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Full text of "Historia della mia fuga dalle prigioni della republica di Venezia dette "li Piombi,""

cr&uioricu) 

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*Di questa opera sono stati stampati: 

EVIZIONE COMUNE: 750 esemplari numerati (cifre 
arabe) su carta vergata, copertina di carta pergamenata. 
EVIZIONE DI LUSSO : 50 esemplari numerali (cifre 
romane) su carta olandese Van Qelder Zohnen, rilegati 
in pelle con impressione in oro e a colori. 



EDIZIONE COMUNE 

fì a n 
Esemplare N. ** <* B 



PROPRIETÀ LETTERARIA ED ARTISTICA 
RISERVATA AQLl EDITORI 



Le iniziali, i fregi grafici e gli "encadrements" che 
ornano questo libro composero i pittori Alfredo Mon- 
talti e Giuseppe Grondona. La tavola fuori testo a co- 
lori e dovuta alla cortesia del pittore " Marius Pictor" 1 . 
Il frontespizio a colori e opera di Giovanni Luccio. 



Stabilimento di Arti Grafiche ALFIERI & LACROIX - MILANO. Via Mantegna 6 




p^jk^ 







fcriUa, & -^ l i^' ùi *J<Jo&fru<c. tarine JJ8J acc 





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A DOMENICO OLIVA 
A GIVLIO DE FRENZI 
AMICI BVONI E VGVALI 



GIACOMO CASANOVA 

E 

LA SUJ FUGA <DAI *<PIOMCBI* 



"Dir fugiens denuo pugnabit. 

hor. 




GIACOMO CASANOVA 

(da un dipìnto di Francesco Casanova nella Collezione Dachoff a Pietroburgo) 




Dux, dans fon pare un tempie solitaire 

Me montre un Dieu qui defend le fracas : 

Je vois Harpocrate severe 

Qui de san doigt m'ordonne de me taire. 

Il faut bruler pour elle — et soupirer toutbas 

CASANOVA - Tornando dal parco 
del castello di Waldstein. 




ntorno al 1720 il teatro di San Samuele, edificato 
nel 1655 dal patrizio Giovanni Qrimani e pero pur 
chiamato Teatro Grimani a San Samuele, era un dei 
più frequentati di Venezia. Vi si " giocava la co- 
media n talvolta, poi che — sebbene dal 1710 fosse 
stato precisamente destinato all'opera in musica — 
bisognava pur, di tanto in tanto, offerire a qualche 
girovaga compagnia di prosa l'occasione di sciorinare all'eccellente publico 
veneto H // suor talenti ", e aiutarla a sbarcare il lunario malinconico delle 
sue faticose peregrinazioni. 

Or v'era in quel tempo, tra' ballerini del San Samuele, un giova- 
notto chiamato Gaetano Casanova. Ballerino e commediante. Se n'era scap- 
pato di casa, da Parma, con una tal n Fragoletta ", bella e spiritosa ragazza 
che nelle commedie più note in quelli anni faceva la parte di servetta : una 
" Corallina " la cui rusticità appetitosa contava assai meglio, pe' signorotti 
che frequentavano il teatro e " a le sue gratie s'accendevano ", delle moine 
premeditate ed enfatiche di n Beatrice n o d' v Isabella ". E che per la " Fra- 

IX 



S. di Giacomo - Casanova • 2 



goletta ", a sua volta, contassero piti della tenerezza del ballerino le con- 
tinue esibizioni degli adoratori di costei pur è da tenere per certo, visto che 
tanto frequentemente quelle vennero accolte che, alla fine, Gaetanello cre- 
dette opportuno di non più correrle appresso quando la servetta lo piantò 
una buona volta per non so quale di que' titolati scavezzacollo. 

Rimasto a Venezia, e riconfermato al San Samuele fino al 1725, 
il ballerino si scelse una cameretta in que' pressi, e precisamente rimpetto 
alla botteguccia del calzolaio Geronimo Farusi, Con la moglie Marzia e con 
la figliuola Zanetta abitava lì costui da un bel pezzo, tranquillamente 
godendosi ogni sera, quando aveva smesso di lavorare e si metteva a fumare 
la pipa sulla soglia della bottega, lo spettacolo giocondo e romoroso della 
ressa che si faceva davanti al teatro, ove signore e signori, come appunto 
ordinava il bando degli " Eccellentissimi Inquisitori ", si recavano in ma- 
schera, o con una specie di rocchetto che si chiamava bauttino. 

Chi, fra tanto, e in quel tempo, fosse, durante la giornata, passato 
davanti alla botteguccia del calzolaio avrebbe udito, talvolta, un dialogo 
qualche poco somigliante a codesto: 

— Marzia, dove xela la tosa? 

— Ciò, Zaneta!... 
So qua, marna ! 

— Gastu sentio? La xè dessuso. 

— Lo so, sì, che la xè a casa ! E so anca che ghe xè a casa el 
balarin che sta de razza! Ciò, vardilo! El xè sul balcon e el fa finta de 
incordar el violin.... 

— Geronimo! Caro da Dio! No star a dir mal de la gente! 

— O corponon de Diana! Te digo mi che Zaneta e quel fiol d'un 
can de balarin i se la intende ! 

— Ma cossa distu? 

— Che vada a remengo! Te l'ho dito che i se la intende!... 

E davvero il ballerino e Giovannetta Farusi filavano da un bel pezzo 
il perfetto amore. Anzi un bel giorno, quando proprio i due vecchi meno 
se l'aspettavano, Qaetanello Casanova si portò via la Zanetta. 

Quel che ne seguì racconta nelle sue famose " Memorie " Qiacomo 
Casanova, primo figliuolo della Zanetta e — nel malinconico ed ultimo suo 
ricovero del castello di Waldstein, a Dux, in Boemia, ove terminò la sua 



vita avventurosa — storico impassibile così delle irreparate disgrazie toccate 
alla propria famiglia come delle bizzarre ed erotiche fortune le quali incor- 
sero — lui sempre attor principale e infaticato — alle.... famiglie degli 
altri. Ne seguì, dicevo, questo: che il povero Farusi, il quale vedeva nelle 
mani d'un commediante — un " istreone ", come qui a Napoli soleva chia- 
marli Tanucci — l'unica sua bella e adorata figliuola, ne prese tanto dolore 
che ne morì poco dopo che la Zanetta e Gaetanello — e ciò accadde al 
27 febbraio del 1724 — si furono sposati. " Almanco — balbettava 
piangendo il vecchietto paralizzato — ch'el la tegna in casa, almanco ! 
E ch'el ghe tenda come che mi gb teso a mia mugierl Che almanco noi 
la buia a la perdizion sul palcoscenico e noi ghe fazza far la dona de 
teatro, per danarse anca l'anima, poareta! " 

Oh, sì, Qaetanello non mancò di prometterglielo, al letto di morte. Sì, 
glie lo giurava: la Zanetta non avrebbe mai toccato tavole di teatro, ma 
badato in casa alla minestra, invece, e a' figliuoli di là da venire. Sì: 
promesse pietose, s'intende : era appena scorso un anno dalla morte del cal- 
zolaio quando il ballerino e sua moglie, affidato a Marzia il loro primo 
marmocchietto, nato il 4 di aprile del 1725, se ne partirono per l'Inghil- 
terra, nientemeno, ove Qaetano Casanova fece subito debuttare la moglie 
in un teatro di Londra. Tornarono a Venezia sulla fine del ì 726, e la 
Zanetta, oramai diventata commediante, seguì Qaetanello al San Samuele 
ove la bella coppia, carissima a' frequentatori di quel vecchio teatro, recitò 
fino al 1733. In questo anno il disgraziato Qaetano Casanova se ne andò 
all'altro mondo anche lui, e ve lo spedì più sollecitamente, chiamato a curarlo 
d'un accesso alla testa, un bestione di medico, 
tal Zambelli, che scambio di consigliargli que' 
rimedii che davvero occorrevano gli somministrò 
il castoro, come se quella fosse una polverina 
pel mal di ventre. Così la Zanetta rimase ve- 
dova a venticinque anni — e incinta. Per 
quest'ultima ragione le autorità teatrali la di- 
spensarono dal comparire sulle scene fino a 
dopo la Pasqua. 

Dunque vedova, incinta — e bella, quel 
che più monta, e intelligentissima attrice, per uovann/^i^Tcàsanova. 




XI 



giunta. Però l'Imer — quel B pulitissimo ed onestissimo genovese " Imer, 
il quale Qoldoni ricorda soventi nelle sue " Memorie " — non pur la ricon- 
ferma al San Samuele, ove egli ha sostituito a' balletti d'intermezzo alla 
prosa g/'intermezzi in musica, ma se ne innamora, ne diventa geloso e sommove 
in casa e in piazza e in teatro un di que' piccoli scandalucci da palco- 
scenico a* quali, per altro, la bonaria Venezia e usata e di cui perfino 
lo stesso signor Goldoni, che s'è accorto pur lui dell' " aperto genio n che 
l'impresario ha per la vedova della sua compagnia, riesce a cavar partito 
per una Pupilla, lieto intermezzo di due parti, per musica, ch'e poi rap- 
presentato per la prima volta a un teatro di Verona nell'autunno del 

1734. E qui che Rosalba, in- 
namorata di Giacinto e perse- 
guitata dal tutore di lei Triti- 
cene, canta dolcemente la solita 
" aria prima ", a cadenza di 
minuetto : 




Da un disegno di Cochin. 



Quell'oselin desmestego 
Che passarin gha nome, 
Oh, se vedessi come 
L'ama la passar ella! 
Sempre el se vede a quella 
D'intorno svolazzar.... 

Triticone l'Imer : Rosalba 
la Zanetta: " una vedova bellis- 
sima e valentissima che faceva 
le parti delle giovani amorose in 
commedia — scrive Qoldoni — 
che non conosceva una nota di 
musica, ma che aveva buon gusto , 
orecchio giusto ed esecuzione per- 
fetta n . L' Imer, corto, grosso, 
senza collo, con occhi piccoli e 
con un nasino bitorzoluto, era 
ridicolo nelle parti serie, insupe- 



XII 




j^co ma<rr?J/?c<v c/c e>na>ótz Gnrfei'(*ffiira/i j mammeniL e fòiiktrtu iocc&f&r: 
tzyw&niOj che. j-i ammanì nb£ J/e-àiyv yn'maru. aia/. (Jamùcie/ in .^y ejiityj.au nziiaj JÌev 
oe^t'ofacenfioM- u. J anno j 7<r/3 ; ó cieco \d^i Jio:' mnionia £o oognh>ìx>^ dys™nàA> aj ' 
ut cjeauticb da/efiùf.ì$Q.TìtB3&Q : 'eAéawfo : j!r )%M>y> 



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TEATRO S. SA<MU<$L<5 

"Venezia. - £&Cuseo Correr 



rabile in quelle comiche. E con l'Imer e con la Zanetta cantava negl'in- 
termezzi al San Samuele la signora Agnese Amurat, attrice di molto valore 
anche costei. 

Pochi anni appresso Carlo Goldoni si reca a Padova. Ritrova qui la 
compagnia dell' Imer, ma più non vi ritrova la vedovella, eh' e partita per 
Dresda. L'Arlecchino è stato licenziato e Qiovanna Casanova, malgrado 
la sua amicizia col direttore, l'ha dovuto piantare e se ne andata al servizio 



iHUiiniiiijii^ 




« LA PUPILLA > - Intermezzo per musica di CARLO GOLDONI. 

(Scena tra Giacinto, Triticone e Rosalba) - " Rosalba ", Giovanna Casanova. 

(Goldoni - Opere - Ed. dello Zatta, Venezia). 

del Re di Polonia. Ora pel canto la sostituisce la Passalacqua, per la 
prosa la Ferramonti. " Gran perdita — dice il Qoldoni — e davvero con- 
siderabile per una compagnia come quella ! " Ma già la Zanetta, prima di 
firmare il contratto per la Polonia, era stata a Pietroburgo con una com- 
pagnia d'attori che l'Imperatrice Anna Iwanowa s'era fatta accaparrare da 
un suo agente. E quando dalla Polonia ella si reca a Dresda parecchi 
anni appresso — mi pare nel 1 750 — un anonimo critico di Stuttgart 
così scrive, fra gli altri, di lei: " La Zanetta or ha più di quarant' anni. 

XIII 



Ha una figura colossale, una faccia di vecchia, nonostante l'abilità della 
sua truccatura. Rappresenta le parti di Rosaura ma le si attagliereb- 
bero assai più quelle di donna cattiva. Per amorose giovani la sua voce 
è troppo rauca ". Poco favorevole giudizio, al quale più tardi soggiunge, 
a contento, il barone Byrn : " Difatti parrebbe audacia sostenere a qua- 
rantanni sonati le parti ^'amorosa, e con quel fisico che l'anonimo critico 
ci descrive, e con la non limpida voce che di que' tempi avea la Zanetta. 
Certo ne. le grazie della persona, ne la soavità della voce possono essere 
sostituite da checchessia. Ma io penso i per altro, che tali difetti saranno 
certamente stati attenuati da una recitazione vivace, spiritosa, intonata, 
italiana ". 

E pare che Giovanna Casanova non abbia amato di seguire il consiglio 
di darsi alle parti di vecchia cattiva. Fino, difatti, agli ultimi giorni della 
sua vita artistica ella rappresentò le Rosaure, e cosi rimase fedele al 
principio dominante de' " ruoli stabili ". A Dresda, e con lei, quando il 
conte di Salkowscky, nella carica di ministro di gabinetto fu sostituito dal 
Conte Von Bruhl, continuò la commedia italiana a prosperare per lunghi 
anni e gli attori davvero trovarono in quel signore un nuovo e generoso 
mecenate. E a Dresda, ove Giacomo Casanova conobbe il Metastasio e rivide, 
invecchiata, la madre, restò costei fino a morte. Quando ella — che la- 
sciava sparsi un po' per tutta la superficie del mondo i sei suoi figliuoli — 
vi terminò, pensionata dall' Elettore di Sassonia, i suoi giorni burrascosi, 

appunto il primo di quelli, 
Giacomo, toccava i cin- 
quantanni, ma correva 
ancor la cavallina, e di 
sé e delle sue gesta ga- 
lanti e del suo spirito sot- 
tile, del suo talento, della 
sua rara e profonda eru- 
dizione intratteneva tut- 
tora l'interessamento e la 
curiosità di quanti o per 
nome o di persona lo co- 

VENEZIA AL TEMPO DI CASANOVA - "La Gowkk". nOSCeSSero. 




XIV 



È tempo di tornare a lui. Contiene la vita tumultuosa e brillante di 
questo Gii Blas del decimottavo secolo tale e tanta copia di documentazione 
del costume, delle tendenze, delle passioni di quelli anni che proprio agli 
studiosi e a' cronisti del settecento mondano, politico e letterario non occor- 
rerebbe, per un'amorosa esposizione de' principali caratteri di quell'epoca, 
altro materiale infuori di questo che dalla storia di Giacomo Casanova 
s'aduna così frequentemente, così argutamente e pittorescamente, negli otto 
volumi delle sue Memorie. 




Il nipotino di Marzia Farusi se ne stette con la nonna fino a quando non 
toccò gli otto anni: poi fu posto a scuola da un prete chiamato Qozzi, a 
Padova, e a quel prete lo raccomandò di persona l'abate Grimani. Il pic- 
colo Casanova fu vestito da abatino, la nonna gli fece tagliare i capelli 
e gli regalò una bella parrucchina bionda, il Gozzi gli cominciò a dar le- 
zione di latino e di violino e la sorella del prete, Beppino, a far montare 
la testa. A dieci anni ! Eh, sì, a dieci anni : Giacomino era precoce e i 
due lustri gli contavano ben per quattro. A dieci anni egli già col Gozzi 
discuteva di logica peripatetica e di cosmografia tolemaica, di tutte e due 
cose, per altro, pigliandosi gioco allegramente e, di volta in volta, oppo- 
nendo al suo precettore alcune imbarazzanti sue teorie sulle quali costui non 
sapeva davvero in che maniera pronunziarsi. A dieci anni, riaccompagnato 
a casa una volta dal Gozzi medesimo — la Zanetta era capitata a Venezia 
e aveva voluto rivedere il figliuolo — lo scolaro del prete, improvvisando 
un pentametro degno dell'eleganza e della sfrontatezza di Petronio, rimbec- 
cava un letterato inglese, il quale, a tavola, e proprio in casa della Zanetta, 
gli aveva proposto un vecchio e lubrico distico interrogativo. 

Immaginatevi da somiglianti esperimenti sulla cultura infantile che 
specie di convegno poteva esser quello ! 

La Rosalba goldoniana, sulle mosse di ripartire per Pietroburgo, 
offriva a' suoi molti adoratori il pranzetto di addio — o qualcun di costoro 
forse a lei l'offeriva. V'era il Grimani, v'era l'inglese, v'era, fra tanti altri, 
il famoso poeta Baffo, e figurarsi che discorsi corressero in tavola! Insomma 

XV 



Qiacomino, invece d'esser preso a pedate, fu complimentato, ammirato, 
abbracciato e dichiarato Ti per li, seduta stante, un vero prodigio di natura. 
L'inglese gli regalo il suo orologio, la Zanetta donò il suo, ch'era d'oro, 
al prete Qozzi, e il Baffo a un punto si chinò all'orecchio della comme- 
diante e le tradusse il pentametro. Ella rise, fece una divina riverenza al 
pretucolo, che girava e rigirava tra le mani l'orologio, e gli protese pur la 
gota a baciare. Scena degna del Longhi o del Guardi. 

Un paio d'anni appresso la Zanetta torna a Venezia: l'Imperatrice 
Anna Iwanowa non ha trovata abbastanza divertente la commedia italiana, e 
così tutta la compagnia, col famoso Arlecchino Carlin Bertinazzi, si restituisce 

a' patrii lari. E così Qiacomo 
rivede la madre. Or ella ri- 
parte per Dresda ed è ben 
contenta che il figliuolo se- 
guiti ad esser tirato su dal 
precettore padovano. L'a- 
bate in erba, che ha una 
spiccata vocazione per la 
medicina, è invece man- 
dato agli studii legali; di 
lui si vuol fare un avvo- 
cato, anzi un avvocato ec- 
clesiastico. Ed eccolo a quin- 
dici anni dottore " in utro- 
que " con la tesi di diritto 
civile " De testamentis ", e 
con una dissertazione in di- 
ritto canonico , intitolata : 
n Utrum Hebraei possint 
construere novas sinagogas n . 
// patriarca di Venezia, 
monsignore Correr, gli con- 
ferisce i quattro ordini mi- 
nori e lo tonsura: il Baffo 
gli dà per maestro d'ita- 




GIORGIO BAFFO. 



XVI 



liano l'abate Schiavo. Muore, fra tanto, la povera Marzia; è ripartita 
la Zanetta, e Giacomo resta a Venezia, in una casa che la commediante 
ha preso in fitto e arredato per gli altri suoi figliuoli e per lui. 

Di questi tempi egli s'abbatte in un patrizio veneziano, un senator Ma- 
lipiero, vecchio libertino, filosofo cinico, ricco, vantato in tutta la città per i 
suoi pantagruelici conviti e per la suntuosità de' suoi ricevimenti. Il patrizio 
accoglie in casa l'abatino e costui vi si sbizzarisce quanto più può tra le cono- 
scenze equivoche di quel dissoluto, infervorato e protettore — indovinate un 
po' di chi? — di Teresa Imer, figlia di quell'lmer eh' e stato l'amante della 
Zanetta e la moglie del quale, che s'è ritirata dalle scene, bazzica in chiesa 
la mattina e accompagna, a sera, la Teresina dal senatore! Se Casanova 
s'innamora ancor di costei? Ma naturale! Ed è per piacere specie alla Tere- 
sina ch'egli, che ora s'è messo in capelli, se li fa pettinare e arricciare all'ul- 
tima moda, li concede a una lieve nuvola di cipria, s'unge le tempia di 
quella pomata di gelsomino che le dame alzano alli cieli e alla fine si fa 
ricordare dal curato di San Samuele l'arresto inesorabile d'un concilio ecu- 
menico : Clericus qui nutrii comam anathema sit ! Ev via ! Che importa ? Ec- 
colo lanciato di galoppo sulla strada che quel buon prete chiama quella 
della perdizione, ma traverso alla quale l'abatino intraprendente incontra la 
ineffabile Cavamacchi, e poi la già famosa Gardela, figliuola di un gon- 
doliere e amante del duca di Wirtemberg, e poi la ballerina Tintoretta, 
danzatrice mediocre, né bella né brutta, ma piena d'uno spiritaccio di cui 
tutta Venezia è incantata. Che più? E proprio nel palazzo ove abita costei 
che or Giacomo, il quale ha finito per Vendere a mano a mano tutto quanto 
il mobilio della sua casa a San Samuele e si è quasi ridotto co' soli panni 
addosso, ottiene un piccolo quartiere al primo piano. Ma è pur qui che, al 
meglio de' suoi amori, de' suoi progetti e delle sue conquiste , egli riceve 
da Varsavia la seguente lettera della Zanetta: 

" Ho fatto a Varsavia, caro figlio mio, la conoscenza di un savio 
monaco minimo calabrese, le cui grandi qualità m'hanno indotta a pensare 
a voi ogni volta che egli m'è venuto a far visita. Gli ho detto, un anno fa, 
che avevo un figliuolo indirizzato alla carriera ecclesiastica. Gli ho pur detto 
che mi mancavano i mezzi per mantenervelo, ed egli m'ha risposto che il 
mio diventerebbe suo figlio se io potessi ottenere per lui, il monaco, un vesco- 
vado al suo paese. La cosa sarebbe facile — ha soggiunto — quando la 



XVII 



S. di Giacomo - Casanova - 3 



Regina ne scrivesse a sua figlia, 0> Maria Amalia, Regina di Napoli. < 2 > E 
io mi son gettata a' piedi di Sua Maestà : ed Ella mi ha concesso la grazia 
che le dimandavo. Ha scritto a Sua Figlia — e questo rispettabile prelato 
è stato subito destinato dal Papa al vescovado di Martirano. Così, a' primi 
giorni dell'anno venturo, egli, che si troverà a passare per Venezia, vi pren- 
derà con lui e v'incamminerà alle più alte dignità della Chiesa " 

Nespole ! E la Cavamacchi, e la Tintoretta, e le donne di teatro, e le 
serve compiacenti, e le belle dame di casa Malipiero ? Dunque, addio a tutte ? 
E, fra tanto, come opporsi alla volontà della madre? E un affar serio: ma 
l'abatino non pub far a meno d'accontentare la madre. Bisogna dunque partire. 

Il vescovo di Martirano gli dà la posta a Roma : qui Giacomo appura 
ch'egli è ripartito, poco prima, per la sua residenza calabrese, ed eccolo, 
finalmente, un mattino di settembre del 1743, in viaggio, da Roma, per 
Napoli e per la Calabria. 




Come si viaggiava in quei tempi? Si compiva la maggior parte del 
cammino a cavallo, per lo più, e il bagaglio veniva appresso, caricato sulle 
mule che portavano pur le provvigioni. Sudici i pochi alberghi ove si poteva 
sostare e refocillarsi, talvolta ancora pericolosi, il meglio, pe' forestieri obli- 
gati a pernottarvi, era di far dormire nella stessa locanda la guida. E questa, 
era spesso un soldato, di fanteria o di cavalleria, che, per un compenso avanti 
stabilito, accompagnava e quasi scortava il forestiero, presentava il suo pas- 
saporto alle guarnigioni delle città che si attraversavano e si faceva sosti- 
tuire da un altro soldato d'una di quelle, appena il suo impegno fosse finito. 



(1) Madre di Maria Amalia di Walpurgo, moglie di Carlo IH, fu Maria Josepha Arciduchessa d'Au- 
stria, figlia primogenita dell' Imperatore Giuseppe I, Regina di Polonia ed Elettrice di Sassonia. Era nata 
l'8 dicembre 1699. Morì in Dresda il 16 novembre 1757. Fu suo marito (agosto 1719) Ferdinando 
Augusto HI re di Polonia. Maria Amalia nacque il 24 novembre del 1 724. (V. pel suo viaggio in Italia : 
Descrizione del passaggio per il Ducato e città di Ferrara della Sacra Reale JXCaestà di Maria Amalia 
%egina delle Sue Sicilie e di Gerusalemme. — Ferrara, per B. Pomatelli, 1738). 

(2) Maria Amalia di Walpurgo, figliuola di Augusto III (coronato re di Polonia a* 17 di gennaio 
del 1734) e della arciduchessa primogenita dell'imperatore Giuseppe I, aveva sposato Carlo IH re di Napoli 
a soli tredici anni e sette mesi : il re ne aveva allora ventidue. Augusto HI abbandonò il potere nelle mani del 
conte di Bruhl e preferì di passare a Dresda, che gli piaceva moltissimo, la maggior parte di sua vita. Morì nel 1 763. 

XVIII 



In parecchi, e quando, specie, V eran donne, il viaggio si faceva in 
una di quelle capaci e solide berline avvezze a battagliare con le pessime 
strade e con la pioggia, e così spesso — quando vi pigliavano posto uomini e 
donne — complici rituali del flirt che vi principiava tra scossoni e fermate 
e continuava, con o senza conseguenze, alla prima sosta in una locanda. 

" L'ospitalità partenopea — scrive il francese Gorani, ch'ebbe di quei 
tempi a conoscerla — e concessiva fino a diventare noiosa. " A questa no- 
tizia, da cui s'esprime quel dovere dell'ingratitudine eh' e così comune a certi 
superiori spiriti forestieri, il Gorani medesimo soggiunge che per penetrare in 
case napoletane occorrevano, sì, buone lettere di raccomandazione, tuttavia 
quelle era facile procurarsi; ma, specie, bisognava ottenerne per i conventi, 
ove si mangiava e si beveva da principi. Nelle case private lo straniero ben 
raccomandato era accolto a braccia aperte : per lui la più bella camera, il 
più soffice letto, i vini più squisiti, cioccolatte a prima ora, carrozza a dispo- 
sizione, il palco al San Carlo, o al Fiorentini, o al Nuovo, pranzi e cene 
squisite, sorbetti e musica, e il medico, il flebotomo, il barbiere, la cameriera 
appetitosa, il servitore, il volante, il cavallo da sella, e la barca, o la lettiga a 
lo comanno, come dice il sincrono e popolare commediografo Cerlone, quando 
mette in iscena un di codesti fortunati ospiti d'una famiglia napoletana che 
villeggia a Posillipo. Averne in casa qualcuno e quasi un vanto: la voce ne 
corre, la gente della strada l'appura e s'affolla davanti al palazzo di dove egli 
è per uscire a spasso : lo vede, s'inchina, si scappella ed esclama : Quant'è 
bello! Quant'è simpatico ! E per gli ammiratori e l'ammirato quel momento è dav- 
vero uno spettacolo. Il forestiero se ne intenerisce, si sente felice, ha le lagrime 

agli occhi, cerca la sua pezzuola, e non la trova più. E così il Gorani, dopo 

esserne stato alleggerito d'una dozzina, finì per legarsene l'ultima al polso. 




Siamo dunque nel settembre del 1743 ed e precisamente il giorno 6 
di quel mese quello in cui Giacomo Casanova capita a Napoli per la prima 
volta. Ha diciotto anni: otto carlini in saccoccia. Conta di ritrovare alla 
Casa de' Minimi il vescovo di Martirano e di risparmiare, accompagnandosi 
con costui che deve andare a pigliar possesso della sua diocesi, il denaro 
del viaggio. La Casa de' Minimi, che diventò appresso la Real Paggeria ed 

XIX 



ora accoglie le scuole del Museo Industriale, stava di faccia a Palazzo 
Reale, nell'alto, a cavaliere del mare. Ma Giacomo non vi trovò il Vescovo : 
poco prima costui se n'era partito per la sua residenza. E ora come fare? 
Andare fino a Martirano a piedi? Ve da camminare per ben dugento 
miglia, ma il giovanotto si propone ben di affrontarle: mangerà del suo fino 
a tanto che potrà, dormirà, come si dice, à la belle étoile e si laverà la 
faccia ne ruscelli. Ed eccolo già sulla via di Portici, per pigliare appresso 
quella di Salerno e delle Calabrie. & A Portici mangia in un alberghetto, vi 
trova un buon letto, vi passa la notte e alla dimane, prima di mettersi in 
cammino, se ne va a visitare quel Palazzo Reale che il buon Re Carlo III 



(3) La lunga via che da Napoli, al tempo di Casanova, conduceva al Real Palazzo di Portici procedeva 
tra paludi, degradanti al mare, e vigneti alberati e pinete. Pochissime case, rustiche le più, s'incontravano lungo 
il cammino. Al Granatello, prossimo al Palazzo Reale, era il palazzo del Duca d'Elbeuf ch'era stato generale 
di Giuseppe I e aveva sposato la duchessa di Salsa. Fu costui che iniziò gli scavi d'Ercolano continuati, 
appresso, da Carlo IH di Borbone che ne volle commettere la direzione al marchese Venuti. Le prime 
statue che gli scavi restituirono alla luce e ancora moltissimi preziosi oggetti che da quelli venivan fuori 
trovarono, da prima, nello stesso Palazzo Reale un sontuoso ricovero : e lì Casanova li vide. Appresso, il re 
Carlo III volle che accanto alla Reggia e dal lato della chiesa di S. Francesco fosse destinata un'ala del 
palazzo stesso alla preziosa raccolta. Il Tanucci, ministro del re, pose alla testa degli studiosi e ordinatori 
di quel Museo l'accademico Alessio Simmaco Mazzocchi: l'Aula, il Castelli, il Baiardi, il Carcani, l'abate 
Ferdinando Galiani, il Valletta, il Pratilli, l'Ignarra e il famoso fisico della Torre composero degnamente 
una nuova Accademia Ercolanese che non fu soltanto archeologica, ma storica pure e letteraria. 

Torniamo al Casanova. Nel settembre del 1743 egli, da Napoli, s'avviò a Portici, a piedi, per di là 
pigliar la via delle Calabrie ove occorreva che visitasse, a Martirano, il buon vescovo de Bernardis. " As- 
sumo — scrive il Casanova in Mémoires, tomo I, ediz. Garnier, pag. 227 — informazioni sulla strada che 
devo battere, mi dirigo a Portici e vi giungo a un'ora e mezza. Cominciava a opprimermi la stanchezza : le 
gambe, più ancora del capo, m'indirizzarono verso una locanda ove chiesi una camera e la cena. Fui ser- 
vito assai bene, mangiai con ottimo appetito, e in un comodo letto trascorsi una notte eccellente. Il giorno 
appresso mi recai a visitare il Palazzo Reale n . 

Or, in un piccolo podere confinante con le terre di Recco e Mazzarotta e posseduto in quelli anni 
dal Principe Scalea, era una casetta che tal dottor Mirra aveva avuto, assieme al podere, in enfiteusi dallo 
Scalea. In una istanza che il dottor Mirra indirizza al Luogotenente della Sommaria marchese Cavalcanti è 
detto che quelle case, botteghe e officine stanno nelle vicinanze di Pietrabianca, confinanti a levante col 
Casale di Portici. Il Mirra pretende di godere di ogni più piena libertà di detto suo territorio e specie 
degli esercizii di forncro, tavernaro, bottegaro, maccaronaro e farinaro " per uso e comodo dei forastieri 
e dei viandanti ". E assai probabile che Giacomo Casanova abbia qui riparato e vi si sia refocillato, e abbia 
dormito una notte in un di quelli odorosi e puliti letti rustici che il tavernaro e locandiere poneva a dispo- 
sizione delli forastieri di passaggio. E qui — è facile immaginarlo — egli cenò con un bel piatto di quei 
maccheroni che adorava, che lo aiutarono a infinocchiare Lorenzo Basadonna custode de' " Piombi ", che 
seguitò a mangiare per tutta la sua vita, che, infine, gli dovettero sembrare deliziosi a Portici, limitrofa di 
S. Giovanni a Teduccio che n'è una seconda patria. 

Le notizie della taverna del dottor Mira ho rinvenuto, tra moltissime altre di speciale interesse storico, 
nel libro del gesuita Davide Palomba: Memorie storiche di S. Giorgio a Cremano, Napoli, Tip. dei Co- 
muni, 1881, pagg. 250 e 251. 

XX 




SCAPOLI AL TEMPO <DI CASANOVA 
II sedile nuovo di Porto. 

(Stampa napoletana del 1 740) 




NAPOLI AL <UEMPO DI CASANOVA 
Il Palazzo delli studii. 

(Da una stampa napoletana del 1740). 



ha da poco fatto costruire per la sua villeggiatura favorita e in cui già si 
raccoglie buona parte de' marmi, dei bronzi, delle pitture murali che gli 
scavi d'Ercolano vanno sciorinando a mano a mano all'intensa curiosità gene- 
rale e allo studio di tutta una numerosa e nuova accademia archeologica, 
creata e precisamente dedicata dal Re a siffatte indagini e folta del meglio 
che l'erudizione partenopea possa offerire all'attivo monarca e alla nobiltà 
e importanza di quella 'mpresa. 

A Portici l'abatino ha modo di restare ancora per un paio di giorni. 
S'è abbattuto in un greco il quale negozia di vin di Cipro e di mercurio, 
lo infinocchia con astuzia che davvero dà dieci punti a quella ellenica, gli 
spilla qualche centinaio d'once d'oro e uno scatolo di magnifici rasoi della 
vantata fabrica di Torre del Greco ( 4 ) lo pianta a un tratto per profittare 
d'una carrozza che parte per Salerno e giunge, dopo ventidue ore di viaggio, 
a Cosenza. Di là si reca a Martirano, ove cade, finalmente, nelle aperte 
braccia del vescovo don Bernardo de Bernardis. Ahimè, che povera casa, 
che povero Vescovo, che magra cucina e che tristezza di paese /( 5 ) 

— Senta: — dice a don Bernardo l'abatino qualche giorno dopo e 
alla fine d'un pranzo da eremiti — Lei mi dia la sua benedizione e mi 
lasci andare : io non ho alcuna volontà di finire i miei giorni in questo orri- 
bile paese! Anzi, se vuol far bene, se ne venga con me lei pure; le giuro, 
monsignore, che faremo fortuna altrove! 

Il povero vescovo sorrise. Era un eccellente uomo e si piegava, rasse- 
gnato, al suo destino. Lasciò che Giacomino se ne ripartisse, lo provvide 
d'una lettera con la quale avrebbe potuto riscuotere, a Napoli, sessanta ducati 
da un certo dottor Gennaro Polo e accettò l'astuccio de' rasoi che l'abatino 
gli offerse commosso. Ripartito da Martirano Giacomo Casanova rivide 



(4) Casanova parla d'una fabrica di rasoi a Torre del Greco. Non ne trovo notizie. Una fabrica 
d'armi famosa fu quella di Torre Annunziata, vicinissima a Torre del Greco e conosciutissima per la sua 
eccellente produzione. Ne trovo qualche ricordo in parecchie delle narrazioni di viaggi del settecento : tra gli 
altri un del Gorani: 

" J'ai visite à Torre Annunziata les manufactures d'armes-blanches et d'armes à feu, et la fabrique de 
poudre à tirer n 

/. GORANI — Mémoires secreti et critiques des cours, des gouvernemens et des moeurs des prin- 
cipaux états de l'Italie. — Paris, Buisson, 1793. — T. I, pag. 370. 

{5) Ho fatto qualche ricerca per identificare un poco più precisamente questo vescovo di Martirano, 
Dal sindaco di quel paesello non ho potuto appurar molto: m'ha, cortesemente, soddisfatto, invece, il 
sindaco di Fuscaldo. Del De Bernardis mi occuperò in un mio " Casanova a Napoli \ 

XXI 



Napoli il 16 settembre del 1743 e subito si reco dal Polo, in casa del 
quale conobbe, tra gli altri, il Genovesi e il marchese Galiani, fratello del- 
l'abate famoso Ferdinando che, venti anni appresso, avrebbe incontrato a 
Parigi in qualità di segretario d' ambasciata del conte di Cantillana. ( 6 ) 



(6) Ferdinando Galiani nacque in Chieti (Abruzzi) il 2 dicembre del 1 728. Suo padre era, in Chieti, 
Uditore Reale. Il piccolo Ferdinando fu mandato a Napoli quando aveva otto anni: vi raggiunse suo fra- 
tello Bernardo, che il Casanova pur afferma d'aver conosciuto. I due fratelli vivevano in casa di Cele- 
stino Galiani, vescovo di Taranto e Elemosiniere del Re. Quando il vescovo fu da Carlo III spedito a Roma, 
i due ragazzi furono posti a educare presso i Padri Celestini. È noto il resto della vita del famoso Ferdi- 
nando, uno de* maggiori e più attivi e più spiritosi ingegni napoletani. 

Casanova fa la costui conoscenza a Parigi. E a proposito del Galiani egli scrive : " Ho veduta una 
sposizione dell' Iliade in vernacolo napoletano, che non è, a dir vero, né traduzione, né parafrasi: io non 
saprei ben decidere cosa ella sia, quando non volessi dire, che ella mi pare una parodia, piena e di licenze 
e di grazie, dotta, burlesca, bella per un verso e, secondo me, brutta per l'altro. Certamente ella è cosa 
non per altro stata composta che per far ridere. Don Ferdinando Galiani (che per la sua dottrina fu a Parigi 
chiamato un uomo e mezzo) leggendomi in Napoli questa parodia diceami ch'ella è un capo d'opera. Io 
invidio le teste, alle quali ogni cosa in questo mondo offre materia di riso ; le ho per molto più felici delle 

altre e consento che soggetto delle loro lepidezze sieno 
anche l'opere serie, ma vorrei, oltre il libro dei libri, ve- 
nerata anche l'Iliade. L'encomiatore di quella troppo fa- 
ceta parafrasi m'aggiunse che lo stile napoletano non potea 
a men di non far ridere, e che non v'è materia sì grave, 
che, posta in quell'idioma, non divenga lepida, e giocosa. 
Io mi rallegrai allora, che non fosse a' Napoletani venuto 
mai voglia di tradur la Bibbia ". (V. Proemio all'opera 
Dell'Iliade di Omero, tradotta in ottava rima da GIA- 
COMO CASANOVA, Viniziano — Venezia, Modesto 
Fenzo, 1775-78). 

E da notare che, nel passo citato, Casanova dice 
che il Galiani gli ricordò soltanto una traduzione vernacola 
napoletana dell'Iliade : pare che l'abate non abbia mai 
parlato d'una somigliante traduzione della Bibbia. Nelle 
Memorie è asserito, invece, che il Galiani abbia fatto men- 
zione d'un volgarizzamento napoletano della Bibbia stessa. 
Può essere uno de' parecchi arbitrii a' quali si concesse il 
riveditore del testo delle Memorie, signor Laforgue, il 
quale chissà quanto là dentro avrà ficcato di suo! 

Di opere parecchie della letteratura classica si sono 
avute traduzioni in dialetto napoletano: la Batracomioma- 
chia fu tradotta da Francesco Mazzarella Farrao, Francesco 
Bernardo Costantino tradusse in ottave dialettali napoletane 
il IV libro dell'Eneide, Francesco Balzano tradusse l'Odia 
sea, il Mazzarella Farrao la Buccolica e la Georgica an- 
cora, tradotte pure da Michele Rocco (Emerisco Diceale), 
L'ABATE FERDINANDO GALIANI. Carlo Mormile le Favole di Fedro. Incitato dal caporuota 

Da un acquaforte di Vivant-Denon. 

Biblioteca Nazionale di Parigi - Gabinetto delle Stampe. Muzio di Majo, Niccolò Capasso cominciò una traduzione 




XXII 



Poi, in casa della duchessa di Bovino — una signora dell'alta aristocrazia 
napoletana — Casanova è presentato " al più saggio dei napoletani*, al- 
l'illustre don Lelio Cor afa de' duchi di Maddaloni, marchese d'Arienzo, 
amico di Re Carlo III, Grande di Spagna e Capitano Generale del- 
l' esercito. La duchessa di Bovino, per trattar Casanova alla napoletana, 
come lo vede gli dà del tu, e don Lelio già gli vorrebbe affidare l'edu- 
cazione di un suo nipote, il duchino don Carlo. Ma Giacomo, fortuna- 
tamente pel duchino, prega il marchese di volerlo dispensare da una so- 
migliante bisogna. Ha ben altro pel capo: ora, con addosso un magnifico 
vestito di panno turchino che gli ha regalato un amico della Bovino, quei 
sessanta ducati che ha avuto dal Polo e i denari che ha cavato al greco, 
l'audace abatino non desidera che di presto trovarsi a Roma ove due lettere 
di don Lelio lo presenteranno e raccomanderanno al cardinale Acquaviva e 
al padre Giorgi, prelati che lì son tenuti in moltissimo concetto e amici, 



dell'Iliade e giunse fino a una parte del settimo libro. 
Sedici anni dopo la morte del Capasso un suo nipote, 
Francesco, fece stampare quella traduzione, nel 1761. 
E, publicata dalla Stamperia Simoniana : v'è in fronte 
il ritratto del Capasso inciso da Filippo Morghen, e la 
precede un poemetto satirico, in versi sdruccioli, contro 
il Sistema della tragedia di Qian Vincenzo Gravina. 

Nel suo libro sul Dialetto napoletano (Napoli, per 
V. Mazzola Vocola, 1 779), il Galiani afferma che quel 
travestimento di Omero può sicuramente dirsi superiore 
a quanti in simil genere di scherzi abbiansi in qualun- 
que lingua. Cita pur una traduzione in vernacolo na- 
poletano dell'Eneide, di Giancola Sitillo, ch'era il ge- 
suita Nicola Stigliola. Di traduzioni della Bibbia non 
parla mai: non ne esistono, ch'io sappia. 

A Dux, il signor Aldo Ravà che vi ha felicemente 
compiuto molte sue ricerche, e credo esaurienti, tra le 
carte di Casanova, pare che v'abbia pur ritrovato una 
costui traduzione dell'Iliade in dialetto veneziano. Cosa 
di cui, fino a questo punto, dubitava il prof. Teza che 
s'è occupato della traduzione in lingua dello stesso Ca- 
sanova. (V. Di Giacomo Casanova traduttore dell'Iliade. 
Nota di E. Teza. Padova, Tipografia G. B. Randi, 1910). 

Per gli studii sull'Iliade Giacomo Casanova rimase 
otto giorni nella Biblioteca di Wolfenbuttel, una delle 
più ricche d'Europa, pigliandovi sull'///aJe e sull'Odissea 
una quantità di notizie che si trovano nelle sue note 
all'Iliade. Questo trovo detto appiè della pagina 80 della 
edizione di Mémoires, tomo VI, Flammarion, Parigi. 




CARLO IH DI BORBONE 
Da un dipinto del Mengs - Incisione di Raffaele 



Morghe 



XXIII 



anzi intimissimi, del Papa. A Roma, in un caffè di Via Condotti, frequen- 
tato specie da abati e donnette allegre, egli sarà tra poco iniziato al per- 
siflage letterario e politico e conoscerà, tra un'ibrida folla di maldicenti, di 
viveurs, di poeti e di ragazzacce, perfin quel famoso Peppino della Mam- 
mana, soprano teatrale che ha debuttato al Valle nel carnevale del 1 739 
e che ora canta al Capranica qualche volta e tale altra all' Argentina, 
con felicissimo incontro. 

Per poche altre ore, fra tanto, il figlio della Zanetta potrà godersi 
questa Napoli ove la fortuna gli è rimasta accanto un po' da per tutto e 
ch'egli sarebbe assai lieto di non abbandonare se Roma — la ville unique 
où l'homme, partant de rien, peut parvenir à tout — non lo invitasse a spe- 
rimentare su più acconcia e vasta scena le particolari attitudini d'un che 
stima la vita per quella gran commedia eh' è davvero e si piace pur di reci- 
tarvi allegramente la parte sua. Eccolo ancor qui a Napoli, pel momento. 

Egli se ne va, pensoso e quasi lagri- 
moso, ora per la popolata e caratteri- 
stica Piazza del Castello, ora per la 
bella Via di Toledo eh' è sembrata 
così festevole, così piacevolmente ro- 
morosa, così nuova al suo sguardo os- 
servatore, avvezzo per altro alla pace 
un po' malinconica della tranquilla Ve- 
nezia. Partirà tra poco: ha già fissato 
il suo posto in una carrozza ove gli 
altri tre saranno occupati da due si- 
gnore romane e dal marito d'una di 
costoro, giovane e allegro paglietta na- 
poletano. A Capua, perchè si riforni- 
scano di cibo e di riposo i cavalli e i 
viaggiatori, l'auriga, pratico del luogo, 
caccia quelli in una stalla e questi altri 
in una cameraccia di locanda ove due 
grandi letti son collocati l'un di faccia 
all'altro sotto un velario di ragnatele. 
Si pranza in cinque alla medesima ta- 




xi. " MUSICO „ BEPPINO DELLA MAMMANA 

Da un disegno di Pier Leone Ghezzi. 
Raccolta Ottoboniana Vaticana - Roma. 



XXIV 







M./7flA4 CAROLINA 

Regina di Napoli 
(1786) 



Disegno e ine. di Boutelou. 



Collezione E. Ricciardi - Napoli. 



vola, e il pranzo è fornito, com'è costume, dallo stesso vetturale che, anch' egli, 
prende posto a quel desco. A notte inoltrata le signore mostrano il desiderio 
di andare a dormire: Casanova, pudicamente, s'affretta pel primo a ficcarsi 
in uno dei letti ove avrà per compagno il faceto avvocato, e così, voltato con 
la faccia contro il muro del corsello, permette alle donne di svestirsi..... 
senza controllo. Ora la discreta lampada e spenta: l'oscurità riempie la stanza: 
il paglietta già russa. Poco prima egli ha detto, sorridendo, all'abatino : 

— Sarò io dunque che avrò l'onore stanotte di dividere il letto col 
signor abate? 

E l'abatino gli ha risposto senza scomporsi: 

— Se le piace. Ma si potrebbe fare anche altrimenti. 
Ricordano, adesso, questo suggestivo discorso le donne? Pare. Elle 

pispigliano e ridon piano nel loro letto. Seguita a russare il paglietta. E 
l'abatino, con gli occhi spalancati nel buio, chiede invano a Morfeo che 
presto glie li rinserri..... 




LJiciott' anni appresso il signor Giacomo Casanova rivede, assai contento 
di ritornarvi, l'indimenticabile Partenope. Vi torna, per altro, non più in cerca 
di protettori e di fortuna, ma da tomiste ben guarnito e più che mai ben 
disposto a spendere il denaro ch'egli ha ultimamente guadagnato correggendo 
qua e là, come ha potuto, la fortuna medesima. E arriva a Napoli nel 
dicembre del 1 760, mentre il Vesuvio minaccia una delle sue più formida- 
bili eruzioni e la plebe napoletana porta in giro per le piazze la statua del 
suo proteggitor glorioso San Gennaro. ( 7 ) Accompagna il Casanova l abate Al- 
fani, uomo dello stesso colore di Giacomo e qui a Napoli conosciuto assai 



(7) Quando tornò a Napoli il Casanova per la terza volta prese alloggio all'Hotel Crocelle al Chia- 
tamone. Lì i P.P. Ministri degl'infermi, detti Crociferi, avevano comprato alcune case e fatta fabricare una 
chiesa, affrescata dal de Matteis, che poi vi fu sepolto nel 1728. La locanda, che in una di quelle case 
era intitolata Hotel Crocelle, passava per una delle più frequentate e signorili del tempo. Nel 1 785 v'erano, 
tra gli altri, di passaggio per Napoli, il Ball di Suffren, Milord Grey, il cav. Swale, il colonnello Grand- 
ville, il Nunzio a Parigi monsignor Dognoni, il Duca di Curlandia e due signoroni inglesi, il cav. Harpel 
e il capitano Wuold. V'era anche albergato un Cavalier di Waldstein, (V. " Gazzetta civica napoletana " 
del 1785). 

S. di Giacomo • Casanova • 4 • 



poco favorevolmente dal solito diletto che si prende di gabellare per antiche 

ed autentiche le monete rare eh' egli si fabrica comodamente in Roma 

e di cui fa un lieto commercio co' collezionisti afflitti da una manìa numi- 
smatica eh' è salita più in moda da quando s'è scoverta Pompei. L Alfani, 
che — a serbar l'incognito in Napoli — si finge segretario del Casanova, 
or vorrebbe, spaventato da quel che per via gli vanno dicendo dell'eruzione 




NAPOLI AL TEMPO DI CASANOVA 
Il " Guatandone " con la chiesa dei Ciocifer 



e del pericolo imminente, tornarsene a dietro. Ma Casanova, che se ne infi- 
schia, gli Va ripetendo pacatamente la frase incitativa onde Plinio incorag- 
giava il suo pileta e lo spingeva a' lidi stabiani. Così, sull'alba di quel 
dicembre del 1 760, l'incantevole città, dove è poetico tutto e tutto è nuovo 
all'occhio de' suoi visitatori, torna ad accogliere festosamente il girovago fi- 
gliuolo della Zanetta. 




XXVI 



(cinque anni quasi erano scorsi da quel dell'evasione di Qiacomo Ca- 
sanova da' Piombi ed ella pareva ancor nuova ogni volta che, per bocca 
di lui e per la sua singolare e cospicua narrazione, la conoscessero, nelle 
sue quasi meravigliose peculiarità, gli eclettici salotti per ove bazzicava, 
soffermandovisi di volta in volta lungo il suo cammino avventuroso, quel 
non mai stanco giramondo. 

Ch' egli molto desiderasse discorrerne davvero non mi pare : non troppo 
vi s'indugiano le sue Memorie dopo que' loro copiosi capitoli onde la fuga 
v'e tutta esposta, così come nella edizione unicamente e primamente com- 
pilata per essa, ne' suoi particolari più minuti. 3\fon vi pare di accorgervi 
che piacesse poco a un uomo che or cominciava a pretendere pur qualche 
stima di serietà letteraria e sociale — per quanto pur non si sapesse di- 
vezzare dalle inveterate abitudini sue — restituirsi a' tempi ne' quali era 
stato il degnissimo scavezzacollo che i birri di Messer Grande avevano final- 
mente acciuffato ? Qua e là — per lettere, specie di suoi conoscenti o di 
tale che ha la curiosità d'avvicinarlo in qualcuno di quei convegni spirituali 
italiani in cui la pomposa discussione de' sistemi filosofici si mescola alla 
più sottile maldicenza e, nel cantuccio d'una finestra, segue all'arcadica 
arietta, che quasi ha sospirato la scolara del Metastasio Isidea fègirena, 
la pur sommessa declamazione d'un grassoccio sonetto onde l'abate Ciaccheri 
loda le sue recondite opulenze — si viene a sapere che il signor Giacomo 
ha ceduto alle premure della padrona di casa e s'è rimesso a colorire, con 
l'ornata e pittoresca sua parola, la storia delle sue prodezze. Così a Roma, 
nelle sale della marchesa Qentili Boccapaduli e in quel sontuoso suo palazzo 
in via San Nicola in Arcione, ove Alessandro Verri lo incontra: così a' rice- 
vimenti letterarii che pur in ^oma offre la principessa di Santa Croce, du- 
chessa di Fiano. Così egli ha fatto, a 'Parigi, dal Cardinal de Bernis, e 
ancor nelle stanze private del ministro Choiseul mentre costui si fa radere 
e pettinare: così, di mano dello stesso Casanova, un sommario resoconto 
della meravigliosa evasione ha potuto fin pervenire alla Pompadour, che 
ne rimasta incantatissima. Appresso la bella storia non sarà da lui ripetuta 
nisi amicis idque coactus ; ora a ZNjapoli, quando l'avventuriero vi torna 
dalle sue punte a Parigi, in Olanda, in Qermania e nella Svizzera, già 
il Balbi, l'Asquin, il Fenaroli, Soradaci e gli altri compari del signor Gia- 
como si sono andati a chiudere in quel vasto casellario eh' e il suo cervello 



XXVII 



rammemoratilo sul quale nessuna più lieve amnesia può soffiare. Verrà tempo 
in cui tutti costoro ne riusciranno, e si riatteggeranno di fronte a quella pro- 
digiosa memoria rievocativa che non una sola dimenticherà delle loro parole, 
non uno de' lor più trascurabili atteggiamenti. 

La narrazione del Casanova, voglio dir quella ch'egli fa della sua 
fuga, non può non esser veritiera: ho saputo per altro che un solo casa- 
novista la infirma: il dottor Guède — l'homme de France qui connait le 
mieux Casanova et ses "Mémoires" et qui a proprement revécu la vie de 
l'aventurier et suivi sa piste a travers l'Europe.... A Venise il a refait pour 
son compte la fameuse évasion des Plombs et reduit le recit de Casanova, 
par cette expérience decisive, à de plus vraisemblables proportions. Pour 
Mr. le docteur Guède Casanova s'est bien evade mais d'une facon moins 
romanesque et avec la complicité du noble Bragadin ( 8 ). Così, in una delle 
recentissime puhlicazioni francesi casanoviane, il signor Edouard Maynial, 
che vi s'indugia particolarmente sul tempo che il cavalier veneziano ha pas- 
sato a Parigi, sulla d'Urfé che vi fu delle principali sue vittime, su Vol- 
taire e Casanova, quest'ultimo spesso mettendo a raffronto del non meno 
famoso illusionista e fascinatore conte di Saint Qermain, pericoloso avversario 
pel signor Giacomo poiché, troppo gli somigliava e troppo anche lui s'occu- 
pava, e con frutto, d'occultismo, di cabale e d'intrighi. 

Pare, per tornare ai dubii sulla veridicità dalla fuga, che il Maynial 
presti fede al dottor Quede. Questi, fra tanto, potrebbe render più copioso 
il numero de' devoti alla sua scoperta quando solamente si decidesse a te- 
nersela men riposta fra tante altre che pur fanno parte del ricavato delle 
peregrinazioni e delle indagini scrupolose ond'egli è lodato tra' casanovisti con 
un rispetto e una fede le quali più crescono quanto più restano severamente 
muti que' suoi definitivi commenti. Io sono un di coloro che affatto li 
ignorano e me ne sento più defraudato che mai, specie adesso, a proposito 
Je//'Histoire de ma fuite, intorno alla quale s' è aggirato il sospetto di 
qualche mezza dozzina di predecessori del Guède, il Foscolo tra costoro 
e tra' primi, tra' più vicini a noi l'eruditissimo abate Rinaldo Fulin. Ma 
conoscono ormai tutti lo scritto imparziale e sereno onde il d' Jlncona ( 9 ) 



(8) EDOUARD 3&AYNIAL - Casanova et son temps. — Paris, Mercure de France, 1911, 
pag. 13. 

(9) In Nuova antologia — Seconda Serie, voi. XXIV, Roma, pag. 439 e segg. 

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rispettosamente volle ribattere alle opinioni del Fulin; sanno tutti, ancora, 
di che scarsa cognizione, per non dir competenza, s'accendeva il Foscolo 
nell'esame e nella critica di cose venete pur de' suoi tempi; e dovrebbero 
ormai tutti immaginare che a Dux, in quella biblioteca che il conte di 
Waldstein affido alle cure di Casanova, si debbano trovare tra le carte del 
Casanova stesso i documenti più espressivi e attendibili che lumeggino e 
confermino uno degli avvenimenti più singolari della vita di lui. 

La "Fuga da' 'Piombi* ottiene uno de' primi controlli, un degli annunzii 
più immediati da un passo del diarista veneziano Benigna, contemporaneo. 
In data 1 novembre 1 756 egli nota : Scampo di sotto ai Piombi del 
p. Marin Balbi somasco fu ant. et di Giacomo Casanova, montati in gon- 
dola al traghetto di S. Zorzi alla Cecca ( ,0 ). 

Nel 1788 Casanova la stampa a Lipsia, com'è detto sul frontespizio, 
presso — pur com'egli v'annunzia, — le noble de Schonfeld. Ma quella 
indicazione e falsa come l'altra che si legge in fronte alla Confutazione 
di Amelot de la Hussaye che non in Amsterdam e presso Pietro Morher, 
sì bene fu stampata a Lugano, nel Canton Ticino, presso il dottor Agnelli, 
prete, impressore e teologo. Jlncora: al conte Marcolini, a Dresda, scrive 
Qiacomo Casanova da Praga — mentre vi bada alla stampa della Fuga 
e a fornire al Berka, incisore, gli elementi per le due illustrazioni che si 
trovano in quel libro — verso la metà del 1 787, annunziandogli che resterà 
a Praga fino alla fine di settembre di quell'anno stesso, car l'impression a 
grand besoin de ma présence. Gli dice pure che il prezzo del volume e 
di un fiorino e mezzo, che già ottanta soscrittori egli ha soltanto in 'Praga 
e che spera che i venticinque esemplari della Fuga stessa ch'egli, per sug- 
gerimento del buon conte di Waldstein, avrà l'onore di spedire al Marcolini, 
costui certo amabilmente gli potrà far vendere. ( n ) In una lettera del conte 
Jlntonìo Ottaviano di Collutto, signore di Pirnitz e molto amico del Ca- 
sanova,^ 1 ) costui scrive, ancor da Praga VII di luglio del 1788: « // 
libretto che contiene la storia della mia fuga da' Piombi si vende dal libraio 
Qay. Quantunque sia una miseria io lo offro in dono all'abbate D. Ve- 



(10) Da un ms. nella biblioteca di S. Marco. Comunicazione fatta al d'Ancona dal dottor Hermann 
von Lohner. 

(11) Vedi pag. LXXIX. 

(12) V. MOLMENTI - Carteggi casanooiani - Firenze, Tip. Galileiana, 1910, pag. 27 

XXIX 



nanzio e, se così pare, a V. E. scriverò al capitano Draghi di presentarglielo. » 
Dunque nel luglio 1788 già esso era stato licenziato, e da un pezzo: il 
patrizio Zaguri ne ha ricevuto una copia sul dicembre del 1787 e ne 
ha pure scritto al signor Qiacomo < 13 ) a 2 di gennaio del 1788: l'Histoire 
de ma fuite è dunque stampata a Praga ed uscita, come si diceva, disotto alli 
torchi tra il fin d'ottobre e il capo di novembre del 1787. Chissà se Ca- 
sanova ha notato la strana combinazione la quale gli doveva certo ricordare, 
come quel verso di messer Lodovico ch'egli a posto a segno infallibile 
della sua evasione, questa paurosa e pur gloriosa data. 

A chi pare che, per dire delle vicende della sua evasione, il Casanova 
ne abbia attinto le più impressionanti proprio dalla sua fantasia? Al Quede 
solamente, fin qua — ed egli avrà ben sue ragioni per farcelo credere. Ma 
dell'aiuto che al suo caro protetto avrebbe fornito il Bragadin non e traccia 
in alcuna lettera dello Zaguri, che pure fu intimo del Casanova, non è 
parola in quella del Memmo, che vede qui la luce per la prima volta, ( ,4 ) 
non è detto in nessun modo nelle due del Fenaroli le quali il signor Aldo 
Ravà, durante un suo lungo e fruttuoso sopraluogo a Dux, ha rinvenuto, 
tra molte altre indirizzate al Casanova stesso ( ]5 \ nella biblioteca del Waldstein. 
E che sono quelle note, ch'io pure publico alla fine di questo libro, di 
fabbri e di falegnami i quali furon chiamati a rifare tutto quello che di 
mano del fuggitivo era stato forato, rotto, o sconquassato? L'ottimo Bragadin 
lo avrebbe aiutato? Bene: tanto meglio: e quando questo sarà indiscuti- 
bilmente provato, tanto meglio ancora. 




Il testo dell' Histoire de ma fuite non è precisamente uguale a quello 
eh' è introdotto nelle Memorie. Le aveva già principiate a scrivere il Ca- 
sanova quando si recò a Praga per la stampa dell' Histoire? dell' Histoire 
medesima si servì appresso per i due capitoli che in Mémoires s'intrattengono 



(13) Vedi Casanotìiana. 

(14) Vedi Casanotìiana. 

(15) V. e. s. 



XXX 



della fuga? Abbandono una somigliante indagine a quanti casanovisti vor- 
ranno seguitare a spulciare il cavalier de Seingalt, Lorenzo Basadonna e 
lo sfregia Soradaci. Certo e che in quelli anni si rese maggiormente ma- 
nifesta, per parecchie publicazioni che quasi si rincorsero, l'attività produttiva 
dell'esule da Venezia, il quale a Dux era costretto a interrompere il suo 
già un po' stanco peripatetismo e, tra i rigori d'un nordico verno, rima- 
nersene chiuso o nella biblioteca affidata alle sue cure sapienti o in quelle 
stanzucce, qualche poco lontane dalla biblioteca medesima, che il conte 
di Waldstein gli aveva pur destinato pe' suoi riposi meditativi 

" On dit que ce Dux — di que' tempi scriveva il Casanova — est 
un endroit delicieux, et je vois qu' il peut V étre pour plusieurs ; mais pas 
pour moi, car ce qui fait mes delices dans ma vieillesse est independant 
du lieu que j' abite. Quand je ne dors pas, je rève, et quand je suis las 
de rever, je broye du noir sur du papier, puis je lis, et le plus souvent 
je rejette tout ce que ma piume a vomi ( 16 ) ". 

Già nel 1 780, nella quarta puntata d'un Messager de Thalie, ch'egli 
andava publicando in Venezia per illustrare una compagnia di comici 
francesi la quale vi recitava al teatro di Sant'Angelo, Casanova ha con- 
fessato questa fregola, che sempre più lo punge, di continuamente imbrattar 
carte e assieme, ancor una volta, le ragioni dell'abito suo di scrivere in 
francese : 

11 ... Quant a moi, depuis que la grafomanie m'a gagné, je me trouve 
fort heureux de dépendre des lumieres de deux censeurs & de l'autorité de 
deux autres toutes les fois qu'il me vient envie de publier quelques unes 
de mes reveries. Si en les relisant je ne me trouve pas content du stile, 
ou de la pureté de ma langue, ce qui m'arrive de fois à autre, je trouve 
mauvais que la loi n'ait pas etabli un troisième censeur sur la diction de 
tout ouvrage. Je ne voudrais pas cependant en avoir un pour cette feuille, 
car la francoise n'etant point ma langue, je n'ai nulle pretension, & a tort, 
& a travers je couche sur le papier tout ce que le ciel fait sortir de ma 
piume : si cependant on m'attaquoit je me defendrois. J'enfante des phrases 
tournées a l'italienne, ou pour voir quella figure elles font, ou pour en faire 
naitre la mode, & souvent aussi pour attirer dans le piege quelque puriste, 



(16) ALDO RAVÀ. - Studii Casanoviani a Dux. — In Marzocco, 18 settembre 1910, Firenze. 

XXXI 



docte critique, qui ne connoissant pas de quelle humeur je suis, bien loin 
de me facher, m'amuseroit " ( ,7 ). 

Con quella Je/Z'Histoire va quasi di pari passo la stampa dell' Icosa- 
meron (Praga, 1788); una Solution du problème déliaque è impressa a 
Dresda nel 1 790 ( ,8 ), e in quello stesso anno e in quella città medesima 
pur appare la breve opera matematica: Corollaire de la duplication de l'héxaedre. 
Divisa in ventitre capitoli s'inizia quest'ultima con un avant-propos che a 
un punto espone una curiosa figurazione del cubo : la croce. La compongono 
due rettangoli allungati e intersecati e il segno è chiaro ancor fuori del 
suo senso geometrico: e un segno di cristianità, e par che Voglia manifestare, 
se pur timidamente, le convinzioni resipiscenti in cui Giacomo Casanova 
ha poi chiuso gli occhi suoi stanchi. 

Sul lettuccio, ove il suo misero corpo dolente e smagrito ha fatto il 
fosso, egli a un tratto si rizza fino a mezzo la persona e stende le mani 
esangui e tremanti a quanti gli stanno intorno, a que' domestici del Wald- 
stein che fin qua l'hanno deriso e fin percosso, a quel nobile principe di 
Ligne il quale lo contempla con pietà e con terrore, che lo comprese, 
ancora, e che fu suo amico reverente e sincero — e quelle mani tremanti si 
agitano e par che minaccino, pur mentre, raccogliendo tutta la sua voce, 
Giacomo Casanova urla, già quasi colpito dall' ala fredda della morte : 
O voi che siete qui e m'udite, sappiate dunque ch'io vissi da filosofo, ma 
che muoio da cristiano ! 




Ilo conosciuto il signor Giacomo Casanova, o — per dir più giusto — 
ho riveduto il signor Giacometto, come lo chiamava talvolta quel suo caro 
amico Zagurì, qualche mese a dietro, a Portici, nel gran cortile di quel 
Real Palazzo, già quasi tutto investito dalle ombre che seguono al tramonto 



(17) Quarta puntata del Messager de Thalie. - Biblioteca Querini-Stampalia, Venezia. - Opuscoli 
miscellanei - N. 3033 - XX - 3. 

(18) Solution du problème Déliaque demontrée par JACQUES CASANOVA DE SEINGALT 
bibliothécaire de monsieur le Comte de Waldstein seigneur de Dux en Boheme etc. - A Dresde, de 1 im- 
prìmerìe de C. C. Meinhold, 1790. 

XXXII 



invernale, ombre che d'un subito si raffittiscono e raffreddano quelli archi 
e i recessi profondi del magnifico porticato. Risalivo dal bosco su per il 
viale maggiore che dal sontuoso edificio declina al Granatello, un picchi 
porto ove si radunano i velieri di Torre del Greco e le paranzelle di Resina. 
A mezza via m ero soffermato e voltato. Poco prima quella breve conca 
di placide acque specchianti s'era tutta accesa: s'erano illuminate le na- 
vicelle fin su' culmini de' loro alberi terminati da una lanterna o da una 
bandieruola, e arrossate tante inquiete figure che or apparivano a prora e 
or a prua, e ora saltavano da una barca a un'altra, e ora si piegavano, 
o ammainavano vele, e or pareva che improvvisamente si sprofondassero 
nel mare stesso, scena silenziosa d'una silenziosa e frettolosa fatica. In 
quel punto, verso l'estrema parte di Napoli, il sole scendeva. ZNjell'in- 
cendio immane, in cui pareva ch'esso quasi si sciogliesse, la cresta delle 
colline di Posillipo e dei campi Flegrei non si vedeva più: le aveva 
tutte avviluppate quel fuoco, in una vampa diffusa. (^ // gigantesco river- 
bero, come un'aurora sanguigna, ne restava per buon tratto nel cielo — 
un cielo teatrale, largamente pennelleggiato di vivide fasce arancione. 

Davanti alla interiore facciata del Palazzo Reale di Portici è un 
duplice loggiato il quale sovrasta al bosco. A' due lati di quelle terrazze 
scoperte — ampie, lunghe, ornate di balaustre monumentali su cui stanno 
busti marmorei drappeggiati — inclinano al bosco due rampe e, ove l'at- 
tingono, è già tutto un aggrovigliamento d'alberi, un verde alto e impe- 
netrabile, che disegna sul cielo come tante chiome, or acconciate ora 
scomposte. Adesso l'erba corta e umida copre, inegualmente, il viale maggiore, 
abbandonato anch' esso e incolto, come tutte le cose di quella fabrica 
regale e di quel superbo componimento agreste di cui gli uomini e pur la 
letteratura settecenteschi eran certo più degni. 

Coglievo in quel punto negli ultimi suoi tratti l'agonia del tramonto, 
rapida agonia che nel colore del cielo e del mare generava mutazioni 
bizzarre. Jldesso le acque del Granatello, come quelle d'uno stagno freddo 
e oscurato, si tingevano di ferruggigno, e le navicelle diventavano nere, e 
il parapetto screpolato della banchina anneriva, e le foglie grandi e car- 
nose d'un ficodindia, rampollato da un crepaccio del parapetto e già pro- 
spero ed alto, si stagliavano come un immoto Ventaglio nero sopra il mare 
e sul cielo. ZNjel lontano era ancora un lume diffuso, violaceo. La sera 

XXXIII 

S. di Giacomo • Casanova • 5 



avanzava prestamente, l'aria già quasi cominciava a pungere: un profondo 

silenzio si spandeva attorno e s'empiva d'una tristezza lieve, odorosa del 

timo e della mortella del bosco. In fila, sulle balaustre delle terrazze bor- 
boniche, l'arcadica serie de' busti biancheggiava nelle ombre. 




l\on ho qui riveduto il cavalier Giacomo Casanova, V abatino che 
una prima volta passò di qua per recarsi in Calabria, dal Vescovo di 
Martirano, a farsi prete? Ma sì, eccolo: egli avanza, ed esce dalle oscurità 
del cortile della Reggia e mi viene incontro. Ha un mantello rosso, un 
tricorno orlato di pelliccia bianca, del bel merletto a sbuffi sullo sparato 
del panciotto ramagé d'argento, e in mano una canna d'India dal pomo 
di porcellana dipinta. E un bell'uomo sui quaranta, da' grandi occhi lu- 
minosi e incantatori, dalle mani signorili, delicate, inanellate, dalla voce 
calda e pur sonora, dalla figura vantaggiosa che s'atteggia sempre con 
eleganza. Non è più l'abatino veneziano, scarso in panni e in quattrini, 
umile e malizioso, che a piedi ha compiuto il cammino da ^Napoli a 
Portici e che bighellona in que' paraggi per cercare di cominciare a cor- 
reggere la sua fortuna ; non e. più il letteratino precoce il quale mescola 
a' suoi decenti esametri latini qualche scollacciato madrigale indirizzato 
alla ballerina Cavamacchia o alla domina protettrice, che gli ha carezzato 
il mento liscio e s'è a lungo lasciato baciar la mano. E' il Casanova 
che a Martirano, nella povera e semplice casa del vescovo, è riescilo a 
persuaderlo che non si diventa ma si nasce prete, e ha lanciato ridendo 
il suo zucchetto di seta di là dall'orto di quel bonario prelato. E' il 
Casanova che torna a Napoli dopo essere scappato da' Piombi e parecchio 
vissuto a 'Parigi, ove, nel foyer della Commedia Italiana, ha conosciuto 
assai scavezzacollo partenopei e a qualcuno di costoro ha pur dato la 
posta a Napoli, in qualche nota casa da giuoco o in qualche salotto 
principesco, ove il marito gentil queto sorride e la sua signora presta più 
l'orecchio all'ultimo pettegolezzo che alla cascatella di note onde il cem- 
balo, sotto le dita grassocce e pur agili d'un maestro di cappella, com- 
menta la Ninetta al chiaro fonte.... 

XXXIV 



E' il Casanova, insomma, che, a traverso la non pigra vita del suo 
secolo, ha già avuto il modo di sperimentare tutte le sue pericolose qualità, 
poi ch'egli è bell'uomo ed e noto per la sua fuga dalle prigioni e per 
le sue cabale, poiché è filosofo cinico ed è poeta, poiché parla il francese 
e tradisce le donne, ed è sentimentale ed è spietato, e giuoca al faraone 
e comenta 'Plutarco. Chi meglio di costui, che ne conosce tutta la 
essenza, pub rimettere davanti a gli occhi miei, riassumendola in quest'ombra 
che mi sfiora, la vita di quel suo tempo così portentosamente grande e 
nullo in cui stavano assieme il più severo razionalismo e la credulità più 
facile e passiva, l'ateismo financo e la più innocente puerilità di tante 
autosuggestioni, l'esercitazione mirabile dello spirito scientifico de' filosofi 
e degli enciclopedisti e l'occultismo che perfin qualcuno di costoro riesciva 
a trascinare tra le misteriose fiamme de' suoi cerchi infernali? I moralisti 
che lo condannano, senza badare ch'egli ne, il portato genuino, continuano 
ad esser di quelli che non hanno in se medesimi nulla di quel qualcosa 
di più che certi altri alitano e soffiano in alcune figure di patrimonio 
storico ed etico, perchè respirino l'aria eh' è stata la stessa nel lor tempo 
ed oggi, perche parlino, e s'esprimano, e sappiano dire quali sono le loro 
sofferenze e le loro gioie, e — come nel caso del signor Qiacomo — di 
mezzo alla cipria, al persifflage, alle cose del teatro o della politica, 
dell'amore o dell'arte, vi susurrino all' orecchio, come una di quelle timide 
e pietose confessioni di certi uomini che passano per singolari, il segreto 
della loro esistenza e l'angoscia e l'orrore della loro ascosa debolezza. 




VJra il signor Giacomo Casanova mi s'è dileguato d'innanzi: nella 
notte che sopravviene s'è come, a mano a mano, confuso. E la mia fan- 
tasia quasi vuole ch'egli appartenga a questo mistero della notte, a que- 
ste oscurità nelle quali io cerco di pretendere che quella figura rientri e 
si mescoli e si dissolva. No, non oso afferrarmi al suo mantello rosso 
come fece don Cleofa Perez y Zambullo, quando s'avvinchib al Dia- 
volo Zoppo per viaggiare con costui: dove mi condurrebbe il mio com- 

XXXV 



pagno? Lo so: da per tutto, ancora da per tutto: e poi finalmente rica- 
scheremmo a Parigi ove, a un tratto, nel levargli in faccia il mio sguardo, 
una dolorosa meraviglia sarebbe suscitata in me dal novo aspetto che im- 
provvisamente avrebbe assunto questo essere unico, inquietante, vertiginoso, 
fin qua paurosamente irresistibile, adesso investito dalle prime avvisaglie 
della vecchiaia e della stanchezza. La vita è la vita, ed e triste. Ora il 
bel fauno in calze di seta mi comincerebbe a mostrar polpacci cascanti, 
mi farebbe udire dimesse parole e io non lo vedrei di volta in volta 
sorridere se non di un malinconico sorriso. Ahimè! Or egli sta per ac- 
cettare l'amabile intervento del principe di Ligne e il posto che il gene- 
roso Conte di Waldstein gli vuole offrire!... Giacomo Casanova s'allon- 
tana, così, quasi in tutto dal mondo, e forse e contento di riparare ove 
nessun di coloro che l'hanno conosciuto tra le sue sontuose vittorie potrà 
ritrovarlo sconfitto. Lo andrò io a cercare laggiù, a Dux, nel castello de' 
Waldstein, tra i silenziosi viali del boschetto per ove quel vecchio qualche 
volta s'aggira, solo, lento, pensoso, a quando a quando arrestandosi davanti 
a una delle pallide erme onde quel verde e interrotto? Chi lo sa? Quella, 
mi sembra, che pub meglio tentare l'osservazione e la meditazione di un 
biografo di Casanova è la sua decadenza — questo avventuriero era un 
letterato, un poeta, un esteta, e però nulla mi parrebbe più nuovo di una 
amorosa indagine de' suoi rimpianti, e del dolore che più li rese amari, 
e dell'orrore, ancora, e dello sgomento e della collera che quello sciagurato 
premevano quando egli si sentiva ghignare attorno certe resipiscenze di tri- 
stizia ond'e spesso materiata una pietà non profonda.... Il a fait en entrant 
la révérence — scriveva il Principe di Ligne — comme lui avait appris 
Marcel le fameux maitre de danse: il a soixante ans, on a ri. Il a fait, 
à chaque bai, le pas grave de son menuet: on a ri.... 

No, no: nel punto in cui di sotto agli archi della borbonica Reggia 
di Portici — che accolse un tempo le più prodigiose dame napoletane e 
le statue del discobulo e di ZNjarcisso, le satirette dell'abate Galiani e i 
papiri di Filodemo — l'ombra di Qiacomo Casanova spuntava sulla silen- 
ziosa terrazza, io non meditavo a quel che potesse suscitare in me, di 
intime osservazioni e di novo studio, il complicato figliuolo del violinista 
del San Samuele e della comica Zanetta. No: son giudizii che non si ha 
il modo e il desiderio di comporre in quelli istanti di tenera e fugace 

XXXVI 




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SJl. 



Spaccalo del REAL 'PALylZZO e delle sale per il giuoco, attigue al Teatro S. Carlo. 




Spaccato: - I palchi nobili. 
IL REJ1L TEATRO DI S. CA%LO A SCAPOLI 

(Dis. di Vincenzo Re. Inc. Del Vasi) 

Dall'opera: " Narrazione delle Solenni Reali Feste fatte celebrare in Napoli da Carlo HI 
per la naicita del suo primogenito Filippo ero etc. ,, - Napoli, 1749. In. fol. gr. 



suggestione rievocativa, quando certe cose e certe persone, uno spettacolo 
di tramonto e un lieve profumo di mentastro boschiva, un mantello rosso 
e una teoria di busti marmorei che s' incidono sulle pienezze verdi di 
una selva architettata vi colmano lo spirito d'una meraviglia e d'una dol- 
cezza un poco malinconiche. Alla vostra attitudine rappresentativa s'offe- 
riscono, in quel punto, forme soltanto superficiali e trascorrenti, forme che 
presto si dissolvono, ma la cui fugace visione e bastata come a un'altra volta 
intenerirvi per un'epoca di grazia e di sontuosità, di conoscenza e di in- 
differenza, di malizia e di bontà, di riso scomposto e di vive lacrime 
ardenti. L'epoca singolare che più ci appare desiderosa n de bruler jusqu' au 
lumignon sa chandelle en public n e a cui si mescola — or a Napoli, 
or a 'Venezia, or a Roma, or dapertutto — il cavalier viniziano Qiacomo 
Casanova, il quale mirabilmente le appartiene. 

Palazzo Reale di Portici - Gennaio del 1911. 



SALV. DI GIACOMO. 




HISTOIRE 

DS MA 

FUITE DES PRISONS 

DE LÀ 

REPUBLIQUE DE VENISE, 

Qj/ON APpSLtS iSS PL0M2J. 
ECRITE 

A OUX EN BOHEME L'ANNEE 1787' 




A LEÌPZrO, 

CHE2 12 NOBIE DE SCH&JFSU»' 

17 8 8. 



Frontispizio della prima edizione dell' ff Histoire ecc. " 
pubblicata a Lipsia nel 1788. 




cM^fntexlCi aon 



Da un busto esistente nel Castello di Waldstein a Dux. 




Casanova • Historia ecc. • 1 





iovan Giacomo Rousseau, famoso recidivo, scrittore 
eloquentissimo, filosofo visionario che si dava l'aria 
d'essere un misantropo e al quale urgeva, quasi , la 
persecuzione, prepose alla sua Nouvelle Héloise un 
capitolo che è davvero unico nel suo genere: egli 
v' insulta il lettore, e pur non ve lo esaspera. E di 
moda, per ogni opera, qualcuno di questi piccoli aVant-propos : ne scrivo 
uno anch'io. Ma, caro lettor mio, lo scrivo soltanto per conciliarmi la 
vostra amicizia. Vedrete — lo spero — ch'io non pretendo nulla, né pel 
mio stile, ne per nuove e sorprendenti scoverte morali; questo era nelle 
intenzioni dell'autore che ho nominato e che non ha mai scritto come si 
parla; scambio di decidere, con logiche conseguenze, d'un qualche sistema 
costui non ha fatto che spifferar sempre degli aforismi, risultanti dalla 
casuale concatenazione di sue bollenti circonlocuzioni, e non dalla fredda 
ragione. Così i suoi assiomi diventano dei paradossi buoni a fare starnutare 
lo spirito : così, fatti passare per le coppelle del discernimento, si disperdono 
in fumo. Dunque, siamo intesi, non è vero? In questa storia, ve lo prevengo, 
non troverete nulla di nuovo in fuori della storia; poiché, per quanto riguardi 
la morale, Socrate, Orazio, Seneca, Boezio e tanti altri ci hanno detto già 

tutto. 



tutto. Quel che ancora possiamo fare non consiste se non nel disegno di 
qualche ritratto: e, dopo tutto, non occorre un gran genio perchè se ne 
possano comporre pur di graziosissimi. 

Sentite, caro lettor mio, voi proprio mi dovete voler bene, perchè 
senz'altro interesse che quel di divertirvi, e sicuro come sono di piacervi, 
vi presento una confessione. Se uno scritto di specie simile non è precisa- 
mente quel che si chiama una pura confessione bisogna buttarlo giù dalla 
finestra ; un autore che si loda non è degno d' esser letto. Io sento in me 
stesso il pentimento e l'umiliazione — e questo è quanto abbisogna perchè 
la mia confessione sia completa. Ma non aspettatevi di trovarmi spregevole. 
Un' aperta confessione non può rendere spregevole se non colui che lo è 
davvero — e quegli che lo è sarebbe un pazzo addirittura se si mettesse 
a sciorinarla al publico, di cui chiunque ha un briciolo di saggezza deve 
aspirare alla stima. Son certo, dunque, che voi non mi disprezzerete. Se ho 
commesso qualche colpa egli è seguito perchè il mio cuore soltanto m'ha 
ingannato: talvolta mi vi sono indotto perchè mi ha violentato una forza 
abusiva dello spirito mio, forza che gli anni soltanto son poi riesciti a domare. 
E ne ho abbastanza per arrossirne. Tuttavia i sentimenti di onore che mi 
comunicarono coloro i quali m' insegnarono a vivere furono sempre quelli 
che adorai, pur non potendo, spesso, evitare la calunnia. Non ho altri e 
grandi meriti. 

Trentadue anni dopo ch'esso accadde mi decido a scrivere la storia 
d'un fatto che mi capitò quando io contavo trent'anni, quand'ero nel mezzo 
del cammin di nostra vita. E la scrivo per rifarmi un poco della fatica 
che affronto ogni volta ch'io devo recitarla quando qualcuno, degno di 
tutto il mio rispetto o dell'amicizia mia, pretenda, o mi preghi di usargli 
questo favore. Cento volte mi è accaduto di avvertire, quando ho finito la mia 
narrazione, un'alterazione nella mia salute, un certo fastidio, cagionati, devo 
credere, o dall'asprezza di que' ricordi, oppur dallo sforzo che hanno dovuto 
sostenere gli organi miei durante un racconto di cui si sentivano nel dovere 
di additare le più minute circostanze. Cento volte, ancora, mi son deciso a 
scrivere quel racconto: ma parecchie ragioni non me l'hanno mai permesso. 
Ora tutte, di fronte a quella che riesce a mettermi la penna tra mani, 
sono sparite. 

Non mi sento 




© 

e 
a 



O o 

■sì y 

a 



o 



o* 



Non mi sento più la forza necessaria che occorre alla narrazione di 
questo fatto di cui parlo. E nemmeno ho quella di rispondere a' curiosi, 
che mi sollecitano, ch'io non ho più quel vigore recitativo : a ogni modo 
preferirei piuttosto di soccombere alle pericolose conseguenze d'uno sforzo 
che affrontare l'odioso sospetto di una poca compiacenza. Eccola, dunque, 
questa istoria che fino ad oggi non fu da me comunicata, nisi amicis, idque 
coactus: eccola finalmente giunta alla possibilità di diventar publica. E sia. 
Sono pervenuto a un'età in cui bisogna che faccia ben più grandi sacrificii 
alla mia salute. Per ben narrare occorre possedere la facoltà di ben pro- 
nunziare: non basta aver lingua sciolta, occorre aver denti: le consonanti 
alle quali i denti sono necessarii compongono più di due terzi dell'alfabeto... 
E io ho avuto la disgrazia di perdere i denti. Che devo dire? L'uomo può 
farne a meno quando vuole scrivere: ma essi sono indispensabili a chi vuol 
narrare e persuadere. 

Quella di sopravvivere al deperimento delle nostre membra e alla 
perdita di quanto il nostro essere ha bisogno per tirar bene avanti è una 
disgrazia irreparabile: la miseria non può dipendere che dalla mancanza del 
necessario. Ma se quella disgrazia vi coglie quando s'è vecchi non bisogna 
troppo dolersene: se ci si è portato via la mobilia almeno ci si è lasciato 
la casa. Coloro che per uscire di tanto male si sono uccisi hanno poco 
dirittamente ragionato: sì, è vero, un uomo che si toglie la vita distrugge 
a un tempo tutte le sue sofferenze; ma si può dire che se ne liberi affatto, 
quando, ammazzandosi, egli si priva della facoltà di sentire quel beneficio? 
L'uomo non detesta i suoi mali se non per quanto essi gì' incomodano la 
vita. Appena egli non più la possiede, il suicidio non avrà potuto di nulla 
liberarlo. Debilem facito manti — Debilem pe.de, coxa — Lubrìcos quate 
— dentes — Vita dum superest bene est. O 

Chi ha sentenziato 

(1) Sei anni appresso, nella sua solitudine di Dux, bibliotecario della biblioteca del conte di Waldstein, 
Giacomo Casanova scriveva questa « COURTE REFLEXION D'UN PHILOSOPHE QUI SE 
TROUVE DANS LE CAS DE PENSER À SE PROCURER LA MORT ». (A Dux, sortemi 
du Ut le 13 dicembre 1793, jour dedié à Sainte-Lucie remarcable dans ma trop longue vie). 

« La vie m'est à charge. Quel est Tètre metaphisique qui me defend de me tuer ? C'est la nature. Quel 
est l'autre èrre qui m'ordonne de me soulager du fardeau de la vie, dont je ne ressens plus le plaisir que 
foiblement, et les peines avec force? C'est la raison. La nature est une lache qui, ne demandant qu'à se 
conserver, m'ordonne de sagrifier tout à son existence. La raison est Tètre qui me rend ressemblant à Dieu, 
qui foule au pied Tinstinct, et qui m'apprend à choisir le bon parti après avoir bien pese les motifs. Elle 



Chi ha sentenziato che i dolori morali sono più pesanti di quelli che 
affliggono il nostro corpo ha mal sentenziato. I mali dello spirito non investono 
che quello: i mali fisici abbattono il corpo e desolano lo spirito. Il vero 
sapiens, l'uomo savio è sempre, e da per tutto, più felice d ogni re della 
terra nisi quum pituita molesta est. Ne di viver lungamente senza che ogni 
nostro utensile si consumi è possibile: credo, piuttosto, che se si conservas- 
sero immuni d'ogni deterioramento sentiremmo, con maggiore sensibilità, il 
colpo della morte: la materia non può resistere al tempo senza che perda 
la sua forma: singula de nobis anni praedantur euntes. La vita somiglia a 
una tristerella che ci ostiniamo a amare e alla quale, finalmente, accordiamo 
tutte le condizioni ch'ella c'impone, a patto che non ci abbandoni. Coloro 
che hanno detto che bisogna spregiarla hanno mal ragionato: è la morte 
quella che bisogna disprezzare, non la vita. E non è la stessa cosa: siamo 
davanti a due idee completamente differenti: amando la vita amo me stesso, 
odio la morte perchè ella è il carnefice della vita: un savio, per altro, non 
deve fare che disprezzarla, l'odio è un sentimento che incomoda. Non sono, 
convenitene, un po' sciocchi coloro che temono la morte ? Non è ella inevi- 
tabile? Quelli che la desiderano sono de' vili: poiché ciascuno è padrone 
di darsi la morte. 

Sul punto di scrivere la storia della mia fuga dalle prigioni della Re- 
publica di Venezia che son chiamate i "Piombi", io credo, prima di en- 
trare in materia, di dover prevenire il lettore intorno a una circostanza sulla 
quale esso potrebbe facilmente esercitare la sua critica. Non è tollerabile che 
gli autori s'occupino troppo di se stessi. Or, nella storia che sto per narrare, 
io parlo di me a ogni tratto. Prego dunque il lettore d'accordarmi questo 
permesso : lo assicuro d'altra parte, ch'egli non mi sorprenderà giammai nel- 
l'atto di 

me demontre que je ne suis homme que pour imposer silence à la nature lorsqu'elle s'oppose à 1 action, qui 
seule peut remedier à tous mes maux. Elle me rend convaincu que le pouvoir que fai de me tuer est un 
privilège que Dieu m'a donne pour que j'apprenne que je suis superieur à tous les animaux qu' il a créés 
sur la terre, car il n'y a point d'animai qui se tue, ni qui pense à se tuer, à l'exception du scorpion qui 
ne s'empoisonne que quand le leu qui l'entoure lui demontre qu'il ne peut pas se sauver qu'en se brùlant. 
Cet animai se tue parce qu'il craint le feu plus que la mort. La raison enfin me dit imperieusement que 
je dois me tuer avec le divine oracle de Cen: « Qui non potest vivere bene non vivat male ». Ces huit 
paroles ont tant de force qu'il est impossible qu'un homme auquel la vie est à charge diffère à se tuer d'abord 
qu'il les a entendues. Jlmen ». 

LE LIVRE — Casanova inedit. Fragments divers. — Paris, Voi. 8° - 1887. - p. 227 e segg. 



l'atto di prodigarmi elogi. La Dio grazia, di mezzo a tutte le mie sventure, 
ho sempre riconosciuto che n'ero causa, pur sempre, io stesso. Quanto alle 
mie riflessioni, ai dettagli che ricorreranno nel mio racconto, francamente, lascio 
a chiunque se ne annoiasse la bella libertà di saltarli a pie pari. 

Ogni autore il quale pretenda di far pensare coloro che non leggono 
se non per precisamente difendersi dalla tentazione di pensare, è un imper- 
tinente. Io dichiaro di non aver nulla scritto senza obedire alla mia solita 
massima: quella di dire la verità. Se avessi trascurato la più piccola circo- 
stanza che rifletta la mia narrazione avrei creduto di frodarne il lettore. 
Quando ci si determina a esporre un fatto che possiamo pur dispensarci dal 
raccontare si ha l'obbligo, mi pare, di non sottrargli nulla, o di non farne 
addirittura parola. A questo, aggiungete, caro lettore, che allo stesso modo 
onde io mi troverei imbarazzato se dovessi esporre tutte quante le peculia- 
rità di questo fatto nel narrarlo, mi vedrei similmente impastoiato adesso, 
quando, volendo raccontarlo con soddisfazione, fossi obligato, per rispetto a 
qualcuno o a qualcosa, a passar sotto silenzio i particolari più minuti che 
appartengono alla materia che tratto. 

Per guadagnarmi il suffragio di tutti ho creduto dover mio svelarmi in 
tutte le mie debolezze e proprio come mi ci son trovato, e dir come, da 
quelle, abbia appreso a meglio conoscer me stesso. Nella mia spaventevole 
situazione ho pur riconosciuto tutto quello che m'aveva sviato — ho pur 
trovato le ragioni che mi facevano degno di assoluzione — e, adesso, pro- 
vando il bisogno della medesima indulgenza da parte di coloro che mi leg- 
geranno, nulla ho voluto loro nascondere, poiché a un giudizio il quale, 
fondato sul falso, mi potrebbe assolvere, preferisco quello che mi condanna, 
ma che attinge dalla verità. 

Troverete, lettor mio, per entro alla mia narrazione qualche passo amaro 
e dedicato a quel potere che m'ha detenuto e costretto, per così dire, ad 
abbandonarmi ai pericoli che l'esecuzione del mio progetto mi obligava ad 
affrontare. Dichiaro, a questo proposito, che soltanto dalla pura natura hanno 
potuto rampollare i miei lamenti, poiché nessun risentimento ha preoccupato, 
in quel punto, il mio cuore o il mio spirito; non odio, dunque, non collera. 
La mia patria io l'amo, e però amo pur quelli che la governano. Nel tempo 
della mia prigionia non la ho potuto approvare; la natura non me lo per- 
metteva. 



metteva. Oggi la devo ammettere e approvare per il buon effetto che ha 
prodotto su me, pel bisogno che aveva la mia condotta d'esser corretta. 
Tuttavia condanno certe massime e certi mezzi. Se avessi conosciuto il mio 
delitto ( 2 ) e di che tempo abbisognasse la mia espiazione non mi sarei cac- 
ciato nell'evidente rischio di perder la vita. E quella che m'avrebbe fatto 
perire, se io fossi perito, sarebbe stata l'economia d'un dispotismo il quale — 
considerate le sue conseguenze funeste — dovrebbe essere abolito da coloro 
stessi che l'esercitano. 




(2) Questa frase ci ricorda la controversia tra parecchi di coloro che si sono occupati del Casanova, 
specie riguardo alla sua carcerazione. Tra gli altri il Fulin afferma che il processo vi fu, che dovette, certo, 
essere interrogato il Casanova e, però, ch'egli non restò senza conoscere quale fosse il motivo della sua con- 
danna. Il d'Ancona crede, invece, che non fu fatto processo e che il prigioniero non seppe mai, durante 
tutto il tempo della sua detenzione, di che precisamente fosse accusato. Documenti del processo, in verità, 
non si sono rinvenuti : v'è, tuttavia, quello che stabilisce la pena. (V. 'Documenti — n. 11). E le ragioni 
onde fu applicata vi si leggono chiaramente. Il Fulin, paziente ed erudito ricercatore ma troppo prevenuto 
contro il Casanova e la veridicità delle sue Memorie e della sua Fuga, crede anche che il processo venne 
sottratto, o soppresso. Senza confessione dell'imputato — egli soggiunge — il Tribunale non pronunziava. 
Ma forse — ribatte il d'Ancona — gì' Inquisitori chiusero gli occhi, questa volta, per non vedere e le orecchie 
per non sentire; erano in ballo molti signori veneziani, lo scandalo sarebbe stato grande e publico; meglio 
non provocarlo. D'altra parte, poiché il Casanova nulla nasconde e certo si sarebbe piaciuto di raccontare 
in che maniera gì* Inquisitori processavano, perchè non credergli quando egli afferma che non fu interrogato ? 

(V. R. FULIN: Giacomo Casanova e gl'Inquisitori di Stato - Venezia, Antonelli, 1877. - 
V. ALESS. D'ANCONA : Un avventuriere veneziano - Nuova Antologia - Roma, Seconda serie, 
voi. XXIV pag. 439 e segg.). 



8 




Casanova ■ Hittoria ecc. • 2 




...La vera ragione che mi faceva abbandonare il palazzo Bragadino 
era diversa da quella che esponevo al mio mecenate... 





ppena ch'ebbi finito i miei studi e abbandonato, in 
Roma, lo stato ecclesiastico per quello militare, e pur 
quest'ultimo lasciato a Corfù per intraprendere la pro- 
fessione dell'avvocato che ancora, e per avversione, ho 
lasciato poco dopo — quando ebbi conosciuto tutta la 
mia cara Italia e le due Grecie, e l'Asia Minore, e 
Costantinopoli, e le città più belle di Francia e di Germania, son tornato 
nella mia patria l'anno 1753, abbastanza cólto, pien di me stesso, sventato, 
amante d'ogni piacere, pronto a parlar di tutto per diritto e per traverso, 
allegro, ardito, vigoroso e disposto — gonfaloniere d'una impertinente schiera 
di amici della mia stessa risma — a ridere d'ogni cosa che mi paresse 
stupida, sacra o profana che fosse. Chiamavamo pregiudizio tutto quello 
che i selvaggi non conoscono, non si aveva troppi scrupoli, ci parevano uguali 
a quelle del giorno le ore di notte e non si rispettava se non l'onore, il cui 
sostantivo avevo io specie e sempre sulle labbra, più per orgoglio che per 
sottomissione, io che pure sarei stato pronto, per garantire il mio da ogni 
macchia, a violare tutte le leggi che m'avessero voluto impedire una soddi- 
sfazione, o non ripagarmi d'un danno, o non permettermi di trar vendetta di 
quanto m'avesse l'aria d'una violenza o d'una ingiuria. Non mancavo di pa- 
rola ad 



il 



rola ad alcuno, non turbavo la pace della società, non m'immischiavo d'affari 
di Stato o de' pettegolezzi della gente. Ecco tutto quel che avevo di buono e 
che credevo bastevole perchè mi trovassi al riparo da ogni disgrazia la quale 
mi potesse privare di una libertà che supponevo inviolabile. 

Quando, in certi momenti, lasciavo cadere lo sguardo sulla mia con- 
dotta non mancavo, lo dico, di trovare ch'ella non fosse scevra di qualche 
colpa e immeritevole di qualche ammonimento : ma, dopo tutto, il mio liberti- 
naggio non poteva che, al più, dimostrarmi colpevole solo verso me stesso: 
e però nessun rimorso turbava la mia coscienza. Credevo di non avere altro 
dovere se non quello d'essere un onest'uomo, e ci tenevo : non avevo bi- 
sogno, per vivere, ne d'un impiego, ne d'un officio. M'avrebbero seccato: 
m'avrebbero tolto parecchie ore della mia libertà, m'avrebbero costretto a 
infìngermi, di fronte al publico, e a impormi una condotta regolare, magari 
edificante. Macche ! Ero contentissimo di fare il contrario — e continuare 
a correre la cavallina. 

Il signor Br.... O, Senatore amplissimo, aveva cura di me: era mia la 

sua borsa: 



(I) Zuane Bragadino, (Matteo Giovanni), figliuolo di Andrea Bragadino e di Chiara Mocenigo, nato 
il 1° ottobre 1689 a S. Marina. E come gli avvenne di conoscerlo Giacomo Casanova così racconta: 

« Verso la metà dell'aprile del 1 746 il signor Gerolamo Cornaro, il maggiore dei fratelli della famiglia 
Cornaro della Regina, sposò una fanciulla di casa Soranzo Saint-Poi. Ed io ebbi l'onore di trovarmi a quelli 
sponsali... nella mia qualità di menestrello. Appartenevo in quel tempo a una delle numerose orchestre dei 
balli che si davano, per tre giorni consecutivi, nel palazzo dei Soranzo. 

« Al terzo giorno, sul finire della festa e un'ora prima dell'alba, stanco com'ero lasciai l'orchestra a un 
tratto, per rincasare. Scendevo le scale del palazzo quando m'avvidi che faceva Io stesso un senatore, vestito 
della sua toga rossa. Egli stava per salire nella sua gondola. Mise, a un punto, la mano in saccoccia, per 
cavarne la sua pezzuola, e lasciò cadere una lettera. Raccolgo la lettera, raggiungo quel signore per le scale 
e glie la presento. La prende : mi ringrazia e mi chiede ove abiti. Io glie lo dico ed egli m'obbliga a salire 
nella sua gondola, desiderando assolutamente di accompagnarmi fino alla mia porta. Accetto, riconoscente: e 
mi metto a sedere sulla panchetta, accanto a lui. Dopo un po' il senatore mi prega di scotergli il braccio 
sinistro, soggiungendomi che provava tal forte torpore da non sentirsi più quel braccio. Mi metto alla bisogna 
e v'adopero tutte le mie forze : ma ecco che dopo un momento il senatore mi balbetta che 1* intorpidimento 
s'estende a tutto il lato sinistro e ch'egli si sente morire. 

e Spaventato disserro le cortine, afferro la lanterna e al suo lume lo vedo moribondo, la bocca storta. 
Capisco subito che Sua Signoria è stata colpita dall'apoplessia, e grido a' gondolieri di farmi scendere perchè 
possa correre in cerca d'un medico che salassi il signore. Salto fuori della gondola... e arrivo a un caffè ove 
mi forniscono 1* indirizzo d'un chirurgo. Corro da costui, lo costringo a seguirmi così come si trovava, in veste 
da camera, e lo caccio nella gondola che ci aspettava: egli fa un salasso al senatore e io metto a brani la 
mia camicia per cavarne bende e compresse. Ciò fatto ordino a' barcaiuoli di vogar forte: in un istante arri- 
viamo a Santa Marina. Si svegliano i domestici, accorrono, mettiamo fuor della gondola il senatore e lo tra- 
sportiamo, quasi agonizzante, nel suo letto. Facendola da dispositore supremo comando a un di que' servi di 

12 




p 

o 

5 



O 



5-S 

§ 

P 



sua borsa : i miei errori egli amava e il mio spirito. Era stato, durante la 
sua gioventù, un gran libertino, uno schiavo di tutte le sue passioni: ora un 
colpo d'apoplessia gli avea gridato: Alto là! E l'aveva richiamato alla ragione, 
dopo avergli fatto rasentare la fossa. 

Restituito allo stato attivo, ma non sicuro di attinger quello della vec- 
chiezza per via d'un regime assennato, il signor Br... non trovò risorsa se 
non nella devozione, solo sentimento che a' vizi può sostituire degli atti di 

virtù. 







VENEZIA AL TEMPO DI CASANOVA - La Loggetta in Piazza S. Marco 



andarmi subito a cercare un altro medico : arriva quest'altro Esculapio, approva tutto quel che s'è fatto e 
prescrive un secondo salasso. Mi credo in diritto di vegliare il malato e, per prodigargli le mie cure, m'in- 
sedio accanto al suo letto. » 

Due amici del senatore, sopraggiunti il giorno appresso, informano Casanova della qualità del malato. Il 
loro amico era « il signor Bragadino, unico fratello del Procuratore omonimo. » Questo signor Bragadino era 
famoso a Venezia così per l'eloquenza sua e il suo grande valore d'uomo di Stato come per le galanti avventure 
della sua giovinezza. Avea commesso un mondo di pazzie per le donne : molte beltà ne avevano pur commesso 
per lui. Era stato un fiero giuocatore e avea perso moltissimi quattrini. Suo fratello era diventato il suo più 
crudele nemico : s'era messo in testa che il senatore avesse tentato d'avvelenarlo. E di un somigliante delitto 
lo aveva perfino accusato al Consiglio dei Dieci che, otto mesi dopo, e in seguito a una esauriente investi- 
gazione, lo aveva dichiarato innocente, a pieni voti. 

CASANOVA - <2&Cémoires - Paris, Garnier frères. - Voi. II, pag. 28 e segg. 



13 



virtù. Le si abbandonò con tutta fede : credette di contemplare in me il suo 
proprio ritratto: e io gli feci pietà. Mi diceva, talvolta, ch'io correvo tanto 
e così rapidamente alla mia rovina da fargli pensare che a un tratto mi sarei 
improvvisamente e consapevolmente arrestato. Ed egli non m'abbandonava, 
giusto per questo. Aspettava che mi satollassi, che le mie passioni s asso- 
pissero. Poverino! Non è vissuto abbastanza per vedere esauditi que' suoi 
voti ! Mi dava sempre eccellenti lezioni di morale : io le osservavo con pia- 
cere, con ammirazione, con gratitudine, senza giammai cercare d'evitarle: e 
il mio mentore non pretendeva altro da me. Buoni consigli e denaro : e, 
senza che me ne rendesse conto, l'incessante sua preghiera a Dio perchè 
m' illuminasse e mi facesse conoscere tutta la irregolarità della mia condotta. 

Nel mese di marzo del 1755 presi in fìtto un quartierino nella casa 
di una vedova, e precisamente nella via che a Venezia si chiama Le fon- 
damente nove. Al signor Br... dissi che quel novello mio soggiorno era ne- 
cessario alla mia salute, poiché s'appressava l'estate ed io, che non avrei 
potuto sopportare il gran caldo che faceva dentro in città, mi sarei trovato 
benissimo in un rione esposto all'aria pura e alla freschezza del vento di Nord. 

Il mio amico, che non mai mi contrariava, approvò la mia buona idea, 
contentissimo pure della promessa che gli feci di recarmi a pranzo ogni giorno 
da lui. La vera ragione che mi costringeva a lasciare il palazzo Bragadino 
era diversa da quella che esponevo al mio mecenate : desideravo tanto — 
ecco — di diventare il vicino di una ragazza che amavo. Ma il dettaglio 
di questo intrigo non ha nulla di comune con questa istoria : però lo risparmio 
al lettore. ( 2 ) 

Il 25 di luglio, un quarto d'ora avanti che spuntasse il sole, ho lasciato 
l' Erbario per andarmene a dormire a casa. L' Erbario è una strada che 
attraversa la riva del gran canale su cui s'accavalca il ponte di Rialto, e 

così si chiama 

(2) Aveva abitato fino a quel punto il Casanova a Murano: ora tal dottor Righelini, da lui conosciuto 
in casa del Bragadino, gli aveva trovato un nuovo alloggio alle Fondamente nuove. Casanova lo fitto e pagò 
tre mesi d'anticipo del fitto a una vedova che aveva due belle figliole. Di una di costoro Casanova s innamora. 
Si sostituisce, per insegnarle a ballar bene il minuetto, al maestro di ballo della ragazza : la seduce, ne diviene 
l'amante e, in quella notte del 25 luglio, rincasa con la speranza di trovar quest'altra sua diciottenne vittima 
ad aspettarlo nella stanzetta di lei. La trova, invece, ìmpiedi, assieme alla madre e alla sorella, atterrite dalla 
visita di A/esser Grande. 

11 Casanova non fa il nome di costei, neppur quelli della sorella e della madre. Amori di poche set- 
timane, narrati col solito poco scrupolo. (V. Mémoires, Paris, Garnier rrères, voi. Ili, pag. 167). 

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cosi si chiama perchè vi si tiene mercato d'erbe, di frutta e di fiori. ( 3 ) Signori 
e signore galanti, che han trascorso la notte tra' piaceri della tavola o tra i 
furori del giuoco, costumano di recarsi a fare una passeggiata all' Erbario, 
avanti di rincasare. E questa passeggiata dimostra proprio come un popolo 
possa facilmente mutar di carattere. I veneziani d'un tempo, misteriosi in 
politica e in amore, sono sostituiti da questi moderni, il cui gusto predomi- 
nante è quello di non fare più, addirittura, mistero di nulla. L* Erbario offre 
un bel colpo d'occhio: ma il panorama è un pretesto. Si va laggiù più per 
farsi vedere che per vedere, e il posto attira maggiormente le donne. Esse 
desiderano che la gente sappia che non si disturbano, che non si stancano: 
la stessa civetteria v' è esclusa dal disordine dell'acconciatura. L'alba sta 
per spuntare, ma nessuno ha l'aria di accorgersene : è la fine del giorno 
precedente: ogni uomo, ogni donna deve sorprendere nell'altro le tracce del 
più grande disordine: gli uomini son tenuti a far mostra della noia che li 
opprime, le donne devono sentire il dovere di sciorinare all' incerta luce i 
rimasugli d'una disfatta toeletta, che non è stata rispettata. Tutti un poco 
devono aver l'aspetto stracco, abbattuto — e dimostrare il bisogno d'andarsi 

a cacciare 



(3) Erbario — " Piazzuole e strade solitarie a Rialto. " Così il MUTINELLI, che soggiunge : " Passata la 
notte nei diletti di Bacco e di Citerà e risonando ancora il Canalgrande dei gorgheggi di Agnese Amurat, 
cantatrice alla moda per le serenate ed ammirabile per la dolcezza della voce e per la nettezza dell'espressione, 
la quale appassionatamente ripeteva il ritornello: 

Idolo del mio cuor, 
Ardo per vu d'amor ! 
E sempre, o mia speranza, 
S'avanza il mio penar ! 

donne ed uomini innamorati fradici, lassi, avvinazzati, o nel giuoco abbandonati dalla fortuna, si recavano 
allo schiarire del giorno in Erbaria non tanto per godere la piacevole veduta dell'arrivo del barchereccio dai 
lidi e dalle isolette vicine portante alla città variate specie di erbe, di frutti e di fiori, quanto per respirare 
un'aria più Ubera e calmare possibilmente una nervosa agitazione. Procedea quindi tronfio chi accoppiato si 
trovava con femmine, avvegnacchè in quel modo eccitar quasi voleva l' invidia altrui, facendo pubbliche le 
di lui fortunate avventure; chi andava solo si occupava a fare scoperte, conquiste, o a far sorgere gelosie; 
sembrando poi che le femmine, sparita del tutto la civetteria, accordate si fossero per mostrarsi sotto le insegne 
del disordine alfin di offrire motivo a conghietture, e che gli uomini godessero di quel disordine, di quel di- 
sfacimento, come prova del loro trionfo... ". — T. MUTINELLI — Memorie storiche degli ultimi cinquantanni 
iella Repubblica Veneta. — Venezia, 1854. Pagg. 84 e 85. 

Interessante, anche, questo brano di una lettera della Principessa di Gonzaga : 

" Les nobles de Venise ne vivent que la nuit. Leur existence commence lorsque le jour finit. Il ne brille 
pas pour eux : il n'est que pour le peuple. Les femmes du bel air n'ont jamais vu le soleil. Dès que l'aurore 

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p 

5 



9 * 



a cacciare in letto. A questa passeggiata anch' io non mancavo mai : e delle 
sue leggi, spesso senza alcuna ragione, ero osservatore ossequente. 

In quell'ora e a casa mia doveva ogni cosa esser sepolta nel sonno. 
Ora, figuratevi la mia sorpresa quando, nel rientrarvi, trovo aperta la porta 
della mia abitazione! La mia meraviglia aumentò come vidi che la serra- 
tura della porta era stata divelta e quasi violentemente. Entro: trovo impiedi 
tutta la gente di casa e la mia vedova esterrefatta da una straordinaria e 
strana visita che aveva messo tutto sossopra. Subito m'annunzia, spaventatis- 
sima, che un'ora avanti giorno JXCesser Grande (il capo, cioè, degli sbirri 
della Republica) ha sfondato la porta di strada, è salito in casa con la sua 
squadriglia e v'ha compiuto, da per tutto, la più scrupolosa perquisizione, 
non rispettando nemmeno le mie camere, delle quali ha visitato tutti gli angoli. 
Riescite vane, a quanto pare, le sue ricerche £%Cesser Grande le ha detto 
che nel mattino del giorno precedente una valigia era stata lasciata in quella 
casa, e ch'egli conosceva bene di che fosse piena : non era piena di sale ? 
Allora la padrona di casa gli aveva mostrato la valigia, ch'era ricolma non 
di sale ma degli abiti del conte Securo, un amico di lei, ch'era in cam- 
pagna e dalla 



vient récréer la nature, elles vont chercher le sommeil que les jeux, les spectacles et les promenades nocturnes 
leur ont fait perdre ; mais tous ces moments bruyants de dissipation ne sont pas perdus pour la galanterie. Le 
sigisbé partage ces plaisirs, et ne quitte pas plus que son ombre sa dame qui n'a de libres que ces heures 
du sommeil ; car un sigisbé est un étre fort exigeant. Au reveil il arrive ; on lui rend compte des moindres 
circonstances qui se sont passées pendant son absence, de ce qu'on a pensé, de ce qu'on a senti, de ce qu'on 
a révé. On apporte le chocolat, qu'il prends des mains du valet-de-chambre pour le présenter lui-méme a 
sa dame ; car cette politesse est aussi un devoir de sa place : il assiste au lever et aide les femmes à la toilette; 
là on projette les plaisirs de la journée, et l'on finit la matinée par une promenade en gondole ou à pied. 
Au retour on se séparé, on dine, et l'on va par un doux sommeil se preparer à des nouveaux plaisirs. Vient 
ensuite 1" heure de la grande toilette ; le sigisbé est de retour, et ne voit pas indifferemment tous les soins que 
Fon prend pour lui plaire, à lui... peut-étre à d'autres. La toilette finit à huit ou neuf heures du soir: on 
va alors à la promenade en gondole sur le grand canal, spectacle singulier et brillant. Là des milliers de 
gondoles se suivent, se poursuivent, se croisent, et cherchent à se surpasser par la rapidité et la légéreté de 
leur course. On debarque à la place de Saint Marc, qui est le rendez-vous general de tous les plaisirs et 
d'ou l'on se rend au Casino du téte-à-téte, à ceux d'assemblées, aux cafés et aux spectacles qui ne finissent 
qu'à une heure après minuit. Vous allez sans-doute croire qu'on va se coucher ? Point de tout ; c'est le 
moment brillant de la bonne compagnie. C'est alors qu'elle se ressemble, et que les petits-maitres (car la 
mode n'en est point encore passée ici) vont étaler leur gràces, leur parures et leur fade galanteries. Tous ces 
plaisirs nocturnes ne finissent qu'au lever du soleil; et lorsqu'on le vois paraitre on va par des songes agréables 
{aire renaitre les plaisirs de la nuit. Voila la vie des dames venitiennes en ville. " — Letlres de madame la 
PRINCESSE DE GONZAGUE — Hambourg, 1797. Tome I, pag. 87 e segg. (De Venise, à madame 
d'A... à Marseille). 

17 

Casanova • Historìa ecc. • 3 



pagna e dalla campagna glie l'aveva spedita. Dopo avere esaminato la valigia 
(JXCesser Grande se n'era andato. 

Promisi alla vedova una completa soddisfazione: le promisi che glie 
l'avrei fatta ottenere pur in modo clamoroso. E senza alcuna inquietudine 
me ne andai a dormire. 

A mezzodì mi levai per recarmi a colazione dal Br... Gli narrai l'ac- 
caduto e gli feci notare la necessità di procurare alla mia padrona di casa 
una riparazione proporzionata: le leggi garentiscono — soggiunsi — la tran- 
quillità d'ogni casa ove nessun reato è stato commesso. Gli dissi ancora che, 
a parer mio, l'inesperto ministro della polizia doveva per lo meno esser de- 
stituito dalla sua carica. 

Il mio vecchio e saggio amico m'ascoltava attentamente. Mi lasciò par- 
lare, e poi mi rispose che saremmo tornati su quel fatto dopo pranzo. Pas- 
sammo due ore allegramente, e a tavola il Br... ebbe due nuovi commensali, 
amici di lui, più giovani di lui e tutti e due pur a me devoti. ( 4 ) L'intimità 
di cui mi onoravano questi tre rispettabili personaggi meravigliava un po' 
tutti coloro che la conoscevano: se ne parlava come d'un fenomeno raro e 
del quale sembrava misteriosa la causa. Insomma non si capiva come potesse 
collimare col mio il carattere dei miei tre protettori e come il mio s'accon- 
ciasse al carattere loro: essi tutti eternità e virtù, io tutto mondo e vizii. I 
maldicenti inventarono perfino delle ragioni infami. La cosa — dicevano — 
non può esser naturale. E vi s' immischiò, al solito, la calunnia ; e era un 
mistero, là sotto, e bisognava impadronirsene. Ho saputo, venti anni appresso, 
che ci si faceva fin seguire quando si usciva, e che i più fini segugi tra gli 
spioni del Tribunale degl' Inquisitori di Stato erano stati incaricati di scoprire 
a ogni costo l'occulto scopo di questa comunione inverosimile e mostruosa. 
Quanto a me, innocente come credevo di essere, non sospettavo di alcuno 

e continuavo a fare tranquillamente il comodo mio. 

Il signor Br... 

(4) « Cet innocent, opprime par un frère injuste qui lui ravissait la moitié de son revenu, vivait en 

aimable philosophe au sein de l'anùrie. Il avait deux amis affectionnés, l'un etait de la 

famille Dandolo, l'autre de celle de Barbaro, tous les deux honnétes et aimables comme lui. M. Bragadin 
était beau, savant, facetieux et du caractère le plus doux: il n'avait alors que cinquante ans ». (CASANOVA 
- Mémoires - Paris, Garnier frères. - Voi. II, pag. 30). Andrea Dandolo, figlio di Antonio, era nato il 
1 2 agosto del 1 697 a S. Giov. e Paolo. Era fratello d' Enrico Dandolo che sposò Elisabetta Algarotti. — 
Giovan Battista Barbaro, figlio di Angelo Barbaro, era nato nel 1 695 a S. Gregorio. Nel 1 728 sposò Angela 
Algarotti. I due inseparabili amici del Barbsrigo erano cognati. 

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Il signor Br... subito dopo pranzo, con molta pacatezza e alla pre- 
senza soltanto de' due altri signori, mi disse che scambio di pensare a trarre 
vendetta dell'affronto ch'era stato fatto alla mia padrona di casa, m'affrettassi 
piuttosto a mettermi in salvo e a riparare in luogo sicuro. Soggiunse che il 
fatto della valigia di sale era una invenzione di Messer Grande e che costui 
mirava a me e non ad altri. Mi disse ancora che per quanto queste sue 
potessero parergli ipotesi personali egli, che già aveva fatto parte del Tribu- 
nale di Stato, riconosceva, dal fatto della valigia, il modo che usava lo stesso 
Tribunale quando stesse per ordinare un qualche arresto. Però avea già fatto 
armare a quattro remi la sua gondola, perchè m'accompagnasse fino a Fu- 
sina : < 5 ) lì avrei preso la posta per scappare a Firenze e per restarvi fino a 
quando egli non m'avesse scritto di ritornare. 

Il saggio discorso si chiuse con l'offerta che il signor Br... mi fece d'un 
rotolo di cento zecchini. Ma, compreso pur di rispetto e di riconoscenza, gli 
risposi che non credevo d'accettare i suoi consigli, e gli feci mille scuse. Non 
mi sentivo colpevole e però non potevo temere la giustizia del Tribunale. 
Rispose il Br... che un Tribunale come quello lì ne sapeva certo più di me 
e poteva ben riconoscermi colpevole di delitti ch'io stesso non supponevo: 
insomma, il meglio che potessi fare in quel punto era d'accettare i cento 
zecchini e filar via. Gli ribatto che un uomo non può essere un criminale 
senza che lo sappia, che avrei commesso una colpa contro me medesimo 
quando, scappando via, avessi dato agli Inquisitori di Stato il segno di qualche 
rimorso di coscienza, indizio che avrebbe potuto riconfermare le loro idee a 
mio riguardo. Gli soggiungo che il silenzio è, per così dire, l'anima di quel 
Tribunale, e che mi sarebbe, però, impossibile di appurare, fuggito che fossi, 
se avevo ragione di fuggire. Non posso farlo — conclusi — senza decidermi 
a dare un eterno addio alla mia patria, poiché nulla m'accerta ch'io vi possa 
vivere, se vi ritorno, libero da ogni paura e molestia. 

Così dicendo abbracciai il Br..., rifiutai il denaro che m'offeriva, e lo 
supplicai di non più turbare con l'inquietudine sua la pace del mio spirito. 
Fammi almeno — egli mi disse — fammi almeno il piacere di non andare 

a dormire 

(5) n Fusina o Lizza Fusina : paesello al margine della laguna ove avea foce un de' rami del Brenta. 
V'era un ospedale per i pellegrini beneficato assai dalla celebre Speronella ed appellato San Leone in bucca 
fluminis n . — F. MUTINELLI - Lessico tìeneto - Venezia, 1851. 

19 



a dormire stanotte nel tuo casino. Ma nemmen questo gli potei concedere, 
ed ebbi torto : quella preghiera mi veniva da una grande bontà e la ragione 
per la quale non l'accettavo era, purtroppo, delle più frivole. Ricorreva in 
quel giorno la festa di San Giacomo, di cui porto il nome, e al giorno ap- 
presso si festeggiava Sant'Anna, della quale portava il nome la ragazza che 
amavo in quel tempo. Le avevo scritto che saremmo andati a pranzo assieme 
a Castello. ^ Nello stesso giorno il mio sarto m'aveva consegnato un abito di 
taffetà ornato, su disegno della mia bella, di ricco punto d'argento. Sagrificare 
l'appuntamento alle precauzioni che m'erano suggerite e alla tenerezza del 
mio benefattore? No, non potevo. Cattivo non ero, non ero ingrato così 
facendo, ma stordito, e sensibile al piacere, che già per l'occasione mi figuravo 
grande. Diamine, all'età che avevo, un'avventura somigliante ha un' importanza 
indiscutibile! Amare et sapere vix Deo conceditur — e di questa sentenza 
non ho riconosciuto la verità se non a Vienna, ultimamente. 

Mi licenziai dal signor Br..., ed egli mi disse, ridendo, che non ci 
saremmo più riveduti : parole che mi sorpresero e turbarono. Ma fu proprio 
egli stesso che, imaginando d'avermi troppo detto, mi liberò dal mio stupore 
soggiungendomi, da stoico quale era: Vattene, vattene pure, figliuolo, se- 
quere 'Deum, facta viam inveniunt. Fatto sta che davvero quella fu l'ultima 
volta che lo vidi, sebbene egli abbia sopravissuto ancora dieci anni alla mia 
fuga. Abbracciai gli altri due signori ch'erano rimasti lì intontiti e, obligato 
com'ero a levarmi di buon'ora al giorno appresso, rincasai a un'ora di notte 
e me ne andai subito a dormire. 

Spuntava appena l'alba del 26 luglio 1755 quando Messer QrandeW 
entrò nella mia camera. Destarmi all'improvviso, trovarmelo di faccia, udire 

le sue 

(6) " Fu cosi detta l'isola di Olinolo, bella e spaziosa contrada della città, quando nel 902, calati in 
Italia anche gli Ungheri, si venne a fortificare V isola stessa siccome quella che più di qualunque altra prossima 
al mare poteasi trovare maggiormente esposta ad insulto nemico ". — F. MUTINELLI - Lessico veneto, cit. 

(7) Capo degli sbirri, detto pur Capitan Grande. Quello che arrestò Casanova si chiamava Matteo 
Varutti. (V. 'Documento n. 8). 

Il FOSCOLO, nei suoi Saggi di critica storico- letteraria (Firenze, 1862, p. 178), dice che gl'Inquisitori 
• per rimanere inosservati vestivano dell'abito comune ai patrizi!, senza veruna delle distinzioni esteriori asse- 
gnate alle superiori magistrature. Il Missier Grande, per essere conosciuto anche troppo, non era mai adoperato 
da essi ". L'essersi costui due volte recato a casa del signor Giacomo dimostra, in verità, che il Foscolo sapeva 
poco, o poco presisamente, degli usi della polizia della republica. 

Il nome di Missier si dava a* Santi, al Doge, a' Procuratori di S. Marco, al proprio padre e a persone 
distinte. Il Missier Grande era il capo bargello. Vestiva di rosso e la sua veste era lunga e abbondante: 

20 




p 
5 



O 

I 



le sue interrogazioni fu affare d'un momento. Messer Grande pronunziò il 
mio nome e mi chiese se era proprio quello, poiché per la prima volta mi 
vedeva. Dissi di sì. Ebbene — mi fece — datemi tatto ciò che di scritto 
e presso di voi, sia vostro sia d'altri. "Gestiteci, poi, e venite meco. 

Gli chiesi da chi avesse avuto un tale ordine. Mi rispose che obediva 
a quelli del Tribunale @\ Gli ho lasciato prendere, allora, tutte le mie carte ; 
egli le ha cacciate in un sacco e s'è fatto aiutare da due de' suoi subal- 
terni. Mi son messo a vestirmi senz'aprir bocca. Quel che m'è parso strano 
al giorno appresso e di cui non ho saputo rendermi conto è come io mi sia 
tranquillamente fatto la barba, fatto pettinare, e abbia infilato una camicia a 
sbuffi e il mio miglior abito non come un uomo che sa di andare in pri- 
gione, ma quasi come ci si incammini a nozze. Tutto questo compii macchi- 
nalmente. Messer Grande, che non mi levò un momento gli occhi di dosso, 
mi lasciò esaurire tutta la mia bisogna, e quando mi vide pronto a seguirlo 
mi disse ch'io dovevo avere in casa dei manoscritti rilegati come libri stampati; 
era necessario che glie li consegnassi. Ciò mi fece cominciare a capir qualcosa. 
GÌ' indicai un mucchio di libri stampati, sopra i quali erano quattro de' ma- 
noscritti ch'egli cercava. Prese questi e tutti gli stampati che avevo sul co- 
modino: erano l'Ariosto, Petrarca, Orazio, un volume degli opuscoli di 

Plutarco e 

precedeva il Doge alle publiche comparse e si metteva, in quella occasione, accanto al cavalier del Doge; 
si deve, però, immaginare che il Missier Grande, in origine, sia stato un personaggio rilevante dell'ordine 
cittadino. 

Una delle illustrazioni grafiche alla Fuga, dal Casanova affidate al Berka, dev" essere, certo, l'esatta 
riproduzione della figura del Missier Grande. (V. i fuori-testo di questo volume). 

(8) " La polizia dividevasi in tre rami distinti : l'ima chiama vasi dei Signori di notte al criminale, e si 
affaccendavano intorno a* ladri, ruffiani, barattieri, omicidi ed altri delitti plateali. Contro questi Signori di 
notte il popolo parlava liberamente, e maledicevali, e chiamavali ingiusti, senza troppo pencolo d'essere castigato. 

B Un'altra polizia, assai più alta, spettava al Consiglio dei dieci, che invigilava sulla tranquillità generale 
dello Stato, su la condotta dei forestieri di riguardo, su la vita publica dei parrizii indigeni e più che altro 
sul clero, il quale con tutti i suoi prelati soggiaceva immediatamente alle prescrizioni di quel tribunale, né 
lasciava luogo ad appello o intercessione del papa. Di questa alta polizia niuno osava parlare senza rispetto; 
e benché il silenzio fosse tanto o quanto imposto a tutti, se alcuno rompevalo senza mormorare contro al 
Governo n'era raramente punito. 

" Ma un'altra polizia altissima risiedeva negli Inquisitori di Stato, dei quali non era concesso a veruno 
muovere parola né in bene né in male. Era pur anche vietato di pronunziare i nomi di quelli ch'erano in- 
quisitori, o di mostrare di sapere chi fossero. Il popolo, chinando gli occhi, e abbassando la voce, chiamavali 
i padroni in alto. Ad essi venivano riservati i casi che esigevano prontezza d'esecuzione, secreto impenetrabile, 
informazione di circostanze occultissime e potere assolutamente arbitrario... *. — U. FOSCOLO — Op. cit. 
- Pag. 176. 

21 



Plutarco e qualche libricciattolo francese ( 9 ). I manoscritti contenevano delle 
imposture di Magia, la "Clavicola di Salomone", i "Talismani", la "Cabala", 
lo "Zecor-ben", un "Picatrix", e le indicazioni de' profumi e scongiuri che 
s'usano per ottenere colloquii co' demoni di tutte le classi. La curiosità 
m'aveva reso possessore di tutto quel ben di Dio, del quale per altro non 
m'occupavo nient'affatto. Tuttavia coloro che m'avevano visto in casa quelle 
cianfrusaglie credevano ben altro — e io lasciavo che mi tenessero magari 
per un negromante, anzi mi faceva piacere di notarlo. 

Due mesi prima che mi accadesse il fatto che narro un veneziano, che 
prima aveva fatto il mestiere di orafo, m'avvicinò per propormi a buon 
mercato l'acquisto d'un grazioso anello di brillanti. Venne in casa mia e vide 
i miei libri di Magia. Due o tre settimane appresso tornò per dirmi che 
un tale, che non voleva farsi noto, m'avrebbe dato di que' libri ben mille 
ducati, se io li avessi voluto vendere. Soltanto li voleva da prima osservare. 
La proposta m'andava: risposi che volentieri glie li avrei lasciato tra le 
mani per ventiquattro ore. Passarono quindici giorni ; tornò l'ex-orafo e si 
prese i libri. Ma al giorno appresso me li venne a restituire, dicendomi che 
la persona di cui m'aveva parlato li trovava apocrifi. Dopo ancora otto giorni 

fui arrestato. 

(9) Che pare fosse la copia manoscritta dell'opericciuola di Jacques André Naigeon : Le militaire pbi- 
losophe, ou difficultés sur la religion proposées au R. "P. ^Malebranche, prètte de l'oratoire, par un ancien 
officier. (In 12, Londres et Amsterdam). 

Era il Naigeon, nato a Digione nel 1738, il conosciuto filosofo discepolo, ammiratore, imitatore del 
Diderot, l'amico di Voltaire, l'inviso al La Harpe che usava chiamarlo le singe de Diderot. Dallo scritto 
di quest'ultimo Avertissement du dialogue entre 'Diderot et Naigeon apprendo che il Naigeon, prima di de- 
dicarsi alla filosofia, era stato buon disegnatore e anche scultore. Le militaire philosopbe fu impresso con lo 
pseudonimo di Colonel Saint-Hyacinthe. Piccolo, timido, pettinato alla petit-maitre, il filosofo Naigeon provocò 
i couplets seguenti, che lo seccarono non poco : 

Je suis savant, je m'en piqué, 
et tout le monde le sait: 
je vis de métaphysique, 
de légumes et de lait : 

j'ai recu de la nature 
une figure à bombon : 
ajoutez-y ma frisure, 
et je suis monsieur Naigeon.... 

In JXCémoires (ed. del Garnier) il Casanova fa pur menzione d'altri libri che Messer Qrande gli avrebbe 
sequestrato : Le portier des Chartreux e l'Aretino. Del J&Cilitaire philosopbe dice : " manuscrit que Mathilde 
m'avait donne...". (Tome III, p. 190). 

22 



fui arrestato. Messer Qrande mi aveva chiesto gli stessi libri e così potevo 
immaginare, senza tuttavia esserne sicuro, da che parte mi venisse la bella 
sorpresa. Seppi dopo che il mio veneziano non era se non uno spione del 
Tribunale. ( ,0 ) 




VENEZIA AL TEMPO DI CASANOVA - La Dogana. 

Uscendo dalla mia stanza rimasi abbastanza sorpreso nel veder non 
meno di trenta o quaranta arcieri là fuori. Mi si faceva l'onore di crederli 

necessarii 

(10) Il confidente Giovan Battista Manuzzi. (V. i documenti 1, 2, 3, 4, 5, 6 e 7). Questi confidenti 
portavano, quasi sempre il mercoledì, un rapporto al Segretario degli Inquisitori. Abilissimo e zelante spione 
era stato, nel 171 8, tal Bernardino Garbinotti, che servì il Tribunale fino al 1 739. Sua specialità era di 
corrompere i servitori degli ambasciatori. Perfino il maggiordomo del Nunzio Pontificio, col soprannome di 
Fra Sempronio, s'era venduto al Tribunale ! 

La favolosa quantità di spioni che avrebbe avuto a sua disposizione il Tribunale è una delle parecchie 
esagerazioni che gli si riferiscono. Il Baschet ne conta solo tre o quattro tra il 1760 e il 1779: nel 1775 
ce n'erano, in Venezia, sette; dal 1777 al 1779 tre soltanto. Il Segretario è poco contento di tutti e tre 
costoro, e però anche del Casanova. 

In JKCémoires il Casanova s' intrattiene un poco più sul Manuzzi. " Questo spione — egli dice — aveva 
l'aria d'un onest'uomo, qualità necessaria pel mestiere che faceva. Suo figlio fece fortuna in Polonia sposandovi 
una signora Opeska ch'egli, a quanto si dice, fece morire. Non ne ho pruove e spingo la mia carità cristiana 
fino a non crederlo, sebbene io creda capacissimo il Manuzzi d'un delitto simile ". (Ed. Garnier — Tome III, 
pag. 191). 



23 



necessarii per assicurarsi della mia persona. Ma due sarebbero bastati — ne 
Hercules quidem contro duos! E strano che a Londra, dove tutti son co- 
raggiosi, non si adoperi se non soltanto un uomo per arrestarne un altro, 
mentre a Venezia, eh' è la mia patria e dove generalmente si è poltroni, se 
ne usino trenta. Ma credo che questo accada perchè un poltrone obbligato 
ad assalire ha sempre più paura dell'assalito, il quale, per la stessa ragione, 
può diventar coraggioso. Difatti, e a Venezia stessa, si vedono sovente degli 
arrestati che si sono accanitamente difesi e che alla fine non si sono arresi 
se non al numero. 

éftCesser Grande mi fece salire in gondola e mi sedette accanto. 
Prese con se solamente quattro arcieri e licenziò gli altri. La gondola s'ar- 
restò davanti casa sua : scendemmo : egli mi fece entrare in una di quelle 
stanze e mi vi lasciò dopo avermi offerto una chicchera di caffè, ch'io ri- 
fiutai. Così passai quattro ore, oppresso da un sonno abbastanza tranquillo 
e che ogni quarto d'ora s'interrompeva per la necessità che m'urgeva di 
spandere acqua, fenomeno straordinario, perchè il caldo era eccessivo, io non 
avevo mangiato, e nella sera precedente non avevo sorbito che un gelato. 
Ebbene, riempii d'orina due grandi vasi da notte ! La sorpresa che m'aveva 
cagionato l'oppressione era per me un grande " narcotico, e pur altre volte 
ne avevo fatto l'esperienza. Ma non l'avevo mai creduta diuretica. Del resto, 
abbandono la controversia ai fisici. Credo, per dir la mia, che allo stesso 
tempo in cui il mio spirito impaurito doveva mostrare indizii di debolezza 
per l'assopimento delle facoltà del pensiero, anche il mio corpo, come se si 
fosse trovato sotto una pressoia, dovesse esprimere buona parte dei suoi fluidi, 
i quali, per via d'una circolazione continua, attivano la nostra facoltà del 
pensiero. Ed ecco come una sorpresa spaventevole può pure esser causa di 
morte improvvisa: ella può strappar l'anima al sangue. 

Suonava la campana di ^erza (") quando JXCesser Grande rientrò per 
dirmi che aveva l'ordine di chiudermi sotto i " Piombi n . Lo seguii. Entrammo 
in un'altra gondola e dopo avere girato e rigirato per parecchi canaletti per- 
venimmo nel Canal Grande e scendemmo al borgo delle prigioni. Per una 
breve scala si arrivò al sommo d'un ponte grandioso e chiuso, che serve di 
comunicazione 

(11) Le campane della torre di San Marco suonavano le ore e quelle si conoscevano a* vari rintocchi 
d'esse. Due ore dopo il tramonto suonava la campana de le Do : al levarsi del sole suonava la Marangona, 

24 




... E quello: mettetelo in deposito. 



Casanova e accompagnato davanti al segretario degli Inquisitori, Domenico 
Cavalli, dal "Missier,, Grande. 

Comp. e ine. di L. Berka per 1' "Histotie de ma fuite, etc. etc." 
Leipzig, après le noble de Schoenfeld, I 788. 



comunicazione tra le prigioni medesime e il palazzo ducale. Disotto è il 
canale, chiamato Rio di 'Palazzo. Di là dal ponte è una galleria. L'attra- 
versammo tutta e ci trovammo in una camera ove <?%Cesser Qrande mi pre- 
sentò a un uomo vestito da patrizio e che, dopo avermi bene squadrato, gli 
disse: E quello: mettetelo in deposito. Era costui il segretario dei signori 
Inquisitori, il circospetto ( ,2 ) Domenico Cavalli che forse si pigliava scorno di 
parlare veneziano in mia presenza, poiché pronunziò il mio arresto in buona 
lingua toscana. <lM, esser Qrande mi consegnò, allora, al guardiano dei n Piombi " 
e costui, seguito da due uomini, mi fece salire due brevi scalette, infilare una 
galleria, poi un'altra chiusa da una porta a chiave, e poi un'altra ancora 
che terminava con una porta che mi fu aperta e oltrepassata la quale mi 
vidi in un vasto, brutto e sudicio solaio, lungo sei tese, largo due, rischia- 
rato da un'alta finestrella. Ho creduto da prima che questa fosse la mia 
prigione : ma m' ingannavo. Il custode impugnò una grossa chiave, e spalancò 
una pesante porta fasciata di ferro, alta tre piedi e mezzo e bucata in centro 
da un foro tondo, di otto pollici di diametro. Mi ordinò d'entrare. Mentre 
egli apriva la porta io contemplavo attentamente un ordigno di ferro assicurato 
alla parete. Aveva forma d'un ferro di cavallo, lo spessore d'un pollice e 
un diametro di cinque pollici dall'uno all'altro di quelli estremi paralleli. 
Pensavo a che cosa potesse occorrere, quando il guardiano mi disse, 
sorridendo : 

— Vedo, signore, che voi vorreste sapere a che serve questa macchina. 
Ve lo posso dire. Quando le Loro Eccellenze ordinano che qualcuno sia 

strangolato 

un'ora prima la Matutina, mezz'ora dopo mezzodì quella di drio Nona. Per la campana di Terza v'è il 
documento seguente : 

"1751, 30 luglio. — Che la campana di Terza suonar debba nelli mesi: Gennaro: per tutto detto 
mese a ore 17 (italiane). Febbraro : Dal primo sino alli 1 5 a ore 1 5 e mezza, etc. etc. Luglio : Per tutto 
questo mese a ore 12". 

A pagina 1 1 8 dell' Histoire de ma fuite Casanova dice, difatti : " Le trois de Juillet Laurent lui dit 
de se preparer à sortir à Terza qui dans ce mois sonne à douze heures n . In quasi tutti gli almanacchi 
veneziani trovo indicazioni delle ore: ho sott'occhi l'Almanacco curioso per l'anno 1768, dedicato alli 
M.M. R.R. P.P. Gesuiti — In Venezia, alle tre grazie — ove s'additano secondo la terminazione della 
Serenissima Signoria del dì 30 luglio 1751 , le ore della Campana di Terza. 11 libriccino, rilegato di cuoio 
a fregi d'oro, ha l'ex-libris del cavaliere Delfino. Ha pure le indicazioni della Campana detta Realtina. 

(12) Si chiamavano Circospetti i segretarii del Senato e del Consiglio dei Dieci. Tal nome era pur dato 
alle loro famiglie. I Tornielli, p. e., si chiamavano circospelli perchè nel 1774 un di loro fu appunto se- 
gretario del Senato. — Vedi MOLMENTI - Carteggi casanoviani - Firenze, Tip. Galileiana, 1910 - 
pag. 30 (in nota). 

25 

Casanova • Historia ecc. • 4 



strangolato lo si fa sedere su d'uno scannetto, con le spalle rivolte a quel 
collare e gli si acconcia la testa in maniera che esso abbracci metà del suo 
collo. Una corda di seta passa co' suoi due capi per quel buco che vedete, 
e la si attacca a un molinello. Un uomo fa girare il molinello fino a quando 
il paziente non abbia reso l'anima a Nostro Signore, poiché il confessore non 
lo abbandona, Dio sia lodato, se non quando è morto. 

— Molto ingegnoso ! — risposi — E credo, caro, che siate proprio 
voi quello che ha l'onore di far girare il molinello.... 

Non mi rispose. Ero alto cinque piedi e nove pollici e bisognò che mi 
piegassi per entrar nel mio carcere. Egli mi vi chiuse dentro. Mi domandò, 
attraverso la grata, che cosa io desiderassi mangiare. Gli risposi che non 
ci avevo ancora pensato. Allora se ne andò, rinserrando tutte le porte. 

Sbalordito, poggiai i gomiti sul regolo interno della grata. Essa era 
larga due piedi e alta lo stesso. Le sue ferree sbarre incrociate formavano 
sedici quadrati di cinque pollici di diametro ciascuno. Avrebbe abbastanza 
rischiarato la mia prigione se un dado di pietra, pezzo mastro da colmatura, 
largo un piede e mezzo e ficcato per un quarto nel muro disotto alla fine- 
strella non avesse impedita la luce ch'entrava di là. 

Abbassando il capo feci il giro del mio spaventevole carcere, che non 
misurava più di cinque piedi e mezzo di altezza. Riconobbi, quasi a tentoni, 
ch'esso formava i tre quarti di un quadrato di due tese. Il quarto contiguo 
a quello che gli mancava era rappresentato da un'alcova capace di contenere 
un letto. Ma non trovai ne il letto, ne seggiole, ne tavola, né mobile d'alcuna 
specie. V'era soltanto un arnese pe' miei naturali bisogni e un piuolo confitto 
nel muro, a quattro piedi di altezza. V'appesi il mio bel mantello di seta, 
il mio abito così mal battezzato e il mio cappello ornato di punto di Spagna 
e d'una piuma bianca. Il caldo era insopportabile. Triste e pensoso la natura 
mi conduceva nel solo luogo ove potessi riposare sui miei gomiti. Non potevo 
vedere l'abbaino del solaio, ma vedevo la luce che ne veniva al carcere 
e dei topi grossi come conigli, che passeggiavano tranquillamente. Questi schi- 
fosi animali di cui non avevo mai potuto sopportare la vista si avvicinavano 
fin sotto alla grata senza preoccuparsi troppo di me. Tappai subito il 
buco della grata che internamente si chiudeva con una porticella : m'avrebbe 
davvero gelato il sangue una visita di quelle bestie immonde ! E caddi in 

una meditazione 



26 



una meditazione profonda: con le braccia incrociate sull'appoggio della grata, 
rimasi così, per otto ore, in silenzio, immobile, senza più movermi. 

Udii suonare le ventuna. Nessuno compariva e cominciavo a inquietar- 
mene: nessuno veniva a chiedermi se volessi mangiare, se desiderassi un letto, 
una seggiola, o almeno un poco di pane e un po' d'acqua. Non avevo ap- 
petito, ma mi pareva che non si fosse tenuti a saperlo. Mai nella mia vita 
m'ero sentita la bocca così amara, e, fra tanto, ero sicuro che in sull'im- 
brunire qualcuno sarebbe apparso. 
Quando i rintocchi delle ventiquat- 
tro ore mi giunsero all'orecchio di- 
venni un forsennato. Cominciai a 
urlare, a sbattere i piedi a terra, a 
percuoter la porta, e per un'ora 
m'abbandonai a questo furioso eser- 
cizio, nessuno vedendo sopraggiun- 
gere, neppur sicuro che mi si udisse, 
e investito dall'oscurità che si faceva 
sempre più fitta. Chiusi la grata per 
paura che i topi non mi saltassero 
addosso di là, ravvolsi il capo in 
una pezzuola e mi gettai, prono, 
a terra. Non mi pareva possibile un somigliante abbandono, quando anche 
m'avessero voluto far morire. L'esame di quel che potevo aver commesso 
per meritare un trattamento così crudele non poteva durare che un mo- 
mento, io non trovavo materia per indugiarmivi. ( ,3) In qualità di gran liber- 
tino, di 

(13) Ne trova, invece, il severo Tribunale, specie sulle informazioni precise del Manuzzi e anche per 
la voce che correva delle intemperanze del signor Giacomo. Le animosità sue verso il Chiari che aveva pro- 
tettori parecchi e valevoli, gli armeggi suoi di cabalon che raccoglieva e usava libri di magia, la sua vita di 
discolo, la sua frequenza nei caffè più sorvegliati dagli spioni, ecco, per esempio, delle buone ragioni perchè 
le autorità della Serenissima non lo perdessero d'occhio. E non era egli pur ascritto alla Massoneria? Già 
da parecchi anni quelle spirituali e temporali della Republica ne sogguardavano e investigavano le mosse so- 
spettose : poi, contro i Liberi Muratori, fu proprio persecuzione bandita. Nel 1 785 il famoso birro Cristofolo 
Cristofoli, con trenta arcieri, atterrò l'uscio di una casa ove i Liberi Muratori si radunavano, sequestrò ogni 
cosa e si portò via al palazzo ducale fin le masserizie. 

Dunque ce n'era, per lasciar saggiare al signor Giacomo i 'Piombi qualche poco. Scritti empii e lascivi, 
commercio con ambasciatori forestieri, cabale, dispute : insomma, l'uomo insospettiva. E poi viaggiava, e poi 
parlava francese... Però mi sembra che il nostro Giacomo voglia qui troppo mostrarsi ingenuo. Dopo, ben 
seppe di che fosse stato accusato. 

27 




VENEZIA AL TEMPO DI CASANOVA. 
Le prigioni nuove. 



tino, di maldicente ardito, e d'uomo che non badava se non a farsi gioconda 
l'esistenza non sapevo trovarmi colpevole; or, vedendomi nondimeno trattato 
in quella barbara maniera, l'ira mia, il mio furore, la mia disperazione mi 
fecero pensare e dire contro il despotismo che m'opprimeva cose delle quali 
voglio risparmiare i dettagli al lettore. La nera collera, tuttavia, e il dolor 
profondo che mi divorava, e la dura terra sulla quale m'ero gettato, non 
m' impedirono, a un punto, d'addormentarmi : la mia natura aveva bisogno di 
sonno, e quando l'individuo ch'ella anima è giovane e sano, ella sa ben pro- 
cacciarsi quel che gli necessita, senza che occorra chiedergli consenso. 

Mi destò, subitamente, la campana di mezzanotte. Spaventevole risveglio, 
allorché fa rimpiangere il nulla o le illusioni d'un sogno! Non potevo credere 
d'aver passato tre ore senza aver sentito alcuna pena. Non mi sono mosso: 
coricato com'ero sul mio lato sinistro ho soltanto allungato il braccio per 
cercare della mia pezzuola che mi pareva di aver lasciata lì. Ma, tastando 
con la mano accanto a me, Dio, che orribile sorpresa! La mia mano ne 
incontrò un'altra, gelida come il ghiaccio!... Mi sentii rizzare i capelli: un 
fremito mi percorse tutto il corpo. Mai, mai nella mia vita mi son sentito 
assalire da un terrore somigliante : non mai me ne sarei creduto così suscettibile ! 

Così passai quasi tre o quattro minuti, non solo rimanendo immobile, 
ma incapace di pensare. Poi mi parve che la mano che avevo toccato non 
fosse che nella mia immaginazione soltanto — e, così fermamente supponendo, 
allungai daccapo il braccio... Dio! Ritrovo la stessa mano! La serro, pieno 
d'orrore, e la lascio, e ritiro il mio braccio. Fremevo. Comincio a credere 
che m'abbiano posto accanto, durante il mio sonno, un cadavere: immagino il 
corpo di qualche sciagurato innocente, quel dello strangolato mio amico, perfino, 
che avrebbero collocato presso di me perchè, svegliandomi, sapessi d essere 
destinato alla medesima fine... 

Quest'idea mi rese feroce. Torno a stender la mano, afferro quell'altra, 
faccio per levarmi e trarre a me quel corpo inerte, e accertarmi di tutto 
l'orrore del fatto... Faccio per appoggiarmi sul mio gomito sinistro — e allora 
la fredda mano ch'io non lasciavo, diventa viva, si ritrae, mi sfugge... — ed 
io mi convinco finalmente di non avere agguantato se non la mia mano sinistra, 
la quale inerte e appesantita avea perso moto, senso e calore — effetto del 
tenero e flessibile e dolce letto sul quale il mio povero individuo riposava! 

Sebbene 



28 



Sebbene quasi comica quest'avventura non m'ha rallegrato. Invece m'ha 
fornito materia a riflessioni assai tristi. Mi sono accorto che mi trovavo in 
luogo ove se il falso pareva vero le realtà dovevano sembrare de' sogni: in 
luogo ove le percezioni rischiavano la perdita della metà de' lor privilegi, ove, 
finalmente, l'accesa fantasia rendeva vittima la ragione o d'una chimerica 
speranza o della spaventosa disperazione. E allora mi son messo in guardia 
per tutto quel che concerne i pericoli di tal fatta : e all'età di trent anni, 
quanti ne contavo, ho, per la prima volta nella mia vita, invocato in soccorso 
la filosofia, della quale avevo tutti i germi nello spirito ma di cui non ancora 
ero riescito a far uso. La maggior parte degli uomini, io credo, muoiono 
senza aver mai pensato» 

Son rimasto seduto a terra fino alle otto ore. I crepuscoli del nuovo 
giorno apparivano : il sole doveva levarsi alle nove ore e un quarto. E mi 
tardava di veder l'alba! Un presentimento che pur non ritenevo che si do- 
vesse avverare mi accertava della mia prossima liberazione: il desiderio di 
vendicarmi mi bruciava, e non sapevo dissimularmelo. Mi vedevo come alla 
testa di tutto un popolo pronto a schiacciare, a polverizzare il Governo: non 
mi bastava ordinare al carnefice il supplizio de' miei carnefici: io stesso li 
volevo massacrare, io stesso! Tale è l'uomo: e non capisce che non è, in 
lui, la ragione quella che gli tiene discorsi somiglianti, ma la collera solo, 
la sua più grande inimica ! 

Attesi più di quanto credevo di potere aspettare : già questo era indizio 
della calma che sopiva i miei furori. Alle otto ore e mezza il profondo 
silenzio di questo inferno dell'umanità vivente fu rotto dallo stridere dei chia- 
vistelli posti a' vestiboli de' corridoi che bisognava passare per arrivar fino a 
me. Vidi, a un tratto, davanti alla grata il guardiano e udii la sua voce 
che mi chiedeva se io avessi avuto il tempo di pensare a quel che volessi 
mangiare. Gli risposi, senza rilevare quell' ironia, che desideravo una minestra 
di riso, del lesso, un arrosto, frutta, pane, vino e acqua. Il mascalzone mi 
pareva sorpreso di non udirmi, come s'aspettava, dolere. Rimase lì un minuto: 
io non gli dicevo altro, e la sua dignità non gli permetteva di chiedermi se 
altro desiderassi. Se ne andò, infine, ma, un quarto d'ora appresso, riapparve e 
mi disse ch'egli si meravigliava di non sentirmi chiedere un letto e quel che 
più urgentemente m'occorresse. Se credevo d'essere stato imprigionato soltanto 

per una 



29 



per una notte, mi sbagliavo tondo — soggiunse. Gli risposi che se m'avesse 
fornito quanto stimava che mi fosse necessario gli sarei stato riconoscente. E 
dove — disse — devo cercar tutto questo? Gli dissi che l'avrebbe trovato 
a casa mia: vi si recasse e mi portasse tutto. Mi passò un pezzo di carta 
e una matita. Chiesi, per iscritto, il letto, delle camicie, dei pantaloni, la 
veste da camera, i miei berretti, i pettini, le pantoffole, una poltrona, una 
tavola, uno specchio, i rasoi, ed anche que' libri che Messer Qrande aveva 
trovato sul comodino : e ancora chiesi carta, calamaio e penne. 

Quando gli lessi l'elenco di tutto questo (egli non sapeva leggere) mi 
disse che dovevo cominciare per cancellarne la carta, il calamaio, le penne, 
lo specchio e i rasoi: simili oggetti erano assolutamente proibiti a' prigionieri. 
Mi chiese, invece, se avessi denaro. E io gli detti uno zecchino da tre, che 
ancor possedevo. In quella mezz' ora, come appresso ho saputo, egli aveva 
già servito sette altri prigionieri che lassù erano detenuti, di cui ciascuno era 
separato dall'altro e nell'impossibilità d'ogni comunicazione e di conoscere 
nome e qualità di quelli che la stessa sciagura opprimeva. 

Poco prima di mezzogiorno il guardiano riapparve nel solaio, seguito 
da cinque arcieri ch'erano destinati al servizio dei prigionieri di Stato, titolo 
di cui ci si onorava. Aperse la porta del mio carcere e in questo introdusse 
i mobili che avevo chiesto e il mio desinare. Il letto fu fatto nell' alcova, il 
pranzo collocato sulla piccola tavola : mi fu dato un cucchiaio di avorio, che 
il guardiano aveva comprato col mio denaro, e, nell'offrirmelo, egli mi disse 
che il coltello e la forchetta erano vietati : così ancora ogni utensile di 
metallo. Mi lasciava le mie fibbie di scarpe perchè s'era accorto ch'erano 
di pietra. 

Soggiunse che bisognava subito ordinargli il pranzo del giorno seguente, 
poiché non poteva venir da me che all'alba soltanto. Concluse annunziandomi 
che l' Illustrissimo signor Segretario aveva cancellato dalla mia nota tutti i libri 
che vi avevo indicato, dicendogli che me ne avrebbe fornito lui di conve- 
nevoli al mio stato attuale. Risposi che gli portasse i miei ringraziamenti, 
specie per non avermi dato nessun compagno di prigione. Il guardiano mi 
assicurò che sarei stato servito, ma mi fece osservare che avevo torto di 
fare lo scherzoso: mi avevano lasciato solo in prigione appunto per rendermela 
più grave. E aveva ragione, e giorni appresso me ne sono bene accorto : 

ho dovuto 



30 



ho dovuto riconoscere che un uomo, posto nell' impossibilità d' occuparsi e 
rinserrato, solo, in un luogo quasi oscuro di dove egli non può chiamar 
nessuno e dove, soltanto una volta al giorno, vede chi gli deve portare il 
nutrimento, si trova in un vero inferno. La compagnia d'un assassino, d'un 
pazzo, d'un puzzolente malato, d'un orso magari o d'una tigre è mille volte 
preferibile a una solitudine di questa specie : essa vi esaspera. Ma non la si 
conosce se non dopo averla provata. 




VENEZIA AL TEMPO DI CASANOVA - Le prigioni nuove. 

Quando il guardiano si fu allontanato, per avere un po' di luce e per 
non mangiare all'oscuro, poiché ogni lume artificiale non era consentito, ho 
collocato la mia piccola tavola presso al buco di dove penetrava la poca 
luce dell'abbaino. Ero digiuno precisamente da quarantacinque ore — e pur 
non potetti ingollare che del riso. Passai la giornata senza infuriarmi, seduto 
nella mia poltrona, soffrendo la noia soltanto e non desiderando che il dimani; 
già pure il mio spirito lentamente accomodavo alla lettura che mi si era an- 
nunziata e che si stimava convenevole al mio stato. La notte la passai senza 
punto dormire, i topi facevano un chiasso del diavolo e i rintocchi dell'orologio 

di San 



31 



di San Marco pareva che battessero proprio nella mia cella. Una specie di 
tormento, di cui troverei pochi consapevoli tra' miei lettori, mi dava una pena 
insostenibile : milioni di pulci si davano da fare su di me con immenso lor 
diletto, avidi del mio sangue e della mia pelle, ch'esse pungevano con una 
furia di cui non avevo idea. E mi mettevano in convulsioni, mi cagionavano 
contrazioni spasmodiche in tutti i nervi, e mi avvelenavano il sangue.... 

Al domattina, come spuntava il giorno, riapparve il guardiano, fece ri- 
farmi il letto, spazzar la cella, nettarla tutta. Quando un degli arcieri mi 
offerse l'acqua per lavarmi le mani il guardiano, che s'accorse eh' io volevo 
uscir fuori per la bisogna mi avvertì che non potevo. M'aveva portato due 
libri : ma non li apersi per non farmi sorprendere da qualche movimento di 
disgusto : egli subito sarebbe andato a riferirlo. Se ne andò, dopo avermi 
lasciato il pranzo e spellato e affettato due cetrioli. 

Mangiai la mia zuppa calda, presi i libri, li avvicinai alla luce che 
entrava dalla grata e notai che non mi sarebbe tornato difficile leggerli. Un 
d'essi s'intitolava La città mistica di Suor Maria di Qesh. chiamata d'Agreda, 
e non lo conoscevo null'affatto/ 14 ) L'altro era scritto da un gesuita il cui 
nome non ricordo più : e costui stabiliva una nuova e particolare adorazione 
diretta al cuore di nostro Signore G. C. Di tutte le parti umane del nostro 
divin mediatore era quella che, secondo il gesuita, bisognava particolarmente 
adorare : idea singolare d'un pazzo ignorante, la cui prosa non ho potuto sop- 
portare, poiché il cuore non m'è sembrato un viscere più rispettabile del polmone. 

La Città mistica m' interessò un poco. V ho letto tutto quel che la 
stravaganza d'una imaginazione riscaldata d'una vergine estremamente devota, 
spagnuola, melanconica, chiusa in convento e diretta da coscienze ignoranti 
e lusingataci, può rampollare. Tutte le visioni chimeriche e mostruose erano 
decorate col nome di rivelazioni ; innamorata e amica intimissima della Santa 
Vergine che aveva avuto ordine da Dio stesso di scrivere la vita della sua 
madre divina: lo Spirito Santo le aveva fornito le istruzioni che le erano 

necessarie 



(14) Mastica Ciudad de 1)ios, milagro de su omnipotencia y abismo de la grada: bistorta divina, y 
Vida de la Virgen madre de Dios etc. etc. manifestada en estos ultimos siglos por la misma senora a sa 
esclava sor Maria de Jesus abadesa del convento de la lmmaculada concepcion de la villa de Agreda etc. etc. 
En Madrid, en la imprenta de la Causa de la V. Madre, 1744. (Tre tomi in -8° grande. Biblioteca 
Nazionale di Napoli). 

32 



necessarie e che nessuno mai poteva aver conosciuto prima di lei. E la 
storia principiava non dal punto della nascita della Vergine sì bene da quello 
della sua immacolata concezione nel ventre di Sant'Anna. 

Maria d'Agreda era la superiora d'un convento di Minori Osservanti, 
fondato da lei stessa in casa sua. Dopo aver narrato, peculiarmente, tutto 
quel che la madre di Dio fece nei nove mesi che precedettero la na- 
scita di Gesù, Suor Maria raccontava pure come in età di soli tre anni 
la Vergine già scopasse la casa e si facesse aiutare da novecento servitori, 
tutti angeli, che Dio le aveva destinati e che l'arcangelo Michele, lor Prin- 
cipe, comandava di persona. Lo stesso arcangelo andava e veniva da lei a 
Dio e da Dio a lei per le loro reciproche ambasciate. Quel che davvero 
ci colpisce leggendo un libro simile è la perfetta buona fede della scrittrice : 
è chiaro ch'ella non ha inventato o creduto d'inventare. Son visioni di un 
cervello esaltato che, senz'ombra d'orgoglio e inebriato di Dio, non crede 
di rivelare se non quanto gli è suggerito e dettato dallo Spirito Santo. E 
il libro era stampato col permesso dell' Inquisizione ! Non potevo non mera- 
vigliarmene. Ma invece d'aumentare o d'eccitare nel mio spirito un fervore e 
uno zelo religiosi esso m' induceva, piuttosto, a considerar favoloso tutto 
quel che abbiamo di mistico e di drammatico. 

Pel suo strano carattere questo libro ottiene conseguenze pericolose: 
un lettore d'uno spirito più suscettibile del mio e più tenero del meravi- 
glioso rischia, nel leggerlo, di diventare un visionario, o un grafomane come 
questa vergine. La necessità d'occuparmi a qualcosa m'ha tenuto una setti- 
mana su questo capodopera d'uno spirito esaltato : non ne ho fatto saper 
nulla al guardiano, ma proprio non ne potevo più. Appena m'addormentavo 
m'avvedevo del pestifero contagio onde quell'opera aveva inquinato il mio 
spirito, indebolito dalla tristezza e dal cattivo nutrimento. Mi facevano ridere, 
quando mi destavo, gli stravaganti sogni della notte : quasi mi veniva voglia 
di narrarli in iscritto, e lo avrei fatto se avessi avuto l'occorrente da scrivere, 
e certo avrei compilato un'opera ben più pazzesca di questa che il signor 
Cavalli m'aveva spedito. ( ,5 ) Da quel momento ho pur conosciuto in che ma- 
niera 



(15) Il Cavalli, a cui Giacomo Casanova e le costui prodezze non erano ignoti, scelse pel prigioniero 
quel libro per pigliarsi, se non mi sbaglio, il maligno gusto di far disperare il signor Giacomo, usato a ben 
altre letture. Poco tempo prima del suo arresto Giacomo Casanova, in compagnia del Memmo, Procurator di 

33 

Casanova • H istoria ecc. • 5 



niera s'ingannano quelli che attribuiscono all'umano spirito una certa forza 
assoluta : ella non è che relativa — e l'uomo il quale studiasse e conside- 
rasse bene se stesso, non in se stesso ritroverebbe se non debolezza. M'av- 
vidi pure che, se pur raramente l'uomo impazzisce, non è meno vero che sia 
facile impazzire. Somiglia un poco il giudizio nostro alla polvere da sparo: 
è assai facile che s'infiammi, ma non s'infiamma se non quando qualcuno 
le dà fuoco: o somiglia, mi pare, a un bicchiere, che non si sfracella se 
qualcuno non lo manda in frantumi. Il libro della spagnuola è proprio quel 
che ci vuole per far dare di volta a un uomo : ma bisogna provvederlo di questo 
veleno quando costui si trova, solo, in prigione, e non ha mezzo per occu- 
parsi altrimenti. 

Nel 1 767, portandomi da Pamplona a Madrid, il mio vetturale s'arrestò 
a desinare in una città della vecchia Castiglia, una città di cui notando la 
tristezza e l'antipatia mi saltò in mente di chiedere il nome. Dio, come ho 
riso quando m'hanno detto ch'era Agreda! Era stato lì che il cervello di 
quella santa pazza s'era sgravato di quel capodopera ch'io non avrei mai 
conosciuto se non avessi avuto da fare con l' egregio signor Cavalli ! Un 
vecchio prete mi mostrò il luogo ove suor Maria l'aveva scritto. Mi disse 
che il padre di lei, sua madre, sua sorella erano stati santi anch'essi: e che 
di suor Maria, si sollecitava, ora, la canonizzazione, con quella del beato 
Pallafox. Forse fu questa città mistica che suggerì al padre Malagrida la 

vita di 



San Marco e suo amico, s'era recato, anzi aveva proprio condotto il Memmo in casa della famosa cortigiana 
Ancilla. Al meglio della conversazione ecco una gondola che arriva e s'arresta sotto la casa d'Ancilla. I tre 
si fanno alla finestra ; diamine, è l'Ambasciatore di Vienna a Venezia, conte di Rosenberg ! Memmo scappa, 
e scappa pur Casanova. Si precipitano per le scale, ma già il Rosenberg le ascende, s'incontrano. Rosenberg 
non si può trattenere, e scoppia in una risata che accresce lo sgomento e l' imbarazzo de' fuggitivi. Giù, 
aspettando il Procuratore, è la costui gondola : vi saltano dentro Casanova e Memmo e corrono dal Cavalli, 
Segretario degl' Inquisitori. Occorre che specie il Memmo assicuri il Segretario di non aver nemmeno guardato 
in faccia l'Ambasciatore, d'avere, insomma, ottemperato alle severissime leggi della Republica, le quali pu- 
nivano irremissibilmente i patrizi, in ispecie, quando ne avessero appurato pur il più innocente commercio 
con i rappresentanti esteri. 

Il Cavalli ricevette Memmo con un sorrisetto protettore. Con lo stesso sorrisetto squadrò Casanova, im- 
maginando certo quale fosse stato, recentemente, il compito di costui. Al Memmo disse d'aver fatto bene a 
non perder tempo per confessarsi del caso occorsogli. Non temesse: le cose si sarebbero aggiustate. E u lascio 
perplessi. Avea preso delle arie solenni : avea finto di conoscere già tutto il fatto, abito comune de* Segre- 
tarii dell' Inquisizione, i quali tenevano a mostrarsi di tutto consapevoli. Or, capitato il Casanova tra le sue 
grinfe, ecco l'eccellente Cavalli che gli manda il libro di Suor Maria, la quale non era certo l' Ancilla! 

V CASANOVA - Mémoires, ed. cit. T. IH, pag. 116. 

34 



vita di Sant'Anna, ancor questa dettata dallo Spirito Santo. Ma il povero 
gesuita ne dovette patire il martirio. Ragione plausibile per procurargli la 
canonizzazione, quando la Compagnia di Gesù sarà resuscitata e restituita al 
suo antico splendere. ( ,6 ) 

Dopo nove o dieci giorni da quel che ho descritto non ebbi più un 
soldo. Il guardiano mi chiese ove dovesse attinger denaro, ed io laconica- 
mente gli risposi: In nessuna parte. Quel che più pungeva quest'uomo avaro 
e ciarliero era il mio silenzio. Alla dimane mi venne a riferire che il Tri- 
bunale m'accordava cinquanta soldi al giorno dei quali egli doveva essere 
il tesoriere e di cui mi avrebbe reso conto ogni mese, facendo uso dei miei ri- 
sparmii come a me piacesse. Risposi che mi portasse due volte la settimana 
la Qazzetta di Leida. Disse che ciò non m'era permesso. Cinquanta soldi 
al giorno erano troppi per me : non potevo più mangiare, avevo perso l'ap- 
petito, e il caldo estremo e la dieta m'avevano indebolito maledettamente. 
Era il tempo della canicola: l'impeto dei raggi solari che dardeggia sui 
" Piombi " li rendeva una stufa : il sudore mi bagnava da capo a piedi e 
scorreva fin per terra, a destra e a manca della poltrona ove mi gettavo 
completamente nudo, nella spe- 
ranza di star più fresco. 

Dopo venti giorni che non 
andavo più alla sella vi andai. 
Credetti morire di spasimi di cui 
non avevo idea fin qua: m'inco- 
glieva la malattia delle emorroidi, 
e da quel tempo non me ne sono 
più guarito. Questo ricordo che 
me ne rievoca di tanto in tanto 
la causa non vale a farmela tener 
cara: se la fisica non ci offre ef- 
ficaci rimedi per guarir dei mali 
ella ci fornisce almeno dei mezzi 
sicuri per acquistarne. Si fa gran caso in Russia di questa infermità, fino a 
complimentare coloro che ne sono vittime. Dei brividi violenti mi fecero 

conoscere 

(16) Vedi nota 21, ov'è detto di quello che incolse a' Gesuiti in Lisbona. 




Tate 



jDu-caZe- • 



VENEZIA AL TEMPO DI CASANOVA 
11 Rio di Palazzo. 



35 



conoscere, nello stesso giorno, ch'ero in balia della febbre: me ne sono ri- 
masto a letto, e al domattina non ho detto nulla. Ma quando il mio custode 
trovò per la seconda volta intatto il mio pranzo mi chiese come mi sentissi. 
Gli risposi che mi sentivo benissimo. Allora egli mi parlò con enfasi de' van- 
taggi che i suoi prigionieri ottenevano quando s'ammalassero; mi disse della 
longanimità del Tribunale, che forniva in casi somiglianti medico, medicine e 
chirurgo; mi osservò che avevo torto di non pretender nulla: egli era certo 
che fossi infermo. Nulla gli risposi. Nondimeno egli tornò tre ore dopo, e 
senza alcuno de' suoi satelliti: aveva una bugia in mano ed era seguito da 
un personaggio, grave e imponente, nel quale riconobbi subito il medico. 

Ero nell'ardore della febbre e al terzo giorno durante il quale mi 
continuava a bruciare il sangue. Il dottore mi rivolse alcune domande a 
cui non risposi se non facendogli notare che al confessore e al medico 
avevo l'abito di parlare da solo a solo. Ordinò, allora, al guardiano d'al- 
lontanarsi, e il guardiano si rifiutò d'uscire dalla cella. Allora se ne andò 
anche lui, dopo avermi detto ch'ero in pericolo di morte. Ebbene, sì: ero 
diventato rabbioso, e non m'importava più di vivere! E quasi mi piaceva 
di mostrarmi così indifferente di fronte agl'inumani che mi condannavano a 
una prigionia come quella. 

Dopo quattro ore ho udito il romore dei chiavistelli e mi è riapparso 
il medico. Reggeva egli stesso tra mani la bugia e non era con lui il guar- 
diano. Ero spossato, sfinito, e riposavo. Un vero malato è scevro del tor- 
mento d'ogni sensazione spirituale: eppure io provai grandissima soddisfa- 
zione quando m'accorsi che il custode era rimasto di fuori. Da quando costui 
m'aveva spiegato l'uso del collare di ferro la sua vista non la potevo più 
sopportare. 

In quindici minuti informai di ogni mio malessere il medico. Mi disse 
che bisognava che scacciassi da me la tristezza, se volessi guarire, e io gli 
risposi ch'egli non doveva far altro che scrivere la ricetta per una somi- 
gliante operazione e darla al solo farmacista che sapesse spedirla. Gli narrai 
della lettura che avevo fatto del libro di suor Maria, esagerai le mie esa- 
sperazioni contro il cuore, o per dir meglio, contro il libro del cuor di Gesù 
e contro la Città Mistica che, nell'ardore della febbre, mi faceva turbinare 
tra gli stessi delirii della scrittrice — e mi piacque che il medico fosse d' ac- 
cordo 



36 



cordo con me nel credere che proprio da quelle droghe mi fossero venute 
le emorroidi e la febbre. Mi lasciò, promettendomi di non più abbandonarmi 
e dopo avermi preparato egli stesso una copiosa limonata, che mise accosto 
a me e della quale mi pregò di bere soventi. Passai la notte in un lungo 
assopimento e sognando mistiche stravaganze. 

Al giorno appresso, e due ore più tardi dell'ordinario, il medico tornò 
col guardiano e con un flebotomo che mi cavò sangue dal braccio : mi lasciò 
una medicina, che mi raccomandò di prendere verso sera, e una bottiglia di 
brodo leggero. Mi annunziò d'avere ottenuto il permesso di far trasportare 
il mio letto sul solaio, ove faceva meno caldo. Rimasi spaventato dell'an- 
nunzio : pensavo ai topi che m'avrebbero assalito là dentro, e feci il possibile 
per convincere il medico che stavo meglio ove stavo. Trovò giustissime le 
mie ragioni. Ma quello che più mi consolò da sua parte fu il buttar via che 
fece, fuori della cella, que' due molesti libri, e il dono che mi recò d' un 
Boezio/ 17 ) Senza conoscere questo scrittore ne avevo già la più grande ammi- 
razione : ma non potetti cominciare a leggerlo se non due settimane appresso. 
Per saper quanto vale bisogna leggerlo nella situazione in cui mi trovavo. 
Nessuno, prima o dopo di lui, è riescito a fornire un balsamo simile a quello 
ch'egli offre agli spiriti afflitti: Seneca, di fronte a Boezio, diventa piccino. 

Parecchi clisteri d'acqua d'orzo mi guarirono, in otto giorni, della febbre 
e calmarono l'altro crudele mio incomodo ; otto giorni dopo riapparve l'appe- 
tito. Sui primi di settembre stavo benino ; non soffrivo ancora se non l'estremo 
caldo, le pulci, e la noia, perchè il Boezio non me lo potevo leggere tutto 

il giorno. 

(17) mOETHIVS ANICIUS MANLIUS SEVERINUS - De consolatane philosophiae, libri 
quinque, etc. Patavii, Cominus, 1774. -Cito a caso un'edizione delle parecchie. Una buona traduzione della 
Consolazione era stata già publicata in Venezia (per Marchio Sessa) nel 1531, ed era di Anselmo Tanzo. 
Il Mazzucchelli accenna a più di cento edizioni di quell'opera, senza tener conto delle versioni che ne furono 
fatte in quasi tutte le lingue e fin nell'ebraica. Un predecessore del Casanova, Alberto della Piagentina, 
imprigionato nel 1332 in Venezia, ne compì una assai degna, mentre era nel carcere. La più celebrata è 
quella di Benedetto Varchi, stampata la prima voita dal Torrentino (Firenze 1551). 

Boezio, che fu il più dotto e quasi il solo filosofo latino de' suoi tempi, nacque in Roma verso l'anno 
470. Fu condannato a morte da Teodorico, che lo sospettò d'alto tradimento. La Consolazione è davvero 
il libro fatto per raddolcire le pene degli sventurati : Dante stesso ebbe sovente quel libro tra mani, chiamò 
Boezio il suo dottore e di lui lasciò scritto nel X del 'Paradiso: 
Per veder ogni ben dentro vi gode 

L'anima santa, che '1 mondo fallace 
Fa manifesto a chi di lei ben ode... 

37 



il giorno. Il guardiano mi disse che ora potevo uscir dalla cella per lavarmi 
e passeggiare mentre mi si rifaceva il letto e scopavano con tutto zelo, solo 
mezzo per diminuire la maledetta e interminabile famiglia di quelli insetti 
che si pascevano del mio sangue. Questa passeggiata di cinque minuti che 
io facevo pel solaio, e quasi con violenza, mi giovava enormemente. Non so 
se me l'avesse concessa il Segretario del Tribunale o se me la permettesse 
l'arbitrio del custode ; certo è che ad altri non era lecita. Il custode, a dir 
vero, me l'accordò in principio del settembre, quando, cioè, dopo avermi 
reso conto del denaro che aveva speso nell'agosto, si trovò a restar mio 
debitore di ben venticinque o trenta lire. Gli dissi che adoperasse quel denaro 
per farne celebrare messe secondo la mia intenzione. Mi ringraziò in maniera 
da farmi comprendere che sarebbe stato egli stesso il prete che le avrebbe 
celebrate. Seguitai la mia passeggiata ogni mese — ma non vidi mai la 
ricevuta del prete al quale mandavo quell'elemosina. Tutto quello, per altro, 
che il mio custode ha potuto fare di meno ingiusto è stato d'appropriarsi 
del mio denaro e di pregar Dio lui stesso per me. 

In questo stato di cose ho sempre sperato che mi rimandassero a casa; 
non andavo mai a letto senza quasi esser certo che al domattina mi sareb- 
bero venuti a chiamare per annunziarmi eh' ero libero. Le mie speranze 
furono sempre deluse; cominciai allora a pensare che mi si fosse fissato un 
termine per la mia prigionia e che questa non si potesse protrarre più in là 
dell'ultimo giorno di settembre, poiché proprio in quel giorno gl'Inquisitori 
regnanti terminavano di funzionare. ( ,8 > E quel che mi vi faceva credere anche 
più era il non aver mai visto ne il giudice, né il Segretario del Tribunale 
nella mia cella. Nessuno vi era capitato per esaminarmi, o per convincermi 
che meritassi quel castigo. Mi pareva d'altra parte che ciò fosse indispen- 
sabile e che non si fosse mancato a un simile dovere se non per la certezza 

ch'io non 



(18) Difatti: i nuovi eletti entravano in funzione a' primi del mese di ottobre. In questo mese il Se- 
gretario doveva presentare a costoro una precisa Informazione, che li mettesse a giorno di tutte le pratiche 
de' lor predecessori e del personale, de' confidenti, de* prigionieri e dello stato finanziario del Consiglio. 
GÌ' Inquisitori durante il cui reggimento il Casanova fu arrestato erano il Diedo, il Condulmer e il da Mula : 
succedettero ad essi Alvise Barbarigo, Lorenzo Grimani e Francesco Sagredo. Fu Doge di Venezia in quel 
tempo - assunto a quella suprema carica nel 1 752 - Francesco Loredano, uomo di moltissimo mento. " Ebbe 
la disgrazia di perder la luce degli occhi, onde per alcuni anni governò essendo cieco, finché nell'anno 1 762 
passò da questa a miglior vita e fu eletto in suo luogo, con applauso incredibile, Marco Foscarini ". Cro- 
naca Veneta sacra e profana. Venezia, F. Tosi, 1793, Tomo I, p. 159. 

38 



ch'io non avessi nulla da scontare e di nulla dovessero quei giudici rimpro- 
verarmi. Forse mi tenevano là dentro solo in omaggio al loro prestigio, e per 
(orma. Forse già essi avevano ordinato la mia liberazione per fin di mese, 
quando il loro ufficio s'interrompeva. Mi sentivo quasi nello stato di perdonar 
loro l'ingiuria che m'avevano arrecato; una volta commessa la colpa di farmi 




VENEZIA AL TEMPO DI CASANOVA 
Il Rran cortile del Palazzo Ducale. 

imprigionare essi non avrebbero potuto lasciarmi in carcere per un tempo 
minore di nove a dieci settimane, altrimenti avrebbero fornito occasione alla 
gente di pensare che si fossero ingannati, o che non m'avessero rinchiuso ai 
" Piombi ,, se non per qualche futile sciocchezza. 

Ero dunque sicuro d'uscir di carcere al primo d'ottobre al più tardi, 
a meno che il Tribunale non mi dimenticasse - cosa che non potevo imma- 
ginare 



39 



ginare - o che mi lasciasse all'arbitrio di quello che gli succedeva e che 
di me non avrebbe saputo che farsi, quando non gli si fossero comunicate 
le mie peccata. Trovavo impossibile che m'avessero condannato e che la mia 
sentenza fosse stata scritta: ciò non si poteva fare senza parlarmi e senza 
comunicarmela. Quello di conoscerla allo stesso tempo in cui si conosce il 
delitto commesso è l'incontestabile diritto d'ogni criminale, e ad esso la nostra 
religione afferma che Dio stesso, diventato nostro giudice, si sottometterà nel 
giorno novissimo. Eran questi i miei ragionamenti: e tali sono quelli che fa 
ogni recluso che non sente d'essere un criminale. Ci si figura sempre che 
quel che si desidera debba accadere - l'Ariosto lo dice : 

.... il miser suole 

dar facile credenza a quel che vuole; 

e Seneca, in una delle sue tragedie, l'ha detto ancor più elegantemente : 

Quod nimis miseri volunt hoc facile credunt 

Il mio ragionamento si spuntava, tuttavia, contro le regole d'un tribu- 
nale che si distingue da tutti gli altri del mondo e che non fa certo pro- 
fessione d'una certa urbanità. Quando procede contro un delinquente esso 
è già sicuro che lo sia : che bisogno ha dunque di parlargli ? E, quando l'ha 
condannato, che necessità gli s'impone di comunicargli la sentenza? Il con- 
senso del reo non è necessario a' suoi giudici : vai meglio, pensano, di la- 
sciarlo sperare. Se lo si informa dei provvedimenti presi a suo riguardo non 
certo, per una sola ora di meno, rimane in prigione. Chi è savio non rende 
conto a nessuno degli affari suoi : giudicare e condannare son gli affari del 
tribunale - e il colpevole non ne deve saper nulla. Queste abitudini del 
Tribunale di Venezia conoscevo in parte : ma sulla terra son cose che non 
s'appurano precisamente se non quando le si conosce per esperienza. Se fra 
miei lettori è qualcuno a cui quelle regole paiono ingiuste, gli perdono, 
perchè davvero ne hanno tutta l'apparenza: ma bisogna che il lettore sappia 
che rappresentando esse una vera instituzione diventano giuste o perlomeno 
necessarie, perchè senza di esse un somigliante tribunale non potrebbe sus- 
sistere. Coloro che le tengono vive sono dei Senatori scelti tra i più ono- 
rabili e riconosciuti per i più virtuosi. Chiamati a coprire quel posto così 
eminente essi devon giurare di fare quello che i primi institutori del Tribu- 
nale 

40 









<Èn,„.<a: -■•> 



ffm^KìCESCdD 



L(DIRIE,rD)AK© 



Doge di Venezia - 1755 



naie hanno prescritto - e lo fanno, magari contro voglia e qualche volta so- 
spirando. Sette o otto anni fa fui testimone appunto dei sospiri d'un di 
quelli, onestissimo uomo, pel caso d' un paltoniere che infestava e met- 
teva in allarme tutta la città di Murano - e che bisognava far sommaria- 
mente strangolare. ( ,9 ) Con un cuor buono e col suo giusto spirito quel Sena- 
tore non si credeva padrone di nulla: non osava credere d'essere Inquisitore 
di Stato; diceva: io servo il Tribunale. Credo che dovesse avere una specie 
di sentimento di venerazione proprio per la tavola, posta nella stanza delle 
deliberazioni, e per le tre poltrone che le stanno intorno. 

Un forte dispiacere ch'ebbi nell'anno 1 782 m'indusse a trarne vendetta : 
mi ripagai senz'offender le leggi ma mi resi nemica tutta la nobiltà, che fece 

causa 



(19) Gl'Inquisitori appaiono intorno al 1313. Designati dal Consiglio dei Dieci che se ne faceva una 
specie di ausilio, furono da prima chiamati Inquisitori dei Dieci. Nel 1539 un decreto ne rese stabili le ca- 
riche. Presero allora il nome d' Inquisitori contro i propalatori di segreti. Due portavano veste nera, e si 
chiamavano Inquisitori neri: uno, che vestiva di rosso, era detto Inquisitore rosso. Il primo documento uffi- 
ciale in cui si ritrova la denominazione d'Inquisitori di Stato è del 1597. V. ROMANIN - Storia docu- 
mentata etc, T. IV cap. HI. 

Dei processi dell'Inquisizione fu il Segretario Pietro Businello, che incontreremo più avanti nella nar- 
razione del Casanova, il primo che compose un preciso inventario da quelli Archivii. Lo cominciò nel 1 770. 
Nel 1 786 si mescolarono le carte del Consiglio dei Dieci a quelle degl' Inquisitori : nel 1 794 al Segretario 
Giuseppe Gradenigo fu commesso d'inventariare gli Archivii. 

L'inventario compilato dal Businello fu redatto verso il 1775. E diviso in serie. In uno degli armadii 
(il primo) Businello pose le carte dei Segretario Domenico Cavalli e le carte giustificative dei Registri An- 
notazioni degl'Inquisitori, dal 1753 al 1755. Nel settimo armadio erano, tra le altre cose, al pluteo sesto 
una cassetta contenente dei veleni, con le istruzioni per servirsene (1673), il Rapporto di Qiacomo Casa- 
nova sulla situazione e i progetti di quelli che sono a Trieste, dei rapporti della polizia sui caffè, alcune 
copie della " Frusta letteraria " del 'Piemontese Baretti n uomo arditissimo ", le informationi su quanto è 
accaduto riguardo alla monaca <9XCaria di 'Pjva nel convento di S. Lorenzo (relazioni amorose di costei 
con l'ambasciatore di Francia a Venezia, conte di Froullay, un rapporto sui Ridotti, una copia dell' Espion 
chinois etc. etc. 

L'inventario dei 'Processi, compilato poi dal Gradenigo nel 1794, va dal 1573 al 1775. S'intitola: 
Specifica dei 'Processi che si trovarono nell'Archivio degli Inquisitori di Stato dal 1 573 fino al 1 774-1 775 
compilata da Qiuseppe Gradenigo. E tra' manoscritti del Museo Correr. Una copia è alla Biblioteca di 
S. Marco (Voi. XXIX dei Documenti lasciati alla Marciana da Giovanni Rossi). 

Contro gl'Inquisitori, assai spesso fatti segno al malcontento specie de' patrizii veneziani, si rinnovarono, 
una diecina d'anni dopo la fuga del Casanova dai n Piombi " gli attacchi di quei nobili, i quali già molte 
volte, nel Qran Consiglio, e con veemente eloquenza s'erano scagliati contro quelle misteriose procedure. 
Anche questa volta gl'Inquisitori finirono per ottener vittoria, e quel Tribunale precipitò soltanto quando la 
Republica cadde. La camera degl' Inquisitori fu saccheggiata nel 1 797, allorché gli agenti straneri avventa- 
rono la brutale furia popolana sul Palazzo Ducale : e in quel momento i documenti vennero in gran parte 
distrutti. Appresso, tal Carlo Rubbi, s'adoperò pel primo a ricostruire quell'Archivio. 

41 

Casanova ■ Historia ecc. ■ 6 



causa comune/ 20 ) Le ho dato un etemo e volontario addio. Senza questo po- 
tente motivo non avrei mai avuto la forza di allontanarmi dalla mia patria, 
perchè, per dirla col Montaigne, io m'ero tanto accoquiné a tutti i grassocci 
piaceri che, poco diverso da un maiale, io nTimmaialivo deliziosamente. Ed 
ecco come gli uomini fanno spesso del bene a qualcuno senza intenzione 
di farglielo! 

L'ultimo giorno di settembre ho passato la notte senza chiudere occhio. 
Ero impaziente dell'alba che m'avrebbe dovuto portare la buona novella 
della mia libertà. Ma l'alba apparve, Lorenzo il custode venne ad aprirmi 
la cella - e nulla mi disse. Passai cinque o sei giorni nella rabbia e nella 
disperazione. Pensai che mi volessero tener là dentro, chissà per quali ra- 
gioni, tutto il resto della mia vita. Quest'idea spaventosa mi fece pur ridere: 
sapevo bene ch'ero padrone di restar lì per poco tempo ancora quando, 
anche a rischio della mia vita, avessi risoluto di procurarmi la libertà. 

Deliberata morte ferocior, fu ai primi del novembre ch'io formai il 
progetto di uscir per forza da un luogo ove mi si teneva per forza: e questo 
divenne l'unico mio pensiero da quel giorno: e io cominciai da quel giorno 
a cercare, a inventare, a esaminare cento e cento mezzi per venire a capo 
d'una intrapresa che prima di me parecchi possono pur avere tentato ma che 
nessuno potette condurre a buon porto. 

In quelli giorni stessi mi capitò un accidente che mi fece conoscere 
anche più la miserabile condizione dell'animo mio. Stavo in piedi nel solaio 
e guardavo in alto, verso l'abbaino; vedevo sempre lì il grosso trave. Lo- 
renzo usciva dalla mia cella con due dei suoi aiutanti. All'improvviso quel 

trave 

(20) Allude qui il Casanova a' fatti accaduti, nel 1782, tra il patrizio Gian Carlo Grimani e lui — 
diverbii che s'accesero fino al punto da incitar Casanova, beneficato dal Grimani, a costui fino a quel punto 
devoto e dell'elegante casino del patrizio frequentatore, a sferzarlo senza pietà in un libello intitolato S^e 
amori, né donne, ovvero la Stalla ripulita (Venezia, 1 782, Fenzo, con le debite permissioni). La publica- 
zione di quell'opuscolo, che l'Otmann definisce ein giinglich verschollenes Pamphlet, obligò il Casanova ad 
allontanarsi subito da Venezia. 

Gian Carlo Grimani, figlio di Michele e di Pisana Giustinian Lolin, nacque il 28 giugno 1 739. Nel 
1791 sposò Maria Virginia Chigi del fu principe Sigismondo (V. Libro d'oro dei Veneti 'Patrizi " Matri- 
monii "), Era del ramo dei Grimani di Santa Maria Formosa, di quello cioè, del doge Antonio, del famoso 
patriarca Giovanni e dei cardinali Domenico, Marino e Vincenzo. Fu uno degli ultimi Grimani che abitarono 
il palazzo di Santa Maria Formosa. Nulla più è in quello, che ricordi Gian Carlo, neppure in effigie. 

Il Grimani ebbe un figlio, Michele, a 21 agosto del 1792. Morì Gian Carlo in quello stesso anno. 
Per le strane e tardive resipiscenze del Casanova vedi, tra' Documenti, la costui lettera al Grimani. 

42 



trave enorme si rigirò verso il suo lato destro e tornò poi daccapo al suo 
posto per un contrario movimento, lento e interrotto. Sentii nello stesso tempo 
d'aver perduto l'equilibrio ; mi convinsi che si trattava d'una scossa di tre- 
muoto, e pur quelli uomini se ne accorsero. Nulla dissi. Anzi mi sentii 
come grato a quel fenomeno. Pochi secondi appresso seguì lo stesso movi- 
mento - e allora io non potetti tenermi dal gridare : Un'altra ! Un'altra, 
gran Dio! Ma più forte! Gli arcieri, inorriditi da quella che lor sembrava 
l'empietà d'un disperato pazzo e bestemmiatore, scapparono via a gambe 




VENEZIA AL TEMPO DI CASANOVA 
La chiesa di S. Maria Formosa. 



levate. Dopo, ripensando al fatto, ho trovato che tra' miei calcoli possibili 
era proprio quel della rovina del palazzo ducale, un crollamento compatibile 
con la riconquista della mia libertà : sarebbe potuto crollare il palazzo e io 
mi sarei ritrovato sano e salvo, e libero, sul bel selciato di piazza S. Marco! 
Così cominciavo a impazzire. La scossa originava dallo stesso tremuoto che 
distrusse, in quelli stessi giorni, Lisbona. ( 2I ) 
Per preparare 

(21) Nel giorno d'Ognissanti del 1755 (1 di novembre) e precisamente, come dice il Casanova, alle 
ore nove e venti minuti del mattino, mentre gli abitanti di Lisbona si recavano a messa, uno spaventoso 



43 



Per preparare il mio lettore a ben comprendere come io sia fuggito 
da un luogo come quello occorre che glie ne descriva precisamente e pecu- 
liarmente la topografia. Le prigioni stanno ne più ne meno che in quel sito 
il quale è chiamato il granaio del gran palazzo. Il suo tetto, che non è 
coverto da ardesie e nemmen da tegole, ma da lamine di piombo di tre 
piedi quadrati di larghezza e dello spessore di quasi dieci centimetri, conferisce 
alle prigioni suddette il nome di n Piombi n . Non vi si può entrare che 
dalle porte del palazzo o dall'edificio delle prigioni stesse, cioè per ove mi 
vi si fece penetrare dopo avermi tradotto pel ponte di cui già ho detto e 
che si chiama dei sospiri. Non si può salire alle prigioni senza passare per la 
sala ove si radunano gl'inquisitori di Stato; di questa sala ha la chiave il 
loro Segretario, e il custode delle carceri glie la deve riconsegnare ogni 
giorno, dopo che ha terminato di servire i prigionieri. Questa consegna è 
fatta appena è giorno da qualche ora, perchè più tardi, col loro continuo 
va e vieni, gli arcieri sarebbero troppo notati in un posto ch'è affollato da 
tutti coloro i quali han da fare coi capi del Consiglio dei Dieci ( 22 \ i quali 

s' adunano 



tremuoto ch'ebbe ripercussioni in tanti altri luoghi di Europa, e specie in Italia, scosse la città dalle fonda- 
menta e ne fece crollare la maggior parte de* fabricati. Caddero chiese e palazzi, fu orribile la scena, me- 
morabile davvero, e immane il disastro. Il Tago uscì dal suo letto e inondò la città, mentre, com'era acca- 
duto a Pompei — la cui rovina fu proprio paragonata appresso a quella di Lisbona — si oscurava il cielo 
siffattamente che gli episodi più tragici di quella catastrofe si svolgevano nella più fitta oscurità, dissipata ad 
un tratto dalle alte fiamme d'un incendio formidabile. Poco tempo dopo seguì l'attentato al re don José, in 
una delle notti di terrore che succedettero al tremuoto e seguirono torture e suplizii feroci, ordinati dal famoso 
marchese di Pombal, che immolando a un tempo quasi tutta la nobiltà lusitana si sbarazzò, appresso, senza 
curarsi de' fulmini di Clemente XIII, succeduto a Benedetto XIV, de* Gesuiti, che avevano piantato in 
Portogallo il loro campo d'azione. 

V. il bel libro sul Portogallo di MARTINO OLIVEIRA. V. tra le altre la 'Distìnta e fedele Re- 
lazione del spaventevole terremoto del mare ed incendio di fuoco accaduto nelli Regni di Portogallo e di 
Spagna, nelli più cospicui porti e famose città et in particolare nella gran città di Lisbona. - Nizza, 1 755, in 4°. 

A proposito della strage compiuta dal marchese de Pombal m'accade qui di ricordare che, nel tempo 
in cui rimase in Londra, Giacomo Casanova conobbe la figliuola d'un di que' nobili lisbonensi che il Pombal 
aveva fatto morire in prigione. Si chiamava Paolina. Ella gli racconta la sua storia lagrimosa ne! capitolo XIII 
del Tomo VI di Mémoires, a pag. 410. (Ed. Garnier). 

(22) Il Consiglio dei Dieci da principio non fu se non una delegazione speciale del Consiglio dei Qua- 
ranta a procedere giuridicamente entro lo spazio di due mesi contro i congiurati seguaci di Bajamonte Tie- 
polo e investigarne le secrete diramazioni (anno 1310). Poi fu prorogato per altri due — poi per un anno 
— poi per cinque anni — poi per dieci — e finalmente stabilito in perpetuo con privilegio di fare, alterare 
e disfare le leggi che dovevano regolare le sue procedure e i suoi giudizi. (Anno 1 335). — FOSCOLO - 
Prose letterarie, Voi. IV. Firenze, Le Monnier, 1850, Pag. 376. 

44 



s'adunano tutte le mattine in una sala contigua, detta la Bussola ( 23 \ sala per 
ove gli arcieri stessi devono passare. 

Le prigioni si trovano separate sotto il sommo delle due opposte mu- 
raglie del palazzo: tre stanno a mezzogiorno, e la mia era una di queste, 
quattro a levante. La grondaia che corre lungo e sotto il tetto di quelle 
che stanno a mezzogiorno dà sulla corte del palazzo: quella di levante è 
a perpendicolo sul Canale di 'Palazzo. Da questo lato le celle sono lu- 
minosissime e vi si può stare impiedi: qualità che mancavano alla cella 
ov'io stavo e ch'era chiamata // trave. Il pavimento del mio carcere stava 
precisamente al disopra del soffitto della sala degl' Inquisitori di Stato, stanza 
ch'essi frequentano quasi sempre la notte, dopo la seduta giornaliera del 
Consiglio dei 'Dieci, di cui tutti e tre sono membri. ( 24 ) 

Informato com'ero di tutto questo e con la più perfetta idea topogra- 
fica del luogo, la sola probabile via d'uscita che si presentava alle mie spe- 
ranze era quella d'un foro nel pavimento. Ma bisognava provvedersi degl'istro- 
menti adatti e ciò era difficilissimo in un luogo ove qualunque comunione 

col di 

(23) Bussola - H Anticamera dei Consiglio dei Dieci e degl' Inquisitori di Stato, appellata la Bussola 
per esservi allo ingresso della stanza dei tre Capi dei Dieci uno di quei grandi ripari di legname che si 
pongono innanzi agli usci affin di difendere le stanze dall'aria e dal freddo e che in veneziano dialetto si 
dicono bussole. Da ciò chiamare uno alla bussola valeva lo stesso che imporgli di presentarsi al tribunale dei 
Capi dei Dieci o a quello degli Inquisitori, laonde tremendo nome era quello della bussola e, per i chia- 
mati, lo stare in quell'anticamera era più terribile e più angoscioso che trovarsi tra Scilla e Cariddi B . — 
F. ZKCUTINELLI - Lessico Veneto, Venezia 1851. 

(24) La camera degl' Inquisitori era vicina a quella dei Capi del Consiglio. La tappezzeria era di cuoio 
dorato : addossato al muro erano tre seggioloni di legno di quercia con cuscini di marocchino nero : davanti 
s'allungava una vasta tavola. Una tavola più piccola e una sedia, sulla sinistra, servivano al Segretario. Al- 
cuni armadi raccoglievano le carte correnti e le corrispondenze. La volta della Sala aveva pitture del Tin- 
toretto, (le quattro virtù teologali): al disopra delle seggiole delle Loro Eccellenze era attaccata alla parete 
una <5%Cadonna che si diceva di Raffaello. 

Della Sala del Maggior Consiglio scriveva una trentina d'anni appresso, la principessa di Gonzaga: 
" Les peintures qui decorent la Salle du Grand Conseil sont d'une belle et savante manière. Au dessus du 
trone est le Paradis peint par le Tintoret. Le paradis au dessus d'un tronel Est ce donc là sa place? Aussi 
y semble-t-on en pays étranger. Autour de la Salle règne un frise composée des portraits de tous les doges. 
Il y en a un qui m'a fait peur; c'est un fond noir encadré, deuil bien funeste! On y lit ces mots: C est 
ici la place de Marin Falier, decapiti : affreux monument de la vengeance ! 

n C'est au dessous de ce palais, dans un endroit horrible ou la lumière du jour ne penetra jamais, au 
fond méme de la mer dont on a force les eaux de reculer, que sont les affreuses prisons qui font voir, à 
la honte de 1' humanité, que les hommes dominés par les passions sont bien plus vindicatifs que justes, et 
qu'ils ont alors toute la cruauté des tigres.... ". Leltres de Madame la PRINCESSE DE GONZAGUE - 
Hambourg, 1797 - Tome I. p. 80 (Da Venezia, 10 sett. 1787). 

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col di fuori è proibita, ove non si permettono visite ne commercio episto- 
lare con chicchessia. Nemmeno potevo pensare di confidarmi a qualcuno 
degli arcieri, visto pure che non possedevo denaro per corromperli. In certe 
ore di furore pensavo perfino di scappar via dopo avere ammazzato il guar- 
diano e i suoi due satelliti: ma non avendo armi non potevo meditare che 
di strangolarli con le mie mani, supponendo in loro, s'intende, tutta la com- 
piacenza necessaria all'esecuzione d'un tal progetto. Un arciere, d'altra parte, 
rimaneva sempre fuori della prima porta e non la riapriva se non quando 
i suoi compagni gli davano la parola d'ordine : oltre a questo egli sarebbe 
stato sempre pronto ad accorrere al più piccolo romore. ( 25 ) 

La mia sola soddisfazione consisteva nel riempirmi la testa di chi- 
merici progetti intorno alla mia libertà, senza la quale non avrei saputo più 
vivere. Leggevo sempre Boezio, ma avevo bisogno di uscir di là dentro, e 
in Boezio non ne rinvenivo il suggerimento : e vi pensavo, vi pensavo eter- 
namente, perchè m'ero persuaso che a furia di pensarvi l'avrei finalmente 
trovato in me stesso. Credo ancor oggi che quando un uomo si ficca in 
testa di venire a capo d'un progetto qualsiasi e che non s'occupa se non 
di esso lo deve raggiungere malgrado tutte le difficoltà: quest'uomo di- 
verrà Gran Visir, diverrà Papa, rovescerà una monarchia, pure che ci si 
metta. Alla metà di novembre il guardiano mi disse che JXCesser Grande 
aveva per mani un detenuto e che il nuovo Segretario circospetto Pietro 

Businello 



(25) " A chi vada a vedere i Piombi si mostra la carcere del Casanova, che forse è così de- 
signata soltanto perchè ha un buco nella parete. Lo ZANOTTO, (/ Pozzi e i Piombi - Venezia, Brize- 
ghel, 1 876, p. 88) designa per tale " la seconda a destra entrando n e forse consente alla volgare opinione. 
Ma tutto costassù nei Piombi è stato rimutato dopo la caduta della Republica: e quel casotto che è mo- 
strato agl'inglesi e anche agl'italiani, avidi di emozioni, è stato fatto non sono molti anni per dare un idea 
alla meglio di quelle antiche prigioni. Del resto dalle fatture degli artefici si rileva che il camerotto del Ca- 
sanova era il numero 1 e se si trovasse una antica topografia di quella parte del palazzo si troverebbe poi anche 
la cella del prigioniero. Quella che volgarmente ne porta il nome è troppo indentro e affatto allo scuro: e 
il Casanova dice invece che il finestrino della sua porta riceveva luce da due finestre, dalle quali si godeva 
di una bella vista fino al Lido. Questo camerotto, separato dal muro esterno per un corridoio " di due piedi 
di larghezza e dieci circa di lunghezza " doveva dunque essere verso oriente, cioè verso il Rio di Palazzo. 
Essendo poi la carcere così presso alla gronda, non doveva esser molto difficile, stando sul palco, di raggiun- 
gere il tetto e sollevarne le lamine di piombo: la qual cosa pareva impossibile allo Zanotto (p. 89) solo 
perchè egli credeva il camerotto del Casanova esser quello volgarmente indicato, il cui palco, rimanendo esso 
quasi nel mezzo, dista realmente di parecchi metri dalla travatura plumbea". A 'D'JlNCONA - Un avven- 
turiere del secolo XVIII - Nuova Antologia, 1882. Seconda Serie: Voi. XXXIV p. 449. 

46 



Businello ( 26 ) gli aveva ordinato di cacciarlo nella più brutta delle celle. Per 
conseguenza egli lo voleva mettere nella mia. Mi disse pure che al Busi- 
nello aveva narrato ch'io consideravo come una grazia particolare l'esser 
lasciato solo — e che il circospetto gli aveva risposto che adesso, dopo 
quattro mesi, dovevo esser diventato più saggio. Quest'annunzio non mi 
spiacque : ne m'addolorai di apprendere come l' antico Segretario fosse stato 
sostituito da quest'altro. Il signor Pietro Businello era un eccellente uomo 
che avevo conosciuto a Londra, Residente della Republica. Mi mostrai, 
tuttavia, indifferente all'una e all'altra delle notizie che mi portava Lorenzo. 
Un'ora dopo la campana di ^erza ho udito stridere i chiavistelli e ho 
visto Lorenzo, seguito da due arcieri che si conducevano dietro, ammanet- 
tato, un giovanotto che piangeva. Lo chiusero nella mia cella e se n'anda- 
rono senza far parola. Io stavo sul letto, nella piccola alcova, ed egli non 
mi vide : la sua sorpresa mi divertiva moltissimo. Aveva la fortuna di non 
esser più alto di cinque piedi e poteva starsene ritto. Guardava attenta- 
mente la mia poltrona, ch'egli credeva fosse preparata per lui: scorse pure 
il Boezio, s'asciugò le lacrime, aperse il libro, e lo lasciò subito andare con 
un aria di dispetto : era del latino ! Fece il giro della cella e, meravigliato 
di ritrovarvi dei panni, si diresse subito all'alcova. Una debole luce gli 
fece là dentro intravedere un letto. Stese la mano, e mi toccò. La ritrasse 
subito come udì il suono della mia voce, e mi chiese scusa : io lo pregai 
di sedere e la nostra conoscenza fu bell'e fatta. Mi raccontò ch'era nativo 
di Vicenza e che suo padre, sebbene fosse un povero vetturale, l' aveva 
mandato a scuola, dov'egli aveva appreso a scrivere. Così, a undici anni, 
era entrato a garzone in una bottega da parrucchiere. In quattro anni aveva 
appreso a pettinare parrucche e capelli così bene da farsi invitare dal 
conte X... come domestico ( 27 \ Mi soggiunse, sospirando, che, due anni appresso, 

l'unica 

(26) Del Businello, o Busenello com'egli firma, è detto avanti, in nota. Un suo omonimo, forse suo 
nonno o suo zio, di nome Pietro, fu lui pur Segretario, poi Cancellier Grande nel 1 689. n II carico di 
Cancellier Grande si dona con grossi proventi a diverse preminenze dal Maggior Consiglio all'uno meritevole 
dei Segretarj, e dura in vita e interviene nei segreti maggiori ". Cronaca Veneta sacra e profana. - Venezia, 
F. Tosi, 1793. Tomo I, pag. 181. 

(27) " Millecinquecento parrucchieri, finalmente, (e già a preferenza di qualsivoglia altro mercenario, li ve- 
demmo servigiali e schiumabrodo delle Loggie), millecinquecento parrucchieri, cui per l'esercizio dell'arte 
loro confidentemente veniva schiusa la porta di ciascheduna stanza, e quella dei più custoditi recessi delle 
femmine e delle damigelle, erano altrettanti sfacciatissimi ambasciatori di Cupido, o d' ingiusti favori mezzani 

47 



l'unica figliuola del conte era uscita di convento e ch'egli, pettinando i suoi 
magnifici capelli, era diventato innamoratissimo della contessina. Anch' ella 
era stata presa di lui. Non potendo resistere ne l'uno ne l'altra alla violenza 
del loro ardore s'erano da prima scambiato promessa di matrimonio e ave- 
vano poi dato libero sfogo alla natura, per modo che la contessina, la quale 
avea diciott'anni, era rimasta incinta. Una vecchia e devota serva di casa 
aveva tutto scoperto, tutto fatto confessare alla padroncina, e ottenuto da 
lei che si svelasse al padre. La colpevole aveva promesso alla vecchia di 
far narrare al signor conte quella disgrazia dal confessore di lei, e la vecchia 
s'era taciuta. Intanto s'era pensato a scappar via; si sarebbe partiti per 
Milano e lì vissuti sicuri e contenti. La signorina sua moglie s'era già im- 
padronita d'una bella somma di denaro e dei diamanti della fu sua madre: 
sarebbero partiti sul far della notte. Quand' ecco che il signor conte lo 
chiama e gli affida una lettera da portare a Venezia e consegnar proprio 
nelle mani della persona alla quale è diretta. E gli parla con tanta bontà 
e così pacatamente che il parrucchiere di nulla dubita. Non ha che il 
tempo di rientrare in camera a pigliarsi il mantello e di sospirare un fret- 
toloso arrivederci alla sua bella, assicurandole che presto sarebbe di ritorno. 
E la bella si sviene. Arriva il parrucchiere a Venezia in meno d'otto ore, 
recapita la lettera, ne riceve la risposta, si reca a un'osteria per desinarvi 
e, dopo pranzo, frettolosamente si leva per rifare il viaggio. Ma appena ha 
messo il piede fuori nella via che tre o quattro birri l' acciuffano, lo 
chiudono in guardina e ve lo tengono fino a quando, di là, non lo accom- 
pagnano ai " Piombi n . 

Era un assai simpatico ragazzo, sincero, onesto, e innamorato pazzo. 
Non faceva che pensare alla sorte che certo era toccata alla contessina e 
costei piangeva assai più che non piangesse se stesso. Singhiozzando ama- 
ramente mi domandò se avesse potuto tenerla come moglie legittima. Gli 
risposi ch'ella non la era ancora — e si disperò più forte. Difese di fronte 
a me la sua causa con argomenti cavati proprio dal codice della natura e 

che gli 

infamissimi ". MUTINELLI - oKCemorie storiche degli ultimi cinquant anni della Republica Veneta. - Ve- 
nezia, tip. di G. Grimaldo, 1854, pag. 75. - V. Reclamo dell'arte dei parrucchieri al Comitato di salute 
puhlica del Governo democratico contro uno scritto intitolato " La rabbia dei parrucchieri n . - Venezia, 1 797. 
Anno primo della Libertà Italiana. 

48 



che gli sembravano sacri e validissimi. Credo pure ch'egli m'abbia tenuto 
per matto quando gli ho detto che la natura non può condurre l' uomo se 
non alle più grandi corbellerie. Credeva che gli portassero subito un letto e 
il pranzo — ma gli feci osservare che s'ingannava: e indovinai. 

Gli detti a mangiare del mio; ma il poverino non potette nulla mandar 
giù. Mi parlò, tutto il giorno, della sua amante — e piangeva, piangeva 
sempre più, e mi faceva pietà davvero, e davanti agli occhi miei pur quella 
povera figliuola era più che giustificata. Se i signori Inquisitori di Stato si 
fossero trovati, invisibili, nella mia cella e avessero veduto quel povero fi- 
gliuolo scommetto che non solo l'avrebbero rimandato a casa ma pur mari- 
tato senza badare a leggi e ad usi. 

Gli offersi il mio pagliericcio : francamente, non desideravo nel mio letto 
un giovanotto innamorato. Costui non conosceva la gravità della sua colpa, 
e nemmeno comprendeva la necessità che il conte avea sentito di fargli 
infliggere una punizione secreta, che pur salvasse l'onore della sua casa. 

Al domattina gli fu portato un pagliericcio e un pranzo da quindici 
soldi, che il Tribunale gli largiva per carità. Ho detto a Lorenzo che il 
mio sarebbe bastato ogni giorno per tutti e due noialtri e ch'egli si poteva 
servire del denaro destinato alle consumazioni del parrucchiere per fargli ce- 
lebrare tre messe alla settimana. Lorenzo s'incaricò volentieri d'una simile 
bisogna, complimentò quel giovanotto che aveva la fortuna di ritrovarsi con 
me, gli ordinò d'usarmi tutto il rispetto possibile e permise anche a lui di 
passeggiare per mezz'ora sul solaio, mentr'egli serviva gli altri carcerati. 
Avevo — come ho detto — - accettato con molta gratitudine quel favore: 
trovavo eccellente per la mia salute quella breve passeggiata e la reputavo in- 
dispensabile a' progetti d'una fuga, i quali pervennero in undici mesi alla loro 
maturità. Avevo notato nel solaio parecchi vecchi mobili abbandonati sul 
pavimento, a destra e a sinistra di due casse e davanti a un mucchio di 
quaderni manoscritti. M'impadronii di cinque o sei di questi fascicoli e li 
serbai per divertirmi a leggerli. Erano tanti processi criminali, e tutti d'un 
genere curiosissimo: interrogazioni suggestive, risposte singolari riguardanti se- 
duzioni di verginelle, galanterie difese faccia a faccia dei confessori, dei maestri 
di scuola e dei pupilli ; e ce n'era di due o tre secoli precedenti, e il cui 
stile, i cui costumi mi fecero passare assai piacevolmente delle intere giornate. 

Tra quel 

49 

Casanova • Historia etc • 7 



Tra quel vecchio mobilio ho notato una bacinella, una caldaia, una palettina pel 
fuoco, delle molle, de' vecchi candelieri, alcuni vasi di terracotta e una siringa 
di latta. Ho immaginato che quelli fossero oggetti che certo erano serviti a 
qualche meritorio e illustre prigioniero. Ho pur visto una specie di catenaccio, 
diritto, spesso quanto il mio pollice e lungo più d'un piede e mezzo. Nulla 
ho toccato : non era ancora venuto il tempo in cui dovessi pensare a valermi 
di qualcuno di quelli utensili. 

Il mio camerata un bel mattino, verso fin del mese, mi fu portato via. 
Lo avevano condannato alla prigionia nei Quattro. Queste carceri stanno 
nella cinta del palazzo delle prigioni, e appartengono agli Inquisitori di Stato. 
I prigionieri che vi son chiusi hanno il diritto di poter chiamare i loro guar- 
diani ogni volta che ne abbisognano : le celle sono oscure ma a' reclusi è 
concessa una lucerna: le pareti e il pavimento sono di marmo. Ho saputo, 
molto tempo dopo, che quel povero diavolo v'è rimasto carcerato per ben 
cinque anni e che poi l'hanno spedito a Cerigo, ch'è l'antica Citerà, isola 
appartenente alla Republica di Venezia, situata alla fine dell'Arcipelago e 
la più lontana di tutte quelle che possiede il Maggior Consiglio. Lì sono man- 
dati a finire i giorni loro tutti i colpevoli erotici i quali non appartengono 
a un rango che meriti riguardo. Quell'isola, secondo la mitologia, è la patria 
di Venere: ed è singoiare che i veneziani l'abbiamo scelta come terra d'esilio 
di tutta la famiglia di quella divinità pagana, che certo così disonorano, 
mentre gli antichi di lei devoti si recavano laggiù per rendere omaggio 
alla madre dell'Amore e per abbandonanti a tutti i piaceri. Son passato 
davanti a Cerigo l'anno 1743, quando m'avviavo a Costantinopoli, e vi 
sono sceso per osservarne la povertà, la quale all' aria non impedisce, per 
altro, d'essere imbalsamata dal soave profumo dei fiori e dell'erbe, al clima 
d'essere dolcissimo, al moscato di farsi stimare più di quel di Cipro, alle 
donne di sfoggiare tutta la loro bellezza, a tutti, insomma, quelli abitanti di 
apparir dominati dall'amore fino agli ultimi istanti di lor vita. Ogni due anni 
la Republica vi spedisce un nobil uomo a governarla col titolo di 'Provveditore 
e il nobil uomo subito realizza il suo titolo provvedendo principalmente a 
se stesso. 

Non ho mai più saputo che fine abbia fatto a Cerigo quel piccolo 
parrucchiere. Per qualche giorno egli mi tenne buona compagnia e io mi sono 

accorto 

50 



accorto di tal benefizio quando egli se n'è andato e son ricaduto nella mia 
tristezza. 

Il permesso di passeggiare per mezz'ora nel solaio non mi fu tolto. 




VENEZIA AL TEMPO DI CASANOVA 
Cantastorie in Piazza S. Marco. 



Ho adesso esaminato più attentamente tutto quel che v'era in deposito: un 
cassone pieno di buona e vergine carta da scrivere, di cartoni, di penne 

d'oca 



51 



d'oca non tagliate e di gomitoli di spago. Un altro cassone era chiuso. Un 
pezzo di marmo nero, polito, liscio, dello spessore d'un pollice, sei pollici 
lungo e largo tre, ha pure interessato il mio esame: me ne sono impadronito 
senza sapere cosa dovessi farne e l'ho nascosto, nella mia cella, sotto le mie camicie. 

Otto giorni dopo la partenza del giovanotto Lorenzo mi venne a dire 
che forse m'avrebbero dato un novello compagno. Questo Lorenzo, che in 
fondo non era se non un chiacchierone, cominciò a seccarsi del mio mutismo e 
ad immaginare che, per non rivolgergli mai domanda alcuna, io lo tenessi per 
uno che non sa nulla davvero. Il suo amor proprio si sentì offeso. E così, per 
mostrarmi ch'io m'ingannavo, egli stesso, non interrogato, principiò a snoc- 
ciolare il suo rosario. 

Mi disse da prima che credeva ch'io spesso dovessi ricevere visite 
nuove, poiché le altre sei celle non accoglievano se non degl'individui non 
meritevoli d'essere spediti ai Quattro. Vi fu una lunga pausa. Allora 
egli mi soggiunse, per spiegarmi questa distinzione, che ai Quattro era, 
confusa, una quantità di gente d' ogni sorta, la cui sentenza se bene 
a tutti costoro non nota, era già pure scritta. Seguitò a dirmi che 
quelli i quali, come me, stavano sotto i " Piombi n ed erano affidati a lui eran 
tutte persone della più alta sfera e colpevoli di cose che a' volgari curiosi sa- 
rebbe difficile indovinare. 

— Se sapeste, signor mio, quali sono i vostri compagni di prigionia! 
Ve ne meravigliereste di certo; sebbene si dica e sia vero che voi siate un 
uomo di spirito; ma mi perdonerete la mia supposizione. Voi sapete, caro 
signore, che aver dello spirito quando si e qui dentro non vale a nulla per 
esser trattato.... comprendete, non e vero? Cinquanta soldi al giorno son 
qualcosa.... A un patrizio si danno tre lire, e io devo saperlo, non vi pare? 
^utto passa per le mie mani.... 

E qui mi si mise a intessere il proprio elogio, tutto composto di qua- 
lità negative : mi disse che non era ne ladro, ne brutale, ne malvagio, ne 
bugiardo, ne traditore, né ubriacone, né avaro come tutti i suoi predecessori: 
mi soggiunse che se il padre suo lo avesse mandato a scuola egli v'avrebbe 
appreso a leggere e scrivere e che a quest'ora sarebbe almeno £%Cesser 
Grande anche lui, poiché Sua Eccellenza Andrea D.... ( 28 ), ch'era Inquisitore 
di Stato, 

(28) Andrea Dandolo. 
52 



di Stato, lo stimava enormemente. Mi disse ancora ch'era ammogliato, che 
la moglie aveva ventiquattro anni e ch'era lei che mi manipolava da pranzo. 
Mi annunziò che avrei avuto il piacere di aver con me, a mano a mano, 
tutti i nuovi arrivati ai "Piombi", ma ciascuno per qualche giorno soltanto, 
poiché quando il signor Segretario avesse loro cavato di bocca quel che di 
ciascun d'essi gli premeva conoscere li avrebbe spediti alla loro destinazione, 
o a' Quattro, o in qualche castello, o fuori di Venezia, se fossero stati 
forestieri ed esiliabili. 

— La clemenza del tribunale, caro signore, è senza precedenti. 
th[pn v'e Qoverno al mondo che procuri ai suoi prigionieri dolcezze e distra- 
zioni maggiori. E considerata una crudeltà l'inibizione ch'e fatta a' pri- 
gionieri di scrivere e di ricever visite, ma e stupido pensarlo: lo scrivere 
non serve a nulla e il ricevere delle visite fa sempre perdere del tempo. 
"Ooi, caro mio signore, mi direte che non avete nulla da fare — ma i 
guardiani non possono andare a riferire una cosa simile. 

Ecco, su per giù, la prima arringa onde questo carnefice m'ha onorato 
e che, per altro, m'ha divertito abbastanza. Ho pensato che evidentemente 
mi poteva toccare un custode anche più cattivo e imbecille di questo. E 
dalla sua bessaggine ho pur meditato di cavar partito. 

Al domattina fu accompagnato nella mia cella il nuovo mio compagno, 
che al primo giorno trattarono allo stesso modo con cui il suo predecessore 
era stato trattato. Ho appreso, prima che arrivasse, che stavo per avere un 
nuovo ospite e che bisognava che preparassi due cucchiai d'avorio. 

Quest'altro, al quale mi presentai subito, mi fece una riverenza pro- 
fonda. Ancora più della mia statura gli s'imponeva la mia barba, che già 
aveva quattro pollici di lunghezza e alla quale m'ero avvezzo come un vero 
cappuccino. Lorenzo spesso mi prestava delle forbici perchè mi tagliassi le 
unghie dei piedi: ma non m'aveva mai voluto far tagliare la barba: era 
proibito, e v'erano pene severe pe' trasgressori di un ordine somigliante. E 
io la lasciavo venir lunga come quella di Matusalemme. 

Il nuovo arrivato era un uomo di cinquant'anni, alto come me, un po' 
curvo, magro, con una larga bocca e dei lunghi denti, con piccoli occhi 
scuri, lunghe sopracciglia rosse, una parrucca tonda e nera, e vestito di pe- 
sante panno grigiastro. Accettò di dividere con me il mio pranzo — ma 

si tenne 

53 



si tenne sulle sue e non mi parlò per tutto quel giorno. Lo imitai. Cambiò 
sistema al giorno appresso. Gli portarono un letto, che era suo, e della bian- 
cheria in un sacco, il povero suo predecessore, se non lo avessi rifornito io, 
non si sarebbe potuto neppur cambiare di camicia. 

Il guardiano osservò al nuovo arrivato ch'egli avea fatto male a non 
provvedersi di denaro: il signor Segretario non gli accordava che una brocca 
d'acqua e il pane di munizione che si chiama biscotto. Il mio compagno 
mise un sospiro e non rispose. Quando restammo soli, e gli annunziai che 
avrebbe desinato con me, questo antipatico avaro mi baciò la mano e 
mi disse: 

— Mi chiamo Sgualdo Nobili. Sono figlio di un contadino che mi 
mandò a scuola e mi fece apprendere a leggere e a scrivere. Morto mio 
padre rimasi possessore della sua piccola casa e di quel po' di terra che 
le stava accanto. Sono del Friuli, a una giornata da Udine. Dieci anni fa 
vendetti la casa e la terra e mi venni a stabilire a Venezia: un torrente 
che si chiama Corno devastava troppo spesso quel mio possedimento e io, 
per venirmene qui, lo cedetti per ottomila lire veneziane, che mi furono con- 
tate in suonanti zecchini. Sapevo bene che nella capitale di questa gloriosa 
Republica gode ciascuno di una onesta libertà e m'avevano pur detto che 
un uomo industrioso il quale possedesse un capitale come quello mio poteva 
ben vivere qui con molta agiatezza e senza fatiche corporali, quando volesse 
dare in prestito sopra pegni qualche decente sommetta. Ero sicuro de' miei 
buoni criterii economici, sono stato sempre accorto, ho sempre saputo vivere: 
mi decisi dunque a intraprendere quel mestiere, Presi in fitto una casetta al 
Canal regio, vi posi la mobilia e, avvezzo com'ero a star solo, a non sen- 
tire il bisogno d'un domestico, a farmi fin da pranzo io stesso, me ne rimasi 
lì per due anni tranquillissimamente, diventandovi più ricco di ancora duemila 
lire, perchè, per bene voler vivere, mille ne avevo già speso. Ed ero certo 
di accrescere, in poco altro tempo, venti volte ancor più il mio peculio. Fu 
allora che un ebreo mi pregò di prestargli due zecchini su parecchi libri 
latini molto ben rilegati e tra ' quali era uno intitolato La saggezza di 
Charon. Io non ho mai prediletto la lettura: non ho letto altro in fuori della 
'Dottrina cristiana, ma devo confessarvi che questa Saggezza, dopo appena 
una prima scorsa che le detti, mi dimostrò davvero come l'uomo abbia torto 

di non 

54 



di non farsi illuminare da certe letture. Forse voi, signore, non conoscete 
quel libro: vi dico ch'è stupendo, vi assicuro che quando lo si è letto non 
s'ha più bisogno di cercarne altri. Esso raccoglie, contiene quanto è neces- 
sario che un uomo conosca: esso lo purga di tutti i pregiudizii che ha con- 
tratto dalla fanciullezza, lo libera da' dubii che può avere sulla vita futura; 
insomma gli apre gli occhi su tutto e gli fornisce, alla fine, il vero mezzo 
per diventar felice e sinceramente e saldamente filosofo. Se uscite di qua 
dentro, caro signore, vi prego, leggetelo; vi ricorderete, con gratitudine, di 




VENEZIA AL TEMPO DI CASANOVA 
La Scuola di S. Rocco. 

chi ve l' ha suggerito. E se vi dicono che una somigliante lettura è proibita 
date pure dell'imbecille a chi ve lo dice. 

Chi fosse costui conobbi dal discorso che mi teneva. Conoscevo quel 
libro, ma ignoravo che fosse stato tradotto ( 29 ). Del resto, quali sono i libri a 

cui Venezia 

(29) Pietro Charon, moralista e teologo, nacque a Parigi nel 1541 e vi morì nel 1603, al 13 di 
novembre. Fu da prima avvocato poi si fece prete. Dopo essere stato a predicare a Bazas in missione si 
recò a Bordeaux intorno al 1593 e vi scrisse il suo trattato della Saggezza, stampato poi da Simon Mi- 
langes nel 1601, (in 8° piccolo, pagg. 772). Casanova giudica il libro con molta assennatezza. 

55 



cui Venezia non fa quest'onore? Charon fu amico e ammiratore di Mon- 
taigne; e credette anzi di sorpassare il suo modello. Non ha ottenuto giammai 
l'approvazione de' letterati, poiché è un mediocre ragionatore e uno scrittore 
pretenzioso. A parecchie cose di cui Montaigne discorre senz'ordine e che, 
buttate lì da quel grande uomo non parvero degne della censura, Charon 
pretese di conferire una forma metodica. Ma Charon, prete e teologo, s'ebbe 
una giusta lezione : nessuno lo lesse : le sue disquisizioni furono abbandonate 
all'oblio. Aggiungi che il suo ignorantissimo traduttore italiano ha cominciato 
per non comprendere che la parola saggezza è un sostantivo fuor d' uso per 
essere sinonimo di saviezza: bisognava dire sapienza. Difatti: Charon si 
credette nel diritto d'affibbiare al suo libro nientemeno che il titolo che 
ha quello di Salomone! 

Il mio compagno continuò: 

— Charon, dunque, mi liberò di certi scrupoli e di molti e antichi 
miei pregiudizi. Ho spinto sempre più in là il mio commercio e, a capo di 
sei anni, mi son trovato possessore di novemila zecchini. Non ve ne mera- 
vigliate : conoscete ben Venezia, suppongo : saprete eh' è una ricchissima 
città, ma che il giuoco, la deboscia e 1' ozio obligano tutti un po' quelli 
che l'abitano al disordine e al bisogno del denaro. E i savii profittano di 
quel che i pazzi disperdono. 

Tre anni fa — continuò il Nobili — conobbi tal conte Ser...., che, 
volle affidarmi cinquecento zecchini, pregandomi di negoziarglieli e dargli 
metà dell utile che ne avrei cavato. Non pretese se non una semplice ri- 
cevuta con la quale io mi obligassi a restituirgli la somma appena egli l'a- 
vesse desiderato. A capo del primo anno gli ho dato settantacinque zecchini 
— che formano un utile del quindici per cento: il conte me ne rilasciò 
una ricevuta, ma parve scontento. Ebbe torto : il suo denaro nulla mi aveva 
fruttato poiché soltanto col mio avevo negoziato. Al secondo anno, e per 
pura generosità, ho fatto lo stesso, e siamo venuti a male parole. Il conte 
m'ha chiesto subito la restituzione della somma e io gli ho risposto che ne 
avrei tolto i centocinquanta zecchini che gli avevo pagato. Egli diventò fu- 
rioso. Partì. Al domattina m'intimò un atto con cui pretendeva la restitu- 
zione di tutto il suo deposito. Un abile avvocato accettò di difendermi e 
fece passare due anni senza che si venisse a una sentenza. Tre mesi fa mi 

si venne 

56 



si venne a proporre un accomodamento, che rifiutai. Da quel momento ho 
cominciato a temere qualche violenza e però mi sono rivolto all'abate Giust.... 
che m'ha procurato, dal signor Duca di Mont...., ambasciatore di Spagna, 
il permesso di andare ad abitare sulla liste^ ove s'è al riparo d'ogni brutta 
sorpresa. Al conte Ser.... io volevo ben restituire il suo denaro, ma ora pre- 
tendevo cento zecchini per le spese che m'avea fatto sopportar per la lite. 
Otto giorni addietro è venuto a trovarmi il mio procuratore, ed era con lui 
pur quello del mio avversario. Ho mostrato loro i dugento zecchini, che 
avevo riposto in una borsa e che sarei stato dispostissimo a restituire quando 
il conte avesse accettato le mie condizioni. Non ho dato un soldo: e gli 
avvocati se ne sono andati confusi e scontenti tutti e due. 

Tre giorni fa — seguitò il Nobili — l'abate Giust m'informò 

dell'assenso che il Duca di Mont.... dava agi' Inquisitori che gli chiedevano 
di potere spedire a casa mia i loro agenti a perquisirla. Non sapevo che 
questo fosse permesso. Ma ho atteso la visita con molto sangue freddo — 
dopo aver posto in più sicuro luogo il mio denaro. Non avrei mai potuto 
immaginare che l'ambasciatore avesse potuto permettere agli sbirri d'imposses- 
sarsi della mia persona, come difatti seguì. Si presentò a casa mia, sul far 
del giorno, Messer Grande e mi chiese trecentocinquanta zecchini. Risposi 
che non avevo un becco d'un quattrino. Mi fece scendere di casa, mi ficcò 
in una gondola — ed eccomi qua. 

Quand'ebbe finito di raccontarmi le sue peripezie questo mascalzone 
imbroglione aspettò che gli manifestassi il mio pensiero. Ma io meditavo a 
parecchie cose. Trovavo giustissima, prima di tutto, la sua carcerazione: lo- 
devolissimo l'ambasciatore che l'aveva permessa. Nobili passò nel suo letto 
tutti i tre giorni che rimase meco: è vero che faceva un gran freddo. Mi 
annoiò continuamente co' suoi discorsi e le sue citazioni di Charon, e mi fece 
pur riconoscere la verità di quel proverbio che ammonisce : Quardati da 
colui che non ha letto che un libro solo! 

Al quarto giorno, un'ora dopo Terza, Lorenzo venne ad aprire la 
cella e ordinò all'avaro Nobili di scendere con lui dal Segretario. Assieme 
a Lorenzo uscii di cella per lasciare in libertà l'usuraio e in meno di un 

quarto 

(30) Si chiamavano liste le adiacenze del palazzo di un ambasciatore estero residente in Venezia ; e le 
liste godevano, come gli antichi asili, di alcune immunità per i delinquenti che vi riparavano. 

57 

Casanova • Historìa etc ■ 8 



quarto d'ora l'ho visto riapparire. S'era preso le fibbie delle mie scarpe e m'aveva 
lasciato le sue. Potevo subito farglielo notare, ma a' n Piombi n non si deve 
far nulla senza prima meditarlo bene. Nulla dissi, e s'allontanarono. Lorenzo 
lasciò aperta la porta della mia cella, ma chiuse man mano le altre. 

Mezz'ora dopo eccoli di ritorno. Nobili piangeva. E io non potetti 
tenermi dallo scoppiare in una risata solenne quando Lorenzo, con tutta 
serietà, m'ingiunse di metter fuori tutto il denaro che quell'uomo m'aveva 
lasciato. Nobili entrò nella prigione e ne uscì quasi subito con fra le mani 
le sue scarpe, dalle quali cavò due sacchettini di zecchini. Assieme a Lo- 
renzo tornò a scendere, per consegnarglieli, dal Segretario. Risalito che fu ai 
n Piombi " l'usuraio si ficcò le scarpe ch'erano diventate molto meno pesanti, 
vi rimise le sue fibbie, prese il suo mantello e il suo cappello e se ne 
andò con Lorenzo, che mi chiuse in cella. Il giorno dopo fece portar via 
dalla prigione tutte le cose sue e io seppi dal mio guardiano che Nobili 
era stato posto in libertà subito dopo la consegna che aveva fatto al signor 
Segretario di tutta la somma che costui gli chiedeva. Poi non ho udito più 
parlar di lui. Non ho mai saputo di che mezzi si fosse giovato il signor 
Businello per obligare quell'infame a confessargli che aveva il denaro in 
cella. Forse l'avrà minacciato della tortura: e, come minaccia, quella è stata 
che ci voleva» 

A' primi giorni del 1756 ho avuto de' regali che non m'aspettavo. 
Lorenzo m'ha portato una veste da camera foderata di pelo di volpe, una 
coltre di seta imbottita di bambagia, un sacco di pelle d'orso perchè vi 
ficcassi e tenessi caldi i piedi durante il freddo intenso che faceva e ch'era 
eccessivo come era stato il caldo nel mese di agosto. Consegnandomi quei 
doni preziosi Lorenzo mi disse che, anche per ordine del Segretario, io po- 
tevo disporre, da quel momento, di sei zecchini al mese per farmi com- 
prare quanti libri desiderassi e pur le gazzette. Questo favore mi veniva 
dal signor Br.... 

Ho pregato Lorenzo di darmi per un momento la sua matita. E su 
un pezzo di carta ho scritto: Sono riconoscente alla pietà del tribunale e 
alla virtù, del signor Bragadin! 

Bisognerebbe essersi trovato nelle mie dolorose condizioni per com- 
prendere quali sentimenti suscitava nell'animo mio quell'avvenimento! Nel 

loro 

58 



loro emozionato avvicendarsi io già perdonavo a' miei crudeli oppressori, 
quasi ancora, abbandonavo il proposito di fuggire, tanto Y uomo è buono, 
tanto la sventura lo piega, tanto egli si avvilisce. Ma ogni sentimento eh' è 
suscitato da mezzi somiglianti diventa scarso proprio pochi momenti dopo ch'è 
nato. Malgrado i libri, che riuscii subito a procurarmi, il mio progetto non 




VENEZIA AL TEMPO DI CASANOVA 
Veduta interiore dell'Arsenale. 



si partiva dalla mia mente, e io gli riferivo quanti oggetti mi capitassero sot- 
t'occhi durante la mia breve passeggiata sul solaio. 

Lorenzo mi disse che il signor Br.... s'era di persona presentato agli 
Inquisitori di Stato, e avea loro domandato in ginocchio il favore di per- 
mettergli che mi facesse giungere, se ancora ero tra' vivi, qualche attestato 
della sua costante amicizia. Gl'Inquisitori gli avevano accordato quella grazia. 

Una mattina 



59 



Una mattina il mio sguardo ricadde e s'arrestò sul lungo catenaccio 
di ferro che avevo visto lì sul solaio accanto a' mobili • vecchi. Consideran- 
dolo come un'arma offensiva e difensiva m'impadronii di quell'istromento, me 
lo portai nella cella e lo nascosi sotto i miei vestiti. Rimasto solo mi misi a 
esaminarlo attentamente : e immaginandomelo, come volevo renderlo, ben ap- 
puntito, mi convinsi che avrebbe potuto diventar così uno spuntone eccellente 
e buono a tutto. Ho ben riguardato il marmo nero con cui avevo princi- 
piato i miei furti nel solaio, e l'ho riconosciuto una perfetta pietra affilatoia, 
poiché dopo avervi lungamente strofinato un estremo del catenaccio mi sono 
accorto che lì s'era faccettato quel ferro. 

M'affezionavo a questa fatica che m'era pur nuova e in cui m'eccitava 
la certezza di possedere un istromento che doveva esser lassù proibitissimo. 
M'incoraggiava la vanità di riuscire a fabricarmi un'arma senza che dovessi 
ricorrere a tutto quel ch'era necessario a comporla : le difficoltà stesse che 
rendevano difficile il mio compito mi spronavano ancor maggiormente. Do- 
vevo strofinare quel ferro, quasi all'oscuro, sulla predellina della griglia e senza 
potervi tenere ferma la pietra se non usando della mia sola mano sinistra: 
non avevo olio per inumidirla e aguzzarvi più facilmente il ferro che mi 
premeva di render puntuto. Usavo, per questo, della mia saliva. E ho lavorato 
quindici giorni per affilare otto faccette piramidali, che alla estremità loro for- 
mavano una punta perfetta : faccette di cui ciascuna aveva un pollice e mezzo 
di lunghezza. Riuscii finalmente a mutare il corrente del catenaccio in uno 
stilo ottangolare così ben proporzionato da soddisfare il fabbro-ferraio più bravo. 

Ma non potete immaginarvi la pena, la fatica, la noia che sopportai per 
la bisogna! Ci voleva proprio la mia pazienza — e senza potermi giovare 
che d'una pietra mobile e sfuggevole! Che tormento! Un tormento d' una 
specie quarn siculi non invenere tiranni! Non potevo più muovere il mio 
braccio destro, mi sentivo sfasciata la spalla, nel cavo della mia mano destra s era 
allargata una piaga le cui vescichette si ruppero: ne soffrivo spasmodicamente, 
ma non volli interrompere il mio lavoro — e lo volli perfetto. Quando fu 
terminato e ne rimasi davvero orgoglioso, senza neppur pensare a che dovesse 
occorrermi volli nascondere lo spuntone in qualche posto ove non lo avesse 
rinvenuto pur la perquisizione più scrupolosa. Lo cacciai, di traverso, nella 
paglia che imbottiva la mia poltrona — e non di sopra, ove, se avessero 

rimosso 

60 



rimosso il cuscino si sarebbero accorti, da una ineguale prominenza, d'un si- 
mile contrabbando — ma disotto, e però dovetti rovesciare la poltrona co' 
piedi in aria e ficcar lo spuntone tutto quanto entro la paglia che prospet- 
tava — quando la poltrona era a posto — sul pavimento. 

Così Dio mi preparava il necessario per una fuga che doveva essere 
ammirabile, se non prodigiosa. Me ne vanto, son fiero d'esserne il protago- 
nista. Ma devo confessare che molto m'ha pure aiutato la fortuna. Insomma, 
se mi si vuol lodare d'esser riescito, bisogna riconoscermi prima di tutto il 
merito d'aver io giudicato che il mio tentativo mi dovesse riescire, e d'averlo 
coraggiosamente intrapreso. 

Dopo tre o quattro giorni di riflessioni intorno all'uso che dovessi fare 
del mio spuntone, il quale era grosso come un bastone, lungo ben venti pol- 
lici, e di cui la bella punta temperata mi dimostrava che proprio non è 
necessario di rendere acciaio il ferro per riuscire a cavarne una punta, ho 
pensato che avrei potuto bucare il pavimento sotto il mio letto. 

Nella camera di sotto non poteva essere che il signor Cavalli — n'ero 
sicuro: ero sicuro che quella camera s'apriva ogni mattina, ero sicuro di po- 
termivi fare scivolare appena il buco fosse tanto largo da lasciarmi passare. 
Con le lenzuola avrei fabricato una specie di corda e un capo della corda 
assicurato alla spalliera del letto. Cascato giù nella stanza del Cavalli mi 
sarei nascosto sotto la grande tavola del Tribunale e, al mattino appresso, 
come avessi visto aperta la porta, sarei scappato per mettermi subito in salvo. 
Forse — pensavo — Lorenzo lascerà di guardia in quella camera qual- 
cuno degli arcieri; ebbene, gli caccerò lo spuntone in gola e l'ammazzerò. 
Non era bene immaginato? Ma cominciamo a enumerare le difficoltà alle 
quali in quel punto non badavo: prima di tutto la buca non avrebbe potuto 
esser fatta in un giorno, e nemmeno in una settimana : prevedevo, ancora, 
che il pavimento della mia cella poteva esser doppio, magari triplo, e allora 
m'avrebbe occupato per un paio di mesi e anche più : bisognava, dunque, 
impedire che gli arcieri scopassero nella cella per tutto quel tempo: or, se lo 
avessi preteso, chi mi salvava dalle loro e dalle supposizioni di Lorenzo? Ag- 
giungi che per liberarmi delle pulci io già avevo raccomandato ed ottenuto 
che si spazzasse ogni giorno. Ne sarebbe seguito un disastro: gli arcieri avreb- 
bero avvertito la buca sotto la granata e tutto sarebbe andato a monte. 

No, no; 

61 



No, no ; bisognava ch'io fossi certo di non incorrere in una disgrazia somi- 
gliante.... 

Eravamo nell'inverno — e il tormento delle pulci era quasi cessato. 
Cominciai con ordinare agli arcieri di non più spazzarmi la cella. Poco 
dopo Lorenzo mi venne a chiedere perchè lo vietassi. Gli risposi che la pol- 
vere rimossa mi saliva a' polmoni e che potevo correr pericolo d'acchiappare 
una bella tubercolosi. Lui mi disse : 

— Ebbene, farò prima gettar dell'acqua sul pavimento. 

— Nient'affatto ! — esclamai — L'umidità può produrre la pletora ! 
Si tacque. Una settimana appresso, senza neppur domandarmene licenza, 

fece scopare, portar fuori sul solaio il mio letto e, con la scusa di voler 
nettare negli angoli più riposti, riguardare dappertutto al lume d'una candela. 
Lo lasciai fare, assumendo un'aria di completa indifferenza : ma mi accorsi 
che sospettava. Come fare ? Al giorno seguente mi punsi a un dito, insan- 
guinai la mia pezzuola e mi misi a letto, aspettando che arrivasse Lorenzo. 
Gli annunziai ch'ero stato assalito dalla tosse e avevo sputato sangue: mi 
andasse, dunque, a cercare un medico. Venne il dottore, ordinò che mi si 
cavasse sangue e mi scrisse un recipe. Gli dissi che la causa del mio ma- 
lanno era nella crudeltà di Lorenzo, il quale, malgrado le mie continue ri- 
mostranze, voleva a forza fare spazzare la mia cella. Il medico fece una 
ramanzina al custode e quello si mise a giurare che credeva di ben fare, 
di rendermi un servizio particolare. D'ora innanzi, restassi pur là dentro altri 
dieci anni, egli non m' avrebbe fatto più spazzare la cella. Ricomincerete 
— gli risposi freddamente — quando tornerà la stagione delle pulci. E al- 
lora il medico si mise a raccontare d'un giovanotto ch'era appunto morto per 
aver voluto mettersi a fare il parrucchiere, mestiere pericoloso appunto per la 
polvere che si aspira ( 3, \ La polvere ch'entra nell'organismo umano — diceva 

il medico 

(31) Allude all'abito che avevano i parrucchieri del tempo, di, cioè, spargere di polvere di Cipro le 
pettinature, maschili o femminili che fossero, come per dar loro l'ultima mano. Il paziente — si potrebbe 
proprio chiamar così la persona che si faceva pettinare — nascondeva, in quel punto, il viso, fino alla 
fronte, in un imbuto ch'egli stesso s'applicava in faccia e la cui parte puntuta reggeva con la destra. Allora 
lo Sfregia gli soffiava la polvere sulla parrucca o gliela imbiancava con una specie d' aspersoio a forma di 
gran pennello. Una nuvola profumata avvolgeva a un tratto parrucchiere e cliente : il pulviscolo odoroso si 
raccoglieva sulla tovaglia con cui il pettinato s'era tutto coperto. Lo stesso uso un po' da per tutto : 
...." l'usage de la poudre dans la chevelure tient à la bienseànce autant qu'à la commodité, et il a été 
regardé comme la premiere necessiti chez tous tes pèuples civilisés u . (SOBRY, Traile du JUCode francais, 

62 



il medico — non c'è caso che la si possa espellere. E io ridevo tra me e me, 
pensando all' innocente complicità del povero Esculapio. Anche gli arcieri erano 
contenti d'apprendere dal suo sproloquio dottrinale cose che fin qua non ave- 
vano saputo: ma proprio la polvere era così nefasta? E però decisero di 
porre tra' pochi loro atti caritatevoli quello di non più scopare, da quel 
giorno avanti, se non le celle di coloro che li maltrattassero. 

Lorenzo, quando il medico se ne fu andato, mi chiese perdono, assi- 
curandomi che tutti, indistintamente, gli altri prigionieri godevano perfettissima 
salute, sebbene egli facesse spazzare ogni giorno le lor camere — le chia- 
mava camere! Tuttavia si sarebbe affrettato a metterli a parte di un peri- 
colo così grave e ciò in qualità di buon cristiano quale era e che conside- 
rava tutti noialtri come suoi figliuoli. Frattanto io m'ero aiutato, senza volerlo, 
dall' avermi fatto cavar sangue: m'accorsi che quasi m'era necessario: riacqui- 
stai il sonno e mi sanai delle contrazioni spasmodiche le quali mi avevano 
tormentato fin là e anche molto spaventato. Da quel tempo mi son fatto cavar 
sangue ogni quaranta giorni. 

Avevo guadagnato terreno, è vero: ma l'ora di mettermi all'opera non 
anche era suonata. Era intenso il freddo: le mie mani intirizzite non regge- 
vano lo spuntone: se avessi avuto dei guanti, sì, avrei potuto lavorare ogni 
giorno, ma quelli avrebbero certamente suscitato chissà che sospetti. Il mio 
disegno voleva uno spirito preveggente, meditativo, determinato sopratutto a 
evitare tutto quello che potesse parer facile a prima vista, e intrepido pur 
così da avventurarsi al caso in tutto quel che, malgrado ogni previsione, po- 
tesse non accadere. La situazione d'un uomo che è costretto ad agire in 
simil modo è disgraziatissima, convenitene : ma un giusto calcolo politico ci 
dice che bisogna rischiar sempre tutto per tutto. 

Quelle eterne notti invernali mi desolavano. Passavo diciannove ore in- 
sopportabili, 



1786, Paris). Una graziosa stampa — tra moltissime che s'hanno di quel costume — è in P. LACROIX: 
XVIII. me siede, institutions, usages et costumes, Paris, Firmin-Didot, 1875, p. 92 : ed è cavata da un 
dipinto di C. Vernet, intitolato : La toilette du Clerc du 'Procureur. (V. pure : DOLCETTI, La profu- 
meria dei Veneziani, Venezia, 1 898). Specie le Fiandre, tra ' paesi che spedivan polvere di Cipro a Ve- 
nezia, fornivano i muschieri della Serenissima, e copiosamente, di quell'indispensabile complemento della 
toilette. I muschieri erano uniti all'arte dei mereiai e talvolta, in officine proprie, componevano la polvere. 
Speciali fabriche di quella erano, agli anni del Casanova, in Frezzeria, a Santa Maria Formosa, a San 
Silvestro e a' Gesuati. 

63 



sopportabili, mortali, nelle tenebre più fitte: ne* giorni di nebbia, che a Ve- 
nezia non sono rari, la poca luce che penetrava dallo spioncino della porta 
appena mi permetteva di leggere il mio Boezio. Smettevo — mi ricacciavo 
nelle fantasie della mia evasione e mi pareva che il mio cervello, incessan- 
temente occupato in una idea fissa, stesse lì lì per dar di volta. Quale su- 
prema fortuna se avessi potuto possedere un lume! Ruminavo tutti i giorni 
come me lo potessi procurare, e alla fine, con una gioia immensa, credetti 
d'averne trovato il modo. Bisognava, prima di tutto, entrare in possesso degli 
ingredienti necessari all'esistenza della mia lucerna : m'occorrevano un vasetto, 
de' lucignoli di filo o di cotone, l'olio, una pietra focaia, l'acciarino, i fiam- 
miferi e l'esca. Il vasetto poteva esser rappresentato da una minuscola cazze- 
mola di terracotta ch'era rimasta presso di me e dove mi portavano le uova 
al burro : dell'olio mi son reso possessore dichiarando a Lorenzo che quello 
ordinario con cui mi si conciava l' insalata era puzzolente — e lo era difatti — 
così mi portarono olio di Lucca ogni giorno. Buttavo via l'insalata e rac- 
coglievo l'olio. Quanto a' lucignoli trovai subito da fabricarmeli io stesso con 
la bambagia di cui la coverta del mio letto era imbottita, e li costruii così 
bene, filando a secco e attorcigliando il cotone, da meravigliar me stesso di 
quest'abilità che non m'ero mai saputa. Ho fatto le viste d'aver male ai 
denti e ho pregato il mio guardiano di portarmi una pietra pomice che ho 
poi cambiato con una piccola pietra focaia, dicendogli che avrebbe sortito lo 
stesso effetto quando fosse stata immersa e lasciata qualche tempo nell'aceto 
forte e, dopo, applicata sul dente. Lorenzo mi rispose, come già immaginavo, 
che l'aceto il quale mi forniva egli stesso era eccellente e che vi potevo io 
medesimo lasciar dentro la pietra; me ne dette anche due o tre altre che 
aveva in saccoccia. 

Una fibbia d'acciaio che avevo alla cintura de' pantaloni poteva ben 
diventare un eccellente acciarino; non mi ci volevano che i fiammiferi e l'esca, 
a cui pensavo incessantemente. E a forza di pensarvi trovai bene il mezzo 
per venirne in possesso — e anche m'aiutò in questo la fortuna. 

Un'efflorescenza erpetica, che di tanto in tanto mi si manifestava su 
tutto il corpo e mi cagionava un incomodo poco sopportabile, m'assalì appunto 
in que' giorni. Pregai Lorenzo di passare dal medico e di portargli un mio 
viglietto, col quale, narrandogli del mio male, glie ne chiedevo urgentemente 

un rimedio. 



64 



un rimedio. Al giorno appresso ricevetti la risposta del medico : Lorenzo 
l'aveva già fatta leggere al Segretario. Diceva il medico : Dieta, e quattro 
once d'olio di mandorle dolci: tutto sparirà. Si può anche tentare una un- 
zione di unguento di fiori di zolfo: in questo caso badare ali* unguento, 
eh' e velenoso. Allora, al colmo della gioia, perdetti quasi la mia aria d* in- 
differenza. 

— M'infischio del pericolo! — dissi a Lorenzo — Andate, compratemi 
l'unguento di fior di zolfo, o datemi addirittura dello zolfo. Qui ho del burro, 
e mi faccio io stesso l'unguento. Avete fiammiferi ? Datemeli. 

Lorenzo cavò da un suo astuccetto tutti quelli che v'erano e me li 
porse. Dio mio! Come sono emozionanti queste grandi consolazioni quando 
ci si trova nella sventura ! 

Passai due o tre ore a meditare che cosa potessi sostituire all'esca, 
solo ingrediente che ancor mi mancava e di cui non sapevo con quale pre- 
testo fornirmi. Mentre quasi cominciavo a disperare di procurarmelo mi ri- 
cordai d'aver raccomandato al mio sarto di foderar d'esca sotto le ascelle 
l'abito di taffetà che recentemente m'aveva fatto e di coprir quella con 
un pezzo di tela incerata per garantire il panno dalle macchie di sudore 
che, principalmente nell'estate, sciupano, e proprio a quel punto, ogni vestito. 
Questo mio, che non avevo portato addosso se non quattro ore soltanto e 
senza sudare, era lì, di faccia a me. Il mio cuore palpitava. Se il sarto avesse 
dimenticata la mia raccomandazione ? Non osavo levarmi e fare un passo e 
spiccar l'abito dal muro. Alla fine mi decisi. M'accosto all'abito, faccio per 
stendere la mano — e, all'improvviso, sentendomi indegno d'una grazia so- 
migliante, casco ginocchioni e prego fervorosamente Dio perchè, nella sua 
bontà infinità, egli permetta che il mio sarto non si sia scordato delle mie 
parole. Poi spicco dal muro il mio vestito, scucio la inceratina, e trovo l'esca ! 
Era naturale che ne ringraziassi Dio, poiché l'avevo cercata confidando ap- 
punto nella sua bontà: lo feci dunque con vera effusione di cuore. Nell'esame 
di questo ringraziamento non ho creduto d'essere stato uno sciocco — invece 
ho pensato il contrario quando ho riflettuto alla preghiera che avevo indi- 
rizzato al Padrone di tutto, ricercando quell'esca. Prima di esser carcerato a' 
" Piombi n non l'avrei pronunziata, e nemmeno adesso lo farei: ma, che vo- 
lete, la privazione della libertà corporale inebetisce ogni facoltà dello spirito. 

Si deve 

65 

Casanova - Historia, ecc. - 9 



Si deve pregar Dio per ottener delle grazie — ma non bisogna pregarlo di 
metter sossopra la natura a furia di miracoli. Se il sarto non m'avesse posto 
l'esca sotto le braccia io dovevo ben essere sicuro di non ritrovarvela ; se 
ve l'avesse posta mi doveva necessariamente accadere il contrario. Lo spirito 
della mia prima preghiera a Dio non poteva essere che quello in nome del 
quale gli dicevo : Fate, o Signore, eh* io trovi l'esca pur quando il mio sarto 
non l'abbia messa a quel posto : e, s'egli ve l' ha messa, fate che l'esca non 
sia sparita ! Qualche teologo, tuttavia, troverebbe umile e santa e assai ra- 
gionevole la mia preghiera, poiché ella sarebbe fondata, secondo lui, sulla 
forza della fede. E avrebbe ragione — come io stesso, non teologo, ho ra- 
gione di crederla assurda. D'altra parte io non credo d'aver bisogno d'essere 
un sublime teologo per trovar giuste le mie azioni di grazie. Ho ringraziato 
Dio di non aver permesso che il sarto obliasse : e la mia riconoscenza fu 
giusta secondo tutte le regole d'una sanissima filosofia. 

Appena mi son visto possessore dell' esca ho messo l' olio nella caz- 
zeruola, v' ho messo il lucignolo e l' ho acceso. Ah, che gioia ! E come ero 
soddisfatto di dovere soltanto a me stesso quella infinita soddisfazione! E 
come mi piaceva di aver fatto le fiche a' miei carnefici! Per me non esiste- 
vano più notti : addio, insalata : n'ero stato sempre ghiotto ma ora non la 
rimpiangevo. Mi sembrava perfino che l'olio non fosse fatto se non soltanto 
per rischiararci e che sperperarlo in diversa maniera constituisse un'offesa alla 
Provvidenza. 

Ho deciso di cominciare a forare il pavimento al primo lunedì di quare- 
sima : temevo sempre, per i disordini del carnevale, che mi capitassero delle 
visite. E la mia precauzione fu giusta. La domenica grassa, a mezzodì, ho 
udito rumore di chiavistelli e ho visto Lorenzo che veniva alla mia volta 
seguito da un omaccione nel quale ho subito riconosciuto l'ebreo Gabriele 
Schalon, celebre per l'abilità che possedeva di trovar denaro a' giovanotti i 
quali ne abbisognavano pel loro libertinaggio. Ci conoscevamo : così i nostri 
complimenti furon quelli di stagione. Certamente la compagnia di quest'uomo 
non era fatta per farmi piacere : ma occorreva aver pazienza. Fu chiuso 
nella mia cella. Disse a Lorenzo di recarsi a casa di lui per portargli, di 
là, il suo pranzo, un letto e tutto quel che gli abbisognava. Lorenzo rispose 
che se ne sarebbe discorso al domattina. 

L'ebreo, 

66 



L'ebreo, ch'era ignorante, ciarliero e stupido, meno che nel suo mestiere, 
cominciò per felicitarmi del favore che mi si accordava, mettendomi in sua 
compagnia. Gli ho offerto, per tutta risposta, la metà del mio pranzo ch'egli 
rifiutò, adducendo che non mangiava se non certe vivande e che avrebbe 
aspettato di tornare a casa per ben mangiare, poiché l'aver lasciato senza 
letto e senza cibo un uomo della sua portata voleva ben dire che tra poco 
lo avrebbero restituito a' lari domestici. Quando gli feci osservare che ave- 




VENEZIA AL TEMPO DI CASANOVA 
Il Ponte del Carmine, con la chiesa omonima e il Palazzo Foscarini. 

vano fatto lo stesso con me egli, modestamente, mi rispose che tra lui e me 
c'era una certa differenza. Mi soggiunse che gl'Inquisitori di Stato s'eran 
dovuti certamente ingannare ordinando il suo arresto: che già forse se n'erano 
dovuti accorgere e che certo si trovavano imbarazzati pel granchio che avean 
preso. Allora io gli dissi che probabilmente si sarebbe finito con fargli una 
pensione, poiché egli non meritava la prigione: lo Stato, anzi, gli doveva 
essere molto obbligato. L'ebreo trovò giustissimo il mio ragionamento; difatti 
si credeva l'anima del commercio interiore, a Venezia, in qualità di sensale, 

e aveva 



67 



e aveva pur dato, sottomano, utilissimi avvisi ai Cinque ministri che presie- 
devano al commercio ( 32 ). 

— Questo avvenimento — mi disse — farà certamente la vostra for- 
tuna. Vi dò la mia parola d'onore che tra un mese al più vi farò uscire di 
prigione. So bene a chi devo parlarne e in che modo. 

Gli risposi che contavo davvero su di lui. Bisognava lasciar piena libertà 
a' vani propositi di questo animale imbecille, che proprio si credeva qualcuno. 
Volle tenermi a giorno, senza ch'io ne lo sollecitassi, di quanto si diceva di 
me, e mi annoiò sufficientemente. Non mi riferiva, dopo tutto, se non quello 
che dicevano in città gli sciocchi più emeriti di essa. Per distrarmi ho co- 
minciato a leggere un libro che avevo sottocchi: mi lasciò leggere tranquil- 
lamente : ma continuò a parlare — era questa la sua passione, e, specie, non 
desiderava che di parlar di se stesso. 

Non osavo accendere la mia lampada. Prevista com'era l'oscurità pur 
da lui, lo Schalon s'è infine deciso ad accettare del pane e un bicchiere 
di vin di Cipro, che non ho potuto non offrirgli, assieme al mio pagliericcio, 
diventato il letto di tutti i nuovi arrivati. Al domattina gli portarono un letto 
e la biancheria : ebbe pur da mangiare dal suo Ghetto. E questo bel peso 
sullo stomaco l'ho avuto per tre mesi, poiché il Segretario del Tribunale avea 
bisogno, prima di rinviarlo alle prigioni de' " Quattro ", d'interrogarlo parec- 
chie volte per cavargli di bocca le sue furfanterie e per indurlo a sciogliere 
de' contratti illeciti ch'egli aveva stipulato con solo suo vantaggio. Mi con- 
fessò egli stesso, l'ebreo, d'aver comprato dal N. H. Dom Mich ren- 
dite che non potevano appartenere al compratore se non dopo la morte del 
cavalier Ant.... padre di Dom.... E aggiunse che se il venditore veniva a 
perdere in quel contratto il cento per cento, non era men vero che il com- 
pratore avrebbe tutto perso se il figlio fosse premorto al padre. 

Quando ho visto che l'incomodo compagno di mia cella non se ne 
andava più mi son deciso ad accendere la lampada. M'ha giurato che non 
avrebbe parlato ad alcuno, ma non ha mantenuto la sua parola se non fino 

a quando 

(32) " / Cinque Savii alla C^ercanzia furono eletti primamente nel 1506, con l'incarico di soprain- 
tendere e di provvedere, unitamente ad illuminati mercatanti, al miglior provvedimento del Commercio. Nel 
decimosettimo secolo si rese questa magistratura competente foro giudiciale riguardo a' Turchi ed agli Ebrei 
(sudditi Ottomani, ma abitanti in Venezia) comprendendosi nell'anno 1676, perchè parimenti sudditi Otto- 
mani, anche gli Armeni ". MUTINELLI, Lessico veneto cit., p. 358. 

68 



a quando non è uscito dalla mia cella : Lorenzo, sebbene abbia finto di non 
sapere del fatto, l'ha ben saputo. La compagnia di quest'uomo m'ha proprio 
avvilito : non potevo più dedicarmi alla consecuzione del mio progetto. Orgo- 
glioso, fanfarone, timido, di volta in volta assalito dalla disperazione, costui, 
mettendosi a piangere come un vitello, pretendeva fin ch'io piangessi e urlassi 
con lui che credeva d'aver perso il suo prestigio, or che lo avevano incar- 
cerato. Io gli andavo dicendo che in quanto a reputazione egli non aveva 
nulla da temere: e l'ebreo, pigliandosi per buono il complimento, mi ringra- 
ziava con le lagrime agli occhi. Un giorno, anzi, mi son divertito a dimostrargli 
che l'avarizia era il suo vizio precipuo e che gì' Inquisitori avrebbero ben po- 
tuto lasciarlo in prigione per tutta la vita se avessero voluto: sarebbe bastato 
offrirgli del denaro a condizione ch'egli si fosse piegato a rimanere in prigione. 
Non era vero? Rispose che, difatti, se gli avessero dato una somma conside- 
revole egli si sarebbe indotto a restare in carcere per qualche tempo, ma lo 
avrebbe fatto per ripagarsi delle sue perdite. Soggiunsi allora che, certo, se aves- 
sero ripetuta la somma egli avrebbe ripetuto il tempo di sua prigionia. Ne con- 
venne — ma scambio di mortificarsene ne rise. Era talmudista come tutti 
gli ebrei ch'esistono oggidì: e si sforzava di farmi credere che fosse attac- 
catissimo alla sua religione a causa pur del suo sapere. Durante la mia vita 
ho esaminato assai spesso questo caro genere umano: e ho notato che la 
maggior parte degli uomini crede che quel che maggiormente occorra alla 
religione sia proprio il suo cerimoniale. 

Quest'ebreo, enormemente grasso, non usciva mai dal suo letto. Di notte, 
spesso, non dormiva — mentre io dormivo abbastanza tranquillamente. Una 
volta gli venne in capo di svegliarmi nel meglio del sonno. Gli chiesi, bru- 
scamente, perchè lo avesse fatto, e mi rispose ch'egli, non riuscendo a ad- 
dormentarsi, m'aveva destato per pregarmi di far quattro chiacchiere con 
lui : così gli sarebbe venuto il sonno. Lì per lì, indignato, non seppi che ri- 
spondergli: poi, quando potetti con tutta calma parlargli del fatto, gli dissi 
che la sua insonnia era, certo, un tormento e che ne lo compiangevo. n Tut- 
tavia — soggiunsi — un'altra volta che ve lo vorrete rendere meno aspro 
e mi priverete del maggior bene di cui la natura mi permette di profittare 
nella sventura in cui mi trovo, io mi levo dal letto e vi strangolo ". 

Non rispose. E fu 1' ultima volta che ripetette quello scherzetto. 

Non lo 

69 



Non lo avrei, certo, strangolato; ma n'ebbi la tentazione. Un prigio- 
niero che dorma tranquillamente non è in prigione in quel punto: uno schiavo 
non è schiavo durante il sonno, un re non regna. Ciascun di costoro deve, 
dunque, tenere per un carnefice chi viene a privarlo della sua libertà per 
improvvisamente restituirlo alla sua miseria. Aggiungi che, quasi sempre, un 
prigioniero che dorme si crede libero, e che questa illusione già gli ben 
luogo di realtà. 

Ero contento di non aver principiato il mio lavoro prima dell'avvento 
di quefl' importuno. Egli volle assolutamente che si scopasse nella cella. Finsi di 
ammalarmene. Gli arcieri non gli avrebbero obbedito s'io mi fossi opposto al 
suo desiderio: ma mi premeva di mostrarmegli compiacente. 

11 mercoledì santo Lorenzo ci annunziò per dopo ^erza la visita del 
signor Segretario. Era quella di prammatica la quale ogni anno, prima di 
Pasqua, costui fa a' prigionieri, così per infondere la tranquillità nell'anima 
di coloro che desiderano di ricevere il Santo Sacramento, come per sapere 
se hanno da lagnarsi del guardiano. Cosa — mi diceva Lorenzo — che 
non mi preoccupa, perche so bene che non avete niente da dire contro di me. 
Mi vestii, dunque, di tutto punto e così pur fece l'ebreo, che s'affrettò 
a congedarsi da me, sicuro com'era che il Segretario l'avrebbe subito rimesso 
in libertà dopo avergli parlato. Mi disse che il suo presentimento era di 
quelli che non s'ingannano: e io glie ne feci le mie felicitazioni. Giunse il 
Segretario, la prigione fu aperta, ne uscì 1' ebreo, si gettò ginocchioni e in 
quel punto non udii che pianti e gridi. Rientrò dopo cinque o sei minuti e 
Lorenzo mi pregò d' uscire. Feci una profonda riverenza al signor Businello 
e mi posi subito a guardarlo. Non un movimento, non una parola. La scena 
muta quasi durò cinque o sei minuti. Il signor Segretario mi fece un lievissimo 
cenno del capo e se ne andò. Rientrai nella cella, mi svestii e mi ricacciai subito 
nella mia pelliccia: il freddo era intenso. Credo che quel ministro del Tribu- 
nale abbia dovuto proprio a forza contenersi per non dare in una solenne 
risata quando gli apparvi davanti elegantemente vestito, tutto arruffato e con 
una barba nera che contava otto mesi; ce n'era da far ridere anche il più 
serio degli uomini. L'ebreo si meravigliò del contegno che avevo serbato col 
signor Segretario : non capiva ch'io, col mio silenzio, gli avevo detto assai più 
di quel ch'egli non gli avesse detto con le vili e piagnucolose sue proteste. 

Un prigioniero 



70 



Un prigioniero della mia specie alla presenza del suo giudice non deve aprir 
bocca se non per rispondere alle interrogazioni che gli sono rivolte. 

Al giorno appresso venne a confessarmi un gesuita: al sabato un prete 
di S. Marco mi amministrò la Santa Eucaristia. Al gesuita parve troppo laco- 
nica la mia confessione e, però, avanti di concedermene l'assoluzione insistette 
per saper più e meglio. Mi domandò s'io pregassi Dio — gli risposi che 
lo pregavo dalla mattina alla sera e dalla sera alla mattina, e pur quando 




VENEZIA AL TEMPO DI CASANOVA. 
La piazza di S. Marco verso S. Geminiano. 

mangiavo, e pur quando dormivo, poiché tutto quel che seguiva nell'anima 
mia, nel mio cuore, nella mia perpetua agitazione non poteva non rappresen- 
tare una continua prece alla divina saggezza: erano, io credevo, preghiere le 
mie stesse impazienze, le incompostezze medesime della mia fantasia. Il gesuita 

— ch'era un missionario, direttore di coscienza d'un vecchio e noto Senatore 
uomo di lettere, pio, devoto, scrittor d'opere ascetiche e Inquisitore di Stato 

— abbozzò un sorrisetto e ripagò la mia speciosa dissertazione sulla preghiera 
con un discorso metafisico d' un genere che non quadrava in alcun modo 
con quello del mio. Gli avrei tutto rimbeccato s'egli, abilissimo nel mestier 

suo, non 



71 



suo, non avesse avuto il talento di sorprendermi, e di farmi diventare piccin 
piccino, con una specie di profezia che mi fece. Poiché — mi disse il gesuita 
— voi proprio da noialtri avete appreso la religione che professate, eserci- 
tatela come noi la esercitiamo e pregate Dio come vi abbiamo insegnato a 
pregarlo. E sappiate, ancora, che di qua non uscirete se non nel giorno 
dedicato al vostro Santo protettore! Ciò detto, mi assolse de' miei peccati e 
disparve. Le sue parole lasciarono in me una singolare impressione. Ebbi un 
bel fare per dimenticarle: non mi uscirono più dal capo. E cominciai, così, a 
passare in rivista tutti i Santi che sono nel calendario. 

San Giacomo di Compostella, il cui nome io porto, doveva, natural- 
mente, essere tenuto da me come il principal mio patrono. Ma potevo cre- 
derlo, quando proprio nel giorno della sua festa Messer Grande m'era venuto 
a sfondare l'uscio di casa? Se dovevo pregare il mio Santo protettore perchè 
il gesuita non me ne aveva fatto il nome? Dunque era mestieri che lo sce- 
gliessi io stesso. Esaminando l'almanacco mi sono arrestato su quello più vicino 
a San Giacomo: San Marco. Veniva prima di lui San Giorgio, Santo rino- 
mato anch'esso, ma credei di dover maggiormente confidare nell'Evangelista, e 
tanto più perchè mi pareva, in qualità di veneziano, di aver maggiori diritti 
alla sua protezione. Non ristetti, dunque, dall'indirizzargli i miei voti: ma passò 
la sua festa e io mi vidi ancor lì nel mio carcere. Allora mi son raccomandato 
all'altro San Giacomo, la cui ricorrenza è celebrata con quella di San Filippo. 
E anche quest'altro passò senza badarmi. Mi sono rivolto, appresso, e con 
parecchia devozione, al Taumaturgo Sant'Antonio, la cui tomba mille volte 
avevo visitato quando facevo i miei studii a Padova. E ancora Sant'Antonio 
deluse ogni mia speranza. Passai a un altro, e poi a un altro ancora. Insen- 
sibilmente m'avvezzavo a sperare invano : diminuì il calore della mia preghiera : 
non diminuirono il desiderio e la decisione di fuggire. E questa fortuna l'ebbi, 
come il lettore potrà notare, proprio nel giorno della festa del Santo mio pro- 
tettore, poiché, se davvero ne avevo uno, il suo nome doveva trovarsi imman- 
cabilmente tra quelli de' Santi di quel giorno. Non ho mai saputo quale fosse, 
ma non monta, non gli sono stato men riconoscente per questo. E così s'è 
avverata la profezia del gesuita. Io ho riconquistato la mia libertà nel giorno 
d' Ognissanti. 

Due o tre settimane dopo Pasqua fui liberato dall'ebreo. Il poveretto, 

tuttavia, 

72 



tuttavia, non tornò a casa : hi chiuso ne' « Quattro » e non ne uscì che dopo 
qualche anno, per andare a finire i suoi giorni a Trieste. 

Non appena mi vidi solo mi dedicai, con tutta fretta, alla mia bisogna. 
M'occorreva terminarla avanti che daccapo mi 'si facesse il regalo d'un 
qualche ospite novello, desideroso di veder la cella spazzata. Ho tratto avanti 
il mio letto, mi son gettato, con lo spuntone in mano, sul pavimento e ho 
collocato accanto a quella parte d'esso che stavo per bucare una salvietta 
per raccogliervi i minuti pezzetti di legno che sarebbero venuti fuori dal buco. 
Occorreva distruggere il legno a forza di ferro: que' frammenti, sul prin- 
cipio, non erano più grandi di un grano di frumento, poi divennero trucioli. 
La tavola era di legno di Meleza, e larga sei pollici. Ho cominciato a 
forarla ov'ella si connetteva a un'altra: non m'imbattevo in chiodi, non in 
ferro, e il mio lavoro procedeva perfettamente. Dopo sei ore lo smisi : rac- 
colsi nella salvietta i trucioli, rannodai la salvietta e la posi in un cantone 
ove la mattina dopo l'avrei ripresa per vuotarla sul solaio, dietro il mucchio 
de' quaderni. I frammenti raccolti constituivano un volume quattro o cinque volte 
più grande del buco di dove li avevo cavati: la curva di questo poteva essere 
di trenta gradi d'un cerchio, il suo diametro di dieci pollici su per giù. Mi 
sentivo soddisfatto dell'opera mia. Ho rimesso il letto a posto e, al giorno 
appresso, vuotando la salvietta ho potuto anche assicurarmi che nessuno 
avrebbe notato quel che avea contenuto. 

Al secondo giorno ho trovato, sotto la prima, spessa di due pollici, 
una seconda tavola che ho giudicato simile a quella. Nessuno avendomi di- 
sturbato, tormentato pur com'ero dal sospetto che a un tratto mi capitasse in 
cella qualche altro, mi son dato da fare e in tre settimane sono riescito a 
dissolvere tre di quelle tavole. Sotto di esse ho rinvenuto un pavimento in- 
crostato di, pezzi di marmo e che a Venezia si chiama terrazzo marmorino. 
È l'ordinario pavimento di tutte le case veneziane che non appartengono alla 
povera gente: gli stessi gran signori preferiscono il terrazzo marmorino al 
pavimento di legno. Mi son sentito scoraggiato quando ho fatto per intaccarlo 
e mi sono accorto che il ferro non vi mordeva: avevo un bel premervi su 
la punta del mio spuntone, essa vi scivolava soltanto. Mi sono ricordato d'An- 
nibale, in quel punto, il quale, secondo Livio, s'era fatto un passaggio at- 
traverso le Alpi spezzandone, a colpi d'ascia, le durissime pietre e queste 

facendo 

73 

Casanova - Historia, ecc. - 10 



facendo diventar più friabili a forza d'aceto. Avevo tenuto per non attendibile 
un fatto somigliante: non per la forza dell'acido, ma immaginando quale pro- 
digiosa quantità d'aceto gli fosse dovuta abbisognare. E pensavo che Annibale 
fosse a tanto riescito acetta, non aceto, errore di trascrizione in cui i primi 
copisti di Livio possono ben essere incorsi. ( 33 ) A ogni modo ho versato in quel 
cavo una intera bottiglia d'aceto che avevo serbato — e alla dimane, sia per 
effetto dell'aceto, sia per essermi armato di maggior pazienza, mi son fatto certo 
che alla fine sarei venuto a capo della faccenda. Non si trattava di rom- 
pere i piccioli pezzetti di marmo ma di polverizzare con la punta dello spun- 
tone il cemento che li univa. Così fui ben lieto quando m'accorsi che la grande 
difficoltà non si trovava che alla superficie. In quattro giorni ho distrutto tutto 
quel pavimento senza danneggiare il mio ferro: la sua punta faccettata era, 
anzi, diventata più brillante. 

Sotto il pavimento marmorino ho trovato, come sospettavo, un'altra ta- 
vola: ma doveva esser l'ultima, vale a dire la prima nell'ordine di colmatura 
d'ogni appartamento di cui le travi sostengono il soffitto. Ho investito quella 
tavola ma con difficoltà maggiori, poiché la buca ora misurava dieci pollici 
di profondità. Mi raccomandavo incessantemente alla misericordia di Dio. Gli 
spiriti forti i quali dicono che la preghiera non serve a nulla non sanno quel 
che si dicono: io so che dopo aver pregato Dio mi ritrovavo sempre più 
forte. Si crede che l'aumento della forza sia una naturale manifestazione della 
materia renduta più vigorosa dalla fiducia che ha posto nella preghiera, e che 
ciò accada senza che Dio vi si mescoli. Rispondo che se si ammette Dio 
bisogna riconoscere che Dio s'immischi in tutto. Coloro che hanno una reli- 
gione vi trovano risorse che gì' increduli non ottengono : que' primi v intendon 
poco, quelli altri niente addirittura. E continuiamo. 

Il venticinque di giugno, giorno della festa che la Republica di Venezia 

celebra 



(33) Quattro anni dopo, il 25 febbraio del 1791, Giacomo Casanova, scrivendo da Dux alla contessa 
di Lamberg, ripeteva questa sua osservazione alla interpretazione del passo di Livio. „ /' ai dans mes capi- 
tulaires plus de quatre cents sentences qui passent pour des aphorismes et qui sont toutes fausses parce 
que on a adopté un mot pour un autre. On a lu dans Tite-Live qu Annibal a attendri les Alpes à 
force de vinaigre. Jamais Qlephant n'a dit une pareille bètise. Tite-Lioe ? Point du tout. Tite-Live 
n'étoit pas bète; e' est toi qui l'est, sot instituteur d'une trop crèdule jeunesse!... Tite-Live a dit " aceto* 
et non pas n aceto " qui Veut dire vinaigre: " aceta " Veut dire " nache n . 

V. L'HERMITAGE, Revue mensuelle de littérature et d'art. - Paris, 1906 - T. II. p. 206 e segg. 

74 



celebra in memoria della prodigiosa apparizione che, nella chiesa ducale e 
sulla fine dell'undecimo secolo, fece, sotto l'emblematica forma d'un alato leone, 
l'Evangelista San Marco, — avvenimento che dimostrò alla saggezza del Senato 
come fosse tempo di licenziar San Teodoro (di cui il credito non era abba- 
stanza forte per farla riuscire nelle sue vedute d'ingrandimento) e di prendere 
per suo patrono San Marco (discepolo di San Paolo e, secondo Eusebio, di 
San Pietro) che Dio le inviava — in quel giorno dunque e tre ore dopo 
mezzodì, mentre, completamente nudo e coperto di sudore, lavoravo, steso sul 
ventre e, al lume della lampada che vi avevo calata, cercavo di ficcar lo sguardo 
nella buca, ho udito, con uno spavento mortale, l'aspro cigolio dei chiavistelli 
della porta al primo corridoio. Quale momento ! Soffio sulla lampada, ab- 
bandono il ferro nella buca, vi getto pur la salvietta, mi levo, ricaccio in 
fretta e furia i cavalietti e le tavole del letto nell'alcova, vi lancio sopra il 
pagliericcio e i materassi e, senza nemmeno aver tempo di ricoprirli con le 
coltri, mi vi abbandono come un morto nel punto stesso in cui Lorenzo apre 
1' uscio della mia cella. Se avessi tardato un minuto solo sarei stato colto 
sul fatto. 

Lorenzo mi sarebbe passato sul corpo se io non avessi gettato un grido. 

A quel grido egli si ritrasse, curvandosi, fino alla porta, ed esclamò : 

— Ahimè, Dio mio ! Vi compiango, caro signore ! Qui c'è caldo come 
in una fornace! Vi si brucia! Su, levatevi: e ringraziate Dio che v'ha man- 
dato un'eccellente compagnia. Entrate, signore illustrissimo, entrate ! 

Il mascalzone non badava alla mia completa nudità — ed eccoti l'illu- 
strissimo ch'entra, tirandosi da parte, mentre io, non sapendo più quel che 
facessi, afferravo i miei abiti, li gettavo sul letto e continuavo a cercare una 
camicia che non ritrovavo e che la più elementare decenza mi consigliava 
di subito infilare. Il nuovo venuto dovette davvero credere di trovarsi nell'in- 
ferno. Non lo vedevo di faccia. Ma udivo una desolata voce esclamare: 

— Dove sono?! Dove mi si mette? Oh, Dio, che caldo! Dio, che 
puzzo! Ma con chi sono io? 

Allora Lorenzo lo fece uscir dalla cella e pel buco della porta mi or- 
dinò di mettermi una camicia. Uscì poi lui pure sul granaio e disse a quel nuovo 
arrivato ch'egli, fra tanto, si recava a casa di lui per trasportarne a' « Piombi » 
un letto e quant'altro gli fosse abbisognato. Poteva, in questo, starsene libe- 
ramente 

75 



ramente a passeggiare pel solaio assieme con me: così la cella, con la porta 
aperta, si sarebbe purgata del cattivo odore che v'aveva trovato e che non 
era se non puzzo d'olio. Figurarsi la mia sorpresa a queste parole ! Dunque 
Lorenzo non mi faceva nessun appunto! Dunque sapeva tutto? Certamente 
l'ebreo gli aveva tutto narrato. Meno male : s'era fermato lì ! E da quel mo- 
mento cominciai ad avere un miglior concetto del mio carceriere. 

Infilai la camicia, le mutande, i pantaloni e una leggera veste da ca- 
mera. Uscii sul solaio. Il nuovo prigioniero indicava a Lorenzo, scrivendo- 
glielo a matita su un pezzo di carta, quel che gli occorresse. E fu lui pel 
primo che, nel vedermi, esclamò: Toh! Ecco Casanova! Subito lo riconobbi: 
era 1' abate conte F , bresciano, di vent' anni più anziano di me, di no- 
bilissimi modi, ricco abbastanza e desiderato da ogni bella compagnia ( 34 \ Mi 
abbracciò. Quando gli dissi che tutti m'aspettavo di vedere a' « Piombi » in 
fuori di lui non potette rattenere le lagrime, e quelle anche me mossero al 
pianto. Terminato ch'ebbe di dare i suoi ordini a Lorenzo restammo soli. 

Allora subito gli volli dire ch'egli m'avrebbe reso un favor grande quando 
avesse rifiutato, davanti a Lorenzo, l'offerta che gli avrei fatto di toglier dal- 
l' alcova il mio letto per collocarvi il suo. Lo pregai ancora di non esigere 
che si scopasse nella cella: glie ne avrei subito detto le ragioni. Gli dissi 
che il gran fetore che lo aveva così disgustato era quello d'una lampada che 
m'ero procurata all'insaputa dei miei sorveglianti: avevo in fretta e furia 
spento la lampada quando egli era entrato, e il lucignolo ancora fumigante 



m aveva 



(34) Del Fenaroli chiuso nel camerotto di Giacomo Casanova non m'è riuscito ritrovar tracce. Costui 
non s*è distinto, al suo tempo, se non per le prodezze onde tutti i sedicenti sacerdoti del suo genere otte- 
nevano una poco onorevole notorietà. La famiglia Fenaroli — non Fenarolo — è di Brescia. Nel 1759 
fu publicato appunto in Brescia un Breve ragguaglio della vita del Padre Luigi Gaetano Fenaroli, prete 
della Congregazione dell'Oratorio di {Bologna eie. e/c, per G. B. ROSSINI, (Biblioteca Braidense 
XM-X-74), e da quel libro apprendo che i Fenaroli avevano palazzo proprio, in Brescia, che il Padre 
Luigi Gaetano era figliuolo del N. U. Bartolomeo e di Caterina Fulvia Martinengo Cesaresca. Un fratello 
di Bartolomeo si chiamava Ippolito. Un recente biografo del Fenaroli famoso musicista del secolo XVIII, 
afferma che la famiglia Fenaroli è oriunda di Bergamo. Il musicista Fedele Fenaroli nacque in Lanciano, 
ove, alle fiere rinomate di quella primaria cittadina degli Abruzzi, accorrevano mercanti da ogni regione 
d'Italia e specialmente dalla Lombardia e dal Veneto. Fedele Fenaroli, contemporaneo di Paisiello, di Sac- 
chini, di Guglielmi, del Tritio e del Piccinni, fu celebrato specie per i suoi studii d'armonia e di contrap- 
punto. (V. GIUSEPPE MARIA BELLINI, Fedele Fenaroli, Firenze, Tipografia Arcivescovile, 1909). 

Tra gli associati alla traduzione dell' Iliade publicata dal Casanova tra il 1775 e il 1776 trovo: il 
N. H. Conte Bortolo Fenaroli. Il Fenaroli chiuso ai Piombi si chiamava Tommaso. 

76 







3 



o 



o 



C 



m'aveva reso quel bel servigio. L'abate mi promise di starsene a tutte le mie 
raccomandazioni e si dichiarò assai felice di trovarsi con me nella cella. Tutti 
— soggiunse — ignorano di che delitto vi siate reso colpevole, e tutti ardono 
di conoscerlo. 

Parecchi dicevano — così pur seppi dall'abate — ch'io m ero fatto 
capo d'una nuova religione ( 35 ) e che gl'Inquisitori di Stato non m'avevano 
fatto imprigionare se non quando l'Inquisizione ecclesiastica l'aveva domandato. 
Dicevano altri che la signora L M < 36 ) aveva, per mezzo del chiaris- 
simo A Moc...., fatto persuaso il Tribunale a farmi arrestare perchè io, 

co' miei ragionamenti ultramontani, inquinavo la buona morale e il sentimento 

religioso 



(35) Quella della setta de Franchi ^Curatori, alla quale il Casanova appartenne e di cui discorre 
in Mémoires non senza qualche ironia. A quella Massoneria settecentesca erano ascrìtti moltissimi patrìzii 
veneti, quali per convincimento quali, al solito, per moda; la Republica se ne dava assai pensiero. E alla 
fine fece sorprendere, una mattina, la casa ove quelli s'adunavano e vuotarla di quanto vi tenevano. L'agente 
di polizia incaricato di far man bassa su cose e persone della setta fu il JXCesser Grande Cristofolo Cri- 
stofoli. Del fatto scrive al cavaliere Daniele Andrea Dolfini — ambasciatore della Republica alla Corte 
di Francia — il suo procuratore e agente generale Luigi Ballarmi : " I Franchi Muratori si davano convegno 
in una casa posta nella poco frequentata contrada di S. Simone, in un luogo detto T^io Marin. La casa 
apparteneva al Contarmi, Procuratore di S. Marco. L'avea fissata tal Colombo. Un napoletano, tale Mi- 
chele Sessa, era il Venerabile ". BALLARINI - Lettere al suo padrone cav. Jlndrea 'Dolfini Jlmba- 
sciatore della Serenissima Repubblica di Venezia a 'Parigi — Museo Civico, Venezia — Lettera del 
14 maggio 1785. — "Con la commedia Le donne curiose mi sono studiato di rappresentare, sotto un 
titolo ben coperto e ben simulato, una Loggia di Franchi Muratori, e sì che i Forestieri ne conobbero 
tosto il mistero ". QOLDONI - Memorie. (V. Documento n. 9). 

Tra' Franchi Muratori era un dei Memmo, Bernardo. ( — V. MUTJNELLI - Gli ultimi anni, eie. 
cit. p. 10). Tra le lettere del patrizio Pietro Zaguri al Casanova — lettere delle quali la grande cortesia 
del conte di Waldstein m'ha fatto aver copia dal suo castello di Dux ove, bibliotecario del conte Giuseppe 
Carlo di Waldstein morì Casanova nel giugno 1798, — è una, quella del 23 dicembre 1792, in cui Zagurj 
scrive : " E morto il Memmo e il vostro corrispondente Collalto quasi a un tempo. " — V. per Bernardo 
Memmo i Documenti n. 1, 2, 4 e 5). 

(36) Le iniziali si riferiscono alla Nobil Donna Memmo, molto amica del Consigliere Condulmer, e 
del Casanova estimatrice tale da indursi a permettergli ch'egli soventi si ritrovasse in compagnia dei tre 
figliuoli di lei. Non, forse, la Memmo dimostrò troppa prudenza avvicinandolo ad essi, ma fatto è che i 
Memmo non fecero mai parlar di loro malamente. In casa appunto d'un di que' Memmo, nel 1777, Lo- 
renzo da Ponte conobbe Casanova: " Fu nell'anno 1777 ch'ebbi occasione di conoscerlo e di conversare 
familiarmente con lui, in casa or del Zaguri, or del Memmo, che amavano tutto quello ch'era di buono 
in lui e il cattivo gli perdonavano ". Memorie di Lorenzo da 'Ponte da Ceneda, scritte da esso. Seconda 
ed, Nuova Yorka, G. F. Bunel, 1829. - Voi. II, pag. 6 e segg. — Tra gli associati alla traduzione che 
il Casanova stampò dell'Iliade (tre soli volumi) trovo Lorenzo, Bernardo e Andrea Memmo: v'è pur un 
N. H. signor Pier Antonio Condulmer. Il chiarissimo A.... Moc... potrebbe essere un Alvise Mocenigo. 
L'edizione dell'Iliade è degli anni 1775-1776. 

77 



religioso de' suoi figliuoli, de* quali il primo oggi è Prete di San Marco e 
gli altri due sono, alla lor volta, membri del Consiglio de' Dieci. Altri dice- 
vano che il Consigliere Ant C ( 37 ) Inquisitore di Stato e protettore del 

Teatro di Sant' Angelo, mi aveva fatto carcerare in qualità di perturbatore 
dell'ordine publico, perchè io fischiavo le commedie dell'abate Chiari, legato 

com'ero al partito del Nobil homo Marcantonio Z , capo de' fautori di 

Goldoni. ( 38 ) Si diceva perfino che se non fossi stato chiuso ai « Piombi » 
a quell'ora avrei già, a Padova, ammazzato il Chiari. In tutte quelle accuse 
era un fondo che le rendeva verosimili. Ma potevo a tutte ribattere. M'in- 
teressavo assai poco di religione per pensare a fondarne di nuove. I tre 
figliuoli della signora L M , pieni di spirito, eran fatti piuttosto per se- 
durre che per esser sedotti. Il signor Cond — finalmente — avrebbe 

troppo avuto da fare se si fosse voluto dar la pena di cacciare in prigione 
tutti coloro che fischiavano Chiari! Sì, difatti: avevo detto di voler correre 

a Padova 



(37) Antonio Condulmer, Inquisitore di Stato : uno dei tre ch'erano in carica mentre il Casanova era 
arrestato. (V. Documento n. 1 ). Il suo favore pel Chiari era noto : l'abate bresciano Pietro Chiari e le sue 
insipide opere trovarono nel Condulmer un protettore accanito, specie quando, intorno al 1 754, scoppiò tra 
il Goldoni e il Chiari quella fervida contesa che tenne Venezia quasi divisa in due campi. Francato dalla 
gravosa compagnia del Medebac il Goldoni s'era messo a fare un genere novello : spettacoli drammatici in 
versi martelliani. Il Chiari aveva posto suo campo nel Teatro S. Angelo e lì si sbizzariva. Piovevano, prò 
e cantra, sonetti, capitoli, madrigali e libelli, le fazioni si avventavano l'una contro l'altra e tutta Venezia 
era sossopra. (V. Composizioni uscite sui teatri, commedie e poeti nell'anno 1754 in Venezia — Museo 
Civico, Venezia, Raccolta Cicogna, n. 1882). Casanova era pel Goldoni, contro del quale tempestava pur 
Carlo Gozzi, non pure tenero del Chiari. Centro della guerra Chiari - Gozzi - Goldoni era, in Venezia, 
la bottega d'un Paolo Colombari, erano loro editori gli Zatta e gli Albrizzi. Quando Gozzi fece stampare 
La Tarlano degl'influssi per l'anno bisestile 1757 Goldoni scrisse ch'era una raccolta di favate metri- 
che: quel che avea scritto del Goldoni il Gozzi è noto; non salvò delle opere goldoniane se non il bur- 
bero benefico. 

Di Pietro Chiari il Gozzi medesimo scrive senza pietà: Cervello acceso, disordinato, audace e pe- 
dantesco — oscurità d'intreccio da astrologo — salti da stivale da sette leghe — scene isolate e disgiunte 
dall'azione e suddite d'una loquacità predicantesi filosofica e sentenziosa — qualche buona sorpresa tea- 
trale, qualche descrizione bestialmente felice, una perniciosa morale. Insomma, Chiari è pel Gozzi lo scrit- 
tore pia gonfio e ampolloso del secolo, Y autore di mostruosià metrizzate, che non paventa di declamare : 

Sull'incude fatai del nostro pianto.... 

( V. QOZZI — Memorie inutili — Venezia, 1 797 — Voi. I, p, 265 e segg.). Il conte Carlo Gozzi ri- 
trovo tra gli Associati alla traduzione delY Iliade, di Giacomo Casanova. 

(38) Marcantonio Zorzi, patrizio veneto. Tra gli Associati all' Iliade: II N. H. Conte Zorzi Angaran, 
il N. H. Signor Marcantonio Zorzi fu di signor Lorenzo, il N. H. Signor Gerolamo Zorzi fu di signor 
Lorenzo, il N. H. signor Marin Zorzi a S. Severo. Marcantonio era capo del partito pel Goldoni e nimi- 
cissimo del Chiari. (V. 'Documenti n. 1, 2, 4 e 5). 

78 



a Padova per ammazzar l'abate: ( 39 > ma il padre Origo, gesuita illustre, m'avea 
calmato e rattenuto facendomi notare che io mi sarei ben potuto credere nel 
diritto di vendicarmi del Chiari, il quale in un suo stupido romanzo m'avea 
reso ridicolo, ( 40 ) ma che il mezzo che volevo usare non era degno d'un 
buon cristiano. Mi consigliava, invece, di peregrinare pe' caffè dov'egli era 
conosciuto e d' intesservi publicamente 
il suo elogio. Ho seguito il suo con- 
siglio e ne ho cavato una vendetta per- 
fetta. Appena cominciavo a dir bene 
dell' abate tutti, ridendo delle mie lodi, 
lo facevano bersaglio di satire san- 
guinose. E così divenni ammiratore 
della profonda politica di padre Origo. 

Verso sera il mio ospite ebbe il 
letto, una poltrona, la biancheria, del- 
l'acqua d'odore, un buon pranzo e alcu- 
ne bottiglie d'ottimo vino. Non toccò 
cibo — - ma io non potetti imitarlo: e, 
dopo nove mesi, fu quella la prima 
volta che mangiai, là dentro, del mio 
miglior appetito. Il mio letto fu lasciato 
ov'era, non fu spazzata la cella e, 
poco dopo, ci ritrovammo soli. 

Cominciai per cavar dalla buca la mia lampada e la salvietta: questa 
era cascata nella cazzeruola e io ne la ritrassi tutta inzuppata d'olio. Ne risi. Era 

un fatto 




L'ABATE CHIARI. 



(39) Il confidente Manuzzi, in due delle sue riferte, fa menzione di quanto apprese dal prete Zini 
intorno al Casanova. (V. 'Documenti n. 4 e 5). Lo Zini, chiamato a deporre, disse che n essendosi tro- 
vato ultimamente un libro intitolato La Comica in fortuna dove il Casanova era dipinto al vivo, s'irritò e 
pubblicamente disse che voleva passare a Milano ad ammazzare l'autore, qual'è l' abate Chiari ". Zini dice: 
a odiano; Casanova scrive: a Padova. 

(40) Ecco come l'abate Chiari descrive Casanova: 

" C'era tra gli altri un certo signor Vanesio di sconosciuta e per quanto dicevasi, non legittima estra- 
zione, ben fatto della persona, di colore olivastro, di affettate maniere, e di franchezza indicibile, che pre- 
tendeva di farmi da cicisbeo ; ma non aveva il primo principio per essere amabile. Era costui uno dei feno- 
meni dell' atmosfera civile, che non si sa come splendano, voglio dire, come facciano a vivere, e vivere 
signorilmente, non avendo né terre al sole, né impieghi, né abilità che loro diano quella onorevole sussi- 



79 



un fatto di poco conto ma come accadeva per una ragione che avrebbe 
potuto avere conseguenze assai tragiche mi dava il diritto di divertirmene. 
Rimisi tutto in ordine: nettai la cazzeruola che s'era riempita di terrazzo, 
la rifornii daccapo, ed eccoci rischiarati un'altra volta. Il mio compagno s'era 
pur molto divertito anche lui quando gli avevo descritto, in tutti i suoi det- 
tagli, la fabricazione della mia lampada. Passammo la notte senza dormire, 
non tanto per le migliaia di pulci che ci divoravano quanto per cento e inte- 
ressanti discorsi che ci tenevano su e che non finivano mai. 

A un punto, e come gli sembravo curioso di conoscere per quale scia- 
gurato caso avessi or l'onore di godere della sua compagnia, l'abate non ebbe 
difficoltà di raccontarmelo: e così, dopo trentadue anni di silenzio, posso 
render publica la sua narrazione. 

— Ieri, alle venti ore — cominciò a dir l'abate — salimmo in una 

gondola la signora Aless ( 41 ) il conte Mart ( 42 ) ed io. Arrivammo a 

Fusina alle ventuno, alle ventiquattro a Padova, dove saremmo stati a sentir 
l' opera a teatro e di dove, subito dopo, saremmo ripartiti. Al secondo atto 
il mio cattivo genio mi sospinse verso la sala da giuoco ; e v'entrai. Tra gli 

altri eran lì il conte di Ros ( 43 ) Ambasciatore da Vienna, e, poco lontano 

da lui 

stenza, che si deve in essi argomentare dal loro vestito. Invasato costui dal fanatismo di cose oltramontane 
e straniere, non aveva in bocca che Londra e Parigi quasi che fuori di quelle due illustri metropoli non ci 
fosse più mondo. Di fatto egli ci avea dimorato qualche tempo, non so in quale figura, né con quanta 
fortuna. Londra e Parigi dovea entrare in ogni discorso suo : Londra e Parigi era la norma della sua vita, 
de* suoi abbigliamenti, de' studi suoi, che vale a dire in una parola, delle sue stolidezze. Sempre polito 
quanto un Narciso, sempre pettoruto e gonfio come un pallone, sempre in moto come un mulino, si faceva 
una occupazione continua di cacciarsi da per tutto, di far a tutte il galante, e di adattarsi a tutte quelle 
circostanze favorevoli che gli fornivano qualche mezzo o di far denari, o di far fortuna in amore. Col- 
l'avaro facea da alchimista, colle belle facea da poeta, col grande facea da politico, con tutti faceva di 
tutto: ma non per altro, a giudizio degli assennati, che per farsi ridicolo. Volubile come quell'aria di cui 
aveva pieno il cervello, nel breve giro d'un giorno era amico giurato, e nimico implacabile della persona 
medesima. Dopo avermi lodata sul volto mio, fino a mettermi sopra le stelle, era capace di mettermi sotto 
gli abissi, tosto che m'avea voltate le spalle. Insomma il suo sistema si era di essere tutto di tutti; e per 
conseguenza diverso essendo l'umore delle persone, non doveva essere amico a nessuno n . P. CHIARI - La 
commediante in fortuna, o sia memorie di madama N. N. scritte da lei medesima. Venezia - Pasinelli, 
1755 - Voi, II , pagg. 130-131. — E il ritratto mi pare di quelli più riesciti. 

(41) La signora Alessandri — B qui avait été chanteuse et qui était maitresse ou femme de son ami Mar- 
tinengo n dice, in Mémoires, Casanova. 

(42) Il conte Martinengo. 

(43) Il conte di Rosember Gran ciambellano dell'imperatore e protettore di quell'altro sporcone che fu 
1 abate Casti, ch'egli si condusse una volta a Trieste per divertirsi. 

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I 

5 



O 



33 ^ 



I 



a 



da lui la signora R , ( 44 ) il cui marito deve partire un di questi giorni per 

recarsi alla stessa Corte in qualità d'Ambasciatore di Venezia. Feci la mia 
silenziosa riverenza al signor conte, che non era in maschera, e alla prossima 
Ambasciatrice rivolsi un complimento. Stavo per uscire quando il signor di 
Ros mi disse, a voce alta: 

— Felice voi, che potete parlare a una dama così amabile ! E proprio 
in questi momenti che il personaggio ch'io rappresento s'accorge che il più 
bel paese del mondo gli diventa una galera ! ( 43 ) Ditele, vi prego, dite alla bella 
dama ch'io la conosco e che le leggi le quali qui m'impediscono di parlarle 
non avrebbero alcuna forza a Vienna, ove l'anno venturo la vedrò e le farò guerra! 

La signora R , la quale s'era accorta che il conte mi parlava di lei 

mi fece segno d'avvicinarmele e subito, mi chiese, ridendo, che cosa m'avesse 
detto l'Ambasciatore. Glie lo dissi. Ella mi ordinò di rispondergli che accet- 
tava la dichiarazione di guerra e che poi si sarebbe visto chi di lor due 
l'avrebbe più abilmente fatta ali 'altro. 

Non credevo proprio di commettere un delitto riportando quella risposta 
che poi non era se non un complimento. Perdetti pochi zecchini al faraone 
e raggiunsi, subito dopo, i miei compagni. Terminato lo spettacolo andammo 
a cenare: mangiammo un pollo e ce ne tornammo. Erano le quattordici 
Rincasai per andare a letto e dormire fino alle venti ore, ma a casa trovai 
un uomo che mi consegnò un biglietto il quale mi ordinava di trovarmi alla 

Bussola 

(44) La signora Ruzzini. 

(45) E aveva ragione: la Republica, vietando così a* suoi sudditi qualsiasi comunione con gli Amba- 
sciatori o altri ministri forastieri residenti in Venezia come a costoro perfino di appressarsi a' veneti, specie 
patrizii, rendeva insopportabile a quelli inviati nella Serenissima il soggiorno in una città che per ogni verso 
ne sapeva pur sollecitare il desiderio di menarvi allegra vita. Poco prima s'è visto quel che occorse al Ca- 
sanova e al Memmo quando, su per le scale d'Ancilla, s'incontrarono con lo stesso Ambasciatore Rosemberg. 

La maschera spesso metteva al coperto qualche scappata contro leggi somiglianti: ma il conte di Ro- 
semberg — come il Fenaroli, che lo fa notare — non era mascherato quella sera. — " L'esclavage des 

libertées vénitiennes est assez connu. Le masque que l'on porte tei est l'emblème du deguisement de l'àme, 
auquel l'homme est sarts cesse condamné. Un Vénitien sans masque n'est qu'un esclaoe que la glaive 
mènace à chaque instant: il faut qu'il se déguise, qu'il se cache, qu'il oublie mème qu'il est homme, pour 
jouir d'une ombre de liberti; s'ils se decouore, s'ilsefait connailre, il se rappelle un instant ses droits et sa 
dignità et c'en estfait, on le tìoue a l'esclavage et souvent à la mort.... Que dites vous des plaisirs et des 
moeurs de ce pays ? Si les hommes s'y masquent la galanterie et le vices y soni à oisage découoert ; 
mais pour la vertu vous venez de voir qu'il faut quelle se déguise; sinon elle risque aussi d'y étre 
enchainée et porlée sotto i piombi. " 

Letlres de Madame la 'Princesse de Gonzague — Hambourg, 1797 — Tome I, p. 90. (De Venise 
à mad. d'jì à £XCarseille, 1787). 

81 

Casanova - Historia. ecc. - li. 



Bussola alle diciannove, per udire quello che il circospetto P B , Segre- 
tario del Consiglio dei Dieci, doveva riferirmi. Sorpreso da una somigliante 
ingiunzione, che era sempre di male augurio, e molto seccato di doverle obbe- 
dire non ho mancato di presentarmi, in quell'ora precisa, al Segretario. Costui, 
senza dirmi altro, ordinò che mi si chiudesse ai « Piombi ». Ecco tutto. 

Niente era più innocente d'una colpa come quella. Ma sono al mondo 
delle leggi che più innocentemente possono essere violate: i loro trasgressori 
sono colpevoli lo stesso. Feci all'abate i miei complimenti prima di tutto per 
la conoscenza che almeno avea del suo delitto, poi pel delitto stesso, poi per 
la forma della detenzione di lui. E, come davvero la sua colpa era di assai 
poco conto, gli dissi che pochi altri giorni, al più otto, sarebbe rimasto con 
me: dopo lo avrebbero licenziato con una piccola ramanzina e pregandolo di 
andarsene a passare sei mesetti nella sua Brescia. L' abate sinceramente mi 
rispose che non sentendosi colpevole non poteva concepire che lo si punisse. 
L'ho lasciato dire: quanto alla mia profezia ella s'è avverata esattamente. Fra 
tanto ho fatto di tutto per tenergli buona compagnia : il poveretto mi pareva 
addoloratissimo della privazione della sua libertà. E io sono così rimasto preso 
del suo dolore da quasi dimenticar quello mio. 

All'alba del domattina Lorenzo portò il caffè e, in un gran paniere, il 
pranzo del signor conte. Costui non poteva ammettere che si dovesse e po- 
tesse pranzare a quell'ora e, così, mentre gli altri erano serviti, ci mettemmo 
a far quattro passi nel granaio. Dopo ci si rinchiuse daccapo nel camerotto. 
L'abate, non meno di me tormentato dalle pulci, mi domandò perchè non 
facessi spazzar la cella. Non potendo sopportare ch'egli mi credesse un sudicione 
o che immaginasse ch'io avevo la pelle meno sensibile della sua lo misi a 
giorno di tutto, anzi gli feci proprio vedere quel che facevo: e mi sono accorto 
che restava sorpreso e mortificato della confidenza che riponevo in lui. M'in- 
coraggiò a lavorare, a continuare, a terminar la buca nella giornata: m'avrebbe 
aiutato egli stesso a passarvi, se gli fosse stato possibile, e di sopra avrebbe 
poi ritirato la corda. Né gì' importava di render più grave la sua posizione 
con questa grave complicità. 

Gli ho mostrato il modello d'un congegno mediante il quale ero sicuro, 
quando fossi disceso, di poter radunare nelle mie mani la corda da me fabri- 
bricata: era una piccola bacchetta attaccata per un de' suoi capi a un lungo 

spago 

62 



spago. La corda doveva essere assicurata alla spalliera del mio letto da quella 
sola bacchettina, che doveva entrare nella corda stessa passando da' due lati, 
disotto al cavalletto : la cordicina madre della bacchetta doveva scendere fino 
al pavimento della camera degl'Inquisitori ove, appena mi fossi trovato in piedi, 
l'avrei ritirata fino a me. L'abate non dubitò della riuscita di quel mio mec- 
canismo, e se ne congratulò meco, tanto più pensando, come me, che mi 
fosse indispensabile una precauzione somigliante: se il lenzuolo che avevo 
mutato in corda fosse rimasto nella cella esso avrebbe subito dato nell'occhio 
a Lorenzo, il quale non poteva 
salire alla camera dove eravamo 
senza passare per quell' altra : 
m'avrebbe subito cercato, ritro- 
vato e arrestato. Il mio nobile 
compagno fu d'opinione che do- 
vessi sospendere il mio lavoro, 
perchè dovevo temer qualche sor- 
presa, tanto più in quanto che 
m' abbisognava ancora qualche 
giorno per terminare quella buca 

che Certo Sarebbe COStata la vita LeTr&icm, vecchie, a "avvicino al Tonte diciatto 

al mio guardiano. Ma l'idea di Venezia al tempo di casanova. 

comprar la mia libertà a prezzo 

della vita di Lorenzo non m'impensieriva, né mi faceva rallentare la bisogna 
onde l'avrei conquistata : anche quando avessi saputo che la mia fuga faceva 
arrischiare a tutti que' birri il patibolo neppur l'avrei rimandata. La cristiana 
carità diventa un fantasma davanti allo spirito d'un prigioniero. 

Il mio buon umore, tuttavia, non invogliava troppo il mio compagno 
ad abbandonarvisi lui pure. Egli aveva de' quarti d'ora di profonda tristezza. 

Amava la signora Aless e avrebbe dovuto esserne felice : ma più un amante 

è felice, più infelice diventa quando è strappato all'oggetto che adora. Sospi- 
rava, e suo malgrado gli occhi gli si empivano di lagrime. Obligato a con- 
venire che quel che lo faceva gemere era qualcosa che non sarebbe esistita 
se non lo avessero imprigionato, egli finalmente mi confessò che amava, e mi 
disse che l'oggetto della sua fiamma era il complesso di tutte le virtù: ella 

non permetteva 




83 



non permetteva punto all'ardore di lui d'andare di là dalle misure del più 
profondo rispetto. Io lo compiangevo sinceramente. E non mai gli ho voluto 
dire, per consolarlo, che l'amore è una sciocchezzina, poiché non constituisce 
se non una consolazione desolante che soltanto gli sciocchi provano. Non è 
men vero tuttavia che l'amore non sia una bagattella. Mi son parecchie volte 
felicitato là dentro di non essere innamorato : il mio ultimo pensiero fu quello 
della ragazza con la quale dovevo andare a colazione a S. Anna, nel giorno 
del mio arresto. 

Gli otto giorni che avevo indicato all'abate come quelli della durata 
della sua prigionia passarono presto, e io perdetti quella cara compagnia. Ma 
non mi concessi il tempo di rimpiangerla. Non m'ero permesso mai di racco- 
mandare al conte la discrezione: il più piccolo mio dubio mi avrebbe ren- 
duto colpevole d'un sfacciato insulto verso di lui. 

A' tre di luglio Lorenzo disse all'abate di prepararsi per uscire a Terza, 
che in questo mese suona alle dodici ore. Per questa ragione portò pure il 
mio pranzo. Quello dell'abate bastava a quattro persone, sebbene egli non 
vivesse che d'una zuppa, al solito, di frutta e di qualche bicchiere di vino 
delle Canarie. Fui soltanto io che, durante que' pochi giorni di permanenza, 
mangiai davvero come un lupo: al .caro abate ciò faceva immenso piacere 
ed egli non si stancava di lodare il mio felice temperamento. Passammo 
quelle tre ultime ore tra le proteste della più sincera amicizia. Apparve a un 
tratto Lorenzo, se ne scese con lui, e lasciò aperta la mia cella: pensai da 
questo, che dovesse tornare. Tornò, difatti, dopo un quarto d'ora, fece portar 
via tutto quel che apparteneva a quell'amabile persona, e mi rinchiuse in pri- 
gione. Tutto quel giorno scorse assai tristemente per me: nulla seppi fare, e 
nemmen seppi leggere qualche mio libro. Il giorno appresso Lorenzo mi rese 
conto delle spese che avea sostenuto nel giugno. Vidi che s'inteneriva quando 
lo pregai di donare a sua moglie i quattro zecchini che gli restavano in mano. 
Non gli dissi che intendevo, con quel denaro, pagargli il nolo della lampada 
— ma lo pensò egli stesso, forse. 

Mi dedicai completamente al mio lavoro e per sette settimane ebbi la 
fortuna di non vederlo mai più interrotto. Al 23 agosto era finito, e perfetto. 
Causa di un ritardo simile fu un incidente naturalissimo. Scavando col mio 
spuntone nell'ultima tavola per renderla sottilissima e arrivato alla sua opposta 

superficie. 

84 



superficie, ho messo l'occhio a un bucherello pel quale dovevo veder la stanza 
di sotto. L'ho vista, difatti. Ma ho pur visto che accanto al buco, non più 
grande di una goccia di cera, era, perpendicolarmente, un'altra superficie di 
quasi otto pollici. Proprio quel che temevo! Una trave! Era una di quelle 
che sostenevano il soffitto della stanza. Naturalmente ho dovuto allargare il 
buco dalla parte opposta alla trave. Come avrei potuto passare, io che non 
ero mingherlino? Temevo sempre che lo spazio tra le due travi non mi fosse 
bastevole. Praticai un secondo buchetto e rimasi soddisfattissimo: sarei pas- 
sato. Turai i buchi per impedire che qualche frammento della tavola cadesse 
nella stanza degl' Inquisitori, o che un filo del lume della mia lampada non 
colpisse l'attenzione di qualcuno che si trovasse a passare di sotto. 

Stabilii di scappare nella notte che precede la festa di Sant'Agostino, 
non tanto perchè già da quattro settimane ne avevo fatto il mio protettore, 
quanto perchè sapevo che proprio in quel giorno il Gran Consiglio si radu- 
nava e che però nella Bussola, contigua alla camera per la quale dovevo 
necessariamente passare, nessuno avrei trovato. Dunque così: la notte del 
ventisei agosto sarei fuggito. 

Ma nel giorno venticinque ecco che m'accade tal cosa ch'io, pensan- 
dovi pur adesso che ne scrivo, mi sento assalire da un fremito di terrore. 
A mezzodì preciso udii stridere i chiavistelli. Un violento battito di cuore 
che più sotto di più di tre pollici dalla sua regione palpitava concitato, mi 
fece quasi credere che fosse arrivata 1' ultima ora mia. Son caduto, quasi 
svenuto, sulla mia poltrona. 

E entrato Lorenzo. Ma prima s'è affacciato alla griglia per esclamare: 

— Signore, signore! Vengo a portarvi una buona notizia, e me ne feli- 
cito con voi! 

Una buona notizia? Quella, forse, della mia libertà? E non era peggio? 
Mi vedevo perduto: tutto fra poco, sarebbe stato scoverto! 

Lorenzo mi disse che occorreva che lo seguissi. Gli risposi d'aspettare 
che mi vestissi. 

— Non importa ! — ribattè — Voi non dovrete far altro che passare 
da questo brutto camerotto ove siete a un altro più luminoso, e nuovo nuovo. 
Vi son due belle finestre, e vi godrete la vista di Venezia. E poi la camera 
è alta; ci starete in piedi benissimo.... E poi.... 

Dio Dio! 

85 



Dio, Dio! Non ne potevo più! Io morivo! Glie l'ho detto. Ho chiesto 
dell'aceto per ristorarmi. Ho scongiurato Lorenzo di recarsi subito dal Segre- 
tario, di dirgli ch'io ringraziavo il Tribunale di tanto favore, ma che lo sup- 
plicavo, in nome di Dio, di lasciarmi lì! 

Egli scoppiò in una solenne risata e mi rispose ch'ero pazzo. Il came- 
rotto dov'ero si chiamava Xinferno, e quello dove sarei passato era delizioso. 

— Su! — disse — Andiamo, bisogna obbedire! Levatevi. Vi sorreg- 
gerò io stesso. Poi vi farò portare tutta la vostra roba e i vostri libri. 

L'ho seguito, allora, trasognato. Quando egli ha ordinato a un de' suoi 
compagni di accompagnarci portando nell' altra camera la mia poltrona ho 
respirato meglio. Lo spuntone era sempre nascosto nella paglia della poltrona : 
meno male! Ma come avrei preferito di vedermi seguito da quel bel buco 
che avevo scavato con tanta fatica! Era impossibile. E il mio corpo si tra- 
scinava, lento — la mia anima restava lì, nella mia cella.... 

Col braccio appoggiato sulla spalla di quell'uomo che credeva, ridendo, 
di risvegliare il mio coraggio, ho sceso tre piccoli gradini dopo avere attra- 
versato due stretti corridoi. Sono entrato in una vasta camera molto lumi- 
nosa e per una piccola porta che si apriva in fondo e a sinistra della stanza, 
mi sono trovato in un corridoio che aveva due piedi di larghezza e dodici 
di lunghezza, e due finestre a gelosie, sulla mia destra, di dove distintamente 
si vedeva tutta quella parte della città la quale si stende da quel lato fino a 
Lido. La porta del carcere era in un cantone del corridoio. Una finestra, 
pure fornita della gelosia, stava di faccia a una di quelle che avevo già 
visto, e così un prigioniero poteva godere d'una prospettiva piacevole. Da 
quest' ultima finestra entrava un vento dolce e fresco, vero balsamo per la 
povera creatura che doveva là dentro respirare, principalmente nella stagione 
in cui l'aria è torrida. 

Queste osservazioni, come ben capisce il lettore, non le ho fatto nel 
punto in cui entravo nella novella mia prigione. Appena Lorenzo mi vide là 
dentro fece porre in un cantuccio la mia poltrona ed io vi caddi a sedere, 

disfatto Egli se ne andò, promettendomi di subito farmi avere il letto e 

il resto!... 




86 




TE II 



RTi 




o stoicismo di Zenone, l'atarassia dei Pirronisti offrono 
alla mente nostra immagini straordinarie che, or cele- 
brate e ammirate, ora derise e spregiate, non sono am- 
messe dai saggi che a patto di parecchie restrizioni. 
Tutti coloro i quali sono invitati a esprimere un lor 
giudizio sulla forza e sulla debolezza morale hanno ben 
ragione di considerare se stessi come punto di partenza e di confronto, poi 
che, in buona fede, non si può ammettere una forza interiore in altri, chiunque 
sia, se non ne sentiamo il germe in noi stessi. Da me stesso, dunque, giudi- 
cando, io reputo che l'uomo, per mezzo di una forza acquistata dopo grande 
studio, non può riescire che a trattenersi dal gridare pel dolore, e a frenare 
l'impulso del primo momento: ecco tutto. L' abstine et sustine son davvero le 
caratteristiche di un buon filosofo, ma i dolori materiali che affliggono lo stoico 
non certo sono meno pungenti di quelli che tormentano l'epicureo: e gli spa- 
simi tanto saranno più cocenti per chi li dissimula quanto per colui che si 
procura un grande sollievo lagnandosi. Quando un avvenimento decide della 
vita, della sorte di un uomo, costui non se ne può restare indifferente che in 
apparenza, a meno ch'egli non sia un imbecille o un pazzo. Non può esser 
sincero — e Socrate me lo perdoni ! — chi si vanta capace di una tranquil- 
lità perfetta. 



89 



Casanova - Historia, ecc. - 12. 



lità perfetta. Per conto mio dichiaro che della filosofia di Zenone 0) sarò se- 
guace fedele soltanto allorché mi si dimostrerà che si sia ritrovato il segreto 
che impedisca all'uomo d'arrossire o d'impallidire, di ridere o di piangere. 

Ero rimasto sprofondato nella mia poltrona in tale stato di sbalordi- 
mento e di stupore da rimanere immobile come una statua. Capivo, tuttavia, 
che ogni frutto del mio penoso lavoro era perduto, ma non mi pentivo della 
mia audacia, quantunque non mi potesse confortare alcuna speranza. Non tro- 
vavo sollievo che nello sforzarmi d'allontanare il pensiero dell'avvenire; allora 
la mia mente s'innalzava a Dio, e mi pareva che quanto m'era accaduto 
fosse una meritata punizione. Infatti, invece di profittare della grazia divina, 
la quale m'aveva concesso di condurre a termine il mio ardito lavoro, io ne 
avevo abusato, indugiando tre giorni a fuggire. Ammettevo, sì, di aver fatto 
male; ma nello stesso tempo mi pareva che il castigo fosse troppo severo, 
poiché di poco avevo ritardato la mia fuga, e soltanto per essere più sicuro 
di riescirvi. Avevo stabilito d'evadere il giorno 27, e per cambiare questa 
decisione ci sarebbe voluto un fatto straordinario che avesse scosso il mio 
ragionamento, che per me avesse pur avuto la potenza di una rivelazione: 
ora la lettura di Maria d'Agreda non aveva certo turbato il mio equilibrio 
mentale. 

Lorenzo se n'era andato; due secondini mi avevano portato, poco dopo, 
quel che occorreva al mio letto: le lenzuola, i materassi, il pagliericcio. Ed 
erano usciti per andare a prendere il resto. Erano ormai trascorse due ore 
intere senza che avessi visto anima viva, quantunque le porte della mia cella 
fossero rimaste aperte: questo ritardo mi preoccupava, mi affollava la mente 
di mille timori, m'istupidiva. Non potevo ne indovinare, ne immaginare niente: 
e c'era pur da aspettarsi il peggio. Volli almeno costringere me stesso a 
conquistare quella calma che mi avrebbe permesso di sopportare senza viltà 
quanto di più orribile mi si potesse minacciare. 

Oltre i 



(1) Zenone da Cizico (Zenon Citticus), nato a Cizico, nell'isola di Cipro, contemporaneo d'Epicuro e 
fondatore della scuola stoica. In Atene, non appagato da alcun sistema filosofico appreso, ne immaginò egli 
stesso un novello, ch'è una specie di cinismo temperato. Pare che, in età molto avanzata, egli abbia voluto 
finire i suoi giorni col suicidio, atto conforme alla sua filosofia, ma esempio pernicioso, perchè imitato ap- 
presso da parecchi filosofi della scuola stoica. ( V. FORELIUS - Zeno philosophus, lev iter adumbratus exer- 
citio academico - (Upsal, 1700) — JENICHEN - Programma etc. de Zenone Ottico - (Lipsia, 1724) 
— TtlEDEMANN - System der stoischen Philosophie - (Lipsia, 1776). 

90 



Oltre i Piombi e i Quattro gl'Inquisitori avevano a loro disposizione 
diciannove orribili prigioni nei sotterranei dello stesso palazzo, e lì erano rin- 
serrati coloro che avessero commessi tali delitti da meritare la pena di morte. 
Già, tutti i giudici di questo mondo hanno sempre creduto che il risparmiare 
la vita a chi sarebbe meritevole della pena capitale sia una grazia, anche 
se alla morte vien sostituito il carcere più orrendo e spaventoso. Quelle pri- 
gioni sotterranee sono delle vere tombe, ma vengono chiamate Pozzi per 
una buona ragione: sono difatti inondate dall'acqua del mare. ( 2 ) Penetra l'acqua 
per la stessa loro inferriata, larga appena un piede quadrato, e da cui rice- 
vono un po' di luce; e sale anche a due piedi di altezza, così che lo scia- 
gurato prigioniero se ne deve rimaner sempre appollaiato su di uno scannetto, 
se non vuole continuamente trovarsi in un bagno di acqua salata. Su due di 
quelli scannetti è steso il pagliericcio e son collocate, ogni mattina, la brocca 
dell'acqua, la scodella della minestra e la porzione di biscotto che il disgraziato 
deve mangiare subito che glielo portano, perchè dei sorci di chiavica, più 
grandi di quelli che io ho veduto presso alla trave, s'affretterebbero a strap- 
parglielo di mano. Queste orrende prigioni sono, per lo più, destinate a' con- 
dannati a vita. Quantunque il nutrimento sia tale da far ritenere impossibile 
che un uomo possa là dentro vivere oltre i cinque o i sei mesi, pure molti 
di quei disgraziati arrivarono a marcirvi fino alla vecchiaia. Mi era stato 
assicurato 

(2) In un codice della Biblioteca Marciana, segnato CCLIII Classe IX e appartenuto ad Apostolo 
Zeno, è per la prima volta fatto il nome di Pozzi. Quell'inedito poemetto del seicento è intitolato Istoria 
in versi sciolti dell'eccellentissimo Signor Cesare Cavalieri Medico Fisico sopra le miserie delle Prigioni. 
A un punto il Cavalieri scrive : 

Tialascio i Pozzi degl'Inquisitori 

Signori dello Stato, assai profondi 
Incavati sott'acqua, dov'è certo 
Chi v'entra di soffrir penosa morte 
Con espeditione risoluta 

I nomi delle prigioni dei Pozzi son pure, nel poemetto del Cavalieri, così additati : 

La Qaleotla chiamasi la prima, 

Giustiniano:, Infermarla, Vulcano, 
La Mocina, la Schiava, e Frescagioia, 
Li tre Mezzodì, Forte, la Liona, 
La pregion delle donne e Prigionetta 
Bertoldo e l'altra la Franzona detta 
Raimonda, Belegna e Guardiana. 
Pinariola, Cortese e Conforta 
UAvogadra, X^alina e la Fornellq 

Per tutte le altre notizie sulle prigioni del Palazzo Ducale v. FRANCESCO ZANOTTO - I Pozzi 
ed i Piombi antiche prigioni di Stato della Repubblica di Venezia - Venezia, Brizeghel, 1876. 

91 



assicurato che in que' giorni v'era morto un vecchio ottantenne, rinchiuso 

laggiù a quarantanni ! Chissà ! Persuaso di aver meritato la morte, forse egli 

si sentiva felice. Vi sono di quelli che temono soltanto la morte. Era quel 
prigioniero una spia. Nell'ultima guerra mossa dalla Republica al Turco 
(nell'anno 1716) egli si era recato a Corfù ed era entrato nell'armata del 
Gran Visir per impossessarsi de' suoi piani e informarne il Maresciallo di 
Schoulembourg, che difendeva la fortezza. Ma quell' infame era, nel medesimo 
tempo, la spia dello stesso Gran Visir. 

In quelle due ore di attesa non mi risparmiai la visione dell'orribile 
Pozzo in cui temevo mi si potesse trasportare. E si capisce: quando l'anima 
si è nutrita di chimeriche speranze ella subisce, appresso, il tormento di una 
folla di timori estremi: il Tribunale che era arbitro della mia sorte, essendo 
padrone assoluto del Palazzo, dal tetto alle fondamenta, poteva bene piom- 
bare nella profondità di quell'inferno chi aveva osato disertare il purgatorio ! 

Udii finalmente lo stridere d'una chiave in una serratura: un passo 

furioso si avvicinava E Lorenzo apparve, col viso sfigurato dalla collera. 

Fuori di se, bestemmiando Dio e tutti i Santi, cominciò coll'impormi di con- 
segnargli l'ascia e tutti gl'istromenti co* quali avevo forato il pavimento della 
cella. Mi chiese imperiosamente, quale dei suoi dipendenti me li avesse 
forniti. Senza scompormi, e col massimo sangue freddo, gli risposi che non 
sapevo di chi parlasse. Allora egli ordinò a due birri di frugarmi, ma io non 
lo permisi e in un attimo mi spogliai completamente. Sempre più fuori della 
grazia di Dio, Lorenzo fece visitare i miei materassi, vuotare il pagliericcio 
e guardare perfino nel vaso immondo. Egli stesso dette di piglio al cuscino 
della mia poltrona, lo palpò e ripalpò e, non trovando in quello nulla di 
resistente, lo sbattette rabbiosamente a terra, esclamando : — Ah ! Lei, dun- 
que, non vuole confessare a me ove sono gli arnesi coi quali ha forato il 
pavimento? E allora sarà ben costretto a confessarlo ad altri, perdio! 

Gli risposi che se davvero avevo forato il pavimento non potevo aver 
ricevuto che da lui gli arnesi per quella bisogna: se non si ritrovavano era 
chiaro che glie li avevo restituito. A questa inattesa risposta i secondini, ch'egli 
evidentemente aveva già abbastanza irritato, applaudirono, mentre Lorenzo 
urlava e dava della testa nel muro. Io credevo sul serio che diventasse furioso: 
ma, alla fine, egli se ne andò, seguito dai secondini, i quali poi mi portarono 

i miei 

92 




Spaccato delle "Prigioni dei POZZI, fino a quelle dei PIOJÌTfBI ,,. 

(dal libro dello Zanotto : " I Pozzi e i Piombi ,.) 

(Venezia, Brizighel, 1876). 



i miei indumenti, i miei libri, le mie bottiglie, il desinare che era rimasto 
nell'altra stanza fin dalle prime ore del mattino, e tutto ciò che mi appar- 
teneva, in fuori del pezzo di marmo e della lampada. Poco dopo entrato 
nel corridoio, chiuse tutte e due le finestre da cui mi veniva un po' d'aria. 
E così mi trovai, nel pieno ardore dell'estate, rinserrato ermeticamente in un 
luogo brevissimo, ove l'aria non poteva penetrare da nessuno spiraglio. Con 




VENEZIA AL TEMPO DI CASANOVA - Il canale della Giudecca 

tutto ciò confesso che mi parve di essermela cavata a buon prezzo! Bella 
pratica aveva del suo mestiere questo signor Lorenzo! Neppure aveva pen- 
sato di praticare una minuziosa visita nella mia poltrona! Or io, trovandomi 
ancora in possesso del mio spuntone, contavo sempre sulla utilità sua, quan- 
tunque non potessi ancora meditare alcun nuovo disegno. 

Il caldo opprimente e l'agitazione di quella giornata m'impedirono di 
dormire. L'indomani mattina Lorenzo mi portò del vino che era aceto, del- 
l'acqua 



93 



l'acqua marcia, dell'insalata guasta e della carne puzzolente; non fece spazzar 
la stanza, non aprì le finestre, quantunque glie l'avessi chiesto. E, da quel 
giorno, si cominciò a compiere nella mia cella una cerimonia straordinaria : 
i secondini, con una sbarra di ferro, picchiavano sul pavimento, sulle pareti, 
dappertutto, e ogni volta portavano fuori il letto per meglio procedere in 
questa funzione e accertarsi, così, che non vi era nulla di rotto. Osservai 
che i colpi della sbarra non attaccavano mai il soffitto, e questa osservazione, 
ripetuta per parecchi giorni, mi fece venire l'idea di ritentar la mia fuga 
dall'alto. Ma per maturare tale progetto io dovevo essere aiutato da combi- 
nazioni e da circostanze indipendenti dall'opera mia, poiché qualunque mio 
tentativo sarebbe stato notato da' miei guardiani e la più lieve screpolatura 
o graffiatura sarebbe subito saltata all'occhio dei birri, i quali tutte le mattine 
visitavano la mia cella. 

Passai un'orribile giornata. Verso mezzogiorno il caldo era soffocante; 
credevo proprio di morire. La mia cella era diventata una vera stufa. Non 
potetti ne mangiare, ne bere, perchè tutto era putrefatto ; sicché la debolezza, 
aumentata dal caldo che mi faceva sudare a goccioloni, non mi permetteva 
ne di camminare, né di leggere. L'indomani il desinare fu, daccapo, ripu- 
gnante; prima ancora di vederlo avevo sentito il puzzo della carne lessa. 
Chiesi allora a Lorenzo se avesse avuto ordine di farmi morire di fame e 
di caldo. Ed egli, sensa nemmeno rispondermi con un cenno, se ne andò. Il 
giorno seguente accadde lo stesso. Domandai una matita: dissi a Lorenzo che 
avevo bisogno di scrivere due parole al Segretario. Ma anche questa volta il 
mio custode mi piantò senza rispondermi. 

Mangiai la minestra per dispetto e intinsi il pane nel vin di Cipro per 
rafforzarmi così da potere ammazzare quell'uomo, l'indomani, ficcandogli il mio 
spuntone nella gola. Questo pensiero era in me diventato così continuo e tor- 
mentoso che mi pareva non vi fosse altra via di uscita. 

Al giorno appresso, scambio di porre in opera il mio progetto, m'ac- 
contentai di giurare a Lorenzo che, appena fossi stato messo in libertà, l'avrei 
ucciso: ed egli, ridendo, se ne andò come le altre volte, senza rispondermi. 
Allora cominciai a credere che Lorenzo così si comportasse per ordine pre- 
ciso del Segretario, al quale, forse, aveva dato notizia del mio tentativo. Non 
sapevo che fare: la mia pazienza battagliava con la mia disperazione, mi 

sentivo 

94 



sentivo morire di inedia: se le cose fossero continuate a quel modo certo sarei 
morto davvero. All'ottavo giorno di questo martirio quando Lorenzo entrò 
nella mia cella io mi posi a urlargli con quanta avevo voce, e furibondo, 
ch'egli era un infame carnefice e, sempre alla presenza dei birri, gli chiesi 
che avesse fatto del mio denaro. Mi rispose che il conto me l'avrebbe por- 
tato al giorno seguente, e stava per andarsene, ma prima che avesse chiusa 
la cella io detti rapidamente di piglio al vaso immondo e feci atto di vuo- 
tarlo nel corridoio se egli non me lo faceva nettare. Allora quel mascalzone 
ordinò a un arciere di portarlo fuori, e come l'aria era diventata infetta si 
decise ad aprire una finestra. Ma la rinserrò appena che il secondino fu 
rientrato con quell' utensile, e se ne andò. Strepitai come un dannato, ma 
invano. Ripiombavo così nella mia dolorosa situazione, ma, avendo osservato 
che quel poco che avevo ottenuto era stato effetto delle ingiurie onde avevo 
investito Lorenzo, decisi di trattarlo anche peggio al giorno seguente. Invece, 
al domattina, il mio furore si era alquanto placato. 

Lorenzo, prima di presentarmi il mio conto, mi consegnò un cestello 

di limoni, che mi mandava il signor Br , e il mio desinare: c'erano un pollo 

di bell'aspetto e una grande bottiglia d'acqua, che pareva buona. Oltre a ciò 
uno dei secondini spalancò le finestre. 

Quando Lorenzo mi presentò il conto non detti un'occhiata che alla 
somma che mi rimaneva per dirgli che ne facevo un dono a sua moglie; 
uno zecchino solo desideravo che fosse diviso tra' suoi aiutanti. Costoro mi 
ringraziarono. E, rimasto solo con me, Lorenzo mi tenne questo discorso: 

— Signore, lei ha già detto che sono stato io stesso a fornirle gli stro- 
menti co' quali ha potuto praticare l'enorme buco nell'altra cella: sicché non 
le chiedo altro a questo proposito. Ma potrebbe dirmi, di grazia, chi le ha 
procacciato il necessario per farsi una lampada? Io non credevo davvero — 
soggiunse — che lo spirito consistesse nella sfrontatezza ! 

— Io non mentisco! — gli risposi con tono energico e sicuro — Sì, 
siete stato proprio voi che mi avete dato, con le vostre proprie mani, tutto ciò 
che mi occorreva per fabricare pur la mia lampada. 

Gli spiegai allora come avevo fatto per ottenerla e come vi ero riuscito 
e quando egli ne fu convinto si dette dei pugni nella testa e mi domandò 
se potevo allo stesso modo persuaderlo d'avermi procurato gl'istromenti per 

bucare 

95 



bucare il pavimento. Gli risposi ch'ero pronto a dimostrarglielo, ma che la 
dimostrazione avrei fatto soltanto alla presenza del Segretario del Tribunale. 

Allora egli mi pregò di considerare che aveva dei figli : e se ne andò. 
Ero ben felice di aver trovato il mezzo di farmi temere da quell'uomo al 
quale era destinato ch'io dovessi costare la vita; e mi convinsi che il suo 
stesso interesse lo costringeva a tenere nascosto al Ministro del Tribunale quel 
ch'io avevo fatto. La brezza, fra tanto, che spirava ogni giorno e che ogni 
giorno alla stessa ora entrava nella mia prigione, mi restituì la forza e l'appetito. 

Un giorno ordinai a Lorenzo di comprarmi le opere del Maffei. ( 3 ) 
Questa spesa non gli andava, ma come non osava dirmelo, mi chiese che 
bisogno avessi di altri libri, quando già ne possedevo meglio di cinquanta. 
Gli risposi che li avevo letto tutti e che ne volevo di nuovi. Ed egli ribattè 
che, se volevo, poteva farmene dare a prestito da qualcuno, così da procu- 
rarmi una lettura completamente nuova e senza farmi spendere un soldo. Os- 
servai che i libri che potevo avere in prestito sarebbero stati, forse, de' frivoli 
romanzi, un genere che non mi piace affatto — ed egli, quasi offeso, replicò 
ch'io mi sbagliavo di molto se credevo di essere la sola buona testa che fosse 
racchiusa lassù: ed aggiunse che sarei rimasto stupito se avessi saputo quali 
personalità subivano la mia medesima sorte. Assunsi allora l'espressione e il 
contegno dell'uomo compreso del più profondo rispetto e, senza perdere un 
minuto, presentai a Lorenzo il primo volume della Cronologia del Padre 
Petau, ( 4 ) pregandolo di farmi avere in cambio un libro di eguale importanza. 
Quattro minuti dopo Lorenzo mi portava il primo volume del Wolff, in latino, 
ed io, ben contento, gli dichiaravo che poteva fare a meno di comprarmi le 

opere 



(3) Il marchese Scipione Maffei nacque in Verona il 1° giugno del 1675 dal marchese Giovanni Fran- 
cesco e dalla contessa Silvia Pellegrini. Si dette da principio alla poesia, poi studiò filosofia. Tentò la riforma 
del teatro italiano e si fece editore di alcune tragedie italiane del cinquecento : volle comporne egli stesso e 
s'ebbe quella Merope che subito ebbe grandissima celebrità. Fu storico, archeologo, drammaturgo, filosofo: 
la vastità del suo sapere superò le Alpi: le sue opere furono infinite. Le stampò complete, in Venezia, il 
Rubbi, nel 1 790 : altre edizioni, e parecchie, se n'eran fatte prima, man mano, quasi tutte in Verona, presso 
il Cavalloni. 

Scipione Maffei era morto recentemente quando il Casanova fu imprigionato. Morì nel 1 755, a ottan- 
tanni. {V. PINDEMONTE - Elogio del marchese JXCaffei - Verona, 1784). 

(4) Dionigi Petau nato in Orléans il 21 agosto 1583 morì a Parigi il 12 dicembre 1652. Fu gesuita, 
professore di retorica a Reims, professore di teologia positiva a Parigi, bibliotecario del Collegio di Clermont. 
La sua reputazione fu grandissima : lo si chiamò il principe de" cronologhi. Papa Urbano Vili volle attirarlo 

96 



opere del Maffei. ( 5 ) Lusingato di avermi fatto intendere la ragione a modo 
suo, se ne andò. 

Io non ero certo attirato dal piacere che poteva offrirmi quella greve 
lettura, ma speravo di cogliere l'occasione per iniziare una corrispondenza 
con qualcuno il quale potesse aiutarmi all'esecuzione del progetto che comin- 
ciavo a vagheggiare e a elaborare in mente. Sfogliai il libro, e vi trovai un 
mezzo foglio di carta su cui lessi, in sei buoni versi, la parafrasi di queste 
parole di Seneca: Calamitosus est animus futuri anxius. 

Composi altri sei versi, ma, non possedendo una matita per scriverli, 
mi fabricai un inchiostro col succo delle more, e come penna adoperai l'unghia 
del dito mignolo della mia mano destra: l'avevo lasciata crescere per nettarmi 
le orecchie. Così, con la punta dell'unghia e tenendo il dito mignolo tra il 
pollice e l'indice della sinistra, potetti scrivere benissimo, e mi sentii fiero della 
mia invenzione. Feci il catalogo dei libri che avevo presso di me e lo ficcai 
nel dorso del libro stesso, e proprio in quella specie di sacca che in Italia 
hanno tutti i libri rilegati in cartone, nella parte posteriore, sotto la rilegatura. 
Sullo stesso libro, là dove si scrive il titolo, scrissi latet quere. La mattina 
del giorno seguente, impaziente com' ero di ricevere una risposta, dissi a Lo- 
renzo che avevo già letto tutto il libro e che sarei stato contento se la stessa 
persona me ne avesse mandato un altro. Lorenzo mi portò immediatamente 
il secondo volume del Wolff, e mi riferì che quella persona non aveva voluto 
rimandare d'un sol giorno il servigio che ben desiderava di rendermi. Io rimasi 
male, perchè m'aspettavo una diversa risposta. E appena fui solo apersi il libro. 
Vi trovai una lettera, in latino, la quale diceva: « — Noi due che siamo 
insieme in questa prigione proviamo un piacere immenso nel vedere che l'igno- 
ranza di un avaro ci procura un bene inestimabile. Io che scrivo sono Ma- 
rino Balbi. 



a Roma, il re di Spagna Filippo IV cercò di averlo a Madrid. La più bella opera del Petau è certo 
quella in cui discorre de' "Dogmi teologici, ma rimase incompiuta. L'opera che il Casanova chiese a Lo- 
renzo è forse quella intitolata Tabulae cronologicae regum, dynastiarum, urbium, rerum, virorumque illustrium, 
a mundo condito - (Paris, 1628). 

(5) Giovanni Cristiano Wolff, filosofo e matematico, nato il 24 gennaio 1679 a Breslavia, in Slesia; 
morto il 19 aprile 1754. E il primo che abbia delineata un'enciclopedia compiuta delle scienze filosofiche 
e, in gran parte, ridotta a esecuzione. Le sue principali opere, in tedesco, sono: Pensieri ragionati sopra 
le forze dello spirito umano, (Halle, 1712) — Sopra Dio, il mondo e/c, (Francoforte, 1719) — (Vedi 
&AUMEISTER - Vita, fata et scripta C. Wolfii philosophi - Lipsia, 1739). 

97 

Casanova - Historia, ecc. - 13. 



rino Balbi, ( 6 ) nobile veneziano, regolare somasco. Il mio compagno è il conte 
Andrea Asquin, nobile, di Udine, capitale del Friuli. < 7 ) Egli vi dichiara, per 
mezzo mio, che voi siete padrone di disporre di tutti i suoi libri, di cui tro- 
verete il catalogo nel dorso di questore tutti e due vi raccomandiamo le più 
grandi precauzioni perchè Lorenzo non giunga a scoprire la nostra corrispon- 
denza, se vi piacerà di mantenerla. » — Mi parve strano che ci fosse venuta 
contemporaneamente la stessa idea di collocare i biglietti nel dorso dei libri 
— e più strana mi parve la raccomandazione di aver prudenza, mentre la 
letterina era tra un foglio e l'altro del libro, dove Lorenzo l'avrebbe subito 
trovata se quello avesse aperto. Vero è che il bestione non sapeva leggere, 
ma, naturalmente, avrebbe serbato la lettera, cercato qualcuno che potesse 
decifrarne il contenuto, e così la nostra corrispondenza sarebbe morta sul suo 
nascere. 

Compresi che il Padre Balbi era persona a cui non dovevo cedere che 
per riguardo a' suoi natali e per deferenza al suo ordine sacro. Rinvenni 11 
catalogo, e sulla metà dello stesso foglio risposi subito, e ampiamente, alla 
lettera. Svelai loro il mio nome — narrai tutta la storia della mia deten- 
zione, 

(6) Il Balbi fu arrestato il 5 novembre 1754 nel Convento de' Padri della Salute. " Riferisco io Ignazio 
Beltrame fante degli (eccellentissimi Signori Capi dell'eccelso Consiglio dei 'Dieci, d'essermi portato nel 
Convento dei 'Padri della Salute e d'ordine di 5.5. E. E. levai dalla Camera il padre Mann Balbi e 
lo feci condurre in uno delli camerotti — Di 5.S. E. E. Ignazio Beltrame — 5 novembre 1 754 ". Segue 
a questa, ne' documenti dell'Archivio di Stato, una seconda informazione ai Dieci: " Riferisco io Ignazio 
Beltrame fante etc. eie. d 'aver fatto levare da un delli camerotti degli Eccellentissimi Signori Capi etc. etc. 
il padre Marin Balbi ed averlo fatto poner sotto li 'Piombi in una delle prigioni di 5.5. E. E. 

Al momento dell'arresto il Balbi chiese — secondo un altro documento che gli si riferisce — un piccolo 
tavolino, qualche libro, carta, penna, calamaro per comporre e studiare qualche cosa, olio per il bisogno 
e un confessore. {V. MUTINELLI cit. XV). Una nota di Teodoro Toderini, ex direttore dell'Archivio 
de' Frali, riguarda pure il Balbi e fu comunicata a Alessandro d'Ancona dal genero del Toderini, signor 
Carlo Massa. Dice quella nota: 'Balbi prete Marino, somasco, q. Antonio, nato il 29 maggio 1719 
a S. Simon piccolo: condannato a cinque anni sotto i Piombi il 5 novembre 1754 ". Parlando ancora 
di lui il Toderini soggiunge ; " // Balbi si rassegnò al capitano, vice podestà di Brescia, Bertucci Dolfin 
e fu spedito a Venezia col tenente dei dragoni Bonaventura Rieschi ". E questo seguì quando fu arrestato 
la seconda volta. (V. Documento, n. 95). I suoi superiori lo relegarono a Feltre: di là scappò a Roma. 
Papa Rezzonico gli permise di lasciar l'abito fratesco. Morì miserabile, a Venezia, nel 1783. 

D'Ignazio Beltrame fa cenno in Mémoires il Casanova : " Ignace, huissier du Tribunal redoutable 

des Inquisiteurs d'Etat ". Era uno dei cosidetti Fanti de Cai (Fanti dei Capi) bassi ministri dei tre Capi 

del Consiglio dei Dieci. Erano sei, e vestivano una veste nera a maniche larghe. Uno, poi, di costoro era 
particolarmente addetto agl'Inquisitori di Stato. 

(7) " Asquini Co. Andrea, già cancelliere in Udine, condannato a vita in prigione il 9 agosto 1755 ". 
Note TODERINI - cit. 

98 



zione, parlai della speranza che avevo di recuperar presto la libertà, poi che 
non potevo essere stato arrestato se non per qualche sciocchezzina, ma nulla 
dissi del recente mio tentativo d'evasione. Al domattina mandai un libro e 
ne ricevetti un altro, e in questo trovai una lettera, di sedici pagine, del 
Padre Balbi: il conte Asquin non mi ha mai scritto. Il Balbi mi scriveva 




Fonte di Rialto 
VENEZIA AL TEMPO DI CASANOVA. 
. . . il gran canale su cui s'accavalca il ponte di Rialto. . 



che era sotto i Piombi da quattro anni e mi narrava la storia ch'era stata 
causa della sua disgrazia: costui aveva avuto parecchi bastardi, i quali aveva 
riconosciuto per suoi figli naturali e fatto battezzare addirittura col suo nome. 
Il Padre Superiore l'aveva ripreso una prima volta, lo aveva minacciato la 
seconda, ma, alla terza, s'era recato a presentare le sue accuse al Tribunale: 

perciò 



99 



perciò il Balbi era stato subito rinchiuso lassù. E il Padre Superiore gli 
mandava ogni giorno il desinare. Quattro pagine della lettera erano riempite 
dalla sua auto-difesa, tutta, in verità, intessuta di meschine ragioni. Tra le 
altre il Balbi sosteneva che né il suo Superiore, ne gl'Inquisitori di Stato 
potevano aver diritto sulla sua coscienza e che però essi esercitavano su di lui 
un tirannico arbitrio e un dispotismo violento. Sapendo egli in coscienza che 
i figliuoli erano proprio suoi, non poteva, non voleva impedir loro di usufruire 
dei vantaggi ch'essi avrebbero potuto trarre dal nome suo : certo — soggiun- 
geva — a un uomo d'onore non è lecito di mandare all'Ospizio dei trovatelli 
(che a Venezia si chiama la Pietà) se non che i nati da un incesto, e per 
evitare uno scandalo. Dichiarava ancora che le tre madri dei suoi bambini, 
se pur povere e semplici cameriere, erano donne rispettabili, perchè nessuno 
le avrebbe potuto accusare di nulla avanti che avessero conosciuto lui. E 
però la sola cosa che poteva fare in loro favore, appena saputa la loro colpa 
d'amore, era di riconoscere per suo il frutto del loro nuovo errore e d'impe- 
dire così che la calunnia non lo attribuisse ad altri se non a lui. Concludeva di- 
cendo che non si sentiva di smentir la natura comportandosi diversamente da 
come si deve comportare un padre. E poi, dopo avermi detto molto male del 
suo Superiore, aggiungeva che costui non poteva correr rischio d'incorrere in una 
colpa simile a quella per cui l'aveva punito, poiché tutta la pia tenerezza di 
cui era capace egli riservava soltanto a' suoi scolari, i quali colmava di 
attenzioni. 

Dalla lettura di quell'epistola mi resi ben conto del mio uomo : bizzarro, 
vizioso, inconsciamente sofìstico ne' suoi ragionamenti, libertino, cattivo, sciocco, 
e ingrato ancora, perchè, dopo avermi detto che sarebbe stato molto infelice 
se non avesse avuto la compagnia del vecchio che possedeva libri e denaro, 
il Balbi riempiva due pagine della sua lettera con la descrizione de' difetti 
del suo compagno, e di lui metteva in evidenza tutti i lati ridicoli. Se non 
fossi stato in prigione non avrei certo risposto a un uomo somigliante : ma 
là dentro avevo bisogno di trar partito da tutto. Nel dorso del libro rinvenni 
due penne e dell'inchiostro di China: tra le pagine del libro stesso erano 
pur due fogli di carta, sicché potei scrivere con tutti i comodi. Nell'ultima 
parte della sua epistola il Padre Balbi mi raccontava la storia di tutti i pri- 
gionieri che erano stati sotto i « 'Piombi » durante que' quattro anni, e che 

v'erano 

100 



v'erano ancora. Egli mi confidava pure che il secondino chiamato Nicola gli 
portava di nascosto tutto ciò che desiderasse comprare, gli diceva il nome 
di tutti i detenuti e l'informava di quanto seguiva nelle altre celle. E, per 
dimostrarmi come di tutto fosse al corrente, il Padre Balbi mi rifaceva la 
storia del buco che avevo aperto nella prigione in cui prima mi trovavo e 
dalla quale mi avevano cavato per mettervi il causidico Pr.... ( 8 ) G. C, il 
quale vi fu appunto rinchiuso un giorno appresso ch'io ne uscii. Seppi pur da 
quella lettera che Lorenzo aveva impiegato le due ore in cui m'aveva lasciato 
solo a cercare un falegname e un fabbro per fare riempire e tappare il famoso 
buco, permettendosi pur di imporre a quelli operai il più assoluto silenzio, 
pena la morte. Soggiungeva Nicola al Padre Balbi che se mi avessero la- 
sciato ancora un giorno in quella cella io ne sarei certamente scappato in 
un modo che avrebbe fatto parlare molto di me : e che a Lorenzo, sempre 
secondo le affermazioni di Nicola, sarebbe certamente toccato in pena la 
strangolazione, poiché, sebbene egli si fosse mostrato sorpreso alla vista del 
buco e furioso contro di me, lo si sarebbe ritenuto con me certamente d'ac- 
cordo. Difatti non si poteva mettere in dubio che da lui solo avessi potuto 
ottenere gì' istromenti di cui m'ero servito, i quali non si erano ritrovati per 
la semplice ragione che glie li avevo abilmente restituiti. Nicola gli aveva detto 
pure — continuava il Balbi — che il Signor Br.... aveva promesso a Lo- 
renzo mille zecchini quando io fossi riescilo a fuggire, somma che Lorenzo spe- 
rava di guadagnare senza nulla rischiare, valendosi dell'influenza di S. E. D < 9 ) 

che proteggeva la moglie di lui. Tutti i secondini, sempre secondo Nicola, 
erano sicuri ch'egli avrebbe trovato il mezzo di procurarmi la fuga senza 
mettere a pericolo il suo impiego, ma non osavano rivelare tutte queste cose 
al signor Segretario per paura che Lorenzo, cavandosela in qualche modo, 
non facesse loro perdere il posto. Il Padre Balbi terminava la sua lettera 
pregandomi di aver confidenza in lui e di raccontargli tutta la storia della 
perforazione del pavimento, della provenienza degli utensili, etc. etc, assicu- 
randomi ch'egli sarebbe stato così discreto com'era curioso. Certo io non 
mettevo in dubio la sua curiosità, ma quanto alla sua discrezione avevo ben 
ragione di temere: le stesse domande ch'egli mi rivolgeva ben dimostravano 
come questo signore fosse il più indiscreto degli uomini. Compresi, tuttavia, 



(8) Priuli. 

(9) L'inquisitore Andrea Diedo. 



101 



che non bisognava contraddirlo e che facilmente avrei potuto valermi di 
un uomo simile come di un utile stromento alla conquista della mia libertà. 

Occupai tutta la giornata nel rispondergli ma, colto all' improvviso da 
un vivo dubio, rimandai la risposta. Mi era passato per la mente che quella 
relazione epistolare fosse un artificio di Lorenzo per riuscire a conoscere dove 
si trovavano gli arnesi coi quali avevo forato il pavimento. Scrissi dunque al 
Balbi una molto breve lettera dicendogli che una fortissima emicrania m'im- 
pediva di fornirgli peculiari notizie, ma che, fratanto, potevo soddisfare alla 
sua curiosità confidandogli che io m'ero servito di un grosso coltello, il quale 
si trovava sotto il davanzale della finestra del corridoio, dove l'avevo nascosto 
appena m'ero trovato solo nella nuova cella e dove Lorenzo non aveva 
guardato. Aggiunsi che ormai di quel coltello non sapevo più che farmi. 
Questa falsa informazione giovò a restituirmi per tre giorni la calma dello spi- 
rito ; se le mie lettere fossero state intercettate i miei guardiani avrebbero 
subito visitato la finestra : invece nulla accadde che potesse turbarmi. 

Il Padre Balbi mi scrisse di aver supposto che potessi possedere quel 
coltellaccio, poi che aveva saputo da Nicola che non mi avevano frugato 
prima di rinchiudermi. Nicola gli aveva detto che Lorenzo, avendo udito 
che gli uomini di Messer Grande non avevano rovistato nelle mie tasche, era 
persuaso che io potessi avere delle armi ma che, ricevendomi dalle mani di 
Messer Grande, non si era creduto obligato a frugarmi, poiché altri, prima 
di lui, doveva compiere questo dovere. Nel caso che la mia fuga fosse 
riescila questa circostanza avrebbe potuto salvare Lorenzo, perchè la colpa 
sarebbe ricaduta su quell'altro. Costui, certo, avrebbe detto che, avendomi 
visto alzare dal letto e vestire in sua presenza, non aveva sentito bisogno di 
farmi frugare, sicuro che nulla avessi su di me. E il Balbi concludeva la lettera 
dicendomi che potevo fidarmi di Nicola e, per suo mezzo, mandargli il coltello. 
Quel monaco era davvero un curioso che pretendeva di tutto sapere : e quel 
birro Nicola, la cui passione dominante doveva essere l'indiscrezione, formava 
davvero la sua delizia. 

Le divertenti lettere del Balbi servivano pur a farmi conoscere i difetti 
di chi le scriveva. Parlandomi del conte Asquin il Balbi mi diceva ch'era 
questi un uomo di settant' anni, afflitto da un ventre copioso e zoppo d' una 
gamba, che gli s'era spezzata e malamente gli era stata accomodata. Non 

essendo 



102 



essendo ricco faceva l'avvocato in Udine, ove perorava pe' contadini che i 
nobili volevano assolutamente privare del diritto del voto nelle assemblee 
provinciali. Le pretese dei contadini inquietando la pace publica, i nobili 
avevano ricorso al Tribunale, ed esso aveva finito coll'imporre al conte Asquin 
di abbandonare la sua clientela. L' Asquin avea risposto che il Codice muni- 




Veduta di Venepuz uenendo dalla parte della Fossetta, 



VENEZIA AL TEMPO DI CASANOVA. 



cipale lo autorizzava a difendere la costituzione, e così aveva disobbedito. 
Allora gl'Inquisitori, a dispetto del Codice, lo avevan fatto arrestare e chiu- 
dere sotto i « Piombi « ove, da cinque anni, l' Asquin si divertiva a leggere, 
aspettando il momento della sua liberazione. Come a me gli venivano passati 
cinquanta soldi al giorno : anche lui, godendo del privilegio di maneggiare il 
suo denaro, aveva potuto così mettere da parte qualche dozzina di zecchini, 

giacche 



103 



giacche per vivere gli bastavano ben dieci o dodici soldi al giorno. E il mo- 
naco Balbi, che non riesciva mai a ritrovarsi in saccoccia un soldo solo, a 
questo proposito mi diceva molto male del suo camerata, accusandolo, natu- 
ralmente, della più sordida avarizia. Mi diceva ancora, continuando a infor- 
marmi, che nella cella rimpetto alla mia erano due fratelli del paese dei 
« Sette comuni » anch'essi rinchiusi là dentro per disobbedienza : il maggiore 
era diventato furioso, al punto che bisognava tenerlo legato. Due notai publici 
erano in un'altra cella. Un conte veronese, di casa Pind.... ( ,0 ) era stato impri- 
gionato, in un'altra, per otto giorni, perchè non aveva obedito a un ordine 
di presentazione. Per costui, diceva Nicola, grandi privilegi: avevano fin per- 
messo a' suoi domestici di consegnargli direttamente le lettere. 

Quando tutti i miei sospetti furono dissipati, con animo [più calmo potetti 
ragionare in questo modo: Io volevo procurarmi la libertà: lo spuntone che 
possedevo era eccellente, ma mi era impossibile servirmene, perchè ogni mat- 
tina la mia cella veniva tutta percossa da colpi di sbarra e frugata in tutti 
gli angoli suoi, meno che nel soffitto. Dunque non potevo pensare che ad 
uscire proprio di là, dal soffitto, facendolo rompere di sopra: e chi l'avesse 
rotto avrebbe potuto fuggire con me, aiutandomi a fare un buco nel gran 
tetto del Palazzo, durante la stessa notte della fuga. Se avessi avuto un com- 
pagno in quella bisogna potevo lusingarmi di riescire: e poi, quando mi fossi 
trovato sul tetto, avrei saputo quel che mi restasse da fare. Era dunque ne- 
cessario decidersi. 

Non vedevo altri che m'avesse potuto aiutare se non questo monaco 
Balbi, uomo di trentotto anni, il quale, benché non molto assennato, avrebbe 
potuto bene eseguire le mie istruzioni. Ma occorreva che io mi risolvessi 
a confidargli tutto e pensassi al mezzo di fargli avere il mio paletto. Co- 
minciai a chiedergli se desiderava la libertà e se si sentiva capace di fare 
di tutto per procurarsela, fuggendo meco. Egli mi rispose che tanto lui 
quanto il suo compagno erano pronti a tutto pur di spezzare le loro catene, 
ma ch'era inutile di pensare a una impresa impossibile. Me ne enumerava 
tutte le difficoltà che, in una lettera lunga più di quattro pagine, constituivano 
una interminabile filza di ostacoli i quali io — diceva il Balbi — non sarei 

mai 



(IO) Forse di casa Pindemonte. 
104 



mai riescito a superare. Gli risposi che proprio quelli ostacoli mi pareva che 
dovessi vincere, ma che non desideravo, assolutamente, di affidare a una let- 
tera la spiegazione di come avrei potuto risolverli. Se mi avesse voluto pro- 
mettere di eseguire precisamente le mie istruzioni io gli avrei subito garentito 
la libertà. Mi fece sapere che era pronto a tutto. 

Allora gli scrissi che avrei pensato al mezzo per inviargli il vero istro- 
mento che possedevo per le infrazioni e che non era un coltello : con quel- 
ristromento egli avrebbe forato il tetto della sua cella, vi sarebbe salito 
sopra e sarebbe arrivato fino al muro che ci separava: avrebbe forato anche 
quello, sarebbe giunto al tetto della mia cella e vi avrebbe praticato un altro 
buco, dal quale io sarei uscito. Trovandoci poi riuniti, e giovandoci anche del- 
l'aiuto del conte, avremmo bucato il grande tetto del palazzo e rimosso le 
sue lastre di piombo. Il discendere, il ritrovarci liberi nelle vie di Venezia, 
sarebbe stato, appresso, affar mio. 

Mi rispose ch'era pronto, ma ch'io stavo per intraprendere un lavoro 
impossibile : e qui, con cento ma, mi enumerava tutte quelle impossibilità le 
quali, a rigore, non erano che semplici difficoltà. 

Replicai ch'ero sicuro del fatto mio e che, se voleva fuggire con me, 
non doveva far altro se non eseguire le mie istruzioni. Da prima doveva far 
comprare da Lorenzo quaranta o cinquanta fogli d'immagini di santi e quelle, 
sotto pretesto di devozione, doveva attaccare a tutte le pareti della sua cella, 
le più grandi adoperando pel soffitto. Il resto glie lo avrei detto quando avesse 
eseguita quella prima commissione. Sapevo ormai ch'era necessario di agire 
in tal modo con quell'uomo il quale con me faceva l'abile soltanto co suoi 
ragionamenti, ed era poi tutto timidezza. Egli si fermava spaventato dinanzi 
ad ogni ostacolo, conferiva a ciascuno d'essi una grande importanza : ed era 
questo il vero mezzo per non venire a capo di nulla. 

Ordinai a Lorenzo di comprarmi la nuova Bibbia stampata recente- 
mente in folio grande e nella quale, oltre la Vulgata e il Nuovo Testamento, 
era la versione dei Settanta. Avevo pensato a quel libro perchè il suo grande 
formato mi faceva sperare di potervi collocare il mio spuntone per mandarlo 
al monaco; ma quando — ottenuto quel volume — ne feci la prova rimasi 
triste e preoccupato : il paletto era di due pollici più lungo della Bibbia. 
Fra tanto il Balbi mi scriveva che già tutta la sua cella era tappezzata secondo 

il mio 

105 

Casanova - Historia, ecc. - 14. 



il mio desiderio, che Lorenzo gli aveva riferito che io avevo comprato un 
voluminoso libro, e ch'egli e l'Asquin l'avevano già pregato di procurarne loro 
la lettura, a comodo mio. Lorenzo difatti mi chiese il libro e io gli risposi 
che per tre o quattro giorni ancora esso occorreva a me. 

Or non trovavo alcun rimedio alla lunghezza del mio spuntone: ci sa- 
rebbe voluto la fucina per accorciarlo, e non potevo pretendere, d'altra parte, 
che Lorenzo diventasse cieco e non notasse l'eccedenza di quell'arnese, il 
quale, ficcato nel libro, certo gli sarebbe saltato agli occhi. Ma, assolutamente, 
un mezzo ingegnoso bisognava trovarlo! E se in natura esisteva non lo si 
sarebbe trovato che a forza di pensarvi. 

Partecipai al Padre Balbi in quale imbarazzo mi trovassi : egli, il do- 
mani, mi rispose mettendo in canzonatura la sterilità della mia immaginazione 
e affermando che il mezzo c'era, ed era semplicissimo: Lorenzo gli aveva 
detto ch'io possedevo una bella pelliccia, or lui e l'Asquin si sarebbero mo- 
strati curiosi di vederla e così m'avrebbero pregato di farla entrare nella loro 
cella. Non avevo dunque che a nascondervi dentro lo spuntone, piegarla ac- 
curatamente e così consegnarla a Lorenzo, che certo l'avrebbe portata a de- 
stinazione, senza spiegarla. Essi ne avrebbero cavato abilmente il paletto e 
subito l'avrebbero rimandata. 

Il tono della lettera del Balbi m'aveva un poco irritato: tuttavia l'au- 
dacia di quel progetto mi piacque. Conoscevo ormai per tante prove la stu- 
pidaggine di Lorenzo, ma non credevo mai che arrivasse al punto da non 
lasciargli spiegare la pelliccia. Trovavo anzi che era una cosa ben naturale e 
l'avrebbe fatto entrando nella cella dei due compagni, per meglio mostrar loro 
l'oggetto, tanto più che in quella soffitta poca luce penetrava: in quel mo- 
vimento il paletto sarebbe certo caduto a terra. A ogni modo scrissi al 
prete che accettavo il suo consiglio e che aspettavo la sua sollecitazione. Al 
domattina Lorenzo, pregandomi di scusare la curiosità della persona che mi 
prestava i libri, mi chiese se le volessi mostrare la mia pelliccia. Gliela detti 
immediatamente, ripiegandola a modo e raccomandandogli di subito riportar- 
mela : ma spero bene che il lettore non pensi ch'io sia stato tanto bestia da 
ficcarvi dentro lo spuntone! Due minuti dopo ecco Lorenzo che mi riporta la 
pelliccia e mi ringrazia pur da parte del mio vicino. In quel punto stesso gli 
ordinai di portarmi, il giorno di San Michele, tre libbre di maccheroni, in 

una caldaia 



106 



una caldaia d'acqua bollente sopra un grande scaldino. Gli dissi che ne volevo 
io stesso colmare due scodelle : una, la più capace ch'egli avesse potuto tro- 
vare, sarebbe servita per presentare parte di quella pietanza alle rispettabili 
persone che mi prestavano i libri, l'altra, più piccola, l'avrei tenuta per me. 
Aggiunsi che desideravo liquefare il burro io stesso e anche spargere i mac- 
cheroni di buon formaggio parmigiano : anzi questo me lo poteva portar già 
grattugiato. Avevo deciso d'infilare il paletto nel dorso della Bibbia, sulla 




VENEZIA AL TEMPO DI CASANOVA 
La chiesa dei Gesuati Domenicani osservanti. 



quale avrei situato il piatto coi maccheroni, il cui condimento copioso, entro 
il quale essi quasi nuotavano, avrebbe raccolto certamente il premuroso, cupido 
sguardo del mio custode. Costui non ne avrebbe levato gli occhi, appunto per 
sorvegliare il burro liquefatto e non farlo riversare sulle estremità del libro: 
a quelle, dunque, non avrebbe certo badato. 

Ah, che risate, all'indomani del giorno in cui avevo spedito la pel- 
liccia! Mi scriveva il Padre Balbi, inquieto e tremante, che Lorenzo era 
entrato nella lor cella con tra le mani la pelliccia spiegata : nulla avea detto, 
ma certo s' era dovuto accorgere di tutto, e certo avea sequestrato lo spun- 
tone! 



107 



tone! E il povero Balbi si dichiarava desolatissimo di doversi riconoscer ca- 
gione di tanta e irreparabile sventura : a ogni modo non mi risparmiava il 
rimprovero di aver accettato la sua proposta senza abbastanza riflettervi. Ma 
io gli avevo già scritto, nella stessa mattinata, che nella pelliccia non c'era 
niente, e che avevo voluto mandargliela, tuttavia, per dimostrargli ch'egli si 
poteva fidare di me e sentirsi sicuro per l'avvenire, poiché non aveva da fare 
con uno stordito. Lo misi, a un tempo, a parte del progetto che avevo fatto 
pel giorno di San Michele e gli raccomandai d'adoperare la maggiore de- 
strezza nel punto in cui dalle mani di Lorenzo avrebbe ricevuto il piatto 
sul libro: quel passaggio d'esso dalle mani dell'uno a quelle dell'altro poteva 
ben rappresentare il momento critico, e forse fatale, pel sotterfugio del paletto. 
Lo pregai tanto di guardarsi bene dal gettare un' occhiata impaziente sulle 
estremità del volume, perchè allora pur gli occhi di Lorenzo si sarebbero 
arrestati in quella medesima direzione, avrebbero notato quell'eccedenza e 
tutto sarebbe finito male. 

La vigilia di quel memorabile giorno, ravvolsi il ferro entro un pezzo 
di carta e lo ficcai nel dorso del libro. Ma scambio di lasciarlo spuntare 
tutto quanto da una parte sola divisi l'eccedenza, così che esso veniva fuori 
di un pollice a destra e d'uno a sinistra. Lorenzo non poteva avere nessuna 
ragione di guardare più da una parte che dall'altra ; così credetti di dividere 
per metà pur il pericolo. 

Lorenzo apparve di buon mattino, con una grande caldaia in cui bol- 
livano i maccheroni. Allora io, prima di tutto, misi il burro sullo scaldino, 
per farlo liquefare, e preparai le scodelle spargendole di formaggio grattu- 
giato. Poi, col mestolo forato, cominciai a riempirle e a coprir di formaggio 
e burro ogni strato, non arrestandomi se non quando il piatto destinato al 
frate fu colmo tutto quanto. Il burro quasi lambiva l'orlo del piatto. Ap- 
presso presi il piatto, il cui diametro era quasi doppio di quel della Bibbia, 
e lo collocai sul libro che avevo lasciato presso all'uscio della cella : sollevai, 
poi, libro e piatto e, voltando il dosso del libro verso Lorenzo, a costui rac- 
comandai di allungare le braccia e di stendere le mani, sulle quali, final- 
mente, deposi tutto, dolcemente, badando a non lasciar colare il burro. Com- 
pivo la delicata bisogna e non mi partivo con gli occhi da quelli di Lorenzo, 
i quali, con infinita mia soddisfazione, vedevo intenti soltanto al burro, ch'egli 

temeva 



108 




3&a come la Bibbia fu sulle sue mani mi sentii sicuro della mia vittoria.... 



(v. pag. 109) 



(V. Fréderich Bernard - Les évasions cèlèbres, illustrées 
par Emile Bayard - Paris - Hachette & C.ie 1874) 



temeva di far riversare. Lorenzo, poveretto, si lagnava del troppo condimento : 
e diceva che se qualche goccia di burro fosse cascata sul libro non glie ne 
si sarebbe dovuto far colpa! Ma come la Bibbia fu sulle sue mani mi sentii 
sicuro della mia vittoria : le estremità del paletto, eh' erano lontane dagli 
occhi miei di tutta la larghezza del libro mentre lo reggevo io, or diventa- 
vano invisibili per lui, mentre lo teneva nella posizione che ho descritto. Certo 
Lorenzo non aveva nessuna ragione per distogliere gli occhi dal piatto e 
guardare da un verso o dall'altro: non avrebbe potuto ad altro interessarsi 
se non con uno sforzo, e la sua sola preoccupazione in quel momento era di 
reggere il piatto in perfetto equilibrio. Uscì : lo seguii con gli occhi finche vidi 
che discendeva i gradini per entrare nella soffitta del frate: un istante dopo 
mi giunse alle orecchie il suono di tre romorose soffiate di naso, segnale 
convenuto per avvertirmi che tutto era andato liscio. Allora finii di riempire 
il mio piatto di maccheroni, mentre Lorenzo s'affrettava a venirmi ad assi- 
curare che neppure una sola goccia di burro era scorsa sul libro. 

Il Padre Balbi impiegò otto giorni a praticare nel tetto della sua cella 
un'apertura abbastanza larga per potervi passare. Egli staccava dal soffitto 
una grande stampa e poi la rimetteva al medesimo posto, attaccandovela col 
midollo del pane per impedire che quel suo lavoro si vedesse. L'otto di 
ottobre mi scriveva appunto che aveva passato tutta la notte a bucare il 
muro che ci separava, non riuscendo a cavarne che un solo quadrello: egli 
esagerava la difficoltà che incontrava nel dissodare la sutura de' mattoni, 
composta di un cemento solidissimo. Ma prometteva di continuare, pur ripe- 
tendo quel che del resto scriveva in ogni lettera, cioè che certo avremmo 
peggiorato la nostra condizione perchè non saremmo riusciti a nulla e, sco- 
perti, ci saremmo amaramente pentiti di quella impresa. Io lo incoraggiavo a 
continuarvi sempre, dichiarandogli che sarei stato sicuro del fatto mio appena 
egli fosse riuscito a sufficientemente allargare il buco di comunicazione con 
la mia cella. Ahimè! Di nulla ero sicuro: ma così era necessario di com- 
portarsi, a meno di rinunciare a tutto ! Come gli avrei potuto dire quel ch'io 
stesso non sapevo? Io volevo uscire di là: ecco tutto ciò che sapevo — e però 
non pensavo che ad andare avanti, a progredire sempre, deciso a non arre- 
starmi che di fronte all'insormontabile. Avevo letto, non so più dove, che 
non bisogna meditare troppo le grandi imprese, ma porle in atto senza con- 
testare 



109 



testare alla fortuna l'imperio ch'ella ha su tutte le umane azioni. Ma se avessi 
detto questa verità al Padre Balbi? Se gli avessi parlato di questi alti mi- 
steri della sublime filosofia? Certo m'avrebbe dato del matto.... 

Il lavoro del mio compagno fu difficile durante la prima notte: durante 
le seguenti più egli cavava mattoni dal muro più facile gli riesciva di strap- 
parne ancor altri, sicché riesci a levarne trentasei, quando ebbe finito quella 
bisogna. Il sedici di ottobre, alle ore diciotto, mentre io mi divertivo a tra- 
durre un'ode d'Orazio, udii sul tetto della mia cella un distinto calpestio, 
poi tre leggeri colpi battutivi col pugno. Balzai in piedi e risposi, picchiando 
in quel medesimo posto, con tre colpi uguali: era il segnale convenuto per 
renderci sicuri che non ci eravamo sbagliati. Un minuto dopo udii che co- 
minciava il suo lavoro. Levai la mente a Dio e gli rivolsi la più fervida pre- 
ghiera perchè ci concedesse di riescire nell'arditissima impresa. Verso sera il 
Padre Balbi si congedò battendo tre altri colpi, che ricambiai con quel saluto. 
Egli rifece il suo cammino attraversando il muro e rientrando nella sua pri- 
gione. Il domani, per tempo, ricevetti la sua lettera: mi vi diceva che se il 
mio tetto non era formato che da due ordini di tavole era sicuro di con- 
durre a termine il suo lavoro in quattro giorni, poiché la tavola che aveva 
forato non aveva che un pollice solo di spessore. Mi assicurava, ancora, che 
avrebbe aperto il passaggio in forma circolare, secondo le mie istruzioni; 
che avrebbe avuto cura di non forare completamente l'ultima tavola, perchè 
il più piccolo indizio di frattura nel soffitto della mia cella avrebbe fatto 
sospettare la esteriore rottura. Mi ripeteva, infine, tutta la lezione, affermando 
che continuerebbe a scavare fino a quando non lasciasse se non soltanto 
qualche centimetro di spessore all'ultima tavola, in modo che il buco si po- 
tesse aprire completamente in un quarto d'ora, quando io l'avessi ordinato. 
Avevo già fissato il gran momento: l'operazione doveva esser finita il giovedì, 
e io contavo di far completare l'apertura il sabato a mezzogiorno, per recarci 
a compiere l'impresa nostra con la rottura delle tavole del grande tetto, le 
quali si trovavano immediatamente sotto le lastre di piombo che coprivano 
il palazzo. 

Il lunedì, due ore dopo mezzogiorno, e giusto mentre il Padre Balbi 
lavorava, udii lo strepito delle porte che s'aprivano dal lato mio. Mi si gelò 
il sangue nelle vene. Ma battetti subito due colpi sotto il soffitto: segnale 

d'allarme. 



110 



d'allarme. Un minuto dopo Lorenzo entrava nel corridoio, chiedendomi scusa 
se metteva in mia compagnia un pitocco in tutta la significazione del ter- 
mine. Vidi un uomo da' quaranta a' cinquantanni, piccolo, magro, brutto, 
mal vestito, in parrucca nera e tonda: due birri lo slegarono. Non dubitai 
che si trattasse di un vero pezzente, perchè quel tale se l'era ben sentito 
dire da Lorenzo e non aveva in alcun modo protestato. Risposi che il Tri- 
bunale poteva far quel che credesse, ma pregai il mio guardiano di non 
andarsene senza aver fornito di un pagliericcio il mio compagno. E Lorenzo 
ebbe questa compiacenza. Dopo averci rinchiusi egli annunziò al nuovo pri- 
gioniero che il Tribunale gli passava dieci soldi al giorno: l'altro rispose: 
Dio ne lo rimeriti! Sebbene molto seccato ho cominciato a esaminar costui, 
rilevato, per altro, abbastanza della sua fisonomia. Sentivo il bisogno di 
tastarlo, ma, per riescire a conoscerlo, bisognava farlo parlare. 

Egli cominciò col ringraziarmi d'avergli fatto portare il pagliericcio e 
quando gli dissi che avrebbe pur mangiato con me volle assolutamente ba- 
ciarmi la mano. Mi chiese se potesse domandare al guardiano i dieci soldi 
che gli passava il Tribunale, e io gli risposi che avrebbe fatto bene a chie- 
derli: fra tanto, prendendo un libro e facendo finta di leggere, continuavo 
a osservarlo. Egli s'era messo in ginocchio, aveva cavato di tasca una corona 
del Rosario e si guardava attorno in cerca di qualche cosa. Gli chiesi: — 
Che cercate? Ed egli: — Scusate, cerco un'immagine dell'Immacolata Ver- 
gine Maria. Sono cristiano: vorrei avere almeno un qualche Crocefisso! Ecco, 
non ho sentito mai tanto bisogno come oggi di pregar San Francesco, di cui 
porto, indegnamente il nome 

Trattenni a stento una risata, non perchè mi volessi burlare di quella 
devozione, ma pel modo onde colui la esprimeva : dalle sue scuse capii che 
mi pigliava per un ebreo. M' affrettai, allora, a offrirgli l' Officio della Santa 
Vergine. Ne baciò l'immagine che v'era a fronte e me lo rese, dicendomi, 
umilmente, che suo padre, buon'anima, aguzzino di galera, aveva trascurato 
di fargli imparare a leggere. Aggiunse ch'egli desiderava, tuttavia, di per lo 
meno imparare a scrivere, poiché ne sentiva il bisogno ogni giorno. Potevo 
— gli proposi — recitare io stesso l'Officio ; egli, ascoltandolo, ne avrebbe 
avuto lo stesso merito di come se l'avesse recitato. Mi rispose che aveva una 
devozione speciale per il SS. Rosario, su cui mi narrò una quantità di mi- 
racoli 



111 



racoli ch'io ascoltai con una pazienza esemplare, e mi chiese in grazia il 
permesso di mettersi davanti alla santa immagine che gli avevo mostrato, per, 
pregando, adorarla. Gli concessi questo favore, anzi lo accompagnai perfino 
nella sua preghiera, che durò circa mezz'ora. Avendogli poi chitsto se aveva 
mangiato e udendo ch'era digiuno, gli detti tutto ciò che avevo: egli tutto 
divorò con una fame canina, e pur piangendo sempre. E come aveva bevuto 
tutto quanto, e senza annacquarlo, il mio vino, le lagrime crebbero anche più 
ed egli fu preso da una irresistibile voglia di parlare. Gliene fornii subito il 
soggetto, interrogandolo sulla causa della sua disgrazia: la risposta che n'ebbi 
fu tale ch'io non potrò dimenticarla se non quando avrò passato lo Stige. 

La ripeto fedelmente, e nell'ordine stesso della narrazione ch'egli mi fece. 

n L'unica mia passione in questo mondo è sempre stata, mio caro si- 
gnore, la gloria di questa santa Republica, la rigorosa obedienza alle sue 
leggi. Sempre intento alle malversazioni de' birbanti il cui mestiere è quel 
d'ingannare il loro Principe e defraudarlo de' suoi diritti tenendo nascoste 
le loro male azioni, ho sempre cercato di scoprire i segreti loro e non ho 
mai mancato di far rapporto delle mie indagini a Messer Grande. E vero 
che di questo ho sempre avuto compenso, ma il denaro che ho ricevuto non 
mi ha mai fatto tanto piacere quanto ne ho cavato dal sentirmi utile al glo- 
rioso evangelista San Marco. Ho sempre disprezzato il pregiudizio che con- 
ferisce un odioso significato al nome di spia: questo nome non suona male 
che alle orecchie di chi non ama il Governo; uno spione non è altro che 
un amico del bene dello Stato, il flagello de' delinquenti, il fedel suddito del 
suo Principe. Quando ho dovuto dar prova dell'attività del mio zelo il sen- 
timento di amicizia, che in altri ha potuto essere un freno, non ha avuto su 
di me potere di sorta: n'ebbe ancor meno quel che chiamano riconoscenza. 
Spesso ho giurato di tacere per meglio riescire a strappare a qualcuno un 
segreto importante, che subito e scrupolosamente andavo a riferire, rassicurato 
dal mio confessore, il quale mi diceva che non facevo nessun male, sia perchè 
giurando non avevo l'intenzione di essere fedele al giuramento, sia perchè, 
quando si tratta del publico bene, non si è vincolati da promessa alcuna. 
Sento che, schiavo del mio zelo, avrei tradito anche mio padre e fatto tacere 
ogni sentimento naturale. Ed ora, signor mio, che sapete le mie disposizioni 
e le mie attitudini, vi dirò che, tre settimane fa, avevo osservato a Isola, 

piccola 

112 



piccola città dove abitavo, una notevole dimestichezza fra quattro o cinque 
persone delle più distinte del paese, persone che conoscevo malcontente del 
Governo a causa di un contrabbando, sorpreso e sequestrato, gli autori del 
quale, i principali, erano andati a scontarlo in prigione. 

n Faceva parte di quel complotto il primo cappellano della parrocchia 
d'Isola, nato suddito dell'Imperatrice. Io mi decisi di penetrare quel mistero. 
Luogo del serale convegno di que' tali era l'osteria, in una delle cui stanze, 
ov'era un vecchio letto, si radunavano. Dopo aver bevuto e discusso se ne 
andavano. Allora mi decisi, coraggiosamente, a nascondermi sotto quel letto, 
profittando di un momento in cui la camera era aperta e vuota. Verso sera 
ecco arrivar quella gente. Si misero a parlare della città d'Isola, ch'essi di- 
chiaravano non appartenente alla giurisdizione di San Marco ma invece al 
Principato di Trieste, poiché non poteva esser considerata come parte del- 
l' Istria veneziana. Il cappellano diceva al capo del complotto, che si chia- 
mava P P ( ,0 ), che s'egli avesse firmato un'istanza e se tutti gli altri aves- 
sero fatto lo stesso, sarebbe andato in persona dall'Ambasciatore Imperiale, e 
certamente l' Imperatrice non solo si sarebbe impadronita della città, ma li 
avrebbe pure ricompensati. Dichiararono tutti al cappellano che erano pronti, 
e costui prese impegno di portare lo scritto l'indomani e poi di subito partire 
per qui recarsi a presentarlo all'Ambasciatore. E prima di accomiatarsi sog- 
giunse che lo avrebbe firmato anche L , annunzio che provocò in me una 

pena vivissima, perchè L era mio compare di cresima, parentela spiri- 
tuale che gli conferiva di fronte a me un titolo inviolabile ed un legame più 
stretto di quello di fratello. Dopo lungo battagliar con me stesso vinsi, tut- 
tavia, pur questo scrupolo e decisi di sventare quell' infame progetto. 

n Usciti che furono, ebbi tutto il tempo di allontanarmi anch'io senza 
essere osservato. Credetti inutile espormi l'indomani a un nuovo rischio, con 
tornare a nascondermi sotto il letto; ormai ne sapevo abbastanza. Noleggiato 
un battello partii prima di mezzanotte e, al giorno seguente, prima di mez- 
zodì, mi ritrovavo a Venezia. Entrai in una farmacia, mi feci scrivere da 
un giovanotto i sei nomi de' ribelli e, trattandosi di delitto di Stato, mi pre- 
sentai senz'altro al Segretario degl'Inquisitori, cui tutto narrai per filo e per 
segno. Egli m'ordinò di recarmi a casa sua l'indomani per tempo; vi andai, 

e v'ebbi 

(10) Pietro Paolo. 

113 
Casanova - Hiitoria, ecc. - 15. 



e v'ebbi ingiunzione di presentarmi a Messer Grande, il quale mi avrebbe 
incaricato di tornare subito a Isola in compagnia di uno dei suoi sbirri, al 
quale dovevo indicare il cappellano, che forse non s'era ancora allontanato 
da Isola. Mi si disse che dopo di questo potevo rimanermene tranquillo ove 
volessi. Eseguii tutti quelli ordini. Messer Grande mi fornì l'uomo, col quale 
partii subito, e sei ducati d'argento per le mie spese. Son certo che aveva 
l'ordine di darmene dodici; ma feci finta d'accontentarmi. Ed eccomi a Isola 
daccapo. Addito allo sbirro il cappellano e me ne vado con Dio. Verso sera 
vedo alla finestra la mia comare, moglie di L..... Ella mi prega di salire 
in casa per radere suo marito: il mio mestiere ufficiale è quello di barbiere 
e parrucchiere. Faccio la barba al compare, egli mi offre un bicchiere di 
eccellente Resasco, affetta della salsiccia e la si mangia insieme. Ma, ora che 
mi vedo solo con lui, torna in me l'affetto del sangiovanni^^: io sondi buona 
pasta. E allora gli afferro la mano, lo prego, con le lagrime agli occhi, di 
rompere l'amicizia sua col cappellano e lo scongiuro sopratutto d'astenersi dal 
firmare un certo scritto. Il mio compare mi giurò ch'era amico del cappellano 
così come di tanti altri e che non aveva firmato alcuna carta: mi pregò anzi 
di dirgli di che si trattasse. Allora mi misi a ridere, finsi d'aver parlato per 
celia, e lo lasciai, pentito di avere ascoltato il mio cuor buono che m'aveva 
spinto a dargli un saggio avvertimento. 

" Il giorno appresso non vidi più lo sbirro, ne il cappellano : otto giorni 
dopo, lasciata Isola, venni a far visita a Messer Grande, il quale senz'altro 
mi fece mettere in prigione, prima presso di lui, poi oggi con voi, della qual 
cosa ringrazio San Francesco perchè mi trovo con una persona per bene, 
con un buon cristiano. Credo che sarete qui per una ragione a voi nota e 
che io non vi domanderò. Mi chiamano Sior Checco da castello, barhier al 
pontesello de San Martin. Il mio nome di famiglia è Soradaci; mia moglie 
è della casa Legrenzi, ed è figlia di un Segretario del Consiglio dei Dieci. 
Innamoratasi di me si rise di tutti i pregiudizii e mi volle a ogni costo spo- 
sare. Poverina ! Ora si dispererà : non sa di me che n'è stato ! Ma certo io 
non rimarrò qui che pochi giorni, e per comodità del Segretario, il quale 
avrà forse bisogno d'interrogarmi. " 

Terminata 



(11) Il compare di cresima è in molti luoghi d'Italia chiamato il sangiovanni : anche in Napoli, ove 
quasi è considerato come una persona di famiglia. 

114 



Terminata che fu la sfrontatissima narrazione la quale, per altro, mi fece 
conoscere con che mostro io mi trovassi in compagnia, finsi di compiangerlo, 
feci l'elogio del suo patriottismo e gli predissi che avrebbe presto recuperata 
la libertà. Una mezz'ora dopo egli s'era addormentato e io potetti scriver 
tutto al Padre Balbi, avvertendolo della necessità di sospendere ogni lavoro 
e di aspettare il momento opportuno e favorevole. L'indomani pregai Lorenzo 
di comprarmi un Crocefisso di legno, un'immagine della Santa Vergine e una 
caraffa di acqua benedetta. Soradaci gli chiese arditamente i suoi dieci soldi 




Sbarco del J&uccnloro alt Isola del Lido 
VENEZIA AL TEMPO DI CASANOVA. 



e Lorenzo, facendo il generoso, si mise a ridere e glie ne dette venti, ma 
chiamandolo pezzente. Gli ordinai di portarmi il quadruplo del vino solito e 
dell'aglio, perchè il mio camerata mi aveva detto che n'era ghiottissimo e lo 
trovava delizioso. Uscito Lorenzo divisi la mia minestra con quel traditore, 
meditando a un tempo di sperimentarlo : prima, tuttavia, volli leggere la let- 
tera del Padre Balbi e abilmente la trassi dal libro senza che il Soradaci 
se ne accorgesse. Il frate mi descriveva la sua sorpresa, la sua paura: egli 
era fuggito in un attimo, era rientrato nella cella più morto che vivo e aveva 
rimesso immediatamente la stampa al suo posto. Ma se Lorenzo, invece di 

venire 



115 



venire da me, fosse andato da lui, tutto sarebbe stato scoverto, perchè si sarebbe 
subito accorto del buco aperto e non avrebbe ritrovato Balbi nella cella. 

Da quanto mi aveva raccontato Soradaci compresi ch'egli avrebbe certo 
subito degli interrogatorii; certo non potevano averlo imprigionato se non per 
sospetto di calunnia, o per oscurità di rapporto. Decisi allora di affidargli due 
lettere le quali, se fossero giunte al loro destino, nel caso eh' egli fosse stato 
messo in libertà, non avrebbero potuto farmi né male ne bene, mentre mi 
sarebbero state utili se, fedele al suo nobile mestiere, invece di recapitarle 
l'ottimo Soradaci le avesse consegnate al Segretario. Le scrissi con la ma- 
tita, e per compilarle impiegai quasi mezza giornata. Al domattina Lorenzo 
mi portò un Crocefisso di legno, l'immagine della Santa Vergine e la bot- 
tiglia dell'acqua benedetta. Dopo aver fatto copiosamente mangiare e bere 
Soradaci gli dissi che avevo bisogno di ricorrere a lui per un grande favore 
e che contavo sulla sua fedeltà perchè ne fosse mantenuto il segreto; sul suo 
coraggio, ancora, poiché ne doveva dar pruova — se si appurasse il fatto egli 
sarebbe certo punito. 

Dopo questo preambolo soggiunsi che si trattava di portare al loro indi- 
rizzo due lettere da cui dipendeva la mia felicità. Gli chiesi se era disposto 
a giurare sul Crocefisso e sulla Santa Vergine che non m'avrebbe tradito. 
Egli mi rispose che era pronto non pure a giurare ma a morire, piuttosto 
che venir meno alla sua promessa, e versò quel tal fiume di lagrime la cui 
sorgente non iscaturiva se non quando egli avesse bevuto. Ho cominciato per 
fargli dono di una camicia e d'un berretto, poi, levatomi solennemente, e a 
capo scoperto davanti alle due Sante immagini, ho pronunciato una formula 
di giuramento con certi scongiuri che non avevano 1' ombra del buon senso 
ma che riescivano spaventosi; ho asperso di acqua benedetta la cella e le 
nostre persone, mentre più e più volte mi facevo il segno della croce. Poi 
l'ho fatto inginocchiare, giurare e pronunziare le più terribili imprecazioni 
contro sé stesso quando gli accadesse di violare il suo giuramento. Egli, in- 
trepido, ripeteva tutto ciò che volevo. 

Terminata la funzione gli misi in mano le due lettere, senza suggellarle, 
e fu lui stesso che le volle cucire nella fodera del dosso del suo vestito; 
così, se lo avessero frugato prima che uscisse di prigione, non le avrebbero 
certo rinvenute. 

Ero sicuro 
116 



Ero sicuro che quell'uomo avrebbe consegnato le mie lettere al Segre- 
tario; però misi in opera tutta l'arte mia perchè il mio stile non lasciasse 
scorgere la mia astuzia al Tribunale. Le due epistole, che mi dovevano con- 
ciliar la pietà e la stima dei tre onnipotenti che mi tenevano in così dura 
schiavitù, erano indirizzate al Signor Br.... e al Signor Gr.... Ve li pregavo 
di conservarmi la loro bontà, di non turbarsi per me, di non affliggersi in 
alcun modo della mia sorte, poiché la dolcezza onde venivo trattato mi la- 
sciava sperare di presto ottenere la mia grazia. Aggiungevo che alla mia 
scarcerazione avrebbero notato come quella prigionia, scambio d'avermi fatto 
male, era stata invece una benefica cura per me, nessuno più di me avendo 
bisogno d'esser corretto. Pregavo ancora il Signor Gr.... di mandarmi qualche 
bottiglia di vino di Poleselle, e il Br.... di farmi avere la Storia di "Oenezia 
del Contarmi e delle scarpe molto larghe, foderate di pelle d'orso, avanti che 
sopraggiungesse il verno, perchè, trovandomi in una cella ove non potevo 
camminare stando in piedi, avevo bisogno di tenere le gambe calde. Mi 
guardai bene dal far sapere a Soradaci che quelle lettere erano così inno- 
centi: se l'avesse saputo forse gli sarebbe venuto il capriccio di fare un'azione 
da galantuomo. Egli le cucì dunque nel suo vestito. Due giorni dopo, e a 
Terza, Lorenzo venne a rilevarlo, e poiché Soradaci non tornava subito pensai 
che non l'avrei visto più. Cominciai dunque a scrivere al frate perchè ripren- 
desse il suo lavoro. Ma ecco che, verso sera, Lorenzo mi riconduce nella 
cella quel brutto animale. 

Appena uscito il custode Soradaci mi raccontò, intorno a quel che alle 
cose sue si riferiva, che il Segretario sospettava ch'egli avesse avvertito il 
cappellano, poiché costui non solo non s'era recato dall' Ambasciatore ma al 
suo arrivo a Venezia non gli avevano trovato addosso né lettere né altro 
scritto. Dopo l'interrogatorio, dal quale, secondo lui, la sua innocenza era 
uscita manifesta, era stato chiuso, solo, in una piccola cella e lì tenuto per 
sette ore. N'era uscito poi, legato, per essere ricondotto davanti al Segretario. 
Costui voleva a ogni costo ch'egli confessasse di aver detto a qualcuno, a 
Isola, che il prete non sarebbe più tornato laggiù. Egli non l'aveva potuto 
dire perchè il fatto non era vero; e allora il Segretario, richiamati i birri, 
lo aveva fatto ricondurre nella mia cella. 

Non dissi nulla; ma pensai con grande amarezza che molto probabil- 
mente 

M7 



mente l'avrebbero lasciato con me per parecchio tempo. Durante la notte, 
mentre egli dormiva, cavai dal libro la lettera che vi avevo ficcato, e scrisssi 
al Padre Balbi di tutto quell'avvenimento; fu in questa occasione che appresi 
a scrivere al buio: in seguito vi divenni abilissimo. 

L'indomani, dopo aver buttato giù il mio brodo, volli assicurarmi di 
ciò che già sospettavo: dissi a Soradaci che desideravo d'aggiungere qualche 
cosa a una delle mie lettere e che poi l'avremmo ricucita allo stesso posto. 
Quello stupido mi rispose che ciò non solo era inutile, ma era pericoloso, 
perchè poteva sopraggiungere qualcuno da un momento all'altro e sorpren- 
derci. Sicuro, allora, del tradimento gli dissi che esigevo assolutamente le mie 
lettere, e il mostro, gettandomisi a' piedi, mi raccontò, giurando e piangendo, 
che, alla seconda comparsa davanti al terribile Segretario, egli era stato còlto 
da un gran tremito, che un peso insopportabile gli era sembrato che gli 
gravasse sulle spalle proprio al punto dove si trovavano le lettere e che, 
accortosene il Segretario, egli non aveva potuto fare a meno di spifferargli 
tutto. Allora il Segretario aveva suonato il campanello, e Lorenzo, accorso, 
dopo avere slegato e spogliato della sua veste il Soradaci, aveva scucito la 
fodera dell'abito e di là cavato le lettere che il Segretario, dopo averle lette, 
aveva riposto nel fodero della sua scrivania. 

E quella canaglia aggiungeva che il Segretario gli aveva assicurato che 
se avesse portato a destinazione le lettere sarebbe stato scoperto e avrebbe 
pagato con la vita tal colpa. 

Allora fìnsi di sentirmi male: nascosi il viso tra le mani, mi gettai in 
ginocchio sul letto davanti al Crocifisso e all'immagine della Vergine e chiesi 
vendetta di quel mostro che mi aveva rovinato violando il più solenne di 
tutti i giuramenti. Poi mi coricai, tenendomi sempre voltato verso la parete, ed 
ebbi la costanza di restarmene tutto il giorno in quella posizione, senza pro- 
nunziare una sola parola e mostrando di non udire i pianti, gli urli, le pro- 
teste di pentimento di quel mascalzone. E la mia parte in quella commedia 
di cui avevo ordito tutta la trama recitai davvero a meraviglia. 

Durante la notte scrissi al Padre Balbi di venire a riprendere il lavoro 
alle diciannove precise, non un minuto prima, non uno dopo; di lavorare 
durante giusto quattro ore, in modo da smettere precisamente nel momento 
in cui avesse sentito suonare le ventitré. 

Gli dichiarai 



118 



Gli dichiarai che la nostra libertà dipendeva dalla precisione di questo 
compito e lo assicurai che non aveva nulla a temere. 

Eravamo ormai a' venticinque d'ottobre e si avvicinavano i giorni in 
cui il mio progetto doveva o trovare esecuzione o essere completamente abban- 
donato. Gl'Inquisitori di Stato e lo stesso Segretario andavano ogni anno a 
passare i primi tre giorni di novembre in qualche villaggio di terraferma* 
Durante que' tre giorni di vacanza Lorenzo s'ubriacava ogni sera e dormiva 
fino a Terza : e non saliva a' camerotti che molto tardi. Dunque dovevo pro- 
fittare di una di quelle notti per essere certo che la mia fuga non sarebbe 
stata scoperta che al mattino seguente, e ad ora inoltrata. 

Avevo pur un'altra ragione e molto importante per affrettarmi a prendere 
questa risoluzione proprio nel tempo in cui non potevo più dubitare della 
scelleratezza del mio compagno di prigione: e questa ragione merita, mi 
sembra, di essere esposta. 

Il conforto più grande che un uomo possa provare durante le sue sof- 
ferenze è la speranza d'uscirne presto: egli vagheggia col pensiero il felice 
momento in cui termineranno le sue disgrazie, si lusinga ch'esso non tarderà 
molto ad arrivare e farebbe qualunque cosa pur di conoscere il preciso tempo 
nel quale giungerà : pur non v'è alcuno che possa sapere quando si avvererà 
un fatto che dipenda dall'altrui volontà, a meno che qualcuno non ce l'abbia 
già detto. L'uomo, nondimeno, divenuto impaziente e credulo, giunge a rite- 
nere che si potrebbe, magari con un occulto mezzo, conoscere questo momento. 
Egli dice : " Dio deve saperlo, e Dio può ancora permettere che la data di 
questo momento mi sia rivelata dalla sorte. H 

Appena tal curioso del suo destino ha fatto un somigliante ragionamento, 
non esita a consultare la sorte, disposto o no a credere infallibile tutto ciò 
che ella può dirgli. Era tale lo spirito di quelli che un tempo consultavan 
gli oracoli ; tale è quello di coloro i quali ancora oggi interrogano le cabale 
e vanno a cercare queste rivelazioni in un passo della Bibbia o in un verso 
di Virgilio : ciò che rese celebri le " predizioni virgiliane " di cui parlano 
ancora parecchi scrittori. 

Non sapendo quale metodo seguire per ottenere dalla Bibbia la rivela- 
zione dell'istante della mia libertà, mi decisi a consultare il divino poema del- 
l' Orlando Furioso di messer Lodovico Ariosto: lo avevo letto cento volte ma 

costituiva 

119 



costituiva tuttora la mia più grande delizia. L'ariostesco genio adoravo, e lo 
ritenevo assai più adatto di quel di Virgilio a predirmi la sorte. 

Seguendo questa idea ho formulata una breve domanda nella quale chie- 
devo, a un* intelligenza immaginaria, in quale canto dell' Ariosto si trovasse 
annunciato il dì felice della mia liberazione. Poi ho composto una piramide a 
rovescio, formata dei numeri risultati dalle parole della mia interrogazione e, 
con la sottrazione del numero nove da ciascuna coppia di cifre, ho avuto 
per ultimo numero pur il nove : ho creduto, così, che nel nono canto del 
Furioso fosse quello che cercavo. Il medesimo metodo ho seguito per sapere 
in quale stanza di questo canto si trovasse la predizione — e ho avuto il numero 
sette. Curioso, finalmente, di sapere in quale verso della stanza si trovasse 
l'oracolo ho trovato 1* uno. Col cuore palpitante ho afferrato l'Ariosto e ho 
trovato che il primo verso della settima strofa del nono canto diceva: n Tra 
il fin d'ottobre e // capo di novembre u ( ,2 ). La precisione di questo verso e il 
trovarsi esso così a proposito a' casi miei mi sembrò tal fatto mirabile che 

— senza pur dire d'avervi prestato fede — mi disposi a fare tutto quello 
che dipendeva da me per favorire il verificarsi dell'oracolo. Lo strano è che 
H tra il fin d'ottobre e il capo di novembre „ non trascorre che mezzanotte 

— e fu proprio al suono della campana di mezzanotte del trentuno ottobre 
ch'io sono uscito dai Piombi, come il lettore vedrà : io, fra tanto, lo prego 
di non indursi a spacciarmi, dopo questa fedele narrazione, per un uomo più 
superstizioso di un altro, né per uno spirito capace di elevare a sistema un 
simile caso. Io narro la cosa perchè è vera, quantunque straordinaria, e perchè, 
forse, a causa dell'attenzione che vi ho posto, mi è riuscito di salvarmi. Non 
sono le predizioni quelle che fanno accadere un fatto : è il fatto stesso il quale, 
avverandosi, rende alla predizione il servigio di farla avverare ; quando il fatto 
non si compie, essa è nulla. Sono, d'altra parte, nella storia mondiale parecchi 
avvenimenti che non si sarebbero compiuti mai se non fossero stati previsti. 

Ora voglio 

(12) Tra il fin d'ottobre e il capo di novembre, 

Ne la stagion che la frondosa vesta 
Vede levarsi, e discoprir le membre 
Trepida pianta, fin che nuda resta, 
E van gli augelli a strette schiere insembre, 
Orlando entrò ne 1' amorosa inchiesta : 
Né tutto il verno appresso lasciò quella, 
Né la lasciò ne la stagion novella. 

120 



Ora voglio dirvi in che modo ho passato la mattinata, fino alle diciannove, 
per colpire lo spirito di quell'ignorante malvagio, per mettere la confusione nella 
sua debole intelligenza a furia d'immagini straordinarie e meravigliose e per 
renderlo, pel momento, incapace di nuocermi. La mattina dopo che Lorenzo, 
al quale avevo dato il libro pel Balbi, ci lasciò, io avevo detto a Soradaci 
di venire a mangiare la zuppa. Ma egli se n'era rimasto a letto annunziando 
al guardiano d'esser malato e che non si sarebbe levato dal suo pagliericcio ; 
a me disse che non l'avessi chiamato. Infine si levò; si trascinò, strisciando, 
ai miei piedi, me li baciò e mi disse, piangendo e singhiozzando forte, che 
almeno gli perdonassi; egli si vedeva già finito in giornata e già sentiva gli 
effetti della maledizione e della vendetta della santa Vergine che io avevo 
sospinto contro di lui: provava certi stiramenti che gli laceravano le viscere e 
la sua lingua s'era coverta d'ulcerazioni. Me la mostrò: non senza meraviglia 
la vidi davvero tutta sparsa d'afte ; non so se già le avesse il giorno prece- 
dente. Non mi sono curato d'esaminarlo troppo per conoscere se dicesse la 
verità: era mio interesse precipuo il finger di credergli e fargli sperare il per- 
dono. E bisognava che mangiasse. Forse egli aveva intenzione d'ingannarmi, 
ma, deciso pur a ingannarlo com'ero, si trattava sol di vedere chi di noi due 
avrebbe giuocato l'altro con maggiore abilità. 

Assunsi, pel momento, un aspetto d'inspirato e gl'ingiunsi di mettersi a 
sedere. " — Andiamo; — gli feci — mangiamo la zuppa; dopo io vi dirò 
quale sorte v'aspetta. Per ora vi dico che la Santa Vergine m'è apparsa sul 
fare del giorno e m'ha comandato che vi perdoni: dunque non morirete, e 
ne sarete felice ". 

Egli sbalordito, mangiava la zuppa con me, in ginocchio, poiché non si 
possedeva seggiole: poi si mise a sedere sul pagliericcio per ascoltarmi. 

E io gli tenni il seguente discorso. 

— Il dolore che mi ha recato il vostro tradimento mi ha fatto passare 
un'intera notte senza dormire: le mie lettere, che vi siete affrettato a conse- 
gnare al Segretario, sono state lette dagl'Inquisitori di Stato. Ero sicuro che 
dopo questa lettura essi m'avrebbero condannato a passare qui tutto il resto 
della mia vita. Mia unica consolazione, lo confesso, era quella di essere certo 
che voi sareste morto nel termine di tre giorni, in questo carcere stesso, sotto 
agli occhi miei. Con l'animo occupato da questa convinzione, indegna di un 

cristiano, 

121 

Casanova - Hi storia, ecc. - 16 



cristiano, poi che Iddio vuole che noi perdoniamo, mi sono assopito e, sullo 
spuntar del giorno, mi è apparsa una visione. Ho visto questa stessa imma- 
gine, che qui vedete della Santa Vergine, muoversi, mettersi davanti a me, 
aprir la bocca e dirmi : " — Soradaci è devoto al mio Santissimo Rosario : 
io lo proteggo. Or tu fammi il favore di perdonargli, e la maledizione con 
cui Dio lo ha colpito cesserà immediatamente. In ricompensa del tuo atto 
generoso e cristiano, io comanderò a uno dei miei Angeli di assumere umano 
aspetto e di cavarti, tra cinque o sei giorni, fuori di questa prigione. Questo 
Angelo comincerà il suo lavoro a diciannove ore e lo continuerà fino a una 
mezz'ora prima del tramonto del sole, perchè egli deve tornare con me, in 
Cielo, in pieno giorno. Nel fuggire dalla prigione avrai cura di condurre con 
te Soradaci e di badargli durante tutta la vita sua, a patto ch'egli abbandoni 
per sempre il brutto mestiere che fa di spione. Tutto quel che t'ho detto 
riferirai, fedelmente, a questo sciagurato ". Terminato tal discorso la Santa 
Vergine è scomparsa, e io mi sono trovato con gli occhi aperti. 

Osservavo, parlando e mostrando la più grande serietà, la faccia che 
faceva quel traditore: egli sembrava pietrificato. Quando ho visto che non mi 
rispondeva ho preso un libro di preghiere, mi son fatto il segno della croce, 
ho baciato l'immagine della Vergine, ho asperso il carcere d'acqua benedetta 
e ho finto di pregare. Un'ora dopo quell'animale, che non aveva più aperto 
bocca, ne s'era mosso dal suo pagliericcio, mi chiese a che ora l'Angelo sarebbe 
sceso dal Cielo e se del suo arrivo avremmo avuto qualche indizio. 

— Son certo — gli risposi — ch'egli arriverà alle diciannove, che lo 
sentiremo lavorare e che se ne andrà alle ventitré : mi pare, caro mio, che 
per un Angelo sia abbastanza lavorar quattro ore di seguito! 

Mezz'ora dopo Soradaci mi osservò che potevo aver sognato. Gli risposi 
freddamente che era sicuro di no e aggiunsi ch'egli or mi doveva giurare che 
avrebbe lasciato il mestiere dello spione. Invece si allungò sul pagliericcio e 
vi dormì per due ore. Appena destato mi chiese se poteva rimandare il giura- 
mento fino al domani. Gli risposi che era padronissimo di differirlo fino ali ultimo 
momento che sarei rimasto nella prigione ma che giammai l'avrei condotto con 
me se precedentemente non mi avesse prestato quel giuramento che pretendeva 
la Santa Vergine sua protettrice. Lo vidi soddisfatto : in fondo, egli era sicuro 
che 1* Angelo non sarebbe arrivato. Le ore che precedettero le diciannove 

furono 



122 



furono per lui molto lunghe, ma neppure passarono più presto per me; questa 
commedia mi divertiva ed ero sicuro del suo effetto, tuttavia mi tormentava 
l'incertezza. Mi sarei visto perduto se Lorenzo avesse dimenticato di portare 
il libro al Padre Balbi. 

Alle diciotto ho pranzato e ho bevuto dell'acqua, mentre Soradaci beveva 
tutto il mio vino e chiudeva il suo asciolvere sgretolando dell' aglio, eh' era 
come la sua confettura. Quando ho udito suonare le diciannove mi sono lasciato 




T.^Zucchi jcui. 



AvxLatadd Bucenioro al Lido per la funzione dòlio sposalizio del Man nd giorno dell Ascensione 

VENEZIA AL TEMPO DI CASANOVA. 



cadere in ginocchio e gli ho ingiunto di fare altrettanto, e con tal tono di voce 
che n'è rimasto atterrito. Ma ha obbedito, guardandomi fiso, come un imbecille. 
Ed ecco che ho sentito il piccolo romore che m' indicava l'infrazione del muro. 
— Vien l'Angelo ! — gli ho detto, e mi sono steso bocconi, perchè 
egli mi imitasse. Il romore continuo era forte: sono rimasto in quella posi- 
zione per un buon quarto d'ora. Quando mi sono levato non mi son potuto 
trattenere dal ridere : Soradaci se ne stava ancor lì, faccia a terra, con la più 
grande obbedienza ! Ho trascorso tre ore e mezzo a leggere ; egli le ha passate 
borbottando il rosario, pregando, sospirando, di tratto in tratto, dormendo, indiriz- 
zando una quantità di gesti all'immagine della Vergine : niente di più comico. 

Suonate 



123 



Suonate appena le ventitré mi sono alzato e gli ho accennato d'imitarmi con 
mettersi bocconi daccapo perchè l'Angelo faceva per andarsene e bisognava 
ringraziarlo. Il Balbi se ne andava difatti; non udimmo più alcun romore. 

La confusione, lo spavento, lo stupore si dipingevano a vicenda sul viso 
di quel furfante. Ho cominciato col rivolgergli la parola per sapere che pen- 
sasse di quelli avvenimenti. Mi sembrava impazzito : associava le idee più strane : 
parlava dei suoi peccati, delle sue devozioni , dei miracoli che gli aveva rac- 
contati sua moglie, e di quello che egli avrebbe potuto fare con me, igno- 
rante com'egli era. Mi espose, infine, una curiosa sua riflessione alla quale 
risposi con rigirarla: mi disse che se non mi avesse tradito io non avrei 
mai avuto una grazia così speciale dalla Vergine: però a lui ne dovevo 
essere obligato. E voleva subito procedere al giuramento, ma io gli ho detto 
che prima avevo bisogno di un vero segno della sua obbedienza : ecco, bisognava 
che se ne stesse sul pagliericcio, col viso rivolto al muro per tutto il tempo 
in cui Lorenzo rimanesse nel carcere al giorno appresso: e occorreva ancora 
ch'egli avesse risposto, senza voltarsi a guardarlo, alle domande che Lorenzo 
gli avrebbe rivolto. Ancora : gli doveva dir che le pulci non gli permettevano 
di dormire — nient' altro che questo. 

Mi promise che tutto quel che gli avevo ordinato egli avrebbe eseguito 
appuntino. Io aggiunsi con tono di dolcezza, ma deciso e imperativo, che così 
m'era stato inspirato e che ero in dovere di non levare gli occhi da lui per 
essere pronto a strangolarlo ove mai l'avessi visto rivolgere a Lorenzo la più 
breve occhiata. Durante la notte ho scritto al Balbi, minutamente esponendogli 
la storiella del miracolo per ben fargli comprendere quanto egli dovesse essere 
preciso nella parte che gli facevo rappresentare. Gli soggiunsi che saremmo 
fuggiti la notte del trentuno e che saremmo stati in quattro, tenuto conto pur 
del suo compagno. 

Soradaci, al mattino, eseguì la sua lezione a meraviglia: finse di dormire. 
Lo stesso stupore, maggior dimostrazione di credulità egli espresse quando, 
dopo pranzo, l'Angelo fu tornato. Io non gli facevo che discorsi sublimi ed 
eccitanti tutto il suo fanatismo e non lo lasciavo in pace se non quando lo 
vedevo briaco e presso a pigliar sonno, o sul punto di cadere in convulsioni 
per l'effetto di una metafisica strana e sconosciuta a un cervello che non aveva 
mai adoperato le facoltà sue pensanti che alla ricerca di astuzie da spione. 

Pur, un giorno 



124 




.... ed eccoti che ad un tratto, dopo avervi ficcato 
le gambe, mi casca addosso il Balbi.... 



(v. pag. 126) 



(V. Fréderich Bernard - Les évasions célèbres, illustrées 
par Emile Bayard - Paris - Hachelte & C.ie 1874) 



Pur, un giorno, una sua domanda m* impacciò : egli non concepiva come un 
Angelo potesse aver bisogno di un tempo così lungo per bucare un soffitto !... 
Fra tanto, come seppi che il picciol solco circolare era terminato, ho accettato 
il giuramento, ch'egli mi fece, di abbandonare il suo brutto mestiere: io gli 
ho giurato, a mia volta, di non abbandonar mai lui. 

Potrebbe darsi che qualche lettore sentisse il bisogno di conoscere la mia 
opinione su questo giuramento e sull'uso che ho fatto dei nostri sacri misteri 
e della nostra religione per ingannare questo spregevolissimo animale. Anche 
io ho bisogno, in genere, di dichiarare che non voglio scandalizzare nessuno, 
né essere preso per un ateo. Vi dirò, dunque, che non pretendo ne di vantarmi, 
né di confessarmi: il mio scopo non è che di scrivere la pura verità senza 
preoccuparmi del giudizio che potrà dare sulla mia maniera di pensare o sulla 
mia morale chi mi legge. Per accontentare qualche lettore posso, nondimeno, 
spiegarmi un po' sull'argomento. 

Io non mi vanto di aver abusato della mia religione, né del germe che 
quest'uomo ne aveva nell'animo; so che me ne sono servito di controvoglia 
e non potendo fare diversamente nella necessità in cui mi ritrovavo di dovermi 
salvare. Io non mi confesso che di aver fatto quello che ho fatto: perchè io 
non ne arrossii, perchè non ne sono pentito, e perchè sento che farei lo stesso 
anche oggi, se il caso lo richiedesse. La natura mi ordinava di salvarmi, la 
religione non me lo proibiva, non avevo tempo da perdere: era necessario mettere 
uno spione, che io avevo con me e che mi aveva manifestato il suo modo di 
pensare, nell'impossibilità di avvertire Lorenzo che s'andava sfasciando il tetto 
della prigione. Diamine! Che dovevo fare? Non avevo che due mezzi e biso- 
gnava scegliere: o far questo che ho fatto, suggestionando Soradaci, o addi- 
rittura ammazzarlo, soffocarlo, strangolarlo; ciò mi sarebbe stato molto più 
facile e anche non avrei potuto temer di nulla: avrei detto ch'era morto di 
morte naturale e, suppongo, nessuno si sarebbe dato pena di conoscere se questo 
fosse vero o falso. Ora quale lettore potrebbe pensare che io avrei fatto meglio 
a strangolarlo? Se ve n'è uno, che Dio lo illumini: la sua religione non sarà 
mai la mia. Io ho fatto il mio dovere e la vittoria che coronò il mio tentativo 
potrebbe essere una prova ch'esso fu accetto alla Divina Provvidenza. Per quello 
che riguarda il giuramento che gli ho fatto d'aver sempre cura di lui, me ne 
ha dispensato, grazie a Dio, lui stesso, poiché non ha voluto salvarsi con me. 

Ma se ciò, 

125 



Ma se ciò, invece, fosse accaduto, ebbene — voglio confessarlo al mio buon 
lettore — io non mi sarei ritenuto spergiuro quando mi fossi sbarazzato di 
lui appena avessi creduto di poterlo fare con tutta sicurezza, magari appiccan- 
dolo al primo albero che avessi incontrato. È vero, gli ho giurato un'eterna assi- 
stenza, ma sapevo che la sua fede non sarebbe durata più di quanto fosse 
durata l'esaltazione del suo fanatismo : questo, certo, sarebbe finito appena Sora- 
daci avesse saputo che l'Angelo era... un frate. " <?A£on merta fé', chi non la 
serba altrui " dice il Tasso. L'uomo ha molto più ragione d'immolare tutto 
alla sua conservazione che i Sovrani non ne abbiano per conservare i loro Stati. 

La sera del trenta ho scritto al Padre Balbi di compiere il buco alle 
diciotto, e di entrare da me: gli avevo pur detto di munirsi di forbici, che 
io sapevo che il conte aveva il privilegio di possedere. Il trentuno, la mattina 
per tempo, ho visto Lorenzo per l'ultima volta. Appena s'è allontanato ho 
detto a Soradaci che l'Angelo sarebbe giunto alle diciott'ore e penetrato nella 
nostra cella pel foro del tetto : per quello stesso foro saremmo usciti noi stessi 
per andare a praticarne un altro. Gli ho soggiunto che l'Angelo avrebbe una 
barba lunga come la mia e le forbici con le quali Soradaci avrebbe poi dovuto 
tagliarle a me e all'Angelo. Intontito più che mai egli non dubitava più di 
nulla, e mi promise obbedienza completa. Ma tutto oramai era compiuto e 
io non badavo più a dargliela a credere. Mai sette ore mi sembrarono così 
lunghe! Al più picciol romore che udivo fuori credevo di veder Lorenzo che 
entrasse a rilevar lo spione. Costui non avrebbe certo indugiato a descrivergli 
tutti i prodigi di cui era stato testimone, e io ne sarei morto di dolore ! Non 
avevo dormito : non potuto mangiare, ne bere. Finalmente suonarono le diciotto L. 

L'Angelo non impiegò se non dieci minuti soltanto per aprire la buca, 
ed eccoti che a un tratto, dopo avervi ficcato le gambe, mi casca addosso 
il Balbi. L'ho cordialmente abbracciato, esclamando : Ecco terminata la vostra 
fatica : comincia or la mia ! Subito ho ripreso lo spuntone, e al Soradaci ho 
passato le forbici pregandolo di tagliarci le lunghe nostre barbe. Soradaci, fuori 
di se, sgranava gli occhi sul monaco, il quale aveva tutt'altro aspetto che quel 
d'un serafino : s'era confuso, non sapeva che dire, ma tutto ciò non gì impedi 
di raderci in men d' un' ora la barba, a punta di forbici e alla perfezione. Al 
Balbi ho raccomandato, in latino, di restarsene lì a sorvegliare quel birbac- 
cione; son salito sulla seggiola e, sospinto per le gambe, sono uscito fuori dal- 
l'altra parte 

126 



l'altra parte e mi son visto sul tetto della mia cella. Mi sono appressato al 
muro e per passare attraverso il foro praticato dal monaco ho durato qualche 
fatica : era, contrariamente alle istruzioni che avevo dato al Balbi, troppo in 
alto e troppo stretto : a ogni modo vi son passato, e di là dal muro mi son 
trovato sulla cella del conte. Vi son disceso e ho stretto al mio petto quel 
vecchio infelice. Lì per lì ho capito, guardandolo, che il pover uomo non era 
punto di quelli che potevano affrontar pericoli e difficoltà a cui ci avrebbe 
esposti un'intrapresa come la mia: come avrebbe fatto a seguirci su per quel 
tetto di piombo, così scosceso? Egli, difatti, nel chiedermi subito quale pre- 
cisamente fosse il mio progetto, mi soggiunse che temeva non avessi già fatto 
troppi passi inconsiderati. Gli risposi che appunto m'ero posto nella necessità 
di andare innanzi, per trovar morte — o libertà. Mi prese le mani ; me le 
stringeva, poverino, e mi diceva che se proprio io meditavo di forare il tetto 
del palazzo e cercar di là una uscita egli non se la sentiva di seguirmi: non 
ne avrebbe avuto il coraggio : era certo di cascar giù e rompersi il collo. 
Invece, ecco, sarebbe rimasto lì, nella sua cella a pregar Dio per noi, mentre 
avremmo cercato di porci in salvamento. 

Ero impaziente di esaminare que' luoghi : son risalito per avvicinarmi alle 
laterali estremità del granaio e, riescilo a toccare il tetto, mi son piegato tanto 
da poter raggiungerne, il più che mi fosse possibile, Torlo. Seduto comodamente 
tra le fabriche di colmatura, di cui son pieni tutti i granai delle grandi case, 
ho tastato qua e là, per un poco, con la punta del mio spuntone quelle tavole 
che mi son sembrate come marcite. Ho pensato che in men d' un' ora vi potevo 
fare un'apertura abbastanza vasta. Ho ringraziato con tutto il cuore la divina 
Provvidenza e, riattraversato il muro, son tornato nella mia cella, ove ho dato 
di mano a tutta la biancheria che vi conservavo e in quattro ore l'ho tutta 
tagliata per lungo : lenzuola, tela da materassi, salviette, asciugamani e coverte. 
Ho rannodato io stesso tutte quelle filze e ne ho composto meglio di cento 
braccia di una corda resistentissima, intermezzata di nodi così detti da " tessitore ". 
Avevo pensato a quella specie di rannodatura perchè mi pareva la più sicura: 
un nodo mal fatto avrebbe ben potuto tornarci fatale. E v'ho badato io solo 
poiché in certe arrischiate imprese sono tali decisivi elementi che se non si fida 
sol di se stesso chi vi vuol riescire forse non vi riesce punto. 

Appresso ho fatto un bel fagotto del mio vestito, del mantello di seta, 

di qualche 

127 



di qualche camicia, di calze, di pezzuole — e tutti e tre, portando con noi 
tutto quel bagaglio, siamo penetrati nella cella del conte. 

Costui ha cominciato per complimentarsi col Soradaci, al quale — diceva — 
era toccata la fortuna d'essere stato posto assieme con me e di meco fuggire. 

Soradaci nulla rispose: continuava a guardarci con tale aria balorda che 
proprio mi veniva una voglia matta di riderne forte. Ora, in verità, di lui non 
più mi preoccupavo: avevo buttata giù la ipocrita maschera che per un intera 
settimana m'ero dovuto metter sul viso. Certo lo spione era convinto oramai 
dell'inganno : ma non si poteva persuadere come mai avessi fatto per tenermi 
in corrispondenza con l'Angelo, dacché questi arrivava e se ne andava giusto 
come io lo annunziassi. Il conte continuava a dirci che il nostro disegno era 
pericoloso, che correvamo il rischio della morte, forse — e Soradaci proprio 
il conte ascoltava attentamente, e certo ruminava, da quel gran poltrone che 
egli era, il modo di sottrarsi al poco lieto viaggetto.... 

Ho raccomandato al Balbi di farsi anche lui il suo fagottino mentre io 
mi recavo a forare il granaio nel punto che avevo scelto. 

Quel buco ho terminato di allargare a un'ora e mezza di notte. Non 
ruppi ma addirittura polverizzai quelle tavole. Era amplissima la buca: non 
coperta se non dalla lastra di piombo che io percorrevo interamente nella mia 
esplorazione. C'è voluto l'aiuto del Balbi perchè potessi sollevarla: era non so 
più se ripiegata o ribadita sull'orlo della grondaia di marmo, e se ne svelse 
per forza soltanto dello spuntone di cui, sospintolo nella grondaia, io facevo leva. 
Facendola di sotto in su piegare a furia di colpi di spalla siamo riesciti a ottenere 
tanto di passaggio quanto ci bastasse per uscire. 

Come ho posto il capo fuor di quella botola improvvisata ho guardato 
in cielo. Diamine ! C'era il lume della mezzaluna ! La luna, al domani, doveva 
giungere al suo primo quarto. Un contrattempo: ma bisognava pazientemente 
tollerarlo e aspettar la mezzanotte per uscire: in quel momento la luna se ne 
sarebbe andata a rischiarare i nostri antipodi. Come fare altrimenti? Era una 
magnifica notte, tutta la migliore gente di Venezia passeggiava, certo, in quel 
punto, in piazza San Marco, e io non potevo, si capisce, lasciarmi scorgere 
sul tetto. L'ombra mia e quella del Balbi i peripatetici di piazza San Marco 
avrebbero ben visto allungata sul selciato della piazza medesima, subito si sareb- 
bero rivolti in su gli occhi di tutti, le nostre figure avrebbero eccitato la mera- 
viglia d'ognuno 



128 



viglia d'ognuno e la sua curiosità, specie poi quella di Messer Qrande, i cui 
uomini vegliano tutta notte e sono la sola guardia di quella grande città. 
Naturalmente Messer Grande avrebbe spedito sul tetto una squadra de* suoi 
fanti, e allora addio fuga! 

Me ne rimisi alla volontà di Dio. Non miracoli, ho chiesto, ma aiuto. 
Esposto in maniera somigliante a' capricci della fortuna io le dovevo conce- 
dere su di me il minor de* vantaggi che fosse possibile: se la mia impresa 
andava a monte io non mi dovevo rimproverare del minimo passo falso. Prima 
di sei ore sarebbe tramontata certamente la luna : alle tredici e mezza si sarebbe 
levato il sole: dunque ci restavano sei ore di completa oscurità, e durante 
quel tempo avremmo potuto darci da fare. 

Al Balbi ho annunziato che avremmo passato quattro ore a chiacchie- 
rare con l'Asquin: occorreva fra tanto ch'egli si recasse dal conte a pregarlo 
di prestarmi trenta zecchini che mi potevano essere necessarii così come m'era 
stato necessario il mio spuntone. Balbi andò a intendersi col conte, tornò, mi 
disse che il conte desiderava di parlarmi senza testimoni. Come io fui nella 
sua cella il buon vecchio cominciò con dirmi, dolcemente, che per fuggire 
non m'occorreva certo del denaro, e poi che lui non ne aveva, che la sua 
famiglia era numerosa. E poi ancora m'obiettò che, se io fossi perito in quella 
fuga, il denaro dato in prestito sarebbe andato perduto affatto. Queste e 
altre cose mi disse per mascherare l'avarizia sua. 

Durò la mia risposta mezz'ora, e il lettore se la può bene immaginare : 
eccellenti ragioni, ma che non hanno mai avuto, da quando esiste il mondo, 
la forza di persuadere coloro da' quali l'orator che le adduce non potrà mai 
divellere quella passione che forma 1 ostacolo più grande a un'eloquenza so- 
migliante. Insomma sarebbe stato il caso del nolenti baculus — ma io non 
ero tal crudele uomo da ricorrere, a quattro occhi col conte, a quel metodo 
più persuasivo. Finii con dirgli che s'egli se ne voleva fuggire con me io 
me lo sarei portato sulle spalle, come fece Enea con Anchise, ma che — 
ove preferisse restarsene nella sua cella — mi sentivo .nel dover d'avvertirlo 
che il buon Dio, eh' egli vi sarebbe rimasto a pregare, non lo avrebbe ascol- 
tato, perchè l'ottimo conte gli si sarebbe rivolto per indurlo a far riescire 
una cosa al cui successo egli stesso non s'era sentito la forza di contribuire 
co' mezzi ordinarli. Quisque sibi est Deus. 

Mi rispose 

129 

Casanova - Historia, ecc. - 17. 



Mi rispose con voce in cui sentivo le lagrime — e ne fui un poco 
commosso. Mi domandò se due zecchini mi bastassero. Risposi eh' ero obli- 
gato ad accontentarmi di tutto e allora egli me li dette, pregandomi, tuttavia, 
di renderglieli se, dopo aver compiuta l'esplorazione de* tetti, avessi invece 
preferito di tornarmene in prigione. Mi fece quasi ridere la supposizione : la 
resipiscenza alla quale il buon conte alludeva non mi sembrava verosimile. 
Non ho perduto tempo, intanto: ho chiamato i miei compagni e abbiamo 
trasportato presso la buca tutto il nostro bagaglio. Divisi in due pacchi le 
cento braccia di corda e appresso ci intrattenemmo a chiacchierare per tre 
ore. Già il Balbi cominciava a offrirmi un bel saggio del suo carattere ri- 
petendomi dieci volte ch'io gli avevo mancato di parola, poiché nelle mie 
lettere avevo dichiarato che il mio piano per salvarci era bell'e ordito, e si- 
curo, mentre poi nulla pareva a lui che vi fosse di preciso. Or se avesse — 
soggiungeva — preveduto questo, certo non m'avrebbe cavato fuor della cella. 
Da parte sua diceva il conte Asquin che il partito più saggio fosse quello 
di restarcene dove eravamo: egli prevedeva che ci sarebbe stata impossibile 
la fuga o che per lo meno avremmo córso il pericolo di lasciarvi la vita: 
l'inclinazione del tetto non ci avrebbe permesso di rimanervi in piedi, nem- 
meno di procedere su quel pendio. E poi tutti gli abbaini non eran chiusi 
da grate di ferro e inaccessibili, poiché tutti lontani dalla scarpa del tetto 
medesimo? E poi le corde che m'ero fabricato sarebbero tornate inutili: io 
non avrei certo trovato qualcosa a cui ne avessi potuto assicurar forte un 
capo: se pur vi fossi riescito, colui che fosse disceso da una somigliante al- 
tezza non si sarebbe potuto reggere così a lungo alla corda: le sue braccia 
si sarebbero rilassate. Invece sarebbe stato necessario che un di noi tre 
fosse sceso facendosi calar giù come una secchia in un pozzo, che poi ne 
fosse similmente disceso un altro e che naturalmente colui che avesse badato 
a questa operazione di salvataggio fosse stato disposto a tornarsene in pri- 
gione. Oltre a ciò — continuava a osservare il conte — anche supponendo 
che fossimo potuti discendere tutti e tre, noi non potevamo pensare a farlo 
se non dal lato del canale, poiché dall'altra parte era il gran cortile ove la 
guardia degli arsenalotti ( 13 ) vegliava tutta notte: ora, non vi essendo sul canale 

del palazzo 

(13) "Erano gli arsenalotti oltreché i custodi dell'arsenale medesimo (onde inesorabilmente erano puniti 
con la morte o col bando qualora fossero stati scoperti siccome autori d* incendio e di notabili deruba- 

130 



del palazzo gondola o battello di sorta, avremmo a nuoto dovuto raggiunger 
la riva opposta e, certo, nello stato più deplorevole. Fradici d'acqua, avremmo 
invano cercato ove riparare per passarvi la notte e metterci in condizioni da 
sicuramente scappare: se avessimo voluto aspettare il giorno, come non ci 
avrebbero notati e arrestati? Soggiunse ancora che il più piccolo passo falso 
che avessimo fatto su pel tetto ci avrebbe fatto scivolare e capitombolare nel 




VENEZIA AL TEMPO DI CASANOVA. 
I tre palazzi Mocenigo e il palazzo Contarini a S. Samuele. 

canale, ove nemmeno avremmo potuto evitar di morire quando avessimo pen- 
sato che in una simile occasione ci fossimo potuti salvare a nuoto: non si 
trattava di nuotare, ma di restare schiacciati, l'acqua del canale pescando 
solo otto o nove piedi durante il flusso e due o tre durante il riflusso. Un 
uomo dunque che fosse cascato da un'altezza somigliante avrebbe battuto in 

quel breve 



menti) la guardia del Maggior Consiglio della Repubblica e andavano armati di brandi stocchi e di un 
legno dipinto rosso, che teneano in mano a guisa di bastone. I loro capi e maestri non potevano uscire 
dallo Stato né da Venezia senza licenza espressa del Governo, e i loro figliuoli, anche in età puerile, 
erano accolti nell'arsenale, ricevendo una giornaliera sovvenzione : venivano perciò chiamati figli dell 'arsenale ". 
MUTINELLI, op. cit. P . 35. 



131 



quel breve fondo e si sarebbe ammazzato sul letto d'acciottolato. Insomma 
il minor male che ci potesse capitare quando fossimo caduti nel canale era 
quello d'averne spezzate le braccia e le gambe. 

Questi discorsi ascoltavo con una pazienza che non è certo tra le virtù 
del mio carattere: que' rimproveri, nondimeno, prodigatimi senza risparmio 
mi seccavano abbastanza: m'incitavano anzi a ribatterli come si doveva. Ma 
temevo, ciò facendo, di rovinare tutto. Non certo speravo d'andarmene con 
quel traditor di mestiere ch'era il Soradaci, cattivo di natura per giunta: mi 
pareva impossibile di andarmene solo. Così ho cominciato per rispondere con 
molta dolcezza di modi al Balbi ch'egli poteva esser tranquillo: io non lo 
avevo ingannato ; ci saremmo salvati, via, lo avrebbe visto — ma pel mo- 
mento non gli potevo precisare tutto il mio piano. All'Asquin ho poi detto 
che trovavo saggissimo il suo ragionamento e che ne avrei fatto tesoro per 
regolarmi con prudenza. Non ci sarebbe capitato 1' accidente della caduta 
nel canale: n' ero sicuro: la mia confidenza in Dio era più grande 
della sua. 

Soradaci durante tutti questi discorsi non aperse mai bocca. Di volta 
in volta ho allungato le mani per tastarlo, per sapere s'egli era ancor lì, se 
dormiva, pure. Entro di me ridevo: che mai s'agitava, ora, nel cervello di 
quel tristo, conscio dell'inganno? A un momento — erano le quattro ore e 
mezza — gli ho detto d'andare a vedere in che punto del cielo fosse la 
luna. Tornò e mi disse che fra mezz'ora non la si sarebbe più vista. M'an- 
nunziò pure che una fittissima nebbia s'addensava sul palazzo e avrebbe reso 
pericolosissimo il tetto. Gli risposi che mi bastava di credere nebbia la nebbia, 
e non olio. Gli ho chiesto poi s'egli avesse fatto un pacchetto del suo man- 
tello. Mi farete il favore — soggiunsi — d'attaccarvi al collo anche un 
di que' pacchi di corda: l'altro lo porterò io. 

Soradaci mi si gettò allora alle ginocchia, m'afferrò le mani, me le baciò 
e ribaciò, e mi supplicò, lagrimando, di non voler la sua morte. Egli era 
certo di cascar nel canale, e certo non gli sarebbe valso a nulla il saper 
nuotare. No, non mi poteva essere utile in nessun modo, me lo assicurava, 
mi avrebbe impacciato anzi: ecco, era meglio lasciarlo lì, nella cella, ov'egli 
avrebbe trascorso tutta la notte in preghiere a San Francesco, scongiurandolo 
d'assistermi. Potevo ucciderlo: — così finiva di dirmi il mascalzone — sì, 

n'ero padrone : 

132 



n'ero padrone : ma costringerlo a seguirmi, no, no, non lo potevo fare, non 
vi sarei riesci to giammai! 

Naturalmente ho ascoltato con qualche conforto l'arringa del barbiere. 
Non desideravo d'insistere: una compagnia somigliante non poteva se non 
arrecarmi sfortuna. 

Gli ho risposto che, difatti, se a pregar San Francesco fosse rimasto 
nella sua cella egli m'avrebbe reso maggior servigio; dunque, bene: ora gli 
regalavo tutto quel che m'apparteneva, in fuori de' libri, i quali m'avrebbe 
fatto il favore d'andar subito a pigliare nella prigione, poiché li volevo do- 
nare al conte. Non se lo fece dire due volte: andò, e tornò co' libri, e in 
quattro viaggi li portò al conte. L'Asquin mi disse che li avrebbe serbato in 
deposito : quando gli manifestai che mi sarebbe piaciuto più se li avesse com- 
prato per cinque o sei zecchini, rimase muto : mio Dio, l'avaro è sempre da 
spregiare, ma vi son casi in cui gli s'ha a perdonare. Un centinaio di zec- 
chini che quel vecchio possedeva formavano la sola sua consolazione nella sua 
prigionia. E pur vero che, se avessi per un momento solo supposto che senza 
il denaro che gli chiedevo la fuga non mi sarebbe stata possibile, io avrei 
fatto ben tacere un sentimento che in quel caso mi sarebbe parso affatto una 
debolezza. 

Ho chiesto al Balbi un pezzo di carta, una penna e dell'inchiostro. 
Tutto ciò egli, a dispetto de* divieti della legge, possedeva lo stesso. Ed 
ecco qui trascritta la lettera che ho lasciato al Soradaci e che scrissi all'oscuro 
anche più chiaramente di come l'avessi potuto fare alla luce del giorno. 
Scrivevo — e, a voce alta, ripetevo quel che la penna lasciava sulla carta : 
dopo mi sarebbe riescito impossibile rileggerlo. Cominciai con una sublime 
intestazione, molto a proposito per la circostanza; n Non moriar, sed vioam, 
et narrabo opera Domini! " (Davide, nei Salmi). 

Continuavo : 

n I nostri Signori Inquisitori di Stato son tenuti ad adoperar tutti i 
mezzi per trattenere a forza un colpevole: costui, lieto di non esser prigioniero 
sulla sua parola, tutti i mezzi deve adoperare per recuperare la libertà. Il 
diritto di quelli ha per base la giustizia: il costui diritto la natura. Come 
quelli non han bisogno del suo consentimento per cacciarlo in un carcere, 
questi non ha bisogno del loro, per salvarsi. 

Giacomo n 

133 



" Giacomo Casanova, che ciò scrive con l'amarezza in cuore, sa bene 
che a lui potrebbe incogliere la disgrazia che, avanti ch'egli si rattrovi fuori 
dello Stato, sia riacchiappato e riconsegnato nelle mani di quelli stessi de' 
quali scampò il furore. Se ciò accade egli supplica fin da ora, e in ginocchio, 
la pietà de' giudici generosi perchè gli rendano tutto ciò che gli appartiene, 
e ch'egli or abbandona nella violata carcere. 

" Ma se Giacomo Casanova avrà la fortuna di vedersi libero e fuor 
dello Stato, tutto lascia, di quel che la sua prigione contiene ancor di lui, a 
Francesco Soradaci. Rimane costui prigioniero poi che teme i pericoli a 
quali son per espormi e non ama — come io amo — più della sua vita 
la sua libertà! 

n Casanova supplica la magnanima virtù delle LL. EE. di non con- 
trastare a questo miserabile il dono che gli ha fatto. 

" Scritta a mezzanotte, senza lume, nella cella del conte Asquin, il 
31 ottobre del 1756. 

n Castigans castigatiti me Dominus, et morti non tradidit me ". 

Consegnai la lettera a Soradaci, raccomandandogli pur di non darla a 
Lorenzo ma di consegnarla al Segretario, il quale, certo, non avrebbe potuto 
far a meno di salire alla nostra prigione. Il conte, fra tanto, gli diceva che il 
mio scritto avrebbe sortito certamente buon esito, e che a lui certo sarebbe 
spettato tutto quel che lasciavo: soltanto bisognava che me lo rendesse se 
fossi ricomparso. Rispose Soradaci ch'egli non era avaro, anzi, che deside- 
rava proprio di rivedermi per dimostrarmelo — bel tratto, che ci fece cor- 
dialmente ridere. 

Era ormai tempo d'uscire. Il Balbi non parlava: m'aspettavo di udire 
anche da costui che non desiderasse di seguirmi — e ciò m'avrebbe fatto 
davvero cascar le braccia. Ma non si negò come l'altro. Gli ho attaccato al 
collo, poggiandolo sulla sua spalla sinistra, un de' pacchetti di corde: sulla 
destra si legò quel de' suoi miserabili indumenti. Lo stesso ho fatto io. 
Ambo in farsetto, co' cappelli in testa, siamo sgusciati per la buca io pel 
primo, il frate appresso, procedendo ginocchioni e carponi. Balbi ripiegò la 
lastra di piombo e rinchiuse la buca. Non era fìtta la nebbia. Nella penombra 
silenziosa ho impugnato lo spuntone e, allungando il braccio, l'ho cacciato 
obliquamente tra le commessure delle lamine di piombo, così che, afferrando 

con le 

134 



con le quattro dita l'estremità della lamina sollevata, mi son potuto aiutare 
per attingere la sommità del tetto. Il monaco s'era afferrato con quattro dita 
della mano destra alla cintura de' miei pantaloni, lì ove quella s'affibbia: così 
mi pareva di proprio far la funzione d'una bestia da tiro : aggiungi che s'era 
in salita e che il declivio avea reso lubrico la nebbia. A metà della molto 
pericolosa ascensione il Balbi mi pregò di arrestarmi: un de* pacchetti gli 
s'era sciolto dal collo e, rotolando, era andato a posarsi non più in là, forse, 
della grondaia. Ebbi lì per lì la tentazione di scaraventare un calcio al Balbi 
e mandarlo a raggiungere il pacchetto, ma Dio mi dette la forza di ratte- 
nermi: troppo grande sarebbe stata la punizione e, rimasto solo, non mi sarei 
certo potuto salvare più. Gli chiesi se fossero state proprio le corde quelle 
ch'erano cadute abbasso: no, era l'involtino che conteneva il suo soprabito 
nero, due camicie e un prezioso manoscritto — diceva il frate — ch'egli 
avea rinvenuto sotto i " Piombi n e che lo avrebbe certamente arricchito. 
Allora l' ho ammonito che occorreva non pensarvi più, aver pazienza e conti- 
nuare il nostro cammino. Balbi ha tratto un lungo sospiro e, sempre afferrato 
alla mia cintura, m'ha seguito. 

Traversammo quindici o sedici di quelle tegole plumbee e ci trovammo 
finalmente sulla più alta parte del tetto; allargai le gambe e mi vi sedetti 
cavalcioni: dietro di me il Balbi fece lo stesso. Voltavamo le spalle alla 
piccola isola di San Giorgio Maggiore ( ,4 ) e di fronte ci si paravano le molte 
cupole di quella di San Marco, la quale fa parte del Palazzo Ducale. 
E la cappella del Doge: nessun re al mondo può vantarsi di possederne una 
somigliante. 

Liberatomi dalle mie some ho detto al frate ch'egli poteva fare altret- 
tanto. Allora il Balbi si collocò tra le aperte gambe le corde e voleva far 
lo stesso col suo cappello, quando a un tratto esso perdette l'equilibrio e, dopo 
aver compiuto parecchie capriole, saltò prima sulla grondaia, poi nel canale. 
Ed ecco il mio compagno che si mette a esclamare disperatamente : Cattivo 
augurio! Cattivo augurio! Siamo appena al principio dell'impresa e già resto 

senza camicie, 



(14) San Giorgio JXCaggiore si chiamava pur l'isola dei cipressi, e anche Memmia. Bellissima isoletta 
di prospetto al così detto molo della città. Un tempo pare che fosse stata proprietà dei Memmo. Nel 982 
Tribuno Memmo la donava al monaco Giovanni Morosino perchè v'instituisse un chiostro di Benedettini. 

135 



senza camicie, senza cappello e senza un manoscritto il quale trattava della 
storia mirabile e a tutti sconosciuta di tutte le feste del Palazzo della Re- 
publica ! 

Con maggiore calma di quella che possedessi nel punto in cui m'arram- 
picavo su pel tetto gli ho risposto che i due incidenti sopraggiuntigli nulla 
aveano di straordinario perchè un qualunque superstizioso li tenesse come 
indizii di sventura: essi non mi scoraggiavano. Ma ben dovevano ammonirlo, 
tuttavia, d'essere più prudente, più accorto, più riflessivo : se il suo cappello 
scambio di cadere a destra fosse caduto a sinistra saremmo stati inevitabil- 
mente scoperti ; sarebbe caduto nel cortile del Palazzo Ducale, gli arsenalotti 
che vi fanno la ronda tutta notte l'avrebbero raccolto, certo sarebbe nato in 
loro il sospetto che fosse gente sui " Piombi " e così ci sarebbero venuti 
senz'altro a fare una visitina lassù! 

Mi son messo per qualche minuto a guardarmi intorno : poi ho pregato 
il monaco di rimanersene lì, senza muoversi, fino al mio ritorno. Mi sono 
allontanato pian piano, non avendo in mano che il mio spuntone e proce- 
dendo sul mio sedere, sempre a cavallo della cresta del tetto. Nessuna diffi- 
coltà: ci ho messo un'ora per visitare, osservare, tastar tutto: nulla trovavo 
a cui potessi assicurare un capo della corda per calarmi in qualche punto 
ove mi fossi visto sicuro. Ero nella più grande perplessità. Bisognava scartare 
così il canale come il cortile del palazzo. Il disopra della chiesa non presen- 
tava alla mia esplorazione se non il buio di tanti precipizii che vi s'aprivano 
tra le cupole: nulla che mi potesse condurre a qualche posto non chiuso. 
Per andare di là dalla chiesa, verso la canonica, avrei dovuto camminare 
sopra declivii ripidissimi. Non potevo che creder dunque impossibile tutto 
quel che stimavo intentabile. Mi vedevo costretto a esser temerario ma non 
imprudente: v'è in questi casi un punto di mezzo che la morale non conosce 
e che mi pare, se non mi sbaglio, il più impercettibile. 

Il mio sguardo e il mio pensiero ho raccolto a un tratto su un abbaino 
ch'era dalla parte del canale, a due terzi dalla pendenza del tetto. Dal punto 
di dove ero uscito l'abbaino era molto lontano: dunque non poteva rischia- 
rare un de* granai del recinto ov'era la prigione che avevo disertata: corri- 
spondeva certo in qualche soffitta, forse abitata forse no, di qualche appar- 
tamento del palazzo ove, senza dubio, sul far del giorno avrei trovato le 

porte aperte 

136 



porte aperte. I servi del palazzo o quelli del Doge appena ci avessero ve- 
duto si sarebbero affrettati a farci uscire e tutto avrebbero fatto fuor che 
rimetterci nelle mani della giustizia, magari se ci avessero riconosciuti pe' più 
pericolosi delinquenti. Dunque occorreva visitar subito il davanti dell'abbaino. 
Mi son messo lì per lì alla bisogna, levando una gamba a lasciandomi scivo- 
lare fino al punto in cui mi son ritrovato come seduto su quel picciol tetto 
parallelo, la cui lunghezza era di tre piedi, la larghezza d'uno e mezzo. 
Mi sono piegato, allora, afferrandomi a' margini di quel tetto e avanzando 
il capo. E ho visto, o meglio ho sentito, sotto le mie mani che andavan 
tastando, un sottil reticolato di ferro: dietro al reticolato erano le piccole ve- 
trate tonde d'una finestra, tenute assieme da correnti di piombo. Non feci 
caso della finestra, per quanto fosse chiusa, ma badai alla griglia ; per poco 
spessa che fosse pur chiedeva una lima — e io non avevo che lo spuntone. 

Pensoso, triste, confuso io non sapevo più che fare, quando un natura- 
lissimo fatto intervenne per produrre sull'animo mio meravigliato l'effetto d'un 
vero prodigio. Spero bene che la mia sincera confessione non abbia a degra- 
darmi nello spirito del mio lettore buon filosofo: rifletta costui che in uno 
stato d'inquietudine, anzi di angoscia, un uomo non rappresenta che la metà 
di quel che può essere quando è tranquillo. La campana di San Marco 
suonò mezzanotte in quel punto — ecco il fenomeno il quale colpì il mio spi- 
rito e che lo scosse così violentemente da farlo uscire immantinenti dalla 
pericolosa stasi in cui era caduto. Mi ricordava quel suono che il giorno il 
quale già quasi principiava era quel d'Ognissanti, in cui il mio patrono, dato 
che ne avessi uno, si doveva trovare. Ma quel che più rialzò gli spiriti miei 
e infervorò le mie forze fisiche fu il ricordo, che mi tornò pur in quel punto, 
del profano oracolo onde il caro mio Lodovico mi avea risposto : ^Cra il fin 
d'ottobre e il capo di novembre. E quello era il momento! Sentite, se una 
grande sciagura commove tanto un libero spirito da renderlo a un tratto 
devoto egli è che certamente ci s'è ficcata di mezzo anche la superstizione: 
il suono della campana mi parlò, m'ingiunse di agire senz'altro — e mi pro- 
mise la vittoria.... 

Ho ficcato lo spuntone nel legno che incorniciava la griglia e ho vo- 
luto distruggere tutto, portar via tutto quanto il reticolato! 

V'ho impiegato un quarto d'ora. Alla fine tutto il legno era divelto 

e tra 

137 

Casanova - Historia. ecc. 18. 



e tra le mie mani restava la griglia, staccata. L'ho posta accanto all'abbaino. 
Naturalmente non ho avuto troppo da fare per spezzare i vetri della finestra; 
che m'importava di sentir ferite le mie mani da' vetri, e sanguinanti? Poi, 
con l'aiuto del mio spuntone, son rimontato a cavallo del tetto e son tornato, 
con lo stesso metodo di prima, al posto ove avevo lasciato il mio compagno. 
Figuratevi come ve l'ho trovato: era disperato, furioso, folle: mi ha detto 
ingiurie infinite. Ma come? Lo avevo abbandonato lì, solo! E m'ha soggiunto 
che s'era deciso ad aspettare il suono delle sette ore per tornarsene subito 
in prigione. Era anzi meravigliato di rivedermi: avea creduto ch'io fossi ca- 
scato in qualche precipizio. 

L'ho lasciato dire: ho perdonato alla sua difficile condizione e al suo 
carattere. Mi son messi al collo i miei due involti e ho detto al Balbi di 
seguirmi. 

Appena ci trovammo di fronte alla parte posteriore dell'abbaino ho nar- 
rato esattamente al mio compagno tutto quel che fino a quel punto avevo 
fatto e ci siamo consultati sul modo di penetrare nell'abbaino tutti e due : 
a me pareva facile impresa per un solo di noi che, mediante le corde, sa- 
rebbe potuto scender laggiù aiutato dal compagno ; quest' altro, poi, come 
avrebbe fatto per calarsi lui pure ? Non vedevo, benché lo cercassi, il modo 
di assicurar le corde per una seconda discesa : se mi fossi ficcato nell'aper- 
tura della finestrella e poi buttato giù certo avrei rischiato di spezzarmi una 
gamba : la misura del salto troppo ardito m'era ignota. Al Balbi tenni sul 
tono più amichevole questo piccolo e savio discorsetto — ma il monaco, per 
tutta risposta, mi propose di subito calarlo giù : poi, soggiunse, al mezzo per 
raggiungerlo potevo pensare con comodo. Anche questa volta mi son ratte- 
nuto dal ribattergli come la vigliaccheria di quelle sue parole meritava : in- 
tanto non ho voluto affrettarmi meno a trarlo d'impaccio. Ho disciolto il 
mio pacchetto di corde, ne l'ho ricinto, di sotto alle ascelle, al petto, 1 ho 
fatto metter bocconi e scender, rinculoni, fin sull'estremo del picciol tetto 
dell'abbaino, di dove io, standone a cavallo sulla sommità e con fra mani 
la corda, gli ho detto d' introdursi con le gambe fino alle anche, reggendosi 
su' gomiti appoggiati sul tetto medesimo. Mi sono allora lasciato scivolare 
sul pendio, come la prima volta avevo praticato, e, bocconi anch'io, gli ho 
soggiunto d'abbandonare, senza paura alcuna, il suo corpo : reggevo solida- 
mente le corde. 



138 



mente le corde. Egli scese : come si vide sul pavimento del granaio disciolse 
la corda e io la ritrassi. La misurai : così conobbi che dall'abbaino al pavi- 
mento sottoposto correva un'altezza di ben dieci braccia. Salto troppo peri- 
coloso perchè lo tentassi : di sotto il monaco mi diceva, per giunta, che il 
pavimento era composto di lamine di piombo. Al solito mi dava pur un 
altro consiglio : quello, cioè — che naturalmente non raccolsi — di gettargli 
le corde. 

Rimasto solo e imbarazzatissimo ho finito per pentirmi d'aver troppo 




VENEZIA AL TEMPO DI CASANOVA. 
Nelle vicinanze dell'abitazione di Casanova. Il palazzo Lin a S. Samuele. 

sollecitamente ceduto all'impeto ch'ebbi nel mandar giù subito il Balbi. Che 
fare adesso ? Son tornato sul sommo del tetto e poi mi sono incamminato 
verso un angolo, presso a una di quelle cupole di cui ho parlato : un luogo 
che non avevo ancor visitato. Era una terrazza scoverta, a piattaforma, an- 
ch'ella pavimentata di lamine plumbee. Ne faceva parte un grande abbaino 
chiuso da imposte a due battenti. In un calderone erano della calcina viva 
e una cazzuola, più in là vidi una scala, e mi sembrò lunga abbastanza per 
farmi discendere nel granaio : la scala, principalmente, m' interessò. Corsi su- 
bito a pigliar 



139 



bito a pigliar le corde, ne feci scorrere un capo sotto il primo piuolo della 
scala e, rimessomi cavalcioni all'abbaino, la trassi fino a me pian piano. Or 
si trattava d' introdurvela. 

Ma furono tali le difficoltà che incontrai, quando volli provarmici, da 
farmi daccapo e aspramente rimproverare d'essermi privato d'un compagno 
che certamente m'avrebbe molto potuto sovvenire in quella occasione. Avevo 
trascinato la scala fino ad avvicinarne il suo estremo alla bocca dell'abbaino 
— la media parte della scala stessa toccava la grondaia, per l'altra metà 
penzolava fuori. Mi son avanzato fin sul tetto dell'abbaino, ho tratto a me, 
di lato, la scala e v'ho annodato la corda all'ottavo piuolo. Poi l'ho sospinta 
giù per la finestrella e rimessa, daccapo, parallelamente ad essa. Tiravo a 
me la corda, ma la scala non entrava nell'apertura dell'abbaino se non fino 
al suo sesto piuolo : l'estremo inferiore di essa batteva nel tetto dell'abbaino 
stesso: nulla, nessuna forza ve l'avrebbe fatta penetrar più a dentro. 

Occorreva dunque assolutamente far sì che l'altro estremo fosse solle- 
vato : l'elevazione di quel capo avrebbe determinato l'inclinazione dell'altro: 
allora soltanto la scala sarebbe scivolata nell'abbaino. Avrei, si capisce, po- 
tuto piantarla trasversalmente alla bocca di quello, legarvi la fune e calarmi 
senza pericolo di sorta. Ma poi? Non sarebbe rimasta lì la scala? E al do- 
mattina non l'avrebbero subito notata gli arcieri? E per la medesima via non 
sarebbero essi discesi a ritrovarmi, forse laggiù ritrovandomi ancora ? 

Era necessario che la scala fosse tutta cacciata entro l'abbaino. Nessuno 
potendo aiutarmi nella bisogna dovevo io stesso arrivar fino alla grondaia e 
sollevar quel capo. Mi vi sono deciso — ma mi sono a tal rischio avventu- 
rato che, senza il soccorso della Provvidenza, avrei certo potuto lasciarvi la vita. 

Ho mollato la corda : la scala è rimasta lì senza muoversi. Non poteva 
cascar nel canale, perchè poggiava sulla grondaia. Pian piano, e con lo spun- 
tone in mano, sono scivolato fin sulla grondaia, e lì mi sono arrestato, accanto 
alla scala. Ho messo lo spuntone sulla grondaia e abilmente mi son rivoltato 
così da vedermi di faccia l'abbaino: sulla scala tenevo la mia mano destra. 
La grondaia di marmo faceva fronte alle punte de' miei piedi, poi ch'io non 
me ne stavo ritto ma m'ero messo bocconi. In questa difficile posizione ho 
avuto la forza di sollevare per mezzo piede la scala e, sospingendola, la 
soddisfazione di vederla penetrare per un buon piede nell'abbaino : il lettore 

comprenderà, 

140 




lAborUàfci 909 



ho sentito che il mio corpo fino al petto, restava sospeso fuori, sorretto solo da miei gomiti. 

(vedi pag. 141). 



(Comp. ed incis. di L. Betka per l'Histoiie de ma fuite etc. etc.,, - Leipzig après le noble de Schoenfeld 1788). 



comprenderà, da questo, che il peso della scala fu di parecchio diminuito. 
Bisognava sollevarla ancor di due per farla procedere pur di tanto ancora — 
e allora ero certo di farla tutta quanta entrare quando fossi tornato sul tetto 
dell'abbaino e avessi tirato a me la corda che avevo rannodato alla scala. 
Per rialzarla, dunque, di que' due piedi mi son levato sulle ginocchia. La 
forza che ho dovuto adoperare per sollevar la scala ha fatto scivolar di su 
la grondaia i miei piedi e a un tratto ho sentito che il mio corpo, fino al 
petto, restava sospeso fuori, sorretto sol da' miei gomiti ! 

È stato in questo stesso spaventoso istante che io ho raccolto tutto il 
vigor mio per aiutarmi co' gomiti medesimi, e appoggiarmi sulle mie costole. 
Vi son riescito. Badando a non rilassarmi ho fatto sforzo con tutto il resto 
delle mie braccia fino a' polsi per tenermi fermo sulla grondaia con tutto il 
mio basso ventre. Per la scala non temevo : le due spinte che le avevo dato 
l'avevano fatta entrar nell'abbaino per più di tre piedi — e adesso era ri- 
masta lì, immobile. 

Trovandomi dunque sulla grondaia precisamente poggiato sui polsi e 
sulle anguinaia tra il basso ventre e la parte alta delle mie anche, ho notato 
che sollevando la mia coscia destra per posare sulla grondaia un ginocchio 
e poi l'altro io, se vi fossi riescito, mi sarei visto affatto fuor di pericolo. 
Questo ultimo sforzo ho subito compiuto, ma pur subito m'ha cagionato una 
contrazione muscolare così dolorosa che certo anche il più forte degli uomini 
ne sarebbe rimasto abbattuto. Mi colse nel punto in cui già il mio ginocchio 
destro toccava il labbro della grondaia — e non solo quel crampo mi rese 
come intontito in ogni membro, ma ancora m'obligò a rimanermene immo- 
bile aspettando ch'esso si sciogliesse da se medesimo, come altre volte m'era 
accaduto. Terribile momento ! 

Due minuti appresso ho tentato di passare sulla grondaia un ginocchio 
e poi l'altro. La Dio mercè m'è venuto fatto. Man mano, ripigliando fiato, 
ginocchioni sulla grondaia ma ritto col resto del corpo, ho sollevato la scala 
fin che ho potuto, e l'ho sospinta fino a renderla quasi parallela alla bocca 
dell'abbaino. Ho poi ripreso lo spuntone, son tornato all'abbaino e v'ho fa- 
cilmente fatto entrare la scala, di cui Balbi ha, disotto, afferrato l'estremo. 
Poi ho lanciato giù nel granaio il pacco delle corde e i miei indumenti e, 
pian piano, son disceso. Ho abbracciato Balbi, ho tratto nel granaio la scala 

e, a braccetto 

141 



e, a braccetto col Balbi stesso, abbiamo fatto a tastone il giro di quel luogo. 
Misurava trenta passi in lunghezza : dieci era alto. Era proprio quello che 
il mio compagno m'aveva descritto come tutto pavimentato di lamine di piombo. 

A un de' suoi lati ci siamo abbattuti in una grandissima porta composta 
di spranghe di ferro: ho rigirato una maniglia e aperto un de' battenti di 
quel cancello. Siamo entrati nella stanza che seguiva, all'oscuro, e l'abbiamo 
esplorata lungo le pareti: a un tratto ci si è parata davanti una enorme 
tavola intorno alla quale erano poltrone e sgabelli. Avevo in una delle pareti 
supposto delle finestre: v'erano, difatti. Ne ho aperto una: ho guardato ab- 
basso: alla debole luce nulla vedevo, in fuori di misteriosi precipizii. Nemmen 
per un momento ho pensato a discender di là : volevo saper precisamente 
ove m'indirizzassi, e que' luoghi non conoscevo bene per tentarli. Ho rinser- 
rato le imposte della finestra e siamo rientrati nel granaio. Il nostro bagaglio 
era lì, sotto l'abbaino. Non ne potevo più. Mi sono abbattuto sul pavimento 
e un momento dopo mi vi son proprio steso, facendo origliere alla mia testa 
del pacco di corde. Ero ridotto a un' estrema prostrazione di forze così del 
corpo come dello spirito: m'è parso allora che cedessi non già al sonno ma 
a una placida morte. E un assopimento dolcissimo s' è impadronito di me 
tutto quanto.... 

Così ho dormito quasi quattr' ore. Riescirono a cavarmi dal sonno 
soltanto gli urli del mio compagno e i violenti suoi scossoni. Eran per suo- 
nare le undici ore — mi disse : il mio sonno, di fronte a una situazione 
e a un pericolo come quelli, davvero gli pareva incredibile, inconcepibile! 
Certo : ma esso non era stato volontario : m'ero sentito addirittura agli estremi. 
La corporale fatica, quella ancora dello spirito, il digiuno (poiché da due 
giorni non avevo toccato cibo), e la veglia mi avevano in tal maniera sfinito 
che quel sonno era stato addirittura una provvidenza : ne uscivo rifatto e 
rinvigorito. Il frate mi confessò che in quel punto egli avea quasi disperato di 
vedermi risvegliare: da due ore mi urlava nelle orecchie e mi scoteva. Mi 
son messo a ridere: e più allegro m'ha reso il veder che il luogo ov era- 
vamo ora non più occupavano le tenebre : le prime luci dell' alba vi pene- 
travano da due abbaini. 

Mi sono levato, esclamando: Questa camera deve avere un'uscita! 
Andiamo; forziamo tutto! Non abbiamo tempo da perdere! 

Ci siamo 



142 



Ci siamo incamminati verso il lato opposto a quello ov'era la porta di 
ferro. In un cantuccio oscuro ho creduto di sentire qualcosa come una 
porta: v'era una serratura: v' ho ficcato la punta dello spuntone e mi sono 
augurato che non si trattasse d'un armadio. Dopo tre o quattro scosse ho 
aperto la porta. Riesciva in una piccola camera, appresso alla quale era una 
galleria a nicchie piene di quaderni. Eravamo nell'Archivio. Più in là si ve- 
deva una scala. L'ho discesa immantinenti. Ci siamo trovati da prima in un 
gabinetto costruito lì per le necessità corporali, poi — per una seconda scala, 
in fondo alla quale era una porta a vetri — nella Cancelleria Ducale. Subito 
son tornato addietro a riprendere i miei fagotti. Sono rientrato nella piccola 
camera, vi ho riguardato più attentamente e rinvenuto, sopra un cassettone 
una chiave. Ho pensato che fosse quella della porticina che avevo forzato: 
per semplice curiosità l'ho ficcata nella toppa: girava e rigirava: non avevo 
guastato la serratura. Mi direte che tutto ciò non m'era necessario di cono- 
scere : sta bene : ma credevo il contrario, e credo che tutto io debba narrare, 
per filo e per segno. 

Rientrato nella Cancelleria vi ho subito visto il Balbi affacciato a una 
finestra: egli guardava di sotto, cercando di accertarsi se si potesse discen- 
dere con l'aiuto delle nostre corde. Ho guardato laggiù anch'io: v'erano de' 
cantucci reconditi e certo appartenenti alla chiesa: ma vi saremmo rimasti 
chiusi. Mi guardavo attorno: sopra una scrivania era un lungo ferro a punta 
tonda e col manico di legno, un di quelli utensili di cui si servono i Segre- 
tarii per bucare le pergamene alle quali attaccano poi, con una fettuccia, i 
suggelli di piombo della Cancelleria. Ho cacciato in saccoccia quell'arnese. 
Ho aperto un fodero della scrivania e v'ho rinvenuto copia d'una lettera che 
parlava di tremila zecchini i quali il Serenissimo Principe inviava al Provve- 
ditor Generale della Marina ( 15 ) perchè arrecasse de' necessarii miglioramenti alla 

vecchia fortezza 



(15) Uno dei Saoii grandi. 

" Sedici patrizii formavano fin dal 1 430 un Collegio divisi in Savii grandi, saoii di terraferma e Saoii 
agli ordini. Sei erano i primi, dieci gli altri, cioè cinque di terraferma e cinque agli ordini. Questi ultimi erano 
esecutori degli ordini de' Saoii grandi ed attendevano alle cose marittime. Quelli di terra ferma si occupa- 
vano di cose spettanti agli oggetti di guerra e di pace appartenenti ai paesi del continente. Gli offici anzi- 
detti erano cinque: Savio alla Scrittura si chiamava il Ministro della Guerra, Savio alle ordinanze quello 
addetto alle cernide, Savio cassiere il Ministro delle Finanze, Savio ai da mo quello addetto alle delibe- 
razioni che si dovevano sollecitamente eseguire, e Savio ai ceremoniali quello incaricato di ricevere principi 
e ministri forastieri. " — V. £%CUTIN(SLLI, Lessico oeneto, cit. Pag, 357. 

143 



vecchia fortezza di Corfù. Magari avessi trovata la somma! L'avrei presa 
senza null'affatto credere di commettere un furto: ero in una tal situazione 
da dover necessariamente pensare che ogni cosa mi venisse dalla Provvidenza 
di Dio. Non v'è che quella grande padrona dell'uomo che si chiama neces- 
sità la quale lo renda conscio d'ogni suo diritto. 

Dopo tutto avere esaminato alla svelta mi son persuaso che occorresse 
forzar l'uscio della Cancelleria. Ma lo spuntone, malgrado ogni mio sforzo > 
non è bastato a far saltare la molla della serratura. Allora mi son deciso a 
praticare un buco in un de' battenti della porta medesima e nel punto che 
mi pareva più accessibile per la minor quantità de* nodi del legno. Da prin- 
cipio ho durato qualche fatica per intaccare la tavola proprio nella fessura 
che la connetteva alle altre: poi ho visto che cominciava a cedere. M'aiu- 
tava il Balbi: egli ficcava nella spaccatura già da me prodotta l'arnese dal 
manico di legno, e io poi rompevo, frantumavo la tavola, non curandomi dello 
strepito grandissimo che facevo e che faceva tremar Balbi a verghe, perchè 
gli pareva tal romore che si dovesse udire pur da lontano. Lo sapevo anch' io 
questo: ma oramai sfidavo ogni pericolo.... 

In mezz'ora il buco era diventato abbastanza grande: meglio per noi 
se già ci bastava: non avrei più avuto modo d'allargarlo oltre: i nodi del 
legno, nell'alto, in giù, a destra e a sinistra avrebbero reso necessaria una 
sega. Il margine circolare del buco faceva paura, intanto: era irto tutto quanto 
di tali punte che certo avrebbero strappato gli abiti e lacerato la pelle. Lo 
avevo praticato a cinque piedi d'altezza dal pavimento, così che, ponendovi 
sotto uno sgabello, salì su questo il Balbi e introdusse in quell'apertura da 
prima le sue braccia e la testa. Dietro di lui, e di su un altro sgabello, io 
l'ho afferrato per le cosce, poi per le gambe, poi l'ho spinto fuori. Di là 
era buio, ma non m'importava: conoscevo il luogo. Ho gettato al mio com- 
pagno tutto quel che m'apparteneva: ho lasciato le corde in Cancelleria. Ho 
posto su' due che ci avevano serviti un terzo sgabello: vi son salito; la buca 
era, adesso, al livello delle mie cosce. Mi vi sono introdotto, con qualche 
difficoltà, fino al basso ventre: poi, non potendo andare più innanzi e non 
avendo chi di dietro mi spingesse, ho detto al Balbi di afferrarmi di traverso 
e tirarmi fuori senza pietà, magari se gli fossi cascato davanti a pezzi. Non 
se lo fece dir due volte: io frenavo lo spasimo acuto che provavo mentre sui 

fianchi 

144 



fianchi e sulle cosce i denti della buca mi laceravano e strappavan la pelle. ( 16 ) 
Finalmente, eccomi fuori! Raccolgo in fretta i fagotti, scendo due scale e 
apro, senza alcuna difficoltà, la porta ch'era in fondo alla seconda di esse: 
aveva una serratura di quelle che a Venezia si chiamano alla tedesca, vo- 
glio dire che, se si fosse dovuta aprire di fuori, v'occorreva la chiave : di 
dentro, invece, s'apriva col solo giuoco d'una molla. 

Mi son visto nel corridoio ov'è la gran porta dello scalone reale : avanti 
alla porta è il gabinetto del Ministro della Guerra, ch'è chiamato Savio alla 
Scrittura. Era chiuso l'uscio della sala dalle quattro porte: così pur quello 
della scala, pesante e spesso come la porta d'una città: per forzarlo sa- 
rebbero stati necessarii o una berta o un petardo. Povero spuntone! Vedevo 
adesso che il mio caro istromento aveva finito di compiere ogni suo officio: 
tutto quel che aveva potuto fare avea fatto; ora non v'era che da sospen- 
derlo come un ex voto sull'altare della divinità tutelare!.... 

Serenamente, tranquillamente, mi sono avvicinato al mio compagno e, 
annunziandogli che l'opera mia era compiuta oramai e che a Dio spettava 
di fare il resto, gli ho così parlato : 

— Non so se gli spazzini di Palazzo Ducale penseranno a venir qui 
giusto oggi ch'è il giorno d'Ognissanti, o domani, ch'è il giorno de* morti. 
Vi dico che, se qualcuno vien qua, io scappo subito che vedo aperta la 
porta: voi mi seguirete. Se non viene alcuno, io di qua non mi muovo. E 
se muoio di fame io non saprò che farci. 

Udito ch'ebbe queste parole lo sciagurato montò su tutte le furie — 
e mi dette del pazzo, dello sconsigliato, del traditore, dell'ingannatore e che so 
io. Lo lasciai dire, con eroica pazienza. Suonarono in quel punto le dodici. 
Un'ora soltanto era trascorsa, dal momento di quando m'ero svegliato sotto 

l'abbaino 



(16) Per tutto quel che si riferisce alla veridicità del racconto di Casanova ov' esso s'intrattiene degli 
ultimi momenti di preparazione ed esecuzione della fuga vedi il documento n. 12 e il suo allegato. In un 
documento di Francesco Fontana, finestrer a San Provolo, si legge : " N. 1 . Fenestra fatta da novo a la- 
stra con telar d' palancola e con suoi ferri grossi — d' spesa e fatura in luto 1. 22. — Fenestra in Chan- 
celaria Ducal del Luminal di Chancelaria — lire 16 ". 

In un terzo conto di Giambattista Piccini è detto : " Di più per aver fato una porta de novo di ponte 
lareze e riquadrata su la scala de la Cancellaria e posta in opera con tuta la sua feramenta e seradura 
vai di mia fatura L. 30 ". 

Il lettore riconoscerà in queste note le rifazioni all'abbaino e alla porta della Cancelleria che fu scon- 
quassata. 

145 

Casanova - Historia, ecc. - 19. 



l'abbaino a questo. Continuò il Balbi a delirare: io m'occupai, fra tanto, a 
cambiarmi completamente. Il Balbi m'aveva l'aria d'un contadino ma non era 
tuttavia ridotto a male come me: erano intatti il suo panciotto di flanella 
rossa e i suoi calzoni di pelle violetta. Invece io dovevo far paura, tutto 
lacero e insanguinato com'ero. Dalle due piaghe che m'ero prodotto alle gi- 
nocchia ho staccato le mie calze di seta quando me le sono cavate: san- 
guinavo : le lastre di piombo e le offese della grondaia mi avevano ridotto in 
uno stato deplorevole: pel foro alla porta della Cancelleria ero passato la- 
sciandovi brani del panciotto, dei pantaloni, della camicia, e delle anche mie 
stesse e delle cosce: in ogni parte del corpo avevo escoriazioni spaventevoli. 
Ho lacerato alcune delle mie pezzuole e me ne son fatto bende dovunque, 
legandole alla meglio con lo spago di cui avevo un gomitolo in saccoccia. 
Poi ho indossato il mio bell'abito, che contrastava comicamente con la tem- 
peratura di que' giorni, già fredda: ho rassettato e raccolto nella borsetta i 
miei capelli, ho infilato delle calze bianche e una camicia ricamata, non pos- 
sedendone altre d'altra specie. Due altre camicie, alcune altre pezzuole e 
qualche altro paio di calze ho ficcato alla rinfusa nelle tasche: il resto ho 
buttato via dietro l'uscio. Or avevo l'aria d'un uomo che dopo essersi tro- 
vato a un ballo uscisse poi, scarmigliato e discinto, da qualche luogo di 
deboscia. Le bende attorcigliate a' miei ginocchi non aumentavano certo 
l'eleganza della mia persona. 

Cosi acconciato ho pregato Balbi di mettersi il mio bel mantello sulle 
spalle. Le sue impertinenze continuavano e mi seccavano: ho aperto la fine- 
stra e ho avanzato fuori il capo. Evidentemente la mia figura, notevole per 
il luccicare del mio cappello a punto di Spagna d'oro e a piuma bianca, ha 
dovuto colpire l'attenzione di parecchi de' fannulloni che s'indugiavano nel 
cortile del Palazzo Ducale. Notai che mi contemplavano a bocca aperta, 
come cercando d'appurare in che modo si potesse trovar lassù qualcuno a 
un'ora simile e in un tal giorno. Sono subito rientrato. Mi ha spaventato 
l'imprudenza mia e fatto cascare a sedere su una seggiola, desolatissimo. Ma 
ella fu, proprio, che fu cagione della mia fortuna: lo seppi sei mesi dopo, 
quando mi narrarono che i curiosi i quali m'avevan visto erano subito an- 
dati ad avvertire l'uomo che aveva le chiavi di quel luogo, facendogli no- 
tare che lassù v'era gente la quale certo avea dovuto passarvi la notte, rin- 
chiusavi da lui 

146 



chiusavi da lui per isbaglio. E questo l'uomo dalle chiavi aveva creduto pos- 
sibilissimo, perchè avea chiuso tardi le porte, e qualcuno, per avventura, s'era 
potuto davvero addormentare là dentro. 

Questo custode che si chiama Andreoli, e che ancor vive, si credette 
in dovere di prontamente accorrere per sapere chi fossero i disgraziati che 
per sua negligenza avevano passato una così poco bella notte. Mentre, dunque, 
rimanevo come sprofondato nelle mie tristissime meditazioni, ho udito un romor 
di chiavi e il passo di qualcuno che saliva la scala. Mi levo, palpitante : 




VENEZIA AL TEMPO DI CASANOVA. 
Il canale della Giudecca. 



spio per una fessura dell'uscio e vedo un uomo, solo, in parrucca nera, senza 
cappello, che veniva su lento e con fra le mani un mazzo di chiavi. 

Ho mormorato al monaco, col tono più serio, di non aprir bocca, di 
mettermisi appresso e seguirmi. Ho impugnato lo spuntone, tenendolo nascosto 
sotto il vestito, e mi sono appostato sul limitare dell'uscio, di dove, appena 
quello si fosse aperto, avrei potuto infilar la scala. Ho pregato Dio perchè 
quell'uomo non m'opponesse resistenza — mi sarei visto costretto, altrimenti, 
ad ammazzarlo. Ero deciso a farlo.... 

La porta s'aperse. Nel vedermi, quell'uomo rimase come impietrito. Senza 
rivolgergli la parola, senza fermarmi, ho disceso di corsa la scala, e il mo- 
naco m' ha seguito. Non correvo, né andavo lentamente. Ho infilato la magni- 
fica scala ch'è detta de' Giganti e non ho badato null'affatto a quel che il 

Balbi 



147 



Balbi m'andava ripetendo dietro. — In chiesa! In chiesa! Andiamo nella 
chiesa! — diceva. La porta di questa era a destra di noialtri, quasi appiè 
della scala. 

Le chiese di Venezia non godono d'alcuna immunità che possa garan- 
tire un qualunque colpevole, criminale o altro che sia: però non v è più 
alcuno che vi si vada a rifugiare per salvarsi dagli arcieri che hanno l'ordine 
di arrestarvelo. ( 17 ) Tutto questo ben conosceva il frate : ma la tentazione era 
in lui così forte da lasciarglielo dimenticare. Dopo mi confessò che quel che 
lo spingeva a ritrarsi presso l'altare non era che un sentimento di religione 
degno assolutamente del mio rispetto. " — Bene! — gli risposi — E allora 
perchè non siete entrato voi solo in chiesa? n Mi rispose che non aveva 
avuto la crudeltà d'abbandonarmi. Gli ho ribattuto che quel ch'egli chiamava, 
in questo caso, religione non era se non la più pura vigliaccheria. Non m'ha 
più perdonato il mio ragionamento. Certo avrei potuto risparmiarglielo. Ma, 
che volete, io proprio non potevo sopportarlo, questo pessimo arnese! 

Era, l'immunità che cercavo, oltre i confini della Serenissima Republica 
e già 1' aveva attinta il mio spirito, ora occorreva pur di materialmente rag- 
giungerli. Mi sono avviato direttamente alla 'Porta della Carta, ch'è quella 
regale del palazzo e, senza nessuno guardare — buon mezzo per meno 
attirare l'attenzione della gente — ho traversato la " piazzetta n , mi sono 
approssimato alla riva e son saltato nella prima gondola che mi son vista da- 
vanti. Il gondoliere v'era seduto a poppa. Gli ho detto: Chiama un altro 
rematore! Subito è arrivato quest'altro, ha dato di piglio al remo, e quel 
primo m'ha chiesto ove volessi andare. A voce alta, e contento assai che 
fossero lì intorno a noi una cinquantina di barcaioli che ben m'udivano, ho 
risposto: « Conducimi a Fusina. (J se fai presto ti dò un " filippo ». 
Era più della solita tariffa: il filippo, una moneta spagnuola, valeva metà 
d'uno zecchino: adesso non se ne vedon più. Mi son, poi, gettato con molta 

indifferenza 



(17) * Il ricovero accordato nelle chiese, in altri luoghi sacri e negli Ospedali a persone macchiate di 
alcuna colpa dicevasi asilo : ad ogni modo, per le dimostranze fatte nel 1 508 dal doge al papa, a Venezia 
non si accoglievano nelle chiese e nei monasteri i ribelli, sicarii e simil gente e si dovevano scacciare i già 
ricevuti. Al contrario, per legge 27 marzo 1507 e 31 ottobre 1612, era ordinato che i catturati in chiesa 
o altri luoghi sacri per debiti, o altri casi non atroci si restituiscano al luogo onde furono tolti, e che non 
si possono ritenere alcun per debiti civili nelle chiese etiam che fosse Ebreo. " MUTINELLI, op. cit, p, 39. 

146 



indifferenza sul cuscino di mezzo e lì un po' abbandonato: il Balbi, senza 
cappello, con sulle spalle il mio mantello, sedette sulla panchetta, quasi rap- 
presentasse un mio subalterno. La sua comica figura faceva me credere qual- 
cosa come un ciarlatano o un astrologo : il mio vestito lieve metteva il freddo 
in chiunque mi guardasse. 

Presto la gondola si allontanò dalla riva. Passò davanti alla Dogana e 
filò rapidamente pel gran canale della Giudecca che bisogna percorrere così 
per andare a Fusina come per andare a Mestre ( 18 ), ove difatti mi volevo re- 
care. Appena mi son visto a metà del canale mi sono affacciato dallo stan- 
zino della gondola per domandare al barcaiolo di poppa: 

— Dimmi, ti pare che saremo a Mestre prima delle quattordici? 
Quando l'Andreoli m'aveva aperta la porta avevo udito suonar le tredici. 
Mi rispose il barcaiolo ch'io gli avevo ordinato d'andare a Fusina. 

Macche! Era pazzo — dissi io — Chi ha mai pensato d'andare a Fusina? 
L'altro barcaiolo confermò, naturalmente, quel che mi diceva il compagno, 
anzi fece appello alla testimonianza del padre Balbi. E costui, con tal viso 
che proprio mi fece pietà, rispose ch'egli era uomo di coscienza e che però 
doveva dar ragione a quelli uomini. Allora, con una gran risata, esclamai: 

— Sta bene: convengo. Egli è che stanotte non ho dormito.... Può 
darsi che abbia detto Fusina. Ma è a Mestre che voglio andare. 

Il barcaiolo rispose: 

— E sia pure. Andremo a Mestre, andremo in Inghilterra, magari. Ma 
avete fatto bene a chiedermi se alle quattordici saremmo arrivati a Mestre: 
saremmo andati a Fusina, invece. Ora va bene, andremo a Mestre, e vi 
arriveremo in quell'ora: ci sono propizii l'acqua e il vento che soffia. 

M'appariva or, in tutta la sua bellezza, il canale. Nessun battello, in 
fuori del nostro, lo percorreva. La giornata s'annunciava splendida: i primi 

raggi 



(18) Mestre — " Terra grossa aperta in vicinanze della laguna ben fabbricata, e popolarissima. Vi sono 
alcuni bellissimi palazzi di campagna e comodissimi pubblici alloggi. Aveva anticamente un Castello che fu 
abbruciato dagl'Imperiali nel 1514. E luogo di gran concorso di popolo per la vicinanza della Dominante B . 
TOPOGRAFIA VENETA, ovvero Descrizione dello Slato Veneto secondo le più autentiche rela- 
zioni, etc. Venezia, presso Giammaria Battaglia, 1787, T. IV, p. 160. " Divenuta la grossa terra di Mestre 
per 1 eleganza delle fabbriche e per la gaiezza della vita una piccola Versaglia prolunga vansi le bellissime 
ville fin a Treviso lunghesso l'ampia via appellata il Terraglio senza intermissione trascorsa dai cavalli delle 
poste, da calessi, da carrozze, e da lacche n . GOLDONI. Memorie, cit. 

149 



raggi d'un magnifico sole spuntavano all'orizzonte: i due giovani barcaioli 
remavano forte. In quel punto meditai la crudel notte che avevo trascorso, 
meditai quel luogo ov'ero nel giorno precedente, gli eventi che tutti m'ave- 
vano favorito — e mi vinse un non so che per cui, conquistato tutto dalla 
mia riconoscenza, l'anima mia si levò a Dio in un'onda di tenerezza e di 
stupore. Piangevo: le lagrime copiose alleggerivano il cuor mio soffocato dalla 
gioia eccessiva: singhiozzavo e piangevo come un bimbo che a forza sia 
trascinato a scuola.... 

Quel caro mio compagno, che fino a quel punto non aveva aperta bocca 
se non per dar ragione a' battellieri, ora si credette nel dovere di confortarmi, 
di rasciugar le mie lagrime, la cui nobile polla gli era sconosciuta : e lo fece 
in tal maniera che quelle si mutarono in tal riso strano e romoroso che il 
monaco ne restò intontito: mi confessò, difatti, qualche giorno appresso, che 
proprio m'aveva creduto ammattito. Questo Balbi era uno stupido — e dalla 
sua stupidaggine rampollava certo la sua malvagità: mi son visto nella dura 
necessità di cavar partito da lui, ma per poco non mi ha compromesso. E 
non ha mai voluto credere che avessi ordinato al gondoliere di andare a 
Fusina mentre avevo in mente di farmi portare a Mestre : quest'altra idea — 
diceva Balbi — non poteva essermi saltata in mente se non durante il 
tragitto. 

Insomma, eccoci a Mestre. Difilato, sono sceso alle Campane, una lo- 
canda ove sempre si trovano vetture. Entrato nella scuderia, e dicendo di 
volermi subito far condurre a Treviso, ho giudicato eccellenti pel fatto mio 
due cavalli, al padrone de' quali ho dato quindici lire per farli subito attac- 
care a un leggerissimo calessino che, in un'ora e un quarto, così mi promet- 
teva quell'uomo, m'avrebbe servito appuntino. In due minuti attaccò i cavalli 
al calesse. 

Credevo che alle mie costole fosse, al solito, il Balbi. Mi son voltato 
per dirgli : Montiamo ! — e non 1* ho visto più. Lo cerco di qua e di là, do- 
mando di lui; nessuno ne sa niente. Dico al garzone della scuderia di cor- 
rere a cercarlo, deciso di fargli una ramanzina pur se fosse trattenuto da un 
bisogno naturale: che diamine, nelle condizioni in cui ci si trovava son da 
differire senz'altro anche urgenze somiglianti! Ma Balbi non si ritrova: non 
si presenta. Mi rodevo l'anima: e decido di andarmene solo. Ma il mio 

cuore 

150 



cuore battagliava con la mia ragione.... Che fare? Esco dalla scuderia, chiedo 
del monaco a tutti i monelli che incontro e mi dicono che l'hanno ben visto 
ma non sanno ove sia andato. Corro sulla via principale di Mestre, ne per- 
corro le arcate, caccio la testa in un caffettuccio — ed eccoti là quel ma- 
scalzone, che s'è comodamente seduto presso il banco e se ne sta a sorbire 
la sua chicchera di cioccolatte e a chiacchierar con la serva. 
Mi vede, e mi fa: 

— Sedete. Pigliate il cioccolatte anche voi. Tanto siete voi che lo 
dovete pagare.... 

— Non ne voglio! — gli dico a denti stretti, con l'ansia nel cuore, 
afferrandogli e stringendogli con tal furia le braccia che ancor dopo una 
settimana ne portava i lividi. 

Non mi rispose: s'accorse che tremavo di rabbia. Si levò: ho pagato, 
e siamo usciti per correre alla vettura che m'aspettava sulla porta della 
locanda. 

Avevamo appena fatto dieci passi quando tal B.... To buon diavolo, 

ma che dicevano assoldato dal Tribunale, mi vede, mi si accosta e si mette 
a gridare: 

— Come! Ella è qui, signor mio!.... Ah, quanto son lieto di vederla! 
Lei è fuggito dai 'Piombi non è vero?.... Bravo! Complimenti!.... E come è 
fuggito? Mi dica, mi racconti.... 

Cerco di padroneggiarmi. Gli rispondo, ridendo, che lo ringraziavo, ch'ero 
in libertà da due giorni, ch'ero stato rilasciato. E lui a ribattermi che ciò 
non poteva esser vero, altrimenti l'avrebbe saputo, in un certo posto ov'era 
stato il giorno avanti. Si figuri il lettore in che stato d'animo mi son tro- 
vato in quel momento! Mi vedevo scoperto da un uomo che credevo pa- 
gato per farmi riprendere e a cui per far questo sarebbe bastato d'ammic- 
care al primo birro che fosse passato — e Mestre n'è piena. L'ho pregato 
di parlar piano e di seguirmi alla locanda. Vi è venuto: allora, quando sono 
stato sicuro che nessuno ci vedeva, nella via, presso a un fossato, di là dal 
quale si stendeva la vasta pianura de' campi, ho allungato la mia mano si- 
nistra al collo del disgraziato e con l'altra ho cercato lo spuntone. Subito 
l'importuno spiccò un salto e si trovò dall'altra parte del fosso. Scappava, 
in direzione opposta di Mestre. E si voltava di tanto in tanto per salutarmi 

con la mano 

151 



con la mano spiegata, come se mi volesse dire: Buon viaggio! Buon viaggio! 
Se ne vada pure tranquillamente! Finalmente l'ho perso di vista.... 

Ho ringraziato Dio. La bella prudenza di costui m'impediva un delitto. 
Certo egli non aveva cattive intenzioni — ma la situazione mia era orribile: 
ero in aperta guerra, in quel punto, con tutte le forze della Republica, ed 
ero solo. Dovevo dunque sagrificar tutto per tutto. 

Rimisi in tasca lo spuntone. Triste e commosso come chi è appena 
scampato a un pericolo di morte, ho rivolto al vigliacco che m'aveva costretto 
a pensare ad ammazzarlo un ultimo sguardo di sprezzo. Poi sono salito sul 
calesse assieme al Balbi e siamo arrivati a Treviso senza che nulla ci ca- 
pitasse di male per la via. Il monaco, che si sentiva colpevole, non diceva 
verbo, ne dal mio silenzio mi scoteva. Fra tanto io pensavo a qualche mezzo 
che mi liberasse dalla costui compagnia, la quale m'aveva tutta l'aria di 
malaugurio. 

Al maestro di posta di Treviso ho ordinato una carrozza, a due ca- 
valli, per Conegliano^ 19 ): bisognava che fosse pronta alle diciassette ore, ed erano 
in quel momento le quindici e mezzo. Mi sentivo cascar giù dalla fame: 
avrei, certo, potuto mangiar in fretta una zuppa, ma pur un quarto d'ora mi 
sarebbe potuto riescir fatale: era continuamente davanti agli occhi miei una 
squadra d'arcieri pronti ad arrestarmi. E mi sembrava che, se fossi stato 
riacchiappato, avrei perso per sempre non pur la libertà ma l'onore. 

Mi sono incamminato verso Porta San Tomaso, e sono uscito dalla città 
come qualcuno che se ne vada a passeggio. Dopo aver camminato per un 
miglio sulla via maestra me ne son visto uscito per non più ritornarvi, deciso 
a mettermi fuori dello Stato Veneto sempre procedendo tra' campi, e non 
per Bassano, che sarebbe stata la via più corta, ma per Feltre ( 20 ) : coloro che 
scappano devono sempre scegliere gli sbocchi più lontani, perchè i fuggiaschi 

li si insegue 



(19) Conegliano. città piccola ma davvero amenissima, fabricata parte sopra un colle parte in un piano 
che largamente si stende verso mezzogiorno in una floridissima campagna. Tutta la città coi sobborghi era 
divisa, nel settecento, in tre parrocchie e abitata da circa tremila persone. 

(20) Città principale del Feltrino, piccola provincia degli Stati veneti, bagnata dalla Piave e da im- 
petuosi torrenti. Clima freddo, de* più freddi di tutto il Dominio Veneto. Un verso di un distico attribuito 
a Giulio Cesare così la definisce: Feltria perpetuo nivium damnata rigori. 

Feltre è fabricata su una piccola collina: larghe strade e ben selciate, una bella piazza, delle graziose 
fontane. 

152 



li si insegue sempre pel cammino che mena al più vicino — e così li si 
riacchiappa. 

Camminai per tre ore: poi mi stesi sulla nuda terra. Non ne potevo 
più. Bisognava o procacciarmi qualche nutrimento, o lì morire. Ho pregato 
il Balbi di mettermi accanto il mio mantello e di recarsi a una casa di fit- 
taiuolo, che io scorgevo più in là: si facesse dare — gli ho soggiunto — 
una zuppa, del pane, della carne, del vino e dell'acqua, lasciando, a caparra 
di quell'asciolvere e de' piatti, un filippo, ch'io gli detti. Volle prima dirmi 
che non m'avrebbe creduto così pauroso: poi andò per la commissione. Lo 
sciagurato era in condizioni molto migliori delle mie; non aveva dormito, ma 
nel giorno precedente s'era nutrito, aveva preso del cioccolatte : cos' la pru- 
denza non tormentava troppo il suo spirito. E poi era magro : io avevo l'aria 
d'esser dieci volte più forte di lui e di resistere assai meglio di lui alle fa- 
tiche, e pur questo non era vero. 

Sebben quella casa non fosse un albergo, la buona fittavola ci mandò 
un pranzetto che, per esser preparato da una contadina, era davvero eccel- 
lente: il monaco mi raccontò ch'ella avea lungamente riguardato il filippo, 
supponendolo falso, e ch'egli le aveva assicurato che, se mai, il suo amico 
l'avrebbe pagata con buona moneta di S. Marco. Il mio povero compagno 
aveva un poco l'aria di un ladro: la fittavola non s'era a torto impensierita. 
Abbiamo fatto, seduti sull'erba, un pasto squisito che non mi costò che trenta 
soldi: avevo allora tali denti che non trovavano mai la carne troppo dura. 
Quando ho sentito che il sonno era per vincermi mi sono rimesso in cam- 
mino, molto bene orientato. Quattro ore dopo mi sono fermato dietro un 
casolare: lì ho appreso da una buona contadina che si era a venti miglia 
da Treviso. Ero infinitamente stanco e avevo le gambe gonfie alle caviglie; 
non ci restava più che un'ora di giorno. Mi sono coricato nel fitto di un 
cespuglio e ho fatto sedere il mio compagno accanto a me. Gli ho annun- 
ziato, col tono della più tenera amicizia, che dovevamo recarci a Borgo 
di "Oalsugana , prima buona città che si trova di là da' confini della 
Republica e appartiene al Vescovado di Trento: lì saremmo stati sicuri 
come a Londra e avremmo potuto riposare quel tanto che ci sarebbe stato 
necessario per riacquistare interamente le nostre forze; ma ho soggiunto che 
per giungere a Borgo di Valsugana avevamo bisogno di prendere delle 

precauzioni 

153 

Casanova - Historia, ecc. - 20 



precauzioni essenziali, di cui la prima era quella di separarci, egli andando- 
sene da una parte e io da un'altra : lui per il bosco del Smantello ( 21 ), io 
per montagne e per Feltre : lui per la via più facile, e con addosso tutto il 
denaro che aveva, io senza il becco d'un quattrino e per la più difficile. Gli 
ho detto che gli donavo il mio ferraiolo: egli avrebbe potuto, facilmente, 
barattarlo con un cappotto e un cappello onde si sarebbe accortamente tra- 
sfigurato così che tutti, anche guardandolo in faccia, l'avessero scambiato per 
un vero contadino. L' ho pregato di lasciarmi subito e di aspettarmi a Borgo 
di "Oalsugana, ove si sarebbe potuto trovare il mattino di due giorni ap- 
presso e dove lo pregavo pur di restare per ventiquattr'ore nella attesa del 
mio arrivo. Gli ho indicato il primo albergo che, appena entrato in città, 
egli avrebbe trovato, a mano sinistra. Gli ho detto che avevo bisogno di 
riposo e che non avrei potuto procurarmelo se non con una completa tran- 
quillità di spirito : pensavo che appena mi fossi visto solo, se pur senza de- 
nari, mi sarei sentito certo d'ottenere da Dio qualche inspirazione per pro- 
cacciarmene senza bisogno di espormi alla più grande di tutte le disgrazie, 
quella, cioè, di vedermi arrestato. D'altra parte noi dovevamo essere sicuri 
che quell'ora tutti gli arcieri della Serenissima dovevano essere stati avvertiti 
della nostra fuga a furia di corrieri, da' quali avrebbero pur ricevuto l'ordine 
di cercarci in tutte le locande. Certo s'era, per la prima cosa, pensato ad 
avvertirli ch'eravamo in due, e vestiti alla tale e tal maniera, e eh' egli pre- 
cisamente era senza cappello e con addosso un mantelletto di setina, che lo 
rendeva ancor più notevole. Gli ho dipinto al vivo tutto il mio deplorevole 
stato e dimostrato il bisogno indispensabile che m' urgeva di riposare, libero 
da ogni timore, almen dieci ore, indebolito com'ero da una stanchezza che 
quasi m'aveva paralizzato ogni membro. Gli ho mostrato i miei ginocchi, le 
mie gambe e i miei piedi sparsi di vessiche, poiché le sottilissime scarpe che 

portavo, 



(21) Errore forse tipografico. Deve dir JUContello. Era un bosco a settentrione della città di Treviso, 
" in distanza di 1 miglia ; è il più considerabile di tutti. È piantato sopra un bellissimo colle pieno d'al- 
tissime querce ed estendesi in larghezza circa 4 miglia e 7 in lunghezza. Da Settentrione è circondato dalle 
Piave e nel rimanente da altro canale che lo cinge dintorno, fiancheggiato da bellissimi villaggi, e dentro 
contiene un Eremo di Monaci Certosini, detto perciò la Certosa. Questo bosco appartiene intieramente 
alla Repubblica, per servizio del grand' Arsenale di Venezia. È guardato e custodito continuamente da buona 
guardia colla soprantendenza di un Patrizio Veneto che col titolo di Provveditore ha suprema autorità cri- 
minale contro chiunque ardisse recare alcun detrimento alle piante del bosco stesso ", topografia veneta, 
cit. T. IV. 

154 



portavo, non essendo fatte che per camminare sul bel selciato di Venezia , s'eran 
tutte sdrucite. Non esageravo dicendo che se in quella notte non avessi riposato 
in un buon letto io me ne sarei morto di sfinimento : e i letti degli alberghi 
li dovevo escludere. Un sol uomo, soggiungevo, sarebbe bastato, in quel momento 
in cui parlavo al Balbi, per afferrarmi e trascinarmi in prigione: io non avrei 
saputo opporgli alcuna resistenza. E dicendogli tutto questo cercavo di con- 
vincer Balbi che, se ci fossimo recati assieme a procurarci un qualunque ri- 
fugio, avremmo senza dubio rischiato d'essere agguantati da chiunque avesse, 
nel vederci, sospettato che fossimo noi que' due che gli arcieri cercavano. 

Il mio compagno mi lasciò, senza far motto, terminare la perorazione 
che aveva attentamente ascoltato. 

Per tutta risposta mi disse, in poche parole, ch'egli già era preparato 
a tutto quel che gli avevo detto, che aveva già preso il suo partito lassù ai 
Piombi, fin da quando v' era ancor rinchiuso, e che s' era proposto di non 
lasciarmi, pur se questo gli fosse dovuto costare la vita. Una risposta così 
recisa, così impreveduta, mi sorprese al maggior grado. Mentre finivo di co- 
noscere completamente un uomo come quello sentivo ch'egli proprio non mi 
sapeva affatto. E — per mettere in opera un progetto formato lì per lì, e che 
1' urgenza del caso m'additava come 1' unico rimedio contro una somigliante 
brutalità — non ho indugiato un sol momento : comico progetto che, per 
altro, poteva ben risolversi tragicamente. 

Mi son levato a stento : ho annodato l'una all'altra le mie giarrettiere 
e con quelle misurato il terreno ; poi mi son messo a scavarlo con lo spun- 
tone e mi son dato da fare senza mai rispondere alle parecchie domande 
che il Balbi in quel punto mi rivolgeva. Dopo un quarto d'ora di lavoro 
gli ho detto, guardandolo con qualche tristezza, che in qualità di cristiano 
io mi credevo nell'obligo d'avvertirlo di raccomandarsi a Dio. 

— Io vi seppellirò, vivo, qua dentro! — gli feci — Oppure, se voi 
siete il piti forte, qua dentro voi seppellirete me! La vostra brutale ostina- 
zione mi conduce a tal passo. Tuttavia vi lascerò fuggire, se vi piacerà : 
non vi correrò dietro per raggiungervi. 

Non m'ha risposto: ho continuato il mio lavoro, ma ho cominciato a 
temere ch'egli davvero mi volesse indurre a qualche estremo : in qualunque 
maniera io mi dovevo certo disfare di quell'animale. 

Finalmente 



155 



Finalmente, o per la riflessione, o per la paura, egli si è slanciato verso 
di me, così che, non sapendo quali fossero le intenzioni sue, gli ho puntato 
in faccia lo spuntone. Invece il povero diavolo mi si dichiarò pronto a fare 
tutto quel che volevo. Allora 1' ho abbracciato, gli ho ripetuto la lezione, gli 
ho confermato la promessa di raggiungerlo e gli ho fatto dono di tutto il 
resto dei zecchini che il conte mi aveva dato. E son rimasto senza un soldo, 
per quanto dovessi passar ben due fiumi : mi sono tuttavia rallegrato con me 
stesso dell'aver saputo liberarmi della compagnia d'un uomo di un carattere 
simile. Finalmente non ho più dubitato d' uscire d' impiccio. 

A cinquanta passi da me, su una collinetta, ho visto un pastore che 
guidava un branco d' una dozzina di pecore. Mi sono a costui indirizzato 
per ottenerne le informazioni che m'erano necessarie. M'ha detto che quel 
luogo si chiamava Val di Piadena, e io son rimasto sorpreso del gran cam- 
mino che già avevo fatto. Gli ho ancora domandato come si chiamassero i 
padroni di quelle cinque o sei case ch'io di lassù scorgevo come disposte in 
giro, e ho saputo ch'essi eran tutti di mia conoscenza. Certo, in quella sta- 
gione che mena fuori di casa ogni veneziano che vuol fare il San Martino 
all'aperto, tutti costoro si dovevano trovare in campagna : dunque occorreva 
che mi guardassi bene d' incontrar chichessia. Ho pure visto un palazzo di 
casa Gr.... ( 22 ) ove certo era un vecchio che in quel momento apparteneva al- 
l' Inquisizione di Stato : tanto meno mi dovevo far vedere da costui. Conti- 
nuando a interrogare il capraio ho saputo che una casetta rossa che m ap- 
pariva a qualche distanza, era quella del Capitan di campagna, cioè del 
capo degli arcieri. Ho detto addio al capraio, e macchinalmente mi son 
messo a scendere per la collina. Come io mi sia potuto dirizzare proprio a 
quella terribile casa, dalla quale, invece, e senz'altro mi sarei dovuto allon- 
tanare, non so, e ancora mi sembra inconcepibile; certo è che dirittamente 
le sono andato incontro, sebben mi paresse di non sentirne la ferma volontà. 
Se vero è che ognun di noi sia penetrato da un'invisibile e benefattrice esi- 
stenza interna la quale ci sospinge alla felicità, così come talvolta accadeva 
a Socrate, non potrei dunque credere — e il lettore si burli pur di me — 
che davvero il mio buon genio m'abbia spinto verso quella casa? Non lo 
metto in dubio : la natura, la ragione mi respingevano di là senza eh' io 

potessi 

(22) Grimani. 
156 



potessi sospettar d'un terzo motore. A ogni modo, ne convengo, non ho mai 
commesso un imprudenza più grande, in tutta la vita mia. 

Penetrai nella casa senza esitare e con aria disinvolta. Un fanciulletto 
giuocava con la trottola in cortile : gli chiedo ove sia suo padre, ed egli non 
mi risponde, e corre a chiamar la mamma. Dopo un po' eccoti una bella 
donna, incinta, che mi si appressa e mi domanda, con molta cortesia, che 
cosa io desideri da suo marito : suo marito non e' è. Le rispondo, mentre 
pare che la presenza mia le metta suggezione, che proprio mi spiace di non 
ritrovare in casa il mio compare: m'affretto a soggiungerle che sono incan- 
tatissimo d'aver conosciuto la comare. « Compare ? — ella mi fa — Ma 
davvero? Dunque Lei è Sua Eccellenza Vetturi, quello che ha avuto la 
bontà di promettere a mio marito di tenere al fonte il piccolo che porto 
nel seno ! Son davvero assai lusingata di far la sua conoscenza. Mio marito 
invece sarà dolente di non essersi trovato in casa!... » Allora le dico ch'io 
spero di non aspettarlo troppo : ho bisogno di chiedergli da cenare e da 
dormire e certo non desidero di mostrarmi ad alcuno nello stato in cui mi rattrovo. 

La buona donna subito mi rispose che in quanto a cena e a letto po- 
tevo esser sicuro : nessuna delle due cose mi sarebbe mancata. Quanto al 
marito, ecco, egli non sarebbe tornato così presto ; da un'ora soltanto era 
uscito di casa alla testa di dieci arcieri, per mettersi alla ricerca di due 
prigionieri scappati da' 'Piombi, uno de' quali era un causidico, l'altro un bor- 
ghese chiamato C... Se il marito li ritrovasse li riaccompagnerebbe a Ve- 
nezia : se subito non li ritrovava occorreva ben che in cercarli spendesse 
tre o quattro giorni. 

Quest' ultima notizia mi consolò : volli, nondimeno, fingere d'essere di- 
spiaciuto dell'assenza del compare e mostrarmi ancor qualche poco restio di 
rimanere in quella casa ove, dicevo, le avrei certo dato noia. Ma ella seppe, 
con quel bel garbo a cui nessuna buona educazione si può rifiutare, indurmi 
a profittare della sua ospitalità. Cercai di conferire alle mie invenzioni estem- 
poranee una certa aria di verità — e le annunziai che un mio servo mi 
verrebbe forse a cercare con una carrozza : la pregavo, se mai, di non mi 
svegliare se in quel punto dormissi. Aggiunsi che desideravo di nascondere 
a tutti i miei amici il luogo ove fossi. Fra tanto ella guardava le mie 
ginocchia. Non ho aspettato che m' interrogasse in proposito — e le ho 

detto che 



157 



detto che m' ero così conciato cascando da cavallo. Allora la mia bella ospite 
chiamò sua madre, una bella donna anche costei, e dopo averle detto all'orec- 
chio chi fossi le soggiunse che occorreva che mi desse da cena e che toccava 
a lei, più anziana, di curare le mie ferite. Le due donne mi condussero al- 
lora in una camera ove era un letto di ottima apparenza : la più giovane 
se ne andò, lasciandomi con la madre e dicendo che non mi voleva im- 
portunare. 

Graziosa donna! Ella non possedeva certo lo spirito del suo mestiere: 
niente le sarebbe dovuto sembrare una favola più della storiella che le avevo 
snocciolato! A cavallo con le calze bianche! A caccia, in abito di tela e 
senza mantello di panno ! Immagino come, al suo ritorno, s'è dovuto burlar 
di lei suo marito ! 

La madre ebbe cura di me e m'usò le cortesie onde sarei stato trattato 
in casa di gente della più alta signorilità : medicava le mie piaghe e, con 
tono materno, m'andava chiamando suo figliuolo. Se il mio spirito fosse stato, 
in quel punto, tranquillo, oh, certo ella avrebbe avuto da me palesi attestati 
di buona educazione e di riconoscenza : ma il luogo ov' ero capitato e la 
parte che vi rappresentavo occupavano l'animo mio troppo seriamente perchè 
potesse distogliersi e sbizzarrirsi. 

Ella avea scrupolosamente riguardato alle mie ginocchia e alle anche : 
mi disse che bisognava ch'io soffrissi un poco della medicatura, ma che al 
domattina mi sarei ritrovato completamente guarito. Dovevo soltanto mantenere 
sulle mie piaghe delle bende inzuppate tutta notte e dormire senza voltarmi 
e rivoltarmi nel letto. Applicò le bende, dopo ch'ebbi copiosamente cenato: 
io la lasciavo fare: mi sarò certo addormentato mentre lei mi medicava, 
perchè non mi ricordo di averla vista allontanarsi. Tutto quel che ho ricor- 
dato al giorno dopo, è stato d'aver mangiato e bevuto con ottimo appetito 
e d'essermi lasciato svestire come un fanciullo che posto a letto. Non co- 
raggio, né paura : non parlavo, non pensavo ; mangiavo per sopperire alla 
necessità di nutrirmi: dormivo cedendo a un irresistibile bisogno: tutto quel 
che dipendesse dal ragionamento ignoravo. Né ho mai saputo con che li- 
quido m'abbia fregato, né ho sofferto mentr' ella lo stropicciava sulle mie 
carni. Ho finito di mangiare a un'ora di notte : il giorno appresso, nello 
svegliarmi, ho udito suonar dodici ore. Ero trasognato : tutto quel che m'era 

occorso 

158 



occorso mi pareva un incantesimo : mi sembrava pur che solo in quel mo- 
mento io mi fossi addormentato. Ci son voluti cinque buoni minuti perchè 
l'animo mio tornasse alle sue funzioni e mi facesse conoscere la realtà delle 
cose, perchè io potessi passare dal sonno a un vero risveglio. Appena tornato 
in me stesso mi son visto libero dalle fasciature e le mie piaghe ho potuto, 
stupito, veder completamente sanate. In tre minuti mi son vestito e pettinato, 
ho infilato una camicia e delle calze bianche, e sono subito uscito da quella 
camera, la cui porta era socchiusa. 

Ho disceso la scala, attraversato il cortile e abbandonato la casa, senza 
nemmen badare a due ceffi che se ne stavano a chiacchierar nel cortile 
e che certo non potevano essere se non due birri. E da quel luogo ov ero 
stato trattato con così grande bontà, che m' aveva offerto così buon cibo, 
che m'aveva restituito la sanità e ogni forza perduta, mi sono allontanato con 
orrore, con un brivido quasi, ricordando a che pericolo mi fossi tanto impru- 
dentemente esposto. Mi stupivo d'essere entrato là dentro: più mi meravi- 
gliava esserne potuto uscire: mi pareva impossibile, a ogni passo che facevo, 
che non mi seguissero e m'arrestassero. 

Per cinque ore di seguito ho camminato per boschi e monti: non mi 
vi sono abbattuto che in qualche contadino. M'è spiaciuto, nell'avvedermene 
lungo la via, d'aver dimenticato sul letto la camicia, le calze che m'ero le- 
vato e una pezzuola : non mi restava che un'altra sola camicia. Non mi parve 
tuttavia troppo grande quella disgrazia : mio solo pensiero oramai era di 
presto ritrovarmi di là da Feltre. 

Ancora non era mezzogiorno quando, procedendo come v'ho detto, ho 
udito il suono d'una campana. Dalla collinetta ove mi trovavo in quel punto 
ho guardato abbasso : il suono saliva dalla campana d' una chiesuola ove 
forse era per celebrarsi la messa. Mi venne desiderio d'assistervi. Quando 
l'uomo è in pena gli pare un' inspirazione tutto quel che lo spirito gli sug- 
gerisce. Era il giorno de' morti. Scendo dal monticello, entro nella chiesetta 
e resto in asso, incontrandovi il signor M.... Grim.... < 23 ) nipote dell' Inquisitor 
di Stato, e la signora M. R... ( 24 ) sua moglie. Restarono anch'essi sorpresi. Ho 

fatto loro, 



(23) Marcantonio Grimani. 

(24) Maria Pisani. 



159 



fatto loro la riverenza e mi son posto ad ascoltar messa. Uscito che fui 
dalla chiesa, ove la signora Gr.... era rimasta, il marito, che m'aveva seguito, 
mi si è accostato e m'ha detto : 

— Che fate qui ? E dov'è il vostro compagno ? 

Gli ho risposto che costui, mentre io cercavo di pormi in salvamento 
da una parte, per mio consiglio pigliava una strada opposta portandosi le se- 
dici lire che possedevo e che gli avevo donato, e lasciandomi sprovvisto af- 
fatto di denaro. Chiaramente e senz'altro chiesi al Gr.... il soccorso pecuniario 
che m'occorreva perchè potessi uscir dallo Stato Veneto — e quel caro 
uomo mi rispose che nulla mi poteva dare. Contassi — soggiungeva — sul 
parecchio credito di cui durante il resto del mio viaggio avrei certo potuto 
profittare : che diamine, nessuno m'avrebbe lasciato morir di fame ! Mi disse 
che suo zio aveva, sul mezzodì del giorno precedente, saputo della mia eva- 
sione da' Piombi, e non se n'era adirato. Continuò, chiedendo che gli nar- 
rassi come avevo fatto a rompere il tetto dei Piombi — e io tranquilla- 
mente gli risposi che in quel punto in cui egli mi intratteneva gli eremiti ai 
quali pensavo di rivolgermi par mangiare potevano già prepararsi a farlo per 
solo conto loro: dunque non avevo tempo da perdere. Gli ho fatto un'altra 
riverenza e l' ho piantato. Ma con che tristezza in cuore ! Quel volgare suo 
rifiuto mi fece fin piangere, più in là : e fra tanto mi parve pure che l'anima 
mia fosse felice di sentirsi più nobile di quella del villanzone che avevo in- 
contrato e che s'era regolato secondo la sua brutta avarizia. M' han poi 
scritto a Parigi che la sua signora, conosciuto appena come s'era comportato 
il marito, lo coperse di contumelie. E proprio così : talvolta il senso di de- 
licatezza si rattrova più facilmente nelle donne. 

Camminai fino al tramonto. A un tratto, stanco e affamato, ho fatto 
sosta davanti a una casa solitaria e di buona apparenza. Avendo chiesto 
alla portinaia di parlare col padron della casa, ella m'ha risposto che se n'era 
un poco allontanato per recarsi, di là dal fiume, a uno sposalizio, ove sarebbe 
rimasto tutta notte : ella, intanto, m'avrebbe potuto preparar da cena, come 
certo il padrone le avrebbe ordinato di fare quando fosse stato presente. Ho 
accettato, facendole pur notare che avevo bisogno di dormire. Allora ella 
m'ha fatto entrare in una bella camera ove, appena ho visto su una tavola 
la penna e il calamaio, ho scritto una lettera di ringraziamento al padron di 

casa, 

160 



casa, che non conoscevo. Dall'indirizzo scritto su parecchie lettere a lui di- 
rette ho conosciuto ch'ero in casa di tal Rombenchi, console non ricordo più 
di che potenza ( 25) . Suggellata ch'ebbi la mia epistola la consegnai a quella 
buona donnetta, che s'affrettò ad apprestarmi una cena delicata e mi trattò 
con tutti i riguardi. Dormii saporitamente undici ore : nell'andarmene promisi 
che avrei tutto pagato al 'mio ritorno e, passato il fiume, camminai per 
cinque ore di seguito. A un convento di cappuccini il padre guardiano mi 
dette da mangiare: credo che m'avrebbe pur dato qualche po' di denaro 
se non avesse creduto di offendermi. Mi son rimesso in cammino. Due ore 
avanti che il giorno finisse ho chiesto a un contadino che passava a chi 
appartenesse una casa ch'io vedevo più in là. Quando me l'ha detto mi son 
sentito rinascere: la casa era di proprietà d'un amico mio molto ricco e che 
fino a quel punto io stimavo onestissimo. Subito v'entro, chiedo del padrone, 
mi si risponde ch'egli è lì che scrive, in una cameretta a pianterreno. Apro 
quella porta, vedo difatti l'amico, gli corro incontro e faccio per abbracciarlo. 
Egli si leva, indietreggia, mi respinge: e del suo modo di comportarsi adduce 
ragioni che mi offendono e m'irritano. Me ne vendico immantinenti, chie- 
dendogli sessanta zecchini sopra una tratta a vista per il signor Br Egli 

me li rifiuta con dirmi che la rovina sua sarebbe stata inevitabile quando 
me li avesse dati e il Tribunale fosse venuto a saperlo; me ne dovevo andar 
subito: non avrebbe neppur osato d'offrirmi un bicchiere d'acqua. 

Questo crudele rifiuto produsse sopra di me un effetto ben diverso da 
quello che aveva suscitato l'altro del Gr Sarà stato per collera, per indi- 
gnazione, per impeto di ragione o di natura, certo è che ho afferrato pel 
collo quell'uomo e gli ho posto lo spuntone sotto il naso, dicendogli che se 
avesse soltanto gettato un grido l'avrei ammazzato. Allora egli, tremando, si 
frugò in saccoccia, ne cavò una piccola chiave e me la dette, indicandomi 
un cassetto ove serbava del denaro. Volle eh' io stesso avessi aperto quel 
fodero : lo feci ; mi pregò di servirmi di quanti zecchini volevo — e io gli 
ho risposto che me ne avesse dato, con sue stesse mani, sei soltanto. E 
come egli mi osservava d'aver creduto che, invece, ne avessi preteso proprio 

sessanta, 



(25) Forse Gabriele Rombenchi; nel! 758, in un Calendario della Corte di Napoli, trovo il suo nome. 
Era egli in quell'anno Jlgente, per S. JXC. il Re di Napoli, a Venezia. 

161 

Casanova " Historia, ecc. "21. 



sessanta, gli ho detto : B Sì, è vero, tanti ne avrei preso. Ma, ora che m' hai 
costretto a ricorrere alla violenza, non ne voglio che sei, e di questi non ti 
lascerò ricevuta. Puoi contare che te li farò riavere a Venezia: ma ti assi- 
curo che quel che hai fatto io narrerò, per disonorarti, in tante lettere cir- 
colari, e quelle ti additeranno come il più vile degli uomini! a 

Allora lo sciagurato si lasciò cader ginocchioni, e mi scongiurò di tutto 
prendere se credevo d'averne bisogno. Gli risposi sferrandogli un calcio in 
petto e minacciando di bruciargli la casa se avesse osato di molestarmi quando 
di là fossi partito. 

Ripresi il mio viaggio. Per ancora due ore ho camminato. Mentre an- 
nottava mi son fermato in casa d'un contadino : ero disposto pur a dormire 
sulla paglia. Il buon uomo m'ha dato pane, uova, formaggio e vino, e io 
l'ho spedito alla vicina parrocchia perchè mi cambiasse in moneta spicciola 
uno zecchino, pregandolo a un tempo di comperarmi un mantello nuovo. 
Tornò mentr'io dormivo : non mi svegliò. Alla dimane mi presentò un vecchio 
soprabito azzurro, ch'era del curato. Lo presi senz'altro, gli detti due zec- 
chini e, ripartito che fui, mi fermai a Feltre per un momento, a comprarvi 
un paio di scarpe. Poi, sopra un asino, son passato davanti alla bicocca ch'è 
detta La Scala, e un soldato ch'era lì di guardia non m'ha neppur doman- 
dato il mio nome. Ho fissato un calessino a due cavalli e la sera sono arri- 
vato a Borgo di Valsugana ove, all'albergo indicato, ho ritrovato il Balbi. 

S'egli stesso non mi si fosse avvicinato io non lo avrei certo ricono- 
sciuto: lo trasfiguravano completamente un soprabito verde e un cappellaccio 
eh' egli s' era cacciato in capo sopra un berretto di cotone. Mi narrò d aver 
ottenuto quelli indumenti da un contadino al quale aveva dato il mio man- 
tello e uno zecchino; m'annunziò d'essere giunto in quella mattina a Borgo 
di Valsugana , d' avervi avuto buon trattamento e accoglienza cordiale — 
e il suo racconto chiuse dicendomi ch'egli davvero non m'aspettava più, nella 
certezza ch'io non gli avessi mantenuto parola. 

Nell'albergo ho passato la giornata tutta quanta, scrivendo, a letto. In- 
tanto pur il Balbi scriveva impertinenti lettere al padre superiore del suo 
convento, di tenerissime alle fantesche da lui rese madri. Più di venti lettere 
scrissi io, dieci o dodici delle quali circolari, e furon quelle in cui narravo 
de' sei zecchini che avevo avuto e del modo che avevo adoperato per ottenerli. 

Il domani 



162 



Il domani ho dormito a Pergine ( 23 \ ove il giovane conte d'Alberg 
avendo, non ho mai saputo come, appurato ch'eravamo gente scappata dallo 
Stato Veneto, è venuto a vedermi. Son passato a Trento, di là a Bolzano, 
e qui, non possedendo più nulla per andare avanti, mi son presentato a un 
vecchio banchiere chiamato Mench. Gli ho chiesto un uomo sicuro, per spe- 
dirlo a ritirar del denaro a Venezia, e allo stesso tempo l'ho pregato di 
raccomandarci a qualche albergatore, fin che quell'uomo fosse tornato. Il 
Mench — che ride sempre — tutto fece come avevo chiesto. In otto giorni, 
durante i quali non siamo mai usciti e che io trascorsi tutti a letto, 1 uomo 
è tornato con una lettera di cambio di cento zecchini per lo stesso Mench. 
Con questo danaro mi sono vestito, ma prima ho pur provveduto di abiti il 
Balbi che mi diceva sempre che, senza di lui, non mi sarei mai salvato e mi 
faceva capire che egli era divenuto il proprietario giuridico per lo meno di 
una metà di tutta la mia fortuna eventuale < 24 X Ho preso la posta avendo voluto 
dormire tutta la notte, e siamo arrivati a Monaco dopo quattro giorni. Il mio 
camerata diveniva ogni giorno più insopportabile. Egli s' innamorava delle 
serve in tutti gli alberghi e, non sapendo poi ne parlare ne compensare lo 
sgradimento della sua persona con le buone maniere o con denaro, mi faceva 
morir dalle risa quando, ed era spesso, io lo vedevo preso a schiaffi: per 
altro que' ceffoni egli si pigliava con una angelica soddisfazione. Soltanto mi 
trovava sgarbato ed avaro perchè non gli avevo mai voluto dare del danaro 
col quale avrebbe, diceva lui, potuto corrompere le sopradescritte fantesche. 

Presi alloggio alla Locanda del Cervo ove ho saputo subito che due 
giovani fratelli veneziani, dell'illustre famiglia Cont.... ( 25 > erano lì da qualche 

tempo. 



(23) Pergine — Borgo ora del Trentino. Sta alla sinistra del Fersina, sulla strada che da Trento conduce 
a Bassano. E assai ben fabricato, ha una bella chiesa parrocchiale, innanzi a cui s'apre una vasta piazza. 
È luogo di molto traffico. Pergine è distante circa nove chilometri da Trento e la sua popolazione ascende 
ora a tremila e più anime. 

(24) La frase del testo che traduco dice : " Avec cet argent je me suis habillé ; mais je me suis 
auparavant acquitté de ce devoir vis à vis du pere Balbi ". Ed è, mi pare, qualche poco oscura nel senso 
grammaticale. Nelle Memorie, invece, è detto chiaramente: " // m'apporta ceni sequins et je commendai 
par vétir mon compagnon, ensuite je pris le mème soin pour moi mème ". È Casanova che corregge il suo 
stile passando a scrivere le Memorie dopo aver publicato YHistoire de ma fuite etc, o è quel francese 
Laforgue che ripulì le Memorie quando il Brockaus glie ne affidò il manoscritto ? 

(25) Contarmi. 

163 



tempo, accompagnati da un Conte Pomp.... ( 26 ) veronese. Non essendo cono- 
sciuto da loro non ho pensato di andarli a vedere, tanto più che non avevo 
più bisogno d'incontrare eremiti. Andai a presentare i miei omaggi alla con- 
tessa Coronini, che mi aveva conosciuto a Venezia e che molto era ben 
vista a Corte ( 27 \ 

Questa illustre dama, che aveva allora settantanni, mi ricevette benissimo 
e mi promise che avrebbe parlato all'Elettore per farmi procurare sicurezza di 
asilo. Ella mi annunziò il domani che per me, ma non pel Balbi , 1' aveva 
ottenuta perchè l'Elettore non voleva aver che fare con i monaci somaschi 
de' quali era pur un convento a Monaco; essi avrebbero potuto pretendere 
di aver qualche diritto sul padre Balbi considerandolo disertato dall' ordine 
loro. La contessa mi consigliò di farlo uscir subito dalla città e ricoverare 
altrove : si evitava, così, qualche cattivo tiro che i suoi confratelli avrebbero 
potuto giocargli. 

Mi son subito recato a casa del gesuita confessore dell'Elettore per otte- 
nere da lui una raccomandazione, per qualche città dell'Impero, in favore di 
questo disgraziato. Il gesuita mi accolse malissimo dicendomi, per tagliar 
corto, che a Monaco mi si conosceva a fondo. Avendogli chiesto, con tono 
risoluto, se mi dava questa risposta come una buona o cattiva notizia, non 
replicò. Mi ha piantato: mi ha detto qualcuno che poi era andato a ve- 
rificare un recentissimo miracolo di cui parlava tutta la città. Un prete, che 
era lì, mi narrò che l'imperatrice vedova di Carlo VII, morta in quei giorni, 
aveva, quantunque morta, i piedi caldi e che avrei potuto accertarmene io 
stesso, se lo desideravo, perchè il suo corpo era esposto al publico. Il mi- 
racolo m'interessava per avere io sempre freddo ai piedi. Mi venne, quindi, 
il desiderio di andare a vedere e, essendomi messo in ginocchio, per riverire 
l'augusta morta, m'accorsi difatti che i piedi di lei erano caldi, ma per 
effetto di una padella rovente che era vicinissima ai piedi stessi. Un balle- 
rino, che ho incontrato lì e che mi conosceva molto ( 28 ) mi usò dei conve- 
nevoli 



(26) Pompei. 

(27) " que j'avais corintie à Venise au couoent de Sainte-Jusline " aggiunge, in Mé- 

moires, il Casanova. (Ed. Garnier, T. HI, p. 337). 

(28) Michele dell'Agata, marito di quella bella Gardela che, sedici anni prima, il Casanova aveva 
conosciuto in casa del Malipiero. 11 canonico Bassi era bolognese. 

164 



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nevoli e m'invitò a cena. Sua moglie veneziana, graziosa, piena d'intelli- 
genza, che avevo conosciuto bambina, mi fece la più cortese delle accoglienze 
e vedendomi preoccupato pel mio compagno, che non volevo abbandonare, 
mi offerse una lettera di raccomandazione ad Augsbourg per il canonico Bassi 
decano del capitolo di S. Maurizio, che era suo amico. Ho accettato questa 
lettera, che ella scrisse subito, ed ho fatto partire il mio compagno, sul far 
del giorno, in una buona carrozza, promettendogli di pensare a lui, nel caso 
che la raccomandazione non avesse ottenuto quel risultato che gli era neces- 
sario. Quattro giorni dopo ho appreso da una sua stessa lettera che l'avevano 
accolto, alloggiato, vestito da abate, presentato alle autorità e all'Arcivescovo. 
Oltre al procurargli tutto questo, l'onesto e nobile decano gli aveva promesso 
di aver cura di lui finche egli potesse ottenere da Roma una dispensa dai 
voti monastici e un completo perdono dalla Republica. Chiudeva la lettera 
domandandomi qualche zecchino per i suoi minuti piaceri, perchè egli era 
troppo nobile per chiederne al decano, che non lo era abbastanza per offrir- 
gliene. Non gli ho risposto. 

Rimasto solo e tranquillo, ho pensato a rimettermi in salute poiché le 
fatiche e le pene sofferte mi avevano causato delle contrazioni nervose che 
avrebbero potuto diventare serie. Un buon regime mi ristabilì, e completa- 
mente, e in meno di tre settimane. In questi giorni la signora Rivière giunse 
da Dresda a Monaco, con due figlie, per, recarsi a Parigi al matrimonio del 
suo primogenito. Conoscevo il figlio, eccellente giovanotto che vive tuttora a 
Parigi con una sua copiosa famiglia e occupatissimo per gli affari della casa 
Elettorale di Saxe. Sua madre, buonissima donna, che per altro conosceva 
tutti i miei parenti, fu felice di condurmi, gratis, nella sola città dell'universo 
fatta per coloro che hanno bisogno d'invocare l'aiuto della fortuna. 

Questo suo buon colpo mi fece prevedere tutte le grazie che quella 
cieca Dea si sarebbe compiaciuta di accordarmi nella carriera d'avventuriero 
per la quale mi dovevo incamminare: esse furono moltissime, ma io non ne 
ho fatto buon uso: ho soltanto dimostrato con la mia condotta che la Dea 
si compiace di favorire quelli che abusano dei suoi benefizi. I 'Piombi, in 
quindici mesi, mi dettero agio di conoscere tutte le malattie del mio spirito; 
ma là dentro non sono rimasto abbastanza per fissarmi sulle massime fatte 
per guarirlo. La signora Rivière partì da Monaco il 1 8 dicembre, assicuran- 
domi 

165 



domi che si sarebbe fermata a Strasburgo per otto giorni. Nello stesso giorno 
ho ricevuto del denaro da Venezia e sono partito, solo, il giorno dopo. Sette 
ore appresso mi sono fermato ad Augsbourg, non tanto per vedere il padre 
Balbi, quanto per avere la soddisfazione di conoscere l'amabile decano che 
proprio s'era comportato così principescamente col mio infelice compagno, sulla 
semplice raccomandazione di una ballerina. 

Ho trovato Balbi vestito da abate, male incipriato ma bene alloggiato e 
ben servito: il decano non era in città. Mi disse che, quantunque non mancasse 
di niente, egli si trovava nella miseria perchè non aveva denari, e che era 
meravigliato che il decano, che lo sapeva, non gli offrisse, di tanto in tanto, 
un paio di ducati. Gli ho chiesto, perchè egli non si facesse mandare del 
denaro dai nobili veneziani suoi fratelli, suoi cugini, suoi zii, o da qualche 
amico ; mi rispose che non aveva che dei nemici — non credette dirmi che 
tutti i suoi parenti erano tutti pezzenti come lui. Avevo del danaro, ma 
seppi resistere alla tentazione di dargliene: costui era ingrato, vile e ozioso. 

Alla fine di marzo ho ricevuto a Parigi dall'onesto decano una lettera 
che m'arrecò il più grande dispiacere. Mi diceva che il padre Balbi se n'era 
scappato dalla casa con una serva, rubandogli una piccola somma, un oro- 
logio d' oro e dodici posate d' argento, e che non sapeva dov' era andato. 
Verso la fine dell'anno mi scrisse, da Venezia, che l'avevano di nuovo rin- 
chiuso a' Piombi. ( 29 ) Ho saputo dopo che da Augsbourg egli si era rifugiato 
a Coirà capitale dei Grigioni, con la serva, chiedendo di essere aggregato 
alla chiesa dei Calvinisti e d'essere riconosciuto quale legittimo marito della 
dama che lo accompagnava. Ma allorché seppero che egli non sapeva fare 
niente per guadagnarsi da vivere, non lo hanno voluto. Quando non ebbe più 
quattrini la serva, che lo aveva ingannato, lo lasciò dopo averlo più volte pic- 
chiato. Allora il Balbi, non sapendo proprio dove recarsi né come fare per 
vivere, prese il partito d'andare a Brescia città appartenente alla Republica, 
dove si presentò al governatore, al quale rivelò il suo nome, narrò la sua 
fuga, ed espose il suo pentimento, pregandolo di prenderlo sotto la sua pro- 
tezione, per ottenergli il perdono. La protezione del governatore s'espresse in 

bel modo: 



(29) Vedi, tra' documenti, quelli pel Balbi 
166 



bel modo: costui cominciò con far cacciare in prigione lo sciocco ricorrente, 
poi scrisse al Tribunale chiedendogli quello che dovesse farne, e, in seguito 
agli ordini ricevuti, gli mandò il fuggitivo, incatenato, che fu nuovamente rin- 
chiuso a* Piombi, dove non ritrovò il Conte Asquin che, per compassione 
della sua età, avevan rimandato ai Quattro tre mesi dopo la mia evasione. 
Cinque o sei mesi appresso ho saputo che il Tribunale aveva messo fuori dai 
Piombi il mio antico compagno relegandolo nel convento del suo Ordine, edi- 
ficato, su una collina nelle vicinanze di Feltre. Ma non vi stette che sei mesi: 
se ne fuggì e andò a Roma ove si gettò ai piedi di Papa Rezzonico, che 
gli permise di divenire prete secolare. Tornò allora in patria, ove visse sempre 
in miseria, a causa della sua pessima condotta. Al mio ritorno a Venezia egli 
venne a visitarmi; era tutto in brandelli e mi fece pietà; ho fatto per lui 
tutto quello che ho potuto — per debolezza di cuore, ma non per virtù. 
Finì i suoi giorni Tanno 1785. 

Ho raggiunto a Strasbourg la gentile famiglia con la quale son poi arri- 
vato a Parigi il mattino del 5 gennaio 1 757, giorno di mercoledì. Non 
ho fatto in vita mia viaggio più di questo piacevole. Il buon senso della 
madre, l'educato spirito del figlio, la perfetta bellezza, il buon umore e l'in- 
telligenza della graziosa figlia formavano tal complesso di cui il fascino non 
mi lasciava niente più a desiderare. Dopo aver riveduto il più caro di tutti i 
miei amici, corsi a Versailles in un pót de chambre ( 30 ) che avevo preso al 
Ponte Reale per andare ad abbracciare il signor Sers.... ( 3 ') nobile napoletano 
sull'amicizia del quale facevo grandissimo assegnamento. Sono arrivato alla 
Corte alle quattro ore e, avendo saputo che egli era partito con l'ambascia- 
tore Conte di Cant..., ( 32 ) ho pensato di andare a pranzo prima di far ritorno 
a Parigi. 

Ma appena 



(30) Piccola carrozza chiamata così a Parigi per la sua forma. 

(31) Sersale. 

(32) Il conte di Cantillana, marchese di Castromonte, nominato fascia di San Gennaro nel 1740, 
signore spagnuolo, fu mandato Ambasciatore straordinario del Re di Napoli a Parigi. Era un uomo pieno 
d'ingegno ma assolutamente apatico. Nel 1759 ebbe per Segretario d'Ambasciata il famoso abate Ferdi- 
nando Galiani che già aveva un posto nella Cancelleria di Stato e nella Casa del Re. Il Galiani — ricor- 
dato dal Casanova in Mémoires — conquistò tutta Parigi col suo spirito e la sua cultura. Vi divenne 
amico delle notabilità letterarie e politiche più in vista, del Diderot, specie, che loda molto uno scritto del- 

167 



Ma, appena giunto al cancello nella mia stessa vettura, ho visto molta 
gente correre da tutte le parti tra la più grande confusione e da tutù* ho 
udito gridare: // Re e stato assassinato! Hanno ucciso sua Maestà! 

Il mio cocchiere, più spaventato ancora di me, voleva continuare il 
cammino; ma la vettura è fatta arrestare; mi fanno smontare Je mi mettono 
nel corpo di guardia ove vedo in meno di tre minuti più di venti persone 
che io ritengo innocenti come me. Non sapevo che pensare e, non credendo 
agl'incantesimi, credevo di sognare, allorquando un ufficiale entrò, chiese, gen- 
tilmente, scusa a tutti e ci disse che potevamo continuare il nostro cammino. 
// Re — soggiunse — è ferito, non morto. L'assassino che nessuno cono- 
sceva è stato arrestato. Si cerca dovunque il signor de La Martiniere ( 33 \ 

Tornato in vettura come tutti gli altri, e pensoso per la sorpresa cau- 
satimi da un avvenimento così straordinario, ho rifiutato un posto a un uomo 
di simpatico aspetto che me lo chiese con buona grazia. Si dice che la cor- 
tesia non guasta mai niente: lasciamo dire. Vi sono dei momenti in cui la 
cortesia è assolutamente fuori di luogo e nei quali la prudenza c'impone di 
essere sgarbati. 

Nelle tre 



l'abate per la morte di papa Benedetto XIV (Delle lodi di Papa Benedetto XIV - Napoli, 1781, nuova 
impressione) e della famosa madame d'Epinay, la cui corrispondenza con l'abate è davvero interessantissima. 

Il conte di Cantillana morì di subito il 21 febbraio del 1770. (Lettere di Angelo Qatti possedute da 
Fausto Nicolini, in Napoli). 

(33) Luigi XV, detto il Bien Aimé, nel gennaio del 1 757 usava di rimanersene un poco a Versailles 
un poco a Trianon. Tal Roberto Francesco Damiens (nato a Tieulloy, presso Arras, nel 171 5) meditò non 
di attentare alla vita di quel re ma, come più volte avea dichiarato, di avvertirlo a seguire una diversa poli- 
tica. Il 3 di gennaio del 1757 Damiens, a mezzanotte, prese una vettura e si fece condurre a Versailles, 
ove arrivò alle 3 del mattino. Sperava d'incontrarvi Luigi XV, ma il re era a Trianon. Lo aspettò due 
giorni. Il giorno 5 attese che il re fosse tornato da una visita che aveva fatto a una delle sue figliuole in- 
ferma e con un temperino lo ferì, appiè d'una scala che Luigi XV faceva per salire in quel punto. Lo 
colpì così leggermente che il re credette d'avere avuto un leggero spintone e si volse per dire a qualcuno 
del suo seguito: C est cet iorogne là! Poi si toccò sul dosso, a destra, ove Damiens lo aveva colpito e, 
ritirando la mano insanguinata, gridò: Mi ha ferito! Arrestatelo, senza fargli alcun male! 

La ferita del re era quasi una scalfittura. Ma Damiens fu orribilmente tormentato, e il 28 di marzo 1757 
fu squartato nella maniera più orrenda. " Le discours cependant n 'avait rien de bien intéressant, car on parla 
d'abord de la Seine prise alors et doni la giace avait un pied d'épaisseur. Vini ensuite la mort recente 
de M. de Fontanelle, puis il fut question de Damien, qui ne voulait rien conf esser, et de cinq millions 
que ce proces coùterait au roi ". CAS. Mémoires - ed. Garniez - Tomo III, p. 357. Il Casanova racconta 
di aver pure più in là assistito, da una finestra, all'esecuzione di Damiens. 

168 



Nelle tre ore che ho impiegato per far ritorno a Parigi trecento cor- 
rieri per lo meno mi precedettero, passandomi davanti, a ogni momento, al 
galoppo sfrenato de' loro cavalli: questi corrieri non facevano che ripetere a 
voce alta la notizia che recavano: i primi dicevano che il Re era stato ferito 
e che la ferita era mortale ; gli altri che i chirurgi avrebbero risposto della 
sua vita ; altri ancora che la ferita era leggiera ; e gli ultimi, finalmente, ch'ella 
non era che una graffiatura prodotta dalla punta di un coltello. 

Non se n'è saputo di più il domani, ne mai, nonostante un severissimo 
processo che fu stampato e diffuso in tutto il mondo e che non ha niente 
di comune con la narrazione della mia fuga, per la qual cosa mi sembra di 
non dover più discorrere di quel fatto. 

Quando mi coglierà il desiderio di scriver la storia di tutto quel che 
m'è accaduto, durante diciott'anni che ho passato viaggiando tutta Europa, fin 
al momento nel quale è piaciuto agl'Inquisitori di Stato d'accordarmi licenza 
di tornar libero nella mia patria e in maniera che mi tornò molto lusinghiera, 
quella narrazione principierà da quel momento. I miei lettori la troveranno 
scritta con lo stesso stile ch'essi ricorderanno, poiché non v'è scrittore che 
ne possegga due differenti, così come non si può aver due fisonomie. Se mi 
metterò a raccontare la mia storia ella sarà istruttiva, specie in parecchi luoghi 
di morale. Vi s'imparerà che, assai spesso, l'uomo ha torto d'attribuirsi me- 
rito per quel che di buono egli opera, torto marcio se calunnia la fortuna e 
le mette a conto i mali che gli capitano. Dimostrerà l'istoria mia che noi siamo 
tutti degli imbecilli quando lontano da noi ricerchiamo le cause di tutto quel 
che di sinistro ci percota: son quelle, direttamente o indirettamente, in noi 
stessi. In un esame somigliante occorre pur guardarsi dal vellicare il nostro 
amor proprio: esso non fa che annebbiare la divina luce della verità: ci 
seduce, ci acceca: diventiamo dunque non avvocati ma giudici di noi stessi. 
Male verum — dice lo mio maestro — examinat omnis corruptus judex. 
Dunque, s'io raccolgo tanto da comporne la mia storia fors'ella non apparirà 
se non dopo la morte mia, poiché, deciso com'io sono a dir la verità tutta 
quanta, bisognerà che soventi mi maltratti — cosa che certo non mi potrà 
divertire. Se meco stesso io sono stato indulgente questa non è una buona 
ragione perchè io possa pretendere che tutti mi usino la medesima bontà 
che verso me medesimo ho usato. 

Son d'accordo 

169 

Casanova - Historia, ecc. - 22. 



Son d'accordo con un principe degno dell'affetto di tutto l'universo nel 
potere non tutto dire: lo so: ha ragione: — ma non voglio far così. O tutto 
o nulla. Non me la sento di risolvermi a oltraggiarmi: così facendo diventerei 
il protagonista d' un romanzo. Tutto non dirò in un caso soltanto, e sarà 
quando la verità mi potrebbe costringere a introdurre in iscena persone che 
il mondo stima irriprovevoli e che occorre ben credere che sieno tali. In 
quel caso io porrò in opera tutta l'arte mia per non lasciarle indovinare: se 
io le conosco non occorre che altri le sappia — anche più: credo di non 
avere il diritto di renderle note. Non paventino dunque queste persone, or 
che mi leggono. Se han cuore davvero, se la lor filosofia le ha reso così resi- 
stenti com'io son diventato, le sfido a imitarmi: sappia, non da me, ma da 
loro, le cose loro il mondo. 

O la mia storia non vedrà mai la luce, o ella sarà una vera confes- 
sione. Farà certo arrossire de' lettori che in vita loro non hanno arrossito 
giammai, poiché sarà lo specchio entro il quale di volta in volta si ricono- 
sceranno: e qualcun tra costoro getterà il mio libro dalla finestra. Nessuno 
dirà nulla ad alcuno — e mi si leggerà lo stesso, perchè la Verità si na- 
sconde in fondo a un pozzo, ma quando le salta in testa di mostrarsi ecco 
che tutti la riguardano sorpresi: ella è nuda affatto, ella è donna ed è bella. 
Non darò alla mia storia il titolo di confessione poiché, da quando uno stra- 
vagante l'ha usato ( 34 ) io non posso più soffrire quella denominazione: ma la 
storia mia sarà, se mai ve n'ebbero, una confessione davvero. 

Non perderò il mio tempo nel chiedermi se mi concilierà la stima di 
coloro che credono di conoscermi e che non mi stimano punto : non per 
costoro io scrivo. Ma son certo che non mi procurerà il disprezzo d'alcuno, 
poiché è impossibile che un essere pensante sia spregevole senza saper d'es- 
serlo : e io so bene che se mi fossi tale riconosciuto non mi sarei potuto tenere 
in vita. Se, quando sarò morto, mi si potrà affibbiar la divisa d' extinctus 
amabitur idem altro davvero or non chiedo: Nil ultra deos lacesso. Avrò 
degl'illustri compagni. 

Ancora due parole a' miei lettori e ho finito. 

Lorenzo, 



(34) Jean Jacques Rousseau : Les Confessions - Genève, 1 782. 
170 



Lorenzo, quel bestione di carceriere dei Piombi — nato per favorire, 
con la sua immensa stupidaggine, la mia fuga così com'ero nato io per esser 
causa di sua morte, cosa che mi lascia completamente indifferente — cessò di 
vivere, qualche mese dopo la mia evasione, nelle stesse prigioni del Tribu- 
nale ( 35 \ Non so di che morte. Quel tal Andreoli che m'aveva aperto la 
porta eh' è in cima allo scalone è andato dicendo eh' io con un' arma alla 
mano, ve l'ho mandato ruzzoloni, — e questo non è vero. 

Il giorno 1 2 di settembre dell'anno 1 774 il signor De Monti, Console 
della Republica di Venezia in Trieste, m'ha consegnato un viglietto degl'In- 
quisitori di Stato, viglietto in cui mi ordinavano di presentarmi nel termine 
di un mese al Circospetto Marcantonio Businello, loro Segretario: costui 
m'avrebbe informato de' loro voleri ( 36 ). Non ho dato ascolto a quanti mi consi- 
gliavano di non fidarmi di quell'invito: sapevo benissimo ch'era impossibile 
un agguato somigliante. La grandezza e l'importanza del Tribunale possono 
ben lasciar correre il tradimento allorché a' suoi bassi ministri è necessario 
quando occorre loro d'impossessarsi d'un reo: ma non è mai accaduto che 
il tradimento abbia insozzato la santità della parola che direttamente quel 
Tribunale adopera, specie quando si parte da que' capi medesimi. Era quel 
viglietto un salvacondotto in piena regola firmato dall'onorandissimo e nobi- 
lissimo Francesco Grimani, in quel tempo Inquisitore di Stato, nipote del 
Grimani che lo era stato al tempo della mia fuga e zio di quello che in- 
contrai alla messa e che mi mandò a desinare con gli eremiti. 

Invece d'aspettare un mese io son partito per Venezia dopo appena 
ventiquatt' ore e mi son presentato al Segretario Businello, fratello di quello 
che lo era diciott' anni avanti ( 37 \ Appena gli ho detto chi fossi il Busi- 
nello 



(35) Vedi documento n. 13. 

(36) Vedi documento n. 55. 

(37) Qui, secondo l'amico suo Zaguri, che glie lo fa osservare in una lettera del 25 gennaio 1 788, 
il Casanova ricorda poco esattamente. " Non so se vi scrissi — dice Zaguri — che il mio Casino in Calle 
dei Balloni, ove voi scendeste, e non dal Businello al vostro arrivo a Venezia, sola mancanza istorica che in 
così vero libro trovai, arse dai fondamenti, e tutti i mobili ch'io feci con tanto studio : egli era da me affit- 
tato al Foscarini sotto, alla Campioni sopra. Ciò fu alla vigilia di Sant'Antonio dal foco, in pieno giorno, 
poco meno che con pubblico popolare compiacimento ". 

Nella lettera dalla quale cavo il passo su riferito lo Zaguri ringrazia Casanova d'avergli spedito — per 
mezzo d'un abate Gentili, romano, gran viaggiatore, che il Casanova può aver conosciuto in Venezia al 

171 



nello m'ha abbracciato, m'ha fatto sedere accanto a lui e m'ha dichiarato 
ch'ero libero: dovevo — ha soggiunto — la mia grazia alla mia Confuta- 
zione della Storia del Governo di Venezia d'Amelot de la Houssaye, opera 
che avevo publicato, in tre volumi in ottavo, quattro anni avanti. M'ha pur 
detto il Businello ch'io avevo fatto male a fuggire: se avessi avuto ancora un 
po' di pazienza m'avrebbero presto restituito la libertà. E quando gli ho 
risposto d'aver creduto di dovere restar lì a' Piombi tutta la mia vita m'ha 
detto che proprio io non potevo immaginare una cosa simile, da che a pic- 
cola colpa 



Casino dello Zaguri medesimo, nel 1 777, — un esemplare della Hisloire eie. " il più interessante dei romanzi, 
anzi la più vera delle storie interessanti, perchè non è che alla verità concesso il privilegio d'essere enun- 
ciata sempre pari a sé stessa, in tutte le sue più minute circostanze. L'ho letto avidamente e lo possiedo con 
infinita compiacenza. Lo stile è veramente quale esser deve, cioè nobile, eguale, erudito, morale, e sempre 
vivo. I sentimenti solidi e filosofici, e niente meno brillanti e in nuove forme presentati. Non senza molta 
prudenza ed anzi riserva scritto, pochissimi tratti meritando il sopraciglio della Veneto-politica suprema 
Censura, o dispiacenza, o dispetto, ma questi pochissimi sono soverchi ad impedirne la promulgazione fra 
queste difficili lagune, anzi son certo che se ne farebbe un serio affare. 

" Nel fine del vostro libro voi promettete gli avvenimenti dei susseguenti 1 8 anni : e perchè non scriverli ? 
Quel talento, con cui tutto sapete dire, perchè tutto si può dire con esso, serbando ogni rispetto dovuto così 
agl'interlocutori della Pièce che alla sua verità, si trarrebbe d'impaccio assai leggermente, e mi par che 
l'esito di altri tre tometti, forse simili a questo, farebbe un'interessantissima edizione e ricercatissima. Basta, io 
vi ringrazio di avermelo mandato ". 

Presso di me ho copia di questa lettera tra le altre di tutte quelle che si ritrovano, a Dux, dello Za- 
guri. Le interessanti osservazioni di costui sulla Fuga avevo notato per qua dentro additarle a' casanovisti, 
come ora faccio. Il Molmenti, fra tanto, ch'era in possesso d' un'altra copia di tutte le lettere dello Zaguri 
medesimo, queste or publica in Venezia (Lettere inedite del patrizio Pietro Zaguri a Qiacomo Casanova 
— Venezia, Officine grafiche, Atti del Reale Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti, 1911) e al punto 
ov'io m'ero arrestato a proposito della Fuga anch'egli s'arresta, per annotarlo. E sono queste note, che l'il- 
lustre uomo va ponendo appiè delle lettere dello Zaguri così necessarie a quel testo come degne della im- 
mensa cura, della sempre zelantissima facoltà d'indagine che l'eminente storico di Venezia ha in ogni opera 
sua dimostrato, e di quell'affetto sempre uguale ond'è ricca, nella continua e bella sua fatica illustrativa della 
patria, tutta quell'opera copiosa. Le lettere dello Zaguri, fatte copiare a Dux dal d'Ancona e lungo tempo 
rimaste inedite, ora che il d'Ancona le ha graziosamente cedute al Molmenti, vedono la luce non solo ma 
vi escono per mostrarsi nella maniera più acconcia e completa a' casanovisti non pure, i quali rimarranno 
assai grati al Molmenti, ma a tutti gli studiosi delle cose e del costume del secolo decimottavo. 

La copia ch'ebbi io, da Dux, delle lettere dello Zaguri devo alla grande cortesia del conte di Wald- 
stein, che la permise, e alla non meno cortese intromissione del signor Albin Krisch soprastante al Museo 
Civico di Dux. Nella lettera del 1 5 luglio 1 786 — ove il copista del d'Ancona credette opportuno di sop- 
primere la descrizione della villetta che lo Zaguri acquistò in Treviso — io ritrovo invece quella descrizione, 
non solo, ma una pianta della casetta stessa, che lo Zaguri, in quella stessa pianta, chiama Casino e che 
ha perfino una porta secreta. La picciola casa ha intorno picciole altre casettine e molini che l'acqua lim- 
pidissima del Sile fa girare. Una lingua di terra che attraversa il fiume fa capo a una stalla ove sono un 
asinelio e un cavallo. Se ci fosse un bue — dice Zaguri — potrei pensare al presepe ! E Zaguri compra 

172 




-Alteranunc rerum, facies. me auero nec adsimr 
Non finn cmi fuer*am non putor effe e: fui- 



Ritratto di Qiacomo Casanova a 63 anni 
Riprodotto nell' "Icosameron" 

(Dis. e ine. dal Berka). 



cola colpa piccola pena. Allora l'ho interrotto per chiedergli, un po' com- 
mosso, s'egli conoscesse di che fossi stato incolpato — mai l'avevo potuto 
sapere. E allora il saggio Circospetto non mi rispose se non affisandomi con 
l'aria più solenne e ponendosi l'indice della destra sulla bocca, come vediamo 
fare, nelle sue statue, all'egiziano Arpocrate o al fondatore delle certose San 
Brunone. Non ho insistito. Ho espresso al signor Segretario i più vivi sensi 
della gratitudine onde mi sentivo veramente penetrato e l'ho assicurato che 
in appresso il Tribunale non si sarebbe pentito d'avermi concesso la grazia 
di cui m'avea creduto degno ( 36 \ 

Subito dopo mi sono andato a vestire pulitamente e ho cominciato a 
profittare del piacere di esibirmi a tutta la grande città, ove son presto di- 
ventato la personalità più interessante del momento. Mi son recato a ringra- 
ziare a uno a uno i tre generosi Inquisitori di Stato ed essi m'hanno grazio- 
samente ricevuto, anzi ciascuno di loro m'ha invitato a pranzo per udir proprio 
dalla mia bocca la bella storia della mia fuga. Io l'ho narrata loro così come 
ho fatto co' miei lettori, senza nulla nasconderne e in tutte le sue peculiarità 
più dettagliate. Quelli, poi, a' quali ho fatto delle lunghe visite e che ho ben 
saputo guadagnare sono stati i tre patrizii che a me s'interessarono, che tanto 
fecero per ottener la mia grazia e che finalmente l'ottennero. Era il primo 

di costoro 



la stalla e un fienile soprastante, ne fa una terrena saletta e la fa dipingere di verde e ornare da un pit- 
torello — Vipiani o Dipiani — per renderla più allegra, 

Questo ch'io publico qui per la prima volta non è certo un documento importante. Nella sua prefa- 
zione alla raccolta delle lettere di Pietro Zaguri il Molmenti dichiara ch'egli non riproduce integralmente 
quel voluminoso epistolario, e si augura che però non gli -vorranno male neppure i cacciatori di quelle qui- 
squilie inedile o rare che di rado o non mai giovano a far conoscere il costume di un'età, o l'anima di 
un uomo. In questo, mi perdoni l'illustre uomo, io non sono d'accordo né con lui né col d'Ancona: nel 
caso, poi, mi devo permettere di far notare al Molmenti, il quale è col d'Ancona, con l'Ademollo e con 
tanti altri, nostro venerato e amato Maestro, che anche l'acquisto d'una casettina a Treviso — da trasfor- 
mare in un casino — entra qualche poco in quella psicologia dello Zaguri che il Molmenti non sa spie- 
garsi perchè sia così indulgente verso il Casanova. Potrei dir di più e spiegarmi meglio : ma questa nota è 
già troppo lunga. Di Pietro Zaguri e della sua grande amicizia col signor Giacomo mi occuperò forse in 
un'altra, prossima, publicazione casanoviana. 

(38) In una lettera che l'abate Melchiorre Cesarotti scrive, da Padova, al signor Costantino Zacco — 
1 4 agosto 1 796 — egli prega lo Zacco di presentare due copie di un libro del Cesarotti stesso a due per- 
sone di molto riguardo e dell'abate amicissime: Cecilia Tron, e il Segretario Businello fu Residente in 
Napoli. (V. CESAROTTI - Epistolario — Voi. Ili, p. 352). 

173 



di costoro il signor Dand < 39 ), il più antico de' miei protettori, costante al 

punto di non abbandonarmi se non a morte sua solamente: per amor suo si 

decise in mio favore il nobil uomo F.... Gr.... ( 40 \ Fu il signor P Zag.... < 41 ) 

il secondo : per ben due anni questi s'era adoperato a rimovere tutte le difficoltà 
che impedivano il mio ritorno in patria. Il terzo, finalmente, a cui mi son 

presentato fu il Pr L Mor < 42 > personaggio della più alta importanza 

in Venezia, che indusse il signor Sagr ( 43 > a sottoscrivere la mia grazia 

appena egli n'ebbe parlato a costui. Sia stato amor di patria, sia stato amor 
proprio, certo ch'io so di dovere a questo mio ritorno a Venezia i giorni 
più belli della vita mia: non s'è voluto ch'espiassi in alcuna maniera la 
mia colpa, e tutti pur l'hanno saputo. La pienezza della mia grazia rispetto 
alla severità del Tribunale è parsa completa, e n'è derivata addirittura 
la mia apologia: non poteva far proprio dippiù quel gran Magistrato So- 
vrano per convincere tutta l'Europa d'aver io saputo meritare la sua in- 
dulgenza. 

Tutti s'aspettavano di vedermi chiamato a un impiego consono alla mia 
capacità come necessario a' miei bisogni: e tutti in questo si sono ingannati, 
in fuori di me. Un qualunque posto che mi fosse stato conceduto dal favore 
di quel Tribunale, la cui potenza non ha limiti, avrebbe assunto Y aspetto 
d'una ricompensa — e sarebbe stato troppo. Mi si è invece supposto tutto 
l'ingegno che un uomo che vuol bastare a se stesso deve possedere — e 
questo concetto che s'è avuto di me non m'è spiaciuto. Vane sono state, 
tuttavia, tutte le pene che mi son dato durante lo spazio di nove anni. O 
io non sono fatto per Venezia — mi son detto — o Venezia non è fatta 
per me — o l'una e l'altra cosa son possibili. 

In questo ambiguo stato di cose uno spiacevolissimo disappunto che ho 

provato 



(39) Andrea Dandolo. Lo sovveniva con sei zecchini al mese e li mandò a Casanova fino a quando, 
come dice il C. stesso, rimase in vita. Era già morto, mentre C. scriveva YHistoire, il Barbaro, altro suo 
protettore. Era morto tisico nel 1771. Nel suo testamento lasciò al C. sei zecchini al mese per tutta la 
vita del C. stesso. (V. pel Dandolo e pel Barbaro pag. 18, nota 4). 

(40) Francesco Grimani, Inquisitore di Stato. 

(41) Pietro Zaguri. 

(42) Il procurator Morosini. 

(43) Francesco Sagredo, Inquisitore di Stato. 

174 



provato ( 44 ) m'è quasi come venuto in soccorso e m'ha dato la spinta. E io 
mi son deciso ad abbandonar la patria mia come si lascia una casa che 
molto ci piaccia ma dove occorre sopportare una incomoda e molesta vi- 
cinanza eh* è impossibile riescire a fare sloggiare. 

Or sono a Dux. 

Qui, per trovarmi d'accordo co' miei vicini tutti quanti, è sufficiente ch'io 
con nessun di loro ragioni mai. E nulla di questo è più facile. 



(44) Vedi documento n. 93. 




175 




a 




aóapoviapcL 



Quanoviana • 23 




CJSA^COVIANJ 



I. — CASANOVA E GIVSEPPE II. 

" Queste ommissioni forse ruppero il filo talvolta delle mie narrazioni, 

e parer le fecero poco connesse. Casanova fece il contrario, tacque assai spesso 
quello che avrebbe dovuto, e potuto dire per dovere di storico; e per empire bene 
o male quei vuoti, e amalgamare, dirò così, la sua storia, permise alla sua prolifica 
penna di crear molte cose di pianta. Io non dico già ciò per toglier un jota al 
merito di Giacomo Casanova, o a quello delle sue memorie, che sono scritte con 
molto garbo, e che generalmente si leggono con diletto ; ma io conobbi quant altri 
mai quell'uomo straordinario, e posso assicurar chi mi legge che l'amor della Verità 
non era il pregio principale delle sue opere. Colgo volentieri questa occasione non 
per la lusinga di trarne una scusa per me, ma per toglier di errore coloro che 
credono esser tutto oro finissimo quello ch'ei scrisse. Molti sono gli aneddoti che ei 
racconta di cui mi sarebbe almeno permesso di dubitare: d'un solo di questi però 
parlar voglio, come quello che non rende il dovuto onore alla da me venerata 
memoria dell'immortale Giuseppe. Vantasi Casanova d'aver data a quel Principe 
certa ardimentosa risposta che quel Sovrano, sebben clementissimo, non avrebbe sof- 
ferto infallibilmente da lui. Ecco perciò la Verità della cosa. Giacomo Casanova 
che aveva tanto la testa di progetti ripiena, quanto sgraziatamente assai spesso vuota 
la borsa, trovavasi da qualche tempo a Vienna, vivendo come poteva, ma partico- 
larmente pe' mezzi del gioco: l'abate della LenaO) e Giacometto Foscarini erano per 

lo più 

( 1 ) L'abate Eusebio della Lena, letterato e bibliografo. Fu in molta dimestichezza col Casanova. Molti 
anni della sua vita passò in Vienna ove conobbe anche il Da Ponte. Di lui parla l'amico di Casanova 
Zaguri, in una lettera indirizzata al Casanova il 20 maggio 1785, da Venezia. (V. P. MOLMENTI : 
Lettere del patrizio Pietro Zaguri a Giacomo Casanova - Venezia, C. Ferrari, 1911, pag. 100). 



179 



lo più il lapis filosofico, anzi la zecca di quel buon galantuomo. Trovandosi un 
giorno al verde, avvisò di proporre al Sovrano certa festa Chinese che doveva di- 
vertire moltissimo la città, ed esser di non poco guadagno all' intraprenditore. Scrisse 
un memoriale sì lungo che bastò ad atterrire V Imperadore quando presentaglielo. 

Cur, quia, quomodo, quando, 

era l'epigrafe del suo foglio. Ciò fatto, Venne da me, salutommi, mi fece sedere, 
mi pose tra le dita una penna, e parlò così. Il dialoghetto è grazioso. 

Cas.: Da Ponte, noi siamo amici. Da Ponte: Non v'ha alcun dubbio. Cas.: Io 
conosco l'onestà vostra, voi conoscete la mia. tacqui. Cas.: Io ho fatto di tutto 
nel mondo, ma non ho mai ingannato un amico. Sorrisi: l'abate della Lena, e il 
giovane Foscarini erano grandi amici del Casanova! Nulladimeno... Cas.: Per la 
esecuzione del mio progetto ho bisogno di sole mille piastre: prestatemi una vostra 
cambiale per detta somma pagabile a due mesi ch'io avrò cura d'onorare al do- 
vuto tempo. Deposi la penna, mi scusai alla meglio, e m'alzai dal mio posto. 
Montò sulle furie, e aggrottando le ciglia, partì. Noi vidi più per diversi giorni, 
ma seppi che il Foscarini perduto avendo una grossa somma con lui, data gli aveva 
una obbligazione, con cui sperava trovar de' mezzi per la sua festa Chinese. 

Una mattina trovandomi io stesso per faccende teatrali con quel Sovrano il 
nostro Giacomo chiede udienza. Entra, china la testa, e gli presenta il suo me- 
moriale. L' Imperadore lo spiega, ma vedendone la lunghezza, ripiega il foglio, 
e gli ridomanda che cosa vuole. Esposto il progetto, ed illustrato dalle annotazioni 
fatte al n Cur, quia, quomodo, quando, n ch'era il mezzo verso citato da lui, 
Giuseppe volle sapere qual era il suo nome. — Giacomo Casanova, soggiunse egli, 
è l'umile persona che supplica della grazia la maestà vostra. Qiuseppe tacque per 
pochi istanti, e dopo avergli detto colla solita affabilità che Vienna non amava 
tali spettacoli, gli volse la schiena, e si mise a scrivere. Il supplicante non aggiunse 
parola, e tutto avvilito partì. Io volevo seguirlo, ma Giuseppe mi richiamò e dopo 
aver esclamato per ben tre volte: Qiacomo Casanova! tornò a parlare con me del 
teatro. Vidi pochi giorni dopo quell'uomo irascibile; egli era positivamente furioso. 
Non è facile immaginare quello ch'ei disse di quel Sovrano, ne per quanto facessi 
o dicessi, mi venne mai fatto di fargli cangiare opinione. Stimai finalmente che 
meglio fosse lasciarlo abbaiare, considerando che i latrati di Casanova non potreb- 
bero se non accrescer la luce di quel adorabile Sovrano, nella mente di quelli che 
ambidue conoscevano. Credei nulladimeno che fosse da me il favellarne, per dare 
anche questa pruova della mia grata venerazione alla memoria del mio adorabile 
signore e benefattore ". 

MEMORIE DI LORENZO DA PONTE DA CENEDA, scritte da esso. Seconda edizione corretta e ampliata, etc. — 
" Nuova Jorca, G. F. Bunel, 1829 ". — Voi. II, p. 6 e segg. 



II. — CASANOVA E I SVOI DEBITI. 

" Gli ottanta fiorini non durarono molto nelle mani d'un uomo che 

non ha mai imparata l'economia : e per colmo della disgrazia era difficilissimo ri- 
cever lettere da alcuno pel freddo eccessivo che tenea impedita la navigazione di 
Londra, di dove io potea ancora sperar di ricevere qualche soccorso. In tale emer- 
genza 

180 




JlonSilti.Jtc 



Ritrailo del Conte Carlo Qiuseppe di Waldstein a venti anni 
nel Castello di Waldstein a ©ux. 



genza rìsolsi di scrivere a Casanova, e per meglio toccarlo gli scrissi in verso, e 
gli feci una patetica pittura dello stato mio, chiedendogli qualche danaro. Ma egli 
non si curò di me, mi rispose bizzarramente, in ottima prosa, e cominciò la sua 
lettera così: Quando Cicerone scriveva agli amici non parlava mai d'alcun affare! 

MEMORIE DI LORENZO DA PONTE DA CENEDA, scritte da esso. Seconda edizione corretta e ampliata, eie. — 
" Nuova Jorca. G. F. Bunel, 1829 ". — Voi. II, p. 32. 



III. — " LA FVGA " — I MEMMO, GIOACCHINO COSTA E I SVOI VERSI. 

" Io voleva allora partire per Dresda, ma ricordandomi che Giacomo 

Casanova, il quale dovevami alcune centinaia di fiorini, stava poco lontano di 
quella città, risolsi d'andar da lui, per ottener tutto, o parte del danaro che mi 
dovea. V'andai, fui ben ricevuto, ma accorgendomi in breve che la sua borsa era 
più smunta della mia, non volli dargli la mortificazione di chiedergli quello che 
non avrebbe potuto darmi; e dopo una visita di tre o quattro giorni, decisi d'andar 
a Dresda. La mia disgrazia Volle ch'egli chiedesse d'accompagnarmi fino a Teoplitz, 
città distante dieci o dodici miglia dalle ^erre del Conte Waldstein di cui egli era 
bibliotecario ed amico. Fui costretto a pigliare un altro cavallo, e un altro con- 
dottiere, e questo a mezza strada ci ribaltò. Fummo obbligati fermarci mezza gior- 
nata per far raccomodare il calesse, ma con tutte le riparazioni fattegli, quando 
giungemmo a Teoplitz, trovai che non era possibile seguitare in quello senza pericolo 
il nostro viaggio. Vendei dunque per sessanta piastre un calesse e un cavallo che 
me ne costavano pili di cento, e Casanova, che ne fu il sensale, nel contarmi il 
danaro, prese due zecchini per se; questi, dicendomi, serviranno per farmi tornare 
a casa, e come io non potrò mai restituirvi ne questi, ne gli altri di cui vi son 
debitore, così vi darò tre ricordi che varranno assai più che tutti i tesori di questo 
mondo; Da Ponte mio, se volete far fortuna, non andate a Parigi, andate a 
Londra ; ma quando vi siete, non entrate mai nel caffè degli Italiani, e non scrivete 
mai il vostro nome. Felice me se avessi seguitato religiosamente il suo consiglio. 
Quasi tutti i mali e le perdite che soffersi in quella città, (e Vedrassi tra poco 
perche la preferii a Parigi) nacquero dall' aver io frequentato il caffè degli Italiani, 
e dall' aver segnato imprudentemente e senza intender le conseguenze, il mio nome. 

Partito da lui, la mia sposa che rimasta era stordita della vivacità, dell'elo- 
quenza, della facondia, e di tutte le maniere di questo vegliardo straordinario, volle 
sapere da me la storia della sua vita; ed io l'intrattenni assai piacevolmente per 
molte ore nel raccontarle quello che ne sapeva. Non dispiaccia al mio leggitore 
d'udirne parte, quella cioè che in alcuni rispetti ha qualche relazione con me, o 
di cui sono stato io stesso ocular testimonio. Nacque Giacomo Casanova a Venezia, 
dove dopo varie vicende, fu per ordine degli Inquisitori di Stato fatto mettere sotto 
i Piombi, e questo perchè certa Dama si lagnò con uno di quel tribunale, che 
le facea il Cicisbeo, che Casanova leggesse Voltaire e Rousseau co' suoi figli. 
Fuggì da quelle carceri dopo otto o nove anni di prigionia in un modo mirabile. 
E la storia di quella fuga, che porta per titolo il nuovo Trenk, si legge general- 
mente con maraviglia pari al diletto. Vide molte città d'Europa, tra le altre Parigi. 
^Cra le innumerabili avventure accadutegli nei suoi viaggi, mi piace sceglierne or 
una che divertendo moltissimo i miei lettori, darà ad un medesimo tempo una giusta 

idea del 

161 



idea del carattere di un tal uomo. Come le passioni sue erano d'una tempra vi- 
vissima, ed infiniti i suoi vizj, così per lo sfogo di quelle e di questi, gli occorreva, 
come può credersi, molto danaro; e quando questo occorrevagli tutto diventava per 
lui lecito onde ottenerlo, tessendo egli dunque ridotto una volta a poverissimo stato, 
ebbe casualmente la sorte d'essere presentato a una donna ricchissima, che sebbene 
vicina a' sessanta anni, amava follemente i begli uomini. Accorgendosi di ciò Ca- 
sanova, cominciò a vagheggiarla con somma cura, e pretese d'essere di lei inna- 
morato. E perchè la buona vecchietta, che pur vedea nel troppo sincero specchio 
le rughe della fronte, e l'argento del crine, pareva credere poco alle sue amorose 
dichiarazioni, le disse un giorno secretamele e con gran mistero, ch'egli era assai 
dotto nell'arte magica e ch'ei non solo vedeva lei siccome stata era nell'età fresca, 
ma che facilissima cosa gli era il far che tutti, anzi ch'ella medesima vedesse cogli 
occhi propri, quel ch'era all'età di sedici o diciotto anni. Com'ella ascoltava questa 
novella con maraviglioso diletto, così Casanova senza perder un momento di tempo, 
propose di provarle col fatto le meraviglie di sì bell'arte. Al che la credula f emina, 
consentendo, andò egli immediatamente per vaga Cortigianella, la raccontò a modo 
suo, l'ammaestrò in tutto quello che far dovea, e le promise dei ricchi doni, se la 
faccenda riusciva. Fatti allontanar dalle stanze tutti i domestici, si mise la vecchia 
in una camera secreta ad aspettare il suo giovane Atlante che pochi momenti dopo 
arrivò con la finta vecchia, che parea a ben guardarla, non aver niente meno di 
settanta anni. Trasse allor di saccoccia una ampolletta, e dopo aver mormorate 
certe parole, fattole bere il contenuto di quella, che altro non era che vino rosso, 
ma che al dire di Casanova era il liquore miracoloso di certa sua fontana da cui 
dovea nascere il grande effetto, fece sdrajare la giovine sopra un sofà, la coperse 
d'un Velo nero, e dopo Vari incantesimi da lui operati, ordinò alla finta vecchia di 
alzarsi; e quella che sbarazzata già s'era dei cenci, de' veli, e delle tinte non sue, 
sbalzò con giovenil gagliardia nel mezzo della stanza, e apparì, come appunto ella 
era, una fanciulla leggiadrissima di sedici a diciott' anni. (2) 

ho stordimento in cui rimase la vecchia è più facile a imaginarsi, che a de- 
scriversi. Jlbbracciò, baciò, strinse al seno cento e cento volte la giovanetto, e dopo 
averle fatte varie questioni, a cui la sagace zitella con molta accortezza rispose, 
la congedò. Casanova finse d'accompagnarla, ma in poco tempo tornando, trovò la 
sua vecchia immersa in un entusiasmo di giubilo, di maraviglia, e di pizzicore 
amoroso. Gli andò incontro in forma piuttosto di Baccante che di Donna, e traendolo 
a un armadio vicino, l'aperse, e gli mostrò una gran quantità d'oro, e di gemme 
preziosissime, giurandogli che tutte quelle dovizie, ed unitamente a quelle la sua 
mano, e il suo core, sarebbero suoi, se poteva operare in lei il bel prodigio di farla 
ringiovanire. Casanova ch'aveva già disposte le cose all'effetto sperato s'offerse di 
eseguire sul fatto la desiderata metamorfosi; al che prestandosi con lieto animo la 
sciocca f emina, dopo aver sorbita fin l'ultima goccia del liquore creduto miracoloso, 
si sdrajò sul medesimo sofà dove si era la giovinetta sdrajata, e il caro stregone 
cominciò il grande incantamento; ma come tutti i succhi, e tutte le polveri mescolate 
in quel vino, altro non erano che una buona dose di laudano, così in breve ora 
non mancò di fare il solito effetto, e quando ei l'udì forte russare, andò al ricco 
armadio, ne fece un perfetto saccheggio, smorzò tutti i lumi, e carico d'oro e di 

gemme 

(2) Era la cortigiana Corticelli, fatta penetrare da Casanova nella casa della stupida marchesa d'Urfé. 
(V. Mémoires - V, 314 e 387 e Vili, 218 e 507). 

182 



gemme partì. Alla porta di quella casa stava preparato Giovachino Costai^) a ca- 
vallo. Era costui un giovine che vivea da molti anni con lui in carattere di servo, 
di compagno, d'amico. Casanova che in lui collocato aveva una confidenza che non 
meritava, gli diede questo tesoretto, e gli commise di andarlo ad aspettare a certa 
osteria distante dieci o dodici miglia da Parigi. Si dice ch'anch' i ladri hanno certi 
articoli e certi momenti d'onore tra sé stessi, a cui non ardiscon mancare. Questo 
uomo medesimo che non aveva avuto scrupolo di rubare tutta questa ricchezza a 
una Donna ingannata, non credette onesta cosa dover partire senza ricompensare 
la cortigiana che l'ajutò nell' inganno. Andò a portarle cinquanta luigi, e a nar- 
rarle tra i tripudi d'una gioja che finì presto in disperazione, il felice esito della 
burletta. Come questi cinquanta luigi erano tutto quello ch'aveva tolto dal danaro 
involato, così rimase senza un quattrino, sicuro di dover raggiungere in breve Gioac- 
chino Costa, che l'aspettava all'albergo indicatogli. Ma giunto all'albergo e non 
ritrovando né in quello, né in molti altri alberghi vicini, alcuna traccia di lui, 
maledì la vecchia, la giovine, Gioacchino, e sé stesso, che aveva saputo con tanta 
astuzia ingannar altrui, e con tanta mentecattaggine poi s'era lasciato ingannare da 
un servitoraccio ; e come si trovasse in quel caso è facilissimo imaginarlo. Fu allora 
che gli venne voglia di tornar a Venezia. Scrisse Z'Anti-Amelot, opera piena di 
spirito, se non di giudizio, e dopo non molto tempo fu richiamato alla sua Patria, 
ch'egli valentemente aveva difesa contro quell' atrabilario scrittore. Fu nell'anno 
1777, ch'ebbi occasione di conoscerlo, e di conversare familiarmente con lui, in 
casa or del Zaguri, or del Memmo, che amavano tutto quello ch'era di buono in 
lui, e il cattivo gli perdonavano. M'insegnarono questi a fare lo stesso: e per 
esami fatti, non potrei dir nemmeno ora da qual parte pendea la bilancia. Poco 
tempo pria che io partissi di Venezia una controversia frivolissima di prosodia latina 
me l'inimicò. Quest'uomo bizzarro non voleva mai aver torto. Partii da Venezia 
e per più di tre anni non udii nominarlo, o parlare di lui. Dopo questo tempo, 
mi parve una notte sognando ch'io l'incontrava nel Graben, in una cioè delle 
strade di "Oienna, dove io allora abitava. Mi parve che fissasse gli occhi in me 
attentamente, e che mi corresse incontro lietissimo, per abbracciarmi; mi parve an- 
cora che il mio amico Salieri fosse con me in quell' incontro, e la mattina sveglian- 
domi, narrai la bizzarria di tal sogno al fratello mio. 

Salieri ch'era solito ogni mattina di Venire da me, vi venne all'usata ora, ed 
io uscii con lui per andar in un pubblico giardino a passeggiare. Arrivato sul 
Graben, scorgo in qualche distanza un vecchio che mi guarda fiso, e che mi par 
di conoscere. A un tratto vedo che spiccasi dal suo loco, e che mi corre addosso 
con gran trasporto, Da Ponte, Da Ponte caro, gridando, con quanto piacere vi 
trovo. E queste furono le precise parole, ch'egli anche sognando mi disse. Chi 
crede a sogni è matto; e chi non crede che cos'è? Rimase diversi anni a Vienna, 
dove né io, né altri mai seppe quello che fece o come visse, ma io conversava assai 
spesso con lui; egli trovò in ogni occasione aperta e la casa e la borsa mia, e 

quantunque 

(3) Intorno a Gioachino Costa scrive lungamente il Casanova in Mémoires (edizione Garnier, tomo V, 
pag. 314 e segg.) ma il racconto ch'egli fa del tiro giuocato alla marchesa d'Urfé è diverso da quello del 
Da Ponte, alla cui benevolenza pel Casanova è poco da credere. (V. pure, a proposito di questo particolare 
delle Memorie e di quel che ne scrive il Da Ponte, il recentissimo libro di EDOUARD MAYNIAL : 
Casanova et son temps • Paris, Mercure de France, 1911, p. 202 e segg.). Delle Memorie di Lorenzo 
da Ponte v'è una traduzione francese di C. D. de la Chavenne, Paguerre, Paris, 1860. 

183 



quantunque io non amassi né i suoi principii, né la sua condotta, nulla di meno 
amava e stimava moltissimo i consigli e i precetti suoi, che a dir il vero eran aurei, 
e di cui ho profittato poco, ma avrei potuto veracemente profittare moltissimo. Per 
tornare alla storia di Parigi — e di Costa. — Passeggiando un dì sul Graben con 
Cas. lo vedo improvvisamente aggrottare le ciglia, squittire, incioccar i denti, con- 
torcersi, divincolarsi, levar al cielo le mani, e staccandosi furiosamente da me, 
gittarsi addosso ad un uomo che mi purea di conoscere, gridando ad altissima voce, 
assassino, t'ho colto. Come una quantità di gente era accorsa a quell'atto strano 
e a quel grido, così mi accostai a loro con qualche ribrezzo ; pur finalmente fatto 
coraggio, presi Casanova per mano, e quasi a forza lo divisi da quella spezie di 
zuffa. Mi narrò allora con atti e gesti da disperato la storia della vecchia, e mi 
disse che quello era quel Q. Costa da cui era stato tradito. Questo G. che sebben 
i vizj e le cattive pratiche avessero ridotto a servire, e fosse in quel medesimo tempo 
cameriere d'un signore Viennese, faceva anch' egli o bene o male il poeta. Era 
appunto uno di quelli che m'avevan onorato delle lor satire, quando Giuseppe mi 
scelse a poeta del suo teatro. Entrò costui allora in una bottega da caffè; e mentre 
io seguitava a passeggiare con Casanova, scrisse, e gli mandò per un ragazzo i 
seguenti versi. 

Casanova non far strepito; 
Tu rubasti, e anch'io rubai; 
Tu maestro, ed io discepolo, 
L'arte tua bene imparai; 
Desti pan, ti dò focaccia; 
Sarà meglio che tu taccia. 

Questi versi produssero un buon effetto. Dopo un breve silenzio Casanova rise, 
e poi mi disse pian piano all'orecchio, il birbante ha ragione. Entrò nella bottega 
di caffè, fece cenno al Costa d'uscire; si misero a passeggiare insieme tranquilla- 
mente, come se nulla fosse accaduto, e si separarono stringendosi più volte la mano, 
e in sembiante sereno e pacifico. Casanova tornò a me con un cammeo nel dito 
mignolo, che per bizzarra combinazione rappresentava Mercurio, Dio protettore dei 
Ladri: questo era il suo principal valore, ed era tutto quello precisamente ch'era 
rimasto di quell' immenso butino, ma quadrava perfettamente al carattere de' due 
amici pacifici. Avrò tra poco occasione di parlare novellamente di questo rarissimo 
misto di buono, e di cattivo: torniamo adesso al viaggio. " 

MEMORIE DI LORENZO DA PONTE DA CENEDA, scritte da esso. Seconda edizione corretta e ampliata, etc — 
" Nuova Jorca, G. F. Bunel, 1829 ". — Voi. II, p. 6 e segg. 



IV. — CASANOVA A ROMA NEL 1770 — (DAL CARTEGGIO DE' FRATELLI VERRI) — 
IL SVO RACCONTO DELLA FVGA. 

" V è un certo uomo straordinario per le sue avventure, per nome il 

signor Casanova, Veneziano : egli è attualmente in Roma. Égli ha molto spirito e 
vivacità; ha viaggiata tutta l'Europa, non si sa con quai soccorsi, poiché è molto 
povero. Il principio del suo romanzo è questo. Fu posto nei camerotti a Venezia. 
Egli non vide mai la faccia di un giudice in quattordici mesi che vi fu, né mai 
seppe perchè entrasse là. Jl capo a questo spazio di tempo gli riuscì di fuggire; 

e le circostanze 

184 




I sei dossiers CASANOVA nella biblioteca del Castello di Waldstein a Dux. 



e le circostanze di questo fatto sono singolari. Egli racconta questa dolorosa anec- 
dota della sua vita, successagli quindici anni sono, con tanto interesse e forza, come 
se gli fosse accaduta ieri. Stava adunque da qualche mese nei camerotti, incerto 
egualmente del suo delitto come della sua futura sorte. Gli si permetteva, di quando 
in quando, di passeggiare in un corritore delle carceri. Ivi, un giorno, vide a caso 
una grossa e grande lamina di ferro; nessuno lo vedeva, e se la portò nella sua 
stanza. Avendola ben considerata, vide che se ne poteva fare una specie di scal- 
pello o simile strumento, atto a rompere il muro. Ma vi bisognava almeno una 
pietra; questa pure trovò ne' suoi passeggi della carcere; e con questa si pose a 
lavorare l'ancora della sua salvezza. Si occupò in questo lento e penoso travaglio; 
finché, a poco a poco, cavò dalla sua lamina un gran scalpello puntuto. Esami- 
nando dove potesse incominciare a far buco ed avendo formata alla meglio, a forza 
di osservazioni, la carta topografica, vide che l'unico sito opportuno era sotto il 
letto, perchè, sotto vi era la Biblioteca o jlrchivio che sia, delle Procurazie. La 
volta era grossissima e fortissima: ma, col tempo potè fare un largo buco, e non 
mancava ad aprirlo affatto che l'ultimo strato, che lasciava apposta diligentemente 
perchè non fosse scoperto. Eccoti, appunto nel miglior delle sue speranze, un grosso 
intoppo. Viene il carceriere, e gli dà nuova che ha avuto ordine di metterlo in 
una stanza più larga, dove starà molto meglio. 

Casanova si dispera a questo avviso; si crede perduto affatto; prega il carce- 
riere a lasciarlo dov'era, dicendo che voleva morire in quella stanza, essendovisi 
avvezzato, ogni altra gli sarebbe stata di maggior pena. Il carceriere, inflessibile, 
dice che bisogna eseguire gli ordini superiori. Casanova, adunque profittando di un 
momento d'assenza del carceriere, nasconde sotto l'abito lo scalpello, e passa alla 
nuova prigione. Movendo il letto si trova il buco; il carceriere carica di ingiurie 
il prigioniero; gli chiude le finestre, gli fa una strettissima guardia, gli dà da 
mangiare pane pessimo e carni schifose. Ciò non ostante, non so come, non ritrovò 
mai lo scalpello, che stava nascosto in un cuscino del letto. Casanova pensò a 
piegare la durezza del suo terribile custode. Aveva da' suoi parenti qualche danaro, 
a suo uso ; massimamente per comprar libri. Egli disse un giorno al carceriere che 
aveva pensato che nelle carceri ci sarebbero state altre persone, che leggevano ; 
perciò che era meglio che s'imprestassero vicendevolmente i libri, e che invece re- 
galava a lui il danaro che avrebbe impiegato a comprarne, acciocché gli facesse 
dir delle messe per l'anima sua. Il carceriere trovò ottimo il partito; il progetto 
ebbe buon esito; incominciossi ad aprir la finestra; potè respirare; fu nutrito meglio, 
e la custodia diventò meno dura. Adunque potendo mandare i libri suoi agli altri 
e ricevere i loro, volle sapere chi fossero i compagni di quell'infelice alloggio. 
Pose dei biglietti in quello spazio, che hanno di sotto i libri legati all'italiana, 
quando si aprono. Diede relazione di sé agli altri; e n'ebbe in risposta che v'era 
nelle carceri un certo conte, da più anni, ed un frate, da qualche tempo. Seguitò 
il carteggio, e propose loro di tentare di salvarsi; facendo al frate il progetto di 
fare un buco nella sua stanza, da dove poi, non so come, facendone un altro, vi 
era una uscita sicura. Rispose il frate esser disposto, ma non avere nessuno stru- 
mento. Scrissegli Casanova che gli avrebbe mandato uno scalpello. Ora bisognava 
pensare il mezzo di trasmettergli il voluminoso stromento. Pensò adunque di pro- 
curargli un grossissimo volume, ed essendosi ricordato che S. Girolamo della stampa 
di "Oenezia è grandissimo, pregò il carceriere a comperarglielo. Il carceriere si 
lamentò che volesse ancora impiegare in libri quei danari che aveva già destinati 

per l'anima 

185 



Casanoviane • 24 



per l'anima sua; ma, pure avendogli promesso che quello era l'ultimo libro che 
comperava, glielo portò. Eccoti adunque il grosso S. Girolamo; Casanova prende 
le sue misure per riporre il ferro dietro ove soleva porre i biglietti; e trovò che 
sporgeva fuori due dita per parte, tanto era lungo; egli non aveva più sasso per 
accorciarlo ; ne sapeva come mandare al frate questo gran ferro. Rischiò la cosa 
in questa maniera. Disse al carceriere che, dopo che gli aveva aperta la finestra 
meglio, egli aveva ricuperato l'appetito; perciò che lo pregava a provvedergli una 
buona dose di maccheroni a butirro, perchè ne voleva fare tre piatti abbondanti: 
uno per se, ed uno per ciascheduno di que' signori, che avevano la bontà d'im- 
prestargli i libri. Inoltre, che voleva avere il divertimento di cucinarseli da se. Gli 
fu portato quanto domandava. Egli fece tutti questi maccheroni, e i due piatti, 
che mandava ai compagni, ebbe cura anche fossero pienissimi di butirro. Prese 
S. Girolamo; pose lo scalpello dentro il volume, e coprì le estremità che sopra- 
vanzavano coi due piatti; e così consegnò il tutto nelle mani del carceriere, pre- 
gandolo di consegnare il libro e i piatti a quei signori, e a badare che non uscisse 
il butirro, perchè avrebbe imbrattato il volume, che era di bellissima edizione. Egli 
era agitatissimo nel far questa fatale consegna, essendo un colpo molto rischioso. 
Il carceriere prende il volume, ed, occupatissimo di non spandere il butirro, porta 
ogni cosa in equilibrio drittamente al frate, e al conte, che alloggiavano insieme, 
e gli lascia. Il segno era che il frate starnutasse tre volte, se riceveva lo scalpello. 
Casanova tendeva le orecchie ; sentì il frate starnutare copiosamente più volte, e fu 
pieno di allegrezza. 

Ma gli scrisse il frate che non sapeva come fare nascostamente un buco, 
perchè l'unico sito era il farlo nella soffitta. Ifysposegli Casanova che si stupiva 
che un uomo di spirito non avesse pensato a qualche mezzo termine; che, se non 
altro, fingesse di esser divoto assai dei santi; e che si comperasse delle immagini; 
che ne ponesse in tutta la stanza, ed anche nella soffitta, con che coprisse il suo 
lavoro. Così fece, e non so poi come fosse fatto anche un altro buco. La cosa 
finì che una notte Casanova e il frate discesero, scavalcando, con varie strane 
avventure, e tetti e muri, e sfasciando porte nella loggia delle Procurazie. Quando 
furono ivi, videro che per l'altezza era impossibile discendere, e che, d'altronde, la 
porta era tanto munita che non si poteva rompere collo scalpello, se non con un 
lavoro di molti giorni. Si credettero disperati : il frate diede nelle smanie, piangeva 
dirottamente, e rimproverava al suo compagno d'averlo perduto. Intanto albeggiava 
l'aurora ; ed alcuni barcaiuoli, avendo vedute quelle persone sulla loggia, credettero 
che fossero forestieri, ivi chiusi per isbaglio ; avvisarono il custode che aprisse colla 
speranza della mancia. Casanova, vedendo che entrava una persona dalla porta 
della strada colle chiavi in mano, fece animo al frate; e si prepararono all'ultimo 
colpo: viene il custode; apre le molte serrature, e, finalmente, la porta si spalanca: 
entrambi si avventano al custode ; lo buttano per terra, lo lasciano stordito, e fuggono. 

Questa è la storia; egli è certo, per testimonio di molti, che quell'uomo è 
fuggito dai camerotti; ha cercata la grazia alla Repubblica, che sempre gli ha 
negato. Si esige che si constituisca nelle carceri; e che poi la Repubblica userà la 
sua clemenza, come gli parerà opportuno. I suoi beni intanto sono confiscati, ed 
egli ha sempre finora, viaggiato, con un mondo di altre avventure. Io non ho 
sentito da lui questa storia, ma da chi da lui l'ha sentita. 

LETTERA DI ALESSANDRO VERRI al fratello suo Pietro, publicata in < Natura ed Arte ». (Milano, Anno XIX, 
n. 12 - 15 maggio 1910) da Francesco Novati. 

186 



V. - SI CREDE POCO ALLA FVGA. 

« La storia del Veneziano fuggito dai camerotti, è interessantissima e 

me l'hai scritta tale. Io però, diffido assai; e mi pare che vi sia molta inverosi- 
miglianza. Come il custode, dopo trovato il primo buco, non ricercò Vistrumento 
di cui si era servito ? Come, dopo mutato il carcere, poteva egli (il Casanova, si 
intende) immaginarsi che nella stanza del frate vi era un passaggio da fare nel 
muro ? Come, fatto questo passaggio, potè egli profittarne, se neppure poteva vedere 
il frate nel passargli in mano lo scalpello ? ^emo che sia romanzo. Ma, qualunque 
sia, V ho letto con piacere ». 

LETTERA DI PIETRO VERRI in risposta a quella di Alessandro, 6 giugno 1771. - Ìbidem. 



VI. — ALESSANDRO VERRI CONFERMA LA SVA LETTERA. 

« . . . . La storia del veneziano io pure credo che avrà degli ornamenti; se 
non fosse altro, sono quindici anni che la ripete, ed è impossibile non abbellirla a 
poco a poco. Quello però che è di notorietà pubblica è che quest'uomo è fuggito 
dai camerotti di Venezia con il padre Lodali somasco (**) nobile veneziano, e che 
non vi è esempio che uno sia di là fuggito o almeno è stato rarissimo : perciò una 
simil fuga non può esser che piena di accidenti romanzeschi. Ultimamente gliel'ho 
sentita raccontare da lui stesso. Egli ha tutta l'apparenza di dire la verità: scio- 
glie le obbiezioni, ed ha un'eloquenza naturale ed ha una forza di passione che 
v' interessa infinitamente. Egli ora cerca di avere il perdono dalla Repubblica » . 

A Pietro Verri. — Ibidem. 



VII. — ANCORA NOTIZIE SV CASANOVA. 

« Le avventure del Casanova sono singolarissime; egli però è un cattivo soggetto: 
un uomo grande, arditissimo, robusto, non frenato da nessun timore sopranaturale, 
bandito dalla patria, screditato, senza risorsa, cioè coll'altrui, facendo ora truffe, 
ora mettendo paura a chi ha danari. Era qui sul punto di andare in prigione; si 
presentò al buon padre Iacquier narrandogli con energia grandissima ed occhi torvi 
le sue miserie in aria di disperato; Iacquier ha stimato bene di dargli venti zec- 
chini che domandava per disimpegnare un abito. E' stato ultimamente in Roma 
un suo fratello con un principe polacco, che gli procurò un passaporto, per essere 
bandito da questi sotto pena di galera come falsario di cedole. Sono una buona 
razza ». 

LETTERA DI ALESSANDRO VERRI al fratello suo Pietro, 20 luglio 1771. — Ibidem. 



(4) Il racconto del Verri è qua e là inesatto ne* particolari ch'egli certo ricorda male. Non è possibile 
che il Casanova abbia chiamato Lodoli il Balbi, né che abbia trascurato d'indicare ove nascose Io spuntone. 
E il Verri che poco si sovviene in qualche punto. 

187 



Vili. — CASANOVA DE SEINGALT. 

1760-61. 

€ J'arrive à Parme le lendemain, et j'allais me loger a l'hotel de la 

Poste sous le nom de chevalier de Seingalt, nom que je porte ertcore: car dès 
qu'un honnéte bomme adopte un nom qui n'appartient à personne, nul n'a le droit 
de le lui contester, et il est de son devoir de ne plus le quitter. Je le portais déjà 
depuis deux ans, mais je l'unissais souvent à celai de ma famille » . 

J. CASANOVA DE SEINGALT — «Mémoire» >. — Gamia frères. — Pari», Voi. V. p»g. 313. 



IX. — CASANOVA IN AVGSBOVRG. - IL POSSESSO DEL NOME DI SEINGALT. 

1761 . 

« Lorsque je parus ce magistrat m'adressa la parole en allemand, 

mais je fis la sourde oreille, et pour cause, car je connaissais à peine assez de 
mots pour demander les choses indispensables. Dès qu' il fut instrui de mon igno- 
rarne il me parla en latin, non ciceronien, mais pédantesque tei qu'on le trouoe 
en general dans les universités de V Jlllemagne. 

— Pourquoi, me dit-il, portez voux un faux nom? 

— Je prends ce nom, ou plutót je l'ai pris, parce qu' il est à moi. Il m'ap- 
partient si légitimement que si quelquun osait le porter je le lui contesterais par 
toutes les voies et par tous les moyens. 

— Eh! comment ce nom vous appartient-il? 

— 'Parce que j'en suis l'auteur; mais cela n'empèche pas que je ne sois 
aussi Casanova. 

— Monsieur, ou l'un ou l'autre. Vous ne pouvez pas avoir deux noms à 
la fois. 

— Les Espagnols et les Portugais en ont souvent une demi-douzaine. 

— Mais vous n'ètes ni Portugais ni Espagnol; vous ètes Italien, et, après 
tout, comment peut-on ètre l'auteur d'un nom? 

— Cesi la chose du monde la plus simple et la plus facile. 

— Expliquez-moi cela. 

— L'alphabet est la propriété de tout le monde; c'est incontestable. J'ai pris 
huit lettres et je les ai combinées de facon à produire le mot Seingalt. Ce mot 
ainsi forme ma più et je l'ai adopté pour mon appellatif, avec la ferme persuasion 
que, personne ne l'ayant porte avant moi, personne n'a le droit de me le contester, 
et bien moins encore de le porter sans mon consentement. 

— C'est une idée fort bizarre, mais vous l'appuyez d'un raisonnement plus 
spécieux que solide; car votre nom ne peut ètre que celui de votre pere. 

— Je pense que vous ètes dans l'erreur; car le nom que vous portez vous- 
mème par droit d'hét èdite n'a pas existé de toute éternité; il a du ètre fabriqué 
par un de vos ascendants, qui ne l'avait point recu de son pere, quand bien mème 
vous vous appelleriez Adam. En convenez-vous, monsieur le bourgmestre? 

— J'$ suis force; mais c'est une nouveauté. 

— Vous voilh encore dans l'erreur. Loin que ce soit une nouveauté, c'est 
une chose fort ancienne, et je m engagé à vous porter demain une kv^ielle de noms 

tous inventé 

188 



tous inventi par de très honnètes gens encore vioants, et qui en jouissent en paix, 
sans que personne s'avise de les cìter à l'hotel de ville pour en rendre compte à 
quelqu'un, à moins qu ils ne les désavouent selon leur bon plaisir au préjudice 
de la società. 

— Mais vous conviendrez qu' il y a des lois contre les faux noms? 

— Qui, contre les faux noms; mais je vous ripète que rien n'est plus vrai 
que mon nom. Le vòtre, que je respecte, sans le connattre, ne peut pas ètre plus 
vrai que le mien ; cor il est possible que vous ne soyez pas le fils de celui que 
vous croyez votre pere ». 

// jfit, un sourire, se leva et me conduisit jusqu à la porte, en me disant qu' il 
s' informerait de moi à M. Carli. 

Je devais précisement y aller moi-mème, et je m'y rendis à l'instant. Cette 
histoire le fit rire. Il me dit que le bourgmestre était catholique, honnète homme, 
riche ed un peu bète; en iout, une bonne pàté d'bomme a laquelle on pouvait 
donner toutes les formes. 

Le lendemain matin M. Carli vint me demander à dejeuner et m'invita à dt- 
ner avec lui chez le mème bourgmestre. 

« Je l'ai vu hier, me dit~il, et dans une longue conference que j'ai eu avec 
lui, j'ai tellement rétorqué ses objections sur l'article des noms quii est mainte- 
nant tout à fait de votre avis. 

J, CASANOVA DE SEINGALT. — < Mémoires ». — Pari». Garnier frère.. — Voi. V. pag. 398-400- 



X. — ICONOGRAFIA CASANOVIANA. — CASANOVA IN ANCONA. 

1772. 

« Questo triste contumace della giustizia dell'Augusto Consiglio va e viene 

da per tutto, con faccia franca, testa alta e con buoni arnesi. E' ammesso in molte 
case e spande la voce che ha intenzione di partire per Trieste fra qualche setti- 
mana, per poi di là recarsi in Germania. E' un uomo di 40 anni al più, di alta 
statura, di eccellente aspetto, vigoroso, molto bruno di carnagione, l'occhio vivace. 
Porta parrucca corta e castagna. Mi dicono che sia di ardito carattere e sdegnoso. 
E' assai facondo e d'una colta e spiritosa facondia » . 

LETTERA D' INFORMAZIONE inviata da Giorgio M. Bandiera, Presidente della Republica in Ancona, al « molto illu 
•tre Giovanni Zon, Segretario » dell'Augusto Consiglio dei X a Venezia. — 2 ottobre 1772. 

XI. — LA PRIMA RECENSIONE ALLA * FVGA ». 

« Era da prevedersi, subito dopo che la storia del 'Urenk &) avea visto la luce ed 
eccitato in noi e ne' nostri vicini tanto interessamento, l'apparizione di altre narra- 
zioni di tentativi di fuga dalle prigioni. Il soggetto è per se stesso interessante: ogni 

prigioniero 

(5) II barone Federigo di Trenk, nato a Koenwberg il 16 febraio del 1726, fu ghigliottinato a Parigi 
nel 1794 come agente di Piti e Coburgo. Nella sua prima giovinezza fu cadetto nelle Guardie di Fede- 
rico II; nel 1744 fu ufficiale di ordinanza dello stesso Federigo. Divenne amante della costui sorella prin- 

189 



prigioniero suscita la nostra compassione, e anche piti quello che è rinchiuso in una 
severa prigione e forse è innocente. Però ci mettiamo dalla sua parte, se lo ve- 
diamo sforzarsi, con energia, con audacia, con malizia stessa, a riconquistare la 
libertà. Nella sua narrazione egli può darci la dipintura d'assai interessanti scene: 
possiamo perdonargli, perciò, di volta in Volta, qualche sua invenzione o esagerazione. 

La storia di cui parliamo ha tutti gli aspetti della verità : parecchi veneziani 
l'hanno confermata e il protagonista del racconto, il signor Casanova, fratello del 
celebre pittore, vive tuttora a Dux, in Boemia, ove il conte di Waldstein l'ha 
nominato bibliotecario della sua considerevole biblioteca. 

Questo piccolo libro non è, in fondo, che l'estratto da un'opera molto più 
voluminosa, scritta in un francese pien d'errori. 

L'autore, nato a "Venezia, fu arrestato il 23 di luglio del 1755, senza al- 
cuna ragione — così per lo meno egli afferma — e chiuso nelle prigioni che son 
chiamate " / Piombi ,,. (Segue un riassunto del libro. Poi il critico continua): 

. ... Si leggerebbe, ripetiamo con molto più interessamento questo racconto se 
non fosse esposto con tanto disordine che talvolta è difficile di seguire la narrazione 
e di rendersi conto di quei fatti. 

Ma se Casanova è completamente sincero nel racconto che ci presenta — spe- 
cie quando ci narra come abbia finito per ricoverarsi nella casa d'un agente della 
polizia e d'avervi tranquillamente dormito — egli ha superato perfino il Cancel- 
liere svedese Axel Oxentirna, che aveva avuto durante tutta la sua vita d'attività 
e di turbamento solo due notti d'insonnia — come racconta la regina Cristina. 

Molto più verosimile ci parrebbe se il lettore si addormentasse talvolta leg- 
gendo questo piccolo libro. Esso, come abbiamo detto, non manca d'un contenuto 
che potrebbe essere interessante, ma la maniera con cui è scritto non la è niente 
affatto. Non Vogliamo nemmen parlare degli errori di grammatica, perchè non man- 
cano mai nelle edizioni Wucherer » . 

ALLGEMEJNE LITERATUR. - ZEITUNC - n. 192. - Montags. den 29/ten Junius 1789. (Wien, C Wucherer: 
« Der Zweyte Trenk, oder Geschichte meiner Entweichung aus dem Staatsgefàngmsse, zu Venedig, geschrieben zu Dux ia 
Bóhmen nach dem Franzòsischen — 1788-125 s. 8 mit 2 Kupfern- (10 gr-). 



XII. — L'INCISORE BERKA ILLVSTRATORE DELLA « FVGA ». 

In una lettera del Conte Ottaviano di Collalto {da 'Praga, 7 maggio 1788) 
Giacomo Casanova annunzia a costui la spedizione che gli ha fatto di parecchi 
esemplari dell' Icosameron e di dodici suoi ritratti. 

Il ritratto 

cipessa Amelia. Fu imprigionato nella cittadella di Glatz. Ne fuggì nel 1 747. Le sue parole e i suoi scritti 
gli procurarono nemici infiniti: la sua fuga rimase celebre nella storia delle singolari evasioni. 

'CRENK (Friedrich, Freiherr v. d.) 

3XCerkiOiirdige Lebensbescbreibung des Freiherm F. v. d. e GVenc£. — Berlin, 1 787 3 voi. in 8.° 
Traduzione in inglese di Thomas Holcroff-London 1 788-93. Traduzioni in francese, in spagnolo e in un- 
gherese. Una traduzione italiana delle Memorie del Trenk è quella di Antonio Chiari, Venezia, 1788, 
2 voi. in 8.°. 

V. per tutte le altre notizie bio-bibliografiche l'Oettinger (E. M.) : Bibliographie biographique univer- 
selle. — Paris, Lacroix, 1865. — T. Il, pag. 1802. 

190 



Il ritratto, che rappresenta Casanova a sessantatre anni, è disegnato e inciso 
dal Berka, il quale illustro pur la " Fuga „ sulle indicazioni, evidentemente, del 
Casanova medesimo. 

Giovanni Berka, nato in Boemia nel 1758, lavorava ancora nel 1815 a 
Praga. Da prima s'era dedicato al canto: apprendeva nello stesso tempo il dise- 
gno. Perdette la voce. Si mise allora a studiare incisione alla scuola di Salzir. 
Ha lasciato un gran numero di incisioni, tra le quali son da notare i ritratti del 
Principe Egon von Fùrstein, del musicista Haendel, della contessa Clamm-Gallas, 
di Joseph Dobrowsky, di F. Baf^o e del conte di Strenberg. Notevoli ancora : due 
illustrazioni d'una festa a Praga, due altre d'una festa data dall'Arciduca Carlo 
e /'Incontro di Achille con Minerva. Quando il Berka fu incaricato dal Casanova 
d'illustrar la " Fuga „ era appena trentenne e da qualche anno s'era dedicato al- 
l' incisione. 



XIII. — GLI AMICI DI CASANOVA. — ZAGVRI. 

'Pietro Antonio Zaguri, nato nel 1733, fu Avogadore del Comune, Senatore 
e Censore. Gli Avogadori erano tre, scelti dal Senato e confermati dal Maggior 
Consiglio. Vestivano tunica violacea con stola, o batolo, rossa. Esercitavano il mi- 
nistero puhlico nelle cause civili e criminali, procedevano contro i contravventori 
delle leggi, decidevano a quali tribunali si dovessero destinare i processi, si oppo- 
nevano alla promulgazione dei decreti contrarii al publico bene e, tra le molte 
altre mansioni loro affidate, custodivano il Libro d'oro in cui si registravano le 
nascite e i matrimonii dei patrizii. Erano scelti tra uomini integerrimi e severi. I 
Censori erari due. Giudicavano sommariamente in materia di mercedi, di salarii a' 
servitori, di scommesse, di procedimenti contro i gondolieri che abusassero delle gon- 
dole private o litigassero in barca coi loro padroni. Erano soggette ai Censori quasi 
tutte le corporazioni d'arti e mestieri. 

Pietro Antonio Zaguri, pili volte nominato dal Casanova in Mémoires, morì 
nel 1805. Patrizio veneto, amante delle arti, cultore di letteratura, poeta a tempo 
perso, era un uomo di molto spirito, che, a somiglianza del suo amico Giacomo, 
pur amava le donne. Rimase del Casanova amicissimo sempre: gli scrisse fino 
al 1798, e non si negò mai ad alcuna delle frequenti preghiere che il Casanova 
gli rivolgeva. 

Una copia delle lettere dello Zaguri, dagli originali di quelle lettere che sono 
a Dux nella biblioteca del Conte di IValdstein, è presso di me, cortesemente fat- 
tami compilare e inviare dal Conte di IValdstein medesimo. Sono un centinaio di 
lettere e vanno dal 17 settembre 1772 al 4 maggio 1798. Assieme a quelle delle 
lettere son copie di alcuni sonetti dello Zaguri. 



XIV. — GLI AMICI DI CASANOVA — GLI VLTIMI ANNI DEL SIGNOR GIACOMO — 
(Dalle lettere di Zaguri a Casanova). 

1772 — 26 dicembre — fDa Venezia) .... X)i dirò eh' io v'ho conosciuto 
e stimato forse quanto meritate. Son partito amandovi, insomma, e nobilmente invi- 
diandovi. 

191 



1783 — 22 gennaio — (Da Venezia) .... Strana cosa les dents de por- 
celaine ! ( 6 ) 

1784 — / / maggio — (Da Venezia) .... Vi prego di fare i miei com- 
plimenti al signor abate Casti... 

1784 — / / maggio — (Da Venezia) Questo pagamento dei vostri debiti, 
in cui se volete vi servirò, vi farà grande onore. Non preparo nessuno, che anzi 
voglio che tutti sian sorpresi .... 

1790 — 8 aprile — (Da Pera) .... Mi parlate della vertigine vostra di 
conseguenza del 26 aprile. Debbo consolarmi che non fosse peggio ma più che 
mai stiate meglio, come il minuetto addita. Se andaste a cavallo ? Non credete che 
sarebbe ottimo rimedio preservativo? Vi sono andato molte Volte quest'estate e me 
ne trovai bene.... 

1791 — // giugno — (Da Venezia) L'arma di Corsica voi ben sapete che 
è l'arma mia: un moro, cioè, bendati gli occhi, come nel sigillo vedete, e 
sopragli con bianca fascia in campo rosso. 

1791 — 4 luglio — (Da Padova) Da Venere guardatevi, poiché mena a Caronte! 

1791 — 2 dicembre — (Da Venezia) Sentendo che voi siete obbligato agli 
occhiali traggo una fonte di consolazione nel pensar che ho tanta vista e polso da 
giuocar con le mani al Bigliardo e guadagnare a tutti, tranne i pochi valentissimi 
o del pari. Quanto alle orecchie una delle mie non è autentica. 

1792 — 16 marzo — (Da Venezia) Desidero che la chiragra non vi tor- 
menti piìi oltre .... 

Voi m'avete fatto la narrazione che io desiderava ma cominciate così: u II j; 
a deux mois qu'on officier qui est à Vienne ma insulti. „ Non capisco s'egli v'ab- 
bia insultato stando a "Vienna, con lettera, o essendo altra volta a Dux. Quando 
sarà che arriva il conte a casa? Avrete intanto il solito appannaggio? Perchè do- 
vete aspettare che il conte rivenga giacche avete sì buone ragioni a dirgli, siccome 
quella che per non pregiudicare alla giurisdizione non ricorrete ad altri. Questo 
Oberlaintensdorff è fuori dunque della giurisdizione. Il carattere delle violenze era 
così deciso a quel che sento che mi parevano decisi costoro di portarsi agli ultimi 
estremi. Avete fatto bene a ritirarvi. On a intercepté vos lettres? On a mis aux 
comodités votre portrait? Que diablel C'est un miracle que vous n'avez pas assomé 
quelqun. Insomma sono interessatissimo di sapere il resto e desidero che possiate 
non perder tutto in questo affare che mi pare scabroso assai. 



(6) Già dal 1783, come accenna questo brano di una lettera dello Zaguri, Casanova si comincia a valere 
d'una dentiera: ne avrà scritto allo Zaguri chissà con quanto dolore. Accadeva lo stesso al nostro abate 
Galiani, che considerava un poco più filosoficamente quel fatto scrivendone a madame d'Epinay nel modo 
seguente; " Mes dents m'on quitte, mais je n'ai pas plus besoin de parler; personne ne m'entend ici; et 
personne n'est tenté de m'écouter. J'ai peu de bons diners à savourer et si je demandais un tiers de ma- 
quereau, personne ne saurait me le donner. Pour me consoler encore mieux de la perte de mes dents j'ai 
trouvé le moyen d'appeler mon ratelier mon parlement. Lorsqu'on me demande des nouvelles, je dis que 
j'ai renvoyé tous ces messieurs ; que j'ai supprimé les charges de mes presidens molaires, et que je n'en mange 
pas moins. Je suis enfin convaincu que mes dents n'étaient pas una partie essentielle de ma machine ». 
CORRESPONDANCE — T. V., P . 324. 

192 




IL CASV6LLO DI WALDSTEMC 
La piccola lapide sulla facciata della chiesetta di Santa Barbara a Dux, in memoria di Giacomo Casanova. 



1792 — 21 aprile — (Da Venezia) // Magistrato alla bestemmia ebbe il 
processo da Ponte per delegazione del Consiglio dei Dieci. La grazia che più volte 
pendè non si pub aver che da quel fonte. 

1792 — 4 ottobre — (Da Venezia) Del Da Ponte ditemi tutto il resto. 
Che strano uomo! Nato per esser canaglia, di mediocre spirito, con grandi talenti 
per esser letterato e fisiche attrattive per esser amato. 

1792 — 24 novembre — (Da Venezia) La lettera del T>a Ponte mi fu 
cara. Ella avvero le vostre profezie .... Da Ponte è troppo briccone, ma, come 
anche i bricconi si salutano, salutatelo a mio nome. 

1792 — 23 dicembre — (Da Venezia) Cagliostro è a San Leo. 

1796 — 16 aprile — (Da Venezia) Jli primi di maggio sarete a Vienna? 
'Deh, faccia il fratello vostro questo resto di spesa al prezzo di donarvi alcuni 
anni di vita! 

1798 — 16 febbraio — (Da Venezia) Con gran senso di dolore sento il 
colpo che v'afflisse e non avrò pieno conforto se non dopo la conferma che attendo 
impaziente della parte totalmente ricuperata cosa che io spero assai per la solle- 
citudine del meglior amento. In proporzion di questo credo che si minorerà l'altro 
sintomo involontario: almen cosi desidero di tutto cuore! 

1798 — 31 marzo — (Da Venezia) Assicurato che certo medico Mayer 
tedesco ( 7 ) col metodo che deve prevenirvi ha guarito alcuni dall'Idrope o prolongato 
con molta temperanza l'incomodo in altro e con quasi radicai sollievo dell'esborso 
involontario d'orina, ho creduto di portar sollievo alla mia afflizione sul vostro ri- 
guardo consultandolo e spedendovi per il mezzo del Co/ Carli mio amico di 
Trieste una cassettina che gli ho ordinato di francare con le pillole e liquore che 
spero vi perverrà per la Diligenza il più presto possibile. Egli assicura che se 
l'Idrope è di fresco manifestata e V Idrope sia delle due specie indicate e non della 
terza la guarigione è presso che sicura. In ogni caso accettate di buon animo 
l'amico interesse che s'illuse, e temperò il mio dolore. Adesso con estremo giubilo 
sento decisamente che non temete più idropisia, ma se non potete estinguere la sete 
ne ritenere urina ne guadagnare appetito ne ricuperar forze, ne avete dunque al- 
cuni dei sintomi indicanti e minacciosi. Dunque la cura è specificamente giovevole 
ed oso dir che sarebbe un Valido preservativo o in prevenzione usabile sin al mo- 
mento ch'ella, quod Deus avertat, minaciasse un ritorno. 

1798 — 4 maggio — (Da Venezia) La vostra lettera m'affligge e consola. 
Ma oh, Dio, quanto essa più mi rattrista che non rallegri! Bella la costanza nel 
Fato, ma io vorrei che non aveste bisogno, soltanto alla vigilia, del mio. Non 
posso però cessar di lusingarmi ancora — e quanto alla cassetta raccomandata al 
diligentissimo Carli a Trieste neppur io ebbi riscontro immaginabile, e son di que- 
sto afflitto perché mi lusingo dell'effetto .... 



(7) Il Mayer al quale allude Zaguri è forse quel Johan Christian Andrea Mayer, prussiano, n. in 
Grelfswald nel 1747, m. a Berlino nel 1801. Ebbe cattedra a Francoforte sull'Oder; visitò l'Italia, fu 
pure a Venezia. 

193 

Casanoviana • 25 



XV. — IL TREMVOTO DI LISBONA. — NARRAZIONE STAMPATA A VENEZIA NEL 1 756. 

Ugello stesso anno in cui Casanova evadeva dai " Piombi „ si publicava in 
Venezia un libriccino sul tremuoto a cui il Casanova stesso accenna nella " Fuga „. 
Eccone i dati bibliografici: 

a 'VARIE NOTIZIE intorno a' terremoti. Descrizione esattissima del Regno 
di Portogallo, colla Carta Corografica e colla Topografica di Lisbona etc. Rela- 
zione dell'orribil tremuoto accaduto il dì 1 novembre 1 755 e delle rovine e danni 
prodotti in Portogallo e altrove dedicate ed umiliate a Sua Eccellenza la Nobil 
Signora Donna Vittoria di Giovanni e Alliata, 'Duchessa di Saponara, Principessa 
di 'Oillafranca etc. Principessa del Sagro Romano Impero, 'Dama di Corte di S. M. 
la Regina di Napoli e di Sicilia, Governatrice della città di Messina ecc. — Dal- 
l'Autore del Saggio di Tulio e de' giuochi eruditi e Nuovo Metodo d'insegnare etc. 
— In Venezia 1756. E si vende da Giambattista Recurli, libraio in merceria sul 
ponte de' Baretteri all'insegna della Religione. „ 

La dedica è firmata da Eresto Eleucanteo P. A. (Pastore Arcade). 

XVI. — IL TEATRO DI S. SAMVELE. 

/ teatri veneziani quasi tutti pigliavano il nome della parrocchia dov'erano 
situati e dalla famiglia, quasi sempre patrizia, che li aveva edificati o n'era 
proprietaria. 

Nel secolo XVIII, tra publici e privati, erano a Venezia quattordici teatri 
ne' quali si rappresentavano opere in musica. Il " .San Samuele „, o teatro Gri- 
mani, fu eretto nel 1 655 dal patrizio Giovanni Grimani. Destinato da prima alla 
commedia fu aperto con uno spettacolo d'opera nel 1710. Un incendio lo distrusse 
nel 1747 : fu riedificato e riaperto nel 1748. Per tutto il resto del settecento vi si 
rappresentarono opere buffe per lo più. Nel XIX si chiamò di Compio}?: nel 1894 
fu distrutto. 

V'erano 1 30 palchetti in quattro file e un loggione (8). 

" In contrada di S. Samuele vi è un teatro di Società stato destinato ora ad 
opere c Dramatiche serie, ora buffe, e talora a Comedie: è vasto quanto basta: la 
sua situazione per l'accesso del Canal Qrande è commodissima : ma dalla parte di 
terra è non poco incommoda. „ 

CRONACA VENETA SACRA E PROFANA. - Venezia, Fr. Tosi, 1793, Tomo I, pag. 312. 

XVII. — LA FVGA. 

« . . . . Epigrammes, chansons, propos légers, sarcasmes, indiscretions, bavar- 
dages sur le gouvernement de sa chere république .... Casanova ne se refuse rien; 
amour, jalousie, imprudences, échelles de soie, gondoliers gagnés, aventures de toute 

espèce. 

(8) Famosi al « San Samuele »: Rosa Vitalba (1762-63), Luigia Todi (1791), la Mestrina (1733), 
la Sellarina, Yjlstrua, la Farinetta (1739)' Marianna e Teresa Imer (1740) e, nel 1732, il celeberrimo 
Gaetano Majorana, detto Caff anello. 

194 



espèce. Casanova fait le seigneur ; il a un habit de lustrine grise à ramages, avec 
un grand large point d' Espagne en argent, comme sur son chapeau a plumet: veste 
jaune, culotte de soie cramoisie, tei enfin quii est représenté en tète de sou ouvrage 
de la fuite des Plombs. 

Cet ouvrage est digne d'ètre lu. Son style barbare, bizarre, mais rapide et 
interessant, porte le cachet de la verité, qui ma d'ailleurs été attesti par nombre de 
Venitiens. » 

MÉMOIRES ET MÉLANGES historiques et littéraires du PRINCE DE LIGNE. — Paris, 1828, T- IV, PP . 3 e segg. 



XVIII. — COSTA. 

« . . . . il prend un secretaire nommé Costa, quii veut rosser dans un moment 
d'impatience, et finit par l'embrasser en tombant à ses genoux : le plus grand re- 
proche quii lui j asse est d'avoir écrit 30 pour brente, capitale du T$rol italien .... » 

Ibidem. 



XIX. — CASANOVA DIVENTA BIBLIOTECARIO. 

« A 'Paris, mon neveu Waldstein prit du gout pour lui chez VAmbassadeur 
de Venise, oh. ils dinaient ensemble. Comme il faisait semblant de croire à la magie 
et de s'en mèler, il nomme les clavicules de Salomon, d' Agrippa etc. ; et tout dans 
ce genre se présente aisement a lui. 

— A qui parlez-vous de cela? — dit Casanova — Oh, che bella cosa, co- 
spetto ! Tout cela mest familier. 

— Ainsi — dit Waldstein — venez en Bohème avec moi; je pars demain. 
Casanova, a bout d 'argent, de voyages, et d'aventures, le prend au mot, et le 

voila bibliothécaire d'un descendant du grand Waldstein. C'est en cette qualité quii 
a passe les quatorze dernières années de sa vie au chàteau de T)ux, près Toeplitz, 
ou pendant six étés il me rendit heureux par son enthousiasme pour moi et par son 
utile et agréable instruction. » 

Ibidem, I, IV- 



XX. — CASANOVA DESCRITTO DAL PRINCIPE DI LIGNE. 

« Ce serait un bien bel homme, s'il n'était pas laidi il est grand, bàli en 
Hercule; mais un teint africain, des yeux vifs, pleins d'esprit à la vérité, mais qui 
annoncent toujours la susceptibilité, l'inquiétude ou la rancune, lui donnent un peu 
l'air feroce. Plus facile à ètre mis en colere qu'en gaieté, il rit peu, mais il fait 
rire; il a une manière de dire les choses qui tient de l'Arlequin balourd et du Fi- 
garo, et le rend très-plaisant ; il n'y a que les choses quii prétend savoir quii ne 
sait pas: les règles de la danse, de la langue francaise, du gout, de l'usage du 
monde et du savoir-vivre. 

Iln'y 

195 



// n'y a que ses comédies qui ne soient pas comiques; il n'\? a que ses ouvrages 
philosophiques ou il n'y ait pas de philosophie, tous les autres en soni remplis; il 
i> a toujours du trait, du neuf, du piquant et du profond. Cesi un puits de science. 
mais il cite si souvent Horace que e est de quoi en dégouter. Sa tournure d'esprit 
et ses saillies ont un esprit de sei aitique. Il est sensible et reconnaissant ; mais, pour 
peu qu'on lui déplaise, il est méchant, hargneux et détestable; un million qu'on 
lui donnerait ne rackèterait pas une petite plaisanterie qu'on lui aurait faite. 

Son style ressemble à celui des anciennes prèfaces: il est long, diffus, lourd; 
mais s'il a quelque chose à raconter, comme, par exemple, ses aventures, il ij met 
une ielle originalité, naiveté, espèce de geme dramatique pour mettre tout en action, 
qu'on ne saurait trop l'admirer, et que sans le savoir, il est supérieur à Gii Blas 
et au Diable Boiteux. // ne croit a rien, excepté ce qui est le moins croyable, étant 
superstitieux sur tout plein d'objets ; heureusement quii a de l'honneur et de la de- 
licatesse, car avec sa phrase : Je l'ai promis à Dieu, ou bien : Dieu le veut, il n y 
a pas de chose au monde quii ne fùt capable de fair e. 

Il aime, il convoite tout, et, après avoir use de tout, il sait se passer de tout. 
Les femmes, et les petites filles surtout, sont dans sa tète, mais elles ne peuvent 
plus en sortir pour en passer ailleurs. Cela le fàche, cela le met en colere contre 
le beau sexe, contre lui, contre le del, la nature et l'année 1743 : il se cenge de 
tout cela contre tout ce qui est mangeahle et potable: ne pouvant plus ètre un dieu 
dans les jardins, un satire dans le forèts, e' est un loup à table; il ne fait gràce 
à rien, commence gaiement et finit tristement, désolé de ne pouvoir plus recommencer. 

S'il a profité quelquefois de sa supériorité sur d' autres bètes en hommes et en 
femmes pour faire fortune, c'était pour rendre heureux ceux qui V eniouraient. Au 
milieu des plus grands désordres de la jeunesse la plus orageuse et de la carrière 
des aventures, quelquefois un peu équivoques, il a montré de l'honneur, de la de- 
licatesse et du courage. Il est fier parce quii n'est rien et quii n'a rien : rentier, 
ou financier, ou grand seigneur, il aurait été peni ètre plus facile à vivre; mais 
qu'on ne le contrarie point, surtout que l'on ne rie point; mais qu'on le lise ou 
qu'on l'écoute, car son amour-propre est toujours sous les armes; ne lui dites jamais 
que vous savez l'histoire quii Va vous conter, a$ez l'air de l'entendre pour la pre- 
mière fois. Ne manquez pas de lui faire la révérence, car un rien vous en fera 
un ennemi. 

Sa prodigieuse imagination, la vivacité de son paps, ses voyages, tous les 
métiers quii a faits, sa fermeté dans l'absence de tous les biens moraux et phy- 
siques, en font un homme rare, précieux à recontrer, digne mime de consìdération 
et de beaucoup d'amitié de la part du très-petit nomhre de personnes qui trouvent 
gràce decani lui » . 



XXI. - MORTE DI GIACOMO CASANOVA. - LA MALATTIA. 

Ponete nelle mani d'un medico, il quale abbia pur tempo da perdere per la 
letteratura suntuaria, le Memorie di Giacomo Casanova e chiedetegli, quando quelle 
e qualche epistola del signor Giacomo a' suoi vecchi amici egli abbia letto, che pensi 
della costituzione fìsica e de' malanni di quest'uomo eccezionale. Vi dirà che certo 
egli ebbe una salda, sana constituzione e, insieme, la mirabile attitudine, tenace fino 

alla morte, 



196 






t 




IL PRINCIPE CARLO DI LIGNE. 



alla morte, a curare con esattezza e pazienza le infermità sue e a giovarsi di 
riposi necessari dopo gli eccessi a' quali lo trascinava l'esuberanza del suo desiderio 
gauditivo. 

Nella recente edizione tedesca delle Memorie il Conrad ha posto, scrupoloso 
fino allo zelo anche più trascurabile, un resoconto del, direi, disservizio fisico di 
Giacomo Casanova: si ritrova difatti, nell'ultimo Volume di quella edizione (Gia- 
como Casanova Erinnerungen, ùbersetz und eingeleilet Von Heinrich Conrad — 
Munchen 1909 - Band XIII, pag. 349) una lunga nota del dottor Meissner, 
intitolata Casanova als Kranker und alsarzt, e in quella nessuna è dimenticata pur 
delle più piccole, lievi, passaggiere infermità ch'ebbe a patire quel caro cavalier 
viniziano. 

Sulla lunga lor serie io qui non mi vorrò certo indugiare come ha fatto il 
Meissner: quella sua patologica appendice segue alle Memorie, che sono la mirabile 
esposizione di tutta quasi una vita, e però può tener luogo, se si voglia, di un lor 
complemento necessario, il quale ci sciorini sott' occhi, in ogni sua deficienza pur 
fisica, la figura impressionante e singolare del signore di Seingalt. Ma qui soltanto 
si tratta di un passo di quella vita — notevolissimo, senza dubio, ma non tale 
da far desiderare di simili interventi scientifici, un passo, direi, così nelle apparenze 
fantastico da non proprio lasciar quelli collimare con gli atteggiamenti d'una nar- 
razione quasi straordinaria. 

E' da considerare, tuttavia, rispetto agli anni in cui Casanova scrisse della sua 
fuga da' «Piombi», qualche malinconica osservazione, ch'egli vi lascia cader per 
entro, come quella che già precorre le parecchie onde poi s'espressero, con sempre 
più lamentosa insistenza e nella triste solitudine di ^Dux, i suoi rimpianti amari. La 
sua salute non era più l'antica, anzi, al tempo della compilazione della « Fuga », 
già era cagionevole: a Praga, ove ne' mesi di maggio, giugno e luglio del 1788 
egli s'era fermato lo colpì, mentre attendeva alla stampa della « Fuga » /'influenza 
russa, com'egli chiama, in una lettera che di là scrive il 7 maggio al conte di 
Collalto (9), quella che ora si chiama influenza senz'altro e che nel cinquecento 
era detta mal del caldone: infermità che più tardi fu pur chiamata grippe. Se ne 
guarì con the e dieta: ma tossiva ancora il 20 maggio ('0). 

In Jìix già lo aveva investito, tempo prima, una fiera polmonite e quasi ridotto 
in fin di vita; il suo robusto organismo era dunque intaccato, eppur non così ine- 
sorabilmente come potrebbe sembrare : un uomo, bati en Hércule come il Casanova 
e immune d'affezioni cardiache, sarebbe riescilo a superare i pericoli che in due o 
tre riprese avevano minacciato il suo apparecchio respiratorio e a porlo, per lasciarlo 
securamente e placidamente funzionare nella pace della già prossima Vecchiaia, nelle 
condizioni più favorevoli. Ma occorre risalire a' tempi della giovinezza di Casanova, 
per pronunziarsi definitivamente su quelle che furono le vere cause di sua morte. 
E io credo di poterle additar qui pel primo, poi che ho sotto mano alcune lettere 
dello Zaguri dirette all'autor della « Fuga » e in esse intravvedo gli ultimi costui 
giorni e la inesorabile crudeltà del male che lo condusse alla tomba. 

Da' più belli anni di sua prima giovinezza Giacomo Casanova ebbe disturbi 
cronici dell'apparecchio digerente: gli erano familiari e accettissimi i piaceri della 

mensa, 



(9) <P. MOLMENTI. — Carteggi casanooiani, Firenze, Tip. Galileiana, 1910. Pag. 14. 

(10) Idem — Ibid., pag. 20. 



197 



mensa, quelli della galante vita non meno: li fumi, com'egli settecentescamente de- 
finisce l'ipocondria, di cui pur fu annebbiato il Goldoni 0, sono spiegati da quelle 
sofferenze intestinali non dovute a materiali lesioni della sua mucosa ma allo stato 
anormale del sistema nervoso dello stomaco, specie dopo eccessi ripetuti di fatica 
intellettuale e fisica. Precoce amatore Giacomo Casanova abusa delle forze straor- 
dinarie che gli fanno meritar quel vanto : le astinenze e la tenue dieta lo ripagano, 
allorché gli è sfavorevole l'amore ed egli n'esce malconcio. Quante volte? Egli 
stesso non le numera più, e con quanti residuii infiammatorii — nel senso clinico — 
è facile immaginare. E così giunge ai primi anni di sua vecchiezza : ne ha cinque 
o sei meno de' settanta e comincia a tormentarsi e a lamentarsi, poiché lo afflig- 
gono già la diatesi urica, le manifestazioni primarie della chiragra e della podagra, 
gli spasimi pungenti di quell'altro male di cui parla nella « Fuga » e che egli crede 
generato dal carcere, ma che invece non rampolla se non dall' abito suo artritico. 
Giusto, ho trovato in qualche lettera dello Zaguri la chiara notizia degli attacchi 
di tutti que' fastidiosi malanni i quali certamente contribuirono al carattere collerico 
che il Casanova confessa d'aver avuto in età avanzata. Una ipertrofia prostatica 
accompagnata da quella che i medici chiamano iscuria paradossa si stabilisce, circa 
quattro anni prima della sua morte, nel vecchio libertino. ZACe derivano que' di- 
sturbi digestivi a' quali agli ha dovuto accennare nelle sue lettere allo Zaguri, 
quella inappetenza che il principe di Ligne addita nelle sue Memorie, quella gran 
sete onde il poveretto è tormentato. Una cronica intossicazione urinaria porta rapi- 
damente alla morte il Casanova: una sepsi di quell'apparecchio, insomma, e — 
bisogna notarlo — in tempi ne' quali le disinfezioni non erano note. Indebolita 
dagli anni la resistenza organica, il male ebbe tutto il modo d'avanzare. 

Breve, Casanova mi pare sia stato prevalentemente un artritico: a questo suo 
speciale abito fisiologico deve le malattie di genere, dirò, passionale che lo afflis- 
sero e che finirono in qualche totale ipertrofia. Il colpo al quale Zaguri accenna 
nella sua lettera ha dovuto essere un fortissimo attacco di podagra e di chiragra : 
a settantatre anni, quanti allora ne contava il signor Qiacomo, la emiplegia avrebbe 
invece lasciato postumi a' quali certo il Casanova pur avrebbe accennato. 



XXII. — QVEL CHE PENSA DI CASANOVA IL CESAROTTI. 

« . . . . En attendant il me tomba heureusement das les mains une copie de 
la lettre que Vous avez envoyée à M. r le Marquis Albergati au sujet du demèlé 
de M. 1 le Conte Branicki et de Casanova. Je reconnus mon cher ami à ses traits 
inimitables. Vous avez su m'interesser au dernier point à cette aventure heroi-co- 
mique, et je ne sais si j'aimerois autant de lire le combat des Horaces, et des 
Curiaces dans mon illustre concitoyen : à coup sur ce ne seroit pas du coté du style, 
que je gagnerois au change. Au reste il est beau pour un 'Oenitien de voir Casa- 
nova metamorphosé en Heros: e est un vermisseau qui s'est changé tout d un coup 

en un 



(11) « Soggetto come io era a vapori ipocondriaci che attaccano ad un tempo il corpo e lo spirito li 
sentii a risvegliarsi nel mio individuo con più violenza che mai. » GOLDONI. — Memorie. Voi. II p. 95, 
ed. Zatta, 1788. 



198 



en un papillon. Il me semble dorénavant il ne devroit jamais souper sans son 
morceau de plomb de Venise sur sa table, ainsi qu Agathéocles devenu Roi n'ou- 
blioit jamais ses vaisseux d'argile ...... 

Epistolario di MELCHIORRE CESAROTTI. - Firenze, presso Molini. Landi & C , 1811. Tomo I, p. 51. (A proposito 
del duello di Casanova col Branicki). Lettera del Cesarotti all'abate Taruffi a Varsavia. 



XXIII. — QUEL CHE NE PENSA L'ABATE TARVFFI. 

« . . . . Par quel hazard Vous est il arrivi, mon très cher, de voir la lettre 
que j'écrivois depais quelque mois a tfflC. 1 le marquis Albergati? Le combat singulier, 
dont il fut question, me parut réellement éxtraordinaire, mais autant que je m'en 
souviens ma description n'était rien moin que cela .... 

Au reste e est dommage que l'illustre Casanova ci-devant héros, et seigneur 
postiche, et par dessus le marche, soi-disant bei-esprit, n'ait pas eu l'adresse de 
soutenir son grand ròle: aussi bien s'est-on repenti d'avoir estropié si noblement un 
simple avanturier. Peu après sa brillante expedition quelques malheureuses anedoctes 
bien avérées flétrirent tous ses lauriers : Vétonnement fit place au mépris, et le 
bàton reclama ses droits: mais en fin on s'est contente d'apostropher le bon Che- 
valier sans reproche, et de Vexhorter d'une facon energique à continuer ses voyages. 
e Doila par conseguent notre glorieux papillon retombé tout-h-coup dans l'humble 
état de vermisseau. Le Diable de plomb de Venise le poursuit par-tout, et gra- 
vite sur lui avec une force d'opinion que le grand ZNjzwton n'a pas calculée. ... ». 

LETTERA A MELCHIORRE CESAROTTI, da Varsavia, 25 giugno 1766. - Ibid. p, 60. 



XXIV. — VN ESEMPLARE DELLA ■ FVGA " A ZAGVRI. — IL COSTVI GIVDIZIO SVL 
LIBRO (12).. 

"Venezia, a dì 2 gennaio 1788. 

Mon cher Ami, 

Certo Abate Gentili, gran viaggiatore e che potreste aver conosciuto 1 1 anni 
fa in Venezia al mio Casino mi portò il più interessante dei romanzi, anzi la pili 
vera delle storie interessanti, perchè non è che alla verità concesso il privilegio d'es- 
sere enunciata pari a se stessa in tutte le sue circostanze. L'ho letto avidamente e 

lo possedo 

(12) Questa lettera di Pietro Zaguri, che ho pure ricordata in una nota alla traduzione della " FUCA " è 
qui trascritta dalla copia che ne ho avuto, tra pur quelle di tutte dello Zaguri stesso a Casanova, da Dux. 
L' illustre senatore Molmenti la publica nelle Lettere inedite del 'Patrizio Pietro Zaguri a Giacomo Casanova 
con alcune varianti e con qualche omissione che sono certo da attribuirsi al copista le cui trascrizioni il Mol- 
menti medesimo ha avuto tra mani. Quel che è di carattere tondo in questa lettera ch'io publico riproduce 
dalla copia mia il brano omesso dal copista del Molmenti. Il mio — al quale per altro devo tutta la mia 
riconoscenza — è, credo, tedesco o austriaco. Ha fatto il meglio che ha potuto; e se, qua e là, non bene 
leggendo lo scritto dello Zaguri, ha preso qualche cantonata merita scusa. 

199 



lo possedo con infinita compiacenza. Lo stile è veramente quale esser deve, cioè 
nobile, eguale, erudito morale e sempre vero. I sentimenti solidi e filosofici e niente 
meno che brillanti e in nuove forme presentati. Non senza molta prudenza ed anzi 
riserva scritto pochissimi tratti incitando il sopraciglio della Veneto-politica suprema 
censura o dispiacenza, o dispetto ma questi pochissimi sono soverchi ad impedirne la 
promulgazione fra queste difficili lagune, anzi son certo che se ne farebbe un serio 
affare. Nel fine del vostro libro mi promettete gli avvenimenti dei susseguenti 18 
anni: e perchè non scriverli? Quel talento con cui tutto sapete dire perchè tutto si 
può dire con esso servando ogni rispetto dovuto così agli interlocutori de la Pièce 
che alla sua verità Vi trarrebbe d' impaccio assai leggermente e mi par l'esito di 
altri tre tometti forse simili a questo farebbe una interessantissima edizione e ricer- 
catissima. Basta io Vi ringrazio d'avermelo mandato. 

Jlvrete spero per la esattezza della 'Posta ricevuta finalmente la mia orazione, 
né altri mezzi quando mi parerà userò certamente. 

Verbo Accademia. 

Le due Tragedie sono riuscite a meraviglia : il teatro è messo secondo il mio 
genio: son certo che ve ne meraviglierete assai. Poco di pili completo può imma- 
ginarsi. Basti il dirvi che a vista si disciolse l'Accademia degli Uniti, ov'erano tutti 
signori di prima sfera, disperati di poterci superarci e ridotti fantocci rispetto a un 
Teatro per amatori grande e nobilissimo. Dopo Pasqua si daranno 10 Pièces: siamo 
già 70 da un zecchino mensuale. Il Cromer ha comprato il palazzo intiero vis a 
Vis Salviano (?) ove dimorava il Baffo. Egli è divenuto forse fra i primi il primo 
per la Renga, e la di lui casa a S. Stefano fu presa ad affitto dal Foscarini G. (?) 
per Lucietta. Così fortuna va cangiando Stato. Non so s'io Vi scrissi che il mio 

casino 



Da queste note, che il Molmenti pone sotto !a lettera dello Zaguri, qualche mala interpretazione del 
mio copista riescirà pur manifesta. 

3\£ora prima (Molmenti). — « Il palazzo sansovinesco, co! prospetto di un frescato dal Veronese, in 
campo S. Maurizio, di contro al palazzo Zaguri, apparteneva in origine alla famiglia Bellavite, dalla quale 
passò ai Giavarina, indi al Gora, poi al marchese Gavriani, poi all' avocato Giuseppe Terzi, dal quale fu 
acquistato da Giambattista Cromer, che era allora il più celebre avvocato di Venezia (il primo per la renga). 
Si dice che il Cromer abbia in questo palazzo ospitato giovinetto Alessandro Manzoni. Vi abitò e vi mori 
nel 1 768 il licenzioso poeta vernacolo Giorgio Baffo. La casa prima abitata dal Cromer a S. Stefano fu 
presa in affitto da Giacomo Foscarino per la ballerina Lucia Pardini. 

&£ola seconda (Molmenti). — 11 casino dello Zaguri, in Calle dei Balloni, che fu distrutto dal fuoco 
era affittato a un Foscarini, forse il famigerato Giacomo, e alla ballerina Campioni, parmigiana, ricordata dal 
Casanova - Mémoires, T. Vili, pag. 32. 

tNjota terza (Molmenti). — " Girolamo Diedo del fu Antonio K. r. e della fu Adriana Michiel, 
nacque il 17 marzo 1732, e fu nominato Revisore e Regolatore alla Scrittura il 1 febbraio 1788, succe- 
dendo in tale ufficio allo Zaguri „. 

3\Cota quarta (Molmenti) — "Il conte Savorgnan, del fu Giovan Paolo e della fu Giovanna Gambara, 
nacque nel 1 747 n . 

Le lettere publicate dal Molmenti sono ottantatre, se non non mi sbaglio, e vanno dal 22 gennaio 
1783 al 31 marzo 1798. Quelle di cui ho copia presso di me sono novantasei, e vanno dal 17 settembre 
1772 (da Padova) al 4 maggio 1798 (da Venezia). 

200 



casino in Calle de galloni, ove Voi scendeste, e non dal Businello, al Vostro 
arrivo in Venezia, sola mancanza storica che in così vero libro trovai, arse da fon- 
damenti con tutti i mobili ch'io feci con tanto studio. Egli era da me affittato al 
Foscarini sotto, alla Campioni sopra. Ciò fu la vigilia di Sant'Antonio dal foco in 
pieno giorno poco meno che con pubblico compiacimento. Fu fatto un sonetto che 
dice che come il contrabbando si salva e i contrabbandieri abbrugiano la barca e 
gli utensili, così Sant'Antonio etc. etc. 

// Diedo Qir. mo a gran stento a fronte di due scontri fu eletto ai Rev. e Reg. 
alla Scrittura mio successore.... Così fortuna etc. // Co. Savorniani è poco meno 
che uno stordito, parlo del Co. Giro. ° Egli è in gran questioni con la sua famiglia 
e in gran sconcerto. Bisogna attendere a quaresima tempo di miglior calma. Non 
mi usciran di mente le premure del Priv. Non la lettera sulla gazzetta, che egli 
forse dovrà partire per il campo. Sarebbe questo un impedimento al negozio? 
Addio. 

'Oostro affi. Amico ^Pietro Zaguri. 





Nato in Venezia il 1728, morto a Dresda nel 1795. 
(da un dipinto di Raffaello <JXCengs) 




Casanova - Documenti ■ 1 




"DOCUMENTI 



ILL.™ ET ECC. mi SIGNORI 

Per commissione acuta le resta dalla mia ossequiosissima obbedienza umiliato, 
che rilevo come Qiacomo Casanova è figlio di Zanetta comediante, detta la Bura- 
nella ; suo padre pure comico et aveva nome Gaetano ; essendo morto restò il sudetto 
Qiacomo in ettà tenera in educazione dalla genitrice di sua madre, per esser la 
medema andata alla Corte di Dresda ; la sua abitazione era a San Samuel, si fece 
prete, e depose l'abito. Dicono ch'egli sia letterato, ma di una mente feconda de 
cabale; che si era introdoto dal N. H. ser Zuanne Bragadin a S. Marina, e che 
li mangiò molti denari; ch'à viaggiato per l'Ingilterra, eh' è statto a Parigi, ove si 
è prodotto appresso Cavallieri e con femmine ritraendone degl'inleciti vantaggi, es- 
sendo stato sempre suo costume vivere a spese altrui e di coltivare gente facili a 
credere, e di queli che amano il libertinagio secondando le loro sregolate pacioni; 
eh' è giocatore di carte, che à conoscenza con nobili patrizi, forestieri et ogni genere 
di persone ; e che presentemente pratica il N. H. ser Bernardo Memo, che sono per 
lo più sempre assieme. Mi dice il N. H. ser Benedetto Pisani che il sudetto Ca- 
sanova è un iperbolano, che a forza di menzogne con suoi raggiri di mente vive a 
spese di questo e di quelo, eh' è statto la rovina del N. H. ser Zuanne Bragadin, 
avendoli cavato molto denaro facendoli credere che venire dovesse l'Angelo della luce, 
e che stupisce come un soggetto, che nel paese à fatta tanta figura, si sia lasciato 
ingannare da talle impostore. Il detto Casanova frequenta in ora la bottegha da 
acque, ch'era di Menegazzo in Merceria, e mi dice Filippo principale di detta bot- 
tega, come lo stesso Casanova fa soventi colloqui con il N. H. ser Marc' Antonio 
Zorzi, con il N. H. ser Bernardo Memo, e con Antonio Braida, e che anzi crede 
che scrìvino delle sattire contro l'abbate Chiari; che alla bottega del Battineli librer 
pratica il N. H. ser Antonio Condulmer protettore del Medbac, e Chiari, e che 
S. E. Condulmer avendo cognizione di queste unioni che vengono fatte in sua bottega, 

e sapendo 



III 



e sapendo tutto, à fatte- delle esagerazzioni si del N. H. Zorzi, che degli altri; 
avendo il sudetto Filippo ciò inteso nel servir che fecce il N. H. Condulmer, por- 
tandoli il caffè alla bottega del sopradetto Bettinelli. 

Venezia li 1 1 novembre 1754. 

Um. mo dev. mo osserv." 10 servitore 
Qio. Batta Manuzzi. 

Venezia - Archivio di Stato. 

INQUISITORI DI STATO - RIFERTE MANUZZI - B. 612 




ILL. mi ET ECC. mi SIGNORI 

Rilevo da D. Gio. Batta Pandini che attrovandosi giovedì mattina fu li 14 
corrente nella bottega di Filippo in Merceria, detta da Menegazzo, dove discorreva 
il prete Gatti, figlio del fabbro a S. Angelo, lo sentì dire che l'abbate Chiari on- 
derà a morire soto i piombi per certi Versi che vi sono in questa ultima comedia, 
che presenti a questo discorso del Gatti vi furono diverse persone, fra gli altri il 
N. H. ser Bernardo Memo, Qio. Batta Zambelli, et il speciale della Madonna a 
S. Bartolamio. 

La medesima sera in detta bottega vi erano vari circoli, e molti discorevano 
del Chiari ; uniti erano il N. H. ser Marc' Antonio Zorzi, la sua dama, ser Ber- 
nardo Memo, Giacomo Casanova, Antonio Braida, Zuanne Simonetti; licenssiatosi 
il Braida si trattene meco a discorere, e presente Zuanne Zane, mi raccontò come 
ser Marc' Antonio Zorzi li diceva che anco questa comedia del Chiari è piena 
di disordini, che vengono fatti delli racconti fuori di proposito, che vi sono delli 
sentimenti barbari et inumani, e che vi sono una quantità di versi fallati; e 
discorsi filosofici, e descrizzioni appogiate a caratteri che non convengono. Nella 
detta bottega i maggiori discorsi sono delle comedie del Chiari, dicono che i 
partiggiani del Chiari sono come queli di Catilina, e li dividono in tre classi, 
dovè plebazza, oziosi e scavezzoni ; si nomina in detta bottega assai il Casanova 
perchè egli vaticinare vole sopra le composissioni del Chiari, fono oracoli delle 
decisioni del N. H. ser Marc' Antonio Zorzi; ognuno poi per andare a seconda 
dice la sua; et osservai che i discorsi del N. H. Zorzi dano materia di parlare 
anche a molti zotici, che disaprovano le cose senza saper nemeno addure alcuna 
ragione ai loro discorsi, riducendosi per avvalorarli a cittare per autore lo stesso 
N. H. Zorzi. Ciocché successe anche in questa ultima comedia, che alcuni l'ap- 
plaudivano, e doppo il discorso di S. E. Zorzi, che la discreditò, parlarono diver- 
samente, e per quanto si vede, le persone assai contrarie al Chiari, e che dano 
fomento a tanti bisbigli, sono le di sopra rifferite. 

Venezia li 16 novembre 1754. 

Um. mo dev. mo os. mo servitore 
Qio. Batta Manuzzi. 

Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - RIFERTE MANUZZI - B. 612. 

IV 



ILL. mi ET ECC. mi SIGNORI 

Facendo ricerca delle satire che vengono lette nella bottegha d'acque da Filippo 
in Merceria, me ne diede una D. Gio. Batta Pandini, la quale mi db l'alto onore 
di rassegnare; lui Va avuta dall'abate Zorzeti, e questo l'ebbe da uno de secretori 
di S. E. Ambasciator di Spagna, e mi dice che il Zorzeti li à detto, che l'autore 
di detta satira è Giacomo Casanova, e che per dar rissalto a queste sue satire le fa 
passare in mano alli sopradetti secretori, credendo anche di farsi merito; e loro lo 
considerano un impostore e un poco di buono. Avendo poi, ma inutilmente, procurata 
da molti l'ultima satira, con il mezzo di Francesco Siviglia l'ho fatta dimandare 
al Casanova, il quale gli la promise, a condizione pero, che andasse a copiarla a 
sua casa. Andò il Siviglia ieri mattina, e mi dice di non averne fatta copia per 
essere longhetta, e lui tardò nel scrivere ; e che essendo anco in molti luoghi correta 
e difficile a intendersi, disse al Casanova che sarebbe ritornato per copiarla con per- 
sona suo amico ; avendo loro due così concertato, andai questa mattina in compagnia 
del detto Siviglia dal Casanova, lo fece destare perchè dormiva, entrò nella sua 
stanza e sortì subito, essendo stato pregato dal Casanova di rimettere ad altro giorno 
tall'affare, asserendogli di essere andato a letto a giorno, e che aveva bisogno di 
riposo. 

Venezia li 30 novembre 1754. 

Um. mo dev. m0 os. mo servitore 
Gio. Batta Manuzzi. 

(Allegato). 
AL SIOR ABATE CHIARI. 

A quel certo Poeta, ho sentio a dir diversi 

Che la segonda sera v'ha tratto via quei versi, 
Sparsi nel zorno dopo anca per Marzaria, 
Che questa xe la vostra solita idropisia; 
E che caro el mio abate se no se autor de elli, 
Tanto i someggia i vostri, che i par giusto fradelli. 
Ma se vii oppur un altro per vìi tal cura ha presa, 
Credelo, che el Colombo nò valeva la spesa. 
El Colombo è una selva de spropositi chiari, 
E che mostra la testa ben dell'abate Chiari. 
L'è un mal sciolto argomento, de regole incapace, 
El par del Cicognini, o d'altro so seguace; 
Nò quella cosa degna scielta dalla natura, 
Come da qualche anno il Goldoni procura. 
E pò almanco el so titolo s'accomodasse al fatto 
E no avessi per strada persa la mente affatto, 
Chiamando alla scoperta dell'America in fede, 
Che pò nella comedia zè el manco che se vede. 
Saveu cosa s'ha visto? Andar a un mondo novo 
Zente partia d'Europa, per far romper un vovo ; 

Per intender 



Per intender sul fatto la lingua americana, 

Per andar all'eccesso colla pazzia più strana, 

Co' un amor de momenti a farse bruzar vivo, 

La Religion violada per un furor lascivo. 

Avemo visto un matto che approda a un isoletta, 

Dize de donar mondi, che de scoprir l'aspetta, 

Che parla de se stesso come che parla el Chiari, 

Ne mantien i riguardi debiti e necessari. 

S'ha visto una donnetta che da so fio trovada, 

Nissun stupor l'ha fatto a veder una spada; 

E dopo co so pare, de ella un don voi far, 

Con stupor la la osserva, e nova la ghe par. 

Questa è po' quella donna, che presto ha da saver 

Cose che su l'aurora ghe insegna un mariner, 

Cioè spiegar l'ecclissi, ma su i vecchi sistemi, 

Che vai a dir dei frati, tutti i prodigi estremi, 

Del canon, della polvere, e all'abate so autor. 

Le descrizion che el roba dir sii come un dottor. 

Se questo corrisponde al titol del cartello, 

Nò corrisponde manco l'altro episodio bello, 

El barcariol, la maschera vestia da Tracagnin, 

Tutti do licenziosi, sporchi nel so morbin. 

E che invece de sali degni de un savio Abate, 

No i sa dir, co' i xè in bona altro che baronate. 

Questo è quel che s'ha visto. Questo è quel gran Colombo, 

Che a Modena e a Venezia aveva a far quel rombo. 

Ieri el vien in America, sta sera el torna via. 

Ecco el fin del gran viazzo ; la comedia è finia. 

Oh caro sior Abate, co ste vostre frattae, 

Mi me dispiase dirvelo, quel che vu fé xè assae. 

Lasso i altri spropositi, che farave un volume, 

E za ben abbastanza li vede chi ghà lume; 

Ma vìi guaste el teatro, e la bella fattura 

Che avea fatto Goldoni, se perde e più nò dura. 

Prove un poco dal fondo proprio a trattar affetti 

A bisegar nell'anema, a dipinger difetti, 

Ed inventar caratteri, e colla comich'arte 

A dar insegnamenti, no' copiar d'altre carte. 

Pelo se mai sé bon, che allora ve idolatro, 

Ma prima de arrivarghe, se serrerà el teatro. 



Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - RIFERTE MANUZZI • B. 612. 




VI 



ILL. mi ET ECC mi SIGNORI 

Incaricata la mia obbedienza del venerato comando di riferire chi sia Giacomo 
Casanova, generalmente rilevo eh' è figlio di un comico e di una comediante; viene 
descrito il detto Casanova di un carattere cabalon, che si sa profittare della credu- 
lità delle persone, come fece col N. H. ser Zuanne Bragadin per vivere alle spalle 
di questo e di quelo, sendo sempre statte tali le sue mire, non avendo alcun im- 
piego; che le sue pratiche tanto in Venezia, come in altre città, ove à viaggiato, 
furono per lo più con gente di libertini costumi, secondando V irregolarità delle 
loro pacioni; che trata co' nobili Patrizi, co' privati, come pure co' forestieri ; ch'è 
giocatore; ch'in ora è familiarissimo del N. H. ser Marc' Antonio Zorzi, di ser 
Bernardo Memo, e che pratica sovente dal N. H. ser Marco Donato. 

Silvestro Boncusen locandiere conoscente del Casanova mi disse, che dopo avere 
spogliato il detto Casanova l'abito da prete, suonava 7 violino nel teatro di 
S. E. Grimani, ch'è statto in pratica da Marco Leze avvocato, che poi co' la man- 
sione d'uomo di lettere à viaggiato in diverse parti, che co' le sue lepidezze s è 
introdotto co' nobili Patrizi, et altri soggetti; ch'ignora però quale sj la religione 
che 7 Casanova professa. 

Don Gio. Batta Zini di chiesa di San Samuel amico del Casanova mi disse, 
che per le confidenze fategli dal detto Casanova di certe intelligenze ch'à co' dei 
nobili Patrizi di queli che sano tenere le carte in mano, lo consigliò più volte a 
non ingerirsene, perchè succedendo qualche inconveniente, direbbero che lui à barati 
i soldi, e tutta la colpa diverebbe sua; che il detto Casanova qui nel paese è in 
vista di tutto fuor che di barare, ch'avendo il Casanova conoscenze anche di fore- 
stieri, crede l'introduca da nobili Patrizi a giocare; mi dice il sudetto Zini che 
l'amicicia del Casanova col N. H. ser Marc' Antonio Zorzi, e co' li NN. HH. 
Fratelli Memo sia perchè sono tutti filosofi alla stessa maniera ; lo strinsi a spiegarsi. 
Ei mi soggiunse sono tanti Picurei ; e l'amicicia col N. H. ser Marco Donato 
perch'è giocatore; con difficoltà ò avute queste notizie dal detto D. Gio. Batta Zini 
perchè supponesi obbligato a non far uso di tali cose riguardo all'amicicia del Ca- 
sanova, e perchè lui stesso gli Va comunicate ; ò procurato trapelarle qualche fatto 
successo delle barene del Casanova, per l'intelligenze, che dice il Zini, eh' gli à 
co' nobili Patrizi, ma si è contenuto sempre lo stesso Zini in termini generali. 

Venezia 22 marzo 1755. 

Um. mo dev. mo os. mo servitore 
Gio. Batta Manuzzi. 

Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - RIFERTE MANUZZI - B. 612. 




VII 



ILL. mi ET ECC. mi SIGNORI 

Essendomi riuscito rilevare da D. Gio. Batta Zini di chiesa de S. Samuel, 
che Giacomo Casanova in oltre alle molte amicicie che ha co' nobili Patrizi, con 
qualcheduno de quali crede se la intendi, e l'introduca dei forestieri a giuocare, e 
vincersi i denari, sapendo per voce propria del Casanova aver esso l'arte del barare, 
che il Casanova fa credere che non si mora, ma che soavemente si sia trasportati 
da fra Bernardo, il quale viene a levarsi e condursi per la via Lattea nella reli- 
gione degli addeti ove risiede Leggismarco ; e con queste dannate imposture dei Rosa 
croce, degli Angeli della luce, ammalia le persone come fece del N. H. ser Zuanne 
Bragadin, et altri nobili Patrizi per cavarli denari; che professa il detto Casanova 
le massime de Picureo ; che con le sue imposture e chiacchere inviluppa la gente 
in un totale libertinaggio ad ogni genere di piacere ; che di nuovo coltiva il TV. H. 
Bragadin sperando, se reddito, di mangiarle il resto ; che molti nobili Patrizi amando 
il suo talento li vanno a seconda ; che stupisce non li sj accaduto niente di sinistro 
praticando con tanta confidenza i nobili Patrizi insupandoli di certe massime, ch'è 
un cisma aperto, che se qualche d'uno d'essi parlassero gramo lui. 

Con queste nozioni ho ridotto il Casanova a discorrer meco di simili matterie; 
mi ha confidato di aver procurato insinuarsi con il Duca Qrillo che pratica alla 
bottega d'acque al Buso; che li fece qualche discorso del numero con l'idea di 
ridurlo a poco a poco alla chimica, e lusingarlo di saper compore la polvere uni- 
versale, e persuaderlo poi che non morirà, ma che passerà dolcemente agli addeti; 
che dalle risposte avute dal Grillo in proposito del numero vede l'impresa esser dif- 
ficile avendogli confutati i principi, che per altro sarebbe capace farli spendere un 
tesoro, quale entrarebbe quasi tutto in scarsella a lui senza che il Grillo se ne ave- 
desse; che le riuscì incantare dei altri, particolarmente ser Zuanne Bragadin, che 
stante la stretta amicicia fra loro passava, sarano sette anni circa, si era divolgato 
pel paese che tanto il N. H. Bragadin, quanto lui discorrevano co' spiriti, che 
sendo stato avisato il Bragadin che avevano assogettata la matteria a questo gravis- 
simo tribunale, e per non essere retento, o esiliato si absentò di Venezia. Si vanta 
il detto Casanova franco nel barare, forte di spirito per non creder niente in mat- 
teria di religione, di aver tutta la sveltezza per insinuarsi colle persone e ingannarli, 
che in passato molte volte gli è stato per precipitare riguardo che non aveva giu- 
dizio, ma che in ora egli opera con riserve grandissime, perchè questo è un paese 
che di governo e di religione non si può parlare senza un grande rischio, prote- 
standosi di nulla credere della nostra religione, come non credono alcuni nobili Pa- 
trizi che lui conosce; che le sue pratiche sono con Ser Zuanne Bragadin, ser 
Marc' Antonio Zarzi, ser Alvise Qrimani, ser Marco Donado, ser Bernardo Memo, 
ser Piero Alvise Barbaro et altri moltissimi nobili Patrizi, che lo amano; che da 
alcuni ei va alle lor case a pranzo, desiderandolo ogni uno, con altri s'unisce ai 
cafè, alla Malvasia, data da Lissandro in Frezzaria ove mi dice che qualche volta, 
ma di rado giocano; che lui ha molte conoscenze co' forestieri, e con il fior della 
gioventù; che pratica in casa di moltissime figlie, maritate, e donne d'altro genere, 
che lui procura divertirsi in ogni guisa, e tenta sempre colpi grandi per mutar for- 
tuna ; che per saziare i suoi piaceri non le mancano denari ; che pochi giorni sono 
a Padova ha perduti più di sessanta cechini. Questa perdita la rilevo da Giacomo 
Canal, e la intesi anche da un tal Cesarino giocator di faraone, pratica al mondo 
d'oro ; presente il detto Cesarino lunedì notte in bottega d'acque al Rinaldo Trion- 

Trionfante 

Vili 



fante il Casanova ci lesse un'empia composizione in versi, lingua Veneziana, che sta 
ora facendo. Non so cosa si possa dare di più enorme nel suo pensare e nel di- 
scorrere di religione, considerando il Casanova assai deboli di spirito queli che cre- 
dono in Gesù Christo. A trattare e intrinsecarsi col detto Casanova si vedono vera- 
mente accomunate in lui la miscredenza, l'impostura, la lasivia e la voluttà in modo 
tale, che fa orrore. 

Il N. H. ser Benedetto Pisani ha cognizione dell'imposture fatte dal Casanova 
al N. H. ser Zuanne Bragadin, e che li fece credere che venir le dovesse l'Angelo 
della luce; che fu il Casanova la rovina del detto N. H. Bragadin. 

Giacomo Canal conoscente anche del N. H. ser Bernardo Memo mi dice che 
il Casanova è una gran testa, che pratica con somma confidenza Nobili Patrizi, 
che crede occorendo li facia il mezzano, che ser Bernardo Memo abbenchè sia spesso 
col Casanova a momenti lo ama, et a momenti lo calpestra. 

Da Giacomo Berti rilevo come le disse uno de giovani della Malvasia in Frez- 
zaria che pratica la sera il Casanova, e si trattiene a discorrere in un loco interno 
con ser Bernardo Memo, col Barbaro ; che li hanno veduti al Casanova ne' scorsi 
giorni una borsa con molti ori, e che ha sempre denari. 

Venezia li 17 luglio 1755. 

Um. m0 dev. mo os. mo servitore 
Gio. Batta Manuzzi. 

(A tergo). 

1755 - 20 luglio. 
Manucci procuri di avere la composizione in versi, e la presenti. 

Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - RIFERTE MANUZZI - B. 612- 




ILL. mi ET ECC. mi SIGNORI 

Ricercai a Giacomo Casanova la composizione. Mi ha risposto, finita che l'avrà, 
me la lascierà copiare, con impegno però di non dir mai che lui sia stato l'autore. 
Me la lesse di nuovo avendone scritto tre picioli fogli, i quali ei tiene in scarsella 
per comodo di scriverne quando le viene voglia. La matteria la quale egli professa 
che abbia da sorprendere senza parità, si è che tratta del usar il coito nelle vie rete 
e indirete, mescolando favole, sacra scrittura e profana, et il nascere di Gesù Christo. 
Essendomi portato questa mattina alla di lui casa, mi volea far leggere qualche 
altra cosa che non le riuscì di ritrovare avendo nella sua stanza diverse carte a 
rifusa sopra di un tavolino, et in un armaro, e avendo ma inutilmente cercato anche 
in un baule, mi fece vedere una pelle bianca, che aveva in detto baule in forma di 
una picchia traverza da potersi cingere alla vita; le ho dimandato in che se ne 
servisse; mi rispose che quela si usa quando si va in un certo luogo dove si ado- 

adoprano 

IX 

Casanova ■ Documenti • 2 



prano anche dei ferri, et un abito nero; le ricercai dove fossero i ferri e l'abito; mi 
disse che si tengono nella Loggia, perchè di troppo pericolo sarebbe tenerli in casa. 
Mi sovenne all'ora che lo stesso Casanova parlato mi avea ne' giorni passati della 
setta de' Muratori, raccontandomi i onori, e vantaggi che si hanno ad essere nel 
numero de confratelli, che vi aveva dell'inclinazione il N. H. ser Marco Donado 
per essere arrolato a detta setta, ma la maniera con cui sono introdoti la prima 
volta nella Loggia sembrandogli assai rischiosa non à voluto asardarsi, dicendomi che 
si lasciano condure a occhi bendati. 

Io non ho cognizione di tal matteria, non posso per ciò distinguere se il Ca- 
sanova mi abbia detta la verità, o datte ad intendere bugie; non ostante credo mio 
dovere di umiliare ciò che dallo stesso mi è stato deto. 



re di umiliare ciò che dallo i 
Venezia li 21 luglio 1755. 



Um. mo dev. 
Gio, "" 



mo 



os. mo servitore 
Batta Manuzzi. 



Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - RIFERTE MANUZZI - B. 612. 

23 detto. 
Manucci interrogato dove abiti il Casanova. 




lLL. mi ET ECC. mi SIGNORI 

Non mi è stato possibile in nessuna maniera ridurre Giacomo Casanova a la- 
sciarmi coppiare ne meno un'ottava della sua composizione. Veggo ora che l'aver- 
mela l'altro giorno promessa, fu per non darmi la negativa; adducendomi presen- 
temente in iscusa di averla fatta leggere a molte persone, così che di qualunque 
carattere fosse scritta si direbbe essere lui l'autore; che la matteria è assai gelosa, 
perchè egli fa vedere ch'è necessario l'usar con donne mentre dal adulterio di David 
nacque Salomon, da lui gli altri, infine che nacque Gesù Christo; che in detta 
composizione vi è del stupendo, e che la sua vita sarebbe in troppo grande 
pericolo. 

Venezia 24 luglio 1755. 

Um. mo dev. mo os. mo servitore 
Gio. Batta Manuzzi. 

Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - RIFERTE MANUZZI - B. 6I2 

24 detto. 
Ordine a Missier di arrestare Giacomo Casanova, fermar tutte le carte e pas- 
sarlo sotto li Piombi. 



X 



ILL. mi ET ECC. mi SIC" INQ." DI STATO 

A 27 luglio 1755. 

In ubbidienza a commandi venerati di VV. EE. a me impartiti b rettento e 
condotto nelle priggioni Giacomo Casanova, e fattali diligente perquisizione nella sua 
babitatione, ò ritrovato tutte le carti che umilio all' EE. VV. — Tanto rifferisco 
umilmente e con la più profonda sommissione m'inchino. 

Mattio Varutti 
Capitan Grande 

Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - B. 672. 



2 agosto detto. 
Deposizione s. r prete Zini. 



Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - RIFERTE MANUZZI - B. 612. 




21 agosto 1755. 

Venute a cognizione del Tribunale le molte rifflessibili colpe di Giacomo Ca- 
sanova principalmente in disprezzo publico della Santa Religione, SS. EE. lo fecero 
arrestare e passar sotto li piombi. 

Andrea Diedo Inquisitor. 
Antonio Condulmer Inquisitor. 
Antonio Da Mula Inquisitor. 

L'oltrascritto Casanova condannato anni cinque sotto li piombi. 

Andrea Diedo Inquisitor. 
Antonio Condulmer Inquisitor. 
Antonio Da Mula Inquisitor. 

Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - ANNOTAZIONI - B. 534, p. 245. 



XI 



a Primo ottobre 1755 — Venezia. 

Ho riceputo io Lorenzo Basadona custode, dall'ili." 10 sig. r Pietro Businello se- 
cretorio, cecchini effettivi n° 1 0, dico dieci, e questi con debito di dover somministrare 
alla persona di Giacomo Casanova le scibare giornalmente et questi dal giorno so- 
pradetto sino li 31 del presente mese di deccembre dell'anno sudetto, per giornate 
n.° 92 a L. 2 al giorno, vai L. 184 

Spesi in drapi diversi et altre cose necessarie al sudetto Casanova, in 

tutto spesi L. 36 

Summa di L. 220 
Et questo con l'ordine dell'ili." 10 sudetto. 

a Primo Genaro 1756 M. V. — Venezia. 

Polizza di spese cibare fatte da me Lorenzo Basadona custode, come segue etc. 
sino li 31 detto. 

Giacomo Casanova soldi 30 il giorno L. 46,10 

a Primo Febraro 1756 M. V. — Venezia. 

Polizza di spese fatte da me Lorenzo Basadona custode, come segue etc. dal 
dì primo corrente, sin li 29 del sudetto. 

Giacomo Casanova soldi 30 il giorno L. 43,10 

Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - RICEVUTE - B. 961. 



Adì primo Marzo 1756. 

Nota delle spese somministrate da me Lorenzo Basadona custode dal dì primo 
marzo sino li 31 detto come segue. 

Giacomo Casanova soldi 30 l'uno L. 46.10 

Adì 30 aprile 1756 - Venetia. 

Notta di spese somministrate da me Lorenzo Basadona custode dal p. m0 aprile, 
sino li 30 detto come segue. 

Giacomo Casanova al giorno soldi 30 L. 45. — 

Adì primo Maggio 1756 - Venetia. 

Notta di spese fatte da me Lorenzo Basadona custode dal il dì primo corrente, 
sino li 31 corrente, come segue. 

Giacomo Casanova al giorno soldi 30 l'uno L. 46.10 



XII 



Adì 30 giugno 1756 - Venetia. 

Polizza di spese fatte da me Lorenzo Basadona custode, da primo giugno sino 
li 30 sudetto, come segue. 

Giacomo Casanova al giorno soldi 30 L. 45. — 

Adì 31 Luglio 1756 - Venetia. 

Polizza di spese fatte da me Lorenzo Basadona custode dal dì primo sudetto, 
sino li 31 detto come segue. 

Giacomo Casanova soldi 30 L. 46.10 

Adì 31 Agosto 1756. 

Poliza de spese fatte da me Lorenzo Basadona costode, dal primo agosto sino 
li 31 sudetto, come segue. 

Giacomo Casanova al giorno s. 1 30 L. 46.10 

Adì primo Settembre 1756. 

Polizza di spese somministrate da me Lorenzo Basadona, custode dal dì primo 
sudetto sino li 30 sudetto, come segue. 

Giacomo Casanova al giorno s. 1 30 L. 45. — 

Adì primo Ottobre 1756. 

Notta di spese fatte da me Lorenzo Basadona custode dal dì primo sudetto 
sino li 31 detto, come segue 

Giacomo Casanova s. 1 30 L. 46.10 

Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - RICEVUTE - B. 962. 




1756, 29 settembre 

Nel grande onor di servire a questo supremo Tribunale è debito dell'umilissimo 
— uffizio mio rassegnare alla venerata cognitione di VV. EE. gl'affari tutti, che lo 
riguardano. 

Sarà però per maggior chiarezza in 4 parti divisa questa riverentissima mia 
espositione. Riguardarci la prima la causa, la 2. da li confidenti, la terza li condan- 
nati e li rilegati, e l'ultima gl'affari tutti, che sono o da consumarsi o da tenersi 
in osservatione. 

XIII 



Dieci otto sono li condannati a tempo per li motivi e nelle date, che andato 
rassegnando. 

« Giacomo Casanova condannato anni cinque per colpe di religione con sentenza 
del giorno 12 settembre 1755. » 

(Seguono i nomi degli altri condannati). 

Con ciò resta dall'umiltà mia compito il dovere del mio umilissimo uffizio. 

Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - RELAZIONI DEL SECRETARIO - B. 208. 




Nota del valor delle operazioni eseguite nel camerotto grande sopra il Rio di 

Palazzo, sotto alli Piombi, conforme nell'incluse polize. 

N.° 1 — Importar delle operazioni di marangon, in tutto .... L. 494 

» 2 — Importar di legnami per detta operazione ...... » 498 

» 3 — Importar di tutte le ferramente di spese e fatture. ... » 2780 

» 4 — Importar di tutte le chiodane grosse e minute ...... » 427 

L. 4199 

Per altre operazioni eseguite per maggior sicurezza et per riparo del fuocco 
nella canna del Camin del luocco annesso alli camerotti sopradetti, corrispondente 
ad altro sottoposto della Bossolo. 

N.° 5 — Importar di murer, di materiali, di fatture L. 40 

» 6 — Importar di tagliapiera, di spese e fatture » 94 

» 7 — Importar di marangon » 34 

» 8 — Importar di legname » 44 

» 9 — Importar di chioderie e ferramente » 33 

L. 245 
Fanno in tutte le due sume L. 4444. 

A 27 genaro 1756 — Ho riceuto io Zuane Pastori protto le sudette L. 4444 

(Allegato N. 1). 

Adi 12 Genaro 1756 M. V. 
Polisa di speze e fature fate da me mistro Bàtta Piccini marangon in un 
camaroto soto li pionbi di ordine di Sue Ecel. ze come segue: 
Prima per aver frodato un camaroto tuto da novo cioè prima per 
aver meso diverse rigi di fero in conparto di once quatro sopra 
il sciolo vechio e tute fichate con chiodi da soldo, e poi fato il 
suo sciolo sopra le dette e un altro contra sciolo di sopra e tutto 
inbotito voi di mia f atura L. 86. — 

XIV 



Di più per aver serate il foro dove è fugiti, cioè incolmato due gro- 
sese di ponte e una di tolla e poi fato una rifroda di soto in 
suzo fra li canpi de le caene da novo e tuta inbotita, e poi 
rimesso otto garzi drio alle caene di tuta longesa e altri sei deti 
ne le teste fra le caene e tuto in botito voi L. 80. — 

Di più per aver rimeso diverse lame di fero in comparto come sopra 
cioè da tre parte del detto camaroto e acigurate con chiodi da 
soldo e poi fato le sue rifrode da per tuto e altre tre contro 
frode di sopra da novo e tute inbotite e poi alla parte de la 
porta fato un rifrodada novo sopra la froda vechia e inbotita 
voi in tuto L. 180.— 

Di più di fuori rimeso diverse lame di fero in conparto come sopra 
e fichate con chiodi da soldo e rimeso una contraferiada al balcon 
acigurata con chiodi e arpezi e poi fato una rifroda sopra le 
dete da novo con aver fato le incaseladure de li caenasi e in 
botita voi L. 86. — 

Di più per aver agiusta la porta cioè frodata da novo de drento e 
inbotita e poi incasato le due tirele di fero drento e fuori e poi 
soto eie deto meso un tavolon di lareze acigurato con feri in- 
casati ne la deta e poi rimeso due lame di fero e un mascolo 
con sua f emina alla mezaria per acicurarla e con suoi arpezi 
cioè li ochi da caenaso tuti da novo e tuto acigurato co arpezi 
e posta in opera con tuta la sua feramenta, voi L. 62. — 

Di più sopra il deto rimeso diverse lame in conparto come sopra e 
fichate con chiodi da soldo e poi sopra le dete fato un sataron 
di ponte in lareze e un altro contro di sopra e tuto fichato con 
chiodi da soldo e poi rimeso li morali tuti atorno inmorsati nele 
dete lame e fichati con chiodi da pezo e rimeso tre garzi di 
sopra il deto sataron, voi in tuto L. 185. — 

Di più per aver fato un peso di rifroda sul canton del deto e poi 
fato un teler da novo con sua spiera di carta e due sconcie di 
drento con suoi modioni di pie dodici; di più per spezo in più 
volte in batelo L. 16. — 

L. 695.— 
a 11 genaro 1756 M. V. 
Io sottoscritto protto ho considerate V oltrascritte operazioni le qualli importano 

lire quatrocento nonanta quatro vai L. 494. — 

Zuanne Pastori protto 
con mio giuramento. 

Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - RICEVUTE - B. 925. 




XV 



1757 -IO giugno. 
Lorenzo Basadonna era custode delle Prigioni de Piombi, che essisteva ne' ca- 
merotti per diffetti nel suo ministero, da quali ne provenne la fuga al primo no- 
vembre decorso da Piombi stessi del P. Balbi somasco, e di Giacomo Casanova, che 
vi erano condannati per tenui motivi di contrasto con Giuseppe Ottaviani pur con- 
dannato ne' camerotti, ne commise la interfetione. Presi dal Tribunale gl'essami per 
rilevare l'origine, e i modi del non ordinario avvenimento, rissultò in fatti per la 
confessione stessa del reo il caso per proditorio in ogni sua circostanza. Tutto che 
però meritasse il supplizio maggiore, la clemenza del Tribunale con pieni rifflessi di 
carità e di clemenza è devenuta alla sentenza qui contro estesa. 

Alvise Barbarigo Inquisitor. 
Lorenzo Grimani Inquisitor. 
Bortolo Diedo Inquisitor. 

1757 - IO Giugno. 
Lorenzo Basadonna sia condannato ne' Pozzi per anni dieci. 

Alvise Barbarigo Inq.f 
Lorenzo Grimani Inq.f 
Bortolo Diedo iNQ.r 



Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - ANNOTAZIONI - R. 535 e. 83 t.° 




ALLA SERENISSIMA REPUBLICA DI VENEZIA 
SERENISSIMO PRINCIPE 

Sempre gli Orientali furono in possesso di tingere il bombace con la grana 
istessa con cui si fa lo scartato. I Fenij comunicarono ad essi quest'arte, e gli 
Europei che dopo mille innovazioni di Varj stati si occuparono della saggia cura di 
perfezionare le manifatture, non puotero mai giungere a discoprire quest'importante 
secreto. 

Tutti gli stati dell'Europa, che ebbero bisogno di fazzoletti e di tele di bom- 
bace rosse, furono obligati di ricorrere all'Indie per averli, mandando il contante 
effettivo in quei nuovi mondi, che, privando noi delle specie metalliche, arricchiscono 
se medesimi. 

Le mie ricerche, i miei viaggi, i miei studj, m'hanno reso padrone di questo 
secreto, e l'offro oggi alla mia patria: gli offro la tintura de' cottoni in rosso più 

bella 



XVI 



bella di quella dell'Oriente, e che potrassi esitare cinquanta per cento a miglior 
prezzo dell'altra. 

Essendo cosa manifesta che tutti quelli che si impiegano ne' fisici e chimici 
esperimenti si vantano sempre d'essere riusciti a fare scoperte che gli altri non fecero ; 
io, per andare esente da questo sospetto, m'offro di mostrare personalmente le prove 
in presenza e in propria casa dell'Ili. Signor Girolamo Lucato Residente veneto in 
questa città di Londra. Le mostre medesime saranno mandate da questo ministro al 
mio Serenissimo Principe, acciocché deleghi esperti che le esaminino, e facciano sopra 
d'esse tutte le prove che rendino indubitata la cosa, se la tintura sia solida. 

Facil cosa è provarla con gli acidi i più forti, col far bollire le mostre, e 
passarle al sapone. 

Per calcolare l'avvantaggio che la mia patria otterrà da questo secreto, si rif- 
fletta che col Valore intrinseco di dieci soldi si fa un fazzoletto che si vende oggi 
sei lire. Quando queste fabriche di tele rosse saranno piantate nello stato veneto, 
sortirà dallo stato meno denaro, ma questo non è il solo avantaggio. 

Si potranno stabilire fabriche di fazzoletti e d'altre foggie di tele rosse, al modo 
delle indiane, e si manderanno ai paesi stranieri, alla Germania, alla Spagna, al 
Portogallo. Quindi il denaro entrerà, se innanzi usciva, e sarà questa una nuova 
sorgente di ricchezze per lo stato. 

Per facilitare lo stabilimento di queste manifatture, mi offro, rendendomi in 
Venezia, di condur meco operaj di Francia e d'Inghilterra, propri ad allevarne 
degli altri. 

La ricompensa qualunque ella sia che il mio Serenissimo Principe stimerà proprio 
accordarmi, sarà da me riguardata come grazia sovrana, sempre maggiore del me- 
rito mio. 

La principale mia sodisfazione (in qualità di suddito sfortunato, ma fedele) 
sarà quella d'essermi reso utile alla mia patria. 

Londra, 18 Novembre 1763. 



Giacomo Casanova. 



INQUISITORI DI STATO - RIFERTE CASANOVA - B. 565. 
Venezia - Archivio di Stato. 




ILL. mi ET ECC. mi SIG. rì 

SIG. ri PADRONI COL. mi 

A tenore di quanto l'Ecc. ze Vostre mi significarono col venerato foglio 17 del 
caduto, fatto venire in questa casa Giacinto Fuga, gli dissi essere V Ecc. ze Vostre 
benignamente condiscese ad accordargli la grazia del perdono, e potere ripatriare 
munito di passaporto.... 

Non tralascio 

XVII 

Casanova - Documenti ■ 3 



Non tralascio in questo incontro di significare a lume di Vostre Ecc. ze essere 
qui comparso da qualche giorno il noto Giacomo Casanova proveniente, per quanto 
dicesi, da Spagna. 

E con ossequiosa sommessione mi rassegno 

Torino primo luglio 1769. 

Di Vostre Eccellenze 

Umilissimo e dev. mo servitore 

Giovanni Berlendis. 

Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - LETTERE DI AMBASCIATORI - B. 491. 




ILL. mi ET ECC. mi SIG. rì 

SIG" PATRONI COL. mi 

Questa notte vengo accertato, che partirà il noto Giacomo Casanova per Lugano, 
ove m'è stato detto da persona che lo ha trattato intimamente, ch'egli vuol dare alle 
stampe una sua opera scritta in lingua italiana, che ha per titolo Confutazione della 
Storia del Governo Veneto d' Amelot de la Houssaie. Mi si fa supporre che questa 
sua opera sia ben intesa; ma che tuttavolta non voglia esso apporvi il suo nome, 
riserbandosi a far ciò in qualche altra edizione, quando egli veda la sua produzione 
ben accolta dalle persone di lettere, e quello, che più le sta a cuore compatita dalla 
clemenza del suo Prencipe naturale. Essendomi tenuto attento sulli di lui andamenti 
nel soggiorno, che ha fatto qui per ragguagliarne VEcc. ze Vostre, siccome io fo 
riverentemente, ho saputo, ch'egli parla del suo Prencipe con sentimenti di suddito 
fedele e dimostranti il suo ravvedimento. Ha il medesimo praticato con alcuni ca- 
valieri di distinzione, ed avuto frequente accesso al Cavalier Raiberti, che s'è espresso 
haver gustato il di lui spirito e talento, trattenendosi con lui. 

Il tutto ho creduto dover rassegnare all'Ecc. ze Vostre, onde dar saggio anche 
in ciò di quella divota ubbidienza ed attenzione, che mi fanno essere con ossequiosa 
sommissione 

Torino 8 luglio 1769. 

Di Vostre Eccellenze 
Umilissimo e devot. mo servitore 
Giovanni Berlendis. 

Venezia - Archivio di Stato- 
INQUISITORI DI STATO - LETTERE AGLI AMBASCIATORI - B. 491. 




XVIII 



ILL. mi ET ECC mi SIC" 

SIG. ri PADRONI COL. mi 

E di bel nuovo capitato in questa città il Casanova, che m'ha fatto tenere 
una copia della sua opera, che ha per titolo « Confutazione d'Amelot » di cui 
ebbi già tempo l'onore di significare all'Eccellenze Vostre, procurarsi dal medesimo 
la stampa a Lugano. 

Credo della mia divota attenzione di rassegnare l'opera stessa all'Eccellenze 
Vostre, che meglio d'ogn altro ravviseranno il merito e zelo del scrittore. 

Intendo ch'egli sia per trattenersi qui qualche tempo con oggetto d'insinuarsi 
nel favore del sig. Duca di Savoia, sebbene non si sappiano i mezzi, onde sortire 
una tal fortuna ed onore. Io certamente non lo perdarò di vista, rendendo intese 
l'Eccellenze Vostre della di lui situazione in progresso per attestare anche in tal 
incontro l'ossequiosa sommissione con cui mi pregio d'essere 

dorino, 30 decembre 1769. 

Di Vostre Eccellenze 
Umilissimo e dev. mo servitore 
Qiovanni Berlendis. 
Con tre tomi a stampa. 

Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - LETTERE AGLI AMBASCIATORI - B. 171. 




1770 27 genaro. 

AL RESIDENTE IN TORINO 

Ci è pervenuta nell'ultima settimana la copia dell'Opera del Casanova intito- 
lata - Confutazione di Amelot - accompagnataci con la gradita sua lettera 30 de- 
cembre decorso. Come però il Tribunal nostro approva, che la V. S. Ill. ma sia per 
tenersi nella promessa attenta osservazione ad ogni passo di una tal persona, così 
la s'incarica ad astenersi da tutto ciò, che possa indicare, non che promovere il 
minimo anche rimoto favore la persona medesima. 

Flaminio Corner Inq- 
Piero Barbarigo Inq. 
Alvise Renier Inq. 

Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - LETTERE AGLI AMBASCIATORI - B. 171. 




XIX 



lLL. mi ET ECC mi SIG. ri 

SIC" PADRONI COL. mi 

Intendendo esser cosa irregolare, e dal mio uffizio aliena l'avere alcun riguardo 
per persona caduta in disgrazia dell'£cc. so tribunale, mi son tenuto in una gran- 
dissima riserva col Casanova a fronte de' buoni uffizi fattimi in favor suo dal 
Cavaliere Raiberti e da altri soggetti di considerazione, dai quali si è procurato 
egli accesso. Ad una tale condotta aggiuntisi i venerati comandi dell'Eccellenze 
Vostre, scanserò con ogni attenzione tutto ciò, che potesse in verun modo indicare 
il minimo anche rimoto favore; ne mancando d'osservazione a di lui andamenti, 
farò esattamente intese l'eccellenze "Oostre d'ogni suo passo, onde dar saggio della 
esatta mia ubbidienza e della sommessione, colla quale ho l'onore di rassegnarmi 

Torino 3 febraro 1770 

Di Vostre (eccellenze 

Umilissimo e dev. mo servitore 

Giovanni Berlendis. 

Venezia - Archivio di Stato 
INQUISITORI DI STATO - LETTERE AGLI AMBASCIATORI - B. 171. 




1770, 24 marzo. 

AL RESIDENCE IN MORINO. 

E benemerita prova al tribunal nostro della vigilanza con impegno da Vostra 
Signoria Ill. ma esercitata esecutivamente alle dategli commissioni, quanto nella gradita 
sua lettera 17 del cadente ci rifferisce esser riuscito scoprire riguardo li dissegni e 
rissolutioni del noto Casanova. Sarà però di sua nota esattezza assicurarsi se si 
verifichino col fatto le notizie, che ha ella ritratte per conciliarsi sempre maggiore 
l'approvazione nostra. 

Flaminio Corner Inquisitor 
Piero Barbarigo Inquisitor 
Alvise Renier Inquisitor 

Venezia - Archivio di Stato 
INQUISITORI DI STATO - LETTERE AGLI AMBASCIATORI - B 171. 




XX 



21 



1770, 14 Aprile. 

AL RESIDENCE IN MORINO. 

Abenchè fosse noto al tribunal nostro, che il Co. 'Durante 'Duranti di Brescia 
doveva passare costà per l'esposto motivo, pure ne gradisce la partecipazione con 
la sua lettera 31 del decorso, qual nuova benemerita prova di sua sempr'egual 
vigilanza ed esattezza, come gradirà le notizie, che le giungessero della persona e 
rissolutione del Casanova. 

Flaminio Corner Inquisitor 
Piero Barbarigo Inquisitor 
Alvise Renier Inquisitor 

Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - LETTERE AGLI AMBASCIATORI - B. 171. 




1770, 28 aprile. 

AL RESWEN'CE IN MORINO. 

Ha graditi il tribunal nostro li riscontri che V. S. Ill. ma se ha procurati, 
come si è inteso dalla sua lettera 14 del cadente riguardo la persona del noto 
Casanova, e gli ulteriori, se le riuscissero, confermaranno le prove di sua benemerita 
vigilanza. 

Flaminio Corner Inq. 
Piero Barbarico Inq. 
Alvise Renier Inq. 

Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - LETTERE AGLI AMBASCIATORI - B. 171. 




1770, 5 maggio. 

AL RESIDENCE IN MORINO. 

Le notizie, che V. S. Ill. ma ci reca nella sua lettera 25 del decorso dell'arrivo 
e partenza da costà della N. D. Maddaluzza Contarmi Cav. ra Qradenigo e nelle 
altre dei 28 delle nuove misure, che traspira esser detterminato di prendere il noto 

Casanova, 

XXI 



Casanova, se confermano nel tribunal nostro le prove di sua incessante fruttuosa 
vigilanza, a lei conciliano il gradimento e approvazione nostra e rendono sempre 
maggiore il suo merito. 

Flaminio Corner Inq. 
Piero Barbarigo Inq. 
Alvise Renier Inq. 

Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - LETTERE AGLI AMBASCIATORI - B. 171. 




ILL™ SIQ/ 

SIQ/ PADRONE COL.™ 

...Per poter penetrare qualche cosa di più sarebbe desiderabile che li addotti re- 
ligiosi fossero più sociabili, o che almeno avessero acanto persona confidente, che 
potesse rilevarli. L'unico che li frequenta ed accosta è Giorgio Saraf loro conna- 
zionale, che dirigge questa compagnia detta d'Egitto, la quale resa in disordine, 
sta pocco lontana dal suo fine, fèsso fu quello che accudì ai maneggi corsi tanto 
qui che a "Vienna, e che tiene ogni arbitrio sopra l'animo loro. Contemplando di 
chi valermi presso il Saraf sudetto, non vi trovo che Giacomo Casanova, il quale 
abbi dell' assendente e libero accesso nella di lui casa, (essendomi però noto, che 
questi sia in disgrazia non osarei prevalermene senza i publici assensi, trattandosi 
d'affare, che può comportare dei gelosi rispetti, quantunque molto potrei ripromet- 
termi della di lui desterità naturale, dal presente suo ottimo contegno, ed appresso 
il Saraf non sospetto, e per fine dall'opera stessa, che rassegnai mesi fa al ma- 
gistrato Ecc." 10 de V Savi alla Mercanzia, con cui esso palesò ad evidenza la viva 
brama, che nutre d'impiegarsi utilmente in alcun servizio della sua patria 

Trieste 15 genaro 1773. 

Di V. S. Ill. ma 

Um. mo dev. mo osserv." 10 servitore 

Marco de Monti cons. e veneto. 

Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - LETTERE DEL CONSOLE IN TRIESTE - B. 517. 




XXII 



1773, 29 genero 

AL CONSOLE IN ^RIESKE. 

Fu gradita da chi servo la diligente relazione ch'ella ha recata con l'accetta 
sua lettera 15 del cadente riguardo cotesti tre Padri Armeni, il progetto de' quali 
si dice accolto dalla Corte di "Oienna, quanto ha veduto di generi presso di essi, 
non essersi verificato il colloquio, che avevano dimostrato desiderar di aver seco, la 
difficoltà di scoprire le loro idee e li loro pensieri, forse non confidati che al solo 
nominato Serqf, e dal quale potrebbe riuscir da trarli Giacomo Casanova, che ha 
accesso in sua casa, e non può essergli in alcun modo sospetto. Se però fu appro- 
vata la prudente sua riserva di valersi della di lui opera, prima di parteciparlo, 
posso dirle che, come da se, e per un tratto di amicizia verso lei, potrà interessarlo 
nelle possibili maggiori scoperte, che renderà poi note, con tutta quella maggior 
precisione, che vaglia a far conoscere per intiero questo affare; protestandomi io 
intanto con vera consideratione 

Francesco Grimani Inq. di Stato. 
Francesco Sagredo Inq. di Stato. 
Girolamo Zulian Inq. di Stato. 



Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - LETTERE AL CONSOLE IN TRIESTE - B. 181. 




ILL. mo SIG/ 

SIG/ PADRONE COL." 10 

Le facoltà derivatemi da V. S. Ill. ma col foglio 29 decorso, mi hanno pre- 
stato motivo di chiamare l'indicato Casanova e di eccitarlo in via amichevole di 
appagare la mia particolare curiosità, rilevandomi le intenzioni dei noti monaci ar- 
meni, non che di voler in mio riguardo vegliare anche in seguito ai loro andamenti 
per potermene far di tempo in tempo le più detagliate partecipazioni. Di primo 
tratto esso si mostrò alquanto restìo alle mie ricerche, ma in fine piegossi a pro- 
mettere di aditarmi in iscritto quanto era a di lui attuale notizia, per farmi poi 
sapere successivamente nel modo stesso tutto quel più che le fosse riuscito di pene- 
trare. In fatti esso incominciò a sodisfare l'assunto impegno con l'inserto, che ac- 
compagno a V. S. Ill. ma , risservandomi all'opportunità di renderle conto di ogni 
ulterior communicazione, che per l'aditato interposto mezzo fosse per arrivarmi. 

Trieste 9 febraro 1773. 

Di V. S. III.™ 

Um. mo dev. m0 osserv." 10 servitore 

Marco de Monti cons. e veneto. 



XXII! 



ILL. mo SIC 



(Allegato). 



SIC r PADRON COLENDA 



Trieste 8 febbraio 1774. 

Le mie disgrazie possono opprimermi, ed accorciarmi anche la vita, ma non 
già rendermi differente da me medesimo nella mia parte principale. 

fèlla mi domandò se io sia disposto a servirla, riferendole esatto gli andamenti, 
le intenzioni ed i progressi di questi armeni, già abitanti in "Venezia, che mi sono 
messo a frequentare; ed io le rispondo, che servirò V. S. Ill. ma con zelo, poiché 
penso che ciò sia ad utile oggetto pubblico: senza questa mia supposizione (disposto 
ad ubbidirla in tutt'altro) l'avrei supplicata di dispensarmi da tale incarico, con- 
ciossiacchè il mio fine è di meritare con chi sostiene la bilancia, senza curarmi di 
investigare se dirette o indirette, mediate o immediate sieno quelle strade, battendo 
le quali io possa pervenire all'adempimento delle oneste mie mire. Inseparabile da 
questo sistema, ella vede, che mi trovo anzi in dovere di ringraziarla, che abbia 
gettato lo sguardo sopra di me, piuttosto che sopra altre persone, se non di me più 
fide, almeno più capaci. 

Per cominciare intanto ad esercitare la funzione, che m'indossai senza esitare, 
dirò a V. S. Ill. ma , che hanno gli armeni presa in affitto tutta la casa che giace 
in faccia il negoziante Hirsel; che in essa abiteranno in un quartiere separato i 
frati, in un altro il secolare con la moglie e le sue due sorelle, ed al piano sta- 
bilirassi la stamperia, essendo già il torchio finito, quantunque non ancora piantato, 
e lavorando continuamente a perfezionare, e far caratteri nuovi l'ultimo dei tre frati 
qui arrivato e stabilito, e non andato (come dicea) a Costantinopoli. 

Altro non ho per ora a riferirle, assicurandola, che per l'avvenire ad oggetto 
di tenerla informata di quel di più, che potrà avvenire, non sarà mai da me di- 
scontinuata la frequenza con cui m'insinuerò in questa famiglia. 

Acciò si allontanino i nocivi sospetti dell'intelligenza, "0. S. Ill. ma si com- 
piacerà di ricever sempre i miei rapporti per iscritto, e, se così le sembra, di co- 
municarmi col metodo istesso i venerati ordini suoi. 

Sono con rispetto e sommissione 



Di V. S. Ill. ma 

Um. mo div. m0 oss. mo servitore 

Qiacomo Casanova. 



All'Ili" Sig. r Sig. r Padron Coi" 10 
Il Sig/ Marco de Monti 

Console "Veneto 

a Trieste. 



Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - LETTERE DEL CONSOLE IN TRIESTE - B. 517. 




XXIV 



1773, 19 febraro 

AL CONSOLE IN ^RIES^E. 

Ho comunicate a chi servo, com'è del dover mio, che riguardano cotesti tre 
padri Armeni, e si attenderanno le ulteriori che dalla desterità della nota persona 
(Casanova) potessero trarsi riguardo le loro idee, lusinghe e assistenze, e riguardo 
la riuscita del torcolo e caratteri per la stamperia, e massime se veramente li ca- 
ratteri siano formati costà dall' indicato religioso, o siano loro spediti da questa parte 
e da chi, se li tre esistenti costà abbiano corrispondenze con altri di questo mona- 
stero di S. Lazzaro, e quali, con tutto il di piti, che valer possa a far conoscere, 
se possa haver fondamento di sussistenza ed effetto la loro impresa. 

E mi raffermo con vera stima 

Francesco Grimani iNQ.r di Stato. 
Francesco Sagredo Inq.i di Stato. 
Girolamo Zulian INQ.r di Stato. 

Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - LETTERE AL CONSOLE IN TRIESTE - B. 181. 



ILL. mo SIC 



SIG. r PADRON COLEND.™ 



In pronta osservanza agli ossequiati comandi segnati nel foglio 19 andante, 
che rimetto incluso, passai le relative commissioni alla nota benemerita persona, dalla 
di cui desterità e zelo derivomi l'unito diligente rapporto. In fatti essa instancabile, 
intieramente dedicata alla scoperta degli andamenti e dissegni dei connoti religiosi, 
impiega con frutto lo maggior parte del tempo, presso de medemi, o di chi confi- 
denzialmente li avvicina. Crederei che un tanto studio e fatica potesse essere animata 
alla continuazione da qualche publica mercede, che sarebbe per arivarle opportuna, 
giacche ho dei dati quasi certi che s'attrovi in qualche ristrettezza, quantunque sappi 
francamente nasconderla. 

Trieste 26 febraio 1773 

Di V. S. Ill. mo 

Um. m0 dev. m ° osserv. mo servitore 

Marco de Monti cons. e veneto. 




XXV 



Casanova • Documenti ■ 4 



(Allegato). 

ILL mo SIG r 

SIG. r PADRON COL.™ 

Trieste 25 febbraio 1774. 

In vigore de' recenti comandi, che V. S. Ill. ma mi diede in persona nella mat- 
tina di mercordì scorso, le do parte che passai tutto il dopo pranzo del medesimo 
giorno col cons/ Modesti, con cui conversando mi riuscì di ricavare il vero sullo 
articolo ch'ella mi ordinò di rilevare. 

Seppi dal predetto sig. r cons.™ , che il padre David (il quale è l'ultimo dei 
tre frati armeni domiciliati qui) non portò da Venezia seco caratteri di nessuna 
sorte, ne sa l'arte di fonderli. Il di lui talento consiste in intagliarne in acciaio lo 
stampo, il qual serve poi al fonditore per fabbricarli in rame, in piombo, o in 
mistura a norma dell'ordine, che viengli dato. Il p. e David lavora dunque presen- 
temente a fare questi modelli, ma non essendovi qui operai capaci, il sig/ Modesti, 
il quale per questa stamperia è fanatico, mi disse di avere scritto in Augusta, dove 
spera che si trovi l'artigiano di cui ha bisogno. Io gli dissi, che pili facilmente lo 
avrebbe trovato a Venezia, ma a questo mio suggerimento egli non rispose che col 
silenzio; risposta sufficiente. 

Sul proposito della casa, che gli armeni hanno presa, ed in cui abitano da 
tre dì in qua, il Modesti mi disse essere stato esso, che interponendosi finì i litigi, 
e sciolse tutte le difficoltà. Pagano d'affitto fiorini 350, abitando i monaci il terzo 
piano, ed il secolare il secondo. 

Per penetrare se tengano questi frati carteggio con quelli di Venezia, parvemi 
di dover proccurarmi una conversazione con uno d'essi testa a testa, e col prete 
armeno, con cui V. S. Ill. ma permise loro di confidarsi, poiché dopo ch'ella pru- 
dentemente escluse dal grave maneggio tutt'altra persona, sono divenuti riservati, 
quando sono tutti insieme anche con me. Questa loro riserva non mi dispiace, ma 
mi dà segno di buona fede, e mi fa ben augurare dell'esito. 

Uscito dal Modesti andai in traccia del prete armeno, che trovai a puntino 
presso alla sua casa in compagnia del padre T)avid. Li fermai col pretesto di do- 
mandare al padre David, se voleva che gli mandassi a casa cinque risme di carta, 
che avevo, e che il signor Modesti mi aveva detto, che i signori monaci armeni 
avrebbero comprata. Ei mi rispose che il Modesti gliene avea parlato, ma che pria 
di comprarla vorrebbe Vederla, ond'io gli dissi che la mattina ero sempre nella mia 
stanza, ed egli puntuale venne solo a vedermi ieri mattina. L'accolsi con dimostra- 
zione di stima, l'indussi con fatica ad accettar la cioccolata, lo blandii molto, e 
dopo avergli mostrata la carta, ch'è bellissima, e che ciò non ostante ei non trovò 
di suo gusto, raggirai il discorso sopra altre materie. 

Feci ch'ei mi narrasse, ch'ei nutre carteggio col suo abbate, carteggio che non 
apprezzava, e che vorrebbe sciogliere, poiché l'abbate è, al suo dire, uomo astuto, 
di mala fede e tiranno, a cui dee scrivere, poiché egli partì di Venezia con di lui 
permissione per ire a far le missioni in Costantinopoli. Come fa dunque l'abbate 
(io gli dissi) a permetterle questo soggiorno? Egli^ mi rispose, che nella sua com- 
missione avea la licenza di fermarsi per cagion d'indisposizione, o d'affari per tutto 
dove volea. Mi disse che gli dispiacea di non poter aver corrispondenza co' monaci 
suoi confratelli a cagione ch'erano tutti tenuti a mostrar le lettere che ricevevano 

all'abbate, 

XXVI 



all'abbate, né rispondere senza di lui permissione, onde la corrispondenza divenia 
inutile, essendo anche questa la cagione che gli altri due frati, che sono qui, non 
iscrivessero a nessuno. 

Ricadei sul discorso della stamperia, e consolandomi seco d'un sì pronto sta- 
bilimento gli offrii di fargli venir da Venezia al miglior mercato quanta carta vo- 
lesse. Ei mi disse sorridendo, che prima di comprar carta convenia aver torchio e 
caratteri. Cos'è dunque (io l'interruppi) questa fretta del Modesti in voler ch'io 
ceda loro questa mia ? £i mi rispose essere il Modesti uomo talmente trasportato 
per questa stamperia, ch'ella era divenuta il suo principale pensiero a segno che 
credevano di esser per perdere la di lui protezione, se non lusingassero la di lui 
idea, e non mostrassero di esser persuasi anch'essi, che la cosa potea farsi con tanta 
celerità con quanta esso la brama: mi soggiunse che il tanto affrettarsi divenia ri- 
dicolo, poiché non avevano cosa alcuna a stampare. Io gli dissi che il Modesti mi 
avea celebrati parecchi loro manoscritti, ed ei mi soggiunse ch'erano tutti in Venezia, 
e che credea impossibile che potessero esser involati, ed avuti qui, quantunque il 
Modesti se ne lusingasse. Ma il Modesti (diss' io) non è uomo che si lusinghi senza 
fondamento. Saraf (mi rispose il frate) gì' insinuò ch'escogiterebbe il modo di su- 
bornar non so qual monaco a tal oggetto, la qual cosa noi non crediamo facile, 
e per lo scarico delle nostre coscienze non abbiamo mancato di dirglielo ; onde sarà 
quel che Dio Vorrà. 

Per ciò che riguarda la facoltà in peculio di quest'armena comunità ei mi 
disse che il fondo era di mezzo milione di ducati collocati in zecca parte, e parte 
in mercanti; che questa somma apparia chiara da conti verificati sotto il governo 
del fondatore, che fu l'abbate precessore di questo; che questa somma era stata 
posta insieme dai moltissimi benefici della pia nazione, da elemosine, contribuzioni, 
e legati testamentari; ma che presentemente con dispotica auttorità avea l'abbate 
disposto di grosse somme in qua e in là, non sapendo essi per caso che il destino 
di pochi capitali, che l'abbate avea confidati al Serpos, all'Acdollo ed anche ad 
un patrizio, cui diede il nome di N. H. ser Zanetto Foscarini di S. Barnaba, 
ch'io credo che non esista. Mi aggiunse ch'era cosa certissima che l'abbate se ne 
onderebbe via con tutta la somma di danaro che potrebbe ammassare al minimo 
cenno di perquisizione, o di minaccia che potesse fargli temere di venir astretto a 
render conto. 

Nel lasciarmi ei mi pregò di non confabulare in nessuna guisa col Modesti 
dei dubbi suoi sulla facilità della stampa, nella qual cosa sono ben disposto a re- 
ligiosamente contentarlo. 

Nulla di più mi resta a significare a V. S. Ill. ma , che il vivo mio desiderio 
di ubbidirla ulteriormente, ma non già con più scrupolosa fedeltà, poiché al sommo 
grado è lo zelo e divozione di patria, con cui aspiro ad esser sempre con singoiar 
venerazione 

Di V. S. Ili™ 
Um. mo dev. mo os. mo servitore 
Giacomo Casanova. 
All'Ili." 10 Sig/ Sig/ Padron Col.™ 

Il Sig. r Marco de Monti 

Console Veneto 

in Trieste. 

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INQUISITORI DI STATO - LETTERE AL CONSOLE IN TRIESTE - B. 517. 

XXVII 



1774, IO marzo. 

AL CONSOLE IN TRIESTE. 

Ha gradite chi servo le notitie, ch'ella ha raccolte, e quelle, che ha aggionte 
la destra persona confidente (Casanova), riguardo cotesti religiosi Armeni, e saranno 
egualmente le ulteriori, che vagliano a far conoscere sempre più le idee, le spe- 
ranze e li fondamenti sulli quali appoggino la loro riuscita e la loro sussistenza, 
e se abbiano perciò capitali loro propri per supplire al loro mantenimento, o da 
chi vengano loro somministrati li modi necessari. Alla persona intanto, che li av- 
vicina, per animarla a trarre destramente dal loro animo li loro modi di pensare, 
potrà ella, sempre da se, dar la retribuzione di cecchini dodici che saranno contati 
a questa parte a chi sarà da lei nominato, promettendo alla persona medesima, che 
sarà rimunerata a misura della sua opera. Molto merito fu pur rimarcato da chi 
servo alli studi, che ha ella contribuiti con la nota sua abilità e saviezza per to- 
gliere gli obbietti alla introduzione della strada per Udine della posta di Vienna. 
Approfitto io intanto anche di questo incontro per raffermarle la vera stima, con 
cui sono 

Francesco Grimani iNQ.r di Stato. 
Francesco Sagredo iNQ.t di Stato. 
Girolamo Zulian INQ.r di Stato. 

Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - LETTERE AL CONSOLE IN TRIESTE - B. 181. 




ILL. mo SIG. r 

SIG. r PADRONE COL.™ 

A tenore della rispettabile commissione di V. S. Ill. ma sino nel giorno 13 con. 
contai 12 zecchini al noto benemerito confidente, assicurandolo nel tempo stesso di 
continuata remunerazione corrispondente al merito dell'intrapresa sua opera. Esso 
ha riceputo V importo con protteste della più viva riconoscenza, aggiungendo che non 
poteva, che preggiare sommamente un beneficio che le derivava da publica mano. 
Appropriatami l'equivoca voce, passai di seguito a raccomandarle la scoperta, e 
successivo rapporto sopra gli articoli statimi aditati da V. S. Ill. ma . Infatti egli 
corrispose solecito con il foglio, che le compiego. Comprenderà V. S. Ill. ma dal 
med. mo quanto li noti monaci siano attaccati, dipendenti ed in soggezione di questo 
consigliere Modesti, stato oltre ogni mia aspettazione consultato sull'estesa del pro- 



messo 



XXVIII 



messo memoriale in offesa all' assicurarne avute, che non dovesse averne partecipa- 
zione che un solo prette loro connazionale. Pure io accoglierò l'estesa qualora mi 
venga esibita, ma prima di rassegnarla alle pubbliche osservazioni, bramarò di ri- 
portar quei assensi, che sperai di leggere nel precedente di V. S. lll. ma , e ciò affine 
di evitar quei sbagli che potessero andar soggetti a rimprovero. Confermo a V. S. 
HI ma gl'i n v ar iabili sentimenti della mia divota riverenza e mi rassegno osseq. te 

Trieste 19 marzo 1774. 

<Di V. S. Ill. ma 

Um. mo dev. mo oss. mo servitore 

Marco de Monti Console Veneto. 




(Allegato). 

ILL. m0 SIG. r 

SIG/ PADRON MIO COLEND.™ 

Trieste adi 18 marzo 1774. 

Conformandomi all'ordine che V. S. Ill. ma si compiacque di darmi di pren- 
dere esatta informazione delle idee, speranze e fondamenti e mezzi di sussistenza, 
che possono aver questi frati armeni, che hanno l'apparenza di volersi qui solida- 
mente stabilire, le dirò quanto mi riuscì di raccogliere dalla stessa bocca del loro 
protettore indeffesso consigliere Modesti. 

Questi frati si dicono precipitati per essersi apertamente opposti al dispotismo 
dell'abbate loro superiore, il quale avendo avuto l'arte di farli comparire rei, ed 
ottenuto il trionfo di allontanarli e di levar loro il modo di esponer ciò che dimo- 
strerebbe e la di lui colpa, e la loro innocenza, si trovano affatto senza alcuna 
speranza di potersi giustificare, poiché, dicono, che le forti aderenze e possenti pro- 
tezioni, che codesto abbate ha, rese loro chiuse le orecchie di quelli, che soli po- 
trebbero render loro giustizia, per giungere alli quali sono ormai giunti nella ne- 
cessità di non dover neppur cercar la strada. 

Nella accoglienza, che ha lor fatta in questa città il cons. re Modesti, hanno 
trovati vantaggi tali, che temono di perdere, se si dimostrano bramosi di tornare a 
Venezia, quel ben certo, che pare che si siano qui procurato, per l'incerto, onde 
paventano, se si dimostrano deboli, di perdere e l'uno e l'altro. In tale stato for- 
marono l'idea di stabilirsi qui, e d'oprare in guisa, che chi li osservasse non po- 
tesse scoprire ne' loro andamenti il minimo segno, che potesse indicare, che tale in 
fatti non fosse la loro intenzione. I fondamenti poi necessari allo stabilimento li 
trovano in Vari capi. Dicono che la stamperia sola è bastante a farli sussistere, e 
che di ciò fecero l'esperienza in Venezia, dove per mezzo del torchio non sola- 
mente si sostennero nel principio del loro stabilimento, ma pervennero al grado di 
piacer talmente alla dispersa loro nazione, che da tutte le bande si attirarono ge- 
nerosi soccorsi, e tutte quelle somme che componeano il capitale intero, che riguar- 
davano 

XXIX 



davano come l'immancabile fondo che assicurava loro una onesta ed agiata sussi- 
stenza. Con questa esperienza sperano, che riuscirà loro di far in questa città lo 
stesso, onde sembra che il loro principal pensiero sia lo stabilimento della stamperia. 
Per sussistere intanto hanno l'aiuto del fratello secolare, il quale il Modesti 
mi assicurava essere ricchissimo, e con esso abitano, ne sembra che fin ad ora manchi 
a medesimi nulla del necessario. Mi aggiunse ancora aver essi scritto in Levante 
ed in tutti quei luoghi dove si trovano case ricche della loro nazione per aver 
soccorsi, mettendo in vista la loro disavventura e dando alla ragione d'essa quei 
colori, che più convengono a rendersi raccomandabili. 

Ciò è quanto rilevai, e quanto fedelmente le rendo, assicurandola intanto che 
il medesimo Modesti non si oppone più al desiderio che i frati hanno di presentare 
a V. S. Ill. ma l'esposizione delle loro ragioni, accio ella le faccia pervenire là 
dove bramano che venga riconosciuta la loro innocenza ; sicché ella può star sicura 
di vederli con questa scrittura nell'entrante settimana. 
Sono con vero rispetto 

Di V. S. Ill. ma 
Um. mo div. m0 oss. mo servitore 
Giacomo Casanova. 
All'Ili." 10 Sig. r SigS padron col." 10 
Il Sig. r Marco de Monti 
Console Veneto 
Trieste. 

Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - LETTERE DEL CONSOLE IN TRIESTE - B. 517. 




1774, 28 marzo. 

AL CONSOLE IN TRIESTE. 

Ogni ulteriore scoperta che possa riuscire alla di lei vigilanza e a quella del 
confidente riguardo codesti padri armeni, sarà da chi servo gradita e massime ri- 
guardo la stamperia, sulla quale s'intende per la di lei lettera 19 del cadente 
fondar essi la loro sussistenza, quando per le precedenti mancavano di persona atta 
a gettar li necessari caratteri e mancavano di manoscritti. Se da essi padri sarà 
a lei data la carta potrà trasmetterla, protestandomi intanto con Vera estimazione 
e con la notitia, che sono stati contati li 12 cecchini alla da lei nominata persona 
per giusto suo risarcimento. 

Francesco Grimani Inq.i di Stato 
Francesco Sagredo iNQ.r di Stato. 
Girolamo Zulian iNQ.t di Stato. 

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INQUISITORI DI STATO - LETTERE AL CONSOLE IN TRIESTE - B. 181. 



XXX 



lLL. mo SIGS 

SIG. r PADRON COLENDA 

....Passando da questo ad altro argomento, rassegnerò a V. S. Ill. ma d'aver co- 
municato al noto confidente li obbietti statimi propposti sulla contradizione che versa 
fra i primi e secondi di lui rapporti, intorno la stamperia di questi monaci armeni. 
Le risposte furono esser vero che mancavano di che getarse loro i caratteri, ma 
esser vero altresì, che per superare l'addotta difficoltà avevano di già commesso in 
Augusta, per aver da colla un uomo capace a tal' opera. Che in diffetto di mano- 
scritti pensavano dal principio di ristampare la Bibbia, ed un comento delli Evangeli, 
ch'era una parafrasi d'incerto autore, ma che in fine riconoscendo, che ogni para- 
frasi in simile materia si rendeva pericolosa, abbino preso il partito di far varie 
traduzioni di piccioli libri italiani interessanti sopra materie istoriche e politiche, atti 
ad instruire e piacere, con che dar credito alla stamperia e farne conoscere l'utilità 
in Oriente. 

Mi aggiunse che attualmente lavorano all'esposizione di tutta l'illecita con- 
dotta del loro abbate per passarla in mie mani, ma che tardano per la molta fatica 
che durano di scriverla in italiano. Qualora questa mi giunga, non mancherò di 
rimetterla a V. S. Ill. ma a tenore del rispettabile comando. Frattanto le porgo li 
miei divoti ringraziamenti per l'avuto rimborso de' dodici zecchini. 

Trieste 9 aprile 1774. 

Di V. S. Ill. ma 

Um. m0 dev. mo oss. mo servitore 

Marco de Monti Cons. e Veneto. 

Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - LETTERE DEL CONSOLE IN TRIESTE - B. 517. 




ILL. m0 SIGS 

SIG. r PADRONE COLENDA 

Quantunque il noto confidente s'attrovi indisposto e perciò soggetto a rigorosa 
cura, nulla lasciò d'intentato per penetrar egualmente li progressivi divisamenti de 
monaci Armeni, che per indurli a detare il promemoria, che mi dò l'onore di com- 
piegare. Dall'unita poliza ch'esso mi ha scritto, V. S. Ill." ta rileverà il motivo, 
ch'egli deduce delle risserve avute da que' padri, di segnar col loro nome l'indicato 
pro-memoria, e di personalmente produrmelo, come s'erano meco volontariamente 

impegnati. 

XXXI 



impegnati. Certo è peraltro, che tutto seguì sotto la sola dettatura de' medemi, così 
assicurato dalla persona stessa che lo ha scritto. Di quel più che potrò avere nel 
propposito, col mezzo della persona sino ad ora impiegata tanto utilmente, non 
mancarò di renderne esatto conto a V. S. III."' 



ma 



<Di V. S. Ili/ 
Trieste 7 maggio 1774. 



Um. mo dev. mo oss. mo servitore 
Marco de Monti Console Veneto. 




(Allegato). 

ILL.™ SIGS 

SIG. r PADRON MIO COL.™ 

Trieste 6 maggio 1774. 

Per ridurre questi frati ad esporre il pro-memoria, che ho la sodisfazione di 
rimettere a V. S. Ill. ma , non vi volea minor tempo, poiché feci sempre attenzione 
alla massima, ch'ella m'insinuò, di oprar in modo che non potessero i frati imma- 
ginarsi, che si avesse premura di averlo. Attribuisco poi il loro differire colla mas- 
sima istessa; affettano anch'essi di mostrare di curarsi poco, ma dal loro parlare 
ed oprare e da questo scritto deduco che la cosa sta loro molto a cuore: e dal 
loro non aver voluto sottoscrivere il foglio, ne aver voluto presentarlo a V. S. Ill. ma 
essi medesimi argomento, che non si vogliano impegnare che fino ad un certo segno. 
Se Venezia è per loro perduta non vorrebbero perdere anche Trieste, ne ritrovarsi 
fra due fuochi senz'appoggio, e senza via di ricorso, tanto più che il credito del 
loro fautore Modesti sembra loro divenuto vacillante, dopo il decreto emanato da 
Vienna, che lo sospende in uffìzio. 

Non V ha però luogo a dubbio, che non abbiano essi medesimi dettato tuttociò, 
ch'ella vede scritto nell'inserto foglio, e V. S. Ill. ma può molto bene riconoscere 
il carattere di quella persona, che scrisse il tutto sotto la loro dettatura; egli è 
quel veneziano a lei ben cognito, il quale ne levò, ne aggiunse circostanza a tutto 
ciò che gli fecero scrivere. 

La severa e difficile cura, a cui la fisica mia indisposizione mi tiene obligato 
ed alla quale fin ora infruttuosamente soggiaccio, non m'impedì di sapere, che a 
passi lentissimi camino il loro stabilimento. Quel fonditore che aspettavano da Au- 
gusta, acciochè facesse i caratteri necessari alla loro progettata stamperia, non lo 
possono più avere; onde il consiglier Modesti, dalla bocca del quale rilevai tutto 
ciò, che ho l'onore di comunicarle, scrisse a Vienna per farne loro venire un'altro, 

ma fin 

XXXII 



ma fin ad ora non si trova, sicché gli affari loro languiscono e credo che l'andata 
a Vienna del loro fratello mercante sia pure per affari non prosperi del suo com- 
mercio ; cosi mi fa giudicare lo stile di cui si servì il Modesti parlandomi del viaggio 
di quest'armeno. Rilevai ancora, che aspettano un altro frate del loro ceto dalla 
^ransilvania, del talento del quale, mi disse lo stesso Modesti, hanno bisogno per 
la progettata stamperia. 

'Tjanto seppi quanto comunico a V. S. Ill. ma , assicurandola, che non bramo 
la salute, che per impiegarla a darle sempre maggiori segni del mio patriotico fer- 
vore e fedele ubbidienza a venerati suoi comandi, mentre sono con riconoscenza e 
rispetto 

Di V. S. Ill. ma 

Um. mo div. m0 oss. mo servitore 

Qiacomo Casanova. 

Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - LETTERE DEL CONSOLE IN TRIESTE - B. 517. 




1774, 19 maggio. 
AL CONSOLE IN ^RIES^E. 

Con la gradita sua lettera 7 del cadente si è ricevuto il promemoria di cotesti 
padri Armeni fatto a lei tenere dalla nota persona, che le aggionse le notizie, che 
stanno raccolte nella di lui carta, che ci ha pure accompagnata. Posso assicurarla 
del pieno gradimento di chi servo, e che questo diverrà ancora maggiore, se non 
cesserà la di lei vigilanza di ritrarre li possibili maggiori lumi, che vagliano a far 
conoscere se sempre più languide si rendono le speranze loro di riuscire nell'ideato 
progetto. Approfitto io intanto anche di questo incontro per assicurarla della vera 
consideratione con cui sono 

Francesco Grimani Inq.f di Stato. 
Francesco Sagredo INQ.r di Stato. 
Cristoforo Valier INQ.r di Stato. 

Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - LETTERE AL CONSOLE IN TRIESTE - B. 181. 




XXX1I1 



Casanova - Documenti ■ 5 



ILL m0 SIG r 

SIG/ PADRON COLENDA 

Trieste 20 maggio 1774. 

Seppi ieri, che la società degli Armeni espulsi erasi accresciuta di due membri, 
e sapendo quanto stia a cuore a V. S. Ill. ma essere informata di tutto ciò che ri- 
guarda questi frati, vidi che se volevo informarmene, come è mio dovere, mi con- 
venia andare dal consigliere Modesti, il quale ne' suoi familiari discorsi rende con 
sincerità soddisfatte tutte le mie da me discretamente misurate domande. 

Vi andai senza perder tempo, e fortunatamente mi trovai appunto nel momento, 
che tutti questi, non più tre, ma cinque frati erano andati, condotti da Georgio Saraf 
a fargli visita. Il Modesti occupato in altra cosa mi die campo di confabulare con 
essi più di un'ora, e di rilevare quanto fedelmente espongo a V. S. lll. ma . 

I due nuovi frati arrivarono qui ieri l'altro in un calesse da Petervaradino 
in dodici giorni di viaggio, e pensano tutti uniti di formar qui un convento, privi- 
legio che il mercante fratello di un de' frati sollecita ora alla corte di Vienna. 
Questi due frati nuovamente giunti son del numero di quelli, che furono a Venezia 
arrestati nel loro convento. <ffiCi dissero che il loro abbate intimò loro la scomunica, 
se venivano a 'U deste, ma che conoscendo essi in loro coscienza V invalidità di una 
pari estimazione vi vennero a di lui malgrado. Mi narrarono che non credono di 
aver dritto di lagnarsi del Patriarca di Venezia, ma bensì del di lui cancelliere 
Franceschini, che asseriscono guadagnato dall' artifizioso loro abbate. Mi dissero che 
questo volea obbligarli a giurare che avean giurato il falso, al qual giuramento 
empio e ridicolo non vollero acconsentire, ma che se vollero liberarsi dalla di lui 
tiranna forza furono astretti a soscrivere un foglio, di cui hanno qui copia, e che 
se a X). S. lll. ma premesse, credo che mi potrebbe riuscire di averlo. Aspettano qui 
fra pochi giorni un altro confratello frate della ^ransilvania. Seppi che a Peter- 
varadino se ne trova ora uno solo, che vi sta a cagione che è necessario alla spi- 
ritual cura d'anime di que' secolari Armeni che vi si trovano, deplorano la rovina 
del convento di Venezia, e pensano con fervore a stabilirsi qui, dove sperano il 
privilegio di amministrare i sacramenti a' secolari Armeni, che vanno qui arrivando. 
Questi secolari sono fin ora nel numero di trenta, mentre nell'anno passato non ve 
n'erano che quattro. 

Per la stamperia poi, che vogliono stabilire, e su cui fondano le loro speranze 
per sostenersi, hanno preparato tutto, ed altro non aspettano per cominciare, che il 
fonditore di caratteri, che dee arrivar loro da Vienna. 

Seppi che per via di lettere non cessano di eccitare a venir a stabilirsi qui 
molti della loro nazione, che si trovano in Levante in gran numero. 3HCi sembra 
che vi sia un modo di fare che questi frati non ottengano tanto facilmente il pri- 
vilegio di fondar qui una loro particolar chiesa; se V. S. Ill. ma mi onorerà sopra 
di ciò con ulteriori suoi comandi seconderò fedelmente le sue intenzioni. 

Resto raccomandandomi alla sua bontà e piena confidenza, assicurandola che 
il mancare di salute non scema in me il fido zelo con cui sono pieno di rispetto 
e di riverenza. 

Di V. S. Ill ma 

Um. mo dev. mo osserv." 10 servitore 

Qiacomo Casanova. 

Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - LETTERE DEL CONSOLE IN TRIESTE - B. 517. 

XXXIV 



Ì774, 31 maggio. 



ED 



AL CONSOLE IN TRIESTE. 



Dalla di lei gradita lettera 21 del cadente e dalla inserta del confidente si 
è inteso essersi accresciuto alli cinque il numero di codesti monaci Armeni, le loro 
lusinghe di aumentarlo ancora, e di ottenere oltre le altre vantate concessioni dalla 
corte di Vienna anche quella della cura delle anime di quelli di loro nazione esi- 
stenti costà pur questi accresciuti di numero dall'anno decorso. Fondando però essi 
monaci la loro sussistenza e del loro ideato stabilimento sulli proffitti, che si pro- 
mettono dalla stamperia, cui manca per altro ancora V incisore de' caratteri, merita 
attenzione con quali mezzi si mantengano intanto e siano per mantenersi per sino 
che la stamperia sia resa in vigore di dar loro li vantaggi, che non possono derivar 
loro che dopo la stampa e vendita de' libri, dovendo prima risarcirsi della spesa, 
che devono necessariamente prima incontrare e per la quale conviene aver pronta 
non poca somma di dinaro. Si è rimarcato poi il cenno del confidente, che vi possa 
esser un modo di fare, che non ottengano facilmente il privilegio di fondar costà 
una loro chiesa particolare. Lo animerà però a spiegarlo e ad invigilare, ricono- 
scere ed assicurarsi, con quali fondamenti possano dar esecuzione alle vaste loro 
idee ed a progetti che per effettuarli esiggono modi corrispondenti; e mi raffermo 
con tutta la stima 

Francesco Grimani iNQ.r di Stato. 
Francesco Sagredo Inq.f di Stato. 
Cristoforo Valier INQ.r di Stato. 

Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - LETTERE AL CONSOLE IN TRIESTE - B. 181. 




ILL. m0 SIG/ 

SIGS PADRONE COLENDA 

TìalV ossequiato foglio di V. S. Ill. ma . Il decorso, che inserisco con l'altro 
antecedente, derivò motivo alla mia divota obbedienza d' incaricare la benemerita 
attenzione del noto confidente, affine avesse a rilevare e rendermi conto delle di- 
verse particolarità in questione riguardanti questi monaci Armeni. Esso ancora con 
la solita di lui diligenza prestossi e corrispose con l'inserto, che rileva la persona, 
che per mero fanatismo di nazione concorre a prestar attualmente a' monaci li 
mezzi necessari alla loro sussistenza, ed è ancora disposto di corrispondere le somme 
occorrenti all' incaminamento della divisata stamperia, per averne a pazientare il 
rimborso dalla vendita de' libri, che pretendesi abbino d'andar spaziati assai frut- 
tuosamente in Oriente. Rispetto poi ai modi con cui confida il confidente di attra- 
versare la sudetta stamperia, ed il privileggio della cura d'anime, li giudico d'ardua 
impresa. Pure ei pieno di zelo e di coraggio rumina ed anche si adopera, avendo 
di già instradato qualche maneggio, ch'io bramarò secondato da un fortunato suc- 
cesso. Frattanto 

XXXV 



cesso. Frattanto non posso tacere a V. S. Ill. ma d'aver subdorato per azzardo, che 
un certo barone Giuseppe Brigido, nativo di qui, sciambolano e cons. re intimo di 
Stato, che fu promosso recentemente alla pressidenza di Temisvar, vagheggiando di 
aver vicino il Casanova, per cui sente stima ed amicizia, le abbi avvanzato l'invito 
di seguitarlo a quella parte. Non so quello possi haverle risposto, ne posso ricer- 
carlo, giacche sino ad ora riservossi di farmene confidenza. Non Vorrei per altro 
che le ristrettezze nelle quali sta involto, lo consigliassero d'accettare il partito, e 
che con ciò dovessi perdere l'unica e sola persona, che si rende accessibile agi' in- 
dicati Armeni. 

Aggiungo le protteste della costante mia reverenza, e mi rassegno ossequiosamente 

Trieste 1 1 giugno 1774. 

<Di V. S. Ill. ma 

Um. m0 dev. mo oss. mo servitore 

Marco de Monti Console Veneto. 




(Allegato). 

ILL mo SIG r 

SIG/ PADRON COL.™ 

Trieste IO giugno 1774. 

Rinnovate le mie perquisitioni sopra l'ideato stabilimento di questi monaci Ar- 
meni, posso con certezza replicare a %). S. Ill. ma non esser fondato sopra altro 
che sulla stamperia, che tarda sempre, a cagione che manca loro l'incisore. Per 
le spese, che si richiedono per istabilirla ed alla sussistenza de' medesimi supplisce 
il mercante fratello del più giovine di quei due, che vennero qui dieci mesi fa: 
egli, che ha moglie, figli, sorelle e servi li tiene tutti cinque alloggiati al terzo 
piano della sua casa, ne gli costa molto il mantenerli attesoché vivono frugalmente: 
è poi fra essi pattuito, che il mercante si rimborserà di queste spese col provento 
de' libri stampati in armeno, delti quali sperano di far gran spaccio in Oriente. 

Osservai che la demissione del consigliere di questa intendenza Modesti, che 
fu loro fautore, e l'imminente rovina di Georgio Saraf loro confidente e adulatore 
li rende costernati e confusi, onde pensai a servirmi della circostanza per porre ar- 
gine alle loro mire ed ostacoli agli effetti, che bramano, sottomettendo però sempre 
le mie operazioni al savio parere di V. S. Ill.' na . 

L'amicizia che ho stretta col consigliere dell'Intendenza, col quale X). S. Ill. ma 
mi vide varie volte in misteriosi lunghi colloqui, mi fa pensare a servirmi con de- 
strezza del di lui mezzo per sospendere a questa gente l'arbitrio della stampa, 
facendo emanare un ordine dalla corte di c Oienna, che inibisca tutte le edizioni 
armene stampate, che non sieno approvate da un approvato e legale censore. Se 
mi riesce di oppor loro questo scoglio, egli mi sembra quasi insormontabile, poiché 
qual'é l'uomo che intenda la lingua armena, e che possa essere dalla corte a tal 
inspezione eletto? e se si trova, e che la corte l'autorizzi, chi gli darà il salario? 

Io mi lusingo 

XXXVI 



Io mi lusingo di riuscire, ma l'amicizia particolare non l'indurrà; convien fargli 
sperare una condegna ricompensa in denaro che non sia penetrata neppure dall'aria, 
e che lo faccia oprare con efficacia e prontezza. Se quest'uomo, persuaso, non falla 
in ordine il colpo è fatto, e non lo lascerò fallare. L'augustissima Maria Teresa 
delicatissima e scrupolosa in materia di galanteria e di religione farà attenzione ad 
una speziosa rimostranza, che avrà per oggetto l'impedire una stamperia surrettizia, 
alla quale non invigilando nessuno, potrebbe promulgare errori pregiudizievoli alla 
santa fede. 

Per ciò che riguarda l'amministrazione de' sacramenti ho gettato gli occhi sopra 
una persona, che dee esser nota a X). S. Ill. ma . Questa è il re\>. do Agapito vicario 
per il Veneto in questa diocesi ; egli è veneziano, ed ha il core veneziano e possedè 
la stima di monsignore a segno, che gli fa fare ciò che vuole; ma ora egli è in 
Istria: mi disse però il sopraccennato consigliere, il quale è corpo ed anima col 
Vescovo, ch'egli verrà qui presto. Or io starò attento, ed al di lui arrivo mi lusingo 
di parlargli in modo, che entrerà nelle nostre viste. Se non potrò interessargli il 
core con la religione, procurerò di accendergli lo spirito con la politica. Gli rap- 
presenterò questi armeni in qualità di scomunicati, e lascerò ch'egli interpreti come 
vuole di qua! natura sia il mio zelo, purché s' induca a persuadere il vescovo ad 
inibir loro ogni sacra amministrazione, ed a far che si contentino, se venga sofferto 
che celebrino, lasciando alle loro conscienze l'incarico di giudicar di se stessi, ma 
impedindo, che non estendano la loro interdizione, rendendo complici del loro errore 
gì' innocenti. 

Due cose dunque ora aspetto. L'una è l'arrivo del vicario Agapito; l'altra il 
suo assenso per destramente propporre una ricompensa sufficiente ad un consigliere, 
che ha dall'imperatrice tre mille fiorini annui. 

Io ringrazio V. S. Ill. ma dell'occasione, che mi somministra di farmi merito 
prestandole ubbidienza, e mi chiamo fortunato se ella può chiamarsi contenta della 
mia sollecitudine, ma io non sarò contento che quando riuscirò al completo adem- 
pimento, ed i miei ringraziamenti saranno allora addrizzati a Dio, senza il di cui 
aiuto non posso essere degnamente malgrado l'inalterabile mio rispetto. 

Di V. S. Ill. ma 

Um. mo dev. m0 os. mo servitore 
Giacomo Casanova. 

Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - LETTERE DEL CONSOLE IN TRIESTE - B. 517- 




1774, 25 giugno. 

AL CONSOLE IN TRIESTE. 

Traila di lei lettera 1 1 del cadente e dalla inserta del noto confidente fu 
inteso con gradimento da chi servo su quali fondamenti codesti monaci Armeni 
piantino le loro vaste idee. Quantunque si abbiano riscontri, che il fratello di uno 

di essi, 

XXXVII 



di essi, che le assiste, e che loro promette, non abbia neppur egli forze corrispon- 
denti alla grande impresa di erriggere e far lavorare una stamperia per attendere 
il suo rimborso dallo spaccio dei libri stampati, che siano; pure per contraporre e 
attraversare le loro lusinghe, può ella animare col dono di sedici cecchini, che si 
faranno per di lei risarcimento contare a questo di lei corrispondente, il destro ed 
utile confidente a tentar e con cotesto consigliere della Intendenza che vi sia posto 
ai libri da stamparsi il vincolo della previa revisione e licenza, e col vicario Agapito, 
onde non sia loro permessa la cura delle anime di quelli della loro nazione. Lo 
incaricherà però a spiegarsi qual potrebbe essere la ricognizione, che potrebbe da 
lui promettersi ad esso consigliere, bene inteso, che non debba essa verificarsi, se 
non al caso, che sia dalla Corte di Vienna emanato l'ordine in conformità e che 
di quest'ordine ne sia trasmessa la copia. E mi raffermo con immutabile stima 

Francesco Grimani iNQ.r di Stato. 
Francesco Sagredo Ino* di Stato. 
Paulo Bembo INQ.r di Stato. 



Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - LETTERE AL CONSOLE IN TRIESTE - B. 181. 








ILL. mo SIQ/ 

SIQ. r PADRONE COLEND.™ 

Il noto confidente attento et indefesso nel coltivare non solo li monaci armeni, 
ma ancora ogn altro che può aver relazione con li medesimi affine di poter pene- 
trare e communicarmi ogni loro parto e intenzione, mi fece avere il rapporto, che 
rassegno compiegato alle rispettabili osservazioni di V. S. Ill. ma . 

Trieste 18 giugno 1774. 

Di V. S. Ill. ma 

Um. mo dev. mo oss. mo servitore 

Marco de Monti Cons. e Veneto. 




XXXVIII 



(Allegato). 

ILL. mo SIG r 

SIG. r PADRON COL." 10 

Trieste 14 giugno 1774. 

Il noto Qiorgio Saraf, intimo confidente di questi frati armeni e scaltro ma- 
neggiatore de' loro affari, sopra quali fonda la futura sua sussistenza, mi fece ieri 
l'altro un discorso, che credo dover interamente comunicare a V. S. Ill. ma . 

Egli mi disse, che con sommo loro dolore avevano egli ed i frati saputo che 
il Serpos avea abbandonato il soggiorno di Venezia e eh' erasi ritirato a Ravenna : 
che questa evasione costava 200,000 ducati al convento di S. Lazzaro a lui con- 
fidati dal loro abbate: che fino ch'egli stava a Venezia si potea sperare di ricu- 
perarli almeno in parte, ma che ora non si potea più sperar nulla, poiché egli non 
avea lasciato in Venezia neppure il valore di dieci ducati: mi disse che questo ac- 
cidente li affliggea considerando, ch'era probabile che questa evasione fosse avvenuta 
in conseguenza della scrittura dai frati dettata, ch'io passai alle riverite mani di 
V. S. Ill. ma ; che si pentivano assai di aver data quella memoria, se gli effetti di 
essa debbono essere di pari natura, poiché prevedevano per sicura conseguenza la 
totale ruina del convento di san Lazzaro. 

Ecco il modo in cui ragionano. Dicono che la fuga di Serpos dovendo aver 
spaventato l'abbate, questo per sostenersi più che potrà, profonderà; e che quando 
non ne potrà più se ne andrà anche lui col denaro, di cui è particolarmente de- 
positario, e dispotico padrone d'accordo col procuratore. Dicono che ciò dee sicura- 
mente succedere, poiché sono certi, ch'egli non ha più dalla nazione aiuto alcuno, 
mentre per V innanzi fino due anni fa riceveva ogni anno da varie parti dieci a 
dodici mille ducati di sussidi. Sostengono che i ben provati avvisi, che hanno dati 
in tutto l'oriente della mala amministrazione di cotesto superiore faranno, che non 
riscuoterà più da nessuna parte elemosina alcuna, onde si protestano afflittissimi della 
rovina del convento, poiché riguardandolo come il loro nido naturale lo amano e 
dicono che a preservarlo dall' imminente precipizio sarebbero pronti a far tutto. 

Interrogato da me il Saraf in che consistesse questo tutto, mi rispose ch'erano 
pronti tutti i frati armeni del mondo ad impegnarsi per iscritto a far ritornare il 
convento di S. Lazzaro nel pristino suo fiore se volesse il governo veneto permettere 
l'elezione di un nuovo abate, al quale quattro assessori impedissero per l'avvenire 
l'abuso del potere dispotico net temporale, onde non fossero più per essere arbitra- 
riamente disperse le somme, che veniano al convento somministrate dalla pietà della 
ricca nazione. 

Mi disse che questo padre Babich aveva, oltre il fratello, ch'adesso è a Vienna, 
e che si stabilì qui, due altri ricchi fratelli ancora uno de' quali è all'Indie, l'altro 
a Bassora, che non lascieranno che il denaro manchi a quelli che vorranno fondar 
un convento qui; che questo stesso padre Babich ebbe un zio, che morendo lasciò 
al convento di Venezia 120000 ducati, 46000 dei quali l'abbate ha già ricevuti, 
ma che invano spera di ricevere il rimanente; che di questo capitale si trovano 
30000 ducati in Costantinopoli, che sperano di ottenere pel loro stabilimento qui, 
che dee premere alla nazione a cagione della stampa. A questo punto l'interruppi 
dicendogli, che la stampa esisteva già in Venezia, ed egli mi rispose che dieci 
stamperie non sarebbero ancora bastanti a tutta la numerosissima nazione, che nel 

solo Costantinopoli 

XXXIX 



solo Costantinopoli ascendeva a 70000 famiglie : non so se qui vi sia esagerazione, 
ma dico quello che mi disse. 

L' interrogai se per non veder perire il convento di S. Lazzaro si risolverebbero 
a lasciar Trieste, ed ei mi rispose, che a far un tal passo non li consiglierebbe 
mai, e ch'essi medesimi non si rischierebbero mai a farlo, primieramente per non 
divenir mancatori di fede alla corte di Vienna, con cui dicono aver stipulato il loro 
stabilimento qui, ed in secondo luogo pel castigo che paventano dal governo veneto 
e dai secreti maneggi del vendicativo loro abbate, di cui esagerano la possanza e 
le alte aderenze: mi soggiunse però, che non credeano, che uno stabilimento qui 
potesse portar pregiudizio al convento di S. Lazzaro, se si volea porre in opra i 
suggeriti mezzi. 

Finì col dirmi, che imminente era l'arrivo di due frati dalla ''Cransilvania, 
essendo essi partiti da Hermanstath il dì 14 del mese scorso, onde dovevano arrivar 
in questa settimana, e che fra poco ne aspettavano altri due dal Levante onde sa- 
rebbero allora in numero di nove. 

Altro non mi resta che a supplicar V. S. lll. ma di perdonarmi la prolissità 
del mio esposto: essa nasce dallo zèlo, che ho, e dalla fedel esattezza, ch'ella mi 
ordinò di avere ne' miei rapporti, onde nella contemplatione di farmi tutto il merito 
in ubbidirla mi replico col più vero rispetto 

Di V. S. Ill. ma 

Um. mo div. mo oss. mo servitore 

Giacomo Casanova. 

Venezia - Archìvio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - LETTERE DEL CONSOLE IN TRIESTE - B. 517. 




lLL. mo SIG. r 

SIGS PADRONE COLENDA 

Saranno ben contati a cotesto mio corrispondente Domenico Sala li sedici zec- 
chini, che per comando di "0. S. Ill. ma ho anticipati al noto confidente, animatolo 
nel tempo stesso a quel più, che lei degnò di prescrivermi nell'altro foglio. In ri- 
sposta ho avuto l'inserto, che assogetto ai publici riflessi, da quali dipender deve 
ogni ulteriore rissoluzione. 

Rispetto al confidente posso accertare eh' è attivo, intelligente e tutto fervore per 
riescere e meritare. Dell'uso successivo, che dovrò far del medemo, dipenderò dai 
rispettabili comandi di "D. S. III. 



ma 



Trieste 2 luglio 1774. 



Di V. S. Ill. ma 
\. mo dev. mo osserv." 10 servitore 
iarco de Monti cons. e veneto. 



XL 



(Allegato). 
ILL mo SIG r 

SIG/ PADRON COL. mo 

Trieste 1 luglio 1774. 

Rendo mille grazie a V. S. Ill. ma pel soccorso prestatomi di sedici zecchini, 
e seguo a darle conto di ciò che feci a norma de' venerati ordini suoi, e di ciò 
che ponderai per ulteriormente operare. 

Incontrai venerdì al ponte rosso il Saraf, a cui tosto che mi si accostò rim- 
proverai ridendo la dettami bugia del fallimento del Serpos, e lo pregai di dispen- 
sarmi dal dargli più retta all'avvenire : egli si difese con le solite armi de' bugiardi 
credevo, la cosa mi fu scritta etc, scuse, ch'io affettai di poco appreciare, e lo 
lasciai. £gli mi disse, che i due frati arrivati dalla ^ransilvania, uno è il P. Stef- 
fano, l'altro un laico, e che questo P. Steffano è quello che ha somministrato al 
convento di S. Lazzaro in Venezia 74 mille ducati. 

Per ciò che riguarda il vicario Agapito V. S. Ill. ma rilevò dalla lettera che 
egli mi scrisse in risposta alla mia, che fra due settimane sarà qui: io spero ch'egli 
farà ciò che proccurerò d'insinuargli e son sicuro, che per farlo oprare non avrò 
bisogno di allettarlo con promessa di denaro, poich'egli non è venale, ma galan- 
tuomo, e fornito d'un cuore veneziano, come mi pregio di esser io, sicché o non 
farà nulla, o oprerà gratis. 

Quanto al consigliere per mezzo del quale spero di far emanar l'ordine, che 
sospenda la stamperia prima che non sia stabilito un censore approvato dalla corte, 
prego V. S. Ill. ma di prestar attenzione al mio divisamento, ed approvare o disap- 
provare il mio raziocinio, pria ch'io m'accinga all'impresa, poiché il maneggio di 
questo affare, tal quale io lo comprendo, è delicatissimo, e tale, che fallando io in 
ordine non solo onderebbe a vuoto, ma potrebbe espor me alla maggiore delle disgrazie. 
Ella consideri che una delle mie maggiori premure debbe essere quella che 
non si arrivi mai in questa città a penetrare ch'io sono un suo secreto agente, non 
solo a cagione, che scoperto che fossi non mi verrebbe più da nessuno accordato 
l'accesso, e non potrei perciò più esserle utile, ma per l'altra causa ancora, che 
rischierei di essere vituperosamente cacciato via, disgrazia fatale al povero onor mio, 
anche in caso che potessi lusingarmi che scacciato da qui verrei accolto dalle cle- 
menti braccia del principe che servo, mentre mi trovo anzi privo di questo privilegio 
comune a tant'aliri. Sottoscrivo ciò non ostante al mio destino, e son disposto di 
oprare nel caso in cui sono con tutta la cautela, fedeltà e zelo. 

Ho dunque stabilito di fingermi in faccia del consigliere, che ho preso di mira, 
amico d'un frate del convento di S. Lazzaro, ed impegnato da lui ad offrire la 
somma di 200 zecchini a chi potesse far emanare dalla sovrana corte un'ordine 
interdicente la libertà della stampa armena senza un legittimo revisore. Questa pre- 
mura d'un frate del convento di Venezia è verisimile, poiché una stamperia qui 
deve, se riesce, far torto alla sua. Io non debbo poi domandare a questo signore 
quanto esso pretenda, ma bensì offrirgli una determinata somma, poiché facendogli 
una sì ardita domanda non solo porto macchia alla delicatezza, che debbo in lui 
supporre, ma mi espongo ad uno strapazzo, o ad una eccedente pretensione. 

Io debbo dunque senza dar luogo a contratto che disdice, francamente pro- 
porre sotto le leggi del più sacro silenzio questa onesta somma e debbo, senza dar 
tempo all'attento consigliere di rispondermi, mostrargli la somma pronta sul fatto 

fra le mani 

XLI 

Casanova • Documenti • 6 



fra le mani mie per essere depositata, et indi pagata a servigio fatto : debbo avanti 
che mi risponda dirgli, che mi sarei vergognato a proporgli questo affare, se non fosse 
egli fondato sull'equità, ed analogo alla mente della sovrana, che attenta al mante- 
nimento della purità della religione e del retto governo non potrà trovar strano, che le 
venga dalla sua cesarea intendenza di Trieste suggerito un sì prudente provedimento. 

Sono moralmente sicuro che a questo mio corto ed energico discorso il consi- 
gliere mi dirà, che il denaro venga deposto, e che in due o tre settimane saprò se 
la cosa sia fattibile: se non lo sarà il denaro tornerà fra le mani di V. S. Ill. ma , 
se poi si farà egli non passerà fra le mani del consigliere che eseguito l'ordine. 

Se io dico al consigliere che il denaro sarà depositato tosto ch'egli saprà dirmi, 
se la cosa può farsi, egli non vorrà impegnarsi, poiché non essendo sicuro, che dopo 
averà fatti i convenienti passi e le debite inchieste il deposito sia per esser fatto, 
non vorrà esporsi al rischio di rimanere con le mani piene di mosche, se anche 
arrivasse a scoprire che la cosa sarebbesi potuta fare. 

Ella aggiunga che non offrendogli io il pronto deposito egli non si sentirà 
infervorato, e che sull'incertezza non si risolverà ad oprare. 

Io dunque non posso adesso intavolare questo affare, poiché non solo non ho 
i 200 zecchini, ma non so neppure, se sieno per esser accordati, e non potrei neppure 
intavolarlo, se anche ella mi assicurasse, che consentendo il consigliere ad oprare 
i 200 zecchini saranno pronti, poiché nella presa massima io non posso nominar 
lei; né io posso esigere, che sulla mia semplice parola egli mi abbia a credere 
padrone di tal somma. E' dunque necessario, che quando io mi esporrò a parlare 
io abbia in saccoccia i 200 bellissimi zecchini di zecca veneziana, e che se voglio 
persuaderlo li faccia in via di parentesi brillare agli occhi del ministro, che intra- 
prendo di onestamente sedurre. 

Io so che sono uomo onesto e credo che V. S. Ill. ma mi creda tale, ma ciò 
non ostante non voglio esporla ad avere sulla mia puntualità una cieca confidanza 
per sole due ore. Se il consigliere rifiuterà l'affare in capo a due ore le riporterò 
il denaro, se egli V abbraccierà gli darò appuntamento per far il deposito nel dì 
seguente, e correrò da lei per sapere in mano di chi debbo farlo, ed ella mi ad- 
diterà persona, dalla quale ella possa destramente rilevare se questo deposito siasi 
fatto, mostrando di aver sentore del maneggio da tutt 'altri fuori che da me. 

La scrittura poi che farò al consigliere, e quella ch'egli farà a me saranno 
tali, che non daran luogo a cavilli. Il denaro non potrà esser levato che di con- 
senso d'ambidue, ed io non potrò esser obbligato a darlo, che all'intimazione del- 
l'ordine imperiale alla stamperia sotto le pattuite condizioni. Si prenderà un deter- 
minato tempo, passato il quale, se l'affare non sarà fatto potrò levare il deposito 
per restituirlo al proprietario: io poi oprerò precisamente in quel modo in cui ella 
si degnerà d'istruirmi. Oprerò in guisa ch'ella non possa dubitare della mia fede 
per corromper la quale 200 zecchini sono tanto quanto una presa di tabacco, 
mentre non giocherei la speranza che ho di tornare a Venezia neppure per cento- 
mila; speranza che mi dà per servirla quelle forze, che senza essa non avrei. 

V. S. Ill. ma perdoni se non ho saputo spiegarmi con meno di frasi: il timor 
di riuscire oscuro mi rende spesso prolisso, ma non ho bisogno che di due sole parole 
per sinceramente qualificarmi 

Di V. S. Ill. ma 

Um. m0 dev. mo osserv." 10 servitore 

Giacomo Casanova. 

Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - LETTERE DEL CONSOLE IN TRIESTE - B. 517. 

XLII 



ILL. mo SIG/ 

SIG/ PADRONE COLEND.™ 

In seguito a quanto rassegnai a V. S. Ill. ma con rispettoso foglio 2 del mese 
spirante, posso aggiungere l'inserta derivatami dal noto confidente. <$sso innoltre mi 
procurò un abocamento con mons. r vicario Agapito, che tutto zelo ed impegno pro- 
mise di approfittare della villeggiatura, che fa con questo mons. r vescovo, per ma- 
neggiarlo destramente sopra l'affare in questione e con lusinga di successo. Accertomi 
ancora d'avertirmi con lettere d'ogni risultanza, nel qual caso V. S. Ill. ma ne averà 
li dovuti riscontri. Richiesto poi il confidente di spiegazione sull'articolo, che può 
indurlo d'abbandonare questo soggiorno, mi rispose che le attuali di lui risserve 
non gli permettono di comunicarmelo, ma che in altro tempo non me ne farà un 
mistero. 

Trieste 30 luglio 1774. 

T>i V. S. Ill. ma 

Um. mo dev. mo oss. mo servitore 

Marco de Monti Cons. e Veneto. 




(Allegato). 

ILL. mo SIG. r 

SIG/ PADRON COLENDA 

Trieste 29 luglio 1774. 

Quantunque apostati ed acefali trovarono questi armeni il modo di essere qui 
accolti, e di aver permissione non solo di celebrare, ma anche di amministrare i 
sacramenti a quelli della loro nazione, e si vedono pubblicamente sedere ne con- 
fessionali nella chiesa di S. Bastiano ed altrove. Questa licenza l'ebbero dal vicario 
generale in assenza del vescovo, il quale era resistente al loro arrivo, ma cessò di 
esserlo, quando la suprema intendenza di questa città gli fece sapere che avevano 
trovato favore alla corte di Vienna, onde bramavasi dall'imperatrice medesima, che 
potessero qui stabilirsi. Seppi che a Vienna fu sopra di ciò consultato il prelato de' 
Dorotei, consultor teologo della sovrana, che pronunciò potersi a questi espulsi per- 
mettere il libero esercizio della religione nostra nel loro rito, malgrado la loro 
disubbidienza al loro respettivo ordinario. 

Informato da me di queste particolarità D. Gerolamo Agapito, vicario di questa 
diocesi nello stato veneto, ne rimase scandalizzato, e non rifiutò di prestarsi con 
tutto lo zelo a render avvertito il vescovo di tutto ciò, che doveasi da lui fare per 
porre origine a quel di più, che il di lui vicario generale avea fatto a favor di 
questi monaci : lo infervorai nell'affare, e sotto il sigillo del più geloso silenzio mi 
promise di oprare ; ma io non fui contento se non quando acconsentì ad aver sopra 
di ciò un colloquio con V. S. Ill. ma , e ad impegnarsi di render conto a lei me- 
desima di tutto 

XLIII 



desima di tutto ciò che fosse per riuscirgli di guadagnare sulla mente del vescovo, 
ch'egli si lusinga di condurre a far ogni passo per distruggere ciò che con aperta 
violazione de' canoni venne tollerato, anzi permesso che si facesse. 

Egli mi confermò non solo la venalità del vicario generale, ma la di lui ini- 
micizia col Vescovo, che il soffre per non aver altro abile soggetto a sostituirgli. 

Nella conferenza, che V. S. Ill. ma ebbe col sudetto D/ Agapito, rilevò i di 
lui sentimenti, e stabilì di ricevere i di lui rapporti per iscritto direttamente, ond'io 
mi rallegrai molto di averle aperto un canale, che può non poco supplire alla mia 
insufficienza. Ella concepì i ben ragionati modi, co' quali disegna il veneto vicario 
di fare suscitare impedimenti alla stamperia di questi armeni, se prima non sia loro 
assegnato un revisore, e di fare che il vescovo istesso rie sia il promotore, come ze- 
lante custode della purità de' dogmi cattolici e della disciplina ecclesiastica, onde 
divenia pericoloso il permettere a questi espulsi il promulgare per via de' torchi le 
loro eterodosse dottrine. Ella udì i di lui progetti di ricorrere alle rimostranze del 
nunzio apostolico, residente in Vienna, alla pia sovrana, e non disapprovò nell'e- 
stremo caso la via di far giungere sotto agli occhi della medesima una scrittura, che 
svelasse con quanto pregiudizio della religione una mal intesa politica tentasse di 
far qui fare progressi immaginari al commercio, per ampliare il quale non fu mai 
intenzione di Maria Teresa il soffrire, che la religione dovesse patire il minimo 
detrimento. 

Il medesimo D. Agapito fece saggiamente riflessione, che accadendo il caso, 
che la corte di Vienna abbia a por mano in quest'affare, verrà consultata la su- 
prema intendenza di questa città, onde sarebbe bene di aver allora parziale alcuno 
de' consiglieri; e ciò conferma la progettata utilità di cattivar l'animo di quel noto 
in guisa che ne feci a lei cenno nella passata ultima mia relazione. 

Tale essendo lo stato presente di questo affare, nel quale V. S. Ill. ma si 
compiacque di adoprarmi, spero che non le dispiacerà, se cure mie particolari ed 
importantissime saranno per isforzarmi ad abbandonare questo soggiorno, bramoso 
però, se Dio mi concede vita, di abbracciare tutte le occasioni di darle i più con- 
vincenti segni della mia riconoscenza e della incorruttibil fede, con la quale ho il 
vantaggio di soscrivermi rispettosamente 

Di V. S. lll. ma 

P. S. — L'Armeno padre Diodato col compagno, che giorni fa passarono a 
Vienna, si aspettano qui di ritorno nella ventura settimana. Non posso render conto 
a X). S. lll. ma dell'oggetto di questo loro viaggio non essendomi stato possibile il 
traspirarlo. Mi confermo con la maggior divozione etc. 

Um. mo dev. mo oss. m ° servitore 
Qiacomo Casanova 

Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - LETTERE DEL CONSOLE IN TRIESTE - B. 517. 




XLIV 



50 



51 



1774, il agosto. 
AL CONSOLE IN TRIESTE PER SEQRETARIO. 

Ho communicate a chi ho l'onor di servire le due lettere di V. S. Ill. ma dei 
2 e 30 luglio decorso e le inserte del destro e avveduto confidente, la di cui opera 
è riconosciuta utile, e che, continuata con impegno, potrebbe conciliargli merito, che 
non rimarrebbe senza a lui grata ricompensa. 

Lo animerà dunque a trattenersi costà, e ad interessarsi nell'oggetto publico, 
che tende o a far abortire li proggetti di cotesti padri armeni per riddarli alla ne- 
cessità di abbandonare Trieste, o di persuaderli a riunirsi a questo monastero di 
S. Lazzaro implorando perdono, o grazia, o a dividersi negli altri, che anno in 
altre Provincie. 

Francesco Grimani iNQ.r di Stato. 
Francesco Sagredo Inq.f di Stato. 
Paulo Bembo INQ.r di Stato. 

Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - LETTERE AL CONSOLE IN TRIESTE - B. 181. 




ILL. mo SIG. r 

SIG. r PADRON COL." 10 

Giuntomi l'ossequiato foglio di V. S. Ill. ma , che rimetto incluso, non ho diferito 
momento di rendere il connoto confidente inteso degli articoli che ad esso apparte- 
nevano e di animarlo all'opera, assicurandolo non solo di grata ricompensa, ma 
innoltre degli atti benefici della publica clemenza, ch'io figuro il principal movente 
delle sue applicationi e dei più intimi di lui desideri. Nella viva brama, egualmente 
mia che sua, di poter raggiungere conseguenze corrispondenti all' importanza del 
spinoso oggetto, vari furono li esami e discorsi tenuti assieme sopra l'affare in que- 
stione, ma in fine ci siamo trovati nella indispensabile necessità di dover concludere 
unanimi non esservi altre vie possibili di alontanare da questo stabilimento li mo- 
naci armeni; che quelle di già significate, cioè di procurar loro diffeso l'uso della 
confessione, che invita ed ingrandisce il concorso de' loro connazionali, col conse- 
guente importo di qualche elemosina, e di togliere insieme la riuscita alla divisata 
stamperia, su cui affidano la loro principale sussistenza. 

Dal confidente ho l'inserto con cui oltre la lettera del vicario Agapito e qualche 
altro particolare suo aneddoto, dichiara sull'affare il proprio rispettoso sentimento, 
che in massima non differisce punto dal mio. 

Trieste 27 agosto 1774. 

Di V. S. Ill. ma 

Um. mo dev. mo oss. mo servitore 

Marco de Monti Cons. e Veneto. 

XLV 



(Allegato). 

Trieste 26 agosto 1774. 

ILL. m0 siq: 

SIC PADRON COLENDA 

La considerabile ricompensa, che V. S. lll. ma mi disse aver ordine di promet- 
termi, quando riuscissi ad estirpare da questa città questi armeni, ardisco dirle che 
non era necessaria ad accrescere ne il mio zelo, né il desiderio, che ardente serbo 
in seno di servire chi solo può rendermi felice, aprendomi strada a lavarmi d'una 
macchia che mi rende equivoco a tutti ed ormai insoffribile a me medesimo. 

Il profondo mio rispetto, ciò non ostante, e la riconoscenza, dalla quale mi 
sento dominato, esigono, ch'io le riponga d'innanzi agli occhi il prospetto fedele di 
questo spinoso affare, il quale ad onta delle radici, che si gli ha lasciato prendere, 
non mi sembra però disperato. 

Trovata ch'ebbero questi armeni la bramata protezione si proccurarono due 
massimi privilegi, ambi necessari al loro stabilimento e mantenimento, uno spirituale 
per non aver nemico il governo ecclesiastico, l'altro temporale per aver il suffragio 
e l'appoggio del secolare, senza i cui amminicoli non avrebbero potuto neppure 
mostrarsi. Il primo fu la facoltà che ottennero di amministrare i sacramenti, ma 
solo orethenus, come può ella vedere nella lettera del rev. m0 Agapito, che vede qui 
annessa, il che dimostra essere la loro liturgica amministrazione piuttosto sofferta 
che permessa. Il secondo fu la licenza di stampare, che ottennero, e sul provento 
della quale fondarono la moral sicurezza di ricavare il necessario al vitto, malgrado 
che anche in altre parti si trovino stamperie armene. Il noto Georgio Saraf non 
bugiardo in questo, assicura che dieci stamperie non sarebbero ancora sufficienti per 
saziare la cupidigia, che ha di libri il numeroso ceto armeno, disperso e sparso per 
tutto l'Oriente. 

Per ciò che riguarda le spese necessarie alla fondazione ed incaminamento di 
questa stamperia ed al vivere, intanto che i guadagni comincino, le dirò che debiti 
in Trieste non si sa che non ne abbiano, e le aggiungerò, che non è difficile l'im- 
maginarsi d'onde tirino i denari, che abbisognan loro, poiché la somma è tenue. Fra 
casa, mobili, mantenimento, viaggi, torchio, caratteri ed altre cose, sfido che si calcoli, 
che possano aver speso più di 4000 fiorini. Il torchio non costò loro che 125 du- 
cati, ed il far fondere i caratteri, che fecero essi medesimi, una bagatella, ed un 
uomo di robuste braccia, che sta al torchio, non costerà loro che dodici o quindici 
ducati al mese: questa leggera somma può facilmente averla trovata il mercante 
secolare alienando, o ipotecando una parte di quelle belle perle, che V. S. Ill. ma vide. 

Comunque siasi la cosa, dovendo io pensare a fare che costoro snidino di qui, 
ella ebbe la bontà di concertarmi, che convenia destramente suscitar loro intoppi: 
ella me l'insinuò prudentemente, dopo che scandagliò l'animo loro, l abbonimento 
che hanno a tornare a Venezia sotto il presente abbate, ed il fermo loro proponi- 
mento di non demeritare in verun conto l'imperiale protezione di cui si vedono muniti. 

Mi parvero opportuni intoppi l'interdizion della stampa, se non abbia un revi- 
sore, che non potendo essere un frate armeno sarebbe difficile a trovarsi, onde le 
additai a tal oggetto un attissimo consigliere, fatto a posta per traversare (guadagnato 
dall'oro) ogni armena prosperità. Le additai poscia la sospensione dell'amministra- 
zione de' sacramenti, che può succedere per l'opra del vicario Agapito. 

Questi mezzi 

XLV1 



Questi mezzi atti a fare che con la pazienza si conseguisca l'intento, sono 
unici, o almeno tali mi sembrano. Senza stampa, senz'amministrazione spirituale 
dovranno disperati rivolgersi ad andar via da se stessi, ed a tal punto potrà ridurli 
la destra accortezza dell'Agapito, e l'opra del consigliere; ma per il consigliere 
conviene, se si vuol che s'infervori, promettere ed anzi depositare oro. E im- 
possibile di trovare in questo governo gente che ci serva, se non sia per avidità 

di denaro. 

Le dirò anche, che l'unico mio pensiero essendo quello di ben servire quelli 
a' quali questo affare preme, ho sparso in casa del mio perucchiere, in quella di 
un sarto, e fra tutte quelle donne delle quali, per varie occorrenze, frequento le 
case, che questi frati sono scomunicati e che per conseguenza la loro messa non 
vale che per quelli che ignorano la loro scomunicazione. Questa voce si è talmente 
sparsa che domenica una gran quantità di gente uscì di chiesa, quando apparve 
fuor della sacrestia un d'essi apparato per celebrare. Questo avvenimento, che 
V. S. Ill. ma può attestare, inquietò la curia vescovile, ed io malgrado il mio pe- 
ricolo, faccio quanto posso per eccitarlo. Ella sa, che il vescovo ha dato in aperta 
pettorale consunzione, sicché è deciso che non può durare in vita ancora tre mesi, 
onde il Vicario Agapito non perderà l'occasione di ben servirla all'introduzione del 

nuovo pastore. 

Migliori mezzi per far andar via questi armeni non sono a me noti per ora, 
ne credo che siano escogitabili dalla medesima luminosa sua mente; che se m'in- 
gannassi ed ella abbisognasse dell'opra mia pel fine preso in mira, non vi sarebbe 
cosa, che non facessi, affare che non ommettessi, pericolo, che animoso non incon- 
trassi per ubbidire a venerati suoi cenni. 

La mia presenza intanto non potendo per ora recare all'affare nessuna utilità,^ 
ne essendo la lontananza mia per essergli cagione di verun nocumento, non dovrà 
parere a V. S. Ill. ma strano che io parta, non so per quanto tempo, per poi ritor- 
nare alla sua ubbidienza, se l'opra mia qualunque siasi, potesse divenirle ne- 
cessaria. 

Prima però di partire le lascerò per ciò che riguarda il consigliere, persona 
sicura e della quale ella potrà fidarsi quanto di me medesimo, mentre per ciò che 
riguarda il vicario Agapito ella non ha bisogno di me, poiché ho rilevato in lui 
verso V. S. lll. ma i sentimenti della più sincera stima, e cordiale amicizia, onde 
non accoderà certamente ch'ella si dolga che qualche cosa non sia andata a dovere 
a cagione della necessaria mia partenza, alla quale se la sorte mi avesse aperta la 
strada dieci anni fa, mi si sarebbe più di una volta ne' miei viaggi presentata l'oc- 
casione di dar patenti saggi del mio zelo ad un principe, che nulla mai potrà esser 
cagione ch'io non adori. 

V. S. Ill. ma resta dunque da me umilmente avvisata che nulla potrà impedire 
verso la metà di settembre la mia partenza da questa città, che l'aperta sua proibi- 
zione ; ma l'avverto ancora, che ricevendo io dalla venerata sua persona questa proi- 
bizione, sarò ubbidiente, ma non potrò servirle più di nulla, poiché questo clima 
fatai alla mia salute, il languore, l'interna afflizione e la miseria, tutto concorrerà 
a farmi terminare l'infelice mia carriera, morendo fuori ed in disgrazia della 

patria. . 

La filosofia non mi fornisce forze bastanti per rimirare una tal morte con occhio 
stoico. Una sana morale vuole che prima di pensare ad ottenere il perdono de miei 
falli da Dio, l'ottenga dal giusto e clemente mio principe. 

Se ciò non 



XLVII 



Se ciò non mi riesce prevedo difficile la salute dell'anima mia, poiché mi sento 
lo spirito attaccato all'onore del mondo. I frati dicono ad un uomo che muore, che 
queste sono Vanità, ma io vorrei però combinarle con la religione, e l'evangelio 
m'insegna che posso farlo, onde raccomandandomi a lei mi soscrivo con rispettoso 
ossequio. 

Di V. S. Ill. ma 

Um. mo dev. mo osserv." 10 servitore 

Qiacomo Casanova. 

Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - LETTERE DEL CONSOLE IN TRIESTE - B. 517. 




1774, 3 settembre. 

Noi Inquisitori di Stato per cause moventi gli animi nostri concediamo libero 
salvocondotto a Giacomo Casanova, che valer debba per tutto il corrente mese, onde, 
non ostante qualunque impedimento, possa venir, andar, star e ritornar e da per tutto 
liberamente praticar, senza che sia loro inferita molestia alcuna, tal essendo la vo- 
lontà nostra. 

Francesco Grimani Ino. di Stato. 
Francesco Sagredo Inq. di Stato. 
Paolo Bembo iNQ.r di Stato. 




(Allegato). 

ILL. mo SIG/ 

SIG/ COL.™ 

Fu inteso con gradimento da chi ho l'onor di servire quanto viene considerato 
in riguardo cotesti monaci Armeni e nella benemerita di lei lettera 27 decorso e in 
quella diligente del Casanova. Per avere però le notizie più individue dello stato 
dell'affare, e delli modi da tenersi per superarlo, lo incaricherà, munendolo intanto 
del salvocondotto, che avrà inserto, e di trasferirsi a questa parte, e di presentarsi 
a me segretario, già comandato delle ricerche da fargli, e di rendergli noti gli atti 
della loro clemenza per la opera, ch'egli ha contribuita sin bora utilmente, e che 
può impiegare in avvenire. Prima ch'egli parta, farà che le presti tutti li lumi, che 
avesse nel proposito, e massime della persona di cui, occorrendo, valersi presso co- 
testo consigliere; e mi raffermo con la maggior estimazione 

Venezia, 3 settembre 1774. Di V. S. Ill. ma 

Div. mo Obl mo servitore 
Mane Antonio Busenello. 

Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - SALVOCONDOTTI - B. 198. 

XLVI1I 



lLL. mo SIC 

SIC' PADRONE COLEND.™ 

Esibito al Casanova il benefico foglio, statomi compiegato da V. S. Ill. ma , lo 
lesse e rilesse, bacchilo più volte e doppo un qualche spazio di concentrazione e 
silenzio proruppe in lagrime di gioia e di riconoscenza verso un atto di grazia tanto 
singolare e spezioso. M'aggiunse che s'approntarebbe solecito per aprofitare del pre- 
zioso dono, e per poter rendersi diligentemente costì ad offerire tutto se stesso a qua- 
lunque publica disposizione e serviggio come in fatti oggi eseguisce, prendendo la sua 
dirretione per la via di terra per essere la più espedita e sicura. Prima però fece 
abboccarmi con abilissimo soggetto del ministero, che mecco impegnossi di maneggiare 
al caso il propposto consigliere e frattanto di avertirmi di quanto potesse venir trat- 
tato in questo consiglio sopra gli aspiri dei monaci armeni. Se dunque mi mancarci 
il confidente, ch'era l'unico e solo, che li accostava e trattava familiarmente, e che 
sapeva non solo vegliare ai loro andamenti, ma ancora trare da essi destramente di 
bocca ogni loro secreto divisamento, ne cercarb un qualche compenso dai rapporti, 
che il surij "erito soggetto assicura di farmi, ma molto piti dalla di lui opera, quallora 
fosse giudicato opportuno di esercitarla. Anche il vicario Agapito mi ratifica il suo 
zelo ed impegno con l'inserta originale, talché a me non resta, che di coltivar e 
tenir viva l'ottima sua inclinazione, affine di non lasciar intentata ogni via possibile 
per rovesciar li dissegni che possono offendere le publiche viste. 

Trieste IO settembre 1774. 

T>i V. S. Ill. ma 

Um. mo dev. mo oss. mo servitore 

Marco de Monti Cons. e Veneto. 

Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - LETTERE DEL CONSOLE IN TRIESTE - B. 517. 



56 



ILL. mo SIG. r 

SIQ. r PADRONE COLENDA 

Accuso l'ossequiato foglio di V. S. Ill. ma , che rispedisco incluso con cui degna 
di rilevarmi l'arivo seguito a cotesta parte della connota persona, dalla quale po- 
tendo avere l'individue notizie dell'attuale stato, contegno e pensieri di questi monaci 
armeni, incarica la mia obbedienza a dovervi vegliar e render conto in avenire, 
coltivando intanto il vicario Agapito, non che l'altro soggetto, che può sull'animo 
di questo consigliere, affine di poter all'occasioni, che si presentassero, valersi del- 
l'opera loro. 

Trieste primo ottobre 1774. 

Di V. S. Ill. ma 
Um. mo dev. mo osserv." 10 servitore 
Marco de Monti Cons. e veneto. 

XLIX 



Casanova • Documenti 7- 



no 



(Allegato). 

ILL. mo SIG/ 

SIGS COLENDA 

Scortato dalla di lei lettera 1 del cadente mi si è presentato Giacomo Casa- 
nova, e da lui si avranno le individue notizie dello stato odierno di cotesti monaci 
armeni.... 

Venezia, 18 settembre 1774. 

Di V. S. Ili™ 

Div. mo Obi." 10 servitore 

Marc' Antonio Busenello. 

Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - LETTERE DEL CONSOLE IN TRIESTE - B. 517. 




INFORMAZIONE 

La protezione della corte di 'Vienna, che il consiglier Modesti (disgraziato ora 
e privato di tutti i suoi impieghi) fece accordare a' frati Armeni esistenti nella città 
di Trieste, fu loro concessa in forza di una scrittura composta dal raggiratore Saraf 
che fu mandata alla corte, e nella quale vernano esagerati i vantaggi che la piazza 
sarebbe per ritrarre da codesta colonia Armena, pretesa sorgente di future felicità 
in commercio, atteso lo stabilimento di una quantità di ricche case armene, che do- 
vevano accorrere dall'Oriente e dall'Europa tutta, tosto che si sapesse che una Chiesa 
armena erasi fondata nella città di Trieste. 

Fu loro accordata la permissione di piantare una stamperia e di amministrare 
sacramenti, onde per la stampa che due settimane fa era sul punto di cominciare, 
trovarono fonditori di caratteri, e cercarono casa idonea a piantarvi un torchio, e 
per sostenersi intanto si alloggiarono con un negoziante armeno fratello del principal 
d'essi, e padre di numerosa famiglia, che facea il ricco, e mostrava di pensare a 
fare in Trieste grandissimi stabilimenti. 

Per ciò che riguarda la permissione di celebrare e di amministrar sacramenti, 
l'ottennero per bocca e per soli tre mesi dal Vicario generale, e non l avrebbero 
ottenuta, se l'ordine non fosse venuto all'Intendenza di Trieste dalla corte di Vienna 
d'ingiungere alla curia vescovile di non rifiutarglielo. Il teologo, che l'Imperatrice 
Regina consultò, fu il prelato de' T>orotei suo confessore, che pronunziò potersi 
conferire a que' monaci, quantunque acefali, quella facoltà, senza contrariare i 
decreti della sacra congregazione de' Riti. 

In tale stato pare che la loro presente condizione sia quella di dipendere dal 
buon evento della loro stampa, e dal proseguimento della permissione di ammini- 
strare, ma ferma e perpetua, e non aerea e passaggera come la hanno presentemente. 

Non è noto 



Non è noto alla devota persona che scrive, se siano stati obligati a far debiti, 
ma assicura che se può riuscire l' incoato maneggio del vicario Agapito d'impedir 
loro le facoltà ecclesiastiche, dovranno in breve tempo cadere, poiché non sarà dif- 
ficile (una volta che sieno essi in cattivo odore alla corte di 'Vienna per ciò che 
riguarda la religione) il fare che venga loro interdetto anche la stampa, tanto più 
che verranno a poco a poco a scoprirsi le loro bugie sulle vantate ricchezze del 
fratello, e sul preteso accorrere de' ricchi mercanti armeni da tutte le parti del mondo. 

Se accadesse poi, per debiti da essi contratti, un qualche fallimento, ciò fini- 
rebbe di rovinarli nel ministero e nello spirito della Sovrana; onde vedrebbonsi fa- 
cilmente astretti a ritornare a Petervaradino ed a fransi Ivania, e quelli ch'eran a 
San Lazzaro penserebbero forse ad accomodarsi e ad aspirare alla grazia d'esser 
ricevuti. 

Contribuì molto all'accoglimento che fu fatto in Trieste a codesti frati, lo stato 
presente di quella cesarea commerciale Intendenza. Quel corpo di consiglieri che 
l'Imperatrice mantiene con grosse pensioni, e che gode d'importanti emolumenti negli 
utili eventuali che si procura per ogni via, ha bisogno, se vuol sostenere l'idea Van- 
taggiosa che la Sovrana ha di lui, d'ingannare con sofisticherie di ministero l'im- 
periai Gabinetto, onde in mancanza del progresso reale sostituisce l'apparente, vestito 
sotto varj e tutti delusorj aspetti. Quindi la Gazzetta di Vienna, così informata, 
publica che in questa settimana arrivarono a Trieste da varie parti del mondo, ot- 
tanta vascelli carichi di cento differenti generi, e che in altra ne partirono cento, 
asportando le produzioni del terreno e dell'industria in tutta la Germania. Fanno 
pubblicare che si stabiliscono ogni giorno nuove compagnie, che le vecchie sono divenute 
opulenti, che il molo di S. Carlo sarà presto terminato, e che il commercio tutto 
diventa a vista d'occhio più felice di tutti i rami suoi; mentre tutto all'opposto, 
quelli che esaminano di presso vedono tutto andare alla peggio, i capitali delle com- 
pagnie consumati, esse disfatte, i negozianti privi di specie numeraria, gli stranieri 
stanchi di trafficare con essi, i capitani obligati spesso a partire vuoti, il posto sempre 
infelice e soggetto ogni anno a disgrazie, il lazzaretto fabbricato contro le regole 
poiché non isolato, e le case della nuova città inabitabbili o per l'aria infetta de' 
luoghi di saline ne' quali furono fabbricate, o per i violentissimi colpi di vento ai 
quali sono soggette, e troppo esposte nella larghezza e drittura delle costrutte strade, 
sempre rovinose nel suolo, quantunque a gravi spese lastricate, poiché troppo basse 
vengono penetrate dall'acqua del mare che muove il lastricato terreno e l'inonda. 
Queste case di qua e di là del ponte rosso inabitate fanno che gli affitti di quelle 
della vecchia città sieno cari, poiché la popolazione essendosi infatti accresciuta, i 
proprietarj ne vogliono tirare il maggior profitto. 

Questo accrescimento di popolo, e di contante in proporzione, avvenne in quella 
città nel corso di vent'anni, ne' quali gli apparenti vantaggi delle franchigie atti- 
rarono commercianti forestieri; ma le cose restarono ad un tratto sospese nello spe- 
rato progresso; quando le insuperabili incomodità della natura del luogo furono 
chiaramente riconosciute da tutti i concorrenti, e che gli stabiliti negoziati ne' lontani 
paesi invitati a' cambj non ne scoprirono di adeguati, e conobbero che poco o nulla 
v'era da fare con mercanti, che non erano capitalisti; osservarono le compagnie, 
ch'eransi formate con molto contante effettivo, andate tutto a male, e si lagnavano 
che non potessero spacciare ciò che portavano, che a vii mercato ed a lungue fidanze, 
non trovando esportazioni atte a rimborsare il valore delle loro merci col conve- 
niente necessario lucro perché se ne incaricassero. 

Otto o dieci 

LI 



Otto o dieci particolari che vennero in Trieste poveri, sono quelli che si dice 
che sostengono il languente commercio; ma quelli che esaminano, lo deplorano lan- 
guente, poiché quegli uomini denarosi impiegano il loro danaro in ipoteche sulle 
mercanzie di quelli che anno comperato a lungo respiro, onde, per guadagnare 
qualche cosa, sono obbligati a vendere a carissimo prezzo, poiché l'usura delle ipo- 
teche li aggrava sommamente. 

Quindi il commercio va ogni giorno diminuendo, ma si procura che il di lui 
detrimento non comparisca agli occhi della corte, la quale in vista de' futuri van- 
taggi che gli interessati le rappresentano, seguita sempre a spendere per varj esco- 
gitati dispendiosi stabilimenti, onde il contante circolando, e cadendo fra le mani 
de' particolari, fa che il lusso si accresca, che gli affitti delle case siano cari, e 
che il letargo del commercio non comparisca agli occhi della Sovrana, la quale ha 
di Trieste, che non vide mai, la più vantaggiosa idea, e seguita con l'impetuosa 
sua generosità ad ascoltare gl'interessati impostori che le dimostrano, che all'apice 
della prosperità arriverà quella piazza, se Voglia essa, senza lasciarsi spaventare 
dalle spese, ordinare che s'impieghino due milioni a finire il molo di S. Carlo, 
e fornir capitali, se non per fondare un banco, almeno per istabilire compagnie, 

senza badare all'esempio della , e di quella d'Egitto, che, se perirono, dicono 

che fu per cagione di mala amministrazione, 

Sedotta dunque ZXCaria teresa da que' zelanti, pensa oggi ancora ad aprire 
per codesta promessa felicità i suoi tesori; ma non cosi pensa l'imperatore, il quale, 
disingannato, si spiegò già, che quando comanderà lui, distruggerà e l'Intendenza 
di Trieste, e tutte quelle vane operazioni, che altro non serbano in sé di reale, 
che la materia che offrono agli esecutori che rubano. 

Il denaro dunque che circola per Trieste, è quello che la prima sofistica af- 
fluenza, vi attirò, quello di ricchi nobili che sborsarono dalla Boemia, dall'Austria 
e dall'Ungheria per fondare le compagnie che fallirono, e che rimase nelle borse 
dei malversatori, e quello che viene dalle entrate in contanti fornito dall'erario della 
corte a' consiglieri, rappresentanti, salariati, e gioventù mantenuta a spesa della 
Sovrana, acciò impari il commercio in un paese dove regna il monopolio, dove la 
felicità non è che una illusione, dove sono restati inerti i capi considerabili del po- 
tasso pei due fiorini per cento esposti, il mercurio per averlo i paesi del Nort ab- 
bandonato, e dove il ferro non potrà sostenersi, poiché migliore ed a miglior mer- 
cato ne ricevono questi mari dall'industriosa Svezia e da tutto il Baltico, come 
dimostrò a chi reverente scrive, il baron Fois negoziante a Lubiana. Viene applaudita 
la cera della fabbrica Tribuzzi, quella di sapone e due di rosolj: si lasci che i 
rosolj si fabbrichino, ma si faccia calare il prezzo delle cere e dei saponi in Venezia, 
supplendo ad una provvigione di cera vergine col pubblico denaro, e le fabbriche 
di Trieste coderanno. Così si può fare anche per i saponi, provvedendo il principe 
la bariglia di Alicante, ora dappertutto a vilissimo prezzo. Si pensa, ciò non ostante, 
in Trieste, a togliere al commercio il presente languore. 

Si pensò a stabilire magazzini alla Mezzola per facilitare il reciproco com- 
mercio di Trieste con la Lombardia Austriaca. Non si avrebbe pensato a questo, 
se il Serenissimo Governo Veneto avesse permesso magazzini liberi in Venezia per 
tutte le merci di esportazione e d'importazione in Trieste, aggravandole soltanto 
con un leggero diritto di transito non gravoso a negozianti, quali sembra che siano 
stati sforzati a cercarsi altre strade nulla da altro che dalle operazioni delle venete 
dogane, e dalle intempestive inibizioni. 

Ardisce chi 

LII 



Ardisce chi scrive, umilmente esservi ancora tempo al rimedio. 

Converrebbe far nascere fra la corte di Vienna e la Repubblica un trattato 
di commercio diviso in varj articoli tutti plausibili, e composto in modo che sem- 
brasse altro non essere lo spirito movente del trattato che il desiderio che risulti 
dall'amicizia e buona intelligenza de' due stati la maggiore reciproca felicità nel 
commercio. 

Con questo scambievole accordo nel quale verrebbero stipulate con perfetta ar- 
monia le importazioni libere di ambi gli Stati con proporzionanti e reciproci accordi, 
si farebbero dileguare tutti gl'insorti progetti di magazzini alla Mezzola a altrove. 
Se si lascia che vengano rintracciate altre strade, possono esse divenire col tempo 
utili e care a mercadanti di altri stati, e principalmente a quelli della Lombardia, 
onde possano dimenticare affatto le venete, onde a questo Governo non potrebbe 
risultare che danno. 

Confesso che questo trattato di commercio con la corte di Vienna dovrebbe 
portare in fronte tutto il carattere di utilità per quella corte, ed in certi articoli 
dovrebbe esserle realmente favorevole, ma la sapienza di chi da la sofferenza di 
leggere questi miei ragionamenti, sa che ciò si accorda e dona al rivale, diventa 
nulla, quando in vigore ed in conseguenza di quel dono, viene il donatore a con- 
servare diritti, che gli preme non perdere, ed a guadagnare insensibilmente più che 
non dona. Sopra di ciò ad ogni cenno estenderò più diffusamente i miei pareri con 
la più sommessa ubbidienza. 

Converrebbe su questo importante articolo oprar subito, facendo attenzione che 
i mercanti amano le vecchie strade, e che se si vorrò, da chi comanda in Venezia 
por mano all'opra, il parere dell'Intendenza di Trieste diverrà un nulla in con- 
fronto del genio e dell'inclinazione generale dei mercanti di quella borsa. Aggiun- 
gerò ancora che un abile negoziatore in Vienna, appoggiato dall'ambasciatore veneto, 
può lusingarsi di riuscir facilmente in ogni politica commerciale intrapresa, poiché 
quanto è il gabinetto di Vienna profondo e dotto negl'interessi di dominio e ne' 
maneggi che decidono del possesso di Provincie intere, e di diritti d'imposizioni e di 
regole per mantenere eserciti a buon mercato ad imitazione del re di Prussia, al- 
trettanto è ignorante tutto il viennese ministero in operazioni aperte o palliate in 
favore o in danno di qualunque interno o esterno commercio. 

Il modo di far cadere la piazza di Trieste, in quella stessa tenuità in cui 
era quarant 'anni fa, è quella di trattarla in moltissimi articoli come se componesse 
parte del dominio veneto. Ogni percussione è reciproca. 

L'umil., il div. e l'osseq. 
Giacomo Casanova. 




LUI 



AL SEGRETARIO DEI TRE (1774) 



ILL™ SIQS 

SIGS PADRON COLENDA 

Obbligandomi la presente mia situazione a cercare un qualche impiego onde 
onestamente passare il resto de' miei giorni con tranquillità d'animo nell'adoratissima 
città dove nacqui, ed essendomisi forse presentata l'occasione favorevole, non oso di 
secondarla, ne disporre in modo alcuno di me medesimo, senza il grazioso assenso 
del Tribunale Supremo, di cui tanto recentemente esperimentai la clemenza. 

Il Serenissimo Landgravio di Assia Cassel vorrebbe aver qui un privato agente 
che gli facesse delle proviggioni, e che gli trasmettesse i suoi plichi d'Italia. Un 
signore forastiere di molta considerazione, che ha la bontà di proteggermi, mi lu- 
singa di farmi avere questo piccolo impiego con qualche assegnamento. Niente ho 
dalla fortuna, e poco posso sperare dall'industria, attesa la scarsezza de' miei ta- 
lenti e l'età che si avanza. Ma benché molti simili agenti di principi della Ger- 
mania si trovino in questa Dominante, e che questa commissione potrebbe essere ad 
altri addossata dallo stesso Ser. Landgravio, non credo di poter far passo alcuno 
a tal oggetto, senza ottener prima l'assenso delle Eccellenze Loro, mentre il piìt 
glorioso titolo a cui aspiro è quello di dipendere interamente dalle venerate leggi 
del Ser. mio principe naturale. 

Di V. S. Ill. ma 

L'Um. mo dev. mo osserv." 10 servitore 

Giacomo Casanova. 



60 




SUPPLICA DI GIACOMO CASANOVA 
AGLI INQUISITORI 

Prima di esporre la mia idea a VV. EE. alla di cui sapienza oso presen- 
tarmi, supplico la medesima in grazia del mio zelo a prevenirsi in mio favore. 
Prevenuta, ch'ella sia, sono sicuro, non solo di perdono, ma di clemente e benigno 
compatimento. 

La sacra vittima, che, uno spirito di orgoglio, e l'insaziabile desiderio di li- 
bertà, e quasi d'indipendenza, trovò il modo d'immolare domenica scorsa nel 
S. S. M. Consiglio, invece di calmare gli animi gì' istruì della loro forza, sicché 
sembra a chi ode tutti gli odierni prepotenti, e trionfatori discorsi, che si aspiri a 
Voler nuovi sacrifizii, che se ne rumini, e se ne machini il modo, se pure non 
Vengano rivocati quegli ordini, che attizzarono il fuoco presente negli animi, che 
pur troppo si veggono di soverchio accesi. 

Il rivocar 

LIV 



77 rivocar disdice alla grave sapienza, alla importante autorità, alla dignità, 
alle forti ragioni di conseguenza. Il lasciar, che si sfoghino i malcontenti, non 
conviene a chi brama salva V innocenza, e da chi per massima di buon Governo 
non dee lasciar andar la briglia sul collo di quelli, che hanna preso il morso 
fra i denti. Che conviene dunque fare ? 

Questo mi sembra il caso di por mano ad una possente diversione, ma pron- 
tissima che abbia la forza d'incantare le menti dell'affascinato corpo patrizio, di 
ritirarle dall'oggetto, che ora con somma forza le attrae e che pericolosissimamente 
le tiene fìsse ed assorte. 

Ecco la diversione. 

Assicurato dalla clemenza di VV. EE. che non verrò cacciato via come 
temerario, mi presenterò agli Ecc.mi Capi dell'Eccelso, esponendo supplica, in cui 
chiederò licenza di far un'accademia nobile nella casa del fu Ridotto una notte 
per settimana in questa Quadragesima. Se questa licenza mi verrà dagli Ecc.mi 
Signori Capi concessa sotto condizione, che V Ecc.mo Senato mi accordi la casa 
del Ridotto, cercherò il modo di ottenere dal medesimo la grazia. 

Ma o che V Ecc.mo Senato l'accordi, o che nan l'accordi, vedo (se il mio 
povero giudizio non mi delude) tutti i tumulti sedati, e quasi pacati gli animi, tosto 
che si saprà, che la permissione dell'Eccelso fu già da me ottenuta. Coetera Deus. 

Non presenterò supplica senza averla già concertata col circospetto signor 
Zuanne Zon 0), dalla di cui prudenza, bramo interamente dipendere tanto per 
la secretezza, che gli giurerò, e che sommamente mi preme, quanto per non porre 
mai piede in fallo. 

Giacomo Casanova 
Nome concertato Antonio Pratolini. 

(I) Segretario degli Inquisitori. 

(A tergo). 
1776, 19 Febb. Fu letta e posta in parte. 

Venezia - Archivio degl'Inquisitori - a' Frali. 
RIFERTE CASANOVA - Filza n. 565. 




RELAZIONE DI ANTONIO PRATOLINI 

(GIACOMO CASANOVA) 

AGLI INQUISITORI DI STATO 

L'eccesso del lusso, le donne senza freno, e la soverchia libertà del pratticare, 
a fronte degl'indispensabili doveri delle famiglie sono le cagioni, che la corruttela 
prende ogni giorno nuovi gradi di forza, e che tra gli accasati rari sieno quelli, 
che possano chiamarsi soddisfatti dell'interna economia de' loro domicilii. 

I dissidii 

LV 



/ dissidii tra mariti, e mogli si accrebbero da parecchi anni in qua, e prin- 
cipalmente dopo che replicati esempii dimostrarono esser facile lo scoprire, o il far 
apparire in qualunque matrimonio qualche difetto sufficiente a fare che il giudice 
naturale, o delegato il dichiari nullo. 

Questa fattoi scoperta fece diventar le donne aspiranti alla indipendenza, e 
gli uomini più, o meno tolleranti, a seconda della inclinazione, che hanno o a 
mantenere la pace nelle loro case, o a profittar de' vantaggi del reo costume. 

Non volevano una volta gli uomini ottenere, in grazia del loro particolare 
interesse, cosa alcuna ex foro fori, che non fossero stati persuasi di poter esigerle, 
anche ex foro coscientioe. Non si bada oggi a tale circostanza. Non vi è forense 
ecclesiastico, che spontaneamente non dica al suo cliente uomo o donna, io vi farò 
dichiarare nullo il vostro matrimonio, se mi assicurate che il vostro marito non si 
opporrà ai canonici dirimenti motivi, che allegheremo. Questo si fa assai facilmente, 
onde avviene che non abbia nessun freno quella disciplina di costumi, che fu in 
tutti i bisogni riputata la base della felicità delle nazioni, e della sostanziale pro- 
sperità dei sovrani governi. 

Fu sempre padrone un marito, o una moglie di far giungere alle mani del 
consorte un monitorio di divorzio, ma si facea causa, e senza giusto motivo non 
si ottenea l'intento: oggi o si accetta l'invito alla separazione senza opposizione 
alcuna, o per eluderne l'effetto s'intavola la nullità del contratto per difetto di 
essenzial requisito, e gli abili avvocati con istupore interno di que' coniugi arrivano 
in breve tempo a dir loro: Signori siete liberi, non siete anzi stati mai maritati. 

/ fautori di questo sommo disordine, e di un sì reo libertinaggio sono gli av- 
vocati ecclesiastici: l'ordine viziosissimo di quella curia, ed il vergognoso silenzio 
di chi vi presiede, e non si cura di regolarne gli abusi e la sorgente di questi mali. 
Se v' è tribunale al mondo, i di cui giudizi in tal categoria si paghino in contanti, 
egli è l'ecclesiastico, e somma è la sfacciatagine con la quale si comprano testimoni, 
se ne fanno tacere, se ne escludono, se ne rigettano. O dee il saggio governo de- 
terminarsi a segregare il matrimonio dal novaro dei sacramenti, come fecero tutte 
le comunioni protestanti, o non può soffrire la religione, che venga pubblicamente 
da' suoi seguaci vilipeso un sacramento, e ridotto ad essere il zimbello del vizio, 
e la vittima degli infami fomentatori della discordia. 

Se la sapienza di VV. EE. non si accinge a recar rimedio a questo male, 
possono da lui nascere i più impetuosi precipizii nella società. Estinzioni di cospique 
famiglie, confusioni di parentele, macchie di genealogie, ambiguità di successioni, 
dilapidazioni di facoltà, ingiuste rappresentanze di figli fatti divenir legittimi dalla 
menzogna, rovine e vendette di legittimi divenuti per imbrogli dell'ambizione e del- 
l' avarizia basta rdi. 

La licenza estrema del conversare, imprudenza delle donne, l'infingardaggine 
degli uomini sono le fonti di questi sommi mali, che l'avarizia e l'empietà fecero 
divenir legali. La gioventù, ch'entra nel mondo, li mira di sangue freddo auto- 
rizzati dall'uso, onde rimane fomentata una general corrulela di educazione, che 
guai, se si lascia che prenda radice. Questa fatai radice sarà presa e non vi sarà 
allora più rimedio, quando in repubblica non vi saranno più Vecchi, che possano 
dire: le cose non erano a questo orribile eccesso quando noi siamo entrati nel 
mondo. 

Un abbate Venier nato a Piran, che stava una volta con l'avvocato eccle- 
siastico Facini, è un determinato sollecitatore di annullamenti di matrimonii, e di 

dissidii tra 

LVI 



dissidii tra mariti e mogli. Egli fu il fabbro della distruzione di molti, e fu sco- 
perto reo in molti maneggi, e non fu mai punito. Fra gli uomini di questa specie 
egli non è il solo. 

Non è più da tollerarsi Ill. mi ed Ecc. mt Signori, che i tribunali ecclesiastici 
riguardino il matrimonio come una pena inflitta, e che il trattino come i crimi- 
nalisti trattano i castighi, alli quali la giustizia secolare suol condannare i rei. 

Se in qualità di contratto è il matrimonio dipendente anche dal jus civile, 
giudichi delle sentenze emanate sulla di lui nullità un tribunal secolare, chia- 
mandole a se, e venga in tal guisa posto freno ad uno scandalo, che disonora 
con indelebili sfregi la Religione, et il decoro delle famiglie. Grazie. 



Venezia - Archivio degl'Inquisitori - a' Frari. 
RIFERTE CASANOVA - Filza n. 565 



M 



ALCUNE ■ RIFERTE " DI GIACOMO CASANOVA. 

Monsieur Gobi de Chalabre, francese, che arrivò qui da Vienna il giorno 4 
del corrente Settembre, che alloggia con sua moglie allo scudo di Francia, e ch'io 
conobbi in Francia vent'anni fa, mi disse, che un barone Boemo, che arrivò qui 
nello stesso giorno con lui, accompagnatosi seco per caso a Trieste, ed il quale 
alloggia qui nella stessa locanda, gli svelò un arcano, che egli credea dover 
confidarmi. 

Egli mi narrò, che cotesto Barone gli disse testa a testa nel calor della bot- 
tiglia, che fino a tanto, che l'imperatrice Maria Teresa viverà i Veneziani non 
saranno inquietati, ma che alla di lei morte si eseguirà infallibilmente un piano, 
che circostanziato, e digerito in tutte le sue parti, giace fra le mani dell' Imperatore, 
il qual piano fu da lui medesimo veduto, e nel quale il Chalabre ha fondamento 
di supporre, che questo Barone medesimo abbia lavorato. 

L'oggetto del piano è l'invasione di tutta la Dalmazia. Luoghi d'attacco, 
truppe, sorprese, intelligenze, fidi comandanti, maneggi, disposizioni, tutto secondo 
la narrazione di questo Boemo, è stabilito per una tal impresa, che viene consi- 
derata come un colpo di mano. 

Io domandai al Chalabre se mi permetteva di far sapere al governo la cosa 
e di comunicarla, e mi rispose, che non aveva difficoltà a lasciarmi operare, 
come voleva. 

Io dunque, mosso da nuli' altro, che da un interno zelo, depongo nel santuario 
di questo Serenissimo Governo la notizia, che mi fu data, domandando perdono, 
se fosse essa per sembrare assurda ed inconsistente alla sapienza dell' Eccellentis- 
simo Supremo Tribunale. 

Domenica mattina. 8 Settembre 1776. 

(A tergo) 
1776 novembre - Fu letta e lasciata senza riflesso. 



Venezia - Archivio degl'Inquisitori - a' Frari. 
RIFERTE CASANOVA - Filza n. 565. 



Casanova - Documenti ■ 6 



LV1I 



AI TRE 1LL.™ ed ECC.™' SIC" 

SIQ." INQUISITORI DI STATO. 

Le ristrette notizie che furono date a Vostre Eccellenze sopra i nuovi provve- 
dimenti della corte di "Vienna riguardanti il porto e la città di Fiume, con tutto 
quel littorale fino a Carlopago inclusivamente, non vanno soggette a contraddi- 
zione alcuna. 

L'abolizione dell'Intendenza di Trieste fu una conseguenza del progetto di 
render Fiume porto franco, progetto maturato in Vienna fin dal principio di questo 
anno 1776. Fu proposto a Vienna a tale oggetto un taglio sul fiume Culpa per 
evitar certe grotte, che verso Tredisca ne rendono difficile e pericolosa la navigazione, 
ma non fu eseguito a cagione delle gravi spese, che sarebbero state necessarie all'in- 
tento. Fu oltre di ciò immaginato un taglio sul fiume Sava della lunghezza di 
84 clafter, che fanno passi veneti 92 , ' [2 affine di schivare un lungo e tortuoso giro, 
che richiede due giornate di viaggio da Sissek ad Ostraluch, e di poterlo effettuare 
in poche ore. La strada di Carlistat a Segna fu resa carreggiabile fino al monte 
Capello, e si pretende che la primavera dell'anno venturo sarà interamente compita, 
ed allora un cavallo potrà rendersi di passo da Carlistat a Segna in dieci ore; 
mentre che con la direzione per Fiume per la strada Carolina ve ne vogliono venticinque. 

L'unione di Fiume all'Ungheria rende malcontenta la popolazione di Bucari, 
seguono i di lei clamori, ne facilmente si calmeranno. 

La città di Fiume fu data all'Ungheria con tutte le adiacenze dalla parte 
sinistra della strada Carolina andando verso Carlistat, e servirà la strada stessa per 
divisione e confine col militare divenuto possessore della parte destra, che fu prima 
dominio bucarono, con Bucari, Bucarizza, Portorè, Cerquenizza, Novi, Segna, 
S. Qiorgio, Sablanar, Carlopago ed adiacenze. 

Carlistat con tutto quel tratto di paese che sta di qua dal fiume Culpa dipen- 
derà dal governo Fiumano, e quel general comando si crede che si trasferirà a 
Zagabria. Ma v'é chi suppone che, dovendo il Bono di Croazia risiedere a Zagabria 
dopo l'incendio di 'Uaradino, il general comando si possa stabilire a Qospich, il 
che sarà deciso dal tempo. 

Fu unito Carlistat a Fiume per facilitare il commercio dell'Ungheria, poiché 
tutti li prodotti di quel regno vengono condotti fino a Carlistat per acqua, e da 
Carlistat a Fiume essendovi già una perfettissima strada, che si può fare in ore venti- 
cinque a passo di cavallo: si sta perciò metitando d 'introdurvi un buon e regolato 
cariaggio coli' erezione di stazioni a comodo dei carradori. Al dire però dei più in- 
tendenti il sufficiente foraggio vi mancherà. A grave pregiudizio peraltro di Fiume 
si sta facendo presentemente la sopraccennata strada da Carlistat a Segna, poiché 
sarà cagione che la maggior parte de' commercianti con l Ungheria profitteranno 
del notabile risparmio di condotta, tanto più che tutti que' prodotti sono generi grossi, 
che meritano per l'appunto sulle condotte un'esatta economia. Al lavoro di detta 
strada sono presentemente impiegati mille e cinquecento uomini, tutti sudditi militari. 

Pare che li signori Ongaresi, e particolarmente il nuovo governatore di Fiume 
Giuseppe Maillath Szekely, dichiarato supremo conte del Comitato Serenense, cer- 
chino tutte le vie di facilitare il commercio e di sollevare i nuovi loro sudditi da 
soverchi aggravi, essendosi adesso soppresso il dazio sopra la carne, e quello sopra 
i legnami, che produceva il dieci per cento. L'appalto del tabacco non è ancora 
soppresso, ma si sta in aspettativa del sovrano favorevol decreto, concedendosi già 

da quel 

LVIII 



da quel governatore, anche a fronte dell'appalto tuttor sussistente, molte licenze e 
protezioni e facilità a chi vuol trafficare in questo genere. Nel nuovo sistema di 
governo, che in favore di Fiume fu introdotto in Trieste, sembrava che la risoluzione 
di Vienna tendesse a trasferire nel nuovo governatore tutte le prerogative state prima 
godute dalla soppressa Intendenza, ma li successivi ordini e rìschiarazioni, dimostrano 
che la congettura fu falsa. Il conte di Zinzerdorf, governatore di Trieste, quantunque 
stabilito comandante civile e militare, non può dilatare le sue facoltà oltre il poli- 
tico e il commerciale. Nel primo caso può deliberare da sé, e nel secondo non è 
che un capo di giudizio in seconda istanza, soggetto in appellazione al revisorio di 
Qratz. Lo smembramento di questo littorale giunse effettivamente a colpire V interesse 
della piazza di Trieste. Il fatto lo dimostra. Li generi tutti d f importazione e d'espor- 
tazione dell'Ungheria facevano prima indistintamente scalo in quel porto. Reso 
oggi soggetto il porto franco di Fiume all'Ungheria, quella nazione non ha bisogno 
di prevalersi d'altra via, che della propria, non mancandole strade e fiumi oppor- 
tuni a' suoi trasporti. 

Giunte a notizia del console di Francia residente in Trieste le speculazioni del 
governatore di Fiume per dare un utile istradamento al consumo delle merci nazio- 
nali, passò in persona a complimentarlo. Egli mi confidò, che gli propose un trat- 
tato di commercio per provvedere V Ungheria per via di Fiume con la propria ban- 
diera, di caffè, zuccheri in polvere e drogherie, per trarne in cambio carni salate, 
grani, lane, cere, mieli e qualche altro prodotto, che quel regno somministra. Egli 
mi aggiunse che pensava di andar a stabilirsi a Fiume lasciando poi il suo can- 
celliere in Trieste acciò lo rappresentasse, avendo sopra di ciò scritto a "Versailles, 
da dove aspettava risposte ed istruzioni. 

Ora i negozianti di Trieste, assaliti dal timore che il porto di Fiume con la 
facilità delle strade, e con qualche meditata agevolezza d'aggravii potesse un giorno 
divenir loro fatale, implorarono ed ottennero dalla corte di Vienna una risoluzione, 
che vuole che le imposizioni sopra tutti i generi sì d'importazione che d'esportazione 
dall'Ungheria, debbano andare del pari con quelle che soffre la città di Trieste. 
Un tal provvedimento può in qualche tenue articolo influire alle viste de' negozianti 
triestini, ma non mai a togliere agli Ungheresi la facilità dei trasporti con l'uso 
delle proprie vie. 

Se si deve però ammetter ciò, eh' è tanto dall'esperienza dimostrato, che il com- 
mercio delle piazze non può prosperare se non vi siano stabilite in quelle ricche 
case mercantili, dirò ch'egli è impossibile che prosperi in Fiume, dove non v'è che 
la compagnia, la quale non s'imbarazza che del proprio assunto, e la casa Mar otti, 
che non bada che alli ogli. 

In Segna, dieci leghe distante da Fiume, non v'è una sola casa di vaglia, né 
in Carlopago, lontano di là altrettanto. Ciò è quanto mi riuscì di cavare di vero 
dalle principali persone, con le quali confidentemente confabulai, né di più v'è pre- 
sentemente. Stabilii però un commercio epistolare con chi mi paleserà tutto ciò che 
potrà avvenire di nuovo, il che, se giudicherò poter interessare la sovrana sapienza, 
ch'ebbe la clemenza di servirsi di me, glielo farò giungere sotto gli occhi, fortunato 
se l'Eccellenze Vostre perverranno a non dubitare della mia fede e del mio zelo, 
e se l'occasione favorevole mi darà campo di comunicar alle serene loro menti 
cose importanti. 

Addì 12 Dicembre 1776. 

Giacomo Casanova. 



LIX 



VIAGGIO DI CASANOVA A TRIESTE 

SPECIFICA CONSEGNATA AL SEGRETARIO DEGL'INQUISITORI 
13 DICEMBRE 1776. 

Le spese di viaggio per barca . Lire 298 

Idem per mare 138 

Per mantenermi 160 

In tre corse per rilevar notizie 170 

Somma . . Lire 766 

N'ebbi da "O. S. Illustr. 1600, onde restano 834, che qui le accludo. 

Giacomo Casanova. 




Il primo ballo di S. Benedetto non sarebbe stato tanto osservabile fuori delle 
presenti circostanze. Ieri sera cagionò generalmente in tutto il pubblico discorsi non 
convenienti. 

Ubbidienti tutte le dame al sovrano comando comparvero al teatro mascherate, 
all'eccezione delle due ambasciatrici austriaca e spagnuola, che colsero con piacere 
questa occasione di distinguersi. 

3KCa il ballo di Coriolano semino nelle menti suscettibili un certo spirito di 
rivolta, che fé nascere sinistri ragionamenti, ed uscire da varie bocche diversi sconci. 

Se il programa del ballo, che, stampato, corre sotto agli occhi di tutti, avesse 
avuto per revisore un prudente pensatore, la stampa non ne sarebbe stata permessa. 

Senza programa sarebbe stato meno patente la fanatica temerità di Coriolano 
il dispregio al decreto del senatore, l'infrazione del medesimo in quel modo scan- 
daloso, la forza delle dame romane, la possibilità di non obbedire e non si sarebbe 
agitato quello spirito di docilità, che preme alla sapienza di "0. E. di mantenere 
sempre nei limiti della summessa subordinazione, acciocché i sacri e prudentissimi 
loro ordini sieno non solo eseguiti ma eseguiti senza mormorazioni. 

(A tergo) 

1776 Dicembre 28. 

Fu immediatamente chiamato l'impresario di S. Benedetto Michiel dall'Agata 
e fu precettato che non si voleva più che fosse fatto nel teatro il ballo di Corio- 
lano in pena della vita. Indi si è ordinato che sieno raccolte e portate tutte le 
stampe di detto ballo. 

Archivio degli Inquisitori - a' Frari. 
RIFERTE CASANOVA - Filza 565. 



LX 



S. E. il sig. Marc. Antonio Giustinian durante il suo soggiorno a Verona, 
scrisse una commedia cui diede il titolo di vittima del dovere. 

Il soggetto è l'amore di un certo Selicur con madama di Menneville, dama 
maritata, che ama Selicur, ma che non per questo si stacca da doveri, che il nodo 
matrimoniale le impone. 

Ve nella commedia un personaggio chiamato il conte di Fripot, che prende 
di mira il N. U. ser Pietro Boldu, lo stesso che serve la N. B. Contarmi. Il 
dipinge con carattere nero di modo che, adottata la personificazione, potrebbe av- 
venire, che nascessero dissidii fra persone nobili in questa città, che preme a V. E. 
di mantenere cheta, e tranquilla. 

Tutto il restante della commedia è onesto se non fosse che mette in vista non 
solo un amoreggiamento di cavalier Libero con dama maritata, ma anche una storia 
che, per delicatezza di sentimento si dovrebbe tener sopita. 

18 Gennaio 1778. 



Archivio degl'Inquisitori - a' Frari. 
RIFERTE CASANOVA - Filza 565. 




Non potendo io Giacomo Casanova partecipare a V. E. quelle scoperte, delle 

— ' quali vado in traccia, nella condotta del console di Roma, poiché, malgrado il mio 

desiderio, non mi riuscì ancora di farne; parmi ciò nonostante di dover rendere 

conto delle mie direzioni, acciochè per mia disavventura non sembrassi alla sapienza 

delle menti loro negligente. 

Per conseguire il mio intento, oggetto del loro venerato comando, e della mia 
obbidienza, adottai la strada d' insinuarmi e con lui e con i suoi amici, ed avendolo 
osservato trattante di affari col Corticelli cassiere dell'appalto del tabacco, feci in 
modo che ieri giorno di Domenica il console in sua casa mi fece pranzare con lui. 
Anche di questo guadagnai l'amicizia, ed andrò a fargli visita per vieppiù inter- 
narmi. Lentamente poi si guadagna di uomini accorti la confidenza ma a tanto non 
dispero di giungere con destrezza, onde io possa con reali fondamenti far noto a 
vostra eccellenza cose degne della loro attenzione, se ve ne saranno, e se io saprò 
rilevarle. Il Console ha stabilito di andar nel mese venturo a far un giro verso la 
marca di Ancona: credo, che dipenda da me, per poco che io mi mostri Voglioso 
di far per mio divertimento questo viaggio il far ch'egli mi accolga in sua compagnia, 
e penso che al suo fianco facile mi sarebbe lo scoprire tutti i suoi maneggi. 

Questo è il piano, che mi sono proposto, non conoscendone altro, che maggior- 
mente mi sembri adattato alla poca mia capacità, ed alla sicurezza, che voglio avere 
di non divenirli mai sospetto ne di espormi ad essere ingannato, o tradito, affidan- 
domi a qualcuno, cui pericoloso ed imprudente sarebbe sempre il confidare la mia 
curiosità. 

Non ardisco 

LXl 



Non ardisco condurre a maturamente il da me meditato disegno di questo 
viaggio senza l'espresso comando di V. E. Grazie. 

14 Maggio 1779. 

(A tergo) 

Che S.S. E.E. gli permettono di andare in di lui compagnia, e quando abbia 
stabilito il viaggio le sarà dati in anticipazione zecchini 24 e per il di lui avere. 

Archivio degl' Inquisitori - a' Frari. 
RIFERTE CASANOVA - Filza 565. 




M' inoltrai io Giacomo Casanova col console di l^pma in discorsi di commercio 
tra questo stato, ed il rispettivo suo, parlando di vantaggi reali e chimerici d'impor- 
tazione, e di esportazione, e gli feci subodorare aver io de' progetti, per digerire i 
quali avrei bisogno di lumi suoi, e di far un piccolo viaggio sopra i luoghi, ^ali 
confidenze replicate ebbero l'effetto, ch'egli mi eccito ad essere suo compagno nel 
viaggio della Romagna, ch'egli disegna di fare nel principio del venturo mese di 
Giugno per essere qui di ritorno nel principio di Luglio. Egli si fa fare un calesse 
di posta a quattro ruote in calle dei Fuseri, che gli costa novanta zecchini. In 
questo, mi disse, che, se mi risolvo, viaggeremo soli con un servitore di dietro. An- 
dremo per Padova, Ferrara, e schivando Bologna, andremo a Faenza per Lugo, 
poi a Forlì, a Cesena, ed a Rimini, e non più in là : ritorneremo poi per Bologna. 
Mi disse, che mi farà spendere poco, e che resterò contento. Io differii a dargli parola. 

Mi raccontò da se stesso, che vuol mandar via il suo presente cancelliere, di 
cui non è contento, e prenderne un altro, su cui ha già gettato l'occhio : saprò fa- 
cilmente chi sia questo. Quello al quale è adesso per dar congedo, è bolognese, si 
chiama Giapelli, ed è nipote dell'agente del ricevitor di Malta. 

Aspiro a scoprir tutto, e se non posso superare lentezza chiedo alle £. e O. 
umilissimamente perdono. Grazie. 

14 Maggio 1779. 

Archivio degl' Inquisitoli - a' Fiati. 
RIFERTE CASANOVA - Filza 565. 




LXH 



Io Giacomo Casanova, umilissimo servo, e suddito di V. E. e debbo tenermi 
— pronto a partire nella ventura settimana col noto console. Il nostro viaggio durerà 
tre settimane in circa, e non andremo al di là di Rimini. Le spese di posta, di 
albergo, e di tavola saranno divise in due parti eguali, una delle quali dovrò pagar 
io. Egli mi ha già assicurato, che non farà spese superflue. L'unica mia attenzione 
sarà quella di scoprire i suoi maneggi. Se i danari mi mancassero, potrei trovar 
ripiego, ma il far cattiva figura mi mortificherebbe. 

Egli ha ricevuto lunedì scorso delle maioliche in piatti da tavola, le quali 
fece collocare nella soffitta della sua casa. So, che queste pagano un diritto di 
27 per cento che non so, che se quegli uomini di barca sudditi del 'Papa che gliele 
portarono, abbiano pagato. Sono tre giorni, che Vado in traccia di quegli uomini, 
che riconoscerei se li vedessi, ma non ebbi finora la fortuna di trovarne alcuno. 
Parteciperò fedelmente a V. E. e ciò, che destramente confabulando, potrò ricavare 
di certo. Le mie perquisizioni non sarebbero lente, se non dovessi andare per vie 
oblique : le rette mi renderebbero sospetto. Domando umilmente perdono, e sofferenza 
clemente. Grazie. 

4 Giugno 1779. 



70 




Dopo aver aspettato, girando di qua e di là, dieci o dodici giorni, la como- 
dità del Console, siamo al fine partiti al 23 dello scorso giugno in una carretta 
scoperta a due cavalli con battistrada innanzi. 

Giunsimo a Forlì il sabato sera, dove siamo andati all'opera a Cesena, colla 
celebre *De Amicis amica sua, della qual città siamo ritornati a restituirci a Forlì 
dove siamo restati fermi dodici giorni. 

Il Console altro non fece che divertirsi, ond'io dovetti fare di buona grazia 
lo stesso, simile ad uomo, cui non rincresce spesa impiegata a sollazzo poiché il 
sollazzo sembrava essere stato anche di me il movente. Finsi io però di essermi 
colà portato per far visita alla ballerina Binetti, com'egli alla contatrice De Amicis. 
Io non mi scostai mai da lui che a qualche pranzo, dov io fui invitato, e non lui, 
ed a qualche altro dove non fui invitato io. 

Siamo partiti di là giovedì scorso, e ci siamo fermati in Imola per far visita 
al Cardinale zio del Papa. Questo eminentissimo ci trattenne due ore, nelle quali 
parlò dell'utilità di stabilire nel suo stato pontificio la stampa de neri e rossi, poiché 
troppo denaro passava dallo stato fatale al Veneto in Messali, Rituali, ed altri 
libri, che con minio ed inchiostro stampano i Veneti librai. 

Il Console rispose, che era meglio non far attenzione alla cosa, poiché i principi 
lesi nell'interesse pensano a rappresaglie, e portò per esempio quaranta mille du- 
cati di angurie, che i Veneziani spendevano ogni anno ed entravano nel ferrarese. 
Disse, che se il governo pontifizio volesse procurarsi un apparente vantaggio, po- 
trebbe agevolmente proibire quasi tutto ciò, che estrae dallo Stato Veneto, poiché 

sono tutti 

LX1II 



sono tutti generi di voluttà, o di lusso mentre tutte quelle merci, che lo Stato del 
Papa fornisce a Veneti sono di prima, o di seconda necessità; ma dimostrò, che 
il governo veneto esacerbato penserebbe ad operazioni, che dispiacerebbero a sudditi 
pontefici, i quali, come tutti i sudditi, non applaudiscono mai ai pretesi Vantaggi 
delle inibizioni delle importazioni chiamate superflue. 'Dimostrò provato dall'espe- 
rienza, che quel principe, che proibisce le importazioni, perde a poco a poco lo 
smercio de proprj prodotti, onde arenate le esportazioni del suo superfluo resta 
nella miseria. 

Ad uno ad uno numerò il Console tutti gli articoli del mutuo commercio dei 
due rispettivi Stati, e parlò diffusamente d' introiti, di gabelle, di abusi, di fiere, e 
d'altro, che potrei chiaramente porre sotto i sapienti riflessi di V. E. e 

Se un comando mi renderà sicuro di esser sofferto oserò chiaro presentar alle 
Ecc. e V. e particolarizzato il vero prospetto di tutto il commercio attivo, e passivo, 
e dell'interesse d'ambi i Stati, enumerandone tutti gli articoli con tutto ciò che 
raccolsi dai più avveduti co' quali ebbi occasione di confabular a lungo nella re- 
cente mia permanenza colà, poiché intento sempre alla mia missione non mi divertii, se 
il divertimento non contenga quella sostanza, eh' è necessaria alla onorata mia esistenza. 

Il Console ricevette, otto, o dieci giorni fa, in Forlì dal suo cancelliere ch'è 
qui, una lettera, che gli facea noto, che le E. e V. e avean mandato a visitare una 
barca avanti il solito tempo, il che qualificava la visita di straordinaria. Egli però 
si consolò leggendo, che il ministro avea assicurato il padrone della barca, che non 
sarebbe ulteriormente visitato. Così mi piace (disse il Console) e non farò certa- 
mente sopra questa visita un pettegolezzo, dandone parte, poiché è divenuta la pat- 
tuita; ma mi dispiace di veder, che simili passi induca libera avidità di premio, e 
per sembrar pieno di zelo rappresenta, come cose grandi, piccole bagattelle. Ago- 
stino Ceffìs console a Pesaro doveva riferire, che un nobile di Pesaro, chiamato 
Bertanieri fece per suo diletto alcune margherite con otto o dieci pezzi di canne 
spezzate, ch'ebbe non so da chi, ma, che non lo fece per venderle, ma per dimostrar, 
che sa farle, e che ne regalò per vanità a' suoi amici. Questo è il tutto. Ceffìs, 
che dal consolato non ricavava di che sostenersi, per procurarsi ricompense riferisce 
freddure, turbolento, ubbriaco ogni giorno, odioso a tutti, perchè deve, e non paga, 
e principalmente a tutti tuttissimi i Veneziani che commettono colà, i quali non 
osano obbligarlo a pagarli, perchè lo temono. Non ha neppure pagati i debiti di 
que Veneti espatriati, che ei fece tornare a Venezia, e che io stesso avrei saputo 
obbligarli a ritornare, se il supremo tribunale mi avesse fatto comunicare la sua 
volontà. Tutti gli artigiani Veneti, che emigrano, se ne vanno via da per loro stessi, 
non sedotti da alcuno. Ve ne sono a Roma, e a Napoli. 

Io poi riverentemente ardisco assicurare V. e E. e che quelli che sono impiegati 
dello Stato pontificio nelle manifatture vitraria, sono tutti Piemontesi. Questi però 
non riescono che al soffiato, e non per esempio nelle lastre. Seppi, che v'è in Si- 
nigaglia uno ch'ebbe la privativa per le lastre, e che perciò pretendeva di avere 
diritto di aggravare l'introito delle lastre venete, ma il Governo pontificio il tenne 
in freno. Qli fu detto, che la privativa gl'era un privilegio, che l'autorizzava a 
fabbricarne, se sapea, ma non a impedire, o aggravare l'ingresso delle venete. 

Se io non iscopersi Ill. mi Signori, ed Ecc. mi Signori, quel male che le V. e E. e mi 
hanno ordinato di andare a scoprire, domando in grazia alla loro clemenza di non 
volermi spacciare per incapace. Io mi sento forza, talento, e volontà di fedelmente, 
e fruttuosamente servire a venerati loro comandi anche in affari di maggiore, e 
di più prodente maneggio. 

Il Console 

LXIV 



71 



// Console al nostro partire mise nella sua borsa zecchini ottanta. Spese sempre 
lui, e ieri al nostro separarci mi mostrò il residuo, che era di zecchini quattordici. 
Li spesi dunque essendo stati sessantasei, debbo pagarne io trentatre. Gli promisi di 
andar a ritrovarlo alla Mira per saldare il conto. 

Io ho ricevuto prima che partissi zecchini ventiquattro. Grazie. 

14 Luglio 1779. 

(A tergo) 
Siano dati a Casanova altri zecchini ventiquattro. 

Archivio degl'Inquisitori - a' Frari. 
RIFERTE CASANOVA - Filza 565. 




Io Giacomo Casanova riferisco a V. e E. e di aver io medesimo letta una lettera 
che un certo Keller tenente del regimento di Zarembal, che presentemente si trova 
a Biberac, scrive ad Antonio Marazzani, che fu capitano al servizio del Re di 
Prussia, che è ora qui in Venezia, dimorando alloggiato in campiello a SS. Apo- 
stoli in corte verde in casa tedesca. 

*Da questa lettera apparisce essersi il sudetto Marazzani (il quale si dà il 
titolo di conte) impegnato col tenente Keller di mandargli degli uomini a Lindau 
sotto pretesto di mandargli dei servitori. Questi uomini servir debbono di reclute. 

Questo Marazzani è il medesimo che si confidò con me due mesi fa per pro- 
dursi al servizio di V. e E. e scoprendo certi contrabbandi ch'erano stati fatti di mer- 
canzia portata qui da nave olandese. 

Sono alquanti giorni, ch'ei prese seco un marinaro francese. Ho motivo di 
sospettare i secreti suoi progetti, poiché so di certo esser egli miserabile, senza roba, 
e senza danaro, e non attendendone per via legittima da nessuna parte. 

Egli s'introduce da se medesimo in casa di mercanti tedeschi. Un di questi 
chiamato Mettel il condusse ad un casino in corte del forno a S. Zulian, dove 
conobbe la N. D. Signora Eugenia Priuli : questa dama il condusse nel suo proprio 
casino in calle dei Fuseri, e so, che jeri a notte cenarono in dieci o dodici. Questo 
Marazzani, il quale è nato suddito del Re di Sardegna, e che ora non è ad alcun 
servigio, mostra l'età di anni quaranta, è grande, magro, olivastro di carnagione, 
porta uniforme, e gli manca l'occhio dritto. 

9 Qennaio 1780. 

Archivio degl'Inquisitori - a' Frari. 
RIFERTE CASANOVA - Filza 565. 




LXV 

Casanova • Documenti • 9 



GIACOMO CASANOVA NOMINATO " CONFIDENTE ". 

Nella conosciuta necessità di provedere alla quasi total deficienza di Persone 
Confidenti, non esistendo presentemente al servizio del Tribunale che il solo An- 
gelo Tamiazzo non mai sufficiente per supplire all'estensione delle scoperte sopra 
tutto ciò che può esser materia di secreta Inquisizione ; hanno SS. EE. determinato 
di esperimentare l'attività e la capacità di Giacomo Casanova nell'esercizio di una 
tale incombenza, assegnandogli il mensuale salario di ducati quindeci valuta cor- 
rente, sin tanto che continuerà alle disposizioni del Tribunale medesimo. 

Lorenzo Grimani iNQ.r 
Andrea Querini Inq.i di Stato. 
Angelo Emo CAv.r INQ.r di Stato. 



7 Ottobre 1780. 



Venezia - Archivio di Stato. 
INQUISITORI DI STATO - B. 539 e. 76 t. 




PROGRAMMA DELLE ■ CONFIDENZE ". 

^/Immesso per mia gran sorte io Giacomo Casanova, suddito veneziano, al- 
l'onore di servire con la mia fedel persona, e con tutti i miei deboli lumi alla 
segreta inquisizione di cotesto supremo Tribunale, non mi lasciai venir meno il 
coraggio, quando raccolto in me medesimo rivangai tutti gli ampi, ed importan- 
tissimi oggetti della di lui somma responsabilità. 

Per non abbracciare, se non ciò, che mi parve di poter stringere, determinai 
d'impiegare le mie diligenze a quella parte del governo urbano, che invigila ai 
comodi, ed alla tranquillità della città. Vidi, che a questa ed a quelli si oppon- 
gono gl'inimici della religione, i scostumati, i prepotenti, e gì infrattori di regola- 
menti in materia di commercio, di manifatture, ed altri: quindi fermo le mie viste 
1° sulla Religione, II. sui costumi, III. sulla sicurezza pubblica, IV, sul com- 
mercio e manifatture. 

Quanto alla religione, non trattandosi che d'impedire, che deteriori, veglierà 
su chi viola il pubblico rispetto, che le è dovuto, ed agli abusi nascenti, che le 
possono nuocere, per distruggere i quali è da impiegarsi ogni cauto mezzo. 

Riguardo ai costumi, osserverò i nascenti oggetti di lusso, il libertinaggio de' 
particolari, teatri e casini ove si giuoca. 

Molto abbraccia l'articolo della pubblica sicurezza. Conviene impedir violenza, 
allontanare i Vagabondi, e quei forestieri ignoti a tutti, che altro non possedono, 
che l'industria necessaria all'inganno, esplorerò le assemblee particolari, delle quali 
importa molto saper i progetti, le macchinazioni, e le imprese. Denunzierò, se ne 
scoprirò tutti i contratti sediziosi, scandalosi, ed infamatori, e tutti quei libri peri- 
colosi, 

LXVI 



colosi, che stanno in tale categoria, e vari casi fortuiti, se al mio debole ma ze- 
lante intelletto sembrerà, che possano turbare la pubblica quiete. 

Per il commercio e manifatture, veglierà contro le frodi, e contro i trasgressori 
delle leggi analoghe a diritti sovrani, contro abusi di privilegi, ed esportatori di 
materie prime semplici, ovvero industriate e contro i segreti introduttori delle proibite. 

Queste mi paiono le infrazioni abbracciate dalla irreligione, del proprio ingordo 
interesse, dallo spirito d'indipendenza, e dalla inobedienza alle leggi civili: gli 
sforzi dell'errore, ed i violenti sentimenti delle passioni producono i fatti, che le 
eludono, onde spesso vana diventa la vigilanza, impiegata a tenerle in vigore. 

La via ordinaria non punisce un reo che quando il male è avvenuto; una 
providenza superiore a regole comuni, sempre inferme, distrugge il male nel suo 
nascere: la prima punisce gli errori degl'uomini; la seconda non lascia, che li 
commettano, e questa, per mio umil parere, è la sublime parte dell' inquisizione 
segreta; parte divina, poiché produce all'uomo quel bene che altro non essendo che 
negativo del male, egli non può conoscere, e di cui, non sapendo da qual fonte 
proceda non può che ringraziare l'eterna Providenza del fondo del suo cuore. 

Sarà dunque mia particolare e doverosa ispezione quella di scoprire ogni at- 
tentato contro provide leggi, ogni defraudo, ogni usurpazione di diritto, ogni inven- 
zione contro il costume, lo spirito di ogni licenzioso discorso in numerosa adunanza, 
il potente scandalo, l'aperta seduzione, l'eccedente scialaquo, ed il predominio di 
talenti impostori sulle deboli inclinazioni di menti troppo crudele. 

Tutto ciò al fine, che vedrò apparir nuovo, mi sarà sospetto, onde ne renderò 
conto, senza ommetteme, o alterarne circostanza alcuna, quantunque di apparenza 
innocente, lasciando la cura di giudicarne l'importanza a quella sapienza al giu- 
dizio profondo della quale umilierò le mie osservazioni. 

Essa, che conosce il genio del suo popolo, le inclinazioni de' sudditi e le cir- 
costanze de' luoghi, e dei tempi vedrà dove sia da adoperarsi il rigore, e dove la 
tolleranza e non riguarderà che con sovrano compatimento tutto ciò, che le verrà 
da me partecipato, poiché la pura sorgente ne sarà sempre il zelo, e l'ardente 
desiderio di ben servire. 

28 Ottobre 1780, in Frezzeria in Calle del Luganegher. 

Archivio degli Inquisitori - a' Frari 
RIPERTE CASANOVA - Filza 565. 




ALTRE "RIFERTE". 

Se io Giacomo Casanova, fedel servo, e suddito di Vostre Eccellenze, mentre 
vado esplorando, attentissimo le sorgenti dei secreti delitti, oggetto della loro vene- 
rabile vigilanza, desiderando di scoprirne le occulte trame, potessi, non discernendo 
importanti motivi degni di giungere sotto i loro riflessi, persuadermi, che illibati, e 
giusti sono tutti i loro sudditi, e che non regnassero infatti quei vizj, che preme 
alla loro sapienza di rintuzzare, mi rallegrerei: ma persuaso come sono, che con- 
tinue contrafazioni 

LXVII 



tinue contrafazioni esistono, mi rammarico in me medesimo o della mia disavventura, 
o della scarsa mia abilità, onde imploro dalla sovrana loro indulgenza un clemente 
e generoso compatimento. 

Nelle circostanze presenti udii nelle pubbliche adunanze, e nelle particolari 
conservazioni molti patrizj malcontenti della Parte regolativa le quarantie. £%Colti 
fra medesimi Ecc. ml Quaranta dichiaranti alla stessa avversi, e non manca chi pensa 
a ritenere il voto acciò, il numero necessario non si trovi al contar de' suffragi. Si 
dice essere il N. H. Minio disposto a perorare contro la stessa parte, e si spera 
che contro essa insorga anche il N. H. ser Francesco Foscari. Udii nella bottega 
di Benintendi i patrizi giovani, e poveri rappresentarla con sofìstiche speculazioni 
come contraria a loro veri interessi. Uno di questi jeri sera disse, che questo im- 
provviso ritorno del N. H. ser Mattia Dandolo non dee certamente piacere agli 
Ecc. mi Correttori; ed un altro maggior di età aggiunse sapere, che in fatti ad essi 
non piace, onde l'allegheranno per ragioni delle pendenze, se si verificherebbero. 

Non vidi ne' teatri eccessive licenze, o scandali degni di essere riferiti alla sa- 
pienza di V. e E. e ma ne scoprii d'importanti nel teatro a S. Cassiano aperto sei 
giorni fa. 

Donne di mala vita, e giovanotti prostituiti commettono ne' palchi in quarto 
ordine que' delitti, che il governo soffrendoli, vuole almeno, che non sieno esposti 
all'altrui vista. Ciò avviene dopo l'opera. Un provido comando, che il teatro non 
debba rimanere oscuro, se non dopo che tutti sieno usciti da' palchi potrebbe essere 
un facile rimedio ad una parte di questo male. Quegli uomini, che hanno l'incom- 
benza di visitare i palchi dopo terminata la rappresentazione potrebbero eccitare ad 
uscirne quelli, de' quali la soverchia dimora può facilmente essere sospetta. 

Io vorrei in qualunque modo, combinabile co' miei necessarii riguardi, dar prove 
evidenti del mio zelo a V. e S. e , che mi onorano impiegandomi, per non sentirmi 
sforzato a rimproverare a me stesso il godimento in apparenza non meritato dell' a 
me accordato stipendio. 

Incoraggiato dalla speranza, che l'occasione si presenti, ch'io possa dare poten- 
tissimo saggio della mia assidua diligenza, giuro a V. e Ecc. e di non discontinuare, 
anzi di raddoppiare le mie attenzioni. Qrazie. 

Venerdì, I Dicembre 1780. 

Archivio degl'Inquisitori - a" Frari. 
RIFERTE CASANOVA - Filza 565. 




// N. H. Cav. Giacomo Foscarini desideroso di vedere ritornata in Venezia 
la dama Danieluzzi Foscarini, persuase il N. H. di lei marito a presentare alla 
curia patriarcale un costituito in cui domanda rivocazione del monitorio di divorzio, 
e di non essere per dare all'avvenire soggetto alcuno alla moglie di lagnarsi della 
di lui intelligenza. 

L'effetto di questo costituito non può essere, che pienamente analogo al desi- 
derio, ed al trionfo dell'Ecc." 10 Cavaliere Giacomo e della donna ora absente. 

L'avvocato 

LXVIII 



76 



L'avvocato ecclesiastico direttore dei mezzi legali di questa riconciliazione è il 
dottore Jlrigoni. 

Gli amici dell' Ecc." 10 Cav. Giacomo, che per veder terminati i di lui affanni 
s'interessano alla riunione di questi due sposi, sono il N. H. Cav. Andrea Gra- 
denigo, ed il N. H. ser Agostin £%Cocenigo. ^olto l'impedimento del divorzio, sarà 
di questi nobili mediatori, tutto il pensiero acciò vengano rimossi altri impedimenti, 
che si oppongono al di lei pronto ritorno in questa dominante. 

Questo costituto del N. H. marito, a presentare il quale ei rimase forse più 
persuaso, dal denaro, che dalle parole, è per lui un monumento d' infamia, ed un 
legame contro le di lui possibili future, anche giuste lagnanze. Se non fu presentato 
jeri, lo sarà oggi 4 Aprile 1781 . 

4 Jprile 1781. 

Archivio degl'Inquisitori - a' Frari. 
RIFERTE CASANOVA - Filza 565. 




Credo mio indispensabil dovere quello di far noto alle Ecc." V. e che il 
N. H. ser Carlo Grimani si suppone (in qualità d'abbate) non soggetto alle regole 
ordinarie in materia di pratica con ministri forestieri, alle quali Vanno soggetti tutti 
i membri patrizi di questo Serenissimo Governo. 

£gli si tiene sicuro di poter impunemente godere di questo privilegio, che in 
pubblica piazza, se il caso avviene, parla senza scrupolo alcuno col ministro di 
Russia, quantunque, per ciò che m'è noto, di cose indifferentissime. In pari guisa 
egli parlò pochi giorni fa con la contessa Finocchietti, che per accidente si portò 
con D. Scipione Grillo a fare visita alla contessa Marianna Gambara moglie del 
conte Alemanno. 

Se questo è errore, sono certo, che il suddetto N. H. noi commetterebbe, se 
a lui fosse noto esser tale, poiché per quanto è a me noto, non ha con ministri 
forestieri affare alcuno di qualche importanza, ne Va in traccia di essi, ne frequenta 
i loro domicilj. 

3 Maggio 1781. 

(A tergo) 

Ser Zan Carlo abate Grimani sia chiamato dal Segretario e fattagli blanda 
intimazione di astenersi dalla pratica di Ministri forastieri e loro aderenti. 

Archivio degl' Inquisitori - a' Frari. 
RIFERTE CASANOVA - Filza 565. 

LXIX 



In conseguenza del veneratissìmo comando, che le EE. VV. diedero a me loro 
servo e suddito Giacomo Casanova, d'invigilare ai maneggi di Baldassare Rossetti 
suddito veneto, oggi domiciliato a Tjrieste, e secreto membro della formata compagnia 
di commercio di Egitto, e Soria tra quella piazza, ed il Cairo, rilevai da persona, 
dimorante in casa di Nicolò Ghero negoziante in contrada di S. Soffia, della quale 
mi procurai la confidenza che Baldassare Rossetti, così consigliato dagli amici, e 
protettori, che tiene in questa città, sospese il viaggio, che avea divisato di fare a 
questa parte. 

La somma premura di codesti fratelli Rossetti, tanto di Baldassare, quanto di 
Carlo, eh' è al Cairo, è che non apparisca la parte principale, che hanno nella 
formazione della compagnia, attesa l'odiosità dell'articolo, che non solo esclude dal 
loro commercio tutti i generi provenienti dallo Stato veneto, ma stabilisce, che si 
debbano piantare manifatture nello Stato austriaco di quelle tali merci, che non 
possono avere, che procurandosele da questo Stato. Sarà mio uffizio lo stare attento, 
e vigilante per sapere i passi, che sopra di ciò saranno per fare, sia per seddurre 
sudditi alla macchinata loro impresa necessarj, sia per procurarsi vantaggi per via 
di secrete corrispondenze con persone qui domiciliate. 

Seppi, che il suddetto Baldassarre Rossetti aveva preso tutte le misure per 
piantar a Fiume una cartera, della quale dovea essere direttore un suddito di questo 
serenissimo dominio, ed avea anche pronti direttori da spedire in Istria, e ne' Stati 
dell' impero per raccogliere stracci, ma tutto ad un tratto, non so come, gli fu at- 
traversato il progetto, onde l'impresa abortì. 

La compagnia per altro ne' scorsi giorni, come sarà ben noto a VV. EE., 
ricevè diversi generi procedenti da Alessandria, e dalla Barbaria, indirizzati ai nomi 
di Rossetti, e di Zaccar, ambidue direttori della compagnia medesima. 

Il bastimento, che portò questi generi, è Raguseo, poiché massima fondamentale 
della nemica nota società è di evitare, per quanto può, di dar carico a' legni veneti 
premendo alla medesima di occultare la qualità delle sue spedizioni. Spero, che 
non siagli per riuscir possibile il sempre occultarle. Grazie. 

Il Ottobre 1781. 



Archivio degl* Inquisitori - a' Frati. 
RIFERTE CASANOVA - Filza 565. 




Andai a drittura solo alla casa di D. Fermen Orive in momento in cui sapevo, 
che non v'era, per poter parlare con alcuno de' servitori. Da uno di questi, italiano 
di origine, e mal contento del suo padrone, seppi dopo aver ascoltato con pazienza 
tutto il male, che me ne disse, che altri amici non avea, che il Benedetti speziale 
dal Tiolo, e D. Ignazio segretario dell'ambasciatore di Spagna ; mi disse che il suo 
unico trattenimento, dopo ch'era stato lasciato da una ballerina, che aveva seco, 
erano i suoi tre macacchi, ed un loquace papagallo, ch'era uomo intrattabile e che 
quella sera andava alla comedia. Andai alla comedia anch'io, il vidi, ma non 
gli parlai. 

Fui di buon 

LXX 



Fui di buon mattino ieri a fargli visita col pretesto di esser curioso delle sue 
bestie ed ebbi da lui, che abordai in suo idioma, ch'ei parla unicamente, assai civile 
accoglimento. Mi trattenne con lui pili di un'ora, gli donai una mia opera, in cui 
molto parlo della Spagna, e gli discorsi di un trattatello che ho sull'arte di man- 
suefare le bestie feroci. Mi impegnò di portarglielo. Mi narrò che donò al Re di 
Spagna una gran tigre, ed un leone ch'ei medesimo avea addomesticati; egli mi 
disse, che non disperava di far nascere macacchi anche in questi climi, e che credea 
già la sua macacca pregna di un macacco, che gli era morto. 

Andai poi a parlar molto colla moglie dello speziale del Dolo, che di questo 
uomo mi parlò assai, ma per quanto ragirassi, non mi riuscì di rilevare, che avesse 
comprati colori, né ingredienti per comporre inchiostro da stampa. 

Andai a far una visita a *D. Giacomo Lena Luchese, altro segretario dell'am- 
basciatore di Spagna col pretesto di domandargli un tomo di Fedro. Dopo varii 
discorsi indussi D. Giacomo a parlarmi di quest'uomo. Egli mi disse, che D. Ignazio 
stesso noi conoscea, e che l'ambasciatore non volea vederlo e che anzi il sospettava 
a cagione appunto del suo essere incognito. 

Nella conversazione, ch'ebbi con lo spagnuolo non vidi stromenti da stampa, 
ed altro non osservai che degli attrezzi da marangone, e da fabbro, ed ei medesimo 
mi mostrò serrature, e chiavistelli da lui stesso adattati alla sua stanza. 

Avendomi egli detto, che a Venezia conoscea il Cataldi, mi abboccai questa 
mattina con lui, ma altro non rilevai, che imbrogli, ch'ebbe lo spagnuolo con donne 
libertine, e con uno speziale, che il guarì di fìstola venerea e che il fece citare da 
S. E. Avogadore per esser pagato. 

Di più non seppi, jìndrò martedì col trattatello di mansuefare le fiere, che 
gli ho promesso, e con una stampa di Reimbrand, copiata con la penna che sembra 
originale, ed impiegherò tutta l'arte per attrarmi la di lui confidenza. 

Se non scoprirò nulla di ciò, che preme di sapere a VV. EE., o egli sarà 
assai destro a celarsi, o io non avrò avuto ingegno bastante per scoprir l'affare, o 
la cosa non sarà che un puro sospetto. 

Ciò che mi sta a cuore, è, che VV. EE. non attribuiscano a mancanza di 
zelo, o di negligenza ciò, che da altro forse non dipende, che dalla troppo tenue 
mia abilità. Grazie. 

20 Ottobre 1781. 

Archivio degl' Inquisitori - a' Frari. 
RIFERTE CASANOVA - Filza 565. 




Sottometto alla sapienza di VV. EE. una fedele relazione, che non riuscirà 
forse indifferente alla profonda loro penetrazione. 

Agostino *De/ Bene, console di Roma, col quale m intrinsicai per venerato 
comando di VV. EE. e del quale, forse per mancanza d'ingegno, non mi riuscì 
di scoprire le contrafazioni, si trova ora in una assai pericolosa crisi. 

Avvenne nella città di Pesaro, che una gran parte di gioventù nobile ponesse 
in ridicolo un ordine emanato da quel monsignore presidente, di andar la notte con 

lume per la 

LXXl 



lume per la città. Codesto ordine fu da giovani libertini, e scapestrati schernito, e 
deriso con torcie accese in truppa, e con chiassi, e bagordi notturni, principalmente 
in casa di una tal Soffia, bella giovane svizzera concubina dello svizzero Fiffer, 
capitano a quel servizio. 

Monsignor presidente, offeso, fece pervenire le sue doglianze a Roma, ed ot- 
tenne autorità di punire i principali rei dello scandaloso complotto. Quindi il capitano 
Fiffer fu mandato a fare gli esercizi spirituali, il marchese Baviera scappò, o fu 
mandato via, altri furono carcerati, altri espulsi, o relegati. La giovine Soffia venne 
a Venezia raccomandata a questo console, ed ora si trova alloggiata presso l'ultimo 
caffè, che fa cantone in Barbar ia delle iole in contrada di S. a Giustina. 

Questo fatto fu stampato non si sa dove, e scritto in termini ingiuriosi a quel 
monsignor presidente. Varie copie furono mandate qui a questo console, che le di- 
stribuì a varie persone, ma ora egli ha ricevuto ordine dalla sua Corte per soddi- 
sfazione del prelato presidente di ritirarle. Per questa cagione egli si trova in disgrazia 
tale, che viengli da suoi corrispondenti a Roma posto in dubbio il conseguimento 
delle tratte di grano, che il Beatissimo Padre suole regalargli ogni anno : col pro- 
vento delle quali, che ascende alla considerabil somma di mille zecchini, ei tiene 
qui in Venezia ed in un casino alla Mira uno stato assai decoroso. 

Alla presente disgrazia di questo console si aggiunge un reclamo, che gli è 
imminente, dei navigatori, o padroni di barca pesaresi, li quali non potendo, come 
dicono, più soffrire la di lui tirannia si unirono per far ricorso a Tfoma, contro di 
lui. La loro querela consiste in lagnanze, ch'egli esiga un zecchino ad ogni barca 
pesarerse, che approda a questa città, senza ch'ei voglia badare a tariffe, che as- 
segnano il diritto da pagarsi al console a norma della grandezza della barca. 

'Pretendono i barcaroli, che tocchi a lui a far peritare le barche, come sta 
scritto nella tariffa, mentr'egli non volendo far la spesa di farle peritare, pretende, 
se non la fanno peritare essi medesimi a loro spese, che gli paghino sempre un zecchino. 

Ei prevede la propria rovina, se nel caso presente di sua contumacia per l'af- 
fare di Pesaro giunge a Roma questo nuovo reclamo. 

Guai poi a lui, se a notizia del segretario di stato, che non gli è amico, giun- 
gesse adesso qualche lagnanza sulla di lui amministrazione dal veneto ambasciatore ; 
tanto più che so di certo, che anche il cardinal Rezzonico camerlengo è moltissimo 
avverso a questo console. Grazie. 

27 Ottobre 1781. 

Archivio degl'Inquisitori - a' Frari. 
RIFERTE CASANOVA - Filza 565. 




Per discoprire ulteriormente tutto ciò, che può dar fondamento a' sospetti con- 
cepiti su i secreti maneggi di stampa del noto spagnuolo, feci conoscenza con l'uomo, 
in casa del quale egli alloggia a S. Moisè, prima ch'egli andasse a dimorare al 
Dolo. Rilevai, che i suoi macacchi, un ruffiano tedesco, che morì poco tempo fa, 
una ballerina, ed un maestro di disegno erano i soli continui di lui divertimenti. 
Mi disse, che costui è un ex-gesuita di quelli che dominavano al Paraguay); e 

D. Giacomo 

LXXII 



82 



D. Qiacomo Lena mi disse ieri al Dolo, che S. E. l'ambasciatore di Spagna so- 
spettava lo stesso, ma che non se ne aveano fondamenti. 

Passai la giornata di jeri, e di jeri l'altro al Dolo, ma noi vidi, per essersi 
egli portato quattro giorni fa in questa città. Non lasciai in di lui casa al Dolo, 
ne il trattatello, né la stampa promessagli per aver occasione di abboccarmi seco 
lui ancora. Il suo non trovarsi al Dolo mi die occasione di ragionare alla lunga 
col suo cameriere, ma nulla ricavai di più di quello, che aveva ricavato la prima volta. 

Per ciò che riguarda il Raguseo conte Sorge, ho scritto a Trieste, e nella 
ventura settimana avrò da quella città una lettera, che mi darà campo di avvici- 
narmi a lui: questa lettera sarà del console di Ragusa, o d'altra idonea persona. 

Ho scritto a Vienna ad un uomo curioso di fatti politici, che mi darà esatto 
raguaglio di ciò che fanno a quella Corte i personaggi montenegrini, che vi si trovano. 

Saprò anche, per quanto potrò, quali sieno i maneggi, e le commissioni di 
Antonio Bobolia, amico del Pasquali, che non ho ancora avuto tempo di cono- 
scere. Grazie. 

27 Ottobre 1781. 

Archivio degl' Inquisitori - a' Frari. 
RIFERTE CASANOVA - Filza 565. 




A . S. Moisè in capo alla pescheria verso quella parte per cui si va alla calle 
del ridotto dal canto del Canal Grande v'è il luogo che si chiama l'accademia dei 
pittori. In questo luogo si adunano i studenti del disegno per delineare in diverse 
attitudini in alcune sere l'uomo nudo ed in alcune altre la donna. In questa sera 
di lunedì Verrà esposta una donna, che verrà da vari studenti delineata nuda, come 
si mostrerà. 

A quest'accademia della donna nuda sono ammessi anche vari giovani dise- 
gnatori, che non hanno appena dodici, o tredici anni. Oltre di ciò concorrono a tale 
spettacolo molti dilettanti che non sono ne pittori, ne disegnatori, ma solo curiosi, 
^al funzione si comincerà a un'ora di notte e durerà fino le tre. Grazie. 

26 Novembre 1781. 

Venezia - Archivio degl'Inquisitori - a Frari. 
RIFERTE CASANOVA - Filza n. 565 




QuelV incognito Spagnuolo a me indicato dal venerato cenno delle EE. VV., 
che dopo aver lasciata la villeggiatura di S. Bruson, si era alloggiato alla locanda 
della Croce di Malta a S. Cassano, dimora presentemente nella calle di specchieri, 
in corte delle carriole, in casa dello Schiavone alla porta presso il restello. Ieri al 

fine scoprii 



LXXIII 



Casanova - Documenti - IO 



fine scoprii ch'egli ha presso di se tutte le lettere dell'alfabeto in rame, con le quali 
io non so, se egli stampi, ma può stampare, figli può anche dire, che non se ne 
serve che per stampare il proprio nome; e questo è forse vero. Grazie. 

11 Dicembre 1781. 

Venezia - Archivio degl'Inquisitori - a' Frari. 
RIFERTE CASANOVA - Filza n. 565. 




Nel dovere in cui sono di denunziare alle EE. VV. dove si trovino libri 
licenziosi, debbo riverentemente far loro osservare, che se non mi viene prescritto i 
titoli de' medesimi, o per lo meno i noti autori, vado a rischio di porre sotto gli 
occhi delle EE. VV. troppi libri, e troppi possessori de' medesimi, non già nei 
libraj, ma in ogni ceto di persone civili, e di patrizi, la maggior parte delle quali 
si conserva per loro particolare curiosità, conscii a se stessi di non esser esposti a 
contraerne pregiudizio nella loro morale, poiché forniti di lumi, e muniti d' intelletto 
non debole. 

Ubbidiente però al venerato comando, dirò in generale, che si trovano tra le 
mani di tutti, ed anche tra quelle de' libraj, le opere di "Voltaire, tra le quali, 
empie produzioni sono la Pulcella, la Filosofia della Storia, la Santa candela, il 
Dizionario filosofico, il Dizionario teologico, i Saggi enciclopedici, /'Epistola ad 
Urania, // Vangelo della ragione, ed altre. Vi è l'orribile Ode a Priapo del Piron. 
Del Rousseau v'è /'Emile, che contiene molte empietà, e v' è la Nuova Eloyse, 
che stabilisce non essere l'uomo dotato di libero arbitrio. Vi è /'Esprit dell' Elvezio. 
Vi è il Belisario del Marmontel, Gli allori ecclesiastici, Teresa filosofa, 1 gioielli 
indiscreti; e del Crebillon giovine v'è la scandalosa storia della bolla Unigenitus 
coperta sotto la sporca e lasciva favola di Tanzai. Le opere tutte del profondo 
Boulanger sono empie; empie sono le poesie del Baffo, ed il poema dell'empio 
Lucrezio si trova tradotto in italiano dall'abbate Pastori ex gesuita romagnolo, che 
vive in questa città sotto i benigni influssi di questo clementissimo cielo. L'esame 
importante di Milord Bolimbroke, empissima opera, poiché è una satira alla nostra 
religione, che principia dalla creazione del mondo, e va fino all'ultimo concilio 
ecumenico, si trova tra le mani di molti. Il filosofo militare, Freret, Il cristianesimo 
svelato, tutte le empissime opere dell'ateo La Metrie; Luciano, tradotto in italiano; 
la Sapienza di Charon, abbenchè stampato a Venezia; Macchiavello, l'Aretino, e 
molti altri, del titolo dei quali non mi ricordo, sono sparsi tra le mani di tutti. Così 
pure il compendio della storia ecclesiastica dell'abbate di Fleuiy con l'empia pre- 
fazione attribuita al Ife di Prussia, e l'opera fulminata in Francia dell'abbate Rainal 
si trova dapertutto. L'ultima edizione fu portata a Venezia da Vienna dall'eccel- 
lentissimo cavalier ambasciatore ritornato, ed il N. H. ser Angelo Zorzi ne ha una 
simile. Non parlerò de' libri degli empi eresiarchi, ne de' fautori dell'ateismo Spi- 
nosa, Diagora, e Porfirio, poiché si trovano in tutte le buone biblioteche. 

Si trovano 

LXXIV 



Si trovano poi anche in gran quantità tra le mani di molti in accurata raccolta 
vari libri, che non si possono chiamar empi, poiché non si meschiano di dogmi, ma 
bensì pessimi, poiché sfacciatissimi nel libertinaggio sembrano fatti a bella posta per 
eccitare con voluttuose storie, lubricamente scritte, le assopite e languenti nemiche 
passioni. Questi libri, abbenché il satirizzare la religione non sia il loro assunto, 
sono degnissimi del fuoco al quale sono già stati condannati nella loro origine, ma 
per sciagura, un libro non vien mai tanto letto, che quando una esecuzione del 
principe il rende infame; una proscrizione fa spesso la fortuna di un autore sfrenato. 
Il titolo di alcuni di questi libri è il Portinaio de' Certosini, II Filotano, La monaca 
in camiscia, Nocrion, Il processo del P. Girardo e della Cadiere, Margherita la 
Ravodeuse, ecc., ecc. Quelli che li hanno, o li ebbero da' libraj, che li vendettero 
loro clandestinamente, o li portaron da di là de' monti; e questi dilettanti potranno 
ora averne con facilità per la via di Trieste, poiché in "Vienna se ne trovano in 
quantità, dopo che la maestà dell'imperatore credette bene di rallentare i rigori della 
revisione con clausole troppo clementi. 

La maggior parte dei libri, che mentovai in questa mia umilissima relazione, 
si trova nel gabinetto del N. U. ser Angelo Querini; molti ne ha il N. U. cavalier 
Giustinian; ne ha il N. U. ser G. Carlo Grimani, ed il N. U. cavalier Emo, e 
molti altri, al nome de' quali angusto spazio sarebbe questo breve foglio. Grazie. 

22 Dicembre Ì781 . 

Archivio degli Inquisitori - a' Frali. 
R1FERTE CASANOVA - Filza 565. 




// Verporten fiamingo capo della privilegiata compagnia di commercio, sicurtà 
e sconti nella città di Trieste, manda in levante il greco Papaleca, fu suddito veneto, 
ad oggetto, che in tutte quelle piazze unisca Varie società, le quali sieno unite di 
interessi alla compagnia di Trieste con l'esborso ciascuna di fiorini diecimille, dei 
quali Verrà loro pagato il prò, e saranno a parte degli utili al tempo delle divisioni. 
Il dovere di queste società sarà di somministrare alla compagnia tutti i loro prodotti. 
Di questa compagnia il governo austriaco non ha grande opinione; non ha fin' ora 
spedito alle Indie che una sola nave, e le grandi speranze di lucro, e possesso di 
capitali, de' quali ora manca, è fondato coll'andata di quattro, che si protende, che 
non si Verificherà mai. Se si verificasse potrebbe far molto, ma la massima di essa 
lontanissima dall' esborsar denaro non lascia sperare. Ho raccolto queste notizie dal 
medesimo Verporten, il quale prevede tutto, e lascia che le cose vadano come sanno 
andare, godendo intanto del salario di quindici mille fiorini annui. 

La compagnia Belletti può esser estinta da un picchi soffio. Se l'armeno Zaccar 
può risolversi a perdere venticinque mille fiorini la compagnia va in fumo. Il Zaccar 
dipende dal gran doganiere del Cairo, e da questo doganiere dipende tutta la compagnia. 
Il Sig. Strolendorf unito al Bolz, e ad altri soggetti di Stiria e d'Austria trattano 

col suddito 

LXXV 



col suddito veneto Zuppati noto qui per il suo fallimento. Esso parù sono due 
settimane per Vienna per trattare sulla pianta in Trieste di una fabbrica di telane 
da strapazzo, da nave, e da altro, ed anche di gomene. Se a questo Zuppati po- 
tesse esser concesso un salvo condotto anche assai limitato, col quale potesse portarsi 
in questa capitale ad accomodare le cose sue, sono assicurato, che non tornerebbe 
più via. Egli troverebbe il modo di acchetare con danaro il N. U. ser Giacomo 
da Riva, ed il N. U. Arnaldi principali di lui creditori, che non vogliono udir 
a parlare di accomodamento. 

Vidi in Trieste in quasi tutti i magazzini uomini pagati per apporre a casse, 
colli, e pacchetti quegli istessi esterni segni, che caratterizzano le merci, che escono 
dalle fabbriche e manifatture dello Stato Veneto. Dugento casse di contane venienti 
dalla Boemia partirono un mese fa da Trieste sotto l'esteriore similissimo a quelle 
di Venezia. Il peso di quelle casse era di 250 libbre l'una, due facendo il carico 
di un camello. 

Vidi dieci barche d' istrioli portare a Trieste molto oglio, ed esser accolte con 
letizia. Erano avvezzi costoro fino da due anni fa a portar il loro oglio in questa 
dominante, ma desistettero non so per qual torto, che dicono di aver ricevuto. Una 
sovrana insinuazione potrebbe fare che i Veneti mercanti fermassero per loro conto 
tutti gli oglj dell' Istria, de' quali negli anni abbondanti furono portate in Trieste 
fino a cinquantamille orne. 

Nel mio soggiorno recente di un mese in quella città osservai, che non v' è 
apparenza di aumento di floridezza, poiché il contante manca, ed il lusso si ac- 
cresce di giorno in giorno. Vidi le speculazioni fondate sull'astuzia, e sulla im- 
postura, che si fa consistere a togliere vantaggi a Venezia per approfittarne. Mi 
parve di vedere Trieste tutto intento ad attaccare il Veneto commercio, e ad offen- 
derlo con insidie, mentre questo altro non fa che difendersi, e neppure con tutta 
l'attività. Dico, che mi parve, e domando perdono, se m'ingannai. 

Conobbi due uomini in quella città prontissimi ad emigrare, atti al raffinamento 
de' zuccheri. Uno è noto suddito veneto, e divenne dotto nell'arte sua per aver 
passato dieci anni a Fiume. L'altro è atto ad esser capo dell'impresa perchè abi- 
lissimo. Onorato dal sovrano comando io potrei impegnarmi di farli venir qui, anche 
senza dar loro danaro, ma converrebbe, che potessi promettere all'abile alla direzione 
pronto impiego nell'arte sua. Una fabbrica di raffinato zucchero in tutti i suoi dieci 
gradi potrebbe in forza della concorrenza fiorire in Venezia preferevolmente a quella 
di Fiume e di Trieste, poiché può esser venduto a miglior mercato. Converrebbe 
però, che il legislatore impedisse che i fabbricatori medesimi non facessero precipitar 
la nuova impresa per particolare loro utile, poiché è cosa visibile, che il nuovo 
metodo di raffineria farebbe cader il vecchio, nel quale credono di trovare la loro 
maggiore utilità. Grazie. 

Il Ottobre 1782. 



Archivio degl'Inquisitori - a' Frari. 
RIFERTE CASANOVA - Filza 565. 




LXXVI 



85 



86 



La compagnia di sicurtà, e di commercio nell'Indie stabilita in Trieste, alla 
di cui direzione si trova il Vervorten, mancò in lettere protestate della somma 
di trecento e trentacinque mila fiorini, settanta mille de' quali vanno a carico di 
varie case di Trieste. Il tribunal mercantile di codesta città elesse sei curatori tre 
de' quali per la compagnia, e tre per i creditori, appoggiando loro l'impiego di 
esaminare i maneggi del direttore, e di vedere quali fossero i convenienti ripieghi 
per far che segua a sussistere. 

Difficilmente potrà giustificarsi il direttore, e più difficilmente potrà ristabilirsi 
il credito della compagnia nelle piazze di Cadice, Londra e Lion, d'onde sono le 
tratte di tutto il rimanente della somma, la quale appunto per la rispettiva sua 
modicità, discredita maggiormente l'intrapresa. Grazie. 

31 Ottobre 1782. 

(A tergo) 
Siano dati zecchini sei. 



Archivio degl'Inquisitori - a' Frari. 
RIFERTE CASANOVA - Filza 565. 




Domenica scorsa 25 di marzo alle ore tre della notte in corte Contarina a 
S. Moisè il sig. Andrea Sanfermo attaccò con parole ingiuriose il N. ser G Bat- 
tista Minio fu de ser Zuanne. Questo patrizio non si difese da tutti gì' improperi 
in altro modo, che col dirgli temerario ricordatevi qual differenza passa tra voi e 
me, respingendolo poi col braccio, quando alzando le mani parea, che il minacciasse. 

Ecco la ragione istorica di questa scandescenza. 

La galante moglie del Sanfermo, ch'era una delle fanciulle dell'ospitale dei 
Mendicanti, è innamorata del N. H. Minio contro la volontà del marito, che non 
Vorrebbe, che avesse al fianco altri che il N. H. ser Alvise Renier fu de ser Ber- 
nardin, il quale sebbene mal corrisposto, la serve attualmente. 

Il N. H. Renier, a cui non è ignota la secreta intelligenza della Signora 
con l'altro si lagna col Sanfermo, il quale non potendo farsi obbedire dalla propria 
moglie, crede di aver giusto motivo di sdegnarsi col N. H. Minio. Questo amante 
amato dalla medesima, non può risolversi a finir di turbare la pace del N. H. Renier, 
e del marito. Questo imbroglio, che potrebbe avere serie conseguenze, non è forse 
indegno delle sapienti riflessioni di V. e E. e . 

(Manca la data). 

Archivio degl' Inquisitori - a' Frari. 
RIFERTE CASANOVA - Filza 565. 




LXXVII 



Alla bottega di caffè sulle fondamenta nuove presso la calle della cavalle- 
rizza vi sono molti giuocatori, che nelle camere sopra il caffè giocano oltre altri 
giuochi, anche il camuffo 0). Hanno ridotto questo camuffo ad essere visibilmente 
gioco d'invito per via della maniera, e dei patti co' quali il giocano. 

Odo generalmente i più riguardevoli signori e le dame, che cominciano a la- 
gnarsi della severità delle sei ore, che ormai sembrano troppo di buon'ora. A questa 
lagnanza aggiungono il loro disgusto per il modo insolente con cui i custodi dei 
casini vanno appena giunta quell'ora a smorzar loro i lumi. 

Sono sicuro poi, che nei gran casini non si gioca a gioco alcuno, che sia contro 
le venerate leggi di V.V.E.E. Grazie. 

(Manca la data). 



Archivio desìi Inquisitori - a' Frari 
RIFERTE CASANOVA - Filza 565. 




Zuanne Palatino, suddito veneto, nativo di Ceffalonia, offerse nell'anno scorso 
alla corte di Vienna di condurre nel litorale triestino dalla Morea e dalla Bar- 
barla una colonia di 1000 famiglie greche, divise in negozianti, artieri ed agricol- 
tori, purché venissero accordati privilegi, che allettassero i due primi, e fornissero 
agli ultimi i mezzi di procacciarsi il vivere al prezzo de' loro sudori. L'offerta fu 
gradita, e fu risposto, che agli negozianti ed artieri verrà accordato di scegliere a 
piacere il luogo del loro stabilimento con la partecipazione di ogni e qualunque 
privilegio goduto da' sudditi Austriaci per dover poi essere assegnati agli agricoltori 
fondi sufficienti in Jlcquileia, Portorè e sulla strada Carolina, dalla coltura delli 
quali possano ritraere la loro comoda sussistenza. Che in oltre arrivata, e distri- 
buita che fosse l'addotta colonia, S. M. avrebbe accordati alla nazione tre vescovi, 
provvisto il primo della pensione di 1500 fiorini annui, e di 1000 gli altri due, 
dichiarandosi per altro aliena da ogni anticipata imprestanza, o sussidio. 

Pago il Palatino dell'utile istradamento dato a' suoi disegni, passò, unito ad 
un certo Giorgio Manacchi a girar il Levante e tornò con la sottoscrizione di 600 
famiglie disposte a cambiar clima, quando la corte volesse aggiungere alle prime 
alcune altre condizioni. 

L'abbate 'Damasceno Omero, domiciliato a Trieste, seppe da Zuanne Palatino 
da Vienna, tre mesi fa, che S. M. l'Imperatrice, aggradendo le sottoscritte 600 
famiglie, oltre l'accordo delle sopracennate condizioni, concede che potranno i greci 
eleggere un vescovo, che sarà stipendiato dalla corte, e potrà professare liberamente 
il cristianesimo con la liturgia della chiesa orientale. Che jlcquileia sarà dichiarata 
porto franco, e goderà delle stesse esenzioni e privilegi di Trieste e Fiume. Che alla nuova 
colonia sarà accordato il diritto di pescagione in tutte le acque austriache, e che in 
fine sarà istituita una magistratura del corpo greco, destinata a decidere di certe 
specifiche differenze della nazione, le quali verranno dichiarate. Che oltre l'erezione 

di una 

(1) Camuffo, giuoco d'azzardo con le carte. 

Lxxvm 



di una chiesa vescovile in Acquileia potranno i Greci fabbricarne altre in ogni sito 
in cui la nazione, domiciliasse. Che per qualunque esigenza, o motivo i Greci non 
potranno essere tenuti a servire nelle truppe, mentre piuttosto offrirebbero volontari, 
compagnie, regolate, relative alla forza della colonia, perchè servir dovessero a pub- 
blici stipendj. Che per ultimo qualora un greco prendesse in moglie una latina, la 
prole, che ne sortisse abbia a seguire il rito materno; ma all'opposto, se fosse lu- 
terana, o d'altra comunione. 

Il Palatino sollecita un' imprestanza adattata al bisogno di dette 600 famiglie, 
da essere restituita dalla nazione in anni dieci, sei dei quali Vacui, ed i rimanenti 
con l'annuo censo del quattro per cento. 

Nel qui esteso progetto v' è secreta intelligenza fra il Palatino, e V abbate 
Omero di comprendere nella nuova colonia molte famiglie tirate dalle isole suddite 
di "O.E. in 'Dalmazia, in Albania, ed il Levante, e perfino da Venezia, ove pre- 
tendono esservi malcontenti, disposti ad emigrare ad ogni opportunità, a cagione, 
che non si vuole in "Venezia accordar loro un Vescovo amministrante col rito orientale. 



(Manca la data). 



Archivio degli Inquisitori - a' Frari 
RIFERTE CASANOVA - Filza 565 



LA STAMPA DELL* « ISTOiRE DE MA FVITE». 

Da Praga.... 1787. 
Monsieur 

fai la lettre doni vous m'avez honoré il j; a quatre mois à Dux.... Le comte 
de Waldstein, qui est encore ici avec soixante-dix chevaux quii conduira à Vienne, 
m'a ditque je peux hardiment vous envoyer vint-cinq exemplaires de l'Histoire de 
ma fuite que vous vous ètes offert de me faire vendre.... Le prix de chaque 
éxemplaire est d'un florin et demi, qui fait vingt-quatre gros de Saxe.... fai cent 
quatre vingts associés dans sette seule ville ou je demeurerai jusqu à la fin de 
Septembre, car l'impression a grand besoin de ma présence. Si vous restez à Dresde, 
j'aurai l'honneur de vous Voir souvent lorsque le nouveau ministre de Vienne, comte 
de Hartig, s'y sera rendu: peu de seigneurs ont eu en Europe à mon égard une 
bonté pareille d la sienne: il pari demain pour Vienne ou il fera un séjour de 
trois mois, il sera à Dresde à la fin du mois de mai. fé vous prie, monsieur, de 
me donner une marque de votre amiiié en m'honorant de vos ordres. fé desire que 
vous soyez sur que je suis, avec une considération toute particulière. 

Monsieur 

Votre très humble et très obéissant serviteur 

Casanova de Seingalt. 

Il Baschet crede che questa lettera sia indirizzata al conte Marcolini che in quell'anno era a Dresda. (« Le Livre » - cit. - 
voi. II. 1881, pag. 109). 

LXXIX 



PRVOVE E RICORDI DELLA FVGA. 

LETTERE A GIACOMO CASANOVA. 



Brescia 27 Jlprile 1757. 



Monsieur, 



Non minor di quanto poteva essere il suo è stato sempre impaziente il desi- 
derio mio di intender tra le varie chiacare un sicuro riscontro della riverita sua 
Persona; quando da Parigi la pregiatissima sua mi 

Doppo che la lasciai per quelli orrori ed ho mai mancato di ricercar qualche 
incontro in cui poter dimostrare la gratitudine mia e quei soglievi che nella mia 
fatalità soli potevano difendermi dalla morte, rilevati dalla sua filosofia et amabile 
compagnia. ^utt'ora da ognuno riesce ammirata la sua grande impresa, ma più 
da me che non so persuadermi del come e del modo, perchè meglio informato delle 

tante e catenacci onde vengano assicurati que' luoghi infernali. Anche 

Lorenzo se ne sta ora fra quelle miserie, non so per castigo della trascuratezza e 
complicità del suo scampo o per quella immane barbarie con cui troiano quelli infelici. 

Passai da quel Purgatorio a Treviso ove mi trateni quatro giorni e p. risto- 
rarmi e p. ricever l'onore d'alcune visite da dame e dai miei ^Patroni che inteneriti 
del mio caso mi assicuravano di quel commune compatimento che tanto desideravo 
conservando sovente in ogni luogo la tenera di lei memoria per compiangerla nelle 
infelici sue circostanze sino alla sua libertà per cui tutt'ora mi palpita il cuore: 
mi resi indi alla mia Patria ove ancor atendo da successori il risarcimento de mi- 
steriosi giudizii di quel spaventevole tribunale. 

Piaccia al Cielo che le esperimentate nostre fatalità facciano sempre ad en- 
trambi meglio aprofilar del vivere e della malignità di questo mondo 

Sentirei volentieri l'incontro del Veneto Ministro se si fa onore, e se gioca, 
e come sia impiegato Mons. de Bernis, correndo qui voce che abbia avuto la no- 
mina del cappello Cardinalizio 

Io vorrei il modo di poter comprovarle la mia stima et amicizia, ma quando 
da Ella non me ne venga il favore sarà sempre inoperoso quel desiderio che ad 
ogni occasione e sino alle ceneri mi fa essere qual cordialmente abbracciandola e 
riabbracciandola e augurandole ogni bene mi fa protestarmi di V. S. 

Dev. mo Obb. mo Ser. re et Jlm. co 
Tommaso abb. Fenaroli. 

Biblioteca del Castello di Waldstein a Dux. 
CARTE CASANOVA. 




LXXX 



Brescia 1 1 Giugno 1757. 
3&onsieur, 

Con egual piacere della prima mi arriva la seconda pregiat. ma sua. Io la 
ringrazio delle cortesi sue esibizioni e mi sarebbe assai più grato il suo carteggio 
se fosse senza minor suo incommodo e spesa, non sapendo come potervi rimediare . . . 

Ho sempre presente di quanto conforto mi sia stato nelle mie disavventure .... 

Nulla di più si poteva sperare dal contegno e condotta del ministro di V. a 

Io sto bene e altrettanto desidero ancora a Lei per sempre maggior consolazione di 
chi sinceramente abbracciandola si protesta inalterabilmente di Monsieur 

Obb. mo Dev. mo Serv. re et Am. co 
A Monsieur Tommaso abb. Fenaroli. 

Monsieur Casa-Nova 
dans la rue de Bourbon 
Ville Marie chez monsieur Quinson Perruquier à Paris. 

Biblioteca del Castello di Waldstein a Dux. 
CARTE CASANOVA 




Venezia, 22 Settembre 1788. 

Due mesi fa, se non m inganno, ricevei col mezzo dell'amatissimo nostro Cte. 
Collalto l'ultimo libretto che avete mandato sul vostro scampo dalle prigioni. Lo 
lessi con piacere, se non che mi parve che siate stato più prolisso che non era ne- 
cessario all'intelligenza od al divertimento dei leggitori nelle diverse istorie dei vostri 
compagni, che potevansi soltanto accennare. Sarebbe forse utile che gli Inquisitori 
lo leggessero per considerarvi sopra le inumanità dirò così d'ordine che sono forse 
ancora in verde osservanza ma non necessarie alla purgazione de' peccati commessi 
da loro rei, giacche l'inferno di quella relegazione basta per purgar tutto. S'io 
avessi avuto il delirio di essere fra quei Signori, non avrei voluto di certo, per 
esempio, che la prima notte dormissero sul terreno od avessero da starvi tutto il 
giorno senz' alcuna assistenza, e tanto più che facile sarebbe un altro ingresso ben 
custodito, posto che necessario fosse di farli cuocere d'estate ed impietrire nel verno. 

Ma voi poi tutto volendo dire avete forse corso troppo, per lusingarvi di poter 
rivedere la cara Patria un giorno, se mai vi si presentasse V occasione invitante, o 
ve ne spingesse il capriccio. Potevate forse esser più cauto, posto che avete trovato 
necessario di stampare una simile istoria e quasi farvi lodar dal F. che come spero 
non ne avrà notizie al tempo in cui qui potrete pervenire. Io frattanto benché siami 
ricercata non darò da leggere l'operetta vostra a tutti. 

Mi dispiacque che non abbiate fatto memoria del momento in cui io vi con- 
dussi ad osservare, dopo 20 anni, il vostro pericolo che sul fatto non avete potuto 
per intiero conoscere come dappoi. Non vi siete ricordato dei " frissons „ che risen- 
tiste presente il signor Jlngelo Giacomazzi, Capo della Cancelleria Superiore?... 

Andrea Memmo 
Procurator Generale 
Al Signor Giacomo Casanova. 

Biblioteca del Castello di Waldstein a Dux 
CARTE CASANOVA 

LXXXI 

Casanova - Documenti * I I 



CASANOVA SCONFESSA IL SUO LIBELLO 
■ NE' AMORI NE" DONNE ". 

Dal Castello di ìValdstein 
Dux.... 1792 
Eccellenza, 

Ora che la mia età mi fa credere di aver finito di farla, ho scritto la Storia 
della mia vita, che naturalmente il curioso Signore, cui appartengo, e che resterà 
padrone dei miei scritti, farà stampare tosto che sarò entrato nel numero dei fu. 
In questa Storia, che sarà diffusa fino a sei volumi in ottavo e che sarà forse tra- 
dotta in tutte le lingue, Vostra Eccellenza nel sesto tomo rappresenta un assai in- 
teressante personaggio. Quando Ella lo leggerà, avverrà che le dispiaccia che l'autore 
sia morto, prima che a Lei sia stato noto il di lui modo di pensare: lo rimetterà 
allora, benché troppo tardi, nella sua grazia. Vostra Eccellenza, ch'io scoprii varie 
volte profondo indagatore del cuore umano, vedrà quanta differenza passi da una 
penna che scrive infiammata da una recente passione, alla medesima penna che 
rischiarata dalla nuda filosofia scrive nov'anni dopo. La mia Storia sarà una scuola 
di morale, tanto più speciosa che altro in essa non si vedrà che una satira ch'io 
mi feci, la quale avrà la forza di dimostrare ai lettori, che, se l'uomo che la 
compose potesse rinascere, sarebbe l'eccellente tra gli uomini. Ciò essendo, Vostra 
Eccellenza vede che utilissima sarà la mia vita a quelli che la leggeranno, tro- 
vandosi per avventura ancora nella bella stagione della gioventù. 

Ma acciò non avvenga che troppo tardi Vostra Eccellenza ponga in oblìo il 
mio troppo ardito trascorso di nov'anni fa, vengo ora con questa mia a fare un 
passo, da cui spero una piena remissione del mio fallo ancora a tempo, perchè io 
possa porla tra i codicilli, che formeranno il settimo volume postumo della Storia 
della mia vita. Questo settimo volume sarà pingue, poiché, atteso la buona salute 
di cui godo, potrà facilmente avvenire ch'io viva ancora dieci anni, onde potrà 
essere fecondo di Varie storiette che mi sopravverranno. Ecco adunque la sostanza 
di questa umilissima mia lettera, che sarà stampata nel Supplimento alla mia Storia, 
seguita dalla risposta benigna, come lo spero, di cui Vostra Eccellenza si com- 
piacerà onorarmi. 

A mente lucida e serena, riconoscendo io l'errore che commisi alla metà del- 
l'anno 1782, ergendomi sconvenevolmente contro Vostra Eccellenza, signor Zan 
Carlo Grimani, ardisco presentarmi a lei, per domandarle, prostrato ai piedi suoi, 
un generoso perdono. Ciò che fa ch'io mi lusinghi che l'otterrò, è questa mia 
sincera confessione. Mi lasciai sedurre da due cacodemoni, da quello della superbia 
e da quello dell'avarizia. 

Il primo mi suggerì che con la mia ragione alla mano, potevo mettermi in 
parallelo d'eguaglianza con Vostra Eccellenza, ed errai. Animato dal rispetto che 
le dovevo, e della perfetta cognizione della differenza di nascita che passava da 
lei a me, dovevo inclinare il capo, tacere, e contentarmi di sprezzare il noto Car- 
letti. Con tal sentimento potevo pienamente pascolare l'animo mio dall infingar- 
daggine di quel poltrone giustamente irritato. Così non feci: errai macchinando 
ignobile vendetta contro Vostra Eccellenza perchè il difese, e gravemente errai 
subrettiziamente eseguendola: quantunque ciò che feci sia stata la causa del for- 
tunato volontario esilio che presi dalla mia patria, dove marcivo. Il relativamente 

felice stato 

LXXXII 



felice stato, in cui ora mi trovo, non mi compensa però del dolore che risento, di 
aver offeso Vostra Eccellenza. Errai, errai, errai. Le chiedo grazia. Oso ram- 
mentarle che lo sprezzo è disgrazia. La ragione dello sprezzo è l'odio, ed io non 
saprei odiar lei, che vidi in fasce, e che sempre teneramente amai. 

L'altro demone che m invase in quel tenebroso giorno, fu il vile dell'avarizia. 
Mi parve che lo scroccone mi rubasse dodici miserabili zecchini, e credetti di non 
dover soffrire l'ingiuria. Non conobbi che a di lui favore doveva pendere la bi- 
lancia, che Vostra Eccellenza tenea fra le mani: e nel bollor dell'ira non mi 
ricordai che quelle generose mani si erano molte volte a mio prò' allargate, nei 
bisogni, cui spesso per lo innanzi avevo soggiaciuto. Errai. Se io merito perdono 
o no, è un problema che volentieri abbandono al giudizio di 'Vostra Eccellenza. 
Nuli' altro bramo, se non ch'Ella si rammenti benignamente di me nel resto 
della lunga vita che le desidero, e che si compiacciano un giorno gli illustri figli 
che nasceranno da lei, leggendo le mie Memorie, ed imparino dall'esempio del 
padre non a sprezzare chi riconosce un fallo e si pente di averlo commesso, ma 
a pienamente perdonarlo. Sono col più ossequioso rispetto 

Di Vostra Eccellenza 
Umil." 10 c Dev. mo Oss. mo Servitore 

Giacomo Casanova Seingalt 
Bibliotecario a Dux in Boemia. 
Jl S. E. il cav. Giovan Carlo Grimani 
a Venezia. 




BALBI ARRESTATO UNA SECONDA VOLTA. 

Illustrissimi et Eccellentissimi 

Signori Padroni Colendissimi, 

Si è presentato avanti questa Carica tutto dolente il Padre Somasco Marin 
Balbi che sortì in passato lo scampo dalle carceri di codesto supremo tribunale 
dove si attrovava rinchiuso, offerendosi pronto di ritornarvi volontario, e sottoporsi 
ad ogni castigo piuttosto che acconsentire alla più volte provata tentazione, come 
asserisce, di apostatare cui l'aveva quasi ridotto l'estrema sua mendicità.... M'ha 
commosso l'infelice suo stato, ne ho esitato nell' accettarlo prontamente, ma nel 
dubbio che mai potesse cambiar pensiero V ho fatto subito passare in questo castello, 
ove viene custodito; ne frappongo ritardo nell umiliare alle EE. VV. la notizia 
per contenermi in seguito a senso delle sovrane loro prescrizioni nel viaggio che 
dovesse fare alla Dominante con quel di piìi degnassero prescrivere alla mia obe- 
dienza e pieno di ossequio mi raffermo 

Di VV. EE. 

Umilissimo ^Devotissimo Servitore 

Bertucci Dolfin 

Capitanio e vice podestà. 

Brescia, 1 1 settembre 1757 . 

LXXXII1 



1757, 17 settembre. 
Al Captiamo vice podestà di Brescia, 

Nel punto che approviamo in ogni sua parte la direzione avvedutamente tenuta 
da V. E. col padre Marin Balbi che se li è presentato la incarichiamo a spedirlo 
immediatamente alVobedienza del tribunale nostro sotto sicura custodia. 

BARBARIGO iNQ.r DI STATO. 

Grimani Inq.c di Stato, 
venier inq.r di stato- 



ATTO DI MATRIMONIO DI GAETANO CASANOVA 
CON LA ZANETTA 

Addì 27 febr. 1723 m. v. (1724). 

Il sig. Gajetano Qiuseppe Casanova del sig. Giacomo, Parmegiano, et la 
sig. Giovanna M. a Fig. a del signor Girolamo Farusso ambedue della nostra contro 
contrassero matrimonio etc. etc. p.nti testimonj il sig. Angelo Filosi q. sig. Bortolo 
sta a S. Salvador e d. Giuseppe Monti del sig. Giacomo Filippo, Bolognese della 
nostra contro. 

P- MOLMENTI - Carteggi Casanoviani. 
Firenze Tip. Galileiana, 1910. P. 15. 




ATTO DI NASCITA DI GIACOMO CASANOVA 

Addì 5 aprile 1725. 

Giacomo Girolamo fig.° di D. Gaietano Giuseppe Casanova del q. Giac. Par- 
megiano comico, et di D. Giovanna Maria giogali, nato li 2 con. battezzato da 
P. Gio. Batta ^osello sacerd. di chiesa de licentia, P. Comp. il signor Angelo 
Filosi q. Bartolomeo sta a S. Salvador. Lev. Regina Salvi. 

Idem - Ibidem. 




ATTO DI MORTE DI GAETANO CASANOVA 

18 die. 1733. 

Gaetano Casanova Parmegiano q. Giacomo d'anni 36 ammalato g. 15 da 
febre e convulsione habitante nella nostra contro per el corso d'anni IO finì di 
vivere questa notte all' bore 13. Med. Monticelli e Zambelli. Sarà fatto sepellir 
da sua Consorte. 

Idem - Ibidem. 

LXXXIV 



LA CHIAVE DI « NE AMORI NE DONNE » 

II documento che segue, tratto da una copia del libello di Casanova che è alla Querini Stampalia 
di Venezia, si riferisce alla lettera che è qui in Casanoviana, con cui il Casanova medesimo sconfessa que 
libello contro Gian Carlo Grimani. 

SPIEGAZIONE DEL LIBRO INTITOLATO 

NE JIM.ORI, NE "DONNE 

OVERO, LA STALLA "RIPULITA 

&£pn v'è niente di pili interessante, e spregevole nel tempo istesso dell'opera 
— recente uscita, dalla stamparia Fenzo che interessa, ed attrae la curiosità del Paese 
e che avendosi resa famosa per l'indole amara del suo stile, e per il fine per cui 
fu fatta, merita d'essere da ognuno conosciuta. 

Innanzi d' accingermi all'analisi di questo libro convien premettere la storia 
d'un fatto, che fu la causa dell'opera, e ne diviene indispensabilmente, dirò cosi, 
la chiave. 

Fh vinta, saranno parecchi anni da un certo Carletti offiziale al serviggio 
della Corte di Torino insignito dell'ordine di S. Steffano, una scomessa à Vienna 
sopra il Marchese Spinola; ed il sogetto ne fìi la sicurezza, che quest'ultimo Van- 
tava poter sposare la Figlia del "Principe Esterasi, che gli andò fallita. Sia la poco 
memoria del Spinola, ò la diversità dei luoghi, in cui si trovavano, in seguito, 
Carletti non riscosse mai la sua vincita che era di 250 cechini; Portò l'accidente 
che egli venuto a Venezia nel tempo dell'ultima Senso, avesse da conoscer nel 
Casino di S. E. Carlo Grimani, Qiacomo Casanova e che questo fosse appunto 
entrato di recente nel posto di Segretario del Signor JXCarchese Spinola. Ineren- 
temente a un tal' impiego, rivogliendosi Carletti al Casanova, lo pregò di risovenire 
al suo Padrone il suo debito, e di persuaderlo o di estinguerlo contandogli il soldo, 
o di riceverne un egual summa, e farne quindi un vitalizio. L'assicurò che se riu- 
scirà di persuadere il Spinola d'abbracciare questo proggetto, ricompensato l'avrebbe 
in modo degno dell'opera à cui si prestava. In qualunque altro tempo, rispose il 
Casanova, avrei arossito che fatta ne pur mi venisse simil proposizione, non che 
accettarla, ma il presente mio stato fa, che non solo l'accetti, ma sforzami a chie- 
dere fino à quanto posso calcolare nella summa di. . . . 

La mia delicatezza, soggiunse Carletti, mi vieta . . . #Vjò, no, replicò in fretta 
Casanova; la delicatezza dev'esser mia: Io la sacrifico al bisogno : Conviene dirmi 
apertamente qual sarà la summa che mi viene promessa. Costretto Carletti d spie- 
garsi, assicurò, che ella sarebbe tale, che verrebbe approvata dall'equità del Gri- 
mani, che era presente, ebbene, sogiunse Casanova: Io sono tranquillo e riposo 
ciecamente su la garantia del sogetto. Carletti gli consegnò dunque un foglio che 
era la minuta dell'obbligo vitalizio, che firmar doveva il Spinola. Casanova riuscì 
nell'impresa, Spinola lesse il foglio, fu persuaso, lo sottoscrisse, e lo consegnò nelle 
mani del suo Secretano. Questi sul fatto si portò al casino del Qrimani, dove for- 
tunatamente ritrovò appunto il Carletti. In tal modo, presentandogli la carta firmata, 
io sodisfo al mio dovere, disse Casanova : Ora si aspetta à Lei signor Carletti di 
fare il suo. 

L'Uffiziale 

LXXXV 

Casanova ■ Documenti • 12 



L'Uffiziale prende il foglio, lo legge, lo esamina, e trovandolo a dovere: E 
giusto, soggiunge, è giusto, che io paghi il mio debito; e traendo una carta dal 
suo portafoglio, la consegnò al Casanova. Questi l'apre, e trova una riceputa dei 
prò vitalizii del Capitale investito sopra la testa del Spinola. Attonito rimase Ca- 
sanova à una tal vista, e sostenne che questa non era la sua ricompensa: Che l'im- 
pegno del Cadetti era di riconoscerlo immediatamente, e che facendolo in tal modo, 
questo premio diveniva eventuale, perchè reso vitalizio su la testa del capitalista, 
e perchè attaccato alla pontualita del medesimo. Carletti sosteneva che in tal modo 
faceva il suo dovere. Che quest'era e fu sempre la maniera di riconoscerlo stabilita 
da esso, e che non credeva mancar per nulla al suo impegno. Sì, soggiunse, riscal- 
dato il Casanova, sì, in tal modo mi si manca di parola. A queste parole alterato 
furiosamente il Carletti, si lasciò trasportare dalla sua colera, strapazzando^ e vili- 
pendendo il Casanova, chiamandolo coi nomi li più vili e li più abietti, che frenar 
non potendo più se stesso, determinarono il Casanova di rivogliersi all'uscio per 
uscire. Fu impedito dal Qrimani, che presente sempre al dialogo, et alla rissa, non 
aveva mai detto una parola, e la prima fu quella di ordinar al Casanova di fer- 
marsi, dicendogli : che aveva il torto. Fermossi, e non per altro, che per far con- 
tinuare Carletti a maltrattarlo nei modi li più crudeli, e sanguinosi, come in fatti 
seguì. Usciti finalmente, l'affare si rese pubblico; varie furono le voci; diverse 
l'opinioni; chi diffendeva l'uno; chi l'altro, ma tutto il mondo convenne à stabilir 
Casanova per il più vigliaco, e codardo di tutti gl'Uomini nell' aversi impunemente 
fatto vilipendere nella più obbroriosa (sic) maniera con una tal marca in fronte: 
Il segretario del Spinola divenne l'oggetto dei pubblici scherni; ed in quelle poche 
case, dove lo ricevevano, trovò, per lui, chiuso l'ingresso. Frattanto Carletti partì, e 
quei pochi, che lo sostenevano, l'abbandonarono, perdendo lusinga, che egli fosse 
per rimettersi nell'universale opinione. Abbattuto, confuso, e disperato, ecco il modo 
con cui stabilì di vendicarsi del Carletti, che l'offese, e specialmente del Grimani, 
come quello che in luogo di diffenderlo, lo costrinse à subire le contumelie del suo 
nemico in casa propria, frangendo tutti li diritti sacri dell'ospitalità. 

Egli compose il libro, che porta per titolo: Ne Amori, ne Donne, ò sia la 
stalla ripulita. Titolo che in fatti conviene all'opera, perchè non versa, ne sopra le 
Donne, né sopra gli Amori, ma ha per oggetto la Stalla d'Augia ripulita da 
Alcide. L'intreccio è il racconto d'una delle fatiche di Ercole. L auttore copiando 
Pausania, intieramente unisce l'originalità d'una satira infamante, e dipinge colle 
più nere tinte i suoi pretesi nemici. Eccone la condotta. 

Niente di più puerile d'un tal racconto ma eccone l'interessante. Alcide è il 
Grimani. Il Cane latrante, il Carletti. Ecconeone, Casanova. // Pontefice, il def- 
fonto Cardinal di Giraud amico della sorella del Carletti, il di cui ordine di 
S. Steff ano è simbolegiato dalla coda. Il ^è Augia è Spinola. Euristeo è il Conte 
Alemano Gambara. V'è nominato Andrea Memo sotto il nome di Agesilao. La 
signora Carrara sotto quella c/'Onfale. 

Caco e Lepreo, che agiscono nell'azione come {Buffoni, e 'Parassiti amazzati 
da Alcide, sono Bellaspica e Rivetta seguaci eterni del Qrimani. 

JXTà pure tutto, benché insofribile, insoportabile è un non nulla in confronto 
dei due capitoli di questo libro intitolati: il carattere, e g/'Adulterij. .7V>/ primo 
Grimani sotto il nome d' Alcide viene dipinto con li colori più infamanti, veri, ò 
falsi. Sono accennati tutti li anedoti della sua vita, £gli comparisce un ignorante, 
un presontuosot un superbo, un uomo rovinato dai disordini nella salute, e nella 

fortuna. 



LXXXVI 



fortuna. Fiero con tutti gl'uomini, ripieno di bassezze, e di viltà, milantator colle 
donne, rapace, usurpatore. Egli per verità fa la pili trista figura. Non vi è equi- 
voco per isbagliarlo. Le sue parole, gl'intercalari, li frizzi, li proverbj, lo stile del 
Grimani, v'è tutto per conoscere, che egli è desso. 

Il capitolo Jeg/'Adulterij è ancor più orribile. Eccone la favola: Alcmena 
moglie d' Anfitrione, ingravidata da Giove, che gli comparve sotto le spoglie del 
marito, che era all'assedio di Tebe, partorisce Alcide, e una certa Gliceria par- 
torì ad Anfitrione marito d' Alcmena, Econeone. 'Posto un tal fatto f eccone le 
deduzioni. 

Alcmena moglie di Michiel Grimani ebbe Z: Carlo da Bastian Zustinian 
figurato sotto il nome di Giove, e Michiel Grimani, che è Anfitrione ebbe da un 
avventuriera Econeone, che è Giacomo Casanova. Dunque dice l'Jluttore, posto 
che ambidue siamo bastardi, a voi spetta soltanto la dote materna, ma a me il 
paterno. Ma Z: Carlo il possedè, ergo Z: Carlo è un bastardo usurpatore del- 
l'altrui sostanze. 

Questa è in complesso l'opera sanguinosa, parto della manìa... d'un disperato. 
Non potrebbe leggersi, se ella non interessasse, noto essendo l'oggetto che ella ha 
preso di mira. Tutto quello che io ci trovo di buono, e buono assai, sono li testi 
latini de capitoli epigrafe del libro, tratti da Orazio, dalla Scrittura, da Cicerone, 
e dallo Scoliaste di Giuvenale* La dedica è dirretta al Qeneral Braniski 'Polaco. 

V'è ancora una prefazione, che rende inescusabile l'ignoranza dei Revisori, 
che hàno licenziato il libro. 

L'Jluttore asserì, che la sua maggior disgrazia sarebbe, che ò quest'opera non 
giungesse in mano del Grimani, ò che gionta non la intendesse. 

Vi sono alcuni, che sostentano di aver ricevuto dall' Auttore il libro, e la 
glosa. Questo non accadde a me perciò non l'assicuro. 

Mi dimenticava d'accennare, che in quest'opera vi sono dei calcoli sterminati 
sopra un certo padiglione immenso, e sopra le proporzioni stale. Lo sterco di tremilla 
Bovi, che per trenta anni continui riposò sul pavimento, impegnarà assolutamente 
de posteri matematici con le sue cube, e quadrate dimensioni. 

(Biblioteca " Querini Stampalia „ di Venezia. 
ZftC° d'inventario dell'opera: 8752). 




LXXXVI1 



GS70m 



ÌNDICE QEtKERALE 



Pagina 

SALVATORE DI GIACOMO : Giacomo Casanova e la sua fuga dai Piombi . . . VII 

GIACOMO CASANOVA : Historia della mia fuga dalle prigioni della Republica di Venezia 

dette B li Piombi " : 

Prefazione ............... 3 

Parte I 9 

Parte II 89 

Casanoviana ............... 179 

Documenti ............... Ili rosso 



INDICE "DELLE TAVOLE 



Pagina 
Ritratto di Giacomo Casanova - Da un dipinto del fratello di lui Francesco esistente nella colle- 
zione Dacboff, a Pietroburgo .......... Vili 

Venezia - Teatro S. Samuele - La magnifica scena di cristalli ecc. - Da una incisione del 

Museo Correr di Venezia (Fot. Alfieri & Lacroix) ...... XII 

Venezia - Chiesa di S. Samuele sul Canal Grande - (Fot. Alinari) ..... XVI 

Napoli al tempo di Casanova - Il sedile nuovo di Porto - Il Palazzo degli Studii - (Stampa 

della Biblioteca Lucchesiana di Napoli) ........ XX 

Maria Carolina Regina di Napoli - Disegno ed incisione del Boutelou, collezione E. Ricciardi, 

Napoli XXIV 

Ferdinando IV di Borbone, 1782 - Ferdinando IV di Borbone, 1791 - Collezione E. Ric- 
ciardi, Napoli . ......... XXVIII 

Real Palazzo di Portici XXXÌI 

Spaccato del Real Palazzo di Napoli - Spaccato del Real Teatro di S. Carlo a Napoli . XXXVI 

Giacomo Casanova di Seingalt - Da un busto esistente nel Castello di Waldstein a Dux . . LXI 

Progetto d'illustrazione per le Memorie di G. Casanova ....... 4 

Venezia al tempo di G. Casanova - Ombre di luna - Da un dipinto di Marius Picior . 8 
Venezia al tempo di G. Casanova - Le fondamenta nuove - Da una stampa del Museo 

Correr di Venezia ............ 12 

Venezia al tempo di Casanova - L'erbaria - Da una slampa del Museo Correr. . . 16 
Venezia al tempo di Casanova - L'isola di Murano - Da una stampa del Museo Correr di 

Venezia .............. 20 

« E quello, mettetelo in deposito » - Incisione di J. Berka per V Histoire de ma fuite 24 

Venezia - Le prigioni dette: I Pozzi - (Fot. Brogi). ....... 28 

Francesco Loredano doge di Venezia, 1755 - Palazzo ducale ...... 40 

Venezia - Palazzo ducale - Sala del Maggior Consiglio - (Fot. Alinari) .... 44 

Venezia - Palazzo ducale - Sala del Consiglio .... .... 64 

« .... completamente nudo e coperto di sudore, lavoravo, steso sul pavimento e al lume della 

lampada che vi avevo calata — » - Disegno di E. Bayard ..... 76 



Pagina 

Venezia al tempo di Casanova - Nel ridotto - Quadro di P. Longhi, Museo Correr, Venezia. 80 
Spaccato delle « Prigioni dei Pozzi, fino a quelle dei Piombi » - Dal libro dello Zanotio: 

« I Pozzi e i Piombi » 92 

« Ma come la Bibbia fu sulle sue mani, mi sentii sicuro della mia vittoria » - Disegno 

di E. Bayard 108 

« ed eccoti che ad un tratto, dopo avervi ficcato le gambe, mi casca addosso il Balbi > 

Disegno di E. Bayard. ........... 124 

« il monaco s'era afferrato con quattro dita della mano destra alla cintura dei miei panta- 
loni .... » Disegno di E. Bayard. ......... 132 

Venezia - Rio della Carità e Ponte dei Sospiri ........ 136 

« ho sentito che il mio corpo, fino al petto, restava sospeso fuori, sorretto solo dai miei 

gomiti » - Comp. e ine. del Ber\a per V Histoire de ma fuite .... 140 

Venezia al tempo di Casanova - !1 cortile del Palazzo Ducale ...... 144 

Venezia - Palazzo ducale - Scala dei Giganti ......... 148 

Fac-simile di una lettera di G. Casanova al Console di Venezia a Trieste, Conte Vincenzo 

di Smecchia, datata da Venezia 11 del 1782-83 - Venezia, Archivio di Stato . 164 

Ritratto di Giacomo Casanova a 63 anni - Riprodotto ne/Z'Icosameron (dis. e ine. del Berka) 172 

Giacomo Casanova nella Biblioteca del Castello di Dux - Da Le Livre, 1884 . . . „ 176 

Ritratto del Conte Giuseppe di Waldstein a vent'anni - Castello di Waldstein a Dux . . 180 

I sei « dossiers » Casanova nella Biblioteca del castello di Waldstein a Dux. . . . 184 

II castello di Waldstein - La piccola lapide, sulla facciata della chiesetta di S. Barbara a Dux, 

in memoria di Giacomo Casanova .......... 1 92 

Il principe Carlo di Ligne ............ 196 

Giovanni Casanova - Da un dipinto di Raffaello Mengs ....... 202 



INDICE "DELLE ILLUSTRAZIONI NEL TESTO 

Pagina 

Casanova (Giovanna Maria) « La Zanetta » .......... XI 

Goldoni (Carlo) - Ritratto, da un disegno di Cochin ........ XII 

« Pupilla » (Scena della) - Da un'incisione posta nelle opere di Qoldoni, ed. Zatta . . XIII 

Gondola (La) - Da stampa settecentesca .......... XIV 

Baffo (Giorgio) - Ritratto XVI 

Galiani (Abate Ferdinando) - Da un'acquaforte di Vivant-Denon. ..... XXII 

Carlo HI - Ritratto (Da Mengs) XXIII 

Mammana (Beppino della) - Da un disegno di Pier Leone Ghezzi ..... XXIV 

Chiatamone (II) - Da un'incisione settecentesca ...... . . XXVI 

Allegoria al testo - Da un'incisione settecentesca ......-•■ 11 

Loggetta (La) in piazza S. Marco - Da un'incisione settecentesca. ..... 13 

Venezia (Panorama di) - Id. Id. .....■■■■•■ 15 

Dogana (La) di Venezia - Id. Id. . . . . ■ . . • . 23 

Prigioni (Nuove) - Id. Id. ............ 27 

Prigioni (Nuove) - Altra incisione del tempo . . . . . . . . 31 

Rio di Palazzo (II) - Id. Id 35 

Palazzo Ducale - Gran Cortile - Id. Id. . . . . . . . . . 39 

Chiesa di S. Maria Formosa - Id. Id. ......... 43 



Pagina 



Piazza S. Marco con un cantastorie - Id. 

Scuola di S. Rocco - Id. 

Arsenale (L') - Veduta interna - Id. 

Ponte del Carmine etc. - Id. 

Piazza S. Marco verso S. Geminiano - Id. 

Chiari (Abate Pietro) - Id. 

Prigioni Vecchie (Le) - Id. 

Canale della Giudecca - Id. 

Ponte di Rialto - Id. 

Venezia (Veduta di) - Id. 

Chiesa dei Gesuati - Id. 

Bucintoro (Andata del) al Lido - Id. 

Bucintoro (Andata del) al Lido - Id. 

Palazzi Mocenigo e Contarmi a S. Samuele 

Palazzo Lin e S. Samuele - Id. 

Canale della Giudecca - Id. 



Id. 



51 

55 

59 

67 

71 

79 

83 

93 

99 

103 

107 

115 

123 

131 

139 

147 



INDICE "DELLA " CASJNOVIA&CA ■ 



Verri) — Il racconto della fuga 



Seingalt 



I . . . Casanova e Giuseppe II 

II . . . Casanova e i suoi debiti 

III . . La fuga — I Memmo, Gioacchino Cesta e i suoi versi 

IV . . Casanova a Roma nel 1 770. (Dal carteggio dei f ratei! 

V . . . Si crede poco alla fuga. .... 

VI . . Alessandro Verri conferma la sua lettera . 

VII . . Ancora notizie su Casanova .... 

VIII . Casanova de Seingalt ..... 

IX . . Casanova in Augsbourg — Il possesso del nome di 
X . . . Iconografia Casanoviana — Casanova in Ancona 

XI . . La prima recensione alla n Fuga " . 

XII . . L'incisore Berka illustratore della " Fuga " 

XIII . Gli amici di Casanova — Zaguri . 

XIV . Gli amici di Casanova — Gli ultimi anni del signor Giacomo 
XV. . Il tremuoto di Lisbona — Narrazione stampata a Venezia nel 
XVI . Il teatro di S. Samuele. 

XVII . La fuga 

XVIII. Costa 

XIX . Casanova diventa bibliotecario 

XX. . Casanova descritto dal principe di Ligne 

XXI . Morte di Giacomo Casanova — La malattia 

XXII . Quel che pensa di Casanova il Cesarotti. 

XXIII. Quel che ne pensa l'abate Taruffi . 
XXIV Un esemplare della " Fuga " a Zaguri — Il costui giudizio sul libro 



1756 



179 
180 
181 
184 
187 
187 
187 
188 
188 
189 
189 
190 
191 
191 
194 
194 
194 
195 
195 
195 
196 
198 
199 
199 



INDICE DEI "DOCUMENTI 



Le i>agine dei Documenti hanno la numerazione romana, in rosso- 

1 — Lo spione G. B. Manuzzi riferisce, intorno al Casanova, agl'Inquisitori di Stato — 

1 1 novembre 1 754 ............ 

2 — Lo stesso — Riferisce intorno alle dispute che si fanno pel Chiari nelle botteghe da 

caffè e attesta che tra' gran nemici del Chiari è il Casanova — 16 novembre 1754 

3 — Lo stesso - — Trascrive agl'Inquisitori una satira del Casanova contro il Chiari — 

30 novembre 1754 ............ 

4 — Lo stesso — Da' conto minuto sul Casanova, sul suo modo di vivere e sulle persone 

che lo avvicinano, o ch'egli avvicina — 22 marzo 1755 

5 — Lo stesso — Altra ri/erta del Manuzzi sul Casanova e i suoi nobili amici Bragadin, 

Zorzi, Grimani, Memmo etc. etc. — 15 luglio 1755 . ... 

6 — Manuzzi da' conto di una certa composizione in versi la quale Casanova gli ha letto 

ma che non gli ha voluto dare. Casanova gli ha parlato pur di Logge e Liberi Mu- 
ratori — 21 luglio 1755 ........... 

7 — Altra riferta sulla composizione in versi e sul suo contenuto — 24 luglio 1755 

Ordine al Messer Qrande di arrestare Casanova, sequestrargli tutte le carte e imprigio- 
narlo a* Piombi — Lo stesso giorno ......... 

8 — Il Messer Qrande Matteo Varutti riferisce d'aver arrestato Casanova e averlo accompa- 

gnato alla prigione ............ 

9 — Casanova è condannato a cinque anni di Piombi. Firmano gl'Inquisitori Diedo, Con- 

dulmer, e Da Mula — 21 agosto 1755 ........ 

10 — Lorenzo Basadonna, custode delle prigioni de' Piombi, presenta le note delle spese fatte 
pel Casanova prigioniero — Dal 1 gennaio 1756 al 1 ottobre 1756 

1 1 — Un segretario degl'Inquisitori da' conto de' condannati a" Piombi. Tra gli altri è Casa- 
nova, anni cinque per colpe di religione con sentenza del giorno 12 settembre 1 755 
— 29 settembre 1756 

12 — Nota di Zuane Pastori per gli accomodi fatti nel Camerotto grande sopra il Rio di 

Palazzo sotto alli Piombi — 27 gennaio 1756 . ... 

Nota di J. B. Piccini marangon per accomodi in un camaroto sotto li piombi 

1 1 gennaio 1 756 ........... 

13 — Condanna del Basadonna a dieci anni di carcere ne' Pozzi — 10 giugno 1757 

14 — Riferta del Casanova agl'Inquisitori di Stato — Ha la data del 18 novembre 1763 

Da Londra . . . . . . . . 

1 5 — Giovanni Berlendis agente della Repubblica in Torino avverte gl'Inquisitori che v'è giunto 

dicesi dalla Spagna, il noto Giacomo Casanova — 1 luglio 1 769 — Torino 

1 6 — Lo stesso — Altra informazione sul Casanova — 8 luglio 1 769 

1 7 — Lo stesso — Altra informazione sul medesimo — 30 dicembre 1 769 

18 — Gl'Inquisitori scrivono al Residente in Torino a proposito del Casanova — 27 gennaio 1 770 

19 — Informazioni del Berlendis — 3 febbraio 1770 

20 — Al Residente in Torino — Dagl'Inquisitori — 24 marzo 1 770 

21 — » » 14 aprile 1770 

22 — » » 28 aprile 1770 

23 — » » 5 maggio 1770 

24 — Marco de Monti Console in Trieste riferisce sul Casanova agi' Inquisitori — 1 5 gen- 

naio 1773 ............. 



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Risposta degl'Inquisitori al de Monti — 29 gennaio 1 773 ..... XXHI 

Marco de Monti seguita a scrivere del Casanova agl'Inquisitori — 9 febbraio 1 773 . XXIII 
Giacomo Casanova scrive al de Monti accettando di diventar suo informatore — 

8 febbraio 1774 XXIV 

Gl'Inquisitori cominciano a ricevere le riferte del Casanova per mezzo del de Monti — 

19 febbraio 1773 XXV 

Marco de Monti giudica che il Casanova è un agente solerte e intelligente. Prega 

gl'Inquisitori di dargli un compenso — Trieste, 26 febbraio 1 773 . . . . XXV 
Giacomo Casanova manda una riferta al Console veneto in Trieste, Marco de Monti 

25 febbraio 1774 XXVI 

Gl'Inquisitori autorizzano il de Monti a compensare il Casanova con dodici zecchini al 

mese — 10 marzo 1774 XXVIII 

Il de Monti ringrazia da parte del Casanova e acclude un di lui memoriale su* mo- 
naci Armeni — 18 marzo 1774 . XXVIII 

Gl'Inquisitori insistono per avere altre riferte su' monaci — 28 marzo 1 774 . XXIX 

Altro documento sulla questione .......... XXX 

Lettera di M. de Monti agl'Inquisitori — Trieste, 9 aprile 1774 .... XXXI 

Altra sua lettera agli stessi — 7 maggio 1774 ....... XXXI 

Lettera de! Casanova a! de Monti — Trieste, 6 maggio 1774 . . . . XXXII 

Idem degl' inquisitori al de Monti — Accusano ricevuta del pro-memoria dei monaci 

Armeni — 19 maggio 1774 XXXIII 

Giacomo Casanova al de Monti — Informazioni sui monaci Armeni e sulla loro stam- 
peria — Trieste, 20 maggio 1774 XXXIV 

Gl'Inquisitori al de Monti, sullo stesso soggetto — 3 1 maggio 1 774 . . . XXXV 

II de Monti agl'Inquisitori, sullo stesso soggetto — Il giugno 1774. . . . XXXV 

Casanova al de Monti, idem — 10 giugno 1774 XXXVI 

Gl'Inquisitori al de Monti, idem — 25 giugno 1774 XXXVII 

De Monti agl'Inquisitori, idem — 18 giugno 1774 ...... XXXVIII 

Casanova al de Monti, idem — 14 giugno 1774 XXXIX 

De Monti ripete agl'Inquisitori ch'egli ha piena fiducia in Casanova — 2 luglio 1774 XL 
Casanova seguita a riferire su' monaci — I luglio 1774 . . . . . XLI 
De Monti informa gl'Inquisitori d'aver avuto, per mezzo del Casanova, un abbocca- 
mento col vicario de* monaci Agapito — 30 luglio 1 774 ..... XLIII 
Altra riferta del Casanova al de Monti, sempre intorno a' monaci Armeni — Trieste, 

29 luglio 1774 XLIII 

Gl'Inquisitori al de Monti — Reputano Casanova destro e avveduto confidente — 

II agosto 1774 XLV 

De Monti agl'Inquisitori — Sullo stesso soggetto e sui monaci Armeni — 27 agosto 1 774 XLV 

Lunga e dettagliata riferta del Casanova sullo stesso soggetto — Trieste, 26 agosto 1 774 XLVI 

Salvacondotto rilasciato dagl'Inquisitori al Casanova — 3 settembre 1774. . . XLVIII 
Marc' Antonio Businello, segretario degl'Inquisitori, accompagna con una sua lettera il su 

citato salvacondotto — 3 settembre 1 774 ........ XLVIII 

Marco de Monti dice d'aver presentato il benefico foglio al Casanova che lo lesse, 

rilesse e bachilo più volte e pianse — 10 settembre 1774 ..... XLIX 

Lo stesso, agl'Inquisitori, per cose che riguardano il vicario Agapito — 1 ottobre 1 774 XLIX 

Scortato da una lettera del de Monti si presenta al Businello, in Venezia, Giacomo 

Casanova — 18 settembre 1774 ....*.... L 

Prima informazione di Giacomo Casanova agl'Inquisitori — S. d. . . . . L 

Lettera del Casanova al Segretario dei Tre — S. d. . . . . . . LIV 



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Supplica di Giacomo Casanova agl'Inquisitori — 19 febbraio 1776. . . . LIV 

Relazione di Giacomo Casanova {Antonio Pratolini) agi* Inquisitori di Stato — S. d. LV 

— I&ferte varie di Giacomo Casanova agl'Inquisitori — La prima è dell*8 settembre 

1776, l'ultima del 7 ottobre 1780 LVH 

Giacomo Casanova è nominato Confidente — 7 ottobre 1780 .... LXVI 
Giacomo Casanova espone agl'Inquisitori il Programma delle sue confidenze — 28 ot- 
tobre 1780, in Frezzeria in Calle del Luganegher ...... LXVI 

— Altre riferte del Casanova — La prima è del 1 dicembre 1780, l'ultima non ha data LXV1I 
Documenti per la stampa dell' Histoire de ma fuite — Da Praga 1787, G. Casanova LXXIX 

— Pruove e ricordi della fuga — L'abate Fenaroli scrive al Casanova da Brescia il 

27 aprile e il 15 giugno 1757 .......... LXXX 

Andrea Memmo scrive al Casanova da Venezia il 22 settembre 1 788. (Pruove della fuga) LXXXI 

Casanova sconfessa il suo libello « Né amori né donne » — da Dux, 1792 . . LXXXII 
II prete Balbi che fuggì con Casanova è arrestato una seconda volta — Ne riferisce il 

capitano e vice podestà di Brescia Bertucci Dolfin — 11 settembre 1757 . . LXXXIII 
Gl'Inquisitori incaricano il Bertucci Dolfin di spedir subito il Balbi a Venezia — 

17 settembre 1757 LXXXIV 

Atto di matrimonio del padre di Casanova — 27 febbraio 1723 (m. v.). . . LXXXIV 

Atto di nascita di Giacomo Casanova — 5 aprile 1725 ..... LXXXIV 

Atto di morte di Gaetano Casanova — 18 dicembre 1733 ..... LXXXIV 

La chiave di « né amori né donne ». . . . . . . . . LXXXV 





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