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Full text of "I comici italiani, biografia, bibliografia, iconografia"

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LUIGI RASI 



DIRETTORE DELLA R. SCUOLA DI RECITAZIONE DI FIRENZE 



-p^ J. .;-- "f c-»' 



COMICI ITALIANI 

BIOGRAFIA 
BIBLIOGRAFIA. ICONOGRAFIA 



MEDAGLIA D'ORO 
all'Espoaizione Nazionale di Torino del 1898 




FIRENZE 

FRANCESCO LUMACHI 

LIBRAIO-EDITORE 

Successore dei FRATELLI BOCCA 

C. Klincksieck PARIGI rue de Lille, ii 



I COMICI ITALIANI 



Volume II 



LUIGI RASI 

DIRETTORE DELLA R. SCUOLA DI RECITAZIONE DI FIRENZE 



1 COMICI ITALIANI 

BIOGRAFIA :. 

BIBLIOGRAFIA, ICONOGRAFIA 




FIRENZE 



FRANCESCO I. U M A C H I 

LlIlKAlO-EnnORE 
SucGFSsoKK DKi FRATELLI BOCCA 



PROPRIETÀ LETTERARIA 



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C J I r i ! r 






r- ]5-''j^^ 



FiKUNZK, Tipografia di S. J^andì, direttore ^^WArte della Stamptu 



SECONDA NOTA DEGLI ASSOCIATI 



Ascari Mina - Istituto Stenografico - Mi- 
lano. 
Antona-Traversi Giannino - Milano. 

Beltrami Alfonso - Firenze (2 copie). 
Biblioteca del Domioo Club - Bologna. 
Biblioteca Lucchesi-Palli - Napoli. 
Biblioteca dell'Istituto Tecnico - Reg- 
gio Emilia. 
Biblioteca del Senato - Roma. 
Biblioteca di Sassari. 
Biblioteca di S. Marco - Venezia. 
Biblioteca Comunale - Verona. 
Biblioteca Società di lettura ~ Genova. 
Biblioteca di Zara. 
Biblioteca Nazionale - Parigi. 
Biblioteca dell'Accademia di Francia - 

Parigi. 

Biblioteca dell'Opera - Parigi. 

Biblioteca del Museo Camavalet - Pa- 
rigi. 

Biblioteca Nazionale - Torino. 

Benf Luigi - Grenova. 

Bocca cav. aw. (Huseppe - Torino. 

Brenti aw. Giuseppe - Rocca San Ca- 
sciano. 

Borgia-Mandolini conte Camillo - Pe- 
rugia. 

Bruno dott. Edoardo - Firenze. 

Broglio conte Luigi - Milano. 



Besso Salvatore - Roma. 
Bracci Giuseppe, artista drammatico. 
Bordeaux Carlo, artista drammatico. 
Corsini principe Tommaso. 
Carini Luigi, artista drammatico. 
Cosentino dott. Giuseppe - Bologna. 
Calvi Don Gerolamo - Milano. 
Civelli comm. Antonio - Firenze. 
Cipriani Don Laronte - Borgo San Lo- 
renzo. 
Cesareo prof. G. A. - Palermo. 

Duse Eleonora, artista dramm. (3 copie). 

Ferrari prof. Vittorio - Milano. 
Ferravilla cav. uff. Edoardo, artista dram- 
matico. 
Franchini Teresa, artista drammatica. 

Galliani Antonio, artista drammatico. 
Guasti Amerigo, artista drammatico. 
Gramatica Emma, artista drammatica. 

Istituto Italiano d'Arti Grrafiche - Ber- 
gamo. 

Levi dott. Cesare - Firenze. 
Libreria Harrassowitz - Lipsia. 
Libreria Drucker - Verona. 
Libreria Moderna - Genova. 



424671 



-^ 



Libreria Spoerri Enrico - Pisa. 
Libreria Bocca F.Wi - Torino (14 copie). 
Libreria Bocca F.Ui - Roma (9 copie). 
Libreria Hiersemann - Lipsia (2 copie) . 
Libreria Clatiseii di Hans Rink - To- 
rino (2 copie). 
Libreria Seeber - Firenze (2 copie) . 
Librerìa Luzietti - Roma. 

Musatti dott. Cesare - Venezia. 

Nathan Virginia - Roma. 

Pisa Virgilio - Firenze. 

Peratoner Berto - Firenze. 

Ptillé conte prof. Francesco - Bologna. 



Reinach cav. Enrìco - Artista dramma- 
tico. 
Rivalta Angelo - Firenze. 
Rosellini-Glech Graziosa - Firenze. 
Rosselli nob. Del Torco - Firenze. 

Sacerdote cav. aw. Giacomo - Torino. 
Sambon cav. Ginlio - Milano. 
Scotti rag. Vittorìo - Milano. 

Taurìma prof. Giuseppe - Salerno. 

Vanbianchi Carlo - Milano. 

Zanazzo Luigi - Roma. 



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1. — / Comici ilaliani. Voi. II. 




I COMICI ITALIANI 



Laboranti Regina. Genovese, fu artista di grandissimo 
pregio, fiorita nella metà di questo secolo. Fu moglie dell'at- 
tore Tommaso Degola (V.), e buona amica di Gustavo Modena, 
che nell'album di lei scriveva: 

Io lucqai morto, cao sigoora, e tale fui gindicalo anche dalla levatrice. Fu il chi- 
iD^a Znliani, celebre chitargo di Venezia, che mi mise il sangae.in circolazione e mi fece 
miagolare a forsa di tcnlacciate. 

Era nel 1850 la prima attrice della Compagnia Astolfi, 
Capodaglio e Venturoli. \jd.Moda di quell'anno (25 giugno) par- 
lando della Compagnia che recitava all'I. R. Teatro alla Can- 
nobbìana, dice : 

Primieramente lérnieremo la nostra attenzione sdUb gentile prima donna Regina 
Laboranti. Queita gioTinetta, dotata di natnrali requisiti per riescir ottima artista dram- 
matiCB, inprete a atadiame i precetti dalla rinomata Ristori, la quale seppe fidare il 



LABORANTI - LANDI 



genio della nobilissima allieva, ed infondere nella di lei azione gran parte di quella perìzia 
che la elevarono al grado delle prime celebrità drammatiche dei nostri giorni. Nella La- 

boranti tralace il dire ed il gesto della Ristori 

Nella sua serata di benefìzio scelse nn nuovo dramma francese dei signori Scrìbe 
e Legreve (sic), Legouvé, tradotto dall'artista comico Gaetano Vestrì, col titolo Adriana 
Lecottvreur, Se in altre produzioni la Laboranti è fedele all' indole della sua parte, e sa, 
diremo cosi, convertire in verità l'illusione delle scene, nella parte di Adriana superò sé 
stessa. Nell'atto quinto, dove la francese commediante rimane avvelenata fiutando un maz- 
zolino di fiori inviatole dalla sua rivale, il lento processo della venefica emanazione fu 
cosi bene dipinto dalla Laboranti, che a giudìzio dei provetti frequentatori della commedia, 

ELLA RAGGIUNSE LA SUBLIMITÀ DELLA RISTORI. 



Lampredi Anna. Trascrivo da Fr. Bartoli : 

Accademica fiorentina, che recitò nel Teatro della Piazza Vecchia 
nella sua Patria. Luigi Perelli capocomico la stabili per la sua compa- 
gnia Tanno 1778, ond'ella potè incominciare ad apprendere le buone 
regole dell'arte, e collo studio e collo spirito fece degli avanzamenti, e fu 
lodata specialmente in Bologna nel nuovo Pubblico Teatro Tanno 1779. 
Passò poi con la Faustina Tesi Tanno medesimo in qualità di seconda 
attrice, e poscia acquistando maggior concetto, Fedele Venini la volle 
nella sua Truppa per assoluta prima donna. Dopo la morte di questo 
comico, ella è rimasta tuttavia co' suoi stessi compagni, e per il Piemonte 
fa presentemente (1781) distinguersi piena d'abilità per la sua professione, 
inclinata alle cose della musica, e pronta a' più ardui impegni nel faticoso 
mestier delle Scene. 

Lancetti-Modena Luigia. (V. Bernaroli). 

Landi Orazio. È fra i Comici coslanti che firmarono il re- 
clamo al Duca di Modena, citato al nome di Degli Amorevoli 
Vittoria. Nella lettera, tra Aurelio di Secchi e Vittoria Amore- 
voli è la firma: < Io Oratio landi Afermo quanto in ciò si 
contiene, > che fu omessa per errore. 

Landi Luzio. Fiorentino, fu artista di assai pregio per le 
parti comiche, fiorito al tempo in cui Goldoni era al soldo di 
Medebach. Furon scritte per lui le parti di Leandro nel Teatro 
comico, nella Gasialda, e in qualche altra commedia. Passò 
n^l 1753 3.1 Teatro S. Luca, e ci fa sapere il Bartoli che inau- 



LANDI 5 

guTÒ le recite di quell'autunno col rappresentar bravamente il 
personaggio del signor Gio. ^f aria della Bragola- Sostenne le 
parti di Curcuma, di Donna Rasinufta, di Donna Roscga e altre 
ancora, scritte a posta per lui dal Goldoni. Poco prima del- 
l'autunno del '55, fuggì da Venezia colla moglie, mettendo lo 
scompiglio nella Compagnia, che non sapeva come sostituirli. 
E tal fatto mise innanzi al pubblico il Goldoni nella introdu- 
zione a quelle recite autunnali, che è nel tomo quinto del jVucz\'» 
teatro comico (Venezia, Pitteri, mdcclviii). 

Rimasto vedovo, il Laudi passò a seconde nozze con un'at- 
trice di merito per le commedie improvvise, di nome Assunta, 
senese, con la quale fu a Napoli, d'onde tornò poi in Lombar- 
dia nel '68, scritturato nella Compagnia di Pietro Rossi. L'anno 
seguente, fattosi capocomico, uccise nel teatro di Reggio l'ap- 
paratore Spisani, e fu messo in carcere, poi assolto, per con- 
statata provocazione, come dai due documenti che trovo nel- 
l'Archivio di Modena. 

Tavola di Stato - /j dicembre 1769, 

Siamo riscontrati dal Giudice di Reggio, che nella sera de' 30 dello scorso novem> 
bre, restò gravemente ferito in rissa tra le scene di quel Teatro con colpo di Spada dal 
Comico Imcìo Landi fiorentino Giuseppe Spisani Bolognese vomo al seniigio della Com- 
pagnia Comica, che attualmente sta in esso recitando; e che nella sera de' 5 corrente cessò 
di vivere. H feritore trovasi in Carcere, e contro di Lui abbiamo ordipato allo stesso Giu- 
dice di sollecitamente proseguire il Processo con ogni rigore di giustizia, ed a norma delle 
Istruzioni dell'aula Criminale, per riferirne in seguito le risultanze. 

Tavola di Stato - 7 febbraio 1770, 

Con nostro ossequiatissimo Dispaccio de* 1 3 del prossimo passato Dicembre fu ri- 
scontrata Vostra Altezza Serenissima dell'Omicidio commesso in Reggio dal Comico Lucio 
Landi, stato colà sin' ora carcerato, in persona di Giuseppe Spisani Bolognese Vomo al 
servigio della Compagnia Comica, che in allora recitava in quel Teatro, e di cui l'Omicida 
n' è il Capo, viene in oggi d' essere dal Consiglio Criminale risoluta la di lui Causa colla 
decretata dichiarazione, che attese le circostanze concorse nel predetto Omicidio, e partico- 
larmente la qualità del medesimo stato eseguito a propria necessaria difesa, debba rilasciarsi 
< ex quo satis » quindi secondo le provvidenze portate da' Sovrani regolamenti abbiamo ordi- 
nata la esecuzione dell' anzidetto Decreto nell'atto stesso, che ne facciamo il presente rispet- 
tabilissimo rapporto a Vostra Altezza Serenissima a disimpegno de' propri! nostri doveri. 



6 LANDI 

Dice il Bartoli che la grazia gli venne dalle intercessioni 
della moglie. Nonostante l'ottenuta libertà, il Landi, aggiunge 
il Bartoli, non ebbe più buon successo negl' interessi suoi, e 
morì del '74 a Grosseto. 

Viveva ancora nel 1 782 la moglie < la quale - dice il Bar- 
toli - ad una vita piena d'inerzia, decaduta quasi interamente 
dair acquistatosi concetto, in compagnie di niun valore andava 
passando con stento la propria vita. > 

Landi Caterina. Moglie del precedente. Cominciò a reci- 
tare in compagnie nomadi, poi in quella di Medebach al S. An- 
gelo di Venezia. Passò il 1753 col marito al S. Luca, dove creò 
la parte di Fatima nella Sposa persiana, e d'onde uscì del '55 
per voler del marito, per non tornarvi mai più. Carlo Goldoni 
ritrasse i suoi pregi fisici e artistici nel seguente sonetto che 
\\^\ Poeta fanatico recita Tonino (scena X dell'atto II) a Beatrice, 
sotto le cui spoglie si nascondeva appunto la Landi: 

Morbido e folto crin fra il biondo e il nero, 
spaziosa fronte, e bianco viso e pieno, 
occhio celeste or torbido, or sereno, 
angusto labbro, vigoroso, austero. 

Tenera e breve man, degna d* impero, 
candido, bipartito, amabil seno, 
d'ogni proporzion corpo ripieno, 
aria sprezzante, e portamento altero. 

Questa è di voi visibile bellezza, 

ma di gloria maggior degna vi rende 
la velata beltà che più si apprezza. 

Spirto che tutto vede e tutto intende, 
arte ^che tutto brama e tutto sprezza, 
cuore che manda fiamme e non s'accende. 

Caterina Landi morì ancor giovane a Venezia Tanno 1761. 

Landi Annay fiorentina, nata Sarti, figliuola di un lavora- 
tore di seta, fu attrice di molti pregi per le parti dì prima donna 



LANDI - LANDINI 



assoluta, che sostenne la prima volta in Malta nella Cofnpagnia 
di Andrea Patriarchi. La via dell'arte le fu contesa dal padre, 
tanto che per imprenderla, dovette sottrarsi alla soggezione di 
lui, prendendo marito. Fioriva al tempo del Bartoli (i 781), che 
di lei così lasciò scritto : < Anche in Palermo fu lodato il suo 
merito, e così pure in molte città della Lombardia e della To- 
scana, come non meno nella Liguria e nel Piemonte. È fornita 
questa attrice di buona presenza, la naturai favella molta gra- 
zia le dona, e co'proprj studj non lascia di rendersi ben accetta 
universalmente a' di lei spettatori. > 

Landi Giovanni, nato a Bologna il 1760, e rimasto in te- 
nera età orfano del padre, fu allevato ed istruito da illustre 
famiglia bolognese. Recitò, giovanissimo, le parti di amoroso 
in una compagnia di poco conto, poi nelle ben note di Bianchi, 
Pellandi, Goldoni e Granara. Venuto a matura età, si diede al 
ruolo di caratterista col quale salì in bella rinomanza. Creò con 
molto successo la parte di Mamma Agata nelle Convenienze Tea- 
trali del Sografi, e recitò anche talvolta colla maschera di Ar- 
lecchino. Morì nel 1835 a Ferrara. 

Landini Raffaello. Di lui, il più celebre degli stenterelli 
moderni, nato a Firenze nel 1823, discorre diffusamente Jarro 
nella sua opera Origine della maschera di stenterello, da cui ri- 
ferisco in ristretto. Da compositore nella stamperia Celiai in 
via de' Martelli passò allo studio della maschera, esordendo in 
un teatrino popolare di via delle Ruote con la Compagnia di 
Vincenzo Da Caprile, di cui sposò nel '50 la figliuola Anna. 
Piacque ad Amato Ricci, che il Landini, giovanissimo, studiava 
dalla platea della Piazza Vecchia, e recitò con lui il '46. Nel '48 
fece la quaresima come Stenterello alla stessa Fidizzs. Vecchia, 
mentre il Cannelli spopolava al Borgognissanti. Morto il Ricci 
di colera nel '55, Raffaello Landini prese lo scettro della ma- 
schera di stenterello, né più ebbe chi lo imitasse o gli si ac- 
costasse. NélVI/omme blasé, nonostante la innata modestia che 



LANDINI- LANDOZZr 



lo faceva tremar di spavento al ricordo del Ricci, insuperato in 
quella parte, fu grandissimo. Si ebbe l'ammirazione e la stima 
di valenti, quali Gherardi Del Te- 
sta, Pietro Fanfani, Vittorio Berse- 
zio e Valentino Carrera, del quale 
ultimo recitò con molto plauso la 
Quaderna di Nanni. Il 1 7 maggio 
dell' 84 recitava per sua beneficia- 
ta all'Arena Garibaldi di Livorno, 
nella commedia Stenierello e il suo 
cadavere. La sera del 21 alle sei 
e mezzo era morto. 

« Dalla luce abbagliante della 
ribalta - conclude Jarro con belle 
parole - dal fragore degli applausi 
passar, quasi senza Intervallo, alla 
oscurità, al silenzio della tomba! - 
Stenterello e il suo cadavere non era 
più una commedia, ma l'epilogo 
tragico di un'esistenza: quasi ap- 
pena cessato il suono della sua ul- 
tima risata, e gittati gli screziati abiti della Maschera, dava l'ul- 
timo sospiro.... era avvolto nello squallido lenzuolo funerario. > 



''A. 



Landozzì Giacomo. Artista egregio per le parti amorose, 
nacque a Siena il primo maggio del 1812 da Vincenzo e da 
Teresa Benvenuti. Recitato prima co' filodrammatici senesi, poi 
con quelli di Firenze, ove s'era fissato dopo la morte del padre 
al principio del '29, esordì in Compagnia Villani, quale primo 
amoroso nell'antico teatrino della Carconia. allora del Giglio, 
oggi Nazionale. Dalla Compagnia meschina del Villani, vo- 
glioso di levarsi a più spirabil aere, il Landozzi passò per 
l'anno '30-'3i in quella dell'Anna Pieri, qual semplice /««^/-/Vo, 
salendo poi a grado a grado, perseverante e studioso, al ruolo 
di primo attor pavane, che sostenne degnamente per lunghi 



LANDOZZI 



anni. Passò il '31, dalla Compagnia Pieri, in quella di Dome- 
nico Verzura, poi, nel '33, primo attore in quella di Lorenzo 
Cannelli, nel '34 di Corrado Vergnano, e nel '35 di Carlo Gol- 
doni diretta da Augusto Ben, in cui stette due anni. Fu poi dal 
'37 al '40 con Romualdo 
Mascherpa, il '40-'4 1 con 
Luigi Vestri, Ìl '42-'43 di 
nuovo col Mascherpa si- 
no al '46, il '47 con Cipro 
e Soci, poi in società con 
Vincenzo Gandolfi. Entrò 
il '48 con Gaetana Rosa, 
e il '49 sino a tutto il '50 
con Antonio Giardini. An- 
dò il '51 a' Fiorentini di 
Napoli a sostituirvi il pri- 
mo attore Pietro Monti, 
e vi rimase fino al '54, nel 
qual anno prese in Com- 
pagnia Lombarda ìl po- 
sto di Alamanno Morelli. 

Dal '55 al '75, anno della sua nomina a direttore artistico nel- 
l'Accademia de' Filodrammatici di Milano, fu con Santecchi, 
ancora col Giardini, col Tassoni, colla Baraccani, col Boldrini, 
coirAliprandi, coi Duse, coll'Ajudi, colla Biagini-Pescatori, col 
Bozzo, col Lambertini, col Moro-Lin, col Mazzola, col Pascali, 
con Tommaso Salvini, con cui fu in America, generico primario. 

di nuovo coll'Alìprandi, e con Codecasa-Senatori 

Giacomo Landozzi si trovò al fianco di Clementina Caz- 
zola, di Adelaide Ristori, di Luigi Vestri e di altri sommi, e 
s'acquistò fama di artista valoroso, ne' tre generi diversi, rap- 
presentando con ugual perizia il Fulgenzio AegV Innamorati, Ìl 
Guglielmo A^' Due Sergenti, e il Rinaldo della Pia. E se come 
attore e direttor di compagnie s' ebbe moltissime lodi, non mi- 
nori furon quelle tributate al direttore de' filodrammatici, l'af- 




r/n/ya»/. Voi. ti. 



IO LANDOZZI - LAPY 



fetto e il rispetto dei quali T accompagnarono fino all'ultimo 
giorno di sua vita che fu il 6 maggio dell' '88. Giovanni Ema- 
nuel salutò l'egregio artista al cimitero con brevi e commo- 
venti parole. 

Aveva il 1 andozzi sposata del '34, mentr'era in Compa- 
gnia Vergnano, una Maria Chiavistelli, fiorentina, attrice me- 
diocre, ma siffattamente pazza da avvelenar gli ultimi anni del 
pover uomo, dalla quale ebbe dodici figliuoli, e la quale morì 
nel Pio Albergo Trivulzio, il 20 ottobre del '9 1 . 

Fra le mie note d' arte ne trovo una di Enrico Montazio, 
il valoroso aristarco, che concerne la beneficiata del nostro 
attore al Cocomero di Firenze il 28 gennaio del 1847. E 'sta 
volta il fiero articolista ha ragioni da vendere, dacché rimpro- 
vera al Landozzi di avere nella demenza di Tito distesa una 
sentenza su candida carta di Bath, con penna d'oca intinta in 
calamajo di carta pesta dorata; e di avere assicurato nell'an- 
nunzio della rappresentazione che * ììou ri sarcbber mancate le 
f^ropric e dei'olutc decorazioni, uè avreòòer mancato di zelo li attori 
nel ra/'/^resentar/e....^ le decorazioni?... 

Lapy Giuseppe. Così ci è descritto da Antonio Piazza nel 
suo Teatro (\'enezia, Costantini, 1777): 



Veane coli, per recìtmre in Prìmaveffa. b Cocoìca Compagna dd L. . . . . Bolognese, 
nomo assai £uno«o per la sordìdexxa delia sna aTarìàa, e per la sva temerità di metter 
mano ne^ì altrui schtiu Barbiere di pn>lessk>ne^ passò daQa bonega al Teatro, mettend o si 
la maschera del TXv.Vrr, perchè sapeva parlar Bolognese. Il celebre OéZiirmì^ inimitabile 
a ben vKiìre^ anobio i cv>qM più malùtti, si Tabe di qnella rema, per la sna Cmrt-mmt^ 
nella ^^\<5.fi /Vr.v.'wcr.c, e per ^^C*,\-r^^nry/*.\V ne^ Immatm/^n^x\ la qne' te<crH, c^ bastava 
assai p*xv> a tir risiere, cv>h2Ì ebbe Kvtttaa. Ma^ro qnanto il dì^:iao> eoa 
e inta^ULU, aitando nna vv>ce svXtile, e cammìaando come le anitre che 
la cvvla, nv>a et wO di j^iù, pervhè il l:\>poio ^U battesse le tra ti» S«abàIi:o in nna delle 
•^ciase CocttAx^nie di V^ratf^ia^ jpuadj^r^^ aK'«^:\> per «Citì aaa\ spese poco pochxssxiao, e 
la v^•»^^$;v> kkvìo arrxvKù Vecvbk»» cv^w*è pcese2:e«ente. paria ascerà il sno d isg n sto so 
viiaW<:v.\ c\xi «{^K^IU stessa pe^iK-^x^^te «it proa;£%£2Jk che nsaxm d& ^>xine, Scendo la barba. 
F>x^iire bji il cv>rx^v^sv> di Tecuxre n^^Ie^ Tra^pt^ì^» Oà Pocvx^ ' FVccio I È beota la tna, o 
<^.<:.^5xa? Uà Krv>e sh R*>a\* ti juHìa lv<\>"^'3^"5e xe*t:ro di .w J^ Cj^^^^ e tn non lo 
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LAPY II 

scono per la sua Compagnia. La narrativa di Egisto nella Merope è il suo pezzo diletto, 
per conoscere l'altmi abilità. Sdraiato magistralmente, corregge, applaude, biasima, ap> 
prova, s' alza dal suo tribunale, tira le braccia al suo discepolo, gli torce il collo, gli piega 
la vita, e poi non si conchiude nulla. Ogni giorno qualche infelice va alla gran prova, e 
sappia leggere, o no, egli lo lusinga, vantandosi, per la sua abilità d* insegnare, di poter 
fare in pochi giorni, un gran Comico, anco di un guattero che non sa l' alfabeto. Pazienza 
se i delirìi della sua ignoranza si limitassero all'arte sola di recitare; ma in oltre vuol 
esser autore, e correttor degli autori. Sicario da Originali, osa con quella roano vilissima, 
che la saponata faceva per i biricchini del suo Paese, d'aggiungere, di cangiare, di de- 
turpare i sudati scritti de* Poeti, senza rispettare nemmeno il Molière dell' Italia, il famoso 
Goldoni^ a cui egli è debitore di tutto quello che al mondo possedè. Sprezzatore dell'altrui 
merito, non fa mai conto de' Personaggi, che recano decoro e vantaggio alla sua Compagnia, 
crede di bastar egli solo al sostentamento della medesima, lascia andar chi vuole andare, 
mai non prega nessuno, è villano ed insolente con tutti. Per queste sue pessime qualità 
egli ha privato il Teatro Italiano del suo migliore ornamento, disgustando la Prima Donna, 
che allora era seco, e sostenendo un puntiglio contro di lei. 

Francesco Bartoli difende con grande calore il Lapy dalle 
accuse ingiuriose del Piazza.... Forse l'uno e l'altro esagera- 
rono le tinte ; ma io credo assai meno quello di questo. La 
chiusura dell' articolo del Piazza, per esempio, potrebbe far 
supporre, in quell'accenno all'allontanamento dalla Compagnia 
della Prima Donna (la Caterina Manzoni, a cui l'opera del 
Teatro è dedicata), eh' ella avesse a veder qualcosa in quelle 
ingiurie; tanto più che sei anni avanti, nella Giulietta (Vene- 
zia, MDCCi-xxi), non aveva il Piazza saputo trovare in lei altra 
dote fuorché una particolare bellezza, come vedremo all'arti- 
colo di questa attrice. 

A Giuseppe Lapy si deve più specialmente la importa- 
zione forestiera dei drammi così detti lagrimosi che sostituì al 
teatro di Goldoni, non più tanto proficuo per lui, tradotti a 
posta da Elisabetta Caminer. Il repertorio dunque della Com- 
pagnia fu a iniziativa sua de' più varj, sapendo egli con buon 
discernimento alternar le commedie, coi citati drammi, e colle 
tragedie: e di tal discernimento accoppiato a una operosità 
senza pari, egli potè godersi i frutti nella vecchiaja. < Vive il 
Lapy tuttavia (1782) - scrive il Bartoli - in buona prosperità, 
ed ha la consolazione di vedere la sua famiglia incamminata ad 
un auge, per cui anche dopo la di lui morte rimarrà al mondo 
una degnissima ricordanza degli onorati meriti suoi. > 



12 LAPY - LAUSTI 

In una lettera che si conserva autografa nella biblioteca 
di Verona, e che trovasi pubblicata nel catalogo descrittivo 
dei manoscritti della Biblioteca stessa, il Làpy dà ragguaglio 
da Venezia il 22 ottobre del 1770 a Domenico Rosa-Morando 
del successo ottenuto colla sua tragedia La Andromaca, già 
replicatasi quattro sere, e reclama aggiunte e modificazioni 
per le nuove repliche da farsi quando la quantità delle genti che 
presentemente sono in Villeggiatura si saranno restituite iti Vene- 
zia. E anche a lui si raccomanda perchè il signor Girolamo 
Pompei favorisca i versi che desidera di aggiungere alla sua 
Calliroe, avendo il bisogno di darla nuova a Venezia, poiché - 
^SS^^^S^ ~ ^^^ ^?/^^/a Dominante, se non si fanno cose nuove, e 
non vedute, 7ion si fa mai bene il nostro interesse. 

Lapy-Belloni Luigia. (V. Belloni-Lapy). 

Lapy-Della Seta Laura. (V. Delta Seta-Lapy). 

Laurenziis Giuseppe Antonio. Recitava- dice il Bartoli- 
intorno al 1710 ai Fiorentini di Napoli. Era la prima donna 
della Compagnia di tal bellezza maravigliosa, che il Laurenziis 
se ne invaghì, corrisposto : e provò, pare, tutti i tormenti della 
gelosia pel pittore napolitano Domenico Brandi, il quale, affa- 
scinato dalle rare doti di lei, riusci a entrar, con donativi da 
pazzo, nelle sue grazie. Tormenti assai fuggevoli, che dopo di 
averla il Brandi seguita a Roma, in Ancona, a Venezia, vedu- 
tosi posposto al compagno d'arte, se ne tornò a Napoli. È ve- 
ramente strano che di tal meravigliosa bellezza, prima donna 
rinomata, a detta di Bernardo de'Dominici (Vite de' Pittori na- 
poletani)^ da cui il Bartoli riferisce la notizia, non sia giunto al- 
cun cenno sino a noi. Forse la Palombera (V.)? 

Lausti Francesco. Lodigiano, È citato dal Bartoli come 
artista di prosa e di canto. Recitava da comico le parti ^^- 
V innamorato, e fu nella Compagnia di Pietro Rossi.... Eraperò 



r.AUSTI - LAVAGGI 



più valente nell'arte del canto che esercitava con la moglie, 
alternandola pur sempre con quella di comico, secondo gli tor- 
nava più il conto. 



Lavaggi Gaspare. Nacque il dì d'Ognissanti del 1849 a 
Milano, da Giuseppe, cuoco, e da Caterina Checchi. Studiò ben 
poco agi' Ignorantelli, poi, 
giovinetto, fu messo in uno 
studio d'avvocato, che ab- 
bandonò all'insaputa dei pa- 
renti per recarsi a recitare 
in una Compagnia Raspini 
al Teatro Stadera. Vagò per 
alcun tempo in accozzaglie 
di commedianti dell'infima 
specie, finché, udito da Bel- 
lotti-Bon, fii da lui scrittu- 
rato, passando in breve al 
ruolo assoluto dì primo ai- 
tare giovine, in cui per l'ar- 
dore della passione e per la 
spontaneità non ebbe mai 
chi gli stesse a fronte. Con 
Giacinta Pezzana, Cesare Rossi, Bellotti-Bon, Annetta Campi, 
fu tra' primi ornamenti di quella gran compagnia, che, sboc- 
concellata di poi, segnò il primo passo della rovina dì Belletti. 
Da quello sbocconcellamento nacque la società dì Pia Marchi, 
Francesco Ciotti e Gaspare Lavaggi, che per comica brevità 
solea chiamarsi la Compagnia Ciotti Lavamarchi. Una compa- 
gnia tutta freschezza, tutta passione, tutta vita, che fu per più 
anni la diletta dal pubblico. Lavaggi fece poi società con Zerri; 
poi, sposatosi a Giuseppina Boccomini, diventò capocomico 
solo, con varia fortuna. Scritturatosi colla moglie nella Com- 
pagnia di Alamanno Morelli, sì recò in America, dove (1881), 
un colpo d'apoplessia, prostrò d'un tratto quella fibra gagliarda 




14 LAVAGGI - LAVINIA 

d'artista, che, moribondo, sorretto dalla compagna sua, volle 
subito essere restituito in patria. Recuperata una parte delle 
perdute forze, si riebbe così da poter riapparire con la moglie 
alla luce della ribalta; ma fu un lampo fuggevole, fu l'ultimo 
guizzo della lampada vicina allo spegnersi. Fermatosi a Li- 
vorno, non bastandogli l'animo di restare estraneo a quell'arte 
in cui visse più anni acclamato, acquistò le Arene Alfieri e Ga- 
ribaldi, nelle quali scritturava compagnie di varia specie, con- 
servando con l'avvedutezza e con la operosità a sé e alla fa- 
miglia quella vita di agiatezze che s'era formata col teatro. 

Gaspare Lavaggi fu anche uno de' più eleganti attori della 
nostra scena di prosa, e se ne compiaceva. Quando non era 
ancor uomo, né omai più giovinetto, ebbe la brutta e perdo- 
nabile vanità di ripudiar suo padre al conspetto dei compagni, 
per l'altro Lavaggi, fabbricante di fiammiferi, se non erro. Co- 
nosciuta il padre la bambinata del figliuolo, volle farsi un ri- 
tratto in perfetto costume di cuoco, con la casseruola in una 
mano e il mestolo nell'altra, e glie ne mandò una copia. 

Del valor suo nell'arte molti testimoni abbiamo negl'in- 
numerevoli giornali. A me basti ricordare qui che se taluno 
dopo di lui potè avere maggior finezza di recitazione, niuno 
mai lo superò nell'ardore della passione e nella spontaneità. 
U Armando della Sio^nora dalle Camelie, il Ferdinando della Ce- 
leste, lo Scoronconcolo della Notte a Firenze, e altre parti di varia 
indole ebbero in lui un interprete indimenticabile. A Roma 
pe' '1 centenario di Voltaire gli fu coniata una medaglia d'ar- 
gento, ed ebbe frequenti onori di rime. Morì d'un cancro alla 
faccia a Livorno, nel 'g8, lasciando un figliuolo. Armando, da- 
tosi da poco all'arte, e che promette, dicono, di mostrarsi de- 
gno erede della gloria paterna. 

Lavinia. Riferisce il Croce (pp. cit.) : 

Nel 1662 era a Napoli, tra i comedianli lombardi, ano chiamato Zaccagnino, che 
recitava da Zanni, « qual godeva una donna chiamata Lcevinia^ similmente comediante e 
si stimava che fusse e che non fusse sua moglie, et haveva acquistato con la scena e con 
gli amanti qualche commodità di considerazione ; questa, com' è solito dell'oziosa nobiltà 



LAVINIA - LAZZARO 15 



napoletana, che oggi si è avanzata assai nel bordello, lussi, ignoranza, e povertà, fu posta 
in conditione dalli donativi del Prìncipe d'Avellino, dal Principe di Belmonte, et altrì no- 
bili et ignobili, che con pochissima moneta la goderono. Venuto frescamente Don Vin- 
cenzo Spinelli, Principe di Tarsia a Napoli dal suo stato, cominciò ancor iui a vagheg- 
giar la Lavinia, che volle mascherarsi da Zaccagnino, non bastandolo quello che aveva 
speso in Calabria a buffoni, comedie, cacciatori, conviti, musica continua, cavalcatori, mastrì 
di scrìma, ecc. » In quel carnevale Don Vincenzo Spinelli fece una mascherata, in abito 
da Zanni, e distribuiva cartelli, fece la scritta : la moglie del Principe Zaccagnino. (V. Fui- 
doro ms. Bibl. naz. ad an. — ). 

Chi si nascondesse sotto questo nome di Lavinia non sa- 
prei dire. Antecedenti le sono la Ponti (V.) e rAntonazzoni(V.), 
e posteriori risola (V.) e la Torri (V.). Strana coincidenza: 
mentre nel i6go l'Anna Maria Torri sosteneva le parti di La- 
vinia in Compagnia del Duca di Modena, Giulio Cesare Torri 
quarant'anni prima (1650) sosteneva quelle di Zaccagnino nella 
stessa compagnia. 

Lavinio. Sosteneva la parte ^innamorato il 1634 nella Com- 
pagnia degli Affezionati. 

Di lui è detto nella Scena illustrata: Lavinio che s inge- 
gnava di formarsi un Eco, il quale rispondesse dal Teatro voci 
di faìna al desiderio della sua gloria, udendo il rimbombo delle 
sue elaborate fatiche. 

Lazzarìni Luigi. Cominciò a recitar nella Compagnia di 
Nicodemo Manni, dalla quale passò poi in quelle di Girolamo 
Brandi, di Pietro Rosa, di Francesco Paganini e di Nicola Me- 
nichelli, col quale trovavasi del 1782. Fu reputato attore di 
pregio così nella maschera di Brighella, come nelle parti d'm- 
namorafo, di tiranno e di padre. 

Lazzaro Battista. E citato dal Baschet come capocomico 
in Francia del 1583 all'Hotel de Bourgogne, ma con poca 
fortuna. Forse, concordando le date e il luogo, questo Lazzaro 
potrebbe non essere altro da Battista Veronese (V.), o da Bat- 
tista da Rimino? E forse non altro da Battista Lazarone, a cui 
si viene ora accennando? 



16 LAZARONE - LEIGHIÌB 

Lazarone Giambattista. Una lettera dell'Arlecchino Mar- 
tinelli a un famigliare del Duca di Mantova, con data dì Cre- 
mona 4 decembre 1 595, ci dà notizia di questo comico in Com- 
pagnia della Diana, al quale Ìl Martinelli fa indirizzar le sue 
lettere per maggior sicurezza. 

Leandro. (V. Pilastri Francesco). 



Leìgheb Giovanni. Attore brillante rinomatissimo, nacque 
il 1812 a Venezia da famiglia non d'artisti. 

Ernesto Rossi, col quale 
Giovanni Leigheb fu in società 
dalla quaresima del '49 a tutto 
il carnovale del '51, così ce lo 
descrive : 

eiB QDa buona pasta d'uomo, giovia- 

lone, spensierato, ma onesto; era sempre stato 
io primarie compagnie, Mascherpa, Domeni- 
coni, ecc., ecc. Poco fortunato nelle parti di 
primo amoroso, passò a quelle di brillante, e 
fu cosi fortunato il passaggio, che riusei a 
contendere il primato a Bellotli Amilcare, 
Ballotti Boo, Giardini ed altri che non ri- 
cordo. Se tu lo avessi veduto nelle parti di 
Balandar, nella Cattna di Scribe, nel Mar- 
chtse Ciabattina e nel Bruno fitalori, nel 
Capitane Carlotta, nelle Damigelle dìSaml- 
Cyr, come l'ho vedalo e udito io, compren- 
deresti come abbia potuto trasfondere il suo 
brio e la sua vivacità al figlio Claudio, che 
3. Possedeva una viscomica naturale, una (acilitA di memoria, 
1 castigatezza di gesti e di modi, che lo rendevano atto alla 
: di ogni carattere comico e semiserio. Nella commedia in dia- 
chc cosa di geniale, grazioso, oserei dire inarrivabile. Chi mai 
alla parte di Ludrilta nel Ludro e la stia gran giurnata di 
ti gli altri che ho veduto dopo, non furono che pallide copie. 
lo potè arrivare. Il brav' uomo era carico di famiglia. Aveva 




. il padre 



ioUez 



a di Un; 
le ed e 



interpretaz 

ba potuto come lui 
F. A. Bonf - Nessi 
Lo stesso Bellolti £ 
moglie, quattro figli e nn quinto per via, 

I rovesci politici loavevano ridotto, come me, a chiedere an rifugio ed un pane alla Com- 
pagnia Moncalvo, nella quale, come già ti dissi , la paga veniva come la febbre terzana, se le cose 
andavano per il toro verso; se poi malandavano un pochino, allora era nna quartana, unaquin- 
restava che la domenica. - Miseria per miseria, dicemmo, lacdamo 
n solo pezzo di pane lo divideremo, e rìngrazieremo messer Domine Dio. 



LEIGHEB 



E qui contìnua a discorrer della Compagnia, e delle tra- 
versie patite pel colera a Trieste, ove perderon la prima at- 
trice Ferrari (V.), e d'onde fuggirono per recarsi a far l'au- 
tunno a Fiume. 

Cessata la società col Rossi, Giovanni Leigheb passò con 
lo stesso ruolo in Compagnia Colomberti, poi in altre, ora socio, 
ora scritturato. Morì 
a Sebenico il maggio 
del '66. 

Le^heb Claudio. 

Figlio del preceden- 
te, nato il 20 agosto 
del 1848 a Fano, è 
l'ultimo brillante delia 
vecchia grande scuo- 
la, uno de' migliori 
allievi, se non Ìl mi- 
gliore, di Luigi Bel- 
lotti-Bon, del quale 
prese e saviamente si 
assimilò suoni e at- 
teggiamenti. 

Esordì bambi- 
no nella Compagnia 
di suo padre, e così, 
egli stesso, mi descri- 
. ve i suoi primi passi: 
«quella che non mi 
andava giìl era la par- 
te di uno dei figli nel- 
V Edipo Re: non pote- 

' * Poi. Bitlini - Livorno. 

vo resistere allo stra- 
zio di vedere all'ultimo atto mìo padre senza occhi; anzi, al 
Filodrammatico di Trieste, una sera, ho piantato tutti e me ne 

3. - / Contici iUliam. Voi. II. 




i8 LEIGHEB 

sono andato via di scena piangendo. Si vede che non ero nato 
per le parti tragiche. Dove però mi son fatto onore fu nel figlio 
nei Due Sergenti, e nel paggetto milanese nei Parinì. > Dopo 
le peripezie toccate al suo povero padre nel '59, si scritturò 
come generico giovine, secondi briVanli e marni, in varie compa- 
gnie, ultima quella di Sterni, Rosaspina e Bonivento, in cui, 
animato da suo padre che gli fu primo maestro, finì coll'assu- 
mere ÌI ruolo di primo brillante, mantenuto poi nella Compa- 
gnia di Raffaele Lambertini, della quale faceva parte Enrico 
Capelli e Giuseppina Ferronì, sua moglie, e nella quale stette 
fino a tutto il carnovale del '67. Dal '68 al '70 fu con Luigi 
Bellotti-Bon, che nella quaresima del '69, più padre che capo- 
comico, gli organizzò una grande rappresentazione per esone- 
rario dal servizio militare, al Teatro delle Logge di Firenze, ove 
si recitaron Le smanie per la villeggiatura, col concorso del ce- 
lebrato Cesare Dondini. «Ciò che fece Bellotti per me in quella 
occasione - egli mi diceva - non posso descrivertelo : un padre 
non avrebbe potuto fare di piìl!... Rammentalo e mollo nel tuo 
libro; ci tengo che lo si sappia.» E questo fervore di ricono- 
scenza non genera meraviglie nella bocca di Claudio Leigheb, 
che con la rettitudine scrupolosa dell'uomo, con il culto pro- 
fondo dell'artista si acquistò la benevolenza e la stima di quanti 
lo conobbero. 

Entrò il '71, brillante e primo attor comico, nella Compa- 
gnia di Fanny Sadowski diretta da Cesare Rossi; compagnia 

1 nuova, piena di entusiasmi, di giovinezza, di 

y^^ forza. N'eran. parte principale, oltre al Rossi, 

'*"J la Campi, la Zerri-Grassi, la Migliotti, dive- 

^^S^^ ""Jt^ poi sua moglie a Genova nella quaresima 

^^|^^k|^ der73, la Bernieri, Ceresa, D'Ippolito, Giulio 

^^^^^H Rasi, Pesaro, Bosio, Luigi Rasi, ecc. ecc. 

^^^^^^ Fu dal '74 al '76 nella Compagnia N.° 3 

— ^^^■« di Bellotti-Bon, diretta da Cesare Rossi; dal 

'77 air '81 in quella della Città di Torino, r'82 con la Marini, 

dall' '83 all' '87 con la Compagnia Nazionale di Roma, daH"88 



LEIGHEB 






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■£ M^ ,.^E 





al '90 con la Marini, dal '9 1 al '93 in Società con Novelli, dal '94 
al '96 con Andò, dal '97 al '99 con la Reiter. 

Sono dunque trent'annì di vita d'arte vissuta, in cui il 
trionfo non s'andò mai attenuando, per la modestia grande del- 
l'uomo e dell'artista accoppiata a una volontà di ferro, e ad un 
rispetto di sé e del pubblico, direi incredibile. Lo stesso fer- 
vore di una prima rappresentazione noi troviamo in lui alla 
cinquantesima replica: rade volte, al momento di andare in 



20 LEIGHEB 



scena, egli non rilegge air uscio d'entrata o non ripete a me- 
moria la sua parte per addentrarsi nel personaggio. E che de- 
liziose macchiette egli produsse, rimaste incancellate nella sto- 
ria del nostro teatro ! Chi non ricorda, per esempio, V abate del 
Nessuno va al Campo di Paolo Ferrari ? Che irresistibili effetti 
di riso in quella misurata, aristocratica comicità! E con che 
arte, con che sentimento egli seppe a* suoi ideali piegare i varj 
generi che si rincorrono, s'incalzano, s'intrecciano con prodi- 
giosa rapidità ! Che nota elegante, che sciccherìa egli ha saputo 
mettere nel più grottesco delle moderne pochades ! La zia di 
Carlo, Il marito di Babette ! E quel vario, ricco repertorio di 
farse, dinanzi a cui scaturivan fresche, spontanee le più gaje 
risate ? Ricordate L'uomo d'affari ? L'amore delTarte ? // pa- 
letot} Narciso il parrucchiere} E, tra' monologhi, chi meglio di 
lui, o come lui, direbbe W punto interrogativo di Salsilli? 

Né v'ha chi abbia maggiore il culto dell'arte: a volte par- 
rebbe mutarsi in esagerazione o in posa, se non si conoscesse 
pienamente la sua buona fede. Nemico per principio, o per con- 
suetudine, del soggettare, egli ripete il suo testo con una fedeltà 
scrupolosa. Non mai accolse l'idea di circondarsi d'astri mi- 
nori per emerger di tra essi come sole, ma volle sempre che 
le altre figure del gran quadro fosser tra le migliori. Avverso 
all'applauso o alla risata prodotti da una inconsulta scurrilità, 
egli sopprime le soverchie arditezze, a scapito non sol dell'ef- 
fetto, ma dell' interesse. 

Né Claudio Leigheb costringe le sue doti nei confini del 
teatro. Dotato di un singolare spirito di imitazione egli dise- 
gna, dipinge, pupazzetta con correttezza e spigliatezza incre- 
dibili, mettendo nelle sue macchiette quel sentimento che manca 
assai volte negli artisti di professione. Anche la scoltura delle 
castagne d'India entra ne' suoi pregi di artista; e il Boutet 
nella Tribuna della Domenica gli dedicò a questo proposito un 
grazioso articolo illustrato. 

Di lui scrisse anche Tommaso Salvini: e credo di non poter 
finir meglio questo breve cenno, che riferendo qui le sue parole: 



LEIGHEB 3t 

ClaDiUo Leigbeb i l'attore comico più casligato e più preciso ch'io m'abbia codd- 
(cinto ! Egli possiede il segreto di esUirarc con modi e mezxi sempre dignitosi, e co] non 
lasciarsi trasportare dall'uditorio, che spesse volte, a torlo, pretende più di quello che l'arte 
deve coDcedere. È nn artista che non pone mai il piede in Odio, sia che tratti il genere 
totalmente burlesco, sia che a questo si congìunga aleno che di serio: coscienzioso esercita 
la sna arte religiosamente, e l'unico appunto che mi permetto di fargli i quello di mostrarsi 
talvolta, nella movenza della fisonomia, nell'intonazione dì qualche frase, troppo imitatore 
del non mai abbastaoia compianto egregio artista Bellotti-Bon. Non pertanto il Ldgheb 
resterà indimenticabile negli annali della storia dell'arte. 

Due suoi fratelli, Achille ed Ugo, seguìron l'arte del pa- 
dre; il primo come brillante, artista mediocre, fermatosi poi a 
Bologna a insegnarvi recitazione : il ^^cox^^o generico e secondo 
carotiere, coscienzioso, accurato, che recitò quasi sempre al 
fianco di Gaudio. 




Leigheb-M^lìotti Teresa. Moglie del precedente, seconda 
donna, magnifica di forme, ha serbato nella fatale corsa del 
tempo, la espressione d'infantile gioìalità, che la fece sempre 



22 LEIGHEB - LEONARDO 

una delle più simpatiche attrici del teatro italiano di prosa. 
Nata a Carmagnola, cominciò ad esercitarsi bambina coi filo- 
drammatici della Malfatti, recitando poi talvolta in piemontese 
coir artista Gemelli. Entrò il '72, ancor giovinetta, nella Com- 
pagnia della Sadowski, come prima attrice giovane e amorosa 
sotto l'Annetta Campi, passando, dopo non molti anni, nello 
sviluppo precoce della persona, alle parti di seconda donna, che 
non abbandonò più. 

Lelli N. Bolognese. Recitò con molto plauso le parti di Dottor 
Balanzoni nelle Compagnie della Battaglia, del Paganini, del Pe- 
relli e della Colleoni. Abbandonata l'arte, si restituì in patria, ove 
stette più che trent'anni. Molte notizie di comici del suo tempo 
furon da lui date al Colomberti, che le affidò in vario tempo alla 
carta, se non con perfetta esattezza, certo con moltissima cura. 

Leonardi Giacomo. Veronese, alternativamente Brighella 
e padre nobile, fu artista egregio così nel premeditato, come 
air improvviso. Fu lungo tempo con la Battaglia, il Sacco, e il 
Lapy. Scrupolosissimo ne' suoi doveri, non lo era menò ne' suoi 
diritti. Un giorno di ritardo nello spesato, provocava il suo im- 
mediato licenziamento dal capocomico. Non volle che la mo- 
glie recitasse per non esser distratta nelle faccende di casa, 
ch'ella dovea fare con matematica precisione: e guai se la 
colazione, il pranzo o la cena subiva qualche ritardo. Alla 
stessa ora, per tempissimo, s'alzava, e studiava la parte se 
premeditata, o passeggiava su e giù per la stanza, se improv- 
visa, componendo, ricomponendo lo sceneggio e i discorsi. 
Giunto a casa dalle prove, solca far l'ispezione alla casa, per 
ben accertarsi che tutto fosse a suo posto. Questa specie di 
orologio vivente morì a Venezia sui primi di questo secolo. 

Leonardo. Era secondo e terzo amoroso a vicenda con Odoardo 
nella Compagnia che desiderava di unir Fabrizio (V.) pel 1664 
al servizio del Duca di Modena. 



LEONESI - LIDIA 23 



Leonesi Alamanno, bolognese, dopo essere stato applau- 
ditissimo filodrammatico, andò nel 1825 con Fabbrichesi in 
qualità di padre nobile a sostituir De Marini ne' suoi riposi. 
Morto il Fabbrichesi, passò con Angelo Rosa, poi con altri, 
sinché affari di famiglia noi richiamarono a Bologna, ove cessò 
di vivere nel 1 840. 

Libanti Giovanni, nato a Verona da onesti parenti nel 1756, 
entrò, compiuti gli studi di latino, nella Cavalleria de' Cappe- 
letti al servizio della Repubblica Veneta. Lasciata poi la milizia 
per l'arte della scena, si scritturò quale amoroso dando subito 
prova di certa riuscita, mercè le sue doti fisiche e intellettuali 
che mostrava con ugual successo e nel premeditato e nell' im- 
provviso. Fu acclamatissimo nella Compagnia di Domenico 
Narini, poi al S. Luca di Venezia in quella di Luigi Perelli, 
nella quale si sposò colla giovane attrice Chiara Mattordese. 
Passò da quella del Perelli nelle Compagnie di Marta Coleoni 
e di Maddalena Battaglia, colla quale, al S. Gio. Crisostomo di 
Venezia, il carnevale del 1800, creò la parte di protagonista 
r\€^ Abate della Spada, traduzione dell'Andolfati, che replicò 
fra le universali acclamazioni per undici sere. Fu due anni a 
Napoli con Giacomo Modena, poi con Antonio Goldoni col 
quale creò il protagonista nel dramma V Incognito, che replicò 
diciotto sere a Torino e venti a Venezia, il carnevale del 1806, 
traendo il pubblico all'entusiasmo. Ma fu l'ultimo carnevale 
per lui, che una fiera improvvisa malattia gli troncò la vita a 
cinquant'anni. 

Liberati Urania, detta in commedia Ber netta, recitava le 
parti di serva, nella Compagnia che l'Arlecchino Tristano Mar- 
tinelli (V.) condusse a Parigi nel novembre del 1620. 

Lidia detta Da Bagnacavallo. Attrice famosa, intorno 
alla quale e antichi e moderni hanno fatto il più fitto bujo che 
si possa dire. Trascrivo le parole del Garzoni : 



24 LIDIA 

non lascio da parte quella Lidia gentile della patria mia, che con si politi discorsi, 

e con si bella grazia, piangendo un di per Adriano, lasciò in un mar di pene l'affannato 
core di quel poeta, che perso nel suo amore, le mandò quel Sonetto, che comincia, 

Lidia mia, il di, che d'Adrian per sorte 
ti strinse amor con mille nodi Talma, 
io vidi il mar, che fu per lui si in calma, 
a me turbato minacciar la morte. 

Che dopo le ricerche di Fr. Bartoli col dato di una intera quar- 
tina non si sia ancora trovato questo intero sonetto, mi pare 
un po' strano : e oserei supporre esser opera inedita dello 
stesso buon concittadino Garzoni. Ma di lui, o del Sommi, 
come suppone il D'Ancona, non monta. Che la Lidia fosse una 
donnina allegra, credo si possa affermare, richiamandoci alla 
memoria quei versi di Bartolommeo Rossi, veronese, comico 
confidente, il quale nella sua Fiammella (Parigi, Abell' Ange- 
liero, 1584) fa dire nell'atto III, scena VI, a Bergamino: 

Ho vist la Lidia, ma quel so marit 
mai non V ho vist, ma pens che '1 sia andat 
dentr' el Zodiaco, per formar quel segn 
che scomenza T invern 

Intanto dunque la Lidia, giacché d' altre Lidie di quell' epoca 
non è pervenuta a noi notizia, aveva marito. 

Quanto all'essere stata l'amante del Valerini, prima o dopo 
la Vincenza Armani, vediamo: l'Armani era morta nel 1569, e 
il Valerini pubblicò l'orazione funebre nel '70. Nel '71 i Gelosi 
andarono in Francia con Orazio, Adriano, e Lidia; e Fr. Bar- 
toli dice che la Lidia da Bagnacavallo fioriva nel '75 circa. 
A me parrebbe dunque molto più logica la deduzione che il 
Valerini dopo la perdita dell'Armani, traesse conforto dalle 
grazie della Lidia da Bagnacavallo. 

Forse Lidia era già in Compagnia, quando viveva l'Ar- 
mani ? Il Rossi nella pastorale citata fa dire a Bergamino che 

La Signora Vincenza i so cavai 

de bianc son trasmutad tutt in carbon. 



LIDIA - LIPPARINI 



I SO cavai?... I so cavei?... I capelli della Vincenza tinti?... 
Avea i capei lunghi di finissimoro, dice il Valerini. O eran que- 
sti del Rossi comici non a noi pervenuti ? Eppure V unione di 
questi tre nomi, Vincenza, Lidia, Orazio, potevan benissimo 
essere insieme a quell'epoca : Orazio era il Rossi stesso, autore 
della Fiammella. E se Lidia era nella Compagnia con la Vin- 
cenza, forse dovette ella entrare un po', per dispetto, invidia, 
e gelosia, nell' attossicamento dell'Armani? Forse la Lidia è 
nome di guerra preso dopo la morte dell' Armani, la quale sap- 
piamo chiamarsi così appunto nelle commedie? Naturalmente 
il Garzoni allora avrebbe parlato di lei, morta l'Armani, poiché, 
rimpiazzatala nel ruolo di prima donna in commedia, ebbe modo 
soltanto allora, sotto il nome di Lidia, di spiegare i suoi forti ta- 
lenti artistici: assai diversi, veramente, da quelli dell'Armani, se 
stiamo ai due ritratti di virilità e di maestà nell'una, del Vale- 
rini, di gentilezza e di grazia nell'altra, del Garzoni. Ma chi si 
nascondeva sotto questo nome di Lidia?... Nessuna risposta. 

Limbergher Gioacchino. Fu tra' comici della Compagnia 
italiana in Dresda, e sosteneva il ruolo di amoroso. Prese parte 
il carnevale del 1749 alla rappresentazione Amor non ha ri- 
guardi (V. Bastona Marta), e nel 7 febbraio 1752 a quella del 
Zoroastro (V. Arbes (D') Cesare), in cui sosteneva il personag- 
gio di Abramane, primo sacerdote degli Idoli. 

Gioacchino Limbergher, o Limperger, fu de' peggiori se 
non il peggiore della compagnia. Così ce lo descrive l'anonimo 
critico di Stuttgart nel suo Contributo alla storia e alla prospe- 
rità del Teatro: 

Gioacchino Limperger è giovane ; né arte, né natura lo innalzano. È di media sta- 
tura, magro, e di una fisonomia molto stupida. La andatura, V azione, la parola sono 
forzate ; dovrebbe imparare a ballare. Le mani e i piedi gli sono d' impaccio ; e a volte 
non sa come muoverli. Non par fatto per il teatro, n suo ruolo é di un giovane amoroso 
che ha poca intelligenza, ed é ciò che gli si conviene. 

Lipparìni Angelo, nato a Bologna il 1 801, si diede giova- 
nissimo all'arte, esordendo in compagnie secondarie nel ruolo 

4. — / Comici italiani. VoL JI. 



LIPPARINI 



di amoroso: e tanto vi progredì, che nel biennio '28-'2g lo ve- 
àì\z.mo primo attore assoluto nella rinomata Compagnia di Lucre- 
zia e Amalia Bettini. Sposata poi la vedova dell'attore larcos, 
Marietta Borgì, pregiata servetta, formò 
compagnia, mantenendosi per quasi un 
trentennio uno de' più esperti capoco- 
mici. E dice il Colomberti nelle sue note 
che la Compagnia del Lipparìni, fton mai 
primaria per celebri attori, non/u mai se- 
condaria a nessun altra per piacere al.pub- 
I blico delle primarie città d'Italia. In essa 
nonostante, al fianco della Manetta, già 
di per sé un de' più grandi ornamenti, 
militarono la Santoni, la Fumagalli, il 
Coltellini, il Marini. Avanti Ìl '60 il Lipparini, abbandonato il 
teatro, si restituì in patria, dove morì sul cadere del '79. 

Lasciò molti figli dedicati all'arte paterna, tra' quali uno 
che sposò Lucrezia Bettini, figlia della celebre Amalia. 




Lipparìnì-Borgi Marietta, moglie del precedente, già ve- 
dova dell'artista Giovanni larcos, nacque Ìl 1810, e morì a Bo- 
logna l'ottobre del 1880. 

Principal colonna della compagnia di suo marito, fu con 
lui dal '29 al '60, sorgente non interrotta di lauti guadagni. 
Dice il Colomberti che < nulla potevasi vedere sulla scena dì 
più grazioso. Il di lei spirito, le grazie, la civetteria decente e 
gastigata, una profonda conoscenza del carattere della sua 
parte, e tutto ciò unito ad una figura non alta ma proporzio- 
nata perfettamente, congiunta ad un bel volto adorno da due 
occhi nerissimi pieni di malizia, e ad una voce, benché un poco 
nasale, gratissima all'orecchio: tutte queste belle doti la ren- 
devano la favorita del Pubblico. Non si creda però che il Lip- 
parini s'illudesse sul merito della moglie: egli se ne serviva 
in caso di bisogno anche come Prima Donna, ma non dimen- 
ticava che questa é il vero pernio di una Compagnia » 



LIVINI - LOCATELLI 2 



-/ 



Livini Ferdinando. Artista di molto pregio per le parti di 
primo attore così in commedia come in tragedia, poi di brUlaìite, 
nacque a Pisa il 1790 da civili parenti. Fatti gli studi in quella 
Università, si diede all'arte comica, la quale esercitò dapprima 
in compagnie di second' ordine, poi in quelle primarie di Tad- 
dei, di Raftopulo, e di Tessari, Prepiani e Visetti ai Fiorentini 
di Napoli il 1825, sostituito poscia dalGottardi, nel qual tempo 
abbracciò il ruolo del brillaìite. Datosi poi al capocomicato, 
percorse il Regno di Napoli e Sicilia, ma con non troppa for- 
tuna. Morì a Foggia nel 1845. 

Locatelli Domenico, detto Trivellino in teatro, recitava 
mirabilmente le parti di spiritoso intrigante, in costume di ar- 
lecchino senza la maschera. Dovè recarsi a Parigi verso il 1644, 
perchè il 9 gennaio dell' anno seguente fé' battezzare nella 
chiesa di Saint Germain-l'Auxerrois, un figlio per nome Carlo 
Francesco, eh' egli ebbe dalla moglie Luisa Gabrielli (comica 
anch'essa, sotto nome di Lucilla, che recitò molto applaudita 
nella Finta pazza di Giulio Strozzi), tenutogli a battesimo da 
Francesco di Bassompierre, maresciallo di Francia, e da Anna 
Dufay per conto dell'alta e potente principessa Carlotta-Mar- 
gherita di Montmorency, principessa di Condè. Non c'è male! 
Domenico Locatelli era amato e stimato alla Corte, e il padre di 
GueuUette che lo senti recitare, affermava essere stato valen- 
tissimo artista. Del '48 compose in francese l'argomento della 
commedia italiana, Rosaura Imperatrice di Costantinopoli, recitata 
poi al Petit Bourbon soltanto nel '58. Ma del '51 e '52 lo vediamo 
in Italia, come appare dalla supplica del io agosto 1651 da Ve- 
rona, di cui s'è parlato al nome di Fiala Giuseppe Antonio; 
e da queste lettere che riferisco inedite dall'Archivio di Mo- 
dena, in cui troviamo anche notizia della moglie Gabbrielli: 

Ser.rao Sig.r* mio S.^e e Prone, sempre Coll."»o 

Hieri mandai un piego per un Padre zoccolante a V. A. Ser.m* con le lettere del- 
l'ordinario di venetia e di milano sono anciosissimo di sapere se V. A. S. le babbi hauute 
per mia quiete. 



28 LOCATELLI 



Triuellino hieri sotto la parola del S.i* Co. Baiardi fu attacchato alla corda in Piazza, 
e poi fu rilasciato per il manchamento connesso l'altra sera, e recitò hiersera. Oitauio è 
ritirato nel Carmine e non se lasciato trouare, che ha timore di peggio, ma S. A. S. è 
addirato contro di lui, e più d'ogn' altro un Nobile venetìano, che si trouaua in modena 
che haueua seguito lucilia moglie di Triuellino nella quale è fieramente inamorato, parti 
la mattina subito da modena questo Nobile cum mali pensieri uerso Otlauio, Che è quanto 
e sucesso sin' hora e ui sia dì nono, e laccio hum.^^ et oseq.n^*^ riuerenza a V. A. Ser.ni^ 
Modena li 3 febraio 1652, 

Di V. A. Ser.ma Hum.o e «lev ™o Scr.« oseq «0 sempre 

Alessandro Superchi. 

Ser.nio Sig.r« mio Sig.»^ e Pron. sempre CoU.nio 

Questa passata notte alle X hore mi sono comparse le lettere dì V. A. S. e in con- 
formità de suoi da me ambiti comandi ho recapitato subito la sua al S. Sassi; quella 
della S. marchese Constanzo questa mattina. 

Hiersera i comici nell' ultimo atto della comedia uenerono un pocho alle mani, cioè 
Triuelino e Ottauio dentro pero, e dicono che fosse Triuellino che dasse un pugno ad 
ottauio. che subito ciò seguito Triuellino uenne fuori senza maschera e domandò perdo- 
nanza allo Ser.ino s. P.o che si trouaua alla comedia, sin hora non si è ueduto alcuna 
dimostratione di castigho, e si spera anchora che S. A. li perdoni. 

Inuio a V. A. S. le annesse littere uenute di venetia e portate dall' ordinario di 
milano, Che sarà il fine col fargli hum.* et osseq.i^A riuerenza. Modena li 2 febraio i6s2. 

Di V. A. S. Hum.o e deu.»® Ser. uero e oseq.™» 

Alessandro Superchi. 

Tornò poi nel '53 a Parigi (vedi il brano di lettera del 
1 6 agosto nella Muse historìque di Loret, riferita al nome di 
Adami Beatrice), sposò il 9 giugno del '65 in seconde nozze 
e alla presenza di Cristoforo Contugi detto l'Orvietano, di Giu- 
seppe Giaratoni, Pierot, e di altri, Maria di Creil vedova di 
Francesco de Houpy. Sotto questa data abbiamo un ordine di 
pagamento dal tesoro reale a Domenico Locatelli di lire 1 200 
per la sua pensione dell'anno stesso. Morì a cinquantotto anni 
il 26 aprile del '71 e fu sepolto il dì dopo nella chiesa del con- 
vento dei Grands-Augustins. Era nato dunque il '13, e andò 
in Francia la prima volta a trentadue anni. Robinet, continua- 
tore della Muse historìque di Loret, così annunzia la morte di 
Locatelli nella sua lettera del 2 maggio '71 : 



La Parque souvent très-cruelle, 
(o justes cieux ! quelle nouvelle !) 
par un tour traitre Oc fort vilain, 



LOCATELLI - LOLLI 29 

nous vient d'enlever Trivelin, 

qui dedans la troupe italique, 

etoii un si charmant comique: 

elle a fait ce tour, par dépit 

comme je crois, de maint repit 

qu'il falloit que la maricaude, 

qui ne veut pas que l'on la fraude, 

accordàt, sans nul doute, à ceux 

qui voyoient ce facétieux, 

lequel leur iiispirant la joye, 

lui ravissoit ainsi sa proye. 

O vous, qu'il a fait vivre ainsi, 

daignez donc en lisant ceci, 

faire pour lui quelque prière, 

c'est le raoins que vous puissiez faire. 

Pel ritratto e costume di Locatelli, V. Cantù Carlo. 
Lodovico da Bologna. (V. Bianchi De Ludovico). 

LoUi Eustachio. Recitava il 1650-51 nella Compagnia del 
Duca di Modena le parti di Zanni sotto il nome di Fichetto. Di 
lui non abbiamo altre notizie che queste rintracciate in alcune 
lettere dell'Archivio di Modena, fra cui la seguente allegata a 
un'altra del comico Nelli, che riferisco intera: 

Al nome di Dio 
adi 15 Aprile 165 1 in Bologna. 

Noi sottoscritti Comici facciamo fede come sono uenute da Padona tre lettere dirette 
a jichetto nostro compagno, scritte da Cauaglierì di colà, con le quali ci persuadono a non an- 
dare a recitare in quella Città, altrimenti scoreremo grani pericoli per essersi diuisa la Città 
nel prethendere, chi la nostra Compagnia, e chi quella della Sig.^a Armellina, che per ciò ci 
consigliano a non andarui per non mettere a rischio la ulta d'uno di noi ; le quali tre lettere 
se gli è ritirato a se un Cauagliere Bolognese hauendoci imposto il non palesare ne lui, ne chi 
ha scritto le suddette tre lettere. In fede di che noi tutti habbiamo sottoscritto per far cono- 
scere, che è la uerìtà, e non inuenzione, ne della Sig.^a Angiola, ne del Dottore suo marito ecc. 

io ISABELLA FRANCHINI detta Colofibina afermo quanto di sopra. 

Io Bernard.^ Coris detto Siluio comico affermo quanto di sopra si contiene. 

Io Eustachio lolli fichetto affermo quanto di sopra. 

Io Gio. Andrea Zanotti detto Ottauio affermo ecc. 

Io Giuseppe Albani detto Pantalone affermo. 

Io Giacinto Bbndinelli detto ValP affermo ecc. 



30 LOLLI 

Ma il Duca di Modena non si lasciò intimidire dalle mi- 
naccie di quei cavalieri, e die ordini, col mezzo dell' Obizzi, al 
Podestà di Padova, perchè senz'altro la sua compagnia si re- 
casse a recitar colà, com' era già stabilito. Ai quali ordini seguì 
la seguente lettera dell' Obizzi : 

Ser.n»o mio Signore 

Ho presentata la lettera di V. A. al Sig.r Luigi Molino bora nostro Podestà, col 
quale non ho hauuto mestieri d'accompagnamenti di parole per ìndnrlo a seruir V. A. 
professandoli egli, come sa, grandissima diuozione, e credo non rispondere se non l' ordi- 
nario che uiene in riguardo di douer mandar la lettera in Senato per le loro strette proi- 
bizioni. Veramente io come quello che suol prouedere ogni anno questa città di comici, 
non sapendo la mente di V. A. hauea promesso il luogo coli' assenso de' Rettori alla 
compagnia di Parma, ma subito riccuuti i commandi di V. A. ho scritto, che si prone- 
dano, e pertanto la supplico deuotamente a commandar a Fichetto^ e compagni che siano 
qui per 1' ottaua di Pasqua, e m' inchino a V. A. humilissimamente. Di Padoua l'ultimo 
d'aprile 165 1. 

Di V. A. S. humiiis8.™o e fcdeliss."® Ser.»* 

Pio Enea degli Obizzi. 
Di fuori : ai Duca di Modena. 

L'avere scritto quelle tre lettere accennate a Fichetto, e 
non ad altri, e l'avere scritto T Obizzi di < comandare a Fichetto 
e compagni, ecc. ecc. » prova mi pare che il Lolli avesse in 
quella compagnia principalissima parte. 

Lolli Giovan Antonio. Abbiamo in molte lettere dell'Ar- 
chivio di Modena precise notizie di questo comico, il quale fu 
rinomatissimo artista sotto la maschera del Dottore, e col nome 
teatrale di Dottor Brent'mo, a differenza del suo omonimo Gio- 
van Angiolo Lolli che sotto la stessa maschera fu celebre in 
Francia col nome di Dottor Baloardo. La prima notizia tro- 
viamo in una lettera del 1 66 1 , che ci fa sapere come innanzi a 
quel tempo il Dottor Brentino facesse parte della Compagnia 
del Principe Alessandro Farnese. È lo stesso Duca di Modena 
che si rivolge al Cardinal Legato di Bologna, pregandolo di 
chiamare a sé il Lolli e di persuaderlo con belle promesse ad 
accettare l'invito di far parte della Compagnia del Duca, al 
che pare si fosse mostrato renitente. 



LOLLI 31 

Da un'altra lettera del 30 giugno '76 di Don Alfonso 
d' Este si apprende come il Dottor LoUi fosse in Francia. Ma 
il '77 era a Verona al servizio del Duca di Modena. Il '79 si 
trovò a recitar nientemeno che a Londra.... con disastrosi re- 
sultati, ch'egli stesso ampollosamente e comicamente ci ap- 
prende in una preziosa lettera del '79 che pubblico integral- 
mente : 

ni.mo et Ecc.™o Sig.o' Sig.or et Padron Col.'"o 

In fine, la Saprema bontà, di Sua Altezza Reale là Sig.^^ Duchessa di lorch, là 
quale non inuidia punto la Generosità del nostro Ser.n*o Padrone, ha ottenuta là dà noi 
tanto desiderata licenza; doppo esser stati per tre mesi Infruttuosi appresso questa Real 
Corte, è quello che più importa anco à noi stessi, non hanendo potuto rapresentare che 
solo u.... sei Comedie con Pochissimo Applauso, è niente d* Vtile; È be[nsi vero] Però 
che si hebbe già in due uolte per ricorso fatto alla Nos[tra] Ser.n^^ Prottetrice è Padrona, 
cento cinquanta Pezze, è si die[de] tredici Pezze per uno; beuanda, che semi non per 
smorzare ma per accendere maggiormente là sete à questo Idropico corpo di Compagnia ; 
Potati che furono à pena i Rami del Vechio debito, ripuluUorno in breue in tanta copia 
che mossa di nono à Pietà là Prodiga mano di Sua Altezza Reale ha ritrouato il modo 
di sradicare questa infruttuosa Pianta. Indi in quantità sufficiente seminando Argenteo Sale 
nel fertile terreno della nostra Pouertà, già sterille l'ha reso; Siamo dunque richi, perchè 
la Compagnia [è| senza debiti; Infermità, che ci haueua ridotti poco [più] che alli estremi; 
se con Aurei siroppi non ueniua cu[ra]ta; Piaga cosi Vasta, che per medicarla Vna sol 
uol[ta] è stato neccessario Adoprare ottocento Pezze ; rissanati dunque, senza altra licenza 
del Medico, Vogliamo mutar aria à Dio Piacendo, è si i disgusti eh' io prono dà questa 
turba di Compagni sregolata, non mi fanno ricadere, spero di ritornare con salute à riue- 
dere il Panaro, terminato che haurò di più mirare l'Abhorito Tamiggi; Attendo perciò 
un Ostro fauoreuole per scostarmi quanto prima dà questi lidi ; Nel' quali' tempo là prego 
di nono à non scordarsi di me' è di quanto nel' ultima mia le scrissi poiché là mia Flemma 
si è resa in tutto è per tutto in habile à poter più proseguire auanti; ò mutatione di 
Compagni, ò libertà; Londra li 17 febraro Ì679. 

Di V. E.. Huin ™0 Scr.«> DeuoL'no 

Gio. Antonio Lolli detto il Dottore Comico, 

Di fuori : ai' Ill.mo et Ecc.nio Sig.^ et Padron Col.mo U 

Sig.' Don Alfonso D'Este 
Franca per Mantoa Modena. 

A questo viaggio di Londra si riferisce l'altra sua lettera 
da Lione al comico Francesco Delli Angioli (V.). Con lettera 
del 3 marzo 1683, il Duca di Mantova scriveva al Duca di 
Modena, per chiedergli insieme ad altri comici il Dottor Bren- 
tino, da aggregare alla propria compagnia. 



32 • LOLLI 

Ma il Duca di Modena continuò a tener compagnia, e in 
essa il Lolli, di cui abbiamo la seguente lettera curiosissima: 

Altezza Ser.">a 

Gio. Antonio Lolli Allias Dottor Brentino Comico, Humil.n»o Sernitore di Vostra 
Altezza Serenissima Doppo di hauere per lo spatio di anni otto sernito con ogni Decoro 
et honorenolezza al' Altezza Vostra fu Già Vn'Anno fa fuori di tempo, è senza alcun' 
Demerito, Dal' Sig.»"« Don Alfonso, licentiato dal* Ser."»o Seruiggio, à conditione però, 
di non passare i monti fuori di Itallia, né di impegnarsi con altri Prencipi; onde non 
hauendo in dodici mesi potuto Impiegarsi nella Comica atteso le circostanze Sud. te fu 
neccessitato ricorrere con lettere all' Sud.to Sig.^ Don Alfonso per qualche Sollieuo più 
Volte Ma sempre senza frutto, onde ridotto in estrema Neccessità, è Carico di Debiti | 
ricorre con Profonda humilta à Piedi di Vostra Altezza Ser.»"» Supplicandola à Volere 
con occhio Pietoso riflettere alla sua Causa non hauendo doppo un'Anno Perduto ; modo 
di sostentarsi, che di tanta Gratia. Quam Deus &. 

Di fuori: Memoriale 

All'Altezza Ser.n^a Dell' Signor 

Duca di Modena 

Per Gio. Antonio Lolli Comico 

detto il' Dottore. 

{Rescritto della Cancelleria) prouisto 21 maggio 1686, 

Infatti nel maggio '86 egli figurava nella lista dei comici 
del Duca, al fianco dei coniugi Fiala, di Antonio Riccoboni, di 
Carlo San Giorgi, ecc. ecc., ai quali per sussistenza furono as- 
segnate due doppie il mese. E lo troviamo del '92 sempre al 
servizio del Duca, a cui scrive da Ferrara Luigi Bentivoglio, 
pregandolo di concedere la permissione al Dottor Brentino di 
trasferirsi a recitar colà nella compagnia da lui protetta. 

Altro non mi fu possibile rinvenire, specialmente per 
quanto potesse concernere un suo grado di parentela con Fi- 
chetto e col Dottor Baloardo, dei quali era contemporaneo. 

Lolli Giovanni-Batista- Angelo -Agostino. Bolognese, 
nato circa il 1628, fu reputatissimo attore in Francia sotto la 
maschera del Dottore, col nome di Graziati Baloardo, Il Tra- 
lage in una sua nota manoscritta parla della eccellenza de' co- 
stumi di Lolli, il quale, un po' fors' anco per questo, e un po' pel 
suo nome di Angelo, era noto più specialmente col nome di 



l'Ance, o Lange, col quale anche talvolta 
si firmava. Fece rappresentare nel '70 
una commedia intitolata Z^ Gentilhomme 
camfiagnard, ou les Débauches d'Arie- 
quin. Sposò Patrizia Adami (V.), ser- 
vetta col nome di Diamant'ina. insieme 
alla quale fu naturalizzato francese il 
16 giugno del 1683, e si ritirò dal tea- 
tro, a cagione dell' età e de' malanni, 
nel 1694, con una pensione di mille lire, 
sostituito da Marc'Antonio Romagnesi, 
che avea recitato sin allora gli amorosi. 
Giov. Angiolo Lolli morì a Parigi nel 
suo domicilio, me du Croissant. Ìl 4 no- 
vembre 1702, e fu sepolto l'indomani 
nella chiesa di Sant' Eustacchio. 

Il Loret, nella Muse historique del 
14 febbraio 1654, così ci apprende una disputa sorta fra il 
Dottor Lolli e il Pantalon Turi: 




Baloardo Cotnèdien, 
lequel eocor qu'Iialien, 

n'est qu'un auteur mélancolique, 

l'autre jour en piace publique, 

vivement attaquer osa 

le Pantalon Bisognosa, 

qui pour repousser l'incartade, 

mit soudain la main à l'espade, 

et se chatoliillèrent loag-iems, 

devanc quantité d'assistans; 

qui croyant leur combat tragique, 

n'ètre que fiction comique, 

laissérent leurs grands coup tirer, 

sans nullement les sèparer. 

Si le come, ou l'histoire n'erre 

Baloardo tombant par terre, 

s'écria « Dieu ! quelle pitie! 

« les Francois ont peu d'amìtié ! 



34 LOLLI - LOLLIO 

— i 

« Ayant commencé de combattre, 

« nous pensions qu'on nous tint à quatre; 

« sans cet espoir nous n'eussions pas; 

« nul de nous n'étant sanguinaire; 

« on nous a pourtant laissé faire, 

ce Donc pour m'étre un peu trop hàté, 

« je suis navré par le coté. 

« Veramenìc queste personnes 

« ne sont ni courtoises, ni bonnes. » 

Tour chagrin, lout pale & transi, 

Baloardo parloit ainsi, 

en regardant saigner sa playe. 

Que Taventure, ou non, soit vraye, 

en la saison de maintenant, 

tout est de caréme prenant. 

LoUio Carlo. Nacque a Bergamo nel 1832, e, terminati a 
pena gli studi ginnasiali, entrò aspirante nel Tribunale di prima 
istanza; ma, perseguitato dal governo austriaco pei suoi sen- 
timenti patriottici, fu costretto ad esulare, e consacrarsi alle 
scene, esordendo nell'autunno 1852 con la drammatica com- 
pagnia di Nicola Cola. Venuto a mancare il primo attor gio- 
vane in Compagnia Domeniconi, egli fu chiamato a sostituirlo, 
facendo subito bella prova con la parte di Emanuele nel Se- 
greto. Passò, dopo un triennio, nella Compagnia di Luigi San- 
tecchi, ov'era Enrichetta Abati, che divenne poi sua moglie, 
indi, assunto il ruolo di primo attore assoluto, nella lombarda 
diretta da Zamarini. Tentò il capocomicato in società con 
Federigo Boldrini, ma con poca fortuna; e si scritturò, termi- 
nato Tanno, e per un triennio, con Giuseppe Trivelli, col quale 
ebbe la fortuna di recitare al fianco di Gustavo Modena, soste- 
nendo le parti di David nel Saul, di Nemours nel Luigi XI, di 
Loivendegen e del Duca d' Alba nel Cittadino di Gand. 

Da quella del Trivelli passò nelle Compagnie di Gaspare 
Pieri, di Pieri e Dondini, di Colomberti e Casilini, e di Lupi. 
Entrò poi in società con Augusto Bertini e Leontina Papà, e 
diresse, a Napoli, la Compagnia del Teatro Nuovo, impresario 



il Luzi. Fu inoltre nella Compagnia n." 2 di Fanny Sadowski, di- 
retta da Luigi Monti, da cui si sciolse il '76 per la morte della 
moglie, diventando di bel nuovo capocomico, e inaugurando Ìl 
giugno di quell'anno il Politeama Alfieri di Genova. Fu con 
la Pezzana in Ispagna e Portogallo, e, tornato in Italia, con 
Bollini; passando poi di 
società in società fino al- 
l'anno, in cui fu nomina- 
to Professore secondario 
alla R. Scuola di Recita- 
zione di Firenze. 

Ebbe dall'Abati una 
figliuola, Antonietta, già 
seconda donna, poi pri- 
ma, moglie dell'artista 
Giuseppe Strini, e sposò 
in seconde nozze l'attrice 
Annetta Cavallotti, da cui 
ebbe due figliuoli. 

Dire della squisitez- 
za dell'animo e della inte- 
grità di Carlo Lollio non 
potrei. Mite, affettuoso, 
debole financo, si faceva 
leone contro la umana in- 
giustizia. Di fronte al suo dovere dì uomo onesto non conosceva 
ostacoli. E questa sua rettitudine senza pari gli costò la vita. Di- 
sfatto dalla malattia dì cuore, impotente quasi a muoversi dal 
letto di morte, con uno sforzo supremo un giorno levò il capo, e 
si diede a sclamare con voce rotta dal pianto; « perdono! per- 
dono!... perdono tutti! perdono tutto!...» E dopo qualche giorno, 
il 2 2 nov. 1 893, morì ; e io nulla ho più da aggiungere, ubbidiente 
e devoto all'amico, al padre, al protettore e difensore mio; ma 
voglio qui, in questo libro, ov'è trasfusa tanta parte di me, chiu- 
dere i cenni della vita di Carlo Lollio con una Y>3so\a.: gratitudine / 




36 LOMBARDI 



Lombardi Bernardino. Recitava le parti di Graziano nella 
Compagnia dei Comici Confidenti, che tanto grido levaron tra noi 
e in Francia nella seconda metà del sec. xvi. Non è ben chiarito in 
quale epoca si recassero a Parigi, ma non prima, pare, del '75; 
né in quale si fondessero coi Gelosi, formando la Compagnia dei 
Comici Uniti, e da quelli poi si risciogliessero. Al nome di Al- 
berghini-Angelica, è pubblicato il madrigale di Cristoforo Cor- 
belli che generò la notizia data dal Quadrio della loro unione 
circa r '80. Ma una supplica pubblicata dal Belgrano abbiam 
neir '83 di Bernardino Lombardi a nome degli Uniti Confidenti 
per recitare a Genova nei mesi di aprile, maggio e giugno, ed al- 
tra ne abbiamo neir '86 al Senato Genovese, de' soli Confidenti. 

Fu il Lombardi anche autore di una commedia in prosa, 
intitolata V Alchimista, e dedicata a Giulio Pallavicino (Ferrara, 
Baldini, 1583, poi Venezia, Sessa, 1586, e Spineda, 1602), in 
cui, scrive Adolfo Bartoli nella sua introduzione agli Scenar j, 
< noi troviamo quello che è così raro nella commedia italiana 
del secolo xvi, qualche carattere studiato e disegnato. La sa- 
tira dell'Alchimista è ben fatta, e Momo, Lucrezia, il servo Vol- 
pino hanno qualche originalità, si staccano dal solito e mono- 
tono convenzionalismo di quasi tutti i personaggi drammatici 
del cinque e seicento. Le stesse Nafissa vecchia ed Angelica 
cortigiana si può asserire che non sono come tutte quelle altre 
infinite cortigiane e vecchie della scena italiana. > 

Alla fine di essa è un suo sonetto, non brutto, al Pallavi- 
cino, che il Bartoli riferisce nel suo cenno : ma io preferisco 
metter qui una scena del Graziano (la 3* dell'atto II), la quale 
ci darà meglio un'idea dello scrittore e dell'artista: 

SCENA III 

POCOINTESTA & GRATIANO 

Poe. Che cosa vorrà il suo seruitor dal mio patrone cosi allo scuro, che non ne habbiamo 
anchora tredici del Mese? & sono decinoue miglia sonate in torre di Nona, & non 
ho finito ancho il primo sonno, & la patrona della sua sema mi manda, per eh' io 
parli col mio padrone: ma eccolo a fede mia, e nò burlo già, che volete voi da me? 

Gra. Desedet zucca senza sai, tu duorme an ualenthom, Oh quand qstu no dorm l' è pur 
vizilant as pò ben dir che essendo con mi, ch'ai sia insiem du huomn dlla caplina 



LOMBARDI 37 



lu in te la tutia, e mi in quel eh se sa. Dim Pocintesta, che cosa voi similitndinar 
quel che t'ha in quel Alcest? 

Poe. Mad. s* io vo dal patrone, volete eh* io mi leui di questo letto, o pure ho d'andami 
cosi ignudo: horsu aprìtimi la porta, e fatemi lume, che gli è vn giorno di notte, 
che par di mezzo Agosto, o bel solaio alla sala del mio patrone; ho patrona dite 
al messere, che non voglio leuarmi. 

Gra. a son masculin, e no famulin, & ti no nie in casa, ne in tal lett es t'auuri i occhi 
t vedrrà se ti no srà orb, dim vn poc, mat purta qle rob, cha t' ho scritt in qella plizza. 

Poe. Eccoci il giorno, ma chi mi ha portato qui senza mia licenza, & m' ha riuestito, 
che paio vn hnomn di legno? patrone son qui; perchè M. & il mio messere con 
Pocointesta madorono la casa del semitore in villa p portare in vn cesto le coma 
del bufolo caprino, che voi sete, suo amico. 

Gra. Tn sa dir al to concet, zuè la tua vpilation, tu vuo dir Mad. la qual parland cun 
mi vuol vnfrir l'infumad parol, che te ne par, nonella qsi? 

Poe. Signor si, eccomi vino da donerò; e s*io muoro mai più, che possiate essere ea- 
strato ; mi pareua hora dormendo, che haueuate perduto il ceruello, & che il mio per 
cercarlo era restato pegno per la vettura del cauallo alla Storta. 

Gra. Non tant derimonie, at domand le robeno al cernei. 

Poe. O vi dirò, il messo, che mi fu portato dalla lettera, dicea cosi. Per vn presente ti 
lauerai il viso, come voglio, che tu pigli co tre pesci in porto, e vn passo in mezo 
il Tenere co '1 dissegno d' vna tetta vecchia, & che tu metta vna buona cura alle cose 
del fiamingo, accio resti sano, & teghi V acqua, & eh' io venissi col subito per vna 
cossa eh' importa, si che intendete il presente, la lettera no me la diede; il viso me 
lo lauai; i tre pesci eccoUi, il passo in mezo il Tenere lo farò, se voi pagate la spesa 
del ritorno; il disegno della tetta vecchia non se ne troua; il Fiamingo, perchè non 
è stitico, non volse la cura; ne li diedi l'acqua, perchè li piaceua più il Vino: il 
subbio eccolo, che ve ne pare ? non son' io lesto ? & se non mi credete ecco la lettera. 

Gra. Ti n' sa liezer, lassa far à mi, da qui che te m' ha srui in ti garit ; la dis qsi ascolta 
qnest è al suzett, al tintor della littera, pr la patent t' haurà auis, com'a vuoi, eh 
t' pii al cumtrapes, e vn cumpas mezan, eum al dsegn d' ceuetta vecchia, & met bona 
cura alle eos del fìameng azzò che le tiengan ben l' aqua ferma, * * subi pr vna cosa 
de porca: mo fat qui, va in tal mia studi, e tua al mia cumtrafat dpint int l'voli 
dal naturai, e puortal alla sgnora Angzielica da mia parte, e dii cha vuoi parlar cun 
lià sta sira sacchettamente, chin dit ? t' bastard l' amit d' far l' imbastarda con la va. 

Poe. £ di che sorte; dirò cosi. M. ritrat mi manda da voi la cortigiana, acciò le mandiate 
vn sacchetto di mente per il bastardo, da far l'amito al basto del mio patrone, & 
contrafarà nello studio del Pittore l'olio nell' rerinale, non va cosi? 

Gra. Si si o bon tia al più bon rutori al più bel vrlador pr dir la to intintation, che sia 
ma vsci dalla scola d' Zezaron, potta d' Zuda, s' Roma perdes qstù, a mi la free pò 
castra da vera, va mit zo qste rob, e tua quel cha t' ho dit, e vsa bona salcizza da 
Vdine di gratia intomo à Fiora, che vaga a eà d' la surella d' la patrona, sat Pocintesta 
garbat? e mi andarò dal mia eumpar per vn mia disegn. 

Lombardi Francesco. Nativo di Alessandria della Paglia, 
commesso un omicidio in patria, esulò per sottrarsi ai rigori 
della giustizia, e si fece frate dell'ordine di S. Francesco. 
Stanco poi della vita monastica, fuggì dal convento in paesi 



38 LOMBARDI 



ov' era sconosciuto, sinché, unitosi alla Compagnia di Nicola 
Petrioli, si diede al teatro recitando le parti di secondo innamo- 
rato (era Testate del 1740, al Teatro Ducale di Milano). Nella 
chiesa parrocchiale detta S. Maria della Mascarella in Bologna, 
prese moglie, con cui visse molti anni senza figliuoli, e che gli 
morì del 1 768 in Venezia. Pcissato nella Compagnia di Vincenzo 
Bazzigotti, e recatosi a Siena, tentò in vano di psissare a se- 
conde nozze con una giovane del paese, per nome Caterina, 
divenuta poi la moglie di Antonio Fiorilli. Sempre in Compa- 
gnia del Bazzigotti fu il carnovale del '70 in Ferrara, dove, 
scoperto alla fine, risolse di palesare il suo stato al Marchese 
Camillo Bevilacqua, coli' aiuto del quale potè ottenere la pro- 
tezione del Cardinal Crescenzi, Legato di Ferrara, che invioUo 
a Roma appiedi di papa Clemente XIV, dal quale ottenne la 
più ampia assoluzione di ogni sua colpa. Tornò air ordine 
de' cappuccini, e da una sua lettera a un Facchini di Ferrara, 
in data del 2 febbraio 1771, firmata Fra Gian Fedele d'Ales- 
sandria, stridente cappuccino indegno, e pubblicata per intero da 
Fr. Bartoli, sappiamo com' egli, appena entrato, avesse avuto 
la direzione spirituale, che durò sei mesi, dal Padre Maestro 
Bonaventura di Ferrara; poscia un Lettore, il Padre Giuseppe 
Maria d'Alessandria, per psissar la filosofia. All'ottobre avrebbe 
mutato convento per lo studio della teologia, e avrebbe offi- 
ciato a Pentecoste. 

Si diede poi alle Missioni apostoliche, e lo vediam percor- 
rere tutta la Marca Anconitana, e fece con grande successo il 
quaresimale del '77 a Bologna, in quella stessa chiesa della 
Mascarella, ove, rinnegata la fede, avea preso moglie. Suo vivo 
desiderio sarebbe stato quello d'andar tra* barbari, missiona- 
rio, beato di affrontare e sostenere il martirio per la fede di 
Cristo, ma la morte lo colse del '78, mentre stava predicando 
in Romagna. 



li Stefano da Nizza di Provenza. Il Bartoli lo dice 
comico di qualche merito. Recitò le parti àHnnamorato in Com- 



LOMBARDI 39 



pagaia di Nicodemo Manni, con la moglie Anna, egregia ser- 
vetta, con la quale passò poi a Napoli e a Palermo (1782). 

Lombardi Rodrigo. Bolognese, comico eccellente per le 
parti di Dottore, nelle quali e per la intelligenza e per la viva- 
cità non ebbe chi gli stesse a fronte. Fu uno de' principali or- 
namenti della Compagnia di Antonio Sacco, di cui sposò la 
sorella Adriana, moglie poi in seconde nozze dell'artista Ata- 
nasio Zannoni. Ebbe da tal matrimonio molti figliuoli, e ne 
vediam due sul teatro: Benedetto, prima ballerino nella Com- 
pagnia del Sacco, rimasto in tal carica sul teatro a Lisbona 
per undici anni al servizio di quella Corte, poi, tornato in Italia 
e già maturo, Arlecchino di molto pregio, morto a Torino nel 
carnovale del 1 795 ; e Rosa, graziosa e pregevole donnina, che 
sposò Francesco Arena, il figliastro del Pantalone d'Arbes, e 
morì giovanissima. Quando dalla Compagnia Grimani uscì il 
Dottore Monti, Rodrigo Lombardi andò a sostituirlo, e Gol- 
doni lasciò scritto di lui (Pasquali, XIV, 9) eh' era bravo, eccel- 
lente: e valente lo disse pure il Gozzi nell'appendice al suo 
Ragtonamento ingenuo (IV, 45). Fu autor di Scenarj di comme- 
die all' improvviso, eh' egli recitava mirabilmente, intitolate 
Il Dottore giudice e padre, e Chi trova un amico trova u?t tesoro, 
o sia // Dottore avvocato dei poveri. Nel 1 749, sceso all'osteria 
della Croce Bianca in Parma, ove dovea far la stagione d'estate 
coi Parenti, fu colpito da sì repente e terribile male, che do- 
vette, in capo a pochi dì, soccombere nella pienezza della vi- 
rilità. 

Lombardi Giovanni. Figlio di Benedetto, di cui s' è fatto 
cenno all'articolo precedente, fu attore pregiatissimo in Roma 
per le parti di donna. Passò poi in varie compagnie nel ruolo 
di primo amoroso, e tale fu molti anni in quella di Giacomo 
Moggio. Scrisse molte commedie rappresentate e non istam- 
pate, e, lasciata l'arte, si ritirò prima a Mirandola, poi a S. Gio- 
vanni in Persiceto, dove morì nel 1836. 



40 LOMBARDI 



Lombardi Federigo. Fratello del precedente, fu come lui 
artista egregio per le parti di primo amoroso, che sostenne 
nelle migliori compagnie del suo tempo. Sposò in Siena una 
certa Giuseppa Zacchea di Milano. Venuto a maturità, vestì la 
maschera del Brighella, sotto la quale si mostrò pur valentis- 
simo, e morì in Bologna nel 1850. 

Lombardi Rosa. Sorella dei precedenti, nacque a Venezia 
nel 1 741, e cominciò da bimba a mostrar grandi attitudini alla 
scena. Fu coi parenti nella Compagnia Sacco, e recatasi poi 
con essa a Lisbona assieme ai fratelli e ad altri fanciulli, recitò 
con gran maestria le parti àX prima attrice, protetta e remunerata 
da quei Sovrani sino al dì del famoso terremoto del 1755, in 
cui fu costretta a tornarsene con la Compagnia in Italia. Progre- 
dendo in età, in perizia, in bellezza, potè assumere il ruolo di 
prima attrice assoluta, in cui fu acclamata a Venezia e altrove 
come una delle più chiareartiste del suo tempo. Sposò a ven- 
tidue anni Giuseppe Arena, il celebre inventor delle macchine, 
trasformazioni, voli, ecc., per le favole teatrali scritte da Carlo 
Gozzi pel capo-comico Sacco, ma, non compiuti i ventiquat- 
tr'anni, le si palesò tal grado di anemia che in pochissimo 
tempo la estinse in Venezia nel 1765, seguita nel sepolcro a 
breve distanza dallo sposo accoratissimo. 

Lombardi Francesco. Primo figlio di Federigo, nacque a 
Bergamo il 1 792, e, con l'esempio del padre, si mostrò fin da gio- 
vanetto egregio amoroso in Compagnia di Antonio Goldoni, poi 
di Giacomo Dorati ; riuscendo quindi, sotto gli ammaestramenti 
di Giovanni Libanti, artista de' più pregiati. Venuto a morte in 
Compagnia Fabbrichesi il celebre Giovanni Bettini, andò il Lom- 
bardi a sostituirlo; e sì bene uscì dal cimento, che partito il 
Belli-Blanes, egli ne sostenne le migliori parti di amoroso, pas- 
sando di trionfo in trionfo. Indescrivibile è il fanatismo da lui 
destato a Napoli, solo uguagliato dal fratello Alessandro. Fu 
quindi nella Compagnia di Luigi Vestri, stipendiato dal vecchio 



LOMBARDI 



Duca Torlonia per tre stagioni annuali in Roma, e quivi anche sì 
rinnovarono i trionfi di Napoli. Passò da. questa primo ai/ore con 
Giacomo Modena, poi, intollerante di giogo, formò da sé com- 




pagnia della quale fu prima attrice l'Amalia Vidari. La quare- 
sima del '25 diede improvvisamente addìo alle scene per riti- 
rarsi a Bologna, ove aveva segretamente sposata la Principessa 
Maria Hercolani. 

Il Colombertì dice di lui: che sortì dalla natura 



e inquieto, atrabiliire, pontìglioso e prepolenle. Villano e sprezzante di tutto 
e di tatti, non aveva amici perche voleva suppedìtar tatti con il suo prepotente contegno, 
e con il suo basso e triviale frasario. Osteiiante, bene spesso era preso dal vino, ed in 
allora netmno sapeva il modo di contenersi con Ini. Secondandolo, se ne olTendeva, op- 
ponendosegli, bisognava litigare, e anche venire alle mani. Dotata di una forza ercolea, 
sn di essa afiidavasi per insoleatire a dritto o a torto 



- / Comi 



aaliat 



. VoL II 



42 LOMBARDI 



A questo carattere violento, irruento, dovè il Lombardi 
la più tragica delle morti, che il Colomberti ancora ci racconta 
ne' suoi particolari : 

Senti vasi egli una mattina indisposto di s&lnte; aveva ordinato un brodo, e tar- 
dando a riceverlo, si recò egli stesso in cucina dal cuoco, uomo già vecchio, e che da 
molti anni serviva nel palazzo della Principessa. Là giunto, corse fra loro un dialogo con 
minaccie da parte del Lombardi, e di scuse da quella del cuoco ; ma queste non servirono 
che a iritar maggiormente il padrone, il quale fini col percuotere il vecchio. Questi che 
stava sventrando un pollo, aveva in mano un lungo coltello e affilato. Alla provocazione, 
l' insultato e percosso rispose avvertendolo di fermarsi : ma seguitando quegli brutalmente a 
percuoterlo, il cuoco, perduto il lume della ragione, gli piantò il coltello nel basso ventre, 
e Lombardi cadde immerso nel suo sangue. A quella vista, il disgraziato vecchio fuggi 
dal palazzo, col coltello grondante sangue in mano, urlando lungo la via, e correndo a 
costituirsi in prigione, dove mori di dolore dopo pochi mesi. Mentre il cuoco correva alla 
polizia a palesare il fatto, Federigo, padre di Francesco, che non abitava con lui, lo andò 
a cercar nel suo appartamento, e avendo saputo dal cameriere ov' era, andò alla cucina ; 
ed entrato in quella, gli si presentò l'orribile spettacolo del figlio steso in terra, ed im- 
merso in un lago di sangue. Come il povero Federigo rimanesse, immagini il lettore, n 
figlio, dopo pochi secondi, gli spirò fra le braccia, dopo averlo riconosciuto, ma senza 
pronunziare una parola. 

Era il giugno del 1845. 

Molti testimoniaron della grandezza del suo valore. Fran- 
cesco Righetti nel suo Teatro italiano (II, 104), parlando de' co- 
mici figli di comici, dice : // solo Francesco Lombardi s'alza gi- 
gante in mezzo a tanti suoi confratelli, che, giacciono nell'oscurità, 
appena toccano la mediocrità. 

Nella Galleria de' più rinomati attori drammatici italiani, 
da cui ho tolto il presente ritratto, è uno scritto di Tommaso 
Locatelli, il quale dice di lui: 

Il Lombardi è dotato dalla natura di alta e bella persona, d'una corretta e chiara 
pronunzia, e di una voce forte e soave, atta in singoiar modo a piegarsi a tutte le infi- 
nite varietà di quegli affetti, eh' ei vuole esprimere, e che sa cosi mirabilmente trasfondere 
negli animi de' suoi uditori. Benché le parti tutte gli stieno bene del pari, pure la tragedia 
è quasi il suo campo d' onore, dov' egli in quelle, che sostiene, si addentra cosi, che più 
in lui non vedete l'attore, ma vi trovate dinanzi l'eroe ch'ei rappresenta. Milano n'ebbe 
già una prova solenne, che poteva riuscire per lui troppo fatale, allorquando del 1821 su 
quelle scene rappresentando V Emone nx^^ Antigone dell'Alfieri, nell'atto ch'ei dovea si- 
mulare di uccidersi, veramente si feri del pugnale nel fianco. 

Tal fatto ci è descritto nel seguente sonetto, che tien 
dietro allo scritto del Locatelli: 



LOMBARDI 43 



Sei tu, Lombardi, o il furibondo Emone, 
d'Antigone svenata al crudo aspetto, 
che col barbaro padre in ria tenzone 
d'ira trabocca e disperato aflfetto? 

Chi pingendo natura, al paragone 
starà di te, cui Torrido subbietto 
sul brando micidial tragge boccone, 
tal che piaga non finta apri nel petto? 

Surse il popolo allora e un grido mise 
visto il garzon che si scolora e langue, 
e pietoso terror Talme conquise. 

Il cordoglio comun piagnealo esangue; 
sola dell' astigian l'ombra sorrise 
allo stillar d' inaspettato sangue. a. p. 

Lombardi Alessandro. Fratello del precedente, nacque a 
Mantova nel 1796, né fu men celebre di Francesco, poiché 
se a lui non si accostò nella tragedia, lo uguagliò nel dramma, 
e lo superò nella commedia. Di bella figura, se bene alquanto 
esile, di voce armoniosissima, d'ingegno pronto, di coltura 
non comune venutasi acquistando da sé con l'assidue letture, 
di maniere dolcissime, fu amato da quanti lo conobbero. Si 
tolse dalla famiglia il 1 8 1 5 per andare amoroso in Compagnia 
di Angelo Venier, col quale dopo un anno, assunse per due anni 
ancora il ruolo óì primo amoroso assoluto. Passò poi (\Md\ primo 
attor giovine in Compagnia di Gaetano Goldoni-Riva, in cui 
stette fino al '21, per entrar poi a Napoli in quella di Salvador 
Fabbrichesi, superando la più difficile prova, dacché andava 
ad affrontar quello stesso pubblico, che sino a poche sere in- 
nanzi, aveva avuto incredibili entusisismi pel fratello France- 
sco. Ma una sì preziosa esistenza doveva, essere anzi tempo 
troncata, non così tragicamente come quella del fratello, ma 
non men stranamente. Alessandro Lombardi, in una cena di 
amici a Trieste nella primavera del 1820, forse un po' alterato 
dal vino, fé' scommessa di stritolar co' denti un bicchiere di 
cristallo, e tutto inghiottirlo. Già egli ne avea fatta la prova 



44 LOMBARDI - LOMBARDO 

senza conseguenza; ma l'ebbe 'sta volta, e fatalissima. Da 
quella sera, al momento della digestione, acutissimi dolori al 
pilòro lo mettevano alla tortura. Giunto a Napoli, si fece visi- 
tare dallo Scottugno, una celebrità medica d'allora, il quale, 
per mettere in opera ogni mezzo, all'intento di strapparlo alla 
morte, gli fé' dividere la sua casa e la sua mensa; e tali e tante 
furon le cure affettuose di lui, che il povero giovane si riebbe 
alquanto. Ma, sciaguratamente, il Fabbrichesi ruppe contratto 
coi Fiorentini, per recarsi un triennio nell'Italia centrale; e il 
Lombardi, non ostante le supplicazioni dello Scottugno, volle 
seguir, come di dovere, il suo capocomico, accettando le conse- 
guenze, qualunque esse si fossero. Giunto a Trieste nella pri- 
mavera del '24, si riaffacciarono i sintomi del terribile male, a 
cui dovette soggiacere in Venezia dopo pochi mesi, non ancor 
compiuto il ventinovesimo anno. 

Lombardo Gio. Donato detto il Bitontino. Il D'Ancona 
dice che il Gio. Donato, che è tra gli Uniti firmati nella sup- 
plica del 3 aprile 1584 da Ferrara al Principe di Mantova per 
andar colà a recitare, potrebb' essere Lombardo nostro. Che 
abbia poi questi che vedere con Bernardino Lombardi, del 
quale il Belgrano non sarebbe alieno dal crederlo figlio o fra- 
tello, e suo successore nella maschera di Pedrolino, non mi 
riesce di capire. Più probabile è la congettura del D'Ancona, 
benché, senza prova di fatto e con la sola opera alla mano del 
Lombardo stesso {Nuovo Prato di prologhi di Gio. Donato Lom- 
bardo da Bitonfo, detto il Bitontino. In Venezia, 1 6 1 8), si potrebbe 
fin anco supporre ch'ei non fosse comico, ma semplice direttor 
di compagnie e autore di prologhi per tutti coloro che glie li or- 
dinarono. In fatti: non solamente egli ne compose (sono in tutti 
sessantatrè, due dei quali soltanto in versi: della primavera e 
della impietà) per comici di professione, ma anche per dilettanti. 
Nella licenza del prologo nono {d'Amore) dice: ho co?igiunti 
dietro questo teatro certi amorosi Accademici, per recitare alla 
vostra presenza un'opera amorosa. 



LOMBARDO - LUCCHESI 45 



In quella del prologo ventunesimo {della Glorici)^ dice : 

Oggi coronerò di qncsta corona di lauro, di fiche, e di rose quest'Accademia, la 
quale s'ha proposto recitarvi una graziosa, piacevole e sentenziosa comedia: li dono le 
rose per la fatica pigliata ; li porgo le fiche per il compito travaglio, e al fine gli ornarò 
il capo di lauro, perchè l' avranno recitata. Fate silenzio, eh' io anco mi porrò qui dietro 
ad udirla, e non vo star qui per non invaghirli tanto della mia bellezza, che sol mirando 
il premio, che se gli darà, incorressero in atto disdicevole, rozza prononcia, gesti disconci, 
difforme venustà, disusati vestimenti, et altre cose non convenienti al grado loro. 

E in quella del XXII (della Pace) : 

Io son venuto a darvi saggio di questa bell'opera, c'oggi vi recitaranno questi dotti 
figli ; et se non avrà pronunzia Varroniana, disposizione Aristotelica, e locuzione di Plauto, 
ornata facondia di Cicerone, gesti del greco Demostene, et eccellenza dell'africano, iscusati 
siano appresso voi, ch'a tal mestibro di rkcitark usi non sono, ma ritrovandosi 
Genio Dio del piacere secretamente tra tutti, in questo festivo giorno, pieno di contenta 
gioja, et immenso giubilo, oggi ve lo mostreranno con l'animo pronto in rappresentar- 
vela ; piacendovi con lieto volto ascoltarla, e donargli manifesti segni, eh' ella sia riuscita 
conforme al vostro desiderio. 

La licenza del prologo LI V {della Faticd)^ dice : 

Ogni cosa che giovamento apportar suole, da me fatica, procede, sicome vedrete 
in questa nuova Comedia, la quale con fatica è composta, e s' hanno affaticati alcuni Ac- 
cademici farvene un presente in questo giorno. 

Né solo per Compagnie comiche, o per Accademie com- 
poneva i suoi prologhi, ma anche per Compagnie di canto, 
come abbiamo da quello de gì' inventori della musica, il venti- 
quattresimo della raccolta, che termina così : abbiamo proposto 
in questo luoco con la musica dei dolci concenti di cotanti amanti, 
ai cigni rassomigliati, e con le note di cotante Progne e Filomene, 
cantarvi dolcemente col suono delle vostre parole un'opera composta 
in Madrigale di dodeci voci. 

Fu anche autore di una commedia intitolata // fortunato 
amante e stampata in Messina da Fausto Buffalini, in-8, il 1589. 

Lucchesi Domenico. Romano. Abbiamo di lui notizie nel- 
r operetta di Francesco Bartoli. Esordì in patria recitando le 
parti ^innamorato, poi trasferitosi il 1768 in Lombardia, si 
scritturò nella Compagnia di Pietro Colombini, mostrandosi 
artista egregio nelle commedie all'improvviso. Passò poi in 



46 LUCCHESI - LUSTRINI 

quella migliore di Vincenzo Bugani, col quale stette più anni; 
e sotto gV insegnamenti di Giustina Cavalieri tanto progredì, 
che Girolamo Medebach lo volle con sé a Venezia nel S. Gio- 
van Grisostomo. Uscito Luigi Benedetti dalla Compagnia di 
Antonio Sacco, andò il Lucchesi a sostituirlo, e quivi si tro- 
vava ancora nell' '83, ammiratissimo dai comici e dal pubblico 
per la prontezza di spirito nella commedia dell'arte, e per la 
intelligenza e diligenza in quella studiata 

Lucio Fedele. Forse lo stesso Lutio, che firmò la supplica 
degli Uniti con Gio. Donato (V. Lombardo) e altri? Forse lo 
stesso Burchiella, come abbiam detto al nome di questo (V.)? 
Ma il Burchiella era dottore, e nella supplica degli Uniti è ap- 
punto il Gratiano, accanto a Lutio. A meno che come abbiam 
in essa Batista da Treviso Franceschina, non s'avesse a legger 
Gratiano Lutio, senza la virgola. Ma è ipotesi forse arrischiata. 

Lugo Olga^ nata a Genova da famiglia borghese, e recatasi 
giovanetta a Milano, entrò in quella maggiore filodrammatica, 
e neir '80 esordì quale amorosa con Luciano Cuniberti, passando 
poi con lo stesso nel ruolo di prima attrice, al quale era più 
adatta, anche per la figura matronale, ond'era dotata. Passò 
poi con Lavaggi e Drago, e a questo si unì in matrimonio nel- 
r'85. Andò nel '92 a sostituir la povera Silvia Pietriboni nel 
ruolo di prima attrice assoluta; e formò poi Compagnia col ma- 
rito che tenne a intervalli e con varia fortuna. 

Lustrini Geminiano. Fiorito - dice il Colomberti - tra 
il 1790 e il 1820, sostenne con massima lode nelle migliori 
Compagnie del suo tempo, Coleoni, Dorati, Goldoni e Perotti, 
il ruolo di tiranno tragico. Le parti di Creonte così nel Polinice 
come Ti^ Antigone, di Egìsto neir Oreste, di Appio nella Virgi- 
nia, furon da lui magistralmente recitate ; ma dove non ebbe 
rivali, fu nelle due di Opimio nel Cajo Gracco, e di Zambrino 
nel Galeotto Manfredi. Lasciò l'arte ancor giovane, e si recò a 



LUSTRINI - LUTTIANI 47 

Roma, custode del Palazzo dì Firenze, ove albergava l'amba- 
sciatore del Granduca di Toscana, e morì verso il '40. 

Luttiani Francesco e Giulio. Sono citati dal Bertolotti 
(pp. cit.) fra i commedianti che furon di passaggio in Mantova, 
e presero alloggio all'albergo del Cappello il 29 dicembre 
del 1591. 




^'^P^ 




7. — / Comici Haliani, VoL □ 




I COMICI ITALIANI 



MafiTeì Benedetto. Sappiamo dall'aggiunta del Bartoli al- 
l'articolo di Flaminia, che il famoso brighella Atanasio Zanoni 
possedeva di lui un manoscritto del 1625, intitolato: Discorsi 
da Commedia di me Benedetto Maffei detto il Furioso, allievo 
della signora Flaminia Comica detta Orsola Cecchini. 



Maggi Andrea. Fu al suo apparir sulla scena uno de' più 
promettenti giovani, preconizzato il successore degno di Tom- 
maso Salvini e dì Ernesto Rossi. Nato a Torino da famiglia 
agiata, passò dal collegio di San Francesco di Paola, ove com- 
piè il corso ginnasiale, al ministero delle finanze, qual volon- 
tario. Fu della scuola di Carolina Malfatti (V.), e del '72, poco 
più che ventenne, era a' Fiorentini di Napoli, amoroso, in Com- 



pagnia Alberti, di cui eran parti principali la Pezzana e l'Ali- 
prandi, Bozzo e Serafini. Di fisionomia dolce ed aperta, di 
figura maestosa ed elegante, di voce forte e soavissima, non 
tardò molto ad abbandonar la stabile Compagnia napoletana 




per entrare in una delle nomadi di primissimo ordine. Accolto 
primo aitor giovane da L. Bellotti-Bon, fu assunto, dopo alcune 
prove, a cagione appunto de' suoi mezzi fisici, al grado A\ primo 
attore assoluto, cominciando a entrar nelle maggiori grazie del 
pubblico col Ferréol di Sardou, che egli recitava magnìfica- 
mente, e diventandone poi Ìl Beniamino col Conte Rossori G.Gia- 
cosa, di cui fu, si può dire, interprete unico. 

In brevissimo tempo il giovane e già forte artista passò 
dal repertorio regolare di compagnia, alle parti del grande 



MAGGI 53 



repertorio, allettato, nel costante favore del pubblico, da spe- 
ciali interpretazioni di Amleto e di Otello. E infatti egli si mo- 
strò sotto le spoglie de' varj grandi personaggi di Shakspeare, 
salutato, se non forse come un avvenimento, certo come una 
promessa; e la fama del trionfo corse ovunque nel vecchio e 
nuovo mondo, ed egli s'ebbe onori inaspettati in Russia, in 
America, in Austria, in Polonia, ecc. 

Forse alle sue interpretazioni mancava quello studio pa- 
ziente, analitico, profondo che accoppiato alle naturali attitu- 
dini, innalza l'artista alle sfere più alte; forse allo addentrarsi 
in esse profondità mancava in lui 1' acume indispensabile ; 
forse.... ma lasciamo a tale proposito discorrer Tommaso Sal- 
vini, che il valoroso giovane seguì amorosamente a traverso 
le varie fasi : 

Andrea Maggi è uno dei più prestanti attori che abbiano calcate le scene nostre 
da mezzo secolo in qua. In alcune parti, per la prestanza fisica, non ha rivali. Se non 
potè salire alla sommità, deve incolpare sé stesso. Può egli asserire di avere assiduamente 
e profondamente studiata Parte sua? Non lo credo. Quali tesori di doni naturali egli pos- 
siede ! Quale intuizione estesa, feconda, ma attutita dalla poca applicazione. Sembrerebbe 
ei pensasse che l' arte non abbisogna di studio e che, apprese le parole, il resto venisse 
da sé. Se per poco questo pur giovane artista avesse potuto persuadersi nel principio della 
sua carriera che l' arte va coltivata con maggior cura e serietà, con indagini perseveranti, 
con profonde meditazioni, affinchè renda frutti maturi e prelibati, non ne raccoglierebbe 
degli scialbi ed acerbi. Tanto ingegno, tanta naturale attitudine avrebbero promesso mi- 
glior resultato. I^ esuberanza dei suoi mezzi fisici, con T invidiabile suo organo vocale, 
credo che in luogo di giovargli gli furono dannosi, poiché, se avesse dovuto combattere 
qualche lieve imperfezione, si sarebbe maggiormente addentrato nello studio dei segreti, 
che dirò psicologici, dell'arte, e ne avrebbe ottenuto uno splendido effetto. Nullameno 
egli occupa uno dei primi posti nell'areopago dell'arte drammatica italiana. 

E lo Stesso giudizio avea dato due anni prima Giulio Pic- 
cini {farro) ne' suoi primi studj Sul palcoscenico e in platea (Fi- 
renze, Paggi, 1893): al quale anche potè aggiungere parole 
di gran lode per l'arte di mettere in iscena, e per l'indole dol- 
cissima dell' artista e dell' uomo. 

Al momento in cui scrivo, egli si trova in Società con 
r attore Della Guardia al Teatro Valle di Roma ove ha creato 
in italiano la parte di De Cyrano Bergerac con tal successo, che 
Adelaide Ristori ha dichiarato essere a suo avviso la interpre- 



54 MAGGI - MAJANI 



tazione di Andrea Maggi la più bella e completa interpreta- 
zione di attore ch'ella abbia sentito dacché ha abbandonato 
il teatro. 



Maggi-Marchi Pia. (V. Marchi). 

Magnano. Fu artista del San Salvatore di Venezia, tartas- 
sato con Medebac, Falchi e la Marliani da Carlo Gozzi nel suo 
ditirambo pel Truffaldino Sacchi, e in un sonetto burchiellesco. 
(V. Falchi Francesco). 

Magni Carlo, milanese, recitava con molto plauso le parti 
di primo innamorato sotto il nome di Odoardo. Fu lungo tempo 
nelle Compagnie di Francesco Berti e di Pietro Rossi, poi, 
nel 1762, in quella di Onofrio Paganini, per tornar poi, dopo 
un solo anno, in quella del Rossi. Affetto da aneurisma nel 
collo, dovè, dice il Bartoli, abbandonar le scene del '65, e sta- 
bilirsi a Milano sua patria, dove morì del '68. A cagione di 
tale infermità fu accusato talvolta di freddezza: nuUameno 
ebbe fama di comico egregio ; e nel Baldassarre di Ringhieri, 
eh' egli creò, e nella Favo/a del Corvo, non ebbe chi gli stesse 
a fronte. Scrisse alcun che di poesia, e il Bartoli dà come sag- 
gio del suo stile il brindisi in versi martelliani (bruttini anzi 
che no) eh' egli recitò a Brescia nel Convitato di pietra, e in cui 
sono le lodi sperticate di quella città. 

Majani Francesco. Nato a Bologna nel 17 18, abbandonò 
il mestiere del sarto per l' arte del teatro, dopo di aver dato 
prove di singolare attitudine tra' filodrammatici della sua città. 
Recitò lungo tempo a Venezia e specialmente nel Teatro di 
San Luca, pel quale dettava il Goldoni le sue commedie. Creò 
degnamente il Majani le parti di protagonista nel Padre per 
amore e nel Medico olandese; e aggiunge il Bartoli che nel 
Disertar francese, sostenne ia7ito eccellentemente la parte del 
padre di Dorimel, che fu di molti applausi onorato. Avanzando 



MAJANI 55 

negli anni, abbandonò la Compagnia, eh' era allora al Sant'An- 
gelo, e messa la maschera del Brighella, si andò scritturando 
in Compagnie di giro, ultima delle quali fu quella di Onofrio 
Paganini, in cui morì a Bologna nel carnevale del '78. Carlo 
Goldoni fa cenno, nel XIV volume dell' edizione del Pasquali, 
della moglie di lui, bolognese, punto inclinata al teatro per la 
estrema sua freddezza, e per la incorreggibile pronunzia dia- 
lettale, a cui volle affidar la parte di Graziosa nella Bancarotta, 
che a cagione appunto della sua melensaggine, riuscì, egli 
dice, uno de' più dilettevoli personaggi della commedia. 

Majanì Giuseppe, figlio del precedente, e più noto in arte 
col diminutivo di Majanino, sostituì il padre, vecchio, nelle 
parti di primo innamorato, in cui riuscì a perfezione per la 
eleganza della persona, la pieghevolezza della voce, la facilità 
della memoria. Venezia, Milano, Genova, Torino, Mantova, 
Parma furon teatro de' suoi trionfi. Il Bartoli lo dice grande 
nel premeditato e all' improvviso ; e aggiunge che sapeva an- 
che farsi applaudire ne' semplici annunci fuor del sipario per 
lo spettacolo del domani. Fu anche autore, e si rappresentaron 
di lui con successo La donna che non si trova e La bella castel- 
lana. Dopo molti anni passati in Compagnia del Lapy, si scrit- 
turò col Medebach, poi (i 782-83) colla Battaglia al San Giovan 
Crisostomo. Alle sue belle qualità di artista, il Bartoli mette 
come contrapposto quelle dell'uomo tutt' altro che lodabili. 
Fu giocatore nel più largo senso della parola; e tanto potè 
la passione cieca sull'animo di lui, che per essa fu più volte 
ridotto a mal partito, avendo dovuto ricorrere a strattagemmi 
e raggiri non degni di un uomo dabbene. 

Metto anch'io qui, come chiusa, il sonetto del Bartoli, 
che è alla fine del suo articolo. 

Bravo Comico in Scena, e bravo in Piazza 
raggiratore ed inventor di Fole; 
ed in Teatro e fuori ei può che vuole 
con il talento suo, che ogni altro ammazza. 



MAJANI - MAJERONI 

Convien pur dir, eh' ei sia di quella razza 
ch'Argo ingannò perch' Io dappoi gì' ìnvole ; 
oppur del ceppo della scaltra Iole, 
che ad Ercoi feo filar, depor la mazza. 

Nel Socco e nel Coturno ei Roscio imita; 
per l'Arte Teatral niun di più brama, 
essendo all'eccellenza in lui salita. 

Famoso il Majanino ognun già chiama: 
&nioso nell' astuzia anco più ardita; 
onde in suo onor suona per tutto 6ma. 



Majeronì Achille. Metto qui intero il breve e bello arti- 
colo che il dottor Icilio Polese, direttore dell' Arie drammatica. 
pubblicava nel suo giornale, il 21 gennaio del 1888: 

Achille Majeroni è morto a Bologiut 
t ieri (io) «Ile sei pomerìdiine. 

' Cbe vitn artistica ipeniierala fn ta 

Bua! Era tiglio dell'arte. Sua madre fu la fa- 
moaa attrice veneziana Morelli, qnell' attrice 
che ai primi del secolo fu di moda per lo squi- 
sito modo di recitare le commedie di Gotdoui. 
Majeroni, fatte le prime armi in com- 
pagnie intime, a un tratto rifulte in quella 
rinomata Compagnia Lombards, fondata e 
diretta dal milanese Giacinto Battaglia, di- 
stinto commediografo. - Povero Battaglia ! 
Come presto fosti dimenticato, specialmente 
dai tuoi concittadini ! E sapete chi faceva 
parte della rinomata Compagnia Lombarda 
di Giacinto Battaglia oell'anno 1S46? ~ Ln 
Fanny Sadowski, la gentile May«r, la Botte- 
ghini. Alamanno Morelli (fratellastro di Ma- 
jeronit. Luigi Bellotti-Bon, Gaetano Veltri e 
Achille MajeroDi. 

Poi Majeroni, scritturato da Ade- 
laide Ristori, fece il giro dei principati teatri 
d' Europa. 

Dopo il primo giro artistico all'estero. 

Adamo Alberti lo scritturò nella sua compa- 

Fiorentini di Napoli, compagnia sussidiata con biglietto regio 

' anni ed anni, passando da un teatro all'altro. Là il ino nome 




gnia permanente al 
borbonico, e là rin 
diventò gigante. 

Formò Compagnia nel 1S66, e quando il 
Veneto, la Compagaia Majeroni era la compagnia 



1 prendeva possesso del 



MAJERONI 57 



Guadagnò denari a cappellate - ne spese a sacchi. Visse in un bel momento arti- 
stico - non seppe approfittarne. Come abbiamo i milionari Salvini e Rossi, ci debbono 
essere gli spensierati che all'indomani non pensano. 

Amò i molti figli. Fu buon marito; e dalla sua buona compagna, signora Graziosa, 
fu pietosamente assistito sino all' ultimo momento della sua vita. 

Aveva sessantacinque anni. 

Come artista, era bravo senza essere ottimo; era bello, aveva una voce armoniosa, 
incantava la sua figura statuaria. 

Ecco mostrato in poche parole l'artista e Tuomo ; a com- 
plemento delle quali dirò che nacque in Milano il 1824 da 
Eduardo, ufficiale del primo impero, che lasciò poi la milizia 
per darsi all'arte, esordendo nella Compagnia Romagnoli, Bon 
e Berlaffa, e da Antonia Musich, nobile ungherese. Dell'arte 
sua e della sua vita abbiam testimonianza in un manoscritto 
contemporaneo di epigrammi (forse del Forti), da cui traggo 
i seguenti: 

A Majeroni 

Sei sopportabile nelle commedie, 
molto insoffribile nelle tragedie: 
giura non più rappresentar TEgisto, 
e chiedi a tanto ardir perdono a Cristo. 

Alla Morelli 

Riprender vuoi marito: 

e in mezzo a tanti comici birboni, 

il più birbo scegliesti in Majeroni? 

Veggo che di te stessa 

tu stessa sei nemica. 

Tel perdonino i figli, il ciel ti benedica. 

Cominciò Achille a sostener nel '40 col padre, in compa- 
gnia Modena, le parti di Agostino nel Clermont di Scribe, di Già- 
natu nel Saul, e di Roberto nei Due Sergenti, applauditissimo 
sempre. Dalla Compagnia Lombarda passò il '49, primo attore 
assoluto, in quella di Coltellini e Zannoni, con Carolina Santoni 
prima attrice. Tornò il '50 in Compagnia Lombarda, e fu il '35 
in quella di Cesare Dondini. Tornato dopo il '60 dall'estero colla 
Ristori, si unì colla Sadowski e si fermò al Teatro del Fondo 

8. — / Comici italiani. Voi. II. 



58 MAJERONI - MAJONE 

in Napoli, ove mise in iscena con allestimenti non più veduti, 
il Faust e il Don Giovanni, che gli procacciaron lodi nuove 
e ingenti somme; e dove, dopo varie peregrinazioni, tornò 
del '68. 

Achille Majeroni fu il più generoso degli artisti dramma- 
tici; ma la sua generosità era piuttosto prodigalità, o meglio 
scialacquo. Soldato del '49 alle barricate di Roma, si ebbe at- 
testazioni di lode da Garibaldi e dall' Avezzana. Creò del '65, 
all'infierir del colèra, la compagnia di Misericordia, essendo 
capitano della guardia nazionale. I poveri soccorse in ogni ma- 
niera, e organizzò grandi recite gratuite pei militari di bassa 
forza, reduci dalle patrie battaglie. Colpito il Taddei d'apo- 
plessia, il Majeroni gli die gratuitamente per due anni la co- 
spicua somma di diciottomila lire, procurandogliene poi altre 
dodicimila con una solenne rappresentazione eh' egli fece in- 
sieme a Tommaso Salvini. Fu nel lusso pari a principi: ebbe 
cavalli e carrozze di ogni specie, e servitori di ogni razza. Vòl- 
tegli la sorte le spalle, incalzando la vecchiaja e i malanni, i 
suoi compagni d'arte si ricordaron di lui, ma non così da ri- 
sparmiargli l'ultima ora nella miseria. 

Aveva sposato del '59 Graziosa Bignetti, comica e figlia 
di comici, compagna d'arte di lui, a' Fiorentini di Napoli, ove 
sosteneva con buon successo le parti di prima attrice giovane. 

Una caratteristica di Achille Majeroni fu il gran pizzo 
ch'egli non tolse mai, fuorché pel Goldo7ii e le sue sedici commedie 
di Paolo Ferrari, eh' egli recitò stupendamente al Teatro Gallo 
di Venezia il 16 dicembre del '53. 

Ebbe un fratello, Odoardo, artista di qualche pregio, che 
si diede ai primi attori del gran repertorio, nei quali riuscì tal- 
volta sufficientemente. 

Majone Domenico. Una delle più forti speranze del nostro 
teatro di prosa, dileguata improvvisamente dopo soli dieci 
anni di vita artistica. Povero e caro Mimi ! Era nato il 2 feb- 
braio 1844 a Napoli da Giuseppe Majone e da Rosa Demiccolis. 



MAJONE - MALDOTTI 



Se ben compiuto gli studi legali, ebbe amore profondo, radi- 
cato pel teatro, al quale avrebbe voluto sagrificare codici e 
pandette. Ma il padre vi si opponeva recisamente. Venuta al 
Fondo la Ristori, ed ammalatosi Y amoroso della compagnia, il 
Majone, dilettante egregio, andò a sostituirlo sotto nome di 
Morandini. Morto il padre nel feb- 
braio del '62, egli entrò di punto in 
bianco primo amoroso ai Fiorentini di 
Napoli, dove, mercè gli ammaestra- 
menti del Taddei, dell'Alberti, del Sal- 
vini, della Cazzola, della Pezzana, della 
Marini, salì a tal grado d' arte, che la 
quaresima del '70 partiva con la ma- 
dre per Cremonaa raggiunger laCom- 
pagniadi Alamanno Morelli, della qua- 
le egli era il primo attore assoluto. Due 
anni di arte, due anni di trionfo ! Nella 
Signora dalle Camelie. neW Onore della 
famiglia, nel Falconiere, nella Suotiatrice d' arpa, ecc., mostrò a 
quale altezza avrebbe potuto salire : s' ebbe onori e lodi dai cri- 
tici migliori, e Paolo P'errari, Filippi, Arbib, dichiararon riser- 
bato per lui il posto di Tommaso Salvini. E tante speranze, tanti 
bei sogni distrutti d'improvviso a soli ventotto anni. Assalito 
fieramente da febbre miliare, la mattina del 30 novembre 1 872, 
rendeva l'anima al Signore. 

Domenico Majone aveva soavissima l' indole, che gli tra- 
spariva in tutti i lineamenti della faccia. DÌ forme più tosto 
erculee, se ben corto di braccia, male gli si attagliavano le 
parti sdolcinate. In quelle che richiedevano accenti di passione 
gagliarda era artista de' più forti. 




Maldottì. < Fanciullo grazioso - dice Fr. Bartoli - che in 
età puerile recitava la parte d'Amorino in Bologna l'anno 1634 
nella Compagnia de' Comici Affezionati. È molto lodato da 
Bartolommeo Cavalieri nella Scena Illustrala. > 



6o MALDOTTI - MALFATTI 



Maldottì Antonio. Nato il 1773 a Venezia da poveri pa- 
renti, si diede all'arte, dopo la lor morte, riuscendo in breve, 
artista di grido per le parti di brighella nelle commedie all' im- 
provviso, e di tiranno nelle tragedie e ne' drammi scritti. In 
tali ruoli lo vediamo a' primi del 1 800 con Antonio Pellandi, 
applauditissimo. Dicon le note del tempo che i versi dell'asti- 
giano declamasse mirabilmente, e che niuno gli stesse a petto 
nella maschera del brighella. Formò poi compagnia per far 
salire al grado di prima donna assoluta sua moglie Giovanna, 
avvenente e pregevole prima amorosa; e dopo dodici anni di 
capocomicato, or fortunato or disastroso, si scritturò per un 
triennio in Compagnia Perotti, poi, il 1820, coi figli Luigi e 
Adelaide (Luigi, sposatosi alla figlia del capocomico Cavicchi, 
abbandonato dalla moglie, ridotto alla più squallida miseria, 
si suicidò, avvelenandosi, verso il 1828), in quella di Velli e 
Mascherpa, nella quale cessò di vivere la primavera del 1823. 

Maldotti Adelaide. Figlia del precedente, nacque sul prin- 
cipio del 1 803, e fu mirabile servetta. Né solamente fu pre- 
giata come attrice, ma altresì come cantante, possedendo essa 
una voce magnifica di contralto e mezzo soprano. Era il '24 
col fratello Luigi in Compagnia Fini, che lasciò dopo un anno 
per quella della Toffoloni, nella quale tanto piacque al Tea- 
tro Nuovo di Firenze come cantante, che l'impresario Feroci 
le offrì di abbandonar l'arte comica per la lirica, scritturan- 
dola per quattro anni; compiuti i quali, ella passò stipendiata 
dal celebre Lanari per altri quattro. La sua carriera artistica fu 
gloriosa, ma brevissima; che nell'autunno del '35, scritturata al 
Carcano di Milano, morì di consunzione a soli trentadue anni. 

Malfatti-Gabusi Carolina. Figlia di un bravo macchinista 
teatrale, nacque a Piacenza il 1809. Passata con lui dalla Com- 
pagnia di Napoli diretta dal Fabbrichesi in quella di Righetti 
e Blanes, entrò, dopo tre anni, in quella di Bazzi e Righetti, 
che più non lasciò, e che divenne più tardi la celebre Compa- 



MALFATTI - MALLONI 6i 



gnia Reale Sarda. Esordì, bambina, il 1821, nelle Risoluzioni 
in amore del Nota, e, cresciuta in età, diventò una pregevole 
generica. Si sposò a un certo Malfatti, il quale, impazzito, fii 
ricoverato in un manicomio, e da lei mantenuto. Ma non po- 
tendo ella sopperire a tante spese, si tolse dall'arte, trovando 
aiuto ne' compagni, che le affidarono per l'istruzione teatrale 
le loro bimbe, tra le quali Adelaide Tessero, Luigia Robotti, 
Cristina Andrà, ecc. Fu nominata maestra nel '51 all'Acca- 
demia Filodrammatica di Torino, e da quell'ora datò la rino- 
manza vera della Malfatti. Licenziata dalla carica, ma non ab- 
bandonata da una sola delle sue allieve, tanto perseverò, serena 
e fidente, che la sua scuola fiorì per trenta e più anni, dando 
all'arte attori e attrici, come il Maggi, l'Emanuel, la Campi, 

la Reinach, la Boccomini, la Migliotti, il Diotti 

Fra le prime alunne che lasciaron la scuola dal '59 al '60, 
eran la Tessero e la Pezzana, la quale dettò alcuni cenni bio- 
grafici della maestra (Torino, Paravia, 1893), da cui son tratte 
le presenti notiziole. Né solo come artista e maestra va ricor- 
data la Malfatti, ma anche come cittadina. Del '59 fondò il Comi- 
tato femminile per soccorso ai feriti delle patrie battaglie, e ne 
fu sempre il vice-presidente. Le recite di beneficenza date dalla 
sua scuola non si contano. E questa donna, la cui vita fu tutta 
un generoso e spontaneo sagrificio in prò' degli altri, è morta 
più che ottantenne, povera e abbandonata, nel suo quinto piano, 
in cui non eran né men più i mobili, eh' ella, ammalata, vendè 
per trovar modo di tirare avanti, e da cui - bene dice la Pez- 
zana — la forte donna avea veduto sorgere e tramontare parec- 
chie generazioni d'artisti, rimanendo essa in piedi per piangere 
sugli amici perduti. 

Malloni Marìa. È davvero a dolersi che in nessuna delle 
biblioteche pubbliche o private d'Italia e di fuori abbia rin- 
venuto il libretto, che già Fr. Bartoli chiama raro, stampato 
a Venezia da Gio. Pietro Pinelli il 161 1 col titolo: Corona di 
lodi alla Signora Maria Mattoni detta Celia Comica; il quale 



62 



MALLONI 



anche ha in fine una Scrittura — dice il Bartoli — sopra i meriti 
della stessa, dettata in prosa dal Commendatore Cleoneo Ac- 
cademico Oscuro. Molte cose avremmo forse potuto riferire 
sui pregi di codesta donna che fu incontestabilmente a testi- 
monianza di molti una delle più forti attrici del suo tempo, sì 
per dottrina, sì per valore artistico. Ma ci basti sapere da 
Francesco Gabrielli, il celebre Scappino (V.), eh' ella fu di in- 
gegno e di memoria prontissimi. La Celia — egli scrive da Fer- 
rara, ov'egli si trovava con la Compagnia e con la stessa Mal- 
Ioni, ad Antonio Costantini, segretario del Duca di Mantova, 
il 6 gennaio 1 627 (pag. 964) — è la prima donna che reciti, poiché 
se la Compagnia od altri mettono fuori opere comedie nove, lei 
subito le recita, che la Lavinia (l' Antonazzoni) né altra donna non 
lo farà, se prima di un messe, non si hanno premeditato quello che 
nel soggietto si contiene. 

Intanto resta dunque assodato che sì il Sand {op. cit.), sì 
il Magnin nel suo Teatro Celeste in Rev. d, deux m. del 1847, 

^ . erroneamente fanno 

comparire m Francia 
la Celia il 1571 e '72. 
Nel 162 7, giudicata dal 
Gabbrielli prima fra le 
prime donne, avrebbe 
avuto al meno al meno 
settant' anni. 

L'oroscopo rin- 
venuto nella Biblioteca 
Nazionale di Firenze ci 
dà l'anno di nascita che 
è il 1599 e la città na- 
tale: Ferrara; più, l'an- 
no del viaggio in Fran- 
cia: il 1602. Il resto, 
come sempre, è indeci- 
frabile. Ma anche per l'andata in Francia come concorderebber 




MALLONI 63 



le due date 1599 e 1602? A tre anni andò in Francia? Forse 
ella v'andò colla madre, comica anch'essa, e forse prima a 
portar sul teatro il nome di Celia, della quale il Magnin avrebbe 
potuto notar l'apparizione a Parigi il 1572 ? E chi son codeste 
Malloni, o almeno codesta Lucilla Malloni, di cui trovo la se- 
guente domanda senza data nell'Archivio di Stato di Modena? 

Ser.mo Sig.*"® Duca, 

Virginia et Lucilla Maloni commìci con la loro Compagnia supplicano a Vostra 
Altezza Serenissima a volergli concedere licenza di poter recitare Commedie nella Città di 
Reggio per tutto questo Camouale, cK' il tutto otterrà per gratia singolarissima dalla beni- 
gnità di Vostra Altezza Serenissima quale Dio mantenga felicissima con tutta la Ser.m^ Casa. 

Di fuori l A Vostra Altezza Serenissima 

per la Virginia et Lucilla Commici. 

(Rescritto della Cancelleria) s'è scritto. 

Alla testimonianza Gabbrielli, va subito congiunta quella 
del Beltrame Barbieri, che nella Supplica (1634) chiama la Celia 
giovane di belle lettere e comica famosa ; alle quali poi tengon 
dietro quelle di letterati illustri, e, prima, del Cavaliere Marino, 
che, nell'ottave 68, 69 e 70 del Canto XVII à^ Adoìie, la mette 
quarta fra le Grazie : 

Un* altra anco dì più, che *I pregio ha tolto 
D'ogni rara eccellenza a tutte queste, 
Aggregata ve n' è, non è già molto, 
E sempre di sua man la spoglia, e veste, 
Celia s'appella, e ben del Ciel nel volto 
Porta la luce, e la beltà Celeste; 
Ed oltre ancor, che come il Cielo è bella, 
Ha l'armonia del Ciel nella favella. 

O con abito pur, che rappresenti 

Ninfa selvaggia, il suo Pastore alletti, 
O dolce esprima in amorosi accenti 
Fatta Donna civile alti concetti, 
O talor spieghi in tragici lamenti 
Reina illustre i suoi pietosi affetti. 
Co' sospiri non men, che con la laude 
Chi ne langue trafitto, e chi l'applaude. 



64 MALLONI 

Talia, che ha de' Teatri il sommo onore, 
Invida, a costei cede il primo vanto, 
Onde veggendo pur la Dea d'Amore, 
Che le Grazie di grazia avanza tanto. 
Non sol degna la fa del suo favore 
Fra l'altre tutte, e del commercio santo, 
Ma per renderla in tutto al Cielo eguale 
Sempiterna V ha fatta, ed immortale. 

Egregia dunque appar qui in ogni genere di poesia 
drammatica. E per la pastorale infatti abbiamo nuova testimo- 
nianza nel seguente sonetto che le indirizzò il conte Ridolfo 
Campeggi, quand' ella recitò in Bologna V Aminta del Tasso : 

Alla Signora Celia Comica Confidente, 
Silvia neir Aminta rappresentando 

Donna, s' io miro gli occhi, o il crine in onde. 
La bella fronte, e le serene ciglia, 
In sé (dico al mio cor) con meraviglia 
Le bellezze del Ciel Celia nasconde. 

Ma se al rigor, cui pudicizia infonde, 
Risguardar la ragion pur mi consiglia. 
Soggiungo: al nome fier, che altera or piglia. 
Il rigor delle Stive ahi ben risponde. 

O Silvia, o Celia pur; co' detti grati 
Rendi, s' armino alfin di fiamme, e gelo, 
Pietose r ire, e gli odj innamorati. 

Anzi, eh' eguale ai nati lumi in Delo, 
Spargendo di virtù raggi animati, 
Il nome hai fra le Selve, e il core in Cielo. 

Dagli altri sonetti pubblicati dal Bartoli ne tolgo uno del 
Cavaliere Gerosolimitano Fra Ciro di Pers, dettato con inge- 
gnosa strampaleria, e che trovo ancora nella raccolta di motti 
Brighelleschi di Atanasio Zannoni (Torino, 1807), da lui proba- 
bilmente recitato a qualche innamorata, sotto la maschera di 
Brighella : 



MALLONI 65 



Alla Signora Maria detta Celia in Commedia 

Celia, e Maria, voi siete e Mare, e Cielo, 
E sono i pregi in voi del Ciel, del Mare. 
Vi dà le perle, ed i coralli il Mare: 
La luce avete, e T armonia dal Cielo. 

Pien d'augelli canori è il vostro Cielo: 
Di musiche Sirene il vostro Mare. 
Beato il Ciel, eh' è tetto a si bel Mare, 
Beato il Mar, eh' è specchio a si bel Cielo. 

Mentre è sereno il Ciel, tranquillo il Mare, 
Icaro esser vorrei per questo Cielo, 
E dar novello nome a questo Mare. 

O pur mi concedesse amico il Cielo 
Morir nuovo Leandro in si bel Mare, 
Perir nuovo Fetonte in si bel Cielo. 

E metto qui ancora il seguente, non citato dal Bartoli, 
che tolgo dalle Rime di Pace Pasini, edite a Vicenza nel 1642, 
per gli eredi di Francesco Grossi : 

Sopra Celia Comica 

Scioglier la lingua, & annodare i cori, 
melar le labra, e amareggiar gli affetti, 
piagare i seni e non aprire i petti, 
strugger la speme et animar gli amori; 

Scoprir la neve e suscitar gli ardori, 
nutrire angoscie e partorir diletti, 
influir tema e implacidir gli aspetti, 
sono in Celia d'amor forze e stupori. 

Ma co' vezzi condir grave alterezza 
maturir gli anni in immaturo crine, 
e maritar l'Honor con la Dolcezza; 

Il sesso sublimar sopra il confine, 
gli oceani capir de la Bellezza, 
sono in Celia del cielo opre diuine. 

9. — / Comici italiani. Voi. II. 



66 MALLONI 



E ora, come saggio del suo stile, do anch* io il sonetto 
eh' ella dettò in risposta a uno di Paolo Fabbri, pubblicati en- 
trambi da Fr. Bartoli : 

Risposta di Celia 

Pompa d'onor, che dall' obblio di Lete 
Sempre fuggendo accresci gloria agli anni, 
E quasi Cacciator tendi la rete 
Alla virtù con onorati affanni. 

Poggia pur tu colà, dove si miete 

Eterna fama; mentre io spiego i vanni 

Inutili, e tarpati a basse mete 

Nel troppo affetto il tuo sapere inganni. 

Veggio (Talpa non son) che in te risplende 
Ciò, che può far, ciò che può dar natura, 
Che di bearti eternamente intende. 

O rara contro Morte, alta ventura, 

O virtù, che in te sol l'anima accende 
Perch' ella viva d* immortale arsura. 

Maria Malloni, detta Celia, fu dunque comica confidente e 
spensierata, e fiorì nella prima metà del secolo xvii. Ch' ella 
accoppiasse al grande valore artistico un'altrettale bontà del- 
l'animo non pare : si sarebbe anzi portati a credere che avesse 
con le compagne di palcoscenico e di ruolo comune la dia- 
voleria; sciupata in parte dal fatto, che mai madre di comica 
spinse la petulanza, il pettegolezzo, la malignità, l'abbiettezza 
sì alto, come la madre di Maria, a cui s'aggiungeva poi come 
braccio destro delle sue male azioni un figliuolo, fior di cana- 
glia, disperazione vera del povero direttore Flaminio Scala. 
I dissapori, le battaglie, le accuse a Don Giovanni de' Medici, 
(il capocomico), e le scuse poi, le invidie, gli scandali sulla scena 
tra i partigiani di Celia e quelli di Lavinia (l'Antonazzoni), le 
sonore fischiate a quella in pubblico teatro, e le pubbliche di- 
fese dello Scala, e le lettere di Celia, sono pubblicate e chiarite 
in un articolo di Achille Neri, uscito nella Scena illustrata del 



MALLONI - MANTOVANI 67 

i^ agosto 1887. Dal quale anche appare, dopo un reciso ri- 
chiamo air ordine, come Celia si andasse ammansando, così da 
farsi chiamar dallo Scala stesso coppa d'oro, e chiedere in isposa 
da Iacopo Antonio Fidenzi detto Cintio; matrimonio che non 
potè poi farsi per solenne divieto della madre infame, che ve- 
dea morto con esso ogni sorgente di lucro. 

Malossi Carlo. Di Parma: recitava sotto la maschera di 
Pantalone; ed è citato dal Bertolotti fra i comici che nel 1658 
abitavano in Roma nel distretto della Parrocchia di San Pietro. 

Malucelli Carlo, bolognese, nato il 1650, recitava le parti 
del Dottore; e fu tra i comici che andaron da Venezia a Var- 
savia, scritturati a posta da Tommaso Ristori, Tanno 17 14, 
per la Corte di Dresda. Fu ascritto a quel teatro come socio, 
e quando, il 1732, tutto il personale italiano fu licenziato, fu 
fatta eccezione per la coppia Bertoldi, per Bellotti, e per que- 
sto vecchio ottantenne, a cui fu assegnata la pensione annua di 
500 fiorini, e che quivi morì nel 1747, a novantasette anni. 
(V. Bellotti Natale). 

Manni Nicodemo. Fiorentino Fu conduttore - dice 

Fr. Bartoli - di una Comica Compagnia per molti anni e recitò 
nel tempo istesso con grazia n^^ caratteri caricati , . . . Fu scrit- 
tore di commedie, tra cui La Fannì, pubblicata p^r le stampe, 
e viveva ancora nel 1783. 

Mantovani Mariano. Bolognese. Fu attore di gran pre- 
gio per le parti ài innamorato. Fu con Onofrio Paganini, poi, 
nel 1764, con Pietro Rossi. Sposò Regina Cicuzzi, rimasta 
vedova (V.), ed è questo il secóndo marito, che al nome di lei 
si cita come sconosciuto. Quando il Magni lasciò T arte, il 
Mantovani passò con molto successo alle parti di primo attore: 
ma recatosi colla Compagnia a Vercelli, l'autunno del '65, vi 
morì, a treni' anni circa, colpito da malattia violenta. 



68 MANZANI - MANZONI 



i Francesco. < Comico che fioriva - dice Fr. Bat- 
toli - intorno il i655.> 

Recitava le parti di Capitano col nome di Capitan terre- 
moto, suggeritogli dalla grande statura e dalla voce potente. 
Scrisse talvolta pel teatro, e tradusse dallo spagnolo in prosa 
italiana la tragedia: A gran danno gran rimedio (Torino, Za- 
pata, 1661). 

Manzoni Giovan Battista, piacentino, nato verso il 1730, 
esordì col ruolo ^innamorato, dedicandosi poi esclusivamente 
alla maschera òHarUcchino, che sostenne con molto favore, e per 
la novità e spontaneità de' lazzi, e per le ariette musicali che 
mescolava con molto garbo nelle varie commedie. Fu molti 
anni con Pietro Rossi, poi col Paganini, poi di nuovo col Rossi, 
poi col Lapy al San Luca di Venezia, dal quale passò con la 
stessa Compagnia al Sant'Angelo. Si ritirò con la moglie a 
Venezia, in cui viveva ancora al tempo di Fr. Bartoli (1782). 

Manzoni Caterina, moglie del precedente, viveva in un 
ritiro di Padova, sua patria, quando il Manzoni la sposò (1762). 
Esordì nella Compagnia di Pietro Rossi con parti di poca im- 
portanza, nelle quali però die' subito a vedere a qual grado 
sarebbe salita col volere e lo studio. Passò da quella del Rossi 
nella Compagnia di Onofrio Paganini, in cui progredì rapida- 
mente, facendosi molto applaudire e come attrice e come can- 
tante. Destata poi l'invidia della prima donna della compagnia, 
artista provetta, ma già vecchia, non fu riconfermata dal Paga- 
nini, e tornò con Pietro Rossi, col quale a Livorno, a Parma, a 
Verona, s'ebbe i maggiori onori nelle cose studiate e improv- 
vise. L'autunno del 1768 entrò col marito al San Luca di 
Venezia in Compagnia Lapy; e dice il Bartoli esser giunto a 
tale il successo, che il pubblico, non contento di applaudirla in 
teatro, l'accompagnava ogni sera a casa fra le più festose 
acclamazioni. Delle parti eh' ella sostenne, vanno citate più 
specialmente quelle di Cleri nel Disertor francese, e della prò- 



MANZONI 69 



tagonista nella Gabbriella di Vergy, in cui la Manzoni raggiunse 
il sommo dell'arte. Grande nella commedia, fu grandissima nel 
dramma. E tuttavia nel vigore degli anni, al colmo della gloria, 
più che circondata, assediata dal favore del pubblico, abban- 
donò l'arte, dopo il carnovale del 1774, fermandosi in Venezia, 
in cui viveva floridamente ancora deU"8i, tutta intenta all'au- 
stera educazione dei due suoi figliuoletti. 

Francesco Bartoli le indirizzò il seguente sonetto : 

Alla Signora Caterina Manzoni 

Io, nel fiorir de' bei vostri anni acerbi 
sul picciol Ren per quella via vi scorsi, 
che a sottrarsi del tempo ai fieri morsi 
insegna, ed a' suoi fasti empj e superbi. 

Sul lido d'Adria poi spargendo verbi 
di virtù colmi, orecchio anco vi porsi ; 
e eh' è r ingegno vostro atto m'accorsi, 
a far^ che il duolo altrui si disacerbi. 

Crebbe virtude in voi, crebbe in me stima 
pe' vostri merri, e pel saper profondo, 
che ad Elicona fa salirvi in cima. 

Ond' oggi il mio desir più non v' ascondo, 
il qual con prosa incolta e bassa rima, 
tenta innalzarvi, e farvi eterna al Mondo. 

• 

Alla testimonianza di Fr. Bartoli fo seguir quella di Carlo 
Gozzi [Memorie inutili, voi. II), il quale, accennando al fatto 
che la Manzoni, da lui scritturata pel Sacchi, si sciolse poi 
dall' impegno, vinta dalle supplicazioni e dalle lagrime de' suoi 
compagni e delle sue compagne, che vedeansi alla rovina, ab- 
bandonati da lei, conchiude : 

Ella ha abbandonata in età giovanile la comica professione in cui si distingueva 
dalle altre attrici, per abilità, e per educazione, pochi anni dopo V accennato accidente, e 
s' è ben meritata la fortuna che la pose in istato di poter lare un tal passo, per dedicarsi, 
com' ella fa con tutto lo spirito, a istillare in due suoi figliuoletti, le massime più austere 
della virtù sociale e spirituale. 



70 



MANZONI - MARCHESETTI 



E l'altra non meno attendibile, sebbene il Bartoli non 
abbia troppe tenerezze per lui, di Antonio Piazza, il quale 
dopo di averla acerbamente giudicata nella Giulietta (1771), 
dicendo : 

ha una lettera di raccomandazione nel volto che dovunque presentasi non 

le manca mai un accoglimento umanissimo. Giovine, ben fatta, di statura mediocre, e d'una 
bellezza particolare, le si farebbe un torto a non applaudirla ; ma invece di brava sarebbe 
meglio gridare bella per non ingannarla. In lei merita una gran lode il suo buon volere 
che fa tutti i sforzi possibili per renderla capace della sua professione, ma la meschina non 
è nata per la medesima 

le dedica poi, sei anni più tardi, // Teatro, nel quale sono a 
profusione le lodi per l'incomparabile artista. Delle qualità 
della donna egli discorre così nella lettera dedicatoria: 

Quando dirò che una donna voi siete che fece onore al Teatro coli* abilità sua e 
col suo contegno ; che del medesimo nulla serbate, nell' ozio grato della vostra vita pre- 
sente ; che alla vivezza dello spirito accoppiate la docilità del core, e alla finezza del discer- 
nimento r indole di compatire ; che ne' divertimenti co' quali il secolo invita la freschezza 
della età vostra, mantenere sempre sapete la decenza muliebre, la eguaglianza de' modi, 
il tratto affabile, le maniere cortesi; quando, ripeto, dirò tutto questo di Voi, non avrò 
dato che un saggio del vostro carattere, ma robusto di verità, mallevadori delle quali 
potranno farsi tutti quelli, che vi conoscono e trattano. 

Marcheselli. Trovo a questo nome il seguente curioso do- 
cumento nell'Archivio di Stato di Modena : 

Ser.»na Altezza, 

Solo mi trono in obligo di vmiliare à V. A. S. tome oggi a mezo giorno è urtata 
in uno di questi Molini una Barca, in cui ui era la Compagnia Comica detta MarcheseUi^ 
quale da Turino con passaporto del Sig.*" Ambasciatore di Francia passana a Verona per 
recitami questo Carneuale; fortunatamente e con stento si sono saluate le persone, che 
molto hanno soferto, auendo per altro perduto quasi tutto l'Equipaggio con loro gran danno. 

Altro non ho che auanzare a V. A. S. mentre con la maggiore vmiltà sempre ai 
miei doueri mi dico. 



Di V. A. S. 

Brescello li 16 Dicembre 1738. 



Vmilissimo Dcv."® Ob.™o Seruitore Suditto 

Prospero Mal aguzzi. 



Marchesetti Carlo. Era il 17 14 V arlecchino della Compa- 
gnia italiana di Varsavia, formata a Venezia da Tommaso Ri- 
stori per la Corte di Dresda. Aggiunge il Barone O Byrn {pp. cit.) 



MARCHESETTI - MARCHESINI 71 

per questo artista, che dipinse pel teatro di Varsavia una scena 
di camera. 

Marchesini Antonio, veneziano, ebbe molto grido come 
capocomico. Recitava le parti ^ inìiamorato, e Fr. Bartoli lo 
dice 4c Uomo di molto ingegno, che non solo in Teatro, ma al 
Tavolino ancora mostrar sapeva uno spiritoso talento. > Non 
ebbe alcuno mai in società, e cumulò denari quanti volle : 
ma proprio al momento, in cui credè la sua sorte assicurata 
per sempre cominciò a esser da essa perseguitato, e con sif- 
fatta costanza, che in capo a pochi anni fu ridotto in miseria. 
Aveva sposato la vedova Brigida Sgarri, da cui ebbe una 
femmina, monaca a Fano, e un maschio, Giovanni, marito 
della famosa Regina Cicuzzi (V.). Rimasto vedovo passò a se- 
conde nozze con la prima donna Lucrezia Tabuini di Modena, 
artista pregiatissima nelle parti studiate e nelle improvvise, 
mortagli in Bologna il 1762. Antonio Marchesini si ritirò poi 
in Venezia, ov' ebbe - dice il Bartoli - pietosi sussidi da Gero- 
lamo Medebach, e dove morì del 1765. 

Si mantenne viva nei repertori del tempo una sua com- 
media, xxiXkX.oX'dXò.LaMaga avvocato, che aveva in fine il seguente 
sonetto : 

Diede natura all'uom sul proprio Core 
un assoluto, indipendente impero. 
Questo nel nascer nostro don primiero 
da lui si riconosce per favore. 

Ma a chi reca piacere, a chi dolore; 
ed io il provai finora acerbo, e fiero: 
se per serbarne il suo dominio intero, 
di due morti sugl'occhi ebbi l'onore. 

Pur mercè a' Numi liberai lo sposo, 
il germano placai, contenta sono; 
scevra d'ogni periglio avrò riposo. 

Ma perchè dell'arbitrio io goda il dono, 
cortesi voi quel che sperar non oso, 
donate a' falli miei gentil perdono. 



72 MARCHESINI - MARCHETTI 

Metto qui la patente accordatagli dal Duca di Modena, 
che tolgo da queirArchivio di Stato, a testimonianza de' suoi 
meriti, e del conto in cui egli era tenuto : 

Antonio Marchesini dichiarato attuale Servitore di Sua Altezza Ser.in^ 

Francesco &. 

Partendo dai Nostri Stati per portarsi altrove Antonio Marchesini Capo della Com- 
pagnia de' Comici, che ha esercitata per più mesi tal professione ne' Teatri di Modena, e 
di Sassuolo con piena nostra sodisfazione, e della nostra Corte, ed' anendo perciò motivo 
d'accordargli la nostra prottezione, con ascrìverlo nel numero de nostrì attuali Sruitorì, 
1' accompagniamo colle presenti nostre lettere patenti, in vigore delle quali preghiamo i 
Signori Prìncipi per i Stati de quali gli occorrerà transitare, e rìspettivamente ricerchiamo 
i loro Minbtrì a far godere allo stesso Marchesini i suoi cortesi riguardi, lasciandolo pas- 
sare liberamente col suo seguito, e Bagaglio, e tanto poi comandiamo espressamente aj 
Ministri, Officiali, e Sudditi Nostri per quanto stimano la gratia. In fede &. 

Dato in Modena dal Nostro Ducal Palazzo questo di i6 xmbre 1753. 

Dal Paglicci-Brozzi {pp. ctt)^ sappiamo che nell'estate 
del 1738 recitava al Teatro Ducale di Milano. Aveva in Com- 
pagnia il figliastro Francesco Sgarri, buon arlecchino, e Pietro 
Vidini, buon comico anch' egli, forse marito della Madda- 
lena (V.), e tanto vi piacque che fu riconfermato per la se- 
guente estate. 

Marchesini Regina. (V. Cicuzzi Marchesini). 

Marchetti Stefano. Recitava nella seconda metà del se- 
colo XVII le parti d^ innamora/o sotto il nome di Lelio. Nella 
lettera di Giuseppe Fiala, accennata al suo nome (V.), è questo 
brano che si riferisce al Marchetti : 

pongo auanti gì' occhi di Vostra Signoria III. ma che sono in Napoli con 

cinque persone carico di debiti fatti per uenir in questa Città, non con altro ogetto che 
di leuarmi dalla tirannia e persecutione di Lelio marchetti e suoi adherenti, che è stato 
la rouina di mia casa, che se io hauessi hauto minimo comando nel tempo sono dimorato 
in modona non mi sarei partito e non sarei cosi consumato. 

Altre due lettere (entrambe dell'archivio Rasi) si hanno 
di lui: una da Venezia del 2 dicembre 1673, non sappiam bene 
a chi diretta, nella quale sono i ringraziamenti per l'avuta parte 
intera, e le assicurazioni della concordia completa della com- 



MARCHETTI 73 

pagnia; e l'altra da Bologna del 4 aprile 1679 appena decifra- 
bile, nella quale domanda una lettera di raccomandazione pel 
Cavaliere Bartolomeo Longhì a Genova, a favore di sua mo- 
glie, comare della persona sconosciuta, a cui è indirizzata la 
lettera. Molto probabilmente la moglie è quella tal Marchetta, 
citata al nome di Girolamo Chiesa, la quale appunto, nel 1664, 
s'era fatta aufricc d'una Compagnia, in cui s'erano impegnati 
il Dottor Violone e Bagolino: impegno che, a detta dello scri- 
vente Ludovico Bevilacqua, era più aito di perfidia, e liuore 
contro la signora Marzia {la Fiali) che sincero, et anteriore à quello, 
che haueuano con questa signora.... Il che concorderebbe forse 
col fatto dell'essere stato il Marchetti, come abbiam visto, la 
rovina della casa Fiali. 



Marchetti Angelo, di famiglia lucchese, studiò pittura in 
patria, andando poi a perfezionarsi a Viareggio sotto due fra- 
telli di sua madre, Emilia Rustici. Colà, entrato nella Società 
filodrammatica, esordì colla parte di 
Paolo in Francesca da Rimini del Pel- 
lico, e tale ne fa il successo che tutti lo gj ' ^^0i^^ \ 
consigliarono a gettare i pennelli per é " ^p ^^ \ 

darsi all'arte del comico. Il nonno, con- 
trarissimo sul mutamento, profittò della 
partenza di una tartana per Napoli, e 
v'imbarcò Ìl nipote assieme a un altro 
giovane pittore, certo Prati. Non po- 
tendo sfogare in altro modo il suo fer- 
vore pe '1 teatro, si diede il Marchetti 
a declamar nelle società napoletane le 
poesie del Giusti e del Berchet, per le quali s'ebbe non so 
quanti giorni dì carcere. Tutto intento nel pensiero del teatro, 
conobbe a NapoU varj comici, tra' quali Rafaele Negri, padre 
di Adelaide Falconi, del quale sposò più tardi l'altra figliuola 
Ergilda. Dopo alcune recite al Teatro Partenope, fu scritturato 
da Adamo Alberti a' Fiorentini, quale amoroso a vicenda con 




74 MARCHETTI - MARCHI 

Luigi Monti, assumendo alla sua partenza il ruolo dì primo attor 
giovine a fianco della Sadowski, della Cazzola, della Monti, di 
Taddei, di Alberti, di Bozzo, di Majeroni, di Tommaso Salvini, 
di Angelo Vestri, di Marchionni e di Virginia Marini, con la 
quale passò poi in Compagnia di Alessandro Monti. Quindi co- 
minciò veramente a farsi popolare il nome di Angelo Marchetti, 
che fra le tante sue interpretazioni, ammiratissimo per castiga- 
tezza e slancio, diventò sorprendente in quella, dì Armando nella 
Signora dalle Camelie, colla quale, a fianco di Virginia Marini, il 
grande astro saliente, allora, formava il più bel duetto artistico 
che mai si potesse credere. Alla fine del carnovale del 1868 fu 
aggredito in Milano; derubato dell'orologio e del portamo- 
nete, e minacciato di morte se avesse parlato. Affetto da vizio 
cardiaco, e di fibra singolarmente sensibile, ammalò poco dopo; 
e, trasportato a Viareggio, quivi morì il 6 febbraio del 1869. 
Sulla pietra che suggella il suo sepolcro nella cappella 
del Vecchio Camposanto, è la seguente epigrafe : 

Qui presso all'avo ed al padre piangendo deposero 
le spoglie mortali di Angelo Marchetti della dram- 
matica arte cultore egregio - Ergilda consorte, 
Alessandro fratello. 

Il fratello Alessandro fu comico anch'esso, e anche capo- 
comico solo e in società. Giovane colto, si adoperò con qual- 
che suo scritto in prò dell'arte drammatica, alla quale, non 
ostante il posto che oggi occupa di rappresentante di una 
compagnia d'assicurazioni, è sempre legato di vivissimo affetto. 

Marchi Francesco e Isabella. (V. Fiala Giuseppe). 

Marchi-Maggi Pia. Figlia di Cesare e Carlotta Marchi, ar- 



tisti drammatici, quello brillante, qxxestdL prima attrice giovine, poi 
prima attrice e madre, nacque a Verona del 1846. Diventata la 
prifna attrice assoluta di una Compagnia di L. Bellotti-Bon, si 
diede all'interpretazione del gran repertorio moderno, facen- 
dosi ammirar schiettamente in ogni lavoro, non esclusa la 
Moglie di Claudio ; ma il suo vero periodo di gloria fu di quei 



sei anni passati nella Compagnia di Alamanno Morelli, a fianco 
di Luigi Monti, col quale formava la più deliziosa coppia d'in- 
namorati che si potesse mai veder su la scena. Svegliatis- 
sima di mente, di spi- 
rito pronto, ebbe atti- 
tudini singolari alle 
parti comiche, che col- 
tivò amorosamente sul 
tardi, acquistandosi 
con Ninicke. Ma Cou- 
sine, Fenttne à Papa, e 
altro, il nome di Judic 
italiana. 

Recitò come tutti 
i figli d'arte, piccolis- 
sima; poi fu messa in 
collegio a Milano, dal 
quale uscita, tornò a 
recitare, esordendo al 
Corcano con la parte 
di prima donna nel Ca- 
Valter di spirito di Gol- 
doni, in Compagnia di 
Adelaide Ristori, colla 

quale visitò Londra, Parigi, Barcellona. Del repertorio dì 
Achille Torelli, e specialmente di Fragilità che fu scritta per 
lei, fu a' bei tempi antiqui ìnterpetre eccellente, unica: in quello 
di Dumas figlio, Francillon, Moglie di Claudio. Diana di Lys, 
non ebbe rivali, fuorché Eleonora Duse. DÌ comicità irresisti- 
bile, e d'ingegno come abbiam detto vivacissimo, seppe trar 
grande partito da ogni situazione la più semplice; una piccola 
scena recitata da lei, assumeva proporzioni gigantesche! Che 
deliziosa macchietta, ad esempio, quella à.€X operaja i\€i}^ Ispet- 
tore dei vagoni'letio, che invita ai baci col falso tic/,.. Sembrò a 
tutti e per un pezzo eh' ella dovesse avere il cuore invulnera- 




76 MARCHI - MARCHIONI 

bile; ma un bel giorno con universa! sorpresa, si ammogliò al 
bello e forte attore Andrea Maggi, dal quale poi si distaccò 
artisticamente avendo così diverse le attitudini e le aspirazioni ! 
Benché non piii giovane, essa continuava a farsi ammirare ed 
applaudire nelle sue vecchie interpretazioni. Se si fosse decisa 
ad assumere un ruolo più conveniente, ella sarebbe certo tor- 
nata a' bei giorni dei più clamorosi e sinceri trionfi. Colpita a 
Roma d'influenza, che poi andò mutandosi in polmonite, vi 
morì il 29 aprile 1900, assistita dal marito, dalla sorella, dal 
figliuolo, desolati. Fu pianta sinceramente da molti amici, dalla 
stampa e da ogni specie di pubblico che si vide rapir d'im- 
provviso una delle sue più dilette artiste. 

Marchi Adelina. Sorella minore della precedente, ricca 
d'intuizione artistica e dì squisito sentire, fu, per più anni, amo- 
rosa eletta nella Compagnia di Luigi 
Pezzana a fianco di Giovanni Ceresa. 
Benché difettosa alquanto nella pronun- 
cia, potè passare con una recitazione 
calda e spontanea, al ruolo di prima 
attrice assoluta in Compagnie di primo 
ordine, come della Sadowski, diretta da 
Luigi Monti, nella quale io l'ebbi col- 
lega affezionata, dì L. Bellottì-Bon, e di 
Giovanni Emanuel. In questa, una delle 
sue ultime e più belle interpretazioni 
fu della protagonista in Odetìa di Sar- 
dou, che replicò acclamatissima per più sere al Teatro Alfieri 
di Torino, Oggi la egregia artista è fuor della scena maritata 
a un ufficiale dell'esercito. 

Marchioni Angelo. Fiorentino. Giovane di sicura abilità nelle 
parti di Imiamoralo. Addcstrossi nell'arte del recitare fra gli accademici 
della sua Patria; e poi passò a Napoli, dove sì fece onore. Ritornato a 
Firenze, recitò nel Teatrino della Piazza Vecchia, ed oggi scorre l'Iulia 
con la Compagnia di Giovanni Roffi, facendo sempre più conoscere con 
certezza i teatrali meriti suoi. 




MARCHIONI - MARCHIONNI 77 

Così Francesco Bartoli. Ma io credo che s'abbia a leg- 
gere Marchionni anziché Marchioni, figliuolo di Casimiro, non 
sappiam dire se comico, marito di Elisabetta di Pompeo Bai- 
desi e padre della celebre Carlotta che gli nacque, mentr' egli 
e la moglie (i 796) trovavansi a Pescia in Compagnia di Giovan 
Battista Mancini. 

Marchionni Carlotta. Figlia del precedente e di Elisabetta 
Baldesi, nacque a Pescia nel 1 796. Messa nel collegio delle 
Orsoline di Verona, si vuole che fosse trovata in estasi dinanzi 
a una statua di sant' Orsola, alla quale recitava certe sue fila- 
strocche. Recitazione, che ripeteva poi per invito della stessa 
direttrice e delle compagne nelle ore di ricreazione. Balzò di 
punto in bianco dai silenzi del chiostro alle lusinghe della scena, 
in cui passò di compagnia in compagnia sostenendo parti or 
di paggetto, or di amorosa, or di seconda donna, sinché il 1 8 1 1 fu 
scritturata prima attrice dal capocomico Lorenzo Pani, sino 
al '14; nel quale anno appunto, essendo a spasso in Firenze 
gli artisti Antonio Belloni, Ferdinando Meraviglia, Carlo Cala- 
mai e Luigi Domeniconi, formarono con Elisabetta Marchionni 
una società, di cui fu prima donna assoluta la diciassettenne Car- 
lotta, la quale esordì al piccolo teatro della Piazza Vecchia nella 
Pamela ntclnle del Goldoni.- Narra il Colomberti che la società 
iniziò il corso delle sue recite, non solamente senza alcun cor- 
redo di scena, ma senza fin anco il libro della commedia che fu 
per buona ventura trovato sur un banchetto. L'esordire della 
giovane attrice fu il primo passo alla celebrità, che divise, unica 
fra le donne, con Luigi Vestri e Gustavo Modena. 

Ma il Modena si chiuse nella cerchia della tragedia e del dramma, n Vestri e la 
Marchionni personificarono forse meglio quella varietà di attitudini che è degli attori italiani 
soltanto, e che permette a ciascuno di loro, che sia veramente nato all'arte, di suscitare 
le commozioni più disparate e diverse ; di passare con stupenda volubilità e occorrendo in 
nna sera medesima dal tragico al comico, dall'Alfieri al Goldoni : d' essere come la Mar- 
chionni ora Mirra o Clitennestray più tardi Mirandolina o Rosaura : come il Vestri oggi 
Don Marno^ domani // povero Giacomo. 

(Ferdinando Martini, Al teatro. Firenze, Bemporad, 1895). 



78 MARCHIONNI 



E più largamente il Colomberti: 

La naturale sensibilità, il nobile gestire, l'espressione del volto, e più di tutto il 
suono armonioso della voce donavano alla Carlotta un fascino che dominò per quasi tren- 
ta anni tutti i pubblici d' Italia. Chi la vide rappresentare VAUxina, La Fiera, La Lusirt" 
ghiera, e La Vedova in solitudine del Nota; La Sposa sagace, le due Pamele, GP Innamorati, 
le tre Zelinde del Goldoni ; La bella Fattora, traduzione del conte Piosasco ; le due Chiare 
di Rosenberg, La figlia della terra d* esilio, DOrfanella svizzera, drammi scritti a pK>sta 
per lei dal fratello Luigi, non potè a meno di riconoscere e di applaudire in lei quei tratti 
di grande attrice, che caratterizzano il vero genio. Un altro genere da lei insuperabilmente 
rappresentato era quello delle parti ingenue. La Ciurli o La famiglia indiana, la Lauretta 
di Gonzales, e varie altre erano da lei con tale innocenza rappresentate, e nel tempo stesso 
con una verità si grande da far supporre che l'arte non vi aggiungesse nulla del proprio, 
quando invece era la sublimità di questa che le faceva raggiungere il vero ; e se questa 
somma attrice fu a tante superiore nella commedia e nel dramma, con non minore maestria 
seppe innalzarsi nella tragedia, poiché la Francesca da Rimini, eh' ella creò, la Pia d^Tolo- 
mei, la Mirra, VOttaifia, e tante altre le procuraron sempre nuovi trionfi. 

E Francesco Righetti nel suo Teatro italiano, dopo di 
avere accennato alle invidie suscitate da lei nelle compagne 
d' arte, e di avere enumerati alcuni difetti di gesto e d' intona- 
zione dovuti a mancanza di scuola, viene a concludere così: 

Ma io sfido tutti i delicati conoscitori dell' arte comica a dirmi in chi, dove, e 
quando si è veduto nella commedia italiana una donna, che con tanta grazia, con tanta 
decenza, e con tanta nobiltà passeggi la scena? Io m'appello a tutte le dame di tutte le 
corti più galanti, se si può con miglior dignità ed amabilità in una nobile e gentile con- 
versazione, dir sedete come lo dice la nostra Marchionni; con quale vivacità di colorito 
sa ella moltiplicare e compartire le tinte in una scena di gelosia ! Chi sa comporre qnello 
sguardo, accomodar quel labbro, emettere quel suono di voce in una scena d'ironia al 
pari di lei? Della felicità sorprendente nelle transazioni, e nel passaggio d'un affetto al- 
l' altro, della dizione semplicissima e naturale, dell'artifizio che par tutto natura, ne ab- 
biamo un esempio parlante nella Lusinghiera dell'avvocato Nota. 

E qui fa un' analisi minuziosa e interessante dell' interpre- 
tazione, in cui la Carlotta si mostrò più che in altre artista di 
genio; alla quale fa seguir quella della Mirra, che ne fu la 
creazione più maravigliosa, approdando alle stesse conclusioni, 
e terminando poi con queste parole : < la nostra Marchionni ha 
dei difetti: e chi non ne ha? Ma dove ella è grande, è più 
grande di tutte. > 

La società con tanta modestia e direi meglio povertà co- 
stituita, andò innanzi dodici anni tra l'ammirazione e l'applauso 
di ogni pubblico, esempio unico di artistica fratellanza. Termi- 



MARCHIONNI 



nati i quali la Carlotta passò (la quaresima del '23) nella Com- 
pagnia Reale Sarda, in cui portò coll'arte e co' costumi l'amore 
del pubblico verso di lei al grado d'idolatria, e da cui si staccò 




nel '39. per ridursi a vita privata, e non tornar più sulle scene, 
fuorché tal volta a scopo di beneficenza. Morì nubile di paralisi 
al cuore ìn Torino nel 1861. Nubile ! A proposito del sagrificio 
ch'ella avea fatto all'arte degli affetti di sposa e di madre, Giu- 
seppe Costetti {op. cit, 38) dice: 

E quando ti rifletU che la verginità di CarlolU Muchionni non fu nns muchera 
«stnU per gabellare irresponsabilmente non dirò la scoitomateiza, ma nemmeno le facili 
mondanità della vita del teatro, ma fa invece nna castità immacolata e tersa, non appannata 
mai neppure dal soffio della maldicenza che, fra le quinte, è vipereo; k da pensare pint- 



8o MARCHIONNI 



tosto che quell'anima forte e quella vigorosa fantasia si piacessero del contrasto fra la 
severità del costume che s'era imposta, e le sfrenate amorose passioni che doveva rap- 
presentare. 

E più oltre (pag. 41): 

Carlotta Marchionni, la estatica di Verona {allude al ColUgio delle Orsoline), la im- 
mancabile alle messe meridiane della Consolata o di San Filippo, che prima di uscir sulla 
scena ogni sera si faceva senza ostentazione, né sotterfugio, il suo bravo segno di croce, 
rappresentò alla perfezione Donna Giulia {La Lusinghiera) e le sue spinte civetterie, come 
già aveva reso le fiamme incestuose di Mirra. 

E il Colomberti: 

Carlotta Marchionni fu donna adoma di modi squisiti e gentili ; d' ingegno perspi- 
cace e pronto. Tanta era l' attrattiva del suo conversare, che la di lei casa era in ogni città 
frequentata dai più rinomati ingegni in Arti, Scienze, e Letteratura. L'arte che professava 
fu sempre per lei una seconda esistenza. Né questa le impedi d'essere figlia amorosissima, 
perché non volle mai separarsi dalla sua genitrice ; e quando la morte glie la tolse, le fece 
innalzare nel Campo Santo di Torino un monumento che racchiuse, dopo varj anni, anche 
le di lei spoglie mortali. 

La madre morì d'anni 65 il dì 24 marzo 1835; ^^ ebbe 
sulla sua tomba questa iscrizione : 

Ad Elisabetta Marchionni Sanese | dalla figlia Carlotta | cui 
raddoppiò gli affanni nel mancar della madre | amata sopra 
tutte le cose umane com'era degna. 

Giovanni Prati dettò il seguente sonetto : 

Visitando la tomba di sua madre 

Si ; vidi anch' io queli' urna e quelle forme 
sculte nel marmo, e che tu piangi estinte: 
E volto a quella che là dentro dorme, 
e per aura miglior V ali ha sospinte, 

sclamai : « Beata, che traesti T orme 
da queste zolle in vanità dipinte, 
dove s' indraca un popolo difforme, 
che troppo ha T alme nella creta avvinte. 

Beata ancor, che dietro te lasciasti 
una che piange in queste basse rive, 
come cosa mortai più non la tocchi. 

Troppo le tombe scordano i rimasti ! 

Troppo, e Dio se ne accora. Ella non vive 
dal di che ha chiuso alla sua madre gli occhi.» 



MARCHIONNI 8i 



Gli onori tributati alla grande Carlotta ricordan quelli 
tributati più di due secoli a dietro a Isabella Andreini; onori 
di rime, di medaglie, di marmi. Madame di Staél, a una rap- 
presentazione della Mirra in Milano, lei che all'ammirazione 
del teatro italiano non fu molto inchinata, voltasi a Silvio Pel- 
lico, sclamò : elle à le genie de son art au dernier poinL Tra' versi 
dettati in suo onore, del Pezzòli nella Galleria dei più rinomati 
attori drammatici italiani, del Vico nell'opera del Costetti, ecc., 
scelgo il principio e la fine del sermone di Giuseppe Barbieri, 
// Teatro, a lei dedicato, che è men facile a trovarsi : 



Pochi nel geni'al comico ludo 

surgono ad alta meta insigni attori; 

e Tu forse nel tragico lamento 

unica sei, che l'anime distempri 

d' ineffabil dolcezza ; e ben Tu fosti 

a miracol mostrar, di Ciel venuta, 

soavissima Venere del pianto. 

O rara donna ! A questo erami dunque 

la tua maravigliosa arte serbata, 

questo voleva il mio destin, che tutto 

Tamaro e il dolce, in che passai la vita, 

«quand'era in parte altr'uom da quel ch'i' sono;» 

tutto m' avesse a ribollir nel petto, 

e traboccarmi in lagrime dagli occhi; 

e me da me diviso, e in te pendente 

confondermi con teco? Illustre donna, 

chi non t' ammira ? Di vivaci plausi 

ferve al tuo comparir l'Itala scena; 

che dove a Te simile altra sorgesse, 

di Melpomene alunna e di Talia, 

men sonerebbe glorioso il vanto, 

che le galliche prove a noi rinfaccia. 



o delle Muse 

verace figlia, e delle Grazie alunna, 

a Te mi volgo, in Te conforto e speme 

11. — / Comici italiani. Voi. II. 



82 MARCHIONNI 



giovami por ; clie Tu Roscia de' palchi, 

Tu del bello imitar casta, decente, 

affettuosa, amabile, maestra 

farai le scene di lor meglio accorte; 

e sarai vivo specchio, in che guardando 

attori e spettator, prendano forma 

d'ogni sincera teatral virtude. 

Opra è questa da Te. Natura ed arte 

Ti componeano al bello ed all'onesto. 

Sirena del dolore, io ti saluto. 

Marchionni Luigi. Fratello della precedente, nacque a 
Venezia il 2 novembre 1791. De' primi anni dell'arte sua rife- 
risce il Colomberti il seguente aneddoto : 

Il direttore Antonio Belloni che trova vasi con la Compagnia Paganini nel 1803 uni- 
tamente all' Elisabetta, da poco divenuta vedova, possedeva un piccolo cane, che, divenuto 
idrofobo, fuggi di casa, e si recò in quella della Marchionni, forse per non mordere i pa- 
droni. Giunto colà, incontrò in una stanza Luigi e la di lui sorella (non già la Carlotta, 
ma la Luigia, che appena aveva raggiunti i dieci anni). Fratello e sorella in quel punto 
litigavano per un motivo qualunque, e Luigi, veduto il cane, lo aizzò contro la sorella, 
che venne morsicata, e mori dopo pochi giorni. La madre, furiosa contro del figlio, ca- 
gione innocente della morte della sorella, lo cacciò di casa. Inutili furono le discolpe del 
giovinetto, e le preghiere di tutta la Compagnia; la madre rimase inflessibile. Il Capo- 
comico ed il Belloni lo impiegarono con la Compagnia condotta dal caratterista Francesco 
Pieri; e là il disgraziato giovinetto fu obbligato a suggerire, copiare originali e parti, non 
meno che a far parti adattate alla sua età. Benché da tanti obblighi non ritraesse che un 
piccolo stipendio, pure non solo provvedeva alla propria sussistenza, ma siccome era stu- 
diosissimo, toglievasi spesso il pane dalla bocca, per comprare dei Ubrì. Nelle ore in cui 
poteva esser libero da' suoi doveri (e queste non erano tali che nella notte), si occupava 
continuamente a leggere ; ed essendo pieno d' ingegno naturale, e dotato di ferace memoria, 
seppe profondamente istruirsi, e in seguito diventare un buon autore teatrale, ed un ottimo 
artista. Sembra che il tempo e l'amor materno, non meno delle preghiere della sorella, 
gli ottenessero il perdono della severa Elisabetta dopo diciassette anni di esilio dalla fa- 
miglia: e infatti lo ritroviamo nel i8ao nella Società drammatica della madre e della sorella 
al posto di primo amoroso assoluto^ dopo la scelta del primo attore Meraviglia, con la 
moglie Teresa, brava prima e seconda donna giovane. 

(Era questa figliuola del buon secondo caratterista e servo 
sciocco Giuseppe Grazzini). 

Entrò il 1825 con l'impresa Tessari, Prepiani e Visetti 
2! Fiorentini di Napoli, ove stette sino al '64, anno della sua 
morte. Il Marchionni fu Fattore generico per eccellenza. Bril- 



MARCHIONNI- MARIANI 



lante e tiranno, padre nobile e amoroso, caratterista e promiscuo. 
s' ebbe fama di Garrìck redivivo. La Moda di Napoli dice : « è 
difficile veder due volte il Marchionni con la stessa sembianza: 
diverso sempre da sé sot- 
to le diverse forme che 
veste su le scene, ei non 
somiglia a sé stesso che 
in una sola cosa, cioè In 
esser sempre eccellente.» 
Di lui abbiamo tra- 
gedie : / Martiri, Olindo 
e Sofronia, Edea Zave/la 
o La presa di Negroponte, 
La Vestale, che meritò gli 
elogi di Vincenzo Monti e 
di Ugo Foscolo; spetta- 
coli : Pirro, o i Venti Re 
all'assedio di Troja, La fi- 
glia della terra d'esilio; drammi : Chiara di Rosenberg calunniata. 
Chiara innocente, L Or/aìiella svizzera; lavori questi scritti per 
la sorella Carlotta e da lei con molto successo recitati. Poi li- 
bretti d'opera, come L' Esule di Roma e Belisario, musicati dal 
celebre Donizetti, e una infinità di traduzioni dal francese e 
riduzioni in prosa e in versi che furon vive per molti anni 
ne'repertorj delle nostre primarie compagnie. 




Marchis (De) Giuseppe. Uno dei primi attori della Com- 
pagnia di Gioacchino Petrelli. Autore di un dramma. La morte 
di San Nicola, che fu rappresentato per più sere nel 1 800 a 
Tolentino. 

Marcucci Anna. (V. Fiala-Narici Marzia). 



Marìanì-Zampieri Teresìna. Dei primi anni di questa 
egregia artista, nata a Firenze al principio del 1871, e andata 



84 MARIANI 



il '77 e *7 8 a sostener colla Ristori a Parigi e in Ispagna le 
parti di uno dei bimbi nella Medea e del Delfino nella Maria 
Antonietta, una delle più intellettuali tra le %\ov2iXÌ\ prime donne 
del nostro teatro di prosa, così parla Gace nel Resto del Carlino 
del 29 novembre 1897: 

Scioltasi la Compagaia Ristori, le sventare domestiche cominciarono a sperimentare 
la tempra del caore della piccola attrice, edacaadola alla scuola del dolore. Il padre di 
lei, Aatonio, oriundo romaao, buoa attore, formò una discreta compagnia, che dopo brevi 
tentativi, si scioglieva: e recatosi a Torino colla famiglia, prestò P opera sna a quella 
Società Filodrammatica ; ma rottosi l' accordo, quei bersagliati si trovarono ancora in balia 
della ventura. 

Dimenticati dalla famiglia comica, si stabilirono a Torino ; il padre con un impiego 
di copista, le due donne ad agucchiare per la sartoria del Teatro Regio. La madre tornò 
per alcun tempo nella Compagnia Milone Vazer ; ma ben tosto ancora al lavoro dell'ago. 
Poi, anche questo mancò col cader della stagione teatrale, e fu allora un travagliarsi, un 
assoggettarsi a fatiche nuove, ad occupazioni penose e di tenue guadagno. Le belle manine 
della giovinetta lavorarono alla fabbricazione delle cartucce nell'arsenale militare, e trapun- 
sero ricami di crocheis pel convento delle Josephitus, 

In quei giorni, la famiglia Mariani, più per sfogo che per guadagno, andava coi 
dilettanti alla Venaria Reale, dove la giovine attrice interpretava i caratteri più disparati 
e più strani, quali la Linda di Chamounix o il Maino della spinetta» Il direttore della 
Filodrammatica del Teatro Nazionale, Alessandro Emanuel, ammirato dai pregi della bionda 
attrice, la scritturava per le recite del carnevale ; e in questo periodo di tempo incomin- 
ciano i suoi primi trionfi. 

A quindici anni, la Compagnia Diligenti-Pezzana l'accoglieva con amore; e nel 1885 
nella parte di Edith del Figlio di Coralia debuttava applaudita al teatro dei Rozzi di 
Siena; continuando negli anni successivi, colle Compagnie Novelli, Pasta e Drago, a raf- 
forzare sempre più la sua delicata fibra d'artista. 

Dopo gli anni, che chiameremo di noviziato, ma che furono 
anni di vita artisticamente vissuta, nei quali la prima attrice 
giovane colla intelligenza svegliata, colla voce insinuante, colla 
dizione limpida e piana, era diventata l'idolo del pubblico, passò 
prima attrice assoluta nella Compagnia di Cesare Rossi, osteg- 
giata dai più, che vedevano in lei nelle grazie del viso, la 
eterna ingenua, ma accompagnata dall'incoraggiamento dei 
pochi, che vedevan nella gagliardia della sua mente, e della 
sua volontà, nello sviluppo ognor crescente delle sue attitudini, 
una giovane forza che sarebbe arrivata in breve agli alti gradi 
dell'arte. E i pochi non s'ingannarono: alla Fernanda, alla 
Ivonne, alla Pia, alla Iolanda, seguì la Dorina, la Parigina, la 



MARIANI - MARINI 



Innamorata, la Santuzza, non esclusa la inevitabile Margherita 
Gauthier, in cui la Mariani si cimentò, cosciente della battaglia 
grande che ingaggiava col pubblico, ma fidente nelle sue forze. 
E vinse. E il pubblico 
r acclamò; e procla- 
mò artista fine e po- 
tente.... D'ingegno 
pieghevolissimo, pas- 
sò con singolare sicu- 
rezza e rapidità ai 
generi più disparati, 
riuscendo interpre- 
te felice della nuova 
scuola. Oggi è capo- 
comica, e maritata a 
Vittorio Zampieri; e 
dopo un viaggio bre- 
ve ma fortunato in 
America, tornò tra 
noi al Valle di Roma, 
ove interpretò mira- 
bilmente Zaza. l'affa- 
scinante mosaico tea- 
trale di Berton, per riprendere il largo verso la Spagna, ove 
l'attendevano onori non isperati. Le più che festose, entusia- 
stiche accoglienze di Madrid e di Barcellona la compensarono 
a esuberanza de' tristi anni della fanciullezza, che, tra le accla- 
mazioni di un popolo artista, le torneranno alla mente con na- 
turale e vivo compiacimento, sentendo di dovere a sé sola, alla 
sua tenacità, al suo amore per l'arte, all'ingegno suo, se potè 
da quelli balzar nella vita presente tutta intessuta di rose. 

Marini Giuseppe, veronese, esercitatosi tra' dilettanti della 
sua patria, si diede all'arte nel 1810, dedicandosi per la sua 
maestosa figura al ruolo di tiranno, che sostenne con raoltis- 




86 MARINI 



sima lode nelle primarie compagnie di Raftopulo, Goldoni, 
Dorati, Internari e Paladini, Perotti e Fini. 
Morì a Firenze Tanno 1854. 



ini Virginia, figlia di Carlo e Teresa Weiss, nacque 
ad Alessandria della Paglia il 19 novembre del 1844. Essendo 
il padre custode del teatro d'Alessandria, la piccola Virginia 
attendeva ogni mattina alla ripulitura dei palchi e della platea, 
ingannando il tempo con tirate di commedia che aveva impa- 
rate la sera in teatro. Il fiorentino Giovan Battista Marini, 
discreto artista (era generico dignitoso il 1853 in Compagnia 
Sadowski-Astolfi), sorpresala nelle sue declamazioni, scoprì il 
tesoro magnifico della sua voce, e, vedovo da poco e per giunta 
con figliuoli, propose alla Virginia di sposarla, coli' intento d'ini- 
ziarla alla vita dell'arte. Essa accettò, il matrimonio accadde 
nel 1858, e Virginia Marini diventò nello stesso tempo attrice. 

Questa la leggenda. 

Fu i suoi primi anni servetta con Meneghino Preda; poi, 
il '62, ingenua ai Fiorentini di Napoli, ove mostrò subito quali 
altezze avrebbe saputo raggiungere. Era la prima volta che 
recitava in italiano. Ttta Nane, pseudonimo che cela uno dei 
più modesti e più intelligenti cultori dell'arte nostra, così de- 
scrive quello e gli altri primi passi in un bello e appassionato 
articolo apparso nella Tribuna illustrata del settembre '94 : 

Adamo Alberti scelse per il debutto un vecchio pasticcio del Bayard: // nuovo 
Figaro e la Modista, La modista era lei, la Marini. La sala metteva paura. H pubblico 
aveva avuto per una settimana i grandi della Compagnia, Salvini, la Clementina Cazzola, 
e non dico altro. Della Marini nessuno aveva mai sentito ripetere il nome. Qnand'ecco 
arriva sulla scena lei con una scatola in mano, vestita proprio come una sartina che si 
rechi a domicilio, e, senza uscire dalla naturalezza, fa sentire la musica di quella voce. 
Apriti cielo! Fioccarono gli applausi, e lei, poveretta, non credeva a sé stessa; subito 
Tommaso Salvini la slanciò nel genere drammatico, e il successo fu eguale. Essa non 
perdeva sillaba della Cazzola, che, per eleganza, naturalezza, profonda intuizione d'arte, 
si collocò fra la Ristori e la Sadowsky, e in certe parti non trovò chi riuscisse a supe- 
rarla; e più tardi, a Firenze, quando la Cazzola ammalò, Tommaso Salvini ricorse alla 
signora Virginia; e la signora Virginia, improvvisando sera per sera un'interpretazione, 
cominciò a spiccare il gran salto, sempre sotto gli auspici del gran colosso Salvini, artista 
completo, dividendo il regno dell'arte con la Tessero e la Pezzana, e tutte tre facendo 
credere con i grandi successi fatti ottenere alle commedie di Gherardi Del Testa e di Achille 



MARINI 8; 

Torelli, M proverbi del Snner, ù drammi del Coitetti, ai lavori nuutodontici dell'ultima 
maniera di Paolo Ferrari, al medio evo di Giaccia, ^la rominiU di Pietro Cona, all« 
galanterìe di De Renzif, dì Martini, di Caitelnaovo, e tutto il resto di Codiuello, di 
Ifnratori, di Montecorboll, di Castelvecchio, di Sabbatini e di tanti altri, tacendo credere 
all' eiiilenza d' no moderno teatro italiano. 




Virginia Marini fu il '63 con Luigi Domeniconi, e il '64 
con Gaspare Pieri. Il 'ò^-'Os era di nuovo con Adamo Alberti 
ai Fiorentini dì Napoli, e questa volta prima attrice giovane: 
dal '66 al '68 con Alessandro Monti, dal '68 al '69 con Tom- 
maso Saivini, dal '69 al '72 con Alamanno Morelli. Poi ebbe 
Compagnia propria, entrò nella Compagnia Nazionale, tornò 
a formar Compagnia.... Fu con Ermete Zacconi e con Giovanni 
Emanuel.... poi.... mutati i tempi, mutati i sistemi, mutati gl'in- 



dirizzi, mutate le scuole, sì ritirò dall'arte in Roma, ov'è tut- 
tavia, chiamata a coprire la cattedra di arte della recitazione 
nel Liceo musicale dì Santa Cecilia, creata per decreto del 
Ministro Baccelli. Questa la cronaca della 
vita artistica dì Virginia Marini. 

Enrico Panzacchi, analizzando la in- 
terpretazione A^\X Adriana Lccouvreur di 
Qementina Cazzola (V.) e di Virginia Ma- 
rini, di questa viene a dire : 

UAdriann invece TupprcscntHtBci dalla Marini i altra 

donna. Forse meno ligia alle inleozioni di Scrìbe e Legoavé, 

forse mero fedele alla biografia, ma più confonne a Datura e 

vetitì. Sulle ptìme è la giovine donna che ama e crede nel- 
l'amore, che pare profonda e confidente nei gesti, nel volto, 

nei toni pacati della sua belln voce ! La passione legaa dentro 

poderosa, assoluta, una di qoelle passioni che decidono il destili 

che dorma e sogni tranquilla carezzata dalia fede 

Resane, nell'anticamera della tragedia, Adriana 

naturalezza dj giovine attrice spigliata, allegra, carezzevole, 

buon sangue e buona cera. 

Chi in quella bonaccia profonda indovinerebbe la tempesta del quarto 

trasfigurazione compiuta. Il portamento, il gesto, gli occhi assumono un fare 

e fulmineo; la voce ha sibili come il serpente e inflessioni 
iceratrici come d'aculeo. L'invettiva di Fedra gittata a guisa 
'uno schiaffo a d'un pugno di fango sai volto della rivale, ci 
vela a un tratto tutta la potenza tragica dell'amore à^ Adriana 
ci fa anche presentire il terribile sciogliraento del dramma. 




di lutla una vita, ma pare 
dalla speranza. Sotto le belle vesti di 



lil'a 



a latto sempre 




Ai successi delV Adriana Lecouvreur 
dovrebber qui aggiungersene migliaia ; 
che, per oltre un ventennio, Virginia Ma- 
rini ha tenuto con Adelaide Tessero lo 
scettro del teatro italiano dì prosa, e, direi 
quasi, di canto, tale e tanta era la carezzosa musicalità della 
sua voce. Quando non sì andava svogliatamente com'oggi a 
teatro, per veder la riuscita di un nuovo lavoro, sul quale sì 
ha già una preventiva poca fede; ma ci si accorreva entu- 
siasti a giudicar di una interpretazione, suscitante poi ne' con- 
fronti le più vive discussioni, la vita artistica di Virginia Ma- 



rini era il trionfo non interrotto di ogni sera. Passando dalle 
schiette e composte comicità della Serva amorosa agli sfrenati 
e sfacciati ardori di Messalina, e da questi alle sospirate roman- 
ticherie del Cuore ed arte, poi a Frine. ^Adriana Lecouvreur, 
alla Signora dalle Camelie, al Trionfo d'amore, alla Straniera, a 
Cecilia, al Falconiere, alla Donna e lo Scenico, al Fratello d'armi, 
3\\& Donne curiose, a tutto un repertorio de'più vasti e disparati 
e in verso e in prosa. Virginia Marini non sentiva il bisogno 
di correr dietro alle solleticanti e stimolanti sudicierie di una 
pochade per attirare e guadagnarsi il pubblico; ma bastava lei, 
lei sola, circondata da una modesta schiera di compagni, i quali 
potevan chiamarsi Alamanno Morelli, Giovanni Ceresa, Fran- 
cesco Ciotti, Guglielmo Privato, Giulio Rasi, Sante Pietrotti, 
Pierina Giagnoni, Anna Job, e via discorrendo. 

Ricordiamo ancora Virginia Marini alla vigilia della cele- 
brità con Alessandro Monti al Teatro Alfieri di Firenze! Quale 
Signora dalle Camelie allora ! Che duetti d' amore con Angelo 
Marchetti!... E tutto il periodo Salviniano? Quale armonia, che 
fusione di sospiri ! Che Figli ddle Selve allora ! Che OtelU ! Che 
Zaire!... Perchè, Virginia Marini, al fianco 
di Tommaso Salvini, diventò una di quelle 
artiste, rimasta unica poi, che sollevava, 
come il suo grande compagno e maestro, 
le platee con una semplice inflessione dì 
voce; era quella una forza sua. I versi, 
nella sua bocca, si andavano aprendo e 
sviluppando in melodie nuòve.... forse non 
sincere talvolta, forse non sempre d'into- 
nazione perfetta, ma di una maravigliosa 
efficacia sul pubblico, che rimaneva vinto di sorpresa, e sog- 
giogato.... L'arte della Marini fu plastica nella dizione e nel 
portamento. Artista non troppo sincera, forse, al molto studio 
sagrificò di conseguenza la spontaneità. Gli scatti subitanei, 
le improvvisazioni inattese, e diciam pure gl'improvvisi lampi 
d'arte della Tessero mancavano a Virginia Marini; ma nella 

\2. — t Comici italiani. Val. IL 




90 MARINI - MARIOTTI 

grande, grandissima artista del momento mancavan le elette 
qualità dell'altra, che, se bene un po' meccanicamente, si mo- 
strava tutte le sere colla stessa voglia, colla stessa arte, cogli 
stessi mezzi, che formaron sì lungo tempo l' idolatria del pub- 
blico pagante. Perchè anche questo va pur notato. Di Virginia 
Marini non si potè mai dire : < stasera son capitato male ; re- 
cita col sangue al naso/> Ma tanta gloria, tanti entusiasmi, do- 
vevan finire come per incanto. A' venti anni di acclamazioni, 
che avrebber dovuto lasciarne ripercossa l'eco per tanti e tanti 
anni ancora, seguì un silenzio di tomba. Il pubblico teatrale, 
che in Italia è l'espressione più viva e chiara dell'umana in- 
gratitudine, vòlte le spalle all' idolo vecchio, ne cercò di nuovi ; 
e, non trovatili, li creò, e a quelli si prosternò. I trinciamenti 
d'aria col braccio e l'indice distesi, le inflessioni di voci ad alti 
e bassi, a scatti voluti, tutto il grande convenzionalismo del- 
l'antica scuola, cede il campo alle dizioni incolori nella lor na- 
turalezza, alle movenze studiate nella lor trascuratezza, a tutto 
insomma il grande convenzionalismo della scuola moderna. 
Virginia Marini ha chiuso il vecchio periodo, che comprese 
con lei la Ristori, la Tessero, la Pezzana, la Marchi, la Campi, 
la Giagnoni, Morelli, Ciotti, Ceresa, Pasta, Salvadori, Bellotti, 

Rasi, Vestri, ecc Eleonora Duse ha aperto il periodo nuovo, 

che comprende 

Marìotti Olinto. Fiorentino, primo attor giovine de' più in- 
telligenti, nacque il 1850. Cominciò a recitare in compagnie di 
poco o niun conto, finché, morto Giulio Rasi, andò a sostituirlo 
in Compagnia Morelli, acquistandosi in breve la stima e bene- 
volenza de' pubblici più arcigni, per la svegliatezza della mente, 
lo slancio della passione, la interpretazione mai errata. Le due 
parti che tra l'ultime gli crebber fama, furono il Duca Valentino 
nei Borgia, e V Ammiraglio Rotei nella Cleopatra di Pietro Cossa. 
Aveva sposato Laura Tessero, sorella minore di Adelaide, prima 
attrice giovane di qualche pregio, e morì, giovanissimo, com- 
pianto da tutta l'arte. 



MARIOTTI 



Di lui riferisco le parole dì Yorik, come quelle che ci dàn 
chiaro Ìl ritratto dell'artista e dell'uomo; 

Aveva ippena Irent'anni, era pieno di vita e di sperania, Torte, robusto, gagliardo, 
ricco d'iug^no, lieto della sua torte, felice della simpatia, dell' affetto, della itima, io che 
lo tSDevano i snoi concittadini. Era entrato di fresco 
nell'arte, e non per la solita porta delle diiìUaiioni 
e delle stanchezze. C'era venato per vocaiione vera, 
e ci aveva portato un animo generoso, ana niente 
colta, nn'istmiione non connine. Scriveva con garbo 
in prosa ed in verso; aveva anche fra le ioe carte 
qualche non iolèlice tentativo drammatico; si era 
latto largo nella achiera degli artisti per l'ingegno 
tao vivace, per la fettiviti dello spirito, per l'ar- 
gnzia della parola, per la bontì del cuore, per l' ar- 
dore infaticabile de' suoi stndj continnì. Festeggiato 
da per tatto, applaudito, incora[^alo, camminava 
a fronte alta, e con passo spedito verso nn avve- 
nire che non pareva troppo lontano. 

E nel pieno fiore delle sue speranze mori 
a Matetica, la mattina del 37 settembre, alle ore Ire, 
pronnniiando a stento col labbro agoniziante il 
nome di personaggi drammatici che gli rammen- 
tavano i suoi più lusinghieri trionfi.... Rotei.... 
VaUntino.... 

Cosi mnojono gli artisti veri I II povero Olinto vivrà però lungamente a: 
memoria d^i amici fedeli, e nel compianto del pubblico italiano. 

Paolo Ferrari dettò, in nome della vedova, la seguente 
iscrizione che trovasi nel monumentino erettogli in Firenze a 
San Miniato al Monte: 




a nella 



OLINTO MARIOTTI FIORENTINO 

COLTIVÒ LE LETTERE SCRISSE PEL TEATRO 

FU ARTISTA DRAMMATICO 

AFPLAUDITISSIHO 

ALLE DIFFICOLTÀ DELLA VITA 

OPPOSE ANIMO SALDO 

VOLONTÀ PERTINACISSIMA 

AVEVA VINTO 

COMINCIAVA A GUSTARE LS GIOIE 

DELL'ARTE DEGLI AMORI DRLLA FAMIGLIA 

QUANDO 

TRENTENNE APPENA 

IL d1 XXVII SETTEMBRE MDCCCLXXIX 

MORÌ 

IO LAURA TESSERO VEDOVA DI LUI 

GLI POSI QUESTO RICORDO 

DEL MIO AMORE DEL MIO DOLORE 

IL NOVEMBRE MDCCCLXXX 



92 MARLIANI 



Marliani Giuseppe, piacentino. Trascrivo da Francesco 
Bartoli : 

Fece egli in sua gioventù il Ballerino da corda in una Compagnia 
di saltatori diretta da Gaspare Raffi Romano, di cui sposò la Maddalena 
di lui sorella; e vedesi ancora andare attorno una stampa in Rame con 
espressevi tutte le forze, ch'egli faceva, e con sotto questa iscrizione: 

Giuseppe Marliani ballerino da corda. 

Fu il Marliani istruito nell'arte comica da Alessandro d'Afflisio 
Innamorato di merito; e però in Venezia ballava di giorno co' suoi com- 
pagni e colla moglie, in un casotto nella Piazza di San Marco, e la sera 
recitava con gli stessi nel Teatro di San Moisè, esercitandosi nella ma- 
schera di Brighella. 

Questi i principii di questo artista, che, passato poi nella 
Compagnia di Girolamo Medebach, col quale stette più anni, 
potè, al Sant'Angelo e al San Gio. Grisostomo mostrare più 
largamente i veri pregi ond'era ornato. Il Bartoli cita una 
commedia, particolare fatica di lui, nella quale sosteneva parec- 
chi personaggi, parlava più dialetti, e faceva mille giuochi ca- 
pricciosi. Né solo air improvviso fu attore pregiato, ma anche 
nelle cose studiate, in cui, deposta la maschera del Brighella, 
si mutava egregiamente in tiranno, come né[V Attila e néiVEz- 
zelino dell'abate Chiari. Passò vecchio, con la moglie, da quella 
del Medebach nella Compagnia della Battaglia, nella quale vi- 
veva ancora al 1781. 

Sappiamo dal Bartoli essere stato un uomo de' più ca- 
pricciosi; giuocatore arrabbiato del Lotto, dilettante alchimi- 
sta, era riuscito a comporre un metallo somigliante all'argento, 
di ben poco valore ; ma, soprattutto, uomo probo, e come tale 
amato, e stimato da tutta l'arte. (V. Medebach Teodora). 

Marliani-Raffi Maddalena. Veneziana, moglie del prece- 
dente, e attrice egregia nelle parti di serva, fu sempre col ma- 
rito sotto il nome di Corallina, eccettuato un triennio, in cui 
se ne staccò, per inconsideratezza, còme dice il Goldoni. Nelle 



VARLIAXI « VARTEILI <;i 

Oj6e rnrrcTvise non aveva cii le s:e:55>e arr^^ttc^: e nt\> rr>e^ 
rzeiriare ni tile 3 valor suo. eie 3 GoL^v^ni e il Ch:an sonsser 
rei ccere a r-?sta per lei: cuegrìì Z-i j<"»t^^ «j:*s?,^» ax^j. Z^ .:>vif,i 
^z rjrié,\ La Z^K^MiutnE: cuesti Li r€^.:Vs:j j'^^^^\*sj^ /" ,<% r/ 
m€SJ<j è<fz£^ Zjm pirr^iza^ EH leu a propcvsito deUa ^^t.j a.^^.v-v^, 
Carlo Gclioni scrive yMcm^^ II, i lo^: 



da ocrdft al pori di Isi, cn «sa s^rxBe tmk-xòxu mohv> NrlU <^ aiMiKk^» pk^iMi 
<5 ssàrJrT> e S ti irti, e Bcstrav^ felìd dìsposùicaì per U €v>mat<vtùi: <^U a>t^ra ahhaft^ 
4ÌcB^o sao Barilo per gioraaDe ìacoBsìsieratexnL, e renite a mmìrsì con luì dv^{v^ tnr aatiù 
prrm>mr\o V ùap à tgo dì serra aeOa Cocipagma di Medebadi sotto i) niMiM' di c>r;««^.i^M« 

Era gcBXiìe, rapprescntaTii le parti di serm, e quìadi noa mancai dMnttre$«araù 
per là. Presi cara della sua persona, e composi ma commedia per la $ua prin^a j^ivrk'iua^ 

Vai^ama Medebach mi somministrava idee interessanti, commoventi, e d*un cwrxìv» 
sfpfirr ed xnaooeate; e madama MarUami^ tìtil, piena dì spìrito, e naturalmente accorta, 
daTa mi nsoro stimolo alla mia immaginativa, e incorag^vami a U>x>rare in quel ^nere 
di commedie che richiedono ardfixio e finezza. 

Cominciai dalla S^r^a amorosa « « . « 

Questa commedia ebbe un incontro completo. C^ra/lxma fu estremaniente applau^ 
dita, ma dircone tosto una ridale formidabile per madama Medebach. 

E nella prefazione alla Scrzui oìNorosa (Edizione Pasquali, 
voi. Ili, pag. 76): 

Non nego che molto non abbia contribuito ali* ottima riuscita di tal comme^lia il 
merito personale di quell'eccellente attrice, che sostenne mirabilmente il person«g){io di 
Corallima: ma appunto conoscendo io dove potea fare maggior risalto la di lei abiliti^, ho 
procurato vestirU d'una prontezza di spirito, che a lei suol essere famigliare, e mi è riuscito 
l'effetto, a misura dell'intenzione. 

Recatasi col marito nella Compagnia Battaglia, rimase 
tuttavia, benché in là con gli anni, quella celebre Corallina che 
fu nella sua fresca giovinezza, e le lodi - dice il Bartoli - che a 
lei si danno in alcuni moderni romanzi sono depne di lei ; ma me- 
£lio sarebbero state in una storia vera, di quello che figurano in 
mezzo alle favole. Patente allusione all'opere del Piazza, che ha 
parole di vivissimo encomio per T incomparabile artista. (Vedi 
Medebach Teodora). 

Martelli Antonio. Bolognese. Di sarto ch'egli era, si mutò 
in Brighella, esordendo nella Compagnia di Antonio Marche- 



94 MARTELLI 



sini ; e tanto progredì nell' arte, che, venuto a mancar l'Ange- 
leri (V.) al S. Luca di Venezia, egli vi fu chiamato a sostituirlo, 
l'autunno del 1754. Né solamente apparve buon Brighella, ma 
buon caratterista in genere ; e Carlo Goldoni scrisse per lui il 
Todaro Brontolon, il Fabrizio A'^^ Innamorati, il Don PoHcarpto 
della Sposa sagace, il Don Mauro déiV Amante di se stesso, ed 
altro ; commedie tutte, nelle quali, a detta del BartoH, mostrò 
tanto valore da diventare il Beniamino di Venezia, dove stette 
lunghi anni, prima al San Luca, poi al Sant'Angelo, sotto la 
direzione di Giuseppe Lapy, del quale, sempre a detta del 
BartoH, fu più che amico, fratello. 

Ho messo, a detta del BartoH, poiché a detta invece di 
Antonio Piazza, l'autor del Teatro, il valore artistico del 
Martelli e l'amor suo pel Lapy furon di assai bassa lega. 
Ecco in fatti ciò ch'egli ne dice alla pagina 18 del secondo 
volume : 

Il Brighella di quella Compagnia era un bolognese nasuto che faceva il sartore di 
professione, e cangiata l' aveva in quella di commediante. D suo pregio maggiore è un gran 
tuono di voce da spaventare un'armata, tuono che mai non si cangia, e che stordisce 
l' udienza. Egli si crede il più bravo di tutti i comici dell' Universo, per i caratteri. In 
che consiste la sua bravura ? Nel fare da vecchio in una scena, e in un' altra da giovine, 
senza mutar personaggio; anzi, spesse volte, queste mutazioni succedono in una scena 
medesima; perocché la comincia tremante, e piegato col capo a terra, e la finisce ritto, 
ritto sulla persona. Oh che bravo caratterista! Bisogna poi goderselo nelle tragedie. Se 
pare, l' Impresario, vestito all' eroica il Re di Coppe, costui pare una figura de' Tarrocchi, 
e quando sono fuori tutti e due, non si può dare di meglio. Uno, che nel Foro Romano 
parla da Dottore, l'altro che urla, senza poter mai piegare quella voce da bufalo, formano 
una coppia galante da far ridere anche quando si ammazzano. Li gondolieri del mio paese 
hanno sempre sostenuto colle loro mani callose, che quel Brighella è un grande uomo. 
Con coloro, chi grida più ha più merito, e dove trovare tra i comici una voce da stali 
e premi più sonora di quella? Qualora detto venivagli, che qualche altro recitava bene 
delle sue parti ; come, diceva, se il Goldoni le ha scritte per me I Io sono stato il primo 
a (arie ; non può darsi, non è vero : o saranno mie copie, o reciteranno male. Ah ! Che 
forza di argomentare! che testa da foro! Era gran amico dell'Impresario, ma ancor più 
di sua moglie, donna giovine e non brutta. Le scene di gelosia, che tratto tratto nasce- 
vano tra di loro, erano delle più bizzarre eh' uscir possano da una poetica fantasia. Dottore 
faceva la barba a Brighella, e questo cuciva la roba dell' altro ; cosi aveva il comodo di 
star sempre vicino alla sua Bella. Che bel vedere in Casa uniti que' due celebri Perso- 
naggi 1 L' Impresario al tavolino in veste da camera, in berretta bianca, cogli occhiali sul 
naso, a rovinar Commedie, pareva un moribondo che scrivesse il suo testamento; e bri- 
ghetta, coli' ago in mano, il suo sartore che gli facesse l'abito da morto. E poi la sera, 
sul palco a fare da Imperatori, da Re!!... 



MARTELLI - MARTINELLI <K 

Forse, alcun po' delle lodi togliendo all'uno, e alcun 
po' de' biasimi all'altro, avremo nel Martelli un bravo artista 
per le parti comiche, non essendosi egli mai spacciato, e in 
ciò conviene anche il Battoli, per attore tragico. 

Era al Sant'Angelo di Venezia il 1795-06, ^r^M/a e ca- 
raiterisia della Compagnia Pellandi, e tu primo a recitarxn la 
parte del vecchio di centoquattr' anni nella Madre di famiglia 
del Sografi. Il 24 gennaio 1797 vi recitò al Sant'Angelo Gu- 
glielmo e Carolina, dramma tradotto dall' Albergati ; e \-i fu 
< illuminazione a giorno, j)erchè recitò il signor Martelli, ricu- 
peratosi da ima grave malattia. > {Teatro a/^/*.^ voL 8, pag. lo^. 

Martelli Francesco. Figlio del precedente, iniziato al teatro 
da suo padre e dal capocomico Lapy, con l'esempio di Maja- 
nino e del Pettinaro (Grandi Tommaso), ch'erano in compa- 
gnia, recitava le parti à^ innamorato. 11 Bartoli lo incita a un 
più serio studio, e a un maggiore riserbo col bel sesso, po- 
tendo, j)er tal modo, < giungere — egli dice - ad acquistarsi in 
tutto quella pregevole fama, che ancora sull'ali librata si va 
pigramente arrestando, sino che un più lodevole stimolo di 
questo attore le faccia incessantemente più alto spiegar il 
volo. > 

Martinelli Tristano. Figlio di Francesco e Lucìa, manto- 
vano, fu, se non il più antico, il più grande certo degli antichi 
arlecchini, fiorito tra gli ultimi venti anni del '500 e i primi 
trenta del '600. Le prime notizie che abbiamo di lui son del 
fratello Drusiano dalla Spagna, ov' erano entrambi, l'uno at- 
tore, l'altro direttore, nel 1588. Lo troviamo poi nella Compa- 
gnia di Pcdr olino, Giovanni Pelesini, dalla quale, com'egli 
scrive a un famigliare del Duca da Cremona, il 4 dicembre '95, 
si partì per mali trattamenti e più per insofferenza dì giogo, 
passando in quella A€ Desiosi o della Diana, in cui lo troviamo 
ancora Tanno successivo a Mantova e a Bologna, il '97 a Pia- 
cenza, onde scrive gajamente a Ferdinando de' Medici, chia- 



96 MARTINELLI 



mandolo neir intestatura misericordioso tutore, e nella sopra- 
scritta < suo come fratello minore Messer Ferdinando Medici, 
ma non de quei che toccano il polso >, e il '99 a Verona, anno 
appunto, in cui, con decreto del 29 aprile, fu fatto dal Duca 
Vincenzo soprastante ai Comici mercenarj, ciarlatani, ecc., di 
Mantova e distretto; carica che gli suscitò contro l'invidia 
de' malevoli, com' egli ebbe a dolersi col Duca in una lettera 
del 7 di agosto, riferita intera dal D'Ancona. 

Enrico IV, entrato il maggio 1599 in trattative di matri- 
monio colla principessa di Toscana, Maria de' Medici, e dive- 
nuto ufficialmente suo promesso sposo nell'inverno del '600, 
avendo stabilito di andarla ad incontrare a Marsiglia o a Lione, 
pensò per la fine del '99 di accaparrarsi in Francia la Compa- 
gnia del Duca di Mantova, di cui era ornamento principale il 
Martinelli. A questo infatti, col mezzo del signor di Rohan suo 
cugino, allora in Firenze, fece, il 21 dicembre '99 da Parigi, 
r invito formale di recarsi nel suo regno, promettendogli ogni 
buon trattamento: e l'invito fu accettato per la Pasqua ve- 
gnente, e il Duca Vincenzo I il 19 aprile raccomandava con 
ogni calore al Duca d'Aiguillon e al Duca di Nevers i suoi 
bonissiìni recitanti, I quali non si recaron subito in Francia, 
trattenuti a Torino dal Principe di Savoja, che di essi molto si 
dilettava; ma Drusiano Martinelli, fratello dell'Arlecchino, e 
marito dell'Angelica (V. Alberghini), che da tre settimane si 
trovava già in Lione, ebbe ordine da Enrico di tornare a To- 
rino a prendervi la Compagnia; che si recò subito in fatti a 
Lione, come appare dal dispaccio dell'ambasciador di Venezia 
dell! 8 di agosto, che ci fa sapere come andasse il Re quasi 
ogni giorno alle commedie degl' italiani. Ma venuti Enrico e il 
Principe di Savoja alle armi pe '1 Marchesato di Saluzzo, i co- 
mici italiani furon messi in disparte sino alla vittoria del Re 
francese, il quale, dopo la presa di Montmélian, si recò trion- 
fante a incontrar la sposa in Lione, ove, il 17 dicembre, fu 
celebrato il real matrimonio, e ove si trattennero un mese e 
mezzo circa. A questo tempo il Martinelli, che, avido com' era, 



MARTINELLI 



non lasciava nulla d'intentato pel mantenimento sollecito d'ogni 
promessa che gli veniva fatta, pubblicò un libro per ottenere 
dal Re e dalla Regina la promessa collana con medaglia d'oro, 
del quale il Baschet, alla cui opera magistrale più volte citata 
vo queste notizie attingendo, ha fatto un largo cenno, ma il 
quale per la sua curiosità e rarità, riporto qui per intero. 



COMPOSITTONS 






^fflXQXS:- 



Itiriittiiri dffr^tT ISo f lil llx. 




Esso trovasi nella Biblioteca Nazionale di Parigi, e ha l'in- 
dicazione: Yz — ^22 — di Riserva. È composto di 70 pagine 
in 40, inquadrate da un doppio filetto bruno, e pressoché tutte 
bianche, con in testa le parole COMP. DE RHETOR. a dritta; 
e LIVRE I o II o III a sinistra. 



MARTINELLI 




Dietro al frontespizio (V. pag. preced.), ridotto della metà , 
è una pagina bianca, poi, pagine 3 e 4, la seguente lettera di 
dedica : 

AL MAGNANIMO 

Moniienr, Monsieur HENRY de BOURBON, premier bnrgeois de Psris, chef de 
tati le« MesEieun de LyoD, Coate de Mommeillao, Chastellan da fort de Santa Catertni, 
GoDTernetir de la Breua, Pretentor del Msrqaiiat de Salnces, Armiral de la mer de Mar- 
aeille, maistre de la moitié du poat d'Anignon, & bon amii da maiitre de l'aatra moitit, 
Conteiller Sonnerara aa Conseil de guerra contre tea PlainontoU, GratieiinMinio coorrear 
de bagae, Cappitaine general de France et de Nauarre, Despensier liberal de canonadei, 
Terrear de Sanoyard, Spanente de Spagnols, Colonel dei soldati, qui Bont en Sanoye, 
Secrelaire Secret du plus (ecret Cabinet ite Madama MARIA DI MEDICI, Reina dn 
Loasre, Grand ThreMrìer dei Conicdieni Italieas. & Prince plus qoe tont aatre digne 
d'estre engraoè en Medaille tant de inoy desirée & plus ultra, 
SALUT, 



ET 



A MAdama 

Madama sa femme antanl. 



MARTINELLI 



99 



Pagina 5 : 

Ha %EINE, Colana 
Quantumque donni moy, 
Autrement m'en iray cert 



XOY Medaglia 
per la morbin 
in Itaglia. 



Qui è il ritratto d'Arlecchino in ginocchio della pagina 25. 

ET HARLEQVIN DONNERA A V. M. 

Un meT^o (C) Niente, 

Con un (O) Niente entierr. 

Accompagnato con un (RE). 

La pagina 6 ha il ritratto che trovasi a pagina precedente, 

leggermente ridotto. 

Pagina 7 : 

LIVRE PREMIER 
DE RHETORIQVE 

Quantumque la chaine & la Medaglia 
Pour la monstrer à ces Messieurs d' Itaglia, 

Seguon pagine bianche dalla 8 alla 24. 





TTTK 



cnsD 



DE RHETORIQVE 




Riproduco la pagina 25, ridotta della metà. 






MARTINELLI 



Seguon pagine bianche dalla 26 alla 47. 
Riproduco la pagina 48, ridotta della metà. 




Alla pagina 49 è l'indicazione del terzo libro, ma senza 
testo, sormontata da un fregio. 

Alla pagina 50 è il ritratto di Pantalone, riprodotto al 
nome di Pasquati. 

Alla pagina 5 1 è il ritratto di Capitano, riprodotto al nome 
di Garavini, preceduto dal distico: 

Vamtno à Paris à Je' da CauagUer 
qne gannaremo agita bien da corner. 

e colla leggenda : 

LEV ANTA QVE NO'MATO HOMBRE ENTIERA. 
Seguon pagine bianche dalla 52 alla 56. 
Pagina 57: 

SONGE 

le me suis itiiomniuto ce malin, 
Qtt'att fachiii d'Ìniporlau:za 
mi lìroit par la panica, 



I 

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A'H 



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Se^^" 



TH^CK^ 



MARTINELLI loi 



et mi disoity Monsitur Arlequin, 

Habehis medagliam & colanam, 

le respondis en donnant, 

si non me burlai opinio: 

Piaccia a Iddio 

di farci vedere il maturo parto 

di queste pregne speranT^e. 

Per la mia foy en songeant au guadagno 

io parlo Toscolagno. 

Pagina 58: 

SONET IN 

ottaua rima. 

Vient, void & vince, el grand Cesar Roman, 
Così ha faict HENRY Roy de BOVRBON, 
Qu'a prins la Bressa, le Fort, & Mommeillan 
Plus facilment, que manger maccaron. 

A Moy, qui suis Arlequin Sauojan 

Me semble bien qu' HENRY a grand reson 
De far'que Carlo li tienna parole 
De luy rendre Salux et Carmagnole. 

Que venga la verole 

A son conseil, qui Ta mal conseillé, 
Qu'est causa qu' Arlequin est ruiné. 

Ah sacra Majesté, 
Fais moy doner tout astheure pour streina 
La medaglia, attachee à una grossa chaina. 

Poi tutto bianco fino alla fine. 

Gli Accesi erano ancora l'ottobre del 1 601 a Parigi, d'onde, 
nonostante le richieste della Contessa Maria di Boussu per 
averli nelle Fiandre e in Brabante, pare tornassero in Italia nel 
prossimo autunno. 

Il IO novembre 1606 da Fontainebleau Enrico scriveva 
gajamente a suo cugino Ferdinando Gonzaga, cardinale un 
anno dopo, nonostante i suoi vent' anni, perchè la Duchessa di 
Mantova tenesse la promessa fatta alla cognata di Francia d'in- 



ioa MARTINELLI 



viarie novamente i comici italiani; i quali però non andaron 
altrimenti, allegando la malattia d'Arlecchino, e le difficoltà 
delle attrici per avventurarsi a un tal viaggio d' inverno. Se- 
guiron nuovi inviti a più riprese del Re e della Regina al Duca 
e alla Duchessa e ad Arlecchino medesimo, il quale tuttavia 
persistè nel rifiuto. Morto Enrico (30 maggio 16 io), si adoperò 
vivamente un anno dopo la Regina Reggente per avere alla 
Corte il Martinelli, di cui fé' tenere in suo nome a battesimo 
un figliuolo, l'ottobre del 161 1, come annunzia il Martinelli 
stesso al Vinta in una lettera datata da Bologna il 4 gennaio 16 1 2; 
e corser trattative fra loro e il Cardinal Gonzaga, per lo spazio 
di due anni, a cagione delle difficoltà che nascevano ad ogni 
istante, generate per invidia di mestiere ora da Lelio, Giovan 
Battista Andreini (V.), che sopr'a tutto, voleva avere egli l'in- 
carico di formare e condurre la compagnia, ora da Florinda, 
Virginia Andreini (V.), che s' era scatenata contro la Flavia, 
Margherita Luciani, moglie del Capitano Rinoceronte (V. Ga- 
ravini), la quale col marito aveva risolto di voler non più sa- 
perne di viaggi all'estero. Ma finalmente, dopo un carteggio 
ben nudrito da ambe le parti, la Compagnia si mise in viaggio 
in piena estate del 161 3 per alla volta di Parigi, fermandosi a 
dar qualche rappresentazione dal 26 agosto a Lione, e arri- 
vando ai primi di settembre a Parigi, ove recitarono il io al 
Louvre: di questa e di altre rappresentazioni riferisce il Ba- 
schet le parole di Malherbe, che non son le più tenere pei 
componenti la Compagnia in genere e per Messer Arlecchino 
in ispecie. Passaron poi da Parigi a Fontainebleau, e di qui 
novamente a Parigi, ove esordiron in pubblico all'Hotel de 
Bourgogne il 24 novembre. Recitarono a Parigi fino alla fine 
di luglio del 16 14, ora all'Hotel de Bourgogne per diverti- 
mento del pubblico, ora al Louvre per quello della Corte; e a 
mostrar la famigliarità che Arlecchino s' era in essa acquistata, 
attesta il Malherbe che il 27 gennaio il Re e la Regina Reg- 
gente in persona tennero nuovamente un suo figliuolo a bat- 
tesimo. 



MARTINELLI 103 



La Compagnia allora era composta di: Tristano Marti- 
nelli, Arlecchino ; Federigo Ricci, Pantalone; Ricci, suo figlio, 
Leandro; Giovanni Pellesini, Pedro/ino, che aveva allora ottan- 
tasette anni; Baldo e Lidia Rotari; Gio. Battista e Virginia 
Andreini, Lelio e Florinda; Girolamo Garavini, Rinoceronte ; 
Nicotina; Bartolomeo Bongiovanni, Graziano. 

Il Baschet non ci dice altro che dal '14 al '20 non vi fu 
più Compagnia di comici italiani in Francia; ma non mancaron 
per lo meno i soliti negoziati, come appare dalla lettera inte- 
ressantissima del ' 1 5 di Arlecchino alla Comare Cristianissima, 
che riproduco fedelmente (Raccolta Rasi), proveniente dalla 
casa Charavay di Parigi. 

Contro il Tesoriere dalla mezza collana, al quale accenna, 
s' era già scagliato Arlecchino in un poscritto di altra lettera 
con data di Mantova, 3 dicembre 161 1, in cui lo chiama cane 
cornuto, e gli prepara un purgante per renderlo uomo dabbene. 
La terza comparsa di Arlecchino in Francia fu dunque alla fine 
del '20. Questa volta la Compagnia aveva in meno il Pellesini, 
la Niccolina, Baldo Rotari, Bongiovanni, e perde in viaggio a 
Chambery il giovane Ricci, Leaìidro. Aveva in più : Giovanni 
Rivani, Lorenzo Nettuni, Fichetto, e Urania Liberati, serva, 
sotto nome di Bernetta, Assente il Re, pare non recitasse che 
al suo ritorno, il 12 gennaio 1621, all'Hotel de Bourbon; poi, 
dal 6 al 28 aprile, a Fontainebleau. In una lettera della Regina 
Anna al Duca di Mantova del 6 marzo, sono lodi particolari 
del Martinelli, e in altra di Maria, la Regina Madre, raccoman- 
dandolo per la prioria di San Ruffino, a favore di un ecclesia- 
stico suo parente. Quando il Re annunciò la sua partenza nel 
mezzogiorno della Francia per andarvi a raggiungere la sua 
armata, confermò i comici a Parigi, per trovarveli al suo ri- 
torno; ma Arlecchino, allegando in iscusa l'età avanzata e il 
bisogno di riposo, domandò umilmente congedo, il quale poi, 
non essendogli stato accordato, si prese da sé dopo una serie 
non breve di accuse e di difese di tutta la Compagnia, dinanzi 
a cui Messer Arlecchino non era più il conduttore, ma il ti- 



I04 MARTINELLI 



ranno. Egli fuggì alla fine di giugno, e si restituì a Mantova, 
a godervi la pace sospirata nella sua casetta di via dell'Aquila; 
pace, che non fu, pare, di molta durata; giacché vediamo il 
Martinelli qo' Fedeli a Venezia il carnovale del '23; e il luglio 
del '26 accennava ancora al desiderio di comparir novamente 
in Francia. 

Morì nel '30 a settantacinque anni circa, e nella soprin- 
tendenza de' comici, escludendosi questa volta i virtuosi del 
Monferrato, furono confermati i figliuoli con decreto del 1 3 set- 
tembre 1639. 

Martinelli Drusiano. Fratello del precedente. Arlecchino 
anch' egli, era nel 1572 capocomico in Inghilterra, secondo il 
Collier, citato da Adolfo Bartoli {pp, ciL^ CXXIX), e in Ispagna 
r '88 col fratello Tristano, come abbiam da una sua lettera alla 
madre del 1 8 agosto, di cui lo stesso Bartoli {ivi, CXXX) rife- 
risce le parole: staremo tutto guest' anno qui in Spagna. Abbiam 
veduto nell'articolo precedente, com'egli nel '600 fosse, se 
non il direttore della Compagnia che andò a Parigi, per lo 
meno il conduttore o amministratore.... Nessun documento ci 
parla del valor suo artistico ; e forse egli era più bravo armeg- 
gione che buono attore, se, più tosto che Drusiano Martinelli, 
spesse volte veniva altrui designato fratello di Arlecchino, o 
marito di Madama Angelica, com' egli medesimo si sottoscrive 
in una lettera al Duca di Mantova, del 17 settembre 1580, da 
Firenze. (V. Alberghini). 

Ma se notizie non ci son pervenute di lui come attore, 
a bastanza ne abbiamo come uomo e come marito, in due let- 
tere sue da Milano del 27 ottobre '91 e da Caravaggio del 
9 novembre al capitano Alessandro Catrani, che il D'Ancona 
riferisce per intero {pp, cit.^ II, 504), e in cui son descritti i 
garbugli e le minaccie di morte per conto di una Malgarita 
comica, che si potrebbe credere, come già dissi, la Luciani, 
moglie del Capitano Rinoceronte (V. Garavini), e che il D'An- 
cona propenderebbe invece a ritener quella Margherita Pa- 



MARTINELLI 



105 



voli (V.), che il Duca raccomandava il '92 ai Comici Uniti. Da 
essa lettera, naturalmente, risulta evidente la onestà così di 
Angelica, proclamata dal compagno d'arte Leandro, come di 
lui homo datene el che sempre fece onore alla sua patria, e la diso- 
nestà di Margherita, amante di Gasparo Imperiale, che, avuto 
il mandato di sfregiar nel volto l'Angelica, mentr'era in palco 
a recitare, lo aveva passato a un tal Piazza, che poi confessò 
tutto, non volendosi immischiare in sì losca faccenda. Da altre 
lettere pubblicate dallo stesso D'Ancona, Io sappiamo a Fi- 
renze il 1° giugno del '92, e a Mantova il 20 luglio, dove pare 
armeggiasse presso il Duca, suo nuovo padrone, per certi suoi 
segreti. Poi troviamo ancora (ivi, 523) una lettera dell'i i mar- 
zo '98, in cui designa due individui imbauttati, che pare lo 
posteggiassero innanzi alla porta di casa. Dopo di averne av- 
vertito infruttuosamente il luogotenente del bargello, e lo 
Schermidore Giulio Tornelli, ne scriveva per ajuto al Consi- 
gliere Chesipio. I due imbauttati, a detta del MartineUi, erano 
certo Ottavio Caura, e un guantaro, soldati entrambi di corte. 
Ma la lettera più curiosa, e che ci mette al nudo Drusiano e 
Angelica nella lor intimità conjugale, è quella che il Capitano 
Catrani scriveva di Mantova il 29 aprile '98 al Consigliere 
Cheppio, riferita anch'essa per intero dal D'Ancona (j-vi, 523), 
nella quale spicca in mezzo alle accuse di uomo falso, calun- 
niatore, senza onore, infame, questo brano edificante : 

Mentre Drasiano è stato ultimamente in questa città che son da cinque mesi in 
circa, à visso sempre de mio con il vivere eh' io mandavo a sua moglie, et egli atendeva 
a godere e star alegramente sapendo bene de dove veniva la robba, et comportava che 
sua moglie stesse da me et venisse alla mia abitàtione, et non atendeva ad altro che a 
dormire, magnare, et lasciava correre il mondo: come di questo ne (arò far fede avanti 
S. A. da più testimonie degni di fede. Ma perchè circa otto giorni sono io li ho fatto 
intendere per la massaia che si trovi da vivere, che non voglio ch'egli viva de mio, 
mena rovina et parla di ricorso al Alt.^ Sua, et di più per haverli fatto sapere che quella 
casa è mia, poi che io ne pago il fìtto (come mostrarò) et che se ne proveda d' una, 
tratta alla peggio sua moglie, con farli quella mala compagnia che S. A. potrà sapere; et 
di più per haver saputo che '1 mobile che è nella suddetta casa, è maggior parte mio et 
che io lo vorrò quando mi tornerà comodo. Questi son li capi che lo han fatto mettere 
in fuga a parlar di ricorso a S. A. et non zelo di honore come à detto, poiché mentre 
io ò speso per mantenerlo, esso à consentito a qualunque cosa che io ho, come infame 
che egli è. 

14. — / Comics italiani, VoL IL 



I06 MARTINELLI - MARTORINI 

Da lungo tempo durava la tresca fra il Catrani e TAn- 
gelica, se v'era di mezzo un figliuolo di sei anni, tenuto sem- 
pre dal Catrani che T amava, e or per vendetta disputatogli 
al Duca dal Martinelli, il quale non cessò mai di vituperar 
la moglie, scacciandola di casa, e obbligando così il Catrani 
stesso a provvederla di un letto e lasciarli tanto da alimen- 
tare il figliuolo, se non volea che andasse mendicando, ov- 
vero aprisse bottega pubblica. E di queste accuse e dello sparlar 
contro il Duca stesso, e dell'avere il fratello Arlecchino stra- 
pazzato in Firenze e in Parma il servo di S. A. chiama il 
Catrani a testimonio Carletto che sosteneva in commedia le 
parti di Franccschina, Pedrolino e Cardone. E anche Tristano 
era siffattamente intricato nelle faccende del fratello, che da 
lui stesso sappiamo in una lettera del 2 maggio '98 al Duca, 
come entrambi fosser perseguitati e minacciati di morte; onde 
chiedeva protezione al Duca, non volendo ricercar né ven- 
detta, né giustizia, ma desiderando solo di viver da cristiani 
e giustamente. 

Martorini Baldassarre. Citato dal Bartoli come ottimo 

commediante e per le commedie improvvise e per quelle stu- 
diate. Fu con Antonio Marchesini; poi, a Malta, con Maria 
Grandi; poi a Napoli (nel 1774 era al San Carlino, con Teresa 
Martorini, probabilmente la moglie, e firmava, insieme a' suoi 
compagni, con a capo Don Tomaso Tomeo, una supplica al 
Re per ottenere che fosse attenuata la gran concorrenza che 
avevan ne' teatri Nuovo e Fiorentini) (V. Di Giacomo, op. cit.) e 
a Roma, serbandosi anche in età avanzata comico eccellente. 
Viveva ancora al tempo del Bartoli (1782), il quale ci fa sapere 
com'egli a Malta scrivesse un Prologo in versi martelliani, 
< dove finse che i comici agitati da una burrasca si trovassero 
vicini a naufragare; e che poi assistiti da Netunno (il quale 
lasciavali con questi due versi: 

restate dunque amici al puro aer sereno, 

che a riposar men torno ad anfitrite in seno), 



MARTORINI - MARZOCCHI 107 

potessero felicemente in queir Isola approdare, e far servitù a 
quella Nazione, come di fatto poi fecero. > 

Martorìni Elisabetta. Figlia del precedente, e allevata, 
fanciulla, dal Pantalone Giovanni Vinacesi, di cui il Bartoli non 
ci dà notizie, esordì nella Compagnia di Vincenzo Bazzigotti, 
facendosi notar subito per chiare attitudini alla scena; e tanto 
con la volontà e l'ingegno vi progredì, che fu il 1775 al S. Cas- 
siano di Venezia prima donna assoluta di Gerolamo Medebach. 
Entrò il 1780 con Antonio Sacco al Teatro S. Luca, ove tro- 
vavasi ancora il 1782. Fr. Bartoli, contemporaneo, ha per lei 
parole di alto encomio e come attrice e come donna. < È la 
Martorini molto commendabile - egli dice -nelle parti tenere 
ed amorose, mostrando coli' espressione della voce gl'interni 
affetti dell'anima; distinguendosi in singoiar modo con atten- 
zione indefessa anche nelle più minute cose, senza ommetterne 
alcuna, e tutto volendo che giovi, e contribuisca alla perfezione 
di ciò che ella rappresenta. > E più giù : < nel nubile suo stato, 
al fianco d' una vecchia tutrice, esposta agli occhi del mondo, 
fornita di bellezza e di grazia, ella ha saputo schermirsi dal- 
l' insidie del secolo. > 

Marzocchi Giovanni. Comico assai pregiato nella ma- 
schera del Dottore che sostenne al Teatro S. Luca di Venezia 
al servizio dei nobili Vendramini. Fu in Germania e in Italia 
festeggiatissimo sempre, anche in parti a viso scoperto, e morì 
in Udine del 1772. 

Marzocchi Caterina. Bolognese, moglie del precedente, 
fu espertissima prima donna in ogni genere di rappresenta- 
zioni. Recitò sempre a fianco di suo marito, e morì a Verona 
del 1768. 

Marzocchi Gaspare, bolognese, figlio dei precedenti, fu 
egregio artista per qualsivoglia genere di parti. Dopo di avere 



io8 MARZOCCHI - MASCHERPA 

recitato in alcune compagnie di giro, si fermò al S. Gio. Cri- 
sostomo di Venezia con Girolamo Medebach, passando poi con 
Maddalena Battaglia. Si dedicò più specialmente alla maschera 
del Brighella, che sostenne assai degnamente, e in cui fu so- 
stituito dal Marliani, serbandosi egli attore generico de' più 
provetti. Il 1795-96 era al S. Gio. Grisostomo con la Battaglia, 
e vi recitava i caratteri sotto nome di Anselmo. 

Mascherpa Romualdo. Celebre capocomico, figlio di 

Abramo, piccolo possidente, nacque in Casal Pusterlengo verso 
il 1785, ed ebbe una mediocre educazione, nonostante gli anni 
trascorsi al seminario di Lodi, ove fu testimonio di sul campa- 
nile della chiesa della battaglia data sul ponte della città agli 
austriaci dal generalissimo Bonaparte. Venuta nel suo paesello 
una piccola compagnia di comici, egli, da essi istigato, si diede 
al teatro, passando di peripezia in peripezia, ma acquistandosi 
pur sempre una crescente fama di buon attore. Le interpreta- 
zioni di^VC Abate de V Epée, di Misantropia e pentimento, del Cava- 
liere di spirito, del Cavaliere di buon gusto, delle due Pamele, e 
di altri lavori comici, drammatici, o tragici, lo collocarono fra 
i migliori del suo tempo. Sposò in quel torno Maria vedova 
Buccinieri, già servetta di buon nome, e formò la quaresima 
del 1818 una buona società col primo attore Luigi Velli, di cui 
facevan parte comici egregi, quali: il Vismara, il Dones, lo 
Zuanetti, il Baraldo, la celebre Polvaro, ecc. 

Lo vediamo in quest'anno citato nella sentenza del tribu- 
nale statario di Modena, dove si afferma che Carlo Zucchi im- 
putato « assistette alla recezione.... dei comici Velli e Vismara 
nella setta massonica, non che al conferimento del grado di 
maestro all'altro comico Mascherpa, sottoscrivendone le rela- 
tive patenti. > (V. Doc, rig, il Governo degli Austro-Estensi pub- 
blicati per ordine del dott. Farini, voi. I, parte I, pag. 35. — 
Comunicazione F. Martini). 

Notizie comunicate alla L R. Polizia di Milano fanno cre- 
dere che egli abbia introdotto, o restaurata in Modena la mas- 



MASCHERPA 109 



soneria come incaricato dai comitati superiori di quella setta. 
Fece molti proseliti. 

Da un quadro storico sulle Sette, tratto dalla Inquisizione 
istituita negli Stati Estensi, risulta che Romualdo Mascherpa 
fu aggregato alla massoneria nel 1818, per opera dell' ex-offi- 
ciale Carlo Zucchi e del capitano Sirelli. Tale notizia venne 
confermata dallo stesso Mascherpa in uno scritto da lui pre- 
sentato alla I. R. Polizia di Venezia. 

Il 1824 si fece capocomico solo, e potè aver l'onore, 
mercè la sua probità e la buona accolta degli artisti, di mettere 
la sua Compagnia al servizio di Maria Luigia Duchessa di Parma, 
con uno stipendio annuo per quelle stagioni che doveva passar 
nella capitale. Dal '25 al '49, anno della sua morte, avvenuta 
in Torino, ebbe scritturate le seguenti prime attrici, le migliori 
del tempo: Maddalena Pelzet 1825-27 - Isabella Belloni Co- 
lomberti 1828 - Maddalena Pelzet 1829-30 - Erminia Ghe- 
rardi 1831-34- Amalia Bettini 1835-36 -Laura Della Seta 1837 

- Carolina Santoni 1838-39 - Antonietta Robotti 1840-41 - 
Adelaide Ristori (due compagnie fatte a posta per lei) 1842-46 

— Carolina Santoni 1847-49; ^ ì seguenti primi attori: Luigi 
Carraresi 1825-26 - Luigi Domeniconi 1827-31 -Antonio Co- 
lomberti 1832-36 - Giacomo Landozzi 1837-39 "" Antonio Co- 
lomberti 1840-42 — Giacomo Landozzi 1843-49 - Luigi Gatti- 
nelli, caratterista, fu con lui dal 1826 al '44, anno della sua 
morte improvvisa. Il Guagni che lo sostituì stette in Compagnia 
fino alla morte del Mascherpa. Sei anni fu con lui il brillante 
Costantino Venturoli, e dieci anni Cesare Dondini. L'Adelaide 
Fabbri, che sostituì nel ^2>^ 1^ madre nobile e caratteristica 
Isabella Buggi Brangi, restò in Compagnia finché visse. Il Ma- 
scherpa insomma serbò uniti il maggior tempo che potè i suoi 
scritturati, convinto che principal forza di una Compagnia fosse 
nell'affiatamento. Sappiamo ch'egli fu capocomico de' più 
onesti e miti, e di pochissime parole. Non si occupò mai di 
direzione, ch'egli affidava a uno de' suoi artisti; e v'eran mesi 
in cui non compariva sul palcoscenico, se non per recitarvi. 



Ito 



MASCHERPA 



A complemento di questi cenni, metto qui l'elenco della 
Compagnia per la quaresima del 1 842, secondo la distribuzione 
dell' originale, e il suo repertorio: 



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Prima amorosa 

Matilde Chiari 

Servetta 

Amalia Colom berti 



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Prima attrice 

Adelaide Ristori 

Madre nobile 

Adelaide Fabbri 

Attrici generiche 

Angela Buccinieri 

Rosa Rizzoli 

Maria Leigheb 

Maria Mascherpa 



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Altra amorosa 

Argenide Dondini 

Caratteristica 

Teodora Dondini 



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Primo attore assoluto 

Antonio Colomberti 

Primo amoroso 

Giovanni Leigheb 

Altro amoroso 

Agostino Buccinieri 

Generici 

Ettore Dondini 

Enrico Ristori 

Giuseppe Bignami 

Francesco Paglini 



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Parti brillanti 

Cesare Dondini 

Parti d'aspetto 

Luigi Cardarelli 

Parti ingenue 

Augusta Ristori 
Cesare Ristori 

Suggeritore 

AsTORRE Rizzoli 

Poeta 

Iacopo Ferretti 



'^■s> 



Caratterista e Promiscuo 

Luigi Gattinelli 

Tiranni e Padri 

Paolo Fabbri 

Primo generico di cignardo 

Achille Dondini 

Generici 

Giorgio Vismara 

Antonio Ristori 

Paolo Riva 



Macchinista — TroTarobe — Due Traduttori — Apparatore 

REPERTORIO 

Torquato Tasso di Goldoni - La discordia di quindici anni - // figlio 
assassino per la madre - La fedeltà alla prova - // diadema di Nota - Ditta 
Scaff e Clerambeau di Scribe - Un fallo - La finta ammalata di Goldoni - 
// mulatto - Un matrimonio in Francia sotto Luigi XV - Rifiuto e vendetta 
- // custode della moglie altrui - // galantuomo per transa:(ione di Giraud - 
Un bicchier d'acqua - // dominò nero - Pamela nubile di Goldoni - Una ca- 
tena di Scribe - GVinnammorati di Goldoni - Il flagrante delitto - Eulalia 
Granger - La calunnia di Scribe - Maria Stuarda - Don Cesareo Perse- 
poli - La lettrice - La Pia de Tolomei - La fuga dal forte di Sant'Andrea 
di Venezia - // testamento di una povera donna - La cognata - Don Mar- 
:(io alla bottega del caffé di Goldoni - // proscritto - M alvina - Felice 
come, una principessa - Filippo - Papà Goriot - / due Sergenti - Marion 
de rOrme. 



Masi Napoleone. Nato a Rimini da artisti drammatici, 
il 28 febbraio del 1857, cominciò a recitar parti di bimbo con 
Salvini e con Rossi, entrando poi, grandicello, come secondo 
brillanie in Compagnia di Luigi Pezzana e Achille Dondinì che 
del Masi aveva sposato la sorella Manetta. Divenuto Ìl co- 
gnato capocomico, Napoleone 
Masi dovè sostituire nelle parti 
di brillante assoluta gli attori 
Bonfiglio e Tramonti, parti che 
poi, per costante favore di pub- 
blico, non abbandonò più. Fu 
socio di Calamai, poi scritturato 
da Sterni e Majeroni, poi da Mo- 
relli e dalla Tessero, coi quali 
s'ebbe, assieme al Mariotti, ii 
diploma d'incoraggiamento dei 
giurì drammatico milanese. Do- 
po due anni, andò per un trien- 
nio nella Società Meschini e Ca- 
silini; poi con Marini, dal quale 
si tolse, non terminato il contratto e pagata una rilevante pe- 
nale, per andar a sostituire Claudio Leigheb nella Compagnia di 
Cesare Rossi, col quale stette dair'82 31*94, tranne l"87,incui, 
avendo voluto il Rossi riposare, passò brillante con Eleonora 
Duse. Smessa il Rossi compagnia, il Masi entrò brillante nella 
nuova Società Rosaspina e Paradossi, scioltasi dopo pochi mesi 
a Riraini, e finì l'anno a stento in quella Cocconato De Chiara. 
Sostituì il Talli nel '96 con Sichel e Tovagliati, e fu il '97-'g8 
con Paladini e la Mariani, da cui si tolse, per entrarvi poi 
il 'geo, dopo di essere stato un anno in società con Sichel e 
Zoppetti. 

Questo lo stato di servizio di Napoleone Masi, il quale, 
senza elevarsi alle massime altezze, fu sempre attore assai fe- 
steggiato per una vena di comicità spontanea e vivissima, e 
per correttezza di dizione. 




112 MASSA - MATERAZZI 



Massa Innocenzia. < Romana. Giovane, che partita dalla 
sua Patria diedesi alla comica professione ; e che in alcune va- 
ganti Compagnie da circa sei anni va ritrovando impiego. I suoi 
pregi d'avvenenza, non meno che la sua abilità, la vanno so- 
stenendo sui teatri con una mediocre fortuna. > Così Francesco 
Bartoli. 

Massaro Francesco. Comico napoletano di gran pregio 
per la parte di Don Fastidio ch'egli creò. Dell'origine del tipo 
così parla Di Giacomo {pp. cit,): 

Giuseppe Pasquale Cirillo che, assieme al Lorenzi, recitava nel teatrino domestico 

del Duca di Maddaloni ed aveva anche un altro teatro di filodrammatici a casa sua 

e che, per mettere in burla un paglietta molto conosciuto per la sua bessaggine cercava 
l'attore che ne sapesse vestire i panni e l'ignoranza, capitò un giorno in un barbiere alto 

« 

allampanato e con un naso meraviglioso : proprio tal quale il paglietta di cui voleva far 

la caricatura. Costui si chiamava Francesco Massaro 

Cerlone lo adocchiò e se ne giovò per le sue commedie.... Una sera, nel 1768, 
il pubblico della Cantina^ mentre applaudiva freneticamente al Massaro, lo vide, d'un 
subito, arrovesciarsi addietro e stramazzar, con un grido, sul palcoscenico. Cessarono, come 
d'incanto, la risata e gli applausi. Gli attori, sgomentati, affollarono il palcoscenico, e Pul- 
cinella, con gli altri, si chinò sul povero Massaro inerte. Vi fu un gran silenzio : gli spet- 
tatori aspettavano, ansiosi, ritti nella platea, ritti nei palchi. E a un tratto la voce d'un 
di quegli attori annunziò, tremante, in quel lugubre silenzio: Signori, Francesco Massaro 
è morto!... 

Francesco Bartoli ha pel Massaro parole di gran lode, 
come quegli che era < fornito di una grazia prodotta in lui 
dalla natura e coltivata dall'arte.... Tutto in lui parlava, e cam- 
minando e gestendo e levando il cappello e stando immobile: 
effetto di uno studio fondato, e fatto da lui nella difìficile scuola 
del teatro. > 

Materazzi Francesco. Nato a Milano, verso il 1652, era 
parte il 1686 della Compagnia del Duca di Modena in qualità 
di Dottore, a vicenda con Galeazzo Savorini. Fu scritturato dal 
Riccoboni per la Compagnia italiana del Reggente che si recò 
a Parigi il 17 16, e vi recitò sotto la stessa maschera per molti 
anni. Passò a seconde nozze il 13 novembre del '31 per puro 
atto di pietà, con Vincenza Gallini-Bertoi, vedova del Pantalone 



MATERAZZI - MAZZOCCA 113 

Alberghetti, e morì il 29 novembre 1738 a ottantasei anni, na- 
turalizzato francese, e ufficiale del Re. Il D'Origny annunzia 
così la sua morte : s il ne fit pas regretter le Comédien, on regretta 
sincéremcnt l* honnéte homme, l'homme verttieux, l'époux tendre 
et le bievfaiteur des pauvres, 

Mattagliani Vittoria. È ricordata da Fr. Bartoli, come 
attrice di merito per le commedie improvvise e studiate. Fu 
in qualche Compagnia di Venezia, poi seconda donna con Ono- 
frio Paganini, al fianco di Rosa Brunelli, prima donna, poi, 
avanzando negli anni, in Compagnie varie di pochissimo 
conto. 

Mazza Onofrio. Comico egregio per le parti à^ innamorato, 
che sostenne nelle varie Compagnie di Napoli. Il 1754 era con 
Domenicantonio di Fiore al Casotto del San Carlino; dal '63 
al '69 ottenne, per farvi commedie, un rimessone dei Reverendi 
Padri Agostiniani a Portici. Il '70, fatto vecchio, fu per essere 
licenziato di compagnia, ma con una supplica al Re, vi rimase 
fino air '82. Vistosi abbandonato e ridotto alla miseria, avanzò 
una supplica al Re per ottener grazia di < esporre una statua 
di cera del Servo di Dio Benedetto Labre, senza riscuoter nulla 
eccetto che qualche limosina che graziosamente gli si darà. > 
Ma la statua non attira nulla. Neil' '86 dimanda di essere ripreso 
in compagnia, e ne tenta il modo accusando e denunziando il 
Tomeo come despota e < ingannatore della R. Udienza, avendo 
registri falsi. > Naturalmente in compagnia non fu ripreso, e 
dovè finire la vita nel modo più miserevole. (Di Giacomo, 
op. cit.). 

Mazzocca Ida. Nata a Monselice il 16 novembre 1876 da 
Giuseppe Mazzocca primo attore e Maria Santato, non comica, 
è stata una delle poche buone prime attrici giovani che vantasse 
il nostro teatro di prosa. Fatte le prime armi nella Compa- 
gnia di suo padre, si scritturò prima attrice giovane con Arturo 

15. — / Comici italiani. Voi. II. 



MAZZOCCA - MAZZOTTI 



Garzes pel '92, passando poi nel- 
lo stesso ruolo, il '93, con An- 
giolo Diligenti, il '94 con Fran- 
cesco Garzes, il '95 con Andrea 
Maggi, e il '96 con Flavio Andò ; 
dal quale staccatasi, passò il '97 
nella Compagnia Mariani-Zam- 
pieri, e il '98 in quella di Eleo- 
nora Duse, andando nell'ottobre 
a sostituir con Ermete Zacconi 
la Varini ammalata. Dopo il qual 

tempo, maritatasi fuor del teatro, abbandonò definitivamente 

l'arte. 




Mazzocchi Luigi. Mantovano. Recitò le parti di Dottore 
nelle Compagnie di Pietro Rossi, di Domenico Bassi, 6(1781) 
di Francesco Paganini. 11 Bartoli lo dice « fornito di qualche 
cognizione intorno alle lettere; ed occorrendo sa recitare an- 
cora in parti serie nelle studiate rappresentazioni. > 

Mazzetti Pietro. Avvocato veneziano. Dopo di aver preso 
moglie, e consumato ogni sostanza di entrambi, si diede al- 
l'arte comica, nella quale riuscì buon attore per le parti d'm«a- 
morato. Fu nelle Compagnie di Pietro Rossi e di Luigi Perelli. 
Viveva ancora nel 1782. 



Mazzetti Margherita. Attrice di bella rinomanza, fu nella 
gio\\n&zz3LprÌ7na donna egregia; egregia madre nobile nella ma- 
turità, e caratterista perfetta e unica nella vecchiezza. Nel 1827, 
vicina ai settant'anni, serbava ancora tutto il fuoco della prima 
età, la morbidezza del gesto e della persona. 

Francesco Augusto Bon scrisse per lei non pochi lavori, 
tra' quali: La donna e i romanzi, U importuno e V astratto. La lot- 
teria di Vienna, Ludro e la sua gran giornata, ecc. Fu eccellente 
nelle commedie del Goldoni, e sì vuole che colla sua morte, 



MAZZOTTI - MEDEBACH 115 

avvenuta in Livorno nel 1836, scemasse d'assai l'importanza 
del suo ruolo. 

Medebach (Metembach) Girolamo. II più celebre capoco- 
mico del secolo xviii, che dovè gran parte della sua celebrità, 
se non tutta, a' vincoli artistici eh' egli ebbe con Carlo Goldoni, 
nacque a Roma nel 1 706 circa da Giovanni Francesco, e gli 
furon messi i nomi di Agostino, Rsiimondo, Girolamo. A tredici 
anni abbandonò Roma con una compagnia di attori, e l'autunno 
del 1739 f'^ce la sua prima comparsa a Venezia, ove agiva la 
Compagnia di ballerini da corda e comici insieme, diretta da 
Gasparo Raffi, dal quale fu scritturato, e del quale, divenuto 
poi direttore della Compagnia, domandò in moglie ufficial- 
mente, il 1 5 gennaio 1 740, la figlia Angela, Teodora, Giovanna, 
lucchese, di circa diciassette anni, che trovavasi da pochi mesi 
a Venezia. Furon testimoni, fra gli altri, della domanda, il padre 
della sposa Gasparo Raffi del fu Lazzaro, romano, di quaran- 
tadue anni, l' attore Giuseppe Marliani, piacentino, zio della 
sposa (V.), esperto ballerino da corda, ed egregio Brighella, e 
i comici Gasparo Zorni di Gorizia, e Francesco Monti di Mi- 
lano. Ma, o in questa domanda il Medebach di fronte alla gio- 
vinezza della sposa si è scemato gli anni, o il Bartoli, che glie 
ne dà novanta circa nel 1 78 1 , ha voluto esageratamente aumen- 
tarli. Il nome di Metembach, messo fra parentesi, trovo in una 
istanza a Sua Eccellenza il signor conte Cristiani, amministra- 
tore generale di Stato di Modena a dì 3 luglio 1748: 

Geronimo Metembach, e Gaspare Raffi, condatori di una Compagnia di comici e 
servidori umilissimi di Vostra Eccellenza. Ossequiosamente la suplicano, a degnarsi di con- 
cederle licenza per rappresentare nel corr.te estate un corso di Recite nel Teatro Rangoni 
che della Grazia etc. 

E il permesso fu accordato. E la Compagnia vi recitò la 
prima volta, col Goldoni presente, la Vedova scaltra. Il i o marzo 
era stata firmata fra l'autore e il capocomico la scrittura, in 
forza della quale doveva quegli scrivere otto commedie atl- 
Tanno, e averne in compenso dal Medebach 450 ducati, con 



Il6 MEDEBACH 



obbligo di seguir la Compagnia anche nelle città di terraferma. 
Pare che la Compagnia tornasse al Rangoni di Modena anche 
Testate del '49. I patti di scrittura furon mantenuti da ambe 
le parti; e se il buon successo delle commedie stabilì la fama 
dello scrittore, non meno formò la fortuna dell'impresario. Il 
Medebach recitava in esse la parte di Ottavio, scritte a posta 
per lui. Fatto poi questi pubblicare dal Bettinelli il teatro di 
Goldoni, senza il di lui consenso, tanto egli se ne aspri che 
ruppe il contratto, passando a scrivere pel Teatro San Luca: 
e ciò fu al 15 febbraio del 1752. Ricorse allora il Medebach 
all'opera dell'Abate Pietro Chiari, il quale, se ben per nulla 
comparabile al Goldoni, ne fu tuttavia un formidabile antago- 
nista. Alle di lui commedie romanzesche, salite alle stelle, altre 
non men romanzesche contrapponeva il Goldoni, come: La 
sposa persiana. Le Ir cane. La Peruviana, La bella selvaggia; a 
queste altre nuove e più romanzesche, o meglio, più ancor 
bislacche contrapponeva il Chiari ; e, tra' due litiganti, chi go- 
deva era il solito terzo, che accumulava danaro. E il Medebach 
ebbe colla sua Compagnia luminosi successi dovunque ; e lo 
vediamo, partendosi da Milano, ove avea fatto il migliore de- 
gP incontri nell'estate del '55, munito di Lettere-Patenti del 
Duca di Modena, Francesco III, dettate nella forma più larga 
e laudativa. Nel '61 gli venne a morte la moglie, e visse di tal 
perdita addoloratissimo per molti anni, passando poi a seconde 
nozze con la figlia del noto dottore Scalabrini di Bologna, che 
sopravvisse al marito, e che vediamo più tardi in Compagnia 
di Pietro Rosa. L'agosto del '62 fino a tutto il settembre recitò 
al Rangoni di Modena, d'onde dovea recarsi a Reggio per la 
fiera, invitatovi in nome del Capponi da Alessandro Frosini, 
che dice la Compagnia di lui, la migliore che si conosca. Partito 
quello stesso anno e quello stesso mese il Goldoni per Parigi, 
cessaron le gare poetiche ; e il Medebach per alcun tempo con- 
tinuò a condur Compagnia con relativa fortuna. Lo rivediamo 
Testate del '63, del '66 e del '74 in Milano, e al suo partirne, 
gli furon volta per volta rinnovate le Patenti del Duca. L'agosto 



MEDEBACH 117 



del '70, nonostante il contratto già firmato, non andò più a 
Milano, ove con nuova deliberazione, fu abolita la stagione di 
prosa, per surrogarvi le opere buffe. Si recò invece a Modena 
ove ottenne il solito gran successo; avendo seco il comico 
cantante. Sante Vitali, che sosteneva egregiamente le parti di 
Dottore, e che poco dopo il suo arrivo in Modena fu tocco 
d'apoplessia, e vi morì a trentotto anni. Ma recitandosi con 
buon successo le nuove traduzioni della Caminer al Sant'An- 
gelo, e con immensa fortuna le imitazioni dallo spagnuolo di 
Carlo Gozzi al San Luca, il povero Medebach (recitava allora 
al SanGio. Grisostomo) n'ebbe in poco tempo deserto il teatro, 
e dovè ricorrere, l'autunno del 1772, a Maddalena Battaglia, 
prima donna allora di grandissima fama, che gli recò non co- 
mune sollievo, specialmente con le molte rappresentazioni della 
Semiramide di Voltaire. Sollievo effimero codesto; dappoiché 
concesso ingiustamente il teatro alla stessa Battaglia, il Mede- 
bach, rassegnato, si rifugiò a quello di San Cassiano, dove le 
sorti non furon delle più prospere. Passò poi, o meglio, tornò 
al Sant'Angelo, partitosene il Lapy, e con miglior fortuna; non 
tale però da non costringerlo il 1780 ad abbandonar quella 
Venezia, per la quale avea così indefessamente e onestamente 
lavorato, e cercar altrove con una Compagnia sociale, un qual- 
che miglioramento alla sua condizione, divenuta omai delle 
più misere. Di lui scrisse Francesco Bartoli: 

É stato il Medebach nn esperto conduttore della saa Truppa, un eccellente reci- 
tante in que' suoi particolari caratteri; ed ha saputo acquistarsi il concetto d'uomo di 
probità. Egli ha tollerato con pace la sua non cercata, e non meritata espulsione dal Teatro 
di San Gio. Crisostomo procuratagli ingratamente da chi mai noi dovea. Egli, urbano con 
tatti, egli prudente e saggio, egli pietoso soccorritore delle miserie altrui, merita bene il 
nome d'uomo onorato, e rendesi degno della stima d'ognuno. Essendo egli poi stato l'unico 
movente, per cui l' Italia possa pregiarsi d' aver sortito anch' essa un Eccellente Poeta comico 
nel celebratissimo Goldoni, non avendo perciò da invidiare alla Francia il suo Molière, si 
viene per lui a stabilire un' epoca considerabile nella storia del nostro Teatro. 

Medebach Raffi Teodora. Moglie del precedente, e figlia 
di Gasparo e Lucia Rafifi, conduttori di una Compagnia di bal- 
lerini da corda, nacque il 1723 circa a Lucca, di dove fu por- 



Ii8 MEDEBACH 



tata via a tredici giorni. Ecco come il Goldoni descrive la 
Compagnia Rafifi nel XVII volume delle sue Commedie, edi- 
zione del Pasquali: 

Erano già tre anni, che portavasi in Venezia regolarmente in tempo di carnovale 
Gasparo Raffi Romano, Capo de' ballerini di corda colla saa Compagnia, eh' era una delle 
più famose in tal genere. Eravi la bravissima Rosalia^ sua cognata, moglie in allora di 
nn saltatore tedesco, e passata ad esserlo in secondi voti, di Cesare Darbes, celebre pan- 
talone (V.). La Teodora^ figliuola del Raffio moglie in appresso del Medebach, ballava 
sulla corda passabilmente, ma danzava a terra con somma grazia; la Maddalena ^ che fu 
moglie in seguito di Giuseppe Marlianìy era una copia fedele della Teodora, e il Marliani 
suddetto, che faceva il Pagliaccio, era un saltatore e danzatore di corda, il più bravo, il 
più comico, il più delizioso del mondo. Questa compagnia di quasi tutti congiunti era 
amata ed apprezzata in Venezia, non solo per la bravura, ed abilità in tal mestiere; ma 
per r onesta e saggia maniera di vivere sotto la buona direzione dell' onestissimo Raffi, 
e l' ottima condotta della prudente, devota, e caritatevole signora Lucia sua consorte. D 
Marliani, non so, se stanco di quel pericoloso mestiere, o eccitato dal genio comico, avea 
gran voglia di recitare delle Commedie. Capitò il secondo anno in Venezia il Medebach 
accennato ; e unitosi co' Ballatori suddetti, avendo egli cognizione bastante dell' arte co- 
mica, gì' instrui, forni loro i soggetti, e preso il picciolo Teatro di S. Moisè, colà, termi- 
nato il Casotto^ recitavano delle Commedie, le quali sostenute principalmente dalle appa- 
renze, dai giuochi, e dalle grazie del Marliani, che facea V Arlecchino^ non lasciarono di 
attirare buon numero di spettatori. La Teodora faceva la prima donna, e la Maddalena 
facea la servetta; il Medebach era il primo amoroso, e qualche altro personaggio avean 
preso per eseguir le loro Commedie. Cosi principiò quella Compagnia, che poi si è resa 
famosa, e che trovai ben formata, ed in credito quattr'anni dopo a Livorno. 

Alle attitudini per la scena congiungeva la Medebach - 
dice il Bartoli - una figura leggiadra, un volto tutto spirante 
grazia, e una voce dolcissima e chiara. Pare che il genere suo 
fosse più specialmente il patetico, dacché il Goldoni scrisse 
per lei La figlia ubbidiente e La moglie saggia, e il Chiari Ljtpor 
storell a fedele, nella quale più specialmente si mostrò somma. 
Riferisco dal Bartoli: 

Ella esprìmeva assai bene il carattere di quella Pastorella innocente, innamorata del 
suo agnellino più che d' Ergasto ; umile e rispettosa col vecchio suo genitore ; fiera e riso- 
luta col Castellano suo tentator disonesto; e vivamente spiccava il salto lanciandosi nel 
fiume per sottrarsi all' insidie del di lei seduttore. Moltissime sere fu replicata in Venezia 
nel 1754, ed infinite lodi furon date alla tenerissima Irene, Questa brava attrice, che molto 
lustro avrebbe recato a' Teatri italiani, divenne cagionevole nella salute affliggendola con- 
tinuamente alcuni effetti convulsivi. Stava quasi sempre guardata in letto, e quando talvolta 
sentivasi un po' sollevata, lasciavasi vedere in Teatro. Ma crebbero in lei a dismisura i 
suoi incomodi, e gli oppiati rimedj che i medici le apprestavano, non fecero che abbre- 
viarle la vita, onde rese l'anima al suo Creatore in età di anni quaranta nel 1761. 



MEDEBACH 119 



La riputazione artistica della Medebach si stabilì con la 
Donna di garbo del Goldoni, recitata qualche sera dopo della 
Griselda, nella quale il pubblico avea già avuto modo di notar 
le qualità dell'attrice. Da quella sera fu un successo ognor 
crescente. Dallo spoglio delle memorie goldoniane abbiamo che 

Madama Medebach era un* attrice eccellente ed attaccatissima alla sua professione, ma una 
donna soggetta a vapori. Era sovente ammalata, sovente credeva d'esserlo, e qualche volta 
non aveva che vapori di soio comando. 

In questi ultimi casi bastava a propor di dare una bella parte da rappresentarsi ad 
un attrice subalterna, che l' ammalata tosto guariva. 

Mi presi la libertà di farla rappresentar sulla scena da sé medesima. Se ne accorse 
alcun poco; ma trovando bellissima la sua parte, se ne incaricò volentieri, e rappresen- 
tolla a perfezione. 

A questi vapori che il Goldoni crede più immaginari che 
sinceri e che come tali dipinge Paolo Ferrari nella sua incom- 
parabile commedia, la Medebach univa la gelosia di mestiere. 
I successi della Marliani, Corallina, specialmente nella Serva 
amorosa, furono un gran pruno nell' occhio della direttrice, per 
la quale, a guarirla radicalmente, dovè il Goldoni scrivere La 
moglie saggia. 

Ma egli errava certo nel suo giudizio. La Medebach, ge- 
losa de' successi di Corallina, faceva un grande sforzo per vin- 
cere quel male che realmente l'opprimeva, e che la condusse 
immaturamente al sepolcro. E la prova abbiamo in quest' ul- 
tima citazione, la quale ci mostra chiaro come la povera donna 
non trovasse come prima nel suo coraggio la forza di lottare 
col male, e nella quale a me par di vedere un pizzico di cru- 
deltà nell'animo del Goldoni. 

Madama Medebach era sempre ammalata. I suoi vapori divenivano sempre più 
nojosi e ridicoli: rideva e piangeva in una volta, mandava grida, faceva mille smorfie e 
mille contorsioni. La buona gente di sua famiglia, credendola affascinata, fece venir Esor- 
cisti, e carica di reliquie, giuocava e scherzava con quei monumenti pii come una fanciulla 
di tre o quattro anni. 

Vedendo la prima attrice fuor di stato d' esporsi sopra la scena, all'apertura del 
carnevale feci una Commedia per la cameriera o servetta. Madama Medebach si fece veder 
in piedi ed in buon essere il di di Natale ; ma quando seppe che si era affissata pel giorno 
appresso La Locandiera^ commedia nuova fatta per Corallina, andò a rimettersi in letto 
con convulsioni di nuova invenzione, che facevano impazzire sua Madre, suo marito, i 
suoi parenti ed i suoi domestici. 



I20 MEDEBACH - MEDONI 

Medebach Gìovan Battista. Figlio dei precedenti, vene- 
ziano, fu attore e capocomico; e fu la sua, la prima compagnia 
venale che, nel novembre del 1798, Tolentino ascoltasse a me- 
moria d'uomo. Pare anche fosse Tolentino, con questa compa- 
gnia, una delle prime città delle Marche a veder le donne sulla 
scena. 

Sposò, il 6 dicembre 1786, Clemente Giovanna, figlia di 
Bartolommeo Paltrinieri del Finale di Modena, di cui si con- 
serva nell'Archivio di Stato di Modena l' elenco de' mobili e 
oggetti da lei recati in dote. Il 6 di ottobre del 1790 gli furon 
sequestrati in Modena, mentre recitava al Teatro Rangoni, a 
istanza di Domenico Torricelli, oste, creditore, per cibarie 
somministrategli, di lire 104.15, i cassoni contenenti gli og- 
getti costituiti in dote dalla moglie, la quale con istanza del 
13 ottobre, richiedeva la restituzione delle robe sequestrate, 
contro pagamento del debito: restituzione che non fu accor- 
data, né anche dopo rifatte le spese contumaciali se non, par- 
zialmente, per il solo vestiario femminile. Infatti, la mattina 
del 13 dicembre 1790, tutti gli oggetti sequestrati, di lui, Me- 
debach, furon messi all'incanto, e venduti per lire 175.29. 
E a questa risoluzione fu spinto il dottor Bellagi, procuratore 
del Torricelli, stante — dice il testo — la notoria condotta del 
Medebach di aver praticato lo stesso con altri Locandieri, e sommi- 
nistranti vitto in altre città, senza che in quelle sia stato appurato 
anzi costretto non ostante a pagare, ecc. ecc. 

Lo vediamo, assieme alla matrigna, la Scalabrini, ma non 
sappiam dire in quale anno, in Compagnia di Pietro Rosa. 

Medoni Nicola, nato in Genova nel 1 803 da onesta fami- 
glia, e fatto un corso regolare di studi, si diede all'arte comica, 
nella quale, mercè l'ingegno svegliato, la bella figura, e la 
voce magnifica, riuscì egregio, occupando in breve il ruolo di 
primo attore assoluto nella Compagnia del suo concittadino Luigi 
Favre. Sposò in essa la giovinetta Elena di Paolo Bacci (V.), 
esimia attrice, che gli morì a soli trentacinque anni. I pregi 



MEDONI - MENGHINI 



artistici del Medonì erano alquanto scemati dalla cattiva pro- 
nunzia dialettale, ma compensava tal difetto con la coltura e 
l'ingegno non ordinari in un comico (è stato autore di molte 
tragedie applaudite, tra le qua- 
li, applauditissìma, la Dircé) e 
con la eloquenza, che, tra' co- 
mìci del suo tempo, oserei 
dire, unica. Egli soleva tra Ìl 
penultimo e l' ultimo atto del- 
la rappresentazione invitare il 
pubblico, secondo il costume, 
alla recita del domani : e tale 
e tanta era la grazia delle sue 
parole, tanta la varietà ed ele- 
vatezza dei concetti, e tale an- 
cora la dovizia delle trovate, che molti degli abbonati reca- 
vansi a teatro in quell' ora solamente. 

Il Medoni fu il 1829 a 6anco del gran Vestri, della Mar- 
chionni, del Boccomini, del Righetti nella Compagnia Reale 
Sarda; ma condusse quasi sempre compagnia propria. Abban- 
donato il teatro, si ritirò in patria, ove morì nel 1882. 




Menghini Gìovan Battista, bolognese. Recitò con molto 
spirito sotto la maschera di Tabarrino. prima con accademici 
nel Teatro Malvezzi, poi con comici in altri teatri della sua 
patria ed in quello del marchese Rangoni di Modena. France- 
sco BartoH che lo vide, quando nel carnovale del 1 764 recitava 
a Bologna con la Compagnia di Onofrio Paganini, ci dà il se- 
guente ritratto dell' uomo e della mzischera : 

Era egli d' niu itatnra alquanto piccola, pingue oltr« ìl dovere, con faccia rotonda 
di lembianse geniali, con nn gran ventre, e due gambe giotsiiiiine, ma tntte egnali, a 
coi i' ^iplCcavano piccioliwìini piedi. Rappresentava per lo più nn nomo del ceto mercantile 
Twtìlo dì nero in abito da collare, detto oltrinienti da cittì, con calze bianche, e due liste 
di color TOSSO nelle estremiti laterali del sno tabarro. Aveva la chioma divisa in dne parti, 
che pendevaglì per le spalle, e sopra il petto, e portava in testa nn nero cappello tiralo 
an a dne ali con alta cnba nel mezzo, qnasi simile a qnella del Gìangnrgolo calabrese. 
Parlava egli nn groMoUoo Uognaggio di Bologna, meachiandovi delle parole toscane dì 

16. — / Comici iialiani. Voi. IL 



123 MENGHINI - MENICHELLI 

tempo in tempo, che davano grazia a' suoi ragionamenti. Era egli lepido nel sno discorso, 
accorto, e pronto nelle risposte, ed i lazzi snoi pantomimici dilettavano per la loro varietà 
e per essere fatti nella debita situazione del teatro, che da' Comici a tempo si appella. 

E venendo a parlar delle Torri, due commedie di sua 
particolare fatica e di sua invenzione, il Bartoli assicura aver 
egli toccato il sommo dell'arte, in una scena specialmente, per 
la quale ci dice che bisognava vederla per giudicare s ella meritava 
ogni lode di chi sa intendere la forza di quelT arte, che è tutta prò- 
pria d' un bravo Comico e che non è permesso alla penna d' uno 
scrittore d* estenderla al Tavolino in pari modo. E aggiunge che 
fu stimato dal Duca di Modena Rinaldo I, che volle sentirlo. 
Il Menghini faceva V indoratore, ed ebbe un figliuolo che gli 
diede molti dolori. Tornato di Modena, ove fu, come dicemmo, 
a recitare a quel Teatro Rangoni, non si levò mai più dalla 
sua Bologna, dove morì nel 1767. 

Menichelli Nicola. Buon comico per le parti improvvise 
sotto la maschera à^W Arlecchino. Recitava - dice il Bartoli - 
una commedia, intitolata Arlecchino finto scimmiotto, in cui ve- 
devasi eseguire diverse forze sopra una cordicella volante. Fu 
con Pietro Rossi, con Onofrio Paganini, con Domenico Bassi e 
con altri. Passò con Giovanni Simoni e Angiola Dotti nel 1768 
a Vienna, ove fu molto applaudito, e formò poi società per 
lungo tempo con Pietro Ferrari, sino al 1780, nel quale anno 
cominciò a condurre compagnia da sé con buona fortuna. Vi- 
veva ancora il 1781 insieme alla moglie Teresa, la quale, non 
ostante l' avanzar dell'età, dotata di svelta ed elegante persona, 
di spirito pronto e vivace, recitava ancora egregiamente le 
parti di serva, specialmente in scene improvvise. 

Menichelli Francesco. Figlio del precedente. Recitava le 
parti d! innamorato, e il Bartoli lo dice nel 1781 di freschissima 
età. Lo vediamo capocomico nell'autunno del 1795-96 al San 
Cassiano di Venezia. Y^r^^ prima donna della compagnia Gaetana 
Menichelli, moglie probabilmente di Francesco; e Arlecchino, 



MENICHELLI - MERLI 123 



il famoso Giovanni Fortunati. De' pregi del Menichelli come 
attore abbiamo un cenno nel Teatro mod. app. il quale dopo aver 
detto, che seppe acquistarsi una gloria non disgiunta dall' utilità, 
venendo a parlar Ò!^ Amleto di Ducis, applauditissimo a Bo- 
logna col Menichelli, protagonista, nell'estate del 1795, ^^^^ 
eh' egli esprimendo con tragica energia il sopraeminente carattere 
del protagonista, seppe ricordare il gran Mole a tutti quelli che udito 
r avevano a Parigi. 

Menicucci Angela. Figlia di Pietro Rosa, e moglie del 
ballerino Menicucci, che, fattosi poi comico, lasciolla vedova 
nel 1780. Il Bartoli non accenna punto alla di lei abilità. Sap- 
piamo solo che recitava le parti di donna seria, e che fu con la 
Battaglia, col Camerani, col Sacco ; da cui passò in una Com- 
pagnia vagante, ove trova vasi ancora nel 1781. 

Meraviglia Ferdinando, nato da onesti parenti a Brescia 
nel 1786, si diede il 1808 alle scene, esordendo quale amoroso 
generico in Compagnia di Antonio Goldoni, dal quale fu poi 
riconfermato ma col ruolo di primo attore assoluto. Fece parte 
della società formata il 1 8 1 1 da Belloni, Calamari, Domeniconi, 
con Carlotta Marchionni prima donna, e ne fu per tutto il tempo 
applaudito primo amoroso e primo attore. Scioltasi quella, altra 
ne formò la quaresima del '23 con Antonio Belloni, passando 
per la prima volta al ruolo di caratterista. Una nuova società 
formò il '27 con l'amoroso Carlo Gnudi; e altre poi con altri, 
cessando di vivere a Brescia nel 1 834. Il Meraviglia fu attore di 
grandissimo pregio, specialmente per le commedie Goldoniane, 
nelle quali, passando al ruolo di caratterista, serbò col Don Mar- 
zio, con la Locandiera, col Ventaglio, la stessa grandezza, alla 
quale era salito in gioventù con gV Innamorati, le Zelinde, le Pa- 
mele, il Tasso, il Cavalier di spirito, il Cavalier di buon gusto, ecc. 

Merli Cristoforo, nato a Bologna verso il 1741, fece le 
prime donne cogli accademici fortunati della sua patria, comin- 



124 MERLI - MIANI 



ciando poi a recitare da innamorafo in compagnie di giro verso 
il 1768. Fu un anno a Venezia con Girolamo Medebach, poi, 
il '70, in Portogallo con Onofrio Paganini, col quale tornò in 
Italia. Entrata Faustina Tesi in compagnia, egli visse con lei 
maritalmente. Furono scritturati il '76 con Pietro Rossi, e 
nel '77 formaron essi stessi compagnia, che scorreva ancora 
nel 1781, mediocremente accreditata, le varie città di Lombar- 
dia. Come attore fu il Merli amoroso assai reputato; come 
uomo, dice il Bartoli eh' ebbe indole tanto mite, quanto l'ebbe 
stravagante la sua compagna. 

Merli Giovanni. Minor fratello del precedente, recitò con 
lui neir accademia do' /or lunati, sostenendo le parti di serva. 
Entrato in arte, si diede anch' egli al ruolo àéiV innamorafo, nel 
quale fu molto apprezzato, specialmente per le parti spigliate. 
Fu a Napoli più anni; poi entrò nella Compagnia della Tesi 
col fratello, con cui era sempre nel 1781. Lo vediamo l'au- 
tunno del 1795 caratlcrista nella Compagnia di Marta Cole oni 
al San Cassiano di Venezia. 

Messieri Camillo. Bolognese. Sosteneva coi Merli nell'ac- 
cademia ^^^ fortu7iati le parti di seconda donna. Entrò innamo- 
rato con Pietro Rossi, col quale stette quattr' anni. Sposò 
Brigida Sgarri, ballerina, divenuta poi comica anch' essa, e 
dalla Compagnia del Rossi passò nel '70 in altre di giro, ab- 
bandonando le parti d'amoroso e sostituendo, alla sua morte, 
il suocero Francesco Sgarri (V,), nella maschera ^€^ arlecchino. 

Miani Rinaldo. Veneziano. Dall' arsenale della sua patria, 
dov' era impiegato, passò a recitar le parti di Pantalone, sosti- 
tuendo con onore, l'autunno del 1780 e il carnovale del 1781, 
il rinomato Gio. Battista Roti, mancato ai vivi nel precedente 
settembre. Al San Cassiano di Venezia fece rappresentare, il 
26 dicembre del '97, una sua azione spettacolosa, intitolata il 
Gran Torneo della Grecia, eh' ebbe una replica. 



MIANI - MILANTA 



Mìani Anna. Nacque a Udine da Pietro Mìani ed Anna 
Sella il 26 aprile del 18 17. Giovinetta entrò in un laboratorio 
di sarta per impararvi il mestiere, ma.^ducata alle scene, nella 
filodrammatica della città, dall'ex-artista drammatico Zuccate, 
fuggì di casa, dopo la morte del padre {1836), per sottrarsi 
alla risoluzione della madre che volea far di lei una istitutrice, 

e si recò a Venezia, ove fu scritturata . . 

amorosa, in Compagnia di Corrado Ver- / ~ x 

gnano, dalla quale passò in quella di GÌo- 
vannina Rosa, a farvi le parti di seconda 
donna che meglio si attagliavano alla sua 
bella e slanciata figura. Fu poi, nello stes- 
so ruolo, con Carolina Internari,poi,/W- 
ma attrice assoluta, col Meneghino Mon- 
calvo, col quale recitò, dopo la Carolina 
Santoni che l'aveva creata, la parte della 
protagonista nella Maria Giovanna. Ab- 
bandonò dopo qualche anno il ruolo di prima attrice per darsi a 
quello di madre e caratteristica ; e tale fu scritturata da Giorgio 
Duse, da Gaspare Pieri, da Tommaso Salvini, ammiratissima, in 
ogni tempo, e nelle parti comiche, fra cui la goldoniana Cale. 
e nelle tragiche, fra cui l'alfieriana Cittcnncstra. Fu poi con la 
società Ciotti, Marchi, Lavaggi; e con Achille Dondini; poi, 
seconda madre e caratteristica, con Alamanno Morelli e con 
Bellotti-Bon, in Compagnia n_." 2, nella quale recitò la prima 
volta a fianco del figlio Belli-Blanes (V.). Questi, nel 1878, for- 
mala società con Ciotti e Bozzo, la tolse dalle scene, e nel 1 883 
la fermò a Castel San Pietro, ove tranquillamente visse fino 
al 18 dicembre del r888, giorno della sua morte. 




MUanta Giuseppe. Comico, fiorito nella seconda metà del 
secolo XVII, con la maschera del dottore, e famoso col nome di 
Dottor Lanternone. In una lettera al Duca di Modena da Parma 
in data 4 giugno 1655, si accenna al Milanta, richiesto per la 
Compagnia di Parigi, e dal Principe Alessandro negato. Nel '64 



126 MILANTA - MILLITA 

era ancora fra' comici che Fabrizio (V.) desiderava mettere as- 
sieme per l'Altezze di Parma. Era nel 1687 ^1 servizio del 
Duca di Modena, nella#Compagnia di Giuseppe Fiala il Capi- 
tano Sbranaleoni (V.). 

Millita Anna Maria. Comica del Serenissimo di Modena, 
sotto il nome di Cintia. Abbiam di lei la lettera seguente, tolta 
a quell'Archivio di Stato, l' eroe della quale è certo quel Do- 
menico Antonio Parrino (V.), comico e istoriografo napoletano, 
che in quel tempo appunto era al servizio del Duca di Modena. 
E chi era il Padre Francesco? Forse il buon Dottore Materazzi? 
Ma ecco la lettera : 

Alt. «a Ser.»"a 

La supplico a condonarmi dell'ardire che io ho preso di scriuere a V. A. S. La 
causa è la prigionia del Sig.!" Antonio è si troua in secreta con molto pericolo della sua 
uita. Se l'A. V. non lo soccorre di quanto accena nella sua. Io in tempo della sua roalatia 
ho impegnato ogni cosa dell mio, et adesso per la prigionia l'ho uenduto è non so più 
come mi fare, à mantenerlo la dentro, onde lascio considerare alla prudenza di V. A. S. in 
che labirinto stiamo tutti dui. Io ho procurato di dare la sigurtà all' Hoste d'un Caualiero 
quale è l'IU.i^o Sig.i" Co. Claudio Canossa et il detto hoste non l'ha uoluto, ho procurato 
medesimamente di farlo uenire alla larga è fu risposto dal Sig.^ Cap.°o di Giustitia che 
è ordine espresso del Sig.i* duca di Mantova f>erche quest' hoste li è andato a dire al istesso 
Sig.r Duca che il Sig.!" Antonio erra una spia di V. A. S. et f>er queste parole fu datto 
ordine espresso che fosse carcerato. Io ho saputo che si uogliono dare li tormenti per farli 
dire quello che non è la uerità la causa è il Sig.f Co. Violardi onde che aforza di denaro 
in testa al Sig.i* Antonio che io farò il resto. La suplico f>er l'Amor di Dio et f>er la 
fedeltà del Sig.^* Antonio appresso di V. A. S. ad aiutarlo in questa necessità che subito 
sortito delle Carceri sarà a baciare le mani di V. A. 

Circa il Padre Francesco non occorre che uenghi a Mantoua perchè lo fariano pri< 
gione è se l' esaminarano li essami non si confrontarìano dell'uno e dell'altro è potrebbe 
succedere del danno tanto al Sig.^ Antonio: è se V. A. S. uole honorare il Sig.i* Antonio 
del denaro è non lo uoglia rimettere puole sf>edire il Padre Francesco doue io li ho scritto 
che non ui sarà pericolo, è questo sarà all' hosteria di Cerese et l' istesso Padre mi puoi 
mandare auisare che anderò io in persona acciò sia sicuro à leuare il denaro che f>er uia 
denaro si cauerà fuori, La suplico f>er l'Amor di dio a far questa gratia acciò che possi 
fare le sante feste costi in Modena mentre per fine resto facendoli profondissima riue- 
renza. 

Di V. A. S. 

Humiliss.»* devot™» obb."* Serua 
Anna M.* Millita Comica detta Cintia. 

Mantoua li 16 Dicembre 1678. 



MINELLI 137 



Minelli Giulio. Veneziano. Ebbe, dice il Bartoli, tutte le 
doti necessarie per riuscire un ottimo Pantalone; alle quali però 
non seppe né volle accoppiar mai la fatica dello studio. Grande 
lazzista e pantomimo grazioso, fu in molte compagnie applau- 
ditissimo. Nel 1780-81 trovavasi in quella di Antonio Sacco, e 
nel '95-*96 in quella di Pellandi al Sant'Angelo di Venezia, as- 
sieme a un Agostino Minelli, probabilmente suo figliuolo. Col- 
r avanzar dell* età, s'andò sempre in lui allontanando l'amore 
allo studio; onde pervenne a vecchiezza guitto e mìsero. Nei 
momenti suoi più calamitosi ebbe la sorte di vincere un terno 
al lotto di 400 bavare (quasi 2000 lire), che avrebbe dovuto 
sanargli molte piaghe. Né men per sogno ! Egli si fé' portare 
il letto a una osteria, e di là non si partì che dopo speso fin 
l'ultimo quattrino in pranzi e cene da pazzo. Ridotto al men- 
dicare, ricorse a uno strattagemma che l'arte gli suggerì. Egli 
recitava solo, per via, intere commedie.... ma lasciam la parola 
all'attore Colomberti che di quelle recite singolari ci lasciò la 
seguente descrizione: 

Nella primavera del 1824 io mi trovavo a recitare al Teatro San Benedetto di Ve- 
nezia colla Compagnia di Luigi Fini; e una mattina, trovandomi a passeggiare sulla riva 
degli Schiavoni, vidi giungere un vecchio, seguito da un ragazzo che gli portava una sedia, 
che pose in mezzo al vacuo fra le colonne di Marco e Todero, ed il vicino canale che 
dalla Laguna va al Ponte dei Sospiri. Giunto in quel largo, il vecchio si fermò ; prese il 
suo cappello, lo pose sul suolo, ed aspettò. A poco, a poco, e dalle vicine gondole, e da 
quegli che passavano si formò un semicircolo intomo alla sedia, sulla quale era seduto il 
suddetto, che tutti salutava, e sorrìdeva a tutti. Quando il concorso gli sembrò al com- 
pleto, si alzò dalla sedia, e rivolto agli accorsi, disse loro in dialetto alcune parole di 
ringraziamento, e terminò coli' annunziare che avrebbe recitato un lavoro tragi-comico, in 
tre atti, intitolato : la Maga Morgana e Arlecchino vittima delle sue vendette. Grande at- 
tenzione neir uditorio ; e io guardavo attorno, per vedere se alcun altro artista compariva, 
quando egli incominciò, gridando: aito primo, scena prima; e dopo di aver detto che il 
fatto aveva luogo in una grotta, prosegui notando il nome dei personaggi dei due sessi, 
che egli avrebbe rappresentato, e cosi di tutti gli altri sol nominati. Potei ascoltare le prime 
scene dell'atto, e confesso che per l'esecuzione, ammesso che l'artista potesse fare più 
personaggi senza travestimenti, la protasi fu abbastanza ben descritta. Ma, benché di maggio, 
il sole scottava bastantemente, e pensai bene di andarmene, riserbandomi di domandare 
informazioni sul passato di quel disgraziato. Né mi trovai deluso, perchè il vecchio caf- 
fettiere del Teatro mi disse che quell' uomo chiamavasi Giulio Minelli, che alla sua epoca 
era stato un bravo Pantalone ; ma che, in vecchiaja, datosi al vino, si era ridotto in mi- 
seria. Allora inventò di dar quel nuovo spettacolo sulla riva dei Schiavoni, che bastava 
a farlo vivere, se non bene, mediocremente. 



128 MINUTI - MIUTTI 



Minuti Barbara, detta in Teatro Florinda. (V. Biancolelli 
Orsola). 

Miti Pompilio. Bolognese. Fu un buon innamorato, e fece 
parte della Compagnia del San Luca a Venezia. Scrisse il 1735 
Ottaviano Trionfante di Marc Antonio, dramma-parodia, che 
fece rappresentare da* suoi compagni con la musica del Mae- 
stro Maccari. Nel '36 sostenne con molto successo la parte di 
Uranio, maggior sacerdote di Apollo nella tragicommedia: 
La clemenza nella vendetta. Rimasto vedovo, abbandonò l'arte, 
e vestì l'abito talare, lascia?uio - dice il Bartoli - delle azioni sue 
una fama onorata, e morendo in quella città (Venezia) per lui 
tanto benefica nel decorso dell anno 1^66. 

Miti Vittoria. Moglie del precedente, attrice bravissima 
per le commedie improvvise, sotto 'il nome di Eularia. Né 
men brava si mostrò nelle opere studiate che richiedevano 
slanci di passione. Nella parte di Eularia, Principessa de Fog- 
giani, parte seria in mezzo alla faceta rappresentazione JLa 
clemenza nella vendetta, la Miti fu ottima e lodatissima. Ebbe a 
seconda donna la rinomata Marta Bastona. Gianvito Manfredi 
nel suo Attore in scena dice di lei : si distinse la celebre non meno 
che saggia ed onesta Vittoria Miti, detta Eularia, passata all'altra 
vita pochi anni sono, da me più volte con non poco stupore ascoltata. 
Morì in Venezia nel 1740, non tocchi ancora i 35 anni. 

Miutti Francesco. Figlio di un ciabattino di Udine, dove 
nacque verso il 1780, fu allevato nel mestiere del padre, morto 
il quale, vagando di paese in paese, or questo or quello frec- 
ciando, s' imbattè in una piccola compagnia di comici che lo 
accolsero in qualità di socio, e da cui fu licenziato, dopo la 
prima sua comparsa in pubblico. Lo vediamo in capo a tre 
anni amoroso generico in Compagnia Rossi, poi cinque con Pe- 
rotti, secondo e primo amoroso. Dalla Compagnia del Perotti, 
passò in quella di Antonio Raftopulo col ruolo di secondo ca- 
ratterista, poi in altra secondaria con quello di prima assohUo; 



MIUTTI - MODENA 129 



e tanto crebbe in rinomanza collo studio indefesso, col ferreo 
volere, e colle chiarissime attitudini, che il Perotti lo richiamò 
e lo tenne con sé fino alla sua mòrte, accaduta nel 1820. Fu 
poi in Compagnia di Goldoni e Riva, poi di Bon, Romagnoli e 
Berlaffa, coi quali stette più anni, applauditissimo ed amatis- 
simo sempre. Percorse dal '45 al '50 il napoletano e la Sicilia 
con una società, di cui egli era capo. Tornato a Napoli vi morì, 
non ancora compiuto il suo settantesimo anno, lasciando la mo- 
glie Enrichetta, mediocre seconda donna e madre, poi caratte- 
ristica, e due figliuole, una delle quali, la Claudia, che sostenne 
per alcun tempo il ruolo di prima donna, ma con poca fortuna, 
a cagione specialmente del fisico né bello, né simpatico.... 

Fu il Miutti un capo ameno, trascurato piuttosto, e ga- 
stronomo per eccellenza. Non vi fu Piazza, nella quale, al 
momento della partenza, non trovasse che dire pei debiti fatti 
con questo e con quell'oste. A Livorno (in quaresima del '22), 
la signora Perotti dovè pagare, all' oste della Pera, quaranta 
francesconi per tanti tordi mangiati dal Miutti, il quale era 
tenuto in ostaggio.... A Napoli, avuto dal capocomico un ma- 
gnifico soprabitone, e non avendo un soldo in tasca, per certa 
merenda che s'era proposto di fare coi compagni Bon e Ro- 
magnoli, corse alla Villa e ne vendè le lunghe falde a un rigat- 
tiere per quindici carlini, coi quali potè allo Scoglio di Frisi 
far la sospirata merenda. Come artista ebbe valore incontesta- 
bile, e Francesco Augusto Bon scrisse apposta per lui parec- 
chie delle sue commedie. 

Modena Giacomo. Attore insigne in ogni genere di parti, 
ma più specialmente in quelle di padre nobile e tiranno tragico 
per le quali si aggiungevano all'intelligenza superiore la im- 
ponente e proporzionata persona, la robusta e pieghevole voce, 
nacque a Mori nelTirolo italiano da poveri montanari il 1773. 
Si recò a quindici anni a Verona, per impararvi il mestiere 
di sartore; ma innamoratosi del teatro, entrò in una piccola 
compagnia, in cui dalle ultime parti potè salir ben presto a 

17. — / Comici italiani. Voi. IL 



MODENA 



quelle di prima importanza, quali di padre e di tiranno; e con 
tal successo, che in capo a pochi anni Io vediam già nello stesso 
ruolo in Compagnia del vecchio Zanerini, di cui potè seguire, 




senza servilità, la vecchia scuola, e di Maddalena Battaglia 
(1795-96), destando a Venezia, al San Gio. Grisostomo, col- 
V Ubaldo nel Galeotto Manfredi dì Vincenzo Monti, specie nella 
scena del quarto atto con Zambrìno e Manfredi, siffatto entu- 
siasmo, che se ne volle la stessa sera la replica. E « il Carlo XII 
nel Carlo XII a Bender del Federici, e X Enrico Traslow nel 
Federico II. mostrarono - dice il Teatro mod. app. (voi. Ili, XXI) — 
quanto egli fosse capace di sostenere i più sublimi caratteri e 



MODENA 131 



di esprimere le più veementi passioni. > Grande nella parte di 
Macmut nella trilogia Goldoniana La sposa persiana, Ircana in 
luì/a e Ircana in Ispaan, fu grandissimo in quelle del Sacerdote 
n^ Baccanali e del Padre n^ Elena e Gerardo di Pindemonte. 
Né le tragedie di Alfieri, Saul, Agamennone, Oreste, Virginia, 
Polinice, Antigone, Ottavia, né i drammi del Metastasio, Attilio 
Regolo, Temistocle, Catone in Utica, ebbero più forti interpreti 
di lui. A questi si univan V Abate de l'Epée, il Cugino di Lisbona, 
il Ministro d'onore, il Medico olandese, che accrebber nuova 
fama all'artista già famoso. La robustezza del suo petto era 
tale, ch'egli potè a sessantacinque anni replicar più sere il 
Saul e V Aristodemo; quel Saul, nel quale egli fu sommo, e pel 
quale vuol la leggenda di palcoscenico ch'egli si mostrasse 
geloso del figlio Gustavo. Ma è da credersi, che la frase a lui 
detta, se pure fu detta, quando salì sul palco, dopo ascoltato 
il Saul: € no g' ave rispeto gnanca de vostro pare > ebbe più 
un tuono di amorosa compiacenza, che di sciocco risentimento ; 
dacché pare irrefragabilmente provato da chi lo avvicinò, che 
egli fosse d'indole buona e avesse un amore sviscerato per la 
famiglia (sposò il 1 801 la valorosa attrice Luigia Bernaroli (V.), 
vedova Lancetti, da cui ebbe due figliuoli) ; e che la serenità 
dell'uomo e la coscienza dell'artista non mai venissero meno 
in lui, mostrandosi in ognun de' casi (o attore stipendiato, o 
socio, o capocomico solo), direttore eccellente e galantuomo 
rarissimo. Nei sette anni di esilio di Gustavo, egli, con sacrifici 
di ogni maniera, privandosi quasi del pane per sé e i suoi, gli 
fu largo dì soccorsi in Francia e in Isvizzera, sopportando sem- 
pre con rassegnazione i molti dolori che per tristizia di tempi 
ebbe a patire nel corso non breve della sua vita. Sazio d'en- 
comi, e ben fornito di danaro, pensò di lasciar le scene per 
darsi alla vita tranquilla della famiglia. Ma il suo riposo non 
durò che sei anni. Costretto dalla sorte a riprender la via del- 
l'arte, entrò nella Compagnia Internari (1823), ove stette più 
anni, festeggiato e acclamato. Morì a Treviso fra le braccia del 
figlio e della moglie, in tardissima età. 



MODENA 



Lauro Corniani d'Algarotti gli dedicò il seguente 
SONETTO 

Ai prischi di della Superba Roma 
Roscio dal palco gli animi volgea, 
e dai signori della terra doma 
alta mèsse di plausi allor cogliea. 

De' più gravi pensier posta la soma 
l'Anglo al teatro cupido movea, 
e or lieto, or irto per terror la chioma, 
dal multiforme Carrico pendea. 

Modena, e tu cosi se il sire argìvo 
micidìal del proprio sangue additi 
agli atti, al viso d'ogni pace schivo. 

E pur cosi quando del Norte ai liti 
in te lo Sveco eroe par redivivo, 
e le sue gesta e sua fierezza imiti. 



Modena Gustavo. Figlio del precedente; il più 
grande, ÌI più completo, per comune consenti- 
mento, degli attori del nostro secolo, nacque a 
Venezia il 1 3 febbraio del 1 803. Iniziato alle let- 
tere nel liceo di Verona sotto le discipline di 
. -'Ilario Casarotti, passò poi a studiar legge nel- 
' l'Università di Padova. Apertosi il 1820, quel 
teatro, restaurato, colla Fedra dell'Orlando; di 
cui eran parti principali la celebre Grassini, la Pasta e De- 
begnis basso, egli fu dopo reciproche provocazioni generate 
dal divieto agli studenti di partecipare alle prove degli spet- 
tacoli, ferito a un braccio la notte del 25 giugno così gra- 
vemente, che i dottori Fabris e Ruggeri nel lor rapporto lo 
dichiararono in pericolo di vita. Dopo un mese di malattia, 
< espulso, — dice il Leoni (DeìtArte e del Teatro di Padova. 
Ivi '73) - per la colpa d'essere stato ferito dai manigoldi au- 
striaci, » riparò a Bologna, ove si laureò avvocato, recitando 
talvolta co' filodrammatici le parti ^\ primo attore, nelle quali 




MODENA 133 



mostrava di riuscir sommo. Morto Alessandro Lombardi, Sal- 
vator Fabbrichesi pensò di sostituirlo col giovane Gustavo, il 
quale, chiamato a Venezia (1824), esordì colla parte di David 
nel Saul di Alfieri; e s'andò man mano acquistando tal fama, 
che poco dopo entrò nella Compagnia di Antonio Raftopulo 
come primo attore. 

Formò dopo un anno, e per un triennio, una fortunata 
società col padre e la celebre Carlotta Polvaro; e abbiam d'al- 
lora, al Giglio di Lucca (i 5 maggio 1830), un programma par- 
ticolareggiato di una rappresentazione straordinaria di spet- 
tacolo straordinario con colpi di scena e scenari straordinari 
del solito pittore della compagnia sig. Pietro Venier, ecc. Si 
trattava della Scimia liberatrice ossia II naufragio del capitano 
La Peyrotise. Il protagonista era Gustavo Modena, Comandante 
la flotta francese il padre Giacomo, e la Scimia Welenfeldt. 

Oltre ad essi, la Compagnia contava allora tra' suoi prin- 
cipali artisti: Andrea Vitalliani, Angelo Venier, Angelo 
PiSENTi, Carlotta Polvaro, Adetjvide 
V1TALT.LANI, Caterina Venier, ecc., ecc. 

Le cose procedevano floridamen- 
te, quando le agitazioni politiche del's i 
nello Stato della Chiesa, e la rivoluzione 
di Bologna, ove Modena trovavasi la 
quaresima con la Compagnia, lo fecero 
risolvere ad abbandonar questa per ^ 
correre a difender sui campi di Rimini jf 
la libertà d'Italia contro gli austriaci. 
Vinti i liberali, ei dovè riparare in Fran- 
cia. Tornò il '32 a Bologna, ma i fatti ** 
di Cesena lo ricacciarono in esilio: e fu a Brusselle correttore 
di stampe, maestro di scuola e commerciante di maccheroni 
e di cacio lodigiano ; poi in Isvizzera, poi di nuovo in Francia, 
d'onde tornò, dopo sette anni di esilio, a riveder la patria e 
i parenti, per amnistia del nuovo imperatore austriaco Ferdi- 
nando L Comparve allora sulle scene del Teatro Carcano di Mi- 





134 MODENA 

lano sotto le spoglie del divino Alighieri, declamandone, svi- 
scerandone alcuni canti, fra cui di Ugolino e di Francesca, che 
suscitaron l'entusiasmo. SÌ unì poi a varie compagnie, colle 
quali dava or qui or là poche recite, maturando il disegno di 
formare e condurre una Compagnia propria di giovani forze 
da avviare, da ammaestrare, da guidare: e la 
Compagnia fu fatta, e alcuno de' nuovi accolti 
riuscirono attori splendidi. Ammirato e amato 
come artista e come patriota, percorse il Ve- 
neto e la Lombardia, ove potè mettere assieme 
una mediocre fortuna ; ma quando la rivolu- 
zione di Milano preluse a quella del '48, egli, 
chiamato a soccorrer la patria del suo braccio 
e del suo nome, tutto abbandonò e sacrificò, 
come nel '31 ; e fu il primo a entrare in Pal- 
manova con in mano spiegata la bandiera 
d' Italia. Ma rientrati gli austrìaci vittoriosi e trionfanti nel Ve- 
neto, si vendicaron tristamente di lui, atterrando e distrug- 
gendo la cìisa e la terra ch'egli aveva in Treviso, frutto del 
suo ingegno e delle sue fatiche. Esiliato dalla Lombardia, dal 
Veneto, dalla Toscana, dallo Stato Pontificio, dal Napoletano 
e dalla Sicilia, dovè rifugiarsi nel Piemonte, ove fino al '61 
restò, percorrendone le varie città or con compagnie rilevate, 
or con formate di nuovo. Lo vediamo alla fine del '58 all'Apollo 
di Genova, ove diede ìl mercoledì 22 dicembre un'ultima rap- 
presentazione compresa nell'abbonamento del carnevale col 
dramma dì Delavigne, Luigi XL Cacciati ì borboni da Napoli, 
deliberò dì presentarsi colà come artista; ma cólto da un males- 
sere generale dovè tornare a Torino, ove, sviluppatosi il male, 
cessò dì vivere a soli cìnquantott' anni, il 2 1 febbraio del 1 86 1 . 
Molte cose abbiamo a stampa di luì, o che discorron di 
lui, uomo politico ed artista; e principali fra esse: 

I. U Istruzione al popolo italiano e V Insegnamento popolare 
di Gustavo Modena « scrittura — dice il Martini (Giusti studente 
in Simpatie. Firenze, Bemporad, igoo) - a cui l'enfMÌ dello 




MODENA 135 

Stile guerrazzeggiante non scema vigore e non toglie effica- 
cia.» Vì€^ Insegnamento popolare egli riferisce il sunto che ne 
fece il Lami al Presidente del Buon Governo e ch'egli dice 
fedele; e quella parte del dialogo riguardante il Canosa, a 
proposito della quale egli sarebbe incline a credere che Io 
spiedo immaginato dal Modena gene- 
rasse la Ghigliottina descritta dal Giu- 
sti {Ivi, 112, 113). 

II. Tutta l'opera sua nella stampa 
della Giovine Italia. 

III. V Epistolario, che doveva es- 
sere raccolto da Mauro Macchi, se- 
condo afferma il Ricciardi, e pubblicato 
con prefazione di Giuseppe Mazzini, 
ma che vide soltanto la luce nel 1888 
per opera della Commissione editrice 
degli scritti di G. Mazzini, col quale egli eresse a sé l'oraziano 
monumento più durevole del bronzo, e nel quale è un'ampia 
e bella biografia dettata amorosamente da Ettore Socci, rile- 
vante in ogni sua parte la grandezza dell'affetto che a lui le- 
gava la incomparabile compagna Giulia Calarne di Berna, che 
lo aveva sposato fuggisco, e che fu — dice il Mazzini - donna 
mirabile, come per bellezza, per sentir profondo, per devozione e 
costanza d'affetti e per amore alla sua seconda patria; corse più 
tardi ogni pericolo di guerra accanto al marito nel Veneto 

IV. Una lettera al celebre attor dialettale Giuseppe Mon- 
calvo, meneghino, nella quale sono espressi i suoi intendimenti 
d'arte, e le vie da seguirsi ad arrestarne il precipitoso decadi- 
mento, riprodotta poi dal Bertolotti nel suo studio sul Moncalvo. 

V. Gustavo Modena e l'arte sua di Luigi Bonazzi, che ha 
data un'idea abbastanza chiara, a noi che non avemmo la sorte 
di sentirlo, della sua artistica grandezza. 

VI. Un capitolo nelle memorie dì Tommaso Salvini, inti- 
tolato : Come G. Modena istruiva. 

VII. Una conferenza di Adriano Palombi (Roma, '99). 



136 



MODENA 



Vili. Una conferenza di Edmondo De Amids {Speranze e 
Glorie. Milano, Treves, 1900), alta, appassionata, piena di fer- 
vore patrioti co. 

IX. Una conferenza di Carlo Zangarini (Bologna, Zani- 
chelli, igoo), ov'è tutto l'entusiasmo della sua gagliarda gio- 
vinezza. 




E alle cose già edite e citate aggiungo oggi due lettere 
inedite che riferisco intere: la prima del 15 aprile 1845 da Ber- 
gamo a Mariano Somigli impresario del Cocomero, oggi Teatro 
Niccolini, a Firenze; la seconda del 1° febbraio 1848 da Ve- 
nezia all'abate Iacopo Terrazzi a Bassano. 



Caio Mariano, 
Mascherpa ha ragione di mettersi ia collera con Montazio. Qaando an giornalista 
vaol gridare contro la meschinità della mise m scine, deve anche dire al pobblico: < tu 
pubblico asino e spilorcio, che dai tanti paoli all'opera; e voi accademie orecchìnte che 
per l'opera date migliaja di scudi, date anche alla commedia i mezzi di decorare la scena. > 
Ma egli, il giomatitla, comincia dall' abonarsi con due crazie per recita, tante quante ne 
dà al decrotteuT per polirgli gli stivali; e poi grida: arte, arte! - aite un cazzo: poveri 
saltimbanchi che vi facciamo i baffoni per strappar la vita; ecco cosa sono i comici. - Mi 
Ta da ridere quando parla dei Faigny e dei Doligny, e altri francesi: quei poveri infelici, 
dopo d'aver divertito il colto pubblico italiano, han dovuto far delle collette per tornare 



MODENA 137 



in Francia; e qui si son mangiati gli abiti, i bijoux, le camicie, e. fin le unghie. Io ho 
seguitato fino a pochi mesi addietro a spendere e spandere per decorare le produzioni con 
una esattezza di costumi e con uno sfarzo ignoto fino ai nostri giorni ; e qual è la città 
che me ne ha tenuto conto ? La sola Milano : senza Milano, io fallivo. Qui, a Bergamo, 
perchè ho messo il biglietto a una lira, m' avean minacciato di fischiarmi nei pubblici caffè. 
£ a questo proposito il pubblico di Firenze è forse più indietro di quel di Bergamo. Itnparo 
da te che Taddei è vivo: non ne sapevo nulla da lui. Che non piaccia a Civitavecchia è 
possibile : perchè il pubblico di Civitavecchia non avrebbe da esser asino ? Lo son tutti. 

Il Battaglia vuol fare una compagnia per il suo teatro Re; ma in questa io non 
entro per nulla. M' ero obbligato a far tre recite per settimana in Milano colla detta sua 
compagnia, se egli avesse trovato i duecento sovventori che chiedeva nel suo prospetto 
stampato; non li ha trovati; ed io mi son chiamato sciolto. - Ho già licenziata la mia 
compagnia, ed ho messa in libertà la quaresima di Padova, e colPultimo di camovalone 4$ 
in 46 finisce il mio capocomicato. Probabilmente verrò a passar Tanno venturo in un 
villaggio di Toscana, alla campagna. Battaglia è in trattato con alcuni de' miei artisti : colle 
Botteghini madre e figlia, colla Sadowski, con Bellotti-Bon, col ragazzo Vestrì Angelo, 
e con Lancetti. So che ha scrìtto alla Santoni, alla Fusarìni, perchè vorrebbe riunire molte 
brave donne e farle lavorare a vicenda, ma a questo non riuscirà : le convenienze!! - In 
fin dei conti io credo che la Compagnia del Battaglia finirà prima di cominciare come quella 
di Ali impresario per le Smime. Addio. Saluta tutti. H tuo Modena 

Dammi notizie della Intemari. 

II. 
Pregmo. Sig.»" Professore, 

Mi ascrivo ad obbligo il dare pronto riscontro al gradito di Lei foglio 28 spirato 
gennaio. E dopo di averle resi i più vivi ringraziamenti per le gentili espressioni che in 
quello Ella si compiace dirigermi. La prego di voler manifestare a cotesto illustre Ateneo 
i sensi della mia riconoscenza per l' onore che mi ha fatto di nominarmi suo Socio corri- 
spondente. Mi è poi di grandissima compiacenza l'entrare seco Lei in tali rapporti, che 
mi procureranno il piacere di conoscerLa personalmente, e di riconoscere in pari tempo il 
di Lei merito anche in fatto di pubblico insegnamento. Frattanto ho il vantaggio di potermeLe 
dichiarare Obblmo. Dcvmo. Servitore 

G. Modena. 

Grande e bella figura questa del Modena, di cui non sap- 
piam bene se più e meglio valesse la modestia sincera, l'arte 
potente, o il patriottismo caldissimo. Leone Fortis delineò 
l'uomo politico nel Capitan cortese del 12 aprile '96 con queste 
parole : 

Fu tutto di un pezzo : repubblicano sin dalla prima giovinezza, fiero nemico cosi 
dell' oppressione straniera, come di qualunque arroganza anche tribunizia che mirasse ad 
imporsi, sia con la dittatura della piazza, sia con quella della Reggia. 

Mi ricordo di averlo veduto nell'Assemblea Toscana in cui era deputato, capitanare 
un giorno un tentativo di rivolta dell'Assemblea contro la dittatura di Guerrazzi - dittatura 

18. — / Comici italiani. Voi. II. 



IJB 



MODENA 



a U Rappre- 



acre, aipni, igarbaU, che non sdvava nemmeno le Bpparenxe, e e 
■estanu del popolo a fcndisciate. - Il tentativo falli, • L'Assemble 
per reggervi. - Il dittatore inipote il roto di fiducia e l' ottenne, - Ma l' nrto fra i doe 
nomini, entrambi di ferro, fra 1 dne caratteri irti di ponte e di angoli, fn terribile. - Gtter- 
raxzi rispoic alla interpellanza di Modeiu, «ecco, sdegnoso, incondo, e cUnie diceodo ; 
E eoli Tiipvnd« al ditcora recitato (e marcA ipreuante la fìraae) dal DeftÈtaio M«dtna, 
Modena scatta in piedi, rouo in viso contro il no «olito, tremante, schÌE»ndo fuoco dagli 
occhi: Con^rmde taUutieitt àaeltnU e la 
raecolgQ. Soffia il sipar Guerra^ cht io 
mi itnt« tanto altero di rtcilart la tragedia 
al Teatro di Borgognissattti, guanto tunilialo 
nel prender farle a questa indigna comme- 
dia di Palaste Vecchio. 

Gnerraizi, dal ino banco ministe- 
riale, pallido, terreo, mandando lam^ di 
collera dai cristalli del suoi occhiali d'oro, 
irmppe con brotca impazienza: Non feci 
allutieni; - non si accalori coti. È tulio 

E Modena di rimando : • Risponderò 
a lei come fu gii risposto da un nomo li- 
bero come me ad on grande tiranno - ma 
ad nn tiranno da tragedia, non da comme- 
dia, a Napoleone I : È il nostro destino 
quando si parla di libertà - per me dì ar- 
rossire, per voi dì impallidire. > 

L'Assemblea andò sossopra - Il pub- 
blico batteva fteneticamenle le mani. 
li sentimento dell' onesti e della rettitudine prevaleva 
e ai rancori personali. 




ra uomo di passione, ma 
1 lui alla passione politit 



Nessuno certo potè mai più di lui né come lui suscitar 
l'entusiasmo nel popolo affollato, sia si mostrasse sotto le 
spoglie di Paolo, sìa dì Luigi XI. sia di Saul, sia di David; o 
di Adelchi, o di Waìenstein. o del Cittadino di Gand, o dì Mao- 
metto, o A'Icilio, o di Remy. o dì Raimondo, o di Dante, del 
quale interpretava (come abbiamo da un programma di sua 
beneficiata al Teatro del Giglio di Lucca, la domenica 7 giu- 
gno 1840, in Compagnia Dorati), Mino — Francesca da Rimini 

- Cerbero (Canti V e VI), Ladri tramutati in scrfii (Canto XXV), 
Curio ~ Il Mosca - Bertram del Bornio (Canto XXVIII). Fal- 
satori — Maestro Adamo (Canti XXIX e XXX). Luci/ero — Bocca 

- Ugolino (Canti XXXIl, XXXIII, XXXIV). 



Né minore entusiasmo egli suscitava in assurdità incre- 
dibili come quella famosa del pugnale infisso con gran violenza 
sul piano della tavola, che.... doveva essere di marmo. Ma.... 
altri tempi, allora. La missione del teatro non era, allora, di 
mostrare al vivo malattie del nostro spirito e del nostro corpo, 
senza ragione, senza concetto, 
senza ideali; o di intrecciar paz- 
zìe e bizzarrie per ridar vita alla 
nostra fibra addormentata. C'era 
allora una patria da liberare; 
e' era un popolo da educare, da 
ingagliardire.... E l'artista e il 
patriotto insieme si servìvan di 
ogni mezzo per riuscir nell'in- 
tento. Non occupiamoci ora di 
stabilire se antiartistica, o poco 
logica, o addirittura grottesca 
potesse essere l'apparizione di 
Modena sotto le spoglie di Dan- 
te, che i canti ^^VC Inferno decla- 
mava, immaginando dì improv- 
visarli e dettEU-li inspirato a un giovinetto seduto a un lato della 
scena.... Quel che più cercasse il Modena con tali declama- 
zioni, se, cioè, di ravvivar nelle genti l' amore pel grande vo- 
lume, o non piuttosto di mostrar loro i più riposti sentimenti 
politici del fiero ghibellino, non sappiam precisamente. Ma sta 
in fatto che l'uno e l'altro scopo non ottenner dalla cattedra 
tutti insieme gli eruditi espositori, com' egli dalla scena al po- 
polo infiammato. 

Dice il Leoni eh' « egli tutto possedeva tranne la perfetta 
voce. Studente ancora, il brutto morbo, figliastro dell'amore, 
corrodendogli le cartilagini nasali deformò il suo volto, ch'era 
nobilissimo, e alquanto fessa rese la voce che avea potente e 
bella, ond' era necessario abìtuarvisi. Le forme del corpo atle- 
tiche e ferrea tempra. » 




I40 MODENA 



Di tutte le parole stampate in prosa e in verso a onore 
del sommo italiano, scelgo la seguente ode, d'altre forse men 
peggiore, che il Dall' Ongaro dettava nel giorno che Gustavo 
Modena chiuse le sue rappresentazioni nel Teatro di Palma, 
intitolato poi dal suo nome. 

No - non è roro T idolo, 
a cui sacra gl'incensi, e innalza un'ara 
la mia terra materna all'arte cara. 

No, della gloria il palpito 

non è figlio dell'or, né quel desio 
ch'erge al Genio teatri e templi a Dio. 

Ferve nel petto agl'Itali 

più nobil foco, e ad alte opre gli appella 
l'amore e il culto d'ogni cosa bella. 

Questo t'accende, o Modena, 
quando rendi a Talia l'antico impero, 
e mostri come il bel s'accoppi al vero. 

Questo dettò le semplici 
norme a Colui che, del tuo plauso degno, 
architettò questo gentil disegno. 

E già sacro l'invidia 

de' pedanti lo fece, e lo consola 
l'eco possente della tua parola. 

Forse l' industre arteBce 
di questa nova gloria era presago, 
quando il suo circo immaginò si vago. 

Or nobil premio all'opera 

Sien del tuo labbro i non mentiti encomj, 
e il Teatro gentil da Te si nomi. 

Invano si reclamava dalle gazzette più autorevoli un mo- 
numento al grande artista e al gran cittadino,... Invano si det- 
tavano iscrizioni da incidere in un sasso che ne ricordasse ai 
posteri il nome e le virtù. Il 29 aprile del '900, Torino, rifugio 
dell'esule, che gli fu seconda patria, inaugurò, per l'opera co- 



MODENA - 



st^lnte e amorosa di Giu- 
seppe Cauda, un giorna- 
lista, che dell'arte del 
teatro s'è fatto un culto, 
il sospirato monumento, 
degno lavoro di A. Bi 
stolfi, al quale porse il 
saluto della patria Enri- 
co Panzacchi, e sul qua- 
le sono incise queste de- 
gne parole di A. Graf : 

mOEGNO I PER CARITÀ DI 
A I PER INTEGRITÀ. DI VITA | 



A MAGISTERO 
RITA DI VIRTÙ 




uoai. I tS03-iS6i. 

Moncalvo Giusep- . 

pe. Artista celebre nella 
maschera milanese del 
Meneghino, giudicato 
dal Vestri la verità per- 
sonificata; ammirato e 
stimato da Gustavo Mo- 
dena (V.) che gli dires- 
se lettere su argomenti 
d' arte, capocomico fa- 
moso, a cui fecer capo 
nel loro inizio artisti sommi ed egregi, quali la Ristori, la 
Sadowski, la Robotti, la Lipparini, Bellotti-Bon, Gaspare Pieri, 
Ernesto Rossi, Carlo Lollio ed altri, nacque a Reggio d'Emi- 
lia il 4 luglio del 1781 da Carlo, dentista chirurgo milanese. 



142 MONCALVO 



e da Antonia Cianici. Fuggì a diciotto anni dalla casa paterna, 
ed esordì ad Abbiategrasso. Nel 1804 recitò al Teatro Got- 
tardi di Vercelli, poi, l'autunno, a Magenta, formando Tanno 
dopo una compagnia regolare in società con G. B. Pucci e Carlo 
Dondini, della quale era anche primo attore. Richiamato dal 
padre a Milano, ove gli fu permesso di alternar V arte della 
scena con la professione paterna, istituì filodrammatiche so- 
cietà, di cui egli era esperto direttore, recitandovi con successo 
parti di tragedie alfieriane, quali di Filippo, di Agamennone, di 
Egisto, ecc. Fattosi capocomico nel '19, trovò la maschera del 
Meneghino, resa popolare da Gaetano Piomarta, che il Mon- 
calvo in breve emulò e superò, più commerciale della tragedia; 
e se ne servì, nobilitandola a segno da sostituirla alle parti ca- 
ratteristiche delle opere classiche, come ad esempio del Curioso 
accidente, del Burbero benefico, del Filosofo celibe, de^VInnamo- 
raii, ecc. Diventò direttore della Compagnia Guarna, poi di 
quella Ciarli, passando dal Carcano al Lentasio, e da questo 
alla Stadera, per metter finalmente il piede sulle scene delTari- 
stocratico Teatro Re, ove fu, come dovunque, acclamatissimo. 
Quindi i trionfi del Moncalvo non ebber più tregua. Fu in Pie- 
monte, nel Genovesato, negli Stati Estensi, nelle Romagne, e 
la stampa d'allora lo chiamava la delizia universcde. Natural- 
mente egli ebbe comuni coi grandi stenterelli le scurrilità, le 
bottate al governo, e le prigionìe. Ma queste diventavan quasi 
una celia, confortate dall'ammirazione sconfinata per l'incom- 
parabile artista, la quale su tutti gli profuse in privato episto- 
lario e su per le gazzette Angelo Brofferio, di cui, metto qui 
il brano seguente : 

Ti ringrazio, o mio buon Moncalvo, lume e splendore dei Meneghini^ ti ringrazio 
dell'oblio che spargi sulle mie pene, del sorriso che chiami sulle mie labbra, della sere- 
nità che trasfondi nel mio cuore. O sia che servitore in Venezia tn ti accinga al servizio 
di due padroni^ o sia che barbiere in Gheldria^ tn abbia la lingoa più affilata del rasoio, 
o sia che scudiere in Benevento ta t' involga nel concistoro delle streghe^ sempre spon- 
taneo, sempre spiritoso, sempre giocondo, tn semini la gioia, tu ecciti gli applausi, tu 
desti 1' ammirazione. O quanti attori che calzan coturno e veston manto, debbono umi- 
liarsi dinanzi alla tua modesta livrea! O quanti Edipi, quanti Eteodi, quanti Filippi, 
quanti Agamennoni si terrebbero fortunati di essere Meneghini! Né fu colpa del destino. 



MONCALVO 



>43 



Tebe, e 



■ Keltk, (e tn ti aggiri nri trivii di Milano, 
lotto le mank di Troi*. Tu potevi *Tete na ti 
inninzi, o filosofia, ed ammirate i Ma le la tua parte 
o Moncalvo, peuando «I Itia degli Eroi. Eteocle fa 
uccisa dalla coiuorte, Edipo ha ucciso il padre, 
Filippo ha Dcciao il figlio, e Menegliiiio non 
ebbe mai kllro nemico che U mestizia de' snoi 
uditori. Ah 1 ta eri il mio Eroe ; tu sri la 
gemma degli Eroi. 

Prosegui sniinosamente nella lieta pale- 
stra. Ti sorrida costante la fortuna, come lai 
costantemente sorridere la platea; e le avvertii 
(aht mai non avvenga!) che l'oro ti dichiari la 
gaerra, tn allora, novello stoico, appagati degli 
applaoii.... ma tn aogghigni, e mi dici che gli 
appianai sono una moneta in commercio non ri- 
cevala.... ebbene recita allora le trmtatri di- 
sgrtait di Maugkine..,. e non aia il mìo arti- 
colo la trentesima qnarta. 



ti che aggirarti nelU Reggia di 
I e scegliesti nn pagliaio. Fatevi 
1 k qaella d'nneroe, consolati, 
iso dal fratello, A^mi 



"^^ ^9n.e^^' 



E mi par dovrebbero ba- 
stare queste parole a dar l'idea 
esatta dell'arte del Moncalvo e 
del fascino eh' egli esercitava sul 
pubblico. Quanto al Meneghino, 
egli s'adontava ogni qualvolta gli 
si desse il nome di maschera.... e 
lo si mettesse in mazzo con Ar- 
lecchino, Brighella e Pantalone. 
«Meneghino -egli diceva- è ca- 
rattere e non maschera,» e Am- 
brogio Curti, da cui tolgo le presenti parole, aggiunge: «ed io 
credo fosse proprio nel vero, perocché egli fosse la sintesi fe- 
dele del carattere milanese o piuttosto ambrosiano, che, per il 
confluire nella mia città di tanti diversi elementi d' ogni popo- 
lazione d'Italia, si va ogni dì piìl perdendo.» 

Alcuni fecer derivare Ìl nome di Meneghino da Dome- 
nico, altri da omeneghino, piccolo uomo: altri ancora da Me- 
nechino, come s'usò per erronea lettura chiamare I Menechinì. 
facendo risalire il nostro tipo, non so con quali argomenti, alla 
Commedia plautina. 




144 MONCALVO 



Nel Mattino di Napoli dell' 1 1 agosto '97 un abbonato mi- 
lanese dice che 

Meneghino trae la sua orìgine da Domenica, essendoché era uso in Milano, nei 
secoli passati, di chiamare in servizio, per tutta la giornata di Domenica, nn nomo del 
popolo, il quale si prestava al disimpegno di molteplici faccende, acconciandosi anche a 
fungere da servo straordinario. E poiché quell' uomo del popolo era di solito sollazzevole 
e burlone, ed era al fatto di tutti gl'intrighi e degli avvenimenti del quartiere, intorno 
ai quali emetteva giudizi pieni di acume e di sale; cosi si affibbiò il nomignolo di Me- 
neghino alla maschera del popolo milanese, nella stessa guisa che si battezzò col nome 
di Pulcinella, la maschera del popolo napoletano. 

Comunque sia, il Meneghino personaggio comico, ed esclu- 
sivamente milanese, apparve la prima volta su le scene in com- 
pagnia di Donna Quinzia, Beltramina e Taresca, per opera di 
Carlo Maria Maggi, al cader del secolo xviii. 

Giuseppe Moncalvo ebbe due mogli: Maria Bonetti, la 
prima, figlia di Francesco e di Teresa Proverbio, nata a Mi- 
lano nel 1785, e quivi morta nel 1843, con cui condusse vita 
tormentosa; e Giovanna Roveda di Carlo e Maddalena Ros- 
setti, nata a Torino nel 1805, con cui visse amorosamente, e 
che a lui sopravvisse. 

Troppo ci vorrebbe a metter qui le testimonianze della 
grandezza e bontà del Moncalvo. Scrisser di lui distesamente 
il Ghislanzoni, il Regli, il Brofferio abbiam lettere di Ade- 
laide Ristori, di Ernesto Rossi, di Alamanno Morelli e 

poesie di ogni specie, fra di cui una Cantata di addio del '33 
a Torino, dalla quale apprendiamo com'egli recitasse in ita- 
liano il D. Ippolito nel Filosofo celibe del Nota, riscuotendovi gli 
universali applausi. Ma, pur troppo. Toro, come accennava il 
Brofferio, gli mosse la guerra. Aveva preso in affitto il Teatro 
della Commenda, e restauratolo ed abbellitolo, lo andava ce- 
dendo alle varie compagnie, mettendo per condizione di con- 
tratto una recita a suo beneficio, alla quale egli avesse preso 
parte. Per tal modo egli vide la luce della ribalta a poco men 
che ottant'anni; e, se non miseramente per merito della seconda 
moglie che mise un freno alle inconsulte dissipazioni, non certo 
quale avrebbe potuto, morì in Milano il 29 di agosto 1859. 



MONCALVO - MONTI 145 

Di lui si hanno alcune notiziole biografiche, pubblicate 
nel '58, delle quali principalmente si servì il Bertolotti nel di- 
stender la vita deir artista (Milano, Ricordi). 

Monti Giuseppe. Bolognese. Era il secondo vecchio, cioè 
Dottore, della Compagnia di Giuseppe Imer, che poi abban- 
donò per recarsi a Napoli col figlio Tommaso; e di lui scrisse 
Carlo Goldoni nel volume XIII dell' ediz. Pasquali: 

Sosteneva egli mirabilmente nn tal personaggio, ma riusciva ancor meglio nel ca> 
rattere di Petronio, San Petronio è il santo protettore de' Bolognesi, e moltissimi di loro si 
chiamano con tal nome ; onde il celebre Alessandro Tassoni nella Secchia Rapita volendo 
parlare de' Bolognesi, li chiama i Petronj. Questo personaggio rappresenta ordinariamente 
nn buon bottegajo, e per lo più un maestro lavoratore di canapa, di che abbonda, più che 
d'altro, quel Territorio. Figurasi un Uomo di buona fede, facile a lasciarsi ingannare, 
ed è quasi sempre nelle Commedie dell' arte lo scopo delle furberie del Brighella, delle im- 
pertinenze dell'Arlecchino, e della derisione degli amorosi. 

Monti Tommaso. Bolognese, figlio del precedente. Lo 
v^dSzxviJerzo amoroso nella Compagnia di Giuseppe Imer; e dice 
il Goldoni eh' egliyi^ cattivo comico finché fece la parte dell'amo- 
roso, e che poi divenne eccellente, quando dopo la morte di suo 
padre prese la maschera del Dottore, nel guai Personaggio la sua 
grassa e goffa figura non disdiceva, ami lo rendeva di piacevole 
caricatura. Anche il Bartoli dice che travagliò con molto spirito 
nella maschera del Dottore e fu conosciuto per un ottimo comme- 
diante. Sposò la figliuola Angela all'arlecchino Gabriele Co- 
stantini (V.), col quale, uscito dall' Imer, fu a Napoli al servizio 
di Don Carlo. Passò poi a Venezia nella Compagnia di Giro- 
lamo Medebach, e in essa, passando a Milano, morì la prima- 
vera del 1757. 

Monti Carlo. Bolognese, figliuolo del precedente, recitava 
le parti d^ innamorato, alternando l'arte del comico con quella 
della pittura, nella quale riuscì ritrattista mediocre. Fu con la 
Compagnia di Gaetano Romagnoli, al posto di Nicola Petrioli 
che n' era fuggito, poi con quella di Domenico Bassi. Mortagli 
la prima moglie, s'abbattè il 1 765 in una fanciulla di Cremona, 



19. — / Comici italiani. Voi. II. 



146 MONTI 



per nome Teresa (V. Avelloni-Monti Teresa), la quale, sposa- 
tala, educò alla scena con molto profitto. Ma la sciagurata 
compensò T appassionato marito coU'abbandonarlo; sì che, non 
potendo egli farsi una ragione del perduto amore, si uccise a 
Sarzana Tanno 1778, gettandosi in un pozzo. Né men celebre 
divenne la moglie per essersi gettata in mare a Livorno, come 
racconta il Piazza nel suo Teatro: 

Bravi un'altra donna in quella Compagnia, che si rese poi celebre nella Comica 
storia, per un salto da grottesca che fece dal molo di Livorno, con intenzione di non 
fame altri mai più. La serbò in vita un marinaio, che trovavasi in uno schifo, vicino al 
sito dove gettossi, afferrandola alla gonnella. Chi dice che fu Amore cagione di quello 
sproposito; chi una disperazione per mancanza di soldi; e chi per essersi offesa di una 
imputazione non meritata. Ella è una comica da poter farsi onore, e se nelle Tragedie 
imparasse meglio a gestire, assai più sarebbe stimabile. 

Monti Pietro. Fratello di Carlo, artista di qualche pregio 
per le parti d' innamorato, recitò in varie compagnie vaganti, e 
fu diversi anni con Giuseppe Lapy al Sant'Angelo di Venezia, 
che poi lasciò, per andare a recitare in compagnie di minor 
conto. Viveva ancora fuor dell'arte a Venezia nel 1781. 

Monti Pietro. Nato a Roma il 1 799, vi perde, bambino, la 
madre, e dovè, giovinetto appena, seguire il padre in Sicilia, che 
era maestro di caisa di una famiglia d'inglesi. Nei moti popolari 
di Palermo, gli fu assassinato il padre, e la famiglia inglese prese 
la fuga su di una nave mercantile. Solo, caduto nella più squal- 
lida miseria, il giovinetto Pietro si offerì ai trionfatori in qualità 
di tamburino, per fuggir poi anch' egli alla prima occasione su 
di una nave che lo portò a Civitavecchia, d'onde recossi pede- 
stre a Roma. Si conta, che privo di mezzi per pagarsi il più 
misero alloggio, dormisse il più delle volte accovacciato in 
qualche nicchia di chiesa, mancante della statua. Venuta in 
Torino la Real Compagnia Sarda, il giovinetto, che alla man- 
canza assoluta dell'istruzione sopperiva colla svegliatezza della 
mente e colla fierezza dei propositi, si presentò al primo attore, 
Camillo Ferri, ofifrendosegli come servitore. Fu accettato; e 



tanta misericordia destò in lui coi racconti delle sue avventure, 
e tanta stima si procacciò coU' obbedienza e col lavoro, che il 
Ferri lo condusse nell'altre città, avendoselo più amico, che 
servo. L'amore pe'l teatro gli si andò sviluppando a grado a 
grado, e, quando il suo 
ufficio gliel comportava, 
stavainchiodato alle quin- 
te, pendendo dalle labbra 
degli artisti,especialmen- 
te del suo padrone. Ora 
accadde che una sera il 
Ferri, a ora tarda, scrisse 
non potere in alcun modo 
recitare per sopravvenu- 
ta indisposizione: la qual 
cosa mise in impìccio non 
lieve il capocomico Bazzi 
che non avrebbe voluto 
mutar lo spettacolo, né sa- 
peva a quell'ora in qual 
modo rimediare. S' offrì il Monti di sostituire il Ferri : e alle 
meraviglie e obbiezioni degli artisti rispose con tal sicurezza, 
che ne fu fatto l'ardimentoso esperimento, con riuscita ab- 
bastanza buona. La commedia recitata fu Paolo e Virginia, e 
dice la cronaca che il servo si mostrasse assai più in carat- 
tere del suo padrone. Da quella sera cominciò la vita artistica 
di Pietro Monti. Gli sì afìidaron partì di generico e di secondo 
amoroso: e si notaron subito le sue attitudini spiccate alla 
scena. XÌ2I secondi amorosi passò si primi, finché, nel 1835, spo- 
sata Giulietta Alberti, sorella del brillante Adamo (V.), entrò 
con lei e col cognato nella Compagnia dei Fiorentini, per so- 
stituirvi r egregio amoroso Giovan Battista Gottardi (V.), di 
cui non potè sì facilmente cancellar la memoria, a cagione, in 
ispecie, della voce aspra e nasale. E si narra che una sera, non 
dandogli più l' animo di sopportare la manifesta avversione del 




148 MONTI 



pubblico, fattosi alla ribalta, invocò pietà e misericordia ; e lo 
fece con tal garbo e con tal commozione, che l'avversione si 
mutò di subito in indulgenza, e d' allora Pietro Monti diventò 
il beniamino del pubblico. Toltosi dalla società il Tessari, col- 
pito d' apoplessia il Visetti, V impresa venne assunta da Pre- 
piani, Monti e Alberti, assumendo il nostro artista per la 
prima volta il ruolo di primo attore assoluto, che sostenne 
con clamorosi successi fino al '49, nel quale anno fu colto da 
alienazione mentale, che lo condusse in breve tempo a morte. 
Di lui scrisse Michele Cuciniello, uno de' fortunati autori che 
Tebber felice interprete delle loro opere. 

Pietro Monti, completamente illetterato, che l'avventurosa sna adolescenza gli aveva 
chiasa ogni via da istruirsi, fu nondimeno un artista drammatico più ancora prodigioso 
che egregio. Egli non era stato fatto artista dallo studio, ma creato tale da Dio ; e però 
di quanto il genio soprasta gì' insegnamenti delle scuole, di tanto il Monti, nel signoreggiar 
gli animi dei suoi spettatori, superò gli altri artisti. Regolari ed espressivi furono i linea- 
menti del suo volto, vivi gli occhi e nerissimi, proporzionate ed armoniche le forme della 
persona, e la sua voce, la quale nella conversazione comune era d'un metallo piuttosto 
spiacevole, nei momenti poi di passione e di concitamento di affetti acquistava tanta dram- 
matica energia, metteva tali suoni, da scuotere prepotentemente le fibre dei suoi uditori. 
- Quando un carattere, un personaggio, lo avevano commosso ed interessato. Monti non 
temeva rivali nell' immaginarselo col pensiero e nel dargli una forma sulla scena. Egli allora 
non fingeva più; ma per uno sforzo di fantasia, di cui solo conosceva il segreto, s'im- 
medesimava, si trasfigurava nel personaggio, che aveva preso a ritrarre, illudeva in somma 
sé stesso prima d' illudere gli altri ; e quindi, piangendo, tremando, rallegrandosi davvero, 
senza obliar mai quel bello ideale, che la mano stessa del Bello eterno gli aveva stampato 
nell'anima, costringeva gli spettatori a piangere, a tremare, ad allegrarsi con lui. - Era 
tanta la potenza del Monti nel trasfondere, dirò cosi, in sé stesso il soggetto da lui rap- 
presentato, che spessissime volte, calato il sipario, egli rimaneva come stupito e fuori di 
sé, e visibile era il suo sforzo per passar da quella esistenza creatasi con la fantasia, nel- 
l'esistenza sua propria. 

A queste parole vanno unite alcune sestine pur -del Cuci- 
niello, di cui riferisco le due ultime : 

Addio, bell'alma, addio, prodigio, a cui 
Volle il del rivelare e donar tutto 
Queir incanto e queir arte, che in altrui 
Sol di vigilie e di sudor son fruttò; 
Dono fatai però^ che consumava 
Come fiamma quel petto, che animava: 



MONTI 149 



La farfalla così, l'ala agitando, 

Spezza r invoglio, in cui prigion giacca; 
Cosi af&lato adamantino brando 
Logora la guaina^ che il chiudea; 
E la perla, che al genio s' assomiglia, 
Rode cosi la povera conchiglia. 

E neir Omnibus di Napoli del 1 4 gennaio 1 84 1 a proposito 
deir interpretazione dello Chatterton di M. Cuciniello, P. Vac- 
caro Matonti scriveva: 

all' effetto ed al saccesso gran parte vi ha tenuta Monti, del quale artista sa- 
rebbe ingiustizia non promulgare soprattutto il suo ardente zelo nelle parti che esprimono 
affetti e sentimenti di forte esaltamento ; egli non simula per arte il carattere che sostiene, 
ma se ne infiamma tanto che va a discapito della propria salute : bel sacrifizio in vero che 
egli tributa all' arte suél, e per la quale si fa tanto pregiare ed amare da tutti. 

Un degli ultimi tratti di follia che determinaron la sua en- 
trata neir ospedale de' pazzi d%^ Ponti Rossi, ci è raccontato dal- 
l'artista Luigi Aliprandi che del Monti fu lungo tempo collega: 

Cominciò a dire e sostenere che il Re Ferdinando II lo aveva nominato Diret- 
tore dei due R. Teatri, San Carlo e Fondo; e che nessun Cantante, Ballerino o Suonatore 
vi sarebbe scritturato senza il di lui consenso. In tale illusione si presentò una mattina al 
Palazzo Reale per voler parlare a Sua Maestà. H portinajo ignorava lo stato della sua 
mente, e gli disse che il Re era in colloquio col ministro. Egli rispose : ebbène, lo aspet- 
terò. Accostatosi al letto del portinajo, si tolse in un lampo le scarpe ed il vestito e si 
cacciò fra le lenzuola. Di tal fatto si mandò avviso al cognato Alberti, il quale si recò 
colà in compagnia di un medico amico, e lo fece subifo rivestire dicendogli che il Re lo 
attendeva al R. Palazzo di Capodimonte. Lo posero in una carrozza, avviandosi per quella 
via, ma poi lo condussero all'ospedale dei pazzi, detto de' Ponti Rossi, mentre lo scia- 
gurato andava ognor ripetendo di voler discorrere al Re. 

Monti Ltiigi. Figlio del precedente e di Giulia Alberti, 
nacque a Napoli del 1836. Esordì generico giovine in Compa- 
gnia di Alberti e Colomberti dJ Fiorentini, e fu sì rapido il suo 
progredir nell'arte, mercè una naturale attitudine, ma più an- 
cora lo studio indefesso, che nel '61 si recò a Brescia a rag- 
giungervi la Compagnia Morelli, della quale era il tìmovo primo 
attor giovine assoluto. Non andò lungo tempo eh' egli al fianco 
di Pia Marchi, fu proclamato il più grande de' nostri amorosi: 
che se, forse^ a lui mancarono gli slanci potenti della passione, 



di cui tanto ricco era il Lavaggi, nessuno mai potè aggua- 
gliarlo né accostarglisì per la delicatezza del sentimento, la 
soavità della dizione, l'aristocrazia de'modì. La Fragilità e la 
Verità del Torelli, il Romanzo di un giovane povero del Feuillet, 
il Giovanni Baudry del Vacquerìe, i Sogni £ amore dello Scribe, 
il Figlio di Giboyer di Augier, il 
Figlio naturale, il Demimonde e 
V Amico delle donne di Dumas fi- 
glio, e altri molti lavori d' indole 
più disparata, uscivan dall'arte di 
Luigi Monti, di Pia Marchi, di Ala- 
manno Morelli, trasfigurati. Stette 
Luigi Monti nove anni in quella 
compagnia, per assumere il ruolo 
ài primo attore assoluto nella nuova 
società Pezzana, Romagnoli e Pri- 
vato.... e, dopo un triennio, di/rt- 
mo attore e direttore nella Compa- 
gnia n. 2 di Fanny Sadowski. Fu 
a codest' epoca che Luigi Monti 
mise in iscena V Amleto, nel quale si rivelò Ìl più intelligente 
de' nostri artisti. Nell'interpretazione del Nerone di Pietro 
Cossa toccò le più alfe cime, non ostante la esiguità della 
figura e della voce. Io, allora in sua compagnia, ricordo le ma- 
gistrali interpretazioni de' Vassalli di Castelvecchio, del Duello 
di Muratori, dello Chatterton di De Vigny, allor vivi nel reper- 
torio italiano per opera sua soltanto, e la Satira e Parini di 
L, Ferrari, ìn cui si mostrò fino agli ultimi anni protagonista 
insuperato. I nuovi lavori che accrebber nuove fronde alla sua 
ghirlanda, fiirono i Fourckambauli di Augier, il Povero Piero 
di Cavallotti, e il Lantenac d' Interdonato. Fu poi capocomico 
con varia fortuna; e, or è qualche anno, fu nominato direttore 
dell'Accademia de' filodrammatici di Milano, non lasciando 
ogni tanto, di mostrarsi al pubblico sotto le spoglie di quei 
personaggi che più gli acquistaron fama di eletto artista. 




Monti Alessandro. Figlio di comici, cominciò a farsi no- 
tare in Compagnia Alberti a Napoli l'anno 1848. Fu il '49 
colla società Colomberti-lnternari, nella quale si unì in matri- 

monio colla prima amorosa Cesira Longhi. 

■ ^_ Scioltasi la compagnia in Livorno per ragione 

I ^ ^^ di guerra nella primavera di quell'anno, il 

fi ì-^^V Monti si scritturò assieme alla moglie con 

H^^S^^ Luigi Pezzana, recandosi in Grecia. Sì unì poi 
EH^^^^H in società col Meneghino Preda; poi, abban- 
|H2^^^^Hf donato questi le scene, si fece capocomico 
l*' J^^Kf solo, conducendo una compagnia, non pri- 
* T^r maria, ma che salì in grande rinomanza, per 

l'armonia artistica, l'allestimento scenico, la 
cura minuziosa con cui eran presentati certi drammi popo- 
lari, fra i quali // goééo mislerioso. che procacciò al Monti 
guadagni non isperati. Non vecchio, si ritirò in Bologna go- 
dendosi tranquillamente il frutto del suo lavoro, insieme al 
figliuolo, divenuto medico de' più stimati. Quivi morì, assistito 
da' suoi, dopo lunga e penosa malattia di cuore, il 29 maggio 
del '94. 



Monti'Longhi Cesira. Moglie del precedente, nacque a 
Bologna il 1829 da un medico reputatissimo. Perduta questi 
la vista, tentò la Cesira la via dell'arte, scrit- 
turandosi amorosa in una compagnia di poco 
conto, e tanto vi riuscì, che il 1 847 entrò prima 
attrice giovane in quella di Colomberti, Inter- 
nar! e Fumagalli. Fu l'anno seguente con 
Romualdo Mascherpa, poi di nuovo colla so- 
cietà Colomberti, nella quale, come abbiam 
detto, sposò Alessandro Monti. Compagna 
esemplare non abbandonò mai il marito, so- 
stenendo con decoro il ruolo di prima attrice 
nella propria compagnia, e passando poi a quello di madre e 
seconda donna. 






152 MONTINI 



Montini Ippolito. < Comico mirandolese, detto CorteUaccio. 
Diede egli alla luce un libretto di due fogli e mezzo in forma 
di quarto che porta per titolo: Contesa di precedenza. È questo 
un Prologo fatto da lui in occasione d'incominciare le sue re- 
cite in Bologna Testate dell'anno 1624. Introduce in questa 
Contesa la Pastorale, la Commedia, la Tragicommedia, e la 
Tragedia. A sciogliere la lite di precedenza fra esse, appa- 
riscono Apollo nel suo Parnasso coi Poeti ed Aristotele, il 
quale le affida a Felsina sovraggiunta sopra un carro trionfale, 
acciocché essa decida del merito di ciascuna; la quale dando 
termine a questa introduzione, così favella : 

Pregiate Donne, se alla vostra lite 
Sorta sol per aver la precedenza 
Delle vostre virtù rare, infinite, 
Bramate fine impor con gran prudenza: 
Meco ornai, che son Felsina, venite 
Che m'oflfero condurvi alla presenza 
De' saggi figli miei, da' quali avrete 
Giudizio, onde contente alfin sarete. 

Il libretto è stampato in quella città presso Teodoro Ma- 
scheroni e Clemente Ferroni, ed è dall' autore dedicato agi' Il- 
lustrissimi Signori Gonfaloniere ed Anziani. Oltre la lettera 
dedicatoria, il Montini diresse ad essi il seguente 

SONETTO 

Del Felsineo Leon regger il freno, 

Librar con giusta lance e premj e pene, 
Donar a' Patrj Figli ore serene, 
Renderli in pace fortunati appieno: 

Nudrir quasi in bel Ciel sul picciol Reno 
Lucide stelle di saver ripiene. 
Fra' magnanimi Eroi fruir quel bene, 
Premio della virtù, che non vien meno : 

Poggiar di gloria all'ultimo confine, 
Opre son vostre, il cui alato suono, 
Vola alle regioni alte, e divine. 



Monti Alessandro. Figlio di comici, cominciò a farsi no- 
tare in Compagnia Alberti a Napoli l'anno 1848. Fu il '49 
colla società Colomberti-lnternari, nella quale sì unì in matri- 
monio colla prima amorosa Cesira Longhi. 
Scioltasi la compagnia in Livorno per ragione 
di guerra nella primavera di quell'anno, il 
Monti si scritturò assieme alla moglie con 
Luigi Pezzana, recandosi in Grecia. Si unì poi 
in società col Meneghino Preda; poi, abban- 
donato questi le scene, sì fece capocomico 
solo, conducendo una compagnia, non pri- 
maria, ma che sali in grande rinomanza, per 
l'armonia artistica, l'allestimento scenico, la 
cura minuziosa con cui eran presentati certi drammi popo- 
lari, fra i quali // gobbo misterioso, che procacciò al Monti 
guadagni non ìsperati. Non vecchio, si ritirò in Bologna go- 
dendosi tranquillamente il frutto del suo lavoro, insieme al 
figliuolo, divenuto medico de' più stimati. Quivi morì, assistito 
da'suoi, dopo lunga e penosa malattia di cuore, Ìl 29 maggio 
del '94. 




Monti'Longhi Cesira. Moglie del precedente, nacque a 
Bologna il 1829 da un medico reputatissimo. Perduta questi 
la vista, tentò la Cesira la via dell' arte, scrit- 
turandosi amorosa in una compagnia di poco 
conto, e tanto vi riuscì, che il 1847 entrbprima 
ai/rice giovane in quella di Colomberti, Inter- 
nari e Fumagalli. Fu l'anno seguente con 
Romualdo Mascherpa, poi di nuovo colla so- 
cietà Colomberti, nella quale, come abbiam 
detto, sposò Alessandro Monti. Compagna 
esemplare non abbandonò mai il marito, so- 
stenendo con decoro il ruolo di prima attrice 
nella propria compagnia, e passando poi a quello di madre e 
seconda donna. 




154 MORELLI 



r importanza di una dizione drammatica, accentuata e vibrata 
nel canto, e rivelandole poi i misteri della Commedia improv- 
visa, nella quale essa fece in breve sorprendenti progressi. Il 
Kurz rimasto vedovo, ella ne diventò la seconda moglie, e dopo 
tre anni di studio indefesso, il 15 aprile del 1758, esordì al- 
l'I. R. Teatro della Città nella nuova commedia a trasforma- 
zioni di suo marito, intitolata: La felice unione di Bernardone, 
in cui fu accolta dall'applauso universale sì per la grazia del 
canto, sì per la eloquenza dell'azione, e ancora per la sicurezza 
della lingua tedesca. Così il Kurz nel preavviso di tal comme- 
dia raccomandò la moglie all' indulgenza del pubblico : < La si- 
gnora Teresa Kurzin si mostrerà maestrevolmente in tutti quei 
caratteri che una perfetta attrice è capace di rendere. Ed es- 
sendo essa italiana, e però non padrona della lingua tedesca, 
tanto più ne sarà maravigliosa l'azione. Mi hanno gli Dei con- 
cessa tanta grazia; e spero che anche il pubblico che die con- 
tinue prove di benevolenza verso di me, vorrà oggi partecipare 
alla mia gioja. > (V. il lavoro sul Kurz di Ferdinando Raab, pub- 
blicato a Franco/or te da Riltten e Loening il i8gg). Anche il Vei- 
len nella sua Storia dei Teatri di Vienna (Cap. Ili, pag. 144), 
accenna a Teresina Morelli, che chiama bella e fiorente; e dice 
che il Kurz diede una splendida prova del suo magistero, tra- 
sformando in soli tre anni una inesperta ballerina in una delle 
più grandi Colombine tedesche. Il Kurz rimasto vedovo il 1 5 giu- 
gno del 1755, sposò la Morelli nel 1758, poco avanti all'esor- 
dire di lei. 

Morelli Antonio. Nacque da onesti parenti in Venezia. 
Giovinetto, entrò in una filodrammatica della città, e vi si fece 
notare pe' 1 modo garbato e spontaneo con cui recitava talvolta 
parti di ingenua e ài prima donna. Entrò poi in arte; e non tardò 
ad acquistarsi le lodi di tutti i pubblici nel ruolo di amoroso e 
nelle Compagnie di Goldoni, Perotti e Dorati. Sposò Adelaide 
Salsilli, giovine artista, figlia di artisti, che bene prometteva di 
sé; e venuto egli poi al grado dì primo attore, e non degli ultimi, 



MORELLI 155 



formò compagnia con la moglie, ch'era salita e con molto 
onore a quello di prima donna, resuscitando le commedie di 
Goldoni, e facendone base del lor repertorio. Il 1 82 2 li troviamo 
applauditissimi a Tolentino con Benvenuti e il Giandolini. An- 
tonio Morelli morì a Venezia del '27, non ancor giunto a vec- 
chiezza; e Adelaide sposò in seconde nozze l'artista Majeroni 
che continuò a condur compagnia. 

Morelli Alamanno. Figlio del precedente, uno dei più 
forti e gloriosi artisti del nostro tempo, che regnò sessant'anni 
sulla scena italiana fra gli astri di maggiore grandezza, nacque 
a Brescia il 1 2 giugno 1 8 1 2. Fece per volontà del padre i primi 
studj classici, e si dedicò alcun tempo al violino, pel quale mo- 
strava singolari attitudini ; ma poi, chiamato alla scena, abban- 
donò tutto, dopo la morte del padre, per entrare in una di 
quelle meschine compagnie che andavan guitteggiando di bor- 
gata in borgata. Dopo una non breve stagione in Arzignano 
nel Vicentino, la compagnia, impegnata la misera condotta, si 
sciolse ; e Morelli, che non avea da pagar V oste che gli avea 
dato il vitto e V alloggio a credito, se gli offerse, e fu accettato 
in qualità di cameriere, pagando così coli' opera sua di uomo 
onesto, il debito del primo attor giovine. Entrò a diciotto anni 
in Compagnia di Giacomo Modena, di cui faceva parte anche 
il figliuolo Gustavo, facendosi notar subito per la recitazione 
spontanea di alcune particine in commedie di Goldoni, Zelinda 
e Lindoro, Il Medico olandese, I quattro Rusteghi, della quale 
specialmente il personaggio di Sior Filipetto s'ebbe in lui uno 
de' più ingegnosi e brillanti interpreti, e per la quale la prima 
attrice Carlotta Polvaro gli preconizzò splendido avvenire. Fu 
scritturato il '40 in Compagnia Florio, come brillante e tiranno: 
recitava maravigliosamente nella stessa sera il tiranno Filippo 
in Bianca e Fernando e il brillante nel Ctioco e il Segretario ; sì 
che Maria Luisa, la Duchessa di Parma, ebbe per lui speciale 
ammirazione, e, nelle sere di suo beneficio, speciali elargi- 
zioni. 



156 MORELLI 



Entrò il '42 amoroso nella Compagnia Favre, passando 
Tanno dopo primo attore in quella Bergamaschi e Cappelli, 
nella quale restò sino al '45 e recitò per la prima volta, primo 
in Italia, il Kean, la Signora di S. Tropez, La Catena e il Giovan 
Maria Visconti di Porta e Grossi. Fu il primo attore della Com- 
pagnia di Giacinto Battaglia, che andò in iscena il 7 marzo '46 
a Padova, e in cui egli dovette lottare coi successi della Sa- 
dowski e di Bellotti-Bon ; ma dopo la Clotilde Valéry e il Chat- 
ter ton, il trionfatore fu lui. Ritiratosi Battaglia, Morelli continuò 
la compagnia sino al '53, recitando nel '50, primo de' viventi 
attori italiani, V Amleto, ch'egli stesso adattò alle scene sulla 
traduzione del Rusconi. Chiamato il '54 a diriger l'Accademia 
de' filodrammatici di Milano, vi recitò fino al '58, tornando in 
arte il '59, direttore della Compagnia Cazzola-Dominici, e ri- 
fondando il '60 la Lombarda che visse quindici anni di vita 
gloriosa, e in cui militaron gli artisti di maggior fama, quali 
Pia Marchi, Luigi Monti, Guglielmo Privato, Virginia Marini, 
Francesco Ciotti, Giulio Rasi, Sante Pietrotti, Anna Job. Il '76 
formò società con Adelaide Tessero che sciolse l"8i, al suo 
ritorno dall'America, per farsi di bel nuovo capocomico solo, 
scritturando 1' '82 la coppia Lavaggi, 1' '83 Cesarina Ruta, V '84 
Emilia Aliprandi-Pieri. Poi divenuto capocomico il Pieri nel- 
r'85. Morelli ne divenne lo scritturato. Stette un anno in ri- 
poso a Scandicci, e tornò 1' '88-'89 alle scene, direttore della 
Compagnia Marazzi-Diligenti e Zerri. 

Fu poi con altre compagnie di minor conto, e terminò la 
sua lunga e gloriosa carriera del '91 con Calamai. Dopo lo 
accolse il paesello di Scandicci, ove s' era fatto dono in tanti 
anni di lavoro, di una romita e modesta casetta,- e quivi morì 
fra le braccia della moglie e dei figli il io gennaio 1893. 

Fu banditore il '74 del primo congresso drammatico in 
Firenze, e pubblicò nel '77 un Manuale dell'artista drammatico 
in cinque dialoghi, col Prontuario delle pose sceniche, già edito 
nel '54, che si può dire, senza offendere la memoria del grande 
attore, l' antitesi dell' arte sua, fatta tutta di verità e di spon- 



MORELLI 



taneità. Né gli anni valsero a piegare o iniiacchire la sua 
tempra gagliarda : a poco men che ottant' anni rappresentava 
ancora con efficacia incredibile la Riabilitazione del Montecor- 




,'V; 

¥} 



boli e la Signora di San Tropez. Noverar qui l'opere dramma- 
tiche che gli furon argomento di trionfo, troppo sarebbe; citia- 
mone le principali : // Ditello. Il Figlio di Giboyer, Zji Straniera, 
U Importuno e il Distratto. Amleto, Fausto. Guglielmo Teli. Il 
Giuocatore. Fieschi. Giovanni Baudry, La Signora Caverkt, La 
calunnia. Il Vetturale del Moncenisio. Macbeik. La Riabilitazione. 
Kean, La Sonora di San Tropez. Chaiterton. Sti/ellius, Dalle 
quali si può capire a che grado di pieghevolezza egli era per- 



158 MORELLI - MORETTI 

venuto collo studio, colla riflessione, coir arte, nonostante 
r aspetto non bello, e la voce asprissima. 

Di lui scrissero il Piazza, il Bonazzi, il Regli, il Piccini, 
il Polese, il Pavan ; di lui parlaron sul feretro Tommaso Sal- 
vini e Gattesco Gatteschi. 

Moretti Pietro. Fu tra' comici della Compagnia italiana a 
Dresda (1749....), ^ recitava le parti di Brighella (V. Arbes (D') 
Cesare e Bastona Marta). 

Secondo il giudizio del tempo, egli era 

nn cattivo attore, dalla voce insopportabile. Gridava e s' affannava. La sua azione 

consisteva in nn esagerato agitar delle mani, con assolata mancanza di spontaneità. In 
breve: non piaceva. 

Moretti Anna^ veneziana. Ebbe a maestro l'artista Pietro 
Ferrari (V.), e riuscì un'attrice di gran pregio. Dopo di aver 
fatto parte di molte Compagnie di giro, si fermò il 1774 con 
quella di Lapy al Sant'Angelo di Venezia, ove recitò Lapazza 
per amore, sua particolar fatica, in cui oltre al rappresentar 
vari personaggi, cantava ariette musicali non senza grazia. 
Pare, a detta del Bartoli, eh' ella non fosse artisticamente 
grande ; ma un cotal grado di altezza raggiungesse con suffi- 
ciente valore, a cui s'univano tal prestanza della persona e 
leggiadria del volto, e tal gaiezza e vivacità di espressione e 
saettar d'occhi neri, che la reser, se non attrice perfetta, at- 
trice, per fermo, ammìratissima; aggiunge il Bartoli che vestita 
da uomo mostravasi di membra tondeggianti e formose. Fu un 
anno solo col Lapy; dal quale tornò in Compagnie vaganti, 
trovandosi il 1781 in quella di Antonio Camerani. 

Fra ì tanti versi eh' ella ispirò, metto qui il seguente 

SONETTO 

Si, che maggior d'ogni Apollineo canto 
Sono, egregia Moretti, i pregi tuoi; 
Per te non arte, ma natura i suoi 
Vivi affetti spiegar par ch'abbia vanto: 



MORETTI - MORO-LIN 

Ben sanno quale a i cor formasti incanto 
Di Terme II Conte, e i Veronesi Eroi; 
Corrado e Clarendon san quel che puoi 
Se sciogli il freno a l'ira, a i vezzi, al pianto. 

Né cred' io già che d' altri sensi impresso 
Sia il tuo bel cor; essi (non l'abbi a sdegno) 
Fan testimon di tua bell'alma espresso; 

Cosi quest'opra tua recando al segno. 
Gli atti, gli accenti che t'è usar concesso 
Fan testimon del tuo felice ingegno. 



MorO'Lin Angelo. Veneziano, attore dialettale di moltis- 
simo pregio fu, insieme alla moglie Marianna, uno de' più 
grandi se non il più grande il- 
lustratore del teatro dì Giacinto 
Gallina. Iniziato agli studi eccle- 
siastici, buttò via un bel giorno 
r abito talare per indossar la di- 
visa di ufficiale della guardia na- 
zionale, che dovè smettere al ri- 
tomo delle truppe austriache Fu 
garzone d'un sensale di grana 
glie, fu impiegato doganale, poi 
filodrammatico, poi suggeritore 
con Copellotti e compagnia, poi 
attore, suggeritore, segretario, 
trovarobe, omnibus insomma del 
la Compagnia Lombarda, poi am 
ministratore di Aliprandi, poi se- 
gretario di Ernesto Rossi. 

Sposatosi a Marianna Torta, 
attrice della Compagnia Alipran 

di, fu con lei scritturato da Alessandro Salvini; e, sciolta poi la 
Compagnia, egli risolse, mosso a pietà di tanti sciagurati, di 
rilevarla, correndo da una città all'altra, in lotta aperta con la 
fame. Abbandonato allora il capocomicato, diventò segretario 




i6o MORO-LIN 



del Toselli; poi, tornato capocomico, tentò riduzioni di com- 
medie piemontesi nel dialetto veneziano, quali Maridemo la 
putela, e La fia de Sior Piero air asta; e vistone il successo, 
formò una vera e propria compagnia dialettale, e andò a ria- 
prire a Venezia quel Teatro Comploy, dove appunto la com- 
media veneziana era morta. 

E da quel momento fu un trionfo, un vero e grande trionfo, 
né solamente veneziano, ma italiano. Selvatico e Gallina. Questi 
due nomi apparver sui cartelloni inattesi, e non ne furon più ban- 
diti. Le commedie La bozzetta dell'odio. Le barufe in famegia, 
El moroso della nona, I recini da festa, La/amegia in rovina. Mia 
fia, loci del cuor furon la fortuna di Moro-Lin ; ma quest' ultima 
segnò anche la sua nuova e non più mutabile sciagura. Dopo 
dieci giorni dalla rappresentazione del capolavoro galliniano, 
la povera Marianna, che vi aveva profuso tanta arte, tanta 
grandezza, gli venne a morire, e, lei dileguata, dileguò anche 
il bene che con la sua attività, con la sua onestà, con la sua 
mente egli s' era procacciato. Senza più attori di grido, senza 
repertorio, egli dovè piegare fatalmente, privo del più tenue 
fil di speranza per una prossima o lontana resurrezione, e dalle 
gloriose battaglie del capocomicato passò alla snervante mo- 
notonia dell'impiego per dar pane a' figliuoli.... Tornò dopo 
dieci anni alla scena, prima con Micheluzzi, poi con Corazza; 
ma il suo ritorno fu una delusione di più. Ricoveratosi a Ve- 
nezia, si fece maestro di recitazione, finché, vinto dagli anni 
e dai fastidi, abbandonò il mondo la mattina del 9 febbraio 1 898. 

A dare un' idea di quel che fosse V attore, basti dire che 
r attore Colomberti, dopo la recitazione del Prima el Sindaco 
e pò el Pievan, lasciò scritto che rivedeva nel Moro-Lin il bra- 
vissimo Augusto Bon, di cui ricordava la stessa prontezza e 
naturalezza, la stessa grazia e spontaneità. 

Moro-Lin Marianna. Moglie del precedente, nata in Alba 
il 30 giugno 1840, mosse i primi passi nell'arte in Compagnia 
Robotti-Vestri nel '54 come amorosa. Esordì nel Sior Todero 



MORO-LIN 



brontohn. Fu poi prima attrice col famoso Toselli col quale era 
a Venezia il '67, dov'ebbe un successo dì lagrime nel Ciochi 
del vilage, quando con affetto 
profondo esprìmeva il dolore 
della povera derelitta nella fe- 
sta dì tutto il villaggio. 

Maritatasi al Moro-Lin, 
con tanta facilità si diede a re- 
citare in veneziano, e con tal 
nitidezza di pronunzia,che tutti 
la credean figlia della Laguna. 
Nei Ciasscti e spasse/i. nel Mo- 
roso de la nona, ecc., ecc., e più 
ancora nei Od del cuor, la sua ul- 
tima creazione, fu artista unica. 
Il Covi, che le fu compagno e 
consigliero al suo esordire, as- 
sistè anche all'ultima sua recita. 

Il 23 dicembre del 1880 fu inaugurata al Goldoni di Ve- 
nezia una lapide in ricordo di lei colla seguente iscrizione: 




marianna moro-lin 

chb del veneto dialetto 

quantunque non suo 

skntI i.e grazie 

e sulle scene col cuore e coll'arte 

' inimitabilmente lo espresse 

la società piloprammatica carlo goldoni 
in segno di affettuoso ricordo 

POSE 

Ella morì a Verona la notte del ig giugno '79, quasi im- 
provvisamente. 

A. Grentile, che della Moro-Lin è illustratore amoroso, 
osserva che essa fu in certo modo la protagonista di una 
commedia del Gallina, anche dopo morta. Nella commedia La 
marna non mor mai. rappresentata la prima volta a Trieste il 



i6a MORO-LIN - MORROCCHESI 

12 febbraio 1880, la vera protagonista, come Io dice Ìl titolo 
stesso, è la madre morta; e questa ci vìen descritta simile alle 
altre donne che Ìl Gallina creò per laMoro-Lin: 1875, Rosa- 
El moroso de la nona; 1877, Marina- Telèri vcchi; 1878, Ma- 
riamola - Miafia; 1879, Teresa ~ I oci del cor. 

MoiTOCChesi Antonio. Nato a San Casciano in Val di Pesa 
il 15 maggio del 1768 da agiati parenti, Francesco Morroc- 
chesi e Marianna Zaccagnini, fu con- 
dotto dal natio paesello a Firenze, e 
raccomandato per l'educazione ai Pa- 
dri Scolopi. Di mente svegliatissima, 
egli fece ottime prove non solamente 
nella lettura di classici greci e latini, 
ma anche nell'arte del disegno. Nul- 
lameno l'amore della drammatica pre- 
valse in lui; e i primi applausi tribu- 
tatigli nelle sale dell'aristocrazia e 
dalle platee di teatrini privati, gli fe- 
cer prendere la risoluzione di darsi 
tutto alla scena, ove in breve conseguì, collo studio in ispecie 
delle tragedie di Alfieri, fama di attore insuperato e insu- 
perabile. 

Lasciò scritto un enorme volume di ricordi, dei quali 
Jarro pubblicò in appendici della gazzetta fiorentina La Na- 
zione, poi in volume (Firenze, Bemporad, 1896) i punti pili 
salienti; e di lui dettò una breve memoria il noto scrittore 
Melchior Missirlni, 

Il Morrocchesi cominciò col recitare al pubblico nel Tea- 
tro di Borgognissanti a Firenze, rappresentandovi, primo in 
Italia e sotto il nome di Alessio Zuccagnini, V Amleto di Shak- 
speare. 

Fu in vario tempo nelle Compagnie di Luigi Del Buono{V.), 
di Luigi Rossi, di Vernier, Asprucci e Prepiani, ma il più so- 
vente conduttor di compagnie egli stesso. 




^(ORRnccHl-:SI 



Da lui le grandi protagoniste venivano oscurate : nella 
Semiramide, a Milano, mandò in visibilio il pubblico, recitan- 
dovi VAssur, e facendo fremer di gelosia la prima attrice 




Qieccati, artista valentissima; a 7 ìrGnze,né[\' Ottavia, destava 
non minore entusiasmo recitandovi il Nerone, e facendo fremer 
di gelosia la prima attrice Perotti, artista famosissima. Fu, si 
può dire, il Morrocchesi che rivelò a' pubblici d'Italia le riposte 
bellezze delle tragedie alfieriane. I successi 6.é[\'0resle e delia 
Virginia, ma più ancora del Saul, che tenner con altre pochis- 
sime opere per un intiero carnovale i cartelloni del teatro di 



MORROCCHESI 



Santa Maria a Firenze, furon 
tali ch'esso d'allora innanzi 
s'intitolò dal nome di Alfieri. 
Io mando lo studioso alla let- 
tura di quel saporitissimo li- 
bretto di Jarro.ove della prima 
recita del Saul, e della quinta 
alla presenza dell'autore, è ri- 
ferita la cronaca del Morroc- 
chesi: qui basterà dire che il 
nostro attore dovè ripetere al- 
cun brano subito la prima sera 
fra le acclamazioni del pubbli- 
co, e che la quinta, al cospetto 
di Alfieri, si abbandonò con tal 
violenza su la spada nel pro- 
ferir l'ultimo verso 

Me troverai, ma almen da re 
[qui.... morto.... 

che, feritosi gravemente, cadde 
alienato di sensi, e quando rin- 
venne, si trovò nel suo letto, 
circondato dagli amici, tra i 
quali si potè contar da quel 
punto il grande astigiano. 

Né solamente a Firenze 
gli accadde di dover cedere 
alle insistenze del pubblico, e 
replicar sul momento or que- 
sto, ora quel brano, che anche 
la narrazione di Piìade dovè re- 
plicare immediatamente « sic- 
come un pezzo applauditìssìmo 
di scelta musica -com'egli ci 





i66 MORROCCHESI 



avverte - nelle scene illustri di Ferrara, di Siena, di Pavia, 
di Torino, di Bologna. > 

Fu il 1811 nominato Professore di declamazione e d'arte 
teatrale nella Accademia di belle arti a Firenze, e vi stampò 
nel 1 83 2 un corso di lezioni, corredando la duodecima, dei gesti, 
di quaranta tipi che rappresentano l'attore ne' momenti più im- 
portanti della sua arte, e di cui do qui dietro un piccol saggio. 
Tipi, che, siccome è accaduto e accade, non danno, io son certo, 
che assai miserevolmente e, diciam pure, grottescamente, l'idea 
dell'autore. Scrisse anche non poche opere teatrali, che si veg- 
gono a stampa in quattro volumi in-8 (Firenze, Ciardetti, 1 822). 

Morì d' idrope pettorale a Firenze ; e sulla pietra che si- 
gillava il suo sepolcro nel chiostro di Santa Croce, a destra e 
in prossimità della cappella Pazzi, toltane alcun tempo pei la- 
vori di restauro, e ricollocata poi, ma sebben sempre a destra 
di chi entra, non più allo stesso luogo, fu incisa la seguente 
iscrizione che dettò Giovanni Battista Niccolini, il quale non 
l'ebbe in vita troppo nel suo libro: 

QUI RIPOSA 

ANTONIO MORROCCHESI DI SAN CASCIANO 

NELL' I. E R. FIORENTINA ACCADEMIA DI BELLE ARTI 

PROFESSORE DI DECLAMAZIONE 

FRA I TRAGICI ATTORI DEL SUO TEMPO 

PER CONSENTIMENTO D'ITALIA 

A NESSUNO SECONDO 

E LUOGO GLI TENGA DI MAGGIOR ELOGIO 

L'ESSERE NELL'ARTE SUA PIACIUTO 

A VITTORIO ALFIERI 

MADDALENA MORROCCHESI 

AL CONSORTE DESIDERATISSIMO 

NON SENZA LACRIME 

Q. M. P. 

NACQUE AI XV MAGGIO MDCCLXVIII 

MANCÒ AI XXVI NOVEMBRE MDCCCXXXVIII 

Fu amico de' più ragguardevoli italiani del suo tempo, 
fra' quali, oltre all'Alfieri, i Pindemonte, i Perticari, Pellico, 
Albergati, Vannetti, Caluso. 

Sfogliando le sue lezioni di declamazione, guardando a 
quelle odiose figurine che le illustrano, pensando a quelle re- 



MORROCCHESl 167 



pliche immediate di narrazioni, e il tutto comparando al giu- 
dizio che ne dà il Righetti nel secondo volume del suo Teatro 
Italiano, e che qui riferisco, e' è da credere che il Morrocchesi 
fosse un grandissimo artista di maniera. 

Fra tutti gli attori italiani da me veduti, e che meritarono una particolare consi- 
derazione, nessuno ha presentato alla mia mente un contrasto più bizzarro quanto il nostro 
Morrocchesi, celebre attore tragico. Ben fatto della persona, braccia, coscie, gambe cor- 
rispondenti ad un corpo né magro né pingue. Un occhio vivo, una fronte spaziosa, bel- 
lissimi denti, in somma un bell'uomo. La sua voce era rauca, e mal atta a colorire tenere 
espressioni, imponente, terribile nell'espansione di violenti affetti; il suo portamento, il 
suo gesto erano nobili, e dignitosi, né perdevano della loro dignità, e della loro nobiltà, 
che quando voleva dipingere gli oggetti fisici con gesti di contraffazione. La sua dizione 
ora lenta, ora precipitata, non era sempre quadrante colla qualità dei pensieri che doveva 
esprimere, quasi sempre sublime nella pittura di vive immagini, e nell'entusiasmo si tra- 
sportava talvolta al di là di quel confine stabilito fra la sublimità, e la stravaganza: infine 
nessun attore ha presentato all' occhio dell' intelligente osservatore maggior riunione di 
bellezze tragiche miste a difetti del tutto particolari. Quest'attore si applicò quasi esclu- 
sivamente alle tragedie del grande Alfieri, e fu dei primi che le fece assaporare sui pubblici 
teatri, ed in queste sviluppava tutte le sue qualità fisiche e morali. Nessuno potrà con- 
trastare al nostro Morrocchesi esser egli stato il primo fra' comici a penetrare ben addentro 
ne' reconditi pensieri di quel gran tragico, a colpirne i caratteri, a regolare la declamazione 
de' suoi versi meno pomposi, che ricchi di pensieri, ed indigesti alla più gran parte de' co- 
mici d'allora. Fu acclamato nelle principali, e più colte città d'Italia, e stette gigante in 
mezzo a' suoi rivali che pur volevano atterrarlo, assalendolo da ogni lato. Questi é il solo 
valente artista con cui, nella mia carriera teatrale, mi sia trovato in contatto fino che non 
fui aggregato alla drammatica compagnia al servizio di S. S. R. M. il re di Sardegna, e 
non temo d'errare se dico, che questo tragico attore era l'attore di genio; il suo difetto 
nell'analisi dei caratteri traspariva nelle particolarità, non nel tutto; e se talvolta deviava 
dalla retta declamazione, e si abbandonava a conati troppo più violenti del bisognevole, 
era meno per mancanza d'intelligenza, e d'arte, che per la foga di strappare al pubblico 
que' clamorosi applausi, che lo inebriavano, e di che era quasi sempre padrone. 

Non m' uscirà mai dalla memoria il modo straordinario con che rappresentava l'ul- 
timo atto del SaulU d'Alfieri. Eccellente in tutta la tragedia, tranne alcuni abbagli di 
situazione, e di minute particolarità, in quell' atto era perfetto. Io lo presi a modello in 
tutta quella difficilissima scena perché, per quanto studio avessi posto onde variare modi, 
ed atteggiamenti, m' avvedeva che tutto sarebbe rimasto al disotto d' una felice imitazione. 

Chiudo il breve cenno col sonetto che è in fine alla me 
moria di Melchior Missirini : 

SONETTO 

Giacca il Coturno Ausonio, e bassi e inetti 
Carmi rendeano suon sterile e vano, 
e fu de' Roscj lo atteggiar sovrano 
scena scurril di turpi Mimi abbietti. 



l68 MORROCCHESI - MOZZANA 

Di fieri Àgitator tragici affetti 

e di franchi pensieri, aito, ed umano 
Tu, r ira del terribile Astigiano 
Infondesti primier nei nostri petti. 

Ei ti udì, e sen compiacque, e ai forti e nuovi 
modi. Te scelse adatto all'onorato 
ufficio di rifar l'itale menti! 

Ei gì' ingegni già adulti, e tu i nascenti 
coltivi, in ciò di Lui più avventurato, 
ch'egli un corrotto, e un vergin suol tu trovi! 

Mezzana Francesco. Attore fiorito nella metà del se- 
colo XVII. Recitava sotto la maschera di Truffaldino, e abbiamo 
di lui un Curioso capriccio di bellissimi giuochi non più veduti, 
edito dal Malatesta a Milano, senza data. È un libriccino di 
dieci pagine in 1 2^, compreso il frontespizio, e contiene ven- 
titré scipitaggini, di cui ecco un esempio : 

A far parere molte persone senta testa 

Piglia sale armoniaco, sale gemma, e sale di canfora tanto dell'uno, quanto del- 
l' altro, & acqua vita di sette cotte ; fa fondere tutto insieme, & ongi con quello la can- 
dela di sevo, o di cera; col chiaro di detta candela pareranno senza testa. 

Probabilmente in simili giuochi era celato il chiapperello, 
e apparivano senza testa chi facevan la prova. 

Di questo Mozzana non abbiam notizie; ma due lettere 
di Anton Maria Goccino da Venezia del 18 febbraio 1650 e del 
4 marzo 165 1 al Duca di Modena che lo richiedeva di alcuni 
artisti, accennano a un Truffaldino, che non s' è potuto iden- 
tificare, ma che potrebb' essere il nostro attore. 

Ecco i passi che lo riguardano : 

Truffaldino m' ha detto che quando parti da Mantova fu honorato da quella Al- 
tezza d'una medaglia d'oro, e lo impegnò per Tanno uenturo, et che desobbligato da 
questo ambise de seruir a V. A. pur che unita con lui habbia la moglie al recitare. 



Auisai con altra mia humilissima lettera all'A. V. Sere.™^ come in ubidienza de 
suoi sourani commandi procurai d'obbligar li comici nominati nella lettera sua di 2 spi- 
rato, a seruir per questo prossimo carnevale V. A. ma che la bizzarìa di questa gente non 
mi prometteua quella consolatione che tanto ambisco in pontoalmente seruire a suoi cenni, 



MOZZANA - MUZIO 169 



escQsandosi chi con uno chi con altro pretesto ; dopo di che insistendo nel mio debito 
ho condotto da M.^ Residente suo Fabritio e Truialdino, pur sperando d' auttorizare 
gì' impulsi colla presenza di quel Ill.^o suo Ministro, ad ogni modo delle lettere di detto 
Sig.'c l'Altezza Vostra sentirà la continuatione de loro iscuse, et insieme la premura de 
miei ufitij tributati all'adempimento de suoi commandi. 

Mozzi Giustiniano. Attore e capocomico non ispregiato. 
Fu '"A. primo amoroso, nel 1850, della Compagnia che Antonio 
Colomberti formò in società con Eugenia Baraccani, sposata 
la quale, si fece capocomico egli stesso, separandosi poi ami- 
chevolmente dalla moglie, e ritirandosi dopo alcun tempo dal- 
l' arte per andare a seguire il figliuolo, divenuto tenore de' più 
ammirati. 



1 Maria Maddalena. Di lei non abbiamo che la se- 
guente lettera, comunicatami dall'egregio Davari dell'Archi- 
vio di Mantova: 

1690. 31. mag.** - Bologna (ad un ministro del Duca) 

lU.mo et EcC.»no S.'« Pad.ne col.»no 

La venuta del S.^ G. B. Celini a Bologna con ordine del S.' Padrone d' aquistarmi 
per la recita nel teatro di S. Lucca di Venezia nel venturo carnevale in precio di mille 
ducati effettivi e casa finita, ha fatto eh' io mi impegni a servirli mentre m' hano in tutto 
sodisfatta di quanto richiedevo ; onde mi dispiace n' poter sortir fortuna di riceyere le sue 
gracie con Sig.^** Grimani, m' honarì riserbarmi il desiderio che con tanta bontà si da a 
conoscere per favorirmi, eh' io n' mancherò di procaciarmi occasione di conservarmeli per 
quella che senza fine mi confesso di V. S. 111. 

Devot et Oblig.""» Serva 

Bologna 31 mar.» 1690. MARIA MaDALENA MUSI. 

Muzio Angelo Antonio. Recitava le parti di Dottore nella 
Compagnia che il Duca di Modena aveva formata pel 1688. 
(V. Torri Antonia). Abbiamo per lui la seguente raccomanda- 
zione al Duca della Boncompagni, che traggo dall'Archivio di 
Modena : 

Alt.*» Sereniss.»"* 

Con quella humiltà douuta al Alto Merito, di V. Serenità humilissima supplico la 
di lei Clemenza in socorerre Angelo Antonio Muzzio, il quale per auer moglie e cinque 
figlioli et al presente maggiormente sfortunato per quello che sono certa cioè della moglie 

32. ~~ I Comici italiani. Voi. IL 



ITO 



MUZIO 



che mesi tono iiìq« inferm» et essendo suddetto fori dell» Comptgnia de' Comki di V. Se- 
lenita non pno più aggiatare la sna Tamiglia, la quale i in necerìta grandissima, io mi 
ipiace Doo patere solo cbe in cosa minima toleasrli: V. Serenitli dispensi l'ardire di 
qnesta racomandasione; le prerogative di V. Sereniti che nolano per tatto il mondo, anno 
animata la mia hnmiliisima oseroania di venire a' snoi pedi snpplicaiile della et>tia- Nostro 
Signore consemì la Persona di V. Sereniti per gloria del secolo; me 
li iacio nn profondissimo inchino. 



Di V. Alt.«i 



ero S. Mieti 



iliss."» DeuotiH."" ci ObUg.»» Sema 

Catekina Boncoupaohi. 





I COMICI ITALIANI 



Nadasti Lucinda. Non sappiam se il nome di Luclnda col 
quale solamente fu chiamata nell' elenco de' Comici di Parma 
del 1664 (V. Fabrizio Napolitano), fosse anche Ìl suo nome di 
battesimo. Lucinda è \z. prima donna, quasi sempre amante di 
Valerio, tal volta di Orazio, tal volta di Ubaldo, de'Scenarj 
pubblicati da A. Bartoli, un de' quali, di P. C, ha per titolo: 
L' onorata fuga di Lucinda. 

Troviam Lucinda col suo casato di Nadasti nell' elenco 
de' Comici del Duca di Modena pel 1688, in cui ella sosteneva 
le partì di seconda donna. (V. Torri Antonia). 



Nanini Giovanni. Attore e capocomico fiorito nella se- 
conda metà del secolo xvii, di cui abbiam notizia soltanto 
nella citata opera di Paolo Trautmann sui comici italiani in 



174 NANINI - NAPOLIONI 

Baviera. Stanchi i bavaresi della Compagnia tedesca capitanata 
dal Treu, e desiderosa forse la stessa Adelaide di Savoia, 
riandando la sua giovinezza e i godimenti provati alla rappre- 
sentazione del Cid di Corneille, di riviver queir ore di esalta- 
zione dello spirito, risolse di chiamare a sé una buona Compa- 
gnia francese, che si recò a Monaco Testate del 1671, condotta 
da Filippo Millots, e vi rimase fino alla morte della principessa 
elettorale. Congedati i Francesi, i comici di Treu signoreggia- 
rono ancora una volta alla Corte, con un repertorio de' più 
svariati ricco di drammi, farse, pastorali, ecc. Ma la lor si- 
gnoria durò ben poco. La fine e pur frivola società di Corte 
bavarese, e soprattutti il giovine Max Emanuel, si stancò 
presto di quelle rozze rappresentazioni: la riapparizione di 
Treu e compagni sul teatro di Corte a Monaco ebbe per re- 
sultato la chiamata di comici stranieri : e questa volta furono 
italiani, venuti da Venezia sullo scorcio del 1689, e capitanati 
da Giovanni Nanini, che rappresentava in commedia la ma- 
schera del Dottore. 

Nanini Giuseppe. Bolognese. Fu prima ballerino, poi Ar- 
lecch'mo di pregio. Ebbe da un colpo di pistola sì malconcia 
una mano, che si dovette amputargliela; e però fu cognomi- 
nato il monco. NuUameno egli continuò a recitar con favore, e 
il 1781 si trovava con Antonio Camerani, applauditissimo. 

Napolioni Marco. Napoletano, fiorito alla metà del se- 
colo XVII, recitava nella Compagnia del Principe di Parma le 
parti ài Innamorato col nome di Flaminio. Oltre all'essere at- 
tore pregiato e pregiato capocomico, era ancor traduttore di 
opere drammatiche, delle quali TAUacci nella prima edizione 
della sua drammaturgia dà V elenco che qui riferisco : 

Il Re rivale del suo favorito, da D. Geronimo di Villa Assan. 

Il Purgatorio di San Patrizio, opera, da D, Pietro Calderon. 

La gran Zenobia, opera. 

La vita è sogno, opera. 

La casa con due porte, commedia, da Ivan Perez de Montalban. 



NAPOLIONI 175 



IL Sansone, opera. 

Il gran Seneca di Spagna Filippo II, opera, da Lopez de Vega. 

Il Nigno diabolo, opera. 

L'armata navale vittoriosa sotto D. Giovanni d'Austria. 

Il cane dell' ortolano, tragicommedia, da Mora de Mesqua. 

Lo SCHIAVO del demonio, ovvero il D. Giliz, opera. 

La fortuna di D. Bernardo di Cabrerà, e D. Lopez de Luna, opera, da 

Ivan de VigUega. 
La verità bugiarda, opera, da tre autori. 

Il gran Catà an Sacralonga, tragicommedia, da D. Francesco de Roxa. 
Il Macometto, opera. 
Theagene e Cariclea, opera. 
Il pericolo ne* rimedj, opera. 
Il maritarsi per vendetta, opera. 
Persile e Sigismondo, opera. 
Il generoso nemico, commedia. 

Gli aggravj trionfanti della gelosla, commedia, da D. Ivan d'Allarion. 
L'Anticristo, opera, da D. Gabriel del Dovei. 



Lo troviamo il 1647 a Roma, al servizio di Donna Olimpia 
Panfili, conduttor della Compagnia, insieme al Buffetto, Carlo 
Cantù (V.), nelle di cui lettere è riferita la storia dei subbugli, 
avvenuti in pubblico teatro, e la partenza per Napoli del Na- 
polioni, che seco trasse buona parte di quei comici, da lui, come 
dice il Cantù, subornati. E lagnanze gli mosse contro anche la 
Fiorillo {Beatrice), come si vede dalla lettera del '51 pubblicata 
al suo nome (voi. I, pag. 929), per le solite gelosie di mestiere, 
e convenienze, e invidie suscitate non sappiam bene se dalla 
stessa Fiorillo, o dalla moglie del Napolioni, che ci sembra 
poter identificare per Argentina, come quella che insieme a 
lui assalse Beatrice con dispetti di ogni maniera (V. anche Fio- 
rillo Giovan Battista). 

< Nel Diario del Capecelatro, riferisce Benedetto Croce 
{pp. cit.y i2b, nota), si parla di un Flaminio Napoleone o Nobi- 
liane, che nel 1648 era a Roma coli' ambasciatore di Francia e 
aveva intelligenze coi ribelli napoletani. Era il nostro comico 
Flaminio. » 

Una sua lettera del 30 agosto del '57 da Bologna a un 
Ministro del Duca, ci fa sapere come il settembre e T ottobre 
la Compagnia si recasse a Firenze e l'autunno a Venezia al 



176 NAPOLIONI 



San Samuele, chiamatavi da S. E. Grimani (V. pel 58 le lettere 
di Orsola Coris). 

Il luglio del '59 si trovava a Siena, come abbiamo da una 
sua lettera a Francesco Toschi, colla quale accettava di far 
parte della Compagnia del Duca di Modena sì per l'autunno, 
sì fino a tutto il carnovale. La Compagnia di Flaminio era stata 
rotta dal signor Podestà di Galicano, e il Toschi dandone l'an- 
nunzio al Duca, e proponendogli il Napolioni, lo dice il Melio 
che calchi sena..., e aggiunge: se V. S. IlLma volesse scriuere, 
certo veriano, e si farla una Compagnia di tutto Paragone ; li do 
questo motivo acciò S. A. resti ben seruito come merita. 

Il Croce, nel quarto punto dell' appendice, oltre a' titoli 
delle parti, ond' è composto, riferisce alcuni brani di un codice 
dal titolo : La pazzia di Fla^ninio nel presupposto tradimento di 
Cintia — a 15 maggio 1680, ove sono soliloqui, parlate e dialo- 
ghi, relativi tutti alla parte di Flaminio. Il D'Ambra di Napoli 
ha ristampato (1884) ^^^ commediola, \vì\aXxAòX.2ì\ Flaminio pazzo 
per amore, con Pulcinella studente spropositato. Commedia nuo^ 
vissima, secondo il buon gusto moderno, che è certo — aggiunge 
il Croce - una manipolazione dello Scenario, del quale dovea 
far parte la scena di spropositi ch'egli riferisce tra Flaminio 
matto e Polcinella. 

Trovo in una nota inedita del GueuUette che 

Marco Napolioni detto Flaminio era conosciuto in teatro col nome di Flaminione 
per distingaerlo dagli altri Flaminj della Comedia italiana. Egli era nonno di Agata Vita- 
lianì, che sotto il nome di Flaminia recitava in Italia le amorose, moglie di Francesco Bal- 
letti, primo del nom'b, che recitava gli amorosi. 

Flaminione fu illustre nella sua professione e amato da'più grandi d'Italia, specie da Co- 
simo III granduca di Toscana. Egli era a Napoli il 1647 al tempo della rivolta di Masaniello, 
che lo conosceva assai bene. Incontratolo per via, sapendo com'egli era amato dai grandi e dal 
popolo, gli ordinò di seguirlo. Il Napolioni dovette obbedire, e lo sciagurato lo nominò amba- 
sciatore per aggiustar le differenze tra il popolo e la Corte di Spagna. Flaminione accettò ; ma 
l'ambasciata non ebbe luogo, perchè in capo a quindici giorni Masaniello fu destituito dalla 
sua pretesa regalità, e Flaminione di cui fu riconosciuta la probità, potè restituirsi a sé stesso. 

Il padre di Flaminione era nipote del Cardinale. La sua casa era presso al Con- 
vento delle Fanciulle. Egli s' innamorò di una religiosa, e scavalcato il muro di cinta, la 
rapi. Gli fu fatto processo in contumacia. Egli si ritirò in questo tempo a Napoli, e vi si 
fece mercante sotto il nome di Napolioni. Fu là che divenne padre di Marco, il quale, 
montato sul teatro, mutò il nome di Napolioni in quello di Flaminio. 



NARDELLI 177 



Nardelli Gaetano, nacque il 1786 da onesti parenti a Ve- 
rona. Entrò il 1807 coscritto nei veliti italiani, e prese parte 
alla battaglia della Favorita presso Mantova. Poi, scioltasi Tar- 
mata italiana per V entrata degli Austriaci in Milano, e rifiuta- 
tosi il Nardelli di continuar nel servizio, se ne tornò alla natia 
Verona. Morti i genitori, egli, che avea già tal volta recitato 
nella filodrammatica della città, non avendo più legami di sorta 
in patria, si diede alle scene in cui riuscì valente caratterista 
e valentissimo capocomico. Formò il 1830 società con Luigi 
Ghirlanda, che fu poi sostituito da Giovanni Boccomini fino 
ar35. Ne fu per tutto quel tempo prima attrice l'Amalia Bettini, 
che, cominciando allora a destar fanatismo, procacciò al Nardelli 
denaro e riputazione. Facean parte della Compagnia gli artisti 
Tessero, Rossi, Pelizza, come si vede nella poesia pubblicata al 
nome della Bettini (voi. I, pag. 390). Andata lei con Romualdo 
Mascherpa, e andato il Boccomini con Angelo Rosa, Nardelli 
si ritirò a Verona, ove comprò il teatrino dell'Accademia, e 
de' vigneti in Valpolesella ; non tardando poi a formare una 
società per un triennio con Carlo Re, proprietario dell' antico 
teatro di questo nome in Milano, e con un caffettiere presso 
San Carlo, per nome Gottardi, i quali, saputa la provata espe- 
rienza di lui, gli affidaron la direzione dell'azienda. La Com- 
pagnia doveva rimanere al Teatro Re ogni anno dal i^ set- 
tembre al 1 5 dicembre, e ne eran principale ornamento, oltre 
a un buon numero di generici e generiche, Amalia Bettini, 
prima attrice; Carolina Fabretti, poi Giardini, prima attrice 
giovane; Adelaide Zannoni, madre e seconda donna; Amalia 
Colomberti, servetta; Lucrezia Bettini, caratteristica; Antonio 
Colomberti, primo attore; Giovanni Boccomini, padre nobile e 
promiscuo; Gaetano Coltellini, caratterista; Pietro Boccomini, 
primo amoroso; Antonio Giardini, brillante e secondo amoroso; 
Giuseppe Zannoni, generico primario. 

L'entrata, un anno per l'altro, fu dalle 80,000 alle 
90,000 lire, e l'uscita dalle 50,000 alle 55,000; e il biglietto 
serale allora era normalmente di centesimi 60, non mai più 

23. — / Comici italiani. Voi. II. 



178 NARDELLI - NARDO 

di 80. Non v'eran poltrone, posti chiusi o riservati.... Niente 
altro che incasso di Platea e Palchi che non eran di proprie- 
tarj. Il primo autunno fruttò lire 47,000, il secondo 27,000, il 
terzo, che si mutò poi in carnovale, 22,000: e alla fine del 
triennio, prelevata largamente ogni spesa, i soci ebber di loro 
parte 20,000 lire austriache nette. Ritiratasi la Marchionni 
dalla R. Compagnia Sarda, andò la Bettini a sostituirla, e il 
Nardelli si ritirò per sempre in Verona, ove si diede al com- 
mercio de' vini forestieri. 

Passò a seconde nozze (la prima moglie, una mediocre 
servetta figlia di comici, gli morì nel '39) con certa Barbato, 
figlia d'un suggeritore, e morì non ancor settantenne. 

Nardi Antonio. Francesco Bartoli dedica una mezza pa- 
gina di lodi a questo comico, per aver potuto, dopo uno studio 
indefesso, accurato e minuzioso, sostituire Agostino Fiorilli 
nella maschera del Tartaglia, quando questi si tolse dalla Com- 
pagnia d'Antonio Sacco per recarsi in quella di Maddalena 
Battaglia, riproducendone fedelmente i soggetti ed i lazzi. 

Nardo. Sotto questo nome è citato dal Bartoli un certo 
Ferrasani, fiorito a Palermo il 1750 circa, secondo Zanni rino- 
matissimo, vestito di bianco alla foggia de' Piero. Secondo i 
varj sentimenti che lo moveano, egli sapeva a suo talento di- 
ventar pallido come un cadavere, o rosso infiammato ; nascon- 
der la testa fra le spalle, apparendo senza collo, o risollevarla 
d' un tratto, il collo allungando per modo da farlo parer quello 
d' una gru. Toltosi dalla professione, correva le strade di Pa- 
lermo chiedendo del suo fallo perdono con queste parole: Vi 
chiedo scusa del cattivo esempio che v'ho dato, e in accuso d' essere 
stato un furfante; ma più furfanti siete stati voi altri portandovi 
cosi vogliosi ad ascoltarmi. E il popolo segui vaio ridendo e ap- 
plaudendo. Venuto a morte, fu il suo corpo disseccato a guisa 
di mummia, e collocato in un pubblico cimitero, d'onde però, 
vista la poca devozione de' visitatori, fu tolto per esser messo 



NARDO - NARICI 179 



sotto terra; e aggiunge il Bartoli, che la memoria di lui, viveva 
ancora al suo tempo (1781). 

In tuttociò è probabilmente una grande fantasticheria del 
Bartoli, dacché un tal Nardo Ferrasani esistesse davvero sem- 
plice servitore, il quale per la sua balordaggine passò in prover- 
bio; e solevasi dire in Palermo: Stupido come Nardo Ferrasano ! 

Narici Bernardo, genovese, recitava le parti ^innamorato 
sotto il nome di Orazio. Lo vediam sempre nella Compagnia 
del Duca di Modena, insieme al Capitan Fiala (V.), e a sua 
moglie Marzia, della quale il Narici era parente; probabil- 
mente fratello (V. Areliari, al cui nome è V elenco della Com- 
pagnia pe '1 1675). Abbiam di lui una ricevuta di prestito del 
28 aprile 1677 da Alfonso D'Este per doppie sette d'Italia, 
e una lettera dell' '84 che riferisco intera: 

Seren.wa Altezza, 

Bernardo Narice detto Orazio, Comico, e semo hamilissimo di V. A. S. riverente- 
mente gì' espone ritronarsi la Compagnia in stato da non poter cosi tosto andar fuori a proc- 
cacciarsi il oinere, anzi douer star mesi, essendo, come è noto, inferma malamente la Corallina 
in Verona, e la figlia non poter lasciar la madre pericolante; al che prima pendena e pende 
il non nedersi comparire la Diana, ne sapersi, quando mai sia per uenire, perilche Cintio il 
Marito si protesta non nolere uscire fuori senza la moglie, essendosi giii portato a Verona, 
doue è la Madre inferma; oltre che partendo anche questa senza gl'anzidetti per le piazze 
prescrìtte, gli riuscirebbe di poco proffitto, essendo sempre auuezze a uedere, e sentire le più 
fiorite, e sdelte Compagnie di Principi. Stante dunque le presenti emergenze il pouero oratore 
prostrato à piedi dell'A. V. S. sogiunge, esser egli in un stato più che miserabile, hauendo, 
doue di certo haurebbe guadagnato nella Compagnia, ou' era stato ammesso prima di rice- 
uere la lettera dal S. D. Alfonso da parte di V. A. dieci doppie, le quali nel tempo, che qui 
si tratiene ha fatto di debito e non potendosi più sostenere supplica V. A. S. a degnarsi di 
porgerli qualche soccorso o pure darli licenza di andare a proccacciarsi il nitto, sino a tanto 
che la Compagnia dell'A. V. S. sia in stato di andar fuori. Che della grazia Quam Deus etc. 

Di fuori: AU* Altezza Seren.™» del Sig.r Duca di Modona 

Per Bernardo Narice detto Orazio Comico. 

(Rescritto delia Cancelleria)'. (1684) - Si riporti. 

Corallina era Domenica Costantini, moglie di Gradelinio. 
Diana era Teresa Corona Sabolini. 
Cintio era Giovanni Battista Costantini, fratello di Mez- 
zettino e figlio di Domenica. 



i8o NARINI - NEGRINI 

Nanni Domenico. È citato dal BartoH, come attore del suo 
tempo (1781) di sufficiente abilità per la maschera del Bri- 
ghella, e più ancora per le parti serie. Di voce robusta ma gra- 
devole, gli si afildavan volentieri parti imperiose e risentite 
corrispondenti forse piCi tardi a quelle di padre e tiranno. 
Sua moglie recitava con lui le ultime parti. 

Nazzari Eugenia. Veneziana. Dopo di essere stata il 1 778 
seconda donna nella Compagnia di Faustina Tesi, attrice lode- 
vole nelle parti serie e appeissionate, passò prima donna asso- 
luta non ispregiata di una compagnia di giro. 



Negri Luigi. Fiorentino, nato di civile famiglia verso ìl 1 790, 
si diede all'arte, dopo compiuti gli studi all'Università dì Pisa. 
Fu ottimo amoroso, e fece parte delle Compagnie di Lorenzo 
Pani, del vecchio Andolfati e di Gaetano Pazzi. - Venuto a 
maturità, prese il ruolo del pa-ire nobile, nel quale riuscì at- 
tore non meno pregiato. 
Sposò la vedova di Gio- 
vanni Pazzi, la celebre 
Maria Anna, e con essa 
andò a stabilirsi nel 1 849 
a Firenze, ove, pochi an- 
ni dopo, morì. 

Negrini Anna. Fi- 
glia o moglie di un Gio- 
vanni Negrini, di cui non 
so altro che era capoco- 
mico nel 1803. Ella re- 
citava le parti di prima 
donna con molto succes- 
so, e al Teatro Valle di 
Roma le fu dedicato il 
seguente sonetto con in fronte il ritratto qui riprodotto. Opera 




NEGRINI - NELLI i8i 



l'uno e l'altro, a quanto sembra, dello stesso autore, nascosto 
sotto le iniziali C. C. : 

Qual comparve il tuo volto al mio pensiero, 
tal r incise la man : guancia di rosa, 
vago ciglio, ora mite, ed or severo, 
labro gentile, e fronte maestosa. 

Ma l'arte, che su i cuor ti dà l'impero, 
e quei modi, con cui tratti animosa 
il Socco umile, ed il Coturno altero, 
mano incider non puole, oppur non osa. 

« Melpomene, che grave il cuor conquide » 
sembri, e poi colle tue spoglie cangiate 
sei Talia, che Terror percuote, e ride. 

Del tuo volto le forme ho lineate, 

ma i varj moti tuoi qual mano incide? 
Ceda l'Artista tanta gloria al Vate. 

Nelli Ercole. Recitò le parti di primo Zanni, che vediam 
sostenere il 1650 nella Compagnia del Duca di Modena (V. Za- 
notti Andrea). In una lettera del Goccino al Duca del 1 8 feb- 
braio '50 da Venezia, e nella sottoscrizione della Compagnia, 
in data 15 aprile 1651 da Bologna (V. LoUi Eustachio), egli è 
chiamato il Dottor Nelli. Il io di agosto era colla compagnia 
a Verona, come si vede dalla supplica di cui si è parlato al 
nome di Fiala Giuseppe Antonio (V.) ; e vi era ancora V 8 di 
settembre, sotto la qual data riferisce a un famigliare del Duca, 
come non essendosi negoziata a dovere T andata a Venezia, 
probabilmente la compagnia non avendo T autunno, dovrà 
sciogliersi, per riunirsi poi nel carnovale ; annunzia che Colom- 
bina (la Franchini) vuol andarsene a Bologna, e eh' egli è co- 
stretto, secondo l'ordinazione de' medici, a condur l'Angiola 
sua moglie a Venezia /^r una tosse di cattiva conseguenza; e con- 
chiude con l'annuncio di due lettere (non potute trovare), le 
quali avrebber fatto conoscere le dopliccUe malignità de' comici 
parmiggiani, capo de' quali è Brighella (V. Cantù Carlo) e Mario 
(V. Grisanti Agostino) ; che non contenti d'haverci stancato le città 



i82 NELLI 

(la Compagnia del Duca di Parma aveva prima d'essi recitato 
a Verona trenta commedie) dove dovevamo andarci noi, cercono 
ancora di non lasciarci fare le nostre opere, che sono mie, in Venetia, 
Anche nel '54 pare vi fosse timore di smembramento 
della compagnia, e il Nelli avendo saputo che le carrozze eran 
già state licenziate, si rivolge il 3 di aprile a un famigliare del 
Duca per sapere se la compagnia debba andare a guadagnare, 
pure aspettare in Bologna, a ciò possano tutti i compagni dipen- 
dere dai commandi dell' A. Sua. 

Nelli Angiola. Moglie del precedente. Recitò le parti di 
prima donila al fianco sempre di suo marito. Non volendosi 
recare il '51 a Padova, allegando in iscusa ch'ella era impe- 
gnata per Milano, ma temendo in realtà qualche dispiacere 
nella concorrenza di Armellina (V. Lolli Eustacchio), indirizzò 
una lettera a un Segretario del Duca, sottoscritta Angiola 
lig.^^ Nelli ; ma per quanti raffronti fatti, non m' è riuscito di 
trovar con quell'abbreviatura il nome di famiglia. Paolo Abriani 
nella prima parte delle sue rime, recitando essa Lo Spirito Fol- 
letto, dettò il seguente 

SONETTO 

Spirto sei finto, e con veraci incanti 
stilli ne' sensi altrui gioje e dolori. 
Tratti fiamme da scherzo, e vivi ardori 
spiran dal volto tuo gli occhi stellanti. 

Cangi, Proteo novel, forme e sembianti, 
e in te trasformi immobilmente i cori; 
varie lingue e costumi, e industri amori 
rendono a' cenni tuoi l'anime amanti. 

Spettro ti fingi, eppur chi t'ode e mira 
ti giura Angel Celeste ai gesti e al viso, 
e all'alte grazie tue fervido aspira. 

E in un rogo d'amor da sé diviso, 
reco brama cader, eh' Angel ammira, 
che può dar fra gl'incendj un Paradiso. 



NELLI - NETTUNI 183 



Di tutte le scenate dei coniugi Nelli e dei coniugi Buf- 
fetto e Colombina, vedi al nome di Cantù Carlo, il quale ha 
lettere interessantissime su tal proposito. 

Nelvi Andrea. Bolognese. Attore reputatissimo, recitasse 
egli a viso scoperto, o con la maschera del Dottore o del Bri- 
ghella. Fu con Gabriele Costantini a Napoli al servizio del Re 
Carlo, poi, tornato in Lombardia, con Pietro Rossi. 

Divenuta celebre una certa canzonetta, che cominciava 
gnor a luna, compose una commedia intitolata Lo sposalizio della 
sonora Luna, alla quale accorreva il pubblico in folla, e nella 
quale egli rappresentava una parte di ebreo a meraviglia. 
Avanzato in età e trascurato dalle buone compagnie, dovè ri- 
correre alle più meschine, cessando di vivere in Romagna 
nel 1768, < attorniato - come dice il Bartoli - dalla miseria e 
di sozzure ripieno. > 

Nettuni Lorenzo, bolognese, rappresentante le parti di 
secoìido Zanni con molto valore, apparteneva il 1610 alla Com- 
pagnia dei Comici Confidenti, con cui lo vediam recitare in 
Reggio, Modena e Carpi. Passò poi nella Compagnia del Duca 
di Mantova, e il '20 era fra gli artisti che si recarono in Fran- 
cia, di cui è r elenco al nome di Martinelli Tristano. Firmò 
anch' egli la lettera al Duca di Mantova in data 1 2 maggio 1 62 1 , 
in cui protestava pei mali disegni dell'arlecchino Martinelli di 
smembrar la compagnia, privandola del Capitano (Garavini), a 
cui avrebbe sostituito Matamoros e suo figlio (S. e G. B. Fiorillo), 
e soprattutto di volersene fuggire, come fece poi, ora che avea 
fatto bottino; e faceva istanza, conforme i desiderj di Sua 
Maestà, di restare a Parigi un anno ancora.... istanza, che fu 
accolta favorevolmente, rimanendo allora alla testa della com- 
pagnia Giovanni Battista Andreini. Né la collera dei compagni 
contro il fuggitivo si spense sì facilmente: essi obbligarono 
TAndreini a redigere una lunga requisitoria, che firmarono 
tutti, compreso il Nettuni. 



i84 NICOLI - NOBILI 



Nicoli Lodovico. Recitava nella maschera del Dottore, e 
il 1736 trovavasi in Compagnia di Argante (V. Franceschini 
Antonio) al San Luca di Venezia, ove sostenne la parte del 
Dottore Marchese de' Merlotti nella tragicommedia intitolata: 
La clemenza nella vendetta. 

Nicolini Filippo. Recitò le parti à^ innamorato con molta 
lode. Fu con Nicola Petrioli e con Alessandro Gnochis (1760) 
insieme alla sorella Barbara, e al cognato Gaetano Romagnoli: 
morti i quali, s' unì alla Compagnia della Faustina Tesi, reci- 
tandovi da Brighella. Fu artista il Nicolini di non comune 
versatilità, uno degli ultimi e fortunati campioni della comme- 
dia improvvisa, la quale, mercè la pratica eh' egli avea cogli 
scenarj dell'arte, e la sua prontezza di spirito, sapeva ancor 
concertare con rara intelligenza. 

Nobili Orazio. Era il primo innamorato di quella famosa 
Compagnia dei Comici Gelosi, che pose termifie alla drammatica 
arte, oltre del quale non può varcare niuna moderna compagnia 
di comici (V. Andreini Francesco). Di lui abbiamo anche la te- 
stimonianza del comico G. Bruni (V.), il quale dice nella intro- 
duzione alle Fatiche comiche (pag. 11- 12), che il Valerini (V.) 
non ispaventava Orazio Nobili che solamente grazioso, con due 
tre Sonetti (che si potevano adimandar Protei poiché in mille guise 
ad altre tante occasioni li trasformava), ha tenuto il luogo di buono 
tra i primi (V. Pasquati). 

Nobili (De) Nobile. Citato dal Bertolotti fra' comici che 
furon di passaggio a Mantova nel 1590. Egli era bolognese, e 
il 1 2 settembre giunse in casa di Cesare Gonzaga assieme a 
Lodovico Albergina da Venezia. 

Nobili Sante. Comico egregio, che recitava nella Compa- 
gnia del Duca di Modena sui primi del '700 le parti ^inna- 
morato col nome di Lelio. Pubblicò il '14 da Giulio Rossi a 



NOBILI - NOVELLI 185 



Bologna una traduzione in prosa à&^ Irene Imperatrice del- 
l' Oriente, dramma in versi per musica dell'abate Silvani, e 
dedicolla al Marchese Antonio Ghisilieri, col titolo : La Virtù 
trionfaìite del Tradimento negli accidenti d' Irene augusta vedova 
di Leone Imperatore de' Greci. Ristampolla il '15, dovendosi 
recitare al Teatro Rangoni di Modena, da quello stampatore 
Bartolommeo Soliani, intitolandola solo La Virtù trionfante del 
Tradimento, e dedicandola Al Merito sempre grande dell' IlLmo 
SigS Conte Cristoforo Tardini Fattore Generale e Commissario 
delle Battaglie di tutto lo Stato di S. A. SerJ'*^ il Sig/ Duca di 
Modena. La lettera con cui il Nobili chiede la licenza di dedica, 
trovasi nell'Archivio di Modena e ha in calce : Imprimatur — 
Inquisitor Mutince Carolus Barberius. 

Nolfi Guido, di Fano, è citato dal Bertolotti {pp. cit.) tra' co- 
mici che l'i I dicembre 1590, di passaggio a Mantova, presero 
alloggio presso M. Cesare Calassi pure di Fano. 

Novelli Ermete. L'artista più generico del nostro tempo, 
che fa pensare nella spontaneità maravigliosa, e nella prodi- 
giosa multiformità, a' più grandi attori della Commedia del- 
l'arte, i quali, recitando e le buffonate e la tragedia, eran 
capaci di rendere le idee più alte de' poeti drammatici, e d'imi- 
tar le più straordinariamente ridicole della natura (V. Ber- 
tinazzi): pregio, avverte il Riccoboni, che è una particolarità 
de' comici italiani. Tuttavia nessuno, come il Novelli, anche 
tra italiani, dalle altissime cime della tragedia potè scendere 
alle più basse della pochade, passando pel dramma moderno in 
tutte le sue svariatissime forme esprimenti le più calde pas- 
sioni, e destando le più disparate commozioni in chi lo vede e 
ascolta. Il repertorio di Ermete Novelli si direbbe un reper- 
torio acrobatico:.... Otello, Papà Lebonnard, Mia moglie non ha 
chic — Shylock, Morte Civile, Distrazioni del signor Antenore — 
Amleto, Bisbetica domata. Barbiere di Gheldria — Dramma nuovo. 
Burbero benefico. Tre mogli per un marito — Luigi XI, Kean, 

24. — / Comici italiani. Voi. II. 



i86 NOVELLI 



Michele Perrin — Nerone, Gerla di Papà Martin, la Zia di 
Carlo..,. Poi una infinità di monologhi drammatici, comici, 
grotteschi, coi quali egli può far valere tutte le sue qualità di 
trasformista, dirò così, naturale, poiché la mobilità di fisiono- 
mia di Ermete Novelli è un miracolo vivente. Egli ha il fascino. 
Una larghissima vena di comicità, che gli zampilla su dal 
cuore, è entrata per modo nelle sue consuetudini, che non 
sappiam più se in iscena reciti, o se fuor della scena discorra, 
tanto si fondono e confondon l'uomo e l'artista. E codesta 
fusione e confusione, a volte, gli permette famigliarità col pub- 
blico, le quali niun altro artista si permetterebbe.... Ma se il 
pubblico va 'sta sera in visibilio dinanzi alle prodezze del suo 
beniamino improvvisate in Mia moglie non ha chic, o in Tre mogli 
per un marito, domani resta soggiogato dall'arte grandiosa 
eh' egli profonde in Papà Lebonnard, o in Un dramma nuovo. 

Un'altra qualità, non so più se buona o cattiva, di Novelli, 
è quella di rimaneggiar tal volta le opere che rappresenta, di 
guisa che non rimanga più traccia della forma primitiva. Tagli, 
aggiunte, riduzioni, scene d'una tal commedia incastrate in tal 
altra, soppressioni o creazioni di personaggi.... tutto egli si 
permette.... Ma coglie giusto sempre; e il lavoro da lui così 
trasformato, non a caso, ma perchè così veduto e sentito, si 
rinsangua, ripiglia vigore, e sfida glorioso a' lumi della ribalta 
l'edacità del tempo. Come si è rivelato il genio dall'artista? 
Col mezzo di quali profondi studj è salito a tanta altezza? 
A quali torture del cervello ha dovuto soggiacere per ottener 
certe maraviglie di bulino ? Fino a qual grado ha egli esercitata 
la pazienza nelle discipline degli studj per fondere il comico e 
il drammatico in modo da far piangere e ridere il pubblico in 
su lo stesso punto, con ima perfetta musicalità d' inflessione, 
con un atto, con uno sguardo? Nessuna risposta. Nell'arte di 
Novelli non saprei determinare né modo e tempo di rivela- 
zione, né profondità di studj, né torture di cervello, né esercizj 
di pazienza!... Le profondità degli studj sono il più spesso, 
rispetto agli artisti di teatro, nella immaginazione dello spet- 



i88 NOVELLI 



tatore; e gli attori, in genere, che ne senton solleticata la 
propria vanità, a coltivarla, e ad afìforzar quella immaginazione, 
discuton volentieri di malattie e di ospedali che non han mai 
visto, di notti vegliate su libri, di cui non sanno né meno il 
frontespizio, di pensieri riposti dell'autore in una parola della 
lingua originale, di cui non conoscono l'alfabeto. Novelli è 
venuto su.... da sé, come a un dipresso vengon su tutti i 
genj. Nato a Lucca il 5 maggio del 1851 da Alessandro e 
Teresa Novelli, comici non primarj (il padre era un modesto 
suggeritore), cominciò a birichineggiare tra le quinte di un 
teatro molto uccio, dando noia al trovarobe, e aiutandolo a 
fabbricar gli oggetti; contraffacendo i compagni, tormentando 
le ragazze, facendo le comparse, recitando parti di ogni ge- 
nere, e recitando bene senza saperlo. Col crescere degli anni, 
gli si andò sviluppando, naturalmente, il cervello e la forza : e 
allora, invece di aiutare il trovarobe nella fabbricazione degli 
oggetti, aiutò il macchinista a rabberciare e ridipinger le scene, 
recitando sempre bene. Uomo, invece di aggiustare e ridipin- 
ger le scene, fece parrucche e vestiti all'antica, e fabbricò 
acque odorose, recitando sempre bene. Oggi, a cinquant'anni, 
fa il negoziante di oggetti antichi, e recita sempre bene. Il 
teatro, non occupandolo intero, non basta alla sua attività; 
poiché Novelli é sempre stato ed é sopr' a tutto un grande 
lavoratore : né oggi, che pur avrebbe il diritto e il comodo a 
un po' di riposo, può starsi in ozio un momento. E però, imi- 
tando alcuni de' suoi grandi predecessori, fra cui primo il Col- 
tellini famoso, egli ha aperto nella sua casa di Venezia un 
ricchissimo negozio di oggetti antichi, ai quali è già tanto 
affezionato, che tra' più gustosi aneddoti della sua vita é questo, 
che, venduto un orologio antico a un forestiero, tanto se ne 
accorò, che non potè riacquistar l' antica pace, se non quando 
con perdita non lieve ebbe recuperato l' oggetto. Figuriamoci 
i lauti guadagni dell'artista mercante! 

E nell'acquisto di un'alabarda egli mette lo stesso entu- 
siasmo che in una recita àeW Otello. E, naturalmente, essendo 



NOVELLI 189 



la tragedia e le antichità quelle cose eh' ei predilige, son quelle 
ancora che gli danno il maggior dei dolori. I più tra noi che di 
arte antica non capiscon jota, ridon delle compere del Novelli, 
che dicon vittima della propria ignoranza; i più, tra noi, che 
dell'arte tragica del Novelli non han pur l'ombra d'idea, ridon 
d' una sua interpretazione di tragedia, dicendolo vittima della 
sua presunzione. I successi clamorosi avuti nel vecchio e nuovo 
mondo, attenuaron la crudeltà del giudizio de' suoi connazio- 
nali ; ma il grande, unico premio, a cui egli ambisse, di veder 
le platee tra noi riboccanti di popolo sì 2!^ Otello, come alle 
Tre mogli per un fnarito, gli fu lungo tempo conteso. Le lotte 
per ciò sostenute, i rammarichi senza fine, i propositi nuovi 
son descritti in articoli di lui stesso, di Vamba, di Boutet, di 
Gandolin, di Panzacchi, di Yambo il figliuolo di Novelli, che li 
raccolse in un album dedicato interamente a papà, arricchen- 
dolo di un centinaio di pupazzetti che ritraggon l' uomo e l' ar- 
tista in ciascun momento della sua vita (Roma, 1899). Ma di 
tal reluttanza al pubblico non va dato il torto. La colpa è più 
tosto delle circostanze. La interpretazione dell' alto dramma e 
della tragedia fu buttata dall'artista al pubblico, quando questi 
era più imbevuto di tutta l'arte comica di lui.... La pretesa che 
di punto in bianco il pubblico corresse a giudicar n^ Otello il 
grottesco protagonista delle Distrazioni del signor Antenore, 
era soverchia forse.... Il pubblico ha delle crudeltà, delle pre- 
potenze, delle vanità, e delle sicumere tutte sue.... L'assenza 
dal teatro gli sembrò la più giusta delle lezioni all'audace.... 
diciamo la sua parola, allo sfacciato invasore, di cui la comicità 
fisica si congiungeva alla comicità del personaggio, di maniera 
che niuno, per quanto amico di buona volontà, voleva o sapeva 
vedere in lui un eroe da tragedia. Ricordo il Novelli Generico 
primario di quella Compagnia di Giuseppe Pietriboni, che si 
acquistò gran rinomanza per l' insieme omogeneo, per l' armo- 
nia delle voci, per la ricchezza dell' allestimento scenico, per la 
fedeltà storica dei costumi, per la sobrietà della dizione. Ne 
éran parti principali, oltre ai Pietriboni, la Glech, la Peracchi, 



I90 NOVELLI 



Bassi, Barsi, Novelli e io. Vi entrai di punto in bianco primo 
attor giovine; e ricordo che in una recita di prova al Valle di 
Roma, del Suicidio di Ferrari, Novelli, col quale ci legammo 
da bel principio di forte amicizia sin qui immutata, mi dettava, 
dirò così, di tra le quinte, la controscena dell'ultimo atto avanti 
il riconoscimento del padre. Una commozione viva lo agitava 
tutto.... le braccia, li occhi, le labbra si movevano.... e ogni 
tanto afforzava l'espressione del gesto colle parole su/... così! 
anima!,.. Adesso!.., Forza!,.. Bravo!... Coraggio!... Sinché, git- 
tatomi al finir della scena tra le braccia del padre, uno scroscio 
di applausi coronò l'opera del maestro sapiente e dello scolaro 
divoto. Il Novelli d' allora era ben altro dal Novelli d' adesso. 
La celebrità e l'agiatezza gli erano sconosciute. In quella com- 
pagnia disciplinata, egli, se bene spirito indipendente, sapeva 
essere disciplinato, perchè la disciplina era fatta tutta d'amore. 
Mostrava già allora la grandezza della sua duttilità artistica; 
e il pubblico se ne compiaceva, poiché non era stato avvezzo 
a vedersi d' innanzi più specialmente un carattere ; ma sì i ca- 
ratteri più vaij del repertorio. Marecat ^^^ Intimi, Francesco I 
àe^^ Racconti della Regina di Navarra, Vouillard del Rabagas, 
Mario Amari del Duello.... Stasera caratterista, domani primo 
attore.... Un artista indisposto era surrogato da lui sul mo- 
mento: e quando ei non sapeva che dire, infilava un discorso 
a modo suo, magari estraneo alla commedia, e aveva sempre 
ragione lui. Gli amorosi diventavan brillanti, le situazioni più 
scabrose, momenti di grandissimo effetto, ogni particina un 
partone. Sgambettava, capriolava, rideva, piangeva, e si faceva 
batter le mani. Un aneddoto: egli si seccava mortalmente a 
recitar nelle farse. Da quelle del primo brillante, Bassi, era 
stato generosamente liberato, ma da quelle del secondo, Ca- 
nevari, no. O meglio: non vi recitava; ma era una continua 
lamentazione del giovine attore col capocomico, perchè per- 
suadesse Novelli a prender parte al meno a una farsa. E il 
capocomico pregò, e Novelli, tediato dall' insistenza, accondi- 
scese. La sera della farsa venne, e a un dato punto Novelli 




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1 -^ 




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§^^- 














192 NOVELLI 



entrò in iscena. Che cosa facesse, o dicesse non so ; e nessuno 
seppe, e forse non seppe mai né anch' egli : improvvisa un di- 
scorso pazzo, con alzate e abbassamenti di tono di una comi- 
cità irresistibile, poi a piccoli salti, a gemiti interrotti, a grida 
soffocate, fugge, inciampa, va a gambe alF aria, si alza, esce 
zoppicando, e il pubblico frenetico lo vuole alla ribalta. Termi- 
nata la farsa, Canevari si recò nel camerino d^l capocomico, 
rammaricandosi del successo; e Pietriboni, chiamato a nome 
il Novelli, dal suo camerino ammonì : < ti proibisco d' ora in 
avanti di farti applaudire. Vergogna ! > Canevari capì la lezione, 
e se ne andò livido di rabbia; e Novelli ottenne il suo intento: 
da quella sera non ebbe più parte nelle farse del secondo 
brillante. 

Una grande qualità del Novelli di allora, attenuatasi poi 
col sopravvenir della gloria, fu l'arte del trasformarsi. La ca- 
muffazione, o truccatura, toccava tal volta la perfezione. Chi 
non ricorda, per esempio, il Marecat àé* Nostri intimi con quella 
enorme pancia, con quella faccia rosea, ridente, piena, fatta di 
bambagia, né già grottesca come quella di un siur Càmola, ma 
ritraente un de' più belli e simpatici tipi di grasso borghese? 
E chi nel Vouillard del Rabagas, una indovinata e non voluta 
caricatura carducciana, avrebbe riconosciuto a prima vista il 
Novelli? Quando la poca o niuna responsabilità della parola 
gli lasciava una piena libertà di azione, egli soleva allora dedi- 
care al suo personaggio insignificante, un minuzioso studio di 
trasformazione e di ingrandimento. Per tal guisa il pubblico 
era sempre alle prese con un forte e geniale artista, dicesse 
quattro parole, o recitasse i primi attori. E se egli avesse con- 
tinuato in quella via, il pubblico avrebbe visto, come la cosa 
più naturale di questo mondo, la parabola ascendente dell'ar- 
tista generico per eccellenza, assistendo con soddisfazione al 
tramutarsi di Marecat in Shylock, di Francesco I in Amleto, di 
Mario Amari in Otello. Invece egli passò caratterista con Bel- 
lotti-Bon, soggetto a Bellotti-Bon, poi caratterista nella Com- 
pagnia Nazionale, a vicenda col Vestri, e vincolato da un mondo 



NOVELLI 193 



di convenienze e sconvenienze, che impediva» T esplicazione 
della sua forza e della sua volontà. Fu in quei vincoli troppo 
stretti ch'egli avvertì il peso del giogo, e sentì il bisogno di 
scuoterlo : fu allora eh' egli risolse di formare una compagnia 
modesta da avviare, da manipolare, da rendere primaria, mercè 
la sua forza direttiva, mercè il suo ingegno artistico, mercè la 
sua tenacità di propositi. Una compagnia comica.... Non aveva 
un soldo. Battè a tutti gli usci; non gli fu aperto:.... né men 
risposto: ma non si perde di coraggio. Lottò con una pertinacia 
degna di chi ha la coscienza della propria forza, e vinse : chi 
gli rispose fu il pubblico.... Dalla prima sera fu tutto un trionfo 
di ilarità: il nome di Novelli sui cartelloni era già fonte di 
gaudio: si andava a teatro a rifarsi il sangue.... a ridere.... a 
ridere.... a ridere. E quando dopo tanti anni di buon umore, 
l'artista si presentò al pubblico, dicendogli bruscamente: < do- 
mani a sera venite a piangere : — Morte àvile / - > il pubblico 
sconoscente sì, ma perdonabile nella sorpresa, saltò su a dire: 
<Tu farci piangere? Tu? Ammattisci, figliuolo? Che! Che! 
De' miei non ne buschi ! > E disertò il teatro ! E ci volle la 
Francia, ci volle l'America, ci volle la Russia, ci volle la Ger- 
mania, l'Austria, l'Ungheria, la Spagna, ci volle il mondo in- 
tero per piegar l' Italia a ricredersi dal suo primo giudizio. 

Oggi Novelli è tutto vòlto alla erezione in Roma della 
Casa di Goldoni, di cui mise la prima pietra al Teatro Valle il 
I® novembre del 1900 con pompa solenne e con accoglienze en- 
tusiastiche; pensiero alto e generoso di cui gli deve saper grado 
ogni italiano. Di mezzo alle parole di gran lode, altre, natural- 
mente, se ne levan di incredulità e di scherno da coloro, e per 
buona sorte sono i pochi, che a questa del Goldoni voglion con- 
trapporre (che c'entra ?) la casa di Molière. I più continueranno a 
dare al Novelli il loro aiuto morale e materiale ; e dagli esempi 
di pertinacia ch'egli ci ha dato più volte, si può concludere che 
egli dal modesto principio saprà pervenire a una magnifica fine. 

Oltre all'album di Yambo, abbiamo sul nostro artista un 
saporitissimo studio umoristico ài farro (Fir.,Bemporad, 1897), 

25. — / Comici italiani Voi. H. 



NOVELLI -OLIVETTA 



un numero unico illustrato (Pisa, 1886), con una cocente epi- 
grafe di Cavallotti, uno studio novissimo di Antonio Cervi (Bo- 
logtia, Beltrami, 1900), e finalmente un novissimo scherzo di 
farro (Firenze, igoi) intitolato // naso di Ermete Novelli, 




Olivetta. Non sappiamo chi si nascondesse sotto questo 
nome, che era un po' della serva e un po' dell' amorosa ingenua, 
a vicenda con Franceschìna, nella Compagnia di Flaminio 
Scala. Nello spoglio del suo Teatro delle favole rappresentative, 
ella entra tre volte. Nel Vecchio geloso è figliuola di Pasquella, 
e amante di Pedrolino; nel Marito è serva; nei Tappeti alessan- 
drini è serva. E la troviam serva nella tragedia de' Quattro 
pazzi, un de' nuovi Scenarj pubblicati da A. Bartoli. 

Francesco Bartoli riferisce il seguente madrigale del Conte 
Gio. Battista Mamiano, che è tra le sue rime edite in vecchiezza 
nel 1620: 

Per la Signora Olivetta Comica 

Pace promette il nome 

d' Olivetta gentile, 

ma le parole, il volto, e quei lucenti 

occhi crudi omicidi 

minacciano al mio cor guerre e tormenti. 

O che vezzoso stile 

di Comica Sirena 

col nome gioia dar, cogli occhi pena. 



OLIVETTA 



195 



Se di perir non brami in fiero ardore 
fuggi, fuggi mio core, 
né ti fidar del finto nome, o stolto; 
ma credi agli occhi, alle parole, al volto. 

Il Bocchini (V.) ha nella seconda parte della Corona Ma- 
cheronica il seguente 

Prologo tra Olivetta e Bagolino 



Bagolino 

Ahimè, che più no posso 

spinto dal gran dolor, 

portar sto peso adosso, 

soffrir sto batticor, 

perch' ho el mio ben za perso, 

vado desperso 

criando adess : 

Olivetta mi son zo de gargam, 

appassiona d' amor, morto de fam. 

La zelosia m' accora 
crescendome el martell, 
el gargozzo d' ogn' ora 
pianze con le budell, 
che trovandose senza 
la to presenza, 
ogn' nn langniss, 

e bocca, e gola no se puoi dar pas, 
priva chi de baz offia, e chi d' un bas. 

Olivetta mariola 
deh, no m' abbandonar, 
che una menestra sola 
me puoi resuscitar; 
e xm baso de to bocca 
mentre, che '1 scocca 
da quei laurin, 

puoi dar la vita a xm servo de' più car, 
ne r amor si costante, e nel magnar. 

Ma gramo in van me sbatto, 
ma con rabbia, e desgust, 
e fin che no te catto 
no posso aver più gust, 
che V appetito adesso 
in far progresso 
me vuol per mort ; 
e sbolzonado da Cupido ogn' or, 
ho la fame in la gola, amor nel cor. 

Olivetta 

Se podesse za mai 
con Bagolin mio beli. 



raffrenar tanti guai, 

e bandir sto martell : 

vorave governarlo, 

e restorarlo con un regal 

de sbrufadei, lasagne, e macaron, 

e vorria de formai darghe un gratton. 

Bagolino 

No sastu donca, cruda, 

se cotto son per ti, 

e za mai noi se muda 

pensier notte, né di, 

anzi a quei che noi crede, 

ghe ne fa fede 

i miei sospir, 

che tanti per dessotto va scappand, 

che i me rompe i calzon de quando in quand. 

Olivetta 

E mi grama meschina 

priva del mio ben car, 

tutto el di in la cosina 

me posso smanizar, 

che niente mai concludo, 

e tutta sudo 

quando me mett 

a far l' ajada, e co son in tei bon, 

da debolezza me casca il piston. 

Bagolino 

Vien pur donca speranza 

presto a la conclusion ; 

confortarne la panza 

con qualche bon boccon; 

che dospuò te prometto 

con un balletto 

farte veder 

robba, che ti dirà dal gran stupor, 

viva el mio Bagolin, viva el mio cor. 

Olivetta 

Orsù via me contento, 
però vogio anca mi 



196 



OLIVETTA - ORLANDINI 



ballar, tirarghe dentro, 

provandome con ti; 

e per compir el ballo 

vogio sul (allo 

far comparir, 

la sguattara col cogo i qnai tutt' unt 

interzeran cor bette, e contrapont. 

Tutti insieme 

Su donca balludori 

ciaschedun salta in su, 

per confermar 1 humori 

de tanta servitù, 

deve la man adesso, 

e volzé spesso 

le spalle, e '1 bust; 

e toméve co i petti a rincontrar, 

mostrando eh' anca i Zagni sa ballar. 



Viva V amor Zagnesco, 
e viva Bagolin, 
con la cucina e '1 desco, 
e viva Frittellin ; 
viva pò Zan Padella, 
con Zan Gradella, 
e Candellot; 

viva de le Vallade a ogni confin, 
Mezettin, e Fenocchio, e Zan Scappin. 

£ viva Zan Buffetto, 
Brighella e Bagattin, 
Zan Polpetta e Guazzetto, 
Cappella e Trappolin : 
e viva sempre intera 
tutta la schiera 
de i Zagni al Mond, 
pur, che nel celebrar le nostre nozz, 
ciaschedun vegna a empir el so gargozz. 



Olivo. È Citato nel dialogo di Leone De Somi fra gli egregi 
recitatori del suo tempo (V. pag. 109). Si chiamava Pietro; 
era mantovano, e famigliare del Principe ; figlio di Giovan 
Matteo e padre di Volpino, prete, poi canonico della cattedrale 
di Mantova (V. D'A., 440). Olivo prese parte alla rappresen- 
tazione de^ Supposti deir Ariosto datasi il 12 giugno del 1553. 

Onorati Ottavio. Recitava le parti di Mezze/fino nella ce- 
lebre Compagnia dei Confidenti, sotto il patronato di Don Gio- 
vanni De Medici, a fianco di Marina Antonazzoni, la rinomata 
Lavinia, al nome della quale sono particolari curiosi della di- 
scordia regnante allora in compagnia (161 5). 

Orlandi Giuseppe. Sappiam solo di lui che era ferrarese» 
e sosteneva la parte del Dottore nella Compagnia che il Duca 
di Modena avea formata pel 1675, della quale è riferito l'elenco 
al nome di Areliari. 



Orlandini Leo. Nacque a Perugia il 1865 da Carlo, artista 
comico egregio per le parti amorose che sostenne nelle Com- 
pagnie della Robotti, della Ristori, e più tardi di Ernesto Rossi, 
dal quale fu avuto in conto di attore elegantissimo e di Pilade 
eccellente. Morì giovanissimo nel manicomio di Bologna. 



ORLANDINI - PACI 197 

Il figlio Leo, nonostante l'avversìon de' parenti, che lo 
tennero in collegio fino a quindici anni, sì diede all'arte loro, 
scritturandosi 1"82 secondo amoroso con Luigi Monti, 
e serbandosi :n tale ruolo con le Compagnie Bei- 
lotti, Pezzana.Emanuel, Marini, fino all"89. In quel- 
l'anno passò primo attor giovine con Novelli, poi 
('gi-'92) con Favi-Colonnello e Bertini, poi ('g2-'g3, 
*93-'94) con E. Duse; salendo finalmente il '94-'95 
con Pasta- Di Lorenzo al ruolo di primo aitare, che 
non abbandonò più; e in cui, dopo alcuni anni di traversie in 
compagnie sfortunate, fu scritturato (1900) dal Novelli per la 
Compagnia della Casa di Goldoni. E mercè la direzione di tanto 
maestro e la volontà e l'intelligenza sua, egli salirà certo in 
maggior fama, avendo già dato prova di un prospero avvenire 
con le felici rappresentazioni di alcuni personaggi, tra cui primo 
quello del protagonista in La satira e Parini di Paolo Ferrari. 



-^^ 




Paci Luigi. Toscano, nato intorno al 1785 da civili parenti, 
si sentì, compiuti gli studi, attratto alla scena, ove riuscì in 
breve tempo un primo amoroso di grido. Sposata l' egregia ar- 
tista Laura Civili, si fece capocomico; ma dovè, poco dopo, 
lasciarle scene, per condursi a Pisa, ove sperava trovar sollievo 
all'etisia invadente, e ove pur troppo morì consunto nel 1820. 



198 BADERNA - PAGANINI 

Padema Giovanni. Bolognese. Dopo studiata la pittura 
con Matteo Borbone, partì da Bologna, ancor giovinetto, col- 
locandosi in qualità di paggio presso uh capitano di vascello; 
il quale prese molto ad amarlo per averlo sentito improvvisar 
bizzarrie poetiche, e recitar maestrevolmente sotto la maschera 
del Dottore. Abbandonato il padrone, il Paderna si diede a girar 
r Italia or con Tuna, or con T altra compagnia di comici, rap- 
presentando sempre la sua parte dialettale di secondo vecchio. 
Per certa malattia, dovè poi lasciar la professione, e restituirsi 
a Bologna, ove ripigliò i suoi studi sotto il Dantone e il Mitelli, 
eh' era — dice il Bartoli - geloso dello scolaro. Chiamato a Mo- 
dena da quel Serenissimo, in piena estate, riscaldato dal viag- 
gio, si die a bere vino ghiaccio per modo, che in capo a pochi 
giorni dovè soccombere (1660 circa), toccati a pena i quaran- 
ta anni. 

Paganini Onofrio. Milanese. Compiuti gli studi di lettere 
umane, si diede alle scene, recitandovi ^^ innamorati col nome 
di Odoardo, e restando lungo tempo nella Compagnia di Antonio 
Marchesini. Essendo a Torino il 1748, dedicò a Madama di 
S. Gili nata Carpane V Esopo in Corte del Boursauli, tradotto da 
Gaspare Gozzi. Si fece poi capocomico e fu al San Gio. Griso- 
stomo di Venezia al servizio di S. E. Grimani. Nel 1753, andato 
Antonio Sacco in Portogallo, il Paganini lo sostituì con nuova 
compagnia per quel teatro, che però non piacque. Costretto a 
rifornirsi di nuovi elementi, scritturò tra gli altri Giuseppe Za- 
narini e la moglie Rosa Brunelli (V.), mantenendo così la pro- 
messa fatta n^XC Addio, recitato l'ultimo giorno del precedente 
carnevale dalla prima attrice Francesca Torri, di cui ecco al- 
cune strofe: 

Chi di Sorte il cieco dono 
amò più del suo decoro 
loro infuse T abbandono 
per saziar sua fame d'oro. 
E noi pochi e senza lena, 
travagliammo con gran pena. 



PAGANINI 199 



Senza forze e senza Attori, 
o almen pochi ed ignoranti, 
privi affatto degli Autori 
che i lor parti dieno e tanti, 
come mai darvi piacere 
nel diflScile mestiere? 

Come mai.... Ma verrà un giorno 
ch'io tornando a queste scene 
avrò nuove genti intorno 
di bel spirito ripiene, 
che le cose altrui ben chiare 
sapran meglio recitare. 

Tornato Sacco, Paganini condusse la sua compagnia in 
Toscana, nel Genovesato e in Lombardia, né mai più pose piede 
a Venezia. Nel '63, recandosi per mare da Genova a Livorno, 
fu sorpreso da tal burrasca, che si dovette gettar in mare tutto 
il carico della compagnia, lasciando nella nave la sola mercanzia 
di un ricco negoziante il quale, giunti in salvo nel porto di Li- 
vorno, risarcì pienamente il Paganini del danno sofferto. L'au- 
tunno di quell'anno andò al teatro della Sala in Bologna, con 
una Compagnia di cui eran parte principale la Brunelli e il se- 
condo innamorato Carlo Magni. Passò il carnovale dalla Sala 
al nuovo teatro pubblico, accordato per la prima volta a' com- 
medianti, e tornò a Bologna al teatro Formagliari il carnovale 
del '65 ; ma la compagnia, privata della Brunelli, non vi fece 
incontro. Fu in Portogallo e in Ispagna, con poca fortuna: e, 
tornato in Italia, pensò di riformar la compagnia, scritturan- 
dovi per un anno la Faustina Tesi. Morì improvvisamente a Ve- 
nezia la quaresima del 1776. Dice Fr. Bartoli ch'egli parlava 
egregiamente all'improvviso, che giocava il secondo Zanni a 
meraviglia, e scriveva in poesia con molta grazia ; la sua figura 
teatrale non era delle più adatte al personaggio deW innamo- 
ralo, perchè piccola e pingue oltre misura. Il Bartoli, secondo 
il solito, si scaglia, in difesa del Paganini, contro il Romanzier 
del Teatro che a pagine 45 e 64 del primo volume, così lasciò 
scritto : 



200 PAGANINI 



Trovai 1 Impresario. Era questi un nomo picciolo e grosso, con una (accia rotonda, 
e sanguigna. Aveva una voce imbrogliata ed oscura, e pareva che le sue parole uscissero 
dall'esofago d'uno che mangiasse. L'ho trovato in veste da camera, con una berretta 
bianca in testa, fatta a pane di zucchero. Apriva la cassetta de' denari, e pria di cavarne, 
baciava certa immagine stampata che là dentro teneva. Ogni volta, mi disse, che incomodo 
il mio scrignetto, dò questo bacio, e finora tanti ne diedi, che più non c'è numero. Cominciai 
a sospettare che fosse un Ipocrita. Sbrigati ch'ebbe alcuni operaj che attendevano soldi, 
mi chiese, con un' eloquenza da scena, in che potesse avere la bella sorte e l' onor di ser- 
virmi. Gli dissi che un qualunque posto io bramava nella sua Compagnia. Mi oppose 
subito cento difficoltà, e quando seppe eh' io non aveva mai recitato, quasi quasi mi tolse 
d'ogni speranza. Dissemi essere necessario ch'io parlassi colla prima Donna per racco- 
mandarmi a lei. Sono Impresario, soggiunse, ma deggio, in molte cose, da essa dipendere. 
Ella è brava, ma per dirvela in confidenza, il Diavolo è qualche cosa più buono di lei. 
Se le dò il menomo disgusto non si contenta d'onorarmi col titolo di giumento, ma mi 
balza agli occhi come una furia, e se non usassi prudenza menerebbe le mani. Finito 
l' anno corrente, la lascio per chi la vuole, e gramo quel misero che se la piglierà. Intanto, 
Figlia mia, tenetevela pure con essa; se volete ottenere quanto bramate, e col tempo.... 
chi sa?... siete Ragazza, bella, spiritosa, d'una nazione che piace, e forse forse diverrete 
la più famosa delle Commedianti. Ciò detto mi toccò una guancia con una compiacenza 
più che paterna, s' ingalluzzò, e mi fece avvertita che al Vecchio volpone ancora piace- 
vano i pomi, benché non avesse più denti. 

Quel botticino, recitava sul gusto del passato secolo, e aveva la smania di (ar an- 
cora quelle parti, che gli stavano bene quarant'anni avanti. Nel mondo comico gli uomini 
sono soggetti ai pregiudizj del sesso Donnesco, quando si tratta di età. Non vogliono per- 
suadersi mai d'esser vecchi, e senza denti in bocca balbettano cose amorose. Negli inviti 
al Pubblico ci entrava sempre il procureremo di superar noi medesimi; e quando invi- 
tava per qualche Commedia del Goldoni, qualunque fosse, la chiamava la più bella che 
avesse fatta quel celebre Autore. Recitando all' improvviso diceva sempre le stesse cose, 
colle stesse parole ; eppure da' Commedianti che stavano tra le ventitré e le ventiquattro, 
era riputato uno degli ultimi grandi uomini dell' arte. Chiamava ognuno suo Monarca 
volesse, o non volesse, e adulava perfettamente. 

Riferisco anch' io volentieri i sonetti pubblicati dal Bartoli, 
come saggio dello stile poetico del Paganini, e come prova 
della stima in cui lo tennero uomini egregi. 

Per l'acclamata memoria della perfetta arte Comica prof es saia dalla 
Società dipendente dal governo del Signore Onofrio Paganini, 
avendone dato un cospicuo saggio nel pubblico Teatro della Città 
di Pisa nelle sue recite di varie commedie l'estate deltanno i'/62. 

Qual mormorio di voci si festive 
oggi qua s' ode a rallegrarne i Cori ? 
fors' è che Apollo coll'Aonie Dive 
Sparga delle sue glorie Inni Canori ? 



PAGANINI aoi 



Di pace amico stuol qua dalle rive 

dell'Adria, cinto il crin di rose e allori 
vantando il suo valor tra Fole argive 
sen venne a sollazzar gli alfei Pastori. 

Il genio teatral candide piume 

spiegando, va tra l'aure più serene 
sull'Arno, ove n'appar suo chiaro lume. 

Del Paganini il nome alle Tirrene 
sponde vivrà, che per nuovo costume 
senno e onestà trionfa in dotte scene. 



In segno di vero applauso l'avvocato Ranieri 
Bernardino Fabbri Pisano fra gli Arcadi 
Odisio Licurio Vice Custode perpetuo della 
Colonia Alfea, 



Risposta d' Onofrio Paganini al suddetto 

Le tue dotte. Signor, rime festive 
sanno incantare ed obbligarsi i cori, 
tal che superbe le Castalie Dive 
vanno, a ragion, de' versi tuoi canori. 

Aman tuo vago stil d'Arno le rive, 
che altro non fa, che meritarsi allori, 
quai meritò là sulle arene argive 
Pindaro eccelso in fra gli achei Pastori. 

Per l'aereo sentier candide piume 
spiega Cigno sublime, e le serene 
aure sormonta ov'è più chiaro il lume. 

E il tuo nome, o Signor, l'onde Tirrene 
rendan sempre immortai, qual per costume 
rend'io gli Eroi sull'erudite Scene. 

Per le rime antecedenti. Sonetto a Odisio e ad Onofrio dell'avvo- 
cato Gio. Francesco Lami. 

Mentre voci sciogliete alte e festive, 
Odisio e Onofrio, a sollevare i cori, 
fanno nascer d'onor le Aonie Dive 
bella gara tra voi. Cigni Canori. 

36. ~ / Comici italiani. Voi. IL 



202 PAGANINI 



Vedo già risuonar d'Arno alle rive 
i nomi vostri, e a coronar d'allori 
il vostro crin, dalle contrade argive 
corre Apollo tra Ninfe e tra Pastori. 

Spiegaste entrambi l'onorate piume 
di gloria a replicar l'aure serene, 
ond' io resto abbagliato a tanto lume. 

Veggan pur con stupor l'onde Tirrene, 
che di calcar seguite il bel costume 
uno i dotti Licei, l'altro le Scene. 

Paganini Francesco. Figlio del precedente, dal quale 
s' ebbe i primi ammaestramenti nell' arte comica, e col quale 
stette alcun tempo, entrando poi come innamorato nella Com- 
pagnia di Giovanni Simoni. Tornò col padre, e fu con lui in 
Portogallo ove sposò la Corona, assunta la quale al grado di 
prima donna, al suo ritorno in Italia, si distaccò dal padre per 
farsi a sua volta capocomico non troppo - a detta del Bartoli - 
fortunato, negli ultimi anni almeno, nonostante i grandi meriti 
della moglie. 

Il Colomberti lo cita come buon capocomico dal 1790 
al 1810. 

Paganini-Corona Anna. Francesco Bartoli ci lasciò di lei 
il seguente ritratto : 

Sortì dalla natura i più bei doni, che mai potesse avere una giovane 
attrice. Una bella e graziosa figura, una voce flessibile e dolce, una pro- 
nunzia assai retta, un gesto nobilmente naturale, e un portamento spirante 
tutto brio, sono i bei vanti suoi. Ciò che poi fornisce i di lei meriti è 
un'intelligenza piena d'acume, l'investirsi al vero delle passioni, e l'espri- 
mere con grazia e nobiltà vivamente tutte le cose, che rappresenta. Nelle 
Commedie fa valere il suo spirito e parla con eleganza e con facondia; e 
la sua rettorica potrebbe riputarsi studiata, quando non si sapesse che ella 
crea i suoi concetti in quel momento appunto che gli escono dalla bocca. 

Andò in Lisbona con sua madre Chiara, comica anch'essa, 
nella Compagnia di Onofrio Paganini, del quale sposò il figliuolo 



PAGANINI - PAGHETTI 203 



Francesco, restando sempre con lui, principale ornamento della 
propria compagnia. 

Ecco un sonetto che riferisce il Bartoli a lode di lei, senza 
nome di autore, ma suo probabilmente. 

Al merito impareggiabile della Signo^'^a Anna Corona Paganini, 
che nel Carnovale dell'anno l'/'/y, recita in Carattere di prima 
comica in Genova nel Teatro delle Vigne con universale ap- 
plauso, 

Qual altra mai sulle notturne Scene 
potea cangiar cosi diversi aspetti, 
pinger dell'Alma i violenti affetti, 
quale un tempo già feo la saggia Atene? 

Tu fra le genti di stupor ripiene, 

muovi cosi gli sguardi, i gesti e i detti, 
che svegli a tuo piacer ne' nostri petti 
sdegno, amor, duol, pietà, timore e spene. 

Quindi il tuo nome dell'invidia a scorno 
fa la sincera fama a te rivolta, 
nel pien Teatro risuonar d'intorno. 

E l'attonita Udienza ognor più folta 

pende dalle tue labbra; e al chiaro giorno 
preferisce la notte, in cui t'ascolta. 

Paghetti Giovai! Battista. Comico reputatissimo per la 
maschera del Dottora, fiorito nella seconda metà del secolo xvii, 
di cui scrive Luigi Riccoboni {op. cit.y VII): < quasi tutti i co- 
mici erano a quel tempo ignoranti, ed eccettuati Gio. Battista 
Paghetti, che recitava la parte di Dottore, e Galeazzo Savorini 
che gli successe nella maschera, non potrei citarne uno che 
avesse compiuto un corso di studi. > Lo vediamo il 1 686 nella 
Compagnia del Duca di Modena, di cui si è dato V elenco al 
nome di Marzia Fiali. 

Paghetti Pietro. Figlio, probabilmente, del precedente, 
nato a Brescia il 1674, si recò in Francia giovanissimo reci- 



PAGHETTI - PALADINI 



tando parti generiche in compagnie dì provincia. Andò il 1710 
a Parigi e fu scritturato nella Compagnia di Pier Francesco 
Biancolelli, figlio del celebre arlecchino Ifomin/^ue. di cui ser- 
bava il nome, che agiva alla fiera Saint- Gè rmain, impresari 
Laury e la signora Baron. Passò dal 171 2 al 17 14 a recitar le 
parti di Dottore in Compagnia di Gio. Battista Costantini {Ot- 
tavio) alla fiera Saint- Laurent, sotto l' impresario Saint-Edme, 
e il 9 aprile del 1720 esordì nella Compagnia del Reggente, 
colla parte di Prutient nella Fausse Coqueite. commedia francese 
dell'antico teatro italiano, riportandovi un grande successo. 
Di lui disse il Mercurio del tempo : « Egli parlava assai bene il 
francese e l'italiano. Non sì son visti facilmente attori acco- 
gliere tante buone qualità pel teatro, e per ogni specie di ca- 
ratteri. E se bene egli non avesse troppo bella persona (era 
gobbo), ei li rappresentava con tal giustezza e precisione che 
niente lasciava a desiderare. » Aveva sposato Angelica Cate- 
rinaTortoriti, figlia del celebre 
Pascariello, poi Scaramuccia, 
e morì il 14 novembre 1732, 
munito dei SS. Sagramenti, e 
pubblicamente lodato dal cu- 
rato di S. Salvatore sua par- 
rocchia, ove fu sepolto Ìl dì se- 
guente, per la cristiana, dav- 
vero esemplare, rassegnazione 
colla quale sopportò il male e 
passò alla nuova vita. 

Paladini Francesco. Nato 
a Capo d' Istria negli ultimi del 
secolo scorso, fu ammaestrato 
nelle belle arti dal padre pit- 
tore ; ma a diciotto anni si fe- 
ce comico, riuscendo in poco 
tempo un egregio amoroso nella Compagnia di Carlotta Mar- 




PALADINI 



chionni. Passò poi Ìl '24 a Napoli col Fabbrichesi, che lo con- 
dusse con sé a Trieste, poi, avanti la fine dell'anno lo rimandò 
a Napoli primo amoroso e primo uomo a sostituire con Mario In- 
ternari, stipendiato dal Fabbrichesi, l'attore insufificiente che 
copriva quel ruolo. Dopo un anno, scritturato dallo stesso 
Internar!, passò nell'Italia centrale, poi, morto nel '25 l'Inter- 
nari, entrò nella Compagnia di Luigi Vestri. Passò, da que- 
sta, in quella di Antonio Raftopulo pel triennio '27-28-29, 
indi, il 1830, formò società per un nuovo triennio colla cele- 
bre Carolina Internari, con cui si recò a Parigi. Fu, ancora 
per un triennio, scritturato dai soci Fabbrici e Petrellì; poi, 
sposata l'egregia servetta Qotilde Sacchi, si fece nuova- 
mente capocomico per vari anni (il '56 aveva società con 
Stefano Riolo), finché, avanzato in età, abbandonò l'arte. - 
Il Colomberti lo dice attore di molta intelligenza e di pre- 
stante figura, applauditis- 
simo sempre, nonostante il 
difetto di una voce alquan- 
to nasale. 

Paladini- Sacchi Clo> 
tilde. Moglie del prece- 
dente, e figlia di un bravo 
Arlecchino, nipote proba- 
bilmente di Felice Sacchi, 
detto Sacchetto, nata nel- 
l'anno 1814, si scritturò, 
rimasta orfana del padre, 
come servetta. Ìl 1 830 nella 
Compagnia Bon, Roma- 
gnoli e Berlaffa, nella qua- 
le, sotto gì' insegnamenti 
del Bon, celebre attore e 
autore, divenne ben presto 
ottima nel suo ruolo, rappresentando per ben ventidue sere 




PALADINI 



al teatro di S. Luca, sotto le spoglie della cameriera, la com- 
media dello stesso Boti, Nienlc di male. Passò il '32 prima donna 
giovine con Romualdo Mascherpa, tornando poi subito servetta 
in Compagnia di Luigia Petrelli in cui stette sei anni dal '33 
al '38, e in cui sposò l'attore Paladini, col quale si fece poi ca- 
pocomica, dovunque ammiratissima. 

Paladini Ettore. Figlio dei precedenti, nacque a Firenze 
il 1849. Determinare con esattezza cronologica il suo stato di 
servizio non è certo agevol cosa, tante sono le compagnie di 
vario genere, in cui militò, e per tanti anni si trovò a essere 
conduttor di compagnie egli 
stesso! Figlio d'artisti, dovè 
naturalmente, come ogni altro, 
esordire quando gli fu dato a 
pena d'infìlar quattro parole: 
a soli cinque anni. Nondimeno 
la famiglia tentò distorlo dal 
teatro, destinandolo alla vita 
del mare. Ma Ì babbi propon- 
gono e i figliuoli dispongono. 
Un bel giorno non volle saper 
più né di burrasche, né di ba- 
stimenti, né di eliche, né di trin- 
chetti, e a quattordici anni Ìl 
piccolo ribelle entrò in una del- 
le infime compagnie. E come il 
sangue non è acqua, così egli potè in breve, a motivo di una 
dizione purissima, che ha tuttavia serbato il primo nitore, 
salire ai maggiori gradi di primo attor giovine e di primo air 
lare, diventando poi con la intelligenza non comune e la non 
comune gagliardia di fibra, un de' più pregiati direttori di 
compagnie, fra cui quella dì Teresa Mariani -Zampi eri, nella 
quale stette assai gran tempo, ammiratissimo. - Fu il 1900 
in quella di Bianca Iggius, scritturandosi poi pel '901 con 




PALADINI 



Qara Della Guardia, con la quale si recherà nell'America me- 
ridionale. 



Paladini (De')'Andò Celestina. Fu attrice di grandissimo 
slancio, benché non di imponente figura, nelle parti tragiche, 
acclamatissima specialmente in America, ov' ebbe onori di rime 
non ispregievoli. Nacque a Lucca il 13 
luglio 1 8...., ed esordì a diciassette anni 
in Alba di Piemonte, salutata come una 
gentile promessa. Nel '63 era g\k prima 
attrice egregia sì nelle partì drammati- 
che, sì nelle tragiche, ma più in queste 
che in quelle, e nel 'óg-'yo, conduttrice 
ella stessa d'una compagnia comica, sol- 
levò quasi all'entusiasmo i pubblici più 
varj d'Italia. Sonetti, ed epigrafi e artì- 
coli dì ogni specie s'ebbe dovunque; e 
non sarà discaro a' lettori ch'io trascri- 
va qui un epodo, offertole a Ravenna il 
7 febbraio del 1877, mentre dilettava quel pubblico del Teatro 
Alighieri : epodo, il quale, se bene anonimo, sembra a me si 
levi, con altre poche, dalla schiera infinita dì quelle poesìe 
volgari dì circostanza che sono la vergogna dì chi le scrive 
e di chi le riceve. 




Gli ammiratori di Celestina Andò naia De' Paladini, prima 
donna drammatica applaudittssima sempre nel Teatro Ali- 
ghieri, D. D. 

EPODO 



È '1 dolce riso dell' amor che brilla 
nell'ardente pupilla? 

È '1 gran cor, che di furia empin si accende 
se gelosia lo prende? 



208 PALADINI 



È l'orgoglio d'un anima regale 

che a vanità si aggiunge; 
e, com' assillo tormentoso, il punge 

d'avvelenato strale? 

È profonda pietà, che 1' uman frale 

d' alti rimorsi grave 
tra gli spettri e le rughe tutto solve; 

e lo gran giorno pavé 
che Iddio '1 ritorni in poca e muta polve ? 

È la ragion che lascia 
il pover capo e tra' dolor lo sfascia; 

oppur vi fa ritorno 
con r alma, giovin sempre e innamorata ? 

Ond' è che a noi d' intorno 
tanta pietà veggiam si tosto nata? 

Che mai da' nostri cigli 
a spremer vale così larga vena, 

nella ognor varia scena 
o dell' antiqua, o dell' età presente ? 

Voi !... siete voi !... voi, piena 
di grazia e di saver, che tutta conta 

d' ogni fè, d' ogni gente 
r istoria avete, e su verace impronta 

gittar sapete accento» 
incesso, sguardo, tratto, atteggiamento; 

e divinar quai moti 
nella foggia miglior rendano i noti 

casi, e adeguarli al lento 
o crebro moto d' uman cor. Attèa, 

Stuarda, Elisabetta^ 
Messalina.... or gentile, or aspra; or saggia 

or folle; or giusta, or rea; 
ma sempre grande, e a tutti sempre accetta, 

bella attrice e perfetta. 



PALADINI - PALAMIDESSI J09 

Celestina De Paladini, sposa a Flavio Andò, primo at- 
tore e direttore della Compagnia da lui formata in Società 
con Tina Di Lorenzo, è oggi di essa compagnia pregiato or- 
namento nelle parti di madre, ch'ella sostiene con quella innata 
signorilità, che non è facile di ritrovare nelle sue compagne 
di ruolo. 

Palamìdessì Giuseppe. Da padre filodrammatico e av- 
vocato, nacque a Pisa il 1840 circa; e datosi con l'esempio 
paterno agli studi legali e del teatro, diventò in breve alla 
sua volta avvocato e filodrammatico. Ma le scene del teatrino 
privato eran troppo anguste a 
soddisfar le vanità e mostrar 
le qualità del Roscio futuro, il 
quale, scritturatosi in Compa- 
gnia Dreoni per le parti co- 
miche che non abbandonò più, 
passò poi in quelle dì Sterni, 
e, nel 1874, di Emanuel e la 
PasquaH, dove colla farsa // Ca- 
sino di campagna, da lui raffaz- 
zonata, toccò addirittura la ce- 
lebrità. 

Il Palamidessi non fu ar- 
tista di grande levatura, ma at- 
tore castigatissimo, anche nelle 
bizzarrie comico-musicali, e in quella stessa farsa in cui rap- 
presentava mirabilmente una marionetta, un cantastorie e un 
poeta, e che replicava sino a venti sere di fila; e però fu sem- 
pre desideratissimo da' capocomici, tra' quali il Morelli. Ma 
con la fama crebbero in luì le pretese e la baldanza, sì che 
l'artista celebre, creando ad essi ognor nuovi fastidi, fu da 
essi abbandonato. Si fece allora conduttor di compagnia, ma 
con ninna fortuna; e in breve, consumato ogni suo avere, si 
trovò costretto a ramingar con piccole compagnie in pìccole 






2IO PALAMIDESSI - PALMA 



città, fino a' dì d'oggi, in cui ha la triste ventura di sollazzar 
la gente con qualche buffonata dalla minuscola scena di un 
caffè concerto. 

Paliotti Carlo e Francesca. Fu la vita di Francesca Pa- 
liotti alquanto romanzesca. Nata il 1764 in Ancona da un gar- 
zone di sarto e da una rivendugliola di abiti vecchi, s'innamorò 
a vent'anni di un giovane della sua condizione, dal quale, abban- 
donata, fu per morirne. Condotta, a sollievo de' suoi mali, a sen- 
tire una piccola compagnia di comici che recitava in un'arena 
modesta di legno, destinata anche alla caccia del toro, tanto 
s'invaghì dell'arte, che risolse di consacrarsi ad essa. Sposa- 
tasi il 1 785 a un giovane attore della compagnia, Carlo Paliotti, 
divenne ben presto, essendo anche di rara avvenenza, un'ot- 
tima amorosa, e la vediamo il 1 790 in Compagnia di Luigi Rossi 
prima donna giovine applauditissima. Nel 1 800 formò col marito, 
lei prima attrice, e lui primo attore, una fortunata compagnia; e 
morirono entrambi nel 1825 circa, all'età di poco più che ses- 
sant' anni. 

Palma Carlo. Romano, fiorito nella seconda metà del se- 
colo XVII, sosteneva in commedia la parte di secondo Zanni 
col nome di Truffaldino. Lo vediamo nel '58 a Roma, abitante 
nel distretto della parrocchia di S. Pietro, assieme al Dottor 
Lolli, al Silvio Coris, al Pantalone Malossi, ecc. Nel '75, assieme 
al Turri Pantalone e all'Allori Valerio, fa istanza al Serenis- 
simo di Mantova di appartenere alla sua compagnia: istanza 
che vediam poi accettata, dacché in data 30 marzo scriveva 
da Venezia a un famigliare del Duca, avvertendolo di essersi 
abboccato con Valerio e di esser pronto a partire, secondo 
i comandi di S. A., la settimana prossima. Altra lettera ab- 
biamo di tre giorni dopo, in cui ringrazia de' passaporti, e 
raccomanda con molto belle parole Federico Beretta che fa 
le parti di Capitano Spagnuolo, pubblicata al nome di questo 
comico (V.). 



PALOMDERA - PANAZZI 




Palombera Luisa De Vertamani. Di questa comica celebre 
e caTttatrice insigne non mi è riuscito di trovar notizie in alcun 
diario napoletano. Forse l'Ortensia del comico Giuseppe An- 
tonio Laurentiis (V.)? 



Panazzi Francesco. Dopo di essere stato in varie compa- 
gnie di giro, si trovava il 1781 a Venezia in quella di Nicola 
Menichelli. Fu attore pregiato nelle commedie improvvise, 
sotto la maschera di Brighella, e nelle premeditate senza ma- 



311 PANAZZI - PANZANINI 

schera. Par nuUameno ch'egli fosse assai più reputato violinista 
che attore, e dice il Bartoli ch'ei poteva comparire con lode in 
mezzo ai più esperti professori di musica. 

Fani Lorenzo. Nato a Firenze il 1750, fu un egregio ti- 
ranno, e uno de' principali capocomici dal 1785 al 1815. Morì 
a Firenze il 1825. 




Fanzaninì Gabriele. È questi il famoso Gabriele da Bolo- 
gna, che sosteneva le parti di Zanni nella Compagnia A€ Comici 
Gelosi sotto il nome di Francatrippe. lodato da Francesco An- 



PANZANINI - PAPÀ 

dreini (V.) nel Ragionamento XIV delle sue 
citate Bravure. Era il 1593, come abbiam 
visto al nome di Balestri (V.), nella Com- 
pagnia de'Comici Uniti, e in quella de' Co- 
stanti, come abbiamo in una lettera senza 
data citata al nome di Degli Amorevoli Vit- 
toria (V.). Vedi anche (pag. 626) pe '1 co- 
stume il Francairippa di Callot, danzante 
con Fritellino (Pier Maria Cecchini). Di quel 
che gli occorse a Mantova recitando la fa- 
vola A^ tre gobbi, vedi Pasquati Giulio. 




Francatrippe. 

(Da una rsccolla inoi 
d< dodici tipi grotti 



Panzierì Pietro. È citato da Francesco 
Bartoli come giovane di buone attitudini 
all'arte. Recitava le parti di innamoralo, e "<>. .««-. ««.o™.,. 
dopo di esser stato nella Compagnia di Luigi Perelli, passò 
il 1781 in quella di Antonio Camerani. 

Paolo di Padova. Conduttore della Compagnia comica ita- 
liana che recitò a Nevac il 1 5 79, durante il soggiorno di Cate- 
rina de' Medici. Il Baschet {pp. cit., 87) riferisce un documento 
ove sono il rimborso delle spese di viaggio, e una somma di 
trenta scudi (novanta lire tornesi) per aver recitato più com- 
medie dinanzi a Sua Maestà. 



Papà Leontina. Nata a Mogliano (Veneto) l'ottobre del- 
l'anno 1842 da Leone, maggiore, e da Luisa BOchmann, esordì 
sul finire del '59 in Compagnia Moro-Lin, dì cui era prima at- 
trice la Fumagalli e primo attore Alessandro Salvini. Mostrò 
subito speciali attitudini alla tragedia, della quale fu più tardi 
cultrice amantissima e ammiratissima; e, scritturata il '66 al 
Fondo diNapoli nella CompagniaMajeroni, vi sostituì con molto 
onore la celebre Sadowski. Passò Ìl '69 con LoUio, poi, il '71, 
con Coltellini. In quel tomo, a Roma, si ammogliò a Raffaello 
Giovagnoli, e restò fuor del teatro due anni. Fu il '73-74 con 




Vitaliani e Cuniberti, e andò il '75 a Londra con Tommaso Sal- 
vini, Sostituì il '76 in Compagnia Ciotti Virginia Marini, e andò 
r'82 con Emanuel, poi, in Rus- 
sia, con Ernesto Rossi. Il '92-'q3 
fu scritturata da Giacinto Galli- 
na, il '95-'9ò da Ferrati, poi dal- 
l'Impresa del Teatro Manzoni di 
Roma, ove trovasi tuttavia. Leon- 
tina Papà nella sua vita non bre- 
ve di teatro ebbe momenti d'arte 
felicissimi, e molte lodi sincere, 
a volte entusiastiche. Creò con 
assai plauso non poche partì, fra 
cui, quattr'anni or sono a Firenze 
quella di Baronessa nella Mar- 
cella di Sardou. 
Fra le pubbliche testimonianze di ammirazione eh' ella 
s'ebbe, merita qui un posto la dedica di un opuscolo di versi, 
che vuoisi dettata da F. D. Guerrazzi. 

A Leontika Papà - attrice drammatica - che con la 
voce ricca d'affeiti - e con l'eloquente atteggiar della 
persona - richiamò sulle scene labroniche - le glorie 
della Marchìonni e della Pasta - i livornesi - augu- 
rando alla giovane artista - trionfi maggiori - porgono 
tributo d'ammirazione. 

E questo stornello segnato col nome di Tito Vespasiano, 
sotto il quale si nascondeva il caldo poeta livornese Braccio 
Bracci. 

O bella fata dagli occhi d'amore, 

chi v'ha insegnato a piangere e pregare? 

La vostra bocca è il calice d'un fiore, 

e con la voce fate innamorare. 

Chi v'ha sentito per gentile usanza, 

vi paragona al fior delta speranza; 

chi v'ha sentito per desìo di gloria, 

vi paragona al fior della memoria. 



PAPA - PAPADOPOLI 

Voi siete brava e non ve n'avvedete, 
perchè è natura dell' augel che vola, 
canto e passione, e se non Io credete 
guardate quella mammola ^'ola ; 
benché chiusa nell'orto in tra le foglie, 
l'odor la scopre e il passegger la coglie; 
così la vostra luce, o fata bella, 
vi scopre a tutti che siete una stella. 



Papadopoli Antonio. Nato a Zara il 1 7 aprile 1 8 1 5 da Co- 
stantino Papadopolo, mannaro, poi caffetiiere, e da Giovanna 
Foscari, si diede al teatro 
dopo due anni di ginnasio, e 
due d'impiegato all'Uffizio 
di Sanità della Dogana, esor- 
dendo il '32 in Compagnia 
Bon Martini, prima come se- 
gretario, poi come attore nel 
Naufragio felice dello stesso 
Bon Martini, pel quale s'eb- 
be dal capocomico non po- 
chi incoraggiamenti. Restò 
con lui sette anni, interrotti 
nel '36 per pochi mesi, du- 
rante i quali si unì alla Com- 
pagnia Colli, delle infime 
d'allora, in qualità dì primo 
amoroso, riuscendo il più ca- 
ne di tutti gli attori. Sulla 
fine di ottobre entrò in Com- 
pagnia Cavicchi e Bertotti diretta da Domenico Verzura, pa- 
dre nobile, dal quale il Papadopoli si ebbe la sua prima e 
salda educazione artistica. Si scritturò il '40 col celebre Ve- 
stri, che divinò in lui l'attore caraiterista. In fatti in questo 
ruolo esordì il '47 colla Fusarini, passando poi socio con Let- 
tini il '48 e '49, a fianco della Nardi prima attrice e della 




216 PAPADOPOLI 



Cazzola amorosa, con cui si trovò, sciolta la società, nella Com- 
pagnia di Antonio Giardini. Prese, nel '54, il posto di Luigi 
Bonazzi nella Compagnia Lombarda, ammiratissimo dovun- 
que, specialmente per la spontaneità e la verità della dizione 
che furon sempre le principali qualità dell'arte sua. Fu poi 
dal '60 air '80 in quasi tutte le compagnie d'Italia, vuoi di 
primo, vuoi d' infimo ordine. Tentò a Firenze la maschera di 
Stenterello, ma fu accolto a fischi; nella Suor Teresa del Ca- 
moletti, per mancanza d'un' attrice, sostenne la parte di Suor 
Giuseppa. Non troppo di notevole abbiam nella vita artistica 
del Papadopoli. Anche vi ebbe chi non riconobbe la grandezza 
dell'arte in lui, come quegli che non lasciò alcuna di quelle 
creazioni che eternan la rinomanza di un artista. Ma se crea- 
zioni tipiche nello stretto senso della parola non vi furono (nella 
recitazione del Papadopoli non era celato lo studio, ma, al dire 
di più contemporanei non era studio affatto), tutti i suoi perso- 
naggi acquistaron tale apparenza di realtà, che non era possi- 
bile il desiderar di più. Né si fermò egli a un tipo unico : il suo 
repertorio fu de' più vasti e de' più svariati: ne furono il fonda- 
mento Michele Perrin, Il Sindaco Babbeo, Il Bugiardo, Il Burbero 
benefico. La Locandiera, Il Ludro, Laveria di Papà Martin, L'in- 
quisizione di Spagna, L' Ajo neW imbarazzo. Il Barbiere di Ghel- 
dria e altro; e il Tommaseo disse di Papadopoli che con un cenno 
rendeva un carattere, con una modulaziane di voce avviava una 
scena. Alle severità della critica odierna, Antonio Cervi, dal cui 
opuscolo (Bologna '96) ho tratto in parte questi cenni, contrap- 
poneva queste parole di Alamanno Morelli : < Io che ho saputo 
contraffare le varie interpretazioni di tutti i più grandi artisti, 
non sono riuscito mai a contraffare quelle del Papadopoli, tanto 
esse erano naturali e semplici, e di una meravigliosa efficacia. > 
Come uomo, egli si formò una travagliosa vecchiaja, confortata 
a pena da qualche sussidio strappato ai colleghi doviziosi, o che 
gli eran stati compagni, o che sentivan pietà della miseria sua. 
Se molto bene egli fece altrui (il beneficio è più presto 
scordato) molto male egli fece a sé; e questo il mondo del- 



PAPADOPOLI - PARISI 217 

Tarte non gli ha perdonato. Simile al suo predecessore della 
Commedia italiana a Parigi, Antonio Camerani, egli mangiò 
tutto quanto guadagnò, e più volte anche, non pago, man- 
giò a credenza. Con la propria coscienza egli potè transigere 
attenuando le decadi, e tal volta anche impegnando i cas- 
soni de' comici inconsapevoli ; ma non mai con la tavola e con 
la gola: e si racconta che dopo una recita all'Argentina di 
Roma, una delle tante di addio, ch'egli era costretto a fare, 
dicean le gazzette, per trascinar meno peggio la vita trava- 
gliatissima, convitò tutti coloro che preser parte alla recita, 
dando fondo, in una gustosa cenetta, alle duecento lire che 
avea guadagnate nette per sé. Altra volta mise in tavola, come 
antipasto, ottanta lire di affettato; altra ancora, de' petti di 
tordo per sessanta persone. Di lui si ha un libretto, e qui anche 
torna a mente il Camerani, intitolato Gastronomia Sperimentale 
(Zara, 1886), in cui sono le norme particolareggiate per alle- 
stire una buona serie di piatti dolci e di piatti di famiglia. Lo 
sciagurato vecchio è morto a Verona la mattina del 2 1 otto- 
bre 1899. Avea sposato una Giuditta Girometti, mortagli il 
2 novembre 1 872 a Milano, mentr' era con Alessandro Salvini e 
Cesare Vi taliani. Di lui lasciò scritto Ernesto Rossi {pp. cit.y 1 64), 
come contrapposto alle tante accuse : < In questo lasso di tempo 
furono aggregati alla mia Compagnia la signora Santoni, la si- 
gnora Baracani e Papadopoli, da tutti proclamato irrequieto, 
stravagante di carattere, sregolato negli interessi, e da me 
rinvenuto buono, compiacente, e persino economo e parco nel 
cibo, che è tutto dire....> 



i Luigi. Comico rinomato dei tempi di Francesco Bar- 
toli(i78i), che sosteneva il ridicolo personaggio dS. Don Fastidio 
De Fastidiis con grande successo, specialmente nelle Avventure 
di Donna Irene o La sepolta viva, di Francesco Cerlone. Reci- 
tava anche in parti serie, ma con poco buon successo, essendo 
egli troppo noto come buffone. Lo dice il Bartoli uomo ono- 
rato, e ottimo marito. 

28. — / Comici italiani. Voi. II. 



218 PARISI 

Parisi Alessandra. Moglie del precedente, nota in arte col 
diminutivo di Sandrina, nacque a Torino da parenti napoletani, 
e fu accolta giovanissima, insieme al marito, in Compagnia di 
Pietro Ferrari. < Ella è - scrive Fr. Bartoli - d'una figura assai 
gentile, di sembianze geniali, e gli occhi suoi sono due vivi 
specchi in cui sulla scena conosconsi chiaramente gli affetti in- 
terni dell'animo, spiegando con essi valorosamente a meravi- 
glia e il duolo e il gaudio e V amore e lo sdegno. Ella è molto 
vivace, ed è inclinata a que' caratteri dimostranti tenerezza ed 
umiliazione, o abbattimento di forze con rammarico, ed afflit- 
tivi, appassionati contrasti. > E più oltre : « Merita questa at- 
trice le più sincere lodi pel suo valor teatrale, e più per i di 
lei irreprensibili costumi, spiegando a sua gloria il candido 
vessillo d' una incorrotta onestà. > La brutta commedia del 
Cerlone, Le avventure di Donna Irene, sollevava, rappresen- 
tata da lei, all'entusiasmo. Nel carnovale del 1781 recitando 
a Bologna in Compagnia Menichelli, ebbe la destra grave- 
mente ferita nell'atto di dividere i duellanti, e ne restò imper- 
fetta nell'articolazione. Il triste caso fu celebrato dal Bartoli 
col seguente 

SONETTO 

Deh, se a turbar di bella donna il core 
impugnaste T acciaro arditi amanti, 
e perchè fia che uno di voi si vanti 
di ferirla, e recarle aspro dolore? 

Beir impresa eli' è questa, e bel valore 

egli è oltraggiar chi sol si strugge in pianti? 
Scorni saran per voi, non saran vanti, 
e puniravvi il tribunal d'Amore. 

Donna di si gentili illustri pregi 

da voi s'oltraggia, e dite poi d'amarla, 

se a una man le imprimete e doglie e sfregi? 

Itene; in biasmo vostro il Mondo parla; 
ma di lei, e de* suoi costumi egregi 
lode risuona, e ognun brama onorarla. 



PARRINI - PARRINO 219 

Panini Luigi. Pisano, fii attore assai reputato nei primi 
del secolo, per le parti della tragedia alfieriana, tra cui va par- 
ticolarmente citata quella del Filippo, nella quale fu ottimo. 
Passò in seguito al ruolo di caratterista, e si fece sempre notare 
per una singolare nobiltà, anche ne' personaggi più ridicoli. 
Ebbe il '25 compagnia in società con Filippo Zinelli, padre 
nobile, la di cui moglie Sofia Eloisa n' era la prima attrice, e 
certo Pietro Simoni il primo attore. Ad avere un' idea del re- 
pertorio della compagnia, a codest' epoca, basti sapere che il 
caratterista fece a S. Sepolcro la sera del 1 2 agosto la sua Be- 
nefiziata col Viaggio dei Pianeti, ossia Giove e Mercurio in Tianèa, 
azione allegorica spettacolosa, con promessa in un manifesto 
reboante, di mutamenti di scena a vista prodigiosi, di macchi- 
nismi non più veduti, ecc. Ma lo spettacolo, che fruttò venti- 
quattro colonnati, fu giudicato dal cronistorico anonimo di 
quella stagione, infame. 
Il Parrini morì nel '32. 

Parrini Clementina. Moglie del precedente, nata Lenzi, 
recitava con molto brio le parti di servetta. La troviamo il '24 
in Compagnia di Luigi Fini, di cui ci ha lasciato un curioso 
notiziario un attore della compagnia: forse Vincenzo Bellagambi 
(V. Rasi, // Libro degli aneddoti. Firenze, Bemporad, 1898), il 
quale ci fa anche sapere che la Parrini era divisa dal marito e 
conviveva con Ercole Gallina, il primo attore, da cui ebbe il 
3 gennaio del '26 una bambina che le morì il 7 successivo. 

Panino Domenico Antonio, napolitano. È ben poco ciò 

che lasciò scritto Fr. Bartoli di questo comico egregio per le 
parti ùHnnamorato, sotto nome di Fior indo, e non meno egre- 
gio istoriografo della sua patria. L'opera: Teatro eroico e politico 
del governo de' Viceré del Regno di Napoli dal Tempo del Re Fer- 
dinando il Cattolico fino al presente, pubblicata a Napoli il 1692, 
ebbe V onore di due ristampe, eh* io sappia, V una del Gravier 
nel 1770, l'altra del Lombardi nel 1 875. A questa aggiungiamo 



220 PARKING 



le Memorie delle notìzie più vere, e cose più notabili e degne da 
sapersi, accadute nella feliciss, entrata delle sempre gloriose Truppe 
Cesaree nel Regno, ed in questa Città di Napoli, pubblicata dal- 
l' autore il 1 708, in 1 2°; e la Guida de' Forestieri per la Città di 
Napoli, stampata il 1725. Il 1675 aveva stampata a Napoli con 
la data di Venezia una commedia tradotta dallo spagnuolo da 
altro comico: Amare e fingere, che fu poi ristampata davvero 
a Venezia, e più tardi a Bologna. Il Bartoli lo dice Comico al 
servizio di S. M. la Regina di Svezia, e chiude il suo breve 
cenno facendolo morire intorno all'anno 1730. 

Nell'Archivio di Modena giacciono, tra T altre, inedite al- 
cune lettere di lui, o lui concernenti, dalle quali possiamo avere 
qualche notizia sicura sull'arte sua e sulla sua vita di comico. 
Il 1675 arrivò a Mantova da Napoli, comico del Duca di Mo- 
dena, come abbiamo da una lettera di Alfonso d' Este, il quale 
chiamandolo principal parte della Compagnia e che si è strecto con 
promesse di Regalarlo bene, propone a quel Duca non gli si dien 
Tneno di 2^ dopie, essendo questo un huomo che à testa. L' elenco 
della compagnia del 1675, in cui Parrino è detto Pannini per 
errore, è dato al nome di Areliari Teodora. Anche il 9 aprile 
del '76, il Duca di Mantova ringraziava quello di Modena del- 
l'avergli ceduto Florindo pel futuro carnevale; e promette di 
proteggerlo in riguardo deirefiicaci rcu:comandcUioni che Sua Al- 
tezza à di lui prò gV ingiungeva: e il 29 marzo *77 lo rimanda a 
Modena, con grandi elogi all' artista per le recite di Venezia e 
per quelle di Mantova. 

Il 7 giugno '77 da Genova scrive distesamente al Duca di 
una aggressione a mano armata per opera di certo Filippo Ca- 
stellano di Napoli, che n' ebbe mandato da cotal feudatario di 
Monferrato, il quale a sua volta avrebbe agito d'ordine del 
Duca di Mantova in persona, indignato contro Florindo che 
ricusò di servirlo, allegando in iscusa il suo prossimo ritorno 
in patria, e passando invece al servizio del Duca di Modena. 
Del 15 agosto 1677 abbiamo una lettera del Dottore Gio. An- 
tonio LoUi, nella quale si accenna ad un inganno di Florindo, 



PARKING 221 



che. non lo mostrerebbe, a dir vero, uno stinco di santo. Egli 
mandava a richiedere col mezzo d' un cavaliere e d' una lettera 
le sue cinque casse già pervenute a Verona, ove doveva reci- 
tare nella compagnia del Duca di Mantova, e dal Lolli ritirate. 
Il cavaliere, avute le casse, richiese il Lolli della lettera per 
vedere, diceva, se il numero e la specie di esse corrisponde- 
vano alla descrizione fattane da Florindo; e datagliela il Lolli 
in buona fede, quegli se la ritenne, e non volle a niun patto 
restituirla. Sembra poi da una lettera di certo Capello dell' 8 di- 
cembre al Duca di Modena, che fra le casse di Florindo ne 
fosse una di Finocchio, data in errore, e che non gli era possi- 
bile recuperare, perchè andata in mano d' altri. Ma Florindo 
scrive da Mantova il 23 agosto: < le mie Robbe consistenti in 
cinque casse, per un ordine fattomi fare ad un de' miei com- 
pagni a Verona, sono state consegnate non so a chi, mentre 
nell'ordine s'esprimeva che si dassero al Cav/® che lo hauesse 
presentato. Mi persuado però che siano ancora in quella città, 
mentre non ne tengo altra notizia. > E si raccomanda vivamente 
al Duca, perchè componga la faccenda. Ma pare che il Duca 
di Mantova l' avesse davvero a morte col pover' uomo, il quale 
per non commessi delitti fece rinchiudere in una prigione, riu- 
scendo vane per liberamelo le intercessioni di Altezze e Po- 
tentati. Privo della libertà, fatto inabile al lavoro, privo fin 
anche delle r0bbe, frutto di tant'anni di fatiche, non ha più 
scampo ormai che nella morte. Ma neanch' essa lo soccorre. 
Ultima delle lettere in cui son descritti gli sciagurati accidenti, 
è quella del 21 ottobre 1678, interessantissima, che riferisco 
intera : 

Molto Reu.Jo Sig.' mio Sig.' Padrone Coli.»"© 

Il mio fiero destino mi riduce agl'estremi, mentre doppo una si lunga serie di 
disgrazie, e miserie, più fiero, et implacabile, che mai si fa conoscere. 

Mercordi dunque di notte, accompagnato da 5 huomini armati, tré delle guardie, 
e due della Casa del mio hospite, fui d'improuiso condotto fuori di Mantoua, doue fui 
costretto lasciare il resto delle mie poche Robbe (mentre degl'Abiti è un pezzo che sono 
priuo) et un mio Nipote febricitante, quale della Patria fortiuamente uenne à ritrouarmi 
per darmi parte dell'ultimo esterminio di mia Casa; e li detti huomeni mi conducono per 



222 PARKING 



certo nel Castello di Casale; se bene nel partire mio da Mantooa mi fecero credere di 
incaminarmi alla Patria con intiera libertà. 

Par consideri pietosamente la Paternità Sua Molto Reo.*, qnal sia il mio stato 
infelice. Il Gionine, eh' assisteaa al mio negozio di libri ; doppo hauere pagato di mano 
propria molti mesi del suo salario ; se n' è d' improaiso fuggito in Messina in una Nane 
Inglese, portandosi aia tatto il baon della Bottega. Due fancialle mie Nipoti da marito, 
se ne stanno in Casa de miei Padregni, con poca pace, et è facile, eh' on giorno ne siano 
scacciate per la mia absenza. Appresso di me non ho nolla; ne mai ho uedato in tanti 
mesi, toltone il Vitto, an soldo solo per riparare all'altre cotidiane mie necessità; onde 
non mi aaanza altro, che nna misera, e mal condotta aita, essendo per tanti gnai, peggio, 
che morte; e Dio sa qaello sarà di me, doppo, che mi haaeranno posto nel sadetto Castello. 
Eccomi pertanto tutto lacrime à piedi della Paternità Sua Molto Reverenda à supplicarla 
per amor di Dio à uoler fare quelle parti di pietà, che le pareranno più proprie, appresso 
cotesto clementissimo Padrone, perche dall' abisso di tante miserie, e calamità mi aiuti à 
sottrame. Sono ridotto in mendicità estrema, e senza quel poco, che haueuo riseruato per 
la mìa Vecchiaia alla Patria, per causa, non dico già della prontezza del mio obedire gì' altrui 
sourani comandi ; ma per i miei peccati chiedo pietà, e sollieuo, quale spero dalla generosa 
benignità di un tanto Principe, per mezzo dell' efficacissimi offizii della Paternità Sua molto 
Reuerenda. Non fò poco à scriuere queste due righe di fretta qui in Cremona, in doue 
passo costandomi più oro, che inchiostro; si compiaccia far le mie parti con il S.>^ £cc."^o e 
con il S.^ C. Ronchi; e per mezzo di qualche Religioso, mi facci penetrare à Casale sadetto 
qualche speranza e conforto, per non (armi morir disperato; che se non fusse per la salute 
dell'anima; à quest'ora mi sarei tratto fuori di tutti gl'affanni. 

Mi è fuggito il poco di tempo che haueuo: me le raccomando per le uiscere di 
Maria Vergine, e le (accio profondissima riuerenza restandole pieno 

Adi 21 8bre 167S suo schiauo 

D. A. P. detto Floìondo. 



Il giugno dell' '80 partì da Modena, e giunse dopo ventidue 
giorni a Napoli, d'onde scrisse al Duca mandandogli una de- 
scrizione in versi del suo viaggio, non rinvenuta nel carteggio. 
Annuncia il gran disordine trovato ne' suoi interessi, che muove 
alle lagrime gli stessi nemici; ci vorran parecchi anni per saldar 
tutte le piaghe; ma intanto, promettendo di essere l'ottobre a 
Modena, come da contratto, si raccomanda alla munificenza di 
S. A. perchè voglia soccorrerlo nel prossimo viaggio. Finito il 
carnovale a Modena, Plorindo si restituì in patria, e il Duca lo 
raccomandò con ogni larghezza, il 3 marzo 1681, a Francesco 
Magnacavallo suo Agente a Napoli e al fratello di lui Ortensio, 
dei quali Florindo ebbe sempre a lodarsi. L"83 egli chiedeva 
al Duca una lettera di raccomandazione diretta al Viceré di 
Napoli, che subito ottenne. Il 28 di dicembre deU"86, augura 



PARKING 223 



da Napoli al Duca il buon capodanno, e ci apprende che ha 
già abbandonata Tarte comica: io, che a piedi dell' Altezza Vostra 
sacrificai gli ultimi sudori de' Teatri, spogliandomi affatto del la- 
borioso coturno: mi/o lecito hora comparirle colla douuta deuozione 
auanti ricouerto solo della liurea d' un ossequiosissima osservanza 
per presentare a V. A. i Voti, ecc., ecc. Il 25 febbraio dell' '87 
manda al Duca i suoi devoti mirallegri per la favorevole im- 
pressione da lui lasciata alla Corte e in tutta Napoli, e il primo 
di marzo il ben tornato a Modena, raccomandandoglisi viva- 
mente per ottenere a un congiunto dottore la provvista d' un 
governo, per la quale ebbe a scrivere parecchie lettere. Altre 
molte ne abbiamo insignificanti di augurio, o di congratula- 
zione, o di raccomandazione, o d'invio di doni: talvolta di una 
cartella miniata superbamente da grande artista di passaggio 
in Napoli, tal altra della pianta e relazione di feste, tal altra 
ancora del Teatro Eroico de' Viceré. Di più, l'Archivio di Mo- 
dena conserva un sonetto, che qui riferisco, e che ci dà un 
saggio dello scrivere di questo artista letterato. 



La lode degnissima \ Ossequioso Tributo all'Eccelsa Grandezza 
dell'Altezza Ser/^^ di Francesco d'Este Duca \ di Modona 
Reggio e te. I Cesare Augusto del nostro secolo. 

SONETTO 

Trattò Cesare il brando, à cui soggiacque 
D' Ibero il Rio, co' gli erti Sassi Alpini : 
E de r Ibernia, à cui fan mura V acque, 
Pur tributarij, e riuerenti i Pini. 

Trattò penna erudita, e sol gli piacque 
Vsar tratti magnanimi e diuini. 
Quindi al facondo dir Roma si tacque, 
E gli fregiò di uerde alloro i crini. 

Cosi fece ammirar nel Ciel la Luna, 
Cosi fece stupire il Gang e' il Tago, 
E la Ruota spezzare à la Portuna. 



PARRINO - PASQUALI 

Ma s'oggi di mirare il Mondo è uago 
L'Opre d'Augusto, e le Vinudi in una: 
Di Francesco à mirar uenga l' Immago. 



Paniti Gìovan Battista e Maddalena Francesca. Fu- 
rono scritturati nella Compagnia del Duca di Modena, a co- 
minciare dal 15 di luglio 1686. Egli sostituì nelle parti àxprimo 
Zanni, collo stesso nome di Finocchio, il Cimadori, e lei recitava 
le serve col nome dì Pimpinella, tìtolo, già nel 1588, di una 
commedia del signor Cavalìer Cornelio Lanci, pubblicata in 
Urbino da Bartolomeo Ragusij. 

Pasetti Lodovico. Nato a Venezia al principio del se- 
colo XVIII, passò dall'impiego di fattore all'arte del comico, 
nella quale riuscì felicemente sotto la maschera del Pantalone. 
Fu anche buon musicista, e cantò più volte v^fi^* Intermezzi. Dopo 
di essere stato in varie compagnie si 
recò in Germania, ov' ebbe qualche 
fortuna; ma venuto vecchio, e tornato 
in Italia, morì nell'indigenza a Vene- 
zia il 1781. 

Pasquali Elvira. Figlia di un oste- 
trico, nata a Roma il 1845, e cresciuta 
a Milano, dove il padre, mazziniano, 
dovè rifugiarsi, entrò seconda amorosa 
nella Compagnia Monti e Preda, in 
cui ebbe compagna Virgìnia Marini. 
Fu il '61 amorosa e prima attrice gio- 
vine con Ernesto Rossi, e il '62-'63 
con Amilcare Belletti e Calloud, coi quali stette più anni al 
fianco di Anna Pedretti. Fu in Ispagna con Achille Majeronì, 
e vi tornò poi capocomica, ma con poca fortuna. Ritiratasi 




PASQUALI - PASQUALINI 1*5 

alcun tempo dal teatro, vi ricomparve il '74 in Società con 
Emanuel, poi, finalmente, sposatasi a un giovane egregio, se 
ne allontanò per sempre, e andò a stabilirsi con suo marito 
a Londra, ove conduce tuttavia una vita agiatissima. Fu at- 
trice di molto pregio, e si deve forse alla sua mente scom- 
posta, se non potè esser noverata fra le primissime del suo 
tempo, com' avrebbe meritato. 



PaSQualini Albina. Attrice rinomatissima per le parti co- 
miche, fu unica nel rappresentare / viaggi di una donna di spi- 
rito, dell'artista conte Bonfìo. Nac- 
que presso Urbino l'anno 1801 ; e 
la vedìam dilettante ammiratissima 
il 1817 nel Teatro de'PascoIini rap- 
presentare La /amiglia proscritta. 
Il quadro delia moderna filosofia, e 
soprattutto La Locandiera, che dovè 
ripeter più sere tra le acclamazioni 
de' suoi concittadini. Esordì d^X Are- 
na del Sole di Bologna in Compa- 
gnia Pisenti e Solmi, di cui, dal 1823, 
fu per più anni la prima attrice asso- 
luta. Passò poi a far parte di quella 
Romagnoli e Berlaffa, e nel 1837 ne formò una essa stessa, che 
comprendeva attori di grido, quali ÌI Fabbri, Ìl Weltenfelt, il 
Modena padre. Scese coli' avanzar dell'età a sostener parti se- 
condarie, e morì a Trieste in una piccola compagnia Ìl 1854. 
Diam qui a titolo di curiosità Y Addio e Ringraziamento 
eh' ella soleva recitare al pubblico 1' ultima sera della sta- 
gione : 

Cile è mai la gioja de' Mortali?... Un'aura, 
Che lievissima passa, un fior che spande 
Le vergini dal sen grazie odorose; 
Ma un lìor che cade coli' olezzo e muore. 
Se cosi libra il Fato, a che dolente 




226 PASQUALINI - PASQUATI 



Piegar la voce alle querele, e '1 cupo 
Mesto sospiro risvegliar dell'Eco? 
Ma vinse il duol, ma suU' incerto ciglio 
Luce stilla di pianto; un brividio 
Mi ricerca le membra, e l'alma anch'essa. 
L'alma rifugge sbigottita e muta, 
E ad altra sponda.... Ah non v'approdi, e in pria, 
Fatta signora di sé stessa, un detto, 
Un sospiro, un addio sciolga, e rimbombi 
Di nostre voci al suono alterno, e giunga 
Alle Valli del Serchio, e lo ripeta 
Del bel Tirreno ancor la riva e l'onda. 
Or che dirovvi io mai ? Come poss' io 
I favori narrar, que' dolci modi, 
L'accoglienza gentil che a noi porgeste? 
Li sente il cor, ma non sa dirli il labbro. 
Perchè tanto affrettò l' invido Fato 
Questo triste momento, perchè volle?... 
Dunque dovrò, fra mesti lai partendo, 
Cosi lasciarvi?... Ah non fìa mai; l'affanno 
• Ceda a ragione: il sospirar che giova. 
Quando di rivedervi alta speranza 
Profondamente ho nel mio cor scolpita? 
Pur questa speme che avverar si debbe 
Può alla perdita mia recar sollievo. 
Allettata da questa, in me rinasce 
Vigor novello a scior la voce estrema. 
Che spiega a Voi d'un grato core i sensi: 
Parte di questo cor con Voi qui lascio; 
E parte meco traggo, in cui scolpita 
Sta l'immagine vostra, che giammai 
Cancellar potrà '1 tempo, che giammai 
Sparger d' oblio, che mai.... ma tronca i detti 
Un doloroso, e fra i sospiri espresso, 
Non dal labbro, dal cor ultimo addio. 

Pasquati Giulio. Padovano, fiorito nella seconda metà del 
secolo XVI, appartenne in qualità di Magnifico alla gran Com- 
pagnia de' comici Gelosi, e proprio quando la lor rinomanza 
era al colmo. Anzi in essa buona parte ebbe il Pasquati, che, 



non solo, a dire del Porcacchì, s era in dubbio qucU fosse mag- 
giore in lui la grazia, o f acutezza dei capricci spiegati a tempo 
e sentenziosamente nella rappresentazione data in onore di En- 
rico III al Fondaco de' Turchi a Venezia la sera delli 1 8 lu- 




glio 1574; ma Io stesso Re, che desiderò poi di avere la Com- 
pagnia in Francia, scrivendone al suo ambasciatore a Venezia, 
Du Ferrier, il 25 maggio '76, gli chiedeva e raccomandava 
sopra tutto il Magnifico che aveva recitalo a Venezia davanti a lui. 
Prima di andare a Venezia, Giulio P^lsquati si trovava a 
Milano con la Compagnia al servizio dì Giovanni d'Austria, e, 
richiesta di ufficio la necessaria licenza, e ottenutala, pregò 
anche il Residente « di rilasciare un certificato, nel quale si 



228 PASQUATI 



dichiarasse la ragione del viaggio, temendo che nel passare 
per Mantova, quel Duca Guglielmo Gonzaga, o, forse meglio, 
il Principe Vincenzo, non li trattenesse, conoscendo assai bene 
qual fosse la passione di quei principi per il teatro, con inten- 
zione fors' anco di giovarsene per stabilir patti migliori a una 
prossima occasione. > (Solerti e De Nolhac, // viaggio in Italia 
di Enrico III. Roux, '90). Una parentesi: Che i Gonzaga fossero 
appassionatissimi pel teatro è fuor di dubbio; ma è anche certo 
che la loro grande passione non andava discompagnata dal- 
l'ambizione di avere in tal materia la supremazia; né da questa 
lettera, giacente nell'Archivio di Modena, della quale non è 
riuscito ad alcuno finora trovar conferma nelle carte dell'Ar- 
chivio Mantovano, né dalle prigionie patite dal Parrino e da 
tanti, alla liberazion de' quali s'occuparon patrizj e potentati 
in vano, né dalla cacciata da Mantova degli stessi Gelosi il '79, 
ci sarebbe certo da dirli stinchi di santo. Pubblico la lettera 
intera, perché mi pare uno de' più strani e interessanti docu- 
menti del nostro teatro. 

A 28. 

Anchora che da Mantoua non habbìa hannto tal auiso nondimeno qua si dice 
ch'essendo nennto caprìccio al Daca di nedere una Comedia dai Gelosi che fosse tutta 
redìcolosa et faceta, i recitanti lo semimo con fame una ingieniosissima et rìdicolosissima 
solo che tutti i recitanti erano gobbi della qual cosa Sua Altezza rise tanto, et tanto piacere 
se ne prese che niente più, finito il spasso, chiamo quei Principali comedianti et disse 
qual di loro era stato l' innentore. Il Zani, diceua mi mi. Il Magnifico diceua esser stato 
lui, et Gratiano uoleua la palma, pensando ogn' uno d' hauerne un grasso premio. Il Duca 
li fece pigliar tutti 3 et fumo condannati alla forca, le gentildonne radunate insiemme tutte 
di Mantoua suplicaro per la gratia, et non iii possibile mai d' hauerli, solo che ottenero di 
farli i lacci, a lor modo i quali fumo di fune cosi fragida che tutti 3 cadero in terra, et 
la città gridò gracia gracia, et benché i meschini fossero condotti alle prigioni semiuiui et 
che fossero tosati et salassati nondimeno il Duca stana anchor risoluto di uolere che fossero 
impiccati di nono, et cosi, ni e, stata detta da bon autore, ma non già scritta da quelle bande. 

Di fuori: Auìsì di Roma di 28 di luglio 1582. 

E scusate se é poco. I tre eran dunque il Panzanini, il 
De Bianchi e il nostro Pasquati: e la favola in discorso era 
forse l'antichissima delH tre gobbi, ridotta da' Gelosi a scenario, 
e passata poi tra le opere del Tabarrino. Tornando al Pasquati, 



egli recitò di nuovo a Venezia con la compagnia alla presenza 
di Re Enrico il 21 al Palazzo Ducale una tragedia di Cornelio 
Frangipani, musicata dal Merulo, e il 24 al Palazzo Giustinian 




una pastorale. Della tragedia del Frangipani è detto nell'av- 
vertimento premesso alla seconda edizione (Ven., Farsi, 1 574). 
che tulli li recUanH hanno cantalo in suavissimt concenti, quando 
soli, quando accompagnali.,.. Non potè, il '76, recarsi in Francia, 
poiché, secondo la risposta del Du Ferrier al Re (2 2 giugno) 
egli trovavasi- momentaneamente alla Corte dell'Imperatore 
(Rodolfo II). Vi si recò però il '77, recitando prima a Blois, poi 
a Parigi con immenso diletto di Enrico. 



330 PASQUATI 



Ora vediam di tracciar qui cronologicamente V itinerario 
dei Gelosi (coi quali però non si può affermare se fosse sempre 
il Pasquati, mutando egli, come tutte le celebrità, di compa- 
gnia anche per una sola stagione), riassunto sui varj studj ap- 
parsi in giornali e riviste e volumi dal D'Ancona, e arricchito 
poi di aggiunte dal Solerti nel suo studio in collaborazione col 
Lanza sul Teatro ferrarese nella seconda metà del secolo xvu Si 
trovavan nel 1569 a Milano; e nel '71,0 forse prima, pare an- 
dassero a Parigi. Del '72 passaron la primavera a Milano e 
l'autunno a Genova. Del '73 l'estate a Ferrara e l'inverno a 
Venezia. Del '74 furon, come s'è visto, a Milano e a Venezia, 
e del '75 a Milano e a Firenze; e forse a Vienna, riferendo il 
Trautmann, che in quell'anno fu largita la somma di cento 
fiorini a Franceschina Commediante, che era la serva de' Gelosi 
(V. Roncagli), e a' suoi compagni per aver recitato una com- 
media davanti a S. M. Imperiale. Son di nuovo a Ferrara nel 
carnovale del '76, e passan di nuovo in Francia nel '77. Sono 
nel '78 a Firenze e al principio del '79 a Venezia. Parte dello 
stesso anno pare fossero a Ferrara; certo il maggio erano a 
Mantova, dove alloggiavan precisamente al Biscione, e d'onde 
furono scacciati il 5 di maggio con ordine reciso e immediato 
del Duca. Forse il brutto fatto si collega a quello bruttissimo 
dell' '82, in cui, graziati, voller per rappresaglia far colla com- 
media à,%\ gobbi allusioni men che rispettose? Dal maggio in 
poi si recarono a Venezia, Genova e Milano. Furon 1' '80 a Ber- 
gamo, ove si vuole, desumendolo dal madrigale di Cristoforo 
Corbelli (V. Alberghini) che i Gelosi si con giungessero mo- 
mentaneamente alla Compagnia de' Comici Uniti; poi a Milano, 
d'onde ancora ebberminaccie di sfratto; poi a Pisa e a Venezia. 
L' '82, come abbiam visto dal riferito documento romano, eran 
di nuovo a Mantova; r'83 a Milano, r'85 a Firenze e 1"86 a 
Bologna, d'onde chiedevan licenza al Duca di Mantova di re- 
carsi colà a recitare. Vi si recavan certo 1' '88, passando poi con 
raccomandazioni del Duca, per essersi dif>ortati bene, a Milano. 
Furono il maggio deir'89 a Firenze, e il settembre a Milano, 



ove tornaron poi il novembre del 'go. Li vediamo il '91 e il '94 
a Firenze, il '96 a Genova e a Bologna, e dal '99 al 1604 in 
Francia, quando nel ritorno, morta in Lione la prima attrice 
Isabella Andreini, la Compagnia si sciolse. 

S' è detto che non si potrebbe affermare se il Pasquati 
fosse rimasto sempre coi Gelosi. Io credo, per esempio, si 



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debba senz'altro riconoscere il Pasquati nel Pantalone del 
documento Romano riferito dall'AdemoUo ne* suoi Teatri di 
Roma, che è un Processo dell'archivio del Governatore pel 1 565, 
nel quale, accanto a cotesto Pantalone, figura Soldino : quel 
Soldino che noi vediamo del 1570 a Vienna congiunto a un 
JuBo. a cui furon pagati 1' 8 aprile dodici talleri, e che molto 
probabilmente è Ìl nostro Pasquati. Del 1585 poi abbiamo un 
invito del Duca Vincenzo di Mantova a Ludovico da Bologna, 
fatto col mezzo del Pomponazzi a Milano, perchè si rechi a 
recitarvi nella Compagnia della Diana ; al quale invito si ri- 
sponde non potere il Gratiano accettare, ove non abbia insieme 
il Pasquati. E nello stesso anno a Vienna sì accordaron per 
grazia speciale cinquantotto fiorini al Magnifico che recitò a 



232 PASQUATI 



un pranzo di Corte ; nel quale il Trautmann non è alieno dal 
riconoscere il Pasquali. 

Oltre alle testimonianze del Porcacchi su V arte del Pa- 
squali, ne abbiam del Garzoni nella Piazza Universale, e del- 
TAndreini (V.) nelle Bravure. Pantalone (l'etimologia non sap- 
piam dire con sicurezza se si trovi nella frenesia dei mercanti 
veneziani di acquistar terre nel nome della Repubblica, pian- 
tando il lion di S. Marco su l'Isole mediterranee, ciò che li 
faceva derisi dal popolo, che li chiamava //a/^/tì:/^^;^^.,.., o pure 
neir antico patrono di Venezia, San Pantaleone), riproduce il 
vecchio borghese veneziano. Fu ne' primi tempi semplice, di 
buona fede, talora amante, talora marito, poi, un secolo più 
tardi, padre di famiglia, economo più che avaro, moralista, 
predicatore, nojoso. Dalle speciali attitudini de'varj artisti si 
diedero al Pantalone altri caratteri, che altri poi ne generarono 
di ogni specie. 

Nelle commedie a soggetto egli appare in tutte le salse.... 
E in uno degli Scenarj corsiniani, Terza del Tempo, lo vediam 
tenuto sulle spalle a braghe calate dallo Zanni, e frustato a 
nudo.... da Lidia sua moglie. 

Il Bruni (V.), fra i suoi prologhi ne ha uno anche pel Pan- 
talone, che metto qui a dare una chiara idea di quel che fosse 
la maschera a' primi del '600. 

PROLOGO DA PANTALONE 

Se l' homo animai da do man (Magnìfici, e Zenerosi Signori) è solo in questo mondo 
che vuol tegnir el mondo sotto de lù, e tutti i altri viuenti pi che sotto i pie, non desse 
alle volte in tei bestiai noo ghe xe dubbio nigun chi el pareraue el padron de sta casa, el 
Principe de sta Republica, el Peota da sta Nane, el Monarca de sto Impero e l' anema 
de sto corpo: daspnò che el mondo xe vna Nane che altre volte se affondete in t'vn 
deluvio salvandose solo nn battello. Una casa dove la natura vivi fa che habitemo in 
sofifìta, e morti la ne manda in magazen sotto terra. Vna republica che el primo fondador 
ordenò che fina le bestie vivesse in libertà. Un imperio dove 1' huomo per la rason vien 
cognosuo della razza real ; e un corpo che per le sue alterazion o vidsitudini ne (a vegnir 
in cognizion delle sue infirmitae. Ma per che co diseva l' huomo non cognosendo el so 
ben, contrastando alla so felidtae da si medemo se fabrica mille desgusti per viver in con- 
tinue borasche. Considerè no ghe manca chi crede eh' el non haver robba sia una gran 
felicità, vordè quel balordo de Crate che buttò via i so bezi, e Antippo che venduo tutta 
la so facultae la butete in mar per che sti balordi diseva che i ghe impediva i studij e 



FASQUAXr 



'ìi 



nu altri per haaer ocotion de stodiaT con tanta industria cerchemo de cavar soldi da vn 
altri; e molti d« vu cognosando che i soldi lon de comodo e non desconiodo, cosi mat 
Tolontiera i ne i da e cosi (acilnienle i ne atronza la paga. Altri dise che l'esser orbo i 
un gran contento; opeaion de quel filosofastro di Asclepiade. che vegnno orbo rìngiaiiette 
el cielo che per l'anegnir el faraue andì accompagnao dove prima l'andava solo, e non 
havevane abno tanti impedimenti a ì so studij. E vu, signori, chi non vorave haver cent 
occhi per veder in questa cittae doane coil belle, £abriche cosi pellegrine, t 
celienti, gentili' nuomeai cosi illastri. Pol- 
troni recever pugni cosi eccelli, e bravi 
correr cosi forte? Altri se daol perchè so 
mojer se troga spasso con un so vesin 
manlegnando una opinion cosi diabolica 
che le come nassano all' homo quando se 
seroena in te le vaneze della donna ; senti 
cari Signori a consolazion de sti poveri 
homini. Se l' honor è nn premio della 
virtiì, perchè un homo che viva vìrluo- 
«omente benché so mojer sia poco manco 
che puttana non baio da esser premii de 
honoi? E se t' honor xe nn abito del- 
l' anima di chi opera ben : com nodo le 
•£gion d'on altro el pon far vituperoso? 
E se tutte le virtuose azzion d'una donna 
non puoi far honorao nn huomo infame 
per che la iniamia d' una donna può de- 
lonorar nn hnomo da ben } Altri han 
opinion eh' et non pagar i coroedisDEi sia 
opera de cariti, e nù havemo o^nnion che 
chi no paga.... l'opinion xe brutta, non 

lo vogio dir ; però paghi che lari l>en. Ma se anderave troppo in longo se de tutte le opinion 
eronee de l' huomo volesse trattar. Vegnemo solo alla considerazion che costu animai 
rasonevole se serva cosi mal della rason. L' hnomo t nn animai prodizioso composto de 
peizi cootrarij, t' anema xe come un principe, el corpo come una bestia, con tutto zò queste 
do parte se abbrazza cosi ben tra loro, che i non puoi vivere ìnseme senza verrà, ne 
lepararae senta dolor; podendosi con raaon buttar in occhio l'un all'altra de non poder 
con ella ne seiu'ella vivere. L' huomo se può dìitìnguer in tre parti: anima e spirito e 
carne: el spirilo e la carne han tiolto in mezzo I' anema; el spirito per farme intendere 
xe come el Principe nella republica : non spira e non respira che beni del ciel al qual 
sempre Tarda, la carne per contrario le come la lega d' un popolo tumultuario e fnrfitnte, 
la scovazera e sentina dell' huomo, parte che cala sempre al mal. E l' anima nel mezzo xe 
come 1 principali del popular: i diferente tra '1 ben el mal, trai merito e demerito; vien 
solecità dal spirito e dalla carne, e secondo da qnal parte se butta la si fa spirituale e 
bnona, o carnale e cattiva, come sarave a dir el nostro Portonier xe l'anemo, la cassetta 
el spirito, e le so scarsele la carne. Questa anima ha quei bezi in man, la cassetta el tolicila 
a melerghei drento, le scarsele mostrandogbe l'ntit proprio prega per elle: segondo a quel 
che el te reiolve el doventa, huomo da ben o laro. Da queste resolnzion dell' anema ne 
sncciede i varij pensieri e stravagante opinion dell' hnomo parte delle quali ne ho IratU 
cosi in compendio. Concludo dunque che l' huomo xe felice o misero, bon o cattivo segoudo 
cbe la medesmo vuol. Però se in potesti dell' homo xe d'operar ben e mal, che pori sforzar 




234 PASQUATI 



Tn, signori, a criar adesso che xe tempo de star zitti ? chi porà sforzar la vostra modestia 
a non sopportar i nostri mancamenti? Nignn; ste dunque ziti, che nn parleremo cercando 
con una bella comedia reoompensar el premio abao da vn Signori alla porta, e la grazia 
che receveremo del vostro silenzio. 

A ben sostenere la parte dì Pantalone nella commedia a 
soggetto, il Perucci dà questo insegnamento : 

Chi rappresenta questa parte ha da avere perfetta la lingua veneziana, con i suoi 
dialetti, proverbi e vocaboli, facendo la parte d' un vecchio cadente, ma che voglia affettare 
la gioventù; può premeditarsi qualche cosa per dirla nell'occasioni; cioè, persuasioni al 
figlio, consigli a' Regnanti o Principi, maledizioni, saluti alla donna che ama, ed altre 
cosucde a suo arbitrio, avvertendo che cavi la risata a suo tempo con la sodezza e graviti, 
rappresentando una persona matura, che tanto si fa ridicola, in quanto dovendo esser 
persona d'autorità e d'esempio e di avvertimento agli altri, colto dall'amore, fa cose da 
fanciullo, potendo dirsi : ptier centum annorum, e la sua avarizia propria de' vecchi, viene 
superata da un vizio maggiore, eh* è l'Amore, a persona attempata tanto sccmvenevole ; 
onde ben disse colui : 

A chi in Amor s' invecchia, olire ogni pena 
si convengono i Ceppi e la catena. 

Dopo di che l'autore deìVAr/e rappresentativa dà alcuni 
esempi di Consiglio, di Persuasiva al figlio, di Maledizione ed 
figlio.... 

Quanto al costume, si posson col soccorso dell' icono- 
grafia notare alcune contraddizioni in cui sarebber caduti gli 
istoriografi del nostro teatro. Tutti son d'accordo nel dare in 
sul principio alla maschera di Pantalone il calzone intero a 
coscia, o maglione, mutatosi poi in calzone alla spagnuola a 
mezza gamba con le calze.... Ma il Pantalone di Martinelli 
(pag. 229) antecedente al callottiano (pag. 227) ha senza dub- 
bio il calzone corto. 

Il colore restò invariato: giustacuore, calzoni e calze rossi, 
e zimarra nera. Il Sand, riferendosi forse al costume degli an- 
tichi veneziani del Gran Consiglio, dice che il Pantalone da 
principio aveva la zimarra rossa, ma a me non fu dato rintrac- 
ciarne esempio. Una nuova specie di maschera di Pantalone 
o Magnifico ci ha dato il Bertelli (V. voi. I, pag. 180) con la 
coccia intera di cuojo raffigurante un cranio spelacchiato, e 
lasciante gli occhi scoperti, come quella del Dottore, e una più 
nuova ancora un anonimo miniaturista in un piccolo interes- 



PASQUATI - PASTA 



santissimo album fiorentino di ricordi, del secolo xvi, rappre- 
sentante, a quanto pare, una serenata di maschere, e che traggo 
dal Museo civico di Basilea (V. pag. 233); ma qui trattasi forse 
di una semplice chiassata carnevalesca, come nel frontespizio 
al Triompho e Comedia fatta velie nozze di Lipotoppo, con Madonna 
Lasagna, che trovo nell'Università di Bologna (V. pag. 231), 
nella quale il costume non è osservato a tutto rigore. 

Anticamente il Pantalone o Magnifico ebbe anche tal volta 
barba intera e lunghi capelli bianchì, come si vede nello stesso 
Pantalone di Martinelli, e in quelli di Trausnitz (V. Gio. Maria) ; 
e oggi, in Francia, esso appare coi capelli e la barba incipriati 
e in costume alla Luigi XV. 

Talora fu veduto a viso scoperto, ma generalmente con 
una mezza mascheretta 
scura dal lungo naso 
aquilino, a cui fa contra- 
sto una barbetta a punta 
arricciata all'insii. 

Pasta Francesco. 

Nato il 4 ottobre 1839 
a Roma, da parenti non 
comici, si diede al teatro 
giovanissimo, ove non 
fece i soliti progressi con 
la solita rapidità, forse 
per la tempra sua di uo- 
mo freddo, calmo, che si 
rispecchiava su la scena. 
A lui mancavano, se ben 
ricordi, gli scatti della 
grande passione, e so- 
prattutto le sdolcinature 
dell'innamorato roman- 
tico. Per questo forse la sua carriera, che fu lenta fino all'entrata 




236 PASTA - PATELLA 

in Compagnia di Calloud e Diligenti nel 1872 come primo at- 
tore a vicenda col Diligenti (era stato quattr'anni primo attor 
giovine in quella di Peracchi), diventò poi rapidissima, afferman- 
dosi egli, un anno dopo, primo cUtore assoluto nella Compagnia 
N. I di Bellotti-Bon, l'aspirazione suprema dei giovani artisti, 
al fianco di Adelaide Tessero. Francesco Pasta era nato, si può 
dire, primo attore, sì pel fisico, era di figura più tosto forte e 
di fisionomia marcatissima, sì pe '1 carattere, come s'è detto, 
freddo, talvolta serio, talvolta anche accigliato. Aggiungerei an- 
che che il Pasta fosse l'ultimo tipo di primo attore, come s'inten- 
devan una volta, e come dovevan essere : che cominciavan per 
noi giovani da Alamanno Morelli, e finivan con Giovanni Ceresa. 
Resta un triennio nella Compagnia N . i , poi passa il ' 76 fino al' 7 8 
in quella N. 2, al fianco di Pia Marchi-Maggi, da cui si allontana 
per entrar nella Compagnia di Alaméuino Morelli, con Adelaide 
Tessero prima donna. NeU"8i eccolo primo attore e direttore 
della Compagnia Casilini e Meschini. Un anno di tréuisizione. Pa- 
sta, nella sua austerità, nella sua perspicacia, nella sua freddezza, 
presentiva tutti i requisiti del capocomico.... E non ebbe da 
aspettar troppo.... E formò l'anno dopo società con Annetta 
Campi, e mostrò subito le più chiare attitudini agli affari. La so- 
cietà fu delle più fortunate per cinque anni, dopo i quali suben- 
trò alla Campi la Boetti-Valvassura, ma per brevissimo tempo; 
che il Pasta formò da solo una Compagnia di cui eran parti prin- 
cipali Adelaide Tessero e Pierina Giagnoni, e con cui si recò per 
la prima volta in America, raccogliendovi onori e danaro. Tor- 
nato in Italia, riposò un anno per crear poi la società Pasta- 
Garzes-Reinach, nella quale fu assunta al grado di prima attrice 
assoluta, e con fortuna inattesa, Tina Di Lorenzo. Terminato il 
triennio, ne seguì un altro < Pasta-Di Lorenzo, > fortunatissimo^ 
dopo il quale il Pasta (quaresima 'goo-'goi) si unì con Virginia 
Reiter, con cui si trova tuttavia in qualità di socio e di direttore. 

Patella Ettore. Nato a Padova il 1750 da civile famiglia, 
avea compiuti gli studj per darsi alla chirurgia, secondo il vo- 



PATELLA - PATTI 237 

lere de' suoi. Ma in lui crebbe a segno la passione del teatro, 
che, un giorno, fuggito dalla casa paterna, si unì a una com- 
pagnia delle più mediocri, di cui divenne ben presto il sostegno, 
recitando con singolare perizia, e con meraviglia dei suoi 
compagni, i disparati caratteri di amoroso^ primo attore, padre e 
tiranno. Morto improvvisamente il primo attore della Compa- 
gnia Battaglia (annegò nel Po con altri comici, mentre si recava 
da Pavia a Piacenza), il Patella andò a sostituirlo; e, trovatosi 
in un campo adatto alle sue eccellenti qualità artistiche, potè 
ne' primi teatri d'Italia ottener successi clamorosi, confermati 
poi nel San Giovan Grisostomo di Venezia, dove, esordito col 
dramma di Monvel Clementina e Dorigfiy, tanto vi piacque, che 
la veneta aristocrazia disertò gli altri teatri per recarsi ogni 
sera a sentir lui, il quale, dopo alcune sere, nella creazione 
deW Aristodemo di Monti e di Nerone néiV Agrippina di Pinde- 
monte raggiunse il sommo del trionfo. Passò, acclamatissimo 
sempre, a Roma e a Napoli : ma quivi infermato, morì da tutti 
rimpianto il 1786, nell' ancor fresca età di trentasei anni. 

Patriarchi Andrea, fiorentino. Buon legale, e accanito di- 
lettante di cose drammatiche, formò una compagnia di acca- 
demici, che recitava al teatro della Piazza Vecchia, e che in breve 
gli fé' dar fondo al modesto patrimonio. Non dandogli l'animo 
che l'arte comica cedesse il campo alla forense, pien di corag- 
gio condusse i suoi comici fuor di Firenze, per tutta la To- 
scana, in Lombardia e a Malta. Ebbe momenti di buona for- 
tuna, ma assai fuggevole. Viveva ancora il 1781 perseguitato 
dalla sorte. Pubblicò a Bologna il 1764 pei tipi 2}^! insegna di 
S. Tommaso d' Aquino una commedia in versi martelliani, inti- 
tolata: La Dama di spirito: e altra in prosa e manoscritta, in- 
titolata : I gelosi, viveva nel repertorio delle varie Compagnie, 



;i Elettra. Nata in Roma il 1839 da onesti negozianti, 
fu ammessa nell'agosto del '53 nella Filodrammatica Romana 
qual socia esercente, ed il 4 marzo del '59 vi dava la serata 



23« PATTI - PAVONI 

d'addio, scritturata prima attrice giovine in Compagnia Do- 
meniconi, ove stette un anno con Virginia Marini servetta e 
Silvia Fantechi generica giovane. Passò poi in quella di Ales- 
sandro Monti, ove stette l'intero triennio '60, '61, 62, poi in 
quella de' Fiorentini di Napoli a sostituirvi la Virginia Marini, 
con Tommaso Salvini primo attore, e Qementina Cazzola prima 
attrice. Il '66 si ritirò dalle scene per unirsi in matrimonio con 
certo Enrico Finizio, negoziante in seta, il quale, dopo pochi 
anni, dovè per infortunj commerciali abbandonar Napoli, e re- 
carsi con la moglie a Roma, ove vivon tuttora agiatamente, 
lontano dal teatro. La Patti ebbe momenti di buon successo, 
ma più, dicon taluni che la conobber da vicino, al cospetto dei 
pubblici dozzinali che degl' intelligenti, abbandonandosi essa 
a ogni sorta di artifizio pur di aver quegli applausi, che, per 
vero dire, non le mancarono mai. 



Pavoni Ginevra, romana, figlia di un medico, nata, si può 
dire, con la passione per la scena, che fu divisa dalle sue sorelle, 
esordì a quattordici anni nella Com- 
pagnia di Bellotti-Bon, rivelandosi 
attrice di assai liete promesse con la 
parte di Margherita nelle DueDame 
di Ferrari, di cui era protagonista 
Virginia .Marini. L"8i a.r\àb prima 
attrice giovine con Pasta-Casilini-Me- 
schini, poi di nuovo con la Marini, 
allora capocomica. Fu col Monti, col 
Maggi, col Pietriboni; e finalmente, 
nel '92, volle essere prima attrice as- 
soiula, e conduttrice di una compa- 
gnia, alla cui direzione fu preposto 
il Belli-Blanes. Ai successi di Mar- 
gherita nelle Due Dame, di Susanna nel Mondo della Noja, di 
Pia nel Cantico de' Cantici, successer quelli di Dora nella com- 
media omonima di Sardou, di Cipriana nel Divorziamo, di Fé- 




PAVONI - PEDRETTI 239 



dora^ ecc. Poi, più nulla. La morte della madre che T aveva ac- 
compagnata sempre nelle sue peregrinazioni artistiche, le die 
tale intensità di dolore, che la poveretta fu per morirne. Si al- 
lontanò dalle scene, col proposito di ritornarvi, ma, pur troppo, 
non vi fece che fuggevoli apparizioni or con Salvini, or con la 
Compagnia Squillace. Ginevra Pavoni fu wn^ prima attrice giovine 
nata.... La voce tremola, direi quasi, timida, la figura svelta ed 
elegante, e la fisionomia infantile, non eran facilmente alterabili 
dair incalzar dell* età: ella avrebbe potuto restar prima attrice 
giovine fino ad oggi, desiderata e amata da'primarj capocomici. 

Pedretti Carlo^ veneziano, e perlaro, si sentì attratto alla 
scena per modo, che, abbandonata un bel giorno Tarte sua 
per quella drammatica, si scritturò in una modesta compagnia, 
in cui riuscì egregio Tartaglia, maschera ormai abbandonata 
dopo la morte di Agostino Fiorilli. Avea sposata Marianna 
Leonardi, giovine veronese, che seguì V arte del marito, otte- 
nendovi buon successo nel ruolo di madre nobile e seconda 
donna; ed entrambi fecer parte sempre di compagnie prima- 
rie, tra cui quelle di Dorati e di Raftopulo. Morì egli in Cre- 
mona il 1833, precedendo di poco la moglie, che morì a cin- 
quantotto anni in Milano. 

Pedretti Valerìano. Figliuolo del precedente, fu un artista 
egregio per le parti di Amoroso e di Brillante. Sposò, ancor 
giovane, Carlotta Castelli, dilettante milanese, che sostenne 
alcun tempo e meritamente il ruolo 6\ prima donna giovine, poi 
di madre nobile. Fu con essa più anni nella Compagnia di Cor- 
rado Verniano, passando il 1853-54 in quella di Luigi Dome- 
niconi, condotta da Gaetano Coltellini, e diretta da Antonio 
Colomberti. Fu in Egitto, ad Alessandria e al Cairo, con una 
compagnia sociale, e, tornato in Italia, si scritturò con la mo- 
glie e una figliuola, l'Annetta, in Compagnia di Cesare Don- 
dini. Valeriano Pedretti morì a Torino del 1 866, già lontano 
dall'arte; e la moglie Carlotta, a Genova. 



PEDRETTI 



Pedrettì'Dìligenti Anna. Figlia del precedente, attrice 
rinomatissima per le partì tragiche, nata a Genova del 1837, 
esordì prima donna all'età di sedici anni, 
come una delle più liete promesse del- 
l'arte. Divenuta in poco tempo artista 
delle migliori, nonostante il metodo ma- 
nierato, fu scritturata il '6 r in Compagnia 
di Cesare Dondini, in cui sposò il pri- 
mo amoroso Angiolo Diligenti, col quale 
formò subito una buona compagnia, che 
durò parecchi anni con buona fortuna. 
Ma sì per voluto sbilancio nelle finanze, 
sì per la niuna compatibilità dei carat- 
teri, ella domandò e ottenne giuridica- 
mente una separazione di corpo e di beni. Si unì poi all'attore 
Artale, mantenendo alto lungo tempo ancora, colla prestanza 
della persona, coli' intelligenza non comune e la voce armo- 
niosa il prestigio della tragedia. Recitò più tardi in compa- 
gnie veneziane, e oggi si trova a Napoli, attrice tuttavia en- 
comiata. 




Pelandì Giuseppe. Cominciò ad acquistar fama dì buon 
Arlecchmo in Compagnia Bazzigotti, e passò col Medebach al 
S. Cassiano di Venezia, ove con commedie di particolar fatica 
si fece buon nome, diventando poi socio dello stesso Mede- 
bach, col quale stette lungo tempo. Il lygs-'gó fu capocomico 
e impresario del S. Angelo a Venezia, continuando a recitar gli 
ArUechini o Truffaldini. Era parte principale della Compagnia, 
a vicenda con un Domenico Camagna, suo tiglio Antonio, che 
sposò poi al terminar di quell'anno la celebre Anna Fiorillì (V.). 



Pelizza Ettore-Ferdinando. Egregio caratterista ai primi 
di questo secolo, era nel triennio 1810-11-12 in società con 
Bartolommeo Zuccato e Teresa Consoli. Fu sempre in com- 
pagnie di prim' ordine, e ÌI '36 faceva parte di quella del Nar- 



PELIZZA - PELLESINI 341 

delH, di cui è riprodotta una poesia a pag. 390, che ha questa 
orribile quartina : 

Se poi a caso ci preme la stizza, 
e svogliata noi abbiamo la mente, 
il veder sulla scena Pelizza, 
tutto quanto obliare ci fa. 



Pellesìni Giovanni. Fiorito dalla seconda metà del se- 
colo XVI a oltre il primo decennio del secolo xvii (il Malherbe 
— cf. Baschet 244 - a proposito dei Due 
Simili recitati al Louvre dai Fedeli la 
sera del 14 settembre 1613, dice che il 
Pellesini aveva allora ottantasette anni: 
sarebbe nato dunque il 1526), fu uno dei 
piò grandi Zanni del suo tempo, più noto 
col nome di PedroUno. Antonio Valeri 
nella Rassegna bibliografica del D'Ancona 
(Anno IV, 1 896, fascic. 1 1 ) pubblicò un 
articolo Chi era Pedrolino? in cui con 
uno studio ingegnoso di eliminazione , 
venne a riconoscere nel Pedrolino Gio- 
vanni Pellesini : studio che servì a porre 
in evidenza l'acume di argomentazione 
del signor Valeri, avendo io rinvenuta 
nell'Archivio di Stato di Modena, la se- 
guente lettera di Don Giovanni Me- 
dici, che toglie ogni dubbio sul pro- 
posito ; 



Ser.'i 



Sig.' 



3 et Pron. Osj.n'o 



Gioauni FelIeiÌDÌ detto Petrolino Comico ba nel 
dominio di V. A. S. certo campo et pezzo di (erra qaale 
certo ano confJDiDte lòndato sopra cotesto statuto, ialende 
di potere et uolere comperare, il che toroando in molto 
disconcio di detto FetrolÌDO mi lia pregato ch'io uoglia 
raccomandarli questa saa differenza si come To con tutto l' affetto dell' 
a compiacersi per amor mìo et per compiacerne me et oblìgame singolai 

31. — / Corniti ilBliaHL Voi. II. 




242 PELLESINI 



gare a detto statuto non comportando che contra soa nolontà nenga nendnto detto campo. 
Di che ne resterò obbligatissimo all' A. V. alla qoale bado di cuore le mani. Di fiorenza 
li 7 Nouembre 1610. 

Di V. A. S. AÉL-o Ser.»* et Zio 

Don GiouANin Medici. 



Tracciare con esattezza cronologica V itinerario artistico 
del Pellesini, e i suoi passaggi da una in altra compagnia, è 
opera assai difficile. Io son pur sempre d'avviso che come s'è 
detto pel Pasquati e per altri, le grandi personalità artistiche 
potessero essere sballottate da una compagnia all'altra, se- 
condo il volere, o, almeno, il desiderio delle Loro Altezze ca- 
pocomiche. Infatti noi vediamo il marzo 1 581 la Vittoria, prima 
donna di Pedrolino, supplicare con le più dimesse parole il 
Duca Alfonso di Ferrara, di ridonar a entrambi la sua prote- 
zione, che sembrò loro tolta, quando Pedrolino, trovandosi al 
soldo di certo Ettore Tron, non potè recarsi a Ferrara a reci- 
tarvi il carnevale secondo le richieste del Duca. Di alcimi anni 
e alcune stagioni possiamo aver date precise ; per altri le nuove 
costituzioni e frequenti sostituzioni generan tal confusione da 
non permetterci di d^re affermazioni recise. 

Gran parte dell'invernata del 1576 il Pellesini passò a Fi- 
renze, e questo sappiamo da una lettera del Commissario Cap- 
poni al Granduca, riferita dal D'Ancona : poi fu a Pisa, poi a 
Lucca, poi di nuovo a Pisa, dove però non gli fu concesso di 
recitare per certi scandali amorosi eh' eran tra le donne della 
Compagnia. 

L' aprile del 1 5 80 come da Relazione di Leonardo Cono- 
sciuti al Card. Luigi D'Este (Solerti T. F.) egli era a Ferrara; 
e nel medesimo anno la sua Compagnia si fuse con quella dei 
Confidenti che aveva a capo la Vittoria (Piissimi). Forse fu in 
quell'anno 1580, al momento della riforma della Compagnia, 
che il Pellesini prese parte al banchetto descritto dal Rossetti 
nel suo Scalco (Venetia, MDLXXXII), e già riferito in parte 
dal D'Ancona e dal Solerti, nel quale egli appariva colla sola 
testa fuor della tavola, accomodata al bisogno, coperta da un 



PELLESINI 243 



pasticcio, d'entro il quale poi cercato invano da Pantalone, fa- 
ceva scena con lui, destando le più matte risate. 

Il Solerti ritiene che tal compagnia restasse così co- 
stituita fino al 1584.... Ma 1*83, Pellesini era a Milano col 
Pantalone Braga, capocomico il Valerini (V.); con la stessa 
compagnia? Il D'Ancona la dice dei Gelosi: ma non eran gli 
U71UÌ ? 

A codesta epoca a un dipresso io credo si riferiscano le 
altre due lettere senza data, che qui riferisco dall'Archivio di 
Modena : 

Ser.n^o Signore, 

Pedrolino, lacomo Braga, e Compagni Comici Vniti hnmilissimi senii di Vostra 
Altezza Ser.<n& con ogni debito di riaerenza la sapplicano à far loro grazia di una lettera 
di fanore al S.i" Conte de Fnentes, che nogUa dar loro licenza di poter recitar Comedie 
in Milano, finito e' haueran di serair qui à Modona, e pregandole da Nostro Signore felice 
fine d* ogni suo desiderio aspettano quanto prima la grazia, acciocché altra Compagnia non 
gli preaenga. 



Di fuori : ai Ser.^o Signor Duca di Modona etc. 

Per Pedrolino e Compagni. 



PedroUno, et Compagni comici vniti, li quali con mia grandissima sodisfattione, e 
gusto m' hanno seruito doi mesi continoui con le comedie, e forse con speranza di tornare 
questo Carnovale al mio seruitio desiderano per esser più vicini, et commodi al viaggio 
di venir per l'Autunno à recitar in Bologna nella stanza solita; pero prego V. S. Ill.ma 
di conceder la licenza a detta Compagnia che possa in quel tempo recitar sola che l' a scri- 
nerò à mio singolariss.">o fauore. 



L'89 sappiamo ch'era a Firenze coi Gelosi ^^x le nozze 
di Ferdinando Medici con Cristina di Lorena. Nella Pazzia 

d'Isabella, recitatasi il 13 di maggio, TAndreini si mise 

poi ad imitare li linguaggi di tutti li suoi comici, come del Pan- 
talone, del Gratiano, del Zanni, del Pedrolino, del Franca- 
trippe, del Bur aitino, del Capitan Cardone, e della Franceschina. 
Proprio tutta la Compagnia, composta, coir Isabella e con la 
Piissimi, l'altra prima donna che aveva recitato il 6 La Cin- 
gana, delle solite dieci persone, {Diario del Pavoni, Bologna, 
Rossi, 1589). 



244 PELLESINI - PELZET 

Del 1601 abbiamo la seguente lettera dei Comici Uniti, 
che ritengo inedita e che traggo dall'Archivio di Stato di Mi- 
lano: 

Archtrio <fi Stato in MOano. Foglio H. 

Comia Uniti 

MfHiolani 20 lami 1601. 



et Eoe. Signore, 

Ttabdla Pedrotini, e gjd stessi Compagni, che fiiroBo £&Yorìti da V. E. ilL scado 
rhiamati da Mantova a Idano, e da Milano a Pavia per l'occasione dell'abboccamento 
di Mons. m. Aldobrandino ed S. Altezxa di Savoia con ogni debito di riverenza la sap- 
plicano a (ar loro gratia, che possano in Milano nella stanza solita del soo Palazzo recitar 
le loro honeste Comedie; hanno già sapplicato, et bora di nuovo sapplicano mandando 
messo à posta ; confidano nella sua benigniti ed olendosi prontissimi ad ogni soo cenno 
le pregano da N. S. felice fine d'ogni sno desiderio. 

1601 a' 12 di giagno. 
Facciasi la patente nella forma solita. 

A tergo : ni. et Ecc. Sig. 

Gli Comici Uniti etc. 



Pelzet Maddalena* Nacque a Firenze da uno scorticatore 
di agnelli, Gaetano Signorini, e da Porzia Piccardi, il 2 1 feb- 
braio del 1801. A dodici anni entrò neir Accademia di Belle 
Arti, sotto gì* insegnamenti del rinomato attore Morrocchesi, e 
a quindici a pena si recò a Palermo prima attrice giovine della 
Compagnia Zannoni e Pinotti, ove sposò il suo condiscepolo e 
concittadino Ferdinando Pelzet, giovane di eletti studi e di forte 
intelligenza, salito poi a bella rinomanza più tosto come istrut- 
tore drammatico, che come attore. Franato il 1 79 1 , morì il 1 88 1 . 

Dopo essere stata alcun tempo prima attrice a Roma con 
Vestri e Belli-Blanes, tornò, iPi 8, a Firenze, ove diventò primo 
ornamento della nuova Compagnia Nazionale Toscana. La ve- 
diamo il '22-'23 con Assunta Perotti e Luigi Fini; poi, per 
un triennio, nella ducale di Parma, capocomico il Mascherpa. 
Fu con Raftopulo il '27, e con Rizzo il '28, per tornar poi col 
Mascherpa sino a tutto il *3i. 

Formò società il triennio seguente con Luigi Domeni- 
coni, poi andò a riposare un anno a Firenze, per non abbaji- 



donar lo sposo, colpito da fiera malattia. Tornò un nuovo trien- 
nio col Da Rizzo; e si scritturò il '40-'4i-'42 a' Fiorentini di 
Napoli nella Compagnia Alberti, Visetti e Prepiani ; ma non vi 
restò che il primo anno, per malaugurato e preparato insuc- 




cesso. Fu infine, per due anni, nella seconda del Domeniconi, 
condotta da Gaetano Coltellini, e diretta da Antonio Colom- 
berti, in qualità di Prima attrice tragica, e Madre nobile, dalla 
quale passò a Firenze, ove stette, fuor dell'arte, sino alla morte, 
che avvenne per idropisia l'S novembre del 1854. 

Di lei dissero Cesare Scartabelli nella Polimazia. e Fran- 
cesco Regli nel suo dizionario. Molti eletti ingegni dettarono 
poesie ed epigrafi di alta ammirazione, dì cui metto un piccol 
saggio alla fine. Ma quel che fu la Pelzet sì vede più chiara- 



240 PELZET 



mente dalle lettere sue al Niccolini e del Niccolini a lei. Queste 
pubblicate, parte da Atto Vannucci nel secondo volume dei 
Ricordi di G. B. Niccolini e parte da Giulio Piccini {farro) in 
un opuscoletto di soli quarantacinque esemplari, nell'occasione 
delle Nozze Ridolfi-Borgnini: quelle da Filippo Orlando nella 
prima serie de' Carteggi italiani inediti o rari. 

In un momento di stizza, il Niccolini (la Pelzet, di passag- 
gio a Firenze, vi s'era fermata da tutta una mattina fin verso 
le tre pomeridiane, facendogli credere invece, che avrebbe pro- 
seguito il viaggio) le scrive : 

Voi conoscete troppo la mia onestà e la mia sincera ed altissima stima pei vostri 
rari talenti nell' arte per temere che in me venga meno 1* ammirazione che rìscotete da tntta 
l'Italia. Io dirò sempre che siete una moglie virtuosa e nna grande attrice. 

E chiude così la stessa lettera : 

Non temete eh' io venga ad annoiarvi quando passerete per Firenze : ma per la rara 
abilità della signora Maddalena Pelzet attrice sarà sempre pieno di ammirazione ti sue 
d€V,mo servo G, B, Niccolini, 

E in altre ancora: 

Io godo della vostra riputazione più che della mia : avete il suffiragio del- 
l' Italia, e voi non avete bisogno di me per avere un gran nome nell'arte vostra, pure non 
ho desiderato essere un buon tragico quanto adesso che conosco andare in voi le doti del- 
l' animo del pari con quelle dell'ingegno. 

in voi è tanta l'abilità e l'eccellenza nell'arte, che non avete bisogno d'esser 

protetta : 

state dunque certa che io godo della vostra gloria come se fosse cosa mia, 

•e mi piace che abbiate nell'arte quel primo seggio che tenete nel mio core, e nei miei 
pensieri. Quanto a me che, come sapete, vi amo d'un purbsimo affetto, io sento che, per 
giungere dove io vorrei, mi mancano le forze : e sinceramente vi dico che siete più innanzi 
nella vostra arte di quello eh' io sia e possa esserlo nella mia. 

Voi avete per voi il suffragio d' Italia : io che sono l' ultimo dei suoi scrit- 
tori, riconosco intieramente da voi la fortuna delle mìe tragedie, ed è impossibile far meglio 
la parte di Teresa. 

Un po' di tara dobbiamo fare alle lodi del Niccolini, il 
quale, con la debolezza di quasi tutti gli autori di teatro, ha 
lodi per gli artisti che han fatto piacere l'opera sua. A pochi 
anni di distanza, dopo di avere scritto a essa Pelzet : < non vi 



PELZET 247 



faccia specie se (l' Internar!) avrà qui quelt applauso che giusta- 
mente le nega Bologna. Non è fiorentina e ne diranno bene per far 
male a voi.... >, scriveva all' Internar!: < siete senza contrasto la 
prima attrice tragica d' Italia ;> e per lo contrario dichiara la 
Santoni, che non ebbe un applauso nel Foscarini, incapace di 
recitar tragedie e commedie, e le scaglia contro la più vol- 
gare delle offese. Ma giudizi abbiamo di attori, i quali, nelle 
condizioni in cui furon dettati, paiono a me assai meno sospetti. 
Il Colomberti, per un esempio, suo direttore, di cui la Pelzet 
in una lettera al Niccolini del 27 luglio '43 da Bologna, dice 
ogni male possibile, perchè, essendo inabile a recitar la trage- 
dia, la vuol bandita dal repertorio, e lascia lei, scritturata prima 
attrice tragica, inoperosa, lasciò scritto ch'ella <fu una delle 
migliori attrici della sua epoca, abilissima in ogni genere di rappre- 
sentazioni tragiche, drammatiche e comiche. > 

S' è detto, più a dietro, che la Pelzet non restò a' Fioren- 
tini di Napoli che uno de' tre anni, pei quali fu scritturata. 
Adamo Alberti così ci racconta ne' suoi Quarant anni di Storia 
del Teatro de' Fiorentini di Napoli, V esordire di lei : 

L'altima a presentarsi fu la signora Pelzet. EUa esordi il giorno 14 maggio (1840) 
col dramma tradotto dal francese intitolato Sedici anni or sono. Il dramma era stato da 
poco rappresentato dalla signora Tessarì con esito felicissimo. La signora Pelzet era ve- 
nuta a Napoli con molte lettere di raccomandazione dirette a persone stimabili ed influenti. 
La sera del debutto erano tutti in teatro, per cui la produzione fu molto applaudita, ma la 
signora Pelzet non persuase la maggioranza degli appaltati. Si trovò prima di tutto che 
era vecchia (non ancor quarant' anni ?), poi che era manierata, ed in ultimo che faceva 
pompa di una pronunzia eccessivamente fiorentina, lochè diveniva stucchevole e nojoso. 
Infine non fu né un successo, né un fiasco, si sostenne ma nulla di più. 

E più innanzi: 

La Pelzet andava ogni giorno decadendo dal favore ricevuto nel suo debutto. L* Im- 
presa per sostenerla le fece rappresentare alcune tragedie da lei scelte, come la Rosmunda, 
la Medea; ma il confronto colla signora Tessari era troppo fresco e la signora Pelzet cadde 
senza potersi alzare mai più ; tanto che ella stessa domandò di esser sciolta per l'anno venturo. 
Alla quale proposta l'Impresa aderì vedendo che questa attrice non poteva più esser di 
alcun utile per il teatro de' Fiorentini. 

Ma un attore di quella Compagnia, Luigi Aliprandi, così 
annotò le parole dell'Alberti : 



248 PELZET 

In proposito della signora Maddalena Pelzet, si potrebbe aggiungere qualche rifles- 
sione. Che non valesse la Carolina Tessarì è innegabile; ma come fu trattata dall' Impresa ? - 
La si fece esordire dopo tutti gli altri artisti nuovi, come una generica, per lasciare che 
il pubblico accettasse qual vera prima attrice la Pieri- Alberti; la si tenne inoperosa per 
molte sere ; le si fecero rappresentare varie parti nuove per lei e vecchie per il pubblico, 
non la si circondava dei migliori attori; si trascuravano alcuni accessori della scena; le 
si faceva calare il sipario prima del tempo ; gli amici dell' Impresa non l' applaudivano per 
non perdere l'ingresso di favore.... Tutto ciò poteva forse contribuire a farla piacere?- 
La Pelzet comprendeva, e molto nobilmente sopportava! 

Povera donna! Nobilmente sopportava; e s'andava poi 
sfogando con gli amici, fuor della scena, scrivendo lettere di 
fuoco, dalle quali però mi pare salti sempre fuori la correttezza 
del suo costume, e la bontà della sua indole. Nella medesima 
del '43, discorrendo del capocomico Domeniconi, dice: 

n prossimo carnevale torniamo in questa città, e voi dovreste parlare a Domeni- 
coni, pregandolo, a nome mio, che faccia mettere in iscena questa tragedia {Antonio Fo- 
scarini) per la prima attrice tragica. Non entrate in altri gineprai con costui, il quale è 
troppo amico di questa genia, che egli si è affezionata a forza d' ipocrisia e da cui è con- 
tento di farsi mangiare il suo. Io ho fatto il contrario, e mio marito non ha potuto se- 
condare i vizi dei comici e le loro abitudini, ed ecco il motivo per cui non abbiamo amici 
in quest' arte. Aggiungete i miei successi e l' invìdia che hanno prodotto, e giudicate poi 
come posso vivere allegra con si cara compagnia. Non vedo l'ora di finirla, e voglio venire 
a mangiare pane e fagioli, ma lontana dalla scena e dai suoi indegni cultori. Vi giuro 
avanti a Iddio, che non ha rimproveri la mia coscienza; e se ho potuto far del bene anche 
ai miei nemici l'ho fatto. Sono stata docile e conveniente, non sono stata attaccata al con- 
tratto ed ho fatto le più gran concessioni. Non ha servito nulla, e mi sono convinta che 
l'invidia non si placa. 

E ha ragione veramente ! Ma ancora due anni di pazienza, 
e avrà lasciato per sempre la galera comica, com'ella dice in 
altra sua da Roma del 20 luglio '44 allo stesso Niccolini, al 
quale si raccomanda perchè sia dato un impiego a suo figlio, 
alla cui sussistenza non può pensare, avendo appena il pane 
per sé. E conchiude : 

Ecco i frutti di ventisette anni di fatiche, di studi, di tribolazioni ! Ecco la ricom- 
pensa che hanno le attrici italiane ! Un poco di pane ! E sono tra le fortunate, perchè, 
come l'Andolfati e la Perottì, non morrò allo spedale. 

La Rachel è andata a Marsilia per dodici rappresentazioni, ed ha avuto duemila 
franchi per sera. Farà tre cose : la Fedra ^ gli Orazj e la Stuarda che replicherà più volte ! 
Qua bisogna far di tutto, da Marta e da Maddalena, e questo nostro pubblico impastato 
di fango non è contento se non ci vede vomitare i polmoni ! 



PELZET 249 



Da un omaggio agli attori della Compagnia Pelzet e Do- 
meniconi, per le recite dell'estate 1833 a Pistoja, tolgo la se- 
guente epigrafe : 

A 
Piti SPLENDIDA ONORANZA 

DI 

MADDALENA PELZET 

TRAGICA MARAVIGLIOSA COMICA INARRIVABILE 

SINGOLARE COMMOVITRICE D'AFFETTI 

l*ER PORTAMENTO E NOBILE GESTO COMMENDEVOLE; 

IN MATILDE BENTIVOGLIO 

GELOSA AMANTE; 

NELLA GISMONDA 

DI CONTRARIE PASSIONI PITTRICE: 

NELL'ESTER D'ENGADDI 

FEDELE E MAGNANIMA 

CON BELLO ESEMPIO INSEGNÒ ALLE SPOSE 

ANTEPORRE L'ONORE ALLA VITA 

UN AMMIRATORE DI TANTO MERITO 

PUBBLICHE GRATULAZIONI 

B 

FESTIVI APPLAUSI 

AFFETTUOSISSIMO 

PORGE 



DI GIUSEPPE MATTEI 

Quand'io pendo dal luo labbro gentile, 
e il suon de' detti tuoi mi scende al core, 
sia che del vizio alla licenza vile 
ti faccian scudo la virtù, Tenore, 

sia che di fìda sposa e figlia umile, 
o di tenera madre immenso amore 
t'infiammi il petto, o che cangiando stile 
arda tu d'ira e di crudel furore; 

in estasi dolcissima rapito 

oltre l'usato il mio pensier veloce 
al Ciel s'estolle, e dopo averti udito 

muto io resto, né so dir se potria 
bearmi il cor, più della tua, la voce 
di Melpomene stessa e di Talia. 

32. — / Comici italiani. Voi. II. 



25© 



PELZET - PERACCHI 



LA ROSA DELL'AMICIZIA 

DI Antonio Guadagnou 



A lei, che Italia 
orna ed onora, 
eh' è la delizia, 
l'amor di Flora, 

Cara a Melpomene, 
cara a Talia, 
l'amistà candida 
oggi m'invia. 

La vidi nascere, 
e a la fanciulla 
d'odori eterei 
sparsi la culla; 

e da' miei petali 
volli poi tocca 
la guancia tenera, 
e quella bocca. 



che a tante grazie 
poscia s'aprìa, 
sacra a Melpomene, 
sacra a Talia. 

La vidi crescere, 
e a lei gradita 
di liete imagini 
spargo la vita; 

per lei sì veggano 
figlie d'amore 
mille risorgere 
ridenti aurore, 

ed io precedere 
possa quel di, 
nunzio di gioje 
sempre cosi. 



DI LUIGI FORTI, COMICO 

Di fresche rose e gigli 
è il tuo bel viso ornato, 
t'ha la madre d'amore 
il crine inanellato; 
son d'alabastro i denti, 
candido il sen qual neve; 
son di rubin le labbra, 
il piede in danza lieve. 
Beltà si peregrina non invidia 
le più bell'opre di Canova e Fidia. 



Peracchi Giuseppe. Nacque a Piacenza il 7 aprile del 1 8 1 8, 
e si laureò medico allo Studio di Parma il 1 84 1 . Preso d'amore 
per Antonietta Robotti, formosissima donna e valentissima at- 
trice della Compagnia Reale Sarda, si die a seguirla per quasi 



due anni, finché ammalatosi quel primo amoroso, Pietro Bocco- 
mini, egli, che s'era già acquistata fama tra' filodrammatici di 
artista promettentissimo, fu scritturato qual primo amarono a vi- 
cenda col Boccomini, pas- 
sando poi per la morte dì 
' Giovanni Battista Gottar- 
di, al posto di primo attore 
che sostenne con molto 
onore al fianco di artisti 
egregi, quali la Robotti e 
la Romagnoli, il Gattinelli, 
il Domeniconi, il Dondinì. 
Il '5i-'52 fu aggre- 
gato alla Compagnia al- 
tro primo attore — Ernesto 
Rossi - pel quale il povero 
Peracchi, dapprima legato 
a lui d'amicizia saldissima, ebbe a patire gran pena, come si 
vede in una lettera a Francesco Righetti, Capo della Compa- 
gnia Reale, in cui è il seguente brano: 




Voci di poco gslantnomiimo co' iqoi attori in Rossi, l' aver egli cessato affatto di scrì- 
vermi dopo mìe ripetate lettere, e tante e tante altre cote m'hanno Boalmente convitilo che 
tutte le me dìmostraiioni d' amicizia per me io Torino erano interessate, e dirette al solo icopo 
d'abindolarmi, e far si clie io sopportassi la sdb concorrenza in Compagnia Reale; per cui gii 
garantitco fin d'ora, che fra me e Ini non vi sari più accordo, ami urto contìnno, diiprei- 
lando io per principio, cbi sì serre dì gesuitico artilicio per sorprendere l' attrai buona fede. 



E si raccomanda a mani giunte alla carità dell'amico per- 
chè lo sciolga, sia pur con penale.... Scioglimento che, sappiamo 
poi, non gli fu accordato, che dopo un anno di prova, trascorso 
il quale, egli si scritturò con la Compagnia Astolfi e Sadowskì, 
per un anno. Passò nuovamente, e per un triennio, con Anto- 
nietta Robotti, uscita dalla Reale Sarda, poi con Giuseppe Tri- 
velli, conduttore di una Compagnia, famosa allora per ricchezza 
di arredo scenico, di cui era prima attrice Elena Pieri Tiozzo. 



252 FERACCHI 



Rappresentò al Teatro Re di Milano il marzo del 1854 la 
parte di (z(?iiafo/// nella commedia di Ferrari, coi grossi mustacchi 
incipriati, e n'ebbe dalla critica acerbo biasimo. E il Costetti 
ne' suoi Dimenticati vivi aggiunge : < O era la vanità che lo do- 
minava, o la voglia d^ imitare F artista Majeroni che non toglieva 
per niun conto f enor?fie pizzo, serbandolo fin anco nf\ Luigi XI. > 
Ma qui erra lo scrittore, poiché, proprio nel Goldoni, il Maje- 
roni sacrificò e pizzo e mustacchi. 

Al '59, noi vediamo il Peracchi capocomico, e assistiamo, 
come ci avverte esso Costetti, al cominciamento della sua pa- 
rabola discendente. 

Fu dal '60 al '65 primo attore di Bellotti-Bon (il '61 aveva 
sposato Celestina De Martini) poi di nuovo capocomico, poi diret- 
tore ('75-'76-'77)di una delle tre compagnie del Bellotti-Bon. 

Non posso ricordare il Peracchi nel primo tempo della sua 
vita artistica, il quale fu, a detta del Costetti, glorioso. Lo ricordo 
nel secondo, in cui, nonostante certi difetti di recitazione, emer- 
geva l'antico pregio dell'originalità per alcune parti special- 
mente, come Aé[V Oliviero di Jalin nel Demi monde, in cui non 
ho mai trovato chi per la eleganza e la verità, lo facesse dimen- 
ticare, o del Cavaliere tf Industria, a proposito del quale, VArte 
del 28 sfennaio '«^s» in una lettera a Fannv Sadowski, dice: 

Vi ricorcUtc dì Peracchi nel Ccn>zlzcr JTIndusiriaf E impossibile di trovare qualcosa 
di più perielio ; la p^ru era tagliata per Ixii me^Uo àt\ soo abiio nero — è tvtto dire ! e V abito 
ticeva sparire i difetti deiruonx); o meglio, i duetti dell* artista, per on epigramma del caso, 
come è stato già detto, in questa pssrU si caii:b:A>aao in belle qTudità. Io disa solamente che 
egli era stato degno della soa Csiru - se losse raiso meno, ne avrei parlato di più. 

n Peracchi fu lungo tempo maestro della moda: signoril- 
mente austero dapprima, poi i:;:rot:esco a sejrno da mostrarsi in 
abito nero con le falde foderate dì raso bianco. Alla quale stra- 
^*ag^anza si accoppiò quella di una dirione lenta e nasale, ori- 
ginalissima, a base, tal volta, di improv\-ÌN^\jionì curiose. 

A luì si attribuiscono il ramoso .;V':>j;,'.:.jf.w.V morta sil- 
labato sul corpo del'a povera J/.j»^- :^f ::,:, e il non men famoso 



PERACCHI - PERELLI 253 

Egli ebbe aspetto funerale... Tocchio aperto, semispento;... 
i capelli e i bafifi di un nero corvino artificiale.... la faccia Incar- 
tapccorita. Andava poi così diritto e impettito, che si volle dai 
più portasse il busto. Fu incline alla melanconia e alla solitu- 
dine, e passò talvolta serate intere in compagnia di amici senza 
aprir bocca. Abbandonata l'arte, si ritirò a Milano, dove morì 
il 14 settembre del 1887. 

Perelli Luig^. Oriundo Monferrino. Nato da civili parenti, 
e rimasto, giovanetto, orfano del padre, si diede alla scena, in 
cui sognava di diventare egregio artista sotto la maschera di 
Tfuffaldino, per la quale avea potuto ispirarsi all'arte di Felice 
Sacchi (Sacchetto) prima, poi di Ferdinando Colombo, in Com- 
pagnia di Pietro Rossi. Uscitone il 1 7 70, e pervenuto dopo varie 
vicende a Venezia, contrasse amicizia con Luigi Fabbri, capo- 
comico e artista sotto la maschera del Dottore ^ e con lui unitosi, 
potè finalmente realizzare il suo sogno, presentandosi col so- 
spirato vestito del Secondo Zanni, Fu poi, come Innamorato, in 
Compagnia di Pietro Rosa; ma ammalatosi V Arlecchino Bugani, 
lo sostituì egli più volte. Passò il' 7 3 con Giuseppe Lapy al San- 
t'Angelo di Venezia, e il '74 formò società con Francesco Ma- 
jani, che mise allora la maschera del Brighella, e con Antonio 
Camera ni. Entrò il' 7 6 nella Compagnia di Antonio Sacco, e andò 
lui nelle veci del celebre Truffaldino, a cominciar le recite di pri- 
mavera a Mantova, ottenendovi il pieno favore del pubblico. 

L'aver avuto dinanzi agli occhi, per tutto un anno, esem- 
plare sì egregio, fu gran bene pel Perelli, che potè davvero per- 
fezionarsi nell'arte sua, gloriandosi di potersi dire discepolo 
del Sacco. In questo frattempo, il capocomico Pietro Rossi offrì 
la propria figliuola in moglie al Perelli, che andò a sposarla a 
Gorizia sul finir del carnovale '77, restando poi col suocero 
tutto il '78, e assumendo l'impresa e la direzione della Compa- 
gnia l'anno successivo, in cui il Rossi avea abbandonato l'arte. 

Fu a Livorno, a Pisa, a Lucca, e, il carnovale, al teatro 
pubblico di Bologna. Divenuto un capocomico assai pregiato. 



254 PERELLI - PEROTTI 

gli venner da ogni parte contratti di grande importanza, po- 
tendo egli ornai frequentare le principali Piazze del Regno. Con- 
dusse la Compagnia sino ad Innsbruck, ove le cose volsero alla 
peggio per la morte di Maria Teresa d' Ungheria. Nonostante, 
affrontando i disagi d'un lungo viaggio di terra e di mare, andò 
a far il carnovale a Pesaro, ov' ebbe le più festose accoglienze. 
Fece poi ritorno a Bologna; e fu a Piacenza, a Trieste e a Pa- 
dova. Firmò alla fine dell' '8i un contratto con cui gli si accor- 
dava di poter occupare con la sua Comica Compagnia un Teatro 
della Dominante per dieci anni di seguito e nelle stagioni di 
autunno e carnovale. Francesco Bartoli che fu con lui cinque 
anni, e da lui si distaccò abbandonando le scene, lasciò, oltre 
alle molte parole di gratitudine, di lode e di augurio, il seguente 
ritratto, che ci dà chiara l'idea dell'artista e dell'uomo: 

È il Perelli un comico pronto nelle risposte, lepido ne' sali, arguto 
assieme e frizzante. È ben veduto in sulle scene, ed applaudito; e da par- 
ticolari nobili Personaggi favorito e protetto. È uomo d'onore, integerrimo 
e zelante. Provvede a' suoi interessi, ed a quelli de* suoi compagni con molta 
premura. Ha poste in Teatro alcune Rappresentazioni favolose del signor 
Co: Gozzi, che furono per T addietro un solo pregio della Compagnia d'An- 
tonio Sacco; ed egli medesimo n'ha inventate, e dirette le tanto difficili tra- 
sformazioni. 

L'autunno del '95 e il carnovale '95-^96 dirigeva la Com- 
pagnia al San Luca di Venezia, e vi recitava le parti di Truf- 
faldino. 

Perelli Anna, moglie del precedente, e figlia di Pietro Rossi, 
nacque il 1756. Dalle parole del Bartoli non risulterebbe esser 
lei stata un'attrice di pregi singolari. Recitava le parti di Donna 
seria, e piacque maggiormente nelle parti in cui dominavan 
l'impero e il disprezzo. Recitò anche da Serva con sufficiente 
successo, e fu sempre al fianco del marito, sposa esemplare. 

Perotti Gaetano. Piemontese, un de' migliori capocomici, 
fiorito dal 1790 al 1820, anno della sua morte, si diede alla 



P E R O T T I 



255 



scena giovanissimo, cova^ primo amoroso, ma con poca riuscita. 
Scontratosi, dopo alcun tempo, in una giovinetta, figlia dell'at- 
tore Santo Nazzari, la quale recitava allora con molto plauso 
le parti di prima donna giovine, se ne innamorò e la sposò in 
capo ad alcuni mesi. Crebbe la giovine artista in bravura a tal 
segno da decidere il marito a farsi conduttore egli stesso di una 
buona Compagnia, innalzando lei al grado di prima attrice asso- 
luta. Indi la fama del Perotti, conduttore di una Compagnia, la 
quale potè sempre competere colle più grandi d'allora, come 
Pellandi, Fabbrichesi, Dorati, Bazzi, e Goldoni. Arriso dalla 
sorte s' andò formando una conveniente fortuna, che permise a 
lui e a' suoi di viver nell' agiatezza. Fu bizzarro e stravagante, 
e negli ultimi anni anche avaro. Di lui si contan parecchi aned- 
doti, tra' quali questo che dà un'idea ben chiara del suo cer- 
vello. Egli assegnò alla moglie con regolare contratto la paga 
di quattrocento zecchini veneti all'anno, e una mezza serata per 
ogni piazza, ove le recite non fosser minori di venti; e stabilì 
sul contratto eh' ella dovesse fornirgli un panciotto della stoffa 
di ogni nuovo abito ch'ella facesse, o per la scena o per fuori, 
o in costume o in borghese ; tal che alla sua morte si trovò una 
gran quantità di panciotti di ogni specie e di ogni colore, na- 
turalmente, non mai indossati. Negli ultimi sette od otto anni 
di vita, fu colpito da insonnia, a vincer la quale si diede all'uso 
dell'oppio, che lo condusse lentamente al sepolcro. 

Morì il 1820 a Brescia, lasciando alla vedova circa cento- 
mila lire. 

Ecco l'elenco della Compagnia con balli che agiva al Tea- 
tro della Canobbiana in Milano il carnovale 'i'g-'20: 



UOMINI 



Luigi Romagnoli, primo attore 

Francesco Augusto Bon ) 
. . [ amorosi 

Alessandro Angiolini ; 

Paolo Baldigara 

Domenico Verzura, padre nobile 

Filippo Conti, tecondo padre 



Santo Romiti, tiranno 
Giovanni Boboli, caratterista 
Gaetano Perotti > 
Santo Nazzari / . . 

Cipriano Cardosi ( 
Giovanni Cardosi / 



Assunta Perotti, prima aiirice 
Teresa Baldigara, iuppUinenio 
Carlotta Poi, varo ANGioLib;i,i7mo- 

rosa 
Rosa Pasini Roh\c,ììoli, seconda 

donm 



Teresa Corona, ler^a danna 
Elisabetta Gaidoni, madre 
Eugenia Zocca, caraneristica 
Ginevra Guglierini, serva 
Caterina Zelmi « . , 

Ros» Novo i l""'"'" 



Perotti-Nazzarì Assunta. Moglie del precedente, artista 
di gran valore per ogni specie di parte, o tragica o dramma- 
tica o comica, divise 
con la Baz2Ì e la Gol- 
doni l'eredità artistica 
della Pellandi, ritira- 
tasi dalle scene. 

Rosmunda. Anti- 
gone. So/oMÌsba. Mero- 
pe. Ottavia di Alfieri, 
alcuni drammi del Me- 
tastasio e del Federici, 
e molte commedie del 
Goldoni, del Nota, del 
Giraud ebbero in lei 
un'interprete valoro- 
sa : e Vittorio Alfieri, 
uditala a Firenze nel- 
VOtlavia. volle cono- 
scerla davvicino,- e le scrisse una lettera di lode, congratu- 
landosi con lei del modo stupendo con che declamava i suoi 
versi, e della sovrana intelligenza ch'ella spiegava nell' inter- 
pretare con mirabile verità i diversi caratteri. Con grandis- 
simo successo recitò a Roma l'autunno del 1807 la parte di 
GiUa néìVAio nel!' imbarazzo di Giraud, e il 3 febbraio 1808 
quella della protagonista nella Frenetica compassionevole pur di 
Giraud. 




PEROTTI 257 



Il ritratto che do qui, alcun po' ridotto, fu pubblicato a 
Roma del 1806 da Luigi Perego Salvioni, con in fronte il se- 
guente sonetto : 

AI. MERITO SUBLIME 

DELLA SIGNORA 

ASSUNTA PEROTTI 

CHE CON PLAUSO UNIVERSALE 

HA SOSTENUTO IN ROMA NEL TEATRO VALLE 

E NELL'ALTRO DI APOLLO 

PER PIÙ STAGIONI 

IL CARATTERE DI PRIMA ATTRICE 

TANTO NELLE COMICHE 

QUANTO NELLE TRAGICHE RAPPRESENTAZIONI 



SONETTO 

Là su le piaggie apriche d'Elicóna 
avea Talia di propria man contesta 
nobil ghirlanda, e dicea lieta: or questa 
della PEROTTI io reco al crin corona; 

Ma Melpomene allor: men chiaro suona 
forse il nome di Lei, se in regal vesta 
calza il coturno, e se feroce, o mesta, 
a terrore o a pietà gli animi sprona? 

Ciò detto, intreccia le sue frondi anch' ella. 
Sorge aspra gara: il biondo Nume incerto 
or di questa in favor pende, or di quella. 

Ad ambe alfin toglie di mano il serto; 
ne forma un solo, e dell' attrice bella 
scende egli stesso a coronare il merto. 

Mortole il marito, rimase fuor del teatro un anno in segno 
di lutto, poi formò con Luigi Fossi e per un triennio, una so- 
cietà, in cui ella passò al ruolo di madre nobile, lasciando quello 
di prima attrice a Maddalena Pelzet. 

La società, poco fortunata, non durò che due anni, e la 
Perotti potè scritturarsi il 1824 con Mario Internari, poi con 

3J. — / Comici italiani. Voi. U. 



258 PEROTTI - PERTICA 

altri fino al suo settantesimo anno di età, nel quale risolse di 
abbandonar l'arte. Le traversìe ch'ella patì dopo la morte del 
marito furon terribili. Prima, un amico di lui, tornato d'Egitto, 
tanto seppe avvilupparla con parole lusinghevoli, descrivendole 
gì' ingenti guadagni che si potevan fare colà, eh' ella gli affidò 
due terzi della sua fortuna. Ma il furfante non die più segno di 
vita, e la povera artista col poco rimastole comprò una villetta 
con podere tra Roma e Frascati, la quale intestò al nome di 
una amica fedele, e in cui viveva con essa tranquillamente. Ma, 
ahimè, V amica la precede nel sepolcro, e i parenti, imposses- 
satisi per legge di tutto, cacciaron di casa la padrona vera, la 
quale andò da prima limosinando, poi fu ricoverata all' Ospizio 
di mendicità, d' onde usciva una volta la settimana per andare 
a pranzo dalla poetessa improvvisatrice Rosa Taddei, sorella 
del celebre caratterista. Povera Perotti ! E che animo buono 
ella seppe serbare in mezzo a tante amarezze e a tanti inganni ! 
Nell'album della Internari, che è nella Biblioteca Nazionale di 
Firenze, si trova una sua lettera a questa, in cui la ringrazia di 
certe medaglie e reliquie mandatele.... Ella trovò nella fede una 
gran forza a sopportar con rassegnazione la miseria squallida 
de' suoi ultimi giorni ! ! 

Pertica Nicola, nato a Roma nel 1 769 da Antonio e da Rosa 
Rossi, onesti e laboriosi cittadini, e iniziato al mestiere di stam- 
patore, si diede giovinetto al teatro, riuscendo in poco tempo 
il grande emulo di Luigi Vestri, a lui forse inferiore nelle parti 
promiscue, ma di gran lunga superiore in quelle di caratterista. 
Noi lo vediamo il 1 796 nell'elenco dei componenti la gran Com- 
pagnia del San Carlino di Napoli al fianco dei Cammarano e dei 
Fracanzano, dalla quale uscì il 1803, già ottimo caratterista, a 
niuno secondo per la grande spontaneità, acquistata su quelle 
scene, ricercato dai migliori capocomici. 

Fu parte integrante della Compagnia reale italiana del Vi- 
ceré condotta da Salvator Fabbrichesi, dalla sua instituzione 
(1807), fino all'anno della sua fine, che fu il 181 5. Passato con 



Fabbrichesi, De Marini, la Tessari alla Corte di Napoli, divenne 
in breve l' idolo del pubblico, e dello stesso Ferdinando IV, al 
quale dovette forse la sua morte. 

Sia per doverosa gratitudine al suo Grande estimatore, 
sia per Ìntima convinzione, sia per istinto di ribellione a ogni 
oltraggio inconsulto alla Re- 
gia Dominazione.egli si sentì 
trascinato a mostrarsi pub- 
blicamente avverso alla sètta 
dei Carbonari, gli affigliati 
alla quale viveano in Napoli, 
facendo temer prossima una 
sollevazione. Una sera del 
1820, terminato lo spetta- 
colo, il Pertica, traversando 
una strada, secondo il co- 
stume, per recarsi a casa, fu 
arrestato dà quattro uomini 
mascherati, che, puntatigli al 
petto i lor pugnali, lo minacciaron di morte, se avesse osato 
non pur di mostrarsi avverso, ma di accennare in qualsiasi 
modo alla lotta de' Carbonari. E tale fu lo spavento ch'egli 
ebbe dall'inattesa aggressione, che preso da febbre violenta, 
ne morì in capo a quattro giorni, compianto da tutta l'arte. Fu 
il Pertica ricco di grazie comiche ed argutissìmo, sempre no- 
bile e castigato ne'lazzi, di una verità prodigiosa. Interpretò 
magistralmente i varj caratteri delle commedie goldoniane, 
del Nota, di Giraud; ma dove apparve davvero gigante fu 
nelle parti di seconda importanza, come, a esempio, in quella 
del Maggiordomo Longman di Pamela Nubile, in cui non ebbe 
mai chi gli si accostasse. 




Pertìci Pietro. Sappiamo dalla Gorilla Olimpica dell' Ade- 
moUo, ch'egli aveva cantato nel 1731 e 1742. Faceva e reci- 
tava le commedie in musica con sua moglie, la Tincanera. 



26o P E R T I e I 



Datosi più tardi alla scena di prosa, vi riuscì attore ec- 
cellente, e il '49 lo vediam con la moglie recitar commedie ita- 
liane a Londra. Passò poi per due anni al servizio della Corte 
di Parma con T annuo stipendio di 350 zecchini, e il carnovale 
del '51 il Conte di Ricecourt, volendo formare una Compagnia 
stabile al Cocomero di Firenze, gli offrì, intermediario l'abate 
Antonino Uguccioni, il posto di maestro o direttore, con l'an- 
nua pensione di 100 scudi vita durante sua e della moglie, e 
d'impresario del detto teatro.... Il Pertici accettò; e licenzia- 
tosi dalla Corte di Parma, formò tal compagnia, che fu poi 
famosa. 

Il Goldoni assistè più volte a rappresentazioni di sue com- 
medie, e alla prefazione del Cavaliere e la Dama, dice : 

Penetrai altresì che in Firenze vi erano le commedie mie rappresentate senza le ma- 
schere, cambiate in altri caratteri da persone di abilità e di talento, e mi consolai che colà si 
facessero le mÌQ commedie, trovandomi onorato moltissimo che da si dotta e cólta Nazione si 
soffrano e si coltivino le imperfette opere mie. Quando poi le ho vedute in Firenze io stesso 
rappresentare, non posso bastantemente esprimere quanto siasi accresciuto il mio giubbilo, e 
quanta compiacenza mi abbia recato il vederle con tanta esattezza, con tanta verità e spirito 
rappresentate. Io le ho trovate si ben dirette, che nulla mi resta da suggerire. Il Direttore di 
esse è il più bravo attore del Mondo, Io ne sono contento e deggio rendergli pubblicamente 
giustizia. 

E a quel più bravo attore del Mondo, è la seguente nota : 

Pietro Pertici, assai noto al Mondo per 1* eccellente sua abilità nelle parti buffe per 
musica, e presentemente bravissimo attore nelle Commedie in prosa in Firenze. 

E dedicando Le Donne curiose all'abate Antonino Uguc- 
cioni : 

Ella ha preso a proteggere una Compagnia di valorosi comici suoi nazionali, dei 
quali ho fatto altra fiata menzione, e sono, a dir vero, ornamento del teatro italiano. 

Il Casanova, trovatolo del '60 mutato in commediante, così 
ne scrisse: 

Vidi Pertici con piacere : essendo vecchio e non potendo più cantare, recitava la com- 
media e da buon comico, il che è raro, dacché i cantanti, maschi e femmine, confidando nella 
durata della lor voce, trascuran V arte della scena. 

Fu maestro di recitazione del Somigli (\^), detto Beco 
Sudicio. 



PESCATORI 



Pescatori-Biagìni-Vanni Giuseppina. Nata a Spoleto 
il 1835 da Giuseppe Vanni, impiegato governativo, e Giuditta 
Nalli, rinomata pittrice, fu, ancora in fasce, portata a Roma, pa- 
tria dei genitori. Ivi educata più specialmente alle belle iirti, 
mostrò particolari attitudini alla musica, al recitare, e all'arte 
del bulino, che essa prediligeva. En- 
trata nella Società filodrammatica ro- 
mana, fu subito assunta al grado di 
prima attrice, e ammirata e domandata 
dalla stessa Ristori. Ma la giovinetta 
non osava abbandonar per la scena l'In- 
cisione e il disegno. Propostole il Pez- 
zana, dietro suggerimento del Morelli, 
che avevala sentita nella Suonatrice 
d' Arpa, di andar nella sua Compa- 
gnia a prendervi il posto di Amalia 
Fumagalli, vinta dalle lusinghe di lui 
e dalle preghiere della madre, risolse 
finalmente di abbandonar l'arte sua di- 
letta, ed esordì a Livorno con gran- 
dissimo successo, col nome di Giusep- 
pina Biagini, che fu quello del secondo marito di sua madre. 

Passò da Livorno a Firenze, nel Teatro Nìccolini, accla- 
matissìma sempre, specie nella Medea, e dopo un anno tornò 
a Roma al Mausoleo <f Augusto sollevando in una lunga stagione 
il pubblico all'entusiasmo. Dalla Compagnia Pezzana passò a 
quella del Bosio, poi tornò col Pezzana, che lasciò ancora per 
Luigi Santocchi. Invitata da Adelaide Ristori, fece con lei un 
giro in Europa, festeggiatissima al fianco della gloriosa artista. 

Era nella Compagnia il giovane Erminio Pescatori, che 
aveva lasciato Parma, sua patria, nel '58, per darsi all'arte. In- 
namoratosi della Biagini, la tolse in moglie il 21 agosto del '60. 

Passarono dalla Compagnia Ristori in quella Trivelli, ove 
la giovane e già forte artista rinnovò, o meglio, continuò i trionfi 
in ogni città. Si fecer conduttori di Compagnia essi stessi, che 




262 PESCATORI - PETITO 

dovetter poi sciogliere per vicende politiche, deliberando di ri- 
tirarsi dair arte e fermarsi a Genova, tutt' intesi all' educazione 
dei figli. 

Ammalatasi la Pedretti, in Compagnia di Amilcare Bei- 
lotti, la Biagini andò per breve tempo a sostituirla con molta 
fortuna; e ritiratasi poi definitivamente dall'arte, si recò a 
Trieste col marito, ove stette diciotto anni ammirata maestra 
di recitazione, e d'onde si restituì in Italia, a Milano, ove è tut- 
tavia col marito in ottima salute. 

Petite Antonio. Figlio di Salvatore e di Giuseppina Errico, 
più conosciuta col nome di Donna Pappa, nacque a Napoli il 
2 2 giugno del 1 822. Fu il più grande Pulcinella del secolo xix, 
e il Signore del Teatro San Carlino per ventiquattro anni. 
(Vi era entrato il 1852 e vi morì il 26 marzo 1876, d'aneu- 
risma). 

A chi voglia avere un'idea chiara di quel che fosse Anto- 
nio Fetito, raccomando la Cronaca del Teatro di San Carlino, 
di S. Di Giacomo, nella quale è la storia documentata, animata 
pur sempre da un soffio di poesia, che or vi solleva tutto, e or 
vi stringe l' anima. 

La sera memorabile in cui Antonio V^\a\.o prese la maschera 
al San Carlino, fu presentato al pubblico dal padre Salvatore, 
come il Pantalone Rubini dal suo predecessore Gio. Batta 
Garelli. Toltasi il vecchio Salvatore la maschera di sul volto, 
e adattatala su quella del figliuolo, gli augurò piangendo: ^Pe 
cienf anncf > 

Antonio Petito morì sul palcoscenico, come a un dipresso 
l'Angeleri, il Caccamesi, il Massari, il Pieri padre. Caduto ap- 
pena il sipario sul terz'atto della Dama bia?ica^ egli era andato 
a seder, come al solito, nel corridojo sul quale dava il suo ca- 
merino. Colpito d'apoplessia fulminante, cadde a terra, e morì 
dopo cinque minuti. 

Il Di Giacomo così descrive con sintesi felice l'attore ge- 
niale : 



Buon mirilo, operajo onesto, generoto, talvolta pur cora^ioso, ■pirìio^o, noa servo, 
DOO mitìgno. Don egoista, arguto, non goffo in amore, fine osservatore, intelligente popolano ; 
ecco il Pulcinella in Antonio Fetilo. La dichiarazione dei diritti dell' uomo rianimava, tardi 




ma in tempo, fin la maichera acerrana; il Palcoscenico del San Carlino aveva in Piilcinilla 
OS nomo accessibile alle passioni più varie e contrarie, an attore che, dì volta in volta, sa- 
peva pi^ar cosi dirittamente la via del cnore da commuovere lin alle lagrime gli spettatori. 



E dopo di aver accennato alla buffoneria stereotipata del 
pulcinella cerloniano, e all'opera riformatrice di Pasquale Al- 
tavilla, dice : 

Antonio Petito, a cui la riforma sorrìdeva, raccolse la maschera, ma se ne coperse la fac- 
d* non per nasconderla sotto una stupida e goffa sembianza. Quando gli parve che non lasciasse 
trapelare la passione la smise, rimoveudo nn ostacolo, e diventò Pascaj(iello, tipo popolare 
ch'egli rappresentò mìrabilmeute, assorgendo ad arte singolare e penetrante, da vero attore. 



204 PETITO 



E il Petite non fii che attore. Cominciò, è vero, a pubblicar 
nel '67 le sue commedie, intitolando la raccolta: Selva Comica 
Nazionale, ma egli sapeva appena leggere e scrivere (imparò 
a scrivere poco dopo di esser entrato al San Carlino)^ e i suoi 
sgorbi drammatici eran corretti da MaruUi e Altavilla, i quali, 
il primo specialmente, concedevan ch'ei desse commedie loro 
sotto il suo nome. L'opera del Petito non regge d'avanti alla 
critica; e a chi tuttavia volesse chiedere la ragione del successo 
clamoroso di alcuna delle sue commedie, il Di Giacomo rispon- 
derebbe che 

esso non fu se non il successo personale, comico di Antonio Petito. L' attore era veramente 
grande, la sua figura illuminava tutta la scena, riempiva tutti i vuoti, raccoglieva tutte le emo- 
zioni e gì' interessamenti ; cosi le volgari stupidaggini deUa commedia, il suo difetto d' uma- 
nità, di nesso logico, di spirito, eran dimenticati in un godimento che pervadeva tutto il pub- 
blico e durava ancor fuori del teatro : una felicità che accompagnava fin a casa gli spettatori^ 
e lasciava ancor sorridere, nel sonno, le loro labbra dischiuse. 

Quanto al costume, la maschera del pulcinella è nata con 
la camicia e i calzoni bianchi larghissimi, cappello di feltro 
bianco a cono, talvolta ripiegato in avanti, scarpe basse, e 
mezza maschera nera con enorme naso aquilino. Le modifica- 
zioni ch'essa andò subendo coli' andar degli anni furon soltanto 
nella maggiore o minor lunghezza della camicia, la quale ve- 
diam lunga al ginocchio negli ultimi anni (V. il Ghezzi), e più 
corta ne' primi (V. Callot). Quanto al carattere, il pulcinella, 
dapprima stragoffissima maschera (V. Fiorillo Silvio), andò poi 
come le altre tutte rappresentando moltissimi e svariatissimi 
tipi, mostrandosi tal volta sciocco, tal volta furbo, tal volta po- 
polano, tal volta principe, tal volta pusillanime, tal volta eroe. 
Gran numero di scrittori e nostri e forestieri si occupò della 
origine della sua persona e del suo nome : in taluni prevalse 
l'idea che la maschera fosse invenzione moderna; in altri, spe- 
cie dopo la scoperta del famoso Macco dell' Esquilino, ma non 
ho ancora capito bene con qual fondamento, che fosse discen- 
dente in linea retta dal Mimus albus della farsa atellana, come 
l'arlecchino dal Mimus ccntunculus ; quelli fecer derivare il nome 
or da Puccio d' Aniello, or da Paolo Cinelli, or da pulcino, pule- 



PETITO - PETRIOLI 265 



cino, puleciniello ; questi, or da IIoXXt^ xtvTjotg (molto movimento), 
or da nóXc^ città, e xSvó^ o in forma jonica xetvó^, vuoto, sciocco, 
come se si dicesse buffone della città. 

Petrelli Luigpia. Figlia dell'arte, e moglie del capocomico 
Gioacchino Petrelli, il quale vediam già nel 1 800, a dar qua- 
ranta recite con la sua Compagnia a Tolentino, riuscì una egre- 
gia /rrV^a donna per compagnie di second' ordine. Era il 1820 
al San Gio. Grisostomo di Venezia in una Compagnia Sociale di- 
retta da Ermeneghildo Maldotti, aggregata a una Compagnia 
di balli. Recitava poi senza ballo alla nuova arena Gallo. Lasciò 
il 25 il ruolo 6\ prima attrice, per darsi a quello di madre nobile 
e caratterista. Formò nel '30 in società con l'artista Natale Fab- 
brici una Compagnia primaria, che condusse per varj anni, fin- 
ché non ebbe abbandonate col marito le scene. - Si ritirarono 
entrambi a Venezia, ove morirono tra il '40 e il '50. 

Petrìoli Nicola, abruzzese, nato ad Aquila il 1 7 io circa, fu 
uno de' più noti capocomici del secolo xviii. Recitava \^ parti 
di secondo innamorato, riserbandosi di primo soltanto quelle di 
Attila, Sansone, e Don Giovanni Tenario. Di sera, affrettava l'al- 
zata del sipario con ripetuti rulli di tamburo, e soleva talvolta 
partirsi da una Piazza con la condotta e i suoi scritturati, senza 
un soldo in tasca, e senza sapere ove si sarebbe posato. Una 
volta, giunto a Firenze in tal contingenza, ottenne dal general 
Botta, governatore, il permesso di recitare in Livorno, trovando 
chi gli sborsò il danaro occorrente. Questa e altre bizzarrie lo 
fecer sinistramente celebre. 

Era l'estate del 1740 al Teatro Ducale di Milano, in cui 
dette un regolare corso di recite, con una Compagnia più che 
sufficiente, di cui erano parte principale i seguenti artisti : 

DONNE 



Angiola Costantini, prima donna 

Elisabetta Gnudi, servetta 

/ 

34. — / Comici H aliami. Voi. IL 



Caterina Silani, per le parti a tra- 
sforma:(ione 



CETRIOLI - PETRUCCI 



Giovanni Ant. Foresti, Brighella 
NiccoLA Petrioli, primo innamorato 
Francesco Lombardi, secondo inno- 

tnorijto 
Giovanni Battista Gozzi, Pavta- 

lone 



UOMINI 

Giovanni Valentini, Dottore bolo- 
gnese 

Silani, Arlecchino 

Filippo NiccoLmi 1 



Anselmo Porta 
Agostino Zurlini 



generici 



A Ravenna, trovandosi il 1 765 in uno de' momenti più cri- 
tici, fuggì dalla Compagnia, di cui prese le redini la famiglia 
Romagnoli. 

Trasferitosi in Ascoli, ottenne un posto di Maestro di Casa 
presso un Cavaliere di quella città, ove cincor viveva il 1781. 



Petnicci Luigi. Nato, e impiegato governativo in Ancona, 
entrò, appassionato dell'arte, nella Filodrammatica della Città, 
e vi riuscì in breve egregfio per le parti di caratterista. Carico di 
famiglia, e ormai non più gio- 
vane, determinò di darsi alla 
scena, esordendo qual caratte- 
rista nella Compagnia ch'egli 
stesso formò in società con 
Gaetano Colomberti e Luigi 
Bergamaschi, e diventando in 
pochissimi tmni de'piii valenti. 
Fu con Goldoni, e con Perotti; 
e il 1819 si fece capocomico. 
Prediletto da Maria Luigia In- 
fante di Spagna e Duchessa di 
Lucca, occupò per lungo tempo quel R. Teatro del Giglio; e 
benché, tormentato dalla podagra, non potesse più volte che 
recitar tutta la s\x^parle seduto, Ella non mancava mai alle rap- 
presentazioni di lui. Fu specialmente egregio nelle commedie 
del Goldoni, del Nota, del Giraud. Ritrovavasi nel Teatro Obizo 
di Padova, quando, salitogli il male al petto, cessò di vivere. 




PETRUCCI - l^HZZANA 267 



Petrucci Giuseppe ed Elena. Figlio, il primo, del prece- 
dente, e buon caratterista anch'esso, fu scritturato dai migliori 
capocomici, insieme a sua figlia Elena, egregia amorosa. Gustavo 
Modena, richiesto d'informazioni dall'attore Giovan Paolo Cai- 
loud su l'arte di entrambi, così gli scrisse il 1 7 agosto del 1 85 1 : 

La Petrucci è un buon acquisto ; recita naturalmente, ha forza, ha intelligenza, è un 
pastone di bontà, e farà progressi : è giovanissima, un po' tozza di persona, ma belloccia di 
viso, e non sconcia: non ha sentito eroi né eroine a recitare, quindi non è ancor guasta, - ma 
venga con voi o con altri si guasterà, grazie al colto pubblico e all'esempio dei compagni. Non 
lo dire a Marchi, che non mi perdonerebbe la bestemmia. Ma la Petrucci ha il padre che è 
caraitertsia, niente cattivo attore, anzi, a parer mio, buon attore; e se non sta col padre, 
passa in podestà del marito, sposa cioè Germoglia che fa \\ primo attore; nell' un caso o nel- 
l' altro non vedo come possa fare al caso vostro. 

Doventò infatti la moglie di Germoglia, e una artista di 
buon nome. 

Pezzana Luigpi. Fu attore de' più egregi in ogni genere di 
recitazione tragica, drammatica, o comica. Mise il primo in 
iscena a Firenze, dopo la rappresentazione dei filodrammatici 
Concordi, il Goldoni di Ferrari con grandissimo plauso, e andò 
famoso per alcune parti di genere opposto, come Luigi XI, e 
Il Cavalier di spirito. Io ho sentito il Pezzana, capocomico, negli 
ultimi anni della sua vita artistica, rappresentar tra l'altre con 
molta verità e molta efficacia Xò. parte di Vincenzo Monti n€CC Ugo 
Foscolo di Castelvecchio (il Foscolo era Giovanni Ceresa, un ar- 
tista di gran pregio, formatosi sotto i savj ammaestramenti di 
lui). Luigi Pezzana era nato il 1 8 1 4 a Verona da Giuseppe Pez- 
zana, ultimo rampollo d'una nobile famiglia di Venezia, che per 
rovesci di fortuna aveva ottenuto un impiego giudiziario a Ve- 
rona. Quivi fece gli studi ginnasiali e liceali, poi si recò all'Uni- 
versità di Padova, inscritto nella Facoltà di Legge. Non ancora 
spirato il secondo anno di studj, s'era nel 1833, il futuro avvo- 
cato, appassionatissimo dell'arte, in cui ebbe lezioni, dicono, 
dalla celebre Pellandi, e in cui fece prova eccellente nella filo- 
drammatica della sua patria, si scritturò primo attore nella 
Compagnia di Marco Fiorio, di cui era prima attrice Carlotta 



PEZZANA 



Polvaro, vedova del brillante Angiolinì, la quale egli sposò dopo 
alcun tempo. 

Passò con lei dalla Compagnia Fiorio in quelle di Ghir- 
landa, di Asti, e Domeniconi (1842). 




Si fece poi capocomico, ora solo, ora in società col bril- 
lante Cesare Marchi, col quale stette sino al 1859 (la moglie 
era morta nel '51). 

Fu il '60 con Adelaide Ristori a Parigi, a Londra, in Ame- 
rica (\\idX promiscuo e caratterista, poi di nuovo capocomico, poi, 
finalmente, direttore di una delle tre Compagnie di Luigi Bel- 
lotti-Bon.Ma ormai, gii anni incalzando, si ritirò a Firenze, ove 
morì il 12 gennaio del 1894. 

Il Colomberti dice che mentr'era nella Compagnia di lui 
il 1859 com.^ generico primario, lo vide eseguir molto bene Saul, 



PEZZANA 269 



Egisto Vi^ Agamennone, Zambrino nel Galeotto Manfredi (questa 
dello Zambrino era rimasta, ricordo, un suo cavai di battaglia 
degli ultimi anni), e i drammi Luigi XI, Il Cittadino di Gand^ e 
La colpa vendica la colpa. E aggiunge che, dotato di buonissima 
voce e di simpatica figura, sapeva, specialmente nelle Arene, 
destar fanatismo : e al Mausoleo d' Augusto (Corea) di Roma, fu 
posta una lapide che ricordasse ai frequentatori i favolosi in- 
cassi dell'estate del 1859. 

Pare ch'egli, attore popolare per eccellenza, non avesse 
gran cura dell'allestimento scenico. Costetti n€ Dimenticati vivi 
ci fa sapere che nel palazzo del Conte di Montecristo (il Fezzsins, 
ricorreva, costretto, alla risorsa della famosa quadrilogia), tutto 
il lusso orientale di lui consisteva in due moretti di stucco, che 
reggevano ciascuno un candelabro, e in un braciere di coccio 
dorato da cui usciva un fumo, poco voluttuoso, di mirra e di 
incenso, tal quale nelle chiese al momento della benedizione del 
Santissimo. Del che il pubblico non sapea muovergli rimpro- 
vero : ma glie ne moveva la critica e acerbissimo. 

Enrico Montazio {Il Proscenio e La Platea, Firenze, 1845) 
fu de' suoi più acri censori nella condanna aperta, senza mezzi 
termini, or de' controsensi di messa in scena, or di quel volere 
l'applauso a ogni scena, a ogni parlata, a detrimento della ve- 
rità, della castigatezza, del pudore: e tanto una volta invei 
contro l'artista celebrato, che il Niccolini ebbe a scrivere a 
Maddalena Pelzet, che il Pezzana, montato in furore per le 
critiche del Montazio, aveva minacciato per la strada di basto- 
narlo. 

Pezzana-Gualtieri Giacinta. Trascrivo una nota autografa 

dell'illustre artista: 

< Nata a Torino il 28 gennaio 1841 da Giovanni Pezzana, 
ricco negoziante di mobili, e Carlotta Tubi. Entrata nell'Acca- 
demia Filodrammatica di Torino il '57, e cacciata per mancanza 
di disposizioni per l'arte, e ciò per opera del famigerato Gar- 
beroglio. Esordito nel '60 con Toselli in dialetto, dal '62 al '64 



170 PEZZANA 

con Dondini Cesare ed Ernesto Rossi, poi fino al '6 7 con Bellotti- 
Bon. '68-'6g ai Fiorentini di Napoli con l'Alberti. '7o-*7r-'72, 
Compagnia con Monti-Privato, poi Spagna e America. > 

Fin qui la nota, che cercherò io di completare. Alla Spa- 
gna e all'America vanno uniti la Rumenia, la Russia, l'Egitto. 
Torna in Italia, e solleva il pubblico all'entusiasmo al Dal Venne 
di Milano con la Messalina di Pietro Cossa. Il '78 riprende il 
largo per l'America, ove per la prima volta ha l'audacia di 
cimentarsi nella parte di Amleto. 

Di nuovo in Italia, si scrittura aì Fiorentini dì Napoli, ove 
interpreta colossalmente la Teresa Raguin di E. Zola. Entra 
l"8o con Cesare Rossi nella Compagnia della Città di Torino, 
che abbandona dopo un anno per rivedere la Rumenia, la Rus- 
sia, l'America. 

Poi in Italia ancora scritturata, o capocomica, fino al '98, 
anno in cui fa parte come prima attrice tragica e prima attrice 
madre della Compagnia del Teatro d^ Arte. Oggi la Pezzana dà 
or qui or là rappresentazioni straordinarie, che sono pur sempre 
feste dell'arte, dacché i suoi sessant'anni non han saputo infiac- 
chirle la eccezionale fibra di acciaio. 

Giacinta Pezzana Gualtieri (sposò Luigi Gualtieri, scrit- 
tore di romanzi e di drammi assai noti quali L' Innominato e 
La voce della coscienza, menlr'era in Compagnia Rossi e Don- 
dini) formò con Virginia Marini e Adelaide Tessero quella glo- 
riosa trinità, che per circa un trentennio tenne lo scettro dell'arte 
in Italia. Grande nella Zelinda di Goldoni, non fu meno grande 
nella Medea di Legouvé. La sua voce maschia e vigorosa nella 
tragedia, trovava nel dramma moderno note di dolcezza ineffa- 
bile. Nessuna attrice del suo tempo, compresa la Ristori, potè 
vantare tal vastità di repertorio. Tornata dalle Americhe non 
si atrofizzò ne' pochi lavori ch'ella ammannì a quei popoli lon- 
tani, ma, come se allora allora ella entrasse nell'arte, si diede 
col fervore della prima giovinezza a interpretar l'opera dram- 
matica piii recente, mostrando sempre e dovunque il lampo del- 
l' antico valore. Chi non ricorda la Pezzana al glorioso tempo 



PEZZANA 



della Compagnia di Bellottì-Bon, della qaale ella fu principale 
ornamento? Quella Signora dalle Camelie, vissuta con Lei e con 
Gaspare Lavaggi di una vita nuova al pubblico, tutta anima, 




tutta passione, quella Baronessa <f Isola nei Mariti di Torelli!... 
Oh ! se tutti volessimo enumerare i lavori, in cui la Pezzana eser- 
citò il suo fascino di grande artista ci bisognerebbe scrivere un 
libro. Basti che intanto se ne citino alcuni, i quali, nella lor va- 
rietà danno un'idea ben chiara della morbidezza e vigorìa del 
suo talento : Stuarda di Schiller - Medea di Legouvé - Norma 
di D' Ormeville - Messalina di Cossa - Amleto di Shakspeare - 
Maria Antonietta di Giacometti - Suor Teresa di Camoletti - Te- 
resa Raquin di Zola — La Signora dalle Camelie di Dumas figlio — 



ija PEZZANA 

Fernanda di Sardou — Adriana Lecòuvreur di Scribe — Il Signor 
Alfonso di Dumas figlio - Le Gelosie di Lindoro di Goldoni - La 
Casa Nuova di Sardou - La Donna e lo Scettico di Ferrari - Im 
Giorgina di Sardou - // Cosine di Campagna di Kotzebue - An- 
tony di Dumas - La Vecchia e la Nttova Società dì Feuillet - // 
Codicillo dello Zio Venanzio di Ferrari - Giuditta di Gìacomet- 
ti.... ecc., ecc., ecc. 

Al fianco di Ernesto Rossi pare ella rivelasse in uno scatto 
improvviso, inatteso, l'arte suprema che avrebbe poi fatto di 
lei una delle più geniali attrici del nostro teatro di prosa. SÌ re- 
citava V Otello di Shakspeare. Ernesto Rossi nella sua foga fu- 
ribonda sfiorò, senza volerlo, la guancia della giovane artista. 
La Pezzana scossa, come se fosse stata realmente colpita, ebbe 
una esplosione di collera, di passione e di lacrime vere, che tra- 
scinò il pubblico all'entusiasmo. Il vecchio Dumas, che era fra 
gli spettatori, si affrettò a salir la scena per congrat^l^^■si col 
novissimo astro, 

E a proposito di queste sorprese di effetti, Roberto Bracco 
racconta di lei che la Duse.... ma no: io voglio metter qui come 
chiusa le parole dell' egregio commediografo napoletano, come 
quelle che ci danno in bella sintesi il ritratto dell'artista e della 
donna, mostrandone le qualità meravigliose, non senza toccare 
quel tanto di male che potè nuocere in parte alla sua gloriosa 
carriera. 

Giadnta Feizuia - alta coi gloria è nutnckla qaelU continuila di fulgore la quite doq 
si pDÒ ottenere sema che al valore immenso sia accoppiata l'agilità degli espedienti che man- 
tiene tìvb la comunione col pubblico irrequieto e variabile - rota, comunque, nell» dramma- 
tica italiana nn sole inotfuscato. E per queita insigne donna, che non ha mai troppo amato 
l'eleganza, che ha Mmpre eliminato stranamente dalla sua personaliti qTiella forza muliebre 
che dai palcoscemci ha tanta vìrtiì sog^ogatrice, per questa donna che non s' è mai riscaldata 
alla 5amma d' una grande ambizione, per questa donna che ba facilmente rinunziato alle lotte 
contemplando senza rancore i fulgidi astri cbe I' hanno legnita e indicandoli con fiducia ai 
diffidenti, io ho una speciale predilezione fatta di convincimenti e di reminiscenze . 

Id arte, niente mi sembra più meraviglioso e più bello di ciò che pare scaturitca dalla 
natura atessa d' un artista come un' acqua limpida e fresca da una roccia vergine. E la recita- 
zione di Giacinta Pezzana, con tutte le armonie di quella voce dolcisnima, con tutta 1' eccel- 
lenza dei suoi eSetli immediati, con tutte le profonditi del sentimento che sa destare, con tutte 
le sue gradazioni di comicità e di drammaticitì, con tatto eia che in altri artisti della scena pnò 
essere il risaltato di magistero magnifico, ha avuto sempre, per me, quel ci 



PEZZANA 



»7Ì 



ceritt e di coneeoila belleiza che eadnde c^i snppotuioae di afono, di ricerche, dì lavorio 
cerebrile e di attiviUi volitiva. 

E qncite minifeitazioiii genniae di arte lonima paiono (pecchi che ri Aetlano tatto quanto 
accade dinanzi ad esii. Nella recitazione di Giacinta Pezzana >i sono potati ritrovare gli attef- 
gianieati Mtetid più diversi. La tua recita- 
zione è stata lempre la medeiima ; e non- 
dimeno non i improbabile che esia lia 
apparsa, a volte a volte, romanttca, cla>- 
sica, verista, simbolica. Eleonora Dose, 
ricordando le sue primissime armi fatte 
accanto a Giacinta Peitana - l'unica at- 
trice da cni traesse qualche alimento la me- 
ravigliosa genialiti lùuiatia, - mi raccontava 
come in una scena dolorosa d'uà dramma 
del quale le afn^jiva il titolo, Giacinta Pez- 
zana, nna sera, all' improvviso, prendesse 
a ripetere una parola camminando conci- 
tatamente e mettendo in ogni ripetizione 
un snono di voce strano, intenso, irresi- 
stìbile. Eleonora Duse, giovinetta, ne ebbe 
Dna impressione nuova. Ne fu scossa, ne 
fa meravigliata. E più lardi - cosi ella mi 
raccontava - provò ancora quella impres- 
sione ascoltando certe prodigiose e sublimi 
vagneriane. 
iCorruri di Napoli, 19 hbbralo 1849). 



A complemento delle 
quali parole, dirò che Gia- 
cinta Pezzana Gualtieri pre- 
stò l'opera sua sovente al- 
l'altrui beneficio. Diede rap- 
presentazioni a Madrid per 
fondare un ospedale italiano; 
altre ne diede a Buenos Ay- 
res per quegli istituti di be- 
neficenza, ed altre ancora a Rosario per la Società patriottica 
italiana. 

Di mente aperta, d' Ìndole sdegnosa, ribellante a tutto ciò 
ch'è impunemente e coscientemente iniquo, fu attratta un tempo 
dalla politica, che, in lei, soverchiò quasi l'arte. Scrisse in prosa 
con chiarezza e semplicità:... mediocremente in versi. 




«74 PEZZANA - PIAMONTI 

Un chiaro e gentile esempio di gratitudine ci diede colla 
pubblicazione di un libricciuolo in memoria di Carolina Malfatti, 
di cui fu la principale allieva, non solo per attitudine di arte, ma 
per affezione e devozione profonde alla modesta maestra. 

Piamonti Isolìna, nata a Firenze il 1 84 1 di famiglia senese 
(Travaglini), studiò recitazione nel Ginnasio drammatico del 
prof. Filippo Berti, e nel '58 esordì al Teatro Paganini di Ge- 
nova, quale afrorosa nella 
Compagnia di Luigi Do- 
meniconi. Fu con Gaspare 
Pieri; poi, qual prima at- 
trice giovane, con Cesare 
Dondini, passando il '61 
nella gran Compagnia di 
Tommaso Salvini. Passò 
da questa a Napoli nella 
Compagnia di Achille Ma- 
jeroni, fino al '65, anno in 
cui assunse il ruolo di pri- 
ma attrice assoluta in Com- 
pagnia dì Achille Dondini. 
Attrice coscienziosa, ricca di sentimento e d'intelligenza, ot- 
time doti non mai discompagnate da una gentile modestia, per- 
corse i principali teatri d'Italia e dell'estero, al fianco de' più 
famosi artisti, quali la Fumagalli, la Cazzola, la Sadowski, i 
fratelli Salvini, Taddei, i due Rossi, ecc. Interpretò con molto 
plauso caratteri opposti, come Ofelia. Desdemona. Partenia, 
Norma, Messalina, Marcellina e Pamela; e Tommaso Salvtni 
che l'ebbe lungo tempo a compagna, fa bella menzione di lei 
ne' suoi Ricordi artistici. 

Sposò Alfredo Piamonti, attore generico e amministratore, 
col quale si trova anche oggi, e dal quale ebbe un figliuolo, 
che, seguita l'arte de' parenti, promette di diventare un carat- 
terista egregio. 




FIANCA - PICCININI 275 

Fianca Pietro, milanese. Dopo di aver recitato co' dilettanti 
della città, si diede al teatro, esordendo primo innamorato con 
Fedele Venini, e passando poi con Francesco Paganini, col quale 
ebbe campo di mostrare le sue ottime qualità di artista, spe- 
cialmente per le parti di genere serio. 

Pianizza Giuseppe, bolognese. Dopo di avere recitato fra 
gli accademici le parti di prima donna, sollevando all'entusia- 
smo nella Zaira di Voltaire e nella Perselide del Martelli, risolse 
con un fido compagno, Orazio Zecchi, di formare una Compa- 
gnia tutta di giovani, colla quale si recò nella Marca anconitana, 
ov'era vietato alle donne di presentarsi in Teatro, e ove s'ebbe 
i più completi trionfi. Recitò poi le parti à.^ innamorato ; e fu col 
medesimo Zecchi a Napoli, ove molto piacque, specialmente 
nel personaggio di Signor Pasquino, uomo ridicolo, schizzinoso 
e affettato, e in quello di ubbriaco. 

Giuocatore espertissimo di bigliardo e di pallone, fu anche 
dedito a disordini non fatti per la sua complessione gracilissima; 
talché, prostrato dal male, si recò da Napoli a Bologna colla 
speranza di recuperar le antiche forze nella città natale : ma, le 
cure de' medici riuscite vane, dovè soccombere, ancor giov^e, 
nel 1775. 

Piccinini Lorenzo. Nato a Lucca il 1807 da Domenico e 
da Angela Rosignoli, entrò in arte la quaresima del '26 nella 
Compagnia di Carlo Spinola. Salito al grado di generico prima- 
rio, si mantenne in quel posto, ammirato e acclamato, al fianco 
de' migliori artisti del suo tempo, e scritturato da' migliori ca- 
pocomici, quali Vergnano, Bon, Mascherpa, Bazzi, Presciani, 
Alberti, Monti, Domeniconi, Coltellini, Dondini, Salvini, sino 
al 1879, anno in cui si ritirò dalle scene, poverissimo, soccorso 
da' suoi concittadini, e da qualche compagno d' arte. 

Fu direttore di una Scuola di declamazione, creata a po- 
sta per lui nella sua terra natale, ove morì il 17 di novem- 
bre del '91, compianto da tutti. Aveva preso parte attiva 



276 PICCININI - PIERI 



il '31 ai moti insurrezionali italiani con la legione del mar- 
chese Guidotti. 

Ernesto Rossi lasciò scritto di lui: 

PiccinÌDi, quantunque non levasse le ali a eccelsa mèta fu artista coscenzioso e distinto 
e interprete felice delle opere dell'Alfieri, del Niccolini, di Pellico e del Marenco, opere ormai 
sconosciute alla presente generazione. La modestia, più che il suo intrìnseco talento artistico, 
lo arrestò nel suo cammino, il quale avrebbe potuto essere più glorioso, ma però quella mo- 
destia, che io chiamerei temenza di sé medesimo, gli valse maggiormente la stima dei suoi com- 
pagni e della crìtica, perchè ebbe il piacere e la soddisfazione di recitare sempre a fianco dei 
più bravi artisti italiani. Come uomo, di una onestà e di una probità veramente esemplare, 
per cui mai gli mancò la stretta di mano e l' amicizia vera di quanti lo conobbero. 

Pieri Francesco^ romano, figlio di onesti parenti, fu, nella 
prima giovinezza proto di stamperia. Stanco dell'arte sua, ab- 
bandonò la terra natale, e dopo alcune vicende si aggregò a 
una Compagnia comica di secondo ordine, recitandovi le partì 
di tìranno. Fu con tale ruolo socio di varj nelle imprese, finché, 
impinguatosi alquanto, passò a quello di caratterista, scritturato 
nella Compagnia Bianchi e Paganini. Fu in processo di tempo 
socio della Belloni e del Previtali; poi di nuovo scritturato dal 
Pani e dal Raftopulo. Tornò col Pani il '23, fece società il '24 
con Nicola Vedova, e divenne poi conduttore di Compagnia egli 
stesso, che tenne •fino alla sua morte. 

Il Pieri fu coetaneo del Pertica e del Vestri : nonostante, 
mercè T ingegno svegliato, la voce armoniosa, la fisionomia 
aperta, la figura adatta al suo ruolo, fu uno de' più reputati ca- 
ratteristì del suo tempo. 

Le commedie : La Riconciliazione fraterna (dal tedesco). La 
Bottega del Caffè, Il Burbero benefico. Il Poeta fanatico. Il Barbiere 
di Gheldria, e altre molte ebbero in lui un interprete valoroso. 

Al Teatro Nuovo di Firenze, nel carnovale del 1834, ^^" 
trato appena fra le quinte dopo una scena delle Donne Curiose 
del Goldoni, fu colto da apoplessia fulminante, che in poche ore 
lo condusse al sepolcro. 

Pieri Anna. Moglie del precedente, figliuola di saltimban- 
chi, che recitavano e ballavano sulla corda in baracche mobili 



PIERI 277 

di legno, preceduti e accompagnati da un suonatore di tromba, 
di gran cassa e di chitarra, fu con essi in Portogallo; d'onde, 
restituita in patria, fu veduta e amata dal Pieri, il quale, avu- 
tala in moglie, la separò per sempre da' suoi congiunti. Diventò 
l'Anna in poco tempo un'attrice di liete promesse, e con l'orna- 
mento della persona bellissima, del volto simpatico, degli occhi 
splendidi, dello spirito singolare, salì in breve al grado di se- 
conda donna, poi 6ì prima assoluta, nel qual ruolo stette sei anni, 
nella Compagnia Raftopulo, assieme al marito caratterista, poi 
in quelle di Pani e di Vedova. 

Cede, il 1826, il ruolo ^\ primadonna a sua figlia Amalia, 
passando essa a quello di madre nobile, sino al '34, anno della 
morte di Pieri, dopo il quale scritturò le figliuole Amalia e Lui- 
gia ^Fiorentini di Napoli, e ir35 ^i^dò a viver con esse fuor dal 
teatro. 

Pieri-Cristiani Amalia, figlia dei precedenti, cominciò a 
recitar quindicenne nella Compagnia che suo padre aveva in 
società con Vedova. Col padre capocomico, assunse il ruolo di 
primadonna giovine, ^ prima donna, nel quale fu scritturata 2! Fio- 
rentini di Napoli, a vicenda con Carolina Colomberti, sotto la 
celebre Tessari. Sposatasi a Demetrio Cristiani, vedovo, che le 
morì dopo due anni, si recò prima attrice assoluta nella Compa- 
gnia Pisenti e Solmi, in cui stette più anni,applauditissima. Passò 
poi in varie Compagnie, ora socia, ora scritturata, e morì a Roma. 



i-Tiozzo Elena. Veramente ella non ha che vedere col 
nome di Pieri, essendo nata a Napoli il 1 840 da Demetrio Cri- 
stiani e da Angiola Cavalli. Mortagli la moglie, il Cristiani passò 
a seconde nozze con Amalia Pieri, che s'ebbe la piccola figlia- 
stra, come vera figliuola: e questa, entrando in arte, adottò 
forse, invece del paterno, il nome della matrigna, a cui tanto 
lustro aveva cresciuto il fratello Gaspare. 

A tredici anni Elena Pieri esordì /^r le parti amorose in una 
compagnia formata dall'Amalia, e a poco più di quattordici si 



278 PIERI 

sposò a Giuseppe Tiozzo, pizzicagnolo di Chioggia. Ma l'amore 
deirarte la ricondusse dopo un solo anno di matrimonio su la 
scena, prima donna della Compagnia Mazzola, poi della Lom- 
barda ('56) diretta da Luigi Aliprandi, di quelle di Peracchi ('57) 
(l'elenco l'annunziava come socia onoraria dell' Accademia Rozzo- 
Senese)y di Gattinelli, di Bellotti-Bon, di Alessandro Salvini. 

Formò poscia ('61) compagnia ella stessa per un triennio, 
dopo il quale ('65) fu con la Compagnia Dante Alighieri, diretta 
da Riccardo Castelvecchio. Recatasi a Tunisi, vi dimorò parec- 
chio tempo, maestra di filodrammatici; indi, fatta compagnia 
la figlia Zaira (un' artista mediocre per le parti di prima attrice^ 
che pervenne a un certo grado di rinomanza per la rappresen- 
tazione della Frine di Castelvecchio, in cui mostrava all'ultima 
scena tutta la opulenza delle sue forme ; e che oggi trovasi a 
San Paulo di Brasile), essa andò a farne parte qual madre no- 
bile, e tale passò l'anno dopo con Novelli, con cui stette sette 
anni ammiratissima. 

Fu quindi con la Compagnia Cocconato, poi con quella di 
Cesare Rossi, dalla quale uscì per recarsi a Livorno, aggre- 
gata alla Filodrammatica àé^ Nascenti. Oggi (1901) eli' è con 
Micheluzzi a Napoli. Attrice modesta e amantissima dell'arte 
sua, fu sempre decoro delle compagnie in cui militò. 

Pieri-Alberti Luig^ia^ sorella minore della precedente, so- 
stenne il ruolo di servetta fino alla morte di suo padre, poi di 
amorosa nella Società Tessari, Prepiani e Visetti di^^ Fiorentini 
di Napoli, della quale, in breve, diventò la prima attrice giovine 
applauditissima. Uscitane la Colomberti per darsi al canto, e 
non essendo la celebre Tessari più giovine, la Pieri la sostituì 
in tutte quelle parti convenienti alla sua età. Succedette alla 
Tessari Maddalena Pelzet, la quale dopo un solo anno dovette 
andarsene; e la Pieri tra pel merito reale, e per l'intrigo del 
marito. Adamo Alberti, capo socio della Compagnia, diventò 
\à prima donna assoluta dei Fiorentini, fino al '54, in cui fu so- 
stituita da Fanny Sadowski, assumendo essa il ruolo di madre 



nobile, che sostenne per varj anni, finché, stanca dell'arte, il 
IO ottobre del 1885 sì ritirò dalla scena. Morì a settìintaquat- 
tr'anni a Napoli d'idropisia. 

Pieri Gaspare, fratello minore delle precedenti, nato a Roma 
il 1 827, fu il più forte artista brillante del suo tempo. Cominciò 




giovanissimo a recitar nella Compagnia Aé* Fiorentini di Napoli, 
poi si scritturò ÌI '51 come amoroso nella Compagnia di Luigi 
Domeniconi. Ma dopo alcuni anni dì prova infelice, si diede alle 



28o PIERI 

parti comiche, nelle quali riuscì in breve grandissimo. Trovan- 
dosi ir 5 5 nella Compagnia di Astolfi, morto questi di colera a Pi- 
stoia, ne assunse egli la condotta e la direzione, fortunatissimo 
sempre come capocomico, l'idolo del pubblico e delle imprese 
come attore. La rinomanza sua era giunta a tale, che non gli 
occorreva più spedir T elenco della Compagnia a' vari teatri: il 
suo nome era più che sufficiente. A un colpo di tosse, a una 
frase, a un saluto da lui appena accennato di tra le quinte, avanti 
d' entrare in scena, si propagava in un attimo per tutto il teatro 
la più festosa allegria. Grazioso, pieno di anima e di vita, elo- 
quente e alquanto istruito (il suggeritore non esisteva per lui), 
riempieva egli solo tutta la scena. Dire delle commedie ov' egli 
maggiormente eccelse non è possibile, poiché in tutte egli fu 
eccellente. Talvolta anche uscì dal suo ruolo, come ad esempio, 
nella Salirà e Pariìii del Ferrari, in cui passò a quello di carat- 
terista, recitando il Marchese Colombi, e nel Goldoni e le sue se- 
dici commedie pur di Ferrari, in cui passò a quello di primo at- 
tore, recitando il protagonista. 

A detta de' contemporanei nessuno toccò nel Colombi la 
perfezione di lui, e quanto al Goldoni egli scriveva a Francesco 
Righetti il i8 agosto '54 da Venezia: 

Qui la mia Compagnia piace immensamente, qualunque altra in vece della mia non fa- 
rebbe le spese serali, tanti sono i passatempi gratis, che ofire in questo mese Venezia ; pure 
ò 116 abbonati e nove palchi a stagione. Colla mia destrezza sostengo persino la Dreoni, che 
viene salutata al suo comparire; Salvini furoreggia; ma con la debita modestia io sono il più 
festeggiato, e ne ho potenti prove pecuniarie. Per mia beneficiata feci il Goldoni e U sue se- 
dici commedie t in cui sostenevo la parte del protagonista ; ebbene, quantunque stravecchia la 
commedia, pure il teatro era quasi pieno, e rimasero nette 314 lire, senza alcuni regali che mi 
vennero fatti, mentre in festa con Dramma nuovo, non abbiamo mai incassato più di 160 lire. 
Ne feci due repliche con bel teatro, e piacqui immensamente, come pure il Raimondi nella 
parte del Suggeritore, Bellissimi articoli mi scrissero tanto sulla Gazzetta officiale^ come negli 
altri fogli di Venezia. Mi dichiararono superiore a molti e inferiore a nessuno dei primi at- 
tori che sin oggi hanno rappresentato Goldoni, Lo stesso Paolo Ferrari che me la pose in scena» 
mi fa i più lusinghieri complimenti. La feci studiare e provare per 14 giorni, per cui t' assi- 
curo che è affiatata in modo da farsi a memoria ; infatti la prima parte del terzo atto la reci- 
tiamo senza rammentatore, lo che fa un bellissimo effetto. 

Era stato il '54 nella Compagnia Reale Sarda (obbligato di 
recitare tutte le parti di brillante e non meno quelle di primo 



GENERICO AMOROSO che gli Verranno assegnate sema ulteriore pre- 
tesa, contraddìsione alcuna, con lo stipendio annuo di lire nuove 
di Piemonte ^OO, e due mezze serate), poi diventò per un anno 
capocomico, anno malauguratissimo, in cui s'ebbe malanni di 
"ogni sorta un po': Colera, Leve, Carestia, Imprestiti e altro. 
Tornava scritturato pel '56, attore e direttore, con Astolfi,e nella 
lettera al Righetti dianzi accennata, scriveva : < non voglio pììl 
dolori di testa, nei più begli anni della mia carriera: questo è il 
momento di farmi pagar bene, ed infatti me ne sono prevalso : se 
Astolfi mi ha voluto pel '56, ha dovuto darmi lire settemila, 
e cinque mezze serate. » Ma l' Astolfi morì, e il Pieri fu d'allora 
in poi capocomico fino alla morte (a Genova, il 3 marzo 1866), 
e per di più senza dolori di testa. 

Pieri-Casali Giuseppina. (V. Casali-Pieri). 

Pieri Vittorio, figlio dei precedenti. La sua prima appari- 
zione mi pare facesse il 1865 nell'elenco della compagnia pa- 
terna, per le parti ingenue. 
Lo vediamo il '75 se- 
condo brillante, prima con 
Bozzo e Checchi, poi con 
De Ogna e Schiavoni. 
L' '80 era nello stesso 
ruolo con Morelli e la Tes- 
sero.coi quali passò /«'wo 



assoluto r'83 colla moglie 
{V, Aliprandi- Pieri) prima 
attrice. Diventò 1' '84, e 
per un triennio, capoco- 
mico solo, poi in società 
con Cesare Vitaliani e An- 
gelo Vestri. Tornò scritturato in vario tempo poi capocomico, 
or solo ora in società, passando dal ruolo dì brillante a quello di 
generico primario. 




282 PIERI-PIE TRIBONI 

Vittorio Pieri non ereditò la forza comica del padre ; ma 
sì la sua semplicità e correttezza.... e però ebbe assai più atti- 
tudini alle parti dignitose che a quelle di vero e proprio bril- 
lante. Oggi, se ben sempre artista, attende all'amministrazione 
della compagnia, di cui egli è capo assieme all'attore Enrico 
Reinach. 

Pietriboni Giuseppe. Un de' più forti capocomici e diret- 
tori del nostro tempo, nacque a Venezia il 21 dicembre del 1846 
dal ragioniere Domenico e da Angela Demartini. Studiò legge, 
e senza aver appartenuto ad alcuna società filodrammatica, 
mostrò sin da piccolo amore grandissimo al teatro di prosa, 
nel quale esordì come autore, facendo rappresentar di giorno 
al Malibran per beneficiata del primo amoroso della Compagnia 
Zocchi e Bonivento un suo lavoro in cinque atti, intitolato -^///^ 
nio DalPonlCy fondatore del Poìite di Rialto, sotto il Doge Pasquale 
Cicogna, ch'ebbe l'onore di due repliche. L'arte lo affascinava 
ognor più. A Padova, innamoratosi di un'attrice della Compa- 
gnia Boldrini-Peracchi, si scritturò a prova secondo amoroso con- 
tro il volere del padre, e aiutato segretamente dalla madre ; ed 
esordì con la parte di Egidio nelle Scintie di Gherardi del Te- 
sta. Dopo tre mesi di prova fu accettato attore stipendiato a lire 
una e cinquanta centesimi al giorno e viaggi pagati. Ma alla ma- 
dre fu proibito di mandargli il più piccolo soccorso di danaro, 
di guisa che egli fu costretto a sciogliersi, aspettando il danaro 
dal padre per tornarsene in patria. Nel frattempo si ammalò 
improvvisamente il primo attor giovine Giustino Pesaro. Gli 
affari della Compagnia volgevano alla peggio. Si doveva rap- 
presentar la sera una commedia nuova, in cui tutti prendevan 
parte. Come rimediare? Pietriboni si offrì di sostituir l'amma- 
lato la sera stessa. E il successo fu pieno : e anziché tornarsene 
a casa, il giovine artista fu confermato con una paga che gli 
desse da vivere ; e indi a poco egli fu primo attor giovine. Passò in 
due o tre anni nelle Compagnie di Prosperi, Peracchi e Sterni, 
finché raccomandato ad Adamo Alberti dal Comm. Frascani, 



PIETRIBONI 



direttore delle Poste a Milano, potè entrare il '68, qual primo 
attor giovine, ai ^wr^ntì»/ di Napoli dove stette sino al '73, anno 
in cui egli si creò primo aliare, direttore. Capocomico e.... marito 
di Silvia Fantechi, ch'egli aveva conosciuta seconda donna nella 
Compagnia di Cesare Rossi. Il primo anno fece società con 
Francesco Coltellini, da cui essendogli pervenute alla resa dei 
conti cinque o seimila lire di guadagno, oltre a quel tanto da 
vivere che s'era assegnato giornalmente per sé e la moglie, sì 
sciolse amichevolmente, e 
diventò capocomico solo, 
mettendo subito piede al 
primo teatro di prosa di 
Milano (ora Manzoni) il set- 
tembre, e all'Arena Nazio- 
nale dì Firenze la prima- 
vera. E qui comincia la 
grandezza vera di Giusep- 
pe Pietriboni, della quale io 
posso dire qualcosa, aven- 
dolo avuto direttore e fra- 
tello per quattro anni: dal 
'77 all' 81. Prima di tutto 
egli seppe accoppiare una grande intelligenza a una grande 
modestia; e in ciò stette la sua forza. Incoraggiato dai più, ac- 
carezzato come una energìa saliente, non fu offuscato dal de- 
mone della vanità e della superbia.... Egli andava assiduamente 
a frugar nelle vecchie commedie per rinsanguare il suo reper- 
torio; e quelle, cito ad esempio la Famiglia Be/ioìton di Sardou, 
metteva in iscena con la importanza di una novità;... alla prima 
rappresentazione dì esse, accortamente preparati, la stampa e 
il pubblico accorrevan in folla a dare il lor giudizio come si 
trattasse dì grande avvenimento. 

Dì taluna di esse (del Padre Prodigo di Dumas figlio) af- 
fidò la direzione a Paolo Ferrari, il quale, traeva tale gagliardìa 
dalla disciplinatezza, dalla sommissione, dal volere di noi gio- 




284 PIETRIBONI 



vani, che a volte restava in teatro a dirigere dalle dieci di mat- 
tina alle quattro di sera. E vi fu chi l'accusò, tanto per fare, 
di non saper mettere in iscena che opere proprie. Oh ! se lo 
avesser visto nel Padre Prodiero, nei Fourchambault, nel Tor- 
guato Tasso di Goldoni, lavori d' indole così disparata ! E quali 
effetti di commozione o di comicità non sapeva trarre da situa- 
zioni o da intonazioni nuove, imprevedute ! ! ! 

Pietriboni, ricorrendo a Ferrari, ebbe un di quei lampi 
che non possono avere, ripeto, che gì' intelligenti e in un mo- 
desti! Egli ebbe aperto da lui un nuovo orizzonte.... il metodo 
suo seguì, si assimilò; grande interprete del concetto, non lo 
era meno della parola. Non gli sfuggiva un monosillabo ! Lo 
ricordo nei Borghesi di Pontarcy di Sardou! Distribuite \e parti 
e letta la Commedia, venne alla prima prova con un foglio, ove 
eran segnati meccanicamente nelle scene più confuse i movi- 
menti de' singoli attori!... Mostrava egli le scene, recitava da 
donna, da vecchio, da giovine!... Certo non era ingiusta la pecca 
che trovaron nella sua dizione, saltellata e martellata talvolta 
in una pronunzia dialettale che non l'abbondonò più.... Ma il 
concetto della parte era sempre qual si doveva, e si mostrasse 
egli come Esopo, o Padre Prodigo, o Bernard, o Cavalier di Spi- 
rito, o Fabrizio, o Bolingbrocke, o Carlo V o Camillo Blatta, o 
altro.... se non potè essere per l'orecchio del pubblico attore 
eccellente, fu certo e sempre pel suo cervello eccellente artista. 

Giuseppe Pietriboni fu anche uno de' più coraggiosi capo- 
comici. Per rappresentare al Valle di Roma in una sola stagione 
di Carnevale il Mondo della Noia, sborsò a Giovanni Emanuel 
cinquemila lire in oro. Acquistò \ Fourchambault dS. Augier per 
dodicimila lire in oro.... Commise a Cavallotti un lavoro, che 
fu poi il fortunato Cantico dei Cantici..., Ma quando ancora tutto 
arrideva, ahimè, il destino inesorabile venne a prostrare quella 
forza giovine.... 

L' '85, a Nizza, Giuseppe Pietriboni, quando si facevan 
sulla scena lavori di riadattamento nel teatro incendiato, visto 
nella penombra socchiuso un uscio, e credutolo quello di un 



PIETRIBONI 385 

camerino, lo aperse e vi entrò. Era quello dell'ascensore!... 
Il poveretto precipitò dall'altezza di tre piani.... e n'ebbe tal 
commozione, che più non riacquistò l'antico vigore del corpo 
e dello spirito. Sette anni più tardi la sua Silvia gli morì dopo 
un anno e mezzo di malattia da lei ignorata, e che fu per lui 
la più atroce agonìa.... Oggi egli è stato chiamato, dicono, ad 
aiutar nella direzione pel triennio '903-6 la signora Virginia 
Reiter. Bene ! Dio lo guardi sempre. 



Pietrìboni Silvia. Moglie del precedente, nacque a Firenze 
il I 845 da Stefano e Maddalena Fantechi. Alunna della Scuola 
fiorentina dì recitazione, diretta da Filippo Berti, esordì a di- 
ciassette anni nella Com- 
pagnia di Cesare Mazzola, 
passando poi in quelle di 
Luigi Domeniconi, di Pa- 
padopolie Bergonzoni,ein 
altre. Creò allora (novem- 
bre del '69) al Teatro Re 
Nuovoó\ Milano Froti-J^rou 
di Meilhac. Fuir7i-'72 se- 
conda donna della Compa- 
gnia Sadowski, diretta da 
Cesare Rossi, al He Vecchio 
di Milano e il 3 dicembre ' 7 1 
vi creò per sua beneficiata 
la parte di Lidia nella Vìsiia dì Nozze di Dumas figlio. Sposa- 
tasi il '73 a Giuseppe Pietrìboni, ne fu anche la prima attrice 
assoluta, sino al dì della sua morte, avvenuta a Torino per car- 
cinoma il 21 febbraio del '92; e in codesti diciannove anni fu 
l'anima della Compagnia, nella quale recò tanto di bontà, di 
grazia, di gentilezza, che non vi fu, credo, compagno d'arte 
che a lei non fosse come me affezionato e devoto, e come me 
non piangesse la sua morte sì come quella di una buona amica, 
di una sorella. Povera Silvia! Non grande artista, era vera- 




286 PIETRIBONI - PIETRO PAOLO 

mente una grandissima attrice: alla mancanza del tempera- 
mento che non le concedeva lo scatto inatteso, geniale che su- 
scita gli entusiasmi, suppliva con una forza di volontà singolare, 
accogliendo sommessa i consigli, gl'insegnamenti assimilan- 
dosi, e le parti più disparate analizzando, sminuzzando con tal 
cura affettuosa, da acquistarsi la benevolenza e l'ammirazione 
de' pubblici più severi. Creò, prima attrice e capocomica, una 
infinità di parti, fra le quali primeggiavan la Pia del Cantico 
de Cantici, la Maja de' FourchambauU , la Madre de' Borghesi 
di Pontarcy, la Beatrice del Marito amante della moorlie. Se bene 
a ogni genere di lavori ella fosse esercitata, non esclusi -^tì?r/a«<z 
Lccouvreur, La Signora dalle Camelie, Due Dame ed altro, assai 
meglio riuscì, per l'indole sua, in quelli, ove fosser primo ele- 
mento il sorriso e la grazia, l'ingenuità e la monellerìa. Così 
furon commedie predilette e da lei e dal suo pubblico Le prime 
armi di Richelieu, Il Positivo, Il Cantico, Il Bicchier d'acqua, I no- 
stri buoni villici. La Sposa sagace, ecc. — Nel primo anniversario 
della sua morte (2 1 febbraio '93) il marito raccolse con pietoso 
pensiero in un volume, che pubblicò a Palermo pei tipi del Bar- 
ravecchia col titolo /// Memoriam, quanto fu scritto e stampato 
nelle sue esequie dagli amici, dalla critica, dall'arte tutta. 

Pietro Paolo....? Per quante ricerche fatte, non mi è riu- 
scito di aver notizia su questo comico, tranne la lettera se- 
guente, che traggo dall'Archivio di Modena: 

Ser.»"o Sig.»" mio os8.'"o 

Hauendo Pietro Paulo comico vna lite in Reggio, per la cui spedizione egli preme, 
come importante molto a suoi interessi, ha hauto ricorso da me, acciò che lo raccomandi 
a V. A. e la prieghi ad ordinare a que' suoi ministri che vogliano troncate tutte le dila- 
zioni spedirgliela per giustizia. Io lo faccio con la presente, e m' assicuro che l'A. V. si 
compiacerà di far conoscere al suddetto quanto gli sia stata fruttuosa la mia intercessione, 
e qui raccordando a V. A. il mio solito desiderio di sempre seruirla, le bacio con par- 
zialissimo affetto le mani 

Di V. A. Aff «0 Ser." e Cognato 

Piacenza li 4 marzo 1640. OdOARDO FARNESE. 

S.>^ Duca di Modena 

•pvj f,,^.-: . (RescriUo della Cancelleria) s*è scritto al S.' Tenente Borghi che 

spedischi la sua causa con somma giustizia rimosse, ecc. 



PIETROTTI - PIISSIMI «87 

Pietrotti Santi. Nacque a Firenze il 24 marzo 1830 da 
Vincenzo Petrotti (e non Pietrotti come fu chiamato in arte il 
figlio Santi) e da Rosa Gentilini. Rimasto orfano del padre, si 
trovò conduttore a sedici anni dì una bottega di parrucchiere, 
la sola rimasta di tante possedute dal padre, colla quale era di 
sostentamento alla madre e a due fratelli minori. A diciotto 
anni, in compagnia di Ciotti, Barsi e altri, comìncio a recitare 
in un teatrino improvvisato, e dai '53 al '62 si scritturò con lo 
Stenterello Landìni al Teatro della Piazza Vecchia, per le sole 
stagioni di Carnevale e di Quare- 
sima, e con Laura Bon (V.) per le 
domeniche dell'estate al Politeama. 
Il '6 2 fu col Landini, regolarmente, 
per l'anno intero. Passò il'ós^f^wc- 
rico nella Compagnia di Gaspare 
Pieri, e l'anno seguente, per un 
triennio, in quella di Bellotti-Bon. 
Scritturato il '67 con Alamanno 
Morelli, fu con lui Caratterista fino 
al '79, per passare poi nella nuova 
Compagnia Marini e Ciotti, dalla 
quale uscì per recarsi con Emanuel 
a' Fiorentini di Napoli. Fu poi con Giacinta Pezzana, col Bel- 
lottì (Compagnia n. 2), e finalmente ancora con Virginia Marini, 
per un triennio, dopo il quale (carnevale deir'83) si recò a Fi- 
renze, dove morì il 23 giugno dello stesso anno. 

Fu il Pietrotti attore assai pregiato per la verità e spon- 
taneità della dizione. Diceva il verso con molta efficacia non 
mai discompagnata da una grande sobrietà. A] tempo in cui 
fioriron l'opere di Pietro Cossa, egli fu nella Compagnia di 
Alamanno Morelli, degno compagno di Virgìnia Marini, Fran- 
cesco Ciotti, Giulio Rasi. 

Pìissimì Vittoria, < celebre comica ferrarese, fioriva del 
1579. nel qual anno fu ad essa dedicata da Bernardino Lem- 




288 PIISSIMI 



bardi la Fillide, favola pastorale dell' acceso accademico Ri- 
novato. > Così il Quadrio. E il Garzoni, dopo di aver parlato 
A^Andreini, dell' Armani, e della Lidia : 

Ma soprattutto parmi degna d'eccelsi honori quella divina Vittoria, che fa meta- 
morfosi di sé stessa in scena, quella bella maga d'amore, che alletta i cori di mille amanti 
con le sue parole, quella dolce sirena, eh' ammalia con soavi incanti l' alme de' suoi di- 
voti spettatori: e senza dubbio merita di esser posta come un compendio dell'arte, havendo 
i gesti proporzionati, i moti armonici e concordi, gli atti maestrevoli e grati, le parole 
affabili e dolci, i sospiri ladri e accorti, i risi saporiti e soavi, il portamento altiero e ge- 
neroso, e in tutta la persona un perfetto decoro, qual spetta e s' appartiene a una per- 
fetta comedian te. 

E Giuseppe Pavoni nel suo diario delle feste per le nozze 
di Ferdinando Medici con Cristina di Lorena : 

Sabbato, che fu alli sei (di maggio del 1589), ritrovandosi in Fiorenza li Comici 
gelosi con quelle due famosissime donne la Vittoria e l'Isabella, parve al Gran Duca che 
per trattenimento fosse buono far, che recitassero una Comedia a gusto loro. Cosi ven- 
nero quasi, che a contesa le dette donne fra di loro, perchè la Vittoria voleva si reci- 
tasse la Cingana, et l' altra voleva si facesse la sua Pazzia, titolata la Pazzia d' Isabella, 
sendo che la favorita della Vittoria è la Cingana, et la Pazzia, la favorita d'Isabella. Però 
s'accordarono in questo, che la prima a recitarsi fusse la Cingana, et che un'altra volta 
si recitasse la Pazzia. Et cosi recitarono detta Cingana con gli Intermedi] istessi, che fu- 
rono fatti alla Comedia grande : ma chi non ha sentito la Vittoria contraiar la Cingana, 
non ha visto, né sentito cosa rara, et maravigliosa, che certo di questa comedia sono re- 
stati tutti soddisfattissimi. 

L'itinerario della Piissimi troviam quasi interamente trac- 
ciato al nome di Pasquati e di Pellesini. Quando i Gelosi eran 
l'inverno 1575 a Firenze, Ercole Cortile scriveva al Duca di 
Ferrara in data del 3 di dicembre : 

La sera fu trattenuto (il Card. le di Gambara) dalla signora Duchessa a una 

Comedia di 2Uuii della Compagnia della Vittoria la quale si ritrova qui molti giorni sono, dove 
era anche il detto Card.l^ de Medici, il Rondo et Io suso un palco fatto a posta per S. A. 
sopra una salla grande di Palazzo dove fanno ordinariamente le comedie in pubblico. 

Aggiungiamo qui alcuni particolari che traggo da lettere 
inedite dell' archivio di Modena, non accennati a' nomi degli 
attori suddetti. 

Il 27 di agosto del 1580 il Principe di Mantova scriveva 
da Gonzaga al Cardinal d'Este, raccomandandogli la Vittoria, 
la quale desiderava recitar le sue comedie a Padova. 



BUSSIMI 289 



E al Cardinal d'Este, scriveva da Ferrara il prevosto 
Trotti, il 2 5 di ottobre dello stesso anno : 

Tatti stanno benissimo et beri sera cbe fa giobbia in camera della S.<^ Do- 

cbessa Ser.<n« bavimo una Comedia della Compagnia della Vittoria con gran gnsto di 
qnelle S." 

E ora, ecco integralmente le lettere della Vittoria, di cui 
è cenno al nome di Pellesini : 

Serenissimo Signor, 

Ho nedato quanto Vostra Altezza Ser.™« ba iato scriuer a petroUino et ben cbe 
come sua bnmil sema mi donessi aquetare à quanto conosco esser di sua sodisfacione non 
dimeno astreta da quella pietà cbe ognuno bA di sé stesso uedendomi una tanta mina 
cosi uidna et credendo pur cbe Vostra Altezza perseueri percbe non conosca tanto mio 
danno et dissonore però di nono la suplico per le Vissere di Gesù Cbristo a non esser 
causa de la mina mia et creda cbe se cosi non fosse uorei prima perdere la ulta cbe 
restar di obedirla la mi faccia gratia di farsi dar informadone da cbi ba cog^don di questo 
fato senza cbe io sapia da cbi et non siano persone interessate cbe la conosserà cb'io 
dico il nero et da quelli la intenderà quello cbe per non infastidir taccio cbiedendoli per- 
dono de la molestia et mia sforzata importunità, con cbe gli resto bumilissima sema su- 
plicandola di nono concedermi con pedrolino la Vita del mio bonore et del Corpo cbe 
nel restar di pedrolUno consiste però gratia Ser.°>o mio Signor gratia per l'amor de Dio 
cbe quale la cbiesto con le ginocbia a tera et con le lacrime del Cuore nostro Signor la 
Consemi et a me dia gratia di poterla seruire di Venetia a di 4. genaro 1581. 

Di Vostra Altezza Ser.™» Humili«iima Ser.«« 

Vittoria Pijssimi. 

Di fuori : ai Ser.*»© Sig.J* Duca di Ferrara mio sig.»^» colendissimo. 

Ser.nio Sig.rc 

Da molti mi uiene referto, cbe petroUino et io babbiamo persa la gratia di Vostra 
Altezza Ser.™> per non bauerla potuto seruire questo Cameuale, et percbe la riuerenza 
con la quale 1' osseruo da tanti ani in qua supera ognaltra uedendomi cosi à uiua forza 
bauer mancato a cbi tanto son tenuta, et bò desiderato sempre semire, nino la più scon- 
tenta donna cbe mai nassesse, et però à suoi piedi ricorro suplicandola ritornarmi nella 
sua gratia, et l' istesso dico di petrolUno^ poi cbe per mia causa è incorso in errore, il 
quale per l'affiuio cbe sente si può dir cbe facia la penitenza de l'errore, et accresse la 
mia col suo cordoglio : ma percbe una sintilla de quella benignità, con la quale la mi ba 
sempre fauorita può render noi felicissimi io di nono caldamente la suplico et bumilissi- 
mamente me et questo suo denoto bencbe basso seruo raccomando, oferendo me et la 
mia Compagnia suplire al mancamento et pregar Dio per la sua conseruatione, cbe nostro 
Signore la felidti. di Venetia a di. 5. Marzo 1581. 

Di Vostra Altezza Ser.m» HumiliBsima serua 

Vittoria Pijssimi. 

Di fuori : ai Ser.«no S.' Duca di Ferrara mio sig." colend.«»o 

37. — / Comici italiani. Voi. IL 



Del 1 590 abbiamo questa lettera da Roma comunicatami 
da Angelo Solerti, autore con Domenico Lanza del Teatro Fer- 
rarese nella seconda metà del secolo xvi : 

S«r.'"o mio Sig." Om."io 
Per l'iottams che me Tien btU per parte di Vittoria Piiisima comica, la quale 
i&at ^k aver avuto una leatenza a favor suo sopra nn sao credito di denari prestati, ho 
volato prq^r V. A. che aia lervita d'ordinare i consiglieri di cotesta Citti li qnali tono 
gindici di qnesta canta che venghino all'eMcnzioQe della sentenza, tfsatt che sia saliilatt», 
e non sìa più straziata dalla parte avversa. La domanda mi par tanto ginstt, magpor- 
nente essendovi istnmento in forma camerale, che mi strìnge a sapplicare V. A. con la 
presente con molta caldezza. E con qneito tine nella soa bnona grazia mi raccomando e 
le iMdo la mano. 



Il Cakd." Aliss.ho 

(R. Arch. di Stato in Firenze; Carteggio Cardinali; f.' 
3775). - Una compagnia della Vittoria torna in campo solo 
nel 1593 (D'Ancona, p. 330). 

Grandissima artista dovett' essere in vero questa Vitto- 
ria, se si disputò il primato con la famosa Andreini. Né sol- 
tanto si mostrò valorosa nelle parti serie, ma anche in quelle 
di serva, ch'ella sostenne sotto il nome di Fioretta, e nella 
danza, esercitate con rara maestria, a testimonianza del conte 
Gio. Batista Mamiano, che le dedicò, ancor giovine, i due se- 
guenti madrig2ili, pubblicati poi tra le sue rime a Venezia 
il 1620. 

Per la Signora Vittoria Comica 

Con soavi catene 

di grazie e di bellezza, 

di crudele pietà, di molle asprezza, 

l'alma m'avvince, ed incatena il core 

questa maga d' amore, 

de' Socchi, de' Coturni e delle Scene 

Vivo splendore e gloria. 

Vincitrice dei cor dolce Vittoria. 



PIJSSIMI 291 



Né già mi dolgo e pento 

di servitù si cara e si gradita, 

dove stimo piacer perder la vita. 

Ma sol temo e pavento, 

che si nasconda poi 

sotto il ricco tesor di tal beltate 

fìnto amor, finto cor, finta pietate. 

Per r istessa, nelle Scene detta Fioretta 

Col nome di Fioretta 
lusingando m'alletta 
questo tiranno amore; 
ma quando ardito il core 
s'accosta al vago viso, 
incautamente, ohimè, rimane ucciso. 

Così mano bramosa 

di vermigliuzza rosa, 

se troppo s'avvicina 

la punge acuta spina, 

e prova in un momento 

con dilettoso mal gioja e tormento. 

O spietata pietate, 

o cara feritate, 

dal vostro dolce amaro 

con mio diletto imparo 

come amante gioisce 

quando in mezzo ai martir manca e languisce. 

che poi dirò se in scena 

amorosa sirena 

co' lusinghieri detti 

l'alme trafiggi e i petti, 

e lascivetta ancella 

avanzi tutte l'altre in esser bella? 

Se danzatrice altera 

con leggiadra maniera 

in variati giri 

il piede muovi e giri, 

ed ora radi il suolo, 

e t' ergi poi con cento salti a volo ? 



292 BUSSIMI - PILASTRI 

Ardita musa, taci, 

frena i pensieri audaci: 

chi si distilla in pianti 

ragion non è che canti: 

e'I suon d'umana lira 

lodar beltà celeste indarno aspira 

Accolse questi accenti 
la fama, e per sua gloria 
intorno fece risuonar Vittoria. 

Pilastri Francesco, fiorito nella seconda metà del sec. xvi, 
sostenne con gran plauso le parti ^ hinamorato sotto il nome 
di Leandro. Lo vediamo il 1593 nella Compagnia degli Uniti, 
al fianco della Piissimi, la celebre Vittoria, e di Pellesini, il 
non men celebre Pedrolino, quando chiesero e ottennero li- 
cenza di recitare a Genova le loro honeste Comedie (V. Ba- 
lestri). 

Il D'Ancona ci fa sapere che cai 4 luglio del 1593 si rim- 
borsavano a Leandro commediante le spese occorsegli per 
mandare ad avvisare i Commedianti di 5. -^. di tornarsene, di 
Ferrara e Reggio, ove si trovavano, a Mantova. > Dall' amba- 
sciator ducale a Milano, Ludovico Felletti, si sa, come per 
conto della Comunità di Milano, e per onorare le Nozze del 
Conte di Haro, si desse una Comedia dagli Uniti il 1 3 ottobre 
del 1594, e si sa dal Pagani come si costruisse in tale occa- 
sione un teatro, la cui direzione scenica fu affidata all'attore 
Leandro. Il Salveraglio pubblicò per le nozze Pupilli-Kruch 
(Milano, Bortolotti, 1890) la descrizione contemporanea dello 
spettacolo; in cui, oltre alla nota particolareggiata e interes- 
santissima delle spese per V allestimento scenico e il vestiario 
degli attori, è anche l'elenco di essi e de' personaggi che figu- 
ravano n^ Intermedio del precipìzio di Fetonte. Leandro soste- 
neva le parti di Tempo nel Primo Intermezzo, di Po e di Giove 
nel Secondo, di Giove nel Terzo. 

Alle qualità artistiche del Pilastri che lo fecer uno de' più 
pregiati comici del suo tempo andò congiunta una memoria 



PILASTRI - PILLA 



prodigiosa: e Domenico Brunì nell'introduzione alle sue Fa- 
tiche Comiche dice dì luì : 

Vi è stato un Leandro Pilastri, e dotto e graxioao, che della profonditi della sna 
rcemoria ha latto itnpire ogn'ano, poichi in molti Inoghi, ma particolarmente in Milano 
ha di tolte le famiglie ìllastrì, in nna occasione narrato l'armi, deicrilto i colori, detto 
ì nomi e la origine col nominare quanti Castelli sono sotto quel Dominio, e le cose nota- 
tHH che in quelle parti nascono ; ha fatto raccolta di sei e settecento nomi, e con epiloghi 
diSerenti di quelli mostrato la licorezza della r 



Pilla Cesare. Meglio non saprei fare che trascriver fedel- 
mente le notizie dì lui, comunicatemi dall'egregio quanto mo- 
desto scrittore di cose no- 
stre teatrali, Antonio Fiac- 
chi, Xzxi'ùzoPiccolet del noto 
giornale Piccolo Faust: 

Pilla Cbsake nacque a Bolo- 
gna nel 1807. Prima di dire di lai come 
artista, merita la pena di accennare alla 
(uniglia dalla quale osci, assai nota per 
una specie di eccentridti rivelantesi in 




per la generositi dell'animo, assai am- 
mirata per il patriottismo 1 assai temuta 
per il cor^gio e l'eccezionale gagliirdia 
dei muscoli. 

Il padre, integerrimo magistrato, 
allevò quattro figli, forti di tempra e 

Appena adolescenti, prendevano per passatempo il passeggiare sul ciirnìcione della 
loro casa, portando sulle spalle enormi pesi, a rischio di cascare nella strada, sfidandosi 
a vicenda suU'entilJi del peso da sollevare o ini maggior tragitto da percorrere tanto più 
preferito quanto più irto di pericoli, specie allorché lasciando il passeggio usuale salivano 
addiritlnra sol letto paterno e in quelli delle case vicine. 

n padre soleva dite che quando aveva attorno i suoi figli si sentiva in meno ad 
scelli, un esercito. 

Essendosi incendialo presso la loro casa on fondaco di legname, tre dei quattro 
fratelli, ancora ragazzi, accorsero fra i primi; e cacciandoti in mezzo alle Gamme, riusci- 
rono a trasportare parecchie travi non ancora divampanti portandosele come fossero fu- 
sicchè togliendogli esca, il fnoco poti essere più facilmente domato. 

Il padrone del fondaco, grato a codesti piccoli eroi, volle regalarli dì $0 scudi, ma 
il padre inibì loro d' accettare ed essi non opposero verbo, ossequenti alla patria potesti. 

Cesare intanto li senti trascinato per l'arte drammatica, nella quale entrò giovanissimo. 

Nel 4S [o troviamo con non si sa quale compagnia in Grecia. Scoppiata da noi 
la rivoluzione egli pianta lutto, compresi i cassoni, e corre a Bologna a prender parte 



294 PILLA 

alla famosa giornata dell! 8 agosto alla Montagnola, rimanendo non lievemente ferito al- 
l'ingoine. Al suo fianco combattevano anche i fratelli Antonio e Carlo; il primo, com- 
volto nei moti del 3 1 aveva dovuto emigrare a Parigi dove si guadagnò un nome quale 
maestro di scherma. Tornato in patria, prese parte a tutte le campagne nell' esercito re- 
golare e morì nel 1891 col grado di colonnello, a 90 anni. 

Pagato il suo tributo alla causa della libertà, il Pilla tornò all' arte e fu con Sal- 
vini, colla Carolina Intemarì, colla Ristori, per dire dei principali con cui militò. 

Onde seguire l'irresistibile inclinazione per il teatro, non si curò di conseguire, 
come gli altri fratelli, un grado accademico, ma seppe però corredarsi di buona coltura, 
cosi che se la sua recitazione fu enfatica, colla cadenza dovuta al sistema di battere il so- 
stantivo, come sì dice in gergo comico, seppe però farsi apprezzare ed ascoltare con atten- 
zione dal pubblico per la intelligente chiarezza con cui rese sempre il giusto significato 
di quanto esponeva. 

Dotato d' una memoria fenomenale e prediligendo la tragedia, d' altronde allora in 
voga, sapeva intero V Oreste, pur sostenendovi la sola parte d'Egisto, e cosi V Aristodemo 
ed il Saul. 

In una escursione all' estero ed anche in Italia (tra il 50 ed il 59) diede accademie 
di declamazione distribuendo agli intervenuti un elenco di titoli di un migliaio di poesie : 
da alcuni canti della Divina Commedia al Deìenda Cartago ; da dei brani dell'Ariosto 
alla Secchia rapita; da un brano della Gerusalemme liberata, a certi sonetti metà in ita- 
liano, metà in dialetto, che diceva con una comicità ed una naturalezza incantevoli, non 
trascurando poesie patriottiche assai compromettenti in quell'epoca; e dal 59 al 66 fu 
sempre fra i primi a declamare in pubblico le cose del Dall' Ongaro, del Mercanttni, del 
Prati, ecc., ottenendo ovunque successi invidiabili per il vivo sentimento patriottico che 
in esse sapeva trasfondere mercè i palpiti veri che gli venivano dal cuore. 

Di animo generoso, quanto aveva era degli altri, e se nel momento del bisogno gli 
si ricordavano crediti che aveva per prestiti fatti, andava su tutte le furie, esclamando : 
e Debbo angariare chi non può dare ? Se non danno è segno che non hanno ; » e di queste 
candide teorie, molti seppero far tesoro. 

Con gli averi, anche la sua forza ed il suo coraggio mise al servizio degli infelici 
e dei deboli, sicché di molti e non dimenticati pugni seminò la via percorsa, sempre però 
per giustificati motivi e non per brutale prepotenza o per vana spavalderia. Per tale sua 
qualità fu detto il più forte catzottatore dell'arte. • 

Se il solito spazio tiranno non mi impedisse di volgere al fine, molti ed interes- 
santi aneddoti potrei narrare ; mi limiterò al seguente, che fa comico contrasto a' molti atti 
veramente eroici, ai quali si lasciò non di rado: 

Si provava un dramma in cui il Pilla doveva lottare con uno degli interlocutori 
e soccombere. 

Tenutosi per un po', si capisce con quale sforzo, nell'attitudine del vinto, ad un 
tratto si slancia sul vincitore, lo afferra, lo rovescia al suolo gridando nel natio idioma : 
An'srà mai dètt che Pilla stoga dsòtta/i^) 

Afflitto da un male terribile, conseguenza forse della riportata ferita, morì nella 
sua Bologna, il febbraio del 1885. 

£d il tempo ed il malanno rìuscirono ad infrangere questa fibra d'acciaio, come 
Luigi, il più giovine di quei quattro fratelli, riusciva a spezzare con due dita una moneta 
da cinque lire. 



(1) Non sarà mai detto che Pilla abbia la peggio ! 



PILLA - PILOTTI ags 

Fu anche scritturato il '58 nella Compagnia Reale Sarda 
per fare tutte quelle parti à\ generico, di eia avanzata, come parti 
di padre, tiranni generici in parrucca e senza, sia in tragedia che 
in commedia, ed altre simili che daJC Impresa dal Direttore gli 

verranno affidate 

attenendosi alla direzione del signor Gustavo Modena, o di chi 
sarà destinato: ed ebbe di stipendio 2400 lire. 

Pillotti Emma. Nata il 7 febbraio 1876 a Pistoia da Mi- 
chelangiolo e da Elena Bargiacchi, entrò alla R. Scuola fioren- 
tina di recitazione diretta da 
Luigfi Rasi, il dicembre '9 1 , ove 
stette due anni, promessa certa 
<ii un avvenire artistico de'piìl 
lieti. Per l'indole sua e per la 
sua figura non molto slanciata, 
poco le si attagliavan parti di 
sentimento; ma in quelle comi- 
che profondeva una sì misurata 
e signorile e spontanea gaiezza, 
con una dizione delle più nitide 
da farcì sperare che in un tempo 
non lontano avrebber rivissuto su la nostra scena di prosa le 
glorie della Romagnoli, della Lipparini, della Cutini. Fu con 
Maggi, con la Iggius e con altri, amorosa e prima attrice gio- 
vine. Fermatasi a Palermo per malattia, il 1896, vi recitò am- 
miratissiraa fra i dilettanti,... nell'attesa di raggiunger la Com- 
pagnia;... ma colpita dal morbillo, ella si spense in capo a soli 
due o tre giorni 

come in su '1 prato, 

poiché l'aratro in suo passar l'ha tocco, 

spegnesi il fiore. 

Pilotti. Carlo Gozzi nel suo ragionamento ingenuo, lo cita 
«assieme a Garelli, Cattoli, Campioni e Lombardi, come egre- 




296 PILOTTI - PILOTTO 



gio predecessore nella Comedia improvisa di Darbes, CoUalto, 
Zannoni, Fiorilli, Sacchi, ecc. > Ma di lui non ho trovato no- 
tizie. 

Pilotto Libero. Nato a Feltre il 27 marzo del 1854 da Gio- 
vanni e Rosa Milliacci, non comici, dopo di aver recitato fra i 
dilettanti, con buona riuscita, fu mandato alla scuola di decla- 
mazione di Firenze, d'onde uscì dopo due anni, per entrar poi 
ne\Var/e, per modo di dire, in una modesta compagnia, con- 
dotta, se ben ricordo, da un cotal Silvano. 

Dopo molte peregrinazioni artistiche, in cui, talvolta, sod- 
disfare alla fame era problema di assai difficile soluzione, riuscì 
attore egregio per le parti generiche, e fu nelle migliori nostre 
compagnie, amato dai compagni per la innata bontà, e ammi- 
rato dal pubblico per la sobrietà e verità di recitazione, e per 
quella specie di bonomia eh' ei sapeva trasfondere ne' perso- 
naggi. Fu anche direttore della Compagnia Nazionale, e socio 
di Ermete Zacconi, ma il suo nome più che all'arte del reci- 
tare egli legò all' opere sue drammatiche, nelle quali è sempre 
un sapore italianissimo di sana commedia, e delle quali alcuna 
vive tuttora ne' repertorj delle compagnie sì dialettali che ita- 
liane, come VAmoreto de Goldoni a Feltre, il Tiranno di San Giu- 
sto, V Onorevole Campodarsego, Dall' ombra al Sole. 

Ecco l'elenco delle produzioni da lui scritte, che traggo 
da una nota biografica di L. Zasio, inserita in un volume dedi- 
cato alla memoria del compianto artista dal fratello Vittorio, e 
edito il 1901 a Feltre {Castaldi) nel primo anniversario della 
morte. 

Il Seminario - L'amerete de Goldoni a Feltre - Dall'ombra al 
Sole - Il Tiranno di San Giusto - Col ferro in pugno - La bugia del 
secolo - Macchie di sole - Padre e figli - Scuola professional - Il Re 
di Molinella - Cesarina - L'onorevole Campodarsego - I Pellegrini de 
Marostega - Maestro Zaccaria - El suicidio de sior Prosdocimo - La 
bicicletta - I figli d' Ercole - Tenente dei Lancieri - La bella vita - Il 
banchetto di Montebelluna - La famegia d'un canonico - Storia de geri 
- Alcuni bozzetti e vari scherzi comici. 




Fra questi cito una parodia del Cantico de Cantici di Ca- 
vallotti recitata l'autunno deH"8i, al Teatro Manzoni di Mi- 
lano, dalla Compagnia Pietriboni, 
appunto dopo il Cantico. 

Ammalato di diabete, morì 
a Feltre ìl 6 maggio del rgoo, 
lasciando nel lutto la famiglia 
comica, e nella desolazione una 
moglie affettuosa (Antonietta 
Moro,' figlia dell'arte, egregia se- 
conda donna), e quattro figliuoli. 

Per lui, attore, autore, uo- 
mo, ebbero tutti parole di lode 
sincera. 

Edmondo De Amìcis così degnamente preludeva alle me- 
morie raccolte nel volume citato. 

BaitaTA gaard>rlo in viso per dire: - è an silantnomo: - sdirlo DomiuBre i inoi 
figliuoli per dire: - è hd ottimo padre : - vederlo comparire inlU iceiui per dire; - t on 
intigne srtiitm. - 

Mm, qaalnnqae parte egli facesM, noooitante l' arte fìnUiima, non poteva ditrima- 
Ure aSttto la boati affeitnota e la gentilezza «qnìtita dell'animo ano. Lo ammirai prima 
come autore che come attore: dopo averlo intcfo recitare, lo cercai; non appena lo co- 
nobbi, gli volli bene. Ogni volta che venne a caia mia vi portò il sonilo e vi lasciò la 
tereniti. Non Io conoscevamo che da pochi mesi e ci pareva un vecchio amico. In fami- 
glia ci annunciavamo a vicenda l'arrivo della bob compagnia, dicendo: - Viene Pilotto; - 
il che significava ; - avremo il grande piacere di riveder qnel vi<o buono, di rindire quella 
cara voce, e di applaudirlo, e di sentirlo applaudire. - Non lo rivedremo più, non po- 
tremo più applandire che le ine commedie. Ci i tolto anche il conlbrto di quest' amico 
al grande dolore che ci ha colpiti. Ma io porterò vivo nel caore la sua memoria fin che 
avrò lentimento dell'amicizia e dell'arte. Coraggio, bnoni liuiciuUil Vi porterà rortuna ìl 
nome onorato e caro, vanta dell'arte italiana e simpatia d'ogni cuore gentile. 

E degnamente ancora scrisse del comico, amante dell'arte 
e della famiglia comica, Edoardo Boutet, il maggio del 1 900, 
pochi d! dopo la morte di lui. 

Qaesta morte si rende anche più pungente di commozione per [a famìglia dell'arte, 
poiché Libero Pilotto apparteneva alla breve e egregia ichìera di quelli attori che alla for- 
tuna e alla dignità della comica cosa pigliano particolare interesse; egli, con la fede e l'en- 
tuaiaimo degU ottimi. Infatti tutto quanto il miglioramento della classe interessava non 
lo trovava indifferente; e diicnteva, scrìveva, sempre con quel cuor di galantuomo snlle 
labbra, e con una visione alla e nobile per U bene e per la gloria del palcoscenico. 

3Ì. — I Corniti ÙaliauL Voi. IL 



298 PINOTTI - PIOVANI 

Pinotti Francesco. Nato il 1736 a Mantova, è citato dal 
Bartoli come attore diligente, che all'arte del dire sapeva unir 
quella del canto. Recitava le parti d^ Innamorato, e trovavasi 
il 1 781 a Napoli nella Compagnia de' Lombardi, diretta da Tom- 
maso Grandi, detto il Pettinaro. 

Era r'87 al Valle di Roma con Petronio Zanerini, e creò 
il 16 gennajo la parte di Eumeo n^ Aristodemo, e il carnovale 
dell' '88 quella di Zambrino nel Galeotto Manfredi di Vincenzo 
Monti (V. Zanerini Petronio). 

Augusto di Kotzebue nelle sue Osservazioni intorno a un 
viaggio da Liefland a Roma e Napoli (Colonia, Peter Hammer, 
1805), dic^ d^l Pinotti, a pagina 63 della seconda parte (Tea- 
tro a Napoli): 

La drammatica compagnia dei Fiorentini non è, a dir yero, eccellente, ma buona. 

Il vscchio Pinotti si distingue particolarmente nelle parti comiche e ingenue, e 
potrebbe misurarsi coi migliori de' nostri artisti tedeschi (Iffland e Wiedmann eccettuati) : 
egli è anche il beniamino del pubblico, al quale sfugge un mormorio di contentezza, ogni 
qualvolta egli appar su la scena. 

E a pagina 96 : 

Il vecchio Pinotti ha in tutte le parti che gli ho visto recitare, e non son poche, 
pienamente confermato il mio primo giudicio. È un eccellente artista che io vorrei com- 
parar talvolta ad Iffland e talvolta anche ad Eckhof. 

Fu il predecessore, ai Fiorentini, del celebre Pertica, il 
quale ebbe molto a lottare col pubblico per cancellar la grande 
impressione lasciatagli dal Pinotti. 

Anche sua moglie fu attrice valentissima per le parti ca- 
ratteristiche, che sostenne al fianco del marito, a cui talvolta 
riuscì superiore. Nacquer dalla loro unione tre figliuole, edu- 
cate all' arte del canto, due delle quali riuscirono egregie, e 
una, la terza, perde la voce e divenne poi moglie del rinomato 
La Blache* Francesco Pinotti morì nel 1820. 

Piovani Antonio. Recitò da Pantalone in varie compagnie 
di giro colla moglie Margherita, Prima donna di qualche me- 
rito. Abbandonata l' arte, aprirono a Ferrara bottega di caflfè 
all' insegna di Caffè di Pantalone. 



PISENTI - PIVA 299 



Pisenti Antonio, soprannominato Margouclno (?), figlio di 
Giovanni, artista drammatico, fu così grande promessa artistica 
nella sua infanzia, che lo stesso De Marini si vuole ne avesse 
invidia. Ahimè! Il pochissimo sviluppo della persona e della 
voce, non solo non gli concesse di toccar la mèta sognata, ma 
lo condannò alle parti di servo. Tuttavia, alla deficienza fisica 
sopperì largamente con la intelligenza, mercè la quale, toltosi 
dal recitare, diventò uno de' più abili capocomici e direttori. 
Formò una società con l'artista Solmi, che durò con raro ac- 
cordo ventidue anni, e in cui acquistaron fama Luigi Gattinelli, 
Amalia Pieri, Albina Pasqualini, Vincenzo Gandolfi e Cesare 
Dondini. 

Era il 1828 al Giglio di Lucca, col ^dAx^ primo amoroso, e 
il '35 a Milano col padre, passato al ruolo di secondo caratterista 
sotto il Gandolfi. Antonio Pisenti morì nel 1840. 

Piva Antonio Maria, padovano. Dopo di aver recitato 
cogli Accademici Uniti della città, si diede all' arte, sostenen- 
dovi il ruolo 6! Innamorato, e mettendo poi la maschera di Pan- 
talone, nella quale riuscì artista egregio. Fu lungo tempo al 
servizio dell' Elettor di Sassonia, e, tornato in Lombardia, en- 
trò al San Luca di Venezia. Passò poi con Onofrio Paganini, e 
recitava il 1748 al Teatro degli Obizzi in Padova, ove s'acqui- 
stò molta lode, specialmente per una sua commedia intitolata 
n Par ornino, in cui produsse una difesa dell' arte comica det- 
tatagli dal Paganini, che terminava col seguente 

SONETTO 

Aver in finto oprar pompe d'onore, 
mostrar ne' scherzi sollevati ingegni, 
mover tutti gli affetti in un sol core, 
passar dal genio a provocar gli sdegni: 

Eccitar in un punto odio ed amore, 
di politica idea mostrar gl'impegni, 
esser scuola di speme, e di timore, 
aprir ad ogni mente alti disegni: 



300 PIVA - PIZZAMIGLIO 

Sollevar con virtù gli spini oppressi, 
rinovar con piacer le altrui memorie, 
i fasti rammentar de' Numi istessi: 

I giorni degli Eroi colle vittorie 
in un fascio di scene avere annessi 
della comica azion tutte son glorie. 

Da quella di Francesco Berti, passò, dopo la morte di lui 
nella Compagnia del cognato Pietro Rossi. Morì a Padova la 
quaresima del 1764, dopo di avervi recitato l'antecedente car- 
nevale. Fu - dice il Bartoli - attore nella sua maschera molto 
esperto; e accenna a un amore per una donna di elevata condi- 
zione che gli fé' dar di volta al cervello, non tanto però da vie- 
targli di fare al cospetto del pubblico il più scrupoloso dei 
doveri. 

Pizzamiglio Costanzo, cremonese. Entrò nella Compa- 
gnia di Domenico Bassi più come cantante, che come comico; 
e vi piacque moltissimo per la bella voce di baritono che pos- 
sedeva, specialmente poi nel personaggio di Simon che so- 
stenne con gran plauso al San Cassiano di Venezia. Passò 
il 1770 con la moglie e il suocero Gritti nella Compagnia di 
Pietro Rossi, in cui cominciò a recitar parti in commedia e in 
tragedia. Lasciato il Rossi, fu scritturato pel 1775 con la fa- 
miglia a Barcellona, d'onde tornò in Italia dopo un anno, pren- 
dendo egli le redini della Compagnia, per la morte del suocero 
avvenuta in Nizza di Provenza, la primavera del '71. Si diede 
a sostener la maschera del Brighella, e dice il Bartoli (1781), 
che egli era comico sufficiente, e musico di molta abilità, e che, 
data la sua ancor fresca virilità, poteva sperare de' migliori prò- 
gressi alla sua mediocre fortuna. 

Pizzamiglio Giulia. Moglie del precedente e figlia di Luigi 
Gritti, fu istruita da una zia paterna nell' arte del canto, in cui 
riuscì tanto da poter prender parte con successo n^^ Inter- 
mezzi lirici, che soleansi fare nella Compagnia di suo padre che 



PIZZAMIGLIO 301 



ella non abbandonò mai. Recitò alcun tempo da amorosa, ap- 
plauditissima, specie nelle parti d'affetto, poi fu assunta al 
grado di prima donna assoluta. Riferisco da Fr. Bartoli il se- 
guente : 

^Applauso meritato dalla signora Giulia Gritti'Pi:(;(amigliOy e dal si- 
gnor Costan:(o Pi:(;(amiglio nella Comica T(appresenta:(ioney intitolata : La 
VILLEGGIATURA DI Mestre, nel Teatro di San Cassiano il carnovale del- 
l' anno 1770. 

SONETTO IN LINGUA VENEZIANA 

Zitto, no fé rumor, stè ben attenti, 

Mentre canta Costanzo, e Giulia Gritti; 

Oh che trilli ! oh che osette ! oh che portenti ! 

Per carità godeveli e stè zitti. 

Se xe belli, e gustosi i sentimenti 

che xè sul libro, e in egual note scritti, 
per tali i comparisce a chi è presenti 
dalla grazia e dal brio de chi i vien 'ditti. 

Gode tutti in sentirli, e sulle sponde 
dell'adriatico Mar zira la fama 
che gnente tien segreto, e gnente sconde. 

E come ha sempre de lodar gran brama, 
sentila pur che con parole tonde 
Bravi Costanzo e Giulia ancuo la chiama. 

Se la mia Musa grama 
dopo feni i bagordi in sta Città 
seguitar li podesse in dove i va, 

Gran versi in quantità 
farghe vorave a questi do soggetti 
o canzon, o capitoli, o sonetti. 

Ma spero che più eletti 
e chiari inchiostri de ste zogie scriva 
dell' Eridano fiume in su la riva. <*> 



(U Ali adesi al passaggio, che (ar dovevano la seguente primavera in Torino, tra- 
sferendosi dalla Compagnia di Domenico Bassi in quella di Pietro Rossi. 



30J PIZZAMIGLIO - POLVARO 

Figlia esemplare, fu anche la Pìzzamiglio il modello delle 
spose; e forse la riserbatezza e onestà de' costumi le acquistò 
la taccia di Pinzocchera. 

Plazzani Nicola, romano. È l'attore che partì da Roma 
per Venezia il 1738 con Girolamo Medebach, e recitò per al- 
cun tempo applauditissimo nella maschera di PukineUa. 

Poli Giuseppe, nato il 1836 a Firenze, entrò ì! '58, dopo 
varie prove coi filodrammatici, nella Compagnia Mazzoli Milani 
come secondo brU/emie e amoroso. Fu 
poi primo attor giovine e brillante con 
Muzzi, poi con Vitaliani e Aliprandi 
primo brillante assoluto, nel qual 
ruolo si mantenne lungamente, pas- 
sando in vario tempo nelle Compa- 
gnie di Coltellini e Vernier, di Ster- 
ni, Diligenti, Pietriboni. Tornato in 
quella Diligenti, di cui era parte 
Tommaso Salvini, vi assunse il ruolo 
di caratterista, nel quale fu con Se- 
rafini e Buzzi, con Angeloni e con 
Tina di Lorenzo e Paladini. La qua- 
resima del 1 89 2 , fu nominato Direttore scenotecnico dell'Accade- 
mia filodrommatica italiana al Teatro Nazionale di Genova, in 
cui trovasi tuttavia. 

Il Poli, brillante, ebbe tutte le risorse del buono spirito 
fiorentino. Attore, forse di non grandi finezze, ebbe tal vena dì 
spontaneità e dì comicità da tener degnamente il suo posto, ac- 
clamatissimo, davanti ai pubblici pììl rigorosi, compreso quello 
del Manzoni di Milano. 

Polvaro Carlotta. Nacque a Gorizia da genitori non comici, 
nel 1801. Occorrendo a una Compagnia di comici di passaggio 
a Gorizia una ragazzina per non so piìt qual parte, e fattasi già 




POLVARO 



notare la piccola Polvaro per la grande svegliatezza della mente 
e la scioltezza nel recitare, fu in essa accolta, e in breve tempo 
tanto progredì, che a dodici anni vi sostenne parti di prima at- 
trice. Entrò il 1816 qual prima amorosa nella Compagnia del 
rinomato Pellegrino Blanes, e il 'i 7 in quella dì Domenico Ri- 
ghetti, in cui sposò il pri- 
mo amoroso Alessandro 
Angiolini (V.), dal quale 
era già separata per in- 
compatibilità di caratteri 
il '22, quand'ella era pri- 
ma attrice della Compa- 
gnia Rafstopulo. Fece il 
carnevale '22-'23 al Gol- 
doni di Firenze, e il Co- 
lomberti, descrivendo la 
Polvaro nella Giovanna 
t^Arco, uno dei tanti spet- 
tacoli della Compagnia, 
dice: «nel vederla vestita 
in armatura, quale ci vien 

rappresentata quella martire nelle sue statue, con i suoi lunghi 
e bellissimi capelli biondi sparsi sulle spalle ; con il più vezzoso 
volto che immaginar si possa, con quegli occhi grandi e cerulei, 
io rimasi sorpreso. La voce pubblica l'acclamava la più bella 
attrice della sua epoca, e per certo non s'ingannava.» Il 1826 
recitò a Padova la Francesca da Rimini. Passò il '28 in società 
con Giacomo e Gustavo Modena fino al '31, poi col solo Gia- 
como, quando Gustavo partì da Bologna coi volontari per Ri- 
mini, fino a tutto il '32. Fu poi, alcun tempo, capocomìca in 
Sicilia. II '42 passò col ruolo di Madre tragica nella Compagnia 
di Luigi Domeniconi, e morì a Brescia il 185 1 d'apoplessia fi-a 
le braccia del secondo marito. Luigi Pezzana, compianta da 
tutti i fratelli d'arte. Di lei scrisse Paolo Fola nella Galleria 
de' più rinomati attori italiani (Venezia, Picottì, 1825): 




304 POLVARO - PONTI 



Le belle sue forme assistite dalle grazie le più seducenti cara la rendono agli occhi 
del pubblico al primo suo apparir sulla scena. Molte potranno correre a gara con lei nella 
difficile palestra dell'arte, ninna potrà però superarla nel prezioso dono della retentiva. 
Grande nella tragedia, più grande si mostra nella yariabilità della famigliare Commedia. 
Applaudita con poesie, con articoli di gazzetta e per la Mirra d'Alfieri, e per la Saffo 
di Beltrame, fu laudata moltissimo in varie eulte città d'Italia per la parte di Chiara 
di Rosembergf per quella di Herfort xktW AtrabiUare di Nota, e ntgV Innamorati di Goldoni. 

A proposito della Sa/^o, le fu indirizzato il seguente so- 
netto di anonimo, inserito nella citata Galleria: 

Tragico, puro spirto in te sfavilla, 
qualora sciogli il ben vibrato accento : 
Tien, chi t'ascolta, immota la pupilla, 
teco divide T aspro tuo tormento. 

Di pianto scorre la perenne stilla, 

se mai ti cruccia il sen crudo lamento 

l'alma d' ognun ilarizzata brilla, 

quando prova il tuo cor gioja e contento. 

La Cantrice di Grecia ora ti vedo 
pinger con retta veritade tanto, 
che d'essere in Leucadia ormai mi credo; 

e libero disciolgo mia favella, 

gridando, fra il terror, la gioja, il pianto: 
Non la Polvaro, ma la Sa£fo è quella. 

Ponti Diana, < Comica desiosa - dice il Quadrio - detta in 
commedia Lavinia, fiorì con Agata Calderoni, della quale fu 
molto amica. Fu donna assai valorosa, ed ha rime avanti il Po- 
stumio, commedia di I. S. » Ma che c'entra la Ponti con la Cal- 
deroni? La Lavinia della Calderoni non era l'Antonia Isola (V.)? 
E il Sand riferisce dal Quadrio, e continua Terrore, afforzan- 
dolo. I Desiosi (V. Fargnoccola) erano il 1581 a Pisa, r'88 a 
Roma ove fu lor concesso di far comedie di giorno, però senza 
donne; e il D'Ancona giustamente si domanda se quel senza 
donne voglia dire senza che le attrici recitassero, o senza pre- 
senza di donne; e con ragioni che mi pajon irrefragabili trova 
più accettabile la prima spiegazione. Erano il novembre del '93 
a Mantova, e il carnevale molto probabilmente a Ferrara, in- 



PONTI 305 

sieme a' Gelosi, come si ha da una lettera di Alessandro Botto 
al segretario ducale Laderchi, pubblicata dal Solerti {pp^ cit.). 
L'aprile del '95 domandaron di recitare a Milano (V. Pagani 
T. di Mil.) con modestia et honestà et con esempj boni: ed erano il 
dicembre dello stesso anno a Cremona, come si rileva da una 
lettera dell' arlecchino Tristano Martinelli a un famigliare del 
Duca (D'Ancona, op. cit). Li vediamo il '96 a Mantova e a Bo- 
logna, secondo una lettera del Duca alla Duchessa di Ferrara, 
e una degli stessi Desiosi a Ottavio Cavriani tesoriere del Duca, 
pubblicate pur dal D'Ancona. Ma talvolta nei documenti che 
ci danno indicazioni dell' itinerario, abbiam soltanto / Desiosi, 
tal' altra soltanto la Diana. Nel primo caso, fu sempre con essi 
la Diana? Nel secondo caso furon sempre con essa i Desiosi? 
L"82 noi troviamo che i Confidenti, a Bologna, non aspettavan 
che la Diana e Gratiano per recarsi a recitare a Mantova per 
le nozze della figliuola di Guglielmo, Anna Caterina, con Fer- 
dinando d'Austria. E come mai si trovava la Ponti a Firenze? 
Forse essa aveva abbandonato un anno i Desiosi ed era entrata 
coi Confidenti, e si trovava a Firenze in riposo? O forse Desiosi 
e Confidenti avean comuni gl'interessi, e la Stella passava da 
una compagnia all'altra? O forse, e questo è il più probabile, 
ella, sciolta da ogni vincolo, si andava scritturando a brevi sca- 
denze or con questo or con quello? Secondo un documento 
del Belgrano, ad esempio {Caffaro, 29 dicembre 1882), noi la 
vediamo a Genova nell' estate dell' 86 con Cesare de' Nobili, 
fiorentino e altri comici : e probabilmente (V. Baschet, op, cit.) 
ell'era il 1 601 a Parigi con Martinelli, Cecchini e Flaminio Scala. 
Quando nascesse e quando morisse la Ponti non mi fu 
dato rintracciare. Forse continuò a recitare in età avanzata, 
e forse in compagnie non più di gran fama. Se dell' '82 eli' era 
già la celebre Diana, del 1605, epoca in cui la troviamo al ser- 
vizio del Principe della Mirandola, come dalle seguenti lettere, 
ella doveva correr verso la cinquantina: e assai probabilmente, 
avendo perduto il fascino della giovinezza, e il vigore dell'ar- 
tista, non trovò più chi la volesse nel ruolo assoluto di prima 

39. - / Comici italiani. Voi. II. 



306 PONTI - POXTREMOLI 



donna, e fu costretta a farsi ella stessa conduttrice di compa- 
gnie. Ma eccp le due lettere : 

Scrcn.«no s.' mio et padrone oss."»o 

Hanendo la Diana Comica unita in Ferrara ad' istanza mia una buona, et nnme- 
rota compagnia, con obligo di uenir à semirmi ad' ogni mia richiesta, desiderare!, che 
potesse per qualche tempo trattenersi in Modena ad' esserdtar l' arte sua, assicurandomi, 
che sia per dar molto gusto, et ricorro alla benignità dell'Altezza Serenissima supplican- 
dola à degnarsi di concedergliele in gratia mia, ch'io le ne restarò singolarissimamente 
obligato, et £eicendole humilissima riuerenza, le auguro da Dio ogni felicità. Della Miran- 
dola adi 26 di marzo lóos- 

Di V. A. Ser.ma 

Genero, et Dea."»» et oblig.»o »er.'« 

Il Principe della Mirandola. 
(al duca di Modena). 

Seren.nio Signor mio et padrone oss.^o 

Partendo di qui la compagnia di Diana di cui ho scritto ultimamente à Vostra 
Altezza Ser."ia, per andar aspettando in diuersi luoghi il tempo del Cameuale, al quale 
dourà tornar poi alla Mirandola, et hauendo risoluto di passar principalmente per Mo- 
dena, per ueder se fia di gusto à Vostra Altezza, che per tre o quattro giorni ni si trat- 
tenga recitando, ho uoluto accompagnarla di questa mia, per assicurar l'Altezza Vostra 
Ser.™<^ che d' ogni fauore, eh' in gratia mia ella degnarà di (ar à detta Compagnia, io re- 
starò lei singolarissimamente obtigato; Et ricordandole la continnuata mia deuotione uerso 
di lei, et il desiderio in eh' io uiuo tuttauia d'hauer in che mostrarlene segni co '1 ser- 
uirla, le faccio riuerenza homilissima. Della Mirandola a di viij di Maggio 1605. 

Di V. A. Ser.ma 

Genero, et Den."'<^ et oblig.mo set.* 

Il P.* DELLA Mirandola. 
(al Duca di Modena). 

La Ponti fu anche scrittrice di versi, e si ha di lei un so- 
netto che precede il Postumio, Comedia del Signor L S„ posta 
in luce da Flaminio Scala, Comico acceso (Lione, Giacomo 
Roussin, MDCI), che non mi fu dato ancor di trovare. 

PontremolL La servetta della Compagnia Imer al San Sa- 
muele. Il Goldoni la dice brava, eccellente comica, e molto si 
duole, quando nel 1735 abbandona la compagnia per recarsi 
a Dresda alla Corte Sassone-Polacca. Peccato che il citato stu- 
dio del Barone O. Byrn cominci dall' arrivo a Dresda di Gio- 
vanna Casanova, avvenuto due anni più tardi. 



PORTA 307 

Porta AnselmOy mantovano. Già coi dilettanti della città 
potè mostrare le sue chiare attitudini alla scena, esordendo poi 
attore stipendiato in Compagnia di Niccola Petrioli, nella quale 
fu a Genova il 1758. Ebbe allora un'avventura di amore con 
una gran dama, che colmavalo di favori e doni. Lasciata Ge- 
nova per condursi a Pisa, ella, vinta dalla passione, volle ac- 
compagnarlo: ma, creduta fuggiasca, fu inseguita dai parenti, 
e, raggiunta a Sarzana, ricondotta a Genova, mentr'egli fu 
messo in carcere. Essendo lontano il marito, a lei poco costò 
la liberazione dell'amante, che finì l'anno in compagnia Pe- 
trioli, scritturandosi il seguente in quella di Antonio Sacco. 
In essa, una sera, uscendo di teatro a Milano, gli fu, per ordin 
certo del tradito, ch'era tornato in Italia, tirato un colpo di 
pistola che lo ferì in un fianco. Recuperata la salute, mercè i 
soccorsi de' medici e della Marchesa Litta, risolse di farsi frate ; 
ma r austerità di quella vita lo fé' abbandonare il convento per 
recarsi a Vienna, ove colle raccomandazioni della medesima 
Litta ottenne un posto nell'Ambasciata d'Italia. Salì poi, col- 
l'aiuto del suo ingegno, ad alte cariche, e fu più volte in Italia 
a sbrigar pubblici negozj. Ma non perfettamente guarito della 
ferita, che gli facea risentire di quando in quando dolori spa- 
smodici, ne morì ancor giovane l'anno 1 779. Si ha di lui un Sci- 
pione in Africa, tragedia stampata, e due commedie manoscritte : 
Le metamorfosi d'amore e La Regina Ester, scritta — dice il Bar- 
toli - a requisizione d'una ricca famiglia ebrea mantovana. 
Dettò egli la parte studiata nel Convitato di Pietra per laPesca- 
trice, recitata dalla figliuola del suo capocomico, Angiola Sacco 
Vitalba, che dallo stesso Bartoli riferisco in parte, come saggio : 

SORTITA 

Libertà, libertà, ricco tesoro, 

dolce quiete del cor, gridano a gara 
tra fronda e fronda gli augellettì, e tutte 
fan eco al canto lor l'aure soavi. 
Libertà, libertà; di questa in fine 
voce soave ognor rimbomba, e suona 



308 PORTA 



la bassa valle, il folto bosco, il cupo 

remoto sen d' ogn' antro opaco, ed io 

dalla stessa rapita amica voce 

pieno di pace il cor, l'amena spiaggia 

torno a veder su' mattutini albori, 

e grido libertà. La fragil canna 

colla maestra man stringo, e vi adatto 

amo ed esca in un punto, e poi su queste 

che spuntano dal suolo erbe novelle. 

Lieta m'affido, e ricca preda io faccio, 

pria che il raggio del Sol l'onda riscaldi, 

de* muti pesci al nostro cibo eletti. 

Ognun qui vive a suo talento, ognuno 

arbitro di sé stesso, e di sé pago 

trae con semplice vita ore gioconde. 

Libertà, libertà, ricco tesoro, 

dolce quiete del cor, lo grido io pure, 

né giammai tacerò finché avrò vita, 



DISPERAZIONE 

Ohimè! parte l'infido, e me qui lascia 
tradita, e sola al mio dolore in preda. 
Perfido ! Arresta i passi, e riedi a questa 
che al tuo desire, al tuo costume abbietto 
ardisti d'immolar semplice Donna. 
Torna, torna crudel.... Ma ohinié! qual dardo 
che dall'arco sorti, corre, e s'invola, 
e porta omai senza sentirne orrore 
tutta con sé di questo cor la pace. 
Oh pace, oh core, oh libertà perduta ! 
Ma invan mi lagno, e di mie voci al suono 
sordo è il mar, sordo é il ciel. Io son tradita, 
soa disperata, e il mio dolor soltanto 
che mi„ lacera il cor, può con un colpo 
la morte annichilar. Dov'è una fiera 
che mi disbrani?... Ah, ch'io la cerco invano. 



PORTA - PREDA 309 



E morir vuo\ Dunque si mora, e sia 
la mone a cui m'affretto orrida a segno, 
che riparo non v'abbia onde salvarmi. 



Pozzi Girolamo, bolognese, recitava egregiamente sotto la 
maschera del Dottore, e fu lungo tempo scritturato ne' teatri di 
Venezia. Fu anche nelle compagnie di Pietro Rossi e di Onofrio 
Paganini; poi, protetto da un veneto gentiluomo, visse alquanto 
con lui, lontano dall'arte. Ma desideroso della patria, si restituì 
alla sua Bologna, dove, fatto vecchio, morì verso il 1780. 



;i Francesco, milanese, più noto col diminutivo di Poz- 
zetto, fu comico egregio per le parti ^innamorato. Entrò gio- 
vanissimo nella Compagnia di Antonio Sacco e creò la parte 
di Farruscad nella Donna serpente di Carlo Gozzi. Passò poi 
in altre compagnie di giro, e finalmente in quella di Onofrio 
Paganini, nella quale, a Vicenza, fu colto da siffatta emorragia 
di sangue, che, non potutasi arrestare, lo condusse al sepolcro 
il 3 giugno del 1764, all'età di venticinque anni. 

Preda Luigi. L'ultimo dei Meneghini, nato a Milano il 1 81 1, 
fu prima compositore nella tipografia teatrale Brambilla; poi, 
accarezzato il sogno di eccellere in arte come attore tragico, si 
scritturò, dopo alcune prove con dilettanti, al Teatro Lentasio, 
come generico nella Compagnia di Antonio Giardini, della quale 
sposò \di prima attrice giovine Am3lÌ3,FdiSqu^li. Formò il 1 847 con 
suo cognato Valentino Bassi una società, in cui la moglie fu as- 
sunta al grado di prima donna assoluta, ed egli, infelicemente, a 
quello ài generico primario. La rivoluzione delle Cinque Giornate 
dissestò la compagnia, che, scacciati gli austriaci, in un reper- 
torio improvvisato di attualità trovò inattese risorse al Teatro 
della Stadera. In esso il Preda rappresentò la sua parte in dia- 
letto, al fine di riuscir più efficace e acquistar popolarità; e 
tale n' ebbe successo, che, abbandonate le fisime del coturno, 
si diede alla maschera del Meneghino, ammodernizzandone co- 



310 PREDA - PREVITALI 

stume e repertorio, e diventando in breve non indegno suc- 
cessore del celebre Moncalvo. Fu undici anni socio del Bassi, 
poi, altri undici di Alessandro Monti. Morì a Milano il 9 aprile 
deir'84. 



Prepiani Giovan Battista, veneziano, attore tragico di 

sommo valore. Assunse nel 1838 la direzione dell'Impresa dei 
Fiorentini, lasciata dal Fabbrichesi, quando la R. Soprainten- 
denza de' teatri ridusse di metà la dote di ottomila ducati annui. 
E l'Impresa (Prepiani, Tessari e Visetti) andò con prospere 
sorti fino alla quaresima del '51, nel qual anno il Prepiani morì 
per infiammazione viscerale. Molto istruito, di nobile porta- 
mento, d'intelligenza acuta, rappresentava La clemenza di Tito, 
il Padre in Giulietta e Romeo, il Generale nei Due Sergenti e 
V Aristodemo con dignità singolarissima. Recitava di rado ; ma 
nelle sere in cui recitava, era un avvenimento artistico. Ebbe mo- 
glie e un figliuolo; ma la moglie lo abbandonò, prima ch'ei si 
recasse a Napoli col Fabbrichesi, fuggendo con un inglese do- 
vizioso. Pare non fosse attrice : egli certo non ne parlò mai. 

L' attore Francesco Righetti nel citato Teatro Italiano, 
tesse di lui, tragico, l'elogio seguente: 

Oh I Come trovai sublime Prepiani nel Catone di Metastasio in cni sosteneva la 
parte del protagonista. Come scomparirono a* miei occhi qne' difetti di pronunzia che qual- 
che volta mi ferivano l' orecchio nella Commedia ! Come era egli nobile, e maestoso ! Tutta 
la dignità del Senato latino sedeva sulla sua fronte, e come ne' suoi atteggiamenti, e partico- 
larmente nella morte, tutta la forza, e la fermezza d*un cittadino romano. Ma dove ancor più 
fui colpito dall'espressione, dal calore, dalla mimica di questo attore, si fu nella parte di Giuda 
nel Gitiseppe riconosciuto, mediocrissimo dramma tradotto dal francese. Il nostro Prepiani, 
buon attore nella tragedia, non è degli ultimi nella commedia, avvegnaché in questa renda più 
sensibili que' difetti d'articolazione che quasi sempre sa nascondere con arte nella tragedia. 

Previtali Antonio. Artista e capocomico de' più pregiati 
al principio del secolo decimonono. Dotato di bella persona, di 
voce soavissima, di maniere nobili, s' acquistò gran fama colla 
parte del Bugiardo, anche perchè, fuor della scena, l'indole 
sua rispondeva a meraviglia a quella del suo personaggio. Ai 
primi tempi della sua vita artistica, egli recitò nelle commedie 



PREVITALI - PRIVATO 311 

all'improvviso con le maschere, riuscendo attore di gran pre- 
gio: e ciò gli fu di gran soccorso più tardi nella recitazione 
del Bugiardo, il quale rappresentava in modo vario, ogni sera, 
sì da esser reputato in quella /ar/e superiore al gran De Marini. 
Le sue irrequietezze, le bugie che, per una consuetudine 
de* suoi primi, anni, andava dicendo a ogni aperta di bocca, gli 
scemarono Ìl credito, sì che si ridusse in Sicilia conduttore di 
compagnie di poco conto. L'idtima notizia sua si ha in una let- 
tera del 16 gennaio 1832, ch'egli scrive da Messina all'attore 
Stefano Riolo, incaricandolo di formargli una compagnia per 
l'Arena ch'egli ebbe il superiore permesso d' innalzare in quella 
città, alla Marina. 



Privato Guglielmo. Figlio di Luigi, impiegato postale, 
nacque a Venezia il 27 settembre del 1826: e ner48 fu soldato 
sotto il Governo provviso- 
rio, assieme a Paulo Fam- 
bri, e al tiglio di Daniele 
Manin. Recitò la prima 
volta a Chìoggia, nel '49, 
in una brevissima parte, a 
beneficio di unacompagnia 
d'infimo grado, ed esordì, 
comico. Io stesso anno a 
Mestre nella Compagnia di 
Giovanni Battista Zoppetti, 
in cui stette due mesi per 
passare in quella di certo 
Bosello. Fu 11*50 con Luigi 
Duse; e Ìl '51 fu accolto nella grande arte, nella Compagfnia 
lombarda, condotta da Alamanno Morelli, dalla quale, dopo un 
triennio, passò primo attor giovine in quella di Cesare Dondini, 
a fianco della Cazzola, e di Romagnoli, poi di Tommaso Siilvini. 
Dopo ancora un triennio, il '57-'58, fu con Gaspare Pieri, qual 
generico d'importanza, e il '59, brillante assoluto con Peracchi 




312 PRIVATO - PRUDENZA 

prima, poi con Bellotti-Bon. Nel medesimo ruolo, applaudito 
e stimato come un de* più egregi artisti del suo tempo, si scrit- 
turò il '60 con la Società Stacchini, Civili eWoUer, il *6i-'62 
con Tommaso Salvini, il ^63 con Domeniconi, il '64-'65-*66 con 
Morelli, il '67 con Alessandro Salvini, il 'óS-'óg al Fondo di 
Napoli con Fanny Sadowsky, il ^jo^ji-^ji con Giacinta Pez- 
zana in società, dal ^73 all' '81 ancora con Morelli, prima a 
fianco di Virginia Marini, poi di Adelaide Tessero, e fu con esso 
due volte neir America del Sud. Divenne socio r'82 di Gio- 
vanni Aliprandi, e il triennio '83-'84-'85, si scritturò per l'ultima 
volta come brillanie nella Compagnia di Giuseppe Pietriboni. 
Morto il Vestri in Compagnia Nazionale, e uscitone il Novelli, 
furon sostituiti dal Privato, che vi restò sino all'anno '88, in 
cui si unì con Emilio Zago, il celebre comico veneziano, col 
quale trovasi tuttavia assieme alla sua seconda moglie Elettra 
Brunini. Aveva sposato nel '61 la diciottenne Emilia Cavallini, 
padovana, attrice egregia per le parti di seconda donna, e 
adornata di bellezza singolare, che gli morì nel settembre 
del '78 a Catanzaro. Ella non era figlia di comici, ma ebbe un 
fratello, Antonio, secondo brillante mediocre, morto a Pisa di 
etisia. 

Prudenza, veronese. Era la seconda donna dei Comici Gelosi, 
citata da Francesco Andreini nelle sue Bravure del Capitano 
Spavento. Il Cinelli racconta « che una volta (Curzio MarignoUi, 
poeta, nato a Firenze il 1563 e morto a Parigi il 1606) sgri- 
dato dal padre, perchè i suoi averi licenziosamente spendesse, 
arditamente rispose : Anzi, tutto il mio spendo con prudenza, 
intendendo dire con una donna sua amica che Prudenza chia- 
mavasi. » E l'Arlia che varie rime di Curzio raccolse e pubblicò 
nelle Curiosità letterarie del Romagnoli (Bologna, 1885) ag- 
giunge : era costei una comica, alla quale poi impazzata, o dav- 
vero, o per meglio accalappiare i merlotti, quell'altro capo 
ameno di Francesco Rovai scrisse il seguente sonetto, che piz- 
zica di secentismo un buon poco : 



PRUDENZA 313 



Folle è Prudenza: oh che follie soavi 
folli fan per dolcezza i saggi amanti ! 
oh, che grazie amorose e vaneggianti 
stillan da' labbri suoi dell' Ibla i favi ! 

Sparge ella i sali or lascivetti e gravi; 
a tempo i risi alterna, e tempra i pianti, 
e d'illustre Pazzia portando i vanti, 
tien del senno d'ogn'altra in man le chiavi. 

Da famoso delirio un pregio eterno 
traggon le scene, e in sì mirabil mole 
coronato di lode or va lo Scherno. 

Or chi tenersi e vaneggiar non vuole, 
se nel Leon di Flora in mezzo al verno 
della Prudenza è forsennato il Sole? 

Ma par mi un errore V attribuir la dedica del sonetto a 
questa Prudenza, seconda donna dei Gelosi, piuttostochè alla 
seguente, prima donna àegXi Affezionati, che nel 1634 recitò 
appunto una Pazzia, Il Rovai (V. Quadrio) morì nel 1646 in età 
di quarantadue anni; aveva dunque due anni alla morte del 
MarignoUi. 

Prudenza. Prima attrice della Compagnia dei Comici Affe- 
zionati. Sono le sue lodi, come quelle de' suoi compagni, nel- 
r introvato libretto della Scena illustrata, che ho trascritto al 
nome dei singoli artisti da Fr. Bartoli, La vediamo molto ap- 
plaudita a Bologna nel 1634, specialmente in una sua fatica, 
La Pazzia, forse la stessa à^ Isabella, rimaneggiata e ammoder- 
nata. All'arte del recitare accoppiò ancora quella del canto, nella 
quale fu encomiatissima. Natole a quel tempo un bambino, Cri- 
stofano Razzani dettò il seguente 

MADRIGALE 

Pargoletto bambino, i tuoi vagiti 
sono canti graditi, 

quasi armonia di Cigni e di Sirene: 
or che sarà poi, quando 

40. — / Comici italiani. Voi. IL 



314 PRUDENZA 



per l'Italiche scene 

andrai d'intorno errando 

fiume che ha d'or l'arene 

fiume d'alta eloquenza? 

Basta dir che tu se' figlio a Prudenza. 

Partendo la seguente quaresima per Venezia, un Marco 
Florio r accompagnò col seguente 

SONETTO 

Or che volgi, o Prudenza, il pie vagante 
a bear co' tuoi detti un ciel straniero, 
tu m'insegni cosi, che in un pensiero 
non è sempre 7ruden:(a esser costante. 

ImpruderiT^a è però del mar sonante 
fidar un sì bel volto al dubio impero : 
forse non temi il mar benché sia fiero, 
perchè stelle propizie hai nel sembiante? 

Deh ferma quelle stelle un sol momento, 
che se son belle, erranti, ancor non meno 
belle tu le vedrai nel firmamento. 

Ma son Soli e non Stelle, e mai non suole 
il Sol fermarsi, e sempre al Mare in seno, 
va mentre parte a riposarsi il Sole. 

Il Richiedei ne' suoi Fiati d' Euterpe (Venezia, Sarzina, 1635) 
ha in lode di lei, rappresentante Arlanda condotta in trionfo 
da Papiro, questo 

SONETTO 

Spiega sul gran Teatro i suoi martiri 
questa del mio martir ministra atroce, 
né spira accento pur, né forma voce 
che amor non formi, e crudeltà non spiri. 

Desta con un sospir mille sospiri, 

e con mentito ardore infiamma e coce. 
Corre legata a' danni altrui veloce, 
e dà co' suoi legami ali ai desiri. 



PRUDENZA - PUPPO 

E tra finte catene e crude voghe, 

mentre schiava si mostra, e cerca amore, 
amor mi nega, e libertà mi toglie. 

E con nuovo amoroso alto stupore 
e lega l'alme, e le sue note scioglie, 
slega la voce, e fa prigione il core. 

Puppo (Del) Fracanzanì Orsola. (V. Fracanzaki). 





I COMICI ITALIANI 




Qu^lia Corinna. Nata 
a Chieti il 28 dicembre del- 
l'anno 1874, entrò quattor- 
dicenne alla Scuola Maria 
Latitia di Torino, diretta da 
Domenico Bassi, e vi stette 
un anno e mezzo, scritturan- 
dosi poi prima attrice giovine, 
dal '91 a tutto il '92, con 
Giovanni Emanuel. Riposò 
il '93 per desiderio del suo 
futuro capocomico Cesare 
Rossi, che l' aveva scritturata qual prima attrice assoluta per 
l'anno comico '94, dopo il quale ella diventò, il io ottobre 
del '95, la signora Zoppis. 



330 QUAGLIA - RAFSTOPULO 

Esuberante di vita, ricca d' intelligenza, benevolmente ac- 
colta dai pubblici come una gentile promessa, ella avrebbe 
potuto con perseveranza di studi, toccar la meta desiderata, 
ma alla vita turbinosa della scena preferì la serenità degli af- 
fetti domestici. 




Rafòtopuio Antonio. Nato a Zante, fu uno de'pift rino- 
mati capocomici nel primo trentennio del secolo xix. Nessuno 
del suo tempo, né dì poi, curò come lui per lo sfarzo e la fe- 
deltà storica l'allestimento della scena. Sì vuole che per alcune 
rappresentazioni della sua Compagnia paresse di assistere a un 
gran ballo di Vigano. Nella Giovanna ifArco. nel Ratto delle 
Sabine, nella Vita di Carlo XII in dieci sere, o in altro di simil 
genere si vedevano (allora i Governi concedevano i soldati per 
le comparse) centìnaja di soldati a piedi, trenta a cavallo, com- 
battimenti ad arma bianca o a fuoco vivo, cannoni di legno cer- 
chiati in ferro, armature vere, bandiere, musiche militari, ecc. 
Né é da credere che a questi soli spettacoli egli fosse dedito : 



RAFSTOPULO 



321 



nel suo repertorio avean posto d'onore Goldoni, Alfieri, Nota, 
Pindemonte, Giraud, e la sua Compagnia era composta dei 
migliori elementi. Eccone l'elenco pel carnovale del 1820 al 
Teatro Apollo di Roma : 

UOMINI 



Nicola Vedova, padrt e tiranno 

Francesco Pieri, caratterista nobile 

Giuseppe Zannoni ) . . . 

r. r> \ amorosi primi 

Carlo Coltellini ) ^ 

Agapito Angiolini, 2° caratterista 

FiLU'PO Fontana, generico dignitoso 



Pietro Pezzi, generico dignitoso 
Carlo Camisani, secondo amoroso 
Domenico Liparini \ 
Giuseppe Mazzotti ( generici 
Lorenzo Pellegrini ) 
Ant. Rafstopulo, parti d'aspetto 



DONNE 



Amalia Pieri 



Amalia Fieri ) ^ . . 

. T^ > parti ingenue 

Luisa Bologna ) ^ ^ 

Anna Pieri, prima attrice 

Teresa Angiolini, madre nobile 

Adelaide Angiolini, prima amorosa 



Margherita Mazzotti, caratteristica 
Teresa Dal Pino, servetta 
Annunziata Fontana \ 
Marietta Rizzato > generiche 
Adelaide Mazzocchi ) 



Nel 1825 (Archivio di Stato di Firenze) Rafstopulo do- 
mandò per la sua Compagnia, e per cinque anni, il titolo di 
Reale Toscana, col sussidio di Duemila Zecchini. L' istanza fu 
respinta con data del 25 marzo, stesso anno, dietro informa- 
zioni del Presidente del Buon Governo, il quale oltre ad aver 
trovato che i comici del Rafstopulo erano scarsi di merito, mo- 
strava come, aderendo a tal domanda, si sarebbe danneggiato 
un disegno emesso da tre o quattro anni di una vera e propria 
Compagnia Toscana, autorizzata e sovvenzionata dallo Stato, 
quantunque tal disegno avesse poca probabilità di essere non- 
ché approvato, solamente discusso. 

Innamoratosi, dopo un continuo alternarsi di guadagni e 
di perdite, della figlia del custode al fanale di Livorno, si tolse 
dal teatro per condurla in moglie, e pochi anni dopo mori, 
compiuto appena il suo cinquantesimo anno. 

Nell'elenco della Compagnia pel 1843 di Francesco Pa- 
ladini erano Leonardo, Caterina e Amalia Rafstopulo, generici, 
non so in che grado di parentela legati ad Antonio. 



41. — / Comici it<tliani. Voi. II. 



322 RAGGI RAIMONDI 

Raggi Giovanni, fu - dice il Bartoli - figliuolo del trova- 
robe della Compagnia Medebach. Addestratosi da fanciullo 
nell'arte, riuscì egregio /;7;^a»^t?ra/(? per le commedie scritte e 
all'improvviso. Fu anche inventore di fuochi artificiali, che fece 
più volte per uso della Compagnia. Di salute assai cagionevole, 
fii costretto, a venticinque anni, abbandonar le scene e recarsi 
in cura a Padova; ma poco tempo dopo, la primavera del 1 769, 
vi morì. 

Ragazzino o Rauzzini Giacomo. Attore napoletano che 
recitò in patria le parti di Coviello. Fr, Bartoli lo dice un ec- 
cellente comico, e aggiunge ch'egli aveva una presenza vera- 
mente marziale, e che i suoi discorsi erano tutti sostenuti da 
frasi alte ed ampollose, dimostranti un coraggio d'invincibile 
guerriero. 

Ma non eccellente apparve sulle scene della Comedia ita- 
liana a Parigi, quando vi si recò il 17 16 nella Compagnia del 
Reggente. Tutti gli scrittori contemporanei (V, D'Origny, De 
Boulmiers, etc), concordano in questo: ch'egli corruppe con 
cento pistole l'incaricato di Luigi Riccoboni di trovare a Na- 
poli un buono Scaramuccia; ch'egli era usciere del Vicariato 
di Napoli, e che, recatosi a Parigi, né piacque, né dispiacque. 
Amante delle grandezze e dedito alle dissipazioni, egli mise 
carrozza, ed ebbe ognor tavola imbandita. Ma venne il mo- 
mento, in cui si trovò assediato da creditori di ogni specie. 
Allora Francesco Riccoboni riuscì a ottener dalla Corte un 
ordine, mercé il quale fu trattenuto pei creditori un terzo della 
sua paga sino al dì della sua morte, che fu per apoplessia il 
24 ottobre del 1731. 

Raimondi Giuseppe. Nacque a Mantova il 1 8 1 1 da Teo- 
doro e da Maria Cappello. Tiranno il 1843 nella Compagnia di 
Alberto Tessari, colla moglie Angiola seconda donna e il figlio 
Teodoro generico, era con la famiglia e negli stessi ruoli il '5 1 
con Giuseppe Astolfi. Il '53 fu riconfermato dall'Astolfi per la 



RAIMONDI - RANIERI 323 

_ _ j ■ _ 

nuova Compagnia in società colla Sadowski. Amministratore, 
il'SS, della Compagnia di Ernesto Rossi, col figlio primo attor 
giovine. Morì a Genova il i° luglio del 1879. 

Raimondi Teodoro. Figlio del precedente, egli fu, come 
abbiam visto, sempre al fianco di suo padre, crescendo a poco 
a poco di valore e di ruolo. Era il '53 primo amoroso della Com- 
pagnia Sadowski-Astolfi, ^ primo attor giovine, il '55, di quella 
di Ernesto Rossi, il quale di lui lasciò scritto nel primo volume 
delle sue memorie : 

Il vero sesso forte sì componeva di un certo Raimondi, il quale disimpegnava le 
parti di primo attore giovine e primo amoroso : e ti posso assicurare che era un bravo 
giovinotto, pieno di zelo, ricco di talento, abbondante dì sentimento. Fu presto tolto al- 
l' arte ed alle speranze ed agli affetti della sua famiglia e di tutti coloro che lo conobbero, 
quando per mezzo delle mie assidue cure e della sua buona volontà ne aveva fatto un 
eccellente amoroso, tale, che invano si cerca e si trova 1* uguale (?). 

Entrato in Compagnia di quel bravo attore Gaspare Pieri, dopo poco tempo mori, 
vittima forse della sua troppo sensibile anima, che non seppe mai rinvigorire o tempe- 
rare coU'arte. 

Sappiamo infatti da una lettera di Gaspare Pieri a Fran- 
cesco Bigliotti, che Raimondi, toccatogli il '56 alcun tempo 
di servizio militare, dovette abbandonar la Compagnia. Torna- 
tovi, in permesso, cominciarono in lui i segni della tisi, alla 
quale dovette poco dopo soccombere. 

Fra le parti ch'egli sosteneva egregiamente v'era, a detta 
del Pieri, quella comica di Suggeritore nel Goldoni e le sue Se- 
dici Commedie Nuove di Paolo Ferrari. 

Ranieri Bartolomeo. Piemontese, del Moncenisio, nato 
il 1Ò40 circa, fu comico al servizio di Ferdinando Carlo per 
diciassette anni, e richiesto il 1685 dalla Maestà Cristianissima 
di Francia, Le fu concesso con lettera dello stesso Principe da- 
tata di Mantova il 14 marzo, nella quale era il più ampio ben 
servito che dir si potesse. Forse nei diciassette anni ch'egli fu 
al servizio di Ferdinando, si trovò a essere ceduto, come spesso 
accadeva, a qualche altro principe: e mi pare si debba identi- 
ficare pel Ranieri questo Aurelio che dal Duca di Mantova è 



324 RANIERI - RAPARELLI 

dato al Duca di Modena, in cambio del Parrino (V.), che Que- 
sti cedeva a Quello. 

Ser.»no Sig.»" mio Oss.'"o 

Spedisco Aurelio, perchè serua a Vostra Altezza con ogni puntualità maggiore nella 
Compagnia dei Suoi Comici, e già che uengo auuisato, eh' ella mi habbia fauorito della 
persona di Florindo, io non lascio di rìngratiarnela di cuore, assicurando l'Altezza Vostra, 
che perfettionato il futuro Carneuale resterà à di lei disposinone lo stesso Florindo, con- 
fidando, che il simile seguirà d'Aurelio. Si compiaccia Vostra Altezza di frequentarmi le 
occasioni di poter servirla, come desidero, e le bacio affettuosamente le mani. 

Di Vostra Altezza 
Mantoua, 9 Aprile 1676. A£fet"o Seruitore 

S.r Duca di Modona. ^^ ^^^^ ^^ Mantoua. 

Recatosi 1*85 a Parigi, Bartolomeo Ranieri vi esordì nel- 
l'aprile, assieme al Pulcinella Fracanzano, quale secondo Inna- 
morato, al posto delV 0/favio Zanotti. Il successo se non stre- 
pitoso fu buono, ed egli avrebbe potuto rimanere in Francia 
amato e stimato, se non avesse, con assai poca prudenza, av- 
venturate opinioni sulle vicende del tempo. Il che saputosi alla 
Corte, egli ebbe tosto decreto di espulsione. 

Restituitosi in Piemonte, si diede a continuar gli studi, 
lasciati a mezzo per imprender la via dell' arte ; e compiuto il 
corso di teologia, prese gli ordini sacri. Dicono i fratelli Par- 
faict che il Padre di Riccoboni lo conobbe, e più volte sentì la 
sua messa. 

Ranuzzi Francesco. Recitava, applaudito, sotto la ma- 
schera di Brighella. Il maggio del 1777 era a Modena, con la 
Compagnia di Francesco Panazzi, insieme ai Falchi, agli An- 
dolfati, ecc. 

Raparelli Giovanni, di Viterbo, fu cancellier criminale 
per molti anni in Perugia sotto il Governo di Monsignor Galli, 
in Ferrara dei Cardinali Cibo e Spada, in Imola degli Eminen- 
tissimi Acquania e Borromeo, e altrove. Ma, avviluppato dalle 
lusinghe di Angiola comica, per opera specialmente di sua ma- 



RAPARELLI 



dre, Isabella., la sposò, ed entrò con esse nella Compagnia del 
Serenissimo dì Modena, recitandovi gl'Innamorati sotto il nome 
di Orazio, Ma in Carpi, e precisamente l'aprile del 1658, quat- 
tro soli mesi dopo il matrimonio, il Rapa- 
relli potè constatar la mancata fede della 
moglie, e la complicità della suocera. 
Ribellatosi fieramente, e minacciatele 
entrambe, esse deliberaron di sbaraz- 
zarsene, e ricorsero allo strattagemma 
di proporre la rappresentazione degli 
«infelici amorì della Regina d'Inghil- 
terra > , pei quali occorreva l'uso d'armi 
da fuoco: e far sì che il Raparelli por- 
tasse dette armi, e, avvisatone poi il 
Bargello, fosse da esso e dagli sbirri 
sorpreso e carcerato. Ascoltate il Duca 
di Modena le dichiarazioni di lui, parve 
piegare all' indulgenza, e risolversi forse 
per la liberazione; ma le due donne gli 
inviarono una supplica, in cui raccoman- 
davan fosse fatta giustìzia, poiché il Ra- 
parelli aveva in dosso le pistole al solo 
intento di ucciderle, il che a ogni modo 
avrebbe fatto, secondo le sue dichiarazioni, non appena uscito 
dì prigione. A questo punto ci lasciano i documenti, e niun'al- 
tra notizia mi fii dato rintracciarne. 




Rasi Giulio, Gaspare {il secondo nome assunto all'entrar 
nell'arte per ammirazione grande verso l'attore Lavaggi), figlio 
di Antonio e di Maria Berghinzoni, nacque a Ravenna il 29 ot- 
tobre 1845. Fatti gli studi liceali in patria, fu prima soldato 
nelle truppe regolari, poi garibaldino, e prese parte alla cam- 
pagna del '66. Instituitasi nella sua Ravenna una Società filo- 
drammatica, egli vi mostrò subito attitudini chiare alla scena: 
e trasferitosi Ìl '67 con la famiglia, a Firenze, dopo la morte 



3i6 RASI 

del padre, entrò nell'Accademia é^' Fidenti, di dove uscì dopo 
breve tempo (1871), per entrar quale amoroso nella Compa- 
gnia della Sadowski, diretta da Cesare Rossi. Abbandonata 
il primo attor giovine D' Ippolito la Compagnia, nel carno- 
vale dello stesso anno, il 
Rasi ne prese il posto, che 
tenne fino a tutto l'anno 
veniente, dopo il quale 
passò primo attor giovine 
sotto Francesco Ciotti, al 
fianco di Virginia Marini, 
in Compagnia dì Alaman- 
' ^■._ 'f "° Morelli facendosi no- 

^^^^^^^I^Ly^H^^^kj^ tare dai compagni e dal 
^^^^^^^^2^^^^^^^Hr per la elettezza 

^Ij^^^^^^^^^^^^^^^^ e la correttezza 

^^^^^^^^^^H^^^ della dizione. Còlto da feb- 

^^^^^^^^^ bre tifoidea in Ferrara, 

vi morì, pianto da tutta l'arte, il 13 giugno 1878. Su di lui, 
come attore e come uomo, mi piace riferir le parole dì Virgìnia 
Marini che gli fu compagna delle più care: 

Suo fratello, col qaa)e ebbi il piacere di >tare qualche anno, era an gentiluoino 
perfetto, ud bravissimo artista ed un compagno buono ed amoroto. Egli interpretava eoo 
abilità ed intelligenza tanto il Goldoni, come Dumas, Ferrari, Giacosa. Ha divìso con 
me gli applausi del pubblico nella Signora dalle CamiUt, nella Serva amoroia, nella Par- 
lila a scacchi Aveva un avvenire aplendìdo : la morte l' ha rubato giovanissimo 

all' arte ed alla gloria ! ! Povero Giulio ! Lo ramniento sempre con affetto di sorella e con 
E di compagna. 




Ebbe, giovinetto, molta facilità nello scrìvere, e serbo di 
luì manoscritto un buon volgarizzamento della Lelia di Gior- 
gio Sand. 



Rasi Luigi. Fratello del precedente. 

Singolare figura d'artista quella di Luigi Rasi poeta, scrittore, at- 
lore e professore di recitazione, che ci ricorda, per certi rispetti, il Cin- 
quecento, quando i comici italiani contendevano la palma agli scrittori di 
maggior fama e, più che interpreti, erano, sulle scene, inventori. 



RASI 327 

Il Rasi, nato a Ravenna il 20 giugno 1852, si recò il '67 a Fi- 
renze, ove fece la quinta ginnasiale al Liceo Dante, e gli studi liceali 
agli Scolopj. 

Entrò ventenne appena come secondo amoroso e secondo brillatite nella 
Compagnia Sadowski diretta da Cesare Rossi. Di li, un anno appresso, 
nel 1873, passò in quella di Luigi Monti, che dovè lasciare poco dopo 
per soddisfare ai suoi obblighi di leva. E tre anni stette confinato a Lecce 
a fare il caporal foriere e il caporal maggiore di maggiorità, riconfortan- 
dosi negli studi e nel suo Catullo ! 

Licenziato di sotto le armi, nel settembre del 1877, eccotelo pr/mo 
attor giovine nella Compagnia Pietriboni, dove rimase fino air anno 
scorso (1882), quando fu nominato direttore *della R. Scuola di Recita- 
zione in Firenze. 

Attore studioso, elegante, accuratissimo, si cattivò di colpo le sim- 
patie del pubblico per le sue intelligenti interpretazioni, per una rara natu- 
ralezza e limpidità di dizione, per il suo amore alla verità. Non gridava, 
diceva: otteneva mirabili effetti senza i soliti mezzucci: cercava che il 
pensiero dell'autore, non la voce dell'artista, facesse immediata impres- 
sione sull'animo del pubblico. Metteva grande studio nel penetrare il ca- 
rattere, la psicologia del suo personaggio: gli guardava dentro e poi cer- 
cava d'entrar quasi ne' suoi panni. Non era la solita sovrapposizione 
dell'artista sul personaggio; era un vero e proprio lavoro di transustan- 
ziazione, da cui l'attore usciva trasformato. Nel Violino jo di Cremona, nei 
Fonrchambault, nel Cantico dei Cantici, nella Libertas di Costetti e in tante 
altre parti, dimostrò col fatto la bontà del suo metodo : del quale ve- 
demmo, di recente, gli ottimi risultati in una prova di studio degli alunni 
nella R. Scuola di recitazione da lui diretta. 

Perchè il Rasi è ormai un transfuga della scena. Rinunziò un bel 
giorno agli applausi sonori, alle commozioni, ai trionfi della vita d'artista, 
contento di poter darsi agli studi, di poter avere un po' di quiete per stil- 
larsi il cervello traducendo Catullo e lottando a corpo a corpo con le 
difficoltà dell'originale e dei metri, con la rigidità della nostra terribi- 
lissima lingua. 

Una delle sue passioni è il latino che conosce assai bene: un'altra 
è l'arte della lettura, intorno alla quale fa quotidianamente studi ed espe- 
rienze nella sua scuola. 

Fra noi su questo argomento, non s' è fatto il bel nulla. E al Rasi 
tocca il merito d'avere compresa e misurata tutta l'importanza e d'avere 
accennato al da farsi. Una sua conferenza tenuta al nostro Circolo filo- 
logico e ripetuta costi a Roma, fece rumore : un suo trattatalo sul- 
l'arte del leggere, meritò gli elogi credibili del Carducci. All'esperimento 



328 RASI 

che dette il mese scorso nella sua scuola, un alunno alto tre o quattro 
palmi lesse un discorso - per esercizio - con una disinvoltura, con un 
garbo da sbalordire. So di un medico nominato a un tratto professore 
d'università, che tremava all'idea di leggere la prolusione. Andò dal Rasi 
che gliela fece studiare, e lessi poi nei giornali che a Parma avevano 
ammirato nel giovane professore il facile eloquio. Tornata parola. 

Un'altra passione del Rasi è l'erudizione. Quasi quasi vorrebbe pi- 
gliarne un tal bagno freddo da spegnerci i suoi ardori d'artista. Ma poi 
quell'altra parte di lui, quella sensiliva^ si ridesta, e il fuoco sacro lo riac- 
cende di nuovo. 

E forse allora sogna i trionfi della scena, una filarata di teste che pen- 
dono commosse dalle sue* labbra, un'eletta d'anime gentili che la parola 
alata dell* artista e del poeta agitano soavemente, e il plauso che giunge 
caro, aspettato, desiderato, e l'effetto studiato e conseguito in quel dato 
momento, in quel punto preciso in cui si voleva e si attendeva, e il mor- 
morio approvatore, e quella calda e vivace corrente di simpatia che lega 
il pubblico agli interpreti sapienti.... adimaro. 

P. S. — Rileggo quanto ebbi a scrivere diciannove anni 
fa nel Capitan Fracassa^ in occasione d* una memorabile recita 
al Quirinale, dove in conspetto dei Sovrani, della Principessa 
Isabella e del Duca di Genova allora sposi, Cesare Rossi, Eleo- 
nora Duse e Luigi Rasi, aggiunsero nova grazia e vivezza al 
proverbio di Francesco De Renzis Un bacio dato non è mai per- 
duto. Allora la Duse cominciava ad esser nota e pregiata come 
prima attrice) Cesare Rossi aveva già asceso il culmine del ca- 
pocomicato ed aspirava, con tutta la forza della sua tromba na- 
sale, a quella commenda che è il sogno d'oro d'ogni artista 
provetto; e Luigi Rasi si era nobilmente affermato come scrit- 
tore, come dicitore squisito, come maestro acni son noti e fami- 
liari tutti i segreti dell'arte scenica. — A distanza di diciannove 
anni, mi è grato oggi ristampare ciò che scrivevo, e aggiungere 
che le promesse di quei giorni non furon fallaci. Luigi Rasi le 
ha mantenute, dirò anzi che le ha sorpassate. Di lui allora si 
conosceva il poeta traduttor di Catullo, l'attore, l'artista colto 
e coscienzioso ; ma non ancora egli si era rivelato autore di quei 
monologhi che trovarono sulle scene maggiori e su quelle dei 
filodrammatici tanta e così invidiata fortuna; non ancoragli si 



RASI 329 

era sviluppato così nocchiuto il bernoccolo dell'erudito e del 
feroce raccoglitore di qualunque cosa avesse attinenza con la 
storia del nostro Teatro. Questo Dizionario dei Comici italiani, 
concepito con tanta genialità e condotto innanzi con tanta dot- 
trina e cosi ordinata serietà d'indagini e d'intendimenti, ch'egli 
volle dedicato a Teresa Sormanni, la fedele compagna della' 
sua vita, la collaboratrice intelligente e amorosa de' suoi studi, 
tolta in moglie il 15 luglio 1881, è un bel titolo e degno alla 
riconoscenza di quanti pregiano le nostre glorie teatrali, è so- 
pra tutto un' opera utile e buona che colma una vergognosa e 
dolorosa lacuna della nostra storia dell'arte, fin qui così tra- 
scurata. Per compierla occorreva un erudito che fosse al tempo 
stesso un artista e un attore, e che le notizie, pazientemente 
raccolte con zelo e industria di bibliofilo, sapesse poi ordi- 
nare e comporre, dando al lavoro l'attraenza che han queste 
pagine. Paragonate, di grazia, il Dizionario del Regli con que- 
sto, e vedrete quanto ci corra, e come manchi per gli artisti 
lirici, il geniale compilatore che hanno trovato nella loro stessa 
schiera gli artisti drammatici. Ma quest' opera, così bene e so- 
lidamente piantata, richiedeva a fondamento una raccolta tea- 
trale, quale il Rasi ha saputo raccogliere per formare un vero 
museo del Teatro Italiano, che dovrebbe diventar cosa pub- 
blica, a documento delle nostre glorie passate, se si trovasse 
chi fosse disposto a compensare delle sue spese e delle sue 
fatiche il provvido collettore. 

Il Rasi è sempre Direttore della nostra R. Scuola di Reci- 
tazione, la quale vanta ormai molti alunni che son divenuti ar- 
tisti acclamati. Ma le cure della Scuola, cui egli si è consacrato 
con grande abnegazione, non lo hanno né fisicamente né moral- 
mente abbattuto. Gigi Rasi è ancora il biondo Rasetto di venti 
anni fa e par quasi che il tempo non l' abbia toccato con la sua 
cipria fatale. - La voce di lui ha acquistato in potenza e in vi- 
gorìa ; la dizione in perspicuità e sicurezza. Dicitore preciso e 
vibrato, il Rasi ha tentato per primo un arduo esperimento, 
quello di accompagnare col commento della calda e passionata 

42. — / Comici italiani. Voi. II. 



330 RASI 

parola le melodie della musica, anche quelle sonore d'una or- 
chestra intera. Le sue recitazioni del Manfredo di Byron, illu- 
strato con grande orchestra da Schumann; di monologhi suoi 
e ballate di BUrger, di Schiller, di Marradi con musica per pia- 
noforte di Belilo, di Liszt e di Ricci; ài€^ Egmoni di Goethe, 
testé compendiato in bei versi italiani a commentare le armonie 
di Beethoven, hanno fatto comprendere come l'arte della pa- 
rola possa utilmente e piacevolmente sposarsi al canto indefi- 
nito della musica strumentale. Né basta : il Rasi ha voluto e sa- 
puto altresì dimostrare come una sapiente recitazione possa da 
sola servir di commento alla poesia, mettendone in rilievo le 
più riposte bellezze. La lettura ad alta voce, di cui egli è un 
apostolo convinto, diventa così un mezzo d'istruzione e di edu- 
cazione, facile e aperto a tutti: esso dovrebbe sostituirsi anche 
nelle scuole a quel tedioso e forzato esercizio della memoria, 
che avvezza i ragazzi a non capire quello che recitano, e che 
riesce, certamente, a renderlo a tutti noioso, anche a chi è co- 
stretto ad ascoltarli. 

Ma il poscritto è ormai più lungo dell' articolo. Colpa del 
Rasi, che in questi diciannove anni ha voluto dar da fare al suo 
biografo e che gli darà dell' altro filo da torcere ad una nuova 
edizione di questo genialissimo libro. 

2 giugno 1902. Guido Biagi. 

ELENCO DELLE OPERE A STAMPA 

Clodia. Memorie di C. V, Catullo, (Lecce, 1876). Comprende la versione del 
poema Le Nozze di Peleo e Teli, e di altro. - Se ne fecero altre due edi- 
zioni a Milano nel 1878 e 1879. 

Torva Prcelia. Versi originali e volgarizzamenti catulliani, (Napoli, De Angelis, 
1879). 

Eraclio Florenzano galatonese. Monografia, (Ravenna, David, 1879). 

Jacchus. Canto antico, (Bologna, Zanichelli, 1880). 

La Verità nell'Arte Rappresentativa. Discorso inaugurale alla Cattedra 
fiorentina di recitazione, (Firenze, Galletti, 1882). 

La Lettura ad alta voce. (Firenze, Paravia, 1883). 

Il Libro dei Monologhi. (Milano, Hoepli, 1888). - Se ne fecero tre edizioni. 



RASI 



Saggio di una traduzione integra del libro di Catullo. (Londra, 

Hall, 18S9). 
Armanda ritorna. Commedia in un allo. (Milano, Barbini, 1889), 
L'Arte del Comico, (Milano, Paganini, 1890). 
Il Libro degli Aneddoti. (Modena, Sarasìno, 1891). - Ne ha fatto l'editore 

Bemporad di Firenze una seconda edizione, nuovamente illustr., nel 1898. 
Pluto. Commedia di Aristofane, volgarizzata in prosa, con prologo in versi e 

lettera di A. Franchetti. (Modena, Sarasino, 1891). 
Il Secondo Libro dei Monologhi. (Milano, Hoepli, 1803). 
La Recitazione nelle Scuole e nelle Famiglie. Antologia poetica. (Firenze, 

Civelli, 1895). 
La Duse. (Firenze, Bemporad, 1901). 
I Comici Italiani. Biografia, bibliografia, iconografia. (Firenze, Bocca-Luma- 

chi, 1897-190,.. 




TESTIMONI 



Caro Raii, 



i] giuKno 76. 



Ebbi il tuo libro poche ore avanti ch'io partiisi da Catuiia: lo portai eoo me e 
mi fece buona compagnia lungo il via^o. L« mttnarit %\ leggono d' ou listo e l'elemento 
fantMtico i cosi bene intreccialo allo storico, che pnr «sendo esio nn romanzetto, laiciano 
poco o nulla a deiìderare dal lato dell' eiattezia. Se fosse a qnesti pregi accoppiato un 
maggior colorito locale, il tao lavoro farebbe commendevole da tnttì i lati.... 

Prendi intanto una cordiale itretta di mano od lao 

Rapisaidi. 



333 RASI 



Caro Rasi, Catania. 16 marzo 79. 

UAti è un giojello ; 1* epistola ad Orlalo e la Chioma di Berenice più spigliata, 
non più bella dì quella di Foscolo ; il carme a sé stesso cosi cosi : il mio è forse mi- 
gliore. 

Perdona alla scorbellata franchezza di chi ti vnol bene davvero. 

Del tuo 
Rapisardi. 



Egregio Rasi. P"»'*""' ^1 »"kHo 1880. 

Ella conosce profondamente Catullo, e ciò eh' è più mirabile sa riprodurlo nell'atte. 
La traduzione che ci ha data dell'Epitalamio per le Nozze di Peleo e Teti, mi sembra 
veramente degna di Catullo, e, s'io non erro, la migliore di quante ne abbiamo avute. C'è 
nn sentimento fino di poeta congiunto ad una intelligenza non comune del latino da farmi 
sperare ch'Ella, se si mettesse all'opera, tradurrebbe Catullo meglio degli altri. 

Io consento nella sua spiegazione di (^<^ extenuata gerens veteris vestigia pcenoe ; 
e se non fosse il gerens che mi mette ancora un po' di dubbio, oserei chiamarla certa. 

Quello stupendo mollescunt colla non è da Lei reso pienamente. Il poeta, com' Ella 
ben sa, v'intende V ammollirsi del collo riposato. Perchè non si potrebbe adoperare anche 
in italiano la stessa parola? 

Mi perdoni questo mio giudizio schietto e senza ipocrisie. Ella comprenderà quanto 
io La stimi dal modo stesso col quale io La giudico. 

Mi creda con verace stima Suo dev. 

G. Trezza. 



Caro Rasi, '^'°""°' ^0 febbraio '80. 

Sono veramente ammirato della splendida forma del tuo Bacco, e specialmente della 

poesia per la grotta di Pozzuoli, piena di sentimento e di grazia. Un omino che fa dei 

versi come questi 

e prego e prego e prego, e nella torbida niente 

gtme il desìo dilli dolcezze antiche 

è un omino col pepe e col sale. Non posso levarmi dalla testa quel secondo verso che 

mi pare la più bella delle moltissime perle del tuo volumetto.... 

I miei saluti alla Signora e al Signor Pietriboni e al Bassi. A te un abbraccio e 

un bacio in cui 

geme il desìo delle dolcezze antiche 

della meridiana. Addio, addio. Tuo 

Edmondo (De Amicis). 



Caro Big. Rasi, Bologna, 3 marzo 1883. 

La ringrazio del suo libro, che mi pare utilissimo, e dal quale mi pare che impa- 
rerò anch' io a leggere meno male i versi. Nella Esposizione che Ella ha fatto della mia 
Mors io piaccio a me stesso e meco stesso m' esalto di esser cosi bello. Ma poi ripenso 



RASI - REBECCHI 333 



che tutte coleste mie nuove bellezze sono trovate d'un poeta di fantasia, di sentimento 
« di molta coltura, che dell'arte del declamare fa un'estetica pensata e imaginosa. 

Alla Sua Signora tanti rispetti e ricordi da parte mia e delle mie donne. A Lei 
on saluto affettuoso, non senza il desiderio di rivedere di quando in quando di quei versi 

antichi che Ella sa fare cosi bene. 

Suo 

Giosuè Carducci. 



Astichello, presso Vicenza, 30 ottobre 1887. 

Ottimo professore e carissimo amico. 

Non tardo un minuto a ringraziarla del volume « I Monologhi » che, domani co- 
mincierò a leggere, e della notizia che mi dà del superbo lavoro, a cui ha già posto mano. 
Le giuro, che que' versi miei sulla Madonna mi parvero altra cosa, cioè meno infelice, 
quando procurai di recitarli secondo le sue norme. O carissimo Rasi ! Non ci voleva che 
un pari suo, egregio tanto nel comporre, che nel recitare, il quale potesse donare ali* Italia 
un libro tanto utile e dirò, necessario.... 

Mi voglia sempre bene : mi ricordi alla sua egregia Signora : perdoni alla fretta, 

e mi tenga 

* Suo aff^o 

Giacomo Zanella. 



Re (Di) Pietro. Fa cenno di lui il Padre Gio. Domenico 
Ottonelli nella sua Cristiana moderazione del Teatro, 

Pietro Di Re, detto tra' comici Mescolino fu molto stimato, era modestissimo ; ma 
di lui si divulgò questa taccia, che era troppo freddo, perchè mai diceva oscenità. Io ri- 
spondo che l'esser troppo freddo non è errore contro la cristiana moralità; ove difetto 
si è troppo grave l'essere troppo licenzioso di lingua. E se Mescolino era tacciato di fred- 
dezza perchè si asteneva dalle sboccataggini, quella taccia era ingiusta, e doveva essergli 
data da persone poco amiche all'onestà; ove all'incontro era degno dì lode, perchè nel mo- 
derno Teatro serbava le regole della convenevole moderazione ; e sapeva recitare, e dilet- 
tare senza offesa dell'arte, e senza oltraggio della virtù. 

Fr. Bartoli aggiunge che « fioriva questo comico onesto 
e rinomato intorno all'anno 1625. > 

Il Callot ci ha dato una scenetta nei Balli di Sfessania tra 
Guazzetto e Mestolino (V. Bocchini). 

Rebecchi Margherita. < Comica assai giovane, che fiorisce 
in questi giorni (i 782), e che può occupare un degno posto in 
mezzo alle buone attrici. Ha recitato in Verona coli' accade- 
mica Compagnia di Marco Florio il carnovale del 1 780. È stata 
l'anno appresso con la truppa d'Antonio Camerani; ed oggi 



334 REBECCHI - RECHIARI 

trovasi con una vagante compagnia, esercitandosi con impe- 
gno, e procurando d'acquistarsi qualche concetto nella sua 
Professione. > Così Fr. Bartoli. 

Rechiarì Luca. Attore e capocomico, fiorito nella seconda 
metà del secolo xvii, recitava le parti ^Innamorato sotto il 
nome di Mario, al servizio, dall' '86 al '93, del Serenissimo 
Francesco di Modena, a vicenda con Gaetano Caccia (V. SuppL). 
L'autunno dell' '86 era a Torino, raccomandato da Sua Altezza 
al signor Marchese di Drenerò; e r'88 a Milano, ove gli furon 
pagate lire 740 dal tesoriere Zerbini (V. l'elenco di quest'anno 
al nome di Torri Antonia). Il 25 febbrajo '90, trovandosi a 
Roma, e avuta notizia che il Duca privava la Compagnia del 
Dottore e del secondo Zanni, si volge con lettera a un se- 
gretario del Duca, per ottenere o lo scioglimento da ogni ob- 
bligo di servizio, o la sostituzione dei due personaggi. Il Fon- 
tanelli poi con lettera del 20 luglio 1691, impetrando soccorsi 
dal Duca pel pantalone Girolamo Gabrielli e la prima donna 
Antonia Torri, dice di questa: < La Lavinia anch'essa sta at- 
tendendo dalla solita benignità di V. A. qualche soccorso, tanto 
più il Rechiari non l'ha voluta in Compagnia, non sa come 
sostentarsi. > Il 5 dicembre del '91 scrive da Arezzo di Toscana 
a un segretario del Duca, perchè gli ottenga raccomandazioni 
per Roma, ove i comici di Silvio, con lor mene, gli farebber 
guerra. Il dì seguente rinnova la supplica al Duca in persona, 
nella quale si firma non più Luca Rechiari detto Mario, ma 
Luca Rechiari detto JLeantiro. Forse dalla Compagnia era uscita 
il Caccia, primo nell' elenco, ed egli ne aveva assunto il nome e 
l'importanza. A Roma poi andò; e il 2 aprile del '92 l'abate 
Ercole Fanziroli scriveva in suo nome al Marchese Pio di Sa- 
voja, perchè gli ottenesse dal Duca raccomandazioni per Na- 
poli. Il giugno del '93 lo vediamo a Perugia, al termine di un 
corso di recite, poi per un mese, a Gubbio, di dove il Rechiari 
scrive direttamente al Marchese Pio, perchè gli ottenga dal 
Duca una commendatizia pel Cardinal Rubini, Legato di Ur- 



RECHIARI - REINACH 335 

bino e Pesaro, acciò si possa recar in quelle due piazze a gua- 
dagnarsi il vivere. L'ottobre del '93 era a Fermo, il dicembre 
a Chieti, il carnovale a Roma. 

Egli aveva in compagnia la moglie, che recitava le prime 
donne a vicenda con la Torri, prima nell'elenco (e forse per ciò 
il Rechiari o spontaneamente o stimolato dalla moglie pensò 
bene di liberarsi di questa), e un figliuolo, Giorgio, che reci- 
tava i terzi amorosi, sotto nome di Ottavio. 

Reinach Enrico. Nato il 3 agosto 1851 a Torino, mostrò 
sin da ragazzo un amor singolare al teatro; ma il padre lo 
mandò, per distornelo, presso alcuni parenti a Vienna, ove stette 
tre anni. Morto il padre, sì restituì in 
Italia, e frequentò a Milano la Scuola 
dei filodrammatici, sotto gl'insegna- 
menti di Amilcare Bellotti, detto Bel- 
loitino (V.). 'Esor<ì\, generico giovine, al 
fianco di Ermete Novelli, a Udine in 
Compagnia Diligenti e Calloud. Fu 
l'anno dopo secondo amoroso con Vir- 
ginia Marini, che lasciò dopo la metà 
del secondo anno, perchè chiamato 
sotto le armi. Finito il servizio mili 
tare, era di seconda categoria, passò 
primo attore giovine in Compagnia di 

Luigi Pezzana con Ceresa primo attores Adele Marchi prima 
attrice, e la Duse prima attrice giovine; poi, nello stesso ruolo, 
in quelle di Bellotti-Bon, di Pasta, Nazionale, della Marini, di 
Marchetti e la Giagnoni, passando finalmente primo attore e ca- 
pocomico in società, prima con Pasta e Garzes, poi con Talli. 
Fu scritturato dalla Duse per la sola parte di Armando 
nella Signora dalU Camelie nel suo giro dì Germania e Russia ; 
quindi, per un triennio, da Irma Gramatìca e Raspantini. Oggi 
è tornato capocomico in società con Pieri, slanciando qual prima 
attrice sua moglie Edwige. 




Enr.'.o Kfnn^ich si acc-jistò in arte, e a buon diritto, 3 
Vi\ftVj'V\€lernó primo ailor gioi-ine. che l'avanzar degU anni ooo 
^li to's^ mai un'aura singolare di gio^-inezza, cuasi direi di 
infantiliti. Veramente la nuova dÌ\-Ìsione deVi«/// e de'Je parti 
ha fatto di lui un primo attore, ma, secondo le considerazioni 
antiche, oggi egli è sempre primo attor gio\Tne; come, secondo 
le moderne, si dee dire che primo attore egli è da no pezzo, 
alrn'rno da ouan'lo, ammalatosi il Salvadori, egli lo sostituì 
ni:YÌ Armatuitì crm laMarini. IIReinach.di elegantissimo vestire 
e di m'Kli »'"]uisiti, fu lungo tempo l'ammirazione, direi quasi, 
lo spasimo delle signore. Se nella sua recitazione si potè no- 
tare talvolta una coiai mancanza di sincerità, essa fii compen- 
sata a esuberanza da scatti di passione, calda, violenta, ch'ai 
Kf:rba tuttavia, nei quali è Ìl segreto di tutta la sua forza. 

^^^^. Reinach-Guglielmetti Edwige. 

^^^^^^&% Mogh'e del precedente, cominciò a re- 

^^^^^^^P^ citar quindicenne, seconda amorosa, con 

^^^^^^T^ Virginia Marini, con la quale stette un 

^^^^H< triennio. Fu poi scritturata prima attrice 

'^^^^^ giovine da Andrea Maggi; ma Ìl Reì- 

^^^^^P^«^^ nach ne sciolse il contratto per faria sua 

^^^^^fS^nt^^^ sposa. Adorna di fisico elegante, di fìsio- 

^^^^^^^^HJI^^^L nomìa aperta, di voce armoniosa, di suf- 

^^^^^^^^HH!*^ fìciente sentire, e di una grande pas- 

^^^B^^^^ sione per l'arte, è passata al ruolo di 

prima attrice assoluta, nel quale va oggi 

affrontando, con onore, i pubblici più severi, e le partì piii 

scabrose. 

Reiter Virginia. Modenese, figlia di Carlo Reiterer e di 
Ternsa Deodati nata Formìggini. Forse per brevità questi 
aveva mutato in quel di Reiter il nome di Reiterer, lascia- 
togli dal padre, tedesco, uno de' più fidati del Duca di Modena, 
dal ([iialu anche fu mandato a Vienna con missioni segrete e 



si dice vi accompagnasse Ìl Conte Tarrabini, Ministro delle 
Finanze Estensi, in qualità d'interprete: nel 1859, fedele al 
Padrone nella prospera e nell' avversa fortuna, seguì a Vienna 
il Duca, ed ivi morì nel 1880, d'anni 78, lasciando tra altri il 
figliuoIoCarlo.padredellapiccolaVirginia, che ed UGO alla Scuola 
di Carità dalle monache figlie di Gesìl. La prima apparita sulla 




Fai. Bnvnmii - Firnu. 



scena ella fece in convento. Entrata nella Società Cuore ed Arie. 
al momento della sua formazione, vi emerse in poco tempo, 
mostrando assai chiare attitudini alla scena: e fu gran ventura 
pei parenti ai quali non volgevan troppo al bene le cose, che 
Virginia potesse abbracciar l'arte drammatica: ciò fu il mag- 
gio dell' '8 2 con Giovanni Emanuel, che le fu poi maestro, com- 
pagno, amico fino all'anno 1894. La Reiter, naturalmente, fu 
scritturata per parti di non grande importanza, ma con la spe- 
ranza che potesse taluna volta ripiegar la prima attrice giovine 
Bianca Ferrari, ammalata. E alcuna volta, infatti, la sostituì, e, 
lei morta il marzo dell' '83, ne prese il posto. Ebbe a prime at- 



338 REITER 



trici Adelina Marchi, la Papà, la Ruta, la Glech, la Marini: con 
questa trovò subito modo di uscire dallo stato di lieta pro- 
messa ; che la rappresentazione di La figlia di Jefie di Caval- 
lotti al Filodrammatico di Milano (7 aprile '86) consacrò l'ar- 
tista valorosa, che, l'anno dopo, uscitane la Marini, diventò la 
prima attrice assoluta della Compagnia, alternando, e sempre 
con buon successo, Santarellina, Il Matrimonio di Figaro, La 
figlia di Jefte, con Frou-Frou, Demi-monde, Fedora, Signora 
dalle Camelie, Fernanda, 

Staccatasi finalmente dall'Emanuel, diventò pel '94 la 
prima attrice assoluta della Compagnia Talli e Reinach, pel '95- 
96 di quella Andò e Leigheb ; poi formò Società con Pasta, 
per passar da ultimo capocomica assoluta: questa la cronaca 
artistica di Virginia Reiter. L'angusto spazio e l'indole di 
quest'opera non consentono che un breve e rapido giudizio 
dell'artista. Ma basti affermare ch'Ella per sue doti fisiche e 
intellettuali è noverata oggi fra le rare attrici di pregio intrin- 
seco della nostra scena di prosa; e di esse prima senza dubbio 
per la spontaneità doviziosa, direi quasi per la improvvisazione, 
specie negli scatti della passione caldissima, in cui forse la 
moltitudine non avverte alcune scorrettezze di forma lamen- 
tate dall'acume della critica. La sua voce metallica, estesa, ca- 
pace delle melodie più soavi e più aspre e forti, afferra l'anima 
di chi ascolta. Nel suo riso squillante è una giocondità viva e 
sincera, nel suo pianto sono solchi profondi di dolore, strazi 
di anime, a cui si avvince la folla dominata. In quella bellissima 
faccia ebraica (sua madre era figlia del custode della Sinagoga 
di Modena, fatta cristiana quando si sposò) sfolgoran due occhi 
a mandorla, ricchi di fascino ineffabile; tra le labbra tumide e 
procaci affaccian due file di perle grandi ed uguali che attrag- 
gono: se la parte inferiore della sua persona rispondesse ar- 
monicamente a quella di sopra, Ella sarebbe in ogni rispetto 
magnifica. Ho detto più sopra scorrettezze di forma. Avrei do- 
vuto aggiungere: inevitabili in chi si abbandona con tutte le 
esuberanti doti dell'anima sua d'artista, senza lasciar tempo 



né modo alla mente d'infrenarla e guidarla con lo studio pa- 
ziente, profondo dell'analisi psicologica in ogni minima parte : 




a quell'abbandono di anima si accoppia naturalmente, nell'im- 
prowisazione, quell'abbandono di persona che non può tenere 
l'artista inconsapevole dal mostrare alcuna volta quelle siffatte 
scorrettezze. Ma in ogni modo: com'Ella riempie la scena! 



340 REITER 



Che anima ! Che vita ! Il pubblico, il quale, più del godimento 
intellettuale, si appaga di un godimento immediato che lo scuota 
là per là, è assai più soddisfatto davanti a codesta attrice, che 
ad altre, forse intellettualmente o artisticamente più.... come 
dire?... elaborate. Oggi abbiamo il ** temperamento artistico": 
con queste due parole si scusan molte stramberie sulla scena. 
Se v'è temperamento artistico, non si può. aver sempre lo spi- 
rito rispondente a ogni chiamata. Così: la tale attrice, che è 
un gran temperamento artistico, 'sta sera è stata fredda, per- 
chè non ne aveva voglia; ier sera fu arruffata, perchè era ner- 
vosa, e via di questo passo ; e beati coloro cui tocca ventura 
di assistere a una di quelle rappresentazioni, il cui tempera- 
mento artistico si esplichi in tutta la sua pienezza. In Virginia 
Reiter forse il temperamento artistico, propriamente detto, non 
c'è: le analisi nevrotiche non son forse quel che più le si at- 
taglia.... Se non avessi paura di essere frainteso, direi che Vir- 
ginia Reiter non ha voluto abbandonar compiutamente la scuola 
di taluna che la precedette, né accettar a occhi chiusi tutti i 
canoni, tal volta a base di oppio, dell'arte moderna.... Insomma: 
nella sua modernità e' è sempre della Virginia Marini. Ma la 
Reiter è la Reiter....; e, grazie a Dio (anche in ciò somiglia alla 
sua egregia antenata), non bisogna al povero pubblico di an- 
darle a chiedere, prima di comperare il biglietto : < Scusi : 'sta 
sera, ne ha voglia?... > Tra le produzioni nuove, o rinnovate, 
la cara artista ha dato l'anima a due: a Madame Sans-Géne di 
Vittoriano Sardou, e a Messalina di Pietro Cossa. 

Così, e assai bene, il mio Ugo De Amicis comincia uno 
studio sull'arte della Reiter nell'interpretazione della prima: 

Credo che se Sardou fosse un autore italiano 11 pubblico direbbe eh' egli ha scritto 
la Madame Sans-Géne per la signora Reiter, eh' egli ha svolto cosi largamente il carattere 
di Caterina perchè l' illustre attrice, presentandosi nei diversi aspetti di questo personaggio 
storico, potesse in una sola parte spiegare tutte le sue doti; e credo che chiunque avesse 
letta la commedia prima di vederla rappresentata e avesse voluto distribuire idealmente 
i ruoli, avrebbe scritto a fianco del nome della protagonista: Virginia Reiter, La parte 
è varia, complessa, multicolore come l' arte di chi la interpreta ; la parte non limita il 
vigore artistico dell'attrice, lascia che questa domini con tutta la sua originalità, con tutta 
la sua valentia. 



Quanto alla seconda, a una mia dimanda Ella rispondeva : 

Come studio? A lango e non poco.... qualunque sia il reinlCato dei miei studi. 

Iji Missalmaì... Dopo letto il lavoro ho voluto studiare il perioniggio. L'ho ri- 
cercato nei testi claisici e nei semi-itorìci o romanzeschi ; e cosi, a poco a poco, prima 
delle parole della parte, ho imparato a me- 
morìs, dirà cosi, ana iigara che mi pareva 
aisomigliare alla Imperatrice romana. 

Con questo corredo di preparazione ho 
ripreso, per poco, lo stadio dei versi e poi le 
prmt lentamente, tentando di dar vita a quella 
figura che sapevo e che.... il pubblico solo ora 
può dire in quanta parte di iwro abbia Teso. 

Veramente, oggi che l'arte 
drammatica mostra di tendere 
alla radicale rinnovazione del 
dramma storico, mirando in 
ispecial modo alla ricostruzione 
fedele dell'ambiente, la Messa- 
lina di Pietro Cossa, che pur se- 
gnò al suo apparire un sì gran 
passo nel progresso della scena, 
non mi pareva tale da invogliare "^' ^"""""^ ~ ^•>"'°- 

un'artista a infonderle nova vita. Né tale mi pareva, anche, 
perchè trattavasì di dramma storico, del quale abbiamo ancor 
nella mente e nel cuore il ricordo della interpretazione ma- 
gnifica che ne diede la geniale trinità Marini-Tessero-Pezzana. 
Comunque sìa, pare che la interprete moderna sia uscita de- 
gnamente dalla nuova battaglia. 



'.il 1 



Rìcci Federigo. Recitava le partì di Pantalone e lo vediamo 
in Francia il 1613 e 1620, con la Compagnia di Tristano Mar- 
tinelli (V.). 



Ricci Benedetto, nipote del precedente, nato il 9 maggio 
del 1 592, recitava gl'^naOTora// sotto il nome diZ^aKf^rtj. Pare 
fosse il 1 6 1 8 a Napoli, d'onde fu richiamato dall' Antonazzoni (V.), 
per essere aggregato alla Compagnia dei Confidenti. Partì il '20 



342 



RICCI 



per Parigi con lo zio ; ma, arrivati a Chambéry, sorpreso da ma- 
lore, vi dovette soccombere. La fede del guardiano di Cham- 
béry della morte di 



f)/^ /. // 







Leandro fu spedita a 
Venezia, senza dub- 
bio sua patria. 

Secondo Tinde- 
cifrabile oroscopo 
che tolgo, come gli 
altri, dalla Biblioteca 
Nazionale di Firen- 
ze, egli avrebbe pre- 
so moglie il 1614 e 
commesso un omici- 
dio il '16. 

Ricci -Teodora 

(V. Bartot.1- Ricci). 



^4 

^ Ricci Anna, bo- 

lognese « figliuola - dice il Bartoli, di Paolo Ricci, accade- 
mico recitante, - che ne' privati teatri di Bologna fece per 
alcuni anni un'ottima comparsa. > Entrò con lui in arte, soste- 
nendovi le parti à!" ingenua; e di lei dice ancora il Bartoli che 
< nelle cose dove la tenerezza affettuosamente campeggi, a 
meraviglia riuscì.» Si recò dopo di aver vagato in compagnie 
di giro, in Napoli, ov'era nel 1782; passò poi al ruolo di Donna 
seriay ammiratissima. 



Ricci Orsola, sorella della precedente, entrò in arte e seguì 
sempre il padre e la sorella, recitando da Serva. Di questa dice 
il Bartoli: < il gentil personale adattato al carattere che sostiene, 
una prontezza vivace, ed i modi suoi graziosissimi fanno distin- 
guerla per un'attrice pregevole, e degna di quelle lodi, che li- 
beralmente le vengono dagli spettatori concesse. > 



RICCI 343 

Ricci Emilia, pisana, nata dalla civile famiglia Gambacciani, 
venuta a povertà, ancor fanciulla, dopo la morte del padre, 
sposò Antonio Ricci, padovano, ballerino da corda, assai mag- 
giore di lei. Andò con la madre Clarice e col marito a Venezia, 
ove recitò nella Compagnia di Antonio Sacco al Teatro Gri- 
mani a S. Gio. Grisostomo. Le grazie del volto, la pronunzia 
dolcissima, lo spirito non comune fecer di lei un'artista di pre- 
gio; sì che, passata con Girolamo Medebach, il Chiari ebbe 
a scriver per lei alcune parti, quali la Melania nella Pastorella 
fedele, Ipparchia nel Diogene, e altre. Restò sul teatro fino al- 
l'anno 1767, dopo il quale, prostrata dalle fatiche che le ave- 
van date l'allevamento e l'educazione di cinque figliuole, si ri- 
dusse a Venezia, ov'era ancora r82, < ben conservata — dice 
il Bartoli - e in buona salute, presso una doviziosa e onorata 
famiglia. > Suo marito, per non esser d'aggravio alla famiglia 
si recò maestro di ballo nel Collegio di Senigallia, e quivi morì 
il 1780. L'anno dopo le morì la madre. Delle cinque figliuole, 
Angiola recitò da bimba alcuni prologhi del Chiarì, poi divenne 
ballerina egregia e sposò Gaetano Cesari, rinomatissimo grot- 
tesco: la seconda, Marianna, fu attrice e ballerina anch' essa col 
Medebach e sposò nel '79 Giovanbattista Rotti, Pantalone (V.); 
la terza, Teodora, fu moglie di Francesco Bartoli, e notissima 
attrice (V. Bartoli-Ricci) ; la quarta, graziosa ballerina, morì 
nel '73, appena ventenne; e la quinta, Maddalena, fu egregia 
cantante, sposa al bolognese Vincenzo Conti, scenografo di 
grido. 

Ricci Amato, fiorentino, fu il più forte seguace di Luigi 
Del Buono, sotto la maschera di Stenterello. Figlio di Giovan 
Batista, pettinalo, la cui bottega esiste tuttora in Via de' Servi, 
presso la Chiesa di S. Michelino, si mostrò, da giovinetto, di 
spirito più che bizzarro, e fu eccitato a recitare da un Antonio 
Palagi, ciabattino, popolarissimo per singolarità di arguzia. La 
voce armoniosa, la correttezza della dizione, la spontaneità 
de' sali, lo fecer subito amato e ammirato dal pubblico della 



Piazza Vecchia, Teatro degli 
Arrischiati, sì che vi fu per- 
fino chi lo paragonò a Vestri 
nella facoltà di trascinare il 
pubblico al pianto ed al riso. 
Da alcuni manifesti di sua se- 
rata, rilevo che Stenterello non 
era la sola maschera che figu- 
rasse nella Compagnia. 

La beneficiata del Ricci 
del 31 gennaio 1837 si aprì 
con // Matrimonio con la benda 
agli occhi con Pulcinella cior- 
battino, segretario ignorante e 
servitore in casa della miseria ; 
e quella del 1 7 febbraio del 
1840, si chiuse con una pan- 
tomima, adorna di voli e tra- 
sformazioni, intitolata: Arlec- 
chino bombardato ossia II Gi- 
gante Para-Faragaramus. 

Forse invece di una vera 
e propria compagnia del Ricci, 
si trattava di compagnie scrit- 
turate, nelle quali poi egli 
aveva libertà di azione? Infatti, 
al proposito della pantomima, 
era detto ; < verrà questa rap- 
presentata davarj componenti 
la Comica Compagnia, che gra- 
ziosamente si prestano. > I ma- 
nifesti di beneficiata avevan, 
come per tutti gli Stenterelli, W 
solito invito al pubblico, ordi- 
nariamente in brutti versi mar- 




RICCI - RICCIONI 345 



telliani. In quello del' 37, invece, figuravano due sonetti, de' più 
spontanei e garbati. Il Ricci, poi agente teatrale, entrò in una 
certa agiatezza, sì che potè comprarsi al Ponte alla Badia una 
villa, detta delle Pagliole, ove morì di cholera, dicono per paura. 
Il numero delV Arie di Mercoldì 9 agosto 1855 recava in 
terza pagina queste poche parole listate a nero e sormontate 
da una croce : 

L* artista comico per eccellenza, il conscienzioso ed esperto agente teatrale, attaccato 
jeri dal cholera, spirava questa mattina a ore 4 antimeridiane, fra il pianto dei suoi più cari 
e il lamento di tutti quelli che apprezzavano il di lui talento e le sue rare virtù. 

Ricciolina o Rizzolina. Dal libretto della Scena Illustrata 
Francesco Bartoli riferisce : < Comica che recitava la parte della 
serva in età avanzata in un carattere grave e prudente, all'op- 
posto di Fiammetta sua compagna, nella unione de' Comici affe- 
zionati. Viveva ancora l'anno 1 634. > Ma né di questa, né di altri 
personaggi degli Affezionati ci fu possibile dar notizie. Il D'An- 
cona (II, 5 34) riferisce alcune parole di Federico Zuccaro nel suo 
Passaggio per Italia con la dimora in Parma, pag. 28, riguar- 
danti il 1605, nelle quali é detta la Compagnia di Frittellino, <la 
migliore forse che sia oggidì, guidata dal Capitano Rinoceronte 
e Frittellino, con le lor donne meravigliose, la Flavia, la Flaminia 
e la Rizzolina, con Arlichino e altri due, etc. etc. > Questa Riz- 
zolina potrebbe anch' essere la Marina Antonazzoni, la quale, 
secondo l' articolo del Neri, avrebbe recitato ne' Gelosi le parti 
di serva sotto nome di Ricciolina, prima di salire al grado di 
prima donna sotto quello di Lavinia, a vicenda con la Roncagli. 
Ma mi tengono anche in dubbio le date lasciateci dall'oroscopo, 
secondo le quali ella avrebbe avuto il 1605 dodici anni (V. An- 
tonazzoni, al cui nome é anche l'illustrazione di G. Callot). 

Riccioni Barbara. È citata dal Bertolotti, per l'anno 1693 
a Mantova, come cortonese, comica al servizio di S. A. insieme 
a un Domenico Cecchi, pur di Cortona. Ma era cantatrice, ed 
ebbe parte principale il 1694 al Teatro Malvezzi di Bologna 
nella Forza della Virtù, assieme alla celebre Mignatta, Maria 

44. — / Comici italiani. Voi. II. 



346 RICCIONI - KICCOBONI 

Maddalena Musi (V.) citata erroneamente fra le attrici del teatro 
di prosa. 

RiccoboniAntonio, veneziano, comico egregio per le parti 
di Pantalone nella Compagnia al Servizio del Duca di Modena. 
Luigi XIV richiese al Duca di Modena il Riccoboni, il quale, 
colpito dalle parole cortesi di rammarico che il Duca gli volse 
nel licenziarlo per la Francia, rifiutò di recarvisi, qualunque fos- 
sero i patti offertigli. Secondo i Fratelli Parfait, seguiti poi dagli 
altri, la richiesta del Re fu causata forse dal fatto che poco 
piacque a Parigi il Pantaloncini cui s'ignora il nome), il quale 
andò a sostituir Turi, egregio artista (V.), morto il 1670.... Ma 
questa non è che un'ipotesi; e anzi, il Robinet, citando il nuovo 
Pantalone, nella sua lettera in versi dell' 8 marzo 1670, dice: 

tous les acteurs de cette troupe, 
qui maintenant ont vent en poupe, 
compris leur nouveau Pantalon^ 
rouge, ma foi, jusqu'au talon, 
y font a Tenvi des merveiiles. 

Questo Pantalone ignorato essendo stato V ultimo Panta- 
lone andato a Parigi, e non trovandosi poi citato più da alcuno, 
è probabile che la richiesta del Re di Francia avvenisse poco 
dopo il '70. 

Avanti di esser Comico al Servizio del Duca di Modena 
(ma non sappiam quando), Riccoboni era a Napoli ; e ciò sap- 
piam da una supplica del '74 al Duca, in cui egli espone: che 
certo Bartolomeo Pavia modenese, suo servo, partitosi con lui 
da Napoli, per recarsi a Modena al servizio di quell'Altezza 
Serenissima, a Gaeta se ne fuggì con danaro parte prestatogli, 
e parte affidatogli. E trovandosi ora detto servo a Modena, in 
casa del conte Sertorio, e potendolo pagare, Riccoboni supplica 
il Duca perchè vi si adoperi.... 

Il Riccoboni doventò il conduttore della Compagnia du- 
cale, invece di Costantini, e il luglio del '77 Alfonso d'Este ne 
sollecitava il passaporto per tale ufficio. 



RICCOBONI 347 



Lo vediamo il '79, Pantalone a Londra, non sappiam se 
solo o con la Compagnia, ma certo al servizio sempre di Don Al- 
fonso,... come ci fa sapere la moglie Anastasia (probabilmente 
non comica), la qucde, lontana dcd marito, senza mezzi di sus- 
sistenza, e più con cinque creature da allevare, si raccomanda 
alla solita pietà e munificenza del Duca.... Delle cinque crea- 
ture non abbiam notizia che di due: Luigi, Lelio, del quale 
s'avrà da discorrer lungamente, e Bartolomeo, soldato di for- 
tezza di Modena, che il giugno dell* '83, provocato da altro 
soldato di fortezza, figlio di Carlo Curti della guardia del Duca, 
e seco lui costretto a battersi con la spada, lo distese morto, 
passandogli il fianco. 

Fra i documenti che concernon la Compagnia del Duca, 
ov'era Pantalone, ve n'ha uno del 1681, che comprende la nota 
della paga per ognun de' comici in sessanta ducatoni d'argento, 
e queste parole aggiunte: l'anno 1682 gli donò Sua Altezza 
vinti doble per ciascheduno Comico, et erano in dodici sì che 
l'ordine fu di doble 240 in tutto, e poi l'Altezza Sua si disfece 
della Compagnia. E ancora più sotto: in quest'anno a dì 20 gen- 
naio si attaccò di notte il fuoco al Teatro Valentino ; e in poche 
ore restò affatto incenerito. Si proseguirono però le Comedie 
nella Sala detta della Biada, ove d'ordine di Sua Altezza si fe- 
cero la scena, e qualche palchi per modo di provisione. 

Fra le carte di Don Alfonso furon rinvenute parecchie cam- 
biali di comici fra cui di Riccoboni, in data del 28 aprile 1677, 
che riferisco testualmente: 

Ricevo Io Antonio Rico Bon per puro imprestido dal E.s'» Sig.' don Alfonzo deste 
dopie di italia dieci per restntirle a piacimento di Sua Sele.^^ a chi comanderà e presenterà 
la presente riceuta. j^ Antonio Rico Bon mi confermo nero e legitimo 

Debitore et obliga ogni mio Avere. 

Altro documento ci fa sapere che S. A. diede la sussistenza 
in ragione di due doppie al mese per ciascheduno dei comici 
dal 1° maggio 1686. L'agosto del 1687 Riccoboni lasciava ri- 
cevuta al tesoriere Zerbini del prestito di dieci doppie, ossia 
lire 330, obbligandosi di rilasciarle a due al mese. 



348 RICCOBONI 



Al nome di Torri Antonia, è T elenco della Compagnia 
pel 1688. Pel carnovale di quell'anno furon distribuite con or- 
dine del 7 marzo '89 doble centocinquanta d' Italia, ai. dodici 
comici, fra* quali il Riccoboni, ritenendo doble venticinque pre- 
state il maggio. 

Il 9 d'agosto deir '89 gli furon rimborsate lire 83, spese 
nel trasporto della condotta per barca dal Finale a Modena. 

Il '95 egli si rivolge al Marchese Pio perchè voglia con- 
fermargli e continuargli < la gloria già goduta da lui con tanta 
venerazione, ordinando che gli sia rinnovato il Passaporto, e 
repplicata la segnalata dichiarazione d'attuale servitore etc. > 
Con altra supplica dello stesso anno implora un sussidio, che 
gli è accordato. 

A questo punto cessano le notizie di Antonio Riccoboni. 

Riccoboni Luig^. Figlio del precedente, nato a Modena 
verso il 1675, esordì quale Innamorato nella Compagnia della 
Diana, moglie di Giovanni Battista Costantini, al servizio di 
quel Duca, diretta sotto il nome di Federico, che mutò poi in 
quello di Lclio^ sembrato alla direttrice più teatrale; e diede 
subito prova di gran valore. Traggo dall'Archivio di Modena 
la lettera seguente ricca d' interesse per gli scrupoli religiosi 
da cui fu preso, poco più che ventenne : 

Ser.»n» Altezza, 

Luigi Riccoboni seruo, e sudito hum.^o del A. V. humilmente li narra, come ha 
esercitato l' arte comica per il spatio d* anni quatro, e ciò ha fatto per esser figlio d' An- 
tonio che ha seruito tant'anni la Ser.ina Casa per Pantalone nel qual tempo ha conosciuto 
apertamente, et indubitatamente esser impossibile, esercitandola, il poter saluar l'anima 
sua, e su questa certezza l* anno scorso haueua determinato di lasciar tal arte, e ritirarsi 
in un Monastero, e che sij il nero col Padre Guardiano de Zocolanti di Cento trattaua 
tal interesse; ma perchè quelli che esercitano tal arte sono senz'anima, e pieni d'iniquità 
fecero che fu chiamato a recitare dal Ser.^o di Mantova, dal quale non si potè difendere 
con tutto li rapresentasse l' impegno che haueua con tal Padre, le lettere che fra essi cor- 
reuano, e l' inclinatione e genio che haueua di farsi Religioso ; si conuenne adunque con> 
tinuare il recitare con mille inquietezze d'animo, pretendendo li Compagni farli sposare 
l'Argentina Comica, del che se ne diffese. Finito l' anno prima che fosse impiegato notifico 
al Sig.*'^ Co. Cesare Rangoni protettore de Comici del A. V. S. che non l'impiegasse, 
che non uoleua più far tal arte, ma guadagnarsi il pane in gratia di Dio, e più honora- 



RICCOBONI 



tMnente, e perchÈ hor& li pernicDe al orechio che Leuidro primo Motoio l' babbi deitliutto 
prr suo secoDdo, e che ni lij l'uienio del snil.o Sig.'= Conte, contro sua nolonta, ricorre 
al Innata bonti del A. V, S. • gratiarlo che non «ij sroriato a far arte dì Unto ano pre- 
giaditio, e non dubita d'ottener dò, upendo quanto l'A. Sna sia Christiana, che non per- 
mettere che offenda dio eiercitandola, e non icorra pericolo di iposare la già nominata 
Argentina che pure è in detta Compagnia, certo alhora di non lasciar mai [ùù tal me- 
stiere, e piombare al Inrerno. Che della gratta, etc. 



Di fuori : 



A S. 



. Ser.™> 



- Per Lnigi Riccoboni (1696). 



Ma la difesa pare non fosse che del momento, però ch'egli 
sposò difatti VArgenlina, Gabriella Gardelini (V.), sorellastra 
di Francesco Materazzi, Ìl dottore della Com- 
pagnia (V.), che gli morì giovanissima, e da 
cui non ebbe figliuoli. 

Rimasto vedovo, passò a seconde nozze 
con Elena Virginia Balletti (V.), famosissima 
attrice, e più nota col nome di Flaminia; e 
li vediamo con la lor Compagnia al Vecchio 
Teatro Comunale di Modena in Via Emilia 
il dicembre del 1709, il carnovale del 17 io, 
l'aprile del 1 7 1 2'. Alessandro Gandini {op. cii.) 
riferisce il seguente racconto tratto dalle me- 
morie manoscritte del Ronchi : 

Si dice che il Riccoboni, sulle scene il Lelia, fn fatto arre- 
stare per istanza a S. A. S. di alcnni Cavalieri, i quali nella aera 
delli 1 1 gennajo del 1 7to avendo recitato, e sperando di avere la 
Corte, questa invece andò al Teatro ove recitava il Lelia. Questi 
si permise alla fine della sna produzione di ringraziare ì Sere- 
nissimi dicendo che le grotte delle ZL. AUeue erano slimatiisime, 
t maitime più guaiido erano conferite con fire/erenta, alludendo 
alla venuta delle Serenissime piottosto da lui che dai Cavalieri, 
i quali adontati, ottennero che il Marchese Lodovico Raagom 
lo coiuigliasie a costituirai in prigione, al che aderendo il Lelio, venne nelli 
per mezio delle Serenissime latto porre iu libertà all'ora della redta. 

E questo mi par provi in quale stima fosse tenuto da S. A. 
il Riccoboni, che aveva già cominciato a far tanto parlar di sé 
pe' suoi tentativi dì Riforma del Teatro Italiano, sostituendo 
alla Comedia delF arte, buone opere scritte, tolte dall'antico re- 
pertorio, quali So/onisba del Trissino, Semiramide di Muzio Man- 




RICCOBONI 



fredi, Edipo di Sofocle, Torrismondo del Tasso, e altre, e altre, 
che troppo sarebbe voler qm enumerare, le quali allestì al pub- 
blico con molto decoro, e recitò con molto valore. -Aproposito 
^^^^ della recitazione tra- 
it^" fi gica, è opportuno ri- 
ferire quel che dice 
Pier Jacopo Martel- 
lo nel volume I delle 
sue opere (Bologna, 
Lelio dalla Volpe, 
MDCCXXXV): 

ti vo'dargiuto 

con aenteazìsre, che t' Italia- 
no va a piacere con più ra- 
gione degli altri, ae più com- 
mozione dogli Franiesi, e più 
gravità dagli Spagnuoli pren- 
decì in prestito nelle Scene. 
Di questo mescolamento mi 
dA grande speranza LwgiRie- 
cobuoni detto Lelio Comico, 
che con la lua brava Flaminia 
si è dato non solo ad ingenti- 
lire il costume pur troppo ril- 
[ano de' vostri Istrioni, col 
rendere V antico decoro alla 
comica professione, ma reci- 
tando insieme co' anoi com- 
pagni regolate e sode tragedie, 
le rappreienta con TÌvaciti, e 
con fermeiia conveniente ai 
soletti, che tratta, dimodo- 
ché potete voi dargli il giu- 
sto titolo di vero Riformatore 
de' recitamenti Italiani. 

Ma la vittoria 
del Riccobonì non 
poteva dirsi compiuta, ove fosse mancato il successo a Vene- 
zia, la Capitale d'Italia pel teatro di prosa. E pur troppo vi 
mancò: la commedia improvvisa coi suoi arlecchini, co' suoi 
brighella, co' s\ì.q\ pantaloni, imperava sovrana, e Riccoboni, che 




RICCOBONI 351 



non aveva avuto dalla natura il genio di opporre a quella una pro- 
duzione nuova, destinata a migliorare gradatamente il corrotto 
gusto del pubblico, dovette soccombere. Scoraggiato, avvilito, 
deliberò di accettar l'invito che gli venne di Francia di formare 
una Compagnia italiana per Parigi, al servizio del Duca d'Or- 
léans, il Reggente, sperando di realizzare colà il sogno che 
aveva tentato invano di realizzare in patria. Ma, ahimè! Avevano 
i letterati un bel chiamarlo riformatore ! Neanche Parigi volle 
sapere delle commedie di òuongusio; epriniB. ancora di aprire il 
teatro, egli dovette obbedire, e cedere alle voglie del pubblico, 
che non si aspettava dagl' italiani se non uno sregolato riso. 

Essendo V Hotel de Bourgocrpie in riparazione, la compagnia 
recitò al Palais Royal, alternativamente con l'opera, comin- 
ciando la sera del 1 8 maggio, nel nome di Dio, della Vergine 
Maria, di San Francesco di Paola e delle Anime del Purgatorio, 
con La Felice Sorpresa, che ebbe un grande successo davanti 
a un pubblico affollatissimo : l' introito, e i posti costavano un 
terzo meno che un secolo più tardi, fu di lire 4068. 

Il 20, fu pubblicato un ordine del Re, col quale la Com- 
pagnia Itcdiana era ufficialmente stabilita; e lo stesso giorno 
si recitò la commedia a soggetto Arlecchino buffone di Corte, 
che destò vero fanatismo, a segno che le Dame si credettero 
in dovere di studiar l' italiano ; coloro che l' insegnavano, diven- 
taron di moda, ed era di somma eleganza averne la sera uno 
in palco, il quale spiegasse il lavoro. 

Or ecco l'elenco della Compagnia: 

UOMINI 

Pietro Alborghetti di Vtnt:^a Pantalone 

Francesco Materassi di Milano Dottore 

Luigi Riccoboni detto Lelio di Modena ... 1° Amoroso 

Giuseppe Baletti detto Mario di Monaco . . 2° Amoroso 

Jacomo Rauzini di Napoli Scaramuccia 

Giovanni Dissoni di Bologna Scapino (i° Zanni) 

Tomaso Antonio Visentini di Fene^ia. . . . Arlecchino (2° Zanni) 

Fabio Sticotti Cantante e Generico 



352 RICCOBONI 



DONNE 

Elena Baletti detta Flaminia di Ferrara . . i* Amorosa 

Zanetta Rosa Benozzi detta Silvia di Tolosa . 2* Amorosa 

Margherita Rusca detta Violetta di VeneT^ia . Servetta 

Orsola Astori di VeneT^ia Cantatrice o Chanteuse 

Fu lor concesso il titolo di Comici di S.A.R. il Signor Duca 
d' Orléans, Reggente; e sappiamo che Riccoboni, prima di partir 
dall'Italia e di stringere il patto, aveva indirizzato al Duca di 
Parma il seguente memoriale : 

i^ La Compagnia latta supplica umilmente Vostra Altezza Serenissima di farle accor- 
dar la grazia di cui godettero i suoi predecessori, che ninna Compagnia italiana sia rice- 
vuta a Parigi sotto alcun pretesto, quand' anche tutti i Comici parlassero francese ; e sia 
generalmente vietato a qualsiasi altro di servirsi de' costumi éUlU Maschere del Teatro 
Italiano, quali deU* Arlecchino, dello Scaramuccia, del Pantalone, del Dottore e dello Sca- 
pino; et anche del Pierrot, che, se ben francese, è nato dal teatro italiano. 

2^ I Comici, augurandosi di servir Sua Maestà in pace e con buona fieuna, diman- 
dano che in nessun tempo sien ricevuti nella Compagnia della famiglia dei Costantini, per 
la quale, tutti sanno che i Comici italiani lor predecessori, vennero in disgrazia della Corte. 

3<^ Essi domandano umilmente sien lor concesse le danze e la musica negl'inter- 
mezzi, come furon concesse a' predecessori. 

4<^ Se alcuno de' Comici avesse la sciagura di non incontrare il favor della Corte 
e della Città, sta data alla Compagnia facoltà di rimandarlo con un regalo, e di fame venire 
altro al suo posto. 

5<^ I Comici supplicano Sua Altezza Serenissima di far vive istanze alla Corte, perchè 
sia loro concesso, come in Italia, il libero uso dei Santi Sacramenti ; molto più che essi 
non reciteranno mai nulla di scandaloso, e Riccoboni s' impegna sottopor gli scenarj delle 
comedie all' esame del Ministero, e anche di un Ecclesiastico, per la loro approvazione. 

Il Principe Antonio di Parma inviò al Duca Reggente il 
Regolamento della Compagnia già approvato, senza che né 
in esso, né in quello del Duca d' Orléans fosse più fatta men- 
zione della Compagnia Costantini, alla quale il Riccoboni, es- 
sendo la sua scrittura una semplice aggiunta a quella della 
moglie, aveva accennato: e forse la ragione di quell'accenno, 
sta in ciò, che trovandosi il Costantini a Parigi, ove s'era fatto 
impresario nel 1 7 1 2 di spettacoli alle fiere di San Germano e 
di San Lorenzo, il Riccoboni ne temeva l'ingerenza nella nuova 
compagnia. Ingerenza, che con sollecitazioni e raccomanda- 
zioni non mancò, poiché gli fu affidato un ufficio amministra- 



RICCOBONI 353 



tivo; ma, fortunatamente egli lo disimpegnò sì male, che poco 
tempo dopo fu congedato. 

I Comici tutti, senza distinzione, compreso Riccoboni, 
ebber nell'azienda parti uguali. La cassa fu tenuta dal Dis- 
soni (V.); e preposti alle spese furono Alborghetti (V,), e Ma- 
terazzi. Ognuno doveva pensare al proprio vestiario, eccet- 
tuato Fabio Sticotti, marito di Orsola Astori, la cantatrice, al 
quale eran forniti gli abiti dalla Compagnia, e da essa poi con- 
servati insieme agli altri che le appartenevano, come di com- 
parse, ecc. 

Luigi Riccoboni fu naturalizzato francese con lettera del 
giugno 1723, insieme alla moglie, e al figliuolo Antonio Fran- 
cesco Valentino; il 5 aprile '27 ottenne il permesso per due 
mesi di recarsi a recitare in Inghilterra, e il 25 aprile '29 l'au- 
torizzazione di ritirarsi dalle scene insieme alla moglie e al 
figlio con l'annua pensione di lire idoo per sé e per la moglie. 
Tal fatto fu annunziato nel Mercurio di Francia del maggio 
seguente, con molte parole di lode. 

Stette il Riccoboni con la famiglia due anni a Parma ; po- 
scia, il novembre del '31, fé' ritorno a Parigi, dove, fuor della 
scena, morì a settantotto anni il 6 dicembre del '53, e fu se- 
polto l'indomani al San Salvatore. L'atto di morte lo dice 
Antico Ufficiale del Re. 

Pare che a Modena si fosse sparsa, molti anni prima, la 
notizia della sua morte, poiché abbiamo un brano di lettera 
del 1° gennaio 1735 ì" quell'Archivio di Stato, così concepito: 
< Il povero Riccoboni, che avevamo mandato all'altro mondo, 
vive sempre, e sempre bravo modenese. > 

Molte sono le opere di teatro ch'egli scrisse, ma tutte 
ohimè giacenti nell'oblìo. Vivono invece quelle sul teatro, con- 
sultate da chiunque si dia a tal genere di studj, e specialmente 
La storia del Teatro italiano^ opera più che altro di polemica, 
per quella benedetta quistione della derivazione della comme- 
dia dell' arte dall' antica Atellana, e dello Zanni arlecchino dal- 
l' antico Sannio, che aveva sotto certo rispetto le stesse carat- 

45. — I Comici italiani. Voi. II. 



354 RICCOBONI 



teristiche del costume : quistione non ben risolta tuttavia. Tale 
opera comprende anche un catalogo di tragedie e commedie 
pubblicate per le stampe dal 1500 al 1600; e per comporta 
egli dovè far capo sempre al famoso raccoglitore e amico dei 
comici Gueullette, come si rileva dalle sue lettere, nelle quali 
ora domanda, per dar l'ultima mano al suo lavoro, Le livre sans 
nom, ora V Arliquiniana, ora la Bibliothèque des théatres. Uomo 
di gran cuore, benché d'umore atrabiliare, si raccomandava a 
Gueullette in una lettera del settembre 1739 (lunedi), perchè 
andasse con lui ad assistere il povero Thomassin, Visentini, mo- 
rente ; e soprattutto per indurlo, prima della morte, a pensare 
alla sua famiglia. Ma ecco, senz'altro, l'elenco de' suoi scritti 
per ordine cronologico di pubblicazione : 

Dell'Arte Rappresentativa. Cap.^sei (3» rima). Londra, MDCCXXVIII. 

HiSTOiRE DU Théatre Italien, etc. etc. A Paris, Chez André Cailleau,... 
MDCCXXXI. Due grossi volumi in-S"*, adorni di 18 illustrazioni in 
rame di maschere incise da Joulain. 

Nuovo Teatro Italiano, che contiene le commedie stampate e recitate dal si^ 
gnor Luigi Riccoboni detto Lelio. In Parigi, appresso Briasson, 
MDCC XXXIII. Tre volumi in-i2°, con testo francese a fronte. 

Observations sur la comédie, et sur le genie de Molière. Paris, Pis- 
sot, MDCC XXXVI. Un volume in-I2^ 

RÉFLEXIONS HISTORIQUES ET CRITIQUES SUR LES DIFFÉRENTS ThÉATRES DE 

l'Europe, avec les pensées sur la Déclamation. A Paris, Jacques 
Guerin,. MDCC XXXVIII. Un grosso volume in-8°. 

De la Réformation du Théatre. Paris, Debure Pere, MDCCLXVII. 
Un volume in-i2°. 

Una curiosa lettera a Pier Iacopo Martello, da Verona 6 settem- 
bre 17 14 {Lettere inedite d'illustri italiani, Milano, Classici, MDCCC XXX), 
in cui dà ragguaglio della Fuhia, pastorale dell'abate Giovanni Bravi, 
della quale tutti i letterati dicevan mirabilia, giudicandola superiore 
diW Aminta nello stile, al Pastor Fido nello spirito, e impeditane la 
stampa dai Revisori « per certi baci ed amplessi forse un po' troppo 
teneri. y> 

Fra le tante curiosità bibliografiche del teatro italiano, è 
da notare un rarissimo libretto di M. Musard (Parigi, 18 io), 
in cui sono aggiunti alle Parades des Boulevarts, alcuni Lazzis 



RICCOBONI 355 



d'ArLEQUIN, CONxés JADIS À LELIO PAR LE CÉLÈBRE CaRLIN 
SUR LE THÉATRE DE LA CoMÉDIE ITALIENNE (CoU. Rasi). 

Riccoboni Francesco. Figlio del precedente, nacque a 
Mantova il 17.07 e andò coi parenti a Parigi il 17 16. Esordì 
alla Comedia italiana il io gennajo '26 con la parte di amoroso 
in La Surprise de l'Amour^ commedia di Marivaux, presentato 
al pubblico dal padre Lelio con un fervorino, che ispirò a un 
anonimo i seguenti versi : 

Pour ton fils, Lelio, ne sois pas alarmé, 

Il n'a pas besoin d'indulgence ; 
D'un heureux coup d'essai le parterre charme 
N'a pu lui reiuser toute sa bienveillance. 
Pour ses succès futurs cesse donc de trembler, 

Que nulle crainte ne t'agite, 

Si ce n'est d'avoir dans la suite 
Un généreux rivai qui pourra t'égaler. 

Uscì Francesco dalla Comedia italiana il 25 aprile '29 
coi genitori, per rientrarvi nel '31 con tre quarti di parte; e 
si presentò sotto le spoglie di Valerio negli Amants réunis, 
commedia di tre atti in prosa di Beauchamps. Ne uscì di nuovo 
il '36, e recitò un anno in provincia, dopo il quale riapparve 
alla Comedia italiana il 21 marzo '37 in una parodia di Alzira, 
intitolata Les Sauvages, di Giovan Antonio Romagnesi. 

Il 14 dicembre del '49 domandò e ottenne il riposo; ma 
eccolo di nuovo alla Comedia italiana il 2 1 aprile '59 con 500 lire 
mensili di stipendio. Aveva sposato il 7 luglio 1 7 34 Marie Jeanne 
de Heurles de Laborras de Mèzières, nata a Parigi il 17 13, 
entrata alla Comedia italiana il 23 agosto '34 col ruolo di amo- 
rosa, che mutò per insufficienza con quello di madre, e assai 
nota per una quantità di romanzi, che furono in voga al suo 
tempo. Lasciò il teatro nel *6o, e morì a Parigi il 7 dicembre '92. 

Francesco Riccoboni, che il Grimm assicura essere stato 
attore freddo e pretenzioso, compose un trattato : L'Art du 
THÉATRE (Paris, MDCCL), pubblicato poi in italiano a Venezia 



356 RICCOBONI - RIGETTO 

da Bartolommeo Occhi nel MDCCLXII, e molte commedie sia 
da solo, sia in collaborazione con Dominique e Romagnesi. 
Fra le prime il Des Boulmiers cita Les Caqtcets; ma si sa dallo 
stesso autore che i primi due atti sono opera di sua moglie. 
Ciò suggerì a Geoffroy (Appendice del 1 2 vendemmiale anno 1 1) 
queste parole : 

L'aatear, en mari galant, mit sar le comte de sa femme les deax premiere actes 
des Caquets^ lorsqu'il les fit imprimer; ce n*ètaii pas un mediocre cadeau, qn'il lai faisait, 
car le premier acte est le meilleur. Il est possible qn'il y ait plns de jnstice qne de galan- 
terie dans le procède dn mari, car Madame Riccoboni a fait des romans qui valent mienx 
qne la comédie des Caqueis. 

Una delle opere da citarsi del Riccoboni è la parodia 
della Semiramide di Voltaire, della quale Crebillon diede un 
giudizio assai favorevole, sebbene il Colle, accanito contro gli 
italiani, lo ritenesse sospetto di parzialità. 

A proposito della loro recitazione nel maggio 1765, lo 
stesso Colle {Journal historiqué)^ dice : 

GÌ' introiti degl' italiani diminuiscono a vista d' occhio. Io desidero cordialmente che 
questo teatro di cattivo gusto, e che non serve se non a corrompere il buono ed il vero, 
fìnisca una buona volta, e sien rinviati tutti codesti istrioni in Italia. Il teatro francese 
ci guadagnerebbe qualche lavoro di Marivaux, ben recitato dai nostri artisti, e massacrato 
oggi da codesti buffoni d'italiani. 

La freddezza del nostro artista accennata dal Grimm, pare 
non fosse che su la scena; poiché il Campardon riferisce una 
querela di Giacomo Lavaux, macchinista della Comedia italiana, 
per esser stato insultato e aver ricevuto da lui un calcio nel 
ventre e uno schiaffo. 

Francesco Antonio Valentino Riccoboni, noto in teatro 
col nome di \j^iao figlio, morì a Parigi il 14 maggio 1772, e 
fu sepolto due giorni dopo nella chiesa di San Lorenzo. 

Rigetto Gian Paolo. Nel movimento della popolazione man- 
tovana per gli anni 1 590-1 591, riferito dal Bertolotti {pp. ciL)^ 
trovo: al IO dicembre '90 Gio. Paullo Rigetti, bolognese, che 
abitò con la Camia, la de Msissi, l'Anelli da Domenico Torni ; 



RIGETTO - RIGHETTI 357 

e al 5 maggio 'gì Gio. Paolo de Rigetti, del Friuli, con un 
ragazzo, che si fermò due giorni soltanto, e alloggiò all'Al- 
bergo della Fortuna. 

Righetti Francesco. (Detto, in arte, Righett<me. per la forte 
e alta persona, e per distinguerlo da Domenico), nacque il 1 770 
a Milano, di civile famiglia, e fu sotto il Governo napoleonico 




Sotto- Prefetto. Perduto l'impiego, tornò all'amor della scena, 
in cui aveva fatto da giovine buone prove coi filodrammatici, 
e si scritturò con Rossi, colla Goldoni, colla quale lo vediamo 
il 14 giugno 1 8 1 5 rappresentar la parte di Sole nella Caduta di 
Fetonte dell' Avelloni, poi con Dorati, prima padre nobile, poi 
caratterista, nel qual ruolo entrò il '22 nella Compagnia Reale 
Sarda, e vi fu accl9.matissimo, fino al '28, anno della sua morte. 
Recitò per l'ultima volta neirC?(^w ereditario del Cosenza, e la- 
sciò nella Compagnia un grande vuoto che non potè essere col- 



358 RIGHETTI 



mato se non Tanno dopo da Luigi Vestri, il quale, vedi bizzarria 
del caso, recitò per V ultima volta in quel medesimo dramma 
tredici anni più tardi. 

Fu autore di un Teatro italiano, edito a Torino da AUiana 
e Paravia, in tre volumi, il primo dei quali comprende la Storia 
del Teatro italiano di Luigi Riccoboni, tradotta e ridotta, pre- 
ceduta da alcuni cenni biografici di lui, il secondo lo Stato at- 
ttuile del Teatro italiano, in cui sono notizie preziosissime di 
attori e attrici del suo tempo, e il terzo uno Studio sull' arte 
della Declamazione teatrale. 

Nella Compagnia Reale Sarda, almeno per Tanno 1825-26, 
aveva lo stipendio annuo di lire 6000 con tre serate a mezzo, 
secondo Tuso comico. Di lui la Gazzetta dì Genova del 18 set- 
tembre 1822, delTanno, cioè, in cui egli entrò a far parte della 
Compagnia, scriveva: « Il signor Righetti, nemico dei lazzi 
volgari, conosce la difficile arte di saper cogliere dagli spetta- 
tori sensati il desiderato sorriso di compiacenza. > 

Righetti Domenico. Nato di famiglia patrizia in Verona 
il 1786, fu educato a Venezia nel Collegio dei Nobili. Appas- 
sionatissimo pel teatro, entrò nella Compagnia Fabbrichesi, 
passando poi in quella di Paolo Blanes e dei Fiorentini di Na- 
poli, ove condusse in moglie Vincenza Pinotti, figliuola di 
Francesco, vezzosissima giovinetta, ed artista valente, che so- 
stenne con molto plauso le parti di prima attrice giovine e prima 
attrice, in Compagnia Reale Sarda sotto la Bazzi. Il Righetti, 
entrato il 1821 con la moglie in detta Compagnia, al momento 
della sua formazione, vi sostenne ammiratissimo le parti di 
primo attore, a vicenda con Luigi Romagnoli. 

Passò poi a quelle di padre nobile, a vicenda col Bocco- 
mini, per diventare dal '43 al '49, anno della sua morte, am- 
ministratore e direttore della Compagnia, nel qual ufficio fu 
poi sostituito dal figlio avvocato Francesco. 

Aveva con la moglie Vincenza, il *2 5-'26, lire annue 7500, 
e una serata a mezzo. 



RIGHETTI - RIOLO 359 



Fu traduttore e riduttore di molte commedie, e autore di 
un Carlo Goldoni a Parigi e di un Matrimonio di Goldoni, che 
ebber liete accoglienze. 

A lui dedicò il Bazzi i suoi Primi rudimenti de It arte 
drammatica. 

Rinaldi Pietro. Di nobile famiglia veronese, dovette per 
dissesti finanziari darsi all'arte comica, esordendo nella Com- 
pagnia della Battaglia, e passando poi in quelle di Giuseppe 
Lapy, e di Luigi Perelli, nella quale ultima era al tempo di 
Fr. Bartoli (1782), Innamorato ammiratissimo. Fu anche scrit- 
tore di versi, e lo stesso Bartoli riferisce un prologo, né dei 
migliori, né dei peggiori, ch'egli dettò per Luigia Lapy, quando 
assunse in Cremona il ruolo 6ì prima donna, e ch'ella recitò, 
applauditissima, spettatrice Maddalena Battaglia, alla quale 
eran rivolte assai parole di lode, e la quale terminava allora 
di recitare su le medesime scene. 

Ringhierì Francesco. Ottimo artista, per le parti di tiranno 
in tragedia, nato verso il 1790 a Verona, figurò negli elenchi 
delle migliori compagnie sino al 1 840. 

Riolo Stefano, palermitano, figlio di Vincenzo, pittore di 
bella fama, nacque il 4 ottobre del 181 1. Trascinato all'arte da 
una forza invincibile, fu affidato agi' insegnamenti di Angelo 
Canova, artista di alta riputazione, e con lui stette parecchi anni. 
Passò poi nella Compagnia Tessari ai Fiorentini di Napoli qual 
primo amoroso, e vi esordì applauditissimo la quaresima del 1 836 
col Polinice n^Eteocle e Polinice di Alfieri. Fu il' 3 8 nella Com- 
pagnia Goldoni diretta da F. A. Bon, poi primo amoroso ^primo 
attore tragico nella nuova Compagnia Alfieri, a fianco di Madda- 
lena Pelzet. Lo vediamo il '43 con Carolina Internari, e dopo 
con Luigi Taddei, per darsi finalmente al capocomicato con la 
moglie Adelaide, figlia dell' attore e scrittore Luigi Forti, che 
aveva già levato bel grido di sé come prima donna. Ma toltosi 



RIOLO - RISTORI 



dalle principali compagnie, la sua rinomanza si arrestò come 
d'un tratto, ed egli dovette contentarsi di percorrere con com- 
pagnie modeste, per quanto decorose, i teatri di minor conto. 




Lo vediamo il settembre del '46, momenti di fanatismo pel 
nuovo Pontefice Pio IX, a Tolentino; e il cronista ci dice che 
ogni sera si facevan dimostrazioni di giubilo, si sventolavano 
dai palchi banderuole, s'intrecciavano pezzuole bianche-gialle 
tra palco e palco, intanto che uno scelto coro di cantori venuto 
per le musiche sacre intuonava l'inno a Pio IX di Rossini. 
Stefano Riolo morì il 13 ottobre dell' 87. Ebbe una figliuola, 
Teresina, da lui iniziata all'arte, che fu al suo fianco applau- 
dita prima attrice, e si va oggi esercitando, direttrice di filo- 
drammatici a Milano. 

Ristori Tommaso. Attore pregiato nelle parti di Coviello. 
e più pregiato Impresario del Principe elettorale di Sassonia 
Giovanni Giorgio III, eh' egli aveva accompagnato nel suo 
viaggio in Olanda, nacque il 1 600. Federigo Augusto, l'amante 



RISTORI 361 



deirarte, che dopo la riconquista della Polonia aveva con- 
dotto a fine il disegno di una Corte splendida a Varsavia con 
opera e commedia italiana, volle anche a Dresda procurare 
un tal godimento; e il 2 settembre del 17 14 furono antici- 
pati 4000 fiorini imperiali al Ristori, comico di S. M. il Re 
di Polonia, allora a Venezia, pel viaggio in Sassonia pas- 
sando per Vienna e Praga, della Compagnia di cui faceva 
parte sua moglie Caterina, di cinquantotto anni, sua figlia 
Maria di diciotto, e suo figlio Giovanni che tanta importanza 
s'acquistò più tardi all'Opera di Dresda, ove morì del 1753, 
di ventidue. 

Tommaso Ristori aveva - dice il suo passaporto d'allora, 
tuttavia esistente - i capelli castano-chiari, e vestiva un abito 
conveniente rosso, orlato d'oro. Tornò il' 1 7 in Italia per iscrit- 
turar nuovi attori da sostituire agi' insufficienti, e sotto la di- 
rezione del figlio Giovanni furon rappresentati Intermezzi e 
Pastorali : e sebbene il Re Augusto prediligesse la Compagnia 
francese, ch'egli manteneva alla Corte insieme alla italiana, 
questa non ebbe mai a patirne; e Tommaso Ristori, special- 
mente, s'ebbe per grazia del Re con decreto del 20 marzo 1 7 1 7, 
un regalo di 269 scudi, come « chef de la Troupe italienne, tant 
pour faux frais dans son voyage, que pour autres pertes et 
dépenses extraordinaires. > Licenziata la compagnia del 1732, 
anche il vecchio Ristori con la moglie se ne tornò in Italia, ove 
morì poco tempo dopo. 



Ristori Griacomo. « Napolitano Capo Comico rinomatis- 
simo, che condusse per molto tempo una Truppa di esperti 
Commedianti, recitando egli medesimo da Primo Innamorato. 
Fu uomo di somma riputazione in riguardo a' meriti suoi tea- 
trali, per essere stato un modello del Comico eccellente. Si fece 
gran concetto nella Città di Napoli, e per il Regno. Lasciò di 
vivere intorno al 1730 Così Fr. Bartoli. 

Forse il precedente, di cui Bartoli ci diede il nome errato? 
Dopo la prima gioventù potrebbe avere abbandonato le parti 

46. — / Comici italiani. Voi. IF. 



362 RISTORI 



amorose per quelle di Capitan Coviello^ che è appunto maschera 
napoletana. 



i-Canossa Teresa. Nata il 1777, e sposa a un Ri- 
stori comico, legato forse in parentela col precedente, fu artista 
drammatica di grande valore per le parti di prima donna così 
nella tragedia, come nel dramma e nella commedia, e il piccolo 
Giornale de teatri (Venezia, 1820) ha per lei parole di moltis- 
sima lode. 

Pare non fosse di riserbatezze spartane, che il primoge- 
nito Antonio si volle figlio di un Console spagnuolo, e Luigia, 
moglie di Bellotti prima (V.), poi di F. A. Bon, di un banchiere 
per nome Sacerdote: un epigramma del tempo e di un compagno 
d'arte (Miscellanea poetica di Luigi Forti, artista drammatico 
[^Manoscritto della Raccolta Rasi]) accenna con poco rispetto 
alla prodigalità di lei. Sposò in seconde nozze certo Bona- 
gamba, e abbandonate le scene si ritirò a Venezia in casa della 
vedova Tommasini, sorella del genero Bon, abitante in S. Bor- 
tolamio, e quivi morì quasi improvvisamente per bronco-emor- 
ragia nel 1842. 

Ebbe una terza figliuola, Amalia, maritata all' artista 
Zerri (V.). 

Ristori Antonio. Figlio della precedente, nacque a Capo 
d'Istria il 1796, e crebbe con un suo padrino a Fiume, ove 
stette alcun tempo, impiegato nella di lui casa commerciale. 
Si diede poi all' arte del comico in cui riuscì mediocremente ; 
sposò Maddalena, figlia di Ricci-Pomatelli, capitano sotto Na- 
poleone I, nata a Ferrara del 1 795, e morta del 1 874 a Firenze; e 
fu con lei in molte compagnie di secondo e di terz' ordine. Sa- 
lita in rinomanza la figlia Adelaide, la seguirono nella Compa- 
gnia Reale Sarda, e in altre di poi. 

Morto il Ristori a Firenze il 3 settembre 1861, fu tumu- 
lato nel Cimitero del Monte alle Croci, ove la figliuola desolata 
fé' erigere, alla morte della madre, una cappella, co' meda- 



glioni degli estinti, opera dello scultore Cambi, e con le se- 
guenti epigrafi; 




AD ANTONIO RISTORI nato 

IL 5 MARZO DEL I796 | MANCATO AI 
VIVI IL 3 SETTEMBRE DEL I861 1 1 O MIO 
DILETTISSIMO PADRE | A TE CHE MI FO- 
STI ESEMPIO I DELLE PIÙ BELLE VIRTÙ | 
CHE PER GENEROSITÀ DI CUORE | E SPI- 
RITO DI SANTA CARITÀ VERSO I MI- 
SERI I FOSTI SEMPRE BENEDETTO DALLA 
SVENTURA I CHE FRA GLI STENTI AL 
LAVORO I CONSACRASTI TUTTA LA TUA 
VITA I LA TUA FIGLIA ADELAIDE | CHE 
AMAVI TANTO E CHE St PRESTO TI HA 
PERDUTO I QUESTO MONUMENTO { DE- 
BOLE SEGNO D' INCANCELLABILE AF- 
FETTO I TUTTORA IN PIANTO PONEVA. 



A MADDALENA RISTORI | 

MODELLO DELLE MADRI \ NATA IL 20 
OTTOBRE DEL 1795, MANCATA AI VIVI 
IL 26 MAGGIO 1874 I I SUOI DESOLA- 
TISSIMI FIGLI I INALZAVANO QUESTO 
MONUMENTO | TRIBUTO DI LAGRIME E 
DI DOLORE. 

La sua frimogenila Adelaidt Risieri 
Del Grillo con diiperata accenlo esclama : 
Oh Madre mìa tu sai 

Dal luogo ove tu sei 

or tu redi il mio duol, gli ailiuuiì miei ; 

benedici i miei figli, il mio consorte 

nel cammin della vita ed anche in morte ; 

io con lagrime e iior vuo' darli addio 

tino a quel di che ti riv^^ in Dio. 



Ristori Adelaide. Nata dai precedenti a Cividale del Friuli 
il 29 gennajo del 1822 quand'erano in Compagnia Cavicchi, 
fu per universale consentimento la più grande artista del suo 
tempo. Ancor bambina s'era già fatta un nome, recitando, prò- 



3^4 



RISTORI 



tagonista, in farse o in commediole, e riuscendo di non poco 
utile al capocomico. 

Ora ecco l'elenco della Compag^nia di Luigi Rosa e Pa- 
squale Tranquilli, che agiva assieme a un corpo di ballo, per 
la stagione di carnovale dell'anno 1832 al R. Teatro Pantera 
di Lucca: 



DONNE 

Fabbretti Carolina (V.), prima 
attrice 

GuLLOTTi Gaetana, tnadre e carat- 
teristica 

Beseghi Antonia (V.), servetta 

Ristori Maddalena, altra madre 
e seconda dorma 



Rosa Rachele 

Pellegrini Assunta \ generiche 

Paladini Giuditta 

RISTORI ADELAIDE 

Rosa Virginia \ ? 

Di- 1 tngenue 

Ristori Carolina ' ^ 



UOMINI 



Tranquilli Pasquale, primo attore 
Rosa Luigi, padre e tiranno 
Massini Antonio, caratterista 
BosELLO Giovanni, primo amoroso 
Bertucci Vincenzo, secondo amo- 



roso 



Fabbretti Fortunato, secondo ca- 
ratterista 



Ristori Antonio 
Guarnì Giovanni / 
Mariotti Giuseppe \ * 
Pescatori Nicola 
MENEGHINO 
ARLECCHINO 
BosELLo Giacomo, pittore 
Mechetti Domenico, macchinista 



La prima rappresentazione, da darsi il lunedì 26 dicem- 
bre 183 1, fu annunziata così: 

Non v'ha dubbio che il Drammatico trattenimento sia divenuto ai nostri giorni 
la scuola del costume, e lo specchio delle umane passioni. 

Tale verità fu conosciuta, ed apprezzata mai sempre dai popoli più illuminati. Que- 
sta saggia e colta popolazione lucchese tanto conoscitrice dei vantaggi che dalle sce- 
niche Produzioni ne derivano, quanto magnanima per incoraggiare nei loro tentativi gli 
attori che si accingono ad eseguirle, anima V umile Compagnia, condotta e diretta da Luioi 
Rosa e Pasquale Tranquilli, ad intraprendere un corso ben regolato di Recite nel 
corrente Carnevale. I più scelti autori, la novità, il genere, la debita decenza, l' analogia 
delle decorazioni agli spettacoli daranno prova del rispetto che tutta la Compagnia nutre 
e professa a questo colto Pubblico, e si lusinga che gli intelligenti e benigni amatori della 
drammatica, una non dubbia prova accordare vorranno di loro bontà con dare contras- 
segni di aggradimento alle fatiche degli umili attori, non ad altro tutti aspirando che ad 
essere coperti col prezioso manto di un si valevole patrocinio. 



RISTORI 



365 



Onde rendere vieppiù completo e dilettevole il leiale trattenimeato Tenanno etpottì 
tre Balli; nno di meno Carattere, e dne Buffi diretti, o compMti dal ugaor Domenico 
TtiTchi: il i»imo di qverti è iBtitolat9: Il Pkoscbitto Scozzese, il secondo II Feuda- 
tario OSSLA, LE EKCLUTE, l'altro di deitinani. 




Il repertorio, come tutti quelli a un dipresso delle altre 
compagnie, si componeva in gran parte di drammi lagrimosi, 
alternati con qualche tragedia di Alfieri e qualche commedia 
dì Goldoni. 

Allora alla piccola Ristori si afiìdavan piìì specialmente 
parti insignificanti di piccoli servi. 



Il '34 fu scritturata con la famiglia dal Meneghino Mon- 
calvo, il quale, dopo di averla per due anni esercitata in parti 
di bambina, credette, mercè la figura di lei slanciata, di affi- 
darle quella di Francesca da Rimìni. eh' ella recitò per la prima 
volta a Novara nel '36, con tale successo, che le furon poco 
dopo offerte scritture 
di prima donna asso- 
luta. Ma per fortuna il 
padre, uomo di buon 
senso, la scritturò in- 
vece (1837-38) nella 
Real Compagnia Sar- 
da, come amorosa inge- 
nua, poi prima attrice 
Rovine sotto Carlotta 
Marchionni, che le fu 
amica, madre, maestra 
amorosissima; ai sa- 
cri precetti della quale, 
affermava ne'suoi ri- 
cordi con raro, e direi 
quasi unico esempio di 
gratitudine nell'arte 
nostra, di non essere 
mai, giovine e adulta, 
venuta meno. 

Lasciate la Marchionni le scene nel 1840, la Ristori ne 
prese il posto, accanto ad Amalia Bettini, passando l'anno dopo 
con Romualdo Mascherpa, con cui stette fino al '45. 

Frattanto il Righetti, direttore della Real Compagnia, 
facevale vive istanze perchè vi tornasse ; ma, prima per le con- 
dizioni da lei fatte della scrittura, poi per la speranza del suo 
matrimonio, non approdarono a buon fine. Ella fii dal '46 
al '50 con Domeniconi e Coltellini, e dal '51 alla quaresima 
del '52, divenuta da un anno e dopo una serie di roman- 




368 RISTORI 



tiche vicende la marchesa Capranica Del Grillo, fuor della 
scena. 

In quel tempo T attore e capocomico Pisenti fu messo in 
prigione per debiti ; e la Ristori, che fu sempre delle miserie 
de' compagni soccorritrice pietosa, architettò tre rappresenta- 
zioni straordinarie, che furono avvenimento di vera gloria, e 
la salvazione del povero carcerato. Allora il Righetti, che in 
lei sola omai vedeva T àncora di salvezza della naufragante 
Compagnia Reale, tornò all'assalto; ma ella da Castel Gandolfo 
rispondeva il 12 settembre del '47: 

La ringrazio delle di Lei esibizioni; ma avendo preso marito da qualche tempo, 
ed essendo ciò a cognizione di tatti, doveva bene immaginarsi che se rimanevo ancora 
sulle scene, lo facevo in riguardo di non rovinare ì miei Capo-Comici con nn repentino allon- 
tanamento dal Teatro. Col termine del carnovale 50 in 51 termino il mio contratto e la 
carriera drammatica per cambiare di condizione. Eccole parlato francamente. 

Non si perdette d'animo l'egregio direttore, e si alleò a 
riuscir nell' impresa Pasquale Tessero, cognato di lei, E vera- 
mente quella scena che aveva date tante e così grandi gioje 
all'artista, non poteva esser guardata da lungi senza rimpianto. 
La larghezza delle offerte aveva solleticato non poco V amor 
proprio della Ristori, nella quale si risvegliò d' un tratto po- 
tentissimo r antico amore dell' arte, che quello di sposa e di 
madre aveva per alcun po' assopito. Ma ad attuare il nuovo 
disegno s'interponeva un ostacolo non facilmente sormonta- 
bile : suo marito, da cui non si sarebbe mai separata, era sul 
punto di ottenere .un appalto governativo, in società con amici, 
che gli assicurava un ottimo resultato: forse, dopo un triennio, 
r utile di dieci mila scudi. 

Ancora: le condizioni dell'arte in Italia non eran tali da re- 
munerar IsifirimaaUrice di una compagnia sì lautamente, da col- 
mar, sia pure in parte, il vuoto lasciato da quell' affare inconcluso. 
E d'altronde: la Ristori si era disfatta, coli' allontanarsi dal 
teatro, di ogni suo corredo.... Bisognava ricominciare, e su lar- 
ghissima scala, rimanendo la Compagnia ferma a Torino per due 
stagioni almeno. Come fare? Ci volevan per lo meno 30,000 fran- 



chi all'anno. E poi: Righetti dovrebbe obbligarsi a firmare un 
contratto annuo per una stagione a Roma, e per l'autunno nel 
primo anno '53. Di più: in caso di pericolo di vita di un dei 



é. . _. 



suoceri, ella dovrebbe aver subito venti giorni di permesso, 
rimettendo, nell'anno, le recite ch'ella non avrebbe potuto 
fare. La morte del suo Giuliano dovrebbe riguardarsi come 
morte sua, e però il contratto sarebbe da quel punto sciolto. 
Il pagamento dell'onorario dovrebbe farsi in tanti napoleoni 
d'oro, valutati 20 franchi cadauno, ovunque, esclusa qualunque 



moneta o carta. E finalmente: Ella reciterebbe solo cinque volte 
alla settimana, in una sola prodyzione per sera in principio 
della serata con diritto dì rifiutare quelle parti immorali sulle 




quali molte revisioni passano sopra, come II Fallo, Dopo sedici 
anni. Dieci anni di vita di una donna, SH/elius, Clarissa Har- 
lowe, ecc.: quelle parti insomma con le quali, per quanto sieno 
eseguite con dignità, è d'uopo sostenere una posizione imba- 
razzante verso il pubblico, e le quali il signor Righetti potrebbe 
far eseguire da chi meglio credesse. Rimarrebber pure escluse 



RISTORI 



tutte quelle partì nelle quali fosse obbligata a vestirsi da uomo ; 
le benefìciate farebbe a sua scelta in principio, o fine delle 
Piazze, come credesse meglio pel suo interesse; dovrebbe co- 
noscer r elenco degli attori che componessero la Compagnia, 
prima di sottoscrivere il contratto; e prima della riconferma, 
non dovrebber in esso farsi innovazioni, a sua insaputa. Il 
Direttore, qualunque fosse, non 
dovrebbe aver diritto d'imporle 
l'esecuzione della sua parte; 
volendo ella eseguirla secondo 
gliela dettasse il suo modo di 
sentire. Ora : le pretese eran 
senza dubbio fortissime, specie 
a quel tempo ; ma la Ristori era 
la Ristori; e Righetti, uomo 
equo e intelligente. Io capiva, e 
voleva conciliar quelle col bi- 
lancio non pingue della Compa- 
gnia. E cercandole con lusin- 
ghevoli parole la via del cuore, 
tentò diminuir di metà lo sti- 
pendio, e accordarle in quella 
vece un terzo degli utili. E la 
via del cuore la trovò infatti ; 
che il 28 del '52 la Ristori gli scriveva da Roma: «Nei nostri 
cuori fece gran senso la Sua lettera, ed in modo speciale nel 
mio, che cresciuta, allevata, ed iniziata nell'arte da cotesta 
Regia Compagnia, me la figuravo un'istituzione ìmperìbile, ed 
andrei superba di contribuire all'esistenza di questa, come una 
figlia riconoscente a quella della propria madre. » Ma l'ono- 
rario annuo portò, ultima concessione, a 20,000 franchi, che te 
furon dal Righetti accordati assieme a quanto d'altro chiedeva, 
in alcun punto solamente e lievemente modificato. 

Ella aveva attinto da noi il culmine sommo della rinomanza. 
GÌ' inni della stampa, e gh entusiasmi del pubblico non ebber 




confini. Fu allora che < come un baleno - è lei che lo dice - 
da un cantuccio della sua mente scaturì l'ardito progetto di 
andare in Francia. » Ma il Righetti, nella gran prudenza poco 




intraprendente, sì oppose al proposito nuovo : troppi i rischi, 
possibile r insuccesso artìstico, possibilissimo il finanziario. 
Il ricordo della Compagnia che v'era andata il '30 con la 
Internarì e il Taddei, non era tale da invogliare a ritentar la 
prova. Ma la Ristori tenne fronte gagliardamente, e vinse. 



con nuovi e più forti argomenti, primo dei quali la divisione 
con lui, nel caso di perdita, della sua parte di utili toccata 
in Italia. 




E la risoluzione, infatti, fu presa irrevocabilmente, e la 
Ristori si diede attorno con tutti i mezzi che le offrivan la 
sua grandezza artistica e il suo nuovo stato per « rivendi- 
care all'estero - com'ella dice - il nostro valore artistico, mo- 
strando che anche in ciò la nostra non era lérra dei morii. > 



RISTORI 375 

L' 1 1 gennajo '55 scriveva da Torino alla Principessa Herco- 
lani a Bologna : 

le ingenti *peie, e le molte etigeme d«l popolo frBnc«*«, rendono molto pe- 

■icoloio qnell' eiperìmento, «i> d»l lato Ìnleret«e, che da quello di nn lavorCToIe laccctto. 




A render tatto ciò meno difficile, mio muito perni partire per Parigi il lo o IJ cat- 
rente, e, corredato di lettere commendatiiie, iatereiMre l' atta tocietà a freqaentare le rag- 
preaentaiioni italiane, e proteggere qaeito eiperiniento. Ella più che ogni altro pnA In 
eia glo*ard, e mandarci qualche letter* che preaenti mio marito, per ora, e quindi mn, 
•Ile dittiiite e taaii«rde*oU bmiglie tue conoicenti, raccomandandi) onorare di loro ap- 
poggio qneit' eiperimento drammatico italiano, pel quale colà li porta mio marito (Giu- 
liano dei Uarcheri Capraalca, MVKbcM Del Grillo}.... 



376 RISTORI 



E il Marchese Giuliano, di fatti, si recò a Parigi prima 
della Compagnia ; e di là mandò al Righetti una nota dei per- 
sonaggi, che avrebber preso il palco, primi dei quali l'Impe- 
ratore e l'Imperatrice, S. A. Girolamo, S. A. la Principessa 
Matilde, S. A, Murat, S. A. il Principe Carlo Bonaparte, S. A. 
il Duca di Brunswick, S. E, il Marchese di Villa Marina, S. E. 
Fould, Ministro di Stato, S. E. il Barone HUbner, Ambascia- 
tore d'Austria, S. E. il Duca di Galliera, ecc., accompagnata 
da queste parole : 

La stampi ha già cominciato a lavorare, e la cosa è sparsa per tutta Parigi. 

Per i 14,000 franchi contateci, come sono sicuro che l' esito sia di tntta soddisiasione per 
voi, per me e per gli artisti. Di questo sono moralmente cantnnto. Sai prezzi dei palchi 
si regolano qneUi degli altri biglietti. Presto ci rivedremo. Abbiate fiducia in me : ricor- 
datevi che, oltre al dividere con voi interessi e rischi, ho a cuore, più di qualunque altro, 
la riuscita buona della cosa per la mia Adelaide.... 

E la sera della prima rappresentazione, il 22 di maggio, 
venne, e il successo della Ristori fu ottimo, se non stupefa- 
cente. La stessa tragedia - Francesca da Rimini del Pellico — 
non offriva, tranne che nella scena del quarto atto, grandi 
risorse, e taluni tra i devoti della Rachel, negaron tra l'altro 
all' artista nostra < la forza, il vigore necessario a bene inter- 
pretare le passioni violenti più proprie del poema tragico. > 
Forza e vigore che anco i più restii trovaron a esuberanza in 
lei dopo la rappresentazione di Mirra di Vittorio Alfieri, che 
fu tutta un trionfo de' più solenni. 

Ma la Ristori non era il solo ornamento della Compagnia, 
Altri artisti di valore, come Ernesto Rossi, Luigi Bellotti-Bon 
e Gaetano Gattinelli, avevan diritti da far valere. Si dovette 
recitare II Burbero benefico di Carlo Goldoni, Niente di male di 
Augusto Bon, La Suonairice cfArpa di David Chiossone. E le 
lodi non mancarono, non mancarono gli applausi;... ma chi 
mancava era il pubblico. Come porre riparo alla disfatta ? Il 
5 di giugno si replicò la Mirra; e il pubblico, attratto dall'en- 
tusiasmo della stampa, vi accorse in gran folla, e il successo 
fu clamoroso. La tragedia si replicò fino all'andata in iscena 



di Maria Stuarda, e la buona riuscita dell'impresa fu artisti- 
camente e finanziariamente assicurata: ornai la Rachel fu sog- 




giogata dalla grande arte della Ristori, fatta tutta di sponta- 
taneità, e quel battesimo della sua fama le aprì le vie dì tutto 
il mondo. 



378 RISTORI 



Ecco, a titolo di curiosità, il borderò di una di quelle recite 
(13 agosto 1855): 

Recette brutte 8,339.50 

Loyer et fraU de soirée 800.00 

^ . , , i Sur la recette 560.05 

Droits det hospices ^ . , 

^ { Concession 46.55 

[ Sapears >3«35 

Sapplément Passe minait | Gardes I9*50 

f Police 9.00 

Afiìches, et buletins extraordinaires 327*35 

Droits d'anteurs 60.00 

Ensemble à déduire '1835.70 

Reste net 6,503.80 

À déduire, pour la Direction 3,251.90 

Reste net, pour M.n»« Ristori 3,151.90 

Visto e riconosduto, etc. etc. Firmato, con data di Parigi 21 agosto 1855, Giu- 
liano del Grillo. 

Reynaud,il Colline A^2, Bohème, scrive della Ristori nella 
nuova serie de' suoi Portraits contemporains (Paris, Amyot, 1 864): 

Col successo di Parigi, eli' è giunta omai in prima linea, ha conquistato un posto, 
che non le sarà più tolto, e che ninna adesso può disputarle. Prima fra le regine, ha ricevuto 
dalla natura tutti i doni necessari all'arte sua. Grande, nobile, di bellezza commovente 
e appassionata, con due occhi che parlano, un sorrìso di ]>erle, un gesto d'imperatrice, 
incede come potrebber Pallade o Giunone, e la sua voce è una musica piena di soavità, 
o di forza, secondo il sentimento che la domina. Mai attrice tragica fu più maravigliosa- 
mente dotata. Ella possiede tutte le corde, il furore, la rabbia, l'amore, l'ironia, la tri- 
stezza, la tenerezza, la grazia. Ella muove al pianto, anche quando non la si comprende, con 
l'espressione della sua faccia, e la melodia del suo organo di fisarmonica.... 

Questo per le doti fisiche. E per le intellettuali : 

Le sue ispirazioni sono sublimi, ella trova nelle v^'t parti ciò che l'autore stesso 
non aveva indovinato, e le sviscera in ogni più tenue gradazione di tinte: con un sol 
gesto, con una occhiata ella dice assai più di un' altra con cento parole. Chi non ricorda 
il modo con cui s* avvolgeva nel suo manto alla fine del secondo atto di Mirra t Chi non 
senti bagnarsi gli occhi di lacrime vedendola inginocchiarsi davanti al Crocifìsso in Maria 
Stuarda?,,, Ella si volge direttamente al cuore e vi ]>enetra nel profondo; ha tali accenti 
che straziano e trascinano.... 

E per la donna : 

Non é difficile indovinare che la Ristori ha molto cuore: è il distintivo del suo 
talento. Ella non vive come una commediante, ma come la più onorata madre di famiglia, 
compiendo ogni suo dovere, che è per lei la felicità. Nelle parti odiose si trovan per lei 



380 RISTORI 



delle scuse, e pare che il suo personaggio non possa agire altramente sia che la fatalità 
lo spinga, o la passione lo trascini, o le circostanze lo dominino. Vi han delle parti che 
non accetta, perchè le ripugnano; ed ella vuol sempre identificarsi con le sue eroine.... 

Il d'HeylH nel suo Journal intime de la Comédie Franfaise 
(Paris, Dentu, 1873), dice di lei: 

L' ornamento principale della Compagnia, Adelaide Ristori, si ebbe nella interpre- 
tazione di tragedie di Alfieri e di Schiller, un successo colossale, che aveva davvero del 
fisnatìsmo e del delirio, e che fu, si potè dirlo con ragione, il trionfo più grande e incon- 
testato dell'Esposizione. Bisogna leggere i giornali dell'epoca, per rendersi ben conto di 
codesto delirio, e di cotesto fanatismo. Lamartine stesso usci dal silenzio poetico, in cui 
sembrò essersi condannato, dettò per lei un' ode, che la folla acclamò per due sere, riem- 
piendo al colmo la sala Ventadour, Dumas padre, proprietario allora del giornale H Mo' 
schet fiere, prese le parti dell'attrice italiana, facendo uno strano parallelo tra lei e la Rachel, 
nel quale si sforzava di mostrare quanto più grande fosse la tragica straniera della tragica 
francese.... £ tutti i giornali comparavan ne' loro articoli i talenti delle due artiste, in 
verità si diversi, e le lor conclusioni non apparivan sempre favorevoli alla Rachel.... 

E finalmente Vittoriano Sardou, venti anni dopo, ricor- 
dando l'antico entusiasmo, scriveva a un amico: 

Sono stato un de' più grandi ammiratori della Ristori. L' ho veduta in tutte le 
sue parti, e non ho lasciato alcuna delle sue rappresentazioni. Posso dire di doverle molto, 
poiché, soccorso dal ricordo di quanto le vidi fare, mi son servito bene spesso de' suoi 
giuochi di scena e di fisionomia. Assai sovente ho modellato attrici su questa ammira- 
bile artista, e tra l'altre la Fargueil, che è tutta piena di imitazioni ristoriane, e che le 
deve, senza saperlo, gran parte del suo presente successo all'Ambigu nella Rosa Michel 
del Blum. Tutta la scena della denunzia in Patria era del Ristorismo più puro. Per conto 
mio non ho mai veduto niente di più bello al teatro, che l' azione di questa maravigliosa 
donna ; e le serate di /V^, di Medea, di Giuditta, di Maria Stuarda, son rimaste le più 
belle di tutta la mia vita di teatro. 

Naturalmente i grandi entusiasmi ebbero anche il loro 
rovescio, e Lemercier De Neuville nelle sue Figures du temps 
(Paris, Bourdilliat, 1861), non ebbe, specie per la recitazione 
in francese della Beatrice di Legouvé, parole di soverchia tene- 
rezza per la nostra eroina : ma l'entusiasmo si mantenne alto, 
nonostante i tentativi di reazione dell'anno dopo, e quel primo 
battesimo di Parigi fu anche, s'è già detto, il primo passo del 
lungo e glorioso cammino della Ristori, che di là il suo nome 
echeggiò in ogni parte più riposta del mondo. Percorse l'Ame- 
rica del Nord nel '66, e vi tornò l'anno di poi, il '75 e r'84. 



RISTORI 381 

Fu il '68 ne! Messico; il '6g in tutta l'America del Sud, ove 
tornò del '74. Recitò la commedia e la farsa, il dramma e la 
tragedia in italiano, in francese e in inglese con attori italiani, 
francesi, inglesi e tedeschi; e dovunque ammirata, festeggiata, 
acclamata dal pubblico, dalla stampa, dai poeti. Ebbe amicizie 




di Sovrani; ridonò alla società e alla patria un povero soldato 
condannato a morte ; visse, nei momenti più burrascosi della pa- 
tria nostra, gagliardamente italiana. Fu sposa e madre adorata; 
e, lasciate le scene, diventò dama d'onore della Regina d'Italia. 
Al suo ottantesimo anno, tutto il mondo si preparò a festeg- 
giarla, richiamandole alla memoria, nella solennità dell'omaggio, 
gli entusiasmi che ella seppe destare per oltre sessant'anni. 

Il nostro giovine Re Vittorio Emanuele ITI andò in per- 
sona a ossequiarla, recandole un dono e gli auguri della Re- 
gina; il Ministro dell'Istruzione le co;iÌÒ una medaglia d'oro; 



RISTORI - RIVA 



e un'altra d'oro gliene coniò la R. Scuoladi Recitazione di 
Firenze che ho l'onore di dirigere; e sono orgoglioso dì poter 
qui legare in qualche modo il mio piccolo nome a quello di 
lei grandissimo e venerato. 




Ebbe tre fratelli che seguiron l'arte sua: Carolina, moglie 
di Pasquale Tessero (V.), nata il 4 novembre 1823 a Brescia e 
morta a Genova il 1890; Enrico, artista egregio alcun tempo 
per le parti amorose al fianco di sua sorella, poi impiegato 
ferroviario, nato a Voltri nel 1826, e morto capo-stazione a 
Foggia nel 1894; e Cesare ora al fianco della sorella per le 
parti di carattere, ora cantante buffo, nato a Soresina il 21 di 
marzo 1835, e morto aTorìno, maestro di recitazione, il 26 feb- 
brajo 1891. 

Riva Carlo. Nella cronistoria de'teatri di Modena, di A. Gan- 
dini (1,94-95) è citato questo Riva detto Naiini. conduttore di 
una compagnia che recitò a quel vecchio teatro comunale i car- 
nevali del 1717 e 1718. Pel 16 marzo è fatto cenno dell'inter- 
vento al teatro del Principe di Charlerois. 

Riva Alessandro, cognato della celebre Gaetana Goldoni 
(ne aveva sposato la sorella Anna Andolfati), fu un egregio pa^ 
dre nobile e tiranno, fiorito nell'ultimo ventennio del secolo xviii. 
Fu con la Coleoni, la Battaglia, Zuccato, e il cognato Goldoni^ 



RIVA - RIZZOTTO 383 

Sappiamo che il 1821 viveva a Padova fuor dell'arte, in cui 
aveva lasciato di sé fama di un de' più integerrimi uomini e va- 
lenti artisti. 



Riva Ltiigi, figlio del precedente, nato a Verona il 1 790, si 
esercitò giovinetto nell'arte comica ; e Io vediamo il 1 8 1 5 primo 
amoroso al fianco della zia Gaetana. Morto Antonio Goldoni, il 
181 7, egli lo sostituì nella direzione dell'azienda, riducendo al 
nulla in soli cinque anni di sregolatezze ogni avere della po- 
vera vedova. Consunto dai vizj, morì improvvisamente a Trieste 
la primavera del '23. 

Rivani Giovanni. Faceva parte della Compagnia Marti- 
nelli (V.), che andò a Parigi il 1621. 

Rizzotto Giuseppe. Nacque a Palermo l'ottobre del 1828, 
e fu da suo padre, impiegato governativo, avviato all'avvoca- 
tura; ma, appassionato filodram- 
matico, preferì la scena alla leg- 
ge, e dopo di aver preso parte ai 
moti della Sicilia del '48, si scrit- 
turò a ventidue anni in una com- 
pagnia d'infimo ordine, poi in 
quella di Robotti, poi fu in Ame- 
rica colla Pezzana, e mercè un 
suo lavoro dialettale, in cui di- 
pinse al vivo la mafia dì Palermo, 
quest'uomo singolarissimo, cele- 
bre in Sicilia, conosciuto a Na- 
poli, sconosciuto a noi, potè girar 
trionfalmente i più riposti angoli 
■ d*Italia,ammÌratoestimatocome 
attore, come autore, e come uomo. Morì a Trapani il 4 luglio 
del 1895. Ebbe variì figliuoli dalle tre mogli, migliori de' quali 
i due della terza Salvatore e Giulia: quello primo attor gio- 




384 RIZZOTTO - ROBOTTI 

vane e primo attore di assai buone qualità con Italia Vitaliani ; 
questa egregia seconda donna con la Società Gramatìca-Talli- 
Calabresi. 

Robetti Antonietta, nata a Como il 1 8 1 7 dai conjugi Roc- 
chi, fu raccolta, educata e amata qual figlia dalla famiglia comica 
TorandelU, che l'ebbe sostegno prodigioso delle sue travagliate 




peregrinazioni, in. cui si mescolava la recitazione alle farse in 
musica e ai balletti giocosi. SÌ narra che la giovane Toran- 
delli, così la chiamavano, fosse un vero miracolo di arte sana 
in mezzo a un guittume della peggiore specie. Volle ventura che ■ 
V attore Luigi Robotti, uditala appena, la togliesse dall' am- 
biente pernicioso per farla sua moglie, e condurla per vie mi- 
gliori. La vediam difatd il ' 36 prima aiirice giovitte sotto la Mar- 



ROBOTTI 385 



chionni nella Compagnia Reale di Torino col marito amoroso, 
fino ar39, sostituita da Adelaide Ristori. Passò per un triennio 
nella Compagnia Mascherpa al servizio dell' Arciduchessa Ma- 
ria Luigia, per rientrar nella Reale di Torino, prima attrice 
assoluta, al fianco sempre del marito, amoroso, a vicenda con 
Carlo Romagnoli, fino a tutto Tanno '52, dopo il quale fé* com- 
pagnia col maggior figlio di Luigi Vestri, Gaetano, lanciando 
prima attrice giovine la figlia Luigia, che del Vestri doventò 
poscia la moglie. Staccatisi questi dopo alcuni anni, scrittu- 
rati da Bellotti-Bon, i coniugi Robotti formaron nuova com- 
pagnia ('59), che intitolaron Nazionale subalpina, e di cui eran 
parte la magnifica Ferroni, Enrico Capelli e Salvator Rosa. Ma 
gli affari non volgevano a bene, specie per una fiera malattia 
di artrite dell'Antonietta, che la tormentò lungo tempo. L'aprile 
del '62 il marito Luigi scriveva da Ferrara all'amico Francesco 
Righetti : < Antonietta è sempre stata in condizione da non 
poterle parlare d'affari; oggi che grazie a Dio, dopo io J giorni 
et infermità va meglio,... > e nel '64, ella moriva in Bologna. 
Quivi, alla Certosa, in memoria di lei, si legge : 

ANTONIETTA ROCCHI, moglie a L. ROBOTTI 

SALUTATA NSLL*ARTS DI ROSCIO MAESTRA 

NON SUPERBA 
NEI TRIONFI, NELLE DOVIZIE, NEI PLAUSI 

NON PAVIDA 
IN CASI AVVERSI E MALATTIE DOLOROSE 

PRONTA 
A SOCCORRERE I MISERI, A GIOVARE I CONGIUNTI 

IN DIO FIDATA 
LO INVOCANDO SPIRt) 



LA SOLA AMICIZIA FEDELE 

IN VITA ED IN MORTE 

MURÒ IL SEPOLCRO A CUSTODIRE LE CENERI 

DI 

ANTONIETTA 

ED AL SUO NOME IL MARMO INCIDEVA 



N. in Como a. ìidccc xvii. M. ìd Bologna A. mdccc lxiv 

Robetti -Vestri Luigia (V. Vestri). 

49. — / Comici ùaliaui. Voi. II. 



386 ROCCA 



Rocca-Nobili Camilla. Prima attrice dei Confidenti, fu una 
delle più forti artiste del suo tempo, lodata in vita e pianta dopo 
morta da' più eletti ingegni. 11 Belgrano propenderebbe a cre- 
dere ch'ella, figlia o altrimenti parente di Cesare Nobili, esor- 
disse col padre nella Compagnia dei Desiosi. 

Il Quadrio si confonde tra la Delia e la Celia, la Malloni, 
attribuendo a quella le lodi di questa, e citando persino come 
errore di stampa il nome di Delia nel libretto di poesie in lode 
di lei che andremo scorrendo, e che ha per titolo : 

LE FUNEBRI | RIME, | di diversi eccell. | autori, in morte della 
SIGNORA I CAMILLA ROCHA NOBILI | comica confidente detta 
I DELIA. I raccolte da Francesco antonaz | zoni, comico confi- 
dente DETTO I ORTENSIO. | DEDICATE ALL' ILLUSTRISS. & | ECCELLEN- 

Tiss. SIC. IL siG. I ANNIBALE TORCHI | marchese d'ariano. 
In venetia I appresso Ambrogio dei I M.D.C.XIII. 



Il libretto, rarissimo, consta di 143 pagine in- 12°, e ha un 
grazioso fregio in rame che incornicia il titolo. Precede una 
lettera dedicatoria dell'Antonazzoni, e un indice degli autori, 
tra' quali si notano il famoso Cintio Fidenzi, Comico Acceso, e 
il non men famoso Capitano Spaventa Francesco Andreini, dei 
Gelosi. 

Non sappiamo di qual terra fosse nativa la Rocca, e que- 
sti versi del Fidenzi (pag. 36) 

Delia qui giace, il cui almo sembiante 
ornò le Tosche Scene, 

ci dicon troppo poco ; ma certo morì quasi improvvisamente e 
fu sepolta a Padova (V. il sonetto di Matteo Bembo, pag. 44, 
e quello di Verdizzotti, pag. 1 6) dopo una ricaduta fatale della 
malattia, quando tutti eran certi omai della guarigione. Per la 
convalescenza di lei dettò Fidenzi il sonetto seguente : 

Post'avea già sul formidabil arco 
r invida morte il suo funereo strale, 
e volea aprir de la prigion mortale 
de la famosa Delia a l'alma il varco. 



ROCCA 387 

Ma '1 Dio d'amore a Tuopo suo non parco 
di favor, disse a lei rivolto; or quale 

• sconsigliato furor, morte, t'assale 
di fare al regno mio si grave incarco? 

Ella ben mille a me alme rubelle 
mi darà col suo dir, allor che ornato 
sarà il teatro di sue fiamme belle. 

Morte ritenne allora il colpo irato. 
Cosi rara virtù sforza le stelle, 
e può sol quella superar il fato. 

E un madrigale sul medesimo soggetto dettò Giovanni 
Lazzaroni. 

Da un sonetto di Girolamo Friuli (pag. 49) sappiamo 
com' Ella fosse bionda: 

Di questa cosi saggia in biondo pelo, 
di questa, che di rai la chioma cinta 
fu Delia in terra, ed ora è Sole in cielo. 

Giovanni Zignoli (pag. 67) ci parla della sua bellezza e 
dell' età sua giovanile : 

Discolorato hai morte il più bel volto 
nell' età sua più bella e più fiorita 



e ce ne parla Niccolò Boldri in un sonetto (pag. 1 24) al rac- 
coglitore Antonazzoni : 

« Amico, i' godo il cielo, 

non dir eh' in verde età sia al mio fin giunta, 
che grave è sempre all'alma il mortai velo. » 

Al quale rispondeva Antonazzoni (pag. seg.) : 

Maggior beltà di Delia, io non scorgen, 
né di lei rimirai cosa più eletta, 
m'era dolce il penar, cara e diletta 
l'amorosa prigion la pania avea. 



388 ROCCA 

L'ammirai come Nume, e come Dea 
mi fu strale d*amor, face e saetta, 
mèta de' miei pensier giusta e perfetta * 
Lei, non febo, per me luce spargea. 

Ond'or che vive in ciel da me disgiunta 
provo il gel nell'ardor, l'ardor nel gelo; 
e mia vita direi fosse al fin giunta. 

Se non avessi a vói con puro zelo 
Talma, Signor, donata, che congiunta 
gode felice in Voi, come in suo cielo. 

Dal qual sonetto si potrebbe anche inferire eh* ella fosse 
qualcosa più che amica del compagno d'arte. Ma come ciò 
concorderebbe col bel candore decantato da Francesco Andreini 
in questo suo sonetto: 

Or che Delia è sparita, e '1 suo splendore 
inargenta altre selve ed altri colli, 
che fia di noi ? Rugiadosi e molli 
gli occhi trarremo in sempiterno orrore. 

Delia talor, mentre che nasce e more 
l'argento tuo, fin là dove t'estolli, 
le caduche speranze, e i pensier folli 
nostri rimira col tuo bel candore. 

Cosi vedrai, che quanto in terra giace, 

è fumo ed ombra: e scorgerai che '1 mondo 
d'insidie è pieno, e lusinghier fallace. 

Specchiati in Ciel nel sommo ben verace, 
poi ch'hai vinto Satan Angelo immondo, 
e con li giusti godi eterna pace. 

E sopratutto come concorderebbe con questa terzina del 
Fidenzi (pag. 36)? 

Fu Delia de le donne onore e lume, 

GLORIA DEL SPOSO SUO, pompa del mondo, 
e dei teatri luminosa Aurora. 



ROCCA - RODOLFI 389 



Quanto a* suoi pregi artistici, par eh' Ella ne avesse pa- 
recchi, e in ogni sorta di composizione, come accenna il Bol- 
dri in una sua canzone a pag. 80 : 



Ancor le menti a volo 

trarrai nell'altro polo, 

e formando la voce 

or benigna, or feroce 

e mutando te stessa in Cavaliere, 

in amante, in guerriero, 

in Pastorella, in Dama, 

in Serva, ed in Regina, 

farai degli altrui cor dolce rapina. 



Ch' Ella fosse congiunta a Cesare Nobili, come incline- 
rebbe a credere il Belgrano, non si può dire : tuttavia non è 
assai fuor del probabile, potendosi forse ritenere eh' ella fosse 
davvero Nobili di nascita da un sonetto di Enrigo Sottovello 
(pag. 68), là dove dice : 

mentre Camilla Rocca, onor, conlento 
del secol nostro 

Ma né anche questa è prova sicura del suo cognome di 
sposa, serbando le attrici in arte il nome con cui salirono in 
rinomanza. 

Rodolfi Giuseppe. Nato a Bologna il 1827 da Gioachino 
e da Colomba Brighenti, fu artista brillante rinomato per la co- 
micità spontanea e originale. Esordì nella Compagnia Bottazzi 
e Berlafifei del 1845; e fu per alcuni mesi del '48 in quella di 
Micheloni e Dondini, scioltasi a mezz*anno a cagion della guerra. 
Entrò il \50 in quella di Edoardo Majeroni diretta da Gaetana 
Rosa. Sposò in quell'anno Amalia Vannucci bolognese e at- 
trice, che gli morì a Padova di colèra il '55, e dalla quale ebbe 
un figliuolo, Rodolfo. Fu il triennio '5 6-' 5 7-' 5 8 con Robetti e 



Vestri. Lo vetjiam poi con Giuseppe Peracchi, col quale stette 
lungo tempo, poi, del '73, con la compagnia n. 2 di F.Sadowski» 
diretta da Luigi Monti. Passò del '74 in seconde nozze con 
Sofia Cerretelli, dalla quale ebbe due anni dopo il figliuolo 
Eleuterio. Entrò il '78 nella Compagnia lucchi, diretta da Gio- 
vanni Emanuel, e il '79, dato un ad- 
dio alle scene, si ritirò nella sua 
Bologna, dove morì il 19 febbrajo 
deir'85. 

Che cosa fosse Giuseppe Ro- 
dolfi come artista, niuno ha mai sa- 
puto dire. Forse volgare, forse su- 
perficiale, forse buffone, forse grot- 
tesco.... Ma s'andava a teatro e si 
rideva a crepapelle del riso il più 
sano e il più schietto. La sua stessa 
figura era di una comicità irresisti- 
bile. Il busto bene formato e svi- 
luppato era sorretto da un pajo di gambette ad arco, che si 
movev^ln a salti, a guizzi su la scena nel più buffo modo del 
mondo. Aveva una dizione vera, corretta, spontanea, e una 
pronunzia del più aperto bolognese : il che accresceva comicità 
all'esser suo. Chi noi ricorda nel Pugno incognito e t\G\\^ Bolla 
di Sapone di Vittorio Bersezio? Nei Naufraghi del m,ar Pacìfico. 
nel Casto Giuseppe e la moglie di Putifarre? In Mamma Agata 
bolognese? Nelle Nozze del signor Camillof Chi può ripensar quei 
famosi or ora glie lo dico, senza riderne? E quella famosa di- 
chiarazione d'amore ch'egli, non eccezionalmente, ma ormai 
per consuetudine doveva ripeter lì per lì, in mezzo alle più 
matte risate dì un pubblico stipato ? Se a Giuseppe Rodolfi 
mancaron, come s'è dianzi accennato, talune qualità d'arte, 
egli fu per certi rispetti attore brillante veramente unico. 

Il figliuolo Eleuterio esordì generico giovine nella Compa- 
gnia di F. Garzes, morto il quale, entrò subito secondo brillante 
con Pieri e Ferrati. Fu il '95 con Talli-Sichel-Tovagliari, Ìl '96 




RODOLFI - ROFFI 391 



con la Vitaliani, il '97 con la Della Guardia, il 'gS-'gg con No- 
velli, il *900 con Talli-Gramatica-Calabresi, il ^901 -'90 2 con 
Leigheb; e finalmente il '903, per un triennio, con la Della 
Guardia, primo brillante assoluto, assieme a sua moglie, Adele 
Mosso, attrice egregia per le parti di seconda donna. 

L'esempio dei maestri, sotto i quali militò, e sui quali si 
modellò, la sua attitudine e il suo buon volere fanno sperare 
assai bene del suo artistico avvenire. 

Roffi Giovanni, toscano. Valoroso attore per le parti di 
Arlecchino, e non men valoroso capocomico, fu nella Compa- 
gnia di Francesco Berti, di cui sposò la cognata. Stabilitosi a 
Firenze, vi aprì una hoXX^^'à. di varie merci -come dice Fr. Bar- 
toli — e prese in affitto il Teatro del Cocomero^ ove mantenne 
alternativamente compagnia di prosa e di musica. 

Nel 1780 cominciò a uscir di Firenze, sotto la protezione 
di Pietro Leopoldo, con privilegio di occupar egli solo con la 
sua comica compagnia i teatri varj della Toscana; e lo vediamo 
r autunno di quell'anno a Livorno, ove per l'apertura del Tea- 
tro di San Sebastiano fu composto un prologo (Livorno, Fa- 
lorni), che finisce con queste parole di Minerva volta alla Com- 
pagnia schierata in sulla scena : 

scendete 

O miei figli scendete; eccovi aperto 
Vasto campo al valor; dell'arti mie 
Fate qui prova; Io non vi guido al varco 
D'incognita region; del patrio Mare 
Rivedete le sponde; in ogni volto 
Distinguete la gioia; in voi si scorga 
Un'umiltà non vile; assai decente 
Abbia lo scherzo il suo confin; il gesto 
Non si avanzi di troppo, il fasto improprio 
Nel vestir non deformi 
II carattere altrui; fate che sia 
Esatta ognor l'esecuzion, ma prima. 
Lungi dair adularvi 



393 ROFFI 

Fate che ognor risulti 
Ad eterna memoria, 
Dall'altrui perdonar la vostra Gloria; 
Solo pregio del terreno 
Non è il darne il frutto, o il fiore 
Pregio è pure del calore 
Dell'umore 
È pur mercè. 

Deh sperar ci fate almeno 
Chiaro il Sol, copiosa l'onda. 
Che allor si la pianta abonda 
Più feconda 
Che non è. 

Facevan parte della compagnia quasi tutti attori fioren- 
tini, tranne Pietro Andolfati, primo attore (V.) e Giuseppa Fi- 
neschi prima donna (V.), artisti di molto pregio. Aggiunge il 
Bartoli che non contento di rimaner ristretto nei confini della 
Toscana, il Roffi percorse con grande fortuna la Lombardia, il 
Piemonte e il Genovesato. 

Forse, quando abbandonò la Compagnia Berti per recarsi 
a Firenze, abbandonò anche le scene per diventare esclusiva- 
mente impresario. Infatti un elenco della sua compagnia, senza 
data, ma certo prima assai deir'80, ci dà i seguenti attori: 



SIGNORE 

Anna Roffi 

Maria Zocchi 

Anna Cesari 

Amalia Gattolini-Brunacci, serva 



SIGNORI 

Gaetano Brunacci 
Giuseppe Mancini 
Angiolo Marchioni 
Luigi Lensi 



MASCHERE 

Gaetano Cipriani, Pantalovr 

Baldassarre Bosi, Trastullo 

Nicola Bertoni, tArUcchino e subalterni. 

Roffi Anna. Moglie del precedente, e sorella di Caterina 
Berti (V.), fu attrice egregia per le parti di serva, e talvolta 



ROFFI - ROMAGNESI 393 

anche per quelle di donna seria. Recitò sempre nella compa- 
gnia del marito, ma, a Firenze, neir autunno del 1771, rappre- 
sentando La Vedova Scaltra del Goldoni, nell' atto di porsi il 
zendado alla veneziana, fu colpita d'apoplessia, che la con- 
dusse a morte in capo a poche ore, compianta da tutti e pei 
suoi pregi e per la sua sciagura. 

Rolenzino. È citato dal Marchese Decio Fontanelli in una 
sua lettera del 14 agosto 1691 al Duca di Modena. La Com- 
pagnia del Duca aveva domandato di poter recitare a Verona, 
ove andò poi quella del Duca di Mantova, rifiutata a Milano. 
La Compagnia di Modena allora, profittando del teatro libero, 
si recò a Milano, e vi fece grande incontro. In quello stesso 
anno V Elettore di Baviera aveva licenziato la Compagnia ita- 
liana, e il Fontanelli esorta in questa lettera il Duca a servirsi 
di alcuno di quei soggetti per migliorar la sua compagnia; e ag- 
giunge : < giunto hieri sera da Sassuolo in Modena vi trovai Ro- 
lenzino famoso primo Zane, ho stimato perciò bene di fermarlo à 
disposinone di V. A. 5'^r.'*^...> È la prima volta che ci occorre 
questo nome in tanti documenti veduti. Forse era nome di ma- 
schera? Forse metatesi di Lorenzino? 

Romagnesi Marc' Antonio, ferrarese, era salito in gran 
fama qual Pantalone e capocomico. Pier Maria Cecchini aveva 
proposto con lettera del 1 6 1 2 da Venezia al Duca di Mantova 
di mandarlo a Parigi, ove poi non andò, pei raggiri di Tri- 
stano Martinelli chg vi andò in sua vece il 16 13. Vediam più 
tardi il Romagnesi, il 1616, nella Compagnia de' Confidenti, 
diretta dallo Scala e protetta da Giovanni De Medici, nella 
quale ebbe a Genova un alterco con Battista Austoni, V am- 
ministratore della Compagnia. (V. Neri, Gazzetta letteraria, 
18 maggio '89). 

E sua senza dubbio la traduzione dell' opuscoletto, intito- 
lato : DichiarcUione \ del Re Chr istianissimo \ pubblicata nel Par- 
lamento I nel qual S.M. si ritrovò il giorno \ 18 di gennajo 16J4 \ 

50. — / Comici italiani. Voi. II. 



394 ROMAGNESI 



richiamando il Duca cT Orléans \ Suo fratello \ tradotta dal fran- 
cese I da Marcantonio Romagnesi. - Venetia, 1634. 

Romagnesi . • • • ? Recitava le parti ^Innamorato sotto il 
nome di Orazio; e fu probabilmente figliuolo del precedente. 
Il Moland, non sappiamo con qual fondamento, gli dà il nome 
di Marco. Egli, marito à^^ Aurelia, Brigida Bianchi, si era 
recato con la Compagnia Locatelli a Parigi, ove morì il 1660. Di 
lui fa menzione il Loret nella Muse historique del 3 1 marzo 1659 
col distico seguente : 

Horace, en beau discours fréquent, 
faisoit l'amoureux éloquent. 

Romagnesi Marc' Antonio. Figlio del precedente e di 
Brigida Bianchi, nacque a Roma (o a Venezia : non è ben ac- 
certato) intorno all'anno 1633. Fu educato nel Collegio de- 
mentino di Roma, indi, come sovente s' è visto, trascinato alla 
scena dall'esempio dei parenti, salì subito in alto grido per 
le parti d! Innamorato, sotto nome di Cintio. Non si recò a 
Parigi che del 1660. Aveva sposato a Bologna il 31 marzo 
1653 Elisabetta Giulia Della Chiesa, non comica (in francese 
si firmava De tEglise e in italiano La Gieza)y che gli morì a 
Londra il 1675 ^" ^^^ ^^^ ^^^ viaggi che la Compagnia fece in 
Inghilterra col permesso della Corte di Francia. Il Neri pro- 
penderebbe a crederla figliuola del celebre Dottor Violone, 
Girolamo Chiesa, ma non saprei perchè, non essendosi mai 
trovato il suo nome preceduto da quel Della, che fa, pare a me, 
un diverso casato. 

Troviamo il Romagnesi a Mantova V aprile del '55, come 
da una sua lettera al Duca di Modena del 5, con la quale lo rin- 
grazia dell'invito di recarsi colà a recitare : poi nulla sappiamo 
più fino all'anno 1667, in cui egli apparve sulle scene del Tea- 
tro italiano, sostituendovi il secondo amoroso Valerio Bendi- 
nelli ; indi, abbandonato il primo amoroso Ottavio Costantini 
il teatro nel 1688, e partito per l'Italia, predendone egli il 



ROMAGNESI 



posto. Verso r'8g fu incaricato da Colbert di recarsi in Italia 
a scritturarvi nuovi attori per colmare i vuoti lasciati nella 
Compagnia. A tal proposito scrisse una lettera a Carlo Pevrault, 
controllore della Casa Colbert, chiedendo un passaporto per 
Roma, Venezia, Genova, Ferrara, Bologna, Padova, e una sov- 
venzione in danaro, per 
far fronte alle spese, fa- 
cendo osservare che pel 
viaggio in due sole città, 
Bologna e Venezia, Ot- 
tavio avea sempre avuto 
200 scudi. 

Invecchiato il Lolli, 
Romagnesi, che non era 
più giovine, e a cui non 
più si addicevan le parti 
à! Innamorato (1694), lo 
sostituì nella maschera 
del Dottor Baluardo, nel- 
la quale ci lu tramanda- 
to in effigie dal bulino 
del Manette, un de* più 
benemeriti della storia 
iconografica del nostro 
teatro. 

Soppresso il Teatro 
italiano nel 1697, Roma- 
gnesi naturalizzato francese dal 1685, ufficiale del Re, e am- 
ministratore della Compagnia italiana insieme ad Angelo Lolli, 
abbandonò le scene, e morì a Parigi in via S. Dionigi il 29 ot- 
tobre 1706. Fu sepolto nella chiesa di S. Lorenzo alla presenza 
dei figli Carlo e Augusto Alessandro. 

Marc' Antonio Romagnesi fu poeta e non de' peggiori, e 
pubblicò pei torchi di Langlois a Parigi il 1673 le sue rime, 
eh' ei volle consecraie alt immortai nome di Luigi XIV Re di Fran- 




Mr le X>octezrr3aioiiard. 



396 ROMAGNESI 

eia e di Navarro. Esse si dividono in Eroiche. Amorose. Morali 
e Varie. II Bartoli riferisce l'ode indirizzata a sua madre, e la 
risposta di questa. Ma come saggio del suo stile ve n' ha ben 
altre che mi pajon di gran lunga migliori. 

Oltre a queste una ne pubblicò il Cotolendì nel suo Livre 
sans nom (Paris, Brunet, M. DC. XCV), Al proprio Genio, pre- 
mettendole alcune parole d'iperbolica lode per tutta l'opera 
poetica di Cintio. 

L'ode comincia: 

Fiamma de l'intelletto, 

mobil del mìo voler, moto dell'alma, 

colmo d'estro, e dispetto, 

a te periurbator della mìa calma, 

parlo, o mio Genio insano : a te che sei, 

forsennata cagion de' torti miei. 

La notizia, citata dal Bartoli, che il Romagnesi, andato a 
Mantova, trovasse una sua casa sequestrata, e supplicasse Ìl 
Duca della liberazione, che poi ottenne, troviamo nel seguente 
sonetto che non mi par de' peggiori: 

Signor, giacché più tetto non m'avanza, 

e più casa non ho su 't mantovano, 

non vi sdegnate che col scettro in mano, 

mentre casa non ho, faccia una stanza. 
Molte n'ho fatte, è vero, in varia istanza 

a Vostra Ahezza, mio Padron sovrano; 

e pur con tante stanze essendo al piano, 

di star allo scoperto ho per usanza. 
La Camera ducal se l'ha investita; 

e pur ell'è come campagna rasa, 

o nuda più che cella d'eremita. 
Ma s'a la vostra Camera è rimasa, 

date ordine mi sia restituita; 

che non può entrare in Camera una casa. 

Degne di certo interesse a chi fosse dotato di molta pa- 
zienza, sono alcune poesie nelle quali egli dà la spiegazione 



ROMAGNESI 




De la Ctrtnedie Jtalienne ^ d^n^ san 



dell'oroscopo. Analizzando e raffrontando, si potrebbe forse 
venire alla soluzione di altri, sparsi in quest'opera. Limitiamoci 



398 ROMAGNESI 



a dar qui, come saggio, la interpretazione di quello concernente 
il natale di Angelo LoUi : 

A te Febo dà vita: e mortai fine 
nell' undecimo lustro indi t'offende; 
e di Mercurio in dignità t'intende 
de la Terra a tracciar vario confine. 

Giove in Terza l'amor par che t'indine 
De i Sacri; e col Sestile a Cintia apprende 
favor donnesco: e Citerea difende 
di morte ria da subite ruine. 

Empi Amici additar Marte qui vuole, 
Sterilità Saturno, e prigionia, 
Benché Delia feminea unica prole. 

Gli Angoli Orizzontali han Stella ria, 
turban la prima età, poi Giove suole 
cadente tranquillar l'aura natia. 

E il sonetto mi pare ancor più sibillino dell'oroscopo, il 
quale, nondimeno, ci dice, e qui non corron dubbi, la data della 
nascita di A. LoUi, che è il 28 agosto del 1630 (non 1622, come 
s'è ritenuto fin qui erroneamente), a ore 18 e 24 minuti. 

Il Romagnesi fu veramente lodato da chiari ingegni del 
suo tempo, e ha versi diretti all'Abati e a Salvator Rosa. Ai 
nomi di Costantini Giovan Battista e Gherardi Evaristo sono 
accennate alcune querele e dispute ch'egli ebbe, per le quali 
si ricorse perfino alle vie di fatto con la spada alla mano. 

Dei cinque figliuoli, Agostino Alessandro, Ippolito, Gae- 
tano, Girolamo Alessandro, Carlo Virgilio, due soli si fecero 
comici: Gaetano e Carlo Virgilio. 

Agostino fu educato alle armi, e sappiamo da un sonetto 
del padre eh' egli militò ancor giovine contro i turchi in Polo- 
nia. Era cavaliere dello speron d' oro, e fu nominato dal Duca 
di Mantova conte Boba. 

Ippolito studiò pittura sotto la scuola del famosissimo Do- 
menico Maria Canuti, e finì Provinciale dei domenicani a Roma. 

Girolamo, interdetto per demenza, morì a Charenton. 



ROMAGNESI 399 

Romag^esi Gaetano. Figlio del precedente. Dì lui sap- 
piamo soltanto che fu comico, e che uscito di Francia nel 1 697, 
al tempo della soppressione della Comedìa italiana, dopo di 
aver recitato in Fiandra e nei Paesi Bassi, morì a Bruxelles 
il 26 ottobre del 1 700. Aveva sposato, morta sua madre. Maria 
Anna Richard (da cui ebbe un unico figlio, Gìovan Antonio) la 
quale, rimasta vedova, passò a seconde nozze col signor Duret 
Hreur d'ordì Lione, che poi si fece comico. Nella divisione dei 
beni di Marc'Antonio Romagnesi, il Duret prende la qualità 
di avvocato in Parlamento. 



Romagnesi di Belmont Carlo Virgilio, fratello del pre- 
cedente. Ufficiale del Re, nato a Parigi il 7 maggio del 1670, fu 
inviato in educazione a Roma, d'onde 
si restituì in patria dopo tre anni di 
dissipazioni, col fermo proposito di 
calcar le scene. Esordì all'antico tea- 
tro italiano sotto il nome di Leandro. 
il 24 agosto 1694, nella Comedìa Le 
depart des Comediens. e fu applauditis- 
simo. « Aveva - dicono i fratelli Par- 
fait - una bellissima figura, e delle at- 
titudini singolarissime per la scena. » 
Dopo un anno fu ricevuto a parte 
intiera, insieme al fratello Gaetano. 
Chiusa la Comedia italiana nel '97, 
Leandro si scritturò col Pascariello 
Tortoriti, e scorse parte della Fran- 
cia, recandosi poi in Lorena. Tornò 
a Parigi al finire del 1707, e vi sposò 
il 6 gennajo i 708 Elisabetta Costan- 
tini figlia di Giovan Battista, Ottavio, Tornò a recitare in Pro- 
vincia; e finalmente, accasciato dai malanni, fé' l'ultimo ritorno 
a Parigi verso il 1725, trascinandovi una vita di languore e di 
stento, fino al 9 marzo 1731, giorno della sua morte. Nominò 




400 ROMAGNE5I 

con testamento del precedente 24 febbrajo legatario univer- 
sale il nipote Giovanni Antonio, ed esecutrice testamentaria la 
moglie Elisabetta. Ebbe due figliuoli gemelli, morti lo stesso 
giorno della nascita, e sepolti insieme il 13 luglio del 1708. 

Romagnesi Giovanni Antonio. Figlio di Gaetano e di 
Anna Richard, nacque a Namur Ìl 1690. Mortogli Ìl padre 
nel '700, e rimaritatasi la madre coU'avvocato Duret, egli ebbe 
da entrambi tali maltrattamenti, che, sebbene avesse g^à esor- 
dito a quindici anni con buon successo nella compagnia ma- 
terna, si trovò costretto a prendere il servizio militare, arruo- 
landosi con un tal Capitano, dal quale non ebbe trattamento 
migliore, nonostante Ìl dono che gli fece d'un piccolo orologio, 
che era tutto quanto ei possedeva. Venuto alla disperazione, 
risolse di disertare; ed essendo il suo reggimento non lungi 
dalla Savoja, si rifugiò sulle terre del Re di Sardegna. Ma non 
andò molto ch'egli ebbe a pentirsi di tal passo; e avvicinatosi 
alla Francia per le montagne della Svizzera, scrisse al celebre 
attore Quinault, che allora recitava a Strasburgo, esponen- 
dogli il suo triste stato, e chiedendogli soccorso. Quinault ri- 
spose, dandogli convegno a Basilea, dove sarebbe andato fra 
giorni. Alle porte della città, ÌI povero ramingo dovette fer- 
marsi, che non era permesso l' entrata a chi veniva dalla Sa- 
voja, senza un chiaro esame sul suo nome, sul suo stato, sui 
suoi disegni. Come fare? Visto un ragazzetto che guardava un 
branco di porci, mediante qualche po' dì danaro e qualche pa- 
rola minacciosa, ottenne di sostituirlo: e trovandosi assai male 
in arnese, gli fu agevole ingannare le guardie, ed entrare in 
città, dove avrebbe trovato il suo liberatore. Ma il corriere dì 
Strasburgo non sarebbe giunto che il dì dopo. Come fare? Lo 
sciagurato giovane si rivolse a un piccolo albergo presso la 
Posta, e domandò da mangiare e da dormire : ma la pallidezza 
del volto e la povertà del vestire fecer pretendere alla padrona 
il pagamento anticipato. Fortunatamente un fornajo presente 
alla scena si fece mallevadore, e Romagnesi potè riaversi del 



ROMAGNESI 401 



lungo cammino, e dei disagi patiti. Il domani una lettera di 
Quinault gli annunziò il suo arrivo, e infatti alle quattro del 
giorno stesso egli fu in Basilea, e rivolse le sue prime cure 
all'abbigliamento del suo nuovo compagno d'arte, che, con- 
dotto subito a Strasburgo, vi esordì in capo a qualche giorno 
con molto successo. 

Pubblicata V amnistia, e cessata ogni inquietudine per la 
diserzione, il Romagnesi restò due anni con Quinault, poi si 
scritturò con Giovan Battista Costantini, Ottavio, che aveva 
compagnia a Parigi nelle fiere di San Germano e di San Lo- 
renzo, col titolo di Opera Comica, ed esordì a quel tempo come 
autore con la Comedia in prosa e musica in tre atti : Arlequin 
au Sabat, rappresentata alla fiera di San Lorenzo del 1716 con 
grandissimo successo. Alla fine dello stesso anno, Costantini 
abbandonò la impresa, e Romagnesi passò in una Compagnia 
di Marsiglia fino al 17 18, anno in cui fu di ritorno a Parigi, 
esordendo il 4 di luglio al Teatro francese con la parte di Ra- 
damisto nel Radamisto e Zenobia. Ma il successo non essendo 
stato qual era da sperare, dopo non molte recite, egli fu ancora 
in Provincia, a Bordeaux, a Bruxelles, a Cambrai, donde resti- 
tuitosi a Parigi, fu accolto nella Compagnia dei Nuovi Comici 
italiani. Il Mercurio di Francia così annunziava il suo esordire : 

Il (venerdì) 13 aprile (1725) il signor Romagnesi, nuovo attore e 
nipote di Cintio, comico famoso dell'antica Compagnia italiana, si pre- 
sentò per la prima volta nella Comedia La Surprise de l'Amour (di Ma- 
rivaux), e vi recitò la parte di Lelio con molta intelligenza. Fu ancor più 
ammirato nelle altre parti che recitò di poi. 

Poco tempo dopo, fu ricevuto in compagnia con tre quarti 
di parte. 

Il maggio del 1742, si recò a recitare a Fontainebleau 
davanti alla Corte, nonostante alcuna indisposizione, ch'egli 
aveva avuta, e ritenuta passeggiera, sul finire dell'aprile; ma l'ii 
di maggio, cólto da male improvviso, mentre passeggiava nelle 
foreste, potè appena metter piede in casa, ove, caduto a terra 
privo di sensi, morì in poche ore tra le braccia della zia Belmont. 

51. — / Comici Haliani. Voi. II. 



402 ROMAGNESI 



Negatagli il Curato di Fontainebleau la sepoltura, si de- 
liberò d'inviare il suo corpo, chiuso in un cassone, a Parigi, 
ove fu sepolto nella chiesa del Salvatore il 1 3 maggio. 

€ Alto e ben fatto, - dice il Dizionario dei teatri, — egli 
aveva la voce un po' sorda, e sembrava patir gran pena, allor- 
ché aveva da dire un brano un po' lungo. Fuori di ciò egli era 
attore egregio in ogni genere di parti, eccellente in quelle di 
ubbriaco e di svizzero. > 

Molte sono le opere eh' egli diede al teatro, vuoi solo vuoi 
in società con Davesnes, Niveau, Laffichard, Dominique, Ric- 
coboni figlio, ecc. ; ma quella che par gli desse maggior grido 
fu una traduzione, o meglio, una trascrizione in versi francesi 
del Sansone, tragedia italiana in prosa di Luigi Riccoboni, che 
l'aveva recitata con grande successo la prima volta il 28 feb- 
brajo 17 17, sostenendovi la parte principale. 

La prima rappresentazione del Sansone francese ebbe 
luogo il 18 febbrajo 1730, e Romagnesi vi ottenne un successo 
enorme, secondo che attesta Matteo Marais nel suo diario, alla 
data del 5 marzo 1730, che dice: 

« Agl'italiani hanno un lavoro che fa gran chiasso. È una 
traduzione fatta da Romagnesi in versi francesi del Sansone ita- 
liano. Egli lo declama meravigliosamente, magli altri fan pena.> 

Molte delle sue opere si trovano sparse nelle varie rac- 
colte del Thédtre italien e delle Parodies du Théàtre italien. Ma 
di quelle eh' ebber maggiore successo fu fatta dalla Vedova 
Duchesne (M.DCC.LXXII) una bellissima edizione in due vo- 
lumi in-8°, che comprende Sanson, Le petit Maistre amour eux. 
Le Frère ingrat. La Feinte inutile, Les Gaulois, La Fille arbitre, 
L'Amant Prothée, Le Superstiti eux, Pigmalion. 

I molti pregi di alcune sue parodie dettarono i seguenti 
versi : 

Comédien sensé, parodiste plaisant, 
en traits fìns et légers Romagnesi fertile 
couvrit les plais auteurs d'un ridicule utile; 
qu'on doit le regrettcr dans le siècle présent. 



ROMAGNOLI 403 



Romagnoli Gaetano. Buon Arlecchino e capocomico me- 
diocre, fu molti anni colla moglie e il cognato Filippo Nicolini 
nella Compagnia di Nicola Petrioli, fuggito il quale egli ne 
prese le redini per alcun tempo. Ma pare che questa nel 1776 
si sciogliesse avanti la fine dell'anno, ed egli si scritturasse 
assieme alla famiglia con Alessandro Gnochis pel carnovale di 
quell'anno a Genova, dove morì ai primi di gennajo. Di lui dice 
Fr. Bartoli che < piacque la sua maniera di recitare lepida ed 
arguta, e per sapere a tempo cogliere l'occasione di motteg- 
giare co' frizzi spiritosi e faceti. > 

Romagnoli Barbara. Moglie del precedente, e sorella di 
Filippo Nicolini, fu da prima nella Compagnia del rinomato 
Carlo Veronesi, sotto gl'insegnamenti del quale potè divenir 
comica egregia. Sposatasi al Romagnoli diventò la prima donna 
della ^ua compagnia; e rimaista vedova in quella di A. Gno- 
chis, si scritturò con altra, e morì nell'estate del '76 nella Val- 
tellina a circa cinquant'anni. 

Romagnoli Antonio. Figlio dei precedenti, nato il 1750, 
fu ottimo artista sotto la maschera di Brighella. Trovavasi 
nel '76 in Compagnia Veronesi, quando gli morirono i geni- 
tori. Sposò l"8o una figlia di artieri di Lodi, per nome Anna, 
la quale cominciò a recitar da serva (e tale la vediamo il 1781, 
col marito Brighella nella Compagnia di un Carlo Rebecchi, 
forse fratello di Margherita (V.)), e in soli due anni diventò 
un' egregia /W;«a donna giovine . Scritturati entrambi in compa- 
gnia Battaglia, vi ebbero, specialmente a Venezia, le più fe- 
stose accoglienze. Furon poi con Petronio Zanerini, alla cui 
scuòla ella salì al grado di prima donna assoluta, e finalmente 
formaron essi compagnia, che durò fino al 1802, anno della 
morte della moglie. Continuò egli a recitare scritturato in com- 
pagnie di ordine vario, finché, divenuto il figlio Luigi primo 
amoroso della Compagnia Perotti, carico d'anni, si ritirò dalla 
scena. 



404 ROMAGNOLI 



Romagnoli Luigi. Figlio del precedente, cominciò a reci- 
tar gli amorosi nella compagnia di suo padre, passando poscia 
in quella di Francesco Perotti, nella quale salì, dopo un anno, 
al grado di primo amoroso assoluto, dopo la scelta di Armando 
Subbotici. Innamoratosi della seconda amorosa della Compa- 
gnia, Rosa Pasini, la tolse in moglie, e con essa vi restò alcuni 
anni, per passar poi il 182 1 in quella Reale Sarda, al momento 
della sua formazione, primo attore a vicenda con Domenico Ri- 
ghetti. Ne uscì il 23 per andar con Goldoni e Riva, e formar 
poscia una società con Augusto Bon e Francesco Berlaffa, sov- 
venuta per due stagioni dal Duca di Modena, che durò fino 
ar32. Passò poi primo attore ^ padre con Romualdo Mascherpa, 
e ridiventò in vario tempo e con varia fortuna capocomico, ora 
solo, ora in società. Morì a Milano il 23 dicembre del'ss ^^1" 
Tetà di sessantasei anni. Molte furon le lodi a lui tributate come 
uomo e come artista, e Augusto Bon Tebbe in tal considera- 
zione che scrisse per lui // Sospettoso^ il Conte nel Niente di male, 
V Importuno n^ Importuno e il distratto. Recitò assai bene il re- 
pertorio goldoniano sì in dialetto, sì in italiano; e specialmente 
L! uomo di mondo. 

Romagnoli Rosa, nata Pasini, è stata una delle più celebri 
servette del nostro teatro di prosa. Nata il 1800, esordì gio- 
vinetta in Compagnia Perotti, ove sposò il Romagnoli. In essa, 
staccatasi dal marito, tornò il '30; e vi restò, attrice incompa- 
rabile, fino al '53, anno in cui ella abbandonò il teatro. 

Nella interpretazione del repertorio goldoniano non ebbe 
rivali, e ogni più piccola parte acquistava con lei grande im- 
portanza. 

Bella di volto e di persona, dalla voce metallica, dagli 
occhi espressivi, attraeva a sé ogni specie di spettatori al suo 
primo apparir su la scena. 

Degl' inni di lode alzati alla diletta artista scelgo le parole 
di Francesco Righetti, attore egregio, critico acuto, e già com- 
pagno d'arte della Romagnoli {Teatro ital., II, 153): 



ROMAGNOLI 



405 



Il personaggio di servetta era semispento nelle Compagnie comiche, 
e colla morte della celebre Maddalena Gallina, che mirabilmente lo rap- 
presentava, e per il nuovo 
genere introdottosi in Italia 
di commedie, in cui il rìdi- 
colo entra appena di furto, e 
per l'abbandono della Com- 
media goldoniana. 

Riapene le porte della 
scena al nostro Goldoni an- 
che alcuni moderni scrittori 
presero ad imitarlo, ed il per- 
sonaggio della servetta tornò 
ad essere imponante, e ne- 
cessario ; ma non si trovava 
più chi sapesse con disinvol- 
tura, con brio, con grazia, e 
colla necessaria finezza rap- 
presentarlo. Finalmente la si- 
gnora Rosina Ronnagnolì, già 
in questo carattere iniziala 
nella Compagnia Perotti, 
spiegò tutro il suo valore 
nella Compagnia drammatica 
di SS. R. M. Sarda, ed invero 
fu non lieve perdita per la 
suddetta Compagnia l'allon- 
tanamento di sì graziosa at- 
trice, che ben a ragione è 
cotanto acclamata, ed amata 
dal pubblico. Snella delia per- 
sona, non grande, non pic- 
cola, occhio vivo e malizio- 
setto, volto pieno d'anima, 

voce sonora, un abbandono spontaneo di espressione, e di movimento, for- 
mavano in lei un insieme, che non poteva a meno di alleture gli spettatori. 

E più oltre: 

Il primo merito d' una servetta è aver brio, vivacità, e soprattutto 
buona grazia. La grazia sta nel contegno, negli atteggiamenti, nella na- 
turalezza, nella disinvoltura, nella semplicità, nella perfetta armonia, e nel- 




4o6 ROMAGNOLI 

r intero sgombramcnto di tutto ciò che è superfluo, od incomodo : il 
linguaggio della servetta deve essere franco, e talvolu ardito; ma in ge- 
nerale il modo di dire delle nostre servette è tutto pieno di tanti fìori 
già appassiti nel loro nascere, come quelli che hanno sulla loro gonnella. 
Tutte le suaccennate qualità le scorgiamo noi nelle nostre servette? 
Ove si eccettui la commendata signora Rosina Romagnoli, che se non 
di tutte, almeno di una buona porzione n' ha fetto tesoro, dubito che 
altre si possano ritrovare. 

Recitò la prima in Italia Le prime armi di Ric/ielieu. ed 
// Birichino di Parigi. Morì a Torino il 14 novembre 1 886, la- 
sciando una figlia, Enrichetta, sposa a Eugenio Casilini. 



Romagnoli Carlo. Figlio dei precedenti, esordì secondo 
amoroso nella Compagnia Mascherpa, passando poi primo attor 
giovine in quella De-Rossi, col qual ruolo formò prima società 
con Achille Dondini, poi fu scrittu- 
rato dal fratello di lui Cesare, da 
Adamo Alberti pei FioreniìfU di Na- 
poli {1858-59-60), da Luigi Dome- 
niconi pel seguente triennio ; ma, 
sciolta il Domeniconi la Compa- 
gnia nell'agosto dell' ultìm' anno a 
Viterbo, egli formò società per con- 
durla al termine dell'anno comico; 
continuandola poi col Colombertì 
fino a tutto il carnovale '65. Fu di 
nuovo a Napoli con l'Alberti, e di 
nuovo capocomico in società con la 
Pezzana e Privato pel triennio '68-'6g'-7o. Passato al ruolo di 
generico primario, fu prima in società con altri per vani anni, 
poi, scritturato da Tommaso Salvini, andò in Inghilterra con 
la figlia Amelia prima attrice giovine. 

Mori dell' 8 2 a Torino in una casa di salute. 
Così scrisse di lui il Tirascene (G. Costetti) nel Bersagliere 
di Roma : 




ROMAGNOLI - RONCORONI 407 

Carlo Romagnoli tenne meritamente uno dei primi posti fra i nostri 
attori. Aveva bella voce, prestante la persona; mani e piedi aristocrati- 
camente piccini, del che si teneva moltissimo. Recitò vero, e sdegnò l'ap- 
plauso del volgo, se bene sapesse tutte le malizie e avesse tutti i mezzi 
per procacciarselo a suo talento. 

Roncagli Silvia, bergamasca, recitava nella famosa Com- 
pagnia dei Gelosi, magnificata da Francesco Andreini (V.) nel 
Rag. XIV delle Bravure, le parti di serva col nome di Frati- 
cischina, e quelle — aggiunge il Sand (pp. cit.) — di travestimento 
col nome di Lesbino. Nel Finto Negromante dello Scala (V. op. cit.) 
ella si traveste adi Mercurio; nel Ritratto fra i personaggi è 
Lessino paggio, poi Silvia milanese; nel resto ella è quasi sem- 

« 

pre serva, talvolta ostessa, o moglie di burattino, Fr. Bartoli, non 
so la fonte di tal notizia, dice che del 1580 la Roncagli era 
nel fiore della sua giovinezza. 

Roncoroni Luigi, nato il 1856 a Milano, fu avviato dal 
padre alla carriera militare. Fuggito a diciott' anni dall'Acca- 
demia di San Luca, entrò in una Compagnia d'infimo ordine, 
qual suggeritore, cominciando a recitare in quella italiana, for- 
mata dal celebre attor dialettale Toselli (V.). Scritturato da 
Bellotti-Bon (V.), quando questi si suicidò, formò compagnia 
con alcuni superstiti della catastrofe. Si recò all'Argentina 
con Emanuel (V.), e di qui cominciò la sua fortuna ; che, avuto 
un grande e schietto successo, trovò modo di formar da solo 
una compagnia che condusse poi in ogni parte dell'America 
del Sud con ottima riuscita artistica e finanziaria. Un disastro 
bancario gli tolse tutto, ed egli dovette ricorrere a ogni mezzo 
per campar la vita, passando dal maestro di scuola al pittore, 
dall'impiegato al cantante di operette. Impadronitosi della 
lingua, si scritturò primo attore in una Compagnia spagnuola, 
e n'ebbe onori e denaro. Oggi percorre, capocomico festeggia- 
tissimo, l'Avana e il Messico ove rimarrà fino al gennaio 1 903 ; 
per tornarsene dipoi in Italia, col proposito di riprender nella 
lingua patria l' antico ruolo di brillante. 



408 RONZONI - ROSA 



Ronzoni Antonia. Figlia di Luigi, detto il Gobbo, rammen- 
tatore, fu prima attrice di buon nome, poi capocomica sul finire 
del secolo xviii e nel primo ventennio del secolo xix. La ve- 
diamo r autunno del 1 795 al San Cassiano di Venezia, impresa- 
ria Marta Coleoni, e il 181 3 nella Compagnia di Luigi Parrini, 
nella quale, il 1° maggio, invitò con versi sdruccioli il pubblico 
lucchese alla rappresentazione di suo beneficio, che fu Ferdi- 
nando II Granduca di Toscana alla Villeggiatura di Pratolino 
con Francesco Fagiuoli buffone di Corte. Coir avanzar degli anni 
si diede al ruolo di madre. 

Rosa Rinaldo. Sosteneva le parti di Pantalone nella Compa- 
gnia del Duca di Modena. Al governatore Gaudio Ricci fu dato 
Taprile del 1697 l'ordine ducale di arrestarlo, non è detto per 
qual motivo, in un con Giuseppe Sontra, Flaminio, quando fos- 
sero passati pel Po, diretti da Ferrara a Cremona; ordine che il 
Ricci annunzia da Brescello in data del 2 1 , di avere passato al 
Capitano del Brigantino. 

Rosa Pietro. Veneziano, fu prima fattore di nobile fami- 
glia di Venezia, poi mostrate chiare attitudini a sostener la Ma- 
schera del Pantalone^ si scritturò a quel Teatro di San Ltua, 
per sostituirvi il Rubini (V.). Fu artista di molto pregio, e Gol- 
doni scrisse per lui il Tomio nel Torquato Tasso. Mise in iscena 
il 1765 una sua commedia, parte scritta, parte a soggetto, in- 
titolata: Chi la fa t aspetta, ossia I due fratelli veneziani perse- 
guitati dalla calunnia e resi felici dalla magia, che « travagliata — 
dice Fr. Bartoli - con molto spirito, apportò del profitto alla 
comica Compagnia. > Uscito dal San Luca, si fece capocomico 
e passò in Terra ferma con Giustina Cavalieri e Vincenzo Bu- 
gani, percorrendo poi, quand'essi tornarono a Venezia con 
la Battaglia, il Tirolo e la Dalmazia. Diventò poi conduttore 
d'opere in musica, ma con poca fortuna; che il '79, s'incendiò il 
Teatro di Gorizia, del quale egli aveva l'impresa. Passò quindi 
nella Compagnia Pizzamiglio, recitandovi di nuovo sotto la 
maschera del Pantalone coli' antico successo. 



ROSA 409 

Rosa Caterina. Figlia del precedente e moglie di Carlo 
Serramondi, Innamorato di buon nome, che dopo due mesi di 
vedovanza passò a seconde nozze con una figlia di Marco Fiorio 
veronese, fu educata dal padre nell'arte scenica, in cui divenne 
pregiata artista per le parti di serva. Dopo di aver recitato la 
primavera del 1779 in Genova, recavasi col marito a Verona, 
scritturati da Maddalena Battaglia, quando, presso Voghera, 
datisi i cavalli del legno alla fuga, ella vinta dalla paura, balzò 
a terra, fratturandosi una gamba, e lasciando quivi dopo alcuni 
giorni la vita. Il pietoso accidente ispirò a Fr. Bartoli, allora 
a Verona, un sonetto, andato perduto, e altro, abbastanza in- 
sulso, a certo Carlo Fidanza romano, rammentatore della Com- 
pagnia Battaglia, che il Bartoli riferisce. 

In una lettera del 1764 da Parigi a Stefano Sciugliaga, il 
Goldoni, alludendo alla distribuzione delle tre Zelinde, e pre- 
cisamente a Tonnina, la cameriera di Barbara, dice che se la 
CatroUi non volesse fare la seconda serva che è nella seconda 
e nella terza commedia, < si potrebbe far supplire ad una bal- 
lerina, o alla figlia della signora Rosa. > 

Rosa Angelo, veneziano, fu un egregio artista per le parti 
di primo amoroso, e un egregio capocomico, ora solo, ora in 
società. Lo vediamo il 1820 con Daniele Alberti, e il '21 con 
Belloni, prima attrice la moglie Gaetana. Di lui, allora, in en- 
trambe le compagnie le Varietà teatrali inserirono poche parole 
di lode, dicendo < ch'ebbe il vantaggio di crearsi un metodo 
di recitare suo proprio, che piace e lo rende ben accetto presso 
il pubblico. > 

Fu con la famiglia nella Compagnia Reale Sarda, dal '24 
a tutto il '31. 

Rosa Gaetana. Moglie del precedente, figlia di Innocente 
e Giovanna De Cesari, comici, e nipote della celebre Bazzi, fu 
egregia prima attrice, poi madre e caratteristica. Di lei, quan- 
di era in Compagnia Belloni, le Varietà teatrali disser parole di 

52. - / Comici italiani. Voi. II. 



lode. Fu anche traduttrice delle migliori produzioni francesi 
del suo tempo, e di esse si valse pel suo repertorio la Compa- 
gnia Reale Sarda. Del '46 la vediamo madre e direttrice della 
Compagnia dì Balduini, suo nipote, assieme ai figli Gìovannina 
e Salvatore; del '47 madre della Compagnia dalmata, diretta 
da Luigi Capodaglio, con la figlia ed il genero; e del '57, vec- 
chia, a Ivrea con la Santoni. Del '59 ella scriveva da Ancona 
a Righetti a Torino, di aver trovato un onorato asilo in Ascoli, 
direttrice d'una Società filodrammatica, ma che sarebbe stata 
troppa fortuna per lei: e infatti la Società si sciolse.... 



Rosa Gìovannina. Figlia dei precedenti, fu una ottima 
prima attrice per le commedie goldoniane e le sentimentali del 
teatro francese, che al suo tempo inondavan le scene, tradotte 
dalla madre Gaetana. 
Anche sostenne con 
molto plauso la trage- 
dia e l'alto dramma; e 
una bella litografia in 
foglio del Doyen di To- 
rino (i 840) la raffigura 
in costume di Pia; ma 
per la piccolezza della 
statura, a lei certe parti 
eroiche non si conveni- 
vano. L'anno comico 
'57-'58 fu scritturata 
col marito Federico 
Bianchi, caratterista e 
promiscuo, nella Com- 
pagnia torinese, appen- 
dice della Reale Sarda, 
sotto la direzione di Gustavo Modena, per parti di seconda donna, 
madri serie e comiche, ed altre di generica primaria, con l'annuo 
stipendio (in coppia) di lire 5400, più due mezze serate. Datasi 




giovinetta alle fatiche di un ruolo primario, morì nel '583 To- 
rino, logorata dàlia tisi, non ancor cinquantenne. 

Rosa Salvatore. Fratello della precedente, fu brillante 
egregio ed egregio caratlerista. Comìncio a recitar bambino 
colla famiglia, e giovinetto so- 
steneva già parti d' importan- 
za, promettendo assai bene del 
suo avvenire artistico. Col soc- 
corso degli elenchi, ho potuto 
ricostruire almeno in parte il 
suo stato di servizio. Brillante 
e capocomico il 1845-46 in So- 
cietà con Balduini; id. il '48 
con Lipparini; brillante il '53 
con la Sadowski e Astolfi; id. 
il '56 con Zamarini e soci; id. 
il '58 con Robotti; id. il '69 
con Ernesto Rossi ; caratteri- 
sta il '71 con Peracchi; id. e 
copocomico il '72 in Società 
con Casilini e Biagi; caratte- 
rista il '76-'77-'78 con Ali- 
prandi; id. r'83 con Cremonesi, quand'egli recitava al Coco- 
mero di Firenze. 

Del '46, Enrico Montazio, non sospetto certo di tenerezza 
verso i comici, così scrisse di lui nella Rivista: 

S*lv>lor Rou ha lopra il Vergiuno (recilav* questi >1 Nuova io Compagnia Pez- 
zuu) il vanUegio della voce, della pertona, della eU; ambedae amano l'arie non da 
iitrìom, ma da artitti ; ambedae pongono pari amore alle piccole parti, che a quella prin- 
cipale e di protagoniita; e da ciò, ■ parer mio, ri diitiogue topratutto l'artiita ragione- 
vole e tenero, più che d'un trionfo a carico de' tuoi compagni, della totale nascita di 
tin'aiione drammatica. Sennonchi il Rosa gettasi pel campo dell'arte con tutto l'impelo 
giovanile, e talvolta per troppo amore di &re, itrafli; mentre Vergnano (V.). 

L'incalzar degli anni accennava pur troppo a privarlo 
della vista, sì che dovette abbandonar l'arte, povero: e anche 




ROSA - ROSASPINA 



Oggi vive, cieco e vecchio, a Forlì, soccorso di quajido in quando 
dai pietosi compagni d'arte. 

Rosaspina Carlo. Figlio di Cesare, che fu buon patriotto. 

mediocre attore e nipote del celebre incisore omonimo, nacque 
a Vercelli il 1854. 

Recitava col padre nella Compagnia del Meneghino De 
Velo, a Pisa, quando, sentito dall'artista Gaspare Lavaggi, fu 




Cesare RosaEpina. 



Catlo Rosaspina. 



da lui scritturato primo attor Rovine. Dopo un triennio passò 
nella Compagnia di Adelaide Tessero, in cui stette cinque anni, 
poi in quelle di Anna Pedretti e di Alamanno Morelli. Salì al 
grado di primo attore assoluto in Compagnia Favi, intitolata 
al nome di Bellotti-Bon, e tale si mantenne fino a oggi or con 
Cesare Rossi, or con la Duse, or con Luigi Rasi. Fu anche, 
un anno, capocomico, ma con poca fortuna. Carlo Rosaspina 
è artista dì singolare intuizione; e, quando voglia, sa dar 
vita a caratteri vari con giustezza di colorito, e con misura. 
Fu lungo tempo, ed è tuttavia, buon compagno dì Eleonora 
Duse, a fìanco della quale si fa specialmente apprezzare dai 



ROSASPINA - ROSSI 413 

vari pubblici nostri e forastieri, sì neW Armando della Signora 
dcUle Camelie, sì nel Claudio della Moglie di Claudio, e nelF Obrey 
della Seconda Signora Tanqueray, e in altro. Nel ^99, in Com- 
pagnia Rasi, creò fra tante al Filodrammatico di Milano, la 
parte di Henschel nel Vetturale Henschel di Gherardo Haupt- 
mann, ottenendovi uno schietto e clamoroso trionfo per la 
grande vigoria, non discompagnata dalla più grande sem- 
plicità. 

Al punto in cui scrivo, egli è additato come uno de' più 
forti sostenitori, se non il più forte dopo la Duse, della nuova 
tragedia d'annunziana Francesca da Rimini, nella quale incarna 
con molta efficacia e molta sobrietà il carattere di Gianciotto. 

Rossi Bartolomeo. Comico veronese del secolo xvi, reci- 
tava gV Innamorati sotto nome di Orazio, e trovavasi a Parigi 
il 1 584, nel quale anno pubblicò pei tipi di AbelFAngelliero, una 
pastorale. Fiammella, che dedicò alt illustrissimo et eccellentissimo 
Principe, il signor Duca di Giojosa. Dall' avvertimento ai lettori 
si sa che, stampati i primi due o tre fogli, l'autore cadde gra- 
vemente infermo, e non potè curar l'edizione, riuscita da molte 
parti lacerata da grandissimi errori, che l' autore indica nell' ul- 
tima pagina. S'apre l'operetta con un sonetto francese di Fran- 
<;ois de Beroalde au Seigneur Bartelemi Rossi Veronois sur sa 
Pastorale, e si chiude coi due seguenti d'incerto autore: 

AL SIGNOR BARTOLOMEO ROSSI 

COMICO DIGNISSIMO 

Rosso, vero Theatro e Tempio e Choro, 
doue canta, risplende, et doue siede 
quella virtù, quel valor, quella fede, 
con che andate facendo il secol d'oro. 

Humili inchinai! voi tutti coloro, 
nei quali spirto di ragion si vede; 
et chi più v'alza al Ciel, chi più vi cede, 
più di ciò che far dee sema il decoro. 



414 ROSSI 

Perchè non sol di Tullio organo sete, 
d'Homero cetra, et di Parnaso ingegno, 
fiato alla Fama, e ricordanza a Lethe; 

ma d'hoggi il di non tien più egregio ingegno 
di voi; che al Ciel e agl'hoomini vivete 
non men d'honor, che di salute degno. 



AL MEDESMO 

Oratio, grazia di quel certo ingegno 
che torre il Cielo a sé medesmo sole, 
per darlo in sorte a chi più potè, e vole 
dei miracoli suoi mostrar gran segno. 

Fra i primi del poetico disegno 
sapete accomodar le linee sole, 
et col venusto stil de le parole, 
colorir vivo ogni concetto degno. 

La Maestà del compor vostro altero, 

lodando il mondo, in suon chiaro, et profondo, 
acquista fede al mio giuditio intero. 

Primo a sé stesso, a nuli' altro secondo, 
fia '1 vostro spirto, et ciò tener per vero, 
è uffitio et degl'huomini, et del mondo. 

Da questi quattro personaggi, così descritti : 

Fiammella, ninfa^ innamorata di Montano, 

Ardelia, ninfa^ compagna di Fiammella^ innamorata di Titiro, 

TiTiRO, pastore^ innamorato di Fiammella, 

Montano, pastore, compagno di Titiro, innamorato d'^Àrdelia, 

si capisce subito l'intreccio della favola. A queste persone 
principali s'aggiungono un Famelico parasito e un Salva- 
Tico, e le maschere Bergamino, Pantalone, Graziano, che 
fan le maggiori buffonate del mondo ; poi figure allegoriche e 
soprannaturali: Eco, Tempo, Pazienza, Speranza, Aletto, 
TisiFONE, Megera, Mercurio, Proteo, Giove, Plutone, 



ROSSI 415 

" — ' ■-■■I .. ,1 I ■■ y -■■ — Il ■■■■M 

Nettuno, che servono a empir di fantastico il quadro. • Gran 
parte vi ha VJScOy il quale comincia a farsi sentire in un lungo 
monologo di Pantalone al primo atto, tutto a bisticci : 

La sorte s'urta, e fa che morte m'urta 
se vago vuogo, e se sto fermo formo 
affanni, e fanno che me liga e laga 
la fina funa, che me strinze e stronza 
e moro, e miro se con passi posso 
far scherno e scorno, a chi mi tira in tara 
le parche porche se le fila il filo 
della mia vita, vota d'ogni degni 
contenti 

e via di seguito per trentacinque versi, dopo i quali comincia 
una comica lotta di parole con VEco, che torna poi in scena, 
per dir così, con Titiro al secondo atto, e con Montano, poi con 
Graziano e Bergamino, e con Fiammella e Ardelia, al quarto. 

Non ispregevole pastorale, non certo delle peggiori, è 
codesta Fiammella, in cui, oltre alla felicità dell'orditura, alla 
maestria della condotta, al fantastico di certe scene, sono versi 
abbastanza garbati come i seguenti che tolgo dalla scena unde- 
cima dell'atto quarto. 

Dopo che Fiammella ha promesso a Titiro^ se cessi dalla 
sua crudeltà, un vaso per attinger acqua, fatto 

d'un teschio d'un uccello, 
ch'in aria si nutrisce di rapina, 



e n'è intagliato con sottil lavoro 
tutt' all' intorno d'ogni sorte uccelli. 



Ardelia dice : 



E tu, Titiro mio, se mi compiaci, 
ti vo' donar una bella ghirlanda 
da verginelle mani ben contesta 
di Rose, di Ligustri, e d'Amaranti, 
con molte foglie d'Ellera e d'alloro, 



4i6 ROSSI 

nelle quali son scritte le mie pene, 
e come fui per te d'amor trafitta, 
con fregi che circondano le foglie 
ch'in tsst Sì comprendono il trionfo 
del faretrato Dio, e di sua madre. 
Quivi s'un carro, che di mille fiamme 
è cinto, giace il perfido fanciullo 
tirato da destrier candidi e forti, 
e Citerea lo segue, ed è condotta 
da l'amorose e lascive colombe, 
co i pargoletti e le Grazie che vanno 
scherzandoli d'intorno, dolcemente; 
e son cosi lascivamente fatti 
ch'avrian forza spezzare ogni aspro core. 
Accetta un dono tale e queste membra. 

Tiiiro e Montano cedon finalmente a' preghi delle ninfe, 
e quello diviene sposo di Ar delia e questo di Fiammella, e le 
due coppie abbracciate si riducono alle lor capanne. 

La licenza agli uditori, detta da Mercurio, è un* esalta- 
zione di Parigi, 

dove soggiorna santa Religione, 
candida Astrea, intatta e bianca fede, 
d'^un governo divin, d'un Rege santo, 
circondato da Principi famosi, 
che, per servizio fargli, al quinto Cielo, 
andriano per levar il ferro a Marte, 
pur che ciò fiisse grato al suo Signore. 



Interessante è il prologo della Pastorale, in cui favellano 
Prologo, Comedia, Virtù, Onore, Ignoranza. La Comedia 
non osa più mostrarsi in scena, perchè aborrita da gente ne- 
ghittosa a cagion d'ignoranze, e chiamata dai più dotti infame. 
Ma la Virtù con una buona difesa de' comici, scaccia T Igno- 
ranza; e la Comedia promettendo di rimanere alla Virtù e 
air Onore divotissima serva, si mostra sotto il nuovo Poema 
pastorale. 



ROSSI 417 

Ma d'assai più interessante per noi è il racconto che fa 
Bergamino di aver veduto una frotta di commedianti, di cui 
non tutti pur troppo fu sin qui possibile identificare (V. Ar- 
mani, Zuccati, Lidia). 

Róssi Pietro, veneziano, nato il 17 19, cominciò a poco 
men che trentanni a farsi conoscere nelle parti ^Innamorato 
in Compagnia di Francesco Berti, con cui stette alcun tempo, 
e di cui tolse in moglie la cognata Maddalena. Morto il Berti, 
egli lo sostituì nell'azienda della Compagnia, e s'acquistò in 
breve rinomanza di capocomico egregio. Fu il carnovale, per 
molti anni e fino al 1768, nel Teatro Obizzi di Padova. 

Ebbe tre figliuoli addestrati alla scena, ma che gli mori- 
ron giovanissimi : una figlia, Anna, maritò a Luigi Perelli (V.). 
Il Rossi - a detta di Fr. Bartoli che appartenne alla sua Com- 
pagnia - era buon direttore, e buon attore; e recitava assai 
bene le parti serio-facete, specie quella di negoziante Friport 
nella Scozzese di Goldoni. Egli ebbe certo in esso Bartoli un 
valido difensore dalle accuse del Fisizza,^ che nel romanzo // 
Teatro aveva dato di lui il seguente ritratto : 

Era questi (il Capo) nn veneziano grasso e bassotto, rosso di faccia, ma goffo e 
pesante, e d'nn'arìa da spazzacammino pincchè da comico. Vantavasi di ben pronunziare 
11 toscano, e convertiva la CT in 5, e diceva giogia per gioja, senz' accorgersi di fallare, 
cossa per cosa. Regasse per ragazze. Triviale qaanto nn facchino, aveva nn' ambizione 
invincibile per far da Eroe, e recitare nelle tragedie. Si metteva sull'elmo certe piume 
lunghe un braccio, tutte ritte e ammucchiate l'una sull'altra, che conoscer facevano la 
goffaggine del suo gusto. Carico di brillanti da Murano, una bottega parea da vetrajo, e 
dal mezzo in giù la figura faceva d' una piramide per i lunghi e mal ]x>sti fianchetti, che 
lo ristringevano in alto e dilatavansi in linea obliqua quasi sino alle calcagna. Quel guat- 
tero vestito alla eroica, recitava male com'era vestito. Non sapeva camminare, né dove 
tener le mani, né (are un gesto a dovere. Urlava quand' era minaccioso, e parlava sber- 
leffando con una voce crepata, quando pretendeva d' intenerire. Ostinato come un mulo 
nell' errore de' comici vecchi, voleva ancora fare le parti da giovine, e riputavasi il più 
necessario di quella Truppa, quando bastava che lo vedesse in iscena la Udienza, per 
replicare un oh! derisorio, che persuaderlo dovea a non recitare mai più. Faceva il Scm^ 
sane, e ultimamente nella Rossana so che fé' il BajaneU Da una testa di questo calibro 
si può immaginare com'erano regolati bene gli affari.... 

Dopo il carnovale del '78, fatto prima al Comunale di Bo- 
logna, poi a Firenze, egli cede la compagnia a suo genero (ne 

53. — / CxmUi italiani. VoL II. 



4i8 ROSSI 

era prima donna Anna Lampredi (V.), e andò a ritirarsi con 
la moglie e due figlie a Cento, ove aprì una bottega di comme- 
stibili ed altro. Fr. Bartoli, che aveva la fregola del sonetto, 
ne dedicò uno anche a lui, quando si ritirò dalle scene. 
Eccolo : 

Rossi, sei lustri di Talia seguace 
al teatro vivesti, e Duce esperto 
di comici faceti, e d'alto merto 
le vie d'Italia trascorresti audace! 

Sorte t'arrise; ed oggi brami in pace 
finir tuoi di sotto Destin più certo, 
lasciando un'arte, il di cui fi'utto incerto 
potrìa fortuna a te render fiigace. 

Saggio Consiglio. Alle tue mire ardenti 
sacro nume immortale appresti aita 
e i tuoi desiri alfin fausto contenti. 

Nell'imminente tua fatai partita 
pianga la Bglia, il genero sgomenti, 
non dei restar, s' altrove il Ciel t'invita. 

Rossi Maddalena. Moglie del precedente, e sorella mag- 
giore di Anna Roffi e Caterina Berti, nacque a Vicenza il 1727. 
Fu sempre, moglie esemplare, nella Compagnia del marito, 
col quale si allontanò dall'arte. Stabilitasi a Cento, vi fu, dopo 
un anno, colpita d'apoplessia, e morì a' primi di giugno del '79. 
Ebbe figliuoli che < allevò - dice il Bartoli - con amore, ed ai 
quali diede un' onesta educazione, essendo ella molto religiosa 
e buonissima cristiana. > Fu, come artista, egregia nel ruolo 
della serva, e specialmente nelle comedie all'improvviso, in cui 
recitava con molto spirito e molta prontezza. 

Né essa fu risparmiata dalla freccia velenosa del Piazza 
che la chiamò vecchia sdentata, che fischiava in luogo di parlare, 
buona forse trent* anni prima, ma che allora, non si poteva soffrire. 

Rossi Felicita, livornese. < Fu impiegata nel carattere 
della serva per molti anni nel Teatro a San Luca. Travagliò 



con dello spirito, della grazia, e fa nelle cose dell'arte molto 
bene instrutta. Fece degli avanzi col guadagno della prc j- 
sione. Alienossi poi dall'arte, e visse comodamente in Venezia 
senza più recitare ; ed in età avanzata morì in quella Domi- 
nante l'anno 1755, lasciando a'suoi parenti qualche conside- 
rabile facoltà.» Così Fr. Bartoli. 



Rossi Andrea. Uno dei tanti Arkcckini del secolo xviii. 
Fu nelle Compagnie minori di Maria Grandi, di Vincenzo Baz- 
zigotti, di Costanzo Pizzamiglio, ecc., e viveva ancora del 1 782. 
Scrisse anche in versi martelliani, e pubblicò a Reggio.... una 
rappresentazione intitolata La Giuditta, che dedicò alle Dame 
e ai Cavalieri di quella città; e una commedia in prosa di due 
atti, a Gorizia ÌI 1780, intitolata La Costanza in Cimento, che 
dedicò con lettera in versi sciolti alla Contessa Teresa Della 
Pace. Dice il Bartoli ch'egli aveva perduto la vista; ma che 
poi, ricuperatala completamente, riapparve sulla scena, ove si 
ebbe il maggior favore del pubblico, sebbene di avanzata età. 

Rossi Mario Eugenio. N ato 
il 22 maggio 1826 a Vercelli da 
Bernardo Rossi, ex-tenente d'ar- 
tiglierìa e da Teresa Monticelli, 
fu, morto il padre nel '34, con- 
dotto a Torino, dove conobbe 
il Goliardi, primo attore della 
R. Compagnia Sarda, stretto pa- 
rente di sua madre. Conosciuti 
col suo mezzo la Robotti, Tes- 
sero, Bucciotti, doventò in poco 
tempo creatura del palcosceni- 
co ; e tanto lo prese amor del- 
l' arte, che una bella notte, di 
nascosto della madre e del fratello maggiore, fuggì di casa 
per andare ad aggregarsi a una compagnia, che recitava a 




420 ROSSI 

Drenerò in una sala dell'ospedale; e colla quale frequentò 
per oltre un anno teatri talvolta di quello assai peggiori. Vol- 
tasi la madre alla polizia, egli dovette un po' colle buone, 
un po' colle minaccie, tornarsene a Torino, ove, stretta ami- 
cizia dopo molto tempo con Giacomo Brizzi, tornò più acceso 
di prima agli antichi amori; e nel '52 fu iscritto fra i gio- 
vani volenterosi che Gustavo Modena riunì a Savigliano per 
un giro artistico nel Piemonte. Passò da Savigliano a Nizza, poi 
ad Alba, poi, per mancanza di pubblico, la Compagnia si sciolse. 
Formò allora Società conToselli per assai breve tempo; indi si 
scritturò con Lorenzo Marazzi, di cui sposò la figlia. Fu socio, 
in vario tempo, di Pascali, Cardarelli, Bovi, Papadopoli, Picci- 
nini, Ferrante, Andreani: poi pensò di fare da sé; e scioltasi 
la Compagnia Monti e Preda, egli subentrò al Santa Rade- 
gonda con un contratto che durò otto anni, e fii la sua risorsa. 
Mise, primo, in iscena i Vaudevilles col soccorso del mae- 
stro Casiraghi, si unì allo Scalvini per la Rivista Se sa minga, 
e spese diciotto mila lire per l'allestimento scenico a Milano 
della Creazione d'Eva di Castelvecchio, la quale cadde per non 
rialzarsi mai più. S' unì allora a Pratesi e formò compagnia di 
Prosa e Ballo per un quadriennio. L'operosità, oserei dir 
mostruosa, di Rossi Mario arrivò a questo : egli ebbe in 
un'epoca a Genova quattro teatri: Le Peschiere, il Politeama, 
l'Apollo, e il Teatro di Sestri Ponente. Bene : con lo stesso 
PERSONALE, seuza segretarj, né amministratori, faceva quat- 
tro recite al giorno. S'unì poi a una Eccentricità FenonienaJe 
per desiderio di veder l'Europa; e fu in Francia, nel Bel- 
gio, in Olanda, in Austria, in Germania, in Inghilterra, in Rus- 
sia. Ritiratosi finalmente a Genova, per godervi in pace il 
frutto de' suoi guadagni, fu vittima della sua buona fede, e 
dovette recarsi in Grecia, dov'egli aveva una figlia mari- 
tata, e dove sperò inutilmente scovare colui che l' aveva rovi- 
nato. Da dodici anni egli vive a Zante, mantenuto da' suoi figli, 
alimentato dalla speranza di venire a morir nella terra, che lo 
vide nascere. 



Rossi Emesto. Non so se a me, che non ebbi la sorte di 
sentirlo nella sua grande opera d'interpretazione e di ripro- 




duzione al culmine della gloria, sarà dato tracciar la figura 
grande, geniale, e nella genialità disordinata, dell'artista, che 
nell'ultimo cinquantennio, con Adelaide Ristori e Tommaso 



422 ROSSI . 

Salvini, tenne lo scettro deirarte in Italia e a traverso il mondo 
intero. E per noi, e per gli ascoltatori di tutto il mondo, fu gran 
ventura ch'egli tanto si staccasse nel sistema e nell'indole dal 
suo gloriosissimo collega, da formare un tutto a sé. Non molto 
puro di linee, fu molto vario e spontaneo ; ma nella spontaneità 
talvolta esuberante con islanci geniali e inattesi, che, presi fuor 
di misura, oltrepassavano il confine. Se mi fosse lecita una com- 
parazione, direi che Ernesto Rossi, romantico per eccellenza, 
fu nell'arte dell'attore quel che fu Vittore Hugo nell'arte dello 
scrittore : ebbe forza e bellezza grandissime, ma, più volte, di 
seicento. 

Anima ribelle se ce ne fu mai, aveva la ribellione acqui- 
stata in una sicurezza piena e recisa di sé. Amava sviscerata- 
mente l'arte e sé stesso.... E non sappiamo quale dei due più: 
forse sé stesso! Certo egli credette che l'arte dovesse molto 
a lui, non ch'egli dovesse molto all'arte.... Di tal guisa egli si 
mostrò nella vita un po' sempre personaggio di commedia, e 
nelle sue grandi interpretazioni un po' sempre Ernesto Rossi. 
Qualunque opera da lui architettata doveva essere legge per 
tutti. Da niuno avversata era forse lasciata a mezzo; ma se ta- 
luno avesse osato esser pietra d'inciampo al suo cammino, egli, 
solennemente e paternamente mite coi devoti, sarebbe stato 
per quello capace di odio vatiniano. 

Né cotal senso di sovranità baldanzosa era difficile perdo- 
nargli, siccome quello derivato in lui dal piedistallo di gloria, 
in cui lo avevan posto per trenta e più anni monarchi e principi 
e uomini prestantissimi nelle arti, nelle scienze, nelle lettere, 
di ogni paese. E ne parlava sovente: troppo forse; ma ne' suoi 
racconti di confidenze sovrane, di accoglienze incredibili, che 
gli piaceva tenere con tuono magniloquente, erala vera verità.... 
E i piccoli che mal patiscono l'altrui grandezza, se ne vendi- 
cavan chiamandola millanteria. Talvolta il fumo dell'incenso 
Tacciecò, e allora egli pensò di essere un po' di tutto: maestro 
di musica, scrittore drammatico, letterato, scienziato, riforma- 
tore di scuole, politico sopr' a tutto : sedere in Parlamento fu un 




de' sogni più grandi che non potè tradurre in fatto. Serbò fin 
all'ultimo forza ferrea di volontà e fibra giovanissima. Vagheg- 
giò la morte su la scena fra lo splendore dei lumi,- il fragor 
degli applausi, come quella d'un generale sul campo di batta- 
glia: il fato che gli fu prodigo di tante dolcezze, gli serbò 
la più amara delle delusioni : su la 
grande arte sua, in mezzo agli urli 
della folla esaltata, al teatro di Odes- 
sa, calò il sipario per sempre; e ab- 
bandonato, forse già dimenticato, il 
grand' uomo nella piccola Pescara 
esalò l'ultimo respiro alle 1 1,45 del 
4 giugno 1896. 

Era nato a Livorno il 27 mar- 
zo del 1827 da Giuseppe Rossi, 
già ufficiale di Napoleone, poi ne- 
goziante in legname, e da Teresa 
Tellini. 

Il padre voleva farne un avvocato, ma egli, che già da 
bimbo aveva mostrato un amor grande al teatro, a una recita 
deìì'Oresie di V. Alfieri data da G. Modena tanto s'infiammò, 
che risolse di abbracciar l'arte del comico. In una assenza del 
padre da Livorno, potè sostituir senza infamia nel Venlaglio di 
Goldoni {Barone) e nella Francesca da Rimini di Silvio Pellico 
{Paolo) un attore della Compagnia Calloud.... Ma il padre, sa- 
puta la cosa, per poco non maledì il figliuolo, che vinto dal- 
l'autorità paterna, piegò il capo^con promessa di riprender 
gli studj. Ohimè! L'amor della scena fu più forte di ogni con- 
trario proponimento; e un bel giorno, poco avanti il carnovale 
del 1846, di nascosto del babbo, ma col tacito consenso del 
nonno e della mamma, partì da Livorno per andare a raggiun- 
gere a Foiano una compagnietta delle infime, alle cui recite 
si soleva dare come biglietto d'ingresso frutta, salsiccie, e vino ; 
e in cui la paga degli attori variava dalle due alle quattro crazie 
al giorno. Per fortuna la quaresima veniente, egli entrò in Com- 



424 



ROSSI 



pagnia Calloud, Fusarini e Marchi ed esordì dX Pantera di Lucca 
con la Fedeltà alla prova, facendosi notare subito per la dizione 
garbata e spontanea, non che per una papera colossale. Il settem- 
bre di quell'anno s*unì alla Compagnia nel Teatro Sant'Agostino 
di Genova G. Modena, che fu pel Rossi una grande rivelazione 
d'arte. Passò a mezzo il '48 col Meneghino Moncalvo, e il '49 
formò Compagnia con Giovanni Leigheb. 11*52 sposò la signorina 
Pellegrini di Mantova, ed entrò nella Compagnia Reale Sarda. 

Qui bisogna io mi fermi alquanto per l' importanza della 
scrittura e degli avvenimenti. 

Egli fu scritturato per un anno, primo attore a vicenda con 
Giuseppe Peracchi (V.), con l'annua paga di lire 5500, più tre 
mezze serate. A evitare conflitti o semplici malumori fra' due 
artisti, fu convenuta la seguente divisione di repertorio, da loro 
e dal direttore Domenico Righetti accettata e sottoscritta: 



Farti di spettanza del signor Rossi 

Caterina Howard 

Cittadino di Gand 

Cola di T(ien:(p 

Calunnia 

Conte Hermann 

Clotilde di Valéry 

Tonello al tempo di %ichelieu 

È pa:(^a 

Francesca da T(imini (Lanciotto) 

Fornaretto 

Foscari 

Luisa StroT^T^i 

Oraria Stuarda 

Marchese Ciabattino 

Proscritto 

Riccardo UHarlington 

Segreto 

Signora di SJ Trope^^ 

Stifelius 

Sorella del Cieco 

Tre passioni 



Parti di spettanza del signor Peracchi 

^Avviso alle mogli 

Arturo 

'Bruno filatore 

bastardo di Carlo V 

battaglia di donne 

Don Cesare di ^a:(an 

Duchessa e Taggio 

Dramma in famiglia 

Elemosina d'un napoleon i oro 

Guanto e Ventaglio 

Innamorati^ 

Mac Allan 

Maria Giovanna 

Presto lardi 

Ricco e povero 

Ruy Blas 

Fortuna in prigione 

Tutrice 



Mentre il Peracchi, come s'è visto al suo nome, scongiu- 
rava il Righetti perchè lo sciogliesse dal contratto, per non 
trovarsi con Ernesto Rossi che gli aveva mancato di fede, Ìl 
Rossi in data 17 settembre 1851, scongiurava il Righetti allo 
stesso intento : 

io ora vengo quasi ginocchioni a pr^arti, a aupplicarti psr quanto hai di 

più Mero e caro sa qaesta Terra, Unto pel mio intereue e per la mia qniete, quanto pel 
tuo rìpo*o, a volere jneaentare qaeita lettera alla nobile Direzione, fare conoicere l'im- 
mensi danni che potrebbero avvenire tenendo dae primi allorì, non più amici fra loro, 
HA BENsl ACCANITI NEUiCi, U poco itadìo delle parti, le continae dìspnte, l'odio impla- 
cabile nel piacere più l' ano che l' altro, e forse, forse tante e tante altre dimoatruioui, 
che arrecherebbero anche l'intiero ditgailo del Pubblico.... 

Dopo le quali ragioni, egli si crede in diritto o meglio 
in dovere, di passare alle minaccia, in caso dì risposta ne- 
gativa : 

ne sarei cod col- 



Se p(H tn mi aveitsi a rispondere 

^to ed irritato, che adesso non so spiegarti a che potrei ginngere per 
piere il mio contratto; e ne avverrebbe allora, che 
tD mageìomiente irritato mi obbligheresti con forza 
armata a venire a Torino, e U incomindare Dna 
guerra, nna guerra implacabile!... 

Ma pare che il Righetti gli scri- 
vesse al proposito di tali minacele 
una lettera di buon inchiostro, per- 
chè Rossi, il 1 2 ottobre '5 1 , da Man- 
tova, venuto a più miti consigli, gli 
dichiara che la loro amicizia non 
deve venir meno per sì piccoiji 
BAZZECor^, e, naturalmente, non si 
parla mai più di scioglimento. Ma Ìl 
Righetti non se ne contenta troppo, 
e torna all'assalto con una fiera lettera, che suggerisce al Rossi 
uno squarcio da personaggio di dramma lagrimoso: 

Io larA intrepido, sarò forte contro all' invidia e «Uà tna inimicizia, e mi 

lagnerò sol qnando mi farai vedere che questa sia cessata ; sono avvezzo a vedermi trattar 
male, e sconoscere gli affètti del mio cnore, ma ho tanta superbia, tanto orgoglio, e forza 
per calpestare la serpe che ni morde. 

54. — / Comici italiani. Voi. U. • 




E più giù : 

S*rd docile, numsoelo, e pinttoito che vetur teco nn'iltr* toIu in puole mi uiog- 
getterò anche quando In il credeMi a lare il Trovarobe ; non potso più conti nnare, loiio 
talmente arrabbiato, che mi trema la mano, la bile ti converte in pianto, in pianto perchè 
rum po«>o ora irogarmi qtunto detidera lo sdegno. Addio, che it Cielo non ti dia mai 
nna pontata limile a questa che mi fai passare. Ancora una cosa io voleva dirti: Se credi 





che la mia abilità non sia tale da roeritamiì la paga che tu mi hai accordata, fai pnre quelle 
reitriiioui che vnoi : Tidncila a quella del Ino Macchinista : mi sari più di contento che 
U sentirmela a rimproverare..,. 

E il Rossi andò in compagnia, e mali umori certo ce ne 
furono, e invidie, e armeggìi nascosti, come si può vedere da 
questo bigliettino anonimo del 5 maggio 1852 : 



Si esorta il signor Direttore della Real Compagnia a non voler più oltre deA'Btldar le 
parti dovute all' Esimio attore Giuseppe Feracchi col sostituirle all'attore Emesto Rossi ; onde 
evitare qualsiasi disordine che in Teatro ne potrebbe nascere. p^^sccHI abbonati. 



Da qual parte fosse maggior lealtà di combattimento non 
saprei dire; forse uguale in entrambi; ma il Feracchi uscì di 
compagnia l'anno veniente, e il Rossi vi fu riconfermato per 



un triennio, assoluto e solo, con cento lire di aumento pel primo 
anno, e 1400 e una mezza serata per ciascheduno degli altri 
due, più un regalo di lire mille per una sol volta. 

Ammalatosi il Pieri nel '53, egli dovette sostituirlo per 
tre mesi, recitando tragedie, drammi, commedie, e farse al 




fianco della Cutini, acquistando nella gran varietà de' perso- 
naggi, quella elasticità di dizione e d' interpretazione che do- 
veva condurlo a gran passi alla celebrità. Fu a Parigi a fianco 
della Ristori e di Bellotti-Bon, e il '55 vi ebbe ottimo successo. 
Tornata la Compagnia in Italia, non ostante gli entusiasmi sol- 
levati, non riuscì a revocar l' abolizione del regalo governativo 
di 25000 lire, e si sciolse ; e Rossi, dopo di aver fatto parte con 
alcune recite straordinarie della Compagnia Asti, pensò bene 
di tornare al Capocomicato, e scritturò Laura Bon, Celestina 
De-Martini, le Ferronì, madre e figlia, la Job, la figlia di Gae- 
tano Gattinelli; poi Raimondi, Benedetti, De-Martini, Cesare 
Rossi ; e la Compagnia, tranne pochi mutamenti d'anno in anno, 
andò avanti per quattro anni, recitando anche a Vienna, ove 
Rossi ebbe il più grande de' successi. 



428 ROSSI 

Tornò in Italia, festeggiatissimo ; riposò un anno, poi si 
scritturò attore -direttore per un biennio con Cesare Don- 
dini (*62-'63), al fianco, prima di Anna Pedretti, poi ('63-'64) 
di Giacinta Pezzana; poi formò società con Giuseppe Tri- 
velli, nella quale percepiva una paga annua fissa, e la metà 
degli utili. 

Le donne eran rappresentate dalle signore Matilde Pom- 
pili-Tri velli, Elvira Pasquali, Augusta Giansana, Angela Bot- 
teghini, Luigia Vestri, ecc., ecc., e gli uomini dai signori Leo- 
poldo Orlandini, Luciano Cuniberti, Giacomo Brizzi, Giuseppe 
Trivelli, Leopoldo Vestri, Filippo Parducci, Carlo Perruc- 
chetti, ecc., ecc. Morto il Trivelli, Rossi lo sostituì con Sal- 
vator Rosa; se ne accollò i debiti, continuò l'azienda, assoluto 
e solo padrone. 

Segretario della Compagnia fu il Brizzi che restò con 
Ernesto Rossi ventitré anni, cassiere il Perrucchetti, che re- 
stò venti. 

Fu il '66 in Francia e in Ispagna; si stabilì il '67 a Na- 
poli, ove gli affari andarono alla peggio ; e avrebbe certo dato 
fondo a ogni avere messo assieme con tanti sudori, se il buon 
genio della cassetta non gli avesse suggerito di comporre una 
specie di satira in tre atti con musica - Colpe e Speranze — che 
andò in iscena il 25 dicembre, e piacque a segno da non la- 
sciare un sol giorno il cartellone per tutto quel carnovale. Tornò 
il '68 in Francia e in Ispagna, e toccò il Portogallo. Fu il '71 
e '72 nell'America del Sud, il '73 e '74 in Austria, Ungheria e 
Germania, il '75 di bel nuovo a Parigi, poi nel Belgio e nel- 
l'Olanda, il '78-'79-'8i in Russia, in Romania, in Austria e in 
Egitto, quindi ancora nell'America del Sud, dove ottenne un 
clamoroso successo co\ Nerone di Pietro Cossa; r'83 nell'Ame- 
rica del Nord sino a San Francisco di California, e poi qui, e 
poi là, un po' dappertutto all'estero e in patria, ove dava di 
quando in quando recite straordinarie. Ma se il sopravvenir 
degli anni gli andava scemando, naturalmente, il vigore fisico 
(un' affezione cardiaca lo tormentava da tempo), gli accresceva 



ROSSI 429 

direi quasi quello morale.... sicché a quasi settant'anni, capo- 
comico e direttore, si mise in viaggio per la Russia, ove trovò 
le stesse accoglienze del tempo addietro ; e donde, nel ritorno, 
a Pescara, lasciò miseramente la vita, quasi d'improvviso. Tra- 
sportata la salma a Firenze, ebbe quivi funerali sovrani, e si 
fecer ne' principali teatri d'Italia solenni commemorazioni. A 
Roma, al Costanzi, a iniziativa e profitto della Società di Pre- 
videnza degli artisti drammatici, fu data una grande rappre- 
sentazione, in cui preser parte la Ristori, Salvini, la Marini, 
la Marchi : Enrico Panzaccfii vi tenne la conferenza comme- 
morativa. 

Dire degli onori toccati a Ernesto Rossi nel corso della sua 
vita artistica non è possibile : basti, ad averne una pallida idea, 
guardare al museo magnifico dei regali, venutigli da sovrani, 
da artisti, da poeti. 

I più grandi pittori e scultori francesi di oggidì hanno 
schizzi e firme e indirizzi in un album donatogli quand'eran 
scolari dell'Accademia di Belle Arti.... Dettaron biografie fra 
gli altri Enrico Brizio e Pier Ambrogio Curti.... Edmondo 
De Amicis gli dedicò un magnifico studio per la recitazione 
del Canto de Serpenti di Dante, e SuUy Prudhomme gli dedicò 
il seguente sonetto : 

A ERNESTO ROSSI 

Quand le monde réel m'est un trop lourd fardeau, 
Je voudrais bien m'en faire un autre à mon usage; 
Et, comme tei, muant mon àme et mon visage, 
Devenir un autre homme au lever du rideau; 

Àgiter, tout un soir, plus fort, plus grand, plus beau. 
Le fantóme évoqué d'un héros et d'un àge, 
Dussé-je, aveuglement fidèle au personnage, 
Le rideau descendu, le suivre en son tombeau. 

Je ne le puis. Jamais le róle que je rève, 

Dans Tespace où Ton marche et parie, ne s'achève, 
Et Tespace où l'on rève est si près du néant ! 



430 ROSSI 

Par tes créations, tu vis plus d*une vie, 

Mais moi je n'en ai qu'une et Tepuise en créant. 
C'est pourquoi le poète, en t*admirant, t'envie. 

SULLY PrUDHOMME. 

Non ho, come ho detto da principio, avuto la sorte di sen- 
tire Ernesto Rossi al culmine della sua gloria: Tho sentito 
qucindo io era troppo giovine per poter giudicare dell' opera 
sua, e quando egli era troppo vecchio, perchè potessi farmi 
un'idea chiara della grandezza passata: certo l'una volta e 
l'altra ebbi nell'animo impressione profonda. Allora, al Comu- 
nale di Ravenna (primavera del '64), recitava Le gelosie di Lin- 
doro; e mi par di vederlo ancora lasciarsi mettere un gran 
mantellone dalla moglie, prima di partire, e minacciarla dietro 
le spalle col pugno serrato, mentre in faccia si sforzava di sor- 
riderle. Che vena di comicità!... 

L'udii vecchio, a Firenze, n^XV Amleto: un colosso! Shaks- 
peare mi apparve in tutta la sua grandezza : Amleto con Ernesto 
Rossi era un poema vasto, smisurato, quale non aveva mai 
visto, né vidi poi. 

L'analisi eh' egli fa in un suo studio della tragedia shaks- 
peariana, è minuta e acuta, e dà prove non dubbie dell' amore 
e della tenacia con cui s'era venuto facendo il suo personaggio, 
carne della sua carne, anima dell'anima sua. Ma non poteva tale 
studio bastare a far di lui un grande e celebrato artista. Il buon 
predicatore, com' è avvenuto in ogni epoca d' arte, avrebbe 
potuto razzolar male. Invece egli la profondità dell'analisi a 
tavolino, teorica, sposò con una siffatta grandezza pratica di 
commediante, da riuscire artista gigantesco nel vero senso 
della parola. 

Una delle scene che più mi ferì fu quella del teatro, 
quando il Re, veduto versar nell'orecchio del Re del dramma 
il veleno, alle parole di Amleto : Lo avvelena per carpirgli lo 
Staio. Vedremo come V assassino si cattiva l' amore della moglie 
dell' ucciso, si alza turbatissimo e si avvia frettoloso alla porta 



d'uscita. Mi par di vederlo, Ernesto Rossi, come inchiodato 
davanti al Re, indietreggiare, man mano ch'egli avanza, fissan- 
dolo negli occhi, scrutando quel suo turbamento.... Grande, 
colossale, geniale trovata, resa dall'artista in maniera ineffa- 
bile !... 

Anche ebbi campo di ammirare profondamente la gran- 
dezza di Rossi come direttore sia nel Giulio Cesare, pur di 
Shakspeare, da lui novamen- 
te tradotto, in cui una sera fu 
Antonio, un'altra Bruto, sia 
nella Mandragola del Machia- 
velli, nella quale trovò effet- 
ti inattesi, meravigliosi, pre- 
sentando in modo più che 
degno, attori men che me- 
diocri, 

Ernesto Rossi, come al- 
tri grandi artisti, fu solleticato 
dalla vanità di scrittore, e ol- 
tre alla traduzione del Giulio 
Cesare e agli studi shakspea- 
riani (Firenze, Le Monnier, 
1 885), e a varie commedie, tra 
cui, non delle peggio, Adele. 
pubblicò un'operonedi ricordi in tre volumi: Quarant' anni di 
Vita Artistica (Firenze, Niccolai, 1887), che la critica in genere 
condannò, e Ìl pubblico dimenticò per le troppe inutili cose di- 
scorse concernenti più l'autore che l'arte. Io, schiettamente, 
passato sopra alla sciattezza della lingua e dello stile, e alla pic- 
cola vanagloria che emergon da tutta l'opera, ho trovato e trovo 
codeste pagine (del primo volume specialmente) un preziosis- 
simo contributo alla storia del nostro teatro del secolo xix, 
specie per la dovizia degli aneddoti di ogni genere e pei giu- 
dizi chiari e precisi di tutti gli artisti, e non furon pochi, i quali 
militaron con lui. 





ossi Cesare. Da una memoria, scritta a posta 
pfjr me, del figliuolo avvocato Alessandro, ri- 
ferisco le notizie dei primi anni di sua vita: 

n povero papà è nato ■ Fano lUi 19 novembre 1819 da 
Xioola Rosli e Caterina Lombardi, loro dedmo figlio. Fece ^ 
sLudi elementari e di rettorica nel Collegio dei Gesnitì, che allora 
tenevano il monopolio della istroiione pubblica e privata in qoeile 
Qojrtre Provincie, e fino da fancinllo, cosi raccontano i fiatelU, 
disile prova di ingegno pronto ed aperto. 

Nelle ore libere dalla tcnola, poicliè il padre Nicola era 
□ appaisionato filodrammatico, e in caaa vi era nn teatrino per 
i divertimenti di carnevale. Celare coi fratelli e le sorelle, tntlì 
filodrammatici impenitenti, metteva in itcena le commediole ono' 
e daìV admitlilur della Cnria, e nella Stagione migliore con 
i fratelli Vincenzo e Giovanni teneva le sfide al pallone col so- 
prannome di 1 / frcatUi Orati. Ma benché Domo Nicola non d credesse, i tempi comin- 
davano a matar«i, e gli Grazi nn bel giorno capirono che vi era di m^ìo a fare che 
storpiare Cicerone e gioocare alla palla. 

Giansero a Fano le prime voci dei moti di Lombardia e del Veneto, si forma segre- 
tamente nna compagnia di volontari o^aniziata dal conte Annibale di Honlev«c«hio, 6glio 
di qnel Gìnlio che Tn amico del Foscolo, e i fratelli Rosai, fra i quali era mio padre, scap- 
parono da Fano per recarsi a Vicenza. 

Mio padre prese parte alla difesa di Vicenza; e dopo l'eroico e iventarato assedio, 
&tta l'onorevole capitolazione, ritornò coi suoi compagni in patria. Qni questi giovani non 
■oSrirono di stare colle mani in mono mentre altrove si levavano ancora le armi; nn groppo 
si recò in Ancona a pettinare gli Anstiiaci, ed nn altro andò a Roma ove Garibaldi e 
Rosselli inonavano a martello. Mio padre fu incorporalo nella legione Masi e prese parte 
alla pngna del Catino dei Quattro Venti ed a quella dì Porta San Pancrazio. Al Cosino 
dei Quattro Venti gli cadde a lato il fratello Giovanni colpito da una palla che gli tra- 
paasò la gola. 

Caduta nel sangue la Repubblica Romana, mio padre ritornò a casa, ma ormai non 
era più tempo dì riprendere in mano il Dt Amicitia. e la vita a Fano era diventata per 
Ini impossibile, essendo spiato notte e giorno dai Sarbacani e CaeciaUpre, chioso l'adito 
ad ogni impiego, sospettato di eresia e scomunicato. 
Che fare? 

Era di passaggio una Compagnia di comici, ta Compagnia comico-mimo-acrobatica 
del Paladini, padre dell'attuale Celeste Paladini- Andò. 

Mio padre aveva fatto conoscenza con quei comici, palesò i propri guai al capo- 
comico. Breve : con nn vecchio soprabito color Nanchino regalatigli dal fratello Sergio, 
tina giacca marrone del babbo, e qualche fazzoletto della mamma, uno di questi fazzoletti 
fu sempre portalo nell' ultimo atto della Gerla di papà Marlin, mio padre scappò ancora 
di casa e cominciò la sua peregrinazione artìstica per l'Italia. 

La Compagnia era divisa in due parti: una di mimi- acrobati ci, l'altra ài comìd. 
Questi rappresentavano le commediole prima e dopo la pautomina. II Paladini era un agile 
Arlecchino, e la Celestina, me lo ricordò sovente il povero papi, essendo allora una barn- 
Unella molto carina, faceva VAngùlo nitratore. Papà si rammentava dello spavento avnto 
una aera quando si ruppe il congegno, e l'Angiolo restò a mezz'aria. Cosi accadde anche 



43J 



■ me, molli uini dopo, quando facevo il bamlNDO nella Preghitra dà naufraghi, e mi 
p*r« di vedere ancora il povero Bellotti, che doveva euere affogalo lotto ana tela in tem- 
pesta, icappar fuori e gridarmi a braccia aperte ; Sandrino bultaii giù .' mentre mio padre 
fìgttraadosi che io corresii no gran pericolo si stniggeva. Giù mi ricorda un altro aned- 
doto mio. Ta lai che il povero papà piangeva davvero sulla scena, e faceva dei gocdo- 
loni *tr*ti«nti. Una *en n^li Sfiattacamtm della Valle d'Aosta del Sabatini, al Gertùno 




di Torino, io ero Gino e papà il nanna. Nella fiimosa scena del ritrovamento, mio padre 
mi prese in braccio con tale commozione, che io vedendo mio padre piangere tanto farìo- 
tamente mi misi a urlare e a piangere anch' io in modo cosi inconsolabile, che per farmi 
capire la r^one, non valse che mio padre si ricomponesse, si mettesse a ridere, fra le 
risate del colto e dell'indila, ma ti dovette calare la tela, e non penaarci più. 

Neil' anno 1853 mio padre, dopo essere stalo con le Compagaie Calamai e con quella 
del Tassoni ti trovava in Corsica io Compagnia Collellini (la De Medici prima attrice, Pe- 
scalori, sno marito, primo attore). In quell'anno ti uni in matrimonio con Carolina De Me- 
dia nipote della Pescatori attrice della Compagnia, la quale poverina mori dando alla luce 
mio fratello. 

S5. - / Comici italiimi. VoL U. 



434 ROSSI 

Ma qaegli anni erano stati troppo tristi e dolorosi per il giovane comico. Egli soste- 
neva il molo di amoroso, che con quella voce e con qael naso, non era proprio fatto per 
conciliargli la benevolenza del pubblico. I fischi erano stati più assai degli applausi, e questi 
per quanto scarsi erano stati più assai dei guadagni. 

Alla fine di quell'anno, stanco, sfiduciato, povero, ammalato, desolato per la morte 
della moglie, mio padre decise di dare un addio alle scene, e col figliuolo in braccio, ritornò 
a Fano, ove la madre Caterina aveva già ottenuto il perdono del marito per quel figlio 
che ritornava da lontano, avendo fatto il viaggio più a piedi che in diligenza, e portando 
tutto il suo bagaglio, dentro una caUetta, 

A Fano lo colse una febbre violenta, causata dai disagi patiti, e la convalescenza 
fu lunga. Guarito, pareva che egli avesse perduto la gioventù ed il buon umore. I tempi 
erano tristi. A motivo dei figliuoli liberali, il padre Nicola era stato allontanato dall' xxxk' 
pi^o, gli amici erano stati parte esiliati, parte arruolati in Piemonte, qualcuno anche nelle 
carceri di Sua Santità, come il cugino Getulio Lombardi, che scontava nell'ergastolo, e 
ci stette dieci anni, una ribellione contro una pattuglia di papalini. La malinconia prese 
il mio povero papà, ed il dottor Claudio Tommasoni, quello stesso che tenne a battesimo 
Claudio Leigheb, lo consigliò di ritornare al teatro, se non voleva languire di nostalgia. 

Neil* inverno di quell'anno 1855 ^^'^ padre lasciò per la terza volta la propria casa, 
e fu scritturato in Compagnia del Calamai ; però siccome i precedenti insuccessi lo ave- 
vano persuaso, cosi lasciò le parti di amoroso e prese il ruolo di brillante. 

Anche quell'anno 1855 non fu lieto. Lo stipendio era meschino e l'impegno di 
vestiario assai costoso. A Firenze mio padre, me lo ricordano spesso, dovette fare un 
debito di 300 svanziche con un sarto, e per pagare quel debito, avendo avuto dal fra- 
tello Sergio un sussidio di sessanta papetti, dovette vivere un mese mangiando pane e 
mele sotto la loggia degli Uffizi, e bevendo il vino del Biancone in piazza della Signoria. 

Non è a dire però che la volontà di studiare, di fare, di togliersi col proprio ingegno da 
quelle angustie venisse meno in lui. Dotato di una fibra d' acciaio, sempre di buon umore, 
gioviale, ardito, coraggioso, sentiva in sé l'avvenire, vedeva la mèta e lottava per raggiungerla. 

Già cominciava il suo nome ad essere conosciuto nella cerchia limitata dei comici, 
già qualche successo aveva sorriso. In una farsa : Le disgrazie di un bel giovane, egli era 
applauditissimo. 

Nell'anno successivo il 1856, mio padre passò, sempre come brillante in Compa- 
gnia Asti, prima attrice Alfonsina Aliprandi, primo attore Giovanni Aliprandi, generico 
primario Salvatore Benedetti, la Vergani madre nobile, Vergani mezzo carattere, Bordiga 
amoroso. In quell' anno sposò mia madre Giuseppina Rocchi, nipote di quella Antonietta 
Rocchi, milanese, che era stata guidata sulle scene dalla Tarandelli antica prima attrice, 
e fii moglie del Robotti ; ed era allora prima attrice della Compagnia Reale-Sarda, attrice 
di merito non comune. 

A Torino la Compagnia Asti si aggregò Emesto Rossi, che poi la segui a Ver- 
celli e, il carnevale, a Milano al Teatro Re. 

Per mio padre quella stagione del Teatro Re era la prova del fuoco, e puoi im- 
maginare con quanto zelo egli si mettesse all'opera. Ma pur troppo anche allora i suoi 
sforzi non furono fortunati, ed il pubblico rimaneva indifferente ai suoi lazzi ed alla sua 
parlantina. Il Coltellini per incoraggiarlo dopo poche recite mise sui cartellone : Le disgroMie 
di un bel giovane, e mio padre si tenne sicuro di scuotere finalmente l' indifierenza del 
pubblico. Quale delusione! 

Nella scena culminante, quella dell'andata via colla giacchetta rovesciata, la platea 
scoppiò in una fischiata cosi unanime e clamorosa da farla credere tramutata in un can- 
tiere di locomotive. 



435 



Papi le ne unnulò e per più giorni non e(d di oM, egli credeva di euere rovi- 
nato, aveva perduto ogni fidoda in li itetso e già pentava ad nu KCondo addio, qnando 
nui nattiiut Emetto Rotti aodd a trovarlo a caia, lo incoraggiò, lo rianimò e 
di ritornare al Teatro. Ritornare al Teatro Re ì 




Ripreteutani innanzi a qoel pubblico feroce ? Era presto detto, ma come averne 
11 tnpè dopo qnel ciclone, e ipectalmente dopo avere eianrito tetti i propri cavalli di bat- 

L' eloquenza di Emetto Rotti e la tua anioriti furono fortuutamente più Torti 
delie paure del giovane deluto, e fu dedio che la aera dopo egli tarebbe riprettfitato nella 
futa : A tamburo battmlt. Una (arsa che mio padre non aveva ttudialo, che non aveva 
vitto lare da nessnno, nella qoale non aveva tgBml>etto, nessan lazzo, nelinn trucco. Mio 
padre andò in teatro licnro di non uscire vivo dalle mani del pubblico. Mtttamente a villa? 
Sta che il pubblico fotte pentito della propria ferocia, lia che lapeise l'affare della 
nialattia, lia che mio padre non tapeado quella tera le norme altrui recitaste a modo tuo 



436 ROSSI 

e apparisse un attore diverso, fatto è che dopo la prima scena cominciarono gli applausi, 
gli applausi continuarono, e calata la tela mio padre si trovò fra le braccia di Emesto, 
che era felice quanto lui, perchè Emesto Rossi era buono. 

Per la primavera di quell'anno 1857 Emesto Rossi doveva formare una Compa- 
gnia drammatica di primo ordine per incarico di alcuni capitalisti triestini. Mio padre fu 
scritturato da lui, ma per di lui consiglio abbandonò il molo di brillante per prendere quello 
di promiscuo, ed accettò il posto di secondo promiscuo, dopo la scelta di Gattinelli. 

Da questo punto comincia la fortuna di Cesare Rossi, e la sua vita artistica 
gloriosa. 

La Compagnia di Emesto era formata pel triennio 1857-1860. 

Come ti ho detto mio padre aveva un molo secondario, inferiore, cioè quello del 
Gattinelli, come era inevitabile, cominciarono presto le emulazioni fra il giovane attore 
e l'artista, che godeva giÀ meritamente molta fama. 

In questa rivalità certo mio padre in quel tempo avrebbe trovato molti ostacoli se 
tra Emesto Rossi e Gattinelli non si fosse manifestata una incompatibilità di carattere molto 
favorevole per il giovane attore. A lui giovò molto anche l' amicizia fraterna di quel gran 
galantuomo e buon attore, faceva il generico primario, che fu Salvatore Benedetti, il quale 
caso raro, era lietissimo di cedere all'amico Cesare le sue parti e di vederlo a lui pre- 
ferito. 

Un giorno a Trieste nel carnevale del 1858 scoppiò aperto il dissidio fra mio padre 
e Gattinelli, a proposito di una parte. Erano alle prove, e poiché pareva che Emesto Rossi 
desse ragione quella volta al Gattinelli, mio padre se la prese anche con lui, fece baruiia, 
protestò il contratto, e andò a casa infuriato dicendo a mia madre, servetta nella Com- 
pagnia, che fcuesse su la poca roba, perchè voleva andar via. 

Puoi immaginare lo scompiglio, tutta la casa per aria, agitazione, trambusto, ma.... 
c'era Benedetti. Egli nel frattempo aveva calmato gli animi, aveva parlato con Emesto 
e con lui andò a casa del papà per dirgli di non fare sciocchezze, che nel nuovo triennio 
egli sarebbe succeduto in omne et gualtòet parte al Gattinelli, e tanto fu fatto che la tiara 
di Achimelek rientrò nei cassoni, insieme alla cotta di Lanciotto. 

Nel 1859, allo scoppiare della guerra, la Compagnia di Emesto Rossi si trovava 
in Austria, e si sciolse. Ernesto, con la famiglia Job e mio padre noleggiarono a Trieste 
un barigozzo e sciolsero le vele per Fano. Ohimè ! la bonaccia tenne la barca circa un 
mese sul piano dell'Adriatico, e quando i naviganti giunsero a Fano, la guerra volgeva 
già al suo termine. Nel settembre di quell' anno liberate le Marche, Emesto Rossi rac- 
colse la propria Compagnia per riprendere i propri viaggi, e senza maggiori avvenimenti 
le cose procedettero cosi sino al 1 860, quando essendosi ammalato improvvisamente Grae- 
tano Vestri, che sosteneva il molo di promiscuo nella Compagnia di Bellotti-Bon, a mezzo 
anno il Bellotti si rivolse ad Emesto Rossi pregandolo di cedergli l'attore Cesare Rossi. 

Anche in quella occasione Ernesto Rossi si mostrò buon amico di mio padre, e 
senza farsi troppo pregare accettò di sciogliere il contratto con lui e di permettergli di 
entrare nella Compagnia Bellotti nel molo importante lasciato dal Vestri. 

Anche quello fu un gran passo pel mio povero papà, che non solo andava ad affron- 
tare un molo di grande responsabilità, ma raccogliere 1' eredità pericolosa e quindi il con- 
fronto di un grande artista. 

L'andata in scena nel nuovo ruolo e nella nuova Compagnia doveva aver luogo 
a Milano al Teatro Re. Dopo lunga discussione, alla quale presero parte il Bellotti ed 
il compianto Tebaldo Ciconi, fu scelta per prima recita : Il papà Goriot di Balzac, 

Anche questa scelta era ardita perchè Papà Goriot aveva ormai una tradizione sulla 
scena, una tradizione formata da Gattinelli, Vestri, Taddei, ma il confronto non fu dannoso. 



Ernesto Rossi nel primo volume de' suoi Quarantanni 
eli Vita Artistica, dopo di avere parlato degli attori che com- 
ponevan la sua nuova Compagnia, così ci descrive il passaggio 




di Cesare Rossi dal ruolo di brillante a quello di caratterista 
e promiscuo, che doveva farlo salire in breve a tanta altezza : 

Si potevo uiardare di recitare la cominedìa, it dramma, e la tragedia ! e che 

tragedia! quella di Sbokeapeare, che in quei tèmpi era come ud tema di algebra dato per 
eune dal mlDlstro Bonghi r e credo che anche in o^Ì vi lieno molti acolari, che torcono 
il mnio a certi temi del tignar Shakespeare. Cola originale ! erano appanto qnei temi li, 
che i miei attori risolvevano meglio ; Celare Roist specialmente : di modo che, un giamo 
lo chiamai a caia mia e gli dissi : — Scasi, ma lei crede proprio di averi 



43» ROSSI 

per fare il brillante ? — Sicuro ! - mi rispose di botto, senza lasciar tempo a riflettere sulla 
mia domanda. — Mi permette, che le parli chiaro e tondo? come la penso? — Facda 
pure ! - mi rispose con un accento fra il toscano ed il marchigiano. — Ella - ripresi io - può 
essere chiamato a (are di tutto, fuori che il brillante : ella non ha né la figura, né l' ele- 
ganza adatta per disimpegnare quella parte : guardi là I e' è uno specchio : si guardi ! QueUa 
testa avrebbe bisogno di essere posta sopra un altro paio di spalle ; e allora lei sarebbe 
un gigante proporzionato : vede ? come le sue spalle sono strette ? e le sue braccia lunghe ? 
eppoi osservi bene una cosa che è rispettabilissima, e che caratterizza tutti gli uomini che 
sanno il conto loro : guardi il suo naso : le pare un naso ragionevole ? ammissibile per 
un giovinotto, che vuole interessare la sua bella? Venga qua : si lasci fare: le metto questa 
parrucca grigia: poi questo giubbone; poi prenda: metta questo cravattone: pftnda questa 
canna nella destra : questo cappellone nella sinistra : si guardi di nuovo allo specchio : e 
veda che bel caratterista promiscuo che è lei ! eh ? che gliene pare ? e poi, vuole e pre- 
tende recitare le parti serie e tragiche? a lei! studi Lanciotto nella Francesca; lo prove- 
remo insieme, e vedrà che lei sarà quel tipo per cui Francesca può scusarsi colpevole. — Io 
avevo toccato proprio nel suo debole : le parti tragiche. — Io tragico ? - disse a sé stesso — 
convengo di tutto, signor Rossi, lascerò le parti brillanti, farò il generico, il caratterista, il pro- 
miscuo e il tragico, ma non mi dica che io sono sproporzionato. Farò tutto quello che iruole, 
purché mi faccia recitare. — Non dubiti, non avrà mai un riposo. — E cosi fu. Cesare Rossi, 
disimpegnò benissimo le parti tutte, che io lo preferii sempre più nel serio che nel ridicolo : 
perchè nel comico ebbe la disgrazia dì imitare Gattinelli : e le copie sono sempre peggiori dogli 
originali : nel serio.... lo guidai io, e non volli che mi imitasse, ma che mi studiasse . . . • , 

Cesare Rossi perchè era studioso, zelante e infaticabile, si è formata una posizione 
che non a tutti nell'arte è dato conseguire. 

Se col SUO glorioso omonimo, Cesare Rossi vide chiara a 
sé davanti una mèta da toccare, immediatamente dopo con 
Bellotti-Bon la toccò, e altissima, in quella indimenticabile com- 
pagnia, della quale eran prime parti il Bellotti stesso, Ciotti, 
Lavaggi, la Pezzana, la Campi, la Fumagalli.... Il primo ricordo 
ch'io serbo intatto del glorioso artista, è della primavera del '65 
al Teatro Comunale di Ravenna, nel Vero Blasone di Gherardi 
Del Testa, e nel Figlio di Giboyer di E. Augier. Oh ! quel Ma-- 
rechal! Quel monologo in cui egli si esercita alla improvvisa- 
zione e recitazione del discorso.... Il fumo.... Il fumo!!... Il 
secondo è del '68 al Niccolini di Firenze, in quel carnevale 
magnifico, in cui si rappresentaron diciotto volte / Mariti di 
Torelli. Quel Duca D'Her re ra, che noi giovani di Liceo, ricordo 
come fosse ora, somigliavamo nella truccatura del Rossi al 
Duca di Sermoneta! Che nobiltà, che grandezza, nelle scene 
aspre col figliuolo! Che arte somma in quella finale col servo, 
poi colla Duchessa!... 



Quattro anni dopo Cesare Rossi era il Direttore, Primo 
attore da parrucca. Caratterista, Promiscuo, della Compagnia 
di Fanny Sadowski, nella quale anch'io stetti un anno, lieto 



'^ii 


Nb 






' ^^^0 





oggi di poter discorrere di tutte le grandi qualità del mio primo 
maestro. 

Si è detto che Cesare Rossi era attore di maniera, attore 
barocco. E vero. Ma quando? Quando al suo metodo di reci- 
tazione la giovane critica ebbe da contrapporre giovani forze,, 
il cui metodo, fatto tutto di verità, era dal suo tanto discosto. 
Verità ! Verità ! Verità assoluta o verità relativa ? Assoluta no, 



perchè la verità senza il soccorso dell'arte sì muta in isciatteria, 
in volgarità e peggio. Dunque relativa: ma allora tanto è verità 
quella d'oggi, quanto fu quella d'jeri e dell'altr'jeri, e magari 
di tre secoli fa a' bei tempi degl' incomparabili Gelosi, \ quali 
apparivan veri allora oltre il confine, e a' quali, probabilmente, 
i giovani tirerebber oggi con poca riverenza le panche. Ba- 
rocco ! Sicuro : Cesare Rossi fu barocco ! Un barocco, che pro- 
dusse figure non mai superate, né uguagliate, di cui la parte 
superficiale, esteriore, mutabile, era già, nel languor dell'età 
e mutar de' tempi, tramontata, ma di cui l'arte animatrice per- 
mane nella nostra memoria immortale. 

Giudicar Cesare Rossi nel periodo estremo dell'arte sua, 
quando le poche figure che ancor presentava, tra le tante che 
lo poser sì alto, eran già sbiadite, alternate con le figure nuove, 
a mostrar le quali il vecchio metodo e il vecchio spirito non 
eran capaci, è, per Io meno, ingiusto. Io vorrei che i giovani 
potessero, per forza di miracolo, tornare a dietro di qua- 
rant'anni, e seguir sera per sera, anno per anno, l'opera 
varia, forte, grandiosa di Cesare Rossi! Maestro Andrea del 
Ghiacciaio del Monte Bianco, Don Ambrogio della Celesie, Conte 
Sirchi del Duello, Marechal del Figlio di Giòoyer, Papà Martin 
della Gerla di Papà Martin, Filiberto del Curioso Accidente. 
Geronte del Burbero benefico, Risoor di Patria, Palchetti della 
Vita Nuova, Gaspero di Moglie e buoi de' Paesi tuoi. Papà 
Remigio di Claudia. Bernardino di Oro e Orpello. Croci del Ge- 
rente responsabile, Lamberto della Famiglia, Pietro Branca dì 
Spiritismo. Don Marzio della Bottega del Caffè, Simonaza di Con- 
vincere, Commttovere, Persuadere. L'Abate Costantino e Raba- 
gas.... Oh! Quel Rabagas al Fondo dì Nàpoli con Cesare Rossi 
a soli quarantatre anni! Quale maniera! E quale barocco! 
Bernini puro sangue!!!... Gran peccato davvero che codesti 
astri di prima grandezza non abbian la forza dì togliersi dalla 
loro sfera, non appena veggano attenuarsi la vivezza della lor 
luce I Dopo quello della Sadowskì, egli ebbe ancora un grande 
periodo: del Teatro Carignano, della Duse con Andò. Se la 



Duse, con la sua recitazione singolare arrecò più tosto danno 
all'attore, grandi vantaggi arrecò al capocomico, che finì poi 
col diventar socio della nuova stella. Dalla quale staccatosi, ri- 




formò compagnia con la Mariani prima attrice, ch'egli rivelò 
e sviluppò. Ebbe di poi la Glech, la Quaglia, la Riccardini, 
rUdina, la Violante.... 

E volgeva lento, lento alla sua fine. 

Lunedì i" novembre i8g8, egli doveva recitare a Bari 
// Curioso Accidentt del suo Goldoni, e alle 2,45 dì quel giorno 
si spense quasi d'improvviso per congestione. I funerali furono 



441 ROSSI - ROTI 

una imponente testimonianza di affetto e di ammirazione sì a 
Bari, come a Fano, dove fu traslata la salma. < Non dimenti- 
care che amò i giovani attori e li protesse, che fu buono, onesto 
e glorioso, e che a punto per la sua rettitudine preferì sempre 
l'arte sana, le persone buone, pochi ma sinceri amici.» Con 
queste parole il figliuolo chiude la sua memoria, ed io le metto 
qui come chiusa dell'articolo, che non saprei trovarne di mi- 
gliori. 

Rotali Virgìnia {V. Andreini Lidia). 



Roti Giovanni Battista. Nato di famiglia civile a Vene- 
zia il 1734, si diede, morti i genitori, all'arte comica, in cui 
riuscì egregio Pantalone. 
Fu a Vienna, e vi recitò 
in tedesco, specialmente 
le commedie tradotte di 
Goldoni. Fu copista del- 
l' abate Metastasi©, e an- 
che direttore artistico di 
alcuni suoi melodrammi. 
Entrò del '69 nella Com- 
pagnia di Antonio Sacco, 
a Venezia, sostituendovi 
il D'Arbes, scritturato 
dal Lapy, ed ebbe, al 
San Luca, le migliori ac- 
coglienze. Tradusse per 
il primo I due amici del 
Beaumarchais, e li rap- 
presentò l'estate del'yi 
al Filarmonico di Verona, 
recitandovi la parte di 
Aurelio in veneziano. Scrisse anche una commedia in versi 
sciolti di argomento spagnuolo per commissione del Sacco, ma 




ROTI - RUBINI 443 



con poca fortuna. Il carnovale del '79 sposò Marianna Ricci, 
sorella di Teodora Bartoli; ma, cagionevole di salute, potè 
a stento ricondursi da Verona a Venezia, ove assistito dalla 
consorte, moglie saggia e amorosa, morì il 26 settembre 
del 1780. 

Il Roti - dice F. Bartoli - era un uomo d'ingegno, pra- 
tico della lingua latina, della francese e della tedesca; e molto 
adoprò la penna in servizio del mentovato Sacco. 

Rotti Carlo, veneto, entrò nell'arte poco avanti il 1 800, e re- 
citò alcun tempo le parti ^amoroso. A trent'anni ebbe un vivo 
alterco a Trieste con un tale che lo percosse pubblicamente. 
Il Rotti pensò di vendicar vilmente l'offesa; e appostatosi di 
notte sotto un ponte della città, sulla strada che conduceva 
all'anfiteatro Mauroner, al momento in cui l'offensore passava, 
gli scaricò in pieno petto un'archibugiata, che lo ferì ma non 
uccise: e fu gran ventura per l'assassino, che fu condannato a 
soli sei anni di lavori forzati. Scontata la pena, rientrò nell'arte; 
ma non vi fece più che le ultime parti, anche perchè obbligato 
dalla lunga consuetudine della catena a trascinarsi dietro la 
gamba sinistra. Nel 1820, eccolo palesarsi autore drammatico 
col noto lavoro Bianca e Fernando, ch'ebbe successo clamo- 
roso, e al quale tenner dietro / due sergenti, tuttora vivi nel 
repertorio popolare, // carcere d'I/degonda, Boemondo d'Altem- 
burgo, e altri. Ma non mostrando egli nella vita alcuna traccia 
d'ingegno, e non essendo al Domeniconi riuscito di fargli cam- 
biare un finale d'atto, molti ne inferirono che non foss'egli 
autore di que' drammi, ma sì un suo defunto compagno di ca- 
tena. Il Rotti morì a Venezia del 1 840. 

Rubini Ferdinando, di Roma, attore mediocre per le parti 
^Innamorato, soprannominato Rubinazzo, fu chiamato da Giu- 
seppe Imer al Teatro San Samuele di Venezia, per sostituirvi 
Antonio Argante, allora defunto. Fu anche al San Luca, e cantò 
con successo in alcuni Intermezzi musicali. Era a Palermo con 



444 



RUBINI 



la Passalacqua (V. Afiflisio (D') Moreri Elisabetta), quand' ella 
cadde dall'alto nel far il volo. Tornò con essa in Lombardia, 
poi restituitosi a Roma, vi morì nel 1773. 

Rubini Federico. Non mi è riuscito di veder traccia di 
questo Rubini in Italia. Sappiamo che esordì alla Comedia ita- 
liana di Parigi il 9 dicembre 1 760 colla parte del Dottore in 
una commedia intitolata II Pedante: e lo troviamo fra gli attori 
di^^ Amore paterno, secondo il documento parigino : « Extrait 
de t Amour paterne l, commedia in tre atti di Goldoni, data a Pa- 
rigi nel 1763, 4 febbrajo (Paris, Duchesne, 1762). > 
Agivano : 



CoLLALTO da Tantalom 
Mad. Savi da Clarice 
M.LLE PicciNELLi da AngtUca 
Z ANN UZZI da Lelio 
Balletti da Silvio 



Rubini da Florindo 

Savi da Petronio 

M.LLE Veronese da Camilla 

Chiavarelli da Scapino 

Carlin Bertinazzi da Arlecchino 



Ma pare ch'egli vi facesse un fiasco solenne, dacché a 
Corte si venne lo stesso anno nel proposito di licenziarlo. I 
compagni si volsero allora al Duca di Duras, primo gentiluomo 
di camera, con questa supplica : < I^s comédiens italiens deman- 
dent quii vous plaise de leur conserver encore le steur Rubiny dont 
ils disent avoir besoin pour lui donner le temps de trouver à se 
piacer en Italie. > 

Alla quale il Duca rispose : < Les comédiens italiens auraient 
du remercier le sieur Rubini dès l'année passée; vous avez eu grand 
tori de souffrir quii continuai à jouer cette année. Je vous prie 
de ne men plus parler, > 

Ma il Rubini restò ancora il '64 a Parigi. 

In due lettere del Goldoni all'Albergati del gennajo '63 
e del febbrajo '64 da Parigi, si accenna alla moglie di que- 
sto Federico, Anna, rimasta a Bologna, poverissima, e pre- 
gante l'Albergati col mezzo del Goldoni di farle avere una 
limosina. 



RUBINI 445 



Ma come mai cotesto Rubini, che esercitava V impiego di 
Dottore, sostenne poi la parte di Florindo n^ Amore paterno? 
Forse nei Dottori non piacque, e tentò gV Itifiamorati f Forse, 
dopo lo smacco di Parigi, se ne tornò in Italia, e, concordando 
le date, è lo stesso che il precedente, di cui fu citato erronea- 
mente il nome da Francesco Bartoli? 

Rubini Francesco^ mantovano. Recitava con gran merito 
sotto la maschera di Pantalone. Fu il 1 733 a Milano nella Com- 
pagnia del ciarlatano Bonafede Vitali (V.), detto V anonimo; e al 
Teatro di San Luca a Venezia il '35 a sostituirvi il Garelli (V.), 
che gli pose in volto di sua mano la maschera, presentandolo 
al pubblico. Fr. Bartoli ci narra che la somiglianza de' due ar- 
tisti era tale, specialmente nella voce, che molti credettero, e 
ne fecero scommessa, non esser altro il Rubini che lo stesso 
Garelli. In La Clemenza nella Vendetta egli sostenne, il '36, con 
grandissimo onore la parte di Pantalone Re dei Cuchi, cantan- 
dovi ariette musicali, ed eseguendovi diversi combattimenti. 
Quando Goldoni cominciò a scrivere pel San Luca, scrisse per 
lui varie parti in dialetto, fra le quali il signor Alberto nel- 
V Amante di sé stesso, ch'egli rappresentò egregiamente. Nella 
introduzione al Geloso avaro {Nuovo Teatro Comico, T. I, Vene- 
zia, Pitteri, M.DCC.Lvii), Goldoni dice: 

Non ebbe, per dir il vero, molto felice incontro, e il personaggio, che rappresentava 
il geloso avaro, quantunque abilissimo in altre parti giocose, in questa non riusd bene. 
Ciò mi fece risolvere appoggiar tal carattere al Panialoru, eh' era in allora il graziosis- 
simo Francesco Rubini, e non m'ingannai, poiché alle di lui mani comparve mirabil- 
mente, e la commedia fece in Genova un buon effetto. Mori poco dopo il valoroso 
Rubini, e la mancanza dell' incomparabile attore fé' si, che di tal commedia non si è 
parlato più oltre. 

E nella Introduzione per la prima recita dell' auiufino del- 
tanno 1^54 (T. Ili, ivi) : 

Clarice. Non vuol vedere la nostra prima commedia? 

SiOR Zamaria. Mi no; co me recordo quel povero Pantalone, me vien da pianzer. 

Florindo. Caro signore, poteva ella far a meno di venirci a rattristare. Abbiamo bastan- 
temente compianto la perdita di un nostro amoroso compagno pieno di merito, di grazia, 
di brio, e di ottimi illibati costumi.... 



446 RUBINI - RUGGERI 



E Goldoni mette in nota: 

Elogio ben dovuto alla memprìa di Francesco Rubini, il quale quantunque di na- 
scita mantovano, e non del tutto in possesso della lingua veneziana, ha saputo tanto pia- 
cere in virtù del suo talento, e della sua buona grazia. 

Francesco Rubini morì a Genova nel 1754. 

Rubini Antonio. Figlio del precedente, fu un egregio Ar- 
lecchino, e recitò in diverse compagnie. Uscito Francesco Cat- 
toli (V.) da quella del San Luca (carnovale del 1763), andò il 
Rubini a sostituirlo. Ma recatasi la Compagnia a Vicenza in 
primavera, egli ammalò dopo alcune recite, e in capo a pochi 
giorni morì. Fr. Bartoli lo dice < grazioso nella Pantomima, 
arguto nelle risposte, spiritoso, e faceto. > 

Ruffino Antonio^ romano, nato il 1780 circa, fece gli studi 
universitari; e, mortogli il padre, Giudice della Sacra Ruota, 
si diede all'arte drammatica, facendosi di punto in bianco con- 
duttore di una compagnia d' infimo ordine. Comincian notizie 
precise di lui dal 1 8 1 7 , in cui Io vediamo secondo caratterista 
applaudito della Compagnia Rafstopulo, nella quale egli stette 
quattr'anni, e della quale era primo Francesco Pieri, ch'egli 
imitava nel gesto e nella voce. Passò 'A^ 21-^ 22^ primo assoluto, 
in quella di Tommaso Zocchi a Firenze, e vi piacque moltis- 
simo, specialmente in Contraddizione e puntiglio. Il Barbiere di 
Gheldria, Don Marzio, Il Burbero benefico, Rosella, ecc. Morì 
verso il 1 840. 

Ruggeri Ruggero. Nacque a Fano il 14 novembre 1871 
dall'avv. prof. Augusto Ruggeri, insegnante letteratura ita- 
liana nei Licei e nelle Scuole Normali del Regno, e da Corinna 
Casazza. L' '86 gli morì il padre, ed egli, interrotti dell' '88 gli 
studi liceali dopo il secondo corso, entrò in arte come prim.o 
attore giovine della Compagnia Benincasa, poi, nello stesso anno, 
di quella delle sorelle Marchetti. Fu amoroso 1' '89 con Fante- 
chi, poi di nuovo primo attor giovine il '90 con Tessero-Giozza» 



RUGGERI 



al fianco di Luigi Monti ed Enrico Belli-Blanes. Entrò il 'gì 
collo stesso ruolo in Compagnia Novelli-Leigheb, poi Novelli 
solo, con cui stette sino a tutto il '97, sostituendo nell'ultimo 
triennio il Cohnnello per le parti di primo attore. Fu il '98 primo 




attore con Brignone-Montrezza, e il '99 con la Iggius. Il '900, 
finalmente, prese posto qual primo attore assoluto in Compa- 
gnia Talli-Gramatica-Calabresi, nella quale è tuttavia {1903), 
riconfermatovi pel venturo triennio. 

Fino al momento dell'ultima scrittura, non aveva mostrato 
a qual grado sarebbe salito. Oggi egli è uno de' più forti arti- 
sti giovani, mercè una grande volontà e una grande perseve- 
ranza negli studi, accoppiate all'intelligenza svegliata. Di que- 



44» RUGGERI-RUTA 



Sta e di quelli egli va dando non dubbie prove, specie con la 
interpretazione del Parini e la recitazione della Canzone di Ga- 
ribaldi e ^^VCOde a Verdi di Gabriele D'Annunzio. Aitante 
della persona, piacente del volto, elettissimo de' modi, egli po- 
trà salir ancora molto alto, quando abbia saputo misurar più 
la dizione, talvolta confusa, e meglio usar della voce talvolta 
velata. 

Al pari del suo collega Ciro Galvani, benché in altro modo, 
egli unisce a questa del comico V arte del disegnatore. Il ge- 
nere suo preferito è la caricatura, e in moltissime, specialmente 
del Novelli, egli ha mostrato tutta la pieghevolezza del suo 
ingegno. 

Rtlino Francesco. Ercole di Ferrara, rispondendo con let- 
tera del 5 febbrajo 1496 al Marchese di Mantova Francesco 
Gonzaga, che gli aveva domandato le commedie volgari già 
rappresentate a quella Corte, dice che non può favorirlo, per 
essersi fatte soltanto le parti de* singoli attori, le quali, reci- 
tate le commedie, non furono serbate né messe insieme, e per 
essere alcuni degli attori in Francia, a Napoli, a Modena, a 
Reggio. E dove dice (nella lettera autografa, che è nel ducale 
Archivio di Modena) in Francia, a Napoli, è scritto in margine : 
Francesco Ruino, Pignatta. 

In Francia dunque era allora, molto probabilmente, il 
Ruino (V. Gir. Tiraboschi, Storia della leti. itaL, Roma, 1784, 
T.VI, P. II, 215, N.). 

Rusca Margherita (V. Visentini ). 

Ruta Cesarina. Nacque a Milano il 26 settembre del 1854 
da Filippo Scalzi, impiegato di Prefettura, e Luisa Watter. 
Traslocato il padre a Genova, ella entrò nella Filodrammatica 
del Falcone, e a soli quindici anni si scritturò con una piccola 
compagnia, diventando in breve mxC amorosa egregia. Sposò 
il '79 Pasquale Ruta, attore brillante, e fu con lui in Compa- 



gnia di Ernesto Rossi, prima attrice giovine, peregrinando per 
le varie città d'Europa, ammiratissima. Salì nell' '82 al g^ado 
di prima attrice assoluta in Compagnia Morelli, in cui la rap- 
presentazione dì Maria di Mandala di Pietro Calvi fu il suo 
maggior trionfo, dovuto all'arte sua e alla sua bellezza, ch'era 




meravigliosa. Andò r'83 con Emanuel, poi formò Compagnia 
con Ettore Mozzanti per un solo anno, dopo il quale si scrit- 
turò con Carlo Lollio, poi con Amato Lazzerì. Fu 1' '89 al Teatro 
Rossini di Napoli, poi, ammalatasi la Duse, fu la prima donna 
de' suoi comici, coi quali fece il giro della Sicilia. Passò quindi, 
sotto la direzione del Morelli, in Compagnia Marazzì-Dilìgenti 
e in quella di Lorenzo Calamai, finché, ammalatasi d'influenza, 
che si mutò in polmonite, si spense in Asti il 1 5 gennajo del '92, 
lasciando il povero marito e due figliuoHni nella desolazione. 

17. — / Comià ilaliami. VoL li. 



4JO RUTA - RUZANTE 

Cesarina Ruta fu, coni' ho detto, di bellezza raaravigliosa, che 
accrebbe in lei i pregi artistici. Rappresentò la prima al Valle 
di Roma e al Manzoni di Milano la Fedora. e n'ebbe assai lodi 
dai critici maggiori quali D'Arcais e Ferrigni {Yorick). 

Rutti Cecilia (V. Diana). 

Ruzante (V. Beolco Angelo nell'Opera, e nel Supple- 
mento). 





I COMICI ITALIANI 



Sacchi Felice. Lo chiamarono comunemente Felicino Sac- 
chefto per distinguerlo da Antonio Sacchi, il celebre Truffaldino, 
da cui derivò atteggiamenti e arguzie e prontezza nella ma- 
schera A^^ arlecchino, che sostenne con buon successo e per 
molti anni in Compagnia Medebach a fianco del brighella Giu- 
seppe Marliani (V.), che gli fu largo di utili ammaestramenti. 
Si recò del 1717 a Parigi a sostituir di quando in quando 
nella Commedia italiana Ìl vecchio Bertinazzì, ed esordì col Ca- 
merani 1*8 di maggio nel Maitre suppose, nuova comedia ita- 
liana, che non piacque. Sacchetti, così è citato nel D'Origny, 
non parlò francese, con assai poco diletto degli spettatori ; ma 
egli volle, fermamente volle, dopo soli quattro giorni, unifor- 
marsi al gusto del Paese, e vi riuscì. E a chi gli domandava, 
meravigliato, quanto gli fosser costati progressi così rapidi,- A? 
molto pianto, - rispondeva con una soavità commovente e una 
modestia degna d'incoraggiamento. 



454 SACCHI 



Ritornò la quaresima in Italia, e fu per un anno in Com- 
pagnia Rossi, passando poi nella sua prima del Medebach. Ma, 
cagionevole di salute, morì la primavera del 1771 a Milano, a 
soli trentasei anni, lasciando all'arte alcuni scenarj, tra' quali 
Fr. Bartoli cita II Mago dalla barba verde ed // turbante di 
Asmodeo. 

Sacchi Brigida^ moglie del precedente, e figlia di Antonio 
e Lucrezia Marchesini, fu buona innamorata nella Compagnia 
Medebach al fianco di suo marito. Recatosi questi a Parigi 
del 1767, ella si fermò per alcun tempo a Bologna col propo- 
sito di andarlo presto a raggiungere. Ma stabilito il di lui ri- 
torno, e passata di Bologna la Compagnia di Pietro Rossi, ella 
vi si scritturò per l'autunno e carnovale, recandosi a recitare 
a Livorno. 

Tornato il marito, e scritturatosi anch' egli col Rossi, ella 
ebbe occasione di assumere il grado di prima donna^ che so- 
stenne con molto buon successo, meritandosi la primavera a 
Piacenza il seguente sonetto che il padre Francesco Ringhieri 
pubblicò nella seconda edizione della sua tragedia Ortoguna, 
di cui la Sacchi fu prima e fortunata interprete. 

Tiappresentando il personaggio di Ortoguna la prima volta in Piacenza con 
applauso universale e singoiar maestria la signora frigida Sacchi. 

Mano air opra, o pittor. Quest'è Ortoguna, 
che Arabia ornò, ch'orna T Ausonie Arene; 
pingi virtù, pingi arte, e quanto aduna 
Melpomene di grande in auree Scene. 

Spiri odio, e amor, ma senza macchia alcuna, 
senza alcun neo mostri furori e pene; 
e quando è vinta dalla rea fortuna, 
vinca il maschio valor d'Argo, e d'Atene. 

Con ciglia immote il Grande e il Vii l'ammiri, 
e rapito dall'arte pellegrina, 
frema a' suoi sdegni, e a' suoi sospir sospiri. 



SACCHI - SACCO 455 



Giaccia invidia sul suol; l'alta Eroina 
fama preceda, e scritto al pie si miri: 
degli Eroi coturnati io son regina. 

Entrò di nuovo il '69 col marito nella Compagnia Mede- 
bach, e vi stette sino alla morte di lui. Vedova con due figli, 
passò a seconde nozze fuor del teatro, ma non potè godersi a 
lungo la quiete del suo nuovo stato, che, obbligata non poco 
tempo al letto da una cronica malattia d' utero, lasciò la vita 
il 1775 col compianto de' buoni, e fu sepolta nella chiesa di 
San Gio. Crisostomo a Venezia. 

Sacchi Giovanni. Figlio dei precedenti, fu come il padre 
un egregio arlecchino, e come lui conosciuto col nome di Sac- 
chetto. Ma venuti in decadenza V uso delle maschere e la com- 
media air improvviso, si diede a recitar le cose scritte, riuscendo 
attore stimato. Condusse alcuni anni ai primi del xix secolo 
una Compagnia secondaria, della quale egli era applaudito ca- 
ratterista, e con la quale s'ebbe la più varia fortuna. Morì a 
soli quarantasette anni in Casal Maggiore verso il 181 2. 

Sacco Gennaro e Maddalena. Gennaro Sacco, napole- 
tano, fu attore reputatissimo nel personaggio ridicolo di Coviello, 
eh' ei sosteneva nel dialetto del suo paese. Passato in vario pe- 
riodo di tempo in Lombardia, nel Veneto, a Genova, vi ebbe 
onori grandissimi, e fu al servizio del Principe Alessandro Far- 
nese di Parma, del Duca di Modena e del Duca di Brunswick 
a Varsavia. L'Archivio di Stato di Modena conserva alcune let- 
tere di Coviello, il quale, per non essere da meno dei suoi com- 
pagni, batte cassa con supplicazioni di ogni specie; ora (Bre- 
scia, 4 agosto 1 690) allegando in ragione che il suo esercito è in 
rovina per non aver potuto fare in diciassette giorni che sei 
comedie, che fruttarono di parte lire dieci e soldi otto; ora 
(Reggio, 20 novembre 1690) che li Massari del ghetto vogliono 
semignare t elettione, per la carica dei letti nel Cestello, e sospira 
una grafia che può liberarlo dalle mani del Ebraismo. 



456 SACCO 

Deir'89 si recò dal Finale a Sassuolo a recitarvi durante 
la permanenza del Duca, e avea seco la moglie Maddalena, che 
sosteneva le parti di serva col nome di Armellina. E da allora 
pare eh' egli entrasse in compagnia e nelle grazie del Duca, 
poiché in un documento sincrono dell'Archivio di Stato di Mo- 
dena abbiamo T elenco della Compagnia, in cui non figurano 
i nomi dei coniugi Sacco, bensì quelli di Gaetano Caccia, Lean- 
dro (V. Suppl.) e Galeazzo Savorini, Dottore (V.), con questa 
annotazione in calce: 

S. A. S. ha ordinato che invece di Gaetano Caccia cioè Leandro, e di Galeazzo 
Savorìni Dottore si paghino le lire 45 il mese a Gennaro Sacco detto Coviello, et alla 
Maddalena Sacco detta Armellina. 

Per r elenco della Compagnia V. Torri Antonia. 

Richiesto dal Ser.™"* di Celi, pare, secondo lettera da Han- 
nover del 5 gennajo 1693, che il Sacco si togliesse dal servizio 
del Duca di Modena senza dargliene alcun avviso ; per la qual 
cosa e' s' ebbe dal Marchese Decio Fontanelli sequestrate tutte 
le robbe. Ma egli si giustificò, dicendo a Celi e scrivendo al 
signor Franchi segretario di Celi : 

D'haveme più volte parlato al sig. Co. Decio Fontanella, al quale l'haveva 

rimesso il Comando del Ser.mo facendoli dire che non teneva servitori per forza, e che 
s'intendesse col S.i* Marchese sodetto: non havendone speditione, di nnovo ricorse al Ser.>"o 
e da nuovo il Ser. n>o lo rimise al S.i* M.se Decio, il quale lungamente lo fece languire, 
e li disse più volte che non sapea cosa dirli, alfine che li darebbe una lettera per Bolo- 
gna, e che gli augurava buon viaggio, che non si potè mai ha ver la lettera, e che parti 
doppo aver di ciò parlato in Modena, e sino à Cavalieri, c'erano nell'anticamera di S. A. 
Ser.mft dolendosi della poca fortuna e' haveva havuta col detto S.' Marchese. 

E pare che il Marchese Decio fosse lo spauracchio de* Co- 
mici, se dobbiam credere a una nuova raccomandazione in 
nome del serenissimo senza nome del raccomandato né dello 
scrivente, ma che concerne certo la faccenda Sacco, al Conte 
Francesco Dragoni Govemator di Bersello à Modena, intestata 
A Lei Sola, e che comincia : Ella havrà riguardo a non lasciar 
cculer il negotio, né la confidenza sul Sig/ Co. Fontanella sospetto 
per esser f arbitro del Theatro, e poco favorevole al Comico. 



SACCO 457 

Al qual Dragoni, anche quindici giorni dopo, il Mauro, 
pur da Hannover, scrive in nome del Ser.™° di Celi per ottenere 
dal Ser.*"*" di Modena il rilascio delle robbe sequestrate al Co- 
viello, e conoscere le sue intentioni, poiché se occorressero alSer!^^ 
non solo Cornelio, ma altri de suoi Comici ancora, ne sarebbe il 
SerJ^^ di Modena padrone^ 

Altra viva raccomandazione vi è del 5 marzo 1 69 1 al si- 
gnor Quaranta Caprara, perchè fosse di ajuto al Sacco nella 
riscossione di certo suo credito. 

< Finì di vivere - secondo Fr. Bartoli - intorno al 171 5, 
lasciando di sé pei meriti suoi, una rinomanza la più ricorde- 
vole ed onorata, > I quali meriti suoi non si limitarono a quei 
dell'attore, ma altresì dello scrittore, che molte opere in verso 
e in prosa egli pubblicò non senza alcun pregio scenico e let- 
terario di cui ecco l' elenco : 

Il Trionfo del merito. Poema. Venezia, 1686. 

Sempre vince la Ragione. Opera eroitragisatiricomica. Ge- 
nova, per Antonio Casamara, 1686, in- 1 2**. 

La luna ecclissata dalla fede trionfante di Duba, regina 
dell' Ungheria. Opera anagrammaticomica. Verona, per 
Domenico Rossi, i68y, in- 12°. 

La Commedia smascherata, ovvero I Comici esaminati. Co- 
media dedicata alla Maestà di Augusto secondo. In Var- 
savia, alla Stampa del Collegio delle Scuole Pie, i6gg, in-4°. 

Questa commedia, eh' egli pubblicò mentre era da nove 
anni comico del Ser.""® di Celi, < eh' è un Principe così grande 
- dice il Sacco nella prefazione - così giusto, e così pio, e ci 
grazia non solo dell' alta sua protettone, ma ci comparte una 
mercede così copiosa, che può far la fortuna, anche a chi pre- 
tende distintione assai superiore a quella di Comico >, è forse 
la più importante opera del Sacco, sì per la varietà imaginosa 
delle scene, sì per la comicità ond' è piena, e anche per lo stile 
men reboante del solito. Il soggetto è la solita difesa delle Co- 
sa. — / Comici italiani. Voi. II. 



458 SACCO 

medie e dei Comici contro le accuse di immoralità, di disone- 
stà, di perdizione: una specie di Supplica del Beltrame in azione. 
Il Sacco, ossia Gennaro, detto il Capitan Coviello, vi era terzo 
innamorato. Recitava come sempre nel dialetto napoletano, e 
alla scena XVI del primo atto, in cui tutti i Comici fanno <un 
paragone della Comedia ad altra cosa > egli, dopo il discorso 
del primo innamorato Ottavio, e del Pantalone Girolamo, dice : 

Platone nel settimo della sua Repubblica, obliga i Capitani d'eserciti ad essere 
buoni aritmetici, però io che rappresento la parte del Capitano, sosterrò che la Comedia 
costa di questa scienza matematica, e che sia il nero : l' aritmetica si diuide in prattica, e 
specutatiua; la Comedia e composta di numero semplice non douendo uscire da i termini 
assegnati da Aristotile, di ventiquattr' hore ; e di numero diuerso, partito in tre parti che 
sono gl'Atti, ne quali si racchiude. Nella Comedia è necessaria la proportione del luogo, 
e la proportionalità del Caso ; la egualità delle persone, maggiore, o minore ; e l' inegna- 
liti delle cose; ella è formata di regole, di quella del tré nel Comico che deue hauere, 
bella presenza, Toce soaue, e buona memoria. Di quella del Cinque nel prologo, nell'epi- 
sodio, nel esito, nel Corico, e nel Como ; di quella del sette nelle sue varie specie, espresse 
dal Donato, cioè: Palliata, Togata, Atellana, Tabematia, Mimo, Rhintonica, e Planipedìa. 
Ha la positione semplice, ne i personaggi sciocchi ; la positione doppia ne i semi astuti ; 
con la prattica d'algebra, e di almucabatà, si espongono i moltinomij de soggetti; Con 
l' aritmetica attiua poi numera il tempo, somma gì' accidenti, sottrae l' improprio, e mol- 
tiplica gì' abbellimenti ; vsa le prone per riuscire, tiene libro semplice per le rappresenta- 
tioni, e doppio per il guadagno; in fine se Pittagora sostiene che la natura de numeri, 
trascorre per tutte le cose, anche la Comedia di tutte le cose è specchio ; però moltipli- 
cando il suo merito per ogni regola, trono che innumerabili, come innumerabili sono le 
diuisioni aritmetiche, sono ancora le sue glorie. 

Coviello appartiene alla categoria dei capitani. Seguendo 
il Callot, Maurizio Sand ci ha rappresentato il tipo in atteggia- 
mento di danzatore e suonatore di mandolino ; ma a me pare 
non si debba con troppa sicurezza attenersi pel costume a co- 
teste incomparabili figurine, nelle quali, a osservar bene, domi- 
nan solamente due tipi: del Capitano e dello Zanni; e talvolta 
l'uno invade il campo dell'altro, come, a esempio, il Fracassa 
che ha V abito zannesco di Pulcinella, o di Scapino, o di Frit- 
tellino (V. Andreini Francesco, pag. 75). II Coviello, tranne 
alcuna eccezione, è uno stupido che fa il bravaccio, come il 
Capitano; e di Capitano ha il costume con grandi piume al cap- 
pello, grandi stivali, e grande spada. Il Valentini ce lo dà in 
abito spagnuolo, e tale a un dipresso lo vediamo in una delle 



SACCO 459 

sue apparizioni nella illustrazione della Cameriera brillanie di 
Goldoni (Ediz. Zatta), in cui Traccagnino vien travestito nella 
scena V dell'atto III da Capitan Coviello, e parla napolitano. 

Sacco Gaetano. Fratello del precedente. Secondo che 
scrive il Piazza nel Teatro, egli era ancora quarant'anni dopo 
la sua morte nella memoria de' comici, come valentissimo ar- 
lecchino, sotto il nome di Truffaldino, e autore di scenaij, pei 
quali esso Piazza lo qualifica autore di commediacce. Nella fede 
di nascita del figliuolo non abbiamo le notizie personali del pa- 
dre, e però non sappiamo né dove, né quando sia nato: sappiam 
soltanto ch'egli era a Vienna comico al servizio di quella Corte, 
quando nacque il celebre figlio Antonio (i 708), e che « fu - dice 
Fr. Bartoli - in Moscovia al servizio della gran Zara, ove pose 
fine a' suoi giorni nel i735.> 

Sacco Adriana. Figlia del precedente e di Libera Sacco, 
fu sempre nella compagnia del padre. Recitò da giovine le 
parti di donna seria sotto il nome di Beatrice. Fr. Bartoli ac- 
cenna a un errore in cui ella incorse, ritenendo opera di Giro- 
lamo Barufifaldi la tragedia Diosebe, ch'ella recitò ancor nubile 
in Pavia il 1727, e dedicò alle dame di quella città. Passò da 
quello di donna seria al carattere della serva sotto il nome di 
Smeraldina, nel quale successe alla Passalacqua, e riuscì at- 
trice pregiatissima per l'acutezza dello spirito, la grazia del 
gesto e la vivezza dei lazzi. 

Il Goldoni, a proposito dell' arte sua, dice che eccettuata 
fucUche caricatura sosteneva benissimo l' impiego di Cameriera ; 
ma, avverte saviamente il Lfthner, egli la < giudica un po' se- 
veramente, forse perché era cresciuta nelle tradizioni un poco 
sgangherate delle farse " à Canevas" d'allora. > 

Sposò il 9 gennajo 1739 in prime nozze il bravo dottore 
Rodrigo Lombardi (V.), dal quale s'ebbe più figli, tra cui Be- 
nedetto e Rosa, di cui é parola al nome di Lombardi ; e dieci 
anni dopo Atanasio Zanoni, celebratissimo brighella, da cui si 



46o SACCO 

ebbe due figli, Teresa e Idelfonso (V.). Recitò ancor vecchia, 
e mirabilmente ; finché, afflitta da malattia cronica, obbligata 
non poco tempo al letto, cessò di vivere a Venezia il i° feb- 
brajo del 1776 a oltre settant'anni. 

Sacco Giovanni Antonio. Altro figlio del precedente, 
nacque a Vienna il 3 di luglio del 1 708. Testimoniaron V atto 
di nascita Giovanni e Margherita Bononcini (V.), Barbara Za- 
nardi (V.), ed Eva Maria Solbachin, levatrice. Cominciò contes- 
sere ballerino esperto, e Fr. Bartoli ci dà così le prime notizie 
artistiche di lui : 

Danzando in Firenze sotto la maschera di secondo Zanni nel Teatro della Pergola, 
fa veduto dal Gran Duca Gio. Gastone, che chiamandolo alla sua presenza, e ravrisatolo 
di pronto spirito, volle obbligarlo a recitare la sera appresso in quel ridicolo Personaggio 
nell'altro Teatro del Cocomero, in cai vi travagliava Graetano suo padre. Esegui il comando 
di quel Sovrano, mostrossi dispostissimo a tale esercizio, e veramente trasportato poi dal 
genio alla Comica professione, pose la maschera del Truffaldino con sicurezza, e di grado 
in grado collo studio s* andò perfezionando, divenendo finalmente un inimitabile, e famoso 
Comediante. Insieme con Gaetano Casali servi il Teatro S. Samuele de' nobili Patrizj Grì- 
mani; e poi passò nell'altro degli stessi Padroni detto di S. Gio. Grisostomo, e ne tolse 
la direzione egli solo. In tutti due questi Teatri fece valere Antonio Sacco la di lui abi- 
lità, mostrandosi un comico fondatissimo nelle cose dell' arte, e comparendo grazioso, ar- 
guto, e nelle facezie e nei sali spiritoso e bizzarro. 

Il Sacco si recò a Venezia con tutta la famiglia V autunno 
del 1738, un anno dopo la morte dell'ultimo Medici; e, salito 
poi in gran rinomanza, partì per la Russia Testate del 1742, 
nonostante i suoi impegni con S. E. Grimani, imperante da un 
anno Elisabetta Petrovna, figlia di Pietro il grande ; seguito 
da metà della Compagnia di S. Samuele, ossia da tutta la fa- 
miglia, composta di moglie, suocera, sorelle, cognati. Rimpa- 
triò il 1 745, e, perdonato dal Grimani, riapparve al S. Samuele 
a Venezia, d'onde inviò al Goldoni la commissione del Servi- 
dore di due padroni. Fu molti anni a Venezia e in Italia, finché, 
chiamato alla Corte di Portogallo, non curandosi né men questa 
volta del contratto ch'egli aveva con S. E. Grimani, piantò im- 
provvisamente il S. Samuele, e recatosi a Milano la primavera 
del 1753, poi a Genova per alcune recite in attesa dell'imbarco. 



SACCO 461 

fé' vela con la miglior parte della Compagnia per Lisbona, ove 
giunse al cadere di quell'anno, e ove s'ebbe la più festosa delle 
accoglienze. Sappiamo da Fr. Bartoli che 

non contento il Sacco di produrre il suo proprio divertimento, altro cerconne per mag- 
giormente rendere gradita la di lui servitù. £ ciò esegui col fare apprendere a' piccoli fan- 
ciulli figliuoli de' Comici suoi alcune Commedie del Goldoni, le quali erano da essi, benché 
di tenera età, meravigliosamente eseguite. L' attenzione del Sacco fu in buon grado accolta, 
e generosamente premiata da Sua Maestà. Passavano intanto i Comici tranquillamente i 
suoi giorni in Lisbona, accumulando ricchezze, e facendo una vita comoda e doviziosa. 

Ma, ahimè, il fatalissimo terremoto del 1755 obbligò il 
Sacco a tornarsene in Italia, a Venezia, ove riprese il S. Sa- 
muele, e continuò per alcuni anni a condur la Compagnia con 
buona fortuna, recandosi in vario tempo a Milano, Torino, Ge- 
nova, Bologna. 

Quivi fu l'estate del '59, e fece una delle solite recite, per- 
chè fosse continuata la grande opera del Portico di S. Luca. 
A lui è dovuta la costruzione dell'arco 627, sotto il quale è 
scritto : 

ANTONIO SACCO | E COMPAGNI COMICI | CON 
LA RECITA FATTA | NEL TEATRO FORMA- 
LIARI I LI X LUGLIO MDCCLIX. 

Tornato a Venezia, e sentito come a divertimento del nuovo 
piccolo Sovrano Ferdinando IV si dovesse scegliere una Com- 
pagnia comica Lombarda, si affrettò ad offrire con una supplica 
del 20 ottobre (V. Croce I. T. di N., 490-9 1) la sua comica Com- 
pagnia € in quel grado medesimo che ella ebbe l' onore di ser- 
vire per più di due anni la Maestà Fedelis.* del Re di Porto- 
gallo e sua Reale Famiglia > , assicurando € ch'essa compagnia 
era molto migliorata, e che i soggetti comici ridicoli che la 
componevano, capaci eran di divertire qualunque Principe Cat- 
tolico, anche severamente educato. > 

Ma la voce della Compagnia Lombarda a Napoli era in- 
fondata, e Sacco rimase a Venezia. 

Intanto le opere del Goldoni e del Chiari andavan acqui- 
stando sempre maggior grido, e il pubblico s' era diviso in due 



402 SACCO 

parti, disertando il teatro del povero Sacco. Fu allora che il 
Conte Carlo Gozzi, già forte estimatore dell'ingegno di lui, pensò 
di venirgli in ajuto, esordendo come autore la sera del 25 gen- 
najo 1761 con la fiaba U amore deUe tre Melarance, < caricata 
parodia buffonesca sull'opere dei signori Chiari e Goldoni, che 
correvano in quel tempo ch'ella comparvo Fu preceduta da 
un prologo in versi < Satiretta contro a' Poeti, che opprimevamo 
la Truppa Comica all'improvviso del Sacco > , e * nella bassezza 
de' dialoghi e della condotta e de' caratteri, palesemente con 
artifizio avviliti, l'autore pretese porre scherzevolmente in ri- 
dicolo // Campiello, Le massere. Le baruffe Chiozzotte, e molte 
plebee e trivialissime opere del signor Goldoni. > Che Dio l'ab- 
bia in gloria!... Il successo della novità fu enorme, e n'ebbe 
il Sacco gran vantaggio con danno degli altri teatri, sì che il 
Gozzi continuò nell'impresa felicemente. 

Affaticato il Sacco dal continuo recitare, e annojato di 
sentirsi criticare la compagnia per le parti serie, pregò l'autor 
protettore di scrivergli alcun lavoro senza maschere : per tal 
guisa egli avrebbe riposato, e i detrattori si sarebber ricre- 
duti. Gozzi scrisse infatti le due trag^cocommedie : Il Cavaliere 
amico e Doride, recitate la prima volta, quella a Mantova il 
28 aprile del 1762, questa, pure a Mantova, il 21 di giugno 
dello stesso anno; ma non v'eran cagioni di rivolta, non vi re- 
citava il Sacco, e la compagnia era.... quello che era: il suc- 
cesso ne fu meschino. L'autore si limitò solo a dire: «Un 
poeta, che voglia ajutare una Truppa Comica sola, la quale 
sia in credito per un genere, e in discredito per un altro 
nell'universale, non farà certamente grand' onore a sé stesso, 
né darà grand' utile alla Truppa soccorsa, se la vorrà occu- 
pata in quel genere, di cui non é creduta dall'universale 
capace. > 

E dietro lo smacco dell'insuccesso, il Sacco pensò di andar 
migliorando la Compagnia, facendo scrivere allo stesso Gozzi 
nel 1772 (prefazione alla traduzione del Fajel di D'Arnaud [Ve- 
nezia, Colombani]): 



464 SACCO 

Egli tiene la Compagnia esercitata nella Commedia improvvisa, e ben provveduta 
de' più atti personaggi a una tale rappresentazione ; ma ben fornita la tiene ancora di 
abilissimi personaggi a recitare qualunque buona Tragedia, Tragicommedia, Comme- 
dia, composta o tradotta che gli venisse da qualche leggiadro spirito recata. 

Infatti ecco l'elenco della Compagnia per Tanno 1775 la- 
sciatoci dal Lessing nel suo Tagebuch der italienischen Reise, che 
è nel XVI volume dei Sàmtliche Schriften herausgegeben von Karl 
Lachmann (Leipzig, GOschen, 1902): 



DONNE 

Teodora Ricci 
Chiara Simonetti 
Angiola Sacchi 
Maddalena Ricci 
Teresa Zanoni 



MOROSI 

Petronio Cenerino (Zanerini) 
Luigi Benedetti 
Domenico Menghini 
Giovanni Vitalba 
Francesco Bartoli 



MASCHERE 

Antonio Sacchi, ^Arlecchino 
Atanasio Zanoni, brighella 
Gio. Battista Rotti, Pantalone 
Agostino Fiorilli, Tartaglia. 

Compagnia ritenuta la migliore, e colla Ricci, collo Zane- 
rini, col Vitalba, colla Sacco, colla Simonetti, col Bartoli, atta 
davvero a poter rappresentare qualunque opera seria. 

Il 1762 il Sacco passò al Sant'Angelo, e un anno dopo fu 
trattato dal Duca di Duras per la Comedia italiana di Parigi ; 
ma non vi si recò altrimenti, forse, a parer del Goldoni, per 
ragióne d' interesse, volendo egli essere di punto in bianco 
ricevuto a parte (V. lettera di Goldoni al Marchese Albergati 
\n fogli sparsi raccolti dallo Spinelli, pag. 119). Era a Milano il 
il carnovale 1762-63 e l'aprile 1764. Il maggio del '65 fu nuo- 
vamente ventilato il disegno di farlo andare a Parigi col mezzo 
del Goldoni, per incarico dell' intendente primario degli spet- 
tacoli M. de la Ferté (V. lettela s. e), ma egli né anche 'sta 
volta vi andò. Andò invece a Innsbruck, chiamatovi dalla Corte 
Imperiale, dove, uscendo dall'avere assistito alla sua rappre- 



SACCO 465 

sentazione del 1 8 agosto, morì istantaneamente V Imperatore 
Francesco I. Lo vediamo la primavera del '69 nel Nuovo Tea- 
tro di Corte di Modena (V. Spinelli - Una recita di A. Sacco a 
Modena in JLa Promncia di Modena del 3 1 ottobre e 1° novem- 
bre 1901), ove apparve la sera del 30 maggio l'Imperatore 
Giuseppe II proveniente da Firenze. La sera dopo egli era al 
teatro in Mantova ; e lo Spinelli riferisce questo brano di let- 
tera di Luigi Galafassi a suo padre Consigliere ducale : 

L' Imperatore disse che a Modena la Commedia era ottima, e qaell* arlecchino molto 
vivace e bravo, e che una soa facezia gli sarebbe sempre stata impressa, ma che non vo- 
lena dirla. D vecchio marchese 2^etti disse che la Compagnia Sacco era veramente buona, 
che si era sentita in Mantova, e che quell' arlecchino era stato applaudito. S. M. ripigliò : 
e Intendo, vorrebbe sapere che cosa ha detto, ma.... oh! via, diciamolo. Si trattava di 
un ammalato, a cui il medico aveva ordinato che si cibasse di cibi leggieri. Tutti propo- 
nevano chi una cosa chi l' altra. Arlecchino disapprovava tutto : se volete cibar bene il vo- 
stro ammalato dategli quattro cervelline di donna, che non vi è cosa più leggiera al mondo. 
La cosa mi arrivò cosi improvvisa e frizzante, che non so risovvenirmene senza ridere. » 

E trovata la commedia di Mantova poco buona, S. M. disse : 
< A Modena la commedia mi ha assai divertito, e vi è un Tar- 
taglia (A. Fiorini, V.), che è il miglior comico che io mi abbia 
mai sentito. > 

E così, di trionfo in trionfo andò innanzi il fortunato ca- 
pocomico artista, ultimo grande avanzo della commedia im- 
provvisa, fino all'anno 1 782, in cui la Compagnia, descritta dal 
Gozzi al principio de' suoi servizi, come quella che < aveva un 
credito universale, quanto a' costumi famigliari, differentissimo 
da quello che in generale hanno quasi tutte le nostre Comiche 
Compagpiie >, e di cui {Mem., T. II, 17) 

la unione, la buona armonia, le occupazioni domestiche. Io studio, la subordinazione, il 
vigore, la proibizione alle femmine di ricever visite, 1* abborrimento che queste dimostra- 
vano di accettar doni da' seduttori, 1* ore regolarmente divise ne' lavori casalinghi, nelle 
preci, e l' opere di pietà co' miserabili eh' ei vide nel suo drappelletto, gli piacquero, 

dopo venticinque anni di eroicomica assistenza dovè sciogliersi 
per la vecchiaja e il rimbecillimento del Sacco ; e più ancora 
pe' suoi ridicoli amori a oltre óttant'anni, pei quali, vedendo 
compromessa l'eredità, la figlia comica si ribellava audace- 

59. — / Comici italiani. Voi. IL 



466 SACCO 

mente. Alla sua s'unì poi la ribellione di tutta la Compagnia; 
e a questa le invettive del Sacco, doventato un demonio, che 
eran morsi canini. Si corse persino alle spade e ai coltelli. Pe- 
tronio Zanerini, Domenico Barsanti, Luig^ Benedetti, Agostino 
Fiorini si levaron di compagnia nauseati ; anche Atanasio Za- 
noni risolse di abbandonare il cognato; ma con la intromissione 
del Gozzi, rimase.... ancor per due anni, in mezzo alle grida, 
ai lamenti, alle ingiurie, alle minacele. Si passò dal S. Salvatore 
al Sant'Angelo invano. Mancavano i mezzi per allestir degna- 
mente nuovi lavori ; mancavano i mezzi per pagare i comici ; 
si andò pe' tribunali, si ricorse a' sequestri; e finalmente la 
Compagnia, < che per lungo corso di anni era stata il terrore 
di tutte le altre Comiche Truppe, e la delizia de' teatri, si sciolse 
miseramente > , e il vecchio Truffaldino, avanti di partire per 
Genova, andò a salutare il Conte Gozzi, e a chiedergli con un 
bacio perdono e compassione. 

Sul cadere dell' 88 egli morì sopra una nave nel tragitto 
da Genova a Marsiglia; ed ecco come la Gazzetta Urbana Ve- 
neta del 19 novembre 1788, n. 93 dà l'annunzio del triste caso: 

Qnest' nomo &mo8o che ammirare si fece sino a* confini d' Europa : che fa chia- 
mato fuori d'Italia, dove non intendesi la nostra lingua: che volar fece il suo nome ap- 
presso tutte le nazioni dove conoscesi e pregiasi la comic' arte : che nelle nostre parti rese 
col suo valore angusti al concorso i maggiori teatri, è morto indigente nel suo tragitto 
da Crenova a Marsiglia e il suo cadavere soggiacque al comune destino de' passeggieri ma- 
rittimi, d' essere gettato in mare. Sarà vero che molto in sua vita egli abbia guadagnato 
e molto speso : ma è vero non meno che l' arte comica in Italia non arricchisce nemmeno 
chi l'esercita colla più grande fortuna. 

Non mi par qui il caso di dover rilevare la stupida osser- 
vazione del giornalista, come se l'arte comica in Italia fosse 
responsabile dello sperpero dei danari, degli ori, degli argenti, 
e delle gemme, che un attore, favorito dalla sorte fino agli ot- 
tant'anni, fa in amori senili degni di ogni dileggio.... 

Tocchiamo più tosto dell'arte sua come attore e capo- 
comico. 

Nella Tartana degl' influssi e nelle varie Composizioni 
facete satiriche del Conte Gozzi {Opere, Firenze -Venezia, 1774, 



SACCO 467 

Colombani, T. Vili), molto si discorre contro il Goldoni e il 
Chiari in favore di Antonio Sacco. 

Il Burchielb, profetando il ritorno di esso da Lisbona per 
il mese di dicembre (carnovale 1755-56), cantava: 

Anderan le formiche a processione, 
perocché carnovale era sbandito; 
e' dice ancora, tutte le persone 
andranno al Sacco, come ad un convito; 
e rideranno, e dirangU: Ghiottone; 
perchè si t'eri, traditor, fuggito? 
Questi dottor ci opprimeano i cardiaci; 
eravam fatti tutti ipocondriaci. 

Chi poi voglia avere un' idea de' pregi del Sacco e della 
sua Compagnia, secondo il giudizio di esso Gozzi, non ha che 
a leggere il secondo volume delle Memorie inutili, e tutto il 
Canto ditirambico de' partigiani del Sacchi Truffaldino (opere e. s.), 
in cui fra V altro è detto : 

Sacchi innocente, 
di nostra mente 
consolazione, 
tato e mignone, 
tu con le pure 
caricature, 
e con gl'imbrogli, 
quando tu il vuogli, 
e con gli amori, 
e co' furori, 
le gelosie, 
le braverie, 

senza osceni allettamenti, 
imposture, adulazioni, 
vinci tutte le invenzioni 
de' Poeti prepotenti ; 
e ci sollucheri, 
e i cori inzuccheri; 
a' tuoi detti giriam gli occhi, 
tanto il mei par che trabocchi, 



468 SACCO 

e ci urtiamo e pizzichiamo, 

ci abbracciami ridiam, gridiamo: 

O poeti da cucina, 

Viva il Sacchi, e Smeraldina. 

Ma se tutto s'avesse a riferire di quanto fu pubblicato in 
favore del Sacco, occorrerebbe un grosso volume. Né dal 
tempo delle ficAe scritte, dopo tornato egli da Lisbona, datan 
le offese e difese dei due campi. 

V*ha un manoscritto nella Biblioteca Estense di Modena, 
comunicatomi dalla cortesia dell'amico G. A. Spinelli, intito- 
lato : La I Chiareide | Poema \ criHcosatiricogiocoso \ raccolto 
da I Episarco Laprisio \ Pastor Lapponio, il quale contiene oltre 
a sonetti dell' ab. Pietro Chiari contro i Conti Gozzi e l'Accade- 
mia de' Granelleschi, tre sonetti dello stesso Chiari per la par- 
tema della Compagnia Sacco, i quali dieder motivo alla Raccolta, 
con le risposte a ognuno, e de' quali ecco il primo, come saggio : 

In occasione \ Della partenza da Venezia per Lisbona \ della Com-- 
pagnia Comica di | Antonio Sacco: 

Anime ree. più nere de T inchiostro, 

Amiche a l'Alcoran, più che al Vangelo; 
Obbrobrio, e disonor del secol nostro, 
Pesti de la Natura, odio del Cielo; 

Respiri Italia in voi perdendo un Mostro, 

C'ha il fiel negli occhi, e fin sul core il pelo: 

Andate pur, seguite il destin vostro. 

Più a voi contrario, che le fiamme al gelo. 

Le sirti Gaditane e le procelle. 

D'avervi ad ingojar speran fra poco. 
Alme bestemmiatrici, a Dio rubelle. 

Spera chi tien fra Lusitani il loco. 
Per vendicar le bestemmiate stelle, 
Se sfuggirete il mar, di darvi al fuoco. 

Che il Sacco fosse attore di grandissimo grido sì per le 
argute improvvisazioni, sì per la eleganza e rapidità dell'azione. 



SACCO 469 

è fuor di dubbio, che troppi sono i testimonj e non sospetti 
come il Goldoni, che al Capitolo IV, T. Ili, delle Memorie sen- 
tenzia : « Il nostro secolo ha prodotto tre gran comici quasi 
nel tempo istesso. Garrik in Inghilterra, Preville in Francia, 
e Sacchi in Italia : e nella Prefazione al Servitore di due padroni. 
Scenario, ossia Commedia a Soggetto, composta il 1745, mentre 
era a Pisa fra le cure Legali, dice di lui : 

I sali del Truffaldino, le facezie, le vivezze sono cose che riescono più saporite, 
quando prodotte sono snl latto dalla prontezza di spirito, dell'occasione, del brio. Quel 
celebre eccellente comico, noto all' Italia tntta pel nome appunto di Truffaldino, ha una 
prontezza tale di spirito, una tale abbondanza di sali e naturalezza di termini, che sor- 
prende: e volendo io provvedermi per le parti buffe de le mie Commedie, non saprei 
meglio farlo, che studiando sopra di lui. Questa Commedia l' ho disegnata espressa- 
mente per lui, anzi mi ha egli medesimo l' argomento proposto, argomento un po' dif- 
ficile in vero, che ha posto in cimento tutto il genio mio per la Comica artificiosa, e 
tutto il talento suo per l'esecuzione (V. anche nelle Memorie il Cap. XLIX del 
Tom. I). 

Visto poi che recitata da altri la Commedia non sortiva 
il medesimo successo, s'indusse a scriverla tutta, «non già, - 
aggiunge con gentile riserbo, - per obbligar quelli che soster- 
ranno il carattere di Truffaldino a dir per V appunto le parole 
sue quando di meglio ne sappian dire, ma per dichiarare la 
sua intenzione, e per una strada assai dritta condurli al fine. > 
E conchiude pregando chi reciterà quella parte, di volere in 
caso di aggiunte astenersi < dalle parole sconcie, da' lazzi spor- 
chi....» E qui forse intende di muover velatamente rimprovero 
al Sacco stesso, che in materia di sconcezze su la scena pare 
non avesse troppi scrupoli. 

Ne fa fede Pietro Antonio Gratarol al Capo XII della sua 
Narrazione apologetica, quando dice : 

Non altronde che a Venezia ti verrebbe &tto, manigoldo, di ottenere da ogni ge- 
nere di persone quanto ivi ottieni. Li commedianti d' altra nazione sanno anzi rigentilire 
la comica professione con modi li più costumati e sulle scene e nelle case; ma tu, più 
ch'ogni altro, ben sai renderla infame con un'intollerabile licenza di continui atteggi e 
sali, o repugnanti alla decenza, o temerari nella censura. Infatti questo idolatrato eroe, 
non so se per superbia di vedersi arricchito, ovvero per timor di spacciare le sue buffo- 
nerie senza il costumato prezzo delli dieci quattrini, & moltissimo il prezioso nella società, 
e ne riesce alquanto sciapito. 



470 SACCO 

E al Capo XVIII, parlando della censura per la bestemmia: 

Perchè non si rivedono e non si licenziano anche tante scandalose ribalderìe, che 
impunemente escono tntto giorno dal Truffaldino e da altri? 

Ma più ancor ne fa fede Giuseppe Baretti, non veramente 
sospetto di poca sincerità come potrebbe essere creduto il 
Gratarol per le sue relazioni con la Compagnia Sacco e il Conte 
Gozzi, in una sua lettera da Venezia del 14 aprile 1764 a Don 
Francesco Carcano, al quale raccomanda vivamente il Sacco 
che doveva recarsi giusto allora a Milano. Egli scrive : 

Benché in teatro, per compiacere il grosso dell' udienza, egli si lasci scappare qual- 
che cosetta un po' grassetta, pure nel suo conversare familiare egli è tale che le vostre 
intemerate Marianne e Carlotte non hanno che temere.. •• 

Fr. Bartoli che fu nella sua Compagnia sei anni, senza 
buona fortuna, tesse di lui le più ampie lodi; lo dice istruito, 
specialmente intorno alla Storia Universale, direttore egregio 
per le opere serie come le comiche, gran comico, ritrovatore 
di molte scene, di cui lardellava i vecchi soggetti dell'arte, che 
ne venivan così risanguati, autore di scenarj, fra cui del fortu- 
natissimo Truffaldino molinaro innocente. 

Truffaldino non è che uno dei tanti nomi di Arlecchino, 
senza mutamento né di abiti, né di essenza. Il Rapparini a 
pag. 184 del suo Arlichino (Heidelberga, Miiller, 17 18) ce ne 
dà una lista, più lunga a dir vero del bisogno; che alcuni ebber 
vario il costume, e varia T essenza : 

Arlichino, Trufaldino, 
Sia Pasquino, Tabarrino, 
tortellino, naccherino, 
Gradellino, Mezzettino, 

POLPETTINO, NeSPOLINO, 

Bertolino, Fagiuolino, 
Trappolino, Zaccagnino, 
Trivellino, Trac agnino, 
Passerino, Bagatino, 
Bagolino, Temellino, 
Fagottino, Pedrolino, 
Fritellino, Tabacchino. 



SACCO 471 

E autentico il ritratto che qui riproduco ? Chi sa ! Appar- 
tiene alla splendida raccolta di Hugo Thimig, T eccellente co- 
mico, direttore del Teatro Imperiale di Vienna, che volle gen- 
tilmente concederne la riproduzione per l'opera mia. Al Thimig 
fu dato da un erudito di Dresda, che ci scrisse sotto : Arlequin 
bei den Sdcksischen Kómedianten im Jahr iy2j, e disse a voce 
a esso Thimig trattarsi assai probabilmente del famoso Sacchi. 
1723? Dunque del Sacchi a quindici anni? Non mi pare pos- 
sibile. L'arlecchino di Dresda del 1723 non era Natalino Bei- 
lotti (V.), uno dei Beniamini della Corte? Potrebbe adunque 
esser questo il ritratto suo, giacché quel che parmi certo si 
è non trattarsi qui di una semplice imagine della maschera di 
arlecchino, ma di un vero e proprio ritratto. 

Quanto al cognome del nostro artista non saprei che de- 
cisione prendere. Sacco egli è detto nell'Arco del Portico di 
S. Luca; e Fr. Bartoli che pur fu sei anni con lui lo chiama 
Sacco; Goldoni Sacco e Sacchi, Gratarol Sacchi, Sacchi il Gozzi 
che fu con lui venticinque anni, Sacchi il Baretti, Shagy il Re- 
gistro parrocchiale di Santo Stefano di Vienna, e finalmente 
Sacchi si firma in tutte le sue lettere lo zio Gennaro, Ca- 
pitan Coviello. Io l'ho chiamato Sacco, attenendomi alla let- 
tera che il Croce riferisce, sottoscritta Antonio Sacco capo 
comico. 

Sacco Antonia, moglie del precedente, e figlia di Elisa- 
betta Franchi, fu assai pregiata artista per le parti di donna 
seria col nome di Beatrice, sì nelle commedie a soggetto, sì 
nelle scritte. Fu sempre nella Compagnia del marito, e vi- 
veva ancora il 1782 fiior della scena per la soverchia età. 
Anche di lei Carlo Gozzi fa menzione nel citato canto diti- 
rambico : 

Sieda ancor la Beatrice, 

che de' Sacchi accresce il novero, 
perchè il mondo mai sia povero, 
frutta di cotal radice. 



472 SACCO 

Sacco Vitalba Angela. Figlia dei precedenti e moglie 
di Giovanni Vitalba,' fu egregia nelle parti di prima donna, che 
sostenne sempre nella Compagnia di suo padre che le fu ottimo 
maestro. Molte delle parti nelle Fiabe del Gozzi e nelle sue 
Commedie tratte dallo spagnuolo furono scritte per lei. F. Bar- 
toli ci fa sapere come < al suo valore non corrispondesse an- 
cora il di lei personale, che per essere basso, e pingue di so- 
verchio le fu di molto discapito neir arte sua. > Di ciò fa cenno 
anche il Gozzi nel canto ditirambico: 

L'Angelina il monte assaglia, 
ma s'ingrassi un po' più adagio. 

La primavera del 1766 si trovava a Bologna, e le fu di- 
retto da Ignazio Casanova il seguente sonetto, comunicatomi 
gentilmente da G. A. Spinelli, stampato poi nel giugno a Mo- 
dena in foglio volante dagli eredi B. Soliani. 

Al merito della valorosa signora | Angiola Sacco | Vitalba | prima 
donna della Compagnia de' Comici \ al Teatro Formagliari [ la 
primavera dell'anno 1^66. 

KÀlludesi alla bellissima Commedia 
** Che anche una Donna sa custodir un segreto'' 

Pensieri ingiusti nella mente accoglie 
Contro il Sesso gentil il Volgo insano; 
Lo crede infido a custodir l'Arcano, 
Che facile riceve, e presto scioglie. 

Lo dice avvezzo a tramutar le voglie, 
Capace di tradir al par di Gano, 
Chi in lui s' affida il seme butta invano; 
E sol miete per fin affanni e doglie. 

Qui venga il folle, e nel sentir la forte 
Faconda Donna sostener l'impresa 
Con cor virile, e con maniere accorte: 

Vedrà la Donna della Fé custode, 
Costante all'uopo, e di valore accesa, 
Che il bel Sesso gentil merita lode. 



SACCO - SADOWSKY 473 

Il 1782 era ancora col padre al triste momento in cui la 
Compagnia stava per isfasciarsi. Le scene violente ch'ella ebbe 
di continuo con lui per vedere la eredità paterna insidiata da 
ridicoli amori, resero incompatibile la sua dimora in Compa- 
gnia, sicché, avanzando negli anni, determinò di togliersi col 
marito dalla professione. 

Sacco Giovanna. Sorella minore della precedente, recitò 
sempre nella Compagnia del padre, ammiratissima nelle parti 
di amorosa ingenua, e in quella specialmente di Barberina nel- 
VAugeUin Belverde del Conte Gozzi. Sposatasi al fabbricator 
di navi, Paris, che al tempo delle Notizie di Fr. Bartoli (1782) 
era primo Ammiraglio dell'arsenale, si ritirò dall'arte, in cui 
prometteva di riuscir valentissima. 

Sadowsky Fanny. Nata a Mantova il 1827 da un Capitano 
polacco al servizio dell'Austria, fu una delle maggiori attrici 
italiane, fiorita dal '45 al '65, entrata in arte in quella famosa 
Compagnia di Gustavo Modena, fatta di elementi giovani, non 
viziati da eroi o eroine della scena. Giuseppe Costetti ne trac- 
cia il seguente ritratto : 

Sedicenne appena, Fanny Sadowski avea alta e flessuosa la persona, dolcissima 
eppure assai squillante la voce. Un pò* magrolina, coi capegli fini e naturalmente ricciuti, 
nerìssimi al pari degli occhi, e con quella pelle bianca che è particolare alle bionde, ac- 
coglieva in sé i tipi della bellezza nordica e della meridionale. La bocca piccina e le labbra 
di quel cinabro che non si comprerà mai neppure a Parigi, carnose e mollemente curve, s'aprì* 
vano appena anche nell'impeto dell* esclamazione, quasi gelose custodi dello smalto, me- 
ravigliosamente bianco, della dentatura. 

Non ho, naturalmente, conosciuta giovane la Sadowsky; 
ma l'ho avuta capocomica del '72 e del '73; e, sebben trascu- 
rata negli abbigliamenti e curva della persona, serbava ancor 
quasi intatte alcune delle doti sopra descritte. 

Esordì a Milano con la parte di Micol nel Saul di Alfieri : 
Saul era Modena, David Salvini. 

Ceduta la Compagnia Modena al Battaglia, ella vi passò 
prima attrice, sotto la direzione di Francesco Augusto Bon, con 

W. — / Comici italiani. Voi. II. 



SADOWSKY 



Alamanno Morelli primo attore, e Luigi Bellotti-Bon brillante. 
Dopo un triennio, formò Compagnia col caratterista Astolfi, 
della quale eran primo attore Giuseppe Peracchi, e brillante 
Salvator Rosa. Passò del '51 nella Reale di Napoli ai Fioren- 




tini, direttore Adamo Alberti, attori principali Achille Maje- 
roni, Michele Bozzo, Luigi Taddei, Angelo Vestri, Luigi Monti, 
Antonio Zerri. Col Majeroni e il Taddei formò poscia una 
Compagnia, colla quale girò l' Italia, acclamati ssi ma sempre. 
Leone Fortis scrisse per lei Cuore ed Arte, e ìo stesso l'Ho 
sentita nell' ultimo tempo della sua vita artistica, recitare 



SADOWSK V 



con passione fervida la figura alta e poetica della Gabbriella 
dì Teschen. 

A proposito del suo dare intera l'anima viva ed accesa 
in ogni parte dì passione, il Costetti racconta che avendo ella 




baciato veramente Paolo nella famosa scena d'amore della 
Francesca di Pellico Sl' Fiorentini di Napoli, intervenne il fisco, 
il quale inflisse all' artista scandalosa la multa di dodici ducati. 
Ora accadde che, dati da lei allo stesso punto due baci la sera 
di poi, un bell'umore dalla platea si diede a sclamare: < Donna 
Fanny, so' ventiquattro ducati * , con che successo di risa e di 



476 SADOWSKY - SALIMBENI 

applausi ognuno può immaginare. Quando nella Signora dalle 
Camelie il numero de' baci non potè più contarsi, si tentò di 
proibirli con la minaccia di proibir la recitazione del dramma; 
ma fu invano : la Sadowsky continuò a baciare, e il pubblico 
ad applaudire. 

Fermatasi a Napoli, ove ancor vive (1903), e divenuta 
sposa del Cav. Santorelli, formò due Compagnie, in una delle 
quali, diretta da Cesare Rossi, figura van Ceresa, Leigheb, Giulio 
Rasi, la Campi, la Zerri, la Fumagalli; nell'altra, diretta da Luigi 
Monti, Lollio, Bertini, Rodolfi, Adelina Marchi, la Boetti. 

Salimbeni Girolamo, di Firenze. Rinomatissimo per le 
parti di vecchio fiorentino sotto il nome di Zanobio e di Piom- 
bino, appartenne alla famosa Compagnia de' Comici Gelosi ci- 
tata dall'Andreini (Rag. XIV), e lo vediamo il 1593 a Genova. 
(V. Balestri), e il 1594 a Firenze, come da una sua lettera in 
data dell' 8 dicembre al cav. Biagio Pignatta, pubblicata dal 
Neri nel F. d. D. del 4 aprile 1886, nella quale discorre di 
certa porta del teatro che dava sulla strada, e che non ostante 
la promessa di esso Pignatta di farla murare per evitar danni 
alla Compagnia, gli fu ordinato dal signor Alessandro Barbe- 
rino di tenerla aperta. Sì dalla istanza del 1593, scritta di pu- 
gno del Fabbri (V.), ma oltre che dagli altri sottoscritta dal 
Salimbeni per sé e per gli assenti, sì dal tenore di questa let- 
tera dettata a nome della Compagnia, il Neri ne lo ritiene (e 
io con lui) in conto di Capo. 

Nella supplica del 1593 al Senato di Genova egli si firma 
Salimbeni detto piombino :' qui, Salimbeni detto piombo. 

Andreini dice di lui nel citato Ragionamento : « Girolamo 
Salimbeni da Fiorenza, che faceva da vecchio fiorentino detto 
Zanobio, e da Piombino. > Fr. BartoH, che aveva letto male, 
commentò: « Zanobio nativo di Piombino luogo della Toscana. > 
E molti lo seguirono; ma io credo sia evidente trattarsi del- 
l'appellativo di un tipo speciale di vecchio servo, derivato forse 
dal modo pesante di muoversi e discorrere, come il Succiane- 



SALIMBENI - SALSILLI 477 

Spole Xi^^ Innamorati di Goldoni, il Pizzuga nella Villana di 
Lamporecchio di Del Buono, e altri moltissimi di simil genere. 
Il Salimbeni dovè certo acquistarsi buona rinomanza in questa 
parte: e vediam del 1608 a Fontainebleau il Delfino dar per 
parola d' ordine agli esenti dalla guardia il nome de* migliori 
personaggi della Compagnia italiana ; oggi Frittellino, domani 
Pantalone, posdomani Cola, e tre giorni dopo Piombifio, e dopo 
ancora Ste/anello (V. Baschet, op. cit.). 

Salsilli-Morelli Adelaide (V. Morelli Antonio e Maje- 
RONi Achille). Dal suo secondo matrimonio con Edoardo 
Majeroni ebbe un figlio, chiamato anch'esso Edoardo, che fu 
marito di Giulia Tessero, la sorella di Adelaide, morto in Au- 
stralia il 1 8g i . 

Salsilli Luigi. Fratello minore della precedente, nacque 
il 1788, e rimasto orfano si arruolò giovinetto, in qualità di 
tamburino, nell'esercito napoleonico. Terminata la ferma fu 
scritturato dal Capocomico Goldoni, amico di suo padre. Con- 
dusse anche piccole compagnie, e morì neli8i4. Oltre all'Ade- 
laide ebbe tre fratelli, Francesco, Pietro e Carlo, tutti comici. 
Sposatosi a Cherubina Coppetti senese, divenuta comica an- 
ch'essa, n'ebbe quattro figliuoli: 

Elena fu moglie dell'attore, pure di Siena, Silvio Mozzi- 
dolfi, e madre dell'attore Napoleone tuttora vivente a Brescia, 
e di Teresa, prima moglie di Paolo Giacometti. 

Adelaide, attrice promettentissima, morta a soli ventisei 
anni, fu la prima moglie dell'attore Francesco Sterni. 

Alessandro, buon generico per molti anni in ottime com- 
pagnie, sposò Aurora Bettinelli di Asola, e quivi ritiratosi in 
vecchiaja morì. 

Salsilli Napoleone. Figlio del precedente, nato il 1 808, fu 
attore efficace e intelligente per le parti di caratterista e pro- 
miscuo. Recitò ammirato, in gioventù, nella Compagnia delle 



478 SALSILLI 



tre famiglie riunite Morelli-Mozzidolfi-Salsilli, e fu sempre assai 
stimato dal celebre cugino Alamanno. Nel *3 1 , a soli ventisei 
anni, fu tra' partigiani del Menotti, e a Correggio fu minacciato 
di morte dai contadini reazionarj,dopo che Francesco IV d'Este 
ebbe consegnato all'Austria il povero Ciro ; ma salvato dagli 
amici, egli potè darsi alla fuga. Fu poi per le condizioni della 
famiglia sua, della quale era unico sostegno, in compagnie mo- 
deste, e mprì del '74. 

Salsilli Antonio. Figlio del precedente e di Marianna Cor- 
dini di Bazzano, non mai comica, nacque V 8 di ottobre 1 840 
a Belgiojoso, presso Pavia. Cominciò a recitar giovinetto, e 
talvolta anche in parti di brillante, ma veramente egli salì in 
rinomanza come suggeritore, che dovente casualmente a soli 
dieci anni, quando, una sera venuto a mancare il suggeritore 
della Compagnia, dovette sostituirlo lì per lì nella farsa Z^ -M^/^z 
per necessità. 

Fu, dal '63 a oggi, nelle migliori compagnie, quali : Pieri 
Peracchi e A. Salvini, A. Monti e Marini, Majeroni e Sadowsky, 
Morelli, Morelli Marini e Ciotti, Morelli e Tessero, Pietriboni, 
Bellatti e Marini, Marini solo. La Nazionale, Vitaliani, Novelli. 
Fu anche capocomico, e condusse e diresse la Società ('92-'93) 
con Italia Vitaliani. Amministrò la Società Ferrati-Riccardini, 
e quella Biagi-Iggius. Quando era con Morelli (del '70) sposò 
Enrichetta Pirocca di Este, maestra del Collegio ov' era stata 
educata, e appassionata filodrammatica, che fu poi buona ge- 
nerica e seconda madre. Fra i tanti miracoli compiuti dal Sal- 
silli nell'arte sua, va segnalato questo: di aver suggerito deir'84 
in Compagnia Nazionale, un po' a memoria e un po' improv- 
visando, con poche parti principali in mano, il Cuore ed Arte 
di Leone Fortis, al Teatro Gerbino di Torino, essendo stato 
involato il manoscritto, nuova riduzione dell'autore, sul punto 
di alzarsi il sipario ; e Paolo Ferrari, direttore della Compa- 
gnia, ignaro della cosa, si meravigliò, venuto più tardi in tea- 
tro, della esattezza e rapidità di esecuzione. 



SALSILLI - SALVADORI 479 

Non dee far maraviglia che in queste pagine figuri un 
semplice suggeritore. Ma io non saprei immaginare un'opera 
che discorra di comici italiani, discompagnata dal nome di An- 
tonio Salsilli, che fu sempre e tuttavia si serba di essi amico 
fortissimo e strenuo difensore; che vagheggiò per essi radicali 
riforme atte a levarne alto lo spirito, a rialzarne il senso morale, 
a farne comprendere coi sacri doveri i non men sacri diritti. Ed 
egli cominciò col pagare di tasca, poiché al suo nuovo modo 
di amministrare e condurre una Compagnia sua, modo, che, 
se da' più fu giudicato una fisima, gli acquistò e afforzò l'amore 
delle imprese e degli scritturati, dovette forse in gran parte 
la sua rovina come capocomico. Né questa dell' artista umani- 
tario fu sua sola dote. Antonio Salsilli fu anche scrittore egre- 
gio di articoli e bozzetti di teatro, spesso col pseudonimo di 
Paron Toni, nella Gazzetta di Napoli, nella Rivista Subalpina, 
nel Corriere di Roma, nel Carro di Tespi; autore di commedie, 
tra cui accolta con molto favore quella in un atto Cicero prò 
domo sua, e di monologhi, tra cui 1/ punto interrogativo, fatto 
celebre dall'arte meravigliosa di Claudio Leigheb, e divenuto 
poi la delizia di tutti i dilettanti maggiori e minori. Tradusse, 
ridusse, ammodernò una infinità di commedie dal francese, dal- 
l'inglese, dallo spagnolo, dal tedesco, fra cui Rabagas, Bebé, 
Le sorprese del divorzio. Fu Toupinel, U ostacolo. Il docente a 
prova, ecc. Ora egli sta preparando la Storia del teatro con- 
temporaneo, di cui é già a stampa la prefazione, e un Libro di 
memorie; e io e quanti aman l'arte con me auguriamo al- 
l'egregio uomo di condurre a fine le due opere che saran 
certo dei più preziosi contributi alla storia della nostra scena 
di prosa. 

Salvadoii Enrico, nato a Pisa il i6 luglio 1848 da Fran- 
cesco e da Enrichetta Donati, fu uno dei più forti primi attori 
giovani del nostro tempo. Messo a sette anni nell'Istituto privato 
del sacerdote prof. Bettini, v'insegnò, a soli diciassette anni, 
italiano e francese. Fece parte con onore della nuova Filodram- 



48o SALVADORI 

matica pisana, indi si aggregò nella Compagnia Capodaglio, 
per un breve corso di recite a Mjissa-Carrara. Andò poi a so- 
stituir ramoroso Tello in Compagnia Peracchì, esordendo colla 
parte di Maurizio n€X Adriana Lecouvreur. e di qui ebbe prin- 
cipio la sua vita di artista, nella quale s' ebbe comuni gli onori. 




e ahimè comune la sorte ultima con Giovanni Ceresa. Il 2 gen- 
najo del '79 sì manifestarono i primi sintomi del male, poco 
avvertiti, che doveva poi condurlo al sepolcro. S'era al Man- 
zoni di Milano. Il Reinach lo sostituì nel Fabrizio Ag' Borghesi 
di Pontarcy. Il 25 la malattia sì mostrò apertamente, e il 7 feb- 
brajo era già ritirato dalle scene per paraHsi progressiva, della 
quale morì il 4 febbrajo 1886 nel manicomio di Fregionara, e 
fii sepolto il 6 nel cimitero di Lucca. 



SALVADORI - SALVINI 481 



Enrico Salvador! fu amoroso nel vero senso della parola. 
Il periodo migliore della sua vita artistica è quello, in cui egli 
si trovò sotto l'occhio e la mente di Bellotti-Bon a fianco di 
Adelaide Tessero. Egli era veramente il primo attore della 
Compagnia, ma primo attore che recitava il Fernando della 
Partita a Scacchi, Di aspetto piacevolissimo, di persona elegan- 
tissimo, di voce carezzevole, ricco d'intelligenza, studioso, era 
il diletto di ogni pubblico. Forse i disordini, forse le fatiche 
dovevano spegnere lentamente, lentamente queir anima piena 
d'ardore e di passione, distruggere quel cervello sì forte a 
briciolo a briciolo ! Salvador! e Ceresa. Due giovani forze pos- 
senti, le più possenti forse del lor tempo, grandi nell'inter- 
pretazione di medesimi tipi, come, a esempio, del Raffaello 
di Marenco, del Signor Alfonso di Dumas, e prostrate a un 
tratto nel più terribile modo, con la ironia della serbata vita 
bestiale, col dono maledetto di un'agonia crescente di anni 
e anni !!!!... 

Salvestii Giovanni^ livornese, figlio di un rinomato no- 
tajo, nacque il 1847; e, non ancor compiuti gli studj, si recò 
ad Alessandria d'Egitto, impiegato in una buona Casa di com- 
mercio. Fu il '66 con Garibaldi, poi attore di qualche pregio 
fino al '73, nel quale anno si stabilì a Milano, dedicandosi allo 
scrivere pel teatro. Molti lavori d'indole varia ottennero il fa- 
vore del pubblico; ma, nato il Salvestri in Toscana, e ammi- 
ratore profondo di Gherardi del Testa, dovè trionfare sopr'a 
tutto nella commedia brillante. Fatemi la corte, commedia in 
tre atti, è quella forse che gli die' maggior nome, rimasta viva 
tuttavia nel repertorio di qualche Compagnia. Restituitosi a 
Livorno il luglio del 1890 per l'aggravarsi della sua ma- 
lattia di cuore, vi morì l' 1 1 di ottobre, compianto da tutta 
r arte. 

Salvini Giuseppe, nato da onesti parenti a Livorno sul ca- 
dere del secolo decimottavo, fu maestro di calligrafia egregio. 

61. — / Comici italiani. Voi. II. 



482 SALVINI 



Dotato di prestante figura, di bella voce, e di molta attitudine 
all'arte ch'egli spiegò tra' Filodrammatici, diventò presto co- 
mico, e presto s' acquistò buon nome in ogni genere di recita- 
zione, ma più specialmente nella rappresentazione di alcune parti 
di tragedia quali Filippo, i Creonti, Virginio, gli Egisti di Alfieri. 
Non potè far parte delle primarie Compagnie che al suo tempo 
correvano l'Italia, perchè, innamoratosi della giovinetta Gu- 
glielma, figlia del capocomico Tommaso Zocchi (V.), fu tratte- 
nuto ad arte nella Compagnia del futuro suoceto, della quale 
il Salvini era un de' primi sostegni nel ruolo di padre nobile. 
Sposatosi finalmente, fece parte della Società Internari-Pala- 
dini, e si recò del '30 a Parigi, lasciando la moglie malata in 
Italia presso la sua famiglia, sostituita per favore nel suo ca- 
rattere di serva dalla moglie del caratterista Taddei. Dopo due 
mesi e mezzo di soggiorno a Parigi, ricevette notizie dal suo- 
cero del rapido aggravarsi della malattia di lei, e dovè, sciol- 
tosi amichevolmente dai compagni, tornare in patria. Mortagli 
poco dopo la moglie (1831), passò a seconde nozze con Fanny 
Donatelli, divenuta poi buona artista di canto, dalla quale in 
breve fu per infedeltà separato. Lasciato il maggior figlio 
Alessandro a studiar belle arti all'Accademia di Firenze, si 
scritturò nella Compagnia di Bon e Berlafifa, conducendo 
seco il figlio minore Tommaso; poi, sempre con lui, in quella 
di Gustavo Modena ('43 -'44), a fianco del quale egli soste- 
neva Achimelech nel Saul, Lusignano nella Zaira, Andrea nella 
Pamela nubile, ecc., oltre a tutte le parti dì primo attore asso- 
luto in quelle opere di varia indole, in cui Modena non avesse 
parte. 

Il figlio non aveva alcun ruolo speciale, e lo stipendio an- 
nuo era di lire austriache 3000, coi viaggi pagati a entrambi, 
e 400 lire in più all'arrivo sulla piazza. Il quale onorario, con- 
siderati i tempi, fa fede, mi pare, del gran conto in che Giuseppe 
Salvini era tenuto dal sommo artista. Pur troppo, recitando la 
compagnia a Palmanova, fu còlto da malattia mortale ; e quivi 
morì nel 1844. 



SALVINI 483 



Avanti di entrare in Compagnia Modena, trovavasi a Forlì, 
ove per la sua beneficiata si pubblicò, in foglio volante, la se- 
guente epigrafe : 

A GIVSEPPE SALVINI 

LIVORNESE 

PER FELICE NATURA POTENTE INGEGNO ACCURATA INDUSTRIA 

FATTO ESEMPIO SINGOLARE 

DEL DECORO DELLA PROPRIETÀ DELLA GRAZLA 

ONDE LA DRAMMATICA RECITAZIONE 

DILETTANDO 

GOVERNA LE MENTI E INCUORI 

A FIGURARE GLI UMANI AFFETTI 

UNA COSA COL VERO 

FRA L'UNANIME APPLAUSO DEI FORLIVESI 

CHE NEL TEATRO DEL COMUNE 

IL CARNOVALE DEL MDCCCXLUI 

AMMIRAVANO TANTA ECCELLENZA 

I soci DELLE BARCACCE 

GHINASSI VERSARI E MINARDI 

VOLLERO RENDERE ONORE CON QUESTA MBMORLA 

ED AUGURARE 

ALL'ARTE LODATISSIMA PERFETTA 

GIUSTA MERCEDE 

E CHE ITALIA 

SCHIVA UNA VOLTA D[ USANZE FORESTIERE 

LE LIBERALITÀ RIMUNERATRICI DELLA DANZA E DEL CANTO 

SERBI A PIÙ UTILI STUDJ 
E NON TORNI IN BASTARDA 



Salvinì Alessandro. Figlio del precedente, nato a Padova 
il luglio del 1827, fu iniziato allo studio del disegno, diventando 
in breve una lieta promessa nell' arte del pennello, nella quale 
si addestrò presso TAccademia di Firenze. Ma morto il padre, 
il desiderio di calcar le scene lo vinse, e a sedici anni fece le 
sue prime prove col celebre Taddei, scritturandosi poi col Pel- 
lizza, secondo amoroso, poi, nello stesso ruolo col Domeniconi, 
sotto il ix^X.€AoTomvi\2i^o primo attor giovine. Diventò in breve 
artista fortissimo per le parti promiscue, quali Papà Martin, 
Amico Francesco, Laroque, Giosuè il Gtcardacoste, Luigi XI, e 



484 SALVtNI 

lo abbiam più volte ammirato Jago perfetto in compagnia del 
fratello Tommaso. DÌ faccia espressiva, di voce bellissima, Ìx\ 
anche attore egregio nelle parti dì tragedia, sebbene pel fisico 
alcun po' deficiente, era piccolo di statura, non gli si attaglias- 
sero troppo. Divenuto in vario tempo capocomico, n'ebbe va- 




ria fortuna; ma più spesso non buona per cattiva amministra- 
zione. Scrisse molte opere teatrali, in cui la sciattezza della 
forma era compensata da una cotal vivacità di dialogo e fe- 
condità d'intreccio. Non poche sortirono buon successo, come 
La Spia. U unico figlio, I^ ragazze scherzano, ecc. 

Aveva sposato Margherita Villa di Milano, non comica, e 
morì a Firenze il 2 febbrajo 1886 per aneurisma, e fu sepolto 
al Monte alle Croci. 



Icilio Polese neìVArie drammatica del 1 8 gennajo '73 nar- 
rava di luì il seguente aneddoto : 

« Sandro rappresentava non so dove, né quando, né con chi Filippo 
di Alfieri. Faceva Carlo. A un tratto gli si piegano le gambe, e cade privo 
di sentimento. " Un medico, un medico, "-grìdan tutti.- Accorre un me- 
dico qualunque, il quale tasta il polso all'Infante, e constala che con un 
brodo ristretto e una bistecca tutto può passare. Povero Infante ! Non aveva 
da giorni avuto lo spesato dal suo capocomico. » 




alvini Tommaso. Fratello del precedente, 
nacque a Milano il 1° gennaio del 1829. Se 
l io mi facessi a scrivere la storia teatrale del- 
l'ultimo cinquantennio, dovrei cominciare da 
Tommaso Salvini, artista possente, formida- 
bile, colossale, classico nel significato puro 
della parola. 

Ab love principiumì 
Come seguir codesto genio nella meta- 
.morfosi rapida dell'arte, senza provare un 
senso di stupefazione, direi quasi, d'incredu- 
lità? Nel '43 in Compagnia Ben e Berlaffa appare su la scena con 
la veste e il dialetto di Pasquino nelle Donne curiose di Goldoni; 
dopo pochi mesi vince la prova con Gustavo Modena, recitando 
il racconto di Egisio nella Metvpe di Alfieri; e gli sono affidate 
tutte te parti di primo attore giovine. Il '45 è, in quel ruolo, ai 
Fiorentini di Napoli, e il '46 con Domeniconi e Coltellini. Il '47 
è collo stesso Domeniconi, al fianco della Ristori, già forte pro- 
messa nel Paolo della Francesca da Rimini, nel Romeo di Giu- 
lietta e Romeo, nel Carlo del Filippo. neWEgis/o della Merope; 
il '48 a Roma è consacrato attore tragico, suscitando nel pub- 
blico l'entusiasmo zoW Oreste dì Alfieri. A diciannove anni! 
Prende parte il '49 strenuamente all'assedio di Roma, ed è 
carcerato prima a Genova col Saffi, poi a Firenze, alle v^fura/e.... 
col Guerrazzi. Uscito la quaresima del '53 dalla Compagnia 
Domeniconi, si riposa a Firenze, ove sì dà allo studio di nuove 



SALVIMI 



parti; e il '54 entra in quella di Astolfi con la Santoni e il Pieri. 
Ma eccolo dal '56 al '60, i quattro anni che accrebbero e ce- 




mentarono la sua riputazione di artista, con Cesare Dondini, 
di cui diventa socio più tardi, a fianco di Clementina Cazzola, 
che doveva poi essere la donna del suo cuore e la madre dei 
suoi figli. Il '57 va a Parigi e vi ottiene, specie con X Otello. 



un clamoroso successo. Il '60 è scritturato primo attore e diret- 
tore della Compagnia Reale de' Fiorentini in Napoli; il '61 è 
capo di una Compagnia elettissima, di cui son parti principali 
la Cazzola e la Piamonti, Alessandro Salvìni suo fratello, Pri- 




vato, Woller, Coltellini, Biagi ; si unisce il '62 ad Antonio Stac- 
chini, e il '65 ritorna ai Fiorentini dì Napoli, e questa volta 
insieme alla Cazzola; e prende parte a Firenze alle feste dante- 
sche, recitando al Pagliano alcuni canti del poema divino, al 
Niccolini per la prima volta la parte di Lanciotto nella Fran- 
cesca di Pellico. Torna capocomico il '67, e scrittura il '68 Vir- 



SALVINI 



ginìa Marini (ammalatasi la Cazzola, mori consunta dalla tisi il 
luglio di quell'anno, e Salvini sposò pochi anni appresso una 
giovanetta inglese, mortagli a ventiquattr' anni il dicembre 
del '78). Va il '69 in Ispagna e in Portogallo, il '71 nell'Ame- 




rica del Sud, il '73 nell'America del Nord, e il '74, di nuovo.... 
in quella del Sud; il '75 a Londra, al Drury-Lane ; il '76 di 
nuovo a Londra; il '77 in Austria e Germania, poi a Parigi; 
il '79 in Italia, e nuovamente a Vienna; l'So in Ungheria, in 
Russia, in Rumenia; e, ÌI novembre, nell'America del Nord 
per recitar prima, il 2q, a Filadelfia, poi a New- York, egli solo, 
in italiano, con una compagnia di attori americani. Il dicem- 



SALVIMI 4S9 

bre '81 e gennajo '82 in Egitto, il marzo e l'aprile in Russia, 
r ottobre nell'America del Nord ; poi in Italia, a Roma, Firenze 
e Trieste. Alla fine del febbrajo '83 in Inghilterra e in Iscozia; 
l'inverno in Sicilia. La primavera deir'85 in Ukrania; alla fine 
dell'anno, per la quarta volta, nell'America del Nord con una 




compagnia inglese, prima a New-York, poi a San Francisco di 
California, poi di nuovo a New- York, Filadelfia, Boston, recitan- 
dovi V Otello con l'illustre Edwin Booth,/(Zg-(j. Tutto 1*87 riposo; 
1*88 recita in Italia e torna l'Sg nell'America del Nord. Nel 
carnovale 'go-'gi interpreta per la prima volta la parte di Jago 
al Niccolini di Firenze con Andrea Maggi, Otello: poi torna in 
Russia, acclamatissimo come a' primi tempi, poi si aggrega a 
questa o a quella Compagnia per dar di quando ìn quando al- 
cuna rappresentazione in prò della Cassa di previdenza per gli 

62. — / Corniti italiani. Voi. 11. 



490 SALVINI 



artisti drammatici, di cui egli è Presidente ; poi, finalmente, 
nell'anno di grazia in cui scrivo (1903), egli crede di dare un 
addio alle scene a fianco di suo figlio Gustavo, recitando V Otello, 
la Morte Civile, e V Oreste (Pilade), e mostrando ancora, (tranne 
forse ne' rari momenti, in cui ricordavano i suoi ammiratori di 
altri tempi il cannoneggiar d' una frase), tutta la freschezza e 
la musicalità della recitazione, tutto V impeto della passione, 
tutta la profondità dell'interpretazione. E ho detto crede di 
dare, poiché oggi, a quattro mesi di distanza da quelle recite 
di addio, egli sta trattando per recarsi l'aprile e il maggio 
del 1904 nell'America del Nord. A settantacinque anni! 

Di tra i giudizi dati all'illustre Uomo, scelgo il seguente 
di Ernesto Rossi : 

Vidi Tommaso Salvini rappresentare la parte di Egisto nella tragedia classica, Merope 
di Ma£fei : e come lo vidi allora, lo tengo sempre scolpito in mente. Le creazioni indovi- 
nate lasciano lunga ed incancellabile memoria. A facilitare l'interpretazione di quel carattere 
concorrevano ad esuberanza le sue iÌEicoltà fisiche : imperocché, giovane, bello del volto e della 
persona, con una voce fresca, limpida, armoniosa, tonante, pareva fatto e tagliato a posta 
per aUettare e sedurre la sensuale madre di Oreste. A me parve che in quella parte egli raggiun- 
gesse la perfezione. Una sfiimatura di meno sarebbe stata freddezza, una di più esagerazione. 
Giudicai Tommaso allora classico per eccellenza. Dubitando di poterlo seguire in quella ec- 
cellenza classica, anche richiesto non volli mai rappresentare quella parte, né quella tragedia. 

E di tra le tante testimonianze di ammirazione e di gra- 
titudine ch'egli ebbe da tutti i pubblici nostri e di fuori, scelgo 
il bel sonetto di Paolo Costa che la Direzione degli Spettacoli 
di Faenza gli offriva il 20 luglio 1861 : 

A 

TOMMASO SALVINI 

INSIGNE ATTORE ITALIANO 

NEL DUPLICE ARINGO 

DI MELPOMENE E DI TALÌA 

A NIUNO SECONDO 

LA DIREZIONE DEGLI SPETTACOLI 

IN SEGNO DI ALTISSIMA AMMIRAZIONE 



Se avvien che Tuom per questa selva oscura 
de la vita mortale il guardo giri, 
e vegga con che legge iniqua e dura 
amore i servi suoi freda e martiri ; 



SALVINI 491 



e quale avara ambiziosa cura 

faccia grame le genti, e i Re deliri, 
esser non può, se umana abbia natura,, 
che al destin non si dolga e non s'adiri. 

Ma se poi l'arte orrendi casi e fieri 
dinanzi alla pietà di gentil core 
rechi, e gì' inciti si, che pajan veri: 

a gli occhi manda l'anima dolente 

lagrime dolci nel suo dolce errore, 

e chi t'ode e ti mira, o Prode, il sente. 

• 
Oli mi suggerisce ora le parole e le imagini per dare non 

già un ritratto al vero, ma una pallidissima idea di questa gi- 
gantesca figura di Giove tonante ? Vi hanno frasi di tragedie 
e di drammi passate nella illustrazione sua in proverbio. 
Questa per esempio di Giosuè il Gtcardacoste : 

Ma che Ammiraglio ! Non e' è Ammiraglio che tenga 1 Fatemi arrestare, bastonare, 
voi ne avete il diritto ! Ma colai che verrà a dirmi : « Ohe, Van Bronst, - cosa e' è ! ? - 
Eh, nientemeno.... tno figlio ha rubato.... > Sia Ammiraglio, sia Principe, sia Re, sia 
Dio.... in terra, io gli dirò: non è vero!!!!! 

T>diM Ammiraglio a Dio era una parabola ascendente, ma- 
ravigliosa: ah! quel Dio/ che volata! che cannonata! Non si 
sarebbe potuto comparare che ai famosi do di petto de' più 
gagliardi tenori, e ancor con discapito di questi. 

E r altra frase di Otello : 

Or non ha dnnqne 
più foco il ciel.... la folgore a che giova?... 

Con una intonazione altissima, disperata, proferiva sul 
fondo della scena la prima parte della frase, e correva poi con 
magnifica armonia di movimenti alla ribalta, proferendo l'ul- 
tima parte con una voce di basso, rauca, sorda, terribile, che 
metteva un fremito nella folla. 

E quest' altra di Arduino d^ Ivrea : 

£i venga, e in vetta troverà dell'Alpi 
d'Italia il serto d'Ardain sull'elmo, 
ma noi vedrà, che di mia spada il lampo 
vince il riflesso della mia corona. 



492 SALVINI 



Che quantità e varietà di note in questi quattro versi! 
Strana, e pur tanto efficace! quell'alzata rapida, acuta di voce 
air ultimo mia, con rapido abbassarsi a corona. 

E la chiusa della scena con Arnolfo, pur à^ Arduino: 

Ard. Prete ! 

Il prestigio volgar che vi circonda, 

me non accieca.... e in mio poter ta sei! 

Guardati I 
Arn. Insano, eh' osi ta ? 

Ard. Prostrarti 

del tuo Signore al pie. 
Arn. ' Me? Tu vaneggi! 

La sacrilega man ritraggi, o Iddìo.... 
Ard. É Dio dei forti e sta con me, ti prostra. 
Arn. Sacrilegio 1 Empietà 1 
Ard. Gracchia, ma piega, 

giù nella polve! 
Arn. Empio mi lascia!... Aita!... 



Ard. Indietro ! 

Nella polve lasciatelo : dinnanzi 
ad Arduino Re, quello è il suo trono. 



E il famoso : 



spavento 
m*è la tromba di guerra; alto spavento 
è la tromba a Saul 

e il non men famoso : 

Ma è poco a mia vendetta ei solo. 
Manda in Nob l*ira mia, che armenti e servi 
madri, case, fanciulli uccida, incenda, 
distrugga, e tutta l' empia stirpe al vento 
disperda 

di Saul? 

E la descrizione della lotta col leone in Sansone? E II f gito 
delle selve? E II gladiatore? E Spartaco? Vi furon opere, scritte 
a posta per lui, che niun altro per la mancanza di quei mezzi 
fisici onde naturagli fu prodiga, avrebbe potuto rappresentare. 
Né si creda ch'egli sia stato artista colossale soltanto per quelle 
parti in cui specialmente occorrevano la colossale persona e la 
voce poderosa; che accanto alle frasi in cui si richiedevan quella 



personaequellavoce, altrevene avean di sommesse consacrate 
dal pubblico e dalla critica. Salvini ha potuto della sua voce 
far tutto ciò che ha voluto. Dal ruggito della tigre passava con 
incredibile facilità al belato dell'agnello. Niun meglio di lui 
seppe sospirar la parte di Bonfil; niuno, meglio di luì, Ì versi 




di Orosmane.,..: il racconto dell'evasione nella Morte Civile era 
tutto un poema di sordine. Nessuno della presente generazione 
può farsi un'idea del come egli sapesse trar partito da una 
parola, da un monosillabo, da una esclamazione, da un sospiro 
per suscitar l'entusiasmo della moltitudine. Chi ricorda il non 
è vero di Giosuè il Guardacoste f E il prete di Arduino tf Ivrea? 
E il Non intesi ài Piladef e V Ah fratello di Lanciotto f E il Chi 
mi traitien di Orosmanef E il Dannata la cortigiana vii di Otello? 
E i sospiri del Figlio deUe Selve alla rivelazione dell'amore? 



Egli aveva la consapevolezza piena della sua forza, si piaceva 
giocar con le difficoltà dell'arte. Quando gli accadde dì dover 
recitare con Ernesto Rossi, altro colosso di ben .altra specie, 
che il pubblico riguardava .assai più come suo antagonista, che 




come suo emulo, lasciava a lui con generosa sommessione la 
scelta della parte. In Francesca da Rimini l'insuperato Paolo 
restò Paolo, Salvini si mutò rassegnatamente in Lanciotto : in 
Oreste l'insuperato Oreste restò protagonista. Salvini si mutò 
inPilade. Ma nella gran metamorfosi artistica, Paolo ed Oreste 
ebber, si può dire, la peggio: Lanciotto, entrato fin allora nel 
criterio del pubblico con veste di odioso tiranno, fu, da allora, il 
più amabile e commiserabile de' personaggi della Francesca,' e 





SALVINI 495 

il piccolo Pilade doventò un colosso di parte. Ho detto più su 
che Tommaso Salvini fu classico nel significato puro della pa- 
rola, che non mai s'ebbe da notare nella sua espo- 
sizione la esuberanza spontanea, e pur tal volta 
nella spontaneità grottesca de' romantici: ne'suoi 
scatti di passione, ne'suoi scoppi di furore era 
sempre la misura contegnosa, direi quasi plastica 
della forma: plasticità che non tradiva mai la fa- 
tica dello studio, ma usciva 
elegantissima e varia sempre 
e rapida in una spontaneità 
apparente. Se mi fosse lecito 
un paragone, direi che l'ani- 
ma del sommo artista era un 
superbo corridore, passante di vittoria in 
vittoria, sorretto dalla man forte di un sa- 
vio condottiero ; la mente. 

Con la imponenza de' mezzi fisici, la 
commedia del salotto oggi gli si attaglie- 
rebbe meno che la vasta ope- 
ra tragica: oggi, mentre non 
si comprenderebbe un Saul 
o un Sansone diverso da lui, 
mal si comprenderebbe nella gigantesca persona 
figurato il tipo, a esempio, ^\ Armando. Ma quando 
Salvini era Salvini, sia che. Sansone, si pigUasse 
. di un tratto su le spalle il padre, e con quel far- 
dello non lieve (il padre era Giustino Pesaro) sa- 
lisse a corsa l'erta non facile, sia che, Armando, 
gemesse infantilmente a' piedi di Margherita, il 
pubblico era afferrato, soggiogato : io lo ricordo 
in una intera stagione (agosto 1868 al Politeama 
fiorentino); e ricordo la sua grandezza inalterata nel Sansone. 
nella Suonatrice <farpa, nella Francesca da Rimini, nel Torquato 
Tasso, nel Giosuè il Guanlacosfe, nella Zaira, neW Amlelo, nel 




Sofocle, nella Pamela nubile, nel Gladiatore, nell' Oreste, nella Mis- 
sione di donna, nella Virginia, nella VOa color di rosa, nella Morte 
Civile, nel Sullivan, neW Otello, nello Scacco matto, nel ^« Z«ar, 
in Giulietta e Romeo (del Ventignano), nel Milton, nella C(7i5*a 
vendica la colpa/ 

Quanto all'indole dell'uomo, sì direbbe ch'egli volle cader 
di proposito nell'opposta esagerazione del suo grande Compa- 
gno d'arte. Come sul suo petto non brillò quasi mai una delle 
tante decorazioni, pur da lui possedute, che ■ 
coprivano nelle ofificialità il petto dell'altro, 
cosi, all'opposto dell'altro, egli fu in ogni 
tempo e in ogni dove sprezzatore del più 
piccol mezzo che procacciandogli successo, 
gliel venisse intimamente attenuando. Ei si 
guadagnava il terreno a palmo a palmo, 
senza strombazzature, quasi direi senza 
preavvisi. Salvini ? Chi è Salvini ? Si doman- 
daron la prima volta a Parigi ; e andaron la 
prima sera a teatro in pochi: vi andarono 
più la seconda, e si rimandò la gente alla 
terza. Sempre così egli vinse: con la sola 
potenza dell'arte. 
In riviste inglesi e italiane pubblicò alcuni studj delle sue 
interpretazioni, e in un volume del Dumolard (Milano, 1895} ^ 
suoi Ricordi: iniziò a Or San Michele di Firenze le letture dan- 
tesche, e a Palazzo Riccardi, pur di Firenze, lesse intorno al 
teatro de! '500. L'ultimo e nuovo suo trionfo può dirsi ogg^ la . 
lettura della miglior parte di una tragedia inedita di Cimino, 
Abelardo ed Eloisa, nella quale egli sa risvegliare tutta l'antica 
forza. Oggi il Ministro della Pubblica Istruzione gli ha fatto 
coniare una medaglia d'oro per solennizzare Ìl suo sessante- 
simo anno di vita artistica. Quando un artista a quasi ses- 
sant' anni affronta per la prima volta il personaggio di Corio- 
lano. e a oltre sessanta quello dì Jago, e a settanta infonde lo 
spirito a nuovi personaggi con la sua bocca forte, e a settan- 





/ CemUi ilalieni. Voi. 11. 



tacinque pensa attraversar l'oceano per sostener le fatiche 
dell'artista in ben trenta rappresentazioni e nelle più impor- 
tanti opere del suo repertorio, noi siamo certi di poter chiedere 
alla sua fìbra titanica una nuova e gagliarda manifestazione 
del genio nel giorno primo di gennajo del 1909: solennìssimo 
giorno, nel quale Ìl vecchio e il nuovo mondo sì uniranno in 
un amplesso fraterno di arte a dargli gloria. 

Salvini Gustavo. Figlio del precedente e di Qementina 
Cazzòla, nacque il 1859 a Civitavecchia, donde, poche ore dopo, 
fu condotto per mare a Livorno, acciocché non fosse suddito del 
Papa. Studiò fino a sedici anni, poi, per la salute cagionevole, la- 
sciò le scuole e andò col babbo a Londra, ove sostituì nélVAm/e/o 
l'attore che sosteneva la parte di Rosencrantz. L'arte dramma- 
tica lo adescava fatalmente. Io lo ricordo giovinetto a Torino, 
quando a notte alta per le vie ci ripeteva i brani più salienti delle 
interpretazioni paterne: nelle modulazioni musicali della voce la 
imitazione era tal volta perfetta. Un po' appunto per questo, e 
molto per la fibra che appariva più tosto debole a sostener le 
lotte e le fatiche della scena, il padre gli fia sempre avverso a 
che si facesse comico ; ma egli, malgrado tutto, complice Io zio 
Alessandro, entrò il '78 nella Compagnia di Achille Dondini 
come generico, e il '79 in quella di Marazzi-Diligenti come^^- 
nerico primario. Fu I"8i con Ferrante, poi, per un triennio e 
per sua fortuna, con Vittorio Pieri, direttore Alamanno Morelli. 
Formò società fino aH"88 con Raspantini, facendosi poi da solo 
capocomico con avversa fortuna; tanto che il padre dovè cor- 
rergli in ajuto; ma col patto ch'egli avrebbe lasciato l'arte per 
sempre. E il patto fu m^mtenuto.... per cinque anni; dopo 
i quali (1894) risolse di bel nuovo di cedere all'invito della 
grande sirena, e lasciati moglie e figliuoli in Italia, si recò nel- 
l'America del Sud, ove, prima a Buenos- Ayres, poi a Rosario 
di Santa Fé e a Montevideo, s'ebbe il più vivo dei successi. 
Tornato in patria si unì ad Angelo Saltarelli (già conduttore 
per quattordici anni della Compagnia di Ernesto Rossi), uomo 



SALVINI 



dì molta esperienza e di molta onestà, che gli fu sin ad oggi, e 
gli sarà lungo tempo ancora, amico, fratello, padre; e con esso 
vide la Russia, l'Austria, la Serbia, la Croìizia acclamatÌssÌmo, 
a fianco d'Ida Bertini, una filodrammatica pisana, che, divenuta 
sua moglie, sostenne prima Ì ruoli di amorosa, poi di prima 
donna assoluta. Ma or- 
mai egli aveva una spina 
ne! cuore, che gli dava 
spasimo forte e conti- 
nuo: all'applauso del 
pubblico mancava quel- 
lo di suo padre, il quale 
risentitolo a Roma e a 
Firenze (non ne aveva 
più r idea dall' '89 a Fer- 
rara), non solamente gli 
die' col bacio del per- 
dono il suo assenso a 
continuare, ma si mo- 
strò con lui nel Saul e 
neir Otello, lasciandogli 
in quello la parte del 
Protagonista, e in que- 
sto la parte di Jago. In- 
citato a nuovi e severi studj s'ebbe ognor nuovi trionfi. Tra le 
maggiori e migliori sue interpretazioni van notate in campo 
sì disparato quella di Petruzzo nella Bisbetica domata di Shak- 
speare, di Edipo Re dì Sofocle, e di Jago in Otello di Shakspeare : 
quest'ultimo recitato maestrevolmente a fianco del padre nel 
suo giro di addio. 

Anche lo volle Eleonora Duse compagno nella Francesca 
da Rimini di G. D'Annunzio. Ma alla forma antica e pura del- 
l' opera, e alla recitazione musicalmente languida di Eleonora 
Duse, il modo esuberante di Gustavo Salvini venutogli col re- 
pertorio forte, mal si attagliò taluna volta e formò dissonanza. 




500 SALVINI 



Egli è ricco di attitudini chiare e rare, congiunte a una più rara 
volontà. Gli ostacoli non lo impacciano, lo studio non lo pro- 
stra, purché quelli affronti, si dia a questo per V arte sua, nella 
quale, e ciò forse gli nocque veramente a conseguir la purezza 
classica delle linee, si gittò a capo fitto, troppo presto liberato 
dalla man forte del guidatore. Egli stesso con amorevole mo- ^ 
destia scriveva, a' primi del '900, di sé : < .... lo studio mi aveva 
reso più forte nelle interpretazioni, ma io adesso posso confes- 
sare candidamente che come ho recitato gli ultimi anni in Com- 
pagnia Morelli-Pieri non reciterò mai più. Sarò e potrò di- 
ventare ancora più profondo nelle concezioni, ma recitare più 
vero, più spigliato, più spontaneo di quell'epoca, JVo.> Proprio 
così: la verità, la spigliatezza, la spontaneità gli mancano tal 
volta; e come gli sarebbe agevole riacquistarle potè far fede 
la parte di /ago, recitata sotto la guida del padre con tal chia- 
rezza e vivacità e sobrietà insieme, che la magnifica figura 
shakspeariana, troppo sovente fatta consistere in un artifizioso, 
leccato strisciar delle parole a viemmeglio insinuar la gelosia 
per vendicarsi o dell' oltraggio maritale di Otello, o della su- 
periorità di Michel Cassio, balza viva e saltante, quale essa è 
veramente : figura di cinico, egoista, maligno, calcolatore, sot- 
tile, feroce, che va diritto al suo scopo, serbando in quella sua 
servilità tutta la libertà del pensiero e dell'azione; e, come al 
bel tempo, in cui la prima volta la incarnò il padre al Nicco- 
lini, è rivissuto nell' arte del forte scolaro tutto il genio sel- 
vaggio di Shakspeare. 

Salvini Alessandro. Fratello del precedente, nacque a 
Firenze il 21 dicembre del 1861. Fu educato in un Istituto 
della Svizzera tedesca, ed ebbe famigliare su l'altre la lingua 
inglese. Si recò in America dell' '82 con Ernesto Rossi, in- 
terprete fra lui e gli artisti inglesi. Quando il Rossi tornò, 
egli restò colà, dove, perfezionatosi nella lingua, si fé' sen- 
tire, invitato dal signor Palmer, già impresario di suo padre, 
nel monologo di Amleto. Il fiore della giovinezza, la freschezza 



della azione, la svegliatezza della mente, la bellezza del volto 
e della persona, il nome glorioso di Salvini invogliaron l'esperto 
impresario a fornirgli modo di doventare attore. Si presentò 
in una parte di amoroso a fianco della celebre attrice Clara 
Mowis, e vinse la prova. Scritturato da principio, si fece poi 
capocomico, interpretando acclamatissimo, in vario tempo, Don 
Cesare dìBazan. I Moschettieri, Cavallerìa rusticana, AmJelo. Romeo 
e Giulietta. Stormbeaten, La Causa 
celebre. Fromont e Risler, ecc. ecc. 
Di lui scrive suo padre : 

I careltcTi che, a mio credere, più gli 
ti addicano lODO i *ÌrìU, gli energici : ai lan- 
Catdi, «noroli, (entinienUli doti sembrami in- 
clinato. Lama fìgiiTa atletica non li accorda con 
le espreiiioni tenere e mellifine, che diadicoDO 
anche alla ina voce robusta, altisonante; come 
pare i suoi gesti imperiosi e decisivi si mostrano 
soggiogati da ana volenti che si ribella al- 
l' iitjnlo.... Ho ferma iidncia che Tra poco ri- 
valeggerà con i migliori caminoni della lizza 
artistica, e sarà tntto merito suo. 

Ammalatosi di tifo in Cali- 
fornia, e non curato a dovere, 
strascicò una esistenza penosa 
tra i fastìdj del capocomicato e del male latente. Lasciata 
l'America per tornarsene in Italia, dovè fermarsi in Inghil- 
terra còlto da febbri intermittenti. Rimpatriò finalmente ; ma, 
distrutto da tisi intestinale, cessò di vivere a Firenze il 1 5 di- 
cembre del 1896. Avea sposato in America Maud-Wilson, 
divenuta poi artista con lui. Molto saviamente di lui scrisse 
Piccini {/arra) nella prima serie dell'opera Sul palcoscenico e 




Andare in un paese forestiero: andare in città come Nuova York, Boston, Washing- 
ton, Filadelfia, Nnova Orléans : riuscir a parlar in ana lingna straniera, e non por a par- 
lare, ma a recitare in essa : larsi ascoltare, non da migliaja, ma da milioni di nomini : 
riuscire ad essere celebrato fra tnlti gli attori paesani, essere ascoltato con affètto e con 
deferenza da alcuni fra essi, può davvero sembrar un prodigio, che sapeva efTettnare nn 
giovane italiano, innanzi di toccar i trent'auni. 



SOI SANGIORGI - SANSÒ 

Sangioi^ Carlo. Fiorito nella seconda metà del secolo x vii, 
recitò le parti di secondo Zanni col nome di Trivellino. Lo tro- 
viamo il 1681 a Venezia, donde a un segretario del Duca, che 
voleva la Compagnia a Ferrara, manda la lettera seguente, che 
traggo inedita dalla mìa raccolta : 

DI.™'" et Ecc.-no Sig. Sig. e Pr.on col. no 

Giunto in Veneda non niumi di unirmi sili miei compagni cod il conTeriTe la 
gent.™'- di V,> Ecc.' e gli ho trovati circa U loro volontà dìspostìssimj d'incontrare li 
■noi commandi; ma ritrovo delle difficolti grandi «ni Padrone del teatro, che pretende 
di trattenere la Compagnia per ino servigio, e >i adopra quanto pnole per vìa di Genti- 
Umomini \ ma spero p. quanto sarà possibile di condurre la Compagnia à Ferrara ; metto 
però in consideratione a V. Ecc.* il gran dispendio della Compagnia, oltre la difficoltà 
del Donativo scarso et il cresciroento di un'altra parte, hauendo gii due terue la Com- 
pagnia. Però se V. Ecc.* non «i vede per tutto lunedi, hanri mie lettere di quello la 
Compagnia risolverà : e mi dedico 
di V. Ecc.» 
Venctla Ji li ibre ItBl. Hnm.» e dcuoL'" •«.'* 

CaKLO SANOlOBCt 
detta TtintUime. 

Dal che apparirebbe avere il Sangiorgi voce in capitolo 
in compagnia presso S. A. 

L' '86 il Duca ordinava in data 28 giugno al tesoriere 
Zerbini di pagare a' seguenti comici due doppie il mese, prin- 
cipiando dal primo di maggio scorso : 

Maktia Fiala, detta Flamminia. 

Giuseppe Fiala, detto il Capii."" Sfagnuolo. 

Gaetano Caccia, detto Leandro (V, Suppl.). 

Bernardo Narici, detto Oraiio. 

Antonio Riccobuont, detto Pantalone. 

Carlo Sanoiorgi, detto Trivellino. 

Domenico Bononcini, detto Campana. 

Gio. Antonio Lolu, d«tto il Dottor Brenlino. 

Anna Marcucci, detta Angiola. 

Sansò Giuseppe. « Napolitano. Recitò da innamorato spi- 
ritosamente ne' Teatri della sua Patria, e riuscì un ottimo Com- 
mediante. Fu nella Compagnia diretta da Antonio Fiorilli, in 
cui ebbe campo di far spiccare la sua abilità, specialmente nelle 
Commedie all'improvviso. Una sera dopo d'aver recitato, perde 



SANSÓ - SANTONI 503 



con sua gran meraviglia la vista, senza avervi avuto alcun pre- 
ventivo malore. Appassionato ed afflitto per tale disgrazia, am- 
malossi, e si ridusse a morire in un ospitale correndo Tanno 
del 1750 Così Fr. Bartoli. 

Santi Virginia. Nacque il 1836 a Senigallia dai coniugi 
Sassoli, poverissimi. Carlo e Margherita Santi, comici, che la 
vider bambina, sì n' ebber pietà che ottennero da' parenti di 
poterla adottare qual figlia. Venuta grandicella fu condotta se- 
rcdmente in teatro, e cominciò subito a sostener mirabilmente 
le parti di bimba. A quindici anni era una egregia /r/w^ attrice 
giovine, e a venti prima attrice assoluta di molti pregi nella Com- 
pagnia di Luigi Pezz3.na, e Cesare Marchi. Ma dopo un triennio 
abbandonò le scene per isposare un ricco signore di Bologna, 
e morì dell' 80. 

Santoni Carolina. Attrice tragica di assai buon nome, 
nacque il 1 808 in Livorno da agiata famiglia, e precisamente 
in quel quartiere detto Crimea, oggi Via S. Carlo - presso la 
FidizzB. Mazzini -già Piazza, di Morte. Vuoisi ch'ella avesse una 
voce magnifica di soprano, e che una sera di agosto del 1825, 
mentre ella cantava un notturno, accompagnata al piano dal 
maestro Vignozzi, passando di là il Guerrazzi e il Bini, il primo, 
colpito da tanto accento drammatico, sclamasse : < Per Iddio, 
quella ragazza dovrebbe far l' attrice. > Fu profeta, perchè 
pochi anni dopo. Carolina Santoni fu una illustrazione dell'arte 
drammatica. Recatasi giovinetta alla Scuola fiorentina di de- 
clamazione diretta dal Morrocchesi, spiegò subito le più chiare 
attitudini alla scena, sì che a vent'anni fu scritturata /r/w^z at- 
trice assoluta da Tommaso Zocchi, esordendo felicemente a Fi- 
renze. Dopo tre anni passò nella Compagnia Lipparini, poi, 
il '43, in quella primaria di Luigi Domeniconi. Ammogliatasi 
al marchese Zambeccari di Bologna, si ritirò dal teatro; ma 
mortogli improvvisamente il marito a6 intestato, ella dovè su- 
bito ritornarvi. Fu il '50 con Coltellini, e la vediamo al Teatro 



SANTONI 



Re di Milano, festeggiatissima; il '51 passò con Domeniconi a 
fianco di Tommaso Salvini, di Gaetano Vestri, di Amilcare Be- 
lotti; e il '57, per un triennio, con la Compagnia Righetti, ap- 
pendice alla Compagnia Reale Sarda, sotto la direzione di Gu- 




stavo Modena, « in qualità dì prima attrice per quel genere di 
parti, che i francesi chiamano fori premier ròte, e per quella 
di madre tragica, con l'annuo stipendio di lire nuove di Pie- 
monte 6300, e tre mezze serate a suo benefizio, di cui una, la 
quaresima, a Torino.» Il triennio '61 -'63 fu nella Compagnia di 
Filippo Prosperi, e andò l'ultimo anno in Ispagna, ove s'ebbe 
i maggiori onori. Tornata in Italia, fu a più riprese con Ernesto 



SANTONI 505 



Rossi, poi direttrice della Filodrammatica di Terni, poi a Roma, 
prima attrice al Teatro Capranica, ov' ebbe a rialzar le sorti 
della povera Compagnia che non faceva le spese dell'illumi- 
nazione. 

Tornò in Ispagna, chiamatavi dalla nipote Carolina Civili, 
e quivi morì, presso Madrid, il febbrajo del 1878. 

Carolina Santoni ebbe figura meravigliosa. I suoi capelli 
corvini adornavano un' alta fronte illuminata da due occhi ne- 
rissimi, esprimenti tutti i moti del cuore umano. Non bella ve- 
ramente, esercitava sugli spettatori colla espressione della fac- 
cia un fascino irresistibile. 

Il collo, le spalle, le braccia di marmo parean modellati 
da Fidia. 

Nata per la tragedia e l'alto dramma, fu eccelsa nella 
Medea, nella Pia, nella Stuarda, in tutta la vasta opera alfie- 
riana, nella Suonatrice d' arpa, nella Maria Giovanna, nella 
Diana di Chivry. Né la coltura, e si potrebbe dir la gram- 
matica, era il suo forte, come può vedersi da questo bigliettino 
ch'ella mandava il '37 al sig. Ferdinando Pelzette S. R. M. a 
Firenze : 

Sti;n*o Signior Ferdinando 

Eccomi di nuovo 
ad' incomodarlo con la presente, per pregarlo di mandarmi tre monete dovendo comperare 
della roba, che mi sarà necessarissima. Lo prego di scusare l'incomodo; Mille è mille 
salati alla gengissima Sig.^ Madalena e resto, piena di stima, 

Carolina Santoni. 
P. S. 

La presente li servirà di ricevuta. 

Gio. Batta Niccolini ha parole atroci per lei in una lettera 
a Maddalena Pelzet, forse più da considerarsi come sfoghi di 
autore contro la Compagnia Domeniconi che gli preferiva il 
Giacometti, e sfoghi d'autore che voleva ingrazionirsi ognor 
più r interpetre e l' amica. 

Di mezzo alle poesie dettate per Carolina Santoni scelgo 
il seguente sonetto di T. Z. S. dispensato in foglio volante 

64. — / Comici italiani. Voi. II. 



5o6 SANTONI - SAVI 



al Cocomero di Firenze la sera del suo benefizio 20 feb- 
brajo 1851 : 

De' tuoi grand' occhi nell'alta pupilla, 
rapito al Cielo e di sé stesso altero, 
è un lume dentro cui puro sfavilla 
il redento da te Genio del vero: 

quindi affetti non ha, non ha parola 
questo misero sogno della vita, 
che non prenda alla tua perfetta scuola 
bellezza insuperabile, infinita. 

E quando più nel suo fulgor divina 
l'arte trasfonde T immortai suo spiro 
al guardo e all'atto che ti fan regina; 

negli arcani del tuo vivo sospiro 
ogni cor sente la superna idea 
che in un volger di ciglio anima e crea. 

Sarti Girolamo. Veneziano, nipote del suo omonimo, detto 
Str inghetto (V. Bartoli Francesco) recitò con molto plauso 
le parti di Tartaglia. Lo vediamo il 1782 nella Compagnia di 
Giovanni Roffi. 

Savi Bartolommeo di Bergamo. Istruito da Lorenzo Bal- 
lotto, detto Tiziano, doventò buon Arlecchino, e fu a Venezia 
applaudito in Compagnia di Girolamo Medebach. Si recò poi 
a Parigi al Teatro italiano e vi esordì il 15 ottobre del 1760 
nella Dame invisible, senza alcun successo : ma vi piacque il dì 
dopo in Arlequin Sénateur Romain, Tuttavia abbandonò il ruolo 
di Arlecchino, e prese quello di Dottore e di parti staccate, che 
sostenne fino alla chiusura del teatro nel 1767, dal quale si 
ritirò, essendogli morta l'aprile dell'anno prima in ancor gio- 
vine età la moglie Elena Savi, che aveva esordito come amorosa 
il 28 maggio 1 760 con molta intelligenza e con molto brio nel- 
VHomme à bonne fortune, ed era stata accolta poco tempo dopo 
a mezza parte. 



SAVI - SAVORINI 507 



Sappiamo dal Goldoni {Mem., T. Ili) che la signora Savi 
era la prima attrice della Commedia italiana, e abitava con Za- 
nuzzi al sobborgo di S. Dionigi, come pure (ivi, 19) che non 
aveva disposizioni felici per la commedia, ma che era giovane 
e di assai buona volontà. 

Uscito dal teatro, Bartolommeo Savi si diede prima a fab- 
bricare fuochi d' artificio, coi quali si recò in parecchie città 
della Francia. Lo vediamo in tale ufficio a Modena il 1 758, dove 
immaginò 

I FUOCHI TEATRAXI, cioè : Due fontane versanti nella platea le composizioni pre- 
senti allusive alle suddette fonti, e ai componimenti suddetti, che pure alludono alle Me- 
desime, siccome all'arme de la serenissima Casa d'Este alle stelle che la circondano, 
all'ecclissi del sole, ed ai seg^i del zodiaco, rappresentati dai fuochi sopraddetti, spieganti 
in generale le glorie della suddetta serenissima casa, alla quale umilmente li dona, dedica 
e con««». l'osseqaiosi»rimo .ervidore. Ji^^.-^ovo Savi d.» Truffaldino. 

Detti fuochi teatrali furono illustrati con un carme apolo- 
getico dell'abate Gio. Battista Vicini, poeta primario di S. A. 
Serenissima (Mod., Eredi di Bart. Soliani), che comincia : 

Abbia Marte i suoi fuochi, e da tonanti 
guerrieri bronzi, e da le ferree canne 
vomiti incendi strepitoso, e morti 
sotto del Cielo Artoo col Prusso in lega 
pur anco resistente e col feroce 
non cedente German col Gallo invitto 
col numeroso Mosco e il prode Sveco 
abbia i suoi fuochi anco Talia: 

Si costruì poi il Savi un teatrino di marionette, con cui tor- 
nato in Italia e. stabilitosi a Torino, ov*era ancora il 1781, ag- 
giunse nuove fortune alle già acquistate. Passò a seconde, poi, 
nuovamente vedovo, a terze nozze. 



Galeazzo, di Bologna. Comico rinomatissimo 
per le parti di Dottore, fiorito sul finire del secolo xvii, fu al 
servizio del Duca di Modena con Anna Arcagnati sua moglie, 
detta in commedia Rosaura. Abbiamo di lui un passaporto dei 



5o8 SAVORINI 



più ampii, rilasciato il 15 febbrajo 1689, quando i Savorini 
dovevano recarsi da Bologna in varie città d'Italia, e firmato 
Francesco-Carlo Pio di Savoja. Nell'elenco però della Compa- 
gnia (V. Torri) non figura che il marito, al quale sono asse- 
gnate di paga venti doble al mese. Una lettera del 18 feb- 
brajo 1690 al Duca, firmata dal Savorini e da Marco Antonio 
Zanetti detto Truffaldino (V.), ci apprende come la Compagnia 
fosse stata costretta a scorrere la primavera in Pescia e Camajore, 
r estate in Lucca e Livorno, e P autunno in Firenze senza recite 
con avversa fortuita, e con tante traversie, malattie, e dispendi, 
che oltre ai gravi incomodi e patimenti, era rimasta impegnata con 
un debito di 1^0 doppie, oltre li debiti particolari di ciascuno, ai 
quali Dio sa quando si sarebbe potuto provvedere. 

Il Duca di Modena aveva loro ordinato di andare per pro- 
prio conto a Modena, e di là a Genova, dopo il carnovale di 
Roma, Ma gli scriventi, dopo di avere annunziato essere in 
trattative con certo Don Ferdinando Baldese per la stagione 
di Pasqua a Napoli, ove sarebbero andati a tutte sue spese 
con teatro e abitazione per la Compagnia, pagati, e con altre 
condizioni molto vantaggiose, si dichiarano pronti a eseguire 
gli ordini di Sua Altezza, raccomandandosi in ogni modo, ac- 
ciocché voglia somministrar loro il bisognevole per fare un 
viaggio tanto dispendioso. Il Duca Francesco ordinò al Teso- 
riere Zerbini di pagare in Roma a vista all' abate Ercole Pan- 
ziroli doppie dieci d'Italia, da darsi al Truffaldino e al Dottore 
per valersene nel viaggio da Roma a Modena a conto delle 
loro provvisioni : una miseria codesta, se vogliam credere che 
il bisogno fosse reale. Infatti i comici tornarono all' assalto 
l'i I marzo, e questa volta ricevettero dalla Munificenza di Sua 
Altezza per mezzo del medesimo abate quarantacinque scudi 
d'argento con l'ordine reciso di partir subito da Roma. 

Rosaura, la moglie di Savorini, non era con lui a Roma, 
e abbiamo un nuovo ordine del Duca allo stesso tesoriere, di 
pagare degli effetti di cassa segreta al Marchese Decio Fon- 
tanelli lire 360, per darle alla Rosaura in conto di sue provvi- 



SAVORINI 509 



sioni, che dovevan principiare a decorrere dal giorno di arrivo 
a Modena, per unirsi al resto della Compagnia. 

Altra supplica dei Savorini abbiamo al nuovo Duca, morto 
Francesco, con la quale espongono la loro critica posizione e 
domandano un ajuto. La istanza fu passata pei provvedimenti 
al Conte Cesare Rangoni (1695). 

E altra finalmente da Bologna in data 1° ottobre 1699, ^^ 
cui si discorre delle solite miserie, e s'implorano i soliti soc- 
corsi, fatti a ciò arditi gli umilissimi serventi dalla Munificenza 
di tutti gli eroi della Serenissima Ca^a Estense, Epilogata nella 
persona di Sua Altezza Serenissima, 

Alla coltura del Savorini accenna Luigi Riccoboni nel 
capitolo settimo della Storia del Teatro Italiano, là dove dice : 
« Neir anno 1 690, all'età di tredici anni, io cominciava a fre- 
quentare il teatro: tutti i comici di quel tempo erano igno- 
ranti. Tranne Giovanni Battista Paglietti, che rappresentava 
la parte di Dottore, e Galeazzo Savorini, che dopo lui soste- 
neva le medesime parti, non potrei nominare uno, ch'avesse 
fatto i suoi studi. > 

In data dell' '88 abbiamo una lettera al Duca di Modena, 
in cui si lamenta di non aver ricevuto la sua parte del donativo 
passato ai comici, e dice di aver lavorato per nulla, carico di 
famiglia. Domanda soccorso. Dice che quando il Duca fu am- 
malato corse per tutti i monasteri di Bologna a far pregare, e 
massime in quello di Santa Caterina. Altrettanto fece a Corte 
Maggiore per altra malattia. 

Giuro avanti Dio che se V. A. mi dà una carità convenevole, volere andare a tro- 
vare la sacra M. della Regina sua sorella, e portarli un santo Ritratto qnal dovevo por- 
tare alla felice memoria dell' Imper. Leonora, come da una sua lettera che tengo può vedere, 
e l' assicuro che gli sarà di gran sollievo nelli presenti bisogni, contento all' anima, se si 
degnerà lasciarmi comparire davanti la di lei serenissima persona sentirà l' historia, dirò solo 
che sono stato dall"83 sino all' '88 in Livorno nascosto. 

Ma è questa lettera sibillina veramente del Savorini, o 
forse del Muzio, dottore anch'esso il 1688 al servizio del 
Duca? 



Sbodìo Gaetano. Nato a Milano il io novembre 1844, è 
stato uno de' più forti sostegni, dopo Ferravilla, della Compa- 
gnia dialettale creata da Getto Arrighi. A quindici anni, abitava 




allora a Roma con la famiglia e faceva il mestiere dell'orefice, 
si arruolò volontario nella legione Cacciatori del Tevere. 

Emigrato a Torino, pensò poi di andarsene a Milano, de- 
sideroso com'era di rivedere la cara patria. Quivi tornò a 
far l'orefice per campar la vita, esercitandosi la sera in una 
società di dilettanti a recitar le partì di amoroso in italiano. Col 
Meneghino Caironi sostenne una sera del carnovale '64 o '65, 
la parte di Fornaretto con grande successo, e da allora deli- 
berò di farsi attore. Entrato in Compagnia Codognola, esordi 



al Teatro Chiaòrera di Savona con tale successo dì fischi e di 
risa, che dovette cambiar aria, e andò ad aggregarsi a una 
Compagnia miserissima, che recitava in un granajo di Final- 
marina. I fischi non ci furon più, ma non ci fùron più né anche 
i mezzi per isfamarsì. Deciso di tornarsene a Milano, si recò 
a piedi sino a Finalborgo, dove potè ri- 
cavare il bisognevole per giungere a 
Milano, recitando poesie giocose e can- 
tando canzonette nel caffè. Il '69 final- 
mente fu scritturato, dopo altri due anni 
di pene, da Cletto Arrighi, facendosi am- 
mirar subito nelle scene dialettali, e in 
ispecie nel famoso Barchett de Bitffaiora. 
per una grande intelligenza nel conce- 
pire i caratteri, e una grande spontaneità 
e verità nel rappresentarH : ammirazione 
che si mutò nel più schietto entusiasmo 
alla recita del Saòet gras e del Milanes 
in mar, e alle canzonette popolari. 

Da quel momento Gaetano Sbodio, 
« ambrosiano del vecchio stampo, dal 
cuor largo, dal buon senso caratteristico, 
dall'amore tradizionale per la rettitudine 
e per la giustizi^l, condita con quel piz- 
zico di umorismo onestamente mordace, che rende Ì Lombardi 
formidabih negli incruenti duelli della parola e nell'espres- 
sione dei loro gìudìzj {FerraviUa e Compagni. Milano, Aliprandi, 
1 890) > , potè anche dirsi il più popolare degli artisti milanesi. 

Toltosi dal FerraviUa, pensò di mettere su una Compagnia 
milanese in società con Davide Carnaghi, la quale avrebbe do- 
vuto camminar su le orme della famosa del Toselli e di quella 
veneziana del Benini : una Compagnia insomma, che ai Massi- 
nelli. Panerà. Incioda contrapponesse la vera e sana commedia, 
originale o tradotta, con dialetto e ambiente milanesi. II suc- 
cesso artistico fu assai buono, ma quello finanziario mediocre. 




■W;4i 



512 SBODIO - SCALA 



Oggi Gaetano Sbodio recita ancora, ma collo scemargli della 
vista gli è venuto scemando T antico vigore. Fu anche autore 
di più opere or con buona or con cattiva fortuna, tra cui mi- 
gliore di tutte La mamma di gatt. 

Scala Flaminio. Nato di nobili parenti, non si sa dove, né 
quando, ma fiorito tra la seconda metà del secolo xvi e la 
prima del xvii, fu artista sommo per le parti di Innamoraio. 

Francesco Bartoli, seguito poi dal Sand e dagli altri, dice 
che lo Scala si pose alla testa de' Comici Gelosi che andarono 
a Parigi per privilegio ottenuto da Arrigo III nel 1577 ; ma il 
Baschet si domanda {op. ciL) se davvero figurasse in quella 
Compagnia più tosto questo che quel comico, e se davvero ne 
fosse capo lo Scala, non essendovi di ciò prove di sorta. È vero. 
Né solamente pel '77 non abbiam prove della sua presenza 
nella Compagnia de' Gelosi; ma né anche per gli anni succes- 
sivi. Per questi anzi se n' avrebbe tale da escluderlo assoluta- 
mente dai Gelosi. Come mai TAndreini che nelle Bravure del 
Capitano Spavento enumera tutti i componenti quella gran Com- 
pagnia, non fa cenno di lui? Di lui, ch'egli ebbe in tal conside- 
razione da dettare egli stesso la prefazione alle favole rappre- 
sentative, facendo dell'artista il più largo elogio? E infatti: che 
ci sarebbe stato a fare quell'Innamorato accanto a due sì grandi 
nello stesso ruolo: Orazio Padovano e Adriano Valerini? Ma 
d'altronde: come dubitare ch'ei fosse coi Gelosi al fianco d'Isa- 
bella Andreini, per la quale avea composto gli Scenar j che la 
misero più in voga, come La fortunata Isabella, La gelosa Isa- 
bella, La pazzia di Isabella, di cui era una parte principale egli 
medesimo ? 

Comunque sia, se le lacune nello stato di servizio artistico 
dello Scala sono troppe, é certo ch'egli così in Italia come 
fuori fu artista reputa tissimo per lungo volgere d'anni, e gen- 
tiluomo de' più diletti a principi e a letterati. 

Le prove certe di lui cominciano dall'estate del 1600, in 
cui lo vediamo col Frittellino Cecchini a Lione, dove si pub- 



SCALA 513 

blica, a sua istanza, // Postumio, comedia del signor I. S. (Rous- 
sin, 1601). L'inverno del 1601 va a Parigi, poi forse, richie- 
stane la Compagnia (degli Accesi) al Duca di Mantova da Maria 
di Boussu, dama della Corte di Bruxelles, nelle Fiandre e in 
Brabante. 

<( Fra i comici, che divertivano la Corte di Mantova nel 
gennajo 1606 - avverte il Bertolotti - è nominato Flavio Scala, 
il quale era ricercato da G. B. Spinola. > 

Del 1 6 1 o abbiamo una lettera da Ravenna in data 24 marzo, 
che il Cardinale Caetani scrive al Duca di Modena, pregandolo 
di dar ordine che capitando Flaminio Scala nel suo Stato con Com- 
pagnia di comici li sia prohibito per questo anno il reàtar comedie, 
e ciò perchè gli era stato dato da lui // maggior disgusto che 
potesse dargli kuomo della sua conditione. E nel Rescritto della 
Cancelleria è detto : Scrivere a Reggio e a Carpi. 

Il 1 6 1 1 , anno della pubblicazione della sua grande opera 
degli Scenarj, passò da quello del Duca di Mantova al servizio 
di Don Giovanni de' Medici nella Compagnia de' Confidenti, 
di cui fu attor principale e direttore. Le notizie certe di lui 
terminano col marzo del 1620. Egli assunse in teatro il nome 
di Flavio (lasciatoci dal Ruzzante), specchio degli Innamorati, 
che, bello, galante, poeta, musicista, gentile come un corti- 
giano, attillato come uno spagnuolo, la vince nel cuore di Fio- 
rinetta su tutti gli altri, per quanto sfoggio essi facciano delle 
loro ricchezze; e tra' suoi Scenarj cinque ve n'ha intitolati dal 
suo nome di teatro, e in cui egli è protagonista : La fortuna 
di Flavio^ Flavio tradito» Flavio finto negoziante. Le disgrazie di 
Flavio. 

Curiosa e interessante opera cotesta degli Scenarj (Vene- 
zia, Pulciani, 161 1), ch'egli chiamò II Teatro delle Favole rap- 
presentative, ovvero La Ricreazione comica, boschereccia, e tragica, 
divisa in cinquanta giornate, e volle dedicata al Conte Ferdinando 
Riario. 

A essa, come ho già detto, preluse con parole di molta 
lode Francesco Andreini, tra cui queste: 

65. — / Comici iialiaui. Voi. II. 



514 SCALA 

Che il signor Flaminio Scala detto Flavio in Comedia, per non far torto all'or- 
dine suddetto, e tanto da buoni filosofi lodato, nella soa gioventù si diede all'esercizio 
nobile della commedia (non ponto oscurando il suo nobile nascimento) e in quello fece 
tanto e tale profitto eh' egli meritò d' esser posto nel numero de' buoni comici, e f ra i mi- 
gliori della comica professione. 

Luigi Riccoboni nel capitolo quinto della sua Istoria del 
Teatro italiano, parla a lungo di queste favole dello Scala. 
Egli dice: 

n suo teatro non è scrìtto in dialogo, ma solamente esposto in semplici scenarj, 
che non sono cosi concisi come quelli di cui facciamo noi uso, e che esponiamo attaccati 
al muri del teatro dietro le quinte, ma che pure non sono tanto prolissi da poterne trarre 
la minima idea del dialogo: essi spiegano soltanto ciò che l'attore deve fare in scena, e 
l'azione di che si tratta, e nulla più. 

E li dice cattivi e scandalosissimi, e lodati da tanti illustri 
uomini non già pel merito loro, ma per la loro invenzione. An- 
dreini poi spiega il perchè della pubblicazion delle Favole in 
Scenaij piuttostochè in disteso, nella prefazione di esse : 

Avrebbe potuto il detto signor Flavio (perchè a ciò fare era idoneo) distender le 
opere sue, e scrìverle da verbo a verbo come s' usa di fare ; ma perchè oggidì non si vede 
altro che comedie stampate con modi diversi di dire, e molto strepitosi nelle buone regole, 
ha voluto con questa sua nuova invenzione metter fuora le sue comedie solamente con lo 
Soenarìo, lasciando ai bellissimi ingegni (nati solo all' eccellenza del dire) il farvi sopra le 
parole, quando però non sdegnino d' onorar le sue fatiche da lui composte non ad altro 
fine che per dilettare solamente, lasciando il dilettare e il giovare insieme, come ricerca 
la poesia, a spirìti rari e pellegrini. 

Vedasi ciò che dice Evaristo Gherardi, ottant'anni più 
tardi, di coloro che recitan le commedie a soggetto. Andrea 
Perucci più volte ricordato dà in modo particolareggiato tutte 
le regole del recitare all'improvviso, molte delle quali sparse 
in quest' opera a* nomi de' più famosi recitanti. 

Nella XIV*, quella cioè del modo di concertare il soggetto, 
ufficio esclusivo del Direttore di Compagnia, egli dice : 

n Corago, Guida-Maestro, o più pratico della conversazione deve concertare il sog- 
getto prìma di farsi, acciocché si sappia il contenuto della comedìa, s' intenda dove hanno 
da terminare i discorsi e si possa indagare concertando qualche arguzia, o lazzo nuovo. 
L' ufficio dunque di chi concerta non è di leggere il soggetto solo ; ma di esplicare i per- 
sonaggi coi nomi e qualità loro, l' argomento della favola, il luogo ove si recita, le case, 
decifrare i lazzi e tutte le minuzie necessarìe, con aver cura deUe cose che fanno di bisogno 
per la comedia. 



SCALA 515 

Il Perucci prende per esempio La Trapolaria, Scenario 
di G. B. Porta, e su di esso distende minutamente le sue re- 
gole, enumerandone prima i personaggi, assegnando a cia- 
scuno di essi le case, prima o seconda, di destra o sinistra, 
dicendo l'argomento, spiegando i lazzi e assegnandoli a'vaij 
punti della Commedia. Certo, com' egli avverte nel Proeniio al 
rappresentare all' improvviso, 

bellissima quanto difficile e pericolosa è l' impresa, né vi si devono porre se non persone 
idonee ed intendenti, e che sappiano che vnol dire regola di lingua, figure Rettoriche, 
tropi, e tutta P arte rettorica, avendo da fare all' improvviso ciò che premeditato la il 

ma quando esse abbiano le qualità volute, e specialmente una 
pratica singolarissima del teatro, certi inconvenienti lamenta- 
bili nella recitazione premeditata, sarebber più facilmente eli- 
minati in quella improvvisa. Per esempio: recitando all'im- 
provviso è più facile impedire che il personaggio che entra in 
iscena s' incontri con quello che esce, 

perchè parlando, ed aggiungendo parole sopra la materia, si può vedere quale scena sia 
occupata dal Personaggio, che sarà jper uscire, e non entrare per quella; ma per dove 
sarà vota. Benché l'uscire per le scene di sopra, ed entrare per quelle di sotto é una 
Regola infallibile, quando la necessità altro non ricercasse. 

Rimediare alle scene vuote e mute si può altresì più all'improvviso, che al pre- 
meditato, potendo ciascuno uscire sopra il tenore della scena antecedente, e parlare fin a 
tanto che venga a chi toccherà d'uscire. 

Noi, grazie a Dio, non ci troviamo più a tanta libertà; 
ma artisti capaci di rimediare alle così dette scene vuote, e di 
tenere a bada il pubblico o con un monologo o con una scena, 
finché non entri il personaggio che deve entrare, ne abbiamo 
ancora. 

Della eccellenza di Flaminio Scala nel recitare e nel diri- 
gere abbiam testimonianza amplissima in alcune lettere del- 
l'Archivio di Mantova, ch'ebbi per gentile comunicazione di 
Stef. Davari, nelle quali Don Giovanni De' Medici si oppone 
strenuamente a che alcuni de' suoi comici Confidenti (Mezzet- 
tino Onorati e Scapino Gabbrielli, e primo lo Scala), passino 
a richiesta di Lelio e di Florinda, a far parte della Compagnia 



5i6 SCALA 

che il Duca di Mantova vorrebbe inviare in Francia. La Com- 
pagnia intera è pronto a inviarla quando piaccia a S, A., dopo 
gV impegni assunti col Gran Duca, ma comici isolati no ; che 
sarebbe un distruggere la Compagnia eh' egli con tanta pa- 
zienza e con tanto amore tiene insieme da circa sei anni (le let- 
tere han la data del ' 1 8). Infatti, richiesta la Compagnia dal Duca, 
Don Giovanni scrive alla Duchessa (Venezia, 2 aprile 1 6 1 8) che 
pensando potesse essere la venuta della sua Compagnia anche 
di suo gusto, le ha spedito ordine di voltar subito strada (era 
diretta a Genova), e recarsi a Mantova. 

E il successo, confermato dal Duca stesso e dal Segreta- 
rio Marliani, ne fu de' migliori ; e i comici tutti, lo Scala spe- 
cialmente, s' ebber donativi e onori. 

A nuove e più vive richieste del Duca, Don Giovanni ri- 
spose schermendosi ancora, finché, insistendo quello, dovè 
(6 aprile 1 6 1 9) mettersi devotamente a' suoi ordini e promet- 
tergli Scapino e Mezzettino (V. Gabbrielt.i Francesco e Ono- 
rati Ottavio) non che lo Scala, rassegnandosi a vedere lo 
sfascio della Compagnia; che senza tali personaggi essa sa- 
rebbe stata priva dell' anima e dello spirito. 

E dice inoltre: 

Non negherò ancora Ser.™o Sig.<^« che amando io Flaminio Scala et desiderandogli 
ogni bene, né potendo io come povero Cav.re farli di quei benefizij che i Principi grandi 
sanno et possono fare a loro cari servi." , ho cercato col tener qnesta compagnia insieme 
che egli possa sostentarsi cavandone utile che veramente mi rincresce che resti tolto a 
questo povero galanthuomo che sempre è vissuto in maniera da capir per tutto. Tuttavia 
può tanto in me il desiderio di servire et gustare V. A. che senza far reflessione sopra 
cosa alcuna accomoderò il mio desiderio al suo gusto, uè penserò più a' commedianti, et 
lo Scala è tanto galanthuomo che egli medesimo instantemente mi ha pregato eh' io operi 
in questo affare in guisa che V. A. resti servita di conoscere eh' egli serve volontieris.o a 
gran Principi suoi pari senz' altro interesse che di buon ser.r^, che è debito suo, rimet- 
tendo ogni altra cosa nell'arbitrio et volontà de' suoi Padroni. 

Ma ahimè ! quel povero Don Giovanni non seppe più da 
che canto rifarsi per avere un po' di pace. I comici si raccoman- 
davano e piagnucolavano per non essere divisi, il Duca insisteva 
per avere quei tre. Nell'animo del Capocomico di buon cuore 
prevalse la ragione de' comici, tanto più che i personaggi ri- 



SCALA 517 

chiesti dal Duca non lo eran per suo particolare servizio, ma 
per essere inviati in Francia assieme a Lelio e Florinda. 

Vale la pena eh' io dia qui intera la lettera che Don Gio- 
vanni scrisse da Venezia il 21 marzo 1620 a Ercole Marliani, 
nella quale son notizie di grande interesse intorno alla Com- 
pagnia de' Confidenti : 

ni.re Sig.re, 

È vennto da me per licenziarsi per costà il nostro Sig.i* Flaminio Scala, et io quasi 
quasi gli avevo consìgniato non so che ostriche per Mad.*^ Ser.°iA, ma domandandogli poi, 
che buon vento lo spingeva in costà, mentre si assettavano i bariletti, mi mostrò una let- 
tera di V. S. degli 1 1 marzo scritta su le 6 hore, la quale letta da me mi indusse subito 
a dirgli che non occorreva ne per acqua ne per terra che egli venissi in costà, se non 
haveva altro negozio in che servire S. A. che di far la compagnia per mandare in Francia, 
poiché il concerto fatto con esso, io sapevo che non poteva in modo alcuno bavere effetto. 
In quanto però appartiene alla compagnia de Confidenti, cKe sta ancora sotto la mia pro- 
tezione, essendosi mitissimamente ristabilita, nella quale ancor' egli si ritrova et che quanto 
a altri comici che S. A. fa trattenere costi, soggìunsegli che non vedevo quello che egli 
vi havesse che fare, et dissigli di più, che mi maravigliavo che essendo egli informatis- 
«imo della rissolutissima volontà et stabilimento de compagni, pensasse a venir costà con 
le mani piene di vento, et soggiungendomi egli che si moveva per ubbidire, io gli sup- 
plicai, che già che egli sapeva non poter servire a cosa alcuna nel concertato suo con S. A. 
che mi pareva prima di dovere io scrivere a V. S. quanto passava acciò egli non facesse 
un viaggio a sproposito ; et cosi lo fermai di testa. Dico adunque a V. S. che al ritomo 
di Monferrato del detto Scala, con la lettera di S. A. io risposi all'A. S. come ella può 
sapere, che all' bora haverebbe la compagnia satisfatto ali* obbligo che haveva qui in Ve- 
nezia, e poi a quaresima harei procurato per quanto potevo di servire all'A. S., et in 
vero credetti poterlo fare, perchè vedevo quasi tutti alborottati et con molte difiìcultà nel 
mantenersi uniti, come è solito de Comedianti. Et io gli lasciavo (come si dice) cuocere 
nel loro grasso, ma venuta la quaresima, che le minestre son più magre, quando l'uno 
e quando l'altro comindomo a venirmi a rompere gli orecchi, ma tutti a una non doman- 
davano se non, unione, unione. Et poi tutti insieme, non una volta, ma ben quattro, mi 
son venuti a dire et protestare che assolutissima.te non si volevan disunire di sieme, et 
havendogli io più volte detto et ridetto che non mi volevo impacciare di questo affare 
ma che gli farei sapere quanto mi pareva bene per utile loro et il mio desiderio, mi tor- 
nomo tutti a dire, con humiliss.e preghiere di non gli abbandonare, che erono rissolutiss.* di 
non si voler disunire, ne separare in modo alcuno, et che però in tal modo io gli coman- 
dasse che erano prontiss.mì ad ubbidire, ma altrimenti più tosto harebbono eletto di andare 
dispersi, perchè vedevono la loro manifesta rovina, mentre si disunissero et dovendo rovi- 
nare col dividersi, più tosto harebbono eletto di fare ogni vii mestiero che più recitare, 
e tutto hanno fondato, secondo me, sul vedere il buon guadagno che hanno fatto que- 
st' anno. Io Sìg.** Hercole mio per parlar con V. S. alla libera vedendo in quel che consiste 
e da quel che depende la loro risoluzione, non ho saputo, ne anche voluto (per dire il 
vero) fargli forza, perchè come povero Cav.re di spada et cappa non ho il modo a dare 
a ciascun di loro 500 scudi per ciascuno, il vitto e'I vestire per loro e per le loro fami- 
glie per tutto l' anno, come ogni uno di loro quest' anno s' è guadagnato, che prima che 



SI8 SCALA 

icrìverlo, creda pnt V. S. che l' ho volalo molto bea vedere e toccu con mano. Et per 
vita ma la prego a dirmi, come potevo io dire, ta hai da andare, ta hai da reitate, tn 
che tei primo diventar lecondo, et fra haominì dove i liberti et compagnia penoadere 
per accettabile la inperiorìti et U «nggeziione ì Che cariti chriitiana harei havnta veno 
qneitì poveri hnomini et loro famiglie ì Che atto di corteiia o di gratitudine harei io diroo- 
ttrato a costoro che per 7 anni continui mi hanno obbedito al cenno, se io gli havetsì 
rovinati et «profondali, come loro tengono d' esaere quando saranno dininitiP Sig.r mio, 
■on povero si, ma soq generoso, et confesso il vero, lon persona dolce, ne so far male 
a chi mi riverisce. V. S. sa che 'I mondo si governa con l'opinione; questi poveri hnomini 
pensano col disunirsi di rovinarsi, ond' io per le ragioni dette, non ho sapnto trovar parole 
da principiare non che da persnaderglìelo. Però gli ho risposto che faccin bene che io gif 
aiaterò sempre, e cosi li ho liremiati. Mi «oso ben fatto promettere da dascnno in par- 
ticolare, che sempre, che per qual li voglia accidente si disnnischino, ogni uno di loro 
lari qoel eh' io vorrò. V. S. vede eh' io non ho laiciato di fare quel che potevo ma »Ì»to 
che non bastava per complice a qael che barebbe vointo S. A. ho fatto alla cortigiana; 
et più tosto volevo tacermi che scriver cosa di poco gnsto, nondimeno perchè la lettera 
di V. S. presupponeva le cose in altro stato, ho giudicato bene dargliene parte acdd S. A. 
ne resti informata,, confidando che la distrezza di V. 5. gliene porgeri io quella maniera 
che è proporzionata al sommo desiderio che ho sempre di servire a 5. A. in ogni cosa. 
Io cbe conosco i nobìlias.' concetti dell'A. 5. et la soa molta prudenza, non ho credalo 
veramente eh' egli habbia a voler premere tanto in questo negozio, eh' egli hsbbla a voler 
mandare spersi questi poveri buominì senza suo servizio particolare, perchè credami V. S., 
che questi aepaiBti, non darebbono ne in del ne in terra, anzi che S. A. manderebbe in 
Francia 1» torre di Babel e non una compagnia de comici, se disunendo questi gli me- 
scolassi con altri. Troppo dolce suona negli orecchi il nome della liberti, et etiam gli 
animali vivuU qualche poco in sieme non si fanno dividere quando ai viene all'atto et 
al latto. Sono Sig.r mio notissimi et conosciuti i Lelij, le Florìnde, le Flamminie, i Frit- 
telini et gli Arlichinì tutti huomini desidetosiss.l et ambiziosi di dominio et d' impero, 
talché questi poveri hnomini uii a una fratellBnia fra di loro, mai si ridurrebbou con eiaì 
in una servitù pacifica et quieta, et qnesli altri mai si diveizerebono dal voler dominare 
et comandare, perchè si san troppo usi, et hanno rotte troppe scarpe in quel mestiero, 
et io gli ho per sensati, perchè ancor' io più volentieri ho comandalo che ubbedito, et 
questo è desiderio innato in ciascun' buomo, et però ardisco di dire immutabile, anzi che 
cresce cogli anni. Però creda V. S. eh' io stimo che sia servitio di S. A. che di questo 
negozio non se ne tratti, perchè non è proporzionato alla ina Grandezza, che quattro 
commedianti si allontanino dal suo gusto, et che lasciando in parte il dovuto rispetto non 
stiano mai d' accordo in sieme, come al certo non itarebbon questi, et tanto meno in 
Francia nel Teatro di si gran Corte; e V. S. tenga per certo ch'io non mi inganno, 
perchè mi ricordo degli esempj de casi seguiti al tempo della fel. mem. dell'A." del 
S.' Duca Vincenzo, padre dell'A. S. 

Io somma Sig.'' Mailiani il dominio delle volouli non è cosa terrena, ne da lontano 
si posBoo rimediare gli inconvenienti. Non voglio anche tacere a V. S. un mio pensiero 
che io tengo per sicurìss." che la prudenza di S. A. conosca tutte queste cose mollo meglio 
di me, ma che l' importuniti di tutti cotesti comici di cotesta compag.'a trattenuti costi 
gli faccia per strano dare orecchie, et dare qualche ordine in queste materie, nel qual caso 
poi, per dirgliela confidentemente, io non mi curo punto di rompere una Compag.'^ che 
dipende da me per dar gusto a commedianti che per invidia hanno concertato et vorreb- 
boDo urtarla, cozzarla et disfarla. La Compagnia de Confidenti invero (se ben cotesti et 
altri la disprezzano) ha gran lama, et per tutto hoggi è stimala più d'ogni altra, onde il 



^>l 



SCALA 519 

romperla sarebbe proprio (come si suol dire) quasi peccato, e tanto più senza cavarne il 
profitto che forse si spera. Sono stato lungo, ma era necessario parlar chiaro et senza 
maschera, se ben si tratti de commedianti, perchè non siamo in commedia, et io dico da 
baon senno. Se adunque lo Scala non viene, V. S. scasi me, et non lui, perchè egli, 
come buona persona, veniva a toccare una nasata, et io che hoggi mai ho la barba più 
bianca che nera, ho stimato sia meglio cosi et rimettere il tutto nella prudenza di V. S. 
che saprà con la conveniente circuspezione et riverenza ritenere alquanto con dolcezza, 
certi impeti vivaci, soliti a regnare nelle menti de gran Principi, che dai buoni ser.'i de- 
von' essere desiderati quieti et conforme all'honesto. 

Di Venezia. 21 marzo 1620. j^^^^ ^^^^ MEDICI. 



A questo punto cessano le notizie della vita artistica di 
Flaminio Scala, di colui che, se non migliorò la commedia del- 
Tarte, la sviluppò certo, dandole nuovi e più varj atteggiamenti. 

Da questa lettera di ringraziamento, che esso Scala inviò 
al Duca non appena giunto a Venezia, vien fuori un nuovo per- 
sonaggio, la Livia, che parrebbe, all'ascendente che esercita 
su lui, una moglie in calzoni. 

Ser.«no Sig.«"c 

Subito giunto a Venetia andai in Villa a dare le lett.» di V. A. airEcc.nio S.»* D.n 
Giovanni mio Sig.*"*^, al quale feci relatione del regalo fatto a ciascuno della sua compa- 
gnia, ma in particolare poi dell'honore fattomi da V. A. La Sig.>** Livia curiosa di veder 
i'habito negro a pena mi diede tempo di mandarlo a pigliare et perchè à giudicato che 
non sia per me pover huomo, me ne ha dette tante che m'ha havuto a far perdere la 
patienza, ond' in vece di far una grossa spesa per acconciarlo a mio dosso, mi converrà 
tenerlo per reliquia cara del mio Ser.^^o Sig.^^. Starò attendendo i comandamenti de V. A. 
et sia certa che la servirò conforme la mia obligatione et in quanto potrò. 

Venezia. 16 di giugno 1618. Dev ■• et obUg»o .er." 

Flaminio Scala d.o Flavio. 

Farmi ozioso il fermarsi sul granchio preso dal Quadrio, 
che fa moglie dello Scala Orsola, detta in commedia Flaminia, 
eh* era la moglie del Frittellino Cecchini. Il Valeri ( Un Palco- 
scenico del seicento, Roma, 1893) dall'errore del Quadrio e dal- 
l'essere stato il Cecchini valentissimo allievo dello Scala, trae 
la probabile ipotesi che la Cecchini fosse una figlia del maestro 
maritata allo scolare. 

Delle tante poesie dettate in onor dello Scala dall' Achil- 
lini, dal Campeggi, dall'Orsino, dal Lazzari, dal Petracci, dal 



520 SCALA - SCALABRINI 

Marliaiii, dairAndreini, pubblicate in fronte all'opera delle Fa- 
vole, metterò qui un madrigale del Petracci, e il sonetto del- 
l' Andreini, che dicon chiaro le lodi dell'autore e dell'opera: 

Detta Flaminio, e poi 

ciò sì ben rappresenta 

Flavio gentile a noi, 

ch'ogni alma trasse ad ascoltarlo intenta. 

O d' arte e di Natura eccelso dono ! 

Questi e Quegli uno sono; 

ma qual s'avanzi stai dubbioso intanto, 

di Flavio il pregio, o di Flaminio il vanto. 



Giacean sepolte in un profondo oblio 
le Muse, quando tu Flavio gentile 
le richiamasti, e con leggiadro stile 
principio desti al nobil tuo desio: 

per te godon le scene il lor natio 
honor ; e già se 'n vola a Battro a Thile 
glorioso il tuo nome, e V empia e vile 
invidia paga il doloroso fio: 

Godi dunque felice un tanto honore, 
che '1 mondo in premio delle tue fatiche 
lieto ti porge, e ne ringrazia il Cielo: 

Quindi avverrà eh* ogni or le Muse amiche 
avrai, e colmo d'amoroso zelo 
a le scene darai gloria e splendore. 

Scalabrìni-Medebach Rosa. Figlia di un egregio legcde 

bolognese, e seconda moglie di Girolamo Medebach (V.), che 
sposò il 1766, fu prima un'ottima dilettante, applauditissima 
specialmente qual prima attrice della tragedia Giovanni di 
Giscala, poi, maestro Ignazio Casanova, un'eletta artista per 
ogni genere di parti, grandi o piccole, ch'ella sosteneva vo- 
lenterosa pel buon andamento della Compagnia del marito. Lui 
morto, la vediamo continuar l'arte assieme al figliastro Giovan 






SCALABRINI - SCARPETTA 521 

Battista (V.), col quale fu, dopo il 1 790, in Compagnia di Pietro 
Rosa. Fr. Bartoli la disse madre di più figliuoli, moglie amo- 
rosa e prudente. 

A testimoniar dell'arte sua metto qui il seguente sonetto, 
stampato in foglio volante a Modena dagli eredi di B. Soliani. 

Al merito singolare \ della Signora Rosa Scalabrini | Medebach 
che recita con universale applauso \ in Bologna \ V estate 
MDCCLXXX. 

Certo queir occhio che sfavilla in viso 
A te compose dì sua mano Amore; 
Onde a chi '1 mira dolcemente al core 
Un dardo giunge da cui vien conquiso. 

Ma e che poscia qualor intento e fiso 
Ascolta il Reno i tuoi sensi d'onore? 
Qual non ammira in Te senno e valore 
A l'ire, a i preghi, a gli atti, al pianto, al riso? 

So ben che a i rari portentosi accenti 
Tiensi la Notte assai più bella, e parmi 
Che stian su l'ale taciturni i Venti; 

E so che Febo a l' immortai tua laude 
Vili tenendo al paragon suoi carmi 
Lascia la Cetra^ e col tacer l'applaude. 

Scarlatino Zoan Maria. É citato assieme a uno Zacca- 
gnino, a Francesco Ruino e a Pignatta (V. Ruino), nella lettera 
di Ercole Ferrara al Marchese di Mantova Francesco Gonzaga 
(5 febbrajo 1496). 



ia. È accennato dal Gandini {Cronist. dei T. di 
Modena, P. I) insieme a Fidelin Romano, fra gli attori che re- 
citarono il 1673 21 Modena, nel Teatro Comunale Vecchio di 
Via Emilia. 

Scarpetta Giuseppe. Di lui Corrado Ricci ( Teatri di Bo- 
logna) riferisce una lettera del 161 3, con la quale domanda pri- 

66. — / Comici italiani, VoL IL 



SCARPETTA 



vilegio particolare che nìssun possa dispensare un secreto di 
un olio da lui chiamato il suo Balsamo. 

Tal segreto egli ha avuto da un dotto a Parigi, mentre 
forse vi esercitava l'arte comica. La lettera comincia: 

HivcDdo il dÌvot.""> aet." delle Sig.*^' loro loiepho SorpeU già comico, il quale 
fu ìnTenlore di dare Is elemosina a' lochi pii dell! denari della Comedia %ato il Governo 
della felice memoria dell' Ill.nio et R.mo sig. Cardinal Cesia; et S.' Cardinal Paleoto Ar- 
civescovo al'liora di questa Inclita Cittì, habit&nte da trentaqostro anni in qua in eisa 

Scarpetta Edoardo. Nato a Napoli in Via Santa Brigida 
il 13 marzo 1854 da Domenico Scarpetta, ufficiale di prima 
classe agii affari ecclesiastici al ministero, e da Giulia Rendina, 
è il principe degli attori 
napoletani viventi, sotto 
il nome di Don Felice Scio- 
sàamocca di cui ha creato 
il tipo, erede dell'alta fa- 
ma di Antonio Petite, a 
niuno secondo degli arti- 
sti sì dialettali, sì italiani 
per la fecondità dell' inge- 
gno, per l'abbondanza e 
spontaneità della vis co- 
mica. Fanciullo, non ebbe 
alcun amore agli studj, ma 
n'ebbe uno grandissimo 
al teatro, ch'egli si fab- 
bricava da sé, e in cui fa- 
ceva agire i pupi con com- 
medie da lui stesso im- 
provvisate. Destinato dai 
parenti alla musica, un bel 
giorno gettò in un fosso i documenti coi quali avrebbe dovuto 
presentarsi al Conservatorio dì San Pietro a Majella, e confessò 
a' parenti il suo singolare trasporto per l' arte drammatica. 
Entrò il 1 869 al Teatro di San Carlino, impresario il Mormone, 








w'-r" 



524 SCARPETTA 



con diciassette lire al mese di paga ; passò dal San Carlino alla 
Partenope, e quindi in Compagnia di Michele Bozzo, allora in 
giro per la Calabria, ultimo generico, disprezzato, vilipeso, 
deriso. Ma rieccolo a Napoli alla Partenope, ove recitò una 
sera, davanti all'impresario Luzi e all'attore Di Napoli del 
San Carlino, la vecchia farsa napoletana Feliciello Sciosciamocca, 
mariuolo de na pizza, ed eccolo il dì dopo scritturato al teatro 
famoso, in cui mostra subito le sue doti chiarissime a fianco di 
celebri artisti quali Petito e De Angelis. 

Morto il Petito nel '76, e l'impresario Luzi nel '77, Edoardo 
Scarpetta, dopo alcun tempo trascorso al Teatrino delle Va- 
rietà pur di Napoli, e al Metastasip e Quirino di Roma con 
Raffaele Vitale, riuscì finalmente a prendere in affitto il Teatro 
San Carlino, ripulendolo, ammodernandolo, rinnovandolo così 
materialmente come intellettualmente : alle bizzarrie a trasfor- 
mazioni, ai lazzi improvvisi, alle maschere, alle vecchie e grot- 
tesche tradizioni del celebre teatro napoletano, fé' seguire la 
commedia scritta, moderna, elegante, brillantissima, vera. Aveva 
già scritto a diciott' anni quattro commedie : altre ne scrisse 
di poi, e moltissime ne derivò e tradusse e ridusse dal mo- 
derno teatro nostro e forestiero. Non v'era novità comica di 
importanza che non facesse dopo brevissimo tempo la sua ap- 
parizione, foggiata alla napoletana, nel leggendario teatrino, 
in cui, di conseguenza, alle sghignazzate della popolaglia era 
subito succeduta la risata schietta e misurata del fiore dell'ari- 
stocrazia. Sciosciamocca (letteralmente: soffia in bocca) è non 
solamente un tipo e un carattere, non altro, nel suo complesso, 
che il mammo di un secolo fa : il Filippetto del Goldoni, il Mar- 
chese /^/)^^//^ del Giraud, rinsanguati, ravvivati dalla recitazione 
scintillante di Edoardo Scarpetta; ma anche, un insieme di 
tipi variatissimi, aggirantisi attorno al tipo fondamentale. Il 
tipo di Miseria e Nobiltà non è certo il medesimo di Tettilo ; 
quello di mettiteve a/aTammore co me è ben diverso dall'altro 
di Duje marite imbrugliufie, e così di seguito. A questa conti- 
nuata modificazione del principal tipo, Sciosciamocca deve forse 



SCARPETTA - SCHERLI 525 

la continuata ammirazione del pubblico, che sin dalla prima 
apparita al San Carlino rinnovato, lo compensò di tante mise- 
rie, di tante lagrinie versate, sì da fargli scrivere nelle sue 
nuove Memorie (Napoli, 1899): < Dopo tutto, Tessere riuscito 
a far tanto ridere.... gli altri, dava anche a me il diritto di ri- 
dere un poco. > 

E di qual riso! Il povero ^tìfoa..., entrato nel campo del- 
l'arte per un usciolino sgangherato, con un vestito che gli ca- 
scava di dosso a brindelli, colla faccia macilenta per fame ; che 
ad ogni passo verso l'agiatezza e la gloria, uno vedea farne con- 
tro di lui dalla maldicenza e dall'invidia, trionfando finalmente 
di tutto e di tutti, autore ammirato, attore idolatrato, il triste 
suono del piccone distruttore del San Carlino coprì con quello 
del martello costruttore di un vasto palazzo al rione Amedeo : 
2il battesimo di gloria del San Carlino è succeduta la conferma 
non mai alterata sin qui de' Fiorentini di Napoli e del Valle di 
Roma, ove si reca ogni anno a deliziare della sua inesauribile 
giocondità il gran pubblico della capitale. 

Scattolone. Sotto questo nome sosteneva le parti di Gra- 
ziano un M. Francesco..., fiorito nella prima metà delsec. xvii. 
Il 15 novembre 1622 furon pagati a M. Sante Morandi 
venti scudi per andarlo a prendere a Padova, e condurlo a Man- 
tova ove l'attendeva la Compagnia del Duca. 

Scevola. Comico senese, il cui nome si trova citato in un 
processo romano del 1565 (V. Ademollo, T.diRo?na,'pdLg. 35). 

Scherli Leopoldo Maria. Nacque a Verona verso il 1720; 

e compiuto un corso regolare di studi, si diede a recitare tra i 
filodrammatici della città, riuscendo artista ammiratissimo, se- 
condo afferma Gianvito Manfredi nel suo Attore in scena; tanto 
che una sera dovette ripeter lì per lì nell' Orlando furioso la 
scena della pa,zzia, tra gli applausi entusiastici della folla. Si 
fece poi comico di professione, e fu alcuni anni a Venezia 



526 SCHERLI 



(San Gio. Grisostomo), dove s'aquistò come attore e come scrit- 
tore la stima di tutti e l'amicizia di Gaspare Gozzi. 

Lo vediamo il '55 alla Comedia italiana di Parigi, nella 
quale esordisce il 1° di gennajo, come amoroso, insieme alla 
moglie amorosa, nel Doublé mariage cTArlequin; ma recitaron 
così freddamente, che dovetter tornarsene in Italia. A tal pro- 
posito il D'Origny dice : 

A l'égard de ceux-ci, quand on se rappelle que des personnages de ce genre ne 
sont jamais si bien remplis qae par des Acteurs qai ont de rinclination l'un poar l'antre, 
on est tenté d'attrìbuer leur malhearenx succès, moins à leur inaptitnde, qa'à une situa- 
tion qui ne permet gnère qae le coear ressente les feux de l'amour. 

Il signor D'Origny (non voglio discuter qui Terrore del- 
Tafifermazione sua sulla maggiore o minor riuscita di una scena 
d'amore recitata da due amanti), ha voluto alludere alla special 
condizione degli Schedi, i quali, non sappiam bene per colpa 
di chi, ma forse di entrambi, essendo Tuno tutto dedito agli 
studi e taciturno, e Taltra incline alle esaltazioni.... e ad altro, 
visser quasi sempre separati. Tornato di Francia, Leopoldo, 
che aveva mostrato in varie circostanze un cotal ingegno poe- 
tico, si die ad allestire un volume delle sue rime, che pubblicò 
in-i 2° a Lucca il 1 760 per Filippo Maria Benedini.Lo vediamo 
il *66 in Compagnia di Pietro Rossi ; poi, allontanatosi per al- 
cun tempo dal teatro, bibliotecario del Senatore Davia a Bo- 
logna, poi di nuovo attore, recitando in varie compagnie, ma 
con poca fortuna, a cagione della sua austerità e taciturnità, 
a proposito della quale il Bartoli racconta che < andando un 
giorno a desinare con Andrea Patriarchi, non fu mai sentito 
pronunziare una parola durante tutto il tempo della tavola, 
e col solo saluto da quella casa partì. > Fu anche a Palermo, 
e quivi stette alcun tempo col Nobile Spaccaforni, qual segre- 
tario. Toltosi da queir Ufficio, fu da altri incaricato di formar 
una compagnia per quella città; e recatosi a Venezia, la formò 
difatti, e la condusse a Palermo; ma essa era di sì mediocri 
elementi, che subito cadde, procurando allo Scherli rimproveri 
senza fine, e così fatti da essere forse principal causa della sua 



SCHERLI 527 



morte. Il Bartoli ne fissò la data neir autunno del 1776: ma è 
certo erronea, dacché lo Scherli pubblicò la sua scelta di rime 
nel '77 a Psilermo. Fu egli senza dubbio uomo di pregi singo- 
lari, e come tale considerato dai più. Le rime edite a Lucca 
furon precedute dalla pubblicazione di : 

Osservazioni sopra le statiT^t del signor Giulio Cesare Veccelliy nelle quali 
sostiene, che la Poesia possa pia della Pittura. Pubblicate a Verona 
nella Stamperìa del Seminario, [senz'anno], in-8°. 

Traduzione in versi sciolti di alcuni esametri latini di Marco Antonio 
Rosa Morando a Vincenzio Bar:(i:(a. Pubblicata a Verona il 1745, in-8°. 

Alcune poesie in lode del Ban^tTia, inserite in una raccolta di componimenti 
in lode dello stesso ^arT^i^^a, Verona, e. s., 

e ad esse tenner dietro in vario tempo un brindisi in versi 
martelliani nel Convitato di Pietra, pubblicato in foglio volante 
a Livorno Tautunno del 1766; un piccolo libretto in- 8° conte- 
nente alcune considerazioni sopra un parere del dottor Carlo 
Goldoni, pubblicato il 1767 non so dove, ma forse a Bologna, 
mentre lo Scherli era col Davia ; Sette Notti di Edoardo Young 
tradotte in versi, pubblicate in-4° a Palermo il 1774 nella Stam- 
peria de' Santi Apostoli ; e una scelta delle Rime con aggiunta 
di poesie siciliane e di lettere varie, edita in Palermo il 1777 
in- 12°. Fu lo Scherli, dopo la pubblicazione delle rime nel- 
Tanno 1760, acclamato pastore arcade di Roma col nome di 
AncLssandeide Caristio, e dopo quella delle Notti, Pastore Ereino 
di Palermo col nome di Dendrio Ipsisto. 
Riferisco dal Bartoli la seguente 

Licenza recUaia dalla prima Donna della Compagnia de' Comici 

nel Teatro S. Già. Grisostomo di Venezia 
l'ultima sera del Carnevale MDCCLIX 

Della guerriera tromba ascolta il fuoco appena, 

E va il Guerriero in Campo dove la gloria il mena: 
Spirano appena i Zefiri, ed ecco in un momento 
Salpa il nocchiero, e scioglie tutte le vele al vento; 
Ma se volando al Campo, se abbandonando il Lido, 
La Sposa, o il Genitore lascia nel patrio nido, 



528 SCHERLI 



Lascia su quelle sponde parte di sé il nocchiero, 
Parte di sé pur lascia nella Città il guerriero; 
E nel partir da loro sente staccarsi il core, 
Sente passarsi l'anima dal più crudel dolore. 
Inclite genti Adriache, splendor d'Italia, e lume, 
Condonate all'affetto, se troppo ora presume. 
Noi siam quel navigante, e quel guerrier siam noi; 
Questa é la Patria, e il Lido, Padri ci foste voi. 
Voi ci reggeste ognora; voi placidi, e clementi 
Tolleraste i diffetti ad ascoltarci intenti. 
E come il Sol benefico oscura nube indora 
Si, che del non suo lume splende nel Ciel tal ora; 
Se di valore in noi spuntò qualche scintilla. 
Fu da quel lume accesa, che intorno a voi sfavilla. 
E noi dobbiam lasciarvi? E per fatai destino. 
Siamo costretti a scegliere cosi lungo cammino? 
Ah di si ria partenza quanto il dolor sia atroce 
Dicalo il nostro pianto, che noi sa dir la voce. 
Dentro il mio core intanto sento pugnar insieme 
A gara col dolore anco il timor, la speme. 
Penso che il nostro ingegno che coltivaste tutti. 
Quasi terreno ingrato scarsi produsse i frutti. 
Ma fra i timori suoi par che mi dica il core: 
Non si stancò per questo il provvido cultore. 
Anzi veder attende alla stagion novella 
Nel suo terren la messe più verdeggiante, e bella. 
Compagni miei, coraggio. Mentre sarem lontani, 
Non sieno i sudor nostri infruttuosi, e vani, 
E ritornar ci veggano questi bei lidi amati 
A ricalcar le Scene di novi fregi ornati. 
Si, che il faremo. Intanto, come sicuro segno 
Delle nostre promesse, vi resti il core in pegno. 
Alme eccelse, graditelo, che vostri servi siamo, 
E con tal nome in fronte, di noi superbi andiamo: 
Che se sarem sicuri del perdon vostro almeno. 
Nelle fatiche istesse lieti saremo appieno. 
Come di sudor molle quel povero bifolco 
Sparge cantando i semi, segna cantando il solco; 
Come quel gondoliero suda col remo in mano, 
E va cantando VArmi pietose e il Capitano, 



SCHERLI 529 



Cosi del favor vostro spirando aure feconde, 
Lieti ritorneremo d'Adria a baciar le sponde; 
Così l'anima nostra nel gran piacer giuliva 
Ripeterà costante: Viva Vinegia, e viva. 

A questa faccio seguire il sonetto in morte di un suo figlio, 
il quale ci dà ancor più chiara Tidea delle sue qualità poetiche, 
e del suo amore a' classici : 

Come candido fior, che nato appena, 
del vomere al passar cade reciso, 
Carlo, moristi, onde perpetua vena 
di pianto a me bagna le gote e il viso: 

C'ho sempre avante i tuoi dolci atti, e il riso, 
e i cari vezzi; e per maggior mia pena, 
la Suora tua, ch'or vedi in Paradiso, 
la tua partita a ricordar mi mena. 

Figlio, io già non t'invidio i gaudi immensi, 
che in Ciel tu godi, ora che sei si presso 
al Sol, che alluma il benedetto chiostro; 

ma quando awien che a le tue grazie io pensi, 
piango me, di te privo, e il mortai nostro 
vorrei già chiuso in un sepolcro istesso. 

* 

Scherli Carolina. Moglie del precedente. Fu, ci dice 
il Bartoli, bellissima, egregia attrice per le parti di donna 
seria, e.... oggetto di piacere negli anni suoi giovanili. Ebbe 
una figlia ballerina, e andò con lei a Palermo, dove le fu 
rapita da un Personaggio di qualità. Tornatasene sola, fu così 
turbata dall' accaduto, che die' segni non dubbi di pazzìa, 
e fu vista a Bologna passeggiar per le vie coronata d'al- 
loro, o recarsi a San Michele, declamando poesie sconclu- 
sionate. - Fortunatamente non restò lungo tempo in quello 
stato di alterazione, e viveva ancora tranquillamente in Bo- 
logna nell'anno 1782 al tempo del Bartoli, il quale, alludendo 
alla sua separazione dal marito, di cui ella apprese con do- 

67. — / Comici italiani. Voi. II. 



530 SCHERLI - SCHIAVONI 

lore la morte, le dedicò colla solita vena dozzinale il se- 
guente epitaffio: 

Moglie fui per virtù dì quel gran si, 
che detto retroceder non si può. 
Mio marito da me poco gustò, 
ch'io sola vissi, ed ei lontan morì. 

Schiavi Carlo detto Cintìo. Comico di buon nome per le 
parti ^Innamorato, fiorito nella seconda metà del secolo xvii. 
A richiesta del Duca di Modena, rispose accettando di far parte 
della di lui Compagnia, di cui eran principale ornamento i Calde- 
roni Silvio e Flaminia, con lettera da Roma del 19 aprile 1679, 
nella quale si lagna acerbamente del malo trattamento de' ca- 
pocomici verso di lui, che non sa né dove spedire la condotta, 
né chi la riceverà, né in che piazze andrà, né come sia composta 
la Compagnia, e che soprattutto s* é visto, con suo danno e 
rossore, metter fuori una seconda donna già scritturata d'ac- 
cordo con lui, certa Angiola Paffi : < danno, hauendo seco un 
antico, e non poco concerto (cosa mendicata, e ricercata da 
ogni Moroso), e rossore per esser tenuto un parabolano, et 
un falso ; e dopo essermi consumato in Venetia ad aspettare la 
certezza et unione di questa donna, si ritratta al presente ciò 
che si deve per debito, essendo stata accettata e corrisposta 
da tutti. > E si raccomanda al Duca di ordinare che i comici 
gli scrivano, perchè egli possa con loro più apertamente discor- 
rere. « Alla Paffi — conclude - in cuscienza et appresso Dio et 
al mondo non si deve mancare. > 

Schiavoni Antonio, nato a Roma il 1846 e suicidatosi a 
Rosario di Santa Fé il novembre del 1889, fu attore di grande 
impulso, se non di grande finezza, illustratore non ispregevole 
delle opere più conosciute di Shakspeare ne' teatri di secondo 
ordine. Patriotto caldissimo, fece le campagne del '59, del'óo 
e del '66, e s' ebbe la medaglia al valor militare. Un amore fa- 
talissimo lo condusse al sepolcro. 



SCHIAVONI - SCOTIVELLI 




Una lettera dell' attore Beltramo a Icilio Polese così de- 
scrive la morte eroica del povero amico, noto in tutta l'arte 
per la soavità dell'indole: 



H nuttÌDo che precedelte Ib «ui morte li ritìiò ht c*w, accomodA U ina ouneretla 
cambUndo poiìxione il letto ed al comodino, il veitl da garibaldino, miie le aae deco- 
razioni Bill gnandale accanto al revolvei, ifoderò la tpada e la miae in croce col fodero 
ai piedi del letto, si coricò, e si sparò un colpo al cuore con una rivoltella a dae colpi 
con tanta ticnreiza e pTemione die restò (iilminato. 



Scotivelli Marcantonio. Apparteneva il 1578 alla Com- 
pagnia del Re di Napoli, condotta da un Massimiano Milanino. 
Forse, congettura il Baschet, si trattava di una piccola compa- 
gnia secondaria, adattata al piccolo Stato, che aveva traversato 
i monti in cerca di fortuna, o forse anche, concordando le date, 
alcun componente la Compagnia de' Gelosi sì era sciolto da 



53» SCOTIVELLI - SERVILLI 

essa per rispondere a un invito del Bearnese. Comunque fosse, 
né di questi, né di Paolo di Padova (V.) capo di altra compagnia 
del Piccolo Principe nel 1579, si è trovata più traccia. 

Sereiffinì Giovanni. Noto attore per le parti di brillante, 
figlio di Pietro, comico, e di Rosa Francesconi, nacque a Milano 
il 1 840. Lo vediam coi parenti Ìl 1 846 in Compagnia Balduìni e 
Rosa, e il 1847 in quella Capoda- 
glio, nei cui elenchi figura come 
parte ingenua: il '61 col padre ge- 
nerico era brillante della Com- 
pagnia Bonazzi. Fu lungo tempo 
brillante, e beniamino de'^w*r«- 
&'»(dÌNapoli, capocomico Adamo 
Alberti, e tolse in moglie in quel 
torno l'attrice Pia Fabbri figlia 
dell'attore, poi professor di reci- 
tazione, Paolo; morta la quale, 
passò a seconde nozze con Vìtto- 
rina Checchi. Lo vediamo il '76 
e '77, brillante della Compagnia 
Zer ri- Lavaggi, e ÌI '79 e '80 in 
Compagnia di Alamanno Morelli 
sotto Guglielmo Privato. Fu poi 
colla moglie in altre compagnie, e finalmente in quella di Ro- 
molo Lotti, colla quale si recò in America ove perde la moglie, 
e d'onde non rimpatriò più. - Una sua sorella, Giulia, moglie 
di Leopoldo Orlandìni, prima, poi dì Giacomo Brizzi, ebbe dal 
suo primo marito i figliuoli Leo e Giulio, e fu con Ernesto Rossi 
dal 1863 al 1884 in qualità di seconda donna pr e gioia. 

Serramondì Carlo. (V. Rosa Caterina). 

Servilli Isabella. Comica del Duca dì Mantova detta sulle 
scene, Bularia; fiorì nella seconda metà del secolo xvii e nella 




SERVILLI 533 



prima del xviii. Attrice, cantante, danzatrice, schermitrice 
esimia, e conoscitrice perfetta di più lingue, ispirò non po- 
che poesie, che metto qui testimoni del valor suo e della sua 
virtù, e che mi furon gentilmente comunicate dal chiaro amico 
A. G. Spinelli della Biblioteca Estense di Modena. 

Alla Signora Isabella Servili \ Comica virtuosissima del Ser.mo 
di Mantova | in rappresentare in Bologna le Metamorfosi d'Eu- 
laria \ finta Lachè Francese, Dama Spagntiola, Soldato Te- 
desco, I e Cingara Egittiaca, con giochi di Spadone, Alabardino, 
due Spade, scherma neW Academia degli eserciti] militari, e con 
quattro suoi Balletti diversi. 

Questa è la saggia Eularia^ e questa è quella 
Che gli affetti del Ren, faconda impera, 
Che gli Oracoli espon, quaihor favella, 
Franca, Egittia^ Germana, Itala^ Ibera, 

Se tratta Armi e Bandiere, agile e snella, 
Con gratia ardita, e leggiadria guerriera. 
Scerner non sai se sia Folgore o Stella, 
E non sai se più alletti, o se più fera. 

Ma a la sua lingua, a la sua Man non cede. 
Nodi intrecciando e Laberinti e Ruote, 
Precorridor de le Pupille, il Piede. 

Chi a tzm'Arnti, a tzni' Arti oppor si potè? 
Rendonsi Talrae a Lei spontanee prede, 
E al bel Giogo Servii s'offrono immote. n. n. n. 

Al merito e virtù grande \ della Sig/" Isabella Servilli detta Eularia 
Comica I Eruditissima del Ser.*^° di Mantova \ mentre recita 
in Venezia l'anno i6gy. 

V essersi veduta in Bologna la suddetta Virtuosa 
in habito di spirito famigliare giocar d'armiy danT^are e sonare perfettamente 

dà motivo al presente sonetto: 

Qualor spirto ti fìngi in vari manti 

Mostri in più forme Eularia il tuo valore 
Poiché Proteo gentil con tuo' sembianti 
De' Teatri ti fai gloria maggiore. 



534 SERVILLI 



Prode fra l'armi allor ogn'un incanti 
Né movi pie che non inceppi in core; 
Voce non dai che non risvegli amanti 
Suono non fai che non ne danzi amore. 

Tai prodigi sul Ren mirò felice 
Delfina de la scienza alta Eroina 
Onde vie più a lei bramar non lice. 

A te dell'Adria sol nobil reina 
M'avanza l' amirar da tal Fenice 
L'arte con la virtù sorger.... 

Per contrasegno di stìnta partìcolare A, M. G» 
bolognese devotamente dedica. 

La Stessa Signora s* introduce a maneggiare legiadramente la spada: 

Eularia di beltà e valor munita 

Cangia la notte in di lucente e chiaro 
Allor che al Campo di forbito acciaro 
Splende invitta la sua virtù.... 

Che bel veder le delicate dita, 

Quando per fulminar pronte l'armarol 
Ah che a quel fulminar si dolce e caro 
Soffrirebbe ogni core ogni ferita. 

Cosi con vaghe sue sembianze e sole 
Mentre si aggira il ferro in varie rote 
Di Marte e Citerea rassembra prole; 

Poiché tiene ne gli occhi, e su le gote 
Con le rose dell'alba i rai del sole, 
Ond'é che intorno Amor l'ale vi scote, peiio steaso]. 

A/la sempre ammirabile virtù della Sig.** Isabella Servili detta 
Eularia Comica modestissima mentre recita in Bologna il Car- 
nevale dell' anno lyoo. 

^flessioni ad alcune delle molte prerogative 
che rendono grata a tutti la medesima Virtuosa 

Alla modestia unir spirto e bellezza, 

Formar più vezzi, e non macchiar il core; 
Con laude oprar, e disprezzar l'honore; 
Di più lingue (i) erudite haver vaghezza. 



SERVILLI 535 



Chiuder nel molle sen viril fortezza, 
A Maestà (2) accoppiar tenero Amore. 
Usar in lui pietà, in lei rigore 
Affetto simulando, e in un grandezza. 

Impugnar Brandi (3), maneggiar Bandiere 
Qual' altra nuova Amazone gentile, 
Sono d'EuIaria sol care maniere. 

Quindi è che '1 saggio, prode, grande, e vile 
Ne piega per toni* Arti e finte e vere, 
A si bella virtù l'alma servile. 

Leonardo Sebastiani d. d. d. 

(i) Parla perf.tc diversi linguaggi. 

(2) Tatto ciò esprime naturalmente nelle opere serie ma spec.te in quella di Elisa- 
betta Regina d'Inghilterra. 

(3) Di tutto ciò ne dà compito saggio. 



A/la Virtù sempre più ammirabile | della Signora Isabella Servili 
detta Eularia | Comica Eruditissima del Ser.mo di Mantoa 
Mentre in Bologna nelV Opera famosa del ''Gran Cide delle 
Spagne" | comparisce nobilmente vestita a duolo. 

Qual portento vegg'io? L* ombra e il splendore 
Son pur nemici ancor sin da le fasce? 
L'una succede in terra al di che muore, 
Precorre l'altra in Ciel l'alba che nasce. 

Pur si gli accoppia in sen à'Eularia Amore 
Che in faccia de l'un l'altra rinasce. 
Se sotto amanto di lugubre orrore 
De begli Occhi il splendor vie più si pasce. 

Or s' adunque un Contrario a l'altra è accolto 
In Lei con stupor d'Arte di Natura 
Nel Nero Manto e nel Splendor del Folto, 

Ben dir si può d'Amor alta fattura. 
Se nel ben di Costei in bruno accolto 
Sembra più Creator che Creatura. 

Mosso dalla sola mrtù della medesima 
il gentile Ergasto ne dedica e dona 
il presente alla stessa. 



536 SERVILLO - SEVERI 

Servillo Francesco, detto OdoarJo. In una lettera a un 
Segretario, non so bene dì qual Dnca, se di Mantova o di Mo- 
dena, inviata dì suo pugno da Livorno il 26 giugno 1660, e 
sottoscritta anche dal PanfaJom Giovanni Gaggi (V. Scpple- 
meXto), dice che a Pistoja, la Piazza precedente, non divisero 
un soldo e rimisero del loro, e a Livorno son con due paoli al 
giorno, e eoo la prospettiva di una nuova rimessa, nonostante 
la gran quantità de* forastieri e ti buon successo della Compa- 
gnia; e domanda per luì ed esso Gaggi dieci doppie pel sosten- 
tamento, che avrebber rilasciate dal donativo di carnovale. 

Severi EHìsa, di Ravenna, fu trasportata dalla famiglia a 
Roma, ancor bambina, e là cresciuta ed educata. La magnifica 




Fot. Vmrùcii, Artico - Milano. 



persona e il volto pieno di attrattive la fecero accogliere il 1 894 
nella Compagnia Paladini-Talli, senza bisogno del lasciapassare 
di una scuola o di una filodrammatica. Recitò poi a sbalzi, con 



SEVERI - SGARRI 537 



intervalli più o meno lunghi, per malattia o per altro, nelle Com- 
pagnie Reinach-Talli,Gramatica-Raspantini, Pia Marchi-Maggi, 
Severi-Garzes-Raspantini, e finalmente Pieri-Severi, in cui si 
trova anche oggi (1904), per andar poi nel futuro triennio con 
Oreste Calabresi. Finché la Severi fu seconda donna, il pubblico 
e la stampa si occuparon solamente dello splendore fisico : ma 
dacché, assunto il ruolo di prima donna assoluta, si é slanciata 
nel gran repertorio, allo splendore fisico pubblico e stampa 
trovaron di potere aggiungere una grande promessa artistica. 
Naturalmente i pregi della donna soverchiano ancora quelli 
dell'artista; ma la promessa c'è davvero, e chiara; e perse- 
verando nello studio, nella tenacità di propositi, nell'amore al- 
l' arte, poiché ella é una delle più innamorate dell'arte sua, la 
signorina Severi arriverà certo ad attenuare una cotale ine- 
guaglianza di recitazione, prodotta forse da mancanza assoluta 
di guida artistica. 

Sgarri Francesco. Piglio di Brigida Sgarri, recitò la parte 
di Arlecchino nella Compagnia del patrigno Antonio Marche- 
sini (V.), col quale era l'estate del 1738 a Milano, (riconferma- 
tovi per la seguente del '39), e in altre. Cangiata la maschera 
di Arlecchino in quella di Brighella, ottenne applausi quanti 
volle. Fu con Onofrio Paganini e con Pietro Rossi, dal quale 
si allontanò il 1770 per entrar con il genero Messieri e la figlia 
in compagnie di minor conto. S'ammalò in Morbegno di Valtel- 
lina, e quivi ihorì il 1 776. Più che attore lo Sgarri potè dirsi un 
mimo, un acrobata, un buffone. Facea mirabilmente le forze, 
suonava la tromba e altri strumenti, e cantava graziose e facili 
canzonette. La natura non lo dotò di sciolta loquela, e il Bar- 
toli ci racconta: 

Egli aveva un' arte di fare frettolosamente un ragionamento (non inteso né da lui, 
né dall'uditorio) promettendo assistenza al Padrone o ad altri; e questo con parole spes- 
sissime, e vibrate con forza fra le labbra in si fatto modo, che il popolo movevasi a fargli 
un grande applauso, battendo palma a palma, ond* egli restava soddisfatto, e l' udienza 
godendo moveva a più potere le risa, benché nulla avesse capito da tal discorso, che lo 
Sgarri chiamava battuta, forse per la battuta di mani, eh' egli ne riscuoteva. 

b8. — / Comici italiani. Voi. II. 



SGARRI - SICHEL 



Oggi, per baituta. in arte, s'intende ogni entrata di attore 
nel dialogo. Così la battuta può constar di più pagine, o anche 
di un sol monosillabo. 



Sichel Giuseppe. Attore brillante di pregio per una sua 
singoiar vena di comicità, nacque a Casaltone di Sorbolo, 
provincia di Parma i! 4 ottobre del 1849 da Gaetano, e Ma- 
ria Grimaldi, non comici, 
ed ebbe domicilio a Gua- 
stalla. Recatosi a Geno- 
va, appartenne alla Filo- 
drammatica del Falcone, e 
del '76 esordì, brillante, 
con Carlo LoUio. Fu 11*77 
con Michele Ferrante, il 
'78 con Galletti-Dondini, 
r'8o ancora con L0IIÌ0; 
l"8i, in società, con Fa- 
giuoH, Udina, Tellini e 
Aliprandi Giovannina, 
ecc. ecc. , r'8 2 con Drago. 
Fu 1"83 con Zoppetti, se- 
condo brillante e primo 
dopo la scelta di lui, r'84 
con Emanuel, 1*85 con 
Novelli, dall' '86 al '90 
con Maggi, dal '91 al '93 
con Marini, e il '94 con Emanuel. Dal '95 cominciò le sue for- 
tunate società, con Compagnie essenzialmente comiche, e con 
artisti egregi nel genere, quali : Talli, Tovagliari, Zoppetti, 
Guasti, Falconi, Ciarli. 

La recitazione del Sichel a sbalzi, a strappi, con intona- 
zioni aspre, rotte da una infinità di interiezioni, di eh interro- 
gativi di distrazione, è inqualificabile e inimitabile ; non certo, 
come si può credere, impeccabile, ma di irresistibile comicità. 




SICHEL - SIMONE 



Sichel • Saporetti 
Emitia. Moglie del pre- 
cedente, nacque a Raven- 
na nel 1865. Fu buona 
prima attrice giovane al 
fianco di suo marito, poi, 
con lui capocomico, buo- 
na prima attrice, specie 
nelle più strampalate po- 
ckades, che sono Ìl fonda- 
mento del suo repiertorio. 
Colpita da grave anemia, 
dovè per alcun tempo al- 
lontanarsi dalle scene,alle 
quali è tornata l'autunno 
del '903. 

Silanì Caterina, at- 
trice dì molto pregio per 

le commedie airimprovviso, fu col marito, mediocre arlec- 
chino, in Compagnia di Niccola Petrioli, poi in quella di Do- 
menico Bassi, poi, coli' avanzar degli anni, in altre di minor 
grido. Si fé' molto notare in una vecchia commedia, U Oggetto 
odiato, pei personaggi ch'ella rappresentava d'ambo i sessi e 
di più nazioni, parlando nelle lingue diverse. Viveva ancora al 
tempo di Francesco Bartoli {1781), e sebbene in tarda età reci- 
tava in una vagante Compagnia « procacciandosi— egli scrive — 
ad onta degli anni la pubblica approvazione, e qualche ap- 
plauso sincero. > 




Simone da Bologna. Il famoso Zanne de' Comici Gelosi 
(V. Pasquati). Di lui dice il Porcacchi (Le attioni it Arrigo III 
Re di Francia e di Polonia, ecc.), che era < rarissimo in rappre- 
sentare la persona di un facchino bergamasco, ma più raro 
nelle argutie e nelle inventioni spiritose : » Ìl Rossi, nella T^mw- 



540 SIMONE - SIMONI 



mella, lo loda insieme a Battista da Rimino, perchè « osservano 
il vero dicoro de la Bergamasca lingua; > e Francesco Andreini 
{Bravure, XIV) lo cita insieme a' comici di quella famosa Com- 
pagnia, < che pose termine alla dramatica arte, oltre del quale 
non può varcare niuna moderna Compagnia di Comici. > 

Simonetti Giuseppe. Nato a Lucca del 1703, fu buon co- 
mico z}^ improvviso per le parti ài Innamorato che sostenne in 
Compagnia di Antonio Sacco, del quale sposò la sorella Anna, 
e col quale fu in Portogallo, non solo recitando, ma facendo 
anche fuochi artificiali. Aveva sostituito nel 1736 l'amoroso 
Vitalba nei Comici di Carlo Goldoni, il quale dice di lui che se 
fu meno brillante del suo predecessore, ne fu più decente, più 
colto, più docile. Forse lo stesso, capocomico nel teatro ducale 
di Milano il 1743, e che Paglicci-Brozzi chiama Giovanni? 

Giuseppe Simonetti si fece notare nella rappresentazione 
del carattere buffo di Don Gelsomino nella commedia II Re dor- 
mendo (?), e morì a Venezia il 27 aprile dell'anno 1773. 

Simoni Barbara. « Brava attrice, che recitò con gran fran- 
chezza nel carattere della serva, e che fu nelle Compagnie di 
Venezia molto applaudita. Il di lei spirito fu veramente inimi- 
tabile, e prevalse a qualunque altra che recitasse nel suo ca- 
rattere a' tempi suoi. Fioriva questa comica intorno alla metà 
del secolo presente. > Così Fr. Bartoli. 

Simoni Giovanni. Fu detto Goldoncino per essere stato 
alcun tempo copista di Carlo Goldoni il quale con lettera del 
17 marzo 1759 da Roma (V. Carteggio) lo raccomandava viva- 
mente a S. E. Vendramin, per le parti di terzo amoroso. Di 
lui non fu detto troppo bene allo stesso Vendramin, che alle 
preghiere del Goldoni faceva orecchi da mercante. < Questo 
giovane - insisteva Goldoni - non è mio parente, ma ho preso 
impegno di assicurarlo, e deggio farlo.» E più innanzi: « Per 
cattivo eh' ei fosse, avrebbe mai rovinata la compagnia in un 



i 

\ 



SIMONI - SOLDINO 541 



posto di terzo amoroso? Io sono di lui contento, Roma lo ha 
stimato e lodato.... > Non sappiamo s'ei fosse accolto nella Com- 
pagnia di Venezia, ma sappiamo che, datosi poi all'arte co- 
mica, riuscì attore, egregio per le parti bufife. Fu molti anni 
capocomico, con Angiola Dotti, e recossi con lei a Vienna. Si 
trovava il 1781 sempre con la Dotti a Ragusa, dove -dice il 
Bartoli - facea valere il suo spirito procacciandosi degli ap- 
plausi, e facendo qualche mediocre fortuna. 

Soardi Carlotta. Nata a Bassano del 1 782, fu una egregia 
comica per le parti di serva, che cominciò a sostenere all'im- 
provviso, sì in dialetto che in italiano, con tal grazia ed elo- 
quenza, che i più provetti dell'arte si dice non potessero starle 
a fronte. Uscita la celebre Gallina dalla Compagnia Reale, andò 
a sostituirla, e n' ebbe moltissimi onori. Venuta in vecchiezza, 
passò al ruolo di caratteristica in compagnie secondarie, finché, 
ritiratasi coi pochi avanzi in un piccolo villaggio del Veneto 
presso Badia, vi morì quasi ottuagenaria. Le Varietà teatrali 
di Venezia del 1821 dicon di lei, quand' era al San Luca in Com- 
pagnia Toffoloni : 

Nel personaggio di servetta è spoglia di ogni affettazione, vivace, intelligente, gra- 
ziosa. Se per avventura trovasi costretta alcuna volta a coprire qualche parte di altro ge- 
nere, abbiamo la compiacenza di assicurare che viene da essa sostenuta con maestrìa comica 
e senza mai scordarsi il nuovo carattere ch'ella assume e ricadere nel consueto. 

Soldino, comico fiorentino del secolo xvi. E citato insieme 
a Scevola, senese, a Tarasso, vicentino, e a Pantalone (Pasquati) 
in un processo romano del 1565 (V. Ademollo, T. di R., 35). 
E Trautmann lo cita nel suo prezioso studio de' comici italiani 
alla (forte bavarese, fra gli attori che recitarono a Monaco 
il 1570, al quale furon pagati 40 fiorini. Il 1572 era capo di una 
Compagnia italiana in Francia, e Carlo IX, messosi a un regime 
per venti giorni, ordinò a' comici italiani di recarsi da Parigi 
a Blois ov'era la Corte, per divertire Sua Maestà durante il suo 
periodo di dieta ; e per rimborso di spese di viaggio e per ono- 
rario delle rappresentazioni {Comédies et plaisants jeux) ordinò 



S42 SOLDINO - SOMIGLI 



in data 2 marzo. 1572 a Claudio Marcello, proposto de' mer- 
canti della città di Parigi, di pagare a esso Soldino e agli altri 
comici italiani lire tornesi 135, da dividersi tra loro in parti 
eguali, e di cui non doveva esser fatto cenno ne' registri delle 
spese (V. Baschet, Les Comédiens italiens, etc). 

Solmi Pietro. Mediocre artista per le parti di primo attore, 
e capocomico egregio in società con Antonio Pisenti detto il 
Margoncino: società che durò ben ventidue anni. Egli si ri- 
serbava alcune parti soltanto, e nell'elenco, di solito, figurava 
come altro primario attore. Non sappiam l'epoca né della na- 
scita, né della morte ; ma sappiam dagli elenchi, che la società 
col Pisenti durò dal '26 al '46 circa. Il raccoglitore di Lucca lo 
dice in una nota ms. attore passabile; e ci dà il repertorio della 
Compagnia, il quale era a fortissime tinte, e del quale facean 
più spesso le spese La figlia carceriera del padre. Il processo 
Ftuildes, Bianca e Fernando, Le avventure di Mastrilli, ecc. 

Somigli Domenico, detto Beco Sudicio. Nacque a Firenze 
l'agosto del 1756, e fu barbiere, comico, e poeta. Nella pre- 
fazione alle sue Rime, scritta da Arpcdo Argivo (Firenze, 
Pietro Allegrini alla Croce Rossa, 1782, in-8°, voi. II), da cui 
tolgo il presente ritratto, é detto che < anche il palcoscenico 
servì al medesimo (Somigli) per isyiluppare e render palesi i 
suoi naturali talenti. Egli incominciò a esercitar l'arte comica 
sotto il nostro celebre Pertici, e sostenne sempre con qualche 
decoro quei caratteri, che gli venivano destinati dal sopraffino 
discernimento del suo direttore. > A ventidue anni perde im- 
provvisamente la vista, e si die allora a scrivere poesie, spe- 
cialmente bernesche, in cui riuscì egregio. Fu pastore arcade 
sotto il nome di Lisindo Tir esiano: appartenne anche agli Abo- 
rigeni della Colonia Amiatense, agli Incamminati di Modigliana, 
e agli Apatisti di Firenze. Dettò versi in morte di Teresa Ca- 
lamai, la famosa innamorata del Gamerra, il quale nella Corneide 
ha un cenno di lode sul Somigli. 



SOMIGLI 



L'opera sua poetica è 
composta di sonetti, eglo- 
ghe e cantate, fra cui una. 
La fuga in Egitto, curiosa, 
che ha per interlocutori 
Maria Vergine e San Giu- 
seppe. Chi voglia avere no- 
tizie particolareggiate e 
dell' indole sua e del suo 
poetare, specialmente im- 
provviso, veda il forbitissi- 
mo articolo di Cece nel Pio- 
vano Arlotto del febbrajo 
1859. pag- 97- 

Intanto, a dare un sag- 
gio delle sue rime, ecco i 
due sonetti che trattan della 
sua nascita e della sua vita, 
foggiati alla maniera berne- 
sca, nella quale egli rifulse meglio assai che nella eroica e 
sacra : 




Nella stagion che il Sol sta tra le branche 
del fier Leone, e si avvicina al Cane, 
e che le brine colle mosche bianche 
dal nostro clima son' molto lontane.... 

Allorché le cicale non son stanche 
di sciattare i bimmolli in fogge strane, 
quando del Diacciatina sulle panche 
si ganzan di sorbetti le sottane; 

il giorno, in cui tra loro uniti stanno 
dì Cecco e Beco i venerandi figli, 
cosa, che segue un par di volte l'anno: 

nel seco) d'ora, in la Città de' Gigli, 

gli anni, che con più sei cinquanta fanno, 
nacque al mondo Domenico Somigli. 



544 SOMIGLI - SONDRA 



Nacqui, e poscia alle Scuole fui mandato 
in quell'età che facile si piega, 
ed il Pedante a cui fui consegnato 
m'insegnò compitar Valfa e V omega. 

Qui, credendo aver' io molto imparato, 
il genitore posemi a bottega, 
feci il barbier, fui comico, e sveglialo 
l'estro sentii, che Apollo or non mi nega. 

Perdei la luce al fin di Carnevale, 
e volendo alla meglio avanti gire, 
l'arte mi posi a far delle cicale. 

Canto, e compongo ancor per poche lire, 
e le cose fin qui non vanno male; 
poi si vedrà come l'andrà a finire. 

Sondra Giuseppe (o Sontra?). Comico del Duca di Mo- 
dena, noto col nome di Flaminio, fiorì nella seconda metà 
del secolo xvii. Fu arrestato insieme al Pantalone Rinaldo 
Rosa (V.), d'ordine del Duca stesso, nel suo passaggio pel 
Po da Ferrara a Cremona; e non ne è detto il motivo; ma pro- 
babilmente per le solite defezioni di compagnia, o semplici di- 
sobbedienze agli ordini del Duca capocomico. 

Il Principe di Toscana con lettera ig agosto 1698 da Pra- 
tolinOj prega il Duca di Modena di rilasciarli il commediante 
Sondra; il che starebbe ad attestare del valore artistico di lui. 
Il 5 maggio del '99 il Principe cugino annunzia al Duca da Fi- 
renze l'arrivo di Flaminio, e lo ringrazia di una lettera piena 
di cortesie ch'ei gli mandò per suo mezzo. 

Ademollo (ZI di R., 143) riferisce i particolari della ucci- 
sione del famoso musico Si/ace, dallo Zibaldone di Anton Fran- 
cesco Marini, il quale alla data io luglio 1704, dice: «Discor- 
rendosi questo dì 21 luglio 1704 di Siface musico celebre; mi 
disse Giuseppe Sondra detto Flaminio, comico del Principe di To- 
scana, che il Quaranta Marsilio lo facesse egli ammazzare tra 
il Ferrarese e il Bolognese, ecc. » 



SPERANDIO - SPERINDI 545 

Sperandio Bartolommeo, mantovano, sostenne con molto 
successo, e in varie compagnie di giro, la maschera di Arlec- 
chino, nella seconda metà del secolo xviii. Fu lungo tempo coi 
comici Lombardi, sciolti i quali, passò in Compagnia di Giu- 
seppe Lapy, di dove uscì per diventar conduttore di una pic- 
cola compagnia. Morì di apoplessia a Venezia la quaresima 
del 1778. 

Sperìndiy di Venezia. Era in Baviera con un Alessandro di 
Polonia il 1 567, e il IO agosto fecero assieme istanza al Consiglio 
di potere per quattro giorni mostrar dovunque le loro doti arti- 
stiche con salti e commedie, e prendere in compenso del danaro, 
poiché mancando il nutrimento, troppo con tali fatiche ne ve- 
niva r indebolimento del corpo. Noi sappiam già che i comici 
d'allora, abbracciando le varie arti, eran detti or suonatori, or 
commedianti; e scorrendo il bello studio del Trautmann, tro- 
viamo in un libro di spese (i 549) del Contabile di Ncerdlingen, 
antica città libera, che a cinque commedianti veneziani, i quali 
si fecer rappresentare a S. M. Imperiale da Antonio di Bolzano, 
loro interprete, fu pagato un fiorino perchè potessero partire. 
Da Ncerdlingen passarono a Norimberga, e dal Protocollo del 
Comune si apprende com'essi dimandassero di poter dare una 
rappresentazione di una vecchia storia di Ercole, e di essere 
confortati di buone parole (forse un attestato?) e favoriti di 
quattro fiorini per continuare il loro viaggio. 

Con data del io gennajo del 1551 si permise ai comme- 
dianti italiani di dare il domani la loro rappresentazione coi 
ragazzi saltatori e con altri giuochi. Nel 1559 Bartolommeo 
di Venezia si trovava con cinque suoi compagni in Ncerd- 
lingen, e fu pagato a ciascuno un fioriìw di onorario. E altri 
commedianti italiani apparvero a intervalli dal 1556 al 1586 
in Strassburg; ma pur troppo, afferma il Trautmann, in que- 
sta nota dello Sperindi è la prima volta che si rileva chia- 
ramente non essersi trattato solo di salti, ma anche di com- 
medie. 

69. — / Comici italiani. Voi. II. 



546 SPOLVERINI - STACCHINI 

Spolverini Pietro. < Eccellente comico nella maschera da 
Pantalone, il quale fu impiegato per molti anni ne' Teatri di 
Napoli. Tornò in Lombardia da dove era partito, e ivi fece con 
molta lode nuovamente conoscere i suoi talenti. Passò a reci- 
tare in Sicilia, dove fu ben accolto, e dopo d'avere colà incon- 
trata una sorte propizia, a morir venne circa il 1733. > Così 
Fr. Bartoli. 

Spolverini Anna. < Moglie del precedente, detta la Cardel- 
Una. Brava comica napolitana, che recitò nel carattere di prima 
donna con assiduo impegno, divenendo un oggetto di piacere 
sui teatri del Regno e d'altre Provincie. Dopo d'esser dive- 
nuta moglie di Pietro Spolverini, diede le più chiare prove 
della sua somma abilità, e passò agli eterni riposi intorno al- 
l'anno 1735 nella città di Napoli. > Così Fr. Bartoli. 

Stacchini Antonio, livornese, nacque il 1824 da Giuseppe, 
avvocato, e da Maria Costanza De-Ricci. Fece i primi studj a 
Livorno, poi, quindicenne, fu ammesso per eccezione all'Uni- 
versità di Pisa, Si laureò in farmacia, e continuò gli studj per 
uscirne dottore, quando nel '42 (egli aveva già mostrato chiare 
attitudini alla scena, recitando coi filodrammatici nel dramma 
e nella tragedia), invitato da un tal Pietrucci (forse il caratte- 
rista Petrucci (V.)?) attore della Compagnia Della Seta che fa- 
ceva magrissimi affari agli Avvalorati di Livorno, accettò di 
sostener la parte principale nei Due Sergenti. E l'audacia del 
giovine ebbe tal riuscita, eh* egli risolse di abbandonar la me- 
dicina per darsi intero all'arte; ma parenti ed amici lo distol- 
sero dal proposito, e lo costrinsero ad accettare invece un po- 
sto di farmacista nell'ospedal militare di Alessandria d'Egitto. 
Appena mortogli il padre, tornò in patria, e, dopo aver fatto il 
carnovale del '43 a Carrara con una miserrima compagnia, si 
scritturò pel '44 a Firenze in Compagnia Viti e Baroncini. Il '46 
si scritturò con l'Impresa Jacovacci pel teatro Argentina di 
Roma, e il '48 con Gandolfi e Landozzi in qualità di primo attor 



STACCHINI 



giovine. Fu dal '48 al '54 con Domenìconì, generico per partì 
di prima importanza, e direttore il '55 di una delle compagnie 
di luì, della quale era prima attrice Laura Ben. Il '56 diventò 
capocomico egli stesso, e continuò a esserlo fino alla fine 
della sua vita artistica che si chiuse il '69; anno in cui si recò 
definitivamente a Firenze (vi si 
era già recato nel '64 col fermo 
proposito di lasciar l'arte, alla 
quale tornò poco di poi, solle- 
citato da Riccardo Castelvec- 
chio ad assumere la direzione 
della sua Compagnia Dante 
Alighieri), affine — dice un suo 
. biografo. Cesare Calvi - « di 
proseguire alcuni studj sul- 
l'arte e sul teatro che durante 
il suo artistico peregrinaggìo 
non poteva condurre a fine, > 
ma in realtà - dice un annota- 
tore - per darsi a non so che 
lucroso commercio. 

Antonio Stacchini non eb- 
be, in arte, fama