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Full text of "I borboni di Napoli al cospetto di due secoli"

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ITALIAN HI STORY 

OF THE 

RISORGIMENTO PERIOD 

THE COLLECTION OF 

H.NELSON GAT 

A.M.18U6 



BOUGUT J*ROM THE BEQUEST OF 

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AL COSPETTO DI DIE SEGOLI 



PER 

GIUSEPPE BUTTA 

iVo& salvator rexper multam virtutem. 
Psal. 32 

II y adésfihoses que toni le morule dit, 
parcequ' elles ont été dites une fois. 
(Montesquieu— Grandeur et decadence 
des Romains.\ 



Volume II. 



NAPOLI 

TIPOGRAFIA BEL GIORNALE LA DISCUSSIONE 
1877 



33rA saM-^TJ 



HARVARD COLLEGE LIBRARY 

H. tJELSON G^Y 

RISORGIMENTO COLLECTION 

COOLIDGE FUND 

193/ 



Estratto dal giornale la discussione 



Proprietà letteraria 



Regno di Francesco i. 
sommàrio 

A Ferdinando 1 succede suo figlio che si titola 
Francesco I,. Disposizioni e ^decreti di questo So- 
vrano. Viaggio del medesimo : in Milano fa una 
Convenzione con V imperatore d' Austria circa il ri* 
tiro delle truppe tedesche da questo Regno. Grazie 
ed -esecuzioni- capitali. Altre grazie in occasione 
della nascita di un principe reale. 11 re assolda al* 
tri tre reggimenti svizzeri. Aumenta V esercito na- 
zionale e la flotta. Questione con la Reggenza di 
Tripoli. I settarìi tentano altre rivoluzioni. Repres- 
sioni governative. Accuse contro Francesco I. 

Il 5. gennaio 1825, il successore di Ferdi- 
nando 1° di Borbone ài ritirò, col resto della 
real famiglia nel palazzo di Capodimonte, ove 
dimorò tutto il tempo de' lugubri uffrzii; colà 
anche prese stanza la vedova del defunto re. 
duchessa di Floridia, forse la più dolente di 
tutti. 

Terminati i funerali, il 15 dello stesso me» 
se, il novello sovrano ricevè il giuramento' 
dalle, truppe in gran tenuta, schierate in va- 
rie piazze di questa capitale; ed avendo pub- 
blicato il primo decretò, col quale nominava 

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_ 4 — 

suo fratello Leopoldo comandante della Guar- 
dia reale, si firmò Francesco 1°; il suo pri- 
mogenito Ferdinando prese il titolo di duca 
di Calabria, il corpo diplomatico, il consiglio 
di Stato ordinario, i capi di corte, i gentiluo- 
. mini di camera e i generali si recarono a 
"Capodimonte per tributargli" omaggio. In se- 
guito, da tutte le autorità del Regno, gli giun- 
sero felicitazioni e proteste di fedeltà. 

112 febbraio» Francesco 1°, insieme eon tutta 
la real famiglia, si recò al Duomo in forma 
pubblica, ove si cantò il Te Deum ; ed uni- 
formandosi al pio uso de'suoi maggiori, come 
di tanti altri re avevi , angioini ed ara- 
gonesi, offrì in dono a S. Gennaro un grosso 
gioiello di zaffiri e brillanti per ornare là 
pettiglia di quel Santo Martire. 

Il Regjio di Francesco 1° fu il più breve 
di. quel lo de* due sovrani che lo precedettero, 
essendo durato meno di sei anni; e si può .ri- 
guardare come un intervallo tra' regni lunghis- 
simi dei due Ferdinanda Quel periodo di tem- 
po presenta pochi avvenimenti interessanti , 
ed io li segnalerò con la massima brevità. 

I rivoluzionarii , i carbonari, non tenendo 
conto del male che aveano, fatto a questo Re- 
gno con repubbliche e costituzioni inoppor- 
tune, speravano molto in Francesco 1°. Que- 
sto sovrano si era mostrato schiettamente li- 
berale nel principio della rivoluzione di lu- 
glio 1820 , credendo in buona fede che dai 
ribelli si fosse voluto veramente il bene dei 
popolo ; nondimeno dopo il disinganno , alla 
- entrata de' tedeschi in Napoli, si mostrò ge- 
neroso e clemente ; tanto che il generalo 

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— 5 — 

francese Lafayette , scrivendo a Guglielmo 
Pepe, designava il principe, ereditario Fran- 
cesco di Borbone , chiamandolo : votre com» 
pagnon constitutionnel. Tutto ciò prova che i 
Borboni di Napoli non erano avversi agli. or- 
dini rappresentativi , * ma furono costretti a 
tenersi stretto il potere nelle loro mani, per- 
chè i 'rivoluzionarti voleano impossessarsene 
per offenderli e scacciarli dal trono e poi 
tiranneggiare i popoli innocenti. 
- Francesco I , salendo al trono y confermò 
tutti i funzionarti ed impiegati del governo 
del suo genitore, proseguendo il sistema di 
costui , conciossiachè , anche volendolo , i 
tempi e le circostanze gli vietavano di fa- 
re altrimenti. Con decreto dell' 8 febbraio 
di quell'anno, accordò piena amnistia a' sol- 
dati e sott'uffiziali disertori e felloni; la pena 
dell'ergastolo f.u commutata in quella de' fer- 
ri, e ridotta a minor tempo la prigionia e la 
reclusione, eccettuando i soli condannati per 
furto. 

Le sale della Reggia furono schiuse ad o- 
gni ceto di persone , le udienze sovrane di- 
vennero facili , i ricorrenti o i chiedenti 
qualche grazia , non si partivano mai scon- 
tenti da quel sovrano. Il quale se non potea 
concedere quel che gli si domandava, usava 
sempre cortesi e clementi parole nel negale 
ciò che gli "era chiesto. 

Francesco I, sènza curarsi dello sbraitare dei 
più accaniti se ttarii, che avrebbero voluto ri- * 
forme politiche per cominciar da capo le 
loro ribalderie, pensò al vero bene de' suoi 
popoli e al decoro nazionale , con liberare 



_6 — 

qoeàto Regno dall' occupazione tedesca, che 
tanto nocumento arrecava alla finanza. Per- 
Tocche ," avendo lasciato vicario generale del 
Regno il principe ereditario, allora giovanetto 
di 15 aijni, partì per Milano, insieme alla re- 
gina ed al piccolo figlior conte d'Aquila, per 
concertarsi con Y imperatore d' Austria, che 
trovavasi .allora in quella città, circa il ritiro 
delle truppe austriache dimoranti in questa 
Regno. 

Gli augusti viaggiatori passarono da Roma 
per compiere la visita prescritta dal Giubileo, 
correndo allora l' anno Santo. Visitarono il 
Sommo Pontefice Leone XII, dal quale rice- 
vettero in dono un magnifico reliquiario con 
un pezzo della Santacroce; perlocchè fu poi 
stabilita nella cappella del palazzo reale la 
festa dell'Esaltazione della Croce. Da' Roma 
'si recarono ad Assisi per visitare quel San- 
. tuario , e per ,la via di Firenze e Parma , il 
15 màggio, giunsero a Milano, ove furono ri- 
cevuti con grandi onori dall'imperatore d'Au- 
stri. I due sovrani, il 26 di quel mese, con- 
chiusero la seguente convenzione : cioè che 
le truppe tedesche rimarrebbero nel Regno 
delle Due Sicilie fino a marzo del 1827 , e 
che una colonna di diecimila e quattrocento 
uomini si ritirerebbe in Austria nel comin- 
ciare del prossimo agosto, come di fatti av- 
venne. 

il rè con la regina e il piccolo principe 
reale si recarono a Torino per visitare .l'au- 
gusta sorella Maria Cristina regina di Sarde- 
gna. Dopo alquanti giorni di dimora in quella 
città, partirono per Livorno, ove giunti tro- 

_. 



— T — 

ararono una flottiglia napoletana che li atten- 
4eà. 1113 luglio gli augusti, viaggiato ri s^ im- 
barcarono sul vascello il Vesuvio e fecero 
vela per Napoli; ebbero un pessimo viaggio, 
e corsero pericolo di naufragio. Quando il 
telegrafo segnalò, che il Vascello ov* era im- 
barcato il re , correva pericolo e manovrava 
per entrare »el Golfo di Napoli, Ferdinando, 
vicario del Regno, intrepido affrontò il tem- 
pestoso mare sopra la goletta il Lampo, per 
correre in soccorso de' suoi genitori. Però 
non potè subito abbordare e dar soccorso al 
Vesuvio a causa dell' imperversare del vento 
-dHibeccioj-dopo quattr' ore di supremi sforzi 
« grandi pericoli raggiunse quel vascello, 
«on ben guidato. ' 

La città di Napoli avea fatto costruire, sotto 
la batteria del Molo , un ponte di legname, 
«porgente nel mare per comodo maggiore allor 
sbarco, con varii- piani, ringhiere di fiori e 
-coperto di un magnifico -padiglione. Il sin- 
daco , il corpo della città , le persone della 
Corte slavano ivi ad attendere i loro sovrani, 
che sbarcarono il 17 luglio, e furono ricevuti 
con acclamazioni di gioia da tutta la popola- 
zione ; la quale per tre sere consecutive, 
spontaneamente illuminò tutta Napoli. Il gior- 
no seguente allo sbarco , tutta la real fami- 
glia si recò al Duomo , onde rendere azióni 
m di grazie all'AurissiMo per aver salvato, da un 
"imminente, naufragio gli augu&ti viaggiatori*. 
Non soddisfatta là naturale clemenza del 
are, dopo di avere -minorata la péna a* varii 
condannati , e di avere accordata 1* amnistia 
-a* rivoluzionari i dei 4820 e 21, il 17 agosto, 

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— 8 — 
fece pubblicare un decreto col quale commu- 
tava e diminuiva «altre condanne. Que' rei'fu- 
rono in seguito tutti messi in libertà; ed in- 
grati sempre, non pochi 1* abbiamo veduti nel 
1848 e 60, capi di quelle due memorande ri* 
voluzioni. 

•Altri due assassini dell' ex direttore di po- 
lizia Giampietro caddero nelle mani della giù* 
stizia: era&o Michele Valenza, di Rionera in 
Basilicata , ex capitano de' legionarii , ed il 
cocchiere Pasquale Ammirante di Napoli; tutti 
e due il 21 febbraio furono giustiziati fuori 
pòrta Capuana. 

Il 13' agosto 1827 , la^regina die alla luce * 
un figlio , che ricevè il nome di Francesca 
di Paola , col titolo di conte di Trapani. La 
nascita di questo principe reale , perchè in 
tempo-che il padre era sovrano, fu solenniz- 
zata con maggiori pompe è grazie. Il re" ac- 
cordò decorazioni e gradi; abolì l'azione pe- 
nale per coloro che erano sotto giudizio dopa 
la prima amnistia. Per la medesima, fausta 
ricorrenza , largì il perdono a' disertori del- 
T esercito e . della .marina reale , a' refrat- 
tari delle leve de' tre anni precedenti, ed ai 
saldati e sott' uffiziali condannati agli offici* 
ignobili pec causa politica. 

Francesco 1°, conoscendo che i settarii si 
agitavano sempre e che aveano degli adepti 
in quejl'esercito, formato con tanti sacrifizi^ 
dopo i disastri del 1820 e 1821^ si argomentò 
ampliare la convenzione elvetica. Il 7 ottobre 
del suo primo anno di Regno, fece altra con- 
venzione, che si chiamò Capitolazione, co' Can- 
toni elvetici del Ticino, Uri, Urdervald., Ap- 

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— 9 — 

penzel, Fribury, Soletta e Berna, per assol- 
dare altri due reggimenti ognuno di 1451 uo- 
mini , ed il servizio de' quali dovea durare 
per 30 anni. In seguito ne assoldò un altro, e 
"così ebbe quattro reggimenti svizzeri con 
quello già formato dall'augusto suo genitore;* 
e tutti formavano la forza di circa seimila 
uomini. Là spesa fu di un milione e sette- 
centomila ducati, e pel mantenimento annuo 
cinquecento sessantaseimila. * 

I rivoluzionarli, che 'approfittano di tutto il 
male e il bene "che fanno i sovrani, per al- 
terarlo o svisarlo, onde criticare e piagnuco- 
lare , colsero quest' altra occasione per gri- 
dare al subisso delle finanze dello Stato, 
allo sperpero del danaro de* contribuenti. JE- 
glino, che non si fecero scrupolo di sperpe- 
perare ottanta milioni di ducati dello Stato 
nella rivoluzione del 1820 e 21, che saccheg- 
giarono i Banchi, imponendo prestiti forzosi, 
facendo debiti , regalando al redento popolo 
il flagello de' boni forzosi, eglino, che avreb- 
bero fatte altre 1 simili maggiori prodezze, se 
fossero rimasti più lungo tempo al potere, 
aveano l' impudenza di piagnucolare e gridare 
per la spesa dell' arruolamento degli svizzeri, 
mentre ne erano essi la causa. 

Sebbene qualche altro Stato di Europa,* an- 
che, costituzionale , «praticasse simili arruola- 
menti di . svizzeri , è certo che fu una .sven- 
tura nazionale per questo Regno andare in 
cerca di stranieri per difendersi. Ma chi avea 
creato questo supremo bisogno allo Stato? 
gli stessi rivoluzionarii, i quali non contenti 
• di avere corrotta la fedeltà di una classe di 

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- 10 - 

cittadini, aveano poi pervertito in gran parte. 
T esercito nazionale, I settaxii odiavano i sol- 
dati svizzeri , non già' perchè stranieri , ma 
perchè furono inaccessibili alla corruzione 
settaria; difatti quegli stranieri furono fidi e* 
valorosi; e lo dimostrarono in varie circostan- 
ze, onorando così la memoria di quegli eroi 
loro .connazionali che difesero ih ré martire 
Luigi XVI di Francia. Que' soldati elvetici al 
servizio napoletano furono perenne ostacolo 
alle rivoluzioni; a suo tempotlirò quali arti sa- 
taniche adoperò la setta nei 1860 per isba- 
r azzar si "di loro. # 

Dopo che furono organizzati i primi due 
reggimenti svizzeri , in agx>sto dell' anno se- 
guente , si ordinò la benedizione delle ban- 
diere, eseguita nella città di Castellammare 
di Stabia, dal cappellano maggiore € monsignor 
Gravina. Il re , reduce dal pellegrinaggio di 
Montevergine passò per quella città, e conse- 
gnò le bandiere a' comandanti colonnello Son- 
nemberg e maggiore Surbeck , che gli giu- 
rarono fedeltà. Altre Capitolazioni si stipula- 
rono co' cantoni Val lese e Schwitz per la for- 
mazione di due altri battaglioni. Nel 1826, 
si era di già organizzato il corpo del genio, 
quello dell' artiglieria e 1' altro del treno. 

In quello stesso anno il re voLle introdurre 
neir esercito l'elemento siciliano ; e siccome 
la Sicilia era esente- dal gravoso carico della 
leva, si formarono due reggimenti di vdlon- 
tarii di quegli isolani; nel 1831 furono anche 
ammessi de' galeotti graziati, ma non per ina- , 
putazione di furto. Si disse e si ripete an- 
cora che il govèrno avesse venduto i gradi , 

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' • - 11 — 

-de' capitani e degli uffizrali subalterni di 
quei due reggimenti siciliani; ecco come va 
quest'affare. Trovandosi lo Stato senza pecu- 
nia , il governo dichiarò di cedere il grado 
di capitano; e la facoltà di nominare i tre uf- 
tfziali subalterni , a chi avesse pre$entato 
una compagnia di soldati, vestiti in completo 
uniforme. In modo «che, coloro che ottennero 
quel grado, poco o nulla s'interessarono, per- 
chè i due tenenti e l'alfiere furono nominati 
«tal capitano^ con l'obbligo di assoldare e ve- 
stire a loro spese,- in proporzione del grado, 
la compagnia suddetta. Fu qtiesto un gravis- 
simo errore che commise il real governo , 
dappoiché si videro alfieri , primi e secondi 
tenenti e capitani bambini appena nati, che' 
figuravano graduati ne' due reggimenti si- 
culi. -Non pochi di que* neonati uffìziali fe- 
cero poi nel 1860 una pessima riuscita ; tra 
i quali più di tutti si distinsero per tradi- 
menti e fellonie, un Flores, un Alessandro 
'Nunziante, "un Piarielli ed un Ghio. 

Il principe ereditario, appena compiuti i se- 
dici anni, in forza delle leggi del Regno, en- 
trò a far parte del- Consiglio di Stato e fu 
eletto comandante generale* dell'esercito. Nel 
medesimo tempo il tenentegenerale marchese 
Vito Nunziante; già ispettore della fanteria 
<li linea , fu nominato quartiermastro gene- 
rale del comando generale dell' esercito* Po- 
chi altri corpi militari si formarono sotto il 
regno di Francesco I, tra* quali il 1° reggi- 
ménto di cavalleria Lancieri ; il quale ricevè 
in Capua, dalle mani del principe ereditario, 
,le bandiere benedette dal cappellano ma * <*iore. 

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'Utili leggi si fecero per la recitazione 
della truppa, venne stabilito che coloro i qua- 
li doveano servire nell'esercito avrebbero po- 
tuto presentare i cambii, ma co'dovuti requi- 
siti. Ad evitar poi i continui matrimoni^ che 
contraevano i militari, con donne- povere di 
bod "finita educazione, con decreto del 2fr 
aprile 1829 , fu vietato agli uffiziali, sottuf- 
fiziali e soldati dì ammogliarsi , salvo net 
caso che la fidanzata avesse una dote di due- 
Cento ducati annui di rendita sul Gran librò; 
ed avesse documenti della sua moralità; e ciò* 
era permesso arsoli uffiziali. 
Molto si accrebbe la flotta sotto il breve re- 

, gno di Francesco I: furono varate tre frega- 
te, VUrania> Maria Isabella e la Partenopea 
inoltre due corvetterà Maria Cristina e l'Etna* 
un brigantino il' Principe Carlo ed altriiegnt 

-minori, tutti costruiti nel cantiere di Castel- 
lammare e nella darsena di Napoli. 

A proposito della flotta è necessario accen- 
nar qui un fatto dispiacevole avvenuto net 
1828. Il governo napoletano avea fatto un 
trattato , nel 1816 , con la Reggenza di Tri- 
poli; morto Ferdinando 1°, il Bey lo dichiarò 
finito con la morte del re, e per rinnovarlo- 

'chiese centomila colonnati al successore Fran- 
cesco 1° , fissando U termine di due mesi 
per aversi la risposta. Il re rispose con man»* 
dare bielle acque di Tripoli ventitré legni da 
guerra tra grandi e piccoli, sotto il comanda 
del capitano di vascello Alfonso Sozii Carafa. 
Costui, secondo affermano 'gli storici Coppie 
de Sivo, dopo vane trattative col Bey, il 23 a- 
gosto cominciò a bombardar Tripoli, metten- . 

. • . igitized^by VjOOQ 



— 13 — 

dosi però fuori tiro de' cannoni di quella città, 
in modo da non offendere e non essere of- 
feso. Il solo de Cosa, che comandava quattro 
cannoniere, si avanzò arditamente ed arrecò 
gravi danni a'difensori di Tripoli. Il Carafa, 
dopo di essere* rimasto tre giorni in radft 
senza nulla conchiudere, scusandosi poi che 
il vento eragli stato contrario, ritornò a Mes- 
sina , ove fu messo sotto giudizio insieme 
ad altri comandanti in secondo. Egli . accu- 
sava de Cosa, secondo i citati storici, perchè 
questi si era cacciato sotto i cannoni tripoli- 
ni e perchè ayea sofferto alcuni danni: bella 
pretensione di un comandante in capo, che 
vuol far la guerra senza ricever danni né 
per so né pe' suoi subalterni ! (1) 

I giudici, che formavano il consiglio di guer- 
ra per condannare quel comandante in capo 
ed altri subalterni , dichiararono tutti col- 
pevoli senza condannarne alcuno: che fior di 
logica ! Si ricorsa alla corte militare , ma il 
re , per non far rimestar di più que' fatti * 
troncò il giudizio, mandando alla 4 a classe i 
giudici e mettendo in libertà il Carafa, 

La squadra tripolina e la napoletana si pre- 
darono a vicenda, con più danno di Quest'ul- 
tima. Francesco 1°, secondo asserisce lo sto- 
rico Coppi, per preservare il Regno dalle con- 
tinue incursioni di qne' barbari e da' danni 



(1 ) Suppongo che il grande Jmmiraglio piemon- 
tese Carlo Pemoo sia uscito dalla scuola del Ca- 
rafa, avendo eseguito lo stesso simulacro di guerra 
sotto Gaeta nel 1864 ; almeno quello , dopo sei an- 
ni, in Lissa, rimase padrone delle nacque l 

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— 14 — 

phe principalmente arrecavano alla Sicilia, il 
528 ottobre, fece una 'convenzione col Bey di 
Tripoli, pagandogli per una sola volta ottan» 
tamila colonnati con 1' obbligo di restituirsi 
i prigionieri napoletani e di lasciare in pace 
questo Regno. Le sventure di questa gran 
parte d' Italia sono state sempre cagionate o 
da' rivoluzionari , o dall' insipienza de' mini» 
stri, o dell'insuccesso de' capi dell'esercito e- 
della flotta. Intanto non mancano scrittori che- 
vituperano il medesimo esercito .e la flotta,, 
gettando esclusivamente la colpa addosso ai 
re, anche perchè fece quella convenzione col 
Bey; e sooo quelli stessi -storici che Io criti- 
cavano e piagnucolavano. perchè quel sovrano 
assoldò sei mila svizzeri per difendere que- 
sto Reame. 

La carboneria , umiliata e derisa , si era 
rincantucciata , ma pertinace , non essendo 
ancor contenta del male che avea fatto, con^ 
giurava nell'ombra. Quando le sembrò* appor- 
tano il tempo, uscì da' suoi covi e tentò di 
mostrare lai sua laida, faccia qui in Napoli, in» 
Catania ed in Siracusa; sostituendo all' antico 
odiato nome quello di Pellegrini bianchi. Si 
vuole che il capo di questa setta sia stato 
Luciano Bonaparte, fratello di Napoleone,, a* 
vendo fondato in Parigi una così detta Ca- 
mera di que' settarii, che corrispondeva. con 
un' altra di Napoli, -a capo della quale eravi 
il negoziante Antonio Migliorato, giovane en- 
tusiasta ed audace. I Pellegrini bianchi erano 
repubblicani, e al solito, domandavano a' so» 
vrani costituzioni politiche, per servirsene di 
ponte onde passare alla loro prediletta forma, 

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— ifr — 

di govèrno che è sgoverno , "come poi èi ri- 
levò dal processo fatto ad altri settarii detti 
Filadelfia 

: I primi a far pazzie, di que* Pellegrini, fu- 
rono il capitano Giovambattista Piatti ed un 
Nicola Fusco con altri settarii , che vennero 
arrestati in gennaio del 1826; giudicati si eh* • 
bero i due capi condanna di morte, gli altri 
i ferri. II re minorò la pena a tutti ; però 
volle il pubblico esempio della degradazione 
pel capitano Piatti. Il quale fu condotto, il 19 
aprile di quell'anno, sulla piazza di Foria, alla 
presenza del suo battaglione ' e d' altre fra- 
zioni di corpi dell'esercito; dopo- che gli fu 
letta la sentenza di morte e la grazia della 
vita da un prevosto ,* ebbe tolte le spalline» 
gli altri segni del grado e la sua spada ven- 
ne rotta in due pezzi; indi fu vestito in pub- 
blico con gli abiti da galeotto ed inviato al 
-suo destino. Per quanto sia umiliante la pena 
della degradazione per chi veste la divisa del- * 
l'onore, è pure un salutare esempio pei mi- 
litari felloni. 

I settarii si rincantucciarono un'altra volta, 
e congregandosi tra le tenebre , non manca*, 
reno di congiurare; ma per due anni furono 
prùdenti, non apparvero. 

Nel 1828, saliti al ministero di Francia in* 
dividui creduti liberali, quel popolo tumultuò; 
i settarii di Napoli vollero scimiottare i fra- 
telli francesi ; quindi si' mostrarono di bel 
nuovo in piazza, gridando : o Costituzióne di 
Francia o morte. Buffoni ! Essi aveano il co- 
raggio de' vili, abusando della clemenza del - 
re. Il 20 aprile di quell'anno, varii di essi 



_-46 — 

presero le armi* e si mostrarono ne' due Prin- 
cipati , scorazzando tra il Vallo ed il Cilento, 
I capi di quella ribellione erano Antonio Mi* 
gliorató, Antonio Galletta, l'avv. Teodosio da 
Dominicis, Vincenzo Riola„ il prete D iota juti, 
i fratelli Capozzoli di Monteforte , già fuor* 

, banditi , ed alla direzione di tutti trovavansi 
due reverendi, il can. Antonio de Luca, che 
fu deputato al Parlamento del 1820, e Carla 
de Celle, suo nipote, guardiano del convento 
de' Cappuccini di Matera , aderente un An* 
tonio Bianco colonnello del genio. 

.11 28 giugno* sorpresero il piccolo forte di 
Palinuro , ed avendo raccolto altra gente a- 
vida di subugli per far fortuna , volsero a 
Gammarota con bandiere tricolori, gridando ? 
à Costituzione di Francia o morte. In cinque 
giorni traversarono varii paesi, cioè Licosati, 
S. Giovanni in Piro , Bosco , Montano , Cuc~ 
curro ed altri piccoli paeselli e villaggi, per-* 
petrando vendette atroci e saccheggi al grido 
di viva la Costituzione e la libertà. In S. Gio- 
vanni in Piro fecero fuoco sulla popolazione 
inerme, perchè la stessa non rispose alle loro 
grida di viva e di morte; saccheggiarono le 
case del Parroco, del Sindaco e del Capo ur- 
bano'; acclamarono il paese del Bosco , per 
essere stati da que' paesani ben ricevuti e 
festeggiati. 

Il 2 di luglio , il real governo mandò una 
colonna di truppa contro que' forsennati, co- 
mandata dal maresciallo di campo Francesco 
Saverio del Garretto, il quale ebbe estesi pò* 

' teri f Costui nel 1820, da ufflziale superiore, 
avea fatto parte dello Stato Maggiore del ge- 



— 17 - 

aerale Guglielmo Pepe , e si era mostrata 
caldo carbonaro ; nel 1822 ottenne piena gra- 
zia dal re Ferdfnando I e fu promosso a co- 
lonnello, in seguito a brigadiere e marescial- 
lo. Mostravasi allora tutto regio, e dicea sem- 
pre , che desiderava una occasione per mo- 
strarlo co' fatti. Si vuole però che nell'ombra 
stringesse la mano agli antichi consQttarii ; 
promettendo a costoro aiutarli in una propizia 
"occasione , ma per allora era necessità che 
egli facesse la parte di realista. 

Del Garretto accettò * con piacere la mis- 
sione di punire, i sollevati del Vallo e del Ci- 
lento, che per soprappiù putivano di briganti; 
e per mondarsi dell'antica macchia *di carbo- 
naro „ usò modi atroci nel reprimere quella* 
gente in armi, la-quale per filtro si sciolse 
e fuggi al solo apparire delia soldatesca. Can- 
noneggiò il comune di Bosco , sol perchè a- 
veà' bene accolto i sediziosi ; nominò una 
Commissione militare per punire i rei prin- 
cipali , già arrestati ; de' quali furono con- 
dannati 27 a morte , presi con le armi alle 
mani, e cinque all'ergastolo. Tra' primi eravi 
il de Luca, il Celle, il de Dominicis, il Riola 
e Migliorato; costoro subirono l'estremo sup- 
plizio; gli altri ebbero commutata la pena in 
quella dell'ergastolo. 

Gallotti fuggì tra boschi e dirupi, e riparò 
in Francia, ove fu arrestato e consegnato al 
governo di Napoli; ebbe condanna di morte; 
ma il re gli fece grazia, e dopo un anno , fu 
reclamato dal governo rivoluzionario di Pari- 
gi , perchè condanato a sei anni di relega- 
zione. 

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— 48 — 

I fratelli Capozzoli fuggirono anch'essi nei 
boschi, donde furono snidati dalia gendarme- 
ria; ripararono prima in Toscana, poi in Cor- 
sica. Riusciti a ritornare a' patrii monti, con 
la speranza di continuare il brigantaggio, fu* 
rono arrestati in conflitto dalla forza pub- 
blica ; dopo strepitoso processo della fortu- 
nosa loco vita, ricca, di avventure e di episo- 
dio furono giustiziati in Salerno. 

Prima che io lo dicessi, gii i miei lettori 
hanno indovinato , che gl f impudenti settarii 
piagnucolarono e scrissero diatribe contro re 
Francesco I, non solo perchè soffocò sul na- 
scere una terribile ribellione mezzo brigan- 
tesca, ma perchè non fece grazia a iutt' i ri- 
belli del Vallo e del Cilento , non esclusi i 
ladri e sanguinaci fratelli Capozzoli. Il crede- 
reste ? Chiamarono tiranno sanguinario quel 
sovrano, anche perchè non fece grazia agli as- 
sassini dell'infelice ex-direttore di polizia Giam- 
pietro, che lasciò nove tra figli e figlie senza 
guida e senza fortuna; essi che approvarono 
i massacri di Manhes , e tutti gli assassinii 

Eerpetrati da' carbonari del 1820 e da' repub- 
licani del 1799 ! (1). 

I rivoluzionarii, io lo ripeto, perchè giova 
ridirlo, han la impudente pretensione che a 
loro soltanto è lecito massacrare i cittadini, . 
sia con le forme giuridiche o in qualunque 



(l) Di quest' ultimi granditomini e filantropi, 
basta rammentare il solo assassinio di Backer e com- 
pagni, perpetrato lo Castelnuovo , senza giudizio o 
scopo politico , e sotto gli occhi dei capi della re- 
pubblica ivi rifugiati. 

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■ — 19 — . 

-siasi modo , come spesso accade ; « che al 
. *olo sventolale del loro nefasto vessillo, i 
-sovrani dovrebbero darsi in lor balìa , itfani 
-e piedi legati per essere condotti al patibolo; 
altrimenti son proclamati tiranni e sangui- 
narti. Ogni anima Sensibile abborre V esecu- 
zioni capitali; ma, se son lecite, anzi da en- 
comiarsi , quando ne fanno abuso i settarii al 
potere , perchè son poi tiranniche e peggio, 
quando i monarchi le. permettono con tutte 
le forme della legge per preservare la -so* 

^ cìetk da tanti mali ? Se Francesco 1° non si 
*fosse mostrato clemente nella prima som- 
amossa del 1826, ma invece avesse dato libero 
scorso" alla giustizia punitiva, forse -nei 1828 f 
ribelli del Vallo del Cilento avrebbero riflet- 
tuto seriamente prima di ricominciare a far 
nuov^ pazzie; né sarebbe accaduta la distru- 
zione di due paesi, la morte e la perdita della 
«libertà di tanti cittadini. I rivoluzionari! di 
mestiere, in cambio di gridare l)ivà e morte, 
-di mettere ih subuglio due province; moschet- 
tare i pacifici abitanti di S. Giovanni in Piro, " 
saccheggiar case di parrochi , sindaci e capi 
urbatìi,' avrebbero pensato alla propria pelle. 
Però la quasi certezza .della grazia sovrana,* 

• in tutti i casi a loro contrarli , fu la princi- 
pale spinta a farli ribellare braveggiando coi 
-deboli. 

La clemenza de' sovrani è Y immagine di 

• -quella infinita di Dio; ma quelli l'usano spes- 
so a sproposito e riesce fatale al popolo in- 
nocente; col far grazia a pochi malvagi non 
Ȉi raro sacrificano una intiera nazione. Chec- 
ché si dica in contrario, Francesco* 1° di Bor- 



— 20 — • 

bone fu un uomo pio, un re ciemente»e se per- 
mise cke pochi settarii subissero 1' estrema 
supplizio, è da supporsi che sia stato costretto 
dalla ragion di Stato, che Y abbia sofferto pel 
bene de' suoi popoli , ma sempre con dolore 
dell' animo .suo, inchinevole alla pietà e alla 
.clemenza. 



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CAPITOLO nr 

, . SOMMÀRIO 

Francesco I, protezionista. Lanificio del cav. Sava. 
Quel Sovrano promulga buone leggi, "migliora l'am- 
ministrazione dello Stato e dà maggiore incremen- 
to al commercio e alP agricoltura. Intraprende e 
compie varie opere pubbliche, tra le altre il palaz- 
zo delle finanze. Istituisce un ordine cavalleresco , 
dandogli il proprio nome. Viaggia in Ispagna.il Bey 
•di Algieri in Napoli. Morte di Francesco I,. Altre 
accuse contro lo stesso. Morte di uomini illustri. 
Bibliografia. . 

Fsanceeco \° di Borbone fu.un re, come oggi- 
si direbbe, eminentemente protezionista, cioè 
quali dovrebbero essere tutti i sovrani, veri 
patrioti, che amano il benessere de' loro po- 
poli. Egli, per quanto i tempi e le circostanze 
gliele ebbero comportato , protesse le fab- 
briche nazionali; e nelle esposizioni biennali 
promise laudi «e premii a tutti coloro che a- 
vessero presentato le migliori manifatture in- 
digene. Proibì alcuni generi esteri, e stabili, 
un marchio per quelli nazionali, onde' distin- 
guersi dagli stranieri. La grande ed utilissi- 
ma opera che incoraggiò e protesse fu la fab- 
brica de' panni del Regno , impiantata , nel 
4825 dal cav. Raffaele Sava*, neir abolito con- 
vento di S. Caterina a Formello, presso Porta 



^- 22 — 

Capuana. Quel lanificio» merco le cure e l'in- 
telligenza del Sava, giunse ad emulare i mi- 
gliori castori delle più rinomate fabbriche di- 
Europa; tanto che questo Regno non avea più* ' 
bisogno di pattini esteri: oltre di che con quel- 
la estesa industria viveano migliaia di fami— 
glie, che oggi languiscono nella miseria e- 
nel!' abbandono. 
- Tanti servi di pena, che faticavano in quel? 
lanificio, Tendevano utili le loro braccia alla 
società , si moralizzavano , apprendeano un> 
mestiere ; e' quando era loro ridonata la li- 
bertà , si trovavano operai , e con un pecu- 
li etto sufficiente a far fronte a* primi bisogni 
dell'impianto di una onesta casa. Quando il 
cav. Sava , incaricato dal re , facea de* rap- 
porti sulla buona condotta, intelligenza ed as- 
siduità al lavoro di qua* condannati , costoro 
ricevevano premii e minoranza di pena, Son 
queste le opere più meritevoli "di un sovrano, 
cioè riabilitare T uomo che fu colpévole eoa 
istendergli la mano soccorritrice, sollevandolo 
dallo stato abbietto in cui era caduto , e ri- 
donarlo purificato ed utile a quella società 
che i'avea respinto dal suo seno. 

Il lanificio del cav. Sava arrecava bene ad 
ogni sorta di lavoranti; forniva castori a prezzi 
mitissimi e di ottima qualità ; li forniva e- 
ziandio a tutto l'esercito napoletano, con una 
economia che oggi sembra favolosa. Ebbene, 
quella fabbrica, che potea dirsi orgoglio na- 
zionale , subì la sorte di tutte le* utili indu- 
strie di questo Regno. Essa cadde , ed oggi 
non rimane della stessa, che una storica ri- 
membranza e tante famiglie impoverite. Non 

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— 23 — 

par Vero, eh e. un governo, sedicente ripara* 
tore, abbia fatto di tutto per annientare quel 
lanificio, anche rifiutando le utili offerte del 
Sava , per agevolare gli altri nel!' alta Italia, 
arrecando danni non lievi a queste nostre prò- - 
vince ! 

Le buone leggi ed opportune sono un se- 
gno non dubbio del progresso de' popoli e 
del buon governo ; Francesco I ne pubblicò 
molte, che riguardavano la finanza e la pub- 
blica amministrazione, ravvivando le civili i- 
stituzioni , il commercio e 1' agricoltura. De- 
terminò le contribuzioni fondiarie, organizzò 
la tesoreria generale di Napoli e di Sicilia , 
istituì una Commissione pel debito pubblico, 
preseduta dal ministro delle finanze, per ve- 
rificare- in ogni semestre Ja quantità della, 
rendita acquistata dal governo, avendo fissata » 
l'ammortizzazione annuale dell'uno per cento; 
fondò una cassa di risparmiò eoi capitale di 
centocinquantamila ducati e pubblicò leggi 
severissime contro gli usurai ed i monopoli- 
sti. Le dogane erano un caos, e per mettervi 
ordine, fece organizzare la direzione de' dazii 
indiretti; allo scopo d'impedire i controbandi, 
ordinò che si costruisse un muro di cinta ,' 
dstfla parte esterna di Napoli, detto finanziere . 
Decretò opportune modifiche* circa la trascri- 
zione ne' registri della Conservazione delle 
ipoteche, e portò saggi miglioramenti in varii 
articoli, delle leggi civili e penali. Con una 
legge detta organica, pubblicata il 15 novem- 
bre 1828 , die le opportune norme al potere 
giudiziario; e -tra le altre cose toglieva molti 
abusi curialeschi vessatorii pe' litiganti. . 

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— 24 — 

Francesco 1°, prevedendo la prevaricazione 
de' suoi discendenti, con decreto del 2 aprile 
1829 , ordinava , che il sovrano esercitasse 
sulle persone della real famiglia tutta Fauto- 
• rità. necessaria a serbare lo splendore della 
dinastia. Perciò tutti -coloro che vi apparte- 
nevano, volendo contrarre nozze, in. qualun- 
que età , doveano ottenere il regio assenso, 
in caso contrario il matrimonio non avrebbe 
prodotto effetti civili; lo stesso assenso richie- 
devasi per ipotecare o vendere i Joro beni. 

11 commercio fu incoraggiato in varii modi; 
nel 1826, si pubblicò una nuova legge per la 
navigazione commerciale ; s' istituirono tre 
società , una detta partenopea , Y altra frut- 
tuaria , la terza di assicurazioni diverse , e 
. con una cassa di risparanii. Inoltre a' impian- 
% tarono altre tre società pe' rischi marittimi, 
Tina residente in Sorrento, due in Napoli, e 
badate, che le società commercianti di allora 
erano di profitto e di. guarentigia al commer- 
cio, perchè sorvegliate scrupolosamente dal 
governo; e quindi non si vedevano que' con- 
tinui -rovesci , che oggi non sono altro che 
turpi speculazioni. 

II re , nel 1827 , conchiuse un trattato di 
commercio con la Porta ottomana ; in forza 
del quale le navi di questo Regno póteano 
navigare liberamente nel Mar Nero, con ca- 
rico di qualunque merce, e ritornar cariche 
de' prodotti della Russia e dell' Asia. 

Circa T agricoltura si «pubblicarono buone 

* ed incoraggianti leggi forestali. Con decreto 

del 6 settembre 1826, si ordinò la reintegra 

de' così detti Trattori di Puglia; perlocchè si 

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— 25 — 

rianimò la coltura in quelle terre feraci. Si 
istituì una cassa rurale , detta delle Due Si- 
àUe, ed una Banca frumentaria^ per dare i 
mezzi ed il grano per la semina a' coloni po- 
veri. 
■ Francesco 1° salì al trono quando il Regno 
avea già subite tante disgrazie e rovesci in 
grazia sempre de' rivoluzionarii, ossia de' re- 
dentari de' popoli ; quindi trovò 1* erario po- 
vero; dovendo far fronte a tanti bisogni stra- 
ordinarii, tra gli altri quello di pagar 1' occu- 
pazione tedesca, che costava moltissimo, sic- 
ché fa costretto imporre nuovi dazii. Uno trai 
quali nacque pigmeo e poi si fece gigante, 
intendo del dazio sul macinato, che fu imposto 
iir maggio del 1827. Allora si pagava grana 
sei (1) per ogni cantaio di grano, oggi è dive- 
nuto la disperazione della povera gente; perchè 
i Mberali, dopo che gridarono e scrissero tanto 
contro quel dazio, quando ghermirono il po- 
tere, lo resero gravosissimo e vessatorio, in- 
ventando contatori e pesatori meccanici : e 
se fiatate, guai a voi; tra tanti fatti, ricorda- 
tevi gli arresti e le schioppettate di S. Don- 
nino nel Bolognese a causa del macinato. 

Ad onta delle strettezze della finanza dello 
Stato , varie opere pubbliche si fecero sotto 
il Regno di Francesco I. Claudio imperatore 
romano , per rendere fertili i luoghi coperti 
dal lago Fucino, si argomentò intraprendere 
un'opera grandiosa, e veramente romana, con 
fare eseguire un traforo a pie del monte Sil- 
vano , alla profondità di cinquecento palmi , 



(1) Meno di 26 centesimi a cantalo I 

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— 26 — 

per dare scolo alle acque di quel lago. Fino 
a* tempi degl'imperatori Trajana ed Adriano,, 
si sa che quell'emissario funzionava regolar- 
mente ; ma dopo le invasioni barbariche in 
Italia, non vi si apprestarono più le cure ne- 
cessarie, e quindi il lago ritornò al pristina 
suo stato , cagionando danni incalcolabili e 
specialmente nel 1786. Da allora Ferdinan- 
do IY ordinò i lavori di prosciugazione con 
macchine idrauliche e la restaurazione del- 
l'antiche fabbriche deli' emissario ; però so- 
pravvenute le rivoluzioni impedirono a quel 
sovrano di compiere 1' opera cominciata. Nel 
1826, Francesco I incaricò il direttore gene» 
rale di ponti e strade di prosciugare il lago 
Fucino ; e questi ne cominciò la non facile 
opera, gettando le acque nel fiume Liri. Con- 
temporaneamente si pensò a guarentire gli 
avanzi del celebre teatro Campano, una delle 
più ammirevoli opere delle antichità romane. 
Quello stesso anno fu prosciugato il pestifera 
lago di S. Giorgio presso la città di Taranto, 
tanto esiziale alla salute degli abitanti di quei 
dintorni. 

In Napoli, al di là dei ponte della Madda- 
lena* si eresse un altro ponte, detto de' Gigli 
della Dogana, con disegno, dell'architetto Co- 
Iella ; ivi venne costruito un canale che im- 
mette nel mare le acque di Somma. La più 
hella ed importante opera pubblica, che si 
compì sotto il Regno di Francesco I di Bor- 
bone, si è il palazzo delle finanze di Napoli, 
.oggi detto del Municipio. 

Ai tempi del viceré, Pietro Toledo, nel 1540, 
i napoletani pii e devoti, fabbricarono la Chie- 

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— 27 — 

sa di S. Giacomo» ed uno spedale sotto il ti- 
tolo di questo. Santo , e col disegno del ce- 
lebre architetto Manlio; in seguito fu aggiun- 
to il Banco detto di S. Giacomo e Vittorio. 
Quando Ferdinando IV ritornò da Sicilia» non 
trovava un palazzo adattato per riunire le va- 
rie Segreterie di Stato e le moltiplici am- 
ministrazioni, già accresciute nel débennio 
da' re francesi. Perlocchè il cav. de Medici 
gli propose la fabbrica di un palazzo ad hoc, 
e fa scelto il locale di S. Giacomo, da esten- 
dersi fino a Toledo , ove trovavasi il mona- 
stero della Concezione; il quale anzi che ab- 
bellire la strada principale di questa città, la 
rendea irregolare. Fu allora che s'intraprese 
la fabbrica di quel magnifico palazzo, che oggi 
ammiriamo con tanto piacere, e fu compiuta 
da Francesco I. 

Il palazzo delle finanze — e perchè non e* 
sistono più finanze sotto il governo de' reden- 
tori — oggi è detto del Municipio, è quadrila- 
tero, occupa duecentoquindicimila palmi qua- 
drati, ha ottocento stanze e quaranta corridoi» 
lì vestibolo è decorato delle statue marmoree 
di Ruggiero I il Normanno, di Federico II di 
Svevia, di Ferdinando I di Borbone e di Fran- 
cesco I di Napoli. In quel palazzo fu impian- 
tata la Borsa de* cambii in una vasta sala ; 
nella quale si ammira la statua marmorea di 
Flavio Gioja di Amalfi, inventore della Bus- 
sola nautica, e gloria di queste belle con- 
trade italiane. 

Varie strade rotabili si costruirono dal 1825 
al 1830; fu compiuta quella che da Lagonegro 
corre fino a Reggio, già cominciata nel 1820» 

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— 28 — 

e si die principio all'altra che da Caserta 
mena a Benevento; si costruì quella che da 
Maddaloni conduce all'Epitaffio della Schiava, 
ed una quarta se né fece da Torricella' a 
Caianiello , con una traversa tra Piedimonte 
e Caserta. 

Gli scavi di Pompei furono ripresi con molta 
alacrità; e quelli dell'antica Pesto vennero e- 
stesi ad altri terreni ivi comprati dal go- 
verno. 

In Palermo si fondò un Orfanotrofio delle 
proietto adulte, uno de' migliori che ha l'I- 
talia, ed in Napoli si ripristinò l'importante 
Ospedale di S. Giovanni di Dio sopra Mira- 
dois, detto della Pacella. Furono eretti nella 
Villa reale due monumenti, uno a Torquato 
Tasso, l'altro a Virgilio. In Foggia si eresse 
un teatro corrispondente alla popolazione di 
quella città, ed una Casina per abitazione dei 
reali principi, nel boschetto di Gapodimonte, 
rimpetto la Reggia. 

Francesco I, nel 1829, con decreto del 28 
settembre, istituì un ordine cavalleresco, dan- 
dogli il proprio nome , destinato a compen- m 
sare il merito civile ed eccitare lo zelo nel-* 
r esercizio delle diverse cariche ecclesiasti- 
che, civili e militari, come pure per incorag- 
giare la coltura delle scienze e delle belle 
arti. Il re era il gran maestro di quell'ordi- 
ne, e vi erano cinque graduazioni, cioè gran- 
croci, commendatori, cavalieri di l a e 2 a clas- 
se, e medaglie di oro e di argento. Con de- 
creto della stessa data quel (sovrano modificò 
sullo stesso modello di graduazione l'altro or- 
dine di &. Giorgio la Riunione. 

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— 29 — 

Neil* anno 1829 la corte fu allietata per le 
nozze di Maria Cristina , prima figlia del re 
Francesco, col re di Spagna Ferdinando VII. 
La domanda della real principessa fu fatta 
con tutte le forme della magnificenza spa- 
gnuola, e del pari fu ricevuta. Il re volle ac- 
compagnar la figlia a Madrid ; per la qual 
cosa , con decreto del 29 settembre nominò 
vicario generale del Regno , durante la sua 
assenza, il principe ereditario; il di seguente 
partì per la volta di Spagna accompagnato 
dalla regina, dal piccolo principe reale Don 
Francesco di Paola conte di Trapani , e se- 
guito da varii personaggi di corte, tra' quali 
"il cav. de Medici : il principe ereditario lo 
accompagnò fino al confine. Gli augusti viag- 
giatori passarono da Roma, ove furono bene 
accolti dal Papa ; proseguirono il viaggio per 
Firenze, Torino, Grenoble, Avignone, Valenza 
e Barcellona, dovunque bene accolti e festeg- 
giati; il 9 dicembre si fermarono ad Aranjuez, 
ove la reale sposa fu ricevuta da D. Carlos 
fratello del re. L' 11 dello stesso mese , la 
futura regina di Spagna fece la sua entrata 
trionfale in Madrid, accompagnata sempre dai 
suoi genitori. Il matrimonio, tra quella prin- 
cipessa e il re di Spagna, si celebrò la sera 
stessa all' Escuriale; seguirono splendide fe- 
ste nella capitale ed in tutto Y iberico Regnò. 

Il 28 marzo 1830, il re con tutto il suo se- 
guito partì da Madrid per far ritorno ne' suoi 
dominii, facendo la via di Parigi, ove giunse 
il 14 maggio , e fu ricevuto con grandi ono- 
ranze dal re Carlo X. Il cognato Luigi Filippo 
d' Orleans, che tutto avea preparato per de- 

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- 30 — 

ironizzare il suo parente e sovrano , onde 
farsi egli re de' francesi , volle dargli una 
gran festa di ballo, ove, contro ogni uso, in- 
tervenne anche la borghesia francese. Fran- 
cesco 1° disse al cognato: è questa una betta 
festa; — Si, Sire, gli rispose il ministro Sal- 
vandy, è una festa napoletana, si balla sopra 
i vulcani ! 

Il 1° giugno, gli augusti viaggiatori lascia- 
rono Parigi e per la via di Torino e Geno- 
va, ove s' imbarcarono, fecero ritorno a Na- 
poli il 30 di quel mese , e si recarono al 
Duomo in forma pubblica , per ringraziare 
Iddio di aver loro concesso un felice viaggio. 

Al ritorno del re furono cambiati tre mi- 
nistri, cioè il tenentegenerale Giovambattista 
Fardella fu nominato ministro della guerra e 
marina, in cambio del principe della Scalet- 
ta, destinato capitano delle reali guardie dfel 
corpo; Camillo Garopreso fu eletto ministro 
delle finanze in luogo del cav. Luigi de Me- 
dici morto in Madrid; ed Antonio Statella, 
principe di Gassaro, ebbe il portafoglio de- 
gli esteri. 

Un fatto degno di essere ricordato ed en- 
comiato da' popoli civili accadde nel 1830; 
per uno schiaffo, che il feroce Bey di Alge- 
ria si permise di dare al console francese 
residente colà, la Francia organizzò una spe- 
dizione militare , la quale sottomise quella 
barbara Reggenza. La gloriosa bandiera bian- 
ca decorata de' sempiterni gigli , il 3 luglio 
di queir anno , fu piantata, sopra i baluardi 
della città di Algieri; ed il feroce Bey, Hus- 
seim pascià, "terrore de'cristiani, fu fatto pri- 

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— 31 — 

giofriero e condotto sai vascello ammiraglio 
della Francia. Così quella valorosa nazione 
-vendicò l' insulto , e d' allora cominciò ad 
aver fine quella vergogna di tanti secoli, non 
escluso il XIX, che pure sofferse 1' esistenza 
di un potere pirata, tollerato dall' Europa ci- 
vile, e protetto da una nazione liberale, tanto 
amata ed encomiata da rivoluzionarli , l' In- 
ghilterra. 

'Husseim Pascià, ex Bey di Algieri fu Con- 
dotto a Napoli sulla fregata francese Giovati" 
na d* Arco , e sbarcò all' Immacolatella , in 
mezzo ad una gran folla di curiosi; tra'quali 
riconobbe un- napoletano, suo antico schiavo, 
e lo scelse per in ter pe tre. Era accompagnato 
da suo genero , già comandante in capo del- 
l' armata algerina , e da quattro barbassori, 
conducendo seco .cinquants^quattro donne, la 
più parte negre, del suo Harem, Quello jrtesso 
giorno fu condotto, dal console francese, al- 
l' albergo delia Vittoria presso la Villa reale 
di Ghiaia, e colà presero stanza tutte quelle 
donne; le quali, per ordine dell' ex Bey, fu- 
rono chiuse in alcune camere , e messe ai 
balconi strette gelosie: però il giorno seguente 
uscirono accompagnate da venti turchi, sozzi 
•e sconciamente abbigliati. 

Husseim Pascià si faceva veder poco, una 
sola volta si recò al teatro S. Carlo; dal re 
si ebbe molti favori , ad onta del male che 
avék fatto a questo Regno. Volle però riti- 
rarsi in Portici, nella Villa di Latiano, forse 
per isfuggire alla indiscreta curiosità de'napo- 
letani. Dimorò colà fino al 7 ottobre , indi 



y Google 



— 32 — 

parti per Livorno , conducendo seco tutto il 
suo Harem. 

Nel principio del 1830 , la salute del re* 
già poco florida, cominciò a decadere sempre 
più; nel mese di agosto, trovandosi in Qui- 
sisana , fu assalito dalla gotta , male che la 
travagliava spesso; ma quest* ultima volta fa 
minacciato nelle parti vitali, perlocchè venne 
trasportato subito a Napoli. Quel morbo lo 
assalì con più violenta il 5 novembre, ed ri 
pio sofferente volle ricevere, i conforti della 
nostra santa religione. Quello stesso giorno, 
alle tre e mezzo pomeridiane , mori in età 
di anni 53 , mesi 2 e giorni 19. Prima che 
spirasse, volle vicino a sé la moglie e tutti i 
figli; esortolli all' amore vicendevole e al ri* 
spetto verso il di lui successore , che bene- 
disse il primo. 
Il cadavere di Francesco I fu vestito dell'abita 
di gran* maestro dell'ordine di„S. Gennaro*, 
ed esposto nelìa sala de' viceré. Gli si fecero 
gli stessi funerali che al suo augusto genitore, 
già accennati nel capitolo XXXIV: l'orazione 
funebre fu recitata da monsignor Angelo Scot- 
ti, precettore de' reali principi. La real fa- 
miglia si ritirò in Portici; venne ordinato un 
lutto di sei mesi pel Regno e la chiusura dei 
teatri fino atta tumulazione delle spoglie mor- 
tali dei re. 

Francesco I di Borbone fu un re istruita 
e religioso , caritatevole e senz'ambizione; 
egli vivéa in mezzo a' suoi figli in modo pa- 
triarcale. Salì al trono in tempi assai diffi- 
cili , nonpertanto fece quel bene che le cir- 
costanze ed i settarii gli permisero : in sei 

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— 33 — 

anni che regnò, la popolazione delle Due Si- 
cilie si accrebbe di circa un milione di abi- 
tanti. 

Gli scrittori rivoluzionarii, che per sistema 
criticano e calunniano i re , e con particola- 
rità i Borboni , non tralasciano di scagliare 
accuse contro Francesco I di Napoli. Già ho 
detto nel precedente capitolo, che si dichiarò 
tiranno perchè quel sovrano non impedì l'e- 
secuzione capitale di pochi sèttarii e malfat- 
tori. Lo dissero anche maestro nella finzione; 
ed io dico, che quest'accusa de' suoi nemici 
é un bello elogio per lui ; perchè dimostra 
che non trovandolo colpevole, ricorsero a ca- 
lunniare l'interno di quell'uomo, che al solo 
Dio era dato conoscere. Lo criticano dicendo 
che poco si curò dell' esercito nazionale ; ed 
in verità , mi sembra che in ciò non abbia 
avuto torto. Egli , che avea fatto esperienza 
come quell'esercito, organizzato con tante cure 
e spese, la maggior parte invece di essere il 
propugnacolo del trono e dell'ordine pubbli- 
co, erasi unito alla setta per mettere a soq- 
quadro la dinastia e il regno, potea mai pre- 
diligerlo? Dei resto, il breve Regno di Fran- 
cesco I fu un tempo di prova per 1' esercito 
nazionale ; il successore di lui prodigalizzò 
immense cure è denaro per organizzarlo e 
dargli benessere ed indirizzo veramente mi- 
litare; come poi fu rimeritato il figlio di lui, 
da' capi dello stesso , si sa da tutti coloro 
che non ignorano i fatti del 1860. Gridano i 
sèttarii contro .quel principe perchè lasciò 
4' erario esausto e perchè impose altri dazii; 
-eglino, causa prima di quelle- sventure nazio- 

ie 



ib^Googie 



— 34 — 

«ali, incolpano la stessa loro vittima! Vanno 
sulle furie perchè quel sovrano era religioso,, 
dichiarandolo ipocrita , bacchettone e bacia* 
sariti. Vedete, lettori miei , i liberali ci pre- 
dicano sempre la libertà di coscienza, e poi 
neppure la vogliono rispettare nelle convin- 
zioni religiose de' sovrani, ma pretendono che 
i medesimi se ne andassero con loro a casa* 
del diavolo 1 

Gli scrittori seltarii altre simili accuse scio- 
rinano contro quel sovrano, tutte sciocche ed- 
impudenti: ma quella che più mettono in ri- 
lievo si è nel dire, che il re Francesco e la 
regina Isabella, il primo avea un cameriere- 
favorito, certo Michelangelo Viglia, la seconda 
una camerista, una tal de Simone, che occu- 
pavansi di vendere impieghi. Io non mi vo- 
glio prender la pena di ribattere o dì mette» 
re in dubbio quest* altra accusa, ma dico sol- 
tanto , che spesso un marito sfaccendato , iV 
quale sta sempre accanto alla sua diletta me- 
tà, crede costei fedelissima, mentre in fatto* 
il povero uomo è ingannato; or come si può 
.pretender poi che un sovrano potesse cono- 
scere gì' intrighi de' suoi camerieri ? Nessu- 
no scrittore, spudorato che fosse, ha mai o- 
sato asserire che i lucri del Viglia e della 
de Simone fossero divisi co' padroni; dunque 
per qual ragione costoro permetteano quel 
mercimonio? Conchiudo piuttosto col dire 
che fossero stati ingannati ; ed è questa la 
Sorte di tutti i sovrani. Noi intanto , lettori 
miei, non tralasceremo di pnegare Iddio, pei 
bene della società, di permettere che soltan- 

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— 35 — » 

to i camerieri e le cameriste ingannassero i 
re e le regine. 

Parecchi distinti personaggi cessarono di 
vivere dal 1825 al 1830: nominerò i più ri- 
nomati, dappoiché è assai confortante in tan- 
ta corruzione di tempi, ricordare quegli uo- 
mini che fecero onore alla patria con la loro 
dottrina o con la fedeltà al trono. Nel 1825, 
mori in Napoli il colonnello Giuseppe Poli 
di Molfetta, di anni 94, illustre naturalista e 
numismatico, già precettore de' reali princi- 
pi, ed il capitano Giovanni Bausan , di anni 
57, quello stesso, che sotto il regno di Mu- 
rat, danneggiò la flotta inglese nel golfo di 
Napoli. Nel 18.26, morirono la duchessa di 
Floridia vedova di 'Ferdinando 1°, Giovanni 
Danero, il Nestore della* marina napoletana: 
.egli visse- anni 101, fu cadetto sotto Filippa 
V, fatto guardia marina da Carlo IH di Bor- 
bone , e capitan generale nel 1815. Inoltre 
furono tolti a' viventi il celebre astronomo 
teatino Padre Giuseppe Piazzi, direttore dei 
reali osservatorii di Napoli e di Palermo, ed 
il marchese Circello tenentegenerale e più 
volte presidente de* ministri. Nel 1827, ces- 
sò di vivere , di anni 80 , il celebre cardi- 
nale Fabrizio Ruffo di Bagnara , consigliere 
di Stato e conduttore dell' armata cristiano^ 
al riacquisto del Regno di Napoli nel 1799. 
Nel 1828, morirono 1' ab. Galiani dì Chieti , 
economista e lette rato, il conte Zurlo Bar anel- 
lo, più volte ministro di Stato, e Gaetano Lo 
Re di Naso» strenuo giureconsulto; nel 1829, 
Francesco Lauda di Monte pel uso , giurecon- 
sulto ed_esimio oratore , e Giulio Visconti 

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— 36- 

compositore di musica ; nel 1830 , il 'cardi- 
imi Gravina arcivescovo di Palermo , ed il 
cardinal Giuseppe Firrao grande elemosi- 
niere del re. Quello stesso anno il cav. Lui- * 
gi de Medici , insigne per talenti e fedeltà 
verso il suo sovrano , morì in Madrid il 25 
.gennaio, di anni 71 ; il suo cadavere fu tra- 
sportato a Napoli , ed esposto nella chiesa di 
S. Maria degli Angeli, indi deposto nella se- 
poltura gentilizia in Ottaiano. 

Il 9 febbraio 18-29 morì in Roma il Sommo 
Pontefice Leone XII, che era nato il 2 luglio 1760 
in Gerga, piccolo villaggio della Marca, e fatto 
cardinale ne*l 1820; governò la Chiesa per 5 
anni, quattro mesi e giorni 13, visse anni 68. 
Fu zelante e fermo sostenitore delta disci- 
plina ecclesiastica , ed era ornato di molte 
virtù. In Napoli si celebrarono i suoi fune- 
rali nella Cappella Palatina, con l'intervento 
del re e della real famiglia. 

Il 24 marzo si apiì il Conclave in Roma , 
v'intervennero 48 cardinali, e fu eletto Papa, 
con 47 voti il cardinal Francesco Saverio 
Castiglioni di Cingoli , che prese il nome di 
Pio Vili. Questo Papa governò poco la Chie- 
sa di Gesù Cristo; morì il 30 novembre 1830. 
Il 14 dicembre si aprì di nuovo il Conclave 
in Roma , con 35 cardinali , e il 2 febbraio 
4831 fu eletto Papa il cardinal Mauro Cap- 
pellari di Belluno dall'Ordine. Camaldolense, 
che prese il nome di Gregorio XVI. 

BIBLIOGRAFIA 

Ecco le principali opere che si pubblica- 
rono in questo Regno dal 1825 al 1830. Nel 

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- 37 — 

1825, Catalogo cronologico delle antiche scrit~ 
ture del Regno, Real Museo Borbonico f Gat~ 
Uria dei Vasi ed Officina dei Papiri del ean. 
Andrea de Jorio ; Istituzione di dritto civile 
napoletano di Pasquale Liberatore. Nel 1826, 
Flora napoletana e Cenno sulla coltivazione 
del riso del cav. Michele Tenore Nel 1826, Os- 
servazioni politico-filosofiche sulla legislazione 
civile e. penale di Gioacchino Olivier-Poli, a 
V Osservatore medico, giornale di Pietro Mar 
gliari. In quello stesso anno , il capitano I» 
gnesti, direttore dell'armeria del re, inventò 
il fucile a percussione. Nel 1828, Dritto ec- 
clesiastico à\ Luigi Giambellari, ed Istitutio- 
nes theologiae dogmaticae dell'ab. Gaetano de 
Fulgore. Nel 1829, Istituzioni di etica, di di- 
ritto di natura e delle genti di Crescenzio Sa- 
varese; Decisione de casi di coscienza e del 
dritto canonico del P. Faustino Scarpazza, e 
del Sistema metrico che meglio conviene al 
Regno di Napoli di Ferdinando Visconti.Nel 
1830, Istitutiones canonicae di Giovanni De* 
voti , ed Elementi di fisica generale dell'ab» 
Domenico Scinà. 

Un portento si ammirò in Palermo , nel 
1829: un fanciullo di anni sei e sei mesi per 
nome Vincenzo Zucchero, nato in Cefalù, fi* 
glio di un maestro di musica » eseguiva cal- 
coli numerici di qualunque specie, e con la 
massima facilità e speditezza. Quando gli si 
proponeva il quesito a voce , egli altro non 
facea che passarsi la man destra sulla fronte 
e rispondere, risolvendo il medesimo quesito. 
Condotto a Napoli, si racconta che Ferdinan- 
do II, allora principe ereditario , gli avesse 

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— 38 — 

detto quanti anni egli avea , con la proposta 
• di ridurli subito a mesi, giorni, ore è minu- 
ti; la risposta non si fece attendere. Però il 
principe avendogli fatto osservare che avea 
indicato delle cifre di più, il fanciullo Zuc- 
chero ardito gli replicò: ma cantaste gli anni 
bisestili? in effetti avea ragione! Ebbe una ge- 
nerosa pensione dall' erède del trono per es- 
sere bene istruito nelle matematiche. 



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CAPITOLO III. 

RECISO DI FERDINANDO II. 

SOMMARIO 

Ferdinando li , salendo .al trono , esordisce con 
mna benevola proclamazione. Riordina il mioistero e 
la Corte. Rinunzia ad una parte della sua lista ci- 
vile e di quella della real famiglia. Abolisce alcu- 
ni dazii, ed ordioa di farsi economie. I rivoluziona- 
rii non sono contenti. Grazie sovrane. Si comincia 
la riorganizzazione delPesercito. Ministro lotooti. No- 
vello mioistero. II re visita varie province. Rivolu- 
zioni in Italia e congiure in questo Regno. Devasta- 
zioni naturali e provvidenze sovrane. Si continua a 
riorganizzare V esercito. Si provvede al commercio. 
Opere pubbliche e di beneficenza. Si migliora Pagri- 
coltura. Visite di sovrani esteri, e matrimonii in Corte. 

Appena morto Francesco 1°, il suo succes- 
sore spedì a Palermo il marchese tenentege- 
rale Vito Nunziante, in qualità di luogotenente 
generale interino della Sicilia. Si disse e si 
stampò allora da varii autori , che la regina 
Isabella, prediligendo il secondogenito Carlo 
principe di Capua , avesse lavorato per farlo 
proclamare re di queir Isola , connivente il 
marchese Pietro Ugo delle Favare , ricco e 
di nobile famiglia, allora luogotenente del re 

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— 40 — 

nella medesima Sicilia; veramente i fatti av- 
venuti in Francia, in quello stesso tempo, av- 
valoravano i sospetti. Il certo si è che il Nun- 
ziante parti in fretta da Napoli, e sbarcò ir* 
Ustica, isoletta 40 miglia al nord di Palermo;, 
direttosi al posto della doganaj, senza dire 
il suo nome, chiese una stanza separata. Fi* 
però conosciuto dal capoposto Francesco Sa- 
velli calabrese , il quale gli apprestò tutto il 
bisognevole per iscrivere; egli assicurava poi 
che il Nunziante avea varii fogli in bianca 
firmati dal successore di Francesco 1°. Dopa 
poche ore che dimorò in Ustica, quel tenen- 
tegenerale partì per Palermo , ove giunse di 
notte , e trovò il luogotenente che dormiva. 
Si assicura che 1' avesse fatto svegliare , e 
presentatosi nella camera da letto gii avesse 
detto: « Eccellentissimo, sono apportatore di 
u tre notizie, due dispiacevoli, una faustissi- 
« ma: la prima che è morto il nostro augu- 
« sto sovrano Francesco 1°, la seconda fau- 
« stissima che è 1* inalzamento al trono del 
« legittimo successore di lui, la terza dispia- 
« cento per V, E. perchè ho l'ordine di ar- . 
« restarla. » Fatti palesi i suoi poteri di al- 
ter-ego , revocò dal comando delle armi di 
Sicilia il generale Tschudy , e proclamò il 
nuovo sovrano prima che si fosse conosciuta 
la morte dell' antecessore. In seguito, il real 
principe don Leopoldo conte di Siracusa fi* 
destinato luogotenente generale della Sicilia» 
Il principe ereditario Ferdinando , salendo- 
ai trono de' padri suoi, per dritto di succes- 
sione , si titolò secondo del suo nome , cioè 
Ferdinando H re del Regno delle Due Si- 

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— 41 — 

cilie ecc. Egli esordì con un proclama che 
recò gran contento in tutte le classi de 9 cit- 
tadini: riproduco qui i principali brani dello 
stesso : « Convinti intimamente , egli dicea , 
» de' disegni di Dio sopra di Noi, e risoluti 
«di adempirli, rivolgeremo tutte le nostre 
« attenzioni a* bisogni principali dello Slato, 
« e de* nostri amatissimi sudditi ; e faremo 
u tutti gli sforzi per rimarginare quelle pia» 
u ghe che già da più anni affliggono questo 
« Regno. In primo luogo , essendo convinti 
« che la nostra Santa Cattolica Religione è 
« la fonte principale della felicità de' Regni 
<« e de* popoli, perciò la prima principale no- 
« stra cura sarà quella di conservarla e so* 
« stenerla, in tutti i nostri Stati, e di procu- 
« rare con lutti i mezzi l'esatta osservanza dei 
« divini precetti — In secondo luogo , non 
« potendo esservi nel mondo alcuna bene or- 
« dinata società senza una retta ed impar- 
« ziale amministrazione della giustizia , così 
« sarà questa il secondo scopo al quale rivoì- 
« gè remo le nostre più attente sollecitudini; 
« Noi vogliamo che i nostri tribunali siano 
« tanti santuarii, i quali non debbono essere 
« mai profanati dagl'intrighi, dalle protezione 
« ingiuste, né da qualunque umano riguardo 
« o interesse. Agli occhi della legge tutti i 
« nostri sudditi sono uguali; e procureremo 
« che a tutti sia resa imparziale giustizia. 

« Circa le finanze, Noi non ignoriamo es* 
« servi in questo ramo delle piaghe profon- 
« de , che debbono curarsi , e che il nostro^ 
« popolo aspetta da Noi qualche alleviamento 
« di pesi t a' quali per le passate vertigine 

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— 42 — 

« È stato sottoposto. Speriamo, con 1* aiuto 
« e l'assistenza del Signore, di soddisfare a 
« questi due oggetti tanto preziosi al paterno 
« nostro cuore , e siamo pronti a fare qua* 
« lunque sacrifizio per vederli adempiti. Spe- 
« riamo che tutti imiteranno il nostro esem- 
« pio per quanto possono, affine di restituire 
« al Regno quella prosperità che dee essere 
« l'oggetto de' desiderii di tutte le persone 
« oneste e virtuose ». 

Lettori ! da parecchi anni a questa parte 
avete letto simili proclami, informati alla re- 
ligione, alla giustizia, ed al disinteresse ? No, 
certamente; ma invece parole senza risultati, 
e se volete, vuote di senso , cioè di libertà, 
indipendenza, nazionalità , dritti dei popolo , 
e con l'invito a questo di far dei sacrifìzii che 
mai finiscono, anzi sì accrescono sempre più 
in ogni anno che passa. 

Quelle benevole e clementi promesse di 
Ferdinando li furono, pe' buoni cittadini, una 
arra di Regno felice ; i rivoluzionarii vi les- 
sero velate promesse di futura costituzione 
politica , perchè senza questa , secondo essi, 
non vi può essere buon governo, non facendo 
il comodo loro ed i loro interessi. 

Ferdinando li salì al trono quando ancora 
non compiva gli anni 21, ma era un giovine 
di sufficiente istruzione e di un ingegno 
straordinario, sereno e profondo. Regnando il 
padre di lui, avea egli conosciuto gli uomini 
che stavano al potere e le condizioni delle 
Due Sicilie. Si è perciò che le sue principali 
cure furono dirette al personale dell' ammi- 
nistrazione dello Stato ed al benessere del 

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— 43 — 

popolo, come rilevasi, dall' Esposto proclama. 

Io divido il Regno di questo sovrano in tre 
periodi di tempo: cioè di ricostituzione in 
tutte le amministrazioni governative e di vero 
benessere pe* primi dieci anni, di varia for- 
tuna pe* secondi otto, di lotte e congiure per 
tutto il resto. Non si può negare eenza la 
nota di partigianismo e d* impudente menzo- 
gne, j] g ran bene che fece Ferdinando II nei 
primi dieci anni del suo Regno ; per adesso 
vedremo quei che fece nel principio dello 
«tesso, in seguilo accennerò il resto. 

I primi atti di sovranità, furono la confer- 
ma di tutti i magistrati e funzionarli ne* pro- 
pri posti , con 1* obbligo di non allontanarsi 
dalle loro residenze senza un regolare per- 
messo ; includendovi in quegt' obbligo i pre- 
iati ordinarii ed i vescovi. Nel personale della 
corte e dell' esercito fece delle novità: no- 
minò maggiordomo maggiore il principe di 
Bisignano , e poi so prain tendente della casa 
reale, in cambio dei principe di Campo fran- 
co ; elesse il duca S. Valentino a capitano 
delle Guardie del corpo , in luogo del prin- 
cipe della Scaletta, che destinò a consigliere 
<li Stato. Abolì, come superfluo, il cacciatore 
maggióre dei re e dichiarò invece quinto 
capo di corte il Cappellano maggiore. Dal mi* 
nistero uscirono due ministri , il marchese 
Amati (1) degl' interni , che fu mandato al 

0) Si vuole che Amati , creatura del de Medici, 
era poco beo visto da Ferdinando, perchè spesso nei 
consiglio di Stato si opponeva a costui, essendo prin- 
cipe ereditario, e con parole insolenti. 

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ritiro, ed in cambia di lui fu nominato Ceva 
Grimaldi marchese di Pietracatella , integra 
di principii e leale amico del giovine re. Il 
cav, Camillo Caropreso fu esonerato dalla ca- 
rica di ministro delle finanze , e si disse, a 
causa di una lite vergognosa avuta con Mi- 
chelangelo Viglia, cameriere del defunto re; 
ei fu surrogato dal marchese d'Andrea. Que- 
sti introdusse in quel ministero la vera eco- 
nomia fino all' osso , forse più di quanto il 
re T avesse desiderata; e gli fu aggiunto Pie- 
tro Urso, già consigliere della Gran corte dei 
conti. Il generale Saluzzo venne eletto capa 
dell' esercito , il terzogenito principe reale 
D~ Antonio capitano de' lancieri, ed il secon- 
dogenito Carlo rimase nella marina grande 
ammiraglio. 

Il 29 novembre, tutte le truppe di guarni- 
gione nella capitale, schierate in battaglia, e 
formate in tre divisioni lungo Foria, presta- 
rono il giuramento al re Ferdinando II; il 
medesimo giuramento prestarono tutte le al- 
tre guarnigioni del Regno. Da tutte le auto- 
rità ecclesiastiche, giudiziarie ed amministra- 
tive delle province, giunsero al nuovo sovrana 
indirizzi di felicitazioni e proteste di fedeltà. 

Re Ferdinando, volendo adempiere le pro- 
messe fatte nella sua proclamazione , esordì 
con un atto generoso , rarissime volte prati- 
cato da' sovrani, cioè rinunziò a favore della 
4Stato la somma annuale di centomila ducati 
sulla sua lista civile , ed altri centonovanta- 
mila sopra quella della real famiglia; diminuì 
le spese di guerra, e migliorò l'esercito, co- 

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— 45 — 

jne a suo tempo vedremo. Dispose che si fa- 
cesse una regolare economia sopra tutt' i mi- 
nisteri ; il sòldo de* ministri lo ridusse alla 
metà e risultò un risparmio da settecento 
a .novecentomila ducati annui. Ordinò che 
la medesima persona non potesse occupare 
due impieghi governativi ; fissò una tariffa 
<H riduzione sopra tutti gl'impiegati che per- 
cepivano più di 25 ducati mensili. Ridusse 
alla metà il dazio sul macino , sgravando il 
popolo di circa settecentomila ducati annui 
ed abolì quello della carne, del vino e delle 
privative del tabacco in Sicilia. Abolì ezian- 
dio le reali cacce di Persano, di Venafro, di 
Mondragone, Calvi e Vallo; fece altre econo- 
mie sopra i siti reali di Gapodimonte e di 
Licofa; e restituì ai proprietarii, per coltivar- 
le, ie terre tenute in affitto per uso di cac- 
cia reale. 

Si generosi provvedimenti a favore dello 
Stato dimostrano quanto affetto nutrisse quel 
giovine sovrano pe' suoi popoli ; egli si pri- 
vava di tante delizie , godute da' suoi mag- 
giori, e si restringeva al puro necessario per* 
vantaggiare le finanze dallo Stato ed allevia- 
re i contribuenti. Eppure il credereste? i pa- 
trioti, i rivoluzionarli , che aveano piagnuco-~ 
lato e gridato tanto contro Ferdinando I e 
Francesco I pel danaro che erogavano in quei 
siti reali, poi per la smania di criticar tutto 
quello che fanno i sovrani, accusarono Ferdi- 
nando II di avaro, taccagno e peggio. Ma gli 
avari, i taccagni non rifiutano mai il proprio 
anzi lo vogliono con avanzo; ma che cosa si 
può pretendere da gente mal prevenuta, sen- 

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— 46 — 

za coscienza e senza logica ? Contraddizioni 
e non altro che contraddizioni. Que' magni 
liberaloni , che già aveano assaggiato il po- 
tere, e ne aveano fatto queir uso che si è- 
visto, sciorinavano con grande sicumera, che 
togliere i dazii è spesso causa dell'abbandono 
dell'agricoltura e del commercio, ma bensV 
con la pace de' Regni e con la riduzione del- 
l' esercito , prosperano e si arricchiscono gli 
Stati. Questa desolante sapienza di economia 
politica l'abbiamo veduta messa in atto ai gior- 
ni nostri, meno però la riduzione degli eserciti,» 
e ne abbiamo provato i fatali risultati. Intan- 
to era allora un filosofare a sproposito, dire,, 
che con la pace de' Regni prosperano e si 
arricchiscono gli Stati. Forse che Ferdinan- 
do II fosse andato in cerca di quistioni con- 
tro gli altri potentati , a che non avesse ri- 
dotte le spese dell'esercito? Ohi la mala- 
fedo e la spudoratezza de' patrioti , fa per- 
dere fina.nco la pazienza ad un Giobbe, ren- 
dendosi i medesimi più importuni della mo- 
glie di quel tribolato santo! 

Non contenti di ciò , i redentori della pa- 
tria, diceano, che coli' abolire le delizie so- 
vrane e col rifiutare la lista civile , quel so- 
vrano non impinguava le finanze, ma invece 
apportava dissesto alle famiglie che vi vivea- 
no. Secondo i rivoluzionarii , i re non deb- 
bono far mai economie, anche rifiutando quel 
che lor dà lo Stato; ma si dovrebbe continuar 
la cuccagna di pochi per prolungare ir di- 
giuno di tutti. Anche, oggi ci si volle regalare 
quest' altra teoria umanitaria e peregrina,, 
mettendosi in pratica, e senza alcun riguardo 

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— 47 — 

a' danni che arreca al popolo sovrano. Intan- 
to, que' sapientoni» sciorinatori di economia 
politica , nulla dicono che Ferdinando II ar- 
recò un bene immenso all'agricoltura, resti- 
tuendo ai proprietarii i siti reali destinati alla 
caccia : ciò non poteano dirlo , e si son ben 
guardati , perchè non facea il proprio como- 
do ; ciò era diametralmente opposto al loro 
premeditato sistema di critica e di calunnia. 
Io già P ho detto e giova ripeterlo , i rivolu- 
zionarli odiano e detestano il bene che i so- 
vrani fanno agli Stati; perchè vien lor meno 
uno de' pretesti , col quale fan leva per ro- 
vesciare i troni e schiacciare sotto i loro rot- 
tami i popoli innocenti. Ecco la vera ra- 
gione per cui si mostrano incontentabili, cri- 
ticando e malignando le opere più commen- 
devoli ed utili de' re , poco curandosi se ca- 
dono nella più flagrante contraddizione. 

Lettori miei, a questo proposito vi prego 
permettermi di raccontare un fattarello per 
coloro che no '1 sapessero , per esilararci 
un poco. Sarà pure una favoletta : ma ben 
sapete che le favole dimostrano praticamente 
ed insinuano delle grandi verità , facendosi 
de' belli e piacevoli confronti sotto il velame 
della finzione. 

Un uomo piuttosto vecchio si recava al mer- 
cato, a cavallo di un asinelio, ed un figlio di 
tenera età lo seguiva a piedi. Le prime per- 
sone, che P incontrarono, lo guatarono bieco, 
tutte gridandogli alla croce, dicendo: vedete 
là che vecchiaccio snaturato: egli a cavallo e 
quel povero piccino a piedi ! Una donna lin- 
guacciuta della brigata , soggiunse : proprio 

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- 48 — 

mi fa rabbia vedere quel marraottone a ca- 
vallo e quella creaturina a piedi. Oh I vorrei 
strozzare con le mie mani un padre tanto 
snaturato! Che tempi ! che tempi ! oggi, e lo 
so io, gli uomini, non basta che maltrattino 
le loro donne, i figli stessi detestano — Quel 
povero vècchio arrossì nel sentire, quei rim- 
proveri, e, non scese no, precipitò di sella, 
facendo cavalcare il figliuolo. 

Dopo che avea fatto un piccolo tratto di via, 
incontrò altre persone che vedendolo a pie- 
di: guardate, sclamarono, quel ragazzaccio im- 
pertinente: egli a cavallo, che ha buone gam- 
ie, e il povero vecchio padre a piedi, facen- 
dogli da staffiere I Ciò non si dovrebbe per- 
ettere, anche per quella dignità che i ge- 
fcpri debbono conservare in faccia a' figli — Il 
istro viaggiatore , persuaso che quest' altra 
osservazione fosse giustissima , montò anche 
egli suU* asino. Ma qual non fu la sua sor- 
presa nel sentir gridare da nuovi sopraggiunti 
allo sbocco della strada: guardate quanta cru- 
deltà usano quel vecchio egoista e quel pigro 
ragazzaccio a quella povera bestia , che ap- 
pena si regge sulle gambe! Ed un giovane, 
con piuma al cappello e questo infossato a 
cima, molto amico degli asini, dopo un sen- 
timentale sospiro: ecco le conseguenze, sen- 
tenziò, de' cattivi governi ! Oh ! è pur neces- 
saria una legge simile a quella della libera 
Inghilterra, con la quale si puniscono di milita 
tutti coloro che maltrattano le bestie, (senza 
badare se gli uomini muoiono di fame in 
mezzo le strade!). Fu allora che il vecchio 
prese l' ultima risoluzione che gli restava, 

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— 49 — 

cioè smontò insieme al figlio, e proseguirono 
tutti e due il cammino a piedi, tirandosi ra- 
sino pel capestro. Ma ecco sopragg fungono 
altri patsaggieri , che li guardano , ridono e 
li canzonano, dicendo: vorremmo sapere per 
qual ragione queir uomo e quel ragazzo con- 
ducono queir asino ? Osservateli: padre e fi- 
glio» sono stanchi e si contentano di cammi- 
nare a piedi , mentre han la comodità di 
viaggiare a cavallo; vedete che uomini scioc- 
-fchi vi sono' in questo mondo ? 

* Giunti a quel punlo le critiche de* passanti 
-falle al vecchio, costui perdette la pazienza» 

* e gridò : adesso nulla mi resta altro a fare, 
che caHcarmi io rasino sulle spalle ! Ma» 
pò: allora sì, che sarei censurabile e farei 
ridere davvero. Conchiuse dunque col dire : 
in questo mondo non possiamo contentar tutti, 
fosse r pure gli uomini di buona fede, ognuno 
pensa e ragiona con criterii diversi ; la mi- 
glior cosa è di fare il comodo nostro, non 
iscompagnandólo mai dalla giustizia e dalle 
Jottone convenienze, e tirar diritto senza cu» 
tarsi né de' piagnistei né delle critiche , né 
delle calunnie degl' incontentabili. 

Io poi soggiungo, che coloro i quali criti- 
cavano il vecchio viaggiatore nelle molteplici 
aue evoluzioni di cavalcante, erano mossi dal 
solo diverso modo di pensare. Or figuratevi 
quando vi è un'idea preconcetta di voler cri- 
ticare una persona, la quale ci attraversa nel- 
* toanostre poco oneste azioni , e più di tutto 
se questa sia un sovrano, del quale abbiamo 
giurato a qualunque costo la rovina 1 Se co- 

4 

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— 50 - 

stui oprasse anche miracoli, noi faremmo di 
tutto per qualificarli diavolerie. 

I rivoluzionarli, se lo volessero, dovrebbero 
riflettere che i sovrani prodighi pe' loro pia- 
ceri, non sono stati mai i benefattori de* po- 
poli: Caligola ed Eliogabalo furono tali, e pes- 
simi imperatori; Tito e Trajano, perchè eco- 
nomi* furono proclamati la delizia del genere 
umano. Ferdinando II, nel mentre riordinava 
lo Stato, sollevandolo da tanti debiti, facendo 
una stretta economia per isgravare i popoli 
di taluni dazii , vivea senza quel lusso ro- 
vinoso , contentandosi di una vita frugale e 
decente; perciò dovrà dirsi avaro e taccagno? 
Intanto, nelle circostanze straordinarie, e spe- 
cialmente quando era visitato da qualche so- 
vrano, non tralasciava d; spiegare quella pro- 
verbiale magnificenza borbonica , e qual si 
conveniva ad un degno nipote di Luigi XIV 
e di Carlo III. Egli facea tante e tante spese 
utilissime, come appresso dirò, ma con la sua 
propria borsa; e nel fare economie, a favore 
dello Stato, non mise mai sul lastrico alcuno 
impiegato, come oprano i patrioti al potere, i 
quali , quando annunziano di voler fare eco- 
nomie, non restringono mai i loro pingui sol- 
di, ma cominciano dal togliere il pan di boc- 
ca a tante famiglie , e finiscono col far de- 
biti invece di risparmii. 

Anche la clemenza segnò i primi atti di so- 
vranità di Ferdinando II; egli asciugò molte 
lagrime a varie famiglie derelitte ; le quali 
pel funesto delirio del d820 , e più di tutto 
per quello dell'anno seguente, aveano, chi il 
padre, chi il figlio in carcere o in esilio ; e 

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— 51 — 

ad onta che allora i settarii della Senna im- 
perversassero e cominciassero a produrre no- 
velle rivoluzioni in Italia. Quel sovrano, con 
decreto del 18 dicembre 18H), largì le prime 
grazie a* condannati politici , che furono un 
preludio di un completo perdono. Allora con- 
donò la metà della residuale pena già inflitta 
a' medesimi ; quelli condannati all' ergastolo 
passarono al secondo grado di ferri, e gli al- 
tri, che doveano espiare questa pena, l'ebbero 
Commutata in quella della semplice relega- 
zione; l'esilio perpetuo ò temporaneo fu ri- 
dotto a cinque anni, contando dall' 8 novem- 
bre di quell' anno ; di più venne abolita l' a- 
zione penale per tutti i reati di Stato com- 
messi sotto i defunti sovrani. 

L'11 gennaio, il re, con tutta la real fami- 
glia, si recò al Duomo in forma pubblica, ove 
si cantò il Te Dnum ; indi passò nella cap- 
pella di S Gennaro , al quale offrì una pis- 
side di oro ornata di brillanti. Quando ritornò 
al Palazzo reale , passò per Toledo in mezzo 
ad una folla di popolo plaudente ; i balconi 
di quella via erano gremiti di gentiluomini , 
e dame distinte, che l'applaudirono con istre- 
pitosi e siifteri evviva. 

Il 12 gennaio 1831, giorno natalizio del re, 
qu< sti con un decreto accordò compieta li- 
bertà a tutti i condannali per la ribellione 
di Monteforte. Molti esuli ritornaron » in pa- 
tria, e furono chiamati a far parte dell'eser- 
cito col grado ed onorificenze che aveano an- 
tecedentemente avute; tra* quali tre tenenti- 
generali, cioè Filangieri, Roccaromana e Flo- 
restano Pepe ; due marescialli , Muiiterno e 

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— 52 — 

Begani, quattro colonnelli, cinque tenentico- 
lonnelli, tre maggiori, ventisei capitani e 20 
tenenti. Alcuni impiegati civili, implicati nella 
rivoluzione del 1820 e 21, furono richiamati 
in officio. II re si spinse tant* oltre nel be- 
neficare i murattiani ed i carbonari, che ne 
soffrirono danno coloro che erano rimasti, in 
ogni tempo*, fedeli alla dinastia. Però , col 
passar del tempo , le lagnanze ed i rancori 
cessarono, e le distinzioni di origine tra mi- 
litari rimasero una semplice storica ricordan- 
za, per parecchi onorevolissima, atteso il va- 
lore e T intelligenza dimostrata nelle guerre 
napoleoniche. 

Quelle grazie sovrane destarono la gioia e 
Je speranze de' rivoluzionarii; i quali procla- 
marono Ferdinando II il più giusto e il più 
clemente de* re. Intanto notate come questa 
genia è intollerante f ella pretendea per sé 
soltanto la sovrana clemenza, avendo gridato 
poi contro il medesimo Ferdinando , perchè 
costui fece anche grazia all' ex intendente de 
Mattheis , condannato a dieci anni di relega- 
zione per sevizie usate a' liberali. 

In gennaio del 1831 si die principio alla' 
riorganizzazione dell' esercito ; fu abolito il 
comando generale , in cambio s' istituirono 
due comandi distinti, uno per la Sicilia, l'al- 
tro pé' dominii di terra ferma , ma con un 
solo stato maggiore, composto di due uffiziali 
superiori e dodici capitani. Il comando della 
Guardia reale si die ad un colonnello-gene- 
rale, cioè a S. A. reale il principe di Saler- 
no, ed a ciascheduna arma si assegnò un 
Ispettore. In seguito dirò i grandi migliora- 

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— 53 — 

menti che si fecero nell : esercito e nella 
marina militare. 

La rivoluzione di Francia ed i moti incon- 
sulti dell' Italia ebbero eco altresì in Napoli: 
onde taluno si permise gittar nella carrozza del 
re suppliche ed indirizzi, chiedendo franchi- 
gie costituzionali. Ferdinando, benché giovi- 
ne, avea compreso che il miglior governo è 
quello che fa il vantaggio de' popoli, e non già 
che si veste di forme illusorie, qualunque esse 
siano Avea contentati i settarii dando loro im- 
pieghi ed onori senza spingersi più oltre, per- 
chè eragli palese il fine per cui si domandava 
un governo rappresentativo; quindi tenne duro 
in concedere quello che non volea il vero po- 
polo, ma una classe incontentabile ed irre- 
quieta. 

Il marchese Nicola Intontì, ministro di po- 
lizia , era in fama di assolutista : ma, o che 
avesse fatto promesse alla sètta o per ingra- 
ziarsi i rivoluzionarii della media Italia, che 
chiedevano riforme con le armi alla mano, 
parlò al re di aspirazioni del popolo, pregandolo 
concedere altre franchigie , e prima di tutto 
dar la dimissióne a que* ministri giudicati re* 
trogradi, mettendo invece al potere i murat- 
4iani Filangieri, Ricciardi e Fortunato. Infine 
gli disse, che concedesse a proposito per non 
esservi poi costretto dalla forza. Ferdinando 
accolse le proposte del ministro Intonti e le 
fece esaminare dal Consiglio di Stato; il qua* 
le, al solo sentirle , protestò che si sarebbe 
ritirato in massa , se si avessero voluto at- 
tuare quelle inopportune novità , foriere di 
disordini e di novelli guai al popolo. Quei 

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— 54 — 

consiglieri assicurarono il re di avere prove 
in contrario a quelle esposte dal ministro In* 
tonti , e che questi o s' ingannasse o fosse 
ingannato dalla setta rivoluzionaria. 

In effetti del Carretto presentò prove chia- 
rissime che il popolo era contento del re- 
gime che vigeva allora , e che Intontì vivea 
in istretta relazione co* capi rivoluzionarii. Fu 
allora che per consiglio di tutti que' ministri, 
quel capo della polizia fu mandato fuori del 
Regno, sotto colore d'inviato straordinario 
alla corte di Vienna , surrogandolo lo stesso 
del Carretto. 

Il re, volendo dare all'amministrazione dello 
Stato queir andamento che erasi prefisso, in 
armonia de' tempi, dopo di avere organizzata 
la sua segreteria particolare, il 16 febbraio, 
formò un nuovo ministero. Nominò presidente 
e ministro degli affari ecclesiastici il mar- 
chese Tommasi; il quale, a causa di malattia, 
fu supplito interinalmente dal duca Gualtieri. 
Il già presidente del ministero marchese di 
Pietracatella fu promosso a consigliere di 
Stato , e destinato presidente della Consulta 
generale del Regno. Il consultore Nicola Pa- 
risio venne eletto ministro di grazia e giu- 
stizia ; al del Carretto , oltre del ministero 
della polizia, fu pure affidata l' ispezione e il 
comando della gendarmeria reale. Il cav. Ni- 
cola Santangelo, da intendente della provincia 
di Capitanata, fu elevato a ministro degli af- 
fari interni. Il principe di Campofranco , il 
duca di Floridia ed il tenentegenerale Saluzzo 
vennero nominati consiglieri di Stato. 

Ferdinando II, per meglio conóscere i bi- 

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— 55 — . 

sogni delle popolazioni del Regno , si argo- 
mentò visitarle province. In maggio di quel- 
T anno 1831, visitò i due Principati e la Ba- 
silicata; ed in tutti i paesi e città che percorse, 
fece grazie , lasciò danaro ed accordò esen- 
zioni di dazii a' Comuni poveri. Indi passò 
nelle Puglie; in Bari ricevè Y investitura del 
canonicato di S. Nicola, e da questa città si 
trasferì al santuario di Capurso. Sua princi- 
pale cura era di conoscere il personale dei 
funzionarii e degl'impiegati governativi, i la- 
vori pubblici , i licei e le opere di benefi- 
cenza. Nel mese di luglio partì per Palermo, 
insieme con due suoi fratelli , il principe di 
Capua D. Carlo, e quello di Lecce D. Anto- 
nio. I Palermitani lo accolsero con splendide 
feste, e 28 individui, condannati politici, che 
aveano ricevuto grazia, si fecero incontro alla 
carrozza che conducealo, staccarono i cavalli, 
e la trascinarono amano fino al palazzo reale. 
Il re, dopo di avere preso conto de' bisogni 
di tutte le province della Sicilia, visitò quei 
luoghi che poteano interessarlo pel bene d<M 
suoi popoli. Finita la festa di Santa Rosali.*, 
che in Palermo dura cinque giorni , ed in 
queir anno si celebrò più splendida del so- 
lito, partì per Messina, e colà fu accolto con 
altrettanto entusiasmo: il 4 agosto fece ritorno 
a Napoli. 

Mentre Ferdinando II, col fatto rimarginava 
le piaghe di questo Regno, nell'Italia centrale 
cominciavano le rivoluzioni. 11 duca di Or- 
léans , Luigi Filippo, grande Oriente della 
Massoneria, tanto beneficato dai re di Fran- 
oia , con T aiuto della sètta che capitanava , 

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- 56 — 

obbligò Carlo X a fuggire, e si fece egli procla- 
mare re de* francesi. Il ministero , surto da 
quella rivoluzione , proclamò per la prima 
volta il non intervento, in opposizione al trat- 
tato di Vienna del 1815. Il Belgio erasi di- 
chiarato indipendente dall'Olanda, la Polonia, 
in rivolta contro la Russia, già qombattea sul- 
la Vistola, e l'Inghilterra sembrava proteg- 
gere quelle rivoluzioni. L'Austria era minac- 
ciata dalla Francia, se mai si fosse decis « ad 
intervenire in Italia, e per conseguenza comin- 
ciarono i primi moti nella nostra Penisola, e 
propriamente in Modena, ove la sètta credeva 
di aver guadagnato a sé il duca regnante 
Francesco IV. Ciro Menotti era il capo della ri- 
voluzione modenese : ma poi fu arrestato coi 
varii suoi dipendenti , mentre buon^ numero 
di ci storo perivano nel conflitto di quella som- 
mossa. Nel medesimo tempo scoppiò altra ri- 
bellione in Bologna, capitanata da' colonnelli 
Sercognani ed Armandi, che si estese per le 
Romagne e per le Umbrie. In Piemonte si 
tentò rimettere la Costituzione del 1820. Il 
duca di Modena e la duchessa di Parma, dopo 
che lottarono con la rivoluzione, furono co- 
stretti fuggire a Mantova; la sola Toscana ri- 
manea in apparenza tranquilla. Carlo Popoli, 
essendosi dichiarato alto commissario, girava 
in grottesco trionfo i paesi e le città de' Du- 
cati e del Bolognese. 

Mentre queste cose avvenivano in Italia, il 
governo di Luigi Filippo scriveva note all'Au- 
stria , proibendole d' intervenire negli affari 
italiani. Il ministro austriaco, il celebre Met- 
termeli, risposegli con un' altra nota, dicendo, 

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— 57 — 

clie rispettava il non intervento circa gli af- 
fari di Francia, ma non intendea riconoscerlo 
per quelli d'Italia, essendo risoluto il suo im- 
peratore portar le armi ove si sarebbe estesa 
la rivoluzione. Luigi Filippo, che avea ottenuto 
l'intento di farsi re de 1 francesi , non volen- 
dosi compromettere, fece cadere il ministero 
Lafitte, che era stato quello che avea procla- 
mato il non intervento per tutta Europa , e 
chiamò al potere Casimiro Périer , il quale 
dichiarò dalla tribuna: II sangue de* francesi 
appartenere alla Francia. La rivoluzione eu- 
ropea fu allora fiaccata, maggiormente che il 
re de' francesi dichiarò di voler proteggere 
il potere temperale del Papa , intervenendo 
al bisogno negli stati della Chiesa. 

Dopo quell'esplicite dichiarazioni francesi, 
la Polonia e l'Italia rimasero senza appoggio 
straniero e dovettero soccombere. Difatti i 
rivoluzionarii, condotti dal generale Zucchi , 
furono sbaragliati presso Castelfranco nelle 
Romagne; tra di essi trovavansi i fratelli Bo- 
naparte. Napoleone e Luigi; il primo, si disse , 
perì di ferita, l'altro fuggì ad Imola e si salvò nel 
palazzo dell'arcivescovo, Giovanni Mastai Fer- 
retti. In seguito vedremo come Luigi Bona- 
parte, divenuto imperatore de' francesi, si di- 
sobbligasse con l'arcivescovo Mastai, quando 
questi salì sulla Cattedra apostolica. 

I tedeschi si avanzarono in Italia; il duca 
di Modena e la duchessa di Parma ritorna- 
rono ne' loro Stati. I rivoluzionarii , benché 
proclamassero sempre inverosimili prodezze, 
dovettero infìn de' conti fuggir ad Ancona, 
inseguiti da' loro nemici ; altro non fecero 

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— 58 — 

che una debole resistenza in Rimira. Gii uo- 
mini che formavano il governo insurrezionale 
si rifugiarono in Ancona: essi erano Vicini, 
Armandi, Orioli, Silvani, Bianchetti, Zanolini, 
Sturani e Mamiani; e vedendo l'avvicinarsi dei 
tedeschi, pensarono salvarsi la pelle con di- 
mettersi , creando un governo di triumviri. 
Quest'altra magistratura era composta da Zuc- 
chi, Ferretti e Borgia ; costoro altro non sep- 
pero fare che gettarsi a' piedi del Cardinal 
Benvenuti, che da Bologna aveano condotto 
prigioniero in quella fortezza, pregandolo di 
salvarli da' tedeschi; e quel Porporato, dopo 
tutto quello che gli aveano fatto soffrire , si 
vendicò col difendere e salvare i suoi per- 
secutori. Ancona fu rimessa agli uf Oziali del 
Papa e poi occupata dalle truppe francesi; e 
così, que' moti rivoluzionarii inconsulti , co- 
starono all'Italia l'occupazione di due potenti 
stranieri. 

I rivoluzionarii siciliani e napoletani, non 
contenti del male che aveano f^tto a questo 
Regno , né grati di avere ottenuta la libertà 
e gì' impieghi , ad esempio de' fratelli della 
media Italia , tentarono altre rivoluzioni. In 
Messina , 22 persone si riunirono per discu- 
tere il modo di abbattere il governo del re; 
mentre teneano quel conciliabolo , furono 
arrestate e poi condannate a morte ; però 
Ferdinando fece grazia a que' congiurati mes- 
sinesi ed ordinò che fossero messi in li- 
bertà. 

In Palermo, una comitiva armata di 30 in- 
dividui entrò in città, dalla parte di S. Era- 
smo, disarmò i doganieri , chiamando il pó- 

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— 59 — 

polo alle armi; non avendo trovato proseliti, 
quasi a dispetto , uccise due cittadini ed al- 
tri ne ferì: investita dalla truppa si disperse. 
Dopo pochi giorni, tutt' i componenti di quel- 
la comitiva furono arrestati, undici vennero 
condannati a morte, gli altri a pene minori; 
e quel terribile tiranno di Ferdinando II fece 
grazia a tutti 1 

La clemenza del re producea i suoi frutti; 
difatti i settarii , avendo conosciuto che col 
far rivoluzioni non comprometteano né la 
pelle né la libertà , ne tentarono altre sul 
continente napoletano. Si vuole che il capo ' 
del movimento rivoluzionario fosse stato l'an- 
tico carbonaro, allora ministro di polizia, del 
Carretto ; e si disse , che costui erasi ser- 
vito dall' ex-capitano Nirico per organizzare 
la rivolta. Però avea avvertito i suoi antichi 
consettarii , che avrebbe represse le piccole" 
ed inconsulte rivoluzioni, ed avrebbe appog- 
giate e protette quelle che avrebbero avuto 
la probabilità di un felice risultato. Ad onta 
di questi avvisi, alcuni impazienti, perchè ri- 
voluzionarii di mestiere , senza il placet di 
S E. del Carretto, vollero tentar la sorte con 
suscitar subugli a loro tanto profittevoli. A 
capo di tutti era un laico francescano, un tal 
frate Angelo Peluso, cuciniere nel Convento 
della Sanità di Napoli. 1117 agosto, quel de- 
genere frate si unì col capitano del genio,- 
Domenico Morici, dimesso nel 1821, e per gra- 
zia reintegrato, col tenente Filippo Agresti, 
con Michele Porcaro di Ariano , con Luigi 
Orsoii proprietario ed un tal Vitali ; e cre- 
dendo di poter disporre di migliaia di faci- 

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- 60 — 

norosi , que' sei congiurati si recarono sul 
monte Tàuro, nel distretto di Nola, ove spe- 
ravano trovar molti fratelli in armi. Giunti 
su quel monte , per occultare il loro vero 
scopo, finsero di far ciurmerie per trovare un 
tesoro ivi nascosto , mentre voleano imitare 
i disertori riuniti in Monteforte; ma non po- 
tettero riunire più di 27 persone armate. I 
gendarmi, che stavano colà in agguato, arre- 
starono tutta quella comitiva, ad eccezione del 
frate Peluso, che seppe svignarsela per quei 
monti; infatti andò latitante per molto tempo, 
ed in fine fu trovato sotto un altare nella chiesa 
della Sanità di Napoli , ov' erasi occultato, 
quando i gendarmi gli davano la caccia. 

Tutti quegli arrestati sul monte Tauro fu- 
rono poi giù iicati dal tribunale di Terra di 
Lavoro; quattro vennero condannati all' estre- 
mo supplizio, cioè il frate, Morici, Orsoli e 
Vitali , gli altri a pene minori. Tutti si rac- 
comandarono alla clemenza sovrana , e 1* ot- 
tennero dal preteso re sanguinario , dimi- 
minuendosi loro la pena di un grado. 

In queir anno , nel mese di marzo , forti 
tremuoti danneggiarono varii paesi del Re* 
gno, e più di ogni altro luogo la travagliata 
Calabria, ove più centinaia di persone rima- 
sero sotto le macerie, e molte altre prive di 
roba e senza tetto. Il re fu sollecito mandar 
soccorsi: basta dire che il piccolo paese di 
Cutro, uno de' più danneggiati, si ebbe tre- 
mila ducati in danaro , oltre degli utensili 
che si mandarono da Napoli , per dividersi 
a' bisognosi. In Catanzaro si fece una colletta 
per soccorrere i danneggiati dal tremuoto, ed 

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— 61 — 

un solo cittadino — mi dispiace d' ignorare 
il nome — die seimila ducati. 

Anche il Vesuvio in queir anno fece le 
sue spaventevoli prove devastatrici, versando 
gran copia di lava in varie direzioni , e più 
verso Òttaiano. Altre eruzioni vulcaniche 
avvennero in Sicilia , e furono notevolis- 
sime pe' fenomeni] che presentarono. Il tre 
luglio 18*1, nel mare di Sciacca, e propria- 
mente al punto detto la secca del corallo , 
scoppiò una eruzione e vi formò un isoletta 
di un miglio ed un quarto di circonfe- 
renza e duecento palmi di altezza. Ad onta 
"che l'acqua bollisse all'intorno di queir iso- 
letta , gì' inglesi furono solleciti di piantarvi 
la loro bandiera ; e quel piccolo monte vul- 
canico sarebbe stato causa di grandi questioni 
tra il Regno delle Due Sicilie e la prepo- 
tente Inghilterra, se il 3 agosto dello stesso 
anno, per altra fase ignivoma , non fosse to- 
talmente scomparso. 

Il 10 settembre avvenne un furioso uraga- 
no, arrecando incalcolabili danni nel sobbor- 
go della città di Otranto , ove perì una gran 
quantità di bestiame e 35 persone. Il re fu 
provvidentissimo nel riparare i danni che suc- 
cessero in queir anno ; corse frettoloso sui 
luoghi devastati dall'eruzione vesuviana, soc- 
correndo in tutti i modi quelle derelitte po- 
polazioni; e mandò eziandio ingegneri ed aiuti 
ad Otranto. 

Il colera, male asiatico, comparve la prima 
volta in^Bengala nel 1817: dopo di avere af- 
flitte e desolate varie contrade dell' Indostan 
del resto dell' Asia meridionale, s' introdusse 

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. — 62 — 

in Europa per le fredde regioni del Caucaso, 
arrecando a* popoli spaventi e danni infiniti.* 
Il re fu sollecito ad emanare ordini severis- 
simi per adoperarsi tutti i mezzi, onde allon- 
tanare quel fatai morbo da questo Regno. Il 
28 agosto 1831 , decretò di stabilirsi un cor- 
done sanitario , formato da tutt' i cittadini 
abili a portar le armi; nominò una Commis- 
sione sanitaria di otto membri e presieduta 
dal ministro dell'interno, ed emanò leggi ri- 
gorose circa i regolamenti sanitarii. In ogni 
città e paese volle cbe i magistrati veglias- 
sero sulla igiene pubblica ; a' vescovi racco- 
mandò cbe ordinassero pubbliche preghiere * 
nelle chiese, per ottenere da Dio' la preser- 
vazione di questo Regno dal flagello che lo 
minacciava; però interdisse le processioni di 
penitenza, per non ispaventare maggiormente 
le popolazioni. Nel mese di agosto del 1832 
per meglio conoscersi l'asiatico morbo, man- 
dò in Germania varii medici, i più rinomati; 
ed in previsione volle che si stabilissero pub- 
blici ospedali pe', colerici. 

Ho detto altrove , che Ferdinando II mi- 
gliorò 1' esercito ; ed in vero quel sovrano 
era molto inclinato alla milizia, quindi volle 
formarla disciplinata e bene istruita. Visitava 
spesso i quartieri milit ri , prendeva conto 
di tutto , assaggiava il pane e il rancio per 
accertarsi della buona qualità; novello Serse, 
già sapea il nome di un gran numero di uffì- 
ziali e di non pochi soldati, trattandoli e di- 
scorrendo co' medesimi in modo molto confi- 
denziale. Perlocchè più volte io fui testimone 
di alcune scene piacevoli, che mostravano la 

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— 63 — 

bontà e la clemenza di quel monarca ; e fu 
questa la ragione per cui egli divenne 1* idolo 
degli uffìziali e della bassa forza. 

Re Ferdinando trovò T esercito che molto 
lasciava a desiderare, e fece di tutto per por- 
tarlo a quella perfezione che tutti abbiamo 
ammirato. I principi stranieri, che venivano 
spesso a visitar questo Regno, fecero sempre 
grandi elogi all'esercito nazionale, tra* quali 
l'arciduca Alberto di Austria e l'imperatore 
Nicola di Russia. Fu qu^st' istesso esercito, 
che schiacciando la rivoluzione di Sicilia, nel 
1849 ,' salvò T Europa da que' mali che più, 
tardi doveano colpirla ; come il 15 maggio 
dell'anno precedente in Napoli, le fedeli trup- 
pe nazionali ed i reggimenti svizzeri salvarono 
il Regno dagli orrori dell' anarchia Era però 
riservata l'infamia a pochi rinnegati generali, 
nel 1860, di usare tutte le male arti, per co» 
prire di obbrobrio quel tradito esercito , e 
far passare alla posterità i loro nomi male- 
detti ed esecrati 

Ferdinando li, ne' primi due anni del suo 
Regno, fece quanto era possibile per riorga- 
nizzare , istruire e bene equipaggiare il suo 
esercito ; prefiggendosi di renderlo brillante 
e rispettato. Io accennerò di volo quello che 
seppe fare in sì poco tempo per raggiungere 
il suo scopo, riservandomi parlarne più a lun- 
go nel corso di questo lavoro; conciossiacchè 
quel gsovrano , dopo il 1833 compi la vera 
riorganizzazione dell'esercito nazionale, anche 
con la pubblicazione delle relative leggi or- 
ganiche. 

Appena egli salì al trono, abolì il corpo dei 

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— 64 — 

pionieri cacciatori a cavallo e la compagnia 
che facea la polizia del real palazzo; inseguita 
formò due battaglioni di zappatori minatori 
e la gendarmeria scelta per la custodia della 
Reggia. Nel cominciare Y anno 4832 decretò- 
la riorganizzazione del reggimento fanteria 
marina , che divenne bellissimo, e fondò in 
Napoli un orfanotrofio per le figlie degl* indi- 
vidui appartenenti alla real marina. Fondò 
dippiù altri tre orfanotrofii uno in Foggia , 
un altro in Barile, un terzo in Bitonto. Per 
aver poi marini istruiti istituì una scuola 
nautica in Trapani, ed altre in altri luoghi, 
come appresso diro 

A solennizzare il 30 maggio del 1832, ono- 
mastico del re, furono chiamati dalla terza 
classe, nella quale giacevano, al servizio at- 
tivo nell' esercito , varii uffiziali superiori e 
subalterni, cioè un tenentegenerale, due co- 
lonnelli, otto tenenticolonnelli, due maggiori, 
quarantatre capitani , venti primi tenenti , e 
quattordici secondi tenenti; e pel ramo della 
marina un capitano di fregata, tre tenenti di 
vascello e tre alfieri. 

Le cure per accrescere e migliorare l'eserci- 
to e T armata non Io distolsero dal pensare al 
commercio, all' agricoltura ed alle opere pub- 
bliche. Nel 1831 , furono stabilite in Napoli 
altre compagnie di assicurazioni e di cambio; 
due tra* quali arrecarono un grande sviluppo 
al commercio, cioè quella detta Metese e l'al- 
tra Economica. 

Con un decreto del 26 ottobre venne sta- 
bilita una Commissione per 1' uniformità dei 
pesi e delle misure in tutto il Regno, ed era 

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— 65 — 

pjreseduta dal corani. Ferdinando Visconti. 
« Spella sovrana disposizione , tanto utile al 
(Commercio, non ebbe il suo pieno effetto, a 
iCausa. della caparbietà di taluni paesi e città, 
.£be si ostinarono a ritenere gli antichi pesi 
,0 le vecchie misure, rinunziando a' vantaggi 
idei sistema metrico. Quella caparbietà dura 
ancora ed anche in Napoli , che è la prima 
<$*ttà d' Italia , e fa gl'interessi de' venditori 
4 minuto; i quali maliziosamente calcolano il 
rotolo grammi ottocento, il mezzo rotolo quat- 
trocento e così di seguito ; mentre il rotolo 
napoletano è poco meno di grammi novecento. 

Ad onta delle strettezze della finanza dello 
JStato, varie opere pubbliche fece Ferdinando 
<II ne' primi due anni del suo Regno. Aprì 
uwa nuova strada, detta Traversa di Paola in 
Calabria, ed ordinò che si desse principio ad 
iiw' «altra sulla sponda destra del fiume di Pe- 
scara, cioè dal bosco di S. Valentino al Colle 
>d* Alba. Fece erigere un magnifico ponte pen- 
dile di ferro sul fiume Garigliano , la cui 
direzione affidò all' egregio ingegnere Luigi 
vftmra ; la spesa ammontò a sessantacinque- 
,*niia ducati, ed è uno de* miglieri ponti, di 
-questo genere, che vanti Y Italia. Quapdo *e 
W Wri il passaggio , il re , per provarne la 
uftoljdità, roìlfi traversarlo al galoppo alla testa 
( -di ,dm squadroni di cavalleria. Lo stesso anno 
dwpwe che si costruisse un altro ponte. di 
,<erro mi fl»me Calore ^res$o Solopeca. 

Eu quel sovrano che introdusse in Italia i 
pozzi artesiani ; il primo de' quali, con mol- 
t)a p^rfesione, fu fatto scafare dal comm.. Gu- 
glielmo Robinson» capitano di vascello, in un 

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— 66 — 

tenimento del marchese Vito Nunziante presso 
Torre del Greco. Nell'ingresso del magnifica 
edifizio del palazzo delle Finanze , oggi del 
Municipio, fece innalzare due statue marmo- 
ree, una del re Ruggiero il Normanno , fon- 
datore della monarchia siciliana , 1' altra di 
Federico II, imperatore di Germania e re di 
Napoli. 

Onde preservare le popolazioni da' malefici 
miasmi , mise in esecuzione il decreto del 
28 dicembre 1828, circa la costruzione de* ci- 
miteri fuori T abitato; e da allora quasi tutti 
i comuni del Regno se ne eressero uno, più 
o meno appropriato a* loro bisogni. 

In Napoli, nell'anno 1832 s'intraprese quella 
di Poggioreale, disegnato e diretto dagli ar- 
chitetti Luigi Malesci e Ciro Cuciniello. Que- 
sto cimitero era stato cominciato nel 1817, 
con disegno dell' architetto Maresca, ma per 
vicende imprevedute rimase inadempiuto t 
Ferdinando II , con 1' abituale sua perseve- 
ranza, fecelo proseguire e compiere nel modo 
che oggi lo vediamo. 

Varii. ospedali si fondarono nelle province 
dal 1831 al 32; in Calabria se ne eressero 
due, uno nel distretto di Palmi, V altro in Ge- 
race ; furono ampliati quelli di Catanzaro , 
Cotrone , Mileto e Melfi in Basilicata. Nella 
altre province se ne eressero altri , cioè in 
Isernia, in Campobasso, in Vietri, in Potenza» 
in Sant* Angelo de' Lombardi, in Lanciano ed 
in Vasto ; ampliandosi quelli di Avellino ed 
Ariano. 

Il re, conoscendo il gran bene che arreca* 
vano le Suore della Carità , e specialmente 



— ^67 — 

agli ospedali e alla educazione delle fanciulle 
povere, nel giugno del 1831, fondò il primo 
collegio nel comune di S. Nicolò presso Ca* 
serta; ed invilo quelle buone Suore francesi 
a^ recarsi in questo Regno. 

La più bella opera che fece FeidinandoII 
ne* primi due anni del suo Regno, dovià re- 
putarsi quella di avere istituiti settecento 
Monti frumentarii ; i quali somministravano 
il grano a* coloni poveri per farne la semina 
con l' obbligo di restituirlo al tempo della 
raccolta, con un piccolissimo interèsse o pa- 
garlo a'prezzi correnti. Ordinò e die i meiz 
per bonificare le terre delle paludi sipontine 
presso Manfredona. Volle che si mettesse 
a coltura l v isoletta di S. Stefano rimpetto 
Gaeta, ove fu relegata la famosa Giulia figlia 
di Augusto, ed ove oggi è quell'ergastolo ben 
conosciuto da qualche padrone dell' Italia 
unita. 

Con decreto del 9 novembre 1831 fondò in 
Palermo un istituto d' incoraggiamento per 
promuovere 1* agricoltura , le arti e le mani- 
fatture , istituendo una medaglia di oro e di 
argento per premiare gli agricoltori e gli ar- 
tisti più intelligenti e benemeriti. In quella 
stessa città , presso la rea! Favorita , venne 
fondato , per le cure del principe di Castel- 
nuovo, un Orto- agrario con le scuole corri- 
spondenti , per istruire la gioventù in una 
delU più necessarie cognizioni della vita. Di- 
fatti , il celebre svedese Carlo Linneo solea 
dire : il vero bene l'arreca all'umanità colui 
che sa far produrre più grano alla terra e 
maggiori frutti agli alberi, e non già chi sco- 

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• — 68 — 

pre pianeti e stelle fisse, o che risolve i più 
difficili problemi delie matematiche. 

In que* due anni la Corte di Napoli fu vi- 
sitala dal principe di Joinville terzogenito 
del re Luigi Filippo, dalla zia del re, Maria 
Cristina di Borbone , vedova di Carlo Felice 
re di Sardegna e dalla duchessa di Berry , 
sorella del medesimo Ferdinando e madre 
del duca di Chambord, Enrico V di Francia. 
Nel mese di aprile del 4832, la principessa 
reale di Napoli D. a Maria Amalia di Borbone 
sposò T infante di Spagna D. Sebastiano Ga- 
briele ; i reali sposi, il 25 dello stesso me- 
se, partirono per Madrid, accompagnati dal 
principe di Scilla e dalla marchesa del'Vasto. 

L'avvenimento più interessante del 18312 fu 
il matrimonio del re Ferdinando II con )a real 
principessa Maria Cristina di Savoia , quarta 
figlia del re defunto Vittorio Emmanuele I, 
giovane di venti anni , nata il 14 novembre 
1812. Il 9 novembre di quell'anno, il ripartì 
alla volta di Genova accompagnato da poche 
persone di Corte , passò da Roma e da Fi- 
renze , ed il 16 giunse in quella città , ove 
incontrossi con la sua futura sposa. Il 20 
dello stesso mese, in privato, si celebrarono 
le nozze in Yoltri presso Genova , e furono 
benedette dal cardinal Giuseppe Morozzo, ve- 
scovo di Novara. Gli augusti sposi s'imbarca- 
rono il 26 nel porto di Genova sulla fregata 
napoletana Regina Isabella, alla quale faoeano 
seguito altri legni minori, cioè il Leone e 
V Euridice. Dopo quattro giorni di prospero 
viaggio, arrivarono nella rada di Napoli alle 
due pomeridiane , tra le festevoli salve dei 

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— 69 — 

castelli e le grida ed acclamazioni di gioia 
vera di tutta la popolazione. Sbarcarono a 
Mblòsiglio, vicino la darsena, e furono incon- 
trati dalla regina madre in unione a* principi 
e alle principesse reali, tra cui il conte di Si- 
racusa, venuto a bella posta da Palermo, dai 
generali ed altri distinti personaggi. 

Il* 10 dicembre » il re e la regina si reca* 
nono al Duomo per ringraziare Iddio del nodo 
contratto. Dopo il canto dell'Inno ambrosia- 
no , passarono a visitare il Santo Patrono ; 
Maria Cristina offrì a S. Gennaro un Sa- 
vignè di smeraldi e brillanti. Di là fecero 
ritorno alla Reggia, tra. le acclamazioni del 
popolo e gli onori delia truppa vestita in 
gran tenuta e schierata dal Duomo al pa- 
lazzo reale. 

Nella fausta ricorrenza di quelle reali noz- 
ze, il re accordò grazie, largizioni, gradi ed 
onorificenze. Furono condonate le pene di 
polizia , le correzionali di confino , di esilio 
e di ammenda, inflitte per reati antecedenti 
al matrimonio del sovrano. Vennero diminui- 
te di tre anni le pene di reclusione e di re- 
legazione , e di due anni a' condannati alla 
galera. A duemila e settecento donzelle fu 
largita la dote, e mille e duecento ducati si 
diedero per elemosine. Si rilasciarono mille 
e duecento pegni non maggiori di tre ducati, 
come pure tutti i crediti di ducati dieci in 
Sotto, che^ la Corte dovea per diversi rami. Gli 
stabilimenti pubblici somministrarono sovven- 
zioni e soccorsi a' bisognosi ; il Monte della 
Misericordia erogò grosse somme per escar- 
cerare alcuni debitori, padri di famiglia. Oh, 



■ — 70 — 

come sarebbero oggi bene a proposito simili 
beneficènze per taluni debitori morosi, a c'au- 
saci un ridevole lusso, e che vivono nell'om- 
bra , essendo costretti ad amar le tenebre ! 
Il corpo della Città di Napoli dispensò cento 
doti alle fanciulle povere ed altre cento i 
corpi morali. In quella ricorrenza il Re fece * 
dono alla regia Università di Palermo della 
Pinacoteca ( galleria ove si tengono pitture, 
statue ed altre cose di pregi» ). Vi furono 
gale e baciamani in Corte, nel Regno feste, 
illuminazioni spontanee per tre giorni ed al- 
legrezze in tutt' i cittadini di buona condotta. 
Il matrimonio di Ferdinando II destò im- 
mensa gioia e speran'ze, perchè la fama delle 
non comuni virtù di Maria Cristina era vo- 
lala di provincia in provincia, di città in cit- 
tà, di bocca in bocca. Queir augusta sovrana 
era profondamente religiosa, di modi soavis- 
simi, di carattere mitissimo, di fisonomia an- 
gelica, come l'espressione istessa de' suoi co- 
stumi. Ma Dio benedetto non Y aveà creata 
per questa terrà se non per far mostra della 
virtù de* regnanti e santificarla con le tri- 
bolazioni , onde aggiungerla alla corona dei 
santi che adornano l'augusta religione catto- 
lica. Il bel cielo delle Due Sicilie non fu 
propizio a quella adorabile creatura; nel bre- 
ve suo soggiorno in queste nostre amene con- 
trade fu abbeverata di amarezze, a causa del- 
la condotta de' suoi tre maggiori cognati ; e 
ciò ad onta che 1* augusto suo consorte Y a- 
masse teneramente. 

Ferdinando II, sin dagli anni suoi giova- 
nili, si mostrò sempre costumatissimo, tanto 



— 71 — 

-che i suoi detrattori non gli risparmiarono 
taluni stupidi frizzi, che egli smentì poi coi 
fatti. Però tutt' altra condotta tenevano i suoi 
fratelli, Carlo, Antonio e Leopoldo. Il primo, 
di carattere irruente e superbo , amareggiò 
più volte gli augusti sovrani. Egli veniva 
spesso a contesa co' personaggi più rispetta- 
bili della real Corte, ingiuriandoli e maltrat- 
tandoli; giunse perfino una volta ad alzar le 
roani e percuotere, alla presenza del Re e 
della Regina, il valoroso ed onorato tenente- 
generale Fardella. In seguito dirò la fine di 
•questo giovane sconsigliato, ingrato al fratello 
maggiore e ribelle al suo sovrano. 

Il principe reale D. Antonio, sin da giova- 
nissimo, si mostrò poco decoroso ed inclinato 
ad una fatale scostumatezza , amando la vita 
-campestre e sciolta da qualunque convenien- 
za. Nella sua villa di S. Giuliano , unito ad 
altri giovani scapestrati al pari di lui , com- 
mise azioni che non credo necessario accen- 
nare ; erano azioni individuali , e non fan 
parte del patrimonio della storia. Visse fino 
al 1848, e si vuole che fosse morto vittima 
della sua stessa depravazione. 

Il principe D. Leopoldo , luogotenente in 
Sicilia , giovane vago di avventure galanti e 
molto licenzioso , die anche egli non pochi 
dispiaceri all' augusto fratello; a suo tempo 
dirò la ragione per la quale il ré fu costretto 
richiamarlo dalla Sicilia. Intanto è da sapersi, 
che quando Ferdinando II non si mostrava 
severo per la cattiva condotta de' suoi fratel- 
li, si dicea da' rivoluzionari , che egli 1' ap- 
provasse , pe r suoi malvagi fini ; quando poi 

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— 72 — 

facea di tutto per infrenarli , si gridava C&&' 
li avesse voluti infamare, sospettando sempre 
dì essere detronizzato da* medesimi. A questa' 
proposito, prego i miei benevoli lettori di ri- 
cordare il fattarello del vecchio che andava 
al mercato insieme col figlio. 



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CAPITOLO IV. 

SOMMARIO 

Giudizio sopra i primi dieci afro! del Regno dì Fer- 
dinando II. La « Giovine Italia » avversa questo sovra- 
no , e tenta di farlo uccidere. Il re riordina il go- 
verno- delia Sicilia. Spedizione navate contro la Reg- 
genza di Tunisi e contro l'impero del Marocco. Fer- 
dinando intraprende un altro viaggio per le provin- 
ce del Regno. Perfeziooa V esercito e la real ma- 
rina. Convenzione con la S. Sede. Opere pubbliche. 
Industria, commercio ed agricoltura. Istruzione pub» 
blica. Si promulgano ottimi regolamenti e leggi. Il 
conte di Siracusa esonerato da luogotenente della Si- 
cilia. Nascita di Francesco IL Fuga del principe 
reale D. Carlo. Morte della regina Ilaria Cristina. 

I primi dieci anni di Regno di Ferdinando 
II, ad un osservatore superficiale potrebbero 
sembrare poco interessanti, non incontrandosi 
in guerre con gli stranieri, in lotte politiche 
ed in rivoluzioni trionfanti o represse. Non- 
pertanto quel decennio è interessantissimo per 
la storia patria, perchè dedicato a compiere 
e perfezionare la ricostituzione di questo Re- 
gno, cominciata da Carlo III e proseguita da 
Ferdinando IV. I primi dieci anni di Regno 
di Ferdinando II, senza esagerazione o spi- 
rito partigiano, a buon diritto potrebbero dirsi 

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— 74 — 

T età dell'oro del. popolo delle Due Sicilie, 
se qualche abbominevole ed inconsulto moto 
rivoluzionario non fosse avvenuto, e se il co- 
lera non ci avesse funestato con la sua ter- 
ribile apparizione. 

Lettori , io vi promisi condurvi a traverso 
due secoli, per mostrarvi le glorie e le sven- 
ture di questa nostra carissima patria ; rapi- 
damente abbiamo traversato il primo secolo, 
spettacolo cruento di orrori e sociali sventure; 
del secondo ne abbiamo percorso una terza 
parte, ed abbiamo deplorato le conseguenze 
del primo. Ci restano a percorrere altri vento tto 
anni: seguitiamo dunque il nostro cammino, e 
vedremo tutto quello che fece Ferdinando II; 
quel sovrano tanto odiato dalla sètta cosmo- 
polita , forse più rabbiosamente che non lo 
fu T avolo suo. Ho accennato quel che egli 
fece ne' primi due anni del suo Regno ; or 
ne percorreremo altri tre , accennando inol- 
tre gì' importanti avvenimenti del 4836, per 
far sosta e riprender poi il nostro viaggio 
secolare ed inquisitorio. Però, prima di tutto 
vediamo qual fu il mezzo principale e nefando 
di cui si servirono i settarii per impedire a 
quel sovrano 1* opera veramente riparatrice 
de' mali che soffriva .questo, popolo a causa 
delle loro stesse fellonie rivoluzionarie. 

Mentre re Ferdinando era tutto dedito a 
riparare i danni arrecati dalle ribellioni, con 
far savie leggi , agevolando il commercio e 
1 agricoltura , col pagar debiti e coli' alzare 
stupendi monumenti patrii, ecco la sètta maz- 
ziniana avanzarsi truce e sanguinosa per por- 
si a traverso tra lui ed i suoi popoli, facen- 

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— 75 — 

do di tutto perché costoro l'odiassero, onde 
coglierne essa il frutto delle sue iniquità. 

Nel Capitolo VI ragionai della sètta della 
Giovane Italia, che altro non era, se non una 
trasformazione della massoneria e della car- 
boneria, con l'aggiunta d' altre leggi, e nuovi 
regolamenti più orribili ed esecrandi. Quella 
sètta si propagò per l'Italia, acquistando adepti 
in ogni classe, e con particolarità nella stu- 
dentesca e ne* corpi militari, detti scientifici. 
Si formarono comitati in Lombardia, in Pie- 
monte,in Toscana, ne' Ducati, nello Stato pon- 
tifìcio ed in questo Regno; e tutti corrispon- 
devano col comitato centrale, preseduto e di-, 
retto dallo stesso Mazzini , il quale prima 
trovavasi in Francia, e poi prese stanza nella 
Svizzera. 

I rivoluzionarli di questo Regno, sicuri che 
il rè accordava grazie a* rei di Stato, non fu- 
rono gli ultimi in Italia a mettersi in rela- 
zione col Mazzini e con gli altri comitati della 
penisola. A questo scopo mandarono France- 
sco Paolo Bozzelli presso il grande agitatore 
italiano, onde rannodare le fila della sètta, e 
combinare lo scoppio di una generale rivol- 
ta. Ma questa, per allora, rimase un deside- 
rio settario, ad eccezione di qualche impru- 
dente conato , manifestatosi a causa della 
eccessiva fretta di taluni rivoluzionarii di me- 
stiere. Costoro voleano far qualche cosa in 
Napoli, e siccome non isperavano aiuto dalla 
popolazione, si argomentarono prendere la via 
più corta per giungere all' esecrabile meta 
che agognavano. 
Certo Vito Romano di Molfetta , caporale 

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- 76 - 

del 2° reggimento- cavalleggieri, i fratelli rW* 
sarò!!, Cesare, Scipione e Camillo, figli def 
generale che mori in Grecia, anche sott' uf- 
ficiali al medesimo reggimento, erano ascritti 
alla sètta mazziniana. A qttesti quattro setta* 
zìi si unì il tenente Francesco Ancellotti, e 
combinarono di uccidere Ferdinando II nel 
teatro de' Fiorentini; però i congiurati,, avente 1 
bene ponderate le difficoltà dett ? intrapresa, 
convennero di fermare la vettura , che con-» 
ducea il re a Caserta e con la scusa di pre* 
tentargli una supplica, pugnalarlo: altri poi 
opinavano dì fargli fuoco addosso, al momento 
che avrebbe passata la truppa in rivista. 

Una mattina nel mese di agosto 1833, An- 
corotti , Romano e Cesare Rossaroll, suppo* 
nendo che il sergente Paolillo avesse sorpreso^ 
il loro secreto, io chiama* ono da parte, e gli sve- * 
lafono il delitto che meditavano di perpetrare. 
Quel sergente preso da orrore a quella rive* 
lezione , li denunziò subito a* superiori del : 
reggimento e al generale Lucchesi. Una let- 
tera anonima, forse mandata da qualche fra* 
teUo graduato, avvisò i congiurati che sareb-* 
bero arrestati e .messi sotto giudizio, perché 7 
accusati di volere assassinare il re. A quel* 
V avviso , Cesare Rosaroll e Romano , giudi- 
candosi perduti , si ubbriacarono e decisero 
uccidersi ; invitato da' medesimi il tenente 
Ancellottì a far l' istesso, si negò, perchè gli 
venne meno il coraggio. In effetti i due pri-* 
mi si chiusero in una camera del quartiere, 
caricarono quattro pistole , ed alla voce feto* 
co , seguì la scarica dell' uno contro l' al' 
tre; epperò tutti e due rimasero soltanto fe- 

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— 77 - . 

riti. Romano , vedendosi iti quello stato , in 
cambio di tirare il seconde* colpo sul compa- 
gno, secondo era stato convenuto, se lo sca- 
ricò in petto. Accorsi i soldati sfondarono la 
porta della camera, e trovarono Rossaroll fe- 
dito, ma in perfetta conoscenza, che condus- 
sero all' ospedale , 1' altro spento in un lago 
di sangue. 

. Immediatamente vennero arrestati i complici 
<li quella congiura e sottomessi a giudizio ; 
oltre del tenente Àncellotti e l'altro fratello 
Rossaroll, furono messi in carcere i sergenti 
Giaqutnto, Àbrami, Astuto e due alfieri, Gi- 
rolamo «d Antonio Ulloa. La suprema Com- 
missione de' reati di Stato , il 13 dicembre 
4833, condannò a morte, col 3° grado di pub- 
blico esempio, Àncellotti e Cesare Rossaroll; 
gli altri vennero messi in libertà, perchè ar- 
matati : per semplice sospetto.. 

Il giorno seguente alla condanna , si alzò 
tU patibolo innanzi al quartiere della Madda- 
lena , «ove era alloggiato il 2° cavalleggieri ; 
quando i duo condannati giunsero a pie del 
patoo ferale, il tenentegenerale Saluzzo pub- 
blicò la commutazione de Ite pena in 26 anni 
H ferri, ordinata spontaneamente dal rei An- 
(Oellotti -e Rossaroll, al sentire la grazia so- 
vrana, svennero; in seguito ebbero altre gra- 
fie, ma rimasero sempre gettarli e nemici di 
colui che voleano assassinare e che li area 
perdonati : gratitudine di liberati !... 

Mei principio di quell'anno 1833, il re ri* 
pristino in Napoli il ministero degli affari di 
Sicilia, secando era «tato prescritto col de- 
siato d*l 26 maggio .1£21. Fu destinato «I* 

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.— 78 — 

T immediazione dei luogotenente di queir I- 
sola il cav. Mastropaolo, già ministro di gra- 
zia e giustizia, in qualità di ministro segre- 
tario di Stato degli affari ecclesiastici e po- 
lizia; la direzione di questi due dipartimenti 
venne affidata al duca Cumia. Il principe di. 
Campofranco fu eletto ministro segretario di 
Stato delle finanze , affari interni, e grazia e 
giustizia ; Carlo Vecchione ebbe la direzione 
di questi ripartimenti. Antonino Franco fu de- 
stinato ministro degli affari di Sicilia in Na- 
poli . 

Dopo la conquista di Àlgieri compiuta dai 
francesi, i barbareschi dell'Africa non fecero 
più paura a' cristiani; però rimanea la Reg- 
genza tunisina che li maltrattava e li perse- 
guitava, insultando con più segnalato odio le 
bandiere de* principi italiani. Taluni sudditi 
del re del Regno delle Due Sicilie e di quello 
di Sardegna furono vittime della prepotenza 
di un pascià di Tunisi. Ferdinando II, allora 
in buone relazioni con Carlo Alberto di Sa- 
voia, conchiuse con lo stesso un trattato, il 
23 maggio 1833, e venne stabilito tra' due so- 
vrani di riunire le loro forze navali per met- 
tere a dovere quel barbaro reggente. Da Na- 
poli partì una fregata e tre brick, comandati 
dal capitano di fregata principe Mariano Ca- 
racciolo Torchiarolo ; il quale si congiunse 
con la squadra sarda, e fu preferito all'onore 
del comando delle due piccole flotte riunite. 
Si diresse a Tunisi; ivi giunto, volle tentare 
le vie di un amichevole componimento pri- 
ma di cominciare le ostilità. Quel bey, inti- 
morito, fu sollecito a dar soddisfazione all'u- 

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— 79 — 

no e all' altro governo italiano, col riparare 
i danni arrecati a' napoletani ed a' sardi, de- 
stituendo il prepotente pascià. Le due flotti- 
glie , dopo che i loro capi appianarono altre 
vertenze internazionali , pacificamente ritor- 
narono ne' loro rispettivi porti. 

Il 17 novembre dello stesso anno, fu con- 
chiuso un trattato di commercio tra il governo 
di Napoli e quello di Tunisi; stabilendosi inol- 
tre una procedura da eseguirsi ne' casi di de- 
litti commessi da' sudditi di questo Regno, 
impiegati in quella Reggenza; cioè che i col- 
pevoli doveanò essere consegnati al console 
napoletano per essere puniti con le leggi 
patrie. 

Quando già erano finite le quistioni con la 
Reggenza di Tunisi , un' altra ne saltò fuori 
con l' imperatore del Marocco; il quale, per 
taluni malintesi, escluse da' suoi porti la ban- 
diera napoletana. Perlocchè Ferdinando II si 
decise mandar contro queir impero africano 
una piccola squadra comandata dal retro-am- 
miraglio Staiti. L' imperatore del Marocco, 
alla vista delle navi napoletane , giunte in 
' que' paraggi il 13 maggio 4834, desistette dai 
suoi ostili proponimenti circa il commercio 
con questo Regno. Onde togliersi ulteriori qui- 
stioni, lo stesso retro ammiraglio Staiti ed un 
plenipotenziario del Marocco sottoscrissero in 
Gibilterra una convenzione, con la quale ven- 
ne confermato|il trattato di commercio del- 
l' anno 1782, tutto favorevole a' napoletani. 

In quello stesso anno 1834 il re intraprese 
un altro viaggio per varie province del Re- 
gno, dirigendosi in Calabria, visitando i ca- 

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— 80 — 

piluoghi e molti paesi. Giunto a Reggio, il 7 
aprile , passò a Messina , ove dimorò fino al 
19 dello stesso mese ; indi ripassò lo stretto 
di quella città e riprese la via delle Calabrie, 
Si diresse a Catanzaro, e da colà passò a Ta- 
ranto , visitando varii paesi della Basilicata» 
del Leccese e delle Puglie ; il 6 maggio ri- 
tornò a Napoli. 

•Quando Ferdinando II, visitava le città ed 
i paesi del Regno , non era spinto da una 
vana curiosità, né vago di cercare avventure 
p di farsi acclamare da' popoli, costringendo 
i Comuni a fare straordinarie spese ; ma il 
suo scopo era quello che ben dovrebbero 
avere tutti coloro che la Provvidenza destinò 
a reggere le nazioni. Non appena giungeva 
in un paese o in una città , .era sollecito dì 
.chiamare a sé i funzionarli, gV impiegati ed 
i proprietarii più ragguardevoli, per interro- 
garli ad uno, ad uno circa i bisogni della po- 
polazione e sull* andamento dell' amministra- 
tone regia e comunale. Con quel suo .acu- 
me e talento straordinario di cui era dotato, 
^copriva il vero stato delle cose, e subito dava 
gli opportuni ordini e disposizioni. Visitando 
} qtte' lunghi, da perfetto ingegniere ed archi- 
inetto qqale egli era , conoscea ove fesse ine- 
#essaria una strada , un ponte, una miglior 
rftoltpra di terreni , una riparazione quatusi- 
.que , e : sollecito ne dava i mezzi per la ese- 
jcwzione. 

Quel benefico principe proibiva a' Comuni 
,«he visitava, d'mbandir sontuosi pranzi tanto a 
l*i che al spo seguito, e non voleva che gli 
*i dessero feste sfarzose — tutto al contrario 

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— 81 — 

-de* nostri redentori — invece accordava sus- 
=sidii ed elemosine dai la sua borsa particolare, 
e largiva grazie; notando particolarmente ove 
-era necessario un ospedale, un ricovero per 
le orfanelle , pe' proietti e pe' poveri. Miei 
^benevoli lettori , in qualunque luogo vi tro- 
iate di questo Regno, se girate attorno a voi 
lo sguardo , non è difficile imbattervi in un 
«monumento, in una opera di beneficenza, in 
una famiglia beneficata, in un torto riparato 
da' re di Casa Borbone e specialmente da Fer- 
dinando li. Questo sovrano non fu esente da 
difetti , che tutti abbiamo come figli di Ada- 
mo; ma senza partigianismo, bisogna conve- 
nire che egli fece molto bene a questo Re- 
gno, e più ne avrebbe fatto, se le rivoluzioni 
e l'immatura morte non glielo avessero im- 
pedito. 

Nel 1833, re Ferdinando organizzò sì splen- 
didamente 1* esercito patrio da meritare plau- 
so universale ; riccamente vestito , ben di- 
sciplinato ed istruito, fu più volte tolto a mo- 
dello degli altri Stati d' Italia. Chi 1* avrebbe 
mai detto 1 Spento quel sovrano immatura- 
mente ed in un modo misterioso, per la co- 
dardia e il tradimento divarii generali, tutto 
fu miseramente distrutto in pochi mesi. Di- 
ciassette capi di quel florido esercito, copren- 
dosi d'imperitura onta e vergogna, lo annien- 
tarono, facendo maravigliare l'attonita Europa 
della loro inettezza ed ingratitudine. Nel 1848, 
de Maio e Desauget iniziarono 1' opera vile 
ed esecranda, che fu compiuta pei nel 1860 
da un Alessandro Nunziante, un Pianelli, un 
Lanza, un Landi , un Clary, un Briganti, un 

6 }ogle 



— 82 — 

Gallotii , un Ghio, un Flores, un Lo Cascioy 
un de Benedictis, e simile genìa di sedicenti 
generali. Tutti coloro che credevano orpel- 
lare la viltà o il tradimento con lo strano 
principio del patriottismo, calpestando la pa- 
tria bandiera, nulla ottennero da' nuovi pa- 
droni, anzi furono e sono disprezzati. Per la 
qual cosa si possono ad essi applicare i beh 
versi del Monti : « Ben provvide il cielo — 
Òhe uom per delitti mai lieto non sia.» — 

Giusta il decreto del 21 giugno 1833, quel- 
l'esercito avea sei tenentigenerali, quattordici 
marescialli di campo e trenta brigadieri. La 
fanteria venne divisa in tre reggimenti della 
Guardia reale, e dodici di linea, denominati:: 
1° Re, 2° Regina, 3° Principe, 4° Principes- 
sa, 5° Borbone, 6° Farnese, 7° Napoli, 8° Ca- 
labria, 9° Puglia, 10° Abruzzo, 11° Palermo t 
e 12° Messina; inoltre sei battaglioni caccia- 
tori e quattro reggimenti di svizzeri. Ogni reg- 
gimento era composto di due battaglioni. Alle 
compagnie delle reali Guardie del Corpo a 
cavallo, che erano di nobili del Regno, àltre- 
se ne aggiunsero di fanti scelti tra veterana 
sott* uffiziaH di esemplare condotta e che a- 
veano resi ottimi servizii. 

La cavalleria fu composta di sette reggi- 
menti , due di usseri , due di lancieri e tre 
di dragoni; più un quarto reggimento dragoni 
in tempo di guerra. La gendarmeria reale 
venne formata di nove squadroni di otto bat- 
taglioni, in tutto ottomila uomini. Fu abolita 
la, mezza brigata di artiglieria a cavallo della 
Guardia reale, ed in cambio si organizzarono 
^ue reggimenti di fanti della medesima arma 



— 83 — 

ed una compagnia a cavallo. Queir esercito 
sommava a trentaseimila uomini in tempo di 
pace, a sessantaquattromila in quello di guer- 
ra» In seguito i reggimenti di linea furono ac- 
cresciuti fino al 16°, ed i battaglioni caccia- 
tori anche fino al 16°. Inoltre si organizza- 
rono varie batterie di artiglieria a cavallo, un 
battaglione di zappatori, un altro di pionieri 
e un reggiménto di cacciatori a cavallo. 

Con decreto del 10 marzo 1834, si stabili 
il nuovo reclutamento dell' esercito, cioè con 
l'arruolamento volontario, col prolungamento 
del servizio militare, pagando una determi- 
nata somma a coloro che avessero voluto ri- 
manere a' loro posti, e con la leva. In quanto 
a quest' ultima si diedero le norme chiare e 
precise, con istabilire, che ogni cittadino fosse 
obbligato al servizio militare per cinque anni 
ed altri tanti di riserva , estraendone uno a 
sorte sopra ogni migliaio di cittadini. Si ri- 
chiedevano le seguenti qualità per esser sol- 
dato: cioè che fosse nazionale, che non avesse 
subita condanna criminale , ben formato di 
corpo , di statura non meno di cinque piedi 
e dell' età di 18 a 25 anni. Erano esenti i 
capi di famiglia, i sostegni unici ed indispen- 
sabili, gì' impiegati del governo, o gli eser- 
centi una professione, i figli unici anche re- 
lativi che rimaneano nella casa paterna, i ve- 
dovi con figli, i laureati, o licenziati in varie 
scienze, gli alunni del reale Istituto delle belle 
arti, gli alunni del Collegio medico-cerusico 
approvati, i chierici minoristi, i seminaristi, 
i novizii monastici , ed il fratello unico di 
tutti costoro. Infine erano esenti gl'impiegati 



— 84 — 

delle fabbriche di armi , ed i figli di un fo- 
restiere residente nel Regno non legalmente 
naturalizzato. 

È necessario qui osservare quanto buon 
senso, carità, riguardi e libertà si usavano in 
quella legge detta di leva da un re , che i 
settarii voleano far credere nemico dell' in- 
telligenza e tiranno. Ferdinando II non tron- 
cava bruscamente la carriera di un giovane 
scienziato o artista; non metteva le famiglie 
nella dura necessità di rimanere senza soste- 
gni; ed infine accordava a tutti la libertà di 
abbandonare lo stato secolaresco e dedicarsi 
ad una vita di perfezione. È questa la vera 
libertà che dovrebbero darci i governi che si 
vantano umanitarii e liberali, e non già l'al- 
tra, che a nulla ci giova , cioè che , avendo 
un determinato censo, possiamo mettere nel- 
T urna un voto per eleggere un cosi detto 
rappresentante della nazione. Il quale, o per 
cattiveria, o perchè comprato da' governanti, 
in cambio di sostenere i dritti di coloro che 
lo elessero , propugna i suoi , e quelli degli 
amici, o gli altri del governo- partito; e tutto 
questo supposto sempre che non vi sia intrigo 
nelle elezioni. Gli uomini di buona fede e di 
buon senso, invece di farsi imporre dalle frasi 
altosonanti di libertà e di progresso, dovreb- 
bero studiare e confrontare le leggi fatte dai 
tiranni con quelle che ci han regalate i ri- 
generatori de* popoli. 

Con un altro decreto fu ordinata la forma- 
zione di nove squadroni della Guardia di o- 
nore, uno per la capitale ed otto per le pro- 
vince ; gl'individui che ne faceano parte do- 

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— 85 — 

veano essere delle primarie famiglie del Re- 
gno, sebbene vi furono poi non poche ecce- 
zioni. Quelle guardie altro obbligo non avea- 
no se non quello di seguire il re o le persone 
reali, quando costoro giravano le province, ed 
erano esenti dalla leva; fu eletto capitano dai 
medesimi il tenentegenerale duca di Rocca- 
romana, in cambio del defunto duca di S. Va- 
lentino. Nel 1834 la istituzione delle Guardie 
di Onore venne estesa anche alla Sicilia, ove 
se ne trovavano un buon numero nel 4848. 
In quello stesso anno si organizzarono le cobi 
dette compagnie d* armi , una per ogni di- 
stretto, di 24 uomini a cavallo, comandati da 
un superiore che avea il titolo di capitano. 
La loro missione era quella di tenere una si- 
cura corrispondenza tra' sottintendenti, i giu- 
dici regi circondariali ed i sindaci; portavano 
il danaro dello Stato da' paesi al distretto; e 
rendevano segnalati servizii con tener sicure 
le strade fuori 1* abitato e col dar la caccia 
a' ladri di campagna. 

Si formavano dodici battaglioni di Guardia 
detta d'interna«sicurezza per Napoli, avendo- 
ne avuto il comando S. A. R. il principe di 
Salerno. In seguito quelle Guardie, dette ci- 
viche o urbane, furono estese per tutto il Re- 
gno, ed erano quelle stesse che poi i governi 
rivoluzionarii del 1848 e 60 ci regalarono , 
come una grande istituzione di liberalismo , 
sotto il nome di Guardie nazionali, ed oggi 
anche abolite ! I tiranni non aveano paura di 
armare i cittadini onesti, per mantenere l'or- 
dine pubblico , i governi detti liberali , dopo 
che proclamarono la Guardia nazionale essere 

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— 8G - 

il palladio della libertà, l'abolirono per paura. 
Però se i rigeneratori della patria tolsero le 
armi di mano alla gente onesta, che le servi- 
vano pel bene pubblico, le danno oggi anche 
a' briganti, a condizione che costoro paghino 
una determinata tassa annuale: basta che pi- 
glino danaro, del resto poco si curano ! 

Dopo che si organizzò l' esercito , con un 
decreto si stabili un piano organico per la 
Direzione generale degli ospedali militari; e 
con un altro decreto del 23. dicembre s'istituì 
una medaglia di onore per compensare il lo- 
devole servizio militare e civico. 

Mentre il re spendeva le sue cure per l'e- 
sercito, non trascurò di migliorare la real ma- 
rina. In quell'anno 1834, fece costruire due 
fregate', una nel cantiere di Castellammare, 
l'altra nella darsena, dt Napoli; la prima si 
nominò Urania, la seconda Partenope. Com- 
prò dall'Inghilterra la goletta Wenefrede t il 
brigantino Nettuno e la corvetta Ferdinand 
do II , tutti tre" legni a vapore , acquistati 
quando ancora non ne aveano gli altri prin- 
cipi italiani e la stessa Austria. Quel sovra- 
no, nell'introdurre in questo Regno le buone 
ed utili novità, fu sempre il primo in Italia, 
non ultimo in Europa, come vedremo più 
tardi per le strade ferrate, pel gas e pel te- 
legrafo elettrico. Nel 1835, la goletta Wene- 
frede, trovandosi nella rada di Napoli , s* in- 
cendiò in parte, ed in pochi mesi venne ri- 
costruita meglio in questa Darsena. Il 17 mag- 
gio dell'anno seguente si stabilì per la prima 
volta in Napoli una Delegazione di pacchetti 



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— 87 — 

n vapore, pel servizio del governo e pe' par- 
ticolari. 

Varii decreti ed ordinanze si pubblicarono 
nel 1834 circa la marina militare; si abolì il 
«ornando della stessa , dandosene le attribu- 
zioni al ministero di tal dipartimento. In Pro* 
cida si fondò una scuola nautica , alla quale 
furono aggregate le scuole normali con l'al- 
tra di pilotaggio. In Napoli si die principio 
alla costruzione del bei porto militare, detto 
di S. Vincenzo, a destra del Molo. 

Re Ferdinando nei 4834 fece una conven- 
zione col Sommo Pontefice, che era un'appen- 
dice al Concordato del 4818, sottoscritta il 46 
aprile di quello stesso anno dal cardinale 
Tommaso Bernetti pel Papa e dal conte Co- 
stantino Ludolf pel re. Quella convenzione 
-contenea cinque articoli : 4° l'immunità per- 
sonale, 2° la prigione separata per gli eccle- 
siastici, 3 Ó vietato in chiesa l'arresto dei-reo, 
4° la Camera di correzione permessa a' Ve- 
scovi per punire i sacerdoti scandalosi, 5° la 
degradazione di un ecclesiastico dovea farsi 
previa la conoscenza del Vescovo (4). I-rivo- 
luzionarii trovando male tutto quello che fa 
la S. Sede apostolica, non tralasciano perciò di 
criticarla perchè la stessa ha voluto da'sovrani 
<li non arrestarsi alcun reo in chiesa. Intanto 
nulla han trovato a dire in contrario, quando 
i governi di Francia e d'Inghilterra han proi- 
bito a' loro ministri, accreditati presso i so- 
vrani esteri , di fare arrestare i rei ne' pa- 



li) Vedi Dritto Canonico , del P. Maestro Tommaso 
Salzano, appendice III. 



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— 88 — 

lazzi ove costoro abitavano. Forse che la Gas» 
di Dio è meno di quella de' ministri francesi 
ed, inglesi ? 

Varie opere pubbliche s'iniziarono e si com- 
pirono nel 1835 e 36 ; si compì la deliziosa 
strada, lunga otto miglia, che da Castellam- 
mare conduce a Sorrento; quella della Riviera- 
di Chiaia di Napoli venne migliorata, costruen- 
dosi un largo marciapiedi dalla parte delia- 
Villa ; questa fu prolungata per altri mille 
e cinquecento palmi. Nel medesimo tempo fu 
erettala magnifica scalinata, in mezzo a' giar- 
dini pensili, sulla strada di Capodimonte, di- 
segnata dall'architetto Antonio Nicolini. Venne- 
restaurato il ponte sulla strada di Chiaja, ed 
abbellito, dandoglisi la forma di un arco; e si 
costruì la scalinata coperta, togliendosi la de- 
formità di quella rampa che vi era. 

In Sicilia si compirono tre strade rotabili r 
cioè quella che da Messina corre a Torre del- 
Faro, l'altra da Palermo a Caltanissetta ed 
una terza anche da Palermo a Trapani. Nella 
medesima città di Palermo s'intraprese la co- 
struzione di un carcere modello a settori con- 
centrici, scegliendosi un luogo ameno e salu- 
bre; nel medesimo tempo si fondò il reale isti- 
tuto de' sordo-muti. In Catania si ripresero i 
lavori de' porto , in Modica fu eretto un Al- 
bergo pe' poveri, e tre ospizi di beneficenza, 
uno in Palermo, un altro in Messina, un terzo 
in Catania : quelli ospizi furono destinati ad 
accogliere e istruire i proietti, gli orfani ed 
i figli di genitori poveri. In Napoli si fondfr 
un ospedale, nell'antico Conservatorio di Lo- 
reto , per gì' infermi dell'Albergo de' poveri; 

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— 89 — 

inoltre un Convitto di nobili donzelle presso 
le canonichesse lateranensi, nell' abolito con- 
vento di Gesù e Maria. 

Altre opere pubbliche si fecero nelle prò* 
vince napoletane; in Bitonto si fondò un Or- 
fanotrofio col titolo di Maria Cristina ed un 
altro in Lecce , nel soppresso convento dei 
Cappuccini. In Bari si costruì il palazzo del* 
l'Intendenza ed in Lucerà un teatro. Ma l'o- 
pera più utile al commercio e alla como- 
dità de' viaggiatori s'iniziò nel 1836, cioè la 
ferrovia da Napoli a Castellammare e Nocera; 
ed il re volle che il costruttore della stessa 
si obbligasse di prolungarla per allora fino 
a Salerno ed in seguito dalla parte del Ci- 
lento. Quella ferrovia venne eseguita dal fran- 
cese Armando Giuseppe Bayard de la Vingtrie, 
quando ancora gli altri Stati d'Italia ne erano 
totalmente privi. 

Il re, per aumentare l' industria ed il com- 
mercio, li agevolava in ogni maniera; per la 
qualcosa protesse una società industriale detta 
Enologica per la manifattura de' vini; die in- 
coraggiamenti e mezzi a Lorenzo Zino per 
istabilire una fonderia di ferro al ponte della 
Maddalena qui in Napoli, ad Antonio Barbier 
per una fabbrica di panni con privativa in 
Palermo , e ad altre persone per impiantare 
stabilimenti di cartiere in varii siti del Re- 
gno. Per promuoversi sempre più il commer- 
cio, si fondarono molte Compagnie, tra le al- 
tre, due in Napoli, una di Assicurazione ge- 
nerale col capitale di quattrocentomila duca- 
ti, e l'altra denominata Partenopea Sebezia che 
promoveva anche l' industria, le belle arti, 

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— 90 — 

]' edilità, le manifatture e la circolazione delle 
merci nazionali ed estere. Per non essere 
impedito il commercio in tempo di epidemie, 
il re ordinò che si fondasse un Lazzaretto 
semisporco , per le merci e per le persone 
sospette d' infezione. 

Quel benefico sovrano , conoscendo essere 
r agricoltura la sorgente primaria della ric- 
chezza di questo Regno , dal 1833 al 36 ri- 
volse le più sollecite cure per promuoverla, 
agevolandola in ogni modo. Difatti incorag- 
giò e protesse una banca detta dei Tavoliere 
di Puglia, col capitale di due milioni e mezzo 
di ducati , che doveano servire alla coltiva- 
zione di quel famoso tavoliere. Introdusse nel 
Regno la coltivazione della rabbia , la quale 
mise radici in varie province, e 1' altra della 
barbietola per estrarne lo zucchero, essendosi 
a questo scopo stabilita una fabbrica nel co- 
mune di Sarno. Fondò in Barletta una scuola 
di agricoltura pratica, ed in Palermo un isti- 
stituto di beneficenza per proteggere e soc- 
correre i pastori e gli agricoltori poveri. Quel- 
l' istituto fu encomiato e benedetto da tutti, 
perchè fu ben diretto da D. Paolo di Giovan- 
ni, persona molto istruita e, quel eh' è più, 
caritatevole. 

Circa l' istruzione pubblica si progredì di 
bene in meglio da un anno all'altro, le scuole 
primarie, i licei, le università furono meglio 
riordinate, e cosi si accrebbero i mezzi della 
pubblica istruzione.' In Foggia si apri al pub- 
blico una Biblioteca , si aumentarono in Na- 
poli ed in Palermo le scuole di mutuo inse- 
gnamento. Nelle università del Regno si fon- 

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— 91 — 

darono altre utili e necessarie cattecfre , ri- 
chieste dal progresso delle scienze, e princi- 
palmente in quella di Catania ; in questa di 
Napoli venne collocato il magnifico Gabinetto 
anatomico da Antonio Nanola, comprato dal 
governo nel 1833. 

Senza che il governo avesse imposte altre 
tasse, anzi riducendo quelle gravose al popo- 
lo, la finanza prosperava a maraviglia. A causa 
della rivoluzione del 1820, lo Stato avea do- 
vuto far grossi debiti , come già si è detto 
altrove, e, nel Ì827, il fondo annuale di am- 
mortizzazione del debito pubblico era di un 
milione e trecentomila ducati; nel 1834 venne 
ridotto a soli settantamila. 

Ottime leggi e regolamenti si pubblicarono 
circa l'amministrazione dello Stato. Si sta- 
bilirono le norme per gli alunni diplomatici, 
per gli agenti consolari e per gli architetti 
civili. Venne modificato 1' articolo 407 delie 
leggi penali circa il furto, e si abolì la pena 
de' lavori forzati a vita, sostituendosi quella 
temporanea. Il 12 marzo 1836, comparve un 
decreto , col quale si proibiva agi' individui 
della real famiglia di uscire dal Regno o eon- 
trar matrimonio legittimo, capace di produrre 
effetti civili, senza il beneplacito sovrano. Nel 
medesimo tempo , il re istituì quattro majo- 
rascati in favore de' suoi fratelli, con l'asse- 
gno di Casa reale, in ducati sessantamila an- 
nui per ciascheduno, da goderne il possesso 
giunti all'età di anni 32. 

Prima che il re avesse fatta quella legge 
per infrenare la condotta poco lodevole dei 
suoi fratelli, il real conte di Siracusa fu eso- 

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. - 92 - 

nerato dall'alta carica di luogotenente gene- 
rale della Sicilia, e sostituito dal principe di 
Campofranco. Circa quella esonerazione, i ri* 
voluzionarii spacciarono menzogne e calun- 
nie ; giunsero a dire, che Ferdinando II, a- 
vendo conosciuto essere il conte di Siracusa 
amato da' siciliani, si fosse ingelosito ed in- 
sospettito; per questa ragione diceano, 1' a- 
vesse richiamato da Palermo. Che il real 
cónte si fosse cooperato a farsi proclamare 
re di quell'Isola, inclino molto a crederlo, a- 
vendo la prova della sua fellonia pel modo 
come si condusse nel 1860 con l' augusto suo 
nipote Francesco II. Però non fu questa al- 
lora la causa della esonerazione di lui; i rivo- 
luzionarii ammalignarono sempre le più sàgge 
e benefiche disposizioni di Ferdinando II. 
É pur verissimo, che, nel 1835, si fosse de- 
signata, in Palermo , una mascherata, simu- 
lante l'entrata del re Ruggiero il Normanno 
in Sicilia , per trovar pretesti di tumultuare 
a favore del conte di Siracusa; ma il re non 
si sarebbe curato di queir arlecchinata di 
pochi rompicolli, perchè sapea esser con lui 
tutti i veri e buoni cittadini siciliani. I quali 
erano poco contenti della condotta di suo fra- 
tello , perchè costui menava una vita licen- 
ziosa ed insidiava l' onore di tante distinte 
famiglie palermitane. Il re si decise richia- 
marlo a Napoli , quando gli si presentarono 
talune ragguardevoli persone dell'aristocrazia 
siciliana , e gli fecero sentire i torti che il 
real conte avea fatto al loro onore, con l'ag- 
giunta di volerli lavare nel sangue dello stes- 
so, se 1' avesse lasciato più a lungo luogote- 

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— 93 — 

ti ente della Sicilia. Fu questa la vera causa 
del richiamo del real conte; il quale da quel 
tempo finse circondarsi di artisti e ritirarsi 
dalla politica ; mentre si era circondato dai 
più pericolosi settarii, e tutti uniti congiura- 
vano contro la dinastia: e contro il Regno. 

Dal 1833 al 36, molte gioie e sventure provò 
la Corte di Napoli e il Regno; accennerò le 
più interessanti. Il 7 gennaio 1834, nella Cap- 
pella Palatina fu celebrato il matrimonio fra 
la real principessa Maria Antonia, sorella del 
re e il granduca di Toscana , Leopoldo li ; 
il di seguente , gli augusti sposi s' imbarca- 
rono sulla fregata Sirena e partirono per Li- 
vorno. 

Sul finire dell' anno 1835, si annunziò of- 
ficialmente per la prima volta, che la regina 
fosse incinta; ed il 16 gennaio 1836, die alla 
luce il principe ereditario del Regno , cui, 
nel battesimo conferitogli dal cappellano mag- 
giore, gli si die il nome di Francesco d' As- 
sisi , col titolo di duca delle Calabrie. Per 
tale fausto avvenimento, il re concedette molte 
grazie. Furono condonate tutte le multe ed 
ammende dovute alla finanza , non maggiori 
di 25 ducati; condonati tutti i crediti, fino a 
ducati 15, esigibili dalla real tesoreria, o al- 
tra amministrazione finanziaria; e yen ne abo- 
lita la ritenuta graduale sopra i soldi degli 
impiegati. 

1 pégni di telerie e pannini , da ducati 5 
in sotto , furono restituiti senza alcun paga- 
mento. Si diedero alle sette province della 
Sicilia ducati ventiquattromila, per restituirsi 
gli oggetti pegnorati da'poveri. 

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— 94 — 

Furono condonate le pene di semplice po- 
lizia , di prigionia , di esilio e di ammenda 
correzionale ; la pena di relegazione venne 
diminuita di quattro anni , di reclusione di 
tre e de' ferri di due. I condannati a morte 
ebbero grazia, gli esiliati politici ritornarono 
alle loro famiglie; e tutti gì' imprigionati per 
debiti , al ramo finanziere» , non maggiori di 
ducati duecento, furono messi in libertà. 

La gioia del re, per avere avuto largito un 
figlio erede del trono , fu di poca durata , a 
causa di un gran dispiacere datogli dal fra- 
tello Carlo, principe di Capua e più di tutto 
per le conseguenze che ne derivarono. Costui 
erasi invaghito di una giovane inglese, Miss 
Penelope Smith , nipote di lord Palmerston; 
volea sposarla; il re gli negò il suo assenti- 
mento ed ordinò che la Smith fosse espulsa 
da Napoli. Per la qual cosa, si assicura, che 
Carlo avesse insultato Ferdinando con tali 
modi irruenti da spaventare la regina, allora 
partorita, ciò che fu causa delle sopravvenute 
febbri violentissime alla medesima, le quali 
condussero quella real donna al sepolcro. 
Carlo fuggì da Napoli per raggiungere la 
Smith, e il re spedigli appresso un capitano 
per fermarlo; ma nessuna preghiera o minac- 
cia di costui valse a trattenerlo. Quel prin- 
cipe reale, abusando della sua posizione so- 
ciale, che già avea calpestata, volea uccidere 
quel capitano; e questi, per non arrecare al 
re un altro dispiacere, si astenne di venire 
a vie di fatto. Ed in vero T affare si era spinto 
tant' oltre, che dovendosi eseguire gli ordini 
sovrani, uno de* due contendenti dovea essere 

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— 85 — 

ucciso , perchè Carlo minacciava con la pi- 
stola in pugno. 

Carlo di Borbone, principe di Capua, fuggi 
da questo Regno senza lasciare amici o qual- 
che simpatia per lui; si recò all'estero e colà 
adempì la formalità del matrimonio con la 
Penelope, attirandosi tutto il rigore della leg- 
ge fatta dal suo augusto genitore e confermata 
dal suo maggior fratello. Quella legge, come 
altrove si è detto, vietava a' principi ed alle 
principesse della real famiglia, ed in qualun- 
que età, di contrarre matrimonio, di vende- 
re o far debiti senza il beneplacito sovrano. 
Carlo dimorò poco tempo in Londra; indi pas- 
sò in K rancia, in ultimo si ridusse nell'isola 
di Malta, carico di figli e di debiti. Ad onta 
che congiurasse sempre contro il suo fratello 
e sovrano , questi , indirettamente, gli facea 
giungere grandi soccorsi in danaro, ma non 
volle riconoscer mai il matrimonio contratto 
con la Smith. Fu questa la principale causa 
dell' odio di lord Palmerston contro Ferdi- 
nando li. Quel nobile lord, sebbene democra- 
tico in parole , avea però la smania di ele- 
vare una sua nipote ad altezza reale , e chi 
sa, anche a regina di Napoli ! 

Intanto la malattia della regina Maria Cristi- 
na progrediva in modo scoraggiante; il 31 gen- 
naio, 15 giorni dopo che partorì 1' erede del 
trono, confortata da' soccorsi della religione, 
quell' angelo in forma umana , volò in seno 
di Dio ! . . . . Da allora cominciarono le vere 
sventure di questo Regno e della dinastia, che 
finirono con una memoranda catastrofe. 

Durante i lugubri uffizii, renduti all' augu- 



- 96 — 

sta estinta, il re con tutta la real famiglia» 
si ritirò in Portici. Il cadavere della regina 
fu esposto nella sala de' viceré; il popolo vi 
accorse per tre giorni a versar lagrime di 
vero dolore, avendo perduto in Maria Cristina 
una benefica ed amorosa madre. Dopo la pom- 
pa delle meste esequie , il frale fu deposto 
nella Chiesa di S. Chiara. 

Maria Cristina di Savoia, regina del Regno 
delle Due Sicilie , avendo esercitato in vita 
straordinarie virtù, lasciò a questi popoli una 
imperitura eredità di affetti. Eglino la rive- 
rirono come santa in vita, e la ritennero tale 
anche dopo morta; perlocchè a quella chiesa 
corrono tuttora i fedeli per implorare gra- 
zie sulla' tomba della loro augusta regina; e 
costei molte ne ha ottenuto da Dio pe' suoi 
devoti. La Santa Romana Chiesa la dichiarò 
venerabile, e tra non molto la ascriverà nel 
numero delle beate. (1) 



(1) Il 13 gennaio 1853 , il corpo della defunta 
regioa fu trovato mirabilmente intatto, e venne tra- 
sportato con solennità , e messo in deposito ; nella 
Cappella di S. Tommaso della medesima ( hiesa di 
S. Chiara. Su quella tomba si fecero, da' fedeli, pre- 
ghiere e voti , e seguirono straordinarie guarigioni 
di malattie Per la qual cosa si compilarono pro- 
cessi, eon testimonianze di persone oneste e pie, si 
mandarono a Roma per la bea tific astone. Il Munici- 
pio di Napoli e di altre città del Regno , molti ge- 
nerali degli ordini religiosi, V episcopato italiano, il 
Collegio de' Cardinali e varii sovrani chiesero la bea- 
tificazione di Maria Cristina di Savoia , regina del 
Regno delle Due Sicilie. Il Sommo Pontefice Pio IX, 
li 9 luglio 1859, dichiarò venerabile la ripetuta re- 

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— 97 — 

H 16 maggio di queir anno- 1836 , quando 
il reale infante Franccesco di Borbone, erede 
<Ii questo Regno , compiva quattro mesi , il 
suo augusto genitore lo condusse al Duomo 
per offrirlo a Dio.... Oh ! perchè mancò un 
santo vecchio Simeone per profetizzare la sor- 
te di queir angioletto ? Lettori ! assai disgra- 
zie mi restano a narrarvi, che formano una 
catena non interrotta , per frangersi poi sul 
nostro capo e subissarci. Ma fate cuore , ed. 
abbiate fede nella parola di Colui, che , or 
3ono diciannove secoli, passò beneficando, e 
olisse: Beati qui lugent: quoniam ipsi conso- 
iabuntur. + 



$ina , e stabilì la introduzione della causa per la 
santificazione. Il benemerito periodico la Civiltà 
Cattolica ha pubblicato varii articoli sulla vita di 
quella serva di Dio ; ma chi desiderasse conoscere 
le virtù eminenti esercitate in vita ed i miracoli 
operati dopo morte da quelP augusta e santa don- 
na, potrebbe leggere la vita della venerabile Ma^ 
ria Cristina di Savoia, Regina del Regno delle 
Due Sicilie scritta dalP Ab. di Uontevergine, Mon- 
signor Guglielmo de Cesare. Digit ^ dby Goc 



CAPITOLO V. 

SOMMÀRIO 

„ Ferdinando II viaggia all'estero. Contrae matrimo- 
nio con una arciduchessa d' Austria. Incendio del Pa- 
lazzo reale. Il colera asiatico invade il Regno al di qua 
e al di la del Faro. La setta ne approfitta, arrecando* 
subug li, disastri e sangue in varie città. Si ripristinano 
i dritti pròmiscui*tr& Napoli e Sicilia. Si fanno altre 
novità amministrative io quell'Isola. Leggi contro il 
duello. Opere pubbliche. Si abolisce la tratta de' ne* 
gri. Riduzione del debito contratto con Rotschild 
nel 1824. Nascita di due principi reali. Varii reali 
principi esteri visitano la Corte di Napoli. Morte di 
uomini illustri. Bibliografia. 

Re Ferdinando, sia per divagarsi della per- 
dita che avea fatta, sia per conoscere alcune 
Corti di Europa , nel mese di maggio 1836, 
intraprese un viaggio senza fasto. Passò da 
Roma, indi da Firenze, ove si trattenne po- 
chi giorni, ripartendo per Vienna per la vìi 
del Lombardo-Veneto. Dimorò 23 giorni nella 
Capitale dell' impero austriaco, indi partì per 
Parigi. Nelle corti d' Italia , d' Austria e di 
Francia venne ricevuto con grandi onori e 
dimostrazioni di affetto. Un giorno passando 

£er piazza Vendome , al vedere la statua di 
[apoleone I., si tolse il cappello. I rivoluzio- 
narii andaronoTìn sollucchero, perchè avea tri* 

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— 99 — 

lutato onore ad un figlio della sètta, a colui 
che avea decretato : 1 Borboni han finito di 
regnare in Europa; quindi, al solito, spera- 
rono riforme politiche in questo Regno. Ma 
il re dichiarò poi, il suo saluto al Bonaparte 
non avere avuto alcun fine politico, avea sol- 
tanto salutato il gran guerriero. Al sentir ciò 
i settarii andarono in bestia; eglino detesta- 
van quel despota, ma si sentivano lusingati» 
che un re di antichissima stirpe avesse reso 
onori ad un degenere sì, ma loro fratello. Do- 
poché soggiornò in Parigi, circa due mesi, 
per la via di Tolone ritornò a Napoli il 1° 
ottobre. 

Ferdinando li, rimasto vedovo e giovine, 
il 26 dicembre 1836 conchiuse novello matri- 
monio con l'arciduchessa d'Austria Maria Te- . 
resa, figlia dell'arciduca Carlo, il celebre an- 
tagonista in guerra di Napoleone Bonaparte. 
Il 1° gennaio parti per Trento, ove sposò la 
suddetta arciduchessa, e le nozze furono be- 
nedette dal vescovo di quella città , monsi- 
gnor Ciderer. Il real principe di Salerno, re- 
duce da Vienna con la sua famiglia, passò da 
Trento, e precesse di un giorno la partenza 
degli augusti sposi; i quali giunsero in que- 
sta città il 26 gennaio 1837. 

Il re , profittando della fausta circostanza 
del suo secondo matrimonio , fece largizioni 
ed accordò grazie uguali al primo. Il 27 dello 
stesso mese gli augusti sovrani si recarono al 
Duomo , ed ivi si cantò il Te Deum. La re- 
gina Maria Teresa offri al Santo Patrono una 
sfera di argento dorata e girata di brillanti, 

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— 400 — 

con una spiga di grano di oro al di sopra 
della stessa. 

Il 28 vi fu solenne baciamano in Corte, fé* 
ste ed illuminazioni nelle città del Regno» 

Vennero destinate al servizio della regina 
le stesse persone della defunta Maria Cri- 
stina. 

I rivoluzionarii non si fecero sfuggire l'oc- 
casione di gridare contro Ferdinando II, per- 
chè costui , diceano , passò a seconde nozze 
nel tempo che il colera imperversava in Na- 
poli, e l'ascrissero ad altra tirannia enorme. 
Condizione fatale de' sovrani, i quali neppure 
son. liberi di prender moglie quando lo cre- 
dono opportuno per essi. Io non so perchè 
Ferdinando II scelse quel tempo per passare 
a secondo matrimonio; si sa però che menò 
la sposa a Napoli senza fasto; e se vi furono 
tre giorni di feste" popolari, non vennero or- 
dinate da lui , ma si fecero spontaneamente 
dalle popolazioni. 

La notte del 6 febbraio, un disastro funestò 
la Corte e la città di Napoli , appiccossi il 
fuoco agli appartamenti della regina madre, 
che erano presso il teatro S. Carlo. Si assi- 
curò che quell'incendio fu l'effetto della sba- 
dataggine di un servo; nonpertanto die luogo 
a varie dicerie e sospetti; e il nome del prin- 
cipe Carlo non venne risparmiato. Un vento 
impetuoso propagò queir incendio , distrug- 
gendo tutto il prezioso mobile, le ricchissime 
suppellettili e varii capi-lavori di sommi ar- 
tisti, in genere di quadri e sculture. La re- 
gina madre , avvertita dalle guardie , fuggi 
mezzo nuda, riparando nelle stanze del re. 

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— 101 - 

Corsero pompieri, soldati, autorità civili e 
militari : si abbatterono mura e se ne alza- 
rono altre per circoscrivere il fuoco; si fece 
uso di pompe e di tutti i mezzi, che sugge- 
risce l'arte in simili circostanze, II tenente- 
generale Carlo Filangieri, per volere del re, 
prese la direzione di tutti que' soldati accorsi 
per domare l'incendio; il quale sembrava di- 
struggere l'intiero palazzo, e quel tenentege- 
nerale, anche in queir occasione , mostrò la 
sua grande abilità e il suo coraggio. Quel 
fuoco, alimentato sempre dal vento, durò tra 
giorni , ed inceneri gran parte della magni- 
fica Reggia. Crollarono le maestose e vetuste 
volte, comparendo maggiori rovine: il popolo, 
sbigottito e mesto, mirava tanto disastro. Però 
simili disastri , sotto il Regno de' Borboni , 
non solo sono stati sempre immediatamente 
riparati , ma le opere distrutte , rifatte più 
belle e magnifiche. S' incendiò il teatro San 
Carlo, regnando Ferdinando IV, e rinacque 
più stupendo di prima; lo stesso accadde alla 
Reggia di Napoli sotto Io scettro del secondo 
Ferdinando. Ed intanto, a tutte le stupende ope- 
re pubbliche erette da' re di Casa Borbone , 
si è avuto il cattivo genio di togliere l' em- 
blema del giglio, per sostituirvi la Croce di 
Savoia; come se ciò bastasse a seppellire 126 
anni di splendida storia ed annientare ^on- 
nipotenza dei fatti! 

Un terribile flagello desolò queste nostre 
belle contrade nel 1837 principalmente , fu- 
nesta eredità lasciataci dall'anno precedente. 
Il colera asiatico , dopo di aver fatto le sue 
spaventevoli prove in Asia, ove nacque, entrò 

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— 102 — 

in Europa per le gelide regioni «lei Caucaso, 
ed invase la Germania, l'Inghilterra, la Fran- 
cia, la Spagna e il Portogallo, arrecando do- 
vunque spavento e morte. 

Già ho detto altrove, quali disposizioni e- 
mano il governo del re per preservare que- 
sto Regno da quel morbo letale; nonpertanto, 
vuoisi , che una famiglia fuggita da.Trieste 
l'avesse introdotto in Trani , città delle Pu- 
glie, donde si propagò in Rodi, Carpino, Mon- 
tesantangelo e Barletta. 

All'annunzio delia trista notizia che il co- 
lera si era introdotto in questo Reame , il 
governo raddoppiò di vigilanza e fece di tutto 
per circoscriverlo : ma riuscì inutile ogni 
provvidenza o mezzo opportuno; morivano di 
colera in Napoli, primo una donna e poi un 
doganiere, certo Maggi. La morte della don- 
na passò quasi inosservata ; però quella del 
doganiere destò l'allarme e sparse lo spavento 
in tutta questa popolosa Capitale. La gente 
egoista si arrabattava a far provvisioni di viveri 
e chiudersi in casa, o fuggire in varie dire- 
zioni; coloro, che tutto ripongono nelle mani 
di Dio , accorrevano nelle chiese ad impetrar 
misericordia dal dispensatore supremo della 
vita e della morte. In Napoli era un viavai, 
che più accresceva la confusione e lo spa- 
vento. 

Il governo , mentre preparava tutto il ne- 
cessario per rendere meno contagioso e mor- 
tale quel nuovo flagello, per nasconderlo, con 
pietosa cura, facea spargere la notizia, che 
il doganiere Maggi non era morto di colera, 
ma di stravizzo. Intanto non trascurava ren- 



— 103 — 

«der netta la Città di tutto quello che havvi di 
^sudicio; le strade ed i vicoli, ove la nettezza 
è sempre un desiderio , attesi i costumi del 
basso popolo , furono con ogni cura mondi. 
43i raccolsero tutti i mendicanti e gli strac- 
cioni , che in Napoli abbondano troppo , si 
prepararono varii ospedali con migliaia di 
letti, ed abbondante biancheria per tutt* i bi- 
sognosi. Gli stessi rivoluzionarli non han po- 
tuto negare, che in quella infausta circostan- 
za, il governo del re si mostrò provvidentis- 
«imo e caritatevole. 

Tutti que' provvedimenti non valsero ad ar- 
restare il corso a quel morbo crudele e mi- 
sterioso. I primi ad essere attaccati dal co- 
lera furono gli abitanti della strada S. Bar- 
tolomeo nella sezione Porto , indi quelli ne- 
gli altri bassi quartieri ed infine quella epi- 
demia invase l'intiera città; e se dapprincipio 
avea fatto delle vittime fra la bassa popola- 
zione , con forza uguale, attaccò ed uccise le 
persone del medio ceto e della nobiltà. 

I medici si divisero di opinioni, come suole 
accadere in simili eventualità ; taluni soste- 
nevano che il colera non fosse contagioso, 
altri affermavano tutto all' opposto : vi erano 
esempii che davano ragione a tutti; il popolo 
però lo ritenne contagioso. Questa convin- 
zione popolare accrebbe io spaventose gl'in- 
felici colerici furono abbandonati dagli stessi 
parenti ; ne' primi giorni si ebbero più morti 
ìi paura, o per mancanza di assistenza, che 
p er causa diretta del colera. Tra gli altri spa- 
ienti di cui erano assaliti i colerici , il più 
terribile era quello di vedersi presentare al 

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— 104 — 

capezzale un uomo avvolto, dal capo a* piedi,, 
in veste di pece nera , avendo soltanto due- 
aperture a cerchio innanzi gli occhi per ve- 
dere , ed annunziavasi al sofferente pel me— 
dico, o pei deputato sanitario, o per l'infer- 
miere. Figuratevi se quel tremendo fantasma 
potea far bene all'affranto e spaventato cole— 
ri co ! 
Ferdinando II fu il primo a dar l'esempio 

.del coraggio disprezzando il pericolo , tocca- 
va i colerici, si appoggiava sopra, i letti dei 
medesimi ; visitava gli ospedali e il Campo- 
se nto per veder tutto , e senza essere abbi* 
gliato in quella spaventevole toletta di sopra 
descritta. Il coraggio del giovine sovrano fi* 
ammirato, e tutti fecero a gara per imitarlo, 
assistendo senza veste di pece gli attaccati di 
quel micidfìale morbo. 

Se in quel tempo si fece palese l'avarizia 
e 1' egoismo di taluni, che avrebbero dovuto 
dar F esempio del coraggio e dell'abnegazio- 
ne , non mancarono medici ed ecclesiastici 
filantropi e caritatevoli. Monsignor Ferretti ,.. 

. Nunzio apostolico, assisteva i colerici da in- 
fermiere , e si vendette tutto quel che pos- 
sedea per soccorrere i poverelli. I padri ospe- 
dalieri di S. Giovanni di Dio, particolarmente 
quelli della Pacella, furono ammirati e bene* 
detti da tutti pel gran soccorso e gli straor- 
dinari servizii prestati a' colerici poveri. Il 
clero napoletano , i religiosi di varii ordini 
monastici, ad esempio del loro Arcivescovo, 
in quel terribile flagello, furono la vera prov- 

* videnza della povera gente. Tra' giovani me- 
dici di quella nefasta epoca trovo encomiati 

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— 105 — 

Ramaglia, Nunziata, Diberti, Chiaja e Man- 
frè; tra gli anziani de Renzis, Romano, Vut- 
pes e Carbonara. 

Gli estinti erano condotti ne' carrettoni al 
Camposanto di Poggioreale; e si stringeva il 
cuore a vederli traversare per le vie. I bec- 
chini però gavazzavano in quella pubblica 
sventura , gridando financo : Viva li morti ! 
proferendo orribili bestemmie e frizzi pla- 
teali contro i ricchi ed i potenti estinti, ca- 
duti nelle loro mani. Talora, per fretta o in- 
gordigia di guadagno, caricavano sopra i car- 
rettoni i colerici non ancor trapassati ed ab- 
bandonati da' parenti. Fatti che si leggono 
nelle effemeridi di que' lagrimevoli giorni 
e che anch'io rammento appena. Quel primo 
periodo di còlerà durò in Napoli circa cinque 
mesi ; vi furono attaccati 6837 persone , ne 
morirono 3620. 

Nel principio di marzo 1837 il colera sem- 
brava finito in Napoli, tanto che il magistrato 
supremo di salute avea cominciato a rilasciar 
libere le patenti a' legni che partivano da 
questo porto; però dopo quacanta giorni, ri- 
comparve in un modo più spaventevole. Il 19 
luglio, secondo il bollettino officiale ne mo- 
rirono 436 ; ed è certo che il governo , con 
pietoso inganno, occultava la vera desolante 
cifra ; la quale, in quel secondo periodo co- 
lerico ammontò a trentaduemila ! 

Nondimeno il ritorno del morbo ferale ar- 
recò meno spavento. Il carattere napoletano, 
che corre sempre agli eccessi — vizio di tutti 
i popoli meridionali — in quella circostanza 
. deplorevole, fu di salvaguardia a' precedenti 

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— 106 — 

danni, surli da timori esagerati. Non si usa- 
rono più le consuete cautele e precauzioni 
per iscansarc il contagio , ma tutti mostra- 
ronsi rassegnati e solerti nel soccorrere i pa- 
renti e gii amici; anzi la plebaglia quasi go- 
dea di quel male, che l'eguagliavi a* ricchi 
ed a' potenti. 

Il credereste ? i rivoluzionarii ritennero che 
nel colera si ascondesse qualche fine politi- 
co, perchè in Germania, in Francia, in Por- 
togallo ed in Ispagna i movimenti politici é- 
rano accompagnati da quel morbo: è questa 
la sorte di tutt' i partiti vinti , cioè sperare 
il loro trionfo anche da' comuni flagelli. Ed 
in vero , essi ne approfittarono col soffiare 
nelle credule popolazioni, che il calerà altro 
non fosse che veleno propinato dal governo; 
e il deputato Petruccelli della Gattina non 
ebbe vergogna farsene. poi un vanto nel Par- 
lamento italiano in Torino, di essere egli 
stato uno degli spargitori di queir infamia a 
carico del governo di Ferdinando II. 
. Il 23 luglio, nella città di Penne, per falso 
sospetto di essersi versato veleno in una pub- 
blica fontana , i faziosi , a capo de' quali de 
Cesaris , Castiglione, Forcella, de Sanctis ed 
un notar Gaponetti, tutti affiliati alla Giovine 
Italia, ne presero pretesto, facendo subuglio 
e gridando: Viva la Costituzione ! Fu neces- 
sario 1* intervento della truppa di Chieti e di 
Pescara , guidata dai maggiore Ducarne e il 
colonneflo Tanfano per batterli , rimettendo 
l'ordine pubblico dopo tre giorni di lotte. 

Nella provincia di Cosenza accaddero le 
medesime ri volture: in Spizziri i settarii fe- 

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— 107 — 

cero di più, mandarono alcuni loro cagnotti, 
cioè un prete Luigi Belmonte ed un Luigi 
Stampo, che uniti ad altri, fingendosi agenti 
del governo , voleano far credere che aves- 
sero la commessione di avvelenare le fonti: 
furono arrestati e condannati a morte , ma , 
per grazia sovrana, la pena venne commuta- 
ta. Questi fatti si rinnovavano ogni giorno 
ne' paesi e nelle città della Calabria; per la 
•qual cosa il governo fu costretto a mandare 
colà il comm. Giuseppe de Liguoro in qua- 
lità di commissario regio. Costui istituì com- 
missioni militari e consigli subitanei di guer- 
ra, per giudicare coloro che far voleano ri- 
soluzioni , attirando 1' odio delle popolazioni 
contro il sovrano con sediziose notizie e con 
false missioni governative ; lo stesso si pra- 
ticò per taluni paesi degli Abruzzi. 

In Sicilia si era messo un cordone sanita- 
rio rigorosissimo, e l'indole di quel popolo 
essendo immaginosa ed energica , non tran- 
sigeva né cogli stranieri né con lo stesso 
governo di Napoli, nel respingere qualunque 
comunicazione col continente. Nonpertanto, ** 
il 7 giugno, il colera invase Palermo, ed in 
pochi giorni fece orribili stragi ; circa tren- 
tamila individui perironvi, quantità poco meno 
della sesta parte della popolazione : si assi- 
cura che il 3 luglio ne perirono tre mila, 
<}uel morbo colpiva alla cieca con sintomi 
improvvisi e spaventevoli, rendendo cadaveri, 
in poche ore, la gioventù più robusta, come 
i vecchi più cadenti. Le case , le vie erano 
ingombri di morti e moribondi ; le braccia 
mancavano per soccorrerli o seppellirli. Tutto 

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— 108 — 

èra desolazione e spavento ; chi rimanea in 
città era colpito nella propria abitazione o 
nelle strade; chi fuggiva, soccorabea nelle 
campagne e su' monti in varii e miserevoli 
modi. 

I siciliani , più esaltati e corrivi de' napo- 
letani, furono con maggior facilità ingannati 
da' settarii ; i quali non tralasciarono di ap- 
profittare di quella pubblica sventura , per 
sussurrare che il colera fosse l' effetto del 
veleno, sparso dagli agenti del governo. Pa- 
lermo e varie città della Sicilia , credendo 
quell'infame calunnia, fecero stragi di tanti 
innocenti cittadini. Nella contrada delle Gra- 
zie, presso la medesima Palermo, un povera 
vecchio, insieme al figlio, che fuggiva il co- 
lera, istantaneamente inferma, e creduto dai 
villani spargitor di veleno, è preso col figlio e 
-tutti e due bruciati vivi. Per la medesima 
causa furono massacrati, nel vicino paese di 
Villanate, 17 persone , altre 10 in Bagheria, 
27 in Corini, 12 in Gorleone, 30 in Marineo, 
67 in Misilmeri, 11 in Pizzi e 10 in Termi- 
#ni: alla mano del Signore che pesava sopra 
quella derelitta provincia, anche la setta ag- 
giunse la sua ferina rabbia i È certo però che 
in quel mai visto flagello, vi furono casi par- 
ticolari in cui si propinò del veleno, non già 
dal governo, non avendo alcuno interesse a 
decimar le popolazioni, ma dalla sordida ava- 
rizia e dalla privata vendetta, essendosi poi 
scoperti taluni fatti da far rabbrividire e ver- 
gognare nel tempo istesso, dal perchè quelle 
iene aveano la nostra stessa forma umana! 
Que' disordini che nel Napoletano si seda- 

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— 409 — 

rono facilmente, in Palermo e ne' paesi cir- 
convicini fu necessario spedirvi un corpo di 
truppa comandata dal brigadiere Roberto De-* 
sauget. I montanari, gente torbida ed insie* 
me credula, opposero una energica resistenza 
a quella soldatesca, minacciando stragi e mi- 
ne dovunque. 

Il 15 luglio, il colera invase altre città della 
Sicilia, e, con più danni Catania e Siracusa. 
Quegl* immaginosi isolani, istigati sempre dai 
settarii, credettero che il colera fosse veleno 

firopinato dal governo, quindi si rivoltarono, 
n Catania una turba di faziosi s' impadroni 
del potere , e formò una Giunta di go- 
verno; la quale altro non seppe fare che uc- 
cidere tanti onesti ed innocenti cittadini, sup- 
posti avvelenatori. Arrestò le autorità, disar- 
mò una compagnia di soldati, ruppe gli stem- 
mi borbonici ed alzò la bandiera de' carbo- 
nari. Non contenta di ciò volle proclamare 
i' indipendenza dell* Isola, cacciando fuori un 
manifesto, nel quale, tra le altre cose dicea: 
« Ferdinando ir per non perdere la Sicilia 
« si è deciso disertarla di abitanti; il colera 
« non è asiatico ma borbonico. » 

Quella feroce anarchia catanese , causa di 
una stupida credenza, durò dal, 25 luglio 
al 1° agosto; e furono sufficienti otto giorni 
per mettere tutto a soqquadro, dando eziandio 
campo a' patrioti di accomodare i loro affari, 
e perpetrare tante vendette private. Taluni 
buoni cittadini, guidati dal marchese di San 
Giuliano, avendo osservato che i rivoluzionari 
faceano più danno dello stesso colera , sor- 
presero i corpi di guardia di que' sanguinarli* 

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— 110 — 

e ristabilirono la regia potestà. Da allora di* 
minuirono le vittime del letale morbo , per- 
chè la maggior parte moriva di doppio spa- 
vento e disagio. 

In quella emergenza , que' cittadini bene- 
meriti furono potentemente aiutati da 16 sol- 
dati, un caporale ed un sergente di guardia 
alle carceri ; i quali aveano tenuti a rispet- 
tosa distanza que* feroci rivoluzionarii. Il ser- 
gente che comandava quegli uomini a nome 
Ferdinando Ciccarelli, era nativo di Giuglia- 
no» provincia di Napoli ; giunto colà il del 
Carretto con V alter-ego, in compenso di tanta 
fedeltà e bravura lo mise al comando di 
quella compagnia; dall' altra parte , ordinò che 
gli uffìziali e il colonnello Santaniello , che 
comandava eziandio la provincia, fossero messi 
sotto consiglio di guerra. Ma Ferdinando II, 
con la sua abituale clemenza, in cambio di 
fare eseguire la sentenza di morte , destituì 
quegli uffìziali e lo stesso comandante San* 
taniello, facendo grazia a tanti ribelli. 

In Siracusa, il 18 luglio, avvenne un'altra 
feroce ribellione. I faziosi arrestarono 17 per- 
sone e ne uccisero 6; tra' quali l' ispettore 
di polizia Vico, ed il Yaccaro funzionante da 
intendente. Attaccarono costui alla coda di 
un cavallo , e mentre questo lo strascinava» 
lo finirono a colpi di bastone e di pietre. 
Nella vicina terra di Floridia, presero il pre- 
sidente Ricciardi e Y uccisero con modi atro- 
ci. In altri luoghi avvennero i medesimi mas- 
saeri e più di tutti in Ganicatti. 

Mentre infieriva il colera e il debaccare 
de' faziosi, arrecando spaventi e rovine, salta 

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— ili — 

fuori un cariale , un tal Mario Adorno , con 
un manifesto stranissimo ; nel quale dicea; 
che finalmente si era conosciuto essere il 
colera effetto di arsenico vagante nel]' aria, 
e per salvarsene era necessario uccidere tutti 
i proprietarii. Per attuare il suo feroce pro- 
getto, postosi alla testa de' più facinorosi, si 
diede al saccheggio, agi' incendii, alle stragi, 
recando il terrore e la morte in quella de- 
solata provincia. 

Il miser suole — dar facile credenza a ciò 
che vuole : — gli uomini temono più un ca- 
stigo che viene da Dio che da' loro simili; 
quindi si volle credere che il colera fosse 
proprio un veleno propinato dal governo. Per 
la qual cosa la grande scoperta del curiale 
Adorno fu creduta da tutti , e si diffuse in 
Sicilia con la rapidità del fulmine , confor- 
tando gli animi più desolati, i quali spera- 
vano salvarsi da quel flagello, tenendo ad oc- 
chio soltanto gli agenti governativi. Già ognu- 
no si credeva salvo, ed in varii paesi e città 
si cantò il Tedeum in rendimento di gra- 
zie per la scoperta fatta da queir impostore 
e ladro curiale. Coloro che voleano passar per 
saputi , ne raccontavano delle grosse assai , 
indicando persone e luoghi ove si manipolava 
il veleno, ed ove si conservava per ispargerlo 
la notte nelle popolazioni. Si affermava come 
un fatto incontrastabile , che in casa dell'in- 
tendente Vaccaro si fosse trovato quel vele- 
no, riconosciuto da' chimici qual causa del 
colèra. Si giunse fìnanco a dire con grande 
sicurezza, che la principessa di Campofranco, 
mentre stava, per morire, affetta da quel mor- 



— 112 — 

bo, <si fosse rivolta al marito, allora luogote- 
nente di Sicilia e gli avesse detto : Scelle- 
rato 1... anche a me propinasti il veleno? 
Queste fandonie, spacciate ad arte da' rivolu- 
zionarti , erano credute come fatti incontra- 
stabili ; perlocchè le popolazioni sempre più 
imbestialivano contro il governo. 

Un Carlo Gemelli, autore di una appassio- 
nata Storia della siciliana rivoluzione del 
1848-49, ha avuto non so se la dabbenaggine 
o l' impudenza di stampare nel 1867 , nella 
medesima storia, al libro 1° pag. 127, la se- 
guente peregrina notizia: « Gompilavasi pub- 
« blicamente il processo da un Francesco Mi- 
« stretta , regio giudice istruttore , il quale 
« affidava ad uomini espertissimi nella chi- 
« mica scienza le sostanze rinvenute nelle 
« case de' sospetti e nel sacrario del tempio 
« custodite. Aprivansi alla presenza del po- 
« polo i forzieri di un Andrea Vaccaro , in- 
« tendente di quella provincia (di Siracusa), 
» trovavasi con alta maraviglia di arsenico 
« ripieni. Analizzava» poscia la sostanza, di 
« che era colma una guastada appartenente 
» ad un tedesco per nome Sckrwenter, e con 
* maggiore meraviglia vedeasi istantanea- 
« mente morire il chimico Michele Lo Curzio 
« per aver egli voluto intingervi il dito , ed 
« appressarlo imprudentemente alla bocca. I 
« quali fatti empiendo di stupore gli animi 
« impauriti, vieppiù la comune credenza raf- 
« fermavano essere il colèra opera nefanda 
« del governo \ de* suoi agenti e degli sceU 
« lerati avvelenatori •». Il Gemelli, con l'in- 
sinuare oggi essere stato il colèra del 1837 

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— 113 — 

4>pera nefanda del governo e de 9 suoi agenti, 
Tende un brutto servizio a tutti i governi ; 
•conciossiachè, in quell'anno, quel feral mor- 
bo invase tutti i regni di Europa, non escluso 
il Piemonte ; e disgraziatamente prosegue a 
visitarci saepe saepius, anche dopo che fum- 
mo rigenerati dalla schiavitù borbonica, cioò 
-dopo il 1860 : la conseguenza la dedurranno 
4 benevoli lettori. 

Messina fu preservata dell' asiatico morbo; 
que' cittadini, il 12 luglio, fecero allontana- 
re dal porto due bastimenti, uno provenien- 
te da Palermo, 1' altro da Napoli. I faziosi, 
^profittando di queir occasione , tentarono di 
far ribellione, e perchè gli uomini di buon 
senso ed i proprietarii si opposero , quella 
città venne dichiarata borbonica e nemica 
della Sicilia, anche perchè non era stata in- 
tasa dal colera. 

Le inconcludenze , le pazzie e le infamie 
-de' settarii si erano rese insopportabili in 
queir isola; per la qual cosa la cittadinanza 
chiese ed ottenne dal governo di Napoli una 
pronta ed energica repressione. Il 31 luglio 
Il re. spedì in Sicilia il maresciallo Saverio 
del Carretto con Valter-ego ; il quale, come 
ho già detto, si diresse prima a Catania e 
poi a Siracusa; e siccome era settario con- 
vertito alla monarchia, senza che avesse per- 
duta la crudeltà acquistata bazzicando nelle 
.sètte , oprò con troppo rigore ; si potrebbe 
«dire, che per la Sicilia, fu egli il terzo fla- 
gello dopo il colera ed i massacri àepatrio- 
4f. Appena giunto a Siracusa carcerò 750 per* 

o 

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— 114 — 

sone, delle quali 123 furono condannate a mor- 
te, cui poi il re accordò pieno perdono , ad 
eccezione di un negoziante e due proprieta- 
rii di quella città, capi principali della rivol- 
ta e degli eccidii. Il curiale Mario Adorno^, 
insieme al figlio, vennero anche condannati 
alla pena capitale; non ottennero grazia, per- 
chè le loro vittime superstiti reclamarono- 
giustizia presso il sovrano. 

Siracusa, in pena di essere stata la più ri- 
voluzionaria e di avere ucciso tra gli altri 
innocenti, l'intendente e il presidente della 
Corte Criminale, ebbe tolta l'intendenza e il 
distretto, nominandosi capoluogo di provincia 
la vicina città di Noto. Nel 1860, perchè lu- 
po non mangia lupo, il governo rigeneratore 
credette ripristinare le cose in Siracusa co- 
me trovavansi in luglio 1837 , tutto che re 
Ferdinando avesse restituiti dopo un anno» 
i tribunali a quella città. 

In quattro mesi, l'asiatico morbo fece tren- 
tamila vittime in Palermo, circa seimila in* 
Catania e settantamila nel resto della Sicilia- 
Morirono varii uomini sommi nelle scienze*, 
nelle belle arti e nel mestiere delle armi; li 
nominerò al solito, nella prossima necrologia. 

Con la fatale opportunità del colera, si at- 
tuarono le leggi di tumulazione ed inumazio- 
ne ne' Campisanti; dove, fino allora per vieti 
pregiudizi, si schifava la fossa. £ così venne 
tolto il grande inconveniènte di seppellirsi i 
cadaveri nelle chiese dentro l'abitato. 

Finito il colera, l'animo era compreso da 
straziante pietà, nel vedere migliaia e mi- 
gliaia di orfani derelitti, senza tetto e senza 

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— 115 — 

pane. Il pio sovrano Ferdinando II , anche 
in quella emergenza si mostrò caritatevole» 
prodigando dalla sua particolare borsa im- 
mensi soccorsi; fu egli eziandio aiutato dal- 
l' inesauribile carità cattolica. L' Arcivescovo 
di Napoli, monsignor Filippo Giudice Carac- 
ciolo , eresse al vico Lava un conservatorio, 
ove le orfane di genitori morti di colera, tro- 
varono tetto, pane ed istruzione. Un altro ne 
aprì a Mergellina 1' abate Vincenzo Mirabelli 
e per lo stesso scopo; un terzo lo fondò il 
marchese di Pescara e Vasto alla strada Bran- 
caccio. 

Sul finire del 4837, varie novità si fecero 
in Sicilia; con decreto del 31 ottobre, il luo- 
gotenente del re , principe di Campofranco 
fu surrogato dal duca di Laurenzana; in pari, 
tempo venne stabilito, che quando la carica 
di luogotenente fosse stata affidata ad un na- 
poletano, il.consultore è il segretario dovea- 
no essere siciliani. I direttori di quel mini- 
stero furono abiliti , e il personale passò a 
far parte della Consulta de' domihii al di qua 
del Faro. Con un altro decreto dello stesso 
giorno, 31 ottobre, fu ripristinato il sistema 
de' così detti dritti promiscui; cioè che, do- 
vendosi provvedere nell'una e nell'altra parte 
de' reali domini], le cariche, gl'impieghi ci- 
vili ed ecclesiastici, fossero conferiti promi- 
scuamente a' napoletani in Sicilia, ed a' sK 
eiliani nel Napoletano, Questi ultimi doveano 
occupare sul continente eguale numero d'im- 
pieghi che occupavano quelli nell'Isola; ec- 
cettuate però le cariche di consiglieri di Sta- 
to , di direttori delle reali Segreterie e dei 

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— 116 — 

componenti la Consulta generale del Regno; 
ne' ministeri ideila guerra , affari esteri e 
nelle cariche di Corte, i siciliani ne doveano 
occupare la quarta parte. 

Essendosi ripristinati i distretti, già abo- 
liti con decreto dell' 8 marzo 1825 , in gen- 
naio del 1838 , si divise in due il distretto 
di Catania ; questa città fu dichiarata capo- 
luogo di provincia ed Acireale distretto. 

Con decr- to del 7 maggio dello stesso an- 
no, venne disposto che le amministrazioni di 
Palermo, Messina e Catania, escluso il ramo 
di polizia, fossero affidate ad un corpo della 
città , il quale dovea conservare il titolo di 
Senato, il Sindaco di Palermo ritenere quello 
di Pretore ed i Sindaci delle altre due città 
di patrizi. Queste larghezze municipali , ac- 
cordate da Ferdinando II, alla Sicilia, erano 
il preludio della libertà de' comuni , che a 
causa de' continui conati rivoluzionarii , non 
ottennero quello sviluppo cui tendevano le 
benefiche mire di quel sovrano. Si abolì in 
tutta T Isola il corpo de* sorvegliatori , sosti- 
tuendovi la Guardia urbana, che è quella isti- 
tuzione invertita in Guardia nazionale da' go- 
verni rivoluzionarii. I settarii odiavano quella 
perchè si componeva di possidenti e citta- 
dini amanti dell' ordine pubblico, in cambio 
di giovinastri avventati e rompicolli. Nel pri- 
mo decennio del Regno di Ferdinando II, tutte 
le istituzioni erano liberali , senza queli' or- 
pello di Costituzione politica, che serve sol- 
tanto a' settarii per gavazzarvi dentro, e farvi 
i loro affari con danno del popolo; eravi però 

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— 117 — 

la Consulta di Stato, la quale facea presente 
al re i bisogni del Regno. 

Ferdinando si recò in Sicilia, in settembre 
del 1838, accompagnato dal luogotenente del- 
l'Isola duca di Laurenzana, dai ministro San- 
tangelo, dal marchese del Vasto e da' gene- 
rali Gastelcicala, Saluzzo, Scarola e del Car- 
retto. Sbarcò in Messina, e dopo di avere ispe- 
zionate le truppe nel piano di Terranuova, 
proseguì il viaggio per terra alla volta di Ca- 
tania e Siracusa. Fu allora che dichiarò que- 
st'ultima città capo distretto, restituendole i 
tribunali. Sciolse le Commissioni militari, che 
doveano condannare i rei degli ultimi rivol- 
gimenti a causa del colera ; dopo di aver 
visitato Caltanissetta , Caltagirone , Canicatti 
ed altre città e paesi, il 25 ottobre giunse % 
Palermo. 

I settarii non si fecero sfuggire l'occasio- 
ne per gettargli nella carrozza scritti insul- 
tanti, accusandolo di aver fatto spargere il 
veleno per produrre il colera , ed insieme 
preghiere e minacce, onde indurlo a dare la 
costituzione. Quanta smania han* dimostrato 
in ogni tempo gli amatori della patria, per 
indurre i sovrani a concedere la costituzio- 
ne 1 Non aveano torto, Cicero prò domo sua; 
e noi, disgraziatamente, lo sappiamo a nostre 
spese. Ferdinando però lasciava gracchiare 
que' corvi di malaugurio , veri nemici del 
popolo, e pensava- a' veri bisogni di questo. 
In effetti, avendo conosciuto l'ergente biso- 
gno delle strade rotabili, per mettere in co- 
municazione le province co' distretti , ordinò 
che se ne costruisse , con la massima sol- 

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• — 118 — . 

lecitudine* una rete di novecento e sedici 
miglia ed in varie direzioni. Istituì una so- 
praintendenza delle prigioni , per rendere 
ixien triste la sorte de' prigionieri. Riorga- 
nizzò la segreteria del suo luogotenente; di- 
minuì il dazio sul macino, sciolse la divisio- 
ne de' beni comunali; ed elevò a regia uni- 
versità degli studii T accademia Carolina di 
Messina. In fine, con decreto del 22 dicem- 
bre di queir anno 1838 , ordinò che tutti i 
fondi di regio patronato, esistenti in Sicilia 
appartenenti a'prelati beneficiati, fossero con- 
ceduti ad enfiteusi, per meglio essere colti- 
vati. A quale scopo , volle che i medesimi 
fondi fossero divisi in tante quote , ognuna 
delle quali non maggiore di quattro salme. 
Dopo la dimora di tre mesi in Sicilia, negli 
ùltimi giorni del 1838 ritornò a Napoli. 

Dal fin qui detto chiaro risulta quello che 
ho detto altrove, cioè che Ferdinando II non 
viaggiava per le province del regno per vana 
curiosità, arrecando . interessi a' Comuni , o 
per farsi acclamare e cercare avventure, ma 
per conoscere da vicino i bisogni de' suoi 
popoli, e dar subito le opportune disposizio- 
ne, senza eleggere commissioni come fanno 
i governi ammodernati, che costano un oc- 
chio allo Stato, e nulla conchiudono, e quan- 
do conchiudono qualche cosa è sempre di 
maggior danno a' popoli. Quando egli giun- 
geva in qualche città o paese , vi recava la 
consolazione ed il contento; il commercio si 
rianimava , ir danaro affluiva sulle piazze, i 
poveri ricevevano soccorsi, gli angariati giu- 
stizia ed. i rei grazie. 

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— 119 — 

Quel pio sovrano, nel 1838, fece una savia 
legge, e severissima, vietando assolutamente 
il duello, avanzo illogico delle barbarie del 
medio evo, che toglie alle autorità competenti 
il dritto di punire le offese» mentre invece lo 
assume il privato cittadino. Così si stabilisce 
-una punizione, anzi una vendetta privata, e- 
levando la forza sul dritto, contraria ai con- 
trattò reciproco che han fatto gli uomini u- 
nendosi in civile società. Il risultato che 
-cosa prova il dueìlo ? prova che uno degli 
avversari abbia o più forza dell' altro, o. che 
sappia l'arte di maneggiar le armi meglio 
dei suo competitore. Cosicché , ad esempio, 
un onesto padre, fratello o marito , dopo di 
«essere stato crudelmente offeso nelP onore, 
<è costretto a battersi; né sapendo maneggiare 
«n* arme, corre certissimo rischio di essere 
ferito, sfregiato ed anche ucciso ; onde che 
oltre dell' insulto debba eziandio soffrire un 
danno materiale, che ricade sulla famiglia 
insultata.. 

Sento dire , che vi sono dei casi in cui il 
duello è assolutamente necessario : analizzo 
quali potrebbero essere questi casi. Uno sguar- 
do impertinente, una parola offensiva, od un 
frizzo che qualcheduno vi rivolge ? E tutto 
-ciò equivale al grave fatto di uccidere un 
uomo od essere ucciso? È proporzionata la 
conseguenza alla premessa? Se la fosse cosi 
il mondo diverrebbe uh cimitero l Ma uno 
schiaffo, mi si dirà, un insulto all'onore, che 
sarebbe di onta al nome ove restasse impu- 
nito , come punirlo ? Rispondo , ove non si 
abbia la virtù cristiana di tollerare V offesa , 

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— 120 — 

sarebbe più conveniente avvalersi della Iegr- 
ge, ricorrendo al magistrato competente. In- 
fine, mi si dirà, che vi sono offese che non- 
si possono far note a' magistrati , perchè sr 
propagherebbero arrecando disonore alle fa- 
miglie , ed in questi casi il duello è neces- 
sario. — Un duello desta naturalmente la cu- • 
riosità di sapersi la causa dello stesso , che- 
si vuole occultare; e quindi questa si pro- 
paga con più rapidità, ed ognuno è quasi nel 
dritto di raccontarla a suo modo, spesso in- 
ventando o malignando la stessa causa e* 
le circostanze, ciò che non avviene ricorren- 
do al magistrato competente. Qualunque ra- 
gione si adducesse in favore del duello , sa- 
rebbe sempre fondata sul pregiudizio , sul 
falso onore, e sopra un principio illogico. Da. 
qui il rigore spiegato da' sapienti giurecon- 
sulti e da' sovrani religiosi contro quell'avan- 
zo dell'età di mezzo, che i nostri bellimbusti 
chiamano partita cT onore , che ad altro noi* 
si riduce se non a rendersi omicida o sui- 
cida indirettamente. 

Ragionando sul duello non ho creduto ri- 
batterlo con le ragioni basate sulla morale 
cattolica , ma soltanto con alcuni argomenti- 
convincentissimi dello stesso Giovan Giacomo» 
Rousseau: e ciò per non dirsi che io cito mo- 
ralisti e Bolle de'Sommi Pontefici con le quali 
si fulminano i duelli , i secondi ed i testi- 
moni. 

Le pene che fulminò Ferdinando II, contro 
coloro che si battono in duello, son simili a 
quelle previste dal codice penale, riguardanti 
le ferite e gli omicidii volontarii. Ordinò i- 

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— 121 — 

noltre, che colui che sfidava l'avversario fosse 
punito col terzo grado di prigionia, da due a 
cinque anni , con 1' interdizione de' pubblici 
uffizii ed alla perdita delle pensioni rimune- 
rataci , dur sfate la prigionia. Del pari eolui 
che accettava la sfida soggiaceva alla stessa 
pena; i padrini, i secondi e gli assistenti al 
duello incorrevano nel medesimo castigo dei 
duellanti. Le percosse e le ferite, a causa del 
duello, se avessero prodotto la morte in qua- 
ranta giorni, il feritore sarebbe stato condan- 
nato alla pena capitale. Gli estinti in duello 
doveano essere sepolti in luogo profano. Oggi 
i progressisti , han retroceduto al di là del 
mèdio evo: un uffiziale dell'esercito o dell'ar- 
mata , di buonsenso e cattolico , è destituito 
se non accetta una partita di onore, un 
duello ! 

Ad onta di tanti disastri e spese straordi- 
narie fatte dal 1837 al 39, re Ferdinando non 
tralasciò di accrescere la marina militare e 
proseguir le opere pubbliche, essendo queste 
la sua cura prediletta. Nel novembre del 1837 
fu varato il brigantino Valoroso, nel seguente 
anno la goletta Sibilla , e nel 39 l' altro bri- 
gantino Intrepido, tutti e tre questi legni co- 
struiti nel cantiere* di Castellammare. Man- 
cando un Corpo essenziale alla real marina , 
si organizzò quello de' cannonieri marinari — 
che poi si distinse tanto, nel 1860, in Gaeta — 
era quel corpo composto di dieci compagnie» 
delle quali òtto attive, due sedentanee. Inol- 
tre s'istituì un corpo di artiglieri littorali, un 
altro del genio idraulico, e si fondarono due 
istituti di educazione pel ramo marina; il pri- 

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. _ 422 — 

mo denominato Collegio degli aspiranti guar- 
die' marina e il secondo Scuola degli alunni 
marinari. 

Circa il ramo della guerra, in qu e' qua Uro 
anni si perfezionò sempre più ^esercito; sol- 
tanto si aggiunse la gendarmeria a cavallo, 
composta di dieci squadroni , due de' quali 
scelti; sì sciolse la brigata degli artefici e 
se ne, formò un' altra di armieri, arti e pon- 
toni eri. 

In quanto alle opere pubbliche, in questo 
capitolo ne ho accennate alcune fatte in Si- 
cilia; ecco le altre eseguite ne'dominii di ter- 
ra ferma ed in queir isola. Nel 1838, venne 
ampliata e livellata la strada che costeggia 
Gastelnuovo in Napoli e si piantarono que- 
gli alberi, che oggi, dopo 39 anni si son 
fatti giganteschi e sembrano secolari. Ivi .è 
il rendez-vous di quella classe cfre in Na- 
poli si addimanda lazzari e lazzaresse. La 
strada del Piliero e V altra del Molo furono 
ingrandite, chiudendosi la prima con cancelli 
di ferro dalla parte del porto mercantile , e 
la seconda da quello militare. Si compì la 
gran dogana sulla strada del Piliero, sotto la ' 
direzione di Stefano Gross. Il ponte della Im- 
macolatella fu abbassato e si costruì in modo 
che le barcacce potessero passarvi sotto per 
trasportar le merci nella medesima gran do- 
gana ; a questo scopo vi è apposta una la- 
pide con iscrizione fatta dal canonico Fran- 
cesco Rossi. 

In quello stesso tempo il municipio di Na- 
poli riedificò il tempio dedicato a S. Carlo 
Borromeo , lungo la strada di Foria , onde 

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— 423 — 

sciogliere il voto fatto nel primo colera ; e 
stipulò un contratto con una compagnia fran- 
cese per illuminare a gas questa città ; illu- 
minazione non ancor conosciuta nelle altre 
città d'Italia. 11 3 ottobre 1839, s'inaugurò la 
prima ferrovia cbe da Napoli conduce al Gra- 
natello ; fu essa benedetta dal vicario gene- 
rale dell'Arcivescovo, alla presenza del re e 
•della real famiglia , tutti collocati sotto un 
magnifico padiglione eretto sulla loggia di 
Monteroduni in Portici. Trascorsero circa tre 
anni per inaugurarsi quel breve tronco di stra- 
da, che si era iniziato nel 1836, a causa del 
colera principalmente, che per due anni af- 
flisse e spaventò questo regno. 

Nel medesimo anno, il re volle istituire 
in Napoli il primo Consiglio edilizio , per 
provvedere a v mezzi di accrescere e miglio- 
rare la sicurezza de' fabbricati, il comodo e 
il beli' ornato di questa capitale. Quel con- 
siglio era composto dell'intendente della pro- 
vincia, in qualità di presidente, del sindaco 
di Napoli, vice presidente, di tre cittadini, 
cbe esercitavano professioni libere, e di tre 
artigiani, e di un segretario con voto. 

Alle opere di beneficenza, accennate di so- 
pra per gli orfani di genitori morti col co- 
lera, nel 1839 altre se ne aggiunsero. In 
Napoli ed in Sicilia s'istituirono gli asili in- 
fantili, ove raccoglievansi i fanciulli da tre ad 
otto anni, che non poteano essere assistiti 
ed educati da' loro genitori poveri. Essendo- 
si incediato e distrutto lo stabilimento di be- 
neficenza della real Casa santa dell' Annun- 
ziata, il re lo fece riedificare più comodo e 
più bello, ed in. poco tempo. In Palermo venne 

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— 124 — 

fondato un morotrofìo dal barone Pisani, il 
quale raccolse a sue spese un gran numera 
di dementi, con dar loro tutto il necessario, 
ed i mezzi per guarirli. Quello stabilimento 
passò poi sotto l'amministrazione del real go- 
verno, ed è uno de'migliori che vanta l'Italia;, 
tra le altre cose, si trovano colà de'capi lavori 
di belle arti, eseguiti da' medesimi dementi. 
In Termini di Palermo si fondò un orfano- 
trofio civico dotato da D. Policarpo Manes, ed 
un altro se ne fondò in Cosenza per cura di 
quel Municipio. 

Però la grande opera filantropica e carita- 
tevole compiuta in quel tempo da Ferdinan- 
do II, fu certamente quella di essersi coo- 
perato, insieme alla Francia e all' Inghilterra,, 
per far finire la inumana tratta dei negri. 
Quel pio sovrano, fin da quando salì al tro- 
no, avea fatto delle pratiche presso quelle 
due potenze , per togliere queir obbobrioso 
mercato di carne umana; ed il 14 febbraio» 
1838, in una convenzione definitiva , si ob- 
bligò concorrere con la forza delle armi e 
co' mezzi pecuniarii per vederlo totalmente 
abolito. Le sue pratiche ed insistenze furono 
coronate di un esito felice per varii luoghi 
dell' Africa e dell' America; ed egli fulminò 
pene severissime a chi de' suoi sudditi aves- 
se esercitato l'abbominevole commercio del- 
la tratta de' negri. 

Dopo tante spese ordinarie, e straordinarie 
fatte dal real governo in que' quattro anni, 
neir ultimo semestre del 1839 , la Commis- 
sione istituita per ammortizzare il debito 
pubblico, dichiarò di avere estinte, non solo 
le obbligazioni ordinarie secondo era stata 

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— 125 — 

-stabilito, ma aver pagate mille e ventotto 
obbligazioni, ognuna di cento lire sterline, 
debito contratto in Londra nel 4824 col ban- 
chiere Rotschild e compagni. Son questi quei 
miracoli finanzieri che san fare i soli go- 
verni tirannici, simili a quello di Ferdinan- 
do II di Borbone; e tutto questo si fece sen- 
za imporre nuovi dazii, anzi riducendo quelli 
«che vi erano, come ho già detto in questo 
«tesso capitolo. 

Il 1° agosto 1838, la regina die alla luce 
xin figlio, che nel battesimo, conferitogli dal 
cappellano maggiore, ricevette il nome di Lui- 
gi, e gli fu dato il titolo di conte di Trani, 
con l'istituzione di un majorascato in favore 
dello stesso sulla tenuta di Tressenti. Il re, 
in occasione della nascita di quel principe 
reale, fece le solite largizioni , ed accordò 
grazie a' condannati alla semplice prigionia 
ed agli altri a' ferri. Il 17' settembre deiran- 
no seguente, la medesima regina partorì un 
altro figlio, al quale fu dato il nome di Al- 
berto, col titolo di conte di Castrogiovanni, 
ed ebbe un majorascato sulla tenuta di Cardi- 
tela; ma quel real principe visse assai poco. 

Nel 1839, varii principi reali visitarono la 
corte di Napoli; in febbraio giunse in que- 
sta capitale la principessa Carolina vedova 
del duca di Berry, sorella del re Ferdinando 
II, ed il principe ereditario di Baviera Mas- 
similiano Giuseppe. Altri reali principi si 
recarono in questa città in quello stesso an- 
no, cioè nel mese di marzo l'arciduca Carlo 
padre della regina Maria Teresa , col figlio 
arciduca Alberto, e sul finire di dicembre il 

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— 126 - 

principe reale Enrico di Borbone , duca di 
Bordeaux, figlio dell'assassinato duca di Berry, 
ed oggi, come allora, illustre esule che por- 
ta il titolo di conte di Chambord , che tutti 
chiamano Enrico V re di Francia. 

Nomino le persone più illustri che mori- 
rono in questo Regno dal 1831 al 4839. Nel 
1831, Luigi Petagna di Napoli, professore di 
zoologia ed insigne botanico. Nel 1832, Ni- 
cola Giampitti, canonico napoletano, letterata 
e filosofo. Nel 1838, il duca di Sangro, tenen - 
tegenerale, già Somigliere del Corpo del re r 
morto di anni 74. Nel 1834, Silvestro Palma 
d' Ischia , compositore di musica. Nel 1835 , 
Melchiorre Dèlfico di Teramo , giureconsulto 
ed economista ; ab. Luigi Galanti di Santa- 
croce in Molise, sommo letterato e geografo, 
morto in Napoli di anni 71; Vincenzo Bellini 
di Catania , inventore di una nuova musica 
melodiosa e sentimentale, morto in Parigi di 
anni 34! Nel 1836, marchese Vito Nunziante 
tenentegenerale , prode ed onorato militare, 
morto in Napoli in età di anni 61 ; tenente- 
generale Giovambattista Fardella di Trapani, 
istitutore nella milizia del giovine re; colon- 
nello Costa, letterato e scienziato. Nel 1837, 
maresciallo Alessandro Begani di Napoli, pro- 
de militare; ab. Domenico Scinà di Palermo, 
celebre letterato e naturalista; Giuseppe Tran- 
china di Palermo insigne cerusico; Nicola Zin- 
garelli di Napoli compositore di musica; 
Michele Azzariti di Foggia , filosofo e pub- 
blicista; Filippo Fodera di Girgenti, gran giu- 
reconsulto; Nicola Palmieri di Termini di Pa- 
lermo, storico; Antonio Bivona di Messina na- 

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— 127 — 

turalista. Nel 1838 Antonio Capece Minutolo, 
principe di Canosa, più volte ministro di po- 
lizia, tanto calunniato dallo storico Colletta, 
morì in Pesaro di anni 70. Nel 1839, ab. Be- 
nedetto" Gozzolino di Napoli, primo istitutore 
de' sordo-muti, e Luigi Cilento di Marigliano, 
cerusico valente pel mal di pietra, morto in 
Napoli di anni 60. 

BIBLIOGRAFIA 

Rammenterò le principali opere che si pub* 
blicarono dal 1830 al 39. Nel 1830, Elementi 
di fisica dell' ab. Domenico Scinà. Nel 1831/ 
Principii del credito pubblico di Lodovico Bian- 
chini. Nel 1832, La filosofia della volontà e 
lezioni di logica e metafisica di Pasquale Gal- 
luppi; Lezioni di eloquenza sacra dell'ab. Ste- 
fano Gatti. 1833, Istitutiones metaphysices di 
Tommaso Troise; Filosofia elementare di Bal- 
dassarre Poli; YOmnibus politico letterario di 
Vincenzo Torelli. Raffaele Sacco inventò il 
Telemetro, istrumento ottico che serve a mi- 
surare le distanze inaccessibili. Nel 1835 , 
Somma della Storia di Sicilia, di Nicola Pal- 
mieri; Della giustizia criminale del Regno di 
Napoli di Pietro Ulloa ; Dizionario legale di 
dritto civile, penate, canonico ed amministra- 
tivo di Pasquale Liberatore. Nel 1836 , Pa- 
rallelo, della giurisprudenza universale dopo 
il mille di Giovanni Manna; Elementi di filo- 
sofia del sac. Salvatore Mancini; Marmale del 
Giureconsulto di Francesco Vaselli. 1837, Del- 
i maniera di studiare la lingua e V eloquen- 
za italiana di Basilio Puoti ; Principii di fi- 
losofia universale di Michele Baffi. 1838, Let- 

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— 428 — 

tere filosofiche sulle vicende della filosofia di 
Pasquale Galluppi; Iddio e l'uomo in ordine 
alla natura e la rivelazione di Francesco Lo- 
sapio; Codice de 9 notai di Domenico Gazzilli; 
Questioni di dritto di Nicola Nicolini. Nel 
1839, Storia d* Italia del medio -evo di Carlo 
Troya; Lezioni di dritto canonico del P. Tom- 
maso Michele Salzano ; Storia del Regno di 
Napoli di Massimo Nugnes ; Dizionario geo- 
grafico-storico-civile del Regno di Napoli di 
Raffaele Mastriani; Elementi di agronomia e 
della scienza silvana di Luigi Granata. Ma- 
cedonio Melloni inventò Y Elettroscopio 9 nuq- 
yo strumento ottico, e Raffaele Sacco un mec- 
canismo per raddrizzar gli occhi ai loschi. 

L' egregio capitano ingegniere , cav. Giu- 
seppe Befezzi immaginò ed esegui un altro 
difficile strumento , detto Telegometro » che 
serve eziandio a misurare le distanze inac- 
cessibili , e vins^ al confronto i congeneri, 
come rilevasi del dotto periodico La Guerra^ 
Tom. 1° Fas. IV, 1860, compilato dal tenen- 
te-colonnello Giuseppe Novi. 



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CAPITOLO VI. 
SOMMARIO 

Questione de 9 zolfi di Sicilia tra' governi di Napoli 
-e di Londra. Conseguenze di quella questione. Pri- 
mi moti rivoluzionarli in Aquila. Ribellione di Co- 
senza. I fratelli Bandiera. Piagnistei e calunnie. 

La Sicilia è la più grande ed importante 
isola del Mediterraneo, situata all'estrema par- 
te del sud della penisola italica. Un tempo tra- 
smise all'Europa la civiltà greca, e nel suo 
seno nacque, sotto il dominio svevo , quella 
lingua armoniosa , ricca e dotta, che oggi si 
addimanda italiana. Fra tanti doni, che Iddio 
prodigò a quella terra prediletta , la feracità 
è da ascriversi tra' primi. Possiede ricche mi- 
niere, tra le altre di argento e di oro, e quelle 
del zolfo— ne ha più di cinquanta — oggi la ren- 
dono assai più interessante; conciosiachè tutte 
le nazioni ne abbisognano , e sono obbligate 
ivi acquistarlo. Essendo quel minerale neces- 
sario negli svariati usi della vita , e più di 
tutto dopo i progressi delia chimica, se n' è 
accresciuta l'importanza; difatti si rende in- 
dispensabile in tutte le chimiche combina- 
zioni perchè è la base dell'acido solforico. Di 
sì naturale e tanto prezioso vantaggio che pos- 
siede quell'Isola, né i siciliani, né le Signorie 

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— 130 — 

che Hian dominata, seppero mai approfittare* 
Il solo Ferdinando II, sovrano eminente mente- 
nazionale , e che intendea padroneggiare in 
casa propria, tentò togliere agli stranieri il 
monopolio del zolfo, per renderlo profittevole 
allo Stato , ed a' suoi soggetti possessori di 
quelle miniere: ma dovette cedere alla pre- 
potenza brittannica. 

Fin dal 1836 , erasi presentata al real go- 
verno una compagnia di commercio francese» 
rappresentata da' negozianti Taix ed Aycard, 
facendo V offerta di acquistare lo spaccio dei 
zolfi di Sicilia con vantaggiosissime condizio- 
ni. Quell'offerta rimase senza risultati , per- 
che il Regno delle due Sicilie , per una fa^ 
tale conseguenza delle rivoluzioni, nel 1817 ,. 
avea dovuto fare un trattato di commercio con 
T Inghilterra ; sebbene non eravi patto e- 
spresso che gì' inglesi avessero il dritto del 
monopolio sulla esportazione de' zolfi; nonper- 
tanto per allora , non si volle accordare ad 
altri, per meglio riflettere sull'affare. Intanto P 
dopo queir anno , il commercio de' zolfi co- 
minciò a deperire sempreppiù, e da un anno 
all'altro il prezzo ribassava in un modo deso- 
lante pe' proprietarii delle miniere. Prima che 
gl'inglesi si fossero impossessati dei mono- 
polio, vi fu un tempo che si -vendette a 150 
franchi ogni mille chilogrammi , e nel 1837 
discese a franchi 10; prezzo che non copriva 
le spese , ed i padroni delle miniere ne so- 
spesero T estrazione. Per la qual cosa, varie 
nazioni non ebbero più zolfo dalla Sicilia; 
basti dire che la Francia, in quell'anno, ap- 
pena ne potè comprare una quinta parte di 

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— 131 — 

quanto era solita acquistarne negli anni pre- 
cedenti. 

11 bisogno del zolfo si facea sentire in tut- 
~t i paesi di Europa, la sola Inghilterra non 
ne difettava, acquistandolo a vilissimo prezzo. 
Fu allora che si presentò per la seconda vol- 
ta al governo di Napoli la compagnia Taix- 
Aycard, e gli fece il progetto di comprare il 
zolfo a ducati due e mezzo il quintale , per 
venderlo a quattro , dandogli in compenso 
guattrocentomila ducati annui. Il re sulle pri- 
me si negò per la seconda volta, perchè pre- 
vedeva quel che poi avvenne; ma il ministro 
Santangelo, ed il tenentegenerale Filangieri 
con troppa premura, e taluni dissero per in- 
teresse, lo persuasero ad aderire a quel pro- 
getto. In effetti, il 5 luglio 1838 , comparve 
un decreto, col quale si autorizzava il mi- 
nistero dell'interno a stipulare il contratto 
concedente la privativa de' zolfi di Sicilia alla 
compagnia Taix-Aycard. Con un altro decreto 
del 21 dello stesso mese , si diminuiva di 
quattrocentomìla ducati annui il dazio sul ma- 
cinato di quel!' isola, e così i siciliani go- 
deano di quella somma ricavata sulla priva- 
tiva de' medesimi zolfi., accordata alla com- 
pagnia francese. Il re aderì a quel contratto 
col solo scopo di animare il commercio del 
zolfo, e di alleviare la Sicilia di un dazio 
che questa ha sempre odiato ed odia. 

Trovavasi allora ministro degli affari este- 
ri Antonio Statella, principe di Cassero; co- 
stui, siciliano, e più degli altri ministri desi- 
deroso del bene del suo paese , avrebbe do- 
vuto mostrare più premura del ministro San- 

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— 132 — 

langelo e del Filangieri, circa un contratto 
che doppiamente vantaggiava la Sicilia. Ma 
perchè era egli un insigne uomo di Stato» 
ed operava pel solo bene della sua patria e 
del suo re, a tempo avverti quel ministro, 
che il contratto con Taix-Aycard ci avrebbe 
fatta nemica l'Inghilterra , si corriva agi* in- 
teressi, attirandoci addosso serii guai. Quin- 
di lo consigliava a trattar l'affare con matu- 
rità e portarlo in consiglio di ministri. San- 
tangelo, dopo di avergli promesso per iscrit- 
to, che avrebbe fatto tesoro di un tanto seti- 
nato consiglio, bruscamente e senza alcuna 
discussione, conchiuse e firmò quel contratto. 

Accadde quello che il principe di Cassero 
avea preveduto : lord Palmerston fu conten- 
tissimo di cogliere una occasione per vendi- 
carsi di Ferdinando II , perchè questi non 
volle mai esser servo dell'Inghilterra, perchè 
proteggea il proprio commercio e le manifat- 
ture indigene, ed infine perchè non volle ri- 
conoscere il matrimonio di sua nipote Pene- 
lope Smith col principe Carlo, germano del re. 

Quel nobile lord, dapprincipio, istigò alcuni 
speculatori, i quali portarono nel Parlamento 
inglese le loro lagnanze circa il contratto sti- 
pulato in Napoli , chiamandolo monopolio , 
mentre in realtà altro non era, che dare un 
giusto valore alla merce. Difatti lo stesso mi- 
nistro del commercio d' Inghilterra , Poulet 
Thompson , a que' piati, rispose con evasive 
parole. Palmerston, dopo che consultò, circa 
quella questione, i suoi giureconsulti — che 
gli diedero torto — cominciò a mostrarsi aper- 
tamente ostile al governo di Napoli. In occa- 

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— 133 — 

s^one di un pranzo di gala, flato dalla regina 
Vittoria, ove trovavasi il ministro napoletano 
conte Ludolf, il nobile lord lo attaccò con pa- 
role poco diplomatiche, indi sfolgorò una nota 
minacciosa contro* questo governo ; ed al so- 
lito, tra le altre cose, domandava una indea- 
nizzazione di trecentomila lire sterline , per 
la perdita già fatta da' mercanti inglesi; men- 
tre costoro nulla aveano perduto , perchè il 
contratto de' zolfi non era ancora stato messo 
in esecuzione. Sori questi veri ricatti diplo- 
matici , che r Inghilterra suol fare a danno 
dalle deboli o piccole nazioni. Intanto, il bri- 
gante ricattatore, spesso spinto a quell'eccesso 
dalla necessità, è maledetto dalla società ed 
appeso alle forche ; mentre l' Inghilterra di 
Palmerston fu proclamata, dai rivoluzionarii, 
la nazione più umanitaria e civile dell'Europa, 
anche per quel torto fatto al governo di Na- 
poli ! 

Quella nota inglese giunse al ministro de- 
gli affari esteri di Napoli, e costui la mandò 
in Sicilia, ove allora trovavasi il re; il quale, 
sobillato dal Santangelo, fece rispondere con 
un'altra non meno acre. Il ministro principe 
di Cassero , conosciuto il pericolo , persuase 
Ferdinando a non ispedirla, e lo pregò di ac- 
comodar quella vertenza con un trattato di 
commercio, nella speranza di ottenere taluni 
vantaggi dall'Inghilterra, tra* quali la rinunzia 
del dieci per cento, e l'abolizione del mono- 
polio de' zolfi, per tutti, Il Cassero, dopo tante 
sue lodevoli insistenze, fu autorizzato dal re 
ad intavolare le trattative con sir Lomb, mini- 
stro brittannico in Napoli, e tra loro si formo- 

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— 1^4 — 

larono le basi di un trattato di commercio eoi 
principii di reciprocarla: principale base dello 
stesso era Y abolizione per tutti del monopolio 
de' zolfi , e ciò era secondo, gì' interessi e la 
dignità del governo delle due Sicilie. Il prin- 
cipe di Cassero, malgrado che avesse dovuto 
lottare con tre diplomatici inglesi , due dei 
quali mandati da Londra a bella posta, avea 
ottenuto patti vantaggiosissimi, cioè la rinun- 
zia a perpetuità dall'Inghilterra sul diritto 
che questa avea al dieci per cento, 1' annul- 
lamento del trattato di commercio del 1817 f 
che tanto inceppava gli altri stipulati con al- 
tre nazioni, e la reciprocanza tra le due na- 
zioni , circa la importazione ed esportazione 
delle manifatture e derrate rispettive. 

Allorché si recò dal re e gli fece noti i ri- 
sultati, questi si mostrò contentissimo, e gli 
ordinò di portare in consiglio di Stato un af- 
fare tanto interessante per essere risoluto 
regolarmente. Ma quando quel ministro espose 
in consiglio il risultato delle sue negoziazio- 
ni co' diplomatici inglesi , tutt' i ministri, ad 
eccezione del marchese Pietracatella, chi per 
un fine chi per un altro, si mostrarono av- 
versi ; lo stesso sovrano non si dichiarò più 
dell* opinione del principe di Cassero; quindi 
nulla si conchiuse. Non pertanto costui tentò 
l'ultima prova; stese al re una esposizione in 
iscritto, facendogli conoscere il vero stato 
della questione, i vantaggi che avrebbe acqui- 
stato il Regno, se si fosse attuato il trattato 
da lui già discusso con gì' inglesi, ed a qua- 
li funeste conseguenze si sarebbe esposto il 
governo, se si fosse venuto ad una rottura 

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— 135 — 

<on l'Inghilterra. Quelle ragioni e previsioni 
tanto sennate, e da vero uomo di Stato, non. 
ottennero alcun risultato, perchè tra'ministri 
eravi qualcheduno interessato a sostenere il 
contratto conchiuso con la compagnia Taix- 
Aycard; e il re, spinto dalla sua naturale in- 
dipendenza, si decise per la resistenza contro 
le pretensioni inglesi; d'allora non si parlò più. 
4i quel trattato di commercio iniziato e di- 
scusso. 

Il principe di Cassero , riflettendo che la 
«uà persona, come ministro, era compromes- 
sa» pregò il re, in pieno consiglio di Stato, 
«di accordargli il ritiro. Però in cambio di ot- 
tenerlo, gli s' impose di firmare una nota di- 
retta al ministro britannico , nella quale si 
conteneva una negativa in contraddizione a 
quanto egli avea promesso nqllo spazio di un 
anno. A questo proposito ecco come si espres- 
se il principe di Cassero in una lettera che 
ho in mio potere, diretta confidenzialmente 
al suo amico conte Ludolf, regio ministro 

plenipotenziario presso la S. Sede: « Io 

u però ho risposto col coraggio che ispira il 
-u punto di onore, ed una. coscienza sicura, 
« che S. M. potea chiedere da me qualunque 
« cosa, meno che il sacrifizio dell'onore, che 
« non avea dritto di esigere , e cjie io non 
« firmerei assolutamente la nota, a costo di 
* andare in castello , o di aver tagliata la 
u mano, per due ragioni: i° perchè quelVat* 
« to provocherebbe calamità incalcolabili al 
«paese, ed io non volea essere istrumento a. 
« tanti mali. Tralascio il racconto di tutto 

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— 136 — 

•< ciò che si è fatto per volermene imporre,. 
« perchè è meglio che resti ignorato. » 

Conosciuto il nobile procedere del ministra 
principe di Cassero, tutti gli amici di costui 
si affrettarono a congratularsi con lo stesso- 
Il ministro inglese, residente in Napoli, die 
un gran pranzo in onore del medesimo prin- 
cipe, e siccome questi non intervenne , alia 
tavola si lasciò vuoto un posto distinto , in 
segno che colà avrebbe dovuto sedere colui 
che si festeggiava in quel pranzo. 

Il principe di Cassero, in pena di non aver 
firmato quella nota contro l'Inghilterra, ebbe 
intimato 1' esilio in Foggia, con Y ordine di 
partire in 4 ore.Del Carretto si negò a voler- 
glielo intimare , un altro generale fece lo 
stesso; allora ne incaricarono il colonnella 
di gendarmeria Martinez; (1) il quale si reca 
al palazzo del principe, e dopo un discorso 
inconcludente, gli notificò l'ordine dell'esilio;, 
aggiungendo che gli si era imposto di restar 
presso di lui, fino a che sarebbe partito. li 
principe ricevè quella notifica mentre era a 
pranzo: appena finito, parti per Foggia con 
tutta la sua famiglia. In quella città fu fe- 
steggiato; ma non trovandosi bene a causa 
dell'aria, ottenne di trasferirsi a Cava, ove non 
fu bene accolto, perchè 1' intendente di Sa- 
lerno era una creatura del ministro Santan- 
gelo. Il re, forse per vedute politiche , non 

(1) Costui era nativo di Palermo ; divenuto gene- 
rale, fu governatore di Capua, e lasciò fama di uomo 
stravagante ; di lui si raccontano strani episodii; era 
però onesto, zelante e fedele soldato: morì nel 1848. 

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— 137 — 

lo richiamò più al potere; ma lo tenne sem- 
pre in onore, e spesso lo consultava partico- 
larmente. 

Oggi, per allora, deesi far plauso alla po- 
litica del ministro Antonio Statella principe 
di Cassero; il quale avea ottenuto un trattato 
di commercio con l'Inghilterra favorevolissi- 
mo a noi. Inoltre perchè, amando veramente 
il suo re e il suo paese, non solo volle evi- 
tare una nazionale umiliazione ; ma fece di 
tutto per essere abolito un trattato di com- 
mercio, stipulato nel 1817, in favore «di una 
scortica trice e prepotente nazione, e di non 
poca compromissione a questo regno. 

Il principe di Scilla fu nominato ministro 
degli affari esteri , ed afforzò 1' opposizione 
contro l'Inghilterra. Il 20 marzo 1840, una 
squadra inglese, sotto gli ordini dell' ammi- 
raglio Stopford, ostilmente si avvicinò alla 
rada di Napoli , per trattare in quel modo 
l'affare de' zolfi. Il re fece dire a quell'am- 
miraglio: « Che se volevasi costringere a da- 
ti re danaro, lo avrebbe dato ; ma se si vo- 
ti leva indurre a dire che il trattato del 1817 
« era stato violato, sebbene non fosse che 
« il sovrano delle Due Sicilie, avrebbe resi- 
« stito alla Granbrettagna , qualunque cosa 
« fosse per accadere » (1)- Contemporanea- 
mente fece preparare le artiglierie de' ca- 
stelli della città; si accesero i fornelli per 
le palle infuocate e si schierarono truppe per 
impedire qualche sbarco degl'inglesi: la guer- 
ra parea inevitabile. Difatti si spedirono altri 



(1) Vedi lo storico Coppi tom. Vili. 

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— 138 — 

soldati a Messina , ed ordini di resistenza, 
contro gì' inglesi a tutti i comandi militari; 
ed i castelli di quella città furono sul punto 
di aprire il fuoco contro talune navi dell'In- 
ghilterra. Quando si fece riflettere al re la 
disparità della lotta, è nota la dignitosa ri- 
sposta di quel sovrano! « l'Inghilterra , egli 
« disse, ha la ragion della forza , ed io ho 
« la forza del dritto ». 

Il ministro di Sardegna in Napoli, Crosa de 
Verga ni, volle farsi mediatore tra il governo 
inglese e quello napoletano, e non fu accet- 
tato né dall'uno né dall'altro. La squadra bri- 
tannica cominciò a predare alcuni legni mer- 
cantili presso l'isola di Capri; ed il re ordine 
che si mettessero sotto sequestro quelli ap- 
partenenti alla Granbrettagna , che si trova- 
vano ne' porti di questo Regno. Allora s' in- 
tromise mediatore di pace il ministro di 
Francia, e al giungere di una nave francese^ 
mandata dal re Luigi Filippo, la flotta inglese 
si allontanò dal golfo di Napoli, e la media- 
zione di quel sovrano fu accettata d'ambe le 
parti. 

Il 26 marzo, si stipulò una convenzione pre- 
liminare , in forza della quale cessavano le 
rappresaglie dall' una e dall' altra parte dei 
contendenti. Il 16 maggio dello stesso anno, 
tra' governi di Londra e Napoli, si die prin- 
cipio in Parigi alla discussione riguardante la 
questione de' zolfi di Sicilia , e il 20 luglio 
fu convenuto , disfarsi il contratto stipulato 
con la compagnia Taix-Aycard, fissandosi la 
indennità da darsi alla medesima. Il dazio 
sulla esportazione del zolfo rimase a ducati 



— 139 — 

due il quintale , e poi , 1' anno seguente , fu 
ridotto a carlini otto, per covrire ducati quat- 
trocentomila , tolti sul dazio del macinato di 
Sicilia, fino a che fossero stabilite le inden- 
nità da pagarsi. 

Santangelo e Filangieri, ritenuti autori del 
famoso consiglio di resistere all'Inghilterra» 
e che avrebbero potuto gittare il Regno in 
guerra disastrosa, nulla patirono, ed il primo 
proseguì ad essere ministro dell' interno. Il 
principe di Cassero, che tutto avea prevedu- 
to, e che si era lealmente cooperato a scon- 
giurar la tempesta , rimase nell' esilio ; e da 
allora non vi furono più uomini di cuore e 
di mente al ministero degli affari esteri. 

La vertenza de' zolfi di Sicilia fu definita il 
più grande errore commesso da Ferdinando II 
nel suo lungo Regno. È pur vero che egli fu 
trascinato da' consiglii d Santangelo e di Fi- 
langieri , ma la colpa fu tutta sua ; essendo 
un uomo di buon senso e di straordinarii ta» 
lenti, dovea far piuttosto tesoro delle ragioni 
del ministro Cassero , anzi che dare ascolto 
a persone, che molti diceano, interessate. Però 
nell' operare di quel sovrano , circa la sud- 
detta vertenza, lo scusa la sua naturale indi- 
pendenza, ed il principio di quella regal di- 
gnità da lui eminentemente apprezzata , vo- 
lendo essere padrone indipendente in casa 
propria ; lo scusa infine il coraggio che e- 

Ìrli ebbe di tener fermo contro la prepotente 
nghilterra; la quale non ha scrupoli di ser- 
virsi di tutti i mezzi abbominevoli per offen- 
dere i suoi oppositori, maggiormente quando 
trattasi d'interessi commerciali. 

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— 140 - 

La briga de* zolfi segnò un epoca nefasta 
per questo regno: da allora lord PalraersUm 
cominciò una guerra sorda, disleale ed iniqua 
contro il governo napoletano, contro il re e 
contro le patrie istituzioni. Egli istigava i 
faziosi delle Due Sicilie a ribellarsi, con ap- 
poggiarli e proteggerli diplomaticamente, cioè 
a furia di menzogne e calunnie, a danno di 
un sovrano, che altra colpa non avea in fac- 
cia alla prepotente Albione se non quella, 
di non averla voluta padrona in casa pro- 
pria. Il governo di Napoli, in ogni disposi- 
zione che emanava, era censurato, e trovava 
sempre opposizione in quello brittannico; il 
quale varie volte non isdegnò di scendere 
alle più basse ed evidenti calunnie, maggior-» 
mente quando era al potere quell'uomo fata- 
le a tutta Europa, lord Palmerston. 

Si compivano felicemente i primi dieci an- 
ni di regno sotto il mite scettro di Ferdi- 
nando II; ma quelli succeduti fino al 1848 
ebbero varia fortuna, e gli altri fino al 1859 
furono una continua* lotta. Il governo borbo- 
nico veniva insidiato in varii modi , e stette 
suir avviso per prevenire i colpi de* nemici 
interni, e soprattutto le imboscate di quelli 
esterni: era uno stato di cose incerto , era 
una continua violenza, e qualche volta quel 
governo fu ingiusto. Non bisogna però di- 
menticare quel che ho detto altrove, cioè 
che Ferdinando II regnò con modi paterni,. 
ed altra mira non ebbe che il vero benesse- 
re de* suoi popoli. Quando la necessità glie- 
lo impose, fu costretto ad esercitare quel 
dritto e quel dovere che han tutti i sovrani» 

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— 441 — 

« reggitori delle nazioni, cioè di difendersi 
<ia ogni sorta di nemici. 

Qualche sopruso non fu .da lui ordinato, 
ma da coloro che voleano farsi merito, mo- 
strandosi troppo zelanti, o da quelli pagati 
dalla stessa setta. Una lega calunniosa ed 
iniqua si formò tra tutti i rivoluzionarii di 
Europa; e da' ministri settarii di varie po- 
tenze, per calunniare e svisare tutto ciò che 
fosse napoletano, ad ogni operazione di Fer- 
dinando II. 

Gli stranieri, che venivano a Napoli , do- 
veano parlare e stampare dello stato abbietto 
come vestivano e conducevansi i lazzari: ma 
in realtà, costoro erano meno immorali dei 
loro derisori in guanti gialli e profumati. 
Si doveano esporre e pubblicare per le stam- 
pe le sconcezze di questa capitale, mentre se 
ne trovavano. peggiori nelle altre città che 
si dicevano incivilite; e si giungeva fino al- 
l'impudenza di parlarne come se la sola Na- 
poli fosse travagliata di que' mali comuni al . 
genere umano; finendo sempre col predilet- 
to ritornello: tutto causa V infame governo 
de Borboni. Intanto nulla, si dicea , perchè 
nulla si dovea dire, di quanto vi è di bello 
e di buono in questa città ed in tutto il re- 
gno, e di quanto Ferdinando II avea fatto e 
facea per migliorare le condizioni de' suoi 
popoli. Quando i suoi detrattori non poteano 
farne a meno di accennare le opere pubbli- 
che di quel sovrano, assicuravano , che egli 
l'avesse fatte per meglio tenere schiavi i 
suoi soggetti. Difatti perchè fu il primo in 
Italia ad introdurre in questo regno i battelli 



— 142 — 

a vapore e le strade ferrate , si disse che 
facea ciò per avere i mezzi più pronti di con- 
durre la soldatesca da un punto all' altro ed 
opprimere i popoli, nel caso che costoro a- 
vessero voluto liberarsi dalla tirannia : lo 
stesso si disse pe' telegrafi elettrici, cioè che 
gli servivano per conoscer subito i movimen- 
ti delle province contro di lui. 

I settarii di Europa gridarono tanto contro 
il mal governo di Ferdinando II che lo fe- 
cero anche credere a noi napoletani e sici- 
liani , cioè che eravamo ridotti il popolo più 
abbietto, il più ignorante, il più trascurato, il 
più tassato, il più tiranneggiato; mentre il go- 
verno delle Due Sicilie era il più progressista 
infatto d' istruzione pubblica , di finanze , di 
opere pubbliche e di leggi civili e criminali. 
A dirvi il vero, anch' io avea creduto tutte 
quelle calunnie settarie ; ma mi disingannai 

5ienamente nel 1851. Da queir anno fino al 
854 soggiornai in varie capitali degli Stati 
d'Italia, e mi convinsi che il nostro paese era 
il migliore amministrato ed in tutti i rami , 
non escluso quello della tanto detestata po- 
lizia borbonica. In quanto poi a) Piemonte , 
che da' rivoluzionarii ci era presentato come 
governo modello , riportai in patria orribili 
convinzioni; ma avendo comunicato quatito a- 
vea veduto ed osservato a' miei amici , co- 
storo mi guardarono bieco , e chi sa se non 
avessero pensato che io mi fossi venduto alla 
polizia per ispacciare quelle notizie; mentre 
da questa non ero veduto di buon' occhio, 
per la sola ragione che avevo la smania di 
viaggiar sempre. La sètta avea talmente ino- 



— 143 — 

eulato il suo veleno in questo Regno , che 
guai a colui che non avesse proclamato que- 
sto tirannico e quello del Piemonte il più 
progressista , il più giusto ed anche il più 
ricco del mondo ! 

De* rivoluzionarii delle Due Sicilie , emi- 
grati in Torino , vi era qualche mediocrità, 
ed ivi fu salutata, e con ragione, come gran- 
de celebrità: intanto si dovea dire, che i soli 
emigrati in quella città erano i letterati , i 
dotti, i sommi diplomatici del nostro paese, 
mentre qui fiorivano ingegni in ogni umano 
sapere ed a preferenza degli altri Stati della 
Penisola (1). Ci dicevano che eravamo aggra- 
vati di tasse, mentre il governo modello del 
Piemonte ne imponeva tante e tante gravo- 



(1) I miei benevoli lettori se volessero convincer- 
si di questa verità , non dovrebbero che rilegge- 
re le necrologie e le biografie pubblicate in questo 
mio lavoro, cioè da Carlo HI fino a Ferdinando IL 
Io sfido i Piemontesi, i Lombardi, i Veneti, i Tosca- 
ni, a provare che ne'loro Stati sieno fioriti tanti uo- 
mini insigni per quanti ne fiorirono in Napoli ed in 
Sicilia sotto la dominazione borbonica , e che sieno 
state pubblicate tante altre opere colossali quante 
ne vanta questo Regno dal 1734 al 1860. Inoltre 
faccio riflettere, essere la maggior parte napoletani 
e siciliani gli uomini che oggi in Italia son reputati 
sommi nelle lettere , nelle scienze ed in politica. 

Dell' altra parte, in 17 -anni , quali uomini nuovi 
vanta l'Ita Ha riunita, malgrado che i governanti della 
stessa ci facciano erogare immense somme per la pub- 
blica istruzione , e che han quadruplicato le scuole 
governative, gli esami e le tasse a danno della stu- 
dentesca ? 

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— 144 — 

sissime e vessatorie a noi sconosciute , che, 
poi, disgraziatamente, ci fece conoscere ! Er- 
rano tasse strane ed ignote prima della ma- 
dre rivoluzione , la francese del 1789 , cioè 
sulle industrie, sopra i mobili delle case, sul- 
1* eredità, sui corpi morali, su' giuochi, sulle 
permissioni, su fitti, sulle carrozze, carretti, 
carri, bovi, asini...! cani, galline, professioni, 
arti e mestieri — non la finirei più se tutte 
volessi. enumerarle — ed in fine sulla stessa 
sventura e miseria. Né è una esagerazione 
il dir che si pagava in Piemonte, ed oggi nel 
felicissimo Regno d* Italia, sulla miseria; con- 
ciosiachè se un povero domanda un soccorso 
Sgovernanti, prima di tutto deve pagar la tassa 
di una lira e venti centesimi per carta bollata: 
lo stesso se chiede giustizia contro un ingiu- 
sto, aggressore , in ca30 diverso la domanda 
sarà inesorabilmente respintal 4 

In questo Regno, di tasse dirette, si pagava 
la fondiaria , lasciataci in ricordo dall' occu- 
pazione de' liberali francesi del decennio , e 
il macinato, che nel 1848 dovea abolirsi, per- 
chè estinto il debito fatto nel 1824 a causa 
de' devoti di S. Teobaldo carbonaro. Ogni in- 
dividuo di questo Reame, in tutto, tra tasse 
dirette ed indirette, pagava tredici lire all'an- 
no, mentre in Piemonte se ne pagavano trenta. 

Circa ad opere pubbliche, il governo delle 
Due Sicilie, se era secondo ad alcuni in Eu- 
ropa, era il primo in Italia nell' attuare tutte 
le utili novità di questo secolo. Ci diceano 
che eravamo i più oppressi e tiranneggiati 
dalla polizia ; veramente questa si era resa 
insopportabile in alcune inezie dopo 1' affare 

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— 145 — 

^de' zolfi, mentre non si cnrava de!le visite di 
Mazzini ed adepti, che sj> *>o faceano a que- 
sto Regno, con lo scopo -X. rigenerarlo alla 
miseria ed alla dispera/Zi •:, o come essi di- 
ceano dalla schiavitù bml^nica. Ma ciò av- 
veniva perchè in quelli amministrazione Si 
«rano infiltrati non pochi < ttarii, che aveano 
il mandato da' loro caporioni di chiuder gli 
occhi circa gli affari dnll.i sèlla, e vessare la 
agente tranquilla ed aff •/: nata alla dinastia. 
Però la polizia borbonica, se vessava qualche 
onesta persona, non arrestava mai coloro che 
non* erano veramente rei ; ne fan fede le 
condanne de* tribunali ed il vanto che se ne 
fecero poi gli stessi arrestati per causa poli- 
tica; come non discese mai agli arbitrii tiran- 
nici di quella piemontese. Se i miei benevoli 
lettori volessero accertaci di quanto io as- 
serisco , potrebbero leggere la storia del 
Piemonte Scritta dal gran patriota Angelo 
Brofferio e quella dettata dal cdébre generale 
Pinelli. 

Sarei troppo prolisso se volessi dire la mi- 
nima parte delle calunnie che si sbocciarono 
^contro il governo del nostro pacsa j le arti 
satanniche che si usarono per fai lo credere, 
e così ribellare le Due Sicilie contro un so- 
vrano che avea sentimento li giustizia, ed altro 
scopo non si era prefisso che il bene de* éuoi 
popoli. Isettarii, quando ottennero il loro fine, 
si fecero un vanto di tutte quelle calun- 
nie che aveano spacciate; tra gli altri il fami- 
gerato Petruccelli della Gattina, in varii suoi 
scritti e concioni se la rideva della credulità 
«de* napoletani e siciliani. 

igiti^ Google 



— 146 — 

Ferdinando II sprezzava quelle calunnie e- 
credeva che i fatti in contrario le avrebbero* 
smentite; quindi non volle quella stampa che 
non avrebbe fatto fuorviare la pubblica opi- 
nione , svelando le arti settarie e ribattendo- 
le sfacciate menzogne. Spinse egli taat* oltre 
quell'avversione al giornalismo, che non volle 
più in Napoli, come appresso dirò, de' bene- 
meriti periodici, senza riflettere che con eia 
rendeva un gran servizio alla rivoluzione. Per 
la qual cosa, atteso la guerra accanita e sleale 
che si facea a questo Regno , da' rivoluzio- 
narii interni ed esteri, bisogna convenire- che- 
fu un miracolo di politica se rimase tranquil- 
lo per varii anni. 

Sebbene la sètta fosse stata battuta in Ita- 
lia da' tedeschi, ciononostante alzava la cresta 
perchè appoggiata moralmente dal partito ri- 
voluzionario francese, già al potere, e da lord 
Palmerston , capo del governo inglese ; lo» 
scopo di tutti era quello di estendere la ri- 
volta in questo Regno, perchè il più potente 
e il più ricco degli altri della Penisola. Il re 
del Piemonte, Carlo Alberto, era or assoluti- 
sta or carbonaro , ibrido sempre tra il bene 
ed il male ; nondimeno era una futura spe- 
ranza pe'rivoluzionarii italiani, avendo costoro 
conosciuta l'ambizione di quei sovrano. Eglino,, 
fatti arditi, a causa degli appoggi stranieri e 
delle mire ambiziose del re sardo , osarono 
mostrarsi baldanzosi in queste nostre contra- 
de con le armi alla mano. 

La Giovine Italia, che già si era resa po- 
tente e soffiava dappertutto nel fuoco- della ri- 
voluzione, ordì una congiura nella città di A- 



— 147 — 

quila, negli Abruzzi; il capo n' era lo stesso 
sindaco, Vittorio Campanella, complici prin- 
cipali un Gaetano Lazzaro ed un Camillo Mor- 
cone. I quali , con sufficiente danaro , forse 
ricevuto dall'estero, arruolarono più di un cen- 
tinaio di contadini e vagabondi, avidi di sac- 
cheggi e di rapine; e con la speranza di essere 
corrisposti da tutto il Regno, stabilirono di ab- 
battere iì legittimo governo il dì 8 settem- 
bre 1841, quando la maggior parte delle trup- 
pe trovavasi in Napoli alla parata di Piedi- 
grotta. 

Il colonnello Gennaro Tanfani, militare fe- 
dele a' Borboni, comandava la provincia del* 
l'Aquila, e siccome esser soldato fedele al 
suo re è stato sempre un gran delitto pe' ri- 
Aoluzionarii, costoro decisero di assassinarlo; e 
quell'assassinio dovea essere il segnale della 
rivolta. In effetti , T 8 settembre , mentre il 
Tanfani recavasi al castello con un gendar- 
me di scorta, i settarii l'assalirono e l'ucci- 
sero a colpi di pugnale. Fatta questa prima 
prodézza, corsero allearmi e tentarono di oppri- 
mere quella poca soldatesca che trovavasi in 
Aquila; la quale dapprincipio si difese e poi 
prendendo l'offensiva sbaragliò quella marma- 
glia, uccidendo quattro assalitori , ferendone 
parecchi , e costringendo il resto a fuggire 
per quelle campagne. Però que' fuggiaschi, 
incoraggiati con parole da coloro che sapeano 
tenersi lungi dal pericolo, rinnovarono l'as- 
salto e furono battuti e messi in fuga un'al- 
tra volta. 

Sul finire di settembre, furono arrestati pa- 
recchi ribelli di Aquila, tra' quali il marchése 



- 148 — 

Dragonetti , già deputato al Parlamento nel 
1820, Luigi Falconii, il barone Giuseppe Cap- 
pa e l'avvocato Morrelli. Il governo mandò in 
quella provincia il general Casella , in qua- 
lità di Commissario del re , il quale istituì 
una Commissione militare, e processò 150 ri- 
voluzionarii ; de' quali alcuni furono condan- 
nati a varie pene temporanee, nessuno a mor- 
te ; tutti ebbero poi la grazia sovrana e fu- 
rono messi in libertà. I gettarli invece di am- 
mirare e lodare la clemenza del re, ricorsero 
alle solite loro calunnie, spacciando che Ca- 
sella avesse fucilato quattro patrioti , cioè 
quelli che caddero nel conflitto , facendoli 
passare per condannati e giustiziati , senza 
però dire il nome de' medesimi, essendo po- 
veri villani. Asserirono inoltre che il re a- 
vesse ridonata la libertà a* condannati dalla 
Commissione militare, non già per insito sen- 
timento di clemenza , ma per paura e viltà ; 
i settarii, nel calunniar* i sovrani ed i loro 
nemici, non tralasciano mai di essere buffoni. 

Giacché mi trovo a ragionar delle sommos- 
se avvenute nel Regno dopo il 1840 , prose- 
guirò a raccontar quella di Cosenza e 1' al- 
tra di S. Giovanni in Fiore, tanto celebrata da- 
gli scrittori rivoluzionarii , perchè capitanata 
dagli stranieri fratelli Bandiera. 

Nel 1844 , si ordì una vasta congiura per 
ribellare gli Stati d' Italia ; gli emigrati di 
questa nostra Penisola, trovandosi nella Sviz- 
zera, aveano combinato di gettarsi parte sul 
Piemonte e parte sulla Lombardia per ribel- 
lare que' popoli. Il modenese Fabrizli, brac- 

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— 449 — 

ciò destro di Mazzini, trovavasi allora in Al- 
geria, ove combattea in favore di una nobile 
causa alla testa di molti giovani italiani; ebbe 
ordine di lasciare i barbareschi in pace ed 
imbarcarsi per la Sicilia , ove dovea portare 
il fuoco della rivolta. Il napoletano conte Giu- 
seppe Ricciardi dovea assoldar còrsi, per sbar- 
carli sulla spiaggia romana : in questo modo 
si pensava d 'involgere tutta 1* Italia in una 
rivoluzione contemporanea. 

I faziosi calabri attendeano il segnale per 
sollevarsi , e perchè impazienti , il 15 marzo 
di queir anno , accozzarono un centinaio di 
nullatenenti ed entrarono nella città di Co- 
senza, tentando di sollevare quella popolazione 
col grido di viva V Italia e viva la Costitu- 
zione. I gendarmi, colà stanziati, corsero alle 
armi e ne seguì un conflitto. I ribelli , non 
corrisposti dalla popolazione , furono dispersi 
ed inseguiti , ricoverandosi nelle campagne. 
Si ebbero varii feriti e tre morti, tra costoro 
un notaio che la faceva da capo; de' gendarmi 
tre soltanto furono feriti. Il capitano Galluppi, 
figlio del filosofo, comandante que' pochi gen- 
darmi, dopo di avere inseguito i rivoluziona- 
" rii, ritornando in città, fu ucciso da una palla 
di moschetto, che gir venne tirata da un fa- 
zioso, che trovavasi appiattato; costui cadde 
anche morto per un' altra archibugiata tirata- 
gli da un gendarme. 

Siccome i rivoluzionarii di Cosenza aveano 
relazione con quelli di Napoli , che doveano 
sollevarsi al segnale della rivolta calabra , il 
governo ne arrestò nove de' più esaltati; trai 



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— 150 — 

quali Mariano d' Ayala (1), Matteo de Augu- 
stinis, Francesco Paolo Bozzelli e Carlo Poe- 
rio, chiudendoli in Castel Sant'Elmo, ove ri- 
masero qualche mese. Gli arrestati ed i loro 
aderenti gridarono alla tirannia del governo 
del re , protestando innocenza ; e poi , nel 
1848, se ne fecero un vanto, pubblicando che 
veramente erano in relazione co' rivoluziona- 
rii di Cosenza e che doveano ribellar Napoli. 

In Cosenza si stabilì una commissione mi- 
litare per punire i rei di quella ribellione; 
ventuno de' quali furono condannati a morte; 
il 10 luglio di queir anno, quattordici ebbero 
grazia e sette vennero passati per le armi; 
eccone i nomi: Nicola Coriolano, Antonio Rao 
legale, Pietro Villaci colono, Raffaele Como- 
docea studente , Giuseppe Franzese, Santo 
Cesario e Scanderbeg francese, proprietarii. 

Ferdinando II, ad onta che fosse insidiato 
in modo tanto sleale da' settarii del Regno, e . 
dagli stranieri, die ordine a tutti i procuratori 
generali di non eseguirsi alcuna sentenza ca- 
pitale, anche di consigli di guerra subitanei, 
se prima non si fosse ricorso alla clemenza 
sovrana, esponendosi tutte quelle circostanze 
attenuanti, favorevoli a' condannati. 

Fin dal 184*2 si erano iscritti alla sètta maz- 
ziniana .tre giovani veneziani, cioè Attilio ed 

(1) Niuno può negare lo svegliato ingegno di Ma- 
riano d' Ayala, ed ho sott' occhio varie sue opere , 
tra le quali un Dizionario militare francese, ed un 
volume Napoli militare. Ciò che egli scrisse di 
Ferdinando li, di lodi e di ossequii, sono un monu- 
mento di contraddizione e d' ingratitudine per la 
condotta posteriore da lui serbata. 

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— 151 — 

Emilio Bandiera, alfieri, imbarcati sulla fre- 
gata austriaca Bellona ed erano figli di un 
ammiraglio al servizio dell' Austria : V altro 
giovane era Domenico Moro, luogotenente di 
quella marina militare ed imbarcato sulla 
fregata Adria. Tutti e tre tentarono impadro- 
nirsi della Bellona, volgere a Messina e colà 
portar la rivoluzione ; scoperti a tempo , eb- 
bero non so se la disgrazia o la fortuna di 
fuggire, il Moro a Malta, Attilio Bandiera a 
Siro, T altro fratello Emilio all' isola di Cor- 
tfù. In seguito si riunirono di nuovo in que- 
st' Isola, e vennero raggiunti da Nicola Ric- 
ciotti di* Fresinone, mandato da Mazzini, per 
consigliarli di recarsi negli Stati romani ed 
ivi capitanare i faziosi. In esecuzione degli 
ordini ricevuti, cominciarono ad arruollare uo- 
mini, preparare armi e proclami incendiari!. 
Si unirono a loro altri profughi italiani, trai 
quali un Nardi, un Boccastro calabrese, fug- 
gito da Cosenza, ed un Boccheciampi córso. 
La polizia austriaca, avendo conosciuto i pre- 
parativi di que' profughi di Corfù e lo scopo 
che costoro si proponevano, ne avvisò subito 
i governi italiani. I quali premunirono quei 
luoghi ove sospettavano che lo sbarco potesse 
avvenire , per arrestare immediatamente chi 
volea arrecare calamità e sangue ne' loro Stati. 
Siccome si dovea. dire che Ferdinando II 
era odiato da' suoi popoli , e far veder co- 
storo in continua lotta con lo stesso, le trom- 
be della sètta, cioè i giornali faziosi , comin- 
ciarono a strombazzare che tutte le Calabrie 
erano in rivoluzione e per ottenersi, essi di- 
cèano, un felice risultato altro non mancavano 

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— 152 — 

che gli uomini del mestiere per guidarla^ 
quella volta i congiurati di Corfù furono vit- 
tima delle menu ^ne de' loro consettarii. I 
fratelli Bandletu e«ì i loro compagni» avendo 
intese quelle fai^o notizie , la notte del 45fc 
giugno 1844, si civettarono ad imbarcarsi* 
Dopo una navigazione di quattro giorni, sbar* 
carono in una spiarla deserta, alla foce à&l 
fiume Neto , pi esso Coirono in Calabria. Di 
là volsero a Cuti e uza, chiamando alle armi tutti 
i calabresi 'che incontravano; i loro evviva ad 
iloro proclami erano puri repubblicani , teo- 
denti air unità italiana; il loro linguaggio ir»» 
religioso ed empio , quindi in grato -a' cala- 
bresi. Nessuno li segui , invece , in alcuni 
paesi, furono ricevuti a schioppettate, ed av- 
vennero varii co ii Hi Ili con que* villici in ar- 
mi; i quali ehbciu la peggio a Pietralunga 
sotto Belvedere. 

Il corso Boccheciampi, vedendo che la fac- 
cenda non andava Lene, corse a Cotrone * 
denunziò i suoi cjn,p.*gni. Le autorità di quel 
paese, noa avendo soldati, il 18 giugno, riu- 
nirono la Guardia u; nana e qualche gendarme* 
ponendoli in ug^uaL pi esso S.Giovanni in Fio- 
re, ove accadde un ei.nilitlo con la peggio degli 
avventurieri. 1 quali furono circondati da' vil- 
lici armati auchj di zappe e scuri, e caddero/ 
uccisi tre rivoluzi^aài, cioè Giuseppe Miller 
milanese, Giu^ppc Taddei di Pesaro e il ca- 
labrese BoccasLo ; quattordici furono arre- 
stati immediata:.iw.itu ed altri quattro dopo 
pochi giorni. 

È troppo stcLAucLicvole sentir quel che scri&- 
sero e stampi, ^v taluni storici rivoluziona- 
rii , circa il iUt: u armi di S. Giovanni in 

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— 153 — 

Fiore ; non avendo potuto inveire contro la 
soldatesca , eruttarono vituperii e calunnie 
contro quelle popolazioni. Eglino avrebbero 
preteso che i montanari calabri avessero ri- 
cévuto a braccia aperte quegli avventurieri , 
ed avessero gridato morte a quel governo, di 
cui non aveano da lagnarsi, e viva in favore 
di gente e di principi i non conosciuti. Che 
gli sbarcati fecero massacro di villici a Pie* 
tralunga, nulla han da osservarvi quegli sto- 
rici: invece proclamarono quelle popolazioni 
barbare ed inumane, sol perchè non vollero 
accettare la repubblica dalle medesime odia- 
ta, e perchè assalite a schioppettate nelle pro- 
prie case, non si fecero uccidere da chi vo- 
lea liberarli dalla schiavitù borbonica. 

lì 28 giugno , il colonnello Zola , coman- 
dante le armi in Cosenza, riunì il Consiglio 
di guerra, elevato a Corte marziale, per giu- 
dicare gli sbarcati provenienti da Cor fu, presi 
in conflitto con le armi alla mano. I mede- 
simi furono dichiarati rei di cospirazione e 
di riunione in banda armata , approdati in 
questo Regno con lo scopo di abbattere il go- 
verno , eccitando i popoli alla ribellione. In 
secondo luogo fu costatata la violenza contro 
le popolazioni e contro la forza pubblica, meo* 
tre questa operava in esecuzione della legge. 
Il fìsco domandò la pena di morte per tutti, 
ad eccezione del córso Boccheciampi,pel quale 
chiese cinque anni di prigionia , non essen- 
dosi trovato ne* conflitti avvenuti in que' gior- 
ni. La Corte marziale ne condannò dodici a 
morte, e cinque li raccomandò alla clemenza 
sovrana. 

Il re, trovavasi allora in Sicilia, ed era dispo- 

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- 154 — 

stissimo a far grazia a tutti que' condannati 
nel capo; ma una imprudenza di Attilio .Ban- 
diera gli legò le mani. Costui scrisse urta, 
lettera a Ferdinando , nella quale gli dicea, 
che egli avrebbe voluto 1* Italia una e repub- 
blicana: ma se il medesimo, da sovrano asso- 
luto delle Due Sicilie avesse condisceso a di* 
venire re costituzionale di tutta la Penisola ita- 
lica, egli si sarebbe dato a lui anima e corpo* 
Se mai si fosse conosciuta quella fatale let- 
tera, la grazia sovrana avrebbe ingenerato dei 
sospetti ne' principi italiani e nelle potenze 
settentrionali ; quindi il re si decise di dar 
corso libero alla legge. Però, de* dodici con- 
dannati a morte , nove furono passati per le 
armi, cioè i due fratelli Bandiera e Domenico 
Moro veneziani, Nicola Ricciotti di Frosinone, 
Anacarsi Nardi di Modena , Giovanni Vere- 
nucci di Rimini , Giovanni Francesco Berti 
di Lugo e Domenico Lupatelli di Perugia. Otto 
ebbero commutata la pena e poi grazia asso- 
luta, ma con V obbligo di uscire dal Regno, 
e furono Pietro Riassoli di Forlì , Giovanni 
Manassi di Venezia, Paolo Mariani di Milano, 
Tommaso Massoli di Bologna , Luigi Nani di 
Forlì, Carlo Osma di Ancona, Giuseppe Pac- 
cione di Bologna e Giuseppe Tesei di Pesaro; 
tutti stranieri, venuti in questo Regno senza 
essere stati chiamati da alcuno, per regalarci 
la repubblica , cioè la guerra civile. La me- 
desima catastrofe sarebbe accaduta a Gari- 
baldi dopo 16 anni , se in Calatafimi non a- 
vesse trovato il generale Francesco Landi, e 
ciò ad onta della protezione' del Piemonte, 
della Francia e dell'Inghilterra. 

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— 155 — 

Al certo fa ribrezzo rammentare la fucila- 
zione di que' nove disgraziati giovani : ma 
non fu ingiusta la loro condanna. Eglino ven- 
nero in questo Regno con le armi in pugno 
per insanguinarlo con la guerra civile , e le 
medesime popolazioni, che voleano rigenerare 
dalla schiavitù borbonica , diedero loro ad- 
dosso, arrestandoli e consegnandoli al potere 
militare. I settarii ci «han sempre stordito, 
gridando che fanno le rivoluzioni pel bene 
del popolo; or quando questo risponde a' suoi 
benefattori in quel modo ohe rispose a' sbar- 
cati di Corfù , è segno evidente che è con- 
tento del proprio sovrano; e questi è nell'ob- 
bligo di guarentirlo co' mezzi che ha nelle sue 
mani : ciò mi sembra conforme a' principii 
proclamati de' medesimi settarii, cioè che la 
volontà popolare è la base di ogni dritto. 

La colpa di essere stati giustiziati que' nove 
giovani in Cosenza fu esclusivamente di Maz- 
zini, il quale sacrificava i suoi adepti senza 
alcuna probabilità di felice risultato. Quel 
capo settario poco si curava della vita di tanti 
creduli ed entusiastici giovani, anzi si serviva 
delle condanne che costoro subivano da go- 
verni che egli insidiava, per gridar più alto 
contro i principi italiani, dichiarandoli tiranni 
e P e Éfèi°> mentre era egli il vero tiranno dei 
suoi adepti e de' popoli. 

Circa la fucilazione de' fratelli Bandiera (gli 
altri neppure si nominano!) si piagnucolò, si 
gridò in tutti i tuoni e si fecer loro funerali 
pagani. Que* due giustiziati venner dichiarati 
martiri e modello di magnanimità cittadina; 
ed al solito, si spacciarono menzogne sperti- 

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— 156 — 

cate e contraddittorie. Si disse e si stampò , 
che i fratelli Bandiera vennero in questo Re- 
gno perchè adescati dalla polizia borbonica 
di accordo con quella austriaca ; che Ferdi- 
nando II volle fucilarli ad onta che ne aves- 
se chiesta la grazia un arciduca d' Austria ; 
che il re volea graziarli, ma quel macello gli 
fu imposto dall'imperatore austriaco. Altre 
simili invenzioni stranabalate e contraddittorie 
si spacciarono con le stampe a questo propo- 
sito , tutte tendenti ad esaltare gli animi 
e rinfocolare V idea di una Italia riunita : i 
fratelli Bandiera servivano di pretesto. 

Fra tante menzogne e contraddizioni , pia- 
gnistei e calunnie , sbuca fuori il nebuloso 
filosofo, l'abate Vincenzo Gioberti, ed in una 
prefazione postuma al Primato degV italiani, 
che intitolò Prolegomeni, fa il più stucchevole 
panegirico a' fucilati di Cosenza del 1844. 
L'illustre abate, dopo di aver buttata via l'in- 
comoda sottana e la maschera di sostenitore 
de' dritti della monarchia e del sacerdozio , 
lancia virulenti filippiche contro i calabresi , 
tacciandoli d'ignoranti e di sanguinarii, e con- 
tro i ministri napoletani di quel tempo: ma- 
ledice i principi italiani e si scaglia contro 
la Compagnia di Gesù, caricandola di plateali 
vitupera. Ed in vero , si vede che il nostro 
abate avea perdute le staffe con l'imbestialire 
in quel modo , per non dir altro : in che vi 
entravano i gesuiti co' giustiziati di Cosenza? 
avrebbe voluto che que'reverendi padri si fos- 
sero armati, e corsi in Calabria per liberare 
i fratelli Bandiera? ma perchè non ne diede 
egli- 1' esempio ? Corruptio boni pexima ! Il 

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-•157- 

prete spretato , maggiormente quando ha in- 
gegno, è la contraddizione personificata, ed il 
Gioberti ce ne diede un famoso e lagrime- 
vple esempio. Egli, ministro di Carlo Alber- 
to , allora sovrano assoluto , egli sostenitore 
de* dritti dei principi italiani, e della Confe- 
derazione italica col Papa presidente della 
stessa, tutto ad un tratto, il perchè Deus scit, 
ci erutta tante corbellerie contro coloro che 
avea prima meritevolmente lodati. Non con- 
tento ancora, volle regalarci una noiosa opera 
in più volumi, col titolo il Gesuita moderno, 
ove raccoglie tutta la immondezza sparsa nelle 
opere scritte da' nemici della Chiesa catto- 
lica e dagli atei, pestando e ripestando sem- 
pre le medesime idee, con lo scopo di vitu- 
perare ed infamare que' benemeriti Padri:" e- 
gli che era stato l'amico e il lodatore de* me- 
desimi! È quella un'opera piena" di fiele e di 
strafalcioni, né sembra scritta dall'autore del 
Primato degl'italiani. I dottissimi padri della 
Compagnia di Gesù non risposero a quel li- 
bello famoso, perchè si condanna da sé stes- 
so; leggendolo senza spirito partigiano, il let- 
tore non potrà fare a meno di deplorare l'ab- 
berrazione di un sommo ingegno. E4 io, a 
dirvi la verità, mi contento di essere quel po- 
vero ed oscuro uomo che sono, anzi che l'au- 
tore de' Prolegomeni e del Gesuita moderno. 



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CAPITOLO VII. 

SOMMARIO 

Ferdinando II. viaggia nel Regno e all'estero. Ope- 
re di beneficenza. Istruzione pubblica. Opere pub- 
bliche. FJotta ed esercito. Commercio. Matrimoni 
in Corte. Visite di Sovrani esteri. Nascita di princi- 
pi e principesse reali; 

Negli anni che precedettero il 1848, Ferdi- 
nando II viaggiò molto nel Regno , insieme 
alla regina e a qualche principe reale, e se- 
guito da personaggi distinti. La sua presenza 
ne' càpiluoghi di provincia e anche in alcuni 
piccoli paesi, servi a mitigare o togliere gli 
abusi; e fu causa, come ho detto altrove, di 
effettuirsi tante utili opere pubbliche , cioè 
stabilimenti di beneficenza, ponti, strade, li- 
cei, biblioteche* ed altro.- Dovunque passava 
era acclamato e festeggiato; ma egli non vo- 
lea qttelle dimostrazioni, le quali dispendia- 
vano i Comuni, laonde spesso giungeva ina- 
spettato. Epperò i cittadini, a dimostrargli la 
loro gioia, toglievangli i cavalli dalla carrozza 
e la tiravano a braccia. Accennerò i più in- 
teressanti viaggi dr quel sovrano. 

Nel 1840, tre volte si recò ne' dominii al 
di là del Faro, e nella seconda fece quasi- l'in- 
tiero giro dell' Isola. In settembre dell' anno 
seguente , intraprese un altro viaggio per la 

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— 159 — 

medesima Sicilia, trattenendosi più giorni nei 
capi luoghi e distretti, visitando tutte le opere 
pubbliche e prendendo conto dell* operare dei 
funzionari. Nel luglio del 1843 si recò a Pa- 
lermo , dimorandovi pochi giorni ; però nel- 
r anno seguente i suoi viaggi furono lunghi 
e continui; difatti dopo di avere vis itato Mes- 
sina nel mese di maggio del 1844 si recò a 
Catania, indi à Siracusa. Dopo breve dimora 
in quest' ultima città passò nell* isola di Malta 
e da questa si recò a visitare le altre isolette 
di Lampedusa , Pantelleria e Favignana , ap- 
partenenti alla Sicilia; avendo fatto popolare 
le prime due nell* arino precedente , come 
avea praticato pel gruppo di Tremiti nell'A- 
driatico. 

Al ritorno dall' isole sicule , si diresse in 
Calabria e visitò i capiluoghi e varii paesi e 
città di quelle province ; indi passò in Basi» 
licata e poi in Puglia; giunto a Manfredonia 
volle visitare Y isolette di Tremiti. 

Neil* anno 1845 si. recò a Roma per visitare 
il Santo Padre, e fu accolto dallo stesso con 
dimostrazioni di gioia e di rispetto. Nel mese 
di maggio dello stesso anno, insieme al fra- 
tello conte di Aquila , s' imbarcò sopra un 
piroscafo, seguito^ d* altri sei, che portavano 
varii battaglioni di truppa per esercitarli in 
evoluzioni militari : giunto in Messina fece 
eseguire un simulacro di guerra. Nel luglio 
dello stesso anno si recò a Palermo, insieme 
alla regina ed ai principi reali, ed ivi si trat- 
tenne più di un mese. Altri viaggi fece Fer- 
dinando II in queir Isola, nel 1846, in occa- 
sione del r arrivo a Palermo dell'imperatrice 

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— 160 — 

di Russia, come appresso dirò; e sono inte- 
ressanti quelli eseguiti nel 1846 e 47« Col 
primo, dopo di essersi recato a Palermo, fece 
l'intiero giro della Sicilia; indi costeggiò le 
Calabrie, e prese la rotta dell' Adriatico, sbar- 
cato in Manfredonia, visitò Foggia. 

Nel 1847 fece il giro due volte per la Ca- 
pitanata , Terra di lavoro, Abruzzi e Puglie. 
Trovandosi in Giovinazzo , volle recarsi solo 
a Bitonto per visitare quell' orfanotrofio # e 
vedere il celebre obelisco , fatto innalzare 
dall' immortale suo bisavolo Carlo III. Monu- 
mento indicante a' posteri la restaurazione del 
Regno delle Due Sicilie, dopo la memoranda 
battaglia vinta contro i tedeschi in detta cit- 
tà, il 25 maggio 1734, dal capo della gloriosa 
stirpe Borbonica di Napoli. 

Nel secondo viaggio, che re Ferdinando in- 
traprese in quel!' anno , volle essere accom- 
pagnato dal tenente generale Filangieri; e fu 
quello il più lungo che fece, dopo l' altro 'ài 
Vienna e di Parigi. In effetti giunto a Brin- 
disi, s'imbarcò con la regina, i reali principi 
e tutto il seguito, dirigendosi a Trieste. Dopo 
di aver visitato varie città dell'Illiria e della 
Dalmazia , in Rovigno, città dalmata , incon- 
trossi con la famiglia dell'arciduca Carlo, pa- 
dre della regina. In compagnia di quelli au- 
gusti personaggi, parti per Messina, ove giun- 
se il 13 agosto; e da colà intraprese un altro 
Tiaggio circolare per la Sicilia. 

Circa la gita del re negli Stati austriaci, i 
rivoluzionarii fecero infinite supposizioni ; L 
più credettero, che Ferdinando II, fino allora 
indipendente dall' Austria , vista la prossima 

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— 161 — 

«procella che minacciava 1* Italia, si fosse le- 
ggalo con F imperatore tedesco per iscongiu- 
rarla: quasi che per far tutto ciò fosse stato 
necessario recarsi negli Stati austriaci, e sen- 
za neppur veder l'imperatore. 

Da allora i viaggi di re Ferdinando furono 
rarissimi, in Sicilia principalmente. La setta, 
avendo faticato per tanti anni, già ottenea il 
suo scopo di destar la sflducia tra il sovrano 
e non pochi cittadini sobillati dagli adepti alla 
-Giovine Italia. Da quel tempo cominciarono 
i guai seriiper questo Regno. 

I viaggi di quel sovrano, come più volte ho 
detto , non aveano lo scopo della divagazione 
o del piacere di essere acclamato ; egli visi- 
tava i suoi popoli per conoscerne i bisogni 
e provvedere senza ritardo. Or vediamo quali 
furono gli effetti de' suoi viaggi, ed incomin- 
ciamo dalle opere di beneficenza , eseguite 
«dal 1840 al 47. 

Varii orfanotrofi vennero fondati in quegli 
otto anni , ed i più considerevoli son quelli 
de' comuni di Cardito, di Salerno, di Cotrone 
e di Giarre in Sicilia. Furono eretti quattro 
depòsiti di mendicità per ambo ì sessi , cioè 
nell'Albergo de* poveri di Napoli per questa 
provincia,, in Aversa per Terra di Lavoro, in 
Salerno pel Principato Citeriore ed in Bari 
.per quella provincia e l'altra di Lecce. La 
maggior parte degli orfano trofìi e depositi di 
mendicità erano diretti dalle benefiche suore 
della Carità. Si fondarono varii ospedali , a* 
sili infantili e conservatomi per le donzelle 
povere ; tra' quali primeggiano quelli di Pa- 
iermo, di Catania, di Taverna, di Trapani, di 

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— 162 — 

Foggia, e più di tutti il Conservatorio di Na- 
poli, sotto il titolo di S. Francesco di Sales r 
fondato nel 1844, e l'Ospizio di beneficenza 
di Messina, detto Casa della bassa gente, e- 
retto lo stesso anno. 

In conseguenza delle fondate opere di be- 
neficenza, fu vietato 1' accattonaggio in qua- 
lunque sito. Agli accattoni che erano abili, sr 
dovea somministrare del lavoro, e se l'avessero- 
ricusato, sarebbero stati soggetti alle leggi 
penali sancite contro Y improba mendicità. 
Tutti coloro che aveano pensioni fisse , ed 
andavano elemosinando , ne erano privati; e 
ciò allo scopo di togliere dall' ozio e dal va- 
gabondaggio gli accattoni di mestiere. Quellr 
poi che erano ciechi, storpii o vecchi si cori- 
duceano ne' depositi di mendicità, dando loro 
vestito, vitto e tutto il bisognevoje. 

I patrioti, atteggiandosi ad umanitarii quan- 
do ancora non aveano ghermito il potere, gri- 
davano contro i legittimi governi, perchè al- 
lora s' incontrava qualche povero ; dicendo, 
tutti zelo e scandal ezzati, che ciò era indegna 
di un governo civile, ma soltanto proprio di 
sovrani spoliatori , senza umanità , tiranni e 
peggio. Or, che i medesimi patrioti sono al 
potere, che cosa han fatto della loro vantata 
umanità e civiltà ? Nulla vi dico , che han 
tassato la elemosina de' poveri, scaraventando 
la tassa della ricchezza mobile anche sul da- 
naro che la carità cattolica raccoglie sugli 
Asili infantili: ma quanti veri accattoni non- 
s incontrino oggi ad ogni pie sospinto ? Ve-. 
dete vecchi paralitici condotti, d' altri poveri, 
sopra carrettelle, uomini mutilati che si stra- 

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— 163 — 

scinano anche per la via di Toledo, ed altri 
vecchi storpii, ciechi o ammalati, gettati su- 
gli sbocchi delle vie, e tutti che vi chiedono 
la elemosina con pietose e strazianti grida da 
farvi fuggire col cuore affranto, se non vi tro- 
vale in circostanza di soccorrere tanta dere- 
litta miseria. Oh patrioti ! vi siete fatti co- 
ri os ce re di troppo; ed il vostro operare, non 
solo ha $bugiardalo le vostre altosonanti teo- 
rie e ipocriti piagnistei , ma quel che più 
monta si è, che tate desiderare coloro che 
voi impudentemente chiamavate tiranni. 

Avendo il re visitate le prigioni di parec- 
chie città, con decreto del 21 aprile 1845, a- 
holl gli antichi criminali di Sicilia, detti da- 
nnisi, stabilendo la classificazione ed il lavoro 
pe' detenuti; e che costoro fossero istruiti dai 
PP. gesuiti ove ve ne fossero ; in fine ordi* 
nò, che le carceri si fabbricassero con tutti 
que' vantaggi introdotti dall'altre nazioni ci- 
vili. 

Circa T istruzione pubblica si progredì sem- 
pre più in quegli otto anni , mercè le cure 
e le beneficenze di quel sovrano. Nelle uni- 
versità si fondarono altre cattedre, richieste 
dal progresso delle scienze, si aprirono nuove 
biblioteche , convitti , educandati d' ambo i 
sessi, orti agrarii e scuole gratuite di mutuo 
insegnamento. Nel 1845 , si fece la inaugu- 
razione dell' Osservatorio meteorologico, eret- 
to alle falde del Vesuvio , con T intervento 
degli scienziati, che allora trovavansi in Na- 
poli, come appresso dirò. 11 re fece erigere 
altre quattro diocesi in Sicilia, cioè in Sira- 
cusa, in Noto , in Aci reali ed in Trapani^; 

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— 164 — 

dispose che i -vescovi sopraintendessero all'i- 
struzione pubblica. 

Re Ferdinando, ne' suoi viaggi sulle coste 
del Regno, conobbe la necessità di stabilire 
de' fari, ad ecclissi per guida de' naviganti; 
quindi ordihò che se ne mettessero parecchi 
lungo il littorale, e principalmente ne' porti. 
La maggior parte di que' fari erano secondo 
il sistema di Fresnel. Fece ricostruire varii 
porti , e principalmente quello di Brindisi, 
tanto necessario al commercio dell' Oriente, 
stabilendovi una scala-franca ed un lazzaret- 
to, e quelli di Catania e di Girgenti; in Mei- 
fetta ne fece fabbricare un altro nuovo, avendo 
dato i mezd opportuni per compiersi e per- 
fezionarsi quelle opere tanto utili. In Castel- 
lammare volle che si costruisse un Cantiere 
mercantile , e con una scala atta a trarre a 
terra le navi, facendola prolungare per cin- 
quanta piedi sott' acqua. 

Avendo conosciuto quanto fosse necessaria 
la inumazione de' cadaveri fuori l'abitato, or- 
dinò che ogni comune avesse un Camposanto; 
e difatti in quegli otto anni se ne costrui- 
rono migliaia in tutto il Regno. Infine per- 
mise ed incoraggiò la fondazione di varii tea- 
tri, ne' grandi e piccoli paesi. Però permet- 
tea ed incoraggiava la erezione de' teatri, eoi 
patto espresso di non mettersi dazii comunali 
su' generi necessarii al povero per accumu- 
lare i fondi onde erigersi simili opere ; ma 
yolea che si tassassero i ricchi , perchè essi 
ne godeano. Fu questa la vera causa per la 
quale non permise al Municipio di Palermo 
che fabbricasse e decorasse un teatro gran- 

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— 465 - • 

dioso, che dovea emulare questo di S. Carlo: 
si sa pure quante calunnie stupide spaccia- 
rono i rivotuzionarii , perchè il re non per- 
mise l'attuazione di quell'opera pubblica, che 
era eziandio di suo compiacimento per tante 
e svariate ragioni. 

Dal 4840 al 1847, i municipii del Regno e- 
ressero varie statue marmoree a Ferdinan- 
do li di Borbone; una delle più rimarchevoli 
è quella innalzata nel 1841 nella Casina del 
teatro di Foggia , più grande del naturale. 
Un'altra del medesimo genere se n'eresse in 
Noto, nel 1842; altre quattro in Palermo rap- 
presentanti i quattro re di Casa Borbone, ed 
una in bronzo, anche di Ferdinando li, nella 
piazza del Duomo di Messina. Que' vulcanici 
ed attici isolani, nell'ultimo viaggio del re in 
quella città, gli fecero trovare la sua statua 
con gli orecchi turati e gli occhi bendati ! 
Oggi però hanno i patrioti ministri italiani , 
che sebbene abbiano gli occhi bendati e le o- 
recchie turate, nonpertanto tengono le mani 
libere. 

Anche il principe ereditario di Baviera, nel 
1847, volle innalzare una statua colossale di 
marmo all'infelice giovanetto Corradino lo- 
Svevo, ultimo della Casa di Svevia, nella mo- 
numentale chiesa della Beatissima Vergine 
del Carmine in Napoli, ove furono deposti gli 
avanzi di quel principe assassinato da Carlo 
d'Angiò. 

Nel febbraio del 1840 ,. la città di Napoli 
cominciò ad essere illuminata a gas, quando 
ancora le altre città italiane ne erano prive. 
Il 30 maggio dello stesso anno, fu per la pri- 

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_ 166 — 

ma volta anche illuminato a gas il teatro S.. 
Carlo, ed in seguito la passeggiata della ma- 
rina di Palermo, detta la Banchetta. 

Un altro essenziale bisogno notò il re nei 
suoi viaggi nel Regno, cioè le non facili co- 
municazioni dal capoluogo al distretto, e spes- 
so da una città di provincia all'altra ; quindi , 
ordinò che si costruissero le seguenti strade 
rotabili per la Sicilia. Quella che da Siracusa 
corre a Noto (1844), l'altra da questa città a 
Catania, una terza da Messina a Patti (1842) 
che dovea estendersi fino a Palermo , e fu 
compiuta poi nel 1859, una quarta da Cal- 
tanissetta a Canicatti (1842). Nella provincia 
<li Napoli si costruirono altre strade rotabili 
presso questa capitale, cioè quella di Capodi- 
monte che conduce a Marano (1842) , e da 
questo paese a Qualiano; un'altra, detta del- 
l' Arenacela, dal R. Albergo de : poveri al ponte 
della Maddalena (1843); una terza che da Poz- 
zuoli va al Capo Miseno e Miniscola. Nel 1841, 
s' intraprese la costruzione di quella strada 
detta Lucania che da Napoli conduce nella 
Basilicata. Nel 1844 e 1847 si costruirono più 
di trecento miglia di strade rotabili nelle pro- 
vince napoletane. 

La ferrovia da Napoli a Portici che già era 
compiuta, nel 1841 si estese fino a Torre del 
Greco , e poi si prolungò fino a Castellam- 
mare e Nocera. L' 11 dicembre 1843, si fece 
la solenne inaugurazione della (ferrovia che 
da Napoli va a Capua, presente il re, la real 
famiglia, il corpo diplomatico e il ministero. 

Nel 1845 si stipulò un contratto tra il mi- 
nistro de' lavori p ubblici e il cav. Armando 

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— 167 — 

Criuseppe Bayard de la Vingtrie, a ciò si pro- 
lungasse la ferrovia da Nocera a Salerno. Un 
altro se ne stipulò il 6 marzo dell' anno se- 
guente , col quale si concedeva ad una so- 
cietà di azionisti, rappresentati dall' ingegne- 
re napoletano Emmanuel e Melisurgo, Giovanni 
Pook e Davide Nunes Carvallo inglesi , per 
costruire una ferrovia da Napoli per le Pu- 
glie, e da prolungarsi fino all' estremo capo 
di Otranto, fin dove oggi giunge. 

Fa veramente meraviglia e nausea sentir 
taluni, che tutt' ora si dicono borbonici , dir 
«otto voce, che Ferdinando II fosse stato ne- 
mico delle ferrovie, assegnando ragioni spe- 
ciose e sciocche, da far ridere un Democrito;e 
tutto ciò è il risultato della lettura di que' gior- 
nalacci detrattori ed empii, che consultano con 
lo insulso pretesto di trovarvi notizie senza 
ritardo. 

Le ferrovie non s'improvvisano, e Ferdi- 
nando II nel far le opere pubbliche abborriva 
i contratti rovinosi allo Stato, e per vantag- 
giar questo , cercava tutta 1' economia possi- 
bile. I miei benevoli lettori si potrebbero ri- 
cordare che i prezzi de' viaggi sulle ferrovie 
napoletane, fino al 1860, erano la terza parte 
di quelli che oggi sono. Quel sovrano cer- 
cava il bene reale de' suoi popoli, e non vo- 
leva infeudare lo Stato agli stranieri o per- 
mettere carrozzini : il contratto di sopra ac- 
cennato, prova che egli non era nemico del- 
le strade ferrate , ma volea farle senza cari- 
carci di tasse , debiti e dipendenze ad este- 
ri costruttori delle medesime. Egli non fa- 
cea costruire quelle strade per venderle agli 

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— 168 — 

stranieri nostri /scorticatori, come han fatto e- 
proseguono a fare gli attuali strenui econo- 
misti al potere, rigeneratori della patria, cioè* 
delle loro tasche. 

Taluni imbecilli o maliziosi fanno il con- 
fronto tra le strade ferrate che vi erano nel 
4860 con quelle che abbiamo oggi in questo 
Regno, e battono le mani al progresso rivo- 
luzionario, senza riflettere che son passati 17 
anni, dacché questo ci domina. Io son di av- 
viso, che se Ferdinando II fosse vissuto fin'og- 
gi, il Piemonte non avrebbe quella scanda~ 
Iosa rete di ferrovie che possiede, costruite 
dopo il 1860, e le Due Sicilie ne avrebbero 
più di tutti gli altri Stati italiani: si sa, eh» 
sotto il regime di quel principe, questo Re— 
gno se fu secondo alle grandi nazioni nelle 
opere pubbliche, fu il primo in Italia, men- 
tre oggi siamo gli ultimi ■ 

Nel 1842, conosciutosi il gran vantaggio che- 
arrecava il Consiglio edilizio di Napoli, se ne 
istituirono altri in Palermo, Messina e Cata- 
nia. In quello stesso anno s'intraprese la co- 
struzione di quattro mercati in Napoli , uno 
nel quartiere Avvocata, presso Tarsia, il se- 
condo a Forcella, nelle due strade dette Car- 
boni e Zite , il terzo pel Quartiere Vicaria , 
alla Carriera grande , e il quarto , pel quar- 
tiere di S. Giuseppe nella via Belliflori. 

Ferdinando li, re veramente nazionale, pen- 
sava di rendere questo Regno anche indipen- 
dente dalle manifatture estere , quindi prò* 
moveva, agevolava ed incoraggiava quelle in- 
digene. Molte fabbriche di tessuti di seta,: 
lana e cotone sursero in quegli otto anni; ir* 

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— 469 — 

Leonforte, piccola città della provincia di Ca- 
tania, surse una stupenda fabbrica di tessuti 
di cotone; ed essendovi le materie prime, 
giunse a far concorrenza a qualunque simile 
industria (1). 

Altre fabbriche fece erigere, nel 1842, quel 
sovrano , necessarie al ramo della guerra e 
marina. Mercè le cure del tenentegenerale 
Carlo Filangieri, si fondò , nel piccolo for- 
te di Pietrarsa, quel famoso opificio destinato 
alla costruzione delle macchine a vapore ; 
fu il primo che si vide in Italia. Per la qual 
cosa, questo Regno non ebbe più bisogno di 
ricorrere ali* estero per avere ogni sorta di 
macchine, anzi ne provvedeva gli altri Stati. 
Il commercio inglese se ne adontò , ed ag* 
giunto alla questione de' zolfi , fece di più. 
sbraitare lord Palmerston , e dichiarare inci- 
vile, spoliatore e tiranno il re delle Due Si- 
cilie, affrettandosi a fargli la rivoluzione, per 
la ragione che costui avea emancipato il Regno 
dalla dipendenza commerciale della mercan- 
tessa Albione (2). Contemporaneamente a quel- 
li) Nel 1860 si fece bruciare, e si disse per ope- 
ra degli agenti inglesi. Fortuna che la medesima 
sorte non toccò alle seterie diCatania; ma quod non 
fecerunt barbari, fecerunt Barbarmi, ed in gra- 
zia degl' incoraggiamenti e de' trattati di commer- 
cio fatti dal governo riparatore , quelle rinomate 
seterie sono in grande decadenza , e fra non molto, 
rimarranno un ricordo storico. 

(2) Però, dopo 20 anni , il solito governo ripeta 
rotore, per ingraziarsi uno de 1 suoi Papà, lord Pal- 
merston, con futili pretesti e modi barbari, ridusse 
l'opificio di Pietrarsa come oggi lo vediamo....! 

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— 170 — 

l'opifìcio si costruì una nuova fonderia di can- 
noni ed altri giuochi di attrezzi da guerra nel 
Castel nuovo. 

Dal 1842 al 1847 , la marina militare fu 
molto migliorata ed accresciuta. Dopo che si 
organizzò il real corpo de* cannonieri mari- 
nari e de' marini con leva fissa, il re rivolse 
le sue cure alla flotta. Si costruirono e si va- 
rarono nei cantieri di Castellammare e di Na- 
poli , in que' sette anni, le seguenti navi da 
guerra: la fregata Regina con 60 cannoni, due 
brigantini, il Generoso e la Finanza, tre go- 
lette a vapore, il Flavio Gioja, il Delfino, la 
Sfinge e 1' altra fregata V Ercole. Furono ac- 
quistati all'estero il brigantino a vapore Pe* 
loro, le pirofregate Guiscardo, Tancredi, Ar- 
chimede, Carlo III, Sannita, Lilibeo e Maria 
Teresa. Ferdinando II, proclamato da' rivolu- 
zionarii antitaliano , metteva nomi nazionali 
alle navi della marina napaletana ; Garibaldi 
italianissimo , a quelle acquistate col danaro 
de' siciliani , imponeva i nomi di taluni av- 
venturieri , o di uomini illustri , ma sempre 
stranieri, come Tukery, Ferrei, Washington, 
Orong, Aberdeen, Francklin ecc.; nomi che 
straziano gli orecchi italiani al sentirli pro- 
nunziare. 

Circa l'esercito, in quegli otto anni, pensò 
a bene istruirlo e disciplinarlo ; soltanto si 
formarono, nel 1840, il 13° di linea ed il 7° 
battaglione cacciatori. 

Varii trattati di commercio fece re Ferdi- 
nando in quel tempo , e rinnovò quelli esi- 
stenti con Sardegna , Spagna , Francia , In- 
ghilterra, Austria, Danimarca, Prussia, Russia 

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— 171 — 

ed America. Que' trattati di commercio non 
erano rovinosi per questo Regno, come quelli 
che sogliono stipulare i governi seitarii, per 
ingraziarsi le potenti nazioni ed invece erano 
tutti relativi al traffico de* rispettivi prodotti, 
a' dritti di navigazione ed a* dazii doganali, 
salvaguardando sempre le industrie patrie: 
perìocchè il commercio delle Due Sicilie si 
rese più spigliato» sicuro e lucrativo. Con la 
Spagna, attese le cordiali relazioni di fami- 
gliq, fu messo in vigore il trattato del 1837, 
in forza del quale era permesso ai cittadini 
di questo Regno di viaggiare sul territorio 
spagnuolo co' passaporti napoletani , e cosi 
viceversa. 

Per meglio agevolare il commercio e le 
comunicazioni, fu stabilita, nel 1842, in Na- 
poli una società di navigazione a vapore per 
I' Atlantico, sotto la ditta Bellini-Quadri e C, 
oltre di quelle che si erano già stabilite per 
le comunicazioni interne q pel Mediterraneo. 
Onde dare al commercio lo sviluppo che ri- 
chiedevano i tempi, fu aperta in Messina la 
Borsa de* cambir, istituendosi un banco , co- 
me già si era istituito in Palermo, tutti e due 
dipendenti da quello di Napoli ; inoltre in 
quella Capitale della Sicilia si fondò una cassa 
di sconto col capitale di mezzo milione di 
ducati. *. 

Perchè il re incoraggiava il commercio in 
tutt' i modi , nel 1845 , accordò a Vincenzo 
Bartolo il grado di Alfiere di vascello , e la 
medaglia di onore del merito civile, in com- 
penso di essersi spinto commerciando nei 
mari delle Indie orientali. A' siciliani Fede- 

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— 172 — 

rico Montechiaro e Giuseppe Carta accordò, 
al primo , il grado di pilotai della real mari- 
na, al secondo quello di tenente , per aver 
tutti due aperto il commercio della Sicilia 
con le isole dell'Oceania. Domenico Avitabile, 
nato in Agerola, antico sott'uf Oziale dell'eser- 
cito napoletano, essendosi recato nelle Indie, 
divenne generale di quei paesi, ed agevolò 
molto il commercio con questo Regno Quan- 
do ritornò in patria, Ferdinando II gli accor- 
dò varie onorificenze in compenso di aver 
protetto i suoi connazionali in quelle remote 
contrade. 

Il generale Avitabile regalò al re varie rari- 
tà indiane ed anche gli fece dolio di due mo* 
retti schiavi, che furono tenuti al fonte bat- 
tesimale da quel religioso sovrano ; il quale 
al grandetto die il nome di Ferdinando , al 
piccolo di Francesco, dichiarandoli liberi tutti 
e due; in seguito li fece istruire ed accordò 
loro una pensione vitalizia sopra i suoi beni- 
particolari (1), 

Dal 1841 al 47 , la Corte di Napoli fu al- 



(1) Que' due morì, da Ferdinando li e Maria Te- 
resa erano designati col nome: i nostri figli neriì 
Entrambi, fatti adulti, furono fedeli alla real famiglia 
ne' giorni della sventura della stessa. Perseguitati 
da' rivoluzionarii seguirono re Francesco 11 a Capua t 
a Gaeta ed a Roma. Il moro Francesco morì paz- 
zo , e ne' lucidi intervalli invocava e benediceva il 
suo benefattori e sovrano ; Ferdinando, che era ba- 
stantemente istruito, dopo la partenza del re da Roma, 
altro non trovò da fare, che ligar libri: adesso igno- 
ro la sorte di quest'altra vittima della rivoluzione. 

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-- 173 — 

lietata per .tre raatrimonii degl' individui della 
real famiglia, per jrarie visite di principesse 
.e principi reali e pe' figli che la regina die 
alla luce in que* sette anni. 

Nel 1842, D. Pedro imperatore del Brasile, 
per mezzo del suo ambasciatore in Napoli , 
fece domanda a Ferdinando II per ottenere 
in isposa la real principessa D. Maria Teresa 
sorella del medesimo re. Il 30 maggio del- 
l'anno segnente, si celebrò per procura il ma- 
trimonio nella Cappella Palatina , con l' in- 
tervento del Corpo diplomatico, del ministero 
e di tutta la Corte. Nel medesimo tempo ar- 
rivò nella rada di Napoli una flotta brasilia- 
na, per condurre al Brasile la imperiale spo- 
sa ; ove fu accompagnata da altre navi della 
marina militare napoletana, agli ordini di 
S. A. R. il conte di Aquila, fraiello del re. 
Mi è doloroso rammentare che la real prin- 
cipessa D. a Maria Teresa di Borbone, oggi im- 
peratrice del Brasile, Tanno passato venne a 
Napoli, girando e visitando questa città e din- 
torni, con una ifldifferenza, che confinava col 
più ributtante stoicismo, ed accompagnata dai 
nemici della sua augusta famiglia; curandosi 
poco de' veri amici ed affezionati alla mede- 
sima. Volle fare un poco di sdolcinato senti- 
mento, recandosi a visitar l'avello de' suoi ge- 
nitori in S. Chiara; ma trascurò quelle buone 
suore, come in nulla soccorse i poveri di que- 
sta città; e non pochi di costoro son tali per 
essere stati fedeli a quella dinastia a cui essa 
apparteneva. 

Dopo che il conte di Aquila accompagnò la. 
imperiale sorella in America , il 28 aprile 

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— 474 — 

1844; sposò in Rio Janeiro la principessa im- 
periale del Brasile D.* Gannara di Braganza, 
che aveva una vistosissima dote. Quello stes- 
so anno, il 25 novembre , si celebrò il ma- 
trimonio, nella Cappella Palatina di Napoli , 
tra la real principessa D. a Maria Carolina , 
figlia del principe di Salerno , e il duca di 
Aumale , figlio quartogenito di Luigi Filippo 
re de* francesi. 

Dal 1840 al 47, la Corte di Napoli fu visi- 
tata da quasi tutti i sovrani e principi reali 
di Europa; ma le visite più rimarchevoli fu- 
rono due, cioè quella della famiglia imperiale 
di Russia, e l'altra della regina di Spagna so- 
rella del re, che fa poco gradita. • 

Il 23 ottobre 1845, l'imperatore e l'impe- 
ratrice di Russia, insieme alla granduchessa 
Olga , loro figlia , arrivarono a Palermo per 
passarvi l' inverno, a causa di una indisposi-* 
zione dell'imperatrice. Gli augusti viaggiatori 
presero alloggio nella deliziosa villa di Bute- 
ra, nell'ameno subborgo dell'Olivuzza. Re Fer- 
dinando , di unita al conte e contessa di A- 
quila, e conte di Trapani, fu sollecito recarsi 
a Palermo per visitare gli eccelsi ospiti. 

In quella felice circostanza, nella capitale 
della Sicilia, si fecero straordinarie feste po- 
polari e di Corte. L' imperatore Niccolò , di- 
venuto popolarissimo in quella città, passeg- 
giava in mezzo a quel popolo affettuoso ed en- 
tusiasta, come l'ultimo de' privati e senza al- 
cun seguito; per la qua! cosa avvennero fatti 
curiosissimi tra plebei e quel potentissimo 
autocrata di tutte le Russie ; il quale provava 
gran piacere in quelle innocenti avventure» 

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— 475 — 

I siciliani , sempre eccessivi ne] bene come 
nel male , erano deliranti di affetto per gli 
augusti ospiti. Re Ferdinando onorò costoro 
con le più splendide feste di Corte e con ras- 
segne militari, eseguite sul campo d'istruzio- 
ne alle falde del maestoso Monte Pellegrino. 

Il 3 novembre ^gli augusti sovrani, con tutto 
il loro seguito, si recarono a Monreale, città 
quattro chilometri sopra Palermo , per visi- 
tare quella stupenda Cattedrale gotica, opera 
di Guglielmo II il Buono, re di Sicilia; ove 
trovasi l'avello di costui e l'altro di Guglielmo 
il Malvagio ; ammirandosi, tra le altre rarità 
un Padre Eterno in mosaico di una straordina- 
ria grandezza, che occupa più della metà della 
gran cupola interna, e parecchi fatti dell'an- 
tico testamento , ritratti anche in mosaico, 
con una precisione maravigliosa ; questi si 
trovano sulle mura interne di quel tempio. 

La tanto lodata ed ammirata imperiale gran- 
duchessa Olga sposò , col rito greco nel pa- 
lazzo di Butera all' 01 iv uzza, il principe ere- 
ditario di Vittemberga ; e il 6 di dicembre 
(1845), gli augusti viaggiatori partirono per 
Napoli, ed in questa città presero stanza nella 
Reggia , all' appartamento di rappresentanza. 
Anche qui vollero vedere tutte le bellezze e 
rarità di cui è profusamente ricca questa ca- 
pitale ; la Corte li onorò e li festeggiò con 
la tradizionale magnificenza borbonica. L' 8 
dicembre, festività délllmmocolata Coucezione 
di Maria, l'imperatore, insieme al re, si recò 
al campo di Marte in Capodichino, per assi- 
stervi alla Messa solenne celebrata dal cap- 
pellano maggiore , sotto uno splendido padi- 

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— 176 — 

glione; indi assistette al defilare delle truppe* 
Il 12 di quello stésso mese lasciò Napoli [con 
tutta l'imperiale famiglia e si diresse aRoma. 

L* anno seguente, l'imperatore Nicola spedi 
in dono a Ferdinando II due cavalli di bronzo 
in atteggiamento sfrenato ed imbrigliati da 
due domatori, bella fusione eseguita in Pie- 
troburgo, e modellati dal professore accade- 
mico, barone Cloot. Il re fece collocare quel 
gruppo tanto artistico, innanzi l* ingresso del 
piccolo giardino inglese, alla diritta del por- 
tico del real Teatro San Carlo. In fronte ai 
piedistalli cbe sostengono que' cavalli e i do- 
matori, havvi due iscrizioni, dettate dal comm. 
Bernardo Quaranta, insigne letterato; le quali 
rammentano il dono, il donatore e la venuta 
dell' imperatore di tutte le Russie, in questo 
Regno. Nel 1860, i civilissimi rigeneratori di 
queste nostre contrade , siccome i cavalli 
stanno inalberati e trattenuti da' domatori, 
temendo che avessero potuto abbassar le zam- 
pe e schiacciare l' Italia una, voleano distrug- 
gerli, ma vi si oppose il console russo; e le 
iscrizioni già deturpate e guastate, più tardi 
il Municipio fu obbligato rifarle in fretta, ma 
in nero, e non già più a rilievo di ottone dorato. 

Il 18 giugno 1847 arrivò a Napoli , sulla 
fregata francese Panama , Maria Cristina, ve- 
dova di Ferdinando VII re di Spagna, sorella 
di Ferdinando II, e prese stanza nella real 
Casina del Chiatamone; fu ricevuta dalla re- 
gina madre e dal ministro spgnuolo duca di 
Rivas. Le guerre civili di Spagna, cui aveano 
dato luogo il testamento dei re , voluto da 
quella regina, revocandosi la legge salica per 

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— 179 — 

intronizzare la figlia di lei Isabella, a danno 
de' legittimi dritti del cognato D. Carlos, non 
poteano essere approvate da Ferdinando II; 
quindi Maria Cristina ricevette freddissima 
accoglienza. Il re, la regina, i conti di Aquila 
« di Trapani, conoscendo Y arrivo della me- 
desima,, per non incontrarla, anticiparono la 
loro partenza pei* le Puglie, accompagnati dal 
tenentegenerale Filangieri. Per la stessa ra- 
gione era partito per la caccia di Persano 
1' infante di Spagna D. Sebastiano, cognato di 
Ferdinando II, uomo colto e valoroso, ex-ge- 
neralissimo neir esercito di D. Carlos dopo 
T infame tradimento del general Maroto. Ma- 
ria Cristina, visto che in Napoli era detestata 
a causa della politica di quel tempo , il 30 
di quel mese, parti per Civitavecchia. 

Il 28 marzo 1841 , trovandosi la famiglia 
«reale in Caserta , la regina die alla luce un 
iiglio , al quale fu dato il nome di Alfonso. 
Il re gli conferì il titolo di conte di Caserta, 
istituendogli un majorascato su' fondi di Ca- 
serta e S. Leucio ; per tale lieta ricorrenza 
largì soccorsi e grazie a* condannati politici. 
Il real principe Ih Alfonso di Borbone conte 
di Caserta, sin da fanciullo, mostrò una ten- 
denza al nobile mestiere delle armi; era egli 
ardito ed intelligente; quindi fece la carriera 
, nell'arma dotta dell' artiglieria. Nel 1860 era 
colonnello, e il 21 settembre, insieme col fra- 
tello Luigi, conte di Trani, ricevè il battesi- 
mo di fuoco , là sulle vette di Caiazzo , mo- 
strando un coraggio ed un sangue freddo su- 
periori alla sua età ; e poi, pe' fatti di Men- 
tana e di Spagna, riempì l' Europa delle sue. 

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— 180 — 

gloriose geste, emulando l'intelligenza ed i£ 
valore di tanti e tanti suoi magnanimi ante* 
nati. Il conte di Caserta è di una amabilità 
senza pari, allegro e molto generoso; chi rav- 
vicinò nell'esilio di Roma, oggi rammenta eoa 
piacere e riconoscenza o un atto di benefi- 
cenza o un'azione cavalleresca di quel prin- 
cipe, tanto amato dal suo maggior fratello. 

Il 24 marzo 1843, la regina dio alla luce 
una figlia, alla quale fu dato il nome di Ma- 
ria Annunziata. Quella real principessa, nel- 
l'esilio di Roma, sposò il figlio del granduca 
di Toscana, e per le sue virtù, divenne l'i- 
dolo dell'illustre e magnanima famiglia lore- 
nese. Un' altra figlia partorì la regina Maria 
Teresa il 14 aprile 1844, e le fu dato il nome 
di Maria Immacolata. Quest'altra principessa,, 
anche nell' esilio di Roma , sposò il fratello 
dell'imperatore d'Austria, col quale ebbe tre: 
figli. Ma quel fiore italico, trapiantato sopra 
altro suolo, non attecchì e si spense di buo- 
n'ora. Maria Immacolata di Borbone morì gio- 
vane tta, compianta amaramente dal marito, da 
tutti' i parenti di costui, da' popoli dell'impero 
austriaco, e più di tutti da quelli della, Sti- 
ria, che aveano provato i benefizii e le non, 
comuni virtù di quell'angelo di principessa. 

Il 12 gennaio del 1846, un altro figlio dava: 
alla luce la regina : il re volle imporgli il 
nome di Gaetano, ed il titolo di conte di Gif- 
genti, col majorascato sopra i beni di Cardi- 
tela, di Calvi e di S. Andrea del Pizzone. Il 
conte di Girgenti lasciò questo Regno quanda 
ancora era giovanetto; trovavasi allora tenente 
nel 3° reggimento di linea, e seguì l'augusta 

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— 181 — 

genitrice, prima a Gaeta e poi a Roma; ove 
si mostrò cortese e generoso con tutti coloro 
che seguirono nell'esilio la real famiglia. Fat- 
to giovane, sposò la figlia della regina di Spa- 
gna. Egli si battè da valoroso in due guerre 
disgraziate; in Austria si coprì di gloria nella 
giornata diSadowa,e più tardi nella rivoluzione 
di Spagna, dopo la diserzione di varii generali 
di quella monarchia. In un momento di col- 
lera, degenerata in mania, quell'infelice prin- 
cipe si suicidò con un colpo di pistola : so-' 
pravvissuto poche ore, pentito della presa ri- 
soluzione , morì confortato da' soccorsi della 
augusta e benefica religione degli avi suoi. 

Una orrenda sventura sembra gravare sui 
figli di Ferdinando II; essi sono stati il ber- * 
saglio di un* avversa ed immeritata fortuna. 
La vetusta e maravigliosa prosapia de' Bor- 
boni , va oggi raminga per 1' Europa , ed ha 
sofferto mille sventure ed ingiustizie; essa, è 
stata tradita e ripudiata anche da coloro che 
oppresse di benefizii e di onori» Non sappia- 
mo quali sieno i fini di quella benefica Prov- 
videnza, che or flagella ed ora esalta i regi, 
e sempre pel. maggior bene degli stessi fla- 
gellati; quindi inchiniamoci umili e rassegnati 
alla stessa , ed attendiamo gli avvenimenti: 
che mai non durò a lungo V opera dell ini' 
quitày né sono eterne le usurpazioni (1). 



(1) Vedi proclamazione di Gaeta dell' 8 dicembre 
1860, riportata nel Piaggio da Boccadifalco a Gaeta 
pag. 707. 

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CAPITOLO Vili. 

SOMMÀRIO 

Congresso degli Scienziati italiani in Napoli. Pio 
•IX Sommo Pontefice. Primi mesi del suo Pontifica- 
to. Rivoluzioni e Costituzioni nella media Italia, I 
settarii di Roma si levano la maschera. La Giovi' 
ne Italia comincia la sua propaganda per mettere 
a soqquadro questo Regoo. Rivoluzione in Messina 
ed in Reggio. Condanne e grazie. Dimostrazioni se- 
diziose in Napoli ed in Sicilia. Suicidio del Conte 
Bresson. Morte di uomini illustri. Bibliografia. 

Un fatto straordinario avvenne in Napoli 
nel settembre del 1845 , che non fu ultima 
causa delle rivoluzioni che poi seguirono in 
questo Reame. Come già ho detto altrove, la 
sètta si serve di tutt' i mezzi buoni e cattivi 
per far ribellioni e ghermire il potere , in- 
gannando i sovrani con 1' orpello della scienza 
e del progresso de' tempi ed i gonzi con al- 
tisonanti frasi di libertà, indipendenza, nazio- 
nalità, e benessere universale. Da più anni 
era usanza di congregare scienziati in qual- 
che città italiana, con lo specioso pretesto di 
far progredire le arti, le scienze e le lette- 
re; ma in fatto que' congressi aveano lo scopo 
di diffondere i principii dissolventi la civile 
società, e la riunione de' settarii della Giovine 
Italia per riconoscersi e confabulare insieme, 

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— 183 - 

onde preparare i mezzi a far guerra contro 
i governi costituiti. I così detti scienziati, 
non tutti seltarii , essendovi quelli che ope- 
ravano in buona fede , trovarono, appoggio e 
favori presso qualche sovrano, che veramente 
volea il progresso delle scienze e delle belle 
arti; ed il primo che cadde nella pania, nel 
1839, fu il granduca di Toscana , il secondo 
il barbaro tedesco , come allora chi a ma vasi 
1* austriaco imperatore. Perlocchè* cori tali e- 
lementi eransi già tenuti sei congressi scien- 
tifici in varie città della Penisola; ed il pro- 
motore de' medesimi era Luciano Bonaparte, 
principe di Canino , in gran fama di repub- 
blicano. Sicché quando il Pontefice Grego- 
rio XVI intese essere quel principe il fabbro 
di que' congressi, col suo segretario Masi li 
proibì ne*suoi Stati, indovinando il vero scopo. 
Ferdinando II, sicuro del suo retto operare 
ed importunato da' consigli del ministro del- 
l' interno, cav. Nicola Santangelo, né volendo 
esser secondo agli altri principi italiani nel 
promuovere le arti, le lettere e le scienze, 
permise che quegli scienziati in maschera si 
riunissero in Napoli ; quel congresso fu il 
settimo italiano. Si aperse in questa capitale, 
il dì 20 settembre 1845, nella gran Biblioteca 
della R. Università degli Studii. Erano mille 
e quattrocento scienziati, la maggior parte i- 
gnoti; la presidenza fu data al ministro San- 
tangelo. Alla solenne apertura intervenne il 
re, la real famiglia, il corpo diplomatico, la 
Camera, il ministero, i generali, la Consulta 
di Stato ed altre persone che occupavano alte 
cariche. Udita la Messa dello Spirito Santo 

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— 184 — 

nella chiesa del Salvatore , e passata V ad*** 
nanza nella "gran sala del Museo mineralogi- 
co, il primo a parlare fu Ferdinando IL Disi» e 
parole di maestà, incitatrici di scienza, e tali, 
che lo stessa principe Bonaparte, sorpreso, si 
Tolse a quegli che stavagli a fianco , escla- 
mando : Valgono più le quindici parole che 
ora ha dette , che i quindici anni del suo 
Regno / Indi prese a parlare il ministro San- 
tangelo e poi altri oratori. 

Quel Congresso era diviso nelle seguenti 
sezioni: Agronomia e tecnologia , presiedute 
dal conte Gerardo Freschi, chimica da Gioac- 
chino Taddei , zoologia dal principe Luciano 
Bonaparte, chirurgia dal cav. Leonardo San- 
toro , fisica e matematiche da Francesco O- 
rioli , archeologia e geografia dal cav. Fran» 
cesco Avellino, botanica e fisiologia vegetale 
dal cav. Michele Tenore, geologia e minera- 
logia da Luigi Palmieri e medicina da Vin- 
cenzo Lanza. 

Il palazzo Francavilla fu destinato per riu- 
nione degli scienziati;i quali spesso colà si riu*» 
nivano, in apparenza , per discutere temi di 
scienze e di belle arti. Il re dispose che fos- 
sero trattati con tutti i riguardi di ospiti il- 
lustri. Fece dono ad ognuno di essi della 
Guida di Napoli , ligata splendidamente in 
due volumi, appositamente scritta e stampata 
per quella circostanza. Ordinò che si mettes- 
sero a lor disposizione le carrozze di Corte , 
necessarie per condurli a curiosare il Vesuvio 
da vicino, e per visitare le reali delizie nei 
dintorni della capitale. Quegli scienziati si 
ebbero festa da ballo in casa del ministro 

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— 185 — 

Santangelo, altra splendidissima in Corte; ed 
in quella occasione si aprì la gran sala ab- 
bellita e decorata a quest'oggetto. Ferdinan- 
do II fu lodato in prosa ed in versi, que' sa- 
pientoni finirono col paragonarlo a Giove to- 
nante trasformato in Giove pacifico; ed egli 
già cominciava ad annoiarsi nel sentire'que- 
«ta e simili burattinate. Si disse che Fran- 
cesco Orioli gli avesse fatto il progetto di 
mettersi alla testa del movimento italico e 
farsi proclamare re d'Italia da' rivoluzionari; 
ed egli avesse risposto, non voler trascinare 

-&el fango il glorioso diadema degli avi suoi, 
qualunque si fosse il vantaggio o il malanno 
-che gli sarebbe potuto avvenire; e quando al- 
tre ragioni mancassero a rattenerlo sulla ne- 
gativa , vi sarebbe stata quella di non voler 
mettersi in guQjrra col Sommo Pontefice e con 
lutto l'orbe cattolico. 

I napoletani si mostrarono indifferenti con 

Segli scienziati; il basso popolo, che spesso 
più buon senso de' governanti , mentre 
-que' restauratori delle scienze erano festeg- 
giati, egli li guardava bieco, e spesso li cen- 
surava e li derideva con frizzi plateali sì, ma 
bene assai a proposito. 

Qual bene ritrassero le arti, le lettere e le 
scienze da tutti que' Congressi italiani ? Nes- 
suno ? servirono soltanto a rannodare le spar- 
se fila della Giovine Italia , riconoscersi gli 
affiliati alla stessa e concertarsi tra di loro 
per tendere ad un fine comune , qual' era 
quello di preparare la rivoluzione del 1848. 
Que' faziosi, mascherati ad uomini di scienze 
e di lettere , appena partiti da Napoli, ov' e- 

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— 186 — 

rano stati accolti e trattati troppo bene, stam~- 
parono vituperii e calunnie , degne di loro r 
contro i costumi di questo Regno e contro 
il lor Giove tonante trasformato in Giove pa~ 
cifiào : ingrati e buffoni l 

Sembra però che g'i scienziati avessero por- 
tato con loro la maledizione in queste nostra 
contrade, come ancora nel resto della Peni- 
sola; dappoiché, dopo pochi mesi di quel Con* 
gresso, Napoli e tutto il Regno furono afflitti 
da varii flagelli. Oltre dell'eruzione del Ve- 
suvio e dell' Etna, di tremuoti e di alluvioni» 
che devastarono parecchie città e paesi , si 
aggiunse la carestia de* viveri. 

La setta, giovandosi di quella pubblica sven- 
tura; mestò per suscitar rivoluzioni, e vi riu- 
scì in Toscana, in Modena, nelle Romagne e 
in Lombardia, e quelle contrade patirono ra- 
pine e sangue. Il nostro Regno, ad onta che 
fosse il più preso di mira dalla sètta , non- 
pertanto rimase tranquillo mercè le benefiche 
cure. del re. Il quale fece vendere il grano 
a prezzi miti da un tal Benucci fi tt aio lo delle 
dogane, rifondendo egli il dippiù; ed in quel 
modo lenì la sventura del popolo , ed evitò 
tante penurie e catastrofi. Però quel danaro 
da lui dato a Benucci, per soccorrere la pò* 
vera gente, la maggior parte servì, nel 184?,. 
per far la rivoluzione delle Calabrie , come 
dirò tra non guari. 

Un altro avvenimento di somma importanza 
sopraggiunse , per far cambiare la faccia a 
varii Stati di Europa. Il 1° giugno 1846, mo- 
riva il Pontefice Gregorio XVI, dopo di aver 
governata la Chiesa per 15 anni e tre mesi. 

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— 187 — 

Fu egli un Papa di straordinaria fermezza, 
poiché sotto il suo Principato civile tenne a 
segno i settarii; ed i romani rammentano an- 
cora con piacere il gran bene morale e ma- 
teriale che godettero in que' 15 anni di Re* 
gno felice. Il 14 dello stesso mf se, si aprì in 
Roma il Conclave, con sessanta cardinali,sei 
napoletani, due dei quali erano Francesco Ser- 
ra di Cassano e Sisto Riario Sforza, creato car- 
dinale ed Arcivescovo di Napoli nel Conci* 
storo del 19 gennaio dello stesso anno. Il 18 
giugno venne eletto Sommo Pontefice il Car- 
dinale Giovanni Maria Mastai-Ferretti, già ar- 
civescovo d* Imola , nato in Sinigaglia il 13 
maggio 1792, e prese il nonje di Pio IX. 

Negli Stati romani erano avvenuti alcuni 
moti rivoluzionarii , repressi appena manife- 
stati e senza quella feroce barbarie strom- 
bazzata ad arte da settarii. Appena morto Papa 
Gregorio XVI , giunsero a Roma deputazioni 
delle province, chiedendo riforme al Concla- 
ve. Pio IX , di cuor generoso ed angelico, 
volle appagare quelle domande , credendole 
vantaggiose al suo popolo; onde che riunito il 
Sacro Collegio de' cardinali , non tutti con- 
cordi in quella faccenda, il 17 luglio, decretò 
generale amnistia pe' reati politici , a patto 
però che gli amnistiati giurassero sul loro 
onore di non turbar più la pace dello Stato; 
il Santo Pontefice da sé giudicava gli altri 1 
Tutti giurarono, ad eccezione di Terenzio Ma- 
miani; almeno costui, nel mostrarsi pertina- 
ce, fu leale , e disse chiaramente quel che 
volea ; ma gli altri ritornarono- in patria , in 

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— 188 — 

apparenza pentiti , ma sitibondi di tumulti e 
sangue. 

Dapprincipio , com' è costume de* settarii, 
si cominciarono le ovazioni e le dimostrazioni 
di affetto a Pio IX, preludii de' prossimi era- 
cifige: la sètta mazziniana già metteva in ese- 
cuzione i satannici precetti del suo capo , il 
quale prescrìveva a' suoi adepti: « Riunite il 
« popolo, anche col pretesto di ringraziare i 
m principi, per fargli conoscere la sua forza 
« e la sua importanza. » Intanto Massimo di 
Azeglio, forse non a parte delle secrete cose: 
de* caporioni della Giovine Italia , assicurava 
che la rivoluzione italiana dovea farsi con le 
mani in tasca. 

I plausi a Pio IX furono strepitosi ; tutto * 
quello che è cattolico fu ipocritamente ap- 

?laudito ed esaltato , anche i gesuiti furono 
esteggiati e benedetti da' settarii 1 Gli osser- 
vatori superficiali o di buona fede s'illusero; 
sembrò lor rinato il trionfo del Cattolicismo, 
per mezzo di coloro che l'aveano perseguitato 
e calunniato ; tanti messeri benedicevano 
quel movimento, che sembrava popolare, che 
avea dato pace alla Chiesa a al suo Capo vi- 
sibile. Ma que' plausi erano forieri di tradi- 
menti, d'infamie ed orribili danni: Pio IX do- 
vea essere in tutto la figura di Colui che rap- 
presenta sulla terra. 

Questo gran Pontefice, senza sospetto, pro- 
cedeva risoluto nel bene, attuando nello Stato 
pontificio tutte quelle novità volute d$I vero 
progresso de' tempi. Riordinò 1' amministra- 
zione pubblica, rendendola laica, emanò leggi 
savie sulla stampa, creò consulte di Stato, or- 

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— 189 — 

dinò opere pubbliche e di beneficenza; ed ap- 
portò tanto bene in poco tempo a* suoi popoli, 
che fu lodato dallo stesso Mazzini. Nonpertan- 
to questo capo settario contemporaneamente 
scriveva a' suoi adepti: « Il cammino del ge- 
« nere umano è sempre traccialo dalle ruine; 
« chi teme le ruine non comprende la vita. 
« L'Italia deve oggi uscir dalla prigione, rom- 
« pere i legami de* Papi e degl'imperatori; e 
« perchè si compiano i suoi destini, corrano 
a pure fiumi di sangue, le città si rovescino 

* le une sulle altre, e battaglie ed incenda suc- 

* cedano. Non importa ! Se l'Italia non deve 

* esser nostra, vai meglio prepararne la di- 
« struzione , e tale che ogni disfatta sia ca- 
« tastrofe finale. Però esortiamo popoli e sol- 
« dati ad eseguir questo disegno, che nessuna 
« città si lasci ritta al vincitore, e che esso 
« trovi morte ad ogni passo. In tale guerra 

* non si ceda, si distrugga. Sarà terribile tutta 
« la vita di un popolo, non sarà che l'opera 
« della rivoluzione. Combattiamo dunque e 
« sterminiamo. » 

Ecco che cosa voleano i redentori- dell' I- 
talia ! Simili ordini avrebbero spaventato un 
Attila, un Maometto. Tant'è: se parlate co' pa- 
trioti vi diranno, che il retrogrado, l'oscu- 
rantista, il birbante son'io, perchè clericale ; 
e che Mazzini era un progressista , un uma- 
nitario co' fiocchi , e forse vi assicureranno 
pure che fosse un santo che facea miracoli» 
Quelli scritti di Mazzini, che fanno raccapric- 
ciar di spavento l' umanità , gli sciocchi go- 
vernanti di que' tempi, invece di pubblicarli 
a' quattro venti della terra, per far rinsavire 

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— 190 — 

i balordi, credettero gran sapienza occultarli 
con ogni cura! 

Mentre in Roma si festeggiava Pio IX , le 
eittà d'Italia quali si ribellavano e quali chie- 
devano riforme, col grido di viva Pio IX, fa-? 
cendo feste ad Azeglio, a Montanelli, a Gio-» 
berti e funerali a' fratelli Bandiera. Il primo 
a dar la Costituzione fu il granduca di To-i 
scana ; i rivoluzionarii non si acquietarono r 
volevano qualche cosa di più ; e quindi per* 
che avvertiti a star tranquilli con una ordii 
nanza , sbizzarrirono , facendo tumulti in Li« 
vorno e nella stessa Firenze, ove si versò aa«r 
che sangue. Quel granduca , che sino allora 
era il progressista, il padre vero della patria, 
fu proclamato dagli stessi settarii tiranno e 
servo dello straniero , perchè non facea la 
loro volontà. 

In Lucca ove regnava un duca di Casa Bor- 
bone, però debole e timoroso, al primo scop- 
pio della rivoluzione, concedette le stesse ri- 
forme della Toscana; e se per tanti anni fu 
gridato tiranno, per quelle riforme venne di* 
chiarato gran patriota, dotto e sapiente. 

Carlo Alberto, carbonaro convertito, visti i 
movimenti rivoluzionarii , e supponendo in 
Pio IX la sua stessa ambizione, fece di tutto 
per mettersi alla testa de* ribelli italiani , e 
così credeva farla anche ai Papa. Però i get- 
tarli, memori del passato, e del come li ave» 
trattati dopo la rivoluzione carbonara del Pie- 
monte, non gli prestarono fede; ed egli per * 
dar loro prove di essere ridivenuto dell' an- 
tica pasta , permise a Genova il centenario 
della cacciata de' tedeschi da quella città, con 

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— 191 — 

grida di viva e di morte. Egli non fu né 
sciocco né generoso col largire una costitu- 
zione politica ad esempio del gran duca di 
Toscana: autorizzò soltanto nel suo Regno le 
associazioni politiche, e la stampa non libera 
tua faziosa ed iniqua. 

Dopo i festeggiamenti al Papa ed i tumulti 
nello Stato pontificio, i rivoluzionarii anda- 
rono diritti al loro scopo ; non chiesero su- 
bito la Costituzione, invece vollero per allora 
la istituzione della Guardia civica ; per to- 
gliere la forza dalle mani del governo ed ar- 
marsi contro lo stesso. Il cardinale Gizzi si 
oppose a quella pretesa, perchè ne conobbe 
il pericolo; il teatino padre Gioacchino Ven- 
tura consigliò il Papa di concedere quella 
Guardia. Tosto avvennero dimostrazioni di 
gioia e clamorose, con evviva a Pio IX, e tu- 
multi contro Gizzi , che si dimise , contro il 
governatore di Roma monsignor Grassellini 
e contro il cardinal Lambruschini. In quella 
esce in piazza il facinoroso Cicerovacchio, ed 
imbeccato da' settarii, grida che vi fosse una 
coneiura contro il Pontefice, e che i gesuiti 
occultassero armi a questo scopo. Si armano 
i faziosi e vanno in cerca de' supposti congiu- 
ratori; rovistano le case della Compagnia di 
Gesù e nulla trovano. Non contenti ancora 
di tutti que' baccanali e violenze, fanno una 
lista di proscrizione contro gì' immaginarii 
congiuratori ; fu allora che cominciarono ad 
emigrare da Roma molte ragguardevoli per- 
sone» Nello Stato pontificio ed in Toscana 
col pretesto di ringraziare Iddio di aver sai- 

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— 192 — 

vato Pio IX da* congiurati, si fecero altri tu- 
multi e si versò anche sangue 1 

La sètta, visto che i suoi affari andavano be- 
ne, fece indirizzi al Papa per dichiarar guerra 
al barbaro tedesco, e mettersi egli, novello Giu- 
lio II, alla testa degli eserciti. Pio IX dap- 
prima tacque a quelle pretensioni da mente- 
catti , ma vedendo che 1' entusiasmo per lui 
già degenerava in tumulti e fellonie, ammoni 
i suoi sudditi ,. facendo lor sentire , di esser 
grato alle profferte di affetto de' medesimi, 
ma desideravali ragionevoli e tranquilli. Quel 
discorso non piacque e si cominciò a gri- 
dare contro lo stesso Pontefice ; i settarii 
per avere un capo contro lo stesso, chiesero 
ed ottennero che ritornasse in Roma Teren- 
zio Mamiani ; il quale non avea voluto giu- 
rare sul suo onore di star cheto rientrando 
in patria : da allora la rivoluzione romana 
fece rapidi e luttuosi progressi. 

Non si potea sperare che questo Regno ri- 
manesse tranquillo, e non sentisse le conse- 
guenze de' tumulti di Roma e del resto del* 
1' Italia, essendo i settarii solidali, e che ten- 
devano ad una repubblica italiana. Qui però 
non si potea prendere il pretesto per far di- 
mostrazioni e pazzie, onde domandar le stesse 
riforme concesse dal Papa e dal gran duca 
di Toscana, perchè esistevano fin dalla venuta 
di Carlo III, e compite da' successori di quel 
magnanimo sovrano. Questo Regno avea go- 
verno patrio, codici nazionali e sapienti, leggi 
libéralissime speciali e generali, Consulta di 
Stato, forte esercito, una marina, che era la 
prima di secondo ordine in Europa, Guardia 

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— 493 — 

civica a piede e a cavallo ed altre guarenti- 
gie di cui mancavano gli altri Stati della Pe- 
nisola. Altro non si potea domandare che la 
Camera de' deputati , eterna apportatrice di 
debiti, carrozzini e fallimenti, di subugli, di- 
sfatte e vergogne. Per la qual cosa i nostri 
bravi rivoluzionarii, per allora, si contentarono 
leggere i giornali incendiari di Roma, di To- 
scana e del Piemonte, scrivendo a* medesimi 
corrispondenze piene di calunnie contro il 
governo di Ferdinando II e ridicoli piagnistei» 
invidiando lo stato anarchico in cui si trova- 
vano quegli Stati. 

Ne' nostri boschi della Sila, in Calabria, e- 
rano de' briganti che taglieggiavano, rubava- 
no e facevono ricatti ; i rivoluzionarii opra- 
rono in modo da farsi amici que' malfattori 
per servirsi de' medesimi contro il gover- 
no ed in parte vi riuscirono. Ondechè il go- 
verno si decise di mandare in Cosenza e in 
Catanzaro un rinforzo di truppe e il gene- 
rale conte Errico Statella con pieni poteri. 
Costui vi pubblicò un bando di amnistia per 
chiunque di que' briganti si fosse presentato; 
e con questo ed altri mezzi conciliativi , in 
pochi mesi estirpò il brigantaggio , che già 
cominciava a mostrar tendenze politiche ; 
cosi si acquietarono quelle intimorite popo- 
lazioni, con gran dispiacere de' settarii. 

Intanto era uno scandalo per la Giovine 
Italia, che le due Sicilie stessero tranquille, 
mentre il resto della Penisola era in fiamme; 
quindi si fecero tutti gli sforzi per rivoltar 
questo Regno. I nostri faziosi , avendo rice- 
vuta l'imbeccata da' loro caporioni, nel mese 

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— 194 — 

di luglio 1847 , si riunirono in conciliabolo ; 
sul principio altro non seppero far di me- 
glio che cacciar fuori due libelli. Uno dei 
quali chiedeva riforme costituzionali» e passò 
inosservato, soltanto deriso da coloro che ne 
ebbero cognizione; l'altro era una catilinaria, 
un tessuto di spudorate contumelie e calun- 
nie contro il governo e contro il re, neppu- 
re si risparmiava la vita privata di costui e 
della real famiglia. Questo libello-famoso si 
ardì titolarlo : Protesta de* popoli delle Due 
Sicilie , ed ottenne un gran successo presso 
i gonzi che bevon grosso. Il governo ne se- 
questrò migliaia di copie , ed i giornali del 
Piemonte gridavano alla tirannia borbonica 
per quel sequestro! 

Perlocchè la polizia mise in carcere alcuni 
capi rivoluziona rii, cioè Carlo Poerio, Mariano 
d'Ayala, Francesco Trincherà e Domenico Mau- 
ro.U tipografo Seguin e due torcolieri della stam- 
peria nominarono un Giovanni Raffaele oste- 
trico di Naso , in Sicilia , non come autore 
della Protesta, ma come persona aderente a 
colui che l'avea scritta: Raffaele si salvò so- 
pra un legno francese e fuggi a Marsiglia. Fu 
allora che i giovani torcolieri nominarono un 
D. Luigi, senza saperne il cognome; Luigi Set- 
tembrini , che avea la coda di paglia , fuggi 
a Malta , e di colà si dichiarò autore della 
Protesta de* popoli delle Due Sicilie. La Masa, 
trovandosi pure in Malta, pubblicò su' giornali, 
che dodici siciliani eran pronti per assassinar 
Ferdinando II. In effetti, si buccinò che nella 
chiesa di Portici doveasi uccidere il re; per 
la qual cosa furono arrestati varii studenti : 

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— 195 — 

<*d in ifero te Protesta accennava a fatti di 
esangue. > * r 

Re Ferdinando, il 13 agosto 1847, ricordò 
le sue promesse fatte al popolo, quando asce- 
rete «1 trono, e che l'uvea adempiute in tutti 
i rami della pubblica amministrazione, e par- 
ticolarmente coli* estinguere i debiti dello 
Stato e col ridurre i dazii. Per dar maggiori 
prove del suo patriarcale modo di governare 
4\ popolo a lui soggetto , ordinò che dal 1° 
-gennaio 1848 si diminuissero due milioni di 
-ducati d'imposte, cioè che fosse abolito il da- 
aio sul macinato in questi reali domimi e mi- 
norato di un terzo negli altri al di là del Fa- 
ro. I rivoluzionarii abborrivano quelle vere 
riforme, tanto utili alla povera gente , man* 
«andò loro un argomento per gridar tiranno 
•il re, e ghermire essi il potere per fame quel- 
fuso che oggi tutti sappiamo; quindi comin- 
ciarono col malignare le benefiche disposi- 
zioni di quel sovrano. Questi era in quel tem- 
po assai proclive alla clemenza, ed in cambio 
di trattare i suoi calunniatori secondo i loro 
meriti , volea confonderli con la generosità , 
contentandoli in alcuni reclami che essi far 
ceano e che putivano un poco di sedizione. 
Difatti appena i messinesi ricorsero contro 
l'intende ute de Liguoro, lo traslocò in Cosen- 
za, ed invece mandò in quella città Giuseppe 
Parisi, già intendente di Catania, niente osti- 
le a' patrioti. Altre simili concessioni fece in 
*quel-1;empo per contentar Y opinione pubblica; 
ima seminava il vento e raccoglieva tempeste; 
-conciosrachè i rivoluzionarii dicevano essere 
inganni quelle concessioni, figlie della paura 

13 3b 8 le 



— 496 — 

e della viltà; ed avendo preparate bene 1+ 
mine, si argomentarono subito dar fuoco per 
mettere in fiamme questo Regno. 

Le prime prove rivoluzionarie furono ese- 
guite in Messina. Il 1° settembre 1847 , in 
occasione che fu promosso a generale il <jo- 
jonnello Busacca , il comandante le armi di 
quella città general Salvatore Landi (1), e la 
maggior parte degli uffìziali di guarnigione, 
diedero un pranzo dAVRòtél Vittoria in onore 
del promosso. Antonio Placanico , commer- 
ciante di pelli, avendo racimolato un trecento 
vagabondi nullatenenti, ne' bassi fondi di Mes- 
sina, intendeva sorprendere ed impossessarsi 
di Landi e degli altri uffìziali subalterni, men- 
tre tutti stavano a godere del pranzo. 

Verso le 3 p. m. di quel giorno, al segnale 
dello sparo di tre raortaletti, le bande di Pla- 
canico « entrarono in Messina per varie vie ,. 
cioè dalla parte de' Cappuccini, passando pel 
borgo San Leone, o San Leo, e da porta di 
Legna, riunendosi tutte nella via del Corso 
e gridando: Viva Pio IX, viva V Indipenden- 
za. Scesero dippoi nella strada Ferdinandèa, 
ove resta X Hotel Vittoria, e dove sedevano a 
mensa i generali e gli uffìziali, con l'intento 
di sorprenderli e farli prigionieri. Costoro , 
avvertiti in tempo dagli stessi camerieri del- 
l'albergo, ebbero il tempo di ritirarsi in Cit- 
tadella ; il solo generale Busacca , che volle 



(l) È necessario non confondere questo distinto e 
fedelissimo generale con l'altro fellone di Francesco 
Landi, Veroe di Calatafimi. Vedi Viaggio da Bocca* 
difalco a Gaeta. Capitolo IL 

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— 197 — 

traversar la piazza del Duomo in carrozza, si 
ebbe una scarica di fucilate , e rimase leg- 
germente ferito , salvandosi alla corsa anche 
in Cittadella. 

Landi, fatto battere la generale, inviò varie 
pattuglie per tener fronte agl'insorti. Costoro 
tentarono di sopraffare varii posti di Guardia, 
né trascurarono quello del pubblico Banco , 
ov'erano dirette le principali loro mire ; ma 
trovarono dovunque una vigorosa resistenza. 
Un caporale e pochi uomini del 4° di linea, 
difesero eroicamente quel posto, ad onta che 
due soldati cadessero morti. 

Nel mentre si combattea in vari punti della 
città, Landi spinse un distaccamento di soldati 
sotto il comando del 1° tenente Gioacchino 
Auriemma, valoroso uffiziale, ed una compa- 
gnia del 3° di linea agli ordini del capitano 
Giuseppe Caldarelli. Que'due uffìziali s'incon- 
trarono con gì' insorti nella strada d* Austria 
oggi Primo Settembre, e benché ebbero fuori 
combattimento molti dipendenti, pure la glo- 
ria di quella giornata restò a loro. I ribelli 
furono fugati dalla città, salvandosi per le 
campagne, e le vie della stessa vennero oc- 
cupate militarmente ; così rientrò Y ordine e 
la calma. 

Il re rimunerò la guarnigione di Messina, 
decorandola con apposita medaglia di onore 
e di fedeltà, ed onorando i generali e gli uf- 
tizia* i più prodi con ordini cavallereschi ; al 
Caldarelli (1) concedette l'insigne Croce di San 



(l) Questo capitano , che godea fama di fedelis- 
simo , nel 1860 trovandosi generale , commise in 



— 198 — 

Ferdinando , ad Auriemma quella di dritto 
di S. Giorgio della Riunione. Per non de- 
fraudare i miei lettori della parte eomica di 
quel tentativo di rivolta, non voglio omettere 
*un fatto, che serve eziandio a far conoscere 
sempre più , che nelle rivoluzioni non man- 
cano mai i traviati ecclesiastici, che con le 
loro buffonate si rendono ridicoli anche in 
faccia a' medesimi settarii. Un prete di fi- 
gura grottesca, ardito ed intraprendente, poco 
scrupoloso in taluni casi di coscienza» ma del 
rèsto lo diceano onesto, certo abate Crimi di 
Galati, nulla sapendo che dovea avvenire quel 
trambusto, si facea la sua solita passeggiata. 
Però al sentire le grida sediziose , e al ve- 
dere la bandiera tricolore, perdette le staffe. 
Prima che si fossero avanzati i ribelli, si av- 
venta contro una sentinella, pressò la piazza 
del Duomo, e dopo un'accanita lotta di pugni, 
calci e morsi , la disarma; gitta il tricorno, 
il mantello e la sottana rimanendo in mutan- 
de, comincia a tirar fucilate da disperato con- 
tro i soldati. In quella breve lotta il reve- 
rendo abate Crimi fece prodigi di valore, ma 
fu costretto fuggire con gli altri rivoluziona- 
rii , quando la truppa prese il di sopra. Egli 
fu inseguito ed arrestato, condotto in quella 
toletta in carcere , facendo ridere gli stessi 
suoi commilitoni. Ottenne grazia dal sovrano, 
ma lo vedremo tra breve alla testa di varie 
squadre siciliane combattere da valoroso , e 
mostrandosi moderato co' vinti. 

Calabria il più turpe, il più vile decadimenti. Vedi 
Fiaggio da Boccadi falco a Gaeta. Capitolo XX, 
pag. 294. ole 



— 199 — 

Dopo il 1° settembre , Messina sembrava 
tranquilla; ma i ribelli, incoraggiati dalla mo- 
derazione del governo del re , tentarono in 
seguito altri subugli e furono sempre battuti. 
Si fortificarono in un monastero e nelle case 
vicine al piano di Terranova, donde tiravano 
fucilate fin dentro la Cittadella. Il capitano 
di artiglieria, Luigi Mezzacapo, oggi ministro 
della guerra del Regno d' Italia, senza «sporre 
o defatigare la soldatesca, alzò una specie di 
fortino nel medesimo piano di Terranova, e 
diresse tanto bene i colpi de' suoi cannoni,, 
che fece passar la voglia a* ribelli di. rima- 
nere in que' luoghi da essi fortificati. Dopo 
altri inutili ed intempestivi conati rivoluzio- 
narli, T ordine fu rimesso in Messina, e tutto, 
ritornò, almeno in apparenza , nello stato di 
consueta tranquillità. 

I settarii san far bene le rivoluzioni , ad 
onta che spesso son battuti di santa ragione, 
cioè tutte le volte che non son secondate dai 
militari felloni, o da' ministri traditori: difatti 
la rivolta di Messina era il segnale di quella 
calabra e delle dimostrazioni sediziose di Na- 
poli. Questa volta però trovarono generali ed 
uffiziali che fecero il loro dovere, e la rivo-* 
luzione fu repressa in tutto il Regno , e se 
la medesima alzò di nuovo il capo, dopo pò* 
chi mesi, la colpa si dee addebiti re a taluni 
capi dell' esercito ed alla stessa bonarietà del 
sovrano. 

Ho detto altrove che re Ferdinando» in vi- 
sta della cerestia del 1846, avea fatto conse- 
gnare una grande quantità di grano ad un tal 
Benucci, fittaiuolo delle dogane, per venderlo 

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— 200 — 

a basso prezzo alla povera gente. Costui ne 
affidò la cura ad un Domenico Romeo , uffì- 
ziale delle dogane e nativo . di S. Stefano 
presso Reggio; il quale alla sua volta percor- 
reva instancabilmente le province Calabre per 
organizzarvi la rivolta ; ed invece di far go- 
dere i bisognosi del grano a buon mercato, 
lo vendeva o lo dava gratis a' suoi aderenti. 

Romeo avea gran premura far presto la rivo- 
luzione, perchè da un momento all'altro potea 
esser chiamato a dare i conti, e consegnare 
quella somma di danaro che dovea trovarsi in 
suo potere; mentre egli se n' era servito per 
arruolare faziosi e sfaccendati, e far coincidere 
la ribellione di Messina con quella delle Ca- 
labrie; quelle sue fellonesche cure e propo- 
nimenti furono pel momento coronate di fe- 
lice successo. 

Domenico Romeo avea guadagnato a sé 
un Zerbi, funzionante d'intendente, il capitano 
de' gendarmi Leopoldo Cava ed altri uffìziali. 
Dopo di aver riunito in S. Stefano un centi- 
naio di quella gente, che per varii motivi si 
presta a suscitar subugli, la notte dal 1 al 2 
settembre, insieme a' suoi fratelli, Stefano e 
Gabriele, piombò sopra Reggio, ove si riunì 
ad altri tredici congiurati, che l'attendevano; 
tra' quali il canonico Paolo Pellicano, il quale 
con una mano brandiva la spada con Y altra 
il crocefisso, Pietro Mileto maestro di scher- 
ma, Antonio ed Agostino Plutino, Francesco 
Genovese , Domenico Muratori , Antonio Ci- 
mino e Casimiro de Lieto. Non fu difficile 
a' ribelli di opprimere i pochi gendarmi tra- 
diti dal loro capitano, che li avea chiusi nella 



— 201 — 

-caserma, obbligandoli così a depositare le ar- 
mi senza una valida difesa. 

La mattina del 2, Romeo intimò la resa del ' 
-castello di Reggio; il principe di Aci, coman- 
dante le armi , senza opposizione , vilmente 
cedette. In conseguenza di quella vittoria, ot- 
tenuta con le mani in tasca , giusta il detto 
-di Massimo d'Azeglio, i ribelli s'impossessa- 
rono della Cassa provinciale — essendo que- 
sto per loro l'affare più interessante — e pro- 
clamarono il governo provvisorio, rappresen- 
tato da sette persone a capo delle quali il 
can. Pellicano. Stamparono un manifesto pro- 
clamante la Costituzione del 1820, con la so- 
lita conclusione finale di que' tempi di viva 
Pio IX, viva V indipendenza italiana ! 

Michele Bello, Rocco Verducci, Pietro Maz- 
2one ed altri faziosi corsero a Gerace per prò* 
clamare anche in quel capo distretto il go- 
verno rivoluzionario; jpa i cittadihi, atteggiati 
a difesa dell' ordine pubblico , li fecero fug- 
gire. Avendo incontrato il sottintendente Bo- 
nafede , che con tre gendarmi andava incon- 
tro ad essi , su piccola barca , lo fecero pri- 
gioniero e lo condussero a Bovalino, ove fe- 
cero cantare il Te Deurn. In seguito si spin- 
sero fino a Siderno e Roccella, proclamando, 
dovunque la ribellione e con tutti i soliti ac- 
•cessorii alla medesima. 

La notizia della rivolta calabrà volò sulle ali 
del telegrafo , e la mattina istessa del 2 set- 
tembre seppesi a Napoli. Immediatamente 
il re riunì il Consiglio de' ministri, e si de- 
cise mandar truppe per comprimere i faziosi. 
Si spedi un reggimento di fanti , un batta- 

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— 202 — 

glione di cacciatori e due cannoni di mon- 
tagna ; tutto fu imbarcato sulle pirofregate- 
Ruggiero e Guiscardo, la prima sotto g!i or- 
dini del capitano di fregata Leopoldo del Re^ 
l'altra di Antonio Bracco; il comando in capo- 
fu dato al conte d'Aquila. 

Ferdinando II assistette all'imbarco de' soli- 
dati; a mezza notte le jiue fregate salparono 
dal porto militare di Napoli, e giunsero a vi- 
sta ài Reggio alle 10 antimeridiane del 4 set- 
tembre. Appena i reggini vi lero la flottiglia^ 
spedirono una deputazione al comandante del- 
la stessa, pregandolo di sbarcar subito e scac- 
ciare i rivoli\£ÌQn%rii della città. Del Re, pri- 
ma di tutto con upa cannonata abbattè la ban- 
diera tricolore, che sventolava sul castello, indi 
finse sbarcar sotto Reggior; ma rapido volse 
jj&l vicino villaggio di Pentimele e colà mise- 
a : terra la sua genite , senza esserne mole- 
stato. ■ 

I rivoluzionarii , che ave a no giurato, o Co- 
stiiuzione del 1820 o morte , subodorando che 
la truppa volesse far davvero , fuggirono in 
disordine verso Staiti e poi su' monti, incal- 
zati sempre da un pugno di soldati, sotto gli 
ordini del tenentecolqnnellq de Corné. 

II capitano de' gendarmi Leopoldo Cava, vo- 
lendo riparare, a modo suo, la fellonia di a- 
ver fatto cedere le armi a' suoi dipendenti r 
si armò di una carabina, e trasse a tradimen- 
to un colpo contro Stefano Romeo , che feri 
leggermente; di rimando si ebbe una scarica 
di fucilate da' ribelli, rimanendo sull'istante 
cadavere; e così fu punito del suo doppio tra- 
dimento. La truppa entrò acclamata in Reg*- 

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— 203 — 

gio, abbattè i segni rivoluzionari e rimise il 
governo del re. 

Mentre queste cose succedevano nel Reggino, 
il brigadiere marchese Ferdinando Nunzian- 
te, con altri due mila uomini, sbarcava al Piz- 
zo, e per la via di Palmi mancò sopra ferace; 
ed aiutato dalle guardie urbane, fugo* dovun- 
que i ribelli Costoro erano riuniti in Roccel- 
la, .e capitanati da Pietro Mazzone , alla no- 
tizia di quel secondo sbarco di soldati, trepi- 
darono; e mentre questionavano sul partito a 
prendere — che poi scelsero quello di sban- 
darsi — il loro prigioniero sott* intendente Bo- 
nafede se ne fuggì, e il 7 settembre rientrò 
nella sua residenza di Gerace. Nunziante oc- 
cupò questa città senza colpo ferire; ed alcuni 
storici alla Dumas , tra' quali un Michitelli* 
per esaltare il valore de* ribelli, inventarono 
imboscate alle truppe e pugne omeriche che 
non avvennero. 

Intanto Domenico Romeo, fabbro di quelle 
ribellioni, fuggiva su* monti, perseguitato da- 
gli urbani di Pelavo i e Seido ; ed essendo 
stato ferito da un c^cio di cavallo, si rifu- 
giò col nipote Pietro Romeo in una campa- 
gna presso la roi-?sgia di S. Stefano. Colà 
trovato da'^uoi pe«*ì?pcutor\ebbe intimato l'ar- 
resto; ma eg'i ?n rsposta fece fuoco sopra il 
capo urbano e 1' ucc ^e; di rimando fu crivel- 
lato da una scarica T fucilate , tratte dagli 
urbani, rimi? Tendo aU' istante cadavere. Pie- 
tro Romeo iu arrcs' to e condotto a Reggio. 

De* ribelli di Calabria molti si presentaro- 
no, e circa duecer'o furono arrestati in va- 
ni luoghi. La Commissione militare di Ge- 

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— 204 — 

race condannò a. morte Michele Bello, Pietro 
Mazzone, Gaetano Ruffo, Domenico Salvatore 
e Rocco Verducci, che furono fucilati il due 
ottobre. Nel seguente mese di novembre, la 
Commissione militare di Reggio, né condan- 
nò vani alla galera e quattordici nel capo, 
tra' quali i sette del governo provvisorio. La 
moglie di Casimiro Lieto noleggiò all' infretta 
un vapore e partì per Napoli , ed essendosi 
gettata a' piedi del re , ottenne grazia non 
solo pel marito , ma per altri nove condan- 
nati a morte. Ite' quattordici condannati al- 
l' estremo supplizio vennero fucilati i quattro 
principali capi rivoluzionarii , cioè Favaro, 
Morabito, Giuffrè e Ferruzzano. 

I giornali settarii d' Italia, senzaUener conto 
delle grazie sovrane , imbestialirono contro 
Ferdinando II, pubblicando menzogne e ca- 
lunnie circa la rivoluzione calabra. Prima an- 
davano in sollucchero, raccontando in quanti 
modi atroci i ribelli avessero seviziato ed uc- 
ciso i soldati e gli urbani : quando seppero 
che costoro erano vincitori , cambiarono lin- 
guaggio, accusadoli di croati e fratricidi. Io- 
veirono contro il re-, chiamandolo tiranno e 
mostro, mentre avrebbero preteso che costui 
iion avesse repressa la rivoluzione, ed aves- 
se fatto uccidere i soldati e gli urbani, dai 
redentori della patria ! Calunniarono de Cor- 
nò e gli altri capi della milizia, e soprattutti 
il brigadiere Nunziante, accusandolo di avere 
invitato il gioV&ne Mazzone a presentarsi > col 
promettergli la grazia sovrana , e che poi lo 
fucilò proditoriamente, prima del tempo sta- 
bilito dalla legge. 

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— 205 — 

Queste sfacciate menzogne contro Nunziante 
erano ripetute per invidia anche da taluni mi- 
nistri del re atteggiati ad urnanitarii: eran co- 
storo carbonari convertiti , tra' quali un del 
Carretto, che pochi anni prima avea fatto inu- 
tili e sanguinose rappresaglie al paesello del 
Bosco ed in Siracusa. 

- È una sfacciata calunnia il dire che Nun- 
ziante avesse fatto fucilare i cinque capi fa- 
ziosi di Gerace prima del tempo stabilito dalla 
tegge- Al contrario è un fatto incontrastabile, 
asserito eziandio da onestissimi militari, oggi 
in fama di liberali , e che allora trovayansi 
presso il medesima Nunziante , che questi 
chiese la grazia sovrana pe' condannati a mor- 
te dalla Commissione militare; grazia che non 
giunse, e si sùppqne a causa degl'intrighi di 
qualche ministro , non facendo giungere al 
re le benevole raccomandazioni di quel gene- 
rale. In effetti se Ferdinando II fece grazia 
della vita a' dieci condannati di Reggio, per 
la sola pietà che gli destò la desolata moglie 
di Casimiro Lieto, è da supporsi che avreb- 
be latta anche la medesima grazia a' ribelli 
di Gerace , se gli foss>e giunta la raccoman- 
dazione del Nunziante. Né questi si sarebbe 
arbitrato fucilare cinque individui prima del 
tempo stabilito della legge, sapendo le dispo- 
sizioni benevole del sovrano a favore de' rei. 
Ti fu dunque , in quella trista faccenda di 
Gerace , lo zampino . della sètta , aiutata da 
quella gente tristissima che circondava il re» 
per far credere essere costui quel che non 
era, e per offuscar l'onore di un generale be- 
nemerito alla dinastia ed al paese. Ferdinan- 

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— 206 — 

do II, dopo la rivoluzione di Messina e di Ca- 
labria, si mostrò clementissimo verso i ribelli, 
ed ordinò che i rei iscritti ne* ruoli de* lati- 
tanti fossero giudicati regolarmente dalle Corti 
speciali; per gli altri abolì qualunque proce- 
dimento, e volle che fosse sospesa qualunque 
esecuzione capitale. In conseguenza di che 
fece grazia a tutti coloro che i tribunali avea- 
no condannati a morte , ed a quelli a* ferri 
accordò pieno perdono. Quelle grazie furono 
estese a' ribelli di Messina, ove ne' primi gior- 
ni di settembre venne fucilato un sol ribelle, 
cioè il calzolaio Giuseppe Sciva. La clemenza 
di quel sovrano la sètta la proclamò debolezza 
e paura, ed i giornali faziosi trovarono que- 
st* altro pretesto per eruttare altri vituperi! 
contro lo stesso. Rinnovo a' miei lettori la 
preghiera di ricordarsi della storiella del vec- 
chio che andava al mercato , raccontata nel 
capitolo II. 

Siccome si dicea che le altre provincie si sa- 
rebbero sollevate contemporaneamente a Mes- 
sina e Calabria, si mandò, nel medesimo tem- 
po, negli Abruzzi una colonna mobile di fan- 
ti, cavalleria ed artiglieria comandata dal ge- 
nerale Carrabba. Un'altra si ne spedi ne* Prin- 
cipati , sotto il comando (hi general Gaeta, 
e due scorte leggiere sotto gli ordini del co- 
lonnello conte Giuseppe Statella e del colon- 
nello Gutrofìano , la prima per andare nelle 
Puglie , T altra nella provincia di Molise, te- 
nendosi in comunicazione con le altre. Però, 
ad eccezione delle Calabrie, il rimanente del- 
le province al di qua del Faro, nel 1347, ri- 
masero tranquille. 

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— 207 — 

I rivoluzionarii di Napoli non trascurarono 
di far le loro brave dimostrazioni: la sera del 
16 settembre , alcuni giovinastri, riuniti nel 
piano della Reggia per sentirvi la musica, si 
sciolsero col grido: Viva Vio IX, viva il re. 
La polizia, con ordinanza affissa a tutti i can- 
toni della città, proibì le grida di viva, il re. 
La sera del 22, altri faziosi si riunirono nel 
piano della Carità, e si diressero verso il pa- 
lazzo de' ministri gridando: Viva Pio IX, viva 
i' indipendenza italiana , aggiungendo altri 
gridi contro i ministri del re : appena com- 
parve la forza pubblica, si sciolsero. 
• Ferdinando, lusingandosi di far cessare le 
dimostrazioni contro i ministri , e special- 
mente contro Santangelo, fece dimettere co- 
stui dal ministero dell* interno, e divise que- 
sto ramo in tre , cioè interno , agricoltura e 
camme re io e lavori pubblici, affidandoli al com- 
mendatore Giuseppe Parisi, Antonio Spinelli 
-e Pietro d* Urso, tutti e tre bene accetti alla 
rivoluzione. Tolse il Ferri dalle finanze ed 
invece vi destinò Giustino Fortunato, vecchio 
carbonaro. Quel cambiamento di Ministero 
piacque, perchè si giudicò un principio d'al- 
tre concessioni più interessanti; nonpertanto 
le dimostrazioni continuarono più clamorose 
in Napoli ed in Sicilia. Io 1' ho detto altra 
volta e giova ridirlo , che i re son come le 
donne: guai a loro quando cominciano a con- 
cedere, il primo passo obbliga agli altri, fin- 
ché si giunga alla totale catastrofe!... 

I rivoluzionarii di Palermo , non volendo 
esser secondi a quelli del continente, la sera 
del 27 settembre , nel teatro Carolino , allo 

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— 208 — 

metà dello spettacolo, uomini e donne si al- 
zarono, gridando: \iva Pio IX, viva il re, e 
chiesero la Guardia nazionale. Da' palchi pit- 
tarono molte cartoline tricolori nelle quali si 
leggeva: « Il re ha mandato via Santangelo, 
« e ne ha dato i portafogli a tre galantuorai- 
« ni; ha concesso V amnistia agi' insorti di 
« Messina, ed ha cambiato il suo confessore, 
u Viva Pio IX , viva il re ! » il giorno se- 
guente , con la bandiera a tre colori, percor- 
sero varie vie di Palermo ; giunti presso la 
statua di S. Rosalia, giurarono V indipendenza 
della Sicilia. 

In Termini , Cefalù , Misilmeri e Bagaria 
•furono affìssi alle mura de] cartelli sediziosi; 
ed in Carini si fece un tentativo di rivolta. 
In Corleone , in un banchetto , si proclamò 
l' Inghilterra liberatrice della Sicilia (poveri 
gonzi !) e si fecero dimostrazioni con le so- 
lite grida. In Trapani incoronarono la statua 
di Pio IX, e col pretesto che la plebaglia vo- 
lesse saccheggiar le case de' ricchi, s' improv- 
visò la Guardia nazionale. 

Altri sconvolgimenti e trambusti avvennero 
in Napoli la sera del 14 dicembre; alcuni agi- 
tatori tentarono far le solite dimostrazioni; 
comparvero i commissarii di polizia Morbillo 
e Campobasso , alla testa di pochi poliziotti, ' 
e corsero bastonate. Non mancano storici ap- 
passionati di raccontarci le prodezze fatte da 
qualche rivoluzionario , descrivendolo alle 
prese con venti o trenta birri , mettendoli 
tutti fuori combattimento. Il fatto si è che in 
quel subuglio furono arrestati varii patrioti, 
tra' quali il maestro di scherma Achille Pa- 

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! 



— 209 — 

risi, Camillo Caracciolo, figlio del principe di 
Torella , il duca Francesco Proto , ed il pit- 
tore Saverio Alta mura. Taluni di quelli arre- 
stati furono condotti nel carcere di S. Maria 
Apparente , ed altri in quello di S. France- 
sco fuori Porta Capuana, per istruirsi il pro- 
cesso a carico de' medesimi. Però dopo meno 
di un mese vennero messi tutti ih libertà, 
insieme a Carlo Poerio e Mariano d' Ayala, 
tenuti in carcere come aderenti o sospettati 
autori della Protesta de popoli delle Due Si- 
cilie. La escarcerazione delle sopranominate 
persone riuscì ad un' altra dimostrazione con- 
tro il governo. 

Tutti i giorni si tentavano sommosse in Na- 
poli ed in varii modi ; spesso vedevi fuggire 
un gruppo di sediziosi fingendo paura, met- 
tendo lo spavento nella gente pacifica , che 
cominciava pure a correre senza sapere il* 
perchè ; quindi un parapiglia. I magazzini 
si chiudevano con fracasso, avvenivano scon- 
cezze, gridi strazianti, si davano busse all'im- 
pazzata; ed in tutto quel diavolìo, quelli che 
più ne approfittavano erano i ladri , che fa- 
cevano un facile bottino, e poi i giornali fa- 
ziosi italiani descrivevano quelle paure e 
sconcezze di Napoli come altrettante gior- 
nate di luglio avvenute in Parigi nel 1830. Il , 
governo fu costretto far perlustrare Toledo 
ed altre vie dalle pattuglie svizzere e di gen- 
darmi a cavallo. I quali, prima furono fischia- 
ti, e poi con proclami a stampa proclamati 
mercenarii; e que'militari fremevano e soffri- 
vano tutto in conformità degli ordini ricevu- 
ti. A tanti mali si aggiunse 1' astio privato 

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— 210 — 

tra Del Carretto, ministro di polizia, e il ma- 
resciallo conte Giovanni Statella, comandante 
la Piazza di Napoli, che a vicenda Y un l'al- 
tro contraddicevansi, inceppando in quel* modo 
T andamento del servizio , perchè 1* uno dei 
due cedesse: intanto ne approfittavano i rivo- 
luzionarii. 

Mentre quei subugli e quelle gare tra* go- 
vernanti rendevano debole l'azione del gover- 
no , lasciandosi irrepresse le sedizioni e bal- 
danzosi i ribelli, ecco comparire un indirizzo 
al re da' caporioni del movimento italiano, in- 
titolandosi Gl'italiani dell'Unione; eoi quale lo 
pregavano di accedere alla politica di Pio IX, di 
Leopoldo di Toscana e di Carlo Alberto. Quel- 
l' indirizzo era firmato da Cavour, Silvio Pelli- 
co, Br offe rio, Durando, Masi , d' Azeglio , Ar- 
mellini e Slerbini. Così finiva 1* anno 1847 , 
foriero di terribili sconvolgimenti sociali del* 
T altro che lo seguiva. 

Prima di finir questo capitolo, credo neces- 
sario ricordare un fatto avvenuto in Napoli in 
persona dell' ambasciatore francese , .. che fu 
causa non ultima de' cambiamenti, di varii go- 
verni, e fa conoscere eziandio lo stato anor- 
male in cui si trovavano le relazioni politiche 
di taluni Stati primarii di Europa. 

Il conte Carlo Bresson, da poco tempo ve- 
nuto a Napoli, in qualità di ambasciatore del 
re Luigi Filippo presso questa corte, abitava 
nell' albergo di Zir alla Villa reale. Il 2 no- 
vembre di quell' anno 1847 , queir ambascia** 
tore fu trovato cadavere nella sua stanza, pros- 
sima a quella delia moglie e del figlio, con 
le carotidi recise, ed in un lago di sangue; ro- 

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— 211 — 

be e carte in grande disordine, il cameriere 
fuggito. 

I settarii non tralasciarono di pubblicare le 
solite loro calunnie, dicendo che Bresson era 
stato assassinato dalla polizia borbonica , la 
quale nessuno interesse potea avere alla mor- 
to di quel diplomatico. La voce più accredi- 
tata, e quasi da tutti creduta fu, che 1' am- 
basciatore di Francia portasse con so de' do- 
cumenti di una lega continentale contro l' In- 
ghilterra, e questa glieli avesse fatto involare 
dal compro cameriere; ond' ei, disperato per 
salvare il suo onore, si fosse suicidato. I re- 
sultati conformi a questa credenza non tar- 
darono a farsi palesi; la rivoluzione di Fran- 
cia, del 1848, contro Luigi Filippo, aiutata 
dagl'inglesi, non fu estranea al suicidio del- 
l' ambasciatore Bresson. 

Nominerò in ultimo gli uomini più illustri 
di questo Regno , morti dal 1840 al 47. Nel 
1840, il tenentegenerale marchese Giuseppe 
Tschudy, nato in Napoli. Nel 1841, marchese 
d'Andrea, ministro delle finanze. Nel 1842, 
conte Francesco Ricciardi di Foggia, politico 
e letterato. Nel 1843 conte Michele Milano di 
S. Giorgio, naturalista e letterato, ed il mar- 
chese Gargallo di Siracusa, poeta e traduttore 
esimio di varii classici latini. Nel 1844 , il 
cardinale Filippo Giudice Caracciolo» arcive- 
scovo di Napoli , restauratore di questo Duo- 
mo. Nel 1845, Pasquale Leonardi di Cattolica, 
in Sicilia , fondatore della clinica ostetrica 
nella Regia Università di Napoli e Gabriele 
de Simone , capitano di fregata , inventore 
delle catene di ferro a torciglione, sostituite 

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— 212 - 

alle gomene, e moderatore della bussola ma- 
rittima. Nel 1846» barone Pasquale Galluppi 
di Tropea, insigne filosofo ,< morto in Napoli 
il Va novembre di anni 76, ed il cav. Antonio 
Nanula di Barletta, fondatore del gabinetto 
anatomico della regia Università di Napoli. 
Nel 1847, Basilio Puoti di Napoli, insigne let- 
terato, morto in patria di anni 66, ed il cav. 
Giovanni Castellucci d'Ischia, dotto cerusico, 
introduttore della Litotrizia, cioè operazione 
per cui si stritolano i calcoli nella vescica. 

BIBLIOGRAFIA 

Ecco infine le principali opere pubblicate 
éal 1840 al 47: 

Nel 1840, Istituzioni di logica e metafisica 
del P. Matteo Liberatore, Manuale di notomia 
topografica di Pietro Ramaglia , I principii 
di economia politica di Antonio Scialoia', 
Compendium theologiae moralis dell' ab. À- 
gnello Porpora. Nel 1841, Storia economico- 
civile di ^Sicilia di Lodovico Bianchini. Trat- 
tato di ostetrica di Giovanni Raffaele, Fisica 
sperimentale di Luigi Palmieri , Storia lette- 
raria di Sicilia de 9 tempi greci dell' ab. Do- 
menico Scinà, e Teatro drammatico del ba- 
rone Giov. Carlo Cosenza. Nel 1842, Storia 
detta filosofia di Pasquale Galluppi , ed Ori- 
gine de Feydi nel Regno di Napoli e Sicilia 
di Giaointo Dragonetti. Storia generale della 
Sicilia di G. Ferrara. Nel 1843 , Catechismo 
filosofico-istorico-apolog etico della Religione 
cristiana dell' ab. Giuseppe Mazzarella; il te- 
nentecolonnello Antonio de Focatis inventò un 

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1 



— 213 — 

nuovo affusto di cannone. Nel 1844. Bellezze 
-della Fede del P. Gioacchino Ventura , Le 
Vite de* più celebri capitani napoletani ài 
Mariano d'Ayala, Storia della medicina dalla 
sua origine fino a* tempi nostri di Pasquale 
Manfrò , e Trattato di dritto criminale ài 
Francesco Zuppetta ; Paolo Anania de Luca 
inventò il pallone idrostatico. Nel 1845, Sag- 
gio di dritto naturale appoggiato sul fatto del 
P. Luigi Tapparella Corso di storia ecclesia- 
stica daUa venuta di Gesù Cristo fino a* tem- 
pi nostri, comparata con la storia de* tempi 
del P. M. Tommaso Salzano , Ragguagli sto- 
rici del Regno di Napoli del conte Gennaro 
Marnili, e Cenno delle artiglierie napoletane 
-di Girolamo Ulioa; il prof. Gutti Galletta in- 
venta un jroovo orologio solare, il quale in- 
dica le ore del giorno, Ventrata del sole nei 
segni del zodiaco, la differenza He\ tempo me- 
dio e tempo vero , il mese ed il giorno del 
mese. Nel 1846 , Lezioni di OftalmiatHa di 
Giovambattista Quadri; il professore di fisica 
Luigi Palmieri perfezionò con nuovo metodo 
il tetegrafo-magnetico-elettrico. Nel 1847, Del* 
la civiltà d'Italia e della sua letteratura nel 
secolo IX di Ferdinando Malvica, e Memorie 
storiche sulle province del Regno di Napoli 
«di Domenico Valente. 



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CAPITOLO IX. 

SOMMARIO 

Rivoluzione di Palermo del 12 gennaio 1848, In- 
sipienza di de Majo, luogotenente del re. La trup- 
pa, dopo di avere sbaragliato i ribelli, si ritira ner 
quartieri per ordine del medesimo luogotenente. Go- 
verno provvisorio. Ruggiero Settimo. Bombardamen- 
to di Palermo. Protesta del commodoro inglese Lu- 
sigton e de' consoli di varie nazioni. I ribelli , fatti 
più arditi dalle protezioni estere, cominciano ad as- 
salire i soldati ne^ quartieri militari. 

Eccoci giunti a«l un' epoca ove comincia a* 
manifestarsi l" ignavia, la viltà e il tradimento 
di taluni condottieri dell' esercito napoletano; 
e di non pochi magistrati e funzionari di que- 
sto disgraziato Reame, stato sempre in preda 
ad uomini che senza rimorsi hanno aiutato po- 
tentemente la sètta; la quale ha sempre se- 
minato i campi e le città di cadaveri. Pero 
non si adontino i miei lettori , che pur dirò- 
di condottieri e di altri uomini che furono e 
sono 1* orgoglio del nostro bel paese. 

Gli altri Stati d* Italia si erano ribellati ai 
loro principi col pretesto di ottenere delle 
riforme politiche , ed in realtà per cacciarli 
via. Il grido di rivoluzione che il 12 gennaio 
1848 partì da Palermo fu terribile, ma direi 

• 



— 215 — 

«quasi leale ; esso disse quel che volea , cioè 
ia separazione della Sicilia da Napoli, un'am- 
ministrazione indipendente sotto la medesima 
-dinastia. È inutile che i settarii si arrovel- 
lino a volerci far credere che quell'Isola fosse 
stata tiranneggiata da' Borboni , inventando 
menzogne e calunnie ; invece avrebbero do- 
vuto dir francamente, che i siciliani vogliono 
essere un popolo a sé, perchè hanno tutti i 
dritti e requisiti per essere autonomi. Gran 
verità conosciuta poi da un cavalleresco e 
sventurato giovine sovrano, il quale dalle ro- 
* vine di Gaeta, con proclama dell' 8 gennaio 
1861, appagava appieno le secolari aspirazioni 
ed i bisogni di quegl' isolani. Ma era scritto 
lassù , che 1' eroica Sicilia dovea esser pro- 
vincia di non si sa di qual capitale del con- 
tinente. La Sicilia avea poco o nulla da la- 
gnarsi de' Borboni, credo di averlo dimostrato 
-co' fatti nel corso di questo lavoro; anzi era 
divenuta ricca di ottime leggi, di opere pub- 
bliche, godendo un benessere morale e ma- 
teriale, che non può venirle mai più ridonato 
-da qualunque altro governo. Que' tempi feli- 
ci» grazie alla sètta cosmopolita, saranno una 
ricordanza di maggior dolore nelle attuali mi- 
serie 1 Se io affermassi che la rivoluzione di 
Palermo, del 12 gennaio 1848, fosse stata un 
effetto del solo lavorio della sètta i mentirei 
sfacciatamente , ma dirò che fu eminente- 
mente popolare. Però quella rivoluzione non 
non fu fatta per abbattere la dinastia, invece 
per liberale il paese da taluni sciocchi abusi 
della birraglia, e per ottenere quella neces- 
saria autonomia donata dal primo fondatore 

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— 216 — 

della prima monarchia italiana» e conformata 
da tutt' i sovrani nazionali e stranieri. Fi* 
questo il vero primitivo scopo della rivoltai 
siciliana di quel tempo; in seguito si misero- 
in mezzo i truculenti settarii , e le diedera 
un indirizzo falso e deplorevole , perchè vch 
leano giungere ove adesso ci han condotti. 

Trovavansi in Palermo due uffìzi ali di ar- 
tiglieria , Longo ed Orsini , tutti e due edu- 
cati a spese del re ne* collegi militari di Na- 
poli; i medesimi credettero dimostrare la loro 
gratitudine con rivelarsi redivivi Iscarioti. Di* 
venuti arnesi di sètta, si unirono ad un An- 
gelo Gallo, fonditore in bronzo, creato cava- 
liere da Ferdinando H, e dallo stesso regalata 
di seimila ducati a titolo d'incoraggiamento per 
la sua fonderia. Gallo facea attiva propaganda- 
contro il gove no , e facea di tutto per gua- 
dagnare a sé i sottuffiziali dell' esercito. Al- 
lorquando credette il tempo opportuno, con- 
sigliò i suoi amici Longo ed Orsini d' impos- 
sessarsi del parco di artiglieria , per rivol- 
gerlo contro i propri compagni d' armi. A di- 
spetto della loro circospezione, gli audaci di- 
segni furono indovinati da un sergente, che 
subito li accusò al generale Pietro Vial, co- 
mandante le armi della provincia di Palermo,. 
Fra quel generale nativo di Nizza; da giova- 
netto servì i reali di Napoli, passò per varii 
gradi della milizia, e quindi fu brigadiere ed 
anche direttore di polizia. Fra avveduto ed 
inflessibile trattandosi del servizio militare e 
della fedeltà verso il sovrano. Avea egli pre- 
vista la imminente rivoluzione in Palermo, 
perchè conoscea le aspirazioni de' siciliani* 

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— 217 — 

le condizioni dell'Europa e più dì tutto quelle 
dell'Italia. Non trascurò di manifestare i suoi 
timori e dare i suoi consigli al maresciallo 
de Màjo, luogotenente del re in quella eittà. 

De Majo discendeva da nobilissima fami- 
glia, ma era di poca levatura di mente ; an- 
tico generale di Murat, fu notato eziandio di 
vigliaccheria nel 1815. Era abbindolato dal- 
l'aristocrazia palermitana, e dava poco ascolto 
alle giuste osservazioni di Vial, contentandosi 
di farsi ossequiare da que' nobiloni, e godersi 
bella vita col soldo di maresciallo e con l'o- 
nora rio di luogotenente del re. Fu tanto im» 
becille, che dopo la dimostrazione del teatro 
Carolino, accettò una petizione de' rivoluzio- 
nftrii* che chiedevano la istituzione della Guar- 
dia nazionale; per la qual cosa avea fatto già 
le liste delle persone che dovea armare, sen- 
za tener conto dalla moralità delle medesime. 

Vial , che conoscea le bislaccherie del de 
Mejo, senza aspettare il placet di costui, ap- 
pena ricevè la denunzia a carico di Longo ed 
Orsini, arrestò costoro e gli aftri congiurati; 
presso i medesimi trovò le prove della loro 
reità , cioè bandiere tricolori e proclami ri- 
voluzionarli; perlocchè li sottopose alla Corte 
criminale. 

I nobiloni palermitani, che circondavano ed 
adulavano de Majò, dissero innocenti gli ar- 
restati , visionario e provocante il Vial. La 
Corte criminale dichiaro innacenti tutt' i con- 
giurati ; costoro se la ridevano poi della 
dabbennaggine del luogotenente del re e della 
Corte criminale , vantandosi di altre fellonie 
che in realtà non aveano potuto perpetrare. 

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— ì>18 — 

Vial fu prevenuto da de Majo di non arrestar 
più alcuno per causa politica; così i congiurati 
potettero continuare i loro conciliaboli senza 
essere molestati. Non par vero che Fé r di- 
vinando II, tanto accorto, avesse scelto spesso 
uomini o inetti o di dubbia fede per occu- 
pare posti interessantissimi 1 Un altro al po- 
sto di de Majo avrebbe scongiurata la tem- 
pesta che ruggiva in Sicilia , apportatrice di 
tanti mali a queir Isola e al resto del Regno 
al di qua del Faro. 

Quando tutto era pronto allo scoppio della 
rivoluzione, i ribelli siciliani vollero operare 
senza mistero; il 9 gennaio gettarono la se- 
guente sfida al governo , che stamparono ed 
affissero su' cantoni di Palermo e su quelli 
di varie città di quella provincia ; eccola: 
«'Sull' alba del 12, al primo rombo del can- 
ee none, festeggiarne il natale del re, comin- 
« cerebbe 1' epoca gloriosa della rigenerazio- 
ne ne. Palermo accoglierebbe lieta tutt' i si- 
« ciliani accorrenti a sostenere la causa co- 
« mune, per istabilire riforme ed istituzioni 
« analoghe al progresso voluto dall' Europa 
« e da Pio IX.»— Firmato: il Gomitato. — In- 
tanto, annunziare tre giorni prima la rivolta 
a' governanti è un fatto unico nella storia; 
ciò dimostra qual popolo sia il siciliano , e 
quale la sua lealtà, il suo coraggio; le guerre 
si sono sempre intimate, (ad eccezione de' go- 
verni rigeneratori) , le rivoluzioni giammai. 
Nonpertanto vi son' oggi i redivivi allobrogi, 
atteggiati- a civilizzatori d' Italia , che hanno 
avuto tanta impudenza di dar del barbaro a 
quel popolo eroico ! 

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— 219 — 

♦ 

Il luogotenente de Majo accolse tra sonno 
« veglia la terribile sfida de' rivoltosi paler- 
mitani, e scrisse a Napoli: « La Sicilia è per* 
« fettamente quieta, abborre levarsi a tumulto 
« contro il governo. » 

L' Inghilterra, simile agli uccelli di rapina, 
eh e corrono ov' è il puzzo del carcame , sa- 
pendo i preparativi della sicula rivoluzione, 
mandò sollecita a Palermo una flotta, la qua- 
le, bordeggiando in quel golfo , com' ò suo 
costume in simili circostanze, facea esercizio 
di bersaglio con trarre cannonate, e cosi sve- 
gliare ed insospettire i paesi circonvicini di- 
sponendoli ad insorgere. 

Il luogotenente de Majo, malgrado la sfida 
gettatagli in faccia dalla rivoluzione , si cul- 
lava ancora ne' beati sogni di pace; ma lo de- 
stò il general Vial, consigliandolo a disporre 
la difesa, facendogli noti i preparativi che fa- 
c'eano i faziosi per isbarazzarsi di loro. Si sa 
che gli uomini di poco senno vanno agli ec- 
cessi nel prendere una risoluzione , ed in 
questo modo operò quel luogotenente ; egli» 
che avea ligate le mani al Vial, quando que- 
sti avrebbe potuto scongiurare la tempesta , 
nel momento del pericolo, volea far rovine e 
distruzioni senza scopo, e fu necessario mo- 
derarlo , per non rendere la truppa provo- 
cante: ma ritornò poi all'abituale apatia. 

In Palermo erano cinquemila soldati tra 
fanti, cavalieri ed artiglieri; furono divisi in 
quattro punti principali, cioè a' Quattroventi, 
al forte Castellammare, alle finanze e al Pa- 
lazzo reale/ Una batteria da campo fu desti- 
nata a' Quattroventi , ed una compagnia del 

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— 220 — * 

10° di linea a guardia della Vicaria. In Mon- 
reale era una compagnia del 2° di linea, ed 
un* altra in Bagheria ; fu un grande errore- 
lasciarle colà isolate ed abbandonate. Quella 
soldatesca , postata ne' quattro luoghi sopra 
indicati, era sparpagliata in varii punti adia- 
centi; quindi debole all' offese, facile ad es- 
sere oppressa nel difendersi. Era vi un altro 
serto inconveniente, cioè che tra' luoghi prin- 
cipali occupati della truppa , poteansi inter- 
cettare le comunicazioni, tanto necessarie in 
tempo di guerra , specialmente nelle rivo- 
luzioni. A tutto ciò non badava il de Majo; 
egli si lusingava poi , che se vi fosse stata 
qualche sommossa popolare, al solo apparire 
di pochi gendarmi, sarebbe stata schiacciata 
se\iza difficoltà; egli non conosceva i siciliani; 
è da supporsi , che neppure avesse inteso 
dire dai popolani di Napoli, che quegl' isolani 
son capa testa ! 

All' alba del 12 gennaio 1848 , in Palermo 
si riunì molta gente in armi, discesa da' paesi 
circonvicini, e fino alle otto antimeridiane ri- 
mase tranquilla, anzi le piazze e le vie erano 
gremite di ogni ceto di persone, vecchi, don- 
ne e fanciulli occupavano terrazzi , veroni e 
finestre; sembrava quella una festa popolare 
ed era foriera di rovine e di sangue. Nel me- 
desimo tempo un abate, Vito Ragona, col cro- 
cefisso in pugno , esortava la popolazione ad 
affrancarsi dalla schiavitù; un altro prete, in 
su la piazza di Quattro Cantoni, che è il vero 
centro della città, predicava contro i mali del- 
la tirannide , ed un Paolo Paternostro , nel- 
l'altra popolosa piazza della Fieravecchia, in- 

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— 2-21 — 

coraggiava i popolani in armi, ivi riuniti, ad 
insorgere contro le pattuglie, che inoffensive 
percorrevano le principali vie di Palermo. Si 
vedeva girare per la città , con somma jnaa* 
raviglia» una bella e giovine donna , .per no- 
me Santa Astorina, la quale spargeva nastri 
tricolori e coccarde , e con istudiato abban- 
dono incitava tutti alla rivolta. 

Già battevano le ore otto e mezzo, quando 
apparve nella via del Cassero un Pietro Ame- 
deo e diede il segno della ribellione, segnale 
che dovea sconvolgere il Regno, 1* Italia e 
l'Europa; fu seguito da Vincenzo Buscemi, il 
quale, mettendo fuori un grido, scaricava la 
prima fucilata. A costoro fecero seguito Carlo 
Ventimiglia , Àscanio Enea , Francesco Giac- 
cio, Giuseppe Oddo, Pasquale Miloro, Giacin- 
to Carini, Giuseppe La Maga, Antonio Jacona, 
un principe di Gramrnont*, un barone Bivona 
ed altri capi rivoluzionari i. 

Il primo scontro ebbe luogo nel quartiere 
dell'Albergheria, dalla parte de' regi soste- 
nuto da 25 cavalieri, guidati dal capitano del- 
lo Stato maggiore Grenet e dall'alfiere Vial. 
Costoro perseguitarono i ribelli per tutti quei 
vicoli fine all'arco di Cutò; ivi quest'ultimi si 
salvarono nelle botteghe e nelle case, donde 
faceano fuoco al sicuro e non visti. Altra ptt- 
gna avveniva presso S. Antonino , ove il te?_ 
nente Àrmenio con una compagnia disperdeva 
gl'insorti. Con maggior furore si combattea 
presso Casa Professa e nella via di Raffadali, 
ove trovavasi una compagnia, comandata dal 
capitano Albertis; ed ivi periva colui che die 
il primo segnale della rivolta , Pietro Ame- 

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— 222 — 

deo. Si combattea al'a piazza del Capo , a 
S. Cosmo e Damiano, al Cassero , ove si as- 
salivano le pattuglie, sempre e dovunque eoa 
la Reggio degli assalitori. Costoro , non ve- 
dendosi^ soccorrere da' nobili, secondo la pro- 
messa avuta, si dispersero e il loro generale 
in capo , Pasquale Miloro , fuggì sul vapore 
inglese il Bulldog. 

I generali di Palermo avrebbero dovuto ap- 
profittate della dispersione e sgomento dei 
rivoltosi, impedendo che altri ne fossero en- 
trati in città; ma essi credettero gran sapien- 
za di guerra ritirare le pattuglie e lasciar 
libero il campo al nemico. Le insipienze e le 
viltà di que' generali, e specialmente quelle 
di de Majo, e poi le altre di Desauget, come 
appresso dirò, furono dopo 12 anni , copiate 
alla lettera ed imitate a maraviglia dal fa- 
moso maresciallo di campo Ferdinanda Lanza. 

Non credo necessario confutar tutte le ap- 
passionate ed erronee asserzioni di Carlo Ge- 
melli, pubblicate nella sua Storia della sici- 
liana Rivoluzione del 1848-49. Gemelli si at- 
teggia ad uno de' capi principali di quella ri- 
bellione, e vuol far credere che i ribelli vin- 
sero, non già per la insipienza de' generali , 
ma pel proprio valore , raccontando i fatti a 
modo suo, cioè con descriverci i soldati pau- 
rosi e codardi, i rivoluzionarii valorosi e ma- 
gnanimi; senza riflettere che costoro non po- 
tevano esser tali , se quelli fossero stati sol- 
tanto buoni a fuggire. 

I rivoltosi, visto che la soldatesca, in cam- 
bio d'inseguirli ad oltranza, lasciava libera la 
città , ritirandosi a' quattro punti sopra indi- 

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— 223 — 

cati , presero animo , e fiduciosi nella bona- 
rietà e codardia di de Majo , si riunirono ed 
entrarono baldanzosi un* altra volta in Pater* 
mo. Il tenente Maring, mentre' si ritirava col 
suo distaccamento a' Quattroventi, fu assalito 
con furia da* nemici; corse il tenente Cessari 
con un drappello di dragoni, e non solo soc- 
corse i compagni , ma avrebbe potuto dare 
una brutta lezione agli assalitori, se gli ordini 
superiori non fossero stati chiari e precisi , 
cioè di ritirarsi difendendosi. Questo distinto 
ufficiale fu ferito con altri sette suoi dipen- 
denti; e tutti si ritirarono a' Quattroventi, fa- 
cendo fuoco di ritirata , e tenendo a rispet- 
tosa distanza i rivoluzionarii. Quella ritirata 
giovò doppiamente a costoro, i quali, in quel 
parapiglia, ebbero la fortuna d'impossessarsi 
di un procaccio, portante ventimila ducati per 
conto del governo di Palermo. Intanto , te- 
mendo sempre che la truppa avesse potuto 
ritornare per attaccarli, alzarono barricate in 
tutte le principali vie della città , e special- 
mente nel Cassero. Vial, per disperderli, fece 
trarre a mitraglia lungo quella via , portoc- 
ene rimase deserta. 

Taluni tra' rivoltosi, che erano stati lontani 
da' pericoli , e che aveano premura d' inse- 
diarsi, faceano ressa per crearsi un governo 
provvisorio; ed a questo scopo, lo stesso gior- 
no 12 gennaio, sul tardi , si riunirono alla 
piazza della Fieravecchia 1' abate Ragona, Giu- 
seppe Oddo, Bivona, Santoro, La Masa, Iaco- 
na, Porcelli » Cortegiani , Lo Cascio, Enea, ' 
Palizzuolo, Amodei, Bruno, Miloro, due fra- 
telli Ondes, De Carlo, Villafiorita , Fala, Ro* 

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— 224 — 

solino Cape ce, Naselli, Flores, Filippo Napoli 
e Francesco Ugdulena. Di questi rivoluziona- 
rli, quali di mestiere e quali di occasione, 
senza mandato" del popolo, tre si proclamarono 
governo della Sicilia , cioè Bivona, La Mass 
e Giacomo Iacona. Scrissero e stamparono 
proclami enfatici , chiamando tutti alle armi 
per difendere la santa causa ; e la sera di 
quel giorno si fece baldoria con grida di viva 
e di morte. 

H luogotenente del re, maresciallo de Majo, 
che non osava mostrarsi neppure da' balconi 
del palazzo reale , fu costretto segnalare a 
Napoli i fatti avvenuti in Palermo. 11 telegrafo 
di Monte Pellegrino passò la segnalazione, 
ma la notizia non giunse al suo destino, per- 
chè varii telegrafi dell' Isola , allora ad asta, 
erano stati abbattuti da' ribelli. 

La mattina del 13, Palermo fu invasa dai 
rivoluzionarii de' paesi circonvicini , che ac- 
correvano per tentare in que' trambusti, non 
già la sorte delle armi per affrancar la pa- 
tria, ma quella della propria fortuna. 11 go- 
verno provvisorio , avendo bisogno di armi, 
invitò i ricchi a soccorrere la patria : come 
negarsi a simili inviti di governi provvisorii ? 
quindi, per fuggir molestia, la gente ricca fu 
prodiga. 

La squadra inglese , trovandosi in quella 
rada, Tende al Comitato le armi ad essa inu- 
tili; ed è questa una delle ragioni per cui la 
libera ed umanitaria Inghilterra si franimi- 
achia , appoggia e protegge le rivoluzioni in 
caaa altrui. Appena ricevute quelle armi , si' 
armarono coloro che erano venuti dal Parco, 

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— 225 — 

-da Boccadifalco, da' Colli e da' comuni di Mi* 
silmeri e Belmonte , che per una stomache- 
vole superbia, i palermitani chiamano viddani 
< villani ) , prodigando questo titolo anche a 
tutti gli altri siciliani» non esclusi i catanesi 
-ed i messinesi. Si formarono varie bande ar- 
mate , dette squadre , ognuna delle quali 
ave a un capo in fama di facinoroso. 

Quello stesso giorno 13 gennaio , il primo 
luogo ad essere assalito fu il palazzo delle 
finanze, ov' erano trecento fanti ed il danaro ! 
Giustizia volea che anche quel prezioso me- 
tallo fosse stato redento dalla schiavitù bor- 
bonica , col metterlo in salvo nelle liberali 
tasche de' patrioti. Si osò attaccare il forte- 
Castellammare, però il comandante dello stes- 
so, generale Samuele Gross, accolse gli assa- 
litori con garbo tale, che fece lor passar la 
voglia di ritentar la prova; ed ordinò dippiù 
«he i suoi soldati ripigliassero la caserma dei 
gendarmi, già conquistata da' ribelli; i quali 
furono scacciati da quel posto non senza una 
accanita lotta. Inoltre mandò un rinforzo alle 
finanze , ove la soldatesca era ridotta a mal 
partito, perchè senza viveri e munizioni. De 
Bfajo, o perchè sbalordito di quella terribile 
rivoluzione , o perchè affiancato da qualche 
nobilone, che lo consigliava male, poco si cu- 
rava di dar gli ordini opportuni, e principal- 
mente per guarentir le finanze, ov' erano di- 
retti tutti gli sforzi de' redentori* Quello stes- 
so giorno si combattette ..all'ospedale militare 
di S. Francesco Saverio, a porta Carini, già 
asserragliata di barricate, ed in varii oommis- 
flftriajti di polizia, che furono poi abbandonati 
• 



— 226 — 

da' regi la notte del 43 al 14, ed ivi i ribelli 
fecero baccanali ed orgie indescrivibili. La 
truppa altro non fece che difendersi, secondo 
gli ordini superiori , mentre avrebbe potuta 
assalire in cambio di essere assalita e sbara- 
gliar dovunque i rivoluzionari. 

Il dì seguente un Salvatore Miceli, alla te* 
sta di una forte squadra di rivoltosi, scese da 
Monreale sua patria, ed osò assalire la cavai* 
leria lungo lo stradale che da questa cittfc 
mena a Palermo; essendo stato ben picchiato 
dal maggiore Zimmerman, ritornò in Monrea- 
le, e fece prigioniera quella compagnia di 
soldati, dimenticata colà, a capo della quale 
eravì il capitano Pronio. Giuseppe Scordato» 
altro famoso bandito , assaltò gli altri pochi 
soldati dolosamente lasciati in Bagheria , e 
gli fu facile renderli prigionieri. Que' due 
banditi non uccisero i loro prigionieri , ma 
invece li condussero a Palermo in segno di 
trionfo. 

La mattina del 44, il comitato rivoluziona* 
rio si riunì al palazzo della Città detto Preto- 
rio, che sta nel centro di Palermo, e si divise 
in quattro sezioni ; una per 1' annona , detta 
de' senatori e decurioni, dandosi la presidenza 
al pretore marchese Spedalotto, un' altra per 
la guerra, presidente principe di Pantelleria, 
già carbonaro del 4820 , una terza per le fì- 
nanze preseduta dal marchese Rudinì ed una 
quarta per divulgar notizie, presidente il re* 
tro-ammiraglio Ruggiero Settimo, de' principi 
di Fitalia; il governo provvisorio formato alla 
Fieravecchia si fuse in quelle quattro sezioni. 

Ruggiero Settimo, nel 4812, si mostrò ligie 

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— 227 ~ 

a lord Bentink, e per l'onnipotenza di costui 
fu eletto ministro della marina. Fu ostile alla 
Corte, nonpertanto , nel 1815 , Re Ferdinan- 
do IV lo perdonò, ma non avendo avuto più 
impieghi si era ridotto bisognoso. Nel 1846 
trovandosi in Palermo Ferdinando II, egli, il 
Settimo, gli si gittò a' piedi implorando aiuti; 
si ebbe dal re una pingue, pensione ; laonde 
si mostrò riconoscente col fare il co rt egia- 
no, anche a 1 servitori di quel re, e tutto gior- 
no stava nel cortile del palazzo reale per fare 
in ehi ni alle persone di Corte; scoppiata la ri- 
voluzione del 1848, giudicò darsi a questa a- 
nima e corpo. Questa breve biografia sulla 
vita di Ruggiero Settimo, suppongo che non 
andrà a sangue agli ignoranti ed ammiratori 
ciechi dello stesso; ma eglino prima di farsi 
campioni di quel capo della sicula rivoluzio- 
ne, avrebbero dovuto conoscere la sopra ac- 
cennata biografia ; e dovrebbero anche sape- 
re , che talune celebrità rivoluzionarie han 
prima fatto i cortigiani , i girelli , e qualche 
▼olta anche i birri. Ruggiero Settimo era 
stato ufta semplice mediocrità, salvo qualche 
nobile tratto che gli si attribuisce nella sua 
vita privata; ma la rivoluzione, com'B suo co* 
stume , ne fece un eroe de' tempi favolosi. 
Quando fu eletto presidente e poi dichiarato 
capo della rivoluzione, siciliana, era fiacco di 
mente ; stavagli però a lato l' astuto Mariano 
Stabile, il quale gli facea fare tutto quel che 
volea, tanto da comprometterlo in affari poco 
delicati. Nel 1852 , ritornando da Venezia , 
passai da Malta, ove trovavasi emigrato Rug- 
giero Settimo ; volli conoscere ed avvicinar 

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— 228 — 

quest'uomo tanto encomiato da* rivoluzionarii 
italiani. Trovai un garbatissimo gentiluomo 
di venerando aspetto; è tra. le altre cose, a* 
vendo.gli parlato di Mariano Stabile, mi disse 
delle parole ben amare contro di costui. 

Mentre i padri della patria, riuniti nel pa- 
lazzo Pretorio , formarono uà govèrno isti* 
tuendo varii ripartimenU dello stesso , nella 
città, *o meglio negli estremi della atessa, pror» 
seguivano le accanite zuffe tra regi e ribelli. 
Costoro, fatti audaci dalla inazione della trup- 
pa , andavano ad assalirla fin dentro i quar- 
tieri. Capì delle squadre erano Miceli, Scor- 
dato, Miloro e Castiglia; meno di quest'ulti- 
mo,,come appresso vedremo, gli altri erana 
persone ordinarie e di dubbia fama.. L'altra 
causa di continui combattimenti era, che i 
soldati, dovendo trasportare i viveri e le mu- 
nizioni presso varii distaccamenti sparpagliati 
in più luoghi, appena si mostravano in qual- 
che strada, venivano, aggrediti. 

Delle famiglie de' militari, rimaste in balia 
de' rivoluzionarii , alcune erano molestate ia 
varii modi, ed altre spogliate da' ladri di me- 
stiere.- Gli uffiziaH , capi di quelle famiglie , • 
fecero giungere i loro energici reclami al de 
Majo , col dirgli, che se egli non yolea. di- 
fendere 1' onore dell' esercito e la bandiera 
del re , eglino sarebbero usciti da' quartieri 
per assalire i rivoluzionarii aggressori e sac- 
cheggiatori delle loro famiglie. À queste giu- 
stissime lagnanze e minacce, quell'imbecille 
di luogotenente altra risposta non diede che 
ordinare di bombardar Palermo ; difatti , la 
mattina del 15 , col telegrafo di palazzo rea- 

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— 229 — 

le, impose al comandante del forte di Castel- 
lammare, di tirar bombe sopra la città ed in 
que' luoghi aggrediti da' ribelli , con l' inter- 
vallo di cinque minuti dall'uno all'altro proiet- 
tile. Altro madornale errore t le bombe uc* 
-cèdevano assalitori ed assaliti , i pacifici cit- 
tadini , donne e fanciulli. Il bombardamento 
«Ielle città è il segno delle barbarie de' no- 
stri tempi, anche perchè uccide più innocenti 
che rei; e non vale il barbarissimo detto del 
Tasso , che fa proferire al re Aladino , cioè 
perchè 'l rèo non si salvi il giusto pera — e 

V innocente^ essendo contrario al buonsenso, 
alle leggi umane e divine. Nel caso in cui 

V ordinò il de Maio , neppure avea lo scopo 
militare , cioè di fare aggredir la città dai 
soldati , quando questa si fosse trovata in 
Scompiglio ; avendo ordinato che la truppa 
non uscisse ih nessun caso da' quartieri. 

Però quel bombardamento atterrì i ribelli, 
e più di tutti quelli giunti in Palermo dai 
paesi circonvieini ; in effetti , avendo costoro 
assalito il palazzo delle finanze, e vedendosi 
salutati con le bombe dal castèllo vicino , si 
sbandarono e fuggirono , prendendo la via 
dond' erano venuti. A quella vista trepidarono 
i capi della rivoluzione , perlocchè corsero 
presso il commodoro inglese Lusinglon, e gli 
chiesero quella protezione che l' Inghilterra 
uvea loro promessa. Quel commodoro fece 
riunire i consoli di varie nazioni, ed a nome 
dì tutti, schiccherò una protesta al de Majò, 
dicendogli : Il bombardar le città fosse bar- 
barie, atto non voluto e riprovato dal pro- 
gresso de' tempi; potea dir anche di più, senza 

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.-- 230 — 

mettere innanzi il progresso de tempi, perchè 
il male assoluto è stato sempre lo stesso, * 
lo sarà in tulti i tempi ed in tutti i luoghi» 
Intanto colui che scriveva in quel modo era 
un carnefice degl'infelici americani; egli ave» 
bombardato i canadesi e gì* indiani per or* 
dine del suo civilissimo ed umanitario gover- 
no ! L' Inghilterra vuol per sé sola la priva- 
tiva di esterminare i prigionieri di quelle re- 
gioni, mettendoli in massa davanti il cannone 
carico a mitraglia , di ghigliottinarli, con la 
macchina a vapore, e di gittar bombe e palle 
infuocate nelle città, che intende sottomettere 
al suo dominio : e tutto ciò per incivilire i 
popoli barbari, ovvero* per ispogliarli ed ac- 
crescere il lusso de' lords e delle ladyes. 

De Majo, ai reclami di Lusington, ordinò al 
comandante di Castellammare di sospendere 
il bombardamento, che in verità si era limi— 
tato a qualche bomba ogni mezz' ora. In se- 
guito quel barbaro mezzo di guerra. fu proi- 
bito per ordine espresso del re. Intanto Fer- 
dinando li fu chiamato re bomba : coloro che 
poi bombardarono e quasi distrussero varie 
città italiane , uccidendo il popolo sovrano r 
si dissero redentori, ed altro ! 

Liberi i ribelli dalla molestia delle bombe 
lanciate da Castellammare, e fatti più audaci 
dalla protezione inglese, assalirono di nuovo 
t distaccamenti sparpagliati ed i quartieri mi- 
litari. Delle case vicine alla truppa ne fecero 
tante fortezze, donde imberciavano i soldati, 
facendone strage e senza timore di esser 
molestati. Si videro uffiziali inglesi , vestiti 
alla borghese , dirigere quegli attacchi e 

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— 231 — 

<jue* massacri. De Majo vilmente chiese un 
armistizio che gli fu negato. La lotta prose- 
guì accanita, i soldati si difendevano soltanto; 
essendo loro anche proibito d'inseguire i ri- 
belli assalitori che aveano respinti. Intanto 
se leggete i giornali di que' tempi e varie 
storie scritte da' liberali, particolarmente 
quella del siciliano Carlo Gemelli, sentirete 
che i soldati erano tanti vigliacchi perchè si 
difendevano ne' quartieri, non tenendo conto 
-che erano costretti dalla disciplina militare 
e con lo seopo di non versar sangue cittadi- 
no, i rivoluzionarii, gli eroi che combatteano 
da' fori, riparati dietro le mura. Al contrario, 
quando poi i soldati perdevano la pazienza e 
si difendevano con energia, uccidendo qual- 
che assalitore nel conflitto, erano proclamati 
fratricidi , satelliti della tirannide e boia: la 
logica de* patrioti fu e sarà sempre il tipo 
-della più noiosa e dannevole contraddizione l 



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CAPITOLO X. 

SOMMARIO 

Da Napoli si spedisce altra truppa sotto gli or- 
dini del generale Desauget per sottomettere Paler- 
mo. Geremiadi scritte da costui al re. I ribelli y 
fatti audaci, investono la truppa con varia fortuna. 
Questa, senza viveri e munizioni, ripiega al palazzo 
reale. Ritirata generale a' Quattroventi. Saccheggia 
del palazzo reale. Irruziooe de 1 ribelli nel palazzo 
delle finanze. Ritirata disastrosa de' napoletani a So- 
lante Imbarco de 9 medesimi. Quel che avvenne it* 
Sicilia dopo la ritirata de' regii da Palermo. 

Come già ho detto di sopra, il de Majo avea 
segnalato a Napoli la rivolta di Palermo, ma 
la notizia non giunse, perchè i telegrafi, al- 
lora ad asta, erano stati abbattuti da' ribelli; 
però la sera del 13 gennaio arrivò in questo 
porto il piroscafo Vesuvio, arrecando la noti- 
zia ed i particolari della ribellione di Paler- 
mo. Il re riunì subito un consiglio di mini- 
stri e di generali ; i pareri non furono uni- 
formi, perchè di varia fede erano que' consi- 
glieri ; ma, dopo molto discutere, si decise di 
mandare in quella città un forte nerbo di trup- 
pe per sottometterla. Restava la scelta del 
duce. Carlo Filangieri , a dispetto della sua 
sagacia, propose quel che chiamavano il suo 
emulo, il maresciallo di campo, Roberto De- 

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— 233 — 

sauget. Era stato costui, nel 1820, capo dello 
Stato maggiore di Florestano Pepe , quando 
qtiesti si recò a Palermo per combattere i 
fratelli oarbonari di quella città e sottomet- 
terli A quelli. di Napoli. Desauget , * sebbene 
istruito e reputato una capacità militare, fino 
aiiora , non avea dato grandi prove di virtù 
guerriera; ed i suoi amici, più di tutti il Fi- 
langieri , fehe poi se ne penti., assicuravano 
che saprebbe menar le mani e far più del 
suo dovere. Per la quale assicurazione , re 
Ferdinando si decise ad affidargli il comando 
della spedizione di Sicilia. Gli si diedero pre- 
cise istruzioni e poteri illimitati, cioè di pren- 
dere il comando di tutta 1' Isola , procedere 
con energia contro la. rivoluzione, abbatterla. 
al più presto possibile , incoraggiare i buoni 
cittadini e rispettare le proprietà di tutti, La- 
sciavasi a lui la scelta del luogo dello sbarco, 
si prevenne però cbe avrebbe potuto sbar- 
cata la sua soldatesca presso la spiaggia di 
Solatolo, munire il castello di Termini, per ser- 
virgli come base di operazione, e cosi strin- 
gere i ribelli di Palermo tra la sua truppa; 
quella che trovavasi al palazzo reale e l'altra 
de' Quattroventi. 

La mattina del 14, otto battaglioni di fanti, 
con due batterie da campo, allegramente mon- 
tarono, sopra nove legni da guerra, coman- 
dati dal conte di Àquila, fratello del re, che 
era stàio 'eiettò luogotenente della Sicilia. 
Giunta presào Palermi) quella spedizione , la 
sera del 15, Desauget, noti tenendo conto delle 
prevenzioni e consigli datigli in Napoli, sbar- 
cò al Molò' e si accampò a' Quattro venti; non 

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— 234 — 

potea scegliere un luogo meno strategico, at- 
tese le circostanze di allora. Spedì il briga- 
diere Nicoletti con quattro battaglioni e quat- 
tro cannoni al luogotenente de Majo ; al qua- 
le notificava il suo arrivo e gli chiedeva 
ordini ; mentre egli era stato eletto coman- 
dante supremo delle armi di Sicilia , e eoa 
pieni poteri, domandava ordini a chi era sua 
subalterno, sebbene più graduato di lui, es- 
sendo il de Majo tenentegeneralel Fu questa 
la prima malizia usata dal Desauget per com- 
piere quanto avea stabilito di fare a danno 
della sua missione. 

Nicoletti , dopo di aver lasciato un batta- 
glione alla Villa Filippina, per tenere aperte 
le comunicazioni co' Quattroveqti , giunse ai 
palazzo reale senza molestia. De Majo, igno- 
rando che Desauget era stato investito di au- 
torità superiore alla sua , ordinò a costui di 
mandargli altri due battaglioni., non sicuro 
ancora di tutta quella soldatesca che avea 
inattiva intorno a sé. Nicoletti ritornò a* Quat- 
troventi, e di colà furono spediti i due bat- 
taglioni richiesti* dal luogotenente, guidati dal 
brigadiere del Giudice, altro fior di carbone- 
ria; il quale, passando per la Villa Filippina, 
die l'ordine al battaglione, ivi lasciato dal me- 
desimo Nicoletti, di ritirarsi a\ Quattroventi ; 
e così rimasero interrotte le comunicazioni 
col palazzo reale. 

Lettoni or vi narro una storia di viltà e d'in- 
famie da farvi fremere d'indignazione; al cer- 
to Vi vergognerete di quegli uomini che le 
commisero, perchè nati sotto questo bel cielo 
di Napoli e ne avete ragione. Gettate pure 

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— 235 — 

lungi da voi queste pagine che vi presento; 
io stesso che le scrivo, ricavandole da' docu- 
menti militari di q.ue' tempi, spesso mi adiro 
contro me stesso , perchè volli cacciarmi in 
questo ginepraio , ove codardie e vergogne 
dilaniano ed opprimono il mio spirito : ma 
che cosa volete? mi ci trovo ed è necessa- 
rio andare avanti. Certamente direte che ta- 
luni fatti da me raccontati hanno dell' inve- 
rosimile, non essendo Ferdinando II un uo- 
mo da farsi corbellare tanto facilmente. Ciò 
é verissimo ; ma dovete riflettere che quel 
sovrano era eziandio figlio di Adamo, e quindi 
.soggetto , come tutti i discendenti di costui, 
ad essere ingannato da coloro che non so- 
spettava, allora vili o traditori, e che avea be- 
neficati ; dippiù, abborriva di far versare il 
sangue de' suoi soggetti qualunque essi si fos- 
sero, checché ne dicano i suoi sleali nemici. 
Oltre di che, quel buon sovrano avea le sue 
idee, che non intendea modificare a suo van- 
taggio ed a quello de' buoni cittadini : tutti 
gli uomini hanno de' difetti, e Ferdinando li 
avea anche i suoi, ma non erano quelli strom- 
bazzati da' settarii. 

Desauget , con tutta quella soldatesca con* 
dotta da Napoli e con altri dieci battaglioni 
che stavano in Palermo, senza provare le sue 
forze contro il nemico, senza neppure vederlo, 
scriveva 16, al re: a I soldati mancar di tutto; 
« terribile essere la rivoluzione siciliana; non?" 
« vedersi alcun ribelle di faccia ; ma ogni 
« casa, ogni finestra, ogni muro, e perfin le 
« grondaie vomitar fuoco. Il popolo, sostenuto 
« ed aizzato dagli stranieri, mostrare accani- 

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u mento, che al 1820 non dimostrò; non e*- 

* servi assolutamente speranza di sedare le» 
« rivoluzione con la forza delle armi. » Con 
un altro rapporto del dì seguente , e senza 
aver fatto alcun tentativo per abbattere la. ri- 
volta, scriveva ai re, dicendogli: « €he egli 

* «tesse male a' Quattroventi e de Majo al 
« palaazo reale; «essere intercettate le ccmu- 
« mcaziom tra que' due punti; mancar di tot*- 
« nizioni — senza di a>ver fatta tirare una fu- 
« ci lata— mancar di viveri — lasciando i sol* 
« dati digiuni — La soldatesca scoraggiata — 
« mentre Tremea Ài battersi » — Infine esa- 
gerava le forze de' ribelli ; parlava di barri- 
Gate insuperabili, di cannoni e di mine pre- 
parate contro la truppa. Gonchiudeva coll'in* 
vocare concessioni dalla sovrana demenza, 
unico mezzo di salvezza. Quel generale si 
fingeva viuto,mentre non avea ueppur tentato 
di esserlo. 

Mentre Desaugel scriveva quelle geremiadi 
al suo tradito sovrano, vediamo quel che sue* 
cedeva in Palermo quando egli apparve m 
quella rada e quando poi sbarcò a' Quattro- 
venti. I liberali, vedendo arrivare quella spe- 
dizione , allibirono per la paura , le squadre 
si sciolsero; chi si serrava in casa atteggian- 
dosi a pacifico cittadino, chi fuggiva alla Cam- 
pagna, chi cercava rifugio sulle navi e&tere, 
imprecando contro i fratelli di Napoli, che e- 
"rano rimasti cheti , ed aveano fatto partire 
quel rinforzo di truppa destinata a battere là 
sicula rivoluzione. Lo stesso governo provvi* 
sorio era sparito, ed erano rimasti in città , 
ed in armi , non più di un centinaio de'più 

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— 237 — 

audaci, che sarebbero fuggiti ài solo apparire 
dì un battaglione.: Desauget avrebbe potuto 
impossessarsi di Palermo senza colpo ferire. 
Florestano Pepe, al 1820* che conduceva me* 
no truppe , sottomise quella città , padrona 
delle fortezze e con la rivoluzione già orga- 
nizzata. Cario Filangieri, eon meno di tredi- 
ci nomini , al 1849 conquistò la Sicilia in- 
tiera , che avea un governo quasi regolare * 
ch« disponeva di battaglioni nazionali ed este- 
ri, artiglieria, navi da guerra, ed era in pos- 
sesso di tutte le fortezze dell Isola, meno la 
Cittadella di Messina. I siciliani sono audacis- 
simi, si battono da valorosi e nelle rivoluzioni 
usano stratagemmi fatali contro i loro nemici; 
ma è sempre diffìcile a qualsiasi popolo ia 
armi, sostenersi a lungo a fronte di un corpo 
di esercito , guidato da un generale che ha 
mente e cuore: la storia & là che lo afferma 
inesorabilmente. Se mi fosse citato qualche 
fatto in contrario, risponderei essere una il- 
lusione ; conciossiachè , esaminando bene i 
fotti delle rivoluzioni trionfanti , si trova 
sempre che quel trionfo si è ottenuto o per 
la viltà de' condottieri dell'esercito, o pel tra- 
dimento de' medesimi , o per gli aiuti stra- 
nieri: ed é stata sempre questa la causa che 
ha fatto trionfare le rivoluzioni nel Reame 
delle due Sicilie. 

I ribelli palermitani , avendo osservato la 
inazione di Desauget si rianimarono e ritor- 
narono in città, i fuggitivi sulle navi estere 
disbarcarono, ripigliando le nascoste armi, i 
timidi uscirono di nuovo in piazza ed armati, 
e tutti ricominciarono altri assalti sanguinosi. 
iVi B. A riga ottava legesi tredicimila u.onaiai. 



— 238 — 

Investirono il Palazzo reale, e furono respinti, 
con perdite d'ambe le parti.; tolsero i viveri 
a' regi, che costoro conduceano io varii luo- 
ghi ov' era accampata la truppa ; assalirono 
il quartiere di S. Zita e lo saccheggiarono ; 
arsero i magazzini di viveri a Porta di Castro. 
Infine, quel che dovea-fare il Desauget lo fe- 
cero i ribelli, cioè ruppero gli acquedotti che 
conduceano Y acqua , ove erano i soldati ; di 
modo che quest'infelici rimasero privi di un 
elemento tanto a loro necessario. 

Quel generale in capo, per mostrar di far 
qualche cosa, il 18 spedì una brigata, sotto 
gli ordini del Nicoietti; il quale, non avendo 
ordine di assalire i ribelli, ma soltanto di mo- 
strarsi a' medesimi , venne battuto in varie 
imboscate , e costretto a ritirarsi a' Quattro- 
venti, scemo di uomini ed esasperato. Desau- 
get combinava sì cruenti commedie per isco- 
raggiare i soldati , e per farsi ragione che la 
rivolta era indomabile. Contemporaneamente 
a' sopra accennati fatti, cioè il 18 gennaio, si 
rivoltò la città di Termini , e fu necessario 
mandar colà due compagnie, che sbarcarono 
facendo fuoco contro coloro che voleano im- 
pedire lo sbarco. 

A fronte di tante insipienze e viltà ,_ il de 
*Majo ne commise un' altra più madornale ; 
scrisse al pretore di Palermo — lo stesso che 
sindaco — per trattare una convenzione , e 
questi gli rispose di rivolgersi al governo 
provvisorio di Sicilia; il quale, per base alle 
trattative , pretendea che tutta l' Isola fosse 
abbandonata da' regi , e che in Palermo si 
riunisse il Parlamento nazionale, per decide- 

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— 239 — 

• re se i Borboni avessero dovuto più regnare. 
I regi , restando inattivi ed oziosi ne' loro 
quartieri per órdine di Desauget, erano di già 
vinti moralmente e materialmente; onde che, 
fin dal giorno 16, era di già cominciata la 
diserzione di tutti que' militari vili e felloni, 
che faceano parte della truppa, perchè avea- 
no capito di che trattavasi. Quel generale, in- 
vece di arrestare tanto disordine, lo fomen- 
tava indirettamente e con la sua colpevole 
compiacenza. Longo ed Orsini, dopo il subito 
consiglio di guerra, erano guardati a vista nel 
quartiere detto della quinta Casa , un tempo 
appartenente a' PP. Gesuiti. 11 ministero di 
Napoli avea mandato 1' ordine di metterli in 
libertà, e rimase ineseguito a causa della so- 
pravvenuta rivoluzione. Desauget, zio di Lon- 
- go, non tenendo conto delle cambiate circo- 
stanze, si affrettò ad eseguire gli ordini mi- 
nisteriali, quando meglio dovea custodire quei 
felloni, e secondo opinava il Vial. L' invitò a 
pranzo, e poi liberi li mandò per imbarcarsi 
sopra un piroscafo, pronto a salpare per Na- 
poli. Ma Longo ed Orsini, appena furono li- 
beri, in cambio di montare sul legno napole- 
tano, montarono sopra un altro inglese; don- 
de scesero poi a terra per unirsi a* ribelli di 
Palermo e far guerra a* proprii compagni 
d' armi, ed al loro sovrano e benefattore, che 
aveali fatti educare a regie spese ne* collegi 
militari. Quel fatto dimostra che il general 
Vial .non era stato un visionario, quando sot-r 
topose que* due uffiziali ad un consiglio di 
guerra, accusandoli di fellonia; e coloro che 
li dichiararono innocenti, o erano sciocchi, 

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— 240 — 

compri , o conniventi. Infine , senza nota" 
di malignità, si potrebbe asserire, che il De- 
sauget fosse stato connivente nella fuga di 
que' due disertori; uno de* quali, Longo, oggi 
trovasi luogotenente generale del Regno d'I- 
talia. 

In Nàpoli si cominciava a sospettare della 
poco leale condotta del Desauget; il re però, 
non potendo credere che in costui, tanto be- 
neficato , albergasse tanta nequizia , credea 
veritieri i rapporti che scriveagli il medesi- 
mo. Per la qua! cosa si decise far le seguenti 
concessioni, per evitare altre catastrofi ed al- 
tro sangue, cioè una Consulta di Stato indi- 
pendente da quella di Napoli, autonomia am- 
ministrativa , stampa libera, viceré di Sicilia 
il real conte di Aquila , ministro il principe 
di Gampofranco , direttori il duca Montalbo , 
Giuseppe Buongiardino e Giovanni Cassisi. 
Quelle regie concessioni furono rigettate con 
disdegno e superbia dal governo provvisorio 
della Sicilia, ed altra via non rimase per ri- 
solversi la gran lite, che la sorte delle armi. 

1 ribelli opravano energicamente, il generale 
Desauget proteggeali indirettamente a danno 
dell'onor militare e della sicurezza dello Stato. 

Il ministro della guerra Gàrzia, con varie 
lettere rimproverò la condotta di quel gene- 
rale in capo, inculcandogli di riparare all' o- 
nor suo ed a quello dell' esercito a lui affi- 
dato. Gli diceva poi, che i ribelli non aven- 
do accettato le concessioni sovrane , fosse 
necessario di bloccar Palermo, e se non gli sa- 
rebbe dato di sottometterla che si fosse ritirato 
a Messina per la via di terra; imbarcando per 

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— 241 — 

Napoli i feriti, le famiglie de' militari e le 
armi che non avesse potuto condurre con sé. 
Ili ultimo gli dava ordine imperativo di to- 
gliere il danaro depositato nel banco delle 
finanze di Palermo e mandarlo in quello di 
Messina. Desauget non eseguì alcuno di que- 
gli ordini; circa il danaro rispose non esservi 
più di trentamila ducati, che gli riusciva dif- 
ficile prenderli, e prendendoli avrebbe la nota 
di ladro. Quel ministro della guerra~insiste- 
va, che il danaro del banco di Palermo fosse 
mandato a Messina , e che non vi erano 
trentamila ducati, ma invece trecentomila di 
sole cambiati , già esatte su varii banchi di 
Napoli , quindi gì' inculcava di non lasciar 
quel danaro, qualunque si fosse 1' esito della 
spedizione di Palermo. Desauget, infischiando- 
si degli ordini e dello sbraitare del Garzia, 
lasciò intatto il banco a' ribelli; e di lui po- 
trebbe dirsi , che in cambio di sottomettere la 
rivoluzione sicula , ne fu il più valido protet- 
tore. 

Egli non si degnava rispondere a tutte le 
lettere del ministro della guerra, ma in cambio 
scriveva al re, pestando e ripestando sempre 
le solite geremiadi. Difatti gli descriveva di- 
afatte della truppa o non avvenute o da lui 
procacciate, lo spirito de* soldati abbattuto, i 
mezzi di continuar la lotta nulli o scarsi. Dal- 
l' altra parte assicuravate, essere i ribelli po- 
tenti d* armi, di ardire e di soccorsi stranie- 
ra; per la qual cosa chiedevagli altri batta- 
glioni, (con lo seopo di toglierli da Napoli e 
farli demoralizzare ia Palermo sotto i suoi 

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— 242 — 

ordini) infine consigliavate) ad accordare mag- 
giori riforme. 

I rivoluzionarii , dopo che sprezzarono le 
eoncessioni sovraiìe , e si convinsero che il . 
generale in capo continuava nella benevola 
compiacenza verso di loro, il 20, assalirono 
tutti i posti occupati dalla truppa; la quale, 
essendo divisa in piccoli distaccamenti, e la- 
sciata senza viveri e sufficienti muniziQni, fu 
costretta ripiegare, parte a' Quattroventi e 
parte al palazzo reale ; e così in cambio di 
bloccare i ribelli fu essa bloccata. I soldati 
erano indegnati contro il loro duce, vedendo 
costui inattivo a' Quattroventi, circondato da 
cinquemila uomini tenuti in colpevole ozio. 
Desauget, fidando nella disciplina del soldato 
napoletano , ne abusava , con minacciar ca- 
stighi esemplari a chi avesse assalito senza 
suq ordine i faziosi, che andavano fin dentro 
il campo per insultarli ed ucciderli. 

Intanto i rivoltosi occuparono i luoghi che 
circondano il piano del palazzo reale cioè lo 
spedale civico, il monastero di S. Elisabetta — 
cacciandone le monache — ed il bastione di 
Montalto; quindi i soldati, ricoverati in quel 
piano, venivano fulminati da tutt' i punti , e 
quella posizione non era più sostenibile. Vial 
fece investire da varii distaccamenti di trup- 
pa que' luoghi occupati da' ribelli ; il mag- 
giore Ascenso di S. Rosalia, s'impadronì del 
bastione di Montalto, dopo un accanito com- 
battimento; una compagnia di soldati assalì il 
monastero di S. Elisabetta ed i rivoluzionarii 
fuggirono: lo stesso accadde all'ospedale ci- 
vico. £ troppo stomachevole leggere quel che 



— 243 — 

spubblicarono gli scrittori patrioti , circa quei 
-tre assalti; eglino descrissero crudeltà da can- 
nibali perpetrate dalla truppa ; mentre qrei 
soldati assalitori , dopo che furono decimati, 
quando s* impossessarono de* luoghi assaliti, 
volendo usar rappresaglie , non 1* avrebbero 
potuto, perchè i loro nemici erano di già fug- 
giti. Voi, lo sapete , lettori miei , cioè che i 
rivoluzionarti , quando son picchiati di santa 
ragione, si vendicano con proclamare la sol- 
datesca assassina e peggio; quando poi la me- 
desima usa misericordia a vinti è vigliacca. 
"Nulla poi dico che i medesimi patrioti, rige- 
neratori de* popoli oppressi , han la inquali- 
ficabile pretensione che a loro è lecito ucci- 
dere in tutt* i modi più crudeli e sleali i loro 
nemici , ed a costoro neppure intendono ac- 
cordare il dritto della legittima difesa. Mal- 
grado che i regi avessero conquistate le po- 
sizioni vicine al piano del palazzo reale, non- 
dimeno il loro accampamento in quel piano 
era pericoloso ed insostenibile ; dappoiché il 
Desauget non voile soccorrerli né di uomini, 
uè di viveri, né di munizioni; ed i ribelli in- 
grossavano le loro bande con la gente che 
accorreva da' paesi presso Palermo. 

L* audacia de* ribelli si accresceva di gior- 
no in giorno , perchè eglino non si vedeano 
molestati ; si è perciò che si argomentarono 
di assalire que' luoghi donde erano stati cac- 
ciati , ed altri ben muniti. Non dubitarono 
d' investire le caserme della Vittoria , sulla 
estradacene mena a Monreale; ma il capitano 
Russo de' dragoni ed il brigadiere Pronio li 
posero in fuga , arrecando loro non pochi 

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— 244 — 

danni: da allora furono meno imprudenti, non- 
ardirono più cimentarsi a campo aperto. Il 2Sfc 
si accinsero ad impadronirsi del quartiere del 
Noviziato, donde poteano dominare l'altro di 
S.Giacomo presso il palazzo reale; ma invece 
di assalirlo, appiccarono il fuòco alla chiesa 
ed alla sacrestia! I soldati respinsero gì' in* 
cendiarii ; rimasero colà un altro giorno , e 
ridotti senza viveri, il 23 si ritirarono in buon 
ordine alla caserma di S. Giacomo. 

Appena i soldati abbandonarono il quartiere- 
dei Noviziato, questo venne saccheggiato dai_ 
patrioti; intanto il governo provvisorio di Si- 
cilia , divulgò che fu preso di assalto da' ri- 
belli, e saccheggiato ed incendiato da' regi i: 
questa notizia fu divulgata in tutta Europa per 
mezzo de' giornali faziosi , lodando il valore 
de' rivoluzionarli, ed accusando di viltà e di 
saccheggio là truppa napoletana. Qui non vi 
è né logica , né senso comune ; se i soldati 
furono assaliti, battuti ed espulsi da quel quar- 
tier% con le baionette alle spalle , come mai 
poteano saccheggiarlo ed incendiarlo?! Oh la 
logica settaria ! 

La poca truppa, che trovavasi nel piano del 
palazzo reale, si trincerò, e postò i cannoni 
per ribattere le offese che venivano dal No- 
viziato e dalla Cattedrale. Il 25 , i rivoltosi 
appiccarono il fuoco. all' ospedale civico, ove 
accaddero scene strazianti; ciechi, sterpa, am- 
malati e moribondi erano investiti dalie fiam- 
me , e gridavano soccorso. I soldati n«m po- 
teano lor dare un valido aiuto , perchè do* 
veano difendersi essi medesimi dall' incendio 
e dal fuoco della fucileria , che lor face ana 

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— 245 — - 

addosso gli assalitori , postati in varii punti 
non visti. 

Pumondimeno trascinarono que' miseri in 
luoghi meno esposti alle offese; e non poten- 
dosi più sostenere per l'avanzarsi dell'incen- 
dio, si ritirarono nel piano del palazzo reale. 
Quel giorno vi fu un continuo trarre di schiop- 
pettate e cannonate tra' regi ed i rivoltosi ap- 
postati nell' ospedale civico. La stessa lera, 
dalla soldatesca venne abbandonato deipari il 
monastero di S. Elisabetta. 

Il luogotenente del re, de Majo , per una 
mera formalità , chiamò a consiglio gli uffi- 
ziali superiori, e dopo di aver detto non es- 
sere più sostenibile la posizione che occupa- 
vano, ordinò la ritirata a' Quattroventi; ov' era 
il Desauget, con cinque mila uomini ed arti- 
glieria, spettatore indifferente di quanto ac- 
cadeva di tristo contro il resto della truppa 
dentro Palermo. Quel luogotenente fu il pri- 
mo, non a ritirarsi, ma a fuggire a' Quattro- 
venti la stessa notte del 25 al 26 gennaio, 
lasciando l' incarico al maggiore Ascenzo di 
S. Rosolia di trattare la resa co' ribelli. Era 
mezza notte del 25 di quel mese, quando quel- 
la tradita truppa mosse per ritirarsi , condu- 
cendo il materiale di guerra, i malati, i fe- 
riti e le famiglie de' militari, dirigendosi alla 
Zisa, per indi passare all' Olivuzza e condursi 
al designato campo de' Quattroventi. Que' luo- 
ghi che traversava son gremiti da mura di 
giardini, le strade strette e tortuose; mentre 
in cambiò di battere quella via potea sce- 
gliersi quella de' Cappuccini , sboccare nel 
piano di fiaida, girare per Yalguamera, ove* 

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— 246 — 

son tutte pianure, con islrade larghe, e con 
pochi fabbricati.. Ma sembra che fosse pre- 
stabilito , che si doveano condurre i soldati, 
ove costoro poteano essere meglio massacra- 
ti, senza che avessero avuto il vantaggio di 
difendersi. 

Il brigadiere del Giudice, che marciava alla 
avanguardia, giunse a' Quattroventi senza mo- 
lestia; i critici dissero, perchè carbonaro del 
1820 , e perchè amico di Desauget ; il resto 
della truppa, che lo seguiva, fu assalita tra 
la Zisa e 1' Olivuzza. I soldati erano colpiti a 
morte senza neanche vedere il nemico, e la 
confusione divenne spaventevole ed indescri- 
vibile. Le donne, i fanciulli de' militari, i ma- 
lati ed i feriti, in numero di circa 500, ac- 
crebbero quella scena di orrore co' loro pianti 
e con le loro grida strazianti; malgrado de' su- 
blimi tratti di abnegazione e di coraggio di 
tanti soldati ed uffiziali, rimasero tutti asser- 
ragliati in quelle vie , essendo caduti morti 
e feriti, varii animali, che trascinavano carri 
e cannoni. Ivi avvennero massacri orrendi, e 
più di tutto di donne e fanciulli; coloro che 
non caddero percossi della palle nemiche, fu- 
rono stritolati botto l'unghie dei cavalli e sotto 
le ruote de' carri. Le tenebre di quella in- 
fausta notte coprirono tante inumanità ed inu- 
tili massacri , che poi furono celebrati dalla 
stampa faziosa quali fatti eroici, compiuti dai 
patrioti ; i quali , senza il minimo pericolo, 
potettero arrecare danni incalcolabili a quella 
disgraziata truppa, che giunse a' Quattroventi 
decimata , insanguinata , e con la perdita di 
due cannoni. 

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I 



— 247 — 

Rimasti al palazzo reale il maggiore Asceti- 
zo ed il tenente Antonio Pinedo , con pochi 
'soldati, nel mentre capitolavano co* capi della 
rivolta, furono aggrediti proditoriamente dai 
ribelli e fatti prigionieri. Quel palazzo fu 
saceheggiato in un modo davvero vandalico; 
la maggior parte del ricchissimo mobile venne 
distrutto a causa delle gare surte tra* mede- 
simi saccheggiatori. Que' miserabili distrus- 
sero tanti capilavori di arte e di antichità, 
tra gli altri due capre di bronzo, fusione gre- 
ca, trovate nel tempio di Minerva in Siracusa 
antica , che seppero rispettare i barbari e 
portate a Palermo da Carlo IH di Borbone. 
Quelle due capre furono fatte in pezzi, e que- 
ste si vendettero a poche grana ogni rotolo. (4) 
Gli uffiziali inglesi, vestiti alla borghese, sta- 
vano in mezzo a quella marmaglia , incitan- 
dola sempre più al saccheggio, comprando a 
vilissimo prezzo e senza arrossire, gli stu- 
pendi capilavori delle antichità sicule , rac- 
colti con tanta cura e tanta spesa dai re di 
Sicilia e specialmente da' Borboni. 

Rimaneano le Finanze , ov' era il 'danaro, 
guardato da un distaccamento di soldati, sotto 
gli ordini del maggiore Milon, al quale fu in- . 
timato da' ribelli ad arrendersi; ed avendolo 
avvertito della sua difficile posizione il co- 
mandante di Castellammare, costui lanciò al- 
tre bombe, che fecero fuggire gli aggressori 
dal posto delle Finanze. Uscirono allor fuori 



(l) Al ritorno de' regi in quella città , Filangieri 
acquistò varii frantumi di quelle capre , e potette 
combinarne una , però mancante di un piede. 

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— 248 — 

di nuovo gì' inglesi a parlar di umanità ed 
indussero il Desauget — «he non si fece pre- 
gare — a cedere le Finanze con tutto il dana- 
ro. Si erano di già firmati i patti della resa, 
tutti gridavano pace, e Milon aspettava V or- 
dine per ritirarsi, quindi stava poco guardin- 
go. I patrioti , che tutto aveano calcolato, 
repentinamente irruppero numerosi per sac* 
cheggiare il Banco; però trattandosi di dana- 
ro, il governo provvisorio seppe impedire il 
saccheggio dello stesso : permise soltanto a 
quella scomposta ed avida plebaglia d' impos- 
sessarsi, del mobile che colà trovavasi 4 di 
spiantar porte e finestre e portarle a chi com- 
perava simili oggetti in que' giorni di para- 
piglia. 

Riunita tutta la truppa a* Quattroventi e luo- 
ghi adiacenti, circa diecimila uomini , il ge- 
neralissimo Roberto Desauget, non contento 
ancora delle procurate disfatte ed umiliazioni 
fatte subire a' suoi dipendenti, volle eziandio 
svergognarsi nella ritirata. Per mezzo del 
Commodoro inglese Lusington, propose al go- 
verno provvisorio di Palermo, di cedergli il 
forte di Castellammare, a patto che lo si fa- 
cesse imbarcare senza molestia. Quel gover- 
no, avendo conosciuta la dabbenaggine del 
nostro generalissimo, o tutt* altro che io non 
voglio affermare, ne profittò, e quindi gli con- 
cedette lo imbarco libero sotto tre condizioni: 
cioè di mettere in libertà tutti i prigionieri, 
di consegnare le carceri de' Quattroventi alla 
custodia del popolo , e di cedere Castellam- 
mare con tutte le armi , munizioni e viveri 
ivi esistenti. Desauget, giacché' voile ridursi 

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— 249 — . 

in quella umiliante posizione , avrebbe do- 
vuto accettare quelle condizioni, conciosiachè, 
ritirandosi con tutta la truppa o in Napoli o 
altrove, necessariamente dovea lasciare tutto 
«qiiello che gli chiedeva il governo provviso- 
rio. Questa volta però respinse quelle condi- 
zioni ; ed io , lettori miei , non so leggervi 
ohiaro, e diffido della lealtà del nostro eroe, 
.perchè poi quando egli partì, abbandonò vo- 
lontariamente quanto gli si domandava per 
«farlo imbarcare senza molestia; e parli come 
un fuggiasco, perseguitato dovunque a schiop- 
pettate da' rivoltosi, con far soffrire gravi 
danni alla truppa che conduòeva. 

Desauget , senza né trattare né umiliarsi 
col governo provvisorio , avrebbe potuto im- 
barcarsi comodamente al Molo con tutta la 
sua gente ; colà sarebbe stato guarentito dal 
forte di Castellammare e da' cannoni della 
flotta. Egli invece , ad onta de* consigli dei 
ministro della guerra, si decise recarsi a So- 
lante, circa sette miglia lontano da' Quattro- 
venti;dovendo fare un circolo lunghissimo in- 
torno a Palermo, esponendo la truppa ad infl- 
uiti disagi e sanguinose imboscate tese da ri- 
belli. In effetti imbarcò al Molo e spedi a Na- 
poli i malati, i feriti e le famiglie de* mili- 
tari, senza alcuna molestia, dappoiché, co- 
me ho già detto , le offese de*, rivoluzionari! 
noir poteano giungere fino a quel luogo. E^li 
intanto , dopo di essere stato assalito da' ri- 
toltosi fin dentro il campo , la notte del 27 
riunì i suoi dipendenti , e si dispose a mar- 
ciare alla volta di Solanto, percorrendo viuzze 
tortuose, burroni e fabbricati;^ ove la truppa 

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., 



— 250 — 

dovea essere" necessariamente massacrata, sen- 
za neppure vedere il nemico ; ecco , io sog- 
giungo, lo scopo della trattative e delle sue- 
apparenti contradizioui 1... 

Quella inqualificabile risoluzione del Desau — 
get ecco come fu giudicata (1) dallo stessa 
storico rivoluzionario Carlo Gemelli ; siciliano; 
« Strano disegno , il quale non poteva con- 
ti durre a salvamento l'esercito, ma a danni 
« irreparabili e gravissimi. Conciossiachè quel 
« semicerchio che percórrere si dovea , per 
« impedire ogni molestia alle schiere fug^ 
« genti, non era punto accomodato alle dife— 
« se, essendo s'carso di strade passatoie, ab- 
a bondante di passi stretti e forti, di fiumi e- 
« di siepaie. Aggiungevasi all'asprezza de* luo- 
« ghi smisurate piogge e nevi e freddi rigi- 
« dissimi, che maggiormente ritardavano Tor- 
« dine della marcia; il paese inospitale e ne- 
« mico; le campagne fangose, piene di gore- 
«-e di acqua, che gli abitatori deviavano da- 
« gli alvei , e rovesciavano , oltre quelle del 
. « cielo , in sulle pianure. Disagevole quindi 
u era il marciare e misera la condizione. 
« Gettate armi e bagagli , il soldato maledi- 
« ceva gli uomini e la natura, rifiutava il 
« combattere od il fuggire; e preferiva., af- 
te franto e scoraggiato, una ingloriosa morte 
« sprofondato nella melma o inabissato nelle- 
« acque. » 

L'avanguardia di quella ritirata era sotto il 
comando del Nicole tti, il centro di del Giu- 



li ) Storia della Siciliana Rivoluzione del 4848- 
49. pag. 20%. .Bologna 4867. 

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— 251 — 

dice e la retroguardia di Pronio; e tutti mos- 
sero da' Quattroventi prima che spuntasse 
l'alba del 28 gennaio. D sauget , a compiere 
la sua vergogna, accettò per guida il boia di 
Palermo ! 

Quella truppa in ritirata, trovò ostacoli in 
tutti i luoghi del suo p . ssaggio , e più di 
tutto ebbe mollo a soffrii e sotto Bocca di falco, 
al Piano de* Porrazzi, a S Maria di Gesù ed 
a S. Ciro; fulminata sempre da' ribelli non 
visti, perchè appiattati dietro, le siepi e le 
mura, facendosi scudo d< ogni albero o pie- 
tra , neppure ebbe la soddisfazione di difen- 
dersi (1). L'ostacolo più serio lo trovò a Vil- 
1 abate, ove i disertori Longo ed Orsini avea- 
no postati due cannoni, ed in quel paese si 
erano riuniti gran numero di rivoltosi. 

I soldati, al vedere quell'apparato di armi 
e di armati , perdettero la pazienza, e senza 
ordini de' loro capi , rabbiosamente si avven- 



ti) Avvennero varii cripti episodii: ne racconto 
nn solo, degno di essere compianto dalle anime sen- 
sibili. Ne' corpi di fanteria er.wi un maggiore d'A- 
gostino , nativo di Calabria , avendo con lui due fi- 
gli sottuffizi a li. Uno di costoro, combattendo cadde 
ferito mortalmente; il misero padre, non badando al 
pericolo, corse per soccorrerlo e non farlo straziare 
da' rivoltosi; ma anch' egli cadde crivellato di palle 
sul figlio moribondo, e tutti «lue spirarono abbraccia- 
ti , gridando : Vìva il re \ 11 superstite figlio del 
jnaggiore , che marciava più indietro , badando alla 
difesa, urta su' cadaveri del fratello e del padre!... 
S' imagi ni il lettore lo strazio di quell' anima , e le 
maledizioni agli autori di quella inqualificabile ri- 
tirata. 

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— 252 — 

tarono contro i nemici , che posero in foga. 
Il primo all'assalto fu il valoroso alfiere Staf- 
fa, del 3° dragoni, il quale s'impossessò dei 
cannoni e rimase non leggermente ferito. 
Quella soldatesca, nel massimo furore, entrò 
scompigliata in Yillabate, ed uccise quanti uo- 
mini incontrò con le armi alle mani, saccheg- 
giando e bruciando quelle case, donde aveano 
ricevuto delle schioppettate. É inutile dire, che 
i patrioti ed i giornali faziosi gridarono al van- 
dalismo , all' assassinio contro i soldati napo- 
letani; e ciò per la solita ragione che ad essi 
era lecito tutto , a costoro si negava fìnanco 
il dritto della difesa. Intanto , alla vista dei 
fatti di Villabate, i medesimi patrioti furono 
più cauti , cioè non abusarono più del loro 
dritto di massacrare in varii modi la truppa 
in . ritirata ; e questa giunse a Solanto senza 
molestia. I paesi ove essa passava , la rice- 
vevano senza alcun segno di ostilità, ed Al- 
tavilla le apprestò anche i viveri, rispettan- 
dola, come ne' tempi normali. 

La flotta, che trovavasi nel Molo di Paler- 
mo, si fece trovare nelle acque di Solanto , 
ed era stata ingrossata d'altre navi giunte al- 
lora da Napoli. L'imbarco della truppa comin- 
ciò la sera del 29 gennaio, e continuò tutto il 
dì 30; e siccome le bande rivoluzionarie, sco- 
razzavano in quelle vicinanze, quello stesso 
giorno assalirono gli avamposti regi. Il ca- 
pitanò Rodolfo Russo, con uno squadrone di 
dragoni ed ufka compagnia di fanti, in breve 
tempo, mise in fuga quelle bande ardite sì 
ma disordinate. Nonpertanto quella ritirata e 
queir imbarco , voluti dal generalissimo Ro- 

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— 253 — 

berto Desauget , furono una turpe vergogna, 
una vera sconfitta; e non senza ragione, i diarti 
faziosi pubblicarono , che quel generalissimo 
fuggi da codardo alla testa di diecimila uo- 
mini , avendo a fronte un pugno di ribelli , 
senza capi e la maggior parte senz'armi, 

Desauget, per la fretta d' imbarcare i sol- 
dati, fece gittare nel mare qualche cannone e 
qualche altro permise che si lasciasse sul li- 
do. Die il barbaro ordine che si uccìdessero i 
muli ed i cavalli dell'artiglieria, del treno e del 
bellissimo reggimento de'dragoni. Quell'ordi- 
ne si eseguì uccidendosi qualche mulo del tre- 
no; ma i cavalieri non vollero uccidere i loro 
cavalli, e stavano per ammutinarsi a sì pazzo e 
crudele comando. Si. prese una mezza misu- 
ra: i soldati di cavalleria, piangendo» tolsero 
le selle e le briglie a* loro cavalli, ed in cam- 
bio di ucciderli, li scapolarono. Quelle povere 
bestie non vollero approfittare della libertà; 
invece oìfrirono spettacolo di pietoso episodio: 
seguivano i loro padroni, né per nulla si vo- 
leano distaccare da' medesimi, Quando li vi- 
dero imbarcare, nitrivano 'in modo straziante: 
molte si buttarono* nel mare seguendoli a 
nuoto ; ma meno fortunati del cane di San- 
tippo, prima vedeansi abbattuti dalle onde e 
poi sommersi sparire! L'anno seguente, quan- 
do. il generale Filangieri conquistò la Sicilia, 
rinvenne i cannoni, e molti di quegli animali, 
colà lasciati in potere de* rivoluzionarli. 

Il maresciallo Roberto Desauget nulla volle 
fare per sottomettere la sicula rivoluzione, 
secondo il mandato ricevuto dal suo sovrano; 
e nel ritirarsi' da Palermo commise errori, 

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- • 2.:»4 — 

viltà e vergogne, che, bisogna dirlo, non fu- 
rono commesse dodici anni dopo dal famoso 
generale Lanza. Questi avea a fronte il capa 
della rivoluzione cosmopolita , e bastava il 
solo nome di costui per sollevar le masse e 
porle in armi , essendo in fama di valorosa 
massi sta. Dippiù quel capo con.lucea con sé 
molti arrischiati rivoluzionarii di mestiere, 
detti carne da cannone 9 e soldati piemontesi 
in camicia rossa. Ma il generalissimo Desau- 
get ebbe 1' onta di farsi vincere da un pugna 
di ribellala maggior parte gente abbietta, pes- 
simamente armata , e malissimo diretta. la 
intesi da coloro che faceano parte delle bande 
del 1848, che molti di essi non sapeano né 
caricare , riè sparare i fucili comprati dagli 
inglesi. 

Quel generalissimo volle assoggettarsi ad 
altre umiliazioni che non soffrì il suo conti- 
nuatore Lanza; perlocchè sembra sì strano il 
suo procedere, che havvi chi scrisse e crecre 
ancora, che vi si nasconda un arcano. Desau- 
get non mancava di reputazione sotto il rap- 
porto di valore , avendcyie dato prove in Si- 
cilia al tempo del decennio, né d' istruzione, 
perchè lo si diceva, emulo di Filangieri. Egli 
dunque o dovette perdere la testa in quei 
giorni di prova, o giuoco la più abbietta delle 
partite, disonorando sé stesso e la truppa che 
comandava. Perchè non assalì con tutte le sue 
forze i rivoluzionarii di Palermo? perchè tante 
compiacenze verso costoro? perché assogget- 
tarsi a tante umiliazioni? Chi l'avrebbe mo- 
lestato* imbarcandosi al Molo , protetto dalla 
flotta e da' forti, come s'imbarcarono i feriti* 

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— 255 — 

:gli ammalati e le famfglie de' militari ? Per- 
chè volle eseguire quella ineseguibile ritirata, 
facendo massacrare tanti sol.lati ed arrecando 
spaventi e guasti a' pacìfici cittadini ? Io non 
gli appicco l'epiteto che merita, perchè Fer- 
dinando II non gli fece subire jun consiglio 
di guerra , anzi lo adibì poi in comandi am- 
ministrativi , nominandolo presidente della 
Giunta di vestiario dell' esercito e dell' orfa- 
notrofio militare. Intanto era quello un re ti- 
ranno , anche per lo stesso Desauget ; ed io 
in questo sólo caso lo proclamerei tale, cioè 
per la sua malintesa clemenza*, che fu poi 
^causa di tante lagrime e tanto sangue versato 
da' popoli delle Due Sicilie. 

Desauget restò esempio funesto, che, dopo 
42 anni, produsse una memoranda catastrofe 
nazionale. Se a me mancassero le parole per 
istigmatizzàre la condotta di lui, impronterei 
quelle scritte a Ferdinando II da Carlo Filan- 
gieri, uno de' primi generali di questo seco- 
lo, cioè: Se si fosser rinnovate le vergogne 
de* Quattroventi , * bruciato mi sarei le cer- 
vella (1). 

Roberto Desauget scrisse opuscoli m sua di- 
fesa pe' fatti vergognosi della sua spedizione 
di Palermo , e si destreggiò ih modo , che 
dopo la morte di Ferdinando II entrò in gra- 
zie del figlio Francesco II , dando a questo 
consigli, che furono fatali. Nel 4860, coroni 
la sua vita politica e militare col recarsi a 
Salerno , in abito di guardia nazionale , per 
incontrar Garibaldi, e fu del bel numero uno 



(1) .Rapporto di Filangieri fatto al re da Messina 
V 8 settembre 1848» 



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— 256 — 

di coloro che ornarono . il trionfo di costui 
nell'entrata in Napoli. Io opino, che se Fran- 
cesco II avesse riconquistato il. Regno , De- 
sauget avrebbe scritto altri opuscoli per di- 
chiararsi Innocente anco della sua gita a Sa* 
lerrio, degli omaggi resi al capo della rivolu- 
zione , di essere stato elevato a generale di 
armata , e decorato dell' ordine dell' Annun- 
ziata dal Ve di Piemonte, estendendo le gra- 
zie a' suoi due figli , oggi anch' essi generali 
dell'esercito italiano. •• 

Appena la truppa lasciò i Quattroventi , il 
carceriere di quelle prigioni, vedendosi sen- 
z' appoggio, fuggì, e que' detenuti, forzando le 
serrature, uscirono e corsero alla Vicaria, ove 
abbattettero le porte, dando la libertà agli al- 
tri detenuti per delitti comuni. I diarii faziosi 
pubblicarono , che i regi avessero scatenati 
i galeotti per far saccheggiare Palermo; men- 
tre si sa da tutti che il primo atto de' rivo- 
luzionarii in trionfo , è stato sempre quello 
di mettere in libertà i loro amici; difatti, 
dopo 12 anni , quelle stesse prigioni furono 
aperte da Garibaldi,* il quale armò i galeotti 
per far l'Italia una. 

Dopo la liberazione de' galeotti , i ribelli, 
essendo stati ingrossati da' medesimi , e ve- 
dendosi liberi da qualunque freno, sbizzarri- 
rono in un modo spaventevole. Saccheggia- 
rono gli uffici del Catasto , quello de' dazii 
civici ed i commessariati di polizia-, dando 
alle fiamme tutte le carte che trovarono in 
que' luoghi. Pubblicarono che aveano trovato 
oggetti di tortura e scheletri umani jie'mede- 
simi. commessariati; ed è questo un altro abi- 

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— 257 -, 

tii al e vezzo de' settarii in trionfo , cioè spac- 
ciare simili fole per calunniare i governi che 
hanno abbattuti , e farsi ragione del loro in* 
degno operare. Se leggete le storie di tutte 
le ribellioni compiute in Italia ed in Europa, 
sentirete le medesime ridicole accuse contro 
i governi caduti. 

I patrioti , credendosi sempre nel preteso 
dritto e privativa di massacrare i custodi del- 
l' ordine pubblico, e con modi barbari ed a- 
troci, arrestarono cinquanta poliziotti dì Pa- 
lermo. , li strascinarono sotto il palazzo Pre- 
torio , ed ivi li assassinarono sotto gii occhi 
del governo provvisorio. Questo credette, o 
fìnse credere, d' impedire que' massacri con 
cacciar fuori una proclamazione , nella qua- 
le dicea : simili atti non essere corrispon- 
denti ali* indole generosa del popolo. — Il i3 
febbraio, in risposta a quella proclamazione, 
il popolo generoso corse a S. Anna, ove erano 
incarcerati trentaquattro poliziotti ed un ispet- 
tore, li prese e li condusse ad un luogo detto 
Perniano, ed ivi tra canti, ubbriachezze e sa- 
turnali, trucidò, con efferate sevizie, quell'in- 
felici, la maggior parte sostegni di famiglie; 
altri poliziotti ed aderenti subirono la mede* 
sima tristissima sorte. Quella furibonda mar- 
maglia , avida di saccheggi e di sangue , ap- 
pellata popolo generoso dal comitato e dallo 
storico siciliano Gemelli, scorrea la città in 
cerca di realisti, che chiamava sur ci, saccheg- 
giando o devastando le case di costoro: non 
contenta di avere spogliata 1' abitazione del 
generale Pietro Viaì, la volle pure diroccare; 
vendette vandaliche ! 

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— 258 — 

Simili spettacoli atroci e ludibriosi, voluti 
o tollerati dal governo provvisorio , furono i~ 
mitati da parecchi paesi e città della Sicilia. 
Non vi era più sicurezza in nessun luogo, 
anche i ribelli si uccidevano tra loro, o nel 
dividersi il bottino o per un motto imle in- 
terpretato. GF impiegati del governo caduto, 
co' soli panni che aveano addosso, fuggivano 
perseguitati con accanimento. I continentali 
giunsero a Napoli atterriti e nella più squal- 
lida miseria, che Ferdinando II mitigò gene- 
rosamente con la su t proverbiale carità. 

In Misilmeri si massacrarono i gendarmi con 
efferate crudeltà; basta dire, che i patrioti al- 
zarono una beccheria, e fingevano vendere 
carne di que' miseri massacrati ! In Catania, 
dopo che indussero con bei modi e promesse 
la gendarmeria a di porre le armi , uccisero 
il tenente della stessa, Fiorentino, e scorti- 
carono vivo un gendarme ! Uguali fatti av- 
vennero in altre città, che vai meglio tacere 
per non contristare di troppo i pietosi lettori; 
però credo necessaiio raccontarne un solo, 
per far meglio conoscere fin dove giunga la 
nequizia rivoluzionaria. Un capitano di gen- 
darmeria e quartiermastro , di cui taccio il 
nome per decoro de* suoi discendenti, fidando 
in un suo amico, ai quale avea prodigati in- 
finiti favori , fu assalito da costui a capo di 
una masnada di manigoldi. Costoro lo ligarono 
con funi, gli saccheggiarono la casa, e sotto 
i suoi occhi fecero sofFrire Y estrema vergo- 
gna a tre giovanotte zitelle sue figlie....! Il 
misero padre , a quella vista acciecò ! credo 
che sarebbe stata gran pietà ucciderlo. 

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— 259 — 

Qualche lettore, mal prevenuto, e che giu- 
dica i fatti umani senza la guida della storia, 
-dirà, che i siciliani son sanguinarii e crudeli; 
ed io rispondo , che non è stato l' indole di 
qiiegl' isolani la causa di tanti massacri e ne- 
fandezze, ma quella comune a tutti i rivolu- 
zionarii del mondo (1). La stessa gentile To- 

(1) Il signor Conte Gennaro Marnili, ne' suoi Do- 
cumenti storici dell'insurrezione CalaJbra a pag. 
15, osa scrivere: « Si, Italia , da quella Trioacria 
« che giace sotto il tuo piede, fritti i mali tu avrai; 
« £ popoli di essa non sono tuoi figli » ma bensì 
« inumani e rabbiosi saraceni; essi ti accarezze- 
<* ranno, invocheranno il tuo patrocinio , ti chi a ni e- 
a ranno madre finché del tuo appoggio avranno bi- 
« sogno, ma sciolti da tali necessità, li mostreran- 
« no quali anfibii aspidi verso di te; cospirando 
« a tuo danno > poiché il cospirare è insito nel 
« nazionale loro carattere. Credi chi troppo li co- 
ti nosce.,» Voi, signor Conte, non conoscete punto 
i siciliani, e su di ciò, per lo meno v 7 illudete; essi, 
se il volessero e fossero uniti , non avrebbero il bi- 
sogno di accarezzare ed invocare il patrocinio dei 
continentali , essendo sufficienti a sé stessi. 

Malgrado che in voi rispetto il prode soldato, una 
illustre vittima della rivoluzione, son costretto a far- 
vi osservare , che non s^ insulta in questo modo un 
popolo veramente generoso , sin da' tempi normanni 
compagno indivisibile di quello napoletano , nella 
prospera ed avversa fortuna. Vi faccio osservare , 
che quel popolo , che voi ingiuriate sì bassamente, 
è quello stesso che per ben due volte accolse ed 
ospitò amorevolmente la borbonica dinastia , e tutti 
gli emigrati napoletani , non escluso il signor Conte 
vostro padre, dando a' medesimi ogni sorta di soccor- 
so. £ contro ogni moralità e principio logico insultare 

17 

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— 260 — 

scana non è rimasta immune da simili atro- 
cità ; in Roma , nel 1849 , se ne commisera 
altre peggiori; ed il popolo parigino, che vien 
reputato il più-incivilito dell' Europa, sappia- 
mo che nelle rivoluzioni del 1792 e 1870, per- 
petrò delitti di gran lunga più spaventevoli. 
Lo stesso Garibaldi , in fama di umanitaria' 
e redentore de* popoli , presso i suoi adepti, 
non qualificò sfogo di popolo, il saccheggio e 
Y incendio del palazzo di Mistretta in Paler- 
mo nel 1860? non permise in quello stesso 
tempo il massacro de' poliziotti delia medesi- 
ma città ? 

Dopo la ritirata di Desauget sul continente^ 
rimasero in potere de : regi il forte di Castel- 
lammare di Palermo, i castelli di Milazzo» di 
Augusta , di Siracusa e la Cittadella di Mes- 
sina ; in seguito si cedettero quelli e si ri- 
tenne questa soltanto. La truppa che trovavasi 
in Girgenti, comandata dal colonnello- Pucci, 
ripiegò sopra Catania ed unita a quella di 
guarnigione in questa città , sotto gli ordini 
del generale Rossi, sostenne varie scaramuc- 
ce contro i rivoltosi e sempre con la peggio 
di costoro. Però; essendosi mischiati i consoli 

un popolo , sol perchè pochi che ne fan parte son 
truci rivoluzionarli o assassini. Voi, signor Conte, non 
dovreste ignorare che i saraceni erano allora un po- 
polo incivilito, avendo introdotto in Sicilia quella ci- 
viltà di cai in quel tempo difettava' il Napoletano. E 
per tacere di tante altre cose, vi dico che il siste- 
matico disprezzo di taluni nota Ioni napoletani verso 
i siciliani , non fu V ultima causa della catastrofe, 
del 1860 1 

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_ 261 — 

esteri, ed al solito predicando umanità pe'soli 
ribelli , quel generale credette prudente ab- 
bandonar Catania ed imbarcarsi per Napoli 
il 14 febbraio. 

Tutta la Sicilia riconobbe il governo rivo- 
luzionario di Palermo , a capo del quale era 
Ruggiero Settimo , con potestà quasi dittato- 
riale. Dipendevano da costui quattro comitati, 
composti di sessantasei individui , che erano 
preseduti dal principe di Scordia , dal mar- 
chese di Torre arsa, dal principe di Pantelle- 
ria e da Pasquale Calvi. m 



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CAPITOLO XI. 
SOMMARIO 

Si tenta di rivoltare il Cilento e sì preparano vo- 
lontarii in Roma ed in Firenze. Il re comincia a far 
le prime concessionf. Esilio di del Carretto. Dimo- 
strazioni faziose, chiedenti la Costituzione. 11 re con- 
cede la Costituzione. Baccanali e rie ri mi n a zio oi. Con- 
seguenze della libertà settaria. Guardia nazionale. 
Saliceti. Cacciata de' Gesuiti. Massacro di popolani. 
Stato deplorevole della capitale e delle province. 

La rivoluzione sicula, preparata dalla Gio- 
vine Italia, oltrepassando le speranze de' set- 
tarii, baldanzosa si estese sul continente na- 
poletano, cominciando dal Cilento. Il siracu- 
sano Antonio Leipnecher, già uffiziale dell'e- 
sercito ed emigrato per causa politica nel 
1821 , era ritornato in Napoli. Poerio e di 
Ayala lo persuasero a buttarsi nel Cilento ed 
unirsi al locandiere Carducci , per sollevare 
que' popoli torbidi e facili ad essere mistifi- 
cati. Avendo accettata la missione, ed essen- 
do stato aiutato dall'arciprete Patella, (1) da 
un Mazziotti, da un de Dominicis ed altri, alzò 

(1) Oggi marito e padre, preside nel Ginnasio-Liceo 
governativo Principe Umberto. 

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— 263 — 

il vessillo della, rivolta. Dopo che raccolse in 
bande armate quella gente che nulla ha da 
perdere e tutto da guadagnare , ruppe il te- 
legrafo , allora ad asta, ed asserragliò strade; 
fatto sempre più audace andò diritto allo sco- 
po principale della rivoluzione , cioè pose le 
mani nelle Casse pubbliche, taglieggiò i pro- 
prietarii in odore di Borbonismo, ed alzò Cor- 
te marziale fucilando i più noti realisti, e tra 
gli altri un sindaco, che fece assassinare in 
un chiostro di frati, negandogli persino i con- 
forti della religione. 

Trovandosi in quel distretto il capitano de 
Liguori alla testa di pochi gendarmi , tentò 
opporsi alle scelleraggini del Leipnecher; ma 
sopraffatto dal numero , fu costretto ritirarsi 
alla volta di Salerno. In seguito il colonnello 
di artiglieria Lahalle , con un pugno di sol- 
dati, investi e disperse quelle bande. La stam- 
pa rivoluzionaria , che avea profetizzata ed 
encomiata la rivolta de) Cilento , con tutte 
le nefandezze commesse da' ribelli , virulenta 
e calunniosa si scagliò contro Lahalle, dichia- 
randolo indegno della divisa militare cbe in- 
dossava. 

La dispersione delle bande capitanate da 
Leipnecher in nulla giovò al governo di Na- 
poli, perchè Ferdinando II, viste le condizioni 
del Regno e quelle dell' Italia , si disponeva 
non già alla resistenza, ma alle concessioni. 
Egli supponea , che così operando , avrebbe 
potuto contentare que' rivoluzionarli che ru- 
moreggiavano nell" interno e gli altri sulle 
frontiere del Reame. Difatti quindicimila stu- 
denti, che erano stati cacciati da Napoli, pre- 

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— 264 - 

dicavano la rivolta in tutte le province , ed 
in varii paesi succedeano tafferugli, che però e~ 
rane sedati da pochi gendarmi. Ignazio Ribotti, 
nizzardo, provvisto e sostenuto da' faziosi di 
Roma, preparava una spedizione di volontari* 
sulla frontiera. degli Abruzzi; un'altra ne or- 
ganizzavano in Firenze Nicola Fabrizi e Fe- 
lice Orsini, per entrare nel Regno dalla parte 
di Giulianuova. 

Il re, sin dal principio dell'anno avea mes- 
so in libertà tutti coloro che si trovavano in 
prigione pe' moti di Calabria; e con due de- 
creti del 18 gennaio , avea. accordato alcune 
importanti riforme municipali , larghezza di 
stampa ed amministrazione separata tra Na- 
poli e Sicilia. Quelle riforme oltrepassano i 
desiderii della gente onesta ; ma i rivoluzio- 
narii, conoscendo che il vento spirava a loro 
favorevole , dissero che giungevano troppo 
tardi, e quindi chiesero alto: Costituzione pò* 
litica con Camere legislative, responsabilità 
de' ministri, Guardia nazionale, riduzione del- 
l' esercito. La sètta die il motto di ordine, 
cioè. fece gridare a' suoi cagnotti : Vogliamo 
la Costituzione, vogliamo la sovranità del po- 
polo. Un tal motto si diffuse nella gente igno- 
rante, e quanto meno si capiva, tanto più ai 
gridava Costituzione e sovranità popolare. Na- 
poli avea perduta la sua tradizionale gaiezza, 
ed era divenuta un campo di lotte plateali, fi- 
schiandosi i gendarmi e lo stesso del Garret- 
to. Costui , visto, il temporale che lo minac- 
ciava, tentò farsi amico Mariano d' Ayala, che 
avea tanto perseguitato; perlocchè fu fischia- 
to non solo da' riveluzionarii ma dagli stessi 

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— 265 — 

«realisti: e cosi aumentava e s'ingigantirà quel 
pericoloso baccano. «Il re, sia per concedere 
^qualche cosa alla rivoluzione, sia perchè sci- 
$>ea che quel ministro bazzicava co' faziosi , 
ordinò che subito partisse dal Regno , ed 
il Filangieri ebbe Y incarico dell' esecuzione 
di queir ordine sovrano. L* esilio di del Car- 
retto toon fu applaudito, né molta piacque alla 
sètta, perchè costui , sebbene fosse temuto 
non era odiato dalla stessa. 

Il governo rivoluzionario della Sicilia avea 
tutto l'interesse di tenere agitato il Regno al 
di qua del Faro , quindi mandava emissari!, 
-ed era in istretta corrispondenza co' più noti 
faziosi napoletani. Costoro profittavano di tutto 
per secondare le mire de fratelli di quell'I- 
sola, facendo dimostrazioni sediziose e susci- 
tando subugli- Difatti , profHt^mJo che morì 
l'ex-intendente Rodino, repubblicano del 1799, 
molti lo accompagnarono all' ultima dimora» a 
-capo de'quali il di Ayala; costui profferì un cal- 
do discorso sul feretro dell'estinto, encomian- 
dolo perchè era stato condannato a morte per 
ben due volte; però senza dir nulla della cle- 
menza sovrana che l'avea assolto. 

La studentesca, ritornando dalle province, 
*jn riuniva ne' caffè a far discorsi sediziosi ; in 
quello della Croce di Malta bazzicavano ì ca- 
porioni più esaltati, cioè Marvasi, Eraico, À- 
tì tabi le, Lavista ed altri, i quali non contenti 
delle sole chiacchiere de' studenti , opravano 
in modo da correre -spigliati e sicuri alla loro 
prediletta meta. Essi tettarono la truppa per 
mezzo di taluni uffìziali felloni, ed avendola 
-trovata fedele al sovrano , si argomentarono 

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— 266 — 

assoldar^ la gente sfaccendata, col pretesto di 
guarentirsi da' lazzaroni, in un caso possibile 
di tafferuglio. Fatti audaci, in vista della trop- 
pa bonarietà della polizia, si assembrarono in 
casa di Poerio , ed ivi formolarono una peti- 
zione al sovrano, chiedendo franchigie costi- 
tuzionali , e la fecero sottoscrivere da circa; 
mille persone, quali settarii, quali vanitosi ed 
ignoranti. I prin.i ad apporre la firma a quella" 
petizione furono il principe Pignatelli Stron- 
goli, repubblicano del 1799, ed il principino- 
Gaetano Filangieri, figlio del tenentegenerale. 

Per far credere che la Costituzione fosse 
stata un desiderio popolare, si organizzarono* 
le solite dimostrazioni di piazza, che sono le 
armi potenti della sètta, e che servono ezian- 
dio ad atterrire i sovrani. In que' giorni i 
buoni cittadini camminavano sospettosi per la 
via Toledo ; m conctosiacchè , ad ogni istante, 
per un fatto di poco momento, si sentiva un 
fuggi fuggi , e quindi serra vansi repente e 
con fracasso i magazzini , lasciandosi oggetti 
o fuori o incagliati in mezzo le porte, lo che 
era una opportuni ssima occasione pe' ladri,., 
per esercitare il loro mestiere. I passanti in 
quella via si davano a correre pe' vicoli ar- 
recando lo spavento in gran parte della città; 
il risultato si era che in quella confusione si 
rubava, si davano busse, si spezzavano costole- 
e gambe, si rompevano vetri, e la gente pa- 
cifica ritornava a casa , per lo meno , senza 
scarpe o cappello, co'panni stracciati o in di- 
sordine, arrecandolo spavento nelle proprie 
famiglie. 

Il 27 gennaio , i faziosi combinarono un&- 

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- 267 — 

magna dimostrazione : capi della stessa figu- 
ravano un de Dominicis ed un Saverio Bar- 
barisi. I dimostranti si riunirono nel largo del 
Mercatello , e scesero per Toledo gridando: 
Viva il re , viva la Costituzione. Giunti al 
largo della Carità , incontrarono il generale 
Giovanni Statella , comandante della Piazza, 
alla testa di pochi cavalieri ; alla vista dei 
quali si dispersero pe' vicoli. Vedendo però 
che lo Statella rimanea inoffensivo , presero 
animo , ritornarono a Toledo , circondarono 
quel generale , protestando devozione al re, 
e voleano incaricarlo di presentare al sovrano 
un indirizzo da loro, redatto , che non fu • ac- 
cettato. Statella retrocedette fino al piano di 
S. Ferdinando, ed avendo' ordinato che lo se- 
guisse altra soldatesca, impedì a' dimostranti 
di progredire più oltre. In quel medesimo 
.tempo, il Castel S. Elmo alzò bandiera rossa, 
e tirava ad intervalli qualche cólpo di can- 
none inoffensivo. Malgrado che i dimostranti 
sapessero essere con loro il general Roberti, 
comandante quel castello , pur tuttavia il lu- 
gubre rombo del cannone li disanimò e li 
fece disperdere. 

I generali Statella e Lecca, essendosi pre- 
sentati al re, esposero le intenzioni de' dimo- 
stranti, e costui, pregato dalla regina madre 
e dal vecchio zio, -principe di Salerno , per 
evitare altri mali, la mattina del 28, fece un 
nuovo ministèro; -bene accetto a* rivoluziona- 
rii, cioè il duca Serracapriola presidente dei 
.ministri, barone Bonanni ministro di grazia 
e giustizia ed incaricato* degli affari ecclesia- 
stici , principe Dentice delle finanze", Carlo 

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— 268 — 

Cianciulli. degli aifari esteri, principe di To- 
relJa de' lavori pubblici, e il siciliano Gaeta- 
no Scovazzo di agricoltura e commercio , ed 
incaricato della- pubblica istruzione. Si (Osse 
allora, che questi personaggi avessero acc«t> 
tato di esser ministri col patto che fossero 
conservati in que'posti, dando il re la Costi- 
tuzione, che essi aveano consigliata. 

Ferdinando II, avendo riuniti i nuovi mini- 
stri, volle sentire il parere de' medesimi cir- 
ca la Costituzione che si- volea da' faziosi ; e 
tutti gli dissèr chiaro, che altra salvezza non 
potea trovare la dinastia , se non in quella 
forma di governo. Invitati i generali, presenti 
in città, a dir francamente il loro parere, chi 
parlò dubbio, chi assentì; Saluzzo e Filangieri 
soltanto dissero chiaro , che sarebbe stato un 
grande errore accordare in que' momenti la 
chiesta Costituzione; la quale sarebbe stata cau- 
sa di maggiori sommosse e forse di conseguen- 
ze incalcolabili. I ministri di Russia, Prussia 
ed Austria,*accreditati presso questa Corte, e- 
sortarono il re a tener duro contro le pretese- 
dei rivoluzionarii e tra le altre ragioni assegna- 
rono quella, che la Costituzione sarebbe stata 
contraria al trattato del 4815. 

Re Ferdinando , in tanti opposti consigli , 
credendo di far bene al suo popolo, si decise 
pel peggiore. La mattina del 29 gennaio, fece 
pubblicare un decreto , col quale promettea 
al Regno delle Due Sicilie una Costituzione 
politica. Per mostrare la spontaneità di una 
sì importante concessione, e che stesse bene 
col suo popolo , montò -a cavallo , accompa- 
gnato da pochi uffiziali , -percorse Toledo e 

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— 269 - 

Foria, ove fu acclamatissimo da' rivoluziona- 
rti. Nonpertanto un Domenico Mauro tentò 
ucciderlo: ma avendo brandito il pugnale, ne fu 
trattenuto da' suoi amici. Quell'atto parricida 
passò inosservato da molti , perchè coperto 
dal fragore de' plausi e dal movimento della 
popolazione. Quando il sovrano scese ne' bassi 
quartieri di Napoli, venne circondato ed ac- 
clamato dal vero popolo ; il quale non trala- 
sciava di protestare dì non voler quella Co- 
stituzione , chiesta dalle giamberghe ( rivolu- 
zionarli in frac) trovandosi tutti contenti sotto 
il suo paterno regime. Infine i popolani più 
arditi protestavano e minacciavano di dare 
addosso a' faziosi ; il re , dopo di aver ten- 
tato di calmar lo sdegno di quell'onda popo- 
lare, vedendola sempre più agitata, sprono il 
^cavallo e si ritrasse, non tralasciando di ema- 
nare gli ordini opportuni per iscongiurare la 
guerra civile. 

L' incarico di stendere l'atto della Costitu- 
zione si die a Francesco Paolo Bozzelli, fatto 
già ministro dell' interno, in surrogazione di 
Cianciulli, che si era dimesso. Bozzelli, nato 
in Manfredonia, era stato per ben due volte 
carcerato ed emigrato per causa politica; egli 
era in que' tempi presidente del Comitato ri- 
voluzionario ; diceanlo fabbro delle dimostra* 
zioni di Toledo , proclamandolo sommo Boz- 
zelli , perchè autore di varie opere di dritto 
costituzionale. Si aspettava da lui una Co- 
stituzione eminentemente napoletana ; egli 
invece ne copiò una francese sopra le se- 
guenti basi: Religione dello Stato, la Cattoli- 
ca , re inviolabile , le armi dipendenti dallo 

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— 270 — 

stesso , ministri responsabili , stampa libera, 
(lue Camere legislative, una di deputati, l'al- 
tra di pari, scelta di quest'ultimi dal sovrana 
ed indeterminati di numero; base principale 
degli elettori il deriso ; il re potea rigettare 
le leggi fatte dalle due Camere. All' art. 87, 
si promettea quella Costituzione alla. Sicilia 
con qualche modifica, e fu spedita a Palermo 
il 12 febbraio, cioè due giorni appresso che 
da' ministri fu presentata alla sanzione so- 
vrana. 

Quella Costituzione fu applaudita , appena 
pubblicata; si cantò il Te Deum in varie chie- 
se, si fecero passeggiate a piedi., ed in car- 
rozza, e tutf i passeggiane erano parati .di 
nastri tricolori. Si gridò evviva a sazietà, si 
cantarono inni-, uno tra' quali musicato dal 
Pistilli, e si videro in quel baccano non po- 
che creature di del Carretto, fatte liberali di 
occasione, plaudire e gridare: viva la Costi- 
tuzione ! Solite maschere 1 

La gente, che oggi si dice pensante, e. che 
in fatto ha meno buonsenso del popolino, 
credeva la Costituzione la vera panacea, cioè 
l'unico rimedio a tutti i mali inerenti alla 
società. I ricchi ritennero di avere più ri- 
spettate le loro proprietà » e sperarono che 
fosse totalmente abolita la tassa fondiaria; i 
negozianti immaginarono libero commercio, 
abolizioni di dogane, agevolazioni governative 
e grossi guadagni; gli scrittori pubblicisti e 
gli scribacchini gioirono che fosse giunta 
il tempo da loro desiderato per pubblicare 
tutte le strane teorie, le stravaganze e l'em- 
pietà che lor frullavano in capo; la magistra- 

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— 271 — 

tura, i funzionari e gl'impiegati si attendeano 
fiduciosi rapide promozioni e meno fatiche, 
i nullatenenti sperarono pescar nel torbido e 
far rapide fortune; le stesse donne, e mag- 
giormente le vecchie, visto quel rivolgimento 
e tanti scavezzacollo emancipati , sognarono 
strepitose avventure : tutti infine credettero 
cessati i mali che affliggono le nazioni, senza 
sapere quelli che recano le costituzioni am- 
modernate. 

In quelle orgie non mancarono i festeggia- 
tori stranieri che faceano numero in mezzo 
a' nostri rivoluzionarii indigeni, e tra' più no- 
tabili distingueansi lord Mintho , ed Ibraim, 
figlio del pascià di Egitto; il quale , mentre 
in Napoli applaudiva la Costituzione ed i drit- 
ti dell'uomo, manteneva il palo nel suo paese. 

Ad onta che un Michele Viscusi ed un An- 
gelo Santillo si fossero fatti concionatori in 
piazza, per ispiegare al popolo la Costituzio- 
ne e le beatitudini che da questa gli perveni- 
vano, i lazzari ed i popolani neppure volea- 
no sentirne il nome, e più volte picchiarono 
di santa ragione i concionatori, i portatori di 
nastri e di bandiere tricolori. Era il Viscusi 
un impiegatuccio dell' Orfanotrofio militare, 
« spesso recavasi presso. le famiglie aristo- 
cratiche per farle ridere. Ebbe seguito sol- 
tanto di pochi credenzoni; a' quali, tra le al- 
tre beatitudini della Costituzione, assicurava 
che avrebbero comprato i viveri a prezzi bas- 
sissimi, e che i popolani, con fatigar poco, 
avrebbero un pranzo simile a quello de* ric- 
chi; e quindi la vitella, i pollastri, i più squi- 

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— 272 — 

siti vini, la pasticceria più prelibata diver- 
rebbero cibi ordinarli del popolo. 

Or sono pochi anni, fui spettatore divina 
curiosa scena tra due popolani e Michèle Vi* 
scusi. Costui passando per la via di S. Gia- 
como venne fermato ed uno di quelli gli 
disse : Oratore del popolo e de* miei.... or 
die abbiamo la Costituzione, te li divori tu 
i pollastri, la vitella e tutto il seguito ? ed a 
noi, dopo tanta fatica, neppure ci resta quel 
tozzo di pane , che avevamo prima che ci 
fosse stata regalata quella tua Costituzione. ..* 
Bada!... e quindi una sfuriata di male parole. 
Il povero oratore del popolo , come esso si 
faceva chiamare al 1848 , stringendosi nelle 
spalle, si fece piccino piccino, e come il no- 
taio, che avea arrestato Renzo Tramaglino, ih 
mezzo agli ammutinati di Milano, a causa della 
carestia, se ne fuggi per uno di que' vicoli, e 
suppongo di essersi reputato fortunatissimo, 
di aversela svignata con le sole minacce. 

La gente delle campagne guatò diffidente 
quelle novità politiche e que' baccanali nar 
poletani, presaga forse di mali futuri Le po- 
polazioni delle province non credettero alla 
notizia della proclamata Costituzione, e quan- 
do ne lessero il decreto, la giudicarono su- 
perflua ed apportatrice di turbolenze e sangue. 

Quella Costituzione , tanto festeggiata ed 
encomiata, dopo pochi giorni non piacque 
più a* settarii, dichiarandola non confacente 
all' altezza de' tempi, per la ragione che non 
accordava la libertà religiosa, che si potevano 
arrestare i rei in flagranti , perchè non am- 
metteva la istituzione inglese dei giuri, e per- 

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_ 273 — 

che al re rimaneva il veto ed il comando 
delle truppe e della flotta. Tutto ciò era se- 
condo il programma de' settarii ,. ~i quali non 
sono mai contenti delle concezioni de* sovra- 
ni, essendo loro scopo di detronizzarli;, laonde 
cominciarono fin da allora a calunniare Fer- 
dinando II, attribuendogli intenzioni che non 
avea. Dicendo alto, che la Costituzione fosse 
un tranello , mentre era stata domandata da 
loro e f or molata dal loro caporione, cioè dal 
sommo Bozzelli, già presidente del comitato 
rivoluzionario. 

Il 21 febbraio, con due decreti, si stabili- 
rono le formole del giuramento , e il 24, il 
re si recò nella chiesa di san Francesco di 
Paola a prestarlo per la Costituzione; lo stesso 
praticarono le milizie , riunite in queir atti- 
guo piano.. È da notarsi, che Ferdinando II 
fu il primo a proclamare la Costituzione in 
Italia; il re del Piemonte, Carlo Alberto, ad 
esempio del sovrano di Napoli , la proclamò 
11 giorni dopo , cioò 1' 8 febbraio , il 10 il 
granduca di Toscana, il duca di Modena l'il , 
il 29 il duea di Parma, il 14 marzo il Papa. 
I patrioti del Lombardo-Veneto erano in gran 
trambusto, e mentre faceano dimostrazioni re- 
pubblicane , chiedeano franchigie costituzio- 
nali al- tedesco; e questi in cambio di accor- 
darle, proclamò la legge Stataria contro i me- 
desimi. 

Appena si proclamò in Napoli la Costitu- 
zione , 1' antica macchina governativa venne 
totalmente distrutta ed il governo fu sopraf- 
fatto da' così detti martiri della rivoluzione. 
Costoro, ordinatori ed esecutori, chiedenti e 

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— 274 — 

plaudenti, pagatori e pagati, erano magistrati» 
ministri e re, perché dicentesi popolo sovra* 
no. Degli antichi funzionarii,magiètrati ed im- 
piegati pochi furono mandati al riposo eon 
parca pensione, la" maggior parte cacciati via 
e perseguitati, perchè realisti; que' posti fu- 
rono occupati da coloro che vollero la Costi- 
tuzione. Bozzelli ed i suoi caldi adepti, cioè 
Poerio, Settembrini, d' Ayala, Imbriani, Pel* 
licano ed altri divennero prefetti, direttori e 
ministri ; e tutti , già s' intende con pingui 
onorarli — Perchè dunque si fa la rivoluzio- 
ne? — Cosi confermarono sempre più che vol- 
lero la libertà del popolo per essere essi ben 
pasciuti, e comandare invece del sovrano. Sa- 
rebbe troppo lungo voler qui enumerare tutte 
le vergogne de' liberali del 1848: basti dire, 
che, in poco tempo, ridussero all'osso la ricca 
finanza ed immersero il Regno nell'anarchia. 

Sin dal cominciamento della libertà setta- 
ria , non mancarono gì' insulti al re. Il far- 
macista Mammone — non so se parente di 
quello del 99 — creatura di del Carretto, dopo 
di aver raccolto danari tra la studentesca, 
fece costruire un carro, allusivo a' giustiziati 
del 1799, ed il 25 febbraio lo fece strascinare 
per via Toledo e fin sotto la Reggia da sei 
buoi bianchi. Così compensavasi Ferdinando II 
di aver fatto ritornare nel Regno gli emigrati 
politici e di aver data la Costituzione , cioè 
vituperando 1' avolo suo. Quel carro fu co- 
struito anche con lo scopo di condurlo per 
Napoli per sollevare il popolo contro il so- 
vrano, ma il popolo indegnato lo fischiò. 

La libera stampa , che dovrebbe essere la 

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— 275 — 

-colonna di fuoco per illuminare e condurre 
il popolo nella terra promessa , ~ sotto i go- 
verni settarii ad altro non serve che a ca- 
lunniare e combattere la religione' de' padri 
Bostri, strombazzar fabie, corrompere i cuori 
e traviar gì' intelletti. Appéna proclamata la 
Costituzione, comparvero tanti luridi giorna- 
lacci» oppositori per sistema, calunniatori per 
programma , atei per principi]; seminavano 
fiele per raccogliere odio contro la gente o- 
nesta, contro il re e contro lo stesso Dio. Fra 
que' periodici primeggiava il Mondo vecchio e 
Mando nuovo, compilato da quel capo ameno 
di Ferninando Petruccelli della Gattina. In 
seguito comparve un altro giornalaccio col ti- 
tolo l 'Inferno , scritto dal fiorentino Gaetano 
Valeriana Questi due giornali , più di tutti 
gli altri» calunniavano e minacciavano la real 
famiglia , il re ed il Papa ; né valsero le 
preghiere e le minacce del libéralissimo mi- 
nistro per farli tacere. La libertà napoletana 
del 1848 confermò la sentenza di Guizot , il 
quale avea detto nel Parlamento francese: L'I- 
talia abbisognar di trentanni di tirocinio per 
sopportar governi rappresentativi. 

I giornalisti, gli studenti, gli sfaccendati si 
riunivano ne' caffè e ne' clubs, ed ivi decide- 
vano le sorti del Regno : il ministero obbe- 
diva ! Un giorno nel Club della Vittoria fuvvi 
numerosa riunione di patrioti , i quali, dopo 
le patriottiche libazioni, pensarono alla scelta 
di un ministero. Ognuno di que' tribuni della 
plebe volle nominare il suo candidato ; l' ac- 
cordo era difficile, perchè si gridava e si mi- 
nacciava, e tra «tanti matti era necessario un 

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— 276 — 

matto spiritoso per metterli di accordo; que- 
sti saltò in mezzo, era una donna, forse eman- 
cipata, e disse : Sarà ministro chi entrerà il 
primo in questa camera — bravo ! gridò tutta 
quella congrega di matti pericolosi. In quel 
momento si aprì la porta ed entrò Ferretti , 
e Ferretti fu ministro ! Però bisogna far giu- 
stizia a' facitori di ministri del 1848, almeno 
costoro facevano dipendere dal caso una ele- 
zione tanto importante, mentre un Napoleoni- 
de, Girolamo Bonaparte, re di Westfalia, come 
afferma lo storico francese Capefigue, creava 
ministro chi de' suoi compagni di piacere 
l'avesse superato nello stravizzo e nella sco- 
stumatezza. 

Nelle province le cose andavano più male;: 
i giudici circondariali , i sottoinlendenti ed 
intendenti vennero cacciati via e surrogati 
da' rivoluzionarii ignoranti, ingordi e prepo- 
tenti. Le carceri f rono aperte e messi in 
libertà anche i detenuti per delitti comuni ;. 
que* galeotti rubavano e faceano soprusi, ar- 
recando lo spavento n -J piccoli paesi. I nuovi 
funzionari] e magistrati li proteggevano , ed 
in cambio carceravano la gente onesta o per- 
chè realista , o perchè ricca , o perchè non 
plaudente a tutte le nefandezze rivoluzionarie» 

Mentre 1' anarchia signoreggiava da patrona 
incontrastata in tutto il Regno , la ingigantì 
di più il ministro Bozzelli col suo manifesto 
circa la legge elettorale provvisoria , e col 
decreto della convocazione delle Camere pel 
1° marzo. Quella legge designava elettore chi 
avesse avuto 24 due. di rendita annui, eleggi- 
bile chi ne avesse 240, ed avendo ritenuto 

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— 277 — 

esser 6 milioni e 1|2 la popolazione del Regno 
al di qua del Faro, fissava a 464 il numero dei 
deputati , cioè -ttno per ogni quarantamila in 
circa. Ciò non piacque a' nullatenenti , che 
aspiravano a divenir legislatori, ricchi ed ari- 
stocratici ; quindi grida , minacce , dimostra- 
zioni e turbolenze contro il ministero e con- 
tro il re. Si diceva essere il censo incompa- 
tibile con la libertà, il cittadino povero avere 
dritto di essere elettore ed eletto; tutto quel 
diavoleto fu poi causa della caduta del mini- 
stero e dell' altro surto il 3 aprile , più ne- 
fasto del primo. 

In tanti subugli non si trascurò di pensare 
al Palladio della libertà, cioè all'* istituzione 
della Guardia nazionale. Si decretò che le 
guardie urbane cambiassero il nome in quello 
di nazionali ; il repubblicano principe di Pi- 
gnatelli Strongoli ne prese il comando. Lo 
Statuto concedeva a' militi della Guardia na- 
zionale il dritto di eleggersi gli uffiziali ed i 
comandanti; perlqcchè tutti voleano esser ca- 
pitani e colonnelli ,. e nessuno obbedire in 
quel mare magnum di libertà: quindi ire, ca- 
lunnie e vituperii 1* un contro Y altro per di- 
screditarsi, ed in Caserta, in Nola ed in al- 
tri paesi corsero schioppettate. Si suscitavano 
quistioni infinite sul colore dell* uniforme, 
su' nastri, cimieri ed altri simili gingilli, co- 
me cose importantissime, nelle quali riposava 
la morte e la salute della patria. Ma, ad un 
quos ego del sommo Bozzelli , si credettero 
acquietati i venti e le tempeste , dappoiché 
et fé silenzio ed arbitro — si assise in mezzo 
a lor : con 1' autorità di ministro , e più di 

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- 278 — 

tutto con quella di ex-presidente del comi- 
tato rivoluzionario, sciolse la gran lite, desi- 
gnando, con varii decreti, il modello del ve- 
stito della Guardia nazionale , la forma dei 
cimieri ed i colori dei nastri : cosi là patria 
fu salva 1 I napoletani , vaghi di vestire una 
uniforme, finalmente l'ottennero per pavoneg- 
giarsi iti via Toledo (1). Le guardie nazionali 
vollero armi , e ne ebbero più del bisogno ; 
voleano cannoni, ma il re vi si oppose. 

Si formarono dodici legioni di Guardia na- 
zionale, composte di borbonici e mazziniani, 
d' indigeni e stranieri , di vecchi rimbambiti 
e di giovani , di rompicolli e moderati , era 
una miscellanea eterogenea : tra non-molto 
vedremo quel che seppe oprare col senno e 
con la mano quel Palladio della libertà e del- 
l'ordine pubblico. 

La sètta al potere, sotto 1' egida di un so- 
vrano, era debaccante, distruggeva tutto quel- 
lo che eravi di bello e di buono nelle istitu- 
zioni di questo Regno ; restavate a compiere 
una delle opere a*d essa mollo prediletta, vale 
a dire la cacciata de' Gesuiti. Costoro, come 
se avessero avuto centomila giannizzeri a' loro 
ordini , intorbidavano i sogni dorati de' rige- 
neratori della patria. Questi messeri non han 
poi torto di odiare e perseguitare que' padri» 
i quali educano la gioventù alla vera dottrina 
ed alla pura e santa morale del Cattolicismo, 

(1) Taluni di que' militi , quando doveansi que- 
stionare con qualche persona per affari privati, pri- 
ma indossavano la divisa di guardie nazionali, e poi 
presentavaosi a 7 loro contendenti , gonfi e pettoruti. 

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— 279 — 

mentre la si vuole ignorante , atea e scostu- 
mata: vi par poco questo gran torto? Quindi 
non vi maravigliate se per un patriota, un 
Gesuita è un Croquemitain. 

Cacciare i Gesuiti da Napoli era un affare 
alquanto difficile, essendo stati sempre amati 
da tutte le classi del popolo; perchè que* buoni 
Padri a' ricchi davano salutari consigli, a' po- 
veri infiniti soccorsi, agl'ignoranti istruzione. 
Intanto, i rivoluzionarii di questo Regno, non 
volevano mostrarsi inferiori , nel male , a 
quelli di Cagliari , di Genova e degli altri 
Stati d'Italia; quindi si decisero sfidare l'opi- 
nione pubblica per attuare il loro progetto, 
anche contraria a' principii da essi medesimi 
proclamati. 

Sin da due anni , si preparavano le armi 
per combattere ed opprimere la benemerita 
Compagnia di Gesù; a questo scopo il Gio- 
berti avea pubblicato quel famoso libello , 
quella mostruosità, che titolò Gesuita moder- 
no; ei ne scrisse tante delle grosse , che -in 
cambio di vituperare il gesuitismo moderno, 
ne restò egli vituperato. Altri calunniavano 
quella Compagnia come appropriatrice della 
roba altrui ; in quanto a questa accusa , se 
fosse stata vera, avrebbero avuto ragione, es- 
sendo appunto questa di assoluta privativa dei 
patrioti. Altri lanciavano stupide e strane ac- 
cuse , che al più sarebbero state eziandio di 
privativa settaria; infine l'accusavano qual cor- 
ruttrice della gioventù e nemica della libertà. 
Tutte queste calunnie non attecchirono nelle 
popolazioni italiane, e maggiormente in que- 
sta napoletana, malgrado che i settarii si 

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— 280 — 

sero sforzati comprovarle con varii racconti a 
proposito bene immaginati, ma pessimamente 
applicati , perchè inverosimili e spesso con- 
traddittoria Del resto, il vero popolo, che ha 
T istinto del buonsenso, avea ben capito che 
lo si voleva ingannare, avendo ragioni in con* 
trario a tutto quello che si asseriva contro i 
Padri Gesuiti, e quindi più li difendeva e li 
amava. 

La sètta, visto che nulla potea ottenere con 
quella terribile leva di menzogne, diffamazioni 
e calunnie, che essa chiama opinione pubbli- 
ca, si servì di un suo adepto , già al potere 
per crearne un'altra; cioè scatenare la falan- 
ge de' rivoluzionarli, facendole rappresentare 
la parte del popolo. Quell'adepto era Aurelio 
Saliceti; e prima che io prosieguo a narrare 
1' espulsione de' Gesuiti, credo necessario far 
conoscere a' miei lettori gli antecedenti di 
questo acerrimo nemico della Compagnia di 
Gesù. 

Aurelio Saliceti, nato in Abruzzo, da gente 
meschina , cominciò la sua carriera da can- 
celliere di giudicato regio. Fruttandogli poco 
quell'impiego si recò a Napoli, ed in questa 
città altro non trovò da fare, che tradurre 
meschinamente il Libro di Giobbe , che de- 
dicò a del Carretto ministro di polizia e suo 
protettore. In seguito ebbe qualche relazione 
con una distinta fanciulla ; per mezzo di co- 
stei ottenne la nomina di giudice regio, e poi 
in compenso la tradì. Fattosi liberale di oc- 
casione, il 29 gennaio 1848, fu intendente di 
Avellino^, e poi ministro di grazia e giustizia. 
Salito a quest'alta carica, i consettarii lo pro- 

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_ 281 — 

-clamarono campione della libertà; ed egli ad 
^avvalorare quell'adulazione, si argomentò mo- 
strarsi rivoluzionario esagerato. Divenuto l'a- 
nima del movimento repubblicano, i ministri 
«uoi colleghi si avvidero che volea rovesciar 
troppo presto la monarchia costituzionale, che 
4tvea giurato di sostenere. Perlocchè lo stesso 
Bozzelli si oppose con fermezza a quella fe- 
difraga condotta del suo collega , ed in se- 
guito — il 13 marzo — 1' obbligò a cedere il 
4SUO posto ad un Marcarelli, già presidente del 
Club rivoluzionario: eran questi ordinariamen- 
te i requisiti ad esser ministro in quel tem- 
po nefasto ! 

Saliceti , nel tempo che ebbe il potere in 
-qualità di ministro di grazia e giustizia, fu il 
più inverecondo e crudele persecutore de* Ge- 
suiti del Napoletano Volendo rendere un 
$ran servizio alla sètta , e preparare il ter- 
reno alla repubblica, si decise di dare un 
oolpo fatale alla monarchia costituzionale, ren- 
dendola odiosa alla gente da bene , col pro- 
porre in Consiglio di Stato la immediata e- 
spulsione della Compagnia di Gesù. Tale 
proposta , come poi egli medesimo scrisse 
eccitò lo scandalo ne' suoi colleghi., i quali 
dissero: « Essere i Gesuiti adorazione e cul- 
« to del paese, in guisa che il torcer loro un 
« capello , sarebbe stato muover sicuro una 
•« rivoluzione « — ex ore improborum per- 
f ecisti laudem tuam! Questa gran verità non 
piacque al Saliceti , il quale , per ottenere 
il suo intento , ad onta del governo , volle 
creare Y opinione pubblica , e come già ho 
•detto di sopra, mise in moto la falange rivo- 

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— 282 — 

luzionaria, e ne seguirono, scene tristissime» 
La sera del 9 marzo si formarono due grandi 
riunioni, la maggior parte degli studenti, una 
nella piazza del Mercatello, V altra in quella» 
del Gesù, ov' era il collegio e la Casa de' Gc* 
suiti, cominciandosi a gridare : abbasso i Ge- 
miti ! e taluni: morte a' Gemiti ! Que' giovani- 
erano ingannati e non sapeano quel che di- 
ceano: se ne trovavano de* più. accaniti, che 
gridavano in quel modo, e poi..? il credere* 
ste? e poi vestirono l'abito di S. Ignazio di 
Loyola! I medesimi, nel 1860, furono perse- 
guitati da* rivoluzionarii , patirono disagi ed 
esilio insieme a que' vecchi Padri contro i 
quali aveano gridato : abbasso e morte , ed 
oggi son divenuti modello di virtù, e commen- 
dabili per dottrina: io ne conosco qualche- 
duno. 

I più audaci di que' schiamazzatori si costi- 
tuirono in deputazione, e si recarono baldan- 
zosi presso que' tribolati padri della Compar 
gnia, intimando loro di uscire subito dalla lor 
Casa e dal Regno. Quelle vittime, degli stessi 
loro beneficati , risposero con rassegnazione 
e coraggio, cioè che partirebbero immediata- 
mente, ma dopo che avrebbero ricevuta l'or- 
dine officiale dal governo. GÌ' insensati gri- 
datori avrebbero commesse sacrileghe violen- 
ze contro que' mansueti religiosi , ma , alla 
vista di una pattuglia di soldati, si disperse** 
ro, promettendosi tra loro di riunirsi e ritoiv 
nare il mattino seguente. 

Quella stessa notte i Padri .Gesuiti fecero 
stampare una protesta, con la quale dichiara- 
vano voler essere giudicati da chi di dritto, 

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— 283 — 

malgrado che non avessero commesso alcun 
reato, e desideravano render conto al governo 
de' loro beni , per non dirsi poi quel che si 
era detto degli altri Gesuiti espulsi in altre 
città d' Italia. Però, visto che'nessun risultalo 
ottenne la loro protesta, si decisero di lasciar 
Napoli e partire, dichiarando di portarsi con 
loro il solo Breviario. 

La mattina del 10, cominciarono altri cla- 
mori e baccanali; si vedeano cartelli in via 
Toledo e per le altre strade della città sui 
quali leggevasi a lettere cubitali: « Il popolo 
« napoletano invita tutti coloro che han figli 
« nel Collegio de* Gesuiti, di ritirarli subito, 
« per sottrarre gì' innocenti al giusto furore 
« del popolo. » 

Quell'invito recò lo spavento per tutta Na- 
poli; i genitori, che aveano figli nel Collegio 
del Gesù, corsero tremebondi e piangenti, ed 
a stènto li trassero da quel luogo invaso da 
una turba di forsennati. Ivi accaddero scene 
desolanti: si vedevano garzoncelli soli e fug- 
gitivi per le vie, senza sapere ove andassero, 
e madri e parenti a chiedere , gridare e di- 
sperarsi; nulla dico di que' collegiali che non 
aveano parenti in Napoli ! 

Quando i ministri seppero che i Gesuiti si 
disponevano a lasciar Napoli , gridarono ad 
una voce : Ma chi ha dato un taV ordine? 
Quanta ingenuità ! Eglino soltanto , i custodi 
dell'ordine pubblico, ignoravano quel che suc- 
cedeva di clamoroso e d' infame fin da due 
giorni nella stessa capitale del Regno ! Boz- 
zelli corse dal re, ma era stato preceduto da 
Saliceti ; almeno costui avea il coraggio del- 

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— 284 — 

l'infamia, e difatti facea al sovrano il seguente 
capzioso dilemma: « Di due cose se ne dovrà 
« scegliere una, o un ordine per cacciare i 
« Gesuiti dal Regno ,' o assoggettarci ad una 
« rivoluzione lasciandoli nella loro Gasa: sce* 
« gliete ! » Ferdinando II, afflitto da tanti di- 
spiaceri cagionatigli dalla rivoluzione trionfan- 
te, e circondato da un ministero settario, non 
volendo esser causa di altri disturbi, ebbe la 
debolezza di lasciar libera la scelta a* mini- 
stri, che aveano fatti gl'ingenui sulla parten- 
za de* Gesuiti, i quali ordinarono a costoro l'o- 
stracismo. Dapprincipio si era stabilito di far 
partire dal Regno i soli Padri forestieri , ma 
il Saliceti fece stabilir per massima, di non 
farsi alcuna distinzione tra i figli di Loyola; 
e prevalse la volontà di questo demagogo. 

Se quel sovrano non si fosse mostrato de- 
bole nella trista circostanza della cacciata dei 
Gesuiti , ma invece avesse messo in dovere 
quel pugno d'incontentabili settarii, non sa- 
rebbero avvenute tante cruente catastrofi, che 
ancor mi restano a raccontare. La bontà e 
la clemenza ne* sovrani è il più bel dono che 
Iddio conceda a' popoli ; ma quelli , non di 
raro, ne fanno un pessimo uso: per contenta- 
re o salvar pochi rei, subissano un popolo in- 
nocente in un mare di lagrime e di sangue. 

Mentre il Consiglio de' ministri decretava 
1' ostracismo di tanti ottimi religiosi e bene- 
meriti cittadini, i patrioti invadevano la Casa 
ed il collegio del Gesù , impadronendosi dei 
mobili , della biancheria e di tutto quel che 
avea qualche valore. Gli utensili di cucina» 
le provviste pel mantenimento de' Padri e 

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— 285 — 

«de' convittori furono patriotticamente saccheg- 
giati. Però, i ministri che non aveano potuto 
salvare que' religiosi dalle violenze di una 
masnada. di anarchici saccheggiatori, ebbero 
poi.il potere di togliere dagli artigli di co- 
storo , T argenteria ed il danaro che trova- 
vasi presso il tesoriere della Compagnia. In- 
tanto, siccome si sperava fare un pingue bot- 
tino, si disse, che i Gesuiti avessero tutto in- 
volato fin da un mese; e quindi? non contenti 
ancora di averli condannati all'ostracismo, in- 
vece avrebbero voluto gettarli nelle prigioni, 
e poi, al solito, forse fucilarli. Vedete quanta 
pretensione liberalesca ! Dato per vero quan- 
to si disse, non vi sembra aver che fare con 
ladri che vi maltrattano perchè non possono 
rubarvi molto ? Sento dir da taluni : la roba 
de'monaci e de* frati appartiene al popolo. — Si 
al popolo,anzi a* poveri e non a* saccheggiatori 
di piazza od a' governativi ;però gli amministra- 
tori naturali son coloro a cui fu lasciata da' te- 
statori con determinati obblighi; i quali non 
potranno esser mai soddisfatti né dal popolo 
né da' governi: e se quelli han degli obblighi, 
dovranno avere necessariamente de' dritti. 

Tutti i religiosi Gesuiti, in numero di 130, 
furono chiusi in una sala senz' aria e senza 
letti, avendoseli portati alle loro case i filan- 
tropi patrioti ; e neppur si die da mangiare 
a que' tribolati Padri, essendo stata ogni prov- 
visione parte divorata e parte trafugata. Le 
sedicenti Guardie nazionali guardavano a vista 
quelle vittime illustri per virtù e per dottrina» 
insultandole con boria codarda* 
La mattina dell'll marzo, il ministro Boz- 

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_ 286 - 

zelli presiedeva alla partenza di tutti i Padri 
della Qompagnia di Gesù , residenti in Na- 
poli. Costoro furono messi in diciassette vet- 
ture, apprestate dalla polizia, per trasportarli 
al molo, e colà imbarcarli per Malta. Quelle 
vetture erano scortate dalle guardie naziona- 
li, da pochi soldati a cavallo e da tre batta- 
glioni svizzeri: si disse, per non farli massa- 
crare dal popolo, ma la vera ragione fu quella, 
di non fargli vedere que' suoi benefattori ed 
in qual modo erano trattati da' suoi redentori. 
Quel convoglio scese per S. Anna de' Lom- 
bardi: era spettacolo commovente' e quando il 
popolo vide il padre Cappellone,'tanto benefico 
e popolare in Napoli, proruppe in lagrime e 
pietose grida. Triste spettacolo fu pure quel- 
lo , allo: scorgere altro padre, la Colle, spa- 
gnuolo ottagenario e paralitico, strappato vio- 
lentemente dal letto e condotto in carrozza a- 
perta; due gesuiti gli stavano a lato e gli 
recitavano le preci de' moribondi. La popola- 
zione indegnata a tanta crudeltà settaria, co- 
minciava a mormorare alto e faceva de* ten- 
tativi per non far partire quel moribondo ; 
ma, come ho detto, quelle vetture erano cir- 
condate dalle baionette della Guardia nazio- 
nale e da' soldati svizzeri; i quali aveano or- 
dine dal ministero di opporsi a qualunque 
tentativo a favore di quelle vittime. 

Alle ore quattro di quel giorno , que' 130 
Padri furono imbarcati sopra un piccolo bat- 
tello a vapore , che serviva alla deportazione 
de' galeotti e navigarono per Malta, ove giunti 
furom? buttati sul lido, senza alcun provvedi- 
mento. Ivi però non trovarono settarii, ma uà 

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— 287 — 

popolo cattolico, sebbene dominato da' prote- 
stanti, e quindi furono bene accolti ed ospi- 
tati. 

La espulsione de',Gesuiti da questo Regna 
fece meglio conoscere i truci disegni della 
setta in trionfo, e non pochi liberali di buo- 
na fede maledissero la libertà settaria. Da al- 
lora tanti personaggi illustri , quali si dimi- 
sero dalle alte cariche, che occupavano ed 
altri emigrarono* Il tenentegenerale Carlo Fh 
langieri domandò di essere esonerato dalla 
direzione de' corpi facoltativi ; il marchese 
generale Ferdinando Nunziante, perchè avea 
conquisa la rivoluzione in Calabria, nell'anno 
precedente , fu costretto ritirarsi in Caserta, 
e colà era calunniato ed insidiato; l'altro ge- 
nerale Pietro Yial , emigrò dal Regno e la 
sètta lo fece insultare in Genova. Lo stesso 
Bozzelli, in vista di tanti trambusti , preten- 
sioni ed infamie, fu costretto ad esclamare : 
il solo governo onde Napoli abbisognasse es- 
ser quello di del Carretto. 

I patrioti , avendo fatto provvista di caci , 
presemi ti ed altro nelle dispense de* Gesuiti, 
si argomentarono continuare quella buona vita 
a spese degli altri religiosi di Napoli; perloc- 
chè , il 12 marzo, si assembrarono sotto il 
convento del Carmine al Mercato, e gridarono: 
abbasso i frati Carmelitani ! Però al quartie- 
re del Mercato trovansi i veri popolani, che 
credono in Dio , nella Madonna ed in tutto 
quello che e* insegna la Santa Romana Chie- 
sa, e son devotissimi della Vergine del Car- 
melo; quindi diedero addosso a que' famelici 
gestori, e li perseguitarono a colpi di pie- 

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— 288 — 

tre fino al largo S. Ferdinando. I patrioti ri- 
masero scandalezzati, perchè sotto un govèr- 
no liberale si tollerasse tant'oscurantismq, cioè 
che in cambio di saccheggiar cucine e ca- 
nove di frati, ricevevano pietrate. Peggio poi 
rimasero scandalezzati , cioè quando i popo- 
lani del Mercato fecero una dimostrazione , 
portando in processione la Madonna , e gri- 
dando : Viva Maria SS. a del Carmine ! Al- 
lpra sentenziarono che i lazzari voleano sac- 
cheggiar le loro case ( forse temessero del 
bottino che aveano fatto al Gesù?) e quindi 
cominciarono a schiamazzare contro i mini- 
stri, perchè costoro non li guarentivano nella 
vita e negli averi. 

Il ministero, che con le finte di scansar la 
guerra civile, sacrificò la Compagnia di Gesù» 
facendola partire per 1' estero in quel modo 
che già sappiamo, fu sollecito a mettere la 
Guardia nazionale e la truppa in movimento, 
per guarentire i patrioti da' supposti lazzari 
saccheggiatori. Il Palladio della libertà dei 
popolo , le guardie nazionali armate , avendo 
avuto il placet del ministero, andarono ad in- 
sultare i popolani inermi; per la qua! cosa ne 
avvenne un conflitto con quelli dal Mercato, 
e con la peggio di quest'ultimi. I patrioti ne 
rimasero contentissimi , e lodarono il mini- 
stero che avea fatto uso della forza contro 
quella plebaglia retrograda, superstiziosa, 
sprezzatrice della libertà^ sol degna di basto- 
nate e schioppettate , guarentendo essi , sac- 
cheggiatori e trionfatori de' Gesuiti. Per ur- 
tare sempre più la indignazione pubblica, si 
ebbe 1* impudenza di decorare con medaglie, 

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— 289 — 

quelle guardie nazionali che aveano fatto più 
massacro di popolani inermi. 

Nonpertanto il ministero comprese che quel- 
la politica settaria avrebbe finito di stancare 
la pazienza della cattolica Napoli, che già co- 
minciava a dar segni poco confortanti verso 
i nuovi padroni; per mettersi in salvo, ordinò 
a' suoi cagnotti di lasciar tranquilli i frati di 
qualunque ordine, e il 15 marzo, pubblicò un 
decreto, col quale dichiarava la Madonna del 
Carmine protettrice della Gua ìia nazionale, 
promettendo di farle una festa solennissima: 
ipocriti e buffoni ! 
. Quietassi quel turbine contro gli Ordini re- 
ligiosi, e sul nascere, perchè così volle il set- 
tario ministero, facendola or da impotente, or 
da potente, a seconda i suoi interessi; ma si 
previdero tristissime conseguenze da tutti i 
buoni cittadini* Tutta Napoli era conturbata, 
avendo visto che i rivoluzionarii aveano di 
mira manomettere la religione ; da allora la 
vera cittadinanza cominciò ad esternare il 
desiderio, che cessasse quel nuovo ordine di 
cose, e che il re desse riparo in qualunque 
siasi modo per salvaguardare i veri interessi 
del popolo. I settarii quando si briaca no pei 
facili trionfi, perdono le staffe; onde che di- 
vengono di una impudenza provvidenziale, per 
infangarsi di bel nuovo in quel braco donde 
disgraziatamente sursero. Eglino, appena gher- 
miscono il potere, cominciano a commettere 
balordaggini e violenze , e le loro principali 
mire son dirette contro la religione cattolica; 
non avendo voluto convincersi che, persegui- 
tatola , far possono de' martiri , ma che 1$ 

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— 290 — 

credenza di un popolo è quello scoglio ove, 
sono andati ad infrangersi tutt' i governi u> 
religiosi. Se lor citate diciannove secoli di 
storia, che prova splendidamente questa gran 
verità, vi rispondono, che adesso i tempi son 
cambiati , e quello che è avvenuto costante- 
mente pel passato non si rinnoverà mai più. 
È stata sempre questa la risposta che nati 
data gli eresiarchi ed i settari di tutti i tem- 
pi: basta, attenderemo gli avvenimenti. 

I faziosi , già al potere in tutto il Regno t 
conoscendo che il popolo era contro di loro» 
pensarono farsi dello stesso quanti più adepti 
avessero potuto, ed a qualunque costo. Si ri- 
volsero a' popolani più influenti , col toccar 
loro la molla degl'interessi per meglio tirarli 
a sé. Andavano dicendo, che le tasse sareb- 
bero state tutte abolite , che gli artigiani a- 
vrebbero avuto diminuito il lavoro ed aumen- 
tato il salario , che i proletarii diverrebbero 
possidenti con la divisione delle terre comu- 
nali, e sotto voce, diceano anche, con* quelle 
de* ricchi ; in una parola si predicava il co- 
munismo \ Non ò dunque da far le meravi- 
glie, se molti popolani facessero comunella coi 
settarii, servendo alle mire di costoro, con pro- 
muover chiassi e scompigliate dimostrazioni. 

Di già le idee di legge agraria e di comu- 
nismo carezzavano la ingordigia de' sciuponi 
de' nullatenenti, e tristissime conseguenze pre- 
paravano alla civile società. L' esempio degli . 
operai di Parigi , il vedere uomini da nulla 
saliti ad alte cariche e fatti ricchi in poco 
tempo, il soffio della seduzione di divenir ra- 
pidamente proprietarii e doviziosi, sconvolse 



■ — 291 — 

là mente della plebe avida ed ignorante. Piti 
da allora cominciarono a vedersi i primi fu- 
nesti effetti, copiati sopra quelli d'oltralpi. Di- 
fatti comparve un attruppamento di operai , 
portante un cartellone innanzi, in cut legge* 
vasi: pane e lavoro ,e sebbene i medesimi pro- 
cedessero per via Toledo con attitudine tran- 
quilla, la gente pacifica, allora non abituata a 
simili scene, trepidò e corse a serrarsi nelle pro- 
prie abitazioni. Indi seguì un* altra dimostra* 
2ione, o sciopero, di stampatori e torcolieri; i 
quali menarono scalpore per la pochezza dei 
loro salari!, e si diressero al Campo di Marte, 
gridando : pane e lavoro. Colà si accamparono, 
come il popolo romano sull'Aventino, speran- 
do che i governanti li pregassero per venire 
a patti; ma in cambio si spedì uno squadrone 
di cavalleria comandato dal generale Gabriele 
P^pe. Questi, usando modi conciliativi, facea 
di tutto per mettere in ragione quegli ope- 
rai; in risposta si ebbe tirato un colpo di pi- 
stola, che feri la sua ordinanza. A quest' at- 
tentato, talune delle guardie nazionali, ivi ac- 
corse, che aveano una grande smania di tirar 
fucilate sugl'inermi, scaricarono le armi sopra 
i dimostranti stampatori e torcolieri , che si 
dileguarono immantinenti. 

Nelle province , le idee di comunismo co- 
minciavano a produrre degli effetti scorag- 
gianti. Cosenza fu più volte teatro di nume- 
rose riunioni di borghigiani in armi ; i quali 
convenuti sotto il palazzo dell'Intendenza, con 
grida e minacce, chiedevano la divisione del- 
le terre comunali. If intendente tentava cal- 
mare con le buone quelle concitate preten- 

l$tizedby G00gk 



— 292 — 

filoni; si tranquillarono un poco, sob quando 
a' capi comunisti si permise d'impossessarsi 
de' beni dell' Arcivescovo , de' monasteri, dei 
luoghi pii, ed anche de* possedimenti dema- 
niali in proprietà de' particolari. 

In varie altre province, gli operai delle fi- 
lande obbligarono con la forza i padroni al- 
l'aumento del salario ed alla diminuzione del 
lavoro ; e non contenti ancora , manomisero 
le filande stesse , arsero de' carri carichi di 
cotone e minacciarono di guastar le macchi- 
ne. Venosa si sollevò al grido : morte a 9 ric- 
chi , viva la divisione delle terre ; né quella 
sollevazione fu incruenta. Le medesime scene 
si rinnovarono in Santangelo de' Lombardi ed 
in altri paesi. In Altamura si addivenne coi 
fatti alla divisione delle terre demaniali, e sì 
volea passare più oltre. Si sa che si comin- 
cia con le riforme costituzionali e si finisce 
col comunismo e con l' anarchia ; però quei 
nullatenenti andavano troppo di fretta, e così, 
in certo modo , guastavano il progresso gra- 
duale della rivoluzione. 

Mentre il comunismo e l'anarchia faceano 
capolino in Napoli e nelle province, la stam- 
pa settaria soffiava nel fuoco delle più sbri- 
gliate passioni. Oltre di consigliar repubblica 
e divisione delle proprietà de* ricchi , avver- 
sava tutti gli atti governativi che non tende- 
vano a quello scopo; strombazzava menzogne, 
calunnie e vituperii contro la gente onesta , 
inveiva contro la truppa, contro il re e con- 
tro la Religione; e tutto questo, dicea, esser 
lotta generosa tra la tirannide e la libertà. 
Queste ed altre infamie si pubblicavano, dan- 

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— 293 — 

do più animo a malfare alla gente facinorosa, 
ed accrescendo i trambusti della capitale e 
delle province; così toglievano la forza mo- 
rale alla truppa, a' magistrati, esecutori della 
legge, ed allo stesso sovrano che vituperavano 
più di tutti. In Bolita, di Basilicata, i settari], 
prima di uccidere un agnello od una vacca , 
sacrilegamente, li battezzavano co' nomi del 
re e della regina, scimiottando grottescamen- 
te le cerimonie del battesimo. Dopo che si 
divoravano da patrioti quegli animali, gettando 
Tossa a' cani, diceano: tè, l'ossa di mastro Fer- 
dinando, tè, Vossa di monna Teresa: ed i fun- 
zionarli del governo, presenti a quel convito 
applaudivano! I giornali faziosi di Napoli, rac- 
contando quelle infami buffonate, encomiavano 
i fratelli di Bolita; ed il regio fisco nulla tro- 
vava da incriminare. Somiglianti fatti si ri- 
produssero in altri luoghi delle province, pre- 
senti e conniventi i sindaci, i giudici circonda- 
riali.i sottintendenti ed intendenti. Io, che ho 
dovuto leggere i più interessanti giornali di 
que' tempi, mi son maravigliato della troppa 
pazienza di Ferdinando IL In tal modo era 
costui compensato da' settarii, dopo di avere 
accordato la libera stampa e la Costituzione; 
intanto costoro sono gli onesti, i civilizzatori 
de* popoli , quello il sovrano fedifrago e ti- 
ranno ! 

Quello stato di cose era insopportabile; gli 
onesti e pacifici cittadini, per guarentirsi le 
sostanze, la vita e l'onore, presentarono a' mi- 
nistri una energica petizione, con migliaia di 
firme di nomi rispettabilissimi , reclamante 
forti ed immediati provvedimenti per infre- 

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U- 294 — 

nare tanti disordini e delitti. I boriosi setta- 
rii , che si sentivano i piedi di argilla» con- 
troposero un'altra petizione, con firme vere 
e false , per dimostrare le beatitudini in cui 
nuotava il Regno intiero, soltanto intorbidato 
da' retrogradi, cioè da coloro che non volea- 
110 farsi rubare , calunniare ed uccidere. Il 
ministero , temendo per sé e pel progresso 
graduale della rivoluzione t emanò un decre- 
to, che vietava gli attruppamenti; misura in- 
sufficiente ad arginare quella valanga di de- 
litti e di mali, che minacciavano subissare la 
civile società. Nonpertanto il ministro Sali- 
ceti, ebbe tanta impudenza di opporsi a quel- 
la, direi, innocua e blanda misura, e minac- 
ciando a tutti i fulmini della sètta, non volle 
firmare quel decreto , ma invece , come ho 
detto, Bozzelli lo fece dimettere, il 13 marzo, 
e fu surrogato da Marcarelli. Poerio, Uberti 
e Savarese voleano anche dimettersi, e si ri- 
masero a* loro posti, perchè pregati dal prin- 
cipe di Cariati ministro degli affari esteri e 
quest'ultimo dal re, essendo moderatissimo. 
II decreto, che vietava gli attruppamenti, 
venne messo in esecuzione, ma per maggior 
vergogna della potestà; conciossiachè, quando 
F eletto del quartiere, si presentava col cor- 
done al collo ed intimava a' faziosi di scio- 
gliersi, diveniva oggetto di risate, ed in cam- 
bio di essere obbedito, era fischiato, e qual- 
che volta percosso. I disordini d'ogni genere 
progredivano sempre più , la potestà andava 
in basso e la marea rivoluzionaria montava 
in alto , recando quelle conseguenze che ap- 
presso dirò. 



CAPITOLO Xtl. 

SOMMARIO 

Il re ordina di cedersi il forte Castellammare di 
Palermo. Fatti d' armi io Messina. Larghe conces- 
sioni fatte dal re al comitato rivoluzionario siculo. 
Questo le respinge , quello protesta. Apertura so- 
lenne del Parlamento della Sicilia. Mariano Stabile. 
Si distruggono le statue de' Borboni in tutta risola. 
Carteggio tra Miotho e Palmerstoo. Il Parlamento di 
Palermo dichiara la decadenza della borbonica di- 
nastia dal trono di Sicilia. Protesta del re. Il gover- 
no siciliano manda ambasciatori all' estere potenze. 
Tregua tra Prooio ed i ribelli di Messina. 

Nel tem^o istesso che tali cose avvenivano 
nel napoletano, i siciliani facevano sforzi ercu- 
lei per compiere la cominciata rivoluzione, già 
bene avviata. Eglino, con maggior fervore, si 
erano dedicati ai conseguimento di tre risul- 
tati, cioè espugnare la cittadella di Messina, 
riordinare risola, secondo il nuovo ordine di 
cose, e far riconoscere quel governo da' po- 
tentati stranieri. 

Il governo rivoluzionario della Sicilia, aven- 
do fatto delle pratiche presso i ministri costi- 
tuzionali di Napoli, facilmente ottenne che il 
forte di Castellammare di Palermo gli fosse 
ceduto. 

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— 290 - 

Però il comandante dello stesso, il genera- 
le Gross , non volle obbedire alle prime i- 
stanze del ministero di Napoli, dicendo, che, 
giusta le ordinanze di Piazza, per cedersi un 
forte era necessario Y ordine scritto di pu- 
gno dello stesso sovrano; e quindi ordinò di 
ribattere le offese , che di già si erano co- 
minciate contro il castello da lui comandato. 
Si gridò alla barbarie e si dichiarò più che 
vandalo il Gross per queir onorata difesa ; il 
quale desistette quando gli fu comunicato Tor- 
dine direttamente dal re. 

Il 5 febbraio, il Gross, alla testa del presidio 
che comandava, usci da Castellammare a tam- 
buro battente, conducendo a Napoli i suoi di- 
pendenti con armi e bagaglio e quella ban- 
diera che avea saputo difendere con tanta fe- 
deltà e coraggio. Condusse anche con sé tutti 
i prigionieri che erano stati fatti da* rivoltosi 
dal 12 gennaio in poi, che si fece consegnare 
prima di partire , rilasciando quelli di parte 
rivoluzionaria , caduti in potere de' regi. Il 
disertore Longo con ispudorata boria , prese 
possesso del forte, e dopo pochi mesi, fu fatto 
custodire dal medesimo Gross, governatore di 
Gaeta, in questa fortezza. Il solito storico Ge- 
melli , circa la dedizione di Castellammare , 
ci racconta assedii formidabili e battaglie o- 
meriche, sostenute da' rivoluzionarli; i quali, 
egli dice, ridussero il Gross a capitolare : è 
una inqualificabile impudenza , un rendersi 
ridicolo , mentire cosi sfacciatamente in fac- 
cia a' contemporanei ! 

I rivoluzionarii aveano di già comincia- 
te le ostilità contro la cittadella di Messi- 



S. 



— 297 - 

eia. Trovatasi comandante di quella fortezza 
il generale Cardamone, e non osando far da 
sé, chiese al ministero di Napoli qual conte- 
gno dovea tenere co* ribelli. Gli fu risposto, 
che si difendesse, ma non facesse uso né di 
bombe né di cannoni — sapientissima rispo- 
sta ! — dunque dovea difendersi o con le fu- 
cilate, ma più sicuro con le pietre ? non es- 
sendo supponibile che si assale una fortezza, 
come la cittadella di Messina con fuochi di 
moschetteria ; e si dovea queir ordine allor- 
quando in Messina si alzavano varie batterie 
di cannoni e di mortaj contro i regi t 

La cittadella di Messina , opera inglese , è 
forte pel sito e per arte di difesa; oggi però, 
co' nuovi e terribili mezzi di guerra, vale po- 
co o nulla. Ha forma di pentagono regolare; 
l'istmo, che si protrae nell'interno del por- 
to delia città , congiunge il piano di Tèrra- 
nova alla piccola penisola S. Ranieri. A poca 
distanza dejla stessa si ergono i fortini della 
Lanterna, il bastione D. Biasco e la fortezza 
del Salvatore. Una corona di colli circonda 
Messina dalla parte opposta, e che dominano 
fa cittadella; sopra i quali vi è il forte Gon- 
zaga e l'altro del Noviziato; sotto i quali i 
rivoluzionarli eressero batterie con cannoni, 
tolti a varii castelli dell' Isola e parte com- 
prati dagl'itìglesi. 

Dirigeva le operazioni di assedio il nizzar- 
do Ignazio Ribotti. Il 21 febbraio , essendo 
giunto a Messina il disertore Longo , ed a- 
vendo portato altri cannoni , il di seguente , 
s'investi il forte Realbasso, che trovavasi al- 
l' estremità della passeggiata della Marina, 

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— 298 — 

quasi rimpetto all' altro del Salvatore. Con* 
temporaneamente si assali la Cortina di Ter- 
ranova ed il bastione D. Blasco; in due ore-, 
furono presi l'uno e l'altro da* rivoluzionariL 
In Realbasso si fecero 120 prigionieri regi ; 
i quartieri all' entrata di Terranova furono 
presi, ed i soldati si ritirarono nella cittadella. 
Quelle vittorie diedero animo a' ribelli sici- 
liani ; da allora il ministero di Napoli co- 
minciò a trattare i medesimi come bellige- 
ranti: infatti vi fu scambio di prigionieri. 

Il re, visto che il generale Cardamone erasi 
fatto sopraffare da poche e scompigliate ban- 
de rivoluzionarie , mandò il generale Paolo» 
Pronio per surrogarlo, dando a questo l'ordi- 
ne di tener la cittadella, difendendosi senza 
provocare i ribelli. 

Pronio giunse in Messina in mezzo- al rom- 
bo dell'artiglieria; appena prese possesso de! 
comando generale, die tutte quelle disposi- 
zioni necessarie alle circostanze , non» trala- 
sciando di dirigere amorevoli e decorose pa- 
role a' messinesi , per indurli ad aeeettar le 
sovrane concessioni: ma furono respinte con 
disdegno. Vedendo che si gli rispondea eoa 
la iattanza e con l'insulto, e di più si erge- 
vano altre batterie contro la cittadella, il 24, 
assalì i difensori di Terranova r del bastione 
D. Blasco e del Lazzaretto, che minacciavano* 
un regolare investimento, in meno di due ore 
se ne rese padrone. 

I ribelli avrebbero potuto fare un regolare 
assedio , non mancando né di materiale di 
guerra, né di uffiziali per dirigerli; ma essi 
si decisero ad alzar batterie nella città» espo* 

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— 299 — 

nendòla alle offese de* regi , e quando costoro 
rispondeano per controbatterle, quelli grida- 
vano alla barbarie e faceano anche gridare 
i consoli esteri. I soldati, al solito, eran pro- 
clamati vandali e peggio, quando si difende- 
vano , vili quando non rispondevano alle of- 
fese. Tutte le volte che le batterie degli as- 
sedianti faceano qualche buon colpo , diroc- 
cando o incendiando le case nella cittadella, 
o recando 1' esterminio tra gli assediati , era 
un batter di mani, un istrombazzare a' quat- 
tro venti l'eroismo de' ribelli per mezzo della 
stampa. In quel duello di cannonate presa 
fuoco il Portofranco, perlocchò si gridò e si 
dissero cose contro i regi da fare spavento 
alle stesse orde musulmane del medio-evo. Si 
seppe poi che il Portofranco non fu incen- 
diato da' cannoni della cittadella, ma chi avea 
interesse vi appiccò il fuoco a disegno, onde 
rubarsi le merci esistenti in quel deposito ; 
le quali si videro poi esposte in vendita, men- 
tre si diceano arse. 

Yarii furono gli attacchi d'ambe le parti e 
con estremo furore, molti i feriti e gli estinti 
in tanti e varii modi dall'una e dall'altra par- 
te , e senza alcuno scopo militare. Concios- 
siachè i ribelli traevano contro la cittadella 
per uccider soldati soltanto ; costoro , difen- 
dendosi, recavano danni non lievi a' loro as- 
salitori ed alla stessa città di Messina. 

Intanto altre lotte sostenea il governo ri- 
voluzionario della Sicilia; inteso, che in Na- 
poli festeggiavasi la Costituzione accordata il 
29 gennaio, temette che si rinnovassero i fatti 
del 1820; cominciò quindi a discreditarla, di- 

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— 300 - 

cendola monca ed inadatta a redimere l'Italia. 
I giornali di quell'Isola, organi del governo» 
caricarono di vituperii i napoletani , perchè 
costoro aveano accettate le largizioni da uà 
tiranno ; i napoletani rivoluzionarii , non 
solo soffrirono tutto in pace, ma varii gior- 
nali di questa capitale fecero eco a quelli di 
Sicilia. 

In quel tempo appunto, quel governo prov- 
visorio ebbe comunicata , da' ministri di Na- 
poli , la Costituzione del 29 gennaio , che la 
respinse dicendo : « Il popolo risorto non po- 
« serebbe le armi, né sospenderebbe le osti- 
« lità, se non quando la Sicilia, riunita in ge- 
« nerale Parlamento in Palermo, avesse adat- 
« tata a' tempi quella sua Costituzione del 
« 1812, che giurata da' suoi re, riconosciuta 
«da tutte le potenze, non si era mai osato 
« toglierla apertamente » (1). 

La Costituzione del 1812, come altrove ho 
detto, era eminentemente aristocratica, e sic- 
come la rivoluzione sicula era sostenuta dai 
nobili, costoro non ne voleano una democratica 
alla francese , simile a quella che avea lar- 
gito Ferdinando II. Que' siculi nobiloni non 
indovinarono gli occulti fini delia sètta, anzi 
credevano questa tutta dedita a' loro ordini ; 
quando si svegliarono da' loro sogni dorati, 
era troppo tardi. Ed è doloroso il riflettere 
che in tutto si dovrà imitare gli stranieri , 
mentre la Sicilia ha la sua antica e sapien- 
tissima Costituzione , che si avrebbe potuto 
accomodare al progresso de' tempi. 

(1) Giornale uffiziale di Palermo. 

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— 301 — 

Nondimeno in Napoli, da' faziosi, si gridava 
per terminarsi la controversia siciliana , e il 
ministero si rivolse all' ambasciatore inglese 
lord Napier e all', altro francese conte Mon- 
tessuy. Quel nobile lord, in cambio Hi termi- 
nare la controversia, istigava i siciliani a non 
accettare la Costituzione napoletana, con far 
loro domandare concessioni impossibili , che 
se si fossero accordate , avrebbero distrutta 
la integrità della monarchia. I demagoghi di 
Napoli approvavano le pretese siciliane, per* 
che tendenti al programma settario , e stre- 
pitavano contro i ministri perchè costoro non 
cedevano in tutto. Fu allora che il ministero 
venne modificato, e salirono al potere quegli 
uomini di cui si è ragionato nel precedente 
capitolo, cioè Uberti alla guerra, Savarese ai 
lavori pubblici» Cariati agli esteri, Poerio al- 
l'istruzione pubblica, Saliceti alla giustizia, ri- 
manendo Torella, Dentice, Bozzelli , e Serra- 
capriola presidente. Questi ministri , riuniti 
in Consiglio, con l'intervento di undici nobili 
siciliani e con lord Mintho, approvarono tutto 
quello che avea domandato il governo prov- 
visorio della Sicilia. 

Quello stesso giorno, 6 marzo, il re firmò 
varii decreti , quasi dettati da lord Mintho , 
co' quali autorizzava di aprirsi , pel 25 dello 
stésso mese, il Parlamento in Palermo, onde 
aggiustare la Costituzione del 1812 a' tempi 
ed a' bisogni della Sicilia, restando però in- 
colume la integrità della monarchia. Inoltre 
approvava la legge del 24 febbraio, fatta dal 
comitato rivoluzionario, circa la elezione dei 
deputati , e che costoro si fossero messi di 

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^ 302 — 

accordo con quelli di Napoli per salvaguar- 
dare gl'interessi de' due Regni riuniti. Dtppiù 
dichiarava che il suo luogotenente dell' Isola 
sarebbe stato un principe reale o un sicilia- 
no , e per allora sarebbe rimasto Ruggiero 
Settimo , che vi aprirebbe il Parlamento. Lo 
stesso re nominò ministri i più spinti rivolu- 
zionarii, che trovavansi allora in Palermo, cioè 
Pasquale Calvi a grazia e giustizia, il principe 
di Scordia all' interno , il marchese di Tor- 
rearsa alle finanze , comandante le armi in 
Palermo il generale conte Giovanni Statella, 
e destinato a comandar la Piazza di Messina 
T altro fratello Enrico ; questi due generali 
non erano rivoluzionarii , ma siciliani e fé* 
delissimi alla dinastia. 

Con siffatti decreti e concessioni, lord Min- 
tilo sì obbligò pacificar la sicula rivoluzione 
con Ferdinando II, e il 7 marzo partì per Pa- 
lermo, accompagnato dalla squadra inglese e 
da' due generali, fratelli Statella. Le conces- 
sioni sovrane erano tali d'appagar pienamente 
i desiderii de' siciliani, se i capi faziosi non 
avessero operato in mala fede e pel conto 
proprio. In effetti , dopo che Mintilo si riunì 
in conciliabolo co' ministri del governo di Si- 
cilia , a' quali sconsigliò di accettare le con- 
' cessioni del re , fece redigere da' medesimi 
un ultimatum, col quale se ne domandavano 
tali ed altre tante, che se il re vi fosse ad- 
divenuto , sarebbe stato lo stesso che rinun- 
ziare alla corona siciliana. Il ministero di Na- 
poli tentò trovare un modo per aprir l'adito 
alla conciliazione, e quello di Palermo, isti- 
gato dal pacificatore Mintho , imbeccata da 

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— 303 — 

Palmerston, facea sentire, che Y allontanarsi 
di una virgola dall' ultimatum, sarebbe stato 
il segnale della definitiva rottura tra Napoli 
e Sicilia. 

Re Ferdinando, dolente della mancata pace x 
tra' due Regni, emanò una protesta con la 
quale dichiarava irrito e nullo qualunque atto 
che si fosse fatto in Sicilia , non in confor- 
mità de' decreti portanti le ultime conces- 
sioni e degli Statuti fondamentali della Co- 
stituzione della monarchia. Appena si pub- 
blicò in quell'Isola la protesta sovrana, i ri- 
voluzionarti , eccitati sempre più dagli stra- 
nieri, proruppero in basse contumelie contro 
il sovrano, e gli dichiararono guerra a morte. 
Fin da quel giorno, il governo rivoluzionario 
di Palermo , in tutti i suoi atti, operò come 
se avesse detronizzato re Ferdinando ; ed i 
malvagi, avendo alzata la cresta, faceano sen- 
tir più terribile la loro possanza col suscitar 
trambusti; la Sicilia tutta parea che fosse dive- 
nuta uno sterminato vulcano di bollenti pas- 
sioni anarchiche. 

Avvicinavasi intanto l'apertura del Parla- 
mento siciliano , dopo che furono compiute 
le elezioni de' deputati, in quel modo che o- 
gnuno potrebbe supporre, il 25 marzo, costoro 
si riunirono in due grandi sale del convento 
di S. Francesco di Assisi a' Centorinari, ad- 
dobbate con ricercata eleganza. Palermo sem- 
brava atteggiarsi a festa , salutando Y alba di 
quel giorno con gioia esagerata; le logge, le 
finestre, i veroni erano tutti adorni di arazzi 
e gremiti di gente, le principali vie riboccava- 
no di popolo. Migliaia e migliaia di bandiere 

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— 3C4 — 

tricolori sventolavano per l'aere, di già assor- 
dato da grida che sembravano entusiastiche. 
Gli uomini in armi erano schierati dal Pa- 
lazzo reale alla chiesa di S. Domenico , ove, 
alle undici antimeridiane, si recarono i pari, 
i rappresentanti de* Comuni ed il corpo con- 
solare. Allo squillo della campana di S. An- 
tonio , si mosse il Comitato o governò prov- 
visorio , e si recò a piedi al tempio, cammi- 
nando tra plausi e grida indicibili. Dopo che 
si celebrò la Messa, e s'impartì la benedizione, 
Ruggiero Settimo si levò in piedi, e prese a 
dire delle passate cose , delle vittorie* ripor- 
tate dalla rivoluzione e la condotta tenuta dal 
comitato; finiva col proclamare aperto il Par- 
lamento siciliano. Fu entusiasticamente ap- 
plaudito, e tutta Pa'ermo l'avreste creduta in 
delirio. 

Il duca di Serradifalco, sebbene borbonico, 
fu costretto accettar la presidenza della Ca- 
mera de* pari, ed il marchese della Cerila la 
vice-presidenza; in quella de' Comuni il mar- 
chese Torrearsa si ebbe il primo posto, ed E- 
merigo Amari il secondo. 11 potere esecutivo 
si die a Ruggiero Settimo, col titolo di presi- 
dente; furono designati ministri, il barone Ri- 
so per la guerra (mentre giammai avea toccato 
armi !), Michele Amari per le finanze , Gae- 
tano Pisani pel culto, Pasquale Calvi per l'in- 
terno, sicurezza pubblica e lavori pubblici, e 
Mariano Stabile per gli esteri. Siccome que- 
st* ultimo ministro ebbe gran parte nella ri- 
voluzione siciliana, essendo stato l'anima in- 
tellettiva del vecchio Ruggiero Settimo, trovo 



-305 — 

necessario che sappiansi taluni suoi antece- 
denti. 

Mariano Stabile era figlio di un intendente 
del principe di Cassero; dimorò qualche tem- 
po in Madrid in qualità di segretario del me- 
desimo principe, ambasciatore del re presso 
quella Corte , e fu da questo cacciato via a 
causa della sua esaltazione demagogica. Riti- 
rato in Sicilia , non trovando di che vivere, 
esercitava un basso impiego nell'amministra- 
zione de' zolfi, ed ivi si trovava quando scop- 
piò la rivoluzione di Palermo, il 42 gennaio 
1848. Di carattere impetuoso ed audace , fu 
de' primi a farsi avanti in que' scompigli, e si 
dichiarò membro del comitato rivoluzionario. 
Appena ghermì un lembo di potere x aprì le 
prigioni di quella città, e liberò tutti i dete- 
nuti, anche quelli condannati per furto; per 
mezzo di que' galeotti giunse a dominar tutti 
con le violenze e col terrore. Fu egli il fab- 
bro della composizione de' quattro comitati , 
ed imponendosi allo stesso presidente , l'im- 
becille Ruggiero Settimo , fini col dominare 
nell'intiera Sicilia. Lo stato deplorevole di Na- 
poli e quello di tutta l'Italia era per lui una 
speranza per compiere gli sfrenati sogni della 
sua ambizione , che fu fatale alla Sicilia ed 
anche all' Italia. Fra le tante accuse che si 
lanciarono contro Mariano Stabile, non fu l'ul- 
tima quella dell'indelicatezza, che non venne 
mai smentita; e come ho già detto, lo stesso 
Ruggiero Settimo non lo risparmiò di tanti 
sospetti disonoranti, quando trovavasi iielT e- 
silio di Malta. 

I deputati siculi, riuniti in Parlamento, do- 

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— 306 — 

pò vane e puerili questioni di colori, titoli ed 
altre ciance , e linciarono a proporre leggi, 
tendenti a detronizzare la borbonica dinastia. 
Il 1° aprile si decretò la indipendenza asso* 
luta della Sicilia, faciente parte della Confe» 
derazione italica, e si mandarono bandiere a 
Roma , a Firenze e Torino in segno dell' li- 
mone confederativa. La Masa , dteentesi co- 
lonnello, propose che si spedissero cento gio- 
vani siciliani in Lombardia, per coadiuvare a 
redimerla dal tedesco. 11 7 dello stesso mese» 
il messinese La Farina propose che delle sta- 
tue de* re Borboni se ne facessero cannoni, 
e fu applaudito. Lo Stabile, temendo che fosse 
superato in demagogia dal La Farina , pro- 
gettò fondersi anche le campane delle chiese 
e farne cannoni per difender la patria. Il Par- 
lamento lodò l'uno e l'altro ed addivenne alle 
proposte; perlocchè in Messina furono abbat- 
tute le statue di Carlo li , di Carlo IH e di 
Ferdinando II, tutte e tre opere insigni del- 
l' egregio Tenerani. In Palermo vennero at- 
terrate le altre statue di sovrani, con ischia- 
mazzi e saturnali della sfrenata plebaglia, la- 
sciando soltanto quella di Carlo V di Spagna, 
forse in grazia che costui avesse avuto delle 
questioni con Papa Clemente VII , e quindi 
reputato liberale! In altre città dell'Isola fu- 
rono imitati que' baccanali di Palermo , di- 
struggendosi tanti capilavori di sommi artisti, 
che erano un caro ricordo della vera eman- 
cipazione della Sicilia dalla ferocia baronale. 
L'operare in quel modo da' nuovi padroni di 
quell'Isola, era conseguenza de' consigli inte- 
ressati dell* inglese ammiraglio Paiker e del 

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— 307 - 

pacificatore lord Mintho, Costui, dopo di avere 
accettato un pranzo dal ministro principe di 
Scordia , schiccherò una lettera a lord Pal- 
merston, nella_quale dicevagli ; « Il dritto dei 
« siciliani a deporre il loro re si fonda sul- 
« l'art. 8 della Costituzione; se fosse dubbio- 
« so, non si potrebbe però negare avervi essi 
« più forti ragioni che l'Inghilterra nel 1688, 
« per isbarazzarsi di una intollerabile tiran- 

- « nia ». Con questo tratto storico , il nobile 
pacificatore alludeva all' assassinio dell' infe- 
lice re Carlo I d' Inghilterra ; e se questa 
umanitaria nazione commise un tanto ecces- 
so, avendo meno ragioni de' siciliani, secondo 
Mintho, che cosa doveano far costoro contro 
Ferdinando II? Ed a simili truci cantamban- 
chi si dà il titolo di diplomatici ! 

Con altra lettera del 4 aprile scriveva allo 
stesso Palmerston: « I principali di Palermo 
« pensano potersi salvare la monarchia, chia- 
« mando qualche principe di Casa Savoia. » 
Non erano i principali di Palermo, che pen- 
savano a quel modo, ma lo stesso principale 
lord Palmerston, che gli ordinava di scriver- 
gli di cotal fatta , per aver documenti , onde 
presentarli alla diplomazia e giustificare in 
apparenza i suoi tranelli , vendicandosi in 
questa bassa maniera contro Ferdinando II , 
col farlo detronizzare da un pugno di settari! 

. siciliani a lui venduti. Disgraziata Sicilia ! i 
tuoi degeneri figli, per secondare la bieca po- 
litica inglese , sempre a te fatale e la ven- 
detta personale di un lord , che non potette 
ottenere il titolo di altezza per una sua ni- 
pote, detronizzarono un re nato in Palermo, 

20 

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— .308 — 

eminentemente nazionale, per cercarne un al- 
tro che vide la luce sotto le fredde AlpiI 

Lord Palmerston, scrivendo a lord Napier, 
ministro brittannico in Napoli, -gli dicea: « D 
« trattato del 1815 non contener guarentigie 
« speciali; (cioè quando non giovavano a lui) 
« e che se ne persuadesse il ministero napo- 
« letano col non insistere sulla integrità del 
« Regno, sanzionata da quel trattato. » Quei 
carteggi tra i tre nobili lords erano prodromi 
dell' attuazione di tutto quello che era stato 
deciso da' governanti inglesi; ed i patrioti si- 
ciliani altro non erano che burattini , mossi 
da abili giocolieri. 

Mentre i faziosi di Sicilia, consigliati e pro- 
tetti da lord Palmerston, congiuravano contro 
i veri interessi di quell'Isola e contro Ferdi- 
nando II, questi mobilizzava allora un corpo 
di esercito e lo mandava in Lombardia a com- 
battere contro i tedeschi per cacciarli dall'I- 
talia. Ma quelli , profittando che trovavasi ia 
Napoli meno truppa e soffiati sempre da' lords 
e dalle ladies inglesi,si decisero venire alla fa- 
tale detronizzazione della borbonica dinastia, 
col rappresentare talune bi ri echi nate nel cosi 
detto Parlamento di Palermo. Quelle biricchi- 
nate furono causa che la Sicilia perdesse la 
largita Costituzione, con tutte quelle guaren- 
tigie che si erano accordate, e furono ezian- 
dio non ultima causa della perdita dippoi del- 
l'autonomia di questo Regno e di tutte le 
conseguenze che oggi deploriamo. 

Il 13 aprile , il primo , che profferì la pa- 
rola decadenza nel Parlamento siciliano fu il 
deputato Paternostro. Dopo che il ministro de- 

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ì 



-• 300 — 

gli esteri, Mariano Stabile, recitò una catili- 
naria contro Ferdinando li, già antecedente- 
mente scritta da lord Mintho , e mandata da 
Napoli , si alzò il presidente Torrearsa , in 
mezzo ad una grande quantità di figure sini- 
stre, e ihinaccianti, e lesse ad alta voce la se- 
guente forinola : « In nome del Parlamento 
« siciliano , Ferdinando di Borbone e la sua 
a dinastia sono per sempre decaduti dal tro- 
« ito di Sicilia ». Tre salve di applausi ac- 
colsero queir atto di demenza ! Il Torrearsa 
proseguì la lettura: « La Sicilia si governerà 
** costituzionalmente, e chiamerà al trono un 
« principe italiano , dopo che avrà riformata 
« la sua Gostituzione ». Altri frenetici ap- 
plàusi seguirono i primi. 

Il ministro delle finanze Amari, prendendo 
un' attitudine grottesca , con voce teatrale e 
gesto drammatico: «Deputati! esclamò, alzatevi; 
« alta la fronte; mettete la mano sinistra sul 
m vostro cuore , alzate la destra , e tutti gri- 
<*• date : Ferdinando II non regnerà più in 
« Sicilia ». La pantomima fu tosto eseguita, 
insieme con la declamatoria. 

Il deputato Tiraldi salì in tribuna, gridan- 
do: « Detronizzato 1 ? non basta.... dichiaria- 
« molo parricida pubblico, e che egli ripari 
<• col suo sangue tutte l'enormità che ha fatto 
ù subire alla nazione intiera ». Vi maravi- 
gliate- perchè Tiraldi avrebbe voluto ghigliot- 
tinar Ferdinando li, mentre costui trovavasi 
nella sua Reggia di Napoli, circondato da un 
fedele esercito ? I matti non dovrebbero de- 
starci maraviglia, ma compassTone. 

Varii deputati si affollarono per sottoscri- 

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— 310 — 

fere la decadenza di Ferdinando II; e taluni 
lottavano per segnarsi i primi, dicendo*, che 
peteano morire di consolazione senza avere 
il tempo di mettere le loro firme sotto quel- 
Tatto solenne e patriottico (1). 

Il deputato Luigi Basile di S. Angelo di Bro- 
lo» non trovandosi presente in Parlamento,, es- 
sendo un poco poetastro, scrisse e stampò un 
melenso Lamento poetico, esprimente il suo 
gran dolore «di non essere stato presente alla 
Camera de' deputati, per uniformarsi alla pan* 
tomima ordinata dal ministro Amari , e di non 
aver potuto firmare, in quel giorno memoran- 
do, la decadenza del tiranno. Intanto dopo più 
di un anno, il Basile, senza essere punto per- 
seguitato, per darsi importanza, fuggi a -Niz- 
za , e di colà , vedendo che il suo Lamento 
poetico non gli fruttò un cavolo, mandava sup- 
pliche al tiranno, per ritornare a' patrii lari, 
chiamandolo giusto , clemente, ottimo , mas- 
simo. Con l'Italia unita seppe poi far gli affari 
suoi e quelli de' suoi congiunti ; e secondo 
asserì un opuscolo, stampato in Messina nel 
1876, in occasione dell'elezione del deputato 
del collegio di Naso, fu accusato di aver fal- 
sificato nel 1863, un decreto di sagrestia per 
toglierà un'Abazia ad un degnissimo monsi- 
gnor* e farla conferire ad un suo fratel cu- 
gino prete. 

Tutti qae' deputati , che gridavano come 
energumenijcontro Ferdinando II,si mostraro- 
no poi i più vili nel tempo della loro meritata 

(1) Giornale ufficiale di Sicilia , Indipendenia 
s Legge. 

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— 311 — 

«ventura. Lo stesso audacissimo Mariano Sta- 
bile , quando il Filangieri si avanzava vitto- 
rioso sopra Palermo , dichiarò dalla tribuna, 
che avea. faticato e declamato per la deca- 
denza della borbonica dinastia , perchè era 
«tato consigliato e spinto da lord Mintho, dal 
«eguale era stato tradito. 

Erano le cinque pomeridiane di quel gior- 
no nefasto, 13 aprile, quando jsi gridò che la 
formola della decadenza fosse firmata da tutti 
i pari. Costoro se ne erano iti via , nauseati 
di quella burattinata e baccano infernale , e 
furono^ costretti con grida e minacce a ritor- 
nare in Parlamento. Molti si negarono a fir- 
mare quell'atto di demenza, ma fu loro impo- 
sto col pugnale alla gola; altri, che tentarono 
fuggire, vennera trattenuti con la forza: ve 
ne furono che firmarono anche dopo un mese. 
In quel modo si consumava la più inaudita 
ingratitudine contro un sovrano, che avea fat- 
to tanto bene alla Sicilia ed a coloro che cre- 
dettero dichiararlo decaduto dal trono. 

Io non appartengo alla classe di quelli che 
lodano tutti gli atti del governo di Ferdinan- 
do II 9 e maggiormente quelli di Sicilia; l'ho 
, ripetuto più volte che , quel monarca avea le 
.sue idee false, (ma non malvage, errava l'in- 
- telletto soltanto) e quel che più monta si è 
che non intendea modificarle. Però il più ef- 
ferato nemico del medesimo non potrebbe 
negare senza la nota d'impudente menzogna, 
che quel sovrano non avesse fatto immenso 
bene a quell'Isola. Non erano forse effetto 
della ^clemenza di lui le vite risparmiate a 
tanti di que' deputati che lo detronizzarono, e 



— 312 — 

le pene rattemprate nel rigore della giusti* 
zia ? Non fu egli che ridonò il commercio 
alla Sicilia , esponendosi ad Una guerra for- 
midabile con r Inghilterra , per rialzare il 
prezzo de* zolfi, per distruggere il monopolio 
de' medesimi e mantenere la indipendenza dei 
Regno ? Non fu quel sovrano che moltiplicò 
gl'istituti di credito, le banche, le scuole nau- 
tiche, premiando la marina mercantile e mi* 
gliorando i porti ? Non fa opera di quel re il 
rialzo delle finanze dello Stato da fare invidia 
alle altre nazioni? Non si deve a lui la gran- 
de sicurezza pubblica ehe si godea nelle città» 
ne' piccoli paesi, ed anche ne' boschi di Ga~ 
ronia ? Non dobbiamo ascrivere alle incessan- 
ti cure del medesimo, se la istruzione pubblica 
fu semplicizzata , basandosi sugli equi e veri 
principii dell' umano sapere , mercè i quali 
si formarono quegli uomini illustri che ancora 
vanta Y Italia nelle lettere e nelle scienze f 
Non fu egli che fondò tante scuole , accade- 
mie ed università, cattedre richieste dal pro- 
gresso delle Scienze , e che protesse i lette- 
rati, anche quelli rivoluzionarii ? 

Che dir poi delle opere di beneficenza? Do- 
vunque girate voi lo sguardo, ad ogni pie so- 
spinto, v'imbattete in una stupenda opera di 
tal genere fatta da quel sovrano. Interrogate* 
coloro che vissero negli orfanotrofi i, negli al- 
berghi de' poveri, che si curano negli ospe- 
dali; interrogate financo coloro che subiroifo 
la galera e l'ergastolo sotto il regime di quel 
principe, e vi diranno che allora erano trat- 
tati da uomini battezzati, con tutti i riguardi 
dovuti alla sventura, ed oggi peggio che be- 

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— 313 — 

sti«; e ciò ad onta delle calunnie di un Glad- 
^tome. Ove sono andati oggi gl'innumerevoli 
Manti frumentarii fondati da Ferdinando II, 
e che erano la provvidenza della povera gente 
sie' mesi invernali e negli anni di carestia? 
domandatelo a' nostri rigeneratori ! 

Quando quel re sali al trono, la Sicilia avea 
pòche strade , la maggior parte vetturali e 
eattivissime, ed egli l'arricchì con quelle ro- 
tabili 9 migliorando quelle che vi erario con 
arditi ponti e bastioni. Egli riordinò la vac- 
cinazione; diede i mezzi a migliaia di comuni 
per farsi un Camposanto; fece tante largizioni 
per riparare i danni dell'Etna, de' tremuoti e 
del colera ; migliorò e protesse l'agricoltura, 
estese le industrie patrie ; ed infine creò il 
più bello esercito e la più numerosa marina 
militare d' Italia. Un sovrano , che rinunzia 
alla metà della sua lista civile ed a quella 
de' componenti la real famiglia, che riduce i 
soldi degli alti magistrati , per migliorare le 
condizioni del suo popolo, in mezzo al quale 
sparge Y abbondanza , la sicurezza, il benes- 
sere materiale e morale, si detronizza, ap- 
pellandolo tiranno , per la sola ragione che 
non facea opprimere e spogliare i suoi sog- 
getti né da* demagoghi indigeni né da quelli 
stranieri I E costoro si dicono liberali, re- 
dentori della patria? essi che non han né 
cuore, né patria, né onestà naturale, né Dio, 
ma: Quorum Deus venter est! 

Re Ferdinando, dopo di avere udito l'una- 
nime Consiglio di Stato, con atto sovrano del 
18 aprile 1848 , dichiarò nulla la proclamata 
sua decadenza , perchè contraria a tutte le 

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— 314 — 

leggi della monarchia siciliana, e perchè vo- 
luta da uomini che non ne aveano il potere. 

Il governo di Palermo spedi nunzii a tutte 
le potenze di Europa, per annunziare la de- 
cadenza di Ferdinando li dal trono di Sicilia 
e per farsi riconoscere dalle stesse. 

Il siciliano padre Gioacchino Ventura tea- 
tino , disgraziatamente era uno de' mestatóri 
della rivoluzione siciliana e poi italiana; egli 
dopo di aver pubblicato il 6 maggio di quel- 
Tanno , un opuscolo col titolo : La Questione 
sicula del 1848, sciolta nel vero interesse del- 
la Sicilia, di Napoli e dell'Italia (1), fu eletto 



(1) Tra le altre cose dicea in queir opuscolo :_ 
«La costituzione di Sicilia del 1812, stabilita sot- 
« to l'influenza della Gran Brettagna cominciò 
« a reggere V Isola , e la fece, nel corso di pochi 
« anni , salire ad un grado rimarchevole di po- 
ti tenza e di prosperità. » Senza curarmi di ribat- 
tere una simile asserzione dell 7 illustre autore della 
Donna Cattolica e delle Donne del Vangelo , per- 
chè si sa che allora* la Sicilia era sotto i piedi delle 
truppe dell' inglese lord Bentinck, e quindi non pò-' 
tea vantar né potenza né prosperità , mi limito sol- 
tanto a far notare la contraddizione del medesimo 
autore. Egli, a proposito della Costituzione del 1812, 
anni prima che scrìsse quell'opuscolo , avea bandito 
dal pergamo e pubblicato per le stampe, che: « Un 
« intreccio d' ingrate vicende, di cui la storia dirà 
« le vere ragioni che le mossero , le perfidie che 
« V accompagnarono, la serie de' guai che ne fu- 
ti rono il resultato, attentarono a più sacri dritti 
« del Re, e prepararono al popolo catene che non 
« avea mai conosciute, e che suo malgrado fu ob- 
« bligato a cingere , perchè fabbricate alla fucina 

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— 315 - 

a rappresentante quel governo in "Roma; ma 
fu male accolto dal Papa, che avea riprovato 
Fatto del 43 aprile del Parlamento siculo. L'il- 
lustre 4 P. Ventura, trascinato allora dall' ura- 
gano rivoluzionario, per riuscire nel suo con- 
dannevole intento , usò in Roma mezzi poco 
leali ; ma il principe di Golobrano , ministro 
plenipotenziario di Napoli presso la S. Sede, 
die pronti rimedii a tutte le mene de' sedi- 
centi am.basciadori siculi e napoletani. 

I faziosi di Sicilia e di Napoli erano in per- 
fetto accordo nel volere abbattere la monar- 
chia e proclamare la repubblica sulle rovine 
della stessa;' perlocchè facevano ressa presso 
il ministero napoletano per. secondarli e pro- 
teggerli nelle loro operazioni ; con partico- 
larità pretehdeano che la cittadella di Messina 
o fosse ceduta da' regi , o non fosse ostile, 
dovendo essi fortificarsi ed alzar batterie con- 
tro la medesima. Quel ministero, sempre com- 
piacente, trattandosi di agevolare la rivoluzio- 
ne, il 24 aprile, mandò a Messina i calabresi 

« ed offertegli a nome della libertà. E che mai pre- 
« tese sostituirvi ? una forma di Reggimento , che 
« basato sul principio dell' obbedienza passiva e 
« della resistenza attiva, tenne il popolo fra l' al- 
* ternaliva fatale dell' oppressione e della rivolta.» 
Ecco, io soggiungo, in quali vergognose contraddi- 
zioni cadono i più valorosi ingegni quando si fan 
dominare o dal partigianismo o dell' ambizione ! Fu 
gran fortuna che V illustre P. Ventura non fece la 
fine del Gioberti ; ma si mostrò poi più grande di 
quel che era, ritrattando i suoi errori , ed umilian- 
dosi alla Cattedra di Verità , ehe lo accolse come 
il padre il figlio prodigo. 

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_ 316 — 

Andrea Romeo ed Antonio Più ti no, quali pa- 
cificatori prò tempore, tra Pronio comandante 
la cittadella e Piraino sedicente capo del po- 
tere esecutivo. Costui ricevette con sommi o- 
nori i due pacificatori; quegli» che conoscea 
esser la proposta pace di danno a' regi e van- 
taggiosa a' ribelli, scrisse al ministero e gli 
svelò le intenzioni di costoro; i quali non si 
peritavano di pubblicare per le stampe , che 
voleano tregua con la cittadella , per meglio 
comunicare con le Calabrie e rivoltarle , ed 
aver così migliori mezzi onde sbarazzarsi pre- 
sto del tiranno, Il ministero non poteva met- 
tere in dubbio la evidenza de' fatti esposti da 
Pronio, si è perciò che rispose sibillino, cioè 
che pel bene dell'umanità si stabilisse un ar- 
mistizio convenevole, secondo le forme dell'o- 
nor militare. Quel generale, non potendo di- 
sobbedire agli ordini del ministro della guerra, 
fu costretto, il 2 maggio, accordar tregua ai 
rivoluzionarii messinesi. 

I patti di quella tregua furono dettati dal 
medesimo Pronio ed erano tutti favorevoli 
a* regi. I ribelli li accettarono perchè erano 
decisi di non adempierli. Difatti eravi , tra 
gli altri, H patto che l'armistizio avrebbe do- 
vuto durare fino al 20 ed in quel tempo non 
poteansi alzare fortificazioni di difesa o di of- 
fesa, ed i rivoltosi , sin dal giorno 3 comin- 
ciarono a costruirne con isfacciata impudenza. 
Pronio fece le sue rimostranze, ma non fu 
inteso; il IP scrisse irritato al ministro della 
guerra, rinfacciandogli la sua eccessiva condi- 
scendenza a prò de' nemici del re, protestan- 
do che era deciso, insieme a* suoi dipendenti» 

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— 317 — 

di seppellirsi sotto -le rovine della cittadella, 
anzi che continuare in quello stato disono- 
rante in cui F avea ridotto il medesimo mi- 
nistro, il quale dovea essere la salvaguardia 
de* dritti della monarchia e dell'onor militare. 



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CAPITOLO XIII. 
SOMMÀRIO 

4 

Stato dell' Europa. Il re ordina una spedizione di 
truppe per combattere contro i tedeschi. La Bel- 
giojoso e la Bevilacqua. Nuovo ministero. Partenza 
di altri volontarii e di un battaglione di truppa. Si 
tenta la Lega italica. Elezioni de' deputati al Parla- 
mento napoletano. I patrioti fan danaro per la spe- 
dizione lombarda. Partenza di un corpo di esercito 
per la Lombardia. Stato anarchico che precede la 
rivoluzione del 15 Maggio. 

Mentre le sopraccennate cose accadevano 
in Sicilia , altri più interessanti avvenimenti 
si svolgevano in Napoli , nel resto della Pe- 
nisola italica e quasi in tutta Europa. Siccome 
da putredine nasce putredine, così la rivolu- 
zione di un Regno in altri ripercuotévasi , 
comunicando la pestifera contaminazione. Ap- 

ftena col pensiero potrebbesi misurare la ce- 
erità e la gagliardia con cui il rivolgimento 
corse e si radicò in quell'anno nefasto. La 
Francia, dopo 18 anni di regime, nato dalle 
barricate, e che essa avea voluto, abbattendo 
la. legittima dinastia, volle detronizzare il re 
cittadino, il sovrano da essa eletto sulle me- 
desime barricate, proclamando una repubblica 
ibrida e tempestosa. Quindi travagliata dalle 
. f u rie settarie ed inondata di sangue cittadino» 



— al- 
trove il disonore e il dispotismo cesareo, ove 
sperava trovar la libertà. L'impero austriaco, 
ov'erano diretti i più gagliardi ed avvelenati 
strali della sètta cosmopolita , pericolava fin 
dalle sue fondamenta: Vienna in rivoluzione, 
l'Ungheria si preparava a battaglie memoran- 
de» La Prussia commossa , la stessa Berlino 
in subuglio. - La Polonia scendeva in campo . 
per rivendicare la sua storica autonomia e la 
sua integrità. Però di tutti gli stati di Euro- 
pa, T Italia era la più travagliata dalla sètta, 
perchè, questa avea afferrato il potere, quindi 
sovvertita ed in fiamme dall'Alpi al Iilibeo.il 
Piemonte agitato, il suo re allettato da' rivo- 
luzionarii che facevangli luccicare innanzi agli 
occhi la Corona di ferro, si preparava a me- 
morande battaglie,, ed ebbe poi* dolorose scon- 
fitte. La Lombardia insorge e caccia da Milano 
gli austriaci. Venezia, dopo brevi pugne, ripri- 
. stina il già temuto le.on di. S. Marco , e si co- 
stituisce ad efimera repubblica. La Toscana 
in rivoluzione, ingrata al suo benefico gran- 
duca Leopoldo, lo costringe ad esulare. Par- 
ma, Modena e Lucca sono travolte nel turbine 
rivoluzionario. La più veneranda città del mon- 
da., Roma ! è invasa e sconvolta da' settarii 
d'ogni lingua, i quali, profittando delle bene- 
fiche riforme largite dal sommo Pio IX, la 
sospingon dapprima ad un inconsulto governo 
costituzionale, poi alla repubblica, in ultimo . 
alla bancarotta, alla persecuzione de' buoni 
cittadini ed a' massacri di -S. Callisto 1 

Sarebbe stata una anomalia , uno scandalo 7 
settario, se Napoli fosse rimasta tranquilla in 
quel turbinio di sfrenate passioni, ed in tanto 



— 320 — 

rumore d'armi e di armati, maggiormente che 
Ferdinando II era il re più odiato e temuto 
tra gli altri sovrani d' Italia. Però costui non 
si potea cacciare con le sole grida di piazza, 
o con le mani in tasca, come dicea d'Azeglio, 
essendo egli un uomo ài non comune ingegno 
ed a capo di un esercito fedelissimo; quindi 
si usarono maggiori raggiri ed ipocrisie, per 
ottenersi il malvagio* scopo, profittando fin an- 
co della sua stessa condiscendenza e buona- 
fede. 

In Napoli mancava un popolo fazioso, che 
rappresentar dovea la cosi detta opinione pub- 
blica; si pensò crearlo con chiamare un gran 
numero di faziosi delle province , $egli altri 
stati d'Italia, e di varii regni di Europa. Co- 
storo avendo ricevuto il motto d* ordine dai 
caporioni, si atteggiarono a tenerezza per l'in- 
dipendenza italiana; e quindi cominciarono a 
gridare : fuori il tedesco , morte al tedesco t 
La sera del 25 marzo si recarono sotto il pa- 
lazzo del ministro d' Austria , schiamazzando 
con grida di viva e di morie ; strapparono lo 
stemma imperiale., e dopo averlo trascinato nel 
fango, lo arsero, tra scene indecenti e codar- 
de (1). Quel colpo di scena dovea esser pre- 
fi) I faziosi di Roma fecero lo stesso ; se non 
che in cambio di bruciare gli stemmi austriaci li 
fecero in pezzi. Un povero spazzaturaio caricò sul 
suo asino que' rottami, e se ne andava via pe 1 fatti 
suoi . In quella venne il desiderio a' rivoluzionarli 
di fare un falò di quegli stemmi , e tutti assaltaro- 
no lo spazzaturaio e rasino, volendo anche bruciar 
questo perchè si era contaminato portando sul dorso 



— 32i — 

Indio di un altro più interessante : i dimo- 
stranti del 25 marzo , consigliati e protette 
dall'inviato di Francia, Levrault, da quello di 
Piemonte, Rignon, e dal pacificatore Mintho, 
organizzarono un altro baccano, e mandarono 
poi al re una deputazione, a capo della quale 
un Pizzillo , maestro di scuola. Il quale gli 
presentò un indirizzo con cui si chiedeva di 
mandar soldati in Lombardia per cacciare i 
tedeschi dall'Italia, assicurandolo che sarebbe 
gran vergogna pe' napoletani non aiutare i 
fratelli lombardi, quando tutti gl'italiani era- 
no in movimento pel glorioso conquisto del- 
l'indipendenza nazionale. 

Ferdinando II rispose a quella deputazio- 
ne, che di già avea disposto un corpo di trup- 
pa per mandarlo nell'alta Italia e farlo con* 
giungere colà con l'esercito del re Carlo Al- 
berto ; il quale era già sceso in campo per 
combattere lo straniero invasore. Disse in 
ultimo alla suddetta deputazione òhe avea e- 
ziandio preparato armi e navi, per tutti quei 
volontarii che avessero voluto recarsi in Lom- 
bardia per combattere contro i tedeschi. 

Quando i settarii intesero quella risposta , 
in cambio di mostrarsi contenti, rimasero di- 
spiaciuti ; eglino desideravano ricevere una 
assoluta negativa, per costringer poi quel so- 
le armi tedesche ; quello però disse con V accento 
di una grande convinzione, che non dovessi far malo 
alla sua bestia, essendo un asino italiano ; ciò fu 
sufficiente per far gridare V altre bestie , dicenUsf 
liberali : Piva l'asino italianol cosicché Patino fu 
salvo e portato in trionfo!... 

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— 322 — 

vrano, a furia di grida e minacce, di mandar 
truppe contro gli austriaci : così avrebbero 
ottenuto due risultati, per essi di grande im* 
portanza, il primo di allontanar da Napoli una 
quantità della fedele soldatesca, il secondo 
di avere un altro pretesto per dichiarare Fer- 
dinando II antinazionale e connivente col ne- 
mico della gran Patria italiana. Non essendo 
riusciti con quel mezzo, cambiarono tattica,; di- 
fatti cominciarono a piagnucolare insinuando, 
che il re volea sbarazzarsi de' patrioti » man- 
dandoli in Lombardia per farli sbudellare dai 
tedeschi , ed esso restar qui senza controllo 
per attentare contro i dritti ed il benessere 
della nazione. Da ciò si vede con quanta buo- 
nafede e lealtà abbiano mai sempre operato 
i liberali verso i Borboni. 

Mentre si calunniavano da* liberali le buòne 
intenzioni di quel sovrano, non si tralasciava di 
approfittare delle pieghevolezze del medesima; 
difatti il 30 partirono da Napoli per la Lombar- 
dia 200 giovani volontarii, capitanati da Cristina; 
Trivulzi, principessa di Belgiojoso, di Milano. 
Era costei giovane e bella ; trovavasi da più 
mesi in Napoli, vestiva in modo originale per 
farsi mostrare a dito, ed ottenne il suo sco- 
po. Non pochi giovani sfaccendati, amanti di 
avventure, cominciarono a corteggiarla ; es- 
sa , alle parole galanti , rispondeva con rac- 
comandar loro la salute e l'indipendenza del- 
l'Italia, ripetendo ad ognuno quel che scrisse 
poi il Beréhet: rompi a lei le sue catene — 
poi t'inebria nélV amor. Con queste ed altre 
moine , «lutata da un tal Bellini , contabile 
della trattoria della Cprona di ferro t arruolò 

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— 323 — 

i suoi vagheggini, e varie Clorinde e B rada- 
manti in costume di petit Jean de Saintrè. 
Dopo di avere scelto per suo aiutante di cam- 
po il conte Ippolito Mele , passò in rivista il 
suo amoroso e marziale esercito , mettendo 
sul petto de* suoi prodi guerrieri una croce 
tricolore, e gridando in atteggiamento d'ispi- 
rata : Dio lo vuole ! 

Nel medesimo tempo giungeva un invito dal 
comitato genovese a' patrioti napoletani , per 
aiutare i lombardi combattenti contro gli au- 
striaci; queir invito era corredato da notizie 
incoraggianti ma false (1). Si assicurava che** 
Radetsky fosse morto , fugato V imperatore 
d* Austria , i lombardi e veneti vincitori su 
tutta la linea ; perlocchè la Belgiojoso ed i 
suoi militi, da valorosi, gridarono — da Na- 
poli — morie a 9 tedeschi ! e tutti chiesero ar- 
mi e mezzi per correre su' piani lombardi ed 
esterminare il barbaro straniero, Il governo, 
seguendo le intenzioni del sovrano concesse 
tutto quello che domandarono, e il 30 marzo, 
come si è detto, la falange della Belgiojoso 

(1) Nel 1848, per meglio accreditarsi le false no- 
tizie, da qui si mandavano lettere , con la sola so- 
prascritta , accluse in un 7 altra busta , dirette agli 
stesti capi ribelli di Napoli, e si faceano impostare 
nelle città dell' alta Italia. Giunte in questa quelle 
lettere, dette bianche^ vi si scriveva dentro, con lo 
stesso carattere della soprascritta tutte quelle no- 
tizie necessarie per ispingere avanti la rivoluzione ; 
e a chi non volea crederle , si facea vedere la 
lettera co 7 timbri di varie poste e la firma, già s In- 
tende falsa, di qualche ben conosciuto personaggio 
dimorante in Piemonte o in Lombardia. 

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•» * 



_ 324 — 

s'imbarcava sul Virgilio, e salpava per Geno- 
va , ove si congiunse ad altri volontarii ita- 
liani ed esteri. 

La partenza di quo* valorosi per la guerra 
lombarda, gittò lo sconforto in molte famiglie 
napoletane , e non poche lagrime fece ver- 
sare a madri amorose ed anche a qualche 
tradita giovanetta ! Que' volontarii , la mag- 
gior parte imberbi, si erano arruolati sotto la 
bandiera della Belgiojoso a dispetto de* loro 
genitori , sorelle , spose e fidanzate ; e tutte 
"costoro corsero dal re, pregandolo di spedir 
subito una pirofregata da guerra , per arre- 
stare il Virgilio e ricondurlo a Napoli. Fer- 
dinando si negò ; e seppesi poi, che fu pro- 
clamato tiranno anche da quest'altra gente. 
La Belgiojoso ebbe una rivale sugl'incruenti 
campi delle patrie battaglie, la contessa Be- 
vilacqua. Costei da giornalista si fece, guer- 
riera , mettendosi alla testa di un corpo di 
volontarii toscani e romani. Vestiva con pan- 
taloni alla mammalucca, con soprabito di uf- 
fiziale superiore e kepi in capo; cingeva due 
pistole , ed abitualmente avea il sigaro in boc- 
ca , amante di lanciare in aria delle boccate 
di fumo alla milanese. £ dite poi che le ri- 
voluzioni fan piangere soltanto ! ? 

La Bevilacqua condusse i suoi volontarii 
nel Bresciano, e là, sopra un'alta montagna, 
stabilì il suo campo; in mezzo al quale fece 
mettere un pianoforte , che essa suonava a 
maraviglia. Spesso cantava inni amorosi e di 
guerra;spessissimo facea suonare ad altri, per 
deliziarsi a far la polka co' suoi uffiziali più 
eleganti. Ma ohimè f Tutto pere quaggiù , 

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— 325 — 

Tutto si cangia ! Un giorno una pattuglia di 
Croati salì il monte e s'impadronì del piano- 
forte. La contessa, trasformata in ufficiale su- 
periore 9 fuggì atterrita -dal monte delle ar- 
monie, che al certo non era il campo dell'o- 
nore. La Belgiojoso e la Bevilacqua, maestre 
neir insidie di Armida , non aveano la bra- 
vura né di Semiramide, né della Clorinda del 
Tasso : e quando intesero il rombo del can- 
none , diedero desolanti esempii di mancata 
virtù guerriera e di perduto eroismo. 

Mentre la capitale ed il Regno si trovavano 
travagliati da tante sommosse e pretensioni 
settarie , ecco che giunge a Napoli 1' eroe di 
Àntrodoco, il celebre barone murattiano, ge- 
nerale Guglielmi) Pepe. Fu egli ricevuto con 
grandi onoranze ; lo stesso re gli mandò la 
carrozza di Corte e lo invitò al palazzo reale 
ad una conferenza. Però prima di recarsi dal 
sovrano si abboccò co' consettarii , e disse 
a' medesimi , essere oltre ogni credere ma- 
ravigliato, poiché ancora non aveano dato lo 
sfratto ai tiranno. Dopo questa professione di 
fede , si recò da Ferdinando II , e dichiarò 
Che sarebbe étato pronto, pel bene della pa- 
tria, prendere le redini del governo, (quanta 
modestia!) Nel medesimo tempo gl'imponeva 
il programma di Saliceti e V altro di Carlo 
Troya, tutti e due tendenti a sfacciata repub- 
blica, designandogli eziandio gli uomini che 
formar doveano il ministero : figuratevi che 
fior di sètta doveano essere que* ministri ! 
Ferdinando rispose al nostro eroe che risol- 
verebbe. Pepe, non contento di quella rispo- 
sta, unito a* suoi amici, cominciò a sobillare 

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— 326 — 

la Guardia nazionale per fair ressa presso il 
re ed ottenere quanto era necessario per de- 
tronizzarlo. Si formarono varie deputazioni 
della suddetta Guardia nazionale e presen- 
tarono indirizzi chiedenti l'attuazione de* pro- 
grammi di Saliceti e di Troya. Il curiale 
Conforti , dopo un ampolloso discorso sulle 
franchigie costituzionali , conchiuse con do- 
mandare al sovrano di eleggere il Saliceti 
presidente di un nuovo ministero. 

Ferdinando II non potea condiscendere in 
tutto alla proposta di Conforti ed agli altri 
indirizzi , perchè sapeva che , aderendo , a- 
vrebbe affrettata la catastrofe -quindi si ar- 
gomentò prendere una mezza misura, ed il 3 
aprile , die Y incarico a Carlo Troya di for- 
mare un ministero cosi dettò di transazione, 
ma che in effetti riuscì radicale. Il Troyaebbe 
là presidenza, Giovanni Vignale grazia e giu- 
stizia, il marchese Dragonetti affari esteri, il 
marchegiano conte Pietro Ferretti finanze , 
il generale Uberti lavori pubblici, l'altro ge- 
nerale del Giudice guerra e marina. Dopo 
due giórni furono nominati altri due mini- 
stri , cioè Scialoja all' agricoltura e commer- 
cio e Conforti ali* interno; più tardi Imbriani 
«i ebbe Y istruzione pubblica e Ruggiero -il 
culto. La maggior parte di que' ministri erano 
settari i, e salirono a que* posti collo schiamaz- 
zare nei giornali ed intorbidare le masse. Il 
sommo Bozzelli, Poerio e Tofano, prefetto di 
polizia, furono esclusi da quel ministero, per- 
chè ritenuti ignoranti ed amici del tiranno. 
La prima cura del ministero del 3 aprile 
fu quella di spedire in Lombardia quanti più 

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- 327 — 

soldati avesse potuto , di trattar la lega ita- 
liana co' governi rivoluzionarii della Penisola* 
e di compiere l'elezioni de' deputati al Parla- 
mento nazionaleJC pria di tutto quel ministero 
volle aggiungere allo Statuto, pubblicato il 10 
febbraio , un'altra condizione consentanea al 
programma ministeriale del 3 aprite ; con la 
quale nell'art. 5 dichiara vasi ,che aperto ilPar- 
lamento, cioè le due Camere t queste di accordo 
col re potessero svolgere lo Statuto ^specialmen- 
te in riguardo julla istituzione de 9 pari Questa 
fraudolenta aggiunta ministeriale fu la scin- 
tilla , che destò il terribile incendio del 15 
maggio 1848, come tra breve vedremo. 

Partita la Belgiojoso, i patrioti napoletani, 
istigati dagli stessi ministri e da' fratelli del 
xesio d'Italia, cominciarono a gridare essere 
un grande disonore per questo Regno man- 
dar soltanto 200 prodi capitanati da una don- 
na per affrancar ftt Lombardia dallo straniero: 
quindi chiassi e dimostrazioni, in apparenza 
contro il ministero , in realtà contro il re. 
Questi, memore di quanto si era detto sulle 
sue intenzioni, die ordine a* ministri, che se- 
condassero in tutto <5irca la partenza de' vo- 
lontarii per Y alta Italia. Perlocchè , il 14 a- 
prile,partirono altre due compagnie, in tutto 
240 volontarii, imbarcandosi sul piroscafo Lom- 
bardo , ed approdarono a Civitavecchia , ove 
si congiunsero con gli altri volontarii romani. 
In seguito si formarono varii battaglioni, tra 
i quali figuravano non pochi istruiti uffiziali 
dell'esercito, come un Carrano , un Materaz- 
zo, un Vaccaro, un Rosaroll. Però costoro 
ammettevano ne' loro corpi o gente da trivio 

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— 328 — 

lacera e disperata, o rompicolli. Tutti furono 
Testiti ed armati a spese dello Stato; ebbero 
bandiere e nastri tricolori per fregiarsi il pet- 
to. Tutti que' volontarii s'imbarcarono per Li- 
vorno sul vapore Maria Teresa , ed erano 
250 , capitanati dall' uffiziale Carrano, a* quali 
si unì il 1° battaglione del 10° reggimento di 
linea. 

Quest'altra spedizione fu bandita per l'avan- 
guardia dell'esercito approntato per la guerra 
italiana ; varii vapori di commercio imbarca- 
vano altri volontarii alla spicciolata» che con- 
duceali ne' porti della Toseana o del Pie- 
monte. 

Le pieghevolezze del re, e l'insediamento 
del nuovo ministero fazioso, di giorno in gior- 
no accrescevano la nota audacia de* ribelli; 
i quali faceano continue dimostrazioni di piaz- 
za , con grida di viva e di morte, accompa- 
gnate sempre da nuove doifiande immoderate 
ed audaci. 

Quel ministero era maestro e duce di tutto 
quel baccano che si facea in Napoli e nelle 
province ; la maggior parte de' ministri av- 
viava le cose in modo da raggiungere il lo- 
ro desiderato scopo , cioè di esautorare Fer- 
dinando il e proclamare la repubblica confe- 
derativa. L' affare che a loro più interessava 
era quello di allontanare la truppa dal Re- 
gno, per non trovarsi a fronte un serio osta- 
colo nel momento di scagliare un mortale colpo 
contro la monarchia. Eglino diedero il motto 
d'ordine a' loro consettarii di piazza, cioè che 
si devea gridare , essere volontà "del popolo 
tovmno di farei la guerra contro il tedesco, 

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. — 329 — 

mandando 1' esercito patrio per combatterlo 
su' campi lombardi. Conoscendo per prova 
ohe co' disordini si ottenea tutto dal re , si 
decisero accrescere quelli che travagliavano 
questa capitale. In effetti la magistratura era 
derisa , la Guardia nazionale , in cambio di 
guarentir l' ordine pubblico , si univa co' di- 
mostranti e con gli anarchici , anzi prendeva 
essa l'iniziativa, e tutti facevano chiassi e bal- 
dorie. La truppa a nulla valeva, perchè il set- 
tario ministro della guerra e marina, il bri- 
gadiere Raffaele del Giudice, avea dato ordine 
a* capi della stessa di rispettare e far rispet- 
tare quegl' indecenti disordini , quegl' insulti 
allo stesso sovrano, chiamandoli voti ed aspi- 
razioni di un popolo libero e generoso. Se 
qualcheduno di que' ministri avesse voluto 
per poco imbrigliare gli anarchici, gli altri gli 
avrebbero gridato alla croce , proclamandolo 
non all'altezza de' tempi, ma nemico della patria 
e venduto al tiranno. • 

Mentre il ministero Troya,aiutato da' settarii 
indigeni ed esteri teneva iljRegno in agitazio- 
ne onde far partire l'esercito per la Lombar- 
dia, erasi già messo in relazione co' governi 
rivoluzionarli della Penisola per formarsi la 
lega italiana; nel medesimo tempo oprava 
energicamente per 1' elezione de' deputati al 
Parlamento napoletano , facendo ogni supre- 
mo sforzo per far risultare gli adepti alla Gio- 
vine Italia. Circa al primo compito, l'8 aprile» 
a richiesta del ministro degli esteri, Dragonet- 
ti,si pubblicò un decreto,col quale si nomina- 
vano ministri plenipotenziarii Colobrano, Lu- 
perano, de Lieto e Proto. Costoro ebbero il 

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— 330 — 

mandato dal ministero di far comporre una 
dieta federale di rappresentanti de* varii par- 
lamenti italiani , per provvedersi alla guerra 
contro i tedeschi e decidere qualunque que- 
stione tra' diversi Stati d'Italia. Fu eziandio 
mandato il Leopardi presso re Carlo Alberto» 
in qualità di ministro plenipotenziario, onde 
stringere più 1' amistà tra le due corone ita- 
liche , indagare nel medesimo tempo le in- 
tenzioni di quel sovrano e salvaguardare gl'in* 
teressi napoletani. 

Quella lega, detta italiana, non ebbe effetto 
per le stesse intemperanze de' rivoluzionarli; 
i quali avrebbero voluto che il Papa per far 
piacere a loro avesse intimata la guerra al- 
l' Austria , potenza cattolica ; taluni preten- 
devano che avesse scomunicato quell'impera- 
tore. Che buffoni ! dunque la scomunica non 
è uno spauracchio del medio-evo, un servirsi 
dell' armi spirituali per ottener vantaggi ter- 
reni ? La scomunica è soltanto buona e pro- 
duce i suoi effetti quando giova a fini biechi 
de' rivoluzionari! 

Pio IX avea condannate le rivoluzioni ita- 
liane^ non volle mai aderire a che la truppa 
romana varcasse il confine per romper guerra 
a' tedeschi; anzi avea riprovato un ordine del 
giorno, del 5 aprile , del generale Durando, 
col quale gli si attribuivano intenzioni che non 
poteà avere. Quando poi il ministero surto in 
Roma il 25 aprile osò imporgli di dichiarar 
la guerra all'Austria offìcialmente, e Mamiani 
schiccherò un incendiario proclama bellicoso, 
Egli rispose con l'allocuzione del 29 dello 
stesso mese. Quell'allocuzione tagliò i nervi 

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— 331 — 

alla rivoluzione e svergognò i rivoluzionarii ; 
i quali, con la loro solita impudenza, bì era- 
no proclamati protetti dal sommo Gerarca. Da 
allora finirono totalmente gli osanna e comin- 
ciarono i crucifige contro questa grande glo- 
ria italiana, che è l'immortale Pio IX. 

. L'altro affare interessantissimo, pel mini- 
stero Troya, era l'elezione de' deputati al Par- 
lamento napoletano. È necessario conoscersi 
che nel 1848, pochissime persone sapeano che 
cosa si fosse un deputato e quali i suoi dritti 
ed i suoi doveri; quindi la gran maggioranza 
degli elettori ignorava qual valore avesse un 
voto dato ad un buono o cattivo cittadino. Av- 
venne perciò, in varii collegi elettorali, che 
la gente pacifica ed onesta delle province votò 
per qualche prepotente o malvagio, con lo sco- 
po di torselo dai piedi, sapendo soltanto che 
dovea irsene a Napoli per esercitare un im- 
piego qualunque. Nonpertanto la gran maggio- 
ranza degli elettori, che non guardava di buon 
occhio la tanto decantata Costituzione , si a- 
stenne di andare all'urna; di trentacinquemila 
elettori, che allora offriva questa capitale, vo- 
tarono mille e settecento soltanto. Il ministero 
che avea tutto F interesse di fare eleggere 
deputati faziosi , oltre delle tante corruzioni 
che mise in opera, si giovò eziandio dell* i- 
gnoranza degli elettori. Sarebbe troppo lungo 
e noioso se volessi qui accennare tutti imbro- 
gli e le prepotenze che fecero i cagnotti del 
ministero in Napoli e nelle province, per far 
risultare a rappresentanti del popolo gli affi- 
liati alla Giovine Italia: basti sapere che le 

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— 332 — 

liste de' candidati furono mandati da Roma e 
da Torino, 

Molti deputati non aveano censo, e del bel 
numer'uno eravi Silvio Spaventa nativo di Bom- 
ba, che al presente fa il milord — alla nostra 
barba... — Si ebbero in cotal modo 164 de- 
putati, la maggior parte non conosciuti dagli 
stessi elettori» o perchè non aveano mai a- 
vuto una rappresentanza in società, o perchè 
erano stati emigrati , o perchè usciti allora 
dalle galere. Per la qual cosa il Sommo Pon- 
tefice Pio IX a maraviglia definì in due pa- 
role il suffragio universale, chiamandolo men- 
zogna universale. E lo stesso demagogo Prou- 
dhon fu costretto a dire: Le suffrage univer- 
sei est appelé portout à faire.tentrer pour 
jamais dans la fosse Vautoritè gouvernemen- 
tale. 

Buon numero di que* deputati si vantavano 
pubblicamente, che il primo atto del lor po- 
tere esercitato in Parlamento , sarebbe stato 
quello di proclamare la Costituente e detro- 
nizzare il tiranno. Intanto, secondo la logica 
e la morale de' settarii, Ferdinando II fu un 
sovrano fedifrago, perchè si fece detronizzare 
con le sole chiacchiere, e non si fece con- 
durre al patibolo , ma in cambio detronizzò 
egli i detronizzatori. 

Tutto quello però che avea fatto il ministero 
Troya era un nulla a paragone della gran pre- 
mura che dimostrava per compiere la parte 
più essenziale del suo programma , cioè di 
mandare in Lombardia quanti più soldati a- 
vesse potuto. L'affare era ben serio; è pur 
vero che dava molto a sperare una felice riu- 

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^ _ 333 — 

scita pe' settari , però non lasciava di essere 
pericoloso per gli accidenti* 

Era pur troppo vero che il popolò, ossia la 
marmaglia erasi affrancata da qualunque au- 
torità e facea continue baldorie con grida di 
vìva e di morte, che tutto il potere era nelle 
mani della sètta, ed i deputati erano lì pronti 
per dare l'ultimo fatale colpo alla monarchia; 
, ma la presenza nel Regno di un esercito va- 
loroso e fedele al sovrano intorbidava i sogni 
dorati, ossia i biechi proponimenti # de^ detro- 
nizza tori. Tutte le male arti usaronsi'per isbà- 
razzarsi della truppa al più presto possibile ; 
\ ministri settarii ed i faziosi di piazza faceà- 
no a gara, secondo i proprii mezzi, per otte- 
nere quello scopo tanto desiderato. I fratelli, 
che si erano costituiti in varii governi ita- 
liani , aiutavano questi di Napoli per com- 
piere 1' opera cominciata, mandando messi e 
plenipotenziarii ,' onde affrettare la partenza 
' del nostro esercito per la Lombardia, rimpro- 
verando ad arte i napoletani di essere i più 
freddi nel cooperarsi alla redenzione della 
patria comune. 

Il generale Guglielmo Pepe volea persua- 
dere Ferdinando li di mettersi alla testa del* 
l'esercito ed avanzarsi contro, i tedeschi; da- 
ypgli quel consiglio, come poi affermò in varii 
£ttoi scritti stampati e pubblicati, per indurlo 
ad uscir dal Regno e non farlo più rientrare* 
• Di più consigliavalo a cedere la cittadella di 
Messina a' ribelli siciliani, assicurandolo ch$ 
Costoro, riconoscenti a tanto patriottismo, fili 
darebbero daji a lui animai e corpo. Re Fer- 
dinando non era uomo da cadere in sì gros- 

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_ 33Ì — - 

solane insidie, e quindi, senza farsi inteso di 
aver compresa la trappola che gli si volea 
preparare , opponeva ragioni diplomatiche e 
di alta convenienza alle reiterate insistenze 
del nòstro eroe di Antrodoco. 

Il ministero, aiutato da' militari felloni, fa- 
cea sforzi erculei per radunare la truppa. Era 
questa svogliata, perchè sentiva istintivamente 
che quella guerra lombarda sarebbe stata un 
tranello teso al suo sovrano ed al paese; del 
resto non* avea alcuna fiducia nel generalis- 
simo Pepe — che volle esser capo di quella 
spedizione — non ignorando le vergogne e la 
fuga di costui davanti a' tedeschi il 7 marzo 
1821. L'altro guaio serio pel ministero era 
quello che gli mancava la moneta per fax 
muovere que* soldati e condurli sul Po. L'e- 
rario era esausto , perchè i patrioti , appena 
ghermirono il potere , fecero spese inutili e 
pazze , non tralasciando di dar grosse pen- 
sioni a' martiri. In que* due ultimi mesi erari 
stato un vero piglia piglia sfacciati ssimo, da 
lasciar nudo il fondo delle casse pubbliche/ 

Il ministro delle finanze, Ferretti, volendo 
far credere che la mancanza del denaro era 
stata la cattiva amministrazione del governo 
assoluto, fece scioccamente pubblicare la Sto- 
ria della finanza napoletana'dal 1830 al 1847t 
ottenne un risultato diametralmente oppòsto 
a quello che desiderava. Difatti risultò che 
Ferdinando II nel 1830, avea trovato il Regno 
desolato: eppure, dopo di aver fatto tante splen- 
dide e necessarie opere pubbliche , estinti i 
debiti, che erano il fatale retaggio lasciatoci 
dai carbonari del" 1820, e creato un esercito 

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— 335 — 

ed una flotta, nondimeno,, nel 1847 , si erari 
trovati in. deposito nelle Gasse dello Stato due 
milioni e duecentomila ducati' Ma questa som- 
ma era sparita appena il potere passò nelle 
mani de redentori della patria: sicché quella 
storia riusci una satira vergognosa per la ri- 
voluzione. 

Malgrado che mancasse il danaro, la guerra 
si dovea fare a qualunque costo, in apparen- 
za per affrancar l'Italia dal barbaro tedesca, 
in realtà per compiersi quel negozio patriot- 
tico che già ho accennato di sopra. I rivolu- 
zionarli , niente moderati o scrupolosi , trat- 
tandosi di tenersi abbarbicati al potere e com- 
piere i loro malvagi fini, ordinarono riduzioni 
di pensioni degli antichi impiegati al ritiro, 
prestiti volontari e forzosi , anticipazione di 
fondiaria , ed altre simili delizie , che oggi , 
per noi redenti, non sono affatto una novità. 
Per adescare i gonzi a dar danaro per la 
santa causa, pubblicarono che avrebbero fatto 
conoscere al popolo per mezzo della stampa 
i nomi di tutti coloro che avrebbero soccorsa 
la patria con Y obqlo patriottico. Però , trat- 
tandosi di danaro , è sempre un afifar Serio, 
e gli stessi gonzi non son più tali ; quindi 
pochissime persone misero mano alla borsa 
per concorrere alla redenzione d'Italia. 

Il ministero, vedendo che non potea far da- 
nari con le sole menzioni onorevoli, obbligò 
varie classi di cittadini ad esser prodighi, tas- 
sando alla cieca commercianti , fabbricanti , 
sensali, agenti di cambio, arti, mestieri, pro- 
fessioni e più di tutto alleggerì ben bene le 
Mense vescovili , le Badie , le Commende e 

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— 336 — 

gli Ordini religiosi d'ambo i sessi. E cosi a 
forza d'illegalità e violenze, che chiamavano 
libertà e progresso da' nullatenenti saliti al 

fiotere , si raccolsero due milioni di ducàti- 
1 generalissimo Pepe , non tralasciò d'invi, 
tare il re a dar danaro dalla sua borsa par- 
ticolare; e questi, o per amore o per conve- 
nienza, non se lo fece dire due volte, sborsò 
grosse somme. •_ 

Il Papa non volea concedere il passaggio 
ne' suoi dominii a' soldati napoletani: quindi 
vàrii consigli di ministri e di generali si ten- 
nero per trovare iL miglior modo come condur- 
re l'esercito in Lombardia. Pepe, prosuntuoso 
sempre , volea imbarcarsi sopra sei fregate 
con sette battaglioni ed andar diritto a Ve- 
nezia. Lo dissuase il contrammiraglio barone 
. de Cosa , facendogli osservare che con tanta 
gente sulle navi, le manovre delle stesse sa- 
rebbero state difficili , ed incontrandosi con 
una flottiglia nemica, sarebbe stato facile ri- 
maner tutti prigionieri. 

In que' consigli di ministri e di generali vi 
furono rimproveri e recriminazioni, scopren- 
dosi le inettezze de' primi. Qualche, generale - 
di mente e di cuore , prima di manifestare 
il suo parere circa il modo di far. marciare 
l'esercito e formare un disegno di guerra qua- 
lunque , si rivolse al ministro degli affari e- 
steri , marchese Dragonetti , come colui elle 
per obbligo dovea essere informato, per mez- 
zo di agenti ben pagati , per sapere ciò che 
presso l'altre nazioni e governi si praticava. 
Quel ministro rispose , che poco conoscea lo 
stato della diplomazia di quel tempo, essendo 

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— 337 — 

nuovo in càrica. Gli fu detto che avea fatto 
male accettare un posto tanto interessante in 
tempi tanto difficili , e sarebbe stato neces- 
sario cederlo a chi meglio di lui avrebbe po- 
tuto servir la patria in un momento che an- 
dava a compromettersi in una guerra piena 
di pericoli. 

Essendosi esposto il rifiuto del Papa di far 
passare i soldati napoletani sullo Stato pon- 
tificio, il ministro Scialoja altro rimedio non 
seppe trovare a quel diniego, che spiattellare 
la. seguente mistica sentenza: Essendo santa 
la causa e protetta da Dio , non deve incontrar 
re ostacoli. Gli fu risposto con ironia, mista a 
disprezzo, che quel Consiglio non era ivi radu- 
nato per invocare i miracoli operati da Mosò 
nel condurre il popolo ebreo nella terra pro- 
messa. 

Essendosi chiesto al brigadiere del Giudice, 
ministro della guerra e marina, perchè avea 
spedito un battaglione del 10° reggimento di 
linea, quando ancora non era stata decisa la 
partenza di un corpo di esercito per combat- 
tere i tedeschi in Lombardia, quest' altro mi- 
nistro, in cambio di rispondere, protestò di- 
cendo , che egli non avea dato alcun* ordine 
per quella partenza, e qualunque si fosse la 
sorte di quel reggimento , non intendeva in- 
dossarsi alcuna responsabilità. ÀI sentire una 
si strana risposta dell'eccellentissimo ministro 
della guerra e marina , i generali domanda- 
rono ad una voce: « Chi dunque osò dar Tor- 
te dine della partenza di una parte del nostro 
« esercito, per recarsi sopra un campo di bat- 
te taglia e combattere una potenza *r&Qi tut- 

o 



— 338 — 

« t'ora amica? » Non avendo, subito risposto 
il brigadiere del Giudice, perchè forse inter- 
detto dall' aspetto minaccioso di que' vecchi 
ed onorati generali, saltò in mezzo il curiale 
Conforti, ministro dell' interno , e con tuono 
risoluto , credendo di troncar la questione : 
II 10° reggimento di linea esclamò si fece par- 
tire per dar soddisfazione al popolo. Gli fu 
risposto, che l'esercito non dovea servire pei 
capricci di persone poco' onorevoli, onde far- 
ne un giuocattolo per ingraziarsi una marma- 
glia sfrenata, e che, se tal pretensione fosse 
conosciuta dalle milizie , gravissime poterne 
risultare le conseguenze. Sarebbe lungo ri- 
portar qui una piccola parte di quel che si 
disse in quel Consiglio di generali e di mini- 
stri, per dare un'idea dell'insipienza e pro- 
sunzione di costoro , celebrati sapientissimi 
da' consettarii. 

Dopò varie pratiche, il Papa, importunato dai 
suoi ministri, della stessa pasta di quelli na- 
poletani, condiscese che le truppe napoletane 
passassero sul territorio pontificio, dichiaran- 
dosi però neutrale e passivo in quella scom- 
pigliata faccenda. 

Si erano raccolti circa quattordici mila sol- 
dati, de' quali ai formò un corpo di esercito 
di due divisioni. La prima comandata dal no- 
vello tenentegenerale conte Giovanni Statella, 
risultava di otto battaglioni di fanteria , una 
batteria di artiglieria, due compagnie di zap- 
patori e du* di ambulanze. La seconda divi- 
sione , capitanata dal brigadiere Carlo Nico- 
letti, era composta di sette battaglioni di fan- 
teria, una batteria di artiglieria ed una com- 

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.— 339 — 

pagnia di zappatori: un reggimento di lancieri 
e due di dragoni completavano la cavalleria. 
sotto gli ordini del colonnello Marcantonio 
Colonna. 

La flotta si componeva di cinque fregate a 
Vapore > due a vela ed una corvetta; essa era 
pronta a salpare guidata dal contrammiraglio 
de Cosa* Tutta quella gente di terra e di 
mare obbediva all' eroe di Antrodoco , -il te- 
nentegenerale barone Guglielmo Pepe , che 
con poca modestia avea chiesto quel coman- 
do in capo.-Vàrii uffiziali superiori non volle- 
ro far parte di quella spedizione, vergognan- 
dosi di trovarsi sotto gli ordini di un Pepe , 
che avea disonorato Y esercito nel 1821. Ed 
in vero fa maraviglia, come in quella circo- 
stanza, il tenentegenerale conte Giovanni Sta- 
tella abbia potuto accettare il comando di una 
divisione: ma costui , nella spedizione della 
Lombardia, dovea commettere altri più mador- 
nali errori, come appresso vedremo. 

Una giunta militare, composta del genera-'' 
lissimo Pépe, del ministro della guerra , del 
maresciallo Labrano e de' brigadieri Scala e 
Zizzi, si riunì e discusse il disegno di guerra, 
e tutte le operazioni militari. L* eroe di An- 
trodoco, al solito, facea il tagliacantoni , pro- 
mettendo, che al suo apparire, sul campo di 
battaglia tutti i tedeschi , condotti dal gene- 
rale Nugent , 6 sarebbero fuggiti o distrutti. 

Il re, in unione del ministro della guerra 
e del capo dello stato maggiore, si recò a Ca-* 
serta ed a Capua per ispezionare le truppe 
colà raccolte, che dovea no recarsi in Lombar- 
dia ; die gli opportuni ordini perrhè fossero 

22 

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— 340 — • 

provvedute di tutto il necessario , ed emanò 
le stesse disposizioni per gli altri soldati riu- 
niti in Nocera, pronti a partire per la via di 
mare. 

Il 27 aprile partiva la prima divisione, di- 
rigendosi verso gli Abruzzi, per passare nelle 
Marche , indi nelle Romagne e congiungersi 
sul Po con altre truppe e volontarii di vari! 
Stati d'Italia. Dovunque transitava era rice- 
vuta da' rivoluzionari con evviva, plausi e fio- 
ri , ma niente altro che simili balocchi. La 
seconda divisione s' imbarcò sulla flotta, sal- 
pando dal porto di Napoli, volse per l'Adria- 
tico onde condursi ad Ancona. Giunta nello 
stretto di Messina, ebbe una salva di canno- 
nate dalle batterie sicule, producendole danni 
non lievi. Così i faziosi di quell'isola saluta- 
vano i fratelli di Napoli che andavano a com- 
battere le battaglie per la redenzione d'I- 
talia I 

Pepe, forse perchè ancor necessario a'con- 
giuratori di Napoli, non partì co' suoi dipen- 
denti, protestando di essere affetto di febbre: 
in quel tempo ebbe in dóno dal re un ma- 
gnifico cavallo delle scuderie reali. Il 4 mag- 
gio s' imbarcò sul vapore Stromboli, insieme 
al suo stato maggiore, volgendo per Ancona 
ove giunto fu festeggiato da' caporioni (fella 
rivoluzione. Prima di partire da Napoli, avea 
egli ricevuto l'ordine sovrano che gli proibi- 
va di passare il Po con l'esercito: ma dovea 
muoversi dal Bolognese, quando avrebbe ri- 
cevuto altre istruzioni. Egli però non tenne 
conto né degli ordini sovrani né di quelli 
dello stesso settario ministero ; anzi il 10 

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— 341 — 

maggio schiccherò un ordine del giorno ai suoi 
dipendenti, in cui vantando le sue bravure di 
Spagna sotto Murat, dicea che allora i sol- 
dati lo chiamavano padre; e cònchiudeva con 
assicurarli esser necessario recarsi subito al 
di là del Po, per combattere il barbaro te* 
desco , promettendo alti gradi anche a' sem- 
plici soldati che si fossero distinti in quella 
guerra. La soldatesca, al grido del suo ge- 
neralissimo di viva V indipendenza italiana, 
rispondea: Viva il nostro Re ! Dopo quell'or- 
dine del giorno, il vanitoso eroe di Antrodo- 
co die il segnale della partenza per Bologna 
ove giunto, alloggiò in casa di Pepoli. 

I faziosi di Napoli, visto che il fior fiore 
della truppa nazionale si era allontanato dal 
regno, pensarono a preparare i mezzi mora" 
li, per compiere la rivoluzione, e rovesciare 
dinastia e trono. Prima di tutto cominciaro- 
no a spacciar notizie false, calunniose , con- 
traddittorie e bestiali; diceano che Ferdinan- 
do II li avesse traditi, avendo mandato in Lom- 
bardia gli uffiziali più patrioti per farli as- 
sassinare dagli austriaci; che i soldati, man- 
dati per mare , non sarebbero sbarcati ad 
Ancona, perchè li avrebbero impediti gì* in- 
glesi comprati dal re; che costui non volea 
far la guerra contro i tedeschi, in effetti avea 
proibito al Pepe di passare il Po, e che avea 
fatto lega con gì* imperatori di Russia e d'Au- 
stria per abbattere la rivoluzione e massa- 
crare i patrioti. Queste ed altre simili ciance 
spacciavano i settari, e per meglio farle cre- 
dere da' gonzi e da* liberali di buona fede, 
faceano venire quelle lettere dette bianche, 

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— 342 — 

di cui ho ragionato di sopra in una nota» 
Quella satannica propaganda riusciva a ma* 
raviglia, e fu causa di conseguenze funeste. 
Oltre di che, per organizzarsi l'ultima rivolta 
COBtro la monarchia , si crearono in Napoli 
varii circoli faziosi , ed in quello detto del 
Progresso, sebbene comparisse capo un Giu- 
seppe Dardano, ne erano i veri capi Ricciardi, 
Romeo e Saliceti. Costoro stamparono una 
proclamazione a nome del popolo , firmata 
dal medesimo Dardano, nella quale si dicea: 
« Lo Statuto dato è una vergognosa copia de! 
« francese , è immorale ; più immorale è il 
« ministero ; questo lavora pel dispotismo. 
_« Noi ripigliamo i nostri dritti eterni . prò- 
« clamiamo la Costituzione del 1820 , sopra 
« ba§i più larghe ; essa ne fu tolta da armi 
« straniere, ma fu protestato; venuta è Fora 
« solenne di rivendicarla , e se il governo 
« non fa senno, andremo più avanti ancora. 
« Il popolo (e dalli col povero popolo !) si ri- 
« corderà che esso è sovrano. » Quella pro- 
clamazione venne sparsa per la capitale e per 
le province, ove si mandarono i cagnotti della 
sètta, per abbattere il governo del re e crear- 
sene un altro a nome dal popolo, e così im- 
possessarsi nelle pubbliche casse , dovendo 
servire al compimento della santa causa, che 
era quella delle sdrucite lor tasche. 

I ministri, tuttoché discordi tra loro, erano 
però uniti nel volere abbattere la monarchia, 
e gli strali lanciati ad essi , da faziosi , sa- 
pe a no che in realtà erano esclusivamente di- 
retti contro il re ; quindi si compiacevano 
de* finti attacchi de* loro conseltarii r anzi li 

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— 343 — 

^consigliavano e li sostenevano in quella turpe 
propaganda, e più di tutti il famigerato Con- 
forti , ministro dell' interno. Difatti per mo- 
strarsi più rivoluzionarli de' loro maestri, al- 
lora dipendenti , fati ga va no alacremente ad 
imbrogliar sempre più le cose ed accrescere 
l'anarchia, sciorinando decreti sciocchi, inop- 
portuni, contraddite) ri i, bestiali; mutando leg- 
gi ed uomini ogni giorno ed anche ogni ora. 
Per chiamare al convito nazionale i fame- 
lici frate Ili sopravvenuti, e metterli alla por- 
tata di congiurare contro il re, creavano Com- 
missioni come in tempi di perfetta pace ; a 
chi davano l'incarico di riordinare l'istruzione 
pubblica, a chi le dogane, a chi la revisione 
del codice civile. Imbriani , ministro dell' i- 
struzione pubblica, dichiarò il Museo Farnese 
proprietà nazionale , non tenendo conto che 
fosse proprietà particolare ereditaria di Casa 
Borbone di Napoli. Nominò una Commissione 
per riformare il Museo reale ; ed i riforma- 
tori altro di bello non seppero fare, che in- 
volare qualche oggetto d'arte, saccheggiare i 
fondi del medesimo Museo, deteriorare e gua- 
stare la collezione delle monete ed esporre 
al pubnlico le statue oscene (l)i 

Il ministro del culto, Francesco Paolo Rug- 
giero, per mostrarsi all'altezza de' tempi, fic- 
cava il naso nelle sagrestie; facea progetti di 
legge per ispogliare i luoghi pii, abolire i ve- 
scovi, i seminarii , e con un tratto di penna 

(1) Nel 1860, anche il gallo Dumas, eletto diret- 
tore di questo Museo dall' italianissimo dittatore Ga- 
ribaldi, imitò i riformatori del 1843. 

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— 344 — 

cassare il Concilio di Trento, creando anche 
una Commissione per compilare un codice 
ecclesiastico ! Bestia di un ministro settario ^ 

Il ministro della guerra, brigadiere del Giù* 
dice (1), regalava cannoni alla Guardia nazio- 
nale di Pisa. Il ministro degli affari esteri 
marchese Dragonetti , che avea dichiarato in 
Consiglio di ministri e di generali , non co- 
noscere la politica degli altri Stati italiani , 
conosceva però il carrettiere Ciceruacchio , 
capo della faziosa marmaglia romana , e per 
mezzo del conte Ludolf , nostro ministro pres- 
so la S. Sede , gli mandava la medaglia di 
Francesco 7, in compenso di essere stato un 
capo popolo , un accanito persecutore delist 
gente più onorevole di Roma. Ciceruacchio , 
imbeccato da coloro che voleano svergognare 
la monarchia napoletana, rifiutava con disde- 
gno quella decorazione I 

Il ministro Conforti mandò una circolare a 
tutti gì* intendenti delle province , acciò co- 
storo prendessero possesso di tutte le terre 
comunali,. che erano state usurpate dagli at- 
tuali proprietari , per dividerle a' cittadini 
poveri. Quella misura, che in tempo di pace 
avrebbe avuto un' apparenza di legalità e di 
vantaggio pe' coloni indigenti, fu il segnale 
di una completa disorganizzazione, di risse e 
prepotenze: era quanto desiderava Teccellen^ 
tissimo ministro Conforti, .ex curiale. In ef- 
fetti, quella circolare ministeriale , chi la 
giudicò legge agraria, chi comunismo; e quin- 

/ (1) Quest' altro buffone, in quel tempo si vantava» 
parente de 9 fucilati fratelli Bandiera. 

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— 345 — 

dì i nullatenenti s' impossessarono non solo 
delle terre comunali, in taluni paesi, ma an- 
che di quelle de* particolari. Chi avea forti poi* 
moni per gridare e schiamazzare , chi avea 
più forza, ottenea più possessioni e più ne 
volerà. Fu un vero saccheggio voluto ed au- 
torizzato dal ministro dell'interno, dicentesi 
custode dell* ordine pubblico. 

Mercè la cooperazione di que' ministri il 
pregresso correva a pass! di gigante , recan- 
do il disordine anche, morale in tutte le clas- 
si della società. La insubordinazione era ai- 
Po rdìne del giorno; negli uffizi governativi i 
subalterni si rivoltavano contro i superiori, 
nelle fabbriche i lavoranti contro i padroni, 
nelle scuole i discepoli contro i maestri; nel- 
le famiglie i domestici contro icapi di fa- 
miglia, ed i figli contro i genitori. La stam- 
pa libera attizzava tutte le più truci passioni 
e quel che più monta si è , che pubblicava 
articoli da far venire l'acquolina in bocca ai 
nullatenenti, che già cominciavano ad alzare 
avidi gli occhi sui palazzi de' ricchi. Un gior- 
nalaccio, che s' intitolava La voce delpopolo 
volendo imitare U amico del popolo, redatto 
da Marat .in Parigi neri792, facea anche suoi 
i desolanti principii del Proudhon. Difatti, 
serica orpelli pubblicava: La proprietà è un 
furto; l'anarchia è Vultimo grado delia liber- 
tà a cui può giungere il genere umano. . „ 
; In un altro numero insinuava il popolo a 
ricordarsi di Carlo I d' Inghilterra e di Lui- 
gi XVI di Francia, tutti e due assassinati dai 
settari, aggiungendo la parola capite in cor- 
sivo e con punti ammirativi ! Bisogna conve- 

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— 34b _. 

nire , che Ferdinando II, il sgvjatio proci ci- 
mato da' settari fedifrago, tiranno e sanguina- 
rio, in que' tristissimi tempi mostrò grande 
abnegazione e pazienza, non già quella di un 
S. Giobbe, ma l'altra di talune persone, che 
io non voglio qualificare pel rispetto che ho 
alla memoria di quel troppo buon monarca: 
debbo però dire, che quella pazienza ed ab- 
negazione fruttarono al suo popolo tante la- 
grime e tanto sangue da ridurlo estenuato, 
disprezzato, e se me lo permettete , imbe- 
cillito. 

In que' nefasti giorni apparve affissa a'can- 
toni della città la seguente proclamazione: 
« -Cittadini ! Noi siamo dovunque, noi abbiamo 
« intelligenza col mondo intiero, che si leva 
« con noi al grido dell' indipendenza: all'ar- 
« mi, all'armi, cittadini! La libertà è un. frut- 
« to squisito che si coglie nel sangue, ec. » 
La medesima proclamazione minacciava fuci- 
lazioni agi' impiegati civili e militari , alla 
guardia nazionale ed alle persone oneste, quan- 
te volte si avessero voluto opporre alla ri- 
volta, o non si fossero uniti alla legione del 
riscatto. Saliceti, scrittore di quel proclama, 
volea così fucilare quasi la intiera popola- 
zione di Napoli ! Altri circoli e comitati del- 
la capitale e delle province pubblicarono si- 
mili proclamazioni , tendenti alla ribellione, 
alla guerra civile, al regicidio, al sangue. 

Tanto spaventevole baccano non iscuoteva 
il ministero, perchè ne era il fabbro , anzi 
fingeva nulla sapere e sentire. Alle rimo- 
stranze della gente pacifica, Conforti , il 13 
maggio, fece pubblicare da' suoi colleghi una 

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- — 347 — 

meschina protesta, che chiamava i cittadini 
all'ordine; e quella protesta fu derìsa. Il me- 
desimo Conforti, principale istigatore di quei 
disordini, finse far sostenere in carcere il 
Dardano, che figurava come -capo del circolo 
del Progresso, 1 ministri Imbriani e Ferretti, 
vedendo tutto preparato per lo scoppio del- 
l'imminente rivoluzione, si dimisero da' loro 
posti. « 

A tutti que' mali se ne aggiungeva un al- 
tro, le reazioni. impotenti, le quali, non aven- 
do mezzi, faceano sforzi inutili contro i rivo- 
luzionari i al potere; e questi si servivano del- 
l'autorità dello stesso sovrano per opprimere 
coloro che non voleano sentir parlare di de- 
tronizzarlo, e che in cambio gridavano viva 
il nostro re Ferdinando II ! 

I disordini, i mali di sopra accennati, frut- 
to delle dotte elucubrazioni de* progressisti, 
servivano a costoro eziandio per calunniare 
la gente onesta ed il re. Gli scioperi, le vio- 
lenze e gl'incendii degli artigiani diceansi 
opera de'Gesuiti; Gesuiti e realisti erano quel- 
li che insultavano il re! I patrioti non poter 
riparare a tanti danni, perchè dovunque si 
erano ficcati Gesuiti e gesui tanti; i quali tut- 
ti voleano il disordine per far desiderare il 
dispotismo. Il comunismo nelle province, con- 
seguenza della circolare di Conforti , essere 
stato organizzato da' Gesuiti, con mezzi oppor- 
tuni approntati dal re e dall'Austria. Non si 
peritarono dire, che Ferdinando II avesse fatto 
costruire il carro di Mammone per farsi in- 
sultare, atteggiandosi a vittima, e così avere 
il pretesto di reagire: era proprio il caso che 

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— 348 — - 

i carnefici erano le vittime e queste i car- 
nefici ì 

Il ministero del 3 aprile avea ottenuto il 
suo intento; la preparata rivoluzione era pron- 
ta a scoppiare-, per abbattere dinastia e 
trono. A ciò fare dàvale più ardimento la 
lontananza delle reali milizie, la Guardia na- 
zionale armata e faziosa, gli attruppamenti in 
armi, piovuti dalle province e dal resto d'I- 
talia, che minacciosi e torbidi si aggiravano 
per la città, non senza spavento de' buoni cit- 
tadini. Una fiotta francese nella rada di Na- 
poli , visitata da' rivoluzionarii, predicava re- 
pubblica; i repubblicani francesi scendevano 
a terra tronfi i e pettoruti, e spacciavano pro- 
tezioni estere, per atterrire i realisti e dare 
animo a' ribelli. In effetti lo sbigottimento 
della gente onesta , Y ardimento de' tristi , il 
comunismo, la corruzione e 1' abbominazione 
in tutto, faceano versare in grave pericolo là 
real famiglia ed il trono. 11 motto d'ordine 
era già dato dalla sètta: la rivoluzione dovea 
scoppiare allorquando i deputati si fossero riu- 
niti in Parlamento , e per meglio riuscire a 
preparar tutto, erasi prorogata l'apertura al 
15 maggio, invece del 1° dello stesso mese. 



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CAPITOLO XIV. 
SOMMARIO 

Le concessioni di Ferdinando II servono a suo 
danno. Prodromi dèlia giornata del 15 maggio in Na- 
poli. Riunione di 110 deputati al Palazzo della Co- 
mune in Monteliveto. Scene tumultuose ed indecenti 
avvenute io quel palazzo. Dopo inutili pratiche e 
spacciate menzogne si corre alle barricate. 11 re 
concede tutto a 9 deputati , e fa altre pratiche per 
iscongiurare la guerra civile, ma nulla ottiene. 

Già siam giunti ad un' altra epoca memo- 
randa , contraddistinta dal sangue cittadino , 
versato in questa amena ed invidiata Napoli; 
ove lagrime, sventure e catastrofi avvennero 
per l'ambizione e le sceìleraggini de' settarii. 
Costoro, di accordo co' fratelli del resto d'I- 
talia e con quelli di oltralpi , aveano deciso 
disfarsi del re Ferdinando II , della dinastia 
e del vetusto, trono di Ruggiero il Normanno 
e di Carlo III di Borbone. Eglino , dopo di 
•aver tutto preparato a questo scopo, andavano 
in cerca di pretesti futili ed inverecondi ; 
e quel sovrano con una longanimità e pazienza, 
davvero ammirevoli, accordava loro ogni cosa, 
credendo così di scongiurare altri mali al suo 
popolo. 

È pur verissimo che egli fece troppo male 

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— 350 — 

perchè troppo allargò la mano nel conce- 
dere; ma è pure incontrastabile, per coloro 
che non giudicano col prisma delle passioni 
esagerate o che non hanno interesse di calun- 
niare , che dimostrò all' evidenza , essere i 
così detti liberali simili alla lupa di Dante, 
cioè che ottenute le prime concessioni poli- 
tiche , ne esigono altre più radicali e poi 
altre ancora, per servirsene contro gli stessi 
sovrani e contro i popoli innocenti. 

1 rivoluzionarii chiesero dapprima riforme 
amministrative e libertà di stampa e furono 
loro concesse. Vollero poi una Costituzione po- 
litica e fu accordata simile a quella di aran- 
cia, proclamata da sopra le barricate di luglio 
1830, acclamata da tutti i caporioni della sètta. 
Domandarono la istituzione della. Guardia na- 
zionale, e venne formata sopra larghe basi. 
Schiamazzarono contro i Gesuiti, non tenen- 
do conto del gran bene che costoro aveano 
fatto e faceano, e con atto violento ed ille- 
gale i medesimi furono mandati via dal re- 
gno, in quel modo inumano che ho detto al- 
trove. Gridarono abbasso agli antichi ed one- 
sti impiegati, e quest* infelici vennero messi 
sul lastrico, per vedersi surrogati da faziosi 
ignoranti e disonesti. Vollero ministri delia 
loro risma e l'ottennero. Lo Statuto accorda- 
va al re il dritto di eleggere i pari, gridaro- 
no a più non posso che i medesimi doveano 
essere eletti dal popolo, per venir poi con- 
fermati dal capo dello Stato, ed anche que- 
st* altra concessione non fu negata dal so- 
vrano, con distruggersi una essenzialissima 
legge fondamentale del medesimo Statuto co- 

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— 851 — 

stituzionale. Per tacere di tante altre con* 
cessioni sovrane, dirò soltanto che si vollero 
mandare circa quindicimila uomini di trup- 
pa per una guerra , in principio nazionale» 
in fatto senza alcun vantaggio per questo re- 
gno, ma profittevole alla sola smodata ambi- 
zione del Piemonte; nonpertanto, anèhe sacri- 
ficandosi gl'interessi del proprio paese , fu 
fatta la volontà de' patrioti. Cosa si voleva di 
più da Ferdinando II ? non altro che la sua 
esautorazione, la sua vita, il suo onore per 
ghermire tutto il potere la sètta, gittare il 
regno nelT anarchia, e poi venderlo allo stra- 
niero, col patto che rimanessero al potere i 
suoi affiliati. Non è questo un giudizio seve- 
ro o gratuito: che per Napoli basterebbe ri- 
cordare le tre epoche nefaste, cioè del 1798, 
1806 e 1860 onde convincere i più increduli. 

Essendosi stabilito di esautorare Ferdinan- 
do II all' apertura del Parlamento nazionale, 
si spedirono ordini alle autorità faziose del- 
le province per mandare a Napoli la gente 
più facinorosa. Di fatti si armarono i nullate- 
nenti e gli uomini più tristi ed abbietti , fì- 
nanco i reduci galeotti delle isole peniten- 
ziarie, messi in libertà da' loro colleghi al 
potere. I patrioti, non contenti di ciò, man- 
darono i loro cagnotti per organizzare la ri- 
volta in varie città del regno, con V ordine 
d' insorger tutte, contemporaneamente alla ca- 
pitale. 

Il professore Zuppetta , il deputato Barba- 
risi , un Crispino ed altri , oltre di viaggiar 
per le province , onde predicar la prossima 

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— 352 — 

ribellione, erano in istretta corrispondenza 
coi capisetta delle principali città del Regno. 
Gli Abruzzi erano agitati dal tanto poi famoso 
deputato Giuseppe Pica , fatto già presidènte 
di una adunanza faziosa di Aquila ; ma quel 
deputato non ebbe il coraggio di mettersi alla 
testa de* sollevati, quando costoro lo chiesero 
per capo. In Terra di Lavoro e nelle Puglie 
faceano propaganda rivoluzionaria un Torri- 
celli, un Tavassi, un Piscitelli, un Avitabile, 
un Romano. Ne' Principati un Siberiano, un 
Nisco, ma più di tutti distinguevansi nel Ci- 
lento e nel Salernitano un* Carducci , capo 
della Guardia nazionale , un Auletta ed un 
Mambrini, segretario generale dell'Intenden- 
za di Salerno, funzionante da intendente, in 
mancanza del titolare, il famigerato Giov. An- 
drea Romeo ; ivi si congiurava alla luce del 
sole contro il sovrano, a nome del sovrano 
istesso! 

Le Calabrie , sobillate dalla vicina Sicilia, 
che mandava proclami, emissarii ed armi, e- 
rano agitate da un Eugenio de Riso , da un 
Antonio Plutino ed altri in altre province. 
Così tutti i capisetta , eletti deputati , predi- 
cavano la imminente rivoluzione all'apertura 
del Parlamento ed organizzavano le masse 
per ispingerle sopra Napoli. Un battello a va- 
pore, che portava deputati di quelle province 
Calabre, era anche pieno di faziosi, armati di 
fucili, pistole e boccacci, oltre di essere ben 
forniti di munizioni. Il Caffè del palazzo Buo- 
no divenne l'ordinario convegno di que' ceffi 
terribili ; e con la loro presenza si accrebbe 

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la generale trepidazione de* buoni cittadini e 
la Baldanza de' tristi (1). 

Il 13 maggio, si' notò un movimento di ar- 
mati in S. Maria di Capua , dichiarandosi a 
disposizione de' deputati al Parlamento* Uno 
de' pia avventati demagoghi, l'aversano Pisci- 
telli» ebbe l'ardire dì recarsi al Conservatorio 
di musica, a S. Pietro a Majella, ed ivi fece 
appello al patriottismo de' giovani più adulti, 
che condusse al reale Albergo de' poveri, ove 
li armò co' fucili tenuti in quello stabilimento 
per la scuola de' ragazzi. 11 ministro dell' in- 
terno Conforti ignorava tutto !... mostrandosi 
di una semplicità preadamitica a chi gli a* 
vesse parlato di que' preparativi d'imminente 
rivolta ; egli neppure vedeva uno sciame di 
armati, vestiti in varie fogge, aggirarsi per la 
città fieri e* burbanzosi , minacciando rovine 
e distruzioni! 

Quello stesso giorno 13 maggio si er;a pub- 
blicato un cerimoniale per l'apertura del Par- 
lamento e si designava l'amplissima chiesa 
di S. Lorenzo per la inaugurazione della na- 
zionale rappresentanza de' deputati e de'Pari, 
dovendo gli uni e gli altri giurar la Costitu- 
zione pubblicata il 10 febbraio di quell'anno 
1848. Inoltre si erano preparate due magni- 
fiche sale nella regia Università degli Studi» 
ove doveano riunirsi i medesimi rappresen- 
tanti del popolo ed i Pari. Tutto era all'ordi- 

Jl) Vedi Processo per gli avvenimenti politici 
45 maggio 4848 a Napoli, estratto dalla Goa- 
zetta de' Tribunali di Genova anno III, n. 71, per 
Zuppetta. 

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— 351 — 

ne a fine di vedere quel giorno fortunato"; 
in cui sarebbero finite le lotte di piazza , o 
come disse, nel 1860, un alto personaggio, 
in cui sarebbe chiusa Véra delle rivoluzioni; 
ma in cambio fu quello il principio di una 
delle più terribili rivoluzioni che abbia in- 
sanguinata questa amena e ridente Napoli. 

La mattina del 14 maggio, verso le ore 10 
antimeridiane, si riunirono centodieci depu- 
tati nella casa della Comune a Monteliveto , 
a fine di stabilire la ritualità del primordia- 
le procedimento. Però la maggior parte di 
quo' deputati erano là per cercar pretesti, 
onde suscitar la guerra civile. Dopo che fu 
eletto a presidente il vecchio arcidiacono Ga- 
gnazzi, che indi a poco fu surrogato dal vi- 
ce-presidente, il medico Lanza, e quattro se- 
gretari de* più giovani, si cominciarono i di- 
scorsi sediziosi e le pretensioni impossibili. 
Taluni di que' cosi detti rappresentanti del 
popolo, sofisticando sul giuramento che do- 
veano prestare, voleano tolto dalla formola 
il nome di religione e di Dio, Altri poi pro- 
testavano di non voler giurare, dicendo, es- 
sere illimitati i dritti del popolo , ed essi, 
rappresentanti dello stesso, non poteano vin- 
colarli con un giuramento qualunque si fos- 
se, ma dovea giurare soltanto il re, che avea 
il potere esecutivo, e non mai chi facea le 
leggi. Altri infine, non riconoscendo più lo 
Statuto del 10 febbraio, erano decisi di non 
giurare, se prima non si fossero fatte allo 
stesso le necessarie modifiche e riforme. 

Dopo tanti gridi e schiamazzi da manico- 
mio fu convenuto tra gli onorevoli, che giu- 

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— do- 
rerebbero, ma con una forinola redatta ed 
approvata da loro; la quale fu scritta dal de- 
putato Pica ed era la seguente : « Giuro di 
professare la religione cattolica apostolica ro- 
mana. Giuro di osservare e mantenere lo 
Statuto con tutte le modifiche ehe verranno 
stabilite dalia rappresentanza nazionale, mas- 
simamente PER CIÒ CHE RIGUARDA LA PARIA. 

Giuro di adempiere il mandato ricevuto dalla 
nazione, e con tutte le mie forze di procu- 
rate la sua grandezza e il suo benessere (im- 
postori!...) così facendo, Iddio mipremii, al- 
trimenti me lo imputi. » 

Quella forinola di giuramento , dopo che 
venne accettata da 88 voti contro 22, una de- 
putazione di quattro onorevoli, tra cui il Pica, 
la presentò al ministero per farla approvare 
dal potere esecutivo. Tutti i ministri la giu- 
dicarono accettabile e promisero di farla ac- 
cettare dal re. 

Ferdinando II, avendo concesso tutto quello 
che i rivoluzionarli aveano voluto, sperava che 
costoro, per lo meno, avessero fatto sosta alle 
Icaro pretensioni ed intemperanze; al vedersi 
presentare quella forinola di giuramento, pei 
deputati e per sé , si mostrò turbato. Egli 
comprese , che sanzionandola , avrebbe ri- 
conosciuta la sovranità nella ^sola Camera 
de' deputati, come nella pura repubblica ros- 
sa, dichiarando superflui gli altri due poteri 
dello Stato; Dippiù non i sfuggi alla sua saga- 
cia» che a' deputati conveniva giurare quelle 
modifiche e riforme che essi medesimi do* 
veano fare allo Statuto , ma egli non potea 
avventurare un giuro nel vuoto , sopra una 

23 



-. 356 — 

cosa ancora incognita. Per le quali ragioni , 
rispose al ministro Conforti, messaggiero dì 
quattro deputati: « Aver due volte giurata la 
« Costituzione; ora alla forinola presentatagli 
« che si aggiungesse la facoltà a* tre poteri 
» dello Stato di svolgere lo Statuto , special- 
« mente in ordine alla parìa, restando il re- 
« sto: non potere in altra guisa giurare ». 

La risposta del sovrano non fu in sostanza 
negativa, anzi, in certo modo, approvava la 
formola che gli si era presentata dalla Com- 
missione scelta da' deputati riuniti in Monto- 
liveto ; conciossiachè fare allo Statuto modi- 
fiche e riforme è lo stesso che svolgerlo* 

Conforti, avuta la su trascritta risposta, cor- 
se a Montoliveto , ed in cambio di pacificar 
gli animi, soffiava nel fuoco della rivolta.. Disse 
a' deputati colà riuniti , che il re avea re- 
spinto la formola del giuramento, che il mi- 
nistero si era dimesso , ed altro non restava 
a fare , che essi , rappresentanti del popolò, 
'provvedessero alla pace del paese e all'indi- 
pendenza cV Italia, Il vice presidente Lanza 
rispondeagli : « La Camera adotterà misure 
« energiche e rassicuratrici, che saranno al 
« certo più degne e più potenti di quelle pra- 
ti ticate sinora dal ministero (1). 

Al discorso menzognero di quel fedifrago 
ministro e delle spacconate di Lanza , suc- 

(1) Cenno Storico di Giovambattista La Cecilia p. 
34. Citerò spesso questo solo scrittore fazioso, cir- 
ca i fatti del 14 e 15 maggio 1848 , perchè testi- 
mone oculare, ed il più esagerato degli altri stori- 
ci rivoluzionari nel voler discreditare Ferdinando IL 

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— 357 — 

-cesse un baccano nelle sale del palazzo 
di Mòntoliveto , tutti i deputati voleano par- 
lare e nessuno volea ascoltare ; tutti si ar- 
rovellavano per far valere i loro dissen- 
nati progetti , dissimili nella forma , una- 
nimi nel voler rovine e sangue. In mezzo a 
tanto gridare e schiamazzare , alza la voce 
più di tutti il deputato avv. Luigi Zuppetta, 
di Castelnuovo di Lucerà, e fa sentire la sua 
vibrata ed eloquente perorazione. Dopo di 
che, a nome di tutti i deputati, ivi riuniti, 
schiccherò la seguente dichiarazione: «Il Par- 
lamento, (ancor non costituito, senza verifica 
, « di poteri e senza aver giurato) conside- 
« rando che la capziosità del governo tende 
« al disordine, che il regio rifiuto di aderi- 
« re ad un atto costituzionale, pone in peri- 
« colo la patria, dichiara non accettabile la 
« forinola proposta dal re; tiene il rifiuto co- 
ti' me infrazione al dritto costituzionale , e 
« per neutralizzare la capziosità , resta riu- 
« nito in permanenza, pel solo mandato del- 
« la nazione, fonte e principio d' ogni sorta 
« di potere. » Ecco lo scopo di tutte quelle 
capziosità, creare la costituente ! Il profes- 
sore Luigi Zuppetta, che onora l'Italia nostra 
co' suoi non comuni talenti e vaste cogni- 
zioni di insigne giureconsulto , nonpertanto 
trascinato allora da una passione poco com- 
mendevole, trascese in quella famosa dichia- 
razione del 14 maggio 1848, senza riflettere 
alle conseguenze funeste che dovea recare a 
questa città! 

Erano le 9 della sera di quel giorno , e 
quel tumulto fra i deputati s'ingigantiva sem- 



_ 358 — 

pre più. Córsene le notizie per Napoli , una 
turba di sfaccendati, di studenti e settari! si 
riunì nello spiazzo di Montoliveto , ed aven- 
do tutti ricevuto rimbeccata da' caporioni per 
ischiamazzare, gridarono: « Deputati il re ci 
u tradisce, e c'insidia; ma coraggio, -noi sia- 
« mo con voi : abbasso la Camera de* pari 
« viva la costituente. » Allora il Zuppetta, fat- 
tosi al balcone, in atteggiamento teatrale rispo- 
se a quella turba scomposta e briaca: « Cit- 
te tadini, i deputati non han mestieri d' in- 
u coraggiamenti, morranno prima di permet- 
« tere che il re tradisca il dritto costituzio- 
« naie, e Zuppetta ve ne dà la parola. » Da 
ciò si vede non esser vero che Ferdinando 
II tradì il dritto costituzionale , come asse- 
riscono i detrattori di costui ; perchè Zup- 
petta vive ancora, ed onora la patria co'suoi 
talenti, lo stesso 'gli altri onorevoli... fra cui 
molti soltanto per iscorticaref! 

Mentre queste cose avvenivano a Montoli- 
veto , un brulichìo di faziosi , di visi arcigni 
si aggirava innanzi la Reggia ed in altri luo- 
ghi. Voci sinistre e scoraggianti si divulga- 
vano per la città, sifacevano orribili profezie; 
gli animi de' aregi e quelli de* ribelli, pef cause 
opposte, erano pronti ad irrompere in eccessi 
furibondi. In quella il ministro Scialoja era 
corso in casa di Dupont, motto onorato in 
Gorte, per pregare il re a cedere alla volontà 
de' deputati. Ferdinando sapea di già V inde- 
cente baccano di .Montoliveto ed uvea chia- 
mato a sé il deputato Camillo Cacaoe, il cfuale 
era ragionevole e moderato , per trovare il 
mroéo enee scongiurar* le rovine «he minae- 



— 359 — 

•ciarano il paese. Dopo di avere esposto a quel 
deputato le amarezze provate per la ingrati- 
tudine con cui si retribuivano le sue gene- 
rosità, cioè con le calunnie» con le intempe- 
ranze e con le minacce , faceagli conoscere 
il desìo che avea di comporre quelle verten- 
ze» portare a concordia gli animi degli ono- 
revoli, e così scongiurare l'imminente cata- 
strofe preparata da' medesimi. 

Quando giunse Dupont presso il re, lo trovò 
ohe dettava a Cacace altre concessioni fatte 
agi' incontentabili deputati , ed erano : « Ac- 
ce consentire che i ministri e le due Camere 
« concordassero una formola pel giuramento.» 
Il ministero finse di accoglier bene quest'al- 
tra concessione regia, trovandola in tutto con- 
forme alle leggi costituzionali ed opportuna 
per troncare la gran lite. Difatti il re avea 
ceduto tutto a' tre poteri dello Stato , senza 
curarsi che i ministri , suoi rappresentanti, 
erano più demagoghi degli stessi poco onore- 
voli deputati ; i quali non agivano in buona 
fede, ma cercavano pretesti per suscitar schia- 
mazzi e sedizioni , e così abbattere ^dinastia 
e trono. Re Ferdinando mandò a Montoliveto 
Cacace ed Abatemarco , direttore di polizia, 
per annunziare a' deputati la sua adesione a 
quanto si desiderava da lui. Mentre Cacace 
leggevala a' suoi colleghi , Romeo consiglia- 
tali a rigettarla ; Berlocche Abatemarco e lo 
stesso Dupont , ivi presenti , con pacatezza , 
voleano dimostrare essere oramai capziose ed 
illegali le pretensioni e le opposizioni di quel- 
l'adunanza; scongiurandoli che non agitassero- 
più il paese con suscitar guerra civile ed immi- 

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— 360 — 

nente.Fu allora che si alzò in piedi e furibon- 
do il vice-presidente medico Lanza,ed osò dire 
le seguenti parole per quanto ardite altrettan- 
to sciocche e villane: « Il ré è un solo, noi 
« rappresentanti del popolo siamo sette mi- 
te lioni ; e voi signori Abatemarco e Dupont, 
« voi non siete deputati, ritraetevi da qui »♦ 
In quel conciliabolo, detto rappresentanza na- 
zionale, la maggior parte che strillava contro 
il re non era composta di deputati, ed il presi- 
dente Lanza nulla trovava ad osservare per 
quegli intrusi , perchè i medesimi face ano 
le sue parti e quelle de' suoi consettarii. 

Lo stesso La Cecilia, dopo di averci rac- 
contato a modo suo i fatti avvenuti, nella ca- 
sa comunale di Montoliveto , il 14 maggio 
1848, cioè malignando sfacciatamente le ret- 
tissime intenzioni del re, ci fa poi una pre- 
ziosa confessione nel suo Cenno storico a pag. 
41, trovandosi in contraddizione con tutto 
quanto avea asserito, circa i cupi disegni del 
Borbone per ripigliare il potere assoluto ed 
opprimere i rappresentanti del popolo. Ecco 
quel che dice al luogo citato : « Questa for- 
ce mula (quella mandata dal re) era quasi con- 
« sentanea alV altra adottata dai deputati* 
parea che le due Camere dovessero agire 
di accordo: per isventura agitossi questione 
di forma ; i rappresentanti delle sei Pro- 
vincie, che si erano, astenuti di nominare 
i Pari, dissero che non potevano ricono- 
scere la Camera dei Pari senza tradire il 
mandato de' loro committenti. Quest' ecce- 
zione trovò difensori , proseliti , oratori e 
deliberossi in quel senso. » Cioè di riget- 

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— 361 — 

tarla e far le barricate ! Dunque non erano 
£ cupi disegni del Borbone che. si opponeva- 
no alla conciliazione de' tre poteri dello Sta-. 
to ? ma perchè i deputati si arrogavano il man- 
dato di proclamar la repubblica. 

I fatti da me narrati sono incontrastabili, 
potrebbero rammentarli benissimo coloro che 
non oltrepassano gli anni 50; intanto si ebbe 
e si ha tuttora tanta sfacciata impudenza da 
asserire, che Ferdinando II provocò l' assem- 
blea nazionale per far fare la rivoluzione del 
45 maggio ed avere il pretesto di togliere la 
Costituzione. Se quel che asseriscono i de- 
trattori spudorati contro quel sovrano fosse 
vero, questi non avrebbe poi riunito il Par- 
lamento per la seconda e la terza volta , ed 
in un tempo che la rivoluzione cominciava ad 
esser schiacciata in tutta Europa. 

Dopo che uscirono dall' aula parlamentare 
Abatemarco e Dupont, avvenne un tumulto 
indescrivibile. Erano saliti dalla strada i ca- 
pisquadra e vantavano la loro forza da op- 
porre a' satelliti della tirannide. Allora si 
alzò il deputato Ricciardi, uno de' più esal- 
tati, e dopo essersi dichiarato repubblicano, 
volendo mostrare una grande moderazione, 
disse : prima di andare avanti è necessario 
costringere il re a cedere i castelli alla guar- 
dia nazionale, a sciogliere la truppa, o man- 
darne la metà 40 miglia lungi dalia capitale, 
il resto in Lombardia ; se ad un tal pro- 
getto il governo opponesse le ristrettezze del- 
l'erario, egli, il Ricciardi, il primo avrebbe 
dato l'esempio della carità patria con depor- 
re cento ducati in una colletta appositamente 

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— 362 — 

istituita, e così togliere ogni pretèsto alla 
spedizione della truppa per aiutare i fratelli 
dell' alta Italia. Quella proposta fu da tatti 
applaudita; ma, per quanto io sappia, nessun 
deputato mise mano alla saccoccia per cac- 
ciar danaro, mostrandosi conseguente a* suoi 
plausi. La proposta ricciardiana è unica nei 
fasti e ne' tristi della storia parlamentare, ad 
eccezione di quella di Francia a' tempi di Lui- 
gi XVI; nientemeno si avrebbe yoluto che 
Ferdinando II, si fosse dato mani e piedi 
legati a que* furibondi onorevoli. Per la qual 
cosa trovo più logica la proposta applauditi^ 
sima, che segui a quella di Ricciardi , fatta 
dal caposquadra La Cecilia il quale chiese che 
il re abdicasse. In quell'aula, detta parlamen- 
tare, erano varii deputati che non voieano 
trascendere a partiti estremi, e che visto l'af- 
fare imbrogliato, fuggirono; mentre altri fu- 
rono trattenuti con la forza. 

Dopo tante proposte e controproposte, tutte 
sediziose , si venne a' voti , cioè se dovevasi 
giurare con la formola proposta da Pica , o 
con queir ultima scritta dal re e consegnata 
al deputato Cacace. Di 98 votanti, soli 9 fu- 
rono dell'ultimo avviso. Tutto questo avveniva 
quando il Parlamento ancora' non era stato 
aperto legalmente , e non si erano ricono- 
sciuti i poteri de' deputati secondo le leggi 
dello Statuto costituzionale. Quando avvenne 
poi la rotta di que' faziosi onorevoli, la mag- 
gior parte de' medesimi dichiararonsi inno- 
centi come agnelli , semplici come colombe, 
e fecero suppliche vergognose. 

Dopo quell'atto illegalissimo ed inconsulto, 

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— 363 — 

eoi quale, i cosi detti rappresentanti del po- 
polo rigettarono la proposta sovrana circa 
il giuramento , varii deputati e capisquadra , 
scesero nel sottoposto spiazzo di Montoliveto 
per inasprire gli animi della folla, incitando- 
la a gridare: Abbasso i pari, viva la Camera 
de* deputati ! mentre molti degli onorevoli 
diceano a' loro colleglli: « É ormai tempo di 
« approfittare dell'opportunità per proclamare 
«r la Costituente e poi la repubblica». Nel me- 
desimo tempo si presentarono affannati nel- 
l'aula parlamentare La Cecilia e Mileti , re- 
cando la notizia , che le regie truppe erano 
uscite da' quartieri militari per disperdere la 
Camera de' deputati ed opprimere la libertà. 
Un grido terribile di maledizione e di minac- 
ce si alzò in quella sala contro il tiranno; 
mentre quelli che più gridavano e si arro- 
vellavano, ben sapeano falsa quella notizia , 
ed altro non essere che un colpo di scena 
da essi medesimi preparato per muover gli al- 
tri a partiti estremi. 

Per meglio soffiare in quel vulcano di ar- 
denti passioni , La Cecilia fece avanzare un 
giovane pallido , che mal si reggeva , con la 
testa avvolta in fasce sanguinolente e grida: 
u Vedete cittadini 1 ecco come tratta lo sven- 
ti turato popolo quel mostro che ci governa. 
« Guardate, sempre vittime ! Egli ci massacra 
« tutti ». A quest' altra scenica apparizione , 
un grido di pietà erompette dal patriottico 
labbro di 60 onorevoli, ivi presenti ed i più 
faziosi. Il nostro eroe, Giovanbattista La Ce- 
cilia, visto che là sua parte di commediante 
producea i suoi effetti, soggiunse : « Gittadi- 

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— 364 — 

« ni ! non vi fate illusioni, il tiranno ci beffa 
« e ci opprime , non havvi altra salute che 
a le barricate ». Un gran numero di guardie 
nazionali ripetette : alle barricate ! atte bar- 
ricate ! (1). 

Trovavasi presente a quel tafferuglio il di- 
rettore di polizia, Abatemarco, ivi intervenu- 
to per ricevere la risposta dell' assemblea» 
circa T ultima concessione sovrana ; appe- 
na intese le assertive del La Cecilia , entrò 
neir aula parlamentare, dicendo: « Il gover* 
« no è calunniato, e siccome io qui lo rap- 
« presento, prendo sopra di me tutta la re- 
« sponsabilità ». Asserì in oltre di avere egli 
comunicato al general Labrano , comandante 
la Piazza di Napoli, l'ordine sovrano di non 
far uscire le truppe da' quartieri militari e 
per qualsiasi causa, affine di evitare qualun- 
que motivo di conflitto. La Cecilia lo trattò 
da illuso; il direttore soggiunse, che era pron- 
to di dimostrarlo co' fatti. In effetti usci dal 
palazzo di Montoliveto, accompagnato da tutti 
coloro che vollero seguirlo, e fece vedere ai 
più increduli, non esservi neppure pattuglie 
per le strade della città. Indi si recò dal ge- 
nerale Labrano, e trovò che gli ordini del re 
erano stati eseguiti, circa la rigorosa conse- 
gna delle truppe ne' quartieri. Ma si predi- 
cava al deserto; a que' truculenti settarii, ca- 
muffati a rappresentanti del popolo , giovava 
far credere che il re volesse assolutamente 
sbarazzarsi di loro ed opprimere la libertà. 

(t) Estratto dal Cenno Storico degli avvenimenti 
di Napoli del medesimo La Cecilia p. 39. 

■ 



_ 365 — 

Per la qual cosà vari deputati sediziosi, trai 
quali Zuppetta, Petruccelli, Carducci, Mauro, 
de Luca, Romeo, Spaventa e 1* ex-ministro Sa- 
liceti corsero a* balconi , gridando alla sotto- 
posta folla faziosa : <* Cittadini ! La Camera 
u è soffogata dalle armi regie, la Guardia na- 
« zionale difenda la Costituzione: si facciano 
« le barricate t » Que' deputati mandavano gli 
altri a sicuri cimenti, mentre essi si conser- 
vavano T onorevole pelle pe' futuri onori ita- 
lici, e per godersi poi scandalose ricchezze 
a danno di quel popolo che diceano voler re- 
dimere dalla schiavitù borbonica e farlo fe- 
lice. 

Quelle parole furono faville che destarono 
un orribile incendio; tutta la coorte de* fa- 
ziosi ivi radunata, tutt' i nullatenenti grida- 
rono: all' armi, aW armi ! La patria è in pe- 
ricolo , il re ci tradisce ; alle barricate l ri- 
petendo, in cotal modo , la cicalata impressa 
a memoria, dettata da' loro duci e maestri. 
Tosto la Guardia nazionale die ne' tamburi, 
battendo la generale; e ciò ad onta del suo 
comandante, brigadiere Pepe, che fu insul- 
tato e minacciato da que' mentecatti, perchè 
Toleà ricondurli alla ragione. Immantinente 
si corse alla chiamata , riunendosi guardie 
nazionali, operai, lazzaroni , illusi e faziosi, 
la maggior parte per pescare nel torbido e 
far fortuna con la roba altrui; e tutti corse- 
ro a far barricate. Nel medesimo tempo fu 
spedito dagli onorevoli il deputato, conte Giu- 
seppe Ricciardi presso l' ammiraglio della flot- 
ta francese, Baudin, ancorato in questa rada, 
per chiedere protezione ed aiuti, dovendosi 

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— 366 — 

proclamare la repubblica simile a quella di 
Francia, e quello eh' è più, a pregarle di ac- 
gliere ed ospitare i profughi deputati in un 
possibile rovescio. Queir ammiraglio fu pro- 
digo di cortesi parole, ma senza fare alcuna 
promessa. Quando poi il caposquadra La Ce- 
cilia gli mandò due uffìziali francesi , per 
invitarlo ad aiutare i ribelli con le sue for- 
ze , quegli ne mise uno agli arresti , di- 
chiarando che non avrebbe dato alcuno aiuto 
alla rivoluzione, anzi sarebbe stato pronto 
prestarsi a favore 'del re, se questi Y avesse 
desiderato. Baudin si mostrava un pò* favore- 
vole a Ferdinando II, perchè gl'inglesi pro- 
teggevano i faziosi napoletani; intanto si di- 
ceva da costoro, che quel sovrano si avesse 
comprato la protezione dell' Inghilterra ! 

Verso la mezza notte del 14 al 15 màggio 
si cominciarono ad alzar le barricate per le 
vie di Napoli, lavorandovi guardie nazionali, 
murifabbri, presi con la forza, calabresi, si- 
ciliani, varii deputati, stranieri, e qualche uf- 
fiziale travestito della flotta francese dirigeva 
quo' lavori. Per innalzare quelle barricate si 
ricorse all'arena del mare , al lastrico delle 
strade, si tolsero con la forza carrozze padro- 
nali e di affitto, carri, botti, porte, panconi, 
barracche di venditori d'acqua, banchi di ar- 
tigiani, scranne di chiese, confessionali e tutto 
quello che capitava sotto le mani di quegli 
sciagurati. Costoro s'impadronirono di varii 
magazzini di legname; tenuti da particolari ; 
scassinarono varie rimesse, tra le quali quella 
dell'ex ministro Ferri al Palazzo de Rosa a 
Toledo, per prendersi le carrozze. 

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— 367 — 

Il principe di S. Giacomo, ritornando dal 
principe Cariati, frettoloso transitava Toledo» 
e poco prudente ed assai vanitoso, andava gri- 
dando: lasciatemi passare che ho una missio- 
ne importante presso il re 1 » Non l'avesse mai 
detto: i bar ricatari esclamarono: Non vi è più 
re I lo fecero scendere dalla vettura, la qua- 
le servi a fortificare le barricate , costrin- 
gendo quel principe a fatigarvi con gli altri. 
Però, col favor delle tenebre ed in quella con- 
fusione ei trovò il mezzo di fuggire e giunse 
alla presenza del re, senza cappello e con gli 
abiti in disordine, laceri ed imbrattati di ter- 
ra. A quella vista Ferdinando gli domandò : 
Ma chi vi ha ridotto in questo stato mise* 
rando t donde venite ? Il povero principe, 
che appena potea parlare, a stento espose ciò 
che gli era accaduto. 

Le prime barricate si alzarono a Toledo e 
propriamente a San Nicola lala Carità, poi a 
S. Brigida e la mattina del 15 a S. Ferdinan- 
do ; queste due ultime erano le più solide ; 
altre se ne eressero a S. Carlo, a Ghiaja, a 
Montoliveto, a S. Teresa; a Castel Capuano, 
a Santa Maria di Agnone ed altrove; fatigan- 
dosi in tutti que' sili con una infernale ra- 
pidità. 

Mentre quei diavoliò succedeva per le vie 
di Napoli, gli uomini di cuore ed affezionati 
alla dinastia, erano corsi al palazzo reale per 
dividere con la real famiglia i pericoli che la 
minacciavano. Tutta quelle gente distintissima 
pregava il re a pensare alla sua sicurezza ed 
a quella de' suoi, consigliandolo di chiamare. 
uno o più reggimenti, per metterli a guardia 



— 368 — 

della Reggia , e che altra truppa fosse man- 
data per abbattere i segni di ribellione che 
si trovavano per la città. Ferdinando non a- 
derì a tutto quello che gli fu consigliato; sol- 
tanto verso le due del mattino , ordinò che 
un reggimento di cavalleria uscisse dalle ca- 
serme e si avviasse alla Reggia per difen- 
derla dall'audacia settaria. Nel medesimo tem- 
po die ordine ai ministero di stendere un de- 
creto col quale si rigettava V ultima forinola 
del giuramento da lui proposta , e che i de- 
putati giurerebbero dopo che fosse da' mede- 
simi svolto lo Statuto ; era tutto quello che 
potea concedere. Mandò il brigadiere Pepe, 
comandante la Guardia nazionale, allora affa- 
cendata ad alzar barricate, onde farle sentire, 
che essa tradiva il suo nobile officio , mo- 
strandosi più di tutti intemperante e faziosa; 
che già avea concesso lutto quello che de- 
sideravano i più rivoltosi deputati; quindi che 
desistesse dal promuovere rovine e sangue. 

Pepe corse in mezzo a* suoi subalterni, ri- 
petendo quanto il re aveagli detto; ma fu fi- 
schiato e minacciato di morte. Ferdinando , 
avendo inteso che nulla avea ottenuto quel 
brigadiere , fece chiamare a sé il de Picco- 
lellis, colonnello della medesima Guardia na- 
zionale , dicendogli : « A forza dunque i se- 
« diziosi vogliono pascersi nella guerra civile 
« e nel sangue? Ma che altro si chiede, che 
« altro si pretende da me ? Ho concesso tutto 
« quello che si volea da' deputati , il mini- 
« stero si sta occupando del decreto; perchè 
« dunque le barricate sono. ancora in piedi 
« anzi si rafforzano ? » Finì coir incaricarlo 

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— 369 — 

di recarsi a Montoliveto e di assicurare gli 
onorevoli, in seduta permanente, che si apri- 
rebbe subito il Parlamento , senza prestarsi 
alcun giuramento di questo si parlerebbe do- 
po che fosse svolto lo Statuto. 

Che Ferdinando II tutto avea concesso per 
lon fare insanguinar Napoli, non son'io che 
lo affermo, ma lo stesso Giovambattista La Ce- 
cilia nel suo Cenno storico a pag. 44. Costui 
però , siccome maligna tutte le più belle 
virtù di quel sovrano , attribuisce le conces- 
sioni alla trepidanza del Borbone, perchè la 
notte faceagli credere formidabili le difese 
innalzate (da' patrioti) immenso il numero dei 
propugnatori. Qualunque si sieno le ragioni 
che determinarono il re a ceder tutto quello 
che vollero i più sediziosi deputati , non si 
può negare che addivenne a quanto si do- 
mandò da lui; quindi le stragi del 15 maggio 
furono volute da* settarii; cadendo così le as- 
sertive del medesimo La Cecilia, che contrad- 
dicendosi afferma, essere stata opera nefanda 
del Borbone la rivoluzione di quel giorno ne- 
fasto. 

De Piccolellis si recò a Montoliveto , fa- 
cendo nota la novella concessione sovrana, e 
la gioia si diffuse in tutti coloro che abor- 
rivano la guerra civile; ma i più demagoghi 
deputati, in cambio di contentarsi, soffiavano 
sempre più nel fuoco della rivolta, gridando 
alle barricate ! De Piccolellis non avendo 
nulla ottenuto da que' forsennati, si ritirò, e 
neppure ebbe il coraggio di ritornare dal re. 
Questi era impaziente di sapere il vero stato 
delle cose, non potendo comprendere il per- 

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— 370 — 

che non si desistesse dalla guerra civile, 
mentre egli avea concesso tutto quello che i 
deputati aveano domandato. In conseguenxa 
di che fece chiamare il sindaco della città, 
Antonio Noya, ed il colonnello Letizia, anche 
della Guardia nazionale , e replicò a costoro 
quel che avea detto al de Piccolellis, chieden- 
do spiegazione del perchè i deputati non fos- 
sero rabboniti e perchè si continuasse a far 
le barricate. Letizia rispose che un Giovam- 
battista La Cecilia, capitano di un battaglione 
della Guardia nazionale, funzionante da mag- 
giore, di recente ritornato dall' esilio ed im- 
piegato da poco nel ministero, avea dato prin- 
cipio alle barricate presso S. Nicola alla Ca- 
rità, e che era il più arrabbiato di tutti i fa- 
ziosi, insinuando a' suoi dipendenti le sue 
inattuabili idee e le più strane utopie; quin- 
di l'esaltamento era tale che nessuna cosa po- 
tea più frenare il cieco impeto di lui e quello 
de' suoi subalterni ed amici. 

Il re risoluto di accomodare tutto e scan- 
sare la imminente lotta , incaricò il sindaco 
e Letizia che usassero ogni mezzo possibile 
per indurre La Cecilia a ricomporre la tran- 
quillità. I medesimi, avendo poca fiducia nel- 
l'esito della loro missione, consigliarono Fei*- 
dmando, che desse loro un buon numero di 
soldati per abbattere le barricate. Il sovrano 
rispose ad alta voce, e l'intesero tutti quelli 
che trovavansi presenti: « Non voglio soldati, 
« non voglio che si vegga la minima ombra 
« della divisa militare. La distruzione delle 
« barricate deve eseguirsi da' villici ; e voi 

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— 371 — 

« sig. sindaco troverete le persone atte a 
« quest' officio. » 

Noya e Letizia , uniti a* deputati Belletti e 
Riso, si recarono a Toledo e tentarono con 
le buone di persuadere i più ostinati a desi- 
stere da queir opera sì nefasta alla patria. 
Ebbero in risposta prima fischi, poi irrida, e- 
sciamandosi: Siamo traditiì nelle sole barricate 
sta la guarentigia de 9 nostri dritti; in ultimo 
i barricatori spianarono loro in faccia i fu- 
cili. Que' mentecatti appartenevano quasi tutti 
alla Guardia nazionale, e si disse che erano 
sobillati da Pietro Mrieti e dal La Cecilia 9 
ma più di questi due capisquadra dal prete 
Àbignenti canonico di Sarno. Costui per mag- 
giore scandalo era abbigliato in sottana, man- 
tello e tricorno, predicando la guerra civile, 
Testerminio contro il tiranno e contro i sa- 
telliti della tirannide. 

1 quattro pacificatori ritornarono dal re ed 
esposero lo stato delle cose, consigliandolo di 
prendere una energica risoluzione, in caso di- 
verso Napoli sarebbe andata a soqquadro; con- 
chiusero , che per disfarsi le barricate era 
necessario adibirsi un drappello di soldati i- 
nermi , guarentiti d* altri in armi , se mai 
i primi venissero offesi. « No, esclamò Fer- 
« dinando, non voglio soldati, vi ho detto che 
a non voglio armi. Credete forse, che voi soli 
« avete il coraggio di togliere quelle barri- 
« cate con la forza? Il coraggio non istà nel- 
u V eseguirlo ma nel comandarlo. » Parole 
sublimi di vera carità patria ! basterebbero 
queste soltanto » per istrozzare in gola dei 
suoi detrattori tutte le calunnie eruttate con- 

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— 372 — 

tro quel sovrano, dipingendolo feroce e saa- 
guinario. 

Il re tentò ruttima prova che restavagh per 
iscongiurare la imminente catastrofe volata 
da' demagoghi: ordinò che le truppe, le quali 
erano uscite dalle caserme alla Toce della 
rivolta , ed aveano presa le posizioni del pa- 
lazzo reale , del largo del Castello e Merca- 
tello , si ritirassero immediatamente ne* ri- 
spettivi quartieri. In questo modo sperava che 
le barricate fossero o distrutte o abbandonate 
da' ribelli ; avvenne però tutto ali" opposto» I 
barricatori, vedendosi liberi, ne alzarono al- 
tre; se ne disfecero due soltanto, una al Gesù 
Nuovo e T altra a Montoliveto , e furono di- 
sfatte in modo da potersi ricostruire in* un 
momento. Fu allora che il generale Garo- 
falo, e Pepe, uniti ad altri uffiziali superio- 
ri, si fecero seguire da sessanta soldati tra 
granatieri e cacciatori inermi, per aiutare la 
distruzione delle barricate. 

Non appena si avanzarono per Toledo , i 
rivoltosi spianarono i fucili e con grida da 
forsennati, chiamarono traditore il Pepe, mi- 
nacciandolo di crivellarlo con palle di moschet- 
to. Ai soldati intimarono: Appena toccate le 
barricate sarete morti. Il deputato Romeo ed 
il caposquadra Mileti, debitori della lor vita 
al soprano, erano quelli che più aizzavano i 
barricatori armati, contro que' militari iner- 
mi. Eglino faceano i gradassi non tediando 
armi regie, e credevano debolezza e pcura 
le concessioni e la carità patria del re. 

In quello stato di orribile trepidazione si 
passò in Napoli la notte dal 14 al 15 maggio, 

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— 373 — 

-«d a causa dell'ambinone settaria di pochi de- 
putati e d' altri furenti demagoghi. Intanto, 
se domandate a costoro» oggi nostri aristocra- 
tici e ricchi padroni, quali furono le cause 
che produssero il 14 e 15 maggio del 1848, 
essi vi risponderanno , che Ferdinando II, 
consigliato da' Gesuiti e dall'Austria, fece al- 
zare le barricate in questa città , per istotf- 
nare la guerra di Lombardia, e per avere un 
pretesto onde togliere quella Costituzione che 
avea giurato il 54 febbraio di quello stesso 
anno. Però , notato impudenza e contrad- 
dizione settaria; quelli stessi che oggi vi ri- 
spondono in questo modo, con la sfrontatez- 
za de* codardi in sicuro , soggiungono , che 
congiurarono contro quel sovrano, che si ser- 
virono delle medesime sue concessioni per 
meglio offenderlo, e che poi le rifiutarono a 
ragion veduta, perchè era stabilito tra loro di 
«detronizzarlo dovendo far « l'Italia una ». 



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CAPITOLO XV. 
SOMMARIO 

I generali provvedono alla sicurezza della Reggia, 
minacciata da 7 rivoltoti, ed il re addiviene a quella 
misura dopo replicate preghiere. Altre inutili prati- 
che per disfar le barricate. Comincia la lotta a S. 
Ferdinando e li estende a S. Brigida, largo del Ca- 
stello, strada della Concezione, di S. Giacomo, de'Fio- 
rentini ed altri luoghi. 1 regi son vincitori dovun- 
que. Conseguenze di quella lotta. I deputati riuniti 
in Montoliveto fan pazzie e burattinate. Sono disciol- 
ti. Taluni ritornano alle loro case, altri vollero rifu- 
giarsi sulle navi francesi. Parecchi di que 7 demagogia 
fan suppliche al re. La Guardia nazionale è dtaciol- 
ta per essere riorganizzata. La Camera de 7 deputati 
è anche disciolta, e si convocano i Collegi elettora- 
li. I deputati incorreggibili fuggono da Napoli e su- 
scitano altre ribellioni nelle province. 

Spuntava l'alba del 15 maggio 1848, forie- 
ra di disastri e di sangue; ad accrescere i 
trambusti e dar più ardire a' faziosi napole- 
tani, quella stessa mattina, sbarcarono altri 
300 ribelli siciliani , bene armati e decisi a 
mettere a soqquadro questa città» Mileti , i 
deputati Barbarici , Ricciardi ed altri inci- 
tavano sempre più la folla de' s«doicsi e dei 
nullatenenti, accorsi all'odor del saccha^io. 
Ricciardi andava ripetendo: « La situazione è 

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— 375 — 

«e mutata di molto da ieri in poi: per conse- 
« guuenza diverso esser debbe il nostro lin- 
« ffaaggio con la Corona. » Non si contentava 
più delle concessioni che avéa domandate al 
re il .giorno precedente, avrebbe voluto per 
lo meno che questi abdicasse, e si fosse sot- 
tomesso ad un giudizio dagli onorevoli, come 
I*uigi XVI di Francia. 

Si pubblicò da vari scrittori , che il capo- 
squadra La Cecilia fosse stato quegli che 
giù di tutti avesse predicata la guerra civile; 
ciò è verissimo, ma fino alla mattina di quel 
giorno nefasto. Quando però vide poche es- 
s*re le forze de* ribelli e non solide le bar- 
ricate , da rivoluzionario accorto cambiò lin- 
guaggio, e per lo meno, avrebbe voluto pro- 
crastinare l'attacco contro i regi, e difatti si 
coopero presso i caporioni suoi amici , ma 
senza risultato. 

I rivoluzionarii già accennavano ad assalir 
la Reggia; i ministri Conforti e Scialoia si 
vantavano pubblicamente, che la sera del 15 
maggio,. si sarebbero coricati da padroni nel 

gilazzo reale. Si affermava che il deputato 
arbarisi avesse avuto l'audacia di dire allo 
stesso Ferdinando II: Se non abdicate, corre- 
rete la sorte di Luigi XVI ! 

I generali, visto lo stato minaccevole dei 
ribelli, ed il pericolo del re con tutta la real 
famiglia, alle 6 del mattino , fecero uscire, 
senza ordine sovrano, i reggimenti dalle ca- 
serme, e facendoli marciare con la precau- 
zione imposta dalle circostanze, li condussero 
in varii punti della città. Due reggimenti di 
svizzeri* con due squadroni di lancieri e due 

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— 376 - 

compagnie di pontonieri occuparono il larga 
del Castello, estendendosi fino allo sbocco 
della strada 5 Brigida, dalla parte della fon- 
tana degli Specchi; altro reggimento svizzero 
con uno squadrona di lancieri ed una mezza 
batteria prese posizione al piano del Merca- 
tello. Un battagliono^del 2* granatieri delia- 
Guardia, due di cacciatoti, un altro della rea* 
marina, il reggimento degli usseri, un batta** 
glione di zappatori ed una batteria a cavallo 
si accamparono nel piano della Reggia, esten- 
dendosi per la calata del Gigante fino a S. 
Lucia; ed erano sotto gli ordini del general 
Lecca. Altri battaglioni eransi postati agir 
Studi, alla Vicaria ed al Mercato. 

Quando il re vide quella soldatesca attorno- 
a sé, rimproverò i generali e volea farla ri- 
tornare ne* quartieri ; ma costoro esposero 
francamente gì' stendimenti de' faziosi e la 
necessità della difesa, anche per salvare Vo- 
nor militare, perchè taluni ribelli diceano,. 
essere la truppa ammutinata contro i supe- 
riori, ed altri l'aveano proclamata codarda, 
Ferdinando, conosciuta indispensabile la mi- 
sura presa da' suoi generali, spedì il briga* 
diere Carascosa a' ministri invitandoli a pren- 
dere una determinazione per iscongiurare 
l'imminente disastro. La risposta de' ministri 
non giungeva; intanto sotto i baffi de' soldati 
a guardia della Reggia, si alzò un' altra for- 
midabile barricata, che occupava lo spazio 
dal vico Nardones al palazzo Girella, proprio 
nei piano di S. Ferdinando ! Que' militari e- 
rano frementi per tanta audacia e disprezzo» 
e voleano dare addosso a' barricatori; ma fu* 

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— 377 — 

rono. impediti: da' loro superiori; i quali avea- 
bo ordine dal re di difendersi soltanto se 
fossero «tati aggrediti. 

Verso le dieci e mezzo , si sparse la voce 
ohe Ferdinando II avesse ceduto a tutto (cioè 
altra concessione non potea fare che addive- 
nire alla sua abdicazione !) e che quello stes- 
so giorno si sarebbe aperto il Parlamento na- 
zionale, dopo che si fossero disfatte le barrica- 
te, e la truppa fosse rientrata ne' quartieri. 
In effetti il vicepresidente de' deputati, Vin- 
cenzo Lanza, avea bandito un manifesto alla 
Guardia nazionale, ringraziandola per la cu 
vile, e dignitosa attitudine, con la quale avea 
difeso % dritti della nazione e del Parlamen- 
to: in ultimo invitavala a disfare le barricate, 
onde in quel giorno aprirsi la nazionale as- 
semblea , senza alcuna dispiacevole ricor- 
danza ! 

Mi è lecito supporre , se altra causa di 
slealtà non vi fosse stata , che le fibre del 
vice-presidente Lanza sieno state invase da 
un brivido di timore, comunicato da quel» 
l'apparato bellicoso ; dappoiché , alle ciarle 
subentrava la eloquenza di ben altro linguag- 
gio, cioè quello più persuasivo dell' immi- 
nente voce del cannone. 

Egli ed i suoi aderenti supponeano che 
gli svizzeri, ed anche i reggimenti nazionali, . 
avessero fatto comunella co'rivoluzionari, per- 
chè noti repubblicani, perchè aveano accet- 
tato qualche sigaro da' patrioti, e perchè un 
generale anche svizzero, Baumann, forse per 
non essere annoiato di più , avea promesso 
a Pietro Mileti , col quale avea combattuto 

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— 378 — 

in Russia, che non si sarebbe battuto conta» 
i rivoltosi. Quando però videro tutta' la guar- 
nigione di Napoli pronta a battersi contro 
qualunque sommossa , tentarono riparare le 
loro provocazioni e quelle degli libri onore- 
voli; ma era troppo tardi : una volta scate- 
nata la ribellione, non sta più nel potere dei 
capi imbrigliarla o moderarla; è lo stesso che 
volere impedire l'esplosione di una riserva 
di polvere dopo di avervi appiccato il fuoco. 

In effetti, quel manifesto del Lanza si spar- 
se in un baleno, ed apportò la gioia nella Reg- 
gia ed in tutt' i pacifici cittadini. Un contrario 
effetto produsse ne' demagoghi, che divennero 
più furibondi , e non vollero capire essere 
stato quello un tranello di taluni onorevoli 
teso alla truppa ed al re , e ciò malgrado di 
averne ricevuto assicurazioni che avrebbero 
cominciato da capo a tempo più opportuno. 

Difatti, appena Ferdinando ebbe notizia del 
manitesto del vice-presidente Lanza, die l'or- 
dine agli svizzeri di ritirarsi ne' loro quartieri e 
fu subito obbedito. Ma, mentre qu e' reggimenti 
esteri ritiravansi, i faziosi li fischiavano, dando 
loro del vile, e proseguendo a fortificar le bar* 
ricate. Taluni uffiziali della Guardia nazionale 
di Ghiaia si recarono nel piano del palazzo 
reale per protestare, che i loro subalterni non 
avrebbero permesso di veder passare truppa 
in armi davanti a' loro quartieri, A quegli 
uffiziali burbanzosi fu risposto con dignità 
militare dal generale Lecca; e costoro, smessa 
la boria , per la troppo longanimità del so- 
vrano, se ne ritornarono quatti quatti dond'e» 
rano venuti. 

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— 379 — 

fatante era giunta l'ora fatale in cui consumar 
doveasi da' settari! il più atroce misfatto, in- 
sanguinando una delle più floride città di Eu- 
ropa , senza ragione e senza speranza di fa- 
vorevoli risultati. Toccavano appena le undici 
del mattino , ed il segnale della lotta partì 
dalla barricata di S. Ferdinando. 

Gli scrittori rivoluzionarii, con quella buo- 
na fede che sempre li . distingue , pubblica- 
rono , che il segnale della cruenta lotta fu 
dato per ordine del re , e cominciata da un 
domestico di Corte, certo Francesco Lazzaro; 
tra gli altri lo assicura il poco veridico sto- 
rico-romanziere La Cecilia nel suo Cenno 
storico a pag. 48. Costui , contraddicendosi 
sempre, si era dimenticato che poche pagine 
prima avea detto : « E pure a malgrado di 
« tannarmi ed armati che cingevano la Reggia 
« trepidava iì Borbone, tenendosi incerti gli 
« animi de' consiglieri.» 

Altri scrittori, tra* quali il francese Viscon- 
te d'Arlincourt, e il cav. de Sivo , addebitano 
al medesimo La Cecilia il segnale della fra- 
tricida lotta. Ma ciò non è vero , e quV be- 
nemeriti storici si sono ingannati; dappoiché 
quel caposquadra trovavasi allora al suo po- 
sto, nel largo della Carità, incaricato di spiare 
l'andamento degli avvenimenti di quel giorno^ 
e rapportarli agli onorevoli, in seduta perma- 
nente nelle sale di Montoliveto : ed in quel- 
F officio era anche aiutato potentemente dal 
francese Levraud, antico violinista, ed allora 
ministro della repubblica francese. Egli , La 
Cecilia ,* come ho detto di sopra , andava di- 
cendo , che non sarebbe stato prudente pro- 

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— 38Ò — " 

vocar la lotta, non avendo, i rivoltosi, proba- 
bilità di vincere : non pertanto, al sentire il 
segnale della lotta fece battere la generate 
e suonar le campane a stormo, conducendd 
parte de' suoi dipendenti dalla parte di san 
Ferdinando. 

Quel segnale di sangue e di disastri lo die 
un canonico di Sarno, il Rmo D. Filippo 'A- 
bignenti: che vestito in àbito ordinis, ed invev 
stendosi dell' autorità di un Achimelech , in- 
dusse i più faziosi , postati alla barricata di 
S. Ferdinando, a trarre le prime fucilate con- 
tro i regi, pacificamente accampati nel piano 
della Reggia. Quelle fucilate furono prece- 
dute da urli e battimani, ed altre se ne tras- 
sero immediatamente dal palazzo Girella, uc- 
cidendo un granatiere della Guardia e ferendo 
un uffiziale. 

I soldati stavano riposando, perchè stanchi 
ed abbattuti dalle continue veglie; la maggior 
parte erano sdraiati a terra e dormicchiavano. 
A quella inattesa provocazione, balzarono fu- 
ribondi in piedi ed in grande disordine, gri- 
dando : siamo traditi / nel medesimo tempo 
scaricarono all' impazzata i loro fucili contro 
gli sleali oppressori. Gli uffìziali fecero ogni 
sforzo per trattenerli, ma tutti gridavano: a- 
vanti l avanti ! non vogliamo esser traditi 1 
insomma la disciplina era vinta dall'ira. 

Mentre i generali e la gran maggioranza 
degli uffiziali, per uniformarsi a* voleri so- 
vrani, opponevansi allo slancio de'soldati, fi- 
no al cimento di essere uccisi da' medesimi, 
taluni ministri, che non si erano fatti vivi in 
quella mattinata, stando alle vedette nel pa- 

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— 881 — 

lazzo della Foresteria , per assicurarsi del 
contegno della truppa nel momento che la 
stessa fosse stata aggredita da' patrioti, vista 
la mala parata, ebbero paura ; e sbiettando 
in quella confusione, si presentarono al re. 
che trovarono nel suo oratorio privato. 

Quegl' impudenti ministri , organizzatori 
della guerra civile, importunarono per l'ulti* 
ma volta quel sovrano, ripetendogli ancora di 
oedere a' voleri della nazione, descrivendogli 
Napoli straziata dal furore soldatesco. Que- 
st' ultima visita de' ministri mi autorizza a 
supporre non essere stato vero che costoro 
avessero proibito alle guardie nazionali di 
far fuoco contro la truppa. Eglino facon* 
do aggredir questa , pacificamente' accampa- 
ta nel pianò della Reggia , speravano otte- 
nere, o il risultato, che le regie milizie non 
si fossero battute, o di spaventare il re, de- 
scrivendogli le stragi di quella guerra civile 
e farlo cedere in tutto; mentre ben sapeano 
che egli abborriva il sangue. 

Ferdinando II rispose loro con calma dicen- 
do; « Che cosa volete che io ceda? disse loro, 
« che mi faccia massacrare insieme alla trup- 

* pa, già assediata, ed a cui nemmeno si vuole 
« concedere libero il passo per ritirarsi nei 
« propri quartieri 1 io ho in tutto ceduto, e 
« nulla mi resta a cedere, che non fosse la 
«♦ corona, la vita, il mio e V onore de' miei 
« soldati l Cedete voi: dite ai ribelli di non 
» far fuoco contro i soldati, di abbattere le 
« barricate, e di dar libero il passo alle mi- 
« lizie per ritirarsi pacificamente ne' quartie- 

* ri militari". Quei ministri obbiettarono: che 

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— 382 — 

non aveano la possanza di ottener tanto dai 
ribelli; quindi si dichiararono- dimessi dai loro 
officio ed andarono via. 

Tutt' altro avveniva nel largo della Reggia 
ed in via Toledo, al segnale delia lotta. Gran 
parte della Guardia nazionale si era riunita 
dietro varie barricate di quella via, ed in buon 
numero dietro quella di S. Ferdinando. Si 
volle allora far credere che non furono le 
guardie nazionali che si battettero contro i 
regi , ma il popolo : sentite quel che dice il 
solito nostro storico e caposquadra La Ceci- 
lia : (1) « Al primo trarre dei cannoni > la 
« folla , che avea ingombrato il largo della 
« Carità , che si era tanto opposta a disfar 
« le barricate , spariva qome per incanto 
« magico ; rimanea al suo posto la Guardia 
« nazionale , Pietro Mileti co* calabresi ed 
» altri provinciali. » Or, sentite pure come si 
contraddice grossolanamente il nostro storico 
caposquadra , e nientemeno dia pagina se* 
guente del luogo citato : « Si combattea con 
« egregia fortuna dal popolo sino alle tre 9 
« quando finite le munizioni rallentarsi il 
« fuoco dal palazzo Girella ; arrogi che la 
«i poca guardia nazionale impegnata a com- 
« battere mancava di munizioni e coloro fra 
« essi che aveano dieci cartucce erano i me- 
«glio provvisti». Così, tra gli altri strafalcioni 
ci vuol far credere , che con dieci cartucce 
si possa far fuoco, ed in una sommossa popo- 
lare, ed in continuazione per quattro ore! Gli 

(1) Cenno storico siigli avvenimenti di Napoli 
del 45 maggio, pag. 53. 



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— 388 — 

scrittori patrioti ritengono per imbecilli i loro 
lettori: e eerto son tali quelli che amano di 
essere ingannati per ispirito di parte. 

Mentre i* superiori delle regie milizie fa- 
éeano tutti i possibili sforzi per non assal- 
tare la barricata di S. Ferdinando , i ribelli 
giudicando viltà quella confusione ed esitan- 
za ad essere corrisposti, fecero un ben nutrito 
fuoco di fila su quella truppa disordinata. Fu 
allora che i generali si decisero dirigere lo 
slancio de' loro dipendenti. 

Il primo , ad avanzarsi contro la barricata 
di S. Ferdinando, fu il brigadiere Carascosa, 
alla testa di un battaglione di granatieri della 
Guardia. Immediatamente venne seguito dai 
generali Selvaggi , Ischitella e Ferdinando 
Nunziante — ritornato allora da Caserta, per 
farsi scudo alla vita del suo amato sovrano- 
Si fece avanzare l'artiglieria a cavallo, ma due 
tenenti della stessa, per segreti patti col ne- 
mico , non si fecero trovare , portandosi le 
chiavi de' cassoni , ov'era la munizione; però 
1' aiutante di Merinch , secondato dagli arti- 
glieri, spe««ò le serrature a colpi di sciabola, 
e fece caricare i pezzi che trassero sulla bar- 
ricata; le palle e la mitraglia la scossero sen- 
za abbatterla. Vedete , lettori miei , quanto 
fossero preparati i regi ad aggredire: col ne- 
mico di fronte che l'insultava e li minacciava, 
neppure aveano caricati i cannoni ! 

I faziosi resistevano con ammirabile corag- 
gio , avendo avuto la promessa dal .generale 
Roberti, comandante il castel S. Elmo» che sa- 
rebbe dalla parte loro e contro i suoi com- 
pagni d'armi; difatti quel generale avea proi- 



bito a quel presidio qualunque dimostrazione 
ostile contro i patrioti. Però il maggiore Za* 
netti ? nulla curando gli ordini del Rober- 
ti, al segnale della lotta, alzò bandiera rossa, « 
diede agli altri Castelli l'avviso dell'allarme con 
una cannonata, da'quali fu imitato (1). Il rombo 
di quelle cannonate fece trepidare per un'i- 
stante i difensori delle barricate ; ma accer- 
tandosi che non si traeva a palla , ripresero 
animo e proseguirono accanita la cominciata 
lotta; 

I soldati che si avanzavano contro la barri- 
cata di S. Ferdinando erano fulminati di fronte 
da' ribelli appiattati dietro i ripari, facendo un 
incessante fuoco di fila, e da quelli de' bai* 
coni laterali fortificati con stacchi di terra e 
materassi. Allora i generali si decisero di 
abbattere i portoni, e far salire i loro dipen- 
denti sopra que'medesimi palazzi donde par- 
tiva una miriade di fucilate. Questa manovri 
venne eseguita immediatamente da una eosa- 
pagnia del reggimento Eeal Marina, la quale 
prese posizione sopra le terrazze ed i balconi 
cacciandone i difensori. Inoltre si fecero Hi- 



fi) Ecco quel ch§ scrisse a questo proposito il 
celebre generale Guglielmo Pepe , nella «ut Storia 
d' Italia a pag. 116 e 121: « Il generale Robert, 
« uomo e cittadino pila di essere soldato , il 15 
« maggio non volle obbedire al Re. I cannoni di S. 
« Elmo erano stati caricati a polvere soltanto. — 
« Fra la destituzione e il fratricidio , scelse le 4*- 
« sUtuzione. è Si parla in simili casi di desfia» 
zionei? eeiò perchè il sovrano era un Ferdinando D, 
che non fucilò mai i militari felloni. 



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-885 — 

Uro varie compagnie di granatieri della Guar- 
dia sopra le terrazze della Foresteria , altra 
della real marina sulla casa Zabatta, e da colà 
fulminavano i ribelli , che faceano fuoco dal 
palazzo Girella e d'altri luoghi adiacenti. 

Il fragore de' colpi avea fatto ritornare in- 
dietro gli svizzeri; un battaglione giunse alla 
corsa, nel piano di S. Ferdinando ed assali 
quella barricata con grande impeto ; e seb- 
bene ebbesi valida resistenza, perchè dietro 
la stessa si sparava con spingardi e boccacci» 
come del pari da' balconi laterali, pure stet- 
tero fermo alla pugna. In quel conflitto mo- 
rirono molti soldati èsteri e nazionali ; un 
chigurgo regio venne ferito, il generale En- 
rico Slatella , cadde anch' egli ferito da una 
fucilata , trattasi da un balcone (2) ; ma si 
alzò, continuando ad incoraggiare i suoi di- 
pendenti : poi vinto dal dolore e dall' abbon- 
danza del sangue versato, fu condotto al pa- 
lazzo reale. 

Era trascorsa un* ora dacchò si combattea 
per abbattere la barricata di S. Ferdinando; 
e quando i regi la videro meno solida, vi si 
slanciarono sopra, uccidendo e facendo pri- 
gionieri qua' della Guardia nazionale e gli al- 
tri ribelli che la difendevano. Intanto dal pa- . 
lazzo Girella prosegui vasi a fare un micidiale 
fuoco sopra i vincitori, per la qual cosa fa 
necessiti assaltarlo: il portone dello stesso re- 
fe) Si ditta, e l'afferma anche 11 Visconte d> Ar- 
llncourt, Mila sua Italie Roug* a ptg. ti 9, che 11 
colpo venne tirato da un balcone vicino, dalla prima 
donna del gran Teatro, san Carlo, Tersalna Brambilla. 

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— 386 — 

sisteva validamente v ma cedette alla fine a* ^ 
grandi e replicati urti. Gli assalitori irruppero " 
in tutte le camere, e furono ricevuti a fuci- 
lato dagli assaliti : perlocchò ivi avvennero 
massacri indescrivibili dall' una e dall' altea 
parte de* combattenti. Le guardie nazionali, 
vedendosi strette dapertutto, si argomentaroao 
gittar via la divisa, fino a restare in mutan- 
de, sperando cosi di non essere riconosciute. 

I soldati però conoscevano i ribelli all'odore 
della polvere che tramandavano le mani di 
costoro. Quelli che resistevano erano uccisi, 
gli altri che si sottomettevano fatti prigionie- 
ri. Taluni si gittarono da' balconi per non sot- 
tomettersi o per non essere uccisi, ma pochi 
si salvarono con quel mezzo, la maggior par- 
te perirono; e suppongo che sia stato questo 
il fondo di verità circa tutto quello che pub- 
blicarono i faziosi , cioè che gli svizzeri get- 
tassero da' balconi le guardie nazionali, i ri- 
belli e le donne. 

In quel palazzo si trovò gran quantità d'ar- 
mi, di munizioni e strumenti da guerra. I 
soldati vi presero posizione, proteggendo così 
l'avanzarsi de* loro compagni, che assaltavano 
con successo la seconda barricata , mentre, 
dall' altro palazzo rimpetto a quello di Girel- 
la, altre guardie nazionali faceano un inces- 
sante fuoco di fucileria sulla truppa: assalito 
queir altro fabbricato, anche colà avvennero 
le stesse scene di sangue. Sopra un balcone 
fu trovato un prete ucciso, il quale avea fat- 
to un micidiale fuoco contro i regi. La se- 
conda barricata venne superata con minore 
resistenza e cosi la terza; avanzandosi le mi- 

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— 387 — 

lizie fino allo sbocco del vico Campane e del- 
l'altro dei Tedeschi. Tutti i palazzi laterali era- 
no stati occupati dalla soldatesca, gli altri avea- 
no messo fuori lini bianchi in segno di pace 
e sottomissione, per la qual cosa non furono 
molestati. La gran lotta da questo lato era 
vinta da' regi; ma se ne combattea ancora una 
altra, e con estremo furore, nella strada di 
S. Brigida. 

Come ho già detto, gli svizzeri, mentre si 
ritiravano alle caserme , ritornarono all' udi- 
re le fucilate e al vedere la bandiera rossa 
che sventolava sopra S. Elmo. Giunti nel 
piano del castello, il generale Labrano , co- 
mandante là Piazza, die loro l'ordine di as- 
salire le barricate della strada di S. Brigida; 
ed in questa disposizione militare eravi ezian- 
dio lo scopo di appoggiare le operazioni di 
attacco che si eseguivano dall' altro lato di 
S. Ferdinando. Non volle che portassero l'ar- 
tiglieria per evitare maggiori danni in quella 
strada, soltanto fece avanzare il 4° e parte 
del 2° svizzero. Appena i ribelli videro quei 
soldati , li accolsero con battute di mani , e 
l'invitarono ad unirsi a loro, essendo quelli nati 
repubblicani e loro fratelli. Ma quelle insidie 
non ismossero la proverbiale fedeltà de' figli 
della libera Elvezia; i quali imperturbabili in- 
cedevano in avanti, coll'arme al braccio, senza 
dar segno di udir quelle ciarle. Giunti alla 
prima barricata, si disponevano a disfarla; in 
quella si gridò : Lasciate, o siete morti ! lì 
primo, e fu un uffiziale, che saltò sopra quel- 
l'ammasso di ogni sorta di materiale, col fat- 
to, cadde morto, colpito da una palla di mo- 

25 



— -388 — 

sclielto tirata dall'alto de* balconi: altri pure 
vennero uccisi e feriti accanto a lui. Il capi- 
tano Sturler, che in un caffè avea sfidato i 
patrioti, colpito da varii proiettili cadde a pie 
della barricata; neli' agonia è chiamato a no- 
me , alza gli occhi , ed una donna gli tira 
alla fronte, e lo fa cadavere. 

I difensori della strada S. Brigida, non vi- 
sti , faceano un fuoco terribile e micidiale , 
arrecando gravi danni agli assalitori.il colon- 
nello Jeniens, avendo visto assai morti e fe- 
riti, ordina la ritirata ; intanto fa avanzare i 
cannoni, riordina la sua gente, facendola di- \ 

filare sopra i marciapiepi della strada , per 
far fuoco incrociato contro i balconi, ov'erano 
fortificati i ribelli con materassi e sacchi pieni 
di terra: 

Eseguita quella manovra, il combattimento 
divenne massacro per tutte due le parti con- 
tendenti. Però giuriti i soldati al palazzo del 
notar Cacace , allora in costruzione , perloc- 
chè eravi molto legname, riuscì facile incen- 
diarlo : nel medesimo tempo , saliti sopra , 
snidarono coloro che li ayeano colpiti dal- 
l'alto, uccidendone molti a colpi di baionetta. 
Lo spavento fu generale ne\ difensori de' vi- 
cini palazzi, maggiormente quando gli svizzeri 
sfondavano i portoni , e salivano fino agli ul- 
timi piani, inferociti pe' compagni che aveano 
perduti; con ira cieca uccidevano armati ed 
inermi. 

Fra tanti casi lagrimevoli se ne deplorò uno 
quel giorno che merita di essere riferito. La 
soldatesca invase il palano che fa angolo a 
dritta, alla Trinità degli Spagnuoli, di proprietà 

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— 389 — 

^del marchese Vasaturo. La figlia di costui, di 
nome Costanza, di anni 13 , foggi spaventata 
in una stanza e chiuse la porta; uno svizzero, 
^bbro forse di vino ed inferocito dal sangue, 
vi entra a viva -forza e spietato la uccide ! (1). 
Gli svizzeri, dopo di avere patite tante per- 
dite, superarono tutte le barricate di S. Bri- 
gida, e sboccarono a Toledo, ove si congiun- 
sero con la truppa che si avanzava dal palazzo 
reale, seguita da' popolani e popolane di S. Lu- 
cia, che finivano di abbattere le barricate e 
ne portavano via i rottami. Fu questo tutto il 
bottino che fece la gente sobria di quel quar- 
tiere ; nonpertanto i soliti storici , che già 
conoscete, dissero , che Ferdinando II invitò 
i lazzari a far saccheggiare Napoli ! 

Contemporaneamente che combalteasi a S. 
Ferdinando e S. Brigida, il resto del 2° reg- 
gimento svizzero saliva per la strada della 
Concezione , presso le finanze , e prendeva 
posizione sopra i balconi de* palazzi sporgenti a 
Toledo, fugandone i ribelli. L'altro reggimen- 
to, anche. svizzero, il 3°, combattea e fugava 
coloro che si erano fortificati dirimpetto Ca- 
li) L'assassinio di queir innocente fanciulla con* 
• turbagli animi più feroci al solo sentirlo racconta* 
re ; debbo però dire, che la colpa cade anche ter- 
ribile sopra gli stessi parenti della medesima ; dap- 
poiché non si debbono lasciar mai donne e fanciulli. 
ili abitazioni fortificate , qualunque siasi la pretesa' 
•trtezza di non essere espugnate. Non pochi pio** 
prfetarii de' palazzi fortificati furono presi in ottag-^ 
gio da' ribelli ; nondimeno od ottennero o trovarono 
il momento di far fuggire le donne ed i fanciulli 9 
e così li salvarono da tanti pericoli. 

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— 390 — 

stel nuovo, e salendo poi per la via di S. Già- 
corno , venne costretto ad arrestarsi per una 
gran barricata che trovò sotto il palazzo Lie- 
to. Ivi fu ucciso il maggiore Salis e ferito il 
colonnello Dufour : tutti erano fulminati an- 
che dal palazzo di Toledo , che fa angolo al 
vicolo Taverna Penta. Allora il generale Sto- 
ckalper fece sospendere il fuoco , ed ordinò 
che si avanzasse l'artiglieria, che tirò contro 
le barricate e contro il palazzo Lieto. I ri- 
belli, vista la mala parata, cessarono il fuoco; 
pochi furono feriti ed uccisi, la maggior parte 
fuggì dalla parte opposta de' fabbricati , che 
aveano scelti per fortezza ; ed ove non lo 
permettea la peculiare posizione de' luoghi , 
attaccavano delle corde a* balconi, ed in quel 
modo assai pericoloso,* se la svignavano. Altri 
svizzeri e due compagnie di marina salirono 
per la strada de' Fiorentini , abbattendo con 
la mitraglia le barricate ed anche i balconi 
fortificati; i difensori fuggirono ed ivi fu fe- 
rito il colonnello Brunner. 

Napoletani e svizzeri si congiunsero in varii 
punti di Toledo e tutti lo percorsero a passo 
di carica; spesso ricevendo delle fucilate, le 
quali, dopo quel che era succeduto, altri ri- 
sultati non poteano avere, che provocare al- 
tre rovine alla città. 

Il caffè sotto il palazzo Buono, alla Madon- 
na delle Grazie, perchè era stato covo dema- 
gogico e perchè ivi si eleggevano e si destitui- 
vano i ministri, fu messo a soqquadro dai 
soldati. Costoro trovarono altra resistenza al 
largo della Carità, ove eransi fortificati buon 
numero di siciliani, e propriamente sopra la 

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— 391 - 

locanda dell' Allegria. Erano essi capitanati 
-da Salvatore Tornabene anche siciliano ; il 
-cjuale era stato ribelle al 1837 ed emigrato 
in Malta, ove scriveva un giornale contro il 
re. Fatto poi spia di del Carretto, elassi po- 
nchi anni ritornò in patria ed ebbe il posto 
di controloro di dogana, indi ispettore. Rifat- 
to liberale al 1848, divenne caposquadra e 
difensore di quella locanda, donde arrecò non 
pochi danni alta soldatesca vittoriosa: costoro 
però sfondarono la porta della stessa , ucci- 
sero il Tornabene ed alquanti suoi compagni. 
Lo storico, cav. de Sivo, afferma che il ca- 
posquadra La Cecilia, ossia il capitano fun- 
zionante da maggiore del 4° battaglione del- 
la Guardia nazionale, fosse fuggito dal largo 
della Carità all'avvicinarsi de* regi: il bene- 
merito storico in questa parte s'ingannò. La 
Cecilia, quando vide tutto perduto pe'ribelli, 
come egli avea di già annunziato anticipata- 
mente agli stessi onorevoli , alle quattro e 
mezzo si ritirò, co* suoi dipendenti , a Mon- 
ioliveto per difendere quella cosiddetta As- 
semblea nazionale; ed i regi giunsero al lar- 
go della Carità alle cinque e mezzo. Del re- 
sto si sa che il nostro caposquadra .non ha 
il difetto di esser vile: unicuique suum ! 

Contemporaneamente che queste cose suc- 
cedevano in Toledo, il general Nunziante, alla 
testa di un battaglione della Guardia , dopo 
di avere scambiate alcune fucilate presso il 
largo di S. Giuseppe e disfatte piccole bar- 
ricate , si avanzò per la via di Montoliveto 
onde abbattere quella più formidabile eretta' 

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— 392 — 

sotto il palazzo Gravina, op-gi delle Poste. Que- 
sta barricata era difesa da' più valenti cala- 
bresi, che appena comparvero i soldati furono 
fulminati da per ogni dove: fu necessità ve- 
nire ad una lotta disperata. Nunziante usò 
la solita e ben riuscita manovra , cioè con- 
quistare i palazzi laterali e scacciare i ribelli; 
costoro si difendevano con gran coraggio, e 
non avendo più munizioni , gettavano sopra i 
loro nemici armadii /tavolini , travi, pietre, 
mattoni e tegole. Non pertanto il valore dei 
regi tutto superò, e con un petardo si abbat- 
tette il portone del palazzo Gravina, il quale 
fu conquistato palmo a palmo , con feriti e 
morti d' ambo le parti , ma più de* faziosi : 
tra gli altri fu ucciso il segretario del circolo 
rivoluzionario , Salvatore Ferrara. Taluni si 
salvarono dalla parte del vico Donnalbina, ca- 
lando dalle finestre con l'aiuto delle corde. 

Il palazzo Gravina era allora di proprietà 
di Ricciardi conte de* Camaldoli; l'ultimo pia* 
no andò in fiamme e rovinò sul sottoposto. 
Si disse da taluni che fossero stati i soldati 
che avessero appiccato il fuoco: altri, e sem- 
bra più probabile , che abitando colà il fa- 
moso deputato Ricciardi, trovavasi un archivio 
con documenti che avrebbero compromesso 
molte persone ; in quella confusione si vol- 
lero bruciare senza cautela, onde che presero 
fuoco le altre carte e gli altri oggetti combu- 
stibili. 11 certo si è che in queir incendio 
soldati ed uffìziali rischiarono la loro vita per 
salvar mobili , oggetti preziosi e persone ; 
Nunziante fece subito chiamare i pompieri „ 



— 393 — 

i quali a gran fatica riuscirono a localizzar 
le fiamme e poi estinguerle (1). 

Dopo la lotta dei palazzo Gravina, i grana- 
tieri salirono per la via di S. Anna de' Lom- 
bardi, e s'incontrarono allo Spirito Santo coi 
loro compagni d'armi. 

Dàlia parte del vecchio Napoli, il Carasco- 
sa , alla testa di molti soldati ed aiutato da 
quella fedele popolazione , avea fugato i ri- 
belli e disfatte le barricate. La vittoria dei 
regi era compiuta; i faziosi fuggitivi, le bar- 
ricate spianate al suolo , anzi sparite , ed ai 
balconi e finestre sventolavano pannolini bian- 
chi , risonando 1' aere del grido di: viva la 
truppa ! viva il re ! Un pazzo volle intorbi- 
dare quel momento di gioia, desiderato dai 
buoni napoletani, l'aversano Raffaele Pisci- 
telli; costui con quelli scapati alunni del con- 
servatorio di S. Pietro a Majella , che avea 
armati all' Albergo de' poveri , volle opporsi 

(1) La Cecilia, nel citato Cenno Storico a pagina 
57, dice: « lavano P Ammiraglio (francese) Baudin 
« avea disposto che gli equipaggi dei vascelli scen- 
« dessero con le pompe a spegnere V incendio; Bor- 
ei bone vi si oppose , allegando esser di poco mo- 
ie mento , bastare all' uopo i suoi pompieri!! » Ciò 
lo ascrive a gran colpa del Borbone , chiamandolo 
mostro coronato. Ritenuto per vero quanto asseri- 
sce il nostro caposquadra storico , io trovo digni- 
tosa la opposizione del re , rifiutando 1' intervento 
straniero per estinguere V incendio di un palazzo, 
mentre già si eseguiva da 1 nostri pompieri. Però i 
rivoluzionari hanno avuto sempre la smania di fare 
intervenire gli stranieri nelle nostre faccende e nei 
nostri piati 1 

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— 394 — 

alla soldatesca vittoriosa, difendendo ona bar- 
ricata presso il medesimo conservatorio. Quan- 
do però intese il fischio delle palle, die il pri- 
mo 1' esempio della fuga, lasciando nel ballo 
que' giovanastri ; egli non si arrestò che in 
Aversa. Altre poche fucilate si trassero a 
S. Teresa presso il Museo; i difensori di una 
barricata , temendo di essere circondati dai 
regi, spararono i fucili alla impazzata e fug- 
girono gridando: o repubblica o morte! Altri 
buffoni pericolosi ! 

La lotta tra regi e rivoluzionarii si protrasse 
per otto ore in circa, lasciando in varie strade 
orribili segni di rovine e di morte, e più di 
ogni altra via se ne vedeano in quella di To- 
ledo, S. Brigida , Piazza del Castello e Mon- 
toliveto. Mura bucate, imposte penzoloni, usci 
spezzati , mobili e carrozze infrante , e per 
compiersi il quadro di desolazione si vedeva 
ancora qualche cadavere. Quella sera del 15 
maggio, la soldatesca bivaccò nelle principali 
strade e piazze, e il di seguente, Napoli fu 
dichiarato in istato di assedio. 

Nelle varie azioni di guerra, si fecero dalla 
truppa seicento prigionieri, la maggior parte 
di guardie nazionali, e tutti vennero condotti, 
tra gli scherni e le maledizioni della popo- 
lazione, al quartiere del reggimento marina. 
Si trassero circa quattrocento cannonate , e 
risulta, da' rapporti ufficiali, che furono sei- 
cento i feriti e duecento i morti d'ambo le 
parti contendenti, ma più di militari. Di soli 
svizzeri perirono nelle lotte sei uffiziali. Delle 
guardie nazionali fu scarsa la perdita, essen- 
do state guarentite dalle barricate e da' :bal- 

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— 395 — 

coni, con ripari di sacchi di terra e di mate- 
rassi di lana, ma più d'ogni altro dalla paura. 
Tra gli uccisi in quella terribile conflagra- 
zione noveransi anche quindici donne , tre 
ragazzi , un laico di S. Teresa ed un prete. 
Molti cittadini furono uccisi perchè spinti dalla 
curiosità a vedere l'orrenda zuffa; difetto as- 
sai pronunziato in Napoli , maggiormente tra 
Ja gente del popolo; la quale lascia qualunque 
sua importante faccenda , perchè avida di e- 
mozione , e per istinto curiosa. I feriti ven- 
nero condotti in varii ospedali della città e 
-curati tutti, senz' alcuna differenza tra regi e 
rivoluzionarii (1). 

I rabbiosi demagoghi fuggitivi da Napoli , 
non avendo potuto allora in niun modo ven- 
dicarsi , com* è loro costume, ricorsero alle 
calunnie , spacciando con la voce e con la 
stampa tanti supposti atti di efferata infamia 
perpetrati dalla truppa e dal re. Non ebber 
ritegno di asserire che Ferdinando II avesse 
detto alla popolazione corsa ad acclamarlo : 

(1) Varii scrittori faziosi e bugiardi, tra' quali La 
Cecilia, asserirono che 27 guardie nazionali furono 
condotte ne' fossati di Castelnuovo e fucilate per or- 
dine di S. A. R. il Conte di Aquila. Dicono inoltre 
che furono violate ed uccise molte donne e fanciul- 
li. Intanto nessun nome de 7 fucilati, delle violate e 
delle uccise si trova registrato rie' loro libelli; egli- 
no però non tralasciarono di nominare la figlia del 
marchese Vasaturo, e la madre del Ferrara, perchè 
a questf ultima venne rotta una gamba. Se vi fosse- 
ro stati altri uccisi volontariamente da' soldati , gli 
scrittori rivoluzionarii figuratevi con quanti com- 
' menti e piagnistei li avrebbero nominati! 

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— 396 — 

Napoli è vostro f saccheggiatelo. Parole cui 
manca perfino il senso comune: egli, che era 
e dovea rimanere il sovrano di questa città, 
dopo l'ottenuta vittoria, dava l'ordine di sac- 
cheggiarla ! E notate contraddizione settaria: 
i medesimi demagoghi aveano spacciato che 
il re fu invisibile nella giornata del 15 mag- 
gio , perchè erasi nascosto per la paura nei 
più reconditi luoghi della Reggia, ed intanto ve 
lo fanno comparire in mezzo a* lazzari, quan- 
do ad essi giova , per fargli ordinare il sac- 
cheggio e per fargli impartire altri ordini nero- 
niani! (1). 

Gli acclamatori corsero al piano del pa- 
lazzo reale quando fu superata la barricata 
di S. Ferdinando, e rimasero sempre accer- 
chiati dalla cavalleria. In seguito gli esultanti 
popolani e popolane di S. Lucia , gente che 
tutto il Regno conosce onestissima , come 
già si è detto , ebbero il permesso da' gene- 
rali di avanzarsi per Toledo , allo scopo di 
togliere i frantumi delle barricate. In quel 
giorno il re si fece vedere solamente da mi- 
nistri settarii, sperando di scongiurare quella 
catastrofe , e da qualche generale per aver 
notizie dello stato della rivolta. 

É pur verissimo che varii locali furono sac- 
cheggiati dalla plebaglia: ma di chi la colpa? 

(1) Il noto Giovambattista La Cecilia, il caposqua- 
dra, amando il drammatico , nel suo Cenno Stori- 
co a pag. 37, dopo di averci presentito Borbone ti- 
moroso e codardo , nel medesimo tempo ce lo fa 
vedere sulle batterie di Castelnuovo, facendo fuoco 
da valoroso artigliere cpntro i suoi fratelli cattolià! 

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— 397 — 

degl' incontentabili settarii che provocarono 
que' mali per soddisfare la loro ambizione), 
credendo di realizzare le loro utopie. Eglino 
fingono ignorare quel che .tutti i napoletani 
sanno, cioè che una gran quantità di soldati, 
condotti da' loro superiori , al termine delle 
fucilate de' rivoltosi , corsero a salvare varie 
proprietà private; e di ciò ne potrebbero far 
fede i proprietarii de* palazzi di S. Teodoro, 
di Satriano , di S. Arpino, di Miranda, di Bo- 
rio , di Stigliano , di Cellammare , di Monta- 
naro, di Montemiletto, di Augri, dell'Hotel Zir 
e dell'altro des Empereurs, minacciati di es- 
sere saccheggiati da' lazzari. 

È pur verissimo che taluni soldati, che sali- 
rono sui palazzi donde si facea fuoco, esaspe- 
rati de'sofferti danni ed ebbri della vittoria, com- 
mettessero atti di barbara rappresaglia, facen- 
do anche qualche bottino ove trovarono oggetti 
preziosi , e spezzando tutto quello che 1' ira 
in quell'istante terribile lor consigliava. Tutto 
ciò è da deplorarsi e condannarsi severamen- 
te; però bisogna pure aver riguardo allo stato 
di esasperazione in cui si trovavano in quei 
momenti. Chi non si è trovato in simili casi, e 
giudica a mente fredda,chi non sa che le guer- 
re civili han prodotto sempre le medesime 
luttuose conseguenze in tutte le città incivi- 
lite di Europa , dovrà necessariamente esser 
severo più del convenevole. 

Accadde eziandio che distinti gentiluomini, 
appartenenti alla Corte ed affezionatissimi alla 
real famiglia, in quell'igneo tafferuglio soffris- 
sero danni e violenze. Conciossiachè occupati 
i loro palazzi da' ribelli e tenuti in ostaggio 

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da costoro, che poi fuggiti lasciarono armi e 
munizioni, compromisero quegli stessi inno- 
centi proprietarii fedelissimi alla dinastia. ' 

Io conosco una distinta sig. a contessa , al- 
lora moglie di un valoroso colonnello , che, 
il 15 maggio , anche assaltava barricate ; ad 
onta che la sua casa non fosse stata occupata 
da' ribelli , non pertanto venne invasa da un 
buon numero di svizzeri alemanni, che nep- 
pure capivano il francese. Que* soldati invasero 
quell'abitazione, perchè la nobile signora, spin- 
ta da compassione, avea permesso che si fosse 
salvato ne' suoi appartamenti un tal sig. duca 
sedizioso, vestito da guardia nazionale, che 
le era comparso innanzi , mezzo .morto dalla 
paura, e con le braccia aperte, sclamando: Con- 
tessa, salvatemi ! La generosa signora corse 
un terribile pericolo insieme a' suoi figli, 
quattro giovanetto, e per compiere un atto di 
sublime abnegazione: la medesima si salvò per- 
chè donna di molto spirito. Avendo notato 
che gli svizzeri non intendevano il francese, e 
volevano venire a vie di fatto, per aver nelle 
loro mani il milite nazionale, che aveano ve- 
duto entrare in quel palazzo, corse a prendere 
l'uniforme del marito e lo fece vedere a que- 
gl'indemoniati; cosi l'uragano si acquietò, ed 
anche il duca sedizioso fu salvo. 

È vero altresì che altri svizzeri invasero 
'abitazione dell'uffiziale Camillo Boldoni (1), 

(1) Questo signor Boldoni dopo il 1860 seppe si 
bene destreggiarsi , parlando di tirannia , libertà e 
martirio, che ottenne il comando de' veterani in Na- 
poli, ed ivi praticò tali atti di dispotismo contro i suoi 

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oggi generale al riposo, ferendo un suo figlio, 
divenuto scemo di mente fin da quel giorno, 
ma tutto ciò pare che sia avvenuto in pena del 
tradimento di lui perpetrato alla patria bandie- 
ra; e"gli che era stato educato nel Collegio del- 
l' Annunziatela a regie spese ! 

Or credo necessario accennar la parte co- 
mica di quel che avvenne in Montoliveto, ove 
trovavansi i cosi detti onorevoli in seduta per- 
manente, credendo oprare sul serio. Mentre 
i loro, militi combatteano le battaglie della 
patria tradita, appena intesero tuonare il can- 
none, i meno arditi di que' deputati, o quelli 
che non voleano venire a risoluzioni estreme, 
allibirono, e scagliarono amare invettive a' loro 
colleghi più esaltati ; mentre questi voleano 
dichiarare il re decaduto, il trono vacante e 
proclamare la repubblica, creando un governo 
provvisorio. I medesimi , per incoraggiar gli 
altri, spacciavano vittorie e trionfi de' ribelli; 
diceano , la popolazione levata come un sol 
nomo,. la truppa, parte tagliata a pezzi e parte 
fuggita ; il re anche fuggito, perchè la fiotta 
francese facea fuoco contro il palazzo reale; 
ed i francesi scesi a terra per aiutare i patrio- 
ti, avere messo in mezzo i regi ed averne 
fatto un massacro (1). Tutte quelle fandonie 
voleano farle credere agii altri , mentre si 

soggetti e contro le famiglie, de'medesimi, da fare 
invìdia ad un antico Pascià. 

(l) I cosi detti liberali , in ogni tempo si sono 
compiaciuti d 1 immischiare ne' piati italiani le armi 
straniere, e poi hanno la impudenza di dire , che i 
clericali vogliono rendere schiava la patria italiana 
con quelle oltramontane 1 

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— 400 — 

facea sentire il linguaggio più eloquente del 
cannone che avvicinavasi sempre più agli ono- 
revoli orecchi e li facea trabalzare per la pau- 
ra ; nonpertanto , e senza di ciò , la maggio- 
ranza de' deputati non volea sentir.parlare di 
atti tendenti alla decadenza del re. Nel me- 
desimo tempo si presenta il deputato Zup- 
petta con due palle di cannone ancor calde, 
che posa sul tappeto, ed esclama: Rappresen- 
tanti della nazione ! Ecco le concessioni ge- 
nerose che il re di Napoli fa al suo popolo \ 
Un grido confuso di maledizioni si alzò in 
quella sala, e tutti que' deputati, cheaveano 
provocate e volute quelle concessioni genero- 
se, faceano progetti da matti. In quella salta 
in mezzo il sempr« celebre deputato Ricciar- 
di, e facendo la scimia a' francesi della gran- 
de rivoluzione del 1792, propone un comitato 
di salute pubblica con potere assoluto , per 
tutelare Y ordine , e subito si nominarono i 
componenti lo stesso nelle persone del Lanza, 
Topputi, Giardini, Bellelli e Petruccelli della 
Gattina, segretario. 

Questi padri della patria sì affacciarono ai 
balconi annunziando alla sottoposta folla de' se- 
diziosi che già aveano poteri assoluti; e questa 
che non ne capiva un'acca, gridò: viva i po- 
teri assoluti! Que' componenti del comitato di 
salute pubblica , trovandosi lontani da' pe- 
ricoli, fecero pure la spacconata di prendere 
il ritratto di Ferdinando II , e buttarlo dal 
balcone in mezzo alla folla, gridando: morte al 
tiranno ) viva la repubblica ! (1) 

(1) Questi ed altri fatti rilevansi da una nota dei 

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— 401 — 

Que' messeri, credendosi veramente sovrani 
assoluti, oprarono in conseguenza; ebbero fì- 
nari co 1* ardire ^di mandare un decreto al ge- 
nerale Labrano comandante della Piazza, col 
quale gli ordinavano che facesse cessare il 
fuoco delle regie truppe, e che le ritirasse 
immediatamente ne' quartieri, onde por fine 
al conflitto. Quel generale rispose come me- 
ritavansi que' briachi rivoluzionarii ; i quali , 
prevedendo prossimo il loro pericolo , spedi- 
rono immantinenti corrieri nelle vicine pro- 
vince di Salerno ed Avellino , fucine di se- 
dizioni , ordinando alle guardie nazionali di 
recarsi alla corsa a Napoli, per farsi ammaz- 
zare da' regi, e sostenere a cotal modo V as- 
soluta sovranità di un pugno di settarii. Però, 
mentre i nostri padri della patria godeano 
il dolce contento di sognata sovranità asso- 
luta, e comunicavansi l'un l'altro il terribile 
castigo che avrebbero fatto subire al tiranno 
ed agli aderenti del medesimo , oh crudele 
disinganno ! precorse la voce che i regi era- 
no prossimi, e determinati ad invadere l'ono- 
revole Consesso della rappresentanza nazio- 
nale. Già le truppe avvicinavansi al palazzo 
Montoliveto da due opposti punti , dal largo 
della Carità e dalla strada di Montoliveto. Il 
generale marchese Nunziante, e il colonnello 
degli usseri, principe di Paterno, si presenta- 
rono nel piano del palazzo di Montoliveto; il 
colonnello si rivolse al capitano de' nazionali 

ministro degli affari esteri, principe di Cariati > di- 
retta al conte Rignon, ministro in Napoli di S. M 
Sarda. 

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— 402 — 

la Cecilia , ivi di guardia , con modi urbani 
dicendogli: « Sua Maestà ordina che l'assem- 
« blea si sciolga immediatamente, e che i 
« deputati rientrino ciascuno nella propria 
« dimora. Il generale Nunziante autorizza lei 
« di accompagnare i deputati con la sua scor- 
te ta in armi » (1). L' ordine sovrano venne 
eseguito immediatamente , e taluni deputati, 
gridarono: viva il re! altri che ne mostrarono 
desiderio , furono scortati fino alle loro case 
da' medesimi soldati , e senza essere mole* 
stati in modo alcuno. Ecco perchè quegli 
onorevoli faceano i spacconacci contro Ferdi- 
nando II; essi ben conosceano la troppo cle- 
menza di colui che chiamavano tiranno ; un 4 
altro al posto di lui , sedicente rigeneratore 
di popoli, li avrebbe inesorabilmente fatti fu- 
cilare in quello stesso palazzo. 

Ma già, prima che fosse giunto il Nunzian- 
te , taluni onorevoli se ne erano fuggiti. Si 
disse che i deputati Giuseppe Ricciardi e 
Giuliano erano ritornati presso 1' ammira- 
glio francese per chiedere aiuti contro il ti- 
ranno , o almeno per farla da mediatore tra 
questi e loro. Però gli storici iT Arlincourt 
e Rossi, asseriscono che Ricciardi fosse fug- 

(1) Tutto ciò è affermato dal medesimo la Ceci- 
lia nel suo Cenno Storico a pag. 58. Questa testi- 
monianza fatta da uno scrittore che chiamava mo» 
$tro coronato re Ferdinando II, che sciorinò tante 
contraddittorie menzogne per denigrarlo > smentisce 
quel che pubblicarono gli altri rivoluzionarii , cioè 
che l'assemblea di Montoliveto fu invasa da 7 regi e 
sciolta alla soldatesca. 

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— 403 — 

Sito con precauzione dalla parte del quartiere 
«lei Treno. I medesimi storici , ed anche il 
cU Sivo e Marulli, dicono che il capitano dei 
nazionali sig. La Cecilia tentò fuggire ali* ap- 
prossimarsi de' regi ,e che fu trattenuto a viva 
fona dal deputato Stanislao Bairacco. Ilo vo- 
luto prendere le più minuziose informazioni 
da persone degne di fede , presenti in quel 
trambusto del Palazzo di Montoliveto, e poco 
benevole al La Cecilia, e mi hanno assicurato 
che questi fu 1' ultimo a lasciare quel palaz- 
zo, e che fu egli, come ho detto di sopra, che 
arrecò il messaggio all'assemblea per discio- 
gliersi. Quando tutto era finito, trovandosi in 
Montoliveto la gendarmeria , il nostro capo- 
squadra, La Cecilia , uno de* fondatori della 
Giovine Italia, si vestì da gendarme borbo- 
nico (oh, dovea fare una bella figura !) e per- 
seguitato soltanto dalla sua coscienza , fuggi 
sulla flotta francese. Il deputato Pelruccelli 
si nascose in una latrina del palazzo Monto- 
liveto, e poi fuggì, travestito anche da gendar- 
me ! Il vice-presidente Lanza , i componenti 
il comitato di pubblica salute , cioè i sovra- 
ni assoluti di quel giorno, ed altri deputati 
fuggirono eziandio da Montoliveto , rifugian- 
dosi sulle navi francesi; e per un fatale effet- 
to che suol produrre la paura , lasciarono la 
loro sovranità assoluta ne' luridi viottoli della 
Sezione Porto 1 

Non pochi di coloro che eransi ricoverati 
all' ombra della bandiera della repubblica di 
Francia, sentendo che in Napoli non si per- 
seguitava alcun rivoluzionario, scesero quatti 

26 

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— 404 — 

quatti a terra , e ricominciarono le loro an- 
tiche ipocrisie. 11 vice-presidente Lanza, il più 
esaltato contro il tiranno, mandò una supplica 
al medesimo, protestando innocenza ed antica 
devozione a Borboni (1). L' ex ministro Sali- 
ceti eLbe la viltà* e l'impudenza di dichiararsi 
innocente e profondamente devoto al trono f 
e chiedeva quindi umilmente il ritiro col sol- 
do di ministro — oh santa pagnotta 1 quid non 
rnortalia pectora cogis ? Gii storici de Sivo (2) 
e Marulli (3) affermane che anche La Cecilia 
avesse supplicato per rimanere uffìziale del 
rainistero dell'interno, impiego avuto da' mi- 
nistri settarii , pe' servizi resi contro la mo- 
narchia : ma non esiste il documento origi- 
nale , ed io opino che quegli storici siansi 
ingannati. Altri furibondi liberali altre sup- 
pliche diressero al tiranno , al mostro coro- 
nato, per rimanere ne' ghermiti impieghi, e 
non avendo nulla ottenuto., quando emigra- 
rono dal Regno , si svelenirono raccontando 
a modo loro i fatti del 15 maggio 1848. 
Taluni deputati vollero far credere a' gonzi, 
, che prima di sciogliersi l'assemblea di Moji- 
toliveto , avessero redatta e firmata una pro- 
testa , che in verità non poteano avere né il 
tempo né la testa di redigere in quei terri- 

( ) A proposito di quella supplica , il giornale il 
Tempo nel N. 132 , deridendo quel vice-presidente 
dicea : « 11 ministero vegli su Lanza per non met- 
• tere io pericolo la Costituzione , essendo costui 
« uno dei retrogradi da temer ii. » 

(*) Storia delle Due Sicilie, voi. I, p. 338. 

{ ) Documenti storici p. 71. 

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— 405 — 

i>ili momenti, quando ognuno ad altro non pen- 
sava che a fuggire e mettersi in salvo. Quella 
protesta fu scritta comodamente, o nelle pro- 
prie case o in estranei paesi , e si pubblicò 
il 28 maggio di quell'anno sopra un giornale 
mazziniano, che s'intitolava YAlba; ecco quel- 
la famosa cicalata : « La Camera de* deputati 
» riunita nelle sue sedute preparatorie in 
« Montoliveto, mentre era intenta ai suoi la- 
« vori, ed all'adempimento del suo mandato, 
*t (cioè a suscitare ribellioni e dirigere i fab- 
xi bri delle barricate) vedendosi aggredita, con 
** inaudita infamia, dalla violenza delle armi 
« regie nelle persone inviolabili de* suoi corn- 
ee ponenti, protesta in faccia all'Italia Vopera 
« del ori provvidenziale risorgimento si vuol 
u turbare con nefando eccesso , in faccia a 
a tutta l'Europa civile, oggi ridesta allo spi- 
« rito della libertà; contro quest'atto di cieco 
« ed incorreggibile dispotismo , dichiara che 
« essa, non sospende le sue sedute , se non 
« perchè costretta dalla forza bruta; ma lungi 
« dall'abbandonare l'adempimento de' suoi so- 
« lenni doveri, (cioè di mettere a soqquadro 
« questo Regnò ) non fa che sciogliersi im- 
« mediatamente per riunirsi di nuovo, dove,* 
« ed appena potrà, affine di prendere quelle 
« deliberazioni, che sono reclamate dai dritti 
« dei popoli , dalla gravità della situazione , 
« e dai principii delia conculcata umanità e 
« dignità nazionale. » 

La Camera componeasi di 164 deputati; 
•quella Protesta non venne firmata da tutti 
-quelli presenti in Montoliveto, perché molti 
4e' medesimi si erano accomodati col tiran- 

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— 406 — 

no; in cambio dichiararono accedervi Pietro- 
Leopardi, il capitano Girolamo Ulloa, che tro- 
vavasi allora col Pepe in Lombardia, e Giu- 
seppe Massari, oggi il papà di tutti i con- 
sorti. 

Il 16 maggio fu sciolta la Guardia nazio- 
nale e si mandò l'ordine ai generali Gu- 
glielmo Pepe e Giovanni Statella di ritornare 
nel Regno dalla spedizione lombarda. Napoli 
dopo la sofferta catastrofe, risorgea per tutti 
gloriosa, maledetta soltanto da' settari vinti. 
1 soldati napoletani, mal giudicati in Euro- 
pa, diedero i primi l'esempio della fedeltà 
alla monarchia, e dimostrarono che la sètta 
vuol vincere con gli schiamazzi di piazza, con 
le calunnie e co* tradimenti. AI certo, in quefr 
giorno, i seltarii si ricordarono di quel che 
avea scritto il de Magari nel 1846 in Berna, 
cioè: « Il Piemonte è con noi , essendo con 
« noi Carlo Alberto,, sebbene costui ha una 
« trista natura, perchè comprime sotto il ci- 
a lizio gl'istinti rivoluzionari. Avremo la To- 
re scana con noi, tutte le volte che ci farà 
« bisogno. Roma non potrà sostenersi per 
« lungo tempo. Il solo Napoli dobbiamo te- 
li mere, e se non seconderà il movimento, 
ci sarà causa della nostra disfatta ». Parole 
veramente profetiche ! e lo stesso sarebbe ac- 
caduto nel 1860, se ben altre circostanze già 
esposte, (1) non si avessero avute a deplo- 
rare. 
11 16 maggio, il re formò un nuovo mini* 

(1) Vedi Un Viaggio da Boecadi falco a Gaeta, 
basta leggere la fine della V Epoca. 

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— 407 — 

estero metà monarchico metà rivoluzionario, 
ed eccone gì' individui che Io componeano: 
Principe di Cariati presidente, principe Ischi- 
Iella ministro della guerra, brigadiere Cara* 
«cosa a' lavori pubblici, Ruggiero alle finanze 
-ed incaricato del portafoglio del ministero di 
-grazia e giustizia, principe di Torella all'agri- 
coltura e commercio , altresì incaricato del 
portafoglio degli affari ecclesiastici , France- 
sco Bozzelli all' interno, ed incaricato ezian- 
dio del portafoglio dell' istruzione pubblica. 
In seguito al Gigli si die il ministero di gra- 
zia e giustizia, ed il duca di Serracapriola 
fu eletto presidente del Consiglio di Stato. 

S' istituì inoltre una Commissione di pub- 
Mica sicurezza per inqnirere su* reati com- 
messi contro la sicurezza dello Stato, dal 1° 
maggio fino a che sarebbe durato lo stato di 
Assedio per Napoli, già pubblicato il giorno 
16 di quel mese. Quella commissione era 
preseduta da Gabriele Àbatemarco, direttore 
di polizia, e composta da quattro consiglieri, 
•cioè Stanislao Falcone, Ferdinando Paragatlo, 
Farina e Silvestri. La guardia nazionale ebbe 
l'ordine di depositar le armi che avea rice- 
vute dal governo; intanto il re ordinò al mi- 
nistro dell' interno di proporre i mezzi di 
ariordinarla immediatamente. 

Lo stesso giorno 16 maggio, re Ferdinan- 
do uscì dalla Reggia, accompagnato dal mag- 
giore Francesco Ferrari (1) e da pochi usse- 

(f) Questo distintissimo uffiziale superiore era isti- 
tutore del piincipe ereditario, e seguì i Borboni nel- 
la prospera ed avversa fortuna, mostrandosi sempre 

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— 408 — 

ri della Guardia , recandosi al ponte della* 
Maddalena e poi a Portici per visitare e soc- 
correre i feriti anche ivi condotti. Venne fe- 
steggiato ed acclamato dovunque con clamo- 
rosi evviva dalla popolazione , che lo seguiva 
con bandiere regie. - 

Il trono di Napoli risorgea più possente 
in mezzo alle acclamazioni entusiastiche di 
ogni ceto di cittadini. Ferdinando II, rien- 
trato nella pienezza de' suoi sovrani dritti, 
ben potea sconoscere la Costituzione, perchè- 
i deputati l'aveano violata , servendosi della 
stessa, per coprire Napoli di sanguq e di 
lutto, e attentare a' dritti della regia potestà 
e della dinastia. Nonpertanto quel troppo cle- 
mente sovrano, tanto oltraggiato e calunniate 
da' settari, die fuori il seguente proclama: 
« Napoletani:» Profondamente afflitto a causa 
« degli avvenimenti del 15 maggio, è quindi 
u nostro più vivo desiderio di addolcire le 
u conseguenze per quanto sarà possibile. É 
» nostra volontà di mantenere la Costituzio- 
» ne del 10 febbraio. Le Camere saranno di 
« nuovo convocate, ed io faccio conto sopra 
« la saggezza e prudenza de' deputati per aia- 

onesto e fedele alla dinastia. Il Ferrari , nel 1860, 
segui Francesco li a Gaeta, ove fu promosso regolar- 
mente tenentcgenerale-, ed ivi morì di tifo, il 4 feb- 
braio 1861, sotto la medesima casamatta che abi- 
tava il re e la regina. Io mi trovai presente a quel- 
la edrficatissima morte di fervente cattolico e di 
fedele soldato, che muore sulla breccia , lasciando 
una immensa eredità di affetti e di gloria alla sua 
desolata vedova ed a' suoi piccoli figliuoletti. 

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- 400 — 

« tarmi nella riorganizzazione de' poteri del- 
« lo Stato ». In forza dell* art. 64 della stes- 
sa Costituzione, con decreto del 17 maggio, 
si scioglieva la Camera de' deputati , perchè 
senza di aver prastato giuramento, erasi ille- 
galmente proclamata unica rappresentante del- 
la nazione ed in opposizione a molti deputa- 
ti avea mutato lo Stato e suscitato la guerra 
civile. Con un altro decreto si ordinava la 
convocazione de' collegi elettorali pel 15 giu- 
gno, onde potessero le camere legislative a- 
prirsi il 1° luglio. 

Il tiranno detronizzato, ma vittorioso, lasciò 
liberi i suoi detronizzatori, dopo che i mede- 
simi furono la causa delle deplorevoli e cruen- 
te scene del 15 maggio. Giova ridirlo: Ferdi- 
nando II meriterebbe la nota di tiranno a causa 
della sua mal collocata clemenza, avendo per- 
donato tanti pericolosi ed impenitenti rivo- 
luzionarli , col danno della pace del Regno , 
e non tenendo conto de* reclami della vera 
cittadinanza; la quale volea che si desse fine 
a quel baccano reso insopportabile. Quel so- 
vrano seminava vento per raccogliere tem- 
peste ed uragani ; difatti i deputati faziosi , 
vedendosi liberi , in grazia della bonomia e 
clemenza sovrana , presero animo , ed uscen- 
do da' loro nascondigli si riunirono all' Ho- 
tel di Ginevra , donde mandarono airi cor- 
rieri , ordinando alle guardie nazionali del- 
le province di recarsi subito a Napoli per ri- 
cominciare rovine e sangue. Non pochi di 
quegli^ onorevoli, paurosi de* danni, che avea- 
no arrecati a questa capitale, e temendo più 
di tutto per le loro persone, proponeano par- 

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— «0 — 

tifi meno estremi. Ma il deputato Ricciardi , 
disceso allora dalla nave francese , il Fried- 
land, Petruccelli, già svestito da birra, ed À- 
modio accasarono i loro colleghi di paurose e 
peggio. Credendosi ancora comitato sovrano 
assoluto, e che il Regno tutto fosse in armi 
per difendere e sostenere la loro ambizione, 
diedero alle province il segnale di ira* no- 
vella rivolta. 

Carducci fu il primo ad obbedire a* $ovrani 
assoluti del 15 maggio, levando lo stendardo 
della rivoluzione, che già avea occultato. Da 
sé nominatosi colonnello-generale delie guar- 
die nazionali del Cilento e del Salernitano , 
dio a tutt' i suoi dipendenti, che aveà riuni- 
ti, l'ordine di marciar sopra Napoli. Avea di 
già spinta una sua avanguardia fin nelle vi- 
cinanze di Caserta , per farla operare sopra 
questa capitale dalla parte di A versa; ma tro- 
vatosi di fronte il valoroso colonnello conte 
Giuseppe State Ila, fu sbaragliata dal medesimo, 
perseguitandola questi con la cavalleria ed 
arrecando lo spavento nel resto deli' esercita 
di Carducci, il quale si salvò eziandio con la 
fuga. Dopo quella rotta solenne toccata a' fa- 
ziosi, sembrava estinto il fuoco rivoluzionario, 
e che lo spirto di abisso si partiva — vota 
stringendo la terribil ugna ! 

I faziosi calabresi fuggiti da Napoli erano 
scoraggiati per quel che aveano sofferto il i5 
maggio e per la lezione toccata a' recidivi 
carducciani. I fuggiaschi della capitale , che 
giungevano a stormi in quelle province, era- 
no causa di maggiori spaventi , perchè ogni 
fuggiasco raccontava gli avvenimenti di que- 

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— tìi — 

sta città con tinte le più oscure ed esagerate. 
Nonpertanto i sovrani assoluti del 15 maggio 
mandarono il bolognese Pacchione a Cosenza, 
<juartier generale della rivolta , dandogli se- 
greti ordini per quelle autorità , che erano 
quasi tutte settarie, allo scopo di riaccendere 
di nuovo la guerra civile. Costoro fecero riu- 
nire un poco di plebaglia sotto il palazzo del- 
l'Intendenza; ivi si fece gridare che la patria 
fosse in pericolo, e quindi per guarentirsi si 
domandava un governo provvisorio. 

Trovavansi in Cosenza l'intendente Cosen- 
tini , bene addentro alle segrete cose della 
sètta ; il 18 maggio creò un comitato di sa* 
Iute pubblica, ed egli si proclamò presidente 
dello stesso , vice-presidente il comandante 
delle regie armi , colonnello Spina ed uno 
de* membri, il giovane maggiore Salvatore Pia- 
ttelli, comandante il 1° battaglione cacciatori, 
òggi generale del Regno d'Italia. Quel comi- 
tato si pose subito sotto gli ordini de' sovrani 
assoluti di Napoli, ed in relazione con l'altro 
di Salerno per avere notizie della capitale e 
combinar la marcia delle guardie nazionali 
contro la stessa. 

Il primo atto di autorità, che esercitò il Co- 
mitato di salute pubblica, senza che io l'an- 
nunziassi, già si suppone , fu quello di far 
danari, ordinando un prestito forzoso detto 
volontario; stampò bollettini bugiardi circa i 
fatti di Napoli , die l'ordine di mobilizzarsi 
la Guardia nazionale, designando gl'individui 
che formar doveano lo Stato maggiore della 
medesima. Indi disarmò , maltrattò e sbandò 
i gendarmi fedeli al re , prestandosi a tanta 

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— 412 — 

infamia il colonnello Spina e lo stesso mag- 
giore Piane! li. La maggior parte de' paesi di 
quella provincia riconobbero il comitato di 
Cosenza, perchè guarentito dalle stesse armi 
regie. In Catanzaro, l'intendente Vincenzo Mar- 
sico , scimiottando il suo collega di Cosenza» 
creò un altro Comitato di salute pubblica , 
aggiungendovi come necessario intingolo mo- 
rale-religioso la Società evangelica , diretta 
dal prete Domenico Angherà , niente esecu- 
tore de* precetti evangelici. 

11 30 maggio, onomastico di Ferdinando li, 
in Cosenza ed in Catanzaro , si voleano suo- 
nare le campane a mortorio, ed impiccare in 
effigie quel sovrano: solite buffonate rivoluzio- 
narie, che furono impedite con somma ener- 
gia, non già dal colonnello Spina o dal mag- 
giore Piane Hi , ma da' medesimi cittadini» 
Nella provincia di Reggio , ad onta de* magi* 
strati e de' funzionarli, non si formò il Comi- 
tato di salute pubblica , essendovi colà poca 
truppa, ma con capi fedeli al re. 

1 componenti i comitati di Cosenza . e di 
Catanzaro adempirono una sola parte del loro 
programma rivoluzionario, cioè quello di esi- 
gere alla turca, — che oggi si direbbe all'ita- 
liana— il prestito volontario, di vuotar le casse 
del danaro pubblico , di perseguitare i rea- 
listi e di fare sparire ogni pubblica sicurez- 
za. Circa la marcia delle guardie nazionali 
nulla combinarono , perchè gli uffizi ali delle 
medesime voleano godere de' soli onori e dei 
vantaggi, ma senza rischiar la pelle ! 

L'intendente di Cosenza, visto che i faziosi 
calabri erano sol contenti di fare e disfare nel 

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— 413 — 

loro paesi, pensò al suo avvenire; per la qual 
cosa scrisse al ministero in Napoli tutto quello 
che era accaduto in quella provincia, scusan- 
do il suo insediamento a presidente del Co- 
mitato di salute pubblica con l'orpello della 
pretesa violenza a lai fatta da' faziosi; infine 
protestava obbedienza al re. 11 Ministero gli 
ordinò che sciogliesse il Comitato, ed egli,, 
con grandissimo suo pericolo , fece leggere 
T ordine ministeriale. Tutt* i paesi, stanchi 
dell* anarchia, obbedirono , Gassano e Gastro- 
vii lari soltanto resistettero. Il maggiore Pia» 
nelli fu chiamato a Napoli col battaglione ai 
suoi ordini, e tu salvo della perpetrata fello» 
nia per un inconsiderato regio favore. In se- 
guito ebbe nuove grazie sovrane , e si disse 
che il re gli regalò dodicimila ducati quando 
divenne conte, sposando la signora Ludolff;indi 
ottenne promozioni fino a maresciallo di Cam- 
po. Nel 1860 credette dissobbligarsi, col far 
causa comune con un D. Liborio Romàno e 
col tradire il figlio di Colui che lo salvò da 
una condanna infamante per un militare e 
lo colmò d' immeritati favori ed onori. (1) 

L'altro Comitato di Catanzaro non attecchì 
per le stesse cause di quello di Cosenza, e ciò 
malgrado la zelante cooperazione àe\Y evange- 
lista Angherà. 

I faziosi delle altre province del Regno, ove 
più ove meno fecero delle pazzie, perchè so- 
billati da' sovrani assoluti di Napoli ; ma co- 
storo non ottennero che le guardie nazionali 

(i) Vedi Un Piaggio da BoccadifcUco a Gaeta 
e Difesa Nazionale di Tommaso Cava. * 

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— 414 — 

corressero sulla capitale per insanguinarla 
onde sostenere la loro grottesca sovranità 
aisotuto. Que' deputati , che aveano gustato 
un efimero potere, saziando in pVte la loro 
incorreggibile ambizione , nulla curando che 
di già i tempi volgevano loro contrari* , in 
cambio di approfittare della troppo sovrana 
clemenza, come appresso dirò, si vollero gif- 
tare nelle Calabrie per dare altri spettacoli 
di burattinate e perpetrare altri delitti. 



y Google 



CAPITOLO XVI. 

SOMMARIO 

Richiame del corpo di esercito pugnante io Lom- 
bardia. Ragioni di quel richiamo. Pratiche dell'Au- 
stria presso il governo inglese per non essere mo- 
lestata dagP italiani. Brillanti fatti d' armi sostenuti 
in Lombardia dal 10* reggimento di linea napoleta- 
no. Pepe non vuol soccorrere Carlo Alberto , ma 
invece la repubblica veneta. Giunge a Pepe V ordi- 
ne di ritirarsi a Napoli. Non obbedisce , io cambio 
si decide a soccorrere Venezia. È seguito da poca 
truppa da lui ingannata, il resto ritorna in patria. I 
napoletani in Veriezif, e loro ritorno nel Regno. Car- 
lo Alberto e Garibaldi. 11 primo si ritira in Piemon- 
te, il secondo in Livorno. 

È tempo di rivolgere uno sguardo alle trup- 
pe napoletane pugnanti in Lombardia; ma pri- 
ma d'intrattenermi sopra questo argomento è 
necessario che i lettori sappiano le determi- 
nazioni prese dal ministero di Napoli , dopo 
i fatti del 45 maggio, circa quei corpo di e- 
sercito. I ministri, riuniti in Consiglio , con 
T adesione del re , decisero di richiamare 
quella soldatesca, perchè impolitico era già 
divenuto il combattere contro i tedeschi. Le 
ragioni di quel richiamo le trovo in una nota 
del principe di Canati, allora ministro degli 

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— 416 — 

affari esteri , diretta al conte Rignon inviato 
del re di Piemonte in Napoli. Andrei troppo 
per le lunghe se volessi trascrivere qui tutte 
le ragioni esposte in quella nota, con le quali 
il governo napoletano giustificava Y ordine 
mandato a' generali Guglielmo Pepe e Gio- 
vanni Statella per far ritornare nel Regno i 
soldati che trovavansi in Lombardia ; ma mi 
limito a rilevarne le più interessanti. 

Il principe di Cariati comincia col dire al 
conte Rignon, che i rivoluzionarii vollero che 
fosse spedita una parte dell'esercito contro 
l'Austria al solo scopo di rimanere più liberi 
nel mettere a soqquadro il Regno. In con- 
ferma citava i fatti terribili del 15 maggio e 
le altre ribellioni suscitate nelle province, ove 
aveano fatto sparire ogni ombra di sicurezza 
pubblica ; e da colà i possidenti , gli onesti 
cittadini , i fedeli funzionarli mandavano nu- 
merose ed incessanti suppliche al re , pel 
pronto invio di buon nerbo di truppe , onde 
far ritornare 1" ordine in que' desolati paesi, 
manomessi e saccheggiati all'ombra della li- 
bertà e dell' affrancamento dell' Italia dallo 
straniero. Quindi soggiunge dicendo , essere 
primo dovere di un governo di guarentire i 
propri i amministrati , e che il Consiglio dei 
ministri, preseduto dal re, visto trovarsi po- 
che milizie nel Regno , avea presa la deter- 
minazione di richiamare il corpo di esercito 
mandato in Lombardia, per inviarlo ove fosse 
richiesto dalle desolate province. Oltre di che, 
quel ministro facea palese le manovre de- 
$1' irrequieti siciliani, i quali minacciavano i 
domimi al di qua del Faro; perlocchè il go- 



— 417 — 

emo trovavasi nella necessità di mandar 
ruppe ne' luoghi più minacciati, e con la flotta 
percorrere 700 miglia della costa di terrafer- 
na , per guarentirla da qualunque sorpresa , 
she avrebbero potuto fare quegl'isolani. 

Dippiù , il Cariati facea conoscere le cir- 
costanze politiche e finanziere di questo Re- * 
gno essere di gran lunga cambiate da quando 
^Napoli spingeva le sue schiere e le sue navi 
in sostegno dell'Italia superiore. Allora non 
era avvenuto il 15 maggio, né le province e- 
rano in rivolta, suscitata da quelli stessi che 
aveano voluto mandar parte dell'esercito per 
combattere l'Austria, e l'erario napoletano tro- 
varsi in condizioni peggiori di prima. Posto 
questo Regno , soggiungea il Cariali , a 500 
miglia dal teatro della guerra, con basi e li- 
nee militari da prendersi in paesi stranieri , 
senza una Piazza forte di appoggio , essere 
quindi le sue condizioni assai diverse da 
quelle del Piemonte. Il muovere un corpo 
di esercito dall'estrema Italia meridionale e 
condurlo sul Po, era costato a questo erario 
più di quanto il Re di Piemonte avea erogato 
dal principio della campagna fino allora. 

Quella nota del principe di Cariati si po- 
trebbe compendiare e tradurre in poche frasi; 
conciossiachò in buoni termini il governo di 
Napoli dice* a quello di Torino: « io non in- 
tendo di esser canzonato da te, che pretendi 
estendere il tuo dominio co' sacrifìzii pecu- 
niari! e col sangue de' napoletani , e quel 
sangue fruttar dippiù rovina alla patria napo- 
letana. 
« Ho provato, se ne' rivoluzionarii si trovasse 

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— 418 — 

qualche volta un poco di buona fede , ma 
quella prova riuscì fatale, essendo stata causa 
di rovine, lagrime e sangue a questa gran 
parte d'Italia. Io non intendo lasciar le pro- 
vince nell'anarchia suscitata da' tuoi aderenti 
ed amici , per correre colle mie forze fuori 
del Regno in avventure impolitiche ; io non 
intendo dissanguare i napoletani per comodo 
tuo. e quello della sètta ; io abborro di far 
debiti simili a' tuoi con la speranza di fard' 
poi pagare agli altri Stati italiani, quando hai 
finito di tradirli; per la qual cosa io ti lascio 
e -mi ritiro in buon ordine per dedicarmi e- 
sclusivamente al vero benessere ed alla glo- 
ria di questo Regno (1). » 
Quella nota del principe di Cariati suscitò 

{1) Malgrado che 11 ministero del 3 aprile 1848 
avesse mandato un corpo di esercito in Lombardia 
per combattere i tedeschi , nonpertanto, tra il re di 
Napoli e quello del Piemonte non si potette mai con- 
chiudere alcuna Lega, a causa delle strane pretensioni 
di quest'ultimo. Carlo Alberto pretendeva che l'eser- 
cito napoletano avesse combattuto sotto i suoi asso- 
luti ordini ed incondizionatamente,- per farsi poi i 
patti con Ferdinando li a guerra finita. Quel mini- 
stero volea accettar la Lega incondizionata col ri- 
sardo — : come f suoi amici , dopo 12 anni , accete 
tarono il plebiscito incondizionato — e spronavano il 
re a sanzionarla. Però questi rispondeva a'medesimi: 
Ma non capite che con simile Lega , tutto possiamo 
perdere e nulla guadagnare? Giacché, soggiungeva, ìa 
caso di vittoria, Carlo Alberto si annetterà tuttociò 
che confina col suo Stato; e in caso di perdita, ci 
troveremo sulle spalle V Austria vittoriosa , che ci 
tratterà da popolo vinto. 

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— 419 — 

le ire settarie, e si gridò a squarciagola con- 
tro il governo di Napoli, e più di tutto contro 
Ferdinando II , prodigandogli i più odiosi 
Borni. I ribelli non avean torto di schiamazzare 
a quel modo; conciossiacbè il richiamo della 
soldatesca pugnante In Lombardia era per essi 
un lucro cessante e un danno emergente, in- 
debolivasi V opposizione contro il tedesco , e 
piombavano loro addosso circa 15 mila uo- 
mini , decisi ad infrenare le ribellioni , ten- 
denti a sbarazzarsi di un* augusta dinastia e 
di un trono secolare, onore dell'Italia nostra. 
Interessava al piccolo Piemonte di perdere un 
valido appoggio alle sue mire d'ingrandimento, 
essendo stato stabilito fin da allora dalla di- 
plomazia settaria e dalle congrue faziose , di 
servirsi delle stesse concessioni di Ferdinan- 
do II e delle forze di questo Regno, per de- 
tronizzar quello e cancellar questo dalla carta 
di Europa. I settarii per voler far con troppa 
fretta ed imprudenza, nel 1848, guastarono i 
fatti loro; e fu questa la causa di essere stati 
battuti il 15 maggio , e di aver fatto battere 
il Piemonte dall'Austria , prendendo il diso- 
pra nella Penisola. 

Gli austriaci, dopo le memorabili giornate 
di Milano, si erano ritirati e riannodati nelle 
piazze forti di Mantova e di Peschiera , che 
trovansi sul Mincio, e nelle altre due di Ve- 
rona e di Legnano sull'Adige. L'Austria men- 
tre lottava con la rivoluzione italiana, coadiu- 
vata da due potenti Stati anche italiani, dovea 
eziandio badare alla Boemia e all'Ungheria, 
che trovavasi in grande rivoluzione , minac- 
ciando la sua esistenza. Onde che l' impera- 

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— 420 — 

tore si rivolse alla regina d' Inghilterra e la 
chiese della sua mediazione , promettendole, 
che se l'avessero lasciato libero in Germania, 
non avrebbe impedito la Lombardia o di 
governarsi da sé o darsi al Piemonte; alla Ve- 
nezia avrebbe concessa un' amministrazione 
separata, con esercito proprio, ma sotto l'alta 
sua dipendenza. Avrebbe pure ceduto i du- 
cati, quante volte si fosse dato un compenso 
a' Duchi di sua famiglia regnanti in Italia. 
Quel progetto dell'imperatore austriaco, che 
avrebbe ridonata l' Italia agi' italiani senza i 
mali delle rivoluzioni e senza sanguinose guer- 
re, non fu accettato da lord Palmerston, per- 
chè quelle rivoluzioni e quelle guerre faceano 
gì' interesssi di lui e dell'Inghilterra; quindi 
rifiutò l'offerta col pretesto, che gl'italiani vo- 
leano la rinunzia definitiva ed incondizionata 
de' possedimenti austriaci in tutta la penisola 
italica (1). 

La pretesa del nobile lord sembrò favore- 
vole agi' italiani ; essi non domandavano di 
più, ma fu un vero tranello, non so se teso 
dallo stesso Palmerston; conciosiachè quelle 
pratiche diplomatiche diedero tempo ali' Au- 
stria di riaversi , fortificarsi ed uscire in 
campo co' suoi formidabili eserciti. In effetti 
mentre Carlo Alberto, senza aver dichiarato 
la guerra, avea assalito Y Austria ed era vin- 
citore della medesima in varii fatti d' armi, 
si avanzava ed operava con troppa lentezza 
contro il nemico , sperando ottener tutto di- 
plomaticamente ; il maresciallo Radetzky , 

(?) Corrispondance respecting affairs of Italy. 

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— 421 — 

«domandante le armi imperiali nel Lombardo- 
Veneto, ebbe tutto il tempo di raccogliere le 
sue schiere , e di ricevere dà Inspruck un 
^rinforzo di sedicimila uomini. Tralascio di ra- 
gionare sulla guerra lombarda, non essendo 
cpiesto il mio compito ; ma dirò soltanto di 
-un ordine del giorno dell' austriaco generale 
"Weldèn , che delinea il vero stato della no- 
stra Italia in quella campagna , e de' fatti 
d\armi sostenuti da' nostri soldati contro le 
schiere austriache. 

Il generale Welden , scendendo in Italia, 
-e volendo smentire le tante esagerazioni spac- 
ciate sulla forza degli eserciti italiani colle- 
gati, eccQ„ tra le altre eose, quel che facea 
palese a' suoi soldati in un manifesto diretto 
a' medesimi: « Anche nell'interno dell'I- 
te talia le opinioni son divise: la riproclamata 
■x€ repubblica di S. Marco, non va di accordo 
« con quella stabilitasi in Lombardia, né di 
<c opinioni né d' interessi ; e la così detta 
a spada dì! Italia , questo re del Piemonte, 
u alle cui spalle, già si forma la repubblica 
m di Genova, come potrà in mezzo a tali opi- 
4c nioni e a tali interessi andar di accordo 
« con la. repubblica lombarda? Deh, che que- 
u st* interessi de' nostri nemici, affatto divisi 
« tra loro ripugnanti, valgono a viemeglio spin- 
« gerci all' unione ed a legarci ben più stret- 
•» tamente. » 

li 1° battaglione del 10° reggimento di linea 
napoletano , comandato dal colonnello Rodri- 
quez avea ordine di congiungersi in Bozzolo, 
nel Mantovano , alle truppe del general Fer- 
rari, che comandava una divisione toscana di 

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— 422 — 

cinquemila uomini , tra soldati e volontaria 
Quel battaglione t sbarcato a Livorno, marcie 
per la Toscana , attraversando i più alti Ap- 
pennini , scese ne' piani lombardi ed effettui 
la disposta sua congiunzione ov' era il teatro 
della guerra. Il 30 aprile, dopo di avere va- 
licato il fiume Oglioed occupato Ospedaletto 
e le Crocette , fu posto a tutela della testa 
del ponte di Goito sul Mincio, ov* erano cin- 
quemila piemontesi, chiamati per combattere 
altrove. Èra quella una interessantissima pò* 
sizione strategica, e se fosse stata forzata da- 
gli austriaci, costoro si sarebbero resi padrQni 
della linea del Mincio , ed avrebbero potuto 
prender di rovescio l'esercito sardq, Da que- 
sto sol fatto si rileva, che i generali piemon- 
tesi , direttori di quella guerra, o conoscevano 
poco le posizioni che meglio doveano guaren- 
tire , o conoscendole, quel battaglione napo- 
letano era riguardato come la salvaguardia 
del medesimo esercito del Piemonte. Rodri- 
quez conobbe l' importanza della posizione a 
lui affidata e fece le sue osservazioni, cioè 
che potea essere assalito dalla guarnigione 
di Mantova, e non avendo che soli settecento 
uomini , sarebbe statò affare di momenti per 
essere vinto , qualunque fosse stata la resi- 
stenza de' suoi dipendenti. Le sue osserva- 
zioni non furono intese, ed egli compensò con 
fortificazioni provvisorie il poco numero dei 
suoi combattenti. 

Il 2° battagline del medesimo i 0° di linea, 
comandato dal giovine maggiore Michelangelo 
Viglia, partì da Napoli insieme a' volontari}, 
condotti dagli uffìziali Francesco Carrano e" 

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— 423 — 

flosaroll, ed il 3 maggio giunse alle Grazie, 
Chartier generale de' toscani. Quello stesso 
giorno fu assalito da' tedeschi, usciti da Man- 
tova; li respinse facendo varii prigionieri, e 
più ne avrebbe fatto, se il general Ferrari 
non si fosse illuso ; conciossiachè i nemici, 
trovandosi in una Casina, usarono l'astuzia di 
guerra di alzare bandiera bianca , e quel ge- 
nerale, credendoli soldati italiani , del Lom- 
fcardo-Veneto al servizio dell'Austria, che vo- 
lessero disertare , chiamò a raccolta la sua 
gente. I supposti disertori, in cambio di avan- 
zarsi verso i napoletani ed unirsi a costoro , 
ripiegarono sulle linee austriache , dopo di 
aver fatto una scarica contro i fratelli ita» 
tiani, che li aspettavano a braccia aperte. 

L'altro battaglione del 10° di linea, di guar- 
nigione al ponte di Goito, seppe che una co- 
lonna di tremila tedeschi, uscita da Mantova, 
ai avanzava alla volta di Marmirolo per ischiac- 
eiarlo. Il comandante Rodriquez ne die subito 
avviso al quartier generale piemontese ed alla 
divisione toscana, l'uno e l'altra risposero,' 
the non aveano forze disponibili da mandar- 
gli e che facesse da sé. Quel comandante , 
avendo saputo il dì seguente, che i tedeschi 
ingrossavano a Marmirolo» ed erano circa cin- 
quemila, chiese con più premura un rinforzo 
per conservare quella interessante posizione 
strategica, ed altro non ebbe che il 2° batta- 
glione del medesimo suo reggimento. Tutti 
allora si disposero a morir da valorosi , col 
fare una resistenza ad oltranza contro gli as- 
salitori. 

1 tedeschi non si spinsero ad assalire i no- 

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— -lu- 
stri al ponte di Goito , invece i napoletani 
ebbero V ardire df fare una ricognizione fino ' 
a Marmirolo; e quelli, credendoli un corpo di 
esercito, si ritirarono in fretta, lasciando fi- 
nanco 1* ordinario, che fu saporitamente man- 
giato da' nostri * che tanto ne aveano bi- 
sogno. 

Il general Ferrari , inteso che i tedeschi 
aveano ricevuto poderosi rinforzi in Mantova* 
abbandonò la posizione delle Grazie; ed aven- 
do dippoi giudicato pericoloso queir abbando- 
no, ordinò che fosse ripreso quel paesette, 
già occupato dal nemico. Mandò due batta* 
glioni toscani ed uno napoletano , che assa- 
lirono ivi gli austriaci e li posero in fuga, 
ripigliando quella interessante posizione. La 
notte vegnente, il generale Conte Leuzia, con 
una colonna di truppe italiane, alla cui avan- 
guardia marciava il 10° di linea , riacquisto- 
Montanara cacciandone i tedeschi. 

Riconquistate quelle posizioni , il 12 mag- 
gio, si stabilirono tre campi, cioè a Gurtato- 
ne, alle Grazie, quartier generale, ed a Mon- 
tanara. In quest' ultimo campo si trovavano 
quattro compagnie del 10° di linea, con altri 
battaglioni toscani di fanteria di linea e di 
volontarii, inoltre eravi un plotone di caval- 
leria e cinque pezzi di campagna ; in tutto 
duemila uomini, comandati dal conte Laugier. 
I tedeschi, che erano circa cinquemila, assa- 
lirono il campo di Montanara , recandosi tre 
battaglioni de' medesimi sulla sinistra degl'i- 
taliani per molestarli di fianco. Tre compa- 
gnie del 10°, (una comandata dal capitano 
Cantarella, valoroso soldato d* Àusterlitz) con 

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— 425 — 

altre dne toscane , per vie coperte , si spin- 
sero ne' campi, ed attaccarono V ala sinistra 
nemica, che sloggiarono alla baionetta da varii 
fabbricati presso S Silvestro ben fortificato. 
Quello slancio di troppo ardimento de' napo- 
letani , die il segnale della -ritirata de' cin- 
quemila austriaci ; ed a buon dritto i nostri 
compatriotti furono proclamati gli eroi della 
giornata di Montanara. 

^ Il maresciallo Radetzky , attendendo forti 
rinforzi , erasi limitato fino allora a piccoli 
fatti d' armi, per tenere a bada gì' italiani e 
per istancarli con le fatiche della guerra; 
quando giunse il general Nugent con un corpo 
di esercito ad una formidabile artiglieria» 
cambiò tattica, operando con forti masse con- 
tro il nemico. Il 28 maggio, usci da Verona 
con ventimila combattenti, sostenuto dall'ar- 
tiglieria e cavalleria , minacciando le posi- 
zioni occupate dagl' italiani; i quali si trova- 
rono divisi in varii luoghi, e tutti non erano 
più di seimila. 

Il 29, ti campo di Montanara fu assalito dai 
tedeschi con estremo furore; i nostri sup- 
plivano col valore, rispondendo a' numerosis- 
simi nemici, recando a' medesimi danni non 
lievi. Il valoroso colonnello Giovanetti spinse 
le quattro compagnie napoletane ed assaJì il 
Camposanto , punto principale donde sbocca- 
vano le schiere austriache, e sebbene quello 
non fu conquistato, nonpertanto ritardò la mar- 
cia di queste , che si sarebbero gettate sul 
fianco dell'oste italiana* Nel medesimo tempo 
il maresciallo austriaco, barone d'Aspre, dopo 
di avere riacquistato Curtatone, volse sul fian- 

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— 426 — 

co de! campo di Montanara ; quindi le posi- 
zioni degl' italiani non erano più sostenibili 
con poca gente. Giovanetti ordinò a' suoi di 
ripiegare sopra Castelluccio, mettendo le quat- 
tro compagnie napoletane in retroguardia, per 
guarentire la ritirata di tutta la colonna. Non 
appena questa si mosse che videsi circon- 
data da' reggimenti austriaci, dalla cavalleria 
degli ulani e degli usseri , e sotto il tiro di 
una formidabile batteria di cannoni di cam- 
pagna. La prigionia o il massacro degl'italiani 
era inevitabile, ma l'intrepido colonnello Gio- 
vanetti non si perdette d' animo, brandisce la 
spada e grida : a me, valorosi napoletani! Si 
getta quindi ne' campi , assale con un* auda- 
cia senza pari il nemico, gli sfonda la linea 
di battaglia, e -si apre, a viva forza un varco, 
che fu la salute di tutta la colonna italiana 
di Montanara. Le quattro compagnie napole- 
tane, che sì coraggiosamente si fecero avan- 
ti, mentre venivano fulminate da un turbine 
di mitraglia nemica, lacere e sanguinose pas- 
sarono sopra i cadaveri de' tedeschi; que' va- 
lorosi non erano che duecentottantasette, e ne 
rimasero ceutottantatre, gli altri caddero sul 
campo di battaglia! Però i superstiti condus- 
sero vittoriosa la bandiera de' gigli a Castel- 
luccio e Spedaletto, in mezzo all'ammirazione 
ed il plauso degli altri italiani ivi combattenti 
e delle popolazioni. Gloria imperitura agli e- 
roi di Montanara, figli di questa bella e ve- 
tusta patria napoletana ! Que' generosi salva- 
rono il piccolo corpo di esercito italiano dal- 
l'onta della prigionia, ed in compenso furono 

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— 487 — 

pai calunniati, anche sul valore, da' medesimi 
settarii napoletani. 

Gli avanzi di Montanara passarono l'Oglio, e 
le quattro valorose compagnie del 10° di li- 
»ea, ridotte ad un pugno di prodi, comandate 
dal vecchio capitano Cantarella, furono lasciate 
a guardia del ponte* La domane vennero de- 
stinate a Bossolo , e poi dopo la battaglia di 
Goito a Brescia, ove erasi raccolta la truppa' 
toscana. 

Carlo Alberto lodò il valore delle quattro 
compagnie napoletane, e al Cantarella die la 
medaglia del valor militare. Questo valoroso 
era stato decorato della Legion di onore , da 
Napoleone I per essersi distinto al passaggio 
della Beresina. La lentezza tedesca è stata 
sempre causa di rovesci dell'impero austria- 
co, ma questa volta salvò gl'italiani pugnanti 
in Lombardia. Se Radetzky avesse assalito Goi- 
to immediatamente dopo le facili vittorie di 
Curtatone e Montanara , forse la guerra sa- 
rebbe finita più presto e con meno sangue. 
Al ponte di Goito, come si è detto, trovavasi 
il colonnello Rodriquez ed il maggiore Viglia 
con sole otto compagnie del 10° di linea per 
guardare quella interessante posizione , che 
é la chiave del Mincio. Se i tedeschi l'aves- 
sero assalita, certo avrebbero trovata una e- 
roica resistenza , ma se ne sarebbero impos- 
sessati , atteso il poco numero de' difensori» 
ed avrebbero allora soccorso la fortezza di Pe- 
schiera. La loro lentezza die tempo al re sar- 
do di accorrere colà col primo corpo di eser- 
cito, con molta artiglieria e con quattro reg- 
gimenti di cavalleria. 

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Non £ mio assunto descrìvere la battaglia 
di Goito; basti dire, 'esser quella un onore- 
vota ricordo per gì' italiani a qualunque par* 
tito essi appartengano. Il 30 maggio, i tede* 
sdii assalitori erano forti di venticinquemila 
uomini con la corrispondente artiglieria e 
cavalleria; essi patirono gravi danni, tanto ohe 
disordinati fuggirono a Rivolta, e poi furono 
costretti a cedere la fortezza di Peschiera. 
In quella gloriosa battaglia per gì' italiani, 
ro Carlo Alberto e il duca di Savoia si co- 
prirono di gloria , combattendo da valorosi 
soldati; 1' uno e 1' altro riportarono onorevoli 
ferite. Le otto compagnie napoletane fecero 
prodigi di valore , sloggiando i tedeschi da 
varie posizioni fortificate ; la maggior parto 
di quo' soldati si spinsero con tanto slancio» 
che darebbero rimasti prigionieri, se il mag- 
giore Viglia non avesse mandato a tempo un 
rinforzo per sostenerli. 

Il re Sardo lodò la bravura napoletana; al 
colonnello Rodriquez die la croce di S. Mau- 
rizio e Lazzaro (allora onorevolissima perchè 
non avvilita ancora da' ministri del Regno 
d'Italia, avendola data a gente la più abbietta 
della società). Gli altri uffiziali furono deco- 
rati con la medaglia dell' onor militare. 

Mentre gì' italiani, qualunque essi fossero, 
illustravano he' campi lombardi le armi della 
nostra Penisola, combattendo vittoriosamente 
una grande potenza militare, il generalissimo 
smargiasso Guglielmo Pepe' si baloccava scri- 
vanolo enfatici ordini del giorno a' suoi dipen- 
denti. In essi egli ricordava le glorie di Ma- 
saniello, di Vigliena, l'opposizione de' lazzari 

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— 429 — 

fatta al generale francese Championnet ; le 
sue spacconate sotto Murat, ma taceva i suoi 
fatti vergognosi del 1821 in Antrodoco , ove 
egli fuggì il primo, appena vide avanzare la 
avanguardia tedesca, e fu causa di quella ver- 
gognosa rotta dell' esercito carbonaro a lui 
affidato da' Padri della patria. In quegli or- 
dini del giorno dicea di voler combattere ad 
oltranza gli austriaci , ma per conto suo e 
per quello de* repubblicani. Difatti , trovan- 
dosi in Ancona ricevè lettere da Manin, capo 
del governo repubblicano, allora surto in Ve- 
nezia; il quale gli dicea, essere quella città 
delle lagune assediata e bloccata da' tedeschi, 
che F esercito comandato dal generale Du* 
rando, ed altri corpi italiani aveano ricevuto 
serii danni e sconfitte nel Friuli, in Treviso 
ed in Vicenza, quindi lo invitava a soccorrere 
la veneta repubblica co'soldati di Napoli, sog- 
giungendo cbe i posteri 1' avrebbero sopra»» 
nominato il salvator di Venezia. 

Figuratevi se quelle lettere avessero fatto 
andare in visibilio la piccola ^ vanitosa testa 
del Pepe. Costui già sentiva i posteri appel- 
larlo: Pepe Veneziano , come Scipione Afri' 
cano , questi per avere distrutta l' emula di 
Roma, egli per aver salvata la città delle la* 
gune, la regina de' mari del medio-evo. Dopo 
r invito e la proposta di Manin , il nostro 
eroe di Androdoco cominciò a congiurare an- 
che contro la spada d'Italia, Carlo Alberto ; 
die principio, ordinando che il 10° di linea > 
lasciasse il campo di battaglia, ove si era co-* < 
perto di gloria, e retrocedesse a Bologna per 
passarlo in rivista. Leopardi , ministro napo* 

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^_ 430 — 

tetano presso il ré sardo , consigliato da co- 
stui , impedì gli ordini del duce napoletano, 
e scrisse al medesimo quasi ordinandogli di 
avanzarsi immediatamente con tutto l'esercito 
che comandava per prender parte alla guer- 
ra lombarda. Pepe mandò a quel ministro il 
suo aiutante di campo, capitano Girolamo Ul- 
loa (1) facendogli noto l'ordine del re Ferdi- 
nando II , il quale gli vietava di passare il 
fiume Po senza un novello ordine. Notate 
quanta malafede in quel tristo duee: egli che 
avea disprezzato quel divieto dei suo re , di- 
chiarando che avrebbe valicato quel fiume 
quando vi sarebbe stato il suo tornaconto, or 
lo facea valere per non soccorrere Carlo Al- 
berto, unico scopo della sua missione milita- 
re. Dippiù fece sentire al Leopardi, per mezzo 
di un tal Canino, che avrebbe combattuto con- 
tro i tedeschi , ma dopo la vittoria , 1' Italia 
doveasi mondare da' preti, da' Borboni, ed il 
re sardo doveasi mettere a capo dell' Italia 
repubblicana. Pressato dall'insistenza del mi- 
nistro Leopardi , dichiarò , che pel bene del- 
l'Italia dissobbediva al fé di Napoli, e doman- 
dava se avesse dovuto avanzarsi tra il Mincio 
e F Adige , o alla volta di Treviso ; sempre 
però manifestando la sua determinazione di 



(1) « Uffiziale intelligente ed istruito, educato nel 
« Collegio militare dell' Annunziatela in Napoli -.però in 
« circostanze politiche non fu utile agl'interessi della 
* patria ed al trono delle Due Sicilie. Vedi Uh 
« Viaggio da Boccadifalco a Gaeta ( da Soler» 
« no a Capua. ) 

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— 431 — 

"volersi recare a Venezia e difendere quella 
repubblica. 

Intanto giungevano in Bologna, il 22 mag* 
gio, il brigadiere Scala ed il maggiore di Sta* 
■to maggiore de Angelis, latori dell'ordine so- 
vrano , col quale , dopo di avere esposto le 
tristi condizioni del Regìio, gli si imponeva 
il sollecito rimpatrio dell'esercito spedito in 
Lombardia, designando financo la via che do* 
vea prendere. Nel medesimo ordine era pre- 
visto il caso , che se Pepe non avesse obbe- 
dito , allora il re designava supremo duce il 
tenentegenerale conte Giovanni Stuella. Quel- 
lo, conoscendo lo spirito della truppa, cedette 
a costui il comando ; che immediatamente. 
. diramò l'ordine sovrano a tutti i qprpi di mi- 
lizia napoletana. 

Pepe si affrettò di far sapere a' faziosi di 
Bologna 1' ordine del re Ferdinando II circa 
il ritorno de' napoletani in patria; e cosi su- 
scitò grida e dimostrazioni contro i medesi- 
mi e più contro Stateli a, novello comandante 
in capo. Corse frettoloso %in quella città il 
Leopardi, e vantando <i suoi poteri occulti da- 
tigli dal re Ferdinando , persuase varii uffi- 
ziali a marciare al di là del Po, per soccor- 
rere il general Durando , che combattea nel 
Veneziano. Statella avrebbe dovuto sostenersi 
a qualunque costo , facendo eseguire gli or- 
dini sovrani : però in quella circostenza , sia 
per la corrente politica , sia per titubanza , 
non mostrò quella fermezza d' animo che lo 
distinse sempre nella sua vita militare. Con- 
tro di lui gridavano i bolognesi e non pochi 
ufflziali napoletani, a capo de' quali il colon- 

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— 432 — 

nello Cutrofiano, ed alto diceano: essere ver- 
gogna ritornare in patria senza combattere il 
nemico già di fronte ; laonde si decìse re- 
stituire il comando al Pepe, che fu sollecito 
riprenderlo. 

. Statella , compiuto un atto di tanta vergo- 
gnosa debolezza , riprese la via del Regno, 
accompagnato da un solo uffizi al e. Giunto a 
Firenze fu insultato e minacciato di morte 
da'settarii; la carrozza, che conducealo , fu 
■arsa da' medesimi nella piazza di S. Maria 
Novella, ed egli fuggì a stento, protetto dalle 
tenebre della notte. Giusto guiderdone alla 
debolezza di lui mostrata in Bologna ; ed i 
.aettarii di Firenze voleano far quello che a- 
-vrebbe dovuto far legalmente Ferdinando II. 
I bolognési , cioè i settarii , festeggiarono 
la diserzione del nostro eroe di Antrodoco; la 
sera illuminarono la città in onore del mede- 
simo. La Guardia nazionale defilò sotto le fi- 
nestre del disertore; il quale, briaco di quel- 
T effimero e fellonesco trionfo, andava tron- 
fio e pettoruto coirne se avesse vinta una cam- 
pale battaglia, distrutti i tedeschi ed emanci- 
pata T Italia dal giogo straniero. Dopo di es- 
sersi inebbriato a sazietà dalle ricevute ova- 
. sioni, dio gli ordini opportuni per condurre 
l'esercito al di là del Po, designando le tappe 
di ogni corpo, l'ora e il luogo in cui doveano 
i suoi dipendenti valicare quel fiume. Però 
il brigadiere Klein , . che avea preso il co- 
mando della 2 a divisione, in cambio di Nico- 
letti , pubblicò T ordine del ministero e del 
xe circa il pronto ritorno a Napoli di tutto 
il corpo di esercito di Lombardia , insieme 

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— 433 — 

ad un órdine del giórno , nel quale svelava 
le insidie di Pepe; quindi ordinava a' soldati 
di non obbedirgli, perchè ribelle al sovrano 
e disertore della patria bandiera. 
. Appena conosciuto quell'ordine del giorno, 
i soldati e gli uffìziali mostrarono la ferma 
volontà di obbedire al loro sovrano, e di già 
la brigata Zola da Ferrara retrocedeva a Bo- 
logna; onde che il generalissimo Pepe pregò 
il brigadiere Scala ed il maggiore Cirillo di 
ritornare a Napoli ed ottenere dal re l'ordine 
di proseguire la màrcia in avanti. Quel bri- 
gadiere fece fermare i reggimenti che si a- 
vanzavano dalle Romagne, e mandò a Napoli 
il Cirillo per ottenere un contrordine a quello 
eh' egli avea portato, sicuro di non ottenerlo. 
Pepe , sebbene godesse in quel tempo di 
una effìmera e contrastata autorità , nonper- 
tanto era divenuto i' eroe del giorno, da tutti 
acclamato e desiderato ad eccezione de' sol- 
cati napoletani. Il ministro della guerra del 
Piemonte lo esortava a marciare nel Vene- 
ziano contro il generale Nugent , indi con 
un' altra lettera diceagli che questo generale 
erasi congiunto con Radetzky , e quindi lo 
consigliava ad unirsi all' esercito Sardo , es- 
sendo' imminente una battaglia tra Mantova 
e Peschiera. Il generale Durando, battuto dai 
tedeschi nel Veneto, lo chiamava pure in suo 
aiuto; ed infine l'amico Manin scrivevaglLal- 
tre lettere, dicendogli, di esser debole a lot- 
tare contro i tedeschi, e che accorresse su- 
bito in suo aiuto. Pepe si decise per questo 
ultimo, e reiterò gli ordini di marciare al di 
là del Po. 

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— 434 — 

I soldati napoletani essendo a conoscenza 
del vero ordine sovrano , che imponeva il 
loro ritorno a Napoli , al sentire che Pepe 
volea condurli in avanti , cominciarono ad 
ammutinarsi , maggiormente quando seppero 
dagli uffiziali essere quel generalissimo un 
avventuriero , nemico del re e difensore di 
male ordinate repubbliche. A tutto questo ag- 
giungevasi che i fatti del 15 maggio, già 
si erano divulgati nella soldatesca; ed essen- 
do raccontati in varii e strani modi, anche più 
accrescevano nella medesima il desiderio di ri- 
tornare in patria. Varii reggimenti si erano 
apertamente negati di obbedire a chi tradiva 
il loro sovrano, e più di tutti distinguevasi il 
12° di linea, la maggior parte di siciliani. Tra 
essi erasi formato un comitato di uffiziali e sot- 
t'uffiziali per propagare nell'esercito lo stato 
in cui trovavasi questo Regno, gli ordini as- 
soluti del ministero e del re di rimpatriar 
subito, e come il generalissimo Pepe, disob- 
bedendo agli ordini sovrani, avesse voluto con- 
durre quella truppa, priva di mezzi, per com- 
battere una guerra senza vantaggi per Napoli, 
mentre nel Regno, la medesima era chiamati 
a grandi grida per salvarlo dall'anarchia. 

Pepe, un poco aiutato da varii uffiziali su- 
periori a capo de* quali Cutrofiano e Zola , 
forse per ispirito belligero e cavalleresco, il 
30 maggio dio l'ordine perentorio che l'eser- 
cito passasse il Po. Appena comunicato quel- 
l'ordine, i soldati, che trovavansi in Ferrara, 
al grido di viva il re nostro! presero invece 
la via di Bologna, ad onta di Zola che volea 
spingerli in avanti : giunti al bivio di Malal- 
• 



— 4,5 - 

l>ergo , presero la via di Ravenna , gridando 
sempre: A Napoli ove il nostro re ci chiama! 
L* eroe di Àntrodoco , non avendo né opi- 
nione, nò forza morale sopra la soldatesca, e 
temendo di mostrarsi alla stessa per arrin- 
garla , si" contentò di sciorinare ordini sopra 
ordini» dichiarando disertore in faccia al ne- 
mico chi l'avesse dissobbedito; egli disertore 
della patria bandiera, dichiarava disertori co- 
loro i quali non avessero obbedito chi tra- 
diva il suo sovrano 1 Sperando di aver con «è 
i ire reggimenti di cavalleria, lo stesso gior- 
no 30 maggio, pubblicò un ordine del giorno, 
al solito, ampolloso ed a sproposito, col quale 
ricordava le storiche géste de' cavali eg gè ri na- 
poletani, combattenti in Lombardia nel 1796; 
però tacea che que' valorosi combatteano al- 
lora pel re Ferdinando IV, collegati co' tede- 
schi, contro la spoliatrice repubblica di Fran- 
cia. In ultimo ripeteva gli ordini dì passar 
subito il Po, spacciando le solite notizie false, 
che sono il magno cavallo di battaglia dei setta- 
rii, assicurando, che Radetzky era fuggito, che 
la vittoria era certa e che egliconducevali nel 
"Veneto , perchè era nel dritto di modificare 
gli ordini ministeriali e sovrani, per gV iute* 
ressi dello stesso re. Tutta quella cicalata ot- 
tenne un risultato contrario a quello che si 
sperava il generalissimo ed . il suo fido aiu- 
tante di campo, capitano Girolamo Uiloa, scrit- 
tore e spargitore nell'esercito di tutte quelle 
improntitudini. Epperò , mentre gli uffiziali 
superiori questionavano sul partito a pren- 
dersi, cioè se obbedire al loro sovrano o ad uu 
disertore e traditore, i soldati ed i cavalieri, 

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— 436 — 

col solito grido : Viva il re nostro, a Napoli 
ove esso ci chiama! si avviarono alla volta di 
Modena , senza aspettare i loro capi. Cutfo- 
fiano tentò di trattenere il suo reggimento), 
ma visto il contegno della soldatesca, pruden- 
temente la seguì alla retroguardia. 

Si disse (1) che il colonnello Resta, accuorato 
pel ritorno nel Regno dell' esercito, ne mo- 
risse di apoplessia. Ognuno ha i suoi gusti, 
e fino ad un certo punto bisogna rispettarli, 
cioè fino che non incomodino gli altri. L'al- 
tro colonnello Lahalle , che avea combattuto 
Carducci nel Cilento, a causa dello stesso do- 
lore , che avea fatto morire il suo collega 
Resta , in marcia trasse una pistola dall' ar- 
cione e si bruciò le cervella. Costui avrebbe 
dovuto non aggiungere quest'atto di ribellione 
al suo Creatore* se avesse considerato che il 
vero onor militare consiste appunto in una 
passiva obbedienza al eapo dello Stato, Egli 
non ignorava gli avvenimenti di Napoli e ciò 
che si passava in questo Regno , sapea gli 
antecedenti di Pepe ed i nuovi divisamenti 
felloneschi del medesimo, quindi oserei cre- 
dere ch'egli si fosse ucciso per ben altra causa. 

La truppa napoletana, tanto festeggiata dai 
settarii al recarsi in Lombardia, fu poi vitu- 
perata al ritorno con parole indecenti ne' gior- 
nali faziosi. Qualche eccentrico , che volea 
farla da gradasso, accozzò non poca marma- 
glia per opporsi alla marcia in ritirata de' no- 
stri soldati, e ben per lui che ebbe leste le 

(1) Proclamazione di Pepe , diretta a' bologaes 
1 dal Quartier generale di Rovigo. 

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— 437 — 

gambe per fuggirsene a rotta di collo.. I Bo- 
lognesi, inorgogliti che le loro grida avessero 
spaventato il generate Giovanni Statella -, ed 
avessero di nuovo insediato Pepe, ebbero l'au- 
dacia di assalire i napoletani fuori porta Sar- 
ragozza; ma bastarono pochi lancieri per met- 
terli tutti in fuga, e far lor passare la voglia 
di ritentar la prova. 

Il 10° di linea , trovandosi con 1' esercito 
Sardo , avea ricevuto Y ordine dal generale 
"Statella di ritornare a Napoli e queir ordine 
fu comunicato dal capitano Sponzilli al colon- 
nello Rodriquez. Questi incaricò il medesimo 
capitano di avvertire re Carlo Alberto , che 
egli era obbligato eseguire i voleri del pro- 
prio sovrano , col lasciare il campo e riti- 
rarsi a Napoli. Intanto Sponzilli fu arrestato, 

lo si fìnse , il cèrto si ò che non ritornò 
più presso Rodriquez ; nonpertanto costui si 
decise partire ad ogni costo; perlocchè richia- 
mò il battaglione , che allora stanziava in 
Brescia, e preparò la partenza di tutti i suoi 
dipendenti. Quando ciò seppero i duci pie- 
montesi , per bestiale rappresaglia sospesero 
il rancio ed il pane alle onorate reliquie di 
quel reggimento , che pugnando in estranea 
terra aveano versato il sangue pe* piemonte- 
si: e costoro le privavano poi del pane ! 

Corse il maggiore Viglia presso re Carlo 
Alberto e gli manifestò in quali triste condi- 
zioni era ridotto il 10° di linea; quel sovrano 
tutto promise ma nulla adempì; soltanto a' va- 
lorosi di Curtatone, di Montanara e di Goito 
si dio, quasi in elemosina,due razioni di pane. 

1 piemontesi si negarono financo di dare ad 

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— 438 — 

imprestito a quel reggimento una piccola som» 
ma, come se il governo di Napoli non avesse 
potuto ridonarla con usura! 

Il 10° di linea trovandosi ridotto a morir 
di fame , gli uffìzi ali dello stesso vendettero 
quel che aveano, e raccolsero circa mille du- 
cati, che servirono a far fronte a* più impe- 
riosi bisogni di quella soldatesca. Quando i 
napoletani abbandonarono il campo, e passa- 
rono in mezzo a quello sardo, lasciarono un 
affettuoso indirizzo a' piemontesi ed a toscani-; 
ma que' buzzurri non risposero, anzi superbi 
lo sprezzarono. Al contrario, i figli della gen- 
tile Toscana, proclamarono i soldati napole- 
tani, prodi sul campo di battaglia ed obbedienti 
alla forza del dovere. 

La stampa settaria si scatenò contro i sol- 
dati del 10° di linea , e consigliava le popo- 
lazioni a far man bassa sopra que' valorosi,, 
i quali furono i più bersagliati nel ritornare 
: in patria ; ebbero però cordiale accoglienza 
dalle popolazioni agricole. Il 29 luglio entra- 
rono nel Regno per Giulianuova, e$ i villici* 
avendo appreso che quelli mancavano di tutto» 
loro andarono incontro soccorrendoli con ogni 
ben di Dio. 

11 ritorno in patria dell' esercito mandato- 
in Lombardia scatenò le ire settarie contro Fer- 
dinando li ; da' giornali faziosi si pubblica- 
rono articoli di trivio* e da* deputati di varii 
parlamenti si fecero interpellanze spudorate 
contro quel sovrano. Taluni onorevoli del par- 
lamento romano vollero lanciare una pietra 
contro i soldati napoletani e contro ii re; infatti» 
nell'indirizzo, dei 29 giugno, al S. Padre, la- 



— 439 — 

meritavano che la ritirata dell'esercito di Na- 
poli avesse rovinata la causa dell'indipendenza 
italiana , e quel ritorno qualificavano vergo- 
gnosa fuga; essi asserivano ciò, mentre i loro 
giornali pubblicavano che re Ferdinando fosse 
stato .di accordo con l'Austria ! Que' deputati 
faziosi pretendeano che Pio IX avesse chie- 
sta ragione al re di Napoli, perchè questi e- 
rasi permesso dare l'ordine della ritirata del- 
l'esercito pugnante in Lombardia. Il deputato 
Buon aparte, che in quel tempo cominciava ad 
alzare baldanzoso la òresta, avea proposto di 
-mandar soldaU romani in aiuto della calabra 
rivoluzione; inoltre avrebbe voluto che il Pa- 
pa, insieme ai fulmini della terra, avesse fatto 
tonar quelli del cielo , cioè che avesse sco- 
municato Ferdinando IL I rivòluzionarii — che 
non credono a niente — vorrebbero il Sommo 
Pontefice ligio a loro, anche per fargli scomu- 
nicare tutti quelli che non fanno gì' interes- 
si della setta; ed allora sarebbero scomuni- 
cati duecento milioni di cattolici t 

Il generalissimo Pepe ♦ coadiuvato dal suo 
fido capitano Girolamo Ulloa, a furia di men- 
zogne e tranelli, condusse con sé al di là del 
Po due battaglioni di volontarii , una compa- 
gnia di zappatori , diretta dal maggiore Mo- 
reno , e il 2° battaglione cacciatori , coman- 
dato dal maggiore Giosuè Ritucci. Egli avea 
assicurato, nella proclamazione diretta a' bo- 
lognesi , che Ritucci avesse detto a' suoi di- 
pendenti mostrando il Po: IH là V onore, di 
-qua il disonore! Ma costui affermò poi non 
aver mai detta quella espressione, chiamando 
in testimone l'intiero battaglione ; in cambio* 

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— 440 — 

asserì di aver passato quel fiume perchè in- 
gannato dal Pepe con falsi rapporti , facen- 
dogli credere che gli altri soldati napoletani 
trovavansi di già nel Veneto. 

Varii uffiziali e sottuffiziali , dopo di avere 
abbandonato i loro corpi, alla spicciolata pas- 
sarono il Po. I soldati ammalati, rimasti ne- 
gli ospedali di Bologna e di Ferrara , furono 
obbligati da' settarii a marciare in avanti ; 
tutti giunsero in Venezia nella prima quin- 
dicina di giugno. Quel governo , lietissima 
del soccorso de* napoletani, in una proclama- 
zione , disse di esser mille. Manin , con de- 
creto del 15 di quel mese, proclamo Gugliel- 
mo Pepe supremo duce delie forze della ve- 
neta repubblica. 

Il console napoletano in Venezia comunica 
a' capi di quelle truppe Y ordine ministeriale 
di ritornare a Napoli. I primi a recarsi pressa 
Pepe furono il capitano di artiglieria Pedri- 
nelli, è T altro capitano Bardet di Villanova» 
dichiarando che voleano obbedire a quell'or- 
dine. Il supremo duce impose loro gli arre- 
sti, ma il comandante della Piazza Antonini 
li trattenne in^sua casa e li trattò da amici. 

Il 19 giugno, Ritucci, comandante il 2° bat- 
taglione cacciatori , protestò insieme a' suoi 
uffiziali , che non potea riconoscer più per 
suo superiore il Pepe, perchè costui avea di- 
sobbedito al ministro della guerra ed al re; 
che non intendea stare al soldo straniero, 
avendo per patria la più bella parte d'Italia, 
e per re Ferdinando II di Borbone ; dicea 
{infine che avrebbe rifatta la via di terra sa 
si fossero uniti a lui i zappatori e la batte- 



— 441 — 

x-ia di montagna. Pepe non ardì arrestare Ri- 
Lucci perchè conoscea lo spirito della truppa 
-napoletana, e che costui era amato dalla stes- . 
sa; perlocchè si contentò di mandargli taluni 
-uffìziali felloni per persuaderlo a rimanere 
in Venezia. Il giorno seguente, quel supremo 
duce .emanò un ordine del giorno, col quale 
lodava i militari obbedienti a sé , disobbe- 
dienti al sovrano ; e siecome i settarii han 
per patria 1' universo , meno del luogo ove 
nacquero, conchiudeva col dire: i napoletani 
non essere stranieri in Venezia , ma la loro 
patria estendersi dall'Alpi al Lilibeo. Secondo 
Pepe, i napoletani, per una espressione geo- 
grafica , doveano disobbedire al loro patrio 
governo , non curarsi de' mali della loro pa- 
tria, e servire un altro governo che non co- 
nosceano , e che non facea gì' interessi del 
loro* paese. Tutte quelle ampollose parole 
non fecero deviare gli uffìziali ed i soldati 
ligi al vero onor militare, anzi di più l'indi- 
gnarono , scovrendo nel loro duce supremo 
un impudènte traditore. 

Temendosi in Venezia qualche rivolta mi- 
litare, atteso il contegno delle milizie napo- 
letane, si ricorse a' soliti mezzi morali, cioè 
alle menzogne, clie si fecero- spacciare d'altri 
uffìziali felloni aderenti al Pepe , tra' quali 
Mezzacapo, Poerio ed Assanti. Costoro spac- 
ciavano che Carlo Alberto avea dichiarata la 
guerra a Ferdinando II— mentre quel sovrano 
non amava dichiararla, ma assaliva prodito- 
riamente — che il Principe Carlo, fratello del 
re, si era impossessato di Napoli, — mentre 
questi pensava a far debiti essendo carico di 

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— 442 — 

guai — che i tedeschi erano vinti in Italia — 
mentre aveano battuto i piemontesi — e quindi 
consigliavano la soldatesca a rimaner con loro 
ed accomodarsi alle circostanze. Quelle fan- 
donie non furono credute, anzi erano di mag- 
giore sprone a* soldati per correre in soccorso 
del proprio re e della loro vera pàtria. Si -tentò 
vincerli con le promesse di promozioni , ma 
tutto riuscì vano; soltanto guadagnarono qual- 
che uffiziale mal fermo ne* principii dell* o- 
nore. 

La soldatesca napoletana, costretta a rima- 
nere in Venezia, non avendo i mezzi per ri- 
tornare nel Regno, nell'ora della lotta contro 
i tedeschi li affrontò senza esitare , accre- 
scendo gloria al nome napoletano. Però i mi- 
litari che aveano disobbedito ," e si erano ri- 
bellati al loro sovrano , la maggior parte si 
tennero fuori de' pencoli , contentandosi di 
predicar liberalismo ed italianità. Il ciarla- 
tano è sempre vile , e guai a coloro che si 
lasciano guidare dagli oratori di piazza. 

Il barone .de Cosa, comandante la flotta na-, 
poletana, dopo che sbarcò i soldati in Anco- 
na, fu invitato da Manin a recarsi a Venezia, 
per opporsi alla squadra austriaca (1); avendo 
chiesto il permesso al re ed ottenutolo, per- 
chè non eransi ancora consumate le fellonie 
e gli eccessi del 15 maggio , il 45 aprile 
volse le sue navi alla città delle lagune. 
Giunto al porto di Malamocco, fugò le navi au- 
striache, che tenevano il blocco e che presero 

(<) Era questa composta di tre fregate, cinque 
brik, due corvette, ed un pìccolo piroscafo. 

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— 443 — 

^s\abìto la via di Trieste. Saputosi l' arriva 
<ì ella flotta di Napoli a Malamocco e la fuga 
Ai quella tedesca, i ministri della veneta re-* 
pubblica andarono a visitarla sopra due pi-> 
x-oscafi, il Mocenigo e la Bella Venezia, con- 
ducendo lo Stato Maggiore della Guardia na- 
zionale e varie signore venete; e tutti enqo-> 
miarono e festeggiarono il de Cosa ed i ma-> 
rini napoletani. La flotta di Napoli era com- 
posta di otto navigli , altri tanti ne avea in 
quelle acque il Piemonte , comandati dal re* 
tro-ammiraglio Albini, e tre la repubblica' 
veneta. Il 24 maggio tutti que* bastimenti fe- 
cero una dimostrazione ostile contro la squa- 
dra tedesca presso Trieste, indi si diressero 
alla costa dell' Istria. 

Quando i marini napoletani seppero i fatti 
del 15 maggio , in essi venne meno 1' entu- 
siasmo di battersi contro gli austriaci.. Il d$ 
Cosa ricevette l'ordine di ritornare a Napoli, 
che non eseguì subito , perchè volle dare 
troppa importanza al carteggio scambiato tra 
lui , Manin e Leopardi , inviato . napoletano 
presso Carlo Alberto: Leopardi volea coman- 
dare a dispetto de' ministri di Napoli e dello 
stesso re. 

Partita la flotta napoletana, i tedeschi strili* 
'sero più da vicino Venezia, e quivi mancando 
buoni artiglieri ne' fortini , si scelsero i na* 
poletani per difendere quello interessante di 
MaJghera, che fu restaurato da' nostri zappa- 
tori in tutte le opere avanzate. Il 7 luglio, 
cento uomini con due cannoni fecero una 
brillante sortita , attaccando il nemico a Ga- 
vanelle , e spingendosi fin sotto le fortifica 

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— Un- 
zioni nemiche » arrecarono danni non lievi 
a'tedeschi. Pochi zappatori, appoggiati da due 
compagnie del 2° cacciatori , andarono a di- 
struggere, sopra la strada ferrata che conduce 
a Padova, un ricovero de* nemici, donde co- 
storo imberciavano gli assediati fin dentro i 
.corpi di' guardia. In quel fatto d'armi, i na- 
poletani, in minor numero, assalirono gli au- 
striaci dietro i ripari, sloggiandoli e metten- 
doli in fuga. 

I settarii , riuniti in Venezia , per ricom- 
pensare tanti servizii, altro non seppero fare 
che insultare i medesimi napoletani , co* fu- 
nerali de' fratelli Bandiera , che , ricorrendo 
il quarto anniversario , li vollero fare più 
splendidi , aggiungendovi insulti contro 1* e- 
sercito delle Due Sicilie e contro il re, negli 
immancabili brindisi de'patriottici banchetti. 
Però trovandosi presente il maggiore Giosuè 
Ritucci , ne chiese pubblica soddisfazione ai 
principali offensori. Costoro fecero le più 
amplie scuse, e le signore , che assistevano 
a quel banchetto, s'intromisero con preghiere 
e moine, e così quel fatto non ebbe conse- 
guenze. 

Intanto- da Napoli giungevano reiterati or- 
dipi pel ritorno della truppa che trovavasi in 
Veneeia. Gli uffiziali aveano mandato al re 
un indirizzo di obbedienza e fedeltà, ed a- 
veano di nascosto noleggiate alcune navi per 
isjsi trasportare nel Regno insieme a* loro 
ubai terni. Pepe e il commissario piemontese 
Colli impedirono la partenza; ma Ritucci» non 
soffrendo più tanta violenza , disse in modo 
sssoluto che volea partire con tutti i soldati 

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— 445 — 

napoletani. Temendosi da' capi della repub- 
blica che i medesimi napoletani si ribellas- 
sero, e favorissero indirettamente i tedeschi, 
si addivenne a farli partire. Il Pepe, unito ad 
altri disertori , non isdegnò ordire varii tra- 
nelli per togliere le armi a que' valorosi suoi 
compatriota; e temendo di attaccarli di fron- 
te, usò la più vile ed infame astuzia. Appena 
imbarcata l'artiglieria ed i zappatori sopra pic- 
cole barche , dette .trabacoli , furono questi 
circondati dalle barche cannonière , montate 
da' rivoluzionari i, i quali con la miccia accesa 
vicino a* cannoni carichi a mitraglia, impo- 
sero a' napotetani di consegnar l'artiglieria e 
il resto delle armi, che scesero subito a ter- 
ra. Il maggióre Oliva, fingendo di passare in 
rivista i soldati , ordinò a' medesimi che fa- 
cessero fasci d' armi ; appena eseguito Tordi- 
ne , sbucarono gran numero di armati e se 
ne impossessarono, prendendosi anche i zaini 
e non pochi cappotti de' soldati. 

Altri artiglieri e soldati s'imbarcarono, il 
9 agosto, al Lido; ma giunti a Malamocco, quei 
che conduceano i trabacoli li .fecero dare a 
seeco sotto i fortini Alberone e Bastione. Colà 
corse una cannoniera veneziana, ed impose ai 
napoletani di deporre le armi, in caso diverso li 
avrebbe mitragliati. I malcapitati dichiararono 
che si sarebbero fatti assassinare in qualun- 
que modo, anzi che. cedere le armi; indi fe- 
cero una protesta che mandarono a' capi del 
veneto governò, e che giunse nelle mani del 
general Graziani. Questi, e "nosfcendo l'infamia 
che si volea fare a' napoletani dal Pepe e dal 
commissario piemontese Colli, ordinò che quei 



soldati proseguissero il viaggio portandosi le 
loro armi, che aveano saputo ben maneggiare 
contro i tedeschi. 

Quegli onorati militari, dopo di aver tanto 
patito , e combattuto per una causa niente 
vantaggiosa alla loro patria, furono imbarcati 
sopra piccole- barche, con pochissima provvi- 
sione di viveri e di acqua. Gl'infermi ed i fe- 
riti soffersero pene orribili , e per maggiore 
sventura ebbero un viaggio pessimo, che durò 
dieci giorni. Parte sbarcarono il 17 agosto in 
Pescara, e, parte il 19 in Manfredonia. 

Cosi ebbe fine la spedizione^ del corpo di 
esercito delle Due Sicilie , destinato a com- 
battere i tedeschi in Lombardia. Presso Pepe, 
il} Venezia rimase gran nuraera.di volontarii 
e gli uffiziàli felloni ,* di cui poi, la maggior 
p^rte, chiese pietà e perdono^ottenendoìo dal 
tiranno , Ferdinando II ; il quale commise 
il grande errore di rimetterli ne' loro gradi 
ed onorificenze , onde 1 medesimi avessero 
pptuto meglio congiurare contro di lui e poi 
contro il suo successore. 

Pepe condusse con sé la cassa militare, la- 
sciando senza 'mezzi in Lombardia il resto del- 
l'esercito che non volle seguirlo, e ciò con 
la speranza che lo stesso non fosse ritornato 
in patria. Egli, estraneo sempre al paese ove 
nacque, neppure conosceva la indomabile co- 
stanza del soldato napoletano alla patria ban- 
diera, malgrado i disagi, la nudità e la fame; 
quindi, come ho già detto altrove , anche in 
questo rimasero senza effetto i suoi bassi tra- 
nelli. Si disse e si stampò che egli, il Pepe, si 
fosse appropriato delle somme conservate nel- 

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_ 447 — * 

la cassa di campagna (1) ; ciò è assoluta- 
mente falso. Di trecentomila ducati che avea 
ricevuti dal tesoro di Napoli, gli uffiziali com- 
putisti, al loro ritorno nel Regno , diedero i 
conti, da' quali risultò, che se quel tristo duce 
fu fellone, ma non si macchiò di tanta infamia, 
non essendosi' appropriato neppure di un cen- 
tesimo: ed io con piacere lo pubblico in que- 
ste pagine, dopo tutto quello che ho detto di 
quel generalissimo: unicuique suum ! 

Carlo Alberto , facendo la guerra contro i 
tedeschi per ingrandire il Piemonte,- fingeva 
combattere per tutta* l'Italia a fine di libe- 
rarla dal giogo straniero. Era egli anche di- 
sceso a far lega con l'agitatore Mazzini, e 
questi gli alzava alle spalle ti piedistallo della 
repubblica rossa. Si è perciò che tra le tante 
ragioni della disfatta dell'esercito sardo, deb- 
be annoverarsi tra le prime quella dell' im- 
prudenza de' mazziniani ; i quali , in cambio 
di associarsi agli sforzi che facea quel so- 
vrano per cacciare i tedeschi dalla Lombardia, 
andavano suscitando difficoltà in tutti' gli Stati 
della Penisola, principalmente in Milano, che 
potea dirsi allora là base di operazione in 
quella guerra. 

L'abate Vincenzo Gioberti comprese il pe- 
ricolo che correvano gli affari del Piemonte, 
a causa delle mene e dell'intemperanze maz- 
ziniane; quindi corse a Roma, nelle Romagna 
ed in Milano , predicando da per ogni dove 

(1) Vedi Storia de* llivólgiihenti Politici delle 
due Sicilie dal 4847 al 48$0\ j>ag. 159. Per Pavv. 
Gio. Giuseppe Rossi. n 

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■ _ 448 — 

fusione ed unione col Regno sardo. Nulla ot- 
tenne: gli affari andarono come vollero i re- 
pubblicani , fino a che i tedeschi presero ii 
disopra; e coloro, che voleano giocarsela 
Tun l'altro, rimasero amendue oppressi. 

Di già la stella della rivoluzione cominciava 
ad ecclissarsi, dopo di avere brillato di luce 
sanguigna. L' Austria cominciava ,a riaversi 
dallo sbalordimento cagionato e sopra tutto 
dall* interna ribellione ; e coadiuvata dalla 
Russia, aveala fiaccata ne' varii suoi Stati. 

Anche in Francia a' rivoluzionarii toccava 
la peggio ; il 22 giugno di queir anno 1848, 
una valanga di marmaglia parigina si riunì, 
e per la prima volta fece sentire il grido di 
Vìva Napoleone , viva V Impero ! volendo in 
cotal modo imporre la sua volontà al governo 
repubblicano. Non soddisfatta, coadiuvata dai 
comunisti e socialisti, inalberò bandiera ros- 
sa ed alzò le barricate , proclamando la re- 
pubblica sociale, cioè il comunismo e l'anar- 
chia. L' assemblea 1 nazionale , spaventata da 
queir uragano , elevò a dittatore il generale 
Cavaignac ; e costui il dì seguente assalì le 
barricate. La lotta durò quattro giorni , e si 
disse, che nientemeno "perissero circa dieci- 
mila uomini , tra* quali il tanto benemerito 
Arcivescovo ài Parigi , Dionisio Augusto Af- 
fre. Il quale, mosso dalla carità verso i suoi 
traviati filiani , corse sulle barricate con la 
croce in pugno per metter pace, ed ottenne 
in premio quella eterna ! 

Carlo Alberto conobbe troppo tardi la sua 
falsa posizione, perché in Italia era avversato 
da' repubblicani , e all' estero non piaceva la 

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— 449 — 

sua politica faziosa ; tutti i governi di Eu- 
ropa voleano farla finita con la rivoluzione, 
e la Francia minacciava un intervento in Ita- 
lia. Il re sardo, in tante contrarietà, era spinto 
a continuar la guerra, e presto finirla in qua- 
lunque modo ; difatti i repubblicani strepi- 
tavano e lo minacciavano, vedendolo inattivo 
sul Mincio. Per la qual cosa si argomentò as- 
sediar Mantova , ed in conseguenza di che 
seguirono i combattimenti di Governolo, Rivo- 
li, ed una quasi battaglia in Custoza e poi 
a Volta , ove i piemontesi furono battuti e 
rotti dagli austriaci , riparando dietro il fiu- 
me T Oglio: fatale sempre quella Custoza ! 

Mentre questi avvenimenti guerreschi suc- 
cedevano in Lombardia, comparve sulla scena 
di quella disastrosa campagna militare un 
uomo, che poi, sia a torto o a ragione, riempi 
T Italia e Y Europa del suo nome: era questi 
Giuseppe Garibaldi, nativo di Nizza, più fran- 
cese che italiano. Io tralascio di far la bio- 
grafia di questo personaggio , perchè mi al- 
lontanerei dal mio assunto; del resto si sono 
scritte troppe biografie del medesimo , ma 
badino i lettori, perchè la maggior parte son 
mendaci per bassa adulazione.Però non voglio 
tralasciare la parte che egli rappresentò* con- 
tro i tedeschi e contro lo stesso Carlo Al- 
berto. 

Trovandosi in queir anno in Montevideo, 
ove facea bene il mestiere di rivoluzionario, 
appena intese le rivolture italiane, lasciò nel 
meglio quella repubblica, e ritornò in Italia 
il 21 giugno, insieme ad altri suoi commili- 
toni. Dapprima i suoi servizi furono rifiutati 

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— 430 — . 

da Carlo Alberto; indi accettali, o meglio tol- 
lerati , perchè i mazziniani cominciarono a 
strepitare e minacciare contro quel sovrano. 
Gli si permise soltanto di arruolare de' volon- 
tarii, che non oltrepassarono 1500, e fu man- 
dato nel Varese per molestare i volteggiatori 
austriaci diretti dal generale d'Aspre. 

Dopo la giornata di Custoza e di Volta, co- 
me già si è detto, i soldati piemontesi ripa- 
rarono dietro l'Oglio e cominciarono a diser- 
tare dalle regie bandiere, mentre il loro re fu 
costretto ritirarsi dietro l'Adda. Milano, spaven- 
tata da rovesci de* piemontesi, chiamò in suo 
aiuto Garibaldi il quale fu sollecito accor- 
rere co'suoi volontarii; e volendoli accrescere 
di molto, fece ordinare dal governo di quella 
Città un prestito forzoso di quattro milioni di 
lire, e fece mettere in vendita i beni lì azio- 
nali per altri tre milioni. 

Carlo Alberto, in disastrosa ritirata giunse 
a Milano il 3 agosto; i suoi reggimenti erano 
in disordine, smilzi ed affamati, a causa dei 
eommissarii di guerra. Assalito da' tedeschi» 
tentò respingerli, però fu sbaragliato, e per* 
dendo sette cannoni , riparò dietro le barri- 
cate* Conoscendo vana ogni' difesa, chiese 
patti al nemico ; gli fu accordata soltanto' la 
capitolazione. I settarii , avendo inteso che 
avea capitolato co' tedeschi , circondarono il 
palazzo Greppi , ov' era egli alloggiato ,'■ e lo 
insultarono co* più villani modi , non trala- 
sciando di tirar fucilate alle finestre e di 
adunai* fascine per ardere quel palazzo. Fu 
egli salvo, insieme a' suoi figli, per la fedeltà 
e coraggio del generale Bava, il quale corse 

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— 451 — 

bariti pericoli in que'terribili trambusti. Quel- 
1* infelice sovrano firmò in fretta la capitola- 
zione, e ia notte del 5 agosto abbandonò Mi- 
la ìio , accompagnato fino a porta Vercellina 
da fischi e schioppettate. 

Garibaldi , avendo raccolto circa ventimila 
volontarii , dichiarò la guerra di popolo ; in 
cambio di opporsi all' entrata de* tedeschi in 
Afilano , volle insultare la sventura , pubbli- 
cando una proclamazione contro re Carlo Al- 
berto. Indi uscì dalla città , fece una burle- 
vole scorreria, e prima di essere assalito da- 
gli austriaci riparò nella Svizzera. Da colà 
improvviso ca'ò sopra Arona , ed invece di 
salassare i tedeschi , fece un largo salasso 
alle casse pubbliche per non farle morire di 
qualche colpo apoplettico. I suoi dipendenti 
fecero un buon bottino di galline , anitre, 
capretti e simile roba, per confortare le. loro 
patriottiche pance. Per la qual cosa il governo 
piemontese ne menò gran rumore , ed osò 
chiamar ladrone il nostro eroe ! 

Però gli ammiratori di costui ricacciarono 
in gola a quel governo una ingiuria tanto im- 
meritata . dichiarando Garibaldi intemerato 
guerriero, e che, in ogni guisa t si affaticava 
degnamenié a sostenere con le armi l'onore 
italiano in faccia allo straniero. Con ragione 
dunque il mazziniano Cuneo stampò e pub- 
blicò a questo proposito: « Maravigliarsi, che 
u rubar le casse pubbliche si chiami delitto: 
a però, soggiungeva, chiunque abbia sensi e 
« cuore di vero cittadino d'Italia, ben lungi 
« dal dare biasimo, loderà altamente 'l'uomo, 
*< che rivolto il pensiero alla universale na- 

29 r^ 

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— 452 — 

« zione, sovrapponendosi alle impronte ed in- 
« sensate questioni di provinciali illegalità , 
« con questi ed altri fatti , die l'esempio e 
« segnò francamente la via a chi vorrà un 
« giorno farsi unificatore della smembrata 
« sua patria. » Avete inteso ? è questo un 
parlar chiaro, e difender bene, il nostro eroe. 

Trovandosi Garibaldi inoperoso nella Sviz- 
zera, mandò alla spicciolata i suoi volontarii 
in Italia, i quali presero stanza nella riviera 
di Genova, ove coadiuvarono poi alla proclama- 
zione della repubblica di quella città, profit- 
tando delle sventure di Gasa Savoia. Égli poi, 
insieme ad altri , passò in Francia , e di là 
pel Varo rientrò in Genova. Ivi l'aspettavano 
gli emissari siciliani , che gli proposero di 
capitanare T insurrezione sicula , ed egli ac- 
cettò. Avendo noleggiato un legno, recossi a 
Livorno per trasferirsi a Palermo;, ma i ca- 
porióni della Giovine Italia lo dissuasero, fa- 
cendogli conoscere che era più necessario in 
Roma, ove doveasi proclamare la madre re- 
pubblica italiana. Il nostro eroe , sedotto dai 
suoi amici e dall'idea di opporsi direttamente 
al Papa , mancò di fede settaria a' siciliani. 
Per allora rimase in Livorno , attendendo il 
momento di gettarsi sopra Roma, e far quel- 
l'aspro governo, che gli fruttò l'ampolloso so- 
prannome di Eroe dei due mondi , per finir 
poi con l'altro più sostanzioso di Ero* pi DTE 
milioni ! 

Carlo Alberto, dopo di avere pasaato il Ti- 
cino, per non essere perseguitato dal nemicp 
nel suo Regno, chiese ed ottenne un armi- 
stizio. Alla quale domanda si era opposto il 

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— 453 — 

■suo ministro, l'abate Vincenzo Gioberti, perchè 
questi volea un intervento francese in Italia, 
abborrito dal re più degli stessi tedeschi. In 
quell'armistizio fu pattuito, che le frontiere 
del Piemonte e Lombardo -Veneto fossero se- 
parate da' due eserciti , restituendosi all' Au- 
stria le fortezze di Peschiera, di Rocca d'Anfo 
4 di Asopo; che i sardi uscissero da Modena, 
Parma, Piacenza e Venezia : queste conces- 
sioni fatte al tedesco distrussero i sogni di 
fusione italiana. Onde che i rivoluzionarii vi- 
tuperarono con parole indecenti quel sovrano 
-che aveano chiamato Spada d'Italia , rinfac- 
ciandogli che in cambio di difendere Milano, 
avesse arsi e distrutti i sobborghi di quella cit- 
tà ; ed in ultimo lo dichiararono traditore 
della patria ; e rammentandosi che il poeta 
Berchet l'aveva, in una romanza, proclamato 
fin dal 4831, secrato Carignano, rimisero que- 
gli oltraggiosi versi in voga: dopo gli osanna 
i crucifige ! 

Gioberti si dimise da ministro, dopo di aver 
dichiarato vergognosi illegali e nulli i patti 
dell'armistizio, firmato dal suo re; ed in una 
scritta diretta, al medesimo, qualificò inetta 
la condotta della guerra, indisciplinata la sol* 
datesca , sospetti i duci. Lo stesso ministro 
francese, Ba$tide, in un dispaccio da Roma, 
del 21 agosto , dicea che Carlo Alberto avea 
-conchiuso un inqualificabile armistizio col te- 
desco. Così va il mondo ! questo ci sorride e 
<ji adula se siamo fortunati , ci vitupera e ci 
{Parseguite s# infelici. 



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CAPITOLO XVII. 

SOMMARIO 

II governo di Palermo fa danari. Elezione del duca 
di Genova a re de 7 siciliani. Baldorie, cannonate e 
proteste. I siciliani aiutano i calabresi a rivoltarsi. 
Governo rivoluzionario in Cosenza. Riceve aiuti dal- 
la Sicilia. Primi scontri fra ca labri e regi. Il comi- 
tato di Cosenza fugge a Catanzaro. Fatto d'armi di 
Bevilacqua, agguato di Filadelfia e disastro del Piz- 
zo. I regi sono acclamati dovunque. Fuga ed ar- 
resto di Ribotti insieme agli altri siciliani. Reclami, 
condanne e grazie. Morte di Mileto e di Carducci. 
Altre rivoluzioni e pulcinellate fatte in altre prò* 
vince del Regno. 

Il governo rivoluzionario di Palermo , in 
cambio di metter senno dopo i fatti del 15 
maggio , dopo le catastrofi lombarde toccate 
a Carlo Alberto ed a tutta la rivoluzione ca- 
pitanata da questo sovrano, operava in mòdo 
da irritar sempre più Y offeso Ferdinando II; 
e sentendosi i piedi di argilla, volea fortifi- 
carsi , prevedendo non lontano il giorno del 
rendiconto Oltre de* centocinquantamila du- 
cati di debito pubblico , che avea fatto in- 
aprile , si argomentò estorquere altro da- 
naro; difatti il Parlamento siculo ordinò , il 
19 maggio, che il ministro delle finanze ven- 
desse le rendite dovute allo Stato , che ca- 

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- 455 — 

arasse somme dalle opere di beneficenza e 
Luoghi pii ;.ed impose nel medesimo tempo 
due tasse , una sopra i soldi degl' impiegati, 
T altra sulle porte e sulle finestre. Prescrisse 
che tutte le commende ed abazie, senza cura 
d'anime, fossero annesse allo Stato per ven- 
dersi;neppure furono esclusi l'abazia della Ma- - 
gione , appartenente all'Ordine Gerosolimita- 
no, ed i beni di casa reale , mentre si pre- 
parava la elezione del nuovo re ! Quel sac- 
cheggio fruttò circa sei milioni di ducati, che 
sparirono come la neve in aprile sotto il no- 
stro tiepido cielo; quindi bisognò metter mano 
all' argenteria superflua delle chiese, cioè si 
presero i calici, gli ostensorii ec. di argento 
e di oro, lasciando quelli di rame. 

Dopo quel saccheggio , regolarissimo nei 
.governi patriottici, si pensò allo Statuto, fa- 
cendosene uno monarchico tutto repubblica- 
no, col dare al presidente a vita ed a' suoi 
legittimi discendenti primogeniti il titolo di 
re. Cionondimeno non mancarono candidati 
»per essere re di Sicilia, con quel ludibrio di 
Statuto, indecoroso al nome sovrano. Tra gli 
stranieri si mettevano innanzi tre individui 
della famiglia Bonaparte, cioè il principe di 
Canino, il figlio dell* ex-vicerè d'Italia Euge- 
nio Beauharnais e Luigi Napoleone; quest'ul- 
timo era il preferito, perchè più settario degli 
altri , perchè più dotto in lettere e scienze 
militari, e forse perchè avea fatto quella ri- 
devole figura a Strasburgo, quando andò a pro- 
clamarsi imperatore de'francesi. Sarebbe stata 
Una gran fortuna pe' siciliani se avessero a- 
vuto per sovrano l'uomo del 2 dicembre, il 

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— 456 — 

prode capitano di Sedati , il futuro crimine 
coronato ! Tra'principi italiani si nominavano 
candidati il secondogenito del gran duca dì 
Toscana, fanciullo di 9 anni, e ciò mentre i 
fratelli d' Italia cacciavano il padre da' suoi 
Stati, e Ferdinando di Savoia, duca di Geno- 
va, secondogenito di Carlo Alberto. Quest'ul- 
timo avea più probabilità ad essere procla- 
mato re de'siciliani, perchè era stato presen- 
tato dal papà lord Palmerston; il quale intri- 
gava per mezzo di lord Mintho affine di si- 
stemare gli affari di Sicilia, ed impedire che 
i veri siciliani chiamassero il loro legittimo 
sovrano, o che i settarii proclamassero la re- 
pubblica, spianando cosi la via a Ferdinando* 
II per conquistare queir Isola. Si sa dove- 
vanno a finire i re eletti dalla sètta; in que- 
sti ultimi tempi abbiamo avuto due esempii, 
uno terribile, che ce lo die il Messico, l'al- 
tro la Spagna. 

1/ arrivo nel porto di Palermo di due navi 
da guerra francesi rialzò gli animi de' così- 
detti repubblicani, sperando di proclamare la 
repubblica con gli aiuti de' fratelli di oltral- 
pi. Perlocchè vi furono intrighi , e si operò 
in modo per far mettere il berretto rosso 
alla Guardia nazionale, affinchè, questa desse 
l'esempio agli altri. Lord Mintho , al sentire 
che taluni siciliani voleano far da sé e senza 
il placet del suo padrone Palmerston, montò* 
sulle furie e corse da Mariano Stabile, allora 
il vero re di Sicilia, e gY impose di fare e- 
leggere subito sovrano di queir isola il duca 
di Genova, (povero popolo sovrano, come sei 
giuocato !) promettendo che l'indipendenza si- 

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— 457 — 

ctftfa sarebbe stata riconosciuta dall' Inghil-' 
tefim ed anche dalla Francia. Stabile , man- 
cipio della politica inglese, riunì le Camere 
de* deputati e de* pari, esponendo alle medesime 
i Vantaggi che si sarebbero ottenuti eleggen- 
do stibito re il duca di Genova. Detto fatto: 
quella riuntone di scfiiavi settarii, TU luglio 
1848, ehi per paura, chi per interesse pro- 
prio, proclamò quel duca re de' siciliani per 
la Costituzione del regno. In quella salta 
in mezzo il marchese Mortillaro , uno dei 
pari, e volendo far dello spirito, esclama: si 
tolga il nome di Ferdinando al re de* sici- 
liani, perchè la Sicilia non ricordi il nome 
del tiranno caduto. Cosi fu fatto: il duca di 
Genova fu battezzato Alberto Amedeo I ecc. 
Infelice condizione de* re eletti: neppure so- 
no più padroni del loro nome di battesimo! 
Quel!* avvenimento fu preceduto , già s'in- 
tende accidentalmente, dall' arrivo della flotta 
inglese nella rada di Palermo ; la quale, al- 
zando la bandiera della rivoluzione italiana, 
fece una salva di cannonate, per solennizzare 
anch' essa la elezione del duca di Genova a 
re de' siciliani; lo stesso fecero le navifran» 
cesi» L' ammiraglio Parker die un battello a 
vapore, il Porcospino, (che nome, che coin- 
cidenza !) per condurre a Genova gli amba- 
sciatori siciliani affine di notificare a Carlo 
Alberto in Torino, l'avvenimento di suo figlio 
secondogenito, al trono di Ruggiero il nor- 
manno. 

In Palermo, in altre città e paesi dell'iso- 
la, i cittadini si guardarono in viso maravi- 
gliati al sentire, che i padroni della capi- 

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— 458 - 

tale aveano loro largito un re, e tutti si do- 
mandavano chi fosse il duca di Genova ; 
taluni giunsero a far la domanda , se costui 
l'osse maschio o f emina. Nonpertanto , guai 
a chi non avesse detto, che quel re era sta- 
to eletto per voto unanime de* siciliani ! Anzi, 
tutti furono obbligati, per ordini superiori, a 
far baldoria; si fecero feste officiali, si suo- 
narono campane a stormo — meno male che 
nulla si pagava, se non col male a'timpani — 
si cantarono Tedeum, si fecero luminarie e 
gridi selvaggi: opere di beneficenza, zero ta- 
gliato. 

I fratelli di Messina salutarono la elezione 
dei novello sovrano con una salva di canno- 
nate contro la cittadella, da' forti da loro oc- 
cupati; il generare Pronio, mai soffrendo quel- 
T oltraggio e quella provocazione, trasse altre 
cannonate contro que* forti, parati a festa. II 
comandante la squadra inglese f<^o Iv aùé 
amare lagnanze a quel generale, accusandolo 
#i provocazione; questi, senza dargli ascolto, 
prosegui la sua salva , e diresse tanto bene 
i suoi colpi, che fece interrompere quella dei 
patrioti. L'ammiraglio brittanico qualificò un 
vero vandalismo le cannonate di Prcnic , a- 
vendo costui interrotta la festa patriottica; e 
non avea torto, conciosiachè per uniformarsi 
al civilissimo governo de' iords avrebbe do- 
vuto mandar palle infuocate, o, all' occasio- 
ne, usare la ghigliottina a vapore , che con 
tanto successo si adopera nelle Indie inglesi. 

I padri della patria, volendo far la scimia 
agli americani degli Stati Uniti, schicchera- 
rono il seguente decreto: « Ruggiero Settimo 

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— 459 — 

r« avendo immortale dritto alla gratitudine 
c« palermitana (neppur siciliana ? I) gli è ac- 
« cordato a perpetuità (quia discipulus Me 
** non iiiuiiiur ? ) il privilegio di ricevere da 
«* ora innanzi tutte le sue lettere franche di 
«e posta. » E cosi il giuocattolo di Mariano 
Stabile fu onorato con gli onori del celebra- 
~k>ratissimo Washington ; e sebbene questo 
nome fosse un brutto ricordo per gì' inglesi, 
"nonpertanto costoro lodarono quel decreto, 
perchè onorava un passivo strumento della 
loro politica. Intanto quando il povero vec- 
chio di Ruggiero Settimo si rifugiò, dopo un 
anno, in Malta, i medesimi inglesi gli fecero 
pagar la tassa delle lettere e le multe postali. 
Ferdinando li , conoscendo la elezione del 
duca di Genova a re de* siciliani; il 15 luglio 
rinnovò le proteste fatte il 22 marzo, dichia- 
rando illegali, irriti e di nessun valore tutti gii 
atti del governo rivoluzionario di Sicilia. Il 
20 luglio , fece sentire a Carlo Alberto, per 
mezzo dei suo legato a Torino, conte Ludolf, 
che se il duca di Genova avesse accettata la 
inconsiderata offerta fatta da* settarii siciliani, 
egli sarebbe stato nel dritto di troncare qua- 
lunque relazione col Piemonte, e si sarebbe 
avvalso de* suoi mezzi e delle sue forze per 
mantenere la integrità dellà*sua monarchia. 

Il 21 luglio, il duca di Serradìfalco, i prin- 
cipi di S. Giuseppe e di Torremuzza , il ba- 
rone Riso e tre deputati si recarono a Torino 
per offrire al piemontese principe la sicula 
corona. Carlo Alberto rispose a quegli emis- 
sari: Non posso accettare per mio figlio una 

CORONA CHE APPARTIENE DI DRITTO AL MIO PA- 

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— 460 — 

RENfS ED ALLEATO FERDINANDO II. Ben disse 

colui che assicurò, servire spesso la parola 
per occultare il pensiero; conciosgiachè quel 
sovrano piemontese rispondea allora in quel 
modo, perchè Ferdinando If era più forte di 
lui, ed egli era minacciato anche di perdere 
il suo Regno. Quando poi le circostanze cam- 
biarono, dopo 12 anni, il suo erede usò .altro 
linguaggio in simile avvenimento ! 

I faziosi siciliani, pria che avessero inteso il 
rifiuto del re sabaudo ed i preparativi del loro 
sovrano per metterli a ragione con la forza, 
pensarono alla propria salvezza. Eglino aveano 
bisogno di altro danaro e di altri uomini per 
sostenere la rivoluzione, e mancando il pri- 
mo veniva loro meno ogni ardita manovra* È 
pur vero che aveano a protettori gì' inglesi, 
ma costoro son prodighi soltanto di menzogne 
e note diplomatiche , senza però sacrificare 
né un uomo né uno scellino pe' loro protetti; 
anzi agevolano le rivoluzioni per far denari, 
vendendo a coloro che proteggono armi anti- 
quate, munizioni avariate e navi vecchie ; ol- 
tre di che mirano allo scopo di distruggere 
le industrie de' loro pupilli. Per la qualcosa 
i governanti della Sicilia si avvidero di essere 
stati abbandonati alle proprie forze e risorse; 
quindi, avendo estorto altro danaro a* redenti 
di quell'Isola, si determinarono impiegarlo a 
portar la face della discordia e della guerra 
civile nelle province napoletane, già disposte 
alla rivolta da taluni irreconciliabili onorevoli; 
e cosi speravano scongiurar la tempesta che 
li minacciava da Napoli. 

Quello che più temea il siculo governo era 

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— 461 — 

la cittadella di Messina, e perchè non poteva 
conquistarla a viva forza, si decise bloccarla, 
mettendo in rivolta le Calabrie. Cacciando i 
regi dalla provincia di Reggio , avrebbe pò*» 
tato armare le coste, che da questa città cor- 
rono sino a Scilla ed impedire alla flotta na- 
poletana la più breve via per vettovagliare 
quell'unica fortezza che rimanea in Sicilia al 
re Ferdinando. Profittando che taluni depu- 
tati, fuggiti da Napoli dopo il 15 maggio , e- 
rano disposti a tutto contro il sovrano, si ri- 
volse a' medesimi per ottenere il suo scopo* 
Le sue principali mire si rivolsero sopra il 
deputato Ricciardi, che trovavasi allora rifu- 
giato in Malta con tre suoi colleghi, cioè Va- 
lentina de Riso e Mauro, ed aspettava il mo- 
mento propizio per suscitare altre rivoluzioni 
in questo Regno (1). 



(1) Il medesimo deputato Ricciardi , nella sua 
Storia documentata a pag. 22 , confessa che la 
prima idea di mettere in rivoluzione le Calabrie gli 
venne in mente a bordo al Freidland, cioè lo stes- 
so giorno 15 Maggio. Ciò prova sempre più , che 
Ferdinando II fu previdentissimo nel richiamare in 
patria il corpo di esercito pugnante in Lombardia, 
avendo nel Regno pochi soldati per mantenere Por- 
dine interno ; prova inoltre , che i deputati faziosi 
furono V unica e sola causa del richiamo di quella 
soldatesca. Dopo che si pubblicano simili confes- 
sioni , si ha poi r impudenza di proclamare quel 
sovrano fedifrago, aniitalìano e tiranno , perchè 
costui era messo nella dura necessità di mantenere 
V ordine pubblico e guarentire i suoi dritti e quelli 
del suo popolo ! 

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— 462 — 

Dopo di avere intavolato delle pratiche con 
quel deputato, gli spedì un vaporetto siculo, 
il Giglio delle Onde , il quale lo condusse a 
Messina con gli altri onorevoli. Ricciardi, do- 
po di essersi messo di accordo co* fratelli 
messinesi sul programma dell' insurrezione 
calabra , partì per Cosenza, ove fu raggiunto 
da altri tre membri del disciolto Parlamento, 
cioè Francesco Federico,Musolino e Lupinacci, 
e il 2 giugno creò un governo provvisorio, 
cioè il solito Comitato di salute pubblica , 
tanto prediletto da' settarii. Egli si proclamò 
capo di quel Comitato , membri Federico , 
Mauro e Lupinacci; in seguito furono aggiunti 
gli altri tre ex deputati che furono solleciti di 
recarsi a Cosenza. 

Sarebbe lungo e noioso trascrivere in que- 
ste pagine tutt* i proclami, decreti e dichia- 
razioni che schiccherò quel Comitato di sa- 
lute pubblicai che altro non sono che un am- 
masso di minacce , menzogne e baggianate ; 
chi desidera leggerli, per esilararsi un pòco, 
li troverà ne 7 Documenti storici riguardanti 
V insurrezione calabra 9 pubblicati dal conte 
Gennaro Marnili e nella Storia documentata 
dello stesso sig. Ricciardi. 

In Catanzaro già trovavasi presidente del 
Comitato di salute pubblica l'intendente Mar- 
sico e varii altri Comitati si ordinarono nei 
distretti e ne* comuni di quelle due province. 
Gli abitanti di Reggio , che aveano male ac- 
colto il Ricciardi, quando sbarcò a "Villa San 
Giovanni per recarsi a Cosenza, non vollero 
sapere di rivoluzioni e comitati , malgrado i 

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— 463 — 

supremi sforzi fatti da Stefano Romeo , Plu- 
uino e de Lieto. Costoro avrebbero voluto ri- 
bellare Reggio e tutta quella provincia , per 
favorire le operazioni de' faziosi di Messina , 
secondo i patti stabiliti co* medesimi; di più 
avrebbero voluto arruolare sfaccendati perfar- 
x\^ "una colonna ed occupare il Piano della 
Corona , essendo quello un punto strategico 
ed inespugnabile. 

11 comitato di Cosenza fu diviso in quattro 
dicasteri, guerra, interno, giustizia e finanze; 
dietro Mileti e Giovanni Mosciari arruolavano 
militi per occupare le montagne di Paola, 
Stanislao Lupinacci ebbe Y incarico di esi- 
gere le somme offerte volontariamente dai 
proprielarii di Cosenza e provincia. Intanto 
il Ricciardi , arrogandosi di fatto 1" autorità 
dittatoriale deponeva impiegati civili , giudi- 
ziali e militari; scarcerava facinorosi, impri- 
gionando o sbandendo realisti; e cosi la fa- 
cea d* re e da Papa. Difatti impose al sin- 
daco di Simigliano di sposare Carmine Bruni 
con Carolina Elia, dispensando il voluto con- 
senso de* genitori; ed imponeva a' Vescovi di 
presiedere aila funzione del Corpus Domini. 
Quel cbe operò quel Comitato di salute 
pubblica per far quattrini, già ve '1 figurate, 
lettori carissimi; fin d* allora i nostri rigene- 
ratori cominciarono a cantare : « Le casse 
d'Italia son fatte per noi. » Dalle opere di 
beneficenza, dalle mense vescovili, odagli an- 
ticipi di fondiaria , da' prestiti volontarii ed 
altro si fecero buoni e sostanziosi bocconi 
patriottici ; il solo vescovo di Cassano pagò 

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— 464 — 

cinquemila ducati; seno.», immaginatelo..! (1) 
Intanto, quel comitato, per illudere i gon- 
zi, ribassava di due grana a rotolo il dazio 
sul sale, aboliva il giuoco* del lotto ed infre- 
nava , con leggi opportune , 1* ingordigia dei 
venditori a minuto, vere sanguisughe dei po- 
polo. É veramente scandaloso che i continua- 
tori dell' italico riscatto neppure seppero imi- 
tare quel poco bene che avea iniziato in Ca- 
labria il Ricciardi. Si è per ciò che non mi 
reca meraviglia se questo avventato ^rivoluzio- 
nario non ne volle più sapere di far parte 
del Parlamento italiano ; conciosiachè s' egli 
è illuso , nonpertanto bisogna convenire di 
essere un cittadino onestissimo , che ha il 
solo difetto di sbagliar la via nel cercare il 
vero benessere del suo paese. 

Si ordinò la leva in massa, però chi dava 
un buon gruzzoletto di piastre, veniva esen- 
tato dall' onore di combattere contro il tiran- 
no di Napoli; in caso contrario dovea parte- 
cipare a queir insigne onore. 

Si fondò in Cosenza un giornale col titolo 
l' Italiano delle Calabrie, redattore il Mira- 
glia ; era V organo di Sua Maestà Calabra, 

(1) Credo necessario avvertire i miei lettori, che 
la maggior parte de' componenti quel comitato, non 
approfittò personalmente sia^ di un centesimo di quel- 
le somme scroccate a' cittadini per la santa causa* 
In onor del vero, debbo anche dire , che il presi- 
dente Ricciardi non era tinto condiscendente, ad 
imporre taglie di guerra e simili delizie, anzi, come 
appresso dirò , fu rigoroso contro que } capisquadra 
che senza necessità vuotavano le casse pubbliche 
ed imponevano contribuzioni di guerra. 

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— 465 — 

pubblicando gli editti del governo provviso- 
rio. Inoltre quel giornale spacciava menzo- 
gne ad ufo: al povero Ferdinando II lo facea 
morire cento volte la settimana ed in stra- 
nissimi modi; Napoli invasa or da piemonte- 
si, or da francesi ed or dagl' inglesi, un al- 
tra volta erano i fratelli di Napoli che facea- 
no strepitosa giustizia del tiranno. Per con- 
fermare quelle fandonie gli aderenti del co- 
mitato spezzavano statue e stemmi regi , fa- 
cendo un baccano indecente e grottesco. 

Malgrado di tutte quelle consolanti notizie 
che spacciava Vitaliano delle Calabrie, i pa- 
trioti di quelle province , avendo la coda di 
paglia, non stavano- punto tranquilli sulla loro 
sorte; ogni zanzara che passava per l'aria era 
per loro una cannonata nemica, ogni rumore 
sembrava a' medesimi un reggimento di rea- 
listi che assaltava ne'loro seggi i componenti 
il Comitato di salute pubblica. Essendo con- 
seguenza del timore e del sospetto la crudel- 
tà, que' rigeneratori incrudelivano contro gli 
innocenti cittadini , apprendendo come con- 
giura contro di loro ogni azione la più inno- 
cua e la più semplice. In Cassano fucilarono 
due mendici, credendoli spie del governo di 
Napoli. I/Il giugno, per un falso allarme, 
destato da un fanciullo, arrestavano Vincenzo 
Federico ed altri due infelici,che strascinarono 
fuori 1' abitato, ed uccisero con modi barbari, 
perchè supposti avvelenatori di ribelli. In S. 
Demetrio voleano fucilare V arciprete, perchè 
questi fece una predica sopra la Pace; lo sal- 
vò la popolazione dalle mani de' redentori. 
'Quando costoro si voleano sbarazzare di una 

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— 466 — 

famiglia tranquilla o agiata 1' accusavano di 
essere in corrispondenza co' satelliti del tir 
ranno, o la proclamavano avvelenatrice. 

In Catanzaro l'intendente Marsico, capo del • 
Comitato di salute pubblica, aiutato dal rice- 
vitore generale Morelli, usò gli stessi mezzi 
de' rivoluzioaarii di Cosenza per far danaro 
ed armare uomini facinorosi; quindi s' impo- 
sero le medesime tasse , si perpetrarono le 
stesse violenze e rapine e si spacciarono le più 
sfacciate menzogne. Capo dell'esercito catan- 
zarese fu eletto un Francesco Stocco, e man- 
dato a guardalo le posizioni di Maidà, Pizzo 
e Tropea. Un Gaetano Pugliese , che volea 
dimostrare a que' matti il danno che avrebbero 
arrecato alle Calabrie, continuando a far paz- 
zie, avendo il re i mezzi di ricondurli alla 
ragione, non venne massacrato perchè si die- 
de a precipitosa fuga. Varie città e paesi di 
quelle province non vollero sapere di comi- 
tati di salute pubblica, ad onta delle predi- 
che, in forma di missioni , fatte da Eugenio 
de Riso, il quale predicò e bestemmiò anche 
nella Cattedrale di Catanzaro: 

Intanto, proveniente da Palermo, sbarcava 
a Villa S. Giovanni il disertore Giacomo Lon- 
go, sedicente colonnello, con una squadra di 
siciliani. I graziati dell'anno precedente, ani- 
mati da quel soccorso , voleano far comitati 
di salute pubblica in Reggio e ne' paesi di 
quella provincia; ma i cittadini si mostrarono 
indifferenti ed in varii luoghi ostili ; perloc- 
che il Longo, con tutti i suoi dipendenti, e 
pochi faziosi calabri, di nascosto, se ne an- 
darono a Filadelfia (Calabra), ove s' impos- 

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— 467 — 

scasarono delle casse pubbliche, minacciando 
sequestri e carcerazioni a coloro che non si 
fossero cooperati ad agevolare la rivoluzione; 
difatli il Longo arrestò varii cittadini facen- 
doli condurre a Messina. Sopraggiunti in Reg- 
gio i ribelli, che eransi rifugiati in Roma, ' 
fecero una larva di comitato, che non attec- 
chì, perchè avversato dalla popolazione. Non- 
pertanto arruolarono pochi sfaccendati nullate- 
nenti # col dare a' medesimi due carlini al 
giorno, conducendoli sul Piano della Corona, 
e sopra Aspromonte per prendere posizione 
contro, i regi. 

Un'altra spedizione di settecento siciliani , 
il 14 giugno, sbarcò a Paola, guidata dal se- 
dicente generale Ribotti, coadiuvato da' mag- 
giori Fardella e Bruno, ma poco di accordo tra- 
dì loro. Questa seconda spedizione venne tra- 
sportata in Calabria da due battelli a vapore 
e sfuggì a stento la crociera de' piroscafi regi. 
Il piano di battaglia de' comitati calabri erx 
raccogliere quanto più uomini avessero potuto 
e marciare in tre colonne sopra Napoli, per 
abbattere il governo regio , facendo base di 
operazione Messina : generalissimo di quella 
campagna era stalo designato il Ribotti. 

La grandissima maggioranza de' calabresi 
avversava indirettamente quella rivoluzione , 
perchè questa era voluta soltanto da' deputati* 
l'uggiti, da Napoli e da. pochi malcontenti ; e 
ciò lo prova lo storico Francesco Michitelli, 
uno de' principali agitatori di quel tempo , e 
lodatore esagerato di tutti i capi settarii: ecco 
come si esprime: « Giunta la colonna di spe- 
« dizione a Cosenza, (quella guidata da Ri- 

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a botti) si cominciò a capire lo stato della 
a provincia, affatto diverso da quello descritto, 
« e simile ad un dipresso come lo trovarono 
u % fratèlli Bandiera nel Ì844. I clamori , i 
u proclami e lo zelo.de' commissari ordina- 
ci tori, per eccitare ed infiammare lo spirito 
« pubblico quasi a nulla erano riusciti in 
« tutte le terre , e ne' paesi fuori Cosenza 
« trovava freddezza e paura nelle masse. V- 
« sciti di Cosenza (riferiva Ribotti) non si è 
« più in un paese in rivolta ed in armi per 
« difendere la libertà. Tutti spaventati ed av- 
« viliti , o fidenti nel segreto dell animo alle 
u promesse ed a x giuramenti del re , che i 
«suoi generali Busacca , Lanza e Nunziante 
« magnificavano a maggiore inganno ne' loro 
«. proclami » (1). 

Quel che asserisce il Michitelli circa le con- 
dizioni della calabra rivolta, altro non è che 
uno sbiadito sunto di un rapporto dei gene- 
ralissimo Ribotti , diretto al ministero della 
guerra di Palermo , dato da Cassano addì 25 
giugno 1848. In esso rapporto quel genera- 
lissimo anche dicea: « Si promettevano 10,000 
« uomini e se ne trovarono appena 2 ,000 mal 
« disposti. Si tarda a marciare verso Filadelfia 
u ed il corpo di Longo si scema ogni giorno 
« di uomini che disertano, di compagnie in- 
« tiere di guardie nazionali^ che con gliuf- 
« filiali in testa abbandonano il campo — il 
« nemico forte in Castrovi Ilari; i\nostri senza 
« marcate simpatie — A Cosenza un Corni- 



ti) Storia delle rivoluzioni del Reame delle Due 

m 



Sicilie di Francesco Michitelli voi. 2° pag. 406 

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469 — 

u lato fiacco che non comanda ». Comandava 
però alle casse pubbliche ! 

Lo stesso ex presidente Ricciardi, illuso, ma 
onestissimo uomo, nella fine della sua Storia 
documentata della rivoluzione delle Calabrie 
del 1848, a pag. 105, fa la seguente preziosa 
-confessione : « Cagione principalissima del- 
« l'esito infausto dell'insurrezione calabra fu 
« T essere stata abbandonata dalle altre pro- 
« vince dell'ex-reame di Napoli, come da' de- 
« putati medesimi , che il giorno 15 maggio 
aì. si bellamente protestarono contro il- Dor- 
« bone , dopo di avere promesso di riunirsi 
« novellamente , non così ne avessero avute 
« il destro, a far trionfare i diritti del paese; 
«« riunivasi al primo invito del re, e con loro 
m convenire in Napoli il 1° luglio, i sollevati 
« della Calabrie a dichiarar si facevano im- 
<* plicitamente ribelli ». Dunque il sig. conte 
Giuseppe Ricciardi confessa che fu un gran 
ribelle anche contro coloro che egli mede- 
simo chiama rappresentanti del popolo so- 
vrano , e che fece una inutile e cruenta ri- 
voluzione anche contro il volere delle altre pro- 
vince dell'ex Reame di Napoli. Sia benedetto 
Iddio ! ed anche il sig. conte Giuseppe Ric- 
ciardi , il quale afferma implicitamente quel 
che io ho più volte ripetuto, cioè che i così 
-detti patrioti fanno le rivoluzioni per conto 
« vantaggio proprio , vantandosi interpreti e 
rappresentanti del « popolo sovrano » mentre 
questi non ne vuol sapere di loro , e della 
strombazzata felicità che gli si vuol regalare. 
Intanto si ha l'impudenza di dare dei boia 
3* generali Busacca , Lanza e Nunziante per- 



— 470 — „ 

che voleano scongiurare quella guerra civile, 
magnificando , a maggiore inganno, ne 9 loro 
proclami la clemenza, del re ! 

Quel che dice Ricciardi a questo proposito 
è la pura verità ; difatti una delle più inte- 
ressanti circostanze che avversava la calabra 
rivolta, era l'adesione della gran maggioranza 
de' deputali alla politica del governo del re. 
Quegli onorevoli , dopo le pazzie di Montoli- 
vcto, si giustificarono ed ottennero completa 
perdono ; onde che in cambio di correre al- 
l'appello di pochi forsennati, riuniti in Cosen- 
za, intrigavano in Napoli e nelle province per 
essere rieletti da' novelli collegi elettorali. 
Oltre di ciò arrogi che i calabresi erano di- 
già annoiati di tanto rumore settario e spa- 
ventati dalla tirannia liberalesca. Quando i 
medesimi ricorrevano al Ricciardi , per mo- 
derare quello stato di cose intollerabile, que- 
sti rispondeva , essere que' mali un effetto 
necessario della rivoluzione : — r che bel con- 
forto ! Si è perciò che da tutt' i cittadini sì 
desiderava un buon nerbo di truppe regie , 
affinchè i medesimi fossero appoggiati per 
mostrar il viso a' faziosi. Infatti, occultampnlp 
sollecitavano il governo di Napoli per mandar 
soldati in quelle provincie ed in yarii paesi 
erano cominciate Je reazioni. 

Il ministero , dopo di avere usati tutti i 
mezzi conciliativi, per ispegnere la rivolta ca- 
labra, si decise abbatterla con le armi. At- 
teso che la maggior parte della truppa dispo- 
nibile trovavasi in Lombardia e sparpagliata 
nelle province, a stento potette raggranellare 
circa settemila uomini per formarne tre schijS- 



— 471 — 

re. Una, forte di tremila soldati e quattro can- 
noni di montagna era guidata dal generale 
marchese Ferdinando Nunziante , che partì 
-da Napoli il 14 giugno, e il di seguente sbarcò 
al Pifczo, affrettandosi di correre a Monteleone 
per occupare quella interessante posizione. 
La seconda schiera di duemila soldati , sotto 
.gli ordini del general Busacca, sbarcò in Sa- 
prì, il 10 dello stesso mese ; altri duemila, 
diretti dal generale Ferdinando Lanza , mar- 
ciarono per la via di Potenza dalla parte di 
Lagonegro , per congiungersi al bisogno col 
Busa ce a. Lanza e Nunziante , da punti oppio* 
«ti , accennavano a Cosenza , contro la testa 
della rivoluzione , stringendo ed urtando le 
masse sollevate; e l'altro generale, sebbene 
-cinto di rivoltosi, dovea rivolgersi a quel pun- 
to, che fosse più necessario alle operazioni 
«ielle altre due schiere. 

Quo' tre generali, prima di venire alla fu- 
nesta ragion delle armi, tentarono richiamare 
t" traviati al retto sentiero con proclami, pro- 
mettenti perdono ed og-ni maniera di agevo- 
lazione, facendo conoscere le paterne inten- 
zioni del re, il quale conservava incolume la 
giurata Cfobtititeiofte , ad onta che i deputati 
faziosi T avessero violata. I proclami di Nun- 
ziante , diretti a' calabresi , perchè pacati e 
concilianti , i rivoltosi li giudicarono effetto 
4i paura e di viltà, e quindi risposero a quel 
generale con altri proclami pieni d* insulti 
3a trivio, fra le altre còse diceano che il 
Nunziante, mentre usava il linguaggio dell'a- 
gnello -, mostrava le zanne di lupo: di ugual 
modo si rispose agli altri generali. 

- 



— 472 — 

Busacca fa il primo a venire alle mani coi 
ribelli, attaccando il Ribotti, che era marciato 
contro di lui con varie bande armate , alle 
quali dava il titolo di divisione. Questa occu- 
pò le gole di Lungro e Gassano ; e sebbene 
il Ribotti avesse più di quattromila uomini 
sotto i suoi ordini e i capi squadra Mauro, 
Petruccelli e Mileti, nonpertanto era sconfor- 
tatissimo della sua posizione, essendo la sua 
^ente indisciplinata , e senza voglia di bat- 
tersi contro i regi. I ribelli, mentre saccheg- 
giavano le case de' realisti presso Castrovil- 
làri, il Busacca, il 18, investì, senz' ordine» 
Spezzano Albanese , ove si erano fortificate 
varie squadre e fu costretto {dare indietro, 
ma senza essere perseguitato. 

Dopo pochi giorni giunse il generale Lanza 
con la sua colonia, e si fece di tutto, da' ri- 
voltosi, per impedire la sua congiunzione eoa 
Busacca ; ma tutto riuscì vano , ad onta che 
/ossero rotti i ponti, asserragliate e distrutte 
le strade. A Campotenese accadde uno scon- 
tro con la peggio dei ribelli, un altro a Ca- 
strovillari, ove fu rotto e vinto Mileti (1), che 

(1) Costui dopo avere scritto ampollose spacco» 
t nate nelle sue lettere dirette al Comitato di salute 
* pubblica y dopo di avere proposte al medesimo leg- 
gi draconiane contro i militi fuggitivi o disertori , 
. fu egli il primo a fuggire e disertare. Ricciardi, in 
mi- rapporto, del 20 giugno 1848 , N^ 542 , diretto 
al Colonnello dello Stato Maggiore siculo , accasa 
Pietro Mileti « d* imporre tasse forzose di parec*, 
a chie migliaia : e ciò di sua testa, e quello cb'è 
« peggio senza esservi spinto da veruo bisogno » — 
£ questi sono i prodi, i patrioti tanto decantati dai 
loro amici....! 

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— 473 — 

più non fu visto da' suoi dipendenti. Carducci 
riunì circa cento uomini , che appellò com- 
pagnia della morte ; volea gettarsi in Basili- 
cata, e fu abbandonato da quella compagnia; 
vedendosi duce senza soldati, fuggì verso Sa- 
pri, per uccidere il suo antagonista Peloso e 
suscitare rivoluzioni. Mauro accusava Ribotti, 
che non seppe approfittare del primo vantag- 
gio presso Spezzano Albanese; questi Io rim- 
proverava perchè promotore., d' insubordina- 
zione. Mentre si bisticciavano tra loro con. 
parole , e scrivendo rapporti, il primo a Co- 
senza , il secondo a Paltrmo, gettandosi V un 
l'altro addosso le colpe comuni; Lanza e Bu- 
sacca si congiungevano in Castrovillari il 3 
luglio. 

La rotta di Campotenese accrebbe la con- 
fusione e lo spavento de' tristi in tutti quei 
vicini paesi ; maggiormente che giungeva e- 
ziandio la notizia dell'altra rotta toccata a' ri- 
belli in Bevilacqua, ove furono dispersi dal 
generale Nunziante, come dirò tra non molto. 
I faziosi però raddoppiarono di stravaganze ed 
efferatezze, creando tribunali per fucilare ih 
poche or* i realisti , ed imponendo al clero 
ed a' vescovi di bandir dal pergamo la cro- 
ciata contro il re e la truppa. Nonpertanto 
il loro regno era già finito , le popolazioni , 
vedendoli fuggitivi ne profittavano con disar- 
marli o cacciarli da' paesi che voleano met- 
tere in maggiore scompiglio. 

Il Comitato di Cosenza, perchè trovavasi in 
salvo, ostinavasi a voler continuare una guerra 
fratricida senza nessuna probabilità di vince- 
re. Onde che si affrettò di estorquere altre 

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— 474 - 

«omme da' proprietarii,^ con.raodi abbointne- 
voli, e' richiamò gli armali «del campo di Pao- 
la , affine di mandarli presso Ribolli,, fper 
rinfrancarlo delle patite sconfitte. Ma costui, 
vedendo che il temporale si approssimava , 
poiché le regie truppe «mano mano «compi- 
vano i loro disegni di guerra, abbandonò il 
-campo e si ridusse in Cosenza , col prelesto 
«he colà avrebbe meglio distrutti i nemici ; 
spacciandosi ad arte essere state battiti* e 
sbandate le milizie .guidate dal general Nun- 
ziante. 

Dopo la ritirata di Ribotti in Cosenza e la 
- rotta tii Bevilacqua, il Comitato di salute pub- 
blica o governo centrale delle Calabrie non 
si tenne più sicuro in quella città ; egli che 
avea proclamata Cosenza , la tomba ove sa- 
rebbe seppellita la fortuna de' regi l Difatti il 
3 luglio divulgò un avviso agli abitanti di Ca- 
labria Citra , nel quale assicurava , che la- 
sciava Cosenza perchè non era un sito stra- 
tegico, e si ritirava in Catanzaro per meglio 
^organizzare la rivolta. Promettea fermezza nei 
{principii da esso proclamati il 2 giugno, e che 
avrebbe allargala la rivoluzione nel resto del 
Regno c< n l'aiuto de* fratelli di Sicilia. — E- 
rano le promesse e le ostentazioni del iner- 
ente alla vigilia del suo fallimento! 

I padri della patria, coraggiosi soltanto ? 
far leggi draconiane e seviziare i pacifici cit- 
tadini, senza ancor sentire il rombo del can- 
none de' regi, se la svignarono da Cosenza e 
si rifugiarono in Catanzaro , ove trapianta- 
rono il così detto Comitato di salute pubbli* 
ca. Ma questa città era assai meno rivoluzio- 

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_ 475 — 

«nana della prima , e que* poveri governanti 
«zingari, sentendo venir meno il loro elemen- 
to, cominciarono a dubitare del loro burle- 
vole e nefasto potere,» 

Appena i cosentini si liberarono di quei 
pazzi rivoluzionarii, elessero una deputazione 
ile' più distinti cittadini , a capo de' quali il 
Te scovo, e la mandarono a Castrovillari presso 
il general Busa ce a, perchè il medesimo si 
fosse affrettato ad occupare la loro città» La 
quale, spazzata del comitato e de' ribelli, ion 
ansia attendea i poldati del suo re, per gua- 
rentirle quella devozione, che sempre àvea 
nutrito verso un sovrano benigno e clemen- 
te. Quel generale , aderendo alle premure 
-della deputazione, tra gli evviva al re e alla 
truppa, entrò in quella Cosenza, che, secondo 
le millanterie del comitato di talute pubblica, 
dovea essere la tomba de* regi. 

Prima che le sopraindicate cose avvenis- 
sero nella Calabria Citra, di già altre bande 
rivoluzionarie si erano riunite in Filadelfia, 
« il generale Nunziante, partito da Monteleo- 
ne il 26 giugno, andava colà per distruggere 
«una insensata e truce rivoluzione. Avendo 
egli ricevuto un rinforzo di cinque battaglioni 
e due cannoni , di quelli reduci dalla Lom- 
bardia, diresse il maggiore Grossi con mille 
e duecento uomini e due pezzi di montagna 
per la strada vecchia , onde assalire a terga 
il campo di Filadelfia. Egli poi , col resto 
della soldatesca , meno qualche battaglione 
ebe lasciò in Monteleone , si diresse verso 
C Angitola , col disegno di spazzare il paese 
da' faziosi e coinriungersi a Maida col Grossi. 

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— 476 — 

G'insorti, all'avvicinarsi de'regi, lasciarono 
il campo di Filadelfia a si diressero versa 
Angitola per combatterli , impossessandosi 
delle posizioni più interessanti , e disponen- 
dosi alla meglio, protetti da'loro cannoni, dalie- 
boscaglie e dall' asprezza di que' luoghi. 

La mattina del 27 si venne a furiosa zuffa,, 
tuonando il cannone dall'una e dall'altra parte: 
l' Archimede e Y Antelope , piroscafi regi, co- 
steggiando il lido , sbaragliavano gì' insorti* 
Costoro in Angitola fecero prodigi di valore, 
ma l'arte ed il coraggio della soldatesca pre- 
valsero sopra quelle masse disordinate. Però* 
il combattimento divenne micidiale per amba 
le parti a Campolungo, presso Bevilacqua, ove 
erano ripiegate quelle bande ; le quali , es- 
sendo in gran numero, e profittando dell'op- 
portunità de'luoghi, presero l'offensiva. Pochi 
battaglione regi, adirati di trovare quella ina- 
spettata resistenza , quando già credevano a- 
vere in pugno la vittoria , con troppo ardi» 
mento si slanciarono sopra i ribelli -, fugan- 
doli da per ogni dove. Gli altri soldati , in 
cambio di appoggiare i compagni , sobillati 
dal tenente Zupi (1), rimasero sulla pubblica 



(l) Era costui un arrabbiato carbonaro del 1820,. 
che dopo varie suppliche, raccomandazioni e proteste 
di fedeltà al sovrano, da poco avea ottenuto di rien- 
trare nell' esercito, con la promessa di essere pro- 
mosso ne' gradi della milizia appena si fosse distin- 
to in quella guerra;— e si distinse in un modo de-, 
gno di simile gente! Erano questi gli ufficiali che 
poi gridavano contro Ferdinando li , perchè li ban- 

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— 477 — 

via inoperosi; e quando videro altri sollevati» 
che da più punti opposti tentavano scendere 
su quella pubblica via per assalirli, fuggirono 
al Pizzo , senza essere punto inseguiti , por- 
tandosi i cavalli degli uffìziali dello Stato mag- 
giore e quelli del Nunziante. Que' fuggiaschi 
divulgarono in quel paese la disfatta dell'in- 
tiera colonna regia, e quella falsa notizia si 
divulgò rapidamente per tutto il Regno. 

I giornali rivoluzionarii annunziarono i fatti 
di Bevilacqua con enfatiche frasi e con l'ag- 
giunta di menzogne , asserendo eziandio di 
essere stato ucciso nel conflitto il generale 
Nunziante ; mentre questi era rimasto inco- 
lume, malgrado che si (osse lanciato in mezzo 
la mischia per ispingere i soldati in avanti 
contro i nemici. Difatti quel generale, in- 
sieme al suo Stato maggiore, scese da ca- 
vallo per guidare i suoi dipendenti in luoghi 
scoscesi e difficili ; fu allora che i soldati , 
consigliati dal tenente Zupi, si ritrassero por- 
tandosi i cavalli dello Stato maggiore e quelli 
del generale. 

I fatti d'armi di A agitola , Campolungo e 
Bevilacqua, furono micidiali per ambo le par- 
ti combattenti ; nulla si seppe del numero 



divi dall'esercito, mentre accordava loro mezza pagai 
Intanto secondo i nostri attuali padroni, quel so- 
vrano era un tiranno , ed eglino , che calpestarono 
tutte le capitolazioni del 1860 e 61, riducendo alla 
elemosina tanti onesti e valorosi uffìziali , sono gli 
umanitari, la stessa giustizia personificata, i reden- 
tori degli oppressi I 

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— «8 — 

de* morti; il certo si è che vinsero i règi e 
bivaccarono sul luògo del coaibattimento: ove 
tra gli altri estinti si trovarono il noto re- 
pubblióano ìfazzei e il ricevitor generate Mo- 
relli, divenuto allora generale di armata. 

14 maggiore Grossi, che dòvea prendere alle 
«palle i rivoltosi, accampati in Filadelfia, pri- 
ma di giungere in questo paese , fa incon- 
trato da una deputazione di cittadini , che 
l'invitava ai occuparlo pacifibamente» non es- 
sendovi più bande * perchè andate altrove. 
Quel maggiore prese posizione militardiente 
fuori l'abitato, e spinse dentro un drappello di 
truppa: ma questo Ai ricevuto a schioppettate! 
Tutta la soldatesca , in vista di quei tradì» 
«mento, si avventò contro gli assalitori ed av- 
venne un breve ma sanguinoso conflitto. Fi- 
ladelfia fu espugnata , e dà' soldati, furono 
saccheggiate la case donde si erano- tratte le 
prime fucilate. I regi presero cinque canno- 
ni, raccolsero gran quantità di munizioni, e 
fecero varii prigionieri, tra cui Stili itano. 

Grossi , dopo quel fatto d' armi, si diresse 
al Pizzo, e prima di giungervi seppe da' sol- 
dati sbandati la falsa notizia della disfatta di* 
Nunziante ; perluchè giudicò opportuno ri- 
manere in quel paese, per conoscere il vero 
stato delle cose e per ristorare la sua gente. 
Or mentre i soldati riposavano, il castaido di 
Stillitano ne uccise uno del 6° cacciatori con 
una fucilata. Allo scoppio di quell'arma, alla 
vista del Compagno ucciso, i regi, credendosi 
traditi e sopraffatti da' nemici , corsaro alle 
armi, e con ira cieca inveirono contro i pa- 
cifici cittadini. Miseranda fu quella giornata 

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- 479 — 

el Pizzo; case» masserizie ed abitanti rima* 
ero in balìa di furibonda soldatesca (1). Gli 
iffìziali, con gran pericolo, sr slanciarono tra 
jli assalitori e le vittime» e molte di questa 
fio salvarono , scongiurando altre e maggiori 
rovine a quel desolato paese. Riprovevolis- 
sima quella soldatesca per aver fatto in modo* 
da disonorare una giusta causa che difende- 
va, ma più che infame colui che fu causa di 
tanto disastro ; e ciò per la sola smania di 
uccidere vilmente un soldato che dormiva* 
^enza alcun vantaggio per la rivoluzione. Son 
questi degli esseri che qualunque siasi par-* 
tito dovrebbe respingere dal suo seno, anzi 
. inflìggere loro punizioni esemplari ; non- 
pertanto quello scellerato castaido di Stilli- 
tano fu da' ribelli proclamato un altro Orazio 
Coclite , un Pietro Micea , senza curarsi dei 
danni che soffrirono tanti pacifici ed onesti 
cittadini. 

I ribelli, dispersi a Bevilacqua, si riunivano 
a drappelli e si vantavano vittoriosi; nel me- 
desimo tempo briganteggiavano in que' paesi 
non occupali dalia truppa; ed- in S> Severino 
principalmente, lasciarono tristi ricordi all'fe» 
zienda arcivescovile. Le popolazioni , cono* 
scendo che i rivoltosi erano stati battuti, re* 
spinge vanii appena i medesimi si avvioinas* 
aero a qualche paese , sapendo ohe faoeano 

(1) Tra gli altri* furono; uccisi il padre ed il fra» 
tello del deputato Musolioo ; quelle stesso, che il 
Napoli dopo il t& maggio, atea, consigliato al Rio- 
ciudi di sollevare le Calabrie contro il legittimo so» 

vrano. 

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— 4S0 — 

larghi salassi alle casse pubbliche ed a* ric- 
chi cittadini. 

Nunziante , preoccupato per le mancategli 
notizie del maggiore Grossi, si decise retro- 
cedere ai Pizzo , ove trovò il resto della «uà 
colonna , a metà sbandat?, e 1' altra di quel 
maggiore. Cenoscendo le felici condizioni del- 
le altre due schiere , comandate dà' generali 
Lanza e Busacca, si argomentò battere e schiac- 
ciare la calabra rivoluzione. Però, in confor- 
mità de* suoi principii e degli ordini ricevuti 
dal re, volea ottenere il suo scopo senza ver- 
sar sangue ; quindi in cambio di proseguire 
a perseguitar le bande rivoltose, già disperse 
e raminghe , scrisse al vescovo di Nicastro , ' 
pregandolo di compiere con la pietosa parola 
r opera riparatrice che egli avea cominciata 
e bene avviata con le armi. Raccomandava a 
quel prelato, che facesse conoscere a' ribelli, 
essere il re dispostissimo alla clemenza, col 
patto però che non si straziasse di più la de- 
relitta Calabria col suscitare altre inutili guer- 
re civili. 

Di già le vittorie de' regi , la punizione di 
Filadelfia e gli orrori del Pizzo, aveano fattq 
conoscere agi' illusi , ehe il governo del re 
non usava moderazione per paura, ma perchè 
abborriva il sangue cittadino; e che le tante 
strombazzate vittorie de' ribetli esistevano sol- 
tanto nelle]- chiacchiere e millanterie de' gior- 
nali settarii. Per la qual cosa le città ed i 
paesi cominciarono a scacciare i capi della ri- 
volta, e mandar deputazioni di pace e sotto- 
missione al Nunziante. I regi erano dovunque 
acclamati con istrepitosi evviva, perchè tute- 

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— 481 — 

lari di queìla vera libertà, che è l'ordine e 
tal giustizia. Catanzaro, sulla quale la rivolu- 
zione facea conto per rinfqcolare la guerra 
«civile, non volle ricevere gli avanzi delle ban- 
de fuggite da Bevilacqua; die soltanto il pane 
per isfamarle e circa duemila ducati. Espulse 
&aA\e sue mura il Comitato di salute pub* 
*blica 9 minacciando respingere la forza con la 
forza; e mandò oratori al Nunziante, invitan- 
dolo a recarsi colà per rimettere Y ordine e 
la giustizia. Queir inviso e ridevole Comitato 
soffrì eziandio l'umiliazione di non essere più 
riconosciuto dallo stesso Ribotti, generale in 
^apo dell' esercito ealabro-siculo , come rile- 
vasi da una geremiade sottoscritta da' compo- 
nenti il medesimo Comitato , data da Tiriolo 
il 6 luglio 1848. In effetti, appena que* padri 
della patria videro approssimarsi la bufèra , 
fuggirono a Corfù, lasciando alla desolata Ca- 
labria una eredità di dolori e di lagrime. Cosi 
^bbe fine quest' altro cruento tentativo per 
isbarazzarsi di un sovrano benefico e clemen- 
te, soltanto odiato dalla sètta perchè il mede- 
simo non la volle intronizzare nel suo Regno, 
e non si volle far detronizzare dalla stessa. 
Ricciardi ed i suoi ministri,quando furono in 
salvo, compilarono una declamatoria, che poi 
fecero stampare in Roma, contro Ferdinan- 
do li e contro il generale Nunziante; perchè 
quegli avea dato i giusti e salutari ordini di 
abbattere la rivoluzione, e questi, da soldato 
valoroso e fedele, aveati eseguiti. 

Ribotti, vedendosi perseguitato da' regi, si 
raccomandò al vescovo di Nicastro ; il quale 
scrisse al generale Nunziante, pregandolo che 

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- 482 — 

accordasse il permesso a quel capo ribelle di 
ritirarsi in Sicilia senza molestia con tutti i 
siciliani, che avea condotti in Calabria. Quel 
generale rispose: Il re grazierebbe i sudditi 
ribelli , ma Ribotti e gli altri stranieri suol 
compagni si dovessero rendere a discrezione. 
Fu quindi suprema necessità per tutti quegli 
avventurieri prendere la via di Catanzaro e 
giungervi prima de' regi. Ribotti avea scritto 
in Messina al rivoluzionario console francese 
Mericour, e al potere esecutivo di quella cit=* 
tà , esponendo loro il suo stato deplorevole, 
e chiedendo due vapori per ritornare co' suoi 
commilitoni in Sicilia. Dal console gli fu spe- 
dito il piroscafo Brazier ed un altro dal go- 
verno siculo con bandiera prussiana; commet- 
tendo a' capitani di que' legni di salvarlo in- 
sième alla sua gente per la via dell' Adriati- 
co: ma né l'uno nò l'altro giunsero a tempo. 

Nunziante teneva d' occhio le mosse dei 
siciliani capitanati da Ribotti , e sperando di 
coglierli, correva a Catanzaro ; quelli veden- 
dosi inseguiti si gittarono sulla spiaggia del- 
l' Jonio, ove trovarono due trabaco li, su cui ia 
fretta Rimbarcarono con sette cannoni la sera 
del 6 luglio. 

Si disse che il brigadiere Nicoletti avesse 
protetto indirettamente queir imbarco , aven-? 
do , quel medesimo giorno , ripiegato sopra 
Reggio contro gli ordini del Nunziante. Non- 
pertanto, quésti, saputo l' imbarco de' sicilia- 
ni, se risse subito a Salazar, comandante dello 
Stromboli „ che trovavasi in. crociera a Spar- 
tivento # di dar la caccia a' fuggitivi che na-? 
vigavano verso Corffr. Quel comandante ese- 

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— 4S3 -.- 

guì gli ordini , e via facendo, scoprì una pic- 
cola barca a remi , che conducea sedici capi 
rivoluzionarii, che. aveano fatto parte del Co- 
mitato di salute pubblica e d'altre magistra- 
ture: ma credendoli pescatori non li molestò. Il 
Salazar contrasse fin da allora il vezzo di far 
poca attenzione in simili incontri (1). 

Salazar , dopo di aver fatto navigar libero 
l'ex presidente delle Calabrie ed i suoi mi* 
Distri , si avanzò alla volta di Corfù , e la 
mattina dell'll, a circa 20 miglia lontano da 
quell'Isola (allora sotto il protettorato inglese) 
scoprì i tra baco li che couduceano il Ribotti 
co' suoi dipendenti ; alzò bandiera inglese , 
quando venne a tiro, issò quella napoletana, 
• tirando un colpo di cannone a polvere » 
li chiamò a sé; vedendo che non obbedivano, 
trasse un altro colpo a palla. Allora i pa- 
droni di que' trabacoli ammainarono le vele 
e scesero in due barchette , uno recando 
seco il Ribotti , l' altro solo. Salazar disar- 
mò que' rivoluzionarii , e dopo di avere ri* 
morchiati allo Stromboli i due legni, li con- 
dusse a Reggio. 11 13 luglio sbarcò in Napoli 
560 fucili, la bandiera jsicula, sette cannoni e 
circa 600 prigionieri , tra cui Ribotti, Far- 
della , Grammonte , Landi , Porcaro , Giaco- 
mo Longo, Mariano delli Franci, Guiccione e 

(1) Questo uffiziale superiore della real marina , 
nel 1860 , mentre dava la caccia all' oste garibal- 
desca , nelle acque presso Mileto io Calabria , per 
simile disattenzione, lasciò passar libero sotto J suoi 
baffi un piroscafo sardo , che conducea Garibaldi; 
e fu quella una disattenzione che produsse la rovi* 
na del trono delie Due Sicilie. 

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— 484 — 

Francesco Angarà; questi ultimi quattro, diser- 
to ri delle regie bandiere , i primi tre, uffi- 
ziali ne' corpi di artiglieria, l'ultimo, sergente. 
Per quella cattura, fatta dal Salazar, si gri- 
dò, da' settarii, alla pirateria, e si fece gran 
chiasso perchè il ministro Bozzelli sequestrò 
le lettere de' prigionieri, nelle quali rinven- 
ne interessanti notizie, che gli giovarono per 
isventare altre mene, congiure e rivoluzioni. 
Nientemeno si accusò quel ministro come in- 
frangitore del secreto delle lettere, citandosi 
a sproposito gli art. 29 e 30 dello Statuto co- 
stituzionale napoletano. Qui mi mancano le 
parole per istimatizzare quest' altra enorme 
pretensione contro i legittimi governanti , 
mentre vediamo quel che fanno i rivoluzio- 
narli al potere , non già in simili casi , ma 
per affari di poco momento (1). Una tal pre- 



ti) In dicembre del 1867 , a causa dell' arresto- 
manìa italiaoissima, fui arrestato in una delle vie di 
Napoli. Prima di tutto i nostri rigeneratori mi con- 
dussero a casa mia , ove misero a soqquadro quel 
poco di roba che trovarono , cercando carte e leg- 
gendo anche le ultime lettere, che aveami scritte il 
mio genitore nell' ultima sua malattia. Si presero 
quelle lettere ed altre anche di famiglia , per lqg« 
gerle con più comodo in Questura. Indi mi mena- 
rono in carcere, in mezzo a 7 ladri di mestiere , ove 
mi lasciarono per lo spazio di undici giorni , met- 
tendomi poi in libertà con un scusate V incomodo. 
Però non vollero neppure rendermi le lettere di mio 
padre, che io teneva quali preziose reliquie; l'ebbi 
dopo un anno, e non tutte, perchè la maggior parte 
le aveano disperse. Ecco che cosa erano e spa' oggi 
coloro che nel 1848 citavano a sproposito gli articoli 



— 485 — 

tensione svela chiaro e senza orpelli lo scopo, 
4per cui i settarii vogliono da' sovrani gli sta- 
tuti costituzionali : cioè per ligar le mani ai 
medesimi e congiurare apertamente ed im- 
punemente. 

Di tutti i chiassi fatti da' settari per Y ab- 
battimento della calabra rivoluzione e per la 
cattura de* siciliani , il più che ci annoiava 
-era lord Palmerston , Y ordinatore della ghi- 
gliottina a vapore per assassinare i ribelli in- 
diani. Quel nobile lord gridò allo scandalo , 
all' immanità, perchè il governo di Napoli si 
era arbitrato arrestare coloro che armata ma- 
no erano sbarcati nelle Calabrie per rivol- 
tarle contro il volere delle medesime popo- 
lazioni. Dopo di essersi messo di accordo col 
governo rivoluzionario di Palermo, dal quale 
si fece mandar reclami contro il re di Na- 
poli, ordinò all'ammiraglio 'Parker, che stan- 
ziava neir acque di Sicilia , di recarsi a Na- 
poli con la flotta, e a Napier, ministro bri- 
tannico presso il re, di spiegar protezione a 
favore de' catturati nelle acque di Gorfù. 

Queir ammiraglio , giunto con la flotta in 
questo porto, non salutò come di rito, invece 
volle leggere la nota de' prigionieri, per farsi 
consegnar* qualche suddito inglese, se vi si 
fosse trovato tra* medesimi : come se agi* in- 
glesi soltanto fosse lecito esercitare impune- 
mente il mestiere di rivoluzionarii ne' regni 
altrui 1 Napier volea parlare co* prigionieri , 
>ma il ministro degli affari esteri gli disse, che 

29 e 30 dello Statuto costituzionale circa il secre- 
to delle lettere ! 



— 486 — 

le leggi proibivano parlare con gli accusati 
prima dell'interrogatorio de' medesimi. Dopo 
tante pratiche, tutte capziose, in ultimo schic- 
cherò due note, maravigliando che si fossero 
arrestati due legni da una nave della real 
marina napoletana nelle acque di Corfù, al- 
zando bandiera inglese. Gli rispose il mede- 
simo ministro, che la cattura ebbe luogo in 
mare neutro, fuori tiro delle fortezze di quel- 
risola, e secondo le leggi internazionali. L'es- 
sersi alzata. bandiera inglese fu uno strata- 
gemma di guerra ed è secondo le consuetu- 
dini di tutte le flotte del mondo , purché , 
prima di assaltarsi il nemico, si alzi la prò* 
pria; come fece il Salazar. Le recriminazioni 
e le capziosità del britannico ministro nulla 
ottennero in favore de' catturati; e quel set- 
tario in veste diplomatica fu costretto dichia- 
rarsi soddisfatto , e mandare un dispaccila 
Palermo , in cui diceva al ministro Stabile : 
aver fatto di tutto per liberare i prigionieri 
siciliani, ma sembrargli essere stati catturati 
legalmente. 

Si attendeva che i prigionieri fatti, nelle 
acque di Gorfù fossero messi sotto giudizio - r 
la maggior parte de' medesimi era' di gente 
facinorosa, ed in quello stesso anno avea sac- 
cheggiate e massacrate in Palermo ed altrove 
tante famigtie di uffìziali regi." Costoro do- 
mandavano giustizia; però Ferdinando II, do- 
po di aver rigettate le pretensioni di un po- 
tente straniero, non volle far mettere in istata 
di accusa que' catturati, qualunque essi si fos- 
sero; ordinò soltanto che venissero condotti 
nell'isoletta di Nisida presso Napoli , e dopo- 

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— 487 — 

un anno fece. loro grazia, mettendoli in li- 
bertà. 

Si riunì il Consiglio di guerra per giudicare 
i quattro disertori; nominati di sopra: condan- 
nò a morte Delti Franci e Longo perchò alla 
loro diserzione univasi il carico di avere com- 
battuto contro le reali milizie. Dichiarò non 
colpevole Guecioni, essendo stato fatto pri- 
gioniero da' ribelli alla Mongiana, e fu messo 
in libertà*. Angherà non fu [ritenuto come di- 
sertore, perchè si era congedato dall'esercito 
regio, e quindi inviato a' tribunali ordinarli. 

Èra giorno di venerdì , ed essendo allora 
pio costume di sospendersi Y esecuzioni ca- 
pitali, quella di Longo e delli Franci si pro- 
rogò alla dimani. I difensori di costoro sup- 
plicarono la sovrana clemenza, ed il tiranno 
concesse grazia della vita, e senza farsi punto 
pregare. I settarii calunniatori de' Borboni , 
anche ottenendo grazie da' medesimi , mali- 
gnano sulla stessa clemenza , come maligna- 
rono su quella di Ferdinando II, pubblicando 
«opra i giornali faziosi, che quel sovrano a- 
vea~fatto grafia a que' due disertori, perchè 
imposta dalla diplomazia francese. Il ministro 
<ii Francia , de Bois-le*Conte , indegnato ri- 
spose con la stampa dicendo : La grazia do- 
versi al cuore del re, che libero e spontaneo 
ayeala largita. Oh, sotto il Regno de' Borbo- 
ni, proclamati tiranni e peggio da settarii, si 
potea far senza paura, anzi con profitto, il me- 
stiere di rivoluzionario ! 

Longo e delli Franci furono condotti nella 
fortezza di Gaeta; e liberati nel 1860, impu- 
gnarono le armi contro il figlio di colui che 

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— 488 — 

avea lor fatto grazia della vita : furono pro- 
clamati martiri, Ferdinando II tiranno sangui- 
nario. Lo straniero Ribotti, venuto nel Regno 
per capitanare la rivoluzione contro la gran 
maggioranza de' calabresi, fu messo in libertà 
nel 1854; e fu eziandio proclamato martire 
da' rigeneratori del 1860, tiranno incorreggi- 
bile chi lo liberò. Que' medesimi rigeneratori 
si dissero giusti, umanitarii» ottimi,, massimi» 
perchò nel 1861, senza legale giudizio, fuci- 
larono lo spagnuolo generale Bories con altri 
ventuno distinti personaggi , compagni del 
medesimo, pugnanti pel legittimo sovrano in 
questo Regno l 

Il generale marchese Ferdinando Nunzian- 
te , trovandosi in Catanzaro , con modi uma- 
nissimi riordinò Y amministrazione della Ca- 
labrie , proibendo alle popolazioni di perse- 
guitare i così detti liberali; in breve e senza 
violenze o soprusi ridonò la pace a quelle 
afflitte province. Quel generale, tanto calun- 
niato da' settarii , fu per costoro l' uomo piò* 
generoso, e direi quasi il protettore de' me» 
desimi. Ma egli era fedele al proprio giuro- 
e alla dinastia regnante, ed ecco il suo gran 
delitto agli occhi della setta. S' egli si fosse 
fatto battere nelle Calabrie, o avesse tradito, 
sarebbe stato proclamato gran patriota, uh 
distinto generale; e perchè &ò non fece, gli 
si prodigarono le più odiose ingiurie. Nun- 
ziante fu abbeverato di amarezze per aver 
fatto il suo dovere, ritardando di dodici anni 
la catastrofe di questo Regno. Allora non si 
valutarono i suoi immensi servizii da chi ne 
avea Y obbligo, ma gli rimase Y inestimabile 

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— 489 — 

vanto di aver salvata la sua patria dagli or- 
rori della guerra civile, e di avere scongiurata 
clie fosse cancellata dal novero delle nazioni. 
Que' ribelli , che non vollero approfittare 
&fella clemenza sovrana , andarono raminghi 
pel Regno, tentando di suscitare altre rivo- 
luzioni; tra cui si distinsero Mileti, Carducci 
ed un poco il Petruccelli. Il primo, errando - 
per monti e boschi, giunse in quello di Gri- 
maldi e chiese ricovero a taluni pastori; co- 
nosciuto da chi egli avea maltrattato, venne 
denunziato agli urbani ; e costoro , il 13 lu- 
glio , lo assalirono , e perchè non volle ren- 
dersi fu ucciso. Si disse che la testa del Mi- 
leti fosse stata portata a Cosenza , orrendo 
spettacolo d'immanità, disapprovato da' gover- 
nanti di Napoli. Il Petruccelli si era ascoso , 
ma visto da taluni , che lo scambiarono per 
Ribotti, stette per essere ucciso, ma egli svelò 
il suo nome, e così fu salvo; nonpertanto venne 
messo in prigione , donde fuggito , riparò in 
Basilicata, e colà rimase occultato per molto 
tempo. 

Carducci , dopo la rotta de' Calabro* siculi, 
sperava riaccendere la rivolta nel Principato 
Citeriore; e sapendo che il prete D.Vincenzo 
Peluso di Sapri capitanava colà il partito bor- 
bonico, ordinò ad un suo sicario di uccider- 
lo. Tra Carducci e Peluso era stata una guerra 
accanitissima, quegli insidiava costui perchè 
borbonico puro sangue, avendone dato prove 
daH799 fino al 1848. In tempo di pace, Pe- 
luso lasciava tranquillo il Carducci , sorve- 
gliavate soltanto; il contrario avveniva in tem- 
pi di rivoluzione , cioè che questi insidiava 

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— 490 — 

in tutti i modi la vita del suo nemico; il quale 
cercava sfuggire di essere assassinato da quel 
capo d'insorti, o tenendosi in armi o stando 
occultato. 

Il prete Peluso soggiornava in Acquafred- 
da, sobborgo di Maratea; ivi seppe la disfatta 
de' ribelli calabro-siculi, e che il suo mortale 
nemico con una mano di armati avviavasi a 
quella volta per ribellare il Principato Cite- 
riore, e disfarsi di lui prima d'intraprendere 
la novella campagna. Per la qual cosa, aven- 
do anche saputo il luogo ove dovea approdare 
il Carducci con la sua masnada, si argomentò 
riunire alquanti suoi valenti amici, e si con* 
dusse co' medesimi alla riva del mare per 
impedirgli lo sbarco ; ma, lo trovò di già sul 
lido in compagnia degli altri facinorosi. Non 
conoscendo bene se quella fosse la masnada che 
egli attendea , intimò alla stessa di gridare 
viva il re ! ma tutti quegli sbarcati risposero: 
viva la repubblica l facendo fuoco contro Pe- 
luso e compagni. Nella mischia fu ferito il 
Carducci ad un braccio, ed i suoi si arresero 
subito. La vista del sangue che egli emettea 
dalla ferita , e Y abbassata sua superbia , ri* 
svegliarono sensi di umanità nell' animo di 
tutti e specialmente in quello del prete Pe- 
luso ; il quale lo condusse in sua casa , e 
dopo di avergli medicata con ogni riguardo 
la ferita, lo mandò sotto buona scorta al ma- 
gistrato di Lagonegro: da quell'istante non lo 
vide mai più. Però, coloro, che lo scortavano, 
temendo che sarebbe stato messo in libertà, 
perchè deputato, e che si sarebbe vendicato, 

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— 491 — 

come avea fatto altre volte, lo gettarono in 
un burrone, ove miseramente perì. 

Sarebbe un andar troppo per le lunghe, se 
volessi narrare tutte le menzogne, fandonie e 
calunnie che si spacciarono contro il governo 
del re, in occasione dello sbarco e morte di 
Carducci. Il National, la Presse di Parigi, il 
Corriere Mercantile di Genova pubblicarono 
cose magne in favore di Carducci e contro Fer- 
dinando II. A quell'effemeridi rispose trion- 
falmente un giornale di Napoli, 1' Ordine, il 
26 settembre 1851 ; dimostrando che il fatto 
<ii sopra narrato, avvenuto alla marina di Ac- 
quafredda, fu estraneo a' governanti della ca- 
pi tale, ma che invece in esso si vide un'accanita 
lotta tra due nemici politici , pronti a sacri- 
ficarsi per la loro opposta causa, ed una ven- 
detta di precauzione, perpetrata da gente so- 
spettosa , che prova sempre più la clemenza 
di Ferdinando II. 

La morte di Carducci fece gran rumore an- 
che in altri stati di Europa , perchè i rivo- 
luzionarli son solidali , perchè di tutto vo- 
gliono approfittare per ispingere % avanti la 
loro trista causa , e perchè lor giova calun- 
niare i loro contrarli. Difatti si ricorse ezian- 
dio all' umanitario lord Giadstone , a cui si 
comunicarono le notizie di quella morte, 
inventandosi fatti ridevoli , inverosimili ed 
anche contraddittori!. Nonpertanto quel no- 
bile lord li raccolse per farne un soggetto di 
diffamazione a carico del governo e della na- 
zione napoletana; ma, costretto dall'evidènza 
de' fatti, ritrattò poi in gran parte quell'esa- 
gerazioni e calunnie. 11 giornalismo rivolu- 

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zionario, i deputati faziosi levarono alle stello 
il Carducci, dicendolo gran patriota e sacrata 
alla causa dell' umanità. Per far conoscere 
a' miei lettori altro non essere quelle lodi 
che menzogne impudenti, voglio qui riportare 
una lettera del medesimo Carducci , che lo 
fa conoscere a maraviglia , sbugiardando le 
menzogniere laudi de' suoi colleghi ed ade- 
renti. Quella lettera la trascrivo come si 
trova ne' documenti delle Conclusioni della 
causa di cospirazione ed attentato contro la 
sicurezza dello Stato non che di altri mi- 
sfatti pronunziati innanzi la Gran Corte spe- 
dale di Principato Citeriore nelle due tornate 
dei giorni 13 e 14 gennaio 1852 dal procura- 
tore generale Angelo Gabriele , stampati in 
Salerno nel 1852 dal tipografo Raffaello Mi- 
gliaccio, ed eccola per intero : 

« N. 1 — Comando generale delle truppe in 
« massa dell' indipendenza italiana. N. 22 — * 
a Pisciotta 27 gennaio 1848 — Carissimo eo- 
« mandante — Trovo positivamente punibile la 
« sua oscitanza nel non avermi dato conoscen- 
ti za delle sue operazioni sin dal giorno che 
« ci dividemmo in Vallo. 

« Voglio augurarmi che le mie disposizioni 
« siano state da lei eseguite , cioè di aver 
« fatto in Gioj fucilare il Giudice Regio , il 
« Sindaco di Salella , ed il comandante ur- 
« bano di Cicerale, giusta le mie prescrizioni; 
« del pari porre al sacco ed a fuoco Oglia- 
« stro e Prignano, cioè tutte quelle famiglie 
« le quali conoscerà aver favoreggiato per le 
« truppe regie. 

« Son certo ancora che si sarà portato ad 



— 493 — 

occupare Gastellabate; che se poi non l'ha 
fallò , si porrà subito in movimento seco 
portando tutte le sue forze disponibili, non 
toccando però le sue guarnigioni stabilite 
in Monteforte, Gioj, Monte ed Ogliastro. 
*< Disporrò intanto che il Sig. comandante 
; Ferrara si unisse alle sue forze per sog- 
' giogare Gastellabate , ove terrà le stesse 
< norme precisatele per Ogliastro e Prignano. 
«« L* esorto a non risparmiare il sangue , e 
« far danaro se vuole vedere progredita la 
« nostra causa. Sarà compiacente accusarmi 
te ricezione della presente , dinotandomi lo 
» stato positivo delle sue forze. Al sig. co- 
« mandante Pavone del circondario di Gioj— 
«« Il comandante in capo: Costabile Carducci.» 
Io non faccio commenti a questa lettera, e 
neppure ho sottolineati i periodi più salienti; 
basta leggerla per fremere di orrore, per giu- 
dicar colui che Io scrisse e coloro che innal- 
zano simili mostri. 

Nel tempo che le Calabrie erano in rivolta, 
vara altri paesi e città della Basilicata e delle 
Puglie fecero delle pulcinellate rivoluzionarie. 
In Potenza si creò un governo, appellato Dieta 
cfó cinque province ; la quale , il 25 giugno , 
mise fuori uno scritto intitolandolo: Meme 
randa lucano , che dichiarava la Confede- 
razione con le altre quattro province di Cam- 
pobasso , Foggia f Bari e Lecce : si volea di 
più la Guardia nazionale con l'artiglieria e 
che occupasse i castelli del Regno. Abriola, 
Calvello , S. Angelo delle Fratte e Genzano, 
sobillate da Cozzoli, Caputo e Passolano, «he 
giravano, da commissarii que' paesi, supplica- 

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rono Pio IX di scomunicare Ferdinando II. 
Que' paesi e città, che alzarono lo stendardo 
della rivolta , mentre si combattea in Cala- 
bria, fecero assai chiacchiere, e non sosten- 
nero alcun fatto d'armi con la truppa; soltan- 
to si limitarono a disarmare qualche piccolo 
posto di gendarmi, a vuotar casse comunali, a 
scarcerare ribaldi , imprigionando onesti cit- 
tadini , a rompere gigli ed a tagliar tele- 
grafi. 

L'intendente di Aquila , Mariano d* Ayala, 
soffiava nel fuoco della rivolta nelle province 
degli Abruzzi. A' suoi amici avea fatto grandi 
promesse, che rimasero inadempiute, perchè 
non corrisposto dalle popolazioni che volea 
ribellare , e perchò usava mezzi strani e ri- 
devoli per redimere la patria dal tiranno. 
Egli , credendo di schizzare il veleno rivolu- 
zionario nelle masse con la parola del prete 
apostata, si fece fautore di missioni. Serven- 
dosi della carica affidatagli dal governo del 
re , scrisse al Vescovo in modo imperativo , 
ordinando al medesimo di far catechizzare 
quelli dell'Aquilano, indicando egli i missio- 
narii. Queir ordinario , che capt l'insidia, si 
negò , ed egli lo minacciò coi fulmini della 
setta. Con simili ed altre stravaganze, invece 
di far progredire la rivoluzione, la rese ridi- 
cola. 

Il governo del re, per dar fine a tutte quelle 
buffonate, ordinò al brigadiere Zola, che tro- 
vavasi in Popoli, di recarsi ad Aquila con tutta 
la soldatesca che avea sotto i suoi ordini. Il 
d* Ayala sbalordì al sentire l'avvicinarsi de* regi; 
dapprima volea far l' ipocrita coli' andare in- 

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— 495 — 

contro a quel brigadiere e riceverlo in qua- 
lità di primo magistrato della provincia ; ma 
avendo meglio fatto i conti con la sua co- 
scienza, si decise lasciar la moglie ed i figli, 
e fuggire a Rieti insieme con altri suoi com- 
plici. Ciò nonpertanto, i fatti ridevoli da lui 
operati in Àquila gli fruttarono gran fama , 
tanto che fu scelto poi a far parte nel mini- 
stero rivoluzionario di Firenze. La setta è ri- 
conoscente a* suoi adenti , e qualunque si 
fossero i loro meriti , li alza alle stelle, ba- 
stando che i medesimi facciano chiassi e fel- 
lonie. 



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CAPITOLO XVIII. 
SOMMÀRIO 

Ferdinando 11 ordina J' apertura del Parlamento 
nazionale. 1 settarii non son contenti e ricominciano 
una insensata ed iodeceole opposizione. Indirizzi ai 
re de 7 deputati e de' pari del Regno. Stampa calun- 
niosa. Aneddoto. Scioglimento delle Camere legisla- 
tive. Dimostrazioni. Modifica del Ministero. 

Mentre le Calabrie ed altri paesi di varie 
province erano in rivoluzione, Ferdinando II 
die la più gran prova di fiducia verso i suoi 
popoli e di disprezzo contro i faziosi. Egli, 
fermo nella largita Costituzione del 29 gen- 
naio, e confermata dopo gli orrori del 15 mag- 
gio, ordinò l'apertura del Parlamento nazio- 
nale, per far godere di queir onesta libertà, 
che è nemica del libertinaggio. Con decreto 
del 24 maggio 1848, convocò i collegi eletto- 
rali pel 15 giugno, e l'apertura delle Camere 
legislative pel 1° di luglio. Alcune province 
del Regno accolsero riconoscenti -quell'atto di 
fiducia e di clemenza sovrana, e comportandosi 
con esemplare pacatezza, elessero a deputati 
gli uomini in fama di liberali ed amanti del- 
l'ordine pubblico. Però la maggior parte dei 
collegi elettorali, perchè sobillati da' faziosi, 
profittando della fiducia del re , elessero a 

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— 497 — 

deputati quelli che voleano rovesciar dinastia 
e trono, altri protestarono per la validità delle 
prime elezioni e per lo seioglimento della Ca- 
mera, avvenuto col decreto del 16 maggio. Se 
non che , ad onta di queste settarie impron- 
titudini, con le quali si volea togliere al so- 
vrano costituzionale un dritto incontrastabile, 
si ebbe dalle nuove elezioni il numero legale 
de' deputati. 

Pressoi popoli civili l'apertura del Parlamento 
nazionale dovrebbe giorno di allegrezza, per- 
chè, (si suppone!) apportatore di futuri miglio- 
ramenti nell'amministrazione dello Stato; per 
Napoli sorgea foriere di altri mali e d' immi- 
nenti trambusti. I rivoluzionarli aveano prò- . 
clamato Ferdinando 11 fedifrago, perchè pro- 
mosse il 15 maggio onde sciogliere la Camera 
de' deputati ed abolire la Costituzione, quan- 
do poi venne riconvocata, andavano spaccian- 
do, che ciò era un effetto dolla paura del re; 
altri diceano, che con quel mezzo si voleano 
conoscere tutt' i liberali per farli massacrare; 
ed altri infine assicuravano , che si riapriva 
il Parlamento a solo scopo d' imporsi nuovi 
dazii, e così impinguarsi meglio la Corte e 
gli aderenti alla stessa: insomma tutto quello 
che'facea quel sovrano si dovea travisare e 
malignare ! 

La stampa faziosa, già cominciava ad alzar 
baldanzosa la cresta , artatamente or preve- 
dea ruine, or le minacciava in occasione del- 
l'apertura delle Camere; e quindi consigliava 
tutti ad avversare il governo ed in ogni mo- 
do, cioè coli' astenersi di pagare i dazii , di 
fumare e pigliar tabacco. Era questo un con- 

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— 498 — 

siglio, anzi un ordine dato dal patriarca della 
rivoluzione, Giuseppe Mazzini , ficcanaso in 
tutt'i governi bene ordinati per metterli in 
ribellione. Però i napoletani,vollerofar cono- 
scere qual conto facessero degli ordini o con- 
sigli di quel caposetta; cosicché quelli che non 
erano usi a fumare, li vedevi in Toledo ed in al- 
tre strade principali di questa città, con grosse 
e lunghe pipe alla m^ bimana, fumando a più 
non posso, e destando la ilarità in tutti i buoni 
cittadini. Nondimeno, le tristi previsioni e le 
minacce della stampa rivoluzionaria , atterri- 
vano le persone semplici e paurose, che sono 
in gran maggioranza in tutti i paesi del mon- 
do, e quindi si serravano nelle proprie case, 
per tutti i chi sa. Era quanto si desiderava 
da' rivoluzionarii; i quali voleano far credere 
esservi in Napoli anche un' opposizione pas- 
siva contro il sovrano, e nel medesimo tem- 
po restava ad essi libero il campo per far la 
parte del popolo. 

Re Ferdinando non curava tutte quelle mene 
settarie, e procedeva pacato e tranquillo nella 
cominciata via costituzionale. Il 1° luglio, se- 
condo avea decretato , ordinò V apertura del 
Parlamento nazionale nella Biblioteca del Mu- 
seo borbonico ; il primo giorno si riunirono 
pochi deputati mesti e sospettosi. Però un 
avvenimento buffonesco sparse un poco d'ila- 
rità: un tale Ignazio Turco farinaio, uomo da 
trivio, ignorante e goffo, essendo uno de' rap- 
presentanti del popolo , comparve in isplen- 
dida carrozza tra le grida e gli applausi dei 
fa iosi. Costoro credettero di far la satira al 
re, per la convocazione di quella seconda a* 

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— 4^9 — 

rlunanza di deputati , e la fecero alle tanto 
da loro vantate franchigie costituzionali. 

11 re scelse il duca di Serracapriola , pari 
del Regno, per aprire nel real nome il Par- 
lamento. Quel nobile duca recossi al Museo 
•in cai rozza di Corte, traversando via Toledo, 
deserta di gente , perchè atterrita a causa 
delle minacce settarie, e fu ricevuto a pie 
della scalinata da dodici pari ed altrettanti 
deputati: in prima udienza, a nome del so- 
vrano, lesse il discorso della Corona. In quei 
discorso lamentava i disastri del 15 maggio, 
e confortavasi per la presenza de* deputati , 
invitando costoro a dir coraggiosamente i pre- 
testi o le vere cause della perturbazione dei 
Reame , onde darsi un definitivo riparo per 
non farle rinnovare. Invocava il patriottismo 
de' rappresentanti la nazione per proporre 
leggi opportune, tendenti a riordinare 1' am- 
ministrazione del Regno , specialmente ri- 
guardo alla finanza e alla Guardia nazionale, 
essendo esclusiva missione di questa tutelare 
l'ordine pubblico. Dopo di -avere annunziato 
non essere turbate le relazioni con le poten- 
ze estere, conchiudeva: « Inflessibile nel mio 
« proponimento di una bene intesa libertà , 
« farò di questo nobile obbietto la costante 
« preoccupazione della mia vita , e il vostro 
« onorevole concorso me ne guarentirà il sue* 
<t cesso. Avendo chiamato a giudice Iddio del- 
« la purità delle mie intenzioni, non altro mi 
« rimane oggi che chiamare a testimoni voi 
« e la storia », 

Iddio ha di già giudicato quel religioso so- 
vrano; i deputati più faziosi han più volte te- 

32 jOO( 



— 5oO — 

stimoniato , ne' varii parlamenti italiani, che 
il medesimo non fu in realtà quello che essi 
lo proclamarono per servire i biechi fini della 
se»ta. La vera storia — vergin di servo en- 
comio—e di codardo oltraggio — dirà, che Fer- 
dinando li non ebbe alcuna colpa se non fu- 
rono attuate le sud benefiche e liberali isti- 
tuzioni , largite al suo popolo ; ma la colpa 
ricade tutta intiera sopra que' medesimi de- 
putati, che le avversarono, per darci poi mani 
e piedi ligati a chi agognava le ricchezze 
ed invidiava la prosperità di questo vetusto 
Regno. . 

Il discorso della Corona, com'è da supporsi, 
fu criticato e calunniato con velenose parole, 
dovendosi attraversare tutto ciò che facea di 
buono quel monarca. 

Gli atti preparatorii tennero per più giorni 
occupate le due Camere ; il 3 luglio erano 
presenti 72 deputati , il dì 8 si accrebbero 
fino ad 89, ed essendo in numero legale, si 
cominciò la verifica de' poteri. Il primo atto 
di potestà che vollero esercitare quegli ono- 
ro voli fu quello di osteggiare i poteri sovra- 
ni, concessi dallo Statuto costituzionale ; di- 
fatti dichiararono valide l'elezioni fatte prima 
del 15 maggio, senza tener conto del decreto 
di scioglimento della Camera ancor non co- 
stituita legalmente. 

Sin da' primi giorni cominciarono i tumulti 
plateali ; le tribune erano sempre occupate 
da* faziosi e da' camorristi pagati ; e tutti a- 
veano ricevuto la missione di applaudire i 
discorsi sovversivi e fischiare qualunque pa- 
rola de' ministri. A quelle sconcezze si cre- 

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— 501 — 

dette di dar riparo con un apposito regola- 
mento della Camera , dal quale nulla si ot- 
tenne, anzi fu disprezzato , ed i clamori, ed 
i fischi proseguirono sempre più a turbare le 
discussioni più interessanti. 

Costituita la Camera, si elesse a presidente 
della stessa l'avvocato Domenico Capitelli, vice 
presidente Roberto Savarese ; e d' allora co- 
minciarono le chiassose recriminazioni dei 
deputati faziosi. Costoro odiavano a morte i 
ministri Bozzelli e Ruggiero , reputati diser- 
tori della sètta ; e quindi faceano interpel- 
lanze appassionate, inopportune ed incostitu- 
zionali. Inveivano contro il generale Nunzian- 
te, perchè questi avea abbattuta la rivoluzione 
in Calabria e ridonata la pace a quelle pro- 
vince, lamentando la cattura de' siciliani e la 
morte del benemerito deputato Carducci. A- 
vrebbero voluto punito quel generale, messi 
in libertà qup' catturati, ed infine puniti tutti 
coloro che avversarono la rivoluzione. In ef- 
fetti uno di quegli onorevoli , arringando in 
favore de' catturati, ardi dire : « Non so an- 
« cora se quelli fossero da addimàndarsi pri- 
« gionieri di guerra giudicabili, giudicanti, o 
« giudicati ». Quel Parlamento era un vero 
pandemonio: chi negava il dritto a qualunque 
autorità di punire i ribelli convinti di misfat- 
to, rimproverava poi a' ministri perchè i me- 
desimi non aveano puniti coloro che avver- 
sarono la Calabra rivolta, e tutti gridavano san- 
gue, fucilazioni ed esterminii in nom.; dell'u- 
' inanità: le tribune applaudivano ! 

Frizzi e parole poco parlamentari, anzi poco 
decenti, corsero tra il ministro Bozzelli e l'ex 

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— 502 — 

ministro Carlo Troja , già fattosi oppositore 
nell'estrema sinistra; e vennero a tali pette- 
golezzi , che il presidente fu costretto a co- 
prirsi. Que' deputati censuravano con rabbiosa 
acredine, esercito, ministri e re; al contrario 
portavano alle stelle la rivolta calabra, tutt'i 
i traditori e spoliatori delle casse pubbliche 
e de' cittadini. Con ragione il Bozzelli disse 
a Ferdinando II: essere la Camera dei depu- 
tati una congrega di faziosi e settarii (1). 

Quando poi il medesimo Bozzelli presentò 
il progetto di legge per riordinare la Guardia 
nazionale, ebbe fischi dalle tribune e da' de- 
putati ; e tutti dissero non essere bastevoli 
poche migliaia di guardie nazionali per gua- 
rentir Napoli da circa 24 mila soldati, che 
sogliono stanziare in questa città. 

Queste ed altre improntitudini de' deputati 
venivano pubblicate da' giornali rivoluzionarii; 
i quali insultavano sempre più T esercito , i 
ministri ed il re. Per la qual cosa altri gior- 
nali moderati pubblicarono una scritta della 
truppa, chiedente che si cacciassero dai Par- 
lamento gli autori delle barricate del 15 mag- 
gio , e quelli che aveano fatto da capi nella 
rivolta del .Cilento, delle Calabrie o delle altre 
province. I deputati faziosi, al leggere quella 
domanda, allibirono, perchè simile gente ha 
paura soltanto della forza bruta; nonpertanto 
continuarono a tenere accesa la face della 
discordia con altri mezzi settarii , smettendo 
però i consueti insulti all' esercito ed al so- 
vrano. Difatti cominciarono a cianciare sal- 



ii) Massari, Casi di Napoli. 



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— 503 — 

l'abolizione della pena di morte, (mentre vo- 
ìeano fucilati gli uccisori di Carducci ! ) sui 
modi di udir ne* giùdizii le difese de* litiganti, 
e sul gran torto che si facea alla nazione per- 
chè non eravi bandiera tricolore nell'aula par» 
lamentare. 

Q.ue' deputati faziosi, avendo osservato che 
Tira de* militari offesi da loro si era un poco 
smorzata, il 17 luglio, proposero e discussero 
l'indirizzo alla Corona; col quale biasimavano 
i soldati e lodavano i rivoluzionarii, inveivano 
contro il sovrano pel passato (governo, dicendo 
che il 15 maggio avea estinto totalmente la 
confidenza del popolo verso il capo dello Stato. 
Disapprovavasi lo scioglimento della Camera 
riunita in Montoliveto, come un atto arbitra- 
rio e nocivo alla pacificazione del Regno ; e 
sopra tutto censuravano senza forme rispet- 
tose la politica del re , perchè avea richia- 
mato il corpo di esercito mandato in Lom- 
bardia, destinato all'italico riscatto. Quest'ul- 
tima censura, si fapea a Ferdinando li, quando 
il rivoluzionario governo di Palermo offriva la 
Corona siciliana al figlio di colui che volea 
trar profitto dall'italico riscatto; e quella si- 
cula Gorona non fu accettata perchè i tempi 
noi permisero. I settarii avrebbero avuto al- 
meno il merito della franchezza, se, in cam- 
bio di sciorinare tutte quelle improntitudini, 
avessero detto senza orpello, che voleano di- 
sfarsi di Ferdinando II per far l'Italia una, 
«ia repubblicana o monarchica. 

Quell'indirizzo, sebbene non piacque a' de- 
putati più faziosi, perchè ritenuto da' mede- 
simi troppo moderato, nonpertanto fu appro- 

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— 504 — 

vato con 105 voti; e dodici di quegli onorevoli 
lo recarono al re, dal quale non fu accettato 
per quelle ragioni che appresso dirò. 

Con due decreti si erano creati 47 pari del 
Regno ; costoro si costituirono il 19 loglio 
e il 2 agosto approvarono il discorso della 
Corona con un indirizzo al sovrano, degno di 
quella gente onesta e patriottica che erano 
que'.signori, componenti l* alta Camera legi- 
slativa. I pari del 1848 erano quasi tutti rie* 
chi, moderati e molti diedero saggio di ma- 
schia eloquenza. Nondimeno trovatasi tra essi 
qualche rivoluzionario, tra cui si distingueva 
il vecchio repubblicano del 1799, poi murat- 
tista, principe di Strongoli , che volle avver- 
sare l'indirizzo de' suoi colleghi fatto al re. 

Nella tornata del 5 agosto lo Strongoli, sa- 
lito in bigoncia, pestò e ripestò tutte le stu- 
pide e calunniose accuse, che gl'irreconcilia- 
bili deputati aveano lanciate contro il governo 
e contro- lo stesso re; asserendo di più, che 
le popolazioni delle Calabrie fossero rimaste 
malcontente a causa dell'abbattuta rivoluzione. 
A quella gratuita e falsa assertiva rispose un* 
fervente cattolico e vero patriota , il barone 
Luigi Rodino (1), ricco proprietario calabrese». 

(1) Quest'ottimo signore ha mantenuto sempre in» 
concussa la sua fede politica; difatti, nel 1860, se- 
guì a Roma il suo amato sovrano Francesco IL Ivi, 
eoa altri aristocratici del Regno , contribuiva per 
soccorrere gli emigrati napoletani- bisognosi; e spes- 
so si serviva dell' opera mia per. soccorrerli co» 
quella modestia, che è propria delle anime nobili e 
de' veri cattolici. 

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— 505 — 

Il quale, avanzandosi in mezzo all'aula, fissò 
lo Strongoli con uno sguardo d'incredulità ed 
insieme indegnato di quanto udiva , non po- 
tendo più sentire tante contraddizioni e fal- 
sità , esclamò : « Che cosa ci state dicendo 
« signor principe? Voi siete in errore o fin- 
« gete di esserlo. Ier l'altro ritornai da Ca- 
ie labria , ove ben sapete che ho non poche 
a aderenze , e si è perciò che posso assicu- 
« rare questa onorevole adunanza, che lasciai 
« quelle popolazioni plaudenti la truppa, i ge- 
« nerali, e benedicendo il clemente monarca, 
« per averle liberate dal più degradante ser- 
ie vaggio e per aver fatto grazia a tutti ì tra- 
u viati. » Gli altri pari applaudirono strepi- 
tosamente il Rodino, e il vecchio settario ri- 
mase scornato e sbugiardato. 

Tra gli altri mali che travagliavano il Re- 
gno a causa della risorta Camera de' deputati, 
si aggiungeva eziandio la stampa faziosa ; la 
quale, al pari degli onorevoli, malignava ogni 
atto del governo del re, insultandolo villana- 
mente , e più di tutti vituperava 1' esercito 
perchè avea messo a ragione i ribelli. Silvio 
Spaventa, scrittore del Nazionale, per cui sali 
all' onore di essere eletto deputato, schizzava 
veleno contro i soldati , gli uffiziali ed i ge- 
nerali. La sera del 3 luglio , pochi giovani 
militari 1' andarono a trovare nel Caifè di de 
Angelis , al largo della Carità a Toledo , per 
isfidarlo a duello, se non si fosse disdetto di 
quanto avea pubblicato contro 1' esercito. Ma 
egli vile si ascose sotto un pancone del Caffè; 
un uffiziale , di quelli che lo cercavano , Io 
.vide in quella posizione umiliante , e giudi- 

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— 506 — 

candolo codardo , finse di non vederlo'. La* 
sciato tranquillo , corse affannoso alla Lega* 
zione di Francia , chiedendo protezione allo 
straniero contro i suoi offesi connazionali , 
mentre avrebbe potuto ricorrere (e chi glielo 
impediva ?) al magistrato nazionale. 

Io conobbi questo superbo pezzente di Bomba 
nell'ergastolo di S.Stefano, nel 1857, e gli pro- 
digai qualche favore per la pietà che mi desta- 
va, facendo l'ipocrita ed essendo lacero e sudi- 
cio. Da qualche suo compagno di pena, non 
povero quanto lui, gli fu consigliato di met- 
tersi a filare il lino, per conto del marinaio 
Califano (1) , come faceano gli altri ergasto- 
lani bisognosi ; i quali con quel femineo la- 
voro si guadagnavano cinque grana al giorno 
e provvedevansi di ciò che non passava quel 
luogo di péna. Si disse che lo Spaventa a- 
vesse accettato la proposta di filare, e si fosse 
già provveduto di conocchia e fuso; ma che poi 
.si astenne da quel lavoro ridicolo, perchè co- 
minciavano a fioccargli addosso i frizzi di ta- 
luni ergastolani (2). 

Rividi questo sudicio pezzente nel 1861 in 

(1) Costui recavasi due volte al mese all' isoletta 
di S. Stefano, ov 7 è V ergastolo, portando da Napoli 
tutto quello che gli si commissionava. Tra le altre 
cose portava lioo per farlo filare a' servi di pena 
più bisognosi, pagando la filatura a prezzo ineschi» 
Dissimo; ed i filatori, non avendo macchine ad hoc, 
erano costretti adoperare la rocca e il fuso. 
(?) Favoleggiar con la conocchia Alcide; 
Se l'inferno espugnò, resse le stelle, 
Ora benigno amor sei guarda e ride.,.1 

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— 507 — 

Napoli, vestito da magno D. Nicola ed in car- 
rozza, avendo ottenuto il posto per cui avealo 
creato madre natura, cioè di capo birro. Al- 
lora memore del pancone del Caffè de Angelis 
e delle umiliazioni sofferte tra' galeotti , si 
vendicò con perseguitare tanti onesti e valo- 
rosi uffìziali, capitolati di Capua e di Gaeta, 
gettandoli nelle prigioni senza alcuna forma 
legale. Lo Spaventa salì a* primi posti nel 
nuovo stato del Regno d' Italia , sempre ma- 
ledetto da' suoi stessi amici, se pure mai ne 
avesse avuti. Oggi, mentre scrivo, trovasi trai 
Césars declassés; ma egli, son sicuro, riven- 
derebbe la patria e l'anima sua a Satana, per 
riavere un giorno, un'ora, un minuto di quel 
potere birresco per cui sembra nato. 

Dopo il fatto avvenuto nel Caffè de Angelis, 
uscì una protesta dell'esercito, citando l'arti- 
colo 30 dello Statuto sulla stampa, e se non 
fosse stato valevole per mettere un freno ai 
detrattori e libellisti,soggiungea, che sarebbero 
stati sufficienti gli art. 514 e 365 del codice 
-penaje. Quella protesta, conchiudeva dicendo: 
1' esercito essere stanco di sopportare insulti 
triviali sotto il pretesto della libertà della 
stampa , e che in avvenire non lascerebbe 
impunita alcuna calunnia giornalistica. 

La Costituzione si era resa esosa ad ogni 
-classe di cittadini, e i popolani del Mercato, 
il 14 agosto, si riunirono e percorsero varie 
strade principali di Napoli gridando: Viva il 
Re ! abbasso la Costituzione ! Dopo di aver 
mandato al sovrano una deputazione , con la 
quale gli manifestavano sentimenti di fedeltà 
« devozione, cheti si ritrassero alle loro case» 

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— 508 — 

Qualche scrittore rivoluzionario ha voluto 
insinuare a* lettori , che il Parlamento fosse 
stato prorogato a causa delle accuse lanciate 
contro il generale Nunziante e contro la trup- 
pa, e perchè i deputati si fossero dichiarati 
contrarii ad approvare il bilancio presuntivo 
e consuntivo del 1848 e 49 ; infine perchè 
il re volea le mani libere, avendo di già ap- 
parecchiato ogni cosa per la conquista della 
Sicilia. Quegli scrittori occultano la vera causa 
della proroga di quello scompigliato Parlamen- 
to, la quale altro non fu che l'insultante in- 
dirizzo de* deputati mandato al sovrano. In 
effetti Ferdinando II, che tutto volea accomo- 
dare colle buone., incaricò varii distinti perso- 
naggi , affinchè si fossero cooperati presso i 
medesimi deputati per far temperare in moda 
quell'indirizzo da poterlo accettare senza di- 
sdoro della regia dignità. Il presidente e varii 
membri della Camera trovarono giuste le ra- 
gioni del re; però la maggior parte degli onore- 
voli, non solo manifestarono contrario parere, 
ma dissero alto , che Y indirizzo era anche 
troppo moderato; e quindi vollero aggiungere 
altri insulti contro l esercito , il ministero e 
contro lo stesso sovrano. Fu allora che que- 
sti non volle ricevere i dodici deputati, e vi- 
sto che quella Camera era persistente a voler 
suscitare trambusti, decise prorogarla. 

Il 1° settembre , il re , per la facoltà che 
accordavagli l' art. 64 dello Statuto costitu- 
zionale, decretò: « La sessione delle Camere 
« legislative , aperta il l e dello scorso mese 
« di luglio è prorogata , per la discussione 
« de* corrispondenti lavori , al 30 novembre 

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4 



— 509 — 

« di questo corrente anno. » Quel decreto 
di proroga fu letto dal ministro Ruggiero alla 
presenza di 107 deputati; finita la lettura, il 
presidente agitò il campanello e tutti sfilarono 
silenziosi: così ebbe fine quella immonda riu- 
nione di pericolosi ciarlatani. 

Appena pubblicato quel decreto di proroga 
delle Camere legislative, rinacque la fiducia, 
nelle trepidanti popolazioni , e ne die segnò 
indubitato la Borsa. Gran numero di popolani 
di varii quartieri di questa città , con ban- 
diera bianca, si recarono sotto il palazzo reale 
per ringraziare il re di averli liberati da co- 
loro che dicevansi rappresentanti del popolo, 
ed altro non erano che strumenti di setta e 
di pubblico danno. Nel medesimo tempo , i 
faziosi , che predicavano come un finimondo 
quella proroga , si riunirono e si opposero 
alla dimostrazione pacifica de' popolani. Ne 
incontrarono un buon numero nel quartiere 
Montecalvario e li aggredirono proditoriamen- 
te; perlochè ebbe luogo una zuffa pericolosa» 
che fu subito repressa dalla pubblica forza. 
In conseguenza di che fu ordinato ed ese- 
guito il disarmo in quel quartiere, dimoran- 
do colà gli aggressori degl'inermi popolani. 

Dopo la proroga delle Camere, il ministero 
venne modificato in questo modo: Longobardi 
fu destinato all' interno , in cambio di Boz- 
zelli, questi rimase ministro della sola istru- 
zione pubblica. Francesco Scorza si ebbe la 
direzione del ministero dell' intèrno ; invece 
di Gabriele Abatemarco. Gaetano Peccheneda, 
creatura del murattista Cristofaro Saliceti, fu 
nominato prefetto di polizia. Venne abolito 



— 510 — 

il sesto ripartimento di polizia , e Francesco 
Trincherà, capo di quell'uffizio, fu dimesso 
per aver lasciato varii permessi d'armi a gente 
facinorosa. 



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CAPITOLO XIX. 

SOMMARIO 

Si prepara la conquista di Sicilia. Opposizioni 
francesi ed inglesi. Il siculo governo fa debiti, spo- 
glia chiese, ed arma. Spedizione di truppe napoleta- 
ne contro Messina. Combattimento delle Moselle. 
Giornata del 6 Settembre. 

Il napoletano governo, sedata la rivoluzione 
al di qua del Faro, si decise abbattere quella 
-li Sicilia; ma questa si era ingigantita a causa 
del tempo che avea avuto di costituirsi, e per 
gli aiuti esteri ricevuti da due potenti na- 
zioni. Oltre di che tentar la conquista di quel- 
risola e non riuscirvi, sarebbe stato lo stesso 
che mettere in fiamme un' altra volta le pro- 
vince continentali del Regno ; conciossiachè 
i deputati faziosi e tutta la caterva de* rivo- 
luzionarli di mestiere ne avrebbero approfit- 
tato. Per la qual cosa è anche qui da ammi- 
rarsi ed encomiarsi la fermezza e il patriotti- 
smo di Ferdinando II, il quale, per ridonare 
la pace alla Sicilia, poneva in giuoco la stessa 
sua corona. Le probabilità di ottenere lo sco- 
po, punto non erano in suo favore; imperoc- 
ché il numero degli armati nell'Isola, di esteri 
ed indigeni , era esorbitante ; e que' ribelli 
erano diretti da capi stranieri . 



— 512 — 

qualche nome ne* fasti militari di quel tempo. 
1 punti principali del littorale siculo erano di- 
fesi da batterie di cannoni , e rifatte le for- 
tificazioni costruite dagl'inglesi nel decennio. 
A tutto questo apparato di guerra , si dovea 
avere eziandio riguardo che tre potentissime 
nazioni, cioè Francia, Inghilterra ed Ameri- 
ca , aveano riconosciuto di fatto la siciliana 
rivoluzione; si è perciò che il governo di Na- 
poli dovea andar guardingo nel volerla abbat- 
tere. Onde che fu necessario interpellare dap- 
prima quelle tre potenze per farle dichiarare 
la loro neutralità in quella lotta ; a questo 
scopo il re mandò a Parigi il conte Ludolf 
ed il siciliano principe di Petrulla. 

Tutte le difficoltà alla conquista della Si- 
cilia non isfuggivano alla non ordinaria- per- 
spicacia di Ferdinando II ; il quale da una 
parte giuocava di politica verso le nazioni di 
sopra nominate, e dall'altra rivolgeva le sue 
cure a scegliere un duce intelligente ed u- 
mano,per superare gli ostacoli di quella conqui- 
sta e far versare il meno sangue possibile per 
ottenere lo scopo. Cadde la scelta sul valoroso 
tenente generale Carlo Filangieri , principe 
di Satriano, e non potea esser migliore. Fi- 
langieri , atteso i suoi antecedenti politici e 
militari, e le condizioni dell'Italia e dell'Eu- 
ropa , fece un nobile sacrifìcio accettando 
quella difficile e compromessiva missione. 
Mentre il governo napoletano preparavasi alla 
spedizione sicula , dava I- ordine al generale 
Ferdinando Nunziante di pigliare il supremo 
comando delle truppe di Calabria e riconcen- 
trarle nel Reggiano. 

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A 



— 513 — 

Rayneval, ministro di Francia presso il go- 
verno del re, e Napier, con ristesso incarico 
per l'Inghilterra, si mostrarono indegnati per 
quella spedizione, Quest'ultimo, da una parte 
iacea la spia a' ribelli siciliani, tenendoli in- 
formati di quanto si facea in Napoli con i- 
spedir loro a bella posta i piroscafi inglesi , 
dall'altra scriveva all'ammiraglio Parker, solle- 
citandolo di opporsi allo sbarco de' regi sulle 
coste della Sicilia ; e questi rispondevagli , 
mancare di simili istruzioni dal governo bri- 
tannico. 

Que' due settarii, in veste diplomatica, non 
potendo adoperar la forza delle armi, sfolgo- 
ravano note al ministero napoletano: Rayneval 
diceagli : che usar la forza contro i siciliani 
era lo stesso che accrescere le difficoltà di- 
plomatiche, facendosi nemici inglesi e fran- 
cesi; la conquista di quell'Isola non esser fa- 
cile, e il re, tentandola avrebbe potuto pentir- 
sene (1). Soggiungeva, che essendovi estreme 
pretensioni, dall' una e dall' altra parte, cioè 
Napoli volea la Sicilia semplice provincia — ed 
era questa una sfacciata menzogna — questa 
voleva 1' assoluta indipendenza; e quindi altro 
temperamento non potersi scegliere, che quel- 
li) Le medesime speciose ragioni si sciorinarono 
nel 1860 dalla Francia e dall'Inghilterra; se non che 
Ferdinando 11, nel 1848, conoscea la perfidia de' capi 
di quelle due potenti nazioni, e quindi le lasciò de- 
clamare, badando al fatto suo; mentre il giovanetto 
Francesco 2°, ignaro di tanta perfidia , credette alle 
assicurazioni di quella trista volpe, che oggi si chia- 
ma il vile capitano di Sédan, il crimine coronato. 

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— 514 — 

lo di proclamare re de* siciliani un figlio di 
Ferdinando II Costui capì che quella propo- 
sta era un goffo tranello per istornare la spe- 
dizione sieula ; dappoiché ben sapea che il 
rivoluzionario governo di Palermo non avreb- 
be accettato simile proposta , e non gliela a- 
vrebbero fatta accettare i medesimi Rayneval 
e Napier. 

Quest'ultimo diresse un'altra nota al mini- 
stro degli affari esteri, simile a quella di Ray- 
neval/ e credendo di incutere paura, dicea in 
ultimo misteriosamente, che deplorava la ef- 
fusione del sangue per premature ostilità; e 
che mancavangli gli ordini per far conoscere 
le intenzioni del suo governo, circa l'aggres- 
sione de' napoletani contro la Sicilia. 

Il ministro degli esteri , principe Cariati , 
con molta serietà, ben decise di non rispon- 
dere né all'uno né all'altro ministro. Ed in 
vero qual risposta poteasi dare a diplomatici 
di sperimentata malafede, o per meglio dire 
a settarii in veste diplomatica? I governi inglesi 
e francesi non vollero la conciliazione tra il re 
e i rivoluzionarii di Palermo,anzi consigliavano 
costoro di far maggiori pazzie , quando il 
tempo era opportuno per ottenere interessanti 
concessioni dal legittimo sovrano. Essi sapea- 
no che la rivoluzione sieula dovea lottare con 
la potenza di Ferdinando II, e che quella sa- 
rebbe schiacciata da questa ; ma giovava a 
que'mercanti diplomatici tenerla rigogliosa, per 
così vendere armi vecchie, munizioni avariate, 
impedire il progresso delle manifatture indi- 
gene, e distruggere ogni sorta d'industrie in 
tutto il Regno. 

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Intanto è giusto far conoscere che mentre 
lord Palmerston facea ogni sforzo, per mezzo 
de' suoi sa te Ili ti, af fra di avversare re Ferdinan- 
do , personaggi inglesi distintissimi , squar- 
ciando ogni velame di passione , giudicarono 
la vertenza- tra Napoli e Palermo secondo i 
principii della ragione e del dritto. Lord Brou- 
gham insìsteva presso il ministero Landoswne 
affinchè fosse richiamato un Fagan, apparte- 
nente all'ambasciata inglese in Napoli; il qua- 
le, in cambio di far l'obbligo suo, congiurava 
contro il re ed a favore de' ribelli siciliani* 
Lord Stanley, nella Camera de' Comuni fece 
anche sentire la sua voce sul dritto de' po- 
poli e de' re, insistendo per una assoluta neu- 
tralità circa la contesa tra Napoli e Sicilia. Il 
sig. d'Israeli, nella medesima Camera de' Co- 
muni , il 17 agosto , facea un franco ed elo- 
quente discorso contro il procedere del go- 
verno inglese in riguardo alla vertenza sici- 
liana , dicendo che que' governanti , sotto le 
finte di mediazione , incoraggiavano , proteg- 
gevano ed aiutavano i ribelli di uno Stato 
amico e indipendente. 

Le note francesi ed inglesi dirette al na- 
poletano governo, e gli aiuti morali e mate- 
riali dati a 1, ribelli siculi indegnarono la civile 
Europa, e la voce possente del governo russo, 
allora non atteggiato né alla Cavour né alla 
Bismarck, fece tacere il cicalio di quelle due 
potenze, protestando contro qualunque inter- 
vento straniero nella vertenza \ rt \ Ferdinan- 
do II ed i suoi sudditi ribelli. Cosi finiva la 
guerra delle note diplomatiche e delle vee- 
menti arringhe per dar luogo a quella delle 

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— 516 — 

armi e de* campi di battaglia. Gli umanitarU 
governanti inglesi, dopo che finirono di cian- 
ciare in favore della Sicilia, sotto pretesto di 
proteggerla, le vendettero altre armi, e cosi 
finirono di toglierle quel che l' aveano la- 
sciato. 

Il governo rivoluzionario di Palermo , per 
seguire gì' interessati consigli inglesi , fece 
altri armamenti, e mancandogli il danaro, il 
7 agosto, decretò un altro prestito forzoso dti 
quattro milioni e* mezzo di ducati; e siccome 
a quella spoliazione si oppose la Camera dei 
pari, dopo due giorni , tutti i ministri si di- 
misero. Il 13 ne sursero altri, cioè Cordova 
alle finanze, Viola al culto, Paterno alla guer- 
ra, La Farina ali' istruzione pubblica , Cata- 
lano direttore dell' internò , Torrearsa , già 
presidente della Camera , ebbe gli affari e- 
steri , ed invece Mariano Stabile fu eletto 
presidente della medesima Camera. 

Quel nuovo ministero ad altro non pensò 
che a far denaro e debiti ; ne cercò anche 
all' estero , donde si ebbe circa cinque mi- 
lioni di ducati effettivi , ipotecando a' credi- 
tori i beni nazionali. Siccome costoro vollero 
altre guarentigie per cautela del loro danaro, 
dopo varii progetti, ordinò che si dessero ìù 
pegno a* medesimi le argenterie, Toro e tutti 
gli oggetti preziosi delle chiese, conventi, mo- 
nasteri e luoghi pii, pagando inoltre il sette 
é mezzo per cento di usura. Tutte le città 
ed i paesi dell'Isola soffrirono quella vandalica 
e sacrilega spoliazione, soltanto Siracusa, Ca- 
tania e Messina non permisero quello spoglio. 
Nel Banco di Palermo si trovavano , prima 



— 517 — 

della rivoluzione , ottocentosettantamila du- 
cati, depositati da' particolari, e trecentoquat- 
tromila di depositi giudiziarii. Tutto quel da- 
naro fu preso a mutuo da quella gioia di 
ministri; i quali non pagarono né gl'interessi 
uè il capitale , ma- tutto pagò poi il tiranno 
di Napoli, Ferdinando II. 

Dopo che i padri della patria di Palermo, 
raccolsero circa sei milioni di ducati, in mo- 
neta' sonante, la metà, già s'intende, si eva- 
porò per ìesolite spese straordinarie, l'altra la 
spesero in fretta ed in furia per armare i 
forti siciliani, per fortificare le coste e le 
città che poteano essere assalite da' regi , 
ed infine per accozzare armati. In effetti mo- 
bilizzarono la Guardia nazionale, formandone 
sei divisioni, in tutto ventiquattromila uomini; 
dando a ciascun milite grana 48 siciliane — 
Tina lira e due cent. — e tari tre anche sici- 
liani — una lira e ventisette cent. — a' pa- 
trioti che non poteano avere impieghi civili 
e che erano inabili alle armi. Organizzarono 
in Palermo Y esercito detto regolare , che si 
componeva di quattromila uomini , quattro- 
cento de* quali francesi ; formarono due bat- 
taglioni di volontarii indigeni e stranieri, ma 
senza uniforme e senza disciplina, che chia- 
mavano squadre , ed erano sotto gli ordini 
de* famosi Interdonato , jPagnocco , Miceli e 
Scordato. La metà di quelle squadre erano 
uffiziali, e come tali pagati; dissipando tutto 
ite' luoghi di abbominàzione, e facendola da 
Bravacci con la gente tranquilla. Il comando 
in capo di tutte le forze sicule fu dato al po- 

■ 



— 518 — 

lacco Mierolawsky, ohe i siciliani chiamavano 
Mariolazzu (1). 

Prevedendo che Messina proverebbe i primi 
assalti delle regie milizie, la esentarono dal 
tributo fondiario, mandandovi soldati detti di 
linea, squadre di volontarii, arnesi di guerra 
ed ambulanze. Trovavansf in quella città cir- 
ca dodicimila uomini di squadre , comanda- 
ti dal conciapelle Pracanica e dal La Masa, 
centoventi cannoni , trenta mortai ; comprati 
dagl' inglesi protettori ,. e tutti erano puntati 
contro la cittadella e fortini adiacenti alla 
stessa , occupati da' napoletani. Oltre di ciò 
armarono le vecchie batterie di costa , e la 
più formidabile era quella detta. Sicilia sulla 
spiaggia di mare grosso presso Messina. À- 
veano sedici barche cannoniera , comandate 
da Vincenzo Miloro; il quale, da prosuntuoso 
spavaldo, il 6 settembre, mandò un cartello 
di sfida a' comandanti de' legni della real ma- 
rina. 

Quando il ministro inglese.. Napier , accre- 
ditato presso il governo del re, die avviso al 
governo siculo dell'imminente spedizione as- 
salitrice di Napoli , e il Torrearsa la nunzio- 
al Parlamento , quella notizia fu accolta da 
tutti i faziosi con grande plauso , perchè la 
maggior parte nullatenenti, e si die l'ordine di 
illuminarsi Palermo , facendosi altri baccani 
e pazzie. Quel governo di settarii affettava 

(1) Costui , prima di recarsi in Sicilia , facea il 
maestro di scuola io Parigi , ivi emigrato dalla Po- 
lonia , perchè avea fatto una guerra accanita alla 
Prussia, nel ducato di Posen. 

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— 519 — 

sicurezza nella vittoria contro i regi, e* la fa- 
cea strombazzare ne'- suoi giornali con tronfi 
articoli di fondo. Nonpertanto , il sapere che 
il duca di Genova avea rifiutata la sicula co- 
rona, che l'esercito sardo era stato bàttuto in 
Lombardia , che i siciliani capitanati da Ri- 
sbotti erano stati arrestati,, che la calabra ri- 
voluzione era stata domata, erano tutti questi 
preludi poco incoraggianti , e faceano presa- 
gire che fora di finire gl'inverecondi bacca- 
nali stava per suonare. A tutto questo arrogi 
ohe i governanti della Sicilia si erano accorti 
ohe gì' inglesi si limitavano a sole parole in 
favorirli, ed a trar loro quattrini , vendendo 
a' medesimi archibugi di vecchio modello e 
cannoni del Medio-evo. Dagi' isolani aveano 
poco da sperare , perchè la gente onesta li 
abborriva per essere stata spogliata e mano- 
messa , e quella irrequieta e facinorosa ar- 
mata , in cambio di propugnare gì' interessi 
rivoluzionarii, in un rovescio possibile, si sa- 
rebbe trasformata in terribile ^strumento di 
anarchia. 

Difatti in "que* giorni, nelle campagne, nei 
paesi , nelle città e nelle stesse squadre si- 
culo, altro non si sentivano che furti ed as- 
sassina. I malfattori aveano alzato troppo la 
-cresta, credendosi fautori di libertà ed indi- 
pendenza, ed interpretando queste a lor mo- 
<do, uccidevano, rubavano e perpetravano al- 
tre nefandezze eh' è bello non dire (1). Per 

(1) Un deputato ÌDglese, nella Camera de' Comuni, 
•definì la sicula rivoluzione: libertà di ladroni e di 
assassini ! 

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— 520 — 

le quali cancrenose piaghe, che affliggevano- 
tutta quell'Isola un terapp si ricca, tranquilla 
e morigerata , non è da meravigliarsi se la 
gente onesta desiderasse là fine di quella ri- 
voluzione e il ritorno del paterno regime dr 
Ferdinando II. 

Però Ruggiero Settimo e il suo governo cre- 
devamo di aver fatto troppo per la felicità dei 
siciliani e supponevano che l'Isola tutta fosse 
divenuta un Eden ne' primi giorni della crea- 
zione , sol perchè aveano fatto piantare una 
gran quantità di alberi della libertà in varie 
piazze, perchè era ormai lecito cantarsi can- 
zoni oscene ed empie, e perchè aveano cam- 
biato il nome al piano del palazzo reale in 
quello della Vittoria e il passeggio della real 
Favorita in quell'altro della libertà (1). 

Come ho già detto , tutta la soldatesca di 
Calabria , sotto gli ordini del generale mar- 
chese Nunziante, era stata riconcentrata, fin 
dal 20 agosto , sulla spiaggia del Reggiano» 
occupando la linea tra Palmi e Reggio. 1136 
dello stesso mese, salparono dal porto militare 
di Napoli tre fregate a vela , sei a vapore , 
altri sei piroscafi, due corvette ed altri legni . 
minori; sopra i quali si. erano imbarcati due 
reggimenti svizzeri, pochi artiglieri ed il ma- 
teriale di guerra per raggiungere a Reggio 
l'altra truppa ivi riunita. Eravi a bordo il su- 
premo duce Carlo Filangieri, il quale, appena 
giunto a Reggio, die al Nunziante il brevetta 
di maresciallo di campo mandatogli dal re ; 

(t) JRélation de la campagne de la Stelle en 4849 
par l'Aide de camp du generai en chef Mieroslawsky» 

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- 521 — 

dopo di aver presa cognizione di tutta la sol* 
da/fesca a lui soggetta , ne formò due divi- 
sioni,* una sotto gli ordini del generale Pronio 
e l'altra del medesimo Nunziante. Il primo co- 
mandava la l a divisione di presidio nella cit- 
tadella di Messina, divisa in due brigate ; la 
4* comandata dal brigadiere Schmid, ed era 
composta del 4° di linea, di 4 compagnie del 
5°, di un intero battaglione del 6°, 3 compa- 
gnie di zappatori e pionieri , e 6 altre com- 
pagnie di artiglieri. La seconda brigata , col 
brigadiere Diversi , avea il 13° di linea , un 
battaglione di carabinieri , un altro svizzero , 
il 4° cacciatori e 4 cannoni di montagna, for- 
mando T intiera divisione 6935 soldati e 248 
xtfjfìziali. 

La 2 a divisione, retta dal Nunziante., si di- 
. videva eziandio in due brigate; la l a col bri- 
gadiere Lanza era composta del 7° di linea , 
de' battaglioni 1° 3° 5° 6° e 4 cannoni di mon- 
tagna. La 2 a col brigadiere Busacca avea un 
battaglione del 3° svizzero e l'intiero 4° reg» 
gimento anche svizzero: tutta la divisione som- 
mava a 6528 soldati e 255 uffhiali. Quindi 
tutt* i soldati ed uffìziali che doveano conqui- 
star la Sicilia, inclusi quelli che presidiar do- 
veano la cittadella , formavano la meschina 
cifra di tredicimila novecentosettantasei uomi- 
ni e dieci cannoni di montagna ; intanto si 
disse allóra che Filangieri conducea da tren- 
ta a quarantamila combattenti. 

La regia flotta era sotto gli ordini del bri- 
gadiere Cavalcanti, e si componea di tre fre- 
gate a vela, sei a vapore, sette piccoli piro- 
scafi , due corvette , otto cannoniere , dodici 

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— 522 — 

paranzella armati , quattro scorridore e venti 
barche da trasporto: in tutto settantadue le- 
gni , muniti di 246 cannoni di vario calibro. 

Il duce supremo Filangieri, prima di usar 
le armi, con proclama del 1° settembre, tentò 
ridurre ali* obbedienza dei legittimo sovrano 
i traviati siciliani; ricordando a' medesimi le 
sventure provate sotto il governo de' settarii, 
e quelle che avrebbero potuto piombar sulla 
Sicilia. Inoltre assicuravali della clemenza del 
re Ferdinando 11, e che ogni piagarsi sarebbe 
molcita, ogni ferita risanata, se eglino aves- 
sero fatto senno.Ma nelle ire civili sono state 
sempre inutili 1' esortazioni , sembrando baie 
le sventure ed eroismo affrontare i pericoli; 
perlochè quel proclama altro non ottenne 
che virulente risposte e sconce caricature. 
Usa il forte e generoso guerriero , prima di 
assalire il suo avversario, di porgergli la ma- 
no, e se costui la respinge , calmo si appa- 
recchia alla lotta : così fece Carlo Filangieri 
co- ribelli di Sicilia. 

Quel generale in capo, prevedendo che sa- 
rebbe stato inevitabile un duello a cannonate 
tra la cittadella e Messina , avendo i rivolu- 
zionarli alzato de' fortini fin dentro la città , 
scrisse al comandante la squadra inglese, in- 
vitandolo a prevenire i consoli esteri per met- 
tersi in salvo co* loro connazionali, perchè la 
lotta sarebbe inevitabile attesa l'intemperanza 
de' ribelli. 

Filangieri avea deciso di fare uno sbacco 
sulle sponde delle M ose Ile, affinchè la guar- 
nigione della cittadella avesse potuto concor- 
rere alle operazioni di guerra con l'altra di- 

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— 523 — ^ 

visione. I siciliani aveano indovinato il dise- 
€£xxo del generalissimo napoletano, e quindi 
si erano affrettati di alzare una batteria di 
opinioni sopra quella spiaggia , e propria- 
mente alio sbarco del torrente Zaera;. donde 
si poteano percuotere le navi che si fossero 
avvicinate alla sponda ed anche il fortino 
O, Blasco. 

La mattina del 3 settembre , "tre fregate , 
altri tanti vapori e sedici navi minori si pre- 
sentarono di fronte alla batteria delle Mo- 
selle. I difensori della stessa rimasero tran- 
quilli a quella vista : quando però la fregata 
Ruggiero trasse la prima cannonata, alzarono 
bandiera rossa e cominciarono a trarre con- 
tro la squadra. Quella lotta potea rimanere 
circoscritta in "quel luogo, ma il forte -Novi- 
ziato e le batterie, erette, sulla strada Marina 
di detta città, aprirono il fuoco contro la cit- 
tadella. Il generale Pronio, dopo di aver fatto 
notare all'ammiraglio inglése la provocazione 
de* ribelli, terribile rispose a' colpi di costoro; 
e quindi la bella e sventurata Messina fu in- 
volta in un turbine di fumo di ferro e di 
fiamme. Le case de' cittadini pativano danni 
incalcolabili, offese financo dagli stessi proiet- 
tili lanciati dal Noviziato contro i regi, per- 
chè , essendo mal fusi e peggio diretti , in- 
vece di colpire al segno, spesso cadevano in 
città. • 

Il 3 settembre fu giorno nefasto pe* mes- 
sinesi , i quali , spaventati , fuggirono fuori 
T abitato , trasportando quanto aveano di più 
prezioso. I difensori di Messina , la maggior 
parte palermitani , trovandosi al coperto , la 

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— 524 — 

faceano da bravi , poco curando gì' infiniti 
danni di cui erano cagione. 

Mentre la reina del Faro trovavasi in quello 
stato miserando, la fregata Roberto esegui la 
commissione ricevuta dal generale in capo , 
cioè alzò bandiera rossa e si avvicinò alla 
cittadella, essendo quello il segnale che av- 
visava il general Premio di assalire la batteria 
delle Moselle con tre battaglioni di guarni- 
gione che trovavansi pronti ad uscire da quel- 
la fortezza. In effetti quel generale assali da 
una parte quella batteria, e dall' altra fu in- 
vestita dalla soldatesca, sbarcata sul lido dalle 
navi, che correndo lungo la spiaggia, tiravano 
cannonate per offendere i difensori della me- 
desima batteria. La quale, posta tra due fuo- 
chi, .dapprima rispose con impeto, ma poi 
venne abbandonata, cioè quando i ribelli fu- 
rono assaliti alla baionetta da un battaglione 
condotto dal valoroso tenente delio Stato mag- 
giore Cosiron. Nel medesimo tempo, i mari- 
nari della regia flotta, scesi sopra piccole bar- 
che, assalirono e presero una scorridoia si- 
ati la, che facea fuoco da un punto donde non 
poteva essere offesa da' grossi navigli. Fugati 
i difensori dalla batteria, si ritirarono chi in 
cittadella , chi sulle navi, tutti carichi d' ar- 
mi , munizioni e provvisioni tolte a' nemici. 
Intanto i rivoluzionarii , al vederli ritrarre , 
osarono vantar magne vittorie , non indovi- 
nando questa' volta lo scopo -del generale in 
capo circa quella ritirata. Il corrispondente 
di Messina al giornale francese des Débats , 
scriveva : « I napoletani hanno tentato uno 
« sbarco, e sono stati respinti. I combattenti 

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— 525 — 

« siculi portano per bottoni delle loro divise 
« orecchie ed altri pezzi di carne strappata 
« a' nemici. I fanciulli , messinesi , vendono 
« la carne napoletana arrostita sopra le gra- 
« ticole ». Miloro , ed un Savoia , dicentisi 
colonnelli , spacciavano simili orrori quali 
prodezze rivoluzionarie. Che i settarii , di 
qualunque siasi nazione , avessero commes- 
so sì spaventevoli inumanità da far racca- 
pricciare gli stessi cannibali, non è da met- 
tersi in dubbio ; ma che i fanciulli , i figli 
della gentile Messina, avessero imitato quegli 
uòmini senza cuore e senza Dio , potrebbe 
crederlo chi non conosce l'indole mite e ge- 
nerosa del popolo messinese (1). 

Finita la lotta alle Moselle, continuò acca- 
nita quella tra' fortini di quella città e la cit- 
tadella, durante tutto quel giorno e protraen- 
dosi per tutta la seguente notte. Invano il 
general Pronio fece più volte sentire a' ri- 
belli, per mezzo dell'ammiraglio inglese, che 
quella lotta era senza scopo militare e di gran 
danno alla città, e quindi che si desistesse ; 
non fu inteso; anzi da questi ultimi si traeva 

(1) Mentre i medesimi patrioti spacciavano le 
suddette efferatezze perpetrate contro i regi , il ri- 
voluzionario storico Carlo Gemelli ha P impudenza 
di ascriverle a 'calunnie borboniche* Costui nega 
che vendevasi pubblicamente sulle piazze la car- 
ne dei soldati caduti combattendo , racconta però 
con gran compiacimento , che un tal Verdura mes- 
sinese, dopo di avere ucciso uno svizzero , mozzo- 
gli il capo e qual trofeo di vittoria in città lo 
recava. 

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- 526 — 

con più accanimento , e quello era costretto 
rispondere ed arrecar danni alla sventurata 
Messina. 

Le regie milizie della l a divisione, che tro- 
vavansi in Reggio, il 4 settembre, ebbero or- 
dine d' imbarcarsi e prepararsi allo sbarco 
presso Messina; ma furono trattenute colà da 
un forte temporale, che si protrasse per tutto 
l'intiero giorno 5. 

All'alba del 6 settembre cominciò lo sbarco 
de' napoletani, sotto la protezione della flotta, 
a tre miglia e mezzo da Messina, cioè verso 
il primo campanaro. Posero pie a terrai con 
. poca opposizione , 6407 soldati , 255 uffiziali, 
Nunziante e Filangieri. I primi ad assalire il 
nemico furono i soldati marinari, indi il 1° 
battaglione cacciatori , che si slanciò nella 
lotta con meravigliosa intrepidezza ; però i 
più valorosi vennero uccisi , perchè combat- 
teano un nemico invisibile. Il supremo duce, 
che si tenea alle prime file degli assalitori, 
vista la disuguaglianza di quella zuffa , fece 
avanzare il 6° cacciatori, poi il 5°, il 3°, un 
battaglione svizzero ed in ultimo il 2° reg- 
gimento di linea. 

Nunziante, che oprava in modo da girar la 
posizione del nemico, era impedito dalla dif- 
ficoltà de* luoghi e dal fuoco micidiale che 
gli si facea contro da ogni parte ; tanto che 
venne ferito il suo subalterno brigadiere Lan- 
za. Però,' avuto a tempo l'artiglieria, sbaragliò 
i ribelli, e guadagnò la via consolare. Allora 
una parte de' nemici lasciò il piano e corse 
soprale vicine colline, donde percuoteva i regi 
con maggiori danni; l'altra parte rimase nelle 

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I 



— 527 — 

case fortificate a far fuoco sopra la truppa, 
offendendola seriamente. Per la qual cosa di* 
venne suprema necessità pe* soldati, assalire 
quelle improvvisate fortificazioni ,, e per me- . 
glio snidare i difensori , 1* incendiarono. In 
quelle che non si potea appiccare il fuoco , 
si abbatteano o si perforavano gli usci e le 
mura, introducendosi in quel modo dentro le 
case per combattere corpo a. corpo gl'insorti. 

Giunte le reali milizie tra' villaggi di Con- 
tessa e Gazzi, a un miglio da Messina, trova- 
rono una formidabile resistenza. Ivi fu strage 
di cavalli , soldati ed uffiziali ; due pezzi di 
cannoni furono inutilizzati; ma, con estremo 
valore, quel passo fu superato, malgrado gl'in* 
calcolabili danni ricevuti da' ribelli. Inoltrate 
quelle nel villaggio Gazzi, colà trovarono altra 
maggiore opposizione; le case erano tutte for- 
tificate e più di tutte la chiesa. Filangieri , 
per dare un diversivo al nemico , ordinò ad 
un battaglione del 3° svizzero e ad un altro 
del 3° di linea, sostenuti da quattro cannoni» 
di assalire, la sinistra de* ribelli dalla parte 
de' giardini , fingendo di voler circuire i di- 
fensori di Gazzi. Però que' due battaglioni 
non potettero eseguire quella manovra , per- 
chè giunti presso il monastero della Madda- 
lena , trovarono tali ostacoli , e si gran nu- 
mero di rivoluzionarii, che indarno lottarono 
fino a sera senza poterli snidare. 

Ad onta di ciò, tutt'altro avveniva in Gazzi; 
i soldati assaltarono quel sacro tempio , ri- 
dotto luogo di abbominazione, sfondando le 
porte a cannonate , ed investendo il campa- 
nile, gremito di ribelli, che faceano un fuoco 

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— 528 — 

micidiale contro gli assalitori. Colà le stragi 
furono" orribili dall'una e dall'altra parte; nel- 
l'assalto i danni maggiori toccarono a' regi e 
poi a' difensori , cioè quando costoro furono 
investiti corpo a corpo. I superstiti ribelli di 
Gazzi, quando videro che la soldatesca si bai- 
tea valorosamente , cominciarono ad esitare , 
e ciò fu sufficiente perchè ripiegassero alla 
volta di Messina , sempre però combattendo 
ad oltranza. 

, Intanto scendea la notte, propizia a' combat- 
tenti; ma non era già apportatrice di tregue alle 
ire fraterne, solo facea rallentare i danni e le 
stragi. I regi bivaccarono sul campo di bat- 
taglia, orridamente insanguinato, ove si sen- 
tivano i lai de' feriti e de' morenti ; si vede- 
vano gli spenti mutilati ed in vario modo ca- 
duti , e gì* incendii spaventevolmente illumi- 
navano quella scena inenarrabile. Il supremo 
duce Filangieri, dopo di aver provveduto a' fe- 
riti e fatto seppellire gran quantità' di morti, 
temendo disordini nella notte, rimase sul cam- 
po di battaglia, seduto sopra un cannone, ad 
onta dell'avanzata sua età e delle sue antiche 
ferite (1). Quella notte non passò tranquilla: 
i regi erano spesso molestati da' ribelli, e le 
bombe lanciate da costoro , arrecavano altri 
morti ed altri feriti. 

Il generalissimo avea disposto che anche 
la 1* divisione, retta dal generale Pronio, a- 

(1) Carlo Filangieri illustrò maggiormente in Sicilia 
il suo nome e questa nostra patria ; servendo sotto 
il 1* impero francese, fu uno degli eroi del Panaro, 
ed ivi rimase mortalmente ferito, come già ho detto 
altrove. 

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^ fi. 



— 529 — 

vesse preso parte nel combattimento del 6 
settembre. Difatti verso le 5 pomeridiane del 
medesimo giorno, quel generale, avuto il se- 
gnale dalla via di mare , usciva dalla citta- 
della con quattro compagnie dei 4° di linea, 
tre del 6*, una di pionieri e quattro obici (1). 

I regi erano bersagliati da una tempesta 
di schegge e di palle di moschetto , lanciate 
da'ribelli appiattati ne'vicini palagi, e da una 
batteria di cannoni innalzata nella strada 
d' Austria ; nonpertanto baldanzósi si fecero 
avanti , ed occuparono 1* edifìzio del porto- 
franco. I pionieri diedero principio a forare 
il muro che divide queir edifìzio dal mona- 
stero di S. Chiara; e mentre eseguivano quel- 
l'operazione^ ricevettero un rinforzo di quat- 
tro compagnie del 5 # cacciatori. 

I ribelli , avendo preparata una terribile 
mina, le diedero fuoco e fuggirono: ne dovea 
seguire un gravissimo danno, cioè andar per 
aria il portofranco, il monastero di S. Chiara 
e tutti i palazzi prossimi a que' due fabbri- 
cati; ma le polveri, guaste dalle continue piog- 
ge, non presero fuoco. La maggior parte dei 
soldati, compreso il superato pericolo, imma- 
ginandone altri, diedero indietro ed in "con- 
fusione ; i nemici si avanzarono allo sbocco 
delle strade , che menano nel piano di Ter- 

(1) Il citato storico Gemelli dice che Pronto con- 
ducea una intiera. brigata , più di tre mila uomini, 
tra cui quindici compagnie del quarto di linea ; 
non sapendo che i reggimenti napoletani si compo- 
nevano di dodici compagnie , annunziava all'impaz- 
zata cifre di combattenti ! 

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— 530 — 

ranuova, e li fulminarono a fucilate. Vi cad- 
dero morti e feriti buon numero di regi, tra 
cui il capitano di artiglieria Pellegrino, e Mori, 
colonnello del 4° di linea. 

Nel medesimo tempo accadeva caso mise- 
rando: i pionieri, guarentiti dalle tre compa- 
gnie del Ó° di linea, proseguivano a forare il 
muro tra il portofranco e il monastero di S. 
Chiara ; il quale resisteva perchè fabbricata 
di mattoni della spessezza di. cinque palmi. 
In quella cadde in mezzo a* regi una bomba 
nemica da 12, che arrecò non poco danno; e 
per maggiore disgrazia," lo scoppio della stes- 
sa accese le cartucce che i soldati portavano 
addosso ne' sacchi a pane , comunicandosi il 
fuoco dall'uno all'altro. Fu quella.un momento 
tanto desolante che avrebbe fatto pietà al più 
fiero nemico , che non fosse stato rivoluzio- 
nario. I corpi di que' miseri soldati sembra- 
vano piccoli vulcani ardenti, che scoppiavano 
ferendo gli altri vicini. La carne de* medesi- 
mi prese fuoco; non pochi corsero al vicino 
mare e si gittarono nelle onde ; sembravano 
falò spaventevoli, fuggenti e chiedenti aiutò: 
due intiere compagnie del 6° di linea peri- 
rono., in quel modo orrendo ! 

Per rinfrancare gli spaventati di quel disa- 
stro, corse il 3° di linea, rimasto in riserva, 
e non valse a continuare la cominciata opera 
guerresca. Le tenebre dell' inoltrata sera, le 
fantasticherie de' soldati, che ad ogni pie so- 
spinto vedeano mine e distruzioni , determi- 
narono Pronio a far rientrare parte della sua 
gente nella cittadella ; il rimanente la sca- 
glionò nel piano di Terranova; per guarentire 
il fianco dritto della 2 a divisione, che bivac- 

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À 



-r- 531 — 

cava tra Gazzi e porta Zaera. Quella stessa 
notte, fece avanzare i guastatori svizzeri per 
distruggere 1a batteria nemica presso if mo- 
nastero di S. Chiara; e costoro, non solo a- 
dempirono bene la missione, ma inchiodarono 
i cannoni de' nemici e condussero nella cit- 
tadella ventiquattro barili di polvere. 

Quando Filangieri intese i disastri sofferti 
dalla 1* divisione, ne fu dolentissimo, e capi 
che il suo disegno di guerra per imposses- 
sarsi di Messina non era più attuabile; quindi 
lo cambiò, ordinando a Pronio, per mezzo del 
capitano Ceci, dello Stato maggiore, d'inve- 
stire il giorno seguente l'edilìzio della Mad- 
dalena , ove sarebbe stato epa diuvato d' altri 
due battaglioni della 2* divisio ne. Egli deplo- 
rava le perdite avute in quella sanguinosa 
giornata del 6 settemCre; ed osservando che 
i ribelli erano ostinati a resistere ad oltran- 
za, con tutti i mezzi distruttivi, lo funestava 
il pensiero de* danni a cui sarebbe esposta 
la sventurata Messina in un secondo e defi- 
nitivo assalto. Nonpertanto , rivolto con ma- 
schio sorriso ad un suo aiutante di campo gli 
disse, in modo da essere udito da molti: Do- 
mani o in Messina , o cadrem tutti ! £ per 
mostrare co' fatti di volere eseguire quanto 
dicea , dio l' ordine alla flotta di ritirarsi a 
Reggio: rimanendo senza ritirata, e nell' al- 
ternativa di vincere o di essere massacrato 
con tutta la sua gente , in un non difficile 
rovescio. Egli imitò in parte un altro intre- 
pido duce dell* antichità; il quale fece ardere 
la flotta, che avea condotti i suoi soldati, per 
far conoscere a costoro che la vittoria era per 

essi una suprema necessità di vita o di morte* 

34,Googre 



CAPITOLO XX. 
SOMMARIO 

Le squadre palermitane fuggono da Messina e com- 
mettono ruberie e nefandezze. I capi ribelli di Mes- 
sina si rifugiano sulle navi estere e manifestano pre- 
tensioni insensate . 11 7 settembre si riaccende la 
guerra, e conseguenze della stessa. Filangieri con- 
quista Messina , e ripara i principali danni. Il re 
largisce grazie. Il supremo duce estende la conqui- 
sta in altri paesi di quella provincia. Francia ed In- 
ghilterra impongono un armistizio. Conseguenze dello 
stesso. Altri disordini nel Napoletano, li re rispon- 
de con le beneficenze. 

I caposquadra ed i capi ribelli si erano di 
già convinti, che i regi non erano entrati in 
Messina al primo assalto, a causa di tanti inci- 
denti e straordinarie disgrazie avvenute tutte 
a favore degli assaliti ; perlochè ,' la notte 
del 6, cominciarono a svignarsela, prendendo 
la via opposta de' colli di _S. Rizzo; ed il pri- 
mo a darne l'esempio fu lo spavaldo La Masa 
con ottocento palermitani (1). Gl'infelici mes- 

( i) Il sopra citato storico Carlo Gemelli , nella 
sua Storia a pag. 78 del fc° voi., volendo in certo 
modo scusare la fuga del suo amico La Masa, dice: 
« Seppeii in que' frangenti avere La Masa lasciato i 
« suoi alloggiamenti, ed avviatosi per le alture, spe- 

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— 533 — 

cinesi, rimasti in città, vedendosi abbandonati 
<ìsl chi avea giurato difenderli sino alla mor- 
te , anch'essi fuggirono. Furono incontrati 
presso il Gesso da una squadra di palermi- 
-tairi, che era sbarcata in Spadafora, per re- 
carsi a Messina affine di difenderla. Però , 
quando que' difensori della libertà ed indi- 
pendenza siculo, seppero i fatti d' armi^avve- 
nuti il giorno precedente, e vedendo le altre 
squadre cariche di bottino, si argomentarono 
essere cosa più facile ed utile per loro as- 
saltare le fuggitive famiglie messinesi, e spo- 
gliarle di tutto quel che portavano , anziché 
andarsi a cimentare co' soldati vittoriosi del 
tiranno. In effetti quelle disgraziate famiglie 
furono rubate da coloro che aveano chiamati 
fratelli, e, quel ch'è più, furono eziandio mal- 
trattate nell'onore. 

Io fui testimone di non pochi simili deplo- 
revoli casi, avvenuti in quel tempo nefasto; e 
vidi più di una distinta giovanotta messinese, 
indotta dalle squadre, nel ritorno che fa- 
oceano a Palermo ; la quale , dopo di essere 
stata insultata , in quel modo «che si potrà 
supporre, era poi costretta a portare intesta 
. o sulle spalle, grandi e pesanti involti di og- 
getti rubati da' difensori di Messina. 
, La Sicilia fu preservata da' vandali; ma la 
riviera occidentale di quell'Isola, cioè quella 
che da Messina corre fino a S. Stefano, soffri, 
nel settembre 1848, saccheggi e devastazioni, 

« rando con quella mossa di assalire a tergo il ne- 
« mico. Crebbe a tal nuova lo scoraggimento e lo 
.« scompiglio. » 

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- 534 — 

che non perpetrarono que' barbari scesi io? 
Italia a* tempi del basso impero. 

Quelle orde di galeotti, dette « squadre dalla 
libertà » distruggevano tutto pel solo istinto 
della distruzione, e senza alcun loro vantag- 
gio. Difatti esplodevano i loro fucili sopra gli 
animali domestici, che non servono di cibo 
agli uomini , sempre pel crudele piacere éi- 
distruggere. Entrando in una cantina , dopa 
-di avere bevuto a sazietà, faceano fuoco con- 
tro le botti, e il vino giù a torrenti; lo stesso 
faceano con le riserve dell'olio, non potendo 
portarselo seco, rompevano i vasi ov'era con- 
tenuto ed anche giù a terra, che era un cre- 
pacuore a vederlo. Quando invadevano qual- 
che Casina, gli oggetti che non poteano por- 
tarsi li distruggevano: ecco i liberatori della 
borbonica tirannide ' 

Yarii paesi si armarono , ed in più luoghi 
avvennero serii conflitti, con la peggio de' no- 
velli vandali : l' arena della spiaggia di Ca- 
podorlando copre i tristi avanzi di qualche jfro- 
tello liberatore della stenla schiavitù! Giunte 
le squadre in S. Stefano di Camastra , città 
lontana da Messina circa 90 miglia , trova- 
rono un cannone puntato in direzione di una 
lunga strada diritta , da etri doveano passare 
necessariamente quelle orde saccheggiatrici, 
perchè da' lati non vi sono che impraticabili 
dirupi. Ivi da' cittadini di S. Stefano furono 
intimate a consegnare in dettaglio le armi e 
gli oggetti che aveano rubati; che poi furono 
restituiti a' proprii padroni, avendo quegline . 
mandata una circolare per tutt' i paesi pros 1 - 
simi a quella riviera , con l' indicazione di 



— 535 - 

bratto quello che aveano tolto dagli artigli di 
^qn e' banditi. Vi erano asini, cavalli, argente- 
ria, oggetti di belle arti , altre simili cose e 
«opaalche disgraziata giovanettal 

Meno sventurati furono tutti coloro che si 
rifugiarono sopra le navi estere, che trova- 
~vansi nel porto di Messina, ma i comandanti 
-delie stesse ricevevano con più faciltà i cap ; 
ribelli, anzi che gì' innocenti cittadini. 11 pri- 
«io a salvarsi sopra un bastimento estero fu 
Piraino, capo del potere esecutivo di Messina, 
-chiedendo colà protezione sin dalla sera de) 
-6 settembre. Immediatamente lo seguirono 
Pracanica , Orsini ed altri capi, che erano 
-stati i più spavaldi. 

I capitani di vascello , il francese Nonay e 
T inglese Roob, mandarono al Filangieri una 

lettera per la via della cittadella, nella quale 
gli diceano, che le loro navi, essendo ingom- 
bre di fuggitivi, non poteano contenerli, quin- 
di lo pregavano Ji usar misericordia , accet- 
tando una tregua per addivenire ad un armi- 
stizio. 

II generalissimo napoletano ricevette quella 
4ettera la mattina del 7, quando già comin- 
ciava ad investir Messina; sospese le ostilità, 
-e mandò il suo capo dello Stato maggiore Pi- 
<cenna, per dire a que' due capitani esteri, che 
farebbe grazia a* ribelli , se avessero subito 
«depositate le armi, ritornando all'obbedienza 
«lei legittimo sovrano; in caso contrario avreb- 
be proseguito la marcia sopra la città. I capi 
della rivoluzione, trovandosi in salvo. sopra le 
navi di Francia ed Inghilterra, faceanoi Ro- 
domonti, ed osarono proporre patti insolenti, 

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— 536 — 

cioè da una parte permettèano che i regi en- 
trassero in Messina , ma dall' altra pretende- 
vano , che essi restassero nella pristina po- 
testà (Cicero prò domo sua 1); dippiù che la 
questione politica fosse decisa dalle Carne* 
re palermitane , e che fossero restituiti i 
loro prigionieri. Lo stesso Nonay disse a Pi* 
cenna, che tali condizioni non poteano essere 
accettate dal generale Filangieri. Quando co- 
stui intese su quali basi volevasi un armisti- 
zio, esclamò: dovere ed onor militare mei vie- 
tano di acconsentire! e die l'ordine a' suoi di 
avanzarsi sópra Messina. 

Garibaldi, quando trovavasi prigioniero nel- 
le carceri di Gualeguay in America, pensava 
all'Italia, a modo suo, faceva versi alla stessa 
e li cantava; eccone alcuni: Io la vorrei de- 
serta — e i suoi palagi infranti — pria di ve- 
derla trepida — sotto il baston del vandalo — 
(leggi tedesco). Questo principio, espresso nel- 
la sopra riportata strofa, dal nostro eroe dei 
due- mondi, (oggi di due milioni) è quello di 
tutti i settarii , i quali, non avendo nulla da 
perdere, poco loro importa la distruzione del- 
le città ; eglino però amano il potere anche 
sulle ruine e sulle fumanti ceneri; una sola 
cosa importa loro, la pelle, e per questa no» 
transigono, malgrado che si vogliono far ere* 
dere Catoni, Orazii e Scovoli. Difatti il nostro 
eroe, dopo di avere abbandonata Mentana, se~ 
guito da' suoi due figli , essendosi rifugiato 
dietro le schiere piemontesi , da lì gridava : 
guerra ! e quella guerra distrusse cinque- 
cento volontarii italiani ! Che importava al 
medesimo nostro eroe Y esterminio di tanti 

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— 537 — 

prodi ed illusi giovanotti , amore e speranza 
<telle loro famiglie ? Or se così operò Garibaldi 
in Mentana, vi maravigliate, lettori miei, che 
i rivoluzionarii di Messina, che valevano me- 
no di lui , 18 anni prima , gridassero guerra 
di esterminio, mentre essi trovavansi in salvo 
sulle navi estere ? Eglino dichiararono allo 
stesso francese Nonay di essere stati abban- 
donati dalle squadre palermitane e che non 
poteano più continuar la guerra: intanto non 
pensavano a salvare l'afflitta città da un fu- 
rioso assalto ! Fuggivano la guerra, e non vo- 
leano la pace ; si dichiaravano impotenti a 
lottare contro i regi, e facevano a costoro 
proposte inaccettabili ed insultanti : ecco gli 
uomini che la sètta proclama eroi! Il sommo 
Piraino , capo del potere esecutivo , non si 
vergognò di scrivere a* governanti di Palermo, 
di aver proseguita la disperata lotta , sicuro 
che era fatale per Messina , ma onorevolis- 
sima per la Sicilia: egli, in sicuro, tenea a- 
grandissimo onore l'assassinio d'una primaria 
città d' Italia! 

Come spesso suole avvenire nelle guerre 
disordinate , gli ultimi a sapere le catastrofi 
imminenti son coloro che debbano sentirne 
più di tutti le fatali conseguenze. Che le squa- 
dre palermitane fossero fuggite , che i capi 
ribelli si fossero messi in salvo , s' ignorava 
dal resto de' difensori di Messina. Questi ul- 
timi erano baldi e superbi pe* danni che a- 
veano recato a' regi; la mattina del 7 settem- 
bre, con più coraggio si disponevano alla lot- 
ta, credendo che tutto andasse bene , e che 
i loro capi vegliassero su di loro. Appena co- 

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— 538 — 

minciò la zuffa, quelli che si trovavano sopra, 
le colline dalla parte orientale della città sce- 
sero al piano , fortificandosi nelle case con 
sacchi di terra e materassi su' balconi, dietro 
de' quali combatteano non visti. Eglino groer- 
reggiavano , arrecando gravi danni alla trop- 
pa, ma senza essere diretti, ed in confusione; 
erano la maggior parte giovanotti reclutati 
nella stessa provincia di Messina, e credendo 
di essere sostenuti -da' palermitani * voleano 
dimostrare a costoro, non essere punto infe- 
riori a'medesimi, vantatori di prodezze. Quindi 
il principio della lotta fu accanita e micidiale. 

Nel borgo S. Clemente, i regi della 2 a divi- 
sione trovarono una forte resistenza , ove di 
una compagnia di svizzeri ne rimasero ben 
pochi. A porta Zaera altra zuffa più mortale 
avveniva, essendovi colà eretta una formida- 
bile barricata, che fu assalita e presa dal 3° 
cacciatori e da un battaglione del 4° svizzero, 
uccidendo tutti i difensori della stessa. Bastò 
questo slancio di supremo coraggio e di rab- 
biosa vendetta , per destare un terribile pa- 
nico ne' ribelli. Dopo che fu presa quella bar- 
ricata , pochi soldati napoletani e svizzeri si 
impossessarono con sole grida di viva il re! 
de* forti di Gonzaga , del Noviziato, di Real- 
alto ed altri , inseguendo i nemici con la 
baionetta alle reni ; i quali gettando le armi 
fuggivano su' monti o nella città. 

Tutta la soldatesca, sotto gli ordini imme- 
diati di Filangieri, era giunta a porta Reale, 
ed ivi fece alto per attendere V esito della 
terribile pugna che accanita ferveva al mona- 
stero della Maddalena , ridotto a formidabile 

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— 539 — 

Contezza. Pronio , uscito dalla Cittadella con 
«lue battaglioni svizzeri , col 3° di linea , il 
pesto del 6° e con un distaccamento di zap- 
patori e pionieri, assalì e scrollò le due pri- 
marie muraglie che guarentivano il suddetto 
monastero. I ribelli faceano un fuoco vivis- 
simo , arrecando morti e feriti nelle file dei 
regi, e caddero uccisi tra gli altri il tenente 
Rossi, aiutante di campo del general Zola, e 
il capitano di artiglieria Andruzzi. 11.2° bat- 
taglione del 4° svizzero assalì una batteria di 
mortah che traeva contro la cittadella e la 
prese alla baionetta. 

I superstiti difensori si rifugiarono nelle 
•case presso il monastero , donde , uniti agli 
altri, faceano un fuoco micidiale: però quelle 
abitazioni furono bruciate, e i difensori parte 
perirono e parte salvaronsi con la fuga. 

Rimanea Y edilìzio del monastero, dal quale 
i regi erano fulminati in un modo spavente- 
vole, essendo gremito di ribelli , e tra' i più 
intrepidi si distingueva l'abate Crimi di Ga- 
lati, quello stesso che fu arrestato il 1° set- 
tembre dell' anno antecedente e graziato per 
impeciale clemenza sovrana. Si tentarono va- 
ra mezzi per introdurre i soldati in quel fab- 
bricato inespugnabile, ma tutto riuscì inutile, 
e gli assalitori erano decimati dalla mitraglia 
e dal fuoco di fucileria. Fu allora che il co- 
lonnello Murald" fece trarre varie cannonate 
a palla in un muro del monastero, producen- 
4o vi alcuni fori; i quali ingranditi da' guasta- 
ton, diedero comodo passaggio agli assalitori. 

E indescrivibile la strage che vi fu in quel . 
monastero della Maddalena , il quale venne 

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— 540 — 

allagato di sangue umano ed arso , brucian- 
dosi amici e nemici ; e nel furor della zuffa 
si uccidevano senza conoscersi. Ivi peri il va- 
loroso colonnello Mar mei del 4° svizzero, ivi 
perirono altri valorosi dall'una e dall'altra par- 
te, ed i pochi ribelli , che rimasero in vita, 
trovarono scampo con la fuga. 

Dopo i cruenti fatti del monastero della 
Maddalena, i rivoluzionarii tentarono resistere 
a porta Nuova, ove avevano sei cannoni in 
batteria; ma investiti alla baionetta, fuggirono: 
Messina rimase aperta a' regi 1 

Le squadre messinesi pugnarono con estre- 
mo valore; però essendo masse disordinate e 
senza un capo prode ed intelligente, dovettero 
cedere a soldati bene ordinati e diretti da 
uno de' primi capitani de* nostri tempi. 

Era mezzogiorno del 7 settembre , quando 
Filangieri giunto alle mura di cinta di Mes- 
sina, non trovando più resistenza, segnalò per 
telegrafo a Napoli: Messina è conquistata. Vo- 
lendo poi preservare quella città dal furore 
della truppa, inviperita pe' sofferti danni, fece 
far alto alle due divisioni , dando in cotal 
modo il tempo a' fuggiaschi di mettersi in 
salvo: verso le due pomeridiane, in regolare 
ordine di marcia , fece entrare i soldati per 
porta Imperiale. 

É difficile descrivere la confusione e lo 
spavento de' desolati messinesi, vedendosi in 
balìa della soldatesca che tanto aveano offesa 
ed in tutti i modi. Essi credevano che il su- 
premo duce li avesse trattati con estremo ri- 
gore; quindi fuggivano all' impazzata, dispera- 
tamente chiamandosi con grida strazianti l'un 

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— 541 — 

V altro, chiedendosi soccorso a vicenda ; ma 
ognuno badava a' proprii casi ed alla propria 
salvezza. Chi non fuggiva ratto veniva calpe- 
stato da quelli che lo seguivano; donne, fan- 
ciulle e fanciulletti, soli ed abbandonati, se- 
guivano o precedevano la corrente de* fuggia- 
schi, che dirigevansi alla volta di S. Rizzo e 
del Faro. 

La presa di Messina costò molto sangue ai 
regi, avendone versato più de' ribelli, perchè 
quelli combattettero a petto scoperto , e fu- 
rono costretti di assaltare varii luoghi forti- 
ficati e ben difesi. Quella città era custodita da 
dodicimila uomini tra squadre e cosi detta 
truppa di linea; gli assalitori sommavano ad 
ottomila ottocento diciotto soldati e trecento 
cinquantacinque uffìziali. De' primi non si sa 
il numero 'de' morti e de' feriti ; de', napole- 
tani morirono otto uffìziali, cioè i colonnelli 
Mori e Marmel , i capitani Andruzzi , Pelle- 
grini e Manuel , i tenenti Rossi , Monetti e 
Borrelli; altri trentotto vennero feriti. De' sol- 
dati ne perirono centottantuno ed ottocento 
settantuno feriti; in tutto, fuori combattimento, 
mille e no vanto tto : quasi T ottava parte dei 
combattenti ! 

Il fabbricato di quella città soffri danni in- 
calcolabili ; ciò si attribuì a gran colpa dei 
regi, ma doveasi invece ascrivere all'infamia 
de' ribelli ; i quali vollero alzare batterie di 
cannoni fin nelle principali strade di Messi- 
na , per tirare contro la cittadella , costrin- 
gendola a rispondere alle offese. A questo 
proposito ecco come si esprime il duce Fi- 
langieri , in un rapporto diretto alla Camera 

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— 542 — 

de' pari di Napoli : « Basta vedere come e 
« dove erano situate le batterie de* ribelli , 
« per convincersi essere inevitabile che tanto 
a il fuoco di queste , quanto quello che fa- 
te ceasi per controbatterlo , dovea produrre i 
« danni che Messina deplora nel suo bel fab* 
« bricato. Ma di chi la colpa? de* palermitani 
« soltanto: poiché se essi, direttori di quelle 
« opere avessero avuto il solo disegno di con- 
« quistar la cittadella di Messina, senza prò- 
« durre la rovina della città, avrebbero aperta 
« la trincea ne' campi al Sud di quella , e 
« progredendo quindi con regolari approcci , 
« dapprima verso il bastione D. Biasco, e tra- 
« versando poscia il piano di Terranova, sa- 
« rebbero giunti a coronare la cresta dello 
« spalto, ed ivi collocate le batterie di brec- 
« eia, si sarebbero successivamente impadro- 
« niti delle opere esterne , e da ultimo del 
« maschio di quella cittadella .». 

Perchè i ribelli non misero in esecuzione 
quel disegno di assedio ? per la sola ragione 
the voleano combattere senza pericoli e co- 
modamente dentro la città, pretendendo che 
i regi non controbattessero i loro micidiali 
colpi. Del resto i rivoluzionarii , se avessero 
un poco di pudore, non dovrebbero dir verbo 
circa i danni di Messina; essi che non si fe- 
cero scrupolo di praticare dieci terribili mine 
nelle strade principali, dando fuoco alle stes- 
se prima di fuggire , con la certezza che i 
regi sarebbero saltati in aria , e per conse- 
guenza co' medesimi metà dei fabbricato della 
bella reina del Faro. 

Lo stesso storico rivoluzionario , il messi- 

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— 543 — 

mese La Farina ci racconta, che i regi, quan- 
do entrarono in città, trovarono le case ed i 
palazzi trasformati %n fortezze , e le vie in 
molti siti minate. Intanto si ha tutt'ora l'im- 
pudenza di addebitarsi alla truppa napoletana 
i danni cagionati alla sventurata Messina t 

Si gridò che i soldati avessero saccheggiato 
quella città, e si giunse a dire che Filangieri 
avesse permesso ventiquattr'ore di saccheggio; 
altri asserirono tre giorni. L' accusa contro 
quel supremo duce non merita risposta, per- 
chè oltrepassa i limiti dell' impudenza e del- 
l' infamia ; dirò soltanto , che tra' regi forse 
vi siano stati quelli , che profittando del di- 
sordine, si fossero appropriati di qualche og- 
getto che poteano occultare ne' sacchi mili- 
tari o sia zaini. Però è noto che il Filangieri 
ordinò che si visitasse il bagaglio d' ogni sol- 
dato, e tutto quello che vi si fosse rinvenuto 
di provenienza furtiva fosse depositato, per es- 
sere restituito a' proprietarii. Queir ordine fu 
rigorosamente eseguito, creandosi a tale scopo 
una Commissione investigatrice, che adempì 
scrupolosamente le delicate sollecitudini del 
generalissimo. Messina , prima di essere ab- 
bandonata, venne manomessa e saccheggiata 
dalle squadre palermitane, le quali commisero 
altre nefandezze , che poi si addebitarono ai 
regi: la maggior parte di quelle squadre, co- 
me suole avvenire in tutte le rivoluzioni, era 
composta di galeotti condannati per delitti 
comuni. 

Filangieri , appena entrato in città , si de- 
dicò a fare estinguere gì' incendi i; malgrado 
che i soldati non volessero prestarsi, perché 

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— 544 — 

ad ogni pie sospinto temeano lo scoppio di 
una mina: come accadde al convento di San 
Domenico, ove prese fuoco una riserva, è ro- 
vesciò parte di queir edifizio. Inoltre comin- 
ciò a riparare i danni cagionati da sei mesi di 
terribile guerra; facendo puntellare gli edifìzii 
crollanti, sgombrare le vie dell' immenso ma- 
teriale, rifare il selciato, colmare i fossati, e 
riparare tante altre rovine di simil fatta. 

X fuggiaschi cittadini , rassicurati dal con- 
tegno delle regie truppe, e più dalla clemenza 
sovrana, largita per mezzo di un duce umano 
e generoso qual' era Carlo Filangieri , ritor- 
narono in folla neir abbandonata città. Quel 
generalissimo , fin dal primo giorno del suo 
ingresso, in Messina, bandì perdono assoluto 
pe' passati traviamenti politici, dedicandosi a 
rimettere le potestà civili e municipali, indi 
la posta , il servizio sanitario e le dogane. 
Facendo uso de' sovrani poteri, de' quali era 
stato investito, accordò a quella città il por- 
tofranco, da goderne anche i 'trentasette ca- 
sali circonvicini alla stessa, e sospese il dazio 
del macinato. Dichiarò esenti d' imposte gli 
edifìzii danneggiati nel tempo delia guerra, 
e validi i pagamenti fatti al governo rivolu- 
zionario. 

Carlo Filangieri, sia per mostrare maggior 
sicurezza e forza, o per essere condiscendente 
co' ribelli che si erano sottomessi, lasciò co- 
storo negl' impieghi ghermiti nel tempo della 
rivoluzione: per quest' atto di troppa genero- 
sità , che ledeva gì' interessi degli altri , fu 
sopra ogni altra cosa lodatissimo , e non so 
se a ragione. Re Ferdinando sanzionò tutto 

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— 545 — 

quello che fece il suo generale in capo a fa- 
vore de' rivoltosi e di Messina , cioè . trattò 
quelli come onesti cittadini sostenitori del- 
l' ordine sociale, e questa come città fedelis- 
sima, dandole quello che non aveano potuto 
ottenere le altre città a lui devote. Mi sem- 
bra che quel sovrano abbia imitato il buon 
Pastore, che lasciò le novantanove pecorelle, 
per andare a trovar quella smarrita , carez- 
zarla e portarsela contento all' ovile sulle 
spalle. Per mostrarsi poi grato all' illustre 
duce supremo , Carlo Filangieri, principe di 
Satriano , lo insignì della Grancroce di San 
Ferdinando, mandandogli fti dono quella che 
egli stesso solea usare. 

Che cosa fanno di bello i rigeneratori dei 
popoli dopo che conquistano le città a loro 
ribellate ? per non andar troppo lungi, se vo- 
lete saperlo, ricordatevi i fatti di Genova del 
1849, quelli di Pontelandolfo e Casalduni del 
1861, e gli altri di Palermo del 1866: senza 
contar Capua e Gaeta ! 

Dopo che il generalissimo Filangieri rior- 
dinò l'amministrazione, volse le sue cure ad 
estendere la conquista in quella provincia. 
Prima di tutto die l'ordine a Marselli, coman- 
dante la fregata Roberto , d' impossessarsi di 
cedici barche cannoniere ed una scorridoia, 
4he trovavansi nel porto, rifugiate presso le 
navi estere; ed essendo state abbandonate da 
coloro che l'aveano guidate, divennero facile 
preda. Quella stessa sera , la medesima fre- 
gata uscì alla caccia del piroscafo Vesuvio , 
predato da' siciliani alla marina reale napole- 
tana; il quale avea sbarcato a Spadafora 1500 

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— 546 — 

uomini mandati da Palermo per soccorrere i 
ribelli di Messina; ed erano quelli stessi che 
saccheggiarono e perpetrarono tante infamie 
a danno delle famiglie fuggiasche. Il Roberta 
trovò il Vesuvio nel porto di Milazzo , gua- 
rentito dalle batterie di quel forte. I milaz- 
zesi persuasero le squadre palermitane ad 
andarsene e lasciare la fortezza alla Guardia 
nazionale; e questa, appena l'ebbe in suo po- 
tere, alzò bandiera bianca e si sottomise alle 
regie armi, consegnando il Vesuvio. 

I cittadini di Milazzo , temendo di essere 
assaliti dalle squadre uscite da quella città^ 
perché partigiani uV regi , pregarono il co- 
mandante Marselli di sbarcare la sua gente 
per proteggerli. Ma quelle squadre , in cam- 
bio di rinzelarsi contro coloro che si sotto- 
metteano al legittimo principe, appena uscite 
da Milazzo, si diedero a saccheggiar le case 
di quella deliziosa campagna , ed i piccoli 
paesi che incontravano sul loro cammino. Dal 
Roberto sbarcò il capitano dello Stato mag- 
giore Armenio, e con soli 40 soldati si spinse 
sino a Barcellona, 30 miglia al nord-ovest di 
Messina, ove fu ricevuto con grida di viva 
U re l 

L'altra fregata il Ruggiero, sotto gli ordini 
di Lettieri, si presentò innanzi Lipari, e quella 
popolazione plaudente alzò la bandiera de* gi- 
gli, festeggiando il ritorno della legittima po- 
testà. 

Rotta ed avvilita la rivoluzione, i soldati 
erano ricevuti dovunque con plausi, sebbene 
pochissimi di numero. Tutti i paesi erano in 
festa pel ritorno de' regi, e chiedevano altri 

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— 547 — 

soldati al generale in capo per essere gua- 
rentiti dalle incursioni delle squadre paler- 
mitane. La truppa si era avanzata fino a Bar- 
cellona dalla parte dì tramontana, é alla Sca- 
letta dall'altra cke prospetta il mezzogiorno. 
H riacquisto della Sicilia , in que' momenti, 
Sarebbe stato facile , e difatti varii paesi e 
città aveano mandato commissioni al Filan- 
gieri per sottomettersi alla regia potestà. Ma 
Una scellerata diplomazia , sotto pretesto di 
arrestare là effusione del sangue, impose un 
armistizio fatale, che fu causa d'altri torrenti 
di sangue e d'innumerevoli disastri. 

Gii ammiragli, inglese e francese,di stazione 
. nel porto di Messina , impegnarono il Filan- 
gieri a non avanzarsi più in là' di Barcellona e 
della Scaletta, fino a che, essi dieeano , i loro 
governi avessero trovato il modo di pacificare 
le parti contendenti. In conseguenza di che 
l'inglese ammiraglio Parker dio ordine in ri- 
scritto a' suoi subalterni di usar la forza con- 
tro i regi , se costoro avessero continuata la 
marcia trionfale per conquistare il resto della 
Sicilia. Il supremo duce scrisse al re, facen- 
dogli note le pretensioni brittanniche e fran- 
cesi. Ferdinando II non accettò la mediazio- 
ne, e ciò per non dar dritto d'intervento agli 
Stranieri in un Regno indipendente; ma, vo- 
lendo evitare una controversia co' medesimi, 
ordinò al generalissimo di sospendere la mar- 
cia in avanti. Filangieri firmò un armistizio, 
dopo che furono determinate le necessarie 
condizioni dello stesso; e venne segnata una 
zona neutrale tra' regi ed i rivoluzionarii : 
quelli si fermarono in Barcellona ed in Sca- 

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— 548 — 

letta, costoro retrocedettero al Tindar* dalla 
parte del nord ed a Taormina dall' altra del 
Mezzogiorno. 

Quell'armistizio, imposto da due prepotenti 
stranieri , affine di proteggere la rivoluzione 
boccheggiante , nessun danno arrecò al go- 
verno di Napoli, anzi die il tempo necessario 
al generalissimo Filangieri di riordinare l'e- 
sercito che comandava, e dimostrare co' fatti 
non esser quelle popolazioni sicule, nemiche 
al legittimo sovrano. In effetti quel supremo 
duce riunì in pochissimo tempo cinque bat- 
taglioni di volontarii tutti siciliani , che per 
ischerno i ribelli chiamavano gadduzzi (pol- 
lastri), perchè portavano una grossa coccarda 
rossa in fronte ad un berretto di varii colori. 
Que* volontarii, il 21 gennaio, furon condotti 
a Messina, per ivi assistere alla benedizione 
e ricezione delle bandiere , che ebbe luogo 
con pompa solenne , presenti gli ammiragli 
Donay e Parker. 

Queir armistizio dimostrò sempre più es- 
sere il governo della rivoluzione contrario 
alle leggi umane e divine, dando a* cittadini 
siciliani l'occasione di fare il confronto con 
quello regio. Filangieri , che dicevasi satel- 
lite della tirannide , governava Messina ed i 
paesi adiacenti con una moderazione che a* 
vea, direi quasi , della debolezza ; egli vinci- . 
tore usava generosità co' vinti , e costoro in 
cambio, trascendevano in contumelie, violen- 
ze e minacce selvagge. Quel duce lasciava 
libera l'entrata e l'uscita d'ogni sorta di gente 
ne' luoghi soggetti al suo dominio , non pro- 
cessando 1 alcuno pe' fatti della rivolta; mentre 



— 549 — 

>i governanti di Palermo proibivano qualunque 
-commercio con Messina, spedendo inquisitori 
nelle province sicule per processare e fuci- 
lare tutti coloro che avesse» o avuto relazioni 
Sinché di commercio con le città e paesi oc- 
cupati da' regi. In Messina e ne' paesi circon- 
-viqini regnava il buon'ordine e la pace; i so- 
prusi , i ladri , i sicarii erano spariti perchè 
perseguitati dovunque. Nel resto dell'Isola 
era una desolante anarchia ; si rubava e si 
assassinava pubblicamente ed impunemente. 
J così detti governanti non aveano né forza 
morale né materiale per infrenare i ladri , i 
manigoldi e gli anarchici; anzi essi medesimi 
erano derisi e minacciati da quella gente, an- 
<5he per le continue pasquinate che faceano 
in Parlamento. Basti leggersi i diarii di quel 
tempo, per rimanere spaventati dello stato 
miserando in cui era caduta là fiorente Si- 
cilia, in quel tempo che i patrioti la procla- 
mavano redenta dalla schiavitù borbonica (1). 
Mentre il duce Filangieri accordava a Mes- 



ti) In Palermo , nel mese di dicembre 1848, un 
uffiziale dell' esercito siculo , insieme ad altri suoi 
amici, dopo di avere svaligiata una casa, s'impos- 
sessò di due oneste fanciulle abitanti la stessa; e 
. perchè il padre ed il fratello delle medesime volea- 
no opporsi , li fece arrestare e condurre in carce- 
re, accusandoli di essere borbonici. Quella sventu- 
rata famiglia fu perduta: le due fanciulle andarono 

a finir male del padre e del fratello non si 

ebbero più notizie, dopo che furono arrestati. Di si- 
mili fatti ne potrei scrivere per un volume , ma 
oò imo crimine disce omne$ ! 

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- — 550 — 

Sina il Portofranco, toglieva il dazio sul ma- 
cinato , esentava gli edifizii danneggiati da 
qualunque imposta , i redentori della Sicilia 
xnetteano novelle tasse, sebbene non le riscuo- 
tessero tutte , faceano nuovi débiti , s' mpos- 
sessavano del danaro de' privati , depositato 
nel Banco di Palermo, spogliavano le chiese» 
i conventi, i monasteri dell' argenteria, ven- 
devano i beni nazionali agli stranieri, impo* 
nevano prestiti forzosi con modi alla mussul- 
mana , ed infine commettevano altre simili 
infamie; nondimeno aveano tanta impudenza 
da proclamarsi , in faccia all' Europa civile, 
umanitaria progressisti, ottimi massimi; e Fi- 
langieri poi croato, Ferdinando II spoliatore^ 
sanguinario ed incorreggibile tiranno ! 

L'armistizio, imposto dalla prepotenza stra- 
niera , fu una vera sventura per la Sicilia, 
essendosi prolungata per altri sette mesi un.» 
sfacciata spoliazione, una truce anarchia; ed 
infine costò la distruzione , di tanti paesi e 
città , già pronte a sottomettersi appena fi* 
conquistata Messina , ed il massacro di mi- 
gliaia e migliaia di cittadini e soldati*. Ecco 
come intendeano proteggere qUell' isola e i 
dritti dell' umanità que' settarii diplomatici di 
Francia e d' Inghilterra , applauditi dà' lorc* 
fratelli , che sgovernavano in Palermo ! Ep- 
però quegli stranièri faceano i fatti loro, null$ 
curandosi delle sventure che ci apportavano^ 

Dopo 1' armistizio, il governo inglese, pefc 
far credere a' gonzi che voleà pacificare. Y In 
sola con Ferdinando II, proponea la Costituì 
zione del 1812 , mentre già sapea che il si- 
culo Parlamento avea confermato il decreta 

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V 



_ 551 — 

^clel 13 aprile sulla decadenza de'Borboni; anzi 
-«rà stato quél governo il motore di quella in- 
-sipiente Conferma, perchè in realtà non volea 
-Jdcuna pacificazione tra Napoli e Sicilia; ma 
invece agognava un Regno siciliano, sotto il 
e«Ò protettorato, per dissanguarlo, facendolo 
-«•mparire ricco e florido in apparenza. 

Dall' altro canto il governo francese volea 
.ffroclatoata la repubblica , e il ministro Ba- 
4&tide la consigliava a' delegati siciliani, che, 
in qtiel tempo, andavano piatendo presso tutti 
i governi esteri; come se la libertà e 1' indi- 
pendenza di un popolo si acquistasse con la 
! protezione ed il braccio degli stranieri ! Quèl- 
a divergenza tra* due governi protettori dei 
siculi ribelli , fece in modo da rompere gli 
-accordi circa la forma di governo da imporsi 
alla Sicilia, ma fece prolungare la guerra a 
loro profitto;* e quelle due potenti nazioni fu- 
rétìo di accordo soltanto nell* inacerbire gli 
animi tra regi e ribelli , e vendere armi ai 
governanti di Palermo. Difatti lo stesso Cavai- 
gnac , presidente della repubblica francese, 
-che aveà detto a* legati siciliani: aggiustatevi 
-col vostro re, consigliato poi dal ministro Ba- 
stide , ordino che si aprisse un credito pel 
.governo di Sicilia, affine di avere armi e mu- 
nizioni. GÌ' inglesi la faceano più sfacciata: 
Palmersion , tanto tenero di risparmiare il 
«angue de' siciliani e de* napoletani , ordinò 
che si dessero a quelli 24 cannoni dell' arti- 
glieria reale— pagandoli già s'intende— Quan- 
do il nobile lord intese che Ferdinando II 
fece le sue lagnanze per quel dono fatto ai 
ribelli , rispose : che avea dati que* cannoni 

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— 552 — 

per inavvertenza. Cotesti langravii della de- 
mocrazia si credono anche nel dritto di far 
gl'irrisori diplomaticamente, ed insultare coi* 
modi triviali chi è meno forte di loro: ma ih 
giorno del rédde rationem giunge per tutti l 

Il governo di Palermo, dovendo rifare Te— 
sercito per opporlo a quello di Napolf , de-» 
cretò un altro prestito nazionale, imponendo 
a' ricchi di quell'Isola di pagar tre milioni de- 
ducati in ventiqualtr' ore : altro, che governo- 
turco !... Di più, sospese i pagamenti de* Ban- 
chi , creò carta moneta fino a tre milioni e- 
trecentomila ducati, e mise in vendita i beni 
ecclesiestici. Avendo poi trovato a* fare ui*. 
prestito di quattro milioni e mezzo di ducati 
col banchiere francese Blaqui , mise in ven- 
dita tutti i beni nazionali , ordinando al mi- 
nistro delle finanze di emettere trecentomila 
biglietti ossia azioni di ducati dodici cadauno» 
con gl'interessi del quattro per cento, obbli- 
gando i ricchi siciliani a comprarseli in mo- 
neta sonante. Non contento ancora, il 20 di- 
cembre, ordinò un altro mutuo di un milione- 
e mezzo di ducati , da pagarsi in 15 giorni 
da' Comuni ; i quali ne dovettero pagar poi- 
tre milioni. Furono queste le prime conse- 
guenze finanziarie dell'armistizio imposto da- 
gli umanitdrii inglesi e francesi l 

Nel tempo stesso , che quel rivoluzionario- 
governo dava piena esecuzione e quella in* 
qualificabile spoliazione* rifaceva F esercito y 
ponendovi uffiziali e volontarii francesi ed in* 
glesi , reclutando svizzeri , belgi, alemanni e- 
tanti altri stranieri; i quali, vissuti nelle sètte- 
e nelle ribellioni , speravano far fortuna ia 



— 553 — 

Sicilia. In Palermo arrivavano grosse navi e* 
siere , cariche di armi , munizioni ed arnesi 
militari ,e tutto si pagava con l'argento ru- 
llato legalmente alle chiese. 

Si ordinarono sei campi permanenti , cioè 
in Taormina, Catania, Siracusa, Girgenti, Tra- 
pani e Palermo. Nel principio del 1849 , si 
munì Taormina , si trincerò Catania , accre- 
scendosi le guarnigioni, e si stabilirono altri 
due campi uno a Castroreale, 1' altro al Ti ri- 
darò presso Patti. 

Intanto il ministero siculo dava lo spetta» 
colo di una lanterna magica , ogni momento 
salivano e scendevano nuovi ministii; i quali 
si bisticciavano tra loro, svergognandosi l'un 
l'altro, e qualcheduno de* medesimi poco man- 
cò di essere ucciso , come avvenne a quel 
bonomo del principe Spedalotto, che si salvò 
a mo' di miracolo. Era costui ministro della 
guerra, essendo forte di testa; nondimeno fu 
surrogato da La Farina, che giammai avea tocca- 
to armi, e intanto pretendea saperne di più di 
un Napoleone I! Nel dicembre del 1848, tutti i 
ministri si dimisero , ed il presidente Rug- 
giero Settimo, a gran fatica potette formare 
un nuovo ministero, che non esercitò il po- 
tere, perchè dimesso appena nominato; per- 
locchè quel presidente fu costretto pregare i 
primi ministri dimissionari a rimanere in seg- 
gio; ed erano essi Torrearsa, Morano, Erran 
te, La Farina ed Ondes. I deputati rincari- 
vano la dose col far progetti ed interpellanze 
da matti; e la Camera de' pari in opposizione 
con costoro e col ministero, accrescea la ba- 
raonda. Se i padri della pàtria sbizzarrivano 

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— .554 -^ 

in quel modo, si potrà supporre bellissimo ia 
quali tristissime condizioni versava la svan* 
turata Sicilia. Tutto era anajrckia , e lotti i 
tristi gridavano libertà, intentandola e prati* 
oandola a loro modo. Un sol potere esìsteva 
ed era potentissimo, quello di spogliar le chie- 
se, i monasteri, i conventi ed i ribelli cittft- 
diui. 

Il governo siculo era eziandio potente nel 
mettere in disordine le provìnce al di qoa 
del Faro ; esso facea ogni sforzo per tenere 
sempre in iscompiglip il Napoletano ; e «osi 
paralizzare quelle forze cfie il governo di Na- 
poli usava contro di lui. Difatti, mentre Y e- 
sercito comandato da Filangieri, si preparava 
a conquistar la Sicilia, i faziosi napoletani, 
per aiutar quelli siciliani , tentavano creare 
ostacoli al governo col far dimostrazioni se? 
diziose; sperando, che questo, timorose di una 
altra rivolta sul continente e nella stessa capi- 
tale , arrestasse le operazioni di guerra di- 
rette contro quell'Isola. . 

Il 5 settembre accadde un'altra zuffa in Na- 
poli tra' popolani di S. Lucia ed i bravacci 
della rivoluzione , rimasti a spasso dopo la 
chiusura del Parlamento.. La truppa volea dare 
a questi ultimi una condegna lezione alla sol- 
datesca t ma fu trattenuta dagli uffiziali ; di 
modo che rimase fremente spettatrice , ve- 
dendo battuti i popolani, che gridavano trivp # 
re, da* camorristi ài soldo della sètta* Una pat- 
tuglia , giunta sul luogo della zuffa, noli sof- 
frendo più di vedere bastonati coloro , che 
acclamavano il sovrano e le regie milizie» 
tirò qualche colpo -di fucile in aria, e questo 

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— 555 — 

fu sufficiente per far fuggire quo' motori di 
disordini ed i loro capi» Erano già soprag- 
giunti gli altri popolani del Mercato, per pat- 
tar quelli di S. Lucia, e varii uffiziali li per- 
suasero a ritornare indietro. In quel tafferu- 
glio furono arrestati il duca di S. Donato e 
Filippo Campelli. 

Jn varii paesi e città del Napoletano si ten- 
tarono disordini, come eco a quelli avvenuti 
in Sicilia. In Spezzano si gridò repubblica, 
lo stesso in Gastrovillari ; con pochi soldati 
« poche fucilate rientrò tutto nell' ordina. 
Altri tafferugli vi furono in quel tempo in 
Caserta, Pozzuoli, Orsara e Lavignano; come 
già si è detto, altro scopo non aveano se non 
quello di aiutare i ribelli di Sicilia , con at- 
tirare T attenzione del governo sul continen- 
te. Però la sera del 7 settembre , giunta e 
pubblicata la segnalazione telegrafica di Fi- 
langieri, con la quale dicea al re: Messina è 
conquistata, al sentirla i rivoluzionari allibi- 
rono, e quatti quatti si ritirarono, atteggian- 
dosi a cittadini pacifici ed onesti. Nonpertanto 
rimanea ad essi il conforto di un' altra ri- 
scossa sicula , sapendo che i siciliani erano 
protetti da' filantropi governi di Francia e 
a Inghilterra, e che si preparavano per ten- 
tar di nuovo la sorte delle armi. 

Il governo del re , in cambio di trattare i 
faziosi dimostranti secondo i loro meriti , si 
cooperava rimarginar le piaghe fatte da' me- 
desimi a questo Regno , col levare i debiti, 
che gravano sul popolo sovrano , regalatigli 
da' padri della patria. Nel mese di settembre 
di queir anno .1848 , sospese il dazio di un 



-. 556 — 

ducato a quintale sopra i grani esteri ; indi 
creò una rendita di ducati seicentomila, pari 
al capitale di dodici milioni, affine di colmare 
il disavanzo fatto dal governo rivoluzionario» 
Decretò che non si mettessero altre gravezze 
per pagare l'interesse de'nuovi debiti, invece 
vi supplisse la Cassa di ammortizzazione per 
un milione e seicentomila ducati annui. Nei 
medesimo tempo non lesinava trascurando le 
belle arti e le scienze; in effetti aumentò le 
piazze per gli artisti pensionati, che studiar 
dóveano in Roma, accrescendo anche le doti 
da ducati 3781 a 4960. Istituiva un quarto uf- 
ficio di scritture per le lingue orientali, onde 
meglio illustrare i codici del Museo. 



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CAPITOLO XXI. 

SOMMARIO 

Congressi in varie città d'Italia. Assassinio dei 
conte Pellegrino Rossi. Assalto del Quirinale. Il Papa 
fugge t Gaeta. Incontro col re. Soggiorno di Pio 
IX in Gaeta e sue proteste contro i rivoluzionari! di 
Bontà. Fine dell'anno 1848. Trattati di commercio 
ed opere pubbliche fatte da Ferdinando II. Necro- 
logia. Giornali che si* pubblicarono nel Regno nel 
1848. 

Per conoscersi le cause che produssero gli" 
effetti tristi ed esilaranti nel Regno delle Due 
Sicilie, è necessario che rivolgiamo un'altra 
volta lo sguardo sul resto dell'Italia, per ve- 
dere quel che ordisce la setta a danno dei 
troni e de* popoli. 

Già l'italica stella riveluzionaria, dopo che 
brillò sopra i campi di Goito e Pastrengo, an- 
davasi ad ecclissare a Palmanova, a Villafran- 
ca, a Custoza ed a Milano. Carlo Alberto, dopo 
le sofferte sventure della guerra, era costretto 
di sentire le maledizioni e le minacce che gli 
lanciava la setta da lui protetta diplomatica- 
mente e con le armi. Il potere dell* italiche 
. contrade già gli sfuggiva dalle mani; lo stesso 
Piemonte lo avversava e lo respingeva dal suo 
seno : lo contrariavano i buoni perchè avea 

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_ 558 — , 

protetto i settarii, e costoro l'odiavano perché 
si credevano da lui traditi. «Per la qua! cosa 
tutti gir Stati della Penisola divennero focolai 
di pratiche e progetti tendenti, non solo a di- 
sfarsi del Papa e di Ferdinando II , ma del 
medesimo Carlo Alberto , per proclamare la 
repubblica dall'Alpi alla Sicilia; essendo que- 
sto 1' essenziale programma di tutti i rivolu- 
zionarii, per progredir sempre fino ali* anar- 
chia materiale e morale. 

L' abate Vincenzo Gioberti, si disse éontro 
i voleri del suo re , inaugurava in Torino il 
Congresso federale italiano. Altri Congressi 
s'inaUgurarono in altre città italiane, 4ioè Tó- 
maseo in Venezia, Montanelli in Firense, e 
Mamiani in Roma; e tutti erano dedicati a ca- 
lunniare ed annientare la monarchia , fosse 
questa assoluta o costituzionale. Quel sommo 
"abate, con programma del 7 settembre, nel- 
l' annunziare il Congresso , tra gli altri Stati 
della Penisola, nominava il Regno di Napoli 
distinto da quello di Sicilia. Vi concorsero in 
Torino trecento uomini sommi , come essi 
medesimi si qualificarono, senza mandato le- 
gale né de* governi né de* popoli. Vi erano 
due siciliani, Perez e Ferrara, di Napoli sei, 
cioè Pierangelo Fiorentino , Pietro Leopardi, 
Giovanni Andrea Romeo ] Giuseppe Massari, 
Giuseppe Ricciardi e Silvio Spaventa. Il Gio- 
berti, concionando, |li proclamò. nomi eroici 
é cari, mentre la maggior parte erano nomi 
oscuri o fatali: che cosa volete? i girandi stra- 
falcioni son patrimonio degli uomini grandi! « 

Que* trecento uomini (oomi eroici e cari} 
ciarlarono molto in proteste contro i proprii 

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• — 559 — 

sovrani, si applaudirono tra loro, encomiarono 
i ribelli d* ogni paese , e nulla conchiusero ; 
malgrado «he si fossero proclamati in Con* 
presso costituente. Essi cianciarono di baa- 
mera federale, di eserciti, di Consiglio di mi- 
nistri, di corpo legislativo e di presidenti; e 
le- loro ciance non ebbero alcun effetto. Il 
Congresso federale di Torino non era di ac- 
cordo con quelli di Venezia, Firenze e Roma; 
Tomaseo, Montanelli, Mamiani e Gioberti pre- 
sentarono programmi inconciliabili tra loro. 
Quest'ultimo avea riunito quel Congresso per 
cacciar gli austriaci dall'Italia con le forze di 
tutti gli Stati italiani; gli altri tre questiona* 
vano se la nazione fosse l'universalità de* cit- 
tadini d'Italia, associati sotto un sol patto fe- 
derale, o quella degli Stati della medesima e 
non già gl'individui confusamente considerati. 
E mentre si questionava sull'unità federativa, 
e su quella assoluta, i tedeschi invadevano gli 
Stati della nostra Penisola! 

I demagoghi romani , • intesa la sconfitta di ' 
Carlo Alberto , voleano armi per respingere 
essi i tedeschi dall'Italia; ma la vera ragione 
era quella per servirsene onde abbattere il 
governo pontificio. Perchè- il Papa dichiarò, 
che si difenderebbe in casa propria, ma non 
andrebbe a far guerra offensiva, sbizzarrirono 
c'ontro il medesimo con più accanimento, gii- ^ 
dando: Morte a' preti , viva il governo prov» 
visorio ! Essendo il ministro Mamiani il mo- 
tore di quelle pretensioni e minacce* Pio IX, 
per salvar Roma da maggiori mali, lo depose, e 
chiamò il Galletti per formare un nuovo mini- 
stero; e perchè questi volea continuar l'opera 

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— 5G0 — 

del suo predecessore, fu costretto eziandio ad 
esonerarlo dall' incarico datogli, conferendolo 
invece al conte Pellegrino Rossi. Era il Rossi 
un nome caro all'Italia, già chiaro nel mondo 
politico e scientifico per sensi moderati, pen- 
samenti profondi e per odio alla sfrenata li- 
bertà. Questo novello ministro', seguendo il 
pensiero del Papa, fece delle pratiche per la 
lega italiana difensiva ; a quale scopo si era 
recato a Roma anche il genovese abate Ros- 
mini. 

Quella lega e quella temperata libertà ro- 
mana non poteano andare a sangue a chi yolea 
pazzamente combattere i tedeschi forti e vit- 
toriosi , e proclamare la repubblica rossa; 
quindi -si cominciò a calunniare Pellegrino 
Rossi, quale intruso straniero in Roma, dan- 
dogli del traditóre e peggio ; e si decise la 
sua morte nel Circolo popolare del Palazzo 
Fiani, ov' era presidente un tale Sterbini. La 
sera del 14 novembre , presente costui , al 
teatro Capranica si estrasse a sorte il nome 
di colui che dovea assassinare il ministro 
Rossi: uscì dall'urna un tal Brunetti, parente 
del soprannominato capopopolo Ciceruacchio. 
La mattina del 15, quel ministro dovea recarsi 
al palazzo della Cancelleria, e fare il suo di- 
scorso-programma; era stato avvertito dt-noa 
andare , ma egli , sprezzando le minacce, vi 
si recò alle due pomeridiane. Lo attorniarono 
varii congiurati mentre saliva i primi gradini 
della scala di quel palazzo ; uno gli si av- 
ventò col pugnale brandito , e gli vibrò un 
colpo , tagliandogli le carotidi; Rossi cadde 

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— 564 — 

senza dir verbo, e spirò dopo poco nelle stan- 
ze superiori. 

Saputosi quell assassinio nella Camera , i 
deputati ed il presidente Sturbinetti prosegui- 
rono senza emozione la tornata. L'assassino 
del conte Rossi fu da' settarii proclamato sal- 
vator della patria ! ed i congiurati lo condus- 
sero in trionfo, recandolo fin sotto le finestre 
della casa dell'ucciso, per insultare la deso- 
lata famiglia. Quella sera, la santa città pre- 
sentava un aspetto luttuoso e sinistro ; 1' as- 
sassino del ministro, unito a' suoi complici, 
con torce accese percorsero le principali stra- 
de di Roma, cantando: Benedetta quella ma- 
no — che il tiranno trucidò 1 La rivoluzione 
^ra al suo apogeo ! 

Queir assassinio fece grande impressione 
in tutto il mondo incivilito, e principalmente 
in tutti coloro che teneano le redini del go- 
verno. Fin d'allora l'emigrazione di alti per- 
sonaggi romani cominciò su larga scala: quella 
città, intrisa del sangue dell' illustre e bene- 
merito Pellegrino Rossi , mettea spavento. 
Pio IX rimase intrepido al suo posto , mal- 
grado che fosse oltre ogni dire addolorato, e 
più di tutti corresse serii pericoli. 

Quella stessa giornata, 15 novembre, Ster- 
bini e il principe di Canino , dopo di avere 
riuniti i più facinorosi settarii, fecero battere 
la generale, e si avviarono al Quirinale, ov'era 
il Papa , apportando anche un cannone. Ivi 
assediarono Pio IX , prendendo a sassate le 
finestre di quel palazzo apostolico, bruciando 
il portone dal lato della strada Pia e tirando 
fucilate all'impazzata. Caddero estinti vari sol- 

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— 502 — 

dati svizzeri e monsignor Palma : lo stessa 
Santo Pontefice corse gravi pericoli , e no» 
fu ucciso, perché concedette, protestando,tutto 
quel che vollero quegli arrabbiati anarchici* 

Quella sera , il Circolo popolare die fuori 
un manifesto, col quale si dichiarava il solò 
rappresentante la vera ed assoluta volontà- 
dei popolo ; assumendo di assicurare la vita 
e le sostanze de' romani, fino a che non sa* 
rébbe costituito un governo. Tolse le guardie 
svizzere al Papa; ed in cambio mandò de' ma- 
nigoldi, vestiti da guardie nazionali, per te- 
nerlo prigioniero. Pio IX , riunito il corpo 
diplomatico , protestò innanzi allo stesso di 
v non esser più libero, e dichiarando che no» 
prendeva più parte al nuovo governo, (1) 

La vita del Sommo Pontefice era in un pe- 
ricolo permanente; i ministri di Spagna e di 
Baviera si argomentarono metterlo in salvo 
dalle insidie settarie ; ma Egli non potea de- 
terminarsi di lasciar la sua diletta Roma. In 
quella gli giunse un involto suggellato da parte 
del vescovo di Valenza, che conteneva una pia- 
cola pisside: era quella stessa che Pio VII por- 
tava sospesa al collo, con dentro il pane eucari* 
stico , nel tempo delle sue sventure , perse- 
cuzioni e peregrinazioni. Il nono Pio, scosso 
da quella coincidenza, che sembrava un av- 



(1) Vari! storici rivoluzionarti raccontano quegli 
avvenimenti a modo loro, gettando tutta la colpa sul 
Santo Pontefice; ma basta leggersi i diari! faziosi di- 
Roma di que' tempi per conoscere V impostura di 
quegli storici. 

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— 5G3 — 

^rertimento a mettersi in salvo , si decise di 
allontanarsi da' suoi traviati figli. 

11 coate Spaur, ministro di Baviera, presso 
la S. Sede, preparò tutto per la fuga del Papa. 
Quel "conte avea abituate le così dette guar- 
die nazionali, che custodivano il Quirinale, a 
vedere entrare ed uscire carrozze di prelati 
e diplomatici; La sera del 24 novembre , si 
recò presso il Pontefice, indi a poco fu segui- 
to dal ministro di Francia, il duca Harcourt. 
U Sommo Pio, dopo di avere scritta una let- 
tera, diretta al marchese Sacchetti, foriere di 
Palazzo, nella quale gli raccomandava i sUoi 
familiari, indossava gli abiti di semplice prete, 
ed all'ora convenuta, si avviò col bavarese mi- 
nistro per la maggiordomia, lasciando nelle sue 
stanze l'altro ministro francese, come se questi 
stesse in colloquio con Lui. Scese la scaletta 
del corridoio detto degli Svizzeri , e montato 
in carrozza, insieme alla sua guida, uscì dal 
portone maggiore, dirigendosi a S- Giovanni 
Laterano , ove eambiò vettura e proseguì la 
via per la valle della Riccia. Colà trovò una 
altra carrozza di posta e la contessa Spaur , 
moglie del ministro di Baviera, che attendea 
con due suoi figli. Montò in quella vettura , 
ove potea supporsi di essere l'aio de' figli di 
quel benemerito conte, e proseguì il viaggio per 
Gaeta. 

Raccontasi che la pia contessa Spaur, aves- 
se voluto stare in ginocchio nella carrozza, 
perchè alla presenza del Vicario di Gesù Cri* 
sto; ma questi noi permise: quando però vide 
il Papa con la testa fuori lo sportello, e guar- 

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— 564 — 

-dato con attenzione da molte persone, ad alta 
voce e severa gli disse : Signore abate , non 
vi distraete, badate a* vostri allievi. 

Pio IX trovavasi in quel viaggio nella iden- 
tica posizione del re di Francia , Luigi XVI, 
quando costui , il 20 giugno 1791 , fuggi da 
Parigi per salvarsi da/ demagoghi francesi. 
Queir infelice sovrano , a causa dell' impru- 
denza di cacciar la testa dallo sportello della 
carrozza, e guardare la gente ed i luoghi che 
transitava , fu conosciuto in Varennes da un 
tal Drouet; e quindi arrestato e ricondotto a 
Parigi, ove fu assassinato da' settarii dopo 19 
mesi ed un giorno, cioè il 21 gennaio 1793. 
L'apostolico Pellegrino viaggiò a gran corsa 
per tutta la notte, cambiando spesso i cavallini 
dì seguente, alle 9 del mattino giunse a Mola 
di Gaeta; e, da incognito, prese alloggio nella 
locanda di Cicerone ; ov* era stato preceduto 
dal cardinale Antonelli, anche da sconosciu- 
to, e dal cav. Arnau , segretario dell' amba- 
sciata spagnuola. Dopo di essersi riposati, si 
condussero tutti a Gaeta , ad eccezione del 
conte Spaur, che proseguì il viaggio per Na- 
poli. 

Il governatore di Gaeta era sulle spine, 
pensava di arrestare i suoi ospiti, esso vedeva 
qualche cosa di misterioso ; maggiormente 
che il cav. Arnau avea scambiato il suo pas- 
saporto col conte Spaur, ed essendosi annun- 
ziato ministro di Baviera, presso la S. Sede, 
non sapea rispondere in tedesco. Quel gover- 
natore, mentre facea sorvegliare i suoi ospi- 
ti, segnalò a Napoli e chiese istruzioni. 

Il conte Spaur giunse a Napoli la sera del 

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1 



— 565 — 

25 novembre , ed in compagnia del Nunzio 
Apostolico monsignor Garibaldi, presentò al 
re Ferdinando II una lettera autografa del 
ramingo Pontefice; con la quale questi gli ma- 
nifestava la sua presenza nel Regno, chieden- 
dogli ospitalità.Il religioso monarca al leggere 
queir autografo , pianse di pietà ed insieme 
di gioia. Immantinenti die gli ordini oppor- 
tuni: fece chiamare de' mercanti e de* sarti, 
da quelli prese panni, stoffe ed altro, e questi 
ultimi furono imbarcati per Gaeta, onde esegui- 
re tutti gli abiti che fossero necessarii al Papa 
ed a' cardinali, alcuni di già giunti in quella 
fortezza , altri ancor per la via : le fregate 
Roberto e Tancredi, in pochissimo tempo, fu- 
rono caricate d' ogni ben di Dio. 

Da molti napoletani si notò esservi in Corte 
qualche cosa di straordinario, perchè, in tutta 
quella notte, si videro uscire ed entrare non 
poche carrozze dalla Reggia , e negli appar- 
tamenti reali si osservavano molti lumi, parte 
dei quali sempre in moto. 

Sul cadere di quella notte , il re con la 
real famiglia, i due fratelli, conti d* Aquila 
e di Trapani , il cognato D. Sebastiano In- 
fante di Spagna e numeroso seguito s' imbar- 
carono , dirigendosi alla volta di Gaeta: se- 
guivano la stessa rotta due battaglioni de'gra- 
natieri delle Guardia per fare il servizio di 
enore all'eccelso ospite. Appena sbarcato Fer- 
nando II e il suo seguito sulla banchina di 
porta di mare, venne incontrato dal governa- 
tore generale Gross, il quale non sapea qual 
-caso straordinario avesse determinato la real 
famiglia a recarsi inaspettatamente in quella 

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— 566 — 

fortezza. Il re voltosi al governatore, gli do* 
mandò: Generale, dovè il Papa? — In Roma^ 
gli rispose costui — Che oculato governatore, 
soggiunse il Re : egli ha il Papa nella Piazza 
e nulla sa ! Quel povero generale si ricordò 
de' suoi misteriosi ospiti , e rimase mortifì- 
catissimo. 

Il re, con tutto il suo seguito , corse fret- 
toloso alla locanda del Giardinetto — oggi detta 
di Pio IX — ov'era alloggiato il Sommo Pon- 
tefice. Questi scese ad incontrarlo : tutti s'in- 
ginocchiarono a pie della scala, e il Papa li 
benedisse. Fu quella una scena di grandissi- 
ma sorpresa pe' cittadini di Gaeta ; vedendo 
il sovrano e la real famiglia in ginocchio in- . 
nanti un povero prete, alloggiato in una mo- 
desta locanda ! Quel prete ramingo fu con- 
dotto immediatamente al palazzo reale e con 
tutte le manifestazioni del più profondo ri- 
spetto e venerazione. 

Ferdinando II, sovrano pio e veramente cat- 
tolico, lieto per la preziosa presenza di tan- 
t'ospite, volle che in Gaeta non si badasse a 
lui, ma tutti gli onori fossero pel sommo Ge- 
rarca. Onde che stabilì una Corte pel Papa t 
splendida per quanto la ristrettezza di quel 
palazzo regio lo comportava. Destinò al par- 
ticolare servizio del S. Padre Pio IX il mag- 
giore del 2° svizzero , Augusto di Jongh , ed 
il tenente del 1° granatieri della Guardia, Fer- 
dinando Frezza (1). Era commovente vederlo a 

(1) Questo distinto uffiziale, nel maggio. del 1849, 
volle essere dispensato dal servizio del sommo Pon- 
tefice per far parte della spedizione napoletana, ne- 

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— 567 — 

lato di Pio IX , marciando sempre un passo 
indietro del medesimo , e sempre col capo 
scoperto, malgrado che il suo augusto ospite 
Io esortasse a coprirsi e camminare a paro 
con Lui. 

In pochi giorni Gaeta attirò gli sguardi di 
tutto il mondo; e sopra quella rocca si rifu- 
giarono eziandio tanti illustri personaggi per 
nascita, grado e dottrina. Fra tanti generali, 
ministri , marchesi , duchi , principi romani, 
prelati e cardinali, notavasi il fratello del Pa- 
pa , onte Gabriele Mastai Ferretti col figlio 
Luigi, 

Mentre i buoni napoletani godeano di una 
santa gioia, sapendo esservi nel Regno il Vi- 
cario di Gesù Cristo, i settarii, simili al Sa- 
tana di Milton, ed in corrispondenza con quelli 
di Roma,andavano spacciando contumelie e ca- 
lunnie coniro il re; dicendo persino che costui 
tenesse il Papa come suo prigioniero. Difatti 
sulle cantonate di Napoli si leggevano infami 
libelli, e tra le altre cose si asseriva, che la 
fuga di Pio IX da Roma fosse stato un con- 



igli Stati della Chiesa , contro V oste garibaldesca : 
difatti, in Velletri, si distìnse in qualità di aiutante 
di campo del Maresciallo principe d' Ischìtella. Il 
signor Frezza, fatto regolarmente Maggiore , fu de- 
stinato a cavaliere di compagnia di S. À. R. il Con- 
te di Girgenti. Nel 1860, avendo seguito Francesco II 
a Roma , e non potendo più maneggiar la spada , 
perchè la bandiera de' gigli era velata , si distinse 
con soccorrere In ogni manieragli emigrati napole- 
tani poveri, rifugiati in quella città. 

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— 568 — 

certo di Ferdinando II co' cardinali, allo scopo* 
di spaventarlo, ingannarlo e costringerlo a se- 
condare una politica reazionaria. Il vero po- 
polo però , dotato di quel buonsenso che fa^ 
difetto in quella classe che dicesi pensante, 
sprezzava quelle insulse e spudorate calun- 
nie, ed altro non sentivasi gridare dallo stes- 
so che: Viva Pio IX, viva il nostro re Fer- 
dinando II ! 

L' esercito napoletano , per rammentare, ai 
posteri la venuta in questo Regno del Sommo- 
Gerarca, fece coniare una medaglia con l'ef- 
figie del Papa e del re , con questa scritta : 
Pio IX P. 0. M. Ferdinando II Re del Re- 
gno delle Due Sicilie 1848 ; e al rovescio : 
Gaeta — l 'armata napoletana a memoria del- 
V esule Pio in Gaeta sacrava al suo amato Re 
26 novembre. Di quelle medaglie se né fe- 
cero di bronzo, di argento e di oro. 

I cattolici di Francia , Spagna , Baviera e<T 
altri regni mandarono offerte , anche in da- 
naro, all'esule Pontefice, ed accompagnate da 
teneri e rispettosi indirizzi , in cui lodavasi 
eziandio la pietà del re Ferdinando II. Cavai- 
gnac , presidente della repubblica francese , 
appena intese i pericoli che correva il Papa*, 
mandò a Civitavecchia 3500 soldati per difenr 
derlo; essi ritornarono poi in Francia quando 
seppesi che Pio IX era in salvo presso uà 
sovrano religiosissimo. 

Dopo che parti il pontefice da Roma, i mi- 
nistri di quella scompigliata città si diedero da 
fare , per compiere la loro opera nefanda e 
sacrilega , spogliandolo del Principato civile» 
per ispogliarlo poi , se avessero potuto , di 

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• _ 569 — 

quello spirituale. Mamiani, dimesso dal mini- 
stero, volle rimanere in seggio, e pretendea 
di essere riconosciuto da' legati esteri ; ma 
costoro non ne vollero saper né di lui e né del 
governo che intendeva rappresentare. Que* mi- 
nistri scrissero al Papa in Gaeta, ed ipocri- 
tamente dichiararono che avrebbero mante- 
nuto T ordine , supplicandolo di ritornare a 
Roma, o almeno di manifestare la Sua vo- 
lontà. Que* ministri demagoghi erano spaven- 
tati, perchè non sapeano qual sarebbe la ri- 
soluzione de' potentati di Europa , circa una 
questione che interessava il mondo cattolico; 
quindi avrebbero voluto il Pontefice presso 
di loro per tenerlo in ostaggio, e proclamare 
la repubblica a nome dello stesso sovrano che 
voleano spodestare. 

Pio IX rispose con una protesta, dichiaran- 
do che avea ricevuto violenza da coloro che 
si diceano suoi ministri , ed annullava tutti 
gli atti de' medesimi, perchè intrusi e senza 
autorità. Si fece di tutto da' settarii per fargli 
revocare quella protesta ; ma senza effetto: 
il famoso non possumus di quel gran Ponte- 
fice , la prima volta che si fece sentire con 
solennità fu dalla rocca di Gaeta. 

Montanelli, ministro del governo rivoluzio- 
nario di Toscana, avendo inteso i fatti acca- 
duti in Roma, mandò in quella metropoli Gio- 
vambattista La Cecilia , già fatto colonnello 
senza soldati, per consigliare i consettarii di 
andare avanti, proclamando la Costituente ed 
abolendo la sovranità temporale , lasciando 
incolume quella spirituale. Questi messeri 
cominciarono col dire di voler togliere un 

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r- 570 — 

peso a' pontefici romani esonerandoli del Prin- 
cipato civile, perchè di ostacolo, dicono essi, 
all' esercizio della potestà spirituale. Vedete 
quanto son teneri per la religione di Cristo! 
Intanto apprendiamo dall'istoria e da' fatti che 
si svolsero e si svolgono sotto i nostri occhi, 
che essi abbattono la potestà temporale dei 
Papi, peT distrugger poi con più faciltà quella 
spirituale, essendo questo il compimento del 
loro programma Non credo necessario a dip- 
più dimostrarlo , basti leggere gli atti gover- 
nativi de' ministeri del Regno d'Italia, dacché 
i nuovi apostoli si sono insediati in Roma. 

Mamiani, che avea detto più volte, altra mis- 
sione non avere i Papi che pregare e bene- 
dire dal Vaticano (1) , dichiarando anche su- 
perfluo qualunque culto esterno , fece tesoro 
de' consigli dei confratello Montanelli ; ed in 
effetti , il 1° dicembre salì alla tribuna , e 
senza mandato propose la Costituente italiana 
in Roma. In quel tempo i faziosi italiani a- 
veano alzata la cresta, perchè era caduto dal 



(') Bisogna convenire che ì rivoluzionarli son ve- 
ramente progressisti ; difatti se un Terenzio Mamia- 
ni, nel 1848, dichiarava che la missione de' sommi 
pontefici romani ad altro non può ridursi che pregare 
a benedire dal Vaticano, dopo 30 anni, un Grispi, bì- 
gamo, e ministro dell'interno del Regno d> Italia, in- 
sediato in Roma, impediva , con sotterfugii settarìi, 
al novello Papa Leone XIII di benedire dal Vaticano 
il popolo dell' eterna città ed innumerevoli forestie- 
ri , che desideravano di ricevere V apostolica bene- 
dizione dal. sommo Gerarca, allora allora incorona- 
to del simbolico Triregno ! 



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— 571 — 

potere Cavaignac e salito alla presidenza della 
repubblica francese, quel Satana in forma u- 
mana di Luigi Bonaparte; il qjiale avea fatto 
tante promesse nelle congrue demagogiche e 
specialmente circa gli affari d* Italia. Per la 
qual cosa Aurelio Saffi, Sterbini, Galletti, Ca- 
marata ed altri cominciarono a lavorare più 
alacremente per raggiungere il loro prefisso 
scopo, cioè di proclamare la repubblica. Fe- 
cero venire indirizzi dalle province romane , 
co* quali s'incitavano i deputati a creare un 
governo provvisorio , proclamando la Costi- 
tuente. Però i deputati , non solo si nega- 
rono , ma chiusero le sessioni ed andarono 
via , convinti che si volea lor fare violenza. 
Fu allora, il 29 dicembre, che Galletti e Ca- 
merata proclamarono l'Assemblea Costituente 
romana , in conseguenza di che dilapidazioni 
dell'erario, ruberie, debiti, carta-moneta e di- 
sperazione , col seguito di furti , omicidii di 
gente innocua, ed anarchia. Intanto queHo 
stato di cose doveasi chiamare libertà , indi- 
pendenza , rigenerazione dalla tirannide del 
gran prete.Pio IX protestò contro tutto quello 
che avea operato e potea operare la sètta in- 
sediata nell'eterna città, e ciò con proclama- 
zioni, e con allocuzioni innanzi i cardinali ed 
il corpo diplomatico. 

Così finiva il memorabile anno 1848 : cioè 
con i tedeschi padroni di circa mezza Italia, la 
media, e l'estrema Sicilia in potere de* set- 
tarii che sbizzarrivano come indomiti puledri; 
il Piemonte che armava alla sordina, perchè non 
avea smesse la sue utopie d'ingrandimento, 
e quindi era minacciato dall'Austria; il solo 

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— 572 — 

Regno di Napoli , in grazia del valore e fé- 
deità dell' esercito , restava sotto il paterno 
scettro di Ferdinando IL 11 tramonto di quel- 
l' anno lasciava speranze e timori ; le prime 
si basavano sopra il famoso scoglio di Gaeta, 
i secondi venivano dalla Senna ; ove un co- 
nosciuto settario , che dov«a far tante ven- 
dette , a causa delle meritate umiliazioni da 
lui sofferte , era pervenuto , attesa la legge- 
rezza francese, a ghermire la terribile spada 
della Francia. 

Nell'anno 1848, re Ferdinando non potette 
recar tanti vantaggi al Regno , quanto negli 
anni di pace; nonpertanto conchiuse due trat- 
tati di commercio, uno con l'Olanda e l'altro 
col Belgio, riguardanti la libera navigazione, 
la facilitazione del traffico e l'uguaglianza dei 
dritti doganali. Circa ad opere pubbliche con- 
tinuò le cominciate e fece erigere sul fiume 
Angitola, in Calabria, un magnifico' ponte con 
nove arcate di luce , col disegno dell' inger 
gnere Giuseppe Palmieri. In Avellino fondò 
un ospedale ci vile-militare, mettendolo sotto 
la benefica cura ed assistenza delle figlie del- 
la Carità. In agosto si varò la fregata Parte" 
nope, costruita nel cantiere di Castellammare, 
ed in dicembre si organizzò in Avellino l'8° 
battaglione cacciatori di linea. 

Il 4 maggio, la regina die alla luce in Na- 
poli un principe reale, a cui fu dato il titolo 
di conte di Lucerà. Il re, in quella occasione 
prodigò le solite beneficenze ed indulti; però 
quel reale infante visse poco. 

Il 13 settembre, moriva nel real palazzo~di 
Portici la regina Isabella di Borbone, figlia di 

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— 573 — 

Carlo V di Spagna e madre di Ferdinando IL 
Tra gli uomini illustri che morirono in 
cjtieir anno son da nominarsi il cav. Nicola 
Jb*arisio, ministro segretario di Stato, beneme- 
rito al sovrano e alla magistratura; monsignor 
Gaetano de Franci, teologo e letterato, antico 
precettore de* reali principi, e Maria Giuseppa 
Guacci, poetessa lirica. . 

In ultima voglio far conoscere a* miei let- 
tori.il titolo de* giornali che si pubblicarono in 
tutto il Regno delle Due Sicilie in quell'anno 
1848. Essi furono: il Tempo .Verità e Libertà, il 
Veterano, L'Araldo % L' Ordine, Lucifero, (1) La 
Rigenerazione, il Riscatto Italiano, L Infer- 
no, La Voce del Popolo , il Vapore , il Pro- 
gresso, L'Occhiale, il Caffè di Buono, il Ban- 
ditore, Critica e Verità, L'Eco oltramontano, 
la Forbice, la Concordia, Il Repertorio, Mon- 
do vecchio e Mondo nuovo, V Arlecchino, VA- 
mico del Popolo, 1 misteri Sei Giorno, il Pen- 
siero di Pio IX , il Lumino , (giornale della 
notte) V Indipendente , poi Indipendenza, in- 
fine Indipendenti, V Eco del Mezzogiorno, il 
Lampo, il Cittadino di Palermo, il Meridia- 
no, il Lume a Gas, Che si fa ? che si dice ? 
il Ficcanaso e il Comitato delle Donne. La 
maggior parte de* titoli di questi giornali 
risuscitarono dal 1860 in poi , per cadere di 
nuovo nell'obblio. 



(1) Era un pregevole ed antico giornale letterario, 
che nel detto anno %ì cangiò in politico, ma conser- 
vatore. Questo secondo stadio però ebbe vita assai 
breve. 

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CAPITOLO XXII. 

SOMMARIO 

Io Napoli ricominciano le dimostrazioni sediziose. 
Si riapre il Parlamento. Nuove calunnie ed altre im- 
prontitudini degli onorevoli. Le Camere sono sciol- 
te. Carlo Alberto esce di nuovo in campo ed è bat- 
tuto da' tedeschi. Fatti di Genova e conseguenze. 
Questioni tra il governo di Napoli e quelli di Pari- 
gi e di Londra circa la conquista della Sicilia. II 
governo di Palermo respinge le concessioni sovrane 
e ( si prepara alla guerra. Proclamazione di Ruggie- 
ro Settimo. Filangieri si dispone a conquistar la Si- 
cilia. Disegni di guerra di Mieroslawski. 

I repubblicani di Roma e di Firenze avea- 
no ben compreso , che i loro governi , infal- 
citi di carta-moneta , avrebbero avuto breve 
vita , se non avessero abbattuto il Trono di 
Napoli;perlocchè sollecitarono i consettarii di 
questo Regno ad organizzare un'altra rivolu- 
zione peggiore della prima. I sintomi di tutte 
le ribellioni è noto che si manifestano dap- 
prima con le dimostrazioni, che sembrano in- 
nocue alla podestà che si vuole spodestare, e 
spesso alla stessa vantaggiose. Oggi , dopo il 
trionfo della sètta cosmopolita, non è più un 
mistero il precetto di Mazzini, il quale dicea 
a* suoi adepti : « Ottenute le Costituzioni si 
« avrà il dritto a chiedere e domandare altro; 



- 575 — 

« al bisogno, sollevarsi. Valetevi delle minime 
*< concessioni per unir masse, anche col pre* 
*« testo di ringraziare. » I faziosi napoletani, 
per ricominciare un' altra iliade sanguinosa , 
si argomentarono mettere in esecuzione il pre* 
e etto del loro maestro;quindi vollero celebrare 
1* anniversario dell'ottenuta Costituzione, con 
suscitar trambusti , gridando : viva e morte ! 
Il governo , avendo capito che si voleano ri- 
cominciare le solite scene per finir poi con 
le barricate, proibì qualsiasi dimostrazione per 
solennizzare il 29 gennaio. 

Non pertanto i nostri liberali, per non di- 
mostrarsi dappoco in faccia a' fratelli di Roma 
e di Firenze, si contentarono mostrare il loro 
liberalismo ed opposizione al governo , con 
vestirsi a nero ed in cravatta bianca — molti si 
aveano affìttati quegli abiti alle barracche, 
presso Fontana Medina — e fare una passeg- 
giata per Toledo. Avendo visto che il mini- 
stro di polizia Longobardi non erasi curato 
di quella buffonata liberalesca , presero ani- 
mo, e a sera diedero ordine al loro camerata- 
Ignazio Turco, farinaio ed onorevole deputato, 
di salire da bassi quartieri con tutta la ca- 
terva degli sfaccendati al soldo della rivolu- 
zione, per farli gridare al solito: viva e mor- 
te ! Il farinaio onorevole eseguì gli ordini; fece 
scendere i suoi dipendenti dal quartiere Mon- 
tecalvario e salir quelli da basso Porto; e tutti 
si riunirono a Toledo , ove si vide gran nu- 
mero di straccioni , che gridavano : Viva la 
Costituzione ! aggiungendo poi : Viva la Co- 
stituente ! ed anche Viva la Repubblica ! 
A quella vista ed a que' gridi, i magazzini 

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_ 576 — 

si chiusero con furia e fracasso , le carrozze 
sparirono in un baleno , e la via Toledo ri- 
mase deserta di cittadini, lasciando libero il 
campo a que' sudici schiamazzatori , che non 
sapeano quel che dicessero. Però, all'apparire 
di una pattuglia, i nostri dimostranti, ovvero 
il popolo sovrano , fuggirono a fìaccacollo , 
senza che alcuno l'inseguisse. In seguito ne 
furono arrestati 35, facendosi a' medesimi un 
regolare processo ; il nostro onorevole depu- 
tato farinaio non venne molestato, perchè in- 
violabile in grazia dell'alta sua carica di rap- 
presentante del popolo sovrano. Ecco il grande 
sforzo che seppero fare i patriotti napoletani 
per corrispondere alle premure de' loro fra- 
telli di Roma e di Firenze ; i quali procla- 
mavano in quel tempo Costituenti e repub- 
bliche a sazietà. Però le loro speranze , per 
suscitar qualche serio subuglio, erano fondate 
sull'apertura del Parlamento nazionale; ai qua- 
le scopo preparavano gli animi con estraor- 
dinaria alacrità. Difatti la stampa officiosa del- 
ie repubbliche di Roma e di Firenze alto e 
chiaro facea sentire, che trionfando il par- 
tito democratico nel Parlamento napoletano, 
una sarebbe stata la Costituente dall' Alpi al 
Pachino. Dopo ciò si osava tacciar di mala- 
fede Ferdinando II 1 

Si è detto altrove che le Camere legisla- 
tive napoletane si erano prorogate pel 30 no- 
vembrina invece esse si aprirono il 1° febbraio 
1849 tra lo strepito di moltissimi plaudenti 
spettatori ; i quali , dalle tribune , gridavano 
coraggio a que' deputati che aveano occupati 
i banchi di sinistra. La Camera de* pari fu 

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— 577 — 

riaperta senza strepiti, essendovi gente tran- 
quilla, che avea molto da perdere, e che vo- 
lea godere di una onesta libertà. La popola- 
zione di Napoli poco si curava di quelle Ca- 
mere, avendo fatto esperienza, che quella dei 
-deputati altro non sapea fare che molte ciar- 
le, chiassi e continue pulcinellate. 

Il ministero , nella verifica de' poteri, ba- 
sandosi sopra taluni documenti, volea annul- 
lare la nomina di alquanti deputati; tra' quali 
quelle del farinaio Turco, di Spaventa, Mas- 
sari e Leopardi; il primo pe' fatti del 29 gen- 
naio e giorni susseguenti , per gli altri tre 
per aver fatto parte del Congresso federale 
di Torino , senza mandato del governo napo- 
letano. Il re, per non dar luogo a pretesti di 
rivolta , fece sentire al ministero di cedere; 
e quindi qae* deputati rientrarono in Parla- 
mento, occupando i banchi di sinistra. Il no- 
stro deputato farinaio volle anche assidersi 
alla sinistra, tra Conforti e Troja, dopo di es- 
sere stato accompagnato in Parlamento da una 
caterva di straccioni plaudenti, dicentisi pe- 
scivendoli e bottegai di basso Porto. 

La maggior parte de' deputati, riuniti in. 
Parlamento , avea il mandato dalla setta di 
suscitar ribellioni, a fine di giungere a pro- 
clamare la solita Costituente. Quegli onore- 
voli cominciarono la loro campagna in occa- 
sione dell'indirizzo al re; quale indirizzo era 
ossequioso nella forma, insultante nella so- 
stanza, ed attaccava rabbiosamente i ministri, 
accusandoli di funesta politica. ÀI certo la po- 
litica del ministero era funestissima, avuto ri- 
guardo al programma che essi voleano attuare; 

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— 578 — 

{>erchè propugnava l'autonomia del Regno con 
a dinastia regnante , amava la quiete , non 
proteggeva i faziosi, non facea debiti e carta- 
moneta , infine non imitava né Montanelli , 
nò Guerrazzi , né Mamiani e compagni. Vi 
sembrano poco queste colpe di funesta poli- 
tica ? e bene, que' ministri ne aveano un'al- 
tra, ed era quella che non si faceano pugna- 
lare come Pellegrino Rossi ! Oh, giova ripe- 
terlo: se i rivoluzionarli non avessero attuato 
il loro nefasto programma , col quale ci han 
fatto pianger tanto, ci avrebbero fatto ridere 
davvero con le loro inqualificabili pretensioni 
e stranezze. 

Il re non volle ricevere quell'indirizzo, il 
quale, oltre di essere insultante, neppure era 
"redatto secondo le forme costituzionali. Per 
la qual cosa i deputati si scatenarono con 
maggior veemenza contro il ministero, usan- 
do modi da trivio , fischiando i ministri Boz- 
zelli e Ruggiero ; chi li accusava di arbitrii, 
chi di tradita Costituzione , e tutti si nega- 
rono di approvare lo stato- discusso, onde to- 
gliere al governo i mezzi di andare avanti. 

Non contenti quegli onorevoli di avversare 
in quel modo il governo , voleano anche in- 
vadere i poteri de' pari , ooncessi dallo Sta- 
tuto costituzionale; quindi screzio ed ire tra 
le due Camere. Il 7 febbraio , a gran mag- 
gioranza votarono contro il ministero; il qua- 
le cionondimeno restò in seggio ; e il depu- 
tato Baldacchini interpellò il ministro delle 
finanze dicendogli: « Giacché non siete sor- 
«retto dalla Camera, perché state al pò- 
« tere ? » dichiarandosi poi non soddisfatto 

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— 579 - 

della risposta. Quel voto di sfiducia , dato al 
ministero, lo confermarono il 20 dello stesso 
mese, e il 28 compilarono un progetto d'in- 
dirizzo al re, col quale accusavano i ministri 
di usurpata potestà legislativa, di violato Sta- 
tuto , di non composta pace (con Mazzini?!) 
di vedovate famiglie, di barbare carcerazioni 
ed esilii e di altri piagnistei calunniosi, con- 
chiudendo che li cacciasse addirittura. 

Il ministero , con lungo indirizzo al re di- 
pinse a meraviglia le improntitudini e gli ec- 
cessi de' deputati ; mettendo il dilemma , o 
che si sciogliesse la Camera, o si accettasse 
la dimissione in massa di tutt' i ministri, non 
potendosi con la stessa governare, perchè a- 
vea il mandato della setta di suscitar rivolu- 
zioni e spodestare il capo della Stato , ser- 
vendosi degli stessi favori sovrani. Questo 
indirizzo era firmato da' ministri Cariati, To- 
rella, Ischitella-, Carascosa , Gigli, Bozzelli» 
Ruggiero e Longobardi. 

Il vigoroso indiriz o fu causa di vigorosa 
risoluzione; il re, da Gaeta, con decreto del 
12 marzo , sciolse il Parlamento , e riser* 
bava ad altro tempo la convocazione "de* col- 
legi elettorali. 

Giuseppe Massari ci vuol far credere, nei 
suoi scritti, pubblicati circa i Casi di Napoli 
di quel tempo, che, al cenno del principe di 
Torella , il comandante la Guardia nazionale 
avesse fatto caricar le armi a' suoi dipendenti 
per far fuoco contro i deputati, se costoro a- 
vessero tentato di suscitare il minimo disor- 
dine , al sentire la lettura del decreto che 
scioglieva le Camere legislative. Se ciò fosse 

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— 580 — 

stato vero , altro non* proverebbe che quegli 
onorevoli erano divenuti esosi anche alia Guar- 
dia nazionale , eh' era una istituzione rivolu- 
ziorfària, e si riteneva come la più valida gua- 
rentigia alle forme costituzionali. Dopo che 
venne sciolto il Parlamento, il Regno acqui- 
stò la desiderata pace , ed i cittadini ringra- 
ziarono il re di averli liberati da tanti peri- 
colosi ciarlatani. 

Ferdinando II non convocò più i collegi 
elettorali, perchè i tempi non glielo permi- 
sero; e fece benissimo, che se avesse aperto 
di nuovo quelle Camere, avrebbe spianata la 
via alla rivoluzione per detronizzar lui e ren- 
dere questo ricco e florido Regno un'abbietta 
provincia di non si sa qual capitale. Però 
l'atto del 29 gennaio 1848 rimase incolume ; 
la Costituzione fu sospesa e non abolita: e se 
in undici anni non si fece rivivere, la colpa 
fu tutta de* rivoluzionarii, ohe non quietarono 
durante quel tempo, congiurando in ogni modo 
a danno del sovrano e del Regno. 

Il successore di Ferdinando li, perchè trop- 
po leale e benefico , aderendo a' consigli di 
un abbietto traditore, Luigi Bonaparte, e cre- 
dendo di far cosa grata ed utile a* suoi po- 
poli, richiamò in vigore quella Costituzione; 
le conseguenze furono quelle che deploriamo! 

Che finissero una volta taluni , dicentinsi 
moderati, ripetersi Y un l'altro, come pappa- 
galli, che Ferdinando II fu un sovrano sper- 
giuro, perchè abolì la Costituzione largita il 
29 geanaio 1848 e giurata il 10 febbraio ; e 
dicessero piuttosto , che fu sapientissimo, a- 
vendo cosi ritardata di dodici anni la catn» 

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- 581 — 

strofe di questo Regno. Giova ripeterlo : i 
Borboni di Napoli non poteano regnare con 
la Costituzione, perchè la setta ed una scel- 
lerata diplomazia aveano deciso, fin dal 1820, 
di servirsi della stessa per detronizzarli. Si 
pretende forse che que' sovrani si fossero 
sottomessi ad una sì strana ed impudente pre- 
tensione settaria? Quindi se nel Regno delle 
Due Sicilie non potettero durare le forme. co- 
sti fazionati , la colpa ricade tutta sopra i set- 
tàrii ; il 4860 è una dolorosa prova, che non 
ammette veruna Qpntestazione. Come volete, 
lettori miei , che i così detti nostri liberali 
avessero potuto accettare la Costituzione po- 
litica sotto lo scettro de' Borboni di Napoli , 
mentre costoro aveano organizzato in modo 
le amministrazioni dello Stato , che qualun- 
que siasi impiegato o ministro , volendolo , 
non poteva profittarsi di un centesimo? Quanti 
de* nostri liberali , dicentisi rigeneratori del 
popolo, prima del 1860, stentavano misera- 
mente la vita, ed oggi, dopo di essere stati 
ammessi al banchetto nazionale , sono dive- 
nuti milionari in poco tempo alla nostra bar- 
ba, possedendo sontuosi palazzi nelle princi- 
pali città d' Italia e rendite vistose sopra i 
banchi esteri ? Ecco la vera e principale ra- 
gione per cui i Borboni non poteano regnare 
con le forme costituzionali ed in accordo coi 
patrioti! Difatti, quasi tutti i ministri de* Bor- 
boni di Napoli morirono poveri, cominciando 
da Bernardo Tànucci fino a Ferdinando Troya, 
a Scorza, a Murena. 

Mentre le sopraccennate cose avvenivano in 
•questo Regno, gli altri Stati d' Italia e parte 

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— 582 — 

dell'Europa si trovavano in grande scompiglio; 
però la stella della rivoluzione si avvicinava 
sempre più al suo tramonto. La Francia, dopo 
di avere elevato a presidente della repubblica 
Luigi Bonaparte , era indecisa tra questa e 
l'impero. L'Ungheria in rivolta contro l'Au- 
stria, sebbene aiutata di nascosto dalla Prus- 
sia, era però minacciata anche dalla Russia. 
In Italia i tedeschi non solo occupavano il 
Lombardo-Veneto, ad eccezione* di Venezia, 
ma il Modenese, il Parmense e il Piacentino, 
In Toscana eravi repubblica senza repubbli- 
cani , ed il benefico granduca era fuggito in 
Gaeta; in Roma, repubblica rossa ed anarchia. 
Venezia, abbandonata alle sue proprie forze, 
combattea valorosamente contro gli austriaci, 
nonpertanto si prevedeva la sua prossima ca- 
duta. Il Piemonte , dominato dalla setta , es- 
sendosi armato , dopo 1' armistizio di Milano, 
un'altra volta rompea guerra all'Austria, de- 
nunziando all'Europa non ragioni di quel pazzo 
oprare, ma meri pretesti. Non avendo fiducia 
ne' suoi generali , andò a trovare un Ghzar- 
nowski polacco,* per affidargli le sorti d'Italia 
e il suo esercito di centoventimila uomini, H 
solo chiamato italiano da* rivoluzionari. Non 
è mio compito narrare i rovesci del Piemon- 
te , avvenuti nel marzo del 1849 ; dirò sola- 
mente quel che è necessario conoscersi per 
l'intelligenza de' fatti che appresso dovrò rac- 
contare^ 

A causa della imperizia del generale in capo 
Chzarnowsky, e degli ordini non eseguiti dai 
generale mazziniano Ramorino , comandante 
la divisione dei volontari lombardi, settemila 

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_ 583 - 

"tedeschi misero in fuga ventimila piemon- 
tesi, comandati da' generali La Marmora, Du- 
rando e dal duca di Savoia , salvandosi tutti 
nelle vicinanze di Novara, col lasciare in po- 
tere del nemico mille e settecento prigio- 
nieri. Il 23 marzo , cinquantamila sardi ed 
altri tanti tedeschi vennero a giornata cam- 
pale e sanguinosa. Quelli dopo quattr' ore di 

- combattimento, fuggirono in disordine ed en- 
trarono in Novara, ove perpetrarono atti ne- 
fandi di saccheggi ed arsioni; perchè affamati 
ed intristiti di essere stati vinti. Il vandalo 
tedesco corse per salvare quella città italiana 

' da altri saccheggi ed incendii, che ancor pér- 

. petravano i soldati nazionali a danno di tanti 
innocenti cittadini. Un italiano qualunque non 
può leggere la descrizione che fa lo storico 
piemontese, Angelo Brofferio, de' casi mise- 
randi accaduti in Novara il 23 marzo 1849 , 
senza fremere di orrore e coprirsi il viso con 
ambe le mani per la vergogna. 

Dopo la giornata di Novara, l'esercito sardo 
più non esisteva ; e Carlo Alberto domande 

*nn armistizio al nemico. Questi rispose, che 
non sapea fidare sulla parola di un re , che 
non potea rispettarla , invece gli chiese per 

.guarentigia la fortezza di Alessandria ed in 
ostaggio il principe ereditario. Queir infelice 
-sovrano , sperando che il tedesco fosse più 
generoso col nuovo re , abdicò la corona a 
prò del figlio V. Emanuele ; e quella stessa 
notte parti per Oporto, in Portogallo. 

I tedeschi avrebbero potuto invadere il Pie- 
monte con una passeggiata militare, Radetzky 

*però volle accordare un gravoso armistizio al 

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— 584 — 

nuoyo re sardo; il quale lo firmò il 26 di quel' 
mese , ed in seguito , il 16 agosto , seguì il 
trattato di pace. La Camera de' deputati di 
Torino fischiò ed insultò il ministro Pinelli , 
perchè questi avea preso parte nella conchiu- 
sione di queir armistizio fatto co* tedeschi. 
Quegli onorevoli voleano far baldoria e paz- 
zie, per finir di rovinare il Piemonte, aven- 
do il nemico in casa; il re Vittorio rispose 
alle intemperanze con isciogliere la Camera. 

I più arrabbiafi di quegli onorevoli , uniti 
a' repubblicani, corsero a Genova, ov'era pre- 
parata una rivoluzione repubblicana ; e con 
menzógne, con inganni ed anche con la forza 
s' impossessarono di quella città, proclaman- 
dovi la repubblica , cacciandovi la guarnigio- 
ne, ed assassinando il conte Ceppi, maggiore 
de* carabinieri. Reta, Morchio ed Avezzana si 
proclamarono triumviri della genovese repub- 
blica , dichiararono nullo V armistizio del 26 
marzo , ed invitarono piemontesi e lombardi 
a far guerra ad oltranza a' tedéschi. I rivo- 
luzionarli son sempre gli stessi in tutto il 
mondo ; essi profittano delle sventure della 
patria per afferrare il potere tra il sangue e 
le rovine, e fosse anche per un giorno, vada 
a soqquadro l'universo. Caso simile a quello 
di Genova avvenne in Parigi dopo venti ed 
un anno, con maggiori danni e catastrofi. 

Re Vittorio Emmanuele ordinò al general 
La Mannora di accorrere a Genova ed impos- 
tarsi a qualunque costo di quella città. Quel 
generale dopo di essersi reso padrone di tre 
' fortezze genovesi , il 4 aprile , bombardò la 
florida e commerciante Genova! e il di se- 

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— 585 — 

guente la conquistò palmo a palmo. Corse 
molto sangue, avvennero incalcolabili guastiT 
maggiormente al palazzo Doria: soldati ed uf- 
fìziali non si peritarono di saccheggiar varie 
case di pacifici cittadini. 

I ribelli di Genova scrissero al general La 
Marmora dicendogli : * Ci avete venduti allo 
« straniero , ed -ora ci volete legare le brac- 
« eia ? Se votele combattere , combattiamo ; 
^ « ma congiunti voltiamo il viso al Radetzky.» 
La Marmora rispose con gettare altre bombe 
per altre due ore , cioè dopo che la città si 
era sottomessa alle armi regie: è costume dei 
generali piemontesi oprare in quel modo, di- 
rebbe il generalissimo Enrico Cialdini ! (1) 
I piemontesi, prima che si fossero eretti, nel 
1860, a maestri e censori dell'esercito na- 
poletano , avrebbero dovuto stracciare molte 
pagine della loro storia militare e di quella 
del Regno delle Due Sicilie! 

Rè Vittorio Emmanuele largì l'amnistia ai 
ribelli di Genova, ad eccezione di dodici capi, 
tra cui i triumviri*. Il generalissimo Ckzar- 
nowsky e il generale Ramorino furono sot- 
tomessi ad un Consiglio di guerra per ordine 
del medesimo re. Il primo si difése, gettando- 
la colpa sopra i ministri sardi, e costoro pro- 
ti) Costui proseguì a bombardar Gaeta dopo che 
era stata firmata la capitolazione di quella Piazza; e 
quando gli si fece sentire, essere una barbarie ver- 
sare altro sangue seoza scopo militare, rispose: es- 
sere suo costume segnar le capitolazioni prose- 
guendo il fuoco. (Vedi: Un Viaggio dalloccadi fal- 
co a Gaeta.) n j 

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— 586 — 

varono l'opposto : quelle vergognose reclinai* 
ifazioni durarono un anno, e quel generalis- 
simo fu salvo. Ramorino ebbe, altra sorte e 
deplorevole ; fu egli accusato di avere tra- 
sgredito gli ordini di Chzarnowsky, e di avere 
ordita la sconfitta dell'esercito per condurre 
la divisione de' volontari lombardi a* Genova 
e colà proclamare la repubblica: lo difese An- 
gelo Brofferio, ma il 3 maggio fu condannato 
a morte. Ricorse alla Cassazione, alla clemen- 
za del re e nulla ottenne, malgrado che sua 
madre*, vecchia di 84 anni , si fosse gettata 
a' piedi della regina , implorando grazia per 
suo figlio. Ramorino , il 22 maggio 1849, fu 
moschettato ! 

La disfatta di Carlo Alberto distrusse le più 
fondate speranze della rivoluzione italiana ; 
ne intesero il controcolpo, le repubbliche di 
Venezia, Firenze e Roma. I siciliani, in aspet- 
tativa del duca di Genova, che aveano eletto 
a loro re; da cui speravano appoggio morale 
e materiale, appena intesero i rovesci pie- 
montesi, chi di loro volea proclamare la re- 
pubblica e chi volea andare in cerca di un 
altro re; quindi i partiti si accanivano con 
maggior furore. 

Ferdinando li, dopo che fu libero dell'op- 
posizione e delle mene settarie^ de* deputati 
napoletani, si dedicò alla ricostituzione del 
Regno e con maggiore alacrità alla conquista 
del resto della Sicilia; senza di che non a- 
vrebbe potuto ridonar la pace alle province 
al di qua del Faro. Non volendo ricorrere al- 
la ragion oselle armi , tentò un' altra volta, 
con larghe promesse, far desistere i capi ri- 

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_ 587 — 

-coltosi di Palermo di volere un re straniero 
-o la repubblica. I ministri" del governo sicu- 
lo, conie g^à si è detto, succedevausi rapi- 
dissimamente l'un dopo l'altro ; discordi tra 
loro» in tutto, unanimi però nel rifiutare qual- 
siasi concessione fatta dal legittimo sovrano, 
perchè consigliati e protètti da' governi di 
Francia e d* Inghilterra. 

L' azione del governo napoletano era poten- 
temente avversata da' capi di quejle due po- 
tenti nazioni; Francia , sebbene noi dicesse 
chiaramente, avrebbe voluta quell'isola repub- 
blicana; Inghilterra, che avrebbe voluto dare 
un re che non fosse Ferdinando II, inclinava . 
per la proclamazione del principe di Capua, 
D. Carlo di Borbone, il quale sarebbe stato 
ligio alla politica britannica, ciò che non po- 
tea sperare dal re fratello. 

I ministri napoletani invocavano i trattati, 
od avrebbero voluto un Congresso per siste- 
mare definitivamente la vertenza siciliana; 
Spagna aderiva d'intervenire a nome de'dritti 
eventuali che vanta sulle Due Sicilie; Russia 
«i negava , dicendo , che, per domar ribelli, 
non, erano necessarii né congressi nò confe- 
renze diplomatiche , e riprovava eziandio la 
mediazione inglese e francese in un affare 
tutto interno di un Regno indipendente qua- 
r era quello delle Due Sicilie. La risposta 
della Russia fu comunicata a'ministri di Fran- 
cia e d' Inghilterra , residenti in Napoli , e 
dopo di ciò , costoro si mostrarono meno o- 
stili. Re Ferdinando scelse Filangieri per 
trattare co' medesimi , circa le concessioni 
.che accordar dovea al governo di Palermo 



— 588 — . 

affinchè la Sicilia ritornasse sotto la legitti- 
ma potestà. Que'miriistri esteri, dopo che in* 
tesero la nota russa, lasciarono la questione 
di dritto, e chiesero, tra le altre concessioni» 
che la Sicilia avesse un esercito tutto pro- 
prio , e con questo sol mezzo, essi diceano, 
resterebbero guarentite, le altre concessioni. 
Filangieri, da vero soldato, diplomatico e co- 
noscitore de* siciliana , provò tutto il contra- 
rio, cioè il male che ne sarebbe derivato con 
due eserciti nemici sotto la medesima monar- 
chia. Però si avvide che da quella conferenza 
non potea ottenere alcun felice risultato di 
pace, dappoiché que' due diplomatici esteri 
non trattavano queir affare in buona fede, ma 
voleano guadagnar tempo , affinchè i ribelli 
siciliani meglio si armassero; e quindi operò 
in modo da far finire que' negoziati. 

Il governo inglese, il più ostinato ad avver- 
sare Ferdinando II, osservando che l'opinio- 
ne degli uomini dell' ordine dichiaravasi a 
favore di quel sovrano , tentò commuovere 
T Europa con pestare e ripestare le calunnie 
lanciate contro i vincitori di Messina; dando 
il motto d' ordine alla stampa settaria di gri- 
dare spudoratamente contro que' vincitori e 
contro il loro duce. Non contento d\t ciò quel 
governo istigava i deputati della Camera dei 
Comuni di Londra a fare interpellanze, acciò 
i ministri, rispondendo, avessero avuto l'oc- 
casione di calunniar Filangieri ed i soldati 
napoletani, dicendo più di quanto aveano as- 
serito di calunnioso gli stessi ministri rivo- 
luzionarii di Palermo. Filangieri smentì trion- 

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— 589 — 

falmente quelle studiate calunnie, dimostran- 
do co' fatti e co' documenti incontrastabili, 
che la mediazione inglese e francese avea 
fatto grandissimo male a' siciliani. Caduta 
Messina , egli dicea , si avrebbe potuto con- 
quistar la Sicilia senza ostacoli; dopo la me- 
diazione e gli aiuti stranieri , la conquista 
della stessa era divenuta un* impresa di san- 
gue e lavine ; conciosiacchè i governanti 
di Palermo, rigettando le concessioni sovra- 
ne, 1' esercito napoletano era nell* impegna 
di sottomettere tutta queir Isola a qualunque 
costo, imponendogli ciò il dovere e 1* onor 
militare. Difatti mentre Ferdinando li facea 
larghe concessioni a* siculi ribelli , costoro 
dichiararono festa -nazionale il 13 aprile, gior- 
no in cui aveano proclamata la decadenza dei 
Borboni dal trono di Sicilia; è mentre i go- 
vernanti inglesi domandavano altre conces- 
sioni a favore de'rivoluzionarii di queU'Isola> 
mandavano a medesimi armi e munizioni da- 
gli arsenali di Londra. 

Dopo varie note scambiate tra Filangieri 
ed il ministro degli esteri Cariati da una 
parte, Tempie; ministro inglese, e Rayneval 
ministro francese dall' altra, il 28 maggio, il 
primo, insieme ad una lettera mandò a quei 
ministri esteri un ultimatum, col quale si ac- 
cordava a' siciliani una Costituzione sulle basi 
di quella del 1812 , con le modifiche volute 
dalle mutate condizioni de' tempi, cioè che 
tendeva più alla democrazia che all' aristo* 
crazia: Parlamento separato da quello di Na- 
poli; viceré con attribuzioni determinate dal 
sovrano ; amministrazione separata ; tolta la 

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/ 



— 590 — 

promiscuità tra isolani e continentali ; i de- 
biti fatti dalla rivoluzione siciliana ricono- 
sciuti , però da ascriversi sul debito pubblico 
di Sicilia; amnistia per tutti, ad eccezione di 
pocbi , che si dovevano allontanare da quel- 
l' Isola fino alla ripristinazione dell'ordine; i 
soldati napoletani terrebbero guarnigione in 
Trapani, Siracusa e Catania. 

Quelle concessioni fatte a' siciliani da Fer- 
dinando II, sembrano quelle del vinto al vin- 
citore , mentre costui, oltre di avere assog- 
gettata Messina, potea conquistar tutta la Si-, 
cilia, come poi di fatti la conquistò, dopo che 
fece tacere il cicalio dell'avversa diplomazia. 
Quindi nessuno interesse personale spingeva 
quel sovrano a largire concessioni , essendo 
di già certo del fatto suo ; si è perciò «he 
queir ultimatum, di sopra riportato , dimostra 
che egli lo concesse per non far versar san- 
gue, accordando tutto quanto poteano deside- 
rare i veri siciliani. Se non venne accettato 
da' governanti di Palermo , la principale ra- 
gione fu quella , perchè eravi la condizione 
che costoro doveano allontanarsi dall' Isola , 
fino alla ripristinazione dell' ordine. Ciò di- 
mostra eziandio l'egoismo di que' governanti, 
esponendo la Sicilia a immense rovine e cata- 
strofi, per salvaguardare i loro individuali in- 
teressi : intanto eglino erano i padri della 
patria, Ferdinando II tiranno sanguinario! 

Gli stessi ministri di Francia e d' Inghil- 
terra giudicarono amplissime le concessioni 
fatte dal re a' siciliani; per la qual cosa die- 
dero órdine a' loro ammiragli di recare quel- 
l'ultimatum a* governanti di Palermo. Costoro 
• 



— 591 — 

dichiararono di non poter trattare in niun 
modo col Borbone di Napoli : era quanto a- 
vea predetto il Filangieri a' ministri esteri 
Tempie e Rayneval ! 

Que' due diplomatici , tanto benemeriti ai 
rivoluzionarii italiani , credevano d' imporre 
sul siculo governo , perciò si recarono a Pa- 
lermo affine di fare accettare 1' ultimatum;. 
ma non furono ascoltati meglio de' loro ammi- 
ragli. Si disse però , che essi avessero fatto 
due parti in commedia ; fingevano di consi- 
gliare che si accettassero le concessioni del 
re, mentre consigliavano di respingerle. Di- 
fatti i padri della patria, in risposta alle re- 
gie largizioni, chiamarono sotto le armi tutti 
i validi siciliani, e gridarono guerra a morte 
contro il tiranno di Napoli. Fu quello il più 
mortale colpo che i rivoluzionarii diedero alla 
sventurata Sicilia, e fu causa di conseguenze 
fatali che oggi deploriamo. 

Que* due esteri ministri, mediatori di pace* 
si recarono a Gaeta e dichiararono al re di 
non avere ottenuto alcun felice risultato dalla 
loro mediazione; e siccome fino allora aveano 
fatto la spia a favore de' ribelli, questa volta 
la vollero fare contro i medesimi, avvertendo 
Ferdinando II che i siciliani erano già pronti 
per assalire i regi che trovavansi nell* Isola. 
Ecco quali furoao i risultati dell' umanitaria 
mediazione di Francia ed Inghilterra, che ar- 
restò la marcia de* soldati napoletani, quando 
già 1* Isola intiera stava per sottomettersi 
senza grandi ostacoli al legittimo principe; 
e quelle interessate pratiche , in apparenza 
favorevoli a' rivoluzionarii, altre conseguenze 

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— 592 — 

non arrecarono all' infelice Sicilia, che altro 
sangue e novelle rovine ! 

I governanti di Palermo fecero bruciare i 
giornali che riportavano 1' ultimatum , detto 
di Gaeta , perchè , dovendo fare gì* interessi 
proprii, non poteano far conoscere a* loro am- 
ministrati quelle concessioni sovrane , che, 
erano state desiderate dagli onesti liberali 
come T ideale del miglior governo. Nonper- 
tanto queir ultimatum fu conosciuto in varie 
città e paesi, avendolo sparso , a migliaia e 
migliaia di copie , un piroscafo inglese che 
fece il giro dell' % Isola. Tutt' i buoni che lo 
lessero erano indegnatissimi contro que* set- 
tarii governanti; i quali, invece di accettare 
le larghe ed opportune regie concessioni, pro- 
clamavano una guerra pazza e disastrosa, men- 
tre essi rimaneano lungi da' pericoli, prepa- 
rati e pronti a fuggire al primo rovescio, por- 
tandosi il danaro che rimanea, estorto con 
violenze e tirannie. Que' paesi che avrebbero 
voluto che si fosse accettato V ultimatum di 
Gaeta , furono trattati col terrore settario. 
Partanna, che si rivoltò, venne infrenata alla 
musulmana dalle squadre sicule ; Siracusa, 
che avea preparata una più estesa rivolta a 
favore del legittimo re, fu maltrattata e mi- 
nacciata di esterminio ; e cosi altri paesi e 
città. Da Palermo si mandarono gli ordini col 
telegrafo a tutt' i cosi detti poteri esecutivi, 
per crearsi consigli di guerra subitanei e 
per eseguirsi tosto V esecuzioni capitali; im- 
ponendo a' giudici di condannare a morte 
tutti coloro che avessero approvato queir ul- 
timatum. Nel medesimo tempo davasi V or- 

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— 593 — * 

<line d r imprigionare il vescovo di Girgenti; 
ma costui, avutone sentore, fuggiva dalla Ca- 
mera de' pari e riparavasi sopra un legna 
francese. Di ugual modo fuggirono i vescovi 
di Trapani e Siracusa ; quello di Mazzara fu 
condotto a Palermo per esser messo sotto la 
più severa sorveglianza : così erano trattati 
altri illustri personaggi, perchè non voleano 
guerra. Si è perciò che i paesi atteggiati a 
resistenza contro i governanti, si tacquero e 
si sottomisero, al sentire quegli ordini dra- 
coniani. 

Dopo che il governo settario die i soprac- 
cennati ordini , a nome sempre della libertà 
e del libero ed unanime desiderio del popolo 
sovrano , si dedicò a preparar la guerra ; 
Palermo divenne un arsenale dove fabbrica- 
vansi armi d' ogni ragione. Avea diciannove- 
mila uomini sotto le armi , e sembrandogli 
pochi, decretò la coscrizione di sei su mille; 
mobilizzò la quarta parte della Guardia na- 
zionale di tutta la Sicilia, e con un altro de- 
creto ordinò la leva in massa di tutt' i sici- 
liani da 18 a 30 anni. Oltre di ciò die piena 
amnistia a tutt' i galeotti e per qualsiasi de- 
litto; e li armò, destinandoli alla difesa della 
. patria. 

Da' protettori inglesi e francesi eransi com- 
prati più di quarantamila fucili , altrettante 
lance, otto obici alla Paixans, ti^nta cannoni 
da 36, due batterie, una da campagna, l'altra 
da montagna , tre mortai ed una gran quan- 
tità di munizioni. Eransi inoltre comprate 
dagl'inglesi due fregate, ognuna della forza 
4i 450 cavalli , con cannoni e tutto il biso- 

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— 594 — " 

gnevole per far la guerra. Ecco una della- 
non ultime ragioni per cui que' diplomatici 
di Francia ed Inghilterra arrestarono la mar- 
cia del Filangieri in settembre 1848; se essi 
non avessero imposto, queir armistizio , non 
avrebbero potuto rendere a' governanti della 
Sicilia il resto dello spoglio de* loro arsenali. 
Mentre preparavasi guerra ad oltranza con- 
tro i satelliti della tirannide , i possidenti e 
gli onesti siciliani guardavano sospettosi quei 
preparativi ; ad eccezione de* soliti studenti, 
degl' illusi e di coloro che voleano pescare 
nel torbido , tutti deploravano quella guerra 
impolitica e pazza , prevedendo fatali conse- 
guenze. I giovani coscritti o non si presen- 
tavano o presentati , alcuni disertavano ed 
il resto minacciavano di disertare, perchè mal 
vestiti e peggio nutriti da' capi , che tutto si 
rubavano. Quelle minacce di diserzione raet- 
teano i brividi ne' capi ribelli; i quali si de- 
cisero chiamare" altri stranieri al soldo sici- 
liano , e così impinguarono le grame loro 
legioni ; avendo accozzato ottocento france- 
si , ne formarono un altro battaglione. Le 
navi che aveano comprate le affidarono ad 
uffiziali e marini inglesi; e il comando delle 
truppe di linea lo diedero agli avventurieri 
accorsi in quell'Isola per far fortuna. Ad un 
Drobiand, senza nome e senza patria, gli die- 
dero l'ampolloso titolo di maresciallo delia Si- 
cilia : che buffoni 1 Prevedendo in Catania i 
primi assalti de' regi, mandarono colà il po- 
lacco Mierolawski , generalissimo di tutte le 
forze siciliane; il quale si compiaceva di pas- 
sare spesso in rivista ed arringare i suoi die- 

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— . 595 - 

cimila uou ini di truppa detta regolare, sen- 
za essere compreso d'alcuno. Però la maggior 
parte di quelle fòrze rimasero, in Palermo per 
difendere la sovranità del Parlamento. 

Siccome tutte le operazioni de* padri della 
patria conchiudono con afferrar danaro, smun- 
gendolo dalle smunte tasche de' redenti cr 
ladini , si ordinò un altro cosi detto mutu 
testatico, forzoso già s'intende, di un milione 
ed ottocentomila ducati; Ma i siciliani, appro- 
fittando che i governanti erano impacciati con 
la guerra, né aveano tempo di costringerli 
con la forza, non pagarono quest'ultimo mu- 
tuo; da allora si cominciò a parlare veramen- 
te con libertà. 

Quando tutto era preparato per la guerra, 
il 24 marzo , Ruggiero Settimo capo del po- 
tere esecutivo di tutta l' Isola, die fuori una 
cicalata , che appellò Proclamazione a* Sici- 
liani , nella quale , tra le altre cose , dicea : 
« Il despota che ci combatte è ben infelicel 
« Gli gravano sul capo le maledizioni di due 
u milioni d'uomini — meno male che era- 
« no escluse le donne ! — e gì' imbratta la 
« faccia il sangue di migliaia di martiri. » 
Come son pronti cotesti messeri a far soli- 
dali milioni di uomini a' loro tristi principii 
e sfacciate menzogne ! Il 30 dello stesso mé- 
se, cacciò fuori un altra tiritera in cui pale- 
sava : a Vultimatum regio significa la distra- 
ti zione della rivoluzione (che disgrazia !...) 
« un sostituire a sette secoli di libere istitu- 
u zioni la volontà di un tiranno. Evidente è 
. « la nostra vittoria , ma sempre ila meglio 
« seppellirsi sotto le ruine ardenti della pa- 
, . 38 

• • '. .- Digitizedby G00gle- 



— 596 — 

« tria, che mostrarci codardi avanti tutta l'Eu- 
« ropa che ci ammira. Ancora si vede il fumo 
« di Messina; per noi la guerra è simbolo di 
« vendetta e modo di liberare una città si- 
« ciliana gemente sotto le orde del comune 
« nemico. Air armi» all' armi, vincere o mo- 
« .rire. » 

Solite baggianate de' capi rivoluzionarii , i 
quali sanno scrivere ampollose frasi per man- 
dar gli altri a farsi sbudellare per loro ; e 
sebbene ancor lontano il pericolo, purnon- 
dimeno fanno repulisti , e corrono a salvarsi 
sopra le navi estere, invece di seppellirsi poi 
sotto le ruine ardenti della patria. Oggi ap- 
punto , sappiamo quanto valgano quelle frasi 
altosonanti, e quale era lo scopo di coloro che 
le scrivevano. 

Filangieri, avendo preveduto che i gover- 
nanti di Palermo avrebbero respinto Yultimar- 
tum regio, si era già apparecchiato alla guer- 
ra ; per far conoscere [air Europa che i si- 
ciliani non erano contrarii al loro legittimo 
re , mandò i battaglioni de' medesimi volon- 
tarii siciliani presso Barcellona, per fronteg- 
giare i ribelli. Quest'atto di coraggio e di 
fiducia di quel supremo duce destò gran me- 
raviglia , essendo eziandio un fatto eloquen- 
tissimo , che distruggeva tutte le fiabe , che 
aveano spacciate i rivoluzionarii circa il pre- 
teso odio siculo contro Ferdinando II. 

Quel generalissimo , appena seppe che fu 
respinto V ultimatum , si recò a Gaeta , per 
ricevere i decisivi ordini sovrani, riguardanti 
la ripresa delle ostilità tra' regi ed i ribelli 
siciliani. Il 26 marzo ritornava a Messina, ove 

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— 597 — 

-con un manifesto dichiarava finito l'armistizio 
il 30 di quel mese; e quindi afforzò Milazzo 
i forti Gonzaga e Castelluccio, dichiarando in 
istato d'assedio il territorio occupato dalle re- 
jgie truppe (1). 

Filangieri aveva meditato due disegni di 
.guerra per conquistare la Sicilia; col primo 
<ii correre sopra Palermo, ferire al cuore la 
♦rivoluzione sicula ed avere il resto dell'Isola 
per dedizione; col secondo di far base di ope- 
razione Messina, marciare per la costa orien* 
tale, protetto fino a Catania dalla fiotta, e da 
questa città spingersi per Càstrogiovanni alla 
volta di Palermo. Scelse questo secondo di- 
segno, per la ragione che non potea marciare 
per la costa occidentale, mancando allora la 
strada rotabile da Patti a Cefalù. Andar pei* 
mare , oltre di essere pericoloso in una sta- 
gione burrascosa, sarebbe rimasto senza base 
di operazione ed avrebbe dovuto sbarcare in 
presenza del nemico. 

Quel supremo duce riunì in Messina tutta 
la truppa con la quale dovea conquistar la Si- 
cilia ; era poco più di quindicimila uomini ; 
de' quali più di tremila ne lasciava di guarni- 
gione in quella città, con l'ordine che si do- 
gano ritirare tosto in cittadella ove casi gravi 
accadessero. Egli intraprese la conquista di 
tutta l'Isola con dodicimila cento quattro sol- 
cati, quattrocento trentasette uffiziali, seicento 

(1) É da Dotarsi che , io quello stato eccezionale 
in cui trovavasi la Sicilia , Filangieri neppure avea 
«lesso lo stato di assedio ne 7 luoghi occupati dalle 
«regie milizie. 

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— 593 — 

cinquantatre cavalieri, tre batterie. di monta- 
gna, una da campo ed una di obici di mon- 
tagna: in tutto. quaranta cannoni. Ecco i corpi 
che componeano queir esercito : quattro reg- 
gimenti di linea, cioè 3° 4° 6° 7° , ed altri 
due di svizzeri , 3° e 4° , cinque battaglioni 
cacciatori 1° 3° 4° 5° e 6° , sette compagnie 
di pionieri e due di pontonieri. Furono ordi- 
nati in due divisioni, comandata la prima dal 
maresciallo Pronio , la 2 a da Nunziante ; le 
quattro brigate formanti le medesime divi- 
sioni , erano condotte da' brigadieri Busacca, 
Rossaroll, Zola e colonnello de Muralt. La 
flotta consisteva in tre fregate a vela , sei a 
vapore , sette battelli a vapore , due corvette 
e vari altri bastimenti di trasporto : coman- 
dante di essa flotta il comm. Vincenzo Let- 
tieri , della divisione de' vapori il marchese 
de Gregorio. 

Il generalissimo Filangieri , il 29 marzo , 
sulla via della marina , passò in rivista tutta 
la truppa a' suoi ordini ; la quale defilanda 
per pelottone, giunta presso di lui , gridava: 
Viva il re! quella soldatesca non era nume- 
rosa per la difficile impresa , cui era desti- 
nata , pure mostravasi balda , devota al re e 
fiduciosa nel duce che la guidava. Costui, pri- 
ma di muoversi da Messina , dio fuori due 
manifesti, uno diretto a' siciliani, a* quali fi- 
cea palese Yullimatum di Gaeta e l'ostinato 
rifiuto di coloro che aveano usurpata Y auto- 
rità in Palermo. L'altro era diretto a' sptdati,. 
inculcando a' medesimi disciplina e^tempe- 
anza nella vittoria; ricordando agli stessi che 
siciliani erano fratelli, che l'esercito regio- 

Dìgitizedby GoOgle 



— 599 — 

TOondovea maltrattarli, ma liberarli dal gibgo 
settario. Infine raccomandava che smentissero 
tutte le calunnie lanciate contro di loro dai 
rivoluzionarli, e dessero altre prove di valore 
ne' prossimi combattimenti. Tutta la truppa e 
la ciurma della flotta, all'udire sì magnanimi 
sensi del suo duce supremo , fece echeggiar 
l'aere di nuovi e ripetuti evviva al suo con- 
dottiero in capo e al re. 

I ribelli erano disposti a prendere 1* offen- 
siva contro i regi : dalla parte di Catania a- 
veano fortificato Ali, S. Alessio e Taormina, 
fortezze naturali da servir loro di baluardi in 
caso di rovescio. Quei luoghi erano occupati 
dalle forze comandate da' sedicenti colonnelli 
Pracanica, Gentile ed Interdonato. Dalia parte 
occidentale aveano scaglionato altre squadre, 
,|>oca truppa di linea e le.. guardie nazionali 
mobilizzate, cioè da Barcellona a Termini di 
Palermo. Il maggior numero degli armati si 
era riunito in Castroreale, sopra Barcellona, 
-ed in Cefalù presso Termini: e tutti que* ri- 
voltosi si atteggiarono a voler riconquistar 
Messina. 

Filangieri, per occultare il suo disegno di 
guerra , e tenere il nemico diviso ed in so- 
speso , rinforzò gli avamposti della Scaletta , 
che sta sulla strada che da Messina corre a 
Catania , e mandò il tenente colonnello Sal- 
zano con poca truppa ed i battaglioni volon-. 
tarii siciliani , come altrove si è detto , alla 
.parte opposta, cioè a Barcellona. Il 30 marzo, 
fece imbarcare, sopra quattro fregate, la bri- 
gata di Busacca; la quale correndo il littora» 
le, dalla parte del Nord dell'Isola, minacciava 



— 6C0 — 

or Patti , or S. Stefano ed or Cefalù , simu- 
lando in quelle spiaggie uno sbarco : e so- 
spinse fin dentro il golfo di Palermo. Quella 
brigata, dopo di avere arrecato la confusione- 
tra' ribelli di quel litorale , rapida ritornò a 
Messina per coadiuvare la spedizione contro*- 
Catania. 

Mierolawski , ingannato dalle fìnte mosse- 
dei duce napoletano, sparpagliò le sue forze», 
credendosi assalito da due punti , cioè dalla 
costa terrena e dall'altra ionia; e perchè giu- 
dicò quest'ultima più interessante a difende* 
re, ov'egli trovavasi, richiamò da quest' altrar 
parte le sue truppe , cioè quelle che si tro- 
vavano in Gastroreale, destinandole a rinfor- 
zare il lato sinistro di Pracanica , di Gentile 
e d' Interdonato. 

Comandava in Castroreale il sedicente co- 
lonnello Santantonio , giovinastro messinese, 
che altro merito non avea , che saper tirar* 
bene di coltello e di bastone e di aver di- 
sarmato una sentinella regia. Avea egli sotto- 
i suoi ordini circa tremila uomini tra guar- 
die nazionali e squadre , con uno sciame di" 
uffiziali senza soldati ed un numeroso Stato 
Maggiore di giovinastri ignoranti e quindi pre* 
suntuosi. Parti da Castroreale con tutta quella 
massa di gente disordinata, e senza nessun* 
di quelle provvidenze necessarie in simili ca- 
si , conducendola lungo il fiume di Termini- 
di Barcellona, per circa trenta miglia, costrin- 
gendola a passar centinaia di volte quel fiu- 
me. Giunto a Buonfornello , egli ed il suo- 
Stato Maggiore si presero il migliore allog- 
gio , ove aveano fatto preparare un sontuoso 



— 601 — 

pranzo, mentre le guardie nazionali, la mag- 
gior parte gente civile ed istruita, rimasero 
in mezzo la strada, digiune e disagiate. Quan- 
do que*~Sardanapali finirono di riempirsi l'epa, 
montarono a cavallo ed ordinarono che si pro- 
seguisse la marcia sopra i monti, per discen- 
der poi in un altro fiume impraticabile che 
conduce a Francavilla, piccola città a dodici 
miglia dietro Taormina. Le guardie nazionali 
erano più delle squadre impossibilitate a con- 
tinuar la marcia , perchè digiune e spedate 
a causa del lungo e disastroso cammino. Il se- 
dicente colonnello Santantonio minacciava di 
far fucilare chi non avesse voluto marcia- 
re , e fece mettere in retroguardia due can- 
noni di montagna, ed una squadra di galeot- 
ti , pronti a fulminare le guardie nazionali , 
se costoro fossero rimaste indietro. Così quel 
borioso giovinastro intendea condurre tanti 
giovani , distinti per nascita ed intelligenza , 
e far la guerra contro un esercito bene or- 
dinato, diretto da un Carlo Filangieri (1). 



(1) Lo scrittore di questo lavoro si trovò pre- 
sente a tutti que' fatti, avendo accompagnato la co- 
lonna di Santantonio da Gastroreale a Francavilla; e 
ciò all' oggetto di non fasciar solo un suo fratello 
faciente parte della Guardia nazionale. Fu egli che 
in quest'ultima città indusse parecchie di quelle guar- 
die di ritornare alle loro case, conducendole di not- 
te tempo in salvamento , dopo che fece alle mede- 
sime traversare boschi spaventevoli, gonfi torrenti e 
paesi ostili a' ribelli. 



CAPITOLO XXIII. 
SOMMARIO 

I regi marciano alla volta di Catania. Fatti d'armi 
di Ali, di Forzadagrò, Fi u me dio i si e di Capo S.Alessio. 
Presa di Taormina. Il duce Mieroslawski fugge io di- 
sordine. Occupazione di Gìarre ed Aci-Reale. Attac- 
co e presa di Catania. Conseguenze. Filangieri è ac- 
clamato da 1 catanesi. 

II 1° di aprile, tutto l'esercito regio di Mes- 
sina indirizzavasi alla volta di Catania; quella 
via conteggia il mare, a destra è chiusa da 
monti scoscesi , frastagliati di boscaglie , di 
torrènti e fiumi. Marciava all' avanguardia la 
brigata Zola, forte di 3400 uomini-;- e per non 
essere offesa o sorpresa, avea spinto nel suo 
fianco destro due battaglioni cacciatori , co- 
mandati dal tenente colonnello. Salvatore Pia- 
ttelli, estendendosi sopra i monti soprastanti 
a quella via. 

Al paesetto Ali , il generale Zola incontrò 
le prime forze nemiche; cioè due battaglioni, 
uno di siciliani, Y altro di francesi. Colà la 
zuffa fu accanita; ma finalmente i regi si spin- 
sero con tale slancio, che si aprirono il passo 
di quel luogo ben munito, ponendo in fuga i 
difensori. I quali, parte si fortificarono nelle 

case , ove furono assaliti e dispersi , e parte. 

■ • 



— 603 — 

fuggirono sopra i monti, donde speravano op- 
porsi alla marcia de' napoletani. Però furono 
investiti da' due battaglioni cacciatori , con- 
dotti da Pianelli, e perseguitati ne' burroni e 
sulle vette di quelle montagne, finché si ri- 
pararono in grande disordine nelF altro pae- 
^etto di Fiumedinisi. 

Tutta la divisione condotta da Pronio si riunì 
sopra la spiaggia di Alt, ed ivi fu raggiunta 
dall'altra comandata da Nunziante. La mattina 
del 2 aprile, i regi si mossero per assalire il 
passo difficile di S. Alessio; sicuri di venire, 
in quel giorno, a campale battaglia co' ribelli 
•che ayeano di fronte ben fortificati. Pronio, 
per assicurare la sua dèstra» avea spinto un 
battaglione di cacciatori, a Forzadagrò , pae- 
setto sopra un' alta montagna inaccessibile, e 
chiave di quel formidabile Capo di S. Alessio. 
Era una meraviglia vedere i soldati napoleta- 
ni inerpicarsi per que' gréppi, aiutandosi l'un 
F. altro , spingersi sempre in avanti , sprez- 
zando quella miriade di fucilate che )or ti- 
ravano addosso i ribelli. Forzadagrò fu ab- 
bandonato dopo una mediocre resistenza, e gli 
assalitori si resero padroni di un punto inte- 
ressante , che dominava il Capo S. Alessio. 

Quella stessa mattina, del 2 aprile , Filan- 
gieri s' imbarcò sulla fregata Stromboli , e 
fece una scorsa fino sotto Taormina , rice- 
vendo cannonate dalle batterie nemiche , e 
restituendole con usura e tiro precisò. Quel- 
la fregata mise lo spavento ne' difensori del 
capo S. Alessio, temendo uno sbarco alle loro 
«palle. Mentre i ribelli si trovavano dominati 
da quel panico ,- i regi assaltarono Fiumedi- 



— 604 — 

nisi, ove quelli si erano fortificati, sostenuti 
da quattro compagnie del battaglione france- 
se. Colpiti di fronte da* napoletani e quasi 
alle spalle da' proiettili che lanciava lo Strom- 
boli, fuggirono in disordine sopra i monti, ab- 
bandonando eziandio il formidabile capo di 
S. Alessio ! Il primo a fuggire fu il prode co- 
lonnello Pracanica , lasciando alle prese coi 
regi le sole quattro compagnie francesi, che 
furono rotte ed inseguite. Bisogna leggere 
lo storico rivoluzionario, Carlo Gemelli (1) per 
conoscere la imperizia ed anche la codardia 
del sedicente colonnello Pracanica, avendone 
date non dubbie prove in que' fatti d'armi: egli 
tanto encomiato da' rivoluzionarli messinesi ? 
Passato quel Capo, le due divisioni napole- 
tane marciavano in avanti senza contrasto ; 
dovendo conquistar Taormina, fecero alto 
sulla spiaggia di Latianni , paesetto non più 
lungi di tre miglia da quell'antichissima cit- 
tà (2). La quale è fabbricata sopra un monte 

(1) Storia della Siciliana Rivoluzione. Voi. A, 
lib. IX. 

(I) Fu edifidata da Andromaco , padre di Time» 
Storico, e dalle reliquie di Naso, Naxus , antichis- 
sima città greca , distrutta da Dionisio minore , ti- 
ranno di Siracusa. Il monte, su cui è fabbricata Taor- 
mina, guardato dal mare, presenta la forma di un 
toro, e perchè fortificata di salde mura, gli antichi 
la chiamarono Tauromenium (vedi Diodoro libro 
XVI e Fazello, libro II). Taormina fu la prima città 
di tutta V Italia, che, per la predicazione di S. Pan- 
crazio, infranse gP idoli ed abbracciò il Cristianesi* 
qo. Nel 968 fu distrutta da' saraceni , perchè df 
vte greca; delle sue prische grandezze, tuttora si 



Li 



— 605 — 

che si eleva a 400 metri sul mare; allora a* 
vea due strade, una dalla parte di Messina e 
T altra in direzione opposta che corre versa 
Catania ; tutte e due diffìcili e ripide , che 
appena si potea salire a cavallo", con caval- 
cature abituate in que' luoghi. È dominata 
alle spalle da inaccessibili monti, tra cui uno 
altissimo detto di Vanerella , a diritta del 
quale un altro molto alto, ov'è il paesetto di 
Mola, che ivi si sale per una lunghissima scala 
incavata nella ròccia: i ribelli eransi decisi di 
ritirarsi in questo paesetto se avessero per- 
duta Taormina. Questa città era stata bene 
fortificata e la difendevano quattromila uo- 
mini; vi erano due batterie, una ad un pun- 
to detto la Gardiola e tirava sul mare, l'altra 
sotto porta Messina che spazzava la via che 
da Latianni conduce a Taormina. Oltre di^he 
questa stèssa via era stata ridotta in moda 
che né artiglieria né cavalleria potea transi- 
tarla 
Filangieri si era deciso d'impossessarsi di 

ammira un meraviglioso anfiteatro, simile in parte al 
Colosseo di Roma , da Contenere circa sessantamila 
persone, il tempio di Apolline Archegeto , una nau- 
machia, ove, a'tempi degli antichi romani si davano 
gli spettacoli de'combatti menti navali. Vi sono ezian- 
dio spaziosi acquedotti , due cisterne sotterranee , 
fatte a volta, una delle quali ò posta sopra otto co- 
lonne, e molti sepolcreti di vario stile. Delle antiche 
e moderne grandezze rimanerle un sol monumento 
della pietà cattolica , cioè il grandioso e magnifico 
convento di S. Domenico , oggi crollante ; perchè t 
moderni albigesi lo spogliarono , lasciando le sole 
mura! 

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— 606 — 

quella città, assalendola con tutte Inatte forze, 
cioè cori le divisioni postate in Latiamii, esten- 
dendole sopra i mónti fino a Mola , ed egli 
sbarcare 1 a Giardini con la br'gata Busacea ,• 
investendola dalla parte orientale. La suddetta 
brigata, spedita sulla costa terrena per simu- 
lare uno sbarco , egli attendeala la sera di 
quel giorno: quindi lo sbarco doveasi esegui- 
re la dimane per operare insieme con le di» 
Visioni dirette da Pronio e Nunziante. Intanto, 
per conosce* mèglio il valore delle batterie 
nemiche, ed ove fossero queste alzate, si fece 
sotto Taormina con tre fregate e prese a can- 
noneggiar la Guardiola. 

Giunta la brigata Busacca si fermò al Capo 
Schisò, che trovasi ad un miglio dalla parte 
orientale di Giardini, ed ivi aUendea l'ordine 
di sbarcare ed eseguire il disegno di guerra 
del generale in capo. Però un fatto straordi- 
nario rese inutile quello sbarco ; fatto che 
onora oltre ogni dire un pugno di soldati na- 
poletani ; i quali fecero quanto dovea fare 
tutto F esercito sotto gli ordini di Filangieri. 
Il 1° e 5° cacciatori, ed alquante compagnie, 
del 6° di linea, guidati da' tenenti colonnelli 
Marra , Pianelli e Grossi , da Latianni erano 
stati spediti sopra i monti per isnidare i ri- 
belli ; ed arrampicandosi per burroni e pre- 
cipizii, erano giunti sopra quell'altissime vet- 
te, che dominano Taormina, facendo sempre 
a schioppettate co' nemici, che, incalzati sem- 
pre da burrone in precipizio , si erano rifu- 
giati in quella fortificata città. Que' battaglioni 
rimasero smque' monti, attendendo che Taor- 
mina fosse stata investita dal resto deil'eser- 



i . 



— 607 — 

Piace a me non immaginare le cose, ma e- 
spprle co' particolari d' inattaccabili verità , 
onde che per la presa di Taormina, trascrivo 
le parole stesse desunte dalla Cronaca mili- 
tare, scritta dal tenente conte Fabbri, all'im- 
mediazione del generalissimo Filangieri per 
quella memorabile campagna. Ecco come stam- 
pò e pubblicò i fatti quel testimone ocula- 
re: « Guadagnammo 1' importantissimo punto 
a del Capo S. Alessio, dove solo 200 uomini 
a con le pietre avrebbero arrestato il passo 
a alle più valorose legioni di Europa — Ac* 
« campammo alla marina di Latianni, a vista 
« di Taormina — Alle ore 3 del giorno 2 , 
« dalle colline che dominano quelle guarnite 
« da' nostri bravi cacciatori , comandati dal 
u valoroso Pianell (1), cominciarono il fuoco 
« le squadre siciliane, il 5° cacciatori coman- 
di dato dal non meno valorosissimo Marra è 
« chiamato per sostenere il 1°. Si slanciarono 
« alla corsa i soldati del 5°, ed alle grida cia- 
ti morosissime di viva il re, ripetute da tutto 
« l'esercito, volarono a guadagnare le alture, 
« non senz* commozione di tutti noi, che ve- 
« devamo l'entusiasmo di quella brava gente. 
« S. £. era a terra. 1 siciliani sparavano fuori 
« tiro, i nostri vi rispondevano con fischi ed 
« avanzando sempre. 

« La vantaggiosissima posizione diTaormi- 
« na è tale che per attaccarla con successo 

(•) Divenuto mi Distro della guerra delle Due Si* 
ci Ile il UfiO, per estremo danno di questo Regno, 
ed ora generale d' armata dell' esercito italiano, eht 
ne ammirò il valore a Gustò* '• 

. '■ . •' -Digitizedby GoOgle 



" — 608 — 

m e con minor perdita di uomini, il genera- 
« lissimo avea già formato il suo piano di at* 
« tacco per la dimane ; però il valore ed il 
« volere de' bravi cacciatori, rivaleggiando con 
« la sapienza del generale , porsero lo spet- 
ti tacolo sorprendentissimo all' esercito , che 
a stava al bivacco , di un fatto d' armi , per 
« quanto brillantissimo altrettanto audace e 
u temerario. Profondi burroni, rocce inacces- 
si sibili , vallate e frequenti montuosità sono 
a le difese che la natura prodiga concede per 
a la sicurezza di Taormina. Fortificazioni mu- 
u nite di cannoni , strade tagliate e svilup- 
u pantesi per due miglia di ripido zig-zag, 
a numerose squadre comandate da un Praca- 
« nica , da un Gentile e da un Interdonato , 
« munizioni e provvisioni abbondantissime e- 
« rano le difese artificiali che la preveggenza 
« dell'uomo, assistita da' lumi dell'arte, della 
u scienza , rendevano Taormina formidabile , 
a fuori la portata di cader vittima di un col- 
ei pò di mano, operato da un pugno di bravi 
« audacissimi. Ma che non può la volontà del- 
« l'uomo, veramente deciso di affrontare il pe- 
a rieolo , per difendere la santa causa della * 
« legittimità? I cacciatori avanzavano sempre: 
« l'esercito li contemplava;il sole cominciava a 
a declinare sull'orizzonte; la squadra era tutta 
<t in bell'ordine, lungi dalla spiaggia ad una 
« portata di cannone; i trasporti somministra- 
le vano i viveri alla truppa, il cannone dello 
« Stromboli salutava Taormina, ed il cannone 
« della sua porta rispondeva al mare e fui- 
« minava su' cacciatori, ma senza alcun sue* 
« cesso. 

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— 609 — 

« Premesse le difficoltà del terreno, senza 

* calcolare che erano in ragion diretta della 
€ bravura delle nostre truppe, era ferma cre- 

* denza che, col cessar del giorno, cessasse 

* il fuoco, conservandosi le posizioni guada- 
si gnate, per compiere al nuovo dì la militare 

* operazione. Ma no! que* bravi cacciatori, 
« superando le difficoltà, neanche abbozzate, 
« con quell'ansia che il naufrago si affatica 
« di guadagnare il sospirato lido, corrono, 
« scendono, si dirupano, s'arrampicano, si fan 
u sostegno Tun l'altro ed avanti, avanti ! 

« Una densa colonna di fumo che elevasi 
« quasi sotto le muradi Taormina, diede indizio 
it certo deli' arrivo de' nostri in quel punto, 
« e non c'ingannammo. Il sole è prossimo a 
« spegnersi , 1' esercito ammira. Il generale 
a vede con soddisfazione approssimarsi il mo- 
« mento di essere preceduto ne' suoi calcoli 
« e palpita di gioia. Le colonne di fumo son 
« due , son tre , son quattro ; il cannone di 
« Taormina tace! è notte: una voce comuni- 
« candosi dall' alto , portata dal cordone dei 
« cacciatori annunzia : É presa Taormina ! 
™ Viva il Re ! Questo fu il grido che nella 
« prima espansione di contento diede il ge- 
« nerale, lo Stato Maggiore, 1' esercita ; indi 
a un fragoroso batter di mani, un plauso uni- 
« versale: È presa Taormina! Essa, da quan- 
« te compagnie ? da quanti battaglioni? Né bat- 
« taglioni né compagnie! miracolo, prodigio ! 
« Venticinque uomini ! ! entrarono i primi è 
« soli con un ufficiale e tre o quattro sotto- 
« uffiziali in Taormina, seguiti poi dal rima- 
« nente delle rispettive compagnie , di cui 

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— 010 — 

« que' bravi facevan parte, sì del 1° che del 
« 5° e 6° battaglione. Queir uffìziale era Mi- 
« chele Bellucci, giovane di belle speranze e 
a di. grande audacia, che colse fortunato il 
« primo alloro della sua vita militare in Taor- 
« mina ; mentre in. Catania un serto novella 
« più glorioso , ma più- disgraziato lo racco* 
« glie con una palla alla gamba 1 (1) 

« Taormina fu occupata militarmente, non 
« solo da' due battaglioni 1° e 5° cacciatori , 
« ma dal 6° di linea e da corrispondente ar- 
« tiglieria ». 

I rivoluzionarli uniti e fortificati in quella 
città, al primo vedere la truppa che si avan- 
zava da Latianni mentre la flotta cannoneg- 
giavali di fronte, si credettero circondati, sa- 
pendo che alle loro spalle si trovavano varii 
battaglioni cacciatori. Quando. poi intesero lo 
squillo della tromba, presso Taormina, che 
precedeva i 25 soldati, guidati dall' intrepido 
Bellucci , fuggirono tutti sopra Mola , seguiti 
dalla popolazione spaventata da que' casi im- 

(1) 11 generalissimo Carlo Filangieri, come appres- 
so meglio dirò, tra le altre meritate sovrane ricom- 
pense si ebbe il titolo di duca di Taormina, con l'an- 
nessa rendita di ducati dodicimila annui, da goderne 
anche i suoi discendenti fino alla quarta generazio- 
ne. £ al tenente Michele Bellucci, che fu P eroe di 
quella memorabile giornata, quello che s'impossessò 
di Taormina, con tanta audacia, risparmiando un tor- 
rente di sangue che versar si dovea il giorno seguente 
per conquistar quella città fortificata, che cosa si 
diede? laudi ed allori.. !— Infelice condizione del Puf- 
fiziale subalterno! sarebbe stato assai poco se l'aves- 
sero fatto colonnello sul campo di battaglia. 

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— ti M — 

previsti e repentini. Da Mola scesero al pae- 
sello de' Graniti» e si ridussero a Linguagros- 
sa, ov' era la retroguardia delle squadre si- 
cule. 

Mentre sopra Taormina sventolava gloriosa 
la bandiera de* gigli , Filangieri, per assicu- 
rar la vittoria, ordinò al capitano Armenio di 
sbarcare per riconoscere la spiaggia; e quan- 
do si dispose scendere la brigata Busacca, fu 
generosa gara tra* due capitani, Ferdinando del 
Bosco, comandante della 1* compagnia grana- 
tieri, e l'altro Gioacchino Auriemma, coman- 
dante la 1* compagnia cacciatori del reggi- 
mento 3° di linea: la vinse Auriemma. Costui 
co' suoi dipendenti ed uffìzi ali, Maringh, Pel- 
legrini e de Torrenteros, ebbero 1' onore di 
essere i primi a porre piò a terra sotto Taor- 
mina. 

Presa Taormina , Catania rimase aperta ai 
regi e Filangieri non era uomo di non ap- 
profittarne. Egli fece avanzare con rapidità 
l'esercito alla volta di Giarreper trar profit- 
to da quella confusione e da quel terrore che 
avea invaso i rivoluzionarii , sperando che 
la sua celere marcia avrebbe risparmiato 
molto sangue dall' una e dall' altra parte. Al 
sud di Taormina havvi una fertile ed amena 
pianura, che si estende per trenta miglia fino 
a Catania ; all' est ò bagnata dal mare , alla 
parte. opposta s'innalza la meravigliosa mon- 
tagna dell'Etna, vedendosi nella sua maggiore 
altezza di trenta miglia. Poco lungi da Giar- 
dini trovasi il bel ponte di Calatabiano , ove 
la strada rotabile si sparte ; un ramo va di- 
ritto a Giarre ed Acireale, l'altro a destra corre 

39 



— 612 — 

alle falde dell'Etna, passando per Piedimon- 
te, Linguagrossa , Randazzo ed altre interes- 
santi città ; dopo di aver circuito quella mae- 
stosa montagna, che gira più di cento miglia, 
si congiunge in Catania con queir altra che 
mena ad Acireale. 

Il duce Filangieri, la stessa sera del gior- 
no 2 aprile, spedì a Giarre il capitano àV Ca- 
rabinieri, Salvatore Maniscalco, con due com- 
pagnie del 4° di linea. Quel capitano fu rice- 
vuto in trionfo, prima dal Municipio di que- 
sta città , che andò ad incontrarlo , e poi da 
tutta la popolazione. Avendo , il duce supre- 
mo, fatto sbarcare la brigata Busacca, la mat- 
tina dei 3, spirisela, per sicurezza dell'esercito, 
nel suo fianco destro alla volta di Piedimonte, 
per respingere la retroguardia di Mierolaw- 
ski ; il quale trovava si in Linguagrossa , spe- 
rando riunir colà la sua gente fuggitiva ed 
opporsi alla marcia de' regi sopra Catania. La 
retroguardia del polacco duce, appena intese 
ehei napoletani trovavansi in Piedimonte, 
fuggi in disordine, arrecando lo spavento in 
Linguagrossa, e tutti sbiettarono per Randaz- 
zo : d'allora cominciarono le diserzioni delle 
guardie nazionali mobilizzate. Quelle sotto gli 
ordini del sedicente colonnello Santantonio ,. 
giunte a Francavi Ila , avendola trovata vuota 
di abiti» ti e di viveri, rimasero digiune per 
la seconda volta ed abbandonate in mezzo le 
strade , mentre pioveva alla dirotta. Quella 
stessa notte si sciolsero e presero la via dei 
loro paesi, è lo stesso fecero quelle che sì e- 
rano spinte fino a Randazzo. 
, Mierolawski , con poca gente , minacciato 

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— 613 — 

«dalla brigata Busacca, fece precipitosamente 
il giro dell' Etna pei* Bronte, Adernò, Bian- 
cavilla e Paterno e si ridusse a Catania. Egli 
avea di già munita quesa città e dintorni 
della stessa con fossati , barricate e batterie 
di cannoni di vario calibro; ivi era certo di 
vincere, conoscendo il vezzo de' suoi dipen- 
denti, che soleano battersi bene soltanto die- 
tro i ripari. Avea fatto costruire un campo 
trincerato fuori porta Ferdinanda, cioè alla 
parte opposta donde si aspettava che avessero 
potuto entrare i regi e rifugiarsi colà in caso 
di rovescio. 

Filangieri, la mattina del 5, essendosi pre- 
sentato con la fiotta sotto Aci -Reale, città di 
circa 40 mila abitanti, il Municipio della stessa 
recossi a bordo per far atto di sottomissione 
al re, consegnando al supremo duce la ban- 
diera rivoluzionaria ricamata di argento e di 
oro , ed una spada con 1' elsa anche di oro , 
quella stessa che Catania avéa data in dono 
ad Aci-Reale, per infiammarla e renderla so- 
lidale nella ribellione contro il legittimo prin- 
cipe. All' una di quel giorno la truppa entrò 
in quella città; venne incontrata dalla popo- 
lazione, sventolando bianchi lini e gridando: 
Viva il re ! viva la truppa l Quella popola- 
zione , non contenta di tanto cordiale ricevi- 
mento , portava gratis secchie d' acqua e ba- 
rili di vino per rifocillare i soldati. 

L'accoglienza fatta dalle popolazioni alle re- 
gie truppe smentì tutte le bravate de' rivolu- 
zionarii; i quali diceano, che all'apparire dei 
soldati napoletani , il popolo siciliano si sa- 
rebbe alzato terribile come un sol uomo per 

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— 614 — 

distruggerli. Smentì le calunnie di lord Pai- 
merston, che» FU settembre 1848, avea scritta 
a lord Napier: « I fatti di Messina han messa 
« un abisso tra il re di Napoli e la Sicilia »• 
Smentì le previsioni appassionate d' altri di- 
plomatici , che voleano pescare nel torbido.. 
Infine lo stesso duce supremo do' ribelli si- 
culi, il polacco Mierolawski,smenti le calunnie 
lanciate contro Ferdinando II e contro l'eserci- 
to napoletano, avendo stampato nelle sue Me- 
morie : u Alla prima apparizione della squa- 
li dra napoletana avanti Riposto, tutta la po- 
ti polazione delle coste si ritrasse a' monti e 
« tradì la causa rivoluzionaria, affratellandosi 
« col nemico ». 

Il duce napoletano, prima d' investir Cata- 
nia, mandò- un manifesto a quella popolazio- 
ne , intimandole di sottomettersi al legittimo 
sovrano ; gli fu risposto da* ribelli : guerra 
a morte al tiranno ed a suoi sgherril Onda 
che, a tanta ostinazione, perdette la speranza 
di risparmiar sangue e catastrofi, e si decise 
di conquistar a viva forza quella città fortifi- 
cata. La sera del 5 mandò sei fregate sotta 
Catania, con ordine al comandante delle stes- 
se, generale Lettieri, che si atteggiasse ad o- 
stilità, per farsi tirar contro dalle batterie ne- 
miche e così conoscere la posizione ed il 
numero. Lettieri adempì bene la sua missio- 
ne , e ritornato presso il generale in capo , 
dissegli esservi quattro fortini, indicandone 
il sito, e che in città avea veduto gran nume* 
ro di armati, che si preparavano alla pugna. 

Spuntava l'alba del 6 aprile 1849, alba ap- 
portatrice di lagrime, sangue e rovine, quan- 

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_ 615 — 

-do i regi e i ribelli si mossero per incontrarsi 
^su quell'arida e bruna regione dell'Etna, per 

- farla vermiglia di sangue fraterno ! 

Due strade si presentavano al Filangieri per 
-correre sopra Catania, una scorre agevole e 
piana dalla parte della marina, l'altra si ad- 
dentra malagevole pe' vicini monti, traversan- 
■ do Aci-S. Antonio , Aci-Buouaccorsi , S. Gio- 
vanni la Punta e Batti ati. Quel sommo duce, 

.gloria di questo Reame, fece manovrare in 
modo l'esercito che conducea, da ottenere il 
suo intento filantropo , risparmiando quanto 
più sangue avrebbe potuto con la sua scienza 
«tattica, dovendo impossessarsi a viva forza di 

- una città fortificata. Il giorno precedente avea 
tutto preparato, come se avesse voluto recarsi 
a Catania per la via della marina; e difatti i 
ribelli si erano ivi riuniti, cioè presso S. Gre- 
gorio, preparando difese e mine. Ad un tratto 
-ordinò alla divisione Nunziante di spingersi 

. rapida per l'altra via de' monti e a quella di 
Pronio di andar per la marina, però con l'or- 
dine di scansar" la lotta; invece, appena giun- 
ta alla strada traversa , volgersi rapidamente 
a dritta e congiungersi con Nunziante ad Aci- 
Catena. Questa manovra imbrogliò tutta la scien- 

-3sa militare del duce polacco; nonpertanto co- 
stui corse ad. attaccare la destra de' regi, con 

- *ma colonna delle sue migliori squadre dalla 
.parte di S. Giovanni la Punta , circa sei mi- 
glia lungi da Catania. I napoletani marcia- 
vano senza dar segno di volere assalire i ne- 

. -mici; infatti precedevali un carro coronato di 
rami di olivi, portandone eziandio a' caschetti, 
in segno di pace, se i ribelli l'avessero voluto 



— 616 — 

aceettare.L'avanguardiaeradi cinque battaglio- 
ni, cioè 1°, 3°, 4°, 5°, 6°, alquante compagnie 
del 6° di linea, e pochi lancieri, tutti comandati - 
dal tenente colonnello Pasquale Marra. Alla 
punta della suddetta avanguardia eranvi quattro 
compagnie scelte di cacciatori de'f'reggimenti 3^ 
e 4° di linea, sotto gli ordini del prode capi- 
- tano Angelo Martini , soldato del 1° impero,, 
veterana compagno di Filangieri; comandante 
in secondo era il capitano Gioacchino Au-, 
riemma, ed aiutante maggiore di manovra il 
giovine uffiziale Giovanni de Torrenteros." 

Erano le dieci ' del mattino quando i regi 
vennero investiti da' dragoni siciliani, che fu- 
rono respinti. Mierolawski, deciso di dar bat- 
taglia in quel punto, postò la sua artiglieria, 
spinse due reggimenti e il resto della caval- 
lerìa contro i cacciatori, ma questi li respin- 
sero e l'inseguirono fino a Baltiati, ove i ri- 
belli si erano fortificati, e tiravano, al solito, 
archibugiate dalle case. Varii soldati furono: 
. uccisi e feriti, e tra quest'ultimi anche il co- 
. mandante Pasquale Marra fa ferito al viso. 
Que' rivoltosi di Battiati, sotto gl'immediati 
ordini del duce polacco, fecero in quel pae- 
setto e ne' dintorni una resistenza terribile da 
. dentro le case e da dietro i ripari; ritiran- 
dosi lentamente , passando da un fabbricato 
all'altro, da una ad un'altra barricata, da bar* 
. rone in burrone, sempre facendo un fuoco di 
, fila ben nutrito e micidiale. Vi fu un raomen- 
. to assai pericoloso pe' regi , perchè assaliti 
sul fianco destro da una colonna di nemici 
provenienti da Gravina. Nonpertanto prevalso 
la disciplina e la bravura de'napoletani; i quali 

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— 617 — 

non solo respinsero gli assalitori, ma l'inse- 
guirono fino alla Barriera, ove trovarono una 
formidabile barricata. Il primo ad assaltarla e 
vincerla fu il tenente colonnello Frao£ois,dopo 
un accanito combattimento corpo a corpo coi 
difensori deHa stessa. L'avanguardia regia si 
spinse fino al piano di Gioeni incontrando 
sempre maggiori ostacoli, essendo stati quei 
luoghi, tutti barricati, muniti di artiglieria e 
difesi da innumerevoli siciliani e<J esteri. 

Il largo Gioeni, all' entrare in Catania , fa 
capo a tutta la strada, che traversa in linea 
retta dal nord al sud , quella bellissima città 
lunga più di un miglio , ed è chiamata via 
Etnèa sino a porta di Àci, e da questo punto 
al largo del Duomo, Stesicorea; traversa quat- 
tro piazze, cioè Borgo, Stesicore, Studii e Duo* 
mo ; da questi' ultima parte un'altra via detta 
Ferdinanda che corre dall' est all' ovest. Le 
piazze e le vie che traversano la strada Et* 
nèa-Stesicorea erano tutte barricate e mu- 
nite di cannoni e di difensori. 

Filangieri avea dato ordine alla flotta di can- 
noneggiare le batterie nemiche , alzate sulla 
marina, affin di deviare l'attenzione e le for- 
ze nemiche dal vero punto di attacco. Giùnta 
sul piano di Gioeni, spinse la divisione Pro- 
nao sulla strada Etnèa, ove trovò una ben so- 
lida barricata ; la quale dòpo non lieve con- 
trasto fu abbandonata da' difensori. Soldati e 
cavalieri si menarono dentro quella strada e 
alla cieca , inseguendo i ribelli ; ed essen- 
dosi imbattuti in una batteria che li fulmi- 
nava di fronte, furono orridamente decimati. 
Malgrado tante perdite, pugnando con estre- 

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— 618 — 

mo valore, si spinsero innanzi, superando tatti 
gli ostacoli. Con movimenti di fianco, facea- 
no indietreggiate i nemici, i quali, conveon- 
#endo sempre , miravano a riunirsi nel cen- 
tro della città, dove per altre opere di difesa 
«ed altri armati, speravano rinfrescar la lotta 
e riprendere l'offensiva. 

Il capitano Martino con poche compagnie 
scelte, due cannoni e cento laneieri, si avan- 
zò fin nel centro di Catania. Fu allora che 
cominciò una lotta di esterminio , e que' po- 
chi soldati venivano fulminati da tutti i punti; 
una grandine di palle di moschetto e di mi- 
traglia pioveva sopra di loro; essi erano col- 
piti dalle porte, dalle finestre, da' balconi, 
•da' tetti, dalle barricate; case, palazzi e chiese 
vomitarono piombo e ferro rovente sopra gli 
assalitori. Costoro, non potendoli espugnare, 
vi appiccarono il fuoco. In quella corse il 3° 
e ce iato ri in aiuto de* compagni e fu anche 
decimato. Primi a cader feriti furono il ca- 
pitano Ceci dello Stato Maggiore, morto dip- 
poi , i capitani Martino ed Arnone e 1' alfie- 
re Michele Uggini del 1° lancieri ; uccisi i 
capitani Ritucci, Salvatore ed altri. Il Ritucci 
ancor vivo, caduto in mano de' ribelli, Cu or- 
ridamente seviziato. In quella terribile lotta, 
tanto micidiale a' napoletani, si fece avanti il 
capitano Ferdinando del Bosco, con la 1* com- 
pagnia del 3° di linea , 'e con audacia senza 
pari , attaccò di fronte una barricata , donde 
venivano le maggiori offese contro i regi. Alla 
prima scarica caddero 27 soldati di quella 
compagnia ; gli altri desistettero da quell'as- 
salto, ed invece si riunirono agli altri per ri- 

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battere i colpi , che venivano da' palazzi for- ' 
liticati. Dopo la compagnia condotta 'da Del 
Bosco, sopraggiunse sul luogo del conflitto il 
<6° di linea , comandato da Grossi ; è questi 
«cadde ferito mortalmente il primo di tutti, indi 
il suo aiutante maggiore Maddalena "(1) ♦ e il 
«capitano Giuseppe Neoumburg ; quest* ultimo 
molto si distinse in quella giornata insieme 
a' tre suoi figli, che combatteano sotto i siloi 
ordini , cioè Saverio , Guglielmo e Federico, 
allora sottuffìziali. 

In mezzo a tanto esterminio di vite umane 
bruciavano gli edifizii di Catania, e Con essi 
i difensori che non poteano fuggire. In quella 
scoppiano due casse di polvere, ed uccidono 
4in gran numero di soldati, che trovavansi colà 
vicini. Ogni cosa volgeva a rovina , e la sol- 
datesca cominciava a trepidare, vedendo tanti 
morti e cotanti disastri , aspettandosi da un 
momento all'altro di saltare in aria con lo 
scoppio di qualche mina. Quella trepidazione 
era fatale nel momento che la vittoria era 
indecisa: ma varii uffìziali rincorarono i loro 
subalterni, e di costoro si distinsero Echanitz 
<e Bellucci, tutti e due feriti, de Torrenteros 
e il capitano Auriemooa ; questi due ultimi , 
con pochi soldati , ebbero 1* audacia di spin- 
gersi fino alla piazza di S. Agata. Perlocchè 

(1) Raffaele Maddalena , veterano del 1* impero 
francese, contava 17 campagne e 7 ferite ; lo stato 
di servìzio di lui era uno splendido esempio di virtù 
guerriera. QuelP altra ferita , toccatagli il 6 aprile 
1S49 in Catania, suggellò V invidiabile sua opinione 
tra gli uomini di onore. 



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la soldatesca, tanto bersagliata, si tenne fer- 
ma in quella piazza, e formandosi in quadra* 
to , disperatamente si difendeva contro i ne- 
mici, che l'assalivano da ogni lato. Varii sol- 
dati erano eziandio uccisi da' così detti spa- 
daioli corsi , che s' introducevano nelle file 
de' regi e li ammazzavano a colpi di stile. 

Il duce Filangieri, conoscendo la posizione- 
compromettente di quella parte di truppa che 
erasi cacciata fin nella piazza di S. Agata , 
mise mano alla riserva, ordinando al Nun- 
ziante di mandare dalla sua divisione il 4°* 
svizzeri, comandato dal colonnello Murali, uno- 
squadrone di lancieri ed una batteria di mon- 
tagna. Questi soldati, rimasti in riserva, giun- 
gevano freschi e baldi sul luogo del conflitto,, 
quindi assalirono i nemici con estraordinaria 
slancio; e rovesciando ogni ostacolo, resero inu- 
tili tutte le precauzioni prese da' contrari ; i 
quali cominciarono a volgersi verso porta Fer- 
dinanda, donde schiudersi la via per Palermo* 

In. quella zuffa con gli svizzeri , il Miero- 
lawski, mentre tentava trattenere i fuggitivi, 
fu ferito alle spalle, e venne condotto al mo- 
nastero de' Benedettini , e poi trasportato ad 
Adernò. Francesco Lucchesi Palli , figlio del 
principe di Cam pof ranco, avendo abbandonata 
il padrer presso il re in Napoli, corse in Si- 
cilia per servir la patria a modo suo : fatta 
colonnello di un reggimento siciliano , detto 
de' congedati , rese varii servigi alla rivolu- 
zione, dalla quale fu elevato a comandante la 
Piazza di Catania. 11 6 aprile , alla testa del 
suo reggimento combattea da valoroso contra 
i regi; ma fu ucciso da'suoi subalterni, la mag- 

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gior parte gente di galera , p*erchò volea ri- 
condurli -alla pugna. 

I forti di Catania furono abbandonati da' di* 
fensori , rifugiaronsi sopra un piroscafo in- 
glese , cbe li condusse a Palermo. La flotta 
napoletana entra nel porto e si riposò sulle 
àncore: la truppa bivaccò nelle strade