariamente del Diez (2), è invece del Galvani. Già dal 
1828 il valoroso modenese nel suo Saggio di alcune postille alla 
divina Commedia spiegò da acesmar e da acesmer il dantesco 
accismare; ma parlò a' sordi, che seguitarono tradizionalmente 
lessicografi e commentatori a giurare nella parola del Da fiuti 
e della Crusca (3). Perciò il Galvani allargò la sua postilla in 
una lezione accademica, che fu prima stampata nel 1837, e fu 
poi ripubblicata insieme alle altre lezioni raccolte ne' due volumi. 



(1) Gfr. Giornale, t. Ili, p. 417. 

(2) Ella crede che il Diez non abbia voluto escludere affatto la derivazione 
di accismare da cisma (oxicffia). II Diez scrive: « di sicuro da azesmar è 
« accismare di Dante, che altrimenti si spiega da cisma •». Ora è vero che 
il grande maestro non condanna con aperte parole la seconda etimologia, 
ma non parmi, d'altra parte, che mostri, col semplice ricordo, di ammetterla 
implicitamente , bensì che voglia solo registrarla quale notizia e a comple- 
mento di quanto disse sopra accismare. Se no , si riesce a questa logica : 
certamente è vero questo , ma può darsi anche che non sia vero. l' una 
cosa l'altra. E il Diez ragionava invece molto correttamente. 

(3) Lo Zingarelli scrive: « il Buti parrebbe leggere ascisma ». Ma anzi 
legge cosi: cfr. il testo del suo commento, edito dal Giannini, Pisa, Nistri, 
1858, t. I, p. 722. 



202 V. CRESCINI 

che uscirono il 1839-40 (1). « Ed io non so, scriveva poco più 
« tardi il Nannucci, come mai i moderni editori della divina Gom- 
« media non abbiano profittato delle spiegazioni chiare ed aperte, 
■« che di quel verbo {accismaré) ci ha date il Galvani (2). » Ne 
profittarono però in seguito i commentatori, come, ad esempio, 
il Fraticelli, il Bianchi e lo Scartazzini (3). 

Il Galvani, fatto famigliare con il verbo dantesco, che gli ap- 
pariva una vecchia conoscenza per i molti suoi studi d'antico 
francese e di provenzale, s'oppone a qualunque altra spiegazione, 
che non s'accordi col senso di acesmar provenz. e di acesmer 
francese. Pareva al Galvani , e tanto meglio pare adesso a noi 
in cosi splendido progresso di studi, « il cercar... nell'Allighieri 
« parole e provenzali e francesi allora viventi e conosciute ai 

« gentili più consentaneo col vero (4) di quello che l'attribuirgli 

« parole o tutte trovate , od immediate dal greco (5). » Crede 
che in questo luogo di Dante domini l' ironia , e ritiene inoltre 
che la rima abbia costretto forse il poeta ad usarla (6). « I verbi 
« pertanto, seguita egli, acesmar ed acesmer, che non altro 
« provenzalmente e francescamente significarono fuorché ornare. 



(1) Cfr. G. Galvani, Lezioni accademiche, Modena, 1839-40, t. II, p. 33: 
« Della origine e della significazione della voce accismaré ad illustrazione 
« di un luogo di Dante nella D. Commedia ». 

(2) Cfr. Analisi critica dei verbi italiani, p. 31, n. 3. 

(3) Lo Scartazzini è in questo punto poco esatto. Anzitutto , chi gli ha 
dimostrato che il fr. acesmer sia derivato dal prov. azesmar? Lo può scu- 
sare tuttavia il fatto, che in questa arbitraria affermazione lo hanno prece- 
duto il Nannucci e il Diez. Ancora : non è vero che il Galvani non ispieghi 
accismaré per conciare, acconciare (cfr. infatti la cit. memoria del Galvani, 
m fine). 

(4) Cfr. su questo argomento quello che dice egregiamente lo Zingarelli 
a p. 183 del suo studio. 

(5) Allude alla imaginata derivazione da schisma, ayi\a\xo.: cfr. Yocabol. 
della Crusca, alle voci accismaré e cisma. 

(6) Cfr. p. 138 della memoria dello Zingarelli , ove è posto un problema 
interessantissimo e delicatissimo : « ma non possiamo noi anche rintracciare 
« proprio sul pensiero di Dante qualche influenza della rima? » Si noti bene 
che la rima in -isma, degna proprio dell'ardimentoso e aristocratico Arnaldo 
Daniello della poesia italiana, non ci si presenta nell'intero poema dantesco 
che a questo luogo. E si osservi pure come il Galvani, fra tanta idolatria 
di ciechi pedanti per TAllighieri, si mostri ragionevole e acuto. — Giacché 
poi sono a questo argomento della rima nella Commedia, noterò un errore 



VARIETÀ 203 

« abbigliare, guarnire, apprestare, furono adoperati qui , volti 
« neWaccismare dantesco, a modo di dolorosa ironia, siccome fu 
« in modo d'altra, ma non dissimigliante ironia nella parola, quel 
« dire Agamennone , IL, IV, v. 339, Ulisse di mali doli ornato: 
« Kol où KOKoìoi bóXoicTi K€KaaMév6: e fu perciò come dicesse: è qui 
« dietro un diavolo che ne abbiglia di questo modo crudele ; che 
« cosi crudelmente ci sfregia e adorna nella persona : e ciò ac- 
« cennando a que' sformati tagli e dolorosi cincischìi, che da esso 
« lui ricevevano ». Aveva già il Galvani, come dissi il '37, pub- 
blicata la sua lezione, quando usci l'opera del Gherardini : Voci 
e maniere di dire italiane additate a' futuri vocabolaristi, Mi- 
lano, 1840, nella quale, t. I,p.253, il vivacissimo critico della Crusca, 
accettando la derivazione da scismxi, focosamente sosteneva che 
si dovesse leggere ascismare, non accismare, come il Da Buti, 
e press'a poco come il Buonanni, che aveva voluto leggere : Un 
diavolo è qua dietro che ne scisma. Rigettava pure il Gherar- 
dini l'immediata derivazione da cisma= scisma , poiché questa 
voce gli sembrava falsa , e non autorizzata da' due esempi a lui 
sospetti assai della Fiera del Buonarroti e delle Lettere di 
D. Gio. Dalle Celle (1). 

Ma il Galvani nella ristampa della lezione , riferite le argo- 
mentazioni e la sentenza del Gherardini, dichiara di persistere 
nell'opinione sua, concludendo: « che la voce al luogo Dantesco 
« debba ritenersi nella significazione primitiva ed originaria sem- 
« bra assai conseguente, badando e al modo de' nostri volgari che 
« usano appunto le frasi: accomodare, aggiustare, o conciare 
« uno per le feste e simili, coli 'identica antifrasi, ed all'autore 
« che la adoperò, cioè a Dante, vago de' provenzalismi, e desi- 
« deroso di mostrarsi perito in quella favella, la quale passava 
« allora per la gentile ». 



commesso dallo Zingarelli nel fine capitolo , che di essa tratta. Le traspo- 
sizioni d' accento in rima , quelle che lo Z. efficacemente nomina enclisie 
sforzate , non sono tra gli artifici personali del divino poeta. Per 1' antica 
poesia italiana, senza molto cercare, cfr. Gaix, Origini ecc., p. 196; per la 
poesia provenzale cfr. Diez, Die Poesie der Troubadours, 2* ed., p. 82. 

(1) Il Gherardini aveva torto, che non solo nel toscano, ma pure in altre 
parlate romanze venne a prodursi la forma cisma. Cfr. esempio recato dal 
Ducange; vedi cisma e phariseare , ove la forma del latino medievale ri- 
flette certo la volgare, e Diez, Etym. W., I, vedi cisma, ove si registrano 
lo sp. cisma e lant. francese cisme. 



204 V. CRESGINI 

Per verità mi pare che questa spiegazione del Galvani sia la 
sola vera. Con ciò voglio dire che nemmeno la congettura di lei, 
caro amico, per quanto arguta, mi persuade, e che col Nannucci, 
col Diez, con buoni commentatori, col Gaspary, collo Zingarelli, 
seguito ad intendere il verbo dantesco al modo del Galvani. Na- 
turalmente è questione subiettiva, perchè la lettera del testo si 
presta all'una interpretazione e all'altra: accisma, che pare la 
lezione migliore (1), tanto può ricondurci ad acesmar che a 
cisma. Ma valgono per la prima di queste etimologie assai più 
ragioni interne, che per la seconda. Con essa infatti si riconnette 
il verbo dantesco a parola conosciuta in lingue sorelle, che eser- 
citarono influsso sull'idioma letterario nostro, si ricollega all'uso 
che se ne scoperse in altri de' vecchi scrittori italiani (2) e nel- 
l'anonimo rimatore genovese (3); con essa risalta piena la solita 



(1) Accismn legge il famoso cod. Vaticano , che si voleva del Boccaccio 
(cfr. ed. Fantoni), come il testo Bartolini, la cui stampa fu condotta col 
riscontro di 65 codici (Udine, 1823), come la maggior parte de' codd. ado- 
perati dallo ScARABELLi ad illustrazione dell' esemplare Lambertiniano della 
commedia da lui pubblicato, come il testo del Witte, come, finalmente, 
il gruppo dei mss. studiati dallo Zingarelli. Acisma leggono le quattro prime 
stampe della Commedia (vedine la riproduzione Vernon, Londra 1858, p. 196); 
accisma leggono Tediz. aldina del 1502, quella della Crusca del 1595, del 
Volpi del 1727, del Niccolini, Capponi ecc. del 1837. 

(2) Lo Zingarelli (p. 113) dice che nell'antico italiano il riflesso di acesmar 
è di uso estesissimo. Questo è troppo, e credo che lo Zingarelli sarebbe im- 
barazzato a dare le prove della sua affermazione. Torno intanto a citare gli 
esempi soliti, di Guido Guinizelli e del Lucano volgare (cfr. Nannucci, Ma- 
nuale ecc., I*, p. 40, n. 2). Del resto dall' ediz. critica de' poeti bolognesi 
apparisce che soli due codici danno al luogo noto di G. Guinizelli la lezione 
cesmata. D'uno anzi di questi codd. non si è sicuri ; si deve credere per esso 
alla asserzione del Fiacchi. Io ritengo che la parola sia sembrata fin dap- 
principio troppo esotica e si sia durata fatica ad accoglierla ne' canzonieri : 
infatti nel cod. Alessandri, secondo il Fiacchi, in margine stava a modo di 
correzione : quando appare in fra V altre più adorna, ove la parola ostica 
è evitata , e che è la lezione accolta nel suo testo critico dal Casini , Le 
rime dei poeti bolognesi del sec. XIII, Bologna, 1881, pp. 32, 284. 

(3) Cfr. Rime genovesi (Arch. Glott. , li , 2) , XXXVIII. 114. XLIII. 85. 
XLIX. 129. 248. LXXIX. 57. In quest'ultimo luogo s' ha il sost. cesmo. 
Mentre correggevo le bozze di questo scritterello capitarono le Annotazioni 
sistematiche alle Ant. Rime Genov. e alle Prose Genov. del Flechia 
(Arch. Glott., Vili. 3). Il Flechia (pp. 318, 338) registra gli esempì da me 
già avvertiti, e rimanda al Diez, Less., I, 164, s. csmar. 



VARIETÀ 205 

efficacissima ironia dantesca , rispondente poi in questo caso al 
senso di una frase comune, facilmente risvegliata nella memoria 
di Dante dalla pena, ch'egli descriveva, di tanti colpevoli in si 
crudele modo conciati dalla spada del diavolo. Invece è artifi- 
ciosa la derivazione da cisma, non si stenta a vederlo, così nel 
senso di scisma, come nella speciale accezione da lei notata. 
Dante sillogizzerebbe cosi : coloro che furono seminatori di cisma 
(divisione) dal diavolo vengono cismali (divisi). Allora conviene 
essere logici, e ritenendo che Dante fino coll'identità delle parole 
abbia voluto significare la rigida parità della colpa e della pena, 
si deve leggere : 

Vi tutti gli altri che tu vedi qui , 
Seminator di scandalo e di cisma 
Fur, vivi; e però son fessi così. 

Un diavolo è qua dietro, che ne cisma 
Sì crudelmente ecc. ecc. 

col Buonanni, se si vuol meglio, devesi leggere ne'due punti 
corrispondenti, scisma sost. e scisma verbo. Perchè infatti quella 
preposizione di accisma? Sentendo che anche una differenza 
lieve avrebbe turbato il voluto effetto (Ji un tale rapporto di 
parole, conceduto l'intendimento che gli si attribuisce da' seguaci 
del Da Buti, Dante lo avrebbe certamente reso visibile e sensi- 
bile con perfetta uguaglianza di termini. Perchè infine, mi si 
lasci dire, si ritorna alla benedetta sentenza del marchese Co- 
lombi: simili giochetti si fanno o non si fanno, e con scisma e 
accisma il giochetto non riesce compito. D'altra parte Dante ha 
già rilevata chiaramente, la rispondenza che corre tra la colpa 
e la pena di questi dannati, ha già detto: 

E tutti gli altri, che tu vedi qui, 
Seminator di scandalo e di scisma 
Fur, vivi; e però son fessi così. 

Ma , notiamolo subito, 1' ha rilevata con parole diverse dicendo 
che i seminatori di scandalo e di scisma sono fessi. Dato che 
accisma valesse fende, Dante tornerebbe a ripetere, con prolis- 
sità che gli è ignota, la stessa cosa. Poi accisma si riferirebbe 
ad una parte dei dannati della nona bolgia , a' seminatori di 



206 V- CRESCINI 

scisma, non a' seminatori di scandalo. Finalmente il verbo cis- 
TYiare o accismare, derivando da cisma, che ha significazione 
affatto speciale, e che da Dante è in questa significazione ado- 
perato, meglio che (secondo il primitivo e più semplice valore) 
dividere, fendere, vorrebbe dire : produrre cisìui o scismi. Ma 
che leggono ascismxi, come il Da Buti voleva e più tardi il Ghe- 
rardini, ci sono codici ragguardevoli. Ora qui bene osserva Lu- 
ciano Scarabelli (1) che la lezione ascismu dev'essere provenuta 
da chi scrisse sotto dettatura di qualche toscano , il quale pro- 
nunciava acìsma, che meglio assai di accisma può essere la forma 
originaria, con la palatina assibilata, in modo che se n'avesse la 
linguale s . Trovando scritto a questa maniera il Da Buti fu colpito 
dalla somiglianza di questa voce con la precedente rima scìsm^a, 
e imaginò quella sua etimologia e conseguente spiegazione. Anche 

ilcod. cassineseci dà: sem,inator di scandalo e di sisma Un 

diavolo e qua dietro che nasiSTna. Acesm^ar poteva dare all'i- 
taliano così la sibilante dentale s, come la linguale s, come la 
esplosiva palatina e. Nel God. cassinese potrebbe aversi però 
asisma per asciSTua , come sismxi per scisma , con s espressa 
da semplice s (2). Ma questa voce acesm,ar, salendo dal riflesso ita- 
liano alla voce originaria, da che deriva ? Respingo l'etimologia del 
Roquefort [Glossaire Roman, v. acesmer), che vorrebbe la voce 
corrispondente francese da un supposto bassolatino acosm,are ecc., 
come quella del Galvani, che, per la solita ragione dell'influsso 
greco di Marsiglia sulla Gallia, vorrebbe che direttamente ai due 
volgari gallici fosse la parola scesa da Koa^eìv. Neppure l'etimologia 
dieziana da adaestimare mi va. Accolgo invece e ripresento una 
etimologia dimenticata, quella del Ducange, il quale fa risalire 
acesmer a scem.a, schema, axn^a- G^ià. dalle lingue classiche questa 
voce, oltrepassata la significazione primitiva di forma, figura, 
venne a indicare abito, veste; già dal latino antico schema venne 
a scema (3). Nel medioevo il greco e il latino ci presentano 



(1) Gfr. Esemplare della Divina Commedia donato ÓMpapa {Benedetto XIV) 
Lambertini ecc., edito secondo la sua ortografia , illustrato dai confronti 
di altri XIX codici danteschi inediti e fornito di note critiche da Luciano 
Scarabelli, Bologna, Romagnoli, 1870, I, p. 497. La lezione ascisma tro- 
viamo anche nell' ediz. dell' Inferno dantesco col comm. di Guiniforto delli 
Bargigi fatta a cura dell'avv. G. Zacheroni, Marsiglia-Firenze 1838. 

(2) Vedi anche nel Gloss. latino del Du Gange sisma per schisma, scisma. 

(3) Gfr. il Dizionario del Porcellini. 



VARIETÀ 207 

questa parola frequentemente (1). Il Glossario latino del Ducange 
ce la spiega cosi: Forma, species, ornatus, vestitus, habitus; 
e a proposito di quest'ultimo significato noterò che nel greco e 
nel latino codesta voce designò particolarmente l'abito monastico. 
Si formò da essa il verbo scemari che valse ornatu, suo òble- 
ctari; si formò ancora il verbo ascemare, che troviamo usato 
da S. Colombano: « quia naturam ascematus est, qui eam ex 
« nihilo creavit » i. e. (aggiungesi nel Du Gange): « induit, ea se 
« quasi ornavit. » Ora, solamente per questo etimo io mi spiego 
perfettamerrte i significati di acesmer e axiesmar, pe' quali ri- 
mando, od altrimenti questa lettera non ha più fine, al Borei, 
al Ménage, al Roquefort, al Rochegude, al Raynouard ecc. Ma 
si osserverà che alla derivazione di acesmer e acesmar da sce- 
mari, ascem,are s'oppone, però debolmente, una difficoltà fone- 
tica : donde viene alla forma francese ed alla provenzale quella 
s che non si trova ne' due verbi latini ? Si risponde molto presto 
che nel provenzale 5 si intercala in parecchie parole innanzi m, 
(si veda Diez, Grammaire ecc., I, 377); si risponde che « le vieux 
« frangais, secondo afferma il Burgny {Gram,m. de la langue 
« dCoil P, 43), intercale souvent s devant n, in, l, et t » (2). Ma 
come avvenne che il Diez fece discendere da adaestimare il 
verbo, di che discorriamo? È nata confusione tra acesmar ecc. 
(cfr. Raynouard, Lex. R. V. 207) e azesmar, il quale ultimo 
realmente e con perfetta normalità fonetica deriva da adae- 
stim-are. La confusione era anche più facile, se vogliamo, per 
qualche affinità ideologica, che si produsse tra i due verbi (3). 
Metto a fronte i due luoghi del Lex. Roman, in cui compaiono 
distinti i due verbi: 



(1) Cfr. del Du Gange il Gloss. latino e il greco. 

(2) Accanto ad acesmer \ antico francese presenta la forma acemer, 
acemmer (cfr. Godefroy, Dictionnaire de r ancienne langue franqaise, 
s. V. Acesmer), la quale potrebbe rappresentare il dileguo della s innanzi 
la consonante (vedi alnme) operatosi, com' è noto, assai presto, ma potrebbe 
anche essere l' immediato riflesso di ascemare. SuU' epentesi di s nell'antico 
francese vedi Diez, Grammaire, 1, 424, per il quale essa avrebbe mero 
valore di segno prosodico indicante l'allungamento della vocale precedente. 

(3) Anche il Burguy {Grammaire ecc. IIP. 4-5) confonde insieme aesmer, 
aasmer, esmer ed acesmer. S' identificano le due forme nella significazione 
di préparer, ajuster, ma non trovo che aesmer, aasmer ecc. arrivino alla 
netta significazione orner, parer propria di acesmer, e che, per quanto a 
me pare, deve essere stata la prima e fondamentale di questo vei-so. 



208 V. CRESCINI 

III, 219: 

Adesmar, Azesmar, Aesmar, V., estimer, calculer, évaluer, apprécier , pré- 
parer, comparer. 

V, 207: 
AssERNAR, Asermar, Acesmar, préparer, appréter, disposer, orner. 

Il Diez cita poi un luogo del Ferabras , in cui veramente si 
ha azesm,ar da adesmar, adestimar. ludi differenza tra i due 
verbi doveva avvertirsi nel provenzale dalla pronuncia, poiché 
azesmar aveva certo, in origine almeno, il suono della sibilante 
dentale sonora svoltasi dalla esplosiva dentale sonora originaria, 
fenomeno questo che , secondo è notissimo, specialmente e abbon- 
dantemente occorre nel provenzale e nel rumano anche senza 
che vi s'abbia la condizione migliore, perchè altrove il fenomeno 
avvenga , senza il nesso di, dj (1). All'opposto, acesmar doveva 
avere il suono della sibilante dentale sorda. E azzfmare onde 
viene? Io credo che abbia colto nel segno lo Schuchardt facendo 
derivare guest' altro verbo da accimare (2). Ma io seguito a 
discorrere senz'avvedermi che ho lasciata insoluta una piccola 
difficoltà di ordine fonetico per la derivazione délVacciSTna dan- 
tesco da acesmar. Negli altri esempì italiani conosciuti abbiamo 
cesm,are e acesmare; nel luogo dantesco dovremmo avere ac- 
cesmxx. Certamente per effetto della esplosiva palatina sorda 
precedente la e si è assottigliata in i nell' infinito del verbo , 
onde acciSTYmre , da cui poi la forma accism,a, che a Dante 
riusciva comodissima per la rima. Probabilmente è tutta opera 
sua questa leggera modificazione fonetica. 

Qui avrei finito, ma dacché ormai ho tanto abusato della sua 
cortesia , mi permetto di aggiungere ancora qualche parola. Il 
prof. D'Ancona trova che contrappasso non è jieologismo dan- 
tesco, e cita dalle Rime Genovesi la Yoce^contrapeiso. Nel luogo 
di Dante e in quello del poeta genovese e' è identità di concetto; 
ma contrapeiso é contrappeso, non contrappasso. Nelle Rim^ 
genovesi (poiché furono citate aggiungo quest'osservazione) vedi 
inoltre la voce darsena, che fu argomento di un'altra noterella 



(1) Gfr. Diez, Grammaire, I, 217. 

(2) Jahrhuch , XII, 114; e Scheler, Anhang, I, al Diz. del Diez, 4* ed., 
p. 718. 



VARIETÀ 209 

dantesca del prof. D'Ancona (cxxxviii, 109); come pure il verbo 
rangurà, rangurarse (li, 10; lvii, 49-50; lxxvi, 12; xcv, 91). 
Quanto ad abbellire, ch'ella, caro amico, tanto giustamente crede 
comune, nel senso di parer bello, all'antico italiano ed alle due 
favelle romane di Gallia (1), lo Zingarelli cadde in una curiosa con- 
traddizione che, del resto, non mi pare l'unico segno di negligenza 
nel suo pur sempre notevolissimo lavoro. A p. 112 col Nannucci 
e col Blanc egli dichiara abbellire mh provenzalismo; a pp. 141-42 
col Gaspary crede che gallicismi di significato come abbellire, 
adesso, arrivare, cappello ecc., non si possono decisamente dir 
tali, ecc. ecc.; e conclude: «perciò noi siamo stati sempre cauti 
« nella ricerca di questi gallicismi!... » Cosi cappello, per il quale, 
lo vedemmo ora, egli dice che bisogna essere cauti nel senten- 
ziare, a p. 120 è invece un gallicismo bello e buono. 

La saluto, mio carissimo, e le auguro che nuove noterelle 
dantesche non mi offrano occasione di ripeterle altre tirate come 
questa. 

Suo Vincenzo Grescini. 

P. S. Aggiungo sulle bozze che potei conoscere la lezione pre- 
sentata da un buon numero di mss. della Commedia Dantesca al 
V. 37 del XXVni déìYInferno. La lezione prevalente è acisma 
accisma. 

Godici Marciani: 

L (Zanetti) sec. XIV (vedi Fulin, / codici veneti della Div. Comm., 
nel volume / codici di Dante in Venezia, Venezia, 1865, pp. 127-130); — 
LI! (Zanetti) sec. XIV (Fulin, Op. cit., pp. 122-24); — CI. IX. XXXIV, 
sec. XIV (Fulin, Op. cit., pp. 152-55); — GÌ. IX. GLXXXIII, sec. XIV 
(Fulin, Op. cit., pp.,. 146-150); -^ LVII (Zanetti), sec. XV (Fulin, Op. cit., 
pp. 170-73); — GÌ. l'x. XXXI v., sec. XV (Fulin, Op. cit., pp. 173-77); — 
GÌ. IX. XXXII, sec. XV (Fulin, Op. cit., pp. 138-140); — Gì. IX. GXXVII, 
sec. XV (Fulin, Op. cit., pp. 177-79); — Gì. IX. GXXVIII, sec. XV (Fulin, 
Op. cit., pp. 144-46); — Gì. IX. GDXXVIII, sec. XV (Fulin, Op. cit., 
pp. 179-82); — GÌ. IX. GDXXIX, sec. XV (Fulin, Op. cit., pp. 158-59); — 



(1) Poiché non fu ricordato, noto qui a pie di pagina V esempio di abelir, 
nel senso di cui si discorre, in un luogo de' Monumenti del Mussafia : cfr. 
A. 118, e Gloss. 

Qiomalé storico, VI, fase. 16-17. 14 



210 V. GRESCINI 

tutti questi codici insieme a quello del Museo Correr (Venezia) , Ms. VI. 
nro. 676, sec. XV (Fulin, Op. cit, pp. 161-63) (1), ed al cod. Wcovich Laz- 
zari, sec. XV (Fulin, Op. cit., pp. 163-66), danno acisma , mentre accisma 
leggono i marciani seguenti: LI (Zanetti), sec. XIV (Fulin, Op. cit, pp. 118-19); 
— LUI (Zanetti), sec. XIV (Fulin, Op. cit, pp. 119-22); — LIV (Zanetti); 
sec. XIV (Fulin, Op. cit, pp. 113-18) (2); — LV i(Zanetti), sec. XIV 
(Fulin, Op. cit, pp. 166-70); — GÌ. IX. XXXI A. , sec. XIV (Fulin, Op. 
cit, pp. 131-33). AsciSMA si vuole leggere nel prezioso marciano CI. IX. 
CGLXXVI , sec. XIV (Fulin , Op. cit. , pp. 149-50) , ma in questo punto 
la scrittura è guastissima; ascisma danno chiaramente il cod. CI. IX. XXX, 
sec. XIV (Fulin, Op. cit., pp. 134-36), il cod. CI. IX. XXXlll, sec. XV (Fulin, 
Op. cit., pp. 136-38) , e 1' altro CI. IX. CCCXXXIX , sec. XV (Fulin , Op. 
cit., pp. 156-57). Di comunicazioni intorno questi mss. veneziani vado debi- 
tore alla cortese premura del mio promettente allievo sig. Carlo Magno. Dei 
quattro codici della Commedia posseduti dalla Biblioteca del Seminario di 
Padova, quello segnato col num. IX, e quello che porta il num. 67 leggono 
acisma; il num. 2 agisma. Vedi su questi codici il Batines, Bibl. Dant., 
I, 620, 638; II, 14547; La Div. Comm. ecc., Udine, 1823, voi. I, pp. xxii-xxiv; 
Angelo Sicca, Rivista delle varie lezioni della Div. Com. ecc., Padova, 1832. 
Ho voluto anche vedere le spiegazioni che di accisma dettero i vecchi com- 
mentatori di Dante. L' anonimo nel cod. cassinese , e 1' anonimo fiorentino 
sfuggirono le difficoltà schivando la diretta spiegazione del verbo problema- 
tico. Altrettanto possiamo dire di Pietro di Dante. L' Ottimo commenta : 
« ... sono seminatori di scandoli e di scisma, e però sono così fessi; e ma- 
« nifesta chi è colui , che cosi li fende ; e con che è tutto il processo di 
« questa pena » (3); Benvenuto da Imola: « Un diavol e qua dentro che 
« n accismu un diavolo squarcia » (trad. Tamburini, I, 682); Iacopo della 
Lana (ed. Scarabelli, I, 445): « un demonio li piaga e appenali come ap- 
« pare ». L' Ottimo e Benvenuto ci fanno conoscere che non fu solo il Da 
Buti a spiegare accism,a a quel modo eh' egli ha fatto; il primo trova in 
accism^re un sinonimo di fendere, l'altro lo spiega con isquarciare (4). Ma 



(1) Nel testo del Fulin questo cod. è segnato col n. 905, eh' era quello 
ancora del Catalogo Soranzo , essendo appartenuto il cod. alla libreria del 
senatore I. Soranzo. 

(2) Accisma in questo cod. non è ben chiaro, perchè vi è scritto su. II 
e. 28 Inf. appartiene del resto in questo cod. a carte aggiunte e di mano 
diversa delle precedenti. 

(3) Il cod. marciano LVl (Zanetti) contiene parte dell' Ottimo commento, 
dal V Inf. al VI Purg. Delle buone varianti di essa parte offerse esempi 
il Fulin, Op. cit.: se ne occuperà metodicamente il sig. Carlo Magno. Il 
comm. al luogo nostro, secondo questo manoscritto, presenta : « e manifesta 
« chi è colui che si li fende et con che et tutto il processo ecc. ». 

(4) Anche il Bargigi, p. 637, ed. Zacheroni, che legge ascisma, spiega 
divide e taglia. 



VARIETÀ 211 

consultando il commento latino aìVInfemo, contenuto nel cod. marcisuio LVII 
(Zanetti) e attribuito a Benvenuto da Imola (cfr. Fulin , Op. cit. , p. 171), 
vedo che accisma si chiarisce per exomat et polit. Non posso detenninare 
adesso se l'attribuzione a Benvenuto di questo commento sia giusta, e se si 
possa credere ad una così flagrante contraddizione fra il testo e la versione 
Tamburini. Comunque, ecco un vecchio commentatore (il cod. fu scritto nel 
1421, e nel commento al e. XVIIl, e. 281 1., si indica il 1379 come l'anno 
in cui si scrivevano le chiose a quel dato luogo) , che ha imberciato nel 
segno (1). Ma fu un solitario: quella benedetta parola dagli altri non fu in- 
tesa; e si schivò, si chiarì un po' cervelloticamente. 



(1) Anche B. Bianchi annota: € un antico commentatore chiosa la voce 
€ accisma, comit, expolit ».. 



TRE LAUDI SACRE PESARESI 



La storia della lauda sacra, per molti rispetti interessantissima, 
nonostante i lavori di egregi e colti ingegni, resta tuttavia a 
mezzo. Contributi validissimi si vanno frequentemente apportan- 
dovi; ma finché non sarà messo a disposizione o a conoscenza 
degli studiosi quanto v'ha d'inedito o di nascosto per le diverse 
biblioteche; finché non sarà discussa, e con documenti positivi 
dimostrata, la via che cotesto genere di poesia ha percorso e le 
forme che ha avute; un lavoro veramente definitivo è impossi- 
bile. Mi sia quindi permesso di richiamare l'attenzione degli eru- 
diti sopra alcune laudi , di particolare interesse , che sebbene 
pubblicate per le stampe, per la rarità degli opuscoli in che si 
trovano, sono rimaste pressoché ignote, o non tenute in quella 
considerazione che mi sembrano meritare. Io le dico pesaresi, 
perchè ritrovansi insieme a capitoli di confraternite pesaresi, 
presso le quali ne era prescritta la recitazione. A Pesaro quindi 
furono probabilmente composte. 

La prima, e di gran lunga più importante, per l'antichità di- 
mostrata evidentemente dall'essere scritta in alessandrini mono- 
rimici (primo esempio, ch'io mi sappia, di tal forma di laudi (1)) 
è una parafrasi della Salve Regina, dopo la quale si trova nei 
Capitoli della Confraternita di Santo Antonio, da recitarsi, come 
espressamente vi si nota, quando si riceveva un fratello. Per de- 
terminare il tempo a cui essa appartiene, converrebbe aver pre- 
sente l'originale o almeno qualche antichissima copia manoscritta 
dei capitoli di detta confraternita, o sapere per lo manco in qual 
torno di tempo essa confraternita si fondasse: poiché evidente- 
mente, come anche dirò appresso, la laude essendo di rito pel 



(1) 11 BiADENE nella sua accurata nota sulle poesie monorimiche (vedi Studi 
di filologia romanza, fase. 2, p. 236), cita altri tre esempì di poesie mono- 
rimiche , a serie contimm , come la nostra ; ma fra queste una sola poesia 
religiosa, pubblicata dal Casini nelle Rime bolognesi, che non è però una 
lauda vera e propria. 



VARIETÀ 213 

ricevimento dei nuovi adepti, si conservò in seguito quale fu 
posta primamente. Ma le mie indagini non portarono alcun pro- 
fitto, tacendone il diligentissimo Olivieri, che scrisse un erudito 
volume sulla storia della Chiesa pesarese nel sec. XIII, ed essendo 
andato disperso per incuria di chi vi soprastette, l'archivio ric- 
chissimo della Chiesa di Sant' Antonio. Certo , la Confraternita 
dovette essere di molto antica, come quella che acquistò belle 
ricchezze e che presto ottenne grandissima importanza per es- 
servi iscritti i più facoltosi della città. Tanto che Giovanni Sforza, 
uomo da saper trar partito d'ogni minima cosa, per render vana 
qualsivoglia occasione di futuro pericolo pel suo dominio, non 
mancò di ascrivervisi anch'egli: e nel 1508, fattosi elegger Priore, 
ordinò una riforma dei capitoli, togliendo alcuni articoli che non 
gli andavano a garbo e aggiungendone altri sulla proibizione del 
portare armi e d'intricarsi di cose politiche. Con le quali modi- 
ficazioni sostanziali, e con poche altre puramente formali, come 
portavano i tempi di poi, la Confraternita di S. Antonio si man- 
tenne, senza gravi disquilibri, sino quasi al tempo nostro. Giovanni 
Sforza, più curante della sostanza, lasciò intatte le preghiere, 
non volendo menomamente recar disturbo ai fedeli. Così è che 
la nostra Laude monorimica e rozza si trova nella prima stampa 
dei Capitoli della Confraternita, fatta, dopo la riforma sforzesca, 
dai Soncini nel 1510 (1). 

Questa stampa venne anche integralmente riprodotta nel 1531, 
a di 26 giugno, pei tipi di Baldassarre de Francesco Cartolare 
Perusino, stampatore in Pesaro , e subì piccole variazioni , spe- 
cialmente rispetto alle preghiere, nella edizione del 1724, per 
Niccolò Degni. Le antiche e rozze laudi non parvero cosa bella, 
perchè troppo semplici e neglette , e furono sostituite da odi , 
quanto più moderne e più gonfie e roboanti, tanto meno religio- 
samente sentite. 

Ed ora ecco la Laude, quale io la ricavo dalla edizione del '31, 
non essendomi riuscito vedere quella dei Soncino, di cui però ci 
offre ampia ed esatta descrizione il conte Manzoni negli interes- 
santissimi Annali tipografici dei Soncino (2). Quando il senso o 



(1) Un argomento a determinare il tempo, al quale essa laude appartiene, 
potrebbe esser dato dall' accenno a papa Innocenzo , che trovasi nel v. 60 : 
« Dal beato papa Innocentio da lui ci fo ordinata ». Ma quale dei nume- 
rosi Innocenzì, che si succedettero sulla sedia apostolica nei sec. XIII e XIV ? 
Sarebb' egli il più noto fra essi, l'Innocenzo 111, gran datore peraltro d' in- 
dulgenze? L'essere nominato senz' altro, potrebbe dai'ne indizio? 

(2) Voi. Ili, pp. 252-54. 



214 G. S. SCIPIONI 

il verso la rima danno sicuro indizio di errore, mi permetto 
alcune ricostruzioni, portando a pie'di pagina l'esatta lezione della 
stampa. 

Regina potentissima sul eie! siti exaitata 

Sopra la vita angelica siti santificata 

Scala di sapienzia madre glorificata 

Sposa di Ghristo anelila voi siti humiliata. 

Denanti a Lui de gloria voi siti incoronata 5 

De le virtìi santissime voi siti obumbrata 

Figlia de san Gioachino e de santa Anna nata 

Stella del ciel chiarissima gemma glorificata 

Che per salvar lo seculo fosti al mondo creata 

Piena siti di gratia damor fortificata 10 

Sopra a li altri fiori de gloria incoronata 

Palma preciosissima stella del mondo ornata 

Giardino aulentissimo rosa ingarofolata 

Manna tutta purissima viola inviolata 

Voi siti 'na colonna in 1' alto ciel formata 15 

Anima de penitentia stella purificata 

Forteza di hierusalem dintorno circondata 

Pel fructo che dottasti la vita a noi fo data 

Soprana di sapientia siti colonna stata 

Ponzella de abstinentia voi siti amaistrata 20 

Piena siti di gloria donna de honor segniata 

Unguento dalegrezza oliva piantata 

Balsamo aulentissimo manna dal ciel mandata 

Sopra ogni mei dulcissimo damor siti infiammata 

Su tutti laltri vergine siti la più exaitata 25 

Sacrificio aulentissimo siti certa colata 

Madre di sapientia da christo suscitata 

Da li sancti propheti molto fosti aspectata 

Beata sarà quella anima che da voi sera guidata 

vostra possanza altissima in ciel fortificata 30 

lume splendidissimo damor siti apregiata 

Vostra vita certissima sempre vera odorata 

Donzella dulcissima de odore adornata 



T. 1. Regina potentissima sopra del cielo siti exaitata. 

Sopra la vita angelica voi siti santificata. 
V. 7. Figliuote de san Giovachino e de santa Anna voi fosti nata. 
y. 11. Sopra ali altri fiori de gloria voi siti incoronata. 
V. 15. Voi siti colonna in alto in ciel formata. 
r. 19. Soprana di sapienza donna de reverentia. 

Siti colonna stata vergine dubidientia. 
f. 30. Vostra possanza altissima altra fine grandissima. 
V. 31. In ciel fortificata lume splendidissimo soave dolcissima. 
T. 32. Damore siti appregiata vostra vita certissima. 
V. 33. Sempre vera odorata donzella dolcissima de odore ornata. 



VARIETÀ 215 

Sopra ogni fiore o rosa siti desiderata 

Myrra sacratissima da christo esaminata 35 

Puluia da li nuvole del cielo acqua rosata 

Con lo tuo santo figlio da li magi adorata 

Siti pietra firmissiraa sopra alaltrc fondata 

Pietra preciosa siti la più fina atrovata 

Quando a voi vien con lacryme 1' anima separata 40 

Difendila madonna che non sia condannata 

Sempre stia in alegrezza con Dio consolata 

Del benedetto ventre ne nacque tal derrata 

Che tutta Ummana gente ne fo recomperata 

Del suo santo latore uscì sangue e acqua rosata 45 

Lo baptesmo fo fatto e la fé' confirmata 

Che per rasone ogni anima dee essere salvata. 

Regina de justitia sempre siti laudata 

Fontana de scientia vera iustificata. 

Luna de sufferentia regina incoronata 50 

Ave gratia piena da laugel salutata 

Recordave di lanima che sta mortificata 

Che dal inimico falso non sia acompagnata 

Questo sermone e solo per voi vergin beata 

Che tutta Ummana gente vi sia recomandata 55 

Donanti al tuo figliolo per noi sii advocata 

Chi la dice e chi la intende in ciascuna fiata 

Lanima da lo inferno ben sera sensata 

Tri anni e di quaranta di perdonanza fo data 

Dal beato papa innocentio da lui ci fo ordinata 60 

E da iesu Christo ci fo confermata 

Or salutam la vergine in ciascuna fiata 

Sempre sia benedecta e da noi ringratiata 

E così ci difenda degni mortale peccata. Amen. 64 



Le altre due Laudi appartengono alla serie di quelle che si 
dicono drammatiche, ed hanno una speciale importanza, potendosi 
in certo modo determinare il tempo in cui dovettero essere com- 
poste, almeno introdotte nell'uso quotidiano. Esse erano recitate 



V. 34. Sopra ogni fiore o rosa desiderata. 

V. 30. Pnlnia da li nuvole dal del fresca acqua rosata. 

T. 37. Con Io tao santo figliuolo da li tri magi adorata. 

V. 38. Pietra finnis.sima siti ìa più fondata sopra alattre. 

T. 43. Del vostro ventre benedetto si ne nacque tal derata. 

V. 56. Denanti al tuo figliolo per noi sìa nostra advocata. 

V. 61. E da iesQ Christo ci fo confermata or salutamo. 

V. 62. La vergine in ciascuna fiata. 



216 G. S. SCIPIONI 

dalla Confraternita della Nunziata, pure in Pesaro, insieme ai cui 
capitoli si ritrovano, nella stampa fattane da Baldassarre de 
Francesco Gartularo Perusino nel 1531. Neil' ultimo articolo di 
tali capitoli viene chiaramente detto che fondatore della Confra- 
ternita fu il Beato Cecco da Pesaro; quel beato Cecco che si vuol 
tanto infiammato d'amore per la Vergine, da ritrarne, per solo 
entusiasmo, eccellentemente l'imagine. La tradizione assegna come 
opera sua una bella testa di Madonna, a fresco, che si venera 
nella Chiesa del Ponte Metauro, a tre chilometri da Fano. Quel 
beato Cecco che infiammò di santo zelo siffattamente al suo tempo 
i cittadini di Pesaro, Fano e dintorni, da condurli processionai- 
mente, vestiti di tuniche candide, salmodiando e percotendosi , a 
visitare i sacri luoghi delle vicinanze. Lo stesso Carlo Malatesta 
si dice vi prendesse parte. Di tale enfatico uomo, che continuava 
la tradizione dei S. Francesco e dei Fasani, scrisse a lungo lo 
storico e archeologo pesarese, Annibale Olivieri- Abati, e sappiamo 
che visse nel sec. XIV, sicché alla metà del secolo XIV dobbiamo 
riportare l'origine, se non l'introduzione in Pesaro di queste due 
laudi. Le quali oltre all'uscire dalla cerchia degli argomenti con- 
suetudinariamente in esse trattati, porgono, per quel ch'io so, il 
primo esempio di laudi drammatiche in endecassillabi e ottava 
rima, metro e ritmo adoperato più comunemente nelle Devozioni. 
Sì che può dirsi rappresentino 1' anello di congiunzione tra 
la laude propriamente detta e la Devozione, o il principio del 
Dramma sacro. 

Dall'Umbria così vicina e così congiunta da vie e da interessi, 
certamente venne alle Marche l'ordine delle confraternite ; che si 
estesero poi tanto e cosi radicatamente, da rimanerne tuttora 
vestigi non insignificanti. E colle Confraternite vennero e rima- 
sero anche le tradizioni rappresentative. Ricordo aver veduto da 
bambino, nella mia terra nativa (Pergola, nella Provincia di Pe- 
saro), la sera del venerdì santo sacre rappresentazioni mute per 
le vie. Nei luoghi ove passava la processione (nella quale al 
Cristo morto precedevano i simboli della passione , portati da 
fanciulli vestiti nei più svariati costumi), e specialmente sul sa- 
crato delle chiese , gruppi di uomini e fanciulli , adorni delle 
vesti tradizionali, raffiguravano i più salienti episodi della vita 
di Gesù : Gesù messo in croce ; Gesù legato alla colonna ; Gesù 
nell'orto, e via. E nella città di Fano esiste tuttavia una Confra- 
ternita di vecchi operai, nella cui cappella la notte del venerdì 
santo, sino al mezzogiorno del sabato, si raccolgono i devoti di- 



VARIETÀ. 217 

nanzi a un altare, ove è rappresentata Maria addolorata appiè 
del Calvario. Dal pulpito il prete legge alcune orazioni e medi- 
tazioni sui dolori della Vergine, mentre ad ogni pausa una mu- 
sica mesta intuona un inno, cantato pateticamente. Verso il mez- 
zogiorno del sabato, dopo alcune cerimonie dei preti dinanzi al- 
l'altare, allo sciogliersi, come suol dirsi, delle campane, la musica 
si fa più lieta, e calando a un tratto una tela raffigurante il cielo, 
appare al di sopra del Calvario Cristo risorto e glorioso , in 
quello che due angioli scendono a coronare Maria (1). 

Or ecco senza più le due laudi, tali quali ritraggo dalla so- 
praccennata edizione dei Capitoli della Nunziata in Pesaro, ira. 
cui se ne trovano anche altre che non accade qui citare, per- 
chè di minore importanza e d'altra forma. 



Lauda a conforto de peccatori. 



Tornate peccatori a penitentia 
E ciascuno hoggi in colpa a dio si renda 
Che salvo e quel che pecca et poi samenda 
Tanta e del redentor lalta cleraentia. 

Piangiamo tutti quanti amaramente 
Ciascuno a pie della croce el suo peccato 
El redentor che in croce sta pendente 
Per tsinto amor che ci ha sempre portato 
Et per comprar anchor V humana gente 
Hai ciel apporto et linferno serrato 
Con la sua morte o alma benedetta 
Veggio hogi a braccia aperte al ciel taspecta. 

Dhe non ti disperar mai peccatore 
Ben che sii stato al mondo scelerato 
Che se ti penti con contrito core 
Di pur tua colpa et spento fia el peccato 
Guarda come glie morto per tuo amore 
Et col suo proprio sangue tha lavato 
Ito alla morte com un puro agnello 
Per liberarti cheri al ciel ribello. 

Fu Maddalena al mondo peccatrice 
Et purgo per pentirse ogni peccato 



(1) Cfr. Torraca, Reliquie del dramma sacro nelle prov. merid., in 
Studi di storia leti, najìoletana. 



218 ^ G. S. SCIPIONI 

Che direna del ladron ora infelice 
Et penitente in croce ul fé beato 
Fu longin anchor lui nel ciel felice 
Che per ferrirlo fu ralluminato 
Addunque che non torni peccatore 
Se dio rimette ogni mondano errore. 

Et quel calice santo li fu porto 
Et ber pur li convienne (benché amaro) 
Accioche eternalmente non sia morto 
Lhom peccator che li fu sempre caro 
Resuscitato andò per dar conforto 
Ai santi padri che nel limbo andaro, 
Seguite adunque questo santo segno 
Che fa chi in petto el porta del ciel degno. 

Qual sarà quel cor dur che non si muovi? 
Vedendo de Giesu suo pena atroce 
Le spine acute et li pungenti chiovi 
Laceto el fel la lancia et lalta croce 
Hoggi chel tuo signor benigno truovi 
Piangendo prega lui col humil voce 
Che del peccar ti dia gran continentia 
Con la speranza fede et patientia 

Non son peccati al mondo tanto gravi 
Una lacrima sola un cor contrito 
Binanti al tuo signor hoggi non lavi 
Che lavato ha lerror chera infinito 
Hora hai tu peccator del ciel le chiavi 
Ritorna al tuo signor che se smarrito 
Non creder tu che Dio perder ti voglia 
Poi che per te patita ha pena et doglia. 



Xps in cruce ad peccatores. 

Che aspetti peccator che non te muovi 
Perche se sempre al tuo signor ingrato? 
Guarda la croce li spini li chiovi 
Guarda al mio corpo tutto lacerato 
Che aspetti che ai ben far non ti rinnovi 
Poi che col sangue tho mondo et lavato 
Con le ferrite mie tho fatto sano 
Fai che mio sangue non sia sparso in vano 

Non si commise mai si gran peccato 
Che chi si pente con contrito core 
Da me non sia rimesso et perdonato 
Pur che non si disperi el peccatore 



VARIETÀ , • 219 

Et anohor Giuda harei nel ciel salvato 
Se pentito si fusse del suo errore 
Si dispero non hebbe pationtia 
Et non cognobbe la mia gran clementia 
Se voi cognoscer quanto io sia clemente 
Pensa che a Maddalena io perdonai 
Me nego pietre et pianse amaramente 
Onde io del ciel le chiavi li donai 
Longin che mi ferì si crudelmente 
Non sol li rendei el lume ma el salvai 
Torna a me peccator poi che te chiamo 
Che giorno et notte tua salute bramo. 

Peccator respondet ad Jesum conversits. 

Io tho Giesu si gravemente offeso 
Ohio non ardisco in alto alzare el ciglio 
Da poi che mhai dallinferno difeso 
Guardami anchor dogni mondan periglio 
Fa del tuo amor el mio cor tanto acceso 
Chio fugga del peccato el fiero artiglio 
Non giudicar secondo el fallir nostro 
Ma secondo lamor choggi ci hai mostro. 

Jesus. 

Io ti perdon contrito peccatore 
Poi che chiedi merce con humil voce 
Lardante charita limmenso amore 
Hoggi per te mi fa pender in croce 
Per tua colpa et non già pel mio errore 
Son sceso in terra a patir pena atroce 
Lerror passato ti vo perdonare 
Hor vade et noUi amplius peccare. 

Peccator. 

Jesu benigno che hoggi in croce pendi 
Per la pietà che scender ti fé in terra 
Col sangue tuo col qual vita ci rendi 
Per la tua morte che linferno serra 
Pel sacro legno col qual ci difendi 
Dallo antico inimico et da sua guerra 
Fa si chio fugga ogni mortai peccato 
Mantienimi mondo poi che mhai lavato. 



220 G. S. SCIPIONI 



Jesus ad patrem. 

Perdona padre a costor che non sanno 
Come per lor salute io pendo in croce 
Padre perdona, e non san che si fanno 
Io grido sitio sitio ad alta voce 
Che della lor salute ho grande affanno 
Questa e la sete et lardor che mi coce 
Perdona che per questo io son mandato 
Et tutto quel che e scritto ho consumato. 

Finis. 



In solemnitate corporis Xpi. 



Come e possibil chel verbo incarnato 
Che roggie el ciel la terra laria el mare 
In così breve spatio sia serrato? 
Questo nel mio intelletto non può intrare 
Dice che in momento e in ogni lato 
Et questo la natura noi può fare 
Onde io creder non posso che sia vero 
Che questo sia di Christo el corpo intero. 



Xps loquitur. 

gente sempre al creder tarda et stolta 
Al ben far cieca, sorda pigra et lenta 
La fede tua la qual veggio già spenta 
Voi chio venga a morir un altra volta. 

Che mi vai peccator per te esser morto 
Poi che se tanto al creder ostinato 
Quante volte el mio sangue a ber tho porto 
Et dato in cibo el mio corpo sacrato 
Pur mi sforzo condurti salvo in porto 
Benché con lopre tue sia sempre ingrato 
Hor vedi sparso per più chiaro segno 
Quel sangue che per te sparsi in sul legno. 



VARIETÀ 221 



Tho già fatto al mondo in ogni parte 
Per lo tuo amor miracol mille et mille 
Scrisser di me già tante antique carte 
E gran propheti et le savie sibille 
El tuo cor frodo pur da me si parte 
Raccendi homai le già spente faville 
Che più aspetti homai, che non credi 
Poi chel mio sangue sparso aperto vedi. 



Sacerdos loquitur. 



Misero iniquo incredul peccatore 
Saratti mai remesso un tal peccato? 
Hor ben cognosco el mio comisso errore 
Et quanto al mio signor son stato ingrato 
Misericordia, o vero redentore 
Misericordia a questo scelerato 
Piangerò sempre et faro penitentia 
Perdonami signor per tua clementia. 



Xps. 

Resuscitato apparvi a Maddalena 
Tocco Thomasso el mio costato aperto 
Peregrin fransi el pane et nella cena 
E miei discipul mi cognober certo 
De testimoni la scrittura e piena 
Et tu non credi e questo il premio el morto 
Hor mi bisogna poi che Ihuon non crede 
Spargere el sangue et rinovar la fede. 



Sacerdos. 



verbo eterno o verbo salvatore 
Verbo che per salvarci se incarnato 
Concede tanta vita al peccatore 
Che pianger possa el suo grave peccato. 
Et se per per penitentia et gran dolore 
Error alchun giamai fu perdonato 
Concedimi chio facci penitentia 
Con lacryme digiuni et astinentia. 



282 G. s. sciPioNi 

Et voi veri Christian non dubitate 
Che questo e il corpo ver del nostro Dio 
Guardate al sangue et più non vicilate 
Pigliate exempio ornai del caso mio 
Quando tal sacramento voi pigliate 
Siate col cor contrito humile et pio 
Seguendo sempre questo santo segno 
Che fa chi bene el segue del ciel degno. 



Finis. 

G. S. SCIPIONI. 



IL BEL POME 

CORONA DI NOVE SONETTI ALLEGORICI 



Una delle forme della poesia allegorica in Italia è quella dei 
sonetti a corona, cioè collegati e continuati sopra un solo e me- 
desimo argomento. 

Da un codice della Palatina di Vienna del XIV secolo il Mus- 
safia produsse cinque sonetti (1) che contengono un Giudizio di 
amore , dove l'amante si duole che gli sia negata obbedienza 
dalla sua donna, e questa è invitata da un messo a presentarsi 
al tribunale d'Amore, che pronuncia la sua sentenza a favore 
dell' amante. Un poemetto allegorico-didattico intitolato : Conci- 
liato d'Amore, pubblicato dal Monaci tra i facsimili di antichi 
manoscritti per uso delle scuole di filologia neolatina (2), è at- 
tribuito da un codice Marciano a Tommaso di Giunta alias Tre- 
guano, e componesi di sei sonetti e ventiquattro canzoni. Di Fol- 
gore da San Gemignano ci resta una serie di cinque sonetti 
allegorici sui pregi e le virtù che dee avere un cavaliere (3); 
oltre di che, com' è noto, il Romanzo della Rosa pure fu para- 
frasato in dugentotrentadue sonetti (4). 

Gli esempì tuttavia non abbondano si che un nuovo documento 



(1) Cinque sonetti antichi tratti da un codice della Palatina di Vienna 
da Adolfo Mussafu, Vienna, 1874. 

(2) Roma, Martelli, 1883, fase. 2 (tav. 48-50). 

(3) Le rime di Folgore da San Gemignano e Cene della Chitarra, nuo» 
vamente pubblicate da G. Navone, Bologna, Romagnoli 1880, pp. 4549. 

(4) Il Fiore, poème italien du XIII siècle, en CCXXXII sonnets, imité 
du Roman de la Rose, par Durante ; texte inédit publié avec facsimile., 



224 L. FRATI 

di simil genere di poesia non possa avere in sé qualche pregio 
per essere pubblicato; tanto più se ci fornisce un'altra prova 
dell'influenza che esercitò sulla nostra poesia il Roman de la 
Rose, assai noto ed imitato, come dissi, anche in Italia. 

La corona di sonetti che ora traggo dal codice Magliabe- 
chiano XXIII, 4, 140 trovasi adespota in fine al manoscritto (da 
car. 163 v a 167 v) con altri diciannove sonetti, la più parte del 
Petrarca, ed alcune ottave del Ninfale Fiesolano (da car. 134 r 
a 163 v) di mano diversa da quella del resto del codice, che con- 
tiene la Guerra Catilinaria di Sallustio volgarizzata da Fra Bar- 
tolomeo da San Goncordio (car. 1 r a 60 i?) e un volgarizzamento 
di Lucano (car. 61 «? a 133 r). 

La composizione di questi sonetti parmi senza dubbio che si 
possa tenere anteriore d'assai al tempo in cui furono trascritti 
in cotesto codice, che sembra della fine del XV secolo, o de' primi 
anni del XVI. 

L'autore volle certamente fare allusione ad una sua avventura 
d'amore; egli immagina d'essere entrato in un giardino e d'aver 
visto un sì bel pomo che tosto se ne invaghì. Ma eravi un or- 
tolano assai geloso, che 

non ne are' dato altrui solo una foglia. 

Pure tornando un giorno tutto solo a quel giardino, tentò di 
cogliere il desiderato frutto, ma quando sentì quelValher cigolare 
abbandonò l'impresa non senza far proposito di ritornare. Allor- 
ché volle ritentare l'assalto, trovò l'albero tutto imprunato, ond'egli 
se ne tornò privo d'ogni speranza, dicendo fra sé : non avrò mai 
del dolce frutto il quale ho disiato. 

Cominciò allora a fingersi amico dell'ortolano e tanto seppe 
fare che un giorno, mentre questi se ne stava sulla strada hen 
m£zzo miglio lungi dal giardino, dopo aver levati tutti i pruni 
potè finalmente cogliere il frutto proibito. 

L'allegoria non è certamente nuova; oltre ai noti versi del 



introducHon et notes par Ferdinand Gastets, Paris, Maisonneuve et G®, 
1881. Di cotesto poema parlarono diffusamente , e con molta dottrina , il 
D'Ancona ed il Borgognoni; l' uno nella Nuova Antologia (voi. LVIII , 
pp. 694-707), l'altro nella Rassegna settimanale (Vili, 247-249). 



VARIETÀ 226 

Contrasto di Cielo dal Camo (1) e la canzone di ser Bonaggiunta 
monaco della Badia di Firenze (2), che incomincia: 

Un arbore fogliato 
d' amor novo riguardo 
lo qual sanza ritardo 
mostranza fé' di dar fructo di cima. 

si può rammentare il seguente sonetto dell'Angiolieri : 

Per ogne gocciola d' acqua eh' ha '1 mare , 
Ha cento milia allegrezze il meo core , 
E qualunque di tutte è la minore 
Procura più che d' uomini il sudare. 

Eh' i' seppi tanto tra dicere e fare , 
Ched i' salii suU' alber dell' amore , 
Ed alla sua mercè colsi quel fiore, 
Ch' io tanto disiava d' odorare. 

E poi eh' i' fu di queir albero sceso 
si volsi per lo frutto risalire. 
Ma non potei , però eh' i' fu' conteso. 

L'allegoria è la stessa , se non che mentre l'Angiolieri se ne 
andò contento d'aver colto il flore, rammentandosi del proverbio: 

Chi tutto vuole nulla dee avire. 

n Nostro ritentò la prova più volte in fino a taùto che tra 
due rami il suo innesto ebbe messo e potè dire : 

i' pur forni' si eh' io non me ne scorno , 
E vi lascia' chorae d' usanza l' escha , 
non perch'io chreda che mai frutto n' escha. 

Lodovico Frati. 



(1) Strof. XVll e XVIll. 

(2) È nel cod. vat. 3213 (car. 127-128), e fu pubblicata dal Corbinelli 
nella Raccolta di antiche rime aggiunta alla Bella mano (pp. 94 6 95 a) e 
nella Raccolta di rime ant. tose, Palermo, 1817, voi. I, p. 281. Questa al- 
legoria trovasi non solo nella lirica amorosa, ma anche nella religiosa; e 
accanto all'albero dell'amor profano sorge l'arbore del divino amore nella 
auda di fra lacopone che incomincia : Un arbore è da Dio piantato \ Quale 
amor è nominato ecc. (ed. Tresatti, p. 586). Nel codice 900 della Bibl. Pa- 
latina di Vienna (car. 52 a - 66 è) è un Tractatus de arbore amoris divini 
(vedi Tabulae codd. mss. Bibl. Palai. Yindobon. cwserwafor, Vindobonae, 1864) 

OiormU storico. Ti, fase. 16-17. 15 



226 L- FRATI 



I. 



r vidi in un[o] giardino un sì bel pome 
che d' abbracciano i' n' ebbi una gran voglia , 
[sì] grande che anchora ne sono chon doglia 
in fra me stesso immaginando chome. 

Però che v'era un si pregiato nome, 
un ortolano che drente vi spogl(i)a 
non ne are' dato altrui sol una foglia 
chi gli avesse donate sette Rome. 

Ma chi nel cierchuito entrar[e] vol(es)se 
e' le lasciava ben vedere altrui , 
ma non volea che il frutto si cogliesse. 

Ed io per me vi diche che vi fui, 
che 'nmaginai se choglier ne potesse 
[sì] eh' io vi tornasse poscia san^a lui. 

Non v'eron pruni che [mi] potessin pugniere, 
e '1 chor[e] mi disse di potervi agiugniere. 



11. 



Tornando poi chon bella (1) provedenga 

• tutto solitto a quel giardin[o] sovrano, 
e' sapea ben che non v' è 1' ortolano 
che m' are' dato greve penitenza. 

E a queir alber[o] eh' è di gran potenza, 
per la suo man[oJ (2) la presi ad anbo mano , 
mostrò che dal pedan non fosse sano , 
sì ch(e) io di ghuastallo ebbi temenga. 

Ma sondo del giardin signiore in tutto , 
quando senti' quell' alber[o] cigholare 
uscinne fuori, e non cholsi del frutto. 

Ma bem mi puosi in chuor[e] di ritornare 
s' i' ne dovesse in tutto esser[e] distrutto , 
puosimi in chuor[e] di noUo abandonare. 

Ma io mi pento ben che io mi volsi, 
che quando i' fu' signor[e] eh' i' non ne cholsi. 



(1) chom peUe il cod. 

(2) Così il cod. Forse il suo ramof 



VARIETÀ 227 



III. 



Poi quando vi tornai era inpininato 
quest' albero , onde forte sospirai 
diciendo tra mio chuor[e] : noli' are' mai (1) 
del dolge frutto el qual' ò disiato. 

E quasimente chorae disperato 
subitamente a esso io m' apichai 
per si gran forga ched io lo pieghai , 
eh' io mi parti' da prun[i] tutto graffiato. 

[Ma] non eh' io avessi però del frutto saggio , 
che chome prima io ne tornai digiuno 
per non riciever[e] dal villano ontrag(g)io. 

Ma sendo chosi punto da quel pruno , 
subito imaginai nel mio choraggio 
di levameli tutti ad uno ad uno. 

Ghopertamente adoperando senno 
sanga mostrar niuno senbiante o segnio. 



{1) Cosi il cod., ma panni si debba leggere: no l'arò mai. 



IV. 



Quest' albero amoroso eh' io vi dieho 
pendar solea spesso sopra la via (1) , 
or non vi fa chome solea 1' onbria 
e al passarvi molto i' m' afFaticho. 

Ben(e) che rortolan[o] si mostri amicho 
non el domando eh' io farei villania , 
perch' io m' achorgho ben che gielosia 
è nel suo chor[e] ched io me ne notricho. 

E non è stante che 1' abia inprunato , 

ma tanto à fatto (2) ehon suo arghomento 
eh' io noi posso veder[e] quand' io vi ghuato. 

Ma spesso trae un amoroso vento 
e fai sì forte pieghare da un lato 
eh' io vegio un pocho e partemi (3) chontento. 

Ma chome la donzella al liochorno 
penso ehon umiltà di far[e] ritorno. • 



(1) Forse da correggere: Pender soleva spesso sw/ia via. 

(2) Cod.: ma ùtnto affatto. 

(3) parte mi il cod. 



228 L. FRATI 



Io fece d' umiltà mia armadura , 
poi chon superbia fu macho sì vile 
e a queir alber[o] che tanto è gientile 
tornai chon quel signior[e] che m' asichura. 

E schurità (1) eh' io li feci paura 
vegiendomi venir[e] chotanto huraile , 
mostrò eh' alquanto chinasse lo stile 
del grande isdegno che ha per natura. 

lo non diche perchè nella gi(u)ntura 
provato fossi di salirvi suso , 
ma ben levai de' pruni buo' partita 

E avisami ritto chome fuso 
[che] fatta verrebbe mie voglia fornita 
levando i prun[i] che 1' albero tien chiuso. 

Ma e' non si può metter[e la] tela al subio 
eh' io non chavasse 1' ortolan[o] del dubbio. 



(1) CoA il cod. Forse siehttriàt 



VI. 



Ghoir ortolano chominciai a usare , 
perchè di me non fosse più geloso , 
e per poter[e] più volte di naschoso 
de' prun d' intorno all' albero levare. 

Se nel giardino e' mi volea menare (1) , 
di ciò me ne mostrava chorucioso (2) 
acciò che fosse pur volonteroso 
a dir[e]: vien mecho drente a desinare. 

Poi chonvenia eh' ad acto ritornasse , 
de' prun[i] levava , ma non però tanti 
che r hortolan[o] di nulla s'achorgiesse. 

Una avea in vista e un' altra in serbianti 
allo sprunar[e] fé' le volte si spesse , 
che 'n pochi dì gli levai lutti quanti. 

Ma poi c'ie fue Ji prjni e sprnchi (3) isciolto, 
la sua salita mi gravava molto. 



(1) Il cod.: » mi volea mettere. 

(2) chucioso il cod. 

(3) spochi il cod. 



VARIETÀ 229 



VII. 



Poi che dall' alber[o] dov'era l'alte^Qa 
ehi levati tutti pruni e sprechi , 
alla sua cima sempre ave(v)a gli echi 
disiderando di salirfe] V altera. 

Eir era tanta la sua morbide^a , 
perch' era tutto ischietto san^a nocchi , 
eh' i' diciea di me : fie fatto rochi 
prima eh' io possa montar[e] suo belle^ga. 

Ma 'n verità sempre verso me chinasse (1) 
ben chonveria eh' io vi metesse un[o] 'nesto , 
che '1 frutto suo per me di su fruttasse. 

Poi mi parti' immaginando questo , 
ma non però ched io mi gli achostasse 
tanto si fé' al riio cuore manifesto, 

Ch' io vidi tanto in vista e in senbianga 
eh' io mi pai ti' chon grau(de) mia speranza. 



(1) CoA il cod., ma panni che s' a1)bia a leggero: se 'nverso tne chinasse oppure se 'npresso. 



Vili. 

Quell[o] ortolan[o] m' invitò a desinare , 

subitamente io accie ttai lo 'nvito 

san^a dimorare cho llui fu' ito 

nel nobile giardino a sollagare. 
Ma e' mi fé' chontra mia voglia stare 

dirimpetto a quell' albero fiorito , 

ed io mangiando quasi isbigottito 

sempre avea l' echio all' albero mirare. 
Ma e' facia ghuatatura ghuercia , 

ed io onesto quando mi fue aehorto 

però eh' eli era pieno di ma mancia (1). 
Che se aveduto si fosse del torto 

ch io li facia chon un[o] baston[e] di quercia 

veraciemente che m' arebbe morto. 
Ma di niun[o] fallo di me non s' achorse , 

onde eh' allora tutto uscì del forse. 



(1) Così il cod. Forse : mala tnerce, cioè pieno dì malizia ? 



230 L. FRATI 



IX. 



Un giorno l' ortolano in sulla strada 
ben me^o miglio [di] lungi dal giardino 
i' ebi chiamato un[o] mie chonpagno fino 
che per ingiegnio mei tenesse a bada. 

E a quello albero che tanto m' agrada , 
n' andai chome s' i' fosse un[o] paladino; 
per forga missi 1' albero al dichino 
e dissi: omai chosl chonvien che vada. 

Dal me^o in giù quel!' albero era fesso 
sì che da pie' levai 1' erba d'intorno 
e tra dua rami el mio 'nesto ebbi messo. 

Temendo di non far[e] tropo sogiorno 
del 'nesto ve n' entrò forse un[o] somesso 
i' pur forni' sì eh' io non me ne schorno , 

E vi lassia' chome d' usanza l' escha 
non perch' io chreda che mai frutto n" escha. 



SAGGIO DI RIME INEDITE 



DI 



GALEOTTO DEL CARRETTO 



I. 



La figura del marchese Galeotto del Garretto è significante per 
vari rispetti. Storico e poeta, fiori in quello scorcio del sec. XV, 
in cui si trovano già tutti i germi letterari che poi con tanta 
lussuria di vegetazione si svilupparono nel secolo seguente. Nato 
di famiglia illustre , fu stretto d' amicizia con molti personaggi 
cospicui dell'età sua. Visse alla corte di Monferrato e fu in re- 
lazione costante con quelle di Milano e di Mantova e coi lette- 
rati che le frequentarono (1). Egli prese parte insomma a tutto 



(1) La biografia di Galeotto non fu peranco scritta, ma non tarderà molto 
ad esserlo degnamente. Poco ci dicono gli storici de' fatti suoi ; chi voglia 
ricostruii-si la sua vita deve ancora ricorrere a documenti inediti. Si può dire 
che di certo conosciamo soltanto finora , oltre alcuni dati rilevati ma non 
documentati dell'Avogadro, l'anno in cui morì, il 1531, messo fuor di dubbio 
da V. Promis (Curiosità e ricerche di storia subalpina. III, 4344) con un 
docum. dell'Arch. di Stato torinese. Già T Avogadro (Mon. hist. patriae; 
Scrìptor., Ili) aveva osservato come la sua morte non dovesse essere di molto 
posteriore al 1530 , perchè fino a queir anno è condotta la sua cronaca , e 
perchè Niccolò Franco, nel 1546, lo dice defunto da 16 anni. Questa crono- 
logia, già antecedentemente addotta dal CRESciMBEm (/. d. u. p., V, 39) 
venne con poco scusabile errore contraddetta dal Vallauri (Storia d. poesia 
in Piemonte, I, 75), che lo fece morto in Roma nel 1527. 



232 R. RENIER 

quel movimento artistico e poetico dell'Italia settentrionale, pa- 
rallelo al movimento fiorentino e forse in parte conseguenza di 
esso, che appena ora si comincia a studiare con qualche propo- 
sito. E per ginn la fu piemontese, di quella regione cioè, che (si 
disse e si ripetè da molti) ebbe cultura essenzialmente francese, 
fu segregata quasi, fino al sec. XVI, dal rimanente della penisola. 
Errore manifesto, come altra volta ebbi ad accennare (1). 

Oltre la Cronaca di Monferrato, che scritta prima in prosa (2), 
venne poi da Galeotto medesimo posta in ottava rima (3), egli 
va specialmente celebre per aver dato con la Sofonisba uno dei 
primi abbozzi tragici (4). AVbozzo tragico io la chiamo, e non 
altro, perchè le mancano tutti i requisiti per esser detta vera- 
mente tragedia , a cominciare dalla divisione regolare in atti, 
giacché il numero sterminato di essi , che i posteri vollero tro- 
varvi, levando le più alte grida per la irregolarità di quella com- 
posizione (5), non era realmente nelle intenzioni dell'autore, né 



(1) Gfr. Giornale, IV, 60. 

(2) Fu pubblic. da Gustavo Avoqadro nel voi. Ili Scriptorum dei Mon. 
hist. patriae (1848), che la fece precedere da un erudito proemio. 

(3) Questa riduzione è tuttavia inedita (cfr. pei codici che la conservano 
Vallauri, Storia della poesia in Piemonte , I, 97) , se ne eccettui i pochi 
estratti che ne diede G. Vernazza nella Yita di Benvenuto Sangiorgio , 
premessa alla sua cronaca, Torino, 1780, pp. 2, 30-31, 4344, 51-54, un epi- 
sodio che ne stampò per nozze l'avv. Lavagno [Un convito nuziale dato 
da Galeazzo Visconti, Torino, 1884), e altri frammenti insignificanti messi 
in luce qua e là occasionalmente. 11 Vernazza dice che la cronaca di Ga- 
leotto in ottave fu presentata a Bonifacio di Monferrato nel 1493. Il signor 
Giovanni Minoglio già da parecchi anni ha promesso di pubblicarla intera. 

(4) La Sofonisba venne stampata solo una quarantina d'anni dopo che era 
stata composta, nel 1546 in Venezia da Gabriel Giolito de' Ferrari, per cura 
di Niccolò Franco , che le faceva andare innanzi una lettera al nipote di 
Galeotto, Alberto del Garretto, in data Gasale 1545, nella quale stabiliva la 
priorità del marchese nel trattare questo soggetto. Non si deve trascurare 
il fatto che il Senato veneto aveva dato licenza al Giolito di stampare la 
tragedia fin dal 1543, come appare dal privilegio in data 21 aprile di quel- 
l'anno, che si conserva nell'Arch. dei Frari (Senato Terra, R». 32, e. 142 v.). 

(5) Il primo a lamentarsene fu Angelo Ingegneri nel suo noto libro Bella 
poesia rappresentativa et del m,odo di rappresentare le favole sceniche, 
Ferrara , 1598. « Il che mi fa ricordare d' una tragedia di Sofonisba , fatta 
« in ottava rima da un poeta, di cui non mi sovviene il nome, ma l'ho ve- 
« duta alla stampa, né credo che vi sia gran pena a ritrovarne; la quale 
« inchiude nella sua scena, non solo Girta, Gartagine e la patria di Massi- 



VARIETÀ 233 

apparisce dalla stampa. Il che non toglie che questa Sofonisba, 
scritta in ottave (1) e dedicata il 22 marzo 1502 a Isabella Gon- 
zaga (2), non sia degnissima di studio, e troppo trascurata da 
coloro che occupandosi della Sofonisba trissiniana ebbero a toc- 
care delle prime tragedie italiane (3). 

Tre altre composizioni drammatiche del Del Garretto furono 
divulgate per le stampe, il Tempio d'amore (4), le Nozze di 



« nissa, ma la città di Roma, et la reggia di Tolomeo in Egitto, et diverse 
« altre parti del mondo; dall'una all'altra delle quali i personaggi fanno 
« tragitto a lor beneplacito , sì però , che quando occorre uno di così fatti 
« passaggi (per dargli per avventura verisimilitudine di tempo) si fornisce 
« r atto. Di maniera che la favola è divisa in quindici o venti atti, con una 
« rarità d' essompio maravigliosa » (p. 43). 11 Grescimbeni , tenendo dietro 
a queste parole, chiamò Galeotto «poeta vago di stravaganze » (/. d. v.p., 
I, 310), e gli storici successivi ripeterono tale giudizio precipitato. 

(1) Tranne i cori, che sono generalmente in metri lirici, ad eccezione di 
quello a p. 33, che è in terzine, e dell'altro a p. 40, che è (si noti) in versi 
sciolti. 

(2) La dedicatoria è stampata in fronte alla edizione. 

(3) Della Sofonisba di G. G. Trissino, scritta nel 1515, pubblicata nel '24 
e rappresentata solo nel '62, Torquato Tasso ebbe a dire : « L'Italia à debito 
« col medesimo (Trisainó) d'aver tentata una via alpestre e piena d'inciampi, 
« e d'averla il primo tentata con onore » (cfr. nota riferita a facsimile nella 
pubblicazione di F. Paglierani, La Sofonisba di G. G. Trissino con note 
di Torquato Tasso , Bologna, 1884), né io ho nulla a ridire contro il giu- 
dizio dell'autore del Torrismondo, giacché mi sembra troppo severa la sen- 
tenza di E. CiAMPOLiNi (Atti della R. Accademia Lucchese , XXIII , 605) , 
il quale dice che se alla Sofonisba trissiniana si leva la innovazione for- 
male, essa viene ad avere « meno che mediocre importanza ». Tuttavia 
avrei desiderato che il Morsolin , là dove accenna agli antecedenti della 
tragedia del Trissino {G. G. Trissino, Vicenza, 1878, pp. 89-90) si fosse 
indugiato un po' più sul tentativo del Del Garretto , che resta ancora a stu- 
diare di sana pianta. 

(4) Tempio de amore del mol \ to magnifico et cele | berrimo poeta si | 
gnor Galeotto \ marchese dal | Carretto. In fine Mediolani ex officina Minu- 
tiana idibus octobris MDXIX. Impensis D. presbyt. Ntcolai de Gorgonzola. 
In-8°, di 14 quaderni più un quinterno. Se ne conserva un bellissimo esemplare 
nella biblioteca di S. M. il Re in Torino (cfr. Brunet, Manuel, I, 1600 e 
Graesse, Trésor, 11, 55). Questa peraltro non é la prima edizione. Ve n' è 
un' altra citata solo dall'ALLACCi {Drammaturgia, Venezia, 1755, p. 756) e 
sconosciuta agli altri bibliografi e storici , intorno alla quale 1' Avogadro 
{Monumenta cit.) scrive : « Una prima ediz. del Tempio d' mmore vuoisi 
« pure fatta in Milano il 1» sett. 1518 dal libraio Giov. Antonio Legnano 



234 R. RENIER 

Psiche e Cupidine (1), i Sei contenti (2). Di queste, l'ultima sola 



€ ma quest' edizione è ora pressoché ignota ». Ne esiste un esemplare in 
Ambrosiana , uno nella Magliabechiana , uno nella Comunale di Bologna , 
ed un altro potei vederne presso un bibliofilo torinese mio amico. La stampa 
meno rara è quella del 1524: Comedia \ nvova \ del magnifico et \ cele- 
berrimo poe I ta signor \ Galeotto Marche | se dal Carretto \ intitvlata \ 
Tempio de amore. In fine Stampata nella inclita cita di Venetia per Ni- 
colo Zopino e Yicentio compagno nel MCCCCC e XXIIII. A dì iiii de 
Marzo. Regnante lo inclito Principe messer Andrea Gritti. Nella av- 
vertenza premessa dagli stampatori a questa edizione se ne parla come di 
opera ignota: « Essendomi a questi giorni pervenuto ne le mane il uenu- 
« stissimo Tempio de Amore, poema tersissimo, si de inuentione piacevolis- 
« sima, sì de gioconde fabulationi et novo (sic) lepiditati referto dil facun- 
« dissimo et leggiadro Poeta signor Galeotto marchese dal Garretto , mi è 
« parso conueneuole non tenere celato et sepulto un si pretioso thesauro, 
« quasi inuido a li eleuati spirti, anzi mandarlo in la publica luce, a comune 
« diletto de studiosi serui d' amore ». E da avvertirsi peraltro che questa 
nota proemiale è riproduzione fedelissima di quella che « loanne Antonio 
« Legnano libraio solerte et curioso » mandò innanzi alla edizione del '18. 
L'ultima rimpressione, di Bologna 1525, trovasi nella Marciana. 

(1) Noze de Psyche et Cupidine celebrate | per lo Magnifico Marchese 
Galeoto \ dal Carretto: Poeta in lingua Tusca \ nò uulgare. Sotto una si- 
lografia, che rappresenta Amore saettante un uomo seduto all'ombra di un 
albero, con in mano la mandola o la chitarra. Manca qualunque nota tipo- 
grafica. Se il Vallauri avesse veduto (e non ci voleva molto !) questo esem- 
plare, che si trova nella Reale di Torino (altri se ne rinvengono cosi nel 
fondo magliabechiano come nel palatino della Nazionale di Firenze , nella 
Marciana di Venezia, e nella Goi-siniana di Roma), non avrebbe mosso rim- 
provero al Quadrio {St. e rag., V, 65) perchè citò una ediz. « senza data di 
luogo né di anno ». Ben é vero che il Brunet, il Graesse (luoghi cit.), il 
MoLiNi (Operette, Firenze, 1858, p. 145), I'Avogadro (luogo cit.) ecc., citano 
solo la ediz. di Milano, per Agostino di Vimercato, 1520; ma probabilmente 
questa è la seconda. Nella biblioteca nazion. di Brera esiste un' altra ediz. 
milanese, da Borgo, 1545. 

(2) Li sei I contenti. | Comm,edia dell' III. S. \ Galeotto del \ Carretto, \ 
delli Marchesi di \ Savona \ Nuovamente data in luce | del MDXLII. In 
fine: Im,pressa in Casal di San Vaso per Giovan Antonio Guidone. Del 
MDXLII. Questa edizione, citata dal Quadrio , dal Tiraboschi , dal Brunet, 
dall'Avogadro, dal Vallauri, é siffattamente rara che il Crescimbeni (V, 39) 
mise la commedia tra le opere del marchese che non sapeva se fossero im- 
presse, e il Napoli Signorelli (Storia critica de' teatri , V , 29) , la disse 
addirittura inedita. Non se ne trovano esemplari in nessuna delle maggiori 
biblioteche pubbliche dell' Italia superiore e centrale , e neppure in Gasale, 
ove fu stampata. Ve n'è bensì uno in carta azzurra in una miscellanea della 
biblioteca dell'Archiginnasio di Bologna, Aula 16. B. YII-24, Op. 2. 



VARIETÀ 23& 

è in prosa e da quanto ne dice Niccolò Franco ben si discerne 
che deve essere una imitazione delle commedie plautine, che in 
quel risveglio delle forme classiche avevano avuto tanta fortuna(l). 
Le altre due sono rappresentazioni di carattere , più che altro, 
allegorico, ritenenti ancora moltissimo del fare di quelle ecloghe 
drammatiche e di quelle rappresentazioni cortigiane, con cui 
veramente il nostro teatro aulico principia; aliene da ogni ri- 
spetto per le unità aristoteliche , notevolissime segnatamente 
per la varietà grande di metri, che vi troviamo impiegati. A 
queste due commedie ne va aggiunta una terza pure in versi, 
pubblicata di recente, il Timon greco (2), che Galeotto spediva 
nel 1498 a Isabella Gonzaga (3). E un'altra commedia, che fu 



(1) Niccolò Franco, in una. lettera molto curiosa al marchese Alberto del 
Garretto, in data di Casale 1542, che è in fondo al suo Dialogo dove si ra- 
giona delle bellezze, Gasale, Guidone, 1542, scrive: « Gon quella fretta che 
« da la scarsità del hore m'è suta data ho letta la Gomedia dei Sei Gontenti, 
« la quale da la penna del S. Galeotto vi fu lasciata. Ella, per quel saggio 
« che n'ho gustato, m' è piaciuta siffattamente , che non meno contento mi 
« truovo io del haverla veduta , che si trovano alla fine i Sei , che entra- 
« vengono ne gli atti scenici ». E dopo una digressione politica aggiunge: 
« Et però ritorno ai Sei Gontenti de la Gomedia , ove sommamente m' ha 
« soddisfatto lo stratagema di Mastallone, per che colto in adulterio con la 
« sua serva per raddolcire il cruccio dela mogliera, fece veduto eh' elli ve- 
« leva farsi castrare in penitenza de suoi misfatti , il che credendogli la 
« pietosa consorte, e forse più per pietà di lei che di lui, non volle in ve- 
« runa guisa. Senza dubbio fu accorto 1' avedimento del buon marito ». E 
qui fa una digressione sui frati, che vorrebbe fossero castrati daddovero, e 
termina augurando che quest'opera di Galeotto « ne la stampa si canonizzi ». 

(2) Edita da G. Minoglio, Torino, Paravia, 1878. La didascalia iniziale 
suona così: Comedia de Timon greco composita da Galeotto del Carretto 
et intitulata a la ill.^na et virtuosissima Madonna Isabella Marchesana di 
Mantua felicissima. Questa commedia, conservataci ms. nella biblioteca del 
marchese Gampori, ha intento morale, giacché mira a dimostrare la potenza 
delle ricchezze. E divisa regolarmente in cinque atti, e scritta per la maggior 
parte in ottava rima, quantunque non vi manchino terzine, quartine e se- 
stine. In fine il poeta prende egli stesso la parola e parla a li circumstanti 
in terzine, svolgendo la morale della sua azione scenica. 

(3) La lettera di Galeotto, con cui egli accompagna il Timone a Isabella 
(Gasale, 2 gen. 1498), venne pubblicata da V. Promis, Galeotto del Carretto 
ed alcune sue lettere, in Curiosità e ricerche di storia subalpina. III, 46. 
Lo stesso Promis stampò nella Miscellanea di storia italiana, XI, 346, una 
lettera del marchese a Isabella di pochi giorni posteriore (14 gen. 1498), ia 



236 R. RENIER 

dedicata alla sorella della Gonzaga, Beatrice Sforza (f 2 gen. 1497), 
e che, probabilmente dal nome suo, si intitolava Beatrice, mandò 
Galeotto a Isabella il 24 novembre 1498 (1) e nell'anno seguente 
sappiamo che venne eseguita in Gasale con gli intermezzi lirici 
musicati dal Tromboncino (2). Un'ultima commedia di Galeotto, 
di cui si ignora il titolo , né quindi si sa se possa identificarsi 
con alcuna delle conosciute , sembra egli avesse intenzione di 
inviare a Isabella alla fine del 1499 (3), e il 29 gennaio 1500 
diceva di avergliela mandata da otto giorni. 

Non è questa l'unica opera di Galeotto, intorno alla quale di- 
fettano notizie precise. Niccolò Franco, in una delle sue lettere 
ad Alberto del Garretto, dopo avergli lodato l'ingegno e le virtù 
dell'avolo suo, gli dice: « Il che deve a voi essere grande stimolo 
« a dar tosto a la luce, non pure le Vertù Prigioniere, ma le 
« tre Gomedie, la Sophonisba , le Rime de la vita Cortigiana, e 
•« ciò che scrisse, perciochè in ogni suo scritto parmi conoscere 



cui rettifica un passo del Timone malamente copiato. Questa lettera era 
stata antecedentemente pubblicata da G. Glaretta, nella medesima Miscel- 
lanea, I, 379. 

(1) L'invio di questa commedia, preannunciato nella cit. lettera di Gasale 
2 gen. 1498, venne accompagnato con lettera 24 nov. 1498, pubbl. dal Promis 
{Curiosità, 111, 47), insieme ad « una balzereta inserta in una egloga ». 
Ecco le precise parole: « Mando etiam la comedia mia che ho fatto transcri- 
« vere quale già mandai a la ili.™* madama duchessa sorella vostra puocho 
« avante che lei moresse ». Isabella ne accusava ricevuta con lettera del 
29 dee. 1499 (a nativitate), 1498 (st. com.): « Havessimo li di passati in- 
« sieme cum la lettera v. le barzellette, egloga et comedia, che ne scrivesti 
« mandare: quale et per la bontà loro et per la memoria tenete de nui ne 
« furono et sono graditissime et habiamole in pretio » (Archivio Gonzaga, 
Copialett. dC Isabella , L. IX). A questa commedia accenna il D' Ancona , 
Origini, II, 243, n. 4. 

(2) Vedi Da vari, La musica a Mantova , in Riv. st. mantovana , I, 57. 
Questo fatto fu rilevato anche dal D'Ancona, Il teatro mani, nel sec. XVI, 
in Giorn. stor., V, 34, n. 4, con una leggiera svista nella data della lettera 
di Galeotto, che è del 23 (e non del 3) giugno 1499. 

(3) Lo deduco dal seguente passo di una lettera inedita di Galeotto a Isa- 
bella, in data Pontestura 17 die. 1499, che è nell'Archivio Gonzaga, e che 
risponde a una d'Isabella del 21 nov. 1499, la quale può leggersi nel Libro X 
del Copialettere d'Isabella: « La comedia che la ex.tì* y j^^e richiede an- 
« chora che non sia degna de andar a tanto conspecto quanto è quello de la 
•« ex.*^'^ V. non farò dubitanza de mandarla tutta volta eh' io 1' babbi tran- 
« scritta in bona forma ». 



VARIETÀ 237 

« acutezza d'ingegno, novità di trovare, e destrezza di satira, al 
« cui soggetto egli, come inimico del vitio, parve attamente nato 
« nel nostro secolo vitioso » (1). Nella quale enumerazione noi 
troviamo fatto cenno di due scritti di Galeotto ignoti del tutto, le 
Virtù prigioniere e le Riine della vita cortigiana. Su questo 
accenno del Franco si appoggiarono gli eruditi nel citare queste 
due opere (2) ed erra sicuramente l'Avogadro quando le ritiene 
edite (3). Che cosa fossero queste Virtù prigioniere non è facile 
il dirlo: una produzione in qualsivoglia modo drammatica non 
sembra ; è più probabile fossero un poemetto allegorico. Intorno 
alle Rime della vita cortigiana sarà necessario spendere qualche 
parola. 



II. 



Dalla ricca corrispondenza epistolare, per la massima parte 
inedita, che il Del Garretto tenne con la marchesana di Man- 
tova, si deduce chiaramente che egli scrisse un numero ragguar- 
devole di componimenti lirici. Isabella, con quella sua sete con- 
tinua di poesia, era instancabile nel chiedere a Galeotto sue rime, 



(1) Vedi la prima delle lettere del Franco ad Alberto nella citata appen- 
dice al Dialogo delle bellezze, senza num. di pagina. 

(2) Grescimbeni, /. d. v. p., V, 39; Tiraboschi, fSt. lett., ed. ci., VII, 1870; 
Vallauri, Op. cit., I, 98 ecc. ecc. 

(3) L'Avogadro (luogo cit.) dice che le Yirtù e le Rime furono e fatte 
« di pubblica ragione in Casale ». Io ne feci, o ne feci fare, ricerca in tutte 
le principali biblioteche pubbliche d'Italia senza verun risultato. E siccome 
nessun bibliografo né erudito ha veduto queste presunte edizioni, mi credo 
licenziato a ritenere che T Avogadro prendesse errore. Lo stesso Avogadró 
cita piu-e di Galeotto YHistoria di Giuseppe da fratelli venduto, da la bibbia 
di parola in parola e in ottava rima tradotta , e dice che quest' opera 
« fu pubblicata in Casale per Giacomo Antonio Guidone nel 1542, per cura 
« del nipote marchese Alberto, il quale la dedicava alla Marchesana di Mon- 
« ferrato, Anna d'Alan§on ». Qui ci troviamo di fronte ad un fatto più grave, 
giacché i particolari sono troppi per ritenere si tratti di un equivoco, né 
la confusione col Joseph del CoUenuccio, che è commedia scritta in terzine, 
e che non ebbe mai una edizione di Casale , può presentare alcuna verosi- 
miglianza. È tuttavia strano che di questo poemetto di Galeotto non sia 
rimasto alcun esemplare, che porti almeno il nome di lui. 



238 R. RENIER 



e Galeotto, da parte sua, era instancabile nel compiacerla (1). La 
gentile marchesa, passionatissima, come ognun sa, per la musica, 



(1) Per citare solo alcuni dei molti documenti che vi sono di ciò , ecco 
che cosa scriveva Galeotto a Isabella in data Casale 23 marzo 1496: « Non 
« me essendo concesso al presente ad puoter visitar la ex.''* v. personalmente 
« come è l'animo et desiderio mio, m'è parso far parte del debito visitarla 
« cum questa et cum alchune mie rime benché inepte et insulse; pure la 
« ex"* v. accettarà TafFectionata fede mia, quale mi ha dato baldanza a scri- 
« verle, et tanto più conosciendo la humanità grande che regna in quella. 
« Per il che mando a la ex.*»* v. p. mes. lo vicario tri oapituli , una ode 
« vulgare , duy strambotti et due frottole , quale cose se haveranno in sé 
« qualche gratia che possano esser accette a la ex."* v., anchor che io manda 
« de acqua al mare, mi piacerà, se non, prego quella che ne faccia sacri- 
« ficio a Vulcano » (Promis, Curiosità, IH, 45). La lettera di risposta di 
Isabella trovasi nel Copialettere della marchesa (L. VI), in data Mantova 
13 aprile 1496: « Havemo ricevuto la lettera vostra insieme con le Rime 
« che ha veti composto: de l'una et l'altra cosa havemo preso piacere assai : 
« sì per intendere che continuati ne la afFectione che altre volte haveti 
« monstrato portarne: sì etiam per legere voluntieri le vostre Rime: quali 
« sono, et de parole et de sententie in perfectione. Però ve ringratiamo che 
« ce le habiati mandato, et pregandove che componendone de le altre, oc- 
« correndovi latore, ce le vogliati mandare, offerendone a li vostri beneplaciti 
« sempre disposte ecc. ». Insieme col Timone Galeotto le spediva « due 
« balzerette et uno strambotto » (Promis, Curiosità, III, 46). Il 21 nov. 1499 
Isabella gli scriveva {Copiai., L. X): « Havessimo li dì passati una vostra... 
« cum alcune balzerette et adesso ne havemo un' altra de' undece instanti, 
« pur cum balzerette, quale sicomo semo solite fare tutte le altre cose vostre, 
« queste ne sono state gratissime et subito le dessimo al Tromboncino per 
« farli el canto ». A cui Galeotto rispondeva il 29 genn. 1500: « Per l'am- 
« bassator vostro de Milano ho havuto una de v. ex."*, ne la quale fa men- 
« tiene haver havute le balzerette che gli mandai per Pelegrino, il che me 
« piace et tanto più quanto le ha dato al Tromboncino che gli faccia el 
« canto: et per che m. Francesco da Sannazaro, quale fa ritorno a Mantua, 
« m'ha pregato che non lo lassa partire senza qualche mia balzeretta, an- 
« Cora che puochi dì sono io gli scrissi che non gli mandava più balzerette 
« per non fastidirla, per havergliene mandato gran copia, ad richiesta sua 
« gli mando la presente belzeretta » (Promis, Curiosità, 111, 4748). Da 
Pontestura Galeotto scrive a Isabella il 26 gen. 1503: « Geterum io mando 
« uno capitulo mio et una belzeretta cum una oratione de S. Francesco a 
« la S. V., a ciò che la si ricordi di me suo fidel servitore ». E il 6 ott. 1506: 
« lo harei mandato a la ex."* v. alcune mie belzerette, ma per haver inteso 
« che da molte bande glie ne fìocchano in quella cita, per non stomacharla 
« ho lassato de mandarle ». 11 10 giugno 1516 le invia « un capitulo in 
« dialogo di tre persone», e il 30 ott. 1513 avea mandato al march. Fran- 



VARIETÀ 239 

che ella stessa coltivava con profitto, affidava spesso le composi- 
zioni liriche dell'amico suo al Tromboncino o al Marchetto, acciò 
le musicassero (1); e sembra che ne ricavasse molto diletto, poiché 
ogni qualvolta il marchese stava qualche tempo a spedirle cose 
sue, ella gliene faceva richiesta. Di che lusingato Galeotto, non 
lasciava passar occasione per Mantova senza depositare ai piedi 
della bella e colta marchesana qualche suo nuovo tributo poe- 
tico; e quando non poteva farlo, se ne scusava (2), e la stessa 
Sofonisha dedicava alla marchesa , quasi ad ammenda di non 
averle per qualche tempo inviato sue rime (3). 



Cesco « uno capitalo in dialogo de uno che parla cun un spirto » e nel 
mandarlo dicea di provare « qualche erubescientia ». Ma le citazioni si po- 
trebbero moltiplicare con grande facilità, e poco profitto. — Di questi e 
degli altri documenti relativi a Galeotto, che si trovano nell'Archivio Gonzaga, 
ebbi cortese comunicazione dal mio bravo discepolo Giovanni Girelli, che da 
parecchio tempo si occupa della vita e degli scritti di Galeotto, e avrebbe 
già pubblicato in proposito una monografia, se gravi ragioni di salute non 
glielo avessero impedito. 

(1) Copiose attestazioni, ricavate dall'Archivio Gonzaga, si possono trovare 
nel menzionato scritto di S. Da vari. La musica a Mantova , in Riv. stor. 
mantovana, I, 55 e 62. 

(2) Cosi il 25 giugno 1501 : « La ex. v. me habi per excusato se non gli 
« mando qualche mie rime, per che mi persuado che quella a' tempi mo- 
« derni non ne faci troppo stima per che mi par che a questa etate Phebo 
« stii nascoso tra urtiche et lappole, né ardisco a comparere per paura de 
« tanti alabardi et hor mai mi par tempo che pigli qualche riposo come 
« potrò el meglio, essendo stato per adrieto in tanto prezzo et travagliato 
« da colloro, che nel suo monte coglieranno el sacro lauro ». Cui Isabella 
rispondeva il 30 giugno (Copialett., L. XII): « La visitatione che cun la 
« lettera vostra ne haveti facta n' è stata oltre modo grata : et havemo 
« acceptata la scusa de non avere composto questi giorni rime, parendone 
« che r homo invellupato in tanti travagli che portano questi tempi non 
« possi attendere a virtù et manco a cose amorose. Nondimeno quando per 
« sfogare le passione vostre componereti qualche versi, ricordative de far- 
« cene copia, sì come nui ne faremo stima ». 

(3) Lo si ricava dal seguente brano rilevantissimo della dedicatoria, in 
data 22 marzo 1502 : « Considerando poi 1' antiquo obligo et innata servitù 
« et osservanza in verso di vostra altezza, quale è stata di sì eflScace sorte, 
« che come da' miei giovanili anni me gli ha dedicato , et come suo sud- 
« dito inchinato in assenza mia a visitarla col tributo di qualche mia rima, 
« così mi sospinge a perseverare insino che lo spirito mio reggerà queste 
« ossa, non mi sciogliendo mai dal volontario e spontaneo mio antico ob- 
« bligo, et come per qualche impedimento, e mal disposte conditioni de' tempi, 



240 R. RENIER 

Le Rime della vita cortigiana, cui il Franco accenna, dovet- 
tero senza dubbio essere un codice contenente, se non tutta, una 
parte almeno di queste liriche di Galeotto. Questo codice è per- 
duto, smarrito. Ben è vero che il Quadrio cita una stampa di 
Rime di amx)re di Galeotto Del Garretto ; ma si può dire con 
certezza che è una confusione con la edizione milanese del 1519 
del Tempio d'am,ore (1). Sicché, quando nel 1879 il Promis di- 
ceva di non conoscere liriche staccate di Galeotto, e di non po- 
terne quindi riferire alcuna (2), aveva perfettamente ragione. 

Se non che qualche indagine fatta nel materiale manoscritto del 
tempo mi ha condotto a rintracciare alcune liriche del marchese, 
sfuggite, non si sa come, al naufragio delle altre. L'autografo 
di Gaspare Visconti , che costituisce oggi il codice Trivulziano 
1093, su cui avrò a tornare in altra occasione, mi somministrò 
una corrispondenza poetica tra Galeotto ed il magnifico Gaspare (3), 
col quale ebbero relazione, più o meno, tutti i poeti fioriti alla 
corte di Ludovico il Moro. Il cod. 109 della bibl. di S. M. il Re 
in Torino reca (a e. 17) una Canzone di mes. Galeotto del car- 
7'etto querula; e probabilmente sono sue anche le rime adespote 
che la seguono in quel ms., del quale altri avrà ad occuparsi. 
Ma il maggior numero di poesie di Galeotto trovasi ancora nel 
ms. it. 1543 della Nazionale di Parigi, e quindi naturalmente nel 



« ho pur fatto qualche intervallo in non havergli mandato de le mie rime 
« il dovuto tributo, che oro et argento non è in me di potergli mandare, 
« né quella ne ha di bisogno, né manco lo ricerca, mi è parso per non 
« cadere in contumacia di mandargli questa mia opera continuata, la qual 
« per una volta sei"à in satisfatione de le mie rime, che le soleva mandare, 
« e del tempo interrotto in scrivei'la al solito costume, e dedicargliela, la 
« quale, quantunque rozza, la prego che l' accetti con quel perfetto e be- 
« nigno animo, come io con devoto e ben disposto cuore e confidentia gliela 
« mando ». 

(1) Ecco come il Quadrio (li, 222) indica questa presunta edizione : Rime 
di amore del m,olto m,agnifico et celeberrimo poeta signor Galeotto m,ar- 
chese del Carretto. Mediolani, ex officina Minutiana 1519, impensis D. 
Presbyteri Nicolai de Gorgonzola. Come abbiamo veduto, a spese appunto 
di questo Niccolò da Gorgonzola, è uscita le edizione minuziana 1519 del 
Tempio d'amore. — Tuttavia il Vallauri (Op. cit., I, 97) e il Minoglio 
{Timone, p. 9) abboccarono l'errore del Quadrio. 

(2) Curios., III, 43. 

(3) Vedi il son. che ha il n» VII nel presente Saggio, e la risposta di 
Gaspare che gli fa seguito. 



VARIETÀ 241 

Magliabechiano II, II, 75, che è con esso in rapporti strettissimi (1). 
In questi due codici le liriche di Galeotto, disposte nel medesimo 
ordine e con le stesse rubriche, sono in numero di 26. Ponendo 
a base il cod. Parigino, che è il più antico e corretto, io ne pub- 
blico qui alcune, pur trascurando una canzone in cui il Del Car- 
retto inveisce genericamente contro i parnassiani del tempo suo (2), 
una lunga disperata in terzine (3) ed una lunghissima ecloga in 
isdruccioli (4). Stampo alcuni sonetti, che mi sembrano, per vari 
rispetti, rilevanti. Uno di essi (n" II) esprime un amore passionato 
e sensuale; un altro (n" III), nel quale ogni verso principia con 
l'ultima parola del verso precedente, è notevole per quella ar- 
tificiosità nella forma e nel concetto, che ben a ragione fece 
vedere ad occhio sagace un secentismo anticipato in questi 
poeti cortigiani del sec. XV cadente; un altro ancora (n° V) è 
politico, scritto nella maniera che tanto piacque al Bellincioni e 
al Pistoia. Mi sembrò utile pubblicare alcune ottave (n" VIII), che 
sono sfogo di un amore disperato, e in fine ho aggiunto due 
poesie (n* IX e X), che sono le migliori fra quante ne conosco 
di Galeotto, e vanno poste nel novero delle sue barzellette. 

Già vedemmo dai documenti addotti che il genere poetico, in 
cui egli particolarmente si esercitò ed ebbe fama, fu appunto 
questo delle barzellette. La barzelletta, chiamata anche, meno 
propriamente , frottola , può e deve essere considerata come il 
frutto della intromissione di una corrente popolare nella poesia 
aulica di quel tempo. Essa ebbe grande fortuna, perchè si pre- 
stava assai ad essere musicata (5). Derivata, probabilmente, dalla 
ballata minima, si intrometteva volentieri nelle composizioni dram- 
matiche cortigiane della fine del sec. XV. Cosi la rappresentazione 
della fatica, composta dal Belhncioni « a contemplatione del signor 
« Antonio Maria Sanseverino », termina con una barzelletta (6); 



(1) Di questi due codici diedi le tavole degli autori nel presente Giornale 
(V, 238 n.), ove pure pubblicai (V, 236 n.) di sul cod. Mgl. un sonetto di 
Galeotto suU' insegna del Moro. Nel cod. Parigino, a e. 123 v., trovasi an- 
notata, da mano diversa da quella che scrisse il codice, la data 28 agosto 1497. 

(2) Parig., e. 89».; Mgl. e. 49 u. 

(3) Parig., e. 92 r; Mgl. e. 53 w. 

(4) Parig., e. 96 v; Mgl. e. 59». 

(5) Cfr. in proposito Canal, Della musica in Mantova, in Mem. del- 
Vista. Veneto, voi. XXI, P. Ili, 1882, p. 671. 

(6) Rime di Bern. Bellincioni, 11, 204. 

Giornale storico, VI, fase. 16-17. 16 



242 R. RENIER 

e un'altra ne aveva scritta lo stesso Bellincioni per la rappre- 
sentazione fatta ad onore di monsig. Federigo Sanseverino (1), ed 
altre ne inseri nell'ecloga drammatica fatta per commissione del 
conte di Gaiazzo e in quella famosissima delle sette arti liberali, 
recitata in Pavia, alla presenza del Moro, pel dottorato di monsig. 
Della Torre (2). Graleotto Del Garretto finisce con una barzelletta 
{Sempt^e ognuno ha da spey^are) il suo Tempio d'amore, e 
un'altra ne puoi ravvisare nel dialogo tra Fileno e la Speranza. 
Nelle Nozze di Psiche e Cupidine è intonata una barzelletta, 
quando Psiche viene portata da Zefiro nel palazzo d'Amore ( Vieni 
sposa e qui possedè), e una seconda è cantata poscia dalle ancelle 
in lode della bellezza di Psiche {Gloria al nostro almo signore), 
e una terza da Pane quando a lui giunge Psiche fuggitiva {Crudel 
fuge se lo sai). A questo genere può essere richiamato anche il 
canto epitalamico, che chiude la citata azione drammatica, non 
che alcuni dei componimenti lirici che il coro doveva cantare 
tra gli atti. Ghiaro quindi apparisce che in quei componimenti 
primitivi della drammatica aulica , in cui notiamo un accosta- 
mento della musica alla poesia, che pronuncia quella fusione dei 
due elementi solo un secolo dopo verificatasi nel melodramma, il 
nostro Galeotto si piaceva di inframmettere delle barzellette, 
come altri delle canzoni e delle ballate (3). Le due barzellette 
spicciolate di Galeotto , che riferisco, seguono la forma metrica 
più comune in questi componimenti, sono cioè, come le barzel- 
lette celebri di Serafino Aquilano e quelle del Magnifico e dell' Am- 
brogini (4), composte di versi ottonari con il ritornello di quattro 
due versi, che si riprende in fine d'ogni strofe. 



(1) Op. cit., II, 202. 

(2) Op. cit., II, 225-37 e 238-52. 

(3) È noto, per citare un esempio, come si trovino lìallate e barzellette 
in ambedue le redazioni àeW" Orfeo. Nel Tirsi del Castiglione v'ha una 
cosidetta canzonetta, che in realtà non è altro se non una stanza di can- 
zone. Gfr. ToRRACA, Il Teatro italiano dei sec. XIII, XIY e Xy, Firenze 
1885, p. 422. 

(4) Quindici barzellette di Serafino, alcune delle quali molto notevoli, si 
trovano nella ediz. di Venezia 1516 delle Opere de lo elegante poeta Sera- 
phino Aquilano. Cfr. Carducci, Poesie di Lorenzo de' Medici, Firenze 1859, 
p. 408 e p. LHi-vi. Intorno alle diverse forme di barzellette vedi Minturno, 
Arte poetica, Napoli 1725, p. 265-67; Quadrio, St. e rag., II, 179-80; Gre* 
sciMBENi, I. d. V. p., l, 70 e 204. In data 20 aprile 1504 Galeotto scriveva 



VARIETÀ 243 

Ma già che sono a parlare di componimenti lirici di Galeotto, 
voglio chiudere rammentando una sua particolare benemerenza. 
Egli fu uno dei primi ad usare la saffica rimata. Il prof. Casini, 
nel suo recente trattatene di metrica , deficentissimo ogniqual- 
volta esce dalla letteratura delle origini , si accontenta di ripe- 
tere col Carducci che il « primo esempio » di saffica rimata è 
dovuta ad Angelo di Costanzo (n. 1507) (1). Già il Torraca ha mo- 
strato come certamente anteriore a questo tentativo (2) sia quello 
di B. Casanova, che si trova in un codice di rimatori napolitani 
del sec. XV cadente (3). L'oscurità quasi assoluta che vi è intorno 
al Casanova, non ci permette di sapere se l'esempio dato da lui 
sia anteriore o posteriore a quelli di Galeotto : che sia posteriore 
di parecchi decenni alla ode saffica senza rima, recitata da Lio- 
nardi Dati nel celebre certame coronario del 22 ottobre 1441, è 
fuor di dubbio (4). Ma il tentativo isolato del Dati entra nella ca- 
tegoria di quelli che riguardano le forme metriche latine con 
poco frutto risuscitate nella nostra lingua. Quelli del Del Carretto 
invece, per rintracciare i quali davvero non ci voleva erudizione 
peregrina, perchè ne avea fatto cenno, quantunque incompiuto, 
il Quadrio (5), sono tutti rimati, ed hanno lo schema AA.Bb (6). 



a Isabella: « Geterum io gli mando certe mie balzerette in sonetti, i quali 
« se non sono come meriterebbero d' essere per andar a tanto conspetto 
« quanto è quello della ex."" v. prego la mi perdoni ». Queste barzellette 
in sonetti non erano forse altro che sonetti di versi corti, i sonetti sette- 
nari degli antichi trattatisti. 

(1) Sulle forme metriche italiane notizia, Firenze 1884, p. 98. 

(2) La saffica del Costanzo, che principia Tante bellezze il cielo ha in 
te cosparte, è nelle Rime di A. di C. (voi. XXX del Parnaso dello Zatta) 
a p. 119. Una sua saffica latina è nel volume delle Rime d' A. di C, Pa- 
dova, 1738, a p. 138. 

(3) Gfr. Torraca, Rimatori napoletani del quattrocento, in Anniuirio 
del R. Istit. tecnico di Roma, anno IX, 1884, p. 92-94. 

(4) Vedi G. Carducci, La poesia barbara nei sec. XV e XVI, Bologna 
1881, p. 17-21. 

(5) Stor. e rag.. Ili, 285. Il Quadrio cita solo un esempio di saffica di 
Galeotto, del Tempio d'amore, mentre ve ne sono altri, sfuggiti a tutti, che 
registro nella nota seguente. 

(6) Due sono le saffiche di Galeotto, che si trovano nel Tempio d'amore, 
una (quella rilevata dal Quadrio) nel dialogo tra Pazienza e Fileno (Vivi 
giocondo, o placido Fileno); l'altra nel dialogo tra Fileno e Virtù {Donne 
che dite? che novelle haveteì). Tre se ne incontrano nelle Nozze di Psiclie 



244 R. RENIER 

Se questa forma a rima baciata debba per questo solo fatto me- 
trico reputarsi anteriore all'esempio a rime alternate (ABAb) del 
Casanova, seguito dal Costanzo, non credo si possa stabilire con 
sicurezza. A ogni modo è certo che se il Poliziano, componendo 
la Favola di Orfeo, recitata la prima volta nel 1471, reputava 
utile l'inserirvi una saffica latina in onore del cardinale Gonzaga, 
ciò vuol dire che allora l'uso delle saffiche italiane non era pe- 
ranco invalso ; ed è probabile anche, che il precoce risveglio di 
quella forma latina, nella maniera che al Del Carretto fu propria, 
abbia la sua ragione in quella specie di continuazione della forma 
saffica nella metrica italiana del medioevo, che è rappresentata 
dal serventese caudato (1). 

Rodolfo Renier. 



e Cupidine, le prime due cantate dalle sorelle di Psiche (Patre almo caro 
e tu pia genitrice e Triste meschine oimè de noi che fia) ed una dal coro 
dopo il quarto atto {Giove che intende quel che vai amore). 

(1) Trattato dei ritmi volgari di Gidino di Somm,acampagna, ed. Giu- 
LiARi, Bologna 1870, p. 153 sgg. Nel 1883 il Borgognoni si domandava: 
« Ma la safSca rimata deriva proprio dal tentativo del Tolomei ? L' antico 
« serventese, nella sua più ordinaria forma, non è per avventura anche esso 
« una specie di saffica? E non potrebbe ciò provare che sino ab antico si 
« pensò di trarre dal metro saffico, usato in taluni inni della chiesa, una 
« per qualche modo rassomigliante combinazione ritmica? Dubbi questi che 
« vai la pena che sian chiariti, se e' è modo ». (Raspollature metriche, in 
Preludio, VII, n» 19-20). Non era male avvertire che questo raccostamento 
della saffica alla forma più comunemente usata del serventese fu dapprima 
praticato dal Quadrio (III, 286). 



RIME Di GALEOTTO DEL GARRETTO 

1(1). 

Invidia acerba, inexorabil doto, 

che di tal donna el stame troncai' hai ; 
sangue sitisti et sangue bevi ormai, 
sacia el tuo corpo sitibundo e voto. 



(1) Parig. e. 94 r; Mgl. e. 56 r. 



VARIETÀ 245 

Ma tuoi disegni non te andranno a voto, 

che se '1 suo corpo avesti, non avrai 6 

r immortai spirto, che più vale assai, 

né '1 suo gran nomo, che per tutto è noto. 
L' angel che tiene le hilanze in celo 9 

di man de Pluto ha tolta la santa alma, 

del che scornato con strider ne geme. 
Virtù, bellezza et onestate insieme 12 

qual suor compagne al suo terrestre velo 

con lei son ite in cel con gloria e palma. 



Yaiuakti. — I, V. 4: Sana; v. 10, ha tolto la grande alma; v. 11, con dolor ne geme; v. 18, 
^ual fur. 



II (1). 



Se m' ami , a che più stai da me lontana ? 

se star vói pur lontana, a che più m'ami? 

se più non m'ami, a che m'inviti e chiami? 3 

se tu mi chiami, a che sei vèr me strana? 
Se tu sei donna et sei di carne umana, 

a che recusi aver quel che più brami? 6 

Cogli el bel frutto da' toi verdi rami 

che perder tempo è stil di donna insana. 
Tu sei nel laberinto et io in pregione; 9 

Ischia ti tene, et io sto in Mongibello, 

tu voglia hai di tornar et io d'averti. 
El donque qual tua ambigua opinione 12 

ti tarda a non tornar, poi che son quello 

che di ragione degio possederti? 

Che Dio non vuol tenerti 15 

per non far torto a cui tu sei promessa, 

eh' a tor quel d' altri è furto e iniuria expressa. 



Ili (2). 



Donna, tu parti, et io mi parto et resto, 
resto col corpo e l' alma sen va teco , 
teco fia sempre e qui vivrommi ceco, 
ceco vedratti el cor mio afflitto e mesto; 



(1) Parig. e. 95»; Mgl. e. 68 r. 

(2) Parig. e. 96»; Mgl. e. 59 r. 



246 R. RENIER 

mesto mi doglio del mio mal funesto, 

funesto m'è el piacer, s' alcun n'ho meco, 6 

meco s'affligge el spii'to in questo speco, 
speco di pianto, a me dolce e molesto. 

Molesto me fia sempre el viver solo, 9^ 

solo fra gente et senza sensi vivo, 
vivo d' affanni e in viva morte morto. 

Morto pasrommi de penseri et dolo 12^ 

dol con memoria del tuo aspetto divo, 
divo et felice ad altri, a me sconforto. 



IV (1). 



1 mei passati e indarno ispesi tempi, 

i passi persi e le fatiche avute 

ne la mia acerba e vana servitute S 

mi sono al rimembrar al cor stechi empi. 
El sovenir de' mei gran duri scempi 

mi fan le chiome per spavento irsute, 6 

già fatte per amor bianche e canute 

enanti el tempo che me invechi e attempi. 
Dispetto e sdegno m' hanno extinto e tolto 9 

el foco interno, che già m' arse el core 

mentre che fui a la catena avvolto. 
Ormai, la dio mercede, io ne son fuore i2 

e son d' amor de donna ingrata sciolto, 

di che ringrazio chi ne fu l' autore. 



IV — V. 5, giù duri; v. 7, per accion. 



V (2). 

Certa risposta del soprascripto. 

Ferrara va pur dricto a' cavamenti 
et vede che san Marco nota e tace 
et sa che come quel eh' in Lerna giace 
ciò eh' egli afferra sempre tien co' denti. 



(1) Parig. e. 120 r; Mgl. e. 90 r. 

(2) Parig. e. 120 r; Mgl. e. 90 r. 



VARIETÀ. 247 

Tutti i soldati sono malcontenti 

et d' aver guerra a ciascheduno piace ; 6 

ma ci Mor, in cui consiste et guerra et pace, 

ambiguo stassi et vive tra duo menti. 
San Marco alterna se '1 deamante acciuffa 9 

et de tai cavamenti mal si loda, 

pur cominciar non osa la baruffa. 
La biscia sen sta stretta et non si snoda, 12 

che '1 tempo noi richiede, unde tal ciuffa 

risolverassi in fumo ne la coda. 

Ben che gran rumor s' oda 15 

vedremo non aver la guerra loco 

che nul se vuol tirar su' piedi el foco. 



V — V. 3, Ambedue i codici leggono Lerga. Credo che qni si alluda all'idra, che stava nella 
palude di Lerna. — v. 13, M>ta tal. 



VI (1). 

Dialogo del soprascripto cT uno che litiga et della iustitia. 

— Dimmi, iustizia, per che sei fuggita? 

— Favor, mendacio, fraudo, arte e bisanti 

han fatto liga insieme e tutti quanti 3 

per forza m' han del mondo ora bandita. 

— Come? ragione non te porge aita? 

— Ragione è morta. — E que' dottor prestanti 6 
Bartolo e Baldo dove sono? — Erranti 

e spersi vanno e lor lege è schernita. 

— r vedo pure molti incliti viri 9 

in li senati, in corte e 'n li teatri 
allegar lege e ministrar ragione. 

— Le lege da lor sono sante e bone, 12 

ma par eh' ogniuno per capei le tiri 
al suo proposto e le dilanii e squatri. 

— Donche costor son latri? 15 

— Latri non già , ma fan del bianco nero 

e mai se dice, a dar sentenzio, el vero. 



(1) Parig. e. 91»; Mgl. e. 52 r. 

VI — V. 16, Il cod. Parig., certo per errore, ha Laltri. 



248 R. RENIER 

VII (1). 

Galeotto del Cavetto a Gaspare Visconti. 

Pacienzia sempre alberga in cuor gentile, 
prudenzia fa el suo nido in uom secreto; 
l'accomodarsi a' tempi et viver lieto 3 

de la sua sorte, è virtuoso stile. 

Saggio è coUui et vie più che virile 

che ben si regie col suo mal pianeto, 6 

però '1 tuo Mor, qual sempre fo discreto, 
inspecto ha 1 cuor de un suo servo umile. 

Il qual s' è eletto tal suo arcan collegio, 9 

ha facto come il fabro in cui sta ingegno 
qual pria che l' opri l' or prova al cemento. 

Grodi, Gasparro, che salir ti vegio 12 

per tue virtù a grado assai più degno 
eh' al cribro più bel fassi il buon frumento. 



Risposta al soprascripto sonetto. 

Se'l Mor che in ogni gesto è signorile 

meco si è mostro dolce et mansueto 

lo sforza sua bontà, qual fa ch'io meto 3 

in prima gioventù fructo senile. 
Se tu sei stato più di me civile 

in alegrarti ch'io sia gionto al ceto 6 

patritio, fai come è '1 tuo consueto 

che far suol ciaschuno altro, al par tuo, vile. 
Ma se me alzasse la mia sorte al seggio 9 

de tenir fra mortali il primo segnio 

facendo il mondo a me servir contento, 
sempre teco serò quale esser deggio 12 

e prorapto sempre a ciascun tuo desegnio 

che vero amico non si gonfia al vento. 



Vili (2). 



Come se prova l' oro in la fornace 
tu hai provato e conosciuto assai 
se ti son stato servitor verace; 
sì come argento al foco experto m' hai. 



(1) Trivnlziano 1093, e. Tv. Ivi pure la risposta di Gaspare. 

(2) Parig. e. 91 r; Mgl. e. 51». 



VARIETÀ 249 

Ma poi che '1 mio servir t' increscie e spiace, 

se te abandono, mi par tempo ormai; 6 

che chi se pente del suo perso tempo, 

ancor se emendi tardo , è assai per tempo. 
Occhi suavi cosi belli in vista 9 

del mio cor morte e dolce sepoltura, * 

occhi leggiadri , dove V alma trista 

arde morendo, e del morir non cura; 12 

se morte in tal dolcezza ognor s' acquista 

morir può lieto ognun senza pagura. 

dolce sguardo, in cui morto mi pasco, 15 

ardendo in foco e morto ancor rinasco! 
Ognun che serve altrui serve a 'sto fine 

sperando del servire aver mercede: 18 

el frate che dio serve in discipline 

in pene et in vigilie, in fame, in sede 

spera coglier la rosa entro le spine 21 

e poi di vita eterna farsi erede: 

col grege sta il pastor a piogie et prine 

per che la gonna guadagnar si vede, 24 

et io che servo e stento altro non aggio 

né mai spero d' aver, se non oltraggio. 



Vni — T. 4, n cod. Parig. ha al tocclio. 



IX (1). 



Io mi sento in mezo el core 
una bella margarita, 

che mi chiede, exorta, invita 3 

a cantar del suo bel fiore. 
Oh è r amore ! 
El bel fior de margarita 6 

nasce in orti, in campi, in prati, 
r erba è fresca e saporita 

e conforta gli affannati, 9 

molti son resuscitati 
per sto fior da morte a vita. 

La galante margarita 12 

è pur fior sopra ogni fiore, 
oh è r amore. 



(1) Parig. e. 90 r; Mgl. e. 50 p. 



250 * R. RENIER 

Una rosa è vago fiore 15 

a laudarla egli è ragione, 
ma bellezza e "1 dolce odore 
molto piace alle persone, 18 

ma se viene al paragone 
tristo fior fai'à fugita; 

La galante margarita ecc. 21 

La celeste mamoleta 

è legiadra et amorosa, 

a vederla in su l'erbeta 24 

per li prati è bella cosa, 
chi la fiuta ol più che rosa 
quando è fresca e ben fiorita; 27 

La galante ecc. 

Bianco e bello è '1 gelsomino 

con r odore assai gentile , 30 

molto adorna un bel giardino, 
quando viene al fin d* aprile : 
egli è alegro e non già vile , 33 

ad amarlo ognun l'invita; 
La galante ecc. 

El garofan su le piante 36 

con la lunga e verde rama 
veramente egli è galante 

et ognuno il cerca e brama; 39 

sua bellezza è de gran fama 
et a molti è ben gradita; 

La galante ecc. 42 

Margarita è la più vaga, 

la più bella e la più degna. 
Margarita el cor m' inpiaga, 45 

margarita in cor mi regna, 
margarita è la mia insegna 
fin che in corpo arò la vita. 48 

Viva donca margarita 
solo fior sopra ogni fiore, 

oh è r amore. 51 



IX — V. 17, onore — w. 40-41, nel coti. Parig. sono invertiti nell'ordine, errore manifesto. 



VARIETÀ 251 

X(l). 

Chi bon ama tardi oblia 

e sua fiamma mai non more, 

più che mai mi se' nel core 3 

e più t' amo assai che pria. 
Se gran tempo è tra noi stato, 

come accade, alcuno sdegno, 6 

è '1 mio cuor tanto turbato 

che di colora fui pregno, 

e tornato a tranquil segno 9 

io son quello che già fui 

né per ira o dir d' altrui 

el mio amor ti fu minore. 12 

Più che mai mi se' nel core. 
L'amor grande, ch'ho nel petto, 

non te l'oso ademostrare, 15 

ma lo tengo ascoso e stretto 

per non far altrui parlare; 

basta assai che indicare 18 

può' ai sguardi occulti e presti, 

al parlare, agli atti e gesti 

eh' ancor dura el nostro amore. 21 

Più che mai ecc. 
Per un sdegno un vechio amore 

extirpar non se sol mai 24 

che a levar un gran calore 

gli convien de V acqua assai : 

chi non sa che sempre mai 27 

tra gli amanti è or pace or guerra 

non però eh' amor gli sferra 

de' lor cuori el dardo fuore. 30 

Più che mai ecc. 
Se fu fatto sacramento 

già tra noi de non più amarsi 33 

quel non vai, per che col vento, 

tolta r ira, sòie andarsi : 

Iddio sòie delegiarsi 36 

di' spergiuri de' gli amanti 

per che sa che tutti quanti 

fatti son per Io furore. 39 

Più che mai ecc. 



(1) Parig. e. 95 r ; Mgl. e. 57 r. 



252 R. RENIER 

Ma se amor, come è suo stile, 

puoi el sdegno maggior viene, 42 

spero che '1 tuo cor gentile 
più che mai mi vorrà bene. 
In te ho posta ogni mia spene, 45 

quel eh' è andato andato sia , 
ogni cosa nova sia, 

questo è el fin del mio tenore. 48 

Più che mai ecc. 



X — T. 6. Ambedue i codici hanno Come accende, forse erroneamente. Io ho proposta una 
lezione che mi sembra migliore, ma non è giustificato dai testi a penna. Nel Mgl. tutta la strofe 
è molto corrotta, ma negli altri luoghi si corregge col Parig. 



?^3 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



ANDREA GLORIA. — Volgare illustre nel 1100 e proverbi vol- 
gari del 1200. — Memoria estratta dagli Atti del R. Isti- 
tuto veneto di scienze, lettere ed arti, Tomo III, serie VI. 
— Venezia, 1885 (8'» pp. 90). 

Il prof A. Gloria ci presenta in questo lavoro la prosecuzione di cpaelle 
sue indagini intorno. all'origine della lingua letteraria d'Italia di cui ci aveva 
già dato un primo saggio in un' operetta apparsa anni or sono (1). La tesi 
precipua che l'A. sostiene e della quale sola noi intendiamo occuparci e' è 
chiaramente indicata dal titolo stesso dei due lavori. Secondo il G. già avanti 
il mille doveva esistere, accanto al volgare plebeo che chiunque ha lume 
d' intelletto deve ormai ammettere, un volgare proprio degli uomini culti, 
identico o quasi identico in tutta Italia. La prova poi di questa sua affer- 
mazione l'A. la trova nel solo fatto che le voci volgari di cui, per un mo- 
tivo l'altro, vanno fornite le scritture latine dal sec. VII in poi, ci occorrono 
frequentemente in una doppia forma di cui una, la più corrotta, s'attribuisce 
dal G. al volgar plebeo, l'altra, quella che maggiormente s'accosta al latino 
quantomeno al tipo idiomatico italiano, al volgare illustre (2). Da questo 



(1) Del volgare illustre dal sec, Yllfino a Dante. Stndj storici di A. 0. (Estratto dagli Atti «oo., 
Tol. VI, serie V), Venezia, 1880, pp. 136. 

(2) L'idea di volgere le forme volgari, che occorrono nelle carte latine, a rischiarare le vicende 
della lìngua durante i secoli di mezzo, non ò affatto nuova. L' ebbe già V ab. Dom. Barsoochini 
di Lucca {JUemoria suUo stato della lingua in Lucca avanti H MiU» negli AtU delia R. Accadtmia 
lucchese, voi. VI, ISSO, pp. 117-172), delle cui raccolte il O. , che quindi non merita il rimpro- 
vero mossogli nella Domenica del Fracassa del 19 aprile 1885, con abbondanza si giova nel primo 
degli or or menzionati lavori. Il Barsocchini espone le sue idee abbastansa oonAisamente. Mi par 
tuttavia di non andare errato ricapitolando il sno pensiero come segue : avanti il mille eàstevano 



254 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

volgare illustre sarebbe poi derivato l'italiano in quanto è lingua dei libri 
e della gente eulta. 

Queste conclusioni non provocarono, come la profonda dottrina del G. e 
l'importanza dell'argomento avrebbero richiesto, una pubblica controversia (1); 
ma l'A. ha cura di informarci che, in comunicazioni private, si dichiara- 
rono con lui concordi il Ganello e il Caix, due dotti che la scienza non 
avrà mai abbastanza rimpianti, e da lui dissenzienti il d'Ancona, il Gaspary 
e il Fumi. 

Nel dettare ora quest'articolo non ho io già la pretensione d'impancarmi 
da uguale fra tanti valentuomini ; solo ci tengo a dire brevemente ed alla 
buona di alcune obiezioni , alquanto ovvie del resto, che si possono opporre 
alle conclusioni del G., conclusioni che io, lo dico subito, non posso non 
ritenere sbagliate. 

Cominciamo dal lasciar parlare l'A. Da pp. 80-81-82 del suo primo lavoro 
si ricavano le seguenti affermazioni: « Gli uomini colti ebbero sempre il 
« bisogno di parlare un linguaggio più copioso di vocaboli e anche più 
« forbito di quello degli incolti » ; e, più oltre : « Avendo gli uomini colti 
« bisogno, come s'è detto, d'un linguaggio più copioso del plebeo, non po- 
« teano desumerne i vocaboli se non dalla lingua latina e dai volgari tutti 
« d'Italia, vale a dire desumerli, come poi per la lingua italiana, per nove 
« decimi dalla lingua latina e per un decimo da essi volgari. E dovendo i 
« colti uomini, a motivo de' vocaboli, stare attaccati alla lingua latina, 
« doveano anche non allontanarsi dalla forma di questa, ma, d' altro lato 
« trascinati dalla nuova corrente ad abbracciare anche la invalsa forma 
« volgare, erano forzati perciò a tenersi in bilico tra questa e quella. Donde 
« una forma propria del linguaggio nobile non più quella della lingua latina, 
« ma neanco quella del linguaggio plebeo... » ; e, più oltre ancora : « Da 
« chi pertanto gli uomini colti appresero il linguaggio nobile? Dalla sola 
« necessità che li costringeva parlando a non istaccarsi dalla lingua latina, 
« eh' essendo ferma e universalmente intesa adoperavano negli scritti, e a 
« un tempo li costringeva per essere intesi dagl' incolti a darle parlando 
€ la forma volgare presa dal linguaggio di questi ». 

Che gli uomini culti abbiano ed abbiano sempre e dappertutto avuto 
bisogno d' un linguaggio più copioso (2) non v' ha chi ne dubiti. — Ma perchè 



dne lingue, ambedue latine, Tana parlata, l'altra scritta; la prima, materialmente latina, era 
quella che già in Roma si parlava diversamente dal popolo ; intorbidata poi ancor più , nel suo 
materiale , dalle tante voci e dagli strani accenti che v' erano stati introdotti dai barbari che 
stanziarono in Italia ; la seconda era quella che si manteneva o tentavasi di mantener viva mercè 
le leggi, i pubblici atti e la Chiesa. Questa tuttavia veniva influenzata dalla prima. 

(1) Se ne togli la critica di un Anonimo nel voi. VI , n» 136 , della Rassegna settimanale di 
politica, scienze, lettere ed arti (Roma, 1880). — Il Casello, Storia della lett. Hai. nel sec. X VI, 
p. 314, cosi s'esprime: « Il G. ha avuto il merito non piccolo di richiamare l'attenzione sull' e- 
« sistenza già antica al tempo di Dante di uno o più volgari illustri viventi accanto ai volgari 
« del popolo ». Il Gaspaky, Geschichte der italienischcn Literatur , I, p. 483 : « seine Idee der 
« Scheidung eines volgare illustre schon in jenen Zeiten halt« ich fur irrig». — Non ho notizia, 
né posso averla in questo momento, di un articolo del BOhmer apparso nei Romanische Studien. 

(2) « E anche più forbito» aggiunge il G. ; ma su ciò gli è d'uopo di fare qualche riserva. Se 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 255 

da questa verità d' ordine così generale debba scaturire una cosi forniidabil 
prova in favore dell' assunto propugnato dal G, non si capisce. Per attri- 
buirle una tal forza dovrebbe essere prima dimostrato che, nei secoli onde 
qui ci occupiamo, il latino non era cosi prepotentemente la lingua obbligata 
della cultura da rendere supei'fluo al pensiero qualunque altro stromonto 
di estrinsecazione che il latino non fosse, e che quindi quest' idioma non 
rappresentasse esso nei bisogni della cultura quella parte che l'A. attribuisce 
al suo volgare illustre (1). Ma una tal dimostrazione riuscirà senza dubbio 
difficile anche al G. che dei tempi di mezzo ha pur si vasta notizia. 

Che una lingua letterata, un volgare illustre^ possa formarsi, dirò così, 
artificialmente, vale a dire non di tal maniera che la parlata di un dato 
municipio o d' una data provincia assurga , concorrendo momenti storici 
straordinariamente secondi, a dignità di parlare nazionale, ma così che dessa 
lingua letterata, da tutti parlata e da tutti intesa, pur non abbia sua culla 
in un dato punto della nazione, e ci appaia piuttosto come un'armonica 
fusione, inconscientemente compiuta dall'uomo, di elementi diversi, è fatto 
innegabile di cui abbiamo splendido esempio nel tedesco moderno. Ma in Ger- 
mania aiutavano a ciò circostanze speciali non poche : qui la grande distanza 
che correva tra latino e tedesco doveva necessariamente riserbare a questo, 
in ogni manifestazione della vita pubblica, una parte grandissima; qui una 



per maggior forbitezza si vuol intendere che la maggior educazione possa promuovere l'adozione o 
il riflnto di certe parole, di certi modi di dire, nonché una sostenutezza generale dell'espressione, 
ya bene ; ma non si vada più in là , che il voler estendere il concetto della maggiore o minor 
forbitezza anche alla struttura fonetica della parola, sarebbe come ammettere la legittimità d'uno 
di quei giudizi estetici subiettivi che tanto ripugnano alla severa crìtica, ma di cui tanto si com- 
piace il vulgo semicnlto. Nel nostro caso il falso giudizio o il pregiudizio consiste in ciò, che il 
parlare della gente colta si reputi sempre più forbito e più fine non per altro che perchè appnnto 
la gente eulta lo parla. Dal che conseguono delle contraddizioni curiose: occorre, p. es., che, in un 
dato dialetto , una data forma la quale più s' accosta al volgare illustre , cioè a quella foggia di 
linguaggio che nella mente delle masse deve rappresentare il Urtium comparationis , pur sembri 
brutta perchè dalle classi colte non usata; cosi al mio paese il cittadino si servirà delle forme 
aitar. Ubar, tnétar, mentre il contadino dirà altro, libro, metro. Non v'ha dubbio che la forma 
contadinesca essendo addirittura identica coll'italiana, dovr'ia parere ' più forbita ' ; nient 'affatto: 
chi in città, parlando dialetto, dicesse altro ecc., darebbe a divedere d'essere tutt 'altro cbe colto, 
e il contadino stesso che vuol ingentilire il suo linguaggio s'affretta ad abbandonare quelle forme 
che sono uno dei più spiccati contrassegni del parlar campagnnolo. 

(1) Il limitatissimo campo delle cognizioni , la scarsa densità della coltura , spiegherebbero a 
sufficienza, anche in mancanza d'altri argomenti , come una lingna morta (che perù era stata d 
viva!) abbia potuto servire per tanti secoli da organo esclusivo del pensiero non solo negli scrìtti, 
ma anche nella conversazione di genere elevato. Non si vuol tuttavia escludere che abbia potuto 
aver luogo anche in volgare, come può succedere oggidì che si ragioni di argomenti gravi, sempre 
però che sia esclusa la solennità, in dialetto anziché in italiano. Ma a me non costa ano sfbno 
rimmaginarmi un prete del mio paese che discorrendo di teologia mi esca ftiorì colla parola irtm- 
tùstatuiagiùn , od un avvocato che parli di una casa gravdda da s*rvitii , di «c«pì uh gvidai , 
di decUnaziùn da fòro , o uno speziale che dica acid tartdreg o bicarbonaa d« tèda ; non erado 
però che ciò dia diritto nò al prete, né all'avvocato, né allo speziale di credersi depositarì d'una 
lingua diversa da quella che parlano tutti gli altrì, e ciò nemmeno nel caso che quelle gravi pa- 
role venissero da loro dette, invece che in forma dialettale, in forma italiana. Ora che ona iden- 
tica condizione di cose sia stata possibile anche nel medio evo non si può ragionevolmente negare. 



256 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

coscienza nazionale non mai spenta che s' era splendidamente documentata 
nelle due letterature che precedettero lo sbocciare del tedesco moderno ; qui 
anche un' apparenza di politica unità nel!' Impero, debole sì, ma che pur 
aveva a maneggiare negozi d' ogni ordine e d' ogni parte di Germania e a 
cui, come ad astro maggiore, s'uniformavano nei modi, nei costumi, nel 
parlare le centinaia di piccole corti germaniche (1). E fu appunto nella 
cancelleria dell'Impero il quale fu prima alemanno-svevo poi austro-bavarico 
che si compì quel conguaglio fra i dialetti tutti dell'Alta Germania, che 
pur è si vasta e di dialettali varietà sì ricca, e di questi col Basso tedesco, 
che 'ci è appunto rappresentato dal tedesco moderno. Ma se dalla Germania 
noi volgiamo lo sguardo all' Italia e' imbattiamo subito in ben mutate con- 
dizioni : qui la grande rassomiglianza del volgare col latino, soprattutto col 
latino generalmente invalso, facevano di questa la lingua obbligata della 
Chiesa (e questa ben più premeva suU' Italia che sul resto dell' universo), 
delle scuole, del Foro, di ogni sorta d'Atto pubblico o privato, d'ogni mani- 
festazione letteraria ; qui ogni tradizione nazionale metteva capo a Roma, 
ragione di più perchè la lingua di questa si considerasse e s' impiegasse 
qual vera lingua della nazione ; qui infine il Papato, la più possente auto- 
rità politica, non rappresentava per nulla ciò che l'Impero rappresentava in 
Germania, essendo esso d'istituzione necessariamente antinazionale e, nella 
lingua , uno dei più saldi puntelli della latinità. Dimodoché non si capisce 
come all' italiano d'allora il quale, scrivendo latino, s' illudeva allegramente 
di scrivere un idioma suo nazionale, avrebbe potuto venir in mente di ser- 
virsi d' un altra lingua che la latina ; molto saviamente quindi si indica 
qual causa principale del tardo apparire fra noi dei primi albori di lettere 
nazionali la tenace prevalenza della lingua e d' ogni sorta di tradizioni ro- 
mane. Ma, date queste condizioni, qual ragion d'essere poteva mai avere, a 
che mai doveva servire un volgare illustre? E come mai potremmo noi, 
quanti siamo italiani dal Gottardo al Lilibeo, che ci lamentiamo tuttora, 
malgrado Veppur ci capiamo e dopo tanti secoli di rigogliosa vita letteraria 
e un sì potente risveglio della coscienza nazionale, che al nostro pensiero 
non sia concesso un tale mezzo di manifestazione che ogni italiano, di qua- 
lunque provincia, possa dire veramente connaturato a se stesso, concedere 
il vanto d' averlo posseduto , senz' averne bisogno e in condizioni spropor- 
zionatamente peggiori delle nostre , ai nostri antenati dei secoli VII-XII ? 
L'ammettere di tali cose equivarrebbe a creder possibile che un cespuglio 
di rose possa nascere e fiorire su d'una nuda roccia e di pieno inverno. 

Ma v' ha di più. Quando, nei sec. XI e XII, migliorate alquanto le con- 
dizioni civili e politiche del popolo, si cominciò ad osare e qualcuno volle 
dettare in volgare, la forma prescelta fu dessa quella del volgare illustre, 
.che, ove fosse stato una realtà, doveva pur imporsi senz' altro? No ; gli 
scarsi documenti in volgare a noi tramandati da quei secoli sono tutti in 



(1) E si noti ancora che la diversità delle epoche importa , a scapito dell' Italia di quei secoli 
in cui il G. porrebbe l'elaborazione del volgare illustre italiano , una non lieve diversità di con- 
dizioni civili, intellettuali e morali. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 257 

volgare plebeo (1); è dialettale l'inscrizione del Duomo di Ferrara (cfr, le 
forme cenque e /ò), è dialettale la carta sarda della fine del sec. XI, è dia- 
lettale il frammento epico bellunese (Arch. Glottol. it., I, 411-12), ha spic- 
cate caratteristiche meridionali il Ritmo Cassinese e .circa all' antica Con- 
fessione latino-volgare così s' esprime il Picchia (Arch. Glottol., VII, 123; : 
« Le peculiarità dialettiche del volgare, se non accennano risolutamente ad 
« una speciale regione d" Italia, possono tuttavia, se non e' illudiamo, tenersi 
« per verisimilissimamente proprie dell' Italia centrale con esclusione dello 
« Provincie napolitano e della Toscana » e, più oltre : « La congettura del 
<.< Monaci » (secondo cui il God. che contiene la Confessione proverrebbe 
dall'Umbria) « non sarebbe, parci, contraddetta dalla qualità del dialetto ». 

Né qui s' arresta 1' attività di questi volgari provinciali ; crebbero essi a 
vita letteraria, certo non indecorosa, ed ogni provincia, sopratutto nell'Alta 
Italia, va provvista di monumenti dialettali antichi. Ne ha la Venezia, n'ha 
la Lombardia, n'ha Genova, n'ha il Piemonte, n'ha l'Umbria, ne ha Napoli, 
n' ha la Sicilia e si riferiscono non solo alle lettere propriamente dette ma 
anche a cose giuridiche come è provato dallo Statuto di Ghieri e dalla Sen- 
tenza di Rivalta, ambedue in dialetto pedemontano. — Né va perso di vista 
un fatto, emergente da quelle scritture, il quale ci prova quanto poco erano, 
prima dell'Alighieri, maturi i tempi per una lingua comune (2) ed è questo : 
che esse ci rappresentano non già dei dialetti provinciali ma solo munici- 
pali ; cosi nel Veneto s' hanno monumenti veneziani, padovani e veronesi e 
in Lombardia, milanesi e bergamaschi. 

E vero che il G., come appare ripetutamente dalle sue parole che più 
sopra si riferiscono, afferma aversi avuto un volgare illustre solo parlato 
non già scritto. Ma, a tacere che ciò non isposserebbe nel concetto che li anima 
nessuno degli argomenti ftnora avanzati, il G. avrebbe dovuto accorgersi 
che appunto quella sua affermazione é talmente grave da schiacciare in 
germe tutta la sua argomentazione intorno al volgare illustre : e ciò perchè 
un volgare illustre comune a tutta la nazione e contrapposto a tanti volgari 
plebei non si può altrimenti concepire che come una lingua primamente 
scritta, ridottasi poi a lingua parlata per l' influenza che le lettere sogliono 
esercitare sulla nazione. Tale é la storia del francese, dello spagnuolo e del 
tedesco , qualunque sia il processo per cui in ognuno di quei paesi s' è 
elaborato il volgare illustre. 

E qui lasciamo queste obiezioni d' indole generale e passiamo piuttosto 
ad esaminare se la tesi del G. che, come vedemmo, poggia sul fatto delle 
doppie forme, veramente di queste doppie forme s' avvantaggi. 

La teoria del G. sul processo di formazione del volgare illustre da lui 
propugnato si può leggere nella citazione letterale che delle sue parole si 
fa in principio di questo articolo; circa alla quale teoria solo dirò che se 
può forse costituire, per il sistema di bilanciamento che quivi si asserisce 



(1) Certo il Q. non vorrai erigersi a paladino delle CarU d'Arborea. 

(2) n Bartoli é il Massaiia avevano bensì sostenuto che s' avesse per tutta 1' Albi Italia ana 
lingua comune. Ma l'Ascoli lia, con solidissimi argomenti, dimostrata l' insussistenza del fatto. 

Giornali storico, VI, fase. 16-17. 17 



258 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

applicato, un interessante problema di meccanica, certo ripugna, in quanto 
riguardi il processo formativo delle lingue, ad ogni retto criterio di forma- 
zione storica, ed è quindi cosa che la glottologia mal potrebbe prendere 
sul serio. 

Una cosa si può ritenere da quelle parole, ed è questa: che la diversità 
tra due forme, una apparentemente più corrotta, 1' altra più vicina al latino 
o al linguaggio letterario d' Italia (il latino, levatene le desinenze, e l' ita- 
liano, che è il toscano o meglio il fiorentino, si trovano poi essere tanto 
fra di loro affini che il rabberciamento, sul tipo latino, d'una data forma 
volgare deve, nella maggior parte dei casi, condurre necessariamente ad una 
forma comune ad ambedue), devesi ad una transizione tra la forma di vol- 
gare ed il latino. Ma questa transizione non va già compresa come qual- 
checosa di vivo, di realmente ed organicamente compiutosi nella bocca di 
chi parlava ; era al contrario, opera di notai più o meno culti, più o meno 
pedanti, compiutasi sulle sole carte e destinata a restar cosa morta in queste. 
Di tali adattamenti d' una forma dialettale su im tipo più illustre vanno 
fornite anche le carte notarili moderne (1) ; né per avventura s' aspettano 
che un giorno qualcheduno si valga di loro come di fondamento a troppo 
ardite conclusioni. 

Procedevano i notai, nel latinizzare, con certe norme le quali eran loro 
dettate, più che dalla ragione, da un' istintivo senso analogico, il quale però 
non era in tutti egualmente vivace né ugualmente sicuro e conseguente. 
Quindi la varietà delle forme la quale, come appare dagli elenchi del G. va ben 
sovente più oltre della dualità (2); e la cosa si spiega, ove s'avesse bisogno di 



(1) Citerò un esempio, per il qnale ho appunto interrogato nn notaio. V ha al mio paese nna 
località detta il ciòss, nna parola che, secondo ogni probabilità, rìsale a clì.uso. Ora di tre notai 
che aressero bisogno di inserire quella parola in un atto, è certo che uno, forse il più ayrednto, 
scriverebbe senz' altro ciòss , il secondo la italianizzerebbe a metà aggiungendo la desinenza -o , 
ciosso, il terzo andrebbe più oltre, e, abituato a vedersi corrispondere sovente ci- lombardo e chi- 
italiano {ciaf-, chiave, ciamà = chiamare), fabbricherà senza scrupoli la forma chiasso. 

(2) Può cioè occorrerci una data voce in tutte le forme che vanno dalla volgare veramente viva 
fino alla latinizzazione perfetta. — • Dagli elenchi padovani del G. panni tuttavia risultare che più 
ripugnasse lo scrivere la forma prettamente volgare quando questa più si scostava dal tipo latino. 
Cosi non si trovano in essi elenchi né 1' -ó = -dto, né 1' -é^-àte, non si trovano cioè le corrispon- 
denze dei marcò e dei bontè che Dante biasima nei padovani e per la cui istorica realtà rimando 
il G. a pp. 431-32 del voi. I dell' Archivio glottologico italiano. Vero è che Dante notò quelle 
forme un secolo più tardi di quello a cui risalgono i più recenti diplomi sfruttati dal G, , ma 
s'andrà errati ritenendo che non se ne rinverrebbero nemmeno nei documenti coevi di Dante. 
-- Circa poi alle latinizzazioni perfette , chi vorrebbe escludere che molte parole latine dei 
documenti , anziché essere sgorgate di primo ìmpeto dalla mente de' notai , non ci appaiano 
invece di forma latina per essere passate anch' esse attraverso il tramite di quel ragionamento, 
dirò così, inconsciente, per cui da -do si costruiva -odo, -àto? Che giunto cioè ad -cito il notaio 
vi abbia appiccicata quella desinenza latina che nel costrutto in cui trovavasi 1' -dto era gram- 
maticalmente richiesta? Un fatto che pare ammettere anche il G. , se io mal non interpreto 
le parole che sono in fine a p. 61 del suo primo lavoro, e che è provato -da us e -t, desinenze 
verbali , aggiunti persino a voci di stampo non più latino , come in dissimus , dissit. Cadrebbe 
così r obiezione che muove lo stesso G. al Gaspary col chiedere perchè i notai , una volta in 
via di latinizzare , non andassero fino in fondo. Certo che ci son andati e ben di spesso. Ma il 
G., imbattutosi, pnta caso, in un robure, e meglio ancora in un roburi o in un robtiris, non si 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 259 

maggiori schiarimenti, anche da questo, che i documenti dai quali le forme 
sono desunte si estendono per più di tre secoli (ve n' ha dell' 819 e del 4183) 
durante i quali e le abitudini dovevano variare come dovevano variare i 
rapporti tra volgare e latino, e che forse i notai non eran tutti della città 
di Padova, od anche essendolo, avranno appartenuto a diversi quartieri della 
città ; la qual ultima circostanza doveva importare una , benché leggiera, 
differenza di dialetto tra gli uni e gli altri (così, a tacer d'altro, non è im- 
possibile che in una stessa città si dica in un quartiere albero e in un altro 
albaro e forse in un terzo alboro), una differenza che avrebbe potuto sempre 
rispecchiarsi nelle latinizzazioni. 

Le norme più comunemente applicate, onde nobilitare una parola plebea, 
che io trovo negli es. del G. sono le seguenti : a) si restituisce la tenue che, 
fra vocali, s' era degradata in media (-àto da -ddo, laco da lago ecc.) ; b) si 
restituiscono A b e ì\ p che, fra vocali, s'erano degradati in v (avitare^abù 
lare ecc.); e) si ristabilisce per e palatino il -s- dolce {fornase^ fornace); d) si 
restituisce la media caduta {-ddo da -do); e) si tramuta in e q g palatini il 
z che segue a consonante e si tramutano in ciò eia le formolo zo za; f) bì 
restituisce Vi sopratutto postonico, che s' era ridotto ad e; g) si ristabilisce 
la vocale iniziale aferizzata {amabile da mabile); h) vien restituito l'o, de- 
gradato ad «, sia in sillaba tonica che in sillaba atona; i) si ritorna al dit- 
tongo au (bozentauro, aurese), j) si ristabilisce il nesso et; k) si ritorna da 
-ego ad -teo e da -dro ad -drio (1). 



mA peritato di interpretarlo senz'altro come nna forma latina senza porsi la domanda che noi or 
ora ci ponevamo {roboreto di fronte a rovereto occorre del resto negli stessi elenchi del G,, ed ò 
certamente nna latinizzazione perfetta, malgrado l'o per i», e quantunque il G. lo ponga fn le 
forme di volgare illustre). Forme perfettamente latinizzate, vale a dire che non ci rappresentano 
forme intermediarie tra il latino e il volger plebeo, abbondano presso il G. (cosi bovario ecc.). — 
Che poi chi diceva carpeneto, aìboro, A sia fatto meglio intendere dal volgo, il quale diceva car- 
panedo, albaro, di colui che avesse detto carpineta, albero, la non mi vuol entrare. 

(1) Queste norme dovevano valere , su per giù, per gran parte dell'Alta Italia. — Diverse sa- 
ranno state quelle d' altri dialetti , ma la tendenza rimaneva sempre quella , di ravvicinare cioò 
alla latina la forma volgare ; e se il veneto si sforzava di ridurre a t il suo -d-, il napoletano si 
sai^ sforzato di ridurre a <2 il suo -t- o -tt- di parole come umetto , e a fui il suo nn di parole 
come qttanno. Non istupisce quindi , né costituisce quella sì valida prova che il O. vorrebbe , il 
fatto che in questo lavoro di ricostituzione i diversi volgari abbiano potuto, partendo ognono d» 
un punto diverso, ritrovarsi assieme nella forma latinizzata; e stupisce ancor meno ove si consi- 
deri la minor diversità che allora correva fra essi ; anzi se le norme fossero sempre state e dap- 
pertutto conseguentemente applicate avrebbero dovuto incontrarsi sempre; e non solo i volgari 
d'Italia fra di loro, ma tutti i volgari neo-latini ; e certo tutti s'incontrano in quelle proporzioni 
nelle quali s'incontrano fra di loro i volgari d'Italia. Questa conclusione s' impone , e il G. non 
vi s'è potuto sottrarre del tutto, poiché s'è giovato nello sue ricerche anche di documenti tna- 
cesi, del che si giustifica con queste parole : « Pare a me che il volgare di questa (della Fr»ncia) 
« si debba considerare, appunto rispetto al tempo, quale altro linguaggio plebeo d'Italia, «Tendo 
« originato anche quello come questo dal padre comune , il dialetto romano ». Ma non capisco 
perchè il O. si fermi a metà strada ; accanto alle forme plebee, troverà nei documenti di Francia 
e di Spagna, precisamente come in quelli d'Italia e colle stesse tergiversazioni , quelle di volgare 
illustre, le quali forme illustri somiglieranno , a un dipresso , a quelle che si trovano nei docn- 
menti italiani, donde la logica conseguenza che il volgare illo-itre del G. non eia della sola Italia, 
ma di tutta quanta la romanità. 



260 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Ma come s'osservavano poi queste norme? Lasciamo stare quelle parole 
in cui la latinizzazione ci si appalesa riuscita nonché i pretti latinismi 
(come collecta, defuncto, episcopello, domino, thio, columnelli contrapposti a 
colta, defonto, veskevello, don), e le parole volgari che si possono ritenere 
non alterate (e sono ben poche : tegia, crea ecc. verine=\èv']me vergine, co 
capo ed altre), e atteniamoci a quelle in cui ci s'appalesano nello stesso 
tempo e la base volgare e l' opera di ricostruzione ; e' imbatteremo subito 
in. un vero caos di forme provocato soprattutto da questo, che, occorrendo 
al notaio di dover applicare, nel ricostruire alla latina la parola plebea, in 
una stessa voce più d' una delle norme anzidette, s' applica 1' una e s' om- 
mette l' altra. E siccome il criterio del G. nello scevrare la parola plebea 
dalla illustre doveva necessariamente coprirsi colle norme seguite da' notai 
nelle loro ricostruzioni, così 1' opera del G. non poteva non riuscire un tes- 
suto di contraddizioni e lo provino gli esempi seguenti : 

vlg. ili.: afumegado, vlg. pi.: afomigado. Qui la prima forma avrebbe 
di illustre I'm mantenuto, la seconda Vi. Ma hanno comune di plebeo il -gado 
colle sue due medie al posto di due tenui. Prevalendo in ambedue i carat- 
teri plebei dovrebbero dichiararsi ambedue plebee, ciò che il G. non fa. La 
forma nobile dovrebbe suonare a fumicato, la plebea afumegado; 

vlg. ili. : beato, vlg. pi. : biato Mao. Beato sarebbe senz' alcun dubbio 
di volg. ili. Ma biato non sarebbe plebeo che per quell'e che si riduce ad 
i neir iato. La desinenza -dto dovrebb' essere esclusivamente illustre. Biao 
sarebbe esclusivamente plebeo; 

vlg. ili.: amabile, vlg. pi.: mabile amavile. Ben classificata la prima 
forma. Ma mabile, mentre ha di plebeo 1' aferesi dell' -a avrebbe d'illustre 
il -b-. Amavile, all'incontrano, ha di plebeo il -v-, ma avrebbe d'illustre 
Va-. Ambedue assieme hanno d' illustre V-i-. La vera forma esclusivamente 
plebea sarebbe mdvele, o, poiché Va- non deve necessariamente cadere, 
amdvele ; 

albaro è dichiarato plebeo, pel suo a, di fronte ad albero; ma, subito 
dopo albareto, sempre coli' a, è dichiarato illustre, in causa del -t-, di fronte 
ad albaredo, forma questa che può essere di puro volgar plebeo. 

punticelli è relegato tra le forme plebee a motivo del suo u=o; ma 
altrove si decerne un diploma di nobiltà a baruncello, in causa del e e 
malgrado I'm, mentre lo z fa dichiarar plebeo, malgrado Y o, baronzello; 

è nobile castagna di fronte a castegna; ma il -d- fa perdere all' a la 
sua nobiltà, nella forma castagnedo; 

è poi plebeo, malgrado il -^ e a causa del g-, gardeto allato a cardato. 

ottorità è dichiarato plebeo di fronte ad auctorità, che nel suo auct- 
ci s' addimostra di pretta ricostituzione latina ; ma l'aw- di aurese, di fronte 
ad aurifice, non salva quella parola dalla scurrilità; e sarebbe veramente 
bella forma plebea (orese=oré[v]ese) senza Yau- che la deturpa; 

malgrado Y-ario che pur deve considerarsi, di fronte all' -aro plebeo, 
qual una delle prime caratteristiche di volgar illustre son dichiarati plebei, 
pel suo u, mulinarlo (vlg. ili. m-olinario) ; pel suo z , calzinaria (vlg. ili. 
calcinaria) e, pel suo -v- soppresso, boario (vlg. ili. bovario); ma, all'incon- 
trano, pel suo -^ di fronte al -d- di codegnara, è dato per illustre cotegnara. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 261 

E qui chiudo questa serie d'esempi, avvertendo prima che non sono cer- 
cati col lanternino e che , invece , lor so no potrebbero aggiungere senza 
fatica di molti. — Ora ognuno comprenderà essere lavoro sprecato il voler 
mettere a base d' un ragionamento il quale tende a sì alte conclusioni delle 
forme di volgare illustro che non sono per nulla conseguenti a se stesse, 
delle forme di volgar plebeo che lo sono meno ancora, e che, paragonate 
colle illustri, ci offrono una tale contraddizione di rapporti. 

Ma alle contraddizioni s' accoppiano gli svarioni. Ignorante o troppo pre- 
potentemente trasportato dall' istinto dell' analogia, falsamente applicava il 
notaio quelle sue norme di ricostruzione anche a suoni che, nella voce 
volgare, continuavano inalterata la base latina e ciò perchè egli troppo viva- 
cemente si sovveniva che lo stesso suono volgare assai di spesso veniva 
tramutato in un dato e diverso suono o nesso di suoni latini. Così, abituato a 
vedersi corrispondere t volgare con et latino, ricostruiva in et anche dei t 
volgari che pur risalivano a t latino, tal'è il caso in quactro ; abituato a tra- 
mutare un -u- volgare in b (avitare = habitare), ricostruiva falsamente uva in 
uba ; solito a rimutaro in e palatino in -s- volgare (FeUse=Felice, fornase^foT' 
nace)^ non s'avvedeva più che nel -s- di Adese s'ha la inalterata continuazione 
del -s- di Athesis e scriveva Adice; abituato a sostituire e latino a g vol- 
gare (amigo=amico), procedeva nello stesso modo in ordine al lat. caliga e ne 
traeva un calecario (i). — E poteva accadere al notaio anche questo di inter- 
pretare il suflSsso -éto falsamente per -étto come in castagnettoacastaneto o 
di interpretare un -nn- quale prodotto assimilativo di un -dn- , ciò onde 
s' ha esempio in adnutino di fronte ad annotino che senz' alcun dubbio 
sarà una derivazione dff anno (2). 

Non sono questi esempì una prova luminosa della artificiosità di tutte le 
forme che stanno raccolte negli elenchi del G.? Tali strafalcioni non sono 
certamente mai entrati nel patrimonio di nessun idioma né illustre né plebeo. 
Ed è tanto vero che io sfido il G. a trovarmi nel volgar padovano o nel- 
r italiano i diretti continuatori di quelle forme sbagliate o d'altre che loro 
equivalgano. 

Ma supponiamo un momento che tutte le obiezioni che fin qui si son 
mosse alla tesi del G. non abbiano forza veruna, supponiamo che essa tesi 
veramente s'avvantaggi delle forme che il G. presenta ne' suoi elenchi, ri- 
marrebbe pur sempre questa osservazione da fare : é vero che la maggior 
rassomiglianza tra il latino e la lingua letteraria d'Italia doveva importare 
che, nel processo di nobilitazione, si riuscisse soventi a delle forme comuni 
ad ambedue ; ma non é men vero che l'evoluzione fonetica poteva qua e là 
condurre, e l'ha condotta, la parola italiana a tale distanza dalla sua scaturigine 



(1) Equivalgono questi svarioni a quelli che farebbe nn veneto ricostruendo il suo ateno in 
acino, un lombardo ricostruendo in ebriglio il suo ebrèj, ebreo (cfr. cotw»; s consiglio) ecc. 

(2) Omettendo il quadro che si trova due volte , e sempre indicato come forma in ogni modo 
volgare, in quelle sue prove di ricostruzione del linguaggio dei sec. di mezzo , nn» impresa ch« 
io devo giudicare iniblice e nel concetto e nella riuscit* , il G. assegna uért ealtcario a d m u Mto 
al volg^ plebeo, Adict e c(uitgnetto al volgare illustre. 



262 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

da far cessare o almeno da intorbidare alquanto la rassomiglianza. In tali con- 
giunture, la parola che secondo il G. è di volgare illustre, ci s'appalesa dessa 
più vicina al latino o all'italiano ? Rispondo senza ambagi : al latino. Così 
il suffisso -ario è nello stesso tempo e la risultanza del processo di nobilita- 
zione, è, cioè, secondo il G., di volgare illustre, ed è il pretto suffisso latino. 
Ma r italiano, se ha -arto in parole che nella maggior parte sono d' origine 
evidentemente letterata e che quindi non contano, ha, prevalentemente, per 
risposta normale di quel suffisso, -aio o -iero -e. Un' altra riduzione italiana 
di cui non trovo traccia negli elenchi del G. è quella dei nessi ci, pi, hi, 
f, a chi, pi, hi, fi, eppure questa riduzione s' ha già nei più antichi docu- 
menti di quella lingua che poi è divenuta la lingua illustre d' Italia e si 
può ragionevolmente supporre che fosso già fenomeno dell' idioma italiano 
nel 1183, epoca a cui risale il più fresco dei documenti onde il G. estrae 
le sue forme (1). 

Come spiegansi questi fatti i quali sono certamente di tal natura da tur- 
bare non poco gli intimi rapporti che, secondo il G., esistono tra il suo 
volgare illustre e l'italiano? pensa forse il G. che l'evoluzione da -ario 
ad -ajo ecc. , da jsi a pi ecc. , siasi compiuta nel breve lasso di tempo che 
corre dal 1150 al primo apparire di documenti italiani, cioè toscani? Se lo 
pensa e vuol farcelo pensare, fuori le prove! 

Tutta questa seconda parte del mio ragionamento ha dovuto versare intorno 
al valore che possono avere le forme volgari da cui vanno provvisti i do- 
cumenti latini dell' età di mezzo, più specialmente, di quelli sfruttati dal G. 
Ma se quest' esame ha potuto essere utile non sarebbe certo men utile 
un esame intorno al valore lessicale di quelle voci; importerebbe cioè di 
sapere, per dirla a mo' d' esempio, se curticella risponda lessicalmente in 
tutto e per tutto al corticella della nostra lingua letteraria. Ma un tal esame 
sarebbe per ora impossibile, sia perchè le voci in realtà non son molte, sia 
perchè ci rappresentano in non piccola parte nomi propri di persone e di 
luoghi, sia, infine, perchè non si ha sott'occhi il passo in cui ogni singola 
voce si trova (2). E quest' impossibilità d' un raffi-onto lessicale avrebbe 
dovuto trattenere il G. dal dare per così assolute le sue conclusioni ; che i 
fenomeni fonetici non sono tutto in una lingua ; v' è il lessico, v' è la nur- 
fologia, v' è la sintassi e più in su lo stile e, trattandosi d' un linguaggio 
illustre, quella generale elevatezza d' espressione nel manifestare il pensiero, 
nella quale si riassumono tante cose buone e cattive, ma che pur è la prima 
ragione e condizion d'essere d'un volgare illustre. Ora di tuttociò, foss' anche 
la tesi del Gloria inattaccabile e dal punto di vista dei criteri generali e 
da quello del valore delle singole voci, non è possibile dare una prova, 
poiché per darla ci vorrebbe appunto un intiero documento scritto in pretto 
volgare illustre. Ma si può con sicurezza aflfermare che questo documento 
non si troverà. 



(1) Voglio ancora si notino contrata e tirata (dati come illustri di fronte a contru, cioè contrda, 
e a strada, strd) dove l'italiano ha contrada, strada. 

(2) Questo si può, fra altro , tuttavia ricavare , che caligario , per quanto comune a più d' un 
dialetto italiano, non è riconosciuto dalla lingua letteraria. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 26^ 

Io non vorrei , giunto in fine di queste linee , che le mie obiezioni 
suonassero disapprovazione all' opera dell' egregio cattedratico padovano , il 
quale, noto in tutta Italia e fuori per la serietà de'suoi studi in altri campi 
dello scibile, non è glottologo, ciò onde nessuno gli farà aggravio, ed ha 
dovuto trattare il suo subietto con metodo e criteri diversi da quelli che la 
grammatica comparata richiederebbe. Nò ciò è male, poiché l'esclusività 
dei criteri non è, nò certo, ch'io mi sappia, è mai stata caparra d' un giu- 
dizio per ogni suo lato completo e d' altra parte nessuno di noi vorrebbe 
meritarsi il biasimo che Ben Johnson infliggeva a certi grammatici del 
suo tempo quando egli loro diceva « nessuno dimentica il suo primo 
« mestiere; date ad un grammatico da decidere intorno al destino dei re e 
« delle nazioni, esso ne farà una quistione di grammatica ». — Gli spogli 
che il G. va facendo con tanta competenza ed ai quali egli incoraggia con 
parola sì calda e convinta, non potranno eh' essere fecondi d'ottimi risultati. 
Se non ne uscirà la prova del volgare illustre ne usciranno sempre nume- 
rose ed importantissime notizie per la storia de' volgari ; per esse sarà pos- 
sibile stabilire utilissimi e desiderati rafironti, anzi non sarà che su tali 
spogli operati abbondantemente in ogni parte del nostro paese che si potrà 
stabilire una seria cronologia dei fenomeni fonetici comuni a tutta Italia o 
propri di ciascun dialetto; e ciò, mi creda il G., non sarà poco (1). 

Carlo Salvioni. 



BENEDETTO CROCE. — La leggenda di Niccolò Pesce. — 
Estratto dal Giambattista Basile, anno III, n* 7. — Napoli, 
Stab. tip. di Vincenzo Posole, 1885 (8°, pp. 14). 

Che povera cosa quest'opuscoletto, e quale increscevole documento, nella 
tenuità sua, della fretta, della incuria, della leggerezza con cui troppo spesso 
fra noi si trattano argomenti di critica e di erudizione ! Il signor Croce crede 
di aver messe le mani sopra un soggetto vergine, e questo soggetto altri 
dieci, a dir poco, l'hanno avuto tra mani prima di lui. Così che, non solo 
egli non accresce, se non per picciolissima parte, la conoscenza di esso, ma 
ignora e lascia in disparte il più di quanto già da altri era stato trovato e 
notato, e viene in conseguenza di ciò a conclusioni e giudizi in tutto erronei. 



(1) I proverM volgari di Geremia da Montagnone, editi dal G. nello stesso laroro che ha dato 
motivo alle precedenti pagine, non forniscono nessuna prova in più per la tesi del G., nò questi 
pretende trovarvela. Sono in volgare pavano e il G. ha fatto , pubblicandoli , opera bnonisBÌiiia , 
oomechò essi costitmscano nn documento linguistico non ispregevole. — Del vantaggio che da 
essi potranno trarre la demopsicologia e la scienza delle tradizioni popolari non è mio compito 
il toccare. 



264 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Basti il dire eh' ei non sa nulla della famosa poesia dello Schiller , Ber 
Taucher, nella quale riappare con nuove fogge e nuovo carattere, ma senza 
il nome dell'antico eroe, la leggenda di Nicola Pesce, e le fonti della quale 
ebbero ad indagare e Valentino Schmidt, e il Gòdeke, e il Dùntzer, e il 
Goetzinger, e il ViehofF, e quanti furono insomma gli annotatori e i com- 
mentatori del grande poeta tedesco (1). 

Detto assai brevemente alcimchè dei racconti tuttora vivi sulle bocche del 
popolo napoletano, racconti che certo meritavano un più largo riferimento; 
soggiunte alcune notizie non molto importanti, ma soprattutto non nuove, 
circa il rozzo bassorilievo che ancora si vede nel sedile di Porto in Napoli, 
e che il popolo giudica immagine di Nicola, il signor C. passa a far ricordo 
degli scrittori che di secolo in secolo si tramandarono la leggenda, e indaga 
nelle nan-azioni loro la graduale trasformazione della leggenda stessa, o, 
com'egli dice, della storia in leggenda. Ora, questi scrittori, sono appena una 
mezza dozzina; numero a dir vero troppo scarso, per chi si vanta (p. 10) di 
far di proposito ricerche sulla fonte primitiva della leggenda, e rintrac- 
ciare di questa la graduale trasformazione. Però non riuscirà, spero, discaro 
al lettore, se, considerata la curiosità dell'argomento (si tratta di una delle 
non molte leggende in tutto italiane di origine), io verrò accompagnando 
l'esame dell'opuscolo, con notizie intese a compiere la trattazione dell'argo- 
mento, traendole, sia da libri non tutti facilmente accessibili, sia (per qualche 
parte) da appunti miei. 

Il primo scrittore citato dal signor G. è Fra Salimbene, il notissimo cro- 
nista (2), il quale, cercando di denigrare in tutti i modi Federico II, raccon- 
tato di certe sue stravaganze, o, com'egli le chiama, superstizioni, soggiunge (3): 
« Quarta ejus superstitio fuit, quia quemdam Nicolam contra voluntatem 
« suam pluries misit in fundum Phari, et pluries rediit inde; et volens pe- 
« nitus veritatem cognoscere, si vere ad fundum descendisset et inde redisset, 
« nec ne, projecit cupam suam auream, ubi credebat majus esse profundum, 
« quam ille, cum descendisset, invenit et attulit sibi, et miratus est Impe- 
* rator. Cum autem iterum vellet eum mittere, dixit sibi: nullo modo me 
« mittatis illuc, quia ita turbatum est mare inferius, quod, si me miseritis, 
« nunc[uam redibo. Nihilominus misit eum, et nunquam est reversus ad eum, 
« quia periit ibi; nam in ilio fundo maris sunt magni pisces, tempore ma- 
« rinae tempestatis, et sunt ibi scopuli et naves multae fractae, ut referebat 
« ipse. Iste potuit dicere Friderico, quod habetur Jonae II : Proiecisti me in 
« profundum, etc. Iste Nicola homo siculus fuit, et quadam vice offendit 
« gi'aviter et exasperavit matrem, et imprecata est ei mater quod semper 
« habitaret in aquis, et raro appareret in terra ; et ita accidit sibi. Nota quod 



(1) Nel no 8 , anno III , del QiambaUista Basile , uscito quando il presente articolo era già, 
scritto e composto, il sig. C. ricorda, in un'appendice al suo lavoro, la poesia dello Schiller, ma 
non altro. 

(2) Accanto al nome il sig. C. pone in parentesi gli anni 1225-1290. Perchè ? se incerto l'anno 
della morte, non così quello della nascita, che si sa essere stato il 1221. 

(3) Chronica, Parma, 1857, pp. 168-9. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 265 

« Pharuin in Sicilia, jiixta mcssanam civitatcm, est quoddam brachium maris, 
« ubi aliquando est niagnus discursus, et magni gurgites fiunt ibi, qui naves 
« absorbent et demcrgunt: item in ilio Pharo sunt syrtes et caribdes et 

« scopuli praegrandes et multa infortunia Omnia supradicta centics audivi 

€ et didici a fratribus mossanae civitatis, qui mei amici valde fuerunt. Ego 
« etiam babui in ordine fratrum Minorum germanum consanguineum fratrem 
« Jacobinum do Cassio ex civitate parmensi, qui in mcssana civitatc babi- 
€ tah&t, et mihi haec eadem, quae diximus, referebat ». 

Il signor G. riconosce a questo racconto un carattere perfettamente stO' 
rico, e assevera (p. 8) che il fatto per sé, pel modo com'è raccontato, sema 
intenzione di destar meraviglia, e per le sue modeste proporzioni, è in- 
dubitabilmente storico; poi passa alla sua seconda testimonianza, che è 
quella del bolognese Francesco Pipino, che fiori nella prima metà del se- 
colo XIV. Questo cronista cosi racconta (1): « Nicolaus Piscis hoc tempore 
« in Regno Siciliae natus est. Hic enim, dum puer esset, delectabatur esse 
« in aquis assiduus; cujus mater ob hoc indignata, maledictionem illi im- 
« precata est, ut scilicet semper esse delectaretur in aquis, et extra eas non 
« posset vivere ; quod siquidem contigit, nam semper ex tunc in aquis maris 
« vixit ut piscis. Diu extra aquas esse 'non poterai ; nautis apparebat, et cum 
« eis in navibus aliquandiu erat, maris aestus illis praedicens, et secreta 
« quae viderat in profundo. Anguillam maximura piscium esse dixit, et inter 
« Siciliam et Galabriam pelagus profundissimus esse. Imperator Fridericus 
« cum eo serraonem habuit, et projecto in fundo vaso argenteo, institit illi, 
« ut descenderet in profundum, ac vas illud aflferrct. Ille vero ait: si descen- 
« dero in profundum, non revertar: Experiri tandem promisit; et quum 
« descendisset, ultra non comparuit hominum visui. Reminiscor, quod, dum 
« puer essem, audire consuevi matres, dum puerulis vagientibus terrorem 
« vellent incutere, tunc eis Nicolaum ad raemoriam reducebant ». E qui il 
sig. G. dice che si ha già la leggenda, non la leggenda compiuta, quale ap- 
pare di poi, ma la leggenda in formazione (p. 9). Sebbene la leggenda si 
possa già agevolmente riconoscere nel racconto di Salimbene, pure il sig. G. 
avrebbe qualche ragione ne' suoi giudizi, se non istesse il fatto che la leg- 
genda, una vera leggenda, è assai più antica, così di Francesco Pipino, come 
di Fra Salimbene ; fatto che manda subito all'aria tutti i ragionamenti e tutti 
i giudizi del sig. Grece. Ciò che di Nicola Pesce narra Gualtiero Mapes, il 
quale scriveva in sullo scorcio del secolo XII, passa in istranezza quanto ne 
narrano i due cronisti italiani. In un capitolo delle sue Nugae curialium^ 
egli narra la storia a questo modo: « Multi vivunt qui nobis magnum et 
« omni adrairatione majus enarrant se vidisse circa pontum illud prodigium 
« Nicolaum Pipe, hominem aequoreum, qui sine spiraculo diu per mensem vel 
« annum vicinia ponti cum piscibus frequentabat indemnis, et tempestate de- 
« pressa navibus in portu exitum vetabat praesagio, vel egressis reditum indi- 
« cebat. Verus homo, nihil inhumanum in membris, nihil in aliquo quinque 
« sensuum defectus habens, trans hominem acceptat aptitudinem piscium. 



(1) Chronicon, e. XLVIII, ap. Mobatobi, Scriptoret, t. IX, col. 669. 



266 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

« Gum autem in mare descendebat moram ibi facturus, fragmenta veteris ferri 
« de biga vel pedibus equorura vel antiquitate supellectilis avulsi secum defer- 
« rebat, cujus nondum rationem audivi. Hoc uno erat imrainutus ab hominibus 
« et piscibus unitus, quod sine maris odore vel aqua vivere non potuit; cuna 
« abducebatur longius tanquam anhelitu deficiente recurrebat. Cupivit eum 
« rex Siculus Willielmus auditis bis videre, jussitque ipsum praesentari, 
« quem dum invitum traherent, inter manus eorum absentia maris extinctus 
« est » (1). Ora, questa di Gualtiero Mapes è la testimonianza più antica che 
si conosca, una testimonianza quasi contemporanea al fatto che si narra, e 
si scorge da essa come la leggenda avesse già assunto un carattere molto 
strano, sebbene fosse lontana ancora dagli svolgimenti e accrescimenti poste- 
riori. Noto di passaggio che Gualtiero Mapes fu in Italia, e che in Italia 
probabilmente egli ebbe cognizione della leggenda. 

Un' altra testimonianza assai antica è quella di Gervasio di Tilbury, il 
quale nei suoi Otta imj)erialia, composti in sul principiare del secolo XIII, 
narra quanto segue: «Sicilia ab Italia modico freto distinguitur, in quo 
« Scylla et Charybdis, marinae voragines, quibus navigia absorbentur aut 
« colliduntur, quem locum Pharum nominant. In hanc referunt ex coactione 
« regis Siculi Rogerii descendisse Nicolaum Papam, hominem de Apulia 
« oriundum, cuius mansio fere continua erat in profundo maris. Hic a ma- 
« rinis beluis quasi natus ac familiaris vitabatur ad malum; maris sedulus 
« explorator, currentibus in pelago navibus, nautis instantes tempestates 
« praenuntiabat, et cum derepente a mari nudus prorumpebat, nihil praeter 
'< oleum a transeuntibus postulabat, ut ejus beneficio fundum abyssi maris 
'< speculatius intueri posset atcjue rimari. Hic in Pharo nemorosam abyssum 
« esse dicebat. Ex arborum itaque oppositis obicibus fluctus collidi invicem 
<i proponebat, asserens, in mari montes esse et valles, sylvas et campos et 
« arbores glandiferas, ad cujus rei fidem nos quoque glandes marinas in 
« littore maris saepe prospeximus » (2). Questo racconto ha per noi molta 
importanza, perchè Gervasio fu in Sicilia, ed ivi, senz'alcun dubbio, raccolse 
gli elementi di esso. La leggenda, quale Gervasio ce la presenta, è certo 
più compiuta che non nel racconto del Mapes ; ma non per questo si può 
far giudizio sicuro dello svolgimento a cui la leggenda stessa era andata 
soggetta, negli anni che intercedono fra l'un riferimento e l'altro. Il Mapes 
dice poco, ma quel poco accenna a molto più, ch'ei non conobbe, o non 
curò ripetere. Bensì è da notare tra i due racconti una curiosa contraddi- 
zione. In entrambi figura un re, che è causa indiretta della morte dell'uoma 
portentoso; ma nell'uno questi muore perchè tolto fuor dell'acqua; nell'altro, 
perchè costretto ad andare sino al fondo di essa. La coppa d'oro o d'argento 
è estranea ad entrambi, ma non assolutamente esclusa dal silenzio di Gervasio. 
Dai due racconti si può rilevare che la leggenda era già copiosa di ramifi- 
cazioni e di fronde, e che più di una versione ne correva tra il popolo. 



(1) Be Nttgis curialium, dist. IV, e. 13, De Nicolao Pipe homine aequoreo, ed. di T. Wright, 
Londra, 1850. Liebrecht, Zur Tolkskunde, Heilbronn, 1879, pp. 49-50. 

(2) Ap. Leibnitz, Scriptores rerum brunsvicensium , t. I, p. 921. Liebrecht, Des Gervasius 
von Tilbury Olia imperiaìia, Hannover, 1856, pp. 11-12. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 267 

E probabilmente ad una versione diversa dalle due riferite dal Mapes e 
da Gervasio accenna un trovatore provenzale, che in una delle sue canzoni» 
detto come non sappia togliersi dal suo amore, sebbene sappia di dovervi 
trovare la morte, si paragona al nostro Nicola, dicendo: 

Tais estand cnm Nichola de Bar 

Qne Ai Tisqaes Ione temps savis hom fora, 

Qn'estet grana temps mest los peissos en mar 

E sabia que i morrìa qnalqn'ora, 

E ges pertant no volo venir en say, 

E si fetz, tost tornet morir lay, 

En la gran mar don pueys non poc issir, 

Enans i pres la mort senes mentir (1). 

La leggenda è dunque certamente anteriore a Federico II, ma si viene 
spostando, e legando successivamente al nome di vari principi, caso certo 
non nuovo nella storia delle leggende. Il Mapes la lega a uno dei due Gu- 
glielmi (1154-1166, 1166-1189) (2); Gervasio a Ruggero, primo conte di Sicilia, 
poi re di Sicilia e di Puglia (1101-1154): altri poi la legheranno ad alcuno 
degli Aragonesi. Non mi pare improbabile che al nome di Federico II la 
leggenda sia stata legata, con le intenzioni ostili che si vedono nel racconto 
di Fra Salimbene, da avversari suoi, che potrebbero essere quei minoriti 
medesimi che il frate cronista ricorda. S'intende poi come, tal legame con- 
tratto, la leggenda non potesse, stante la celebrità di Federico II, cosi facil- 
mente prosciogliersene; ond'è che i più degli scrittori che la riferiscono in 
seguito, la lasciano a quel nome legata. Tra i molti merita uno speciale 
ricordo Fazio degli liberti, il quale vi accenna nel Bittamondo a questo modo : 

Quel eh' io dico or nota e non sii soro : 

Per dar esempio a molte lingue adre, 

Che dan crude bestemmie ai figli loro, 
Nicola bestemiato dalla madre, 

Ch' ei non potesse mai del mare uscire, 

Convenne abbandonar parenti e padre. 
E poi volendo al precetto ubbidire 

Di Federico, nel profondo mare 

Sènza tornar mai su si mise a gire (3). 



(1) Facbibl , Histoirc de ìa poesie provengale , t. UI , p. 505 ; Archiv fùr da* Siudium der 
neueren Sprachen und Literaturen , t. XXXIII , p. 466 ; Qbioh , Il Patto di San Patritio , in 
Propttgnatore, voi. Ili , P. 2a , pp. 74-5. Quella canzone nei manoscritti si trova attribuita a 
Raimon Jordan, Perdigon, Raimbant de Vaqueiras, Gui d'Uisel. Da questi versi il Grìon, secondo 
l'usanza sua, tolse argomento alle più arrischiate congetturo. Secondo lui, Nicola potrebbe easer» 
tutt' uno con San Nicolò di Bari , protettor dei marinai , e potrebbe esser perito in qualche le- 
mota spedizione nell'Oceano. Può darsi che Nicola fosse propriamente di Bari : a ciò non contrad- 
dice Gervasio facendolo pugliese. Fra Salimbene e Francesco Pipino Io vogliono siciliano ; altri , 
più tardi, lo fecero napoletano. 

(2) n Wright crede sia Guglielmo II; ma non si può provare. 

(3) L. II, e. 27. Nel suo inedito commento al Ditìamondo, Guglielmo Capello ripete ìb sostuua 
il riicconto di Francesco Pipino, ma con particolarità che lascian credere avere egli attinto, piot- 



268 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Notisi che della maledizione materna qui ricordata, e di cui danno parti- 
colareggiato ragguaglio Fra Salimbene e Francesco Pipino, non è indizio nei 
racconti del Mapes e di Gervasio e nell'accenno del poeta provenzale. Ciò 
dà buono argomento a credere, che essa non entrasse nella leggenda se non 
più tardi; entratavi poi, dovette conferire assai efficacemente alla diffusione 
della leggenda medesima. Notevole, a tale riguardo, è il cenno con cui 
Francesco Pipino chiude la sua narrazione; ma temo che s'inganni il sig. G. 
quando da essa trae argomento a sospettare non so quali trasformazioni 
della leggenda nella bocca del volgo (p. 9). Le madri dovevano ricordare ai 
loro figliuoli il nome di Nicola Pesce, non come quello di una Mormo, o di 
un Orco, non come uno spauracchio propriamente, secondo immagina il 
sig. C, ma piuttosto come un esempio memorabile delle triste conseguenze 
a cui conduce la disobbedienza. 

Il sig. G. confessa di non aver trovato, dopo quelle due che reca in prin- 
cipio, altre notizie della leggenda sino al Cinquecento ; poi cita un passo della 
Siracusa pescatoria di Paolo Regio, stampata in Napoli nel 1568, ricorda 
una Relazione in ispagnuolo, stampata in Barcellona nel 1608, e che egli 
non potè vedere; riferisce il racconto inserito dal famoso gesuita padre Kircher 
nel suo Mundus suhterraneiis , e basta. Ma c'è ben altro, e il sig. G. era 
almeno in obbligo di non ignorare ciò che di Nicola Pesce dicono alcuni 
autori napoletani. Ecco qui una indicazione sommaria di autori e di libri 
che ne parlano: Riccobaldo da Ferrara, Compilatio chronologica; Giovanni 
Gobio o Juniore, Scala coeli; Chronica ahreviata de factis civitatis Parmae; 
Raffaello Volaterrano, Commentarti urbani; Gioviano Pontano, De imm,a- 
nitate e carme latino Be Cola Pisce; Alexander ab Alexandre, Geniales 
dies; Tommaso Fazello, De rebus siculis; Giulio Gesare Scaligero, Exer- 
citationes; Pietro Mexia, Sylva de varia leccion (1); Gasparo Bugati, Historia 
universale; Simone Majolo, Bies caniculares; Tommaso Porcacchi, Le isole 
più famose del mondo; Giovanni Pretorio, Anthropodemus plutonicus; 
Happel, Relationes curiosae; Benito Geronimo Feyjoo, Theatro universal. 
E altri molti ce ne sono; ma già in questi si può vedere come la leggenda 
si andasse variando via via, sin oltre il mezzo del secolo scorso. Nel poemetto 
del Pontano fa irruzione tutta la mitologia (2). 

E ora che cosa pensare della leggenda in sé stessa? Ha essa, o meno, una 
origine storica? Non è punto improbabile che l'abbia. Notisi che l'appellativo 
di Pesce non vien fuori se non più tardi; Gualtiero Mapes parla di un 
Nicola Pipe (Pipi = Pepe?) e Gervasio di Tilbury di un Nicola Papa, e non 
mi par buona congettura il pensare che quel Pepe o quel Papa sia altera- 



tosto che dal cronista bolognese , da un' altra fonte , a cui anche questi per avventura farebbe 
capo. In luogo di una o di due, il Capello fa scendere tre volte nel mare Nicola, che dice nativo 
di Pozzuoli. 

(1) Libro divulgatissimo e nel Cinquecento tradotto anche in italiano. 

(2j Vedi per altre notizie un articolo inserito nella Augsburger aUgemeine Zeitung [Beilagé) , 
anno 1881, ni 306, 307, e H. Ullkich, Beitràge tur Geschichte der Tauchersage, Progr., Dresda, 
1884. Avvertasi di non confondere con la nostra leggenda un» stori» popolare francese du plon- 
geur, intorno cui vedi un articolo nella Mélusine, II, 5. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 269 

zione di Pesco,' giacché, di regola, i nomi non si alterano in guisa che ad 
una forma più familiare (e per giunta, qui, troppo ben ricordata dai fatti 
che si narravano), se ne sostituisca un'altra che è meno. Perciò Pepe o 
Papa potrebbe essere benissimo un vero e proprio cognome, e la leggenda 
avrebbe potuto formarsi a questo modo. Nel duodecimo secolo ci sarebbe 
stato in Puglia, o in Sicilia, un notatore non meno valente che ardito, per 
nome Nicola Pepe o Papa. Di costui si cominciarono a raccontar cose mi- 
rabili, poi, con porlo in relazione sempre più stretta e continua col mare, 
teatro delle sue imprese, con attribuire al suo corpo qualità richieste appunto 
da un siffatto commercio, si cominciò a confondere l'uomo col mostro, l'uomo 
terrestre con quell'uomo marino, di cui sotto vari nomi si trova fatto ricordo 
in certi trattati del medio evo, e del pieno Rinascimento. Odasi come descrive 
una delle varietà dell'uomo marino, il così detto monaco, Gotofredo da 
Viterbo nel Pantheon (1), parlando del mare: 

Piscis ibi monachas, sen forma monastica crescit : 

Fertquo cucnllatnm per maris alta capat. 
Calceus est illi confonnis et ampia cncnlla, 
Tarn bene dìsposìta, qna non foret aptior olla; 

Et qaasi vox bominis garrnla lingua satis. 
Frons, manna, et vultus, bominnm moderamine fultos 
Dam facit insnltus, reboatque movetene tumnltas, 

Mergere navicnlas saepios arte parat. 

Salvo la ostilità delle intenzioni, ciò ricorda quanto la leggenda narra 
delle apparizioni di Nicola ai naviganti. Gotofredo parla di una voce simile 
a quella dell'uomo; nxa il mostro poteva giungere ad appropriarsi lo stesso 
umano linguaggio. Ludovico Vives parla di un uomo marino catturato in 
Olanda, il quale cominciò a parlare dopo due anni di cattività (2). Del resto 
il Mapes chiama appunto Nicola hominem aequoreum , e dice che poteva 
vivere lunghissimo tempo senza respirare, e anzi che non poteva vivere fuori 
dell'acqua. Il Pontano poi dice Nicola fatto simile a un mostro del mare, li- 
vido, squammoso, orrido, e nell'opuscolo spagnuolo citato dal sig. C, e più 
sopra ricordato, la fusione dell'uomo col mostro è interamente compiuta, 
giacché di Nicola Pesce si dice che es medio hombre y medio pescado. Può 
darsi inoltre che nella leggenda di Nicola abbiano in qualche modo influito 
lontane ricordanze dei miti di Nereo e dei Tritoni, non in tutto spente forse 
allora sulle coste dell'Italia meridionale; ma intorno a ciò nulla si può dir 
di preciso : bensì parrai da dover notare che quella leggenda ha riscontri in 
altre leggende affini di notatori celebri, per esempio in quella del danese 
Niclas, di cui narra il Pontano che passava la più parte del suo tempo nel 
mare. 

A. Graf. 



(1) P. 1», ap. Stedvio, Scriptores, t. II, P. I, p. 29. 

(2) De veritate fidei christianae, 1. II. 



270 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

VITTORIO GIAN. — Un decennio della vita di M. Pietro Bembo 
{1523-lo31). — Appunti biografici e Saggio di sludì sul 
Bembo , con Appendice di documenti inediti. — Torino , 
E. Loescher, 1885 (8», pp. xvi-240). 

« I venti anni che corsero dal 1519 al 1539, dal momento in cui il Bembo 
« abbandonava la corte romana come prelato a quello in cui vi tornava come 
« cardinale, sono i più belli della sua vita, sono quelli in cui sta più ad 
« agio la sua natura di letterato e di uomo. Ammirato e riguardato da tutti 
« come maestro: tutto intento ai suoi studi di poesia, di lingua, di numis- 
« matica, di storia e perfin di botanica; consultato dalla Signoria veneziana 
« sui miglioramenti da introdurre nell'Università padovana : egli se la viveva 
« circondato da una schiera d'amici e di corteggiatori, che gli faceano cre- 
« dere trasferito al suo Nonianum (Villa Bozza, presso S. Maria di Non) il 
« centro degli studi umani d'Italia. Questa era l'opinione de' ben pensanti. 
« Che se qualche temerario, quale il Broccardo, si permetteva di dubitare 
« che i sonetti del Bembo fossero degni del Petrarca, o in altro modo qua- 
« lunque offendesse l'idolo comune, erano anche pronti i più battaglieri fra 
« gli amici di lui, a schiacciarlo sotto i vituperi. Pietro Aretino si vantava, 
« infatti, d'aver fatto morire di vergogna il Broccardo. 

« Ma la vanità soddisfatta e la tranquilla agiatezza della vita dedita agli 
« studi prediletti, non erano il solo argomento della sua felicità. Affetti più 
« intimi e più sacri, quelli di padre e di quasi marito, gli rivelarono nuove 
« fonti di godimento, anche nei modesti e talvolta angusti recessi della 
« propria casa ». 

È un decennio di questo periodo, così tratteggiato maestrevolmente dal 
Ganello (1), che il Gian ha preso ad illustrare: presentando il suo libro come 
« un primo contributo modesto » al minuto e diligente lavoro di prepai'azione, 
che rimane ancora in gran parte a fare per una monografia completa sul 
Bembo. La scelta per uno studio parziale non poteva esser migliore : né l'oc- 
casione più adatta a discorrere l'operosità letteraria del B., e fissare i tratti 
più marcati del suo carattere. Per la modestia del titolo, e per le ripetute 
dichiarazioni dell'A. che non ha inteso « di fare un libro nel vero senso 
« della parola, e molto meno un libro foss'anche in piccola parte definitivo », 
sarebbe ingiusto muovergli addebito di quanto v'ha nel suo saggio di fram- 
mentario e manchevole; né parimenti è, crediamo, da insistere su' difetti 
inseparabili da ogni pubblicazione giovanile, e che l'A. per primo arguta- 
mente confessa, poiché da questo importante contributo si può già avere 
affidante promessa di lavori più equilibrati ed organici , in cui la disposi- 
zione de' materiali abbia più lucidità , più rilievo , sia men faticosa e più 



(1) Storta della leti. it. nel sec. X71, Milano, VaUardi, 1880, p. 74. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 271 

agile e sobria la trattaziono. Per ora piace constatare le felici attitudini del- 
l'A. alla ricerca; l'ardore, l'entusiasmo anzi che egli vi porta; la larga co- 
noscenza della letteratura dell'argomento; l'esattezza e l'acume critico non 
comuni. E i risultati che espone, i nuovi documenti che produce, sono, come 
vedremo, del maggior interesse. 

Nel lasciare la corte dì Leone X, prevenendo di poco la morte del Papa, 
il Bembo era stanco e disilluso : alle speranze ambiziose, che gli avevan fatto 
concepire i favori di Giovanni de' Medici appena salito al Pontificato, l'av- 
venire non aveva risposto: sulla via di quella rapida fortuna, che aveva va- 
gheggiato sicura, s'era troppo presto fermato, quasi a' primi passi. La dignità 
cardinalizia, a cui il B. maggiormente mirava, gli era per allora mancata; 
e i lauti benefici ottenuti da Leone X, da' quali doveva ripetere più tardi il 
suo tranquillo soggiorno di Padova, in una posizione indipendente ed agiata, 
gli parevano, nel cruccio dell'ambizione fallita, scarso compenso al sacrificio 
fatto della sua libertà per tanti anni , all' interruzione forzata degli studi. 
La morte del padre, avvenuta nel 1519, aveva inoltre imposto al B. nuove 
cure, nuovi doveri: ed egli che apparentemente aveva chiesto al Papa tem- 
poranea licenza, per provvedere alla scossa salute e agli interessi familiari 
intricati, lasciò dunque Roma nel 1521 con l'animo di non più tornarvi, salu- 
tando finalmente con gioia la propria liberazione. Padova gli si ofiriva come 
« città di temperatissimo aere, in sé molto bella, e sopratutto comoda e ri- 

« posata, ed attissima agli ozi delle lettere, quanto altra giammai, anzi 

« pur molto più »; e là, nella sua ridente villetta, il B. decise di stabilirsi 
per sempre. Senza contare qualche rara gita a Venezia, infatti, in questi 
dieci anni illustrati dal Gian, il B. si mosse sole due volte dal suo ritiro: 
nel 1524 per recarsi ad ossequiare il nuovo Pontefice di casa Medici, sostando 
brevemente a Bologna, dove l'avevano attratto la piacevole compagnia del- 
l'amico Molza (1), e le grazie gentili di Gamilla Gonzaga; nel 1529 per ti"o- 
varsi ancora a Bologna, fra la società fiorita e brillante che vi aveva richia- 
mato il convegno del Papa con l'Imperatore. 

Alle vicende politiche non concedeva ormai più che uno sguardo distratto : 
felice di esser fuori da ogni molestia di pubblici affari, nel fecondo e geniale 
raccoglimento della vita privata. Aveva con sé la Morosina, la bella giovi- 
netta conosciuta a Roma, che di questi anni (1523-25-28) lo fece padre di 
Lucilio, Torquato, Elena (2): aveva quel Cola Bruno, amico prezioso che riu- 
niva le qualità di amministratore accorto e provato e di arguto censore let- 



(1) L'À. lascia indeciso (p. 26) so il Bembo rivedesse il Molza a Bologna od a Roma: ma l'in- 
contro arrenne certo a Bologna, perchè il Molza non ne parti che nel marzo del 1525. Ercole 
Gonzaga lo presentava a sua madre Isabella d' Este , che era allora in Roma, con qoesta lettera 
(Bologna, 13 marzo 1525): « Il Molza virtuosissimo giovane viene a Roma, e ben ch'io so che 
« senza raccomandatione la vede molto voluntieri li homini dotti, pur non dubito punto che per 
« mio rispetto la non li faci anchor maggiore ciera, s) per esser lui meritevole, sì per amor mio. 
« Lo raccomando adunque a V. Exc. non in altro se non in vederlo voluntieri , scriverla anchor 
< più circa ciò se io non sapesse che lai per so stesso sforxerk lei e tntti li soi a farli carezze » 
(Ardi. Gonzaga). 

(2) Sulla quale vedi Nebi, Passatempi letterari, Genova, 1882, pp, 33 agg.: e tra* docniaenti 
del Saggio le tre lettere del B. dirette a lei (XXIX, XXX, XXXI). 



272 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

terario (1). S'era così formato un piccolo mondo di affetti, che il Gian descrive 
accuratamente, mostrando quanto il B. fosse sollecito pe' suoi nepoti, e po- 
nendo bene in luce le sue relazioni con la Morosina. La figura di lei rimane 
sempre in una penombra discreta, ma è evidente la trasformazione che si 
venne operando di questi anni nella vita intima del Bembo, per cui l'amante 
di Roma s'elevò a fedele e rispettata compagna, malgrado l'equivoco d'una 
irregolare unione. Vi eran tutti gli elementi necessari' a costituire la famiglia ; 
non mancava che la sanzione del rito, per cause tanto facili a intendere 
quanto ardue a rimuovere, e il Bembo dovè farne a meno, senza che ciò ral- 
lentasse in lui i legami dell'affetto e del dovere, né la morale contemporanea 
vi trovasse nulla a ridire. 

Su questa vita serena, solo talvolta turbata da momentanei imbareizzi eco- 
nomici, getta un'ombra sinistra il tentato avvelenamento a cui il Bembo 
scampò per sua somma ventura nel 1530; e questo fatto, rimasto ignoto o 
mal noto a' precedenti biografi , è pienamente chiarito dal Gian. Lo scel- 
lerato attentato fu commesso da un nipote del B., Garlo, bastardo di suo 
fratello Bartolomeo: giovane scapestrato, che rispondeva con sì mostruosa 
ingratitudine alle cure affettuose dello zio. Fu ordinata subito dal Senato la 
più attiva inquisizione sul fatto (doc. XXXIX): e poiché Garlo era scappato 
a Roma, il B. indignato dal suo cinico contegno, si fece a chiedere un breve 
papale, che autorizzasse a procedere contro di lui. L'animo buono del B. non 
resse però a lungo ne'propositi di giusto castigo contro il malvagio : e sembra 
che tutto fosse sopito, né il procedimento avesse più corso. Il Bembo, pro- 
fondamente commosso da quell' avvenimento , riprese bentosto la sua tran- 
quillità e le sue occupazioni: e il 1530 segna una data memorabile per la 
bibliografia delle sue opere, che vennero allora raccolte in tre volumi, pe' tipi 
de' fratelli da Sabbio (pp. 157 e sgg.). 

Alla sua attività letteraria è dedicata la parte principale del Saggio; e 
l'A., dopo aver toccato delle abitudini non mai interrotte dal Bembo di 
compor versi, squisitamente elaborati e fin tormentati nella forma (2); dopo 



(1) Prova eloquente del grande affetto e della piena fiducia che il Bembo aveva per Cola, si ha 
dal suo testamento del 1535 , che TA. ha per la prima volta pubblicato (doc. VI) insieme alle 
variazioni del secondo testamento del 1544 (doc. VII). 

(2) L'A., parlando delle prime stampe di rime del B., dice d'aver invano ricercato quel Fioretto di 
cose nuove nobilissime ecc., ed. dal Zoppino nel 1508, citato dal MazzucheUi nella bibliografia del B. 
Ne abbiamo visto un esemplare nella Bibl. Angelica di Roma (ER. 3. 17), e se la nostra annota- 
zione è esatta, nulla conterrebbe del B. — Il Gian rileva poi un fatto finora presso che inavver- 
tito, che cioè dopo la morte del B. si tentò più volte di far mettere all'indice le sue rime (p. 46). 
Il fatto è tanto più strano perchè in data 3 dicembre 1547 era stato concesso da Paolo III un 
amplissimo privilegio al Gualteruzzi per la stampa di tutte le opere del B. Di questo breve a 
stampa, di cui troviamo una copia nell'Arch. Gonzaga, ecco le prime linee: « Cum sicut dilectus 
« filius Carolus Gualterutius fiinensis nobis nuper exponi fecit, ipse diversa opera latina et graeca 
« ac etiam materno sermone scripta per bo: me: Petrum Card. Bembnm composita, sicut ab eodem 
« Cardinale in ejus ultima voluntate eidem Carolo demandatum fuit, ad publicam literatorum ho- 
« minum commoditatem imprimi facere intendat , nos eiusdem Caroli precibus super hoc humi- 
« liter porrectis inclinati , ob memoriam etiam ipsins Petri Cardinalis doctissimi et eruditissimi 
« viri, omnibus et singulis Librorum impressoribus et Bibliopolis inhibemus ecc. ». 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 273 

aver accennato al carme latino, Benacus., uscito del 1524, e dedicato al Giberti, 
prima che si guastassero per la badia di Rosaccio (1); ptissa alla pubblica- 
zione delle Prose della volpar lingua, avvenuta nel 1525. L'anno innanzi 
ne aveva presentato, in omaggio a Clemente VII, un esemplare manoscritto; 
e per la stampa il B. aveva ottenuto dalla Signoria di Venezia un privilegio 
(doc. XV), che non impedì punto uscisse di li a poco, con suo molto sdegno, 
una sfacciata contraffazione (doc. XVI, XVII). È noto che per le Prose, Pel- 
legrino Morato, il padre della celebre Olimpia, sorse ad accusare il Bembo 
di plagio a danno del Fortunio; e il Bembo irritato protestò con una lettera 
a B. Tasso, in cui s'offriva a mostrare un libretto d'annotazioni, dove da 
tempo — prima che il Fortunio « sapesse ben parlare , non che male scri- 
< vere» — aveva in embrione gettato le idee fondamentali dell'opera. Il 
Gian avvalora quest'affermazione, seguendo passo passo la composizione delle 
Prose; sin da quando cioè, ne balenava al Bembo, nel 1500, tra il fervore 
d'una passione amorosa, il primo concetto, che poi riprese e maturò nel non 
breve soggiorno di Urbino. Un'importante lettera al Ramusio (doc. XIII), ci 
mostra che già nel 1512, il Bembo aveva composto il primo libro del suo 
Dialogo volgare, come allora intendeva intitolare le Prose. Era perciò na- 
turale che si risentisse vivamente dell'accusa del Morato : e questi ebbe cer- 
tamente a ricredersi, poiché come notò il Bonnet (2) — e il Gian ha ommesso 
di ricordare — pochi anni dappoi il Bembo rendeva grazie al Morato di al- 
cuni versi « pieni di spirito non meno che eleganti » (3), composti in sua 
lode. — Men chiara riesce la cagione de' disgusti, che, pure per le Prose, 
il B. ebbe con Vincenzo Calmela. Deve credersi col Seghezzi che costui 
avesse rubato al Bembo « le abbozzature delle Prose »? Lo si può supporre 
dalle cautele che il B. raccomandava a' suoi amici, nel comunicar loro i 
primi libri dell'opera, perchè nulla trapelasse delle idee che vi eran svolte : 
dicendo che in ogni luogo non mancavano Galmeti (p. 51). Ma intorno a 
questo particolare mancano gli elementi necessari per un sicuro giudizio ; e 
cosi pure non possiamo stabilire se il B. abbia o no esposto esattamente, nel 
primo libro delle Prose, le opinioni che combatte del Galmeta, circa l'origine 
e il carattere della lingua cortigiana (4). Il Castelvetro accusò addirittura 
il B. d'averle svisate in malafede; ma la sua animosità personale insistente 
scema valore all'accusa. Il libro del Galmeta sulla volgar poesia non fu mai 



(1) Interessanti sono le lettere del B. (doc. XIX, XX, XXI) pnbblicate dal Gian so questa con- 
troversia. La condotta del Oiberti non fa in qneiroccasione molto corretta, e il 6. ne lo redargn) 
con insolita asprezza , dolente di vedersi sfuggire ana buona prebenda e peggio anche di esser 
burlato dal Datario. Si direbbe che l'Aretino , il quale tra l'altre accuse atroci contro il Oiberti 
gli lanciava pur quella d' una avidità insaziabile nel beccarsi benefizi , non avesse in ciò tutti i 
torti. (Cod. Marc, It. ci. X. n. XL: P. Aretino a Gian Matthto mulo vescovo di Verona tnd*- 
gnamente). Nondimeno, il Bembo e il Oiberti , qnalch' anno dopo, si rappattumarono: ed eniio 
Teramente degni di amarsi e stimarsi a vicenda. 

(2) Yila di Olimpia Morato (trad. it. di Massimo Fabi), Milano , 1854, p. 3). 

(3) Peregrini Morati carmina quaedam latina (Venezia, 153S); Bbioi, Spisi. famU., lib. TI, 
p. 654 (giugno, 1534). 

(4) Filippo Oriolo da Bassano, in un poema sconosciuto, Il Momti Pamato — contenuto in un 
OiomaU storico, VI, fase. 16-17. 18 



274 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

pubblicato, e già a tempo del Gastelvetro e del Barbieri (p. 53), non pare ne 
rimanesse più che un semplice riassunto. Perdita invero non molto rincre- 
scevole, per chi conoscendo i suoi gonfissimi versi, e avendo avuto occasione 
di vedere qualche sua lettera spropositata (1) , non può facilmente immagi- 
nare nel Galmeta un trattatista autorevole in cosi gravi questioni. 

Sul Bembo neo-latinista — cioè raccoglitore e studioso di codici proven- 
zali, di rime e prose antiche volgari — l'A. dà i risultati più notevoli degli 
studi moderni: e al suo diligente riassunto crediamo che per ora, senza 
nuove esplorazioni, resti ben poco da aggiungere. Il Gian ribatte anzitutto 
l'insinuazione del Gastelvetro, che il Bembo si desse l'aria di conoscitore 
della poesia trovadorica, senza intendere il provenzale: ma rimane indeciso 
circa r as.serzione del Gastelvetro, che tutti i libri provenzali del B. erano 
pervenuti in sua mano. Ora il Sandonnini ha dato il catalogo (2), sfuggito 
al Gian, de' libri del Gastelvetro: da cui risulta che in tutto e per tutto pos- 
sedeva soltanto « una vacchetta di versi provenzali in membranis » — un 
« dizionario spagnuolo provenzale a penna in membranis » — e un « Seba- 
stiano Brand (?) poemi provenzali »; e tanta povertà di libri provenzali , in 
una biblioteca assai ricca per un privato, induce certamente a credere che 
il Gastelvetro affermasse il falso circa il passaggio de' codici del B. in sua 
proprietà. Fatto è che fra' posseduti dal Bembo, quello esistente alla Nazionale 
di Parigi era tale che, se anche il B. non n'avesse studiato altri, «egli 
« avrebbe già potuto dir di conoscere una parte non piccola del patrimonio 
« poetico dei trovatori » (Saggio, p. 77); e il Gastelvetro, che pretendeva d'a- 
vere tutti i libri del B., non pare possedesse né conoscesse questo , né che 
molto di più avesse del proprio. — Le sue denigrazioni astiose non possono in 
nulla detrarre, che il Bembo sia stato col Golocci de' primi e più benemeriti 
iniziatori degli studi neo-latini. Anche il Golocci, oltreché di poesia porto- 
ghese, s'occupò di poesia provenzale: e l'A., a conferma d'una notizia del- 
l' Ubaldini, produce un documento mantovano (XXIII), che prova come il 
letterato jesino avesse da' Gonzaga un codice in prestito. Un documento an- 
teriore non conosciuto dal Gian, e che ci pare importante pubblicare (3), ci 



cod. del Campori — da cui l' A. ha tratto nna interessante rassegna de' poeti più famosi del 
tempo (doc. XL ed ultimo) riassume, cosi, in due versi la teoria del Calmela circa la lingua volgare: 

V'era il Calmela cruccioso in vista, 
Ch'esser dicea la volgare poesia 
Nata da lingua cortigiana mista. 

(1) Se ne ha qualcuna importante storicamente nell'Arch. Gronzaga. 

(2) T. SAKDOimnii, L. Gastelvetro e la stia famifilin, Bologna, 1882, pp. 314 sgg. 

(8) È una lettera scritta a nome del march. Federico Gonzaga all' ambasciatore mantovano 
a Roma {Reg. Liti. Reserv., lib. 36): « Havendo noi inteso che Mario Equicola già nostro se- 
« cretario altre volte prestò al M.co m. Jo. Zorzo Tressina alcuni libri in lingua lemosìna 
« eh' erano parte della nostra libraria et parte ni erano sta donati dal p.to Mario scrivessimo 
« questi dì passati una lettera al p.to m. Jo. Zorzo (cfr. Giornale, III, 102, n. 8), credendo 
« che fosse a Vicenza o a Yenetia , pregandolo che ni volesse far bavere ditti libri ; et in 
« sua absentia fu aperta la ditta lettera per suo figliolo , havendogli cosi detto il correrò da 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 275 

permette di stabilire che non quel solo codice provenzale, ma altri parecchi 
dovè il Golocci avere da Mantova; e precisamente gli stessi già dati in pre- 
stito al Trissino. E qui si affaccia una congettura, a nostro avviso, assai 
plausibile: il Rembo che era nello migliori relazioni co' Gonzaga, e amicis- 
simo dell'Equicola — tantoché in una letterina pubblicata dal Gian (doc. Ili) 
si firma Vantico amico e fratello, e dall'Equicola poi veniva a titolo d'onore 
ricordato fra' più celebrati poeti nel Libro di Natura d' Amore (i) — il Bembo, 
non meno appassionato del Golocci e del Trissino in ricercar libri, non do- 
vette procurarsi anche prima di loro da Mantova, que' codici liberalmente 
concessi a' suoi due confratelli ? Hlgli fu a Mantova nel 1505 (2), vi tornò 
nel 1519 per una missione affidatagli da Leone X (Saggio , p. 6 e doc. II), 
e potè di persona esaminare il valore di que' codici provenzali , di cui l'E- 
quicola nella Natura d'Amore, mostra aver fatto profondo studio, per modo 
che tra' provenzalisti del Ginquecento a lui spetta una parte cospicua , fi- 
nora poco più accennata (3). 
Ma naturalmente più che alla poesia trovadorica, le indefesse ricerche del 



« parte nostra , et per il medesimo ni fu risposto che non sapeva dora fossero , che sao patre 
« li potria forsi bavere a Firenze od a Roma dorè ha li altri libri. Hora che semo arisati , 
« il p.to m. Jo. Zorzo esser lì in Roma , volerne che voi gli dimandati da parte nostra li ditti 
« libri et le pregate che ne li roglìa far bavere , et harendoli li re li roglia consignare a voi , 
* che ni farii piacere grandissimo, et ogni volta che li bisognaranno et qaesti libri et altre com 
« che habbiamo per lui li potrà bavere a sno piacere, perchè siamo per fargli piacer sempre per 
« l'amore che gli portamo per le virtù sue. Et havendoli lì semo contenti che li prestate al 
« S.r Benedetto Porto per compiacerne m. Angelo CoUoccio che li faceta tratucrivere, consignan- 
< doli ditti libri ad uno ad nno, cioò quando ve ne restituisca uno li ne dareti un altro et prò- 
« cnrarete di ricuperarli copiati che saranno... Mantuae, 4 die. 1525 ». — Nella lettera pubblicata 
dal Clan, l'ambasciatore mantovano scrive da Roma (4 loglio 1526) , che si rimandi la ricernta 
rilasciata dal Colocci per il codice « che se li imprestò a questi di > ed è lecito quindi argùre 
che ne' mesi corsi dal dicembre 1525 al luglio 1526 il Colocci avesse copiato tutti gli altri : e 
questo, tenuto solo per pochi giorni, fosse l'ultimo. 

(1) Libro di natura d'amore di Mario Equicola novamtnte stampato et con somma diltgencia 
corretto (Venezia, Fratelli da Sabbio, 1526). — Dc^o Dante , Cavalcanti , Boccaccio , Petrarca , 
Jean de Meung ed altri illustri poeti, di cui riassume il concetto d'amore, l'Eqnicola pone il s*to 
Bembo e giovane di interissimi costumi, iu studio di lettere clarissimo », e si scaglia contro gli 
ignoranti che « de li Asolani non potendo le rime dannare per essere laodatiasime , tepidamente 
« ne ragionano ». 

(2) Fu allora che la marchesa Isabella incaricò il Bembo di suggerire a Giambellino il soggetto 
d'un quadro che &cesse degnamente riscontro ad opere del Mantegna e di altri maestri, che il B. 
avea visto nello studiolo di lei (p. 107). — Il Cian pubblica in proposito un' altra lettera ddila 
Marchesa al B. (doc. XXVI), in cui v'ha qualche liere errore di trascrizione: così leggasi $«niird 
^T'sentia, e lavoreri, che è forma dialettale, in luogo dì lavoriti. 

(3) Snll'Equicola ha dato poco fa alcune notizie il sig. Emilio Facili nella Domenica del Fra- 
cassa (anno II , no 31) ripetendo parecchi errori inveterati. L' Equicola morì nel loglio 1525 e 
non nel 1530 (cfr. Rivista st. tnant., I, 12, n. 3): perciò il libretto D. Isabella* Estensi» Mem- 
tuae Principis Iter in Narbonenscm GalUam per JKarium Aequicolam (s. a. n. 1.), si riferiaee • 
un viaggio di molto precedente a quello del 1532. Yi è infatti nominato come fiinciullo Fededco 
Gonzaga figlio d'Isabella , nato nel 1500. — Il Faelli dimentica infine l' illostrazioiM &tta 4al- 
l'Equicola dell'impresa d'Isabella Estense nec sp* n*c metM. — L'Eqnicola fa paieochio tempo la 
Francia : e da ciò la grande conoscenza che potò procararsi delle doe letteratue, e Pacqaiito di 
codici provenzali da lui poi donati al Gonzaga. 



276 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Bembo, come del Colocci, dovevano volgersi agli antichi monumenti del 
nostro volgare: e TA. passa in rassegna i codici ormai famosi che il B. ha 
studiato e posseduto (pp. 79 e sgg.); accenna alla stampa del Novellino, a cui 
tanto contribuì, esortando il Gualteruzzi a intraprenderla (1); e si ferma di 
preferenza sull'edizione aldina del Petrarca, procurata dal B. nel 1501, circa 
la quale l'A. riprende la questione dibattuta, se veramente fosse condotta 
sopra un autografo del Petrarca. — ''Che il Bembo possedesse autografi fram- 
mentari del Canzoniere, non è messo in dubbio da alcuno: e in una lettera, 
che il Gian ricorda altrove men a proposito (p. 137;, il B. scriveva d'aver 
riposti in una elegante borsa donatagli « i fogli di quelle poche rime di 
« mano del P. » che aveva , aggiungendo che quella « tasca », per quanto 
« bella e vaga », non avrebbe potuto esser mai << convenevole a bastanza », 
per il prezioso tesoro che conteneva. Come tutti sanno questi pochi fogli , 
passati dal B. a Fulvio Orsini, si conservano nella Vaticana. — Ma altro è 
che il Bembo per l'edizione aldina avesse potuto realmente disporre dell'in- 
tero autografo del Canzoniere; e l'esplicita affermazione di Aldo a tale ri- 
guardo ha trovato anche oggi, come allora, molti increduli. Ora il Gian reca 
suir edizione aldina un' importante testimonianza , tratta da una lettera di 
Lorenzo da Pavia ad Isabella d'Este : lettera pubblicata già dal Baschet (2), 
ma sfuggita al Garducci e al Borgognoni. Lorenzo da Pavia, uno de' più 
« eccellenti et ingegnosi maestri » (3) nel fabbricai- strumenti musicali, era 
un intelligente ed attivissimo corrispondente artistico della Marchesa di Man- 
tova: e, mentre Aldo stava preparando la stampa del Petrarca, Lorenzo ne 
dava notizia all'illustre principessa, dicendo che si era avuto da un padovano 
l'originale del P. ed egli stesso l'aveva visto ed «auto in mane». A nome 
certamente d'Aldo soggiungeva che la prima copia e la più bella, sarebbe 

stata per la Marchesa, onde avere « bono augurio de fare de gran bene 

« de dita opera ». Isabella d'Este ebbe infatti, non un solo, ma due esemplari 
del Petrarca aldino, che le costarono carissimi (4), e superbamente rilegati. 



(1) Gio. Fr. Valerio, amico del Bembo, scriveva da Venezia a Isabella d'Este il 24 nov. 1511: 
« n gentile m. Pietro Barignano presente exhibitore dimanderìi per mio nome a V. Ex. dui testi 
« delle cento Novelle antichi ; l'uno ne vidd'io nella grotta, l'altro che è il migliore nel camerino 
« di m. Znan Jacomo Calandra in carta bona , per il che quanto più posso riverente supplico 
« V. S. si degne prestarglimi tnttadna a fine che per pochi giorni io me ne possa servire in uno 
« mio bisogno che tuttavia ho fra le mani » (Arch. Gonzaga). Qual era questo bisogno? 

(2) Aldo Manutio, Lettres etdocuments, 1495-1515; Venetiis, ex aed. Antonellianis, MDCCCLXVIl 
(160 esempi, fuori commercio). 

(3) Così lo chiama fra Sabba da Castiglione nel CIX de'suoi Ricordi, Mantova, Osanna, 1594, 
p. 221; cfr. Baschet, Op. cit., p. 11 n. e Appendice 2a. 

(4) Baschet, p. 74. — Al Baschet è sfuggita questa bella letterina della marchesa di Mantova, 
che respingeva, perchè troppo cari, alcuni libri di Aldo {Copialett., lib. 18). — « M. Aldo. Li 
« quattro volumi de libri in carta membrana che ne ha veti mandati al judicio de ogniuno sono 
« cari dil doppio più che non valeno : havemoli restituiti al messo vostro, il qual non ha negato 
« esser il vero, ma scusatovi che li compagni vostri non ni voleno mancho ; et oifrendovi che ne 
« fareti stampire de li altri , quando vi accaderà et che li dareti per pretio honesto et usareti 
« magior diligentia di bavere bone carte et di meglior corectione , havemo gratifichato 1' animo 
« vostro et expectarimo de esser servite , offerendoni alli piaceri vostri paratissime. Mant. ult. 
« Junij MDV ». 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 277 

SI trovan compresi nell'elenco dei libri da lei posseduti (1). È possibile che 
Lorenzo da Pavia, il quale viveva tra la più scelta società letteraria ed ar- 
tistica di Venezia, e per la Marchesa di Mantova aveva uno zelo e una fe- 
deltà a tutta prova, tentasse ingannarla, o parlasse a sproposito, asserendo 
d'aver visto lui coi suoi occhi l' originale del Petrarca? Non ci sembra; e 
senza pretesa di risolvere tutta la lunga e intricata questione, si può non- 
dimeno concludere che, se non un autografo vero, per lo meno un codice 
creduto tale in perfetta buona fede, servì senza dubbio per l'aldina del 1501. 
Il Bembo non lo seguì scrupolosamente, dacché Aldo stesso in una nota ap- 
posta a pochi esemplari (Saggio, p. 96), confessava che «dove bisogno è 
« stato » si era « riveduto et racconosciuto •» il testo : e a ciò si deve se 
anche tra' contemporanei non si acquetarono del tutto le eccezioni ed i dubbi 
sull'aldina. 

Oltre i codici volgari, altri importantissimi di classici latini, fra cui quelli 
celebri di Virgilio e Terenzio, furono posseduti dal Bembo (pp. 102 e sgg.): 
e accanto a tanti preziosi cimelii, la sua casa accoglieva veri tesori d'anti- 
chità e capolavori mirabili d'arte. L'A. sulla scorta dell'Awonmo Morelliano, 
dà una rapida illustrazione del museo del Bembo (pp. 105 e sgg.): che, se- 
condo l'enfatica espressione dell'Aretino, attraeva a Padova, come Roma, dei 
visitatori ansiosi « di vedere sì fatti miracoli nei marmi et sì divini esempi 
< in figure » (2). 11 B. aveva formato quel Museo, dando prova d'un raro gusto 
artistico : e solo il Gellini, con la sua petulanza vanagloriosa, poteva dire che 
il B., benché grandissimo nelle lettere « e nella poesia in superlativo grado... 
« non intendeva nulla al mondo » dell'arte sua (3). 

S'immagina facilmente come la splendida casa a Padova e l'amena villetta 
del B. diventassero il convegno di tutti i letterati che erano o passavan nel 
Veneto; e a lui specialmente facessero capo i professori più valenti dell'an- 
tico Ateneo. 11 B. s'interessava vivamente alle sorti dell'Università padovana, 
non tralasciò ogni pratica opportuna per conservarle il Montesdoca, riputato 
filosofo (p. 115); e fu largo di valido appoggio al Longolio, dottissimo gio- 
vane fiammingo, la cui morte immatura rimpianse con profondo dolore (4). 

La Signoria di Venezia non poteva tardare a riconoscere i meriti eminenti 
del Bembo; e nel 1530, morto il Navagero, fu destinato a succedergli il B., 
nel duplice ufficio di storico e di bibliotecario della Nicena (p. 173). L'A. ri- 
solleva giustamente il valore sin qui disconosciuto delle Storie Venesiane: 
la cui forma classica solenne, soverchiamente elaborata su' modelli dell'an- 
tichità, ha fatto quasi del tutto perder di vista nel giudizio comune la serietà 
sostanziale innegabile del contenuto. Il B. infatti non consultò soltanto i do- 



(1) Un esemplare è cosi descritto nell'inventario: « Petrarca in ottavo in carta per^^mmeo» 
« stampa d'Aldo coperto di corame negro indorato con li fornimenti d'argento ». L'altro era mea 
conserN'ato. 

(2) Abetino, L«Here, Parigi, 1609, V, 159. 

(3) Cellini, Yiia, lib. I, xciv. 

(4) Delle opere del Longolio va ricordata V edisione , fatta nel 1524 , doe anni dopo dalla iva 
morte , a Firenze da F. Giunta : perchè contiene nn libro di lettere scrittegli dal Bembo e dal 
Sadoleto. — Christophori LongoUi Orationes, Eixisd«m Episiolariim libri qiiatuor, Epitt. Btmbi 
et Sadoleti liber %mu». 



278 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

cumenti ufficiali che furon messi a sua disposizione, ma insistè per giovarsi 
anche dei Diari del Sanudo ; e perciò forse le sue Storie hanno più che altro 
il carattere di cronaca, come notava il Ranke (1). Al quale non era passata 
inosservata l'importanza delle Storie del B., per le copiose notizie e i difllisi 
particolari che altrimenti ci mancherebbero su molti fatti: e nel Ranke il 
Gian avrebbe potuto trovare sulla composizione delle Storie parecchie osser- 
vazioni acutissime. 

Da una lettera del Varchi è curioso rilevare come l'Aretino pretendesse 
d'esser stato anche lui ricercato a scriver la storia di Venezia, ma « in lingua 
« losca » (2); e il Bembo, a detta del Varchi, si sarebbe compiaciuto di questo 
incarico dato a m. Pietro , giudicandolo in questa « come nelle altre cose 

«e tutte sufficientissimo », e profferendosi cordialmente ad aiutarlo. Ma 

l'Aretino non ne fece più nulla; e il suo nome ci richiama ora alla sciagu- 
rata polemica combattuta per il Bembo nel 1531 contro il Broccardo, che 
ne usci dilaniato ed infranto. 11 Gian non ha creduto che su quel « putiferio 
< letterario » (3), vi fosse nulla d'aggiungere alla narrazione diffusa che n'ha 
fatto il Virgili nel suo libro sul Berni; ma veramente noi possiamo after- 
mare, che dell'altro non poco resterebbe a dire, come ci riserbiamo di mo- 
strare quanto prima. L'A. si è limitato ad attenuare, ed in ciò consentiamo 
pienamente con lui, il biasimo che il Virgili fa ridondare sul Bembo, per la 
ingenerosa ed atroce vendetta contro il Broccardo. 11 Bembo era stato gua- 
stato dalla prona adorazione dei contemporanei, per modo che alla sua vanità 
sempre accarezzata doveva parere un crimenlese la più piccola nota discor- 
dante; però non può esser imputabile degli eccessi dell'Aretino, a cui pre- 
meva di far dello zelo, perchè i servizi della sua terribile penna fossero ben 
apprezzati, da chi era ritenuto il supremo dittatore letterario (4). Geme 
avrebbe dovuto aver degli scrupoli il Bembo, a cercare la difesa clamorosa 
d'un uomo, che ormai s'era imposto con l'arma potente della stampa: e al 
quale s'inchinavano non solo principi, letterati, artisti, ma fin donne illibate 
come la Golonna e Veronica Gambara ? 

Su quella società letteraria, e specialmente sugli amici del Bembo, il Gian 
ha dato nel suo Saggio molte notizie, ed ha illustrato ampiamente la ras- 
segna de' poeti contemporanei fatta da Filippo Oriolo , che chiude la serie 
de' documenti (5). Vediamo cosi passare quasi tutta la folla de' letterati mi- 
nori, che componevano attorno al Bembo una corona di ammiratori devoti; 
e sui quali allora parve levarsi com'aquila, per noi come « il più grande 
« tra i mediocri ». 
Alessandro Luzio 

(1) Ranke, Zur Kritik neuerer Geschichtschreiher , Lipsia, Dnncker e Humtlot, 1884, pp. 87 sg. 

(2) Lettere scritte al sig. P. A., Venezia, Marcolini, 1551, I, 319. 
(5) Virgili, F. Berni, Firenze, 1881, P. I, cap. 12o. 

(4) Più tardi, nel 1535 , quando il Baldinelli osò criticare le Epistole del Bembo , P. Aretino 
gli scagliò due sonetti satirici: il primo de' quali , che il Gian crede inediti (p. 184 , n. 3) , fu 
pubblicato dal Trucchi {Poesie, 111, 211). 

(5) L'A. illustrando i versi dell'Oriolo, dà qualche nuovo documento sul Serafino , sull' Unico, 
sull'Altissimo ; e pel Tebaldeo riassume le notizie contenute in un opuscolo raro del Coddè , 
che le trasse in gran parte dall' Arch. Gonzaga , dove altre molte se ne trovano tuttavia e 
anche più importanti. 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 



HERMANN BRANDES. — Visio S. Paul?. Ein Beiirag zur Vi- 
sionslitteratur mit einem deutschen und zwei lateinischen 
Texten. — Halle, Max Niemeyer, 1885 (8°, pp. vi-102). 

Fra le Visioni che mostrano avere particolare attinenza con la Divina 
Commedia., e che Dante 'presumibilmente conobbe, tiene uno dei primi luoghi 
la "Visione detta di S. Paolo. Di essa ebbero già ad occuparsi, per tacere 
di altri, r Ozanam , nel suo libro Dante et la philosophie catholique au 
treizième siècle, e il D'Ancona, nei suoi Precursori di Dante. In quest' o- 
pascolo il B. attende a dare della Visione stessa, e delle versioni che se 
n'ebbero in varie lingue, un'idea più piena e particolareggiata che altri non 
abbia fatto. Parla anzi tutto dell' originale greco , di cui una recensione fu 
scoperta dal Tischendorf nel 1843, e della traduzione che se ne fece in si- 
riaco. Paragonando questa traduzione coi rimaneggiamenti latini, si possono 
restituire al testo greco alcune parti, che, non si sa come, né quando, ne furono 
espunte: in essa altre poi ne sono che il traduttore aggiunse di suo. Della 
versione, o meglio, delle versioni latine, il B. conosce 22 manoscritti, numero 
certo rilevante, che attesta non essere stato poco il favore onde questa leg- 
genda ebbe a godere nel medio evo. Di questi 22 manoscritti uno solo si 
trova in Italia , nella Vaticana. La versione latina si scinde in sei diverse 
redazioni, le quali si vanno sempre più discostando dall' originale greco , e 
riappariscono poi, con nuove alterazioni, nelle versioni volgari. Noi non pos- 
siamo seguire l'A. nella minuta comparazione di queste redazioni tra loro; 
solo diremo che il fastidioso, ma utile lavoro, è da lui condotto con molta 
diligenza. Egli entra poscia a parlare delle versioni volgari , e prima delle 
tedesche, poi delle francesi e delle inglesi, facendo cenno, dopo le francesi, 
anche della provenzale pubblicata dal Bartsch, e di una danese. Più di una 



280 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 

volta in questa sua trattazione l' A. rimanda ad altro scritto da lui prece- 
dentemente pubblicato nel voi. VII degli Englischen Studien (vedi questo 
Giornale, voi. Ili, p. 324). Vengono in ultimo due testi latini, un testo te- 
desco, e alcune osservazioni. Il lavoro del sig. B. è molto pregevole, ma di 
un difetto che vi troviamo non ci sembra si possa scusare. L' A. non pare 
abbia avuto menomamente sentore delle versioni italiane. Ora una di queste 
versioni fu pubblicata dal Villari tra le Antiche leggende e tradizioni che 
illustrano la Divina Commedia (1), e altre si hanno tuttavia inedite nella 
Palatina e nella Riccardiana (2). 



ANTONIO LUBIN. — Dante spiegato con Dante e polemiche 
dantesche. — Trieste, G. Balestra, 1884 (8°, pp. 202). 

Come tutti i libri polemici, anche questo avrebbe bisogno di lunghi studi 
e raffronti per porre in sodo da qual parte stia la verità, o meglio quanto 
di ragione e quanto di torto vi sia nelle opinioni dei disputanti. Giudicando 
inopportuno l'entrare qui nel merito delle questioni, noi ci accontenteremo 
di accennarle obbiettivamente. La reputazione che gli studi danteschi del 
prof, di Graz meritamente godono, e la stessa importanza della materia che 
egli qui tratta, renderanno il nostro annuncio gradito a coloro che hanno 
posto in Dante i loro studi speciali. 

A fondamento quasi del presente libro, l'A. pone alcune considerazioni 
sulla celebre formula del Giuliani Dante spiegato con Dante, mostrando come 
essa, presa in senso assoluto, sia deficiente, perchè Dante non si spiega con 
Dante solo, e come a bene applicarla sia necessario molto discernimento in- 
dividuale da parte dell'interprete. 

Degli scritti che seguono, a parer nostro, il più rilevante è l'ultimo, inti- 
tolato Notizia del mio comm,ento alla Com. di D. A. a sua difesa. In esso 
l'A., avendo notato alcune contraddizioni nelle critiche, anche benevole, che 
furono pubblicate intorno al suo noto volume dantesco del 1881 (3), e non 
credendo giusta la designazione di repertorio o di raccolta enciclopedica, 
con cui alcuni qualificarono quel libro, espone le ragioni che lo indussero a 
scriverlo, il metodo da lui seguito, il sistema allegorico della interpretazione 
di Dante, le principali nozioni poste in chiaro. Questo discorso sintetico, in 
cui si compendiano le idee ed i ragionamenti espressi con estensione nel vo- 
lume menzionato, riesce molto utile. 

Gli altri scritti hanno carattere personale, si dirigono cioè personalmente 



(1) Annali dette Universiià toscane, Pisa, 1865. 

(2) D'Ancona, / Precursori di Dante, Firenze, 1874, p. 44 n. 

(3) Commedia di D. A, preceduta dalla Vita e da Studi preparatori illustrativi , esposta e 
commentata da A. Lubw, Padova, 1881. 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 281 

contro Tuno o Taltro studioso di Dante. Due di essi sono diretti contro Raf- 
faello Fornaciari. Nel primo (pp. 81 sgg.) il L. riprendo la questione crono- 
logica della V. iV., già da lui, come tutti sanno, molto acutamente discussa 
in apposita dissertazione pubblicata in Graz nel 1862. Egli qui, contro al For- 
naciari (1), difende la sua antica opinione che la V. N. debba essere stata 
scritta nella primavera del 1300. Nel secondo articolo, che ci parve degnis- 
simo di nota, poiché certo uno dei meriti principali del L. è l'avere profon- 
damente studiata la allegoria del poema, combatte la interpretazione data dal 
Fornaciari della Lucia dantesca (2). 

Uno scritto ha per titolo La Beatrice di .Dante e i psicologi senza psiche 
(pp. 10 sgg.) ed ha intenzione di colpire direttamente il Bartoli. Crediamo di 
apporci ritenendo che il L. si sia lasciato particolarmente andare a questa 
confutazione per una noticina che lo riguarda nella Storia del Bartoli (V, 74 n), 
in cui è notata certa confusione e contraddizione che v'è nella teoria inter- 
media del L., secondo la quale la beatrice è la Portinari e insieme « la V. N. 
« è il racconto delle fasi della Musa di D. ». Se non ci inganniamo, il L. non 
ha cognizione piena della ipotesi del Bartoli intorno al principale amore del- 
l'Alighieri. Sembra che egli conosca solo il voi. V della Storia e il noto ar- 
ticolo del FanfuUa d. domenica; non il voi. IV, in cui veramente il Bartoli 
ha esposto i migliori, i più saldi suoi argomenti negativi (3). 

Il più vivace (troppo vivace, a dir vero) di questi articoli è la Risposta a 
Francesco D'Ovidio (pp.24sgg.), occasionata dalla breve memoria del D'Ovidio 
sulla V. N., che si legge nella iV. Antologia del 15 marzo '84. Che quella 
memoria sia diretta in gran parte contro il L., e che questi non vi sia sempre 
trattato con quella cortesia dalla quale le polemiche scientifiche non si do- 
vrebbero mai allontanare, conveniamo; ma non ci sembra per questo che 
il L. avesse il diritto di rincarar la dose delle insolenze, dicendo che il D'O. 
professa nella polemica « principi che la coscienza di uno scrittore onesto 
« deve rigettare » (p. 26), e che « non iscrive per discoprire il vero, ma scrive 
« per scrivere » (p. 31), e che « falsa le parole e i concetti altrui » (p. 39), e 
che « i suoi amici e colleghi dovrebbero consigliarlo a scriver fiabe e non 
« critiche ; con quelle egli riescirebbe di farsi onore, ma per queste è inetto » 
(p. 58 n). Dopo ciò, si crede l'ottimo L. veramente licenziato a rimproverare 
al D'O. le sue « espressioni da trivio »? (p. 25). Oh irritabile genus! 



(1) studi tu Dante, Milano, 1883, pp. 154 sgg. 

(2) Cfr. OiornaU, I, 483. 

(3) A pp. 14-15 il L. scriTe : « Sarei molto curioso di sapere che ne dice (dtlU idM d4l B.) 
« Rodolfo Kenier, autore del bel libro La Vita Xuova « ìa Fiammetta, studio critico, nel qnale 
« con tanta lode ha rilevato i fenomeni psicologici eccitati nel!' innamorato della psichica Bea- 
« trice, e che produssero quelle rime. Se vero 1' assunto del Bartoli , quello studio non sarebbe 
« altro che una fantasticheria del Renier ». Che non sia precisamente cosi , il L. potrk redaro 
se prenderà a considerare i capitoli sull'amore di D. nel lY voi. del Bartoli. La gentile carioaità 
sua poi potrà essere facilmente appagata da quanto è scrìtto nel presente OiomaU, II, 379 igg. 



282 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 

VINCENZO TERMINE TRIGONA. — Petrarca cittadino. ~ 
Studio critico. — Catania, N. Giannotta, 1885 (16°, pp. 208). 

La stessa deficienza di coltura e di idee esatte, che notammo in un opu- 
scolo dantesco del sig. Trigona, pubblicato due anni sono (1), scorgesi nel 
presente libretto petrarchesco. 

Quantunque egli non voglia « attentare alla grandezza del Petrarca » 
(p. 2), quantunque egli sia deciso di « mostrare un Petrarca vero, non pre- 
vie concetto, quale dovrebbe essere mostrato da una critica spassionata » (p. 3), 
il fatto certo si è che il preconcetto apparisce da ogni linea del libro , ed 
è singolarmente aiutato da una ignoranza non comune in chi scrive di cose 
letterarie. Uno che ci dice avere il Petrarca, insieme col Boccaccio trionfato 
« in quei secoli nei quali la tirannia teocratica del Vaticano , e la civile 
« degli stranieri, di conserva procedendo, soggiogarono ed abbrutirono 1' a- 
« nimo degli italiani », giacché « essi furono i due dii di quei secoli sven- 
« turati : 1' uno {il Boccaccio) pasceva il senso grossolano , goffo e brutale 
« del volgo nobile e plebeo con la caricatura , lo scherzo e la descrizione 
«( voluttuosa della nudità svelata del tutto, o semivelata, che è più eccitante, 
« ed andava a finire nell' Adone del Marini ; 1' altro {il Petrarca) pasceva 
« il sentimento delicato e gentile della signoria nobile o popolana con 1' e- 
« lomento musicale e l'armonia, ed andava a finire nell' Arcadia (p. 159) ; 
uno che scrive di codeste baie , se non ha smarrito il bene dell' intelletto , 
dev' essere per lo meno un solenne ignorante. 

In fondo , il chiodo su cui batte sempre il sig. Trigona è questo : il Pe- 
trarca non senti vivamente né l'amicizia, né l'amore per la donna, né quello 
per la scienza, né quello per la patria : l'unica sua passione era per la gloria, 
cui sacrificava tutto ; egli fu un retore ambizioso , non altro. 11 che nel 
bello stile, che fa onore al Tr. , suona così : « la molla segreta che muove 
«.< il Petrarca non é stata afferrata dai critici; alcuni l'hanno intraveduta 
« solamente, e non hanno fondato su di essa i loro studiì. A me pare che 
« io abbia afferrato tale molla, la quale per me consiste nell' egoismo, nel- 
« r orgoglio e nella vanità » (p. 68). E a mostrare come abbia veramente 
afferrata quella tal molla, egli fa vedere come il Petrarca « vero , appas- 
« sionato, ingenuo, sincero » non si trovi né nel Secretum, né nelle lettere, 
né nel Canzoniere. 11 Canzoniere è « più ispirato dall' amor di scrivere, 
« che dall' amor di Laura » (p. 29); quei sonetti fanno « nausea » (p. 30) 
al sig. Tr., mentre il latino del P. gli « toglie il respiro » (p. 32). Ma già 
si capisce; il latino é una lingua « completamente morta» (p. 15), e quindi 
non vive nella nostra vita intellettuale , e chi scrive in quella lingua non 
può fare che una « congerie di nielenzaggini {sic) e di freddure » (p. 21). 



(1) Vedi Giornale, II, 214. 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 283 

Accostando passi di opere diverse, scritte in tempi diversi, trova delle con- 
traddizioni, e perci(S sentenzia che il P. mentì (p. 40 e altrove). E cosi passo 
passo, viene a trattare il suo tenia, il P. cittadino. Qui è a casa sua. La sua 
dimostrazione pi'occde per paragoni. Il P., solo preoccupato della sua gloria, 
invidioso di Dante (1), vuoto ecc., non poteva amare sinceramente 1' Italia. 
La sua canzone ai signori della penisola non è lirica , ma storica , perchè 
l'autore vi « resta assolutamente passivo » (p. 67). Al confronto di quella 
del Leopardi, la canzone petrarchesca è « un'acqua stagnante » (p. 74): il 
P. non sa che indicare « il medicinale, che dovrà muovere i grandi d' Italia » 
(p. 75). Se vogliamo trovare qualcosa di simile alla canzone del P., analiz- 
ziamo i sonetti all'Italia del Filicaia , che sono tale abominio « da rendere 
« eternamente infame il nome dell'autore » (p. 83) ; mentre la canzone leo- 
pardiana è da paragonarsi a quella che comincia patria degna di trionfai 
fama, che FA. (beato lui !) non dubita affatto sia opera di Dante (pp. 83-85). 
Infine, avendo lo Zumbini accostata la canzone del P. al canto di Sordello, 
l'A. ne prende occasione per fare un altro minuto confronto, da cui risulta 
che lo Zumbini « si accontenta della patina, e non investiga il cuore di lui », 
del Petrarca (pp. 85-104). Altre due canzoni l'A. esamina, Quel e ha nostra 
natura in sé più degno, che non crede sia opera del Petrarca, e la celebre 
canzone allo spirto gentil, che gli importa poco a chi possa essere stata in- 
dirizzata, mentre a lui basta stabilire che anche là non v'è se non la solita 
molla. Quella molla stessa che, secondo lui, fa dire al P. di aver avuto con 
Gola relazioni, che non ebbe (p. 131), e che gli fece fingere di prender sul serio 
le discese di Carlo IV in Italia. E poi, volete una prova finale sicura della 
vanagloria petrarchesca? Guardate i Trionfi: due di essi sono i più lunghi, 
quello dell'amore e quello della fama (p. 163). 

Insomma, senza seguire più oltre gli acuti ragionamenti dell'A., « il Pe- 
« trarca viveva con Platone , S. Agostino , Cesare e Cicerone , sconosceva 
« tempi, uomini, cose e circostanze, non aveva fine pratico prestabilito, né 
« a questo avrebbe saputo indirizzare l'opera sua, perciò non poteva essere 
« un uomo politico » (p. 153). Né solo non fu un uomo politico , ma non 
fu neppure un poeta. A leggere i suoi versi il sig. Trigona prova « una 
« noia mortale », mentre davanti al Mosé di Michelangelo egli « si ran- 
« nicchiò nel fondo del suo cuore » , nonostante le imperfezioni di quella 
statua (p. 47). I sospiri del P. gli fanno « rabbia » e Io costringono ad escla- 
mare : « se un uomo veramente potesse arrivare a tanto , io lo stimmatizp 
« zerei » (^p. 48). Né solo il Petrarca non fu artista grande, né uomo politico, 
né uomo sincero, ma « in fondo poi , egli non é né un ascetico, né un in- 
« namorato, né un patriota, né un artista osservatore dei fenomeni naturali; 
« egli è un nulla, un individuo senza individualità, un essere senz'essere » 



(1) Quanto ai rapporti del P. con Dante, l'A. cade in nna contraddizione patente. A p. 49 ri- 
ferisce approvando an passo del Qin^ené, in cui è detto che « il P. compose i Trionfi pueodii 
« anni dopo aver ricevuto dal Boccaccio un esemplare della Commtdia > , e poi a p. 51 sciÌTe 
che il V. conobbe le opere di D. « prima che Boccaccio lo istigaaae • leggerle; difatU noi to- 
« diamo che egli tentò d'imitare Dante e nel Cantonitr» e nei 3V*0i^ ». 



284 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 

(pp. 37-38). Eppure, chi il crederebbe?, questo Petrarca che « non è grande 
« per alcuna delle sue opere e delle sue azioni considerate separatamente » 
è invece « grande, grandissimo per tutto Tinsieme delle sue opere, delle sue 
« virtù e dei suoi vizii » (p. 171). Strana combinazione! 

Dopo tutto questo anche noi dovremmo tirare una somma, e mettere a 
carico del sig. Trigona tutte le divagazioni dal suo soggetto, tutto il filoso- 
fismo spropositato delle sue argomentazioni, tutta la sua ignoranza dei tempi 
e della letteratura che tratta (1); ma per quel poco che abbiamo detto cre- 
diamo che i lettori avranno tirato la somma da loro stessi, e ci risparmiamo 
quindi la fatica e la noia. 



SIEGFRIED SAMOSCH. — Machiavelli als Comòdiendichter 
und italienische Pirofile. — Minden i. W., J. C. G. Bruns' 
Verlag, 1885 (8% pp. x-132). 

Il signor Samosch usa di far precedere gli opuscoli in cui di tanto in tanto 
discorre di letteratura italiana da alcuni estratti di articoli laudatori, in cui 
si dice ogni bene di lui e delle cose sue. Questa usanza può essere un te- 
stimonio gradevole della benignità della critica; ma non sappiamo quanto 
possa giovare all'autore ed ai libri suoi. In questo, come negli altri che gli 
andarono innanzi, nulla di nuovo. In diciotto paginette l'A., sulle tracce del 
Villari, pretende parlare del Machiavelli come commediografo, e non fa 
se non ripetere cose dette. Tra i Profili seguono: un Pietro Metastasio in 
undici pagine, un Ugo Foscolo in diciannove, un Giovan Battista Niccolint 
in quindici. Anche qui né un fatto né una idea nuova. Del resto l'A. rac- 
conta queste sue novelle come se tutto fosse chiaro, certo, assodato, come se 
di nulla si facesse dubbio o questione. Basti dire che parlando del Foscolo 
non fa nemmen cenno delle tante cose che si son discusse in questi ultimi 
anni in Italia circa U poeta. Tutti questi lavoretti paiono fatti con la scorta 
di uno due libri, e l'A. pare che abbia una certa ripugnanza a vedere ciò 
che altri possano avere scritto prima di lui. Il solo libro che citi a propo- 
sito del Metastasio é II teatro italiano nel secolo XVIII del Guerzoni; e 
pare che non conosca nemmeno quello del Landau, Die italienische Lite- 
ratur am ósterreichischen Hofie, da cui avrebbe potuto attingere con pro- 
fitto. Insomma questi bozzetti, mentre non riescono di nessun giovamento agli 
studiosi, non si può dire nemmeno che offrano una buona e sostanziosa let- 
tura al pubblico largo. Sono a dirittura inutili. 



(1) Non conosce ciò che del Petrarca scrissero l'Hortis, il Koerting, il Voigt. Il VII volnme 
della Storta del Barigli, pubblicato nel gennaio del 1884, se non erriamo , gli capitò fra mano 
quando il presente volumetto era in corso di stampa. 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 285 

ALESSANDRO ADEMOLLO. — / primi fasti del teatro di via 
della Percola in Firenze. — Milano, Stab. Ricordi, 1885 
(12°, pp. 32). 

Di questo scritto si è dato cenno quando venne inserito nella Gazzetta 
musicale di Milano (1), ma esso è di tanta importanza per la storia del 
melodramma nostro, che stimiamo utile il dirne ancora qualcosa più speci- 
ficatamente. 

Che gli Accademici Immobili comprassero verso la metà del sec. XVII 
un tiratoio dell'arte della lana situato in via della Pergola e lo trasformas- 
sero, architetto Ferdinando Tacca, in un meraviglioso teatro, è certo cosa 
importante a sapersi, quando, come fa l'A., ci si danno della cosa testimo- 
nianze sincrone e disegni, pur sincroni, di quello splendido edificio. Ma vie 
più interessante è notare come quel teatro fosse chiamato a precorrere gli 
altri, sì nella sua conformazione, sì nei primi spettacoli che vi si diedero. 
E infatti, a differenza degli altri maggiori teatri del tempo, che tutti più o 
meno si attenevano ai modelli palladiani, quello di Firenze precorse l'attuale 
architettura teatrale, essendo conformato in maniera non disforme da quella 
che oggi si usa. E inoltre, come l'A. pone in chiaro, esso fu solennemente 
inaugurato nel 1657 col Potestà di Colognole, melodramma giocoso, parole 
di Gio. Andrea Moniglia, musica di Iacopo Melani. Questo genere di mu- 
sica piacque, sicché il Moniglia compose, negli anni successivi, per la Per- 
gola altri melodrammi burleschi. 

Tuttociò è importantissimo per la storia della nostra opera buffa. Che il 
primo tentativo, imperfetto quanto si vuole, di adattamento della musica 
ad una azione giocosa sia da riconoscersi veramente neìV Anfipamaso del 
Vecchi, l'A., accordandosi con le ultime osservazioni del Renier (2), rico- 
nosce di buon grado. Ma è certo che nelle opere del Moniglia noi abbiamo 
il melodramma giocoso meglio fissato e determinato, e che esse vengono, 
se non a stabilire una continuità, certo a rompere quel lungo e inesplica- 
bile intervallo che vi sarebbe tra la comedia armonica del Vecchi (fine 
del sec. XVI) e l'apparire della musica buffa in Napoli (princ. del sec. XV 111). 
Tanto più quindi è a deplorare che l'A., il quale ebbe a disposizione tanto 
bel materiale, non si sia indugiato un po' più nello spiegarci l'azione di 
quei melodrammi, in modo che si riuscisse ad intendere quale ne fosse pre- 
cisamente il carattere. E infatti necessario lo stabilire con esattezza le rela- 
zioni di queste antiche rappresentazioni musicali con la commedia dell'arte, 
per vedere le immancabili influenze reciproche che dovettero intercedere 
fra le une e l' altra. L' A. accenna solo , a questo riguardo, che dal Pazzo 



(1) Cfr. Giomaìe, V, 476. 

(2) L'Ademollo lo avea (^à affermato nell'altro suo prezioso libretto / pruni fasti delia muiica 
italiana a Parigi, Milano 1884, p. 85, n. 2. 



286 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 

per forza del Moniglia fu tratto lo scenario Gli stratagemmi d'amore del 
Riccoboni padre (p. 14, n. 1). Dalla lista dei personaggi, e da altri partico- 
lari, ci sembra dover dedurre che queste azioni sceniche del Moniglia non 
dovessero essere apertamente popolari, né schiettamente ridanciane come 
certo fu V Anfìparnaso prima, e dopo l'opera buffa di Napoli. Ma ci sarebbe 
assai grato saperne di più. Come pure ameremmo conoscere un po' meglio 
quel melodramma di Giulio Strozzi, musicato da Francesco Sacrati, che col 
titolo di Festa teatrale della finta pazza fu rappresentato nel 1641 in Ve- 
nezia e poi, come chiaramente dimostrò altrove l' Ademollo (1), ebbe l'onore 
di essere il primo melodramma rappresentato a Parigi nel febbraio del 1645. 
Questa curiosa azione, mezzo coreografica e mezzo recitata, è detta dal Gastil- 
Blaze, che certo si valse di documenti sincroni : « un opera bouflfon , une 
« parade musicale, un mélodramme où le noble se mélait au comique ». 
Era dunque opera buffa anche questa? Ma in qual grado? ma come? 

Gli altri due capitoli del presente libretto riguardano, l'uno la rappresen- 
tazione della Ipermenestra di Francesco Cavalli (parole del Moniglia), 
dramma immensamente spettacoloso, che fu dato alla Pergola nel 1658 per 
festeggiare la nascita di un figliuolo di Filippo IV ; l'altro V Ercole in Tebe, 
grandiosa opera-ballo, rappresentata pure alla Pergola per la venuta della 
bizzarra principessa d'Orléans, sposa di Cosimo 111, a Firenze, spettacolo che 
costò alla corte la bellezza di 96 mila lire toscane. 

Come tutti i lavori dell'Ademollo, anche questo è fatto con singolare ab- 
bondanza di cose nuove e curiose, sapientemente disposte. 



Notizia d'opere di disegno pubblicata e illustrata da D. Iacopo 
Morelli. — Seconda edizione riveduta e aumentata per cura 
di «xUSTAVO Frizzoni. — Bologna, N. Zanichelli, 1884 (8°, 
pp. xL-266). 

Agli studiosi di cose d' arte è noto come il benemerito erudito veneto 
Iacopo Morelli rinvenisse tra i rass. zeniani un quaderno di appunti, scritto 
nella prima metà del sec. XVI, in cui si teneva nota di molte opere d'arte 
esistenti allora in raccolte pubbliche e private di Padova, Cremona, Milano, 
Pavia, Bergamo, Crema e Venezia. Queste notizie sono date con buona co- 
noscenza d'arte, e lungi dal consistere in un magro catalogo, somministrano 
eziandio indicazioni sugli artefici, sulle qualità specifiche dei quadri e delle 
statue, sui fatti e le persone che rappresentano, su coloro che gli possede- 
vano. Si intende quindi di leggieri come questa notizia, data nel tempo 
della massima fioritura artistica, riesca preziosa per la storia dell'arte nostra, 



(1) Vedi i cit. Primi fasti delia musica ital. a Parigi, pp. 16-23, e anche, per il Sacrati, 
pp. 95-107. 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 287 

svelandoci con sicurezza la patornità di alcuni lavori dubbi, illuminandoci 
sulle vicende di altri, capitati talora in pinacoteche ed in mu-sci d' oltralpe 
o d'oltremare. 

Il Morelli corredò questa nota di un esteso ed erudito commento e la 
pubblicò in Bassano nel 1800. Tale sue edizione era già da tempo divenuta 
assai rara, sicché al sig. Gustavo Frizzoni venne il pensiero di procurarne una 
seconda. Se non che, essendo in questo ottantennio molto progrediti gli studi 
storici suir arte, ed essendosi arricchita per nuovi e dotti libri la cognizione 
che abbiamo degli antichi maestri e rintracciate e identificate molte opere 
loro, che si lamentavano perdute, il F. ha creduto bene di rifondere il com- 
mentario del Morelli in un nuovo lavoro di chiosa, nel quale si tenesse 
conto dei dati di fatto posti in sodo dal primo editore e insieme vi si ag- 
giungessero i nuovi risultati delle ulteriori ricerche. E in questo lavoro, non 
certo di poco momento, egli ebbe la ventura di potersi giovare delle giunte 
che alla sua prima edizione avea fatto il Morelli stesso, preparandone una 
seconda, e delle note che vi appose il dottissimo Cicogna. Sicché la presente 
edizione doppiamente si avvantaggia sulla precedente, e per le note inedite 
di due eminenti eruditi ora defunti, e per le nuove chiose del Frizzoni. Il 
quale ultimo, a sua volta, ha voluto nella breve, ma acconcia, prefazione, 
trattare anche un altro punto controverso, quello che riguarda l'autore della 
notizia, consacrata sinora col nome, che le resterà, di Anonimo morelliano. 
Appoggiandosi alle recenti ricerche del Bernasconi, il F. rivendica il mano- 
scritto al patrizio veneto Marcantonio Michiel. 

Di questo libro importante a noi basta aver dato un annuncio , perchè 
solo indirettamente si collega coi nostri studi, per quelle molte fila che ten- 
gono unita la storia delle arti a quella delle lettere nel rinascimento. 
Critiche non ne vogliamo fare, che non sono della nostra competenza. Di- 
remo solo genericamente che il lavoro ci sembra condotto con molto garbo, 
ma che avremmo preferito di vedere più nettamente divisa la parte delle 
chiose che appartiene al Morelli da quella aggiunta dal novello editore. 
Cosi come il commento é, non sempre riesce agevole il distinguere l' una 
dall' altra, quando ragioni di cronologia non lo facciano manifesto. 

Chiuderemo osservando che alcune di queste notizie e chiose riguardano 
direttamente gli studi nostri : così le preziose indicazioni sugli oggetti d'arte 
e su alcuni codici conservati da Pietro Bembo nella sua casa di Padova 
(pp. 40 sgg.) (1), le notizie intorno al castello di Pavia ed alla sua libreria 
(pp. 119-21), quelle sul celebre Breviario Grimani ora nella Marciana 
(pp. 2014), le altre su diversi volumi con disegni artistici che si trovavano 
in Venezia in casa Gabriele Vendramin (pp. 221-22), infine le osservazioni 
del Morelli sul Tiziano letterato, nelle quali vengono confutate parecchie 
asserzioni del Liruti, che confuse Tiziano il vecchio con Tiziano iuniore 
(pp. 211-14). 



(1) Queste notizie vennero recentemente atiliszate da Y. Cuk per la sua ricoctmxìone della 
biblioteca e del museo di P. Bembo in Padova. Cflr. Un decennio deUa vita di M. P. B., Torino, 
1885, pp. 102 sgg. 



288 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 



CARLO TONINI. — La coltura letteraria e scientifica in Rimini 
dal sec. XIV ai primordi del XIX. — Rimini, tip. Danesi, 
1884. — Due volumi (16°, pp. xxxviii-524 e 730). 

Nel sec. passato Angelo Battaglini, illustratore della corte letteraria di Si- 
gismondo Malatesta, volse l'animo suo ad un lavoro storico sulla letteratura 
riminese. A un' opera simile attesero Gaetano Urbani e Zefirino Gambetti ; 
ma le ricerche di tutti questi non giunsero che a porre insieme una parte 
del materiale. E molto altro materiale raccolse pure l'ili. Luigi Tonini, il 
dotto e benemerito storico di Rimini; ma, com'è noto, nell'opera sua egli 
non giunse oltre il sec. XV (1). 

Carlo Tonini, figlio di Luigi, e attuale bibliotecario della Gambalunghiana, 
ha posto a profitto il materiale raccolto dai suoi predecessori , ha esteso le 
ricerche in quelle parti che gli sembravano manchevoli ed ha compilata la 
presente opera utilissima. 

L'A. non ha creduto opportuno di fare un dizionario degli scrittori rimi- 
nesi. A mostrare lo sviluppo delle lettere e delle scienze nella sua città na- 
tale, gli parve più acconcia una esposizione sistematica, per secoli e per 
generi. E tale maniera di esposizione ha certamente i suoi vantaggi. Il danno 
maggiore che ne consegue è l'esservi naturalmente spezzata l'opera di quegli 
scrittori, che si esercitarono in vari studi; ma a questo inconveniente l'A. 
ha rimediato assai bene con un diligente e minutissimo indice analitico. Per 
il metodo adunque si può ben dire che quest' opera non lasci nulla a desi- 
derare ; come pure encomiabilissima ce ne sembra la forma, efficace e talora 
elegante, quantunque non sempre immune dalla retorica. La copia delle no- 
tizie qui raccolte è sicuramente ragguardevole, e in molte parti il T. utilizza 
fonti manoscritte. Certamente in più di una occasione egli avrebbe potuto 
ampliare d'assai le sue cognizioni, se avesse profittato dei materiali mss. delle 
maggiori nostre biblioteche e avesse fatto ricerche d'archivio fuori della sua 
Rimini. Ma noi comprendiamo benissimo la difficoltà di simili ricerche, le 
quali forse avrebbero di troppo esteso quest'opera, che è già riuscita abba- 
stanza voluminosa senza di questo. 

Noi non possiamo seguire qui, nei limiti di questo cenno, neppure nelle 
linee generali, il libro del T., in cui è accumulata tanta e si varia materia, 
gran parte della quale direttamente non riguarda i nostri studi. Diremo solo 
che nei secoli più antichi, molto bene si rileva dal T. la benemerenza let- 
teraria ed artistica dei Malatesti, che giunsero a fare di Rimini un vero 
centro di coltura. Nel sec. XIV, con Pandolfo Malatesta, si inizia il mecena- 



(1) Della Storia di Rimini di L. Tonini abbiamo a stampa cinque volumi. Un VI, destinato a 
coronare 1' edificio, narrando i fatti occorsi dal 1500 al 1800 , fa scritto da C. Tonini ed è ora 
in corso di stampa. 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 289 

tismo di quei principi. Pandolf^, come tutti sanno, fa amico del Petrarca (1), 
grande protettore di letterati, letterato e rimatore egli stesso. E rimatore non 
ispregevolo fu pure Malatesta Malatesti, figliuolo di lui (2). Questa bella tra- 
dizione Venne proseguita dipoi da Pandolfo II e da suo fratello Carlo (3); ma 
raggiunse il massimo della gloria nel sec. XV, con quel Sigismondo Mala- 
testa, poeta e protettore di poeti, uomo d'armi, mecenate delle arti, che è 
molto noto per il lavoro antico del Battaglini e per i moderni di L. Tonini 
e dell' Yriarte (4). È specialmente seguendo le orme del Battaglini che il T. 
ci delinea la corte letteraria di Sigismondo , ove Giusto de' Conti era giu- 
dice e adiutore, il parmigiano Basinio Basini, educato alla scuola del Ooa- 
rino, scriveva il suo poema Hesperidos, destinato a celebrare la vittoria di 
Sigismondo contro Alfonso di Napoli, Gasparo Broglio dettava la sua cronaca, 
e parecchi dei poeti più famosi del tempo lavoravano intorno aW Isotteo, 
raccolta di carmi latini in lode di Sigismondo e di Isotta, sua amasia. Una 
delle glorie principali di Rimini e della corte malatestiana in quel tempo, 
fu Roberto Valturio, consigliere di Sigismondo e suo storico, chiamato dal 
pubblico il monarca di tutte le scienze, autore di quel celebre trattato De 
re tnilitari, che compito nel 1455, veniva pubblicato nel 1472 in Verona, in 
una edizione di cui non si sa se maggiormente ammirare la fattura tipogra- 



(1) n cod. Marncelliano, che l'A. cita di seconda mano (I, 58) , come contenente ana lettera 
del Petrarca al Malatesta , crediamo certo sia una copia di quella bizzarra raccolta del Doni di 
cose autentiche ed apocrifa (1547), che trovasi spogliata dallo Zambbini, Op. v. a s<.*, 837. 

(2) Delle sue rime, parecchie, delle qnali sono ora sparsamente pubblicate , sta proparando una 
edizione, condotta su tutti i principali mss., il prof. O. .S. Scipioni. 

(3) A Pandolfo II Malatesta fu diretto un curioso sonetto in tre lingue, latino, italiano, fran- 
cese (non provenMale, come dice il T. , 1 , 78) da Simone di Ser Dino da Siena. Essendo poco 
noto, crediamo utile il riferirlo dalla memoria del Battaolimi, Della cori» leti, di Sigùm. Pand. 
Jialatesta, in Basinii parmensis opera praestantiora. Rimini, 1874, li, 121 : 

Madens sub undis radiantis Phoebi, 

latens sub ,Tove Venereque Marte, 

statnens alta dignitatis arte, 

cnlmen sub vera probitate Phoebi ; 
senex jnventute, o pensier grevy, 

fonte excelso de vertute sparte, 

comò potè natura tanto omarte, 

poi che più sempre in ver de' del sn levi ? 
Alta rimetnr gloriaqne fama 

et cor sub aatris claritate micans 

o dolce benigne onde, o verde lama. 
Vons etes di vertus tra tnot ghens 

avec lo plus ghentil per nostra dama 

che ghie vons nnquam amor cor vivans. 

(4) Non andava dimenticato quello che su Sigismondo dicono il Voiot, Witdtrb. d*$ ci. Al- 
ierth.*, I, 579 sgg. ; il Geioer , Renaissance und HumanismHi , Berlin, 1882, pp. 212 a^., e 
specialmente il Makcini, Tito di L. B. Alberti, Fìrense, 1882, p. 343 , che si dilanga soli» co- 
struzione del tempio di S. Francesco. 

OiomaU storico, VI, fase. 16-17. 1» 



290 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 

fica, meravigliosa per quel tempo, o la preziosità delle figure per la storia 
dell'arte militare (1). 



(1) La ediz. principe, 1472, fu fatta in Verona da Giovanni di Niccolò veronese; e in Verona, 
da Bonino de' Boninl , fu fatta pare la 2a ediz. (1483) e contemporaneamente ne fu edita una 
versione volgare. Di queste edizioni parla con sufficiente esattezza il T. (I, 121-124). Trattandosi 
di opera capitale per la storia della stampa in Italia , non crediamo inutile dar qui V elenco di 
coloro che ne discorsero più o meno estesamente , secondo lo schedario che ci viene gentilmente 
comunicato dal sig. Pietro Sgnlmero. È inutile il dire che in questa distinta cronologica lasciamo 
da parte i massimi hibliografi, che tutti possono consaltare. Le lettere s. e. indicano le opere in 
cui il Valturio è semplicemente catalogato. 



1678. — G. M. KOKiQ, Bibliothecà vetus et nova, Altdorfii, 1678, p. 829 (s. e). 

1722. — P. A. Oblasdi, Origine e progressi detta stampa o sia dell'arte impressoria, e. n. tip. 

ma Bologna, 1722, p. 145. 
1731-31. — S. Maffei , Verona illustrata , Verona, 1731-32 (due ediz., Tana in-4o, e l'altra 

in-fol.). — Nella prefazione A chi legge; nel L. Ili della P. II; nel cap. VI 

della P. ni. 
1740. — Histoire de l'origine et des pre'miers progrès de Vlmprimerie, La Haye, 1740, p. 58. 
1742. — Th. Gkoboi, Allgemeines Europ. Bt'icher-Lexicon, Leipzig, 1742, IV, p. 243 (s. e). 
1755. — Bibliothecà Smiihiana, Venetiis, 1755, II, cxx-cxxv. 
1764. — G. P. Db Bure , Bibliographie insiructive (voi. jurispr. et sciences et arts) , Paris, 

1764, pp. 579-80. 

1768. — J. B. L. Obmont, DicUon. typographique, Paris, 1768, U, 300 (s. e). 

1769. — G. F. De Bobe, Supplém. à la Bibliogr. instructive, Paris, 1769, I, 344 (s. e). 
1775. — S. Bettinelli, Del risorgimento d'Italia, Bassano, 1775, II, 225-27. 

1780. — G. TiBABOscHi, St. d. lett. it., T. VI, P. I, Napoli, 1780, p. 323. 

1783. — G. De Bure , Catal. des liures de la Ubi. de feu M. le Due de la TaUière , P. P., 

Paris, 1783, I, 591 (s. e). 
1787. — I. Morelli, Bibliothecà Maphaei Pinelli veneti, Venetiis, 1787, I, 342. 

1789. — Catalogne des livres de la bibl. de M. Pierre- Antoine Bolongaro-Crevenna, Amsterdam, 

1789, II, 249 (s. e). 

1790. — BibUoth. elegantissima parisina, Londres-Paris, 1790, p. 42 (s. e). 

1791. — F. X. Laire, Index librorum, Senonis, 1791, I, 290-91. 

1794. — F. Fossi , Cat. cod. saec. X V impressorum qui in pub. bibl. Magliab. Fior, adser- 

vantur, Florentiae, 1794, coli. 759-60. 

1795. — G. W. Panzer, Annales typographici, Norimbergae, 1795, pp. 501-502. 

1796. — A. Cabli, Istoria della città di Verona, voi. VI, Verona, 1796, pp. 410-11. 

1803. — G, Galeani Napione, Notizie de'' principali scrittori di arte militare, in Mémoires de 
l'Acad. des sciences de Turin pour les anne'es X et XI, Turin , 1803, p. 448. 

1805, — G. Galeani Napione , DeU' origine delle stampe delle figure in legno ed in rame , 
nelle Mémoires anzidette per gli anni XII e XIII, Turin, 1805, p. 401. 

1807. — Santander , Diction. bibliogr. choisi du XVe siècle, voi. III, Bruxelles, 1807, p. 423. 

1809. — P. J. Fournier, Nouveau diction. portati/ de bibliographie^, Paris, 1809, p. 535 (s. e). 

1809. — L. Lanzi, Storia pittorica della Italia^, Bassano, 1809, I, 87. 

1810. — W. Beloe, Anecdotes of literature and scarce books, voi. IV, London, 1810, pp. 358-60. 
1815. — Catal. des livres rares et pre'cieux de la bibl. de feu M. le comte de Mac-Carthy , 

Paris, 1815, I, 325 (s. e). 
1821. — Catalogo ragionato dei libri d'arte e d' antichità possed. dal conte Cicognara , Pisa , 
1821, I, 124-25. 

1824. — M. P", Diction. bibliogr. , Paris, 1824, II, 379 (s. e). 

1825. — [V. G. Ventcei], Compendio Clelia storia sacra e profana di Verona, Verona , 1825, 

n, 96-97. 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 291 

Neirultima metà del sec. XV inoltre contribuirono alla fama di Rimini 
fra Giovanni da Serravalle, chiosatore di Dante (1), Giovanni Aurelio Augu- 
relli e specialmente la famiglia dei llarausii, illustrata in particolar modo da 
Paolo, Girolamo e Giambattista. 

Nel sec. XVI solamente fu introdotta in Rimini l' arte tipografica, e il 
pnmo tipografo fu Niccolò Brenta (2). I letterati più cospicui che vi «bbero 
in questo secolo i natali furono Giovanni Bruno de' Parcitadi, poeta lirico; 
Malatesta Fiordiani, autore di un poemetto Della natura e qualità de' pesci 
e di altri componimenti poetici, tutti poco reperibili, e, a quanto ne dice il T., 
non degni d'oblio; Francesco Modesti, che scrisse in latino una Yeneziade, 
che gli guadagnò una pensione dalla repubblica veneta ; Pietro Belmonti, di 
cui è notevole, per i costumi del tempo, un'opera didattica, la Instituzione 
della sposa, scritta per una sua figlia, ed anche una commedia tuttora ine- 
dita, di cui il T. è primo a dar notizia; infine quel Malatesta Porta, amico 
del Tasso, poeta epico e tragico, difensore della Gerusalemme in imo spe- 
ciale scritto apologetico. 

Il sec. XVII, su cui non ci tratterremo troppo, diede a Rimini ben cinque 
accademie, fra le quali va specialmente famosa quella degli Adagiati. E in 
Rimini appunto nasceva in quel secolo lo storico delle accademie, Giuseppe 
Malatesta Garuffì, della cui opera, V Italia accademica, è solamente a stampa 
un volume (1688), mentre il rimanente si conserva manoscritto nella Gam- 
balunghiana. Questa celebre biblioteca fu precisamente fondata nel seicento 
da Alessandro Gambalunga, sul quale pure L. Tonini scrisse una dotta me- 
moria. Egli pose nel 1614 il primo nucleo di quella libreria, stanziando una 
rendita annua perchè si aumentasse. Rimini fu pure una delle prime città 
d'Italia ad avere un giornale: la Gazzetta di Rimini cominciò ad uscire il 
10 agosto 1660. 

Il sec. XVIIl fu per Rimini molto glorioso. Vi ebbe la prima educazione 
Lorenzo Ganganelli, che fu papa Clemente XIV ; vi soggiornò il Goldoni (3); 
vi scrisse drammi, melodrammi e una tragedia Daniele Giupponi; vi fiorì il 



1830. — 6. Amati, Ricerche storico-critico-scientifiche sulle origini, scoperti ecc., voi. Y, Mi- 
lano, 1830, pp. 537-38. 

1853. — C. Cavattoki, Z^iw memorie intorno V antica stampa veronése , in Mem. rf«fi' accad. 
d'agricoltura, commercio ed arti di Verona , voi. XXIX, pp. 63-106. 

1871. — G. B. C. GioLiAKi, Della tipografia veronese, Verona, 1871, pp. 9-11. 

1876. — C. Ermes Visconti, Ordine deWesercito ducale sfortesco, in Arch. storico lombardo, 

III, 475. 

1877. — Tre lettere del prof . Ànt. Yalsecchi al sig. conte Bonifacio Fregoso intomo il primo 

libro stampato in Verona (nozze Bosetto-Saitori) , Vicenza , 1877 (vedi la ras- 
segna bibl. fattane dal Biadboo, in Arch. veneto, XIII, 429-32). 
1883. — G. BiADEoo, Il primo libro stampato a Verona, a pp. 205-12 del voi. Da Ubri $ ma- 
noscritti. Verona, 1883. 

(1) Cfr. questo Giornale, li, 358 sgg., e IV, 58. 

(2) L. Tonini scrisse una speciale memoria solle Officine tipografiche riminesi, che n legge 
negli Atti della dep. di Romagna, voi. IV. 

(3) Nel discorrere del Goldoni in Rimini (II , 221-29) il T. desume (laasi tutte le sue notizie 
dalle Memorie. 



292 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 

dottissimo cardinale Giuseppe Garampi, insigne non meno per i suoi meriti 
come diplomatico, che per le sue opere archeologiche e storiche. Ma speciale 
illustrazione di Riinini fu nel passato secolo Aurelio Bertòla, che ha il me- 
rito di essere stato uno dei primi a far conoscere ed apprezzare in Italia la 
letteratura tedesca. L'amicizia fraterna del Bertòla col Gessner, che egli tra- 
dusse (1); i suoi molti meriti come poeta; alcune delle sue relazioni più ce- 
lebri, sono cose ben note a chiunque si occupi dei nostri studi. Ma il T. nelle 
pagine che di lui scrive, le più importanti certo di tutta la sua opera, ci dà 
notizie nuove interessanti, essendosi potuto valere del ricco carteggio inedito 
del Bertòla. Ben altro e maggiore profitto noi crediamo si possa trarre da 
queste lettere , se dicono vero certi accenni discreti dell' A. (2). Le rela- 
zioni del Bertòla col Metastasio, col Pindemonte, col Foscolo, col Cesari, col 
Mascheroni sono troppo interessanti perchè noi non ci sentiamo costretti a 
far voti aflSnchè quanto prima il T. , od altri , consacri uno studio speciale 
al carteggio che ci conserva la memoria di tutte queste corrispondenze af- 
fettuose. 

Del sec. nostro il T. non si occupa. Egli si limita a dare una tavola di 
scrittori (11, 687) (3), ed a consacrare un breve capitolo (11, 653-61) alle con- 
dizioni degli studi in Rimini nei primi anni del secolo, notando con giusta 
compiacenza il profitto che vi fece, frequentando la scuola medica di Michele 
Rosa, il cesenate Maurizio Bufalini. 

Noi auguriamo a tutte le città italiane, che ebbero una storia scientifica 
e letteraria, libri come questo del dr. Tonini. Oggi che si va perdendo la 
nobile tradizione dei cultori di storia municipale e ad essi si sostituisce la 
pessima gramigna dei professorini saputelli e petulanti, incapaci di ogni oc- 
cupazione seria e talora di ogni sentimento elevato, libri siffatti confortano. 



PIO CARLO F ALLETTI FOSSATI. — Saggi. — Palermo, tip. ed. 
Giannone e Lamantia, 1885 (8°, pp. vi-392). 

Uno solo di questi scritti si riferisce ad argomento propriamente letterario; 
ma anche gli altri, quando se ne eccettui l'ultimo {La monarchia piemon- 
tese dal 1772 al 1802) si riattaccano indirettamente ai nostri studi. Tre 
furono già editi in riviste e compaiono in questo volume migliorati e ac- 



(1) « Il più bell'idillio che potessero scrivere Glessner e Bertòla sarebbe stato quello della loro 
« amicizia », dice con frase felice lo Zanella, Paralleli letterari. Verona, 1885, p. 136. 

(2) Per es., dopo aver riferito un brano di lettera della celebre Morelli, l'A. aggiunge: « Se 
« Gorilla amasse il Bertòla oltre ai limiti di un amor letterario, noi sapremmo affermare. Egli è 
« però certo, che più d'una delle donne letterate, non esclusa la Gismondi, fu perdutamente presa 
« dai vezzi di quest'uomo veramente fatto per vincere il sesso gentile. Ciò si apprende senza am- 
« bagi nelle lettere che esse gli scriveano » (II, 412m.). 

(3) In questa tavola occorre un errore di nnmeraz. delle pagine, che prosegue per tutto il se- 
guito del volume. Del resto, specialm. nel l voi., gli errori di stampa sono oltremodo numerosi. 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 293 

cresciuti; uno è stampato qui per la prima volta e reca il titolo L'ultima 
marchesa d'Azeglio. 

Questo esteso lavoro è condotto sui Souvenirs historiques di Gostanza 
d'Azeglio, pubblicati nel 1884 dal figliuol suo Emanuele. Vi si dà un quadro 
molto vivace e vero della vita piemontese nei tempi in cui si preparava il 
riscatto nazionale, e tutto le persone più l)cnemerite di quel glorioso periodo 
ci sono fatte passare d' innanzi. Lo si legge quindi con piacere , tanto più 
che il F. si è saputo tener lontano da ogni partigianeria ed ha lasciato par- 
lare i fatti. Tuttavia nella esecuzione di questo lavoro si lamenta talvolta un 
po' troppo di trascuratezza, specialmente nelle citazioni, che sono abbastanza 
numerose, ma fatte per lo più in modo cosi generico da non rendere agevole 
il riscontro. Riguardano in questo saggio anche la storia letteraria le pagane 
su Massimo D' Azeglio (pp. 228 sgg). , nelle quali il F. cercò delineare il 
carattere di lui come uomo privato e come politico, e il capitolo sulla cul- 
tura in Piemonte (pp. 177 sgg.), che non è immune da inesattezze (1). 

Nel saggio La lotta per le Alpi e Carlo Emanuele 1, il F. parla con 
qualche ostensione delle opere letterarie e politiche che attestano il desiderio 
di indipendenza degli Italiani verso il mezzo del sec. XVII, ed esamina in 
particolare tre scritti politici del tempo, La staterà politica d'Italia^ Il Po- 
litico soldato Monferrino , Il Zimbello (pp. 111-123). Poi, venendo a mo- 
strare il risveglio della idea d'indipendenza per opera di Carlo Emanuele I, 
tocca eziandio della protezione accordata da questo principe illuminato alle 
lettere (pp. 123-128) (2). 

Ma il saggio che più particolarmente tratta ai^omento letterario è il primo 
di questo volume , Silvio Pellico e la marchesa di Barolo , comparso la 
prima volta nella Rivista europea. Questo saggio ha lo scopo di illustrare 
dieci lettere del Pellico, ed una della marchesa, al padre dell'A. Le lettere 
sono pubblicate in appendice. 11 F., nella prima parte del suo scritto, cerca 
mettere in chiara luce il carattere di Giulia Golbert-Falletti, ultima marchesa 
di Barolo. Egli mostra come tradizioni di famiglia e abitudini del sentimento 
facessero di questa donna benefica una retriva , ma nello stesso tempo so- 
stiene con buoni argomenti che i viaggi per 1' Italia che essa faceva in 
compagnia del Pellico e dell' abate Del Ponte non erano viaggi politici. 
L' amor patrio della Barolo era una specie di umanitarismo cattolico , del 
quale risentivano V influsso le molte istituzioni benefiche da lei fondate o 
promosse. A poco a poco la marchesa , salda nelle sue idee retrive mentre 
il mondo camminava, si trovò isolata in mezzo alla nobiltà piemontese , in 



(1) Per es. a p. 180 si attribuisce al Comparetti il merito di aver illastrato il folk-lort mon- 
ferrino, ciò che invece devesi, com'è noto, al Ferrare , e discorrendo delle cantoni popolari pie- 
montesi citasi un articolo della Pigorìni rig^ardant« altro soggetto, e non si fa parola degli stndi 
coscienziosi del Nigra. Per gli autodidascali (pp. 185-86) sarebbe stato utile rinviare allo scrìtto 
del D'Ancona, Caratteri di piemontesi illustri del séc. XIX (in Varietà, I, 229 sgg.). 

(2) Intorno al risveglio del sentimento nazionale nel sec. XVII sarebbe stato beM che VA. 
avesse messo a profitto i Saggi di polemica » di poesia poUiica pubblicati dal D'Axcoxa nell'ilr- 
chivio veneto del 1872. 



294 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 

cui le nuove idee facevansi strada. Essa offre un singolare contrasto con 
Costanza D'Azeglio, mente acuta ed illuminata, che nonostante i pregiudizi 
della classe sociale cui apparteneva, seppe vedere così addentro nei casi po- 
litici de' tempi suoi. La marchesa di Barolo si spaventava per ogni fatto , 
per ogni opinione che si sottraesse alla più schietta ortodossia o mirasse a 
scalzare que' principi legittimisti, che essa reputava incrollabili. Quindi nel 
suo tempo essa è un anacronismo , e che il doloroso sentimento di ciò la 
rendesse fanatica , non è a meravigliare. Ma forse meno facile a compren- 
dere si è che le idee retrive di questa donna potessero essere con tanto ca- 
lore divise dal Pellico, che bene o male nel movimento politico s'era trovato 
e aveva ingegno, se non superiore, tale almeno da intendere di che si trat- 
tasse. In questa parte il F., se non ci inganniamo, è troppo indulgente verso 
il poeta di Saluzzo. « Confessiamo il vero (dice egli): vedere il patibolo; 
« languire per dieci lunghissimi anni in carcere e poi ricevere la libertà , 
« la luce, la vita dalla magnanimità d'un principe, i cui diritti si erano 
« oifesi, credo che modificherebbe le idee in più d'uno di noi, che ora par- 
« liamo e scriviamo liberamente. La riconoscenza del Pellico, senza dubbio, 
« fu eccessiva e gli fece perder di vista i bisogni veri del popolo italiano, 
« ma egli merita compatimento » (pp. 27-28). Questa riconoscenza del Pel- 
lico verso r Austria, perchè lo aveva tenuto troppo poco nello Spielberg, è 
davvero curiosa! Più d'uno di noi, se ne assicuri 1' A., non la sentirebbe 
affatto, e farebbe bene a non sentirla, perchè è un assurdo del sentimenta- 
lismo, è una aberrazione nell'apprezzamento dei diritti umani. Una conver- 
sione come quella del Manzoni, la si comprende facilmente ; una conversione 
come quella del Pellico, si potrà spiegarla e anche compatirla^ come tutti 
gli stati patologici dello spirito umano, ma giustificarla no davvero. 

Che, del resto, la relazione del Pellico con la Falletti fosse purissima, noi 
non abbiamo ragione di dubitarne; ma non crediamo che il giornale torinese 
La croce di Savoia, diffondendo nel 1852 la notizia che il Pellico prendeva 
in moglie la marchesa , intendesse calunniarli. Questa parola compare in 
una lettera francese della Falletti (p. 66), come nella protesta del Pellico, 
il quale in lettera privata trattava di « impudente razza di bricconi » (p. 64) 
coloro che aveano comunicato quella notizia. Alla loro indignazione, punto 
giustificata, si può perdonare queste violenze, tanto più quando si consideri 
che si trattava di dare addosso ai liberali. 

Il F. non ha potuto vedere i numeri del giornale La Croce di Savoia in 
cui si parla di questo fatto (cfr. p. 33 n.). Ecco pertanto come stanno le 
cose. Nel n° 7 febbraio 1852 leggesi secca secca la seguente notizia: << Si 
« dà per certo che la signora marchesa Falletti di Barolo , nata Colbert , 
« abbia recentemente contratto matrimonio in Roma col suo bibliotecario 
« Silvio Pellico ». Nel n» 26 febbraio dell'anno stesso èvvi la smentita del 
Pellico cosi concepita: 

Sig. Redattore della Croce di Savoia, 

Non leggo il suo giornale , ma ho letto nel Cattolico di Genova un articolo tratto da un nu- 
mero della Croce di Savoia , nel quale si dà per certo che la signora marchesa di Barolo , nata 
Colbert, ha contratto matrimonio col suo bibliotecario Silvio Pellico : è una calunnia ; questo ma- 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 295 

trìinonio sarebbe indegno di lei. Io che conosco i saoi meriti e le me virtù , devo proteatare 
contro l'ingiusta malevolenza di un simile annunzio. 

Prego Y. S., appoggiandomi alla leggo, di rendere al più presto pnbblica la smentita che do a 
questa falsità: la riconoscenza che debbo alla mia benefattrice me ne fa an dovere di cosdanza. 
Napoli, 17 febbraio 1852. 

Silvio Pbluco. 



Il redattore fa precedere la lettera da un lungo cappello, in cui dice delle 
cose giuste e generose. Rileviamo specialmente le seguenti parole, con cui si 
scusa dalla taccia di aver consciamente offeso il Pellico : « Poniamo da banda 
« l'illustre marchesa nata Colbert , ,con la quale non ha che faro il nostro 
« giornale. Quanto a Silvio Pellico , noi protestiamo innanzi tutto che non 
« abbiamo avuto intenzione di offenderlo e fargli dispiacere in alcuna guisa, 
« quando ci è accaduto di dire che egli si maritava. Un tempo noi abbiamo 
« amato e venerato grandemente il poeta di Saluzzo; noi eravamo giova- 
« nissimi allora, e il nome di Pellico era in tutte le bocche e in tutti i 
« cuori. Noi onoravamo in lui il martire della libertà italiana , la vittima 
« dell'oppressione straniera, e nel tempo stesso l'ingegno nazionale. Né quel- 
« l'amore e rispetto sono scemati nell' animo nostro , e se non hanno ali- 
« mento in un obbietto vivo e presente, rimangono almeno nella memoria. 
« Oltre a ciò noi piangiamo in lui la vittima di un' altra oppressione , la 
« quale, forse piià che l'austriaca, è stata cagione della rovina della patria 
« nostra; né qui fa d'uopo che noi manifestiamo più apertamente il nostro 
« pensiero. Singoiar destino d'un uomo! La sua vita non è stata che una 
« lunga prigionia! Dopo le catene che gli toglievano la libertà del corpo, 
« gli furono fabbricafe quelle dell' anima ; nelle quali ora si ravvolge con- 
« tento e felice! Chi potrebbe dire una parola di offesa contro costui, e 
« meritare il nome di onesto scrittore? » A parte il brutto stile del gazzet- 
tiere, qui si dicono francamente cose verissime. 



CLEMENTE BENEDETTUCCI. — Leopardi, scritti editi scono- 
sciuti. — Spigolature. — Recanali, tip. Rinaldo Simboli, 
1885 (8°, pp. xxxviii-470). 

Dire che questo volume, di cui l'idea venne all'A. nel compilare la parte 
riguardante il Leopardi di una sua Biblioteca recanatese, rechi agli studi 
leopardiani fatti molto nuovi e molto rilevanti non si potrebbe davvero. 
Chiunque abbia idea di quello che sono le pubblicazioni di testi inediti o 
rari troverà senza dubbio che il prof. Benedettucci ha incredibilmente gon- 
fiato il suo soggetto, non ha saputo contenersi nei giusti limiti che quelle 
poche, poco rilevanti e non sempre sicure briciole leopardiane gli dovevano 
imporre. Se noi esaminiamo questo grosso volume, vi troviamo che su circa 
500 pagine, poco più di 160 recano scritti leopardiani o presunti di lui. 



296 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 

mentre gli altri due terzi del libro risultano di prefazioni o preamboli (per 
usare la parola prediletta dall'A.) e di troppo numerose pagine bianche. 
Difficilmente si poteva dare in più spazio meno roba. Come ciò torni a 
danno grandissimo del volume e della idea del resto encomiabile del suo 
compilatore, ognuno che ha fior di senno sei vede. E tanto più questa ten- 
denza ad ingigantire i particolari, a far delle mosche elefanti è biasimevole, 
inquantochè, tranne forse in un caso, questioni veramente serie e difficili, 
che richiedessero un ampio svolgimento, l'autore non ne aveva per le mani, 
e lo straordinario sciupo di spazio si deve quindi quasi sempre ad una spe- 
ciale prolissità di esposizione, o al desiderio di toccare questioni laterali, 
che col libro ci hanno poco o punto che vedere. Per esempio non ci pos- 
siamo persuadere che fosse necessario il fare nella prefazione (pp. xxx-xxxvii) 
tante riserve sul valore filosofico dello ingegno del Leopardi, e molto meno 
di estendersi altrove, colta l'occasione per i capelli, in una digressione ten- 
denziosa contro il Botta (pp. 286-91). 

Accennando questo difetto metodico, che vi è nel recente volume leopar- 
diano, non vogliamo con ciò porre in dubbio la utilità sua. Noi siamo d'av- 
viso (e più volte ci è accaduto di ripeterlo; che degli scrittori sovrani ogni 
cosa, benché minima, possa avere il suo interesse, e siamo ben lungi dal- 
l'associarci a quelli che, scemi di mente e destituiti di ogni soda coltura, 
fingono d'essere tutti assorti nelle sintesi solenni, nei massimi problemi, e 
nella considerazione dei fatti grandi, per potere con olimpico disprezzo sen- 
tenziare pedantesca ed inconcludente la ricerca e la illustrazione delle mi- 
nuzie. Il prof. Benedettucci adunque, avendo potuto con sicurezza stabilire 
la paternità leopardiana di alcuni scritti disseminati in vecchi e poco acces- 
sibili giornali e sfuggiti sinora agli studiosi, ha fatto bene a rimetterli ìp 
luce, recando le prove della loro autenticità. Nelle quali prove. Io diciamo 
con piacere, se l'A. è riuscito talora soverchiamente abbondante, è certo che 
egli è sempre convincentissimo e mostra critica ponderata ed acuta, e buona 
conoscenza degli scritti leopardiani. 

I periodici, in cui Giacomo Leopardi scrisse, sono per ordine cronologico 
i seguenti: lo Spettatore di Milano, le Effemeridi letterarie di Roma, il 
Caffè di Petronio di Bologna, il Nuovo ricoglitore di Milano, Y Antologia 
di Firenze (1). Oltre le cose firmate del L., che in alcuni di questi si leg- 
gono, ve ne sono altre anonime o pseudonime, la cui autenticità può esser 
messa in chiaro solamente con indizi o attestazioni sparse nelle lettere. Dallo 
Spettatore il B. ricava due recensioni del L., delle quali 1' una è certamente 
sua, l'altra può dar luogo a qualche dubbio. La prima ha specialmente im- 
portanza perchè è nuova prova della buona conoscenza che il L. aveva 
dell'ebraico (2): essa infatti concerne il Salterio italianizzato da Giuseppe 



(1) 11 B. sospetta che vi siano cose anonime del L. anche nel Giornale arcadico di Roma e 
n^W Abhreviatore di Bologna, ma non crede si possa verificare nulla di sicuro in proposito. Cfr. 
pp. 176-177. 

(2) Tanto più ciò deve farci piacere, inquantochè gli altri fatti da cui si poteva dedurre, secondo 
il B. (p. 2-1 M.), la conoscenza dell'ebraico nel Leopardi sono di poco momento. Mi sembra infatti 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 297 

Venturi e versificato da G. B. Gazola (1). La seconda scrittura riguarda la 
traduzione delle Eroidi di Ovidio data dal Femandez. Dalle Effemeridi leU 
terarie del De Romanis il B. estrae una rivista anonima e molto interes- 
sante- della versione dell' Iliade di Michele Leoni , in cui sono particolar- 
mente notevoli i molti e ammirativi giudizi che il L. dà del Monti e della 
sua traduzione; e aggiunge le Notae in M. T. Ciceronis de Republica, che 
quantunque firmate dal L., non vennero sinora mai riprodotte. — Dal Caffè 
di Petronio del Brighenti, giornaletto bolognese che durò solo l'anno 1825, 
il B. toglie un manifesto delle opere di Cicerone (edizione Stella), che con 
critica industre prova essere opera del Leopardi, e inoltre il più importante 
degli scritti qui raccolti, una versione della Batracomiomachia, che è inter- 
media tra la prima redazione, del 1816, e la definitiva del 1826. Buon ma- 
teriale per chi studia l' arte del L. potrà offrire il confronto tra queste tre 
versioni successive. — Dalla Antologia il B. riproduce l' insignificantissimo 
manifesto, con cui il L. annunciava la ediz. 1831 dei suoi Canti. 

Oltracciò al B. non parve soverchio il ristampare due prosette d'occasione, 
che si trovano nella rarissima e soppressa ediz. napoletana del 1835, e non 
comparvero nelle altre, e due dichiarazioni, una conosciuta contro i Bialo- 
ghetti di Monaldo Leopardi e l'altra ignota contro le Considerazioni del me- 
desimo sulla storia del Botta. 

Più rilevanti sono alcune poesiole tradotte dal greco e pubblicate nel 1816 
in occasione di nozze, tra le primissime cose certo che il L. mise a stampa, 
note sinora solo in parte per riimpressioni recenti. In una appendice di cose 
dubbie l'A. inserisce una prosetta sull'invidia, firmata il conte Leopardi., 
ed edita nella Lanterna magica di Napoli del 1837. La crede versione di 
una prosa francese di -Giacomo, che non gli riuscì di rintracciare. Aggiunge 
inoltre una contraflfazione di versione trecentistica d'una favola d'Esopo, che 
assegna, non senza buoni argomenti congetturali, al L. per essere inserita 
nello Spettatore del 1817. 

Come si vede, questo volume, se non offre cose molto ghiotte e peregrine, 
non è peraltro, nel tutt' insieme, destituito d'importanza, e nessuno che 
abbia i volumi con cui in questi ultimi anni si venne completando la raccolta 
lemonnieriana delle opere del Recanatese, quello del Viani, quello del Volta, 
i due del Piergili ed i due del Cagnoni, ne vorrà star senza. 



che solo VAiwlogia , che si trova tra le carte sinnerìane di Firenze (cfr. Pieboili, Nuckì docu- 
menti, p. 45, tt. 1), attesti una conoscenza diretta della lingua, mentre negli altri casi citati dai 
B. non è certo che il L. osasse i testi anziché le versioni. 
(1) Non versificato dal Venturi, come per una svista il B. dice a p. 45 e nell'indice. 



298 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 

F. DI MANZANO. — Cenni hiografici dei letterati ed artisti 
friulani dal secolo IV al XIX. — Udine, P. Gambierasi, 
1885 (8°, pp. 227). 

Il conte Francesco di Manzano, ben noto ai cultori degli studi storici per 
i molti suoi lavori , che illustrano la storia del Friuli, del quale ha anche 
tessuti ^ì Annali, con questa pubblicazione ha voluto rendere un nuovo 
servigio agli studiosi offrendo loro raccolte e compendiate sulle fonti migliori 
e più autorevoli le notizie spettanti alla vita ed alle opere dei letterati ed 
artisti del Friuli dal sec. IV al XIX. Cosi circa mille nomi ci passano din- 
nanzi: da Eliodoro, Florenzio, Fortunaziano, Ruffino, Paolo Diacono, S. Pao- 
lino, veniamo giù giù per Lorenzo e Giovanni Bondi, Toramasino de'Cerchiari, 
Odorico da Pordenone, ai letterati e poeti del sec. XV: a Jacopo di Porcia, 
a Gir. Savorgnano ed ai maggiori del XVI : M. A. Flaminio, Erasmo di Val- 
vasone, l'Aleandro, il Robortello, il Delminio, il Nicoletti, gli Amaltei, Giro 
di Pers, Cornelio Frangipane; e la schiera eletta trova degni continuatori, nei 
secoli a noi più vicini, nel Fontanini, nel Liruti, nel Bini, nel De Rossi, nel 
Della Torre; per tacere dei più recenti, il Pirona, il Ciconi, il Nievo, che il 
Friuli rivendica a sé. Non tutti questi cenni sono naturalmente di una esat- 
tezza tale da non lasciare adito a correzioni e, sopratutto, ad aggiunte ; ma 
ad ogni modo il lavoro del dotto storico friulano è degno di lode per la sua 
utilità e ci consente di congratularci vivamente con lui, che in età si avan- 
zata mantiene sempre tanto vivace il culto degli studi e la operosità del- 
l'ingegno. 



GIUSEPPE PITRÈ. — Novelle popolari toscane. — Firenze , 
G. Barbèra, 1885 (12°, pp. xlii-318). 

L'avv. Giovanni Siciliano raccoglieva in Toscana dalla viva voce del po- 
polo queste novelle, e le comunicava al Pitrè, che ne fece un libro impor- 
tantissimo. Siccome esso si dirige ad un pubblico piuttosto largo, l'illustre 
editore gli ha fatto precedere una acconcia prefazione, in cui tocca dei primi 
raccoglitori di racconti popolari e dello sviluppo che successivamente ottenne il 
folk-lore, e quindi con molta chiarezza determina le due principali teorie in- 
torno alla formazionie e diffusione delle novelle popolari, mostrandosi incline 
a quella proposta dalla scuola storica. A questa prefazione d'indole generale 
segue una bibliografia delle principali raccolte di novelle popolari italiane, 
che riuscirà utile come prontuario anche agli specialisti. 

Le novelle sono in tutto 76, divise in tre gruppi. A noi non compete in- 
dagarne l'importanza per la novellistica popolare comparata. Sì, invece, ri- 
leviamo che i riscontri con altre novelle italiane posti in fine ad ognuna di 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 299 

esse, hanno spesso volte interesso diretto per chi si occupa di storia lette- 
raria, giacché richiamano novelle, che si annoverano nel nostro patrimonio 
classico. Così, p. es., ve ne sono che hanno riscontro nel Novellino (pp. 73, 
208, 243), nel Boccaccio (pp. 296-97), nel Sacchetti (pp. 305, 310), nel 
Sercambi (p. 287), nel Poggio (p. 288 e 301) , nel Mambriano (p. 32 e 
39), nello Straparola (pp. 19, 73, 276, 291), in Cinzio de' Fabrizi (p. 170 
a 243) ecc. Particolarmente notevole è la XLU, Cecino, che è una variante 
della notissima fiaba del petit-poncet, di cui il Paris (nel 1875) non avea tro- 
vato traccia in Italia. Ora se ne hanno a stampa diverse redazioni italiane, 
che il P. enumera. 

Quanto alla diligenza e alla dottrina con cui il volume è condotto, ci 
sembrerebbe inutile lo spender parola. 11 nome del Pitrè dice tutto. 



N. BALDINUGCI. — Moglie e marito (Nozze Pardo Roques-Oli- 
vetti). — Firenze, Carnesecchi, 1884 (8°, pp. 10). 

Niccolò Baldinucci ha lasciato una curiosa opera, intitolata i Capitoli di 
Arcadia , della quale il cod. autografo, arricchito di figure acquarellate a 
ciascun capitolo , esiste nella Nazionale di Firenze (1). Uno di questi capi- 
toli, quello per l'appunto che tratta del matrimonio, ha dato testé alla luce in 
occasione di nozze il detto prof. D. Castelli. Il poeta dà così alla moglie come 
al marito degli ottimi consigli: ma essi non avrebbero certamente perduto 
nulla ad essere esposti in forma più elegante e poetica. Il più delle volte in- 
vece le strofe del B. fanno risovvenire delle più brutte e prosaiche che abbia 
mai dettate messer Francesco da Barberino. Strano contrasto, fra tante pre- 
diche e raccomandazioni di serbare il santo timor di Dio, fa questa strofa, 
che l'egregio Editore ha con ogni ragione lasciata in bianco , ma che noi 
senza pericolo di offendere caste orecchie di gentili donzelle possiamo rife- 
rire (2). Il poeta si lamenta della malvagità dei tempi suoi : 



La moglie non si cerca 

s« non per i denari; 

e nulla mai importa 

se la sia guercia o storta, 

né importa se sìa vecchia o sia mal sana ; 

e perciò poi si cerca la 

(1) Una diligente descrizione del cod. vedi in Bartoli, / tnanoscritti itaUani dtUa Bibl. Hom. 
di Firetue, I, pp. 17 sgg. 

(2) Sarebbe la 4. 



300 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 



V. BELLEMO. — Giuseppe Zarlino (Nozze Voltolina-Grescini). 
Ghioggia, 1884 (8° gr., pp. 48). 

Assai lodevole è stato il pensiero del signor E. Scarpa di dare alla luce 
questa inedita monografia del Bellemo intorno ad un uomo che da umili 
condizioni seppe per valore d'ingegno sollevarsi ad onorevole stato e lasciare 
di sé chiarissima memoria negli annali della musica italiana. 11 Zarlino, 
ordinato prete, andò nel 1541 da Ghioggia a Venezia e quivi studiò sotto la 
direzione del celebre fiammingo Adr. Willaert, maestro di Cappella di San 
Marco (1527-1563). Salito presto in reputazione, pubblicò nel 1557 le sue 
Institutioni harmoniche e nel 1562 le Dimostrationi ; le quali opere ac- 
crebbero così la sua fama, che del 1565 fu chiamato a succedere al "Willaert 
temporaneamente e quindi, contro le consuetudini, confermato in tal posto 
a vita. Né alla musica soltanto si limitò l' operosità dello Zarlino ; egli 
scrisse anche un trattato Della Pazienza; si occupò della riforma del ca- 
lendario e appunto su tale argomento diede fuori nel 1577, dietro incarico 
della Signoria, un trattatello Be vera anni forma (1). Il suo valore e la sua 
virtù lo fecero proporre dell' '82 a vescovo di Ghioggia; ma la Curia Romana 
non esaudì il desiderio dei suoi concittadini. Morì il 4 febbraio 1590, la- 
sciando una splendida biblioteca, lodata da molti contemporanei. Nella vita 
veneziana del tempo il Z., che il Fétis chiama uno dei più grandi musicisti 
italiani, occupa un posto notevole : egli era uno dei più assidui frequentatori 
di quei geniali e dotti convegni che avevan luogo nella casa del Tintoretto 
e cui rallegrava della sua bellezza quell'Aspasia veneziana, che fu Veronica 
Franco. 

Il B. conferma che la tragedia Proteo, Postar del mare, scritta da Cor- 
nelio Frangipane per la venuta di Enrico re di Polonia a Venezia del 1574, 
fu musicata dallo Zarlino, il quale venne però aiutato da Claudio Merulo, or- 
ganista; il che gioverebbe a spiegare le parole alquanto oscure del Frangi- 
pane, che avevano dato argomento di Sospettare non l'attribuzione del Proteo 
al Z. fosse erronea (2). 

Notevole è poi il cenno , che il Z. fa in uno de' suoi scritti , opportuna- 
mente rilevato dal B., a quella consuetudine di far sacre rappresentazioni, 
che in Ghioggia non é spenta neppur oggi intieramente. Gioverà riferire le 
parole stesse del Z., il quale narra come la Rappresentazione si desse nel 1528 
dai Battuti per scongiurare la peste. «... Fecero un apparecchio assai como- 
« damente ornato, secondo che portava quel tempo, sopra un grande burchio, 
« il qual facea non solo bella vista, ma eziandio muover il popolo a gran 



(1) Pag. XXVI. 

(2) Pag. xxra. Cfir. anche p. xli, dove si parla dell' Orfeo , libretto musicato dal Z. , e di 
altri non pochi rinvenuti dal B. nella Marciana (p. xlix) che sembrano doversi a lui attribnìre. 
Vedi poi Qiornale, IV, 449. 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 301 

« devozione, lo non mi ricordo però in particolare il soggetto della historia, 
« cosa che recitavano, ma so bene in universale per quello che mi dissero 
€ anche molti della Città che si rappresentava la persona della gloriosa 
« madre di Dio, quella di S. Rocco, S. Sebastiano et S. Cristoforo et d'altri 
« Santi , i quali pregavano Iddio nostro Signore per la liberazione della 
« Città da quella mala influenza. Onde stando il popolo divotamente ad 
« ascoltare, si vedovano molti dirottamente piangere » (1). 



V. GIOBERTI e P. GIORDANI. — Lettere inedite (Nozze Mon- 
tani-Galli, XX aprile MDGGGLXXXIIII). — Novara, Fratelli 
Miglio (8°, pp. 15). 

Nella Teorica del sopranaturale, stampata a Bruxelles del 1838, il Gioberti, 
parlando del Leopardi aveva affermato che il poeta fu reso incredulo da 
personaggio a cui ingegno, scritti e nome davano autorità grande. Si volle 
veder qui accusato il Giordani e questi lo seppe , lo credette e scrisse da 
Parma il 18 dicembre 1840 una lettera al Baruffi, amicissimo del Gioberti, 
respingendo sdegnosamente il carico fattogli. Il Baruffi comunicò all' amico 
la lettera del Giordani e quegli rispose avere per il Giordani « un' altissima 
stima »; altrettanta nutrirne per il Leopardi, di cui adorava la memoria, e, 
non pago di ciò, scrisse anche direttamente al Giordani stesso; ma la lettera 
è irreperibile. Non sembra tuttavia che le ire giordaniane lo commovessero 
molto , perchè nel gennaio del '41 scriveva al Massari che avrebbe deside- 
rato che il Giordani gli scagliasse contro addirittura una invettiva: « Le 
« collere del Giordani sono cosi eleganti! » Anche di questa lettera ebbe il 
letterato parmigiano notizia e se ne risentì; non aveva tutti i torti! « Il Gio- 
« berti (egli scriveva quindi il 24 febbraio al Baruffi in una lettera, che vede 
« ora la prima volta la luce) deve essere un capo strano, e quanto a buona 
« fede un vero gesuita ». Dopo di che torna a ribattere acremente l'accusa 
fattagli, a suo credere, dal Gioberti, che informato di tale rinnovamento di 
sdegni, cercò di nuovo mitigarli con una moderatissima lettera (25 maggio 1841 ). 
Queste baruffe terminarono poi felicemente. Quando del '48 il Gioberti, fra 
la gioia del risveglio italiano, giunse festeggiatissimo a Parma, fu abl)rac- 
ciato dal Giordani, del quale fece poscia un magnifico elogio nel Rinnova- 
mento civile. 

Queste lettere del Gioberti e del Giordani sono la più notevole cosa che 
sia pubblicata nell'elegante opuscolo di cui parliamo. Ad esse seguono altre 
due del Giordani , l'una scritta da Piacenza il 27 dicembre 1795 ad un 
G. Bertani di Gastellarquato , tutta piena di proteste d'amicizia di un entu- 
siasmo un po' affettato; l'altra, di pregio anche minore, inviata da lui, come 
prosegretario della Bolognese Accademia dì Belle Arti , al neo-accademico 
conte Carlo Verri (7 novembre 1814). 

(1) Pagg. xn sgg. 



302 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 

P. DURAZZO. — Orhis terrarum brevis descriptio. — Mantova, 
Eredi Segna, 1885 (8^ pp. 29). 

Il prof. P. Durazzo ha pubblicato, dedicandola al sig. D. Fellini nel giorno 
delle sue nozze, una Orbis terrarum brevis descriptio, cavata dal cod. 784 
della Universitaria di Padova. Questo trattatello ha interesse per noi solo 
in quanto si trova in un codice che contiene unicamente scritti di Niccolò 
Perotto; il che potrebbe essere a prima vista argomento abbastanza forte 
per far congetturare che sia opera sua. Ma d'altra parte, come osserva bene 
il Durazzo, non trovandosi in nessuna altra opera del Perotto accenno al- 
cuno che ci possa autorizzare a crederlo versato nelle discipline geografiche 
e cosmografiche (1), così dobbiamo rinunciare alla congettura. Piuttosto è 
probabile che questo trattato fosse diretto al Perotto, perchè è volta ad un 
Nicolò (Nicolae mi) la lettera dedicatoria, al quale di più si dice: tibi vero pe- 
ragranti maria Siciliamque visenti; e il Perotto fu nel 1456 da Callisto III 
mandato a visitare appunto le chiese dell'Italia meridionale e della Sicilia. 
Chi sia poi o possa essere in questo caso l' autore , il Durazzo ignora e 
spera che per opera di qualche studioso venga presto a conoscersene il nome. 
* Questa Brevis Descriptio non doveva essere che la prefazione di un'opera 
assai più vasta, trattante, come dice l'autore, de cosmogr aphia, de hominis 
genitura et de Romanorum, muneribus. Alla lettera dedicatoria tien dietro 
un quadro dei paesi dei quali poi si parla: è la solita descrizione del mondo 
tripartito dall'oceano. Nella chiusa si nota un rozzo disegno della rosa dei 
venti. 

Sebbene lo scritto non abbia molta importanza, pure il Durazzo ha cre- 
duto darlo alle stampe per « aumentare quel materiale, che intorno alla 
« storia della Geografia si va con troppa lentezza raccogliendo ». L'edizione 
di soli 60 esemplari è assai ben condotta e con molta eleganza, presentan- 
dosi fedele riproduzione del codice. Il testo è arricchito di note illustrative 
fatte con quella diligenza, che gli studiosi di cose geografiche conoscono 
esser solita nel Durazzo. 



(1) Vedi Zeno, Dissert. Yoss., I, pp. 265-271. 



COMUNICAZIONI ED APPUNTI 



Un altro esempio di « laisse » italiana. — 11 dr. Biadene ha recente- 
mente enumerato i pochi esempi di serie continua che noi abbiamo nella 
poesia italiana dei primi secoli, e l'amico prof. Scipioni ne aggiunge uno 
nuovo in questo medesimo fascicolo del Giornale (p. 214). Tale circostanza 
mi fé' tornare a mente come or non è molto io abbia avuto occasione di 
osservare un fatto simile in un cod. posseduto dal marchese Gampori. 11 cod. 
è certo dei più antichi che si trovino in quella preziosa collezione. 11 com- 
pianto Luigi Lodi, che ne diede una descrizione accurata (alla quale rimando) 
nel Catalogo dei Codici e degli autografi posseduti dal marchese Giuseppe 
Campori,, Modena, 1875, pp. 3-4, lo fa del sec. XllI, appoggiandosi sicura- 
mente, più che altro, su di una nota che leggesi sulla prima carta. Io non 
saprei decidermi per una così notevole antichità: il carattere del codice 
sembrami piuttosto del sec. XIV, ma certamente della prima metà. Chi ne 
facesse uno studio coscienzioso, di che non sarebbe indegno, verrebbe in 
proposito agevolmente a conclusioni positive. — Comunque sia, il contenuto 
del codice, il quale probabilmente apparteneva a un convento di monaci, è 
di argomento morale e religioso, dettato in certi versi scorrettissimi nella 
metrica ed evidentemente corrotti, più forse dall'uso di recitarli, che dall'a- 
manuense che gli trascrisse. Questi versi, la cui misura varia, sono per lo 
più rimati a due a due. Solo in fine (e. 20 tj ■ 21 r) trovasi una tirade in 
one^ e un'altra verso il mezzo in ato (e. 10 u - li r), che mette conto di 
riferire. Vi si parla di ciò che aspetta il peccatore indurito nel peccato. 
Trascrivo diplomaticamente, sciogliendo solo le abbreviazioni. 

R. RSNIKR. 



Essegli more infratanto emolto malgoidato Entrolonferno nebene asspecUto 

Culai aquegli asseruito none adromentato Unque nonuisera mù abitato nebagniato 

Massitosto comellospirito e del corpo Essceuerato Mafusse pur baciato et scaaellato 

ullaccio igittaalcollo Essiila incatenato Sepenseria essere un ree incoronato 



304 



COMUNICAZIONI ED APPUNTI 



Madi^an forconi diferro isspesso seratoccato 
Cento fiato il die per melcorpo forato 
Daltre pene sotante chenesim crericato 
Nolpoterei isscriuere innno anno passato 
Coloro caifende adio questo ledistinato 
quelli che non crede morire credo lidefalire 
Diquello pensieri cefa ciasscuno nereticato 
Ogniomo ilpuo sapere anconone soadacto 
Chelamorte aniano omo none perdonato 
Ancoi ellomo ellegro edere atrauersato 
diquesto mondo allaltro come distinato 
Il molto peccatore perduto auera ilflato 
Non per cessia neambra nemoscato 
An(i pnte più desto recam morto nelfossato 
Dacoloro chellama piutosto esschifato 
Snoro necugini ne fratello può durare allato 
nepadre nemadre chella nnrìcilato 
Canto di crudeli uestimenta halloru fla addobato 



Innuno poco didrappo sera inuoluppato 
Delpigiore chetrouerra seraconprato 
Dio con tostamente alachesa fuportato 
Dipalio couerto chepoco iflalassato 
Diconfessamente mistieri liflancatato 
Portalo almolimento ouelli fla sugiellato 
Dimalta et dicalcina ebene soffrenato 
Matalprocuratore illui faie dilnierato 
Chegli manduca labochca et lemani elcostato 
Volentieri seneparte collui chellaportato 
Matalne partito chella molto pianto 
Euamolto dinoto porta il collegato 
Egrìda Aadaltap (1) boce dolente et malfatato 
Ouese caro cugino comeco abandonato 
Sepuo tornare pur alacasa pur chessia lassato 
Grossi bronctoni seradicio chegli lassato 
Incapo delterfa silladimenticato. 



(1) Le due lettere in corsÌTO sono espunte. 



Una stampa sconosciuta della storia di Campriano. — Alle edizioni 
della Storia, indicate dal Passano e dal Zenatti, si può aggiungerne un'altra 
rimasta ignota ad ambedue , che dietro cortese indicazione mi fu dato rin- 
venire neir Ambrosiana. Eccone una breve descrizione: La historia | di 
Campriano contadino , | quaVera molto povero , & hauea sei figliole da 
maritare. Et con astutia faceua cacar danari a vn suo Asino , che egli 
hat*ea, & lo | uendè al alcuni Mercadanti per cento scudi | Et poi uendè 
loro una Pentola, che bolliua senza fuoco, & un Coniglio, che portaua \ 
l'imbasciate, & una Tromba, che resuscitaua i Morti, <& finalmente \ gittò 
quei Mercadanti in vn fiume. \ Nuovamente com,posta per Gironim.o Er- 
vasto a comm.une dilettatione. Segue un intaglio in legno , ove è figurato 
Campriano che, spingendo innanzi a sé l'asino bardato e colle sporte, parte 
di casa. Tre donne stanno affacciate alle finestre del casolare, ed una dirige 
il discorso al villano. Quindi : In Bologna, per Vittorio Bonacci. Con licenza 
de Superiori \ Et di nuouo ristam,pata in Oruieto, per il Cololdi: 4 fogli 
con segn. e rich. linee 46 per pag. : ogni pagina a due col. F. 4 t : Finita al 
uostro honore è la nouella. \ Il fine. — La stampa ha manifesti segni di 
appartenere alla fine del sec. XVI. Sebbene nel frontispizio si dica noua- 
mente composta , il testo non offre alcuna variante colle altre del tempo , 
delle quali riproduce anzi fedelmente le scorrezioni e gli errori. 



F. NOVATI. 



COMUNICAZIONI ED APPUNTI 305 

Una i-kttera di Giuskppe Bianchini. — Gli importanti o curiosi docu- 
menti di sor Ciappelletto, oditi ed illustrati da Cesare Paoli (cfr. questo Giom., 
V , 330) , mi hanno fatto tornare alla mente una lettera di Giuseppe Bian- 
chini , che si conserva ancora inedita nella raccolta di autografi Gonnelli, 
esistente nella Biblioteca Nazionale di Firenze (cart. 3, n. 198). È senza in- 
dirizzo, ma riesce facile rilevare dal testo che venne scritta a Domenico Maria 
Manni. Eccola: 

Sig.re Sing.re mio Pro.n C!ol.mo 

Carissiina mi è stata la lettera di V. S., e tanto più, perchè io non mi credeva, che ella fosae 
per iscrivermi da Montelnpo. Ho letto l'abbozzo intomo alla prima Novella del Boccaccio, che 
mi ha mandato, e solo ho agginnto in marine il loogo e l'anno dell'edizione del mio Boccaccio, 
dove ò a penna la consapnta nota. Io non ho cose da aggiangere ; dirò bensì , che dove ella ac- 
cenna, che in Prato è stata la famiglia de' Cepparelli, afferma, che pur allora, cioè ne' tempi di 
ser Ciappelletto ella esistesse, la qnal cosa non so se possa esser vera, almeno con qael cognome. 
Io non mi impegnerei a tanto, e solo direi, che in Prato è stata la famiglia de' Cepparelli, ulti- 
mamente mancata , e che è fiorita con qualche lustro , della quale può essere che anticamente 
fosse ser Ciappelletto, e che forse ne' t«mpi posteriori le desse il nome. Mi rimetto al suo senno. 
Per provare la verità isterica di questa Novella , mi dà molto peso una riflessione che io vo fa- 
cendo. Se questa fosse una pura favola , e finzione , non faceva di mestiere che il Boccaccio nel 
fljie di essa affermasse con tanta chiarezza , che creder si dovea , che ser Ciappelletto non fosse 
santo, ma bensì dannato, per la sua sceleratezza, e miscredenza, perchè come favola non avrebbe 
recato maraviglia nelle menti altrui ; ma perchè ella era istoria , e forse nota a molti e molti , 
per non dare scandolo, dopo aver detto che ser Ciappelletto fu tenuto per santo , giudicò neces- 
sario nel fino della Novella di crederlo dannato , e dire tutte l' altre cose che egli dico. Compa- 
tisca questa riflessione. 

Perchè poi io vedo , che ella in questa prima novella si degna di far menzione della mia per- 
sona, con eccesso di troppa bontà, le rendo anticipatamente le più distinte grazie, e confesso di 
non meritare ri fatto onore. 

Circa alla mia opera de' Qrànduchi , ella sappia che l' ho terminata , e il signor Marchese £i- 
nuccini l'ha tenuta in mano più d'un mese, e l'ha fì&tta vedere, e non è stata disapprovata. La 
Serenissima Elettrice ha accettata la Dedica , e per mezzo del signor Quidncci mi darà i Bami 
per ornare l'opera co' Ritratti de' Granduchi: ma con tutte queste cose mi viene detto, o per dir 
meglio ordinato dal signor Marchese Binuccini, parlando però confidentemente, che non si vorrebbe 
che si stampasse a Firenze; in sequela di ciò, spero, che quest'opera si stamperà a Venetia con 
magnificenza , e forse tra pochi giorni si manderà 1' Originale al Pasquali. Il signor Gerì tratta 
r affare , nel quale mi son rimesso interamente. Tatto ciò che le ho scrìtto della mia opera lo 
tenga segreto. 

Le rimando il suo abbozzo ; e creda che non desidero altro , se non rivederla a Firenze , e di- 
scorrere insieme secondo il solito. Mi conservi il suo amore e creda che io sarò sempre con pie- 
nezza di stima 

Prato, 30 7.bre 1740. 

Dev.nu) Obb.mo Str.re 

OlUBIPPB BlAHCHIXI. 

Il Manni, sul principio della sua illustrazione alla prima novella del Boc- 
caccio (Ist. del Dee, p. 146), fa onorevole ricordo del Bianchini; « il quale », 
egli dice, « al presente lavoro confortandomi, ha ad esso col consiglio e col- 
« l'opera qualche giovamento prestato ». E ben si vede che nel fatto di ser 
Ciappelletto egli ha accettato le osservazioni dell'erudito pratese, esponendole 
quasi con le stesse parole e come cosa propria nel suo lavoro. 

Achille Nkri. 



Qiornak ttorico, TI, fase. 16-17. 30 



306 COMUNICAZIONI ED APPUNTI 

Letture di Amarilli Etrusca. — La Biblioteca Nazionale di Milano, 
mercè la solerzia ben nota del suo egregio Prefetto, si è testé arricchita di 
un considerevole numero di lettere d'uomini illustri della fine dello scorso 
secolo, che hanno formato parte della corrispondenza del cav. Giuseppe Ber- 
nardoni, uomo di molti studi e rivestito di alti uffici, così durante il regno 
napoleonico come sotto la restaurazione austriaca. In questa raccolta, donata 
dal nipote di lui alla Braidense, si hanno molte lettere di C. Arici, che trattano 
sopratutto del poema La Pastorizia, à&ìm intrapreso per suggerimento del 
Bernardoni medesimo (vedi A. Zanelli, Bella vita e delle opere di C. Arici, 
p. 43); dell'Acerbi, fondatore della Biblioteca Italiana; del Barbieri, Bel- 
letti, Fattori, Ferroni. Un copioso carteggio vi è pure del noto grammatico 
milanese, il Gherardini; ed uno non scarso di G. A. Maggi, nel quale si 
trovano molte notizie intorno agli scritti inseriti dal Foscolo in riviste in- 
glesi e che il figlio del Maggi andava raccogliendo. Alle trattative per com- 
perare al prezzo di 150 francesconi la copia, che avea fatta il Serassi di tutto 
l'epistolario del Tasso, sono consacrate varie lettere del Montani e del Rosini 
(1821); della sua disegnata Biografia degli illustri italiani viventi parla 
C. E. Muzzarelli. Molti altri nomi oltre a questi si potrebbero citare, quelli del 
Grossi ad es., del Litta, del Paravia, del Rosmini, del Torri, del Vaccari ; ma 
degno di interesse speciale è il carteggio tenuto dal Bernardoni , dal 1803 
al 1805 in circa , con la famosa Amarilli: carteggio che ci è prova (non 
nuova del resto) della familiarità con la quale la poetessa trattava i suoi 
amici. Al voi infatti succede presto il tu ; al Bernardoni carissimo, il caro 
Beppe, e da Bologna, ad esempio, noi vediamo Amarilli scrivere (luglio 1803) 
vigliettini di questo tenore: Scellerato, eccoti i viglietti. Crudelaccio , non 
vuoi dunque venire oggi a trovarmi? Ebbene oggi te la perdono, m,a 
dimani t'ammazzo e questa sola idea contemplerà oggi per effettuarla do- 
mani la tua nemica Amarilli. — Parecchie volte poi la improvvisatrice, oltre 
a raccomandazioni per persone più o meno ignote, introduce nelle lettere 
notizie sugli scritti suoi, i suoi trionfi , le sue accademie , i suoi viaggi ; e dà 
anche dei giudizi letterari. Cosi è abbastanza curioso quello, che scrivendo da 
Pavia nel 1803, dice del Monti, che le consacrava « tutto il tempo che altre 
« volte dava allo studio » : « Egli ha scritto e sta ultimando una opera che leverà 
« rumore in Europa: opera che illustrerà l'Italiani (sic) al pari del suo au- 
« tore. Spazia con stil robusto, ma non secco e vuoto di grazie, nelle pro- 
« vincie di tutte le scienze e di tutte parla come s'egli le possedesse ad una 
« ad una. Fa meraviglia veder Monti altissimo Poeta ragionare co' filosofi , 
« smascherar l'impostura, ricercare le cagioni, dedurne da esse gli eflfetti e 
« preccorrere (sic) con pie velocissimo, anzi con tre passi di Nettuno, uno 
« spazio infinito, lasciandosi dietro non pochi di quei che hanno grido d'ot- 
« timi e scienzati (sic), prosatori e pensatori tra noi profondissimi ». Questo 
accesso d'entusiasmo non si ferma qui ; Amarilli continua ancora un bel po' 
sul tono medesimo, paragonando gli spregiatori dell'opera del Monti a quegli 
animali in cui Circe convertì i compagni d'Ulisse ; e quindi conclude : « Ecco 
« quali idee in me destò la lettura che ieri il nostro amico mi fece. Che 
« che {sic) sia per succedere dopo la pubblicazione di questa opera somma 
« io penserò sempre cos'i, giacché tra tanti ciechi, vantar posso d'avere un 



COMUNICAZIONI ED APPUNTI 307 

« occhio ». — Anche Amarilli però a Favia eccitava entusiasmi. Il 4 febbraio 
essa, rendendo conto di una Accademia data il giorno innanzi, aggiunge che 
la sera stessa ne avrebbe tenuta un'altra : « Malgrado la neve che cade di- 
« rottamente, si teme che voglia essere ugualmente numerosa, ondo si sono 
« date delle disposizioni per tenere a freno la folla ... ». Quale improvvi- 
satore potrebbe oggi sperare altrettanto? Le venticinque lettere della Ban- 
dettini sono or ora state raccolte in un grazioso libriccino per nozze Della 
Beffa-Grondona dall'egregio dott. Filippo Salveraglio (1). 

F. NOVATL 



(1) Milano, tip. A. Lombardi, ottobre 1885. Ediz. di 75 eMmplari nnmerati. 



Giustina Michiel e la censura. — In un recente scritto su Oiustina 
Renier Michiel riferii un brano di una lettera sconosciuta di Ippolito Pin- 
demonte a Giustina, nella quale si parla di difficoltà frapposte dalla censura 
alla pubblicazione dell'opera sulle Feste veneziane (cfr. Giornale ligustico, 
XII, 189, n. 2). Tale particolarità può ricavar nuova luce da un' altra let- 
tera, indirizzata dalla Michiel a un abate AdoUi. Questa lettera , posseduta 
già dal cav. Giuseppe Scolari , fu di recente acquistata , con tutta la bella 
autografoteca Scolari, dalla bibl. comunale di Verona. Di essa e delle altre 
lettere della gentildonna veneziana, che fanno parte della collezione, mi fa- 
vorì copia l'egr. Pietro Sgulmero, al quale sono lieto di manifestare qui la 
mia riconoscenza. 

R. RXNISR. 

Amico pregiatistimo, 
1m mia sorpresa eguaglia quasi il mio dispiacere per le alterazioni che vennero fatte alla mia 
Futa del Corpo di San Marco. Ho sempre detto, cbe se si credesse neceesaiio alcune significanti 
modificazioni, io non avrei più stampato le mie feste. Se il Censore non fosse al tempo stesso lo 
stampatore, io sarei stata avvertita delle correzioni prima che s'incominciasse il lavoro , e allora 
mi sarei fatta lecito di far osservare al sig. Censore, che l'Opera tntta è ano sfogo di un'anima 
Repubblicana, non già un assortimento d'idee di uno spirito ambizioso che cerca di abbagliare e 
comandare l' ammirazione ; che tutto ciò è chiaramente indicato nella Prelkzioiie , e ohe tutto 
deve corrispondere all'oggetto. Dirò dunque, che o non si dovea permettere l'Opera, o peraam 
che sia non si deve scrupoleggiare tanto su certe frasi alterandone precisamente il senso. E chi 
v'ha che sappia cosa sia pianto il quale ignori che dopo il pianto non si può cantare senza sforzar 
la voce perchè non tremi ? Employer la voix poi è una sostituzione insipida , giacché ognnn sa , 
che il canto non può nascere senza l'impiego della voce. Non saprei poi immaginare che offender 
possano le due righe che furono soppresse, tanto più che vengono modificate dalla posteriori. L» 
posteriori poi senza le antecedenti propriamente non reggono. Se il sig. Censore teme le sinistre 
interpretazioni de' lettori, egli deve pensare che tutto, come dico nella Prefazione, è soggetto ad 
allusioni. Concludiamo: lo non aspiro ad una gloria che già non potrei acquistare colla stampa 
della mia Opera , ma ancora meno poi vorrei colla stampa e colle correzioni, perdere quel pò di 
credito che mi venne per cortesia da' miei amici. Se io scrivo cose da non potersi stampare , ii 
tralasci la stampa, e questo fu il mio primo patto. Quindi il sig. Oamba o cambi il foglietto , • 
s'astenga d'ora innanzi dal por mano di suo arbitrio nei passi controversi, orvero siano per non 
istampati li primi otto fogli e siami venduto il Manoscritto. Io sarò sempre grata a Lei per tolte 
le amichevoli cure che la si ò preso sin qni. 

Onrema 
Al sig. Ab. AooLLi. 



CIl02SrA.C^ 



* La Miscellanea filologica , destinata ad onorare la memoria dei 
professori Gaix e Ganello , tanto precocemente rapiti agli studi , è già 
molto avanzata nella composizione , sicché si spera di presto vederla pub- 
blicata. Ecco pertanto i titoli degli scritti che essa contiene: 1, Miklosich, 
Ueber die Nationalitdt der Bulgaren; 2, Stengel, Ueber den lateinischen 
Ursprung der romanischen fùnfzehnsilbner und damit verwandter wei- 
terer Versarten ; 3 , Merlo , Problemi fonologici sulV articolazione e sul- 
l'accento; 4, Gròber, Etymologien; 5, Gandino , Osservazioni sopra un 
verso del poema provenzale su Boezio; 6, Gaspary, Molière'' s Don Juan; 
7, Tobler, Etymologisches ; 8, Paris, Les serments de Strasbourg (Intro- 
duction à un commentaire grammatical); 9, Paoli, Notizia di un codi- 
cetlo fiorentino di ricordi scritto in volgare nel sec. XIII; 10, Fumi, 
Postille romanze; 11, Gustavo Meyer, Der Einfluss des Lateinischen auf 
die Albanesische Formenlehre; 12, Michaelis, Studien zur hispanischen 
Wortdeutung; 13, Neumann, Die Enlwickelung'von Consonant -\- w im, Fran- 
zósischen; 14, Miola, Un testo drammatico spagnuolo del sec. XV; 15, Wiese, 
Einige Dichtungen Leonardo Giustiniani s ; 16, Flechia, Etimologie sarde; 
17, Obédénare, Une forme de Varticle roumain qui se met devant les sub- 
stanti fs et les adiectifs ; 18, Gornu, Recherches sur la conjugaison espagnole 
au XIII^ et XI V^ siede; 19, Meyer, Complainte provengale et complainte 
latine sur la mort du Patriarche d' Aquilée Grégoire de Montelongo ; 

20, Avolio, La questione delle rime nei poeti siciliani del secolo XIII ; 

21, Zingarelli, Un serventese di Ugo di Sain Circ; 22, Mussafia, Una par- 
ticolarità sintattica della lingua italiana dei prim,i secoli; 23, Leite de 
Vasconcellos, Etymolagias populares portuguesas ; 24, Renier, Un mazzetto 
di poesie musicali francesi; 25, Suchier, Ueber die Tenzone Dante' s mit 
Forese Donati; 26, D'Ancona, L'arte del dire in rima. Sonetti di Antonio 
Pucci; 27, Pieri, Il verbo aretino e lucchese; 28, Morosi, L'odierno dialetto 
catalano di Alghero in Sardegna; 29, Gaster, Die rumaenischen « Mira- 



CRONACA 909 

« cles de Notre Dame »; 30, Salvioni, Antichi testi dialettali chieresi; 
31, Biadene, La forma metrica del commiato nella canzone italiana dei 
secoli XIII e XIV; 32, Novali, Il ritmo Cassinese e le sue interpretazioni; 
33, Monaci, Sull'antica poetica portoghese; 34, D'Ovidio, Della quantità 
per natura delle vocali in posizione; 35 , Ascoli , Due lettere filologiche 
(1*, Di un filone paleoitalico diverso dal romano, che s'avverte nel campo 
neolatino ; 2", I neogrammatici e l'irlandese « cébaith »); 36, Mila, Un alba 
catalana. 

* Estratta dal Rendiconto dell'Accademia di scienze morali e politiche di 
Napoli ci giunse una relazione di Vittorio Imbriani, che ha per titolo No- 
tizie di Marino Jonata Agnonese. Tratta del Giardeno, con maggior copia 
di erudizione certo e con maggior oculatezza (se non con metodo molto mi- 
gliore), di quello che abbia fatto il sig. F. Ettari. Cfr. Giornale, V, 455. 

* Il signor Giovanni Gerquetti ha pubblicato per nozze Bandini-Gasparini 
(Osimo, Rossi) un interessante scritterello sul primo sonetto della Vita Nuova. 
Vi si discutono le opinioni esposte dai critici su di esso e si producono 
nuove osservazioni degne di nota. Che il giovane autore non abbia creduto 
di poter venire a una conclusione positiva, è cosa che gli fa grandissimo 
onore, poiché mostra che egli non piglia tali questioni sottilissime alla leg- 
giera, come tanti fanno. Lo scritto è condotto con ordine, con accurata co- 
noscenza del soggetto e acume di critica. Excelsior! 

* Per le nozze Geccaroni- Voglia il prof. GÌ. Benedettucci pubblicò (Re- 
canati, Simboli, 1885) Un sonetto sconosciuto di Vincenzo Monti per nozze 
in Recanati nel 1791. Questo sonetto nuziale del Monti, che comincia: Signor, 
mentre ben altro i tuoi pensieri, fu stampato la prima volta in Macerata 
nel 1791, per le nozze della marchesa Isabella Antici, sorella della futura 
madre di Giacomo Leopardi, col conte Leandro Mazzagalli. 

* Per le nozze dell'illustre Gaston Paris il nostro G. Pitrè ha stampato 
in cinquanta esemplari (Palermo, tip. del Giornale di Sicilia, 1885): «So- 
natovi, balli e canti nuziali del popolo siciliano. 

* Sappiamo che il prof. Giovanni Romagnoli ha ultimato un lavoro su 
Frate Tommaso Sardi e il suo poema inedito dell'Anima peregrina. Il 
poema del Sardi, che giace pressoché sconosciuto in mss. di Firenze e di 
Roma, merita di essere illustrato. E quindi a desiderarsi che la monografia 
del Romagnoli vegga presto la luce. 

* Due notevoli opuscoli nuziali, dovuti alla dottrina del cav. Andrea Tessier, 
meritano d'essere qui segnalati (Venezia, tip. dell'Ancora, 1885). L'uno, stam- 
pato per nozze Battaggia-Giudice, contiene // Moreto attribuito a Virgilio 
giusta il volgarizzamento di un anonimo del sec. XVI. Questo poemetto, 
rarissimo nella edizione originale del 1543, venne ristampalo dal Gamba per 
nozze nel 1827, e quindi dal Tessier in un num. del Giornale degli eruditi 
e curiosi. In quel medesimo Giornale si discusse se il volgarizzamento do- 
vesse no reputarsi opera del Garo, secondo una congettura ammessa dal 



310 CRONACA 

Gamba; e su questo soggetto il Tessier ritorna nella prefazione al presente 
opuscolo. — La seconda pubblicazione, occasionata dalle nozze Gaviola-Bi- 
netti, consiste in Alcune lettere di Veneti illustri al celebre P. Giovanni 
degli Agostini, tratte dal carteggio dell'Agostini, che il Tessier ha di recente 
acquistato. Le lettere sono di Gaspare Gozzi, Giangirolamo Gradenigo, Gio- 
vanni Brunacci, Angiolo Galogerà, Angelo Maria Querini, Marco Foscarini, 
Giammaria Mazzuchelli, Anselmo Gostadoni. Segue ad esse un molto copioso 
ed accurato commentario. 

* Giambattista Passano sta stampando con l'editore Morelli una appendice 
al Dizionario delle opere anonime e pseudonime del Melzi. 

* Sarà pubblicato tra breve dalla Società bibliofìla torinese un volumetto 
contenente gli strambotti e i sonetti di Cristoforo Fiorentino detto l'Altissimo. 
Il volume uscirà a cura di R. Renier, che nella prefazione discorrerà del- 
l'opera massima dell'Altissimo e darà la bibliografia delle sue opere minori. 

* Il solerte Giuseppe Biadego ha recentemente pubblicato (Verona, Golds- 
chagg) una trentina di lettere di Paolo Paruta tratte dal carteggio della fa- 
miglia Serego, ora esistente nella bibl. Comunale di Verona. Queste lettere 
sono indirizzate per la maggior parte a personaggi cospicui della famiglia 
Serego. Nella illustrazione il Biadego ha potuto utilizzare i dispacci del Pa- 
ruta preparati per la stampa dal compianto R. Fulin, che vedranno tra non 
molto la luce a cura della Deputazione veneta di storia patria. 

* II sig. Leto Alessandri, per incarico avuto dall'Accademia Properziana 
di Assisi, ha pubblicato (Foligno, Campitelli) un copioso ed accurato com- 
mentario Della vita e degli scritti di Antonio Cristofani. Vi si dà molto 
minutamente la biografia del letterato e storico umbro, si illustrano le sue 
relazioni, e si fa la storia delle opere sue, di cui in fondo al volume trovasi 
l'elenco bibliografico. 

* Presentati all'ultimo recentissimo congresso storico e pubblicati nel vo- 
lume XXIV della Miscellanea di storia italiana^ abbiamo gli Indices chro- 
nologici ad scriptores rerum italicarum quos L. A. Muratorius coUegit. 
Questa importante pubblicazione venne compilata, sui materiali raccolti da 
tre distinti allievi della Facoltà filologica di Torino , per cura di Carlo Ci- 
polla e di Antonio Manno. È un bello e utilissimo lavoro, condotto con la 
scienza e la diligenza per cui vanno segnalate tutte le opere dei due chiari 
eruditi. 

* Nella Scelta di curiosità letterarie il dr. Erasmo Pèrcopo ha pubblicati 
IV poemetti sacri dei sec. XIV e XV. Ce ne occuperemo particolarmente. 

* Riceviamo un opuscolo pregevole del prof. De Chiara su Galeazzo di 
Tarsia (Cosenza, tip. Principe). Sui documenti pubblicati dal Broccoli nella 
Napoli letteraria (efr. Giornale, IV, 308), e su altri da lui rintracciati, il 
De Chiara cerca stabilire quale fra i baroni di Belmonte fosse il vero au- 
tore del canzoniere. 



CRONACA 311 

* Ci giungono due rilevanti opuscoli di Alessandro Àdemollo. L'udo, in- 
titolato La bell'Adriana a Milano, tratta della « più celebre fra le virtuose 
« italiane di musica nella prima metà del sec. XVll » , Adriana Basile; 
l'altro ha per soggetto La Leonora di Milton e di Clemente IX, cioè la 
notissima Eleonora Baroni. Sono stampati ambedue dallo Stab. Ricordi. 

* Merita considerazione una bella raccolta di Notizie biografiche del di- 
stinto maestro di musica Claudio Monteverdi, tratte dai documenti dell'Ar- 
chivio Gonzaga per cura di quell'esemplare archivista e coscienzioso erudito 
che è Stefano Davari. Questo lavoro è estratto dagli Atti dell'Accademia 
Virgiliana di Mantova. 

* Il prof. Francesco Ravagli sta per pubblicare un lavoro sulla vita e gli 
scritti di Rinuccio di Gastiglion Fiorentino, umanista del sec. XV e maestro 
del Valla. 

* La seconda serie testé uscita delle Varietà storiche e letterarie di Ales- 
sandro D'Ancona contiene : Il romanzo della Rosa in italiano — TI*. Veltro » 
di Dante — Di alcuni pretesi versi danteschi — La poesia politica itor 
liana ai tempi di Lodovico il Bavaro — // Regno d' Adria. Disegno di 
secolarizzazione degli Siati pontifici nel sec. XIV — L' antico Studio fio- 
rentino — L'antico linguaggio politico ed amministrativo d'Italia — Due 
antichi fiorentini: Ser Iacopo Mazzei e Bernardo Rucellai — Una gen- 
tildonna fiorentina del sec. XV — Alessandro VI e il Valentino in novella 
— Giangiorgio Trissino — / com.ici italiani in Francia — Unità e fe- 
derazione: studi retrospettivi {1792-1814) — Poesia e musica popolare 
italiana nel nostro secolo — Carlo Tenca e i suoi scritti di critica lette- 



* È in corso di pubblicazione (Loescher editore) una Storia del Cicero- 
nianismo e di altre questioni letterarie nelV età della rinascenza del pro- 
fessore Remigio Sabbadini. 

* Per nozze Rimini-Todros il sig. Leone Rimini pubblica nove lettere di 
Pietro Brighenti a Domenico Albertazzi (Forlì, Groppi). Sono specialmente 
curiose per le notizie che vi si danno di letterati celebri , fra gli altri del 
Giordani, del Foscolo , del Leopardi. Ecco quale impressione fece a prima 
giunta il Leopardi a questo, che esser doveva poi suo intimo amico (Lett. 
20 luglio 1825) : « Andai con Giordani lunedì sera ad accogliere Leopardi 
« che veniva dalle sue Marche. Me lo figuravo diverso e quando lo vidi 
« scendere dal legno con un certo berrettino di maglia, una palandrana del 
« tempo di Pio VI , un po' gobbo , magro e cogli occhi abbarbagliati e ci- 
« sposi , mi parve impossibile che dovesse essere quel mare di scienza che 
« il Giordani dice. Gli feci molte cortesie, ma mi parve duro, non so se per 
« naturale o per la stanchezza del viaggio ». 

* Per nozze Businari-Stellot fu pubblicato in Venezia nello scorso agoeto, 
da alcuni amici dello sposo, i quali non si danno altrimenti a conoscere che 
per le iniziali dei loro nomi, una breve prosa italiana, tratta da un codice 



312 CRONACA 

miscellaneo (probabilmente naniano) del secolo XIV, e che essi, gli editori 
stimano essere, quasi senza dubbio, un capitolo del Milione di Marco Polo, 
che manca a tutte le edizioni sinora fatte di questo libro. Vi si descrivono 
certe costumanze nuziali, in uso nella città di Dharoihu o Daroidhu , nella 
provincia di Eumogi, adiacente al Gatai. 



f II 27 dello scorso agosto mori in Wackerbarthsruhe, presso Dresda, il 
dr. J. G. Th. Graesse, che da molti anni era in quest'ultima città custode 
della biblioteca regia. Tutti gli studiosi conoscono il suo Trésor de livres 
rares et précieux, e il suo Lehrbuch einer allgemeinen Literaturgeschichte, 
opera assai farragginosa , ma utile. Si occupò di leggende e, tra V altre di 
quelle dell'Ebreo errante e di Tannhàuser. Nei Beitràge zur Literatur und 
Sage des Mittelalters (Dresda, 1850) , pubblicò i Mirabilia Romae secondo 
un codice Vaticano , e alcuni capitoli dello Pseudo Villani , riguardanti la 
leggenda di Virgilio Mago. Pubblicò anche, malamente, la Legenda aurea 
del Voragine e il Dialogus creaturarum. Ebbe molta erudizione , ma non 
mente critica. Era nato in Grimma nel 1814. 



Luigi Morisengo, Gerente responsabile. 



Torino — Tip. Yotcenzo Boka. 



IL TEATRO MANTOVANO 

jsriEXj SEC 3:vi. 

Continnazione. Vedi toI. YI, p. 1. 



Comparisce col 1589 una nuova stella sul cielo drammatico 
mantovano: una fin ora ignota Margherita Favoli, suddita del 
duca, che a lui o meglio a qualcheduno di Corte, ricorreva colla 
seguente dei 6 gennajo (1). 

Confidata ne la bontà di V. S. vengo con questa mia a pregarla favorirmi: 
che io insieme con il nostro Pantalone restiamo serviti di un poco di quella 
pietra bezoar, fino a la suma di nove giorni, et questa vi si chiede per due 
de' nostri, che sono vicini a la morte de male de petegie... So quanto V. S. 



(1) A quest'anno '89", e precisamente ai 30 marzo, appartiene la seguente 
lettera di un suddito del duca , residente a Madrid , che gli offre una sua 
tragedia Rosmonda: « Hebbi già da fanciullo, quando venni in Mantova 
« per 4 anni nelle scuole di humanità , particolare et humile devotione a 
« V. A. S., perchè già in sua persona mi pareva vedere un ritratto di quelli 

« famosi Heroi, che nell'età passata diede la casa sua al mondo In questo 

« tempo la malenconia di questa Corte inclinò 1' animo mio a cose tristi : 
« onde mi posi a comporre questa mia Rasimonda tragedia , con pensiero 
« fermo di honorarla del suo s.™" nome. Mentre dunque viveva con questa 
« deliberata volontà , arrivò in questa Corte , mandato da V. A. con sante 
« reliquie, Don Giovanni suo capellano. Al suo ritorno subito mi determinai 
« anch'io di mandare questa mia» operetta, che contiene le reliquie dell' hi- 
« storia et avvenimenti tragici de' primi re de' Longobardi Alboino et Ra- 
« simonda, acciocché con reliquie anco ritornasse a V. A. il suo capellano. 
« Degnisi per tanto V. A. accettare il mio picciolo dono, acciò quel contento 
« eh' hebbi in formarlo si faccia compito nel dedicarlo. Degnisi anche di 
« accettare me col libro per suo devotiss.» serv.'* Pietro Cerruti ». 

Ai 3 di agosto il Duca gli faceva scrivere che: « a S. A. piacque e ricevè 
« molto gusto de' vostri componimenti tragici di Rasimonda, che gli avete 
« mandati » : della qual cosa poi il Cerruti significava tutta la sua gioja ad 
Alberto Cavriani segretario ducale, con altra da Madrid del 20 dello stesso 
mese. 

Giornali storico, VI, fase. 18. 21 



3Ì4 A. d'ancona 

lascia far l'ufficio de la carità, e potendo la supplico far questa limosina, 
ch'io li ne resterò insieme con li altri in quell'obligo magiore che si possa, 
•e potendo anche io mi comandi. Li resto serva di core. Di casa. 

Margherita Favoli comicha. 

Nulla sa il Bartoli di costei, e null'altro ci è dato conoscerne, 
salvo che agli 11 ottobre 1592, il Duca stesso la raccomandava 
ai Comici Uniti: 

Trasferendosi la Compagnia vostra a Firenze, S. A. per riputazione della 
vostra Compagnia desidera che Madama Margherita Paoli mantovana venga 
■con voi altri a recitare, e S. A. desidera che sia ben veduta e trattata da 
tutti voi. 

Nozze principesche , fra Ferdinando de' Medici e Cristina di 
Lorena, allietavano nel 1589 Firenze, e il Duca di Mantova vi 
accorreva a mostrare il suo valore nelle giostre e la sua mu- 
nificenza, spendendo nel viaggio e nella dimora di pochi giorni 
oltre 100 m. ducati. Trajano Bobba, preannunziandogli gli spetta- 
coli di che avrebbe goduto, così intanto gli scriveva da Firenze: 

Molti spettacoli si rappresenteranno in Firenze per la venuta della Ser.™* 
Sposa, et tra li altri si rappresenterà per comedia il Giudicio di Paride, 
recitato da alcuni giovanetti nobili fiorentini, quali non arrivano di gran 
lunga a quelli che recitorono in Mantova: poiché, se devo dire il vero, piut- 
tosto pare che aspettino la lecione nanti al maestro, che recitare. 

Il Giudizio di Paride era una favola in cinque atti di Miche- 
langelo Buonarroti il Giovane (1): ma il Duca potè ascoltare nella 
gran sala di Palazzo Vecchio anche altre commedie : la Pellegrina 
di m. Girolamo Bargagli , recitata da nobili giovani senesi della 
Accademia degli Intronati; e ai 6 di maggio, dai comici Gelosi 
con la celebre loro prima donna Vittoria, la Zingara di ignoto, 
intramezzata con gli stessi stupendi intermezzi della Pellegrina, 
e con spesa di 40 mila ducati: poi, ai 13, la Pazzia, opera d'/- 
sabella commediante, la quale eguagliò in maestria la Vittoria 



(1) La Favola fu stampata nel 1608 , dedicandola ai Serenissimi e ricor- 
dando che fu « con reale magnificenza rappresentata nelle felicissime nozze » : 
vedi M. A. Buonarroti, Opere varie, Firenze, Le Mounier, 1863, p. 44. 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 315 

e fece maravigliar tutti pel suo « valore ed eloquenza (1) »: e pro- 
babilmente cosi la Zingara come la Pazzia sono commedie a 
soggetto, l'ultima delle quali parrebbe un nuovo titolo letterario 
da aggiungersi agli altri della Andreini. La Compagnia dei Gelosi 
manteneva cosi l'alta sua riputazione, e ai 12 di decembre il Duca 
le dava segno del suo favore con cospicuo dono, per mezzo del 
Presidente del Maestra to: 

11 Serenissimo signor nostro comanda che V. S. faccia dare alli comici 
Gelosi^ che si trovano hora qui, 100 scudi che l'A. S. dona loro (2). 

Del resto, il favore del Duca si estendeva anche agli Accesi, 
che raccomandava alle autorità di Brescia, perchè ivi potessero 
recitare. Onorio Scotti cosi gli rispondeva agli 8 gennajo del '90: 

Obedendo a quant'è piaciuto all'A. V. di comandarmi con la lettera sua, 
andai subito a trovar li signor Rettori , acciò in gratia sua, si come mi co- 
manda, concedessero licenza alli comici Accesi di venire in questa città a 
recitar le loro comcdie, ma per non esser ciò in podestà loro dovendo venir 
r autorità da Venetia, piacerà all'A. V. di escusarli et a me perdonare, so 
conforme al infinitissimo desiderio che tengho d'ubedirla et servire, non ho 
potuto operare quanto mi vien per lei comandato. La supplico perhò con ogni 
reverenza che si come me li sono dedicato per umiliss.» servitore, non lassare 
mai occasione di valersi della vita mia et ogni mio potere, che recevendo 
ciò dalla benignità sua, renderò al Al. V. quelle gratie che m'obligha un 
tanto dono, che sarà il fino baciandolli con ogni humiltà le mani. Che N. S. 
li doni quanto desideri (3). 

Il carteggio che segue ci dà notizia di un altro attore scono- 
sciuto, e del gusto che alle commedie pigliava anche un reve- 
rendo cardinale di santa madre Chiesa. Ai 13 gennajo del '90 
abbiamo infatti questa lettera del Donati al co. Ulisse Bentivogli 
di Bologna : 

Havendo il S."'° S. mio inteso che Andreazzo Gratiano comico si scansa 



(1) Comunicazione amichevole del cav. G. E. Saltini, di notizie tratte dal 
Diario del Settimanni, voi. V, 149-132. 

(2) Comunicazione dell'archivista cav. Bertolotti. 

(3) Comunicazione dell'archivista cav. Bertolotti. 



316 A. d'ancona 

di venire a servire qua nella Compagnia destinatagli dalI'A. S., conformje a 
quello che ne scrisse a' dì passati a V. S. 111.™* il sig. Giulio Geffini, con 
dire che ha da andare colla Compagnia della Diana a Roma per servitio 
deirill.™o Card.e Montalto, mi ha comandato che io scriva a V. S. perchè 
si contenti di usar diligente inquisitione per sapere la verità di ciò : perchè, 
se così sia il vero, S. A. si acquieterà, anteponendo ad ogni suo gusto, la 
soddisfatione del sud.o Card." IH.™». 

E il 24 cosi replicava il Bentivogli: 

AUi giorni passati mi venne una staffetta del S. Giulio Ceffini, che in 
nome di quell'A. S.™* mi comandava che per tutto quel Veneri dovesse es- 
sere costì Andreazzo Graziano comico, onde andai subito a trovarlo e li 
volsi dare denari a suo piacere, acciò se ne venissi costà, et egli allora mi 
diede buona intenzione, senza certa promessa, di venire, se ben mostrava 
dispiacere grandissimo d'haver mandate le sue robe alla volta di Roma con 
quella Compagnia, e promesso d'andar con loro. Poco dopo due giorni che 
doveva partire, mi disse che assolutamente non poteva venire, perchè non 
sapeva trovar modo di apparente scusa con queste sue donne; e sopra ciò 
li risposi in maniera che credo m'intendesse. Mi venne poi a trovare a casa, 
dicendomi che la sig.» Diana aveva spedito a posta al 8."»° di Mantova 
per dimandar favore, che detto Graziano andasse con loro a Roma, spe- 
rando nella benignità di S. A. che otterrebbe tal grazia, e mi pregò che 
aspettassi la risposta di questa donna, che haria fra quattro giorni differita 
l'andata sua a Mantova. Io ne diedi conto subito al Ceffini del seguito , 
per straordinario di Ferrara, né mai poi ho avuto risposta. Passato questo 
tempo, costui mi venne a trovare, dicendomi che li bisognava andare a 
Roma con la Compagnia per recitare, et che havea promesso a detta Com- 
pagnia et airill.™" Montalto, e che pensava, non essendo venuta risposta 
alla sig.* Diana né a me, che l'A. S. non se ne curasse più, e perciò vo- 
leva partire assolutamente. Io feci ogni sforzo per trattenerlo, né potetti 
altro: ma mi promesse (se però si può credere alle parole di simil gente), 
che quando S. A. mostrerà desiderio ch'egli vadia, per lettere alla signora 
Diana come a me, che se ben fosse in Roma, ch'io glie ne dessi conto, che 
subito verrebbe. Et io vista la lettera di V. S., per il medesimo staffiero, 
mettendolo sopra le poste, la stessa notte lo inviai, e lo mandai a trovare detto 
Graziano a Firenze, dove intendo che lo troverà, ricordandoli con mia let- 
tera quanto mi haveva promesso, e che si risolva a venire a obedire S. A. S. 
lo ho usate tutte quelle diligenze possibili, e son certissimo che il S. Card.*® 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 317 

Montalto, se ben ha fatto ha ver licenza a costoro di poter andare a Roma, 
credo non di meno che l'andata di costui non l'importi cosa alcuna, non 
l'havendo mai conosciuto né scrittoli, o so il sig."" Card.'» detto havesse vo- 
luto costui, harei eseguito l'ordine datomi da V. A., senz'altra diligenza, 
come m'accenna in nome di S. A. Sappia bene V. S., che questo è un bor- 
dello d'innamoramenti di puttane con questi furfanti; e questo è quanto mi 
occorre per hora. 

Il Cardinal Montalto, che mostrava tanto desiderio di aver in 
Roma i Desiosi, era Alessandro Peretti Damasceni, nipote di Sisto V, 
e vice-cancelliere di S. Chiesa. A Roma non si era allora cosi in- 
tolleranti, in fatto di comici e di commedie, come altrove, e come 
fu ivi stesso più tardi. Già dal 1578 il Card. Paleolti arcive- 
scovo di Bologna erasi lagnato che a Roma stavasi per « dar li- 
« cenza ai Bolognesi di far fare le commedie »; e fece contro tal 
deliberazione un premuroso ricorso, allegando « una memoria teo- 
« logica assai efficace, in cui si dimostrava che l'uso dell'arte comica 
« era incompatibile con la professione del cristianesimo *. Il card. 
Boncompagni, nipote di Gregorio XIII allora regnante, replicò che 
« la licenza era stata data sull'informazione avutasi che il card, di 
« S. Prassede aveva tollerato che le commedie fossero fatte in Mi- 
« lano». Il Paleotti ne scrisse subito al card, di S. Prassede, ch'era 
poi lo zelantissimo Borromeo, il quale rispose ch'egli veramente non 
tollerava le commedie, ma avea dovuto piegarsi al temperamento 
di rivedere gli scenarj, sebbene ciò riuscisse imperfettamente (1). 



(1) Crediamo utile riferire la Lettera del Sauto al Paleotti, traendola dal 
già cit. libro del C.\stiglioni , Sentimenti di S. C. BoìTomeo intorno agli 
spettacoli, p. 90: « Ho visto quanto V. S. IH."» mi scrive con la sua delti 
« 2 del corrente intorno a quei commedianti, ch'Ella dubitava non venissero 
« a Bologna : sopra di che le dico in risposta, che è vero che già molti anni 
« sono vennero qui a Milano questi o simili commedianti, alti quali io non 
« proibii espressamente che non recitassero, perchè non mi pareva di poter 
« trovare in ciò facile esecuzione, avendo il Principe secolare in ciò altro 
« senso. Doppo fatti sopra ciò tutti gli officj con il Governatore che io potei, 
« non potendo più, si osservò quel temperamento di far rivedere quelle com- 
« medie , con precetti alti commedianti sotto pene gravi , di non uscire di 
« quelle parole formali, con che stavano le commedie corrette da alconi 



318 A. d'ancona 

Intanto, valendosi della licenza ricevuta da Roma, i commedianti 
cominciarono a recitare a Bologna: ma il Paleotti fece tanto, ri- 



« gentiluomini deputati a questo. Ma come era questa correzione quasi im- 
« possibile , per esser tutte le lor commedie piene di cose oscene , né essi 
« sapevano farle senza queste oscenità, massime che i spettatori ordinaria- 
« mente anno tal senso, che senza di queste, cioè delle oscenità, pare che 
« non gustino quelle commedie , aggiuntovi ancora , se ben mi ricordo , la 
« proibizione di non farle nelle feste , o almeno a certe ore di esse , si an- 
« darono prima difficoltando, e poi colla pietà di quei deputati escludendo 
<.< affatto, mettendosi essi al saldo di non ne approvar più alcuna, comecché 
« tutte fossero talmente inoneste , che ancora non patissero di essere cor- 
« rette, e così si stancarono i commedianti, e ci lasciarono in pace parten- 
« dosi di qui. Tornarono poi coll'occasioue dell'esser qui il sig. D. Giovanni 
« d'Austria , e allora non si usò di vederle né correggerle , ma bene tenni 
« saldo io di non lasciargli recitare le feste, e sebbene in questo particolare 
« io fui ricercato a nome del sig. D. Giovanni a volergli dar licenza, non- 
« dimeno io non lo volsi permetter mai , e glielo proibii anche in precetti 
« penali, ed egli lasciò che i commedianti ubidissero. Questo è passato qui 
« intorno alle Commedie, le quali allora appunto terminarono nell'ingresso 
« della peste in Milano. Non le ho tollerate, perchè le abbia per punto tol- 
« lerabili né che mai siano oneste, ma l'ho passata alcuna volta nel modo 
« che ho detto, per non veder che più potessi far con frutto. So nondimeno 
« dall'altra parte pur troppo gli scandali, i disordini e la corruttela de'costumi 
« specialmente de'cittadini, che suol nascere da esse, anzi io giudico che siano 
« ancora ordinariamente più perniciose ai costumi ed alle anime, che non 
« sono quelli seminarj di tanti mali, i balli, le feste e simili spettacoli, per- 
« che le parole, atti e gesti disonesti e lascivi, che intervengono in simili 
« commedie, come sono più latenti, così fanno negli animi degli uomini più 
« gagliarda impressione; e mi pare, se non fosse ancora il danno che ne 
« sarebbe per risultare a quella città , dovrebbe in ogni modo V. S. 111.™* 
« far ogni officio con N. S. perchè non le permettesse in quelle parti, per 
« carità verso noi altri, che con simile esempio in città dello stato ecclesia- 
€ stico, massime in tempi così calamitosi come questi , non averemo come 
« difendersi nell'avvenire di qua in non ammetterli ». 

La seguente supplica dei Gelosi al governo genovese, pubblicata testé da 
Achille Neri, nella Gazzetta letteraria di Torino (25 luglio 1855) si ri- 
ferisce ai tempi accennati dal Santo vescovo colla designazione generica 
già molti anni sono: e infatti riguarda gli anni dal 1569 al '72. La sup- 
plica è degli ultimi mesi di quest' anno : 

« Ecc.""» Prencipe et 111.™* S.", 
« Non già per esser molesti alle S. V. IH.^^e, ma necessitati dal gran bi- 
« sogno, i poveri Comici Gelosi, devotissimi servi di questo felicissimo Do- 
« minio, tornano a supplicar humilmente le S. V. Ill.™« che per sua infinita 



IL TEATRO MANTOVANO NEI, .SlvC. XVI 319* 

correndo al San Sisto (Buoncompagni) che gli riusci di « liberarsi » 
dalla loro presenza. A Roma però avevano i comici come lor pro- 
tettore, lo stesso figlio del Papa, Jacopo Buoncompagni (1): e poi, 
durante il pontificato di Sisto V, il cardinal Montalto. Il Borromeo, 
a sua volta, non cessava dal far guerra al teatro, specialmente 
dacché in Milano nell' 84 « osarono alcuni religiosi di fare una 
« rappresentazione intitolata: Il ìnartirio de' SS. Giovanni e 
« Paolo, nella quale, oltre le maniere mimiche e buflbnesche, 
« e certi profani episodj, che apertamente spiravano deprava- 
« zione de' costumi, v'era di più uno d'essi, che, sotto figura di 
« negromante, spacciava a mano salva magiche superstizioni (2) ». 
Il santo si appellò anche al Governatore, che gli replicò « che si 
•< poteva passare senza pena questo delitto, principalmente che 
« nello stesso tempo fu recitato in Roma nella casa di un Gar- 
« dinaie, un dramma alla presenza di alcuni altri Porporati (3) ». 
Scrisse il Borromeo subito a Roma, per dimandare s'era vera 
questa notizia « d'una commedia fatta in casa del sig"" Cardinale 
« de' Medici, dove erano intervenuti altri otto e più Cardinali », 
pregando inoltre di interrogare in proposito la mente di S. S.: e 
Mons. Speziano così gli rispondeva ai 14 d'aprile 1584: 



<.< benignità e clemenza gli concedano di poter recitar le loro honeste et 
« esemplar Comedie per tutto il mese di Novembre prossimo venturo, o per 
« quanto meno le è di sodisfattione , acciò possano ristorarsi delle molte 
X spese e' han fatte dimorando ociosi in Genova, essende questo da tutta la 
« nobiltà universalmente desiderato, ricordando alle S. V. 111.™» che la 
« stanza dove si recita non è capace di più di cento e cinquanta gentilho- 
« mini che subito la empiono, talché gli artigiani non v' han loco, ricor- 
« dandole anche che i sudetti Comici non sono mai stati discacciati da Città 
« alcuna, come ne può ben render testimonianza Milano, dove già quat- 
te tr' anni la staggione dell' estate hanno esercitata la loro proflfessione col 
« consenso del R."'° Cardinal Boromeo specchio del viver Cristiano. Di novo 
« inchinandosi le chiedono questa gratia per singolare, acciochè la venuta 
« di Genova non sia causa di tanto suo danno. E N. S.*"" Dio le prosperi 
« eternamente ». 
E il Governo, con decreto del 13 ottobre, dava loro il richiesto permesso 

(1) Castiglioni, Op. cit., p. 111. 

(2) Ibid., p. 157. 

(3) Ibid., p. 158. 



320 A. d'ancona 

Cotesto signor Governatore poteva dire molti altri luoghi, nelli quali si 
sono fatte Commedie con la presenza de' Personaggi della qualità ch'Ella 
scrive, che sono noti a tutti : ma V. S. 111.""* non se ne deve affatto mara- 
vigliare dolere, poich'Elia ancora vi ha la parte sua, perciocché mentre sta 
qui le pare mill'anni di partirsene, e non si cura di quello che si fa. 

E interrogato il Papa, lo Speziano ai 21 scriveva di nuovo: 

S. Santità mostrò di non sapere che si fossero fatte quelle Commedie, 
delle quali V. S. IH.™* mi scrisse , e gli spiacque d'intenderlo , per il mal 
esempio che si dà (1). 

Tuttavia nell' '86 ai 20 febbrajo in casa del sig.' Orazio Rucellai, 
recita vasi VA7nore costante di Alessandro Piccolomini « alla pre- 
« senza della sorella del Papa, di Montalto, delle sorelle, e delli 
« Cardinali Alessandrino e Dezza et Ambasciatore di Spagna, 
« oltre il molto concorso di altri signori principali (2) ». E due 
anni appresso « dopo un gran contrasto fu concesso licenza alli 
« Desiosi di poter fare delle Commedie di giorno, però senza 
« donne, senza potersi portare dalli ascoltatori arme di sorta 
« alcuna, et che havessero licenza che non si faccia rumore sotto 
« le medesime scene (3) ». Ma che vorrà dire quel senza donne? 
senza che le attrici recitassero, e fossero, come più tardi pre- 
valse in Roma e in parte dello Stato pontificio (4), sostituite 



(1) Ibid., pp. 158-9. 

(2) Avviso di Roma, in Ademollo, Una famiglia di comici italiani ecc., 
p. XXXII. 

(3) Avviso di Roma, e. s., p. xxxi. 

(4) Nel 1676 Innocenzo XI proibiva nuovamente alle donne di salir sulla 
scena, e le loro parti erano fatte da giovanetti: vedi Fr. Bartoli, II, 76. 
Il Goldoni, Memorie, I, 4, racconta che a' suoi tempi a Ravenna e nelle 
Legazioni si ammettevano donne sulla scena, non a Roma (ibid., II, 38), 
dove quando egli andò a porre in scena la Vedova di spirito, donna Placida 
e donna Luisa furono un ragazzo parrucchiere e un garzone legnaiuolo. 
L'abate Richard, Descript, histor. et critiq. de l'Italie etc, Paris, 1769, I, 
cxiv, vide in Roma « un acteur faire le ròle de Pamela avec une barbe 
« épaisse et une voix rauque ». Assevera il Bonazzi , Storia di Perugia , 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 321 

da giovani, non sempre imberbi: o senza presenza di donne? 
Parrebbe più accettabile la prima spiegazione (1), tanto più che 
altre attestazioni contemporanee (2) ci assicurano che le donne 
intervenissero agli spettacoli. Il carnevale romano di cotesto 
anno '88 fu copioso ad ogni modo di rappresentazioni sceniche. 
Una commedia fu dai Desiosi rappresentata nel palazzo dell'Ar- 
ciprete di S. Pietro, alla presenza di donna Camilla Peretti, so- 
rella del Papa. Un'altra sera, essa coi suoi figliuoli assistè ad 
altra recita nel palazzo Ridolfl, e fra gli spettatori, oltre il fiore 
delle dame romane, erano nove Cardinali. Altri simili sollazzi si 
ebbero presso Virginio Orsini, Federico Cesi, Giuliano Cesarini e 
Orazio Rucellai. Anche il Card. Sforza fece recitare nel suo guar- 
daroba, invitandovi alcuni Cardinali e parecchi prelati (3). In 
queste recite quasi private non si potrebbe escludere che la signora 
Diana e le altre donne facessero la loro parte: la loro sostitu- 
zione con giovani sbarbati doveva essere riserbata alle rappre- 
sentazioni in pubblico. 

Tornando adesso al Duca di Mantova, sembra probabile, che, 
con tutto il suo potere, non riuscisse ad acchiappare il recalci- 
trante Graziano. Per rifarsi, nell'aprile si fece venire una Com- 
pagnia che recitava a Milano, come si vede da questa del prior 
Cavriani all'ambasciatore ducale cav. Olivo, in data del 7 : 

Ho trattato coll'A. S. dei cento et cinquanta ducatoni che V. S. diede 
costì a Filippo Angeloni per condurre a Mantova li comedianti, li quali dice 
che V. S. se li pigli dalli trecento che da Casale li furono rimessi. 

Forse si tratta della Compagnia dei Gelosi, che dopo la morte 



Perugia, Boncompagni, 1878, 11, 452, che « per impegno della principessa 
« Braschi, sorella di Pio VI, le donno sullo scorcio del secolo tornarono 
« a comparire sui teatri di Roma ». 

(1) Cosi l'intende I'Hubner, Siste V, Paris, Hachette, 1882, II, 99. 

(2) Montaigne, Voyage en Italie, Paris, Le Jay, 1764, II, 131, dice che 
le donne a Roma si lasciano vedere « en coche, en feste ou en théàtre ». 

(3) HUBNER, Op. cit., II, 101. 



322 A. d'ancona 

di S. Carlo nell' '84 potè più volte recitare in Milano, finché Fe- 
derigo Borromeo nel '96 ritornò ai rigori dello zio (1). Infatti nel 
settembre dell' '89 essi erano a Milano, e vi ritornarono nel no- 
vembre del '90 (2). 

I comici davano da fare al Duca probabilmente più che i suoi 
sudditi, e quantunque assai spesso si burlassero di lui e delle sue 
voglie e de' suoi ordini, non cessava egli di proteggerli e di cu- 
rarne a suo modo gì' interessi , come si desume anche dal suo 
carteggio dell' '91 (3), relativo ad una andata degli Uniti a Ve- 



(1) Castiglioni, Op. cit., p. 105. Secondo assevera il Pagani, Op. cit., 
p. 42 solo nel 1597 si venne, in proposito delle commedie e compagnia 
comiche « ad una concordia fra la Chiesa e lo stato ». 

(2) Ad. Bartoli, pp. cxxxii-iv; ove si recano lettere del De Bianchi al 
granduca Ferdinando da Milano, settembre '89 e nov. '90. 

(3) Nel Carnevale del '91 si fecero commedie, ma non si sa quali né da 
chi: ciò si rileva però da un « Quinternetto delle spese fatte per l'apparato 
« della barrerà, comedie et altre spese ». Le spese per questi sollazzi car- 
nevaleschi ascendono a L. 22482. 13. 6. Quelle per comedianti sono no- 
tate in L. 639. Noterò alcune partite. A M. Ant. Scalabrino per « la tela 
« dipinta quale stava stabile dietro al palazzo mobile di legname, L. 48 ». 
Per il detto « palazzo mobile dipinto di chiaro seuro, L. 18 ». Di più « nella 
« prima fronte della scena ha dipinto quattro arbori di rilievo, dui quadri 
« di tela dietro a questi, dipinti a arbori, la città con torrette e carte tra- 
« sparenti nei fori, il monte del tempio et quello di Bacco, ornati tutti di 
« fiori di rilevo e foglie di vite, dipinto di fuori il tempio con la fabbrica 
« del pogginolo, ornato dentro il tempio e dipinto la fabrica del monte di 
« Bacco, r Arco d' Iride, una tela per la barca, finta acqua, un tempio che 
« havea da sorgere, quattro corni ecc., stimato per M. Stefano Santo Vito 
« pittore, se li dà L. 165 ». Seguono altre partite, a mess. Anastaso Ana- 
stasi pittore, « per nove ghirlande di cartone adorate con lauro et fiori, L. 9: 
« per sei dardi inargentati, et coloriti li pomi, et sei bastoni da Pastori 
« similmente inargentati e coloriti, L. 12; sei cimbali adorati di stagnolo 
« le fascie, L. 3; sei manarini, sei vanghe et sei cortelletti inargentati di 
« stagnolo, L. 6; quattro cavagnoli dipinti di verde, inargentati et adorati 
« d' oro buono in più lochi, L. 3 ; un capello di cartone adorato et lavorato 
« di nero, L. 2; otto picche e quattro bastoni adorati, inargentati et dipinti 
« di più colori, L. 16; due armature dipinte et adorate a fogliami, L. 60; 
« tre stocchi dipinti di morello, adorati et inargentati L. 4; nove libri 
« adorati et dipinti, L. 9 ecc. » E a Mess. Massimiano Nastasi, scudi 35 
« per la fattura e spese della tela dipinta a paesi, che traversava la scena, 
« e quattro quadri parte simili e parte a nuvoli ; e per aver dipinto il cielo 
« di turchino e nuvoli, tutto per le scene di corte, scudi 210 ». 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 323 

rona. Ai 19 di marzo il Duca cosi scriveva al co. Mario Bevi- 
lacqua : 

La Compagnia dei comici Uniti desidera di venir costi per recitar com- 
medie, et perciò mi hanno ricercato a scrivere, cora'ho fatto a cotesto S.' 
Podestà che se ne contenti: con tutto ciò non ho voluto lasciare di racco- 
mandarla a V. S. particolarmente, come faccio con questa , pregandola per 
amor mio ad haverla a cuore. 

E ai 23 il Bevilacqua rispondeva aver egli fatto ogni officio 
presso i rettori di Verona, per aver la licenza: 

.... ma perchè sono alienissimi et contrarj a tal sorta di trattenimento , 
non è stato possibile di poterla ottenere. 

La risposta officiale al Duca fu questa: 

La conditione di quest'anno, tanto penurioso, non n'ha lasciato dar luoco 
sinhora a li Comici di rapresentaro le loro comedie, ma vedendo es.ser tale il 
desiderio di V. A. lo faremo dentro a pochissimi giorni, essendo noi tenuti 
a servirla con ogni prontezza in tutto quello che potemo, et a V. A. rive- 
rentemente baciamo le mani. Di Verona li xxvij maggio MDXCI. 

Di V. A. Seruitori aff"' 

Li Rettori di Verona (1). 

Al Duca doveva certo parer strano che ci fosse gente, la quale 
non volesse saperne di sollazzarsi colle commedie, e nel settembre 
ritornava alla carica: ma il Potestà teneva duro, e a Vincenzo 
toccò a piegar il capo, ammettendo che non dipendeva da poca 
premura del conte Bevilacqua 

... se ciò non ha potuto succedere conforme al suo e mio desiderio. 

Manieri impicci gli procurava il marito di Madama Ange- 
lica , cioè Drusiano Martinelli , come si vede da questa lettera 
di Drusiano stesso, del 27 ottobre '91 da Milano al capitano Ales- 



(1) Comunicazione dell'archivista cav. Bertolotti. 



324 A. D ANCONA 

Sandro Gatrani in corte del Duca, che si riferisce a rivalità di 
prime donne fra Angelica ed una Margherita, la quale potrebbe 
essere la Paoli sopra ricordata: 

Quella saperà come Gasparo Jnpriale pavese è qui in Milano risoluto di 
tagliare il volto ad Ang.ca per comissione della Malgarita comica, non avendo 
risguardo alla paroUa data a S. A. S.: e sta di questa maniera. Avendo la 
Malgarita fatto copia di se a Gasparo con promessa di tagliar il volto Ang.ca, 
avendo lei inteso che S. A. S. ne mandava a Milano, ne avisò Gasparo, qual 
subito come V. S. sa , venne a Mantova per tratare insieme come avevano 
a incaminare il negocio, et alla nostra partita ne seguitò ma non ne agionse: 
però venne in Milano et sta qui per far V effetto. Ma à voluto Iddio che si 
sia scoperto qui con un principal cavagliero, et con il favore d' un gran 
gentilomo che lo favorisce, gli adimandò agiuto di giente non conosciuta. 
Dove il cavagliero essendo da tal gentilomo richiesto in favore di Gasparo, 
gli promise agiuto; hor inspirato da Dio mandò a chiamar Leandro, con il 
quale aveva per il passato intrinsica amicizia, e interogoUo chi era questa 
Ang.ca et che vita teneva. Leandro gli narò esser maritata, e eh' onestamente 
esercitava 1' arte comica, et come era stata mandata da S. A. S., qual per 
sua gratia l'aveva sempre favorita, et gli narò i favori, le gracie et i doni che 
S. A. S. gli aveva fatto. Queste parole comose talm** il cavagliero, ch'egli 
scoperse come Gasparo con il favore d' un suo amico gli aveva adimandato 
agiuto per tagliar il volto Ang.ca, ma per averli recircato cosa indegna a 
un par suo, et in particolare per amor di S. A. S. non voleva inpaciarsene, 
ma che fuse secretamente avisata: ma prima voleva che Leandro fuse chiaro 
che quanto li diceva era vero, e che farla andar la cosa in longo, perchè 
anco Gasparo voleva prima assicurar Ang.ca con servitù et presenti da man- 
giare, afine che mai pensase in lui, et che di questo non ne parlasse con 
persona, sino che lui non lo avisava, che da un prete lo faria avisar di 
quanto pasarla; et così fece, et quanto li disse è stato vero, perchè Gasparo 
l'à presentata, et gli à fatto et fa molta servitù con gran proferte. Hor es- 
sendo il cavagliero inportunato da Gasparo a venirne a un fine, jeri mandò 
a chiamar Leandro et voleva senza mentuarlo lui che ne avisase Ang.ca, dove 
Leandro lo pregò a non lo intricare in tal cosa, ma egli come cavagliero 
lo poteva fare, che saria tenuto secreto. Dove hoggi il cavagliero è venuto 
solo secretam.*e in camera d'Ang.ca, et gli à narato quanto era passato, et 
confermatoli ciò che avea detto a Leandro esser vero, et che quanto faceva 
Gasparo era per comisione della Malgarita, et che aveva tirato la cosa in 
longo sino che lei gli provedeva, e la consigliò a visarne S. A. S. che 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 325 

facesse scrivere qui al conte Piro Visconte, che favorisca Ang.o* in un ne- 
gocio che lei gli dirh a boca, che lui poi ne avisarà ciò che gli averemo 
a dirCj a fine che la cosa vadi in niente; ma se mai lo palesaso lui, che la 
faria batre in pezzi se fusse in cappo al mondo: però quando S. A. S. vorà 
sapere chi è il cavagliero et chi favorisce Gasparo, cello dirò a boca, et 
quando S. A. S. avesse dubio che ciò non fosse vero, ma nascesse da mali- 
gnità, la strada di chiarirsene è questa. Far ordinare secretam.'» alla posta 
che tutte le lettere che vengono alla Malgarita et al S' Masimigliano, et 
quelle che si danno alla posta in Mantova che vengono a Gasparo Jnpriale 
et a Carlo che fa da Francèschina, siano tute portate in mano di S. A. S., 
et letole e toltone copia, risararle e darli recapito , a fine che le lettere co- 
rine : perchè o in una o nell' altra si scoprirà il vero, non eh' io abbia su- 
spetto ch'el S"" Masimigliano né Carlo siano intricati in tal cosa, ma perchè 
molte lettere che vano alla Malgarita sono incluse in quelle del S'' Masi- 
migliano, et di quelle che vengono a Gasparo sono incluse in quelle di Carlo: 
et il segno è questo. Quando la Malgarita scrive a Gasparo, gli aricoraanda 
il suo negocio, o si ricorda di lei o simil cose, et che gli tiene ducato il 
putino.per suo conto. 11 ricordarsi di lei è il sfriso d'Ang.ca, et il putino è 

con riverencia Però V. S. mi farà gracia di far sapere il tutto 

a S. A. S. et mostrarli questa mia e suplicarlo per parte nostra a meterli 
provisione , ateso che non potiamo difendere con Gasparo per non sapere 
di far piacere o dispiacere a S. A. S., avendo comandato ad Ang.c» che stia 
savia , né contro alla Malgarita per essergli la sua parola. Piacia adonque 
a S. A. S. per l'amor di Dio, di far scrivere al conte Piro o a chi più li 
piace in favor d'Ang.ca, overo sia contento che si partimo et venirsene a 
Mantova, che questo carnevale lo serviremo costà. Ancor che parrai indi- 
gnità a fugirmene in questa maniera, essendo sotto la protecione di S. A. S.» 
per non aquistar fama esser fugiti per qualche infamia, però quanto coman- 
derà S. A. S. tanto faremo, avisandolo che la cosa sia secreta : che trista 
Ang.ca; et anco perché Gasparo viene questo carnevale a Mantova: che se 
S. A. S. avendo saputo che questo è vero , ne potrà fare quella dimostra- 
zione che li piacerà, overo darmi licencia a me, ch'io farò conoscere che 
sono homo dabene et che sempre fece onore alla mia patria, perchè non 
siamo gente da sfrisi Di Milano a di 27 ottobrio 1591. 

Di V. S. afr."»o ser.»"* Drusiano Martinelli. 



Segue sullo stesso argomento quest'altra, al medesimo capitano 
Catrani, datata da Caravaggio li 9 novembre: 



336 A. d'ancona 

AUi giorni passati vi scrissi due mie per conto del negocio d'Angelica, 
et vi scrissi il modo come S. A. S. poteva chiarirsene in far levar le letre, 
ch'io vi scrissi: però ogni giorno più si va scoprendo la cosa esser veris- 
sima, nella maniera ch'io gli scrissi, et abiamo saputo anco che per far riu- 
scire le cose con presteza , aveva dato danari ad uno che si adimanda il 
Piazza, perchè gli tagliasse il volto sul palco ; ma la cosa è stata scoperta 
da un gentilomo mio amico et amico di questo Piazza, qual si ha fatto dare 
la parolla al detto Piazza non se ne impazzare, ma che si stia secreti che ne 
avisarà il gentilomo del tutto che sucederà, et à anco avisato il gentilomo, 
che advertisca che quando la Malgarita scrive al sig. Gasparo, che indrizza 
le letre qui a Milano, in mano d'un giovine della posta medema di Milano, 
che si chiama m. Paulo Girolamo Picotto, che lui poi li manda a chi le 
vano: però è di bisogno di avisarne anco di questo S. A. S., che faccia 
anco levare le letre indrizate al detto giovine; se V. S. mi manda risposta 
et qualche letra di favore di S. A. S. per qualche cavagliero, indrizatela a 
Milano in mano di quel mercante, che dice Angelica che gli à portato una 
vostra o a qualche vostro amico, perchè venghino sicure, che non mi siano 
tolte, et eh' el nostro amico li dia poi subito in mano di Angelica o mie. 
Siamo ancor qui in Garavazo, et credo che li staremo ancora otto giorni, e 
poi andaremo a Milano, dove la Gompagnia li voi star fino a Natale: ma 
io et Angelica faremo quanto piacerà a S. A. S., o restar qui o venire. V. S. 
per amor nostro faccia opera con solicitudine che S. A. S. si chiarisca della 
verità nel modo ch'io gli scrissi et scrivo, non essendo questa mia per altro. 
Prego Iddio lo felici. Di Caravagio. 

Come andasse a finire la cosa, non apparisce : certo che il Duca, 
nella cui grazia erano molto innanzi e Drusiano e madama An- 
gelica, avrà impedito lo sfregio minacciato alla diva: non però 
privò della sua protezione la Favoli, come abbiam visto qua ad- 
dietro. Il Martinelli intanto andò a Firenze, litigato fra i due 
principi, secondo apparisce dalla seguente lettera da cotesta città 
in data del 10 giugno 1592 ; e a quel che pare, litigato non per 
cause teatrali , ma per qualche invenzione o segreto o imbroglio 
che possedeva e cercava vendere: 

§_mo gre 

Dal Gap.*' Alesandro mi è stato mostrato una lett.^ scritali dal S."" Gui- 
•dobono secret.'» et consig."'» di V. A. S., nella quale si contiene che io ve- 



IL TKATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 327 

nendo costà V. S. mi vedrà volentieri, ot che io restano da lei sodisfato : 
et perchè so che un suo cenno m'à da essere espresso comandam.'», non 
mancarò di fare ogn' hopera ot tentare ogni strada di poter venire a servire 
r A. Sua, et ne ringracio la MM di Dio, che mi fa degno di poterla servire, 
et che lei tenga conto di me, et io come suo fed.«»* ser.'" accetto «unii.'* 
ogni sua cortese proferta. 

Y. A. S. saperà che dominica passata il gran Duca mi mandò a chia- 
mare air Ambrosiana, dove di novo mi à fatto dire eh' io mi contentasse 
della proferta che mi fece fare, et io con un core generoso gli fece dire 
che più tosto che toro 500 scudi al anno ch'io gli facio un presente del tutto, 
et che io me ne volevo andare: dove che mi fece dire, che mi darà al pre- 
sente una suma di danari eh' io sarò contento, et mi è stato acenato di 
dua o tre milla scudi alla mano: però se non mi danno tutti li dieci milla 
scudi alla mano in una volta oltra la provisione, io non ci voglio stare in 
nisun modo, perchè sicome mi amancano hora della promessa fatemi, mi 
potriano anco amancar col tempo del resto, et io a bonora tanto eh' io son 
vivo et sano, voglio aquistare qualche beni per i miei figlioUi: et creda 
V. A. S. ch'io averla pagato questa ocasione col mio sangue, non per altro 
se non per il desiderio che io tengo di servire all' A. sua per essere mio 
Sig.''6 et patron naturale, che con altri non la farei, per quanto horro è al 
mondo, et più tosto lei per niente che d' altri per gran premio. Però questa 
sera me ne ritorno all'Ambrosiana, dove credo sarò spedito et averò li dua 
tre milla scudi: et subito spedito, adimandarò licencia di venire a como- 
dare i fati miei, et come sarò a Mantova farò quanto V. A. S. si degnerà 
comandarmi, et restando in servicio suo trovare qualche legitima scusa, che 
senza perdere la gracia del granduca, potrò con mio honore servire V. A. S., 
come poi gli dirò a boca, prometendogli eh' io farò tutto quello eh' io potrò 
et saperò per servirla et darli gusto, non guardando qua a interesso alcuno, 
et spero in Dio eh' io farò vedere a V. A. S., secreti tali che li piaccrano 
et sarano di suo grande utile, et farò ogni diligentia di venire con il 

S"" Gap" Alesandro Di Firenza a di 10 Giugno 1592. 

Di V. A. S. Um.°»o et fed.»<> Serro 

Drusian Martinelli. 

Poco dopo lo troviamo a Mantova, e il Duca par si impicciasse 
anche di trovargli una casa, e se ne parla in questa del capi- 
tano Gatrani al principe, in data 20 luglio: 

Le casa per Drusiano por dcligenza ch'esso habbia usata, me dice non 
v' essere altro che quella di Claudio, la quale credo che esso n' andrà fuora 



228 A. d'ancona 

mal voluntieri, se però V. A. S. non glie ne comandasse: che con l'apartam.*» 
che esso tiene et le due camere che son d' affittare nella detta casa, si pa- 
garebbe in tutto scudi 25. Y 'è un altra casa presso Sant'agnese per quanto 
essi me dicano, che si paga de fitto 35 scudi, la qual essi vorebbono torre, 
et perciò viene Arlechino a darne conto a V. A. S. Ho voluto di ciò far- 
glene consapevole, poiché ieri le piacque comandarmi eh' io vedesse sopra 
ciò quel che v'era per comodo di Drusiano. 

A che cosa dovesse servire questa casa, resta ignoto: forse a 
qualche laboratorio: ma da quest'altra del Martinelli stesso, del 
23 agosto, parrebbe ch'ei lavorasse per coramission del Duca a 
preparargli sollazzi teatrali : 
Ser.°»o SigJ», 

I dui* edeficii sono ormai in termine di cominciare a meterli insieme , et 
s' io avesse avuto Maestri a bastanza sariano de già forniti, ma non gli è 
che dui M." che li lavorano a torno, et gli spontoni non sono arivati che 
bora, et i dui Moschetoni per la mostra non sono ancora venuti : però io 
gli guarnirrò di cane d' archebuso per bora ; dove si fano gli edefici, non 
vi è loco per meterli insieme che non siano visti da tutti: ma se così 
piace a V. A. S., li meterò insieme in casa mia in dui camaroni che per- 
sona del mondo non lo saperà, et poi subito ne avisarò V. A. S., alla quale 
suplico voglia degiarsi concedermi questa gracia de venerli a vedere prima 
lei solo 8ecretam.*«, et dopoi se li piacerà farli vedere a chi più li tornarà 
a comodo, avisandola che sempre sarà a tempo de mostrarli, et sino che 
nisuno non li ano visti, sono di V. A. S. solo, ma dopoi visti non sono più 
suoi secreti, ma di chi gli ano visti. V. A. S. è giudicioso: m'intendo facia 
lei : solo la suplico per la prima volta vederli lei solo o in casa mia o dove 
ordinarà V. A. S. che gli vada a metere insieme , che Tristano viene per 
questa resolucione, pregando Iddio che feliciti l'A. V. S.™^ (1). 



(1) Probabilmente, avendo rinunziato al servizio toscano, il Martinelli entrò 
fin da quest' anno stabilmente a quello del Duca di Mantova. Per l'anno 
successivo, lo attestano almeno queste ricevute. 
« A dì 15 Marzo 1593. 

« lo Drusian Martinelli confesso aver ricevuto dal S."" Hottaviano Gavriani 
« per man del S."^ Ippolito della camera di S. A. S. quaranta tre scudi che 
« sono per resto et compimento delle provisioni che mi dona S. A. S. per 
« tutto genaro pross.» passato « Io Drusian Martinelli. 

« lo Drusian Martinelli ò avuto dal Sig.'' Ott.no Gavriani scudi 25 a bon 
« conto di quello eh' io avanzo con S. A. S., a di dui Agosto 1593 

« Io Drusian Martinelli affermo quanto di sopra ». 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 329 

Occupandoci del teatro mantovano, non dobbiamo tacere che a 
quest'anno appartiene la stampa della commedia di un Gonzaga, 
del ramo detto dei signori nobili di Mantova. Il Rampazzetto di 
Venezia stampava invero con cotesta data Oli Inganni, commedia 
deirillustr. signor Gurtio Gonzaga, che Maddalena Gampiglia, nota 
letterata vicentina, dedicava « alla signora Dama Marfisa da Este e 
« Cibo », augurando che la produzione « di questo divino spirito » 
sia chiamata « la regina delle commedie del nostro secolo ». 
Questo Gonzaga nato nel '36 e morto a Borgoforte nel '99, esal- 
tato a cielo a' suoi tempi, e specialmente dal Tasso, pel suo poema 
il Fidamante stampato nell' '82, scrisse anche alcune Liriche, e, a 
quel che ne dice la Campiglio, tradusse in parte Y Eneide, e re- 
citò nell'Accademia vaticana di S. Carlo Borromeo una orazione 
in lode della lingua volgare. Fu, come attesta il Tiraboschi, non 
meno valente in armi che in lettere, e nel '59 venne dal card. Er- 
cole mandato per negozj politici alla corte cesarea. La commedia 
è delle solite di quel tempo: più ci attraggono in essa certe fi- 
gurine, rappresentanti le varie scene, che sono disseminate nel 
libercolo. 

Massima preoccupazione era in questi anni al Duca un gran 
spettacolo, del quale ragioneremo partitamente più innanzi: ma 
ciò non toglieva ch'egli non pensasse anche ad altre commedie (1) 
e alle Compagnie comiche , e specialmente a quella sua pre- 
diletta degli Uniti , i quali veramente, allora, erano molto disu- 
niti, e dispersi in varie città. Ai 4 luglio del '93 si rimborsavano 



(1) Resta soltanto il ricordo delle « spese fatte per la comedia del mese 
« di febraro 1593 », cioè: « A M""» Vincenzo Taragnoli per ha ver fatto un 
« leone et un serpente et barbe nove per i pastori, et aconciate tutte quelle 
« che erano in casa per i Satiri, L. 55; A M''° Francesco Cremonese ma- 
« rangone, per ha ver stoppe le finestre, fatti i sedili, il palco delle donne, 
« et tirate le corde del coperto della scena, L. 48; fattura e spesa di 17 ca- 
« pigliature per la comedia L. 169; a Messer Dario pittore per tutte le 
« fatture et spese fatte in colori et dipinture per li apparati et vestimenti, 
« L. 197; Per 12 mascare et 8 barbe, tutte fomite con la sua cordella per 
<< la comedia, L. 19; Per para 8 scarpe per li cantori mietitori del 2» in- 
« termedio della comedia, L. 18: Per il fitto di n<» 16 habitì per la comedia 
« per giorni 3, L. 22, ecc. In tutto, L. 996 >. 

Giornale storico, YI, fase. 18. 89 



330 A. d'ancona 

infatti a Leandro commediante (1) le spese occorsegli per man- 
dare ad avvisare i comediantì di S. A., di tornarsene di Ferrara 
e Reggio, ove si trovavano, a Mantova: e l'Angeloni era spedito 
a Firenze a ripigliarvi la Compagnia degli Uniti: alla quale, 
come vedemmo, quando essa appunto stava « trasferendosi a Fi- 
« renze » nell'ottobre del '92, il Duca aveva raccomandato la 
Margherita Favoli. Ora, una Aurelia desiderando entrare nella 
compagnia della Vittoria, si raccomandava per ciò al Duca: al 
quale cosi scriveva da Verona, ai 27 marzo '93, un Giusto Giusti: 

Aurelia comica desidera sommamente di haver luogo et unirsi con la Com- 
pagnia di Vittoria, sperando con la scorta di s\ gran donna di poter avan- 
zarsi nella professione. Et perchè sa che un minimo cenno di V. A. S. può 
farla degna di questa gratia, è venuta a pregarmi con la maggior istanza 
del mondo, ch'io voglia supplicar V. A. S. del suo favore, nella cui beni- 
gnità havendo ella prima fondata ogni sua speranza, stima che la interces- 
sione mia, come di servitore tanto obligato et divoto di V. A. S., possa 
giovarle non poco. Et io amerei grandemente che il buon desiderio di questa 
donna fosse aiutato dal mio reverente affetto. Supplico adunque V. A. S. con 
tutto l'animo, che resti servito di essaudir così giusta et virtuosa domanda. 
Di che, non pur l'istessa Compagnia di Vittoria può ricevere accrescimento, 
ma particolarmente la nostra città, ove sperano di far lor comedie, sentirà 
grandissimo gusto, essendo Aurelia da ciascuno generalmente ben vista. Et 
a V. A. S. riverentemente m'inchino. 

P.S. Giovami di credere che se bene la Compagnia è stabilita, di conse- 
guire questa grazia, et come di cosa già ricevuta le resto con quel magior 
obligo che possi venire dal mio conoscimento. 

La Vittoria potrebb' esser sempre quella che nel '74 venne 
applaudita da Enrico 3°, e che nell' '89 abbiamo ritrovata a Fi- 
renze. Ormai provetta, poteva ben servire di guida, di sostegno, 
di « scorta » a una attrice principiante. Ma chi fosse quest'^w- 
relia, probabilmente veronese, non è dato conoscere. Non è cer- 



(1) Questo Leandro è probabilmente un Leandro Ricci, nipote al pantalone 
Federigo Ricci, che più tardi, nel 1612, si trova nella compagnia di Arlec- 
chino (Tristano Martinelli), e vi era ancora nel '20, quando, tornando in 
Francia, morì a Chambéry: vedi Baschet, pp. 225, 280, 287. 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 331 

tamente la Brigida Bianchi, comica fedele (1), che illustrò il nome 
di Aurelia sulle scene d'Italia e di Francia, e fu madre di Cintio, 
ovverosia Marcantonio Roraagnesi. La Bianchi è una seconda Aiir 
relia: della prima, come anche già della prima Flaminia, dob- 
biam rassegnarci a non saper nulla. E invero la Bianchi, che nel 
1659 dedicava alla regina di Francia e stampava in Parigi V In- 
ganno fortunato ovvero V Amunte aUboiirita, tradotta dallo spa- 
gnuolo, e nel '66 mandava alle stampe i Rifiuti di Pindo, raccolta 
di poesie indirizzate da lei al re Luigi, morì nel novembre del 
1703: e sebbene avesse allora 90 anni (2), non può essere la co- 
mica raccomandata dal gentiluomo veronese al Duca. 

Né questa diOiV Aurelia fu la sola raccomandazione che allora 
ricevesse il Duca, divenuto non sapremmo dire se protettore e 
patrono, ovvero piuttosto servitore e agente della comica fa- 
miglia : dacché nello stesso anno a lui cosi si rivolgeva da Roma 
un povero dottor Graziano, che vi aveva trovato la mala ven- 
tura : 

S.«"> S' Duca 

Gianpaulo Agochij Bolognese d."» Dottore, Ser.'« di V. A. S., quel il quale 
à recitato a Mantova et a Viedana a V. A. S. e ch'à recevuto tanti favori 
e cortesie da S. A. si ritruova in Roma e qualche un mese fa è usito di 
pregione, et li è stato dui anni in secreta senza esser examinato, per essere 
stato perseguitato da un suo parente : con Taiuto di Dio e di quela S.*"' Maria 
di Loreto e per amor di V. A. et il favor del Gard.i» Cintio S. Giorgio 
fui examinato et ralessato senza altro impedimento, doppo che m' aveano 
tenuto dui anni in gabia: così ricoro ìdla benignità e amorevoleza di V. A. S., 



(1) Fr. Bartoli dà separatamente, come si trattasse di due diverse pe^ 
sono, notizie di Brigida Bianchi (I, 123) e di Brigida Fedeli (I, 208), attri- 
buendo alla prima, la traduzione della commedia spagnuola, alla seconda le 
poesie, delle quali dà per saggio un sonetto a mad.''* della Vallière. L' er- 
rore nasce da ciò che notò il Quadrio (V, 244), che, cioè, nella stampa delle 
poesie invece di porre Aurelia comica fedele fu posto Aurelia Fedeli. 

(2) [Parfait] , Hist. de Tane. th. ital. , p. 26. La Bianchi si ritirò dal 
teatro l'anno 1683 e passò gli ultimi suoi anni in \ma casa di Via S. Denis. 
Il GuELLETTE dice averla spesso vista nella sua vecchiaja quand' era co- 
stretta al letto, e trovatala « extrémement parée et se conformant toujours 
« aux modes nouvelles ». 



338 A. d'ancona 

che si voglia degnare di farmi favor, oltra tanti altri recevuti da S. A., di 
mandarmi o farmi dare qualche pochi di denari, acciò io possa partirmi di 
Roma e andar a casa mia a Bologna, e subito venire a Mantua a dar spassa 
a V. A. S. e star alegram.*« questo carneval; non altro dirò per non fastidir 
la V. A., se non che la prego e la supp.co per amor di Dio a non mancare, 
acciò possa neser una volta di tanto tri cavaje, eternam.*^ gli ne resterò 
con obligo a V. A., e si degnarà di far indrizar la risposta di questa al- 
l' Ecc.*« S/ Don Virginio Orsini : non altro se non che conti.t^ pregarò 
N. S. Iddio per la sua lunga e felice vita. Di Roma il dì 13 di 9bre 1593, 
D. V. A. S. afF."»o ser.'« Gioanpaulo dalli Agochij 

d.*» Dottor Gratian Scarpazon. 

Dove si recitasse allora in Mantova, essendosi bruciato nel '91 il 
teatro ducale, ricostruito e riaperto solo nel 1608 (1), non sappiamo: 
ma nel '94 due commedie almeno si rappresentarono nel palazzo 
del Te, dacché si ha un ordine di S. A. di pagare per quelle ai 
commedianti venticinque ducatoni. E nel carnevale, per ralle- 
grare la Serenissima signora, uscita di puerperio, si ha da una 
lettera del Rogna (5 febbrajo), che si attendeva ordinariamente 

... a comedie, maschere, festini , cene et cose simili , come conviene alla 
stagione ; 

come più tardi nel maggio, pel battesimo del neonato, oltre una 
barriera, si ebbe 

... sulla scena grande una bella comedia. 

Ma in quest'anno lo spettacolo più notevole dell'Italia supe- 
riore fu quello dato dalla città di Milano al conte di Haro, figlio 
del sig. Contestabile di Gastiglia, Juan Fernandez de Velasco, 
governatore della Lombardia, e del quale abbiamo un minuto 
ragguaglio trasmesso dall' ambasciator ducale a Milano , Lodo- 
vico Falletti, al consigliere ducale Tullio Petrozani. Non spiacerà 
forse al lettore l'udirne la descrizione: 



(1) Per le nozze del principe Francesco con Margherita di Savoja: archi- 
tetto il cremonese Viani, del quale diremo più oltre. 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 338 

Nella Comedia fatta fare dalla Comunità di Milano a 13 d'ottobre 1504, 
per honorare le nozze del S.'' Conto d'Arò. 

Primo intermedio. 

Dato il segno, cade la tela figurata il mare, adornata di diverse sorti di 
pesci, per il che si scoperse la scena affigurata la città di Napoli. In mezzo 
al palco stava a traverso una tela dipinta che assomigliava alla marina, 
sopra della quale apparse la Vittoria comediante accomodata a modo di 
sirena. Costei fece il prologo, il quale finito, la scena subito fu coperta 
d'una tela dipinta d'arbori, boschi, monti e colli ameni, ove comparsero 
Fetonte et Epapho contrastando insieme, dicendo Epapbo potersi vantare 
essere figliuolo di Giove, ma che non sapeva come Fetonte potesse essere 
figliuolo del sole, chiamandoli chiarezza di questo. Fetonte andò a trovare 
Climene sua madre, addimandandola se era stato generato dal Sole: lei giu- 
rando che sì, li disse che andasse dal Sole a dimandarglielo. Così vi andò, et 
di lontano inginochiatosi, con la mano avanti gl'occhi, gli domandò signo, 
acciò conoscesse essere suo figliuolo. Egli giurando per la stigia palude li disse 
che sì, et che in segno di ciò domandasse ciò eh' egli voleva, et cavandosi 
li raggi r accarezzò molto. Fetonte li domandò di guidare un giorno il suo 
carro della luce. Febo lo dissuase da ciò perchè non lo havrehbe saputo 
guidare, pure insistendo, glie lo dà, ongendolo prima acciò non abbrugiasse. 

2.*> intermedio. 

La scena fu coperta tutta in un subito con tele dipinte con arbori secchi 
et campagne, che non parevano se non fuoco, per il gran calore. A mezo 
il palco comparvero i Fiumi con li ami, che in cambio d'essere pieni d'acqua 
s'abbrugiavano, et per ciò esclamavano a Giove di tanta distrutione. Fatte 
queste esclamationi, comparvero i quattro Tempi dell' anno, ciascuno dolen- 
dosi del danno che pativano per il gran calore, et poi tutti insieme ingi- 
nochiati cantando invocarono Giove che li soccorresse, onde tirò il tuono, 
s' aperse il cielo et comparse Giove a cavallo dell'Aquila, che rispose volervi 
provedere. Fetonte passando sopra il carro, lamentandosi di tanta fatica et 
del gran pericolo in che si trovava. Giove lo saetò, et lo fece cadere dal 
cielo, et la madre sua comparse lamentandosi d' bavere perso il figliuolo, 
et che le sorelle per il gran piangere si erano convertite in piante di pioppe. 
Et s'udiron strepiti grandi di tuoni in cielo, dopo i quali continuando i 
lampi et tuoni, tempestò confetti sopra il palco, che causò gran alegrena 
a Relichino et Pedrolino, et molto riso alli ascoltanti. 

3o intermedio. 

Comparse la tela della scena depinta che afiSgurava la bella primavera. 



334 A. d'ancona 

uscendo una bell."^* donna vestita pomposamente sopra un carro tirato da 
due leoni, che cantava beli.™' versi, la quale era l' Aurora, et al suo sco- 
prirsi, le stelle ch'erano rosseggianti in cielo, s'annichilarono. Era costei 
accompagnata da varij canti d' uccelli et massime de rusignoli, et simil.te 
de galli. Comparvero cinque Pastori con viole che sonavano per eccellenza, 
et con essi erano quattro villani che ballavano nizzarda et altri balli, che 
fecero bello vedere. Comparvero li Fiumi con li urni pieni d' acqua, che sca- 
turivano acque odorifere, e cantando versi. 

4o intermedio. 

Finito il terzo atto et la musica al solito, le tele di verdura copersero la 
scena, e comparsero le 4 Stagioni dell'anno, e ciascuna recitò versi in lode 
et ringratiamento delle racquistate sue ordinarie forze, et poi comparvero 
quattro Dei, i quali cantarono madrigalli bell.™^ et nel finire conchiusero: 
andiamo andiamo, con concento sonoro più volte dicendo: andiamo andiamo. 
E così fu finita la comedia. 

Li Comedianti che furono gli ordinarij, comparvero beniss° vestiti, li in- 
termedij ornati. Costa alla comunità di Milano da 2.™ du.". Gli auditori 
eccedevano 6."". Vi era il senato et tutti li Maestrati con quelli di Provig.«, 
infinite et ben ornate Dame. Sue Ecc.«e et la casa sua s' intendono (1). 

Ma nel '95, mancando, si vede, i comici , supplirono , chi lo 
crederebbe?, i Gesuiti (2). Infatti ecco quanto dice una lettera 



(1) Gentile Pagani, Bel Teatro in Milano avanti il 1598 ecc., p. 17, 
ci fa sapere come fu in tale occasione appositamente costruito un teatro , 
architettato da Giuseppe Meda : V invenzione dello spettacolo fu affidata al 
trentino Nunzio Galiti, le pitture a Valerio Profondavalle, e la direzione sce- 
nica all' attore Leandro, che potrebb' essere Leandro Ricci. 

(2) Anche a Roma i Gesuiti, pronti sempre a secondare l'umor de' tempi 
e volgerlo a lor senno, davano rappresentazioni sceniche. Nel 1573, riferisce 
l'ambasciator Paolo Tiepolo, « ha fatto S. S. prohiber commedie : solo i Gesuiti 
« di sua licentia haimo fatto rappresentar dalli giovani, che si allevano con 
« gran disciplina e religione nelli loro collegii, due tragedie, che cosi l'hanno 
« chiamate, in lingua et verso latino : 1' una di cose passate del Testamento 
« vecchio, del Re Acab, assai bella et comendata, et 1' altra di cose non 
« ancora successe, ma che nel Testamento novo si trovano figurate et pre- 
« dette che habbiano d'avenire, dell'estremo universale Giudicio: impresa 
« certo ardita, ma per comune parere assai felicemente reuscita »: Muti- 
NELLi, St. arcana ed anedottica d'Italia ecc. Venezia, Naratovich, 1855, 
I, 108. 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 335 

senza sottoscrizione diretta all'ambasciatore ducale a Venezia, in 
data 7 febbraio: 

11 lo di febbraio gli Gesuiti, in casa del S.' Don Ferrando, fecero recitare 
una rapresentatione di S. Eustachio. Vi fu S. A. e molta gente. Et gli co- 
medianti, homini et nobili, la sera in casa degriU.""' Sig.""' Gazj fecero una 
opera heroica. In casa mia quelli cavalieri et gentiluomini che recitano fa- 
cessimo una comedia, che tante dame et cavalieri vi furono, che fu un stu- 
pore, che dicono fu bellissima. Questa sera in casa mia, come l'altro hierì, 
si è fatto comedia nel medesimo modo. Hoggi, giorno di carnevale, fanno 
una comedia certi virtuosi in casa del sig. Don Ferrando, dove sarà S. A., 
et ognuno che vi potrà stare. 

Le quali cose sono confermate per la massima parte da An- 
tonio Della Valle, scrivente il primo di quaresima allo stesso am- 
basciatore: 

È passato il Carnevale senza maschere sì, ma non già senza domestichi 
trattenimenti, giochi, convitti, feste, canti, suoni, et sopra gli altri di co- 
medie belle e piacevoli, dotte et eleganti, ma da giovani gentilhuomini della 
città nostra, eccitati dal nobile e vivace spirito del nostro S.' Alfonsino 
Gonzaga, gratiosissimO Monsig.'», rappresentate con tanta gratia, che avan- 
zano le più degne et migliori parti dei veri professori, nel dire grave et fa- 
ceto, nei gesti, negl'atti, nel sembiante, nei componimenti di tutta la per- 
sona a guisa di Proteo in ogni forma a lor voglia tramutato. 

Ma se in quest'anno, senza poterne additare la vera causa, non 
troviamo Compagnie recitanti in Mantova, abbiamo però ai 
2 marzo una raccomandazione per privati negozj del Duca al 
Card, di S. Clemente in favore di Silvio Gambi comico, del quale 
manca ogni ragguaglio biografico: e nell'aprile, ai 10, questa 
del consiglier Cheppio a Niccolò Bellone ambasciator ducale a 
Milano, per raccomandargli la Compagnia degli Uniti, che ormai 
si fregiava del nome di Compagnia del S.^ Duca di Mantova: 

Sarà presentatore di questa a Y. S. Mess. Drusiano Martinelli, che nelle ° 
comedie recita la parte d' Arlechino (1) , o qualchedun altro della Compa- 



(1) Sarebbe difficile sapere a quale dei due fratelli, ambedue Arìecchini^ 



336 A. d'ancona 

gnia de' Comici Uniti , che per altro nome si chiama la Compagnia del 
S.^^o Sigj nostro, come che serva a S. A. più particolarmente, et anche per 
essere stata unita et mantenuta coU'autorità sua. Questi dirà a V. S. più a 
pieno il bisogno suo et della Compagnia istessa, et mi comanda S. A. ch'io 
l'accompagni con questa, incaricandole che spendendo il nome dell' A. S., 
non manchi di procurare con chi bisognerà, et anche presso il sig/ Gover- 
natore, che non solo sia permesso questa està a detta Compagnia recitare 
in Milano le sue comedie, ma di più che sia sola, acciò si levi ogni con- 
correnza, et occasione di scandalo. 

Il tenore della supplica fatta dagli Uniti al Governatore di 
Milano il 18 aprile, fu il seguente: 

Già altre volte la Compagnia de' Comici Uniti hanno rappresentato le loro 
comedie in questa città, et desiderano di fare il medesimo questa estate, 
come ne ha passato ufficio con V. E. l'Ambasciatore di Mantova. Supplicano 
r E. V. restare servita di concederli l' istesso di potere recitare come sopra, 
senza che li sia dato impedimento alcuno, et come hanno fatto per altri 
tempi. 

E il Marchese Alifer riscrisse a tergo: 

Si conceda nella moderna forma già concessa a Diana Desiosa. Die 
7 Junij 1595 (1). 

Dieci giorni dopo il Bellone rispondeva al Gheppio: 

Tutto che altri comedianti havessero ottenuta già licenza di rappresentare 



si riferisca il seguente brano di lettera del 20 marzo '93 , del protonotaro 
Pomponazzi ambasciatore ducale a Venezia , al segretario del duca , e per 
che cosa Arlecchino volesse una commendatizia per Costantinopoli. Voleva 
egli forse tentar la fortuna fra' Turchi, e far ad essi conoscere la commedia 
italiana ? « Il fratello di Arlichino non mi domandò altro presentandomi la 
« lettera di V. S. dei 10 del presente, che una raccomandatione in persona 
« sua al sig. Ambasciadore della Maestà Cesarea in Costantinopoli, la qual 
« gli ho procurato, et penso che in ogni occasione egli n' bavera buon gio- 
« vamento, come le desidero per servire a V. S., la quale mi fa particolaris- 
« sima gratia sempre che mi comanda ». (Comunicazione dell' archivista 
cav. Bertolotti). 

(1) Pagani, Op. cit., p. 24. E vedi a p. 41 altra licenza data agli Uniti 
nel maggio '96. 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 337 

le loro comedie, con inteutione d'esser soli qui questa està, s'è però anco 
operato che i comici Uniti del S.""> S."" n.'» possine anch'essi recitare le 
loro, quaJi, come migliori, spero che riceveranno poco sconcio da gli altri 
suddetti, a che concorre parimenti Arlechino stesso, il quale in voce potrà 
riferire quanto ha fatto, scrìvendone io soccintamente all' A. V. come anco 
a V. S. 

L'altro Martinelli, Tristano, era colla Compagnia della Diana 
o dei Desiosi (1), dopo aver abbandonata quella di Pedr olino, e 
ai 4 decembre del '95 cosi scriveva a un famigliare del Duca : 

Questa mia sarà per salutare V. S. et pregarla insieme che si voglia di- 
gnare di favorirmi in quello che li scrivo, che gliene restarò obbligatissimo. 
Quello che V. S. à da operare per me si è che V. S. dica a S. A. S. se si 
vele servire di me (juesto carnevale de la mia parte in comedia, ch'el mi 
comandi, che ad ogni minimo suo ceno, io sarò prontissimo a venirlo a ser- 
vire ; et se mi son partito dalla Compagnia di Pedrolino, io ne ò auto mille 
occasioni, benché vogliono essere patroni et non compagni, et io non es- 
sendo uso a servire , mi pareva che mi facessero torto : et per questo et 
per altre cose, io mi son partito, ma non sono anco stato io il primo, che 
tre o quattro altri si sono partiti inanzi di me, per tante insolencie che co- 
storo usano a' suoi compagni. Perciò io prego et suplico V. S. che per 
l'amor di Dio non manchi di far questa relacione a S. A. S., a ciò che non 
pensase che io non lo volesse servire, perchè li sono servitore di core, 
senza interesi alcuno; et volendosi servire di me, V. S. mi dia avisi qui in 
Cremona nella Compagnia de la sig.""" Diana comica, et indrizare le letere 
a M. Giambattista Lazarone comico (2), che lui me le farà avere, et la 
prego, dentro o fora, darmi aviso, a ciò sapia quello che ò da fare. Non 
altro. N. S. la conservi in sua tanta gratia. Di Cremona. 

Tristano Martinelli 
detto Arlechino y comico (3). 



(1) Da un documento nel Pagani, Op. cit^ p. 23 appare che la Diana 
co' Desiosi nell'Aprile dell' anno innanzi, 1595, chiedeva recitare a Milano 
« con modestia et honestà et con csempj boni ». 

(2) Un Battista Lazzaro abbiam visto capocomico in Francia nel 1583, e 
i suoi mobili sequestrati dal magistrato: vedi Baschet, p. 88. 

(3) Comunicazione del cav. Bertolotti. 



338 A. d'ancona 

Null'altro si sa di questa pratica. Nel principio però del suc- 
cessivo anno '96, i Desiosi, ai quali apparteneva allora Tristano, 
davano alcune loro commedie in Mantova, come resulta dalla 
seguente in data 6 gennaio, del Duca alla Duchessa di Ferrara 
e a Don Cesare D'Este: 

Con l'occasione del passaggio per qui dalli comici Desiosi, ho io sentito 
alcuna delle loro comedie, che in effetto mi hanno apportato non poco gusto ; 
perciò facendomi eglino sapere che volentieri verrebbero costì a passare il 
presente carnevale, mentre potessero ottenere la licenza dal^Ser.""» Sig.'' 
Duca, non ho voluto lasciare di pregare per loro V. A. che resti servita di 
procurarglielo, assicurandolo che costoro sono persone di bon garbo et fa- 
ceti in modo, che giova il credere, che Ella in questi dì apunto carnevale- 
schi sii per sentirne, tutte le volte che si compiacerà d'udirli, particolar 
piacere. 

Duca di Ferrara era allora Alfonso n, che morendo l'anno 
appresso, fece andare a monte , come già notammo, una recita 
degli Ebrei mantovani. 

La seguente, da Bologna ad Ottavio Gavriani tesoriere del Duca, 
fa vedere che i comici Desiosi non erano sconoscenti dei favori 
fatti loro dal Duca e suoi officiali: 

Non scordevoli della cortesis.™* offerta fattane da V. S. 111. per benefitio 
nostro, in esseme protettore con S. A. S. nel farne rimborsare dell'utile dei 
Palchetti, la supp.^^» si degni accettare il picciolo dono che li manda tutta 
la Gomp.i*, il quale ancorché superfluo, li servirà per memoriale, et insieme 
quello di S. A. S., il quale pregamo la si degni presentarglielo, e del seguito 
darne con una sua subito ragguaglio, diretta a Giuseppe Scarpetta comico 
nella via della Mascarela, che del tutto la Gomp.*» se li oflfera perpetua 

servitrice Bologna 15 feb.^» 1576. 

Li Comici Desiosi. 

Per quest' anno possiamo ancora registrare una lettera della 
Andreini : 

S.™o S.' Duca mio S.'e 
Quel male il quale ci aviene per nostro difetto è facilis." da sopportare, 
ma intolerabile è quello che senza nostra colpa ci accade: intolerabile è 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 339 

adunque il male et graviss.» dispiacere eh' io sentì, S.™" mio S/*, nel vedermi 
poco in gratia di V. A. S., gratia da me ragionevolmente stimata cpianto la 
propria vita, poi che questo mi aviene non per lo mio, ma per l'altrui di- 
fetto. Ma dato e concesso pure, sicome piace alla nemica mia sorte, ch'io 
sia fatta d' alcuna cosa colpevole appresso l'A. V. S., ricordisi per gratia il 
mio benigno Sig.""*) che i principi altro non sono che Dij terreni, e siccome 
non è lecito agli Dei il serbar sdegno od ira centra le cose mortali, così 
non è lecito a voi, mio terreno Dio, l'essere adirato o sdegnato contro di me, 
sua infinitiss.™» serva, ma perchè è proprio degli animi grandi il dementi- 
carsi presto l' offese, quand' io pure l' habbia o per mia sciocchezza o per 
r altrui inganno offesa, mi giova di credere che V. A. S. non pur si sia pla- 
cata et habbia posta l'offesa in oblio, ma l' habbia interam.'» perdonata, del 
che et io e '1 mondo tutto sarà sicuro al' bora che piacerà a FA. V. S. di 
richiamarmi alla sua desideratis.* servitù, del che con ogni affetto la prego, 
pregando anco Iddio che conceda a V. A., alla S.°»» moglie e figli ogni 
maggior felicità. Di Bologna li 27 9bre 1596. 

D. V. A. S. Hum."»» Serva Isabella Andreini. 

Nulla abbiamo pel '97 : ma col '98 abbiamo i soliti sollazzi car- 
nevaleschi. Francesco Ongarino cosi ne ragguaglia l'ambasciata 
ducale a Venezia: . 

Qui si trova tuttavia il Clariss.™" S.'' Pietro Friuli et il S' Gio. Già.* 

Latova milanese, che fatto Carnevale se ne andranno alle case loro. Do- 
mani 1.0 febb.o si farà una bella mascherata a cavallo da Gianizz.' et Gran- 
turco, capo della quale sarà S. A. Lunedì sera si reciterà la Pastorale di 
D.n Federico Follino, poeta comico: si correrà poi all' anello al solito, et si 
starà allegram.'e per questi 3 dì Mant.*, l'ulto di Genn.» 1598. 

E anche nell' aprile si preparavano commedie , come resulta 
dalle seguenti del Gheppio, ambedue del 9, una al consiglier Pe- 
trozzani a Gasale, l'altra al Duca: 

Questi recitanti della Comedia mi hanno portati gli annessi libretti per 
due parti che hanno assegnati al S.*" Falsteo Gorni et a Mes.' Eugenio Ga- 
gnani, che sono costì con S. A., come vederanno dalle inscritioni de libretti: 
piacerà a V. S. R.™* di farli chiamare et dar loro detti libretti , con far 
ufficio che costì et per viaggio vadano imparando lo parti assegnate nella 
forma che stanno accomodate et corrette nei libretti, per esercitarli poi qui 



340 A. d'ancona 

al ritorno con gli altri compagni, et con questa a V. S. bacio la mano ecc. 

Si va attendendo al negotio della Comedia con ogni diligenza , ma 

tutte queste imprese nel principio trovano delle difficoltà, che non si pos- 
sono superare se non con un poco di tempo 

Non è qui menzionata la commedia che si stava provando, ma 
da una lettera del 7 maggio del poeta Gaspare Asiani, si direbbe 
che fosse sua. Se fosse la Pronuba, già stampata dieci anni in- 
nanzi a Mantova stessa dall'Osanna (1), o se fosse più probabil- 
mente un'altra, non è facile asserire (2). La lettera intanto è 
questa: 

M.'o IH.""" S.' mio Oss.°">, 
Il continuo esercizio di questa comedia et le molte difficoltà che quasi 
insuperabili tuttavia si vanno scuoprendo , non mi lasciano tempo di venir 
a dar conto a V. S. d'alcune menucie, a quali vorrei puoter sodisfare senza 
fastidirla , come sarebbe il dar le parti che sovravanzano a quelli che per 
ambizione le aspettano dalle mani di lei , quali per compire il servitio di 
S. A. gliele andrò inviando; e per adesso le dirò che questa mattina Mons.' 
Pollini et io siamo restati in appuntamento (se cosi a Lei piace) che dia com- 
missione a quel sovrastante che paga le opere et lavorieri della comedia, 
di dare al Bidello, qual ha servito un mese e quasi mezzo T altro, due du- 
cattoni a conto del suo salario .... Di casa, 7 mag.o 1598. 

Gasparo Asiani. 

Il marito di madama Angelica continuava intanto a dar da 
fare al Duca. Agli 11 marzo 1598 si lagnava di esser preso di 
mira dajdue imbauttati, e cosi ne scriveva al Gheppio: 

Queli due inbautati che oggi ò detto a V. S., sono stati anco tuta sera 
inbautati su questi cantoni et pasegiando molte volte inanti la mi porta : 



(1) Bettinelli, Op. cit., p. 97. 

(2) Il Bettinelli, Op. cit., p. 97 scrive: « L'anno stesso 1530 trovo stam- 
« pato in Venezia il Formicone commedia in prosa e del nostro Gasparo 
« Asiani, che vi uni gli intermedj in verso. DedicoUa ad Alfonso Gonzaga, 
« e stara possi a Mantova del 1588 e '89 ». Chi ci capisce qualche cosa? 
Si stampò nel '30, o nell' '88 o '89 ? Il Quadrio, Op. cit., V, 92, registra la 
Pronuba non solo sotto l'anno 1588, ma anche in data del '94. 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 341 

io gli ho fato parlare per Sig/ Julio Tornelli scrimatorei loro gli ano risposto 
ohe la strada è comune. Io ho mandato a chiamare il loco tenente del ba- 
riselo che loro erano qui, et è venuto, ma mi à detto non aver alcuna co- 
misiono de pigliarli : l'uno de questi dicono se adimanda Ottavio Caura, et 
l'altro dicono esser un guantaro, tati dua soldati di corte. Domatina vero a 
parlare con V. S. M.'o 111."», per la quale prego Iddio la felicità. Di casa a 
dì 11 marzo 1598. 

Di V. S. M.»» m." aflf.°«> ser.'o 

Drusiano Martinelli. 
Questi dua sono stati in aguaito questa mattina, e hanno segmtato il d.<o 
Drusiano inbautati, e questa sera fanno il med.o; tutto so per bocca del d.'' 

Drusiano. 

11 v.o CavaU.0 

Una lettera, di poco posteriore , del capitano Gatrani al con- 
siglier Gheppio apre uno spiraglio di luce sinistra nella casa 
coniugale del Martinelli, e ci porge questi non onorevoli par- 
ticolari su lui e sulla fida consorte: 

Havendo io detto a V. S. molto lUJ^ a viva voce la qualità di Drusiano 
comediante, il modo -che tenne per mettermi in disgratia del Ser.™*» S.', 
et della mia pregionia di cinque mesi et vinti giorni con tanto mio dano 
di vita et di roba, mi è parso per più memoria farli questa narativa, 
afinchè più destintamente la ne possi parlar a S. A. Dirò prima che sondo 
questo Drusiano uso a dar memoriali falsi, et venendomi al' orecchi (ora 
ch'io procuro levarli le sottoscritte comodità) che esso voi dare memoriali 
all'AUza sua contro di me, non per zelo d'onore, poi ch'egli non l' à mai 
haute, et sapendo io che ieri egli venne a parlar a V. S. et dice anco 
haver parlato a S. A., mi son mosso per tal effetto ricararmi (?) da lei, 
et che mi facci gratia di procurar con 1" Alt.* sua, che resti servita di 
far veder il memoriale eh' egli ha dato o che darà contro di me; et se si 
trova ch'egli dica la verità, S. A. mi castighi, che do la parola a V. S. di 
starmene qua ad aspettare la sententia dell'Alt.» sua, et caso costui diponghi 
il falso (come è suo uso) che S. A. come Principe giusto, ne facci quella 
demonstratione che conviene , et non comportare che un servitore che 1* à 
servito , passa dieci anni , in governi et altri carichi, come io ho servito 
honoratamente, sia lacerato con calunnie false da un infame come è costui, 
dal quale ho receuto quel male che S. A. et il mondo sa. Le comodità ch'io 
ò detto son le seguente. Mentre Drusiano è stato ultimamente in questa 



342 A. d'ancona 

città, che son da cinque mesi in circa, à visso sempre de mio con il vivere 
ch'io mandavo a sua mogie, et egli atendeva a godere e star allegramente 
sapendo bene de dove veniva la robba, et comportava che sua moglie stesse 
da me et venisse alla mia abitatione, et non atendeva ad altro che a dor- 
mire, magnare, et lasciava correre il mondo : come di questo ne farò far fede 
avanti S. A. da più testimonie degni di fede. Ma perchè circa otto giorni 
sono io li ò fatto intendere per la massara che si trovi da vivere, che non 
voglio ch'egli viva de mio, mena rovina et j^rla di ricorso al Alt.* sua, et 
di più per haverli fatto sapere che quella casa è mia, poi che io ne pago 
il fitto (come mostrare) et che se ne proveda d' una, tratta alla peggio sua 
moglie, con farli quella mala compagnia che S. A. potrà sapere; et di più 
per haver saputo che '1 mobile che è nella suddetta casa, è maggior parte 
mio et che io lo vorrò quando mi tornerà comodo. Questi son li capi che 
rhan fatto mettere in fuga a parlar di ricorso a S. A., et non zelo di ho- 
nore come à detto, poiché mentre io ò speso per mantenerlo , esso à con- 
sentito a qualunque cosa che io ho, come infame ch'egli è. Me ritrovo 
haver un figlio di detta dona, il qual io ò fatto alevar et sempre ò tenuto 
presso di me o della Signora Hippolita Aldegatta, di sei anni in circa. 
Il Drusiano sempre à saputo che ò tenuto detto figlio per tale , né mai à 
detto nulla : ma ora vinto dal sdegno , sapendo quanto io amo detto figlio 
dice che voi suplicar S. A. a farglene ristituir: di che l'Alt.* sua (come in- 
formata prima che ora) son sicuro bavera risguardo a l'occorentie del mondo. 
Fo sapere a V. S. che quando io fui liberato di pregione, per ordine di S. A. 
andai con il Sig.'' Ferrante Gonzaga in Ungaria, et alla partita eh' io feci 
donai tutto il mio mobile che me ritrovavo alla sudetta donna , perchè si 
potesse mantenere havendola il marito abandonata; di che non ostante ella 
si mantenne, ma asieme con altre sue cosetti le vendè al Sig."* Lodovico 
Bagno per scudi ducente, in credenza, li quali io ò ultimamente riscossi et 
mi son contentato che la detta donna metti detti danari a nome suo, sopra 
non so che terre : et ora che questo infame à visto che io ò consentito a 
tal alocatione, di che egli pensa godere , tratta mal quel che non basta a 
credere sua mogie, con dirli a tutte l' ore quelle maggior ingiuriose parole 
che si possano dire a una del Fuso. E perchè egli diede parola a V. S., qual 
lei presi a nome di S. A., di far buona compagnia a sua mogie come lei sa, 
poco dopo la lasciò senza nissuna sorte de recapito, in modo tale che se io 
non le dava un mio letto da dormir et provederla di casa con altre cosette 
necessarie, et lasciarli da dementar mio figliolo, quando son stato fuor d'I- 
talia, con il qual ella parimente s'è mantenuta, sarebbe stata forzata di andar 
mendicando, o ver di aprir bottega pubblica : come di tutte le sopradette 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 343 

cose mi oblìgo provar per persone degne di fede nel tribunale che S. A. 

comanderà. E perchè questo vituperoso con falsi memoriali altro volte à 

messo in canpo cose, che ò ardimento dire , che quasi son maravigliato se 

S. A. lo ascolta, tuttavia si vanta che l'Alt.* sua lo ama, come fa Arlichino 

suo fratello, et che lo voi al suo servitio con arogarli et prometterli molto 

dell'Alt.* sua, et per questo (contro a mia natura) fo sapere a V. S. che 

Arlichino à strappazato il servitore di S. A. in Fiorenza et in Parma, come 

l'Alt.* sua se ne può informare da Pedrolino et Cardane, et che (juesto Dru- 

siano à sparlato contro S. A. in Parma, come da Carletto, che fa da Frati- 

ceschina in comedia, l'Alt.'' sua si potrà informare. Non ostante in Turino 

et in altri luoghi questi dua fratelli han detto cose, per quanto intendo, 

non erano licite, contro S. A. Si, che per tutte le sudette cause, V. S. potrà 

comprendere la qualità di questi fratelli, et contrapesarle con la servitù et 

qualità mia, et in conformità dame quella parte a l'Alt.* sua che richiede 

il servitio et riputatione d'un Principe come questo. Et io starò aspettando 

sentir il seguito, afinchè sappi il mondo la deferentia che si fa da me (che 

son certo haver servito honoratamente) et da questi vituperosi. Et con far 

reverentia a V. S. molto ni.'"«, resto con pregarli ogni maggior contento. 

Di Mantova, li 29 aprile 1598. 

Di V. S. molto IlL-^e 

afiF."° ed oblig.°"> servitore 

Alessandro Gatranj. 

Vincenzo intanto, sebbene avesse a trattare con siffatta mar- 
maglia, non rimetteva punto della smania di far l'impresario e 
scomporre e ricomporre Compagnie comiche; e nuova e non 
ultima prova n' è questa lettera di Tristano Martinelli da Mo- 
dena 2 maggio '98, diretta al Duca, e nella quale si tocca anche 
delle faccende fra Drusiano e il Gatrani, proponendo che quel 
che è stato è stato, e si viva da cristiani : 

Avendo inteso da mio fratello che V. A. S. gli ha ordinato mi scriva 
ch'io lassa la mia Compagnia, et che venga in la sua, perchè così è il suo 
volere, io non mancarò di eseguire il volere di V. A. con tutto il core: 
ma bisogna remediare a certi particulari, come V. A. intenderà. La saperà 
come che io sono obligato per scritura di andare a Fiorenza al suo tempo, 
et il Ser.™*> gran duca ha volsiuto che tutti si sottoscriviamo: qui il sig.' 
Duca anco lui à volsiuto che ci prometiamo per questo Carnevale, et quello 
che a me importa più, li fo a sapere che venendo io a Mantova, verso in 



344 A. D'ANCONA 

gran peiicolo della vita mia: dove avrei ad esser più sicuro, sono manco 
sicuro, et se V. A. non ci mette la mano, in dar ordine al cap." Alessandro 
et a un altro, che li dirò poi a boca, che mi lassano stare me et mio fra- 
tello, che no ne perseguitone più come ano fato per il passato, come si sa 
poblicamente, che fumo loro che mandarno alla strada per amazare se ne 
trovavano , et questo ò saputo da molti et particolarmente da uno de' mo- 
derni Farinelli, per favore del sig."" conte Ottavio Avogadro con promisione 
di non lo palesare, però prego V. A. per l'amor di Dio, come giusto signore 
et christiano, di remediarvi in dirli solo una minima sua paroUa sul saldo, 
che ne lasano stare, poiché noi non ricerchiamo né vendetta né giustitia, 
solo desideriamo eserli amici et servitori, et quel chi è pasato non se ne 
parla più, per vivere da christiani et giustamente. Per conto di Fiorenza, io 
credo come che V. A. li fa sapere che questa è sua volontà, e che non è 
mia causa, che si aquieteranno, e per desobligarmi da questo insieme et 
da' miei compagni, V. A. sarà servita farmi scrivere per uno de' suoi, quatro 
righe in nome di V. A. che si voi servire di me, a ciò vedendo quella le- 
tera, siano sicuri che non è mia invencione, come tuti dicano. Però suplico 
V. A. S. a non mancare di dare detti ordeni, et in particulare la letera, 
a ciò mi possa partire con sodisfacione di questi signori e de' miei com- 
pagni. Pregando sempre N. S. per la sua felicittà. 

Di V. A. S. aff.°»o servo 
Tristano Martinelli, detto Arlechino. 

Questo attore, fratello a Drusiano, appartiene più veramente 
al secolo XVII, quando fu come re della scena improvvisa. 
Discorriamone un poco, a costo anche di travalicare i termini, 
che ci siamo imposti, del secolo decimosesto. Usando della libertà 
comica e della riputazione in eh' era salito, trattava da pari a 
pari coi principi, e i principi erano contenti della sua degnazione 
arlecchinesca. Fra le altre, il 20 marzo del '97 scriveva cosi da 
Mantova al Granduca di Toscana: 

Non gli dirò altro, se non che, per quanto Ella abbia cara la mia gratia, 
ch'Ella faccia quanto gli ordino e comando, e beata Lei se si saperà acco- 
modare con l'humor mio, perché essendo ambi due noi ricchi e possenti, 
spero che le cose nostre passeranno sempre felicemente. Ella sappia dunque 
conservarsi l'amicizia mia, sì come io so' risoluto di preservarmi la sua in 
secula et infinita seculorura (1). 



(1) Ad. Bartoij, p. cxxxv, nota. 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 345 

Nel '99 Enrico IV gli scriveva: 

Arlecbin , essendo venuta la fama vostra fino a me , et della bona Com* 
pagnia de' comedianti che voi avete in Italia, io ho destinato di farvi pas- 
sare li monti, e tirarvi in questo mio regno. ** 

E terminava: 

Pregando Dio, Arlechino, che vi abbia in sua santa guardia (1). 

Aderendo a quest'invito, sebbene già con decreto del 29 aprile '99 
fosse fatto dal duca Vincenzo, soprastante ai comici mercenaij , 
ciarlatani ecc. , di Mantova e distretto , forse come successore 
air Angeloni (2) , il Martinelli se ne andò nel 1600 in Francia 



(1) Ad. Bartoli, p. cxxxv, il quale dubita alquanto dell'autenticità della 
lettera: il Baschet, p. 107, fa solo notarne qualche inesattezza. 

(2) A quest'ufficio si riferisce la seguente lettera al Duca, in data 7 a- 
gosto "99: 

Al Duca di Mant.», Verona. 
Ser.»"» Sig.' 

Tristano Martinelli, um.™" servo di V. A. S. con li suoi compagni sup.no 
V. A. farli giustitia. La saperà come che quelli da le bolete per invidia 
et per dispetto che non li volsi dare a mangiare l'officio che V. A. per sua 
bontà mi donò, per essere io avisatto che inganavano il povero Felipo molto 
bene, et anco per averne io gli utili che loro pretendevano avere, j galan- 
thomeni per vendicarsi ano fatto quanto V. A. intenderà, et questo pochi lo 
sa|: prima, a tuti quelli che mi venevano a dar guadagno, loro gli dicevano 
che io era un tirano et che li facevo pagar tropo et gli facevano fugire la 
più parte senza pagarmi; io giuro a V. A. che li lasavo il terzo di quello 
che comanda il decreto : non li bastando questo, perchè vedevano che poco 
me ne curava, che fecero per darmi magior dano a me et vergogna alla 
Gomp.^? andorno sotto man dal S."" Cotto, che gli favorisse, perchè fra loro 
se intendano, et con bel modo e lor inventione ebero ordine di far fare una 
grida, che non se esercitase la comedia né il montar in banco per alcuni 
giorni , ma loro non fecero come avevano avuto ordino ma fecero bandire 
tuti i comici et zaratani, et alcuni che se ritrovava nella città gli cazomo 
via subito termine un bora, che mai più si vide tal crudeltà: et di più de 
là a tre giorni vene Gasparo saltatore con una corap.* che non sapevano il 
crudel bando, e per disaviar la città de queste gente, gli fecero dare tre 
strapate di corda per uno; et in quel raedesmo tempo arivò la Comp.» di 
V. A. che venevamo a Verona, et detto Cotto la note gli fece metere pri- 
gione tuti et ordinò che li dasero la corda a tuti , chon tute che lo avi- 

eiorfwU storico, VI, fase. 18. 23 



346 A. d'ancona 

colla Compagnia comica degli Accesi. Ito immediatamente a 
salutare il Re, prese il tempo che si era levato dal suo seggio, e 
postovisi egli, si volse al re come se il re fosse Arlecchino, dicendo: 
Ebbene, io sono contento che siate venuto colla Compagnia vo- 
stra a dai'mi gusto: prometto di proteggervi e di darvi tanto e 
tanto di pensione. Il re non gli disdisse nulla, ma poi gli gridò: 
Olà, è un po' troppo che fate la parte mia: ormai lasciatemi ri- 
pigliarla. Ciò racconta Tallemant de Réaux (1). Compose anche 
un simulacro di libro intitolato: Compositicms de Rhetorique de 
ilf.*" Bon Arlequin, comicorum de civUate novalensis, corrigidor^ 
de la bona langue francese et latina, condutier de comediens, 
connestàble de messieurs les hadauds de Paris, capital ennemi 
de tous les laquais, etc, dedicandolo : Au magnanime tnonsieur, 
m/msieur Henry de Bourbon, premier bourgeois de Paris, chef 
de tous les messieurs de Lyon, amirai de la m£r de Marseille, 
Tnaistre de la m.oitìè du pont d'Avignon et bon ami du m/xistre 
de l'autre moitiè, depensier libérale de canonades, terreur du 
Savoyard , sparente des Espagnols , secrétaire secret du plus 
secret cabinet de madame Marie De Medici, Grand tresorier 
des comediens italiens, et Prince plics que tout autre digne 
d'estre engravé en mèdaiUe tani dèsirèe. Il volume elegante, e 
con le pagine inquadrate a doppia riga, e il titolo progressivo di 



sasero che erano comici di S. A. ; volse la bona sorte che la SJ" Diana 
andò subito da Mad."»* S.">* fuora et le contò il fatto. S. A. n'ebe gran di- 
sgusto et li fecero usire, et se non si faceva così presto avevano tuti la 
corda, dove che i poveretti tuti sono restati confusi et mal sodisfati nel 
avere ricevuto tal afronto in la città dove più sperano averne favori : però 
io con tuti loro preghiamo e suplichiamo V. A. S. per l'amor di Dio far 
metere ordine a qu.** gente malignia et invediosa, inemici nostri a torto, 
che ne lasano vivere in pace, et particular.'^ che mi lasano stare, et lasarmi 
godere in pace l'officio che V. A. per sua gratia et bontà mi à donato di sua 
propria volontà e cortesia, aciò posa guadagnarmi qualche cosa per mantenir 
casa mia, et ciò ottenendo etc*. Di Verona a di 7 ag.*° 1599. 
Di V. A. S. Um.^a» servo 

Tristano Martinelli 
detto Arlechino comico scrise. 
(1) Historiettes, ediz. Techener, 1854, I, 16. 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 347 

tre libri, è vuoto: salvo che vi è qua e là il ritratto d'Arlecchino 
e di alcuno dei suoi compagni, e il breve racconto di un sogno 
nel quale è profetizzato: Monsieur Arlequin, habebis medagliam 
et colanayn (1). Il libro si conserva nella Nazionale parigina, 
dove, nella quantità, vi saranno certo molti altri libri più pieni 
e insieme più vuoti di questo d'Arlecchino! 

Tristano tornò ancora in Francia nel 1613, dopo lunghe trat- 
tative, nelle quali egli si dirigeva alla Regina mia comare, e 
Maria gli rispondeva: ad Arlecchino mio compare. E invero ella 
aveva nell' 'li tenuto a battesimo un figlio di raesser Tristano 
e di madama Cassandra de Guanteriis sua moglie: sicché Arlec- 
chino era parente spirituale della real donna, ch'egli chiamava 
familiarmente com,adre regina gallina, sottoscrivendosi cmnpare 
cristianissimo, come s'ei fosse di casa di Francia. Le accoglienze 
festose ch'egli ebbe tornando a Parigi, ei le descrive cosi: 

S. M. ne fece pagare in Lione ducati 1200, subito giunti a Parigi poi 
la mi mandò a chiamare, et vedendomi la mi fece de quelle accoglienze 
che pochi le crederannp , perchè sono state accoglienze contro a prama- 
tica , a le pare sue : oltre a molte belle parole che S. M. mi disse , la mi 
menò nel suo gabinetto , et mi mise una colana di sua mano al collo , 
che pesa dui cento doble con la sua medaglia in favore dil nostro com- 
paradico: la sera gli fesimo una comedia: subito la fece dare alla Com- 
pagnia ducati 500 , et ne segnò d." 200 al mese , et le spese , quando 
serviamo fora de Parigi , et a me in particulare la mi dà danaacosto 
d." quindici al mese per le spese di mia moglie, la quale fra pochi giorni 
partorirà: et il Re à da essere il compadre, et sua sorella la regina di 
Spagna comadre , et lo vogliano tenire de sue mane proprie al battesimo , 
et se gli è maschio, il Re lo vuole per lui, et se gli è femina , la Regina 
lo vuole per lei: et mia moglie lo vorebe per lei: sicché io sono intrigatto 
a contentargli tutti tre: io ho pensato, per levare l'occasione di questo 
remore , di darcene uno per uno, a ragione de' gatti: ch'el pare che i fi- 
glioli d' Arlechino siano gattesini da donare. Orsù , sia come si voglia il 
sig. Idio; sia quello che vorà, quello sarà il meglio della mia creatura (2) ». 



(1) Baschet, pp. 116 sgg. 

(2) Lettera del 4 ottobre 1613 al e. Striggi di Mantova, recata dal Por- 



348 A. d'ancona 

Nel luglio del '14, Arlecchino con Lelio (G. B. Andreini) (1) e 
Florinda (Virginia Andreini) (2) e il Capitano Rinoceronte (Gi- 
rolamo Garavini) (3) e tutto il resto, ripassava le Alpi, né la Com- 
pagnia ritornò in Francia prima del '20. Essa si componeva, oltre 
che dei sopranominati, di Fichetlo (Lorenzo Nettuni) (4), Panta- 
lone (Federigo Ricci) (5), la Lidia (Virginia Rotari) (6), la Ber- 
netta (Urania Liberati) ecc. (7). Nel 1621, Tristano, ormai vecchio, 
implorava licenza di riposarsi e andarsene ; ma i compagni non 
volevano, ed egli se ne fuggì. Non lasciò però il teatro, quan- 
tunque segnasse le sue lettere « Arlechin, già comico », e nel 
carnevale del '23 era coi Fedeli a Venezia, e poi altrove. Anzi, 
nel '26 supplicava di tornare in Francia a servire i serenissimi 
compare e comare (8). Non andò di certo: e mori nel '30 sui 75 
anni « de fevre et cataro », come dice una cronaca (9). Poteva 
ormai chiudere la sua vita, superbo dei trionfi ottenuti, e dei favori 
ond' era stato colmato, egli re da commedia, dai regnanti della 
terra. Nelle sue lettere vi ha qualche cosa della vena buffonesca 
del suo concittadino Merlin Coccajo: nei suoi atti vi ha qualche 



TIGLI, nel suo interessante Brano dell'Epistolario d'Arlecchino (nella cit. 
Strenna Mantovana pel 1871, p. 108). 

(1) Su G. B. Andreini, vedi Fr. Bartoli, I, 13 sgg.; Ad. Bartoli, p. cxiv; 
Magnin, Teatro celeste, in Revue des deux mondes, 1847, t. IV; Baschet, 
pp. 282, 296, 3i7, 332; Sand, I, 323 ecc. 

(2) Su Virginia Andreini, vedi Fr. Bartoli, 1, 38 sgg.; Ad. Bartoli, 
pp. cxxxviii-xl; Quadrio, V, 244; Baschet, pp. 207, 271-3, 280, 317; Canal, 
pp. 112 ecc. 

(3) Su Girolamo Garavini, vedi Fr. Bartoli, I, 2.52; Ad. Bartoli, p. CLxx; 
Baschet, pp. 280 ecc. E questi il comico al quale, morto, fu trovato sulle 
carni un aspro cilizio: vedi Beltrame, Supplica ecc., e. XII. 

(4) Sul Nettuni, vedi Baschet, p. 280. 

(5) Sul Ricci, vedi Baschet, p. 280. 

(6) Sulla Rotari, vedi Baschet, p. 280. Non si confonda questa Lidia colla 
più antica, da Bagnacavallo, a cui già accennammo. Questa era moglie di 
Baldo Rotari, anch'esso commediante. 

(7) Sulla Liberati, vedi Baschet, p. 280. 

(8) Vedi per tutto ciò i cap. VI-VII del Baschet. 

(9) Portigli, Op. cit., p. 113. 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC XVI 349 

cosa di aretinesco: i principi, senza ch'egli li flagellasse, lo ave- 
vano tributato in virtù dei suoi lazzi. 

Torniamo adesso al duca Vincenzo, che non cessava di preoc- 
cuparsi dei suoi favoriti. Ai 13 marzo 1599 egli cosi scriveva al 
Card, di S. Clemente a Ferrara: "^ 

Desiderando li comici Accesi di poter dopo Pasqua recitare in cotesta 
■città, con buona gratia di V. S. III."*, mi hanno pregato a voler interce- 
dere da Lei la licenza, ond'io per il piacere che ho d'ogni loro utile, 
volentieri me ne sono contentato. 

Ma il posto era già preso, e il Cardinale cosi replicava ai 28 : 

La Compagnia de' Comici Confidenti , che questo carnevale ha tenuto 
in trattenimento colle sue comedie Ferrara, con la sollecituiline ha pre- 
venuto l'istanza, che per mezzo dell' A. Y. mi fanno li comici Accesi. Mi 
trovo dunque haver data licenza di recita, doppo Pasqua alli suddetti, ma 
non per questo s' escludono gli altri , dopo che i primi saranno partiti , 
quando però a N. S. non paja troppo lunga e continua questa recrea- 
tiene. Da me certo non resterò mai di non servire sempre l'A. V. 

Facciamo adesso, conoscenza con due comici, la cui celebrità 
rifulse però maggiormente nel secolo seguente: con Pier Maria 
Cecchini e Silvio Fiorillo. Il Cecchini, detto Friteltino, era nativo 
di Ferrara, e fece con applauso sotto cotesta maschera le parti 
di secondo zanni. Ebbe potenti amicizie e protezioni, e il Lan- 
driani vice-legato di Bologna, gli diceva: « Godo quando io so 
« d'aver questo popolo intento allo vostre commedie, e non er- 
« rante per le strade o trattenuto in luogo viziosi, e per quiete 
« del mio governo vorrei che steste qui tutto l'anno ». Scrisse la 
Flaminia schiava e V Amico tradito, commedie, e i Brevi di- 
scorsi intormo alle comm£die, commedianti e spettatori, e un 
volume di Lettere facete e m,orali. Fu in grazia specialmente 
dell' imperator Massimiliano , che lo nobilitò con amplissimo di- 
ploma in data del novembre 1616. Mori verso il 1645 (1). Questa 



(1) Barbieri, p. 40; Fr. Bartoli, 1, 166; Ad. Bartoli, p. cxxm e cxxxvii; 
Baschet, pp. 152, 176, 275. 



350 A. d'ancona 

lettera al Gheppio, del 28 maggio 1599, parla di un certo ne- 
gozio che gli stava a cuore, e potrebbe riferirsi alla filatura 
della seta per caduta d'acque da lui introdotta a Mantova: 

Inviai alli giorni passati un altra mia a V. S. 111. per mano del Mag.co 
Galiazzo MJ" di casa deiriH.^^ S."" Prospero Gonzaga, su la quale la pregavo 
a farmi gracia di farmi sapere che esito ha havuto il negocio e quello che 
di esso posso sperare , ma non havendo visto risposta alcuna ho giudicato 
quel che deve essere , cioè che li molti affari suoi et li negocij di magior 
importanza del mio, V habbino levato il potermi far rispondere. Hora con 
quest'altra la supplico a torsi tanto spacio che mi possi far intendere qual- 
che cosa per il lator di questa , il quale è un homo n'"" mandato a posta 
per altri servici] della Comp.'* al S."'» S."^ Duca , e se mi voi poi favorir 
maggiorm.'o mi comandi, che gusto maggiore non potrei ricevere di questo, ecc. 
Di Bologna, 28 Mag.» 1599. 

Pier Maria Cecchini 
d.o fritt.o comico. 

L'altro attore, che adesso primamente apparisce, è Silvio Fio- 
rillo, napoletano, ornamento degli Accesi, degli Affezionati, dei 
Risoluti, inventore della parte del Capitan Mattamoros, e autore 
di parecchie commedie, tratte la massima parte dall'Ariosto, e 
delle ridUcolose disfide e prodezze di Pulcinella (1). Ai 20 di 
novembre del '99 ecco quanto egli scriveva all'Altezza del Duca 
di Mantova: 

Ancora che non occorra che io con questa mia dica la cagione perchè 
questa Pasqua non sono venuto a servirla, conforme all'obligo, poiché 
S. A. Ser.™* lo deve molto ben sapere , per quanto le avesse fatto inten- 
dere il sig."" Dott. Pompeo Grassi (2) , che per la cagione dell'infermità 
di mia socera , mancai , e con tutto ciò io dissi al signor Pompeo che se 
mi voleva dare i danari, che V. A. haveva ordinato, che io le havrei dato 
qui bonissima sicurtà , più eh? la mità de i danari haverei lassato a casa 



(1) Fr. Bartoli, I, 223. 

(2) Il Grassi era l'inviato mantovano a Napoli, ed una sua lettera de' 18 no- 
vembre attesta che il Fiorillo « sta de malissimo colore, et fiacchissimo di 
« forze » per sofferta lunga malattia. 



IL TEATRO MANTOVANO NEL SEC. XVI 361 

che era in gran bisogno, et T altra mità a me sariano serviti per il viagio; 
et lui mi disse che lui non havca tal ordine, si che fui forzato a mio mal 
grado restare, con intentiono venire questo carnevale, dove che ia mia 
fortuna me à privato di questa speranza, poi che mi ò sopragiunta una 
infermità di febre maligna , che me h tenuto doi mesi in letto et in fine 
di morte , et me ha lasciato poco sano et con oppilatione , sì che non es- 
sendo padrone di me stesso, non posso per questo anno servirla : dove che 
la prego dignarsi di perdonarrae , serbando questa servitù a roagior co- 
modità , et mantenerme nella sua bona gratia , pregandoli a favorirme di 
farme dare risposta, acciò io sia sicuro essere in sua gratia, che, venendo 
occasione , possa ritornare alla sua servitù. Non altro : resto pregando il 
Signor che gli dia il complimento di tutti i suoi honesti desiderj. 

Di vostra Ser."" Altezza fedelissimo et perpetuo servitore 
Silvio Fiorillo detto il Gap.*» Mattamoros comico. 

PS. Et acciò V. Altezza sia sicuro, che quanto scrivo è la verità , il 
sig. dottor Pompeo è quello che ve po' fare degna fede come persona ver- 
dadera e fidata di V. Altezza (1). 

E cosi cogli ultimi giorni del '99 si chiuderebbero anche le 
nostre ricerche sul teatro mantovano, se non avessimo espressa- 
mente lasciato addietro alcuni documenti, che preludono al gran 
spettacolo scenico della Corte dei Gonzaga nel '98 , e per una 
serie di quindici anni ci conducono poi alla famosa e splendida 
rappresentazione del Pastor Fido, fatta fare allora dal Duca 
Vincenzo. 



(1) Comunicazione dell'archivista cav. Bertolotti. Altra lettera del Fiorillo 
del 4 gennaio 1600, conferma che la malattia gli impedisce di venire a Man- 
tova, e che ci anderà dopo Pasqua. Ci andò effettivamente, ma verso il 1616» 
dacché una sua lettera al Duca dell'I 1 maggio 1621, afferma di esser stato 
lontano da Napoli cinque anni. 

{ConUn'i(a) 

Alessandro D'Ancona. 



IL CONTRASTO DELLA BIANCA E DELLA BRUNA 



Fra i poemetti popolari nel cinquecento trovo un curioso 
« Contrasto della Bianca e della Bruna »; quale, poiché non 
ha richiamato ancora l'attenzione d'alcuno, mi piace qui ripor- 
tare ; studiandolo nelle sue attinenze con certi episodi dell'antica 
epopea romanza rifrondita in Italia, e nella somiglianza con un 
poemetto francese del quindicesimo secolo ; senza tuttavia dimen- 
ticare le relazioni che lo collegano con certi canti lirici cari 
anche oggi al popolo in qualche parte d'Italia. 



I. 



Andrea Calmo, eteroclito ingegno che alla metà del cinquecento 
scriveva pel popolo nel nativo dialetto veneto, volendo in una 
sua lettera (1) far del vezzoso alla « Vaghizante Giunon madona 
« Anzola Sarra », bizzarramente firmandosi: « Mengrelin di Tardai 



(1) Supplimento delle lettere piacevoli di M. Andrea Calmo, Libro III, 
nel quale si contiene varij et ingegnosi discorsi filosofici in lingua Veneta 
composti. Cito Tediz. : Vinegia , appresso Domenico Farri MDLXVI, non 
avendo potudo vedere quella fatta dal medesimo editore nel 1559; la quale, 
al dire dello Zeno nelle note al Fontanini (Biblioteca dell' eloquenza ita- 
liana), sarebbe la prima. 



IL CONTRASTO DELLA BIANCA E DELLA BRUNA 353 

« da Muran , fuso de la vostra Rocca », pregava la vaghizante 
Giunon di volerlo qualche volta chiamar « a lezer el libero de 
« Altóbello, l'innamoramento de Carlo, e i cinque volumi de Or- 
« landò, veramente l'istoria d'Otinelo e Julia, la desgratia de 
« Guiscardo et Gismonda, o el contrasto de la bianca e de la 
« bruna, o la lezenda de'Buranelli — che per ogni casa ha diesi 
« fieli — tanto bon teren ha le so done ». Il che basta per argo- 
mentare la grande popolarità che, ai giorni del Calmo, allietava 
il poemetto; che certo doveva essere sorto da parecchi anni, 
facendo ragione al tempo che è necessario ad un canto per po- 
tersi diffondere con tanto rigoglio quanto il Calmo licenzia di 
credere, in regione diversa da quella in che è nato. Fermata 
cosi la popolarità del Contrasto, ci si fa incontro una domanda, 
cui bisogna pure in qualche modo rispondere; bisogna, se non 
altro, vedere se altri cercò soddisfarla, e come; ed è questa: 
Chi ne è l'autore? 

Il Calmo, naturalmente, non lo dice, o che non lo sappia, o 
non gli importi saperlo; come non lo sapeva e non lo voleva 
sapere il popolo: il .poemetto conteneva una materia che il popolo 
reputava di proprietà comune; la presentava in una forma dalla 
quale non apparivano schietti e rilevati i caratteri di una ori- 
ginalità individuale; e tanto al popolo bastava perchè egli lo 
reputasse fattura o del primo cantastorie che glielo ricantava 
fra gli stridori di un violino, o del primo editore che glielo 
presentava fregiato di intagli , sui muriccioli ; fattura di tutti 
o di nessuno. Il nome dell' autore , quando non sia rinfrescato 
dalle stampe compiacenti che se lo portino in fronte o se lo 
strascichino dietro, è presto dimenticato. Ma ciò che tutti di- 
menticano, gli eruditi poi perseguono aflànnosamente ; essi vo- 
gliono dare a Cesare quello che è di Cesare: spesse volte, tuttavia, 
accaldati e frettolosi non badano attentamente al valore e alla 
virtù delle basi su che si fondano per dare a ciascuno quanto 
gli spetta ; come sembra sia accaduto nel presente caso. Di fatto 
l'autore del Contrasto era rimasto sconosciuto fino al secolo 
scorso, forse volato in cielo ove sale tutto che qua giù si dimen- 



354 S. FERRARI 

tica, si perde; quando si credè di riacchiapparlo, un erudito, 
il Golucci, nella persona di Belizari da Cingoli, e lo fermò nel se- 
guente passo della Biblioteca Picena (Osimo MDGGXGI): «Il 
« Quadrio (1) ed il Grescimbeni (2) hanno con giustizia annove- 
« rato questo cingolano, che fiorì circa l'anno 1530, fra i buoni 
« poeti centonisti di quel tempo. Infatti abbiamo di lui alla stampa 
« diversi centoni, formati con i versi del Petrarca, sopra il San- 
ate tuario di Loreto (3), e vanno uniti al Canzoniere di questo ec- 
« celiente poeta, impresso in Venezia per Niccolò di Aristotile 
« Zopino (1536, in-12). Si ha inoltre col nome di Bellizario da 
« Cingoli : Il Contrasto della Bianca e della Brunetta, in 8" rima, 
« Venezia, per Gio. Bonfadino, 1620, in-4°, e di questa produ- 
« zione si dà conto nel catalogo della biblioteca Capponi (p. 120). 
« Finalmente non è da tacersi che in una raccolta di rime spirituali 
« fatta nel secolo XVI, molte se ne leggono a pp. 34 e seg. di 
« detto Bellisario; e segnatamente il Credo posto in terza rima, 
« il cui principio è il seguente : Credo, Signor, che tu sei staio 
« e sei ». 

Ora io, per quante diligenze mie e di amici abbia adoperate, 
non ho potuto trovare in detto catalogo (se pure è quello stam- 
pato in Roma per Bernabò nel 1747) il passo che servì al Golucci ; 
ma dubito forte, massime osservando che i cataloghi non usano 
suffragare quanto afiermano con documenti , che nel catalogo 
Capponi altro non si abbia che il titolo : Contrasto della Bianca e 
della Brunetta con una frottola di Belizari da Cingoli, il quale 
sia parso sufficiente al Golucci per la sua esplicita asserzione; 
confermandolo in questa sua opinione l' indole, la qualità del 
poeta come egli se lo figurava desumendolo dagli storici che a 
pie di pagina si sono riportati. Stando le cose in tal modo, l'at- 
tribuzione si dovrebbe adunque al Golucci, non al Capponi: ma 



(d) Stor. e rag. d'ogni poes., voi. I, p. 172 (Not. del Gol.). 

(2) Istor. volg. poes., t. II, p. 200 (Not. del Gol. Ma nel Grescimbeni io 
non ho potuto trovare questo Belizari : sì bene vi è un Benedetto da Cingoli). 

(3) M.\RTORELLi, Teatr. istor. della S. Casa, t. Il, p. 406. (Not. del Gol.). 



IL CONTRASTO DELLA BIANCA E DELLA BRUNA 356 

è essa certa, è probabile, è giusta ? Qui pure per rispondere ade- 
guatamente bisognerebbe avere notizie sicure del poeta, massime 
sul tempo in che poetava, e non ne abbiamo; perciò ora, sino a 
prova contraria, riterremo che egli fiorisse intorno al 1530, data già 
da altri messa in campo : probabilissima del resto. Prima di tutto, 
se il Colucci per attribuire il poemetto a Belizari da Cingoli non ha 
avuto altro appoggio che il titolo riferito; è corso troppo. Vero, 
che il titolo ha : con una frottola di Belizari da Cingoli; ma non 
per questo è necessario che del medesimo cingolano sia ancora il 
Contrasto; né l'ordine in che le poesie sono stampate accredita 
questa necessità , poiché , finito il cantare , di nuovo si legge: 
Fotola (sic) di Bellinzari da Cingoli, con che si viene in certo 
qual modo a staccare questo componimento dall'anteriore; e se 
noi volessimo da quella sola iscrizione ricavare che anche il 
componimento anteriore è di Belisario , allora , a più forte ra- 
gione, dovremmo attribuire allo stesso la ballata che anonima se- 
guita subito dopo alla frottola e compie il fioretto, il quale di tutte 
e tre, e nello stesso ordine, risulta composto in tutte le stampe ; 
ballata icommcìai .All' inferno voglio andare) che non senza 
difl^coltà può essere attribuita a tale che poetasse intomo al 
1530, perchè si trova già in codici (Marucelliano, C. 256) scritti 
nella metà del quattrocento, e nel 1485 ò già tanto popolare da 
poter servire come esemplare alle laudi (1): credo pertanto che 
il titolo di che parliamo, sia da riferirsi solo alla frottola, non 
alle altre parti componenti la stampa in discorso. 

Ma quali ragioni aveva ed ha favorevoli il Da Cingoli per es- 
sere ritenuto autore del Contrasto? Quali ne ha contrarie? (Ho 
detto « aveva ed ha favorevoli » e solo « ha contrarie », perchè 
in quelle che io me gli dichiaro favorevole, mi suppongo d'accordo 
col Colucci; in quelle contrarie, no, poiché nel fatto appare che il 
Colucci di contrarie non ne avesse). Ecco : le ragioni favorevoli 



(1) Alvisi, Canzonette antiche, pp. 56 e 80-81. Alla libreria Dante, Fi- 
renze, 1884. 



356 S. FERRARI 

sono, che egli fu tra i poeti centonisti (non so se centonista sia nel 
vocabolario, ma è fatto come sonettista che pure c'è, e in buon senso) 
e popolari più accreditati del tempo, componendo dotti centoni e 
frottole (che in fine poi sono centoni, ma incatenati specialmente 
di proverbi) e laudi. Prove della sua popolarità sono per l'appunto 
il titolo, tante volte riferito, messo là in cima della frottola, 
quasi squillo di trombetta che chiamasse il popolo ad udire o 
a lecere, accertando che si sarebbe divertito; ed il vedere 
che tal frottola dovette incontrare moltissimo nel cinquecento, 
se la ritroviamo anonima fra notissime poesie in un manoscritto 
d'allora (Magi. II, I, p. 398); ma più di tutte, prova capitale della 
popolarità di Belizari è il trovarlo citato da Giulio Cesare Croce 
nel suo Indice universale della Libraria, o Studio del celebra- 
tissimo Arcidottore Gratian Furbson da Franculin; opera che 
a torto il Guerrini (1) nella diligente bibliografia del favoleggiatore 
di Bertoldo, giudicò « una lista di libri imaginari e buffi », poi- 
ché di buffo non vi è che il modo con che i libri e gli autori 
sono indicati nell'imitazione scherzosa e pazzericcia dell'opera 
bibliografica tentata dal Doni, ma che del resto è ancor esso un 
prezioso catalogo di libri non imaginari ma reali gustati dal popolo 
nel cinquecento. Il Croce néiV Indice ricorda il poeta con queste 
parole, sibilline in vero : « Belizari da Cingoli, sopra la Dialettica 
« - Tó 4, con i cartoni di asse di Pero Bergamotto, con le virgole, 
« et i spatij di terra creta, lavorata al torno ». E ad aumentargli 
credito, certo concorse la fama di centonista ; fama, si noti bene, 
che io mi do a credere sempre di popolo, come lo avverte il 
fatto che i suoi centoni erano stampati, in fondo al Petrarca, 
dallo Zopino, l'editore per eccellenza di cose popolari nei primi 
decenni del cinquecento. Pare tuttavia che tal fama non si 
sorreggesse fra le persone colte, se, a pena mezzo secolo dopo, 
nel 1579, messer Panfilo da San Severino (proprio uno della sua 
regione !) in un' opera stampata a Camerino, volendo annoverare 



(1) La vita e le opere di Giulio Cesare Croce, Bologna, Zanichelli, 1879. 



IL CONTRASTO DELLA BIANCA E DELLA BRUNA 367 

i migliori poeti centonisti a cominciare ab antiquo per finire coi 
suoi tempi, non trova modo di arrandelhirlo, sia pure per ripieno 
di verso, in alcun posto. Né si creda che messer Panfilo fosse 
in tali cose una mosca senza capo, uno che non avesse mani in 
pasta; egli era nientemeno che l'autore dell'opera Gli centonici 
et historici Capitoli et alcuni pieni di sdruccioli e bistici et altri 
versi di varie sorti; ove per l'appunto, nel capitolo dedicatolo 
all'illustrassimo e reverendissimo signore Luigi cardinal da 
Este si fa sfilare davanti tutti i suoi veri o creduti predecessori. 
Ancora a costo di darla un po' pei viottoli voglio riportare parte 
di tal capitolo, attesa la sua importanza. 



CAPITOLO INTITOLATORIO. 



In tal libro, Signor, ci si contiene 
un numero d'assai varij centoni , 
et ha d'istorie molte carte piene. 

Ha sdruccioli , eh' assai ne fé' de' buoni 
il Serafin , eh' è in Vatican dipinto 
pel papa estremo de gli altri Leoni. 

E '1 Sannazar fu da le Muse spinto 

ne r Arcadia a trovarne copia grande , 
ma in Comedie Ariosto ce l'ha vinto. 

Ha de' bisticci ancor cose ammirande, 
che r Ariosto usò ne li suoi canti , 
che 'n capo ebbe d'allor verdi ghirlande. 

Et Enea Piccoluom ne fece, inanti 

che fusse papa , uno sonetto intiero , 
eh' ad amor fello, et agli amenti amanti. 

E Luigi nel suo Morgante altiero, 

un bell'ottavo; e Luca Pulci ancora, 
pur di sua casa , assai versi ne fero. 

Dante ancor esso più di vinti fuora 

ne diede; et il Petrarca egli più volte 
gli usò con la sua vena alta e sonora. 



358 S. FEKRARI 



e da le rime et opre altrui son tolte 
molte cose , e ciò fé Petrarca detto 
e' ha messe rime altrui tra sue raccolte; 

che in una sua canzon ci dà ricetto 

a quattro, o cinque versi integri altrui; 
e n' usò fora' in qualche suo sonetto. 

E la Vittoria marchesana , a cui 

diedi versi in Viterbo , un sonetto essa 
fece in canton , tra gli sonetti sui. 

E di Proba un centon or ne va impres.sa 
un* opra; e un'altra di Ausonio Gallo; 
che r una e l' altra a legger n' è concessa. 

E d'un Giulio Bidello or senza fallo 

ci sono più centon che d'uom alcuno; 
me eccetto come qui, lettor, vedrallo. 

E un Ippolito Esin ne fa qualcuno. 

Essa Vittoria in versi petrarcheschi, 

ma Proba e Gallo il fé di Marso ognuno. 

Io Ganimede i miei gli ho saldi meschi 
ora tutti di quei d' Esso poeta 
che fu per Laura in amorosi veschi. 

Ora , perchè non sia , qual pura beta , 
insipida mia rima, aggio furati 
versi ad altri poeti , e nullo il vieta. 



In questo capitolo di Ganimede (povero Ganimede, che versi!), 
quale ora non può essere illustrato, Belizari non si trova: non 
venendomi pertanto egli stesso incontro, sarà bene che io me 
ne ritorni a lui, e conchiuda che da quanto si è visto, risulta che 
Belizari, autore di centoni e di laudi e di frottole, poeta popo- 
lare in voga , può benissimo, per questi riguardi, essere tenuto 
autore o rimaneggiatore di un contrasto cavalleresco ; e si 
spiega come il Golucci fosse tanto corrivo a prestar fede, ed a 
farvi anche le frange, al catalogo Capponi; ma prove serie che 
convertano tale probabilità in certezza non ne abbiamo. Io poi, 
per conto mio, nego addirittura che il Contrasto possa essere 



IL CONTRASTO DELLA BIANCA E DELLA BRUNA 359 

opera di un cingolano, per ragioni di stile e di lingua; le quali 
se oggi presso la maggior parte dei critici ngn hanno gran peso, 
non per questo contano meno. Per me, fra lo stile del presente 
contrasto e quello che governa le altre opere del poeta vi è 
troppa distanza; e la lingua, la lingua poi è certo di un toscano 
(senese?), e più antica che quella adoperata nei primi del cin- 
quecento. 

Se l'autore del Contrasto ci è ignoto, possiamo, se non altro, fissar 
l'anno in che esso Contrasto ebbe vita nelle stampe? Neppur questo. 
Dobbiamo accontentarci di dire che l'edizione più antica porta 
la data del 1545; ma che, secondo ogni probabilità, è una ristampa: 
ne è indizio anche a chi non voglia tener conto del « nuova- 
« mente ristampata », attribuendo il motto solo alla frottola, la 
scorrezione stessa del poemetto; ed ip ho soventi volte notato 
che le stampe popolari riproducendosi, si boscano di errori e di 
errori, massime metrici, che è una maraviglia; peggiorano di 
mano in mano che si allontanano dalla prima impressione, che 
quasi sempre fu vista dall'autore, o fu condotta da tale editore 
che la raccoglieva .al suo apparire quando ancora non era stata 
guasta e sconquassata nella memoria dei volghi : oltre a che non 
solo i traviamenti della memoria congiurano contro l'integrità 
della letteratura popolare, ma ben più il cambiarsi e l'alterarsi 
degli usi e dei costumi e della lingua nel popolo. 

Qui, prima di studiare il Contrasto, sarà meglio vederlo. Ripro- 
duco la stampa più antica del 1545, che or ora illustrerò, cor- 
retta di quelli che io stimo evidenti e grossolani errori di stampa 
ignorante, i quali rilego nelle note, non senza addurre le ragioni 
per cui io li reputi errori. E in nota, per dieci ottave, do le 
varietà di altra edizione; per dieci ottave solo, essendo mutilo 
l'esemplare che ci rimane. E in nota ancora porrò alcune brevi 
illustrazioni sulla lingua del poemetto e sulla topica di esso, mo- 
strando per quanti vivagni si riattacchi ai poemi cavallereschi 
italiani e massime al Margarite e 2\X Innamorato , senza tut- 
tavia toccar quasi mai l'invenzione sua speciale, ossia l'argo- 
mento del contrasto; cosa che vedremo e studieremo dopo. E 



360 S. FERRARI 

aggiungerò di più, in margine al testo, gli argomenti , perchè 
da essi spicchi più, chiara e più unita alla nostra mente tutta 
la trama del poemetto. 



IL 



(Biblioteca Nazionale (Palatina) di Firenze: E. 6. 5. 3). 

El contrasto della BiXca <fe DELLA Bru | netta: Con vna 
Frottola de Bellizari da Cingoli. \ Nuouamente Stampata. Sotto, 
un intaglio in legno che mostra il duello fra due cavalieri seguiti 
da uomini a piedi ed a cavallo: l'uno dei due (mi figuro sia la 
Bianca), ha avuto la peggio, e rovina da cavallo giù; poi, le 
due prime stanze del poemetto, in doppia colonna, compiono la 
prima pagina. Indi le stanze seguitano in doppia colonna , a 
cinque per colonna, sino in fine ; solo la seconda colonna nel di- 
ritto di Aii ha quattro ottave, perchè il posto della quarta 
è occupato da un intaglio che raffigura di nuovo un duello. 
Sotto alla 40* ed ultima ottava si legge : Finito el contrasto della 
Bianca Et della Brunetta. Nel rovescio di A tre sta la Fotola 
di Bellizari da Cingoli: Chi intenda slaga a tento ; termina : frot- 
tola resta in pace. Finis. Seguita una ballata : A linferno voglio 
andare, che finisce: che in' ardisca a confortare. \ Il fine. | | Stam- 
pata in Firenze: Anno \ M.D.XLV. — Carte 4, in^", segn. Aii. 

Questa è l'edizione che io, con leggieri cambiamenti della grafia 
riproduco. La stessa era già stata descritta dal Visconte Golomb de 
Batines, nella Bibliografia delle antiche rappresentazioni sacre e 
profane, stampate nei secoli XV e XVI, con questa importante 
annotazione : « C è un componimento simile in versi francesi in- 
« titolato : Dèbat de deux Damoyselles lune nomme la noyre, 
« Iantine la tanne, stampato negli ultimi anni del secolo XV ». 

Golomb de Batines cita oltre a questa, altre due edizioni sulla 
fede di altri cataloghi; una (Gatal. Libri, n° 1118), uscita in Bologna 



IL CONTRASTO DELLA BIANCA E DELLA BRUNA 361 

nel secolo XVI, s. a., in-4°, di 4 carte a 2 col.; l'altra (Gatal. 
HiWert, n» 6449), pure in-4°, senza nota tipografica di sorta. 

10 di più, favorito dal professor Pio Rajna che più volte mi ha 
in questo lavoro sorretto, ho potuto conoscere una nuova edizione 
che si trova ora nell'Ambrosiana colla segnatura S. Q. 0. VI. 50. 

11 Contrasto della Bianca e della Brunetta Con vna 
Frottola di Bellizari di Cigoli, Nuouamente Ristampata. In 
Venetia, Con licenza de' Superiori. Et in Bassano, Per Gio: 
Antonio Remondini. La vignetta mostra un campo di battaglia. 

Di questo esemplare rimangono solo la prima e l'ultima carta. 



Una donna bella, fiorendo Chi vedesse in prima una donna bella 

primavera , va in un apparer bella , in tra le altre il fiore , 

giardino a coglier fiori che è il fior de ciascuna donzella, 

per ghirlande. e confortando va el suo amatore; 

al tempo ci dà fresca la novella, 
eh' ogni frutto ritoma in suo verdore , 
solazando donzelle et amatori, 
8 venendo primavera con sci fiori; 



1-16. I primi quattro versi sarebbero forse la protasi del poemetto? Ovrero la protasi è rac- 
chinsa nei primi dodici ? Difficile rispondere. Poco chiare , in ogni modo , qneste dae ottaro fino 
al verso qnattordici. Degne di molta attenzione appaiono le varietà offerte dalla St. Yan.: 

Chi pria vedesse in una donna bella 

apparir bella in tra le altre un tlot\, 

che è il fior di ciascnna donzella, 

e confortando va il sno amadore ; 

ti tempo ci dà fresca la novella 

ch'ogni frutto ri toma in sno verdore 

solazando donzelle et amadorì 
8 vedendo primavera coi suoi fiorì; 
una mattina n«{ mese di maggio 

andò a cogliere rose < fior novelli 

allegramente con un buon coraggio 

per far ghirlanda a donne et a donzelle 

do* damigeììe che non han paraggio 

sentivano cantar di molti tieeelU, 

l'una è la Bianca fiasca e colorita, 
16 e l'altra la Brunetta saporita. 

Anche VJntelligenta apre coUa descrizione della primavera. È inutile insistere sul favore cke a 
Giornale storico, VI, fase. 18. 24 



362 



S. FERRARI 



La Bianca e la Bruna. 



L'amatore. 

n giovanetto è fatto gii*- 
dice di bellezza. 



Impaccio del giovinetto. 



una mattina dil mese di Maggio 
andò a coglier rose et fior(i) novelli 
allegramente con un bon XJoraggio , 
per far girlande a donne et a donzelli! 
Donne et donzelli che non han paraggi© 
udivano cantar di molti ucelli ; 
r una è la Bianca fresca et colorita , 

16 e l'altra è la Brunetta saporita. 
Et ambedue andorno a una fontana 
sol per lavar lor viso relucente , 
et còlto avendo più menta pisana 
et de molte altre erbe assai olente , 
basilico ancor(a) salvia e mazorana , 
odor che piace più a tutta gente , 
da r altra parte v' era un bel fantino 

24 più fresco et bianco che rosa di spino. 
Lo qual quelle chiamaron di presente: 
— Per Dio, fantino, odi questa novella, 
et odi bene , e vieni a poner mente , 
et di' la verità: Quale è (la) più bella? — 
Ma r una et Y altra era tanto piacente 
che reluceva più che non fa (la) stella; 
guardando le bellezze et loro amore 



tali descrizioni accordarono i poeti firancesi e italiani. Non sarà inutile tuttavia rimandare il 
lettore a vedersi: 1) il Boccaccio, Teseide, II, 3 sgg., ove si leggono, fra gli altri, (questi due versi: 
Sra Teseo dal dolce amor distretto \ In un giardin pensando a suo diletto; e più ancora nel III, 
6 sgg., quando Emilia coglie fiori, per inghirlandarsi nel giardino; — 2) Il Sacchetti, Battaglia 
dells vecchie e delle giovani, I, 6, nella descrizione dell'orto: Con prati verdi dilettosi e gai, | 
Con alberi fioriU verno e state, \ Fontane vive ancor v' erano assai, | Con acque chiare nitide e 
stillate, I Uccei v' avea e di molte ragioni , | Aranci pini e datteri e cedroni'.- — 3) 1' Orlando 
Jnnam., P. II, XX, 1. £= Paraggio, vale uguaglianza, così nella Tavola Rotonda (curata dal Po- 
lidori) : Amore non guarda pabaooio di bellezza né di ricchezza. 

17. La St. Fior, ha: Et ahbb andorno; ho corretto come si vede , per ragion di misura , se- 
guendo la St. Yen. 

18. St. Ven. : lo viso BitnoBNTE. 

19. St, Ven. : E molte altre erbe. 
22. St. Ven. : a tutta la gente. 

24. La St. Fior. : che cosa di spina; manifesto errore per kosa , come ha la stampa Ven. Il 
Bocc, nella Teseide, XII, 77: Più bello e fresco che rosa di spina; e 1' Orlando Innamorato , 
P. I, ni, 41 : Di bianchi gigli e di rose di spina. 

25. St. Ven. : La qual quelle chiamoeno. 
28. St. Ven. : chi è più bella. 

30. St. Ven. : Che bildcban più che non fa stella. 



IL CONTRASTO DELLA BIANCA E DELLA BRUNA 



363 



Bellezze della Bianca. 



Vesti e ricchezze. 



Bellezze della Bruna. 



32 non conoscoa qual fosse la megliore. 
L' una è la Bianca fresca et colorita , 
più cho di magio quando rosa appare ; 
d' ogni bellezza bolla ella fornita , 
che tutta gente fa maravigliare. 
Vestita r era di seta fiorita 
che vien de la Seria, di là dal mare; 
mille boton(i) da piedi et mani avea , 

40 che ciascadun un gran dinar valea. 
In testa ella portava una corona 
di pietre prec'iose et oro fino, 
sei milia perle, che valea ciascuna, 
come dice la istoria , un bel fiorino ; 
e come il sol fa perder[e] la luna 
al giorno, quando viene il mattutino, 
così facea quella bianca dongella 

48 che sopra tutte V altre è la più bella. 
L' altra è la Bruna , qual ha el dolce riso, 
che fa maravigliar tutta la gente: 
bella ha la gola et delicato viso , 
quanto era vezzosa et relucente! 



32. St. Yen. : Non cokoscevam. Il fantino , così imbarazzato nella scelta de la più bella , tà 
ripensare al giovane dei canti popolari moderni. Casetti e Imbriaxi, Canti dtlU Provinei» Mtridio- 
nali, I, 1 sgg. 

33. È il y. 15 tale e qaale. 

35. St. Yen. : D' ogni belletta bbn eba fornita. Questa lezione è, credo , più vicina all' origi- 
nale ; che potè forse essere : D'ogni bellegMO ben eW è fornita. 

36. St. Yen. : Totta la gente. 

37. La St. Fior, ha : Vestita egli era ; ho corretto con la Yen. L' Intettigema ancora è vestita 
di seta soriana. Per la ricchezza delle vesti e degli adornamenti , oltre alle descrizioni nell' 7n< 
telUgenza, e neirA)n«fo, e a tante altre , puoi ancora prestare attenzione al passo del Sacchetti 
che riporto in nota al v. 61, e vederne parecchie nel Morgant»; al C. YI, p. es., str. 17 e 18. 

38. St. Yen. : di là dkl mare. 

39. St. Yen. : Milìe bottoni a piedi e man avea. Nel Morg. , XXY , 93, dell* vette di UUvieri 
è detto : Diecimila seraffi o più vai qttesta. 

40. St. Yen. : Che ciaschedun. 

42. St. Yen. : Di pietre pretiosb d'obo fino. 

43. St. Yen. : milla, e anche altrove. 

45. St. Yen. : E come il sole fa perdeb la. Gas. e Ixbb. , Gp. cit. , II , 180: À tanto ino 
splendor tributo inchino | Siccome fa la luna a fronte al sole. 
47. St. Yen. : donzella. 

49. St. Yen. : il dolce. 

50. Lo stesso che il verso 36, variato l'ordine delle parole. 

51. St. Yen. : e delicato il viso. 

52. St. Yen.: e bii.ocxnte. 



364 



S. FERRARI 



Vesti e gioie. 



Le due donzelle nel giar- 
dino. 



Arrivo delVamante. 



pareva essere nata in paradiso. 
Vestita era di drappo adornamente , 
da capo a piedi avea rabini tanti 

56 che valean ben cento milia bisanti. 
In testa ella portava una girlanda 
di pietre preciose lavorata, 
un saracin la fece in Alexandra , 
cento milia ducati era costata. 
E se vi par l'istoria troppo spanda , 
io ve la vendo come l' ho comprata. 
Questa Brunetta onesta vaga e fina 

64 leggiadra magna degna et pellegrina. 
E trambe due si levorno un mattino 
la Bianca e la Brunetta ognuna isnella, 
andorno a solazzar in un giardino , 
e l'una e l'altra o quanto all'era bella! 
et a seder se misson sotto un pino , 
cantando rosignuol(i) su la ramella 
facendo dolci versi per amore : 

72 da r altra parte venne 1' amatore. 



53. St. Yen. : Pareva fussb fiata. 

57. St. Yen. : ohiblakoa. 

59. La St. Fior, ha Alexandria, e la Yen. àlessakdba. "SdiV Inteìlig . (st. 12), abbiamo : Ed à 
una mantadura oltremarina ] Piena di molte pietre preziose : | D'overa fu di terra àlessakobiita. 
Ancora la descrizione degli adornamenti della Bmna, e come già la descrizione di quelli della Bianca, 
e degli altri già citati di Olivieri, termina col ralutame presso a poco il costo : onde ripenso vo- 
lentieri ai passi àelVIntellig. che accennano o dicono il prezzo delle gemme e delle vesti, qaando 
accada nominarle, come alla st. 204 : Con molte gemme di gran valimento ; e meglio alla 205 e 
alla 206: Con quei cari rubin maravigUanU , | Ch'una città valea pur l'una sola; e Sacchetti, 
Op. cit. , lY , 62 : J? di lor veste si sono addobbate ( Sì riccamente che narrando queUo | Par- 
rebbe a chi r tidisse non credibile, | Per lo tesoro di stima valibile ; e questi ultimi versi illu- 
strano molto bene quelli segnati 61, 62, che or ora seguitano nel nostro poemetto. 

61. Ori. Innam. : P. I, I, 22 : Et altre assai che nel mio dir non spando. 

63. St. Yen. : vaoa fina. 

64. St. Yen. : magna e degna feUiEobina. 

65. St. Yen. : Et AMBEDmB si. Qui il poeta pare si rifaccia da capo. 

67. Vedi la nota ai versi 1-16. 

68. St. Fior. : Et l'dna l'altba; ho corretto con la Yen. 

69. St. Yen. : ce messon. L'innamoramento sotto il pino è provenzale. Cfr. Del Lungo, Dino 
Compagni, I, 470. 

70. St. Yen. : n. bosionvol su. — Ramella. La Crusca ha un esempio di Inghilfredi, in Rime 
antiche; e questo del Boccaccio nel Ninfale Fiesolano : Istarsi all'ombra di fresche bahelle. 

72. St. Yen. : vene l'akadobe. Amatore ; per amante. La Crusca cita questo esempio del Pe- 
trarca, Trionfo d'Amore, II: E quel vano amatore che la propia \ BeUezta disiando fu distrutto. 



IL CONTRASTO DELLA BIANCA E DELLA BRUNA 



365 



Saluto dell' amante. 



Parole della Bianca. 



Risposta della Bruna , e 
vanto di bellezza. 



El qual essendo assai savio e prudente 
cortese valoroso et ammaestrato 
(et) salutò ciascaduna di presente, 
come dal buon maestro ha imparato. 
— Ben stia tu, o Brunetta piacente. 
Ancor tu. Bianca, dal viso rosato. — 
Ciascuna di costor li respondìa: 

80 — Tu aie lo benvenuto, o vita mia. — 
Le donzellette ai parlar mainerò 
furon levate in piedi immantinente. 
E' riscontrò la Bruna nel sentiero , 
quella basciò in bocca arditamente. 
Disse la Bianca: — E mio era primiero, 
perchè amato io l'aggio longamente; 
deh ! noi chiamare a te , Brunetta mia ; 

88 lassel venire a me, per cortesia. 
E la Brunetta rispose al presente, 
e disse: — Bianca, mi pari impazzata. 
Non lo vardare e non li poner mente 
perchè non hai persona angelicata. 
Egli è venuto a me primeramente , 
ecco la gioia che lui me ha donata : 
io r ho amato più che omo sia , 

96 et amerollo sempre in vita mia. — 



73. 8t. Yen. 

74. St. Yen. 
amcustrato. 

75. St. Yen. 

77. St. Yen. 

78. St. Yen. 

79. St. Yen. 



ossea SAVIO PKVDIirTB. 

Amaestrato. FoiiGOBE da S. Qbmimako (Nannncci, I, p. 344):Saggio, eorUu, i 



Ls salutò CIASCUNA di presente. 

Bene. 

Anco tu. 

OLI RISPONDIA. 

80. Tu SIA lo ben venuto anima mia. 

89 e sgg. Qua e lì. si trova molta somiglianza con questi versi, ancor» inediti, àtXL'OrUmdo, 
poema che, come provò il prof. Rajna, servi per tanti rispetti al Pulci: 



Disse la Bruna — Cara mia sorella 
più ventura ho di te perchè sia hella. 

Dicie la Bianca: Tu hai van pensare 
Io ho auto di lui molto piacere, 
perch'egli aveva me, non te, mirare; 
tu ti potesti ben di ciò avedere. — 
Disse la Bruna: — SI, mi meravigli 
perchè io ho di te gli occhi pia befli. 



366 

Vanto della Bianca. 



104 



Vanto della Bruna. 



112 



Hpoeia sirivolgealpuhlico. 



Bue donne fiorentine elette 
giudici. 120 



Bifesa della Bianca. 



S. FERRARI 

Disse la Bianca : — Bruna maledetta , 
se tu non lassi star questo amatore , 
di quel e' hai detto io ne farò vendetta, 
innanzi a lui ti farò poco onore: 
io son la Bianca e tu sei la Brunetta , 
più bella son di te , ancor migliore ; 
più bianca son che neve di montagna 
che in braccio mi terrebbe '1 re di Spagna. — 

(Alora) La Brunetta fu forte corocciata , 
le disse: — Bianca, deh! più non parlare ; 
quando la neve in montagna è durata 
al sol si vien tutta quanta a disfare : 
ma io son la Brunetta inzucherata 
e molto saporita da basciare; 
et io son la Brunetta morbidella, 
miglior di te , et anco la più bella. — 

Or vedereti guerra cominciare 
fra due donzelle per uno amatore ; 
Tuna e l'altra si han(o) forte a minaciare, 
e ditto se han(no) di molto disonore. 
Questa question non si può dischiarare, 
com(e) si de diffinire questo errore. 
Mandòrno per due donne a Fiorenza 

. che diffiniscon questa lor sentenza. 

Le donne fur venute a quelle amante 
per metter pace a tanta lor questione. 
Dissen le donne : — Venite davante : 
Ognuna di voi dica sua ragione. — 
Parlò la Bianca con dolce sembiante , 



103. TiGBi, Canti popolari Toscani, 74 : Bianca come la neve di montagna; e nel Calmo (Op. 
cit.), Lett. alla sig. Yitruvia : « bianca a mo' la neve di montagna ». 

104. Tigri, Op. cit., 1\: E le vostre bellezze vanno in Francia | Saigon le scale dell' impera- 
tore ; e il Magnifico, Nencia : Aver la Nencia e tenersela in braccio, | Morbida e bianca che par 
xm stignaccio. 

109-111. Vedi lo strambotto antico nel Cabdccci, Cantilene e Ballate ecc.: Brunetta, c'hai le 
ruose aUe mascelle, \ Le labra de lo zucchero rosato. E il Calmo, Op. cit., Lett. alla sig. CaU- 
donia , in difesa della carne bruna , si riporta al « dito antigo , che terra negra fa bon pan ; 
« son hruneta, son dolceta ». E in Caset. e Imbr., Op. cit., II, 140: Brunetta saporita. 

120. Qui bisogna dare a sentenza il senso di questione, come par giastiflchi il verso 122: Per 
metter pace a tanta lor questione ; diffinire in questo caso è il verbo tecnico, e vale terminar*. 



Difesa della Bruna. 



IL CONTRASTO DELLA BIANCA E DELLA BRUNA 367 

e disse : — Io non so già per qual cagione, 
questa Brunetta eh' è cotanto ingrata 
128 81 fortemente m' abbia minacciata. — 

Disse la Bianca: — Donne, in cortesia, 
quel ch'io vi dico, prego vi stia a mente. 
Or questo amante si è la vita mia, 
che sempre io l'aggio amato caramente: 
e certo per fugir cia8cun(a) folìa, 
nò biasmo acquistar da tutta gente 
e che mi guardi dagli mal parlanti, 
136 me tolsi , sendo il fior degli altri amanti. 

E la Brunetta im pie si fu levata , 
parendo un angel proprio che parlasse. 
— Per la mia fé', s'io serò ascoltata 
dirò la verità, se mi giovasse! 
Io son di lui sì forte inamorata 
eh' io non lo lassarci se mi tagliasse , 
perchè un [più] bel giamai né più polito 
144 non fu al mondo, e lo voglio per marito. 

(AUhor) Una di quelle donne da Firenze 
all' amator così prese a parlare , 
e sì gli disse: — cavalier valente, 
per cortesia , te voglio or domandare 
de quel' eh' inamorasti primamente; 
dimmi la verità non me '1 celare. — 
Egli rispose con la mente franca: 
152 — Prima m'inamorai di questa Bianca.— 

Disson le donne : — Che Cristo ci vaglia ! 
questa è una gran sententia (d)a diflSnire : 
amor , come la spada , fende e taglia , . 
e spesse volte ancor fa rom(o) languire. 



n giovinetto è interrogato. 



Risposta. 

I giudici rimetton la que- 
stione alle armi. 



133. Ciascxm'. Troncamento darò ; da sì fatte durexio per altro, gli antichi non riftiggiTaiio. 
Saoch., Op. cit., I, 17 : Il del legato con cateti d'argento. 

135. L' odio degli amanti contro le lingue viperine è tradizionale nella letteratura del popolo, 
n lÀnguaccio di Olimpo da Sassoferrato ne ò una prova molto evidente. E una ballata del Umt 
gniflco ha per ripresa : lo prego Dio, che tutti % mal parlanti, | Faccia star stmpr* «n gnm do- 
lori e pianti. Nella lirica provenzale è poi comune. 

137. Sacch., Op. cit., I, 31 : ^ Caterina in piV .si fu Imtaia. 

140. Se mi giovasse ! Ho messo il punto ammirativo interpretando il M desideiatiTO per coti. 



368 



S. FERRARI 



Vanto di bravura 
Bianca. 



Vanto delia Bruna. 



La piazza di Siena è il 
campo di battaglia. Pre- 
parativi. 



Se questo non s' acquista per battaglia , 
io non so quel che ne debbia seguire. 
Donar sententia che non sia mal data , 

160 difendasi a battaglia giudicata. — 
della Disse la Bianca : — Sì , ben volentieri , 

chi voi combater meco venga in piazza ; 
farò guarnire ci mio scudo legieri 
e la mia relucente e bona mazza ; 
perchè lo sappi donne et cavalieri 
e eh' ognun possa aver lieta la fazza : 
Chi perde la battaglia, questo è usanza, 

168 di non ballar et di non far più danza. — 
E la Brunetta rispose al presente, 
e disse : — Cosi voglio , o mal villana ! 
di questa guerra ti farò perdente , 
sappi che ti darò la morte strana ; 
et per farlo saper a tutta gente 
io mandarò un bando per Toscana : 
Chi perde la battaglia e 1' amatore , 

176 giamai più (si) vesta panno di colore. — 
Le donzelle furon deliberate 

battaglia far su la piazza di Siena ; 
erbe minute con altre fiorate, 
tutta la piazza n' era colma e piena ; 
rose con gigli et viole imbalconate 
bianche e vermiglie con menta serena; 



160. difendasi; per si proroghi f 

177. Se il verso non va modificato altrimenti, certo doveva essere corretto negli accenti quando 
si cantava: Le donzelle fueòn deliberate. diceva: Le donzelle si fur deliberate? 

179. fiorate. Nel Tkamatkk (ediz. di Mantova) , non trovo fibrata che nel senso di schiuma. 
Qui sta per fiorita , cioè « quelle filze di verzura che si appiccano dove si fa festa , o che si 
« spargono per le strade » ; e il Dizionario conforta quest'ultimo senso, che meglio s' addice al 
caso nostro, con un esempio del Vasari, Vite : « Sparger la fiorita nelle strade ». 

181. Imbalconate. Incarnate, appellativo che si dà alle rose. Firenzuola, Dial. beli. Bonn.: 
« L'incarnato, altrimenti imbalconato, è un color bianco ombreggiato di rosso, o un rosso om- 
« breggiato di bianco, simile' alle rose che incarnate o imbalsamate si chiamano ». Ma già il 
Poca, XIX sonetti amorosi {Propugnatore, voi. XI), son. 6o: Deh , rosa imbalconata! \ Ditemi 
dove vien tal crudeltate. 

182. La st. con mekte serena ; ci ho posta risolntamenie la mano , correggendo ; henchè non 
trovi nel Dizionario l'epiteto di sererux dato a menta : più sopra abbiamo menta pisana ; ed anche 
essa nel Diz. manca. 



IL CONTRASTO DELLA BIANCA E DELLA BRUNA 



369 



Descrizione della cortina. 



Passatempi dell'amatore. 



et tutte due tenean corte bandita, 
184 la Bianca o la Brunetta colorita. 

Intorno al campo v' era una cortina 
la qual venne dal regno feminoro, 
che con sue man la fece una regina 
la qual fu donna del re Antenore; 
le corde eran di seta alessandrina, 
e mille campanelle de fin oro; 
d'argento una cordella, qual tirava, 
192 e nel tirarla uccelli assai cantava. 

Poi r amatore andava solazzando 
sopra la piazza con molti donzelli 
aste depinte e bagordi spezzando; 
vestivan seta, e ben politi snelli 
ciascun versi d'amor giva cantando, 
con più di cento cavallier novelli; 
sonagli d'oro e pettoral(i) d'argento 
200 adorni de rubin(i), eh' io non vi mento. 

Tutta la gente corre(v)a per vedere; 
donne, fanciulli e molti cavallieri; 
et quello che volea mangiar o bere 



183. Vedi la Tcseide , VI , 7 agg. : nel tempo che precede la battaglia i dae amici sono baoni 
amici, e spendeano ìarganunte... e AUro che suoni canti ed attegrexta \ Nelle lor case non si sentia 
mai;... né giammai, | Erano in casa senta forestieri,.. | B nulla si lasciavano a donare, \ SU tran 
d'ogni gran largheBza pieni. 

185. La ricchezza della cortina rispecchia i fulgori dei padiglioni. È notimmo quello nel PcLa, 
XIV, 42 sgg. 

186. Intelligenza (st. 225) : Attalista regina d'Amaztoni, | Quel che s'appella il regno feminoro. 
190. campanelle. Il Dizionario avverte che campanelle si chiamano ancora qoei cerchietti di 

ferro (qui d'oro adunque) nei quali scorrono le tende e le portiere. 

193. È impossibile, leggendo tali feste, sognato in Siena, non ricordare i sonetti di Folgore. 

194. domelli: il verso che occupa il n» 166 giustifica la spiegazione di donMelU applicato a 
quei giovani nobili che si preparavano al cavalierato. 

196. St. Fior. : Vksti a seta ; ho corretto io : vkstivak seta. 

198. cavallier novelli. Era di prammatica che i cavalieri novelli « armeggiassero » e < bafor- 
« dassero » lietamente, n sonetto di Foloore (ediz. cit., p. 346): Ora si fa un donisi cmaìitri, 
E vuoisi far noveUaniente degno ecc., illumina benissimo questa o le due seguenti ottave. 

199-200. Ogni qualvolta che gli antichi poeti cavallereschi intoppavano nei cavalli sellati e 
bardati, ne dipingevano partitamente e lucentemente gli addobbi. Il Pulci e il Boiardo speesiasimo. 
Anche qui, come sopra, par che il Sacch., Op. cit.. Ili, 40, aguzzi la punta dell'ironia: Soor'un 
destrier coverto d'un aliso | Velluto incatenato, per suo' fama, \ D'incrocicchiate catene d'arfenio, 
I Con tante perle, che mi fé' pavento. 

203. La St. Fior, ha veramente coeì : Et qusi. che voleva mangiar o bere. 



370 



S. FERRARI 



Giorno del combattimento. 



Lamento di molte dami- 
gelle per la pugna. 



glie n' era dato assai ben volontieri. 
Mille donzelle servon per piacere, 
dove eran coppe d' oro e bei bicchieri : 
le mense eran coperte a confezioni, 

208 con più fagìan dorati e bon caponi. 
Araldi v' eran con giocolatori 
tutti vestiti d' oro et onorati , 
chi voi cavalli e chi voi corridori 
a ogniun volentieri ve n'eran dati, 
perchè non son avari e' donatori ; 
né già del paradiso (v') eran cacciati. 
Tempo mi par di dir questa battaglia. 

216 Or ascoltati, che '1 parlar mi vaglia. 
Una mattina di Pasqua rosata 
andorno per combatter le dongelle ; 
ciascuna eran ben acompagnata 
da mille donni e mille damigelle. 
(O)gniuna di lor ha roba ricamata 
con panni alciati come nimphe belle; 
appresso d' esse cavallier parlando , 

224 la Bianca et la Brunetta amaestrando. 
Le dongelle andavano per la via 
dicendo : — Questo forte me dispiace , 
fra due dongelle esser tanta resia 



203-05. FoLOOBE (son. nlt. dt.), dica che il CATallier novello , Annona, pane e vin dà a fore- 
stieri, I Manze, pernici e cappon per ingegno, \ Donzelli e servidori a dritto segno ; e nel sonetto 
pel « Giorno di Conviti » (ediz. cit., p. 345): Donne e donzelle stan per tutte bande , \ Figlie di 
Re di Conti e di Baroni, \ E donzeUetti giovani garzoni | Servir, portando amorose ghirlande. 

206. Innamorato, I, 1 , 19: Ed ecco piatti grandissimi [d'oro | Coperti di finissima vivanda 
I Coppe di smalto con sottil lavoro. 

207. Confettioni. U Dizionario spiega, con un es. del Trattato del Peccato Mortale: « ogni qiMin- 
« tità di confetti, di conserve e simili ». Sarebbe allora tutto quanto è apparecchiato nel verso di 
Folgore (son. ult. cit.): Frutta, confetti, quanto li è 'n talento. 

208. Folgore (son. ult. cit.): E cotti manzi et arrosti capponi , oltre al verso citato nelle 
note 103-105. Nel Pulci,- Op. cit., vedi il convito che ha luogo al C. XVI, 24 sgg. : Con preziosi 
vin confetti e frutte. 

209. Pulci, luogo ora cit., massime il verso: Buffoni e giuochi e infiniti piaceri. 
212-213. Lo stesso senso manifestato nel verso 204. 

214. paradiso. Il primo senso fu i'orto, poi, come qui, di luogo delizioso. 
217. Anche V Innanwrato apre con una giostra Allor di maggio a la pasqua eosata. 
222. alciati, alzati, succinti. Dante, Piirg., Trescava, alzato, l'umile salmista. 
225. leggere andavano, o rifare: E le donzelle andavan per la via. 



Offerta di due cavalieri. 

Risposta delle due guer- 
riere. 



IL CONTRASTO DELLA BIANCA E DELLA BRUNA 371 

Sarebbe alcun di tanta cortesia, 
che si combatte per amor fallace, 
ch'in fra costor potesse metter pace? — 
Allor dui cavallier disson di poi: 

232 — Lassate a noi il combatter per voi.— 
Le dongellette allor d' uno volere 
disson: — Cavallieri, or tenete a mente: 
se noi dovcssem spender più avere 
che fusse mai dal Levante al Ponente, 
questa battaglia non può rimanere 
che noi non la faciamo arditamente. 
Ben mille grazie, cavallier, n'aggiate; 

240 per cortesia, de qui or ve levate. — 
Le due dongellc furo(n) in su la piazza 
ov' era già la battaglia ordinata ; 
ognuna aveva scudo e bona mazza , 
elmo lucente ed allato la spada. 
Disse la Bianca: — Or tu, Brunetta pazza, 
tu sei verso di me apparecchiata ; 
or ti difendi, ch'io ti vo' ferire 

248 et oggi è '1 dì eh' io ti farò morire. — 
Ella gli dette (co)sì grande ferita 
sopra de l' elmo , qual era cerchiato. 
Quasi la Brunetta fu sbigottita 
per lo terribei colpo che gli ha dato. 
Ognun cridava: — Oimè, trista la vita ! — 
Et a ciascun ne prendeva peccato 
veder combatter quelle due dongelle 

256 che in quel tempo non eran le più belle. 
Disse la Brunetta : — Ormai t' attendi 
di questa guerra, Bianca scolorita. 
Tu perderai ciò che qui ritta spendi. 



La Bianca principia il 
duello con parole e con 
fatti. 



Risposta della Bruna. 



246. St. Fior., Tu sei ver di. 

254. A ciascun n» prendeva peccato: ducono ne avert compassione. Il Dìx. non ciU che na 
esempio delle Favole Esopiane: Il cavaUtr veduta la donna in tanta « si gravosa noia li ri 

PBESE PECCATO. 

257. Deve forse correggersi : Disse te Bruna — Il fimb ormai t'attmdi 1 
259. 9i(t ritia per qui semplicemente, si trova in Dante, nel Boccaccio, ed in altri aaticlii. n 
Salvisi nelle Prose ToscaM la dice voce ancor viva fra i contadini. 



372 



S. FERRARI 



Bel colpo della Bruna. 
Seguita il duello. 



La Bruna vincitrice. 



La Bianca si arrende. 



Viene il notaio: e il gio- 
vinetto sposa la Bruna. 



oggi è quel dì che tu serai finita , 
io ti vengo a ferir, or ti difendi. — 
Et alla Bianca dette tal ferita 
che se non fusse l'elmo bono e forte 

264 certamente ella li dava la morte. 
Et sonsi date sì crudel' mazzate 
che tutte l'arme indosso (si) fraccassorno, 
gli elmi e li scudi e le mazze ferrate 
in terra trambe due le gittorno; 
poi di concordia da cavai smontate 
e gionte in terra , presto si pigliorno 
r una con l' altra , le drezze tirando , 

272 su per la piazza si van strassinando. 
Si come la Brunetta era più forte 
pigliò la Bianca e gettolla per terra, 
e per la golia la strinse in tal sorte 
che punto non la lascia e disferra; 
dicendo : — Bianca, se non voi la morte, 
rendite a me , che ho vinto la guerra 
e anche ho vinti tutti li amatori ; 

280 qui non te varrà liscio né colori. 

La Bianca disse: — Deh!, Brunetta mia, 
io ti farò la croce con le brazza; 
deh! non me occider, per tua cortesia; 
abbiti l'amator, ben prò ti fazza , 
tu si r hai vinto per tua gagliardia : 
venga el notaro che carta ne fazza. 
Deh ! non m' occider poich' io me rendo, 

288 che m' ingenochio e più non mi difendo. 
El notar[o] fu gionto immantinente , 
lo qual fece una carta degna e bella; 
e r amator fra tutta quella gente 
sposò la Bruna e detteli due anella , 
poi si la bascia e abraccia stretsunente 
e dipartissi e vassene con quella. 



276. disferra , scioglie. Il Dizionario non dà disferrare con questo significato ; sì bene porta 
nn esempio di sferrare tolto dal Beeni, Ori., 2, II, 46: Brandimarte tornò dov'era Orlando | 
E lo sferrò del laccio incontanente. 

280. St. Fior. : Qoiti non te t^ebà liscio ne colori. 

286. St. Fior. : ne faccia. 



IL CONTRASTO DELLA BIANCA E DELLA BRUNA 



373 



Dolore della Bianca. 



Un cavaliere s' offVe alla 
Bianca in isposo. 



La Bianca accetta il ca- 
valiere. 



U poeta si congeda. 



La Bianca tutta rimase adolorata 
296 piangendo lo suo amor la sventurata. 
E sì diceva : — lassa (me) tapinella ! , 
mai più non voglio star in questa vita ; 
inanzi mi vo' far una gonella, 
da pie tagliarla , e poi farme romita ; 
e vogliome serrar dentro una cella, 
e quivi vo' che sia la mia finita ; 
po' che perduto ho la mia speranza 
304 non voglio più baiar né far mai danza. 
Un cavallier era ricco e possente, 
sentendo (co)si la Bianca lamentare, 
rispose a lei: — Non dubitar niente, 
per questo i' non ti voglio abandonare; 
el sole è bello e la luna è lucente : 
si che per tanto non ti vo' lassare : 
ma come bon fidel sempre mi arai 
312 e tu per tuo signor sì mi terrai. — 
La Bianca mnilmente respondia : 
— Cavallier degno, vi son obligata; 
et voi di me arete signoria 
poi che per vostra serva mi son data ; 
diece milli fiorini eh' i' ho in casa mia 
e altra robba ch'è per voi apparechiata. ^ 
Sì che la Bianca andò con quel signore. 
320 Finita è questa istoria al vostro onore. 



Finito el contrasto della Bianca 
Et della Brunetta. 



295. Non torna il verso. Forse accorata t 

299-302. Molte poesie popolari italiane si potrebbero schierare sotto queste mbrìche che hanno 
molte attinenze fra di loro, e suggerite tutte dall'amore : Desiderio di far$i romiti, lk$id*rio éU 
chiìtdersi in un chiostro ; Pentimenti dell' essersi fatti romiti o di dover partire péQtgrimmtà» 
pel mondo; Pentimento d'essersi fatto frate o nwnaca. Si reggano gli strambotti di Panfilo Suri, 
che ho ripubblicati io da una stampa antica nella Biblioteca di letteratura popolare; e le ballate 
col titolo Sventurato Pellegrino , quali si possono leggere dopo gli strambotti del Qinstiniani 
nella stampa fatta In Trevigi nel HDCXXXYU. (Un eeemplare ò nella UniTenitarìa di Bologna). 



374 S. FERRARI 



III. 



Ora prima di comparare il poemetto testé veduto con altre 
composizioni, quali già da principio indicai, simili nella sostanza, 
benché diversamente atteggiate, affinchè da tale comparazione 
chiare emergano le rassomiglianze che detti componimenti, 
rami discesi da un medesimo cespite, hanno fra loro, credo 
bene presentare anzi tutto la materia del contrasto; il che faccio 
collegando e dando unità e vita agli argomenti già fiancati 
nel margine del testo , e ripigliando quando abbisogni le illustra- 
zioni e, per le prime dieci ottave, le varietà di lezione poste in 
nota; fila tutte ordite in disparte non già per lasciarle poi cadere 
affatto, ma per procedere più snellamente innanzi; e da richia- 
marsi nel tessuto solo quando l'economia del lavoro lo richiegga. 

Adunque: i primi dodici versi non si capisce bene a che vo- 
gliano approdare; solo si intende che siamo in primavera. Ma 
eroiche gesta e gemiti d'amore quando mai negli antichi pro- 
venzali e francesi e giù giù nella poesia italiana lirica ed epica 
che da quelle prendeva l'impulso e le mosse, non risuonarono 
fra canti d'augelli e gemere di fonti e verde di prati e di boschi 
e chiarezza d'aria tutta piena di sole! Più sotto troviamo ancora 
il pino, eroico e severo e tradizionale testimone di assemblee e 
di colpi d'arme e di giuramenti d'amore ! e per tutto il poemetto 
sentore della lingua più antica, discesa quasi intatta dalle sca- 
turigini. Negli ultimi quattro versi della seconda strofa compaiono 
le donne, o le due donne (particolareggiando meglio) secondo 
la diversa lezione: la Bianca e la Brunetta. Poi, nella strofa 
seguente, viene l'amatore, ed é subito disputato dalle due giovi- 
nette, ed eletto giudice di loro bellezze; indi il poeta si ferma 
volentieri a descrivere le fanciulle e lo sfarzo di loro vesti, come 
più sotto ostenta compiacentemente la ricchezza dell' arme e 
delle bardature dei cavalli: ir che apparteneva alla topica del 
poema cavalleresco. Cosi si arriva al verso 64; e qui giunti, pare 



IL CONTRASTO DELLA BIANCA E DELLA BRUNA 375 

che il poeta si rifaccia, anzi si rifa, da capo: poiché di nuovo 
troviamo le fanciulle nel giardino; di nuovo c'è T amatore; di 
nuovo si ammirano le bellezze della Bianca e della Bruna : ma 
il processo, o meglio la presentazione dei fatti, accade in un modo 
diverso. L'amatore questa volta non se ne resta li zitto e fermo 
come prima ; ora bacia arditamente in bocca la Brunetta : il che 
porge occasione alle due donne di vantar esse stesse in persona le 
loro bellezze quali ausiliatrici potenti dei diritti che ciascuna si 
arroga sull'amante: indi interviene il poeta ad avvertire il pub- 
blico che non essendo le due fanciulle giunte ad una conclusione 
netta e chiara, han dovuto ricorrere a due giudici: i giudici 
scelti sono, per avventura, « due dame da Firenze ». Dal verso 
120 al 240 abbiamo l'intervento dei giudici che odono le due parti 
accapigliate, e dopo aver richiesto il giovinetto di chi prima si 
fosse innamorato, alla sua risposta « prima m'innamorai di questa 
« Bianca », trovandosi esse più impacciate che mai, rimettono la 
soluzione alle armi: sentenza che le fanciulle accettano di gran 
cuore, fermando subito le condizioni a cui dovrà sottostare la parte 
vinta. Per comprendere l'impaccio dei giudici bisogna risalire 
all'origine della lite e vedere che proprio era difficile « difflnire 
« questo errore », secondo la frase del poeta. Che le due fanciulle 
presentano ai giudici ragioni tanto delicate e dritti di onore cosi 
poco sindacabili, che una mano di donna non può pesarli sulla 
bilancia della giustizia a lei affidata senza pericolo che la bilancia 
le sfugga cigolando. L'una, la Bianca, accampa che fu amata 
prima, e che lo « tolse essendo il fior degli altri amanti »; l'altra, 
la Bruna, che ella l'ama pazzamente, e che, in mancanza d'altre 
ragioni, lo vuole perchè lo vuole; ma lasciando tuttavia supporre, 
poiché l'ha baciata prima nel giardino, che oggi l'amatore lei 
prediliga. 

Ora i giudici par che comprendano che essi non possono risol- 
vere la questione che nel caso in cui la Brunetta, che ora sembra 
la preferita, sia stata ancora la prima amata; perciò non chie- 
dono all'amatore chi prescelga al presente, ma chi abbia amata 
prima: al che rispondendo egli sfavorevolmente alla Bruna, le 



376 S. FERRARI 

donne fiorentine non sanno più che farsi; le giovinette hanno 
ragione ambedue ; o il torto veramente l'ha il giovine che prima 
amò l'una, poi l'altra : definire la questione è perciò rimesso alle 
spade. E qui il poemetto ci si presenta da studiare sotto un altro 
aspetto, poiché i duellanti sono le fanciullette medesime ; e la 
nostra mente, manco a dirlo, rivede subito i tipi delle donne 
guerriere; ma più che ad Antea a Mar fisa a Bradamante ricorre, 
massime per ragioni intrinseche alle modalità del certame, alla 
battaglia delle Giovani e delle Vecchie nel Sacchetti. Tornando 
al Contrasto, a questo punto, siamo informati che il luogo scelto 
a battagliare è il bellissimo Campo di Siena; ed osserviamo di 
nuovo come il Nostro, che ama soffermarsi a tutte le stazioni 
nelle quali ripigliavano fiato i poeti cavallereschi e con nuove 
fantasie lasciavano riposare quelle lungamente perseguite prima ; 
(stazioni che erano come bei palazzi fiancheggianti le strade 
maestre e gli aggiramenti regi della cavalleria, ove i poeti sali- 
vano ammiranti pitture e sognanti morgane, vinti da strani mi- 
raggi e ne uscivano abbarbagliati e ricchi di luce, di suoni, di 
colori, riprendendo più riposati e più baldi il gran viaggio); ci 
ammanisca una corte bandita ed accenni a un padiglione, intanto 
che si aspetta la zuffa. E la zuffa (vv. 217-294) ha luogo nella 
lieta stagione in che s'apre ancora l' Innamorato, per la Pasqua 
delle rose; dopo che le fanciulle han respinta l'offerta di due 
cavalieri che s'impegnano di combattere in loro vece. Il duello 
è a colpi di mazza: vincitrice, la Brunetta, che sposa l'amatore, 
presente il notare. Gol lamento della Bianca, e le nozze di lei 
con un cavaliere che lì su due piedi le propone di sposarla, si 
chiude il Contrasto. E il poeta si licenzia: 

Finita è questa storia al vostro onore. 

Giacché é finita, passiamo ai raffronti, movendo da ciò : che la 
caratteristica peculiare del poemetto é l'essere un contrasto fra 
due fanciulle che si differenziano fra loro pel colore: donde il 
titolo. 



IL CONTRASTO DELLA BIANCA E DELLA BRUNA 377 

Già Golomb de Ratines, descrivendo la stampa fiorentina aveva 
richiamato, un poemetto in antico francese, intitolato : Le Dèbat 
de deùx Lemoiselles, V une nommée la Moire et l'autre la 
Tannèe, allegando una stampa del quattrocento. Trovandosi oggi 
il poemetto ripublicato nel Tomo V del Recueil de poèsies fran- 
QOises des XV et XVI siécles Morales, Facétieuses, Histo- 
riques, rèunies et annoièes par M. Anatole de Montaiglon 
(Paris, 1856), a noi è dato studiarlo, giovandoci inoltre della 
prefazione che il Montaiglon ha premessa alla edizione da lui 
curata. 

In essa il dotto francese ne informa come il dèbat si conosca 
per due manoscritti, il più antico dei quali risale alla metà del 
quattrocento ; e per quattro stampe, tre antiche ed una moderna; 
e la moderna ancora, uscita dai tipi Didot, per cura del Bock, 
nel 1825, non sarebbe che una riproduzione di una antica 
stampa in gotico, che il Montaiglon giudica guasta ed alterata no- 
tevolmente, poiché vi si trovano alcuni versi inutili e inconclu- 
denti nel posto d'altri, che alludendo a personali storici sono 
meritevoli di attenzione per fissare il tempo in che fu com- 
posto rifatto il dèbat, e per rafforzare una ragionevole ipotesi 
sull'autore dello stesso ; che anche il dèbat è adunque anonimo. 

Il Montaiglon ci dà il poemetto reintegrato nella forma che 
si può ritenere originale, ricavandolo dal manoscritto più an- 
tico ove sta fra armoniosa compagnia di ballate e di rondò, 
col nome in fronte di Siramonet Gaillau ; poeta, fiorito alla corte 
di Carlo Duca D'Orléans. Tale compagnia bastò al Montaiglon 
per legittimare l'ipotesi che anche il dèbat possa essere del 
Gaillau, riallacciando quel fatto con questi altri: che il Gaillau 
viveva, come è detto, alla corte del Duca d'Orléans; e che nel 
poemetto (sono i versi poi tolti nella stampa gotica) si nominano 
chiaramente due donne strette in vincoli di parentela col Duca. 
Né la congettura mi pare esagerata, l'autore certo fu poeta dotto, 
non di popolo. 

Questa l'invenzione del dèbat: 11 poeta entrato, in primavera, 

GiomaU storico, VI, fase. 18. 25 



378 S. FERRARI 

in un amenissimo giardino, ed in esso diportandosi, poiché la 
bellezza del posto raddolciva i suoi dolori ed affanni, arriva in 
luogo ove soi^e una casa, nella quale ode due donne amorosa- 
mente cantare. Nascostosi, le osserva distinguendole pel colore 
della veste, giacché l'una aveva « sa robe tannée », e l'altra 
« une noire robe »: intende che fra loro, mestissime, è accesa 
una sfida, non con altre arme che coi canto, per la quale cia- 
scuna vuol prevalere sull' altra nell' essere infelice per isfortu- 
nato amore. Finita la canzone, che ha tale infelicità amorosa 
per argomento, si accordano nel portare la sfida davanti a due 
dame, ed escono nel giardino. Il poeta, che ha tutto udito scrive 
il contrasto ed egli stesso lo porta davanti alle persone indicate. 
Ma certe cose , meglio che nella nostra prosa , sarà meglio ve- 
derle nella freschezza della lingua nativa. Ecco la protasi del 
dèbat: 

Mes dames, j 'aporte nouvelles 
de deux femmes cointes et belles, 
en amours trop desconfortées, 
qui se sont à vous raportées 
pour juger vray de leurs querelles. 
Embusché me suis derrière elles 
pour ouyr leurs plaintes mortelles; 
en escript les ay rapportées. 
Mes dames etc. 

Ed ecco come e in che stagione il poeta si addentri nel giar- 
dino che è il luogo del contrasto: 

Vouloir m' est prins d' escripre icy 
qu' en la saison qu' arbres florissent , 
hors d' un manoir aux champs issy, 
pour veoir les biens qui de terre yssent 
et comme oyseaulx se resjouissent 
quant voient leurs pers arriver, 
aussi comme herbes reverdissent 
a l'issue du temps d'iver: 



IL CONTRASTO DELLA BIANCA E DELLA BRUNA 379 

Par une solitaire yssue, 
en uno sente me vins rendre, 
qui cstoit pavóe et tissuo 

de fleurettes et d'erbe tendre; ^^ 

là maint roussignol et calendre 
ouy sur arbres chanter moult bien; 

■ed il poeta, che appare piagato di molte malinconie e dispiaceri, 
attraversato un giardino, che gli si apre dinnanzi, arriva ad 

une maison, par semblant bonne, 
che 

scoit cn ung bout du vergier; 

ove ascolta il canto delle due donne. 

Si vins à l'huys de la maison 

marchant tout bellement le pas; 

et lors ontendy la raison 

de deux femmes, qui par compas 

devisoient, sans celer le pas, 

r une à r autre leurs entreprinses. 

Il poeta capisce che tenzonano d'amore; perciò si fa animo a 
nascondersi e ad ascoltare. 

Lors m' einbuchay en ung lieu noir, 
où je croy que nulle d' entre elle» 
ne m' éust veu là remouvoir 
sans avoir clarté de chandelles. 

Si ferma lungamente a descrivere le due donne, massime nelle 
vesti, da cui prendono l'appellativo; a dire i tristi motivi del 
duolo che le affligge, lagrimose per l' infelice amore di cui por- 
tano tante insegne nei volti delicati 

Entre elles noise ne ten^on 

ne vy fors que parfaiz esbas; 

chascune avoit une chan^on 

en scs mains, dont vint leurs debatz; 



380 S. FERRARI 

e la sostanza della tenzone sta in questo che l'ima vuol vincere 
l'altra vantando la propria infelicità: 

Seur, je vous enseigne 
et monstre par vifve raison 
que mon cueur plus en larmes baigne 
que le vostre en toute saìson. 

Questi sono i giudici: per la Tannée: 

celle 
qui est duchesse d'Orléans, 

e per la Noire: 

sa seur, comtesse d'Angoulesme: 

due personaggi storici adunque; poi che la prima è Maria de 
Gleves, moglie di Carlo duca d'Orléans (m. 1465); la seconda, 
Margherita di Rohan, moglie di Giovanni d'Orléans, conte d'An- 
goulèrae (m. 1476): onde il Montaiglon pose il debat fra le poesie 
storiche. E il poeta, in fine, chiude: 

portay aux dames le débat. 

Da questo rapido riassunto si scorge subito la somiglianza che 
il óèbat francese mostra con la prima parte del contrasto ita- 
liano, la quale è determinata dal fatto che, come indica il nome, 
sono ambedue una sfida, una sfida di due dame intitolate dal 
colore: ma lo svolgimento del fatto in ambedue è molto diffe- 
rente ; causa precipua di questo, la condizione in che sono i due 
poeti in faccia alle contendenti; l'essere uno, poeta popolare, 
l'altro colto e dotto. La condizione del poeta dà una intonazione 
speciale al componimento, e ne compenetra tutte le parti. Perchè 
il poeta popolano, ripeto quanto già dissi in principio, rima- 
neggia, rilavora una materia comune a tutti, collettiva, non nu- 
trita del suo sangue, poiché egli la vende come l'ha comprata ; 
ma il poeta colto, se pure accatta l'ordito capitale da una fan- 



IL CONTRASTO DELLA BIANCA E DELLA BRUNA 381 

tasia preesistente, lo ricompone, Io riordina e su vi tesse una tela 
a bei colori in modo tale che il tutto apparisca come cosa indivi- 
duale, sua. Egli va nel giardino, egli assiste al contrasto; le due 
donne sono viventi nel mondo della realtà; i due giudici pure; 
appartengono alla storia, al vero non immaginato o creduto, ma 
nella sua irradiazione materiale. Perciò mentre il poeta italiano, 
umile ed incolto, non arrisica di staccarsi dal convenuto della 
tradizione, e se amplia, amplia aggiungendo sempre materia di 
popolo e collettiva; il poeta francese invece, dotto, cambia, mi- 
gliora a sua posta. E la materia, nei due, è perciò colorita in un 
modo affatto diverso. Nella fantasia popolare le due fanciulle 
stanno parate prima a svillaneggiarsi di santa ragione, e a con- 
tendersi l'amatore, lui presente ; poi, a rebbiarsi a suon di mazza : 
ma nella visione spirituale del gentiluomo francese, le contrastanti 
sono gentili e delicate signore che faran capo della contesa al 
nobile sangue di Francia, e tutto è come loro soave e delicato. Non 
sono dal poeta distinte pel colore della pelle, che avrebbe potuto 
sembrare meno riverente, ma per quello della veste; non com- 
battono, per impossessarsi dell' amatore, a colpi di bastone, ma 
in casa, credendosi "sole, sfogano l'interno dolore dell'animo, e il 
loro amore è lontano. Ancora; colla scelta dei giudici nel fran- 
cese termina il contrasto: non la gentilezza permetteva che 
avesse una conclusione che, qualunque fosse, avrebbe sempre 
offesa runa o l'altra; e le donne, uscite all'aperto, si mostrano 
belle lagrimose nel giardino: ed al vederle il poeta forse ebbe 
voglia di paragonarle alle rose che sbocciavano intorno rigate 
di rugiada. Queste le differenze dei contrasti sui quali ho voluto 
insistere. Che essi derivano da un ceppo comune mi par certo 
da quanto si è ragionato; ponendo mente sopratutto, alla fine, la 
scelta cioè dei giudici. 

I due contrasti, pertanto, ci si presentano come due svolgi- 
menti compiuti i\ diversi di una medesima invenzione. E quando 
questa sia prima apparsa nelle sue origini, non è nostro compito 
di qui ricercare; onde ci soffermeremo solo sul modo con che 
nel Trecento e nel Quattrocento si venne man mano disvilup- 



382 S. FERRARI 

pando al sole della fantasia popolare, sino al punto di finire per 
sé e da sé; il che credo sia da ricercarsi nei poemi cavallere- 
schi antichi. E in essi il primo determinarsi del Contrasto nella 
nuova forma, che poi avrà vari sviluppi, spogliato della frasca ,^ 
non ci apparirà altro che come una semplice gara di due fanciulle, 
nel quale l'una vuole sopravanzare l'altra in qualche modo, e la 
beffeggia; conseguenze del fatto. Così circoscritto l'argomento, 
noi lo troviamo già fornire un episodio all' Uggeri il Danese^ 
poema cavalleresco appartenente forse al secolo XIV; ed assi- 
stiamo al suo crescere ed espandersi in altri corrispondenti epi- 
sodi àQ[y Orlando e del Margarite, che, com' è noto, gran parte 
della sua tela ebbe dall' Orlando. E le relazioni che a questo pro- 
posito corrono fra il Danese e Y Orlando, il professor Rajna, da 
par suo, per quanto richiedeva l'economia del suo lavoro, di- 
mostrò già in un suo articolo su Uggeri il Danese; inserito nella 
Romania, dal quale sarà bene che noi pigliamo le mosse. Né 
solo mi servo delle fatiche a stampa dell'egregio professore, ma 
sì ancora di schiarimenti che mi ha largheggiati in iscritto: 
dei quali ringraziandolo qui , non intendo mettere in vista la 
sua gentilezza, si compiere un dovere. 

Nel Danese abbiamo due episodi, fra loro incatenati, sulle avven- 
ture che a Rinaldo, ad Orlando e ad altri due compagni toc- 
cano nella corte del re pagano Libanoro, in Setta. Nel primo, 
vediamo i quattro cristiani, accolti gentilmente ed ospitati da 
Bianciarda figliuola del re, la quale offre loro da mangiare. 
Mentre mangiano, un grosso pazzo viene a ghermir loro di sotto 
la pietanza, pel che col pugno serrato Rinaldo gli appicca tale 
un colpo nel petto « che in sulla sala il distese ciertano »; onde, 
levatosi a rumore il palazzo, Bianciarda calma le ire facendo 
passare i quattro guerrieri per ambasciatori dell' Amostante. A 
questo episodio, se ne intreccia ora un secondo che é quello che 
fa al nostro caso. « Libanoro (lascio la parola al Rajna), oltre a 
« Bianciarda, ha un'altra figlia, per la quale si sta tenendo una 
« gran giostra, appunto quando capitano alla terra i quattro cri- 
« stiani. Filicie, che è bellissima fanciulla, non ha la virtù del- 



IL CONTRASTO DELLA BIANCA E DELLA BRUNA 383 

4c Tumiltà, e orgogliosa di ciò che si fa per lei, schernisce la 
« sorella per il fatto del pazzo ». E qui abbiamo per appunto le 
due donne in gara di chi troverà un miglior cavaliere che per 

loro giostri (Rajna, loc. di.): 

« 

Quella Filicie per cui si giostrava 
in cotal guisa a Bianciarda parlava: 
— Sirocchia mia, tu ài molta ventura 
in giente che con pazzi fan battaglia; 
ma tu non troveresti, in fede pura, 
un che per te faciesse una berzaglia. 

Bianciarda prega Rinaldo: 

Rompi una lancia per mio amor, guerriere: 

e Rinaldo vince tutti. « Allora nessuno osa più farsi avanti; però 
« Bianciarda si volge trionfante a Filicie : 

Vedi '1 mio drudo, in tal guisa diciea, 
che tu di' che con pazzi sa provare; 
vint' à '1 torniamento , e quel re morto; 
giamai non vidi guerrier tanto acorto. 

« Filicie confessa che è vero, e Rinaldo, venuto alla donzella, 
< ne riceve i ringraziamenti ». Vediamo adesso, sempre nel citato 
articolo, l'Orlando (e. LVIIMX). « Il re Diliano ha due figlie: 
« Bianca e Brunetta. Per amore della prima, che è la più bella, 
« mantiene giostra un fiero Saracino, alla valentia del quale nes- 
« suno può durare. Vi capita, in abito da pellegrino, Rinaldo, e 
« se ne sta osservando ». Come di sopra, qui pure abbiamo il 
solito svillaneggiarsi delle sorelle: 

E quella dama bianca ciò vedendo, 
la sua sorella bruna à proverbiare, 
inver di lei tal parole dicendo : 
— Non truovi chi per te abbi a giostrare. — 

Questo il motivo del contrasto, lo stesso adunque che nel Danese; 
e come nel Danese, qui pure Rinaldo è pregato di prendere le 



384 S. FERRARI 

parti della fanciulla offesa; parte che al solito egli accetta di 
gran cuore e, vestite l'armi, vince tutti i nemici; e ancora 
vediamo la Brunetta (che corrisponde a Bianciarda) rendere alla 
sua volta l'offese alla sorella vinta ; e ancora, finalmente, abbiamo 
che il pellegrino ritornato a Brunetta 

la dama il ringraziava di cuor fino. 

Fin qui per tanto i due poemi procedono d'accordo; ma d'ora in 
poi hqW Orlando si ha un nuovo svolgimento dell'avventura, un 
abbellimento, un ampliamento della favola che noi, per ragione 
d'ordine, chiameremo seconda parte. Per vero, nel Danese l'av- 
ventura di Rinaldo non ha séguito, e il paladino, non senza tut- 
tavia grande rincrescimento di Bianciarda, si parte istigato da 
Orlando che temeva le sue poderose mattie nell'accattar brighe 
e rompere tregue; onde i Baron di galoppo si partirò, come 
dice il manoscritto magliabechiano (cod. II, 31): ma nell' Or- 
lando le cose procedono diversamente, e la prima parte ter- 
mina con qualche varietà che dà luogo e spiana ragionevol- 
mente la via alla seconda. « In esso (seguita il Rajna in una 
sua lettera alla quale debbo quanto d'inedito si trova qui citato) 
« la Brunetta, ringraziato Rinaldo, gli domanda secondo le costu- 
« manze del paese, il cavallo del campione abbattuto, che subito 
« le è fatto dare. Vien sulla piazza, armato in modo da non esser 
« riconosciuto, il padre della fanciulla. Rinaldo abbatte lui pure. 
« Nel cadere gli esce l'elmo, ed è cosi ravvisato ; ma egli, lungi 
« dall'adirarsi, attribuisce a sé tutta la colpa, dice a Rinaldo che 
« Macone e Apollino lo benedicano, e lo invita a venire seco 
« al palazzo. Viene Rinaldo, e disarmatosi, indossa la schiavina. 

Intanto le mense si fuor messe, 
e le vivande vennen molto spesse. 
Amendue le fanciulle hanno a servire 
e' pellegrini, il buon Rinaldo acorto ; 
e ciascun' lo sguardava con desire 
ed allo dio d'Amor, chiedea conforto: 
quella Brunetta sentiva martire, 



IL CONTRASTO DELIA BIANCA E DELLA BRUNA 385 

il SUO bel drudo mira con diporto; 
e la Bianca la stratia perchè mira : 
e per Rinaldo ciascuna suspira. 

Tutti mangiaron con sovran diletto, 
e fuoron ben serviti e onorati; * 

mangiato e' hanno, sì come v' ho detto, 
tutti fuoron da tavola levati ; 
e quello dame con gentile aspetto 
in una zambra amenduc sono andate; 
disse la Bruna : — Gara mia sorella , 
più ventura ho di te, perchè sia bella. 

Vedi quel pellegrin quanto m'ha 'mare, 
e vedi quant' egli è di gran potere. — 
Dicie la Bianca : — Tu hai van pensare; 
io ho auto di lui molto piacere, 
perch' egli aveva me non te a mirare. 
E ti potesti ben di ciò avedere. 
Disse la Bruna — Sì mi meravigli 
perchè io ho di te gli occhi più begli. 

« Qui termina il foglio, e rimaniamo in asso, giacché quello che 
« segue, ed è l' ultimo dei fogli conservati, lascia capire che vi 
« è una lacuna di qualche carta. Ma non è a dubitare che l'e- 
« pisodio terminasse come nel Pulci, e per l'appunto con la morte 
« della Bianca ». 

E questa da vero è una piccola disgrazia per noi che dobbiamo 
ricavare le conseguenze da raffronti minuziosi di piccoli fatti, che 
avremmo bisogno di aver sempre e in tutto chiari, presenti e ac- 
certati. Il Pulci, è vero, sopperisce alla parte che manca nell'Ano- 
nimo; ma la mancanza rende impossibile poi il raffronto dei due 
testi fra loro, e non possiamo determinar bene se il Contrasto 
della Bianca e della Bruna abbia attinto piuttosto all'uno che 
all'altro. Facendo di necessità virtù, terminiamo la seconda parte e 
vediamo la chiusa dell'episodio nel Morgante; con grande nostra 
riverenza e con diletto e gioia vediamola rinverdire nella fiorenti- 
nità del Pulci, in quelle strofe facili, colorite, varie, briosissime, 
non senza prima aver detto che l'episodio delle due sorelle è al 



386 S. FERRARI 

canto XXn; e che ben distinto nelle sue due parti (come nel 
Danese) va, per la prima parte, dalla strofa 224, verso due, fino 
a tutto il sesto verso della 234; e per la seconda, dal penultimo 
verso dell'ottava 234, in cui Rinaldo torna al palagio, fino al 
settimo verso della 238, nel quale è la partenza di Rinaldo. 

La seconda parte è tanto breve nel Morgante, che spero non 
sarò tacciato d'indiscrezione riportandola intera. Il padre delle 
fanciulle che era stato vinto in giostra, 

a bell'agio 

Rinaldo ne menò seco al palagio; 
Che di sua forza si maravigliava. 

1 suoi compagni con lui fé' venire, 

e un convito solenne ordinava, 

e le fanciulle stavano a servire; 

e l'una e l'altra Rinaldo. guardava 

innamorata del suo grande ardire; 

e pò mangiato, in una zambra vanno, 

e le fanciulle gran disputa fanno. 
E dice ognuna ch'era la più bella, 

e che Rinaldo giudicassi questo; 

contente son 1' una e 1' altra sorella. 

Rinaldo alla Brunetta disse presto, 

e eh' avea il suo amor donato a quella; 

il che fu tanto alla Bianca molesto, 

eh' ad un balcon con un laccio di seta 

s' impiccò in una camera segreta. 
Della qualcosa ciascun si lamenta. 

Rinaldo co' compagni si partia, 

e la Brunetta riman malcontenta; 

— Macon, dicendo, ti mostri la via. 

Dove tu sia, peregrin, ti rammenta 

della Brunetta, che tua sempre sia. — 

E dettegli un fermaglio la Brunetta 

per ricordanza di lei meschinetta. 
E volle prima il suo nome sapere : 

quando sentì, com'egli era Rinaldo, 

s' accese tanto del suo gran potere, 

che non si spense mai poi questo caldo; 



IL CONTRASTO DELLA BIANCA E DELLA BRUNA 387 

benché mai più noi dovea rivedere, 
pur si rimase nel suo petto saldo. 

VOrlando e il Morgante, di conseguenza, non sono, in quanto 
concerne la prima parte dell'episodio delle due fanciulle, altro 
che uno svolgimento del Danese da cui deriva ancora l'av- 
ventura del pazzo, la quale a noi oramai più non giova ricordare. 
I tre episodi nei tre poemi hanno di comune l'ossatura del fatto, 
e combinano fra loro in molti punti pei quali divergono dai due 
contrasti che formano lo studio principale del nostro lavoro. Cosi si 
può osservare che nei tre poemi maggiori le donne contendenti 
sono sorelle, nei poemetti no; che in questi la cagione del con- 
trasto è r amore, in quelli una superbiuzza selvaggia e focosa, 
non ancora tosata e ravviata dalle convenienze e dalla galan- 
teria addicentesi a figlie di re ; ma sovra tutto si deve por mente 
a che le donne nei poemetti combattono in persona, onde deb- 
bono al proprio valore la gloria di aver conquistato l'amante: 
là dove Bianciarda e Brunetta del Danese, àeW Orlando , del 
Morgante, si accontentano di mandar avanti Rinaldo o altro 
cavaliere: dal che poi deriva ancora che nei poemetti i conten- 
denti sono forzati a ricorrere ai giudici che sentenzino di loro 
virtù; negli episodi, no. Benché a guardar sottilmente vi si ac- 
corga che in questi ultimi pure il giudice fa capolino, ed è 
per avventura Rinaldo , a cui in certo qual modo nel Contrasto 
della Bianca e della Brunetta corrisponde il fantino , nel 
quale, prima della scelta dei due giudici in persona delle donne 
di Firenze, la questione era stata rimessa : e si osservò già che 
a questo punto il poemetto quasi rincomincia e piglia un altro 
andare, lasciando così supporre che il poeta seguendo più reda- 
zioni di una varia materia poetica, non avesse in sé tanta forza 
di disporla in un ordine rigoroso. 

Queste le varietà, per le quali i tre episodi cavallereschi, d'ac- 
cordo fra loro, si differiscono dal Contrasto; varietà, per altro, 
di tal fatta, che servono adunque esse pure a mettere più scol- 
pitamente in vista come tutti questi componimenti procedano da 
radici comuni. 



388 *S. FERRARI 

Ma io volevo ancora far notare come dal Danese, in cui questa 
invenzione è ancora si può dire in germe, si sia potuto arrivare 
al Contrasto della Bianca e della Bruna che forma un poemetto 
a sé, e deriva ancora la sua ragione d'essere di altre fonti. Ho 
già fatto osservare che le forme di mezzo sono V Orlando e il Mar- 
gante, i quali hanno, di più, una seconda parte , per la quale 
staccandosi dal Danese si riavvicinano più strettamente al Con- 
trasto; ma di ciò, dopo. 

E che neìVOrlando e nel Morgante si vegga man mano cre- 
scere ed esplicarsi ciò che nel Danese è appena accennato, è 
ancora in embrione, credo debba sembrar chiarissimo a chiunque 
voglia confrontarli. I nomi, per esempio, delle fanciulle nel Da- 
nese sono Bianciarda e Filicie, senz'altro ; ora, che il nome Bian- 
ciarda abbia suggerito, per contrapposizione , agli altri poemi 
l'altro di Bruna, può ben darsi, se bene non apparisca necessario 
da quanto si ha nel poema; come non era necessario si arrivasse 
al vanto delle bellezze fra le due donne, se nel Danese non tro- 
viamo altro che Filicie dipinta come bellissima , e perchè tale, 
arrogante e l'altra invece umile e che comprende la sua infe- 
riorità verso la sorella; queste cose, dico, sebbene non appari- 
scano necessarie , s' intende bene come possano essere acca- 
dute nei campi della fantasia. Cosi sempre più ci si avvicina 
alla forma del Contrasto; e il Morgante si avvantaggia sul- 
r Orlando. Subito nell' Orlando Bianciarda diventa Bianca, e 
Filicie è battezzata in Brunetta: se non che non più è Bianca 
la vezzosa e la bella, ma, invertite le parti, è Brunetta: e d'ora 
in poi la favorita sarà sempre la Brunetta, in tutto: essa, 
alla fine, sarà sempre vincitrice. I colori che abbiamo visti 
già ben distinti neW Orlando: « E quella dama Manca ciò ve- 
« dendo, La sua sorella bruna » , li troviamo con analisi più 
minuta risplendere nel Pulci : « Questa era molto bianca e 
« molto bella... E come bruna si chiama Brunetta ». 

Passiamo alla seconda parte dell'episodio che tratta la gelosia 
delle due fanciulle, donde poi, si può dire naturalmente, sgorga 
il contrasto della bellezza, il quale, cosi largamente colorito nel 



IL CONTRASTO DELLA BIANCA E DELLA BRUNA 389 

Contrasto italiano, apparisce già bene tratteggiato nei poemi. Ma 
essi in questo non attingono più al Danese; e si vede subito dal 
fatto che le fanciulle si innamorano ambedue di Rinaldo, donde 
vengono a parole: ognuna dice che era la più bella, del che nel 
Danese non è fatto il minimo cenno: anzi è contrario a quanto 
ivi si lascia supporre, che cioè Filicie fosse brutta; ed è con- 
trario, e si noti, alla prima parte àdW Orlando e del Morgante 
stessi, alla parte cioè nella quale essi seguitano il Danese, ove 
Brunetta è dipinta come meno bella , come sventurata : e solo 
dopo il ritomo di Rinaldo vincitore della Giostra, si accende la 
sfida, e allora solo la Brunetta garrisce: Più ventura ho di te 
perchè più bella. La seconda parte, adunque, dell'episodio, stretta 
di tanti legami al Contrasto, è derivata da altre fonti. Credo io, da 
canti e tradizioni popolari antichissime sulle bellezze della donna 
e intorno alla preferenza che si deve accordare al colore delle 
carni; canti e tradizioni in molta parte vivi anche oggi in Italia. 

Come il popolo esprima la gara, che pur tacendo si indicono 
i volti bruni e i bianchi, si veda nelle raccolte dei proverbi e 
dei canti popolari ; .oggi che si larga messe ne è stata raccolta. 

Spigolo dal Pasqualigo, Raccolta di proverbi veneti, quanto 

segue : 

1. Val più una moretina in t' una gamba 

' che n' è una biancolina grossa e granda. 

2. A dona bianca, per esser bela 

poco ghe manca. 

3. Xe megio una mora con tutti i soi ati, che 

una bianca co cento ducati. 

E i vanti della Bianca pure sono molti, né quelli della Bruna 
sono da meno; come si può ancora vedere nel commento che 
ho messo a pie del Contrasto. Bellissima questa lode della Bruna 
tolta dai Canti popolari di Calabria Citeriore, raccolti da J. M. 
De Limone (1). 



(1) Archivio per lo studio delle Trad. popolari, Palermo 1884. 



390 S. FERRARI 

Brunetta , eh' a lu pipi arrisimigli , 
conu de Sampranciscu lavurata, 
tu puesti 'mpacci li rosi e li jigli; 
ssi labra sunu coccia de granata. 
A santa Catarina arrisimigli, 
ma de bellezza e no de santitati. 

E a Grottaminarda (Principato Ulteriore) si canta (1). 

A la chiazza d'Assisa a mano manca, 
e' è 'na brunetta che mme fa morire , 
'mpietto le porta doje rose 'janche, 
la bocca chiagnosella sempre ride.... 

Ganti questi che ricordano molto da presso gli antichi. Eccone 
uno antico favorevole alle brune (2): 

Brunetta e' hai le ruose alle mascelle, 
le labbra dello zucchero rosato; 
garofalate porti le mammelle, 
che oli più che non fa lo moscato; 
tu se' la fiore, s' io n' amassi mille 
non t' abandono mentre eh' aggio il fiato. 

Ed eccone un altro in cui le brune sono vituperate (3): 

Tu se' più nera che mora di macchia, 

per te si perde thnta lavatura; 

quando ti lavi il viso , inganni 1' acqua 

perchè ti lavi il viso eoi sapone: 

più nera se' che un calabrone : 

r aequa che Viterbo mena 

non ti laverebbe, tanto se' nera. 



(1) Gasetti e Imbriani, Canti pop. merid., già cit., 1, p. 20: 

(2) Carducci, Cantil. e ballate, p. 59. 

(3) Biblioteca di Ietterai, popol., voi. I, p. 77. 



IL CONTRASTO DELLA BIANCA E DELLA BRUNA 391 

Ma fra i canti lirici, antichi e moderni, speciale attenzione 
merita un canto amebeo pubblicato l'anno scorso neW Archivio 
per lo studio delle tradizioni popolari, diretto dal Pitró; il canto 
è popolare in Calabria, ed è conosciuto ancora in Sicilia, come 
ricavo da una nota del Renier a p. 139 del suo libro: Il tipo 
estetico della donna nel Medioevo (1), ove, è riprodotto in appen- 
dice a p. 182. 

Ora questo Canto, pubblicato colla denominazione di Con- 
trasti , è per l'appunto un contrasto fra la Brunetta e la Bianca, 
in quartine di rime alternate; e la ragione e l'ordine del con- 
trasto appaiono subito dalla prima quartina che, detta in persona 
del poeta, è il preludio alla sfida in bocca delle donne. 

Mera chi quistioni de bellizza! 
Na brunetta na janca à dispidatu : 
r à dispidatu ccu tanta grannizza ; 
su'juti avanti lu Mastru Juratu. 

Qui espongono le donne le loro ragioni perchè l'una in bellezza 
valga più dell'altra ; finché alle ragioni della Brunetta la Bianca 
si dichiara vinta. Siamo adunque nello stesso ordine di idee che 
nei contrasti precedenti esaminati ; e basta vedere la protasi del 
contrasto odierno che ora abbiam letta, per chiarirci subito che 
nei punti capitali è conformato per l'appunto come gli antichi. 
In quei primi quattro versi abbiamo: — 1) una questione di 
bellezza; — 2) le rivali che hanno i nomi di Bianca e di 
Bruna, derivati dal colore delle carni ; — 3) la superbia, nel terzo 
verso, delle fanciulle o di una sola ; — 4) il giudice. Io non posso 
riportare tutto il canto, anche perchè non breve : basterà il dire 
che i paragoni delle bellezze sono tolti, per lo più, da cose basse, 
casereccio, alla mano a tutti. La Brunetta, per esempio, si ras- 
somiglia al vino; la Bianca, alla bambagia: la Brunetta a 

la tila, 
cà la tila è brunetta ppe natura ; 



(1) Edito in Ancona, presso il Morelli, 1885. 



392 S. FERRARI 

e la Bianca al 

sapuni 
chi ci fanu la varba li varlieri. 

E cosi fino alla fine ; ove per altro non abbiamo, come non mai 
si ha negli altri componimenti, la deliberazione del giudice; ma 
la chiusa è data dalla Bianca, che, al solito, è vinta, e dichiara 
la sua disfatta. Questa è la chiusa: 

Brunetta. — Ju su' brunetta e su cumu lu mari, 
duvi portanu Y acqua tutti i jumì : 
duvi vana li varchi a navicari, 
duvi si mera lu suli e la luna. 

lanca. — Povara vita mia 'nterra jetatta 
mo'chi sugnu restata perditura! 
Aiu ccu lu miu tuortu leticatu, 
Brunetta, ti soi nava e reditura. 

Questo a me par sufl3ciente per determinare che negli episodi 
deìV Orlando e del Mor gante e quindi nel Contrasto, il nuovo 
elemento introdotto di più che nel Danese, era pur esso deri- 
vato da una materia già divenuta popolare : ma tutto ciò non 
giova che ad illustrare l'antico Contrasto della Bianca e della 
Bruna in quella parte di sua invenzione che arriva alla scelta 
dei giudici, e nello scioglimento sempre favorevole alla Bruna; ma 
nell'antico Contrasto rimane tuttavia altra materia poetica che 
non si trova nel dèbat francese (e si sono già viste le ragioni, 
per le quali in nessun modo il poeta poteva dare tale esplicazione 
al suo gentile poemetto), e non si trova negli episodi , i quali 
naturalmente essendo parte di più vasta tessitura non potevano 
essere trattati con quella larghezza che può e deve concedersi 
invece ad un componimento che ha ragione di essere in se stesso 
e non è parte di nessun altro. Questa nuova parte è il combat- 
timento a colpi di mazza fra le due fanciulle; della quale mi 
sbrigherò con poche parole dicendo che probabilmente al nostro 
anonimo l' idea della pugna venne dal poemetto di Franco Sac- 
chetti che ha per titolo: La Battaglia delle belle donne di Fi- 



IL CONTRASTO DELLA BIANCA E DELLA BRUNA 393 

renze colle vecchie: che altre fonti vicine e popolari alle quali 
potesse attingere, io non conosco. Forse il poeta ne conobbe, e dal 
popolo le derivò : a . me non rimane che da sperare di aver 
condotto il lettore a credere nella probabilità del fetto; poiché 
ciò vorrà dire che egli è meco d' accordo nel ritenere come 
l'autore del Contrasto non sia altro che uno dei molti canta- 
storie, più meno colti, che alla fine del quattrocento rimaneg- 
giavano la poesia lirica ed epica che era im patrimonio comune 
dei popoli di razza neolatini : ed è ancora meco d'accordo nel cre- 
dere alla popolarità nel Quattrocento del Contrasto della Bianca 
e della Bruna nelle varie forme che abbiamo esaminate (1). 

Severino Ferrari. 



(1) L'amico Salomone Morpurgo mi avverte che egli nella biblioteca Vit- 
torio Eman. di Roma, vide alcuni anni or sono un esemplare del Contrasto, 
di cui fece allora la descrizione che segue. La notizia mi è giunta troppo tardi 
perchè io me ne potessi giovare. Nella misceli. 3059, ops. 23 è « Il Contrasto 
« I Della I Bianca | E Della | Brimctta | Con una frottola di Bellizari | di Ci- 
« goli II Nuouamente ristampata ». Sotto : rozza e piccola incisione rappre- 
sentante una battaglia « In Viterbo per Pietro Martinelli [s. a.] | Con Licenza 
« de' Superiori ». Ops. di carte 12 con segnature Aj-Ag e richiami A e. 9* 
« Frottola di Bellizari | Da Cigoli ». Comincia : « Ch'intende stia attento ». 
Aggiungo ancora che il Passano (Novellieri Italiani in verso, Bologna, 
Romagnoli, 1868) descrive una stampa a p. 18: 4s.Contrasto (il) della bianca 
« e della brunetta con una frottola di Bellizari da Cingoli, Bologna 
« (s. a. n. I.) in 4°. Carte 4 a 2 col. con una stampa in legno sul fronte- 
« spizio. L'edizione sembra fatta sul finire del sec. XVI ». (E forse quella 
di cui parlò il Libri. Vedi più sopra il mio articolo a pp. 360 e 61). Rimanda 
poi a p. 13: « Bruna (la) e la Bianca s. 1. n. a. In 8"> »; e ricava 
questa notizia del Quadrio voi. VI, p. 365. E il Quadrio a tal luogo registra 
fra i poemetti del genere « La Bruna la Bianca. In 8° senz' altra nota, 
« ma è stampa di Siena. Contiene questo poemetto in 8» rima una storiella 
« delle dette due donne che per gara di qual fosse più bella vennero fra 
« loro a battaglia ». Può credersi da questo parole del Quadrio che nella 
stampa su descritta non vi sia indizio di Belizari da Cingoli , il che con- 
forterebbe quanto io a tal proposito ho asserito e ragionato, ma bisogne- 
rebbe pur poterla vedere questa stampa. 



OiomaU storico, VI, fase. 18. M 



_A. jP I> E ISr D 1 O E 



A compimento della stampa popolare che ha il Contrasto 
della Bianca e della Brunetta, publico la frottola di Belizari da 
Cingoli, e la ballata che chiude la raccoltina. Alla frottola 
aggiungo le lezioni varianti che ci sono porte dal codice Ma- 
gliabechiano, II, I, 398 (Catalogo del Bartoli, tomo ì, p. 265), 
scritto, per quella parte che reca la frottola, nella seconda 
metà del Cinquecento ; e la ballata corredo delle varietà che si 
hanno nel codice Marucelliano C 256 (della metà del Quattro- 
cento), secondo che si ledono a stampa nella pag. 56 e seg. del 
volumetto curato dall'Alvisi col titolo di Canzonette Antiche, 
uscito in Firenze, presso la libreria Dante, nel 1884. A pagina 80 
dello stesso volumetto si impara ancora che la ballata All'inferno 
voglio andare era annoverata fra quelle su cui si regolava il 
canto delle canzoni sacre, come si ricava dalle due raccolte di 
laudi stampate in Firenze nel 1485 e nel 1512, e da una terza 
manoscritta conservata dal codice della SS. Annunziata che ha 
il numero 1545. 



FROTOLA (1) DE BELIZARI DA CINGOLI 

Chi intende staga a tento, Socatre in certo loco 

che inteso ho volte cento questo bel motto ha messo ; 

a degni omini dire: che conoscer sé stesso 

piacciavi sempre a udire per certo è gran fatica : 

assai, e parlar poco. 10 che infino alla formica 



(1) La st., per errore, Fotola. 

1. Chi ode stia. — 3. Da savi omini. — 10. E infino. 



IL CONTRASTO DELLA BIANCA E DELLA BRUNA 



395 



li piace il bon governo; 
la estate per l' inverno 
ripon la vituaglia. 
Chi procaccia e travaglia, 

15 resiste ad ogni stento. 

Tal volta un om vai cento, 
e cento non vai uno. 
Chi non stima nissuno, 
pigli essempio da Saulo. 

20 Non è si brutto el diaulo 
come el si dipinge: 
or ti coce, or ti tinge, 
e molti si fan belli. 
Chi ha paura di ucelli, 

25 non getti il seme in terra. 
Non parlar mai di guerra 
so voi viver in pace. 
La speranza è fallace, 
non riesci i pensieri, 

■30 li sogni non son veri, 
se lo aspettar rincresce. 
Chi voi pigliar del pesce 
bisogna che si bagni. 
Non lasar mai compagni 

35 immezo dell' impiccio. 
Chi fa come lo riccio 
parte compagni presto. 
Gentil costume è questo, 
che tu non faci ad me 

40 quel che non vói per te, 
fugendo inganni e dolo. 
Cerca prima star solo 



che male accompagnato. 
D'omo che sia segnato 

45 non te fidar col pegno. 
Se dice amor e regno 
non voi mai compagnia. 
Se camini per via, 
tienti al sentier antico. 

50 Perfetto è quel amico 
che r hai nel tempo reo. 
Chi non è bon giudeo 
non è mai bon cristiano. 
Prega Dio de star sano 

55 e aver bona ventura. 
Chi fuge e chi ha paura, 
vien mangiato da cani. 
Da furia, da villani, 
ancor da gran partiti, 

60 e dalli fiumi quiti, 
fugine mille miglia, 
Delle volpe si piglia, 
delle maestre dico. 
Chi è povero e mendico 

65 non debbe esser altiero. 
Non li si crede il vero, 
chi se dà troppo vanto. 
Non si pò esser santo 
senza tormento atroce. 

70 E sempre il troppo noce, 
el poco non ce basta. 
Tutto el viaggio guasta 
chi manca in mezzo il corso. 
Col bastone e col morso 



11. bmn governo. — 12. tastate per. — 13. la vettovaglia. — 18. stima alcuno. — 19. pigli 
exeìplo. — 20. Non è brutto il diavolo: e cosi anche la st. — 21. Cosi come si finge. — 82. ti 
morde , o ti. — 23. Chi ti fa belli belli. — 25. Ifon getti seme. — 29. Non riesce e. — 80. 17 
sogni. — 31. £^ l'aspettar. — 34. mai i compagni. — 35. Nel mezo. — 37. compoffnia presto. — 
39. faci a altri. — 40. quello non. — 44. Omo che. — 46. Dice chamore. — 48. Se (w di amdar 
por. — 51. Che ài. — 55. avere buona. — 57. Sei van mangiando. — 58. di nllani. — 59. Aneh» 
da stran. — 60. e dagli fiumi cheti. — 63, Delle mastre ti dico. — 64. CU ò pcter mendico. — 
69. Santa, — 70. El troppo sempre noce. — 73. o meio. 



396 



S. FERRARI 



75 si scorge ogni cavallo. 

Per una vo[l]ta el fallo 

si deve perdonare. 

Sempre trova daffare 

chi va cercando rogna. 
80 Non creder a chi sogna; 

fa come San Tomasso. 

De qui non dir non passo, 

che gli omini se affronta. 

In im' ora se sconta 
85 r ingiurie e di mill' anni. 

Li uomini ne gli affanni 

si prova, e l'or nel fuoco. 

Vói veder un da poco? 

guarda come il se regge. 
90 Chi sempre l'arme elegge, 

combatte col vantaggio. 

Ho inteso un motto saggio 

da greci e da latini, 

che chi semina spini, 
95 discalzo andar non debbia. 

Quel che se fonda in nebbia. 

el fondamento cade. 

Chi troppo sotto rade 

sol spesso scorticare. 
100 Del vin dolce cavare 

visto ho lo aceto forte. 

Nemo della sua sorte 

si contenta e diletta. 

Non cercar mai Vendetta 



105 con tua vergogna e danno. 

Chi voi ricchir 'n un anno, 

è impiccato in sei mesi. 

Li giorni in vano spesi, 

tutto è tempo spreccato. 
110 Chi fa doppio el peccato 

dupplica penitentia. 

Chi non ha patientia 

non può salir ad alto; 

né si può far bel salto 
115 essendo un loco stretto. 

Chi gioca destro e netto 

li paga di calcagna. 

Uccello di campagna 

è meglio che di gabbia. 
120 La superbia e la rabbia 

sempre voi star in cima. 

Tre cose non si stima: 

beltà di meretrice ; 

un' altra ancor si dice : 
125 fortezza di bastagio ; 

l'altra dirò più adagio: 

conseglio de disfatto. 

Chi può far un bel tratto, 

non chiami i vicini. 
130 Passare e bergamini 

ne stan per tutto el mondo. 

Tiente, non gir al fondo; 

piglia essempio da l'oglio. 

Sempre dov' è cordoglio 



75. Si doma. — 77. Si debba. — 81. — san Tommaso. — 82. Di qui non dire a caso. — 
83. Che degluomini. — 84. En un' ora. — 85. — Lengiurie. — 86. E gluomini. — 87. Si 
prouovano. — 89. come si. — 90. Sempre chi. — 91. con vantaggio. — 95. scalzo. — 97. A 
questo punto il cod. aggiunge i versi che si leggono più sotto segnati coi numeri che vanno dal 
159 al 165, più la prima parola (salvo) del 166. Errore di memoria che l'amanuense corresse pas- 
sandogli sopra più tratti di penna. — 98-99. Mancano nel cod. — 105. Di farla con tuo. — 
108. E giorni. — 109. Tutto «7 tempo è sprezato. — 110. Così fa. — 113. in alto. — 115. in 
luogo. — 117. lo paga. — 119. E me che della. — 124. Dun altra. — 130. Pasere e fiorentini. 
— 131. Ne sono. — 133. H cod. salta 17 versi e rìappicca con quello da noi numerato 150. 



IL CONTRASTO DELLA BIANCA E DELLA BRUNA 



397 



135 si sol star in accidia. 
Prima dcsid(e)ra inuidia 
che la compassione. 
Trislo e longo sermone 
Tha in odio a chi l'ascolta. 

140 Chi te inganna una volta 
non te ne fidar più. 
Non so si hai inteso tu 
questo per cosa nova, 
che papari si trova 

145 che mena a bever l'oche. 
Savie persone poche, 
de matti vidi assai. 
Fu seminato in guai 
quando fu fatto il mondo; 

150 è l'amaro in fondo, 

per ogniun la sua parte : 
natura e '1 ciel comparte 
le cose dolce e agre. 
Sempre alle bestie magre 

155 sogliono andar le mosche. 
Le guerre lite tosche 
sempre si fan coi pugni. 
Colui che crede a sugni, 
se fonda in acqua o fiume. 

160 Piccion eh' abbia bon piume 
leva de gran peliate. 
Le balle paregiate, 
non c'è vantagio un pelo. 
Non è più santi in cielo 

165 che a l'inferno diavoli. 
Salvò la capra e i cavoli 
colui che fece il tuto. 
Che ti par di quel muto 



che te dechiara corno? 
170 Maledetto è quello omo 

che in omo se confida. 

Chi te consiglia e grida, 

li debbi esser tenuto. 

Meglio assai uno adiuto 
175 che cinquanta consigli. 

Sempremai fa che pigli 

li partiti migliori. 

Quattro cinque e sei fiori 

già non fa primavera. 
180 Da bosco e da rivera 

gli omini assai piace. 

Chi sente de l'audace, 

lo adiuta la fortuna. 

Chi non ha cosa alcuna, 
185 cosa alcuna non perde. 

Chi se conduce al vérde 

facci del desperato. 

Tal volta toma el fiato 

a chi sta su la morte. 
190 Spesso chi vive in corte, 

si more a l'ospedale. 

Cucina senza sale, 

fagli zero via zero. 

Dui giotti a un tagliere 
195 fa per uno e per doi. 

Frotola, come pòi 

predici questo mutto, 

tanto che sapia il tutto. 

ci fa eh' io mora in breve. 
200 Prima morir si deve 

che aver la fede fallace. 

Frottola resta in pace.— Finis. 



150. E dello atnato. — 151. Jf'à ciasetmo U. - 155. Sogìion posar le. - 156. Uto « toteht. 

— 157. con pugni. — 158. sogni. — 159. « in fiume. — 160. ckan buone. — 166. etiro a U 
eapra «'. — 106. Che dirai di quel mutto. 169. Che lo dechian. — 170. Maìadttio qutUo. — 173. 
Gli dehhe. — 174. Meglio è. — 176. Fa sempre mai. — 178. o sei. — 179. non fan. — 181. iati mi. 

— 189. in sulla. — 193. La st. ha, con manifesto errore , Mero via caro. Il cod. : fagli un M 
Mero Mero. — 194. Dua ghiotti a uno. — 195. per do. — 196. Frotolta ma non può no: • eoa 
questo verso la frottola ha compimento nel ms.. 



398 



S. FERRARI 



BALLATA (1). 



A l'inferno voglio andare 
come tristo e disperato, 
non mi venga alcuno allato 
che m'ardisca confortare; 
5 A l'inferno voglio andare 
come tristo e disperato. 
Ognun dice : porta in pace. 
Fatto sta che non posso io 
star in vita in un desio, 

10 poi che son scazato a torto: 
non bisogna dar conforto 
a chi sia per anegare. 

A l'inferno ecc. 
Se t'avesse fatto oltraggio, 

15 portarla patientia, 

ma me duol far penitentia 
non avendo mai peccato : 
a gran torto m' hai lassato 
meschinello in pene amare. 

20 A l'inferno ecc. 

(0) amator(i) di me pigliati 
questo esempio e questo specchio; 



per amar son fatto vecchio 
poscia al fin abandonato: 
25 questo è quel e' ho guadagnato 
per seguire e per amare. 

A l'inferno ecc. 
Quando in terra sarò posto, 
che sarà fra poco spatio, 
30 cridarò de tanto stratio 
sempre mai vendetta a Dio, 
poscia ancor(a) col spirito mio- 
lo verro a molestare. 
A l'inferno ecc. 
35 meschin chi se confida 
de amoroso sacramento; 
che '1 m'è dato in pagamento 
quel giamai (non) haria creduto,, 
e non son più conosciuto 
40 né in ciel, né in terra, né in mare. 
A l'inferno voglio andare 
come tristo e disperato 
non mi venga alcun allato 
che m'ardisca a confortare. 
Il fine. 



(1) n titolo manca nella stampa. 

1. All'inferno ch'i voglio. — 7. L'ordine delle strofe è diverso nel cod., ove l'ultima della st, 
è prima ; la terz' oltima , ultima ; la prima , dopo la ripresa , seconda ; e la seconda , terza. — 
8. chi non. — 9. t' non disio. — 10. po' eh' i son lascaio. — 12. sia per. — 14. s'i avessi 
fatto oltraggo. — 15. Porterilo in. — 17. mai errato. — 18. torto t' som lascato. — 21. Ama- 
tori da mme pigliate. — 23. Per amor son. — 24. E al fine. — 26. Per servire e. — 
30. Qriderrò d'intornno straezio. — 32. E po' lo spirito mio. — 33. Verrà te a. — 37. Che m'à. 
— 38. QueU eh' i' mai are'. — 39. Non sono più. — 40. Uè in terra né 'n cieli. 



Ora mi tocca di fare un'ultima aggiunta. Nella Palatina di Firenze ho 
ultimamente trovato un opuscoletto , senza data ma certo del cinquecento , 
che porta la frottola di Belizari da Cingoli da sola. Ho rinvenuta questa 
stampa troppo tardi per potermene giovare convenientemente nel corpo del- 
l'articolo e nell'Appendice ; mi basta perciò far osservare come essa fornisca 
un niipvo argomento per credere Belizari sia autore soltanto della Frottola 
che va unito al Contrasto della Bianca e della Bruna, e non del Contrasto 
né della ballata. Questa é la stampa che nella Palatina di Firenze ha l'in- 
dicazione E, 6, 6, 154, n» 12 : Frottola | di Belizari | da Cigoli. |[ Nuo- 
vamente ristampata ad instanza d'ogni spirito gentile. [| [C'è una vignetta 
che rappresenta una persona seduta al tavolo in atto di scriverei. In Fio- 
renza, Per Gianantonio Caneo. | Nella piazza del Serenissimo | Gran Duca 
[s. a.]. Il Sono quattro carte in ottavo senza num. e segnat. Incomincia: Chi 
intende staga attento: finisce: non stanno bene insieme. Finis. 



VAR I E TÀ 



NOTIZIE BIOGRAFICHE DI RIMATORI ITALIANI 



del secoli ^CTTI e 2XV. 



II. 

FRANCESCO DA BARBERINO. 

Dopo che un romanista di molta fama, il prof. A. Thomas, ha 
cosi ciottamente dissertato intorno alla vita ed ap:li scritti di messer 
Francesco, è ben naturale che nel campo da lui mietuto agli altri 
non resti a raccogliere se non qualche spiga, rimasta a lui ce- 
lata inavvertita. Perciò, mentre attendiamo con viva impa- 
zienza dal professore di Tolosa comunicazione dei documenti, da 
lui testé ritrovati a Vienna (1), i quali debbono arrecare nuova ed 
insperata luce intorno alle cagioni che determinarono il da Bar- 
berino a recarsi in Francia e, una volta arrivatovi, a dimorarvi 
assai più lungamente di quello che avesse fermato; non reputo 
inutile dar luogo qui a due documenti , che ce lo mostrano nei 
suoi anni maturi, in Firenze, e ci danno alcune notizie intorno 
ai beni da lui posseduti. Al secondo di essi dà qualche maggiore 
interesse il fatto che vi ritroviamo ricordata la seconda medile 



(1) Vedi Romania, XIII, 451. 



400 F. NOVATl 

di messer Francesco; della quale al Thomas, come all' Ubaldini, 
erano rimasti ignoti e il nome e la famiglia (1). 

L'uno e l'altro son tratti dai protocolli di ser Mazzingo da 
Monterappoli (2) : 

Eodem anno et indictione \_i33i, Ind. XIV^ die vigesimo secundo mensis 
Aprelis (sic) secundum consuetudinem florentinam. Actum in populo sancii 
Florentii fior, presentìbus testibus ser Junta Bindi de Asciano notario , 
Stephano Sintoris de Asciano, qui moratur Florentie et Bufo Corsi pop. 
sancte Chrestine — et aliis ad hoc vocatis et rogatis. Pateat omnibus evi- 
denter hanc paginam inspecturis quod sapiens vir dominus Franci- 
scus quondam Nerii de Barberino, iuris utriusque peritus, 
qui ìiodie moratur in populo sancii Florentii supradicii, om,ni via, jure, 
modo , causa et forma , quibus m,elius potuit per se et per suos heredes 
iure proprio in perpetuum dedii, vendidit et tradidit et concessit et quod 
plus valet infrascripto pretio pure, libere, simpUciter et irrevocabiliter 
inter vivos donavit Symoni quondam Manfredi pop. sancii Michaelis Ber- 
telde de Florentia , qui hodie m.oratur in pop. sancii Stephani in pane 
prò se et suis heredibus em.enti et recipienti, quoddam. podere et ierras 
cum palaiio et domo adherente sive appodiata dicio palaiio et cum, 
m,uris et duobus tinis , actis ad vendemiam, et cum, vineis olivis et aliis 
arboribus super se positis in populo sancte Lucie de Casciano , Castri de 
Barberino, Comitaius Florentie etc.... Et hanc venditionem donaiionem et 
omnia singula suprascripta et infrascripta fedi dicius dominus Fran- 
ci scus prò pretio et nomine pretii florenorum de auro quingentoruni 
bonorum et purorum, recti ponderis et conii fiorentini. 

Segue a questo atto la Procurano facta per dictum domi- 
num Franciscum prò dicto Symone e quindi la Consensio et 



(1) Vedi Thomas, Fr. da Barb., p. 31. D. M. Manni nel suo prezioso 
Zibaldone di Notizie Patrie, che si conserva nella Bigazziana di Firenze , 
fa cenno di un documento nel quale appariva come attrice, Barna, prima 
ancora che fosse donna di messer Francesco. Riporto qui quanto egli scrive 
a e. 71 r : « Da Barberino. 1314. D. Barna q. Tani Ranerii Conosci , pò- 
« puli S. Felicitatis promiitit D. Francisco Judici de Barberino suo futuro 
« marito. Aggiugnilo al Mazzuchelli ». 

(2) I protocolli di ser Mazzingo di Napoleone Gennai da Monterappoli, se- 
gnati G. 107, sono contenuti in due grossi volumi, il primo di carte sive foliis 
de bombice (come scrive lo stesso ser Mazzingo in fine del volume apponendovi 
il segno di tabellionato) 366 ; il secondo di sole 161 ; ma è mutilo. Ser Mazzingo 
aveva la clientela dei Seminetti e de' Giandonati, ed era anche il notaio del 
Capitolo fiorentino, come risulta da quanto si legge a e. 314 del primo vo- 
lume. I due atti qui riferiti stanno a f. 57t e 59t di questo stesso tomo. 



VARIETÀ 401 

Renuntiaiio domine Barne uxoris domine Francisci, che in 
parte riferisco: 

Item postea anno et indictione pred. die vigesimo tertio dicti mensis 
Aprelis actum in pop. sancii Florentii fior, presentibus testibus ser Dino 
ser Yermilgli de Castro fiorentino et ser Tuccio Gerini de Tingnano et 
ser Bartolo Nevaldini de Barberino notario , qui morantur Florentie et 
aliis ad hec vocatis et rogatis. Domina Barna filia olim Tanucci 
R in ieri et uxor domini Francisci quondam Nerii predicti , 

lecto sibi et per ordinem exposito dicto instrumento venditionis etc 

consensu et parabola dicti dom.ini Francisci viri sui consensit et re- 
nuntiavit om,ni iuri suo ypotecarum, etc. (1). 



(1) Aggiungerò qui qualche altra notiziola intorno al Da Barberino , ve- 
nutami sott'occhio. Un atto, rogato da Ser Lupino di Giovanni Riceuti del 
1297 , in cui compare Ser Franciscus Neri de Barberino , cita nei suoi 
spogli F. Dell' Ancisa , il quale fa pur cenno d' altre carte ove il nostro 
è ricordato. Uno strumento da lui rogato è citato nelle Delizie degli Eruditi 
Toscani, t. X, p. 228. Del 1327 è un lodo, a cui egli prese parte; Tistru- 
mento, che sta fra quelli di Ser Giallo di Dino da Petrognano (Archivio 
di Stato, e. 480, f. llOt), comincia cosi: Item eodem anno et indictione die 
trigesima m.ensis Junii nos Franciscus de Barberino, utriusque 
iuris doctor et Bartholomeus condam Gucci de Siminettis de Florentia, 
arbitri , arbitratores et amici comm,unes electi et absumpti a Ser Janno 
olim, Buonaprese de Siminettis prò se ipso tantum- et etiam, prò Simone 
eius filio ex parte una et Berto olim Ser Primerani de dictis Siminettis 
prò se ipso et domina Caterina et Franceschina eius filiabus, prò quibus 
et qualibet earum de rato et rati habitione promisit ex parte altera ; et 
domina Lagia uxor Simonis de Aleis etc. L'atto fu steso in casa di messer 
Francesco, posta nel pop. di S. Fiorenzo. Si noti questo nuovo esempio del 
nome di Lagia da unirsi a quelli già ricordati dal Renier ( Giorn. stor., 
IV, 330); anche nelle Provvigioni del 1351 (f. 69) apparisce una Domina 
Lagia de Barberino. Tornando al poeta 1' Ancisa, ci fa sapere che egli 
fu del 1341 console per l'arte dei Giudici e dei Notai. Contemporaneo al 
nostro fu un altro Francesco da Barberino, anch' egli notaio', del quale è 
ricordo nelle Provvigioni del 1354 (f. 22), e nelle Delizie degli Erud. Tose, 
XXI, p. 57. 

F. NOVATI. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



PIETRO ERCOLE. — Guido Cavalcanti e le sice rime. — Studio 
storico-letterario seguito dal testo critico delle rime con com- 
mento. — Livorno, F. Vigo, 1885 (8°, pp. 416). 

Se la fama di Guido Cavalcanti, come pensatore e come poeta, fu molto 
notevole nei tempi in cui visse e nel secolo di cui egli vide appena gli al- 
bori (1), non si può dire che tacesse dipoi. 11 nome di chi aveva avuto l'o- 
nore d'esser chiamato dall'Alighieri il suo primo amico, non poteva, per ciò 
solo, esser di leggieri oscurato, né nei letterati potea venir meno la curiosità 
di leggere quelle rime con cui avea tolto l'uno all'altro Guido \ La gloria 
della lingua. Se peraltro la sua celebre canzone sulla natura d'amore tentò 
più volte l'acutezza dei filosofi, sicché abbiamo a stampa il commento sopra 
di essa di Dino del Garbo (1498) , di Paolo del Rosso (1568) , di Girolamo 
Frachetta (1585), di Egidio Romano (1602), ed altri se ne conservano ine- 
diti (2); non è men vero per questo che una edizione in cui si riunissero 
tutte e sole le rime del nostro Guido dovea farsi aspettare parecchio. La 
più antica e copiosa raccolta di rime di Guido trovasi nella celebre edizione 
giuntina del 1527, ma non é compiuta, né, come si sa, consacrata a questo 
solo poeta. A una raccolta esclusiva sembra bensì che pensasse, già nel se- 
colo XVI, il senese Gelso Cittadini , e il materiale messo insieme da lui è 
nel ms. Chig. L. IV. 122 ; ma egli non riuscì a colorire il suo disegno, sicché 



(1) L' Ercole (pp. 26-29) indica gli scrittori antichi che si occuparono di Guido , cioè , oltre 
Dante e Dino, Giovanni e Filippo Villani , il Boccaccio, U Sacchetti. Egli pubblica anche di su 
un cod. di Udine un sonetto d' un Giovanni Pellegrini in lode di Salomone ebreo , nel quale è 
menzionato il Cavalcanti tra altri poeti. A questo, volendo, si potrebbero aggiungere un sonetto 
abbastanza noto di Cino Binuccini ed una ignota canzone di Anselmo Calderoni (cfr. il mio Fazio, 
p. ccLxxv), la menzione della Leandreide {Arch. per Trieste , I, 315) e quella della Fimerodia 
(Propugnai., XV, I, 348), ove si dice del Cavalcanti che « nel filosofare ebbe gran grido ». 

(2) Cbescimbeki, 1. d. v. p., H, 267. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 403 

di lui abbiamo a stampa solamente alcune notizie sulla vita del Cavalcanti (1). 
Né più fortunato sembra fosse il tentativo , rimasto ignoto all' Ercole, del- 
l'insigne erudito roveretano Girolamo Tartarotti, il quale pure, verso il mezzo 
del sec. passato , s' era accinto a raccogliere tutto il patrimonio poetico di 
Guido (2). Sicché, se si vuole una raccolta esclusiva delle rime di lui» 
bisogna pur scendere sino all'anno 1813, in cui Antonio Gicciaporci metteva in- 
sieme, con non troppa soddisfazione degli eruditi, la sua raccolta non venale. 
La quale raccolta stessa, non troppo facilmente reperibile, e condotta con 
la intenzione manifesta di impinguare il più possibile il retaggio poetico di 
Guido, veniva soppiantata nel 1881 dalla nota edizione dell'Arnone. 

All'Arnone va tenuto conto ch'egli fu dei primi a tentare fra noi un testa 
critico con tutto l'apparato di erudizione che ad un lavoro simile si conviene. 
Che se il suo testo non può dirsi critico affatto, e se il suo faticoso tenta- 
tivo di stabilire una genealogia dei codici miscellanei sulla base delle sole 
rime di Guido è fallito, e se di sviste e di errori quel suo libro certo non 
manca , non per questo è lecito a chi non sia uso contaminare con preoc- 
cupazioni personali rabbiose la serenità e la dignità degli studi gridargli la 
croce addosso. Ed è perciò che io non saprei mai lodare abbastanza il pro- 
fessore Ercole, che dando ora del Cavalcanti una edizione per ogni rispetto 
migliore di quella del suo antecessore, seppe contenersi verso di lui da ga- 
lantuomo e da gentiluomo. 

Per quanto riguarda il testo, la edizione dell'Ercole viene in molta parte 
a confermare quella dell'Arnone. Come l'Arnone, cosi pure l'È. ammette che 
due sole delle canzoni attribuite al Cavalcanti dal Gicciaporci siano vera- 
mente autentiche (pp- 204-11); concordi sono i due critici (né poteva essere 
diversamente) nel dichiarare apocrifi la frottola ed il madrigale attribuiti a 
Guido da qualche codice (pp. 220-21); concordi in genere anche rispetto alle 
ballate, due delle quali l'È. si astiene dal pubblicare perchè furono combat- 
tute dall'Arnone con argomenti di valore molto discutibile (pp. 217-20) (3). 



(1) Cfr. Ercole, pp. 171 e 193. 

(2) Lo Zeno , annotando la Bihliot. del Fontaxini (Venezia , 1753 , II , 1-2) scrive : « Qaeete 
« Rime del Cavalcanti han bisogno di nna mano medica e caritatevole , che gnaste e malconcie 
« le emendi e raddrizzi, o mancanti le ajnti. Si spera che questa sarà quella del sig. ab. Girol. 
« Tartarotti da Boveredo, dal qaale sien riprodotte in migliore stato, riscontrate sopra altri esem- 
< plari , e accresciute , e di note necessarie arricchite , e tali che vie più confermeranno l' alta 
« estimazione , che si ha del suo acuto ingegno e posato giudicio ». Il Tartarotti infatti lasciò 
tttk le sue carte un indice delle rime del Cavalcanti stampate e mss., come ci attesta il Vannetti, 
e dietro a lui Iacopo Morelli nelle Aggiunte mss. al Catalogo Zanetti, che si leggono nel codice 
Marciano R. XCIX. In quelle aggiunte si parla pure di un ms. membranaceo , esistente allora 
nella pubblica biblioteca di Bovereto, che il Tartarotti avea comprato in Roma nel 1739. Questo 
ms. dovea contenere sonetti e canzoni di Dante, il commento di Dino del Garbo alla canz. Dofma 
mi prega, volgarizzato da Iacopo Mangiatroia , e due canzoni di Lionardo d' Arezzo. I caporeni 
di queste due canzoni sono dal Tartarotti stesso indicati in un suo artìcolo della RaccoUa Calo- 
gero, voi. XXIII, p. 253, ove parla di quel suo codice (cfr. anche della st«s8a Raccolta voi. XXXII, 
pp. 155-56). Dove ora questo codice si trovi non mi è riuscito di precisare. 

(3) In questo e in parecchi altri casi sì sente il desiderio di nna sezione distinta in cui fos- 
sero pubblicate le rime di autenticità dubbia. 



404 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Intorno ai sonetti, se ne togli qualche confusione naturalissima con Guido 
Orlandi, i codici presentano sufficienti guarentigie di autenticith. È ben vero 
che nel 1884 , in un foglio letterario settimanale , che allora si pubblicava 
in Roma, veniva annunciata con aria di mistero la scoperta di una canzone 
da attribuirsi a Dante, e di 61 sonetti inediti del Cavalcanti. E la scoperta 
sarebbe stata davvero ragguardevole, se fosse stata una scoperta. Ma le ra- 
gioni per cui quei versi adespoti del cod. Vaticano 3793 avrebbero dovuto 
assegnarsi nientemeno che all'Alighieri ed al primo amico suo, non parvero 
convincenti a chi se ne occupò. 11 D'Ancona si dichiarò contrario alla attri- 
buzione della canzone a Dante (1) ; TE. dimostra, con buone ragioni (pp. 359-63), 
quanto sia inverosimile che quel gruppo di sonetti appartenga a Guido. Solo 
peraltro quando anche quella parte del codice vaticano sarà posta in luce, 
la critica potrà esercitarsi in questa controversia. 

Ai 58 codici esaminati dall' Arnone l'È. ne aggiunge cinque , tutti abba- 
stanza noti, il 445 della Capitolare di Verona, l'O. 63 sup. dell'Ambrosiana, 
il Mgl. VII, 1040, il Martelliano celebre per i Conti, il Ferroniano I, IX. 18 
della Comunale di Siena. Come gli fu già osservato, poteva tener conto anche 
del Mgl. VII, 1060 (2), che da p. 317, n. 2, si può arguire non essergli ri- 
masto ignoto. — Ai cinque nuovi mss. esaminati l'È. dedica una descrizione 
più larga , quelli già descritti dallo Arnone accenna semplicemente. Ma sì 
nell'un caso come nell'altro, questa bibliografia lascia alquanto a desiderare. 
Siccome i codici miscellanei di rime, che per queste edizioni di poeti dei 
primi secoli si usano, sogliono essere quasi sempre gli stessi, mi sembra che 
ormai converrebbe smettere l'abitudine di ripetere (talora incompiutamente) 
le medesime descrizioni, e molto più ragionevole sarebbe il rimandare a co- 
loro che prima ne hanno tenuto parola. Così rispetto ai codici Riccardiani 
2846 e 1118, al Mgl. VII. 1208 e al Veronese 445, l'È. avrebbe fatto bene 
a rimandare alle tavole che ne pubblicò il Casini in questo Giornale (3), 
e così pure per quel che riguarda il Vaticano 3213 (4). E quanto al Pala- 
tino 418 dovevasi accennare alla stampa diplomatica che se ne sta facendo 
nel Propugnatore; e intorno al cod. Centanni (Marciano it. IX, 63) dove- 
vasi osservare averne dato la tavola, pure nel Propugnatore (5), il Ronconi. 
L' E. sembra creda , ed è un errore, che il cod. Vatic. 3214 sia stato pub- 
blicato intero da L. Manzoni (pp. 172 e 201) , mentre egli non riprodusse 
se non quella parte di esso che allora era inedita. E forse in base a tale 
equivoco che l'È. rimanda altrove alla stampa del Manzoni per la canzone 
di Tommaso da Faenza in difesa d' Amore , della quale realmente il Man- 
zoni (6) non diede se non il capoverso , mentre fu pubblicata intera prima 



(1) Canzon. vatic, III, 361. 

(2) Cfr. Oiornale, IV, 119-21. 

(3) III, 171-81 e 187-89; IV, 116-18 e 123-28. Nel discorrere del cod. Capitolare il Casini cadde 
in pareccM errori, che verranno rettificati. Anche rispetto alle poesie antiche del Mgl. VII, 1040 
«ra da richiamare il Giornale, II, 339 n. 

(4) Cfr. Giornale, UI, 162 w. 

(5) XIV, I, 192-94. 

(6) Riv. di fil. rom., I, 75. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 405 

dallo Zambrini (1) e poi da me (2). Non è esatto il dire (p. 180 n.) che il 
cod. it. 554 della Nazionale di Parigi è una riproduzione in tutto fedele 
della raccolta aragonese , che abbiamo in due noti mss. fiorentini , giacché 
il cod. Parigino si scosta nelle ultime carte dagli altri. Né è cosa giusta 
l'attenersi, per la raccolta Bartoliniana, al cod. Marciano, mentre si sa che 
la copia più antica che ne possediamo è nel ms. 2448 dell'Universitaria di 
Bologna, ms. cui l'È. accenna (p. 184 n.), senza dargli veruna importanza, 
e non indicandone neppure la segnatura esatta. Del non avere egli fatto caso 
delle altre tre copie note di quella raccolta di rime, non gli vorrò io muovere 
rimprovero. 

Come già fece l'Arnone, TE. pone a base di buona parte della sua edi- 
zione il cod. Ghig. L. Vili. 305 e il Vatic. 3214. Solo il testo di quattro poesie 
si appoggia su altri codici. Ma a differenza di quanto 1' Arnone fece , 1' E. 
non si fa scrupolo di introdurre nel suo testo critico quelle varianti che 
crede rispondenti « alla lingua, all'arte, all'intenzione del poeta » (pp. 169 
e p. 223). Neir esame che io feci di parecchie tra queste liriche , confron- 
tandole con la riproduzione diplomatica del cod. Ghigiano data dal Molteni 
e dal Monaci e col testo semidiplomatico dell'Arnone, potei convincermi che 
l'È. non abusa di questo suo criterio soggettivo, ma ne usa con quella par- 
simonia e oculatezza che in simili bisogne non dovrebbero mai mancare. 
Io non ho peraltro la beata sicurezza di poter affermare cosi in assoluto che 
questo modo di pubblicare i testi sia il migliore , anzi sia l'unico vero. Di 
una tale sicurezza mi vergognerei, dopo avere messo in pratica io stesso un 
sistema diverso (3). Ghe il costruirsi un codice nuovo, togliendo ai testi che 
si conoscono quello che sembra più consentaneo all' indole dell'autore e al 
suo stile , sia per lo meno molto pericoloso , dovrebbe essere consentito da 
tutti. Ciò non toglie peraltro che questo sistema possa essere praticato senza 
scrii inconvenienti in alcuni casi speciali, giacché dobbiamo persuaderci che 
in questa, come in tante altre questioni di metodo, un criterio assoluto ed 



(1) Op. volg. a st.^, p. 385. 

(2) Fazio, p. 219. Credevo che dopo quanto fu osservato in quel mio libro (p. cccxjux n.) non 
si dovesse più dire, come fa l'E. (p. 57 n. ), che « Tomaso di Faenza non è altri che il Tomaso 
« di Buezuola ricordato da Dante ». Che io sappia , nessun testo antico lo chiama così , mentre 
Ugolino è detto chiaramente Ugolino bitmola di romagrw, dal Tatic. 3214. 

(3) Molto malamente, a quanto dicono alcuni. Sospettai quasi che me lo dicesse anche , nella 
maniera più cruda, il prof. Casini, nella Rivista critica del maggio '85 (uscita in ottobre), il quale, 
discorrendo appunto del presente libro dell'Ercole, accenna a tale, che dopo aver criticato il me- 
todo suo, fece cattiva prova nella pratica mettendo insieme < il più bello e ameno e grosso zi- 
« baldone che in fatto di potati antichi possa vantare la filologia italiana modernissima ». Se non 
che questo sospetto mi si dissipò subito , giacché mi tornarono alla mente le parole con coi lo 
stesso prof. Casini terminava una recensione di quel mio libro inserita in questo GiortMÌ» (I, 477): 
« Del resto queste piccole mende non possono oscurare il merito indiscutibile del lavoro del B., 
« il quale può ben compiacersi di aver arricchita la filologia italiana dì un'opera che la onora e 
< rende testimonianza amplissima dell'indirizzo serio ed efficace che certi studi vanno prendendo 
« fira noi ». Quale figura buffonesca avrebbe fatta quel valentuomo, se il mio sospetto fosse stato 
ra^onevole ! 



406 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

identico non si può avere, non dirò per tutti i secoli, ma neppure per tutti 
gli scrittori. La pubblicazione critica dei testi antichi , nelle attuali condi- 
zioni degli studi, senza che si abbia modo di stabilire una indiscutibile ge- 
nealogia dei manoscritti miscellanei di rime, presenta ancora mille difficoltà 
e mille incertezze. In questo lento lavorìo chi viene dopo ha dei grandi van- 
taggi su chi viene prima, vantaggi che di rado sono riconosciuti. 

Il lavoro che ha fatto TE. sul testo del Cavalcanti può dare certo luogo 
a molte obiezioni particolari; ma bisogna convenire che è stato condotto 
con coscienza ed intelligenza. Non contento di dare di ogni poesia le va- 
rianti e lo schema metrico, egli ha voluto accompagnarle con una parafrasi 
e con un commento. Il commento è storico, esegetico, comparativo. Nel com- 
mentare la difficilissima canzone filosofica egli si valse, con ragione, dei 
commenti antichi, specialmente di quello del Colonna. Talvolta gli avviene 
in queste chiose di perdersi in digressioni non troppo opportune , come là 
dove, a proposito del sonetto famoso /' vegno 'l giorno a te infinite volte, 
discorre delle varie opinioni sul traviamento di Dante (pp. 324-29), o dove 
(pp. 406407) discute la cronologia della ballata Perch' i' no spero di tornar 
giammai. Tali discussioni le avrei vedute più volentieri nel discorso proe- 
miale, ove si fa la storia interna di Guido e della sua poesia. 

I sette primi capitoli sono destinati a questa trattazione interna , di cui 
l'Arnone, nel volume suo, non si occupò punto. Nella prima parte TE. di- 
scorre della vita di Guido, nella seconda più particolarmente de' suoi versi. 
Nel ritessere la vita pubblica del poeta e nello esporre le tristi sue vicende 
in mezzo al parteggiare tristissimo de' tempi suoi, egli si è valso molto delle 
ricerche non mai abbastanza lodate del Del Lungo. Su una cosa sola qui 
vorrei richiamare l'attenzione dell'E. Egli sembra credere che « Guido abbia 
« avuto la prima educazione retorico-filosofica da Brunetto Latini », quan- 
tunque ritenga che il Cavalcanti non fosse precisamente condiscepolo di 
Dante (pp. 12-13). Ora, che Brunetto tenesse veramente scuola in Firenze è 
negato ragionevolmente da molti critici. Ma io non credo poi affatto che 
egli avesse mai nella città sua la importanza che l'P]. gli attribuisce e che 
gli antichi eruditi inclinavano a dargli. A p. 63 l'È. dice che le nozioni di 
fisica penetrarono in Firenze « per tante e diverse compilazioni , tra cui 
« sommo fu il Tesoro di ser Br. Latini » ; a p. 55 , facendo una divisione 
non troppo felice delle diverse scuole poetiche che vigevano in Firenze, ne 
riconosce una « derivata dal francese e rappresentata da Br. Latini », e a 
questa scuola riaccenna a p. 66, ove chiama il Latini « introduttore dei 
« poemi didascalici ed allegorici in Firenze »; a p. 130 n. suppone addirit- 
tura che « il nuovo carattere filosofico » venisse alla lirica dagli « insegna- 
« menti e dall'esempio di Br. Latini ». Tutto questo , io credo , è campato 
in aria. Né come scienziato, né come letterato abbiamo ragione di ritenere 
che il Latini esercitasse una influenza grande sui suoi concittadini; e par- 
lare di una scuola poetica fondata da lui, che fu sì povero verseggiatore, é 
semplicemente lavorare di fantasia. So bene, del resto, che queste idee non 
sono dell'E. solamente; esse hanno tutte la loro origine remota in quel vanto 
di digrossatore de' Fiorentini, che G. Villani accorda così generosamente 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 407 

a Brunetto. Quanto poco fondato sia questo encomio solenne, fu già da altri 

mostrato recentemente (1). 

« L'amore fu per Guido il sentimento più caro, più naturale » (p. 49). Il 
primo e quindi il più caldo ed alto amore del Cavalcanti fu per quella Gio- 
vanna, che di Beatrice fu primavera. Con ingegnosa analisi psicologica l'È. 
cerca stabilire quali delle liriche amoro.se di Guido debbano reputarsi dirette 
a lei. Sono la maggior parte, e quelle per l'appunto in cui più si discerne 
l'impronta dello stil nuovo. 11 .secondo amore del poeta fu per la tolosana 
Mandetta, e T E. crede avesse i caratteri d' una vera passione. « Dopo 1' a- 
« more sereno per Giovanna e la passione per Mandetta, spinto dall'indole 
« ardente dell'animo, andò errando qua e là per altri amori, che poterono 
« per qualche tempo destargli desiderii e passioni; ma non lasciarono mai 
« traccia profonda nel corso della sua vita » (p. 46). Tra questi amori leg- 
gieri l'È. mette quello per la Pinella bolognese, che crede da identificarsi 
con la pastorella. 

11 più importante e ben fatto tra questi capitoli riguardanti la vita del 
Cavalcanti è quello che tratta delle sue amicizie. L' E. ha il merito di avere, 
nella pai'te introduttiva di questo capitolo, tentato per primo una classifica- 
zione delle corrispondenze poetiche nel dugento (pp. 56-68). Quantunque non 
tutte le cose che qui son dette persuadano interamente il lettore (2) e quan- 
tunque vi si notino ommissioni non lievi (3), nessuno vorrà negare a queste 
pagine la importanza che hanno. Passa quindi TE. a trattare particolarmente 
delle corrispondenze poetiche di Guido con l'Orlandi, con Dino Compagni, 
con Gianni Alfani, con Lapo degli liberti e finalmente delle sue relazioni 
con Cino e con Dante — La corrispondenza con l'Orlandi offre campo all'È, 
di fare una digressione sulla religiosità di Guido (pp. 74-83). Egli ritiene 
non si abbiano suflBcienti argomenti per giudicare eterodosso il poeta fioren- 
tino. A me sembra che se ne abbiano ancora meno per ritenerlo ortodosso, 
e che anche dopo le riflessioni dell' E. gli argomenti del D'Ovidio (4) ten- 
denti a spiegare il celebre verso del X Inf. e quelli del Bartoli (5) sul pel- 
legrinaggio a S. Jacopo, cui il Cavalcanti s'era indotto così di mala voglia 
e che terminò invece sì lietamente a mezza via, abbiano molto peso. Se non 
che io credo che qui l'È. non si scosti poi tanto dall' opinione degli altri 
come a lui stesso forse può sembrare. Egli non istenta ad ammettere che 
Guido fosse spregiudicato e « oscillante tra la fede ed il dubbio » ; solo non 
crede che fosse ateo. A me sembra che, in fin dei conti, gli stessi sosteni- 



(1) Dal Notati iu questo Giornale, VI, 189. 

(2) Non so come, per es., si possa dire che il Compagni non dovette conoscere personalmente il 
Goinizelli, solo perchè gli dice in un sonetto Ma voi sentite d'amor, credo, poco (p. 59). 

(3) Tra queste voglio notarne specialmente una. L'È. non doveva trascurare una delle più an- 
tiche corrispondenze poetiche che ci siano rimaste , intendo accennare a quella tra Iacopo Mo- 
stacci, Pier della Vigna e Iacopo da Lentino recata dal cod. Barberiniano XLV. 47, e lumeggiata 
recentemente dal Monaci (Sui primordi della scttola poetica siciliana, Boma, 1884). Un'altra 
corrispondenza simile ravvisò il Monaci stesso (p. 15 ».) nel Caiuon. ckigiano. 

(4) Saggi critici, pp. 312-19. 

(5) Storia, IV, 164-67. 



408 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

tori dell'incredulità di Guido siano d'una opinione molto simile alla sua. 
Essi vollero riconoscere nel Cavalcanti un eterodosso, non un ribelle addi- 
rittura. 

La seconda parte della trattazione interna, in cui l'È. si addentra nell'e- 
same delle rime, è rilevante ancor essa. L'A. ha cercato di esaurire l'argo- 
mento (1), ma forse non vi è riuscito come credeva. Egli ha seguito le orme 
del Bartoli nel distinguere l'elemento filosofico dall'elemento fantastico nella 
poesia di Guido e nel far notare le differenze tra il primo elemento e lo 
psicologismo del Guinizelli. Ma a me sembra che qui, meglio che in qua- 
lunque altro luogo, avrebbe trovato posto una indagine non ancora fatta e 
per lo meno molto curiosa. Si tratta di esaminare minutamente quanto di 
personale abbia Guido introdotto nella sua canzone Donna mi prega, la 
quale, si voglia o non si voglia, è in gran parte la chiave per intender la 
metafisica amorosa dei poeti dello stil nuovo. Questa indagine, mi sembra, 
non sarebbe stata per nulla estranea al soggetto, come TE. crede {p. 114), 
né avrebbe presentato le difficoltà che egli imagina. Se l'È. la avesse fatta, 
forse non gli sarebbe sembrata tanto nuova la teoria (o meglio rappresenta- 
zione psicologica) degli spiritelli, ch'egli chiama con poco acconcio vocabolo 
spiritismo (p. 130-33). 11 passaggio della celebre teoria delle tre anime a 
questa figurazione fantastica degli spiritelli è molto più agevole di quanto 
a prima giunta apparisca. E la stessa teoria anzi, che passata dal regno 
della riflessione in quello della fantasia, vi trova nuovi aspetti e nuove forme 
e si diletta a scoprire delle piccole personalità concrete là dove vi sono 
unicamente le diverse manifestazioni particolari di quelle tre grandi fun- 
zioni della vita, che la filosofia scolastica voleva nettamente distinte. 

Non mi è dato indugiarmi sui capitoli che particolarmente trattano dei 
sonetti e delle ballate. Così in genero posso dire che mi sembrano condotti 
bene, con ordine, con amore, e che vi è concessa la parte dovuta alla consi- 
derazione della metrica, la quale in libri di questo genere non dovrebbe mai 
essere trascurata. Un felice ravvicinamento l'È. ha fatto tra il sonetto 
della scrignatuzza di Guido e quello della vecchiuzza di Cecco Angiolieri 
(pp. 14S51). Egli propende a credere che il sonetto dell' Angiolieri sia fog- 
giato su quello del Cavalcanti. 

Il libro adunque che il prof. E. ha pubblicato può dirsi un libro utile 
sotto tutti gli aspetti, e farebbe male chi per qualche difetto che vi si trova 
negasse allo studioso critico del Cavalcanti la benemerenza ch'egli si è con- 
quistata. Una cosa sola a me sembra da biasimarsi acerbamente e senza 
pietà, la inesattezza continua e veramente strana delle citazioni. Può dirsi 
un caso quando l'A. cita esattamente le pagine dei libri cui egli rimanda : 
di solito cita appena le maggiori divisioni di essi ; molte volte neppur queste. 
Citazioni simili non possono essere verificate che con somma difficoltà e 



(1) Lo si vede specialmente dalle continue domande che egli si muove, alcune delle quali sono 
tali da non poter avere che una risposta tutta ipotetica. Che ragione v'era , p. es. , di chiedersi 
perchè Guido non scrivesse un trattato filosofico in prosa (p. 113) , e perchè Dante non menzio- 
nasse anche la seconda canzone del Cavalcanti (p. 127) ? 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 409 

sono contrarie a quella precisione critica, che in altre cose TE. possiede. 
Forse è questo in lui solamente un difetto di pratica. E di difetti simili non 
ne mancano certo nel suo libro. Uno, fra gli altri, è questo, che nei compo- 
nimenti lunghi (canzoni o ballate) la numerazione a strofe, cui si rimanda 
nella distinta delle varianti, non corrisponde alla numerazione continua che 
i componimenti hanno nella stampa. 

Rodolfo Renier. 



RAFFAELLO FORNACI ARI. — La letteratura italiana nei primi 
quattro secoli {XIII-XVl). — Quadro storico. — Firenze , 
G. G. Sansoni, editore, 1885 (16°, pp. xii-417). 

Quadro storico? E dunque dopo il Disegno storico già ritoccato e ricolo- 
rito, finalmente un libro che per quattro secoli, dal XIII al XVI, ci dia, più 
che uno schema, un vero e proprio manuale della nostra storia letteraria ? Che 
cosa ha voluto fare l'egregio prof. Raffaello Fornaciari; e potremmo domandare 
anche : il disegnatore ben noto com'è riuscito pittore ? Nella prefazione egli 
dichiara lo scopo del suo libro con molta esattezza. « Un libro di storia 
« letteraria che stesse saldo ai fatti esattamente esposti secondo le migliori 
« notizie , evitasse ogni spirito di sistema e certe simpatie ed antipatie in- 
« giuste ed esagerate, che s'avvicinasse insomma nel modo che comportano 
« i tempi e la natura di un compendio alla maniera rigorosa insieme e tran- 
« quilla del Tiraboschi; un libro che non si levasse a teorie egheliane di 
« estetica nebulosità, ma mostrasse contenuti nel fatto stesso i pregi e i di- 
« fetti letterarii conforme ai risultamenti più accertati; un libro altresì che 
« iniziasse i giovani allo studio della bibliografia mal separabile da quello 
« della storia, tale fu il concetto che ebbi nel comporre il presente Quadro 
« Storico, ristretto all'età più originale della nostra letteratura. Gli diedi 
« questo titolo, perchè non tutta la materia fu svolta colla stessa ampiezza, 
< ma poste, dirò così, sul davanti le figure principali, le altre andarono via 
« via degradando e sfumando nel fondo, senza dire di quelle che restarono 
« fuori del tutto ». L'autore seguita poi a render ragione più minutamente 
del suo metodo e del suo lavoro, non dissimulando che diverse circostanze gli 
furono sfavorevoli e principalmente il fatto che egli cominciò a scrivere il 
libro come un semplice rifacimento del Disegno storico. 

Dirò subito che se il Quadro storico non porta contributo notevole di 
nuovi fatti e giudizi alla storia della nostra letteratura, ha in confronto di 
molti dei più o meno infelici compendi apparsi recentemente, con altri non 
pochi, il pregio delle utilissime note bibliografiche, alla fine di ciascuna le- 
zione, per le quali l'alunno delle scuole secondarie e anche il professore 
(come dice e s'augura l'autore , p. xi) hanno il mezzo di estendere e ap- 
profondire le ricerche sui singoli argomenti. Ciò che toma di non poca lode 

Giornale storico, VI, fase. 18. 27 



410 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

al Fornaciari, il quale allo studio della lingua e della letteratura nostra ha 
resi anche per Taddietro incontestabili servigi. 

Non mi aifretterò troppo a particolari osservazioni che pure avrei da fare 
in non piccol numero, e alcune delle quali trascelte esporrò : noto subito 
alcune cose che, a parer mio , costituiscono i difetti generali del lavoro, e 
che, trattandosi di un libro fatto principalmente per le scuole, vogliono più 
lungo discorso de' particolari errori. 

Il F. dice di aver preferito nello scrivere il suo Quadro il metodo « che 
« aggruppa gli scrittori secondo le principali sedi letterarie, metodo fondato 
« sulla natura stessa delle cose ecc. ecc. ». In fin de' conti il F. di questo 
metodo si serve solamente, e non esclusivamente, per cinque lezioni, usando 
nell'altre, come già nel Disegno, o la trattazione monografica o la cronologica 
o la trattazione per generi che, come è facile a capire, è la più difficile, ma 
anche, ben fatta, la più semplice e la più vera, secondo me. Ora, il metodo 
adoprato per quelle cinque lezioni (meno per le lezioni sul sec. XIV, ma al 
massimo grado per quelle sul sec. XVI , nel quale, più che ne' precedenti 
secoli, la letteratura nostra, pur mantenendo o acquistando talvolta un certo 
carattere regionale, fu soprattutto ed essenzialmente italiana), questo metodo 
oltre ogni dire artificioso, come quello che ci costringe a vagare e anche a 
saltare d'una regione in un'altra in cerca di un prosatore o d'un poeta; con 
l'antico non del tutto corretto, mantenuto per alcune parti, e quasi direi, so- 
vrapposto, genera una confusione singolare, come parziali esempì dimostre- 
ranno. Confusione tanto più grande quanto più si desiderano nel libro del F. 
certe trattazioni indispensabili, secondo l'opinione mia, in un buon manuale per 
le scuole, e che avrebbero potuto servir bene di guida in quella che è spesso 
una selva selvaggia. E sono: invece della difettosissima Introduzione, della 
quale toccherò, una dichiarazione succinta della nomenclatura tecnica, paleo- 
grafica e metrica che occorre spesso al F. d'adoprare (se anche le scuole 
secondarie devono finalmente sapere e saper chiamare col loro nome certe 
cose); un breve sommario della storia della coltura medioevale, segnatamente 
in Italia, necessario a ben comprendere la origine della lingua e della lette- 
ratura nostra (lezione 1 e lì) ; una qualche notizia delle condizioni poli- 
tiche e della storia delle scienze e delle arti in Italia ne' vari periodi della 
letteratura, come in parte già fece bene l'Ambrosoli e il Fornaciari tenta 
per alcune città in alcuni periodi ; uno specchietto cronologico sapientemente 
ordinato alla fine di ogni periodo letterario , coi nomi degli autori e delle 
opere, come, p. es., neW Atlante lett. e cronologico della leti. it. (Livorno, 
Masi, 1828), e da \V. Freund nella sua Tafel der italienischen Litteratur- 
geschichte, benché non molto bene, si tentò; qualche considerazione sulle 
relazioni , molte specie per il periodo studiato dal Fornaciari , della lette- 
ratura nostra colle altre d'Europa, oltre la provenzale antica e la francese 
antica; e infine una disposizione materiale e tipografica (i Francesi ci pos- 
sono insegnare) più grata più chiara più razionale , che agevolasse la let- 
tura delle non poche pagine. 

Questi difetti, con altri che avrò occasione di rilevare, e quell'errore fon- 
damentale di metodo sopra notato tolgono al libro del F. non poco valore di- 
dattico. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 411 

Altro difetto generale, per alcune parti dipendente dal primo, è la man_^ 
canza d'economia nella disposiziono e nell'esposizione, sicché spesso avviene 
di desiderare in nota quello che è nel testo , e viceversa. Un terzo difetto 
generale finalmente, parmi, quella indeterminatezza e nebulosità di lin- 
guaggio che l'autore adopera di sovènte nell'indicare certi passaggi da un 
periodo letterario ad un altro , da un genere ad un altro , questa e quella 
male dissimulanti il suo imbarazzo dinanzi a certe quistioni o di per sé 
difficili tali divenute per l'ordinamento stesso della materia (pp. 22, 29, 
64, 67, 69, 94, tra molte che potrei citare). 

Difettosissima ho chiamata l'introduzione (La letteratura e i suoi generi) e 
vorrei aggiungere non degna di rimanere in compagnia degli altri capitoli, 
dove l'autore bene spesso si addimostra accorto e coscienzioso estimatore degli 
studi e de' metodi moderni. 11 F., volendo pur dare un'introduzione simile, 
avrebbe dovuto considerare lo svolgimento storico de' vari generi letterari e 
non confondere quello che i generi sono oggi, p. es., per l'Italia, con quello 
che erano prima, per esempio, per i Greci, o sono divenuti di poi per altri 
popoli. E qui potrei citare copiosamente quelli che a me paiono gravi errori, 
ma che altri potrebbe dire speculazioni sul vero e sul bello in relazione 
con l'arte: mi contenterò invece di notare che mentre a p. 4 il Fornaciari 
scrive: « La poesia si svolge organicamente nei tre generi principali, epopea 
« lirica drammatica che naturalmente dovrebbero seguirsi in quest'ordine »; 
a p. 6 ci rivela : « La lirica sarebbe di sua natura la poesia anteriore a tutte 
« l'altre, ma dovendo (sic) trattare con maestria le passioni e rivestirsi di 
« una forma agile ed armoniosa, fiorisce per lo più dopo l'epopea... ». 

Passiamo ad altro. Nel discorso sull'origine della lingua italiana trovo in 
generale con molte inesattezze (p. es. nel paragr. 6 il F. discorre ancora della 
possibilità d'un tipo di lingua letteraria balenato come in nube agli occhi 
de'primissimi scrittori) una concisione troppo maggiore di quella che non sia 
necessaria per lo scolare del liceo, per il quale certe quistioni non sono mai 
troppo chiaramente esposte. Così nel parlare (lezione li) della poesia sicula, 
intorno alla quale non si doveva mancare di tener conto di più recenti opi- 
nioni, come quella del Monaci, perchè l'autore non accenna, altro che con 
frasi vaghe, a una poesia popolare che si può dimostrare preesistente alla 
provenzaleggiante? E perchè nel parlare de' più antichi monumenti di prosa 
non si è tenuto più stretto alla divisione nuova e scientifica del Bartoli , 
come qualche altro compediatore, p. es. il Finzi, fece? E tra le raccolte di 
poesie antiche che ei cita (alla nota 5, p. 33) perchè non ricorda la Giun- 
tina, e perchè in questo luogo almeno , opportunamente , non dice qualche 
cosa de' principali canzonieri che le contengono? Rincresce di vedere, per 
esempio, che per la quistione del Malispini (p. 31) il F., nel testo, discute, e più 
. lungamente del necessario ; mentre per le rime di Dante (p. 43) egli accenna 
solo rapidissimamente a qualche dubbio dei critici sulla vera appartenenza 
d'esse ; e per le epistole, fa lo stesso e fuor di posto (p. 46, cfr. p. 38). Del- 
l'egloghe di Dante al così detto G. del Virgilio, come poi di quelle del Pe- 
trarca (pp. 46, 64) lo scolare può desiderare, io penso, di sapere di più, e se 
sieno un genere nuovo o no. E gli accenni all'imitazione del Petrarca pa- 
iono, a p. 73, al lor posto, come poi nella storia del sec. XVI (p. es. pp. 358 



412 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

e 388) sufficienti? Il Fornaciari crede poi sul serio (p. 73) a una vera e 
propria popolarità delle rime del Petrarca? È errato dire « la gloria del 
« Boccaccio come pocla dovea essere quella di dar principio (sic) all'epopea » 
(p. 84); né molto oggettivo parnii il giudizio che si legge sul Corbaccio (p. 91), 
e troppo ortodosso (colgo Y occasione di dirlo) in generale il pensiero del- 
l'egregio autore. Quello poi che si dice della leggenda troiana (p. 85) a pro- 
posito del Filostrato, non dimostra che il F. trascura qualche volta di li- 
correre alle vere fonti, e lavora di seconda mano? Nella lezione VII per 
ragione del metodo adottato si parla a poca distanza di Giotto e del Frezzi 
(pp. 106 e 109) e mentre fugacissimi accenni vi trovi allo svolgimento della 
poesia popolare (p. 116), vi hai in compenso (p. Ili) riassanta la quistione 
diniana; come nella lezione Vili (pp. 138 e 139) tu assisti alla discussione 
sull'autore del Governo della famiglia, mentre cerchi invano perchè « intorno 
« alla metà e dopo (del 1400) abbiamo in Firenze, principalmente per la pro- 
« tezione medicea, un periodo di letteratura volgare in cui il popolo nella sua 
« naturalezza e leggiadria tende a conseguire la forbitezza dei letterati, e vi- 
« ceversa i letterati danno ai loro studi forma paesana e popolare » (p. 130). 

Agli scolari domando che cosa importerà di sapere .se la tragedia Orfeo sia 
da un codice magliahechiano attribuita al Tebaldeo? (p. 151). La storia, per la 
storia della quale avrei voluto nel libro del Fornaciari maggiore esattezza 
e più ordine, si cominciò proprio a scrivere in lingua italiana alla corte di 
Lodovico il Moro ? (p. 160). Quando arriviamo a' lirici del quattrocento 
(p. 162) non si sentirà dal lettore il bisogno di riconnetterli coi trecentisti, di 
vedere delle due epoche poetiche le relazioni, le differenze ? Non mi pare 
né elegante né proprio dire: << Siamo giunti al sec. XVI, cioè a quelli au- 
« tori che, o nati in esso o nel precedente, scrissero durante il medesimo le 
€ loro opere principali » (p. 173). 

Sul cinquecento il Fornaciari ci dà in confronto degli altri compendi scola- 
stici molte notizie ; e i capitoli sull'Ariosto, sul Machiavelli e Guicciardini, e 
sul Tasso , dove le difficoltà della disposizione della materia meno si frap- 
ponevano, mi sembrano in generale ben condotti. Ma perchè scrivere (p. 229) 
« ora il Machiavelli è da tutti reputato uno de' pochi {sic) cinquecentisti 
« che perfezionassero la prosa », con la frase volgaruccia che segue « e i 
« suoi scritti sono posti a logorarsi nelle mani degli scolari? » Ha avuto 
mai l'Italia tanti e cosi grandi prosatori come nel 500, il secolo del Casti- 
glione e del Gellini? Perché poi chiamare il Tasso (p. 271) il più romantico 
de' poeti antichi? Assai si fraintende, mi pare, questa benedetta parola (e 
la cosa?) del romanticismo. Sul Tasso poi il Fornaciari formula, o m'inganno, 
giudizi forse troppo favorevoli e troppo avventati qualche volta (pp. 270-71). 

A p. 279 il Fornaciari scrive : « La letteratura del cinquecento comincia 
«con Pietro Bembo ». Perchè? A p. 288, quando parla dell'elegantissimo 
Fracastoro, non sente il Fornaciari il bisogno di trattare separatamente della 
poesia latina in Italia, come poi quasi e