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Full text of "I dialoghi di Torquato Tasso"

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I DIALOGHI 




!f(])MMi?fD mm 



A CURA DI CJESARE: £IUA!»T1. 



VT>MJMF. TERZO. 




IvlRENZE 

FELICE LE MONNIEi; 



IH,^W. 




IDIALOGHl 
DI TORQUATO TASSO. 



1 DIALOGHI 



TORQIATO TASSO 



A CURA DI CESSARE GIASTI. 



VOLUME TEBZO. 




^ Of THE 

UNIVERSITY 

OF 

FIRENZE. 

FELICE LE MONNIEIi 

1859. 



NOTIZIA BIBLIOGRAFICA K^^^l'f? 



DEI DIALOGHI COMPRESI IN QUESTO VOLUME. 






i2. — Il Malpiglio, o vero de la Corte. — 1583. 



Fu scritlo questo dialogo dai Tasso neilo spedale di Sant'ADoa, 
fra il 1582 e 1* 83. Lo pubblicò per là prima volta Giovambatista Li- 
duo nella Quinta e sesta Parte delle Rime e Prose del nostro Autore ; 
Venezia y ad istanza del Vasalino, 1586. 

Da Vincenzio Malpiglio e dal suo figliuolo Giovanlorenzo , genti- 
luomini lucchesi eruditissimi, prende il nome questo dialogo. Così 
parla di essi Marc* Antonio Poppa neir Argomento al Malpiglio se- 
condo. Fu Giovanlorenzo e giovane virtuosissimo , e di gentilissimi 

> costumi, e molto avanzatosi ne gli studii della filosofia e delle let- 

> tere umane, e spezialmente nella poesia toscana, nella quale, 

> come si legge in alcune lettere stampate, egli aveva scritta una 

> bella fòvola pastorale. Si vede ancora nelle Rime del Tasso la 
» risposta a un suo sonetto, dove molto è lodato. Aveva, oltre a ciò, 
» nella sua casa in Ferrara, una copiosissima libreria, e delle^più 
» belle efae fossero in tutta Lombardia. Erano essi gentiluomini luc- 
» chesi, ma dimoravano in quella città a* servigi del duca Alfonso II, 
» di cui il padre era tesoriere: e come liberali e splendidi, onora- 

> rond alcune volte con doni , e con molte cortesie e commodità , 
» nella loro propria casa , la virtù del Tasso, anco ne* suoi maggiori 
» infortunii. » 



13. — Il Malpiglio secondo, 

VERO DEL fuggir LA MOLTITUDINE. — 1583. 



Dice il Poppa, che < lu scritlo in Ferrara, circa gli anni 1583, 
» mentre il Tasso era tuttavia prigione in Sant'Anna. » 11 Serassi, 



201276 



n NOTIZIA BIBLIOGRAFICA 

senza addome ragioni, lo credè scrìtto neirsi; ma il Mortara si 
attenne air opinione del primo, che ne aveva pur veduto r originale. 
Fino dal 1586 l'Autore ebbe in animo di pubblicare questo dia- 
logo, in cui intendeva onorare il giovine Malpigli, insieme al suo 
trattato del Segretario , con V intenzione eziandio di emendarlo : ma 
nulla di ciò ebbe effètto , e forse perchè (osserva il Mortara) Giovan- 
» lorenzo Malpìgli, quantunque pregatone più volte, non s' indussi^ 
» mai a restituire r originale, ch*ei teneva nelle mani. » Si rimase 
pertanto inedito fino a che il Poppa non Febbe inserito nel primo vo- 
lume Delle Opere non più stampate del signor Torquato Tasso ec. ; 
Roma, Dragondelli, 1666. 

Fra i codici Ottoboniani, che si conservano nella Vaticana , è 
quello segnato di n» 1132 che contiene queste scritture del Tasso: 

^ « Opere da stamparsi del sig. Torquato Tasso , che si conten- 
» gono nel presente volume : 

» Risposta a Plutarco; 

» Dialogi: 

» Il Porzio , vero delle Virtù ; 

» Il Minturno, o vero della Bellezza; 

• Il Cataneo , o vero delle Ck)nclusioni amorose ; 

• Il Ficìno, vero dell'Arte; 

» Il Malpiglio secondo, o vero del fuggir la moltitudine ; 

» Il Costantino, o vero della Clemenza. » 
11 codice è della fine del secolo XVII , e porta questa nota in fronte, 
di mano del celebre cardinale Mai : Ora sono stampate. Difatti queste 
scritture sono appunto quelle che videro la luce per cura del Poppa, 
a cui per avventura appartenne questo medesimo codice. II perchè 
io mi sono contentato d'avere di esso codice una semplice relazione ; 
e l'ebbi dal chiarissimo Padre Agostino Tbeiner, prefetto degli Ar- 
chivi Vaticani , che trovò quella copia non altro che assai corretta. 
Un peat ì\ Malpiglio secondo mi sono potuto giovare di alcune var 
rìanti tolte da un manoscritto non autografo, che si trova nella 
Estense, per diligenza di quel dotto bibliotecario signor Celestino 
Cavedoni. 

Gli interlocutori sono i medesimi del precedente dialogo. 



dei dialoghi compresi in questo volume. hi 

14. — La Cavaletta, 
vero de la poesia toscana. — 1584. 

« Gemeva il Tasso già da cinque anni nella prigione di Sant*Anna 
p. in Ferrara, quando il duca Alfonso, mosso dalle molte istanze 
» che da ogni parte gli venivano fatte, ordinò che fosse a queir in- 

> felice allargata la carcere , e che potesse alcuna volta uscir a di- 
» porto in compagnia di qualche gentiluomo suo conoscente. Ciò 

> accadde nel principio del 1584; é f u in cotal tempo (secondo che 

> scrìve il Serassi) eh* egli compose questo dialogo. » Cosi il Mor- 
tara; il quale ha dato notìzia degli interlocutori nell'Argomento qui 
riprodotto. 

Fu stampato per la prima volta il dialogo presente nel 1587, 
nella Quinta e sesta Parte delle Rime e Prose del Tasso, edite dal 
Vasatino; con la dedicatoria dell'Autore a Cristoforo Tasso suo pa- 
rente ed amico , la quale si trova con qualche variante fra le Lettere 
di Torquato. 

Orsina Cavaletta, il suo marito Ercole, col Forestiero Napole- 
tano, che è l'Autore medesimo , ne sono gì' interlocutori. 

15. — Il Beltramo, o vero de la Cortesia. —1584. 

Fu scritto andie questo dialogo nello spedale di Sant'Anna, 
ranno 1584; e venne impresso 1*86, pel Vasalino, nella Parte quarta 
delle Rime e Prose del Tasso. Io mi sond valso eziandio della ri- 
stampa fattane dal Deuchino nella Parte seconda delle Prose di Tor- 
quato. Un tempo se ne conservò l'autografo nella biblioteca Estense. 

L'abate Beltramo, da cui il dialogo prende il nome, il conte Ot- 
tavio Tassone, un capitano P. M., e il Forestiero Napoletano, ne sono 
gì' interlocutori. 



46. — Il Gianluca, o vero de le Maschere. — 1584. 

Scrìtto nel 1584, fu stampato per la prima volta nella Parte 
quarta delle Rime e Prose del Tasso; Venezia, Vasalini, 1586. Il Mu- 



IV NOTIZIA BIBLIOGRAFICA 

ratori ne potè vedere una copia fatta da Giulio Mosti, e corretta 
qua e là di mano dell* Autore medesimo; ma oggi non si trova nella 
Estense. 

Alberto Parma, Ippolito Gianluca, da cui il dialogo s'intitola, e 
il solito Forestiero Napoletano, sono gli interlocutori di questo dia- 
logo. 



17. — Il Rangone, o vero de la Pace. — 1584. 

(c Fu scritto dal Tasso questo dialogo nel i584 per confutare, 
» secondo che a noi sembra , ciò che intorno alla stessa materia avea 
» detto Fabio Albergati, gentiluomo bolognese, nel suo trattato 
» Del modo di ridurre a pace le inimici%ie private , impresso in Roma 
» nell'anno innanzi. » (Mortara.) 

MandoUo Torquato alla granduchessa Bianca fino dal luglio 
del 1584, ma non si vide alle stampe che nella Parte quarta delle 
Rime e Prose; Venezia, per il Vasalini. Dove per altro non comparve 
con la dedicatoria, stampata (secondo che avverte il Serassi, II, 84, 
nota 5), per la prima volta , fra le Lettere del Tasso raccolte dal Mu- 
ratori per l'edizione veneta di tutte le Opere, Io mi sono valso 
eziandio della ristampa fattane dal Deuchino nella Parte ieconda delle 
Prose; non essendo nella biblioteca di Modena la copia di mano di 
Giulio Mosti , che fìi veduta dal Muratori. * 

Torquato Rangone, che dà il nome al dialogo , e il Tasso stesso, 
sotto il solito nome di Forestiero , ne sono gV interlocutori. 



18. —Il Ghirlinzone, o vero l'Epitafio. —1585. 

Compose l'Autore questo dialogo l'anno 1585, e dedicollo a 
Eleonora d'Austria, duchessa di Mantova, sorella di quella Barbara 
che quivi è lodata. 

Vide la luce nell'anno appresso, colla Parte quarta delle Rime 
e Prose di Torquato, stampata pel Vasalini in Venezia. Ne abbiamo 
una ristampa del Deuchino nella Parte seconda delle Prose; e di am- 
bedue r edizioni mi sono giovato. 

< Lettera ad Apostolo Zeno , nel tomo X delle Opere del Tasso , ediaione 
veneta. 



DEI DIALOGHI COMPRESI IN QUESTO VOLUME. V 

V'interloquiscono Orazio Ghirlinzone , da cui il dialogo prende 
il titolo, e r Autore dal solito nome nascosto. 

19. —Il Forestiero Napolitano, 
vero de la Gelosia. — 1585. 

a Non pago jl Tasso di avere scritto nella sua prima gioventù 
» un non meno elegante che dotto discorso intorno alla Gelosia, 
» prese nel i585 a stendere sullo stesso soggetto il presente dialo- 
» go, che venne poi pubblicato per la prima volta nelP anno dopo, 
» colla Quarta Parte delle sue Rime e Prose. L'originale di questa 
» scrittura, siccome abbiamo da una lettera del Muratori ad Apo- 
M stole Zeno , conservasi con altri autografi di Torquato nella libreria 
^ ducale di Modena. » Così scriveva il Mortara; ma la Estense non 
possiede questo originale. 

Oltre il Forestiero Napoletano, sotto il cui velo sappiamo chi si 
nasconde, parìa in questo dialogo Cammillo Coccapani. 

20. — Il Cataneo, o vero de gli Idoli. — 1585. 

Anche questo dialogo fu composto dal Tasso nello spedale di 
Sanf Anna , r anno i585. 

Venne poi, Fanno appresso, alla luce in Venezia, nella Parte 
quarta delle Rime e Prose, per il Vasalini; dedicato dall'Autore a 
Paolo Grillo, cavaliere genovese, fratello di quel don Angelo che 
tanto si adoperò per la sua liberazione. Ma più della prima stampa 
ne hm giovato le varianti del manoscritto autografo, che «i conserva 
netta biblioteca Estense. QoeRe varianti furono tratte dal chiarissimo, 
don Celestino Cavedoni, che In parte le pubblicò nel suo Saggio delle 
giunte e delle muta%ioni fatte da Torquato Tasso in quattro de' suoi 
Dialoghi fUosofiei che si conservano autografi nella R. Biblioteca Esten- 
«e. Modena, eredi Soliani, 1857. (Estratto dal tomo II degli Opuscoli 
reltgim, letterari e morali.) Parìando di questo dialogo, e dell'altro 
che s'intitola // Costantino, cosi dice il signor Cavedoni: « L'auto- 
» grafo è di scrittura assai nHida, e non contengono altra varietà che 
« di alcune parole o frasi, che per altro egregiamente servono ad 
»• emendare o migliorare in parecchi luoghi la stampa, talora errata 
» per modo che non dà buon ^enso. » 



VI NOTIZIA BIBLIOGRAFICA 

Dà il nome a questo dialogo Maurizio Gataneo, e gentiluomo 
» bergamasco virtuosissimo. Nella sua prima gioventù, forse con 
i> animo di darsi al mestiere delibarmi, si acconciò in Roma con un 
» capitano. Non passò tnttavolta guari tempo che , essendo costui 
» uscito di vita, alle cose del foro ei si volse, ed a sollecitare le 
» cause. Io sì fat(a professione poi continuò finché nel 1556 richia- 
» mato in patria dal cavaliere Giovan Girolamo Albani, che dalla 
» Repubblica di Venezia era stato eletto collateral generale , entrò 
10 al suo servizio in qualità di segretario. Gon quanta lode adempisse 
» egli al proprio ufficio in ogni grado , che quel magnanimo signore 
» sostenne , e particolarmente nel cardinalato a cui fu promosso dal 
» santo pontefice Pio Y Tanno 1570, non è a dirsi: basti il sapere, 
y> che lo esercitò per trentacinque anni. Non è dunque vero (siccome 
» notii il Serassi] ciò che asseriscono il Manso, il Casoni, il Barbato 
» ed il Bottari , eh* egli sia stato precettore e custode del nostro 
» Tasso nella sua giovinezza , sebbene come concittadino ed amico 
» del padre , lo abbia costantemente amato ed in ogni maniera favo* 
» rito. Il cardinale suo padrone, venuto a morte, lo lasciò assai 
» comodo e ben provveduto di entrate ecclesiastiche , delle quaU 
» nondimeno ei fece molto buon uso , poiché per la maggior parte 
y> spendevaie in elemosine. Visse fin oltre all' ottantadnquesimo an- 
» no , e morì in Roma a' 2 di febbraio del 1611. Gli altri due interlo- 
» cutori sono il Tasso medesimo sotto il suo solito nome di Fore-t 
» stiero; ed Alessandro Vitelli, nobile e dotto giovine romano, che 
> di esso Tasso era amicissimo. » (Mortara.) 



21. — Il Costantino, o vero de la Clemenza. — 1589. 



(( Fu scritto questo dialogo in Roma Tanno 1589, come appari-r 
1» sce da una sua lettera a monsignor Angelo Papio, nella quale par* 
» landò di cotal suo componimento, consapevole della fiitica duratavi, 
» non meno che del merito del lavoro, lo chiama non solamente in- 
» gegnosissimo , ma ottimo : e venne poscia da lui dedicato al gran- 
» duca di Toscana Ferdinando Primo. » (Mortara.) La lettera de* 
dicatoria non porta data; ma io T allogai fra le Lettere (tomo IV, 
no 1276] alTanno 1590, perché supposi che Torquato ofierìsse al 
Granduca questo dialogo mentre soggiornava in Firenze. Vedasene 
le ragioni, nel detto tomo IV, a pag. 366. 

Non vide per altro la luce prima del 1666, nel primo volume 
Delle Opere non più stampate del signof Torquato Tasso raccolte e puy 



DEI DIALOGHI COMPRESI IN QUESTO VOLUME. VII 
t 
bucate da Marc' Àhtcnio Poppa, che eziandio a questo dialogo fece 
un beirargomento. 

L'autografo di <iueslo dialogo, che si conserva nella Estense, 
fa diligentemente studiato dal signor Cavedoni, che ne diede alcune 
varianti nel Saggio citato poco sopra. Ma più ricca copia di varianti 
n* ebbi dalla sua gentilezza, e se ne adoma questa edizione. N* è co- 
pia anche nel codice Ottoboniano n» 1132, oggi Vaticano: di che ve- 
dasi quanto è detto nel Malpiglio secondo. 

GÌ* interlocutori di questo dialogo sono il Tasso e Antonio Co- 
stantini, da cui prende il nome. 



22. — Il Cataneo, o vero de le Conclusioni. — 1590. 

Come dice il Poppa nelT Argomento qui riprodotto, scrisse il 
Tasso questo dialogo circa V anno 1590. 

Il Foppa stesso lo stampò per la prima volta nel primo tomo 
Delle Opere non più stampate ec. ; Roma, Dragondelli, 1^66. Se ne 
conservava T originale nella libì>eria del convento de' Padri Cappuc- 
cini della Santissima Concezione in Napoli, come asserisce il Serassi 
nel Catalogo de' Manoscritti ec., che è a pie della Vita del Tasso; ma 
avendone fotto diligenza , posso assicurare che non vi è più. 11 ma- 
noscritto che servì al Foppa , passò nella biblioteca Albani , ed oggi si 
conserva nella biblioteca della Facoltà medica di Montpellier. Nel più 
volte citato codice Ottoboniano 1132 n' è pure una copia. 

Le Cinquanta Conclusioni , che fu stimato bene di riprodurre iq 
fine al dialogo, non videro da primo la luce nel 1581 , nella Pritna 
parte delle Rime e Prose del nostro Autore, impressa a Venezia da 
Aldo; ma nel 1568, poco innanzi che venissero sostenute. Con che 
intendo correggere quanto, seguendo il Serassi, m'è sfìiggito alla 
pag. 310 , nota 1 , di questo stesso volume. 

Danese Cataneo, Paolo Samminiato, e il Tasso medesimo, ne 
sono gr interlocutori. 

23. — Il Manso, o vero de l'Amicizia. — 1592. 

Il Tasso aveva dettato questo dialogo in Roma prima del set- 
tembre 1592 , giacché il 4 di quello stesso mese così ne scriveva al 
Manso medesimo : « Le manderò dunque il dialogo de F Amicizia ec.. 



VUI NOTIZIA BIBLIOGRAFICA 

» e'I consacrerò a la memoria immortale di Vo$lra Signoria; quasi 
» un tempio , nel quale possa ricoverarmi ne V avversa fortuna. » * 
Non lo mandò, per altro, che neir anno seguente, accompagnandolo 
con lettera che ha la data del 9 di marzo. > 

Vide la luce soltanto nel 1596, in Napoli, presso Gio. lacomo 
Carlino e Antonio Pace, in-4; edizione rarissima, che a me non è 
bastato l'animo di trovare nò in Firenze, nò altrove. Perlochò mi 
son dovuto contentare di giovarmi della ristampa fattane nel 1612 
dal Deuchino , nella terza Parte delle Prose del nostro Autore. 

L'autografo di questo dialogo si cita presso i Padri Gerolamini 
di Sant'Onofrio in Roma. 

Giovambatista Manso, da cui il ^logo dell'Amicizia s'intitola, 
fu marchese della Villa, ed ebbe per il Tasso una singolare affezione 
congiunta a grandissima reverenza. Ne scrisse eziandio la Vita; la 
i]uale, sebbene tenuta in poco conto dal Serassi per le non poche 
inesattezze, ò ricca di aneddoti che solo il Manso poteva sapere e 
narrare per la molta e lunga ùmiliarità che ebbe con Torquato. 
Don Scipione Belprato, cognato del Manso, e il solito Forestiero 
Napoletano, sono gli altri due interlocutori del dialogo. 



24. — Il Conte, o vebo de l'Imprese. — 1594. 

Scriveva T Autore ad Antonio Costantini il 20 di agosto del 1594 
da Napoli: « Le mando un dialogo de T Imprese, che feci queste set- 
» timane passate; nel quale ho trattato questa materia molto diver- 
» samente da gli altri che n' hanno scritto : ed a punto mi son go- 
D vernato contorme a li ragionamenti che Vostra Signoria ed io 
» n'abbiamo avuti diverse volte. L'invio in sua mano, acciochè mi 
» favorisca d' appresentarlo insieme con la lettera che Taccompa- 
n gna. » ' Era il cardinale Cinzie Aldobrandini la persona a cui do- 
vevasi presentare il dialogo; e difattì uscì in luce a lui dedicato 
nel 1591 con questo titolo: Dialogo dell'Imprese del sig, Torquato 
Tasso, AlV illtisiriss.^ e reverendiss.^ signor Cardinal San Giorgio. . 
Nella stamparia dello StiglioUE In Napoli, ad instantia di Paolo Ven- 
turini, Nel titolo interno si legge anche II Conte, ec. Vuoisi per al- 
t^'o notare, che questo dialogo sembra scritto dal Tasso prima del 92, 

* Lettere, o. 1419, della mia edizione, 
a /W,n. 1448. 
3 li'i, n. 1504. 



DEI DIALOGHI COMPRESI IN QUESTO VOLUME. IX 

giaecbè in esào è fatto cenno aU* Aldobrandini non ancora ponteOce ; * 
se pure non si dee credere artifizio retorico. 

Il Conte , che in alcune stampe è stato preso per titolo e non co- 
gnome, ed il Tasso medesimo, nascosto al solito, sono i due inter- 
locutori di questo dialogo. 



25. — Il Pigino, o verq de l'Arte. 

Il Serassi,' dopo aver recato un brano di lettera di Torquato a 
Ercole Tasso, eh' è del 66, dove dice di aver fatti alcuni dialoghi,^ 
così soggiunge : e I dialoghi accennati in questa lettera stimo che 
» sieno II Ficino ovvero deWArte, e II Minturno ovvero della Belle%- 
» %a, ambidue gravissimi e degni di qualunque consumato filosofo, 
» non cbe d'un giovane di ventidue anni, com* era allora il Tasso. 
» Dall' osservare , che egli in questi dialoghi non introduce persone 
» c(moscenti, come negli altri che scrisse posteriormente; come 
» pure dalla menzione che nel secondo si vede farsi di lui come di 
» poeta molto giovane * e quasi fanciullo, sembrami di poter con- 
» getturare, che fossero appunto scritti in questa sua prima giova- 
» nezza; tantopiù che ci si ravvisa una quasi servile imilazion di 
» Platone, il che non apparisce così chiaramente negli altri, sebbe- 
» ne, come si notò di sopra, in tutti i dialoghi suoi si conosca aver 
» lui voluto imitare principalmente la maniera di questo sovrano 
» filosofo, ec. » Ma il Mortara, nelF Argomento da lui premesso al 
Minturno,* così risponde al Serassi; e, a parer mio, con molta ra- 
gione: a Noi non siamo del suo parere: in primo luogo, perchè non 
» è vero che tutte le persone introdotte in questi due dialoghi non 
» fossero da lui conosciute. Non potevano essere suoi conoscenti né 
» il Ficino né il Landino, che vissero assai prima; ma non così e il 
» Minturno e il Ruscelli, che fiorirono al tempo suo. Anzi, il Poppa 
» afferma , che il secondo fìi da lui conosciuto in Venezia , allorché 
» colà trova vasi con suo padre, che è a dire nel 1559. Secondaria- 
» mente, perché la menzione che si fa di lui nel dialogo presente 
» (il Minturno) come di poeta giovanissimo, nulla conchiude intorno 

* Vedati apag. 4i8 di questo volume. 
« Vita te. yl, ibi e 52. 
S LetUre, n. 6. 



« jLeiure, n. o. 

* Vedasi a pag. 572 di questo volume. 

S Tomo HI dei Dialoghi j edisione Caparriana. 



X NOTIZIA BIBLIOGRAFICA 

» al tempo, in cui può essere stato scritto il dialogo stesso: e in ul- 
V timo luogo, perchè sebbene in amendue i detti dialoghi si ricono- 
» scano molte cose parte imitate e parte trasportate da que* di Pla- 
» tone, nondimeno l'imitazione non è per certo così servile da non 
» lasciar conoscere che la mente , da cui sono usciti , era quella , 
» anzi che di un giovane di ventidue anni, di un uomo consumatis- 
» Simo in ogni genere di studi. Alieni pertanto dal convenire nella 
» sentenza del Serassi , stimiamo invece col Poppa, che sien eglino 
» stali composti dall'autore negli ultimi anni del viver suo. E siamo 
y» condotti iu quest'opinione, particolarmente quanto al dialogo della 
» Belle%%at da quel luogo ove parlando di Torquato come giovine 
> poeta, il Minturno dice: Piaccia a Dio che V infelicità de la fortuna 
» non perturbi la felicità de l'ingegno ! perciocché par più probabile 
» che ciò scrivesse il Tasso in tempo che già le sciagure lo affligge- 
ì) vano , di quello che nella sua età giovanile , in cui sappiamo ch'egli 
» viveva una vita tutta piena dì beile speranze, e lontana affitto da 
» ogni tùnore di guai. E siccome poi e dalle persone introdotte in 
» esso dialogo, e dal luogo in cui si finge accaduto il ragionamento, 
» sembra potersi conghietturare che venisse da lui composto in Na- 
» poli, tanto più che dà ivi a questa città singolarissime lodi; così 
» se ciò è, non può essere stato se non che appunto negli ultimi suoi 
» tempi. » 

E ciò sia detto del Ficino come del Minturno, i quali vennero 
stampati da Marc' Antonio Poppa nel primo tomo Delle Opere non 
più stampate di Torquato Tasso; Roma, Dragondelli, 1666; con ar- 
gomenti amplissimi, che qui sono da noi riprodotti. 

Nella libreria Albani si conservava un manoscritto del Ficino , 
che fu del Poppa , il quale dice di averne posseduto uno con aggiunte 
e correzioni di propria mano del Tasso. Il manoscritto Albani si 
trova ora nella biblioteca della Facoltà medica di Montpellier. Un'al- 
tra copia è nel citato codice Ottoboniano n» 1132. Ma l'originale, 
come asserisce il Serassi, si trovava nel convento de' Cappuccini di 
Napoli, detto della Santissima Concezione: oggi sono assicurato 
che non vi esiste. 



26. — Il Porzio, o vero de le Virtù. 

Il Bottari, nella Prefazione alle Qpcrc del Tasso (edizione fioren- 
tina) , dice che questo dialogo fu composto da Torquato negli ultimi 
anni della sua vita. 

Lo pubblicò il Poppa nel volume citato Delle Opere non più 



DEI DIALOGHI COMPRESI IN QUESTO VOLUME. XI 

stampate. N'è copia nel citato codice il 32 Ottoboniano, come si 
è dello. 

Muzio Pignaltello, il Dottor Calabrese, e Simone Porzio, ne sono 
gr interlocutori. 



27. — Il Minturno, o vero de la Bellezza. 

Circa al tempo in cui fu scritto e stampato, vedasi quanto è slato 
detto a proposito del Ficino. 

N* era una copia originale nella biblioteca Falconieri di Roma, e 
un autografo presso i Cappuccini di Napoli. Oggi non \i esiste più : 
ma trovasene copia nel solito codice Ottoboniano 1132 ; e nel codice 
Albani , che si conserva a Montpellier. 



>-oC\«)X(l;^>t>- 



IL MALPIGLIO, 



O VERO 

DE liià COBTE. 



1583. 



Tasso. Dialoghi. — 3 . 



-^^^F^^r^ \ ARGOMENTO. 



L* autore, che. sotto il nome di Forestiero Napolitano si nascon- 
de, finge che il giovane GioTanlorenzo Malpiglio, desideroso di farsi 
Imon cortigiano , abbia gran vaghezza d* intendere il parer suo in- 
tomo a si fatto particolare. Di che, per soddisfarlo , entra egli e con 
Ini e con Vincenzo Malpiglio suo padre in ragionamento : ed ecco il 
tonto di cotal loro colloquio. Si loda prima altamente il libro del 
Cortigiano di Baldassar Castiglioni, e si prende indi a parlare del 
modo di giungere alla grazia de* princìpi, e di schivare l'invidia e 
la malevolenza de* cortigiani. Come ottimi a condurre al primo in- 
tento si accennano gli esercizi del corpo, il valore dell* animo, le 
virtù de* costumi e quelle ancora dell* intelletto. Siccome però si os- 
serva che quelle cose medesime le quali acquistano la benevolenza 
dei principi, generano T invidia de* cortigiani; così si entra a cer- 
care per quali vie si possa giungere alla prima senza incorrere nella 
seconda. Si comincia perciò a definire la Corte, e si dice essere una 
congregazione di uomini raccolti per onore. Si fii quindi distinzione 
fra r onore che si ricerca nelle repubbliche, e quello che ricer^ 
casi nelle corti, mostrando come sieno diversi fra loro, seb- 
bene e r uno e 1* altro nascono da virtù ; perciocché il fine della virtù 
del cittadino è la conservazione e la libertà, e quello della virtù del 
cortigiano è la riputazione e l'onore del principe. Si stabilisce tut- 
tavolta , che la prudenza è virtù necessaria in amendue, e che quella 
del cortigiano consiste nell* esercitare i comandamenti del principe 
con occulta accortezza e con modi piacevoli e gentili. Si avverte ap- 
presso, che Finferiorità mostrata nella pronta ubbidienza e neirumiltà 
di non contraddire, è quella che fa grato al principe il cortigiano, e 
che se questi avesse pure maggior prudenza del principe , dee oc- 
cultarla, perchè ogni maggioranza d* ingegno suol essere odiosa al 
grandi. Sì dice poi, che siccome può giungere il cortigiano alla gra- 
zia del principe anche senza occultarsi, così perbene eleggere quale 
di queste due strade più gli convenga , dee prima di ogni cosa cono- 
scere e misurare se stesso. Determinato così il modo onde farsi pa- 
drone dell* anhno del principe , si passa a discorrere de* mezzi per 



i ARGOMENTO. 

ischiTare V invidia. Si tocca innanzi tratto , come l* invidia può essere 
del prìncipe verso i cortigiani, o de* cortigiani Terso il principe, o 
pure de* cortigiani fra loro ; ed insegnasi poscia partitamente com* essa 
in ogni caso debbasi sfuggire colla prudenza e coli* accortezza in 
simulare : cbè il simulare in questa guisa è la principale virtù delle 
corti. Non si escludono però fra* cortigiani i contrasti d'ingegno, 
ove ciò facciasi a guisa di esperto lottatore, il qual piegandosi a 
quella parte dove lo tira l' avversario, con questo pieghevole artifi- 
cio più facilmente lo getta per terra. Tornasi quindi a favellar della 
corte secondo la data definizione, e si diriaostra eh* essa è una rac- 
colta di ogni eccellenza, da cui tutte le scienze e tutte le arti pren- 
dono qualità e gentilezza. Si termina finalmente il colloquio dicendo, 
che il prìncipe nella corte non dee far differenza fira gli uomini di 
diverse nazioni; e cbe se pure la fa, debb* esser simile ali* agricol- 
tore, il quale avendo piantato ben mille maniere di alberi, tiene in 
maggior pregio i pellegrini. — (Mortara.) 



IMTKRIiOCIJTOM : 



VINCENZO E GIOVANLORENZO MALPIGLIO, 
FORESTIERO NAPOLITANO. 



V. M. Noi siamo a buona ora avisati de la vostra venuta. 

F. N, E da chi si tosto 1' avete inteso ? 

V. M. Da mio figliuolo, il quale è stato il primo a saper- 
lo, perchè desiderava di venir con esso noi a diporto. 

F. N. Non volete condurlo, e compiacerlo in questo? 

V. M. Non possiamo oggi andarvi, perchè non abbiamo 
il cocchio; se forse con 'qualche barchetta non volessimo pas- 
sar a San Giorgio. Ma il desiderio di mio figliuolo non era 
tanto di vedere il monistero, ov'^fe slato molte volte, quanto 
d* udirvi ragionare in qualche materia, e particolarmente de 
la Corte ; e forse per riverenza non ve Tha palesato: ma spes- 
so meco, e con la madre, s' è doluto di non avere occasione. 

F. N. Poco da me ne potete udire, perch'in questa corte 
sono anzi nuovo ed inesperto, che no ; e ne V altre ho sì rade 
volte usato, che molto m* avanza che ricercarne. 

V, M. Ove manca peraventura l' esperienza, abonda l'in- 
gegno, il sapere e la dottrina; sì eh' a niun altro egli si po- 
trebbe avvenire , da cui più credesse d' intenderne. 

F. N. S* egli non cerca i pratici -cortigiani, ma coloro 
che ne parkno o scrivono per alcuna scienza, molli potrà ri- 
trovarne, a' quali io sono tanto inferior di sapere, quanto mi- 
nor d'età : ma fra tanto può leggere i librir^di coloro e' hanno 
formata l' idea del cortigiano. 

V. M. Egli ha letto il Cortigiano del Castiglione , e lo ha 
quasi a mente, e forse meglio che l'Epìstole di Cicerone o le 
Comedie di Terenzio: ma desidera d' intender cose nuove , 

1- 



IL MALPIGLIO, 

avendo udito dal nostro Sanminiato^ che le corti si mutano 
a' tempi. 

F. N. Chi forma l'idea, non figura alcuna imagìne che 
si muti con la mutazione fatta de gli anni ; ma isguardando 
in cosa stabile e ferma, la ci reca ne' suoi scritti, quale nel 
pensiero Tha formata. Né stimo già che '1 Castiglione voles- 
se scrivere a gli uomini de' suoi tempi solamente, tuttoch'egli 
alcuna volta faccia per gioco menzione di que' più vecchi cor- 
tigiani , 1 quali al tempo di Berso portarono lo sparaviero in 
pugno per una leggiadra usanza ; perchè la bellezza de' suoi 
scritti merita cbe da tutte l' età sìa letta , e da tutte lodata ; 
e mentre dureranno le corti, méntre i principi, le donne e i 
cavalieri insieme si raccoglieranno, mentre valore e cortesia 
avranno albergo ne gli animi nostri, sarà in pregio il nome 
del Castiglione. Ma s' alcuna cosa è forse, la qual si cambi e 
si varii co' secoli e con V occasioni, non è di quelle che son 
principali nel Cortigiano : laonde io non posso se non lodar 
vostro figliuolo eh' abbia più tosto voluto per suo famigliare 
irformator de le corti, che lo scrittor de le comedie. 

V. M. Se per l' adietro egli volentieri leggeva il Cortigia- 
no, per r avvenire noi lascerà gìamai; poiché da voi tanto è 
commendato, al. quale non soglion piacere tutte le cose che 
piacciono a gli altri. 

F. N. Molle sono le cagioni per le quali onoro la memo- 
ria del Castiglione, e mi riserbo di parlarne con maggiore 
opportunità. 

V. M. Ma pur in questo libro alcune particelle furono già 
da voi notate, le quali mio figliuolo non vorrebbe udire da 
alcun altro che da voi; perchè la verità de le cose, le quali 
passano di lingua in lingua, molte volle si perde, come Y al- 
tre che sono trasportate dì luogo in luogo. 

F. N, La mia è balba, com' udite, ma pur'assai vera e 
fedel interprete de l'animo: laonde, ciò che dentro l'intel- 
letto scrive dipinge, eltei si sforza di mandar fuori con pa- 
role assai popolari , a le quali ne son mescolate alcune rac- 
colte da' libri, non per istudlo posto da me nel parlare, ma 
per usanza eh' io ho di leggere o di scrivere : e per questa 
cagione non ragiono se non famigliarmente con gli amici, co' 



VERO DE LA CORTE. 7 

qnali ho ragionato altre volte in questo soggetto. Ma le cose 
richiamate in dubbio furono assai poche in e(»nperazione di 
quelle eh' io lodai ^ le quali son molte; e di quelle poche non 
ben mi ricordo, perchè la mia indebolita memoria è simile 
ad una pittura, ne la qu'al, se pur v'è alcuna imagine forma- 
ta , i colori ne son caduti, e bisogna rinovarli: e percioch'av- 
viene assai spesso, che non solo il simile ci riduce in mente 
il simile, ma il contrario il contrario; molte volte V opinioni 
de gli altri mi fanno ricordar le mie, de le quali mi dimenti- 
co agevolmente. Non è dunque maraviglia, eh' io ne divenga 
sollecito investigatore. 

V, M, Mio figliuolo vorrebbe esser oggi participe di que' 
medesimi ragionamenti domestici,' i quali solete far con gli 
amici: perchè se maggior cosa volgetene l'animo, ora non 
ardirebbe di pregarvi che la manifestiate. 

F. N. La materia propostami è così ampia, che non si 
può tutta ristringere in un breve discorso; e '1 fare elezione 
de le cose più importanti è difficile altretanto, quanto il nar- 
rarle tutte partitamenle. Ma di quali egli vorrebbe che parti- 
colarmente si ragionasse ? 

V. M. Questo a lui medesimo richiedete; che se vergo- 
gna noi ritiene, certo per averne picciol desiderio non si ri- 
marrà di rispondervi. 

F. N. Piacciavi dunque, signor Lorenzo, ch'io sappia la 
vostra intenzione. 

G. M. Io vorrei spezialmente sapere, come s' acquisti la 
grazia de' principi, e come si schivi V invidia e la malivo- 
glienza de' cortigiani. 

F. N. Non è mica picciola dimanda; perchè ne la grazia 
del principe e ne la benevoglienza de i cortigiani tutte l'altre 
cose paiono esser contenute. Ma questo a che fine, di ragio- 
narne solamente, o pur d' operare? 

fif. M, D' operar più tosto. 

F. N. Dunque volete esser cortigiano ? Voi non rispon- 
dete ? 

V. M, Vorrebbe, e si vergogna di palesarlo, perchè teme 
eh' io non me ne sodisfaccia ; al qual piacerebbe più tosto 
eh' egli attendesse a lo studio. 



8 IL MALPIGLIO, 

G. M. In vero non mi spiaoerebba Tesser cortigiano; 
perch'io sono allevato in questa città, ne la quale il valor 
de gli uomini risplende più chiaramente ne le corti eh' in al- 
tro luogo : ma nondimeno mi sarebbe grave di tralasciare gli 
studi ; perchè mi pare che ne le corti simili a questa accpe- 
scano molto d' ornamento a* cavalieri. 
* V. M, E de la cavalleria s' è invaghito parimente. 

G, M. In questo proposito arei caro, particolarmente in- 
tendere quali sono l' operazioni del cavaliere. 

F. N. Le operazion di cavaliere chiamate, se non m' in- 
ganno, il cavalcare, il correre a la quintana ed a V anello, il 
giostrare, il combattere a la sbarra e nel torneamelo. 

G. M. Queste. 

F. iV. Ma non vi paiono ancora operazioni di cavaliere 
quelle che fa il liberale donando, e '1 magniQco albergando 
et edificando, e 'i forte esponendosi a' pericoli de la guerra? 

G. M. Oltre tutte l' altre mi paiono azioni di cavaliere : 
e questa ho creduta sempre che fosse la cagione, perla quale 
alcuni cortegiani non solamente hanno seguito il principe ne 
le guerre , ma con sua licenza , mentre egli in pace governa- 
va il suo stato, sono andati ricercandole. 

F. N, Dunque gli esercizi del corpo, e i valor de V ani- 
mo, e le virtù de' costumi saranno quelle, o signor" Giovan- 
lorenzo, che faranno il cortigiano assai grato al suo principe. 

G. M, Saranno. 

F. N, Ma ne le corti si stimano le virtù egualmente, o 
runa più de Y altra? 

G. M, Io stimo che sian più stimate la fortezza e la hbe- 
ralità, perch' elle più giovano a ciascuno. 

F. N, E peraventura le più slimate son quelle chejìren- 
dono r animo del signore, perch' è ragionevole eh' egli ami 
più coloro de' quali si fa maggiore stima. 

G. Jtf. Assai mi pare ciò ragionevole. 

F. N, Or vorrem noi che s' eserciti il corpo solamente 
del cortigiano , o quella parte de Y animo , la qual' ò sog- 
getta a le passioni, o Y intelletto ancora ? 

G.M.U intelletto parimente. 

F. N. Dunque si debbono apprender le matematiche 



VERO DE LÀ CORTE. ^ 

scienze^ e la Glosofia de' costumi^ e la naturale e la divina^ 
ed aver buona cognizione de gli storici, e de' poeti, e degli 
oratori, e de l' arti più nobili ; come sono quelle de lo scol- 
pire e del pìngere, e l' architettura: e di tutte queste cose 
il cortigiano dee tanto sapere, che non possa alcuno ripren- 
derlo d' ignoranza, pereh' in tal guisa egli sarà molto ono- 
rato dal principe , e la benevolenza seguirà 1* onore. 

G. M, Ninna altra cosa mi pare cosi vera; perchè l'amar 
quel che non si stima, non par che proceda nìai da giudizio, 
ma sempre da passione. 

F. N. Ma r eccellenza di tutte queste arti , e di tutte 
quelle virtù è degna d' alcuna invidia? 

6. M. Anzi di molta. 

F. N. Quelle cose medesime dunque, le quali acquistan 
la benevoglienza de' principi, generan V invidia cortigiana : 
laonde non si potendo l' una e V altra conseguire, non ci deb- 
biamo curar d' esser invidiati da la corte, o non conviene 
con tanto studio ricercar la grazia de' signori. 

G, M. Gran difiBcoltà è questa: ma senza l' uno e l'altro 
non istimo che '1 cortigiano possa giamai esser felice. 

F. N. Dunque per altre vie, che per queste , di tante 
virtù, di tante scienze, e di tante cose apparenti e rìsguarde- 
voli, dee procedere il cortigiano a due fini così disgiunti, se 
pur le cose disgiunte si possono congiuugere per artificio. 

G. M, Questo era quello a punto eh' aspettava d' in- 
tendere. 

F. N, Io, come ho detto, sono quasi smemorato, però 
non mi sovvengono tutte le cose da me pensate altre volte; 
ma ricercandole, soglio richiamarle ne la memoria: e se vi 
piace, mi potreste aiutare in questa investigazione; altra- 
mente se ne potrebbe smarrire alcuna. Ora cominciamo da 
questo lato. Non vi pare che la corte sia un' adunanza , o 
vero una compagnia ? 

G, M. Certo. 

F. N. E de l'adunanze, alcune son fatte per diletto, 
come quelle del carnevale, ne le quali ciascun porta la sua 
parte de la cena, e si sforza di superar ciascuno ne la 
bontà de le vivande e de' vini preziosi : altre sono raccolte 



10 IL MALPIGLIO, 

insieme per utilità , come le compagnie di mercanti; ma 
questa de la corte, quantunque ad alcuni sia molto utile, 
a molti piacevole , nondimeno non è congregata per utile o 
per diletto simplicemente, ma per ahra cagione. 
G. M. Così stimo. 

F, N. Ma qual' altra può essere, che 1' onore ? 

G. M. Niun' altra, a mio parere. 

F. N. Ma chi dicesse , che fosse il servizio del principe ? 

G, M, Direbbe quasi il medesimo ; perch' altri serve i 
principi per onore. 

F, N, La corte , dunque , è congregazion d' uomini rac- 
colti per onore: 

G. M. È veramente. 

F. JV. Ma lo onore s' acquista ne le republiche ancora , 
ne le quali il padre vostro e gli avoli con la giustizia e co '1 
valore e con V altre virtù cittadine conseguirono i princi- 
pali magistrati, e furono più volte ne' supremi gradi de la 
civil dignità. 

G. M. Io sono così amico a la b^ona fama de' nostri mag- 
giori, eh' assai volentieri confermo quel che voi dite, non 
senza verità, ma con molta cortesia. 

F. N. L'onor dunque si ricerca ne la republica e ne la 
corte. 

G, M. Ne r una e ne V altra. 

F. iV. Ma se la republica e la corte sono l'istessa adu- 
nanza, r onore, il quale si propone per fine, dovrebbe esser 
il medesimo; e se le compagnie son diverse, diverso pari- 
mente sarà r onore. 

G. M. Pare assai ragionevole. 

F. N, Dunque, concedendo quello che si conosce chiara- 
mente, la republica non esser corte, mi concederete che non 
sia r istesso onore quel che ne Y una e ne l' altra è ricercato: 
e voi l'onore de la republica, anzi gli onori, non desiderate, 
ma bramate que' de la corte. E se questo è vero, non vor- 
rei che nel vederli, fosser da noi presi gli uni per gli altri. 

G. M, £ facil cosa che io gli prenda in iscambio, come 
avviene de' simili. 

F.N, £ convene voi, dunque, che procuriamo di sepa- 



VERO DE LA CORTE. Il 

rarlì in guisa ^ cbe la somiglianza non e' inganni^ e la dissi- 
militudiné ancora non vi spaventi dal vostro nobile proponi- 
mento. Ditemi dunque : non credete eh' i cittadini desiderino 
gli onori de la republica ? 

G. M. Sogliono molti e quasi tutti desiderarli. 

F, N. E quali son più desiderati; i minori^ o pure i mag- 
giori e i supremi ? 

G. M. I maggiori e i supremi. 

F. N. Ma coloro eh' ottengono gli onori e le dignità su- 
preme^ commandano a gli altri? 

G. M, Così avviene. 

F. N. Dunque, il desfderar sovrano onore ne la repu- 
blica, altro non è che desiderio di commandare. 

G. M. È desiderio di commandare secondo le buone leggi, 
e come si conviene a gli uomini che son cresciuti in libertà : 
perchè s' alcuno in altra guisa tentasse di commandare , 
avrebbe spesso in vece d'onore l'infamia, che soglion dare 
le republiche a' tiranni ed a gli altri usurpatori. 

F. N. Né io altramente intendo, quantunque molte volte 
le republiche mutino forma in meglio, e si conceda per uti- 
lità publica autorità sovrana a principi prudentìssimi; come 
fu : la quale autorità molti hanno cercata, molti non ri- 
fiutata, adoprandola per beneficio di coloro a' quali si com- 
manda. 

G. M, Cosi in molte republiche, molte volte è succeduto. 

F. N. Ma '1 desiderio d' onore, il qual sospinge il corti- 
giano a la grazia del signore, è desiderio di commandàre o 
di servir più tosto? 

G. M. Anzi di servire che di commandare. 

F. N, Il signor Lorenzo Malpiglio,. dunque, figliuolo di 
tanti illustri cittadini , i quali han commandato a gli altri 
legittimamente, non ba il medesimo desiderio di onore; ma 
desidera di servire? Essend* egli d' animo generoso, non è 
verisimile che, lasciato V onor del commandare , seguisse 
questo che si ritrova ne la servitù, se lo splendor d'alcuna 
rara virtù non l'abbagliasse, o più tosto non l'illustrasse: 
perciochè questi medesimi, i quali servono a' principi, com- 
mandano assai volte ad uomini eccellenti, ed a signori, con 



12 IL MALPIGLIO^ 

maggiore e più libera autorità^ di quella cbe ne le republi- 
che è conceduta. 

Ù, M. Ne le republiche si serve, e si commanda pari- 
mente : perciocbè coloro cbe sono ne l' infimo ordine , se- 
guono i commandamenti del primo: ed alcuna volta quelli 
che innanzi commandorono, ubbediscono da poi ; e quelli cbe 
prima ubbedirono, al fine commandano a gli eguali: anzi^ 
quelli stessi eh' as^cendono a' magistrati supremi , sono come 
servi de le leggi. 

F. iV. Ma la servitù è diversa: l'una cbiameran più 
tosto libertà, benché abbia qualche somiglianza di servitù, 
r altra servitù, quantunque in molte azioni dimostri la gran- 
dezza del principato. 

G. Af. Assai mi pare eh' i nomi a le cose abbiate com- 
partiti. 

F. N, Ma r onor che è in queste maniere di vita, na- 
sce da virtù? 

G. M. Nasce senza fallo. 

F. N. Ma se fosse diversa la virtù de l'una e de l'altra, 
come si dubita, noi debbiamo cercar quella del cortigiano? 

G. M. Quella, pare, e non altro. 

F. N. E forse meglio la conosceremo , se con V altra , 
eh' è del cittadino, faremo di lei paragone. Or quale stimate 
voi che sia la virtù che si ricerca principalmente al buon 
cittadino ? 

G. M. Alcuni han creduto la fortezza e la liberalità, le 
quali son tanto onorate, come testimoniano le statue diriz- 
zate a' valorosi , V orazioni funebri , e i versi , e gli altri 
segni d' onore publici e privati. 

F. N. E la virtù suprema del cortigiano pare a voi la 
fortezza, o pur alcuna altra? 

G. M. La fortezza parimente , la qual è propria virtù 
del cavaliero ; e quella è , cui più si conviene il saper ado- 
perar l'armi, per onor proprio, e per servigio del suo 
principe. 

F.N. Nondimeno, la fortezza cosi civile come corti- 
giana, per difetto di prudenza, è precipitata molte volte in 
casi molto pericolosi ; come a' tempi antichi ( che mi giova 



VERO DE LÀ. CORTE. 13 

tacer de' nostri)^ quella di Flaminio^ e di Mìnuzio, e di 
Paulo^ pur di Regolo istesso. 
G. M, Cosi avvenne. 

F. N. Ha dunque bisogno di guida e di freno^ e di chi 
la regga e T indrizzi: e questa è la prudenza^ senza cui la 
fortezza è cieca e temeraria , o più tosto non è vera fortezza. 

G. M, La fortezza a me par simile a' destrieri gene- 
rosi , cbe quanto sono più feroci^ tanto hanno maggior biso- 
gno di morso. 

F. N. Tuttavolta, chi pare a voi più nobile : il cavallo 
'1 cavaliero? il guidato o la guida ? lo sfrenato ochi pone 
il freno? 

G. M, Non si può negar ^ che non sia maggior nobiltà in 
coloro che governano^ eh' in quelli che son governati. 

F. N. La prudenza dunque, eh' è scorta de la fortezza, 
è più nobil virtù: e questa nel cittadino è civile, e nel corti- 
giano peraventura è cortigiana prudenza. 

(r. M, Facilmente mi persuadono le vostre ragioni. 

F. N. E la differenza eh' è fra V una e V altra, è quella 
che si piglia dal fine; percioch'^il cortigiano ha per fine la 
riputazione e l' onor del principe, dal qual si deriva il pro- 
prio, come rivo da fonte; e 'l cittadino, la conservazione de 
la libertà. 

G. M. Assai questa differenza distingue l' una da l'altra; 
e ce le fa conoscere, in quella maniera che le monete d' oro 
e d' argento sono conosciute per la diversità de Y imagine 
impressa. 

F. N. Ma oltre questa prudenza, eccene alcun' altra; o 
pur r una basta ne la città^ e l'altra ne la corte? Ed accìodiì'io 
meglio mi dichiari, io vi chiedo s' a la prudenza del cittadino 
s' appartiene il far sue leggi, e 'l riformarle ; ed a quella del 
cortigiano il segnar le suppliche, e 'l conceder le grazie, non 
altramente eh' egli fosse il signore. 

G. M. Questa sarebbe ne l' uno e ne l' altro imprudenza 
odiosa. 

F. iV. Dunque , oltre questo, è necessaria la prudenza del 
principe; la quale, ui comparazione de V altre virtù, è quasi 
architetto per rispetto de gli operari. 

Tasso. Dialoghi, — 3. S 



li IL MALPIGLIO^ 

G. M. Necessaria, senza dubbio. 

F. N, La prudenza, dunque, del cortigiano consisterà ne 
r esercitare i commandamenti del principe. 

G. M. Così mi pare. 

F^N. Ma l'esecutore e'I ministro, in quanto egli è tale, 
è sempre inferiore a colui che gli commanda. Dunque, dee il 
cortigiano in guisa operare ciò che gli è imposto, che dimo- 
stri prudenza inferiore non sol di persona inferiore: e molte 
volte è disdicevole eh' egli spii le cagioni di quel che gli è 
commandato, o che voglia più saper di quel che gli con- 
viene : ma con la sua piacevolezza e con la destrezza mo- 
dera la severità de le commissioni, e come i venti prendon 
qualità da' luoghi onde passano, divenendo tepidi per cami- 
no ; cosi le severe commissioni per V accortezza del cortigia- 
no sogliono parer men dure e spiacevoli il più de le volte. 

G. M. Assai, per mio parere, sarà lodato il cortigiano 
eh' in questo modo saprà ubbidire; e già veggio come in- 
sieme si possa acquistar la grazia del principe e la bene- 
voglienza de' servitori, la qual da principio mi pareva assai 
malagevole da conseguire. 

F. N. L'inferiorità, dunque, manifestata ne la pronta 
ubidienza e ne V umiltà di non contradire, è quella che fa 
grato al principe il cortigiano. 

G. M. Cosi stimo. 

F. iV. Ma perchè colui che di prudenza è superiore, per 
niun' altra cagione par che debba esser riputato inferiore, 
essendo l' intelletto quello al quale da la natura è conceduto 
il principato, ogni maggioranza d'ingegno suole essere odiosa 
al principe: laonde, quando ella sia nel cortigiano, come 
avviene alcuna volta, dee più tosto esser coperta con mode- 
stia , che dimostrata con superba apparenza. Dunque, apparì 
il cortigiano più tosto d' occultare che di apparerò. 

G, M. A me pare cosi difficile V apparerò quel ch'io non 
sono, come il celar quel eh' io sono : nondimeno, perchè ce- 
lando celerò molte imperfezioni, e discoprendo non discopri- 
rei alcuna mia perfezione, prenderò partito più volentieri di 
nascmidenni, che manifestarmi. 

F. N. Questo nascondersi nondimeno si può fare con al- 



VERO DE LA CORTE. 15 

Cimo avvedimento; per lo quale la pìcciola parte che si di- 
mostri^ generi desiderio di quella che si ricopre^ ed una certa 
stima ed opinione de gli uomini e del principe medesimo, 
che dentro si nasconda un non so che di raro e di singolare e 
di perfetto: il che par che più si convenga a gli amatori del 
principato eh' a quelli del principe, perchè debbono mante- 
ner la sua riputazione, accioch' i consigli abbiano autorità; 
gli altri fanno il principal fondaménto sovra Tamore e sovra 
la benevolenza. 

G. M, Io amerei meglio essere un giorno simile ad Efe- 
stione , che molti anni eguale a Parmenione : laonde niun 
mio difetto mi curerei dì celare al principe, sì veramente 
eh' egli insieme conoscesse la fede. 

F. N. Questi sono due modi e, per così dire, due stra- 
de, per le quali si perviene quasi egualmente a la grazia del 
principe : ma 1' una è propria dei consiglieri e de' secretari; 
l'altra, de' compagni e di quelli che servono a la persona: 
e se questi per quella , o quelli per questa camminassero , 
non ci giungerebbono così agevolmente. Ciascun dunque deve 
elegger quella via che più gli si conviene, avendo risguardo 
a la nobiltà, a la ricchezza, a l'Industria, al valore, ed a 
r altre condizioni datele da la natura e da la fortuna. 

G. M. Conoscitor di se stesso, dunque, dee essere il 
cortigiano. 

F. N, La cognizione di se stesso dee preceder tutte l'al- 
tre; ma chi se medesimo conosce, e conosce il principe, non 
può in modo alcuno ingannarsi, tuttoché al principe non si 
manifesti. 

G. M. n nascondersi al prìncipe non è argomento di 
benevolenza. 

F. N. È nondimeno segno di riverenza; perch' il disco- 
prir tutte le passioni de l' animo si fa con molta domesti- 
chezza, la quale a le persone più gravi, come sono consi- 
glieri e secretari, par meno conveniente : e s' alcun ve n' è 
mai, il quale, con la cognizione e con la benevolenza ser- 
rando e disserrando soavemente, s' apra 1' animo del prin- 
cipe m modo che tolga tutti gli altri da i secreti, facilmente 
è sottoposto a r invidia. 



16 IL MALPIGLIO^/ 

(r. M. Questa vorrei sapere come si potesse schivare. 

F, N, V invidia è del principe verso i cortigiani , o del 
cortigiano verso il principe , o pur del cortigiano verso il 
cortigiano. 

G, M, Io credo che 'l cortigiano non soglia mai invidiare 
il principe, o'I principe il cortigiano; ma che solamente 
porti invidia Y uno a Y altro cortigiano. 

F. N, Nondimeno, o sia fastidio o riverenza, quella me- 
stizia che genera Y apparente eccellenza, per la qual Pompeo 
pareva contristarsi a la presenza di Catone, dee schivarsi dal 
cortigiano non solamente quando egli ragiona con gli altri , 
ma quando è inanzi al principe istesso; né si può meglio fug- 
gire, che ricoprendo o, come dice alcuno, tacendo. ♦ 

G, M, Io niun altro migliore ne saprei ritrovare. 

F. N. Dunque, occultando^ il cortigiano schiva la noia 
del principe; ed occultando, ancora par eh' egli possa celarsi 
da r invidia cortigiana. 

G. M. Con r arti medesime. 

F. N, Né solamente la dimostrata .cognizione de le 
scienze divine ed umane, e quella de Y istoria e de la poesia 
e de r arte oratoria; ma Y opinion del valore ricercata armeg- 
giando ambiziosamente, e la soverchia pompa, e Y importuna 
liberalità , e la magniflcenza che non prende ma cerca Y oc- 
casioni, sogliono spesso generare invidia. 

G. M. Infelice, dunque, in questo è la vita de' cortigiani. 

F. N. E s' alcuno è fra' cortigiani, il quale sia più dotto 
che ne la corte non par necessario, non deve amar le conte- 
se e le quistìoni in quel modo che si fa ne le scuole de' filo- 
sofanti; perch' anzi buon loico che buon cortigiano si dimo- 
strerebbe. 

G. M. Così mi pare. 

F. N. Dunque, la prudenza è quella virtù che supera 
ne le corti tutte le difficoltà, o la cognizione de le cose natu- 
rali: ma questa è propria del filosofo, quella del cavaliere; 
i quali, se pur son cortigiani, non debbon molto ricercar 
a gli altri ne le lettere o ne l' armi , perchè facendosi eguali 
in queste cose, superano con la prudenza, che è la principal 
virtù de le corti. 



VERO DE LA CORTE. 17 

G, M. In questo modo voi ristrìngete in una le molte 
virtù del cortigiano^ e V altre non ci avranno luogo. 

F. N, La virtù del cortigiano è tutta la virtù ; ma fra 
le particolari virtù maggiore è la prudenza^ e questa non 
è disgiunta da V altre: ma come il capitano conduce seco la 
sua schiera , così la prudenza è seguita da le virtù de' co- 
stumi^ de le quali è lume^ e guida, e quasi imperatrice. 

G. M. Ma forse non si mostreranno, quantunque siano 
sempre dove è la prudenza. 

F. N. Non tutte egualmente né sempre si manifestano : 
ma sì come ne le pitture con V ombre s' accennano alcune 
parti lontane^ altre sono da' colori più vivamente espresse; 
cosi avverrà parimente de le virtù, che sono con la pruden- 
za: perciochè la fortezza e la magnanimità, ed alcun' altre 
si veggono adombrate, e paiono quasi di lontano discoprir- 
si; ma la magnificenza, la liberalità, e quella che si chiama 
cortesia con proprio nome, e la modestia, è dipìnta con i più 
fini colori eh' abbia V artificio del cortigiano , anzi viva più 
tosto: parimente le virtù del coiiversare, io dico la verità, 
r afiEahilità e la piacevolezza. 

G. Jf . Io veggio non solo il disegno, ma l' imagine del 
cortigiano , e 'l ritratto già colorito. E se T altro del Casti- 
glione fu per quella età , ne la qual fu scritto; assai caro do- 
vrà essere il vostro in questi tempi, in cui V infinger è una 
de le maggiori virtù. 

F. N. Ma può egli infingere il verace ? 

G, M, Veggaselo Socrate e Giotto, a' quali ninna falsa 
accusa, ninna calunnia, ninna frode può torre il nome di ve- 
race, ma solamente soverchia modestia. 

F. N, Or credete voi, ch'alcuna mediocrità sia mai so- 
verchia ? 

fif. M. Veggio quel che volete conchiudere ; che s' ella è 
soverchia, non è mediocrità né virtù. 

F. N. Peraventura lo stringere altrui in questa guisa, 
non s' appertiene a coloro che ragionano de la corte ; ne la 
quale se ninno eccesso è laudevole, questo , co '1 quale si 
scemano le proprie laudi, oltre tutti gli altri merita lode ed 
onore. Come cortigiano, dunque, vi concederò facilmente , 



18 IL MALPIGLIO, 

signor Lorenzo, che '1 simulare in questo modo sia virtù 
di corte, non solamente socratica. 

G. M. E di queste particolarmente, che sono in fiore, de 
le quali io non ho molta certezza, ma pur n'ho sentito ragio- 
nar molte fiate. 

F. JV. V adattar le cose antiche a' tempi nostri è laude- 
Yol molto, purché si faccia acconciamente : nondimeno po- 
trebbe parer a' cort^ani cosa odiosetta anzi che no, se al- 
cun dicesse di non saper nulla, e riprovando sempre quel eh' è 
detto da gli altri, volesse rimaner al disopra in tutte le que- 
stioni: e l'uom si reca a minor vergogna di cedere a chi fa 
qualche professione di sapere; e può farla, chi la può so- 
stenere. 

G. M, E questi che la possono sostenere, si veggono tutto 
di ne le tavole de' principi. 

F. N. Ciò che voi dite, è vero: nondimeno, chi disputa 
ne le corti , ed aspira m tutti i modi a la vittoria, e con tutte 
le persone egualmente senza riguardo, e senza considerazio- 
ne di tempi e di luoghi, è più tosto vago de la gloria che de- 
sidera il dialettico, che de l'onore cercato dal cortigiano; il 
qual non solamente ne le dispute, ma in tutte V azioni de la 
vita dovrebbe contender cedendo, in quella guisa che fanno 
alcuni esperti lottatori, i quali piegandosi a quella parte dove 
gli tira l'avversario, con questo pieghevole artificio più facil- 
mente il gittano per terra. 

G. M. Assai piacevoli, dunque, saran que' contrasti d'in- 
gegno che son convenienti a' cortegiani. 

F. N. Ma vogliam ritornare a quel che di sopra dice- 
vamo, che la corte sia una ragunanza; come fanno coloro i 
quali hanno dimenticata alcuna cosa, o gli sopragiunge non 
pensata necessità ? 

G. M, Come vi piace. 

F. N. Noi dicemo, che la corte è una ccmgregazione d'uo- 
mini raccolta per onore. 

G. M. È vero. 

F. N, Ma questa congregazione vogliam presuppore die 
sia perfetta o imperfetta ? 

G. J|f. Perfetta. 



VERO DE LA CORTE. 19 

F. N. E s'ella è perfetta, è bastevole a se stessa, opur 
non basta a se medesima ? 

G. M, A bastanza contiene in se stessa tutto ciò che V è 
necessario. 

F. JV. Ma tutte V arti che son necessarìe a la vita civile, 
8on parimente necessarie al cortigiano ? 

G. M. Parimente. 

F. N. Quelle ancora che si ricercano per ornamento, 
come son la pittura e la scoltura; anzi forse tanto più, quanto 
essendo la corte più risguardevole, deve abondar di più no- 
bili ornamenti. 

G. M. Cosi stimo. 

F. N, Tutti gli arteflci, dunque, sono ne le corti? 

G. M, Sono. 

F. N. E gli artefici, che son parte de la città, son pari- 
mente de la corte ? 
(r. M. Parimente. 

F. N. Dunque il sartore sarà non solamente sartore, ma 
cortigiano; e'I calzolaio, e l'orafo, e'I pittore, e lo scultore, 
e ciascun altro. 

G. M. In questo modo stesso. 

F. N. E gli artefici de la corte son più o meno eccel- 
lenti? 

G. M. Più eccellenti, senza dubbio. 

F. N. La corte, dunque, è una raccolta di tutte l'eccel- 
lenze di tutte r arti e di tutte V opere, le^ quali sono fatture: 
laonde parte de' cortigiani a contemplare, parte a V operare, 
parte al fare saranno intenti. 

G. M, Nobilissima adunanza, e bellissima raccolta è que- 
sta veramente. 

F. N.Eì poeti, e gli oratori, e i musici, e gli altri che 
fanno professione de le matematiche o pur de la filosofìa na- 
turale, sono in quel modo cortigiani che son cittadini ? 

G. M. In quel modo istesso. 

F. JV. Ma propriamente cortigiano è colui eh' attende a 
l'azione ed al negozio; e questo è il prudente, al quale ne le 
corti s'appertiene il commandare intomo a tutte l' arti e tutte 
le scienze, non altramente che faccia l'uom civile ne la città. 



^ IL MALPIGLIO^ 

G. Jtf. Assai ragioneyolmente mi pare che questi uffici in 
questo modo si corrispondano. 

F. N. Color dunque che son volti a la contemplazione de 
le cose grandi e sublimi, tuttoché non siano cortigiani pro- 
priamente, tanto dovrebbono esser partecipi de la prudenza 
e de le maniere laudevoli de la corte, quanto bastasse a farli 
più cari al principe ed a ciascun altro. 

G. M, Così mi parrebber' assai graziosi. 

F. N, E quelli ancora eh' esercitano V arti^ partecipano 
de la prudenza de' superiori. 

G. M, In questa maniera l' arti^ quantunque ignobili^ 
prendono qualità e gentilezza da la corte. 

F, N. Ninna maraviglia^ dunque, è, signor Gianlorenzo^ 
che Yoi siate invaghito di lei che raccoglie il meglio, o quasi 
il meglio, non solo de la città, ma de le provincie e de' regm', 
e scegliendo il perfetto, s' alcuna cosa riceve di non perfetto^ 
cerca d' aggiungerle perfezione. 

G. M. Ed io con gli altri imperfetti avvicinandomele^ posso 
acquistarla. 

F. N, Potete agevolmente : né perchè siate lucchese, vi 
sarà negato luogo fra' Lombardi; avegnachè la corte sia adu- 
nanza di varie nazioni , le quali non usano una lingua sola- 
mente, ma con gli Italiani sono mescolati i Tedeschi, i Fran- 
cesi, i Boemi, i Greci, e queUi d' altre provincie, fra' quali è 
gran concordia nel servire al principe ; e s' alcuna contesa ò 
in questo, è contesa di gentilezza e di cortesia. 

6r. M. Le vostre parole possono invaghir quelli ancora^ 
che n' avessero l' animo lontano. 

F. N. Anzi, più tosto T affabilità del principe dovrebbe 
confortarvi, il quale non dee far differenza fra le diverse nar 
zioni ; e se pur la fa giamai, è simile a l' agricoltore^ il quale 
avendo piantate ben mille maniere d'alberi, fa maggiore 
stima de' peregrini. 

G, M, Questa, o sia bontà de' principi o merito di chi 
serve, è certo accompagnata da molta grazia. 

F. N, Però non debbon in alcun modo diffidare i giovani 
cortigiani, che vengono dì lontane parti : e si come il sol na- 
scente^ e r altre stelle matutine paiono aggrandirsi per la co- 



VERO DE LA CORTE. 21 

pia de'yapori; cosi per lo favore acquistato ne l'età giovenile 
sogliono essere in pregio maggiore^ sì veramente che '1 va- 
lore la diligenza porga occasione al favore. 

G. M, A raro valore non dovrebbono mancar rare oc- 
casioni. 

F. N. E '1 sole occidente ancora ha maggiore apparenza; 
ed a questa similitudine tutte le cose accrescono la riputa- 
zione. I giovani^ dunque^ per la benevolenza^ i vecchi per la 
riverenza sono più stimati ; ma V età interposita fra l' una e 
r altra ^ e riputata per T operazione^ è forse più sottoposta 
a r invidia : però debbiam ricordarci di tutte quelle cose, le 
quali sono atte a schivarla. 

G. M, Io ne farò conserva ne la memoria, quantunque 
sia lontano da questa età, quanto da V essere cortigiano. 

V, M. A mio figliuolo non manca il tempo ; ed ora dee 
pensare più a lo studio eh' a la corte : nondimeno, questi ra- 
gionamenti li saranno stati in vece di studio; perchè molte 
cose può avere apprese, ch'egli non sapeva. 

F. N, Più tosto le * dovrebbe essere quasi uno sprone, 
perch'egli prima impari le scienze, e poi di servirsene in 
quella guisa che si conviene a gentiluomo di corte; nel qua)^ 
non è tanto necessaria la eccellenza de le lettere, quanto la 
prudenza e V accortezza di saperle a tempo manifestare; non- 
dimeno, r una senza V altra pare imperfetta. 

' Altre Tolu bo notato nel Tasso l' uso di ie per gii , come di gii per ie. 




IL MALPIGLIO SECONDO, 



BEI. CVOfilB I.& nOIiTITUDINE. 



1583. 



ARGOMENTO. 



Dalle lodi che a* Malpìgli comincia a dar 1* aatore con forma nar- 
rativa, in sua persona medesima, sotto nome di Forestiere, e dal- 
l' esser salito nella lor casa in tempo di state, a veder la libreria, si 
deriva l'introduzione al dialogo, che prende poi forma rappresenta- 
tiva; perchè dalla moltitudine de' libri ivi raccolti sì muove il Tasso 
a dire a Giovanlorenzo , ch'egli ha albergate le Muse fra' negozi: 
dadla cui risposta , e dalle repliche fatte del fuggir la moltitudine o 
la solitudine, si soggiunge , che noi abbiamo dentro V animo la mol- 
titudine de' sensi interiori e delle imaginazioni e de gli affetti , e 
dentro e fuori quella delle opinioni; e che tutta questa moltitudine, 
tanto deir interior popolo quanto delF esteriore, s'ha da fuggire : e 
quindi è prestalo il soggetto al lor ragionamento. Perciochè mo- 
strandosi Giovanlorenzo desideroso dì ripararsi e riposarsi nel porto 
delle scienze, è avvertito che, cosi facendo , fuggirebbe più tosto la 
contrarietà che la moltitudine ; essendo questo medesimo porto , per 
la diversità delle varie e fra loro discordi opinioni, simile a gli agi- 
tati dalle tempeste e da' venti. Ma volendo pur entrare in uno di essi 
porti, si dice prima, che in quel di Platone si Hanno molte dispute, 
e vi sono molte diversità di pareri, le quali si annoverano, fra' suoi 
discepoli e seguaci ; e che nell' altro , nominato della Concordia, non 
si può ancora entrare, non essendo fornito di edificare: volendo 
mostrar, che ninno abbia fin qui Siiputo bene accordare i detti di 
Platone con quelli d'Aristotile. Si propongono poi varii porti de' pe- 
ripatetici ; il primo di Aristotile , e gli altri di altri filosofi, e quel di san 
Tomaso, e quel di Scoto: ma di questi due, Tuno, henchè sicuro, 
si lascia da parte per rispetto e per discrezione ; V altro per V istessa 
ragione , e per la difficoltà deli* entrarvi. Si delibera di dirizzar le 
vele verso il primo d' Aristotile; ma si numerano prima tutte le di- 
versità e tutte le contrarietà dell' opinioni e delle dispute che vi si 
ricoverano , e che impediscono l' entrata : ma pur alla fine vi s'entra , 
e ti vede distinto in tre seni, di ciascun de' quali si raccontano le 
diversità delle opinioni. Del primo » quelle della felicità , della virtù , 
della scienza, della volontà, e del governo familiare e del politicò. 
Tasso. DUdoghU'^Z. 3 



2a ARGOMENTO. 

Del secondo, le difficoltà delle materie, delle quali si disputa, dopo 
i principii delle cose Daturali; i contrasti che si fanno intorno al 
mondo, al cielo, alle stella, alle sfere, aUa terra, a' corpi; e delle 
cose gravi, e delle leggieri, e delle meteorologiche , e di quelle che 
avvengono in quel luogo eh' è vicino alle stelle, e spezialmente delle 
comete, e della vta del latte, si narrano le varie opinioni. Quindi si 
discende alla moltitudine de* pareri intorno alle cose generate dalla 
secca ed umida esalazione , nel luogo più vicino alla terra. Si parla 
del fulmine, del tuono e delle refrazioni, e de* venti, e del mare, e 
della sua salsedine , e del flusso , e de' varii mari , e de' fiumi , e deW 
r origine loro, e deUa materia. Si scende poi più giù alle difficoltà e 
a' dubbi delle cose sotterranee. Si ragiona del terremoto, e della ge^ 
nerazione, delle gemme , e dell'oro, e de' diamanti, e de' rubini , e 
de gli smeraldi, e de' metalli. Del terzo si fa nota la diversità delle 
opinioni intorno alla generazione ed alla mutazione delle cose, ed 
in ordine a loro, de gli elementi; e poi si viene a parlare dell'anioM. 
Di lei lungamente si discorre, portando le varie opinioni de gU altri, 
ed approvando quella di Aristotile: e le quistioni int(H^no all'inteW 
letto, ed iniorno al senso della vista, ed al sapore, ed all'odore, 
ed alla memoria , ed al sonno, ed alla vigilia , e le varietà anche nelle 
cose della sopranaturai filosofia, fra lui e gli altri filosofi, sì mani- 
festano: le quali a voler qui raccoglier tutte, non sarebbe opara di 
argomento , ma più tosto di compendio , per ragion della loro molti- 
tudine, e meglio possou apprendersi dalla lezione del dialogo istesso. 
Alla fine , avendo quasi finito di trascorrer il terzo seno, si fermano 
e si riposano; e si conchiude, che per la moltitudine dell' opinioni 
né anche nel seno della filosofia può fuggirsi la mc^itudine, né, per 
la differenza che ella in sé contiene, la contrarietà: ma si soggiunge 
che la scienza , benché mescolata ira' contrary , non é vmta da alcun» 
contrarietà, e che da lei si dee ascendere all'intelletto, e con esso 
contemplare l' intelligibile essenza , e riposare nella contemplazione; 
e che nel mondo intelligibile la moltitudine che vi si trova é cagione 
di maggior acquisto : che v(^ndo fuggir la moltitudine, si dee far 
la fuga da solo a solo. Ma s' avverte, e si conehiude , che non sidee 
ia guisa amar la solitudine, che da essa non si debba alcuna voUa 
tornare alla moltitudine, per cooperar oon l' azione a benefizio ed a 
giovamento della patria. 

Il modo 'tenuto nel dialogo, é T espositivo, com' altri può &cil< 
mente conoscer, senza apparato di argomenti o di ragioni non ri- 
chieste dal soggetto che vi si tratta , né dalla narrazione che vi si fa, 
lontana dalla disputa e dalla contesa, ed in parte ancora per l'auto- 
rità della persona del Tasso, che parla ed insegna; rappresentando 



ARGOMENTO. 27 

il Malpiglio quella d' uditore. Dimostra il Tasso il costume di un 
uomo dottissimo, che avendo nella memoria raccolti i tesori di tutte 
le scienze, ne può, benché all'improviso, distintamente e lunga- 
mente ragionare , e per altrui ammaestramento e sodisfazione esserne 
liberale, annoverando la moltitudine e la varietà dell* opinioni in- 
torno quasi a tutte le materie che cadoi\o nella filosofia ; le specula- 
tive, le morali, le politiche, Y elementari, le sublunari e le sotter- 
ranee. Nel Malpiglio si descrive un nobil giovane , che sempre più 
desideroso d'avanzarsi nell'acquisto delle dottrine, ascolta con 
somma attenzione le parole di chi può insegnargliele. 11 dialo- 
go dee più tosto esser riposto fira gli speculativi , che fra' pratici e 
morali.— (Poppa.) 



29 



KVTBRIiOCIJTORI : 



GIOVANLORENZO MALPIGLIO, E FORESTIERO NAPOLITANO.* 



Il signor Vincenzo Malpiglio è gentiluomo, in cui le ric- 
chezze non sono impedimento de la virtù, come in molti 
suole avvenire; ma ornamento, come in pochi suoi pari. 
Laonde non solo procura che sia adomato l' animo del signor 
Giovanlorenzo suo figliuolo, ma lo studio ancora, il quale è 
ne la più alta parte de la casa, posta ne la più frequentata * 
de la città di Ferrara. Quivi, essendo io montato per una 
lunga scala, già stanco, mi posi a sedere sovra una sedia, e 
sovra un coscino' di cuoio, il quale ne la caldissima stagione 
porgeva gratissimo ristoro a Y affaticate membra ; e riguar- 
dando intomo, non faceva motto, si perchè il ragionare m'era 
impedito da V anelito, sì per la novità de le cose vedute, le 
quali traevano gli occhi a rimirare. Perciochè a la prima vi- 
sta mi si parò dinanzi una grandissima quantità di bei libri 
di tutte le lingue, di tutte le scienze, ben legati con bendelle 
di seta; e molti quadri di pittura assai vaghi; ed alcune ta- 
vole di geografia, ne le quali diligentemente sono descritti 
vari paesi; ed alcuni globi, o palle fatte ad imagine del 
mondo, con la descrizione del cielo e de la terra; ed altre 
palle di marmo di vari colori, e vari cristalli da ristorar la 
vista, e vari istmmenti di matematica, altri da osservar 
l'altezza del polo, altri per gli altri usi che servono a l'astro- 
logia ed a la geometria: e tutte queste cose erano in guisa di- 
sposte, che altrettanto meritava d'esser lodato l'ordine, 

* * Gio. Lorenzo Malpiglio , Forestiero. — F. 

' Le moderoe stampe, nelU parte pia freqìttntata, 
S Le medesime , cuscino. . 



30 IL MALPIGLIO SECONDO^ 

quanto la vaghezza. M^ poi che ebbi intentamente mirata cia- 
scuna cosa^ dissi. 

F, N. Voi avete albergate le muse fra* negozii. 

G, M, Questo è più tosto rifugio che albergo, perchè in 
niun altro luogo che in questo, possono fuggir la moltitudine. 

F. N. La solitudine più tosto, perchè dimorate con gli 
oratori, con gì' istorici, co' poeti e co' filosofi. 

G. M. Nobilissima è questa moltitudine, e voi siete un di 
loro, ed ho qui l' opere vostre con quelle d' alcuni altri; laonde 
sono assai spesso con esso voi, quando voi meno il pensate. 

F, N, Siete dunque simigliante a quel romano, il quale già 
mai non era men solo, che quando solo si ritrovava. 

G. M. Egli era accompagnato da' suoi pensieri, ma io non 
credo che qui ne possa entrar alcuno. 

F. JV. E come è possibile che leggendo il Petrarca, il 
quale avete assai spesso fra le mani, non pensiate di lui, e 
non ve l' imaginiate su la riviera di Sorga scrivere pensieri 
leggiadri ed alti, al suon de V acqua, e sotto T ombra d'un 
lauro ; 6 vero a la sinistra riva del mar Tirreno, 

Dove rotte dal vento piangon 1* onde ; 

sedere lungo un ruscello ascoso da l' erbe ; o pur navigare 
per lo Rodano, e pregarlo che passi innanzi a portar la no- 
vella de la sua venuta; o per questo fiume, che se ne por- 
tava la scorza con sue possenti e rapide onde? E sempre che 
leggete alcuna cosa di lui , mi par necessario che l' abbiate 
nel pensiero e ne T imaginazione, e quasi ch'il sentiate; 
perchè V imaginazione è senso intemo. 

G. M. Questi sono piacevoli pensieri, ma quelli di Sci- 
pione erano gravi. 

F. N. E piacevolissimi quegli altri, quando vi si appre- 
senta dinanzi quella 

.... pastorella alpestra e crada, 

Posta a lavare un leggiadretto velo, 

Gh* a Laura il vago e biondo capei chiuda; 

quel vasel d' oro, pieno di candide rose e di vermiglie, il 
qual somigliava a la im donna ; o quell' altre tante somi- 



VERO DEL FUGGIR LA MOLTITUDINE. 31 

glianze descritte ne Y istessa canzone^ o pur in tutto quel leg- 
gìadrissimo canzonìero ; ma spezialmente quando leggete: 

In mezzo dì due amanti onesta, altera 
Vidi una donna , e quel Signor con lei , 
Che fra gli uomini regna e fra gli dei; 
E da Tuu lato il sole, io da Taltr'era. 

Laonde così fatte cose imaginandovi, dovete rallegrarvi co'l 
Petrarca alcuna volta. 

G, M, Mi rallegro senza dubbio. 

F. N. Ma non siete voi maninconoso con esso lui, quando 
avete sotto gli occhi quei versi : 

misera ed orribil visione ; 
quegli altri : 

Che debbo far? che mi consigli , Amore ? 



Madonna è morta, ed ha seco il mio core ; 

E Tolendol seguire, 

Interromper convien questi anni rei. 

G. M. Sono. 

F. N. E con lui v* empiete ancora d' affanno, leggendo: 

Discolorato hai, Morte, 41 più bel volto 
Che mai si vide , e ì più begli occhi spenti ; 
Spirto più acceso di virtuti ardenti. 
Del più leggiadro e più bel nodo hai sciolto. 

G, Jtf. Umana cosa è l' aver compassione de gli afflitti. * 

F. N. Co '1 Petrarca dunque vi rallegrate, vi dolete, e 
temete ancora, e sperate. 

G. M. Così mi par eh' avvenga. 

F, N. Tutta volta con gli altri lirici ancora sentite glMstessi 
affetti. Laonde, oltre ad una moltitudine di sensi interiori e 
d'imaginazioni, avete, o più tosto abbiamo, ne l'animo un 
gran numero di passioni. 

6r« M. Sono simile a gli altri che leggono i lirici con al- 
cun diletto. 

F. N, Né solo co' lirici, ma con quelli e' hanno cantate 
le azioni de gli eroi in questa lingua. 

G. M. Con loro parimente. 

< Parole eoo coi U Boectccio comiocia il proemio del suo Decamerone, 



Zi IL MALPIGLIO SECONDO^ 

F. N. Ma forse più co' tragici che con alcun altro, perchè 
r ufficio loro è di muover orrore e compassione. 

G, M. Con questi piango volentieri Y amore di Massinissa^ 
e la morte di Sofonisba, e quella di Ganace e di Macareo; e 
laudo la pietà d' Ifigenia, e la fortezza di Rosmonda; ed ab- 
borrisco la crudeltà di Solmone/ e m' empie di terrore l'in- 
felicità de la misera Orbecche. 

F, N. Dunque abbiamo una moltitudine d'affetti ne 
r animo nostro, la quale è nutrita da' versi de' poeti con dol- 
cissimo nutrimento ; e se per avventura alcuna amaritudine 
v' è mescolata, fa più gustevole la dolcezza. 

G, M. Tanti sono gli affetti, che a pena gli riconosco. 

F. N. Non è men picciola fatica il conoscer se medesfmo; 
ma son molti di loro cosi veloci, che indamo procuriam di 
fuggirne, perchè l'ira è così presta, che spesse fiate ci giunge 
quando più cerchiamo d' allontanarcene ; e la timorosa paura, 
mentre ancora il male è lontano, ci sopragiunge inaspetta- 
tamente; e la speranza, quando abbiamo difficoltà maggiore 
di conseguir il bene. Che dirò de l' amore, che si dipinge ala- 
to? ed alcuni gli pongono la spada al fianco, quasi egli per la 
velocità del corso non abbia sempre bisogno di saettare? che 
de l'invidia, de la gelosia, che fanno velocissimamente le 
operazioni ? che de V allegrezza medesima ? la quale, tutto- 
ché sia di bene presente, nondimeno è cosi repentina, che 
molti ne sono stati soprapresi e morti subitamente ? 

G, M. Così è avvenuto senza fallo: nondimeno io amerei 
meglio morire d'una subita allegrezza, che lungamente penare. 

F. N. Dunque fuggiamo in vano la moltitudine de le pas- 
sioni. Fa quale portiamo dentro di noi. 

G. M. In vano, per quel che io ne provo. 

F, N. Ma quella de le opinioni fuggiste in guisa già mai^ 
che non la portaste con esso voi ? 

G. M. Molte son le opinioni eh' io porto di molle cose, e 
talora d' una medesima 1* ho diversa; perciochè alcuna volta 
dico insieme co '1 Petrarca : 

Che bel fin fa, chi ben amando more; 

' li Manoscritto Estense ha Smlmwte, Font la vera leiione e SMlmoneo. 



VERO DEL FUGGIR LA MOLTITUDINE. 33 

ed alcun' altra, con V istesso poeta : 

Ed amo anzi un sepolcro bello e bianco, 
Ch* il irostro nome a mio danno si scriva. 

Né de la morte solo e de l'amore bo varie opinioni, secondo 
la varietà de' tempi e de le occasioni.: ma de la sanità e do 
l'infermità; de l' avversa fortuna e de la prospera; de la po- 
vertà e de la riccbezza; de la gentilezza e de l'ignobiltà; 
de la possanza e de la debolezza; de la vita reale e de la pri- 
vata, e de l'attiva e de la contemplativa; ed in somma, di 
tutte le cose, de le quali soglion parlar variamente i poeti, 
gli oratori e gì' istorici : perchè se in un autor medesimo, e 
se intorno ad un soggetto istesso troviamo alcuna volta gran 
diversità di pareri, quanta maggior se ne può ritrovare in 
tanti scrittori, e sì diversi, natie cresciuti in sì diversi paesi, 
e fioriti appresso così varie nazioni, e celebrati in così varie 
lìngue? 

F. N, Dunque, oltre a la moltitudine de' sensi interiori, 
e quella de l' imaginazioni e de gli affetti, rinchiudiamo in 
noi quella de l' opinioni. 

G. M. Io la rinchiudo, se pur rinchiuse son quelle cose 
che si manifestano ora con le parole, ora con V opere. 

F. N. Però non molto giova fuggir la moltitudine del 
popolo esteriore, non potendo lasciar quella de l' interiore. 

G. M, Picciol giovamento ho fin ora conosciuto da la 
prima fuga; ma forse mi gioverà di riposar ne le sdenze, 
come in tempio ed in asilo. 

F. N. Assai buon ricovero è questo ; perchè quantunque 
1 sensi a' sensi siano contrari, e le passioni a le passioni, e 
r imaginazioni a l' imaginazioni, e l' opinioni che da Icht 
dipendono, a l' opinioni ; nondimeno fra le scienze n(Hi dee 
esser contrarietà, come si crede per molti filosofi. Laonde do- 
vete raccoglier la moltitudine de le proposizioni in un certo 
numero de le scienze^ e legarle con un legame, il quale è più 
saldo e di maggior prezzo, che non son le catene di diamante. 

G, M. Io non saprei far questo laccio, né disciorlo. 

F. N, Il nodo de la necessità adamantino non può dl- 
sciorsi ; laonde se voi il faceste^ avreste fatta cosa indissolu- 



3i IL MALPIGLIO SECONDO, 

bile, né vi dovrebbe dispiacere, pendiè le cose ben legate non 
si dovrebbono dìsciogliere. 

G. M, Troppo buon maestro sarebbe colui che m' inse- 
gnasse di far cosi preziosa catena; nò so bene, s'io debba 
pregame il signor Francesco Patrizio, o yero alcun altro di 
questi uomini eccellenti, ohe sono avuti in pregio per mara- 
vigliosa dottrina. 

F, N. Tuttavia, fuggendo al porto de le scienze, avreste 
fuggita più tosto la contrarietà cbe la moltitudine : perdìè le 
scienze ancora son molte, e si congiunge Tuna con l'altra, 
in quella guisa che fanno ^ anelli de la catena. 

G. M. V amica moltitudine non dee fuggirsi : laonde s'in 
alcuno di questi porti mi rìparasei, mi parrebbe di starvi 
assai sicuro. 

F. N. Pregate il signore del porto, ch'alzi la caloui, 
acciochè possiate entrarvi senza pericolo. 

G, M, S' io bene v' intendo, voi intendete del mio pa- 
rente, il quale onora quel cognome die noi abbiamo quasi la- 
sciato, adottati in altra famiglia;^ perciochè egli ha 8ui»rema 
autorità ne le scienze di filosofia, e conveniente a' suoi me- 
riti, ed a le prove ch'egli ha fatto, disputando, d'esser va- 
lorosissimo tra' filosofanti. 

F. iV. A me basta di parlare a buon intenditore, perchè 
non dichiaro altramente la mia intenzione: ma per avventura 
questo medesimo porto, nel quale gli uomini combattuti da la 
fortuna si ritirano molte fiate da le tempeste del mondo, è si- 
mile a quelli che sono sottoposti a' venti, e ricevono V agita- 
zione de r onde. 

G. M, Fieri venti deono esser quelli , che turbano così 
tranquilla quiete. 

F. N. Fieri e possenti più d' alcun altro; e sm quelli di 
cui si legge : 

Vidivi alquanti, e*han tnrbati ì mari 
Con venti avversi ed iatelletti vaghi , 
Non per saper ma per cootender chiari. 

< Giovanlorenso era de* Montecatini, prima cbe per adozione prendesse il 
cognome de' BfalpigU. Si Tede bene cbe qui il Tasso ToUe lusingare il filosofo 
Antonio Monltutino , cortigtuo a Ini avvirso. 



O VERO DEL FUGGIR LA MOLTITUDINE. 35 

Né tante son Tonde del Tirreno, quante le diversità* de l'opi- 
nioni che si leggono in que' libri stessi che trattano de le 
scienze. 

G. M. In questo mare vi sono molti porti, nò V Egeo, nò 
alcuno de gli altri ò cosi portuoso ; tal che non pare che vi 
sia pericolo, che la nave sdrucita/ per fiera tempesta per- 
cuota in qualche piaggia. Ma in qual vogliamo entrare? in 
quell'antico di Platone? 

F. N, In quello, per V antichità, poche navi e pochi pe- 
regrini oggi si riparano; e quelli per la maggior parte son 
greci, che per l'autorità del cardinal Bessarione possono 
farlo sicuramente; e de gl'italici, alcuni gentili, più vaghi di 
mercar onore e chiara fama, che altra merce. 

G. M. Dunque v'ha bello e sicuro stare? 

F. N, Così stimo : nondimeno ancora ò commosso da 
quelle opinioni ch'ebbero Pittagora, Gorgia, Polo, Ippia, Pro- 
dico, Trasimaco, Dionisiodoro , ed altri filosofi, quasi da venti 
tempestosi ; nò gli argomenti di Parmenide e di Zenone e di 
Talete il lasciano ancora acquetare. E vedreste anco qualche 
diversità fra l'opinione di Socrate e quella di Platone suo di- 
scepolo, che sotto il nome di Forestiero Ateniese diede in 
Greti le leggi a quelli di Magnesia, le quali non sono in tutto 
conformi a l' idee de la republica che il suo maestro s' avea 
formata. Ma non minor agitazione vi ò nata da poi, per le 
dispute d'Ammonio, di Plotino, dì Porfirio, di lamblico, 
de' due Procli, di Olimpiodoro^ di Massimo Tirio, di Macro- 
bio, dì Apuleio , del Ficino e del Pico, e d'altri nuovi e vec- 
chi platonici , de l' una e de V altra lingua, i quali stanno in 
perpetua contesa de 1' origine e modo de la natura de' demo- 
ni, de r idee de' numeri, de l' uno e del bene, del passaggio 
de r anime in vari corpi, e del lor ritomo al padre , e de le 
republiche, e de la beatitudine , e de le virtù e de le scienze; 
e se non fusse stato il sottile avvedimento di quel buon car- 
dinale che poco innanzi abbiamo nominato, forse il Trape- 
znnzio r avrebbe distrutto. 

G. M. Ghe non ci ricoveriamo in queir altro sì grande e 
cosi nobile, che si edifica, de la Concordia ? 

* Il manoscritto Estense , sdruscitn. 



36 IL MALPIGLIO SECONDO, 

F. N. Non è fornito ancora: ncmdimeno magnìfica è la 
fama che di lui s* è divoigata. Or dmique lasciam questo , 
e quel di Platone e quel di Zenocrate, del quale si vede a pena 
vestigio, e tutti gli altri a man destra, che sono de'platoni- 
d ; e prendiamo questi a sinistra, che son de' peripatetici. Ma 
qaal più vi piace ? quel primo, che fece Aristotile medesimo; 
o pur gli altri, che sono opera di Plutarca, d' Alessandro, di 
Filopono, di Simplicio , d' Averroe" d'Alberto, e di san Tom- 
maso, eh' onora Aquino più che altri non fece * Atene? 

G. M. Questo mi pare il più sicuro; ma ci veggo tanti le- 
gni carichi di quei * discreti religiosi, che mi parrebbe indi- 
screzione il turbargli. 

F. N. Ma in quello dlv Scoto il medesimo rispetto ci po- 
trebbe ritenere: oltre eh' è si difficile a prenderlo, che la 
nave ne V entrare porterebbe pericolo : ed in quello d' Egidio 
non entrano per usanza, se non quelli de la religione. 

Cf. M. Dirizzìam dunque le vele al primo. 

F, N. Ma vedete quante onde procellose ci perturbano 
r entrare : se i generi e le spezie stian per sé, o sian posti ne 
gr intelletti ignudi; se sian corporei, o incorporei; se ne le 
sensibili cose, o separate ; se il genere sia più sustanza de la 
spezie, pur meno, come crede Aristotile; se diece siano i 
sommi generi, come pare a' peripatetici, o pur cinque, come 
vogliono i platonici ; se i nomi siano per natura, come tenne 
Cratilo, per compiacimento, come piace ad Aristotile; s'ii 
contrario sia più opposto al contrario, come volle Platone, 
pur se la prima opposizione sia ne la contradizione, come 
giudica Aristotile. Quant' altre ve ne sono ancora de Topposi- 
zioni, de le proposizioni, e di quella che 1 Latini chiamano 
reciprocazione, e de le figure de' sillogismi, e de la risolu- 
zione, e de la mescolanza de le proposizioni necessarie, e de 
r altre che nominiamo contingenti, o de inesse; e se da la 
maggior necessaria e da l' altra de inesse nasca la conclusione 
necessaria ; o se una contingente mescolata fra diece mila ne- 
cessarie, le faccia contingenti , come disse Proclo ; quante del 
metodo compositivo, del divisivo, del diffinitivoe del dimo- 

* Il manoscritto Estense sfecero, 

* Il medesimo, questi. 



VERO DEL FUGGIR LA MOLTITUDINE. 37 

strativo: e se tutte le cose si possano dimostrare in cerchio^ o 
pure se di niuna cosa vi sia dimostrazioue; o pur alcune si 
possano dimostrare^ altre non possano dimostrarsi, ma sian 
note per se medesime, come parve ad Aristotile: se la divi- 
sione si dee fare in due parti eguali , e per mezzo, come s'in- 
segna nel Politico di Platone, opure altramente, come vuole 
Aristotile; e se de la privazione, in quanto privazione, non 
vi sia differenza , o se la differenza de la privazione sia ne- 
cessaria a la divisione del genere : se le cose non possano 
diifinìrsi, come volle Antistene,o pure se molte di loro sian 
convenevolmente diifinite, com' è dottrina d' Aristotile ; se la 
diffinizione possa dimostrarsi, ose riceva altra prova: e de Tin- 
venzione de' luoghi e del numero, del quale sono diverse l'opi- 
nioni, e del numero de lequistioni, e de gì' inganni sofistici mol- 
te sono le diCBcoltà , quasi scogli che ritengono il corso de' navi- 
ganti. Ma perchè alcuni di questi non furono al tempo d* Aristo- 
tile, non furono in questo luogo, possiam prender il porto. 
G. M. Già ci siamo dentro, e tutta volta sentiamo spirar 
diversi venti. 

F. N. Ma rimirate quel monte altissimo più d'Atlante e 
d* Olimpo, a la sommità del quale non pervengono gli spiriti 
che si levano da la terra e da Y acqua. È questo porto di- 
stinto in tre seni, circondato da muraglie assai più salde e 
più durevoli che non furono quelle de le quali la magnanima 
reina circondò Babilonia. E dentro a ciascuno vi sono in gran 
quantità merci assai preziose, e vi conosco molti nocchieri 
nostri amici : e quello che prima ci si fa incontro è il signor 
Flaminio de' Nobili, ' che scrisse così felicemente de l'umana 
felicità. 

G. M, E molte altre cose degne di lode ha scritte pari- 
mente. 

F. N. Ma in questo primo seno io sento ancora molte 
antiche perturbazioni : perchè in lui si dìsputa , se la felicità 
e l'ultimo fine sia riposto nel piacere, come piacque ad 
Eudosso; o ne la virtù, de la quale opinione furono poi se- 
guaci gli stoici; ne l' idea, come stima Platone; o ne 
r operazione secondo l'eccellentissima virtù, come vuole 

* Lncehefc, ricordato dal Tiraboschi e dal Luccbesini. 
Tasso. Dialoghi. ^Z, 4 



38 IL MALPIGLIO SECONDO, 

Aristotile: o se la virtù sia la scienza, come Socrate dispu- 
tando conchiudeva; o mediocrità, e misura de gli affetti, 
come insegna lo Stagirita; o sommità àncora ne la perfe- 
zione. E si disputa similmente de la volontà, di quello che 
è spontaneo o sforzato, de l'elezione, de la consultazione 
consiglio, che vogliamo chiamarlo; de gli obbietti de la 
virtù, e de le proprietà, e particolarmente de la giustizia, 
la quale tutte le contiene ; e de gli abiti de l' intelletto spe- 
culativo, e del pratico; e de la virtù eroica ; e de la continen- 
za , e de r incontinenza si fanno lunghe quistioni ; e di quella 
felicità, la quale è riposta nel contemplare, tanto più perfetta, 
quanto ha minor bisogno de le cose esteriori. 

G. M. A forte canape convien che sia legata quella nave, 
che non sia commossa da gli argomenti. 

F. N. Vi si questiona ancora de la casa, e de le sue 
parti; e del governo famigliare, e de le sue spezie; e de la 
città, e di quel che ella sia, e se la sua somma perfezione con- 
sista ne r unità, come volle Socrate; e s'ella, perdendo la 
diversità , non sia più città , come prova Aristotile : a cui è 
conforme Diotogene Pittagorico, il quale stima che la città, 
composta di molte e varie cose, imiti la composizione e l'ar- 
monia del mondo. E si contende similmente de le republiche, 
le quali furono tra gli antichi greci, e tra gl'italiani, e tra' 
cartaginesi; e de le leggi di Minosse, e di quelle di Licurgo 
e di Dragone e di Solone e di Falca e di Cipselo * e di Ca- 
ronda e d' altri legislatori ; e de le spezie contrarie o diffe- 
renti, e particolarmente del regno, e del regno eroico; e 
come r una si generi per l' altra, e Tuna per l' altra si cor- 
rompa, e quel che le conservi ed accresca; e de' magistrati 
e del sacerdozio; e finalmente de la maniera che dee osser- 
varsi da le donne gravide; e del modo d'allevare i fanciulli: 
le quali cose portano seco molti dubbi e molte malagevolezze. 

G. M. Questo , se non m' inganno, è il primo seno , 
e 'l principio del secondo che si rinchiude in questo gran- 
dissimo porto. 

F. N. Or consideriamo le difficoltà del secondo. Il prin- 

' Il manoscritto Estense, e di Dracene, e di Solone e di Tdileuco e di 
Periandro e di Pselo ec. 



VERO DEL FUGGIR LA MOLTITUDINE. 39 

cipio de le cose, o vero è uno, e immobile, come volle Par- 
menide e Melisso; o pur uno, e mobile, come Talete, Anas- 
simene ^ Anassimandro; o molti finiti, come Empedocle; o 
molti ed infiniti, come Anassagora e Democrito: e questi sono 
i primi dubbi. Ve ne sono molti de la natura, de la fortuna, 
del caso; molti del moto, molti del tempo, molti del luogo, 
molti del vacuo, molti del concavo, molti de l'infinito, e 
molti del molor* primo; cbe son quelle materie, de le quali si 
dìsputa dopo i prìncipii de le cose naturali. Ma quante elle 
siano, a pena si potrebbe numerar da coloro che lunghissi- 
mo tempo hanno volto e rivolto ' i libri de' filosofi, nonché 
da me, a cui la natura ha data maggior volontà di sapere, 
che la fortuna commodità di studiare. 

G. M. Non sempre stanno le cose in un medesimo stato. 

F. N. Or seguendo di numerar alcune de le poche im- 
parate, io dico che del mondo ancora si fanno diversi contra- 
sti: se molti siano, o pur uno; se eterni, o fatti di nuovo; s' 
abbiano principio di tempo, o dipendenza di cagion solamen- 
te ; se vi sia alcuna quinta natura, o se il cielo sia composto 
di vari elementi; s' egli sia finito, o infinito ; s' abbia figura 
sferica, o pure alcun' altra : e si richiama in dubbio, quanti 
siano i cieli e le sfere portanti e riportanti; e quanti i moti 
co' quali son mossi da' lor motori; e di che sian fatte le stelle, 
e che figure abbiano; e quali siano i lor movimeuti, e se l'ab^ 
bian proprio, o pur s'elle sian fisse ne l'orbe o giro che si 
dica, e se ciascheduna d' esse abbia il suo proprio centro, o 
pur s' ella si muova intorno al centro del mondo ; se faccia 
alcun concento o alcuna armonia , o se questa sia vana opi- 
nione; e de r ordine loro, e come alcune sian prima ed alcu- 
ne dapoi; e con quali intervalli sian disgiunte. Molte cose si 
disputano da gli astrologi, le quali ne le quistioni de la filo- 
sofia sogliono trasportarsi: ed in questa guisa crescono l'onde, 
e si turba la tranquillità di questo seno. 

G, M. Non v' avria luogo V arte del nocchiero, se non vi 
fosse qualche tempesta. 

* Cosi ba il maDoscritto Estense. Il F. legge moto. Spropositatamente le 
stampe moderne , tomo I 

* Così legge il F.: le altre stampe, voltato e rivoltato. 



40 IL MALPIGLIO SECONDO, 

F. N. E de la terra ancora sì questiona; e dove sia allo- 
gata, e s' ella sia ferma o si muova ; e de la sua forma e figu- 
ra; e se, come volevano i pittagorici, sia una stella; o pur 
s' ella sia riposta in mezzo al mondo e legata* intomo a Tasse; 
e se vi sia alligata, còme piacque a Timeo : e quali sian que'cor- 
pi che nascono e muoiono ; e quelli che son quasi principii ed 
elementi, se siano finiti o infiniti; e se, essendo terminati, 
siano uno solamente, o più in numero; se etemi o corrutti- 
bili, e qual sia il modo de V alterna origine, o come piacque 
a Democrito e ad Empedocle, o come a coloro i quali vo- 
gliono che sian composti de le figure , e ne le figure si risol- 
vano, e di quel che è grave e leggiero, e quel che sia l'uno 
e r altro; e per qual cagione abbian questa forza : e se gravi 
sian quelle cose le quali di più sian composte, e leggieri quelle 
che di meno; e perchè alcuni corpi perla forza de la natura 
si levino in alto, altri vadano a basso, altri ora ascendano, 
ora discendano : appresso, de le cose gravi e leggieri , e di 
quelle proprietà che lor si convengono; e de le figure de gli 
elementi, e s' elle sian cagione eh' alcuna cosa s'inalzi o pur 
si dechini, o se elle sian causa solamente de la prestezza e de 
la tardità del movimento. 

G. M, Molle quislioni avete raccolte in poche parole; ma 
s' io avrò maggior cognizione del porto, il pericolo del nau- 
fragio sarà minore. 

F. N, Procedendo oltre, si disputa de la ragion di quelle 
cose che avvengono in quel luogo eh' è vicino a le stelle, per 
natura meno stabile e costante che non è quella del cielo; 
come il cerchio del latte, e le comete, e tutte quell'altre che 
paiono ardere e trapassare nel luogo superiore : e de le com- 
muni affezioni de l'aere e de l'acqua, e de le specie de la 
terra, e de le parti, e de gli affetti de le parti, per le qual cono- 
sciamo la cagione de' venti e de' terremoti, e tutte quelle cose 
che avvengono per la forza loro, come sono i fulmini ed i 
groppi di vento, e gli altri vapori che si rivolgono in giro : e 
si disputa parimente de le cose che nascono nel grembo de la 
terra. 

G, M. Se la diversità de le opinioni è pari a quella de le 

' Le parole e legata vengono dal manoscritto Estense. 



VERO DEL FUGGIR LA MOLTITUDINE. 41 

materie, poca certezza vi può essere, con picciola sostanza. 

F. N. Picciola veramente: ma voi rimirate l'onde di questo 
porto, che ci conoscerete i venti chele commovono. Perciochè 
Anassagora , Democrito, ì pittagorici ed i matematici produ- 
cono in mezzo diversi pareri, quasi diversi spirili che soffiano 
da varie parti: et i due primi di coloro che abbiamo nominato, 
vogliono che le stelle crinite siano una specie di quelle che si 
chiamano erranti, le quali perchè molto s'avvicinano, par 
che si tocchino insieme: ed alcuni de' filosofi italiani, che 
furono discepoli di Pittagora, stimano che la crinita sia uno 
de' pianeti, la quale appar dopo lungo tempo quando ^ s' al- 
lontana dal sole. La qual' opinone ebbero Ippocrate * ed Eschilo 
suo uditore, variandola solamente in parte; perchè dicevano 
che la cometa non ha crine per se stessa, ma lo prende al- 
cuna volta dal luogo, mentre erra, e mentre la nostra vista 
si rivolge al sole, da V umore il quale trae a sé : ma l' una 
e r altra opinione da Aristotile fu riprovata. 

G. M. Non so s' egli debba esser lodato come buon noc- 
chiero, che salva la nave da ciascuna tempesta, o più tosto 
onorato a guisa d' alcuno iddio, che possa cambiar la fortuna 
in tranquillità. 

F. N. Non v'è bisogno di minore ingegno e di minor dot- 
trina in tanta incertitudine de le cose , la qual si discuopre 
appresso; perchè li seguaci di Pittagora vollero, che la via 
di latte sia un incendio fatto da le stelle, le quali caddero nel 
tempo che Fetonte governò il carro del Sole , che fece il corso 
per quella strada : ma Anassagora e Democrito pensarono, 
eh' il latte sia il lume d' alcune stelle che non son vedute dal 
sole, perchè interposta è la terra. La qual opinione fu pari- 
mente da Aristotile riprovata con la dottrina de' matemajtid, 
che suole esser più certa d' alcun' altra ; perchè è necessario 
che tutte sìan riguardate dal sole, non potendo la terra rico- 
prirle con l'ombra, la qual non appartiene oltre a le stelle. 
V'è de la medesima strada un'altra opinione; la qual è, 
eh' il latte, come la cometa, sia una refrazione ' de la no- 

' n manoscritto Estense , invece di quando, ha e però. 

^ Il medesimo , Ippocrate Chio. Veggasi Aristotile, Meteor., I, 6. 

3 11 manoscritto Estense ha , uno ripercotimento. 

4» 



42 IL MALPIGLIO SECONDO, 

stra vista al sole; il che peraventura non si può fare. 

G, M, Or mi basta di sapere che non si possa, ma mi' al- 
tra volta ne saprò la cagione. 

F. N. Né minor discordia d' opinioni si ritrova ne le cose 
che si generano de la secca e de V umida esalazione nel se- 
condo luogo più vicino a la terra, il quale è comune a Tarla 
ed a l'acqua; perchè de le varie maniere del fulmine sì ra- 
giona, e del tuono che fu creduto il riso di Vesta e di Vul- 
cano, più tosto le minaccio : e de' baleni, e de' lampi, e de 
la neve, e de la grandine, e de la pruina, e de la rugiada 
sono diversi pareri ; e de la nebbia, e de le nubi, e de l' arco 
doppio del sole, il quale ivi suol generarsi ; e 1' uno e l'altro 
è di tre colori, come vuole Aristotile; o di sette, come piace 
a Tolomeo: e di quel de la luna; e di quel che si fa ne le no- 
stre lucerne; e de la corona, e de le verghe, e del gemino 
sole ; e di tutte quelle che i Greci chiamano anaclasi, *■ ed 1 
Latini refrazioni; e de l' altre che si fanno per trasparenza, 
0, come dicono, per transpezioni: e de' venti ancora, i quali 
alcuni vogliono che siano movimento de l' aria, o flusso, come 
vuole Ippocrate ; altri, che escano quasi d' un vaso; la qual 'opi- 
nione è molto simile a quella d' Omero, che gli rinchiuse ne 
l'otre; altri che sian vapori, che si muovono obliquamente 
intorno a la terra; de' quali, contrari son quelli che son più 
lontani di luogo, e questi essendo disgiunti dal diametro, pas- 
sano per lo centro, e sono principali, e disposti secondo le 
principali parti de la terra, e distinti di tempo e di luogo ; e 
del numero loro, perciochè Aristotile scrisse che fossero do- 
dici, ma altri crede più tosto che sian dieci, perchè in tante 
parti si toccano le linee che secano il circolo, o più tosto in 
otto: comunque sia, tutti si riducono a quattro grandissimi, 
ed i quattro a due, che sono il Borea e l'Austro ; ma nel cer- 
chio, intorno al quale son disposti, ciascuno è lontano da l'al- 
tro per trenta parti, secondo l' opinione de gli astronomi; se- 
cjMido Aristotile in più e meno, perchè il cerchio non è secato 
in parti eguali ; quantunque Ammonio dicesse poi, che la ra- 
gion d'Aristotile sia conforme a quella de gli astrologi, perchè 
le linee fatte da l'orizzonte sono egualmente lontane. E de 



VERO DEL FUGGIR LA MOLTITUDINE. 43 

r origine loro fu diversa l'opinione d'Aristotile e quella di 
Teofrasto ; perchè l' uno stimò eh' avessero origine da la su- 
blime regione de l' aere, l' altro da la più bassa. E del mare 
parimente sono varie favole, e gran quistioni; perciochè 
Esopo disse, che la Caribdi assorbendo il mare, aveva disco- 
perta la terra : i teologi pongono i fonti, e vogliono eh' egli 
non fosse generato giamai; ma i naturali filosofi dicono, 
che la salsedine è generata. De la quale varie sono l'opinioni: 
perchè altri dissero, che il mare è sudor de la terra; altri, 
<^e la sostanza de la terra sia^la cagione per la quale egli è 
salso ; altri, che egli co' vapori mandi su le parti più dolci e più 
leggieri, e per queste cagioni acquisti il contrario sapore: ma 
Aristotile stima che sia la mescolanza de la fumosa esalazione. 
E del flusso ancora e del riflusso vi son vari pareri : altri vo- 
gliono eh' egli segua il moto de la luna; altri, che il sole, 
nutrito dal mare, ritomi ciascun anno, e che ne l' ore de la 
state il mare faccia il suo flusso verso il Borea^ e i sole ca- 
mini verso quella parte, seguendo il cibo. Laonde Eraclito pen- 
sava, che egli ciascun giorno ringiovanisse : ma Aristotile sti- 
ma, se pur vogliamo prestar credenza a l' esposizione d' 
Olimpiodoro, che V oceano sia stabile, e tutto il flusso sia 
dentro le colonne, per la concavità de la terra, e per la mol- 
titudine de' fiumi, e che sia più veemente verso il mezzo- 
giorno, perchè le parti settentrionali sono più alte, per li 
fiumi eh' accrescono di quel lato la terra, molti de' quali en- 
trano ne la palude Meotide ; ed ella cade nel mare l^ussino, il 
quale discende ne l'Egeo, sì come in più basso, e l'Egeo nel 
Siciliano, e quel di Sicilia nel mar di Sardigna ^ e nel Tirre- 
no, i quali son più cavi di ciascun altro. Laonde si raccoglie, 
di' il flusso del mare è per ragion del sito, non per quella 
de' fonti. Ma ne lo stretto del Bosforo e di Calcedone s' osserva 
eh' il mare corre a guisa di fiume, perchè da l' una parte e 
da l'altra egli è ristretto da la terra : ma s' i mari peregrini, 
i quali son fuori de le colonne, siano fangosi e pieni di guadi, 
come credeva Aristotile, il dicano quelli che in questi secoli 
sogliono solcarlo con le grandissime navi, usando le galee e 

* Il raanoscritto Estense , Sardegna. 



U • IL MALPIGLIO SECONDO, 

gli altri legni veloci, che adoperano i remi, solamente nel me- 
diterraneo. 

G. M. Questo è argomento anzi del contrario. 

F. N. Credette ancora Aristotile, centra l'opinione de' geo- 
grafi, eh' il mare fusse uno ; perciochè tutti i mari insieme 
si congiungono, eccetto il Caspio il quale Strabone, che non 
rifiutò r opinione d'Aristotile, vuol che si congiunga sotto la 
terra con gli altri. E de' fiumi ancora varie cose hanno scritte i 
filosofi; perciochè alcuni vollero che tutta la materia de' fiumi 
fusse raccolta sotto la terra, ponendovi laghi riposti, e vora- 
gini d' acque infinite : e costoro seguì Virgilio ne la favola 
d'Arisleo. Ne molto dissimile da questi è Platone, il quale 
non volle che l' università fusse il mare, ma un grandissimo 
fiume, dettoli Tartaro, il quale corre sotto la terra, e si ri- 
volge intorno al centro; laonde l'acqua si muove a l'in su, 
come a Piatone par che attribuisca Aristotile; il qual riprova 
questa opinione con molti argomenti : ed egli stima che Y acqua 
non sia tutta insieme unita in atto, ma che la natura de' monti 
sia attissima a produr l' umore, a conservarlo ed a ritenerlo; 
perchè i grandissimi fiumi da gli altissimi monti hanno il 
principio, come sanno coloro a' quali è noto il giro de la terra, 
e r hanno descritto: perchè ne l'Asia, da quel monte che fu 
detto Paropamiso, nasce la maggior parte de' maggiori fiumi; 
e questo, per consentimento di ciascuno, è altissimo oltre a 
tutti quelli che riguardano l' Orto iberno, perchè da la sua 
cima si vede il mare esteriore, e da lui derivano Battro, Coa- 
spe ed Arasse, dal quale il Tanai parte, * che entra nella pa- 
lude Meotide, e l' Indo, eh' è il maggiore di tutti i fiumi: ma 
dal Caucaso, eh' è ampissimo ' oltre a tutti i monti che si vol- 
gono a r Orto estivo, ed è pieno di molti gioghi abitati da 
molti popoli, e di molli laghi, nascono molti fiumi d* altezza 
e di grandezza incredibile, e particolarmente il Fasi; e dal 
Pireneo, eh' è verso l'Occaso equinoziale, il Danubio e '1 Tar- 
tesso ; e da' monti de 1' Etiopia ne l'Africa, l' Egone e '1 Ni- 
se, * ed altri grandissimi, fra' quali è '1 Cremete, eh' entra 

* Il manoscritto Estense legge t delle quali è parte il Tanai. 
3 Le stampe moderne , amplissimo. 
3 II medesimo manoscritto , il Nisso. 



VERO DEL FUGGIR LA MOLTITUDINE. 45 

ne r oceano : e '1 principio del Nilo è da' monti de l'argento, 
come vuole Aristotile; quantunque Erodoto prima dicesse, 
ch'egli veniva da l'opposta parte del mondo, e Tolomeo si 
sforzasse poi di mostrare, eh' egli nasce da' monti de la luna. 
Ma peraventura gli uni e gli altri sono i medesimi. Ma in Gre- 
cia l'Acheloo si parte da Pindo, dal quale ancora discende 
r Inaco e lo Strimene; e '1 Nesto e V Ebro discendono da lo 
Scombro. Molti fiumi ancora nascono dal Rodope e da gli al- 
tri monti, con sìmil ragione; ma Aristotile fa menzione di 
questi solamente. Tante, e sì varie sono l' opinioni che si rac- 
colgono in questo sacro seno de la filosofia, nel quale si hanno 
aperta la strada non solo gli argomenti de' filosofi, ma le fa- 
vole de' poeti, e l'autorità de' gentili teologi, che scrivono 
molte cose piene di riverenza e d* orrore, le quali debbono es- 
sere interpretate anzi da' filosofi de' costumi che da' naturali. 
G. M. h' intenderò quando che sia. Ora non desidero, 
che alcuna interpretazione ritenga il corso del nostro parlare, 
ci allontani dal nostro proposito con nuovo dubbio. 

F. iV. Se dubitiamo de le cose eh' appaiono sopra la ter- 
ra, e sono obbietto del vedere, è più ragionevole eh' abbiamo 
dubbio di quelle che si generano sotto : fra le quali è il ter- 
remoto. 

G, M, Egli non si udì giamai, che di lui variamente 
non sì ragionasse ; ma peraventura tutte V opinioni derivano 
da gli antiehi. 

F. N. A' tempi d'Aristotile tre furono le principali di tre 
grandissimi filosofi : perciochè disse Anassimene Milesio, il 
qual fu prima di Anassagora Glazomenio, che la terra bagna- 
ta, seccandosi, è usata di rompersi, e da que'* pezzi, i quali 
caggiono, è scossa fieramente; laonde il terremoto suole av- 
venire ne' gran caldi, e ne l'inondazioni. Ma quel di Glazome- 
ne* lasciò scritto, che 1* aere per sua natura è portato in alto, e 
quando si trova ne le parti inferiori de la terra, e ne le con- 
cavità, suol commoverla. Ma Democrito porta opinione, che la 
terra piena d' acqua, ricevendo (a pioggia, da lei sia mossa. 
Dunque tre famosissimi filosofi a tre diversi elementi recano 
la cagione del terremoto; il primo ala terra medesima, il 

* Così legge il manoscritto Estense: le slampe, ma Classimene, 



i6 IL MALPIGLIO SECONDO, 

secondo a V aria^ il terzo a l'acqua. Ma Aristotile volle, che 
Aisse la secca esalazione, la quale è simile al fuoco, e che 
r istessa natura, che sovra la terra nominiamo il vento, e ne 
le nubi il tuono, sotto si dica il terremoto : ma de la gran- 
detòa egli stima cagione la gran forza de' venti, e la figura 
de' luoghi per li quali trascorrono; perciochè dovunque eglino 
sono rispinti indietro, né penetrano facilmente, ivi è neces- 
sario che sian ritenuti ne' luoghi angusti : in quella guisa, che 
suol far r acqua nel nostro Po, ^ la qual non può uscire; o pur 
come il polso non manca subito, né tosto, m^ a poco a poco 
insieme co '1 morbo: laonde è necessario, eh' egli scuota sem- 
pre, fin che ve ne avanzi alcuna parte.^E spesse volte egli si 
avviene in fabriche sode, ed in moli grandissime,* e si forma 
in varie figure di suoni, e manda varie voci, e rimbomba 
con vari strepiti. Laonde par che s' ascolti il muggir della 
terra: il che suole avvenire ancora senza terremoto, quando i 
fiumi entrano ne le paludi , e s' odono suoni assai simiglianti a 
quelli cbe fanno i buoi, da' quali prendono il nome. Ma queste 
cose, che peraventura non sono baste voli al nostro desiderio, 
sono soverchie al nostro proponimento, perchè dilor ragioniamo 
quasi di passaggio, per dimostrar la moltitudine de l'opinioni 
che sono state ricevute ne le scienze : e se talora ci fermiamo, 
siamo simili a que' passaggieri che scendono a' porti per va- 
ghezza del paese, o per alcuna opportunità. 

G. M, Di questa materia sono stati scritti libri interi; e 
pieni di molta dottrina in questa città, ne la quale il furore 
del terremoto fu più spaventevole che dannoso. 

F. N, Comunque sia, le cagioni di quegli effetti che si 
generano nel seno de la terra, e sono ascosi agli occhi nostri, 
portano seco molto dubbio e molta incertitudine. 

(r. M. Molto diletto ancora è ne la novità de le maravi- 
gliose narrazioni; né alcuna cosa ascolto più volentieri, <^e 
le maraviglie de le cose sublimi o de le sotterranee. 

F, N. Peraventura si come l' oro e le gemme son più 
care, perché son tratte di più riposta parte, così l' opinioni 
di queste cose medesime^ e le ragioni sono in maggior pre< 

' Il manoscritto Estense , nel nostro corpo. 
3 II medesimo, monti grmndissimi. 



VERO DEL FUGGIR LA MOLTITUDINE. 47 

gio , perchè sono più occulte. Onde alcuni filosofi credevano, 
mostravano di credere, che i diamanti, i rubini e gli sme- 
raldi fossero parte de la terra pura, la quale è vera terra ; e 
fra questi fu Socrate, mentre innanzi a la morte disputava 
con Fedone di qué* beni eh' egli aspettava ne l'altra vita: ma 
Timeo disse, che Y oro, in guisa di fiore, germoglia fra le vene 
del diamante ; altri, che le gemme erano fiori de le ricchez- 
ze; ma altri, più naturalmente parlando di questa materia, 
di^e che tutti i metalli erano generati' da V acqua, e da un 
certo umor tenace e viscoso, come da la madre, ma esser ^ 
cotti e prender forma dal solfo, come dal padre; ed altri as- 
segnano ogni metallo a qualche pianeta. Ma Aristotile pone 
sotto la terra due ' medesime esalazionf, da le quali son gene- 
rate le maravigliose apparenze, e da l'arida aspirazione con- 
oepnto r ardore, vuol che sian fatte le pietre, le quali non 
possono liquefarsi ; e '1 solfo, e '1 minio, e l' altre cose di que- 
sto genere. Ma di quello spirito eh' imita il vapore, nascono 
quelle che sì fondono, e possono esser tirate e ridotte in ver 
gfae ed in piastre, come l' oro, il ferro e '1 metallo : e tutte 
son fatte da l' umido fiato rinchiuso, il quale per la siccità 
s'accoglie insieme, e si costringe, a guisa di rugiada e di 
pruina; e perchè tutte hanno mescolata la terra, e l'altro 
spìrito secco, possono abbruciarsi, e l' oro solamente non s'ac- 
csade. Molte ancora, oltre a questi», sono le quistioni che si 
posson fare di tutti que* corpi composti, che sono simili da 
ciascuna parte, i quali sono distinti fra sé per le qualità attive 
e passive, con diciotto opposizioni secondo l' abito e la priva- 
zione: ma si possono lasciar da parte, per non dimorar 
troppo in cosa poco necessaria. 

- G. M, Io veggo a qual parte spiegate le vele del vostro 
legno, ma stimo che ci rimanga lungo spazio da correre. 

F. N. Lungo, chi volesse discorrer di tutte le cose ; ma 
toodieremo solamente l' opinioni più famose de gli antichi , 
de le quali fa menzione Aristotile ne gli altri libri, e le con- 
tese die ebbe con esso loro. 

' Le slampe /enoncamente, ma dall' esser cotti. Il manoscritto Estense, 
me eramo, 

»UF., fé due. 



48 IL MALPIGLIO SECONDO, 

G. M, Non è mica piccior opera questa eli' avanza. 

F,N. Qualunque sia, conoscìania da presso. Aristotile, 
oy' egli tratta del nascimento e de la morte, dice che de' vec- 
chi filosofi alcuni vollero eh' il nascimento e la mutazione 
fussero diversi; awengachè quelli, i quali dicono che tutte le 
cose sono uno, e da l'uno tutte soglion generarle, son co- 
stretti di confessare che la generazione e la mutazione siano 
r istesso. Ma coloro che ripongono la materia de le cose in 
più d' uno, come Empedocle, Anassagora e Leucippo, diffi- 
nìscono che siano differenti; quantunque Anassagora non in- 
tendesse la sua voce medesima, quando egli disse che il na- 
scere ed il morire era l' istesso eh' il mutarsi ; e pose molti 
elementi, come gli altri, de' quali Empedocle ne numerò 
quattro corporei , aggiungendovi l' amore* e la discordia , 
e' hanno forza di fare e di muovere il numero insieme di sei 
principii. * Ma Anassagora, Empedocle e Democilto gli finsero 
innumerabili; ed il primo costituì le parti somiglianti, come 
la carne e l' ossa e le medolle, e tutte le altre le quali hanno 
il nome istesso, e son del genera medesimo; il secondo ed il 
terzo affermauo, che tutti sian composti di corpicciuoli indi- 
visibili. Ma Empedocle fa suoi principii il fuoco, l'aria, 
r acqua e la terra, che sono assai più semplici de le parti si- 
migliami d* Anassagora : ma Platone non disputò d' ogni na- 
scimento e d'ogni morte, perche trattò solamente de l'origine 
de gli elementi, i quali son composti de l' estremità , com' è 
scrìtto nel Timeo. Né minor discordia è ne l' anima, di quel 
che sia ne la generazione. 

6r. M. Io aspetto eh' ormai parliate di lei, non per fastidia 
de le cose, de le qu^Ii avete ragionato, ma per l'eccellenza 
del soggetto, di cui v' apprestate di ragionare. 

F. N. Molti dì coloro che vissero innanzi ad Aristotile , 
ebbero opinione che l' anima fosse quel che prima e princi- 
palmente muove: però disse Democrito, che V anima è certo 
fuoco e calore, perchè essendo infinito il numero de le figure 
e de' corpicciuoli, che non possono esser divisi, egli stimò 
che quelli che son ritondi, fossero fuoco ed anima, quali so- 
gliono vedersi ne l' aria e ne* raggi , quando il sole entra per 

< Il manoscritto Estense , de* tei principali. 



VERO DEL FUGGIR LA MOLTITUDINE. 49 

le finestre ; la qual' opinione fu seguita da Leucìppo. Né da 
questa è molto diversa quella de' pittagorici^ perchè alcuni di 
loro vogliono che gli atomi siano V anima ^ ed altri quel che 
gli muove. Anassagora parimente dice^ che 1* anima è quella 
che muove; ed in alcun luogo, che V anima e la mente sia 
r istesso, e che ella sì ritrovi in tutti gli animali grandi, pic- 
cioli e mezzani: e Talete ancora stimò, che l'anima fusseun 
non so che, che avesse forza di muovere; e però disse chela 
calamita era animata. Ma alcuni altri non ebbero tanto ris- 
guardo al movimento, quanto al senso ed a la cognizione la 
quale ella ha de le cose: e questi volsero che l' anima fùsse 
il principio; e quelli, che molti principii fossero V anima: ma 
Empedocle riputò che V anima fosse di quattro elementi , e 
eh' ella vedesse la terra con la terra, Y acqua con V acqua , 
r aria con V aria , e co '1 fuoco il fuoco , con V amore l'amo- 
re, e la discordia con la discordia ; e fu consentimento de gli 
antichi filosofi, che il simile fosse per lo simile conosciuto: 
e ne i' istesso modo Platone nel Timeo la fa di due elementi, 
r uno divisibile e l' altro indivisibile ; e vuol ch'olia sia mezzo 
de r una natura e de 1' altra , e quasi composta de l' istesso^ 
e de V altro , co' quali conosce le cose : perchè quando racco- 
gliamo i generi e le specie de le cose, cerchiamo il simile e '1 
medesimo; ma quando andiamo dietro a le differenze, ci av- 
vegniamo a le diversità. Ma '1 medesimo Platone ne' libri de 
la Filosofia scrisse, che l'animale è composto de l'idea de 
r uno, e de la lunghezza, e de la larghezza, e de la profon- 
dità. Ed in altro modo ancora insegna le cose istesse: l' intel- 
letto esser uno; e la scienza duo, perchè la scienza procede 
da r uno a l' uno, cioè da quel che s' apprende a le conclu- 
sioni: ma l'opinione deriva da la prima trinità, cioè da Tuno 
al due ; numero che si riferisce a la piana figura, perchè s'ap- 
partiene a r opinione raccoglier il vero ed il falso : ma il 
senso nasce dal quaternario. E di tutte le cose il numero spe- 
cifico e la spezie sono i principii; e gli elementi * del numero 
sono r unità e la dualità, la qual supponevano ' a 1* unità , 

* Coti legge la sola stampa delF.; le altre, esempi. 
' Cosi la stampa suddetU; mentre le altre, sottoponevano. 
Tasso. Dialoghi, -^Z. 6 



50 IL MALPIGLIO SECONDO, 

acciochè n' uscisse una moltitudine infinita di numeri; per- 
chè da quello, che è veramente uno e solitario, non può gene- 
rarsi cosa alcuna. Ma perciochè l'anima par che sia quella che 
ha forza di muovere e di conoscere; alcuni hanno congiunto 
insieme queste cose, e detto che V anima sia numero, che si 
muova da se stesso. Diogene ancora , come alcuni altri, pensò 
che r anima fosse aere, il quale è principio sottilissimo oltre 
a tutti gli altri; e per questa cagione disse, eh' ella moveva 
e conosceva: ma Eraclito stimò che fosse quel vapore, del 
quale son fatte le cose tutte : ed Alcmeone portò de l'anima 
la medesima opinione che gli altri , dicendo eh' ella era im- 
mortale, e per questo s'assomigliava a le cose immortali; 
e quel che sempre muove , a lei si conveniva. Ma fra coloro 
che sono più importuni, alcuni dissero eh' ella è acqua, cioè 
il seme, però eh' il seme di tutte le cose è umido : altri, 
fra' quali è Gritia, pongono ch'ella sia sangue. Ed in somma, 
tutti gli elementi sono stati giudicati de la natura de l'ani- 
ma, eccetto la terra; de la quale ninno ha spiegato la pro- 
pria opinìoq^ , se non forse alcuni , i quali hanno creduto 
esser composta di tutti gli elementi, anzi esser le cose tutte. 
Altri vollero, che l'anima fosse armonia, o*non senza ar- 
monia ; ma tutti la diffiniscono o dal moto , o dal senso, o 
da r incorporeo. Ma Aristotile, avendo riprovate 1' opinioni 
de gli altri, adduce la sua; la quale è, che V anima sia la 
forma o V atto e la perfezione del corpo naturale : ripruova 
ancora altre opinioni di Timeo, appartenenti a l'anima, 
eh' ella non intenda per cerchio, avvegnaché la diffinizione 
e la dimostrazione non possan aver infinito movimento; 
ma le azioni de l'intelletto, che Platone assomiglia al cer- 
chio prima diritto , e poi ridotto a perfetta ritondità , sono 
assomigliate da Aristotile a la linea , prìma^ spiegata e poi 
ripiegata; il quale pone la sede, e quasi la reggia de l'ani- 
ma, nel cuore, e non la separa di luogo, sì come si fa nel 
Timeo. Ma nel quarto de la Republica par che Platone 
slimi, eh' una sia l' anima solamente, de la quale sian tre 
parti, la ragione, l'ira e la cupidità; le quali ancora chia- 

' 11 manoscritto Estense , e. 



VERO DEL FUGGIR LA MOLTITUDINE. 51 

ma specie distinte, non co '1 luogo, ma con la prq[Hrietà. In 
tutte queste materie nondimeno ondeggianti, a guisa de 
r oceano, per la varietà de le quistioni, le ragioni d' Ari- 
stotile sono a guisa d' àncora, che gittata ne V onde, le 
acqueta con la gravità. 

G. M. Non vi potete ingannare co '1 giudiEio di tanti dotti. 

F. N. Ma procediamo oltre, lasciando le dispute^ che i 
seguaci d' Aristotile hanno fatto de V intelletto : cioè, s'egli 
sia mortale^ come parve ad Alessandro; o immortale, come 
giudicò Filopono, Simplicio, Averroe, san Tomaso ed Egi- 
dio : e s' egli sia uno di numero , a guisa di sole che illu- 
stri questa sfera umana ; o pur se molti siano, come han- 
no creduto i Latini : e lasciamo r opinioni così varie de 
r intelletto agente e del materiale, le quali sono state raccolte 
con discreto ordine, e con grande e varia dottrina, dal signor 
Antonio Montecatino. 

G. M. Se vogliam lasciarle, per ripigliarle con migliore 
occasione, altrettanto ora mi sarà grato V indugiare, quanto 
altra volta mi sarebbe Y udire. 

F.N. Iodico adunque procedendo, che gli antichi non 
sono concordi nel senso de la vista: perchè alcuni vogliono 
che imiti la natura del fuoco, il quale par che risplenda ne 
le tenebre, quando 1* occhio si volge, e che mandi fuori scin- 
tille; come Svetonio scrisse esser avvenuto particolarmente 
ne gli occhi d' Augusto, in guisa che egli, dopo V essersi de- 
sto, vedeva per breve spazio. Ma Democrito stimò, che 
l'occhio imitasse la natura de T acqua: la quale opinione 
Aristotile giudicò migliore, e però volle che la vista si facesse 
più tosto ricevendo la specie che mandando fuora i raggi, 
come aveva creduto Platone ed i matematici del suo tempo. 
E de la diffinizione del colore parimente è discordia fra i pit- 
tagorici ed Aristotile : perchè quelli vogliono che il colore sia 
la superficie ; ma questi non ogni superficie stima clie sia il 
colore, ma V estremo de la cosa lucida in corpo certo e deter- 
mmato. Né maggior convenienza è fra Empedocle ed Aristo- 
tile ne la materia del sapore: perchè l'uno pensò che l'acqua 
contenesse in sé tutti i generi de' sapori senza alcun senti- 
mento per la picciolezza, o vero che ci fosse certa materia , 



52 IL MALPIGLIO SECONDO^ 

quasi comune seminario de' sapori ; V altro giudicò ambedue 
r opinioni apertamente false, e stimò che la terrea ed arida 
sustanza fosse cagione de' sapori, o, come dice Teofrasto, la 
mistione del secco ne l'umido; e condannò similmente quella 
opinione de' pittagorici, che alcuni animali vivessero d' odore: 
e volle che la memoria fusse un vestigio impresso dal senso 
ne l'imaginazione, e, per così dire, una passione; la quale 
è, secondo Platone e Plotmo, più tosto un' azione de 1' anima 
nostra, o pur una dimora, anzi che un movimento. E trattan- 
do del sonno e de la vigilia, è da* medici discorde, ponendone 
il principio nel cuore, il quale coloro avevan posto nel cer- 
vello : e ne la respirazione contradisse a Democrito, ad Anas- 
sagora e a Diogene, i quali vollero che tutti gli animali respi- 
rassero: e ne la ragione del respirare fu contrario ad Empe- 
docle; e del principio de le vene, a Siennese Ciprio ed a 
Diogene d'Apollonia ed a Polibio, che da loro si diparte, 
ed a' medici ed a quegli interpreti de la natura che le deri- 
vano da la testa; perchè Aristotile scrive, che l'origin loro 
vien dal cuore, e quella de' nervi similmente. E ne l'asse- 
gnar le cagioni è gran diversità fra gli antichi fisici ed 
Aristotile; perchè quegli investigano il principio materiale, ma 
Aristotile stima, che la cagione formale sia degna di prin- 
cipal considerazione. E nel seme ancora, Aristotile contra- 
dice a gli altri, e particolarmente a Gtesia Gnidio, a cui 
piace, che il seme de gH elefanti s' induri e divenga simile 
a l'elettro; riprende Erodoto, il quale scrive, che la geni- 
tura de gli Etiopi è negra; e ripugna a Democrito, il quale 
pensò che prima si discernessero le parti esteriori de l'ani- 
male, e poi r interiori; e s'oppone a ristesse, che non 
voleva che ci fosse la dimostrazione de le cose eteme: e 
rendendo la cagione de la sterilità de' muli, non solo impu- 
gna le ragioni di Democrito, ma quelle d'Empedocle; e ri- 
piglia Anassagora, ed altri poco avveduti scrittori > i quali 
credevano che i corvi si congiungessero con la bocca; ed il 
padre de gli istorici, che i pesci s' empiano divorando il 
seme: e ne la generazione del maschio e de la femina 
dimostra, che il maschio si diffinìsce per la potenza, e la 
femina per l'impotenza; centra il parer di Democrito e 



O VERO DEL FUGGIR LA MOLTITUDINE. 53 

d' Empedocle e d' altri ^ i quali volevano che fossero distinti 
dal destro e dal sinistro ^ o dal caldo e dal freddo: e con- 
tradice ancora a Leofane in cosa^ di cui peraventura è più 
bello il tacere^ che il ragionare in ogni luogo. E parlando 
de la simiglianza tra 1 figliuolo e '1 padre e la madre, fa 
giudizio diverso da quel de gli altri ; perchè alcuni vogliono 
die si generi più simile a quello dal quale è venuto più di 
seme, e che egualmente il tutto riesca simile al tutto, e la 
parte a la parte ; ma s' egli viene eguale da V uno e da 
r altro, colui che ci nasce non somiglia alcun di loro. Ma 
se non è vero che il seme sìa mandato da ciascuna parte, 
non è questa la cagione de la somiglianza e de la dissomi- 
, glianza ; e Democrito, volendo che nasca il figliuol maschio, 
s' il padre ne manda quantità maggiore, e femina, se la 
madre , non ispiega interamente la causa de la similitudine 
e de la dissimilitudine : ma Aristotile V attribuisce a la vit- 
toria del seme, ed a la soluzione de' movimenti; perchè il 
generante genera come genere e come particolare, e più 
tosto come particolare; laonde se lo sparso seme non su- 
pera, in quanto egli è di Socrate o di Platone, ma in quanto 
egli è d' animale solamente, non passa ne' generati la simili- 
tudine del padre. E conciosiacosa che quello che si muta, si 
muta nel contrario, tutto ciò che non è superato^ ne la gene- 
razione, è necessario che passi ne Topposito, e si generi la 
femina. E se alcuna volta il maschio nel generare supera 
come maschio, ma non come padre, il figlio conserva il 
sesso, ma non la simiglianza ; e si risolvono i moti del gene- 
rante ne r avolo e ne' maggiori, come quelli de la concepente 
ne r avola e ne' superiori. Ma ne la generazione de' mostri 
ancora Aristotile è differente da gli antichi, perchè alcuni 
pensarono che i mostri nascessero per la mescolanza di due 
semi : ma Aristotile stima, che la materia sia la cagione de' 
mostri, quand' ella non è vinta da la forma ; laonde tutto ciò 
che traligna, e non ha la sembianza e V imagine del genitore, 
in un certo modo è mostro. De la natura del latte ancora, altro 
crede l'Agrigentino filosofo, altro lo Stagirita ; il quale afier- 

' Tulle le stampe banno separato. 



54 IL MALPIGLIO SECONDO, 

ma, che egli è de la natura de' mestrui, e riprende Empedo- 
cle che il chiamasse marcia. E sono ancora discordi nel color 
de gli occhi; perchè Empedocle stima che gli occhi azzurri , 
che da' Latini son detti cesii , abbiano più di fuoco, ma i ne- 
gri più d'acqua; e per questa cagione gli azzurri non pos- 
sono veder acutamente di giorno, cioè per l'inopia de l'acqua, 
ma i negri per quella del fuoco veggono meglio a* tempi 
oscuri e ne le tenebre. Ma Aristotile giudica che la vista non 
debba essere attribuita al fuoco, ma a l'acqua; e la cagion 
de' colori si può rendere altramente , perchè son negri quelli 
che contengono molto d' umore, ed azzurri gli altri che n' 
hanno minor parte ; come avviene del mare parimente, per- 
ciochè, dove l'altezza è maggiore, in guisa che sia nascosto 
il fondo, egli par negro ; col qual nome è chiamato da Omero 
spesse volte : ma dove è trasparente , si mostra azzurro. Né 
fu bene assegnata la cagione da Democrito e da Empedocle , 
perchè nascano prima i denti dinanzi e poi gli altri, come da 
Aristotile; il qual disse, che prìma nascono quelli de' quali 
è primo V ufficio. E ne' problemi par contrario al suo mae- 
stro Platone , volendo che tutte l' opere de la natura fossero 
malvagie, o la maggior parte ; le quali l'altro stimò tutte 
buone : con cui in altro luogo par che si voglia rappacificare 
dicendo, che la natura crea le cose bellissime ed ottime ; e si 
contentò di ripugnare a quello che egli medesimo aveva detto 
ne la Topica , scrivendo che la vergogna è contenuta nel ge- 
nere de la paura, seguendo, come facevano gli accademici , 
l'apparenza de le diverse ragioni, e la verisimiglianza ; e 
pose r obbietto de la bellezza nel gusto ancora, benché i Pla- 
tonici lo mettano ne la vista e ne 1* udito solamente ; e con- 
ferma quel detto d' Empedocle, eh' il contrario è conservato 
dal contrario, riprovando in buona occasione quel suo, che i 
contrari son quelli che s'uccidono vicendevolmente; ma 
peraventura aliora scriveva come cortigiano. Laonde Teofra- 
sto suo discepolo, trattando de le cagioni de le piante, toma a 
distrugger quello eh' in ultimo il suo maestro aveva confer- 
mato. Ma s'io volessi numerar le discordie ft'a lui e gli altri 
suoi scolari, e gli antichi e nuovi piati che nacquero fra* Greci e 
fra gli Arabi e fra'Latini, maggior pelago avrei da passare, per- 



VERO DEL FUGGIR LA MOLTITUDINE. 55 

che r interpretazioni sono infinite. Laonde posso dir con 
Dante: 

Non è pareggio < da piccìola barca. 

G. M. S^uite dunque, per questo breve spazio che ci 
rimane, de le quìstioni de gli Antichi, le quali sono tocchedal 
padre de' peripatetici. 

F, N. Navighiamo dunque da la naturale a la divina filo- 
sofia, se pur questa bon è più tosto una maniera dì volo. 

G. M, Come vi piace. 

F. N. Alcmewie poneva le contrarietà terminabili; i pit- 
tagorici, terminate: e questi ancora volevano che tutte le cose 
fossero per imitazione de l'idee; ma Socrate non voleva che 
fossero per imitazione, ma per participazione. Platone diceva, 
altro essere il numero, altro quello che è fatto ; ì seguaci di 
Pittagora non ne ricercavano alcuno altro, eccetto quello, del 
quale il mondo è composto. Platone accenna, quasi per enigma, 
le forme esser quelle che da loro son detti numeri: Aristotile 
stima, che l'idee non sian numeri, ma ragioni; e dimostra 
molle cose sconvenevoli, che seguirebbono da V altro parere. 
Quelli che prima filosofarono, ebbero opinione ch'il corpo 
fosse più quel eh' è de la superficie e de la linea; altri, più 
savi, giudicarono il contrario. Pittagora stimò che potesse es- 
ser vera la contradizione : Aristotile scrisse, che fermissimo 
principio è quello, che sia impossibile l' istessa cosa essere e 
non essere. Democrito pronunziò eh' il vero fosse niente, ed 
oscuro; ma quelli che reputano l' istesso il senso e la fanta- 
sia, vogliono che tutte siano vere le fantasie: Eraclito, di- 
cendo che la con tradizione si verifica, tutt^ le cose fa vere; 
Anassagora, volendo che ci sia qualche mezzo, le fa tutte 
false ; ma l' uno e l' altro distrugge se medesimo. Ippia stimò 
die r uomo fosse veritiere e bugiarde per potenza; Aristotile, 
per elezione. Quelli che pongono l' idee, vollero che gli uni- 
versali fossero più sostanze; colui che le distrugge, vuole che 
siano meno. Secondo Platone, il corruttibile e V incorruttibile 
è nella medesima specie; ma per giudizio d'Aristotile, non 



di Dante. 



* Cosi legge il F. ; le altre stampe , paleggio , con la più accettata lezione 
nte. 



56 IL MALPIGLIO SECONDO, 

solamente sono diversi di specie, ma di genere. Platone pose 
le matematiche oltre ,r idee, 1 pittagorici congiunsero queste 
cose in una medesima natura. Eudosso diceva, che le sfere che 
portano il sole son tre ; tre similmente quelle che portano la 
luna; ma pone che siano quattro, che portano l'altre erranti: 
Galippo n' aggiungeva due al sole e due a la luna, in guisa che 
ciascuna n'avesse cinque, e riservò le quattro medesime a 
Giove ed a Saturno, si come diceva £udosso; ma ne aggiun- 
geva una a Mercurio, ed una a Venere; in modo che tutte le 
portanti sono irentatre: ma giunge a tutti ì pianeti le rivol- 
genti, una meno de le portanti; laonde in tutto sono cinquan- 
tacinque, perchè la luna non ha riportante. Socrate non se- 
parava gli universali da' sensibili; Platone poneva queste 
sostanze universali separate. A Platone piace che i geometri 
da le false supposizioni raccolgano il falso; Aristotile non con- 
cede che sian false le geometriche supposizioni : Platone di- 
ceva, che se non ci fusse il numero matematico, non ci sa- 
rebbe la matematica scienza; Aristotile, che essendoci ancora 
il numero separato, ci è la scienza. I pittagorici vogliono che 
la privazione sia prima de l'abito; Aristotile tien la contra- 
ria opinione. Platone voleva che il bene ed il male fusse prin- 
cipio ; i pittagorici volevano che non fusse principio né l' uno 
né r altro. Altri de' pittagorici dissero, che il principio era il 
bene; la qual sentenza approvo, e difenderei a tutta mia 
possa: Ferecide Siro disse, che il bene è l'ultimo di tutte le 
cose, e la causa e '1 principio.* Orfeo disse, che il bene era 
da poi; ma questa opinione se ne poteva rimanere con Euri- 
dice a l'inferno. Platone non concedeva idee de gli accidenti; 
Aristotile disse, che se l'idee son de le virtù, son de gli accidenti. 
Secondo Empedocle, ogni numero è di fuoco o di terra; se* 
condo Aristotile, materiale; secondo altri, formale: quantun- 
que il buon Aristotile istesso dicesse in altro luogo, che Li 
natura annovera le cose co'numeri celesti. Ma noi siamo quasi 
al fine del terzo seno, e possiamo, se vi piace, legare la stanca 
navicella del nostro ingegno, e scender in questa bellissima 
piaggia di mare, appresso questa dolcissima fonte adombrata 

* Lrgge cosi il maDoscritto Estense. Le stampe, è il principio. 



VERO DEL FUGGIR LA MOLTITUDINE. 57 

da un divo, che spì^a ì rami in mezzo d' un lauro e d' una 
palma, che fanno ombra ancora a quell'antro venerabile, la 
cui bocca è quasi ricoperta da Tederà e da' corimbi. 

G. M, Voi ragionando mi fate quasi vedere quel che io 
ascolto : però smontiamo, se cosi volete, e sediamo a pie de 
la grotta, se non vogliam seguir il nostro ragionamento. 

F. N, Noi dicemmo nel principio, che gli affetti a gli af- 
fetti son contrari, e rimaginia Timagini, e T opinioni a 
r opinioni ; ma che fra le scienze non è contrarietà, perchè la 
scienza inferiore serve a la superiore quasi ministra, e piglia 
da lei i principi! : nondimeno, volendo ripararci in questo porto, 
abbìam ritrovato una gran moltitudine d' opinioni, eh' il 
rendono men tranquillo. 

G, M. Abbiamo, senza fallo. 

F. N. Nel seno dunque de la filosofia non possiamo fug- 
gir la moltitudine. 

G. M, Non ancora. 

F. N, Ma dove è la moltitudine, è la differenza ; perchè 
niuna moltitudine si trova, che non contenga in sé cose diffe- 
renti, di genere o di specie o di numero. 

G. M, Niuna veramente. 

F. N, £ tanto vanno multiplicando le differenze, che al 
fine divengono contrarietà. 

G. M, Così stimo. 

F. N. Dunque, non avendo fuggita la moltitudine, non 
abbiamo fuggita la contrarietà. 

G, M. Se ben mi rammento, quando entrammo in questi 
seni, trovammo i due contrari da Tuna parte e da l'altra, 
quasi per guardia, in quella maniera che Pandaro e Bitia sta- 
vano per difesa de la nuova città de' Troiani. 

F, N, Gran virtù, dunque, e maravigliosa è quella de la 
scienza, che stando sempre mescolata fra' contrari, non se le 
appiglia alcuna contrarietà, quasi per contagio; e peraven- 
tora avendo distillate l' opinioni di molti al fuoco de la ragio- 
ne, n' ha fatto un olio simile a quel de la peste, coi quale 
si rimescola sicuramente fra' contràri: e s' ella, come donna 
gentile e delicata, schiva si fatte unzioni, diremo che sia più 
tosto simile a r intelletto immortale fra le cose mortali, a 



58 IL MALPIGLIO SECONDO^ 

chi se nulla s'apprende^ non distrugge però la sua immor- 
talità. 

G. M, S* io non m' inganno, questa è 

Quella donna più bella assai che '1 sole, 
E più lucente , e d' altrettanta etate. 

F. N. Assai bene Y avete riconosciuta ne la vostra età 
giovanile; ma qual rimarreste, se vi apparisse colei che 
nacque ad un parto medesimo? Ma volendo seguirle, e fuggir 
quanto più si può la moltitudine e la contrarietà, che insieme 
si contiene, fa mestieri che depogniamo le composizioni e le 
divisioni, ed i vari discorsi, ed ascendiamo a la contempla- 
zione ed al conoscimento, e quasi a la semplice vista del be- 
ne : perchè la scienza non è la somma cima de la cognizione, 
ma sovra lei è l' intelletto; né solamente quel che è ne V anima 
separato, ma quello co '1 quale dice Aristotile che intendiamo 
i termini, il quale Timeo afferma che non è fatto in alcun al- 
tro, * che ne T anima. A questo intelletto dunque ascendendo 
insieme, contempleremo T intelligibile essenza. 
, G. M, Io non sono atto a sì alta contemplazione, ma pur 
seguirò chi mi conduce. 

F. iV. Nel seguirlo sarà forse neoes.s>ario che lasciamo i 
lauri ed i fonti ed i cigni, e ben mille altre maniere d' alberi 
e d' uccelli dipìnti da la maestrevole natura, i quali fanno ri- 
sonar le rive con dolcissima armonia, e che montiamo quasi 
in un altissimo poggio, per una strada che si vede là dove 
questo porto si congìunge con quel di Piatone, e dove ora si 
fabrica quello de la Concordia. 

G,^M, felice a chi è conceduto il salirvi! 

F. N, Felice veramente, anzi felicissimo; perchè beatis- 
simo è queir intendere, dove l'intendere è toccare: lassù, 
dunque, co '1 nostro toccheremo il divino intelletto. 

G. M. In questa guisa toccano le anime separate, o quelle 
che nel corpo si sciolgono da le passioni. 

F. N. Senza fallo; ma quando noi saremo, o più tosto 
voi sarete fuggito ne gì' intellettuali regni, non avremo fug- 
gito questa moltitudine di cui parliamo; perchè tutti scm pieni 

' Il manoscritto Estense , non è in alcun altro. 



VERO DEL FUGGIR LA MOLTITUDLNE. 59 

d'intellettuale moltitudine, e nel mondo intelligibile ogni cosa 
è doppia. 

G, M, S' io vi ritroverò doppie l'imagini e le forme de 
le cose che qua giù mi sono piaciute^ nulla mi parrà d'aver 
perduto. 

F. N. Niun maggior acquisto si fa^ che quello de la 
contemplazione ; e non si potrebbe pagar prezzo conveniente 
per veder un teatro pieno di volti che si tocchino, come 
fanno gli occhi ne la coda del pavone, e risplendente da cia- 
scuna parte; laonde molli, per filosofare con minore impac- 
cio, hanno lasciato le ricchezze. 

G. M. Ed altri V ha ricercate per aiuto de la filosofia. • 

F. N. Comunque sia, volendo fuggir la moltitudine, con- 
viene che lasciamo tutti gli umani pensieri, e facciamo quella 
fuga che si dice dal solo al solo ; ma io impedito dal mondo e 
da me stesso, non so se potrò fare sì nobil fuga. A molti è 
ben ella conceduta, e non è chi gli ritenga, che non fuggano 
quasi se medesimi : ma quando avranno fuggita ogni moltitu- 
dine, non avendo fuggita ogni solitudine, saranno beati ? 

G. M. Questa fuga è solamente convehevole a gli uomini 
che vogliono esser molto più che uomini, e però meno che dii; 
ma noi, che non vogliamo lasciare ogni azione, dove rifuggi- 
remo? 

F. N. Rifuggite, quando che sia, da là solitudine a la 
moltitudine per giovamento de la patria, e tutte le vostre fu- 
ghe saranno onorate. 



LA CAVALETTA, 



VERO 

DE LJl POESIJl TOSCANJl. 



1584. 



Tasso. Dialoghi. — 3. 



63 
ARGOMENTO. 



Orsina Gayalletta, gentildonna ferrarese, non meno chiara 
per bellezza che per virtù , fu assai leggiadra rimatrice , e tenuta dal 
Tasso in così gran pregio, che nel cognome di lei volle egli intito- 
lar questo Dialogo. Ella è qui introdotta a ragionare della Toscana 
Poesia col proprio marito Ercole Cavalletto, uomo di molte lettere, 
e col Tasso medesimo, che sotto il nome di Forestiero Napoletano si 
ricopre. Al qual colloquio dà occasione un sonetto di Francesco Bec- 
cuti, detto il Coppetta, che vien posto in comparazione di uno del 
Casa, trattanti e Tuno e T altro quasi della slessa materia. Si co- 
vi) mincia dall' esaminare le varie testu r e de* s onetti , e si parla dei ca- 
ratteri dello_stile, che secondo le dette forme o testure sono da 
adoperarsi. Si stabilisce che nella testura gravissima , a cui si con- 

Q) viene altissimo soggetto e gravissimo siile, deesi cercare nel fine di 
accrescere la gravità , il numero e la grandezza. Si recano gli esempi 
del modo con che si debbono chiudere i sonetti, avuto riguardo 

'^ alle forme ed a* caratteri del principio. Si applicano questi insegna- 
menti ai due sonetti paragonali , e sì conchiude che quello del Cop- 
petta è trattato con minore artifìcio dell'altro del Casa. Parlando 
appresso del sonetto in generale, si osserva che quantunque la sua 

testura sia moliiforme, egli è tuttavolta poco acconcio a ricevere 
bassezza ed umiltà; e che sebbene Dante lo abbia messo dopo le 
ballate, nondimeno il Petrarca, il Bembo ed altri lo hanno nobili- 
tato di tal maniera , che nella sua prima umiltà è pressoché disprez- 

.. zato. Si toccano alcune cose delle forme de' componimenti convene- 

'^ voli alle materie umili ed alle umili diciture ; e si vien quindi a di- 
scorrere delle canzoni , esponendo le dottrine dell' Alighieri , che nel 
sao libro del Volgare Eloquio fu il primo a raccogliere sotto regole 
il magistero dell' arte di esse, che sino a lui era stato preso casual- 
mente. Entrasi poscia a favellare dell'arte, e del giudicio nel com- . 

r^ porre. Sija conoscere che il poeta non in tutte le cose , né sempre 

^ può o debb' essere artificioso ; che puossi talora concedere al giudi- 

« do il luogo che togliesi all' arte ; e che insieme col giudicio e col- 

^ r arte possono star anche il caso e la fortuna , come avviene in quasi 

tutte le arti. Susseguentemente questionasi della certezza dell' arli- 

a. O*^ THE 

UNIVERSITY 



64 ARGOMENTO. 

fida; si determina in che consista, e si dichiara eh* essa è la regola. 
Cercasi poi se siano o no da osservarsi intieramente le regole».^ si 
mostra che coloro, i quali vollero scrivere e poetare come grandi, 
bene spesso le disprezzarono , e che alcuni perfino si partirono da 
quelle medesime, che essi stessi avevano date. Di qui si passa a dire 
come, olire all'arte del rimare, sono nella poesia altre arti scere- 
te, le quali furono primamente da Giulio Cammilli toccate. Si tiene 
discorso delle costui dottrine , e si accenna com* egli avrebbe potuto 
raccogliere nella sua' Topica un maggior numero di massime propo- 
sizioni, che sarebbero state i luoghi degli argomenti, che deggiono 
usare i poeti per acquistare benevolenza, e per persuadere. Si tratta 
dell* argomentare nella poesia, e si prova che in essa pure si argo^ 
menta. Ragionasi per ultimo della musica come condimenlp della 
poesia ; si dimostra quali sieno le composizioni, che più o meno di 
questo condimento ricevono; e si chiude coli* avvertire ^ eh' ei noa 
debb' essere né stemperato né soverchio. — (Morta ra ) 



AL MOLTO REVERENDO ED ILLUSTRE SIGNORE 
E PARENTE OSSERVANDISSIMO 

IL SIGNOR CRISTOFORO TASSO. 



La Poesia Toscana è tanto nobile per la bellezza de la 
favella, quanto per V eccellenza de gli scrittori; laonde po- 
trebbe far dubbia la palma de gli antichi Greci e Latini. Ma 
senza dubbio è degna d^ essere imitata da gli autori de V altre 
lingue, eh' oggi son più famose, e posta inanzi per esempio 
di gravità e di leggiadria; e qualunque s' è piti atta ad espri- 
mere gli amorosi concelti, e gli altri piti gravi, molti orna- 
menti * può da lei ricevere, e molte ricchezze. Grandissima 
impresa, dunque, e malagevole è il trattarne; imperochè di lei 
scrivendo, par che si scriva a tutte le nazioni, e che V uomo 
sottoponga il suo parere, quasi in un teatro, ad infiniti giù- 
dici. Ma pur fra tutti gli altri modi estimo questo, usato nel 
dialogo, il più dilettevole, e 7 meno odioso: per eh* altri non 
v' insegna il vero con autorità di maestro , ma il ricerca a 
guisa di compagno; e ricercandolo per sì fatta maniera, è 
più grato il ritrovarlo, E come i cacciatori mangiano più vo- ' 
leniieri la preda ne la quale èbber parte de la fatica; così 
quelli, eh' insieme investigaron la verità , participano con 
maggior diletto de la commune laude: e gli altri leggono ed 
ascoltano più volentieri una amichevole contesa d' ingegni e 
éT opinioni, massimamente coloro che possono dame giudicio, 
come Vostra Signoria molto reverenda, e metter la sua insieme 

< Variante: di gravità e di leggiadria a qnahmque s*e più atta ad espri' 
mtre gli amorosi concetti, e gli altri più gravi s perche molti ornamenti^ te. 

6' 



68 LA CA.VALETTA, 

gnor de la Casa , parve in alcun modo che questo altro vi- 
tuperassi : ma per se stesso considerandolo^ non ho mai senza 
molta lode fatta menzione de la poesia^ o del suo poeta; ed 
averei peraventura schivato questo paragone, come odioso^ 
se non fossi stato provocato da le soverchie lodi che gli fu- 
rono date in Bologna da monsignor Galbiato, auditor del 
Legato, già vescovo di Nami, ed ora cardinal di Cesi; il quale^ 
lodandolo, fece quel che sogliono fare quasi tutti i lodatori, 
ne r aggrandire co le similitudini e con gli smoderamenti la 
bellezza de le cose lodate; e tanto inanzi trascorse, ch'osò 
d'affermare che niun altro se ne legga in questa lingua 
d' egual perfezione : a le quali parole io, che mi trovava 
presente, non potei raffrenarmi, ma ponendogli a V incontra 
quello di Monsignore, nel qual si tratta quasi del medesimo 
soggetto, cioè de la creazione del mondo, mi sforzai di mo- 
strare che la ^materia istessa fosse da lui trattata con mag- 
giore artifìcio. ^ 

0. C. La vostra opinione può essere ascoltata in queste 
parti, senza vostro biasimo, ma non senza dispiacere de'molti 
belli ingegni, a' quali il sonetto del Coppetta è piaciuto ma- 
ravigliosamente. 

F, N.E se '1 vostro è un di quelli , com' io ho cono- 
sciuto, a voi parimente dispiacerei. 

0. C. Niuna vostra laude a me potrebbe essere dispiace- 
vole; la quale son cosi amica de la vostra reputazione, come 
voi de la verità: ma '1 sentir scemar quelle di coloro acquali 
son parimente affezionata, parrebbe in qualche modo tempe- 
rare quel diletto eh' io ne prenderei. Ditemi, adunque, che disse 
il Galbiato lodando, e che fosse risposto da voi a l'incontra. 

F, N. Già sono tanti anni passati, ch'io a pena mi ri- 
cordarci d' alcune poche ca<^, non che di tutte, le quali non 
furono però molte; perciochè egli fu più tosto grande che 
lungo lodatore, ed io brevemente risposi come in quella 
Corte parca convenirsi. Ma fra le mie risposte fu questa, 
che nel fine del sonetto il Coppetta diminuisce il suono , 
il quale accresce Monsignore : perchè la rima del primo 
verso, inanzi l'ultima vocale ha due consonanti; ma quella 
de l' ultima è semplice, laonde a pena ferisce gli orecchi: ma 



VERO DE LÀ POESIA TOSCANA. 69 

da rima poco sonora comincia il suo Monsignore^ e '1 for- 
nisce con due consonanti inanzi l' ultima vocale. E pera- 
ventura questa risposta fu assai giovenile : nondimeno, se non 
riguardiamo tanto il soggetto, quanto l'artificio de lo spie- 
garlo, non è una de le minori considerazioni. 

0. C. Qualunque ella sia, fu dal Coppetta o non aver- 
ti ta non prezzata con l'esempio di tanti altri, eh' inanzi a 
lui poetarono, e particolarmente del Petrarca. Il quale in 
quel sonetto. 

Come il candido pie per Terba fresca, 
indebolisce il fine: ^ 

Che son faito un augel notlumo al sole. 
Ma più gli toglie di forza in queir altro , 

Quando giunse a Simon Paltò concetto; 

avegnachò la prima rima sia molto sonora, come potete 
udire, ma l'ultima è di suono assai debole: 

N* avesti quel, che solo una i* Torrei. 

E molti esempi, oltre questi, si potrebbono raccorrò dal Pe- 
trarca : ma assai notabile è quello del sonetto , 

Quando gionsi per gli occhi al cor profondo ; 
il qual finisce : 

E far qual* io mi soglio in vista fare. 

Né da questa imitazione sì sono allontanati il Bembo e gli al- 
tri famosi scrittori di questa lingua. Ma che replicò il Gal- 
biato a la vostra risposta ? che questo doveva io prima ri- 
cercare. 

F. N. Si fondava in autorità simili a queste, con le quali 
cercava di provare, che l' avertimento non fosse degno di 
molta stima. 

0. C. E vi condusse con queste ragioni ne la sua cre- 
denza? pur voi ne le vostre irrepugnabili, quasi in una 
rete, a volgendolo, il tiraste ne la contraria opmìone? 



70 LA CAVALE TT A, 

F. N, Le mie non hanno tanta forza > che possano le- 
gar gli uomini; quantunque di loro io vorrei fare quel che 
Dedalo già soleva de le sue statue; perciochè elle da le mie 
ragioni legate, di mobili divenissero stabili e ferme; e quasi 
ardirei d' affermarvi che alcuna potesse tosto divenir scien- 
za, se non temessi che questa paresse spverchia presunzione 
di se stesso. 

0. C. Non può ritrovarsi soverchia presunzione, ove non 
manca il merito. 

F. N. È minor senza dubbio, che non sarebbe, s'io mi 
vantassi di poter legare V intelletto di coloro a' quali ra- 
giono; e forse è operazione molto più lodevole : perchè quella 
è propria del sofista, o almeno gli è commune co '1 dialettico; 
e questa nò a Tuno né a l'altro par che si convenga, es- 
sendo r uno e r altro vago ed incostante ne le sue opinioni, 
e amator di gloria e d' apparenza ; ma chi V ha già legate, 
ama la costanza 'e la verità. Quella dunque, oh' era mia opi- 
nione disciolta ed errante, ora spero di confermare con 
quelle ragioni che voi udirete, se vi piacerà di prender 
quella persona che sosteneva il Galbiato. 

0. C. Io non vorrei già vestirmi di persona così grave 
come quella de 1' Auditore, perch'io non so bene s'io po- 
tesse longamente portarla : ma se pur fa di mestieri eh' io 
ne prenda alcuna parte, sarò volentieri auditrice de le 
vostre ragioni. 

F. N. Già non contesi con 1* Auditore di quelle cose de le 
quali si disputa ne le scuole fra' dottori, né di quelle per 
cui si litiga inanzi al tribunal de' giudici; ma co '1 Galbiato, 
gentiluomo di belle lettere, parlai de la toscana Poesia in 
presenza di monsignor Francesco Caburaccio, filosofo molto 
eccellente, e poeta parimente, e d' alcun altri. Or se de le 
cose medesime vorrem tra noi discorrere, vi prego ch'ascol- 
tiate e rispondiate, quando vi parrà eh' io dimandi cosa, a la 
quale non si debba negar la risposta. Ditemi dunque: il sonetto è 
uniforme, o multiforme? dico, d' una sola testura, o di più? 

0. C. Di più, senza dubio: perciochè quattro sono le 
forme de' quaternari , le quali io trovo nel Petrarca; e 
cinque quelle de' ternari. 



VERO DE LA POESIA TOSCANA. 71 

F. jY. Ma a ciascuna di quelle forme daremo noi una 
particolare fórma > di quelle che sono dette ancora idee o 
caratteri del parlare? o pur, ciascuna de le forme del so- 
netto , di tutte quelle del parlare sarà capace ? 

0. C. Ciascuna di tutte; perchè in ciascuna d'esse di- 
versi caratteri sono stati usati. 

F, N, Porsi in quella guisa, che nel verso esametro 
de' Latini) non solamente lo stile aitosi adoperò, ma il basso 
e 'l mediocre; o pur come ne* versi. lirici gli amori de le 
donne e de' fanciulli sono stati cantati , ma più altamente 
le lodi de' re e de gli eroi? 

0. C. In questa guisa veramente mi pare, che ciascuna 
de le forme del sonetto possa ricevere tutti i caratteri, e gli 
abbia sin ora molte volte ricevuti. 

F. N. Pur se non vogliamo aver tanto risgudrdo a quel 
die si possa, o che si usi, o che sia stato per l' addietro 
usato, quant' a quello che si dovrebbe usare; ciascuna forma 
a ciascuna forma sarà conveniente , e la nobilissima partico- 
larmente a la nobilissima. 

0. C. Cosi mi pare. 

F. N, Ma le nobili sono prima de Y altre, o poi ? 

0. C. Prima. 

F. N, Dunque, sarà quella nobilissima, da la quale co- 
minciò il Petrarca quel nobilissimo sonetto : 

Voi , eh* ascoltate in rime sparse il suono ; 

perch' è prima per natura e per dignità. 

0. C. Cosi stimo. 

F. N. Il Coppetta volse eleggere questa , ne la qual si 
risponde co 'l primo verso del secondo ternario al primo del 
primo^ co 'l secondo al secondo^ e co 'l terzo al terzo. Il qual 
ordine in alcune de V altre testiere suole esser perturbato : 
ed in alcune altre essendo corrispondente non di tre rime a 
tre lime, ma di due in tre, a due in tre altri, o di due in 
doe, a due in quattro versi; quanto s' acquista ne la dolcezza, 
tanto si perde ne la gravità. 

0. C, Cosi mi par di' avegna. 

F, N. Ma le cose gravi e le basse, o sono le medesime. 



7-2 LA CAVALETTA, 

pur varie; e se sono le medesime^ e le leggiere e le alte 
ancora sono ristesse? Sono: percioch'il foco^ il quale è 
altissimo tra gli elementi^ è leggerissimo; e la terra ^ eh' è 
bassissima, è gravissima. 

0. C. Così mi par che si provi per questa ragione. 

F. N. Dunque, l'alto stile sarà il leggiero, e '1 grave sarà 
il basso. 

0. C. Cosi pare. 

F. N, ^a le cose basse sono più nobili, o meno de 
l'alte? 

0. C. Meno. 

F, N. Le bassissime, dunque, saranno le ignobilissime? 

0. C. Senza dubbio. 

F. N, Dunque le bassissime poesie saranno le gravissi- 
me, e r ignobilissime ; e le leggierissime saranno altissime e 
nobilissime; e la tragedia sarà bassissima ed ignobilissima; 
e fra le comedìe, quella ch'ò leggierissima, sarà V altis- 
sima e la nobilissima? 

0. C. Così mi par che conchiuda questa vostra ragione, 
la qual non persuade, ma fa violenza. 

F. N, Or non vorremo difenderci quanto poterne, per 
non essere sforzati? 

0. C. Defendiamci. 

F. N. Ditemi adunque: il grave in tutte le cose ha 
r istesso contrario, o pur diverso? Ed acciochè meglio m' in- 
tendiate, io vi chiedo se ne la voce al grave s' oppone quel 
medesimo che ne' corpi, o ver altro ? 

0. C. Non si dice de le voci, ch'elle sian gravi e leg- 
giere, come ne' corpi. 

F. N. Ma qual nome darem noi a questa opposizione ? 

0. C. L' uno opposto chiamerem grave, e l'altro acuto. 

F. N. Dunque, ancora ne 1' elocuzione, la qual è una 
specie di voce, potremo opponere altro contrario al grave, 
che '1 leggiero : e s' al grave non è contrario il leg^^ro, 
l'altezza e la nobiltà, che ne' corpi seguitano la leggierezza, 
non saranno ne V elocuzione ripugnanti a la gravità. 

0. C. No, per questa ragione, la qual assai m' appaga. 

F. N. Oltre di ciò, quelle stesse condizioni o qualità. 



O VERO DE LA POESIA TOSCANA. 73 

che precedono o seguono la gravità ne' corpi, vi pare che 
si congiungano insieme ne le voci ? 

0. C. A nissun modo; perchè non diremo che la voce 
sia calda, nò fredda, né umida, né secca, né rara, né densa. 

F. N. Dunque nel parlar ancora non s' accompagne- 
ranno con la gravità e con la leggerezza quelle medesime qua- 
lità , le quali s' accoppiano ne' corpi naturali. 

0. C. No certo. 

F. N, E la nobiltà e l'ignobiltà sarà peraventura una 
di quelle, ch'avrà nel .parlare compagnia diversa da quella 
e' ha ne' corpi semplici, o ver composti. 

0. C. Così avvieue senz' alcun fallo ; anzi io stimo che 
sian congiugate ne lo stile al contrario modo. 

F. N, Direm dunque, che lo stil grave sia il nobile 
e r alto; il gravissimo, il nobilissimo e Y altissimo. 

0. C. Diremo , senza dubbio. 

F. N. E da l'altra parte, l'opposto al gravissimo sarà 
il bassissimo e l' ignobilissimo. 

0. C, Ne lo stesso modo. 

F. N. E '1 nobilissimo e l' altissimo e '1 gravissimo 
stilo si converrà a quella testura de' sonetti, ne' quali sa- 
ranno le medesime condiz^ioni. 

0. C. Converrassi. 

F. N, Avendo il Coppetta, dunque, fatta elezione di nobi- 
lissimo soggetto, e scelta la testura gravissima, dovea ^ pa- 
rimente quel carattereo quella forma che fosse nobilissima 
oltre tutti gli altri, che nel sonetto potesse usarsi. 

0. C. Doveva, a mio giudicio. 

F. N. Ma in questa forma sarebbe sconvenevole che /l 
suono e '1 numero e la gravità de' versi andasse tanto più 
scemando, quanto più s' avicìna al fine : percioché si come 
una zolla di terra, o una pietra, o altro corpo grave, acqui- 
sta gravità nel movimento, quando già s' avicina al proprio 
luogo ; così ancora lo stilo grave dee accrescer ne l' ultimo 
la gravità, il numeroso il numero, il grande la grandezza. 

0. C. Cosi mi pare assai ragionevole. 

F. N, Ma pur altramente fece il Coppétta; perché 

* Intendi , «fovea scegliere. 
Tasso. Dialoghi. — 3. 7 



71 LA CAVALETTA, 

avendo egli cominciato da parole piemie di molta gravità e 
di mólto suono ^ come sono quelle: 

Locar sovra gli abbissi i fondamenti * 
Del* ampia terra, 

fornisce in queir altre : 

Dicalo il Verbo tuo, che sol T intese. 

Le quali dal giudicio superbissimo de gli orecchi non sono 
egualmente prezzate , quantunque sodisfacciano a T intellet- 
to : laonde io stimo ch'egli abbia fatto il contrario di ciò eh' è 
laude vole ne l'arte del parlare, o del rimare, ch'imitando 
la natura in tutte le forme da lei ritrovate , accresce verso il 
fine la qualità eh' è propria di ciascuna. 

0, C, Assai è buona la similitudine. 

F. N, Ma ditemi : V arte del rimare stimate voi che sia 
simile a la musica, o pur dissimile ? 

0. C. Simile. 

F. N, Tutta volta, noi sappiamo che Timoteo dispose in 
maniera le corde, che, cominciando da la gravissima, termi- 
nava ne r acutissima : laonde a questa simiglianza le rune 
gravissime dovrebbono finire ne 1* acutissime. 

0. C. Così pare: e suole esser molto da molti lodato, che 
r acutezza sia riserbata ne l'ultimo; la qual ^ngaa gli animi 
in quella guisa che V ago de l' api suol rimaner ne le ferite, 
ed insieme gli unga e radolcisca. 

F. N, Colui eh' è sempre ferito da sezzo, suol preve- 
der il tempo nel quale egli è percosso:* e prevedendolo, può 
guardarsene, e non sentir la percossa per la continua usanza. 

0. C. Può questo non difficilmente avvenire. 

F. N. Oltre di ciò , le percosse improvise portano seco 
maggior maraviglia e maggior diletto, se c'è diletto alcuno 
ne le percosse sì fatte. 

0. C, Ve n' è molto, senza dubbio. 

F. N. Dunque , non sempre l' acutezza dee usarsi nel 
medesimo luogo e tempo, ma in diversi. E si può l'auditore 
'1 lettore, mentre egli si spazia per le dilettevoli rime, 

* Vedasi il sonetto per disteso a pie del Dialogo. 

' Quindi disse Dante (^Paradiso, XVII), Che Saetta previsM vien pia lentm. 



VERO DE LA POESIA TOSCANA. 75 

assomigliar a l'uccello^ Il quale ove men-teme^ ivi più spesso è 
colto: perciochò molte volte è colpito dai poeta nel prineipio 
e nel mezzo de'eompom'menti, ove se n'ha minor suspizione. 

0. C. Cosi pare per quest' altra ragione. 

F. N. E peraventura sì come ebbe il premio nel saet- 
tare colui, il quale colse la colomba già disciolta; còsi qoel 
poeta 11 merita, il quale non legando l'ascoltatore con le sue 
regole, saetta a segno incerto con maraviglia maggiore. E se 
ciò ò vero, Y acume sempre non dee esser ne 1'. ultime parti; 
ma posto ch'egli dovesse essere, V acutezza, la qual dol- 
cemente ferisce gli animi di coloro che leggono le mardvì- 
gliose poesie, è più tO(tfo ne la sentenza e nel concetto, che 
ne la voce. 

0. C, Per ceno. 

F. N, Dunque, poco importa quel che ^ dice in questo 
pn^slto di Timoteo; perch' egli dispose V acuto e '1 grave 
secondo il suono che percote gli orecchi: e noi sogliamo 
considerarlo ne le cose, da le voci significate. E questa con- 
siderazicme è propria de V oratore e del poeta; e l' ebbe il 
Gasa non meno d' aleuno altro, il quale, tutto che non eleg- 
^se la' testura più degna de V arte, ma una, eh' è quasi 
trasgressione de la prima, a guisa dt buon oa vallerò che salti 
là ove non può andar di passo; ncoidimeno, perchè egli scelse 
pur una di quelle che sono pia tosto acconce a la grandezza 
ed a la gravità, eh' a la dolcezza ed a la piacevolezza, molto 
r avanza nel (ine del sonetto con la scelta de le parole , e 
con ì lumi e con gli ornamenti, e particolarmente con la pie* 
nezza de le consonanze, e co '1 numero e co '1 suono de'versi. 

0. C. I quali non sono parimente sonori e numerosi. 

F. N. Quello che da molti gli sia rimproverato, che nel 
inlncipio fossero usate da lui parole basse e di picciol suono, 
come son quelle a in una o 'n due, ì>^ può esser riputata 
gludiciosa elezione; perciochè queste parole meglio ci pon- 
gono inanzi gli occhi la brevità de la nostra vita mortale , 
e la poca stima che di lei si dee fare : e le rime che poi se- 
guono, per la differenza de V altre che sono precedute, paiono 
più nobili che non parerebbono da se stesse. 

' Vedi anche il sonetto del Casa a pi« del Dialogo. 



I 



76 LA CAVALETTA, 

0. C. Cosi è veramente; ed in questa parte non redo che 
si possa- replicare a le Vostre ragioni. 

F. N. Ma s' alcuna forma è contraria a questa, la qual è 
chiamata da gli scrittori con diversi nomi, vi pare egli con- 
venevole eh' accresca verso il fine la gravità e l' altre qua- 
lità che sogliono insieme accompagnarsi? o pur $ì come il 
fuoco, il quale è contrario a la terra, nel fine del movimento 
accresce la sua leggierezza ; così le forme opposte^ ne V ultimo 
de' sonetti, accrescano le qualità opposte? 

0. C, Questa opinione mi par che debba essere più tosto 
seguita. 

F. N. Dunque, quando leggiamo alcune composizioni, le 
quali forniscono in rime più dolci e men sonore, che non son 
quelle del principio, se '1 carattere in loro impresso dal mae- 
stro è contrario a V alto, ragionevolmente sono termmate in 
quel modo; anzi, s' altramente fornissero, non averebbono 
quel fine che si richiede ne la sua forma. 

0. C. Non avrebbono. 

F. N. E s' alcuna forma è, la qual fra V una e V altra sia 
interposta, e de Tuna e de V altra quasi temperata, dee tenere 
altra maniera: e se participerà più de la grave, fornire con 
gravità, ma non equale a quella de V idea, eh' è grave sem- 
plicemente ; ma s' a vera parte maggiore de V opposto, dovrà 
aver più dolce e piacevol fine, come hanno que' versi che 
voi poco inanzi adduceste del Petrarca, e molti altri che si 
potrebbono recare per esempio dal medesimo poeta, com' io 
stimo che vi parranno questi : 



Per mirar Policleto a prova fiso , 
GoD mille eh* ebber foma di qaeir arie. 



Il fine : 



Cortesia ie% né la potea far poi , 
Che fu disceso a provar caldo e gìélo , 
E del mortai sentiroo gli occhi suoi: 

nel qual egli scelse quella testura de' sonetti eh' è più accon- 
cia a la maniera temperata. Parimente in queir altro : 

Lieti fiori, felici e ben nate erbe. 
Che madouna passando premer suole ; 



VERO DE LA POESIA TOSCANA. 77 

COSÌ fornisce ne' terzetti : 

soaye contrada, o puro fiume , 
Che bagni il suo bel viso e gli occhi chiari, 
E prendi qualità dal vivo lume. 

Quanto V invidio gli atti onesti e cari! 
Non fia omai scoglio in voi, che per costume 
D* arder con la mìa fiamma non impari. 

0. C. Sì veramente. 

F. N. E questi altri ancora : 

Come il candido pie per V erba fresca 
1 dolci passi onestamente move. 

I terzetti son questi : 

E con r andare , e co '1 soave sguardo 

S' accordan le dolcissime parole, 

E Tatto mansueto, umile, e tardo. 
Di tai quattro faville, e non già sole. 

Nasce il gran foco , di eh' io vivo et ardo ; 

Che son fatto un augel notturno al sole. 



Ed in quell'altro: 



In qual parte del cielo , in qual* idea 
Era r esempio , onde natura tolse; 

udite i terzetti : 

Per divina bellezza indarno mira 

Chi gli occhi di costei giamai non vide. 

Come soavemente ella gU gira. 
Non sa com* Amor sana , e com* ancide. 

Chi non sa come dolce ella sospira , 

E come dolce parla e dolce ride. 

I quali sonetti sono tutti de la forma temperata; e nel tem- 
peramento la dolcezza eccede la gravità; e per questa ragione 
banno quel fine, che più conviene a dolci componimenti. 

0. C, Dolcissimo, oltre tutti gli altri. 

F. N. Ma in quelli altri, ne' quali la gravità avanza la 
piacevolezza, hanno quello eh' è proprio de la maniera gra- 
ve ; come potremo conoscere in questi altri esempi , eh' io re- 
cherò, del medesimo poeta : 

Ben sapev*io, che naturai consiglio. 
Amor , contra di te giamai non valse ; 



78 LA CAVALETTA, 

del qual sono ì ternari : 

Io ftiggfa le tue mani , e per cammino 
Agitandomi i venti, e *i gielo, e V onde, 
M* andava sconosciuto e peregrino; 

Quando ecco i tuoi minislri (i* non so donde) 
Per darmi a diveder eh* al suo destino, 
Mal chi contrasta, e mal chi si nasconde. 

E di quell'altro: 

La sera desiar, odiar V aurora 
Soglion questi tranquilli e lieti amanti ; 



i ternari : 



Come già fece allor, eh* i primi rami 
Verdeggiar, che nel cor radice m'hanno, 
Per cui sempre altrui più che me stesso ami. 

Così di me due contrarie ore fanno: 
E chi m* acqueta è ben ragion eh* io brami, 
E tema et odi chi m* adduce affanno. 



E di quell' altro : 



Io pur ascolto , e non odo novella 
De la dolce ed amata mìa nemica ; 



ascoltate i ternari : 



Anzi un sole: e se questo è, la mia vita , 
E ì miei corti riposi , e i lunghi affanni 
Son giunti al fine. dura «lipartita. 

Perchè lontan m' hai tatto de* miei danni? 
La mia favola breve è già compila, 
E fornito il mio tempo a mezzo gli anni ! 



E di quello : 



È questo *1 nido, in che la mia Fenice 
Mise r aurate e le purpuree penne? 



eccovi i ternari : 



E m*haMassato qui misero e solo. 

Tal che pien di duol sempre al loco tomo , 
Che per te consecrato onoro e colo , 

Veggendo a' colli oscura notte intorno , 
Onde prendesti al ciel 1* ultimo volo, 
E dove gli occhi tuoi solean far giorno. 



VERO DE LA POESIA TOSCANA. 79 

E dì quello : 



Gli occhi, di eh* io parlai sì caldamente, 
E le braccia, e le mani , e i piedi, e *1 viso; 



i terzetti : 



Ed io pur tìvo; onde mi doglio e sdegno, 
Rimase senz* il lume , eh* amai tanto 
In gran fortuna, e *n disarmato legno. 

Or sia qui tìne al mìo amoroso canlo : 
Secca è la vena de V usato ingegno , 
E la celerà mia rivolta in pianto. 

0. C. Assai bene per questi esempi si può comprendere 
quel che voi dite. 

F. N. Ma oltre questi, molli altri potrebbono essere, in 
alcuni de' quali essendo temperata la dolcezza e la gravità, 
supera la dolcezza; ne^li altri è superata: si come veggiamo 
avvenire ne gli elementi situati fra la terra e '1 fuoco, V uno 
de' quali verso il fine del suo movimento accresce la sua gra- 
vità^ r altro la sua leggerezza. 

0. C, Assai in alcune cose è simile la comparazione de gli 
elementi. 

F. N. A r altre similitudini mi par che si possa aggiun- 
ger questa ; che sì come niuho elemento è puro e semplice 
intieramente, perciocbè il fuoco è mescolato con V aria, e l'aria 
co '1 fuoco e con V acqua, e V acqua con V aria e con la terra; 
così ancora ciascuna maniera di parlare è mescolata : nò so- 
lamente ne le rime già dette^ ma in quelle che sono stimate 
gravissime, e' è qualche mistione di piacevolezza. 

0. C, Veramente i versi, ne' quali non è qualche mesco- 
lanza si fatta, assai meno sogliono piacer de gli altri, né pos- 
sono lungamente esser ascoltati senza fastidio. 

F. N. Le forme, dunque, del parlare sono in questo simili 
a le forme naturali , le quali essendo raccolte nel grembo de 
la materia, non possono ritrovarsi affatto pure: quinci av- 
viene, ch'in quelle testure ancora, le quali noi assegniamo 
come proprie al carattere sublime, ci sia alcuno temperamen- 
to : ma vi sarà forse grave che questa cosa si consideri più 
minutamente. 



80 LA CAVALETTA, 

0. C. Anzi, ninna mi potrebbe esser tanto piacevole; però 
vi priego che, seguitiate. 

F. N. Io dico che '1 carattere nobilissimo dee usarsi in 
due de le testure usale dal Petrarca : la prima, la qual ri- 
sponde ordinariamente co '1 primo del secondo terzetto al pri- 
mo del primo, co '1 secondo al secondo, e co '1 terzo al terzo , 
com' è questa : 

E le rose yermiglie infra la neve 

Mover da F ora , e discovrir Y avorio , 
Che fa di marmo chi d' appresso il guarda; 

E tutto quel, perchè nel viver breve 

Non rincresco a me stesso , anzi mi glorio 
D* esser servato a la stagion più tarda. 

E la seconda, che risponde co '1 primo del secondo al secondo 
del primo, e co '1 secondo del secondo al primo del primo, e 
co '1 terzo al terzo, com' è questa : 

E s* io *1 consento , a gran torto mi doglio : 
Fra sì contrari venti in frale barca 
Mi trovo in alto mar senza governo. 

Sì leve di saper , d* error sì carca , 

Ch' io medesmo non so quei che mi voglio , 
E tremo a mezza stale, ardendo il verno. 

Ma altre ne daremo a la forma temperata; Tuna de le quali 
risponde co '1 terzo del primo al primo del primo, e co '1 primo 
del secondo al secondo del primo; e poi seguita ne gli altri 
versi l'ordine medesimo, com' è questo: 

Io che U suo ragionare intendo allora , ^ 

M' a$<ghiaccio dentro a guisa d* uom eh* ascolta 
Novella , che di subito 1* accora. 

Poi torna il primo , e questo dà la volta. 
Qual vincerà non so: ma infino ad ora 
Combattuto hanno, e non pur una volta. 

E l'altra, eh' è poco da questa differente ; ma concorda il pri- 
mo co '1 terzo e co '1 quarto e co '1 sesto, concatenando il se- 
condo co '1 quinto in questa guisa: 

Onde Amor paventoso fugge al core , 

Lasciando ogni sua impresa , e piange , e trema : 
Ivi s* asconde, e non appar più fore. 



VERO DE LÀ POESIA TOSCANA. 81 

Che penso Dsur, temendo il mio signore, 
Se non star seco iusino a V ora estrema? 
Gbè bel fin fa , chi ben amando more. 

E questo io dico de le maniere usate dal Petrarca : ma V al- 
tre ancora mi paiono degne di considerazione^ né debbono es- 
ser lasciate a dietro. 

0. C. Sono state scritte con esso loro tante cose belle, 
che non devrebbono tralasciarsi in modo alcuno. 

F. N. Quella usata da monsignor de la Gasa in questo so- 
netto, dal quale abbiamo preso occasione di ragionare, è tra- 
sgressione, trapasso de la prima; però l' assignaremo pari- 
mente a la maniera grave : e quella, che risponde co '1 primo 
verso del secondo ternario al secondo del primo, e co '1 secondo 
del secondo al terzo del primo, e co '1 terzo del secondo al pri- 
mo del primo, è pure un trapasso de la seconda testura. 
Laonde a la forma grave sarà conceduto; e ne addurrò 
r esempio : 

E *n pianto mi ripose, e 'n vita acerba , 
Ove non fonti , ove non lauro , od ombra , 
Ma falso d' onor segno in pregio è posto. 

Or con la mente non d* invidia sgombra 
Te giunto miro a giogo allo e riposto , 
Ove non segnò pria vestìgio V erba. ' 

E quella che risponde co '1 primo verso del secondo ternario 
al più vicino del primo, e segue quest' ordine diritto, come 
la seguente : 

E questa man d* avorio tersa e bianca , 
E queste braccia, e queste bionde chiome 
Pian per inanzi a te sferza e tormento. 

Onde parte di duol strugger mi sento, 
« E parte leggo in due begli occhi , come 
Non dee mai riposar quest* alma stanca. 

La qual non è nuova, ma rìnovata, perchè si trova fra quelle 
^ di Dante ; e '1 suo trapasso è usato da Gino : 

'Laonde di ciò mi struggo , e vo* morire. 
Chiamando morte, che per mio riposo 
Mi teglia inanzi ched io mi disperi. 



82 LA CAVALETTA, 

MiraD là gii occhi miei sì volentieri , 
Che centra *1 mio \oler mi fanno gire , 
Per Teder lei , cui soÌ guardar non oso. 

Perchè questa forma può acconeìamente servirsi così de le te- 
sture che son fatte con ordine diretto, come di quelle che 
son composte con Y obliquo, le quali ho nominate trapassi e 
trasgressioni : ed a 1* altre testure, che son convenevoli ne la 
forma più grave, aggiungeremo quella che in ciascuno de' te- 
nari risponde co '1 terzo al primo, e V uno e V altro congiunge 
quasi legando il secondo del secondo co '1 secondo del primo : 

Taccian per V aere i venti , e caldo e gielo 
Come pria no *1 dislempre, e tutti i lami, 
Che portan pace, a noi raccenda il cielo; 

Alti pensieri, care, oneste voglie, 
Leggiadre arti , cortesi e bei costumi 
Rivesta il mondo, e mai non se ne spoglie. 

Ma a la temperata lascieremo quella eh' usò messer Gino; 
ne la quale al primo verso de* ternari risponde il quarto, e 
gli altri fra loro, com' è questo : 

Per dimostrar a lei , che conoscente 

Si faccia poscia de li miei marliri , 

Ma non può far pietà eh* ella vi miri. 
Perchè ne vivo isconsolalamenle , 

E vo pensoso ne lì miei desiri ; 

Che son color, che levano i sospiri. 

E quella di Guido Cavalcante, che risponde al primo co '1 ter- 
zo e co '1 quarto, e concorda gli altri insieme: 

k) veggio a lui spirito apparire 

Allo, e gemile, e dì tanto valore, 

Che fa le sue virtù tutte fuggire. 
Deh! io vi prego, che dcggìate dire, 

A r alma trista , che parla in dolore, 

Com* ella fu, e fia sempre d'Amore. 

Né de r una e de V altra mi ricordo aver udito esempio fra* 
moderni: ma io ho cosi lungamente ragionato, che mi pare 
d'avervi posto addosso quella persona d'auditore, cbe voi nel 
principio del vostro ragionamento mostraste di ricusare; laqual 
tanto vi deve parere grave, quanto il ragionamento è stato più 



VERO DE LA POESIA TOSCANA. 83 

lungo. Ma nondimeno mi pare di raccogliere da' vostri sem- 
biantiy cb' aspettiate ch'io aggiunga alcuna cosa a le già dette. 

0. C, Io aspettava veramente, perchè avete compartite 
in guisa tutte le testure de' sonetti^ che no n'avete lasciata 
alcuna al carattere umile, il qual parimente con diversi nomi 
è chiamato. Laonde mi pare eh' in questa guisa abbiate vo- 
luto escluderla affatto dal sonetto, se forse non gli è rimasa 
quella, ne la quale dopo i terzetti seguono molti ritornelli, e 
ciascuno dietro a l' eptasillabo, o al verso di sette sillabe, che 
vogliamo nominarlo : ed in vero non mi par Y autorità del 
Bemia così picciola, che egli non si possa contentar di quella 
forma che fu approvata da lui ; perciochè il Bemia tanto 
s'avanza in questo genere di poesia, che peraventura non 
sono stati maggiori nel loro molti gravi. 

F, N. Io non aveva riservata alcuna de le testure del 
sonetto a l' umile o a la bassa forma ; perchè non solo il Pe- 
trarca, ma Dante ancora Y avea quasi bandita dal sonetto: il 
quale benché sia moltiforme, nondimeno in ciascuna forma è 
poco acconcio a ricever la bassezza e l'umiltà; e de l'altre 
quelle più gli sono convenevoli, ch'abbiamo detto esser pro- 
prie de la maniera temperata, come potremo" conoscere da 
questi luoghi di Dante, eh' io recherò; e l' uno è quello : 

E' non è legno di sì forti nocchi, 
Né anco tanto dura alcuna pietra ; 

il qual finisce in questi ternari : 

Deb perchè tanta ^irtù data fbe 

A gli occhi d' una donna così acerba , 
Che suo fedel nissuno in vita serba ? 

Ed è contr*a pietà tanto superba, 

Che 6* altro muor per lei, non mira piue, 
Anzi gli asconde le bellezze sue. 

E dell' altro:* 

Ahi lasso ! non credea trovar pietate 
Quando si fosse la mia donna accorta ; 

i terzetti del quale son questi : 

Però parla un pensier, che mi rampogna, 
ComMo più vivo, non sperando mai 

< Qacsto h di Gino da Pistoia. 



84 LA CAVALETTA, 

Cbe tra lei e pietà pace si pogna. 
Onde morir più Don conviene ornai ; 
E posso dir, elle mal vidi Bologna, 
E quella bella donna eh' io guardai. 

0. C. Assai umile è lo stile di questi sonetti. 

F, N. Ma io lascerei i sonetti a le materie gravi, ed a la 
forma ancora : e se pur io talvolta gli abbassassi, non passa- 
rei la mediocrità,, e mi parrebbe di riporli nel primo stato 
loro più vicino al nascimento; perchè Dante e gli altri 
manzi, più volentieri composero il sonetto con stile mezzano: 
laonde egli in que' suoi libri eh' intitolò de la Volgare Elo- 
quenza, * disse di voler trattar del sonetto nel quarto, dove 
dovea trattare del volgare mediocre; é paragonando il so- 
netto a la ballata , affermò che '1 modo de la ballata era più 
nobile ; ' da la quale opinione s' allontanò il Petrarca , e 'i 
Bembo, e '1 Gasa, e '1 Capello, e '1 Tasso. Però mi pare che 
del sonetto, coltivato da loro, sia avenuto quello ch'aviene 
d' alcune erbe, che per la coltura s' inalzano e trapassano 
ne la natura di piante. 

0. C. U accrescimento di cosi artificiosi cultori senza 
dubio è state maraviglioso; onde il sonetto in quella sua 
prima umiltà è quasi disprezzato. 

F. N, Ma per le materie umili, e per V umili diciture è 
assai convenevole la forma de' madrigali, e fra' madrigali 
quelli ancora sono più convenienti a Y umil dicitore, i quali 
veggiamo ripieni d'eptasillabi, o regolari o irregolari ch'elli 
siano: perciochè quelli altri che sono stati tenuti dal Pe- 
trarca in assai artificiose testure de* versi endecasillabi , po- 
trebbono ad alcuno parer del carattere mediocre, quantun- 
que da alcuni siano dette ballate ; e son queste : 

Non al suo amante più Diana piacque , 
Quando, per tal ventura, tutta ignuda 
La vide in mezzo de le gelide acque ; 
Ch' a me la pastorella alpestra e cruda , 
Posta a bagnare un le^igiadrelto velo, 
Gh* a Laura il biondo e vago capei chiuda ; 
Tal che mi fece or , quando egli arde il cielo , 
Tutto tremar d' uno amoroso gelo. 

< Fofg. Eioq., lib. II, cap. 4. 
S Ivi , cap. 3. 



VERO DE LA POESIA TOSCANA. 85 

Nova aDgeletta sovra Tale accorta , 
Scesa dal cielo in su la firesca riva , 
Là ond* io passava sol per mio destino , 
Poi che senza compagna e senza scorta 
Bfi vide , un laccio , che di seta ordiva , 
Tese fra V erba , ond' è verde il cammino: 
AUor fui preso, e non mi spiacque poi , 
Sì dolce lume uscfa de gli occhi suoi. 

Or vedi, Amor, che giovenetta donna 

Tuo regno sprezza , e del mio mal non cura , 
E tra duo ta' nemici è sì secura. 
Tu se* armato , ed ella in trecce e 'n gonna 
Si siede , e scalza in mezzo i 6ori e 1* erba , 
Vèr me spietata, e conlra le superba, 
r son prigion ; ma se pietà ancor serba 
L' arco tuo saldo, e qualcuna saetta , 
Fa di te e di me, signor, vendetta. 

Benché questo madrigale^ se cosi vogliamo più tosto chia- 
marlOy nel Petrarca comentato dal Vèllutello, si legge senza 
il quinto verso, senz' alcun danno de la testura. E il quarto è : 

Perchè al viso d' Amor portava insegna , 
Mosse una pellegrina il mio cor vano, 
Ch' ogni altra mi parca d' onor men degna : 
E lei seguendo su per 1* erbe verdi , 
Udii dir alta voce di lontano: 
Ahi quanti passi per la selva perdi ! 
Allor mi strinsi a V ombra d* un l)el faggio 
Tutto pensoso ; e rimirando intorno, 
Vidi assai periglioso il mio viaggio; 
E torna* indietro quasi a mezzo il giorno. 

E del carattere istesso ancora paiono quelle che da tutti son 
dette ballate;. fra le quali è la prima quella che comincia: 

Lassare il velo, o per sole o per ombra. 

Ed oltre a questa^ sei altre si leggono nel Petrarca, parte 
nude, parte vestite, cioè parte di una, parte di più stanze, 
ed in tutte si ripiglia ne gli ultimi versi la rima de' primi : ma 
quelle di Dante e del Boccaccio e de gli antichi s' inchinano 
più a rumil forma di dire, come si può conoscere da quella: ^ 

Io non dimando, Amore, 

Pwchè potrebbe il tuo piacer gradbe : 

* ìi ài Ciao. 

Tasso. Diatoghi. — 3. 8 



86 LA CAVALETTA, 

Così t' amo segmre 

In ciascuQ tempo, dolce mio signore. 
E soo in ciascun tempo egnal d' amare 

Quella donna gentile , 

Che mi mostrasti, Amor, subitamente 

Un giorno, che m* entrò si ne la mente 

La sua sembianza umile, 

Veggendo te ne' suoi begli occhi stare; 

Che dilettare il core 

Da poi non s' è voluto in altra cosa , 

Fuor che in quella amorosa 

VisU , eh' io vidi , rimembrar tutt' ore. 
Questa membranza , Amor, tanto mi piace, 

E sì r ho imaginata , 

Ch* io veggio sempre quel eh' io vidi allora : 

Ma dir non lo potria , tanto m* accora ; 

Che sol mi s* è passata 

Entro la mente : però mi do pace , 

Che '1 verace colore 

Chiarir non si porrla per mie parole. 

Amor, come si vuole. 

Di' tu per me, là ov' io son servitore. 

Ben deggio sempre, Amore, 

Rendere a te onor, perchè desire 

Mi desti ad ubbedire 

A quella donna, eh' è di tal valore. 

E alcune ballate si fanno^ ne le quali si volge il parlare a la 
ballata, come ne le canzoni si volge a le canzoni: e ne abbia- 
mo r esempio in Guido Cavalcante : 

Vanne a Tolosa, ballatetta mia. 
Ed entra quetamente a l' adorata : 
Ed ivi chiama , che per cortesia 
D' alcuna bella donna sia menata 
Dinanzi a quella, di cui t' ho pregata. 
E s' ella ti riceve , 
Dille con voce lieve : 
Per mercè vegno a voi. 

E di simil natura sono, in quanto a V umiltà del dire, quei 
componimenti illegitìmi che si chiamano comunemente ma- 
drigali. E quantunque il Bembo ne gli Asolani chiamasse gli 
uni e gli altri canzone, gli chiamò co '1 nome del genere, per- ' 
che tutte le composizioni in rima, le quali si cantano, pos- 
sono esser dette canzoni. Ma ne le umili e ne le mediocri. 



VERO DE LA POESIA TOSCANA. 87 

benché V ultima rima fosse manco sonora de la prima^ o per 
aver una sola conscmante inanzi V ultima vocale , o per due 
vocali^ non mi parrebbe che si peccasse nel convenevole: 
si come non si pecca per V istessa cagione ne la canzone ele- 
giaca, pur ne la comica; la quale, come pare a Dante,* 
è detta cantilena propriamente: ma ne la tragica, la qual 
dev'essere scritta in volgare altissimo, e con altissimo stile, 
mi par assai conveniente che Tultime parole non siano manco 
risonanti de le prime, o manco nobili e pellegrine. 

0. C. In questo ragionamento mi è a venuto quello che 
nel principio io non credeva , cioè, eh' io ho quasi appresa 
r arte del sonetto e de la ballata : ma V arte de la canzona 
chi m' insegnerà ? perciochè queste distinzioni che voi ad- 
ducete son tali , eh' io entro in grandissimo desiderio d' in- 
tenderla compiutamente. 

F. N, Io, quando cominciai a ragionare, pensava di quello 
cb* a me non si conviene, ma non so come il corso del ragio- 
namento m'ha trasportato ; però quel eh' avanza, poterne 
tutti imparare dal signor Ercole, il quale avendo taciuto lun- 
gamente, alleggerirà di questo peso me, che son stanco di 
portarlo. 

E. C. Questo vostro è nuovo artificio non insegnato da 
Dante, né sempre osservato dal Petrarca e da gli altri che 
poetarono doppo lui , avegnaehè ne' loro altissimi componi- 
menti r abbiano avuto; e de le cose che si fanno e non si 
fanno egualmente, non si dà alcun' arte: laonde io non porrei 
in ciò l'arte del sonetto in modo altissimo, anzi più presto 
direi che non ce ne fosse arte, perchè que' libri ne' quali 
Dante ne nìgiona, son perduti: e s' alcun artifìcio è del 
sonetto, altrove si de' ricercare. 

F. N, Piacciavi dunque d'insegnarloci. 

E, C. in questa parte voi non intendereste da me al- 
cuna cosa di nuovo, né forse la. Orsina; la qual, benché sia 
molto studiosa del Petrarca, e de gli altri poeti più nuovi, 
non disprezza gli antichi ammaestramenti. 

0. C. Non disprezzo veramente; ma di quello che molto 
apiHrezzo, non molto intendo. 

« Foig. Eiog., lib. II, cap. 8. 



88 LA CAVALETTA, 

E, C, Dirò dunque per sodisfarvi^ e comincierò da la 
definizione de la poesia , data da V Alighieri , ^ la quale è 
questa: La poesia è una finzione retorica^ posta in musica. 
Ma ricercando Dante la sua nobilissima specie^ dice * che le 
cose ottime^ secondo porta il dovere^ sono degne de V otti- 
me ; laonde essendo il volgare illustre, ottimo sopra gli altri 
volgari^ r ottime materie sono degne d'esser trattate in esso; 
le quali egli riduce a tre^ che sono: la salute^ i piaceri di 
Venere, e la virtù; e ciascuna di loro è obietto d'una de le 
potenze de V anima nostra : e soggiunge, ' che '1 modo eccel- 
lentissimo e nobilissimo, co'l quale si debbono stringere que- 
ste materie, è quel de le canzoni, perchè ne le canzoni si 
comprende tutta V arte. E che ciò sia vero, sì manifesta in 
questo, che tutto quello che si trova de l' arte, è in esso; ma 
non si converte, che tutto ciò eh' è in lui, sia de V arte; la 
quale sino a' tempi de l'Alighieri fu presa casualmente da'pic- 
cioli poeti, avengachè i poeti a caso siano differenti da'gran- 
di. Ma Dante prima la ridusse sotto le regole di questo nobi- 
lissimo magisterìo : e diifinisce la canzona " una compiuta 
azione di colui che detta parole armonizzate ed atte al canto, 
distinguendola in tre modi; tragico, comico ed elegìaco; e 
mostrando' come tutta l'arte consista in tre precetti: il 
primo de' quali è intorno la divisione del canto, l'altra de 
l'abitudine de le parti, la terza del numero de i versi: ma 
de le rime non fece menzione, percioch'elle non sono pro- 
prie de r arte de la canzona , 'essendo lecito certamente in 
ciascuna stanza ritrovar le rime, e quelle medesime a suo 
piacer replicare : il che, se la rima fosse de la propria arte 
de la canzona , non sarebbe lecito. E cominciando da la prima 
parte, eh' è la divisione del c^nto, c'insegna* ch'alcune 
stanze procedono sin al fine senza replicazione di modula- 
zione e senza divisione, la qual volgarmente è detta < volta, » 

< Folg. Eloq. , lib. II , cap. 4. 

s Ivi , cap. 3. 

' Ivi , cap. 3. 

* Ivi , cap. 8. 

8 Ivi, cap. 9. 

e Ivi, cap. iO. 



VERO DE LA POESIA TOSCANA. 89 

perchè fa Toltare da l'un modo ne V altro, come è quella: 

Al poco giorno, ed al gran cerchio d' oiQbra 
Son giunto, lasso! ed al bianchir de* colli, 
Quando si perde lo color ne V erba: 
E *1 mio desìo però non cangia il yerde , 
Sì è barbato ne la dura pietra, 
Che parla e sente come fosse donna. 

La qual communemente è detta sestina , quantunque non tutte 
le stanze d' una sola oda siano sestine; perciochè quella an- 
cora del Petrarca è sì fatta : 

Verdi panni, sanguigni , oscuri e persi 
Non vesti donna unquanco , 
Né d* or capelli in bionda treccia attorse 
Si bella come questa, che mi spoglia 
D' arbìtrio , e del camin di libertade , 
Seco mi tira sì , eh* io non sostegno 
Alcun giogo men grave. 

E questa maniera di stanze usò Arnaldo Daniello, quasi 
in tutte le sue canzoni. Altre sono che patiscono divisione, 
la qual non può esser ^ se non si fa la replicazione de Toda^ 
davanti solamente, o solamente doppo, o da tutte due le 
parti. E se la repetizione de V oda sì fa davanti la divisio- 
ne, si dice la stanza aver piedi; se dopo, aver i versi; se 
prima e poi, i piedi e i versi : ma s' ella è senza la divisione 
de la prima parte, è detta fronte ; ma se non ha la divisione 
de la seconda, è detta sirima o coda: e la fronte co' versi, e 
i piedi con la sirima, e i piedi con versi possono star insjpme; 
ma la fronte con la coda non si congiunge insieme in una me- 
desima testura : cioè, la parte semplice con la doppia, e la 
doppia con la semplice, e la doppia con la doppia s'accoppiano; 
ma la semplice con la semplice non suol esser tessuta insieme. 
E questo in quanto al primo precetto, nel quale pera ven- 
tura avereste desiderata da me brevità maggiore. 

F. N. Ninna cosa è stata soverchia nel vostro ragiona- 
mento; però non possiamo dolerci de la lunghezza. 

E, C, Passerò, dunque, al secondo precetto, il quale è 
de r abitudine de le parti,* ne la quale la fronte alcuna volta 

< Votg. Eloq., lib. II, cap. il. Per abitudine {habitudo) Dante intese 
disposiaione , o, come dicevano gli arbtolelici, rtUtio ad aliquid* 

8* 



90 LA CAVALETTA, 

eccede i versi, e alcuna è superata; ed i piedi alcuna volta 
avanzano la coda , alcuna son superati; e i piedi e i versi 
ancora vicendevolmente vincono e sono vinti. 

F. N. La brevità nulla toglie a la chiarezza. 

E. C. Potrò dunque discendere al terzo, * nel quale at- 
tribuisce l'endecasillabo a la canzone tragica, volendo che 
tutte le stanze siano tessute d' endecasillabi , o che almeno 
gli endecasillabi superino di numero gli eptasillabi e ì pen- 
tasillabi, de' quali concede che possa essere uno solamente; 
ma la parte, ne la quale si tesse un solo eptasillabo, non 
può esser se non fronte o si rima; perciochè ne' piedi e 
ne* versi è ricercata V equalità di versi e di sillabe. E '1 verso 
ne r uno significato chiamo quelli che ^on tessuti di versi, e 
ne r altro quelli che si compongono di sillabe. Laonde il nu- 
mero dispari ha luogo solamente ne la' fronte e ne la coda. 
Ed in questa ultima parte c'insegna ancora come le canzoni 
tragiche debbano prendere il principio da l' endecasillabo ; 
perciochè quelle , le quali cominciano dal verso di sette , non 
sono senza ombra d' elegia : e che l' endecasillabo e l' epta- 
sillabo debbano essere disposti ne le diverse parti, in guisa, 
che si corrispondano ne l' abitudine; dico quel di undeci a 
quel di undeci, e quel di sette a quel di sette. Ma forse vi 
parrò troppo lungo. 

0. C. Non temiate d* offenderci, se non con la brevità. 

E. C. Ultimamente, parlando de l'abitudine de le rime,* 
dimostra eh' alcune parti non abbiano V abitudine, altre l'ab- 
biano : e di queste alcune accordino tutti i versi , altre ne 
lascino uno scompagnato, il quale è detto chiave; e può 
esser non solo uno, ma due; la desinenza de* quali è poi ri- 
presa ne la stanza seguente : e l' abitudine de le rime può 
essere o de' versi che sono inanzi la divisione, o di quelli 
che sono inanzi e quelli che sono dopo, in modo die sia 
l'abitudine fra le rime de l'ima e l'altra parte, lodando, 
oltre tutte le desinenze , quelle che si chiudono in rime ac- 
cordate: il che però è da schivar ne' piedi. E '1 primo di loro 
può essere di versi pari o dispari, di cadenze accompagnate 

* Voig. El0(f., \ih. II, cap. 42. 

* Ivi, cap. 13. 



VERO DE LA POESIA TOSCANA. 91 

ì 

scompagnate; ma ne gli altri piedi dee servarsi V ordine 
stesso: e ne' versi ancora quasi sempre, quantunque avenga 
ch'alcuna volta non s'osservi: e si dee schivare la repeti- 
zlone, l'equivocazione e l'asperità de le rime. E per con- 
chiusione c'insegna/ che le cose le quali si cantano circa il 
destro, vadano con lunghezza convenevole verso l'estremo; 
e s'affrettino quelle che si cantano circa il sinistro: e chiama 
le cose che si cantano intomo al destro, il persuadere, il ral- 
legrarsi, e '1 laudare; e quelle che si cantano verso il sini- 
stro, il dissuadere, e l'infingere, e '1 vituperare. 

F. N. Assai la signora Orsina ed io abbiamo appreso 
de r arte de la canzona ; ma s' in lei si comprende tutta 
l'arte, ci sarà contenuta ancora quella del sonetto e de 
l'altre poesie. 

. E. C. Il sonetto è picciola poesia, in rispetto de la can- 
zona, e di picciolo pregio. 

F. N. E per questa cagione l' arte sua potrà rinchiudersi 
in quella di poesia cosi grande, com'è la canzona. Ma volete 
trarla fuori, accìochè noi la conosciamo? Il signor Ercole 
non risponde, quasi troppo avaro di queste preziose ricchez- 
ze; ma io cercherò per improntitudine di trame la risposta, 
e non voglio che ce ne partiamo senza nuovo guadagno. 

E, C. Se così fosse, come voi divisate, non sarei io 
troppo scarso, ma voi troppo cupido. 

F. N. La cupidità de le cose oneste è laudevole. Però 
ditemi : non avete voi detto, o più tosto Dante, con le parole 
del quale avete quasi parlato, mostrando sì maravigliosa me- 
moria, che tutta V arte de la canzona consiste in tre pre- 
cetti? 

E, C. Così dice l' Alighieri. 

F. N. Ma riducetevi, di grazia, a mente quali siano que- ' 
sti tre precetti; perchè io, dopo quella mia lunga infirmila, 
la qua! ebbi in Mantova, facilmente mi dimentico di molte 
cose. 

E. C. L'uno è intorno a la divisione del sonetto, l'altro 
de le abitudini de le parti , la terza poi de le sillabe e 
de* versi. 

« Foig. Eloq., \ih, II, cap. 14. 



/ 



92 LA CÀVALETTA^ 

F. iV. Ma '1 primo serre al sonetto parimente^ o non 
serve? 

E. C, Serve. 

F. N. Porsi ^ percbè il sonetto si divide in molte partii 
come la canzona. 

E. C, Per questa ragione. 

F. N. E però si può fare la replicazione de la modula- 
zione. 

E. C. Si può, senza dubbio. 

F. N. Ma r altro de V abitudine de le parti, si dee con- 
siderare nel sonetto, o non si deve? 

E. C. Si dee. 

F. N. E vi pare che sia alcuna proporzione fra le parti 
del sonetto e de la canzona; cioè, che tali siano i quaternari, 
in rispetto de* ternari, quali i piedi sono e i versi? 

E. C, Sì, veramente: onde assai bene Antonio da Tempo 
divise il sonetto in piedi ed in volte. 

F. N, Questo era quello eh* io aspettava a punto che ci 
dichiaraste. Ma passando al terzo, non è determinato nel 
sonetto il numero de* versi e de le sillabe ? 

E. C, È. 

F. N. Dunque, egli prende questo ammaestramento an- 
cora da la canzona. Ma de 1* abitudine de le rime, che dire- 
mo noi? 

E. C. Le rime non sono de la propria arte de la canzona. 

F. N, Nondimeno, da l'ultima parte, ne la qual Dante 
c'insegna alcune cose de l'abitudine de le rime, possiamo 
raccogliere che non sia affatto inutile questa considerazione. 

E. C, Considerazione, o vero osservazione, sarà per- 
aventura la vostra, ma non arte; perchè Y arte è de le cose 
certe, quali sono quelle che ci ha insegnate Dante nel suo 
magisterio, il qual sino a lui fu preso casualmente. 

F, N, Altramente parve forse a Dante medesimo, s' io 
Fho ben inteso; percioqhè se le rime non sono de la pro- 
pria arte de la canzona, sì com' egli dice, sono d'alcun* arte 
eh' a. lei non è propria : e s'egli avesse giudicato che non fos- 
sero d' alcuna arte, non avrebbe detto eh' elle non fossero de 
r arte propria. 



VERO DE LA POESIA TOSCANA. 93 

E. C, E qual sarà quest' arte, die non è propria de la 
canzona ? 

F. N. L'arte del rimare: la qual non è propria de la 
canzona; perciochè conviene al sonetto, a la ballata, al ma- 
drigale, a r ottava, al capitolo ed a T altre poesie ancora ille- 
gitime e irregolari. 

E. C. E questa, se pur è arte, è solamente in quelle 
co6e, de le quali si può dar certa ragione; ma l' incerte ed 
incostanti, le quali alcune volte si raccolgono sotto regole, 
ed alcune non si raccolgono , non ricevono eccellente magi- 
Steno né buono artificio. 

F. N, Dunque, se questo eh' egli ci diede, è buono arti- 
ficio , dovrà esser certo parimente. 

E, C, Dovrà, senza fallo. 

F. JV^, Or, se vi piace, consideriamo se questa certezza 
si trova ne le sue medesime canzoni ; che da poi ci sarà più 
lecito di ricercare in quelle del Petrarca e del Casa, il qual 
ha dato principio al nostro ragionamento , eh' in lui non s' ò 
potuto fermare. 

0. C. Questa considerazione al signor Ercole non potrà 
dispiacere. Ma da quale cominciarem noi? 

F. N. Da quella, se vi pare, la quale è la prima: 

Donoe , eh' avete intelletto d' amore, 
Io YO* con voi de la mia donna dire ; 
Non perch* io creda sua lode finire , 
Ma ragionar per isfogar la mente. 
Io dico che , pensando al suo valore, 
Amor sì dolce mi si fa sentire , 
Che , s* io allora non perdessi ardire , 
Farei parlando innamorar la gente : 
Ed io non vo' parlar sì altamente , 
Ch' io divenissi per temenza vile ; 
Ma tratterò del suo stato gentile 
A rispetto di lei leggieramente , 
Donne e donzelle amorose, con vui ; 
Cbè non son cose da narrarle altrui. 

Ancora mi ricordo i versi, quantunque de le prose mi ho 
quasi affatto dimenticato. Ma lasciam questo, che non monta 
xàeate : e ditemi fra quali canzoni la riporreste. 

F. C. Questa è fra le tragiche, di versi tutti endecasil- 



94 LA CAYALETTA, 

labi composta^ di due ^eàì, e di due versi; e Tun piede è 
eguale a V altro, e T un verso a V altro: e T abitudine è non 
solamente fra le rime de T un piede e quelle de V altro, ma 
tra quelle ancora de' piedi e quelle de' versi. Lacoide io 
non veggio che manchi alcuna cosa a la sua per£B2i(Hìe, s' al- 
cuno forse non desiderasse la mescolanza del verso eptasillabo^ 
per Io quale, come pare a Dante, in^perbtsee l'ei^ecasil- 
labo : se non voleste porre in ecHisiderazione, (di' in tra- 
gica canzona chiuda la stanza ocm due rime, che per le vocali 
sono più tosto di sucmo dolce, che di grande e superbo. La qual 
cosa tuttavia egli non fa senza molto giudìcio, perchè dimi- 
nuisce col suono il concetto^ dicendo : 

Ma tratterò del sno stato gentile 
A rispetto di lei leggierameote, 
Donne e donzelle amorose , con vui ; 
Che non son cose da narrarle altmL 

F. N. Ma il giudicio è de le cose certe, o de le incerte? 
dico, de le um'versali , de le quali si può aver certa seiraiza; 
più tosto de le particolari che sono sottoposte al senso? 

E. C. Non si può negare che '1 giudicio non sia de le 
particolari. 

F. N. E r arte è cte' particolari, che sono infiniti, o pur 
de gli universali? Voi non rispondete: insomma, tròppo avaro 
sete del sapere. Piaccia a voi, signora Orsina, di rispondere 
in sua vece, s' a lui par grave darmi la risposta. 

0. C. V arte, senza dubbio, è de gli universali. 

F. N. Ma se l'arte è de gli universali, e *1 giudicio non 
è de gli universali, V arte non sarà di quelle cose de le quali 
è il giudicio. 

E. C. A questo si può rispondere, che non si può dimo- 
strar Tarte e '1 giudicio ne le medesime cose; ma non sì 
ni^a che il poeta in alcune sia artificioso, in altre giudicioso. 

F. N. A me basta che il poeta non in tutte le cose, uè 
sempre, possa o debba essere artificioso: e '1 luogo che si to- 
glie a l'arte, sarà conceduto al giudicio? 

E, C. A r inerzia più tosto. 

F. N. Ma r inerzia , se pur è in alcuno che sia giudicioso^ 
dee manifestarsi, o star coperta e nascosa? 



VERO DE LA POESIA TOSCANA. 9^ 

E. C. Stare ascosa. 

F. N. Dunque, dovd ella si palesa non potrà dimostrarsi 
il giudicio, e '1 merito avrà luogo in una stessa composizio- 
ne. Ma il caso e la fortuna possono star insieme co'i giù- 
dicio? 

E, C. Possono; perciochè egli suol discoprirsi in qudle 
cose medesime che sono sottoposte a la sorte : e queste io 
chiamo V instabili e V incerte. 

F. N, Dunque, benché sia vero eh' i gran poeti siano 
differenti da quelli i quali compongono a caso, ciò si deve 
intendere di que' poeti che sempre, o '1 più de le volte, com- 
pongono in questo modo. 

E, C. Di quelli. 

F. N. £ gli altri, che sono buoni, sono simili a gli altri 
buoni artefici ? 

. E. C, Sono. 

F. N. Ma '1 capitano che vince molte volte per la sua 
prudenza, vince alcuna volta per fortuna. 

E, C. Vince. 

F. N. E *1 nocchiero che spesso conduce la nave in "porto 
con r arte marinaresca, ve la conduce talora per fortuha. 

E. C. Per fortuna ancora. 

F. N, E '1 pittor dipinge alcuna cosa per ventura. 

E, C. Colui che gittò la spongia ne la tavola per disdegno 
ed impacienza, dipinse a questo modo la spuma del cavallo. 

F. N. Dunque molte cose che son fatte per arte e per 
intelligenza, son fatte ancora a caso : e quantunque non tutte 
r arti participino de la fortuna egualmente, pur quasi tutte 
ne partidpano, ohi più e chi meno. 

0. (7. Questo m^so a Dante che a ciascun altro dovreb- 
be parer sconvenevole; il qual vuole che la fortuna sia una 
intelligenza, posta al governo de la sfera umana. ^ Laonde, 
quel che si fa per fortuna , par che si faccia per intellig^za. 

F. N. Dunque, l' arte sua de le canzoni non fu scompa- 
gnata da la fortuna. Ma diteci, signor Ercole: non è una de * 
le regole di Dante, che la concordanza di due rime vicine, 

' Inferno , cztito VII. 



96 LÀ CàVALETTA, 

la qual è laudevolissima ne la chiusa, si dee schivar ne'piedi? 

0. C. È certo de le sue, eh' io me ne ricordo. 

F, N, Tuttavolta, ne V uno e ne V altro piede di questa 
canzone sono accordate due rime vicine : il che fece Dante 
peraventura con quel medesimo gìudicio eh' egli ne l' altre 
sue composizioni maravigliosamente ha dimostrato. Ma que- 
sto vi parrà di poca importanza; e di maggiore, che si consi- 
derino in alcuna altra canzone, come stiano quelle parti, 
ch'egli chiama piede, o fronte, o versi, o sirima. 

0. C, Sì, certo ; perciochò io potrei averle intese assai 
meglio. 

F. N. Considerando, dunque, co'l signor Ercole, prendia- 
mo quella : 

Donna pietosa, e di novella etate, 
Adonia assai di gentilezze umane, 
Era là *ve io chiamava spesso morte. 
Veggendo gli occhi miei pien di pietate, 
Ed ascoltando le parole vane , 
Si mosse con paura a pianger forte*: 
E r altre donne, che si fùr accorte 
Di me per quella che meco piangfa, 
Fecer lei partir via ; 
Ed appressarsi per farsi sentire. 
Qual dice : non dormire ; 
E qual dice : perchè sì ti sconforte? 
Altor lassai la uova fantasia, 
Chiamando il nome de la donna mia. 

E dubiterà forse la signora Orsina se quella stanza sìa tes- 
suta di fronte e di versi, o di piedi, o di sirima, o pur di 
piedi dì versi? 

E. C. Di piedi e di versi non può essere, secondo le re- 
gole di Dante; perciochè i versi sarehbeno ineguali : né per 
r istessa ragione di fronte e di versi è composta; dunque di 
sirima e di piedi. E non è sconvenevole che '1 sirima superi 
ì piedi m lunghezza ; perchè egli e' insegna che i piedi pos- 
sono avanzare il sirima, ed esser avanzati. 

0. C. Questo aveva considerato anch'io: nondimeno, 
perciochè allora chiamiamo l' ultima parte de la stanza sì- 
rima, ver coda, quando dopo la divisione non si fa la re- 
petizione d'alcuna modulazione; e quando sì fa, diciamo 



VERO DE LA POESIA TOSCANA. 97 

ch'ella ha versi: mi parerebbe che non dovesse esser grande 
il numero de' versi ^ il qual fosse cantato senza replicazion di 
modulazione; perciochè dove sì fa il punto fermo o la pausa^ 
ivi mi par che si possa acconciamente replicar le modulazioni. 
F. N. Vorrei che ne chiedeste a messer Alfonso da la 
Viola, alo Striggio, aTAnimuccio, al Lucciasco, o al Fio- 
rino, a fra lacomo Moro, o ad altro musico eccellente, dal 
qual udirei anch'io cantar questa canzone, o alcuna, in guisa 
ch'io sentissi inanzi la divisione la replicazione del modo, e 
dopoi non l' udissi. 

E. C. Voi sarete peraventura simile a Socrate , eh' im- 
parò musica ne la sua vecchiezza. 

F. N, In questo vorrei assomigliarlo, o ne la virtù de 
r animo. Ma consideriamo ristesso in alcun' altra canzone. 

La dispietala mente, che pur mira 
Di dietro al tempo che se n' è andato , 
Da l'un de* lati mi combatte il core : 
E '1 desio amoroso, che mi tira 
Verso 'I dolce paese e' ho lasciato. 
Da r altra parte è con forza d* amore. 

Qui sì fa, se non m' inganno, la divisione, la qual seguono 
questi versi : 

Né dentro a lui sent* io tanto valore, 
Che possa lungamente far difesa , 
Gentil madonna , se da voi non vene. 

Dopo i quali stimarebbe la signora Orsina che si potessi pren- 
der riposo convenevolmente, come dopo i tre primi ? 

E, C, Si potrebbe; ma Dante nop ha avuto questo ri- 
guardo, perciochè a la repetizione de la modulazione si ri- 
cerca r egualità de le parti. 

F, N. Ma ciò pare anzi cosa volontaria, che necessaria ; 
e se pur e' è ragione, ella vi prega che la ci insegnate. 

E. C. Voi sapete che Dante chiama la stanza quella, la 
quale è ricetto di tutte l'arti; per similitudine de le abitazioni 
ne le quali albergano gli uomini: ma sì come ne' palagi Funa 
stanza corrisponde a l' altra con bella proporzione, di maniera 
che sono eguali le parti superiori a l' inferiori, e quelle che son 

Tasso. Dialoghi. — ^. ft 



98 LA CAVALETTA, 

poste a lo incontro , e '1 compartimento de le finestre pari- 
mente^ e de r altre cose, che sono per necessità o per orna- 
mento ; così ne la canzone debbono i piedi essere eguali appie- 
di, e i versi a' versi. 

F. iV. Questa ragione vera potrebbe essere in qualche 
modo; ma non so già s'ella sia certa, perchè alcuna volta 
avviene altramente ne i palagi fabricati con buona architet- 
tura : laonde ne le stanze ancora, quantunque il più de le 
volte ciò dovesse osservarsi, alcuna fiata dovrebbe esser le- 
cito di partirsi da questo ordine. 

E, C. Sempre è assai certa quella ragione, eh' è fondata 
sovra la proporzione. 

F. N. Ma sovra qual proporzione la fondaremo noi ? So- 
vra la. geometrica, o sovra T aritmetica, o sovra la musica 
più tosto? 

E, C. Sovra la musica. 

F. N. Ma la proporzion musica è sempre di egualità, o 
pur anco di maggior inegualità alcuna volta, alcuna di mi- 
nore? 

E, C. De runa e de l'altra. 

F. N. Dunque, secondo la vostra ragione, le parti de le 
canzoni sempre non debbono essere eguali, ma qualche volta 
ineguali ; o pur intendo poco quel che dite. 

E. C. Non per poco, ma p^r troppo intendere, non m' in- 
tendete. 

F. N, Perchè adunque meglio vMntenda, consideriamo 
ancorale canzoni del Petrarca, o del Gasa, e prendiamo 
quella eh' è quasi reina fra V altre : 

Nel dolce tempo de la prima etate, 

Che nascer yìde , ed ancor quasi in erba 

La fera voj<lia che per mio mal crebbe ; 

Perchè cantando il duci si disacerba, 

Canterò come tìssì in liberiate 

Fin eh' Amor nel mio albergo a sdegno s' ebbe : 

Poi seguirò, si come a lui n' increbbe 

Troppo altamente , e che di ciò m* avvenne ; 

Di eh* io son fatto a molta gente esempio : 

Ben che '1 mìo duro scempio 

Sia scritto altrove , sì che mille penne 

Ne son già stanche, e quasi in ogni valle 



O VERO DE LA POESIA TOSCANA. 99 

Rimbomba '1 saon de' miei gravi sospiri, 

Cb* acquistai! fede a la penosa vita. 

E se qui la memoria non iiì* aila , 

Come suol far, iscusinla i martiri. 

Ed un pensier, che solo angoscia dàlie, 

Tal cb' ad ogn' altro fa voltar le spalle; 

E mi face obliar me stesso a forza. 

Che tien di me quel d'entro, ed io la sc(Mrza. 

Questa canzone, non dico a me , ma ad alcun altro potrebbe 
parer di piedi e di versi ; perciochè diranno eh' ìnanzi e 
dopo la divisione possa farsi la replicazione de la modulazio- 
ne, in guisa che siano due piedi, e tre o più versi, né e' è 
alcuna certa ragione del compartimento : terminerei nondi- 
meno i due primi piedi nel sesto verso ; laonde mi par che 
ivi si possa, scrivendo e leggendo, far punto fermo, e pren- 
dere convenevole riposo, quantunque nella terza trapassi co'l 
sentimento sin a 1* ottavo verso. E questo medesimo si po- 
trebbe osservare in molte altre canzoni del Petrarca, per le 
quali cagioni è nato il dubbio. 

E. C. Il dubbio è nato più tosto da V ignoranza de' let- 
tori, che dal poco artificio del poeta. 

F. JV. Questo potrebbe avvenir facilmente : e porrò fra 
gli altri me stesso, che per la picciola cognizione che io ho 
de la musica, ho di ciò altre volte dubitato. Nondimeno non 
mi parca picciolo artificio quel del poeta, ma incerto: laonde, 
siasi pur grande quanto a voi pare, solo che voi a me con- 
cediate che egli non sia certo. 

E. C. Grande e incerto non possono insieme slare;, né 
parve a Dante, il qual lasciò scritte queste precise parole : 
f Perciochè sono certamente poeti, se dirittamente la poesia 
» consideriamo: la quale non è altro che una finzione retorica, 
» e posta in musica. Nondimeno son differenti da' gran poeti, 

> cioè da' regolati ; perciochè quelli hanno usato sermone ed arte 

> regolata, e questi, come s'è detto, hanno ogni cosa a caso. »* 

F. N, I poeti grandi sono, come parve a Dante, i rego- 
lati ; ma eh' i regolali usino certo artificio, non ho ancora 
appreso da Dante. Non però vi sia grave di rispondere a quel 
eh' io vi dimanderò per impararlo. 

* Fofg. Eloq. , lib. II , cap. 4. 



100 LA CAVALETTA, 

E, C. Chiedete quel che vi piace. 

F. N, Non vi pare che ci siano alcune cose vere che non 
son certe ? 

E. C, Senza duhbio ; perciochè assai spesso avviene che 
la buona moglie abbia dato repulsa a l'amante^ tutta volta è 
incerto : e vero sarà parimente, eh' un ladrone abbia spo- 
gliato gli altari; ma di ciò non avremo certezza. 

F. N. Ma fra le cose certe ^ ce ne saranno alcune che non 
sian vere. 

E. C. Ninna cosa è che sia certa, e non vera. 

F. N, Dunque, tutto quello eh' ò certo, è vero ; ma n(m 
è converso? 

E, C. È, come voi dite. 

F. jY. E se r artificio del poeta è certo, sarà parimente 
vero. 

E. C, Sarà. 

F. N. Ma la poesia, come Dante la diffinì, è una finzione 
retorica posta in musica. 

E, C, È veramente. 

F. N, Dunque il vero artificio sarà artificio d' una fin- 
zione. 

E. C. Non so quanto ciò sia sconvenevole : ma voi sete 
troppo solecito investigatore di quel ch'importa assai poco. 

F,N, Se questo non vi pare sconvenevole a bastanza, 
seguiamo oltre; e consideriamo la differenza che segue : la 
quale essendo parte de la diffinizione, non può esser sover- 
diia. E ditemi : l'arte oratoria, o retorica che vi piaccia nomi- 
narla, non dà precetti di quelle cose, de le quali Y uomo si 
oonsigha^ e de le quali egli può far deliberazione ? 

E, C, Di queste, e non d' altre. 

F. iV. Ma queste sono elle certe, o di quelle che possono 
avvenire o non avvenire ? 

E, C. De la seconda maniera. 

F. N, Dunque, incerte. 

E, C. Incerte. 

F. N. Il vero artificio, dunque, è del falso, e l'incerto del 
certo : la qual cosa a me par falsa', o almeno incerta. 

0. C. E perchè non usate voi (dùamarla falsa certamente? 



VERO DE LA POESIA TOSCANA. 101 

F. N. Perchè Tarle è abito, e quasi forma; e le cose 
de le quali è arte, sono quasi materia: e benché la materia 
sia incerta, non si toglie la sua certezza a la forma. Il che, se 
vi piace, considererò con voi in questa guisa, sinché al si- 
gnor Ercole piacerà darci la risoluzione. Non istimate che la 
forma sia termine ? 

0. C. Senza fallo. 

F. N. Ma il termine, è certo o incerto ? 

0. C, Può essere certo ed incerto. 

F, N, Dunque il fine può essere certo ed incerto. 

0. C. Può. 

F. JV. E se 'l fine può esser certo ed incerto, quel c'ha 
fine potrà esser certo, ed incerto ancora. 

0. C. Può. 

F, N, Ma quel che non ha fine, è infinito, ed è sempre 
incerto. 

0. C. Così stimo. 

F. N. Dunque il finito, in quanto egli è finito, è certo. 

0. C. È. 

F. N. E questa certezza egli prende dal fine, o dal ter- 
mine: laonde io direi, eh' il termine, in quanto egli è termine, 
fosse certo sempre; oche le cose terminate, in quanto termi- 
nate, fossero certe. La forma dunque de l'arte, determinando 
la materia, le dà qualche certezza. Ma pur se ci ingannia- 
mo, toccherà al signor Ercole ed a gli altri dotti a trarci di 
errore. 

0. C. A me così pare che segua da le cose dette. 

F. N. Diremo, dunque, che questa certezza sia la regola. 

0. C. La regola, e non altra. 

F. iV. Ma avete voi osservato, ch'alcuna volta non po- 
tendosi la materia adattare a la regola, la regola si piega a la 
materia? come avveniva di quella che fu detta regola Lesbia. 

0. C, V ho osservato, o letto più tosto. 

F. N. In questa guisa, dunque, la materia de le cose con- , 
tingenti, la quale è molte fiate dura e malagevole da trat- 
tare, ricerca che la regola sua si torcale sijieghLjgj^mdo 
l'occasioni: il qual piegamento è jl giudicio de l' arjfìfice , o 
almeno egli non è senza il giudicio. Però io concederei assai 

9* 



\ 



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102 LA CAVALE TTi, 

facilmente a T Alighieri^ (^' i poeti gravi siano i regolati; pur- 

i che voi a me concediate che la regola non sia ^ij^yeste ri- 

V IgidejLdure, che non si possano torcere in alcuna marn erà, 

^1 jma de V altre, che sono arrendevoli e pieghevoli dneggieri. 

0. C. Questo vi sarà da me conceduto agevolmente, ac- 
ciochè se mai vi piacerà darlaci, cerchiate di scrivere l'arti- 
ficio vostro al gusto de gli uomini che ci vivono. 

F. N. Io non son tale che possa dar le regole, se non 
peraventura a me stesso ; ma de le regole dateci da gli al- 
tri, molte volte ho dubitato, se fosse o non fosse convene- 
vole osservarle intieramente. 

0. C. E per qual cagione ? 

F. N. Se voleste eh' io vi manifestassi T origine, e quasi 
aprissi il fonte de' miei passati dubbi, non saprei negare di 
compiacervi, particolarmente in presenza del signor Ercole. 

0. C. A tutti farete cosa grata oltramisura. 

F. N. Non abbiam già detto, che la poesia è una finzione 
retorica posta in musica? 

0. C. Abbiamo. 

F. N. La qual definizione è molto somigliante a quella 
che già diede Y antico Gorgia de la tragedia ; cioè^ eh' ella 
fosse un inganno, per lo quale gli mgannatori sono migliori 
di quelli che ncm ingannano, e gli ingannati più saggi de' non 
ingannati; e dico assai somigliante, o più tosto in parte 
ristessa, percioch'ogni finzione è inganno: ma se questa è 
finzione retorica, si come parve a Dante, è inganno retorico. 

0. C. È senza dubbio. 

F. N, I retori, dunque, sono ingannatori. 

0. C. Sono. 

F. N, E ingannatori eziandio gli oratori, che da loro ap- 
prendono quest'arte de .l'ingannare. 

0. C. Così credo. 

F. N. E questi oratori sono 1 poeti ; e i poeti oratori si- 

^ mili a' medici, che volendo che sia presa la medicma, ungono 

di mele i labbri del vaso,^ e dopo die la medicina è stata presa, 

' Gerusalemme Liberata ,1,3; 

Così 1 1' egro fandol porgUoM m persi 

Di soUye licor gli orli d«l Taso , ce. 



VERO DE LA POESIA TOSCANA. 103 

porgono sempre o confetto, o narancìo, o altra cosa, per la 
quale V odore de la medicina non offenda Y infermo. 

0. C, Molto somiglianti sono tutti questi ne gli artifici! 
loro. 

F. N. Ma gli ingannatori sogliono manifestare, o rico- 
prire gli artificii ? 

0. C, Ricoprire. 

F. N, Da gli oratori dunque, e da' poeti, sempre, o assai 
spesso, ci sarà coperto il loro artificio. 

0. C. Sarà. 

F. N. E ricoprendo, inganneranno meno agevolmente, o 
più facilmente? 

0. C. Più facilmente. 

F. JV. E l'ingannare più agevolmente, è minor o mag- 
gior artificio ? 

0. C. Maggiore. 

F. N. Il nasconder dunque l' inganno, e, per cosi dire, la 
dissimulazione de V arte, è sommo artificio : e quello sola- 
mente, eh' è stato usato da gli uomini grandi, che governa- 
rono i regni e le repuhliche e gli eserciti; qual fu Pericle, 
Demostene, Alcibiade, Scipione, Catone, Lelio, Cesare, Pom- 
peo. E quantunque Marco Tullio insegnasse V arte de V ora- 
tore, nondimeno sprezzò tutta quella certezza, o più tosto 
minutezza, o bassezza d'artificio, la quale da' retori s'inse- 
gnava con pìcciola mercede : però non solamente l'esercitò nel 
senato, e fra' giudici a la grande, e come a gran senatore pa- 
reva convenirsi; ma ne scrisse parimente come grande, e 
sprezzatore di tutte l' esquisite diligenze. 

O. C. Questo eh' ora dite, quantunque sia detto con ra- 
gioni assai nuove, è nondimeno conforme a l'opinione di 
molti. 

F. N. Ma i poeti o siano gli stessi che gli oratori, come 
» raccoglie da la definizione, o pur tanto simili che molte 
cose de l'artificio siano communi, debbono in questo modo 
infingere e ricoprire l'arte, per ingannare con maggior age- 
volezza. 

0. C. Cosi poi potranno meglio ingannare. 

F. N. I poeti, dunque, sono simulatori, e i musici, e 



104 LA CAVALETTA, 

gli istrioni : e particolarmente la scena simula Y azione de gli 
eroi, come dice Aristotele : ed allora Tarte de' poeti sarà ne la 
somma eccellenza, che sarà ne la somma simulazione. 

E. C. Non avrebbe concesso Platone questa maniera d'in- 
fingere a'poeti; 1 quali, come nel sonetto leggeste, d'Omero, 
sono biasimati da gli uomini sciocchi. 

F. N. Non so quel eh' io dica d' Omero e d' Esiodo, per- 
chè sono tanto antichi, che non n* è passata alcuna certa cogni- 
zione; tutta volta io credo, ch'essi fossero i primi maestri de'co- 
stumi. Ma di Solone, chi dubitare qual egli fosse? 

0. C. Niun certo, perchè parendogli picciola ogn' altra fin- 
zione, s'infinse pazzo, e come pazzo volle persuader al po- 
polo ateniese la ricuperazione d' Egina. 

F, N, Di Sofocle parimente, d'Euripide e d'Agatone, vi 
pare che si possa dubitare, ch'essi non fossero uomini civili? 

0. C. Di questi ancora s' ha la medesima opinione. 

F. N. E fra' Latini fu osservata questa maniera istessa 
d'infingere, per la qual Virgilio acquistò tanta riputazione» 
che fu degno d' essere con Mecenate e Agrlppa chiamato al 
consiglio d' Augusto, quand' egli pensava diporre la monar- 
chia : ed Orazio, e quelli che seco fiorirono, e quelli che furono 
in pregio al tempo de gl'imperatori, con questo artificio de 
r infingere s' aprirono la strada a molti onori. E quantunque 
grandi non fossero ne la republica, tutti nondimeno volsero 
scrivere e poetare come grandi. 

0. C. Cosi avvenne* 

F. N. E quinci nacque il disprezzo de le regole, per lo 
quale non acquistomo biasimo e vergogna alcuna, ma fama 
ed onore. E ne la nostra lingua Dante, il quale fu non sola- 
mente poeta, ma cittadino illustre, poco osservo~àIcuna di 
quelle regole eh' egli medesimo avea date. 

0. C. Già questo abbiamo in parte conosciuto. 

F. N. Né r osservò poi il Petrarca : il qual, benché per 
le poesie latine volesse prender la corona de V alloro dal buon 
re Roberto, ne le volgari nondimeno egli non ricercò altro 
onore, che la grazia de la sua donna ; e per questa ragione 
tanto solamente del magisterio ci volle discoprire, quanto a 
gentile amante parca convenirsi. Non l' osservò il Bembo^ per- 



VERO DE LA POESIA TOSCANA. 105 

cbè nacque gentiluomo veneziano^ e visse ne la corte lunga- 
mente fra' grandi come gfande^ ed ultimamente fu creato car- 
dinale. Né sempre V osservò monsignor de la Casa, per le 
medesime cagioni: nò '1 Capello, perchè la sorte non gli tolse 
quel che gli diede il nascimento : né il Tasso, uomo di fortuna 
molto inferiore, ma d'ingegno eguale, e di facilità e di feli- 
cità nel poetare più vicino al primo eh' al secondo. Ma per- 
ciochè fra tutti questi niuno ricercò più la grandezza del signor 
Giovanni de la Casa, quantunque non conseguisse quel grado 
eh' era dovuto a' suoi meriti singolari ; chiunque vorrà scri- 
vere come conviensi a' grandi, a mio parere, dovrebbe pro- 
porselo per esempio. Non vi spiaccia, dunque, che ci mettiamo 
inanzi alcuna de le sue canzoni. 

0. C. Questo io aspettava , e mi ricordava che voi avevate 
promesso di farlo , e non so come ve n' eravate scordato. 

F. N. Prendiam questa : 

Errai gran tempo ; e del cammino incerto , 
Misero peregrin , moli* anni andai 
Con dubbio pie, sentier cangiando spesso. 
Né posa seppi ritrovar giamai 
Per piano calle, o per alpestro ed erto, 
Terra cercando , e mar, lungo e d' appresso : 
Tal che 'n ira e *n dispregio ebbi me stesso ; 
E tutti i miei pensier mi spiacquer poi 
Ch* io non potea trovar scorta o consiglio. 
Ahi! cieco mondo, or veggio ì frutti tuoi, 
Come in tutto dal fior nascon diversi. 
Pietosa istoria a dir quel eh* io soffersi , 
In così lungo esiglio 
Peregrinando, fora; 

Non già cb' io scorga il dolce albergo ancora ; 
Ma 'l mio santo Signor con novo raggio 
La via mi mostra ; e mia colpa è s' io caggio. 

Ne la quale io prego il signor Ercole, che mi dica se i primi 
sei versi, ne' quali è terminato il sentimento, sia fronte de la 
canzona, o piedi. Ma la dimanda potrà forse parere disdice- 
vole a molti; perciochè la fronte è la parte superiore de l'uo- 
mo, e i piedi Y inferiore : laonde, se con questa proporzione 
dovessero considerarsi ne le stanze, V una dovrebbe «sser la 
parte suprema, e l' altra l'infima. Nondimeno, perchè Dante, 



106. LA CAVALETTA, 

il quale trovò questi nomi, diede V uno e V altro a la prima, 
io vi chiedo, se questi sei versi siano fronte o piedi. 

E, C. Piedi. 

F. N. Ma quelli che seguono, saranno versi, o sirima. 

E. C. Versi. 

F. N, Ma essendo questi versi composti di nove endeca- 
sillabi e due eptasillabi, saranno ineguali. 

E. C. Saranno. Ma io non doveva concedervi che la di- 
visione si facesse dopo i sei primi versi. Farò dunque come i 
giocatori di scacchi, i quali avendo mal giocato un pezzo, 
il ripigliano, e '1 ritornano a giocare; perciochè dirò che l'al- 
tra oda comincia nel nono verso: laonde i nove primi saranno 
tre piedi eguali, e gli otto ultimi, o sarà sirima, o pur due 
versi eguali. 

F. N. Se così divìderete la canzone, fuggirete questa 
sconvenevolezza : ma ne la seconda non schiveremo quello 
eh* ad alcuno pare sconvenevole, ed a me degno di molta 
lode; cioè, che '1 poeta trapassa da V una a V altra parte de la 
stanza senza ritegno e senza legge alcuna; perciochè dal set- 
timo passa ne V ottavo : 

Con sì fatto desio^ cona' V le tue 
Dolcezze, Amor, cercava .... : 

né si fermando al nono, discende al decimo senza freno, a 
guisa di velocissimo cavallo di Partia; o pur di fiume, che 
discenda ' altretan^p chiaro, quanto veloce. Ma ricerchiamo, 
se vi piace, in una de le canzoni di Dante quello che sin 
qui non abbiamo potuto ritrovare. 

E. C. Ricerchiamo. 

F. N. Or prendiam questa, eh' è de la leggiadria : 

Poscia ch'Amor del lutto m'ha lasciato, 

Non per mio grato ; 

Che stato non avea tanto gioioso. 

Ma però che pietoso 

Fu tanto del mio core , 

Che non sofferse d'ascoltar suo pianto; 

lo canterò 

Piacevi che questi sei primi sien fronte, o piedi? 



VERO DE LA POESIA TOSCANA. 107 

E, C, Fronte ; perchè sono di sillabe ineguali^ quantun- 
que siano eguali i versi. 

F. N. Questa è picciola differenza : però se vogliamo che 
non si metta in considerazione^ facciam come vi pare. 

E, C. È tanta^ che basta. - 

F, N, Dunque^ volete che sia fronte ? siasi: ma quelli che 
seguono sono tredeci^ nò possono esser sirima; perciochè 
fronte e sirima non stanno insieme : segue, dunque, che siano 
versi. Or vedete se de' tredici versi, de' quali sette sono en- 
decasillabi, e gli altri eptasìllabi, possete far versi eguali di sil- 
labe e di versi : e se non potete, o pur se non si possono, ne 
segue che la replicazione de la modulazione si faccia non so- 
lamente di versi eguali, ma d' ineguali. 

0. C. A me pare che la ccmclusione sia tanto provata , 
che non ci sia mestieri di prova. 

F. N. Pera ventura n' ha bisogno; perchò alcuno difen- 
derebbe più volentieri V altra parte , che la fronte possa tes- 
sersi co '1 sirima. È dunque l'arte dataci da T Alighieri , vera 
il più de le volte: ha nondimeno alcune eccezioni, per le quali 
mi pare che la regola si potesse accrescere, e ricever le re- 
posizioni ancora de' versi dispari; ma '1 mio parere non è 
fermo , che alcuna volta non passi ne 1' altra parte, che si 
può difendere similmente. Né questi solamente sono i miei 
dubbi; ma n' ho alcun' altri maggiori, che temo di palesare. 

0. C, Fra noi si può dir ogni cosa assai securamente ; 
perchè tutti staranno tanto celati, quanto a voi parrà. 

F. N. Io dirò, adunque, assicurato da la vostra fede, che 
r arte del rimare insegnataci dal poeta, fu quella ch'egli volle 
insegnare publicamente ; e che ce ne siano altre più secreto, 
che da molti non furono conosciute, da molti non rivelate 
a' volgari. 

0. C, E quali son queste, per vita del Principe ? 

F, N, Non dico quali siano, ma quali credo ch'elle siano. 
Queste, a mio parere, sono la retorica e la dialettica : e '1 
primo eh' ardisse di manifestarle, dopo Dante, il qual pose 
la retorica per genere de la poesia, o per differenza ne la 
definizione, fu Giulio Camillo: laonde così potea lamentarsi 
di lui il re Francesco, come fece Alessandro d' Aristotele , 



i08 LA CAVALETTA, 

cb' avesse divolgati i libri de la metafisica. Tuttavolta egli 
piccìola parte di questo artificio dimostrò ne' poeti, ed in quella 
seguì anzi Marco Tullio ebe Aristotele , cb' assai più larga 
dottrina ci avea lasciata, scritta in otto libri de la Topica, ol- 
tre i luogbi trattati ne la Retorica : e qual sia la diversità 
cb' è fra l'uno e l' altro, stimo cbe vi debba esser manifesta. 

0. C. Quel cb' io ne so, è poco in comparazione di quel- 
lo cb' io ne posso imparare: però non vi sia grave dimostrar- 
mi la varietà cb' è fra questi due famosi scrittori. 

F. N, Io la raccorrò in brievi parole, percbè è cosa detta 
da gli altri, la qual non acquetò i miei dubbi, ma gli mosse. 
Dico cbe r uno, cioè Aristotele, vuole cb'i luogbi de gli argo- 
menti fossero le massime proposizioni , le quali sono in guisa 
credute per se stesse, cbe non banno bisogno di prova : e 
r altro raccolse la moltitudine loro, cb' è grandissima, in pò- 
cbe differenze, le quali sono quasi luogbi de' luogbi, facen- 
do l'arte quanto più facile, tanto men copiosa: e Giulio 
Camillo da poi mostrò, esser usata da' poeti, e particolar- 
mente dal Petrarca nel formar l'elocuzione topica, cbe fu 
cavata da quelli istessi luogbi, da' quali si traggono gli argo- 
menti. 

.0. C. Non veggio sin' ora di cbe debbiate dubitare. 

F. N. Qual vi pare ne la poesia parte principale: l' elo- 
cuzione la sentenza ? 

0. C, V elocuzione. 

F, N. Percbè, dunque, insegna ne l' elocuzione quel die 
prima doveva insegnarci ne la sentenza? 

0. C. Forse giudicò altramente Giulio Camillo, il quale 
non segui la dottrina d'Aristotele. 

F. N, £ per questa cagione egli raccoglie ne la sua pic- 
ciola Topica alcuni pocbi luogbi, e non si serve del numero 
cosi grande de le proporzioni. 

0. C. Per questo. 

F, N. Avrebbe nondimeno potuto raccorrò quelle cbe 
sono sparse ne' libri d' Omero, di Museo, d'Esiodo, di Pin- 
daro, di Teognide, di Focillide, di Safifo, d' Anacreonte, 
d'Escbilo, d'Euripide, di Sofocle, d'Aristofane, di Teocrito, 
d'Apollonio, di Quinto Calabro, di Plauto, di Terenzio, di Lu- 



VERO DE LA POESIA TOSCANA. 109 

crezio^ di Virgilio, d' Omero , d' Ovidio , di Catullo , di Ti- 
bullo, di Properzio, di Dante, e del Petrarca, e di tanti altri 
non solo poeti, ma istorici e filosofi. 

0. C. Avrebbe, con l'aiuto del re di Francia. 

F, N. E le massime proporzioni sarebbono stati i luoghi 
de gli argomenti che debbono usare i poeti, non solo per acqui- 
star la benevolenza de la sua donna, ma in persuadere a'prin- 
cipl r unione e la pace, e '1 ben publico , o la guerra contro 
gr infedeli, come fece il Petrarca in quelle tre canzoni : 

Italia mia , benché '1 parlar sia indarno ; 
Spirto gentil, che quelle membra reggi; 
aspettata in elei beata e bella; 

ne le quali egli ha sì pochi imitatori, quantunque n'abbia 
tanti ne le materie amorose. 

0. C, E piùn' averà forse per V avvenire. 

F. N. In loro è stato usato soverchio artificio, laon- 
de , dovrebbono esser più tosto ristrette le leggi al pia- 
cere, ch'allargate. 

0. C. L' imitazione mi par bella e grande; ma l'argo- 
mentar mi par cosa anzi da loico, che d' oratore o di poeta. 

F. N. Vi par, dunque, che '1 Petrarca non argomenti ne le 
canzoni già dette, e ne l' altre sue, e ne' sonetti? e che non 
argomenti assai spesso Virgilio ed Omero, egli altri, de'quali 
abbiamo ragionato ? 

0. C. Argomentano, ma rare volte, e spesso fanno al- 
tro die argomentare. 

F. JV. E che altro fanno? 

0. C. Imitano o assomigliano. 

F. N, E la similitudine non è una maniera d'argomento? 

0. C, Or mi sovviene ch'il luogo da' simili, da' quali 
si traggono tanti argomenti, é quello che più conviene a'poeti 
ed a gli oratori. 

F. N. Ed oltre questo, sapete che due sono leforme de gli 
argomenti usati da l' oratore, V esempio e l' entimema , sì 
come è del loico V induzione e '1 silogismo. 

0. C. Sello. 

Tasso. Dialoghi. -^d. 40 



110 LA CAV ALETTA, 

F. N, Ma ciascuno eh' assomiglia, non si propone qualche 
esempio d'assomìgh'are? 

0. C. Senza dubbio. 

F. N. Dunque, in qualche modo argomenta, quantunque 
r argomento non sia messo in forma, ma ricoperto con quella 
finzione, de la quale abbiam ragionato: ma quanto egli è meno 
manifesto, tanto egli è più acconcio a persuadere. 

0. C, Veramente, leggendo i poeti, molto sono stata per- 
suasa a r onore, a la gloria ed a la yirtù; e quasi più che 
da' filosofi stessi. 

F. N. Ma oltre gli esempi, vogliam noi credere eh' il 
poeta jusi giamai gli entimemi ? 

0. C. Credo che ve ne siano a dovizia. 

F. N* E chiunque dimostra che '1 soggetto sia nel predi- 
cato, non sia, usa in qualche modo questo argomento. 

0. C. Cosi stimo. 

F. N. Crediamo che '1 Petrarca V usi mai ? 

0. C, Io non mi son accorta ancora di questo artificio. 

F. N, Ma riguardando forse più dihgentemente, potrete 
peravenlura riconoscere molti vestigi. 

0. C. E dove, come ? 

F. N. Ponendo il soggetto de la canzonetta da l'una par- 
te; e si» il soggetto madonna Laura, e le cose le quali se- 
guono precedono, overo sono alienfc; e da V altra, il pre- 
dicato, che sarà V esser bella , e le cose parimente che sono 
precedenti a la bellezza , o segmenti, o pur aliene : e appari- 
ranno molti modi da congiungere il predicato al soggetto , o 
da separarli da quelle cose che sono sconvenevoli a l'uno 
ed a r altro. 

0. C. Non sarò tarda a riguardarci. 

F. N. Né solo questo metodo mi par di riconoscere; ma 
ne la canzona veggio quasi una ìmagine o un' ombra del 
divisivo, e nel sonetto del compositivo. Perciochè ne l' una 
si sparge, e raccoglie ne V altro : e V una risponde a 1' ode 
greca o latina, V altro a l' epigramma. Ma '1 considerar que- 
ste cose più minutamente, sarebbe fatica d' alcuno meno oc- 
cupato. 

0. C. Sarebbe veramente, né io ardirei d' impor tanto 



VERO DE LA POESIA TOSCANA. Hi 

peso a chi n' ha sostexiuta maggior parte di quella eh' io 
avrei credula da principio che dovesse portare; ma tutto è 
stato vostra cortesia e nostro guadagno. 

F. N. Anzi, pur l'acquisto è stato commune; che s' io 
averò detto cosa che non vi dispiaccia, mi piacerà l'avere 
dubitato d' alcune cose, ed in altre confermata la mia opinio- 
ne co '1 vostro giudicio. 

0. C. Se '1 mio parere è degno d' alcuna stima, non 
lasciamo la musica eh' è la dolcezza, e quasi T anima de la 
poesìa, come poco inanzi accennaste di voler fare. 

F. N. Ma non accettaremo noi quella definizione di Dante, 
ne la quale concede il suo luogo a la musica ? 

0. C. Accettaremo. 

F. N. Dunque il genere suo, e quasi la materia, sarà la 
finzicme; e sue forme saranno retorica e musica. 

O. C. Saranno. 

F. JV. Ma se non m' inganno, l'ultima forma fu aggiunta 
da lui, non come essenziale, ma quasi accidentale a la poesia, 
ne la quale sono alcuni parlari nudi e senza condimento, 
che per sé stessi sogliono esser ascoltati e letti volentieri ; 
altri, e' hanno bisogno di questo condimento: la qual diffe- 
renza Dante medesimo mostrò di conoscere, dicendo che le 
canzoni adempiono per sé stesse tutto quello che ^^nno , il 
cbe le ballate non fanno, però hanno bisogno de' sonatori : e 
quinci seguita, che le canzoni debbano esser stimate più nobili. 

0. C. Assai in questo manifesta la sua opinione. 

F. N, Ma non tanto, che non porga occasione di nuovi 
dubbi; perchè se le ballate hanno bisogno di sonatori, mi par 
che lo debbano aver de' ballarini ancora , a' quali mi paiono 
fatte più tosto. E a voi che ne pare ? 

0. C. Questo medesimo. 

F. N. I sonetti, dunque, avranno bisogno di sonatori. 

0. C. Avranno. 

F. N. E per questa ragione le canzoni, quantunque non 
abbiano bisogno di questi né di quelli, l' hanno di cantori o 
di cantatrici. 

0. C, Sì veramente. 

F. N, Par dunque che '1 lor modo sia nobilissimo , oltre 



112 LA CAVALETTA, 

tutti gli altri di questa specie e di questo genere, perchè ha 
solo bisogno di chi le canta; ma i sonetti, oltre il canto^ ri- 
cercano il suono : né le canzoni medesime il rifiutano ; perchè 
Aristotele dice ne' Problemi, che sono udite più volentieri al 
suon di lira : e le ballate, oltre il suono e '1 canto, desiderano 
il ballo. Ma sovra le canzoni e* è un altro poema di un altro 
genere, il quale non ha bisogno d' esser cantato : e questo 
modo fu da lui conosciuto peraventura come si antiveggono 
le cose future, quando egli disse eh' alcuno sino a' suoi tempi 
non avea cantato de Tarmi, de le quali si suol cantare e 
scrivere ne V epopeia, in guisa che '1 canto non toglie alcun 
pregio a le cose scritte, ma giunge più tosto: nondimeno sono 
bastevoli per se stesse, onde possono esser domandati non solo 
canti ma libri ; ne' quali s' è usata T ottava rima, come quella 
ch'essendo più uniforme, riceve minor varietà di modulazioni. 

0. C. In questo modo io ho già sentito cantare i versi di 
Virgilio a la lira. 

F. N. E può meglio far senza il canto, che non può al- 
cuna de le già dette composizioni ; laonde è molto più accon- 
cia a la narrazione. Perciochè l' ineguale s' accommoda a la 
grandezza del dolore e de V affanno, come dice Aristotele ; 
ma a V incontro, quel eh' è eguale, come sono i versi tutti en- 
decasillabi, è meno acconcio al pianto. Questo, dunque, a me 
pare che debba essere stimato il nobilissimo modo. E voi 
che ne dite ? 

0. C. Io lascio facilmente persuadermi. E l'altro ch'egli 
chiama nobilissimo, è forse così chiamato per alcuna similitu- 
dine fra questo modo e l' eroico, il quale da lui è detto tra- 
gico, come appare in que' versi : 

Eurìpilo ebbe nome , e così il canta 
L* alla mia tragedia in alcun loco. * 

F. N. Ed in ciò seguitò il giudicio di Platone , il quale 
prima di lui chiama Omero poeta tragico. 

0. C, Dietro a cosi grande autore non si può errare. 

F. N. Direm dunque, s' al signor Ercole non pare scon- 
venevole, che la tragedia sia un genere subalterno di quella 

* Dante , fn/emo , XX , 112-18. 



VERO DE LA POESIA TOSCANA. 113 

eh' è propriamente tragedia^ e de la epopeia, e di queste pic- 
cìole composizioni che particìpano de le passioni tragiche , e 
de la sua nobiltà. 

0. C. Tutto quello che non è negato dal signor Ercole , 
prenderem quasi conceduto. 

F, N. Ma le canzoni hanno bisogno de la musica quasi 
per condimento. Ma quale cercherem noi che sia questo con- 
dimento ? qual piace a' giovani lascivi fra' conviti e fra' balli 
de le saltatrici ; o pur quello eh' a gli uomini gravi ed a le 
donne suol convenire ? 

0. C. Questo più tosto. 

F. N, Dunque lasciarem da parte tutta quella musica , 
la qual^ degenerando, è divenuta molle ed effeminata : e pre- 
gheremo lo Striggio, e lacches e '1 Lucciasco^ e alcuno altro 
eccellente maestro di musica eccellente, che voglia richiamarla 
a quella gravità, da la quale traviando, è spesso traboccata 
in parte , di cui è più bello il tacere che '1 ragionare. E que- 
sto modo grave sarà simile a quello che Aristotele chiama 
(^wptJTt, il quale è magnifico, costante e grave, e sopra 
tutti gli altri accomodato a la cetera. 

0. C. Cotesto non mi spiace: ma pur niuna cosa, scom- 
pagnata da la dolcezza , può essere dilettevole. 

F. N, Io non biasimo la dolcezza e la soavità , ma ci 
vorrei il temperamento; perch' io stimo che la musica sia 
com' una de le altre arti pur nobili, ciascuna de le quali 
è seguita da un lusinghiero simile ne l'apparenza, ma ne 
l'operazioni molto dìssomigliante : e come 1' arte de la cu- 
cina lusinga a la medicina, il calunniatore a V oratore, il sofista 
al filosofo; così la musica la.^civa a la temperata. 

0. C. Fra tanti lusinghieri sono in molto pericolo non 
solamente gli uomini, ma l'arti medesime, e quelli e que- 
ste m gran parte contaminate. 

F.N, Dunque, il nostro poeta da l'una parte si guar- 
derà di non cadere ne le arguzie de' sofisti, le quali hanno 
ripiene molte composizioni che piacciono al mondo: da 
r altra, che '1 condimento de la musica non sia stempera- 
to né soverchio; ma, come Tirteo tra gli Spartani, deverà 
esser fra gl'Italiani, o fra' Cristiani più tosto, in queste 

10* 



114 LA CAVALETTA, EC. 

guerre che sono tra loro e i Turchi e i Mori e gli altri 
e' hanno perduto il lume^ de la vera fede : e cantando ora 
circa il sinistro, ora circa il destro, si dovrà proporre, come 
per esempio, il movimento del primo cielo , che si muove 
da l'oriente a l'occidente, o pur da la destra a la sini- 
stra, e quelli de gli altri ancora, che sono mossi diversa- 
mente; i quali duo moti assomiglia l' anima nostra con la 
Yolontà e con r appetito. 



115 
SOIMETTI 

DI FRANCESCO BECCUTI DETTO IL COPPETTA 

E DI MONSIGNOR GICfYANNI DELLA CASA. 

(Vedi a pagioe 74-9.) 



Locar sovra gli abbissi i fondamenti 

De r ampia terra , e come un picciol velo 
L'aria spiegar con le tue mani , e il cielo 
E le stelle formar chiare e lucenti ; 

Por leggi al mare , a le tempeste, a i venti, 
L* umido unire al suo contrario e *1 gelo, 
Con in6nita providenza e zelo , 
E creare e nudrir tutti i viventi ; 

Signor, fu poco a la tua gran possanza: 
Ma che tu re , tu creator , volessi 
E nascere e morir per cbi t* offese; 

Cotanto Topra de* sei giorni avanza , 

Ch' io dir no *1 so , no *1 san gli angeli stessi : 
Dicalo il Verbo tuo, che sol l'intese. 

Questa vita mortai, che 'n una o'n due 

Brevi e notturne ore trapassa , oscura, 

E fredda , involto avea fin qui la pura 

Parte di me ne l'atre nubi sue. 
Or , a mirar le grazie tante tue 

Prendo, che frutti e fior, gelo ed arsura , 

E sì dolce del ciel legge e misura , 

Eternò Dio, tuo magisterio ine: 
Anzi'l dolce aer puro, e questa luce 

Chiara , che '1 mondo a gli occhi nostri scopre , 

Traesti tu d* abissi oscuri e misti ; 
E tutto quel, che 'n terra o 'n ciel riluce. 

Di tenebre era chiuso» e tu l'apristi; 

E'I giorno e'I sol de le tue man son opre. 



IL BELTRAMO, 

VERO 
DE liA CORTESIA. 

1584. 



119 
ARGOMENTO. 



Fu tanta la cortesia, colla quale 1* Autor nostro, ne' primi 
tempi del suo soggiorno in Ferrara, venne accolto ed albergato nella 
casa del conte Niccolò Tassone, che volle lasciarne memoria a* po- 
steri, prendendo da sì fatta circostanza il motivo di questo suo dia- 
logo , e introducendo in esso per interlocutori alcuni di que' mede- 
simi personaggi , con cui soleva in quella casa più dimesticamenle 
trovarsi: cioè adire, 1* abate Beltramo, dal quale esso dialogo gli 
piacque d'intitolare, Ottavio Tassone, eh* era il più giovine de' figliuoli 
del prefato conte, ed il capitano K M. Fìnse ei pertanto, che men- 
tre stava un giorno per uscire di casa , venisse da questi due ultimi 
rattenuto per la cappa, e che avendo loro detto V abate esser quella , 
sebben cortese, una violenza, egli entrasse seùoloro in discorso della 
Cortesia. Tale è V occasione del colloquio : di cui poi il sunto è il 
seguente. Mostrasi in prima, che la cortesia non è mai ingiusta, e 
che per conseguente non può mai darsi violenza , o ingiustizia cor- 
tese. Si fa quiudi conoscere qual differenza sia ira la cortesia e la 
liberalità, e come, essendo la prima tutta la virtù intiera delle corti, 
perciocché comprende tutte le virtù necessarie in quelle, la secon- 
da, che non è se non una particolare virtù, si contenga in essa come 
sua parte. Raflrontandosi poscia la detta intiera virtù colla giustizia 
universale, si prova che nel soggetto l'una e T altra sonosil medesi- 
mo, e che se pur è fra loro alcuna diversità , questa è^ soltanto nella 
ragione e nel modo, col quale si debbono adoperare. Toccasi ap- 
presso come la cortesia, al pari della giustizia, sia virtù non meno 
di principe che di cortigiano ; e si passa per ultimo a dimostrar con 
esempì, che anche nella giustizia particolare , cioè in tutte le specie 
particolari di essa, trovasi la cortesia. -^ (Mortàra.) 



121 



IWTERI^OCIJTORI : 



FORESTIERE NAPOLITANO, ABBATE BELTRAMO, 
CONTE OTTAVIO TASSONE, GAP. P. M. 



Io ritornava di corte, dove per usanza lungamente era 
dimorato, ne l'ora men calda e noiosa del giorno, comin- 
ciando il sole a dechinare; ed essend' io già stanco del lungo 
spaziare, mettendo a pena piede innanzi piede, m'appressa- 
va a la casa del conte Nicolò Tassone, ne la quale, per la 
morte di quel cortesissimo signore, non era mancato ne' 
figliuoli r usato splendore e la solita cortesia verso i fore- 
stieri. Quando io vidi su 1' uscio il conte Ottavio, eh' è il più 
giovane di loro , e seco 1' abbate Beltramo suo parente , e '1 
capitano P. M., loro famigliare: e mentre '1 conte si fermò 
con r abbate a ragionare, io montai le scale; e preso, ne la 
camera ne la quale io albergava, un libro, voleva andarmene 
a casa del signore Alfonso Villa, cavalier di gran valore, co'l 
quale assai spesso soleva cenare: ma il conte mi prese perla 
cappa, e mi ritenne; e volendo io svilupparmene, il capita- 
no mi prese. Allora disse l'abbate: questa è violenza, vo- 
lendo ritener, suo malgrado, questo gentiluomo, il qual forse 
da qualche bella brigata di gentildonne dee essere aspettato. 

F, N, Non fu mai violenza senza ingiustizia. 

A. B. Questa è amore voi violenza e cortese ingiustizia; 
perchè di si cortese cavaliere sete prigione, che non solo con- 
sentirà volentieri che voi ritorniate a' vostri piaceri, ma verrà 
egli ancora a farvi compagnia. 

F. N. È alcilna ingiustizia, la quale è cortese? 

A. B, È, senza dubbio. 

C. 0. Ma non è tempo di parlarne, se prima non ci 
assicuriamo di non commettere discortese ingiustizia; per- 

Tasso. Dialoghi. '-'^. il 



122 IL BELTRAMO, 

che discortesia mi parrebbe il privarlo d' alcuna piacevol 
compagnia. 

F, N, Quella, ne la quale io sto di continovo, è piacevol 
molto, e niun bisogno mi stringe di partire. 

C. 0. Fermatevi , dunque, che i servitori recheranno da 
sedere, e così polrem più commodamente ragionare. 

F. N. Diteci, signore abbate: è la cortesia ingiusta, o l'in- 
giustizia cortese in modo alcuno ? 

A. B. Io stimo senza fallo (e V udii già dire in Vinegia 
dal signor Luigi Gradenico, assai lodato tra' filosofanti), ch'una 
specie parte d' ingiustizia sia la cortesia, assai diversa da 
quella di coloro che sono communemente chiamati ingiusti : 
perciochè l' ingiusto prende sempre il più, ed a gli altri dà 
il meno ; ma il cortese prende il meno per sé , e dà a gli altri 
il più: ed il prendere il più ed il meno sono specie d' ingiu- 
stizia; e fra l' una e l'altra sta la giustizia, la qual non pren- - 
de il più né '1 meno , ma V eguale. Sì eh' egli diceva, che la 
cortesia è una ingiustizia generosa. 

F. N, Or diteci ancora : l' ingiusto prende il più sola- 
mente fra' simili o pur fra' dissimih ? 

A. B. Fra' dissimili ancora, perch'un violento non solo 
prenderà il più fra quelli che gli sono somiglianti , ma assai 
volentieri fra coloro i quali sono migliori di lui, dov' egli 
possa. 

F. N. Ma il giusto prende egli mai l'eguale fra' dissimili, 
pure il più? e suppogniamo che'l giudice sia giusto, gli è 
lecito di prender maggiore onore die non ha 1* avvocato , o 
r avvocato, che non ha il reo ? 

A. B, Gli è lecito. 

F. N. Dunque il giusto prende solamente l'eguale fra' si- 
mili; ma fra' dissimili prende alcuna volta il più: ma l'in- 
giusto prende il più fra' simili e fra' dissimili , o vero tra gli 
eguali e gì' ineguali, che vogliam nominarli ? 

A, B, Così stimo. 

F. N. Dunque ciascun, che fra gli eguali prende l'egua- 
le, e'I più fra' minori, è giusto. 

A. 5. È, per mio parere. 

F. N. Avete mai veduti i princìpi prendere eguale onore 



VERO DE LA CORTESIA. 123 

a la messa o a la mensa^ o andando a diporto con gli altri 
principi loro eguali? 

A. B,Eo veduto, senza fallo. 

F. N. Ma un principe eh' alberghi un altro, fa egli azion 
giusta, più tosto cortese ? 

A. B, Cortese, più tosto. 

F. N. Tuttavolta, facendo operazione cortese, prende 
eguale onore fra gli eguali; e se questa è cortesia, non pr^de 
sempre il meno, come voi poco innanzi diceste, ma l'eguale 
alcuna volta. Oltre di ciò, vi sete spesso avvenuto, itove al- 
cun principe suol dare audienza a' cavalieri ed a' privati gen- 
tiluomini, pur chiamarli seco in cocdiio, o invitarli a man- 
giare; anzi, sete stato assai volte uno di quelli. 

A, B. Sono, per sua cortesia. 

F. N. Nondimeno egli prendeva il più, ma il prendeva 
fra gì' ineguali. 

A, B, Cosi aviene il più de le volte. 

F. N, E prendendo il più fra gì' ineguali, era cortese. 
Dunque, il cortese non è ingiusto , come poco innanzi dice- 
ste, ma giusto; perciochè fra gli eguali prender eguale, ed il 
più fra gì' ineguali : e se ciò è v^ro, una medesima virtù sarà 
la giustizia e la cortesia. 11 che se così stia, o pure in parte 
altramente, mi pare degno di considerazione. Percioch' assai 
volte il cortese prende il meno , si come fa il buono e i 
diritto : ma ciò nondimeno è uso di fare più spesso ne' beni 
utili ne' piacevoli , o pur anco ne gli orrevoli che ne gli 
onesti; laonde la cortesia sarà più tosto la bontà e l'equità. 

C, 0. Il giusto dà cosa che non può torre con ragione, 
ma il cortese ci concede quello che ragionevolmente può 
negare; laonde io direi più tosto, che la cortesia e la libe- 
ralità fosse una stessa virtù. 

F. N. Assai più verisimile mi pare la vostra opinione: 
perciochè ponendo voi la cortesia insieme con la liberalità, la 
ponete fra le virtù, fra le quali dee stare senza dubbio. Ma 
ponendola egli con l' ingiustizia , la poneva ne la schiera 
de' vizi, dove non è convenevole che fosse ordinata: tutta- 
volta mi pare^che possiamo andare investigando, s'ella sia 
liberalità, o ver giustizia; e non essendo alcuna de le due. 



124 IL BELTRAMO^ 

a qual de le due sia più sifnigliante. Ma con chi debbo ri- 
cercarne? co '1 signore abbate, a cui è sì nota la giustizia, 
come a colui il quale alcun tempo ha studiato ; o dal signor 
conte, dal quale è così conosciuta la Uberalità, che da niun al- 
tro fu meglio giamai? 

P. M. Quantunque sia più securo de la cognizione e' ha 
il conte de la liberalità, che di quella la quale ha V abbate 
de la giustizia, il quale assai spesso, quand' io contendo con 
don Bastiano, mi dà la sentenza centra ; nondimeno direi, che 
con l'uno e con l'altra n'andaste ricercando, e meco ancora, 
a cui se la fortuna non ha conceduto il modo d'usar liberalità, 
almeno non ha tolto V animo di riceverla, come si conviene. 

F. N. Or credete voi, signor conte, che la liberalità sia 
una specie , o parte, che vi piaccia chiamarla, de la virtù? 

C. 0. Credo, senza alcun dubbio. 

F. N. Dunque, se la cortesia è una parte de la virtù, 
potrem forse conchiudere, che sia quella stessa eh' è la 
liberalità : ma se non è sua parte, non è in modo alcuno 
ragionevole il dir eh' ella sia la medesima. 

C. 0. Non è, per mio giudicio. 

F. N. Or ditemi, dunque, signore: stimate che la cor- 
tesia convenevolmente sia difflnita virtù di corte, come suo- 
na il suo nome ? 

C. 0. Stimo. 

F. JV. Ma la liberalità è virtù di corte ? 

C. 0, È , senza dubbio. 

F. N, Dunque, sin'ora la liberalità e la cortesia ci paiono 
r istessa: ma andiamne ricercando più oltre. È virtù di corte 
la mansuetudine? w 

C. 0. È similmente; perciochè molti, i quali spesso e 
fuor di tempo e fuor di misura s' adirano, poco sogliono esser 
prezzati ne le corti. 

F. JV. La mansuetudine ancora è cortesia : ma la tem- 
peranza vi pare virtù di corte ? 

C. 0. Pare ; avegnach' i bevitori e i ghiotti non abbia- 
no in corte alcuna riputazione. 

F. N. E la modestia e la fortezza saranno stimate virtù 
di corte ? 



VERO DE LÀ CORTESIA. i25 

C. 0. E chi di questo può dubitare , poi eh' al buon cor- 
tigiano si conviene moderare il soverchio desiderio de gli 
onori che non gli si convengono, e non meno espor la vita per 
il suo principe, eh' al buon cittadino per la sua patria. 

F, N. E cosi discorrendo per tutte V altre virtù, trovere- 
mo che non ce n' è alcuna, la qual non sia necessaria ne le 
corti : laonde pare che la cortesia non debba essere stimata 
una particolar virtù, ma tutta la virtù intiera, dentro la 
quale sia contenuta la liberalità, come sua parte. 

C, 0, Quanto la vostra ragione ci fa la cortesìa, tanto più 
volentieri dee essere udita. 

F. N. Poiché abbiam ritrovato che la cortesia è la virtù 
compita, andiamo considerando, signore abbate, se la giustizia 
sia una parte de la virtù , o pur tutta. 

A. B. Tutta è quella eh' a me più s' appartiene di cono- 
scere, ciò è la legitima : perchè le buone leggi commendano 
r operazione d'ogni virtù, non solamente de la mansuetudine, 
de la temperanza, o de la modestia , o de la fortezza. 

F. N. Se la giustizia è tutta la virtù, e la cortesia pari- 
mente è la virtù compiuta; ne segue, senza fallo alcuno, che 
la cortesia e la giustizia siano Y istessa : o almeno, la corte- 
sia è molto più simile a la giustizia, che non è la liberalità. 
Ma cerchiamo se ci fosse ancora altra somiglianza fra la cor- 
tesia e la giustizia. Non avete voi detto , che la giustizia ri- 
sguarda il bene altrui più che 1 suo proprio? 

C. 0. Si certo , j)erciochè ella fa quelle cose le quali sono 
utili al principe ed a la republica; laonde, quantunque sia 
tutta la virtù, pare eh' in questo sia diversa da la virtù par- 
ticolare, che r una è a sé stessa, l' altra per altrui giovamen- 
to, sì che può dirsi convenevolmente, che la giustizia sia 
bene de gli altri. 

F. N. Ma non vi pare che la cortesia sia bene altrui, più 
tosto che del suo possessore? 

C, 0. Sì veramente, percioch' il cortese ha risguardo an- 
cora al ben d' altrui. 

P. J^. Or se la giustizia è perfetta virtù, perch'è l'uso de 
la perfetta, la qual colui che la possiede non adopra solamente 
per suo commodo^ ma per bene universale; per questa ragione 

il» 



126 IL BELTRJIMO^ 

ancora è virtù perfetta la cortesìa, e consìste principalmente 
ne V uso verso gli altri. Sin qui, dunque, niuna diversità par 
che sia fra la giustizia e la cortesia ; anzi mostra, che Tuna e 
r altra sia l' istessa nel spggelto: e se v' è alcuna diversità, è 
ne la ragione, o nel modo co '1 quale si debbono adoperare; 
perciochè la giustizia è usata dal giusto in quella guisa che 
commandano le nostre leggi ; ma la cortesia è fatta dal cortese^ 
come ricercano V usanza e la creanza die le corti. 

P. M, In questa maniera ancora da me^ che non sono 
dottor di leggi, la giustizia legitima da la cortesia facilmente 
potrebbe esser conosciuta; perchè V una mi s' appresenta con 
sembiante tutto grave, severo ed orrido^ e l'altra con allegro 
e ridente, e pieno di piacevolezza.. 

F. N. Ma perchè abbiam conchìuso, che la cortesia è' 
non una sola, ma tutta la virtù di corte ; e ne la corte al- 
bergano i principi come i cortigiani, direm che sia virtù 
de gli uni solamente o pur de gli uni e de gli altri? 

C. 0, De gli uni e de gli altri. 

F, N. Se virtù dì principe è la giustizia, e virtù dì prin- 
cipe è similmente la cortesia, in questo ancora sono conformi; 
e volentieri dimandarci al signore abbate, qual de le due me- 
ritasse d' esser a V altra preferita : nìa la cortesìa noi con- 
sente , la quale benché prenda molte volte V eguale fra gli 
eguali, nondimeno il prende sempre, da poi eh' a gli altri 
r ha conceduto : e cede volentieri a la giustizia il luogo, non 
dirò superiore, ma il primo. E se la Reverenda autorità de 
le sacre leggi non mi spaventasse, direi che la cortesia fosse 
più illustre e più riguardevole die la giustizia; e cosi ras- 
somigliarci al sole, come V altra ad espero ed a lucifero fu 
rassomigliata; seguendo in ciò quel nostro maraviglioso 
poeta, il qual disse : 

Al suo partir partì del mondo Artiere, 
E cortesia , e 4 sol cadde dal cielo : 

quasi che l' oscurar del sole non fosat altro che*l partir de 
la cortesia. Ma s' abbiam ritrovato, o monsignore, che la 
giustizia universale sia V istesso in sij^getto che la cortesìa^ 



VERO DE LA CORTESIA. i27 

debbiamo ancora investigare , se la giustizia particolare sia 
una parte de la cortesia. 

AB. Debbiamo. 

F. N. Or come vi piacerà di partir la giustizia? 

A. B. Suole esser divisa ne le nostre scuole in quella 
che distribuisce i premi, e ne V altra la qual corregge i torti 
e i difetti particolari: e questa in due specie ancora si divide; 
perciochè la prima d*esse è d'intorno a' commerci volontari, 
e la seconda intomo a quelli che non sono cosi fatti. 

F, N. Ma vi piacerebbe eh' in ciascuna di queste specie 
si trovasse ancora la cortesia? 

^. B. Mi piacerebbe sopramodo. 

F. N. Nel compartimento de* primi, che fece Enea, non 
vi'paion giustamente dispensati quelli che ricevono Eurialo 
e Diore nel giuoco del corso? 

A. B. Paionmi. 

F. N, Ma cortesemente son dati gli altri a Salio ed a 
Niso, a' quali la fortuna era stata contraria, come appare 
in que^ versi : * 

Tum pater Mneas, Vestra, inquit, munera vohis 
Certa manent, pueri; et palmam movet ordine nemo: 
Me ìiceat coMum miseraH insonlis amici. 
Sic fatui, lergum Gcetuli immane leonis 
Dal Salio. 

E parimente fu cortesia, più che giustizia, quelfa eh' egli 
mostrò ad Aceste, dove si dice : 

Sed l(Btum amplexus Acesten , 

Muneribus cumulat magnis, ac talia fatur, 

A. B. Parimente, a mio parere. 

F. N. Ma ne la giustizia correttiva, quelle medesime azioni 
ch'i giudici fanno giustamente secondo le leggi, possono farle 
cortesemente con le maniere apprese ne le corti, dovesogho- 
IH) usare assai spesso'? 

A, B. Possono ; laonde per l' un rispetto le chiamarci 
legitime, per l'altro, cortesi: però s' alcuna volta o prin- 
cipe, cavaliere illustre, o alcun uomo famoso per elo- 

* VirgUio, Eneide, Y, 




128 IL BELTRAMO, 

quenza o per dottrina sarà dinanzi a* discreti giudici^ niuna 
sorte d'onore per cortesia gli deve esser negata. . 

F. N. Ma che direm noi, monsignor Beltramo, in quel- 
r altra maniera di commerci? vorrem credere che mancasse 
cortesia in que* generosi corsari, che si tennero bene avven- 
turosi potendo adorar Scipione Africano; o 'n Ghino di Tao- 
co, il qual cosi agevolmente guarì il ricco abbate del male 
de lo stomaco, e meritò per opera sua d* esser poi ricevuto 
ne la grazia di Santa Chiesa, e divenir friere de lo Spedale;^ 
pur in Anna appresso Virgilio, la quale 

Sola viri moìles aditus et tempora norat; 

pur in Galeato re de V isole lontane ? 

C. 0. Egli fra Lancilotto suo amico e Ginevra pose mag- 
gior concordia di quella che ponesse mai alcup giudice fra' li- 
tiganti, e con maggior cortesia e' fu miglior mezzo da ridurla 
ad egualità. Ma ho prevenuto V abbate co '1 mio parlare, te- 
mendo ch'egli volesse darci a divedere, ch'in questa ma- 
niera di contratti la cortesia fosse più tosto una specie d* in- 
giustizia : il che senza biasimo de' cavalieri antichi e moderni 
difficilmente par che si possa dimostrare. Pur io stimo, che 
molto meglio 1' amore che la morte agguagli tutte le disugua- 
glianze; né so bene, s' egli usi le proporzioni geometriche o 
l'aritmetiche più tosto: ma qualunque siano le sue misure o le 
dismisure, desidero che mi si conceda potersi, non sol corte- 
semente, ma giustamente servire un amico. 

A. B. Voi parlate forse di quella giustizia che s'usa 
inanzi al tribunale amoroso, con quella 

Dura legge d* Amor , che , benché obliqua , 
Servar conviensi; che per lutto aggiunge, 
Di cielo in terra, universale, antiqua:' 

ma io non vi ho studiato giamai, e ne sono de' meno ia- 
tendenti. Ma inanzi a quelli, ne' quali ò castigato l'adultero^ 
assai ingiusta suol parere questa cortesia. 

F. N. Nò questa ardisco di negar che sia cortesia, poi- 

* Boccaccio , Decamerone , X , 2. 

' Petrarca, Trionfo d'Amore, cip. IH. 



VERO DE LA CORTESIA. 129 

che piace al siguor conte : nò s' ella è cortesìa , stimo cbe 
possa in modo alcuno chiamarsi ingiustizia , ma forse alcuna 
secreta operazione^ alcun sottile avedimento può simigliar 
cortesia fra' gioveni cavalieri in una corte piacevole, che ne la 
più grave e più severa non sarà tale stimata fra' più maturi; 
e '1 ragionamento del conte Guido da Monforte co '1 buon re 
Carlo ce '1 manifesta chiaramente. Però ne le corti perfettis- 
sime, come che non si nieghi a gentil cavaliere l'esser mezzano 
fra r amico e la donna amata, sarà a miglior fine ed a più 
laudevole, che di furtivo abbracciamento e d'adulterio; a fin, 
dico, di matrimonio, o di quella modesta conversazione cbe 
ne le nobilissime corti non suol esser negata, per la quale 
molte volte gli animi valorosi si congiungono in una ono- 
rata amicizia. 

A queste parole il conte pareva acquetarsi , quando 
sopragiunsero i fratelli con altri gentiluomini; e i servitori, 
portando l' acque a le mani, posero fine a le nostre quìstionì. 



IL GIANLUCA, 



BE I.E HASCHEKB. 



1584. 



133 
ARGOMENTO. 



In mez^o alla fiera malinconia , da cui era del continuo oppres- 
so, provava il Tasso grandissimo sollievo nel vedere gli spettacoli 
e le maschere. Onde nel carnovale del 1584 (che è a dire verso la 
fine del quinto anno della sua prigionia in Sant'Anna] essendo stalo 
da Alberto Parma, dotto gentiluomo modenese, e dal conte Ippolito 
Gianluca di Ferrara, antico e fedel servitore del duca Alfonso II 
d*Este, condotto un giorno, con licenza di esso duca, ad essere 
spettatore delle giostre e delle mascherate, che con ricche e nuove 
logge di ornamenti e di abiti si tacevano per la città , ne prese egli 
tanto diletto, che volle eternarne la memoria nella presente scrit- 
tura , fingendo in essa un dialogo intorno alle Maschere , occorso fra 
lai e i detti suoi amici, nel tem|K> appunto che si erano questi a lui 
recati per condurlo fuori. Del qual dialogo , che poi dal Gianluca gli 
piacque d'intitolare, tale in breve è il contenuto Vi si tocca prima- 
mente come i piaceri e i desideri variano secondo le età degli uomi- 
ni. Fatte quindi alcune parole del potere che ha nondimeno T amore 
di ringiovanire le voglie, vietisi a parlare dell'uso della maschera. 
Si accenna coni' ella fu ritrovata dagli antichi per assicurare l' ardita 
licenza del mordere , ed a che serva oggidì ; ed entrasi poscia a far 
conoscere, come nel mascherarsi occorra prendere ad imitare i mi- 
gliori. Si passa finalmente a discorrere di alcuni abiti che , per imi- 
tar quelli, potrebbe vestir chi s' immaschera : ma osservando il 
Tasso che la novità o V antichità di essi desterebbe forse le risa , 
coDchiude, quanto a sé, di vestire de' propri panni, non mettendo 
altro di più dell'ordinario che una maschera ed un cappello, e di 
uscir cosi a godere de' divertimenti , a cui i suoi due amici erano 
per guidarlo. — (Mortara.) 



Tasso. Dialoghi.^ 3. i2 



135 



INTElKIiflCVTOIU : 

ALBERTO PARMA, IPPOLITO GIANLUCA, 
FORESTIERO NAPOLITANO. 



A. P, Tutta Ferrara è piena di maschere, e voi solo an- 
cora sete rinchiuso? 

F. N. Questo non è senza mio dispiacere; perchè quan- 
tunque io temperi tutti i fastidi de la nostra vita con lezioni 
assai piace\oli, per le quali alcune volte mi dimentico del 
mio stato, e de la sorte , e quasi di me stesso; nondimeno la 
solitudine lunga viene finalmente a noia: ma non ho deside- 
rio d' ammascherarme. 

A, P. Già solevate essere anzi de' primi che de gli ulti- 
mi; ed ora è tempo che viviate non meno allegra 

F. N, L' allegrezze sono conformi a l'età de gli uomini, 
sì come i frutti a le stagioni: laonde, quel che diletta a la 
giovanezza non suol piacere a Tetà matura parimente, e gli 
esercizi de la virilità sogliono esser fatiche intolerahili a la 
vecchiezza. 

A. P. Sì come al fine de la primavera è simigliante ne 
le sue qualità il principio de la state; e quando ella concede 
il luogo a r autunno, è molto simile la temperatura de Tuno 
e de r altro : cosi la vostra età virile è ne* confini ancora de 
la giovanezza, nò si conosce la mutazione; onde vi dovreh- 
bono piacer quelle cose eh* a' giovani sono care. 

F, N. V infirmila è quasi vecchiezza : però son più si- 
mile a' vecchi ne' miei desideri. 

I. G. Sarete assai tosto sano, e potrete riprendere le vo- 
glie giovenili a vostro piacere; e forse germoglieranno co' 
Dori e con la erba de la primavera. 

F. N. Si come i capegli canuti non divengono mai neri. 



136 IL GIANLUCA, 

cosi mai non ringioveniscono le voglie, una volta invecchiate. 
A, P. Rivolgetevi ad Amore, come fece mi poeta da voi 
lodato, e dite: 

E questi capei tingi 

Wel color primo, acciò che fuor la scorza, 

Com'è Tinto quei dentro, non dichiari. 

F. N. Io dirò più tosto co '1 medesimo poeta : 

Concedimi, o Signor, chMo viva 
Mio tempo estremo almen là doTe sia 
Cortese e mansueta signoria. 

I. G. S' io non credessi vedervi innamorato di nuovo.... 

F. N. Che terreste ? 

1, G. Di seguire il vostro parere. in ogni occasione. 

F, N. Ma se non v' attenete a' consigli de' veri amanti, 
non dovete stimarli buoni. 

1. G. Non in tutte le cose. 

F. N. Dunque, Tessere amante è imperfezion di giudizio? 

J. G, Non tutti gli amanti son tali, perch' alcuni dimo- 
strano giudizio grandissimo ne V azione. 

F, N. E da questi agevolmente vi lascereste persuadere ? 

J. G. Senza fallo. 

F. N, Gli amanti sogliono persuadere ramare, o'I 
disamare ? 

J. G. V amare. 

F, N. Dunque, con l'altrui consiglio diventereste di nuo- 
vo amante, e tornereste a' primi sospiri, a le prime lacrime, 
a r antiche passioni. 

A, P. Anzi, più tosto gli amanti sogliono per gelosia per- 
suadere ch'altri non ami: perchè l'arte de l'amare è una 
specie di caccia; e gli amanti somigliano que' cacciatori che 
vivono di preda, né rivelano il luogo dove s'appiattano 
le fere. 

J. G. Questo poco importa più ne Tun modo che ne l'al- 
tro : ma voi presupponete eh' io sia stato altre volte amante, 
e forse v' ingannate. 

F. N. Se prima non amaste, il consigliero inamorato 
sarà cagione eh' in questi anni divegnate amante. Ora non 



VERO DE LE MASCHERE. 137 

è tempo di far questa deliberazione; ma più tosto se debbia- 
mo ammascherarci. 

il. P. La maschera fu per la scena ritrovata, perch'ella 
assicurasse Tardità licenza del favellare, e del mordere altrui, 
ricoprendo il viso de' morditori ; i quali da principio V unge- 
van di feccia, che serviva in quell'uso nel qual ella dipoi 
s'adoperò, crescendo la pompa de gli abiti con l'artifìcio de' 
poeti ; laonde non ha bisogno di lei chi non monta in palco. 

J. G. La ragione sarebbe assai buona per gli antichi: or 
son mutate l' usanze, e gli ascoltatori son mascherati, e sma- 
scherati gì' istrioni ; laonde non è soverchia la deliberazione. 

F. N. Questo è di quelli effetti che segue l'amore : però 
la determinazione dovrebbe cominciare da le prime cagioni. 

I. G. Molti , che non sono amanti, si vestono di questo 
abito per usanza e per commodità. 

F, N. più tosto molti, che dicono di non amare: ch'io 
per me non so conoscere qual commodità porti una masche- 
ra, la qual impedisce il respirare, ed un abito di canevac- 
cio di romagnuolQ. 

1. G. Voi biasimate le maschere modonesi, non le no- 
stre ^ sotto le quali con ninna difficoltà ci difendiamo da' venti 
e dal ghiaccio ; laonde possono esser dette ragionevolmente 
r arme usate contra '1 verno . 

F. N. Se r arme son cosi fatte, quasi ciascuno era ar- 
mato quando prima vidi Ferrara, e mi parve che tutta la 
città fosse una maravigliosa e non più veduta scena dipinta 
e luminosa, e piena di mille forme e di mille apparenze; e 
l'azioni dì quel tempo, simili a quelle che son rappresentate 
ne* teatri con varie lingue e con vari interlocutori. E non ba- 
standomi r esser divenuto spettatore, volli, divenire un di 
quelli ch'eran parte de la comedia, e mescolarmi con gli altri. 

E ben veggio or, sì come al popol tutto 

Favola ìai gran tempo , onde sovente 

Di me medesmo meco mi vergogno. 
E del mìo vaneggiar vergogna è '1 frutto, 

E '1 pentirsi, e '1 conoscer chiaramente, 

Che quanto piace al mondo è breve sogno. * 

* Petrarca. 

12* 



138 IL GIANLUCA, 

/. G, Chi si pente[, non pensa di far nuovo errore. 

F. N. Né già penso di farlo: però se'l vestire in questa 
guisa è fallo, debbiam guardarcene. 

A. P. Come può stimarsi errore quel cbe fanno i prin- 
cipi, i cavalieri, i dottori, i prelati, con V imitazione de'quali 
a ciascuno è lecito di vestirsi questo abito; si veramente cbe'l 
faccia con modestia. 

F. N, Dunque si può sicuramente imitare iniigliorì , e 
non solamente senza riprensione, ma con lode. 

A. P. Senza dubbio. 

F. N. E r imitazione de' peggiori è lodevole egualmente? 

A. P. Non è. 

F. N. Merita nondimeno alcuna lode, o pur non la 
merita ? 

A. P. Molti son lodati, perch'è ben imitato da loro quel 
che prendono ad imitare. 

F. N, E quel che ben imita, è buono imitatore? 

A, P. Quello, e non altro, a mio parere. 

F. N. Ma si può ben bene imitare U male? 

A. P. Molti ho veduti, i quali han bene imitate le cose 
tutte; quantunque fossero vili, basse e cattive. 

F. N. Ditemi, se vi piace, quel che sia V imitare. 

A. P. S' io non m' inganno, è Y assomigliare. 

F. N. Ma colui eh' assomiglia, divien simile a l'asso- 
migliato, ed imitando il male, conviene ch'egli n'abbia 
simiglianza. 

A. P. Conviene. 

F. N, Dunque , il bene imitando il male, il bene s' asso- 
miglia al male. 

A. P, Cosi a viene. 

F. N. E'I far ch'il bene^ prenda sembiante di male, 
può facilmente esser cagione d'ingannare? 

A. P. Agevolmente. 

F. N. Si può, dunque, il bene prendere in vece dì male, 
e'I male in vece di bene, in quella guisa che ne le comedie 
veggiamo V un simile esser preso in iscambio de l' altro. 

A, P, Si può : assai vicina è la similitudine fra le ma- 
schere e le comedie, e l' errore è quasi l' istesso. 



VERO DE LE MASCHERE. 139 

F. N, Dunque, l' imitator del male, o de' peggiori , che 
YOgliam chiamarlo, è contrario al filosofo, perciochè l'uno 
ci insegna a distinguere il ben dal male, e l'altro confonde 
la distinzione. 

A, P. Così mi pare per questa ragione. 

F. N. Ma è contrario parimente a l' imitator de' peggiori; 
e s'ad uno solamente è contrario, il filosofo e T imitator 
de' migliori sono l' istesso. 

il. P. sono stati, più tosto: che tali furono Omero, So- 
focle, Euripide, Senofonte e Platone medesimo; il quale non 
solo imitò r azioni e i discorsi de' migliori, ma formò l'idea 
di ciascuna virtù ne' suoi ragionamenti. 

F, N, Ma r imitator de' migliori è buono, senza fallo. 

A. P. Cosi mi pare. 

F. N, Dunque, senza dubbio è reo l' imitator de' peg- 
giori , eh' è r opposto almeno in quella azione ; e tanto peg- 
giore, quanto sono peggiori gli imitati ; perch* alcune come- 
die rassomigliano in modo a Tordinaria vita de' cittadini, che 
l'imitazione par de' simili, o de gli eguali. E s' Aristotile 
chiamò la comedia imitazione de' peggiori, intese de la co- 
media vecchia; a la quale molto s' assomiglìan ne la male- 
dJcenza queste, che vendono il diletto a prezzo. 

A. P. Veramente la comedia, che fu detta nuova a dif- 
ferenza di quella di Aristofane e de gli antichi, è quasi mae- 
stra de la vita civile: ed a' nostri tempi il Bibiena, l'Ariosto, 
il Tasso vostro padre e '1 Piccolomini, hanno acquistata 
molta laude. 

F, N. Mio padre fece la sua non per elezione, ma per 
* comandamento, e servendo meritò lode, come fece in tutte 
l'altre operazioni, perchè bene ubbedì. E forse quel che si 
dice ben imitare in alcune comedie, dovrebbe più tosto 
dirsi, acconciamente, o convenevolmente. Ma l'usanza, la 
quale ha fatto lecito V imitare il male, ha ritrovati ancora que- 
sti nomi sconvenevoli. 

A, P. Mutiamgli dunque, ed usiamgli convenienti, se 
nel tempo de le maschere non gli vogliamo usare quasi larve 
del vero. 

F. JV. Ma chi prenderà questo ardire , se non ci vien 



140 IL GIANLUCA, 

di Modena, la qual*è così buona maestra di formarli; e 
ne la quale s' insegnano e s' apprendono tutte le piji lodate 
lingue, e si conosce il valore e '1 pregio di ciascuna, e da voi 
particolarmente, che di tutte sete padrone? Usiamo fra tanto 
gli usati; e se debbiamo imitare i migliori, come diceste, 
non gì* imitiamo nel male, e non dlTCgnamo imitatori de'peg- 
giori non ce n' accorgendo. 

A. P. Io conosco che vi spiace vestirvi in quel modo 
che fan questi, che sono chiamati zanni, o pantaloni, o da 
lacchè: chiedete dunque gli abiti com' usano i migliori, ch'io 
cercherò di trovarli. 

F. N. Volete forse ch'io mi vesta di bigio, come fa- 
ceva il Muzio lustinopolitano ; o pur co' piedi scalzi, e cinto 
di corda, cerchi di rassomigliare il Panigarola gridando : 
miseri mortali, in che spendete le malnate ricchezze, con le 
quali si può nutrire il povero virtuoso? 

A, P. Io non voglio questo in modo alcuno, perchè ciò 
sarebbe divenir predicatore. 

F. N. Ma i predicatori son migliori ? 

A. P. Non se ne dubita. 

F. N. Perchè dunque e' è negato d' imitare i migliori 
scherzando ? E se pur la maestà de la nostra religione non 
consente che si scherzi; questi uomini, che danno consiglio 
a' principi ed a' cavalieri ne le materie di onore, dovrebbe- 
no almen contentarsi di essere imitati in maschera. 

A. P. Cosi mi piace: vestitevi di lungo, e caminate 
con gravità, e parlate di rado con voci soavi ,* come fanno 
i magnanimi. 

F. N. Dunque la toga de' Veneziani, eh' io non chiamo 
co '1 suo nome perchè '1 suono spiacevole non v' offenda, o '1 
capuccio antico de' Fiorentini, non sarebbe disdicevole. 

A. P. Non mi pare. 

F. N. TuttàvoUa la novità de l' abito, o 1' antichità più 
tosto rinovata, tirerebbe a sé mille occhi; ed alcun di- 
rebbe: Che s'è questo? Che s'è questo, peraventura ci mo- 
verebbe a riso. 

* Dtntt, Inferno, iy,iU. 



VERO DE LE MASCHERE. 141 

A, P. Non è picciola operazione muoverci a riso, né poco 
graziosa. 

F. N. È nondimeno fraudolenta, percb' il riso è fraude; 
e ci debbiam guardare altrettanto di farla , quanto cbe ci 
sia fatta. 

L G. Vestitevi, dunque, a vostro modo. 

F. N, Io me n'andrò conia mia robba medesima fodrata 
di pelle, ed un de* servitori porterà questi libri in vece di 
spada, l'altro la berretta, percbò ne potrei aver bisogno: 
voi trovate il cappello e la maschera. 

J. G. Son trovati. 

F. N. In questa maniera non imitarò alcuno de' migliori 
intieramente. 

I. G. Imiterete voi stesso : e chi è miglior dt voi? 

F. N. Questa vostra è cortesia, o signor Ippolito; il 
quale sete un di coloro ch'imitano i migliori ne l'opere 
valorose , né celate con la maschera alcuna cosa, di cui deb' 
biate vergognarvi; perchè gli arringhi, le giostre, i torneà- 
menti, ne' quali il vostro valore è conosciuto, sono le vostre 
nobilissime imitazioni : e le pompe di questa corte agguaglia- 
rono tutte quelle fatte da' re o da gì' imperatori; né sono 
inferiori a 1' antiche descritte da poeta o da isterico; perchè 
vi furono vedute non solamente 1' operazioni de' cavalieri , 
ma le maraviglie ancora de gli Dei favolosi : ed io vidi la 
Fama picciola da prima, e poi crescendo nascondere il capo 
fra le nuvole, et udii la sua tromba. 

J. G, Il signor duca non lascia alcuna occasione di ma- 
nifestar la sua grandezza e '1 suo valore; e quando non sono 
presenti le vere battaglie, ci mostra V imagine di ciascuna. 

A. P. Due sono le maniere, con le quali si rassomiglia 
la guerra: l'una questa, de la qual parliamo; l'altra, la 
caccia: e ne 1' una e ne 1' altra s'esercita il signor duca e 
i suoi cortigiani. 

F. N. E voi particolarmente, signor Ippolito, imitando 
i migliori, imitate voi medesimo meglio;' che io non so ren- 
dervi quel che v' è dovuto, perchè sete stato seco in quelle 
imprese, che gli hanno grande onore e gloria immortale 
acquistato. Ma io non so, né posso imitare i migliori in que- 



142 IL GIANLUCA^ VERO DE LE MASCHERE. 

Sta guisa; e V ammascherarsi^ s'è degno di scusa ^ non è me- 
ritevol di laude. Starò, dunque, fra coloro che risguardano 
con piacere , e mi contenterò di essere scusato. 

/. G. Non è picciol diletto veder tanti cavalieri con abiti 
cosi vari, e spesse volte cosi ricchi, armeggiare con tanto va- 
lore e con tanta leggiadria; e tante donne piene di tanta bel- 
lezza, con sì rari e con sì nuovi ornamenti. 

F. N. Fra i piaceri de la vista non so qual si ritrovi mag- 
giore; e rimirando or V una or l' altra, 

Or in forma di ninfa or d* altra dea , 

mi par che V imitazione trapassi tutte le similitudini e tutte 
le maraviglie. Ma qui sarebbe necessario, o signor Ippolito , 
il vostro consigliere, e forse quello che rassomiglia il Paniga- 
rola ; eh* in questo caso egli ci sarebbe conceduto per ritrarci 
da' pericoli, che sono come acuti scogli ricoperti da l' onde 
tranquille. 

J. G, Già s'è deliberato che debbiamo ammascherarci : 
l'altra deliberazione farem su la festa. Non dubitate, che vi 
condurrò in parte, da la quale vi spiacerà il partire. 



IL RANGONE, 

O VERO 

DE Uk PACE. 

1584. 



145 
. ARGOMENTO. 



Intilola l'Autor oostro il presente dialogo dal suo amicissi- 
mo Torquato Rangoue, da quello slesso Rangone, ad istanza del 
quale compose il libro d^l Segretario , ed a cui indirizzò un Discorso 
sopra due quistioni amorose , che leggesi fra le sue prose : e lo vi 
introduce a ragionare in questo modo. Finge d* incontrarsi esso me- 
desimo in lui mentre tornava dì luogo, ove da due gentiluomini si 
era trattato di metter concordia fra due altri, e fa ch'ei dica che, 
sebbene non ne sian eglino venuti a capo, nientedimeno, quanto a 
lui, credeva di non essere stato indarno ad ascoltarli, perciocché 
n*avea riportato la scienza della pace. Finge appresso ch*eì narri» 
da lui richiestone, come que*due ragionatori erano bensì concordi 
tanto nel definire essa pace, assegnandole per genere T unione, 
quanto nella divisione che ne facevano in naturale, interna, privata, 
civile ed universale ; ma discordi poi al tutto nel modo di conchiu- 
derla. Dato così principio al colloquio, entra il Tasso (nascosto qui 
pure, come in altri suoi dialoghi, sotto il nome di Forestiero Napo- 
letano) a far conoscere primamente in che consista la vera scienza, 
e come quella della pace non sia tale. Toglie poscia ad esaminare 
la divisione sopraccennata, e mostra air amico suo, che non è con- 
venevolmente fatta , che almeno non abbraccia tutte le specie della 
pace. Di qui passando alla definizione, prova ch'essa è erronea: 
lo, perchè vien posto nel genere ciò che partecipa del suo d)ntra- 
rio; 2°, perchè in luogo di esser data per le cose che sono prima, 
viene data per quelle che sono dopo; 3°, finalmente, perchè non 
posa sopra termine stabile e certo, come richiede la sua natura. Voi- 
gesi quindi a cercar egli stesso la vera definizione delia pace ; lo che 
fa prendendo a risguardare nell'esempio di tutte le cose, cioè in 
Dio: dove trovando che la pace procede dalla giustizia, conchiude 
ch'essa è quell'alto, quel profondo, quel dolce, quel divino silen- 
zio che nasce dalia conservazione di ciò che è proprio di ciascuno, 
e che dagli altri il fa differente: e termina dicendo che, conosciuta 
io tal guisa che cosa ella sia, non possono mancar mai parole al- 
l' eloquente per placare gli sdegni e tutte le passioni dei cuori su- 
perbi. — (Mortara.) 



Tasso. Dialoghi. ^3. 13 



i47 

A LA SERENISSIMA 



GRANDUCHESSA DI TOSCANA. 



Vostra Altezza è stata da la previdenza d'Iddio collocata 
in una casa, la quale è albergo de la religione e de la pace, 
Perciochè le varie e lunghe sedizioni da le quali fu la Repu- 
blica Fiorentina perturbata, con la possanza e con l'autorità 
di questi eccellentissimi principi sono estinte ed acquetate; e 
quando non erano ancora in tutto sopite, non solamente si 
rinovarono con la morte di Lorenzo de' Medici, ma si stesero 
per tutte le provincie vicine di maniera, che il fine de la sua 
vita fu principio de la guerra e de la serviti^ d'Italia, Sono 
stati poi gli altri i quali, governando la Toscana con V arti 
medesime e con la medesima prudenza, hanno stabilita la 
quiete de la città, e la riputazione e la grandezza del princi- 
pato; ed a' nostri tempi l'ultimo Cosmo fu onorato del titolo 
di serenissimo granduca, e Francesco suo figliuolo in questo 
e ne gli stati e nel valore del padre è succeduto. Al quale es- 
sendo Vostra Altezza congiunta in matrimonio, oltre le viriti 
che seco ha portate, v' ha ritrovata particolarmente o accre- 
sciuta quella che suol favorire gli studi de le belle lettere e de 
le scienze, amiche de V ozio e de la tranquillità. Laonde a 
niuno piii che a lei ho giudicato convenirsi questo mio dialogo, 
in cui de la Pace si ragiona. E quantunque egli sia picciolo 
molto, i piccioli doni non furono dal gran Cosmo e dal gran 
Lorenzo rifiutati. Ma se Vostra Altezza avrà risguardo a le 
cose in lui contenute, le parranno di sorte, che stimerà con- 
venevole ardire q^iel eh* io mostro nel mandargliele, e nel 
pregarla che si degni di raccorlo sotto la sua proiezione. E 
le bacio umilissimamente le mani. 

Da le mie stanze in Sant'Anna, li i3 di luglio i584. 



Di Vostra Altezza serenissima 



umilÌMimo servo 
IL TASSO. 



149 



nVTElUiOCIJTORI : 



TORQUATO RANGONE, FORESTIERO NAPOLITANO. 



r. ii. Così facendo ritorno da quella parte ne la quale si 
trattava la pace, quantunque non sia conchiusa , non mi pare 
di esserci stato indarno^ perchè n* ho riportata la scienza e la 
cognizione. 

F. N. E quale è questa scienza, o questa cognizione, si- 
gnor Torquato? sono io -degno d' impararla? 

r. R, D'insegnare più tosto sete meritévole, che d'im- 
parare: ma volentieri vi dirò quel eh* io n'ho appreso, e 
più volentieri udirò la vostra opinione in quel particolare nel 
quale dal gentiluomo bolognese pareva discorde il signor ca- 
valier Gualengo; perciochè ne l'altro s'accordavano facil- 
mente. 

F. N. Distinguete qual fosse la concordia e qual la di- 
scordia. 

T, R. Ne la definizione e ne la divisione de la pace erano 
concordi, ma discordi ne la maniera di farla tra que'due gen- 
tiluomini che sono venuti in contesa ; perchè diceva il bolo- 
gnese, che la pace era o naturale, o interna, o privata, o 
civile, universale: e naturale egli chiamava quella de gli 
elementi, i quali si congiungono insieme per generare o pietra 
albero o animale o altro corpo misto sotto la signoria d'al- 
cuno, dal quale il movimento sia determinato; interna diceva 
quella eh' è fra gli umori nel corpo de l'uomo; privata, quella 
eh' è fuor di lui, fra lui o altra privala persona; civile, quella 
eh' è fra tutti i cittadini, i quali vivono in una cittadinanza; 
universale, ultimamente, dimandava quella eh' è fra Tuna e 
l'altra città, e l' uno e l'altro regno, e l'una e l' altra nazio- 
ne; come leggiamo che fu in quel tempo eh* Ottaviano Au- 

13' 



150 IL RANGONE, 

gusto ^ già monarca del mondo^ fece descrìver le genti sotto- 
poste al suo imperio. E per genere a tutte queste paci egli 
assegnava l'unione; e quella particolarmente, la qual è fra 
privato e privato, diceva esser unione Ma tutte queste cose 
ed altre si leggono, come egli disse, in un libro de la Pace di 
nuovo stampato; le quali dal Gualengo, eh' è modestissimo 
cavaliere, furono volentieri laudate. 

F. N, Sin' ora avete narrata la concordia de le opinioni: 
or, se vi pare, raccontateci la discordia. 

T. R, La discordia fu nel modo del far la pace tra due 
gentiluomini; perchè essendo stato offeso ingiustamente l'uno, 
il quale è molto superiore di grado, da l'altro, che gli era 
inferiore, pareva che da la parte de V offeso alcuno ricer- 
casse, che r o£fenditore si rimettesse - e diceva il bolognese, 
eh' il rimettersi conforme al giusto, non è cosa servile, anzi 
è onorata, perciochò è giusta. A questo rispondeva il Gua- 
lengo, che '1 rimettersi, se pur è cosa onorata, non merita 
queir onore che si conviene ad uomo libero ; ma più tosto 
quello che si deve al servo, il quale tanto participa de Tono- 
re, quanto è partecipe de la virtù ; e perchè egli non è privo 
affatto di virtù, non è convenevole che gli sia negato ogni 
premio d' onore, o pur quello che si fa a gli altri, i quali son 
legitimamente sottoposti a l'altrui podestà, com'è il figliuolo 
che rende ubedienza al padre, e '1 soggetto che la presta al 
principe. A questi, dunque, il rimettersi è conveniente, ed a 
ciascun' altra sorte dispersone è disdicevole molto. Soggiun- 
geva ancora, che non tutto ciò eh' è giusto, è onorato: per- 
ciochè è giusto eh* il reo sia punito ; pur non riceve onore 
con la pena che gli è data, ma vergogna più tosto, la quale è 
una specie di pena imposta da le severe leggi, e commune- 
mente suol esser dimandata nota d'infamia: laonde conchiu- 
deva, eh' essendo giusta la remissione, non è giusto che sìa 
fatta da l' uno ne l' altro privato, ma dal privato nel princi- 
pe. Nel prmcipe, dunque, doveva farsi liberamente : e s'offe- 
riva ancora di trattar questo accordo con Sua Altezza in modo, 
che que'duo gentiluomini dovessero rimanerne sodisfatti; la 
qual sodisfazione pareva che l' offeso non ricevesse volen- 
tieri, come colui che troppo di potenza e d' autorità è supe- 



VERO DE LÀ PAGE. i51 

riore. Laonde^ veduto eh' altro non si conchiudeva^ mi son 
partito senza quella contentezza^ la quale avrei^ se questi due 
gentiluomini fossero insieme pacificati : ma non senza ogni 
utilità^ perchè molte cose mi pare d' avere imparate, e parti- 
colarmente la definizione e la divisioo de la pace, de la quale 
non è più nobile alcun' altra scienza. 

F, N. Ma se questa è scienza, deve esser nel valore simile 
a r altre, o pur dissimile ? 

7. R. Simile, a mio parere. 

F. N. Ma chi è simile nel valore, non è parimente simile 
ne la possanza; percioch' il valore e '1 potere è quasi il me- 
desimo. 

T. R. Cosi è sempre. 

F. iV. Ma la medicina non è ella possente di risanar gli 
infermi? 

7. R. £ molte volte. 

F. N. E r arte del navigare è possente di ridur le navi 
in porto, e quella del carettiere di guidare i carri e le ca- 
rette con le persone salve a l'albergo desiderato? e la scienza 
de l' oratcHi'e può volgere e rivolgere gli animi in quella parte 
dove più gli piace? 

r. R. Cosi aviene spesse volte. 

F. N. E quella del capitano può espugnar le città e vin- 
cer gli eserciti ? 

7. R. Questa io sthno che sia più di tutte l' altre pos- 
sente; perciochè là dove ella pare sconvenevole che vinca al- 
cuna altra cosa, nondimeno molte fiate non è in poter del ca- 
pitano il riportar la vittoria, ma de la fortuna. 

F. N, Ma '1 geometra può sempre descrivere il circolo o 
imaginarlo, il centro del quale sia egualmente lontano da la 
circonferenza, o'I triangolo da tre linee rette esser con- 
tenuto? 

7. R. Sempre. 

F. N. La geometria, dunque, avrà maggior possanza. 

7. R, Avrà. 

F. N. E l'aritmetico in ogni tempo agevolmente può sot-^ 
trarre e multiplicare. 

7. R, Assai fadlmente. 



152 IL BANCONE, 

F. N. Dunque, molto più de V altre possenti sono queste 
scienze, perchè possono sempre quel che V altre possono al- 
cuna volta, e però sono vere scienze? E se la scienza de la 
pace è vera scienza, può acquetare e pacificar gli animi. 

T. R. Cosi è ragionevole. 

F. N.E se questa non è stata possente di placar Y ire e 
gli sdegni di que' duo cavalieri, non è vera scienza : perchè 
la vera scienza non è vinta da la passione, né tirata da lei a 
guisa di schiavo ; anzi di lei ninna cosa è più forte o più va- 
lorosa. 

T. R. Cosi mi par che seguiti da le cose dette. 

F, N. Ma veggiamo, se la falsità e l' errore sia ne la di- 
visione ne la definizione, o pur ne l'una e ne l' altra; e se 
fosse in ambedue, ninna maraviglia sarebbe che questa falsa 
scienza mostrasse tanta debolezza. E se vi piace, cominciamo 
da la divisione, e ditemi : avete mai veduto alcuno infermo 
temperante ? 

T. R, Io n'ho veduti alcuni, e di molti ho udito ragio- 
nare ; ma di ninno con lode maggiore, che de la duchessa Bar- 
bara, di gloriosa memoria, de la cui reale temperanza il si- 
gnor Alessandro Pocaterra , suo fedele e grato servitore, suol 
raccontar le maraviglie. 

F. N, Mentre ella era inferma, ed insieme temperante, 
era pace o guerra nel suo nobilissimo corpo? 

T. R. Guerra, perciochè guerra è la mala temperanza de 
gli umori. 

F. N, Guerra, dunque, era nel corpo; e pace ne T animo, 
se ne V animo l'appetito obbediva a la ragione. 

T. R. Sii veramente. 

F. N. Ma nel sano intemperante par eh* avenga il con- 
trario; se pur v'è alcuno intemperante che sia ben sano, 
perchè gli umori sono con buona armonia mescolati nel cor- 
po : ma ne r animo nondimeno la cupidigia fa resistenza a la 
ragione, e molte volte prendendo il freno co i denti, in quella 
guisa che sogliono i cavalli furiosi, la trasporta fuor del ca- 
mino diritto. Nel sano intemperante, dunque, la pace è nel 
corpo, e la guerra ne l' animo. 

r. R. Senza dubbio. 



VERO DE LA PACE. 153 

F. N. La pace interna^ dunque, non è una sola; percliè di- 
yersa è quella la quale è ne gli umori del corpo, da quella che 
tra loro fanno le potenze irragionevoli de l'animo, o pur da 
quella che suole esser tra le dette virtù e la ragione. Oltre di 
dò, udiste raccontare d' alcuno giamai, nel quale V ira e la 
cupidità ubbedissero a la ragione umana, e la ragione umana 
ricusasse di sottoporsi a quella divina legge, che fu mandata in 
terra miracolosamente? 

T. R. Peraventura sono cosi fatti molti cavalieri, i quali 
par eh' abbiano questa opinione, che ninna potenza inferiore 
suol ripugnare a la superiore; nondimeno la superiore, cioè 
il nostro intelletto, nega l'ubbedienza a'divini commandamenti. 

F. N. Ed allora, benché paia che V anima abbia pace in 
se medesima, nondimeno è ribella di Dio ottimo e grandissi- 
mo, e combatte centra le sue giustissime e santissime leggi : 
laoi\de questi ancora sono diversi stati de l' anima in se stessa 
da quello eh' è fra l'anima e il creatore: tuttavolta, l'una 
senza l' altra non è vera pace. Ma da queste paci inteme non 
ha egli fatto passaggio a la pace privata, la quale è fra' citta- 
dini? 

T. R. Ha fatto, senza dubbio. 

F. N. E dove ha lasciata la pace domestica, quella, dico, 
la quale il padre ha co' figliuoli, e'I marito con la moglie, e 
i fratelli e i cugini fra loro, i quali alcuna volta sotto il me- 
desimo tetto sogliono albergare? Né già questa doveva rima- 
nere a dietro, perch' invano ne le piazze e ne le publiche 
.strade sarebbe concordia fra i venditori e i compratori, e 
ne' luoghi assegnati fra le guardie a' soldati, e ne le sale e ne 
le camere de i principi fra gentiluomini e cavalieri, se dentro 
le mura private alloggiasse l' odio e la nemicizia : anzi, dove 
non è la pace famigliare, non credo eh' in alcun modo possa 
ritrovarsi la civile. Oltre di ciò, la pace ne la quale vivono 
le città con le città, e' popoli co i popoli, gli imperi co gli im- 
peri, quantunque ci fosse la tranquillità de gli ordini de l'uni- 
verso, non sarebbe la vera e perfettissima pace. Dunque, noia 
ben divise la pace colui eh' in tal maniera la divise, o almeno 
non annoverò tutte le sue spezie, e de le nobilissime e perfet- 
tissime par che si dimenticasse, forse perchè non volle l'a- 



154 IL RÀNGONE^ 

gionarne così altamente oome avrebbe saputo: ma fu contento 
di starsene fra que' termini che da la filosofia morale pare che 
siano prescritti; tra' quali restandosi, doveva nondimeno di 
alcuna de le già dette spezie far nfònzione. Ma passiamo a la 
definizione ; e ditemi prima : non vi pare egli ragionevole, cbe 
quantunque io sin' ora non aU)ia parlato con la dottrina de' pe- 
ripatetici, se voglio impugnar questa definizione > che pare 
uscita da le scuole peripatetiche^ non solo de la platonica sia 
lecito di servirmi^ ma de la aristotelica^ in quelle cose massi- 
mamente ne le quali non e' è discordia? 

T. R. Ragionevolmente. 

F. N. Dirò dunque, che non è conveniente die si ponga 
nel genere quello che participa del contrario; ma la pace che 
si pone ne V unione, come sua spezie, participa de la moltitu- 
dine. E ciò andremo partitamente considerando : e prima ne 
gli elementi, la pace dei quali consiste ne la moltitudine de le 
qualità eh' insieme si accompagnano, e poi nei misti perfetti 
ed imperfetti, e ne gli animali, la concordia de' quali è rìpo* 
sta ne la moltitudine de gli umori ben temperati : laonde pos- 
siamo dire, che queste cose siano e non siano; perciochè quanto 
participano de l'unione, participano de l'essere, e quanto 
caggiono da V uno, caggiono da l' esser parimente : e se 
la unione non è opposta a la moltitudine, ma più tosto la di- 
visione in molte parti , la qual potremo dimandare con pro- 
prio nome discordia, in tutti i composti vedremo ritrovarsi 
la discordia con Y unione, e participar V una de V altra : ne 
solo ne' composti; ma in quelli ancora che son detti corpi 
semplici, né sono però affatto puri e separati da ogni discor- 
dia : laonde ragionevolmente fu detto^ che l' amicizia e la lite 
son principii de le cose. 

T. R. Così stimo, e sempre molto mi piace di conoscer 
la convenienza, la quale è fra le ragioni de gli antii^ filosofi 
e de' platonici e de' peripatetici. 

F, N, Questa unione» e questa discordia parimente tro- 
varete nel còrpo de l'uomo, e ne la casa, e ne la città ; per- 
ciochè se non vi fosse discordia, non vi sarebbe alcuna diver- 
sità alcuna distinzione ; ma tutte le cose sarebbono confuse, 
o'più tosto una sola : msi la discordia, d'una le fa molte^ e le 



VERO DE LA PACE. i55 

distìngue^ e le divide, e dà loro quella forma che veggiamo; 
e quasi con funi o con fìbie in tutte si eongiunge con l'unio- 
ne, in modo che la concordia è discorde, e la discordia con- 
corde, e r uno multiplicato è la moltitudine unita. Dunque, 
se la concordia o l'unione in tutte queste paci è partecipe del 
contrario, non istimo che sia convenevolmente assegnata per 
genere de la definizione. Ma vogliam ciò più minutamente 
considerare ne la pace che si fa tra gli uomini? 

T. R, Consideriamlo. 

F. N. Or ditemi : volete eh* ella sia giusta o ingiusta? 

T. R. Giusta. 

F. N, Ma la giustizia non divide ella fra molti quel ch'ò 
conveniente? 

r. R. Divide. 

F. N. E di questa divisione partecipa ciascuna pace, per- 
ciochè senza lei si viverebbe in discordia ne le città. 

T. R. Così stimo : tuttavolta la pace non pare che tanto 
s' appertenga a questa specie dì giustìzia , la quale è chiamata 
distributiva, e consiste ne la divisione de' beni e de gli onori 
de la città; quanto ne V altra, eh' è detta correttiva, la quale 
non so che participi d' alcuna divisione. 

F. N, Ma quale è V ufficio e V operazione di questa giu- 
stizia? 

r. R. Il tórre qiael eh' è soverchio a Tingìuriante, ed stg- 
giungere quel che manca a V ingiuriato. 

F. N. Dunque il tórre, eh' è suo contrario, è divisione. 
Or vedete, come in questa giustizia ancora l' unione e la di- 
visione si ritrovino insieme. 

T. R. Il veggo assai chiaramente. 

F. N. Or seguitiamo oltre in quella guisa ch'abbiamo co- 
minciato; e ditemi: non vi pare ancora conveniente che la 
definizione sìa data non per le cose che sono dapoi , ma per 
quelle che sono prima ? 

T. R. Senza dubbio. 

F. N. Ma se prima sarà la pace de l' unione, non sarà 
buona la definizione. 

T, R. Non, a mio giudizio. 

F. N. Ma qual giudicate voi prima: l' unità o V unione? 



156 IL RANGONE, 

T. R. V unità; e peraventura V unione, come linea da 
punto, deriva da Y unità. 

F. N. Dunque > se la pace è unità, non è ben riposta ne 
Y unione. 

T. R. Non è. 

F. N. Ma s' ella sia unita o non sia, cercheremo appres- 
so. Or vorrei sapere se la definizione deve esser data per le 
cose inferiori o per le superiori. 

T. R. Per le superiori. 

F. N, Dunque, se l'unione è superiore a la pace, ella sarà 
per questa ragione ben data ; ma s' ella è inferiore, sarà mal 
data. 

T. R. Sì certo. 

F. N. Or consideriamo se Y unione sia inferiore o supe- 
riore. E non abbiam già detto, che Y xanme participa de la 
discordia? 

r. R. Abbiamo. 

F. N, Ma^la discordia non è sempre dov' è moltitudine, 
come si vede discorrendo non solo per le ville e per le ca- 
stella e per le città e per li regni e per le nazioni ; ma per 
gli elementi ancora, e per li composti naturali? 

T. R. Sempre, veramente. 

F. N, Dunque, Y unione sarà sempre con la moltitudine; 
e dove non fosse alcuna moltitudine, niuna discordia e ninna 
contesa ritroveremmo. 

r. R, Niuna, a mio giudizio. 

F. N. La moltitudine, dunque, è madre d' ogni guerra e 
d' ogni sedizione. 

T. R, Cosi giudico. 

F. N. Ma la pace è senza la moltitudine, o sotto? Ed ac- 
ciochè meglio intendiate, io vi chiedo se la pace ha vera es- 
senza non r ha. 

T. R. V ha, per mio giudizio. 

F. N, Dunque, ella è una; perchè se fossero molte, non 
r avrebbono. 

T. R, Così stimo che si possa conchiudere da le cose dette. 

F. N, Ma quel eh' è uno, è senza la moltitudine, o sotto? 
T. R, Senza. 



VERO DE LA PACE. 157 

F. N. Dunque, senza la moltitudine è la pace; e s'ella 
è senza la moltitudine, è senza T unione: non convenevolmen- 
te, dunque, per l'unione poteva esser definita. 

T. R. Già assai mi pare vero quel che sin' ora mi pareva 
assai difficile da provare. 

F. N. Appresso, non vi pare che '1 definire e '1 determi- 
nare siano una cosa medesima, o pur diverse ? 

T, R. V istessa. 

F. N, Dunque, definizione è il medesimo eh' il termine. 

T. iJ. L' istesso. 

F. JV. Ma vedeste mai alcun termine che fosse instabile 
ed incerto ? 

T, R. Ninno. 

F. JV. Slabili, dunque, tutti e certi. E però forse de le 
pietre grandissime o de' grandissimi tronchi d' alberi sogliono 
farsi i termini : e quelli eh' appresso gli antichi erano chia- 
mati termini, giamai non erano mossi > se non quando la pace 
per la discordia de' confini era violata. 

T. R. Cosi credo eh' avenisse. 

F. N. Se la definizione dunque è termine, deve essere 
stabile. 

T. R, Dee. 

F. N. Ma r unione è sempre cosi fatta ? 

T. R. Non pare; anzi 1' unioni per la maggior parte sono 
instabili , e facilmente si dissolvono. 

F. N. Non doveva dunque la pace esser definita per l'unio- 
ne, ma per cosa che fosse più stabile e certa : ultimamente, 
quando una cosa medesima può definirsi ed al migliore ed al 
peggiore, a quale dee più tosto definirsi? 

r. R. Al miglior, senza dubbio. 

F. JV. Ma il migliore sta egli sempre co '1 suo contrario 
in guerra ed in contrasto ; o più tosto, separato da ogni con- 
tesa^ e lontano da ogni perturbazione? 

T. R, Lontano, a mio parere. 

F. N. Dunque, non dovea esser definita da l'unione, la 
quale è sempre con la discordia, ma da alcuna cosa che sia 
remota e secura da tutte le noie eh' ella suole apportare. Dun- 
que, sì come ne le ragunanze suole esser introdotta alcuna 

Tasso. Diafoghi.^^. iì 



158 IL RANGONE, 

legge, e se la nova è migliore, toglie auUnrità a T antica^ 
cosi r una dee torla a V altra definizione. 

T. R. Così par assai ragionevole. 

F. N, E chi definisce, dee risguardare ne T esempio, ch'al- 
tri direbbe esemplare, nel quale ninna cosa manchi, e ninna 
soverchi di quelle che sono nel definito. Ma dove ricerche- 
remo questo, dove il ritrovaremo, signor Torquato? 

T. R, Ne'libri, forse, di coloro, i quali pur dianzi nominaste. 

F. N. Ma alcuni vogliono che ne la mwite divina, o pur 
d' intomo al re de l' universo sia l'esempio di tutte le cose : per- 
ciochè dovendo egli esser perfetto, nissuno perfetto esempio 
qua giù si ritrova, e quelli che ci paiono esempi, sono più 
tosto copie e ritratti. Laonde ascoltando quel che voi diceste 
de la pace e de la definizione, imaginai Michelangelo, ' o 
qualch' altro eccèllente imitatore, il quale volendo altrui di- 
mostrare l'uomo il cavallo, gliele mostrasse scolpito in mar- 
mi, e dipinto ne le tele o ne le carte, in varie forme grandi e 
picciole, e credendosi d'aver dimostrato l'uomo, non l'uo- 
mo, ma la imagine avesse dimostrato: perchè non definì la 
pace, ma figurò l' imagini de la pace, impresse in vari sog- 
getti, e con diversi modi, sì come al divino artefice è piaciu- 
to; il qual prima ne formò l'esempio, che può dimandarsi 
propriamente essa pace , io dico V idea de la pace e de la con- 
cordia, senza la quale ancora è la divina unità e la divina 
pace, che supera ogni essenza ed avanza ogni intelletto; e 
questa è custode de la' proprietà di ciascuna cosa : e perch' a la 
giustizia s' appartiene di conservar quel eh' è proprio di cia- 
scuno, e ella misura ogni egualità, e definisce ogni inegua- 
lità, per la quale tutte le cose sono differenti tra loro, ne viene 
che la pace e la giustizia divina siano l'istessa. Or vi pare, 
signor Torquato, eh' a questo modo ancora si debba con- 
giungere nel mondo la pace e la giustizia ? 

T. R. Sì , veramente. 

F. N. Ma se la divina giustizia è salute di tutti , di tutti 
è salute la pace. 

T. R, A questa somiglianza ancora qua giù la giustizia 
e la pace dovrebbono conservarsi. 

* Tutte le stampe leggono imaginai che Michelangelo. 



VERO DE LA PACE. 159 

F, N. Ma da la conservazione di quei eh' è proprio di 
ciascuno, e di quel che da gli altri il fa differente, nasce 
eh' ella sia principale nel placar gli animi e nel farli bene- 
voli ; di maniera, che non è vera benevolenza, o vero amore, 
vera amicizia, dov' ella non si ritrovi: questa è da lutti de- 
siderata, e riduce la moltitudine di tutte le cose ad una per- 
fetta congiunzione ; questa passa per tutto e per tutto pene- 
tra : per questo le cose ancora, le quali si muovono natural- 
mente, e si rallegrano de la divisione e de la congiunzione, 
sono partecipi de la pace, e nel moto istesso ritrovano la pro- 
pria quiete ; per questo la discordia medesima diviene ami- 
chevole, e r unione si congiunge con la divisione: ma questa 
è senza l'unione e senza Tidea; e perchè di lei non si può 
ragionar convenevolmente, si chiama convenevolmente si- 
lenzio. Questo è queir alto, quel profondo, quel dolce, quel 
divino silenzio nel quale tutte le ingiurie sono taciute e tutte 
dimenticate; questo è quel mirabile silenzio, tanto superiore 
ad ogni armonia, e ad ogni concerto che facciano gli angioli 
lodando il creatore, quanto la divina caligine è più luminosa 
del sole, e de le stelle, e d' ogni altra luce che sia nel cielo. 
Onde, a parangone dì questo, fu quasi ombra oscura quello 
che fu deliberato dal comune consentimento de gli Ateniesi. 
Chi dunque risguarda ne l'esempio, che non è unione, ma 
unità senza ogni moltitudine e senza ogni essenza , conoscerà 
qual sia la vera pace: e questa cognizione o scienza sarà 
così possente , che non mancheranno parole a 1* eloquente 
d'acquetar tutti gli sdegni e tutte le passioni de' cuori superbi. 
Ma io, che balbo sono, come udite, potrei per grazia d'Iddio 
scioglier questa lingua in cosi alta e 'n così canora voce, che 
tutta Italia m' udisse e tutta se ne maravigliasse : crederò 
nondimeno di ricever grazia, se potrò ne V oblivione di que- 
sto divino silenzio tuffar la memoria di tutte le offese, con- 
servando quella de' beneficii ricevuti. 

T. R, Di laudi veramente divine avete ornata questa pace 
così principale nel placar gli animi ; laonde più mi sarà grato 
il silenzio che ne seguita : e quantunque io desiderassi d' udire 
alcune cose appertinenti a questa materia, nondimeno sono così 
picciolo in comperazione de T udite, che mi gioverà il tacere. 



IL GHIRLINZONE, 



I.' EPITAFIO. 



1585. 



!*• 



IL GHIRLINZONE, 



TU EPITAFIO. 



1585. 



!*• 



ARGOMENTO. 



Portalo avendo un giorno il Tasso alla non meno bella che va- 
lorosa Tarquinia Molza un* orazione funebre, che aveva scritta in lo- 
de della duchessa Barbara, moglie di Alfonso 11 d*Este suo si- 
gnore, e figliuola deir imperator Ferdinando I, morta poco in- 
nanzi, non sì tosto cominciò essa a leggerla, che si accorse eh* era 
senza proemio. La qual mancanza non pur da lei , che da altri dotti 
uomini, che secolei si trovavano, essendo stata, nonostante ciò 
oh' egli ne disse in difesa, altamente riprovata, partito di là, ag- 
giunse senza più alla sua orazione il proemio ; e recatosi quindi di 
nuovo a quella signora , che trovò di nuovo colla medesima compa - 
gnia, le fece alfine di detta orazione lettura. Quanto alle cose, ella 
non dispiacque : ma essendosi per alcuno degli ascoltatori giudicato 
poco dicevole all' altezza della materia eh* ei 1* avesse, anzi che in 
latino , scritta in volgare , lingua non acconcia , diceva quegli , alla 
trattazione di suggetti gravi e magnifici, comandò la Molza al Tasso 
che più davanti non le comparisse, se non le portava quella sua 
scrittura trail otta in latino. Desideroso perciò egli di ubbidirla, da 
lei nnovamente si diparti, e già era presso all'abitazione sua, 
qnando s' incontrò nel suo amico Orazio Ghirlinzone, che lo richiese 
d'onde venisse. Gli rispose Torquato, che tornava dalla casa della 
Molza: del che quegli maravigliandosi, poiché era piuttosto 1* ora di 
Mdarvi che di venirne , gli domandò quale ne fosse la cagione. E* 
gli narrò allora distesamente tutto 1* accaduto, ed in fine, prega- 
tone, r orazion sua gli recitò. 

Tale è il sunto di questo dialogo. Neil' orazione, che vi si legge, 
eolla più magnifica eloquenza viene il Tasso esaltando i pregi e le 
virtù della prefata principessa, che fu veramente non meno per le 
doti del corpo, che per quelle dell* animo, quanto alcun* altra mai 
ngguardevole. — (Mortara.) 



165 



A LA SERENISSIMA SIGNORA 
E PADRONA MIA COLENDISSIMA 

LA SIGNORA DUCHESSA DI MANTOVA. 



Quantunque io cerchi con breve orazione rinovar la 
memoria di lungo tempo; nondimeno, perchè le verissime lodi 
sogliono operare i grandissimi 'affetti ne V animo de* lettori, 
stimo eh* a Vostra Altezza serenissima non sarà discaro di leg- 
gerla, e di concedere a l'autorità de la serenissima duchessa 
Barbara, già morta molti anni sono, quel che non hanno im- 
petrato le preghiere eV intercessioni de* vivi, E le bacio umi- 
lissimamente le mani. 



Di Vostra Altezza serenissima 



umilissiiDO servo 
IL TASSO. 



167 



ORAZIO GHIRLINZONE, FORESTIERO NAPOLITANO. 



0. G, Dal Castello venite^ o di qual altra parte? 

F. K Da la casa de la signora Tarquinia Molza. 

0. G, Questa sarebbe più tosto 1' ora d' andarri, che di 
ritornare: e si * per tempo "vi sete andato, per tempo vi 
sete partito. E di ciò prendo gran maraviglia; perciochè a 
nìuno, il quale metta il piede in quelle stanze , par che sia 
in sua libertà di far altro viaggio; cosi piacevoli sono i sem- 
bianti di quella valorosa signora^ cosi dolci le parole, così 
care l' accoglienze. 

F. N. Non volontario, ma sforzato, e quasi cacciato da' 
suoi coromandametìti. 

0. G. Qual nuova cagione può esser, che voi siate esclu- 
so da chi suol raccoglier ogni altro vostro pari? 

F. N, Il suo gran sapere, e la mia ignoranza. 

0. G. Se ciò fosse vero, parrebbe cagione assai conve- 
niente; perchè due contrari non possono insieme accozzarsi. 

F. N, Tuttavolta colui che gela, s* avvicina al fuoco; e 
l'assetato s' appressa a le chiare fontane d'acqua viva, ed 
a* rivi correnti; e lo stanco peregrino ricerca l'ombra; e 
l'infermo, il medico. 

0. G, Cosi aviene senza fallo. 

F, JV. Dunque, par che ricerchi il suo contrario, o più 
tosto il contrario di quella passione o di quel male, ch'in lui 
si ritrova. 

0. G. Senza dubbio. 

' loreee di te, come altre volte ho trovato nelle prime stampe. Male , a 
nio parere, corressero le moderne : • sì per tempo vi siete andato , o per tempo 
vi siete partito f 



168 IL GHIRLINZONE^ 

F. N, Io dunque, che brutto sono ed ignorante, ragione- 
volmente debbo avvicinarmi a lei^ eh' è si beila e sì dotta: ed 
ella non dovrebbe cacciarmi; perciochènè da' tepidi bagnisi 
scacciano gli assiderati, né da' fiumi e da' fonti quelli e' hanno 
patita soverchia sete , né da 1' ombre gli affaticati^ né da' me- 
dici sogliono gli infermi esser fuggiti. 

0. G, Qual dunque é stata la cagione, eh' ella^ centra il 
suo costume, e senza ragione, v' abbia data licenza? 

F. N. Dirollavi. Io aveva una orazione funebre in lode 
de la serenissima duchessa Barbara , figliuola di Fernando 
imperatore, e gliele aveva portata un giorno, nel quale io la 
ritrovai a seder fra messer Francesco Patrizio e messer Ca- 
millo Coccapani, uomini riputati dottissimi ne le belle lette- 
re : ed ella prendendola in mano, subito che la cominciò a legge- 
re, s' acxjorse eh' era senza proemio; onde si rivolse sorridendo 
a messer Camillo, e dissegli : Che vi pare di questa orazio- 
ne ? Egli rispose: L' orazione senza principio (che principio si 
dice in nostra lingua quello eh' i Greci dicono Trpooipiov) è 
simile a gli uomini senza testa. E così parve che desse la sen- 
tenza finale : né mi giovò il replicare, che il proemio non é 
fra quelle parti eh' Aristotile stima necessarie ne l'orazione; 
e che ne le cose oneste é lecito di usarlo, e di non usarlo ; e Che 
molli sono i tempi ne' quali si può lasciar sicuramente. Laonde 
essendo questa onestissima e illustrissima^ e forse ' stanchi gli 
uomini di avere ascoltate l' altre orazioni, convenevolmente 
poteva * esser lasciato a dietro. Perch' ella volgendosi da l'al- 
tra parte a messer Francesco Patrizio^ con un viso alquanto 
più severo, gliene chiese il suo parere: ed egli disse, di'i 
proemi erano come quelle tirate che sogliono far i sonatori 
de la cetera, o d' altro istromento,^ prima che comincino a so- 
nare, i quali con grandissimo diletto dispongono gli ani- 
mi de gli ascoltatori ad udire il canto. Ai che replicava 



* La prima stampa ha forte; il Deuchino « ybr^e/ leiione seguita poi 
da' moderni editori. 

* Manca questa parola a tutte le stampe. 

5 11 Deuchino ha , d* utromento j le moderne , da istramenlo s ma leg- 
geudosi nella prima sUmpa tcotreiUmtaU ,d*mstrometitQ, m*è ptrso^cheT errore 
stesso m'indicasse il supplemento d*uoa parola. 



VERO l'epitafio. 169 

pur io, che ciascuno è disposto e apparecchiato per udir le 
cose altissime e nobilissime^ come sono le lodi di questa san- 
tissima reina ; talché niuna ragione necessaria par clie ci 
astringa a farci il proemio. Ed egli concedendomi quel ch'io 
diceva, quantunque paresse farlo mai volentieri e quasi co- 
stretto; soggiunse, che Y autorità d* Aristotile non si dee in 
modo alcuno porre a V incontra a quella di Platone, il quale 
fu tanto amator de' proemi, che volle che fosser fatti in tutte 
le sue leggi. E replicando io pure, ch'Aristotile e Marco Tul- 
lio parlano de l' orazioni, e Platone de le leggi, eh' è diversa 
specie di componimento, soggiunse la signora Tarquinia, che 
le lodi di Barbara a tutte le donne illustri debbono esser leggi 
di modestia, di cortesia, di liberalità, di magnanimità^ di cle- 
menza, di castità, ed in somma, leggi d' ogni virtù e di ogni 
reale ed eroica operazione : laonde io rimasi quasi mutolo a 
questa risposta, stimando che non fosse lecito né convenevole 
il recare alcuna ragione a l' incontra. E volgendo pur ne 
l'animo la fatta orazione, mi partii, per aver maggior commo- 
dità di pensarvi: ma così 0sse mi rimanevano ne la mente le 
parole de la signora Tarquinia, che mi pareva d' aver mag- 
gior obligo di quello e' hanno gli altri oratori, i quali non 
rìsguardano se le cose dette o scritte da loro siano vere o 
false ; ma se elle sieno grandi o picciolo, ornate o non orna- 
te : ed io giudicava che da me s' aspettasse, che non solamente 
le cose grandi si dicessero con ornamento, ma senza men- 
zogna; perciochè le leggi sono imitazioni de la verità: ed in 
questa orazione a me conveniva essere anzi legislatore , che 
no. Volendomi, dunque, vestir di cosi degna persona, e soste- 
ner così grave peso, considerava minutamente le cose ch'io 
prima aveva scritte frettolosamente; ma non ritrovando al- 
cuna che vera non fosse, tutte le riputava degne di esser 
lette , quantunque tutte non fossero egualmente adornate : 
percioch' io ho ricercato più tosto la bellezza e la dignità , 
die la vaghezza e la leggiadria. Feci dunque il proemio, e 
recai di nuovo 1' orazione a la signora Tarquinia; e di nuovo 
la ritrovai con messer Francesco Patrizio e con messer Ca- 
millo Coccapani; ma e' era ancora messer Lazzaro : i quali 
furono ascoltatori de l' orazione; ed alcuno di loro V avrebbe 

Tasso. Dialoghi. — Z. ib 



170 IL GHIRLINZONE^ 

perdventura lodata^ s* io V avessi scritta in Ikigua latina: ma 
non. commendavano questa lingua, né gli pareva che 1' al- 
tezza di così nobil materia potesse convenevolmente esser 
trattata ne la volgare, la quale gli pare acconcia solamente 
a scriver cose d' amore, e alcun' altre sì fatte, ne le quali 
non si ricerca tanto ornamento , o tanto splendore , o tanta 
gravità, quanto ne le lodi di Barbara ò ricercato. Al che io 
replicai molte cose in lode di questa lingua, per le quali sti- 
mava convenevole ch'ella potesse ornare i più degni soggetti: 
ma particolarmente mi dolsi, che si volesse negare a la lin- 
gua italiana questo testimonio de V amicizia e del par^ta- 
do, il quale è per cagione di Barbara fra' principi tedeschi 
e gli italiani; fra' quali ella visse in guisa, ch^ niun maggior 
diletto dimostrò, che di piacere a colui che l' era stato eletto 
per suo marito: laonde ingrata sarebbe veramente quella 
lingua, ne la quale ella, figliuola e sorella e nipote de 
r imperatore, si degnò di favellare, se consentisse che ne le 
lodi di Barbara alcun' altra la superasse. A queste parole la 
signora Tarquinia, quasi commossa, mi tolse l'orazione di 
mano; e volendola leggere, la vide cosi male scritta, come 
sogliono esser tutti i miei componimenti : laonde piena di 
sdegno me la rendè, e commandommi eh' io non le tornassi 
davanti, se non le recava l'orazione meglio ricopiata, e tra- 
dotta ne la lingua romana. E per ubbedire mi sono partito^ 
ed ora nonso dove io debba,* né chi addimandare; perciochè 
quantunque sian molti i quali dureranno volentieri questa fa- 
tica di ricopiarla, pochi vorranno prender l' altra di farla latina. 

0. G. La signora Tarquinia la ricerca da voi stesso, 
non da alcun altro, per aver occasione di legger le vostre 
composizioni ne l' una come ne l' altra favella. Fra tanto fate 
ch'io l'oda in questa, ne la quale prima l'avete scritta. 

F. N. Come vi piace : ma dove volete che si legga ? 
perchè qui il popolo vi concorrebbe, come a la predica. 

0. G. Entriamo in questa casa, eh' è vostra: e sedete in 
questa sede, la quale è così alta ; eh' io sederò in questa più 
bassa, come conviene a gli ascoltatori. 

« Coloro, i quali sogliono i vivi celebrare, sono, s'io 

* Forse manca rivo/germi, o altra simile parola. 



VERO L'EPITAFIO. 171 

> non m' inganno ^ simili a quelli che lodano gli istrioni , 

> mentre ancora ne la scena luminosa, dipinta di molti colori, 
» si rappresentano V azioni favolose; perciochè la vita nostra 

> è somigliante a la comedia, o pur a la tragedia, piena 
» di vari casi e di varie mutazioni de la fortuna ; la quale 

> ora ci solleva di miseria in felicità, ora ci deprìme con 

> movimento contrario: e mentre tutti gli animi sono sospesi, 

> e pieni di maraviglia, ninna altra cosa par che più si ricer- 

> chi, che '1 silenzio e l'attenzione; onde le nostre lodi in 

> quel tempo paiono sconvenevoli e importune, e dettate più 
ì tosto da passione die dal giudicio; perciochè una bella morte 
ì è quella eh' onora tutta la vita, e dal fine sono approvatp 
» tutte le azioni. Assai convenevolmente dunque, mentre 
» visse la serenissima duchessa Barbara, figliuola diFernan- 
» do imperatore, e moglie d'Alfonso duca di Ferrara,, io 
ì tacqui , e rimirai la sua grandezza e le sue virtù maravi- 
» gliose ; né volli con le mie parole, o con gli scritti, rompere 

> il silenzio de gli altri, né perturbare la riverenza o lama- 

> raviglia, né mostrarmi in modo alcuno lusinghiero o pieno 

> di affetto. Ma da poi eh' ella è morta, o più tosto ritornata 
ì al cielo, il gran teatro di questo mondo risuona di pianti e 

> di querele e di lamenti; laonde posso a guisa di trombetta 

> imporre il silenzio, e render attenti coloro che non sono an- 
ì Cora dipartiti, quasi alcuna cosa ci rimanga ad ascoltare. 

> Io rivolgo, dunque, il ragionamento non solamente a 
» voi, che sete abitatori di questa parte d' Italia, la quale è 

> innondata dal Po, dove ella visse, dove regnò, dove fece la 

> vita felice, e felice questo nobilissimo stato, eh* è quasi un 

> regno; dove lasciò si bello esempio del suo valore, e de la 

> sua innocenza; dove abbandonò la vita, ritornando a la 

> sua vera patria, e e' insegnò la strada di seguitarla; ma a 

> tutti coloro che dimorano fra' due mari che innondano l'Ita- 

> lia, e ì due monti, l'uno de' quali la divide, e l'altro la 

> circonda : né a questi solamente , ma a tutti i Germani , 

> fra' quali ella nacque, ed a tutti i vassalli de l' Imperio 
) nel quale signoreggiò il padre; e finalmente a tutti i ri- 
ì trovatori de' nuovi popoli, ed a tutti i ritrovati; a' vinti 
) e a' vittoriosi , a le diverse genti e a le varie nazioni 



172 IL GHIRLINZONE, 

» che hanno in riverenza il suo nome e quello de la sua casa 
» imperiale, e de gli augusti e de' cesari, da' quali è di- 
» scesa. E '1 rivolgo a tutti, perchè, sì come a ciascuno si 
» poteva proporr esempio de la sua vita per santissima legge 
» di ogni virtù reale; così a ciascuno par che appartenga il 

> dolor de la sua morte; a ciascuno par convenevole ogni 

> uffizio di pietà, ogni debito di servitù, ogni dimostrazione 

> di fede, e di osservanza , e di religione. E chiedo a cia- 
» scuno non solamente attenzione, ma devozione; l'una, per- 

> che '1 mio parlare, come si deve, sia considerato; l'altra, 
» perchè il soggetto, quanto conviene, sia onorato: E se 
j> tutti gli onori umani sono minori del suo merito, non le 
» si debbono negare le divine lodi, or che ella, spogliandosi 

> de la nostra umanità, a gl'immortali secoli è trapassata. 
» Ma cominciamo da quelle che le si dovevano, mentre ella 

> sostenne persona e dignità da regina. 

» Tre sono le maniere de' beni che gli oratori sono usali 

> di lodare; quelli de la fortuna, del corpo è de l'animo; ed 
» in questo campo, anzi pur in questi tre grandissimi campi, 
» si spazia e si distende ogni orazione. Ma in ragionando de 

> la duchessa Barbara e de la sua stirpe, non pare ch'ab- 
^ biano luògo alcuno quelli che son chiamati di fortuna : e 
» ninna parte al caso è conceduta , ninna a la temerità ab- 
^ bandonata; anzi le sue ricchezze, la copia de gli amici, de' 
» servitori e de' parenti, e sopra tutto la sua regia e impe- 
» riale nobiltà non è bene de la fortuna, ma dono de la pro- 
» videnza : perchè se alcun regno, se alcun impero si conservò 
"h e crebbe per volontà d' Iddio, e per sua grazia particolare, 
» è quel de la casa d'Austria, nobilissima e potentissima 

> oltre tutte 1* altre , che furono o che sono state per V a- 
"h dietro: de la quale uscì la duchessa Barbara, e nacque rei- 
» na, avengachè tutte ci nascono con questo nome e con 
» questa dignità. E sì come il sole, nel medesimo tempo 
» ch'egli nasce, è coronato di tutti i suoi raggi; così elle 
i> nel nascimento si fanno quasi corona de la gloria de' loro 

> maggiori, ed hanno il titolo de gli antecessori: né tanto è 

> naturale il diadema a la fenice, o pur ad alcune stirpi 
» de' Gentili la lancia colorata ne la pelle, quanto a ciascuno 



VERO L'EPITAFIO. 173 

> de la casa d' Austria la dignità e la virtù de' re , che por- 
» tano seco da la natività, la qual è tanto più degna di rì- 

> verenza, quanto è maggiore V imperio di cui nascono 
» signori: imperio veramente, eh' avanza tutti gli altri, in 

> quella stessa maniera che '1 legnaggio loro supera tutti 

> gli altri legnaggi. E se fu lecito ad alcuno d' accrescer le 
) lodi di reìna lodata con quelle de l'amante; più ragione- 

> volmente si dee concedere eh' in scrivendo di questa san- 

> tissima reina, aggiunga a' suoi meriti quelli del padre, 
» de r avo, e de' fratelli, e de' zii, e de' cugini, e de gli altri 
» che nati sono del medesimo sangue: perchè tra quelle, molte 

> cose necessariamente si mescolavano, che potevano recare 
) in alcun modo vergogna a colei, a la quale si procurava 
» onore; come sono amori, rapine, guerre e sedizioni, in- 

> cendi e distruzioni di città e di regni , ed altri mali che 

> derivano da cagione simigliante. 

T> Tra queste niuna parola, niun detto s* inter^^one , che 

> non s' accresca la gloria di IBarbara. Niuna ombra v' è di 

> male, niuna suspizione di bruttezza, niuna parte che non 

> sia risguardevole, e che non risplenda. Ma se furono pos- 

> senti e grandi imperatori Federico e 'l vecchio Massimiglia- 

> no, Carlo e Ferdinando, se n'accresce onore a Barbara 
1 d'Austria. S'è temuto e venerato ne l'imperio di Gerraa- 

> nia il presente Massimigliano, e gli altri suoi fratelli, n'acqui- 
» sta gloria Barbara d'Austria. Se tremano i nuovi popoli 

> occidentali, e quelli ch'abitano sotto l'altro polo separato 

> dal vastissimo oceano, del nome di Filippo, si fa maggiore 

> la riputazione di Barbara d'Austria. Se fra noi son cele- 

> brate con chiarissima lode le vittorie del signor don Gio- 

> vanni ^ si lodano più volentieri per Barbara d'Austria. Se di- 

> mostrano grandissima prudenza Anna * in Baviera, Leonora 
» in Mantova, e Giovanna in Toscana, e Margherita in Parma, 
^ sono assomigliate da Barbara d'Austria. Laonde tutto quello 

> che si dice de la nobiltà de gli uomini, o de le donne nate 
» di questo sangue, o de la grandezza e antichità di questo 

> Imperio, tutto ritoma in onore di questa nobilissima reina. 

* ▲ tolte le itampe maoca questo nome. Aont fa moglie di Alberto il Ma- 
goaniino, duca di Baviera. 



174 IL GHIRLINZONE, 

j» E certo io mi vergogno di paragonare il regno de gli 
» Assiri, de' Medi, o de' Persi, con quello di questi impera- 

> tori; perciochè quelli furono barbari e inesperti nel guer- 
» reggìare e nel commandare, 1 quali non potevano altramente 
» governare i paesi soggiugati, se non andando sempre attor- 

> no, e sentendo sollevarsi la parte lontana, quando la vicina 
» s' acquetava : laonde il governo loro non era altro, eh' un 
» cerchio dì sedizioni e di ribellioni, Tuna de le quali suc- 

> cedeva a V altra continuamente. Ma questi reggono il mondo 

> co '1 cenno : e se pur si muovono alcuna volta, di quella 
» parte dove si fermano, estirpano tutte le radici de la di- 

> scordia, e tutti i semi de la disobedienza. Né la menar- 
» chia de'Macedoni con questa si dee parangonare; percioch'ella 
» passò in guisa di torrente o di fulmine, e cominciando in 
» Filippo, ebbe fine in Alessandro, con la morte del quale si 

> divise il mondo, che non rimase alcun' ombra di monarchia: 
» e questa contìnova già tante centinaia di anni ne gli impe- 
» ratori del sangue medesimo , accrescendo sempre le forze 

> e la riputazione. Né V imperio de' Romani istessi , eh' è il 

> più famoso di quelli che siano stati, merita d'essere ag- 
» guagliato con quello de la casa di Austria; né si direbbe 

> molto, dicendo eh' egli tanto è superato, quanto egli quel 
» de' Persiani avanzò; e l'avanzò de la metà, e di tutto il 
» mare mediterraneo: ma quasi de la metà, e di tutto V oceano 

> supera V imperio e i regni de' principi d' Austria l' antica 
» potenza romana ; conciosiacosa che essi non passarono gia- 
» mai oltre le colonne d'Ercole, nò conobbero i novi popoli 
» e le nazioni. Laonde non solo è soverchiata l' antica signo- 
» ria de la metà del mondo, ne la quale già fu maggiore di 
» quel di Ciro, di Dario, di Serse e di Artaserse; ma di un 

> mondo intiero non prima visto^ non conosciuto, non inteso; 
» in maniera che nessun altro ne l' infinità de' secoli potreb- 

> be tanto superarlo: e sì come è vincitore di tutti i regni, 

> di tutti gì' imperi e di tutte le monarchie passate ; cosi è 

> invitto ed invincibile in comparazione di tutte le future^ e 

> di tutte quelle che si possono aspettare o temere, o descrl- 
» vere od imaginare. 

}> Né solamente è maggiore la possanza di questi principi 



VERO L'EPITAFIO. 175 

> ne r ampiezza de' paesi conosciuti, ne la moltitudine de'po- 
» poli e de le nazioni^ ma ne la lunghezza del tempo, e ne la 

> successione de la stirpe; perciochè da' primi scrittori de 
» r imperio romano son numerali dodici cesari, ne' quali egli 
» non potè esser tanto stabile, che non passasse assai spesso 

> d' una in altra famiglia o per adozione o per violenza; e 

> molte volte vi passò con spargimento di sangue , e con 

> morte, e con distruzion de la schiatta. Ma ne l' imperio 
» germanico sono stati augusti ' di questo medesimo saugue, 

> oltre tanti principi di grandissima virtù; e sono succeduti 
» ne la corona senza insidia, senza violenza, non solamente 
» per valore , per merito e per elezione , ma per natura. 

> Oltre di ciò, ne le famigh'e de gli antichi cesari sono an- 

> noverate molte donne celebri per fama d' impudicizia : ma 

> ne la stirpe de' nostri imperatori tutte sono state lontane 

> da ogni colpa e d'ogni sospetto, che potesse macchiar 
» la gloria de l' onestà. Laonde, terminando questo paragone, 

> io dico che gli antichi augusti comandarono a mezzo il 

> mondo a pena con mezza la felicità, macchiata da la crii- 

> deità de gli uomini , e contaminata da la disonestà de le 

> donne; ma i moderni principi de la casa d'Austria co- 

> mandano al mondo con l' intiera felicità, adomata da la de- 
» menza de' re, ed illustrata da la innocenza de le reine; anzi 
» pur con due felicità in due emisperi sotto due poli : e dispie- 

> gano la croce e l' aquile sotto altre orse, altre. stelle, altri 
» segni celesti, che da'nostri antichi non furono mai riguardati. 

> In questo grandissimo imperio dunque, e di questa 
ì nobilissima stirpe essendo nata Barbara reina, non si può 

> dubitare che la fortuna avesse alcuna parte ne la 

> sua nobiltà : né l'ebbe ne le ricchezze, o ne gli amici, o 

> ne le compagne, o ne' servitori, o ne le serve, o ne gli 

> ornamenti ; perciochè tutte queste cose le furono date da 
ì la prudenza di Ferdinando imperatore suo padre; il 

> quale la faceva nudrire in Ispruc con le sorelle; e con- 

> servate poi da la medesima virtù di Massimigliano suo fra- 

> tello: laonde furono più lodevoli in loro queste parti che 

> ne gli altri, perchè erano meno soggette a gli accidenti ed a 

* Forse manca il numero degli angusti. 



176 IL GfflRLINZONE, 

> le mutazioni. La forma ancora del corpo, la leggiadria e la 

> maestà derivavano da Tanimo, e furono quasi raggi de la bel- 

> lezza interiore, la quale illustrava gli occhi, e la fronte, e 

> r aspetto; e faceva più dilettevoli le maniere e più graziosi 
» i movimenti; ed aggiungea dolcezza e gravità a le parole, e 

> piacevolezza e autorità a tutte V operazioni. In questa guisa 
» i costumi accrebbero la sua beltà , e la beltà fece più risguar- 

> devole la sua virtù, e la virtù maggior la benevolenza, e 

> la benevolenza s' acquistò più facilmente la riputazione ap- 

> presso ciascuno: laonde non solo ne la Germania era cono- 

> scinto il suo nome; ma ne Y altre Provincie molti potentis- 
» simi principi la desideravano per moglie. Ma fu merito d'Ita- 

> Ila felicità (che ventura non ardisco chiamarla) , eh' ella 

> fosse stimata degna di tanto onore e di tanta grazia , fra 

> tutte l'altre provincie sottoposte a l'imperio, o per antica o 

> per nuova ragione, quasi con questo privilegio fatta com- 

> pagna de la Germania, dove è la nuova sede de l'imperio ro- 

> mano; perciochè Carlo Quinto, quantunque nascesse in Gan- 

> te, città de la Fiandra, di madre spagnuola, ed avesse la Spa- 

> gna assai obediente al suo nome, non congiunse Marga- 

> rita sua figliuola ad alcuno signore spagnuolo o fiamingo 

> d'altra nazione straniera; ma prima ad Alessandro de' 

> Medici, e poi ad Ottavio Farnese, principi pernobillà e 

> per valore meritevoli che l' imperatore facesse di lor que- 

> sta elezione: quale esempio seguendo Ferdinando suo fra- 
"» tello, diede per moglie a Francesco duca di, Mantova Isa- 

> bella* d'Austria sua figliuola, e poi regina di Polonia; 

> e a Guglielmo , che successe in quello stato e ne' meriti 

> de gli antecessori, Leonora, una de l'altre sorelle, dotata 

> d'ogni nobilissima virtù, e felice di bella successione : e 
:b rimanendo Barbara e Giovanna senza marito, quella con- 

> giunse in matrimonio con Alfonso duca di Ferrara, cavalier 
"» di valor inestimabile; questa con Francesco principe di 
y> Toscana , simile al padre ne la liberalità, ne la prudenza, 
:» ed in ogn' altra condizione. Questi matrimoni sono stati 

> senza alcun dubbio cagione de la tranquillità d'Italia; ne 

* Trovo che non lubella, ma Caterina fu la moglie di Francewo Gonsaga, 
la quale in seconde nosce spotò Sigismondo Augusto di Polonia. 



VERO l'epitafio. 177 

» la quale le reme di casa d' Austria meritano lode mag- 

> giore d'Ersilia e de le altre Sabine, o pur de le Colte: 

> perch' è meglio esser concedute da' padri o da' fratelli, 

> che rapite da gli amanti; è più lodevole il troncar i prin- 

> cipii di tutte le guerre , eh' estinguerle da poi che sono 

> accese. 

> Venendo, adunque. Barbara a marito ne la nostra Ita- 

> Uà, ed uscendo da la Germania, ne la qual parte era stata 

> quasi rinchiusa, spiegò con grandissima pompa tutte le 

> sue ^aravigliose virtù, de le quali s'aveva per fama co- 

> gnizione : e le sottopose quasi in una bellissima vista a gli 

> occhi de' principi, de' cavalieri e de la moltitudine ch'era 
) adunata per le sue feste: né l'oro dola Germania, del 
» quale i signori tedeschi avevano grandissime catene al 

> collo e a traverso; nò la ferocità de' cavalli, né la for- 

> lezza de' cavalieri a sé gli rivolse; ma le virtù di Bar- 

> bara gli abbagliare con chiarissima luce, de le quali cia- 

> scuna per se stessa era riguardevole molto; ma tutte in- 
» sìeme risplendevano in guisa, che ne restavano superati 

> gli occhi de T intelletto. Allora la prudenza, ch'era quasi 

> duce de l'altre, si dimostrò ne' ragionamenti e ne l'ac- 

> coglìenze fatte co' principi, e co' legati del papa, e co 'I 

> cardinale Madruccio, signore di bontà singolare , il quale 

> r accompagnava : e si manifestò la giustizia, egualmente • 

> gli eguali onorando, e con debita disaguaglianza gli ine- 

> guali accarezzando , e i favori a proporzione de' meriti 

> compartendo : e la sua temperanza si fece palese ne* con- 

> viti, e la sua liberalità nel donare, e la magnificenza nel 

> vestire, e la modestia nel comandare, e nel tolerare la 

> mamuetudine; né vi fu in somma virtù, eh' ivi non si co- 

> noscesse: e di tutte insieme nacque tanta maraviglia, ch'a 

> fatica a la lode fu luogo conceduto : la quale in quelle cose 

> che superano ogni copia ed ogni artificio di parlare, molte 

> volte co '1 silenzio suol ricoprir la sua imperfezione. 

> Tutte le lodi, adunque, erano imperfette in compara- 

> zione de la perfettissima virtù dì Barbara; ma tutte le fu- 

> rono date per concederle vittoria non meno sovra l'eloquenza 

> de gli scrittori, che sovra la virtù de' principi. E gli uni 



i78 IL GHIRLINZONE, 

» e gli altri fecero a gara per onorar la sua venuta : quelli 

> con le giostre e co' tomeamenti , questi co' versi e con le 
^ prose. Né in alcuna di loro si legge spettacolo cosi mara- 
» viglioso^ come i^ giuochi celebrati in quella occasione, ne 

> la quale la magnificenza d'Alfonso agguagliò quella de' gran- 
ii dissimi re , e '1 valore superò quel de' fortissimi cavalieri. 

> E se vorremo paragonar le cose nuove con l'antiche, non 
» è stata così grande la fama de le cose passate, come la verità 

> de le presenti; né l'ardire licenzioso de' poeti ha potuto cosi 
T> accrescer le altrui maraviglie, come la splendida liberalità 
Tf d'un principe le sue medesime. Né con eguale convenevolezza 
)> furono onorate l' esequie de la sepoltura, e le pompe de le 
» nozze; percioch'^a queste convengono tutti i giochi, e tutte 
» le cose che possono accrescer l'allegrezza; a quella, ninna 

> che sia disdicevole, deve temperare il dolore. Cedano dun- 
"» que le vecchie a le moderne imitazioni de la guerra: e se 

> Patroclo Anchise é per quelli famoso, sia Barbara per 
» questi gloriosa : perché non dee meno esser celebrata per 

> l'amor del marito, che l' un per la benevolenza de l' amico, 
» r altro per la pietà del figliuolo. 

i> Ma da poi che fu consumato il matrimonio , e fomite 
ì> le feste e gli spettacoli, e ritornato ciascuno nel suo paese; 

> Barbara rimasa ne lo stato del marito, ch'é un de' più belli 
» e de' più nobili d'Italia, ed in quella casa medesima, la quale 

> aveva prima raccolte le figliuole de' re di Napoli e di 

> Francia, ebbe nuova occasione da mostrar la sua providenza; 

> perché l' altezza del grado dove nacque, la diversità de la 

> patria onde venne , la varietà de' costumi ne' quali si nutrì, 
» per la nuova ed insolita mutazione avean bisogno di grandis- 

> Simo avvedimento; ma la natura l'avea dotata d* accorgi- 

> mento, e l' artificio l' aveva accresciuto, e tutte le cose erano 

> temperate da l'amor del marito, de la cui volontà ella si 

> fece legge. E quantunque da la sua magnificenza ella potesse 
» aver esempio d'usarla, nondimeno volle più tosto simigliar 

> Stra tonica o Cornelia ne la fede e ne la benevolenza, che 
» Semiramide o Cleopatra ne la pompa e ne la superbia. E se 

> le reine de' Persi con gli ornamenti del corpo davano nome 
» a le, Provincie, Barbara con quelli de l' animo accrebbe la 



, VERO l'epitafio. 179 

» riputazione de la Germania, provincia maggiore di eia- 

> scun' altra, e più memorabile per tutte le condizioni : e 
» dove quelle erano custodite dal timore, ella solamente da 
) l'amore era guardata. Ma vero senza dubbio è quel detto, 

> Che'l sommo amore è somma vergogna; perciochè ella 

> amando sommamente, volle dimostrarlo solo con la mode- 

> stia e con la castità; la quale non è meno degna di memoria, 
» che quella di Lucrezia o di Tazia, perchè sia manco a la 

> favola somigliante: anzi, più certo testimonio de la sua pu- 

> dicizia è Tamor del marito, che '1 ferro bagnato del san- 
) gue, che '1 cribro che ritenne l'acqua, o la zona che 

> fermò la nave, o altro sì fatto celebrato da l' antichità; del 
) quale ci maravigliamo come de l'altre cose a pena credute^ 

> Ma di questo, ninno è che dubiti. Laonde è tanto piùmeri- 
) tevol di considerazione, che ciascun altro, quanto è il mo- 
) vimento e l' ordine celeste de' mostri e de' prodigi ; tutto- 

> che questi empiano di stupore il volgo, e di quelli paia 

> cessata ogni maraviglia. 

> Visse, dunque. Barbara co '1 marito in sommo amore ed 
» in somma concordia : e da questa , quasi da suo fonte, deri- 

> vò la pace fra' suoi domestici, e la quiete fra' suoi fami- 

> gliari, e l'unione de gli animi, e la tranquillità de gli or- 

> dini, 1 quali furono sempre inviolabilmente osservati : ed 

> insegnò il mansueto imperio co '1 comandare, e la pronta 

> esecuzione con V ubbidire; ed onorò V umiltà con l'esempio, 
1» e vituperò la superbia co '1 paragone. E quantunque tutte 
) l'altre paci allora siano stabjli, che sono più lontane da 
» ogni contesa; quella eh' era fra Tuno e 1^ altro si stabilì 
» per una nuova maniera di contrasto, perciochè l'uno con- 

> tendeva con V altro dì benevolenza e di cortesia: e Barbara 

> concedeva le sue voglie a quelle d' Alfonso, come si conve- 

> niva a l'esser donna; ed Alfonso le sue alcuna volta a quelle 

> di Barbara, come parca che ricercasse la grandezza del fra- 
» tello. Ed in questa pacifica contesa vissero, sinché la grave 
» e lunga infermità de la duchessa le diede maggior occasione 
» di manifestare un' altra sua maravigliosa virtù , io dico la 
» fortezza feminile; la quale non è men lodevole, che sia 

> quella de gli eroi, né si dimostra in pericoli minori. E s'al- 



180 IL GHIRLINZONE^ 

> cuna emulazione può nascere tra '1 marito e la moglie ^ 

> nacque fra loro nel dimostrarla; perciochè quella d' Alfonso 
9 fu conosciuta ne le tempeste del mare e ne le ruine del ter- 
D remoto , e ne T uccisioni de la guerra , la qual concede 
» luogo proprio da manifestarla ; ma Barbara fece esperienza 

> de la sua ne' dolori de 1' infermità , ne gli spaventi de la 

> mortele ne la vicinanza de l'ultimo passo: e la fece 
» senz' armi, senza cavalieri, senza schiere e senza eserciti, 

> i quali accompagnaro il duca, che non fu sempre vitto- 
» rioso, quantunque sempre fosse invitto; ma Barbara fu de 
» la morte medesima vincitrice. 

» dolorosa vittoria, o speranze fallaci, o fuggitive 

> allegrezze, o perdita irrestorabile, o danno irreparabile, o 
}> dolore senza consolazione, o consolazione senza rimedio, o 
» rimedio senza giovamento! fronte già serena più del cielo, 
» or divenuta oscura ne la morte; o occhi già colmi di luce, 
ì> or pieni di tenebre; o maestà del volto, o leggiadria de le 

> membra, o gravità de' sembianti, o dolcezza de le parole, 
n soavità de' costumi ì onde tante e sì subite mutazioni ? 
» Barbara, o nipote, o figliuola, o sorella de* cesari, o 
» reina, nel qual nome respirava l' Italia; dove sei ita, o dove 

> dimori? e che piccìola parte ci hai lasciata de la tua bel- 

> lezza ? e come tosto sarà in cenere convertila ! È questa la 
)^ successione che da le s'aspettava? son questi i doni ch'io 
ì> credeva appresentarsi ? Ma mi pare che si come ne le tra- 
j> gedie gli Dei favolosi parlano da le nubi, così un'angelica 

> voce di lei, che tanto s' è avvicinala. al vero Iddio, mi si 
ì> faccia udire, i lamenti in lode convertendo. 

» Tacete, o Ferraresi, e temperate il pianto, perchè non 
j> è misera per la sua morte la vostra reina , né bisognosa 
» de le vostre lacrime, né d' alcuna misericordia per lo viag- 
» gio incominciato : ma se fu mai quella d' alcun' altra, felice 
» é stala la sua morte, ne la quale combattendo, ha meritato 
» etema corona di gloria ; e di mortale immortale , di terre- 
j> na celeste, d' umana é divenuta divina. Né l' ha raccolta 
5> Slige, Cocito, od Acheronte; né Lete gli ha tolta la me- 
» moria de le cose sue più care : ma dal suo e vostro Signore 
» è stata ricevuta nel cielo, dove trionfa co '1 padre e con gli 



VERO l'epitafio. 181 

y> avi imperatori , che qua giù guerreggiaro per la Fede: e gli è 

> fatto il medesimo onore eh' a ludit, ad Isabella, a Maria, a 
» Matelda, a Beatrice, a Leonora, ed a tante altre uscite de 

> l'uno e de l'altro legnaggio, o maritate ne l'una e ne l'altra 
»^ famiglia di principi gloriosi. Laonde con altri onori omai deve 
» essere onorata, come colei che divenne superiore a tutte 

> l'umane grandezze, né senza aiuto divino fece l' ultima par- 
» tila ; perchè essendo la morte a tutti proposta egualmente, 
» non a tutti parimente è conceduto il poter ben morire, e 

> lasciar desiderio de la sua vita ne gli uomini, e la memoria 
D de la sua benevolenza ne le donne, e V esempio de le sue 

> virtù in tutte le nazioni : e salirsene al cielo, raccogliendo da 

> tutte le parti lodi, e lacrime, e lamenti senza fine e senza 
» misura. Però non e' è alcuna cagione, per la quale siamo di 

> soverchio desiderosi di vita: ne si dee più tosto misurar la 

> felicità dal frutto de la sua lunga vecchiezza, che da l'opera- 

> zione de la perfetta virtù; laonde assai bene ha vissuto colui, 
» il quale ha speso ne le nobilissime azioni lo spazio conceduto; 

> e s'è dipartito a guisa di poeta, ch'abbia finita la favola, non 
9 avendo ancora saziati gli auditori. Ma quella veramente è 

> beata, ch'avendosi goduto de la vita quanto ella era deside- 
» rabile, l' ha poi abbandonala co' mali e co' dolori de l' infer- 
ii mità, piena di tutti gli onori, ornata di tutte le grazie, nu- 
) trita fra gli scettri, e fra le corone, e fra i trionfi, e fra le 

> palme cresciuta, e da la signorìa terrena al celeste impeno 

> s'è inaUata. E s' alcuno v'è, che stimi non esserle fatto 

> onore a bastanza, supplisca, ed accresca la riverenza con la 

> divozione: perciochè molto secura è questa lode, la qual ci 

> par dettata da la sua bocca medesima, tanto a' suoi meriti, 

> quanto a la verità s' avvicina. Né sarà pera ventura soverchio 

> celebrarla ne le istorie e ne' versi de' poeti, come Piaci dia, o 

> Serena, o Termanzia, o alcuna de le già nominate, dicendo: 

> Non sei ancora morta, o Barbara, ma vivi fra noi; perchè è 

> viva la protezione che di noi prendesti. reina, che vivesti 

> come santa, e sei morta in modo che più t'onorano; o gloria 

> de la tua stirpe, ornamento de l'Imperio, sostegno di questa 

> città, gradisci quel ch'io posso darti, o dirti: de le altre 

> cose r Italia, lagrimando, si prenderà cura publicamente. > 

Tasso. Dialoghi. —.3. id 



IL FORESTIERO NAPOLITANO, 

VERO 
DE liA «EliOSIA. 

1585. 



i85 

f 

\ 

ARGOMENTO. 



Trattasi io qaesto dialogo della Gelosia, e due sono i perso* 
naggi introdotti a discorrervi. Il primo è il Tasso nostro , celato sotto 
il suo solito nome di Forestiero Napoletano , come Socrate ne* dialo- 
ghi di Platone sotto quello di Ospite Ateniese ; ed il secondo è Ca- 
millo Coccapani da Carpi, uomo di molte lettere, e pubblico profes- 
sore di lingua greca nello studio di Ferrara a* tempi del medesimo 
Tasso. Senz' altra introduzione comincia il primo , che è quegli nel 
cai nome s* intitola il dialogo , dal <;hiedere al secondo che cosa sia 
gelosia. Ricusa in principio il Coccapani di soddisfare alla domanda, 
scusandosi col dire di non conoscere cotal passione; ma inducesi poi 
a compiacere al desiderio dell' amico , e risponde eh* ei crede esser 
ella dolore dell* altrui bene. Gli domanda allora Torquato, se dolore 
di gelosia parimente sia il dolersi dell* onor del nemico, o della yit- 
toria del compagno, o della dignità conseguita dail* inferiore. Dalla 
quale interrogazione accorgendosi il Coccapani che nella definizione 
da lui data venivano insieme a confondersi e V emulazione e la gelo- 
sia, entra a distinguere Tuno dairaltrn questi due affetti, dicendo 
che il primo è de* beni orrcvoli , ed il secondo invece di quelli che 
sono degni di amore: e soggiunge quindi, che siccome il dolersi nel 
difetto de* beni orrevoii è cosa giusta , oo^ì giusta è 1* emulazione ; 
ma che ali* incontro, siccome il lamentarsi della mancanza di un bene 
labile e vano , quale si è la bellezza , è cosa irragionevole e brutta , 
così la gelosia è passione ingiusta, rea e meritevole di biasimo. Ri- 
prova però il Tasso sì fatto ragionamento, mostrando che tanto i beni 
orrevoii , quanto gli amabili, si convertono gli uni cogli altri in guisa 
che gli amabili sono orrevoii, e gli orrevoii amabili; e che perciò 
r emulazione e la gelosia, tuttoché abbiano nomi differenti, sono lo 
stesso affetto, e che se 1* uno ^ ragionevole e degno di lode, ragio- 
nevole egualmente e degno di lode si è 1* altro. Passano appresso i 
disputanti a investigare qual parte abbia il timore nella gelosia. U 
Coccapani in sulle prime è di parere che questa passione sia dolore 
e timore insieme; ma avendo il Tasso provato che Tuno non può 
stare colFaltro, propone di escludere dalla gelosia quello che è minor 
male. Prende pertanto Torquato ad esaminarli amendue, e siccome 

16' 



Ì86 ARGOMI^TO. 

troTa che è maggiore inquietudine il timore che il dolore , poiché 
questo somiglia anzi la quiete che V inquietudine; così conchiude, 
che essendo la gelosia inquietudine grandissima , abbiasi più con?e- 
nevolmente a giudicare timore che altra cosa. Sostenendo tutta?olta 
il Coccapani che, o timore o dolore che ella sia , è sempre una fiera 
passione perturbatrice del riposo deir animo, si fa il Tasso a consi- 
derare i vari effetti del timore; e mostrato coni* egli, scemando ciò 
che in lui è soverchio, e riducendolo a bella mediocrità , non solo 
diviene nobile e graziosa virtù, ma è inoltre cagione che T altre an- 
cora sieno acquistate, ne trae la conseguenza che la gelosia, la quale 
appunto è timore, lungi dall* essere di fiera e maligna natura, ove 
sia moderata, è anzi virtù di costume. Né solamente tale la fa egli 
conoscere; ma coli' autorità di Dante , del Petrarca e di altro poeta 
la dichiara virtù purgatoria negli animi che si purgano, virtù di 
animo già purgato in quelli che sono in cielo, e virtù finalmente 
esemplare in Dio. Vien egli per ultimo a toccare alcuna cosa dell'au- 
torità dei poeti, e termina couchiudendo intorno ad essa, che ove 
parlino quelli in persona propria e senza passione , come appunto 
livellando degli animi separati ed immortali fecero Dante e il Pe- 
trarca, da lui di sopra citati, ella è sempre grandissima e degna di 
fede. — (MoRTARA.) 



187 



KVTEBIiOCnDTOIII : 



FORESTIERO NAPOLITANO, CAMILLO COCCAPANI. 



F. N. Che cosa è gelosia ? 

C. C, Vói, che r avete conosciuta per lunga prova, ne 
dimandate a me, che non la conobbi giamai per esperienza? 

F. N. Quasi non sia lecito a V infermo di dimandare al 
medico la natura del male 1 

C. C. È più lecito a me di non rispondere ; perchè né 
voi sete infermo, essendone già risanato; né, se voi pur fo- 
ste, io sarei buon medico del vostro dolore. 

F. N. Mentre negate di rispondermi, voi mi rispondete 
dicendomi, eh' ella è dolore : e quantunque io non ne sia così 
infermo, come n' era in altro tempo, nondimeno ancora non 
sono guarito in modo, che non stimi che mi debba esser gio- 
vevole molto r intenderne V opinione altrui. Però ditemi 
qual dolore ella sia. 

C. C. Poiché voi così volete, io sono constretto di com- 
piacervi , benché a persona più intendente de la natura sua 
potreste dimandarne. J)ico dunque, oh' ella é dolore de T al- 
trui bene, come giudicò il vostro Petrarca dicendo: 

Che d* altrui beo, quasi suo mal, si dole. 

F. N. Dunque alcuno, il quale si dolesse de l'onore del 
suo nemico, sarebbe geloso; e geloso parimente, chi sentisse 
dolore, perchè alcun suo compagno o eguale avesse conse- 
guita qualche gloriosa vittoria, o qualche inferiore fosse asce- 
so ad alcuna sublime dignità. 

C. C. Non sarebbe dolore di gelosia, ma d'emulazione 
più tosto; perciochè la emulazione è de' beni orrevoli, ma 
gelosia di quelli che sono degni d'amore. Direm dunque, 
che la prima sia una melanconia, o vero un dolore per la 



188 IL FORESTIERO NAPOLITANO, 

presenza di sì fatti beni, i quali noi ancora possiamo conse- 
guire, se gli rimiriamo ne' simili di natura; non perchè sieno 
in altrui, ma perchè manchino a noi medesimi: la seconda, un 
simile affanno, per la bellezza che si ritroyi ne la persona 
amata, de la quale temiamo eh' altri sia possessore. E perciò 
è irragionevol cosa e brutta, e dirò ancora meritevole di bia- 
simo, il lamentarsi perchè ci manchi 

Questo nostro caduco e fragil bene, 

Gh* è Tento ed ombra , et ha nome beltate. 

Ma il dolersi nel difetto de* beni orrevoli è giusta cosa; laonde 
è giusta r emulazione, e passione d' uomini giusti. 

F. N. Ma ditemi: può essere alcun dolore acerbo senza 
acerbità ? 

C. C. Non può in alcuna maniera. 

F. N. Né aspro senza asprezza ? 

C. C. Né questo. 

F. N, Né onesto senza onestà, né laudevole senza fede? 

C. C. Vi si concede. 

F. N. Dunque , né giusto senza giustizia ? 

C. C. Né giusto senza giustizia. Ma non intendo ancora, 
perché questo abbiate voluto conchiudere. 

F. N, Io il dico : perché mi pare che dove sia la giusti- 
zia, non sia mancamento d' alcun bene onorevole; percio- 
chè la giustizia contiene in sé tutte l* altre virtù. Ma ciò re- 
pugna a quello che poco inanzi diceste, che l'emulazione 
sia dolore per la presenza de' beni orrevoli , de' quali ne gli 
altri è abbondanza, ed in noi medesimi difetto: perciochè, 
se questa dolore non è senza giustizia , è senza mancamento 
de gli altri beni. 

C. C, Quasi io chiamai beni orrevoli le virtù che sono 
contenute da la giustizia, come voi dite, e non più tosto le 
dignità, e gli altri premi eh' a' giusti sono conceduti. 

F. iV. E quali chiamate voi beni orrevoli ? 

C, C. Quelli die sono degni di onore. 

F., N. Dunque l' onore non è bene orrevole; perchè so 
ciò diceste , crederei che voleste di me [prender giuoco. 



VERO DE LA GELOSIA. 189 

C, C. E perchè prender giuoco? 

F, N. Perchè la dignità è una spezie d' onore. Laonde se 
la dignità fosse bene orrevole, ne seguirebbe che l'onore fosse 
degno di onore : e questo mi par uno scherzo. 

C C, Non ciascuna cosa dee considerarsi cosi assoluta- 
mente, più tosto cosi sottilmente , come a me pare che voi 
andiate considerando; anzi, sarebbe amabil cosa il trattarne 
in modo e figura più grossa. 

F. N. Dunque odioso vi sarà l'andarne più diligentemente 
investigando: ed io per non esser tale mi tacefò, perchè son 
tanto vago del vostro amore, quanto de Y esser onorato. 

C. C, Cercate quel che vi piace; ma v'averiisco, ch'ama- 
bili sono quelle cose, le quali son fatte secondo eh' a la na- 
tura si conviene : laonde non dovete trattar questa materia 
altramente di quel eh* ella ricerchi. 

F. N. Ed io cosi mi sforzare di fare; e però ne parlerò 
con que' termini , co' quali gli altri sono usi di ragionarne. E 
perchè voi avete distinta l' emulazione da la gelosia, dicendo 
che l'una è de' beni orrevoli, l' altra de gli amabili; dico, che 
se i beni onorevoli son quelli che son degni d' onore, amabili 
veramente saranno quelli che son meritevoli d' amore. 

C. C. Cosi è senza dubbio. 

F. N. Ma che chiamate voi onore ? 

C. C. Il premio de la virtù. 

F. N, E l'amore, a chi suole esser conceduto; a quelli 
che de la virtù sono privati, o pur a coloro che ne sono pos- 
sessori ? 

C. C, A' possessori. 

F. N. Dunque, V amore anch'esso è premio de la virtù : 
e se dritto istimo, niun altro premio più degno ha la virtù, 
che r amore. 

C, C, E questo che monta ? 

F. N. Che l'onore e l' amore sieno ristesse ; e gli stessi 
beni sian quelli che d' onore e d' amore sono meritevoli, o 
almeno gli uni con gli altri si convertono in guisa , che gli 
amabili sono orrevoli, e gli orrevoli amabili; e da gli uni 
procede la emulazione gelosa, e da gli altri 1' emula gelosia, 
pur insieme da gli uni e da gli altri l' una e V altra pas- 



i90 IL FORESTIERO NAPOLITANO, 

sione, n cbe mi pare ch'accennasse ancora quel vostro 
poeta , quando egli de la bellezza d' Enea così maravigliosa- 
mente ragionò : 

, . . Et laetos oculis afflavit honores, 

Perciochè l'onor de gli occhi non è altro che l'amore; 
laonde V emulazione che è de' beni degni d* onore, e la gelo- 
sia, la quale è di quelli che meritano amore , saranno an- 
cora ristesso affetto, tuttoché i nomi sìan differenti: e chi 
gli chiamò con l' istesso nome, o pur con quel di zelo , che 
tanto gli assomiglia, assai a dentro conobbe la. sua natura. 
Dunque, se l' uno effetto è giusto, l' altro non è irragionevole, 
come dicesse; ma l'uno e l'altro degno di lode parimente. 
Ma per avenlura voi non parlaste così per opinione che por- 
tiate de la gelosia, come di rea cosa e malvagia; ma perchè 
io stimandola si fatta, mi guardassi un' altra volta di non 
darmele in preda così miseramente. 

C, C, E come è ella rea ; non vi soviene d' aver letto : 

Qual dolce più, qual più giocondo stato 
Saria , di quel d' un amoroso core ; 
Qual viver più felice e più beato , 
Che ritrovarsi in servitù d' Amore ; 
Se non fosse Tuom sempre slimolato 
Da quel sospetto rio, da quel timore, 
Da quel furor, da quella frenesia. 
Da quella rabbia detta gelosia? 

F. N. Molte cose, e tutte ree, accompagna insieme que- 
sto famoso poeta in biasimo ed in vituperio de la gelosia : ma 
debbiam noi credere quel eh' ^gli dice? 

C C. Egli fu non solamente gran poeta, ma ancora gran- 
de innamorato ; laonde ragionando egli de le amorose passio- 
ni, se gli dee prestar credenza. 

F. N. Dunque, conceder debbiamo che la gelosia sia un 
timore ; poiché da lui in tal modo è nominata. 

C. C. Debbiamo. 

F. iV. E voi poco inanzi diceste eh' era dolore. 

C, C. Dissi. 

F. iV. Dunque, egli è dolore e timore insieme. 



VERO DE LA GELOSIA. 191 

C. C. Vi par forse questa cosa sconvenevole ? Non avete 
voi letto : 

Del presente mi godo, e meglio aspetto? 

E s' egli si può godere insieme ed aspettar meglio^ può do- 
lersi e temere ; perchè cosi il godere è contrario al dolersi , 
come r aspettazione del bene a quella del male. E se i poeti 
non vi muovono, vi muova filosofo di così grande autorità, 
com' è Aristotile; il quale, del timor parlando, se ben mi ram- 
mento, disse eh' egli si doleva. 

F. JV. Or ditemi, che chiamate voi aspettazion di male? 

C. C. Il timore. 

F. N. Ma r aspettazione è de le cose future o de le pre- 
senti ? 

C, C. De le future. 

F. N. Dunque, il timor sarà aspettazione di futuro male; 
e se '1 dolore è del presente, poiché si oppone al godere , ne 
seguirà, che la gelosia, la quale è, come voi stimate, dolore 
e 'nsieme timore, sia di male presente e di futuro: il che pare 
impossibile. E per aventura, quando il Petrarca disse, ch'egli 
godeva del presente, ed aspettava meglio, non volle inten- 
dere eh' uno affetto solo de l' animo suo risguardasse a' tempi 
diversi; ma più tosto eh* egli fosse sottoposto a diverse pas- 
sioni: e parimente V autorità, che voi mi recate da le scuole 
de' peripatetici, altro non prova , se non che '1 timido possa 
dolersi; ma non si duole, peraventura, in quanto egli è pau- 
roso. Ma voi, d* una sola passione ragionando, volete eh' ella 
sia del mal presente e del futuro : oltre dì ciò, colui ch'aspetta 
alcun male, è solito di fuggirne^ e '1 timor istesso è fuga : 
ma colui che si duole, è sopragiunto dal male, e quasi preso 
ed occupato, come suol esser la fera alcuna volta dai caccia- 
tore. Però disse quel poeta : 

Gran duol mi prese il cuor, quando lo 'ntesi. 

Ed in questa maniera essendo egli preso, si ferma l'animo nel 
dolore; ma il fuggire e lo star fermo, o pur il moto e la quiete, 
non possono $tar insieme. «Qual, dunque, lascieremo indietro 



192 IL FORESTIERO NAPOUTANO, 

di queste due opinioni: la prima, che sia dolore; o pur questa 
seconda, che sia liofore? 

C. C. Lasciam quella, che vuole che sia minore il male; 
perchè ci sforzaremo di lasciare insieme la gelosia, eh' è pes- 
sima cosa. 

F. N. E dove credete voi che 'l male sia minore? 

C. C. Dove è minor V inquietudine. 

F. N. Dunque nel dolore ; perchè '1 timore fa V uomo 
inquietissimo : ma nel dolore avendo l' uomo perduta la spe- 
ranza, s'acqueta ne la disperazione. Tutta volta il timore, 
come abbiam detto, è aspettazione del male. 

C. C. È. 

F. N. E le cose aspettate sono lontane. 

C. C. Sono. 

F. N. Dunque, la lontananza del male accresce il male : 
e se . ciò è vero , quando non abbiam la febre, ella sarà 
maggiore; e maggiore il male di stomaco o di fianco, quando 
non ci molesta. 

C. C. Queste sono conclusioni impossibili. 

F. N, Da false proposizioni, dunque, debbono esser pro- 
cedute. Non sarà dunque vero , che V inquietudine sia il mag- 
gior male: anzi, poich'ella è aspettazione di male odi bene, 
non sarà male o bene in alcuna maniera; e dovendo noi ri- 
tenerci quella opinione, secondo la quale stimiamo la gelosia 
il male più grave, riterremo quella che la pone nel dolore. 

C. C, Riterremo. 

F. N. Tuttavolta il dolore somiglia anzi la quiete che 
r inquietudine; ma quiete violenta, e simile a quella del fuoco, 
o d' altro corpo che sia ritenuto a forza in quel loco che 
non gli è naturale : perciochè quando s' acqueta nel piacere, 
trova la quiete in cosa assai conforme a la sua natura ; ma 
quando egli si ferma nel dolore , in cosa molto contraria è 
ritardato mal suo grado, quasi disperando di potersene fug- 
gire. Laonde, essendo la gelosia inquietudine grandissima, par 
che più convenevolmente timore sia giudicata. 

C. C. sia timore o dolore, poco rilieva ; basta eh' ella 
sia una fiera passione de gli animi nostri, perturbatrice de'* 
nostri riposi, e contaminatrice de' nostri diletti. 



VERO DE LA GELOSIA. 193 

F. JV. Ma concedendomi voi eh' ella sia una specie di ti- 
more , consideriamo quel eh' avenga ne V altre specie per 
conoscer quel eh' in questa sia conveniente : e cominciando 
dal timor de la morte, non vi pare ch'egli possa esser in 
guisa moderato, che riceva queir abito eh' è detto fortezza : 
onde coloro, che ne le tempeste del mare fra i turbini e le 
procelle si lamentano, non vedendo altro testimonio de la mor- 
te, che 'l cielo oscurissimo e '1 mare grossissimo e gonfiato; 
ne le battaglie terrestri e ne le maritime, ne gli assalti e ne 
le difese de le città e ne gli assedi sogliono stimare che la 
morte sia non il fine de la vita, ma più tosto e l'onore e la 
gloria, che si perpetua e si conserva ne la memoria di tutte 
r età e di tutte le nazioni? 

C. C, Si certo. 

F. N. E parimente il timor de l' infamia riceve una lau- 
devol disposizione, la qual' è detta vergogna. 

C. C. Parimente. 

F. N, Laonde questo affetto, ancora scemando quello 
eh' è in lui soverchio, e riducendosi a bella e, per cosi dire, 
aurea mediocrità, diverrà nobile e graziosa virtù; per la quale 
temendo V amante di perder la grazia de la sua donna, te- 
merà in conseguenza di far cosa , per cui la perda merita- 
mente: laonde d'intemperato diverrà temperato, d'avaro 
liberale, di timido forte, di vile magnanimo; ed in questo 
modo la gelosia sarà cagione che l' anifho s' adomi di tutte 
le virtù, come ne' lucidi sereni de la notte veggiamo il cielo 
dì tutte le stelle esser risplendente : e questa forse è la cagio- 
ne , che alcuni il color ceruleo o eilestro le abbiano assegnato. 
Se dunque tale è la gelosia, non è dì cosi fiera e maligna na- 
tura , come poco inanzi la figuraste. 

C. C. Voi avete dipinta cosi bella la gelosia, eh' Amore 
stesso ne potrebbe divenir geloso in guisa , che da lei non si 
volesse mai diseompagnare ; né vi bastando i nostri colorì, 
sete ricorso a quelli del cielo, i quali molte fiate ì pittori 
indarno procurano d' assomigliare. 

F. N, Veramente io cosi stimo, che si come l' ombra ac- 
compagna il corpo, e '1 raggio segue la luce; cosi V amore 
umano sempre da la gelosia vada accompagnato : ma la com- 

Tasso. Dialoghi, ~ 8.' 17 



Ì94 IL FORESTIERO NAPOLITANO, 

pagnia dì una virtù, che non è solamente virtù di costume , 
ma cagione che V altre siano acquistate , non dee in alcun 
modo parerli odiosa. E questo, se non m'inganno, fa quel 
freno, il quàl rivolse e strinse il Petrarca : 

Spesso come cavai fren, che vaneggia. 

Ma udiamo quel che ne àke più chiaramente Dante nel Pur- 
gatorio, parlando di M. Nino, il qual 

Così dicea segnato de la stampa 
Nel suo aspello di quel dritto zelo , 
Che misuraiamente in core avampa. 

C. C. Mi ricordo aver letto i versi. 

F. N, Ma s* egli è zelo diritto , eh' avampi moderata- 
mente , è virtù; perciochè tale è la moderazione de le pas- 
sioni. 

C, C, Cosi pare. 

F. N. Dunque, non solo ella qua giù fra gli uomini è 
virtù morale, ma virtù purgatoria ancora; che cosi si può 
raccogliere da questo poeta. Ed or, se vi piace, ascendiamo 
dal Purgatorio al Cielo, e riguardianlo ne V anima già pur- 
gata di madonna Laura, de la quale dice il Petrarca 

Sì gelosa e pia 

Torna, ov' io son, temendo non fra via 

Mi stanchi , o *n dietro o da man manca giri. 

C, C. Veramente, ninna più laudevol compagnia potrebbe 
esser data al geloso, che quella de la pietà. 

F. N. Ma sollevianci ancora più, se pur alcuna ala può 
bastare a cosi grande e cosi maraviglioso volo ; e riguar- 
diamla con l'altre virtù esemplari in Dio, il quale è detto 
zelator, che ne la nostra favella sonerebbe geloso. Laonde 
convenevolmente disse alcun poeta moderno, ma pur assai 
buon poeta : 

E con etemo ed amoroso zelo 
£ crear e nutrir tutti ì viventi. 

Cosi di grado in grado abblam veduto, che la gelosia ne 



VERO DE LÀ GELOSIA. 195 

gli uomini è virtù morale; ne gli animi cbe si purgano, virtù 
purgatoria; e virtù d' animo già purgato in quelli che sono 
in cielo (s' è lecito di parlar con le parole de' poeti) cotanto 
gloriosamente accolti;' e virtù esemplare in Dio. De le quali 
cose, quando io cominciai a ragionare, non mi ricordava : 
ma poi dubitando per le cose da voi avisate, mi sono ritor- 
nate in memoria, in quel modo che l'uno per altro contrario 
suole molte volte ritornarci. Ma pur essendo elle dette da' 
poeti, i quali alcuna fiata parlano cose diverse, alcune con- 
trarie, non saranno per aventura credute. 

C. C. L'autorità de' poeti è grandissima; e quando essi 
dicono alcuna cosa falsa, o pur opposta ad altra già detta 
da loro , non sogliono parlar secondo la propria opinione , 
ma secondo quella de' volgari , la quale è da loro seguita , 
perchè stimano di potere assai acconciamente persuaderla. 

F. N, Ma se noi da' poeti non vogliamo esser ingannati, 
come potremo avvederci, quando essi seguono il parere al- 
trui, e quando il loro medesimo? perciochè, quando introdu- 
cono a ragionare, come più de gli altri fanno Omerq, e Ver- 
gilio e Dante, agevolmente debbiam lor concedere che di- 
cono cose convenevoli a le persone, de le quali sono quasi 
vestiti, vere o false ch'elle siano : ma parlando in persona 
propria, non p^re che debbano dire se non il vero. E perchè 
il vero al vero non è contrario, ninna contradizione dee ritro- 
varsi ne' detti di buon poeta: o pur alcuna se ne ritrova, 
perchè i poeti assomigliano spesso l'amante, o lo sdegnoso 
ancora, da se stessi ragionando; e si può quasi dire, che lo 
sdegno e l'amore sia quel che parli, e non l'intelletto: 
di maniera che le cose da lor dette, sono anzi affettuose che 
vere. Tuttavolta essi talora separandosi da queste passioni, 
più tosto divini che umani paiono ne le poesie : e ciò essi 
fanno più spesso che 1* altre volte, quando de le cose divine 
sogliono favellare; ne le quali ciascuno errore sarebbe più 
dannoso, e più biasimevole eziandio, che tutti quelli che si 
possono prendere ne le umane , de le quali è proprio l'errare. 
Lascisi, dunque, ogni fallo ed ogni inganno, ogni varietà ed 
ogni mutazione in questa sfera de le cose che si generano e si 

« Dante , Paradiso, XI. 



196 IL FORESTIERO NAPOLITANO EC. 

corrompono, la quale è regno de la menzogna, albergo de la 
falsità ed abitazione de Tinconstanza, come fecero Dante e '1 
Petrarca; i quali parlando de gli animi separati ed immortali, 
non ìstimo eh' in alcun modo s' ingannassero , né volessero 
gli altri ingannare, quantunque alcuna fiata gli altissimi mi- 
steri sotto leggiadrissimo velo eleggessero di ricoprire. Laonde 
tutto quello che fu detto da quelli uomini maravigliosi, de la 
gelosia e de gli animi che si purgano, e di quelli che sono già 
purgati, istimo che sia detto non men veracemente che leg- 
giadramente: ma quando poetarono de' nostri afifetti, di leg- 
gieri si può lor perdonare che affettuosamente ne poetassero. 
Ed a voi che pare convenevole ? 

C. C. Quello che ne dice un di questi medesimi poeti : ^ 

Ove sia chi per prova intenda amore. 
Spero trovar pietà , non che perdono. 

Ma queste cose si volgono e si rivolgono, come a Tuom piace; 
laonde ciascuno può starcene con la sua opinione. 

* Il Petrarca. 



IL CATAN.EO, 

VBRO 
BE CU IDOU. 



1585. 



il" 



199 
ARGOMENTO. 



Maurizio Cataneo, che dà il nome al presente dialogo, e che 
vi è pel primo introdotto a discorrere; Alessandro Vitelli, nobile e 
dotto giovine romano , amicissimo di Torquato Tasso; e lo stesso 
Torquato, sotto il suo solito nome di Forestiero; sono gì' interlocu- 
tori. Nell'introduzione al colloquio, udendo Torquato come gli altri 
due si maravigliavano eh* ei non si fosse mosso a celebrar co* suoi 
versi le vittorie ottenute in quel torno da' Cristiani sopra i Turchi, 
adduce in iscusa del suo silenzio e la soverchia grandezza del sug« 
getto, ed il dubbio che le sue scritture non avessero alcuna stabilii^» 
Ai che opponendo il Cataneo che i tìori della poesia sogliono essere 
perpetui, e che perciò bene fùTchiamato Òmero « sempre fiorilo, » e 
cFe pur bene e convenevolmente, senza molto dilungarsi da tale im- 
magine, disse il Caro di tesserne corona a'Valesied a' Farnesi; il Vi- 
telli prende occasione di entrar nelle lodi della canzone di questo 
poeta, ove appunto è ciò detto, e di mentovar anche il paragone, 
che per alcuni se ne faceva , con un inno di Pier Ronsardo, celebre 
poeta francese , quasi per provocar il Tasso a dare sopra di essa il 
parer suo. Questi allora di fatto , dopo aver notato come amendue 
qua' componimenti altro in fondo non contengano che una compara- 
zione fra le famiglie de' Valesi e de' Farnesi, e gli idoli o Dei de'Gen- 
tili , volgesi ad esaminare se essa comparazione sia o no riprovevole, 
e quale dei due poeti nel tarla abbia meno sconvenevolmen te adope- 
rato. Quanto al primo capo, ei conchiude che l' aver ricorso a quegli 
Idoli Dei per onorare i principi cristiani non è artificio conveniente 
ajK)eta de' nostri tempi e della nostra religione; e quanto al secon- 
do, che il poeta franzese nella elezione de' concetti è stato più giu- 
dizioso deir italiano. Nel restante poi del dialogo le cose che tutti e 
tre insieme gli interlocutori , ragionando, vengono a dimostrare, 
SODO : che non è dicevole a* nostri poeti non solamente ciò che sì è 
detto, ma nemmeno il comparare alcun principe cristiano con alcun 
sèmideqro eroe, o principe gentile: che se pur vuoisi fare il para- 
rne, debbono sempre a questi essere anteposti i principi fedeli: 
che andie questo paca^^one per altro non si dee dare se non nelle 
virtù de' costumi: che ove in esse fosse stato maggiore il principe 



200 ARGOMENTO. 

gentile del cristiano, basta che il poeta mostri la virtù del lodato 
simile al vero : che le ?irtù de* trapassati possono essere sen za bia- 
sifno accresciute : che le varie specie delle poesie debbonsi dislin- 
guere e compartire secondo le varie maniere de* governi : che le sole 
poesie amorose non convengono ad alcuna forma di pubblico reggi- 
mento : eh* elle sono particolarmente pericolose ai i^ovanL: c|ie Tani- 
mà affettuosa è quasi un tempio d* idolatria : che perciò deesi cercar 
di purgarla : che il principio di questa purgazione è 1* assomigliarsi 
a Dio : che questo assomigliarsi si fo colla fuga del vizio : che oltre 
alle virtù civili ed alle purgatorie, sono necessarie quelle dell* animo 
già purgato , e soprattutto le esemplari : e finalmente , che la con- 
templazione la r ultima purgazione dell* anima, togliendo da essa 
r ultimo simulacro che le resti nel mondo, cioè quello dell' umana 
azione , e la guida ali* eterna felicità. ^ (Mortara.) 



201 



AL MOLTO ILLUSTRE 

SIGNOR PAOLO GRILLO 

MIO SIGNORE OSSERVANDISSIMO. 

Molto illustre signore mio. 

Né speranza di premio desiderato, né gratitudine di ri- 
cevuto dono, possono pia movermi de la vostra nobiltà, e de 
la virtù, per la quale io vi ho stimato meritevole di onore e 
di laude. Laonde ora vi dedico questo mio dialogo de gli Idoli, 
quasi un certissimo segno de l'opinione eh' io porto; acciochè, 
leggendolo, veggiate in qual guisa più, convenevole si possano 
lodare i padri e gli avoli de' principi e de gli uomini illustri 
ne la republica; ne la quale il valor de' vostri maggiori è 
stato risguardevole molti centinaia d' anni, risplendendo come 
oro finissimo, che non patisce alcuna ruggine per l'antichità, 
Piiicciavi dunque, signor mio, d'accettarlo in vece di statua; 
perchè egli sia tanto più durevole d'ogni opera che facciano 
gli scoltori, quanto meglio si conserva la memoria ne le scrit- 
ture, che ne' marmi o ne' metalli. E vivete felice. 

Di Vostra Signoria molto illustre 



afFezioDatissimo servitore 
TORQUATO TASSO. 



203 



IlVTBRIiflCVTOM : 

MAURIZIO CATANEO, FORESTIERO NAPOLITANO, 
ALESSANDRO VITELLI. 



M. C. Questa fonte, quantunque non sia quella maravi- 
glìosa di Tivoli, né alcun' altra la quale o per artificio de 
la natura o per natura de l' arte divenga più famosa a' tem- 
pi nostri, amici di novità, può nondimeno co '1 mormorio de 
r acque invitar le vostre Muse a cantar sotto l' ombre de gli 
alberi, che son già rivestiti. 

F, N. Anzi, più tosto addormentarle con la dolcezza del 
suono ; se pur con altro più dolce elle non furono prima 
addormentate. 

.4. V, Profondo fu veramente il sonno, poiché no '1 rup- 
pe il romor di tamburi e di trombe, e lo strepito de V armi, 
e r annitrir confuso con la voce de' soldati, e '1 mormorar 
de' venti e de Tonde percosse da' remi, ed aperte con le 
prore de le navi già vittoriose; e '1 rimbombo de l' artiglie- 
rie, * che turbava l' aspetto del mare, e '1 facea parer più fiero 
e più spaventoso. 

F. N. Io son Tasso, e però non è maraviglia ch'op- 
presso dal mio sonno naturale, non oda i piccioli strepiti: ma 
quel fu cosi grande, che l'udirono quelli ancora, i quali abi- 
tano oltre le colonne d'Ercole, ed oltre gli altari d'Alessandro: 
né pesce è tra' più secreti scogli o de l'Adriatico o del Tirre- 
no, né augello fra i rami de gli alberi, né fiera ne le spelon- 
che, e quasi non é corpo morto ne la sepoltura, ch'egli non 
r abbia risvegliato : e se mi fosse lecito d' accrescer, quanto 
par che si ricerchi, la grandezza di quella azione, direi che 
r anime de' greci imperatori e de gli altri gloriosi , i quali 
esposero la vita per liberar la Grecia, siano state commosse 

' CofI l'aatografo: h prima stampa, artiglieria. 



204 IL CATANEO, 

quasi da angelica tromba, ed aspettino co'l fine dì cosi in- 
giusta e cosi miserabil servitù, che l'Aquile ritornando a que' 
nidi antichi , da' quali prima spiegarono il volo, ricoprano 
con r ombra de V ale non sol Costantinopoli, ma l' uno e 
r altro imperio, e l' uno e V altro emispero. * Rimango non- 
dimeno stordito dal soverchio suono, come gli abitatori de 
l'Egitto, là dove cade il Nilo d'alto precipizio: e se pur 
è pic€iola questa comperazione, e' conviene eh' io mi levi di 
terra per trovar similitudine che le si convenga. L* armonia 
'che fanno i corpi celesti, movendosi, non riempie i sensi 
altramente di quel eh' abbia fatto quella di tanti versi e di 
tante prose in tante lingue, con tanti stili e con tanta felicità 
de' lodati e de' lodatori, con tanta gloria de' celebrati e 
de' celebratori. 

A. F, Voi, dunque, solo pareste muto ne l'armonia del 
mondo. 

F. N. Muto no, perchè fui tra i * primi che pregassero 
Iddio per la vittoria de' Cristiani, né poi rimasi fra gli ultimi 
che '1 ringraziassero; ma dubitai di scriver le sue laudi e le 
sue grazie. 

A. V. La vostra voce, dunque, si disperse ne* venti. 

F. N. Non si disperde cosa che non si perda, né si per- 
dono quello voci che portano a Dio le nostre preghiere : 
ma suspicai che le carte non fosser come 1' arene del mare, 
le quali piccìol tempo ritengono i vestigi impressi ; o di non 
iscrivere in fogli somiglianti a le' foglie di Sibilla: perchè 
ninna stabilità hanno le scritture che non siano fondate su la 
scienza di coloro che scrivono; e l'altre se ne vanno come 
piume^a l'aure del favor popolare, ed a la grazia de'prencipì, 
che passa come fior di primavera. 

M. C, I fiori dft la pc ì pow cogl i on o . es se re perpet ui: però, 
qualunque si fosse quel poeta de* vostrL il guà i, chiamò 
OmerQ_ sempre fiorit o/ usò bella e convenevole traslazione. 

' L* autografo * emisfero. 
' Lo stesso tra*. • 

' Cosi 1* autografo: la prima stampa, a foghe, 

* Si confronti la lettera del nostro Autore a Oratio Ariosto , cbe è la 94 
nella edisione di questa Biblioteca, 



VERO DE GLI IDOLI. 205 

E bene e convenevolmente, senza dilungarsi molto da questa 
imitazione, disse il Caro, di tesserne corona a' Valesi ed 
a* Farnesi. E fo di lui volentieri menzione; perchè s' egli 
fosse vivo, a' gran fatti de' prencìpi grandi non manchereb- 
be grande e maraviglìoso commendatore. * 

A. V. Così dicono molti, i quali non vogliono eh' alcuna, 
canzona fatta ne le nuove imprese e ne le moderne vìttoriar 
si possa agguagliare a quella , ne la quale è celebrato Enrica 
re di Francia. 

F. N. Se la vostra opinione è simile al parer di costo- 
ro,, non ardisco di riprovarla , quantunque giudicasse altra- 
mente il Castelvelro : perchè a' nobili si dee credere ne le 
laudi de' nobili. 

A. V. Non il mio giudizio, ma quel di molti principi, 
da' quali fu molto onorato , il poteva far sicuro da tutti i 
biasimi, e da tutte l'opposizioni; fra cui non si stima tanto 
alcuna, quanto il paragone del buon Poeta francese, che loda 
similmente i reali dì Francia. 

F. N. Grande incontro gli diede il Castelvetro, e sen- 
tenza finale. 

A, V. Tuttavolta non è andata innanzi: i litiganti di 
lingue diversi, e nati sotto vari principi, non sono stati ancora 
giudicati al tribunale medesimo; o più tosto, con la diversità 
de* favori non fu riconosciuta più l' eccellenza del primo che 
del secondo : né so quando sarà fatto questo giudizio. 

F. N, Ce ne starem , dunque , fra' tanto al parer del Ca- 
stel vetro , pur il Richiama remo in dubbio , maravigliandoci 
che l'uomo acuto, il quale avea tanto biasimato il Caro, 
/perchè avea chiamati idoli i Valesi e i Farnesi, non s'ac- 
corgesse che tutta la canzona , o gjù^tgsto amendue le canzo- 
niJe-4^»d-fr-d^4^^jHL£oeta, altro quasi non contenessero 
! che 1 pacagOPg fra le famiglie di questi signori e gli idoli 
anti^bi; se pur idoli vorrem chiamare gli Dei de' Gentili; 
perchè idoli son propriamente l' imagini, ne le quali erano, 
adorati dal volgo sciocco, che non s' accorgeva de l' ingan-l 
no, ed attribuiva a la creatura, quel eh' è proprio del Creatore.! 

. < Pare che •ecenni •eberaevolmente al titolo di commendatore, che fa 
dato ed Aonibal Caro. — (Catidomi.) 

Tasso. Dialoghi. --Z. iS 



206 IL CATANEO, 

I Ha comunc[ue si chiamino , le composizioni sì fatte non ac- 

^(^l crescono grandezza a ie cose laudate; ma più tosto par 

che ior tolgano autorità e riputazione: e se^^pur^ fanno 

qualche^ onore, il fanno di quella sorte eh' è meno con v e- 

niente. • 

M. C. Ninna cosa peraventura ha fatto il Caro, che non 
l'abbian fatta altri poeti famosi, ed altri più venerandi 
scrittori che non sono i poeti : perchè a* tempi antichi, Gregorio 
cognominato il teologo, in una orazione sovra la morte di 
Basilio Magno suo compagno, fa comparazione fra la sua 
stirpe e quella de' figliuoli di Pelope, di Cecrope, d* Ale- 
mena, e d'Eaco, e d' Ercole, le quali si credeva che di- 
scendessero da Giove. Laonde non è molto dissimile in que- 
sta parte al Poeta francese ed al toscano, ch'agguaglia i 
figliuoli di Francesco a* discendenti di Saturno. 

F. N. A me non dispiace che si faccia la similitudine ; 
\ ma eh' ella sia fatta nel modo usato da' due Poeti, ed appro- 
> vato dal giudice loro : perché la grandissima laude ne le fa- 
miglie reali è congiunta con quella de gli idoli, o non discom- 
pagnata almeno dal Ior vitupero; come si può conoscere in 
molti luoghi, ed in quel particolarmente. 

Di questa madre generosa e chiara , 

Madre ancor essa 'di celesti eroi , 

Regnano oggi fra noi 

D' altri Giovi altre figlie ' ed altre suore ; 

E via più degni ancor d* incenso e d' ara , 

Che non fur già, vecchio Saturno, i tuoi. 

Ma ciascun gli onor suoi 

Ripon ne 1* umìltate, e nel timore 

Del maggior Dio.. 

Perchè, se non m' inganno, ci sqno due sconvenevolezze : 
runa, che slimò l' onor d' incenso e d' altare, che son propri 
del vero Iddio, conveniente a gli uomini non santificati; l'al- 
tra, che, chiamandoli più degni de' figliuoli di Saturno, pre- 
supponga che quelli ne fossero degni. Né posson le parole se> 
gaenti toglier lo sconvenevole; perchè dicendo il maggior 
Dio, è necessario che stimi gli altri Dei minori. 

M. C. Questo è nome non di natura ma di podestà ; e 

' La prima sUmpa, altri f gli. 



VERO DE ?LI IDOLI. 207 

per ciò fa detto che Mosè era dato per dio a quelli d' Egitto: 
laonde essendo conceduta a' grandissimi e cristianissimi re 
di Francia podestà quasi divina, e confermata co' miracoli, 
non parve al Caro disdicevole, che in questa guisa fossero 
oùoratì. 

F. N. S' egli pur non accrebbe, non diminuì V errore : e ' 
doveva diminuirlo, o 'n altra maniera dimostrar la vanità \\ 
e la malvagità de gli Dei gentili; come dimostrò Gregorio, nel : 
qual si legge, che Giove fosse mago. Ma non è degno di mi'- 
nor considerazione queir altro luogo. 

Vera Minerva , e veramente nata 

Di Giove stesso, e del suo senno, è quella, 

Cb* ora è 6glia e sorella 

De i ' regi ilhisirì, e ne fia madre e sposa. 

Perchè non gli basta che '1 re Francesco a Giove sia simi- 
glìante, ma vuole che sia Tistesso, e che sia vero Giove; e 
vera Minerva madama * Margherita , la qual dovendo pren- 
der marito, e generar figliuoli, ed aver grande e fortunata 
successione, non poteva convenevolmente esser assimigliata' 
a Minerva , che, secondo le favole de' Gentili, visse casta e ver- 
gine sempre. 

A. F. Era cosi povero il regno de gli Dei, che quel di 
Francia, il quale è ricchissimo, non trovò più convenevol pa- 
ragone di questo a madama Margherita. E ciò dimostra il 
Ronzardo ancora, che vi pone i Marti a centinaia; e doveva 
mettervi a migliaia le Veneri, come parve eh' accennasse il Caro. . 

F. N, Forse m ciò fu V uno più verace, che T altro di- 
screto. Ma voglia m considerar quel che dica il Poeta francese? 
A, V. Considerìamlo. 

F. N. Mais quoy? ou je me trompe , ou pour le seur je croy 
Que Jupiler a iait parage avec moa rei. 
Il n*a pour lui sans plus retenu que des nues, 
Des cométes, des venis , et des greses menues, 
Des neiges, des frimaiz, et des pluyes de l'air, 

* L'autografo, De'. 

' Cosi r autografo. La prima stampa ha madonna j ed è seguita dalle mo- 
derne ediuoaù Taato si dica appresso. 
' La prima stampa , assomigliata. 



208 -IL CATANEO, 

E ]e ne s^ai quel bruit, entoarné d*un esclair, 
. E d*ua boalet * de feu , qu*on appelle tonnerre. 

Ne'quaì versi, par che non scemi solamente, ma quasi ri- 
volga in gioco la possanza di Giove; e specialmente in quelli: 

cEgU DOD ha più ritenuto per sé, eh* un romore intorniato d*un baleno, 
E d* una ballotta di foco , che si chiama tuono. » 

Là dove il Caro accresce la simigìianza mirabilmente in quelli 
altri : 

Udite come tuona 

Sovra de^Licaoni e de* Giganti. 

Guardale quanti n* ha già domi, e quanti * 

Ne percuote, e n'accenna; e con che possa 

Scuote d* Olimpo e d* Ossa 

Gli svelti monti , e *noontr* al ' cielo imposti. 

qual fia poi spento * Tifeo 1* audace , 

E i folgori deposti! 

Quanta il mondo n* avrà letizia e pace! 

Ma forse il Poeta francese non toccò questa parte, giudicando' 
che al tempo d' Enrico la Francia non fosse piena d' empi e 
di rubelli , i quali si possono assomigliare a' Giganti ; o se * 
pur ve n'era alcuno, non essendosi armato contra '1 suo 
re, fosse più convenevole passarlo sotto silenzio. E veramente 
questa ultima parte de la canzona converrebbe® al figliuolo, 
non al padre, il quale non ebbe alcuna guerra con^ nemici 
! del nome cristiano. Or passiamo a gli altri; e diciamli con le 
\^ parole toscane, perchè molti non aman le francesi. 

« E non hai tu a punto altresì una Minerra saggia , 
Tua propria unica suora , ammaestrata da giovanotta 
In tutte Tarli virtuose, la qual porla in suo scudo , 
lo dico dentro al suo core de* yizii invitto , 

* Tanto U priipa sUmpa quanto V autografo leggono erroneamente, boluet, 
S Neir autografo questo verso sta cosi t 

Quanti n' h» morti, • qaaoti. 
» L* autografo t é'ncontra il, 

* spento poi, 
^ o che se. 

* si converrebbe. 
1 co\ 



VERO DE GLI IDOLI. 209 

Come r allra Pallade la testa di Medusa , 

Che trasforma in sasso V ignorante persona 

Chiosa d'appressarlesi, e vuol lodare il suo nome? 

E non bai lu a punto in luogo d' una Giunone 

La reina tua sposa, di bei fìglì feconda? 

Il che non ba punio V altra; percb* ella è disutile 

Al letto dì Giove, e senza più non ba concepHto 

Ch' un Marte e cb'un Vulcano; e V uno cb* è tutto gobbo, 

Zoppo e sciancato; e V altro tutto colera, 

Il qual vuol per lo più far guerra a suo padre. 

Ma quelli, che tua sposa ha conceputi in abbondanza, 

Son belli e diritti, ben nati, i quali sin da sua giovane fanciullezza 

Sono ammaestrati di renderti un' umile ubedienza. j» 

A. V. Belli son i concelti, senza dubbio; ma le parole 
non m' empiono gli orecchi di quel suono eh' io sento ne le 
rime del Caro: per lo quale è piacevolissimo al giudizio del J 
senso quel che per altro potesse dispiacere a V intelletto. 

F, N. Jìfluvftrsi ayjen qafilLoche, suole a venir deL fior 
j e la gi oventù, ne la quale non è bellezza, che trapassa e 
sfiorisce con gli anni simili a la primavera ; perchè, se non 
sono beilK jnutandosi le par ole e disciogljendqsi il nuriiBro , 
nejjonoiìgnLgrazia con lajautazione ; ma in questi, tuttoché 
/sian trasportati d'una in altra lìngua, rimane la bellezzai 
/ de le sentenze, e quel convenevole, che mi pare molto ossero 
I vato ne le debile lodi che si danno a tante persone reali , e 
\ particolarmente a Margherita, la qual poteva esser detta Mi- 
nerva da chi non sapeva che dovesse aver marito e figliuoli. 

A, V. Vince,' dunque, il francese nel giudizio; ma l'al- 
tro ne la divinità o ne la divinazione, se così vogliam chia- 
mare il pronostico eh' egli fa de V avenire. 

F. N. È certo grande ardir quel de* poeti, che voglian 
predir le cose future, che possono succedere e non succedere; 
se no '1 fanno con quella prudenza che supera quasi l' umano av- 
vedimento, e rimira di lontano, quasi d'alta parte, i fortunosi 
avvenimenti : laonde sarebbe più securo consìglio non dire al- 
cuna cosa, che '1 successo possa riprovare come falsa. Però si 
dee lodare la felicità de Y un poeta e V accorgimento de V altro, 
che disse quel che poteva esser detto , e tacque similmente 
quel che doveva esser taciuto. Ma che direm del paragone 
tra i figliuoli di Giove e di Giunone, e quelli d' Enrico e di Ca- 



2 lo IL CATANEO, 

Iterina? Non vi pare ch'egli sia fatto con queir artificio, o 
/poetico, politico,* cristiano eh' egli sia, co '1 quale onoran- 
I dosi le cose de* principi fedeli, debbono esser disprezzate quelle 
de' gentili? 

A. V. Senza fallo. 

F. N, Nondimeno, quand' egli dice: 

« Questo Giove sì tenga dunque ad alto 
Con tutti i suoi Dei; perciochè certo egli non fa mestiero 
Che si paragoni a te, il qual ne mostri a vista 
Di qual possanza è la tua maestà proveduta ; » 

par che rimanga in alcune parole l'odore de la gentilità; 
laonde il fine è conveniente a poeta de' secoli passati, ma non 
forse a' nostri tempi, a la nòstra religione, ed a quel regno di 
nobilissimo re, difensore de la fede e de la pietà cristiana. 

A. V. Altra maniera, dunque, debbiamo usar per ono- 
rarle. 

F. N, Debbiamo, s* io non m* inganno. 

A, V. A me non dispiace quello eh' avete detto; perchè 
r opinione che s' aveva de gli Dei gentili, già fece traviar da 
la via de la verità tutti i popoli e tutte le nazioni : e benché 
or non ci sia questo pericolo, nondimeno ^ riempiendosi de 
r antiche favole, posson perdere con la gravità e con la ri- 
putazione la fede ancora. Ma de' principi gentili non mi par 
che si possa affermare il medesimo; perchè molti ne furono 
giusti, valorosi e prudenti, e co 'l lume naturale indirizza- 
rono tutte le loro operazioni : onde chi gli rifiuta per argo- 
mento di poesia, par che ricusi i doni de la natura. 

F, N. Non vi piacerebbe , dunque , che V istoria de'Gen- 
tili fosse riprovata per questo uso, come le favole. 

A, V, Non mi potrebbe in modo alcuno piacere; s'io 
non volessi insieme lodare chi dicesse il medesimo di questo 
fiume, e di questi colli pieni di tanti gloriosi vestigi, e di 
tante antiche memorie, e di questo cielo che spira ancora un 

' Solo l' autografo ba , o politicò, 

3 Alcune stampe moderne, contro l'autorità dell'autografo e della prima 
stampa , aggiunsero i componimenti: e , a mio parere , non fecero bene; perchè i 
popoli e le nazioni son quelle che vanno soggette a paganisaarsi. 



VERO DE GLI IDOLI. 211 

non so che di magnanimo e dì venerando, non solo ne gli ani- 
mi de' cittadini ma de gli abitatori. 

F. N. Non già chiamale voi istorie de' Gentili quelle 
de' Romani solamente^ ma quelle de i Greci e de gli Assiri, e 
de' Medi, e de' Persi, e de gli Africani. 

A, V. Tutte le dico istorie de' Gentili. 

F. i\r. E se ne le istorie si trattano le cose vere, vero 
stimarete non sol ciò che scrive Dionigi Alicamasseo, ^ nar- 
randoci r antichità di Roma ; ma quel che ci racconta Dio- 
doro Siciliano d' Anubi e d' Osiri e d' Iside, Dei de l' Egitto, 
di Giove e di Giunone, o* d'Ercole e di Bacco, adorati 
da' Greci. 

A, V. U estreme parti de l' istorie antiche sono ascose- 
ne le favole, come l'estremità de i corpi umani nel velo^ o 
in altro che ci soglia ricoprire. 

F. N. Ma non essendo vere, sono almeno verisimiH. 

A, V, Io stimo che questi fosse rouomini amici dgj^ 
patria , liberatori de la Grecia, guastatala le tìere^e da i mo- 
stri, ed oppressa da' tiranni, i quali soggiogarono i paesi 
estrani, e trionfarono de le barbare nazioni con pompa ma- 
ravigliosa ; ma dissimile a quella che fu veduta in Campido- 
glio intomo a gli Scipioni ed a gli Augusti: e de l'uno e 
de r altro ho veduta la statua in Roma , la quale a poco a 
poco se ne spoglia con dolor di tutti noi che ci abitiamo. 
E mai non sento ragionar di questa materia, che io non 
mi commova : laonde ora mi si appresenta la imagine di cia- 
scuno, e mi par che in questa maniera difendano la sua 
causa. € Noi fummo uomini valorosi, creduti Dei per lo no- 
stro valore, e per lo giovamento fatto a' miseri mortali, che 
da varie calamità erano circondati ; e mentre fiorirono le 
città de la Grecia, ed ebbero quasi l' imperio del mare, e pas- 
sare con gli eserciti ne 1' Asia, ponendo il freno a potentis- 
simi re ed a popoli numerosi , fiorì parimente la nostra glo- 
ria, e ci furono drizzali i tempii, e consecrati gli altari in 
tutti i regni de T oriente e del mezzogiorno, e ne l'occi- 
dente ancora; dove l'un di noi vinse Gerione: e nel setten- 

' L'autc^rafo , d* Alicamasso. 
- Cosi r autografo; le stampe , e. 



212 IL CATANEO, 

trione s' adorava il nostro nome : e prima che Roma comin- 
ciasse a sorgere, furono a Tuno di noi ne TAventino iitstituiti 
ì sacrinci ; e a l' altro da poi che fu accresciuta la città, la qual 
diventò ^ regina del mondo. Però nulla scemò de la nostra 
fama, benché ella soggiogasse la Grecia, e tutte l'altre Pro- 
vincie, e facesse tributari tutti i re e tutti i tetrarchi de la 
terra: ma crebbe, e si distese co' larghissimi * confini del po- 
tentissimo imperio, e fummo adorati in questa nobilissima 
città con Marte e con Quirino, dal quale erano derivati i Ro- 
mani vincitori di tutte le genti. E quantunque con la muta- 
zione de' tempi gli Dei bugiardi abbiano ceduto al vero Dio 
la sede altissima de la religione, le nostre antiche statue sono 
ancora ' conservate, e siamo onorati ne' versi de' poeti e ne 
l'orazioni de gli uomini illustri : e ne le rime ancora di questa 
nuova lingua, ci pare che la nostra fama ringiovenisca; ne la 
qual ci piace d' esser rassomigliati a' nuovi Cesari ed a' nuovi 
Ottavi ed a' nuovi Alessandri , come già fummo con gli an- 
tichi in quelle altre lingue che son lette ne' libri di Vaticano. 
E 'n Vaticano siamo onorati e gloriosi, non solo in Campido- 
glio: così è piaciuto a l' infinita previdenza di Colui che non 
lascia alcuna buona opera senza giusto premio, creatore di 
tutte le cose e donatore di tutti i beni, del quale non avem- 
mo vera cognizione; ma indirizzati dal lume de la natura, 
vivemmo come forti e costanti , e magnanimamente operam- 
mo:laonde in questa reggia del mondo, che sempre raccolse 
il valor de' peregrini, è conveniente che risuoni la nostra 
gloria ; la qual non ci contenta perchè non è la vera , ma 
pur ci consola, perchè le nostre umane virtù non hanno altro 
guiderdone che quel de l' onorata fama. Chi sarà, dunque, il 
severo giudice de* poeti e de' pittori e de gli scoltori, che di 
nuovo ci condanni ad eterna oblivione ? o chi prenderà la 
difesa de' Valeri, de'Camilli, de'Fabi e de' Cincinnati, de' 
Serrani, de'Fabrici, de' Curi, de'Leli e de gli Scipioni, 
che non la prenda per noi similmente ? Non ci possiamo rac- 
comandare a' Greci, che son divenuti servi de' Barbari, ed 

* L'autografo, divenne. 

S Cosi l'autografo; la stampa, longhUsimi. 

S Questa parola viene dall' autografo. 



VERO DE GLI IDOLI. 2i3 

hanno con V imperio perduta ogni autorità : ma ci raccoman-^ 
diamo a* Romani, pieni ancora de gli antichi spiriti, e del pri- 
mo valore, e de la generosa prudenza; i quali prenderan 
di noi quella deliberazione, che de gli altri nati in questo 
paese. E se le statue debbono esser conservate, non debbono 
esser condannale V istorie e le poesie : né questa nuova ca- 
lamità dee accrescer il dolore eh' abbiamo per la ruina di 
tante città, e per la servitù di tanti popoli che vissero in 
libertà; a la quale sarebbe più convenevole il pensare, eh' a 
la nostra distruzione: accìochè sotto Roma trionfante ri- 
sorgesse Argo, Tebe» Corinto, Atene, e 'i Liceo* e l' Aca- 
demia, e di nuovo i lauri di Parnaso verdeggiassero, e '1 
platano facesse ombra a' filosofanti , e l' Ilisso con onde più 
quote * e più trasparenti udisse un' altra volta un altro So- 
crate, più casto e più religioso, rivelare altri più maravi- 
gliosi e più santi misteri de la divina filosofia.» Questo è 
quello ch'io parlo fra me stesso alcune volte, quando penso 
a' poeti ed a la poesia , * e quel che mi pare che tra' romani 
cavalieri se ne potesse ragionare : e stimo che s' aspetti la 
sentenza non de le composizioni , ma se convenga negare i 
premi del valore umano. 

*^ F. N. Veramente ne la causa de' nobili e valorosi antichi, 
un nobile e valoroso giovine, che trae l'origine di quel san- 
gue, ha parlato con tanta eloquenza, che può muovere non 
che dilettare i più severi; né fra noi si contende se gli uo- 
mini somiglianti sian meritevoli di gloria, ma* se vogliamo 
onorarli come divini: e mi pare che la deificazione, de la 
quale si parla nel commento, s'assomigli a quella podestà 
maravigliosa de gli idolatri d'Egitto, con la quale gli uo- 
mini facean gli Dei, e ch'i miracoli de la poesia non sian 
minori di quelli de 1' arte magica. 

M. C. Quanto son maggiori, tanto meno se ne dee conten- 
dere; benché Varrone stimasse utile a le città, che gli uomini 
mentissero fingendosi figliuoli de gli Dei; perchè l'animo uma- 
no, con questa fede e' ha ne la divina stirpe, più facilmente 

' L'autografo legge erroneamente , Lido. 
' La prima stampa , quiete. 
' La stessa , « le poesie. 



\ 



21 i IL CATANEO, 

ardisce di far le cose grandi^ e porge ancora maggiore ardire 
a gli altri. Però quando Alessandro visitò il tempio di Giove 
Ammone volle nudrire questa credenza ne V esercito; e poi 
Scipione, parimente adorandolo con tanto silenzio e con tanta 
divozione in Campidoglio. Ma questo arttfcio, se fu mai lode- 
vole lodato^ fu tra' Gentili solamente; i quali non conobbero 
la vera lode, perchè non ebbero contezza del vero bene : ma 
tra' Cristiani è degno di biasimo^ nò solo falso ed utile, come 
giudicò Varrone, ma falso e dannoso, come parve forse a san- 
t'Agostino, quantunque egli non diterminasse la quistione. 

F. N. Puossi fingere alcuna cosa non inutilmente, la 
qual sia falsa insieme e giovevole ? 

M, C, S' ella sarà di quelle che significa^ non sarà falsa; 
perchè falso non è quel che significa. 

F,^N, Come la chiameremo dunque: finta o composta, 
fatta di nuovo, e formata da V ingegno del poeta ? 

M, C, Più tosto con alcuni di questi nomi ; e più volen- 
tieri co' meno sospetti : perchè '1 finto, se non è il medesimo 
co 'l falso, è molto simile. 

F. N. Ma la menzogna è una finzione ed una falsità ? 

M. C. È, senza dubbio. 

F. N. Tutta volta alcune menzogne sono utili, e si pos- 
sono dir con giovamento altrui ; e furono assomigliate a le 
medicine. 

M. C. I filosofi già fecero questa similitudine; e parlando 
con filosofiche ragioni , peraventura non ce n' è dubbio : ma 
in questa parte è diversa l' opinione de' teologi santi; e sicu- 
ramente ci possiamo attenere a quella che scaccia ogni falsità 
ed ogni bugia. 

F. N. La scaccia quistionando, o pur operando per edi- 
ficazione de la chiesa di Cristo : ma noi parliam del poeta , 
il quale è simile a colui che forma le parabole^ e dee meritar 
loda a' nostri tempi, e ne la nostra religione. E s'a lui non 
sarà lecito il fingere, non sarà lecito il poetare: ma s' è con- 
ceduto il parlar di cose non fatte, quasi fatte, che possono 
esser fatte, è senza dubbio conceduto il poetare. 

M. C. Se gli conceda; ma finga significando: ch'altro 
non saprei dire di quel c^ ho già detto. 



VERO pE GLI IDOLI. 215 

F. N, Ma se pur chi significa non è falso, chi significa 
non finge; non potrà dunque significar fingendo, ma signi- 
_ficare assomigliandojfiù^sto: e se a voi par lite de* nomi, a 
me par Tun nome poco men sospetto de l'altro. 

M. C. Non segue però, dal parlar in questo modo^ cosa 
che sia disconvenevole nel ragionare. 

F. N. Ma forse nasce alcuna difficoltà ne V operare. 

M. C. Se non ci fossero molte difficoltà , V ingegno del 
poeta non avrebbe dove mostrarsi , né che superare. 

F, N. Dunque, con V ingegno dee superar la difficoltà? 

M. C. Con l'ingegno^ e co '1 giudicio, e con l'arte. 

F. N. E noi parliamo ora particolarmente de l'artificio 
del lodare? 

M. C. Di quello, e non d' altro. 

F, N. NeJ quale abbiarti già conchiuso, che non è con- 
venevole che si prenda alcuna simifitudine de gli Dei gentili, ! 
né se ne faccia alcuna menzione , se non come fece Gregorio 
in morte del gran Basilio, manifestando la vanità e la fal- 
sità loro. 

M. C. Ninno esempio migliore poteva ammaestrarci. 

F. N, Ma possi am fare i paragoni con gli uomini valo- 
rosi^ quantunque fossero gentili. 

M. C. Non perviene a la vera laude chiunque schifa il 
biasimo: laonde parve a santo Agostino, che Platone non pò* 
tesse compararsi a ninno angelo del sommo Iddio, a niun 
profeta, a ninno apostolo, ed in somma a niun cristiano; 
benché debba essere anteposto, se non a Romolo et ad Er- 
cole, almeno a Priapo ed a Cinocefalo,* o vero a la dea 
Febre; i quali Dei peregrini furono da* Romani, come suoi , 
consecrati. E noi,' mossi da la sua reverenda autorità, possiamo / 
afiennare, che niun semideo, ninno eroe, niun re de* Gentili \ 
debba essere agguagliato con alcun principe cristiano. 

F, N. Dunque, si dee lasciar le composizioni sì fatte; 
e se pur elle si fanno in modo alcuno, i prencipi debbono 
essere anteposti a i Gentili? 

* Qoè ad ÀDobi , rappresentato io figura umana con testa di cane ( Ter- 
tnllian., Jpof , e. 6). Mei dialogo Del/e Imprese il Tasso ricordai Sileni co' 
Cinocefali, specie di simie.— ^Cavbaomi. 



216 IL CATANEO, 

M. C. Senza fallo. 

F. N. Ma facendosi il paragone, si farà ne le virtù de' co- 
stumi; come sono la fortezza^ ola magnanimità, ola tempe- 
ranza; perchè ne le teologiche non e* è comparazione. 

M. C. Non veramente. 

F. N. E s' in quelle fosse stato maggior il principe 
gentile del cristiano, qual dovrebbe esser V artificio del no- 
stro poeta? d'aggrandire la virtù del lodato, in guisa eh' ella 
paresse eguale o maggior de V antica ; o pur dimostrarla 
simile al vero ? 

if. C. Questo artificio è più conveniente; e non ci man- 
cano principi, i quali in molte azioni hanno superati gli anti- 
chi. Cosi volessero superarli in tutte I perchè ninna virtù mai 
dovrebbe esser discompagnata da 1* altre. Né solamente la for- 
tezza la magnanimità porge materia di vera laude; ma la 
clemenza, e la mansuetudine, e la liberalità, e l' affabilità, e 
la modestia, che tacendo invita 1 lodatori, e gli costringe co 'l 
silenzio a favellare. 

F.N. S'egli, dunque, è più convenevole, i poeti mo- 
derni debbono assomigliarsi a* pittori, che ritraggono gli uo- 
mini come sono a punto. 

M, C. A quelli, e non a gli altri. 

F. N. E poetando senza lusingare la superbia di coloro 
che ci vivono, si dee parlar de la nobiltà come del valore? 

M, C. Si dee : perchè la nobiltà è '1 più bello ornamento 
ch'abbia la virtù. 

F. N. Ma la nobiltà non si può lodare, che non si lodi 
parimente l' antica virtù. -^ 

M. C. Ella non è altro che questo: e chi di lei non ra- 
gionasse , ma de la ricchezza o de la possanza , non lodereb- 
be peraventura la nobiltà, ma quelle cose che l'adornano e 
r accompagnano : e se pur sono parti , sono parti accidentali. 

F. N. Dunque, lodando la nobiltà circondata da così lun- 
ga ^ schiera e da così lunga pompa , com' è quella' condotta 
da le due compagne , ogni lode sarà parimente maravigliosa. 

M. C, Sarà ; perchè la ricchezza del parlare e la copia de 
r eloquenza non è inferiore ad alcun' altra. 

* La stampa prima , hrga. 



VERO DE GLI IDOLI. 217 

F. N, Ma gli uomini antichi, condotti da la virtù, ed ac- 
compagnati da cosi nobile compagnia, saran dipinti com' essi 
furono, maggiori, come sogliono ritrarsi quelle cose che 
debbono esser risguardate di lontano. 

M, C, Gli antichi sono lontani da' nostri tempi, e per 
questa ragione altramente dovrebbono esser ritratti quelli che 
ci sono vicini e presenti. 

F, N, Dunque, se le virtù di alcuni posson convenevol- 
mente esser con molte lodi accresciute, son quelle de' mor- 
ti, perchè elle giovano più de V altre a' figliuoli, a' ni- 
poti, a' successori ed a tutti quelli che prendono esempio 
da' trapassati ; e tanto più s' infiammano a V operazioni vir- 
tuose, quanto più V azioni lodate sono grandi e maravigliose. 
E se questi non sono di que' ritratti i quali convengono a la 
chiesa, dove a piò de' Santi, anzi piccioli che no, sogliono 
esser dipmti ^ per umiltà; converranno almeno a le morbide 
camere, ed a' palagi reali, e saran rimirati con diletto e con 
maraviglia de' rìsguardanti. 

M. C. Così dovrebbe avenir senza dubbio. 

F, N. E sì com0 altri pittori accrescono gli ornamenti de 
gli altari e de' tempii; altri quelli de' teatri, e de* luoghi pub- 
blici, ne' quali per diporto si raccoglie la moltitudine e la 
nobiltà: così altri poeti saran riserbati per le sacre narra- i 
zionì, altri per le civili e per le militari; e saran tolerate ne 
gli uni alcune cose, che ne gli altri non sarebbon peraventiura 
convenienti. 

M. C. Cm mi pare assai ragionevole. 

F. N. Ma forse i poeti non sono in ciò più simili a' pittori 
eh' a gli ornati parlatori; perchè, si come non son approvati 
i medesimi oratori dal governo popolare e da quello de' pochi 
buoni , e da quel de l' ottimo principe , ma tra '1 popolo si- 
gnoreggia chi muove e diletta gli animi ; ed appresso gli altri 
sono in pregio maggiore que' che provano con le ragioni: cosi 
dovrebbe similmente avvenir de' poeti ; perdi' a' maggiori 
dovrebbono esser più grati que' che danno migliori ammae- 
stramenti ^ 

M. C. Dovrebbono, senza dubbio. 

* V autografo , depinti. 
Tasso. Dialoghi, — 3. 19 



218 IL CATANEO, 

F. N. Distìngueremo, dunque, le spezie de la poesia , e 
compartiremo i poeti secondo le varie maniere de' governi. 

M,X. In questa guisa parrà la distinzione assai buona. 

F. N. Ma distinguendo, chi seguiremo? Platone, che 
ne descrive cinque forme; V una perfettissima, l'altra am- 
biziosa , la terza avara, licenziosa e popolare la quarta , e 
l'ultima tirannica? o pur Aristotile, che le tre buone da 
r una parte, e da l' altra pone le tre malvagie? 

M, C. In qual più vi piace; perchè v* è maggior diver- 
sità ne le parole che ne l'opinione. 

F. N. Ma in qualunque d' essi distinguiamo, lasciarem 
da parte la tirannide, e la possanza de' pochi, e la sfrenata 
licenza popolare, che ne V ingiustizia molto assomiglia al 
tiranno: perchè tutte le non buone devrebbono * esser ster- 
pate; e s' alcima ce ne è rìmasa, non fa mestiere che di lei 
si ragioni 

M, C, Parliam de l' altre. 

F. N. Dunque, volgendo il ragionamento a le migliori 
forme del governo; a quel di molti assegnarem la comedia , 
come sua propria ; a quella de' pochi valorosi e de* prudenti, 
la tragedia; ed al principato d' un solo, i poemi eroici e l'al- 
tre composizioni, ne le quali si celebrano l'operazioni de' prin- 
cipi e de' cavalieri. 

M, C. In questo modo sono assai convenevolmente di- 
sposte. 

F. N, Ma forse a' principi alcune volte non spiacerà ri- 
dersi de le sciocchezze del volgo; ed a' plebei sarà buono am- 
maestramento, e vista maravigliosa, il risguardar 1' azioni 
de' grandi. Comunque sia, a* prencipi saran convenienti più 
di tutti gli altri 1 poemi eroici, e quelli ne' quali si canta de 
gli eroi. 

M. C. Così stimo: e le canzoni, come quelle del Caro e 
del Ronzardo , mi paiono 'eroiche oltre tutte l'altre ; onde più 
volentieri le chiamerei con questo nome, chiB tragiche, come 
usò di chiamarle Dante. 

F. N. Dante le chiamò con quel nome che li parve assai 

* Così oell' autografo; la prima stampa: tutte^ se non btione, davrebbcno. 



VERO DE GLI IDOLI. 219 

proprio de' componimenti affettuosi, come son le canzoni/ ne 
le quali descrive la morte de la sua donna; perchè queste 
han quella sìmìglianza con la tragedia, che le altre, ne le 
quali son lodate V azioni de' valorosi, co '1 poema eroico. 

Jtf. C. Dunque, tragiche ed eroiche possono esser dette 
le canzoni. 

f . N, Sotto r un genere 1' altro peraventura si contie- 
ne come specie. Ma quali chiamate eroiche : quelle in cui 
son descritte le soprane lodi de gli eroi? 

M. C. Quelle. 

F, iV. E direm che siano eroi i figliuoli de gli Dei , o 
pur r anime separate dal corpo, che divengono demoni, come 
da' platonici s'afferma? 

Jtf. C, Né di questi soglio intendere né di quelli, quando 
fra noi cortegiani se ne ragiona : ma fra' letterati non so 
quel che se ne questioni; fra' quali crederei che la falsa 
scienza in questa parte fosse disprezzata: e se pur si prez- 
zasse , mi parrebbe che '1 poeta, il qual ne componesse can- 
zoni, sarebbe soggetto a quelle medesime opposizioni eh' ab- 
biam fatte al Caro. 

F. N. Né men chiamate eroi i retori e gli eloquenti, che 
che se ne dica Platone in quel dialogo, in cui si ricerca la ra- 
gione di questo nome, e di molti altri : se forse alcuno ne la 
sua estrema vecchiezza non volesse persuadere alcuna opera 
eroica, o pur contendere con gli eroi con le operazioni mede- 
sime. 

M, C. Bel contrasto sarebbe veramente ; perchè nìuno è 
più bel trofeo dì quel non sanguinoso che drizza l'eloquenza. 

F. N. Pur le canzoni eroiche in lodando i retori non 
sono ancora state fatte, e '1 farle in questo soggetto sarebbe 
gran difficoltà. 

Jtf. C. Ma senza dubbio, quando ragioniam de gli eroi, 
non intendiam di loro. 

F. N, Di chi, dunque, intendete? di quelli che somigliano 
Cedro, il qual volle morir per la patria, e s'acquistò 
fama immortale; e Brasida, e Milciade, e Cimone, e Temisto- 
cle, ed Alessandro, e Muzio, ed Orazio, ed Epaminonda, ed 
Agesilao, e Pirro, e Camillo, e Scipione, e Cesare; la virtù 



220 IL CATANEO, 

de' quali parve che di gran lunga trapassasse V umana con- 
dizione ? 

M. C. Di questi intenderei: pur non di questi soli^ ma 
de' martiri di Cristo ancora, a' quali s' attribuì questo nome. 
£ certo^ s* egli deriva d'Amore, come si dice, a ninno è tanto 
convenevole, perchè ninno amore fu così ardente, come quello 
che gli spinse a la morte. Laonde il vostro poeta congiunse 
queste cose dicendo : 

Che fece Muzio a la sua man feroce , 
che tenne Lorenzo in su la grata. * 

F. N, La carità, dunque, per questa ragione sarà virtù 
de gli eroi. 

M. C. Senza dubbio. 

F. jY. E se la virtù de gli eroi è V eroica; la carità è 
r eroica. 

M. C. ^roica senza fallo ; ma d' altri eroi , ed in altro 
modo più maraviglio$o e divino, che non conobbero le na- 
zioni gentili. 

F. N, Pur questi eroi non son parte d' alcuna republica, 
d' altra maniera di governo. 

M, C. Né questi, né quelli, de' quali abbiam ragionato; 
perchè la virtù loro supera quella de gli altri senza pro- 
porzione. 

F. N, E noi, distinguendo le maniere de la poesia se- 
condo le forme del governo, non ci accorgemmo eh* essi non 
capivano in alcuna ? 

M. C, Quantunque non vi capissero gli eroi, vi capiva 
la poesia eroica; la qual'ènon solamente letta da loro, ma 
da gli altri ; e più volentieri da coloro che son più simili ne 
la nobiltà e nel valore. 

F. N, Dunque, per questa ragione non debbiamo far 
nuova distinzione ; ma essendosi ritrovata una maniera pro- 
pria di poesia a ciascuna forma di governo, a questa nuova 
republica de' sacerdoti, ed a questo sacro regno che diciam 

< Dante disse (Paradiso, ÌV, 83, 84) t 

Come tenne Lorenxo in sa U gradi, 
B fece Motio e la ma man Mvero. 



VERO DE GLI IDOLt. Hi 

pontificato, non conosciuto da Aristotile né da Platone, si 
dee concedere una specie di poesia così differente da tutte 
r altre, com'egli è diverso da tutti gli altri prindpati e da 
gli altri imperi. 

Jtf. C. Assai mi pare convenevole. 

F. N. E pera ventura è già ritrovata; e sono i salmi 
e gli inni, 1 quali canta la Chiesa romana. Ma de Fazioni 
di Costantino si potrebbono ancora fare i poemi per questa 
corte; i quali nondimeno sarebbono eroici, quantunque fosse 
preso r argomento da V istoria ecclesiastica : ma gli eroi 
sono d'altra maniera ? 

M. C. Sono, a mio parere. 

F. N, Dunque, farem questa conclusione: che de V isto- I 
rie ecclesiastiche si possa formar que' poemi eroici ; si che sa- 1 
ranno * più convenienti in questa corte ecclesiastica. 1 

M, C. Mi par che si possa fare senza dubbio, e che non 
v' abbia luogo ingegno di sofista per contradire. 

F. N. Ma r altre corti e gli altri regni, a' quali scriviam 
poemi, son parimente de' cristiani. 

M. C, Sono. 

F. N. E ninno scrive a' Turchi ed a' Giudei per acqui- 
star benevolenza: ma sì come gli Ebrei scrissero a gli Ebrei, 
r i Greci a' Greci, e i Romani a' Romani; cosi i nostri debbono tt 
scrivere a quelli de la nostra lingua e de la nostra religione. / 

Jlf. C. Debbono. 

F. iV. E s' Omero fu letto più volentieri da' Greci, per- 
[ che celebrò le vittorie de'loro antecessori centra i Barbari, fra 
I noi dovranno esser in maggior pregio que* poemi, ne' quali 
\ saran cantate le imprese de' principi cattolici centra gli in- 
fedeli. 

M. C, Cosi mi pare. 

F. N, E Vergilio ancora dimostrò quanto importi, ne la 
battaglia fra Cesare e Marcaptonio, ne la quale pone gli Dei 
romani incontra quelli d' Egitto: né sarebbe convenevole ch'i 
Gentili avessero maggior risguardo a la religione ch'i * Cristiani. 

* Li prima stampa : si possan formar que' poemi eroici, che sommo ec. 

* La prima atampa, «fé*. 

49- 



fil IL CATANEO, 

M. C, Non sarebbe. 

F. N. Da r istorie de' Cristiani , dunque ^ e non d' altre ,\ 
debbono esser presi gli argomenti de' poemi^ non lasciando I 
gli altri rispetti de la favella e de la nazione, o de' regni, o ?^ 
de' re, cbe '1 poeta vuol celebrare: e chi le tolse da' Pagani, 
segui la fama de V azioni favolose, o fece errore ne l'arte, 
e cosa men giovevole e men grata a' principi ed a le repu- 
bliche. Perchè s' al fine del politico si debbono dirizzar i fini 
di tutte r arti, chi non risguarda in questo segno commune 
non è buono artefice; e non vedendolo per imperfezione di 
giudicio, non dee mancar chi gliele dimostri. 

M. C. Questo sarà legislatore o riformator di leggi, o 
interprete, eh' avrà risguardo a le regole ancora di poesia. 

F, N, Ma le istorie mstiane per là maggior parte non 
sono ecclesiastiche: da l' ecclesiastiche, dunque, prenderanno 
i soggetti convenevoli per le corti ecclesiastiche; e da 1' al- 
tre, quelle eh' a 1' altre converranno. 

M. C. Così stimo. 

F, N, Dunque, non si può lodare il Caro, che de'prin- 
cipi cristiani , anzi cristianissimi , poetasse non altramente ^ 
di quel che sarebbe stato lodevole a' tempi d'Alessandro e 
d' Augusto. 

M. C, Niuna lode io gli negherei volentieri: ma non mi 
par che si debba cootradire a la ragione. 

F, N, Direm, dunque, amico il Caro, amico il Castel- 
vetro , ma più amica la verità; de la quale ci faremo scudo 
centra gli oppositori : perchè noi ragioniamo per ver dire. 

Non per odio d'altrui » né per disprezzo. < 

M, C. Il ragionare in questa guisa può recar giovamento, 
più tosto che mala sodisfazìone. 

A. V. S' a me si dee giovare, il qual sono il più gio- 
vane, e quello e' ho minore esperienza de gli altri, vor- 
rei che mi fosse detto * in qual forma di governo, o 'n qual 
corte, si concederà luogo a le poesie amorose. 

* Petrarca , nella cansone : Italia mia ec. 

' L'autografo ha, per dbtrasione dell* autore» mi iwr9i ch« mi fosse 
deUo. 



VERO DE GLI. IDOLI. 223 

F. N. Non certo ne le ecclesiastiche : de Y altre non ardi- 
sco di palesarvi il mio parere, perchè da ciascun lato mi par 
di conoscere molto pericolo. 

A, V. Tutti i ragionamenti e tutte le cose può far sicura 
r amicizia: però dovete parlar sicuramente. 

F. N. Perchè qui si discorre non per riformare il mon- 

, do, ma per altra cagione, farò quanto comandate: e dico, 

' che se '1 poeta simile a V idolatra non si dee lodar ne le 

corti de' sacerdoti, per la medesima cagione non par che 

meriti lode ne V altre cristiane. 

A, y. Spesse volte si loda l'ingegno e T artificio del 
poeta, quantunque la cosa descritta non convenga intieramen* 
te: laonde mì^mr che debba a venire de le poesie de' Gentili 
quello eh' aviene de le statue de gli eroi, o pur de le pitture 
de gli Dei, le quali si conservano per ornamento de le ca- 
mere de' principi, 

F. iV. Io non sarei cosi crudele eh' avessi condannata al 
fuoco la Venere d' Àpelle, s' in questo secolo si fosse ritro- 
vata, altra simigliante per artificio: ma se Tiziano o '1 
Salviate^ avesse voluta^ dipingere alcuna donna antica, lo 
avrei consigliato che dipingesse Artemisia , o Clelia, 

Porzia, la Vestal vergine pia 

Che riportò dal fiume acqua co *l cribro ; ' 

e r avrei stimato più con vene voi ornamento de' palagi reali. 

A, y, E forse questa men volentieri; perchè nel mira- 
colo ebbe alcuna parte la falsa deità de gli antichi. 

F. jY. Più volentieri : CMÌ_^mi piacerebbe-Chfì-gli idoli e 
I^Jd olatri fosse ro schivati: Ed à'TóTche ne pare ? 

A. K. L' istesso. 

F.ì^, Ma se debbiam schivar gli idolatri, fuggirem gli 
amanti; perchè mscuno amore lascivo è specie d' idolatria. 



i 



^ La iprima «tampa legge Salviali. Ì3 questi Francesco, volgarmente detto 
CecdÙDO , Salviati , pittore Borentino, ricordato exiandio dal Vasari. 
' La prima stampa , voluto. 

' Petrarca , ne* Trionfi, È inutile l' osservare di nuovo, che l' autore cita a 
i , e quindi alterando i pusi degli antichi poeti. 



224 tL CATANÉO, 

A. V. Gerto^ V amante ne Y adorar la sua donna è simile 
a r idolatra. 

F. N. E 'n tutti i versi de gli amorosi poeti le donne 
son chiamate idoli. 

A,V.ln tutti. 

F. N. E 'n tutti si descrivono i miracoli d' Amore, e le 
maraviglie de V amata bellezza. 

A, V, Cosi aviene senza dùbbio. 

F. N, Dunque^ si come i cibi , che si toglievan dal sacri- 
ficio * de gli idoli, non dovevano esser mangiati in quel tempo 
eh' a gli idoli si sacrificava : cosi in questo, i versi e le rime 
essendo consecrati ad un nome vano, del quale il poeta si 
faccia ridolo, non dovrebbono esser letti da' giovani parti- 
colarmente, i quali soglioi^ gustarli, come delicatissimo cibo 
de r intelletto. 

A, V. La poesia, dunque, l asciva n onjarà conceduta a 
ciascuno. ^ ^^ — ' 

Fnv. Non, a mio parere; ma s'userà come i veleni, 
de' quali è composta la teriaca, o pur altro rimedio: e Tado- 
prarla in questa guisa non s' appartiene a ciascuno, ma sola- 
mente a' medici de gli animi , i quali conoscono quanto facil- 
mente si bea il dolce veleno amoroso : e senza licenza non 
dovrebbon legger quelli che sono mfermi, o possono age- 
volmente infermare. 

A. V, Intendete forse de' fanciulli e de le giovani donne, 
a cui non dovrebbe esser conceduta cosi piacevol lezione cosi * 
tosto; non di quelli de la mia età, i quali tutto il giorno 
vanno a le comedie : né so che possa lor nuocer il Petrarca, 
e gli altri poeti- somiglianti, più tosto amorosi che lascivi. 

F. N. Questa a punto è quella età, ne la quale più fa- 
cilmente s' apprende l'amore: laonde a ninno altro il leggerlo 
è cosi pericoloso. Del che egli avedendosi, volle dal principio 
avertire il lettore in que' versi : 

E ben veggio or sì come ai popol tutto 
Favola fui gran tempo , onde sovente 
Di me medesmo meco mi vergogno. 

< L'autografo, d^'xaenF/c/* 



VERO DE GLI IBOLt. 225 

E del mio vaneggiar vergogna è *1 frutto , 
E '1 penlirsi, e *1 conoscer chiaramente 
Che quanto piace al mondo è breve sogno. 

Laonde, s' alcuno il leggerà con questo avedimento, e con 
quelli altri ch'insegna Plutarco in quell'operetta ch'egli 
compose, € del modo co '1 quale debbono esser letti i poeti, ì> 
potrà schivar il danno, e trarne il giovamento: ma pochi il leg- ' 
gono * con questo fine e con queste considerazioni. £ s' io vo- 
lessi ragionarne, sarei pera ventura schernito da gli amanti 
e da' poeti: perchè gli uni e gli altri hanno bisogno di freno ; 
e si dovrebbono dar non solamente regole a la poesia , ma 
leggi a le corti. Ma volete eh' io parli di questa materia, 
ne la quale son troppo odioso"? 

A. F. Seguile quanto vi piace^ eh' a me piace l' ascol- 
tare. 

F, N, Abbiam condiiuso che gli amanti e i poeti i quali 
cantano d'amore, sono quasi idolatri e formatori de gli idoli, 
come già confessò il Petrarca medesimo dicendo : 

L* idolo mio scolpito in vivo lauro. 

A, V. Dura conclusione : ma perch' è vostra, conviene 
die piaccia. 

F. N. E.glLAvaiii^.pai4ffieiite idolatri, i quali fanno 
^uo dio il suo tesoro. • 

A, V. Parimente. 

F. N. Ed idolatra è similmente l' ambizioso, che si fa 
ìdolo de r onore. 

A, V. L' ambizioso ancora. 

F, N. E ciascuno di questi appetiti ( io dico l'amore , la 
cupidità d'avere e l'ambizione) si divide in molti altri; e 
tutti si volgono ad un obietto particolare, il qual s' imprime 
ne la fantasia. Dunque, l' anima affettuosa è quasi un tempio 
d' idolatria ; e là~ nostra imagmazione è la pittura, ne la 

* La stampa prima , pochi leggono, 
' La steita , amanti. 

* Jui Jvaruf, quod est idolorum teivitut- (Jd Ephe$,,y. 5 ; gì. of CfTiv 
tlifa\o\ixpriit aU cc^wXoXarpcia) — Cayioomi. 



/ 



^ IL CATANEO, 

quale sono impressi gli idoli* e adorati non altramente che 
fosser * Dei terreni. 

A, V. Nuovi simolacri son questi, e nuovo tempio. 

F. N, Anzi, pur antichissimo; nò ce ne fu mai ne l'Egitto 
alcuno, in cui s' adorasse tanta varietà di mostri, e con sì 
diverse forme, come son quelle de l'animo nostro: ma 
niun altro vano e falso iddio vi si riverisce, più de l'Amore, 
al quale non so eh' in Menfl fosse dirizzato alcuno altare. 

A, V, Ben mi sovviene d' aver letto quel cuore conse- 
crato su l' aitar d' Amore : onde conosco che voi ancora foste 
un tempo idolatra. 

F. N. No '1 niego : e la vittima fu quella che voi diceste; 
Amore, il sacerdote; la fiamma, quella de' miei desidèri; e 
r imagine de la mìa donna, simile a quella di Minerva, solo 
mi pareva che mi potesse salvar di pericolo e di morte. 

A, V. Però più spesso dovevate invocarla ne le vostre 
rime. 

F. N, Ella non fu cosi bene espressa e colorita ne' miei 
versi, come ne la memoria; né so quel che ne gh altri possa 
avenire. 

A, V, Ciascuno accresce le sue passioni. 

F. N, Ma chi purgasse l'animo con la filosofia (quello ch'a 
me non fu conceduto di fare) , la purgazione s' assomiglie- 
rebbe a la consecrazione che s' è fatta d' alcuni tempii in 
questa città, ne la quale è l' albergo de la religione: perchè 
quantunque in loro sian cessati que' profani sacrifica che 
s' usavano tra' Gentili, e s' adori il vero Iddio con vera pietà e 
divozione; uno ha ritenuto ' il nome di Minerva, un altro^el 
de la Pace; nomi che le ' furono imposti da' primi fondatori: 
né così bene ci suol purgar la filosofia, che non ci lasci il 
nome de la Sapienza de' Gentili, e di quella Concordia che fu 
da lor conosciuta. E s'altro e' è migliore e più santo modo,^ 
oo'l qual si purghino gli animi nostri, ci sarà mostrato dal 



* La prima stampa , se fosser. 
S La stessa , ricevuto. 

' Goti legge lo stesso autografo , invece di loro, 

* L' autografo legge tfiondo. 



VERO DE GLI IDOLI. 2!27 

signor Maurizio; ed egli sarà il medico: o pur V udremo a le 
prediche del padre Toledo. 

A, V, Fra tanto non vi sia grave eh' io sappia quel che 
filosoficamente se ne può ragionare. 

F. N, Il principio del purgar gli animi è V assomigliarsi 
a Dio. 

A, F. Tutti gli altri principiì sarebbon cattivi in sua com- 
parazione. 

F, N. E rassomigliarsi si fa con la fuga del vizio, il 
quale è com'una bestia di molti capi, e tutti possono avvele- 
narci r animo; però bisognarebbe conoscerli tutti: e cono- 
scendosi la natura del male, saran più facili i medicamenti. , 

A. F. Fate, dunque, che li conosciamo. 

F, N, n primo che ci s' appresenta ne V età giovenile, 
è '1 desiderio del piacevole, il quale è detto Amore, 

Fatto signore e dio da gente vana;' 

che non è solo, ma accompagnato da tanti Amoretti, quanti 
son quelli che vide la notte un de' famosi poeti. 

A. F. Gli Amori son descritti molto belli, e non paiono 
le teste de Y Idra, come furono da voi chiamati. ^ 

F. N, Voi sapete ch'Amore è mago, o l'udiste almen 
ricordare; laonde non dovete maravigliarvi di queste trasfor- 
mazioni: e se vogliam purgarc^e, no '1 risguardiamo in quello 
aspetto che suole allettare, ma ne l' altro eh' è solito di spa- 
ventarci. E se con questa considerazione risguarderemo gli 
altri Amoretti, ci parranno tutti serpentelli de V anima sel- 
vaggia. 

A, V. k cosi fiera vista ciascuno dovrà ritrarsi. 

F, N, Ma lasciam l' Amore, e rimiriamo il desiderio de 
r avere, che si divide similmente in molti desiderii, quasi in 
molti capi: perch' altri desidera i cani da seguire le dam- 
me, i cervi e i caprioli, e quelli che ardiscono d' assalir i 
cinghiali ne le cacce; altri i cavalli, su' quali possa correr 
ne r arringo, e combatter ne' tomiamenti; altri gli uccelli da 
rapina; altri i giardini e 1 palagi sovra fiumi correnti, e sovra 

< Petrarca , nel Trionfo d* Amore, 
' L' autografo, chiamate. 



228 IL CATANEO, 

fioriti colli ; altri i cari vestimenti e i maravigliosi odori che 
nascono in Arabia , e le preziose pietre che son portate da 
r Oriente, e l'argento e l'oro impresso di varie imagini, 
ciascuna de le quali somiglia quasi un dio de l' anima non 
sazievole; e questi raccoglie con ogni studio, e 'n questi pensa 
il giorno, di questi sogna le notti, e per questi si consuma, 
accrescendo il desiderio quanto multiplic^ la facoltà. Or la- 
sciamo questo, e rivolgianci a Y altro che ci rimane. 

A, F. S' io ben me ne ricordo, è quel de V onore. 

F. N. Quel de l'onore smoderato, e 'ntorno al quale ger- 
mogliano molti altri; perchè 'n varie guise V uomo vorrebbe 
esser onorato : né ci* basta eh' altri porti opinione de la no- 
stra bontà, se non vi s' aggiunge quella del valore, e de la 
prudenza. Dunque, altri vuole esser tenuto buon cavaliero, 
et odia mortalmente colui che non mostra di stimarlo; altri 
buon medico, e buon teologo; altri gran dottor di leggi; molti 
ne la scoltura e ne la pittura e ne gli altri men nobili artifici 
sono ambiziosi : ma la vanità d'alcuni poeti supera tutte l'altre. 

A, V, L'ambizione de' poeti può forse essere smisurata: 
ma perchè non è dannosa, ma reca diletto e giovamento, par 
che più tosto debba esser nutrita con favori, e con quelli altri 
modi che sogliono accrescer le buone arti. 

F. iV. Comunque sia, ogni desiderio de l'anima nostra 
dee moderarsi; ma più di tutti, quello eh' entrane gli animi 
de' cortigiani , e de' principi stessi, i quali perturbano il 
mondo con l'ambizione: come fece Lodovico il Moro, che 
volle turbare il buono e pacifico stato d' Italia, e diede prin- 
cipio a que' movimenti che volsero tanti regni sossopra, e dis- 
fecero tanti eserciti, e privarono tante nobili stirpi di naturai 
successione. 

A. V. Ci rimane altro da conoscere ne le nostre infermità? 

F. N. Oltre V Idra , la quale alcun pittore non ritrasse 
giamai in guisa, eh' al vero 1' assomigliasse ; ne l' animo 
nostro è il leone. È questa la parte che s' adira, fiera e su- 
perba, e quasi indomita per sua natura; nondimeno, assai 
men rea de l'altra: laonde, s'aviene ch'ella sia domata, 
è molto utile a la ragione, e non avendo alcun veleno in se 
stessa, si purga più facilmente. 



VERO DE GLI IDOLI. 229 

A. V. Dee almeno aver la febre, come hamio i leoni. 

F. N. Superba febre è quella de V animo, che facilmente 
si sdegna; onde gentili e delicati conviene che siano i me- 
dicamenti; altramente ella ricuserebbe di prenderli. Ma sì 
fatti non possono esser dati, se non da la prudenza, eh* è 
quasi protomedico: e tutte T altre virtù son quasi purga- 
zioni de r anima , la quale facilmente può risanarsi ne la 
giovanezza, perchè non ha fatti gli abiti nel vizio, nò di- 
sposizioni cosi stabili, come son quelle de Tetà matura. 

A. V. Noi altri giovani, dunque, abbiam questo vantaggio. 

F. N. Avete, senza dubbio: ma perchè la virtù che s'af- 
fatica nel purgare, è imperfetta; io direi che ne cercassimo 
altre di maggior perfezione, s' io non temessi che '1 mio ra- 
gionare venisse a noia. 

A, V. Anzi, temete del contrario; che '1 troncar del ra- 
gionamento debba parer rincrescevole. 

F, N. Iodico, adunque, eh' oltre le virtù civili, le quali 
diffiniscono l'animo, e lo ripongono oltre l'indefinito, e tron- 
cano i secondi movimenti, ci sono le purgatorie, che non sol 
troncano, ma estirpano i secondi moti: e sovra queste son 
quelle de l'animo già purgato, le quali ha già domati i 
secondi, e sogliono dibarbicare i primi, ed almeno moderarli: 
e sovra tutte son l'esemplari, ad imitazione de le quali ha 
r anima ragionevole alcune forme. £d in questo modo, se 
non m' inganno, l'animo, ch'era tempio d'idolatria, sarà 
purgato , guanto si può conoscere per filosofica ragione. E 
s' innanzi la purgazione furono gettati per terra e sparsi 
gli idoli fallaci che v'erano adorati; da poi si debbono drizzar 
nuove e più sante imagini: che già non vogliamo seguir 
r error di coloro, i quali sogliono lor negare ogni onore ed 
ogni riverenza. 

A. V, Ninno tempio senza imagine par che possa muo- 
ver devozione, ed inalzar l' animo a le cose celesti. 

F. N. Oltre quelle, dunque, che son ne la parte supe- 
riore, porremo ne la irragionevole alcune imagini de la virtù, 
la qual non è dea, ma dono d' Iddio; né dee esser adorata, 
ma onorata: e lor si volgerà * l' animo primieramente; e da 

' L* autografo: alettne imagini de la virth, a le quali si volgerà ^ te. 
Tasso. Dialoghi. -^Z. SO 



230 IL CATANEO, 

I 

queste s' inalzerà con la contemplazione a le forme più sem- 
plici^ le quali avrà dipinto V intelletto agente^ eh' è quasi il 
pittore e '1 poeta de V anima ^ illustrandole tutti i fantasmi 
co '1 suo lume immortale: né fermandosi in queste, si leverà a 
la contemplazione d' Iddio con la fede e con la religione, che 
stanno ne la sommità de la mente; ed allora V umana virtù 
sarà nel supremo grado, e più vicina a la divina, * de la 
quale è ricevitrice. 

A. V. Maravigliosa purgazione è questa, senza dubbio; e 
tale, che par ci sia bisogno di celeste medico. 

jP. N. Ma con quelli idoli, i quali nel cominciar de la 
purga furono minati e disfatti, non cadde peraventura Tidolo 
de r anima. 

^. F. Di lui sentii ragionare alcuna cosa, e lessi che '1 
simulacro d' Ercole era ne V inferno e Y anima in cielo : ma 
non so qual misterio ci sia nascoso. 

F, N, S' Ercole fosse stato uomo contemplativo, sarebbe 
riposto fra gli Dei tutto intiero; perchè la contemplazione 
fa lor simili: ma si dice che V idolo suo è ne )' inferno per 
r azione, la quale è cagione che T intelletto si converta a le 
cose inferiori. E voi sapete che la fantasìa è quasi uno spec- 
chio: però, quando V anima contemplando si volge tutta al 
cielo, non lascia alcun simolacro ne la imaginazione,' la quale 
è di sotto; ma piegandosi a le cose terrene, è forza che vi 
rimanga. Questo, dunque, de V umana azione è T ultimo si- 
molacro che resti nel mondo, fra V altre imagini de V anima 
valorosa; la quale sei porta in parte migliore, ove si fa l'ul- 
tima purgazione, e di là si passa a l'eterna felicità. Ma tanto 
sia di ciò, quanto piace a' teologi. 

A. V. Dunque, quanto piace al signor Maurizio, die dee 
esser un di quelli, e non si manifesta. 

jP. N. Questo vostro lungo studiar non si può tener ce- 
lato: ma ni un teologo potrem ritrovare più amico de V azio- 
ne, per la quale è così caro al suo padrone, e cosi stimato da 
la corte, e da me così riverito. 

M. C. Vorrei che l'azion mia vi potesse tanto giovare, 

' La prima stampa , Divinità. 
' La slessa, imagine.^ 



VERO DE GLI IDOLI. 23^ 

quanto la vostra contemplazione potrà onorarvi: ma non 
tronchiamo il ragionamento. 

F. N. Già, se non m' inganno, abbiam purgato il tem- 
pio come per noi si poteva; e '1 poeta interiore ha scritto 
nel libro de la mente i suoi versi, a simìglianza de' quali dee 
scriver V esterior ne le corti, che son varie; e però diversa- 
mente dee poetare. 

A. V, Quantunque siamo in Roma, cerchiam quel che 
si convenga ne le lodi de' principi e* de' cavalieri: perchè la 
canzona del Caro mi risuona ne la mente, e pensando a l'ar- 
monia de le sue parole, mi par quasi impossibile eh' in altro 
modo si possa lodevolmente poetare in questa materia. 

F. N. Io, come gli altri, ho poetato: però non potrei 
dirvi ^ per esperienza, quanta difficoltà ci sia di fare altramen 
te ; ma la ragióne par che me l' insegni. 

A. V, Pera ventura ciò si farebbe con minor vaghezza 
di concetti e di parole, e forse con aggrandir le cose assai 
meno: laonde si terrebbe molto di quello che fa cosi cara 
e cosi dilettevole poesia: e s' alcun volesse inalzar a principi 
moderni ed a grandissimi re, quasi una colonna consecrata 
a memoria immortale, come fu quella di Traiano; vi po- 
trebbe scolpire ne le parti inferiori Bacco, ed Ercole, e 
Teseo, ed Alessandro, e quelli altri che furono prima chia- 
mati eroi. 

M. C. Sarebbe lecita Y imitazione de' Gentili, almeno 
di Salamene, il qual nel mirabile artificio del tempio e 
del tabernacolo, volle che si figurassero alcune imagini , 
tutto eh' elle fossero proibite da le sue leggi : ed a la sa- 
pienza di quel re par ch'ogni cosa debba concedersi; si 
come non si potè negare al valore d' Erode che non v' inal- 
zasse r aquile de' Romani , co' quali era stato partecipe de 
le perdite e de le vittorie. Ma quantunque non si debban 
trattar queste materie severamente, si dee* scrivere non 
quel che sia convenevole a difendere, ma quel che sia neces- 
sario di lodare. 

' L* autografo , ma per dutrasione , ha dirli. 

' La prima stampa , queste materie securamente si dee te. 



!// 



IL COSTANTINO, 

VERO 
^E LA CLEMElVaEA. 

1589. 



ao" 



2as 

ARGOMENTO. 



Fa Antonio Costantini di patria marchigiano, ma vìsse il più 
della sua età in Lombardia, segretario prima deir ambasciator di 
Toscana, Camillo degli Albizi, in Ferrara; e perciò nelPuna e nel- 
r altra di quelle corti conosciuto e stimato: poi, di Fabio Gonzaga, 
cavalier di quella casa assai principale, e maggiordomo del duca di 
Mantova : quindi esercitò 1* istesso carico appresso il cardinale Sci- 
pione Gonzaga, negli ultimi mesi della vita di quel signore; e dopo 
alcun tempo fu chiamato air istesso servizio da madama la duchessa 
di Mantova, Leonora de* Medici; e finalmente, dal duca Ferdinando 
suo figliuolo, a cui fìi molto caro, e da cui, non solo come suo se- 
gretario , ma insieme come consigliero , fu inviato ali* imperatore Fer- 
dinando, che poi gli fu cognato , per trattare con quella Maestà afiari 
di molta importanza, in Praga, T anno 1617 : ed alcuni anni dapoi si 
morì, a* servigi della medesima Altezza. Scriveva elegantemente 
nella lingua latina e nella toscana, e sapeva ancor la greca. Era 
uno de* primi e più celebri accademici Olimpici di Vicenza, e si veg- 
gono alle stampe sue orazioni e poesie ed epistole; e nel dettar anco 
le lettere a nome de* padroni^, riportò gran lode. Egli si gloriava di 
esser allievo e scolare di Torquato Tasso, e da*suoi ragionamenti affer- 
mava d*aver imparato più che da tutti i maestri nelle scuole : all' in- 
contro, il Tasso diceva, di riconoscer nelle cose che il Costantino 
scriveva, la somiglianza del suo stile , e l' uniformità del comporre. 
Gran lode per certo , e della quale non poteva dargliene , o il Costan- 
tino desiderarne altra maggiore. Conversò il Costantino familiar- 
mente col Tasso in Ferrara , mentre egli era ancor ritenuto in 
Sant* Anna , dove spesso lo visitò e consolò , e donde alla fine fu ca- 
gione eh* egli uscisse; e visse poi seco in Mantova ed in Roma; gli 
fa guida e compagno ne* viaggi da Bologna a Roma, e poi da Roma 
di nuovo a Mantova, dove lo ricondusse, per commissione del- 
r istesso duca: e della strettissima amicizia fra loro, della singoiar 
benevolenza che*l Tasso gli portò, della confidenza ch'ebbe in luì 
ne* suoi maggiori bisogni, de* rilevati servigi che ne ricevette, qual 
fa specialmente quello d* aver ricuperata per gli efficacissimi officii 
del Costantino la sua libertà , dell* infinita stima ed osservanza del 
Costantino verso tanto uomo , e verso le sue opere, ne fanno certis- 



à36 Argomento. 

sima dimostrazione tante lettere che *1 Tasso gli scrisse , le quali 
tutte, conservate con somma diligenza dal Costantino, formano un in- 
tero volume; ed oltre alle lettere, il Trattato del Segretario ch*ei 
gì* indirizzò; ma spezialmente il presente dialogo. Aveva il Costan- 
tino lungamente desiderato che '1 Tasso facesse alcuna menzione di 
lui ne* suoi scrini, per conseguirne chiarezza e perpetuità di lode; e 
bramoso ognor più di simil gloria , non lo tacque ali* istesso Torqua- 
to : e per gratitudine, e per proprio merito , ottenne ^ lui più di quel 
che richiedeva; perciochè il Tasso non solo 1* introduce a ragionar 
in questo dialogo della Clemenza, ma ancora dal suo proprio nome 
r intitola II Costantino: del quale, più che d'alcun altro, abbiamo 
da lui chiara testimonianza nella lettera stampata e scritta a monsi- 
gnor Giovann* Angelo Papio; dove, consapevole a se stesso dell'ar- 
gomento che tratta, e dellsr fatica duratavi, lo chiama ottimo ed in- 
gegnosissimo. Fu scritto in Roma , sei anni innanzi la sua morte , 
Tanno 1589. Si dà principio al dialogo con forma narrativa, passan- 
dosi poi tosto alla rappresentativa, co* ragionamenti del Tasso e del 
Costantino, e coMor nomi medesimi; e '1 soggetto di esso è della 
Clemenza. L' introduzione è questa. Essendo ito il Costantino (come 
il Tasso racconta) a visitarlo in Roma , ed avendolo trovato con un 
libro chiuso davanti , e dettoli da lui , che quella era un* opera di 
Francesco Piccolomini , gran filosofo, e che vi si trattava delle virtù 
de* costumi, ed affermando che era stato suo maestro in Padova 
nella naturai filosofia,. e che molto aveva da lui appreso nelle pu- 
bllche scuole ; e commendati con somme lodi gli scritti suoi, sog- 
giunge di non aver però ne* suoi libri imparato quel che sia la cle- 
menza, uè meno in quelli di Aristotile; e di ciò si duole. Quindi, per 
la risposta che fa il Costantino, cioè , che Aristotile abbia parlato 
della clemenza sotto il nome di equità, s* entra fra loro a discorrer 
della materia di queste tre virtù; cioè, della mansuetudine, deirequi- 
tà , e della clemenza , e della similitudine e dissimilitudine , o diffe- 
renza, che è fra esse. Si dice che la clemenza non è più antica della 
legge scritta , e che la giustizia è più antica di essa. Si cerca , se la 
clemenza sia virtù divina o pur umana , e si determhia eh' ella sia 
umana e moral virtù, imparata per imitazione delle divine, essendo 
in Dio le virtù esemplari ; e che a lei sia opposta la crudeltà. Si passa 
poi ad esaminar le diffinizioni datene da Marco Tullio e da Seneca, 
e riprovatele , si esaminano più sottilmente le quattro dell^ istesso 
Seneca, e si considera la conformità fira lui ed Aristotile. Si mostra 
la differenia fra la clemenza e la mansuetudine; e si ricerca se la 
clemenza e l'equità siano ristesse; e sì conchiude, che siano le me- 
desime per analogia e proporzione. Si dice, che la giustizia è propria 



ARGOMENTO. 237 

del legislatore , e V equità propria virtù del re , e la clemenza pro- 
pria del re e del priDcipe : che ad essa sì appartiene 1* accrescer i 
premi, più tosto che costituire le pene. Si vien dapoi a darne la sua 
intera e perfetta diffinizione; cioè, eh* ella sia un'altezza d* animo 
dimostrata nel perdono , con la quale i principi accrescendo i premi 
et i doni, s'acquistano la benevolenza. Si conferma con 1* autorità e 
con gli esempi di molti antichi e moderni principi , di Filippo padre 
di Alessandro , di Filippo Maria Visconte, di Carlo V, e de* Romani, 
e spezialmente di Augusto; del quale si narra la clemenza usata con 
Cinna, e raccontata da Seneca, e trasportata con emulazione, più 
tosto che imitazione, nella nostra lingua , con le parole dell* istesso 
Torquato. Si dubita di nuovo fra la diminuzione e 1* accrescimento 
delle cose giuste; e confermandosi chela clemenza sia accrescimento 
della mercede e del premio , si dice, eh* ella è un artificio de* prin- 
cipi, per farsi benevoli i popoli, e soggiogarli col perdono, co' bene- 
fizi!, e con le grazie: che il principe clemente, col donare, è somi- 
gliante al medico che risana co* lenitivi e con le unioni odorifere. 
Si cerca, se nel clemente si trovi la misericordia ; e riprovata 1* opi- 
nione di Seneca, si conclude di sì : e di nuovo si tratta dell'artificio 
del perdonare, mostrando i modi , i tempi e le persone, con le 
quali dee da giudizioso principe usarsi. Il dialogo è da riporsi fra i 
morali; è misto di esposizione e di dimanda; perciochè parte il 
Tasso dimostra ed insegna; parte, richiedendo al Costantino, il ùl 
venire in cognizione di quel che sia la clemenza. S* esprime Tistesso 
costume di vero filosofo nella persona diTorquato, ed in quella del 
Costantino di uomo dotto, ma desideroso di far chiaro ciò eh* egli 
mostra di non saper del tutto, per mezzo de* ragionamenti d* uno più 
dotto di lui. È degnissimo il dialogo d* esser letto , specialmente da' 
principi, a' quali s'appartiene d'usar la virtù della clemenza, dan- 
dovisi di lei sì necessari e sì utili ammaestramenti. La dedicazione 
è del medesimo autore, fatta al gran duca di Toscana Ferdioando 
Primo, da cui Tanno 1590 fu chiamato a Fiorenza, e per alcuni mesi 
trattenuto ed accarezzato nella sua corte; onde egli, vedendosi ri- 
coverato sotto la sua clemenza , gli ofl'erì questo componimento, ador- 
nandolo col nome di sì alto principe , e fregiandolo con le eloquen- 
tissime lodi, che nelFistessa dedicatoria si leggono, di quella sere- 
nissima Casa. — (FOPPA.) 



AL SERENISSIMO GRAN DUCA DI TOSCANA 

FERDINANDO DE' MEDICI 

TORQUATO TASSO. 



Le virtù, serenissimo principe, sono collegate fra se me- 
desime, come le scienze, in guisa che non è alcun altro nodo 
pm saldo, od altra catena più forte , quantunque fosse di ferro , 
d* acciaio, o d* altra più dura materia; nondimeno, per 
imperfezione e per ignoranza de gli uomini, si veggono le più 
volte divise e separate: laonde, chi d* una e chi d' un* altra 
virtù è lodato; e di rado avviene che alcuno di tutte possa es- 
sere commendato. Ma tra que' pochi fu il gran Cosimo, pa- 
dre di Vostra Altezza; anzi i due gran Cosimi, e gli altri 
suoi antecessori; per opera de' quali le virtù disgiunte si ricon- 
giunsero ne* medesimi soggetti, e si ristrinse quella catena, 
che per la malvagità o per la perversa cognizione era di- 
sciolta, più tosto spezzata: però di niuna amistà, di ninna 
lega, di niuna unione meritarono maggior gloria, che di que- 
sta, per la quale non solamente acquistarono, ma conserva- 
rono ed accrebbero il principato di Toscana, Ne l'altre unioni 
Mero parte gli amici, i ministri, i principi italiani e stra- 
nieri, gli eserciti, le congregazioni de' cittadini, il favor de la 
fortuna medesima; ma in questa, o niun altro fu partecipe 
de la gloria, o non n' ebbero parte maggiore. Gloriosissima, 
adunque, oltre a tutte le operazioni, ed oltre a tutte l'imprese 
de la Casa de' Medici, è V aver imposto fine a la discordia 
de le virtù, e congiunta in amicizia la fortezza e la mansue- 
tudine, la magnanimità e la modestia, la liberalità e la ma- 
gnificenza, la severità e la piacevolezza, la giustizia e la 
clemenza, e tutte V altre ne V istesso modo. Onde ciascun* opera 



240 A FERDINANDO DE* MEDICI. 

fatta da loro par compiuta con tutte insieme; e cost è mala-- 
gevole il distinguer di qual virtù, sia propria, come è il di- 
scemer le voci ne V armonia di molti cantori e di vari istru- 
menti, o gli odori ne la mistione de' fiori e d'altre cose odorate, 
i raggi ne la moltitudine d' infiniti lumi, e de le stelle me- 
desime; perchè da tutte insieme esce quello splendore, che fa 
la viriti de la Casa de' Medici lucente e luminosa in Italia, 
ed in ciascuna parte d'Europa e del mondo. Ma del gran 
duca, padre di Vostra Altezza, si può affermar particolar- 
mente, che dopo sì lungo corso d' anni e di secoli, e dopo tante 
mutazioni di regni e di provincie, niuno nascesse più somi- 
gliante ad Augusto, ne V altezza de V animo, o ne la sa- 
pienza civile, anzi regia, o ne Varie d' acquistare e di con- 
servar r imperio, onela prosperità de la fortuna, o nel favore 
del cielo maravigliosamente dimostrato, e ne la disposizione 
de le stelle e de' pianeti: né tanto ha ceduto il gran duca ad 
Ottaviano ne la grandezza de V imperio, quanto V ha supe- 
rato ne la felicità de' successori, avendo lasciato il gran duca 
Francesco e Vostra Altezza eredi non solo de gli stati, ma 
de la gloria e de la virtù, che sono i veri fondamenti de' regni 
e de gli imperii. Però da niun altro più volentieri deono esser 
lette le cose scritte lodando il padre, che da' figliuoli e' hanno 
saputo imitarlo, e potuto agguagliarlo. Fu similissimo, come 
scrivono, il gran Cosimo ad Augìisto ne la clemenza, dimo- 
strata in molte occasioni, e spezialmente in un bando, co *l quale 
restituì tutti i suoi cittadini a la patria, da la quale con la 
severità de gli altri bandi sogliono essere discacciati: e se i 
Fiorentini sono simili a V api, che si spargono per varie parti 
nel raccogliere il mele, come è stato scritto; parimente il 
gran duca poteva esser chiamato quasi il re de V api, eh' es- 
sendo armato da la natura, non adopera V aculeo. Fu dun- 
que in ciò eguale a Ciro, ad Alessandro, ad Ottaviano, ed 
a gli altri ottimi imperatori; laonde tutto ciò, eh' io scrissi 
de la clemenza, o de la clemenza d* Au^gusto, si conviene al 
gran duca Cosimo, come sua propria lode, e particolare per- 
fezione; e Vostra Altezza, come erede ed imitatore de la virtù 
e de la grandezza del padre, non dee disprezzare questo dono, 
qualunque egli sia; ma senza dubbio è di quella sorte, eh' a' 



A FERDINANDO DE' MEDICI. 241 

principi può essere appresentato senza riprensione di chi 
dona, e con laude di chi riceve. Ma Vostra Altezza, che in 
tutte le vite, ed in tutte V altre viriti è lodatissima, in questa 
de la clemenza non ha peravveniura avuta altra occasione 
di manifestarla, per la tranquillità de' suoi tempi, e per la 
benevolenza di Toscana e d* Italia tutta, da lei meritata. Onde 
la sua felicità può aver quesf obligo a la mia infelicità, di 
mostrar (dico) questa, oltre a molte sue nòbilissime virtù, 
prima conosciute, e d* accomunar con gli altri principi que- 
sto dùho, eh' è suo proprio; persuadendoli co 7 suo esempio ad 
usar meco quegli aiti di clemenza, che sono quasi dovuti a le 
lunghe fatiche durate da me n^ gli studi, a /' intenzione che 
ho avuta di celebrargli ne' miei componimenti, ed a le mie 
tante e sì gravi e sì continua avversità. Ed a Vostra Altezza 
serenissima fo umilissima riverenza. 



Tasso. Dialoghù^ 3. 3i 



243 



IIVTE11I.OCIJTORI : 



ANTONIO COSTANTINI, * TORQUATO TASSO. 



Io era per molte occupazioni sollecito^ e per varie 
sollecitudini occupato, quando sopragiungendomi, quasi a 
l' improvisoy il signor Antonio Costantini, gentiluomo di belle 
lettere, mi vide con un libro chiuso davanti, non in guisa 
d' uomo il quale sia intento a la contemplazione, ma quasi 
entrato in fiera e spiacevole maninconia, e mi disse. 

A. C. Non so se quésta mia visita sarà importuna, por- 
tando alcun impedimento al vostro studio. 

T. T. Non è studio il mio, ma altro pensiero , come po- 
trete comprender dal libro serrato. 

A, C, Voi studiate più contemplando che leggendo. 

T.. T. Io soleva contemplar molto e legger poco, mentre 
la mìa giovanezza fu tutta ^ sottoposta a V amorose leggi; ma 
ne reta matura, sperimentata ne gli affanni, molto lessi e 
poco io contemplai. Ora, nòdi leggere ho talento né di contem- 
plare, ma de le cose lette e de le contemplate conservo quella 
medesima imaginazione, ch'il vecchio muro, già cadendo i 
colori, suol ritenere de le pitture scolorite ed affumicate; e 
se talora leggo alcuna cosa, il fo per debito o, come dicono, 
per creanza; né per altra cagione ho trascorso questo libro 
€ De le virtù de' costumi, » il quale é opera del signor France- 
sco Piccolomini,che fu già in Padova mìo dottore , ma non de 
la moral filosofia. De la naturale molte cose appresi da lui ne 
le pubHche scuole, le quali non ritengo più fermamente ne 
la memoria; e s' è lecito il dir la verità, ne la grandissima 

* Amtoviiio Costahts ha l' autografo qui , e in due altri luoghi. Sembra 
{dice il chiarissimo Cavedonì) che il Tasso rimutasse cosi il cognome del suo 
amico Costaotini quasi per renderlo più nobile e digoitoso. 

' L' autografo , tutta /ti. 



àU IL COStANTlNO, 

copia di questo dottissimo filosofo ho riconosciute alcune con- 
siderazioni de la mia fanciullezza^ eh' a lui non ehbi ardi- 
mento dì palesare ; non altrimenti che V acque del fiume si 
conoscono al colore e al sapore, in mezzo a quelle del mare: 
perchè mare veramente ed oceano d' ogni scienza sono i suoi 
scritti; i miei somigliano un picciol rivo, o un ruscello chiuso 
intomo di verdissimi aranci e di cedri, o simili * a quelli che, 
coperti da T ombre de gli alberi frondosi, dividono i campi 
de la vostra Lombardia. 

A, C. Nostra dovevate dir più tosto. 

T. T. Io son ora tutto di questo paese ov' io vivo , in- 
tanto * che non lascio parte alcuna dì me a quella che fu 
stimata mia patria, non ch'ai paese o a le nazioni stranie- 
re. Laonde a queste acque debbo trarmi la sete, la quale 
non ho potuto estinguere ne' fonti de l' oceano. 

A. C, Di qual sete e di quai fonti volete ch'io intenda? 

T. T. Chiamo sete l' amor del sapere, 

.... che m*ba sì acceso, 
Che r opra è rilardata dal desio. 

E siami lecito usar insieme le parole di' due eccellentissimi 
poeti : ma fonti de V oceano io chiamava i libri del Picco- 
lomìni, e gli altri, ne' quali non ho mai imparato quel che 
sia la clemenza, come non l'imparai in que' d' Aristotile; 
intendo de' Morali, perchè ne gli altri , dove s' insegna a 
disputare^ io non appresi di vivere, ma di questionare. Ora 
assai mi doglio, che nel vivere e nei litigare ho la medesima 
difficoltà, e mi lamento che da questi libri sia sbandita' la 
clemenza, come da quelli dr Stobeo Y amicizia ; però, altro 
Giro^ io stimava^ necessario, cb'ln quella medesima guisa in- 
troducesse la clemenza errante a rammaricarsi del suo esilio, 
il. C. Se r equità e la clemenza sono V Istessa, non è la 
clemenza sbandita*^ da' libri d'Aristotile. 

' L'autografo, Wm<&. 

) 1.0 alcaiot lo som tutto di questo pMt€ ov* io naa/iti, intente ec. 

* Lo steiao, batulUu. 

* 1.0 stesso , Ciro estimovm. 

* Lo stesso , bamditm. 



VERO DE LA CLEMENZA. 245 

T. r. Ne' latim almeno letti da me, non si legge il suo 
nome, o non in tutte le traduzioni: ma io ora non considero 
se Taglione V istesso appresso i Greci il nome Trpaonoc e V al- 
tro fTrteixeta, o pur optaXotuc,* s' altri sono che significhino il 
medesimo, e sieno, come si dice, sinonimi ; ma più to^to vo 
considerando, se Aristotile abbia attribuito V istessa o diversa 
materia a queste virtù. Io dico a la mansuetudine, a l'equità 
ed a la clemenza; perchè la prima pare occupata nel mo- 
derar Tira, la qu^le è passione interna de gli animi nostri; 
la seconda è intenta a diminuire il rigor de la legge scritta 
e de le pene, che sono cosa esteriore ; laonde paiono più 
tosto conformi nel modo che ne la materia : ma la clemenza 
par quasi composta di queste due, sì come quella che dentro 
e di fuori fa le sue operazioni , e non par contenta d' uno 
di questi offici solamente. Oltre a ciò, s' io ben considero, a 
r equità s'appartiene aver riguardo a T intenzione del legi- 
slatore ne le cose de le quali è scritta alcuna legge , non 
a le parole di quella; ma la clemenza, come alcuno estima, 
ammollisce gli animi di coloro che hanno podestà di punire 
con qualche tenerezza d' affetto; e, s' io non m' inganno, in 
quelle cose ancora; de le quali non è scritta legge alcuna; 
perchè si volge intorno al medesimo subbielto con la severità, 
almen di lontano, considerando ambedue ^ le pene; questa l' in- 
tere,' quella le menomate. Ma la severità, senza fallo, ap- 
parisce ne gli avvenimenti , de' quali non furono scritte 
leggi; come nel comandamento di Torquato, che niuno 
combattesse contro " i nemici ; ed in quello di Domizio , il 
quale avendo in Sicilia proibiti gli spiedi,* perch' erano arme 
da ladroni, cruciflsse un pastore, che con T istesso ferro aveva 
ucciso un grandissimo cinghiale, e presentatogliele ; e * ne la 

* Ttpa-orii - OjuiaXiXonrjTa, legge» ncU' autografo. Il Tasso mostra aret 
preio r accusativo o/taXoTYjTa per caso retto : di che si Tede eh' egli di greco 
non tapea forse tanto, quanto gli fa sapere il Serassi (Vita, p. II, p. 367). Pel 
resto, la voce greca che meglio corrisponda alla latina clementia, si è CTTicixciou 

[Dio, XLIV, 6.) — CATBDONf. 

' L'autografo, ambedtiO' 

' Lo stesso , ma questa t intiere, 

* Lo stesso , cantra. 

B StW autografo si legge spedi. 

* L' autografo , o. 

21* 



2i6 IL COSTANTINO, 

morte di Manlio precipitato dal Campidoglio, dal quale aveva 
cacciato i Seimoni^ dando occasione a la legge, la quale dapoi 
fu scritta , eh' a niun patricio fosse lecito d' abitare in Cam- 
pidoglio. Nel medesimo accidente nondimeno, prima che si 
scrìvesse alcuna legge, poteva manifestiirsi la clemenza, e più 
agevolmente ne V infelice dono di quel misero pastore, o nel 
giovanile,^ ardimento di Torquato. 

A. C, Di tutte le cose oggi son fatte le leggi, e de le cac- 
eie ancora sono, in vece di leggi, i publici bandi; e benché 
i particolari sieno infiniti, tutte le materie ' si riducono, o si 
possono ridurre, a capi. 

7. T. Se ciò è fatto, o se fosse possibile a farsi, de le 
nostre leggi si farebbe un' arte o una scienza, come par che 
disegnasse Crasso ne le dispute de Y Oratore. Ma non conce- 
dendomi voi, che la clemenza sia ancora de le cose non iscritte, 
mi concederete almeno che questa virtù non sia più antica 
de la legge scritta. 

A.C. Di leggierì ciò vi sia conceduto. 

7. 7. Fu dunque prima la legge scritta; da poi entrò 
nel móndo la disobedìenza e '1 ^ peccato ; ultimamente la cle- 
menza, per temperar il soverchio rigore de la legge,* almeno 
in que' particolari che non potevano esser preveduti, perchè 
sono infiniti. 

A. C. Cosi pare assai ragionevole. 

7. 7. Non è dunque la clemenza un' antica virtù, come 
la giustizia; perchè la giustizia è ne le potenze de T animo 
assai prima che si scrivesse la legge, come stimò Platone. 

A. C, Per questa ragione assai più giovane è la clemen- 
za, e per conseguente men rigorosa : laonde Tuna si potrebbe 
dipingere con aspetto di vecchia severa e terribile; l'altra, con 
piacevoli sembianti, come si dipinge la giovanezza. 

7. 7. Se cotesto fosse vero, la clemenza sarebbe umana 
virtù, non divina; perchè tutte le cose de "gli uomini hanno 
avuto prmcipio di tempo , qual prima, qual poi. 

< L' autografo, giocéiii/<«. 

* Lo stesso , U materie nondimeno, 
' Lo stesso, 0**/. 

* Lo stesso , de la scritta legge. 



VERO D£ LA CLEMENZA. ìil 

A, C. Umana^ anzi umanissima virtù è la clemenza , 
come stimò Seneca; il qual disse ^ che nimia virtù era più 
umana dì lei. 

T. T. Forse V affermò , avendo riguardo a la nostra in- 
fermità e debolezza^ da le quali procede la misericordia si- 
milmente. 

A, C. Questa ragione non molto mi spiace. 

T. T. Ma se ciò fosse vero, i più deboli sarebbono i più 
clementi^ come i vecchi e le donne ed i fanciulli. Seneca non- 
dimeno vuole, che la clemenza convenga a' re, oltre a tutti * 
gli altri, a' quali parimente conviene la fortezza. 

A. C. Questa fu senza fallo la sua opinione. 

T. 7. Ma i grandissimi re s' assomigliano al I^e de' regi, 
e ne le virtù cercano di somigliarlo, ^ perchè in terra sono 
quasi simulacri de la divinità : laonde io avrei creduto più 
tosto, che questa virtù fosse divina, e senza alcuna passione 
de l'animo. E mi confermava in questa credenza un mirabile 
silenzio d' Aristotile, il qual di lei non volle ragionare in que' 
libri, dove egli e* insegnò le virtù morali e civili, e dove fa 
tante distinzioni de la giustizia udì versale, particolare, pro- 
pria, e per similitudine , naturale e legitìma, distributiva e 
correttiva; ma non par che tra queste conceda il suo luogo a 
la clemenza, quasi ella non sia virtù de gli uomini, ma de 
gì' iddii più tosto. Ma ne la Topica afferma, che '1 forte e '1 
clemente non hanno passione. In questo errore similmente 
m'indusse Plutarco, grandissimo filosofo fra' peripatetici, 
perciochè in queir operetta eh' egli scrisse, « De la tarda ven- 
detta di Dio, > ' si legge che la mansuetudine e la tolleranza 
de l'ingiurie, è una parte de la divina virtù, cgn la quale 
Iddio ci dimostra, come con la pena di pochi, ^ molti s' emen- 
' dine,* e dal tardo castigo molti sieno corretti, e molti n' ab- 
biano giovamento. Un'altra parte ancora^ se non Tistessa, io 
(ledeva che fosse la clemenza; la quale, s' umana fosse, 

< V autografo , oltre tutti. 
S Lo steuo , d* assomigliiirlo, 
> lAttitiiOf d* Iddio. 

* Lo stcMo , dg* pochi, 

• Lo stesso , s' amendino. 



2ÌS - IL COSTANTINO, 

s'annovererebbe pera ventura fra' costumi, che i Greci chia- 
mano rpoTTouc/ per la mutazione; come si legge di Gecro^- 
pe, che da gli antichi fu detto biforme, non perchè di buon 
re divenisse tiranno crudele, imitando la natura del dragone, 
ma per essere prima stato terribile e di perversa natura , e 
poi dimostratosi umano nel regno. A l'incontro Nerone, di 
clemente principe ne gli ultimi anni de V imperio diventò , o 
almeno si manifestò, inclementissimo tiranno. 

A. C, È senza dubio mutazione ne' costumi de' principi, 
ed alcuna volta in meglio, cioè da la ferità ne la clemenza. 

T. T, Dovrebbe farsi avanti gli abiti confermati ; e se * 
ciò avvenisse, si potrebbe conchiuder eh' ella fosse umana 
virtù: ma io sono assai dubbio di questa conclusione, ed il 
dubio nasce ancora per le cose ultimamente dette da noi ; 
cioè, che la mutazione si faccia da* la ferità ne la clemenza: 
perchè, s' io non sono errato, le mutazióni tutte si fanno 
ne' contrari. 

A, C. Gosi insegna Aristotile. 

T. T. Dovendosi, dunque,' far la mutazione ùa^h ferità 
ne la clemenza, ne segue, che V una sia a V altra contraria. 

A. C. Non mi pare inconveniente. 

T. T. Dunque, la clemenza è anzi divina virtù; perchè a 
le cose ferine non s'oppongono l'umane, ma le divine più tosto, 
e r umane paiono poste ih mezzo fra l' une e l' altre, e quasi 
participar de gli estremi : però l' uomo da' greci teologi fu 
assomigliato al Centauro, si come colui che avendo insieme 
la ragione e '1 sentimento, par che congiunga la natura di- 
vina con quella de le fiere. Aristotile ancora oppose a la 
ferità la yirtù eroica, la quale egli chiama divina. Siamo 
adunque fin' ora dubbi per molle ragioni, se la clemenza sia 
divina o umana virtù ; e s' ella è divina solamente, è scusato 
Aristotile perchè di lei non facesse menzione, lasciandola 
fra r altre forme che sono ne la mente divina, e poco giova- 
no a r umane operazioni, com' egli quistionando * volse pro- 

* Cosi va letto. L*aato(^afo, ronpOMult stampe, Ttpoitovi* 
■ L' autografo , ma se. 

' Lo stesso, adunque. 

* Lo steuo , qaesUonando. 



VERO DE LA CLEMENZA. 249 

vare; ma se per participazione o per imitazione de le virtù 
divine Tuomo può divenir virtuoso, può divenir clemente 
senza fallo. 

A. C. Cosi dobbiamo creder^ più tosto. 

7. 7. Alcuno, per mio avviso, divenne giusto, imitando 
la divina giustizia, o di lei particìpando; altri, forte; altri, tol- 
lerante; altri, temperante; altri, come dicemmo, mansueto; 
altri, con V istesso modo de' suoi doni e de' suoi guiderdoni , 
abbondantissimo donatore. 

A. C. Cosi avvenne senza fallo. 

7. 7. Dunque, ne V istessa guisa altri è divenuto, o pò*- 
trebbe divenir clemente: ma se la clemenza è sì fatta, dob- 
biamo porre in Dio le virtù esemplari, come posero fra i 
platonici Plotino e Macrobio, e fra i nostri teologi il lume e 
lo splendore de la gloria latina, e gli altri che da' raggi de la 
sua dottrina furono illustrati. Perchè se lo civili virtù sono 
imagiui de le divine, questa ancora sarà una de 1' altre; e 
tanto Timagine sarà più bella, quanto fle più simile a V idea 
oa l'esempio, che vogliam chiamarlo. Presupponiamo, dun- 
que, che sia civile e moral virtù, imparata per imitazione de 
le divine, come vuol Plutarco, e prima * Giuseppe £breo. 

A.,C. Come vi pare. 

7. 7. Ma facendola civile ed umana virtù, fa mestieri 
che se le opponga un vizio che sia parimente umano, come 
la crudeltà; sì veramente, che l' uomo per vizio non paia 
aver mutata natura, e ^ convertito in fiera, come si legge di ^ 
Ezzelino e d' altri tiranni. 

A. C. Intendo. 

7. 7. Abbiamo, dunque, fin' ora ' trovato ch'ella sia uma- 
na virtù: cerchiamo l'altre, quasi forme di questo genere; e 
voi che sapete tutte le cose a mente, dite quel che vi sovviene. 

A, C. La defflni, se ben mi rammento. Marco Tullio 
prima, e Seneca da poi. 



' L* auU^afo, «UbbUun eredgre, 

' Lo flesso, e prima di lui. 

S LosUsso, né. 

* Lo «lesso, il*. 

S Lo slesso, adunque, sin ora» 



250 IL COSTANTINO, 

T. T. Cominciamo da la prima diffinizione. 

^. C. « La clemenza è virtù, per la quale l' animo con- 
» citato ne V odio, da V altrui benignità è ritenuto. > ^ 

T. 7. Se r animo è concitato , la virtù non ha mode- 
rate le sue passioni. 

A. C. l\ concedo. 

T. T. Dunque non è virtù confermata , ma continenza 
più tosto. 

A. C Né questo niego. 

T. T. Concedetemi, adunque, che s'ingannasse Aristotile, 
a cui non piacque che la continenza fosse genere de la cle- 
menza, Marco Tullio. 

A, C. È verisimile che Marco Tullio più tosto prendesse 
errore. 

7. 7. Ma consideriamo' la cosa stessa senza V autorità; 
consideriamo, dico, ^ se T odio conviene a ciascuno che sia 
clemente : se non può essere clemenza senza odio né senza 
concitazione, per così dire, non fu clemente Pisistrato, il 
quale non solo non odiò, ma non fece segno d' adirarsi; non 
Licurgo, il quale accecato'dal bastone, non si mosse ad alcuno 
sdegno : né clementi sono i padri o i mariti, se prima non 
sono commossi ad odio. 

A. C, Questa é diffinizione che diede Cicerone come reto- 
re. Forse più vi piaceranno l' altre di Seneca, che ne ragio- 
na come filosofo; e questa fra le sue é la prima : € La cle- 

> menza é una temperanza de V animo ne la podestà del ven- 
ì> dicarsi; i o vero : « una piacevolezza del superiore verso 

> r inferiore nel costituir le pene. » 

T. 7. Meglio disse chi la chiamò temperanza: ma Seneca 
nondimeno parve dubbio del quid est, poiché una volta as- 
segnò^ per genere la temperanza, l'altra la piacevolezza; 
quantunque la prima abbia per soggetto il piacere, la secon- 
da " i piacevoli ragionamenti. 

' Cirerone, Bhetoric. seu de Invent., II, 64: Clementia, per quam animi 
temette in odium aficuitts concitati, invecUones comitate retinentnr. 

* U autografo , consideriam. 

' All' aatografo manca questa parola. 

* L' autografo, /' assegnò. 
^ Lo stesso » V altra. 



VERO DE LA CLEMENZA. 251 

A. C. Non volle forse intender de la particolar tempe- 
ranza^ la quale ha particolar soggetto; ma de rmiiversale^ 
di cui parla Platone. 

T. T. Di leggieri il vi concedo; ma non vi concederei 
egualmente, che due generi dovessero addursi^ d'una sola 
dilfinizione. 

A. C, Udite quel eh' egli soggiunge. « È più sicura * cosa 

> mettervi davanti molte diffinizioni, perchè una sola difiSni- 

> zione non la comprenderebbe interamente: laonde può esser 
) detta una inclinazione de V animo a la piacevolezza nel 

> riscuoter le pene. » 

T. T. Di cosa certa e stabile com' è la clemenza, incerta 
e mutabile è l'ultima dilfinizione : laonde Seneca mi par quasi 
pentito di chiamarla virtù, e d' averle fatto tanto onore; però 
dubita, s' ella sia tale, come dubitò san Tomaso. Ma le in- 
clinazioni precedono gli abiti, e V inclinazioni sono naturali, 
e gli abiti sono morali ; e fra questi io riporrei più tosto la 
clemenza : perchè ne V uomo si ricerca il costume confer- 
mato, ne le fiere sogliamo cercar le inclinazioni o gì' instinti, 
come ne' leoni e ne gli elefanti ; de la. cui clemenza Plinio 
scrive molte cose, e particolarmente che ne le solitudini 
insegnano la strada a gli uomini, che loro si fanno a l'in- 
contro. Laonde non altrimenti questi medesimi animali, per 
timore de l' insidie, si fermano a considerar il vestigio 
umano impresso ne V arena, e rivolgono indietro tutta la 
schiera, che io mi fermi a considerar il vestigio de la ragione 
impresso nel sentimento: né vorrei ingannarmi; ma, per quel 
che me ' ne paia, questa impressione è cosi ferma, che non può 
esser detta inclinazione. 

A, C. Seneca pone molte diffinizioni, perchè da tutte ap- 
prendiamo quel che sia la clemenza. 

T. T. Quasi non basti una sola. 

-A. C. Ha forse diversi rispetti, ora al fine, ora a la ma- 
teria, ora à la forma. 

T. T, Poteva nondimeno raccoglier tutte le cause in una 

< L'autografo , che due generi adducesse. 

< Lo stesto , secura. 

' Lo stesso , chf a me. 



252 IL COSTANTINO, 

sola difflnizione, come fanno coloro che non si contentano di 
quella la quale constai ex genere et differentiis: ma al lo- 
gico peraventura basta cb' ella sia tale; il fisico vi cerca la 
materia appresso ; il morale, s'io non m'inganno, ba prin- 
cipal riguardo a la forma, ed al fine, del quale io sono più 
sollecito che di niun' altra cagione; perchè mi sovviene d'aver 
letto in Aristotile, che la diffinizione dee essere dirizzata a 
l'ottimo. Consideriamo, dunque, * qual sia in questa djffini- 
zione la causa finale, per ragionar in quel modo, eh' i nostri 
filosofi sono usi di favellare. 

A, C. \n queste ultime tre io veggio il me^simo fine, 
cioè di costituir la pena, o di riscuoter la pena. 

T. T. Ma questo fine pare a voi ottimo, signor Costantino? 

A, C. Ottima cosa è, che gli scelerati abbiano il supplicio, 
e gl'infelici per men grave errore , men gravemente sieno 
puniti. 

T. T. Non ottima è, per mio parere, ma necessaria: l'ot- 
tima cercheremo poi, come abbiamo considerate tutte l' altre 
difiOnizioni. Eccone alcun' altra ? 

A, C. Questa. « La clemenza è moderazione, che rilascia 
y> alcuna cosa de la debita pena; » la quale par condannata 
da lui medesimo, perchè fa meno del debito. 

T. T. Se la pena era debita, la virtù dee riscuoter que- 
sto debito interamente. 

A, C, Così par che voglia conchiudere; ma tutti int^- 
dono quel che soggiunge il medesimo autore. € La demenza 
"» è quello che si piega intomo a ciò che meritamente può co- 
> stituirsi. }> 

T. T. Io credeva che questa clemenza de gli stoici fosse 
più rigida , e simile al collo de' leoni ed a quel de le statue ,' 
il quale non può in modo alcuno piegarsi; ma poich'alia 
si torce in qualche modo , è somigliante a quella regola di 
Lesbo, de la quale parla Aristotile ne la sua Etica. Ma ricer- 
chiamo se ne l' altre cose Aristotile a Seneca sia conforme. 

A, C, Già avete detto, eh' Aristotile non fa menzione de 
la clemenza ne le Morali. 

* L* autografo , adunque. 

' Neil' autografo leggesi solamente , mi collo de le sUlue, 



VERO DE LÀ CLEMENZA. 253 

T. T. Non sotto questo nome , ma sotto l'altro d'equità. 

A. C. Sono adunque l' islessa. 

T. T. A ciò penseremo • poi. Ora udite quel eh* egli 
scrive de T equità. «L'equità, e l'uomo in cui sia questa 
» virtù, è colui il quale diminuisce le cose giuste descritte 
> da le leggi, ma non tutte le cose giuste; perchè non dimi- 
» nuisce quelle che sono giuste veramente per natura, ma le 
» tralasciate dal legislatore, che non può esaminare intera- 
y> mente tutti i particolari. y> Da le quali parole io comprendo, 
che r equità diminuisce le pene ; che pene sono le cose giu- 
ste imposte dal legislatore, che non ha potuto antivedere 
tutti i casi che fanno degno di perdono il trasgressore de le 
sue leggi. A questo fine, dunque,^ riguarda questa virtù, al 
quale non ha potuto giunger l'acuta vista del legislatore: ed 
in ciò non sono Aristotilee Seneca molto differenti. 

A. C, Se due' gran maestri sono concordi, non possia- 
mo errare. 

T, T. Ma concorda seco Aristotile ne la Topica, dicendo 
ch'ella è diminuzione de le cose giuste e de le utili, cioè de 
le pene imposte dal legislatore, come interpretò san Toma- 
so, dicendo che la clemenza è moderatrice de le pene, la 
mansuetudine è moderatrice de l' ira. 

A. C. Da' suoi detti si può ritrarre non solo quel che 
sia la clemenza, ma in quel che sia diversa da la mansue- 
tudine. 

T. T. Non è questa sola la differenza,* se vogliamo con 
gli scolastici filosofare: ma vi si aggiunge, che la clemenza 
è del superiore a l'inferiore; la mansuetudine, di ciascuno 
verso ciascuno. Ma non è così agevole il distinguer tra la 
clemenza e l'equità; anzi, alcuni de gl'interpreti l'hanno 
usate come voci sinonime: ed io porto la medesima opinio- 
ne, fondata, quasi in saldissima pietra , in quella notissima 
proposizione, la quale non ^ bisogno di prova , ma serve 
a provar V altre. 

* L'antografo, peiMerem. 
' Lo steuo , adunque. 

' Lo steuo , duo. 

* Lo steuo , sola differenza. 

Tasso. Dialoghi. --Z, 22 



251 IL COSTANTINO, 

A. C. Aspetto d' udirla. 

T. T. È questa. Le cose le quali son le medesime * ad 
un terzo, sono le, medesime fra loro. Il terzo è la diminu- 
zione de le pene; le cose le quali sono V isiesse co'l terzo, 
sono r equità e la clemenza : laonde in questa guisa si po- 
trebbe fare la dimostrazione. « La clemenza è diminuzione 
> de le * pene : la diminuzione de le pene è equità : ' adun- 
» que, la clemenza è equità. » Volete contradire? 

A. C, lo contradirei con F autorità de' teologi, s'ella 
fosse contraria a la vostra ragione. 

T. T. A le machine de V autorità sacra non posson star 
saldi i fondamenti de l'umana ragione: ma non ci mettiamo 
a questo pericolo, potendo trattar di pace; e la pace fie questa : 
che sieno il medesimo non di numero né di specie (parlo de 
le specialissime), ma di genere e di proporzione. 

A. C, Mi par d' intender i capitoli de l' accordo. 

T. T. Ma s' ella fie V istessa di genere, fa mestieri che 
noi troviamo la differenza o le differenze, per le quali sian 
diverse V equità e la clemenza. 

A. C. Senza fallo. 

T. 7. Ma temo, che i peripatetici non se ne richiamino 
ad Aristotile, s' io dirò che la clemenza sia con dolcezza 
d'affetto, e l'equità sepza questa tenerezza. Perochè non 
vuole Aristotile, che nel clemente sia alcuna passione, cotne 
abbiamo detto; e se ella pur vi fosse, converrebbe la dol- 
cezza de r affetto al clemente, più tosto per accidente, che 
in altra guisa. Diremo dunque,* come dicemmo; o più tosto, 
che siano l' istessa virtù per analogia o proporzione, come è 
dilBnito; perchè tale è la clemenza verso la severità, quale 
verso la giustizia legitima si dimostra V equità. Ma torniamo 
a' peripatetici ed a gli stoici, co* quali ne le contese letterate 
possiamo adoperare il nostro ingegno, provando e riprovando, 
e consentendo d' essere approvati e riprovati. 

A, C, Torniam senza indugio. 

• L* autografo , son medesime, 
3 Lo ilesio , di. Cosi appresso: 

' Lo stesso , è /' er/uità. E cosi appresso. 

* Lo slesso , adunque. 



VERO DE LA CLEMENZA. 255 

T. T, La giustizia è virtù conveniente al legislatore ne 
r imporre * le pene ed i premi. 

A, C. Cosi mi pare. 

7. T. Ma l'equità non tanto gli appartiene^ né la cle- 
menza^ s'ella è la medesima. 

A. C, E questo ancora vi concedo. 
^ T. T. A chi dunque s' appartiene? 

-A. C. Al re, come dice Seneca ; e ciò volse insegnar 
la natura, fingendo il re de V api senza V aculeo. 

T. T. Ma se V equità è una virtù che sta sopra * la giu- 
stizia, come suona il nome greco eVtetxeta^ il re ancora do- 
vrebbe esser sopraposto} al legislatore : nondimeno i re ed 
i legislatori furono i medesimi. 

A. C, Alcuna volta sono stati i medesimi, come ne gli 
antichissimi secoli Minos, Licurgo, Numa ; ed a' tempi men 
remoti, Giustiniano ed i re longobardi: alcuna volta i legisla- 
tori non sono stati re, come non furono* Mosè,. Solone, Ca- 
ronda , Paolo, Servio, Muzio, e gli altri antichi giurisconsulti, 
li quali a guisa * d' oracoli davano le risposte. 

T. T. Possono, dunque, esser distinti questi offici e que- 
ste persone di re e di legislatore. 

A. C, Possono, senza fallo. 

T. T. Sarebbe, adunque, ragionevole che le virtù ancora 
fussino* distinte, e che Funa non fosse come parte de l'al- 
tra, ma come una regola superiore, che dirizzasse le nostre 
umane azioni, e quelle de* re principalmente. 

A. C. Distinguetele^ sevi pare, ed assegnatele come giu- 
dicate il meglio. 

T. T. Dirò dunque, che la giustizia è virtù propria del 
legislatore, e 1' equità è virtù propria del re e del giudice , 
quasi una miglior giustizia; o più tosto, che la giustizia è 
virtù comune, perchè ciascuno di lei partecipa, come de la 

* L' autografo , imponere. 
- Lo strsso , iovra. 

^ Lo stesso , sovrapposto' 

* Lo stesso, yrs. 

' Lo stesso , Caron4a , Psktdo , % Servio , e Mutìo , e gli altri antichi 
iureconstiiti ^ eh' a guisa ec. 
^ Lo steuo sfossino. 



256 IL COSTANTINO, 

vergogna: ma la clemenza è virtù propria del re e del 
principe. 

A. C. Così mi pare più ragionevole. 

T. T. Ma s'ella è virtù del principe, non dovrebbe es- 
ser meno alta, o inferiore a l'altra, la quale abbiamo già 
dello esser virtù comune. 

A, C. Non, per questa ragione. 

T. T. Ma sarebbe la clemenza virtù inferiore , e men 
nobile e generosa, s' a lei si convenisse diminuir solamente 
la rigidezza de le pene, e la giustizia sola dovesse conce- 
dere i premi. 

A. C.Cosi mi pare. * 

T. T. £d oltre a ciò sarebbe men libera ne V operazioni; 
perchè * V operazion del premiare è volontaria , ma quella 
del punire non procede assolutamente da la volontà , ma è 
quasi necessaria, e dovrebbe esser più tosto il contrario:* 
perchè la clemenza, come dice Seneca, ha il lìbero arbi- 
trio, il quale dee più tosto usare nel guiderdone che nel ca- 
stigo. 

A. C. Tutto quel che voi dite , stimo assai vero ed as- 
sai ragionevole, e basta che voi V abbiate detto. 

T. T. Coloro adunque, che hanno attribuita' a' principi 
r operazione* solamente del punire, ed a' legislatori ed a' giu- 
dici quella del premiare, non hanno avuto molto riguardo 
al decoro de' principi ed a la natura de le cose. Che ne dite, 
signor Antonio?* 

A. C, L'istesso. 

T. T. Consideriamo, dunque,^ di nuovo la cosa medesima. 
La clemenza è virtù propria di principe. 

A, C. È senza dubbio. 

T. T. Ed a'principi più conviene dare' i premi che le pene. 



* L' antografo , perocché. 

> Lo stesso , ma quasi è necessaria : piuttosto esser decrebbe il contrario ec. 
' Lo stesso , attribuito. 

* Lo slesso» ragione, 

» Lo stesso, che dite, signor Antonino t 

* Lo stesso, adunque, 
' Lo stesso, i7 dare. 



VERO DE LA CLEMENZA. 257 

come insegnò Aristotile medesimo ne la Politica, e come disse 
il Gonsigliero in quei versi del mio Torrismondo : 

Dura condizione , e dura legge 

Di tutti noi, che siam ministri e servi. 

A noi quanto di grave è qua giù e d* aspro, 

Tutto far si conviene, e diam sovente 

Noi severe sentenze e pene acerbe : 

li diletto e *i piacer serbano i regi 

A se medesmi , e '1 far le grazie e i doni. 

A. C. Furono parole di savio consigliero. 

T. T. A la clemenza, dunque, più s' appartiene V accre- 
scer i premi che '1 diminuir ^ le pene. 

A. C. Cosi stimo. 

T. T. E s' io non avrò ardimento d' affermare* eh' ella 
sia una miglior giustizia, come l'equità, o superiore a la 
giustizia, almeno non dubiterò d'esser riprovato, dicendo, 
eh' ella sia virtù secondo alcuna considerazione princìpalls- 
sima^ 0, come dicono, secundum^ quid; perchè niun' altra fa 
l'operazioni de' prìDcipi più grate e più accettevoli a quel 
sovrano* Principe, al quale obbediscono tutte le podestà; e 
ninna gli fa a lui più somiglianti, e niuna più stabilisce l'al- 
tissima sedia reale. 

A. C. Credo. 

T. T. Sarà, dunque, la clemenza dilBnita in un altro modo, 
non co'l genere peggiore, ma co'l più nobile, come insegna 
Aristotile ne la Topica. « La clemenza è un accrescimento ^ 
» de le cose utili e giuste, come^ de' doni e del guiderdone e 
> de la mercede meritata ; > perciochè, potendo ella far 1* uno 
e l'altro effetto, da questo principalmente dovrebbe'' esser 
determniata. E ciò non mi concedete? 

A. C. Similmente. 

T. T. Ma temo che la clemenza non vi paia virtù; per- 

< L'autografo, lo sminuir, 
' Lo atesso , affirmare . 

* Lo ateaao , secondo. 

* Lo ateaao , soprano. 

■ Lo ateaao , uno accrescimento. 

* Lo ateaao , eiok. 

^ Lo ateaao , devrehhe. 



258 IL COSTANTINO, 

ciocbè la virtù ò ne la mediocrità, ma V accrescimento e la 
diminuzione è con V eccesso e co '1 difetto. 

A. C. V uno *■ e F altro è congiunto co '1 vizio. 

T. T. Tuttavolta la cosa sta altrimenti; perchè questa 
virtù accrescendo il poco e scemando il soverchio, la riduce 
a mediocrità. 

A. C. Bella, in vero, e nuova è la diffinìzione; e, se non 
sono errato, molto vera e non meno* ingegnosa. 

T. r. Ma se fosse lecito d' addurre molte dil&nizìoni o di 
raccoglier in questa tutte le cagioni, si potrebhe dire: € Che la 
> clemenza fosse una magnanimità del perdonar Tingiurie ; > 
vero: <i Un'altezza d'animo, dimostrata nel perdono, con 
» la quale i principi, accrescendo i premi e i doni, s' acqui- 
:» stano la benevolenza. > E questo è V ottimo fine. 

A. C. Nulla conosco che manchi a questa diffinizione, se 
non Tautorità de' principi, che^ abbiano con l'esempio dimo- 
strato, esser questa la vera clemenza. 

T. T. Non è maraviglia che gli esempi sian rari, poi- 
ché rara è la virtù; ma di queir altra, che si può dire ordi- 
naria, e quasi da giudice, molti se ne troverebbono. 

A. C. Or ragionamo de la real clemenza, e di coloro 
che regiamente sono clementi, de' quali si potrebbe dire : 

Pochi eran, perchè rara è vera gloria; 
Ma ciascuno per sé parea ben dej^no 
Di poema dlgnissimo, * e d'istoria. 

T. T. Non f uron a Patroclo tanto convenevoli V armi e 
gli ornamenti d'Achilìe, ed i cavalli e '1 carro, quanto 
a' clementi la gloria di questi leggiadrissimi versi: ma ricer- 
chiamo quai sono; e fra i primi ci si fa incontro Filippo. 

A. C. Bello e reale incontro veramente. 

T. r. Scrivesi di Filippo, cbe veggendo nel suo regno di 
Macedonia Arcadio,il quale aspramente lo* malediceva^ benché 

' L* autografo , una. 
' Lo stesso , ne meno, 
' Lo stesso , eh*. 

* Lo stesso , degnissimo. Ma il Petrarca ( Triai\fo della MorU , cap. I ) 
scrisse chiarissimo. 
S Lo stesso , il. 



VERO DE LA CLEMENZA. 259 

gli altri il consigliassero a castigarlo, egli volse che riportas- 
se, in vece del supplicio, 1 doni del forestiere, o, come dico- 
no, ospitali. Facendo poi ricercare, qual fama spargesse fra' 
Greci, tutti fecero testimonianza, che di lui era divenuto mi- 
rabil laudatore; laonde disse agli amici: € Io sono miglior me- 
» dico di questa infermità. » Potrei riporre fra' doni de la cle- 
menza quelli mandati da Maga a Plemone ^ il comico , se 'l 
dono d' una palla e d' alcuni dadi non convenissero a' fan- 
ciulli più tosto che a' poeti; e dogliomi che dopo Filippo io 
non rincontri Alessandro suo figliuolo, il quale a Galistene 
ed a Olito crudele si dimostrò, vie più che a magnanimo re 
non era conveniente : ma 1' umanità usata a ' Poro re de 
gì' Indiani, trattandolo regiamente , si può annoverare fra le 
azioni di clemenza, perchè tutte le cose ne' trattamenti reali 
sono contenute. La medesima altezza d' animo recò a simil 
benignità Filippo Maria Visconte, ne la prigionia d'Alfonso 
d' Aragona ; e Carlo Quinto imperatore in quella di Francesco 
re di Francia. Il contrario esempio de la barbara ferità, 
usata ne' re prigionieri, dimostrò il Tamerlano vittorioso, ne 
la persona del gran Turco, la cui crudeltà fu da la giustìzia 
del cielo rigidamente vendicata. Ma torniamo ad Alessandro , 
di cui r ira diminuì la gloria , 

E *1 fé minore in parte che Filippo, 

quasi trasportandolo fuor di sua natura benigna : però fu cle- 
menza de gli scrittori il diminuir quella infamia, che per la 
morte d' un filosofo, quasi debita pena, gli era dovuta. 

A, C, Al magnanimo re fu pera ventura' lunghissima pena 
d' un breve furore il dolor de la penitenza. 

T. 7. Or passiamo a' Romani , e consideriamo insieme 
la liberalità^ la quale dovrebbe esser compagna de la cle- 



• L' anU^prafo , a JVi(9m<m«. — Maga governatore, e poscia re della Cire- 
naica, avendo avuto in suo potere il comico Filfmooe, cbe Ko avea dileggiato, 
gli maodò in dono una ^fera , o sia palla da giuoco , ed alcuni astragali , o sia 
aliosii , come a putto non peranche compote del pieno uso della ragione. (Plu- 
tarcb.. De ira cohib , 9.) — Gatkdomi. 

' Lo stesso , con» 

' Lo »U»so , ptrMvenUtrafu, 



260 IL COSTANTINO, 

menza, come dice Valerio Massimo. Paolo ' Emilio sollevò 
Persa , e V onorò ad un' istessa mensa ; Pompeo * ripose il 
diadema a Tigrane; Cesare donò molli regni; ma alcuni con 
diminuzione, come quello che restituì a Deiolaro; e bench'agli 
titolo di clementissimo meritasse, e verso molti si mostrasse 
di pietosa liberalità pieno, in questa sua azione nondimeno la 
sua clemenza non fu pera ventura perfetta. Perfetta in ciascu- 
na parte fu quella d' Augusto verso Erode, re de* Giudei , il 
quale aveva seguito Antonio ne la battaglia navale , perchè 
r altezza de l'animo, dimostrata dal re ne la sua orazione, 
fu quasi eguale a quella d' Augusto ne la restituzione del re- 
gno, con accrescimento di podestà e d* onore, come racconta 
Giuseppe' Ebreo: ma non fu allora solamente maravigliosa la 
clemenza d' Augusto. 

A, C. Bastava forse questo esempio a dimostrar la sua 
clemenza. 

T. T. Memorabilissimo nondimeno, oltre a tulli* gli altri, 
è quello che narra Seneca , benché egli fosse mosso da l'one- 
sto consiglio di Livia sua moglie. 

A, Che donne, adunque, ebbero gran parte ne la supre- 
ma laude di Cesare. 

T. T. Così avvenne : laonde possiamo conoscer quanto 
sia falsa l' opinione di coloro, che biasimano i consigli de le 
donne. Ma le circostanze de l'azione voi le sapete; però' è 
soverchio il narrarle : nondimeno la grandezza del fatto 
m' invaghisce, in un certo modo,* e mi trasporta a ragio- 
narne. Era L. Cinna sospetto d' aver congiurato centra Ce- 
sare, già maturo d' età, già solo ne l'imperio, già imperadore 
del mondo placato e da lui conservato: perciochè tutto il 
sangue civile fu sparso mentre la potenza era divisa fra tre 
princìpi; ma poiché fu congiunta in Ottavio, non contaminò 
stilla di sangue V altissima fama e la clemenza del glorioso 
imperatore: laonde, quanto parea maggiore la pazzia del 

' L* autografo , Paulo. 
' Lo stesso , Pompeio. 
' Lo «tesso , Gioseffo. 
* Lo «tesso , oltre tutti. 
B Lo «tesso, laonde. 



VERO DE LA CLEMENZA. 261 

giovane* inconsiderato e quasi convinto, tanto più fu lodevole' 
r azione d'Augusto. Data ^ dunque a ciascuno licenza da la sua 
camera, fece chiamar Ginna solamente, e comandò che gli 
fosse data un' altra sedia. « Questo (disse) io priipa dimando 
» a te, che tu non* interrompa le mie parole, e che non gridi 
» in mezzo al mio ragionamento, perchè avrai altro tempo 
» libero da ragionare. Io, Ginna, avendoti trovato* ne l'eser- 
y> cito, e ne gli alloggiamenti de gli avversari, non sol fatto 
» mio nemico, ma nato, ti salvai, concedendoti* tutto il pa- 

> trimonio. Oggi sei tanto ricco e tanto felice, che^ i vincitori 
y> portano invidia al vinto. Ti diedi il sacerdozio che mi di- 

> mandavi, preponendoti a molti, i padri de' quali avevano 
-» già sotto me mMìtato. Essendo io cosi di te benemerito, 

> deliberasti d' uccidermi. » Gridando Ginna a questa voce, 
eh' egli non era cosi pazzo : « Non mi ^ osservi (disse), la fede, 
» Ginna; perchè siamo rimasi d' accordo, che tu non » mi di- 
» sturberai nel ragionare. Ti vai apparecchiando per darmi 
» la morte. » Aggiunse il luogo, *® i compagni, il di, V ordine 
de r insidie, e la persona a cui aveva confidate l'armi: *' e ve- 
dendolo trafitto, ed omai tacito, non per patto solamente 
ma per coscienza, soggiunse. « Gon qual animo ciò fai?** per 

> esser tu principe? Male sta la Republica, s'io solo ti sono 

> d' impedimento'* al signoreggiare: non puoi difender la pro- 

> pria casa; fusti dianzi'^ superato in giudizio dal favor d'un 

> uomo ignobile e nato d' un servo: in guisa stimi facil cosa 
» l'esser avvocato contra Gesàre, che" non puoi fame al- 

^ L* autografo , giovene. 

* Lo stesso, laudevoh. 
5 Lo stesso , Dato. 

♦ Lo &it%so , Questo (disse) dimando prima a te , che non ee. 
' Lo stesso , ritrovato. 

B Lo stesso , e ti concessi. 
' Lo stesso , eh*. 
^ Lo slesso, m*. 
9 Lo slesso , che non. 
<W Lo Slesso, ioco. 
** Lo stesso , arme, 
" Lo stesso, il fai? 

" Lo stesso , La Republica sta male , se io solo ti sono impedimento ec. 
** Lo stesso, dianzi fosti, 
*' Lo stesso , di cui. 



262 IL COSTANTINO, 

» cun' altra più agevolmente? cedo, s' io solo impedisco le tue 
y> speranze. Paolo forse, e Fabio Massimo, ed i Cossi, ed i^ 
» Servili ti sopporteranno? e tanta schiera di nobili, che non 
y> si mettono avanti titoli e nomi vani, ma sono ornamento 
)) ed onore a V imagini de' lor' maggiori? ^ In questo modo, 
com* è scritto, ragionò seco più di due ore, prolungando, 
co '1 ragionare, questa pena, de la quale solo era ' contento. 
« Ti do, Cinna, la vita; e la ti do ^ (disse) un'altra vòlta; prima 
ì> al nemico, ora a V insidiatore ed al parricida. Cominci da 
» questo giorno fra noi V amicizia; contendiamo di fede, io 
» nel darti la vita, e tu ne V essere di lei debitore. > Dapoi 
spontaneamente gli diede il consolato, lamentandosi che non 
avesse ardimento di chiederlo; e V ebbe sempre amicissimo e 
fedelissimo; egli fu solo suo erede,' né più da alcun ^ altro fu 
insidiato. Ecco il fine de la clemenza. 

A. C. Maraviglioso avvenimento avete narrato, e con 
mara tigliose parole postomi, quasi avanti a gli occhi. Cesare 
e Cinna , e vi lamentate di non aver memoria. 

T. T. È maraviglia ancora eh' io di queste poche parole 
di Seneca, a le quali spesso vo ripensando, mi sia ricordato; 
e quanto più vi ripenso, tanto trovo maggior occasione di 
dubitare. 

A. C. Io credeva che la clemenza d' Augusto potesse 
scacciar ogni dubbio, e confermar la vostra opinione: per- 
chè da le cose già dette si può conchiudere, che Cesare scemò 
la pena debita a Cinna, almeno di timore , potendolo tener 
dubbio de la vita un anno, oun mese, o un giorno, e si con- 
tentò di due ore solamente, con tanto favore* di colui ch'in 
questa guisa era punito, con la vergogna d' ascoltar la sua 
colpa ^ da la bocca de T Imperatore : accrebbe ancora lacle- 

' L'aulografo, Parilo, e i Fahi Massimi^ e i Co»si, e i ec. —L'originale di 
Seoeca \De Clem.niia, I, 9) hnPaullus ne te, et Fahins Maximus, et Cossi , 
et Servila ferrentf 11 Tasso potè porre il plurale Faht Massimi zo^t in ri- 
piardo ai due fratelli coosoli nel 743 e 744. — Cavbdomi. 

' Lo stesso , de* suoi. 

* Lo stesso , era solo, * 

* Lo «tesso y e te la do, 
S Lo «tesso , solo erede. 
^ Lo «tesso , alctuìo. 

' Lo «tesso , I suoi falli. 



VERO DE LA CLEMENZA. 2(33 

menza^ dandogli il consolato; e molto più, ricevendolo in * 
amicizia. 

T. r. Cotesto è vero senza fallo, e, per vostra cortesia, 
detto in confermazione del mio parere: ma se ben* mi sov- 
viene, noi dicemmo che, per autorità d'Aristotile, la cle- 
menza era diminuimento de le cose giuste ed utili : per la 
nostra doveva essere più tosto accrescimento de le cose giu- 
ste, che ne le utili sono comprese. 

A. C. Cosi fu conchiuso. 

T. T. Egli per la diminuzione de le cose giuste inten- 
deva le pene pecuniarie imposte da la legge; io intesi de V ac- 
crescimento de la mercede, o vero del dono. Ma ora non so 
ritrovare quai premi da le leggi siano proposti a la nobiltà ; 
perchè in Cinna , oltre a la gentilezza del sangue , non so 
quel che si potesse lodare. In Erode, senza dubbio,' si po- 
teva commendare il valore e la costanza d' aver seguito 
Antonio Ano* a la morte , e V altezza de V animo similmente 
nel manifestar al vincitore V affezione portata al vinto suo 
nemico. Laonde giudiciosa clemenza parve quella d'Augusto 
ne r accrescer T onore d' Erode ; ma quella che usò con Cinna 
per consiglio de la moglie , fu più tosto fortunata, poiché pose 
fine a le discordie civili ed a le insidie de' suoi nemici. 

A. C, Discreto fu, per mio avviso, il consiglio de la 
moglie, e giudiciosa, non solo magnanima, la deliberazione 
d' Augusto : perchè gli animi de' nobili con niun altro artifìcio 
sono presi più agevolmente, che con questo, d'accrescer l'onore 
e la dignità. '^ 

T. T. Dunque, la clemenza è un artificio usato dal prin- 
cipe per farsi benevolo il popolo e la nobiltà. 

A, C. E quale sconvenevolezza sarebbe ? 

T, T. Ninna pera ventura, se Tun genere da l'altro 
fosse contenuto : perchè la clemenza è virtù, e la virtù è , 
come dicono alcuni filosofi, un' arte de la vita; e V arte, in 

* L'autografo, ne/'. 
3 Lo stesso , Se ben, 

' Lo stesso , senza /allo. 

* Lo stesso, sino. 
S Lo slesso , libertà. 




264 IL COSTANTINO, 

un certo modo, è scienza. Ma bello e mirabile e leggiadro 
■e magnanimo e glorioso artificio è questo, di* perdonare a'ne- 
mici, e di vincer gli animi loro, e di soggiogargli * co' bene- 
ficiì e con le grazie ; e miglior principe è colui il quale è mi- 
glior artefice. Però più lodiamo T imperio d'Augusto, che 
quel di Cesare suo padre; o almeno, più felice fu la clemenza 
del figliuolo: e se Cesare nel restituire il regno al buon re 
Deiotaro, glie l'avesse restituito non con diminuzione ma 
con aumento , ' come il restituì Augusto ad Erode, avrebbe 
avuto peraventura miglior consigliero e più fedele amico. Ma 
non si legge in Svetonio,* che Giulio Cesare, nel rendere i re- 
gni de' vìnti, ampliasse i confini d'alcuno, benché gli ristrin- 
gesse di' molti. 

A, C, Questa fu sapienza del figliuolo. 

T. T. Ma sua fortuna fu. che fosse più felice ne V amici- 
zia dì Cinna che Giulio in quella di Bruto. 

A, C. Furono, adunque, congiunte nel figliuolo la sa- 
pienza e la fortuna. 

T. T. Cosi estimo: ma a qual' arte* assomiglieremo noi 
quella de la clemenza? a V arte, forse, del medicare? Ricor- 
dianci de le parole e dei consiglio^ di Livia, che, se ben mi 
rammento, fu questo. <c Fa (disse al marito) quel che sogliono 
» i medici, i quali, dove non giovino i rimedi usati, tentano 
> i contrari: nulla t'ha* fin' ora giovato la severità; Salvi- 
1^ dieno da Lepido fu seguito, Lepido da Murena, Murena da 
^ Cepione, Cepione da Egnazio, per tacer de gli altri, i quali 
ì> è gran vergogna che avessero tanto ardimento.^ Or tenta 
:» come ti riesca la clemenza: perdona a Cinna, il quale ò 
3> colto in fallo veramente, né può ormai *® più nuocere a la tua 
^ vita perch' é scoperto, ma giovare a la tua fama. > 

* L' autografo , dei. 
' Lo stesso , soggiogarli. 
' Lo stesso , augumento. 
^ Lo stesso , Suetonio. 
5 Lo stesso , restringesse de\ 
8 Lo stesso , quale arte. 

7 Lo stesso , Ricordiamci le parole ed il consiglio. 
^ Lo stesso, t'e. 

5 Lo stesso , che avessero ardimento, 
**> Lo stesso , ornai. 



VERO DE LA CLEMENZA. 265 

A, C. Savio e clemente consiglio fu questo, ina di mo- 
glie al marito non sospetta, o almeno in ciò non sospetta. 

T. T. Non aveva forse Ottaviano* "ancora cagione di su- 
spicare. Filippo, com'abbiam detto,* appresso Plutarco, asso- 
miglia il clemente al medico, poiché il maldicente Arcadie 
co* suoi doni' era divenuto lodatore de la sua virtù. « Io (disse 
> a gli amici) sono assai miglior medico di voi, avendo gua- 
:> rito costui de V infermità, j^ Ed intendeva de la maledi- 
cenza, o de la pazzia de l'ingiuriare i principi; perchè in 
altra guisa non poteva peraventura risanare. 

A. C. Il donare è medicina certissima a tanto male: ma 
clementi e misericordiosi furono i medici, e fortunato chi da 
le mani di* grandissimi principi potè esser medicato. 

T. T, Ciò debbiamo' peraventura considerare; dico, se 
la clemenza sia misericordia , e V arte de V usar clemenza 
simile a quella del medico misericordioso: perchè si legge 
nel medesimo autore , che la medicina de gli animi è la giu- 
stizia; arte, oltre a tutte* V altre , grandissima, per testimo- 
nio di Pindaro e di mille famosi scrittori, che' ci risana dal 
vizio con le pene ; non altrimenti che il medico severo soglia 
adoperare il ferro ed il fuoco per salute de V infermo. Ma il 
clemente co' doni e. con la mercede è siihile al medico, che usa 
i lenitivi e V odorifere unzioni: e di ciò, per mio parere, 
non è dubbio. Dubitar si potrebbe, se il clemente sia misere- 
vole ; se già Seneca non avesse determinato il contrario , di- 
mostrando che la misericordia è una infermità de l'animo, e 
vicina a la miseria, e che '1 savio non ha misericordia. Ma 
se noi vogliamo starcene a le decisioni di Seneca, acquetere- 
mo r animo ne le opinioni d' uno stoico. 

.4. C. Severa fu la dottrina de gli stoici; e però alcuna 
volta par nemica de la misericordia. 

T. T. Non solo severa, ma falsa: perchè la indignazione 

' L* autografo , Ottavio. 

9 Le parole com* abbiam dello mancano all' autografo. 
S Manca doni all'* autografo. 
* L' autografo , do*. 
S Lo «tesso , debbiam, 
B Lo stesso , oltre tulle. 
^ Lo stesso, e. 
Tasso. Dialoghi. -^Z. 23 



266 IL COSTANTINO, 

è più tosto contraria a la misericordia, come volle Aristotile. 
Ma degno è di maggior considerazione, eh' egli biasimi que- 
gli affetti quelle passioni che ne V animo sono degni di 
laude: fra' quali è lo sdegno e la misericordia, con durezza 
veramente da stoico. Laonde fra loro e le statue appena ch'io 
conoscessi differenza : perochè il non lagrimare ne la morte 
de gli amici, il non commuoversi nel pericolo de gl'innocenti, 
il non risentirsi per la temerità de gli scolorati, il non inte- 
ne irsi a' prieghi de' supplichevoli, il non* piegarsi a l' infe- 
licità di coloro che immeritamente sono infelici, è durezza 
simile a quella de le colonne del marmo: e si dee biasinia- 
re questa durezza fra' giudici o ne* tribunali, benché sia lau- 
devole ne le morbide piume de gli ampissimi letti; dove la 
dimostrò uno di questi filosofi a Friiie cortigiana, e di lui 
disse il Petrarca : 

Senocrate yie più saldo < ch*jin sasso. 

Ma non sarebbe peraventura stato cosi immobile ne la causa 
di Socrate , o in quella di Aristide o di Temistocle o di Fo- 
cione. Ma se ben ho considerate tutte le parole di Seneca, 
egli non è costante ne la sua costantissima o più jtosto rigi- 
dissima filosofia. 

A. C. Alcuna volta peraventura si dimenticò d'esser filo- 
sofo, ricordandosi d' essere oratore : ma quai sono le parole, 
dov' egli dimostrò l' instabilità de l' opinione? 

T. T. Quelle che adduceste dianzi ne la diffinizicme , di- 
cendo : « Che la clemenza è quella che si piega intomo a ciò', 
» che meritamente può costituirsi; i» perochè non si può piega- 
re, che non si muova : laonde chi biasima il movimento, bia- 
sima il piegarsi; e chi condanna il piegarsi, condanna la cle- 
menza; la quale, come a lui parve, è pieghevole virtù. 

A. C, Peraventura egli non vitupera ogni movimento de 
r animo, ma solamente i torbidi ed i veementi.* 

T. T, In ciò non sarebbe molto differente da' peripatetici, 
i quali insegnano, come le virtù morali, collocate ne la parte 
sensitiva ed affettuosa, possano raffrenare l'impeto de le pas- 

* L* autografo» Wa più duro. 
' Lo stetso , € veementi. 



VER(r DE LA CLEMENZA. 267 

sioni ; le quali altro non sono che movimento de l'anima sen- 
sibile, con opinione d' alcun bene o d' alcun male. 

A, C. Lsi differenza^ adunque^ è più tosto de' nomi cbe 
de le cose. 

T. T. Cosi stimo: come quella fra ignoscere e parcere ; 
perchè Seneca non concede cbe il savio debeai ignoscere, vuol 
nondimeno cbe possit parcere: ma noi, come disse quel Poeta 
de la sua medesima, in rispetto de la greca, propter egesta- 
tem linguos, et rerum novitatem,^ non abbiamo tante parole , 
e siamo vinti da' Latini ne la copia e ne le ricchezze de la fa- 
vella. Però diremo, che al savio si convenga il perdonare ed 
il rimetter egualmente; benché del rimettersi potesse farsi 
altra considerazione. 

A. C. Si concederà , dunque , al saggio il rimettere. 

T. T. si C4)ncederà al saggio il perdonare , o si negherà 
a r uomo r umanità. Ma noi cerchiamo qua! sia questo sag- 
gio modo, questo artificio, o questa prudenza di perdonare; 
perchè non è dubbio alcuno eh' ella * vi sia: e forse da Plu- 
tarco fu meglio conosciuta, che da alcun altro; perochè 
egli disse, « che la dottrina di punir bene ed a tempo e con 
> utilità non impedisce la pena. » Ma qual fosse questo utile o 
questo decoro, Plutarco medesimo l'avrebbe'* meglio dichiarato; 
si come colui che ne le virtù politiche fu maestro di Traia- 
no, ottimo imperatore, o^ più dotto o più fortunato alme- 
no di Seneca , di cui fu discepolo Nerone. Però ben disse il 
Petrarca: 

Ed in suoi magisteri assai dispari 
Quintiliano, e Seneca, e Plutarco. 

E, se non m' inganno, avrebbe distinti i modi, i tempi e l'oc- 
casioni deP perdonare, e le persone a le quali si conviene 
concedere il perdono, o negarlo. Perchè gloriosa azione è il 

' Questo verso di Lucrezio (iV«<. Eer., 1 , 140) nell'autografo occupa una 
riga da se solo. — Catbdoni. i 

' L' autografo , egli. 
' Lo stesso , Plutarco avrebbe, 
* Lo stesso , e. 
' Lo stesso , di» 



268 IL COSTANTINO, 

perdonare ad un filosofo, ad un poeta, ed a ciascun altro che 
per eccellenza d' ingegno e di lettere, o di valore e d' espe- 
rienza, è degno di stima; e può giovare al mondo, al principe, 
a la patria': ma non merita lode il perdonare a* ladroni , a' 
micidiali, a' venefici, ed a gli altri uomini di male affare, o 
non sempre ; perchè la cortesia usata da Ghino * di Tacco 
a r abbate di Glignì ' meritò perdono. E se già Seneca lodò 
Nerone, die nel sottoscriver la sentenza contro ' un ladrone 
disse, vellem nescirelitteras; il lodò, quasi lusingandolo o 
quasi pungendolo, perchè egli s'avvedesse de l' errore. 

A. C, Non era necessario men sottile avvedimento con 
queir imperatore.* 

7. T. Il medesimo artificio usò dicendo: ex clementia 
omnes idem sperant; tutti sperano il medesimo da la cle- 
menza: imperochè ella dee distinguer tra le persone e tra i 
meriti e le colpe, non meno che tra i premi e le pene; altri- 
menti ella sarebbe indiscreta, o men discreta de la giustizia, 
che non approva la pena del taglione o del contrapasso. Non 
doveva ^ adunque lo scherano e 'l filosofo sperar il medesimo 
da la clemenza di principe giudicioso : né le colpe de la vo- 
lontà e de la fortuna dovevano esser pesate con la medesima 
bilancia popolare ; perochè alcuna volta la fortuna è in vece 
di colpa: laonde ne gl'innocenti ancora può aver luogo la 
clemenza. Gonchiudiamo, adunque, il ragionamento con l'opi- 
nione de' teologi ; che la clemenza nel moderar le pene ado- 
peri una diritta ragione : perchè non ogni apparenza di que- 
sta virtù è vera clemenza, né quella di Saul o d' Acab ^ 
piacque a Dio. 

A, C. Nel fine del ragionamento tutti sono stati concordi, 
stoici e peripatetici, e teologi e filosofi, e le ragioni umane 
con le divine si sono collegate. 

T. T. Questa concordia è sempre ne le cose vere. Ma 
piaccia a Dio che ne l' ottimo principe si manifesti la scienza 

* L'autc^afo, Ghin. 

^ Lo stesso , C/m^rL — Boccaccio , Decameron , giom. X , nov. 2. 
' Lo stesso , cantra, 

* Lo stesso , quello imperadore, 
8 Lo stesso , deveva, 

* Lo stesso , di Jehabo — 4 Begtan , XV , 9 ; 3 Regum , XX , 31 . 



VERO DE LA CLEMENZA. 269 

e * la prudenza del perdonare , e quella del premiare ' simil- 
mente, e d* onorar la virtù co' suoi doni. Fra tanto vorrei 
che le mie parole , a guisa di trombe, ' facessero risonare 
ne gli orecchi e ne gli animi di ciascuno quella sentenza : 
« ^iuna cosa è che meriti maggior gloria, del principe senza 
> pena ingiuriato. » 

* L'autografo, o. 

' Lo stesso , pttminr, 

' Lo stesso, tromba. 



53* 



IL CATANEO, 

O VEBO 

BE LE COIVCLUSIOIVI. 

1590. 



273 



ARGOMENTO. 



Danese Gataneo (per usar le parole dellMstesso Torquato Tasso) 
fii non meno nello scolpire cbe nello scrìvere eccellente: dell* una e 
dell'altra professione si veggono 1* opere; di quella, nelle chiese e 
ne* palagi di Venezia e di Padova ; di questa , nel suo poema Del- 
l' Amor di Mar fisa , ed in altri , parte stampati e parie manuscrìtti , 
che rimasero appresso Perseo suo figliuolo. Era comunemente chia- 
mato il Danese, e nato in Massa di Carrara , ma lungamente vivuto 
nelle predette città; ed in Padova si £ai,in forma rappresentativa, 
questo dialogo. Era, oltre a ciò , amicissimo del padre del Tasso, ed 
usò col medesimo Torquato, mentre fu allo studio in Padova, molti 
offizii di amorevolezza e di cortesia, e lo persuase a non alienar 
r animo dalla poesia, come il padre mostrava di desiderare ; anzi, lo 
spinse con le sue esortazioni, a proseguir il poema di Rinaldo e poi 
a stamparlo : e come il Tasso fece ivi con lode menzione di lui , così 
qui, con gran dimostrazione o di gratitudine o di slima, ne rav- 
viva la memoria , intitolando il presente dialogo dal nome suo. Ma 
il Danese, il quale soleva dire che dall'ingegno del Tassino (così 
veniva allora, essendo giovanetto, a diflerenza di suo padre, da 
molti nominato) il mondo poteva, nella toscana poesia, aspettar 
cose maravigliose ; lo vide, pervenuto a gli anni ventinove delPetà 
sua, aver condotta assai oltre la sua Gerusalemme; ma non potè 
veder interamente adempito il suo presagio, perciochè si morì 
Tanno 1573, e de* suoi il sessantesimo, prìma ch^ ella fosse compiu- 
ta e stampata. Paolo Samminiato, che è T altra persona introdotta, 
tu gentiluomo lucchese, e di nobil ingegno, vedendosi a lui indi- 
rizzate lettere e composizioni d* uomini non volgari di queir età, e 
come appare anco dal dialogo; perchè publicamente,<neir Accademia 
di Ferrara, disputò contro il Tasso, ed oppugnò alcune di molte con- 
clusioni filosofiche da lui proposte; e son quelle che, con titolo di 
Conclusioni amorose^^sì leggono stampate dopo la prima Parte delie 

< Pei comodo dei lettori si riproducono a pie del Dialogo. 



274 ARGOMENTO. 

sue Rime. Praticò ancora nella corte del duca Alfonso II , dove dal 
Tasso dovette esser conosciuto ; e non meno per amicizia e per suo 
merito, cbe per serbare il verisimile o *1 vero, T introduce a quistio- 
nar seco delle medesime conclusioni, e ad oppugnarne di nuove. 
L* altro che parla, è Y Autore, col suo proprio nome. 

Fu scritto da lui, circa V anno 1590; e di esso fa egli menzione 
nella prima Parte delle sopradette Rime ristampate , e da luì me- 
desimo commentate. 

LMntróduzìone si prende dalle cose medesime che si deono trat- 
tar nel dialogo ; perciochè il Danese, cominciando a ragionare, ripiglia 
razione di Torquato, che si fosse esposto, in gioyanil'età, a difen- 
der in puMico, e per molti giorni, quelle conclusioni, con pericolo, 
come afeva dubitato il Danese, di rimaner superato nel disputarle 
e nel sostenerle. E ciò segue in casa dell* istesso Danese, e alla pre- 
senza del Samminiato che le aveva, come aM>iam detto , oppugnate, 
e riferito il tutto al Danese. È dunque il Samminiato il primo a rispon- 
der, et a difender dall* imputazione il .Tasso; il quale soggiunge, di 
voler porre in iscrittura le cose che aveva con la viva voce disputa- 
te , acciò che più chiare apparissero le sue ragioni. Ma '1 Samminiato 
replica, con V autoritii di Platone, che dee preporsi il ragionare allo 
scrìvere, o vogliam dir, le vive parole alle scritture; e per compia- 
cere al Danese, recita tutto ciò eh* ei ne scrìve nel dialogo del Fe- 
dro. Il Tasso, air incontro, si sforza di provare, che'l primo luogo 
debba esser dato alle scritture ed alle lettere. Quindi, mostrando 
piacere il Danese d* aver data occasione a* lor ragionamenti , e per- 
ciò di non desiderare la loro concordia , si toma a parlare di quelle 
conclusioni che non erano state impugnate; ed una apportata allora 
dal Tasso, e due altre delle già proposte, danno il soggetto al dialo- 
go : perciochè accennando il Samminiato di voler oppugnar quella , 
in cui sì diffinisce « Amore esser desiderio d* unione per compiaci- 
mento di bellezza, trìsponde il Tasso: quella esser opinione d'Anto- 
nio Montecatino , dottissimo filosofo ferrarese, e però da difendersi 
con le ragioni di lui ; ma che la sua proprìa era diversa, credendo, 
che non ogni amore sia desiderio d* unione; e se pur tutti gli amorì 
son desiderio d* unione, non son causa d* unione , ma di separazione. 
E ciò si comincia a provare con T autorità di Dionisio Areopagita ; la 
qual si esamina, e con molte ragioni ed esempi si conférma , dicen- 
dosi : che vera unione è solamente quella de gli attimi, non de' corpi; 
e la diversità, in questa parte , fra teologi e filosofi, e spezialmente 
fra r Areopagita e Plutarco: che per Tamor sensuale 1* anima è 
separata e divisa, non solamente da se stessa, ma da Dio; e che*l 
matrimonio è veramente unione , f^ù per quella de gli animi , che 



ARGOMENTO. 275 

de* corpL S' oppugna dapoi dal Sammioiato Taltra conclusione : < Che 
r odio non è contrario air amore, ma seguace. » Si cerca di provar 
ciò con r argomento de'-conlrarii; ma dalla distinzione dell'amore 
in universale considerato, è riprovata V opposizione. Si torna di nuovo 
all'argomento de' contrarli, e si esaminano; ma dalla distinzione de' 
generisi rifiuta l'obiezione, ed insieme dall'ordine delle cose, e 
dalla natura d* amore; si apporta l'autorità di Plotino e del Ficino, 
delle cose accidentali e sostanziali; e si prova, che amore non può 
aver contrarli, essendo egli quasi V essenza e la sostanza dell' anima. 
Si passa poi air oppugnazione ed alla difesa dell'altra conclusione: 
«Amore non presupporre l'elezione, né però seguire che si conceda 
il destino; ma presupporre necessariamente somiglianza fra l'amante 
e l'amata:» s'apportano dair oppugnante gli argomenti presi dall'ele- 
zione e dal destino; ma si riprovano dal difendente, col mostrare 
che non è stata buona la divisione nell' argomento , polendo esser 
amore per volontà, e non per elezione, né per destino. Si conferma 
con r autorità di Aristotile , che divide gli affetti ne'' volon tarli e ne 
gì' involontarii , con l'argomento del fine e del mezzo; provandosi 
che se amore é per elezione, é mezzo e in conseguenza non felice, 
ma più tosto servo o servile. Quindi s'entra a quisiionare, ed argo- 
mentare dalle cause superiori e inferiori , per mostrare che '1 destino 
è superiore alla volontà ; ma si riprova e si dice , eh' ella non é 
soggetta a corpi superiori, e che non é secondo motore; ma che, 
come immortale, si muove da se stessa, ed é libera: che la materia 
non é priva della sua contingenza , e che non le é fatta violenza da' 
corpi celesti: che i particolari non sono sottoposti alla necessità: che 
é prima la volontà, e poi la necessità; e che Iddio non vuole quel 
eh' é necessario eh' egli voglia , ma quel che egli vuole é necessario. 
Si tenta di provare le medesime cose con le ragioni de gli astrologi, 
argomentando da' sogni, da gli augurii , e dalle predizioni e dall'altre 
arti congetturali o indovinatrici, per mostrar parimente l'infallibi- 
lità del destino e del fato , e l' ordine necessario delle cose , onde 
non vi sia contingenza, e la soggezione della natura umana a' corpi 
celesti : e dall' una delle parli con lungo ed eloquente discorso si 
cerca di sostener la propria opinione , e dall' altra con acutissimi 
e fortissimi argomenti si procura di riprovarla ; apportandosi a favore 
contro l' arte giudiciaria , non solo quanto- n' insegnano 1 libri de' 
filosofi, ma quanto in questo soggetto può investigarsi e disputarsi 
da due elevatissimi ingegni, come altri .dalla lezione dell' istesso 
dialogo potrà più chiaramente conoscere. Si riduce, al fine, la somma 
delhk quistione alle proprietà occulte delle stelle , le quali negate 
dal Tasso , insieme col modo della loro derivazione , e non provate 



276 ARGOMENTO. 

dal Sammìniato, per esser sopragìonta la notte , si rimane indecisa 
la quistione, e si dà fine al ragionamento, promettendo ambedue al 
Danese di ritornar un* altra Tolta al suo albergo ; questi per difen- 
derle , e quegli per riprovarle. 

Il dialogo si dee, senza fallo, ripórre fra* contenziosi. Nelle 
persone de* disputanti si esprìme il costume di due giovani studiosis- 
simi, accesi di desiderio d* acquistar gloria nelle leltere. In quella 
del Danese, di un uomo intelligente e usato a udir volentieri i 
dotti ragionamenti, e a giudicarne, com* egli fa in parte, dentro 
questo dialogo. — ( Poppa. ) 



277 



IlVTERI.OeiJTORI : 



DANESE CATANEO, PAOLO SAMMINIATO, TORQUATO TASSO. 



D. C. Voi ancora, signor Torquato, non contento d' aver 
acquistato in questa giovanile età grandissima lode ne la poesia, 
avete voluto ne le quistioni filosofiche contender co* filosoft 
medesimi; e, per quel eh' io n'intesi dal signor Paolo, 
molti giorni difendeste publicamente alcune Conclusioni : ne la 
quar azione io estimo ch'esponeste la vostra riputazione a 
gran pericolo, potendo di leggieri un frate o uno scolare con 
r armi dialettiche astringer un poeta a cedergli il campo. , 

P. S, Se '1 campo fosse quel de la verità, non malage- 
volmente il poeta sarebbe vinto da gli avversari : ma nel 
campo d'amore, chi poteva superar un poeta innamorato, 
e con quali armi ? sedendo ivi fra gli altri, quasi giudice, la 
sua donna medesima; da la quale poteva assai cortesemente 
riportar la palma ne l' amorose quistioni. 

r. T. Il signor Samminiato ha voluto prevenir la mia 
risposta , ed io son contento che mi vinca di velocità. Egli 
a me nel campo d' amore fu non picciolo avversàrio , ma in 
quel de la verità poteva esser meco d' accordo : nondimeno 
facemmo insieme lunga contesa; egli con arme incognite, da 
le quali io pera ventura, come poco esperio, non sapeva ben 
difendermi ; io con quelle che m' erano prestate dal signor 
Antonio Montecatino, valorosissimo tra i peripatetici e tra i 
platonici filosofanti, perchè sue erano le conclusioni, per la 
maggior parte; ed io, da lui ammaestrato, volsi difenderle. Ma 
ebbi brevissimo spazio d' apparecchiarmi a la difesa, e fu da 
me conceduto lunghissimo a chi voleva oppugnarmi, acquali 
non tenni occulta alcuna de le mie ragioni ; ma da loro fui as-» 
salito quasi a l'improviso. Laonde non farebbe maraviglia, eh' 
a giudicio de la mia donna medesima, io ne riportassi il peg- 

Tasso. Dialoghi 3. 24 



278 IL CATANEO, 

gio. Ma io vorrei cbe le mie ragioni fossero considerate con 
animo quieto, e senza lo strepito e l'applauso di quello 
quasi teatro di donne e di cavalieri: però^ non mi conten- 
tando de la viva voce, o del parlare, nel quale, per Timpedi- 
mento de la lingua, fui poco favorito da la natura, pensai di 
scriver la mia opinione. 

P. S. Voi ne le conclusioni platoniche siete contrario a 
Platone medesimo; avvengachè Platone nel suo dialogo de 
la Bellezza, nel quale introduce Fedro con Socrate a ragio- 
nare in riva de V Ilisso, loda la viva voce, e biasima l'in- 
venzione e r inventore de le lettere con ragioni, s' io non 
sono errato, irrepugnabili. 

D. C. Già io lessi quel che dal Caro, stanco de 1' officio 
suo, fu scritto in questo argomento, nel quale egli esercitò 
le forze del suo maraviglioso ingegno: ma volentieri intende- 
rei le ragioni di Platone. 

P. S. Disse Platone, o Socrate più tosto, eh* essendo 
Tamo re de V Egitto in una grandissima ed ampissima città, 
che i Greci e gli Egizii similmente chiamano Tebe, sotto la 
protezione del dio Ammone, venne a trovarlo un demone 
nominato Theut, a cui fu consecrato T uccello Ibi; e questi gli 
dimostrò l' arti da lui ritrovate, perchè dal re fossero a' po- 
poli de l' Egitto distribuite. Furono l'arti, ch'egli ritrovò, 
quella del numerare e del far conto, la geometria, l'astro- 
logia, il giuoco de' dadi, e le lettere. Ma essendo Theut doman- 
dato dal re de l'utilità di ciascuna, gli mostrava partitamente 
a che fossero buone e giovevoli : ed il re, a V incontro, lodava 
0. biasima va le cose da lui dette, come più gli pareva conve- 
niente. Laonde, in ciascuna de V arti ritrovate, molte cose 
furono dette da l' una parte e da V altra : ma discendendo a 
ragionar de le lettere , disse il demonio Theut. e Questa disci- 
j» plina, re, farà gli Egizii più savi e più pronti di memoria; 
» però che l' invenzione de le lettere * è un rimedio de la me- 
» moria e de la sapienza. » Ma il re' rispose, e artificiosis- 

> Simo Theut, altri è atto a fare gli artiflcii, altri a giudicarne : 
» ma tu, nuovo padre de le lettere, per soverchia benevo- 

> lenza X' inganni nel dame giudizio ; perciochè l' uso de le 

* Manca de le lettere all' edisiooe del Poppa. 



VERO DE LE CONCLUSIONI. 279 

> lettere, per la negligenza che ciascuno userà ne l'imparare 
^ a mente, genererà più tosto oblivione cbe memoria ne 
» r animo ; il quala confidandosi in questo segno o artificio 
» esteriore, non rivolgerà fra se medesimo le cose che sono 
]» dentro di lui. Laonde, non hai trovato un rimedio per la 
» memoria, ma per T oblivione, ed insegni più tosto a' tuoi 
y> discepoli l'opinione de la sapienza, che la sapienza mede- 

> sima : perchè avendo letto molte cose senza V aiuto del 
» maestro, parranno dotti a gli uomini volgari, quantunque 
^ non siano; e saranno oltre a ciò molesti, sì come coloro che 
» non fieno sapienti, ma presuntuosi per T opinione de la 

> sapienza. £ da questa arroganza nascerà un disprezzo de' 
1^ maestri ne gli uomini moderni , a* quali sarà molesto ascol- 
» targli ; là dove a gli antichi non era grave, per saper la 

> verità, ascoltar le quercie che ragionavano e predicevano i 

> fati e le venture de' miseri mortali. Sciocco, adunque, è 
» ciascuno, il quale porti opinione d'aver ferma scienza per 
» arte scritta, e raccomandata a le lettere. Oltre a ciò, per auto- 
» rità di Socrate medesimo, le lettere sono simili a le pitture, 

> le quali essendo addomandate, nulla rispondono; e dove 
» sia chi le biasimi, non sanno difendersi; ma hanno biso- 

> gno de 1* aiuto del padre che le difenda , perchè da se 
» stesse non possono far contrasto a l'avversario; non distin- 
» guono i tempi, i luoghi e le persone, ma sempre dicono a 
» tutti le medesime cose: là dove il parlare s'accommoda a le 
y^ occasioni ed a gli uomini co' quali si ragiona, e quasi le- 
» gitimo fratello de ie lettere, è di loro molto migliore e 

> più possente, e può dare aiuto a se stesso, ed intende ap- 
» presso chi parla, e quando sia tempo da parlare e da ta- 
» cere. Però il parlare di chi sa, è vivo ed animato: ma le 
^ lettere sono a guisa d' un simulacro muto e sordo, e privo 
ì> d' ogni sentimento. Diceva ancora Socrate, che l'uomo dotto 

> non dovreb.be esser men savio de l'agricoltore, il quale 
» non isparge que'semi che gli son carissimi, e da' quali 

> aspetta preziosissimi frutti ne gli orti d'Adone, per co- 

> glieme fiori caduchi, la cui bellezza dura a pena otto gior- 
» ni ; se mai è sohto di ciò fare, ha risguardo ad alcuna 

> solenne festa: per altro semina in campi fecondissimi, da' 



280 IL CATANEO, 

» quali ne lo spazio d*otto mesi possa raccoglier i suoi 
» frutti. Similmente V uomo che abbia la scienza de le cose 

> giuste e de V ingiuste, non dee seminar con la penna i suoi 
» concetti ne l'acqua negra, non potendo dar loro aiuto con- 

> tra il gielo o la tempesta, né raccoglierne a bastanza la 

> verità ; ma dee sparger più tosto i semi de la sua dottrina 

> ne gli animi gentili de' ben disposti ascoltatori, i quali con- 

> tro l'oblivione de la sopravegnente vecchiezza faranno 

> quasi preziosa conserva di preziosissimi e nobilissimi te- 
» sori. » Questa, o signor Danese, è l'opinione del re d'Egitto, 
anzi di Socrate medesimo, il quale nulla scrisse, ma molto 
ragionò, e con molti ; e ne l'animo di Platone e di Senofonte 
e de gli altri seminò quella do' trina, la quale nudrisce ancora 
i nobilissimi intelletti di Grecia, e d'Italia, e di tutta l'Europa. 

T. T. Tuttavolta, se Platone o Senofonte non avessero 
scritta la loro opinione, noi, quasi digiuni e famelici del cibo 
intellettuale, saremmo privi del debito nutrimento. Fu dùn- 
que il parlar di Socrate necessario in quel secolo , non pur 
utile ; ma più necessario lo scriver di Platone o di Seno- 
fonte, perchè la voce ha sempre bisogno de la scrittura, ma 
la scrittura basta a se medesima senza 'la voce : la voce è 
mobile imagine del concetto, le lettere sono quasi statue 
e simulacri saldissimi. Laonde, io assomiglierei la voce ad 
un vento che non lasci alcun vestigio; o ad una nuvola che, 
portata da' venti, tosto sparisca; o pure, ad una velocissima 
nave in alto mare : ma le scritture sono a guisa d' àncora , 
che possa fermarla ; e chi edifica con leT parole senza lettere, 
fa un edificio ruinoso ne l'arena : ma sovra le lettere si edifica 
quasi in saldissima pietra. Oltre a ciò, la voce afferma e niega, 
e spesse volte è contraria a se stessa, e commossa per timore 
e per amore, e per odio, e per misericordia , e da tutte le 
passioni è agitata: ma le lettere, che soglion essere scritte 
con animo quieto e vacuo da le perturbazioni, dimostrano 
non r animosità , ma la verità ; e sempre sono conformi a se 
medesime: quel eh' affermarono una volta, affermano conti- 
nuamente, ed usano nel negare la medesima costanza, fanno 
presenti i lontani, e quasi vivi i morti, e questa vmce ogni 
altra maraviglia. Incerte, leggieri^ vane^ discordi, tumul- 



VERO DE LE CONCLUSIONI. 281 

tuose, agitate sono le parole; certe, gravi, stabili, concordi 
a se medesime, e vacue d* ogni perturbazione le scritture : 
amiche de T opinione, de lo strepito e de l'applauso del volgo 
sono le parole, e co '1 favore e quasi con V aura popolare sono 
portate in alto, e poi caggiono a guisa di foglie levate dal 
vento, pure di miniata polvere sovra i capi jb sovra le co- 
rone ancora de gli altissimi re ; ma spesso' da le bocche de 
gli uomini plebei, quasi da piedi, sono calpestate ; ma le let- 
tere amano la sapienza, la quiete, la solitudine, e quel dot- 
tissimo silenzio, il quale supera tutte V arguzie e 1 sofismi 
de' quistionanti. E s' io parlassi d' altra parola cbe di quella 
di Dio , affermerei senza dubbio, cbe tutte le parole sono tran- 
sitorie; ma le lettere sono quasi eteme, e possono far eterna 
la memoria e la gloria de' mortali : nondimeno, ne le sacre 
lettere il Figliuolo di Dio è chiamato non solamente Verbo, ma 
imagine e carattere del Padre. Per mio avviso, dunque, il 
primo onore si dee a le lettere; il secondo, a le parole umane. 
Però de le cose, de le quali io parlai, scriverei più volen- 
tieri, amando meglio d' aver per giudice de la mia opinione il 
consenso de' letterati e la posterità di tutti i secoli, eh' un 
mirabii teatro di belle donne e di cortesi cavalieri, a' quali 
mal può sodisfare un uomo impedito di lingua, debole di 
memoria, e d' ingegno tardo anzi che no. Ma voi, signor Paolo^ 
che siete toscano, ed eloquentissimo fra' Toscani, m'avete 
colto la seconda volta in questo quasi arringo del ragionare. 

D. C. Io mi rallegro d' aver data occasione a' vostri ra* 
gionamenti, e non vorrei tra voi cosi tosto alcuna concordia. 

T. T. Saremo adunque discordi per non discordar dal 
vostro desiderio: ma di qual cosa, signor Paolo, dobbiam di 
nuovo contendere o quistionare ? 

P. S. Fra le vostre conclusioni , alcune, in quel tempo che 
le sosteneste, furono lasciate quasi non tocche; etra queste, 
quella in cui si contiene la diffinizione d' Amore : a Amore 
> esser desiderio d'unione, per compiacimento dì bellezza. ]i> ^ 

T. T. A questa non fu opposta cosa alcuna che mi sov- 
v^[iga, perchè la diffinizione fu data dal signor Montecatino 
In alcuni trattati d' amore , a la cui autorità tutti cedevano. 

^ È la conclasione Vili. 

Ì4- 



282 IL GÀTANEO, 

Laonde, poteva bastare in vece di fondamento e di prova e 
di risposta a ciascuno: e se io l'avessi difesa, l'avrei difesa 
come opinione d' altrui, e con le ragioni da gli altri apparate: 
ma la mia propria opinione è peraventura diversa. 

D, C. Altro dunque credete, altro v' otferiste di soste- 
nere ; ma non vi sia grave di manifestarci anccnra la vostra 
opinione. 

T. T. Io credo (die non ogni amore sia desiderio d' 
unione: o se pur tutti gli amori sono desideri d'unione, non 
sono causa d' unione, ma alcuni di separazione più tosto. Ed 
in questa credenza m' indusse V autorità di Dionigi Areopa- 
gita, il quale nel libro de^omi divini, ove egli tratta d'Amore, 
chiama l' amor corporeo dividuo o diviso ; perciochè ^li non 
è vero amore , ma imagine del vero amore, a la quale 
s'appigliano coloro che son caduti dal vero amore, quasi da 
uu altissimo precipizio : e per sua opinione, de l' amor di- 
vino è solamente propria la congiunzione e l' unità, la quale 
da la moltitudine non può esser ricevuta. Direi dunque, che 
se l'amore sensuale è desiderio di unione, è desiderio di cosa 
impossibile, e per conseguente vanissimo desiderio: e facendo 
due amori , V uno de le cose divine ed intelligibili, l' altro 
de le sensibili ed umane; quel direi che fosse cagione di 
unità , non solamente d' unione ; questi, di separazione e di 
moltitudine, più tosto. 

P. S. Dunque quegli amanti, de' quali avete letto in Lu- 
crezio, non vi paiono uniti ? o potete trovar congiunzione o 
vero unione più stretta e più tenace di quella ? 

T. T, L' unione de' corpi non è veramente unione', né 
stretta unione; ma quella de gli animi , la quale è solamente 
vera unione. Ma questa fu sentenza de' teologi, perchè alcuni 
filosoQ portarono peraventura opinione diversa da questa: 
e si l^ge ne gli ammaestramenti del matrimonio , scritti da 
Plutarco, che si come de' corpi, alcuni sono di cose disgiunte 
e separate, quale è l' armata e V esercito; altri di cose con- 
giunte, come la casa, ne la quale la pietra a la pietra, ed il 
legno al legno è tenacemente congiunto; altri corpi sono uniti, 
e quasi nati insieme (e di ciò potremmo addurre per esempio 
le membra dì ciascun animale): cosi ancora ne gli ablnraecia- 



VERO DE LE CONCLUSIONI. . 283 

menti de gli amanti^ V amore è di persone unite ^ e quasi 
nate insieme; nel matrimonio, e ne' congiungimenti ue'quali 
si ricerca la procreazione de' figliuoli , si congiungono le per- 
sone congiunte: ma coloro, che hanno solamente per fine il 
diletto, son. fatti di disgiunti, i quali possiono più tosto abi- 
tare che viver insieme. In tutti questi modi nondimeno si 
desidera 1' unione, ma non si può far perfettamente. 

D, C. Qual similitudine, o diversità d' opinione fra Dio- 
nigi e Plutarco raccogliete voi da queste parole ? 

r. T. Grandissima, s'io non sono errato; perchè estimò 
Dionigi, che solamente l' amor divino fosse desiderio di vera 
unione, causa d' unione; Plutarco, a l' incontro, mostra di 
creder, che '1 desiderio d'unione sia ne gli uomini carnali, 
e pieni di concupiscibile appetito. Percioch' il desiderio 
d' unione non può esser in quelli che sono uniti dal nasci- 
mento, da poi per accidente, ma in quelli solamente che 
sono disgiunti: avengachè i disgiunti desiderino di ricon- 
giungersi , e i congiunti soglianp desiderare di separarsi : dal 
qual desiderio, tutto che sia naturale, procede la morte e la 
dissoluzione de le cose composte da la natura; e quinci av- 
viene, ch'ogni materia è cupida di nuova forma, ed ogni 
forma o desidera di separarsi da la materia, o almeno dar 
perfezione a men ignobile soggetto. Laonde, non mi par ve- 
risimile che r anima di quel Grillo descritto da Plutarco, non 
desiderasse altro corpo maggiore, e non avesse preso volen- 
tieri , per esser purgato da' venefìcii di Circe, tutte le medi- 
cine di acqua di fuoco, con le quali gli spiriti sono purgati. 
Ma pera ventura quelli che furono già uniti, secondo la favola 
d' Aristofane, desiderano di ricongiungersi. Però si legge in 
alcun de' nostri, che poetò a guisa di gentile : 

Però che noi non siamo cosa integra , 
Né 'voi; ma è ciascun del tutto il mezzo: 
Amore è'poscia quel che ne riniegra, 
E ne congiunge, come parte al mezzo. 

E quantunque la favola sia profana, e d'uomo licenzioso e 
lascivo anzi che no; tuttavolta, chi volesse illustrarla e co '1 
lume de le Scritture e con V esempio de' nostri primi parenti, 
non errerebbe di soverchio. 



284 . IL CATANEO, 

D, C. Non confondiamo, vi prego, le cose sacre con le 
profane, perch' io schiverei questo difetto non solamente 
ne' poeti e ne gli istorici , ma ne V opere ancora de' pittori e 
de gli scultori : e però non potei mai esser persuaso eh' io 
volessi dar per sostegno a la sepoltura di quel signore mio 
amico un Marte ed una Minerva. 

T. T. Gonsideriam dunque, se vi piace, l'istorie de* gen- 
tili, e particolarmente de' Greci e de' Romani, ne le quali si 
legge che i matrimoni fra le diverse nazioni sono stati assai 
volte cagione di pace e d' amicizia e di congiunzione, come 
prima avvenne fra i Latini e i Troiani per lo matrimonio di 
Lavinia maritata ad Enea : poi fra i medesimi Romani e i 
Sabini , le cui figliuole e le sorelle rapite da' Romani diven- 
nero loro spose legittime, e posero fine a la guerra ed a le 
discordie. Altre volte furono causa ed origine de le guerre* 
e de le discordie : però l' Europa da Y Asia non fu tanto se- 
parata da quel breve spazio di mare eh' è detto Ellesponto^ 
quanto per V odio che nacque per la rapina de le donne ne 
r una parte e ne 1' altra, come si legge nel primo libro di 
Erodoto. Avengachè da quelli di Greti fu prima rapita a gli 
Asiatici Europa, che diede il nome a la più nobil parte del 
mondo : ed Io fu poi rubata da gli abitatori de l' Egitto; a la 
quale, tutto che fosse greca di nazione, furon dirizzati altari 
e tempi in una nobilissima ed assai temuta parte de la terra. 
Elena fu a l'incontro presa per forza a gli Asiatici, e da quel 
rapto derivò la divisione de gli animi , assai maggiore che 
quella de' continenti; e ne derivarono similmente, quasi da 
alto e fatai principio, l' espugnazioni, gì' incendi e le mine 
de le città, e le distruzioni de gl'imperi e de' regni, e le morti, 
e le peregrinazioni, e gli esilìi ' de' principi e de gli eroi, e 
d' infinita moltitudine di gente. L' amor dunque corporeo , 
come fu quello il quale costrinse gii uomini d'Asia, e di que- 
sta regione da noi abitata , al rapto d'Europa e d' Io e d'Eie- 
na, è causa di grandissima separazione. E quantunque ne gli 
amori e ne' matrimoni di Lavinia e de le Sabine appaia il 
contrario, tuttavolta non è vera e propria unione quella, la 
quale non sia unione de gli animi : laonde^ se '1 matrimonio 

^ La stampa Poppa , euilL 



VERO DE LE CONCLUSIONI. 285 

fosse union de' corpi solamente^ com'è quel de le fiere^ le 
quali sogliono aver comuni ì pascoli, e V altre maniere di nu- 
drimento^ l'ovile^ il nido^ i Ogliuoli e i pericoli de la caccia, 
non sarebbe vera unione o vero matrimonio ; perchè l'amor 
ferino e bestiale non partecipa di quella divinità, la quale è 
solamente capace di vera unione. Ma perchè ricerchiamo ne 
le cose esteriori quella concordia o quella discordia che suole 
esser cagionata da l' amor sensuale, potendola ciascuno ritro- 
var dentro a se medesimo? Per mio parere, quel cinto, che 
da' Latini è detto septum transrersum , e da' Greci dia- 
phragma, non tanto separa la parte concupiscibile da l'ira- 
scibile, pure da la ragionevole, che non sia assai maggiore 
la disunione che suol esser effetto de V amor sensuale , per- 
chè egli è cagione del tumulto e de la sedizione e de la di- 
scordia, e quasi dola guerra de l'anima ribellante; ne la 
quale una virtù è nemica de l'altra, ed una potenza par cen- 
tra l'altra congiurata, non pure a morte e distruzione de'sog- 
getti, ma de la ragione medesima. L' appetito concupiscibile 
combatte con l'animoso, e 1' uno e l' altro contende con la 
ragione, e niega di prestarle ubidienza. Mille altre passioni, 
a guisa d' onde marittime, sono sollevate ; l' imaginazione è 
perturbata; i fantasmi, a guisa di larve notturne, si appresen- 
tano con sembianza orribile e spaventosa ; i tesori de la me- 
moria sono depredati; e l'imagni guaste e gittate per terra 
come le statue e i simulacri d'una città tumultuosa; la reina 
medesima, ed imperatrice de l'animo, o è precipitata dal suo 
seggio, è costretta a patteggiar con la morte, ed a conce- 
der al senso, già lusinghiero, ora tiranno, gran parte de la 
signoria. In questa guisa l' amore sensuale suol divider l'ani- 
mo, anzi lacerarlo. Laonde, nìun Atteone fu mai cosi da'cani 
sbranato, e niun Mezio da la quadriga, come l'anima da le 
sue cupidità, e da' suoi innamorati pensieri; né solamente per 
l'amore sensuale in se stessa e da se stessa è divisa, ma è 
separata da Dio: la qual separazione è la morte de l'anima. 
D. C. Voi avete corso questo arringo senza contrasto, 
perchè non è qui alcun di noi che ardisca di contradire a 
l'opinione de l'Àreopagita : però, se volete^ esser sicuro 

' La stampa Poppa , sé non volete. 



t^Q IL CATANEO, 

da ogtd contesa, non cercate di ripararvi sotto la saa prote- 
zione, ma procurate altra difesa, e da altre ragioni; da le 
filosoflche, dico; contro le quali il signor Paolo addurrà le sue, 
quelle d' altro filosofante. 

T. T. Di qual conclusione volete die facciamo tra noi 
questione: di questa, o d'altra? 

P. S. Di quella più tosto, che nel numero è duodecima, 
se bene mi sovviene, con la quale affermate che l'odio non 
è contrario a l'amore, ma seguace; contro la quale in questa 
guisa argomento. I contràri sono quelli che vicendevolmente 
si distruggono. L'odio distrugge l'amore, ed a l'incontro 
da l'amore è distrutto; dunque, l'odio e l'amore, sono con- 
trari. 

T. T. Nego, che mai l' odio distrugga l' amore. 

P. S. Questa minore proposizione peraventura non ha 
bisogno di prova, perchè a tutti è noto per l'istorie e per le 
favole de' poeti, che spesso è succeduto odio grandissimo in 
luogo di grandissimo amore. Sia per esempio l'amor di Fedra 
portato al figliastro, e quello di Medea verso lasone; l'uno 
e r altro de' quali in fiero e terribile odio si trasmutò. E 
l'amor de' fratelli, come fu quello fra Atreo e Tieste , e fra 
Eteocle e Polinice, similmente si converti in odio: e de l'amore 
che nasce fra gli amici, è avvenuto tante volte il somigliante, 
eh' è peraventura soverchio il ricercarne esempi. 

T. T. L' amore, o si considera ne' particolari o in uni- 
versale: ne gli amori particolari suole avvenire quel che voi 
dite, perchè 1' amore de la cupidità, o quel de l' amicizia 
assai volte suol cedere a l' odio sopra vegnente : ma conside- 
randosi r amore in universale, non può esser mai estinto o 
discacciato dal proprio soggetto; perchè non è alcuna cosa, 
fra tutte quelle che sono, la quale affatto sia priva d'amore; 
anzi spesso l'un amore succede a V altro, come a l'amor del 
piacere suol succedere quel de l'utile o de l'onesto, ed a 
quel de l' onesto, la cupidigia del diletto o de l' avere. Ma 
dove tutti gli amori desser luogo a l* odio, o a l'ira, o a lo 
sdegno, o ad altra passione, almeno in ogni soggetto si ritrova 
sempre l'amor di se stesso: però fu scritto dal famoso filo- 
sofo, che amore era passione, o proprietà de V ente; e se vi 



VERO DE LE CONCLUSIONI. 287 

sovviene di quei versi del vostro poeta Dante, i quali si leg- 
gono nel canto decimoseltimo del Purgatorio, conoscerete la 
mia opinione non esser falsa. I versi son questi. 

Né Creator, né creatura mai, 
Cominciò ei, figliuoi, fu senza amore, 
naturale o d' animo, e tu M sai. 

Perchè se l' amore è nel Creatore, ed in tutte le creature, è 
necessariamente in tutti gli enti. 

P. S. Né il fuoco è distrutto ne la sua sfera, né V acqua 
nel suo elemento; ma l'uno e l'altro è eterno: nondimeno 
sono contrari, perché una parte de l'acqua distrugge una 
parte del fuoco , e suol a l' incontro ricever la morte da lui. 
In questo medesimo modo l' amore particolare é distrutto da 
r odio particolare, e per questa ragione é contrario. 

r. r. Voi presupponete quel che fra molli è dubbioso; 
cioè, che '1 fuoco non debba distrugger tutti gli altri elementi. 
Ma io risponderei, che '1 fuoco può consumare per sua natura 
tutta r acqua, e la consumerà quando che sia, come fu opi- 
nione di Eraclito: e se pur non la consumerà, ciò avverrà 
non per natura de' contrari, de' quali l' uno sarebbe affatto 
vincitore, e V altro distrutto e ridotto in nulla; ma per vo- 
lontà di Dìo, com' estimò Platone; il quale avendo composto 
questo mondo soggetto a la morte ed a la corruzione, si come 
quello ch'é mescolato di contrari, volle nondimeno, ch'egli 
non avesse mai fine: laonde é corruttibile per natura, eterno 
per la benignità del suo fattore, che rerpetuamente il conserva. 
Così rispondo a la vostra opposizione, o con l'autorità di Pla- 
tone, la quale per lo più ho seguita in questa conclusione, e 
non è di minore stima di quella di Aristotile medesimo; o 
pure con quella d'Eraclito, conforme (se non m'inganno) a 
la sentenza de' nostri teologi, i quali non concedono a gli ele- 
menti al mondo l' eternità. 

P. S. Io non m' acqueto gran fatto ne le vostre risposte; 
ma per non parer troppo importuno in un argomento mede- 
simo, replicherò in questo altro modo, argomentando pur 
da la diffinizione de' contrari. I contrari son quelli, che sono 
grandissimamente opposti : ma V amore e l' odio sono cosi fatti : 
dunque, l' amore e Y odio son contrari. 



288 IL CATÀNEO, 

T. T. Niego che T amore e l'odio sian grandissimamente 
opposti : perchè questa opposizione si dee considerare, o in 
un genere medesimo, o in due generi diversi, o dir che 
r amore e V odio sian contrari, come due contrari generi. In 
niun di questi tre modi l' amore e l' odio sono contrari E 
prima, non è i' amore a V odio grandissimamente opposto in 
un istesso genere ; perchè l'amore non è contenuto in un sol 
genere: anzi essendo, come disse il Maestro di color che 
sanno, ^ passione e proprietà di quel eh' è, passa per tutti i 
generi, e non patisce d' esser rinchiuso in alcuno. Per Tistessa 
cagione non è contrario 1.' amore a V odio , come sian grandis- 
simamente opposti in due generi diversi ; per la medesima 
non si posson dir contrari, perchè sian due generi contrari, 
r uno de V amore, V altro de V odio. Dunque, la contrarietà 
non è , né può trovarsi propriamente fra V odio e Y amore; 
perchè la contrarietà conviene a quelle nature che possono 
essere ridotte in alcun ordine de le cose. Ma l'amore non istà 
ne gli ordini, ma tutti gli trapassa e gli trascende; in quella 
stessa guisa che suol fare l'ente, di cui è passione, perciò- 
che a tutti è noto che Tente non è in alcun predicamento. 

P. S. Io non intesi dir giamai che l' amore fosse uno 
de' trascendenti, come 1' ente, e '1 hene, e gli altri di cui si 



T. T. Amore non trascende per se stesso l'^^ordinanze o i 
predica menti, che vogliam dir più tosto; ma insieme co 'l bene 
con quel eh' è, è solito di trapassargli, e di scorrer per tutti, 
non lasciando vacua alcuna parte di sé. Ma la contrarietà che 
si trova in quelle cose che sono determinate e circonscritte, 
non si ritrova in amore. Gonchiudiamò dunque, eh' amore sia 
interminato, smoderato, smisurato, mflnito, e che perciò 
non abbia contrari : e se voi non rimanete pago a questa rispo- 
sta, io n'addurrò un'altra, eh' è di Plotino e dì Marsilio suo 
interprete. Tutte le cose accidentali si riducono ad alcune so- 
stanziali con una debita proporzione e convenienza. Laonde è 
necessario, che gli amori, i quali sono affetti e passioni venuti 
altronde ne gli animi, sian ridotti a queil' amore che nasce 
ne la sua sostanza con maravigliosa veemenza : e questo amore 

* Dante, In/emé, e. IV , 131. 



VERO DE LE CONCLUSIONI. 289 

almeDO^ il quale è ne l'essenza de ranìma a guisa d'atto^ 
non ha contrario; perchè a la sostanza ninna cosa è contraria: 
tuttoché gli altri amori, che sono passioni mobili ed acciden- 
tali de gli animi nostri, possano aver contrarietà. Diciamo, 
adunque, con gl'istessi autori, che tale sia l'amore per ri- 
spetto de rodio, quale è il bene opposto al male, o la forma 
che s' oppone a la privazione : laonde, sé quel che è, o '1 bene, 
non ha propriamente contrario, non può averlo l'amore. Non 
si può esprimer con la lingua, né pur co '1 pensiero imaginare, 
quanto sian poderose le forze d' amore; quanto la sua potenza 
e la veemenza superi quella di ciascun altro: e per poco non 
può intenderlo il medesimo intelletto, eh' intende tutte l' al- 
tre cose che sono più malagevoli ad esser comprese; laonde 
non si trova contrarietà a l' infinita potenza d' amore. Non è, 
dunque, l'odio contrario a l' amore, sì come colui che a le 
maravigliose forze d' amore non può far resistenza, non con- 
trasto; che si dissolve al suo fuoco, che si dilegua al suo lume^ 
e che sparisce incontanente a V apparir del suo divmo spirito: 
ma r odio è seguace d' amore, cioè effetto ; perchè da l'amore 
de le virtù nasce l' odio de' vizi, e da l'amore che ciascun 
porta a se stessa, son cagionati gli odii, co' quali sono odiate 
l' altre cose che possono impedir e ritardare la sua felicità. 
In quella guisa, dunque, chel' ombra nasce da la luce, per 
interposizione del corpo opaco , 1* odio procede da l' amore , 
là dove qualche impedimento si fraponga fra l'amore e 
r obbietto eh' è desiderato : e questo amore, il quale, per opi- 
nione di Plotino, è atto de l' anima cbe desidera il bene, è 
non solamente ne l' essenza sua, ma quasi l'essenza sua, e la 
sostanza medesima; laonde è forma, è vita de V anima : e si 
come egli nasce innanzi a tutti gli altri amori, cosi *è nato 
avanti a tutti gli odii; laonde è primo per età e per natura e 
per dignità, è più temuto per potenza, è più riguardevole 
per maestà. Non è, dunque , l'odio C/ontrario a l' amore; anzi, 
U far due contrari e quasi due principii de l'amore e de l'odio, 
è eresia simile a quella di coloro che introducevano due prin- 
cipii del bene e del male, e due quasi fattori de le cose. 

D. C, Assai bene mi pare che abbiate difesa la vostra 
opinione, la quale io prima stimava malagevole da sostenere. 

Tasso. Dialoghi, -^Z, 2ò 



290 IL CATANEO^ 

7. 7. Mia Do^ ma de' platonici, da' quali io in aleone 
cose non soglio discordare. Ma queste conclusioni furono pro- 
poste da scherzo, anzi che no, e quasi per im esercizio d' 
amore , il quale è (come dicono) eccitatore de gli addormen- 
tati ingegni. Ma io per altro sono usato più tosto di seguir la 
dottrina de' peripatetici; e filosofando per ritrovar la yerìtà, 
in quel modo eh* a filosofo è conveniente^ non ardisco di 
partirmi da l' autorità d' Aristotile e de' suoi seguaci: e quan- 
tunque assai spesso, da non usato piacer preso, mi vada avvol- 
gendo ne le cose scrìtte da Platone, e quasi per le sue vesti- 
gia medesime ; nondimeno ciò m' avviene più tosto per 
vaghezza de Teloqu^iza che per amor de la sapienza. 

D. C. Se difendete così bene l'opinioni non vostre, il 
contrastar con esso voi de le vostre medesime niente mon- 
terebbe. Ma ditemi, vi prego, se fra tante Conclusioni ve ne 
sia alcuna, ne la quale parliate o scrìviate a vostro senno, o 
pure in tutte contro il vostro piacer medesimo avete voluto 
quistionare. 

T. T. Io, sì come colui eh' aveva alcune volte sentito 
le pungenti sollecitudini d' amore, avrei manifestata e difesa 
la mia opinione, se mi fosse stato conceduto; ma avveden- 
domi di non poter ragionare in grado, seguii l' altrui autori- 
tà. Nondimeno in alcune poche cose scrìssi quel che mi pa- 
reva, ed in quelle volti esser peripatetico anzi che no; sì 
veramente , eh' io potessi accordar insieme Platone con 
Aristotile, i quali sono alcuna volta concordi, ma le più 
volte contrari, ma più nel suono de le parole, che ne la 
verità de la sentenza. 

D. C. Manifestateci, adunque, la vostra opinione, poiché 
questa 'sarà impugnata dal signor Paolo. 

P. S. Non da me, ma più tosto da gli altrì, i quali non 
ricuseranno dì far prova del proprio ingegno e de la propria 
scienza. 

r. r. Non vogliate far di me nuova esperienza, né pro- 
curar eh' io sia quasi un segno a le saette de la dialettica 
faretra, le quali il signor Samminiato sa adoperare. 

D. C. Non potrete partirvi senza manifestarci il vostro 
parere. 



VERO DE LE CONCLUSIONI. 291 

T. T. Dunque, poiché per timor di violenza debbo 
più tosto far prova de la debolezza del mio ingegno , non vi 
negherò d' avere scritta la mia propria opinione in quella 
conclusione: « Amore non presupporre l'elezione, né però 
» seguire che si conceda il destino ; ma presupporre necessa- 
» riamente similitudine fra V amante e V amata. » ^ 

D. C. Ecco il segno de gli acuti sillogismi : in questo , 
signor Paolo, dimostrate V artificio del saettare. 

P. S. Il mio parere e '1 dubbio manifesterò più tosto che 
r artificio del quistionare, del quale son privo, e parlo anzi 
per natura che per dialettico ammaestramento. Mi parve 
nondimeno sempre vera ed indubitata quella proposizione : 
Che di ciascuna cosa s' affermi o si nieghi necessariamente la 
verità, e che ne la contradizione non vi sia alcun mezzo , 
come volle Pittagora. Dico adunque, eh' ogni amore è coh 
elezione o senza elezione, e che l'amore del quale voi parla- 
te, conviene che sia ne V un modo o ne V altro. 

T. T. Questo vi fia da me conceduto di leggieri: consen- 
to, dunque, eh' egli si faccia senza elezione. 

P. S. Ma non essendo per elezione , sarà per destino ; 
anzi, quantunque fosse per elezione, sarebbe per destino, per- 
ch' il destino vi sforzerebbe ad eleggere. 

T. T. Dì questo argomento, che ha quasi due parti e quasi 
due coma, lasciam V una, se vi pare, e non vogliate ferirmi 
con ambedue in un medesimo tempo; ma prima con V uno e 
poi con r altro, se cosi v* aggrada. 

P. S, Questo cercherò prima di provare; che non essen- 
do per elezione, è per destino. 

T. T. Nego quel che seguita. 

P. S. Il provo in questa guisa. Tutte le operazioni , o le 
passioni de l' animo nostro sono o per elezione o per desti- 
no, per fortuna ed a caso; ma quel che si fa a caso, è per 
accidente, e si dee ridurre a qualche causa per sè^ come voi 
dicevate pur dianzi. Laonde, o si dee ridurre a l' elezione , o 
al destino: ma riducendosi al destino o a l'elezione, abbiamo 
r intendimento nostro; né potrebbe esser in altro modo. 

T. T, Di questo argomento negherei la maggior proposi- 

• È la XVIII. 



292 IL CATANEO, 

zìone : Che }utte le cose fatte da noi^ si facciano per elezio- 
ne^ per destino, o per fortuna. 

P. S. A la proposizione non mancano prove; perciochè 
tutto quel che da noi si fa, ha causa interiore o esteriore: 
interior cagione è l'elezione; esteriore, la fortuna et il destino. 

T. T. Per mio avviso ne V annoverar le cagioni intrin- 
seche de le nostre operazioni siete difettuoso , anzi che no ; 
perchè non la sola elezione è causa intrinseca de le nostre 
azioni de le passioni^ ma la natura o V arte, o V abito e 
la volontà : e molte cose sono volontarie, che non sono per 
elezione; fra le quali, a mio giudicio, è V amore; perciochè 
r elezione presuppone necessariamente la deliberazione fatta 
con determinato consigUo. Laonde ella è un desiderio con- 
sigliato , desiderio congiunto con qualche consigho. Ne la 
«rolontà o ne V azioni volontarie non è necessaria la deli- 
berazione il consiglio, e possono esser fatte senza Funa e 
senza l'altro, e quasi a l'improviso; come si legge in 
quel verso : 

Ut vidi, ut perii, ut me malus abstulit error. 

Anzi, se l' incontinente ama, non ama con elezione , ma con 
volontà ; però di lui si legge : 

Io veggio il meglio, ed al peggior m* appiglio. 

£ r appigliarsi al peggio, non è possibile che ne l'inconti- 
nente sia effetto d'elezione; perchè l'incontinente non eleg- 
ge , come e' insegna Aristotile ne' suoi libri de' Costumi : ma 
nondimeno l'incontinente opera volontariamente, non a forza 
per violenza. Dunque, la divisione non è bastevole , eh' 
ogni amore sia o per elezione o per destino ; potendo esser 
per volontà, ed in questa guisa né per elezione, né per de- 
stino. E s'io non volessi usurparmi la parte d'attore, la- 
sciando quella di reo, proverei con altre ragioni la medesi- 
ma opinione. 

D, C. S' io fossi giudice de le vostre contese, vi con- 
cederei non solamente il riprovare, ma il provare : or pro- 
vate a me la vostra opinione, se non volete provarla al 
signor Paolo. 



VERO DE LE CONCLUSIONI. 293 

T. T. Dirò quel che mi sovviene, per dichiarar questa 
^ conclusione. Aristotile, ne' lihri ad Eudemo , divide tutte le 
passioni e gli affetti , co '1 volontario e con V involontario : 
laonde parlandosi d' amore, come d' affetto o di passione , 
non dovrebbe esser diviso altramente. Oltre a ciò, per auto- 
rità de r istesso Aristotile, la volontà è del fine, e relezione 
è de' mezzi che servono a qualche fine. Dunque, se amore è 
per elezione , non è fine, ma mezzo; e se egli è mezzo, sarà 
mezzo di quel eh' è fine, e non sarà alcuna felicità in amo- 
re; perchè la felicità è fine, o del fine. Ogni amore, dunque, 
sarà non felice; anzi, ogni amore sarà servo e servile; perchè 
servile è tutto ciò che s' adopera per altrui cagione. igno- 
bib'ssimo amore, se non solamente costringi a servire i miseri 
amanti, ma tu medesimo sei servo, e servile è la tua signo- 
ria, e servile l' imperio, nel quale il servo comanda a' servi, 
e i servi dal servo sono signoreggiati. 

D. C. Odi malizia 1 chi non se n' avvedesse, non sareb- 
be fornito di sottile avvedimento. Voi volete condurci, quasi a 
grandissimo inconveniente, a quello che, se non m'Ingan- 
no, è vostro proprio parere; cioè, eh' amore sia servitù e 
miseria. 

T. T. Se libero è colui eh* è in grazia di se stesso, come 
dice Aristotile; servo a l'incontro è quel che si adopera per 
gli altri, in qualunque modo sia adoperato: ma ogni mezzo è 
per gli altri adoperato; dunque, ogni mezzo è servo. Sia, dun- 
que, amore o nostra passione, come piacque ad Aristotile, o 
demone, come volle Platone; ne l'uno e ne l'altro modo è servo, 
si veramente ch'egli sia mezzo. E di questa sentenza io son 
forte contento, s'ella può spogliar amore de gli abiti trionfali, 
e gittarlo dal carro, e condurlo dal trionfo ne la servitù e ne la 
prigionìa di Baia e di Lintemo. Ma quel che per mia opinione non 
è sconvenevole, è nondimeno contro il parere de gli avversari; i 
quali volendo formar un amore felice, il fanno per elezione: 
ma io estimo che sia vero il contrario. Perchè se egli è per ele- 
zione, è mezzo; s' è mezzo, è servo; s' egli è servo, è infe- 
lice: dunque, esser felice, e per elezione, non può in un me- 
desimo tempo. 

P. S. Altri è stato felice ne la servitù; laonde potreb- 

25* 



294 IL GÀTANEO^ 

be amore esser felice ne la servita de la donna amata^ ed 
esser mezzo fra V amante e V amata, ne la quale fosse ripo- 
sto il fine de la nostra beatitudine. 

T. 7. Ed in questa guisa la natura demonica sarebbe 
men nobile de 1* umana; la quale, parlando come platonico 
filosofo, è superiore a V ordine de gli eroi. Ma s'io volessi 
difender questa conclusione come peripatetico, direi con Ales- 
sandro Afrodiseo, eh' il proprio demone .est mos uniuscuius- 
qm. Nondimeno i nostri costumi hanno altro oggetto per fine, 
che '1 piacere d' una donna; e torto si farebbe a la nostra 
felicità, se cacciandola da l'azione o da la contemplazione, 
quasi da proprio seggio , si riponesse ne gli occM o nel seno 
d' una bella e delicata giovane : e quantunque ella sia il pia- 
cere, nel piacere almeno collocata, come piacque adEudos- 
so, ad Epicuro, a Metrodoro, ed a quel Torquato del quale 
io porto il nome; nondimeno ella sarebbe nel piacere d'operar 
virtuosamente, o del contemplar le cose divine ed immortali. 

D. C. Voi siete troppo severo : laotide io credo , che 
amereste la vostra donna ^ s' ella fosse mezzo a qualch' azio- 
ne o a qualche contemplazione da voi disegnata: ma volen- 
dola per mezzo , la vorreste per serva , per queir irrepu- 
gnabile argomento che adduceste pur dianzi, e per conse- 
guente r amereste infelice; ma per mia opinione, non si può 
amarla, e desiderarle infelicità. 

Tu non credevi eh* io loico fossi. < 

T. T. Né serva, né infelice desidero la mia donna, o 
quella a la quale si concede questo nome ; ma amo meglio 
di vederla libera , che d' aver signoria ne la sua volontà, se 
ciò fosse possibile in modo alcuno. Ma s' ella fosse liberatrice 
ancora, potrebbe liberare i miseri amanti da la tirannide 
amorosa e da qual' altra si sia; e sareM)e in ciò somigliante 
a quel divino amore , il quale non è nostra passione , nò 
demone, ma divina sostanza. 

P. S. Io non ra' acqueto ne le vostre risposte ; e pmchè 
la cortesia non ha luo§o, vagliami la ragione in vece d'au- 
torità. Dico, adunque, eh' ogni amore, o sia per lezione oper 

< Dante, inferno, e. XXVII. 



VERO DE LE CONCLUSIONI. 295 

volontà, è per destino : perchè non è alcuna causa inferiore , 
la quale non dipenda, a guisa d' anello ne la catena, da le ca- 
gioni superiori. Ma la nostra volontà, e V elezione similmente, 
essendo cagioni inferiori, deono dipendere da causa supe- 
riore, come è il destino. 

T, T. Le cause inferiori deono dipender da le superiori, 
e forse non da tutte le superiori, ma da alcuna d' esse: ma 
che '1 destino sia causa superiore a la volontà, può esser da 
me rivocato in dubbio: e quantunque ella fosse, non è sola 
c^usa superiore; perchè ve ne son de T altre, da le quali può 
dipender la volontà: e di ciò io sono assai sicuro. 

P.S. Le cose celesti, senza fallo, sono superiori a l'uma- 
ne; ma il destino è un ordine ed una disposizione de' corpi 
celesti: laonde, senza alcun dubbio, è superiore a la nostra 
umana volontà. Oltre a ciò, i secondi motori, per autorità 
d'Aristotile medesimo, non possono operare senza i primi ; ma 
r anima nostra è secondo motore, però non può operar senza 
le stelle, che sono primi motori. Non è ancora ragionevole 
che la materia de* nostri corpi, da' quali nasce la contingenza, 
possa resister a le cause superiori e più possenti, come sono 
le stelle : anzi, se è alcuna contingenza ne le cose terrene e ca- 
duche, quella stessa è legata da la necessità. Laonde è neces- 
sario che sia la materia, quantunque ella sia cagione de gli ef- 
fetti, che possono esser e non essere, avvenire e non avvenire. 

7. T. Ck)n quattro argomenti il signor Paolo impugnala 
mia opinione, e per cortesia non ha voluto con altre machi- 
ne assalirmi, acciò eh' io possa difendermi, sì come colui che 
a guisa de* Traci sa numerare fino a quattro : e per fermo, 
se gli argomenti fossero stati in maggior numero , io me ne 
sarei dimenticato. Ma rispondendo al primo: io dico, eh' i 
corpi celesti sono superiori a' nostri senza dubbio; laonde 
sogliono questi da quelli dipendere, come da causa : ma la 
nostra volontà non è soggetta a' corpi celesti , uè inferiore; 
anzi, ella è tanto più nobile de' cieli, quanto l'anima è più 
nobile de la natura corporea, e per conseguente è superiore, 
e può signoreggiar le stelle. A l'altra ragione, ne la quale 
dicevate ch'i secondi motori non possono operar senza i 
primi > laonde l'anima nostra, essendo secondo motore, con- 



296 IL CATANEO, 

viene che ne Te sue operazioni sia mossa da un motor primo; 
io risponderei in questa guisa : Che l' anima nostra o la no- 
stra mente ^ non è secondo motore in questo nostro corpo e 
ne le umane operazioni ; ma più tosto primo motore^ sì come 
piace ad Alessandro Afrodiseo ne le sue Quistioni. 

P. S. È nondimeno secondo motore in rispetto de' cele- 
sti motori^ senza i quali non si moverebbe. 

T, T, Se r anima fosse secondo motore, non si move- 
rebbe da se stessa; e non movendosi per se medesima, sareb- 
be mortale : ma V anima è immortale; dunque, da se mede- 
. sima si muove; e movendosi da se m^esima, non è secondo 
motore, ma primo. Concedendo, nondimeno, eh' ella sia secon- 
do motore , non è secondo in ordine a' corpi celesti, che sono 
i primi fra' corpi, perchè l' anime non sono sottordinate a'cor- 
pi: non è dunque sottoposta al destino; ma si può dire ch'ella, 
in guisa di secondo motore, sia mossa da T intelligenza e da 
Dio, eh' è il primo motore, il quale nondimeno avendole fatto 
dono del libero arbitrio, l' ha lasciata libera ne' suoi .movi- 
menti. Or se di questa risposta siete pago, risponderò a gli 
altri argomenti in questa guisa: Che sì come i servi posson 
esser inobedienti a' padroni, quando essi son mandati lon- 
tani, e non osservar i comandamenti, e quasi ricalcitrare a 
le voglie del signore; cosi la materia, per la distanza eh' è 
fra i corpi inferiori e i superiori, suol esser contumace e 
rubella in guisa, che la necessità eh* è ne le cose celesti , 
non le fa violenza, né la priva de la sua contingenza; la 
quale non è, come voi dite, legata da la necessità, ma in 
gran parte disciolta. Perchè, quantunque il genere de la 
contingenza sia fermo e costante, come quello che dipende 
necessariamente da alcune cause necessarie, tuttavolta i par- 
ticolari sono instabili ed incostanti, e non sottoposti ad 
alcuna necessità: ma benché la materia dipendesse in qual- 
che modo da' corpi celesti, l'anima nostra, che non è ma- 
teriale, né prodotta dal seno de la materia, non è sogget- 
ta a' corpi celesti, ma libera ne l'operare. Laonde, quantunque 
si concedesse questa compagnia fra la volontà e la necessità, 
nondimeno la necessità non precede, né la volontà segue 
necessariamente, come piacque a gli stoici; ma prima è la 



VERO DE LE CONCLUSIONL 297 

volontà^ e va innanzi a guisa di signora^ seguita da la ne- 
cessità : il che senza dubbio è vero ne la volontà divina ; 
perchè non vuole Iddio quel eh' è necessario ch'egli voglia, 
ma quel che vuole Iddio è necessario in tutti i modi. 

P. S. Fin ora con le ragioni de' filosofi ho voluto provar 
l'opinione de gli astrologi; ma forse mi sarà conceduto di 
far ciò più agevolmente con le ragioni de gli astrologi mede- 
sime, pur con l'une e con l'altre. Dico, adunque, che se son 
veri i sogni, gli augùri, e l'altre predizioni del futuro, è vero 
il destino o il fato , e costante e quasi certa la sua legge : ma 
da le visioni de gli addormentati, da l' interiora de gli ani- 
mali, dal canto e dal volare de gli uccelli, molti hanno indo- 
vinato quel che può avvenire; laonde si può affermare, che vi 
sia il destino: il quale è parimente confermato da la fisiono- 
mia, da la chiromanzia, da l' arte de' geometri e de gli astro- 
logi ; e r esperienza dimostra, che le predizioni de gli astro- 
logi sogliono il più de le volte esser vere. Ed avviene le più 
volte, che s' alcuno nascerà, avendo Marte ne T angolo de 
l'occidente, come ebbe Romolo nel suo nascimento, sia di 
valore somigliante: altri, avendo Mercurio ne l'ascendente, 
sarà di natura varia e mutabile, simile a quella di Mercurio; 
il quale è, come dicono, il camaleonte de' pianeti, perchè 
ne' vari aspetti, co' quali risguarda or Saturno, or Giove, or 
Marte, or Venere, or il Sole, or la Luna, prende la simili- 
tudine e la proprietà di ciascuno. Ma de i' esperienze de gli 
astrologi sono pieni mille volumi ; laonde non se ne potrebbe 
ragionar abbastanza. Dirò ancora, che se ne le cose del mondo 
è alcun ordine necessario, è il fato; perch' il fato altro non 
è, eh' un necessario ordine de le cose; e soggiungerò, che 
s'a' nobilissimi animali, come sono i celesti, si conviene l'azio- 
ne, a gì' ignobilissimi la passione, a que' di mezzo, nel quale 
è r umana natura, si conviene il fare ed il patire : però gli 
uomini fanno ed operano ne gì' irragionevoli animali ; ma 
patiscono da' celesti e divini: e questa passione de gli animi 
umani, ricevuta per influsso de le stelle, altro non è che '1 
destino. Al fine dirò con Aristotile medesimo, che se '1 mondo 
inferiore è contiguo al superiore, è necessario che si governi 
secondo l'ordine del superiore, come sì conosce ne l' appres- 



298 IL CATANEO, 

sarsi e nel dilungarsi del sole. Perciochè da questa cagione 
derivano le varietà de le stagioni^ i fiori e i frutti, le nevi e 
le pruine, ed il ghiaccio; la tranquillità e la tempesta del 
mare; la serenità e la turbazione de l' aria e de Y aspetto del 
cielo ; i venti ora tepidi ora gelati , e V aure piacevoli e tem- 
perate: quinci ancora si variano gli abiti e le condizioni de' vi- 
venti, e dipende la salubrità o l'intemperie. Ma il moto diurno 
è cagione ancora di grandissimi effetti ; perciochè egli muta 
la qualità de l' aria, e riscalda e dissecca più e meno nel mat- 
tino, nel meriggio e ne la sera. La luna ancora, come più 
vicina, ha grandissima forza ne le cose inferiori; ed ascen- 
dendo e discendendo, muove il mare, e quasi il toglie ed il 
rende a la terra ; perciochè da lei procedono il flusso ed il ri- 
flusso , e r inondazioni de l'oceano, e per poco la ritirata; da 
lei ne le conche e ne gli animali, quasi imprigionati in un 
career naturale, gran mutazione;^ da lei i giorni critici 
osservati da' medici; da lei il movimento de' venti e de 
le tempeste: laonde 1 pastori, gli agricoltori, i naviganti, i 
soldati soglion osservare ì moti de la luna, co* quali s'è 
fatta una varia esperienza^ confermata in molte migliaia d' an- 
ni. Ma se la luna ha tanta virtù e tanta forza ne le cose infe- 
riori, come potremo persuadere a noi stessi che l' altre stelle 
stiano oziose e quasi scioperate nel mondo? Non si può negare 
che le mutazioni de l' aria, le serenità, le tempeste, i diluvi, 
i terremoti e le tante maniere di morbi e d' infermità^ le pe- 
stilenze ne le greggio e ne gli armenti, non procedano da la 
varia qualità de le stelle ; e se noi siamo corpi de l' istesse 
qualità composti, di caldo, dico, di freddo, di secco e d'umi- 
do, sentiamo in noi le medesime alterazioni e le passioni 
istesse; perchè possono le stelle concitare o raffrenare gli uo- 
mini e r inclinazioni a l' ira o a la mansuetudine ; e perchè, 
aguzzando la collera, potranno irritar gli animi a le liti ed 
a le risse ed a le contese, ed al fine a ranni ed a le 
sangumose battaglie, da le quali nascono le morti, gl'in- 
cendi, le ruine e le distruzioni de le città, de' regni e de 
gii imperi. Queste cose, s' io non sono errato, in questa guisa 
sono raccolte da Claudio Tolomeo principe de gU astrologi, 

* Le stampe più moderne leggono , avviene gran mntatiwe. 



VERO DE LE CONCLUSIONI.. 299 

il quale prova la forza che hanno le stelle d'operamele cose 
inferiori^ da l'efficienza^ per così dire, de le prime qualità: 
perciochè Saturno è pianeta secco e freddo ; Giove, caldo ed 
umido; Marte, secco e fervido; fredda ed umida è la Luna; 
ed in questo modo ciascuno de gli altri pianeti partecipa de 
le qualità medesime. E V istessa opinione porta de le stelle 
non erranti ; perciochè egli giudica da la natura de le stelle 
erranti quella de le fisse. Ma altri potrebbe da le prime qua- 
lità ricorrer a le proprietà occulte, le quali non si può du- 
bitare che non siano ne le stello efficacissime; avengachè 
tutte le rare e maravigliose doti che noi consideriamo ne le 
cose terrene, soglion essere stimate doni del cielo; perchè 
conseguiscono più tosto la virtù infusa da' corpi celesti, che le 
qualità elementari, di cui sodo composte. E già non è ragio- 
nevole, che que' nobilissimi corpi, così chiari di luce, cosi va- 
sti di mole e di grandezza, così rapidi di movimento, cosi 
ordinati ne la velocità, sian privi di queste proprietà, le quali 
a gli uomini ed a le cose mortali sono concedute. E da qual 
altra parte possono essere trasfuse, che dal cielo? o a qual 
altra cagione possiamo recar la varietà de gì' ingegni, la di- 
versità de gli offici, la discordia de' voleri, e la mutazione 
de la fortuna? Per qual cagione costui sprezza le ricchezze? 
colui è in guisa venale, che non ricusa di vender l' animo a 
prezzo? altri è sobrio, altri dissoluto; e molti sono timidi, e 
molti audaci; e molti sacerdoti, e molti architetti? Onde pro- 
cede tanta dissimilitudine ne'costumi, ne gli esercizi e ne la for- 
tuna? Alessandro vinse l'Oriente, innanzi ch'egli avesse l' età 
di trent'anni: Cesare, già di quaranta, non aveva fatta guerra 
alcuna. Chi concedette ad Aristotile, maestro de l' uno, ed a 
Cicerone, nimico de l'altro, tanta forza d' ingegno e tanta po- 
tenza d'opere e di sermone? chi rivelò a Pittagora, a Talete, 
a Democrito, ad Eraclito, 1 secreti de la natura? chi a Socra- 
te, a Timeo, a Parmenide, i. misteri de le cose divine? Non 
tale è questa virtù, o si bassa questa ragione, ch'ella possa 
germogliar da la terra, a guisa di pianta silvestre. Non si può 
anco non attribuire al corso de le stelle che l' innocente sia 
condennato, il colpevole co' premi onorato, che l'industria di 
molti, l'avvedimento, la prudenza, la dottrina vada, a guisa 



300 IL CATANEO, 

di mendico, limosinandole la sciocchezza, e la malizia, e l'igno- 
ranza de gli altri sia arricchita. Il corsaro bruttatosi de V altrui 
sangue, tra mille pericoli del mare e de la terra, al fine muore 
fra' suoi domestici in una quieta e placida vecchiezza; un 
uomo giustissimo e mansuetissimo è spesso ucciso da' ladroni. 
Quanti sono i miracoli e quasi i portenti de l'ingegno? quanti 
i mostri de la natura, che sono testimoni d'una necessità quasi 
fatale ? Queste sono le cose, de le quali essendo ripiena la 
vita de' mortali, persuadono a molti queste vicende di beni o 
di mali, meritate o non meritate, con tanta violenza de le 
stelle che non è quasi possibile che la forza o l' avvedimento 
de gli uomini possa in modo alcuno ripugnarvi. Molto ancora 
importa in qual parte del cielo siano i pianeti, e 'n qual guisa 
si muovano, o si riguardino, avengachò sogliano mutar na- 
tura co' movimenti, co' luoghi e con gli aspetti; e gran diver- 
sità è fra quelli che fanno ritroso corso da l' inferior parte de 
r epiciclo verso occidente, e sono, come si dice, retrogradi, e 
gli altri diretti, i quali si muovono da la superior parte de 
r epiciclo verso oriente : alcuno s' allegra quando è ne gli an- 
goli, e si duole quando declina; fra' quali è Marte e Saturno: 
altri incrudelisce ne 1* oriente, ma ne l' occaso è mansueto; 
ma uno fra gli altri è migliore quando declina; e grandis- 
sima varietà fanno per la diversità de gli aspetti, i quali son 
cinque, come prova Tolomeo. La congiunzione, che si fa 
quando un pianeta è sotto V altro per linea diretta e perpen- 
dicolare ; r opposizione, eh' è ne la grandissima distanza ; 
l'aspetto sestile, quando fra l'uno e l'altro è interposta la 
sesta parte del zodiaco, cioè la misura di due segni, come 
avverrebbe se '1 Sole fosse in mezzo de l'Ariete, e la Luna m 
mezzo de' Gemini ; e l' aspetto quadrato, nel quale fra due 
pianeti è compresa la quarta parte de' segni; e V aspetto tri- 
no, quando quattro de' segni sono interposti : oltre a' quaU 
aspetti, niuno altro ne può esser, per la dimostrazione di To- 
lomeo; come a me darebbe il cuore di provarvi cosi chiara- 
mente, che non vi rimanesse luogo a dubbio alcuno. 

T. T. Molte e molto maravjgliose sono le ragioni addotte 
dal signor Paolo ; a le quali io volendo rispondere, mi con- 
fondo ne l'ingegno, e ne la memoria parimente; e m'è av- 



VERO DE LE CONCLUSIONI. 301 

venuto come a que' poco avventurosi che vanno a caccia, i 
quali avvenendosi in molte fiere, lasciano la prima per la se- 
conda che loro si para dinanzi, e la seconda per la terza, in 
modo che niuna n'è presa, e ninna n'incappa: così io, ripen- 
sando a r ultime ragioni, mi sono dimenticato de le prime, e 
senza vostro aiuto non potrei di leggieri ridurlemi a me- 
moria. 

P. S. Il primo argomento fu questo : che s' erano veri i 
sogni e l'altre predizioni del futuro, era vero il destino. 

T. T. L'argomento è, cx)me si dice, condizionale: laonde 
io potrei argomentar ne T istesso modo ; che s* i sogni e V al- 
tre predizioni del futuro sono false e fallaci, è falso per neces- 
sità quel che s' afferma del destino. Ma de la vanità e de la 
falsità de' sogni, non è alcuno di buon giudizio che possa du- 
bitarne; e quantunque alcuni de' sogni e de l' altre predizioni 
fosser vere, nondimeno, perchè son false in gran parte, non 
può esser alcuna certezza nel destino, o alcuna determinata 
verità de le cose future. Nò più certo argoniento è quel che 
poi adduceste, se ben mi sovviene, preso da V esperienza 
fatta de V astrologia e de l'altre arti congetturali, o più tosto 
indovinatrici ; perchè l'esperienza de gli astrologi è molto più 
fallace di quella de' medici : e se i giudici de' medici sono al- 
cune volte fallaci, quanto più saranno quelli de gli astrologi? 
Non parlo de l' altre arti de gì' indovini, ne le quali non è 
alcuna verità, nò alcun saldo fondamento : ma l' astrologia 
medesima, la quale è più conforme a la scienza de la natura, 
fu da Tolomeo, principe di quest'ordine, fondata sovra falsi 
principi!. Perciochè se ciascun pianeta, come dicono, avesse 
il suo eccentrico e 4' epiciclo, ne seguirebbe necessariamente, 
ch'egli non si movesse intomo al centro del mondo; e non mo- 
vendosi intomo al centro, il moto de' pianeti non sarebbe 
perfettamente circolare : e ciò sarebbe inconveniente grandis- 
suno, dal quale procederebbe la rovina del mondo, ed il gua- 
stamente di quest' ordine maraviglioso de l' universo; contro 
r opinione di Tolomeo istesso, il quale portò opinione eh' il 
mondo fosse eterno. Ma concedendovi ancora, che vi sia al- 
cuna predizione del futuro , fatta per osservazione de le stel- 
le, non però vi concedo che vi sia alcuna violenza, o neces- 

Tasso. Dialoghi.^ 3. 26 



302 IL CATANEO, 

sita fatale : avengachè le stelle, come disse il gran platonico 
Plotino, ed alcuni de' nostri cristiani teologi, non fanno, ma 
significano, e la significazione basta a la predizione ; ma non 
facendo, non vi è alcuna forza e necessità impostaci da le 
stelle. E s' io non sono errato, il cielo è a guisa d' un gran- 
dissimo libro scritto da la mano infallibile di Dio; le stelle 
sono le sue lettere e i suoi caratteri; i fati, le cose nel libro 
segnate ed ordinate, da le quali andiamo argomentando per 
analogia quel che fra' mortali sia determinato. E s*è vera que- 
sta opinione, il nostro antiveder le cose future non è altro 
eh' un conoscer la proporzione fra. le cose celesti e le ter- 
rene. Ma qual proporzione può essere fra le divine e le cadu- 
che? E se pur vi può essere, chi può cqnoscerla e giudicarla? 
Più sicura opinione, adunque, mi pare quella che non solamente 
toglie la violenza de' fati, ma la cognizione de le cose fa- 
tali. Ma io non rispondo a gli argomenti, né so qual fosse in 
ordine il terzo. 

P. S. Se v' è r ordine necessario, v' è il fato: ma v' è 
r ordine necessario ; adunque, v' è il fato. 

T. T. Questo argomento altro non prova, se non che vi 
sia il fato: il che non fu negato da' platonici, ch'introdussero 
le Parche, ed il fuso de la Necessità ; per cui è inteso il cir- 
cuito de' cieli : né da' peripatetici medesimi, appresso i quali 
il fato e la natura è l' istesso. Laonde, s' io concedessi che vi 
fosse il fato, non concederei cosa contro la dottrina de' plato- 
nici e de' peripatetici. 

P. S. Se v' è ordine necessario ne le cose, non v' è con- 
tingenza; e non v* essendo contingenza, non v' è elezione, per- 
chè r elezione è de le cose che si possono fare e non fare, av- 
venire e non avvenire. 

r. T. Se r ordine necessario fosse in tutte le cose, così 
eteme, come caduche e mortali, sarebbe per avventura vero 
quel che voi dite : ma l' ordine necessario non è in tutte le 
cose, ma ne le celesti solamente; perchè ne l' elementari può 
esser molta varietà ed incostanza. Qual ordme possono dare 
gli astrologi de' venti e del mare ? 

P. S. Ordinato è il flusso ed il riflusso, ordinato il nasci- 
mento de r etesie, de le omitie e d' altri venti, come si rac- 



VERO DE LE CONCLUSIONI. 303 

coglie da Aristotile^ da Plinio, e da Strabene , e da gli altri 
scrittori de le cose naturali ? 

T. T, È qualche ordine nel flusso e riflusso, qualche or- 
dine similmente ne gli aquiloni e ne' zefiri che producono le 
rose, e ne gli altri similmente; ma non certo è costante, come 
si presuppone che sia il fato. Ma quale ordine si darà de' ful- 
mini, de le procelle, de le tempeste, de T inondazioni, de' ter- 
remoti, se non incertissimo e fallacissimo? È lasciato, adun- 
que, il luogo a le cose contingenti in questa infima regione del 
mondo, nel quale, come piace a' platonici, è il regno de la 
fortuna ; ma il regno del fato è ne' cerchi celesti, e ne* corpi 
luminosi del sole e de le stelle : più su regna la Previdenza 
ne le cose divine ed intelligibili, come parve a' platonici, 
non perchè sia ne l' universo alcuna parte non governata da 
la Previdenza; ma perchè ella, per loro opinione, avrà vo- 
luto lasciar qualche parte a la necessità del fato, ed a l' in- 
costanza de la fortuna; in quella guisa nondimeno che so- 
gliono i pontefici e gl'imperatori, i quali concedono i regni e i 
principati in governo a' principi minori. Nondimeno è più si- 
curo r affermare, che non si muove fronda senza la divina 
Previdenza. 

P. S. Lasciamo, se vi pare, le quistioni de'nostri teologi 
da parte, perchè fra noi è contesa accademica, anzi che no. 

r. T. Come vi pare : ma io posso dire con gli accademici 
e co' platonici, che quantunque vi fosse il fato, l' anima non 
è soggetta al fato, o non ogni anima è soggetta; perchè l'ani- 
me divenute intellettuali, sono liberate da la soggezione del 
fato, e s' alcuna ve n'ha che sia legata a la necessità fatale, 
quasi con nodi adamantini, se ne può discioglier, perch'è 
operazione de gli angeli il disciorla, come de* demoni il le- 
garla. Anzi, l'anima per se stessa, si come colei eh' è creata 
da Dio, è superiore al fato ne l'ordine de le cose, ed ha mag- 
gior forza; e quantunque si avvolga nel fato, o quando di- 
scende nel corpo, o quando incappa ne* lacciuoli de le nostre 
cupidità, nondimeno separandosi da le passioni corporee, li- 
bera se medesima da la servitù del fato, e diviene quasi col- 
lega de r anime celesti. Così rispondo co' platonici e co' peri- 
patetici : che se fosse alcuna necessità nel fato, vano sarebbe 



304 IL CATANEO, 

il consigliarsi ed il deliberare, vani i giudici, ingiuste le leg- 
gi^ inique e crudeli le pene proposte a' malfattori. Ma con To- 
lomeo medesimo potrei rispondere : che le cose procedono da 
Dio ne' corpi celesti necessariamente, ma da' corpi celesti ne 
gr inferiori non con egual necessità, perchè la materia de le 
cose inferiori non è capace d'ordine certo e necessario, com'è 
quella de' cieli: e'I savio, secondo il medesimo autore, si- 
gnoreggia le stelle. 

P. S. Io non voglio tanto affaticarvi in ciascun argomento, 
che non possiate passar avanti. 

T. r. Era il quarto, se ben mi sovviene, eh* a gli ani- 
mali nobilissimi si conviene il fare, a gì' ignobilissimi il pa- 
tire, a quelli di mezzo fra l'una e l'altra natura, com'è 
r uomo, il fare ed il patire per diversi rispetti: il che io non 
niego. Ma quantunque l'uomo sta sottoposto a le passioni, 
de le quali sono causa i corpi celesti , com'è lo scaldarsi e '1 
raffreddarsi, e l'altre si fatte; nondimeno patisce nel corpo, 
non patisce ne l'anima; e se patisce ne l'anima mortale, non 
patisce ne la divina ed immortale, la quale non è soggetta 
al patire; o non patisce da' corpi celesti, ma da l'intelletto 
agente , il quale co '1 suo lume può illustrarla: ma questa è 
passione che fa perfetta 1' anima^ 

P. S. Se patiscono gl'istrumenti, co' quali l'anima suol 
operare; l'anima aUneno, per difetto de gl'istrumenti, sarà 
impedita ne l' operazione. 

T. T. L' intelletto non ha organo alcuno corporeo, laonde 
non può da ristrumento esser impedito; e dovendo aver 
propria operazione, conviene che quella operazione sia libera, 
altrimenti non sarebbe propria : laonde, per opinione di Plo- 
tino, il libero arbitrio è la propria operazione de l'uomo; 
l'uomo, adunque, ha elezione, o non ha propria operazione. 

P. S. Io avrei creduto più tosto, che propria operazione 
de r uomo fosse l' intender, perchè l' eleggere appartiene più 
tosto a la volontà che a l' intelletto. 

T. T. Io parlo, alcuna volta, secondo la dottrina de' pla- 
tonici ; ma l' intelletto ancora è libero ne le sue operazioni. 
Laonde, per opmione de' seguaci d' Aristotile, la libertà è più 
tosto ne l'intelletto che ne la volontà, e ne l'intelletto almeno 



VERO DE LE CONCLUSIONI. 305 

è come in cagione ed in origine : ma Plotino, come più somi- 
gliante a' nostri teologi, e particolarmente ad Origene, del 
quale fu discepolo e compagno, assegna per propria opera- 
zione de l'uomo quella de la volontà; perchè propria opera- 
zione dovrebbe esser quella, per la quale meritiamo e deme- 
ritiamo: ma i nostri meriti e i demeriti procedono più tosto 
da la volontà che da V intelletto. 

P. S. Scendiamo, se vi pare, al mondo inferiore dal su- 
periore, con r argomento derivato da le parole d' Aristotile 
medesimo. 

T. T. Io non niego che V ordine inferiore si governi se- 
condo il superiore; perchè appare ne gli elementi, ed in tutte 
quelle cose che da voi furono dette con tanto ornamento e 
con tanto splendore di parole : nondimeno, l'ordine de le cose 
celesti, il cielo, è cagione universale, per cui non si distin- 
guono gli effetti particolari, i quali non possono esser cono- 
sciuti da chi non ricorre a le cause proprie e vicine : laonde 
vana è la scienza de gli astrologi, che adducono le cause co- 
muni e lontanissime. Oltre a ciò, l'ordine in queste cose infe- 
riori non è sempre certo, ma alcuna volta fallace, come io 
dissi rispondendo a gli argomenti quasi medesimi : ma non 
posso concedervi in modo alcuno, che ne' pianeti siano le prime 
qualità, io dico la calidità, la frigidità, l' umidità e la sic- 
cità, akneno non vi posso ciò conceder come peripatetico; 
perchè, s'essi fossero composti di qualità contrarie, sareb- 
bono corruttibili, e soggetti a la mutazione ; ed io in questa 
conclusione fui aristotelico, anzi che no. Nondimeno, se io vi 
concedessi, come platonico, che ne' pianeti si trovassero que- 
ste (|ualità, non posso conceder quel che volete che ne se- 
guiti, ch'in loro sia alcuna necessità, o alcuna malignità; 
perchè è sconvenevole che ne la natura de' corpi celesti, la 
qual' è buona e conserva la bontà del suo creatore, sia ma- 
lignità malizia. La malignità è senza dubbio ne' corpi infe- 
riori, per cagione de la materia, la quale è malefica: non è 
dunque Mercurio variabile a guisa di camaleonte, non è ma- 
ligno Marte e Saturno ; perchè non è malignità ne' corpi cele- 
stiy e molto meno ne gii animi : e posto eh' in lor fosse al- 
cuna malignità, come possono perderla per mutazione di 



306 IL GATANEO^ 

luogo ^ a rincontro diventar maligni^ essendo buoni? Ne la 
natura umana, eh' è molto inferiore a la celeste^ Y uomo buono 
è buono in ogni parte, cosi in Scizia come in Etiopia^ o fra 
que' popoli che sono nuovamente ritrovati ; e ne la celeste 
non sarà buono il pianeta in tutte le parti del cielo ? e Marte 
ne gli angoli sarà terribile oltra misura, e declinando da gli 
angoli non porgerà tanto spavento? Molto più incostante, dun- 
que, sarebbe la natura celeste de V umana e terrena : e di 
questa ninna cosa più inconveniente posso imaginarmi. Ol- 
tre a ciò, quali odii, o quali amori, qual tirannide v' andate 
imaginando nel cielo ? come può esser odio dove è somma 
concordia ? come tirannide in un regno che non è violento, 
né crudele, ma etemo, come quello de' cieli? 

P. S. Voi opponete a le cose che non sono state dette da 
me, perch' io non parlai d' odio, né d' amore, né di tiran- 
nide celeste. 

T. T. Perdonate a la debolezza de la mia memoria, s' io 
attribuisco a voi alcuna di quelle cose che sono molto con- 
formi a quelle che pur dianzi adduceste : ma, senza fallo, fu 
vostra opinione, e tenuta da voi, che i corpi celesti fossero 
composti de le prime qualità, da le quali procedesse ogni loro 
efficienza; e psfrimente fu vostra opinione quella de gl'influssi 
e de r occulte qualità. 

P. S. È vero quel che voi dite. 

T. T. Ma io in questo modo argomenterei contro la vo- 
stra opinione. Tutti i corpi luminosi, in quanto luminosi , 
son caldi: tutte le stelle son luminose; adunque, tutte le 
stelle son calde. E ciò si prova per autorità d'Aristotile, il 
quale ne' libri del Cielo afferma, che la luna, la quale da 
gli astrologi é riputata fredda, sia calda, come appare ne' 
plenilunii, ne' quali le notti sono più calde. 

P. S. Voi disprezzaste pur dianzi le leggi del disputare, 
co'l non risponder a tutti i miei argomenti: ora le trapas- 
sate, con attribuirvi le parti d'argomentatore, dove le vostre 
proprie dovevano esser di rispondere. 

T. T. Queste leggi sono state confuse per comun parere, 
e per volontà del signor Gataneo particolarmente ; al quale 
io non intendo di provar alcuna de le cose dette, o pure 



VERO DE LE CONCLUSIONI. 307 

de' giorni critici, o del flusso o del riflusso dd mare, il 
quale voi attribuite al moto de la luna: ed io non voglio 
ciò negare, perch'è opinione di san Tomaso, nel libro 
de l'Opere occulte, che l'oceano, per un tacito consenti- 
mento di natura, accompagni il suo movimento: quantunque 
i Saracini ed Addando portassero opinione, che '1 sito de la 
terra fosse cagione di questo movimento. Derivò nondimeno 
questa opinione da Strabene e da' Greci più antichi. Alcuni 
estimarono che fosse un moto de l' elemento non in quanto 
acqua, ma in quanto elemento, desideroso di tornare al suo 
luogo ; alcuni altri a l' altre cagioni aggiunsero il rivolgi- 
mento de' venti ; altri, fra' quali fu Alpetragio, ne assegnò 
per causa il moto diurno ; Ruggiero di Saccone, l' obliquità 
e rettitudine de' raggi ; Albumasar, la differenza del lume 
molto poco crescente o decrescente: ma in qualunque 
modo ciò adivenga, nulla importa a la libertà del nostro 
volere; però io non sosterrò più l' una che 1* altra opinione. 
Ma se le stelle, oltr'il sole e la luna, hanno qualche forza 
ne le cose inferiori; il che io non niego né confesso; l'han- 
no certo minore: laonde il principato ne la generazione, o 
vero nascimento de l'uomo, non si può attribuire ad altri 
che al sole. Voi nondimeno dovete provare, che n'abbian 
alcuna simile a quella de gli struzzi, i quali covano l'uova 
con lo sguardo; ed avendola, come le stelle possano esser 
fredde e luminose, essendo ogni lume causa di calore. 

P. S. Se le stelle non fossero fredde , non poti*ebbono 
raffreddare : oltre a ciò, tutte le forme de le cose sublunari non 
sarebbono in virtù contenute ne le celesti. 

T. T. Le stelle e la luna raffreddano per accidente; e '1 
sole medesimo può in questa guisa raffreddare, perchè, 
allontanandosi, è cagione così del freddo come de la niorte : 
e questo basti al primo argomento. Al secondo io risponde- 
rei; che le prime qualità, le quali in virtù sono ne' corpi 
celesti, non gli fanno freddi, né caldi, né umidi, né secchi, 
come gli elementi , de' quali la sommità ò nel cielo , per 
opinione di Platwie e de' platonici. Ma benché siano nel cielo 
le virtù de le forme elementari , non segue che dal cielo 
vengano gl'influssi in altra maniera, che co'l lume e co'l 



308 IL CATANEO, . 

moto: ma né con V uno né con V altro può derivare alcuna 
influenza fredda, per cosi dire, come sarebbe il commover 
de gli animi, o altra passione somigliante; perchè il lume 
per sua natura riscalda, ed il moto similmente : laonde V in- 
fluenze portate co'l lume e co'l moto, non possono esser cagio- 
ne di freddo nel corpo, o di spavento ne l'animo, se non, come 
bo detto, per accidente. 

P. S. Noi diciamo ch'una stella riscaldi, l'altra raf- 
freddi, rispettivamente, ed in comparazione; perchè tutte 
raffreddano a paragone del sole, ed il sole medesimo è freddo 
verso di sé ne V allontanarsi : ed in somma, da tre cose è 
fatto il calore; da la grandezza de la luce, da la densità e 
da la propinquità. Ma qual più di queste condizioni , qual 
meno, sia cagione di questo effetto, non dirò ora partitamente: 
ma Saturno è riputato freddissimo, per la lontananza, ben- 
ch'egli sia maggiore de la stella di Giove, il quale è temperato 
e caldo, anzi che no. 

T. T. Io non posso risponder cosa che non sappia il signor 
Paolo, perchè da un medesimo fonte egli può derivar gli 
argomenti, io le risposte: dirò nondimeno, che se la mag- 
gior lontananza fosse cagione del maggior freddo , la stella 
del cuor del Leone, la quale da gli astrologi è riputata fer- 
vidissima, sarebbe per la sua lontananza più fredda di Sa- 
turno medesimo. 

P. S. Cagione del suo fervore è la sua propria virfù. 

T, T. Questo vorrei che mi fosse provato dal signor Pao- 
lo: quai virtù, o quai proprietà occulte siano ne le stelle, e 
come le proprietà specifiche possano esser men nobili de le 
comuni, a le comuni ripugnare, o come in noi derivare in 
altra guisa, che co'l lume e co'l movimento; perchè né in 
questo modo, né in quello, può venir alcuna influenza die 
raffreddi : ma venendo co 'l lume, il quale, come dicono, è fonte 
de r influenza e carro de la virtù, non raffredderà gia- 
mai ; e peraventura non sarà occulta, perché è proprio del 
lume r illustrare ed il manifestare tutte le co'se. 

P. S. Non solo il lume e '1 movimento, ma la densità 
e la rarità de' corpi luminosi può esser cagione de l' in- 
fluenze. 



VERO DE LE CONCLUSIONI. 309 

T. T. A mio giudicio, dovrebbe più tosto il lume portar 
r influenza^ eh' è virtù quasi spiritale; ma il raro et il denso ^ 
sì come il movimento^ possono più tosto esser cagione del 
caldo, d' altro effetto corporeo. 

D, C, Se crediamo a san Paolo^ Y una stella è differente 
da r altra per la chiarezza; e con questa autorità posso 
anch'io interporre la mia opinione: l'altre differenze non 
sono forse dì tanta importanza. Ma a voi^ signor Paolo^ per 
provar le proprietà occulte de le stelle, non mancheranno 
compagni; perch' è di questa opinione ancora messer Giu- 
seppe Salviati, il quale non solamente è pittore, ma astro- 
logo eccellente. E se l'ora è tarda, troveremo altro tempo 
più opportuno a questi ragionamenti, sol che l'uno e l'altro 
dì voi non si sdegni di far cosi grande onore a così picciol 
luogo. S'apparecchi il Samminiato, dunque, a gli argomenti, 
ed il Tasso, a le risposte. 

T, T, Io prometterò ogni cosa, purch'ìo mi possa da 
voi a buon concio partire. 

D. C. Finianla ora questa contesa, se non promettete di 
ritornare; perchè, in assenza del Salviati, non mancherà chi 
difenda la sua opinione. 

T. T. Io sono stanco, e sì del camino e sì del ragionare; 
laonde riserberò questo ragionamento più volentieri ad altra 
occasione, ne la quale m' offerisco per uditore. 

P. S. È ben fatto che ci ripariamo al nostro albergo, per- 
chè di notte tempo vanno a torno di male brigate assai : nel 
ritomo, credo eh' il Tasso non ci negherà dì ragionare alme- 
no de l'altre sue amorose Conclusioni. 



310 

CONCLUSIONI AMOROSE* 



I. La bellezza essere splendore de la divinità, il quale 
penetra e riluce per V universo, in una parte più chiaramen- 
te, e meno in un' altra.* 

II. La bellezza, o vero il bello, come lo splendore dal 
sole, esser dal bene inseparabile ; e tutto ciò cb' è bello, es- 
ser buono; e tutto ciò eh' è buono, esser bello. 

III. La bellezza allettare tutte le cose, ne le quali risplen- 
de, e rapirle a sé con ìmpeto di amoroso desiderio. 

IV. Il bene non destare amore sotto la forma di bene, ma 
solo sotto piacevole imagine di bello. 

y. La bellezza, che sotto nome dì Venere è significata 
da gli antiphi, esser padre non madre d'Amore; ciò è, cagìon 
produttrice, non materiale: difendersi nondimeno. 

VI. Venere, o presa per la bellezza o per V anima, come 
prendono alcuni, potersi dire padre d' Amore. 

VII. Il piacere o '1 compiacimento non essere amore, ma 
principio e compagno d* amore. 

VIII. Amore esser desiderio d'unione per compiacimento 
dì bellezza. 

IX. Amore esser il vincolo e legame de l'atto e de la po- 
tenza, di Dio de la materia, che vogliam dire. 

X. Amore esser proprietà di quel eh' è, per cui si fanno, 
si conservano, si rendono perfette tutte le cose, così naturali 
come artificiali e civili. 

XI. Ciascuna natura che opera, o sia conoscente o priva 

^ Com'è detto a pagine 273-274, queste Conclusioni furono impresse la 
prima volta nella Prima parte delle Rime et Prose del sig. Torqttato Tasso, 
premessavi una lettera dedicatoria dell'Autore alla signora Ginevra Malatesta; 
dedicatoria che si trova nella raccolta completa delle X«Mere del nostro Torquato. 

' Dante, Paradiso, canto I. 



CONCLUSIONI AMOROSE. 311 

di cognizione, operar sempre per amore, e nissuna mai 
per odio. 

XII. L' odio non esser contrario d' amore, ma seguace 
d' amore. 

XIII. Amore esser non solo da l' inferiore al superiore, 
e da l'eguale a l'eguale, ma anco dal superiore a T inferio- 
re; onde potersi porre in Dìo, senza notar iij lui difetto. 

XIV. Amore tanto esser più nobile, quanto governato 
da la ragione. 

XV. Tre essere i generi d' amore , sotto a i quali tutti 
gli amori si riducono. 

XVL L' amore umano abbracciare in sé tutti gli amori, 
eh' a tutti gli enti si convengono: onde propriamente nomi- 
narsi amore, ed innamorato chi ama secondo tutte le seguenti 
conclusioni. 

XVII. A r amore umano convenirsi in particolare quella 
definizione che si è data a 1* amore in universale; cioè, che 
sia desiderio d'unione per compiacimento di bellezza: po- 
tersi nondimeno affermare, senza contradizione, ch'egli sia 
un rivolgimento di tutti gli appetiti in un oggetto solo. 

XyiII. Amore non presupporre l'elezione, né però se- 
guire che si conceda il destino; ma presupporre necessaria- 
mente somiglianza fra V amante e l'amata. 

XIX. La bellezza de l' animo per sé sola non destare 
amore ; e vana esser l' opinione di coloro, che credono po- 
tersi amare i' animo o la virtù solamente. 

XX. Amore giunger perfezione a la donna; né però ne- 
garsi eh' ella per se stessa non sia cosa perfettissima. 

XXI. L' uomo in sua natura amar più intensamente e 
stabilmente che la donna. 

XXII. Amore esser più ne l'amata che ne V amante. 
XXin. La donna amata non sempre riamar colui che l'ama ; 

e con tutto ciò affermarsi senza con tradizione, che ramata 
sempre ami l'amante. 

XXIV. L' amor de l' amata verso V amante esser grazia, 
non gratitudine. 

XXV. Nessuna amata esser, o poter esser ingrata. Nis- 
suno amore asseguir mai il suo fine. 



312 CONCLUSIONI AMOROSE. 

XXVI. Non tre solamente, come si crede, essere i gradi 
del piacere amoroso, ma molti più. 

XXVII. Ogni piacere amoroso esser accompagnato da do- 
lore, né darsi ne gli amati alcuna pura e sincera allegrezza. 

XXVIII. 'Gli occhi esser quelli che più godono, e quelli di 
c)ie più si gode ne V amore. 

XXIX. Gli occhi esser principio e fine d* amore. 

XXX. L' imaginazione de le felicità passate, a V amante 
che sia in miseria, non giunger dolore, ma recar diletto. 

XXXI. La felicità o '1 sommo diletto de V amante esser 
riposto nel servir l' amata, non nel signoreggiarla. 

XXXn. Amore subito nato morire, se non è nodrito da 
la speranza, né però negarsi. 

XXXIII. Alcuno amore vivere senza speranza, nonf)iù 
imperfetto, ma più perfetto. 

XXXIV. La riverenza de V amante v^rso l' amata non 
iscemare per la conversazione, e crescere per ogni favore che 
egli ne riceva. 

XXXV. L' amante d' ogni cosa maravigliarsi; ma di nes- 
suna quanto di se stesso. 

XXXVI. Veri essere i miracoli d' amore, che menzogne 
de' poeti giudica il vulgo; veri, dico, secondo il più esatto 
modo di verità; cioè, che l' amante divegna la cosa amata, e 
che gli amanti siano non due, ma uno. 

XXXVII. L' ira esser condimento d'amore. 

XXXVIII. Ciascuno amante in ogni suo stato esser adi- 
rato con l'amata, né darsi amore senza ira. 

XXXIX. Nissuno sdegno esser giusto ne gli amanti. 
XL. Lo sdegno per se stesso esser debole avversario 

d' amore , né poter centra amore , se non con le forze 
d'amore. 

XLI. Non darsi dolore in amore, in cui non sia più il 
dolce che l' amaro. 

XLII. Ogni cosa esser temuta da gli amanti, e quelle 
medesime ancora che più sono da loro desiderate. 

XLIII. Nessun amante aver compassione de' mali de 
l'amata, e la compassione de l'amata verso l'amante non 
esser segno reciproco d'amore, ma più tosto del contrario. 



CONCLUSIONI AMOROSE. 313 

XLIV. Non darsi invìdia alcuna ne gli amanti; ma con- 
cedendo che si dia , gli amanti invidiar se stessi. 

XLV. La gelosia non esser figliuola, ma sorella d'amo- 
re; cioè, non affetto nato d' amore, ma affetto nato dopo 
amore. 

XLVI. La gelosia essere segno certissimo d* ardentissimo 
amore, ed accrescer l'amore; né però negarsi, ch'ella non 
distrugga l' amore. 

XLVIL La gelosia eh' è ne V amante, se pur è difetto, 
esser difetto non de V amante, ma de l' amata. 

XLVIIL Se più si meriti , o servendo o non servendo 
r amata. 

XLIX. Se più si patisca, o non ricevendo alcun premio, 
ricovendolo minor del desiderio. 

L. Se più si goda, o de' furti fatti a l'amala, o de* doni 
ricevuti da lei. 



Tasso. Dialoghi. — 3. 27 



IL MANSO, 

VERO 

DE li* AMICIZIA. 

1592. 



317 



ARGOMENTO. 



Grato il Tasso alle accoglienze e dimostrazioni di amicizia usa- 
tegli in Napoli da Giovambatista Man^o, marchese della Villa, tornato 
in Roma nel 1592, scrisse il dialogo seguente, che intitolò II Manso 
dal nome deir amico , ìntroduceudolo a parlare col signor Scipione 
Belprato cognato di lui, cavaliere di alto e nobile ingegno , e con se 
medesimo, nascosto sotto il solito nome di Forestiero Napoletano. 

Cominciando in esso a stabilire la differenza fra T amico e T adu- 
latore, e quindi tra V adulatore e il poeta , tocca il fine dell' adula- 
tore, che è di compiacere, e quello deiramico» eh* è dì giovare: e con- 
cbiude con Massimo Tino, che il vizio e la virtù distinguono Y adu- 
latore e r amico. Trattasi delle molte qualità che li separano , distìnte 
con molta copia di cose da Plutarco. Si dimanda se fra gli amici debba 
essere uguaglianza; se, data la disuguaglianza tra essi, al maggiore 
sia lecita la libertà di parlare ; ragionasi della vera e de la falsa egua- 
glianza , e ricercasi dove si trovi. Non si riconosce nelle repubbliche 
popolari, non in quelle dove reggono gli ottimati; e venendo a trat- 
tare in che essa consista, concbiude che consista ne* premi dati agi' 
ineguali disegualmente. Si passa quindi a considerare se l' amicizia e 
la giustizia sieno la cosa medesima, se T amicizia sia una similitu- 
dine o una contrarietà, se sia quantità o qualità; é ponendola sotto 
la qualità, nella quale è l'amore, si dice ch'esso è o di concupi- 
scenza o di benevolenza , e si stabilisce che nella benevolenza è l'ami- 
cizia; notando però, che debba essere benevolenza reciproca. Essen- 
dosi, quindi, cominciato a parlare dell'amore, si distinguono tre 
specie principali di esso ; 1' amore , cioè , dell' onesto , l' amor del 
piacere, e l'amore dell' utile; riportando lungamente su ciò le opi- 
nioni di Aristotele. Si discende quindi a recare le opinioni degli altri, 
cominciando da Dante ; e ponendo che ogni amore è o di natura o 
d' animo , si conclude, che si ama o per natura o per volontà : giacché, 
secondo l' opinione d' Isocrate, le cose belle fanno così tosto la loro 
operazione, che tolgono lo spazio al consiglio. Dopo d'aver poi dimo- 
stralo, cbe mollo l' amore assomigliasi all' amicizia , si dubita della 

27* 



318 ARGOMENTO. 

costanza nella medeàma , e non si vede altro rifugio a questa diffi- 
coltà se non la distinzione. Si distinguono dunque, e si dividono le 
diverse specie delle amicizie, come tutte le specie degli amori, ri- 
portandosi le opinioni di diversi filosofi, e quelle particolarmente di 
Platone , di Aristotele e di Tullio. Passando infine agli uffici delF ami- 
cizia, e ritornando a parlare della differenza tra 1* amicizia e la giu- 
stizia, si recano in proposito gli esempi d'Agesilao, di Torquato e 
di Bruto , che preferirono questa a quella. E dalla giustizia in parti- 
colare venendo alla virtù in generale , si tiene per vero che V amicizia 
non sia amore scambievole, ma reciproca virtù: e dopo aver narrate 
alcune opinioni di Plutarco e di Aristotele, si conclude, cbe come il 
principio dell'amicizia è Iddio, il quale è la copia e rablM)ndanza 
di tutti i beni, ugualmente egli n* è il fine. — (Rosini. ) 



S19 



IlVTBRIi€K?lJTOia : 

GIOVAN BATTISTA MANSO, FORESTIERO NAPOLITANO, 
DON SCIPIONE BELPRATO. 

Il signor Giovan Battista Manso con la nobiltà del san- 
gue, con la gloria de' suoi antecessori, con lo splendor de la 
fortuna, ha congiunta per lunga consuetudine tanta cortesia e 
tanta affabilità ne la conversazione, eh' a ciascuno è più age- 
vole interrompere i suoi studi, che a lui medesimo quelli 
de' suoi domestici e famigliari: e quantunque egli sia desideroso 
d' imparare ed intendere sempre cose nuove, è nondimeno ne 
le belle e buone lettere ammaestrato, ed avvezzo ne la lezione 
de gli ottimi libri, e di sì alto intendimento, che ne' luoghi 
più oscuri, e ne' passi più difficili de la filosofia e de l' isto* 
rie è simile a coloro i quali caminano per via conosciuta; 
laonde non hanno bisogno di guida, ma possono jfàre la scorta 
a gli altri. Più tosto, adunque, a guisa di «ignoro che di pe- 
regrino si spazia ne le scienze, e s' avvolge quasi nel cerchio 
de r arti e de le discipline: e benché l'occupazioni de la corte 
sieno impedimento a lo studio, tutta volta con l'acume de 
r ingegno e con l'altezza de l' animo supplisce al difetto del 
tempo e de l' occasioni. Però non dubitando io, che le mie vi- 
site gli * fossero moleste soverchiamente, una tra l' altre volte 
il ritrovai con l' operette di Plutarco davanti, e con don Sci- 
pione Belprato, suo cognato, cavalier di si alto e nobile in- 
gegno, e si intendente, che niente più se gli scuopre congiunto 
in parentado, eh' imitatore ne le virtù, ed emulo ne le disci- 
pline. E volendo io ritirarmi, acciochè egli seguisse di leg- 
gere, egli mi disse. Non vi partite; che le cose lette non si 
possono meglio ritenere a memoria, che di loro ragionando; 
ed a me il vostro ragionamento sarà quasi una nuova lettura. 

F. iV. E di che leggevate ? 

* L' antica stampa , /«. 



320 IL MANSO, 

G. M. De la differenza tra 1* amico e V adulatore, e come 
r mio da r altro sia conosciuto. 

F. N. Teme V adulatore d' esser conosciuto; ma, per opi- 
nione d' Aristotele, V amico desidera più d' esser conosciuto 
che di conoscere : però, più mi giova d' aver cognizione del 
vostro merito, che di scoprirvi la mia affezione; e non mi do- 
glio nondimeno che, insieme eoa la sincerità de l'animo, pos- 
siate conoscere V ignoranza e V altre mie imperfezioni. 

G. M, E chi non conosce il vostro merito e la fama ? 

F. N, La fama è bugiarda, anzi che no ; laonde coloro che 
sono conosciuti per fama , mi paiono simili a quelle imagini 
che non son ritratte dal naturale, ma da un' altra pittura. Sin 
ora, adunque, non mi conosce chi per fama mi conosce : ma io 
direi di voler essere conosciuto per vostro amico, se non du- 
bitassi di parere troppo superbo; ma se io non aspirassi a. la 
vostra amicizia, come a segno troppo sublime, peraventura 
parrei lusinghiero, o pusillanime più tosto; benché tutti gli 
adulatori sieno pusillanimi. Laonde da l' uno lato e da l' altro 
veggo il pericolo; e volendo tenere una via di mezzo , semi- 
glierei coloro che in Sicilia navigano tra Scilla e Cariddi, 
seaoza avvicinarsi più a la destra che a la manca parte. 

G, M. Strano paragone è questo, e malagevole naviga^ 
zione adducete per esempio de V amicizia. 

F. N. L' amicizia è quasi il porto, o sia quel de la filo- 
sofia, de la vostra grazia, o altro simigliante : la corte è si- 
mile al mare, in cui fa uopo d' esperto nocchiero ; i cortigiani, 
simfli a gli scogli coperti da l' onde, che sogliono occultamente 
sommergere l' altrui fortune ; i venti contrari sono 1' avver- 
sità di questo mondo; i mostri, i vizi de- gli infelici cortigiani, 
la cui virtù consiste ne lo schivargli ; il vostro favore,, quasi 
celeste e divina luce, può esser paragonato a V Orse, a cui, 
come disse un vostro Poeta , 

Stanco nocebier di notte alza la testa. 

G. M, Dolcissima cosa è per se medesima la propria loda; 
tuttavolta non è senza sospetto di adulazione. 

F. N. Non è segno d' adulazione il lodar le cose degne 
di loda, ma di nemistà o malignità il tacerle ; però io non 



VERO DE L' AMICIZIA. 321 

temo tanto il nome di adulatore lodandovi^ quanto quello di 
malevolo e di invidioso tacendo de' vostri meriti^ e di quelli 
de' vostri nobilissimi progenitori. 

G. M. De gli antichi nostri ninna nuova loda potrebbe 
parer soverchia; ma misurandosi * con la misura de* miei pro- 
pri meriti^ tutte parrebbono smisurate. Non vogliale, adun- 
que, oltremisura lodarmi. 

F. N. Le mie lodi, adunque, quelle, dico, da me sono 
date, saranno simili a le vostre virtù tutte moderate, anzi 
tutte misure e tutte mediocrità, com'è la vostra modestia: 
ma io credeva che al poeta ed a l'oratore si convenisse il lo- 
dare oltremodo. 

G. M. I poeti e gli oratori non sono amici, ma adulatori. 

F, N, Il falso, adunque, leggiamo de l' amicizia di Ennio 
con Seipione, e d'Orazio con Mecenate, e di tanti altri, di 
cui non è necessario il far menzione. 

G. M. Se non furono falsi amici, non scrissero il falso. 
F. N. Tanta differenza è, adunque, tra lo scrivere e '1 

parlare, che parlando sia lecito dire per 1' amico una menzo- 
gna che di verità abbia sembianza; ma scrivendo, non sia 
egualmente convenevole ? Io arci più tosto creduto, che fosse 
minor male spargere una fama onorata de gli amici, che ingan- 
nare i giudici nel giudicio, come fecero molti oratori: ma se 
in qualche modo si conviene il dir 1^ bugie, è lecito a l'amico. 

(j. M. A l'adulatore più tosto, il quale essendo nemico 
de la verità (come dice" Plutarco), è nemicx) di Dio; perciò- 
che la verità è divina cosa, da la quale, quasi da fonte, de- 
rivano tutti i beni ; e quantunque l' adulatore fosse ( come di- 
cevano gli antichi filosofi) nemico de la Deità, ripugnava par- 
ticolarmente a quella di ApoUme: perciochè Apolline ci 
c(»iforta a conoscere noi stessi, ma l'adulatore ci priva di 
questa cognizione, e quasi ci inferisce ne l' animo una falsa 
opinione, per la quale ingannando noi medesimi, non cono- 
sciamo né i nostri beni né i nostri mali, ma i beni quasi . 
tronchiamo e facciamo scemi ed imperfetti, i mali divengono 
incorrigibili e senza emenda. \ 

F. N. La menzogna de l' adulatore, adunque, è contraria 

^ L* antica stampa , non misurandosi. 



324 IL MÀNSO^ 

grazia e benevolenza. Ma essendo l'adulatore astutissimo^ 
cerca d'imitarla, a guisa di cuoco, il quale condisce le vi- 
vande con diversi sapori ; ed accipcbò la soverchia dolcezza 
non venga a noia, la tempera con l' agro e con V aceto.* Ma 
ci è insegnato ancora il modo di conoscere questo inganno ; 
perciochè V adulatore non è costante ne l' imitazione, ma mu- 
tabile in ciascuna forma, e vario, e sempre diverso da se stes- 
so: co' cacciatori è cacciatore, e giuocatore co' giuocatori, e 
musico fra' musici, lieto con lieti, mesto con mesti, ed in 
somma, simile al camaleonte, il quale piglia tutti i colori de le 
cose che gli sono vicine: o più tosto, come le linee de' matema- 
tici e le superficie non si piegano, nò si distendono, né si muo- 
vono da se stesse, ma si piegano, e si distendono, e si muovono 
di luogo co' corpi de' quali sono estremità ; cosf l' adulatore 
sempre consente con gli altri, e dice il parere, e discorre, ed 
intende a modo altrui, e suole ancora a voglia de gli altri 
adirarsi. Sono differenti oltre a ciò l' amico e V adulatore: che 
r amico tralascia ne' negozi alcune cose minute, e non mostra 
soverchia diligenza o curiosità ; V adulatore ne le cose sì 
fatte è assiduo ed infaticabile, e non concede ad alcuno altro 
luogo tempo di servire. L' amico concede l'utilità a l'amico, 
ma r onestà riserba a se stesso : l' adulatore concede di leg- 
gieri la vittoria de le cose oneste , ed in ciascuna operazione 
si contenta de le seconde parti, se non ne' vizi; ma in quelli 
vuole il principato: alcun dice di amare, egli afferma d'im- 
pazzire; se altri si mostra irato, vuol parer furioso. Ma in 
ninna cosa meglio si conosce che ne gli uffici, e nel modo di 
servire: perciochè gli officii fatti da 1' amico non èono espo- 
sti a gli occhi di ciascuno a guisa di merce^ né ricercano il 
plauso del vulgo, né la vanagloria o l' ambizione; tha il più de 
le volte sono occulti, come il dono di Archesilao fatto ad Apelle 
infermo, il quale ritrovando sotto il cuscino le dieci dramme * 
lasciategli da l' amico, quasi volesse accomodare il capezzale, 
disse sorridendo a la fante che l' aveva ritrovate : questo è un 
de'furti di Archesilao. Non altrimenti, per mio avviso, gli ottimi 
medici cogliono sanar gli infermi, quantunque gli infermi non 

' V antica stampa , acetóso. 
9 La stessa , dracme. 



VERO DE L AMICIZIA. 325 

sappiano di risanare: o più tosto in questa fnaniera stessa Iddio 
fa beneficio a gli uomini, che non si avveggono di riceverlo. 
Ma a rincontro l'ufficio de l'adulatore non ha parte alcuna 
di giusto, di vero, o di semplice o di liberale; ma si appaga 
del grido, e del corso, e de l'apparenza, e de T opinione, 
come di cosa fatta con molta fatica e con molto studio: oltre 
a ciò, l'adulatore non solo rimprovera il fatto beneficio, ma 
nel farlo è uso di gloriarsene. 1/ amico, se cosi fosse necessa- 
rio, de la cosa medesima parlerebbe modestamente, di se 
stesso nulla direbbe: ma non si conosce principalmente 
l'amico da l'adulatore, perchè questo sia avvezzo di servire 
malvolentieri, e di promettere agevolmente; ma più tosto, 
perchè l' amico serve 1* amico ne le cose oneste, V adulatore 
ne le brutte, l' uno per fare giovamento, l'altro per acquistar 
grazia. Fra V altre differenze aggiungerò questa, che l'amico 
è partecipe più tosto de l'infelicità e degl' infortunii che de l'in- 
giustizia: l'adulatore, a l'incontro, fugge con la mala e ritorna 
con la buona fortuna ; ma fuggendo e ritornando, è sempre con- 
giunto co'l vizio. Ma l'amico ne' pericoli ci sovviene, ne le fati- 
che e ne le spese e ne le cose malagevoli; e solamente in quelle 
che sono congiunte con qualche vergogna, ricusa d' adoperarsi: 
r adulatore, tutto al contrario^ si scusa ne le fatiche e ne l' ope- 
razioni che hanno difficoltà e malagevolezza; non si trova con 
l'amico a difender la causa^ non a consigliare, non l'accom- 
pagna ne le contese o ne le battaglie; ma a' conviti, a le 
comedie, a le feste, a' giuochi corre non chiamato, fedel mi- 
nistro e messaggiero d' amore, e diligentissimo investigatore 
de' più fini e preziosi vini, e de le più dilicate vivande, e de 
la femìnile onestà nemico ed insidiatore. Necessario ancora 
è r amico, inutile l' adulatore : laonde è simigiiante a la si- 
mia, la quale sa imitar solamente, ma non può guardare la 
casa come il cane, non portare la soma come il cavallo, non 
arare la terra come il bue : però sostiene l' ingiurie e i di- 
sprezzi, e non si reca ad onta di esser beffato e schernito, e di 
forsì quasi giuoco e trastullo de gli adulati. Ecco alcune de le 
molte cose dette da Plutarco per insegnarci a conoscere l'uno 
da r altro^ per le similitudini e per le dìssimilitudini, per le 
proprietà e per le differenze di ciascuno. Proprietà è de 

TASSO. Dio/oghi. — 3. 28 



326 IL MANSO, 

r amicò il parlar uberamente, de l'adulatore il favellare in 
grado ; ma ne V operazioni è proprio de I* amico l' essere uf- 
ficioso , de V adulatore il ricusare i pericoli e le fatiche. Sono 
differenti nel principio, perchè l'amicizia nasce da similrtu- 
dine, l'adulazione da dissimiglianza : ne la elezione, perchè 
l'amico elegge di esser partecipe de la sciagura, non de la 
colpa; l'adulatore fugge la mala ventura, ma del vizio non 
è nemico: dal fine, perchè V uno ha per fine il giovare, l'al- 
tro il piacere: da 1' uso, perchè l' amico è necessario, V altro 
inutile: dal modo^ perchè l'amico, pur che non manchi ne 
le più vili cose, ne le grandi non ha difetto; ma l'adula- 
tore in queste è difettoso, in quelle soverchio: da gli effetti 
ancora, avengachè giovi l'amico ne l'operazioni, noccia l'adu- 
latore: ed in somma, da lo studio^ e da la contesa; perchè 
l'adulatore cede la vittoria de le cose oneste, ma in questa 
sola non si contenta 1' amicizia di esser superata. Quinci 
avvenne, che risonarono di grida e d'applauso gli antichi tea- 
tri nel contrasto di Pilade e d* Oreste, quando ciascuno vo- 
leva morir per l'amico, e vincer di magnanimità, e i nuovi 
parimente con le medesime voci si maravigliarono, se io 
n* intesi il vero, per l' emulazione di Ruggiero e di Leone, e 
di quella lor magnanima contesa. 

F, N. Di molte cose mi maraviglio, e di molte son dub- 
bio: e prima, noi abbiamo conchiuso che l'amicizia ami la ve- 
rità ed aborrisca la falsità. 

a. M. Senza fallo. 

¥. N. Ma se ciò è vero, più laudevole sarà ne l' amicìzia 
la verità detta da Oreste di essère Oreste, che la bugìa detta 
da Pilade di esser Oreste, per morire in vece de l' amico. 

G. M. V una e l' altra è parimente laudevole. 

F. N. Adunque, l* amicizia non ama più il vero del 
falso, ma V uno e Y altro egualmente; anzi, più tosto concede 
la somma laude a la falsità: perchè la verità detta da Oreste 
ton meritava gran fatto d'esser lodata, non potendo egli 
consentire a la morte ed a la bugia de l'amico senza colpa; 
ma la menzogna di Pilade è quella che mosse la maraviglia e 
fece risonare i teatri con applauso de la sua incredìbile co- 
stanza. E se quello è vero, che si conchiude per questo argo- 



VERO DE L'AMICIZIA. 327 

mento, in niuna occaf^ione la verità confermò tanto V amici- 
zia, quanto in questa la menzogna detta non a l'amico, ma 
per 1* amico. Ecco un de' miei dubbi, ne' quali io sono avvi- 
luppato; e '1 signor Giovanni, che può, non si sdegnerà 
di scioglier questo nodo. L' altro mio dubbio è ne la proprietà 
che voi con le parole di Plutarco attribuiste a V amicizia, per- 
chè io avrei detto che l' amicizia non avesse cosa alcuna di 
proprio, ma tutte fossero communi. 

G. M. Tutte sono communi le cose utili; ma ne l' oneste 
ha r amico qualche proprietà. 

F. N. In questa guisa l'amicizia non sarà avara cosa, 
ma ambiziosa molto, poiché riserba per sé la vittoria de le 
cose onèste, da le quali nasce l' onore. 

G. M, Diciamo, adunque, che fra gli amici ogni cosa è com- 
mune; ma alcune nondimeno sono proprie di tutti gli amici, 
e non cqmmuni a gli adulatori; come è la libertà del parlare, 
la quale Plutarco assomiglia a Tasta d'Achille: perchè sì 
come Patroclo, vestendosi 1' arme del compagno, condusse i 
cavalli in battaglia, e solamente la lancia non fu ardito di 
toccare; cosi conviene che l'adulatore, mentre va quasi om- 
breggiando il culto e gli ornamenti de l'amico, ed imita 
r inse.Lne e l'imprese, lascia solo la libertà del parlare, come 
peso troppo grave. 

F. N. Da un dubbio nascono molti: né so la cagione per- 
chè Piladesia assomigliato a l' adulatore, se forse non ci vuol 
significare che, se fu amante, fu adulatore; perciochè tutti 
gli amanti sono in qualche modo lusinghieri : ma se fu amico, 
non doveva lasciare la lancia, cioè la libertà del parlare, la 
quale si conviene a' maggiori d'età. Ma Patroclo (come leg- 
giamo in Omero ed in Platone) era men giovane di Achille : 
poteva adunque ammonirlo, e doveva farlo; ma forse ebbe 
riguardo a la disugualità del valore e de la fortuna. 

G. M. A questa, senza fallo. 

F. N. Ma Tamicizia dovrebbe esser fra gli eguali, non 
fra' disuguali, come dice Aristotile; il quale, oltre quell'ami- 
cizia che è propriamenie detta amicizia, ragiona di un'altra 
ch'egli ne' libri a Nicomaco chiama in supereccellenza , la 
quale è fra' superiori e gli inferiori di virtù o di fortuna : ma 



3Ì8 IL MANSO, 

gli amici diseguali ^ essendo ne la disegualità simili a gli adu- 
latori, deono esser somiglianti nel rispetto dei ragionare, e 
concedere tutte le cose a* maggiori. 
G. M, Senza fallo. 

F. iV. Ma questa maggioranza in qual cosa principal- 
mente deve esser considerata? ne la fortuna, ne l'età, o ne 
la virtù? 

G. M. Ne la virtù , più tosto , e nel valore. 

F. N. Adunque fu lecito ad Achille, che era valoroso ca- 
valiere, ragionare con tanta libertà contro Agamenone più 
vecchio di lui, e di maggiore autorità. 

G. M, Non parve a molti conveniente. 

F. iV. Forse fu lecito a Calistene, come a vecchio ed a 
filosofo, il ripigliare Alessandro così acerbamente e con sì 
rigido parlare. 

G. M. Nò Calistene meritò lode de V acerba riprensione. 
F.iV. In qual maggioranza, adunque, di amicizia è leciu 

la libertà del parlare, se non conviene in quella de la virtù 
de la età? in quella de la fortuna ? Adunque gli ansici mag- 
giori non sono i più nobili, i più valorosi; ma i più ricchi, 
come piace a Monsignor de la Gasa , che de' beni de la for- 
tuna fu oltremodo abondevole. 

G. M. Io direi che ivi si convenga maggior libertà del 
parlare, ove sia maggior dignità. 

F. iV. Cotesto potrebbe esser vero, se la dignità fosse 
congiunta con la potenza ; ma essendo di<%giunta, a' più degni 
sarebbe molto pericoloso il parlare rigidamente. 

G. M. Senza dubbio. 

F. JV. Dunque, se la dignità sola ritiene la libertà, la 
ritiene con pericolo; ma se la riserva congiunta con la po- 
tenza, la maggioranza è pur de la fortuna: laonde, per 
non concedere a la fortuna alcuna superiorità, non permet- 
terei che fosse alcuna superiorità ne 1' anucizia; ma direi 
che la vera amicizia fosse tra gli eguali solamente, seguendo 
in ciò il giudicio de' pitagorici; i quali (come riferisce Ales- 
sandro Afrodiseo , commentatore d'Aristotile sopra i libri 
scritti da lui de la Filosofia divina) definirono l'amicizia, pari- 
mente pari : quasi non bastasse quelh) che è eguale inegual- 



VERO DE L' amicizia. 329 

mente, ma a la vera amicìzia si richiedesse la vera egualità. 
Ed agevolmente credo, che dal signor Giovanni mi sarà con- 
ceduto che si ritrovi la vera egualità; quantunque quel ch'ella 
sia , quale , per sentenza di Platone nel dialogo decimo de le 
Leggi, è occulto ad ogni altro giudicio, se non a quello de 
gli iddìi. 

G, M. E come si può negare quel che approva Platone? 

F. N. Ma concedendosi che si trovi una ^era egualità, 
per nascosta che ella sia , è necesstrìo ancora che ci sia una 
falsa egualità, ne la quale di leggieri ci avvegnamo, e quasi 
altra egualità non conosciamo ; laonde non possiamo cono- 
scere agevolmente che ella sia falsa. Dico* che è necessario 
che ella d sia^ perchè non può essere V un contrario, che 
non sia V altro; itìa la vera e la falsa egualità spno, a mìo pa- 
rere, contrarie; se forse a la vera egualità non vogliamo 
più tosto dar per contrario la falsa ineguahtà. 

G. M, Come vi pare. 

F. N. Ma peraventura la falsa inegualità e la egualità 
vera potrehhono esser ristesso, o un isiesso subietro; ma 
la falsa egualità e la vera egualità non possono in alcun 
modo essere insieme. Ma ricercando la vera egualità , noA 
so s' andremo cercando quello che è eguale per sé ; il 
quale si ricerca nel Mennone di Platone: ma o sìa V istesso 
r eguale per sé da quello che è veramente eguale, o pur 
diverso, bastici ora di trovar quello che é veramente 
eguale. 

G. M, Non fie mica picciolo acquisto il ritrovarlo. 

F. N. Ma dove V andrem noi cercando? ne le republi- 
che popolari, dove coloro che sono eguali ne la libertà, 
vogliono essere eguali in qiascuna altra cosa, e tutte le go- 
vernano con la proporzione aritmetica ? Diremo, dunque, che 
eguali fossero Iperbolo ed Aristide, e che fra loro fosse vera 
egualità, perché erano pari ne la libertà. 

G, M. Ciò a niun modo può tollerarsi. 

F. iV. Dunque , la vera egualità non sarà ne le republi- 
che, dove ciascuno si stima degno de' medesimi onori; né i 
buoni e i rei, come dice Isocrate, devono esser egualmente 
onorati. 

28» . 



330 IL MANSO, 

G. M. Non , per opinione de' più savi. 

F. N. Non vi essendo la vera egualità , non vi fie pcr- 
aventura la vera amicizia.La cercheremo, adunque, più tosto 
ne le republiche de gli ottimati, ne le quali gli onori e i 
premi sono compartiti con proporzione geometrica. 

G, M. Così mi pare più convenevole. 

F.^N Ma se ciò è vero , la vera egualità de quella che 
premia egualmente ; percìochè , si come insegna Aristotile 
nel quinto de le sue Moieili, deono pigliarsi quattro termini^ 
cioè due cose e due persone. Sia Achille di dignità e me- 
rito quasi dodici, Patroclo come sei; siano due cose, T una 
di prezzo di otto, T altra di quattro: si come Achille, il 
quale è di dodici, si considera in rispetto di Patroclo, che 
è il sei; così la cosa, che è otto, data per mercede ad Achille 
nel compartimento de le prede, ha '1 medesimo riguardo a 
quella di quattro, che si diede a Patroclo: Dunque, l' egua- 
lità consiste ne i premi dati a gli ineguali disegualmente. 

G. M. Cosi pare convenevole. 

F, N, Questa è, dunque, vera egualità. 

G, M, Vera. 

F, N. E fra costoro potrà esser vera amicizia. 

G. M. Tale fu Y opénione di quei tempi. 

F. N, Dunque, al contrario abbiamo conchiuso di quel 
che prima credevamo; cioè, che la vera egualità sia disu- 
gualmente eguale: e questa è quella egualità, se non mi in- 
ganno, la quale è nel cielo , dove non tutti partecipano 
egualmente de la gloria; benché fra l'anime beate sìa som- 
ma amicizia e somma concordia. 

G. M, Assai è certa questa dimostrazione. Si ingannare 
adunque i pitagorici, ed io con essi, stimando che la vera 
amicizia sia quella che.^ parimente pari; perchè ella non è 
ne le republiche de gli ottimati, né pur nel cielo. S'ingan- 
narono ancora dicendo , che la giustizia è quella che è pari- 
mente pari, còme riferisce Aristotile ne' libri ad Eudemo; 
perchè la giustizia e l'amicizia sarebbe il medesimo: ed oltre 
di ciò, la vera giustizia non si troverebbe ne la proporzione 
geometrica, ma ne l'aritmetica; non fra gì' iddìi o fra gli ot- 
timi principi, ma ne le republiche popolari; il che è falso. 



VERO DE L'^AMIGIZIA. ' 331 

' G. M. Così mi pare , senza dubbio. 
F. N, Ma forse non è inconveniente, che la giustizia e 
r amicrzia sia V istessa cosa, o molto congiunta, come parve 
ad Aristotile. E quando i pitagorici diffinirono, che l'amici- 
zia fosse quella che parimente è pari, Tollero che ella fosse 
fra due persone eguali non solamente di libertà, ma d'età, 
di merito, di valore e di dignità; a' quali tutti gli onori e 
tutti i premi egualmente eguali si dovessero concedere. Ma 
tali peraventura non furono Teseo o Piritoo, né Achille o 
Patroclo, né Pilade ed Oreste, né Lelio e Scipione: laonde, 
ò più tosto r idea de V amicizia , da la quale potevano per- 
aventura prendere esempio Torquato e Valerio Corvino ; o 
Cesare e Pompeo, se fossero stati conlenti di essere amici; 
Bruto e Cassio , se giusta fosse stata la loro azione : ed 
io in questa idea riguardai, quando descrissi l'amicizia del 
re di Gotia e di quel di Svecia ; ma 1* amore non consenti 
che io potessi descriverla perfetta Molto, adunque, sono dub- 
bioso , se la vera amicizia, la quale dee consistere ne la 
vera egualità, sia quella ch'egualmente è eguale; o pur 
l'altra, pari imparimente; perciochè è malagevol molto l'af- 
fermare, che fra Lelio e Scipione, e fra gli altri già detti, 
non fosse vera amicizia : quantunque fosse in eccellenzia , 
non essendo egualhiente eguale , e non potendo la virtù di 
Lelio agguagliarsi co'l valor di Scipione, né quella di Pa- 
troclo con la fortezza d' Achille, e cosi ne gli altri. Da l' altro 
lato non dovrebbe parerci maraviglia se l'amicizie (per cosi 
dire) degli uomini non siano cosi perfette, come é quella 
considerata da' pitagorici quasi in idea; dico quasi in idea, 
perchè altro sono i numeri, altro V idee : tuttavolta non vi 
mancarono di quelli che dissero, che erano il medesimo. 

G. M, Questa mi pare 'assai sottil ragione. 

F. N. Forse con maggiore applauso si potrebbe afTer- 
niare,che l' amore non è men possente de la morte: laonde, 
se la morte agguaglia tutte le nostre disuguaglianze (come 
dice il Petrarca), può l'amor parimente far pari le cose 
dispari; e, come disse Aristotile , quando si ama, come si 
conviene a la dignità di ciascuno, si fa alcuna egualità. 
Laonde, se la sapienza di Lelio era eguale a la magnanìmitli 



332 IlrMANSO, 

di Scipione^ o la prudenza d' Ulisse a la fortezza dì Diome- 
de, bastava la benivolenza e la concordia a far la egualità. 
Potremo, adunque, riporre la vera amicizia più tosta fra gli 
eguali che fra gi' ineguali; e diremo con Aristotile, che av- 
venga il contrario ne la giustizia e ne V amicizia: perch^ 
ne la giustizia primieramente si ricerca quella egualità, la 
qual'è per degnila, poscia quella che è per convenienza; 
ne r amicizia, prima quello che è eguale per quantità, l'al- 
tro dopo. 

G. M. Cosi istimo convenevole. 

F, N, Ma qual vorremo che sia il suo genere ? 

G. M, La egualità, per le ragioni che sin* ora si sono ad- 
dutle. 

F. N. Il pari più tosto, eh* è uno de* dieci ordini de'pit- 
tagorici, de le dieci opposizioni ordinate a l'incontro, eh* 
escono quasi sommi generi de le cose; ma ponendo l'ami- 
cizia sotto il pari, convenevolmente la inimicizia e la discor- 
dia sarà riposta sotto i impari. 

G. M. Cosi pare assai conveniente ; perchè assai volte 
la disegualità è cagione di nimistà, come suole avvenire ne 
le republjche e ne' regni , ne* quali gli onori e i premi dis- 
ugualmente dispensati sogliono generare discordia. 

F. N. Ne r islesso modo potremo dire, che 1* amicizia 
debba riporsi sotto il genere de la similitudine, e la nemi- 
cizia sotto quello de la dissimilitudine: perchè la somiglianza 
de* costumi è cagione di benevolenza ; la dissimilitudine , 
di odio. 

G. M, Ne r istesso modo, senza fallo. 

F. N. Tutlavolta Aristotile ne* suoi libri Morali, addu- 
cendo l' opinione de gli antichi filosofi, disse, che alcuni 
volsero che 1* amicizia fosse una' similitudme ; come Empe- 
docle: altri, più tosto una dissimilitudine ed una contrarietà; 
come Eraclito, il quale disse : 

Quando è secca , la terra ama la pioggia ; 
Ma quando più di pioggia è gon6o il cielo, 
A la lerrà desia cader nel grembo. 

Ma queste ragioni sono naturali , più tosto che morali. Laon- 
de ci atterremo a la primiera opinione ^ perchè veramente la 



VERO DE l'amicizia. 333 

similitudine è amata per sé ; ma per accidenti la contra- 
rietà. 

G. M, Sotto la similitudine^ dunque, e sotto l'egualità 
sarà l'amicizia. 

F. N. Peraventura non può essere sotto V uno e sotto 
l' altro genere ; ma sotto qual più convenevolmente si ripon- 
ga^ si potrà in questa guisa considerare. I pitagorici non 
supponevano altra natura al numero: laonde, quando elli 
dissero che l'amicizia fusse quello che parimente è pari, 
volsero che fusse numero senza fallo. 

G, M. Numero , e non altro. 

F, N. Ma il numero, o è sostanza^ come essi credevano, 
quantità , come i peripatetici e gli altri hanno voluto. 

G. M, Questa opinione più mi piace. 

F. N. Adunque, essendo l'amicizia numero^ o sarà so- 
stanza, quantità. 

G. M. Per fermo. 

F. N. Ma ne 1' altro modo nascono grandissime sconve- 
nevolezze; perchè la sostanza è quella che non è in altro 
soggetto; ma l' amicizia è ne V amico, come in suo suggetto: 
oltre a ciò, la sostanza non riceve né più né meno; ma de l'ami- 
cizia diciamo, che ella sia più o meno, o maggiore o minore 
amicizia. Ultimamente, a la sostanza niuna cosa é contraria, 
ma a l' amicizia é contraria T inimicizia: però £mpedocle, 
che fu uno de gli altri filosofi che posero i principii de le 
cose contrari, oltre i quattro elementi, che sono principii 
materiali, aggiunse l'amicizia e la discordia: non è, dunque, 
l'amicizia sostanza. 

G. M. Non è possibile che ella sia. 

F. N. Or consideriamo se ella sia quantità. Se ella è 
quantità, é quantità non continova; ma discreta o disgiunta/ 
che vogliam dirla. 

G. M, È necessario. 

F. N. Sarà dunque non solamente l' interrotta e rein- 
tegrata, ma la coniinova amicizia, quantità discreta e dis- 
giunta: e ciò non pare convenevole; perché a 1' amicizia si 
conviene di unire e di (x)ngiungere tutte le cose: laonde, 
più convenevolmente si può riporre sotto il genere de la 



3S4 IL MANSO^ 

relazione o de la qualità^ come la ripose Aristotile^ chiaman- 
dola mutua benevolenza. 

G. M. È migliore opinione^ senza dubbio. 

F. N. Ma la relazione (come dice Aristotile) è un non so 
cbe nato dopoi a guisa di germoglio; laonde nasce sovra la 
qualità, quasi sovra suo fondamento. Porremo, adunque, 
r amicizia sotto la qualità, ne la quale è 1* amore , e diremo 
cbe ella sia amore, come disse Empedocle; il quale confuse 
assai volte questi nomi d* amore e d' amicizia: ma chiaman- 
dola amore, la chiameremo con un nome più sommo, che non 
è quello de la benevolenza. 

G. M. Non disdegnerà questo nome V amicizia; il quale 
è più divino di quello de la carità stessa. 

F. N. Ma r amore, o è amore di concupiscenza, o di 
benevolenza: e lasciando da parte quel primo amore di 
cupidigia , porrepao V amicizia sotto quest' altro di benevo- 
lenza. 

G, M. Cosi più conviene. 

F. N. Diremo adunque, che 1* amicizia è benevolenza: 
ma la benevolenza alcuna volta è vicendevole, altra non è. 
Qual diremo che sia V amicizia? 

G. M. La vicendevole senza dubbio, perchè l'amore 
può esser senza corrispondenza ; ma V amicizia non può tro- 
varsi se non da V uno e da V altro lato. 

F. N. È dunque V amicizia benevolenza reciproca : ma 
de le benevolenze si fatte, alcune possono esser occulte, e fra 
persone non conosciute se non per fama, altre sono mani- 
feste : e fra queste vuole Aristotile che sia V amicizia, che, per ^ 
suo parere , è benevolenza mutua, e non occulta : e noi a 
ninna altra opinione più volentieri dobbiamo appigliarci. Ma 
non seguiremo l' opinione di coloro, i quali istimavano che una 
sólamente fosse l' amicizia ; perciochè il più e '1 meno (come 
lor pare) non fanno diversità di specie; avvengachè ne le 
cose ancora differenti di specie sia il più e *1 meno: il che 
peraventura sarà manifesto, se si è conosciuto quello che si 
ama, o l' amabile, che voghamo dirlo; il quale suole essere o 
buono, piacevole, o utile; « quello si stimerà utile, co 1 
quale s' acquisterà qualche bene o qualche piacere. Laonde 



VERO DE l' amicizia. 335 

avviene, che 1 piacevole e l'onesto s'amino come fine; 
r utile più tosto per mezzo di qualche fine: e pare che cia- 
scuno ami non tanto quel che è bene semplicemente , quanto 
quel chotima bene a se stesso, laonde i beni apparenti sono^ 
il più de le volte, i più desiderati; quasi non sia gran diffe- 
renza tra r amare quel che è bene per sé, e quel che sola- 
mente consiste ne l'apparenza. Essendo, adunque, tre cose per 
le quali gli uomini si muovono ad amare, non si chiama ami- 
cìzia quella de le cose innamorate, perchè l' amore non è 
vicendevole, ma ne l'amicizia conviene che la benevolenza 
sia reciproca. Tante, adunque, sono le spezie de l' amicizie , 
quante de gli amori. 

G. M' De gli amori introducono i vostri poeti un numero 
quasi infinito, ne' quali (se ben mi sovviene) il vostro Ti- 
bullo avvenendosi di notte tempo, non usci senza molto peri- 
colo de le loro mani. 

F. N. Tre nondimeno sono le spezie principali, eguali di 
numero a le cose amate; perchè altri amano 1' onesto, altri 
il piacere, altri vanno dietro a 1' utilità: ma coloro che sono 
amati per utile o per piacere, non sono amati per sé, ma per 
accidente ; laonde queste amicizie di leggieri si dissolvono , 
perchè le medesime cose, non sono sempre utili, né sempre 
piacevoli egualmente; però cessando l'utilità o il piacere, 
cessano l'amicizie. L* una nondimeno, quella, dico, che si re- 
stringe per cupidità d* avere, è propria de' vecchi ; perchè 
queir età non suole seguire il piacere, ma l' utilità. Fra que- 
ste amicizie Aristotile, ne i libri a Nicomaco, pone quella de gli 
ospiti e de gli albergatori : ma ne gli altri ad Eudemo vuol 
che sia, oltre ad ogni altra, principalissima. Ma l'amicizia 
de' giovani si congiunge per lo piacere ; perochè quella età è 
tutta inchinata al diletto: però tosto si fanno le amicizie 
fra giovani, e tosto finiscono; e sono simiglianti a gli amori. 
Ma r amicizia di coloro che sono simili per virtù , è per- 
fetta amicizia; perciochè l'. amicizia sì fatta è per sé, non 
per accidente , avvengachè l'uno vuol bene a l'altro non per 
altra cagione , se non perchè è buono : ma sono buoni per 
se stessi, perchè la virtù è una perfezione, che fa gli uomini 
buoni, e buone le loro operazioni. Laonde è grandissima ami- 



336 IL MANSO^ 

cizia: perciochò quello che è per sé buono, è maggiore di 
quel che è buono per accidente. Essendo adunque per se 
stessa questa amicizia, e T altre per accidente, ne siegue ne- 
cessariamente , che i virtuosi , i quali vogliono bene a gli 
amici per se stessi e non per altra cosa, siano grandemente 
amici: e perchè si amano per la virtù; essendola virtù abito 
stabile e permanente, il quale non trapassa di leggieri; questa 
sola amicizia dura quanto la virtù, e quasi s' invecchia. Que- 
sta ancora è quella sola amicizia, a la quale non manc^ alcuna 
cosa; laonde questa sola è perfetta, si come quella la quale 
comprende in se stessa tutto quello che è di buono e di ìau- 
devole ne l' altre amicizie Perchè ogni amicizia è per qualche 
bene o per qualche piacere, o semplicemente considerato, o 
per rispetto de V amico; ma questa amicizia ha tutte queste 
cose insieme ; io dico non solamente quel eh' è per sé bene^ 
ma '1 piacere e Tutilità è in lei : adunque, si congiungono tutte 
le cagioni che muovono V uomo ad amare, ed in niuna più 
s'ama che in questa; non ne gli amori medesimi, quantun- 
que ne gli amori più si pianga e più si sospiri; perché non è 
sempre maggior la benevolenza , dove è maggior la priva- 
zione. Rare, adunque, sono tali amicizie; imperochè pochi sono 
gli uomini così fatti per la malagevolezza che è nel toccare 
il mezzo, quasi quel punto in cui saetta l' arciere, o quella 
strada angusta che suole essere fra i dirupi e f ra i precipizi. 
Oltre a ciò, fa mestieri in sì fatta amicizia di lungo tempo o di 
lunga consuetudine ; perciochè V uno non è ricercato da l'altro . 
per amico, se non dopo la perfetta cognizione, la quale non può 
farsi in pochi giorni, né senza molta esperienza de la virtù: 
ma coloro che fanno tosto quelle operazioni che appartengono 
a l'amicizia, vogliono esser amici, ma non sono, ove non siano 
degni d' essere amati e conoscano il merito ; avvengachè si 
faccia quasi incontinente non V amicizia, ma la volontà d'es- 
sere amico. Questa, adunque, amicizia non è perfetta, e per 
tempo, e per ciascuna altra cosa, e per tutte insieme^ si fa e si 
conferma; e perchè in questa l'uno amico a l'altro è simile ne 
la virtù, in ogni altra cosa divien simigUante, comesi ricerca 
ne r amicizia. Ma 1' amicizie che si fanno per 1' utile e per io 
piacere hanno similitudine con questa : perchè gli amici sono 



VERO DE l'amicizia. 337 

buoni ed utili e piacevoli vicendevolmente, e per niuna altra 
cagione sogliono durare V amicizie cosi fatte, se non perchè sì 
rende quasi diletto per diletto; de l' istessa maniera come suole 
avvenir© fra i faceti ne la piacevole conversazione, ma non in 
quella guisa che suole incontrar fra gli amanti : perchè gli 
amanti non godono de le cose medesime, ma l' uno de V aspetto 
e de la bellezza de l'amato, l'altro de la servitù e de i' ubi- 
dienza de l' amante; laonde spesse volte suol mancare T ami- 
cizia co 'i fior de l'età e de la bellezza; perciochè a V uno di 
loro non piace più i' aspetto come soleva , a 1* altra non si fa 
più la medesima servitù. Sono alcuni i quali non cambiano 
ne r amore il diletto, ma l'utilità; e questi sono meno amici, 
e meno continovano ne i' amistà ; avvengachè coloro che 
sono amici per l'utilità, sono amici più tosto de V utile che de 
r amico : laonde tanto dura l' amicizia, quanto l' utilità. Però 
avviene che i malvagi a' malvagi, e i buoni a' malvagi , ed 
a gli uni ed a gli altri coloro che non sono né buoni né rei, 
siano amici per utilità e 4)er diletto; ma ì buoni solamente 
perse stessi: e la sola amicizia de* buoni è quella ne la quale 
non ha luogo alcuno la calunnia, perchè non è agevole il pre- 
star credenza ad alcuna Iosa centra T amico di cui si è fatta 
esperienza per lungo tempo; onde è proprio di questa amicizia 
che r uno cr^da a l'altro^ e che siano tanto lontane da lei l'in- 
giuria quanto la calunnia. Ma ne 1' altre spezie d' amicizie 
suole avvenire il contrario : però solamente la prima è propria 
amicizia, l' altre sono dette amistà, per qualche similitudine 
che hanno con la prima, a la quale sono simili nel piacere e 
ne r utilità. Laonde non sono amicizie assolutamente; ma per- 
chè cosi avviene, e cosi incontra, sono dette amistà, e per la 
somiglianza principalmente. Ma si come ne le virtù altri sono 
buoni in abito, altri in atto; cosi avviene ne V amicizia, per- 
ciochè de gh amici alcuni vivono insieme, e godono de la con- 
versazione e de la scambievole utilità; altri (come dice Ari- 
stotile) dormono; e separati. di luogo, non fanno alcuna 
operazione^ ma sono disposti ad operare amichevolmente ; 
perchè i luoghi non dissolvono l'amicizia, ma 1' operazioni 
più tosto: quantunque la lunga assenza par che generi 
quasi oblivione de l' amicizia^ come de 1' amore : ma estin- 

Tasso . Diatoghi. — 3. 29 



338 IL NANSO, 

guendo V amore, fa quasi operailoDe di giovevole medicina; 
dissolvendo l'amicizia, è simile ad un lento veleno. È dun> 
que necessaria la presenza, senza la quale l' amicizia è quasi 
priva del suo diletto: però né i vecchi né i severi paiono atti 
a r amicizia, perchè sogliono apportare poco diletto ne la 
conversazione. Ma fra coloro, fra'quali non è domestichezza, 
può essere più tosto beùevolenza che amicizia ; perchè ninna 
cosa è più propria de V amico, che il vivere insieme; avven- 
gachè i poveri e i mendici desiderano V utilità : ma il vivere 
insieme è desiderato ancora da i felici, i quali non è convencr 
vole che vivano ne la solitudine, essendo la solitudine grandis- 
simo male; e sarebbe molesta nel cielo, come disse alcuno. Ma 
non è possibile che usino insieme, se non coloro che si compiac- 
ciono de la domestichezza; e tale suol essere l'amicizia de' com- 
pagni, che insieme sogliono godere. Principalissima nondime- 
no, oltre tutte V altre, è V amicizia de' buoni ; perciochè quel 
che è bene assolutamente, è amabile e desiderabile per sé : 
ma a questo o a quello suole essere piacevole quel che a lui 
particolarmente è bene , o gli pare, come suole parere a gli 
amanti ; ma fra V amore e V amistà è questa differenza , che 
r amore è simile a V affetto^ V amicfcia a l' abito; e V amore 
si stende ancora a le cose inanimate, le quali non possono 
riamare: ma de gli amici, 1* uno ama V altro per elezione; ma 
r elezione procede da l' abito. 

G. M. Io credeva che non solamente T amicizia, ma 
r amore nascesse per elezione. 

F. N. quanto bene avete fatto, signor mio, a rompere 
il corso del mio ragionamento, nel quale io non era tanto ve- 
loce che potessi Schivare la noia de gli ascoltatori ! ma aven- 
do cominciato a riferire le cose d' Aristotile, da un lato mi 
vergogno di non dire cosa che a voi potesse parere nuova; uè 
di saperla in guisa ornare^ che a voi piacesse almeno per l' or- 
namento: da r altro; non aveva ardire di mescolare le mie o 
l'altrui opinioni con le sue. Perchè sì come l'argento giunto a 
r oro iion può farlo più prezioso; cosi la dottrina de gli altri^ 
congiunta con quella d' Aristotile^ non la fa di maggior pre- 
gio; e se ci è alcuna loda nel saper accoppiarle, è più tosto 
ne r artificio che ne la materia. Ma de V opere si fatte avvie- 



VERO DE l'amicizia. 339 

ne nondimeno quello che suole avvenire de* vasi d' argento 
indorati, i quali sono ricercati per minore spesa; e se la spesa 
diminuisce il diletto de le cose comprate, costando meno, 
piacciono più. 

G. M. Chiamate forse il tempo e la fatica quasi un prez- 
zo de le cose imparate ? 

F. N. Senza fallo, opere carissime oltre tutte sono quelle 
<^ n'insegna Aristotile; T altre si apprendono più di leg- 
gieri: ma al vostro dubbio si potrebbe rispondere e con Ari- 
stotile « con gli altri insieme. 

G. M. È più tosto opinione che dubbio; perchè io non 
dubbito se un amante debba eleggere di amare, ma credo che 
debba eleggere. 

F. N. E quai cose dovrebbe elegger di amare: le belle o le 
brutte, quelle che partecipano de V uno e de l'altro estremo? 

G. M. Le belle, senza dubbio. 

F. N. Ma de le cose che non hanno dubbio, sono certe 
incerte ? 

G. M. Certe. 

F. N. E de le certe non si fa consultazione ; ma de le in- 
certe solamente. 

G. M. Cosi dice Aristotile. 

F. N. Dice similmente Aristotile, che la consultazione o '1 
consiglio va avanti a la elezione ; laonde non possono es- 
sere elette quelle cose che non possano esser consigliate; e se 
non possiamo rivocare in dubbio, e quasi sottoporre al consi- 
glio, r amore de le «ose belle, non possiamo anco eleggere di 
amarle. Oltre a ciò, ditemi , signor mio: stimate vera questa opi- 
nione di Aristotile, che V amore sia somigliante a V affezione, 
r amicizia a l'abito? 

G. M. Concedasi che Aristotile abbia detto il vero. 

F. N, Io avrei più tosto desiderato che da voi mi fosse 
negato ; ma concedendosi , ne siegue che se l' amore è simile 
a r affetto, non è affetto; se 1* amicizia è somigliante a l'abito, 
non è abito. 

G, M. Aristotile ha detto, che V amore è simile a gli af- 
fetti, perchè è simile a l'altre passioni; sì come l'amistà è 
somigliante a gli altri abiti. 



340 IL MANSO, 

F, N, Il dottifisiino signor Manso ha dichiarato Aristotile 
con san Tomaso, e con questa parola e a gh altri abiti, » 
datomi la vita. V amicizia è adunque abito. 

(r. 3f. E se non fosse, siasi per me. 

F, N. E r amore, è passione o affettò? 

G. M. Ne l' istesso modo. 

F. N. Ma Aristotile, ne' libri ad Eudemo, divide gli af- 
fetti co '1 volontario e con l' involontario, non con V elezione 
co '1 destino. 

G. M. E questo che importa ? 

F. N, Che noi, ragionando d' amore, non dobbiamo chie- 
dere s' egli sia per elezione o per destino ; ma se egli è vo- 
lontario non volontario: perchè può essere volontario, e 
non essere per elezione né per destino ; e se il destino è il 
fato, le cose che sono per fato, son per natura : ma quel che 
si fa per natura è, in qualche modo, opposto a quel che si fa 
per volontà. 

G. M. Non è alcuno amore naturale ? 

F. N. Non dico questo; ma più tosto, che due siano le 
spezie de gli amori, come dice Dante : 

Ogni amore 

£ nalorale, o d'anioio, e tu *1 sai: 

le quali si distinguono per opposte differenze. Ora io comincio 
a mescolare le cose de gli altri con quelle d' Aristotile; e se 
non vi spiace la mescolanza , siami lecita anche di mescolare 
questa opinione d'Isocrate: le cose belle fanno così tosto la 
sua operazione, che togliono lo spazio al consiglio, e per con- 
seguente a la elezione. Laonde io stimerei, che gli amanti siano 
simili a' percossi dal fulmine, i quali non hanno tempo di 
schifare il pericolo. Però disse il Petrarca : 

Come co 'I balenar tuona in un punto, 
Così U\* io da* begli occhi lucenti 
E da un dolce saluto insieme aggiunto. 

Si ama, adunque, signor mio, o per natura o per volontà; 
non per consiglio né per elezione. 



VERO DE L'AMiaZIA. 341 

G. M. Del consiglio sia quel che a voi ne pare; perchè 
Alessandro non propose al consiglio de* Macedoni, s'egli do- 
vesse amar Rossano; né Massinissa si consigliò co' Numidi, se 
a lui si convenisse di consentire a l'amore di Sofonisba: e se 
prima si fosse consigliato, sarebbe pera ventura avvenuto 
quello che dapoi avvenne, come disse il Petrarca : 

Però d' un tale amico un tal consiglio 
Fu quasi un scoglio a 1* amorosa impresa ; 

avvengachè le operazioni de gli amanti (come voi diceste) sian 
veloci, ma il consiglio ritarda tutte le cose : ma io ne T amore 
ricerco una elezione senza consiglio, una deliberazione senza 
contesa di varie opinioni, una costanza senza opposizione. E 
come potrebbe esser costanza ne V amore, se non vi fosse ele- 
zione? Se sono, adunque, alcuni amanti costanti, sono per ele- 
zione : anzi, se non è amore quello che non è costante, non è 
alcuno amore che non sia con reiezione. Gir altri, ne' quali 
l'amante non elegge di amare^ di servire, e di meritare 
amando, non sono amori; ma umori, appetiti, cupidigia, sen- 
sualità: l'amore conviene che sia stabile, fermo, e fondato 
ne r elezione, e nel proponimento d' amar contmovamente. 

F. N. Né io ricercava ne l' elezione il consìglio d* altrui 
che dì se stesso, come necessario : ma mi pareva assai conve- 
nevole quel modo di consigliarsi, che suol fare l'amante fra 
se medesimo, come si legge ne' poeti : 

Che fai, alma? che pensi? avrem mai pace? 
Avrem mai tre^u^? od avrein guerra eterna? 
Che fia di noi non so ; ma a qu(>l eh* lo scema, 
A* suoi begli occhi il nostro mal non piace. 

in quegli altri : 

Che debbo far, che mi consigli, Amore? 

Tempo è ben di morire , 

Ed ho lardalo più eh* io non vorrei. 

Bladonna è moria , ed ha seco il mio core , 

E volendol seguire, 

Interromper convien questi anni rei : 

29* 



M'I IL MANSO, 

quantunque tardi fossero questi consigli Ma il principio de 
l' amore fu senza consiglio, e senza elezione, e simile al ter- 
rore ed a la cattività di un uomo assalito a Tunproviso; 
come si legge in questi altri versi : 

Però turbato nel primiero a<;saUo, 
Non ebbe tanto né vi|<or, né spazio, 
Che poiesse al bisogna prender V arme, 

vero al |x>ggio 'falicoMi ed alto 
Riirariiii aceorlaroeiite da lo strazio. 
Dal quale ogj^i vorrei, né posso aitarme. 

Non è maraviglia, adunque, cbe ne l' amore, nel quale non è 
elezione, non sia costanza : ma sarebbe pera ventura maravi- 
glia, se bastasse V elezióne a far costante V amore; non altri- 
menti cbe se V elezione del navigare potesse far costante la 
fortuna del mare. 

G. M. La elezione può far costante il noccbiero, quantun- 
que sia inr^tabile la fortuna. 

F. N. Ma io assomiglierei il nocchiero più tosto a la ra- 
gione, la quale dee sedere al governo, e sedare gli afiètti con- 
citati d' amore ne V onde agitate da la fortuna. 

G. M. Tuttavolta il Petrarca pose Amore al timone, di- 
cendo: 

ed al governo 

Slede il signore, anzi *1 nemico mio. 

F. N. Quivi parla il poeta di una disperazione amorosa; 
ne la quale niuna cosa si elegge, ma tutte sono violente e 
fortunose : laonde, per mio avviso, la costanza non è propria 
de r amore, perchè V amore è non abito, ma passione, cioè mo- 
vimento. Oltre a ciò Aristotile, scrivendo ad Cuderao, chiama 
costanti quelle cose solamente, le quali non sì fanno tosto, né 
tosto si dissolvono : ma l' amor nasce incontanente, a guisa 
di fuoco che subito s' appiglia; V amicizia, a lo 'ncontro, tardi 
si ristringe, e tardi o non mai si rallenta: dunque, de l' ami- 
cizia è propria la costanza. 

G. M. Già mi son pentito di avere creduto (^e l'amicìzia 
sia abito ; e peraventura Aristotile volle intendere che ella 
fosse passione, disposizione ne la stabilità, simile a gli abiti. 

F. N. Cotesto potreW)e esser vero; perchè ne la Topica 



VERO DE L' AMICIZIA. 34.3 

non volle die il subfetto de V amicizia fosse la volootà^ come 
parve da poi a san Tomaso, ma la parte sensuale: ma 
peraventura non-intese d'altra amicizia, che di quella clie ha 
per fine il piacere; perchè l'altra, il cui obietto è l'onesto, 
ragionevolmente dovrebbe avere la sede e quasi la reggia ne 
la volontà. Comunque sia, se 1* amistà fosse passione simile a 
gli abiti, r amore sarebbe abito somigliante a le passioni. 

G. M. Non so quale sconvenevolezza sarebbe questa. 

F. N. V amore, adunque, tutto che fosse abito, sarebbe , 
instabile, come la passione; e l'amicizia, quantunque fosse pas- 
sione, sarebbe costante, come gli abiti. 

6. M, Io crederei più tosto, che V amicizia fosse somi- 
gliante a gli abiti ne la facilità de l'operare, o in altra cosa 
si fatta; e l'amore fosse simile a la passione ne la malagevo- 
lezza e nel fervore: perchè niuno amico opera con tanto ar- 
dore e con tanta sollecitudine, con quanta sogliono adoper^are 
gli amanti quelle cose che sono in servigio de la persona 
amata. Ma voi che ne dite, signor tracollo, che sì lungamente 
avete taciuto, non a guisa d' arbitro, ma quasi ascoltatore de 
le nostre, o più tosto de l' altrui differenze ? 

S. B, lo per me reputo l' amor cosa divina ; però non 
mi può capire ne l' animo in modo alcuno, che le cose divine 
siano più instabili de l' umane : avvengachè se v' è alcuna 
certa costanza, è ne le cose celesti e ne 1* intelligibili ; ma ne 
l'altre che son fatte a quella similitudine, si trova solamente 
una quasi imagine de la costanza. Però, se è vera quella 
opinione, eh' il nome d' amore sia più divino di ciascun altro^ 
non dobbiamo dubitare che l'amore sia costantissimo: ma se 
l'amicizia ancora è si fatta, l'amicizia similmente è cosa di- 
vina, e non pare che sia umana vjrlù; anzi, per opinione di 
Luciano, merita divino onore, e fa divine operazioni. Laonde 
non è maraviglia, che ella fosse adorata fra gli Sciti, e che dèi 
ed eroi fossero reputati que' Greci che meritarono d'essere 
celebrali ne le lodi d amicizia, et adorati da' barbari e da' ne- 
mici medesimi; ed alcuna volta ho creduto, che la virtù eroica 
e divina altro non sia che l'amicizia: pei?chè non è opera- 
zione di umana virtù anteporre 1* altrui vita a la propria, ma 
le cose divine da le divine non sono distinte di genere. Laonde 



344 IL MAJfSO, 

io noa porrei V amore e l' amicizia con disegnali e quasi eon- 
tran; cioè T amicizia sotto il genere de gli afletti, l'amore 
sotto quello de gli abiti; ma direi, che l' amicizia e l'amore 
fossero sotto un genere stesso, o cbe l' amore fosse genere de 
r amicizia, e principio (come «^ì dice) de la benevolenza. E 
più mi piace V opinione di coloro cbe Togliono, che l' amore 
sia amicizia quasi nascente, e V amicizia sia un amore invec- 
chiato: né concederei che l'amico necessariamente ami l'al- 
tro, ma l'amato possa non amare l'amante; ma più tosto 
apprvo r antichissima sentenza di Solone, che l'amato sia 
l'amico. Né, per mio avviso, ne siegue alcuno dì quegli ìnoon- 
TenJenti, che molti siano inimici de gli amici, ed a lo 'ncontro 
amici de'nimici; perché 

Amore a nollo amato amar perdona: ' 

e si come ne la amicizia , così ne lo amore non finto è neces- 
sario cbe l'amato riami. Non si estingue, dunque, l'amore 
prima de V amicizia per difetto di chi riami ; ma V uno e l'al- 
tro é costante, e divino, e maraviglioso egualmente. 

F. iV. Se tanto è simile l'amore a l'amicizia, cbe siano 
per poco ristesso, dubito de la costanza de l'amicizia mede- 
sima, e non veggo altra fuga, o altro refugio, che la distrazio- 
ne : perché distinguendo le specie de l' amicizia secondo le 
spezie de gli amori, potrei concedere che alcuna fosse divina 
amicizia, come é la carità; altra, umana amicìzia: ma ferina 
amicizia, come ferino amore, se pur si trova, appena che io 
ardissi d'usare questo nome. Ho letto nondimeno de gli 
amori e de gli odii non solamente tra le fiere, come è quello 
di cui fa menzione Aristotile e Plinio; ma tra le piante e tra 
gli elementi : tutta volta non udii dire giamai, che tra fiera e 
fiera fosse amicizia ferina, ma ferina nemistà o nemistà na- 
turale, cioè passioni, ed affetto senza consiglio e senza ele- 
zione. Laonde il nome di amore da V uno estremo é più dì- 
vino; il che vi si concede: da l'altro é più ferino: ma 
l'amicizia, che non può tanto af^pirare a la divinità, molto 
più é sicura da la ferità. Non lodo, adunque, né Empedocle, 
Bé Eraclito, che non distinsero l'amicìzia da T amore; né tanto 

< Dante , inferno , canto V> 



VERO DE l'amicizia. 345 

mi piace il distinguere le spezie de l' amicizia secondo quelle 
di amore, quanto secondo le spezie de la giustizia, come le 
distingue Aristotile ne* libri ad Eudemo; né porta opinione 
molto diversa da questa scrivendo a Nicomaco, avvengachè 
egli c'insegni, che T amistà sia ne le medesime cose, o in- 
torno a le stesse ; perchè in ogni compagnia pare che si trovi 
qualche giustizia o qualche amistà. 

G. M. Io mi maraviglio de la diversità de le opinioni : 
perchè alcuna volta avete detto, che l' amicizia e V amore sia 
r istesso; altre volte, che 1* amistà e la giustizia sia il mede- 
simo : laonde, se queste due opinioni fossero insieme vere, se- 
guirebbe che la giustizia e l'amore fosse il medesimo. Ma 
questa mi- pare falsa opinione, perchè ho letto: 

Gran giustizia a gli amanti è grande offesa; 

ed altrove : [ 

Amor regge suo imperio senza spad^. 

Ma la giustizia adopera la spada ne' regni da lei governati. 

F. N. lo ho letto chi cinge la spada al fianco d'Amore, 
ma non so chi gli ponga le bilancio in mano : ma s' egli ha 
usurpato il fulmine di Giove, gli poteva anco un giorno invo- 
lar le bilancio^ con le quali pesasse le colpe ed i meriti de gli 
amanti. 

G. M. Gentile impresa sarebbe far figurare un Amor 
con le bilancio; ma se lo chiedessi il motto, agevolmente tra- 
passerei di materia in materia. 

F, N. Seguiamo adunque il nostro ragionamento; e ve- 
diamo quanto si acquisti o si guadagni, presupponendo che 
l' amore e l' amicizia sia l' istesso, o non molto dissimigliante. 
E prima diremo, vi priego, signor don Scipione: non è egli 
vero, che l' amore è un desiderio de le cose buone e de le 
belle ? 

S. B. Questa è opinione da ciascuno approvata. 

F. N. Ma il desiderio è de le cose che ci mancano: perchè 
non è uomo il quale non desideri quelle di cui sia privo. 
Se l'amore, adunque, è desiderio del beilo e del bene, egli non 
ò né bello né buono: non può esser ancora di mala natura, 



340 IL MANSO, 

perchè il male non desidera il bene, né il brutto desidera il 
bello. 

S. B. Questo ancora vi si concede; quantunque Eraclito 
portasse opinione, che un contrario fosse amico de l'altro. 

F. N. È necessario il concederlo, perchè altrimenti l'odio 
sarebbe amico de l' amore, e la nemistà de la concordia; cosa 
sconvenevolissiraa. 

G. M. Io non so se a' dialettici sia lecito provare tutte le 
cose, come a' poeti di fìngerle : ma se v' ha poeti c'hanno finto 
Amore innamorato, e filosofi ancora, come Apuleio; non ^1 
deverebbe mancare chi descrivesse l'odio e la concordia inna- 
morata : e fu sottile avvedimento' di quel nostro poeta , che 
accennò questa opinione in quel verso: 

Amor, t« pria fiirai con Tedio pace. 

Perchè se l'amore può fare pace con V odio, poip amar l'odio. 

F. N. Fu addotta per cosa impossibile; laonde, se io non 
sono errato, con tre sillogismi, come Insegnano i logici, si po- 
trebbe provare, che impossibil fosse che l' un contrario fosse 
amico de l'altro : falsa, adunque, per mio parere, è l'opinio- 
ne d'Eraclito; e vera quella, che amore, er^sendo desiderio del 
bello e del buono, non sia ne bello né buono: ma se l'amici- 
zia ancora desidera le cose belle, e le buone similmente, non 
fìe né bella né buona; né buoni fiano gli amici né rei, ma 
tra buoni e rei, senza 1' una e 1* altra quahtà. 

G. M. Saranno, adunque, come le persone de le tragedie. 

F. N. Tragiche persone sono Pilade ed Oreste; non meoo 
eroiche. Achille e Patroclo: ma gran perdita ha fatto l'amicì- 
zia con questa mutazione di sentenza, se non può essere ami- 
cizia fra' buoni ; laddove con Aristotile aveva provato, che 
tra' buoni fosse solamente la vera amicizia. Ora, con que- 
sta ragione s' è conchiuso, che i buoni non possono essere 
amici de' buoni. 

G. M. La ragione mi è fuggita de l' animo, come fanno 
quelle cose che non hanno fermezza. 

F. N. Replichiamla, adunque, con le parole usate da Pla- 
tone medesimo nel Lisia, e consideriamo di quanto valore ella 
sia. Se crediamo al vecchio proverbio, pare che il bello ci 



VERO DE L' amicizia. 347 

sia amico: perciochè il bello è un non so che di molle ^ di 
liscio, di piacevole e di polito; perciò di leggieri serpe^ 
trapassa e penetra per ciascuna parte : ma io dico, che il buo- 
no è bello, ed a gli altri dovrebbe parere il medesimo. 

S. B. A ciascuno. 

F. N. Ma del buono e del bello è amico quel cbe non è 
l)uono nò* maligno : perciocbè sono tre generi ne l' anima ; 
r uno buono, V altro reo, V ultimo né buono né reo; fra' quali 
né il buono é amico al buono, né il maligno al maligno, né 
il buono al malevolo , come dimostra la ragione addotta di 
sopra. 

S. B, Più tosto la profezia o 'I vaticinio di Platone, per- 
ché egli disse queste cose quasi indovinando. 

F. iV^. Questa conclusione non é senza prova ; perché già 
s'è detto, cbe se il male fosse amico dei buono, V un contra- 
rio sarebbe amico a V altro; ma se il reo fosse amico al reo, 
il buono al buono, ciascuno sarebbe amico di quelle cose 
le quali possiede: ma V amicizia, come l'amore, paiono di 
quelle che sono ne gli altri. Oltre a ciò, se il buono fosse amico 
del buono, il malevolo del malevolo, l'amicizia sarebbe 
tra' simili: ma, per opinione d'Esiodo, ciò é inconveniente; 
essendo la similitudine cagione di nimicizia, come e' insegna 
quel vecchio proverbio. Resta adunque, che il buono sia amico 
di quello cbe non è né buono né reo : e questa amicizia fra 
quello che non é buono e '1 buono, è per la presenza del male. 
Perciochè il corpo sano per la sanità non é amico al medico: 
ma si come egli inferma, subito si fa questa amicizia tra il me- 
dico e 'i corpo infermo, il quale ricerca ed ama la medicina 
per la presenza del male. Ma '1 corpo in se stessa non è buo- 
no né reo: ma quello che hon é buono o reo, alcuna volta 
per la presenza del male non é ancor maligno ;. alcun* altra é 
divenuto maligno, quando ancora non é maligno. La presenza 
del male ci forza a desiderare il bene; ma la presenza del 
male, che faccia malevolo il suggetto, corrompe 1' appetito 
del bene, e rifiuta l' amicizia, perché non é più né l' uno né 
r altro, ma è divenuto V altro, ciò é il male : ma il male non 
può esser amico al bene, o '1 bene al male. Per questa cagio- 
ne, coloro che sono già sapienti non sogliono più filosofare, né 



348 , IL MANSO, 

coloro cbe troppo sono corrotti da V ignoranza. Coloro adun- 
que solamente, ì quali per soverchia ignoranza non hanno 
perduti gli occhi de la mente , ma conoscono di non sapere 
quel che non sanno, sono veramente filosofi, ed amatori de 
la sapienza. 

G. M. I filosofi, adunque, non sono buoni né rei. 

F. N. Non per questa ragione; perciochè né i maligni 
possono filosofare, né i buoni più se ne curano: avvengachè 
il contrario non sìa amico al contrario, né il simile, come ab- 
biamo dimostrato. 

G. M. I buoni, dunque, dopo l'acquisto de le scienze, 
sono simili a' mercanti arricchiti, i quali non si curano di 
trarricchire. 

F. N. Queste cose mi paiono dette da Platone , più tosto 
per riprovare V altrui opinione, che per confermar la sua ; 
la quale fu , che V amicizia fosse non solamente tra 'I buono 
e colui che non é buono né reo, ma tra il buono e '1 buono : 
perchè s*il buono men desidera il buono, non è men solito 
il buono di godere il buono; anzi , di ninna cosa gode più , 
che de la virtù e de la virtuosa conversazione, la quale non 
basta per conservare l'amicizia. Laonde, per giudicto de' pla- 
tonici, due sono le specie de l'amistà; V una, tra il buono e 
colui che non è buoiio o reo , fondata più tosto nel desiderio 
che nel piacere; l'altra, fra il buono e 'l buono, ne la quale ò 
minor desiderio e maggior diletto. 

G. M, Gran diversità é questa fra Aristotile e Platone , 
perché 1* uno estima che l' amicizia possa ancor congiungersl 
fra' malvagi, a fine d'aver diletto o utilità, quantunque la 
vera e perfetta amicizia sia tra' buoni; l' altro, tra' malvagi 
non pone amicizia, e tra' buoni appena la concede. 

S. B. Non é meno discorde M. Tullio a V uno ed a V al- 
tro, non pare; ma senza fallo, la sua opinione è più nobile 
e più degna di maggior lode; avvengachè poco generoso na- 
scimento diano a Y amicizia coloro, che vogliono che ella abbia 
principio da la povertà, e dal bisogno, e da la debolezza, af- 
finché nel dare e nel ricevere, ciascuno prendesse del com- 
pagno quello che fa mestieri, e vicendevolmente gliele ren- 
desse. Ma più antica, e più illustre, e più bella, e più naturale 



VERO DE l'amicizia. 319 

è r origine de 1* amicizia, perchè 1* amore dal quale sì nomina 
l'amicizia, è quasi principe nel congiunger gli animi con la 
benevolenza ; perciochò l' utile spesso si piglia da coloro che 
per similitudine de V amicizia sono onorati ne le occasioni : ma 
ne r amicizia niente è fìnto, niente è simulato; ma tutto ciò 
che è ne l* amicizia, è vero ^ volontario. Però ( come piace 
al medesimo autore) non può essere amicizia, se non fra' 
buoni. 

F. N. Io concedo agevolmente a l'amore luogo ne l'ami- 
cizia, e '1 principio, non che altro, sevi pare: ma distinguen- 
do le spezie de l' amicizia , come è nostro proponimento, non 
lodo che ciò si faccia seguendo la distinzione de le spezie de 
r amore, perchè si va a grandissimo pericolo, come sarebbe 
quello de la confusione de la natura e de le cose. Avvengachè 
il distruggere i fondamenti de l' amicizia, che sono le virtù, è 
quasi un gittare a terra quelli del mondo, e richiamare l'an- 
tichissimo caos, nel cui grembo egli si giaceva, come accennò 
Dante quando disse : 

Parve che r universo amor sentisse. 

Laonde estimo più sicuro partito^ seguendo Aristotile, distin- 
guere l'amistà come la giustizia, o come le republiche, se 
così facesse mestieri. E già abbiam detto, che de l'amicizie 
alcune sono fra gli eguali, altre fra gli ineguali, di cui poco 
nulla abbiam ragionato; e queste sono tra il padre e 'l 
figliuolo, tra il marito e la moglie , e tra il prencipe e 'l * 
soggetto, e, come dice in uno altro luogo, tra colui che fa 
beneficio e quel che il riceve; i quali tutti hanno diversa 
virtù e diverse operazioni , diversa amicizia e diverso amo- 
re : laonde V istesse cose non sono fatte, né ricercate da l'uno 
e da r altro. Ma i padri danno a' figliuoli quel che a figliuolo 
è conveniente; i figliuoli, a lo'nc^utro, concedono a i padri quel 
che è debito: e come in ciascuna di queste amicizie sia l'amo- 
re, è amore con dignità e convenevolezza; perciochè il più 
degno ed il più utile merita più d' esser amato. Ed in questa 
guisa ne la disuguaglianza si fa l'egualità, in ufi altro modo 
nondimeno che ne la giustizia : perchè ne la giustizia è prima 
eguale quello che è per dignità, dopo! l'altro per quantità; 

Tasso. Dialoghi. ^Z. 30 



350 IL NàNSO, 

ma ne T amistà, prima è pari quel ebe è pari in quantità^ 
come abbiamo detto; dapoi è quello che è per dignità e per 
convenienza. E quantunque ciò paia esser vero più tosto ne 
le specie de Y amistà che sono tra gli eguali ; nondimeno 
fra' diseguali ancora non è falso, che prima si debba aver 
riguardo a l'egualità , che è nel quanto , dapoi a quel che 
conviene: perciochè ne T amicizia, come ne insegna Cice- 
rone, coloro che sono superiori, deono inchinarsi, e quasi 
sottoporsi, ed inalzare gì' inferiori. In questa guisa sì fa la 
parità ; e grandissima cosa è ne V amicizia, come afferma il 
medesimo, che l'inferiore sia pari al superiore: però fra 
tutti gli altri fu lodatissimo Scipione, che non si preponeva 
a Filone, non a Lelio, non ad altro amico, quantunque tutti 
superasse di valore e d'eccellenza. Dovrebbe, -adunque, la 
conversazione fra gli amici es<;ere somigliante a' ragionamenti 
fra piccioli e fra grandi, de' quali disse l'Anguillara, quasi 
per giuoco : 

Con^ien eh* egli s* impicciolì , io m* ingrandì. 

Ed ebbe forse risguardo a quel verso di Pindaro : 

Ma oltre tutti gli altri, io lodo il parer d'Aristotile ne i libri 
ad Eudemo, il quale vuole che si faccia quasi un cambio 
ne la quantità: perciochè il più eccellente concedendo la 
maggior utilità a V amico men degùo, ha il maggior onore e 
la maggior gloria. 

S.B, Onesto è quello di che pare che si ramarichi 
Lelio appresso Cicerone, dicendo : dove ritroverai questo uo- 
mo, il quale l'onore de l'amico anteponga al suo medesimo? 
Quasi non basti l' anteporre V utilità de l' amico a la propria, 
se non si antepone anche l' onore; non estima ancora, che si 
debba commendare ne V amicizia la parità de gli offici e de 
la volontà in guisa, che la ragione de 1* avere e del ricevere 
sia eguale; perchè questo è un fare i conti ne l'amicizia, 
troppo minuta e sottilmente. Più viva e più abondante deve 
esser la vera amistà, e non dovreU)e temere di non rendere 
più che ella non ^ha ricevuto. 



VERO DE L' amicizia. . 351 

F. JV. Generosa è T amicizia, come poco dinanzi diceste: 
ma non men generosa la giustizia , in tanto che da suoi ne- 
mici da sofisti fu riputata pazzia : si stima poco da gli amici 
r avere per l'amicizia, si sprezza similmente per la giusti- 
zia: si va a la morte per l'amistà, si corre a la morte per 
la giustizia, per testimonio ancora di quel Poeta che disse : 

Com* uom che per giustizia a morte corra. 

Né solamente si ritoma a la prigionia o al morire, come fe- 
cero alcuni amici ; ma a' tormenti de la crudelissima morte, 
in quel modo che di Attilio Regolo si legge. Ma ne le fortune 
del mare, de le quali ninna cosa è più orribile e spaventosa, si 
dispone V uno amico al med^^imo pericolo nel quale era ca- 
duto r altro; in quella guisa che Tossari scita racconta di 
Damone e di Cutidico ; e senza far contesa o di severo o di 
tavola gittata ne V onde per loro salute, benché da gli altri 
rimasi ne la nave fossero pianti per morti, vivi pervennero 
al lido de la Grecia , ed ambo insieme filosofarono in Atene. 
Il giusto similmente non usurperebbe la tavola ne' naufragi 
del mare, dove altri potesse salvarsi, quantunque egli do- 
vesse perderne la vita. Non è, adunque, men generosa la giu- 
stizia de l'amistà; ma in tanto è meno fortunata, che la giu- 
stizia alcuna volta costringe il giusto a mandare in esigilo i 
figliuoli, a privargli de gli occhi, a dar lor la morte; ma 
r amicizia sempre si adopera per la salute de gli amici. Oltre 
a ciò, de l' amistà, per la sentenza di Cicerone , è contraria ogni 
severità ed ogni mestizia : ma la giustizia è sempre severa, 
e '1 più de le volte mesta ne le sue operazioni, e per questa 
cagione degna di maggior loda. Laonde Marco Tullio, conchiu- 
dendo il suo libro, dice, che \* amicizia deverebbe essere an- 
teposta a tutte le cose, eccettuatane la virtù ; ma niuna virtù, 
per giudicio di Aristotile, deverebbe più eccettuarsi de la giu- 
stizia, perchè ella è tutta la virtù: ma in niuna sua azione 
è più magnanima la giustizia, che ne l' avere in eguale consi- 
derazion'e i nemici a gli amici. 

G, M. Non fu cosi fatto Agesilao, il quale per rispetto 
de gli amici aveva minor riguardo a la giustizia; come si 
legge nei caso di Sfodria, al quale dal re fu perdonato 



352 , IL MANSO, 

per r amicizia che era tra' figliuoli de l' uno e de V altro. 

F. N. Non merita di questa azione, ne de le altre simi- 
glìanti, alcuna loda Agesilao; e più dobbiam lodare i Bruti 
e i Torquati e gli altri cbe furo giusti giudici de gli amici e 
de* parenti, o pure accusatori. 

G, M. Troppo severa è la giustizia, se non concede a 
r amistà^ cbe ella possa difendere V amico a torto. 

F. N. V autorità de' magnanimi prencipi, di Ciro, dico, e 
di Agesilao, e quella de' duo ottimi filosofi, di Senofonte e di 
Aristotile, mi fanno di ciò dubitare alcuna volta: ma partico- 
larmente la virtù del re de' Lacedemoni, la quale, per giudi- 
ciò di Senofonte, fu simile al regolo ed a la norma, e da 
tutti doverebbe essere imitata : ma di lui si scrive, non m&ù 
che di Ciro, che egli si sforzava di superare gli amici ed i 
benemeriti ne' beneficii, e gli inimici nel modo di nuocere, e, 
se ben mi riC/ordo, ne l' ingiurie. Anzi, se crediamo a Socrate 
ed a Senofonte, in quel libro che egli compose de' suoi detti e 
fatti, la prineipal virtù de l'uomo è il vincere gli amici 
con beneficii, e gl'inimici con malefici! : e ristesse cose che 
sono ingiuste ne gli amici, sono giuste ne gli inimici, come 
r uccisioni, le prede, gì' incendii , e le rovine, e l'altre si fatte. 

G. M. Per mio a viso, più tosto si doverebbe difendere un 
nimico a torto, che offendere il nemico senza ragione. 

F. N. Ma per giudicio di Aristotile, le ragioni in ciò son 
quasi pari, e da' medesimi costumi procede ii far bene a gli 
amici e male a' nemici; laonde, convenendo queste proposi- 
zioni, ne r istesso modo sarebbe degno di biasmo colui che 
giovasse al netnico e nocesse a V amico. 

G, M. Molto simile è V opinione di Aristotile a quella di 
Senofonte, e par quasi rivo derivato dal med^imo fonte. 

F. N. Ma ditemi, vi priego , signore : se l' uomo valoroso 
dee nuocere al nemico , o con vizio dee nuocere, o con la 
virtù, con l' uno e con l' altro. 

G. M. In una di queste, senza fallo. 

F. N, Ma nocendo co '1 vizio, sarebbe vizioso. 

G. M. Sarebbe, s' egli nocesse co 'l proprio vizio. 

F. N, Parlo di questo; perchè il nuocere al nemico suo 
co '1 vizio, o con la ignoranza del nemico medesimo, è loda e 



VERO DE l'amicizia. 353 

virtù de' più eccellenti capitani : ma non dovendo alcuno al 
nemico far danno co *i proprio vizio, non deve esserli dannoso 
co'l vizio e con la virtù. 

G. M. Per la medesima ragione non de' farlo. 

F. R. Dunque, con la virtù dee nocere a V inimico: ma 
con la virtù non si nuoce, ma si giova; essendo così proprio 
de la virtù il giovare, come del vizio il nuocere. Dunque, si 
può revocare in dubbio l' autorità de' duo magnanimi re, e 
de' duo grandissimi filosofi. Ma Aristotile seguì questa opinione 
in quei libri, ov'egli non insegna la verità, ma il trovare 
gli argomenti per 1* una e per l' altra parte. In altri libri 
disse, che tutte le cose male adoperate potevano essere no- 
cive, eccetto la virtù, la quale non può essere male adope- 
rata. Con la virtù adunque non si nuoce ; e '1 fine de la 
giustizia non è il nuocìere, ma il giovare: e se pare che 
noccia ad alcuni, o quello non è nocumento, o è congiunto 
con l'utile; come fu a' popoli barbari l'esser soggiogati da 
Alessandro, o da 'Romani, o da Carlo Quinto, o da Filippo, non 
meno erede de la giuria che de* re^ii e de la potenza, col 
giovamento e co 1 prò di molti. Però ben disse Aristotile ad 
£udemo, che dove è la giustizia, non è neces^^aria la fortezza; 
a la quale peraventura si appariiene solamente il fare danno 
a' nemici. Ma concedendo questa gloria a V amicizia, scrisse 
Democrito, che ivi non fa mestieri la giustizia , ove ha luogo 
r amicizia : per la giustizia, adunque, cessa ogni bisogno che 
abbiamo de la fortezza ; e l' amicizia fa che uopo non sia la 
giustizia. 

G. M. Ma la fortezza è più necessaria ove è maggiore 
amicizia , come ci dimostra Tossari con V esempio di quei 
Sciti che per l'amistà si esposero a la morte; e come prima 
ci dichiarò V esempio di Teseo e di Piritoo, e di Achille e di 
Patroclo. 

F. N. Potrebbe forse la fortezza bastare da un lato solo, 
come si conosce ne l' esempio dì Ruggiero e di Leone , nel 
quale il valor di Ruggiero supplisce al difetto de V amico. 

G. M, Non sì contentando T amicizia, chela benevolenza 
sia ne l' uno de gli amici solamente , non sarà contenta che 
uno solamente sia il virtuoso ; anzi, io porto opinione che 

30' 



354 IL MANSO, * 

r amicizia non sia amore scambievole, ma reciproca virtù. 

F. N, Cotesto peraveniura è vero, ma non è sempre 
ristessa virtù eguale ne l'uno e ne l'altro de gli amici: 
però in Ruggiero si celebra il valore, in Leone la cortesia; 
e questa ( se io non mi inganno ) è la cagione per la quale i 
poeti antichi congiunsero ne' pericoli Ulisse e Diomede , affin- 
chè la prudenza de l' uno aiutasse l'altro, e vicendevolmente 
ricevesse aiuto da la fortezza de l' altro. Dunque, dove sia 
vera amistà , poco è necessaria la giustìzia, e felicissima per 
questa cagione è V amistà ; per alcun' altra cede a la giusti- 
zia : perochè la giustizia provede a tutti , e non esclude al- 
cuno; ma l'amistà, quasi ristretta fra brevissimi termini, 
raccoglie pochi, e pochi conserva : intanto che gli Sciti por- 
tarono opinione , che l'amistà compartita fra molti fosse so- 
migliante a gli amori divisi in varie parti, o pure al matrimo- 
nio violato da vari abbracciamenti. Ma se la moltitudine 
de gli amici può violare l'amicizia, molto si toglie di pro- 
sperità e di buona fortuna a questa virtù. 

G. M. I felici poco ianno bisogno di amici; però non si 
deono curare di molti. 

F. N, La felicità solitaria si rimarrebbe Iqfuasi d'esser fe- 
licità : laonde in questa parte dobbiamo acquetarci a l' opi- 
nione di Aristotile, e di Marco Tullio, e de' migliori, i quali 
vogliono, che a 1' amico si convenga più tosto di fere che di 
ricevere i beneftcii , e che sia più onesto a gli amici che a gli 
estrani : però al felice sono necessari gli amici , almeno per- 
chè vi sia chi riceva le sue grazie, i suoi doni e i suoi favori. 
E SI suol dubitare se gli amici siano più necessari ne la pro- 
spera ne l'avversa fortuna, perciochè ne Tuna si ricerca 
chi faccia il beneficio, ne V altra chi il riceva: ma in ambe- 
due, senza fallo, sono ricercati; e senza essi non sarebbe pia- 
cevole la vita, come deve esser quella del felice, né piace- 
vole né contino va l'operazione. Oltre a ciò, essendo V amicizia 
grandissimo bene oltre tutti i beni estemi, sconvenevole sa- 
rebbe privar il felice del maggior bene, e quasi condennarlo 
a la noia di una solitudine perpetua. 

G, M. Non tanto stimo che sia dubbioso se gli amici siano 
necessari ne la felicità; quanto, se molti amici siano neces- 



VERO DE l' amicizia. 355 

sari : avvengachè io mi ricordi di aver lette in Plutarco 
queste simigliaDti parole, e 11 vero amico niuna cosa estima 
}) di maggiore piacere, che l'amare, ed insieme Tessere amato 
» da molti : però contino vamenle usa con qualche amico, come 
jf egli a molti sia amico e caro : e per fermo, avendo io opinione 
3 che le cose de gli amici siano communi, niuna cosa doverebbe 
> essere più commune de l'amicizia stessa, j^ Ne le quali parole 
ci insegna di ristringere la conversazione fra pochi, e di com- 
municare l'amicizia fra molti, e di moltiplicare in questa 
guisa gli amici e le amicizie. 

F. N. Cotesta opinione è tanto contraria a quella che 
porta Aristotile ne' magni Morali, che nulla più; perchè Ari- 
stotile non solo esclude da V amicizie i molti amici, ma i po- 
chi: altrimente, come egli dice, avverrebbe che l'amico 
avesse sovente occasione di dolersi, per la varietà de' fortu- 
nosi accidenti e de le morti , a le quali è soggetta la vita de 
gli uomini , e vuol che ella si restringa fra due o tre al più. 

G. M. Sarà, adunque, l'amicizia a guisa d' un Gerione : 
così concordi saranno le operazioni di tre. 

F. N. Il Gerione di Luciano è assomigliato a l' amico : 
ma da Aristotile, Yie'suoi libri de la Topica, si assomiglia a 
V anima , perchè ne l' anima sono tre potenze a guisa di Ge- 
rione , fra le quali nondimeno doverebbe essere amicizia. Ed 
in questa guisa sì potrebbe solvere quella che par contradi- 
zione in Aristotile ; perchè in alcuno luogo vuole che si trovi 
r amicizia fra se stesso, ne V altro non vuole che l' amici- 
zìa possa essere tra meno che fra duo suggetti : il che ò 
vero senza fallo. E vero sarebbe parimente, che 1' uomo non 
potrebbe esser amico di se medesimo , se V amicizia non si 
considerasse per rispetto de le molte parti de l' anima. E 
dunque prima V amicizia ne le potenze de 1' anima, come 
estimò Aristotile, e la giustizia similmente, come giudicò 
Platone. 

G, M. Vero, adunque, è senza dubbio quello che diceste 
poco prima; cioè, che l'amicizia e la giustizia siano ne Je 
cose medesime, ed intomo a le istesse: e ciò si dovrebbe 
intendere non solo de V interiori, ma de V esteriori. 

F. iV. Così estimo ; anzi giudico che V amistà interiore 



356 IL MANSO, 

sia origine de V esteriore ; e la giustizia similmente. Non per 
tutto ciò mi turbano alquanto alcune parole di Aristotile ad 
Eudemo, dove egli dice che ne la casa è il fonte di ogni giu- 
stizia : il che io estimo vero in parte, cioè avendo riguardo 
a le cose esteriori. La giustizia domestica è quasi fonte de 
le altre: ma ella deriva da fonte più occulto ed interno, 
che è ne l'animo; non altrimenti che soglia avvenire del Nilo, 
o d'altro fiume, *o de l'oceano medesimo, se V oceano avesse 
fonti, come scrissero Esiodo e gli altri greci teologi. 

S. B. Cosi dobbiamo credere senza fallo; e questo mi- 
sterio ci è quasi velato ne le sacre lettere : perciochè i quat- 
tro fiumi che irrigano il Paradiso, disegnano, come dice Fi- 
lone Ebreo, le quattro virtù de 1* anima, le quali pigliano il 
principio da Eden, cioè da la divina Sapienza. E questo è 
il vero principio de 1* amicizia, e di ogni moral virtù, le 
quali irrigano le oneste azioni, e fanno germogliare la virtù 
e la contemplazione a guisa di pianta. Il primo è Phison, che 
circonda tutta la terra dove è V oro, e il carbonchio, ed al- 
tre pietre preziose : questo significa la prudenza. Il secondo 
fiume è Geon , che gira intorno a V Etiopia ; il cui nome 
è interpretato il medesimo che T umiltà, avveugachè Turoiltà 
sia cosa umile ed abietta; a cui la fortezza è contraria. Il 
terzo fiume, detto Tigri, che corre centra l'Assiria, è la terza 
virtù , cioè la temperanza ; la quale , correggendo la nostra 
umana debolezza, va centra i piaceri: perciochè gli Assiri 
si possono dire in questa lingua scorretti, o incorrigibili : 
ed ha comune questo nome con la tigre, ferocissimo animale, 
in cui la temperanza ha molto che fare. Ma l'Eufrate (come 
dice ) è segno de la giustizia ; la quale non oppugna alcuno, 
né cinge, e non ha avversario, perchè a lei s'appartiene 
dare a ciascun il suo, e tiene luogo non di accusatore ma di 
giudice. 

F. N. Feconda, senza fallo, conviene che sia Y anima da 
quattro fiumi irrigata : ma oltre i quattro principali , molti 
deono essere i rivi e i ruscelli, da' quali inafflata produce 
frutti di virtù, e di buone e lodevoli operazioni. 

S. B. Da queste quattro, quasi da regii fiumi, derivano le 
altre virtù ; e queste quattro sono ne i' anima derivate da 



VERO DE l'amicizia. 857 

Dio, fonte d' ogni virtù e d' ogni bontà e di ogni perfezione. 
Abbiamo, dunque, il principio de T amicìzia, il quale non è il 
bisogno r indigenza , come parve ad alcuni ; ma Iddio , 
che è la copia e l' abondanza di tutti i beni , i quali, a guisa 
di onde, sono da lui compartiti. 

F. N, Fortissimo veramente, e nobilissimo principio. 

S. B. Divino, senza dubbio, ed etemo principio: laonde 
Empedocle, che fra i principii de le cose naturali numerò 
r amicizia e la discordia , non si dilungò molto da la verità : 
quantunque egli ponesse 1 principii contrari fra se stessi, 
come prima avevano fatto gli altri filosofi , e da poi fece Ari- 
stotile medesimo : ma uno è veramente il principio de le cose 
(come scrive Dionigi) sovra ogni contrarietà e contradizione al- 
tissimamente collocato ; e chi dicesse questo principio esser 
r amicizia , per mio avviso non errerebbe di soverchio, per- 
chè Iddio medesimo è V amicizia , se la carità per V amicizia 
(come parve a Ciro) prenderemo. 

F, iV. Or che abbiamo ritrovato il principio de T amici- 
zia, dobbiamo ricercare il fine. 

S. B, Il medesimo che è principio de V amicizia, è fine 
di lei medesimamente. 

F. A; Mi pare d'aver letto in Proclo, o in altro plato- 
nico, che il fine de la guerra è la giustizia, e il fine de la pace 
è r amicizia : ma ora che io ascolto si altamente ragionare 
del suo principio e del suo fine, estimo altrimente; e giudico 
più tosto, che la pace sia fine de l'amicizia: perchè Iddio è 
pace, quella pace, dico, la quale non è unione, ma unità; 
perchè de l'altra, eh' è unione, l'amicizia è quasi fine. Ma 
questi misteri sono così alti, e così ascosi ne le tenebre e 
quasi ne la caligine, che non senza cagione fu assegnata da 
Esiodo la notte per madre de V amicizia. 

S. B. Diverse tenebre e diversa caligine, senza ftdlo, è 
quella de la quale egli ragiona; la quale si può rimanere co- 
là giù ne r oscurissimo Tartaro dove ella nacque peraventu- 
ra : ma ne la santissima notte nacque appresso quella Luce, 
eh' è veramente pace e veramente amicizia, la quale con- 
giunge ed unisce i buoni a se stessi, e fra loro è un santissimo 
legame dì amicizie e di carità. 



358 IL MANSO, 

F. N, Soverchio è, dunque, ormai il dubitare se Tuomo 
debba desiderare l'esaltazione de gli amici, quasi ne la gran- 
dezza de r uno consista la distruzione de V amicizia medesi- 
ma. Perchè se 1* uomo può essere amico di Dio, come parve 
ad Aristotile, il quale al savio attribuì questo onore; non è 
inconveniente, adunque, che fra gli uomini si conservi V ami- 
cizia ne la grandissima varietà o distanza de la fortuna. Però 
Platone fu amico del siracusano Dionigi, Senofonte di Àgesi- 
lap, Euripide d' Archelao, Aristotile di Filippo e di Alessan- 
dro, Ennio del maggior Scipione Africano, Polibio e Pane- 
zio del minore, Possidonio dì Pompeio, Plutarco di Traiano; 
da poi ancora che egli a la altissima dignità de V imperio fu 
esaltato: e per ragionare de' nostri, il Petrarca del re Ro- 
berto e di Prosi>ero Colonna e del Cardinale: fra' quali senza 
dubbio fu perfetta amicizia, perchè fra loro fu concordia di 
tutte le opinioni; non solamente di quelle che appartengono a 
lo stato civile, che bastano a la civile amistà, ma non a la 
perfetta amicizia. £ vera, senza dubbio, quella opinione di 
Dante nel suo Convito, che la filosofia altro non sia che divina 
amicizia, e '1 filosofo amico di Dio, che è vera sapienza: e da 
questo principio discende prima ne'prencipi che in alcun al- 
tro, e ne gli uomini di alto affare Se tale è adunque T amici- 
zia, la quale non solamente congiunge insieme gli animi de'cit- 
tadini, ma le cose civili con le straniere, e le terrene con le 
celesti, e le umane con le divine, con altissime laudi senza 
dubbio deverebbe essere celebrata. 

G. M. Qui si ricercherebbe Tinno vostro, o di altro poeta, 
il quale la chiamasse * principio e fine de le cose; facitrice , 
procreatrice del cielo e de le stelle, e de gli elementi simil- 
mente conservatrice; armonia del mondo; concordia de le 
cose discordi , nodo e legame de la natura ; diletto, e perfe- 
zione de r arte ; concento, e quasi musica de le opinioni ; fon- 
damento de le città e de le republiche ; accrescimento de 
gli imperi e de' regni ; consolazione de l'avversa fortuna, e de 
la prospera ornamento ; alleggiamento de la povertà; ammae- 
stramento de le ricchezze , e gloria de la potenza ; sicurezza, 
riposo, tranquillità, ed onore de la vita umana, e principio quasi 

* La stampa del Deuchino , richiamasse. 



VERO DE L' amicizia. 359 

de la divina : perchè tu, o amicizia, fai le anime nostre com- 
pagne e colleghe de le intelligenze : tu das epulìs accumb?re 
divum ; tu fai gli dii uomini, egli uomini dii, costringendole 
divine materie a vestirsi di umanità^ e T umanità quasi a trans- 
umanarsi : tu giusta, tu pietosa, tu santa; tu celeste insieme e 
terrena, mortale ed immortale, umana e divina; risguarda que- 
sto mondo terreno e soggetto a la corruzione, il quale, come si 
dice, è generato da la discordia; e non potendo tu collocar la 
tua sede fra le repugnanze de gli elementi e de le contrarie 
nature, siedi ne gli animi nostri e ne le menti de gli ottimi 
prencipi, ì quali governino questo globo inferiore ad imita- 
zione de' superiori, e sieno in terra vive imagini de la di- 
vina Maestà. Io ho lodata V amicizia Come ho saputo; voi, se 
vi pare, potrete aggiungervi i numeri e Y armonia poetica. 

F, N, In ninna guisa meglio si onora l' amicizia che con 
le buone operazioni. Piaccia a Dio che da noi in questo modo 
stesso, in ogni luogo ed in ogni tempo, sia onorata e com- 
mendata. 



IL CONTE, 



DE L IMPRESE. 



1594. 



Tasso. Dialcg/ii.- 3. 31 



363 
ARGOMENTO. 



Impresa in italiano è quanto in francese devise. V impresa è 
come un* insegna, per la quale i personaggi cospicui per natali, 
ricchezza, potenza, o per valore nelle armi o nelle lettere, solcano 
rendersi distinti dagli altri, o esprimere i lor pensieri e i lor voti. 
Si compone del soggetto e del motto : il soggetto è la figura di qual- 
che cosa naturale o artificiale, la quale può porgere Tidea d'un 
concetto; il secondo è come la dichiarazione e la conferma del pri- 
mo. Il Tasso, correndo Tanno Ì594, ed essendo in Napoli, scrisse 
il presente dialogo delle Imprese, che intitolò il Conte, dal perso- 
naggio che introduce a parlar seco stesso sotto il solito nome di Fo- 
restiero Napoletano. 11 luogo della scena è in Roma. Là, prendendo 
motivo del favellare dall' antico obelisco drizzato davanti la basilica 
di San Giovanni Laterano, e dai geroglifici che vedonsi in quello 
intagliati, viene a parlare delle imprese; ne definisce il nome, ne 
fa rimontar Y uso alla più remota antichità , le paragona coi gerogli- 
fici, con gli stemmi gentilizi, coi simboli ec, e lungamente favella 
dell' uso, dei segni, e d'ogni particolare di esse, non che degli au- 
tori che ne scrissero. Passa quindi a discutere se le parole sieno 
necessarie, o no, alle imprese; e confermando che le imprese sono 
segni imagini convenienti, fatte per desiderio d'onore, dice che 
queste imagini altre sono naturali, altre artifiziose, altre civili. . 
Reca moltissimi esempi d' imprese differenti , e termina col ripor- 
tare le regole stabilite già dal Giovio onde ottenerne la perfezione. 

~ (ROSINI.) 



365 
A l'illustrissimo 

SIGNOR CARDINALE SAN GIORGIO. 



La mia servitù pub esser mollo maglio confermata da la 
grazia di Vostra Signoria illustrissima^ che da V opere mie, 
pur da' meriti. Nondimeno, se V opere o le fatiche o i me- 
riti ci possono avere alcuna parte, io non sarò mai pentito 
d' onorarla e di celebrarla, e di raccomandare, e quasi di 
credere a la sìm autorità la mia fama e la riputazione. Ora 
le dedico questo non lungo dialogo de V Imprese; nel quale 
imitando Fiatone, che sotto il nom^ d' Ospite Ateniese volle 
ricoprir la sua propia persona, introduco a ragionar assai 
nuovamente di questa da molti trattata materia me stesso 
co 'l nome di Forestiere Napolitano; e con lo stile ancora, 
che parrà forse peregrino in questa e ne V altre città : a quel 
di Platone nondimeno non è dissimile né lo stile, né la dot- 
trina, con la quale ho cominciato di scrivere e di ragionare. 
Laonde Vostra Signoria illustrissima nel ricever questo pie- 
ciol dono, e nel gradirlo, accettar à non picciola impresa, né 
minore di quelle di cui nel dialogo si discorre : V impresa, 
dico, di raccogliere me, le mie fortune, e V opere, se non 
m* è lecito dir le virtù», sotto la sua benignissima protezione, 
e difenderle da la malignità di coloro e' hanno il giudicio o 
V appetito corrotto. E benché ciò sia molto malagevole, non- 
dimeno a Vostra Signoria illustrissima, per V alto grado in 
cui è collocata, e per li molti suoi meriti, e per le grazie che 
da Nostro Signore, come a suo meritevolissimo nipote, le son 
concedute, tutte le cose saranno più facili eh' a molti altri. 
Degnisi, dunque, di rimirar umanamente questo assai breve 
volume, che non si vergogna di venirle avanti, quasi fedel 
testimonio de la mia devotissima volunià, e non instabile opi- 
nione. E le bàcio umilissimamente la mano. 

Di Vostra Signoria illustrissima e reverendissima 

servitore 
TORQUATO TASSO. 
31* 



367 



IIVTEBI.OC1JTORI : 

CONTE, FORESTIERO NAPOLITANO. 



F, N. Io aspettava il ritorno del Cardinale : e tra tanto 
era tutto intento a rimirar la nuova meraviglia de r antico 
obelisco drizzato davanti la venerabil chiesa di San Giovanni 
Laterano. Né per molta attenzione cessava la meraviglia; ma 
cresceva il desiderio di sapere molte cose appartenenti a 
quell'altissima mole^ in cosi miracolosa maniera inalzata: 
né poteva per la distanza leggere le inscrizioni che dichia- 
rano alcuna |)arte di quello che io desiderava d' intendere ; 
laonde r animo, sollecito investigatore del vero, non si 
acquetava nel diletto del rimirare , ma pensava più oltre 
a la grandezza de l'animo, dimostrata dal nuovo pontefice 
con tante opere di non usata magnificenza : in quella guisa 
forse, che alcuni da la vista e da la contemplazione del sole 
s' inalzano a quella di Dio, del quale si dice il sole essere 
imagine e simulacro. E mentre io era in questo modo so- 
speso fra '1 piacere de la vista e la cupidità del sapere, mi 
sì fece appresso ne la medesima fenestra del palagio, a la 
quale tutto solitario e pensoso m'era appoggiato, un giova- 
ne d' età matura , d' aspetto signorile, di maniera laudevole 
e pomposamente vestito, e di lingua, come a me parve, cor- 
tegiana ; il quale faceva sembiante d' aver meco lunga di- 
mesticheizza, sì come colui che sapea favellare acconcia- 
mente ed in grado. Ed io gli dissi : datemi per cortesia qual- 
che contezza di questo obelisco, e fate che io ascolti da la 
vostra voce quel eh' lo non posso leggere. 

C, Questo è uno de' miracoli dì Roma , anzi del suo 
pontefice, al quale non basta il fare ogni giorno opere me- 



368 IL CONTE, 

raTigliose, ma rinova Tsùitiche, e, sMo non m' inganno, 
con maggior meraviglia. 

F, N. Già questo m' era noto; perch* è divulgato con 
chiarissima fama in tutte le parti del mondo, non solo in 
Napoli, da la quale pochi giorni sono feci partenza: ma 
avendo trovata Roma nel mio ritomo più bella, mi vergo- 
gno di conoscer me stesso più ignorante che non era, per- 
chè r animo occupato da infinite sollecitudini, d'ogn' altra 
cosa è più ammaestrato, che di quelle che son proprie di 
lei, e qui si deono sapere meglio che ih altra parte: laonde 
s*io avessi voluto altrove appararle, sarei simile a coloro 
che beono a piCM)li e torbidi ruscelli, potendosi con la fa- 
tica di una breve strada trarre la sete ad un chiaro ed ann 
piissimo fonte. 

C. Io dirò quello che mi sovviene, e quel che ho inteso 
letto, per compiacervi. Questo, come sapete, è un obeli- 
sco, anzi il maggiore di tutti gli altri, ed il più meraviglioso: 
però ninno altro con maggior ragione potea essere annove- 
rato fra i sette miracoli del mondo ; ma se tutti insieme fu^ 
rono cagione de la meraviglia , questo solo poteva ciò fare 
senza aiuto d' alcun altro. 

F. N. Mirabil' è certo per la sua grandezza, e per la ma- 
teria, e per la forma. 

€. La grandezza, come dicono, eccede quella d' ogn' al- 
tro : la materia è per poco la medesima in tutti, ciò è il 
sasso composto di minutissime particelle di vari colori; de le 
quali le maggiori rosseggiano, altre sono cristalline, o tras- 
parenti a guisa di alabastro, altre più minute di nerissimo 
colore : è da molti annoverato fra le spezie di marmo, e fu 
chiamato con nome greco pyrrope$U<i8, che significa « variato 
in rosso : » fu detto ancora, da la mistura de* colori, psaronio; 
e tebaico, da Tebaìda provincia de r£gitto, dal quale V obeli- 
sco fu portato a Roma; e scenite, da Scete, città de la Tebaide. 

F. N, Assai avete détto de la materia; ma de la forma 
ancora desidero sapere alcuna cosa. 

C. La forma è quadra, come vedete, la quale va sempre 
alquanto aguzzandosi: però i Greci gli nominano obeli, cioè 
« spiedi; » e obelisci, quei eh' erano minori, quasi < spiedetti. » 



VERO DE l'imprese. 3(i9 

Ma questa figura fu giudicata misteriosa da gli Egizia e simile 
a quella de' raggi del sole; anzi, eon questo nomt slesso, cioè 
€ raggi del sole, » solevano da quella nazione esser nominati: e 
da' re de V Egitto al sole furono consacrati, o al figliuolo del 
sole (cosi fur chiamati ne V età seguente gli uomini illustri). 
Ora sono consacrati a la Croce, ne la quale il Sóle intelligi- 
bile parve eclissarsi per interposizione de la sua umanità, la 
quale il teneva nascosto al nostro intelletto. 

F. N. E chi fu r inventore di questi obelisci, o di quella 
consacrazione ? 

C. Il primo re de gli Egizi che facesse gli obelisci, fu, 
per testimonio di Plinio , Mitres , che risedeva in Eliopoli. 
Eusebio, che trascrisse i libri di Manetone, sacerdote egizio, 
il chiama Mefres; e ne V istesso modo Gioseppe Ebreo. Altri 
vogliono (fra* quali è Diodoro Siciliano), che l'invenzione de 
gli obelisci fosse più antica, cominciata sino da Semiramis, 
reina de gli Assiri, la quale drizzò un obelisco in Babilonia : 
ma r invenzione continuò ne gli Egizi, prima in Mefranutesi, 
successore di Mefres; poi sino a' tempi del re Sotis, il quale 
fece obelisci di meravigliosa grandezza. E non solamente 1 
re, ma i sacerdoti di Egitto erano usi di farne, e pera ven- 
tura opera furono de' sacerdoti i minori, e de' regi i mag- 
giori : ma la felicità di questi tempi ha voluto che il sommo 
sacerdote , nel quale è congiunta la potestà del sacerdozio 
con la reale , abbia consacrato al Figliuolo del vero Iddio , 
quasi a figliuolo di vero e di grandissimo Sole, il maggiore 
e il più riguardevole di tutti gli altri. Questo ( come si dice) 
fu prima fatto dal re Ramises, e intagliato di lettere iero- 
glifiche, le quali contengono la grandezza e l' imperio di Ra- 
mises Sotis, padre de l'altro Ramises : fu trasportato a Roma 
da Gonstanzo figliuolo del gran Gonstantino, in quel tempo 
ch'egli, per la morte di Gonstantino e di Constante suoi fratelli^ 
aveva unito in se medesimo l' imperio del mondo: laonde vo- 
lendo contendere di grandezza con Augusto, il quale peraven- 
tura superava di potenza, fece drizzar nel Girco Massimo questo 
grandissimo obelisco; benché Augusto ne avesse drizzato pri- 
ma un altro minore , opera del re Samresete ; a cui fu tolto 
il luogo di mezzo eh' egli aveva occupato, così piacendo a 



370 IL CONTE, 

Gonstanzo, che in Q|ma a l'obelisco fece porre una palla di 
bronzo indorata: ed esseifiéo questa percossa dal fulmine, vi 
fece inalzare in luogo de ìà palla una fiaccola fiameggìante. 
Ora r obelisco, sì come uri-, veggiamo, sostiene il trofeo de 
la Croce, il quale in tanti altri luoghi è inalzato in Roma con 
tanta gloria di Cristo e del sup vicario : laonde ella dee glo- 
riarsi senza comparazione pli|i'*d| questo solo , die di quanti 
mai ne drizzarono i romani imperatori d^^e soggiogate na- 
zioni. Si leggono ancora l'antiche inscrizioni ch'erano in quat- 
tro parti, rivolte a le quattro principali parti del mondo. 
La prima, da levante: 

PaTRIS opus , HUNUSQUE SUUM TIBI , ROHA , DICA VIT 
AUGUSTUS TOTO CONSTANTIUS OrBE RECEPTO, etC. 

L' altra, da settentrione : 

Sed gravior diviNìG , eie. 

Da ponente, verso il monte Aventino, la terza: 
CREDiDrr, ET placide, eie. 

Da mezzogiorno la quarta: 

NUNC VELUTI RURSUS, etC. 

Ora r obelisco ha nuove inscrizioni: ed in quella eh' è verso 
settentrione, si legge il nome di Sisto; ne 1' altra si rinova 
la memoria di Constantino cristianissimo imperatore, e di Con- 
stanzo suo figliuolo. In questa guisa il santissimo pontefice ha 
cavato quasi da le tenebre e da le mine il nome sepolto di 
quegli invittissimi principi, e àm,a a gli scrittori di questa età 
nobilissima occasione di celebrarlo. 

F. N. Io desidero la copia de l'une e de l'altre inscri- 
zioni, de le quali pera ventura non mi bisognerà altro inter- 
prete, perchè l'operazioni gloriose di Sisto, e le imprese di 
Constantino e di Constanzo, sono famose ed illustri, senza fatica 
ancora di nuovo scrittore. Ma qual notizia averemo de' fatti, 
de le hnprese di Ramises Sotis? o forse è curiosità il voler 
saper troppo; perchè a la falsa pietà de' gentili e de' bar- 
bari, la cui impietà ha etemo castigo, peraventura non si 



VERO DE l'imprese. 371 

conviene il premio di più lunga o di più durovol fama. Tut- 
tarolta noi non ricerchiamo di sodisfare a la virtù de* bar-j 
bari^ ma al nostro desiderio di sapere le cose de' nemici, e 
quelle in particolare che sono lontanissime di luogo e remo- 
tissime di tempo : però io vorrei sapere quai note o quai 
figure son queste , de le quali è impresso Tobelisco, e quai sia 
la significazione di ciascuna. 

C. Senza dubbio son lettere sacre, e sacre sculture de 
gli Egizi, che da* Greci furon dette ierogli^ca, o ierogram- 
mata; perciochè, se ben mi rammento, due erano le maniere 
di lettere usate da gli Egizi , l'una sacra e l'altra popolare: 
]e lettere popolari avean somiglianza con l' ebraiche o con le 
caldee, e lo scrittore, come afi^erma Erodoto, cominciava la 
scrittura da la man destra, e procedeva verso la sinistra, in 
quel modo che fanno gli Ebrei e gli Arabi e i Caldei : le 
sacre erano figure di cose naturali o artificiali, con occulto e 
misterioso significato : ma quai fossero prima ritrovate, quai 
doppo, non afferma Erodoto. Ma Diodoro Siculo estimò che 
Mercurio fosse inventore de le communi al tempo di Osiris; ma 
che le sacre fossero date a gli Egizi molto prima da gli Etiopi. 
Questa differenza nondimeno era fra V una e T altra nazione, 
che r esprimere i concetti con le figure di cose naturali o 
artificiose, era communcf a tutti gli Etiopi, a' popolari ancora; 
ma fra gli Egizi era proprio de' sacerdoti : e, come scrisse 
Clemente Alessandrino, tre erano le spezie, o le maniere che 
vogliamo dirle, de le lettere ieroglifiche. L' una propria, la 
quale era in modo figurata , che per essa si dimostrava la 
proprietà de la cosa significata, come il sole è significato 
da la figura del cerchio , e la luna da quella del mezzo cer- 
chio: r altra tropica, la quale trasporta il sentimento de le 
figure a le cose figurate con mplta convenevolezza, come 
ne le statue de* Giudici senza mani , descritte da Plutarco , 
per dimostrare la giustìzia non corrotta da' doni; o in quelle 
con la testa mezza rasa, consacrate al Sole, da le quali è 
significata la successione de la notte e del giorno ; o nel 
simulacro di Minerva che calca il serpente, o in quel di Ve- 
nere il quale ha la testudine sotto il piede: e cosi vollero 
significare che de le vergini si dovesse far dilìgente guardia ; 



372 IL CONTE, 

e che le maritate non dovessero abbandonar la casa e la cura 
de le cose famigliari. La terza spezie de le lettere ieroglifiohe 
contiene quelle figure che particolarmente son dette con 
questo nome , già usate da' sacerdoti egizi ne le publiche 
inscrizioni^ e ne le opere magnifiche e misteriose^ di pietra o 
di metallo, dicono gli obelisci e ne le piramidi, ne le statue, 
ne' cerchi e ne i mezzi cerchi d'oro o d'argento, ed in tavole di 
bronzo, de le quali una antichissima si conservava ne lo stu- 
dio del cardinal Bembo. 

F. N, Egli nondimeno ne le sue prose, ne le quali e' in- 
segna le lettere e la lingua toscana, non mostrò di conoscere 
altre lettere più antiche, che quelle de' Greci, o de' j^'enici 
loro maestri, a' quali, com' è fama, furono portate da Cadmo; 
benché altri ne attribuiscano l'invenzione a Palamede: fra' 
quali è Gorgia, antico sofista de' Greci, ne l'orazione ch'egli 
fa in sua difesa. 

C. Palamede accrebbe il numero de le lettere , com' è 
opinione di Plinio, ma di quelle che prima erano ritrovate , 
le quali furono invenzione o de' Fenici o de' Pelasgi: ma i 
Romani l'ebbero da gli arcadi, e da Car menta madre di 
Evandro , che prima fu detta Nicqstrala, come scrive Stra- 
bene. Tuttavolta le memorie di Carmenta, di Palamede e di 
Cadmo sono molto basse, e più antiche sono quelle de' Cal- 
dei de gli Egizi. 

F. N. Diremo, adunque, che ne fosse l' inventore Teut, 
demone de gli Egizi, come credeva Socrate nel Fedro ? 

C. Si buona invenzione, come quella de le lettere , non 
sarebbe da me attribuita a così maligna causa , com' è il de- 
monio; laonde io direi pi* tosto, che Teut fosse un uomo, o 
sacerdote o re de gli Egizi, com' è creduto per molti uomini 
di molta dottrina ; i quali estimarono eh' e-gli fosse Mercurio 
Trismegisto: altri de' Gentili portano opinione ch'egli fosse 
Ercole Egìzio ; altri^ Memnone. Eschilo Tattribuisce a Prome- 
teo, il quale fu inventore di tutte l' arti, e particolarmente do 
le lettere, come si legge in quei versi : 

Mv>j/A»iv &*«7r«*T&>v fiorjaofniirop* ipyoiriv. 

l cristiani e gli ebrei, fra' quali sono Eusebio, losefo e Fi- 



VERO DE L'IMPRESE. 373 

Ione, vogliono più tosto che 1* inventore sia stato Mosè , o 
Giob, Abramo; o pure innanzi al diluvio ne recano l'origi- 
ne ad Adamo istesso, perchè Adamo impose il nome a tutte 
le cose : ed a me pare che appartenga a l' istesso il nominar 
le cose e lo scriverle. 

F. N, Se non vi piace onorare i demoni di questa inven- 
zione, onoriamone gli angeli più tosto, e diciamo che un an- 
gelo insegnasse ad Adamo di nominar le cose, ed un angelo 
dapoi portasse la legge scritta a Mosè, come fu opinione de 
r Areopagita. 

C. Divina, dunque, o umana fu Tinvenzione de le lettere? 

F. N. Divina , senza fallo , e ritrovata da Iddio , e per 
mezzo de gli angeli mandata a gli uomini , com' è opinione 
del medesimo autore. Anzi, s'io non sono errato, le prime 
lettere non furono scritte ne le tavole di pietra o di metallo, 
ne le colonne , o ne le piramidi, o ne V erme, o ne le sfìngi, 
o in altra opera materiale ; ma ne V anima de gli uomini, la 
quale portò seco dal cielo le note, e quasi le lettere e le figure 
di tutte le cose : e come parve a Basilio , e a Gregorio, ed a gli 
altri filosofi e teologi, V intelletto fu il pittore e lo scrittore, 
sia l'intelletto divino, o Dio medesimo. Laonde le colonne 
de' figliuoli di Seth (l'una de le quali fu fatta di malta ^ 
contra il diluvio, l'altra di pietra, perchè fosse sicura da 
r incendio), e quelle di Mercurio, ili cui furono dapoi scritte 
le scienze de' Gentili, come scrive lamblico nel priiiteipio de' 
suoi Misteri; e gli epitaffi di Semiramis, o di Giacob; e le pi- 
ramidi e gli obelisci, furono riscritti di lettere meno anti- 
che di quelle che sono segnate ne 1' anima nostra, se pur è 
vero eh' ella non somigli una tavola rasa e priva di scoltura. 
Ed avanti queste lettere che portiamo ne l'anima, scrisse Iddio 
nei libro de la Predestinazione, veduto in visione da san Gio- 
vanni , i nomi che sono certi de l' eternità , e securi de la 
morte e de la oblivione; fra' quali senza dubbio si dee leg- 
gere i nomi di Gonstantino e di Sisto, pontefice di santa e glo- 
riosa memoria: e fu vera pietà, eh' egli volle rinovar quella 
de' due detti invittissimi e famosi imperatori. Tuttavolta è 

* Malta vale anche bitume j, » calce mista con rena. Le moderne edizioni 
corressero in smalto. 

Tasso. Dialoghi. —'ò. 312 



374 IL CONTE, 

possibile che di queste lettere barbariche, o segni più tosto, 
che noi riguardiamo ne l'obelisco, fosse umano o diabolico 
il ritrovamento : ed io vorrei averne qualche notizia, o come 
di cosa umana, per saperla; o per guardarmene, s' ella fosse 
in altro modo ritrovata. 

C. In qualunque modo ella avesse principio, non V ebbe 
senza idolatria: laonde, com'è piaciuto a la divina Pro^ 
videnza, cadde con l' imperio del mondo, e risorse co '1 segno 
spirituale; fu gittata con gì' idoli , ed inalbata con la Croce. 

F. N. Soverchio sarà, adunque, il ricercare quel che in 
questo (olisco sia scritto o effigiato, e quel che sìgnifìchino 
le sue lettere. 

C. Né soverchio, né malagevol molto; perchè, come si 
legge, fu fatto da Ramises, ed inscrìtto de la grandezza e de la 
potenza di Ramises Sotis suo padre. Ma de gli altri obelisci 
che sono stati drizzati da Sisto Quinto, il primo eh' è da- 
vanti al meraviglioso tempio di San Pietro, e l'altro dì Santa 
Maria Maggiore, non hanno alcuna lettera sacra de' Barbari: 
ma, come si crede, l' uno fu opera del re Noncoreo, che es- 
sendo rotto alquanto, fu aguzzato verso la cima e portato a 
Roma; e, come d' ogn' altro maggióre, consacfato da Gaio 
imperatore ad Ottaviano Augusto, ed a Tiberio, suoi predeces- 
sori : r altro fu fatto da Smunes e da Efres, re de gli Egìzi, e 
portato poi per comandamento di Claudio imperatore, e driz- 
zato insiéèìe con molti altri nel mausoleo di Augusto : V ulti- 
mo, eh' è innanzi a Santa Maria del Popolo, il quale nel 
Circo Massimo fu da Augusto consacrato al Sole, si vede pa- 
rimente impresso di lettere ieroglifiche, ne le quali peraven- 
tura è significato il nome di Semreserteo, detto da Erodoto 
Psainmerato, ^liuolo dì Amaéis; il quale volendo nobilitar la 
sua ignobile origine, drizzò questo obelisco al Sole co 'Inome 
di Ramises, che finge suo progenitQre; ma per nostra scia- 
gura è guasto. E non si trova quel di Sesostri, che soggiogò 
gli Etiopi , gì' Indi e i Battriani, e passando con l' eserdto 
fino a gli Sciti, fece tutti i popoli soggetti a la sua monarchia; 
però sì legge di lui appresso Lucano : 

Venit ad oceasum , tnundiqu^ extrema SesostriSf 
Et Pharios currus regum cervicibus egit. 



VERO DE L' imprese. 375 

F, N. Di due maniere, adunque, sono questi obe]isci:gli 
uni senza lettere; gli altri con lettere ieroglifictie, che non 
solamente deono significare i misteri de le arti e de le scien- 
ze, al quale uso furono prima ritrovute , ma la grandezza, la 
potenza e V imprese, se cosi è lecito dire, de' re de V Egitto: 
onde possiamo affermare, dixe queste lettere fossero imprese, 
significatrici de V imprese. 

C, Questo è un nome equivoco. 

F. N, Distinguiamolo dunque, come s' usa ne la equivo- 
cazione de' nomi. 

C. € Imprese > sogliamo chiamare i fatti illustri, come li 
chiamò il Poeta in quel verso : 

Rade volte addivien ebe a l' alte imprese 
Fortuna ingiariosa non contrasti. 

E chiamiamo, come ora, ^imprese » le figure e le note, con le 
quali significhiamo i nostri concetti intorno a le cose fatte , 
o che abbiamo da fare. 

F, N. Non so come dal ragionamento de gli obelisci 
e de le lettere ìeroglifiche, siamo passati a quel de V impre- 
se ; ma peraventura le lettere Ìeroglifiche e V imprese si con- 
tengono sotto un genere commune: parlo di quelle imprese 
che non sono azioni ma figure. 

C. Non ci dee increscere questo passaggio, co '1 quale da 
le cose antiche a le nuove siamo trapassati, perchè la novità 
piace per se stessa. 

F. N, Alcuni credono che quel de le imprese sia antichissi- 
mo ritrovameiUo, e che il medesmo siano V imprese ed i 
ìeroglifici: ma se siano ristesse o diverse, non è stato ancora 
interamente determinato. 

C. Di . niun' altra cosa mi sarà più caro il ragionare o 
r ascoltare, perchè il sole non è ancora giunto a mezzogior- 
no. Qui è bello e fresco stare; ed hacci, come voi vedete , 
letti, e sedie, e cuscini : laonde sino al ritomo del signore 
potrete rilevar V animo da le sue noie co' vostri medesmi 
ragionamenti. 

F, N, Dirò, per compiacervi, quel che mi sovviene. « Im- 
prendere, » € intraprendere, % se non m'inganno, significa il 



:]7G IL CONTE, 

pigliare s(]|>ra di sé, ed il cominciare con fermo proponi- 
mento alcuna cosa che malagevolmente possa farsi. 

C. Cosi slimo. 

F. N, Ma se a Iddio ninna cosa è malagevole, né a gli an- 
geli suoi, i quali agevolmente sogliono fare le meraviglie, non 
sarà Iddio o gli angeli i primi che abbino fatte e ritrovate 
r imprese, come d' alcuni è stato detto in questa materia: ma 
gli uomini più tosto, o fossero Inglesi, o Greci, o Troiani, o 
pur de r Asia innanzi a la guerra di Troia e di Tebe. L'im- 
presa, poiché signiQca non Fazione istessa, ma il pensiero 
espresso, o il concetto di farla, o di averla fatta, porta la 
medesìmat difficoltà, almeno nel significato; e così Tun nome 
é detto da l'altro, come da la scienza del medico o da lo 
studio, r operazione del medicare: laonde in questo senso 
non direi, che Dio e gli angeli fossero inventori de l' imprese. 
Abbiamo sin' ora quel che significhi questo nome d' impresa, 
il quale é analogo, o ab uno, come dicono i loici : ma chi 
fosse inventore de l' imprese in questo significato, non mi ri* 
cordo aver letto. Ma Amisodato Lìcio, come scrive Plutarco 
nel libro de le Donne illustri, portò ne la proda de la nave 
l'insegna del leone, ne la poppa quella del dragone, e fu 
proso da Bellorofonte con una velocissima nave, detta Pegaso, 
peraventura da l' insegna di quel mostruoso animale : né ho 
ritrovata ne le istorie Invenzione più antica. Ma da poi ne la 
guerra di Tebe, come scrive Eschilo, i sette duci portarono 
imprese: Gapaneo avevano lo scudo un uomo con la. fiaccola; 
Eteocle, un uomo con la scala : ma Stazio dio a Polenice la 
sfinge; a Gapaneo, l'idra. Agamennone poi, ne la guerra 
troiana, portò ne lo scudo la testa d' un leone: Turno, m 
queHa de' Latini, nel cimiero la chimera, come descrive Vir- 
gilio; Aventino, l'idra, insegna del padre: ne le navi de' Greci 
e de' Troiani, come leggiamo in Virgilio e in Euripide, erano 
parimente Tinsegne, da le quali fur denominate la Pistri, ed il 
Centauro, e l' altre. Ma, come troviamo ne l' istorie, Dario re 
de' Persi portava la saetta; Artaserse, l'arciere; Epaminonda, 
il dragone ; Pericle, la civetta ne Io scudo ; Alcibiade, Amore 
co '1 fulmine piegato; Siila, se medesmo nel sigillo co'l re 
fiocco da lui preso; Pompeo, se medesmo con due teste, iu 



VERO DE l'imprese. 377 

quella guisa eh' è figurato lano; Augusto, rìmagine d'Ales- 
sandro; Severo e Gordiano, una luna ed una stella; i Troiani, 
una scrofa; i Romani, l' aquila e '1 dragone e lo scarabeo; e i 
soldati Memficì particolarmente il can rosso in campo bianco; 
e la legion Decumana, il can turchino, o ceruleo, ne lo scudo 
similmente bianco. Ma se queste furono imprese, fumo 
avanti questo nome; il quale non si usò fin al tempo de' fran- 
cesi de gl'inglesi cavalieri erranti ; ed è più antico de Tar- 
mi, le quali, come scrive il Giovio, sì cominciomo ad usare 
nel tempo di Federico Barbarossa. 

C. Non so che differenza sia tra queste e quelle. 

F. N. Il signor Marco Volsero, nel libro de le cose d'Au- 
gusta, e de' Reti e de* Vindelici, da lui scritte dottissimamente, 
porta diversa opinione. Però niuna forse è la differenza, o di 
picciola considerazione : perchè dice che l'armi son communi 
de le famiglie; ma l'imprese proprie di ciascuno: ma questo 
alcuna volta si confonde. Or, se vi piace, cerchiamo se fra 
l'imprese che si fanno con le figure e le lettere ieroglifiche, 
sia alcuna cosa commune, ne la quale 1' une e l'altre conven- 
gano insieme : e poi cercheremo se ci sia qualche diversità. 

C. Voi m' invitate a così bella e cosi dilettevole investi- 
gazione, che niun altro invito mi sarebbe più caro. 

F.N. È, se non m'inganno, il genere commune de le im- 
prese e de le lettere ieroglifiche, la significazione e l'espres- 
sione de' concetti; perchè con queste e con quelle vogliamo 
palesare i pensieri e le passioni de l' animo : laonde sono una 
cosa di genere, non solamente d- analogia ; ma si può dubi- 
tare se le spezie siano diverse, e per quai differenze siano 
diverse. 

C. Io ho letto che son molte differenze fra l' imprese e i 
simboli e gli emblemi e i rovesci di medaglie e i ieroglifici : 
ma quella mi pare assai principale e, per così dire, specifica, 
la qual consiste nel motto ; perchè ne V impresa è ricercato il 
motto, a guisa d' anima, che dia vita al corpo; ma ne V iero- 
glifico nel simbolo non è necessaria l' inscrizione. 

F, N, Cosi dicono; ed io, per l'ignoranza de le lettere 
ieroglifiche, non ardirei d' affermare il contrario. Lessi non- 
dimeno che le lettere sacre de gli Egizi, le quali ' corrispon- 

32' 



378 IL CONTE, 

dono quasi da l'altra parte a le nostre imprese, erano me- 
scolate con r altre lor attere popolari : laonde a questo esem- 
pio possiamo aver fatte V imprese di note misteriose che son 
le figure, e di communi ed intese da ciascuno, che son quelle che 
si dicono lettere popolari. £ se questo è vero, non è gran 
differenza fra V imprese e i simboli e i rovesci de le naeda- 
glie, ne' quali, oltre {i le figure, sono impresse le lettere; cooìe 
ne la medaglia di Germanico, una sfera mossa da la Vittoria, 
con queste lettere, S. P. Q. R. : ed in quella di Yespesiano, una 
corona civica con le ghiande, e con questa inscrizione, S. P. Q. 
R. pp. OB civES SERVATOSI ed in quella di Tito, una imaglne 
de la Giudea, legata ad una palma, con quest' altra, Iud. gap. 
S. G. Nel rovescio de la medaglia erano impressi alcuni ca- 
valli che gìan pascendo, con queste parole : Vehiculatione 
Italia remissa. Ed in quella d'Antonino Pio, un caduceo ed un 
ramo d' oliva con frutti e con le foglie insieme ; e le parole era- 
no , Felicitas Augusti. Il quale in un' altra medaglia fece 
scolpire una figura, che aveva ne la man destra un cappello, 
e ne la sinistra un' asta, con queste parole: Libertas consu- 
LARis. Scolpi Severo Pio un leone, sopra cui sedeva una 
donna che teneva in mano un' asta fissa in terra, e con V altra 
pareva che volesse gittare un fulmine ; e vi fece questo breve 
intorno: Indulgentia Augusti in.... Ed in un* altra, un simula- 
cro con un ramo d'oliva, e con due parole: Fundatori pacis. 
Gallieno, gloriandosi che tutti i re fossero soggetti a la sua 
cura, vi pose una cerva, con V iscrizione, DunìE gonsulari 
AuGUSTiE; la quale fu prima usata da Adriano in un suo ro- 
vescio, con queste voci greche: "Apreiii E^^i jta : ed in un'altra 
scolpi una nave con remi, ad imitazione d'Augusto, scrivendovi, 
Felicitatis Aug. S. C. IIII. Dunque l' inscrizione del motto 
non fa differenza tra l'imprese e' rovesci de le medaglie : né la 
farebbe peraventura tra l' imprese e le lettere ieroglifiche, se 
fossero da noi bene intese, o se potessemo avvederci se le 
popolari son mescolate fra loro, com'è costume de l' imprese. 
Si come s'usa ne le cifre, o in altro modo : ma forsi la differenza 
non è nel motto semplicemente, ma nel motto regolato, e con 
molte osservanze. Ma appresso gli antichi la inscrizione non 
era sottoposta a tante opposizioni, ed a così esquisite censure. 



VERO DE l'imprese. 379 

C. Forse la differenza è ne la figura umana^ che non è ri- 
cevuta ne r imprese ; ma ne' rovesci è usitatissima, e peraVen- 
tura non fu esclusa da' simboli de gli Egizi: appresso i quali, 
come si legge in Oro Egizio^ la figura di un uomo co '1 cuore 
attaccato a la gola^ dimostrava la sincerità ; la mano destra 
aperta, la liberalità; la sinistra chiusa, T avarizia: e volen- 
doci ì medesimi figurare un uomo preso dal piacere de V adu- 
lazione, figuravano, come scrive il Pierio Valeriano, un cervo, 
il quale ascolta un pastore che suona la sampogna : e per di- 
mostrar la virtù che domi gli affetti, dipingevano un uo- 
mo il quale cavalca il leone : e una donna, parimente sovra 
il leone, dimostrava che le forze cedono a V eloquenza. 

F. N, La figura umana ne l' imprese ancora è ricevuta, 
come in quella de V uomo salvatico e nel servo, eh' è su '1 
carro trionfale co '1 vittorioso imperatore, de la qual fu il 
motto : GuRRU portatur eodem. Dunque, né la figura umana, 
né r inscrizioni , né i motti possono distinguere V imprese 
da'ieroglifici, o da' rovesci; quantunque si possa dubitare, 
s' elle aggiungano o togliano perfezione a l' impresa. 

C. Così mi pare. 

F. N, Ma consideraremo poi, qual più sia perfetta, qual 
meno : ora ricerchiamo la differenza, se pure alcuna ve n'ha; 
la quale per mio parere non é ne' colori, o ne gì' intagli, o 
ne la materia d' oro, d' argento e di pietre preziose. 

C. Molto meno che ne l' altre cose già dette. 

F. N. Ora mi sovviene quella differenza, ch'io stimo 
esser cagione di tanta diversità. Non abbiamo noi detto, che 
le lettere ieroglifiche son sacre note ? 

C. Abbiamo. 

F. N, Ma le imprese sono elleno sacre parimente ? 

C. non sono, o non tutte ; ma la maggior parte, e d'ar- 
me e d' amore, come parve al Giovio. 

F. N. Tuttavolta sacro potrebb' esser l'amore; come 
quello di Cristo verso V uomo, che fu significato co '1 pellicano 
che risuscita i figliuoli co 'l sanguette sacra parimente la guerra; 
e tale fu quella di Gottifredi Buglione, e de' principi suoi se- 
guaci, contra gì' infedeli. Di amor, dunque, e di guerra sacra si 
potrebbono fare imprese. 



380 IL CONTE, 

C. Si potrebbOQO, per mio avviso; e si fatto sarebbe non 
solo il pellicano, ma il vello di (xedeone, se vi si aggiungesse 
il motto. 

F. N. Ma fra le cose sacre e le non sacre suol esser que- 
sta differenza, che a significare le cose sacre, come c'insegna 
prima Dionigi Areopagita e poi san Tomaso ne' suoi opuscoli, 
s' usano più tosto le dissìmili similitudini; e per significar le 
non sacre, si deono mettere in uso più convenevolmente le si- 
mili similitudini. Questa sarà la più essenziale differenza che 
si possa ritrovare fra i ieroglifici e V imprese non sacre : die 
a le non sacre si conviene il significare con ogni somiglianza; 
a le sacre, con qualche dissimilitudine. Ma questa differenza 
sarà solamente fra le lettere ieroglifiche e V imprese d' arme 
e d' amore cavalleresco ; ma se alcuna si ritrovasse d' altra 
maniera, o in altra guerra, in quella sarebbono ancora con- 
venienti r imprese con le dissimili similitudini. 

C. Io non so per qual cagione le dissimili similitudini si 
convengono a le cose sacre. 

F. N. La ragione è addotta da l' istesso autore nel primo 
libro de la Celeste lerarchia, la quale è questa; che ne le cose 
divine le negazioni son vere, ma T affermazioni non conven- 
gono né son degne de la maestà d' Iddio occultissimo : e più 
conviene, ne le cose non soggette a gli occhi de' mortali, 
r esprimerle con pittura d' imagìni non somiglianti. Laonde 
non fanno vergogna a le divine e le celesti nature le descrizioni 
e le figure dissimili ; ma con misterioso onore e con riverenza 
ci danno a divedere che sono più eccellenti di tutte le forme 
corporee, le quali possono essere intese, o imaginate da 
l'animo nostro: e non è cosa che maggiormente risvegli la' 
nostra mente e l'inalzi al cielo, de le oscure similitudini. 
Però non s' appressarono tanto a la verità coloro che, nel for- 
mare i simulacri celesti, gli finsero tutti di oro e resplendenti, 
e coronati di raggi e vestiti di luce, quanto gli altri, che 
l'adombrarono quasi ne le tenebre e ne la caligine d'una oscura 
similitudine. Per l' istessa cagione, chi loda la Divinità che 
vince tutte V altre nature, l' onora con questi nomi di Verbo, 
di mente, d'essenza; chi la finge quasi un lume, e quasi una 
fiamma ed un vento, e la chiama vita : le quali forme, quan- 



O VERO DE L' imprese. 381 

tunque siano più eccellenti de le materiali^ nondimeno molto 
perdono, e sono inferiori a la divinità. Oltre questa cagione^ 
alcun' altre n' adduce san Tomaso ne la prima parte de la 
Somma, e ne le operette, le quali possono intomo a ciò ri- 
movere ogni dubitazione. 

C, Alti e sacri misteri son questi che spiegate^ ragionando 
de r imprese. 

F. N. Rivolgiamo, dunque, gli occhi da la luce a le tene- 
bre, e consideriamo Dio e le cose divine ne le oscure similitu- 
dini, usate non solamente da gli egizi e da gli ebrei, ma 
da' cristiani scrittori. Gli Egizi ci fìgurorno Iddio co '1 cocco- 
drillo; perchè quando il coccodrillo è sotto l'acqua, dicono 
che gli c^la da la fronte una membrana sottile, per la qual 
egli vede altri, e non è veduto : e ciò conviene ancora al sommo 
Dio; io dico di ved^e, e di non esser veduto. Dicono ancora, 
che il coccodrillo femina partorisce V uova fuor del Nilo, in 
quel luogo a punto, il quale dee esser termine de l'inonda- 
zione del fiume ; per la quale dimostra le cose future , che 
sono conosciute solamente dal grandissimo Iddio. Era signi- 
ficato Iddio da V uomo che siede sopra il loto; e, come scrive 
Proclo, dal falcone ancora; perchè il falcone è d'acutissima 
vista e grandissima velocità nel volo, e solo fra gli altri 
uccelli, volando in alto, discende quasi per dritta linea, e fa 
violenza a gì' inferiori. I sileni ancora e i cinocefali dimostra- 
vano che la Divinità è occulta. Ne le cose vili e non apparenti. 
Dio ancora fu significato da lo scarabeo; la qual significa- 
zione non dispiacque a sant' Agustino. Lo scarabeo significava 
similmente il sole appresso gli Egizi, perchè egli sta come il 
sole sei mesi sovra la terra, ed altrettanti sotto. Il mondo fu 
significato da gli Egizi co '1 serpente che si rivolgeva in se stesso 
e mordeva la coda: l'anno, in simil maniera: il sole, la 
luna, da' cerchi: la luna nascente, dal cinocefalo; perchè, 
come essi dicevano, il cinocefalo si drizza, e par molto sole- 
cito nel nascimento de la luna. L' orizzonte si figurava, 
come scrisse Plutarco, con l'eiBgie d' An ubi: ed appresso gli 
Egizi similmente, iV&«*pÀf/i^r significava T inferiore emispero, e 
Iside il superiore; perchè questo è lucido e diurno, quello 
oscuro e notturno; ed Anubi partecipa de l'uno e de l'altro. 

OP THE 

UNIVERSITY 

CF 



382 IL CONTE ^ 

Appresso gli £brei si legge, die Dio si mostrò a Mosè in forma 
di fuoco : e prima a guisa d' uomo aveva lottato con Giaoob; 
e con le jcolonne di fumo e di fuoco, V una de le quali era 
guida la notte, 1* altra il giorno, condusse il popolo d'Israele 
a la terra di promissione. Nel deserto, co '1 serpente esaltato 
figurò il Figliuolo che doveva esser sospeso in croce : e V agnello 
sacrificato da Abramo, aveva significato il sacrificio del Figlio 
unigenito. Nel nuovo Testamento muore come agnello^ ri- 
sorge come lecme : non disdegna la similitudine di pastore, di 
pietra, di porta, di vite, di fiore, di via, di tempio distrutto 
e riedificato, di pane, di fonte. Da' santi Padri è chiamato 
scarabeo e verme; co '1 qual nome il sacro Poeta l'avea prima 
chiamato ne' suoi versi, inspiratigli da divino Spirito. La beata 
Vergine similmente ne le sacre lettere è significata co '1 nome 
di terra, di cielo, di sole, di luna, d' aurora, di stella dd 
mare, di luce, di paradiso, di neve, di palma, di cedro, di 
oliva, di cipresso, <U nardo, di mirra, di platano, di rosa 
piantata in lerico, di giglio che sorga fi*a le spine, di vite 
d'uve feconda, di colomba, di aquila, di candelabro, e di trono 
de la Divinità; quantunque alcuni di questi nomi e di queste 
figure abbiano più tosto simile imagine, che dissimile simili- 
tudine : ina e con gli uni e con gli altri la sua gloria suol es- 
sere più e meno chiaramente dimostrata. 

C. Io nondimeno, con gli altri che sono di meno alto in- 
tendimento, sempre restarò più sodisfatto de V imagini so- 
miglianti. 

F. N. Già non sono elleno rifiutate da la Teologia mede- 
sma; ma noi ricerchiamo quel che sia più conveniente. 

C, Le cose simili sempre convengono con le simili. 

F. N. Ma qual cosa estimate voi così simile a l' altra, 
che non sia in alcuna parte dissomigliante ? forse, le stelle 
del cielo? o pure in queste ancora è qualche dissimilitu- 
dine? 

C. Grandissima ne la grandezza, ne' colori, nel sito, 
ne i movimenti e ne gli effetti. 

F. iV. E de r imagini de gli elementi e de le figure 
che opinione portate ? 

6\ Già lessi che al fuoco era attribuita la figura pirami- 



VERO DE h' IMPRESE. 383 

dale, ciò è di sei base; a Tarìa, quella d'otto; aTaequa^ 
quella di venti; a la terra, la cuba. 

F. iV. E de le cose da loro generate, che credete ? 

C. Tutte sono dissimili a se medesme, come le comete 
e r altre impressioni de V aria, Y arco celeste che ha tanti 
colori, e le coma * de la luna, e il suo cìnto. 

F. N. Ma se ne le cose semplici è tanta dissìmilitudine, 
maggiore senza dubbio sarà la dissomiglianza ne le cose com- 
poste. 

C. Senza fallo; e non solo di ciascuna cosa per rispetto de 
r altra, ma di tutte insieme e di ciascuna verso di sé. 

F. N. £ dmque il simile sempre congiunto co '1 dissimi- 
le ; anzi, queste due nature smio affisse insieme quasi con un- 
cini con ami/ come si legge nel Parmenide di Platone, eh' è 
r Ente co '1 non Ente : laonde possiamo conchiudere, che ninna 
cosa sia simile in tutto a l'altre, né pure a se medesma: 
anzi, in quanto ciascuna partecipa di quel <^e non è, io dico 
de la privazione, partecipa ancora del dissimile : e solo quello 
eh' è vero Ente, il quale, parlando di sé, disse Ego mm qui 
sum, é in tutto somigliante a se medesmo. Non Iroveremo 
adunque le simili similitudini in modo alcuno, ma tutte sa- 
ranno similitudini dissomiglianti? 

C. Così mi pare per questa ragione. 

F. i\r. E di queste, quelle che saranno più dissimili, sa- 
ranno più convenienti a le cose divine. 

C. Io, con gli altri che non sono di cosi alto mtendi- 
mento, rimarremo sempre più sodisfatti de le imagini che 
siano quanto si può somiglianti. 

F. N, E quali son queste ? 

C. Le belle, per mio parere, sono quelle che più conven- 
gono a le cose divine ; perché io non so né imaghiare nò 
intendere cosa più bella de la divinità. 

F. N. Già questo modo non é rifiutato da la teologia me- 
desma; la quale, come dice Dionigi Areopagita, per figurarci 
la Divinità, raccolse insieme tutte le maniere di varia bellez- 
za. Concedasi, adunque, a la Divinità, de la quale sogliamo af- 
fermar molte cose, si veramente che l'altro de le dissimilitu- 

' La stampa napoletana legge , e le corone. 



38i IL CONTE, 

dinì e de le negazioni sia riputato propriissimo de' sacri 
misteri^ e l'uno serva a' sensi e V altro a T intelletto sola- 
mente. 

C. Già intendo la distinzione. 

F. JV. Or, se vi pare che le cose proprie debbano esser 
separate da V improprie e da le communi, separiamo questi due 
modi, queste due spezie di significazione; e sia usato ne le 
cose divine o sacre il significare i concetti con ìmagini disso- 
miglianti : ma ne le cose non sacre si esprimano i pensieri e 
gli affetti de l' animo con imagini somiglianti. 

C. Come a voi pare. 

F. N. Diremo adunque, che V impresa è una espressione, 
overo una significazione del concetto de T animo ^ la quale sì 
faccia con imagini somiglianti ed appropriate. 

C. Buona mi pare la difflnizione. 

F. N. Ma pera ventura non perfetta: perchè non ogni pen- 
siero, né di tutti gli animi, deono esser significatine le im- 
prese; ma i pensieri solamente de gli animi nobili, o siano di 
guerra, o di pace, o d'amore; benché più ne le azioni die 
ne le contemplazioni, e de le azioni, più ne le militari che 
ne le civili, paiono ricercarsi V imprese : anzi, se ricerchiamo 
r origine sua , ella fu ritrovata da principi e da capitani e da 
uomini guerrieri, e dipinta ne le insegne militari e ne gli el- 
mi e ne gli scudi ; o cominciasse insieme con questo nome al 
tempo de' cavalieri erranti, o molto prima fosse usata da' La- 
tini e da' Greci e da' Barbari, e chiamata con altro nome. Ma 
lasciamo ora da parte quel che appartiene a l' origine, e ccm- 
sideriamo le parti necessarie a la difflnizione. Noi abbiamo già 
detto, che l' impresa è significazione di pensiero deliberato in- 
torno a cosa non minuta e non indegna, la quale porti seco 
difficultà ne l' eseguire. 

C. Così mi pare conveniente. 

F. N. Ma perchè l' impresa non riguarda solamente il 
futuro, ma tutti i tempi, come la profezia; la difficoltà si può 
considerare così ne le cose fatle^ come in quelle che si fanno, 
o che deono farsi; e non in tutte le cose, ma ne le degne e ne 
le nobili solamente. 

C. Cosi mi pare. 



VERO DE l'imprese. 385 

F. N. Tutlavplta V impresa riguarda più il futuro che gli 
altri tempi : e se pur è del passato, com' è quella d' Antonio 
da Leva, il quale finse uno sciame ^ d'api co 'l motto. Sic vos^ 
«ON voBis; ha nondimeno considerazione al futuro, perchè^ 
se non m' inganno, quel signore volle in quella significare a 
r imperatore^ che la sm virtù era degna di luogo onorato e 
sublime. 

C. Assai mi piace l'opinione, perchè V imprese a gl'igno- 
bili sono come l' arme^ che non sono lor convenienti in modo 
alcuno. 

F. N. Cotesto è vero ; tuttavolta la nobiltà dee conside- 
rarsi più ne la virtù e ne V animo^ che ne la fortuna o nel 
nascimento : laonde coloro che hanno avuto in dono dal cielo 
r altezza de V animo, tuttoché siano nati d' oscuri progeni- 
tori, possono far V arme de la sua famiglia, a la quale essi 
danno l' origine e V insegne e l' imprese parimente : ed io ho 
conosciuto un cavaliere nato di picciola condizione ; ma sì 
come si dimostrava magnanimo, per impresa fece il monte 
Olimpo, con questo motto : Tentanda via est. 

C. Bella è V impresa. 

F. N, È cortesia vostra : ma non lasciamo la diifinizione 
de r impresa; ne la quale, come abbiamo detto, si dee prin- 
cipalmente aver riguardo al tempo avvenire ; ma il fine è 
quello che principalissimamente si considera. Dee adunque 
dichiararsi il fine, il quale in tutte V azioni civili e militari ò 
r onore. 

C. Ma ne le amorose, per le quali son fatte gran parte de 
r imprese, è l'amore. 

F. N. Già sassi che l' onore e 1* amore era quasi l'istessb, o 
tanto differente, quanto è il segno esteriore da lo effetto in- 
trinseco ; perciochè da ninna cosa siamo più onorati che da la 
benevolenza de gli uomini di giudìzio : e l' amor de la donna, 
non che altro, suol dimostrarsi con qualche favorevole dimo- 
strazione d'onore, per la quale i valorosi cavalieri deono 
esporsi a l' imprese magnanime e degne d' etema gloria; non 
solamente portarle dipinte ne gli scudi e ne gli stendardi, o 
ne' superbi palagi, o in altra parte riguardevole, dove siano 

* La tUmpa napoletana , sciamo. 

Tasso. Dialoghi. — 3. 33 



386 IL CONTE, 

da ciascuno rimirate. Diremo, adunque, che le imprese siano 
segni, imagini convenienti, e simili a i nobili pensieri de 
l'animo, e fatti per desiderio di onore: e che di queste^ al- 
cune siano imagini di cose naturali, altre d'artificiali: e de 
le naturali, altre eterne^ altre corruttibili ; de le artificiose^ 
altre disusate, altre che sono in uso. Eccovi la difflnìzione e 
la divisione, eh' io addurrei de le imprese : ma la difflnìzione 
non so quanto sia simile o dissimile a le difflnizioni de gli 
altri, le quali si potevano innanzi revocare in dubbio, e quasi 
chiamare al giudizio; considerando, se in ciascuna di esse è 
parte soverchia, o manchevole, o discorde da la nostra opi- 
nione. Ma noi siamo entrati in questo ragionare quasi a caso^ 
ed io senza l'aiuto vostro non spero di poterne fare splendida 
riuscita. 

C. Quel che prima non s' è fatto, di considerare l' altrui 
difflnizioni, si potrebbe far dapoi, che io ho intesa la vostra; 
perchè io per me non so qual fra' due modi sia il migliore, 
né la cagione. 

F. N. Forse io mi son dimenticato di quelle de gli altri? 

C, Io me ne ricordo alcune ; e se non vi spiace di consi- 
derarle, udite questa che mi si para davanti, e L'impresa è 
una mutola comparazione de lo stato e del pensiero di colui 
che la porta, con la cosa ne la impresa contenuta. > 

F. N, La voce € mutola, » che prima mi ferisce le orecchie^ 
per sé non mi dispiace; perchè veramente l' impresa è parte, 
specie d' una muta poesia : ma io direi più tosto « muta si- 
militudine, 9 che € muta comparazione; ì> né porrei il nome de 
r impresa ne la sua diffinizione. Ma se buona è questa diffl- 
nìzione, il motto non solamente non è necessario ne l'im- 
presa, ma è soverchio e vizioso : né altro mi par di poter rac- 
cogliere de r intenzione de l' autore. 

C. Questo, se non m'inganno, fu il suo intendimento. 
Ma udite l' altra, che forse più vi piacerà. « L' impresa è com- 
ponimento di figura e di motto, rappresentando virtuoso e 
magnanimo disegno. i> 

F, N. In questa diffinizione nulla si può desiderare pera- 
ventura, se il motto é necessario, come molti estimano, e se 
r impresa è quasi un composto di corpo e d' animo ; quan- 



VERO DE L' imprese. 387 

tunque il nome « disegno ^ sia usato metaforicamente, come 
quello che si dice propriamente de la pittura, e non si tras- 
porta ne i pensieri de l* animo. Ma ne le diffinizioni di cose sì 
fatte io non sono severo soverchiamente, e non biasmo le trans- 
lazioni, tuttoché da Aristotele e da Averroe siano riprese. 
Platone ancora difflnl l' anima , luogo de le forme ; e il suo 
discepolo disse, che la memoria era quasi una pittura de l'ani- 
ma. Ma passiamo più oltre. 

C, Questa è, come dicono, del Palazzo. « L' impresa è un 
modo d'esprimere qualche nostro concetto, principalmente 
affettuoso, con V imagii» di cosa che abbia con questa conve- 
nienza, necessariamente accompagnata da un breve motto di 
parole a questo atte, i^ 

F, N. Pone V impresa fra i modi dei significare, benché 
ella sia più tosto tra le spezie : ma il modo più propriamente 
è de r arte che de la opera artificiosa , la quale non è modo^ 
ma fatta con modo. Ma queste sono considerazioni o troppo 
sottili, troppo severe; come sarebbe s' io dicessi, che l'im- 
presa fusse un modo d' esprimere tutti i concetti, non sola- 
m^te qualche concetto. Ma questa peraventura è di quelle 
diffinizioni d' Aristotele ne la Topica, eh' esso ed Alessandro 
suo commentatore chiamano diffinizioni de la cosa ben dispo- 
sta, la quale par che sia più ristretta de V altre, e non con- 
tenga tutti i particolari: solo mi fa dubbio ch'egli v'includa 
il motto come necessario. 

C. Questa diffinizione ancora mi sovviene. «L'impresa è 
un segno proprio ad alcuno, e preso da lui per adornamento, 
per discoprimento d' alcuna cosa fatta, o da farsi, o perdu- 
rante, vero per parte de le sopradette cose. » 

F. N. Quasi tutte V imprese fossero proprie, e non alcune 
conununi : ma, s' io non sono errato, ve ne sono alcune por- 
tate da molti; come, per giudizio del Giovio, fu quella de'gìun- 
ehi, portata da' signori Colonnesi, co '1 motto: Flegtimur, 

NON FRANGIMUR. 

C, Un' altra diffinizione mi sovviene de l'Armigìo. ^ L'im- 
presa è mia mestura mistica di pittura e di parole, rappre- 
sentante in picciol campo, a qualunque uomo di non ottuso in- 
telletto, qualche re^ndito senso d' una o di più persone. ^ 



388 IL CONTE, 

F. JV. L' Armigio accommuna fra molti quel che V altro 
appropria. Ma di questo proposito mi sovvengono le parole 
di Dante, parlando de le parti: 

L* uno al publico segno i gigli gisilli 

Oppone , e 1* altro appropria quello a parte ; 
Sì che non so Teder qual più si falli. 

Da le quali io raccoglio, che V aquila fosse publico segno, e 
non privato, né proprio; e che ciascuno erri appropriandolo 
a qualche parte, come fanno i ghibellini, non meno che op- 
ponendosi a r aquila , com' è de' guelfi : ma l' aquila, per mio 
avviso, fu insegna de' Romani, avanti che fusse trovato questo 
nome d'impresa, e soleva esser portata in guerra con molte 
altre insegne, che fumo quattro, per opinione di Plinio; il 
lupo, il minotauro, il cavallo ed il cinghiale; a le quali Vege- 
zio aggiunge il dragone. Ma alcuni anni avanti Mario, V altre 
erano lasciate ne gli alloggiamenti, e sola V aquila era portata 
in battaglia : Mario alfine, il quale da V apparir de V aquila 
aveva preso ottimo augurio, rifiutò tutte l'altre insegne, e di 
questa sola volle servirsi ne la guerra, consacrandola quasi 
propria a le legioni romane, da le quali fu portata con vari 
colori ed in vari campi, se pur debbiamo prestar credenza a 
Giovanni Villani, in cui si legge, che Mario contro i Cimbri 
portò r aquila d' argento , e Catilina , quando fu sconfitto 
da Antonio ne le parti di Pistoia, ed il gran Pompeo, portò 
il campo azzurro e l' aquila d'argento: Cesare la portò d'oro 
nel campo vermiglio ; Augusto, suo successore, mutò 1* inse- 
gna, portando nel campo dorato l' aquila naturale, cioè nera; 
la quale fu similmente spiegata da gli altri imperatori romani, 
infino a tanto che da Constantino e da gli altri imperatori 
greci fu di nuovo inalzata in campo vermiglio ad imitazione 
di Cesare, il quale la tinse del 'sangue civile ne' campi di Far- 
saglia. Ed ora si potrebbe senza dubbio affermare, ch'ella 
fosse stata impresa de' Romani, e prima de' Persiani, da' quali 
fu portata in guerra sino al tempo di Ciro, come si legge in 
Senofonte; perochò l' aquila ha tutte quelle condizioni che son 
richieste a T impresa de gì' imperatori e de' regi, né so che 
le manchi se non il motto, per lo quale distinguono molti 



VERO DE L* IMPRESE. 389 

r armi da le imprese. Dicono ancora, che V armi sono insignia 
gentis, e proprie d'una famiglia; ma l'imprese vogliono che 
siano particolari : distinzione in vero volontaria, la quale non 
porta seco alcuna necessità. Altri son d* altra opinione, e vo- 
gliono più tosto che il campo determinato da colori o da 
sbarre, il quale non si richiede ne l' imprese, sia proprio de 
Tarme, o sua differenza specifica, per la qual sì distingue 
da l'impresa, e fa arme, come dicono, per sua natura. Ma 
da le cose dette potrd)bono nascere molti dubbi ne la difflni- 
zione de V impresa : e prima; se le parole siano necessarie, o 
soverchie ne V impresa ; e s* elle son necessarie per dichiarar 
r intenzione, o in qual altro modo : e poi, se V imprese siano 
proprie, o se communi ; se differenti da V armi, e se ristesse; e 
qual diversità sia ne V antichità e ne l' origine di queste e di 
quelle. A le quali si potrebbono aggiungere molte altre que- 
stioni , de la simplieità, o de la moltitudine de' corpi, e de le 
figure, e de' colori : se meritano biasimo le umane , o le pro- 
digiose ; e molti precetti intorno a ciò, e molte osservazioni. 
Ma io, oltre al Giovio ed al Ruscello e a l'Ammirato, pochi al- 
tri ho letti in questa materia; ne la quale, come ho inteso^ 
scrìssero Claudio Paradino, Gabriel Simeone, Lodovico Do- 
menichi, Claudio Pittonì, Alessandro Farra, Luca Contile^ 
Bartolomeo Taegio, oltre à l' Alciato che scrisse de gli em- 
blemi, e Pierìo Valeriane che trattò la materia de le ìerogli- 
fiche, assai somigliante. Io già, prima che fossero usciti questi 
ultimi libri, ne dissi alcune cose, che ho poi riconosciute qua^i 
mie : altre ne udii, de le quali conservo alcuna memoria. Ésl 
senza vostro aiuto, estimo più difficile il fine del ragionamento, 
che non mi parve il principio : ed essendo entrato senza molto 
pensiero in questo quasi campo de l' imprese, son molto sol- 
lecito del modo d' uscirne. Aiutatemi, adunque, a dubitare al- 
meno, se non a terminare le questioni, ne le quali gli altri si 
sono affaticati. 

C. Questo è cosi largo e cosi fiorito campo, che lo spa- 
ziarvi a me sarà caro, come però a voi non paia soverchia- 
mente faticoso; ma io non so che aiuto darvi, che vi trat- 
tenga. 

F. N. Or cominciamo da quella parte che io prima pro- 
sa* 



390 IL CONTE, 

posi; dico, se le parole siano necessarie a T imprese: e se 
troveremo ch'elle vi si ricerchino necessariamente, suppli- 
remo a r imperfezione di quella die da noi è stata data. E 
perchè meglio intendiamo il vero, io vi domando il vostro pa- 
rere, se voi riponete V artificio del far V imprese sotto l'arte 
de la poesia, o no. 

C. A me pare che il facitore de V imprese sia poeta, 
come parve ad alcun altro; il quale disse, che' l'impresa è 
non solo parte di poesia, ma di eccellente e di sovrana jpoesia. 

F, N, Ma s' ella fosse poesia, usar^be gì' instrumenti de 
la poesia, che sono il parlare, il ritmo, e T armonia^ e non 
altri. 

C, Cosi pare ragionevole, se il poeta non ha altri instru- 
menti. 

F. N. Altri da Aristotele ncmaono assegnati al poeta: 
dunque, il pennello e il colore, che usa nel dipìngere il pittore 
de r impresa, non sono ìnstrumenti convenevoli al poeta; e 
molto meno lo scarpello, o il martello, co '1 quale si scolpi- 
scono r imprese ne' marmi : e se non sono mstrum^ti del 
poeta, chi gli usa non è poeta. 

C. Cotesto par vero : tutta volta io credeva che la poesia 
avesse alcune arti ordinate al suo servigio, come V arte de 
gl'istrioni, e la musica, e la pittura; laonde nel servirsi de 
gr instrumBiti de le arti sottoposte, non perde la sua dignità. 

F. iV. Ma è imperfetta, se non ha alcuno instrumento 
proprio, co '1 quale possa fare le sue operazioni; come potrete 
conoscere a questo esempio, che l'uomo, di cui il servo è 
instrumento e separato, non ha questo solo instrumento este- 
riore ne le azioni civili e militari, ma i suoi propri ancora, 
con i quali non solamente governa la republica e combatte, 
ma contempla le cose celesti ed immortali: le mani, dico, 
gli occhi, la lingua, la fantasia, e gli altri sentimenti este- 
riori ed interiori. 

C. in questo modo ancora potremo affermare, che il motto 
sia r instrumento. 

F. N. Molto ha perduto di dignità, poiché d'anima 
eh' egli era, come dicono, è diventato instrumento: ma queste 
non rileva, perchè l' impresa senza l' imagine figurata ne 



VERO DE l'imprese. 391 

la carta, o hi altra cosa materiale, noa sarebbe impresa. Dun- 
que riporremo r impresa sotto V arte de la pittura o del di- 
segno. 

C. Questa opinione più mi piaceva nel principio; ma io 
mi attimi a T altra per salvar la vita al motto, il quale per 
quest' altra via corre molto pericolo. 

F. N, Peraventura è vero quel che voi dite, perchè se 
r impresa è fatta de la pittura o del disegno, non ha bisogno 
di parole. 

C. Sogliono i pittori e gli scultori nondimeno far le inscri- 
zioni ne le statue e ne le pitture alcuna volta. 

F. N, Solevano gli antichi pittori, come dice Aristotele 
nel sesto de la Topica, aggiungere Y inscrizione per dlcbia- 
razione de la cosa dipinta: ma questa, per suo giudizio, è ' 
imperfezione ne la pittura, come ne la diffinizione, che non 
s'intenda di qual cosa ella sia difiOnizione; perciochè la pit- 
tura deve esser conosciuta per se stessa, senza aiuto alcuno 
estrinseco. Si conferma V autorità d'Aristotele co '1 testimonio 
di Scrino filosofo, il quale scrive, come si legge appresso a 
Stobeo, che ne l' antichissima città di Sais era un gran simula- 
cro consacrato a Minerva, detta Iside, con questa inscrizione : 

Ego sutf omne quod fuit , quodqde est , quodque erit : 
Et peplum meuh nemo mortàlium revelavit. 

C, Questa inscrizione a me pare molto misteriosa : laonde 
estimo ch'ella giungesse autorità a l'imagine; e non meno 
ha bisogno di dichiarazione , di quel che avesse l' imagine 
medesma. . 

F. N. Autorità senza dubbio, più tosto che chiarezza o 
notizia , aggiunge questa descrizione : e le così fatte piac- 
ciono ne le statue, e ne le pitture , e ne le imprese, più che 
in tutte r altre ; perchè le inscrizioni e i motti troppo chiari 
paion popolari e di ninna stima, e per questa cagione sogliono 
esser fatti più tosto ne la lingua estrana, che ne la propria. 

C, Io vorrei che il motto si allontanasse da' popolari e 
da' volgari più tosto ne' sentimenti e né' pensieri che ne le 
parole : ed amo meglio i concetti peregrini con le nostre voci 
naturali , che i plebei con le peregrine. 



392 IL CONTE, 

F. N, Cotesto è vero: nondimeno le parole non si scel- 
gono ne la propria lingua, se non da parte molto nobile e 
da scrittore molto eccellente; ma i concetti medesmi, signi- 
ficati con le similitudini e V imagini , deono avere^ non 
solo del vago e del leggiadro, ma de l'occulto e del miste- 
rioso. Però si legge in Porfirio, riferito dal medesimo autore, 
che si come Apolline in Delfo non dice, né asconde, ma ac- 
cenna, secondo il costume d' Eraclito; così ne' simboli pitta- 
gorici quel che par che si dica, s'asconde; e quel che par 
nascosto i s'intende. 

C, A questa imitazione, s* io non sono errato, dovreb- 
bono esser fatti non solo i motti , ma i Qorpi de le imprese. 

F. N, Chiamiamo corpo la pittura : dunque il motto è 
r anima. 

C. Così disse il Giovio innanzi a tutti gli altri. 

F. N. E se non può esser corpo vivo senz'anima, -morte 
sono quelle imprese che non hanno il motto. 

C. Questo è assai vero, per giudizio dì molti ; ma altri 
hanno giudictto che la forma essenziale de l' impresa sia la 
comparazione. 

F. N. Se la comparazione è la forma essenziale, e la 
forma essenziale è anima de le cose animate, ne segue che 
la comparazione sìa l' anima ; laonde V imprese non hanno 
bisogno di motto, perchè la comparazione sola e la pittura 
può farle vive. 

C. r una l' altra opinione è vera. 

F. iV. E se sono contrarie, non possono esser vere l'una 
e l'altra; ma se l'una è vera, l'altra è falsa di* necessità. 

C. Senza dubbio. 

F. N, Potrebbono essere nondimeno concordi in qualche 
modo ed in qualche parte: sì come al corpo nostro già vivo ed 
animato sopraggiunge di fuori la mente immortale a guisa di 
peregrino; così a l'impresa, già viva per artificio del pittore, 
è dato dal poeta, quasi da celeste iddio, nuovo intelletto con 
la parola* che fa immortale la vita de la pittura, la quale per 
se stessa avrebbe fine, come l' anima de' bruti e de le piante. 

' La stampa napoletana , le parole. 



VERO DE L* IMPRESE. 393 

C. Voi togliete la necessità al motto, ma non la perfezione. 

F. N, Sarà, dunque, ne la definizione necessario, almeno 
in questa maniera, perchè in lei si dee diffinire una cosa per- 
fetta; ma neie definizioni, se non m* inganno, i nomi analo- 
gi sono assai volte ricevuti : ed Aristotele medesimo, avendo 
a diffinire V anima mortale e V immortale, non la volle o non 
la potè diffinire altramente. Laonde questi nomi di segno ^ 
d'imagine possono attribuirsi non solo a la forma de l'im- 
presa materiale, ma al motto, eh' è quasi divino intelletto: 
ed Aristotele ancora ne' libri de l' Interpretazione chiamò le 
parole, note di quelle cose che abbiamo ne l' animo ; che 
tantQ rileva , quanto s' egli l' avesse chiamate segni e ima- 
gini de' nostri concètti. Non dobbiamo, adunque, per questa 
cagione aggiungere cosa alcuna a la diffinizione. 

C. Così mi pare che abbiate provato chiaramente con 
r autorità del principe de' filosofi. 

F, N. Confermaremo, adunque, che l'imprese siano se- 
gni imagini convenienti, e simili a' nobili pensieri de V ani- 
mo, fatte per desiderio d'onore: e di queste imagini, altre 
scranno di cose naturali, altre d' artificiose; e tra le natu- 
rali, altre di eterne, altre di corruttibili. 

C. A questa divisione altri aggiungono un terzo membro ; 
dicendo, che de le imagini, alcune sono naturali, altre arti- 
ficiose, altre civili. 

F. N. Le civili si possono ridurre sotto 1' artificiose, 
come sotto a suo genere; perchè la civililà è un* arte, anzi 
r arte oltre a tutte l' altre nobilissima , a la quale niuna è 
che si sdegni d' ubbidire : però è somigliante a l'architetto, 
il quale comanda a molti ministri. Ma V istessa divisione 
da* più antichi è fatta in altro modo; perchè dissero, che de le 
figure scolpite da gli Egizi ne gli obelisci , altre sono natu- 
rali, altre artificiose, altre imaginarie; ma l' imaginarie 
si possono riponere sotto l'artificiose, come si crede che siano 
i satiri, i centauri, le sirene, i tritoni, le sfingi e le chi- 
mere e le gorgoni; perch'è licenza non solamente de* poeti, 
ma de' pittori, congiungere insieme le nature diverse e quasi 
contrarie, ìr\ guisa che 

Desinai in piscem muHer formosa superne. 



3D4 IL COKTE, 

Altri le riporrebbe sotto le naturali^ come in tutti ì mostri 
cbe nascono per difetto o per eccesso di materia , oltre il 
proponimento de la natura istessa. 

C. Io mi ricordo d' aver letto in molti di questi libri che 
trattano de' secreti de la natura, alcune meraviglie. Plink) 
pone i satiri ne' monti Subsolani ; Pomponio Mela» ne Y Alante; 
il Sabellico, ne V Ato : de' grifi, che sono quasi pegasi, e cu- 
stodiscono Toro ne' monti Rifei, ragiona, non che altri, Dìon 
Crisostomo, gravissimo autore: de' tritoni e de le sirene, 
Ph'nio, Olao Magno, e Pietro Messia: de le gorgoni. Ate- 
neo, il quale estima che sia quello animale che d'Aristo- 
tele e da Plinio è detto catoblepa. Gli arimaspi, per opinione 
di molti, abitavano ne' monti Eifèi: Giorgiana ha quattro o 
cinque maniere d'uomini mostruose: l' Affrica, molte, per te- 
stimonianza di santo Agostino, il quale ne vi(te l' imagini ne 
la città di Cartagine. 

F. N. Il considerare la verità di questo dubbio, si appar- 
tiene ad altra considerazione : ma in questo proposito si può 
conchiudere senza fallo, ciie i mostri favolosi si possono an- 
noverare con r imagini artificiose; gli altri, con le naturali. 
E cominciando da queste, e da quelle ^be sono eteme per 
natura , 

Chiamaci ì\ cielo , e intorno ci si gira , 
Mostrandoci le sue bellezze eterne, 

come dice Dante ; de la cui imagine si può formare la più 
bella e la più riguardevole di tutte 1' altre cbe noi ri- 
miriamo. E prima, del cielo stellato fu fatta quella nobilis- 
sima impresa, di cui fa menzione il Giovio, co '1 motto : Asn- 
GiT UNAM. L' istesso portò per impresa il Cardinal d' Este, 
mio signore, con le parole. In motu immotum; per dimo- 
strare la stabilità e la constanza de l'animo suo nobilissimo fra 
i movimenti de la fortuna, da cui allora era agitata la Fran- 
cia ne le guerre civili, e quasi tutta Europa, e per timore 
de r armi barbariche, con le quali il Turco minacciò ruina 
a' regni de' Cristiani : e fu invenzione del signor Benedetto 
Manzuolo. suo filosofo e secretarlo, e poi vescovo di Reggio. 
Io poi feci una impresa con T istessa imagine del cielo stel- 



VERO DE l'imprese. 395 

lato^ nel quale son molte imagini, al signor cardinal Montalto; 
e vi sottoscrissi, Pulghriora latent; volendo accennare 
ebe questo signore d' animo noBilissimo^ il quale assai spesso 
si ritirava da le publiche occupazioni de la Chiesa aposto- 
lica a lo studio de le scienze, era mosso a contemplare da 
r istessa cagione che mosse i primi contemplanti, cioè da la 
bellezza e da la meraviglia de le cose celesti : e perchè da 
loro siamo inalzati a la cognizione de le inintelligìbili * e di- 
vine, particolarmente d' Iddio , l' impresa mi parve conve- 
niente a r altezza de V animo di quel signore , eh' è nuovo 
mecenate del patriarca di Gerusalemme, di monsignor Pa- 
pié , del Baldi e d' altri teologi e poeti che vivono ne la sua 
corte : e fu la prima di molte , le quali poteano esser con- 
cetto in diverse occasioni d'animo grande, e occupato ne le 
azioni. Di Saturno non so chi abbia fatta impresa : ma es- 
sendo egli il primo fra i pianeti, e nobilissimo fra gli altri, e 
velocissimo nel movimento, come stima Platone, benché sia 
detto tardo; e significando la contemplazione, eh' è nobilis- 
sima (^razione de l'intelletto; mi parve che potesse aver 
luogo ne l'imprese. Ma la dìiflcoltà è nel far che la stella sìa 
conosciuta per quella di Saturno : e quantunque ciò possa 
conoscersi dal colore , perchè ciascun pianeta ha il proprio 
colore, come scrive Olimpiodoro ne la Meteora; nondimeno, 
perchè V impresa non dovrebbe aver bisogno di colore, me- 
glio mi parve di collocarlo ne la sua propria casa , la quale, 
come scrivono gli astrologi, e Macrobio particolarmente nel 
Sogno di Scipione, è l'Aquario o il Capricorno: evi aggiunsi per 
maggior notizia il motto. Tardissime velox, o Velocissima 
TARDiTAs; come dovrebbe esser quella non solamente de gli 
studiosi, ma de' prudenti : benché a questa impresa si po- 
trebbe applicare il motto d'Augusto, Lente testina. Del Sole 
molti hanno portata impresa. Assai nota è quella con le pa- 
role, Obiecta nudila solviti e queir altra del gentilissimo 
poeta Mantovano, che affissa l'aquila a la sua luce, con 
l' inscrizione , 

Pur che ne godàn gli occhi, ardan le piume: 

* Tutte le stampe , inlrììigihiU. 



396 IL CONTE, 

e quella attribuita a V imperatore Massimiliano^ de V aquila 
che volge i figli coronati al Sole, co '1 motto Experiar. Ma 
io, doppo tutte l'altre, feci al signor cardinal Montalto, men- 
tre governava lo stato de la Chiesa nel pontificato di Sisto^ 
questa medesima imagine del Sole ne la eclittica, la quale ^ 
com' è opinione de gli astrologi , è una linea nel zodiaco, tra- 
passata da gli altri pianeti; ma il Sole solamente non n' esce. 
Era il motto. Non transgrediar. Il mio intendimento fu a 
mostrare, che il Cardinale, figurato convenevolmente per la 
sua illustrissima azione co '1 Sole, non trapassava il comandar 
mento e l'ordine del papa. Il Sole in Leone, eh' è il suo 
proprio albergo, e V arme del Cardinale, poteva dimostrar 
lo splendore accresciuto a la sua casa da la virtù e da la 
fortuna di questo signore. Il motto fu questo.... Ma perchè 
fra tutti i pianeti. Venere solamente esce dal zodiaco per utile 
de la generazione, come dice Plinio, in quelle parti remo- 
tissime, che sono extra anni solisque vias; volsi figurare 
una Venere uscita del zodiaco, per significare un concetto 
amoroso di nobilissima signora; co '1 motto, Transgressa 
iuvAT. De r istésso pianeta fece prima don Francesco d' Ava- 
los, di* gloriosa memoria, una impresa co '1 motto, Mon- 
STRANTE viAM. Ma ella è conosciuta da la compagnia del So- 
le, il quale ora la segue, ed ora le va innanzi. 

C. Avete lasciati Marte e Giove a dietro senza parlarne. 

F, N. Gli ho lasciati a coloro che sono più felici ne la 
guerra e ne l'azione; a' quali non mancaranno soggetti di 
nuova impresa, s' essi estimeranno che la varietà de' colori, 
o la proprietà de le case, possa bastare per dichiarazione : ma 
lasciare ancora Mercurio a quei felici ingegni che ne la elo- 
quenza hanno acquistata chiarissima fama. De la Luna scema 
e crescente portò impresa il re Enrico, co 'l motto, Doneg 
ToruM iMPLEAT ORBEM*. a la piena fu aggiunto quest' altro , 
ìEmula Solis ; per dimostrare V emulazione tra quel re, d'ani- 
mo grandissimo, e il re Filippo mio signore, che senza dubio 
ha superato tutti i principi del mondo di grandezza d^ animo, 
di stati e di fortuna, e nel principio del suo regno, nel quale 
parve un sole oriente; onde a gran ragione alzò per impresa 
il carro del Sole co 'l motto, Iam illustrabit omnia. De gli 



VERO DE l'imprese. 397 

ecclissi del Sol^ e ile la Luna si fecero imprese similmente. 
Ma discendiamo da le cose celesti a gli elementi , se non vo- 
lete eh' io ritorni un'altra volta nel cielo. 

C. Questo è camino usato da gli animi immortali; però 
non vi spiaccìa il ritorno. 

F. N. Tutte le quarant' otto imagini del cielo stellato 
possono dar soggetto bellissimo^ e pi^no di luce e di splendore 
a l'imprese; ma a gì' imperatori, ed a' re, ed a' grandissimi 
I)rincipi si converrebbe la Libra co 'l motto. Omnibus idem; 
eh' è proprio di Giove : a' sacerdoti, l'altare: a' poeti, la cetra 
e '1 cigno: a le donne caste, la corona d'Arianna: ed i giusti 
e fortunati principi potrebbono ancora portar lo Scorpione co 1 
motto, ìEqua plus parte relinquit. Augusto figurò il Ca- 
pricorno, che fu poi ascendente di Carlo imperatore; e l'im- 
presa è di Cosmo, fortunatissimo principe de' nostri tempi, ed 
oltre a tutti gli altri prudentissìmo : laonde si può affermare, 
eh' egli fosse l' architetto de la sua medesima fortuna. 

C. Questo ragionamento con grandissimo piacere m' ha 
tocco l'animo; laonde io vorrei, che sempre ci fosse lecito di 
star fra le cose celesti. 

F. N. Io n' ho ragionato, ad utilità di voi, alquanto più 
largo che per altro non avrei fatto. Ma torniamo a parlare 
de le imagini men sublimi , almeno per memoria de la no- 
stra fragilità; perchè il fare impresa de le cose celesti è cosa 
d' ankno grandissimo, che si prometta molto dì se stesso e de 
la sua fortuna e de Y aiuto divino. Però alcuni presero il 
soggetto de l' imprese da cose più umili : altri non volsero 
far impresa alcuna, ad imitazione di Roncoreo, figliuolo di Se- 
sostri, e di coloro i quali, non potendo pareggiar la gloria 
de gli antecessori, fecero le piramidi senza inscrizioni. Fra 
questi fu Anfiarao, che, solo fra' sette re, non portò a Tebe 
impresa alcuna; per la qual cagione fu lodato da Eschilo : e 
queir altro , di cui scrisse Virgilio, Parmaqae inglorius alba. 

C. Discendiamo a le cose inferiori, quando vi piace, ma 
per gradi; acciochè lo scendere non apporti pericolo e ci 
paia faticoso. 

F. N. De le nature corruttibili, alcune sono semplici, altre 
composte : semplici son quelle che chiamiamo elementi, e 

Tasso. Dia/ogìii. -^ d. 34 



oi)8 IL COME, 

principio d'esse cose generate; fra' quali prima è il fuoco , 
:he ba date molte occasioni a' simboli ed a l' imprese. Alcuno, 
per dimostrare il generoso animo^ e la cbiarezza de 1* origi- 
ne sua^ portò la fiamma col motto, Summa petit. Il signor 
Duca d' Urbino, giudiciosissimo, libéralissimo e yalorosissimo 
principe, cbe fa ritratto da quelli ond'egli è nato, figurò la 
fiamma co '1 motto, Q^es in sublimi; accennando in questa 
guisa la nobiltà de T orìgine, e V altezza de' pensieri cbe non 
possono acquetarsi se non in nobilissime operazioni. E perchè 
è natura del fuoco il separar le cose simili da le dissimili ; 
sì come, a V incontro, quella del freddo è di congregar le cose 
di natura dìssomigliantì; io ne feci una impresa ad un prìn- 
cipe mìo amico, il .quale ne la sua corte non volse molti tri- 
sti in compagnia di pocbi buoni, co T motto di Virgilio , Segre- 
TOSQUE pios, con questo greco: érspoytvha, «V.^'/)«t.* Il fuoco 
insieme con l'acqua, come scrive Plutarco ne gli Ammaestra- 
menti del matrimonio, significò la congiunzione del marito con 
la moglie; e fu spesso usata da gli anticbi. De l'aria e de 1* acqua 
e de la terra non so cbi facesse impresa senz' altro corpo. 

C. A me so viene quella del fiume, portato dal vescovo 
di Feltro; co '1 motto, Viresque acqdiret biondo. 

F. iV. È assai bella, e cavata di buon luogo; del quale 
prima il Vida, scrittore e dottissimo poeta, aveva fatta una 
comparazione: e de' fonti miracolosi, de' quali il Petrarca 
fece similitudini, altri poi fece J' imprese. Ma de la tersa sola 
si potrebbe fare una bellissima impresa per la monardìia di 
Carlo imperatore, o di Filippo re di tanti regni, o d'altro gran 
principe; co'l motto, Ponderibus librata- suis. De' monti, 
che son parte de la terra, molte imprese abbiamo vedute, ma 
con altri corpi ; com' è quella portata da' duchi di Mantova, 
de l'Olimpo: il quale, come si scrive, è sempre sereno ne la 
sommità, e quieto da l' impeto de' venti; laonde coloro che 
in cima vi sacrificavano, lasciandovi le ceneri rimase nel sa- 
crificio, le trovavano l' anno seguente. Il motto è, fides. Io 
feci per impresa del signor cardinal Montalto, il monte Cau- 
caso, ne la cui più alta parte si vede il sole quattr'ore pri- 

* Cosi leggiamo, per dare un significato a due voci che non hanno di greco 
cbe r aliàketo. 



VERO DE l'imprese. 399 

ma che apparisca a gli altri : e volli in questa guisa dimo- 
strare la vigilanza del buon principe. Atlante si potrebbe fin- 
gere per figura del Monarca; che, come dice Simplicio sovra 
Aristotele ne' libri del Cielo, le colonne di Atlante significano 
il peso de la monarchia. Etna fu portato da molti : V isola di 
Delo, la quale era prima errante, e da poi si fermò, come si 
legge ne le favole, fu impresa d' una vedova gentildonna, il 
cui nome era Delia; co') motto, Quievit. Oltre ogni estima- 
zione bellissima fu quella impresa de la scala Platonica, 
cioè de' quattro elementi, e de gli otto cieli; co'l verso del 
Petrarca: D'una in altra sembianza. Ed assai bella la 
confusione de gli elementi, detta caos, portata da gli acca- 
demici Confusi; co'l motto. Ante. 

C. Se bella è la confusione, quanto maggior bellezza dee 
ritrovarsi ne la distinzione ? 

F. N. Bellissimo è V ordine senza fallo; ma al medesimo 
.artefice s'appartiene T ordinare e il confonder le cose: però 
ne la confusione ancora è il suo diletto e la sua meravig^'a. 
Io feci per me stesso un Amore che usciva dal caos , come 
dice Esiodo; co'l motto, Distinguet. Ma io sono uscito, non 
me ne avveggendo, da la via prescritta; e parlando de la 
confusione, ho confuso l'ordine che si dee servare ne la di- 
visione. Lasciamo, dunque. Amore da parte, e torniamo a i 
corpi semplici, fra* quali pera ventura si potrebbono nume- 
rare le comete, e l'altre imagini di fuoco, che si veggono 
ne la sublime region de V aria , tutto che siano generate da 
esalazion terrestre. Bella fu quella de la cometa, apparita ne 
la morte di Cesare, come dice Virgilio : 

Ecce DioMBi fn'oceisit Cataris astrum, 

e detta da Orazio, lulium sydus; e le sue parole, Inter 
OMNES, fur molto convenienti a V intenzione di quel signore. 
De r arco celeste, che fu detto Iride da' Latini, è stata fatta 
impresa. E si potrebbe far di quello che i Greci dicono .4/05, 
che noi possiamo dir Corona de la luna; per dimostrar la va- 
rietà de r umane grandezza, e di queste corone de' principi 
del mondo, le quali si dileguano ad ogni vento di contraria 



400 IL CONTE, - 

fortuna: laonde di quella di Cipro non appar yestigio; quella 
di Scozia e quella d' Ungaria sono quasi sparite a' nostri giorni; 
quella di Frauda, già lucentissima, ci lascia dubbi del suo 
splendore, e fra le nuvole de l' eresia a pena si disceme. 

C. Troppo gravi querele son queste in cosi piacevele 
ragionamento. 

F. N. Perdonate a la mia fiera maninconia^ che mi tras- 
porta in così dolorosa materia : ma, per compiacervi, seguirò 
il mio parlare. De' fulmini ancora, de' venti , de la neve, de 
la pioggia, che son misti imperfetti, sono state fatte e cosi 
potrebbono farsi imprese : ma è cosa malagevol molto che 
siano senza compagnia d' altri corpi ; i quali, come abbiamo 
detto, sono sempiici o misti; e de' misti, alcuni perfetti, 
altri imperfetti. De gì' imperfetti abbiamo ragionato a ba- 
stanza: fra' perfetti, altri sono animati, altri privi d' anima : 
fra gli animati, alcuni hanno il senso, altri son privi di sen- 
timento : di quelli che sono sensati , parte è fornita di sottili 
avvedimenti e di ragione, parte è senza ragione e senza 
intelletto. Ma prima ci si appresenta la natura ragionevole 
ne la figura umana; e questa ancora si divide ne gì' iddìi 
e ne gli uomini: fra gl'iddii, antichissimo è Amore, come 
piace ad Esiodo; e da lui Alcibiade fece quella bellissima im- 
presa co '1 fulmine piegato, volendoci dimostrare che la po- 
tenza d' Amore è tanta , che può togliere, a Giove l' arme di 
roano, come dice il Poeta : 

Ch* avrebbe a Giove nel maggior furore 
Tolte Tarmi di mano, e l' ira morta. 

C. A questa imitazione il signor Bernabò Adomo finse 
Amore con l' archibugio, eh' è il fulmine de' modemi. 

F. N. L' imrenzione è assai gentile ; tutta volta l' antica 
è più misteriosa. Si potrebbe ancora figurare Amore con la 
spada, come si legge ne' problemi d' Alessandro, fingendo 
ch'egli, per cruccio o di scherzo, 1' avesse tolta a Marte; 
e con la cetra involata a Febo, con la quale cantando dettasse 
a' poeti versi amorosi; e co '1 caduceo di Mercurio, come fosse 
divenuto messaggiero, per apportar pace a' miseri amanti. 
C con l'armi di Minerva ancora si potrebbe fingere Amore 



VERO DE l'imprese. iOl 

in qualche bellissima impresa; perciochè Ovidio nel libro 
del Remedio d' amore gli attribuisce l' egida ^ che fu lo scudo 
di Minerva, con la testa di Medusa, in quel verso : 

Decipit kac oculos agide dives Amor. 

Di Glauco, iddio marino e misterioso, si potrebbe similmente 
fare impresa; e più agevolmeote che d'altro iddio, il quale 
si dipinga con figura umana : perchè V ali d' Amore e la 
parte di pesce, eh' è in Glauco, non paiono cose naturali ed 
umane, ma prodigiose più tosto o imaginarie. Però ne la 
divisione si potevan forse riporre più acconciamente sotto il 
genere de le ìmagini artificiose. Ma io mi sono lasciato tras- 
portare dal corso del ragionamento, a non considerare queste 
cose cosi minutamente. 

C. Possono, per mio giudizio, esser numerate ancora fra 
le naturali, avendo riguardo a l'opinione de gli antichi ed 
a la fama. 

F. N. Meglio nondimeno si converrebbono con l' altre 
imaginarie. Ma io feci ancora un'impresa d'Ercole, approprian- 
dola ad un gran signore di questo nome; ne la cui impresa 
potevano scolpirsi le colonne in miglior età, e men soggetta a 
l'avarizia de' principi stranieri; co '1 motto, Iubat Euristeus: 
e non ebbi risguardo a l' osservazione di molti, che non vo- 
gliono che ne l' imprese abbia luogo la figura umana, ed a 
pena il cx)ncedono a gli dei favolosi. Ma Ercole ne le fasce è 
impresa del signor Duca d' Urbino, il quale sin da le fasce si 
ctmcitò grandissima aspettazione, che ha sostenuta co '1 valore 
e con la prudenza, dimostrata ne l'armi e nel governo 
de' propri stati. Castore e Polluce fur de gli accademici di 
Padova. Altri nondimeno, più arditi, hanno figurati ne le im- 
prese gli uomini non deificati; come fece colui che nel carro 
trionfale portò dipinto il servo insieme co'l trionfatore: ma 
quanto sia lecito, altri se '1 veggia. Or seguitiamo l' ordine 
del dividere sino al fine, come abbiamo cominciato. De gli 
ammali, alcuni sono terrestri, alcuni aquatili: fra i terrestri 
ottiene il primo luogo di dignità il leone, re de le fere, come 
dice Basilio Magno; e ne le lettere ìeroglifiche ebbe molte 
significazioni. Ora significava la magnanimità; ora le forze 

3i* 



402 IL CONTE, 

de r animo e del corpo congiuntameDte; alcuna volta V obe- 
dienza de' figliuoli verso iP padre; in altre pitture dimo- 
strava la custodia, la terribilità, la signoria de Tuomo, la 
vendetta , e la clemenza : la magnanimità dimostra per sé 
solo; r animo domato, o il doraator de V animo, con la figura 
de r uomo cbe frena il leone; per la quale si dimostra, che 
la parte animosa e piena d' ira, dev'esser tenuta a freno : la 
clemenza e la vendetta verso l' uomo, parimente co '1 leone 
è significata : la vigilanza e la custodia con una sua parte, 
cioè co '1 capo, il quale sia posto sovra l'altare : perchè il leone 
mai non dorme, come fu opinione di Manetone e de gli 
altri egizi, o è di pochissimo sonno; perchè la vigilia conti- 
nua ne gli animali è incredibile, come giudicò Aristotele. La 
testa dimostra similmente la terribilità: però ne lo scudo 
d'Agamennone fu scolpito il capo del leone, e lo scudo restò 
lungamente sospeso al tempio d' Olimpo, con questa inscri- 
zione: 

che trasportandola nel felice idioma toscano, diverrebbe 
questa: 

Questo è il terror de' miseri mortali : 
Colui , cbe '1 porta , è il caloroso Atride. 

Congiunto co 'l cinghiale, significa che le forze de l' animo son 
congiunte con quelle del corpo. È segno de la nobiltà e de la 
progenie regale: però Alessandro Magno voli' essere scolpito 
ne le medaglie con le spoglie del leone: e da l'altro lato 
v'era impresso Giove con l'aquila, o perchè fosse disceso 
da Ercole, o perchè Filippo sognasse, doppo ch'egli fu con- 
ceputo, di sigillare il ventre d'Olimpia sua madre co '1 sigillo 
del leone; e nominò Alessandria, da lui edificata, città Leo- 
nina. I re di Sparta ancora si gloriavano de la medesima no- 
biltà : e Marco Antonio appresso i Romani, come Plutarco 
racconta ne la sua Vita, s' adornava con le spoglie del leone, 
ad imitazione d' Ercole suo predecessore. Ne' tempi moderni 
è insegna del regno di Leone in Ispagna , e di quello di Boe- 
mia : e da Carlo Quarto, cognominato il Boemo,' l' ebbe la 



VERO DE L' imprese. 403 

casa Gonzaga: e l'Acqua viva e la Caraccioìa, famiglie d'anti- 
chissima nobiltà, portano il leone azzurro : la Gesualda il'nero, 
coii cinque gìgli rossi, per ditóosirare la nobiltà de gli anti- 
chissimi principi normandi, e del re Guglielmo, progenitore, 
parente almeno de' progenitori. E perchè il leone suole sve- 
gliar i figli co *1 ruggito , com' è scritto da' filosofi naturali, a 
ciascuno di questi principi giovanetti si potrebbe dare per im- 
presa il leoncino, co '1 motto, Somno graviori excitus; o con 
altro somigliante, ch'avesse insieme riguardo a la natura 
del leone ed al sonno di Temistocle, il quale per sollecitu- 
dine di gloria e d' onore era rotto assai per tempo da' tro- 
fei di Milciade ; perchè a quelli posso agguagliar le vittorie 
riportate da' loro antecessori ne 1' Asia, e ne l'Africa, e no 
r Italia medesma. Significa ancora il leone la religione: laonde 
è segno de la Divinità adorata ne l'ordine superiore; nel 
quale sono l' aquila e il gallo , animali sacri similmente al 
Sole. Alessandro congiunse ne la sua medaglia l' aquila ed il 
leone , i quali sono ancora congiunti ne le sacre lettere : ma 
ne le gentili si scrive, che il leone si spaventa a la presenza 
del gallo, perchè la virtù del Sole è più compartita al gallo 
che al leone, ed in grado più alto : laonde fu creduto che i 
demoni apparissero con fronte di leone, e gli angeli in forma 
di galli; ma ne la cristiana e divina teologia, gli angeli da 
r aquile son significati. Dimostra dunque il leone, per mio av- 
viso, ne la sua forma naturale, la podestà terrena e regia, 
la nobiltà, la magnanimità, la clemenza e la religione: però 
è veramente insegna e impresa dignissima de' principi, de'sa- 
cerdoti e de' magnanimi e valorosi cavalieri: ed il leone ferito 
fu portato a' nostri tempi. 

C. Voi passate con silenzio il leone alato, quasi mistico, 
e più conveniente a' teologi. 

F, N. Per questa causa veramente. Ma del leone sen- 
z' ali ancora si legge, che ne la parte davanti rappresenta le 
cose celesti, in quella di dietro le terrene: laonde vogliono 
che per lui si dimostri la natura divina congiunta a la umana. 

C. Dunque, ora è assomigliato a Cristo, ora al demonio : 
tanta è la varietà de le similitudini, quando sono con alcuna 
dissimilitudine t 



40 i IL CONTE, 

F. N, Or passiamo a l'elefante, il quale di religione, 
come si scrive, supera tutti gli altri. 

C. E di prudenza ancora, come parve a Marco Tullio ed 
a molti gravissimi scrittori. 

F. N. Cotesto è vero: tuttavolta Aristotele, fra gli ani- 
mali bruti par che stimi prudentissima la cerva, la quale 
suole partorire solo ne le strade publiche, dove non vanno 
le fiere per timor de gli uomini, e per altre cagioni. Ma 
de r elefante si raccontano cose maravigliose : né vogliono 
solamente eh' egli intenda il parlar natio, ma che abbia un 
proprio parlare , come dicono Aristotele ed Oppiano. 

C. Questa m'è cosa nuova, benché io avessi prima udito 
dire che gli ucxielli parlano ne la propria favella, la quale fu 
intesa da Apollonio Tianeo; di cui si racconta, che ritrovan- 
dosi in una compagnia d' amici, ed avendo udita una rondi- 
nella , disse a gli altri che presso a la città era caduto un 
asino carico di frumento, e che la rondinella ne dava avviso 
a le compagne. E prima di lui Tiresia e Melampo intende- 
vano il parlar de gli animali. 

F. N. Cosi scrive Porfirio in un trattato eh' egli fa di 
questa materia, volendo provare che l'anime sensuali siano 
immortali e ragionevoli: e Plutarco nel Grillo ha trattato 
r istessa argumento. Empedocle, Democrito, ed Aristotele me- 
desimo non negò ritrovarsi ne i bruti qualche parte di ragione, 
in quei libri eh' egli scrisse de gli animali : ma Galeno, ne 
l'orazione ch'egli scrisse al figliuolo, affermò che ne l'ani- 
male é qualche participazione toO lóyoxj , ma di quello eh* è 
nel discorso, non de 1' altro eh' é nel parlare. Crediamo, dun- 
que, che gli animali non abbiano voce distinta, come c'inse- 
gna Aristotele ne' libri de V Interpretazione; benché ciascuno 
con la voce inarticolata possa significare gli affetti de l'anima: 
e peraventura in questa guisa Annone, meraviglioso ele- 
fante, mandato dal re di Portogallo in dono a papa Leone, 
era inteso dal suo maestro. * 

C. In altro modo nondimeno egli intendeva il maestro; e 
couTiene che fosse fornito di sottile avvedimento, se de le 
sue persuasioni era capace. 

F, N. Cosi scrivono; ed a ciascuno sono note l'altre 



. VERO DE L' imprese. 405 

cose mirabili scrìtte de la religione de V elefante, per la 
quale egli adora la luna nuova, e si purga nel fiume: o del 
disiderio d'onore, per cui, esselido notato d' infamia, ante- 
pone la morte a la vita: o de la temperanza eh' egli usa nel 
mangiare, rifiutando le misure dupplicate : o de la mansuetu- 
dine eh' egli mostra con gli animali più deboli, a i quali non 
fa alcuna ingiuria , anzi suole addomesticarsi per la vista 
de le pecore e de' montoni: ma provocato da qualche ingiu- 
ria, è ferocissimo, e combatte con i serpenti e co '1 rinoce- 
ronte, il quale ha con l'elefante inimicizia naturale: nel 
parto è tardissimo, e partorisce doppo due anni, o, secondo al- 
cuni, doppo dieci. Vogliono ancora, ch'egli sia figura de l'uomo 
possente, il quale non ha bisogno de 1' aiuto altrui ; ha non- 
dimeno timore de l' ombra, e si spaventa de la sua imagine 
medesima , la quale egli vede ne V acque; però suol bere le 
torbide. È figura accommodatissìma a significare il giusto e 
moderato imperio di principe poderoso. Ne le solitudini si fa 
guida di coloro che hanno smarrita la strada ; però è cle- 
mentissimo oltre a tutti gli altri animali. Per questa cagione, 
se non m'inganno, prima Augusto e poi Tito volsero trion- 
fare sovra il carro tirato da gli elefanti : e Claudio conce- 
dette il medesimo onore a Livia sua avola: ed il senato roma- 
no, liberato dal timore di Massimiano, consacrò le statue ad 
Albino ed a Gordiano con l' imagine de V elefante. Ma pe- 
raventura io troppo mi son compiaciuto in raccontarvi molte 
"di quelle cose che a voi possono esser note parimente, per- 
chè sono scritte da molti autori. ' 

C. Le cose alcuna volta paiono nuove per essere troppo 
antiche, e tali peraventura sono alcune di queste, eh' io non 
intesi giamai; ma d'alcune ho letta più lunga scrittura. 

F, N, Basta dunque l' accennare l' imprese de gli ele- 
fanti, r una portata dal signor Astorre Baglione, co '1 motto, 
Nasgetur; l'altra del duca di Savoia, con le parole, Infestus 
iNFESTis: benché l'unae 1' altra pare appropriata al * duca 
Emanuele, padre di questo eh* oggi vive ; il quale è molto * 
degno veramente de l' espettazione , e con la grandezza de 

* Tutte le stampe hanno dal. 

' E cosi le stannpe leggono motto. 



406 IL CONTE, 

r animo agguaglia quella de la fortuna, e può superare, 
non solamente sostenere, cosi grande avversaria. 

C. Se r impresa co '1 tnoiìo Nascetur, fosse stata del 
duca Filiberto, io sperarci che fosse quasi una profezia di 
questi tempi, ne' quali la Francia perturbatissima aspetta 
l' imperio d' un giusto e mansueto re, e degno per nobiltà di 
succedere a la corona reale. 

F. N. Ma r altra dee assicurare de la sua grazia gli uo- 
mini amici di pace e de la sua gloria, e poteva figurare Tele- 
fante co 'l rinoceronte in battaglia ; ma volse più tosto mo- 
strarci la sua mansuetudine, che la ferocità. L' impresa co '1 
rinoceronte fu portata dal duca Alessandro, co *1 motto. Non 
BUELVA sin' vencer: e,* come dicono, è figura de l'uomo 
robusto. 

C. De r unicorno n' ho vedute alcune. Altri assai leggia- 
dramente ha figurato l'unicorno fulminato sotto il lauro; 
forsi per darci a divedere che gli amanti de le vergini non 
sono sicuri sotto 1' ombra de la virginità e de la castità; 
perchè gli unicorni , come dicono, rifuggendo a le vergini, e 
nel lor grembo addormentandosi, son presi da' cacciatori. Al- 
tri portò r unicorno che purga la fonte dal veleno con la 
secreta virtù del suo corno, e vi aggiunse questo motto: Ve- 
nena fello. 

F. N, V unicorno fulminalo sotto il lauro , mi fa sovve- 
nir d' una vaghissima impresa de la cerva, descritta in quel 
sonetto del Petrarca : 

Una candida cerva sopra 1* erba 
Verde m* apparve, con doo corna d* oro, 
Fra due riviere , a Y ombra d* un alloro, 
Levando il sole, a la stagione acerba; 

con le parole del medesimo autore: Nissun d'amor mi tocchl 
C. Il motto è preso da un luogo medesmo con l'imagi- 
ne; il che da alcuni suol esser biasimato, parendogli peraven- 
tura che sia picciola fatica nel ricercarlo. Ne V istesso modo 
un timido gentiluomo, divenuto per amore quasi guerriero, 
finse un cervo, con le parole: Imbelles dant prìElia. 
F. N. La difficoltà suoi accrescere la lode, si veramente 

* La stampa napoletana , ma. 



VERO DE L' imprese. AOl 

che non si faccia peggio per far meno agevolmente. Va de le 
osservazioni e de Tarte parlaremo poi^ se non vi sarà 
noioso il ragionarne. 

C. Ora seguiamo a guisa di cacciatori le fiere in questa 
selva de l'invenzione^ e prendiamo ciascuna al suo luogo» 
e quasi ne la sua tana, e leghiamla con le parole in modo 
eh' ella non si possa diseiogliere. 

F, N. Il ricercare in tutti 1 luoghi sarebbe quasi impos- 
sibile ; ma non sarà mica picciola preda o di poca stima, se ne 
averemo prese alcune. Il pardo, eh' è si veloce, sì lascerà 
giungere da V intelletto eh' è più di lui veloce, come disse il 
poeta : 

Intelletto veloce più che pardo, 
Pigro in antivedere i dolor miei. 

C. Bella impresa sarebbe, per mio avviso, la figura del 
pardo per dimostrare la velocità de V ingegno. 

F,N. Bastarebbe l'autorità del Petrarca: ma Omero e 
gli altri scrittori dopo luì, hanno voluto eh' egli significhi la 
parte concupiscibile; e per questa cagione Alessandro, preso 
dal piacere di Elena, si vestiva de le spoglie di leopardo. 
Dante lo pone co '1 leone e con la lupa, anzi davanti a gli altri 
due, per dimostrare le tre passioni proprie de la gioventù, 
de la virilità e de la vecchiezza : perchè la prima è vinta dal 
piacere; la seconda è superata da l'ambizione; la terza da 
l'avarizia. Plinio narra, che suole asconder la testa (di sem- 
bianza assai spaventosa ) per allettar gli altri animali con 
la vaghezza de' colori ; ma Aristotele vuole che gli alletti non 
solo con la diversità de' colori, ma con la soavità de gli odori: 
laonde il mio buon padre la diede per impresa ad uno de'ca- 
valieri del suo Floridante, co '1 motto. Per allettarmi. E s' io 
non m'inganno, la testa ricoperta significa i pericoli nascosi 
a coloro che s'invaghiscono del piacere, il quale si dimostra 
con ben mille varietà di lusinghe. 

C. Già abbiamo presa questa fiera co '1 riconoscerla. 

F. N. Ma guardiamo che non ci prenda, come suole av- 
venir in quella caccia, ne la quale il cacciatore alcune volte 
è preda de le fiere medesime. Simile ne la varietà de' colori 



408 IL CONTE, 

è la lisce ^ detta lupocerviero, ed è d'acutissima vista, e 
più d'ogn' altra smemorata; laonde, come racconta Plinio, 
si dimentica de la preda che ha davanti, se avviene ch'ella 
rimiri in altra parte: può «significare T oblivione amorosa 
de' giovani amanti, che non rimirano le cose amate. L'istrice 
significa r uomo, il quale si ricuopre ne la sua virtù, ed in 
questa guisa suole assicurarsi da V insidie e da gli assalti de 
la fortuna; e, come dice Plinio, può non solamente punger 
d' appresso, ma adoperar di lontano le spine a guisa di saet- 
te : fu impresa del re Lodovico XII; co '1 motto, Gominus et 
EMiNUS. Il camaleonte appresso Plutarco significa l' adula- 
zione; perchè prende i colori di tutte le cose vicine, se 
non il bianco ; e perciò si dinota che la candidezza de' co- 
stumi non è imitata da gli adulatori: e il taranto è de la 
medesima natura; e, come si legge in Plinio, rappresenta 
i colori de gli arbori , de' frutti e de' fiori , e de' luoghi 
ne' quali si nasconde per timore. Che dirò de la lepre, che 
per temenza confonde i propri vestigi? che del castoro, che 
si sterpa i genitali ? che de la capra selvaggia, che fuggendo 
porta la saetta avvelenata dentro il fianco ? che de la mali- 
ziosa volpe, eh' è si cauta in tutte le sue operazioni, e parti- 
colarmente nel trapassare i fiumi quando sono agghiacciati? 
laonde, come racconta il medesimo Plinio, avvicinando 
r orecchia al ghiaccio, fa congettura de la sua grossezza. 

C. La timidità è stata rifiutata per impresa da' magna- 
nimi e da' valorosi, né trovò gran fatto* chi abbia voluto figu- 
rarla: tuttavolta le proprietà di questi animali sono molte, e 
ne le dissimili similitudini possono significare gli occulti pen- 
sieri più acconciamente. 

F. N, Nondimeno noi ricerchiamo figure riguardevoU, e 
forme nuove e pellegrine; perchè le communi e le domestiche, 
e quelle che assai spesso ci si parano davanti , non muov(mo 
di sé meraviglia ed espettazione di saper più oltre. Penetra- 
remo, dunque, ne le profonde selve di Germania a ricercar 
de r alce, e del bonaso,'e del bisonte; o pur ne le solitudini 
d' Àfrica e d' Etiopia, la manticora, e la catoblepa, e l' altre 
sì fatte? 

' Le stampe tutte leggono Jaiio. 



VERO DE l'imprese. 409 

C, Di queste non ho inteso^ né letto giamaì^ che si fa- 
cesse impresa alcuna. 

F. N. Polrebbono pera ventura farsi, ed a noi basta d'aver 
ritrovati i luoghi. Il camelo ne aspetta fuor de la selva ne 
le stanchevoli arene, o carico de la soma; con quel motto, del 
quale voi dovete ricordarvi. Più non posso ; o presso al fonte 
intorbidato, con queir altro. Il me plait la trouble. Il toro 
parimente, animale nato con V agricoltura, ed al sacrificio, si 
lascia vedere fra V altare e V aratro; co 'l motto. In utrumque 
PARATDs; volendoci dimostrare, ch'egli è apparecchiato egual- 
mente a la morte ed a la fatica. 

C. Bellissimo veramente è il motto, e l'impresa è figu- 
rata fra l'altre del Ruscelli; e l'autore fu Onofrio Panvinio. 
Ma dove lasciamo il cane? che potrebbe darci aiuto ne la cac- 
cia, e svegliar, se dormissero, gli orsi, e i tassi, e i ghiri, e gli 
altri che dormono molti mesi de 1' anno. 

F. N, Il cane fu ieroglifico de gli Egizi, e fra loro signi- 
ficava r obedienza verso i padroni , come scrive Pierio Va- 
leriano. Giulio Camillo il pone per figura de la fede e de 
r amicizia, in quel suo gentil sonetto : 

Il verde Egitto per la negra arena,. 

Ma più per quei che V adornar d* ingegno, 
Finse ^ià d* amicizia dolce pegno 
La forma nostra, d'ogni fede piena. 

E de la fede di questi animali Plinio ed altri scrittori narrano 
cose degne di maraviglia. Fu portato per insegna da Oliviero 
ne la battaglia eh' egli fece con Orlando contro Agramante; e 
ne sono a* nostri di fatte alcune imprese. Si vede legato ; e '1 
motto è. Con maggior catena. Conia bocca legata ed impe- 
dita dal morso, il portò il signor Vespasiano Gonzaga, duca di 
Sabionetta, e signore di bello e ricco stato , ma d' animo , di 
valore, di prudenza, d'intelligenza superiore a la sua propria 
fortuna, e degno d' esser paragonato co* maggiori e più gloriosi 
principi de' secoli passati. Disciolto, ha sottoscritte, queste paro- 
le, E IN LIBERTÀ NON GODO : approsso un ardentissimo rogo , 
quest* altre, Eadem flamma cremabit; ne la quale impresa 
si accenna l' istoria di quel cane, che, non volendo sopravivere 
al padrone, si gittò ne la fiamma: davanti ad uno albergo 6 

Tasso. Diatoghì. — 3. 35 



410 IL CONTE, 

dipinto con queste parole, che girano attorno a Torlo de lo 
scudo, Blanoiturabiigis;o con queste più tosto di Pindaro, 
ix^fioi coiv; a le quali vengono appresso V altre de V istesso 
autore noxC ^'èy^pòv fCkovoLx'iin (pàeiv: e tutte insieme signi- 
fìcarebbono , e avvengach' io ami l' amico e sii nemico de 
r inimico: > e bench'egli usi la similitudine del lupo, nondi- 
meno, come si leggenda Republica di Platone, la natura 
di coloro che sono posti a guardia de la città , devrebbe 
essere somigliante a quella de' cani che lusingano gli amici, 
e si mostrano terribili a' nemici. 

C. In questo proposito, assai leggiadro è quel motto del 
Poeta fiorentino : 

Latrai a' ladri , ed a gli amauti (acqai. 

F. N. Ma non molto conforme a la -gravità dì Platone, 
di Socrate più tosto, il quale, con T accommunare le cose, 
tolse r occasione non solamente de* furti, ma gli amori fur- 
tivi. Ma oltre tutte queste imprese , de le quali abbiamo ra- 
gionato, se ne potrebbero formar e quasi fingere di nuovo 
alcune altre. Dimostrarebbe gran fede, congiunta a grandezza 
d' animo, quella d'un molosso, ch'avendo incontra o cinghia- 
le lupo, pur orso, si stesse a giacere ; e le parole sareb- 
bono forse queste, o somiglianti, Maiora expeto: ed in questo 
modo s* avrebbe riguardo a la istoria del cane donato ad 
Alessandro, il quale parve che ricusasse la zuffa co 'l porco 
selvaggio e con V orso, ed al fine s* azzuffò co '1 leone, e Tuc- 
cise. A la natura del cane è somigliante quella del cavallo, 
almeno ne V amicizia de gli uomini; perchè i cavalli ancora 
sono morti co' padroni, o non hanno voluto sopravlvere, 
com' è noto per molte istorie : ma di questa materia non è 
fatta impresa. 

C. Potrebbe farsi ? 

F. N. Non per altra cagione si parla de la proprietà de 
gli animali se non per dimostrare i luoghi ne' quali possia- 
mo ricercar l' imprese. 

C. Altri ha voluto che i luoghi del formar l' imprese, 
e quelli de gli argomenti, siano i medesimi. 

F. N. Peraventura è vero d' alcuni : perche dal luogo 



VERO DE L* IMPRESE. Ai I 

del Simile sì possono fare le simili s^mìlitudìqj; e da quello de' 
contrari o de' repugnanti, di leggiero si caveranno le simili- 
tudini dissomiglianti : ma non so se di tutti i luoghi topici av- 
venga il medesimo, ed il ricercarne mi p*are troppo curiosa 
investigazione. Piacciavi più tosto che seguitiamo quest' or- 
dine di non sottil divisione. 

C. Come vi piace. 

F. N. La natura del cavallo, come sapete, è guerriera, 
ed egli è segno de la guerra. Bellum, terra hospita, portas; 
disse Anchise a V Italia, ne la quale gli erano appariti i ca- 
valli: però, dipinti e scolpili in vari modi, sono imagini 
convenientissime d* animo guerriero , non meno che il bue 
sia di servitù. 3fa il cavallo frenato dimostra la ferocità 
insieme con la soggezione: fu portato per impresa dal 
signor Marino Cavallo, co'l motto, Matura; per dimo- 
strare che il freno de la prudenza fa tardi gli animi 
generosi ne le deliberazioni, e ne le operazioni simil- 
mente. Il cavallo sfrenato può significarci la fortezza irri- 
tata da r ira ; e mi piacerebbe V inscrizione. Concitata forti- 
TUDO: rivolto al sole, può farci avveduti che T animosità 
rivolta al lume de la ragione, o a quel sopranaturale de la 
fede, rimane attonita; ed in questa guisa leggiermente con- 
sente d' esser domato. Il cavallo con V oliva mi fa sove- 
nire Torigine d'Atene; ne la quale contesero, per dargli il 
nome. Minerva e Nettuno : e V uno, percotendo la terra co'l 
tridente, fece uscirne il cavallo; l'altra la colpi con Tasta, 
dal quale colpo germogliò V oliva. A questa impresa aggiunsi 
quel verso tronco del Petrarca : Non lauro o palma... 
Pietà mi manda, e *l tempo rasserena; * per dimostrare, 
che non gli manda il cavallo , co '1 quale si possono acqui- 
stare i trionfi e le vittorie; ma V oliva, segno di pace: e 
piaccia a Dio che sia tranquilla. 

C. Altri v' aggiunse. In utrumque paratus; per dimo- 
strare, eh' egualmente era pronto a la pace ed a la guerra. 

F. iV., Non voglio che il cavallo mi trasporti più oltre ; 

* Cosi hanno latte le stampe t ma è certo per me , che dicendo V autore di 
•Tere aggiunto all' impresa un verso tronco e non piò , il verso Pietà mi 
manda ec. non avrebbe ^ui luogo. 



A\i IL CONTE, 

e mi dolgo de te fortuna, la quale suol fare cavalli e navi , 
come dice il Petrarca: ma io non posso congiungerli in una 
medesima impresa. Abbia, dunque, fine il ragionamento de gli 
animali terrestri, almeno di quelli che si muovono di luogo 
in luogo; perchè del dragone e del serpente, che si muovono 
raccorciandosi e ristendendosi, si potrebbono raccontar nuove 
meraviglie. 

C, Il dragone suole ne le favole significar la vigilanza; 
però da' poeti è fatto guardiano de gli orti de le Esperidi : 
e un grandissimo Cardinale ne fece impresa, con questo 
motto. Non custodita draconi. Poi una donna si vantò 
d' avergli fatta miglior guardia^ figurando il giardino e la 
pianta de V Esperidi, con questo : Io hejor las guarderè. 
Fu interpretato, eh' ella guardarebbe i frutti del suo paradiso 
molto meglio, e con maggior diligenza: per frutti intese, 
come dicono, la castità e V onore, i quali essendo colti o 
corrotti, guastano la fama e la pudicizia: ma se i pomi 
de r Esperidi furono i cedri, come stima il Pontano, e i cedri 
guardano da la corruzione, assai conveniente è l' allegorìa o 
simbolo. Ma quel che ne induce maraviglia, è il considerare 
come d'una figura medesima siano fatte imprese di sentimento 
contrario. 

F. N. Ciò può avvenire non solamente perchè nel molto 
si affermi o si nìeghi con poco artificio; ma perchè ne la 
natura figurata siano le qualità e proprietà diverse, e quasi 
contrarie , le quali possono esser tirate in diverso significato; 
come dicemmo poco dinanzi del leone^ il quale rappresenta 
la possanza terrena e la celeste. Il dragone similmente ne le 
sacre lettere de gli Egizi e de' Cristiani, or significa la mali- 
zia, orla prudenza, or la superbia, ora l'umiltà; alcune 
volte la vecchiezza, alcune altre l'età rinovata e quasi 
Hngiovenita : suol significare la morte e l'eternità; la diabo- 
lica natura e la divina; almeno l' umanità a la divinità con- 
giunta. Suole ancora dinotare il genio, o T anima immortale, 
come demostra nel quinto de V Eneide il serpente che appa- 
risce ne r esequie d' Ànchise: e nel secondo sono indizio di 
religione i due dragoni che si ricovrano ne la più alta parte 
del tempio di Minerva ; i quali figurò per impresa il signor 



VERO DE l'imprese. 413 

Filippo Sega, aggiungendovi le parole del medesimo poeta : 
Ad summa. 

C. Bella impresa veramente^ e degna di signore di tanto 
merito, al qoale non possono convenirsi onori o degnità, se 
non sublimi. 

F. N. Bella fu Y impresa, ed ottimo V augurio de la sua 
esaltazione al cardinalato, al quale fu chiamato da un altro 
Gregorio. Ma la serpe che mutò le spoglie, dimostrò la 
mutazione de la fortuna in quella impresa del signor Michele 
Godegnale; co '1 motto, Altera melior; quando egli trapassò 
da la servUù del re di Francia a quella del re di Spagna. Di 
questa spezie, o di questo genere almeno, è la dipsade o'I ra- 
marro. Di essi si scrivono molte proprietà, e particolarmente 
quella, di non lasciar le cose eh' egli prende: ma di questa fu 
figurata l' antica impresa de la casa Gonzaga. Ora il signor 
Duca r ba fatta dipingere con una pianta di camomilla , con 
la quale egli si ristora de la stanchezza e si riposa de le fati- 
che. Il breve, da cui è circondata T impresa, è questo: ìEter- 
NUMQUE TENENT ; al qualc r intelletto supplisce con V altre 
parole di Virgilio^ per swcula nomen. Ed in questa guisa 
volse farsi intendere, che la chiarissima gloria de' suoi prede- 
cessori si rinova va, e riprendeva vigore con la sua virtù 
medesima, celebrata da' versi altissimi de' moderni poeti. Ma 
sia qui fine al ragionamento de' serpenti ; perchè ne le lodi di 
questo nobilissimo signore 

Serpilhumi tulus nimittm ^ timidusque procellcB : 

laonde al poeta sarebbono necessarie l' ali del cigno o de 
r aquila, a fin che potesse spaziarsi ne la più alta parte de 
la sua gloria. 

C, Passiamo, dunque, dagli animali che vanno ser pendo 
per terra a quelli che volano. 

F. N. Passiamo, perchè io non voglio far più sottodivi- 
sione , bench' io sappia che le differenze de gli animali son 
fatte per le vite, o per 1' azioni, o per i costumi , o per le 
parti, come scrìve Aristotele medesimo; il quale nel primo 
de l'Istoria de gli animali ne trattò prima in una certa forma, 
dapoi ne disputò più diligentemente, raccogliendo le differenze 

35' 



414 IL CONTE, 

de le vile e de le azioni con un genere piùcommune: perchè 
de gli animali alcuni sono aquatili, alcuni terrestri; e de' ter- 
restri, altri respirano come l'uomo, e tutti quelli che hanno 
il polmone ; altri, benché ricevano V aere, la qual cosa è detto 
respirare, hanno la sede in terra perpetuamente, e da lei 
prendono il cibo, come V api e le vespe, ed alcuni insetti, il 
corpo de' quali quasi si cinge ne l' incisure , o ne la parte 
prona, o ne la supina. Ma benché molti animali de* terrestri 
cerchino il cibo ne l' acqua, ninno de gli aquatili che ricevo- 
no Tacque, lo ricerca da la terra: o vero diremo, che de' 
terrestri, alcuni sono volatili, come gli uccelli e J' api; altri 
pedestri, i quali si dividono con tre altre differenze; perchè 
alcuni si muovono co'piedi, altri serpono, ed altri tirano quasi 
se medesimi. 

C. Sottil divisione è questa veramente, ed a me assai 
nuova , perchè non avevo prima udito ch5 gli uccelli si ripo- 
nessero sotto al genere de' terrestri. 

F. iV. Sono messi in questo genere, perchè non soramente 
si pascono de' frutti de la terra , ma hanno in lei similmente 
la quiete e il riposo; quantunque ne la terra ninno animale 
abbia sede stabile, e ciascuno possa mutare albergo di luogo 
in luogo, ma ne V acqua solamente, ne la quale le spegne 
sono affisse a li scogli, e ben mille maniere di conchiglie 
maritime : però questa è considerazione che appartiene ad 
altra materia. Noi consideriamo gli uccelli in quanto sono 
figura conveniente a l' impresa , o prendendogli da sé sola- 
mente, in compagnia d' altri animali terrestri o aquatili; 
perciochè ne Y uno e ne l' altro modo si possono far V im- 
prese , come da gli altri è stato detto : tuttavolta a me pare, che 
la prenda il nome e quasi la forma de l' animale eh' è prin- 
cipale ne r operazione, come suol esser l' aquila. Da lei, dun- 
que, cominciamo. 

C. Altissimo principio, il quale è rivolto ad altìssimo 
fine. 

F. N. Ma volendo cominciare da la naturale imagine , 
lasciaremo da parte l' artificiosa , ne la quale son congionte 
due teste a dimostrar l'unione de l'imperio orientale ed occi- 
dentale, già diviso con l' autorità, non solamente con le forze; 



VERO DE l'imprese. Aio 

o per farci conoscere la podestà ne le cose umane e ne le dì^ 
vine. Lascìaremo ancora V aquila bianca , antica insegna de' 
Romani, e da lor portata, come dice Plinio, perchè sì vedesse 
di lontano; è V aquila d' oro, e la vermiglia, e l' altre artifi- 
ciose imagini : e prenderemo V aquila nel suo proprio colo- 
re, se pure ha bisogno d* esser colorita, o come riguarda il 
sole, come fa esperienza de' figliuoli; la quale è fatta da 
quella spezie d' aquila eh* è detta « monna : i> ma già di que- 
ste imprese abbiamo fatto menzione quasi fuor di luogo. Veg- 
giamo poi r aquila sopra le nubi, con un ramo di lauro ne gli 
artigli; impresa del cardinal Francesco Gonzaga, con Tinscri- 
zione. Bella gerant alii: per la dichiarazione de la quale si 
dee sapere, eh' Cliano ci dà contezza d' una sorte d' aquila, 
la quale non vive di rapina, ma, quasi ammaestrata ne le 
scuole di Pittagora, s' astiene dal fiero e sanguinoso pasto de 
gli animali , e vive d* erbe vita innocente e pacifica; onde per 
questa cagione fu sacra a Giove. 

C. U impresa, oltre ad ogni estimazione , è bellissima e 
conveniente a quel signore, nutrito ne gli studi de le sacre 
lettere , tutto che fosse nato di stirpe guerriera e di chia- 
rissima fama, e di padre in opera d'arme e in virtù militare 
pregiato sopra ogni prencipe di Lombardia. 

F. N. Si vede poi l'aquila, non in guerra, ma per sé 
solamente apparecchiata a farla, co '1 motto, Fortes creantur 
FORTiBUS, la quale io diedi' al signor Ferrante figliuolo del 
signor Carlo , valoroso figliuolo di valorosissimo padre. E si 
potrebbono figurare l' aquila ed i leoni con l' istesse parole ; 
perchè 1' una e l'altra è arme dola casa Gonzaga. E l'aquila 
ne la quercia; co '1 motto, Tutissima quies ; fu portata dal si- 
gnor Duca d' Urbino con, molta convenevolezza, perchè così 
r arbore come ruccello fu sacro a Giove : ed oltre a ciò, è gran 
proporzione fra la nobiltà de l' aquila e la nobiltà di quella 
onoratissima casa , splendidissimo albergo d'ogni virtù reale , 
ed a principi conveniente. 

C. Or rimiriamo l' aquila in guerra, poiché l' abbiamo 
veduta in pace. 

F. N. V aquila che porta il dragone, è impresa ritratta 
da' versi d* Omero e di Virgilio. L* aquila che ne l'aria fa 



IIG IL CONTE^ 

battaglia CO '1 cigno, e dal cigno è vinta, fu impresa deleardi- 
nal BKole Gonzaga; con le parole, Sic repugnat. 

C. Dunque, V aquila può esser vinta da altro uccello ? 

F. N. Può, come si narra per Aristotele ne' libri de gli 
animali : ma da' cigni solamente; tanta è la grazia che que- 
sti animali innocenti banno avuta dal cielo e da la natura; 
co' quali tutti gli altri vogliono pace, e l'aquila solamente 
suole assalirgli. 

C. In questa impresa è principale il cigno. 

F. N, Senza dubbio : ed ei dimostra quasi in figura la 
divinità e l' innocenza del sacerdote , superiore a la dignità 
reale. Il trochilo, picciolo uccello, chiamato, come dice Ari- 
stotele , re e senatore, non ricusa di combatter con l' aquila : 
laonde può significare la virtù de' minori che fa resistenza 
a quella de' più possenti ; co '1 motto. Non detrecto. L'aquila 
morsa da la dipsada, co '1 motto, Semper àrdentius, fu im- 
presa del marchese d' Azzia , gentilissimo cavaliere. 

C. Io non cerco altra interpretazione, perchè ne le cose 
d' amore non si dovrebbe mostrar soverchia curiosità. 

F. N. 11 cigno, co'l motto, SiBi canit et orbi, fu figu- 
rato dal vescovo di Bitonto per dimostrar la sua divina e 
maravigliosa eloquenza, ne la quale veramente fu un cigno 
de' nostri tempi. L' ardea, o 1* airone, sovra l'aere tenebroso, 
fra le nubi ed il sole, a cui siano sottoscrìtte queste parole. 
Natura dictante feror, è portata da la casa Colonna; e da la 
casa di Capua, con queste, Humilia despìcit: degna vera- 
mente de r altezza de l' origine e del sangue e de' pensieri, 
che r una e V altra ha dimostrato in tutte 1' onorate occa- 
sioni, ed in tutti i pericoli maggiori, nel corso di centenara 
d' anni , e ne la revoluzione d'Italia , e ne la mutazione de' re 
e de' regni, da l'armi barbare perturbate. La fenice nel rogo, 
con r inscrizione. Ut vivat, è del cardinal Madruccio, signore 
di urandissimo merito, ed ornato d' ogni virtù cristiana. Lo 
struzzo che nel becco ha il ferro, con questo detto, Spiritus 
DURISSIMA COQUIT, fu del capitan Matteo, nobile cavaliere 
romano, che fece vendetta d' ingiuria lungo tempo dissimu- 
lata. Il pavone rotato, spiega le sue penne con bellissima 
pompa d' arte e di natura ne la impresa del signor Alberico 



ò VERO DE l'imprese. 417 

Cibo, prencipe d'anlìchissima prosapia, che dichiarò la sua in- 
tenzione con parole francesi: Leaulté passe TOUT.Lapavona, 
la quale con Tale alzate ricopre i figli, e l'inscrizione Cum 
PUDORE LJETk FECUNDiTAS, fu figurata da monsignor Giovio a 
la Duchessa di Fiorenza, nobilissima madre di fioritissima prole. 
Del por Orione, uccello affricano, ed a gli affricani Dei consa- 
crato, ed incognito a le nostre parti, si potrebbe far bellissima 
impresa, per significazione de la castità custodita; perchè 
de la meravigliosa natura di questo uccello scrivono molte 
cose Aristotele, Filemone, Alessandro, Ateneo; e particolar- 
mente, ch'egli è nemico de l'adulterio, e guarda fidelìssi- 
mamente le donne che sono sotto l'imperio del marito; e per 
dolore de r altrui fallo, suole spesso esser micidiale di se me- 
desimo: ha i piedi fessi, e partiti in cinque dita, e quel di 
mezzo lunghissimo; le gambe lunghe, e le penne di color 
ceruleo; il rostro purpureo; il collo cariato: si vede spesso 
con r ali atteggiate , e si nudrisce ne le tenebre. Il motto 
sarà, PuDiciTiiE cùstos. 

C. Rara impresa certo è questa , e veramente peregrina. 

F, N. Una bella e gentilissima donna che avea stanchi 
tutti gli specchi nel vagheggiarsi, si accese de l'amore di se 
stessa, ed al fine fu presa de l'altrui piacere; laonde fece 
dipingere per segno del suo amore una pernice , che avea a 
l'incontro un laccio ed uno specchio, co'l detto. Così fui 
presa; perciochè la pernice, come narra Clearco nel libro 
che scrisse sopra la Republica di Platone, quando è riscaldata 
d' amore, corre a la figura che vede ne lo specchio, ed incappa 
nel laccio che gli è teso da 1* uccellatore. 

C, Non so mal se questa impresa fosse fatta per desi- 
derio d'onore; e se tutte deono esser fatte a questo fine, 
come questa possa esser tra l'altre annoverata. 

F. N. La vergogna ed il guastamente de l' onore è in 
cose palesi; e voi sapete che bene l'onor s'acquista in far 
vendetta : laonde la gentildonna, presa ad inganno, pensò di 
vendicarsi con l'impresa, dimostrando il sottile artificio de 
r amante e la sua incauta simplicità ne gli amorosi abbrac- 
ciamenti. Ma dove lasciamo l'alcioni, de le quali fu fatta 
vaghissima pittura, e, se non m'inganno, con nobilissimo 



418 IL CONTE, 

sentimento? Sono, come dice Aristotele, uccelli noD molto 
maggiori de le passere, e rìguardevoii per la varietà de' co- 
lori, ceruleo, purpureo e verde ; i quali non sono separati, 
ma ne risplendono V ali e '1 collo, e tutto il corpo, con uno 
splendore quasi indistinto : il rostro è lungo , e quasi verde; 
il nido, somigliante ad una palla marina, fatto di fiori del 
mare : partoriscono in tempi sereni , sette giorni avanti e 
sette doppo la bruma, che da loro furono detti alcionei , come 
scrissero Simonide ed Aristotele. Sono simbolo de la castità, 
e de r amore fra il marito e la moglie ; ma furono usale 
dal Giovio per significar V opportunità de la guerra; con que- 
sto motto, Nous SAVONS bien le temps. 

C. A me sovviene d' averla veduta in molti luoghi con 
altro motto, ma non mi toma a memoria. 

F. N. Peravenlura non è necessario V esser più lungo in 
questa materia, e possiamo dire , 

Che più de 1* opra che del giorno avanza. 

Però fia bello il ragionar d' alcuni, come disse il poeta, e 
d' altri ^ fla laudabile tacerci. » 

C. Tacciamo, adunque, del pico marzio, insegna de' Ro- 
mani; de la grue, vigilantissimo uccello; del trochilo, che 
purga i denti al coccodrillo: non perchè non fussero assai 
belle imprese e accommodate a* pensieri di chi le portava; 
ma perchè son già divulgate e note a ciascuno. Nota pari- 
mente è quella del passere solitario, per cui si figura la so- 
litudine de gli amanti. 

F. N. Molte cose communi di lui si scrivono; mai poeti 
greci gli fanno onore, che a molti non è manifesto : perchè 
r hanno consacrato a Venere, e vogliono che il suo carro sia 
tirato da le passere, non solo da le colombe o da* cigni, 
come piace al Bembo. 

C. Agguagliate, dunque, i passeri a' cigni : ma questo è 
cognome di nobile e generoso signore in questa corte , ama- 
tor de le buone lettere e de' letterati, e giusto estimator de 
gli altrui meriti; il quale si spera che debba esser collocato in 
altissimo grado dal signor cardinale Aldobrandino suo zio, a 
cui tutti promettono il pontificato. Però non parliamo de'pas- 



VERO DE l'imprese. 419 

seri* in questa materia: né lasciamo il vaso de le pecchie por- 
talo da r Ariosto, co 'l detto, Pro bono malum; perchè i poeti 
sono simili a Tapi, cacciati da T ingratitudine e dal fumo 
de r altrui ambizione. 

F. N. Non può aver fine il ragionamento de le api con 
la similitudine de' poeti; tutto che Platone, nel dialogo inti- 
tolato r Ione, dica che i poeti sono sacri , e da. divino fu- 
rore inspirati , e da lui commossi volino a guisa dì pecchie, 
e si spazino intorno a' fonti de'le Muse, ed a i fiori de la poesia; 
percioch' ella rappresenta cosi maggiori le leggi, le città, i 
costumi, i popoli, i duci magnanimi, e, quel eh' è più me- 
raviglioso, la eternità de 1' origine non contaminata da al- 
cuna lascivia. 

C, Cosi lessi in Virgilio : 

Admiranda Ubi levium spectaéila rerum, 
Magnanimosque duces^ totiusque ex ordine gentis, 
Mores, et studia , et populos, et prcelia dicam. 

Ed altrove: 

Verum ipax e foliis natos et suavibun herbis 
Ore legunt; ipsce regem parvosque Quiriles 
Sufficiunt, aulasque et cerea regna refingunt, 

F, N. Non fu opinione di Virgilio solamente, ma deri- 
vata in lui dst più antichi ; perchè Senofonte nel suo Ciro 
assomiglia il monarca ed il re per natura al re de le api, come 
aveva fatto ne' medesimi tempi Platone : tuttavolta quello 
che dice Virgilio del parto de* le api, è richiamato in dfibio 
d* Aristotele : e perchè nel quinto de l' Istoria de gli animali 
è negato da molti eh' elle si congiunghino o partoriscano, nel 
nono afferma egli medesimo, che altre nascono da padri do- 
mestichi, altre da selvaggi; ma ne V uno e ne 1* altro luogo 
dice cose mirabili : che l' api facciano i favi de' fiori , la cera 
de la lacrima de gli alberi , il mele de la rugiada de l' aria 
il più de le volte nel nascimento de le stelle e de l'arco 

* E chiaro che qui il Tasso accenna a Ciozio Passeri , nipote del cardinale 
AldoLrandini , che divenuto papa Clemente Vili , diede il cappello a quel giovi- 
netto nipote , che fu poi cardinale di San Giorgio , e protesse negli ultimi anni 
r Autore. 



420 IL CONTE, 

celeste ; ma vuole che il mele sia accresciuto da la siccità^ 
la moltitudine de' figli da le pioggie; laonde in un medesimo 
tempo è abbondanza d' olive e d'api, ma non di mele e d'oglio 
ne ristessa stagione. Quinci fanno argomento che l'api na- 
scano da' fiori de l' oliva, quasi raccolte con la bocca e con 
la bocca mandate fuori : ma non sogliono volare dal ligustro 
a la rosa, né da la rosa al giacinto, o dal giacinto al narcisso 
ne ristesso viaggio; ma volano di viola in viola, senza fare 
altra mutazione di fiori : sono presaghe de le pioggie e de le 
tempeste, quasi abbiano parte di spirito divino: quando sono 
agitate da' venti, si confermano nel volo con qualche picciola 
pietra, a guisa dì nave che porta la savorra : fanno con mi- 
rabile artificio le celle e gli alberghi di sei angoli : mandano 
fuori colonie: hanno in odio quelli che sono andati in esilio: 
puniscono i ladri con, la morte : muoiono ne le percosse. In 
tutti gli offizi de la vita sono somiglianti a i regni ed a le re- 
publiche ben governate : i soggetti espongono la vita per lo 
suo re, non altrimente che facciano gli uomini per quello 
de' Persi o de gì' Indiani: il re è privo di aculeo per 1* animo, 
non per la podestà del ferire. Contraria opinione portò Plu- 
tarco, che i re l'abbiano ma non l'adoprino: e fu prima opi- 
nione d'Aristotele medesimo ; ma in un altro luogo, dico nel 
terzo de la generazione de gli animali, nel quale afferma che 
l'api non hanno sesso di maschio o di femina, né parto- 
riscono per congiungimento, centra 1* opinione di coloro che 
n' hanno la cura; e vuole ne ristesse luogo, che il re sia no 
l'aculeo somigliante a l'api, ne la grandezza a i fuchi. 

C. Grande impresa si può fare di si picciolo animale, se pur 
son vere le meraviglie che di lui sono scritte fra gli antichi. 

F,N. Grande veramente, e conveniente al Granduca, 
prìncipe per natura, per clemenza e per grandezza d* animo 
dignissimo dì questo nome e di maggiore. Il motto a me sa- 
rebbe piaciuto con queste parole. Armata clementia, per 
non seguir più l' una che V altra opinione : non mi sovviene 
di quelle che sono impresse ne la sua medaglia.* Questo non- 

' Ferdinando I granduca c1>be per impresa il re dell* api in mesto ad odo 
sciame, col mollo Mairstats tantum. Fu invcnsione di Diomede Borghesi, 
presa da Plluio. 



VERO BE L* IMPRESE. 421 

difiìeiìo sarà più con's^nìeate termine al ragionanetkto de 
l'api. Ora parliamo de ^li aquatici, de' quali l'ordine è 
doppio : altri vivono ne l'acque, e «avano il vitto da l'acque 
parimente, perchè ricevono erendono vicendevolmente l'umo- 
re, né viverebbono ne V asciutto, come avviene a la mag- 
gior parte. dtf pesci : altri menano la lor vita ne l' umido, ed 
ivi si nutriscono ; ma ricevono l'aere, non l'umore, e so- 
gliono partorire di fuori. Di questo genere sono più maniere: 
parte cammina, come fl coccodrillo b la lontra ; parte vola, 
come il mergo e gli altri qlte si tuffano ne V acque; alcune 
non iranno piedi, colhe la nadpfce o l'idra. Ve ne sono d'una 
terza maniera, U cfijale, vivendo ne l' acque, né potendo vi- 
vere, altrove, non rjceve nulla d'aria o d'umore, come 
r ostrica je r altre i^nchigìie. 

C. Io raccol^'da le cose dette da voi, che de gli uccelli, 
altri ^ono terrestri, altri aquatili; ma ninno è detto aereo, 
perdìè da l' aere ninno si nutrisce, tanto importa il vitto ed 
il nutrimento : e molt' altre cose raccolgo, che possono ba- 
stare ad intelletto curioso. 

F. iV. Possiamo gli aquatili dividere in altra maniera; 
pei*chè altri sono del mare, altri. del fiume, altri del lago e 
de la palude : ma tutte le sottili divisioni mi paiono sover- 
chie ne la materia de l' imprese. 

C, Cominciate, adunque, da qual parte vi pare; che in 
tutti i modi lodo il vostro diviso. 

F, N. Da' marittimi; fra' quali prudentissimo è il delfino, 
ed amicissimo a l' uomo. 

C, Io ho sentito raccontar molte cose de gli amori de 
gli animali con i fanciulli e con le donne : e non solamente 
narrano questo del delfino, ma del pavone, del gallo, del 
papero, de 1' elefante; il che a pena mi si lascia credere. 

F. N. Sono miracoli de la natura, de' quali non pos- 
siamo render ragione che ci appaghi: tutta volta la favola 
d' Arione è notissima, e raccontala da Erodoto. 

€. Io mi ricordo d' aver veduta un' antichissima moneta 
di Corinto, ne la quale era impressa l' imagine del delfino; 
ed in altri rovesci si vede parimente : ed in molte case di Ve- 
nezia nobilissime è dipinta e scolpita, ed in Roma ed in altre 

Tasso. Dialogali. — 3. 36 



4±2 IL CONTE, 

parti. S* ha per costante, di' egli predica la tempesta, innanzi 
a la quale apparisce, o per dar aiuto a' naviganti, o per fargli 
avveduti del pericolo vicino. Io V ho veduto ancora figurato 
in un mare pieno di scogli, con questo motto preso da Vir- 
gilio: Ingipiunt agitata tumesgere. Ma da voi si desiderano 
cose più riposte, e quasi ascose a la cognizione de* volgari. 

F. iV. Io poche volte ho letta altra filosofìa, che quella 
di Platone e d'Aristotele; nel quale si legge, che il delfino 
spira e riceve Tarla respirando, come la balena e tutti i 
pesci che hanno la fistola, i quali hanno parimente il pol- 
mone : laonde suol dormire, ed è staio veduto co '1 rostro fuor 
de r acque ronfare. Di luì si legge parimente, che suol por- 
tare i figliuoli infermi, e cresciuti accompagnarli^ e che di- 
mostra gran carità verso la prole. Però del sonno e- de la 
carità, non meno che de l'amore del delfino^ si possono for- 
mar vaghissime imprese. 

C. V impresa del delfino che dormisse, sarebbe simile a 
quella del vitello marino^ animale d'incerta natura; perdiè 
abita nel mare, e partorisce nel lido, e quando il mare è 
perturbato, dorme ad uno scoglio, si come quello eh' è si- 
curo dal fulmine, e fa quasi un muggito dormendo. Il motto 
fu, Sic quiesco. ^ 

F. N. V impresa è bellissima, e degnale! cavaliere da 
cui fu portata; né stimo che altra impresa d'animale che 
dorma possi esserle agguagliata. Ma fra il delfino ed il vi- 
tello marino (che foca pera ventura fu detto da gli antichi) 
è commune non solamente il sonno, ed il muggito, e l'aver latte 
e mammelle, ma l'ammaestrare i figliuoli, e l'aver quasi 
carità ne 1* allevargli : però l' uno e l' altro si può mostrare 
in figura co' figliuoli, e con queste parole, Pietatem natura 
DOCET. De r echino, detto remora perchè ritarda le navi, già 
viddi un bello e leggiadro sonetto del signor Bernardino Rota, 
nel quale assomigliava se medesimo a la nave ritardata, una 
picciola parte del merito de la sua signora a la remora, e le 
sue lodi a l' oceano. De l' istesso pensiero fece il poeta l' im- 
presa, facendo dipingere in un tranquillissimo mare una 
grandissima nave con le vele spiegate, da un piccolissimo 
pesce esser ritenuta: il motto fu. Nel mar de* vostri onori. 



VERO DE l'imprese. 423 

La remora similmente, come scrive Aristotele ne T Istoria 
de gli animali, e doppo lui Apuleio ne la sua Apologia, è di 
gran virtù ne' giudici e ne le malìe amorose : e di questo 
concetto ancora sono state fatte imprese, di cui non mi ri- 
cordo. Ma doppo la remora, mi soviene de la torpedine, pesce 
slmilmente meraviglioso, il quale, come nel medesimo luogo 
scrive Aristotele, fa stupidi gli altri pesci: ma Teopompo, e 
Clearco, e Simplicio ne' libri del Cielo afferma, che le corde 
ancora de le reti, ne le quali ella è presa, fanno stupide le 
mani de' pescatori. Il signor Bernardo Tasso mio padre se ne 
servi in un concetto amoroso, co'l motto: E prìEDA stupor. 
Bella fu parimente V altra del polipo ,* così detto da gli otto 
suoi piedi, co' quali rappresenta V otto potenze de V anima ; 
e dì lei è simbolo, come riferisce Plutarco nel libro de Pia- 
citis Philosophorum. E del polipo scrivono molte altre cose 
Aristotele ed Ateneo; ch'egli giovi a' piaceri amorosi; che 
fuggendo, muti il colore, e si assomigli a' luoghi ne' quali 
s' asconde; che rifugga ne le caverne sparse di sale; che non 
abbia Tinchiostro negro come la seppia, ma rosso in un fiore 
quasi pappavero ; che si nutrisca de la carne de le piccole 
conchiglie, cavando l'ostriche da le sue caverne ; che viva fra 
le foglie de' pini ; e che per soverchia fame roda se stesso : 
ma queste cose non sono necessarie a la dichiarazione d'una 
impresa eh' io ne feci. Ma scrive Oppiano nel quarto de' pesci, 
ch'egli, innamorato di gente straniera, è portato in terra da 
l'amore. S'avviene che ne le rive del mare frondeggi qual- 
che albero d* oliva, s'avvolge al tronco ed a' rami de la felice 
pianta co' suoi quasi capelli, che sono detti cerri da' Latini. 
Dipingasi, adunque, il polipo con otto piedi, fra'quali, quelli 
di mezzo sono grandissimi, ed i minimi sono gì' inferiori : ne 
abbia due ne' suoi capelli, co' quali suole attraere il nutri- 
mento; e gli occhi ne la parte superiore, la bocca nel mezzo 
de' piedi: abbracci co 'I cerro il tronco de 1' oliva, o s' avvitic- 
chi a' suoi rami co* capelli. Il motto sia, Peregrinus amor. 
C. Bella imppresa veramente, e meravigliosa, per la fi- 
gura quasi mostruosa del pesce. 

* La stampa na poletana leggr pofpo , qui è appresso : solo una volta, scor- 
rettamente, polipio. Le moderne hanno talora polpo , e tal altra polipo. 



42i IL CONTE ^ 

F. N. Il nauUlo non è il polipo, ma simile, come dice 
Jlristotele, ne la forma de' capelli; ha la testa ne la schiena, 
esce da la profondità del mare, avendo la conca volta verso 
se medesimo, per non prender acqua; ed in questa maniera 
naviga, alzando a guisa di vela i di^ crini superiori, fra' quali 
è una membrana simile a quella de' piedi de V anitre, o d'al- 
tro uccello simigliarne ; gli altri due distende in mare in vece 
dì timone: se vede cosa che gli venga incontra, raccoglie i 
piedi, e riempiendo la sua conca d'acqua, si sommerge nel pro- 
fondo, dove suole ancora fuggir la tempesta. È impresa del 
signor Girolamo Catena, gentiluomo in questa corte, di molte 
lettere, e di molta esperienza, e di molta reputazione; il quale 
ha voluto assomigliare la navigazione del nautilo a quella del 
cortegiano; e dichiara la sua intenzione con questo motto: Tem- 

PESTATIS EXPERS. 

e. Felice navigazione è la sua, il cui porto è la gra- 
zia e l'autorità di sì giudizioso signore, com'è il cardinale 
Alessandrino, nel quale rimane ancor la gloria de la più no- 
bile azione che facesse mai l' Italia, o la Santa Chiesa, contra 
gì' Infedeli. 

F. N, Il signor Girolamo Catena mi fa sovenire del si- 
gnor Statilio Paulini, secretano del signor cardinale Aldo- 
brandino, che già molt' anni sono ha sparsa la fama de la sua 
virtù in tutte le parti del mondo : e veramente il secretario 
è degno di così buono, di così prudente e di così dotto car- 
dinale, e sarebbe degno di grandissimo pontefice. La sua im- 
presa è la orata, pesce che nasce ne la Sonna, come si le^e 
appresso Stobeo; e di nero si fa bianco al raggio de la luna, 
quando ella cresce. Il motto, preso dal salmo, è di questa 
sola parola, Dealbabor; molto accommodato a significar V in- 
nocenza de l' animo, e la purità de la conscienza, e la candi- 
dezza de' costumi e de le belle e polite lettere, ne le quali è 
singolare. Ma di questa impresa io vidi già scritto un libro 
intero ne l'accademia di Perugia; sì che poco sarebbe e di 
ninna stima quel eh' io potessi ragionarne. 

C. Questi due gran cortegiani finalmente hanno dimo- 
strato ne' pesci la loro intenzione : ma noi siamo passati dal 
mare nel fiume senza ricordarci de le conche e de le purpore. 



VERO DE l'imprese. 425 

de le quali, per mio giudizio, sono apparite bellissime im- 
prese; come quella del Principe di Bisignano, principe nobi- 
lissimo, di nobilissima stirpe, in nobilissimo regno. Egli portò 
la conca, la qual s'apre a la rugiada matutina, e fatta quasi 
gravida da la virtù de' raggi del sole, genera la perla, com'è 
descritto da Plinio e da gli altri scrittori. Teofrasto, s'ion'ho 
inteso il vero, la ripone fra le pietre preziose: vogliono che 
nasca ne l'Asia fra* Persi, e ne 1* India ; e che ne la medesima 
conca nascano altre pietre simili a V oro, altre somiglianti a . 
r argento : eh' allora se ne generi maggior copia quando il 
cielo è più turbato da le gran pioggìe e da' tuoni e da' lampi: 
allora le conche, ritirandosi nel fondo del mare, fanno la perla 
più bella e più lucente. Il motto fu, His perfusa ; e, com' io 
intendo, da la rugiada; perchè s'egli avesse voluto figurare 
il cielo turbatissimo, la conca non avrebbe potuto vedersi. 

F. N. Sia qui fine, se vi pare, al ragionamento de' pe- 
sci ; e non ricerchiamo se la narrazione sia vera o favolosa, 
come piace a molti de' più moderni. Soverchio è ancora il 
ricercare più a dentro l' intenzione de l'impresa, o di chi la 
fece: e lasciamo, se vi piace, non solamente le purpure ed i 
favi de le purpure nel mare, somiglianti a quelli che l'api 
fanno in terra; ma le tante differenze di conchiglie e d'altri 
pesci, e particolarmente l'ippopotamo e la murena, omai 
divulgate ne le imprese e ne le scritture de gli autori mo- 
derni. 

C. Usciamo da l' acque a le selve^ ed a i fioriti prati de la 
pittura e de la poesia, dove potremo per breve ora spaziarci, 
perchè il sole è omai vicino a l' occaso. 

F, N, Usciamo (benché il mare ancora ha i suoi fiori, 1 
quali son portati dal Ponto ne V Ellesponto, come narra Ari- 
stotele medesimo) ; e ricerchiamo ne le similitudini de gli al- 
beri i luoghi de r imprese. Il genere de gli alberi si divide, 
per opinione di Teofrasto, in queste primeditferenze; che al- 
cuni d' essi nascono spontaneamente, altri per umano artifi- 
cio ; vero che alcuni' siano selvaggi, altri domestici; perchè 
i silvestri sogliono nascer per sé, gli altri per industria de 

* La stampa napoletana legge alcune^ e quindi selvagge, domestiche, le 
silvestri, te, ; srgno rlie 1' autore credè di avere fcrilto piante invece di alberi, 

36' 



4-20 IL COME, 

r agricoltore, il quale suol piantarli, e far gì' innesti : fra le 
selvagge* notissima e robustissima è la quercia, portata per in- 
segna dal signor Marc' Antonio Golcmna, co '1 motto, Semper 
IMMOTA : e benché de la cpnstanza e del Valore di quel signore 
si potesse fare lunga orazione, verrò a T altre. Il pino che 
nasce ne' monti, ne' quali agevolmente è superato da' venti, 
e che suol esser trasportato ne' giardini, dove di leggieri è 
crollato da l' istessa violenza , fu impresa del signor Giovan 
Francesco Macasduola; co '1 motto. Quid in Pelago? ne le 
qjLiali parole ebbe riguardo a le navi che si fanno de l' istessa 
materia, e da' turbini e da le tempeste sono agitate. Il pino 
fulminato, co'l motto, Il mio sperar, che troppo alto mon- 
tava, fu disegnato dal signor Curzio Gonzaga. Il frassino, del 
quale si fanno le lance, e particolarmente, come si legge, ne fu 
fatta quella d' Achille, domandata Pelìa, era impresa del si- 
gnor G. C., al quale era stato proibito il portar l' arme : le 
parole furono di Virgilio, Furor arma ministrat. La palma, 
de la cui proprietà sono scritte inflnile cose, co '1 detto. Incli- 
nata RESURGiT, fu portala per impresa dal signor Francesco 
Maria duca d'Urbino, il cui valore inestimabile risorse da 
l'oppressione di contraria fortuna, con la fama d'una glo- 
riosa vittoria. La palma rivolta al sole, con quest'altre pa- 
role, Haud aliter, fu pensiero del marchese dei Pignone, 
cavaliere a' suoi giorni di molto merito e di grande stima; il 
quale volse accennare la sua intenzione con la proprietà de la 
palma, eh' è di nascere e di morire co 'l sole, come la fenice. 
Un ramo di palma con un ramo di cipresso congiunto^ co '1 
motto, Erit altera merces, significa l'onoratissimo desiderio 
di vittoria o di morte, manifestato dal signor Marc' Anto- 
nio Colonna, il vecchio, ne le sue laudatissime azioni. L' inne- 
sto, co'l motto tedesco, Van got violt,^ che significa cquando 
Dio vorrà, » dichiarò il proponimento del vescovo di Nocera. Il 
persico trasportato in più felice regione, con le parole. Trans- 
lata PROFiciT ARBOS, fu invenzione del Domenichi. Dite voi, 
per grazia, se ve ne sovviene, alcun* altra de le già fatte. 
6\ Oltr'a tutte l'altre, è sceltissima quella de l'arbore 

* Intendi , piante, 

' Co>i tutte le stampe: oggi direbbesi, wmjih Gott woì/te. 



VERO DE L* IMPRESE. 427 

descritto da Virgilio, co '1 ramo d' oro, e con le sue parole me- 
desime. Uno avulso, non deficit alter; e supera tanto r al- 
tre imprese di bellezza e d'artificio, quanto il suo Principe gli 
altri di grandezza e di fortuna. ' 

F. N. Doppo questa, bisogna rimanersi a bocca muta, o 
dime almanco alcuna nuova, che piaccia almeno per la novità. 
Io ne sentii lodare una, la quale non so se fosse appropriata 
al Duca d' Urbino o a quello di Savoia, o pure ad altro prin- 
cipe, il quale caduto da V altezza de lo stato, ritornasse nel 
suo regno per virtù e per natura, non solamente per fortuna: 
forse fu del re Ferrante il giovane. Ma qualunque fosse il 
facitore de l'impresa, ella mi piacque oltra modo. È un pla- 
tano svelto da le radici, in cima ad un monte che signoreggia 
limare, con le parole, Prolapsa resurgit; e pera ventura la 
dichiarazione non è necessaria : ma pur io dirò, che si legge 
nel libro de le cause de le piante di Teofrasto, che nel monte 
Antandro un platano dibarbato da la violenza de' venti, tornò 
ad abbarbicarsi nel medesimo luogo, ed in questa guisa fu 
restituito a la vita : ed il medesimo avvenne d' una pioppa e 
d' un salce ne' campi Filippici. La cagione rende Teofrasto, 
la qual' è; che a 1* albero gittate a terra fu tagliato solamente 
qualche parte de* rami e de la scx)rza intorno al tronco, e la 
radice tirò seco molta terra, con la quale, inalzata di nuovo 
da r istessa forza de' venti, si ricongiunse al medesimo luogo. 

C. Meraviglioso veramente fu il caso, e l' impresa è dé- 
gna di meraviglia, s' è bene intesa, o pur se questo caso può 
interamente esser dimostrato ne la figura. 

F, N. Io pensai, quando lo lessi, farne una compara- 
zione, perchè le comparazioni e l' imprese si formano quasi 
co '1 medesimo artificio. Ora udite questa, benché si possa an- 
noverar più tosto fra i simboli antichi, che fra le nuove imprese. 
Scrive Proclo, filosofo platonico, che la natura del loto è di 
volgere le sue frondi al sole : ed il medesimo afferma Teofrasto 
nel terzo libro de le cause de le piante, dicendo che ciò suole 
avvenire nel solstizio de l'estate, non solamente al loto, 
pianta che nasce ne l' Eufrate, ma a l' olmo ed a l'oliva ed a 
molti fiori, i quali si chiudono la notte e s' aprono il giorno, e 

* Impresa del granduca Cosimo, che accennava alia morte del duca Alessandro. 



iìS IL CONTE, 

si girano attorno oo'l sole: e rende una cagione commune; per- 
ciochè il fiore suol rinchiudersi con l'umore raccolto, e quasi 
condensato, ed aprirsi co '1 caldo che si diffonde : ma questa 
è una di quelle cagioni che possono rendere ì naturali. Chi 
per lo sole ha voluto intendere misticamente Dio, e per la 
notte la privazione de la sua luce, o de la cognizione, ha 
data più alta interpretazione a V impresa. Il signor Ferrante 
Caraffa, nobilissimo cavaliere, e poeta di fecondissimo ingegno, 
per sole intese la sua donna ; con questo n^otto , Sic diva 
LUX miri. 

C. Assai simile è V impresa de l' elitropio, che girasole si 
dice volgarmente; co '1 motto, Mens eadem: ed assai nota è la 
favola di Clizia convertita da Apolline in quest'erba, e T al- 
tre cose che sono state scritte da' più moderni per interpreta- 
zione del senso mistico. 

F. N. La malva ancora, erba cosi nota, patisce il me- 
désimo effetto : tutta volta fra' moderni non se ne ragiona, o 
poco; ma gli antichi scrittori, fra' quali è Teofrasto, dicono 
che questa sia una passione commune a molte cose e diverse, la 
qual si vede non solamente ne i fiorì, ma ne la pianta; percio- 
chè il loto, non solamente ora apre ed ora rinchiude i fiori, 
ma il gambo medesimo alcuna volta s' inalza, alcuna si tuffa 
ne r acqua de l' Eufrate, e n' esce fuori da V occaso del sole 
sino a mezza notte. Molte altre cose nuove da narrare, e assai 
rìguardevoli da mirare, mi sovviene d' aver lette ne la istoria 
di Teofrasto; ma io sceglierò de le molte alcune poche, de le 
quali ho fatte, o potrei fare, imprese per me o per altri. 
L'oliva e '1 mirto sono congiunte d'amore vicendevole: però, 
si come scrive Androzione, le radici de l' una e de l'altro so- 
gliono esser abbarbicate insieme ; e le verghe del mirto ger- 
mogliano per mezzo a le frondose braccia de l' oliva ; e il 
frutto è ricoperto in guisa da le frondi, che non sente violenza 
di sole né di vento, e divien dolce e tenero, ma tutta volta 
minore che ne' luoghi esposti al sole. Significarci, dunque, co '1 
mirto r amore, con l' oliva gli studi de la pace e de la sapien- 
za, evi farei questo motto: Mutuo amore crescunt. A l'in- 
contro, volendo dimostrare la repugnanza de le nature, figu- 
rarci il fico e la vite, le quali non possono fare insieme frutto; 



VERO DE l'imprese. 429 

e vi scriverei intórno queste parole,... S* io volessi dimostrar 
la protezione la quale i grandissimi principi sogliono pren- 
dere de' poeti e de la poesia, figurarci il pinci; eh' è' arbore 
assai grande, e, come si legge nel medesiino luogo di Teofra- 
sto, di benigna natura e di semplice radice; laondis il lauro ed 
il mirto piantato sotto V ampissima ombra del pino possono 
crescere ed inalzarsi liberamente. La fillica, per opinione de 
ristesso, è arbore oltra tutti gli altri obedientissimo: però 
vi leggerei il motto, Obsequium amicos; o vero. Ossequio 
FLEGTiTUR. Lcssi nel medesimo autore, che gli alberi fruttiferi, 
quanto più sono carichi di frutti, tanto hanno mmore spazio 
di vita : però ne feci una impresa appropriata a me stesso ed 
a gli studi miei, i frutti de' quali non so quanto siano dolci al 
gusto de gli uomini moderni ; ma certo a me sono di sover- 
chia fatica, in guisa che da la mia indebolita comples^ne 
non posso aspettarne lunga vita. Dipingerò, dunque, una pianta 
di oliva, d'altro, oltra modo carica di frutti, co '1 motto, Lae- 

TUS MORTE FUTURA. 

C, Non voglia Dio che sia alcuna forza ne l' augurio, pei> 
che i vostri studi deono essere a voi non solamente cagione di 
chiarissima fama, ma di lunghissima vita. 

F.N, Ncm so quanto sia dolce l' ingannarsi* in quésta 
speranza : ma lasciamo da parte il pensiero de la morte, tut- 
toché al filosofo molto convenga. Un' altra impresa feci a me 
medesimo, ne la quale finsi un lauro che sorga da un pla- 
tano, come suole avvenire per qualche principio occulto*, e 
per lo platano (sotto il quale Socrate soleva disputare) intesi 
la filosofia socratica ; dal lauro è significata la poesia : volsi 
adunque intendere, che la poesia germoglia da la scienza; e 
r inscrizione fu questa: Ex degore degus. Parimente fu mia 
quella de l' erba moli, portata in dono da Mercurio ad Ulisse, 
per assicurarlo da le malìe e da gì' incanti di Circe ; nel qual 
dono, come dicono, s! figura T eloquenza: però d aggiunsi, 
Deorum munus. 

C. Da le piante siamo passati a^ l' erbe ed a' fiorì, che in 
vero sono bellissimo soggetto de l' imprese, come quello de le 
traslazioni, le quali sono trasportate da cose grate a i sensi : 
tuttavolta assai nuova mi parve l' impresa^ in cui si figura 



430 IL CONTE, 

una pianta, o un' erba odorifera fra due piahte di cipolla, co *1 
motto , Per opposita. 

F. N, Odora de la medesima dottrina di Teofrasto, il 
quale scrisse, che le cose odorifere , piantate appresso l' agre, 
come la cipolla, odorano maggiormente. Ma, poiché siamo fra 
gli odori, pensate questa, che a me pare bellissima. Io fingerei 
un mirto in riva ad amplissimo fiume, non lontano ad una 
fiamma, o ad altra cosa che dimostrasse il vestigio almeno de 
r incendio, sotto un cielo quasi piovoso, nel quale apparisse 
il sole, e disgombrando le nubi più folte, si dipingesse V arco 
celeste di più colori. Per dichiarazione de l' impresa si deve 
sapere, che il mirto d' Egitto avanza tutti gli altri d' odore : 
però vorrei che il fiume fosse conosciuto esser il Nilo ; il che 
non malagevolmente può esser fatto per artificio del pittore. 
L'arco celeste rende odorati i luoghi, ne' quali appare; ed al- 
lora più, che sia appresso qualche fiume ; perchè la calidità e 
la siccità sogliono esser cagione de gli odori, i quali vengono 
da r Arabia e da l'altre parti orientali che sono caldissime: 
e la state ne' gran caldi, s'avviene ch'egli piova, la terra 
suole odorare; perchè 1' umore, mescolandosi con la malerìa 
infiammata, genera un vapore odorato. 

C. Avete manifestato il secreto de la natura, ma non 
aperto ancora la vostra intenzione. 

F. N, L* impresa potrebbe servire in materia d' amore; 
né buono intenditore deve ricercar più oltre : ma se deside- 
rate le parole, possiamo prenderle d' Anacreonte : o<njv Ku- 
Trptv TTvsouaa : cioé, « spira tutt* amore. > 

C. Non ricerco più oltre: anzi, alcuna volta ho creduto 
che il dichiarar V impresa sia contra l' intenzione di colui che 
non ha voluto essere inteso chiaramente. 

F, N. A l'altre già dette aggiungerei la corona de' fiori 
d' aurella, la quale gli ha somiglianti a V oro, ed ha le foglie 
bianche, come si legge ne l' ultimo libro de V Istoria de le 
piante : e perché era creduto eh' ella avesse gran virtù, e gio- 
vasse a l'acquisto de la gloria, vi aggiungerei questo motto: 
Sperato AVE A. Del pollione ancora, ricordato da Museo e da 
Esiodo, e de l' antirizzo, s' ebbe 1* istessa opinione fra quegli 
uomini che volsero accrescere autorità e reputazione al loro 



VERO DE l'imprese. 431 

artificio; ma Y atrelia mi piace per la bellezza de la forma e 
del nome. 

C. Noi siamo passati da le còse naturali a le artificiose, 
senza fare menzione del diamante, o de T asbedite/ la quale 
fu impresa del vostro Tancredi nel vostro poema, o de V oro 
che si affina nel fuoco , o d' altra cosa sì fatta. 

F. N. Nuova fatica ci si appresela; e mi pare che par- 
lando de le cose artificiose mi vengano incontro i pegasi, le 
gorgoni, le sfingi, i centauri, i minotauri, le arpie, i cer- 
beri, i ciclopi, i gerioni, e tutti quei monstri, -da' quali fu spa- 
ventato Enea, guidato da la Sibilla. 

C. Mi ricordo de' versi : , 

Multaque praterea variarum monslra ferarum , 
Gentauri in forihus slabulant , Scyllaque biformes^ ' 
Et cBnt^mgeminm Briareut, ac bellua LemcB 
Horrendum strideM, flammisque armata chimoBra, 
Gorgone» j ha9pyi(Eque, et forma tricorporis umbra. 

F. N. A guisa d' Enea , il quale strictam aciem venienti' 
bus offerì, potete con V acume del vostro ingegno opporvi a 
cosi spaventosa schiera: ma io sono assicurato dal Pegaso, 
eh' è animale amico a' poeti, e fu impresa del gran cardinale 
Farnese, nuovo Mecenate, o più tosto nuovo Augusto de' no- 
stri tempi; il quale non solo aperse il fonte di Parnaso a i belli 
ingegni, ma fece d' Elicona nascer fiume, * anzi fiumi di feli- 
cissima eloquenza. Seppelo Roma, e l'udì in quello fortuna- 
tissimo secolo il Bembo, il Tolomei, il Guidiccione, il Molza, 
il Cappello, e 'i Caro, e altri gentilissimi poeti. Ma non più di 
questo. Il gorgone, o la testa di Medusa, o l' idra , fu portata 
per significazione di pensiero amoroso ; con questo motto : E 
s' IO l' uccroo, PIÙ PRESTO RINASCE. Il signor Antonio Feltro, 
gentiluomo napolitano, conosciuto per la memoria e per la 
fama del padre, portò la testa di Medusa, con questo motto : 
Tela omnia contra. E la chimera similmente fu impresa d'un 
nobilissimo cavaliere mio amico, a la quale aggiunse questa 
parola d' Orazio, Cedit ; e per intelletto può supplire con le 
seguenti , tremendce fiamma chimerw'. Il ininotauro nel labc- 

* La stampa napoletana , asheiide. 
4 3 Petrarca. 



432 IL coirm:, 

rititoj con r iasctlzione i?i silentio et spe, fu del signor Con- 
sàlvo Perez. La gorgona, come è notò a ciascuno/fu scolpita 
da Fidia ho io scudo di Hinerva: io per T impresa vi aggiunsi 
il motto ^ Terrore et-a^his. E la sfinge fu parimente sim- 
bolo de gli antichi, ed usata dal Giov.io, con questo detto : In- 
certa ANIMI decreta BESOLviT. Ma passiaoK) sTi teppii^ a le 
cotenne, a le piramidi ,^ii le inete/a' teatri ed^i^ altre meravi- 
glie de riimano artificio : e, se vi >pàre, lasciamo da parte la 
minuta divisione de l' aiti; la quale altri potrà ricercare nel 
Politico di Platone : percliè, quantunque V ante imiti la natura 
ne r ordine, nondimeno, quaido tt teiQpo ci affraMa al dipar- 
tire, potremo in parte ti^lasciarlo. 

C, Io saprò dove cercarnq. 

F. N, Poiché mi concedete ch'io.tratf)assi l'ondine, co- 
mincerò dal flne, cioè da le colonne di Cafrlo Qtónto.inapera- 
dore oltre tutti gli altri gloriosissimo, il quale traj)assò tutti 
i termini de la gloria mondana : perj) a le colonne di Ercole 
aggiijhsc questo , Plus ultra. 

C. Questo è un cominciare più tosto da T infinito, ii quale 
non ha principio né fine. 

F.N,È, come.voi-dite : avviciniamci dunque a le mete del 
gran duca Gmdobaldo, ne le qóali è p*roposto il premio a co- 
lui che passa tutti gli altri ne V amar la virtù; co '1 motto, 
^ilapsràTto: a la piramide del Cardinale di Lorena, circon- 
data da l'edera, co '1 motto. Testante vtresc»: o a quel- 
l'altra di Egitto, col motto, UmbRìE nescl\. 

€. Avete lasciata la piramide di Lorenzo Cibo, il quale 
là figura co '1 sole in cima, e con due mani congiunte su la pie- 
tn quadra : percioch' ella ancora ci dimostra l' infinito; co '1 
motto, SiN« FINE : e le colonne di Carlo Nono insieme con- 
giunte; coi detto. Pie tate ej: iustitia: e quelle del fumo e 
del fuoco, celebrate ne le sacre lettere, le quali portò il signor 
Bartolomeo Vitellozzo; con le parole. Estote duces. 

Ff N. Belle sono vera!nent0> e degne di memoria, ma da 
altri a pieno descritte. Veniamo, adunque, a i tempii : è prima a 
quello famosissimo di DiauftECesia; impresa del famosissimo 
signor Luigi Gonzaga; con l'inscrizione, Utraque clarescere 
FAMA : a quella del tempio di Giunone Lucinìa, nel quale 



VERO DE L' IMPRESE. 433 

sotto il cielo aperto era V altare con la cenere immobile a 
tutte le procelle^ come affermano Plinio e Valerio Massimo. 

C. Meraviglioso altare fu questo. 

F. N. Anzi meravigliosissimo; laonde in sua compara- 
zione non estimo più miracoloso quello in cima al monte 
Olimpo, perchè i venti non turbano la purità de V aria e del 
cielo sempre sereno, come si legge in quei versi di Glaudiano: 

Sed ut altus Olympi 

Vertex, qui spatio ventos hiemesque reliquit, , 

Perpetuum nulla concrelum nube serenum; 
Celsior $murgit pluviis, auditque ruentes 
Sub pedibui nimbos , et rauca tonitrua calcai. 

Ma che in questa parte de Y aria perturbata da' venti un al- 
tare possa conservar le ceneri un anno intero, è miracolo 
forse maggiore, e di religione più tosto che di natura. 

C. Altri nondimeno yol^e che in quello altare fusse il 
fuoco sempre acceso; e prese errore peraventura, perchè at- 
tribuì al tempio di Giunone Lucinia il fuocx), il quale fu sem- 
pre conservato in quello di Vesta, come scrive Plutarco: e s'egli 
peraventura s'estingueva, non era lecito d'accenderlo di cosa 
terrena, ma con alcuni vasi triangolari si prendeva dal sole. 

F, N. Doppo questi tempii, fu dipinto quello edificato da 
Marcello a la Virtù ed al' Onore insieme, in modo che non si 
poteva entrare in quello de l'Onore, se non per quello de la 
Virtù; con questa scrizione: Patet aditus. Bello è ancora il 
teatro, co'l motto spagnuolo: El bueno a si hisho. Belle sono 
le statue, come quella del Palladio, portata per impresa da 
molti ; e quella, di cui scrive Svetonio, eh' era nel tempio 
di....: ne la quale, in quel tempo che Cesare vinse Pompeo, 
germogliò un ramo di palma.' Io ne feci l' impresa, con que- 
sto motto : Ex Religione Victoria. 

C. Mi meraviglio che il mausoleo d' Artemisia, e quello 
d'Augusto e d'Adriano imperadore, non abbiano dato sog- 
getto a r imprese ; e potean darlo il Circo Massimo e il Setti- 
zonio parimente : e dapoi che l' uomo aveva posto mano a le 
piramidi, a le mete, a i tempii, a i teatri, non doveva lasciar 
gli archi e le terme senza emulazione. 

« Vedi STetooio, in Oetav.^ 94. 
Tasso. Dialoghi. ^Z, 37 



434 IL CONTE, 

F. N. V ardimento umano non ha voluto ancora promet- 
tere tutte le cose di se medesimo ; ma ne le imprese riguar- 
devoli si conosce senza fallo molto ardire dèi facitore : pas- 
siamo dunque a V altre. Il bersaglio^ co '1 motto greco ^oà- 
XòvToc, preso da V Iliade d' Omero, può dichiarar l'intenzione 
di quello illustrissimo signore, la cui autorità poteva essere 
scudo al valore de' fratelli, se pure non voleva intendere la 
suprema autorità del zio. De lo scudo de la Verità, di cui si 
legge ne la Scrittura, è stata fatta impresa; co '1 motto, dm- 

CUMDABIT. 

C. Concediamo questo poco tempo che n' avanza a V im- 
prese militari più tosto : ma io sin' ora non ho veduta la più 
bella de lo scudo spartano, usato dal gran Marchese di Pe- 
scara; co '1 motto, AUT GUM HOC, AUT IN HOC. 

F. N, Bella v^amente : e peraventura non son degne di 
questo paragcme V altre de lo scudo, da me fatte. Belle ancora 
sono le corsesche da lanciare, c&e usò il signore Andrea di Ga- 
pua, duca di Termine e capitano, ai suoi dì, di estremo valore 
militare e d' infinita previdenza; con l' inscrizione, Fortibus 

NON DEERUNT. 

C, Ditemi, vi prego, alcune di quelle fatte da voi. 

F. N, Al signor Duca di Parma donai ima impresa* ne la 
quale era figurato uno scudo ed una spada, con le parole <^i' àp.- 
(porspa, che in volgare sarebbono in vece d' « ambo : » ne le quali 
ebbi riguardo a quello che Plutarco scrive ne la vita di Marco 
Marcello; che Fabio Massimo era lo scudo de' Romani, e Mar- 
cello la spada. Io volsi congiungere^ lo scudo e la spada, cioè 
r una e l' altra parte de la fortezza, la quale senza dubbio è 
in questo valorosissimo signore; per dimostrare, che in questi 
tempi men fecondi d' uomini valorosi, egli solo può servire a 
Roma ed a tutta V Italia, ed ^ì suo re medesimo, non meno 
ne l'offesa che ne la difesa. 

C. n dono v^amente non poteva essere rifiutato da prin- 
cipe così magnaoimo. 

F. N. Feci medesimamente in queste guerre de l'Europa 
per impresa lo scudo caduto dal cielo, come narra Livio, al 
tempo di Numa Pompilio, a somiglianza del quale furono fotti 
gli altri che da' Latini sono detti ancilia: e furono instituiti 



VERO DE l' imprese. 435 

a Marte ì sacerdoti detti Salii, i quafi^ con la tonica dipinta e 
co '1 petto armato di usbergo, andavano per la città, cantìando e 
ballando con meravigliosa festa, descritta da Virgilio ancora 
in quei versi : 

Bic exultantes SaHos, nudotqm Lupercos, 
Lanigerosque opices, et lapsa ancilia cedo, 
Eantuderai, eie. 

Il motto, ch'io aggiunsi a l'impresa, fu Ab alto, avendo 
riguardo a quelle parole : Indue virtutem ab alto. Fu mia im- 
presa similmente, in concetto amoroso, lo scudo lunato de 
r Amazone, e la bipenne, e la faretra, e il cinto ; co '1 motto la- 
tino, DuLCES EXUVLB : ed il cinto solo, con quest' altro greco, 
T»3v ?wv>iv XuòvTes. Fu similmente mia la faretra piena di saette, 
con le parole di Pindaro, fapérpa. (tùv érocat. Feci ancora una 
targa ed una scimitarra turcbesca; co '1 motto , Yirtus, an do- 
Lus? E per uscir ornai da le spade e da gli scudi, feci due 
carri folcati, con le parole, Viam invenient : un tridente, ed 
un' asta, co '1 detto , Ubique : una torre battuta dal vento e da 
la tempesta, con l'inscrizione spagnuola: Non cresca su cui- 
dado : una nave in mar turbato, co '1 motto. In guerra ed in 
tempesta. 

C. La nave è stata usata da molti, con varia inscrizione. 

F. N. Cosi è avvenuto in varie imagini, le quali sono 
diverse per le parole solamente e per l' applicazione; come 
avviene alcuna volta ne le comparazioni e ne le metafore, ne 
le quali la nuova applicazione è cagione di varietà. Il cardi- 
nal Granvela usò la nave, co'l motto. Durate. Il signor Sci- 
pion Gonzaga, dignissimo molti anni prima di questo grado, 
a cui r ha inalzato il suo proprio merito e la nobiltà de gli 
antecessori, essendo abbandonato dal favore de la fortuna, o 
per la morte del Cardinale di Mantova, o per le discordie in- 
trinsedie de la sua casa, prese per impresa la galea, a la 
quale, essendo mancato il vento, si calano le vele, e si prendono 
1 remi; co'l motto, Proprhs nitar : il signor Scipione Constan- 
20, la galea; co'l motto. Per tela, per hostbs. Bella simil- 
mente è quella de le due àncore; con l' inscrizione , Suffulta : 
ed il timone, già usato dal cardinal San Giorgio; co'l motto. Hoc 



436 IL CONTE, 

OPUS. Che che ne paia a gli altri, ma laudevolissima fu V im- 
pre^ del gran Cardinale de' Medici, primo ornamento d' Ita- 
lia e de' suoi tempi ; la quale era un giogo, co '1 motto, Suave. 
La staterà fu usata dal Conte di Maialone; co'l motto, Hoc 
FACIES, ET viVES : e peraventura quel giudiciosissimo signore 
in questa guisa ci volle dare a divedere, che tutte le azioni de- 
vono esser pesate ; ma perchè la staterà ne le lettere sacre 
signiflca il libero arbitrio, come dice Basilio, dimostrò che 
r azioni debbono esser pesate co 'l giudizio volontario, non con 
la necessità, la quale alcuna volta pare imposta da la fortuna. 
Ma fra' Gentili le bilance significano più tosto la necessità del 
Fato; come si può raccogliere da quei versi di Virgilio, fatti 
tuttavolta ad imitazione d' Omero : 

lupiter ipse duas mqitato examine lancei 
Suslinety et fata imponit diversa duorum; 
Quem damnet labor, et quo vergai pondere letum. 

Ma di queste bilance ancora, che sono nel cielo, fa menzione 
Dionigi Areopagita, le quali egli nomina Divinm lances. 
Una parte de la nobilissima casa Caraffa, la quale ha prodotti 
duchi, principi e cardinali ed un grandissimo pontefice, ed ora 
è copiosissima di signori e di ricchezze, e particolarmente 
conservata in riputazione ed in grandezza dal Principe di Sti- 
gliano, porta la staterà co '1 motto. Hoc fac, et vives. E per- 
aventura Iddio suol pesare con queste, non la fortuna o il 
fato, ma i meriti ed i demeriti de' mortali. 

C. De le nostre bilance mi sovviene d' aver vista una 
impresa bellissima, per mio giudizio, in cui si pesavano l' armi 
con r oro; co '1 motto. Non ^quo examine lances: e forse co- 
lui che fece l'impresa, ebbe riguardo a le bilance de' Fran- 
cesi, aggravate da l' altra parte co '1 peso del ferro^ o del 
rame; ed a Toro pagato da' Romani per riscuotere i prigioni, 
quando giunse Camillo , del quale dice il Petrarca : 

Vidi il vittorioso e gran Camillo 
Sgombrar V oro, e girar la spada a cerchio, 
E riportare il perduto vessillo. 

F. N. Le hilance mi fanno ricordare de la misura. Io no 



VERO DE L'IMPRESE. 437 

volsi usar una impresa^ con le parole^ Eadeh rehetietur ; la 
quale è una di quelle de la Scrittura : Qua mensura memi 
estis, eadem remetietur vóbis. Due candelieri ancora <5on due 
olive, già vedute da san Giovanni in visione, pensava di far 
dipingere in una impresa, con le parole greche, prese dal me- 
desimo luogo del medesimo autore : dapoi rai sovvenne, che 
molti non lodavano che le paroloe la figura fossero ricopiate 
dal medesimo luogo, e vi scrissi quest* altre. Divino lumine 
PULGENT; perchè, sì come leggiamo , accendit Deus lumen in 
anima. Ma lasciamo V imprese sacre. 

C. I candelieri furono usati ancora dal Gran Turco, ma 
in numero dupplicato, de' quali tre avevano le candele spente, 
ed uno la candela accesa. Era il motto in lìngua turchesca , 
Hallah vere, che sonarebbe ne la nostra, « Iddio la darà; » 
intendendo, come dicono, de la luce, che può tuttHlluminarci; 
da la quale Solimano pensò forsi d' essere illustrato e d' illu- 
strarne l'oriente, rimanendo T occidente e l'altre parti del 
mondo prive di luce. 

F. N, Io non sapeva che i Turchi ancora usassero im- 
prese. 

C. L' usano, quantunque appo loro l'usanza non sia fre- 
quente, ma de le cose che si fanno di rado : tutta volta l' im- 
prese non si fanno tra loro di tutte le figure; perchè in ciò 
sono somiglianti a gli Ebrei, i quali rigidamente interpreta- 
vano quelle parole del Deuteronomio : Non facies Ubi sculpti- 
le, nee similUudinem omnium quce in cwlo sunt desuper, et 
qucB in terra deorsum, et quce versaìitur in aquis. Ma la 
dichiarazione si deve cercare ne le seguenti : Non adorabis 
eas, neque coles. 

F. N. Leggiamo nondimeno ne l' istorie di GìosefTo Ebreo, 
che questo commandamento non fu interamente osservato da 
gli Ebrei, ma disprezzato al tempo di Erode, il quale inalzò 
innanzi a la porta del Tempio l' aquila, impresa de' Romani : 
e prima Salomone medesimo ne l' edificazione del tempio 
fece fare alcune figure di cose animate, e particolarmente i 
leoni per sostegno di quel gran vaso, chiamato mare. Ma 
d#' Turchi leggiamo, che antichissima impresa fu la Luna; 
a' quali nondimeno si converrebbe il Sagittario, usato d'Ar- 

37' 



438 IL CONTE ^ 

taserse; o pur V insegna de le saette, per testimonio de la loro 
antica origine. Ma io vo ricordando alcuna impresa^ che sia 
termine di (juesto discorso de le imagini artificiali. 

C. Il Termine medesimo fu da molti usato per impresa^ e 
si legge eh' egli non volle cedere il Campidoglio a Giove, a 
cui in quel luogo si solcano sospendere le spoglie de' vìnti. ' 

F. N. Io penso più tosto a gli altari. Voi sapete che gli 
antichi solevano porre i termini de' paesi, da loro soggiogati 
ne le lontanissime regioni de' barbari, con le colonne e con 
gli altari. Ercole drizzò le colonne ne V occidente: Alessandro 
gli altari ne l'oriente, come racconta Strabene, e Cesare dapoi; 
e Germanico gli consacrò ne l' ultime parti del settentrione : 
laonde io formarci per impresa di questo nuovo e romano 
Alessandro quattro dtarì in riva del mare, che fusse figurato 
per r oceano; con V inscrizione, Imperiuh Oceano. Benché, 
se fosse possibile, vorrei eh' ella significasse particolarmente, 
che la terra fosse soggiogata per la fede di Cristo; e non po- 
tendosi dimostrare ciò acconciamente ccm le parole, farei in 
su gli altari inalzar la Croce. 

C. L' impresa in questa guisa che da voi è divisata, è 
cristianissima e bella molto, e d^na del poeta che l'ha fatta, 
e del principe che dovrebbe usarla : però non desidero che vi 
stanchiate più lungamente nel racconto de l' imprese e ne la 
dichiarazione. Ma perchè l' ora non è così tarda che non ci 
conceda un breve spazio dì ragionare, poiché molto abbiamo 
detto de la materia e de la forma, vorrei che sì trattasse al- 
cuna cosa de V artificio del far V imprese. 

F. N. Io già dissi che questo artificio era somigliante a 
quello del poeta nel far le metafore e le similitudini e le com- 
parazioni, le quali non deono esser trasportate da luogo molto 
lontano, ma da vicino; non da basso, ma da alto e rilevato; 
non da oscuro, ma da chiaro ed illustre ; non da brutto , ma 
da cosa che sia grata a' sensi : ed aggiunsi tutti quegli altri 
ammaestramenti che son dati da'rettorici nel far le metafore 
e r imagini. Ma io intendeva di quelle imprese solamente 
che si fanno con le simili similitudini; perchè l'altre, fatte 
con dissimili dissimilitudinì, deono peraventura essere tras- 

* La stampa napoletana legge , vincitori. 



VERO DE L' IMPRESE. 439 

portate da l(mtaiia parte e non molto riguardevole. Avrei 
dunque ricercate V imprese^ come gli argomenti, ne' luoghi o 
propri communi : propri, diciamo la proprietà di ciascuna 
cosa; communi, la similitudine eh' è fra molte, e la congiun- 
mne che Y una ha con V altra, o la conseguenza. Da' simili, 
adunque, da' congiunti, da gli antecedenti e da i conseguenti 
estimava che potessero ritrovarsi ; l' altre dissimili, più tosto 
da' contrari e da' repugnanti : ma ne la diffinizione e ne la 
numerazione de le parti non soleva ricercare impresa alcuna, 
ne le quali peraventura alcun altro più sollecito investigatore 
di questa preda, che io non sono, avrebbe potuto ritrovarle. 
Estimava ancora, che non fossero di molta importanza gli al- 
tri precetti e l' osservazioni, o non tutti, ma alcuni solamen- 
te : ma voi che tutti gli sapete, fate di grazia eh' io m' av- 
veggia de la mia antica ignoranza con la dottrina de' più 
moderni, e ditemi in quanti precetti, ed in quali, vogliono che 
sia ristretto questo artificio. 

C. Cinque sono le prime regole, e quasi le prime leggi di 
quest' arte, le quali furono stabilite con l' autorità di mon- 
signor Giovio, che andò scegliendo le più belle e le più in- 
gegnose imprese che fusser state vedute sino a quei tempi. 
La prima è, che l' impresa sia con giusta proporzione «di 
corpo e d'animo. La seconda, che non pecchi per soverchia 
oscurità, né per troppa chiarezza divenga popolare. La ter- 
za, che aW)ia bella vista. La quarta, che non abbia forma 
umana. La quinta, che vi si richiede, è il motto, quasi amma 
d' un corpo. Danno poi quasi per legge al motto, ch'egli sia 
breve, di lingua peregrina, e non molto oscuro : altri vi ag- 
giunge, che non sia preso da ristesse luogo del quale si forma 
r impresa. I più moderni poi , oltra tutte queste leggi, hanno 
voluto che l'impresa debba essere meravigliosa, com'è il poema. 

F, N. Io sono così smemorato, che comincerò da l'ul- 
tima cosa che avete detta , perchè de le prime regole per- 
aventura non conservo memoria ordinatamente. Vogliono 
adunque costoro, che ogni impresa sia meravigliosa. 

C. Senza fallo. 

F, N, Ma r impresa, per vostro avviso, è de le cose an- 
tiche, de le nuove più tosto? 



440 IL CONTE, 

F. JV^. De le nuove anzi che no, p^^rchè la novità fa ma- 
ravigliare altrui. 

F, N. Ma se* le cose nuove fossero picciolo in compara- 
zione de l'antiche, saranno elle più meravigliose, o meno? 

C. Forse meno meravigliose ; ma io parlo de le nuove 
che siano grandi. 

F. N. E nuove chiamate V opere de 1* arte, o de la 
natura? 

C. De Y una e de 1' altra. 

F. N, Ne gli artificii* Tetà nuova non pareggia Y antica, 
e Roma istessa se n' avvede; perchè non ha di che gloriarsi 
in questi tempi : e sono mostrate in lei, come sue meravi- 
glie, la mole d' Adriano, e quella fatta da Àgrippa, e V anfi- 
teatro, e le terme, e le colonne, e gli archi : e queste cose 
peraventura son meno meravigliose, che non erano le pira- 
midi de gli Egizi, il laberinto, o pur quello fatto da Dedalo 
da Porsena. Dunque, Y antichissinae per questa ragione sa- 
ranno più meravigliose, perchè sono maggiori. 

C. Così pare. 

F. N, Tuttavolta mirabile per grandezza e per artifìcio 
è il tempio di san Pietro, del quale per poco non è chi fa- 
cesse impresa o chi pensasse di farla, come di quello di (Mu- 
none Lucinia , o di Vesta , o di Diana Efesia. 

C. Non piacerebbe Y impresa, per-mio avviso. 

F. JV. Dunque, le cose nuove, benché siano grandissime 
come questa, .non sono meravigliose. Or che diremo de 
r opere de la natura? Y istesso, o cosa diversa? 

C. Peraventura ne faremo diverso giudizio. 

F. N. Se le cose nuove possono muovere meraviglia, noi 
prenderemo per soggetto 1 mostri de Y Affrica, la quale ge- 
nera sempre qualche cosa di nuovo, o pur le cose de T India; 
perchè Y altre, o siano nostre o peregrine , sono leistesse con 
r antiche di genere e di spezie, se non di numero. 

C, Cotesto è vero : ma Y Affrica ha peraventura cessato 
a far novità: e de gli animali de l'India e de le piante io ho 
vedute poche imprese; e ninno sin' ora Y ha fatta del legno 
santo, il quale ha si meravigliosa virtù. 

* La stampa napoletana , artefici. 



VERO DE L' imprese. 441 

F,I^, Dunque, cercaremo pure le più riguardevoli , e 
che ci parranno più meravigliose. 

C, Cosi estimo. 

F. N, Ma ditemi, vi prego, fra l'antiche non estimate 
antichissime r eteme, o quelle che da principio fece quel Fa- 
bro meraviglioso de V universo, detto da' savi scrittori An- 
tiquus dierum ? 

C. V opere sue sono senza fallo meravigliosissime. 

F. N, Ed antichissime parimente, com' è il mondo , il 
sole, la lu^ e le stelle: ed antichissime ancora sono le sue 
leggi, con le quali sono fatti 1 congiungimenti e l'opposi- 
zioni de' pianeti, ed i loro viaggi torti, e molte volte a ritroso, 
e quasi da violenza divina sforzati. 

C. Non estimo che di ciò possa dubitarsi. 

F. N. Non ci muova, dunque, l'opinione del volgo; il 
quale naa suol meravigliarsi de le cose eteme, come dice Lu- 
crezio. Ma crediamo che l' imprese de le cose celesti sieno le 
più belle e le più meravigliose, almeno in questa maniera 
d' impresa che si fa con similitudine somigliante ? 

C, Così stimo. 

F. N. Nondimeno, in tutte l'opere de la natura, come 
nel libro de le Parti dice Aristotele, è ascosto qualche segno 
meraviglioso; laonde non è si picciolo animale, che non 
possa muovere meraviglia: ma de l'opere artificiose non 
avviene forse il medesmo. Più meravigliose adunque sa- 
ranno le naturali. 

C. Saranno. 

F. N, Ora consideriamo l' altra maniera, fatta con ima- 
ginì dissomiglianti. Gran meravìglia è, che la vita umana, si 
bella in vista, sia significata da quel picciolo animaletto detto 
efemere, il quale nasce in riva a ripane,.e suol morire il 
giorno medesimo del suo nascimento. Iddio grandissimo 1 da 
un picciol verme, da un scarabeo ! 

C. Questa è peraventura maggior meraviglia; ma l'altra 
si riguarda con maggior diletto. 

F. N. E forse nel forno d' Eraclito erano presenti gli Dii 
immortali; però ivi diceva esser qualche meraviglia. Ma fac- 
ciamo un salto da l'ultima a la prima legge, lasciando quelle 



442 IL CONTE, 

di mezzo inviolate. Stimate che sia necessaria la proporzione 
fra '1 motto e la figura? 

C, Così dicono. 

F. N, Dunque, fra il corpo e V anima. 

C. Fra '1 corpo e Y anima, se ò yero cbe il motto sia 
r anima. 

F, N. L' anima è infim'ta e divina; il corpo, caduco e 
terminato : fra lei, dunque, ed il corpo non puoi essere propor- 
zione. E se il motto è quasi anima de 1* impresa, e partecipa 
de la divinità e de la immortalità del poeta, non può avere 
alcuna proporzione con la figura : ma la proporzione si con- 
sidera fra le parti del corpo. 

C. Peraventura le sue parole possono ricevere altra in- 
terpretazione. 

F. N, Quale, dunque ? Volle forse «gnificare quel che 
disse Aristotele centra Pittagora, che V anima ragionevole 
non è differente da quella de' bruti per gli organi solamente: 
laonde al corpo d' un defante, o d' un leone, non può in modo 
alcuno attribuirsi l'anima de l'uomo? 

C. Porsi questa fu la sua intenzione. 

F. N. Ma se ciò è vero, a la figura de le fere o de gli 
uccelli non si convengono le parole in modo alcuno; ma a 
quella de l'uomo solamente: tutto al rovescio di quel che altri 
dice, che il motto non giunge perfezione a la figura umana. 

C. I motti, come ho letto in un altro di coloro che hanno 
scritto di quest' arte, si fanno o affermativi o negativi o in- 
terrogativi^ ne la prima persona o ne l'altre ; ma ne l'im- 
prese, la cui figura è ferina e bestiale, più si conviene ne la 
terza persona , quasi altri parli in sua vece. 

F. N. Questo vi concedo: ma potrebb' essere che le fiere 
fossero introdotte a ragionare per prosopopeia, come le cose 
inanimate, o come appresso Plutarco ragiona il Grillo, e con- 
tende con Ulisse de la nobiltà de la spezie : ma comunque 
sia, il motto non è necessario, o, s'è necessario, più si 
conviene a la figura umana, la quale da molti è biasimata. 

C. È biasimata con ragione, a mio parwe, irrepugnabile, 
dov* ella non sia con qualche apparenza insolita, o vestita al- 
meno d' abito peregrino e non usato a rimirarsi ; perchè al- 



VERO DE l'imprese. U3 

tramente sarebbe troppo commune : e l'imprese vogliono es- 
sere di cose rare e riguardate con meravìglia. 

F. N, Noi tuttavolta abbiamo concbiuso, che l'imprese si 
faccino ccm similitudini somiglianti: ma la similitudine dis- 
simile si cerca o nel genere, o ne la spezie, o ne V individuo. 

C. Così stimo. 

F. JV. Or , in qual di queste tre cercaremo la somiglianza? 
ne r individuo forse? Ed il Tasso, già vecchio e trasformato 
da quello ch'esser soleva, farà una impresa, o vero una ima- 
gine di se stesso giovinetto, con questo verso : 

Qaando era in parte altr'nom da quel eh* io sono; 
con quest' altro: 

Stamane era un fanciullo, ed or son yecchio. 

C. Non mi pare che alcuno debba portar Timagine sua 
medesima in luogo d'impresa; benché forsi Gapaneo la por- 
tasse sotto Tebe; e doppo lui, Asdrubale, fratello di Annibale ; 
e Roma, ne' rovesci de le sue medaglie, figurò se medesima, e 
vi fece scrivere il suo proprio nome. 

F. N. Dunque, la comparazione o la similitudine deve 
farsi nel genere o ne la spezie ; perchè ne l' mdividuo è 
rifiutata, o quasi l' istessa, o quasi troppo simile, o troppo 
dissimile. 

C. Cosi stimo. 

F. N. Ma di qual similitudine fareste più tosto impresa? 
Di quella eh' è nel genere, o di quella eh' è ne la spezie, in 
altrui fidando quello che di voi intendete dimostrare? 

C. Gli accademici di Siena dicono, che la comparazione 
non deve farsi ne la spezie, ma nel genere. 

- F. N. Aristotele nondimeno ebbe diversa opinione; per- 
chè ne i libri de la Filosofia naturale dice espressamente, che 
la comparazione deve farsi ne la spezie; e se le similitudini 
somiglianti sono tanto migliori, quanto sono più simili, più 
lodo io quelle che sono ne l' istessa spezie. 

C. Dunque, l' imagine de 1' uomo sarà conveniente a 
questa maniera d' impresa ? 

F. N, Sì veramente : ma eh' ella sìa vestita d' abito 
trionfale, o con ornamento e con armi attribuite a gli Dei, 



Ui IL GONTE^ VERO DE L'IMPRESE. 

come sono ad Ercole le spoglie del leone , a Perseo lo scudo 
di Medusa. 

C. La vostra ragione conchiude , ma non persuade. 

F. N. Porsi perchè l'uomo, come dice Aristotele nel 
primo libro de la Generazione de gli animali , è animale no- 
tissimo , e noi ricerchiamo cose ignote. 

C. Per questa cagione. 

F. N. Ma le cose note non sogliono significar l' ignote 
più tosto : ma se peraventura vi spiace la notizia, e la sover- 
chia somiglianza, e non volete meco gloriarvi, ch'essendo 
r uomo imagine di Dio, con niun' altra similitudine può 
meglio esprimere isuoi concetti, che con quelle le quaU sono 
celesti ed immortali; ma se non volete che il principe, simu- 
lacro di Dio, figuri la sua intenzione co'l sole, eh* è l'altro 
simulacro; cerchiamo l' imagine dal genere più vicino, e 
più tosto dal leone che da lo ippopotamo o dal cocodrillo : e 
voi ne* vostri amorosi desiderii non vogliate esser così se- 
greto, e non seguite le similitudini più lontane, e l'ima- 
gini men conosciute , m modo che altri non possa scoprire il 
vostro pensiero. 

C. Questo non farò io: ma cercherò d'occultarlo quanto 
sarà possibile, e solo a la mia donna aprirò la mia intenzione 
con quelle chiavi del mio cuore , eh' ella sa volgere cosi sua- 
vemente. 

F. N, Concedasi adunque V esser tanto misterioso ne le 
figure , quanto arguto ne' motti : e se amate meglio di pia- 
cere a lei sola, che a mille severi giudici, scegliete le parole 
spagnuole, e non rifiutate le vostre italiane ; solamente fate 
eh' elle abbiano del gentile e del peregrino : lasciate le latine, 
e le greche, e l' ebraiche, e le caldee a questi che cercano 
gloria di scienza singolare, e di esquisita dottrina, e dì cogni- 
zione di molte favelle barbare e straniere. 

C. Io mi atterrò al vostro consiglio , se mai mi potrà 
cader ne l' animo di far segno d' alcun mio occulto pensiero 
d' amorosa passione. Ma ecco che giungono i cocchi; sarà 
tempo di partire. * 

* Qui le stampe pongono un ec. 



IL PIGINO, 



DE L A B T E. 



Tasso. Dialoghi, -^Z, 3S 



447 
ARGOMENTO. 



ìiaKilìo iPIcino, che dà il nome al seguente dialogo, assai chiaro 
per la sua dottrina e per l'opere, s'introduce, nella forma rappre- 
sentativa, con Cristoforo Landino, anch'esso letterato di quel tem- 
po, ed ambedue fiorentini, * a favellare nella lor città intorno al- 
l' Arte , onde ha '1 suo soggetto il ragionamento. E si comincia dalla 
dimanda, senza altra introduzione, non necessaria per T intima fa- 
miliarità che passava fra loro ; onde si dee presupporre che fossero 
spesso usati di parlare e di disputare insieme. La manièra è esposi^ 
tiva; tenendo il Ficlno la persona di colui ch'insegna, ma con dimo- 
strazione d'aver il Landino per compagno nell' investigar la verità. 
E benché paia che alcuna volta egli passi nella sua opinione, ripiglia 
nondimeno e ritiene sino al fine la propria persona, come appare 
dalle dimando fattegli dall' istesso Landino. S' osserva il costume di 
due filosofi amici, e che ricercano il vero. 11 dialogo par misto d' azione 
e di contemplazione; onde parte può chiamarsi speculativo, parte 
morale. E se ne ha la copia , con aggiunte e correzioni di propria 
mano dell'Autore. 

Si cerca, che cosa sia arte , e che natura ; e questa , in che dif- 
ferente dalla mala e dalla peggior natura, che è la materia. Si dice 
appresso, che la forma è buona e miglior natura. Si mostra quali 
dell'arti siano incerte, e quali certe. Si stabilisce la diffinizione del- 
l' arte e della njitura, e le differenze deli' una e dell'altra. Si deter- 
mina che la natura operi con artificio, con magistero e con ragione; 
e eh' ella è la volontà e la ragion divina , e costantissima nell' operare, 
e eh' ella opera prima all'idea, e l'arte dopo lei: che la natura imita 
l'arte divina e non l'umana, e ch'ella è l'arte di Dio. Si determina 
che la peggior natura , che è la materia, dee obedire ali' umano in- 
telletto, che ha da contender seco e vincerla, ma non già con la for- 
ma, né con le forme, se non con le peggiori. Che '1 nostro intelletto 
dee imitare il divino intelletto, col quale congiungendosi, divien fe- 
lice; e che questa dee esser sua arte, la qual può chiamarsi scienza 
o sapienza. Quindi si passa alla distinzione dell'arte e della scienza. 
Si porta la distinzione degli alnti, fatta da Aristotile nell' Etica; e si 
dice, che la materia dell' arti sia quel che si fa, ma non per natura; 

' Il Landino fu nativo del Casentino. 



448 ARGOMENTO. 

ma si determina eh* ella sia anco nelr azioni , come la prudenza paò 
esser nell* arti ; e che Tarte è prudenza, e la prudenza arte ; e si ri- 
sponde alla dubitazione. Si afferma che nell' arte esattissima ha luogo 
il consiglio , ola consultazione : che V arte è prima neir intelletto di- 
Tino , e poi nella natura. Si parla delle cause esemplari che sono nella 
mente, dell* idee, delle forme artificiali, e si conchiude che Parte 
è più antica dell* istesse cose artificiali ; onde 1* arte e la ragione del 
poetare è più antica delle poesie , nell* animo de* poeti, e nata con 
Vanirne ifbstre; e che Parte divina è quasi arte di poetarel Si de- 
termina al fine, che *1 piacerle dell* impar%re dovrebbe esser fine del- 
l' arte nobilissima ; e s* aggiunga^ che 1* arti nate e trovate per neces- 
sità degli uomini, si accrebbero per piacere, per utilità e per onore; 
e le più nobili, per memoria, per gloria e per ornamento deìk città. 
Ma s* avverte, eh* elle debbono esser dirizzate ad un fine, ed ordinate ; 
onde nella vita umana i fini di tutte 1* arti hanno da servire a quel 
della divina filosofia, affine di sapere, coi quale "è sempre congiunto 
il diletto. 

Si riconoscono in questo dialogo, e negli altri che c^ono ap- 
presso, da chi attentamente gli legge , molte cose, parte imitate, e 
parte trasportate da quei di Platone, al quale il Tasso procurò di as- 
somigliarsi più eh* a niun altro de* Greci o de* Latini; giudicandolo 
in tutte le sue parti eccellente, e più degli altri artificioso, per ca- 
gione della dimanda che si fa ne* suoi dialoghi ; non 'da colui che 
vuol imparare, ma da Socrate che interroga, e dalla risposta che 
gli è &tta , prende occasione di riprovare e d* insegnare : e questa 
maniera egli seguì in buona parte ne* suoi : ed anco intomo a quelli 
di Senofonte, e di Luciano, e di Cicerone fece moHo studio, come 
altri potrà conoscer, leggendo il suo trattato deli* Arte dei dialogo, 
in cui si scorga quanto a dentro n* intendesse, e con^uanta diligenza 
volgesse e rivolgesse l« carte di tutti i migliori. Ma certo nei libro, 
che fu suo, delle opere di Platone , si veggono per entro tante note 
fatte di sua mano, che non y* è quasi alcuna riga che non sia lineata, 
e nel margine sf riporta in sostanza raccolto tutto ciò che in ciascun 
foglio più diffusamente si contiene. Manifesto segno, ch'egli, non 
meno per continua lezione che per intentissima considerazione, avesse 
convertita in alimento del suo intelletto la dottrina tf'ìo stile di quel 
grandissimo filosofo. Tanto basti d*aver accennato in questo primo 
dialogo, * per invitar chi gli leggerà ad investigare più^^ottiimente il 
loro artificio, e ad apprender in essi gli ammaestramf^ti della fifo- 
sofia, accompagnati dagli ornamenti dell* eloquenza. — (Pop? a.) 

* Seguono anche nel volume del Poppa il Porzio t il Mintnmò. ' 



449 



IlfTERIiOCIJTOM : 

CRISTOFORO LANDINO, MARSILIO FICINO. 



C. L. Che cosa è arte, o dottissimo Ficino? 

M, F. È certa ragione. 

C. L. E la natura, qual cosa diremo eh' ella sìa ? 

M. F. Ragione similmente. 

C. L. Dunque, certa similmente. 

M. F. Così estimo; perch' essendo 1* arte imitazione de 
la natura , non può esser alcuna certezza ne V arte, che non 
sia prima ne la natura : oltre a ciò , come voi sapete, da Ci- 
cerone e da Boezio e da gli altri Latini, l' una e 1* altra è 
annoverata ne le cause costanti , come quelle eh' operano per 
io più. 

C. L. Io credeva che la certezza consistesse ne l'operar 
sempre in un istesso modo. Laonde la natura operando per 
lo più ne r istessa guisa, non par che si possa chiamar certa ; 
né so imaginarmi che sia alcuna certezza ne' diluvii , ne' 
terremoti, ne' tuoni, ne' fulmini, ne le tempeste e ne' venti, 
e ne l'altre cose cosi fatte, le quali son pur operazioni 
de la natura. 

M. F. Queste cose avvengono per cagione de la mate- 
ria, la quale è detta ancor natura, e può dirsi mala natura e 
peggior natura; però procede nel suo operare senza alcun 
ordine e con molta confusione: ma la forma, eh' è detta buo- 
na natura e miglior natura, è cagione d' un ordine certo e 
costante ne le sue operazioni. Però il gentile e ingegnoso 
poeta Ovidio, avendo parlato del caos e de la sua confusio- 
ne, con la quale gli antichi volsero accennare 1' agitazione 
de la materia informe , disse : 

Hano Deus, et melior litem natura diremit: 

38- 



450 IL FICINO, 

volendo intender de la forma, la qual, per opinione d'Aristo- 
tile, è una miglior natura. Ed in questa parte Aristotile fu 
di miglior giudicio e di molto più sottile avredimento, che non 
erano stati gli antichi fisici, i quali non avevan conosciuto 
altra natura che la materia : laonde ebber' opinione che la 
mutazione de le forme fosse più tosto una alterazione, e p^ 
conseguente negarono la generazione e la corruzione de le 
cose ; ma forme ancora si posson dire le separate da la ma- 
teria, come Tidee, secondo 1' opinion di Platone e de' pla- 
tonici, ne le quali non è alcuna incertitudine o incostanza. 

C. L, Ne r arte ancora, o in molte de V arti^ io non cono- 
sco alcuna certezza, com* in quella del lanciare, o del medi- 
care, del guerreggiare, o del navigare, ed in tutte quelle 
che son dette congetturali. 

M, F. Queste ancora paiono incerte per lo soggetto, nel 
quale sono adoperate, e per la materia: nondimeno ne l' ani- 
mo de r artefice è un abito di cotal' arte stabile e costante, 
il quale è quasi una certa ragione del fare le cose che si 
fanno. 

C. L. Se la natura, dunque, è certa ragione, e l'arte certa 
ragione; l' arte e la natura è Y istessa. 

M. F, Cot|esto sarebbe vero, s'a la difiSnizione de Tuna 
e de l'altra non s'aggiungesse altra differenza: ma io direi 
che la natura fosse una certa ragione di quelle cose e' hanno 
in se medesime il principio del movimento e da la quiete : 
l'arte, più tosto, è certa ragione di quelle cose e' hanno 
il principio in altri , come afferma Aristotile ne' suoi libri 
de la divina Filosofia; e queste, le più volte, son mosse con 
violenza, com'erano le machine d'Archimede, con le quali 
egli si sarebbe vantato di tirar un' altra terra a sé. E cosi fatte 
sono l'arti del lanciare, del guerreggiare, e del navigare, e 
r altre de le quali pur dianzi parlaste; ma tutte muovono 
l'opere fatte da loro artificiosamente con moto esteriore, e 
quasi violento : in questa guisa è mossa la nave dal timone e 
da' remi, o pur da' venti, ed il dardo e 1' altre armi dal 
lanciatore e dal braccio del soldato. Ma suole alcuna volta 
avvenire, che l' arte pare un intrinseco principio di movi- 
mento; perch' il ballarino è mosso da l' arte del ballare , la 



VERO DE l'arte. 451 

quale è in lui, com' il corpo da l'anima: laonde pare che 
questa differenza ancora non sia a bastanza. Diremo adunque^ 
eh' il muover de la natura sia un dar forma a le cose, come 
fu da me scritto nel primo libro de la Providenza sovra Plo- 
tino; non alterando solamente, ma compartendo V essere a le 
cose formate, a guisa d' arte e dì ragione : laonde in quelle 
medesime cose Y arte è la ragione, e la ragione è la natura^ 
ma ragione assai diversa da quella eh' è detta arte con pro- 
prio nome: perchè la natura è una ragione semìnaria del 
mondo, ma 1' arte non è ragione seminarla; perchè da le sta- 
tue non ci nascono le statue, né gli archi da gli archi , o le 
colonne da le colonne, come 1' erbe nascono da l' erbe , gli 
alberi da gli alberi, e gli animali da gli animali. 

C, L. Diceste ancora, se ben mi rammento, sovra il 
libro de la Providenza, che le ragioni del mondo erano con- 
tenute ne la natura, e quelle de la natura ne l'anima, e 
quelle de 1' anima ne la mente; ma se queste cose son vere, 
la natura è contenuta ne l'arte, la quale è un abito de l'ani- 
ma de la mente. 

M, F. Quando io scrissi che le ragioni de la natura era- 
no contenute ne V anima, e quelle de l' amma ne la mente, 
non intesi de la mente o de l' anima umana; ma de l' anima 
del mondo e de la mente divina, ne la quale si contengono 
senza dubbio tutte le cose: e che altro sono l'idee, che ragioni 
e forme de le cose? ma le forme corruttibili de le cose infe- 
riori sono quasi imagini e figure; laonde, in comparazione de 
le idee, posson esser dette imagini, eh' appaiono ne l' acque, 
ne le quali non è alcuna stabilità o fermezza. 

C. L. S' è vera questa opinione, la natura nel suo ope- 
rare non sarà priva di cognizione, ma opererà conoscendo ; 
ma s' ella conosce, sarà anima o mente : ma la natura, se'l 
vero n' intesi, non è né l' una né V altra; anzi, fra la natura 
e r anima è gran differenza , e maggior fra la natura e la 
mente. Ma se la natura opera senza cognizione , non è ra- 
gione, non opera con ragione; e non operando con ragio- 
ne, non può operare con alcun esempio. 

M. F. Se ciò fosse, sarebbe vera l' opinione di Leucippo 
e di Democrito, i quali estimarono che V operazioni de la 



i52 IL PIGINO 9 

natura fossero a caso, e per fortuna; laonde si darebbe dal 
mondo esilio, a la Previdenza: ma di questa opinione, niuna 
può imaginarsi né più vana né più sdocca. Diremo adunque, 
che la natura operi artificiosamente, e con gran magisterio, 
e con molta ragione. 

C, L, Fra V operare a caso e l'operare con esempio è per 
aventura alcun mezzo; perchè la natura opera, come dice 
Alessandro Afrodiseo nel primo de la Metafisica , con alcuni 
numeri diiBnìti ed ordinati , e quasi con alcuni periodi di 
cose, i quali non posson esser fatti a caso: e perciò molti 
furon mossi a creder ch'ella, operando, riguardasse ne 
r esempio: il che tuttavolta non è vero; perch'olla non è 
ragionevole, né opera con ragione. E qual, per dio, sarà 
r esempio in cui risguardi la natura ? certo ninno; perch' as- 
sai spesso r uno nasce simile a V altro, come si legge d* Ar- 
temone e del re Antigono, di Messala, e di Menogene, di 
Vibio, e del gran Pompeo, e d' un giovane di bassa condi- 
zione, e d'Augusto, e di due altri giovani, l'un d' Asia e 
F altro d' Europa, venduti da Toranio a Marc' Antonio, e dì 
altri che sono stati similissimi, tutto che sìan nati in paesi 
lontanissimi, e jìi padre diverso, e non generati ad uno esem- 
plare. Può ancora avvenire eh' alcuno ci nasca simile a quel 
che non si trova: onde, quantunque non ci sia più Socrate, 
potrebbe nascerci alcuno a Socrate somigliante, come voi siete ; 
a Temistocle ed a Pericle, come é il magnanimo Lorenzo 
de' Medici. E se 'I mondo é etemo, de le cose eh' ora si fan- 
no, niuna se ne fa con l' esemplare; e di quelle che si faceva- 
no ne' tempi passati, niuna se ne fece giamai ; avvegnaché 
tutte le cose che si fanno naturalmente, siano singolari, e sian 
fatte da qualche cosa singolare, come questo da queir uomo, 
questo da quel cavallo, questa da queir arte. Ma 1* idee sono 
cause universali, in cui non può risguardare chi é privo di 
cognizione e d' artifìcio, come é la natura. 

M. F. La natura opera senza fallo con ragione, ma que- 
sta ragione non é sua propria; ma se sia d' una intelligenza 
non errante, che V é guida ne l' operare, é gran dubbio ne 
le scuole, e spesse volte ha affaticati i filosofanti. Ma io non 
temerei d' affermare quel che par inconveniente ad Ales- 



VERO DE L' ARTE. 453 

Sandro Afrodiseo, ne V istesso luogo da voi addotto; cioè , 
che la natura sia una certa arte divina^ la qual non faccia 
cosà alcuna senza ragione: e voi sapete che san Tomaso 
e gli altri nostri teologi affermano, che la natura altro non è 
che la volontà e la ragion divina, la qual' è cagione de le cose 
create e conservatrice d'esse. 

C. jL. Questa, difflnizione, per quel eh* a me ne paia, si 
conviene a quella natura eh' è detta natura naturante , la 
quale, per opinione de' filosofi, è Dio medesimo : ma la natu- 
rata, di cui {)arliam più tosto, non è la ragion divina, né la 
causa, ma 1' effetto. 

M. F. S' egli è effetto di ragione o di causa divina , non 
è i9 modo alcuno irragionevole. Niente, dunque, monta il dire 
più ne l' un modo che ne V altro; o dicendo che la natura sia 
ragione, o effetto di ragione; sol eh' ogni caso, ogni fortuna, 
ogni temerità sia esclusa da gli effetti de la natura, la quale, 
come abbiam detto, è costantissima ne l' operare. 

C. t. U ordine e la sostanza $i può ancora ritrovare ne 
le cose cattive, come sono le febri, le ferite, le posteme, 1 
tumori: oltre a ciò, sono alcuni animalucci, i quali ci nascono 
con alcun ordine costanje, come i vermi, le pulci * e le cicale: 
laonde io non posso conceder agevolmente che questa natura, 
di cui parliamo, quantmique sia costantissima ne l' operare, 
sia ragionevole ed operi a 1' esempio. 

M. F. Credete almeQO clie '1 mondo sia fatto con esempio? 

C. L. S' egli ,è etemo, come può esser fatto con esem- 
pio ? Ma concedendo eh' égli sia stato formato a l' idea, come 
piacque a Timeo, o sia eterno o non sia, non posso conce- 
der che la natura* operi a l' idea. 

M. F. La natura è di Dio imitatrice. 

C, L. Cosi dicono. 

M, F. E r arte de la natura. 

C. L. Similmente. 

» 

M. F, Ma se voi concedete che '1 mondo fosse creato da 
Dio, a similitudine degl'idea ch'egli prima n'avea fatto; e 
se mi concedete^ ancora, che l' intelletto umano faccia molte 
cose a r esempio; come mi potrete negare che la natura, che 

^ Nella stampa del Poppa , i pulci. 



454 IL PIGINO^ 

de r uno è imitatrice^ da V altra imitata, operi senza cono- 
scenza de le cose fatte da lei, e senza esempio di cosa supe- 
riore ? 

C. L. Ciò avviene, per mio avviso, perchè l'imitazione 
si fa con intelligenza e con ragione : però non è maraviglia 
che r uno intelletto imiti V altro ; io dico, che V umano imiti 
il divino: ma la natura, eh' è priva d'intelletto, ncm opera 
con imitazione. 

M. F, Dunque, la natura è più imperfetta del nostro in- 
telletto? Oltre a ciò, non sarà vero che l'arte imiti la natura; 
s' è vero quel che tutti dicono de l' arte, cioè, di* ella sia 
de la natura imitatrice; è necessario che la natura faccia le 
sue opere con qualche esemplare: altramentì, V arte non po- 
trebbe ciò fare, come e' insegna Siriano nel secondo de la 
Metafisica. Gonoedasi, dunque, che siano l' idee e le forme quasi 
disegni o modeUi de le fabriche, ne le quali molto prima 
risguardi la natura, da poi l' arte. 

C. L. Si potrebbe ancora da scherzo concedere, che la na- 
tura imitasse l' arte, come disse quel Poeta : 

.... Natura simulaverat ariem. 

Jfef. F. La natura può imitar V arte, e non ogn^ arte, ma 
la divina solamente; perchè la naiura non suol errare : ma 
ne l'imitazione de le cose peggiori è grandissimo errore; 
laonde la natura errerebbe imitando Y arte de gli uomini, 
perch' ella imiterebbe cosa men buona dì se medesima. Imita, 
dunque, solamente V arte de gli iddii, o di Dio grandissimo; 
anzi, ella medesima è l' arte di Dio: quel che non conobbe 
Alessandro. 

C. L. Come può esser arte di Dio, ed imitar l' arte di 
Dio, se diverso è l' imitatore da l' imitato ? 

M. F. Cotesto è vero, con quella distinzione eh' abbiam 
già detto; perchè la natura ne l' un significato è l' arte divina, 
ne r altro, imitazione del divino artificio. 

C. L. Invano, adunque, se ne va si^ìerbo il nostro intel- 
letto, volendo contender con la natura, o non volendo cederle: 
e peraveniura, quando V arte contende con la natura, è una 



VERO DE L' arte. i55 

ribellione ed una empietà d^ V arte. Ma io avrei creduto al- 
tramente^ che r arte del pietoso intelletto contendesse con là 
natura, come il coz:^one co '1 cavallo, o T agricoltore con la 
pianta infeconda o distorta, o come si fa con le cose prive 
d' intelletto ed insensate; né perciò fosse empio, ma pietoso 
ne r imitazione del primo Artefice : il quale, essendo fabro 
de r universo, volle che la natura non si sdegnasse d' ubi- 
dire a r intelletto umano, o almeno consentisse talvolta d'es- 
ser signoreggiata : perchè s' empietà fosse il contender con la 
natura, o '1 signoreggiarla, empio sarebbe il temperato che 
fa forza al suo piacere, empio il forte che resiste a la sua ti- 
midità, empio il liberale, che soggioga la sua avarizia, e sog- 
giogata la manda in esilio, ed empio in somma ciascuno che 
dirizza la sua inclinazione, la quale è torta da la natura me- 
desima, e rivolta al peggio. Però, s' io ben mi rammento, 
dice Aristotile ne' suoi Problemi, che poche son le cose buone 
a rispetto de le malvagie, e che la natura per lo più si ralle- 
gra de le cattive. 

M. F. Già, se non m' inganno, a V argomento abbiamo 
risposto, perchè tutto il male che si può dir de la natura, si 
conviene a la peggior natura, eh' è la materia; la quale o è 
la malizia istessa e la falsità, o non senza falsità e mahzia, 
se pur è : benché si può dire in alcun modo, eh' ella non sia, 
perchè le cose false e le malvagie non sono. A 1* incontro, la 
forma, eh' è la miglior natura, è buona cosa snzi che no, e 
degna di .tutte le lodi: laonde il contender con lei sarebbe 
ingiusta contesa. Ma peraventura è impossibile che l' intel- 
letto umano contenda con la forma, perchè contenderebbe 
seco medesimo; e se volesse far contrasto con le forme immor- 
tali e separate, che sono l' idee, e cacciarle dal cielo, sarebbe 
in ciò simile a que' giganti, i quali volsero guerreggiar con 
gì' iddìi, e toglier loro la signoria, come si legge ne' poeti. 

C, L. Non dee, dunque, il nostro intelletto contender con 
le forme, ma con la materia. 

M. F. Non solamente contender, ma vincerla; perchè 
da questa vittoria procede ogni virtù ed ogni bellezza de 
l'anima. 

C. L. Ma s' egli contendesse con le forme ? 



456 IL PIGINO, 

Jtf. F. contenderebbe seco medesimo, o con le forme 
peggiori, con le migliori di lui. 

C. L, E '1 conteftder con se stesso è^^^ degna di laude, 
di biasimo ? 

M, F, Di laude, quando si contende, e si vìnce se stesso 
in quel modo «he fece Beatrice: 

Vincer pareami più se stessa antica. 

- Il qual luogo non ha bisogno d' altra esposizione che de la 
vostra medesima ; però no '1 dichiaro altrimenti. 

C, L. Ma '1 contender con le forme di lui peggiori, come 
sono le materiali, è giusta contesa, e giusta la vittoria che 
se ne riporta : là dove il contender con le forme divine, sa- 
rebbe ribellione, ed empietà simil' a quella de' giganti. 

M, F. Non si può negare quel che voi dite. 

C. L. Dunque, il nostro intelletto dee contender e vin- 
cer la natifra, la quale è forma ne la materia ; e perchè dee 
vincerla, non dee imitarla, avvegnaché il vincere con V imi- 
tare sia mala arte, e difetto pera ventura d'ingratitudine: 
ma non dee contender con le forme migliori di'sè, che sono 
le divine e separate da ogni materia ; ma imitarle solamente. 
E perchè le forme divine sono intellettive, V uno intelletto è 
de r altro imitatore; ma ninno imita la natura, benché gì' in- 
feriori si sforzino d' imitar non la natura, ma i vestigi de' su- 
periori intelletti che sono impressi ne la natura. In questa 
guisa , se crediamo a Temistio, l' umano intelletto, portando 
seco r appetito centra il proprio movimento de la potenza 
concupiscibile, imita il moto del primo Cielo; il quale, mo- 
vendosi da r oriente a l' occidente, tira gli altri che si vol- 
gono a la parte opposta. Ma, s' io non m' inganno, il nostro 
intelletto è imitatore del divino intelletto, co '1 quale egli non 
fa guerra, tutto che possa non solo contrastare, ma signoreg- 
giare i corpi celesti. Però si legge : Sapiens dominabitur astris. 

M. F. Che vorreste conchiudere ? 

t. L. Che r intelletto umano non imiti la natura, quan- 
tunque fosse natura celeste, ma cerchi di signoreggiarla e di 
congiungersi a gli intelletti divini senza alcun mezzo di na- 
tura corporea, o corruttibile o incorrottibile eh' ella sia. 



VERO DE L' ARTE. 457 

M, F, Questa pare assai nuova : nondimeno è alta filoso- 
fìa^ e non molto discorde da i nostri prìncipìi. Ma da chi l'avete 
appresa ? 

C. L. Dal signor Lorenzo' de' Medici; al quale se voi o '1 
Pico non r ave^e insegnata, V anima sua l' apparò insieme 
con le vostre, molto prima che discendesse in questo corpo, 
r ebbe per rivelazione, come più tosto è credibile. 

JJf. F. Felici maestri, che possono imparare da gli scolari; 
quel che non volle, o non seppe far Platone. Ma voi mi co- 
stringete quasi ad una ribellione; ed io« voglio più tosto con- 
tradire a Platone, che al magnanimo Lorenzo. Direm , dunque, 
che '1 nostro iiftelletto sia imitatore del divino : laonde, come 
il divinoffabricò, prima di questo mondo sensibile, il mondo 
intelligibile ,«el quale sorib V idee di tutte le cose; così il no- 
stro intelletto, illustrato dal suo lume, figura in se medesimo 
le forme di tutte le cose: an2i, in lor si trasforma in guisa 
eh' egli diviene le cose intese; ed intendendole tutte, si può 
dire ohe V intelletto umano sia il tutto, o l'universo: perciochè 
egli ha in se stesso le forme de gli elementi, de' misti, de le 
piante, e de gli animali, e de' cieli, e de le stelle; ed intendendo 
gli intelletti immortali, o gli angeli che vogliam dirli, di- 
viene quasi angelico, e divino si fa con la contemplazione de 
la Divinità, a la quale s' unisce in modo, che V intender non è 
altro che toccare; perchè si come il tatto è più certo di tutti 
gli altri sentimenti, così il tatto intellettuale avanza la cer- 
tezza di tutte le dimostrazioni: e questa è la felicità de 
r umano intelletto, ed il fine di queir arte, con la quale egli 
adopera. 

C. L, Questa arte è più tosto scienza, o sapienza, che 
arte: però vorrei da voi intender più distintamente quel che 
stimate l' arte, e quel che la scienza ; e se fra l' uno e 1* altro 
di queki nomi, o di questi abiti, è necessaria alcuna di- 
stinzione. 

M, F. Già abbiam detto che V arte è una certa ragione; 
e perch'élla è uno di quei cinque abiti ch'Aristotile nel 
sesto de l'Etica ripone ne l'intelletto umano, consideriamo, 
se vi piace, come da Aristotile sian distinti. Gli abiti sono 
l'intelletto, la scienza, la sapienza, la prudenza e l' arte : di 

Tasso. JOialoghi.^d. 39 



458 IL FICINO, 

questi^ i tre prìnd^sono abiti de Tintelletto s pecalativo, il quale 
ha per oggetto le cose eteme7 e V uno è abito de' principila 
r altro de le~concrusiom/iV terzo è quasi composto d'ambe- 
due: gli altri due, sono abiti deJHntellett o prat ico, il qual 
considera le cose variabili; quelle, dico, che possono essere o 
non ess^e : e quéste sono raccolte m due generi, V uno de le 
cose agibili, l'altro di quelle che si fanno ; ne T uno si dimo- 
stra la prudenza, ne V altro V arte ; quella è diflìnita un abito 
che ne Y azioni opera con vera ragione , questa un abito che 
fa con vera ragone : ed a l' incontro, V inerzia, eh' i Greci di- 
cono àrcxvta^ ò^un abito che fa con falsa ragione ; e V impru- 
denza si potrebbe dir similmente, un abito eh' operasse con 
falsa ragione. In questa guisa da Aristotile son dfstime le po- 
tenze da gli oggetti ; dico l' intelletto contemplativo dal pra- 
tico, perchè V uno considera le cose eterne, V altro le sotto- 
poste a la mutazione. Sono distinti ancora gli abiti ed ì ge- 
neri de le cose, ne le quali ciascuno de gli abiti si dimostra : 
laonde de la prudenza è proprk) genere o propria materia 
r azione, e particolarmente quella de gli uomini civili ; de 
r arti, quel che si fa, come sono gli edifici, le navi e le ma- 
chine, e r altre cose sì fatte : laonde, per sua opinione, pes- 
ame conchiudere, che l'arte non sia di jpielle cose che si 
fanno per natura, né dì quelle ancora che sodo necessaria- 
mente; ed oltre a ciò, come egli dice : Artem effectionis esse, 
non actus, necesse ^«^.Tuttavolta soggiunge, per opinione d'Aga- 
tone : Atqui circa eadem versatur ars et fortuna, quemad- 
modum Agathon dicit, Quippe ars fortwnam, fortuna diUgit 
artem. Ma concedendo che sia vera questa opinione, se la 
fortuna è ne l' azioni, l' arte ancora sarà ne l' azioni. E chi 
può negare che ne l' azioni non sia la fortuna ? o chi non la 
ccmosce ne V azioni di Tito, d'Alessandro, d'Alcibiade, e par- 
ticolarmente in quelle di Timoleonte corintio; il qual fu di- 
pinto con la Fortuna che gli prendeva le città ne la rete, men- 
tre egli dormiva ? Ma se v' è la fortuna, v' è l' arte : V arte 
dunque si dimostra ne V azioaii, noa altrimenti die la pru- 
denza ; e la prudenza ancora ne gli artificii si può dimostrare: 
altrimenti, a V oratore non sarebbe necessaria la prudenza ne 
r arte oratoria, né al capitano ne l' arte militare. Ma ciò ncia 



VERO DE L' arte. 459 

si può affermare senza grande sconvenevolezza; perchè T ora- 
tore e '1 capitano imprudente non può esser tollerato. Non 
sono, dunque, distinti i generi, non gli obietti, non gli abiti 
de r arte e de la prudenza; ma Y arte è prudenza eja pru- 
denza è arte, o Tuna da l'altra è contenuta. Laonde, per, 
mia opinione, l'arte de Y oratore si potrebbe dilflnire una pru- 
denza di ben parlare; ed a l'incontro, la prudenza del cit- 
tadino si diffinirebbe assai convenevolmente, un'arte de la vita 
civile. 

C. L. Io avrej più tosto seguita l'opinione d'Aristotile, 
nel distinguer l' arte da la prudenza, che quella de gli altri 
nel confonderla ; e non mi piacque mai l'opinione di Massimo 
Tirio, il quale pone tre generi d' arti : il primo de' quali con- 
siste ne la contemplazione, il secondo ne l'azione, il terzo ne 
le cose che si fanno. Laonde, per suo avviso, sarebbe quasi 
bestenunia il dire che la filosofia non fosse arte. M^ io stioK) 
altrimenti, perciochè la distinzione è causa del sapere, e \k • 
confusione de l' ignoranza : laonde, chi non distinguerà l' arte 
da la prudenza, non conoscerà quel che si convenga al pru- 
dente, quel che a l' artefice sia conveniente ; perchè molte 
cose si convengono a l' oratore come a buon oratore, o a 
l'architetto com'a buon architetto, le quali peraventura non 
si ricerdierebbono dal buon cittadino : e quinci avviene che 
r eloquenza di Demostene non fu n^i ripresa da alcuno, né 
da Eschine medesimo, ma la prudenza trovò molti ripren- 
sori. Ma se fosse il medesimo abito quel de l' arte e de la 
prudenza, come a voi pare, l'istesso sarebbe l' eloquentis- 
simo e '1 prudentìssimo. 

M, F. Questa risposta ancora v' ha insegnata il Pico e '1 
magnanimo Lorenzo, nel quale è in guisa congiunta la pru- 
denza con r eloquenza, che non si possono conoscer per abiti 
diversi. Ma voi siete troppo amico de le distinzioni, e non sa- 
pete, non volete sapere che Aristotile medesimo ha confusi 
questi nomi d' arte e di prudenza, e di scienza e di sapienza; 
perchè ne' libri Morali dice, che l' arte esattissima è chiamata 
sapienza, come fu quella dì Fidia ne lo scolpire ; "ne' Civili, 
chiama la prudenza arte ; nel primo de la Metafisica^ arti le 
matematiche; ne gli altri pone due generi di scienze, l'uno 



460 IL PIGINO, 

ne la speculazione, V altro ne l'opere. Laonde, per sentenza 
d'Aristotile ancora, possiamo onorar l'arti co '1 nome di scienza 
e di prudenza. * 

C. L, Aristotile nel confonder è simile a gli altri; nel 
distinguer, a se medesimo : laonde ne' luoghi prqpri impa- 
riamo assai più con le sue distinzioni, che non si fa con la 
dottrina d' alcun altro. Tuttavolta, questo ancora estimo che 
si possa raccoglier da la sua dottrina e da quella de' suoi se- 
guaci, che r arti quanto sono più esatte, sono più certe; e 
perchè de le cose certe 1' uomo non s| consiglia, l' arti sì 
fatte non hanno bisogno di prudenza ; ma ne 1' altre, che sono 
piene d' incertitudinè, perayentura ha alcun luogo la pru- 
denza. È dunque la prudenza de gli artefiei argomento de 
l' imperfezione de l' artificio. 

M. F, Cotesto ò vero, se noi ci contentiamo d' una con- 
siderazioi^e de l'arti, assai umile e bassa anzi che no, ne la 
quale fu assai diligente Giovanni Grammatico, che da V amore 
de la fatica ebbe nome Filopono; percioch'egli estima, che ne 
r arti esquisite non abbia parte la prudenza o '1 consiglio.^A 
me sarebbe molto più piaciuta la compagnia de l' arte e de 
la prudenza, che quella de l' arte e de la fortuna : laonde de- 
sidererei di vederle congiunte per autorità d' un nuovo e più 
felice Agatone. Ma se mi concederete eh' io m' inalzi da la 
considerazione di questi infimi artifici de' mortali, a la cgù- 
templazione del magistero divino, io dirò insieme con Basilio 
il Magno, che quelle parole di Dìo ne la creazione de l'uomo, 
Faciamus hominem ad imaginem et similUudinem nosiram, 
sian parole di persona che si consulti. Laonde, se il consiglio 
ha luogo ne Y arte divina, non si può dubitare che non V ab- 
bia ne r arte esattissima. 

C, L. Di nuovo togliete l' arte da T intelletto pratico, e 
la riponete nel divino. 

M, F, Anzi io la ripongo ne l' uno e ne l' altro, ma nel 
divino come esemplare, ne l'altro come esempio, o imagi- 
ne. Dirò dunt[ue, che prima V arte sia ne V intelletto divino, 
il quale da' platonici fu chiamato Intellectus artifex, seu opt- 
fex; poi ne la natura. E ciò non vi può dispiacere, perdio è 
confermato da l' autorità del nostro Dante, il quale disse : 



VERO DE L' arte. 461 

Natura certo, quando lasdò l'arte 
Di sì &tti animali , assai fé bene , 
Per tor colali esecutori a Marte. 

Ed altrove: 

Lo Motor primo a lui si yolge lieto, 
Sovra tant' arte di natura : 

ed ultimamente la portò ne V intelletto de V uomo ; la qua- 
l'arte è in terzo grado lontana dal divino artificio. Laonde dal 
medesimo Dante fu detto : 

Sicché Yostr* arte a Dio quasi è nipote. 
Ed in ciò ì poeti cristiani non sono molto diversi da' poeti 
gentili, i quali posero l'arti meccaniche ne gì' iddìi; assì- 
gnando a Vulcano ed a' Ciclopi V arte del fabro, a Minerva 
ed a Proserpina quella del cucire, come nota Siriano nel se- 
condo de la Metafisica : nel qual luogo ricercando quel che 
sia r arte ne gì' iddìi, risponde , per opinione di Parmenide, 
di Platone, di Plotino, di lamblico, di Porfirio, che altro non 
sia r arte divina che l' intendere. 

C. L. Ma io ricerco quel che sia Y arte umana, la quale 
a me pare di conoscer più tosto ne le mani o ne la lingua, 
che ne l' intelletto de l'artefice. Però non estimerei che fosse 
soverchio errore il chiamarla un abito del corpo esercitato; 
quantunque Dante dicesse : 

SimUemente operando a 1* artista, 

C ha r abito de Tarte, e man che trema. 

M. F. Peraventura è vero quel che voi dite ne l' arti 
ignobili e meccaniche, come si dicono : ma di queste ancora 
vogliono che siano le cause esemplari ne la mente, come af- 
ferma Siriano ne V istesso luogo. 

C. L. Io avrei creduto più tosto, che de le forme artifi- 
ciali non fossero idee; perchè le forme artificiali sono acci- 
denti, ma r idee sono sostanze; e se non sono idee de le forme 
artificiose, come possono essere ne la mente le cause esem- 
plari ? 

M. F. Peraventura le cause esemplari de l' arti non sono 
ne la mente divina, ma ne l' umana, assai prima de X opere 
fatte a lor somiglianza. 

3»' 



462 IL PIGINO, 

e, L. Voi originate V arte da la mente; ma Aristotile e 
i suoi commentatori ne la Metafisica le danno più tosto orì- 
gine dal senso : percioch' egli dice^ che dal senso nasce la me- 
moria, e da molte memorie l'esperienza, e da molte esperienze 
Tarte: laonde, per suo giudicio, l'arte è nata dopo l'espe- 
rienza; ed in alcune cose, come ne le particolari, cede l'ar- 
tefice a r esperto. Ma yoi date a V arte antichissima origine, 
riponendola ne la mente, forse prima d' ogni senso e d' ogni 
esperienza. 

M, F. £ necessario che ne la mente siano avanti le forme 
esemplari di tutte le cose, ma ne la mente divina le sostanze 
solamente ; perchè de le cose artificiose non sono le divine 
idee : ma ne l' anima de l' artefice, per opinione d'Aristotile 
ancora, sono le ragioni artificiali de le cose operale, come dì- 
chiara Siriano nel XII de la Metafisica; e queste da noi sono 
chiamate idee: e così chiamò Marco Tullio quella del suo Ora- 
tore, ed Ermogene le forme del parlare. Ma le idee de le 
cose artificiali sono anch' esse, senza fallo, molto prima ne 
l' intelle tto de l'artista, e da j)oi a" quella similitudine si fanno 
r opere esteriori. _E ciò ìu dichiarato da Aristotile medesimo, 
nèlprimo libro de le Parti de gli animali, là dove egli lasciò 
scrìtto, che Y arte è una ragione de Y opera, ma separata da 
la materia. Laonde, per suo avviso, fu molto prima l'arte 
del far le statue, che le statue medesime. 

C. L. Senza dubbio fu prima ne la mente di Fidia o di 
Prassitele la ragione del fare il simulacro di Giove Olimpio, 
di Minerva, che non furono i simulacri stessi : ma se gue- 
st' arte e questa ragione fu separata ^a la materia, in quella 
guisa che sono i cerchi, i triangoli e r altre figure de' mate- 
matici, conviene che prima fosse considerata ne la materia; e 
la considerò Fidia o Prassitele ne le statue di Dedalo. Laonde 
r arte di questi più moderni si fece da poi che furono fatte 
le statue de' più antichi. 

M. F. Cotesto è vero : e vero ancora, per opinione d'Ari- 
stotile, che le forine de l'anima nostra non siano generate 
ne l'anima abetemo, ma abbiano origine dal senso e da le 
forme materiali, da le quali sono separate, e quasi spogliate 
da le qualità sensibili. Tuttavolta 1' arte , quantunque abbia 



VERO DE L' arte. 463 

avuto origine dal senso ^ è prima e più antica de le cose arti- 
ficiali ; laonde le statue di Dedalo^ benché fossero prima de 
le statue di Fidia, furono fatte dopo V arte di Dedalo; ed asso- 
lutamente r arte del far le statue è prima de le statue, e l'arte 
del farei poemi più antica de' poemi: p^ò senza dubbio 
l'arte, con la quale Dante fece le sue poesie, era molto più 
antica ne Y animo suo, e quella di Virgilio e d' Omero, di 
Mu3eo e d'Orfeo similmente. Laonde si può assolutamente af- 
fermare, che prima d' alcun poema, o greco, o italiano, o 
ebreo, o d' altra lingua, fosse l' arte e la ragione del poe- 
tare, nata pera ventura insieme con V anima nostra, la qual 
fu da Dio composta di numeri armonici e di musiche propor- 
zioni. Però r armonia ed il concento interiore è cagione di 
questa melodia esteriore, che ci lusinga gli orecchi con la va- 
rietà de le voci : né solo gli Dei mondani son pieni de le 
muse, come disse Omero, ma gli animi nostri similmente; 
però disse un altro Poeta : Est Deus in nobis, E per questa 
cagione Dante invoca la sua mente medesima, eh' è la sua 
musa, come Orfeo avea fatto assai prima. E non è meraviglia 
che la poesia sia naturale ne gli animi umani, se Dio mede- 
simo, da cui furono creati, è poeta; e l' arte divina, con la 
quale fece il mondo, fu quasi arte di poetare; e poema è '1 
Cielo, e '1 mondo tutto, al cui altissimo e dolcissimo concento 
sono peraventura sordi e rinchiusi gli orecchi de' mortali, 
come da Pittagora fu giudicato : ed in questa nostra naviga- 
zione (perchè navigazione è la vita umana) ciascuno ha tu- 
rati gli orecchi con la cera de la stupidità, a guisa d' Ulisse 
perseguitato da Y ira di Nettuno ; ma con ragione assai peg- 
giore, perch' egli le turò a le sirene del senso, e noi le te- 
gniamo chiuse a T intellettuali, che sono le celesti sirene; 
laonde sarebbe mestieri non di cera per turarle, ma di pur- 
gazione per rimover la bruttura da la qual sono rinchiuse. 

C. L. Peraventura le sirene fuggite da Ulisse non fu- 
rono le cattive, come molti avvisarono ; perch' elle non pro- 
mettono altro piacere, di quello che procede da le scienze. E 
ciò si può raccoglier da quei versi tradotti da Cicerone : 

decut ÀrgoUcum , quin puppim flectis Uiyius, 
Auribui ut nostros pouis agnoseere eantut? 



464 IL Ficmo^ 

Nam fiemo hcu mquam est trantveetus coarala ewrsu , 
Quin prius oititerit vocum duleedine captuSt 
Poti varii$ avido satiatus pectore Musis , 
Doctior ad patrias lapsus pervenerit oras, 
Nos grave certamen belli ^ clademque tenèmuSy 
Grceeia quam Troia divino numine vexit^ 
Omniaque e latis rerum vestigia terris. 

Ma '1 piacer de V imparare devrebbe esser fine di tutte Tarli, 
almeno de la nobilissima. 

M. F. L' arti, come insegna Aristotile nel principio de la 
Metafisica, furono trovate per la necessità de gli uomini, e per 
r utilità ; e perchè la vita avea bisogno di quiete e di piacere, 
r arti ancora, che ci sono ministratrici de' piaceri, furon ri- 
dotte in questo ordine. 

C. L. Che diremo di quelle, le quali par che più tosto 
abbiano per fine l' ambizione de' regi o de' gran prencipi, o 
la maraviglia; come furono le piramidi de gli Egizi! , in cui 
con vanìssima, anzi con pazza superbia furono affaticate tante 
migliaia d' uomini, gittata tanta copia d' oro e d' argento, 
consumato cosi lungo tempo ; quasi volessero far guerra al 
Cielo ed a la natura, inalzando le sepolture de' Corpi morti, 
e' hanno origine da la terra, lontano dal luogo dove deono 
ritornare, ed appressandole a quelle eteme e sublimi regioni, 
dove non posson mai pervenire, o per miracolo de' lor Dei 
essere trasportati ? Che diremo de le colonne ? che del labe- 
rinto de' medesimi, o di quello di Dedalo, o de l'altro di Por- 
senna, che volse imitar la barbarica vanità ? In qual ordine 
riporremo gli archi, i teatri, gli anfiteatri, le colonne e le 
terme de' Romani ? o qual luogo daremo a le fabriche de 
gV Indiani, i quali hanno voluto contender di grandezza e di 
spesa con gli uni e con gli altri ? se pur meritano fede le re- 
lazioni de' più moderni, mentre essi cercano di toglier au- 
torità a la virtù ed a la gloria de gli antichi. 

M. F. L' arti, come ho detto, ebbero origine da la ne- 
cessità, l'accrebbe il piacere, l'utilità e l'onore; il qual, 
come dice Marco Tullio, è quel che le nutrisce. Laonde si dee 
creder, che non sol per utilità, ma per ornamento e per 
gloria de la patria, e per memoria de gli antecessori abbiano 
avuto accrescimento, e particolarmente quelle che sono più 



VERO DE l'arte. 465 

nobili, come la pittura, la sooltura e T architettura: ed in 
questa, se crediamo a Strabene, i Romani superarono gli 
Egìzii e tutte V altre nazioni, avendo maggior riguardo a l' uti- 
lità e al decoro, eh' ad una vana ostentazione di potenza; ben- 
ché dapoi Caio e Nerone, con la smisurata ampiezza de le 
proprie abitazioni, volessero quasi far d'una grandissima 
città ima casa conveniente a la maestà de V Imperio, com' essi 
credevano; o più tosto a l'animo, per la prosperità de la 
fortuna incapace de la propria grandezza , e tutta volta desi- 
deroso di maggiore. E non ò maraviglia, se non capendo in 
se stessi, dimostrassero la medesima dismisura, e l' orgoglio r 
medesimo ne gli edifici maravigliosi. Ma comunque sia, tutte \ ^ 
le cose deono essere dirizzate ad un fine, e Y infinite non ^ \ 
han luogo ne l'universo, perchè l' universo è ordinato, e l'in- 
finito non può ordinarsi. Parliamo, dunque, di quelle che pos- 
sono ordinarsi, ed assomigliamo (s'è lecito) le cose maggiori 
a le minori. Dico adunque che, si come ne l'arsenale de'Vi- 
niziani sono molte arti con incredibil' industria, e con mara- 
vigliosa sollecitudine e prestezza esercitate, 1' una nondimeno 
a r altra è ordinata, e '1 fine di ciascuna è dirizzato al fine 
de la' sua principale, eh' è quasi architettonica; così pari- 
mente ne la vita, i fini di tutte V arti servono, o deono ser- 
vire a quello de la divina filosofia: la quale, o sola, o sovra 
r altre tutte, si gloria di libertà; perciochè ella è arte de l'arti, 
e scienza de le scienze, e '1 suo fine, s' io non sono errato, non 
è il diletto, ma '1 sapere, o la sapienza, o Dio stesso, eh' è 
la vera Sapienza, quantunque con questo fine inseparabil- 
mente sia congiunto il piacere. Ecco il nettare celebrato 
da' poeti, ecco i vivi fonti d' acque perpetue ed inessiccabili, 
ne' quali si spengono la sete gli altissimi ingegni, ed a questi 
e' invita r armonia e la misura de' movimenti celesti. Ascol- 
tate le voci del Cielo e del mondo medesimo, ascoltatele ne 
le parole di Plotino, o di sant'Agostino, perchè la mia lin- 
gua non basta a suono così alto e così maraviglioso. 



IL PORZIO, 



DE LE VIBTIJ. 



469 



ARGOMENTO. 



Fu Simon Porzio napolitano, e filosofo a' suoi giorni dimoila 
stima , come appare da irarie sue opere che si veggono alle stam- 
pe Lesse molli anni in Napoli nelle publiche scuole, esponendo 
r opere di Aristotile, della cui dottrina e delle opinioni fu seguace 
e difeusore , onde ebbe nome di gran peripatetico ; e negli ultimi 
anni della sua vita fu chiamato a legger nello Studio di Pisa, dove 
si morì. Era gottoso, e perciò visitato in casa da m<'Ui uomini dotti, 
e spezialmente da Pietro Vittorio, che volentieri 1* udiva discorrere. 
E con ragione prende il nome da lui questo dialogo , in cui egli così 
dottamente ragiona. Del Dottor Calabrese, eh* è l'altra persona in- 
trodotta, si dice nel proemio, eh* era il primo scolare dello Studio: 
ma si ha, oltre a ciò, eh* egli si chiamò Giovanni Calabro, e comune- 
mente il Dottor Calabro; e che io Padova iii eletto in concorrenza 
4* altri. Tanno 1559, alla cattedra straordinaria di filosofia : onde è 
verisimile, che Torquato Tasso quivi il conoscesse , e forse l' udisse 
leggere, perchè ne* tempi medesimi potè trovarsi in Padova; d'onde 
il Calabro fu richiesto 1* anno 1560 da don Francesco Gonzaga, poi 
cardinale, e concedutogli acciò che privatamente Tinstituisse nella 
filosofia. Ma di Muzio Pignatello, che è 1* altra persona che parla , si 
legge cosi bello e nobil* elogio nell'Istorie di Napoli stampale, di 
Tomaso Costo, e spiegato con sì acconcie ed espressive parole, che 
si è giudicato bene di rapportarlo qui tutto, senza lasciarne addietro 
alcuna parte, acciò che altri ne vegga il suo sembiante più vivamente 
dipinto. Dice dunque così. « Il giorno primo di marzo dell* anno 1579, 
dicendosi in Napoli una festa da molti cavalieri mascherati , avvenne 
che Muzio Pignatello, uno de*figliuoli del marchese vecchio di Lauro, 
eh' era della loro schiera, correndo a prima giunta, precipitò egli e *r 
cavallo in tal modo, eh* essendo allora intomo alle ventun* ore, non 
visse più eh' infino a notte, se viver si può dir che fosse lo spazio 
di quelle poche ore, nel quale privo de* sentimenti giacque come 
morto. Erano il misero padre e la sventurata moglie con altri parenti 
a' balconi, e si videro perir dinanzi agli occhi, senza potergli dar aiuto, 
quegli il figliuolo e questa il marito; e chi vide quel vecchio, che 

Tasso. Dialoghi. ^ 3. 40 



Ì70 ARGOMENTO. 

s* appressava air età di ottani* anni, non morire a s\ fiero spettacolo, 
s'accertò, che un estremo dolore non può dar subita morte ad un 
uomo. Non fu persona, di qualunque grado si fosse , a cui la morte 
di quello sfortunato cavaliere non dispiacesse infino air anima ; im- 
perochè egli era notissimo a ciascuno per intelletto raro ed ammi- 
rabile , in cui pareva che la natura si fosse compiaciuta di fare una 
raccolta di (utte quelle doti che ella suol compartir solamente a* pre- 
clari uomini. Era Muzio Pignatello di trent*anni, di giusta e ben 
proporzionata statura , di pelo biondo , di color chiaro , di sanissima 
complessione, di corpo agile, nerboruto e gagliardo; onde si eser- 
citava continuamente in giucar d* arme, ed in saltare, ed in volteg- 
giare, ed in cavalcare , ed in ballare, ed in ogni altra attitudine con- 
veniente a cayaliere; torneava, giostrava, ed il tutto fòceva con 
tanta felicità, che pochi in alcune cose lo pareggiavano, ma in tutte 
ninno: benché pochissimo sarebbe tutta ciò, s'egli non fosse stato 
maravigliosamente versato in molte sorti dì scienze, perciò che egli 
fu e filosofo , e teologo, e mattematico, e cosmografo, ed arismetico, 
ed oratore e poeta. Diede opera alla musica, non lu senza cogni- 
zione d'astrologia, intese d'architettura, ardì di far machine di 
legno non tentate da altri ingegneri; soleva spesso dettare a diversi 
cancellieri a un tratto, ad Imitazione di Cesare ; e fra l' altre , mara- 
YÌgliosa fu quella volta che, scrivendo egli medesimo, dettò a venti- 
cinque in diversi linguaggi , e sopra vari soggetti , in presenza di 
molti signori e d'altre persone di qualità, che tutti ne stupirono, sì 
come aveva fatto poco dianzi il cardinal Granvela, vedutolo dettare 
nell'istesso modo a diciotto. In somma, non fu cosa difficile e bella, 
dov' egli con suo sommo onore non ponesse le mani. Arroge, che nel 
colmo di tante virtù egli era affabile, piacevole, cortesissìmo e libe- 
rale. » Fin qui 1' elogio; a cui altro non si dee aggiunger ,f se non 
forse, eh' egli fu fratello di Ascanio Pignatello , per le sue liriche poe- 
sie così chiaro. 

Fu scritto questo dialogo dal Tasso negli ultimifanni della 
sua vita; e l'originale, tutto scritto di sua mano, si conserva 
con gli altri. L' introduzione al ragionamento, che è di forma rappre- 
sentativa , si prende dall' aver trovato Muzio in uno de' giardini vi- 
cini a Napoli, il Porzio col Calabrese; e dal vedergli in ozio ed in 
solitudine , prende occasione d'interrogare il Porzio, e di trarne le 
risposte che si leggono ; per esser ne' primi anni della sua gioventù 
ammaestrato nelle virtù, ed in quelle spezialmente che sono, parte 
con la cognizione e parte con l'uso, ornamento e perfezione d'un 
cavaliere: e quindi ha il suo soggetto il dialogo. Si dice dunque 
prima, che le scienze non debbon servhre all'uso della vita; che il 



ARGOMENTO. 47i 

fine di ciascuna virtù è la propria azione, in coi è riposta la felicità; 
e dopo aver parlato delle mattematiche, si dubita se prima si debba 
dar opera alla filosofia naturale o a quella de* costumi, (K)ncbiu- 
dendosi, cbe dobbiamo esser prima ammaestrati nella morale : quindi 
si passa a mostrare quel che ella sia, e s*ella sia scienza, e se si 
possa imparare. Si dice, che la virtù civile non è scienza; e si 
prova con gli argomenti e con le ragioni di Platone ; dal non poter, 
cioè, esser lasciata da* padri per eredità a* figliuoli, cbe posson restar 
eredi delle lor virtù naturali solamente. Ciò si conferma con argo^ 
menti e con esempi ; dicendosi, cbe alcune virtù sono concedute da 
Dio , e cbe gli abiti dell* intelletto si possono imparare , ed esser in- 
segnati; e che le virtù de* costumi, cbe sono abiti dell* anima affet- 
tuosa, s'acquistano per lunga e non interrotta usanza di bene ope- 
rare. Siaflìerma, cbe alcuni hanno chiamata la virtù scienza, e la 
scienza air incontro virtù; ma che, propriissimamente parlando, que- 
sto nome si conviene alla virtù de* costumi. Si apportano varie dif- 
finizioni di essa, e dopo averne esaminate alcune e rifiutatele, e 
ragionato del suo mezzo, e divise le parti dell* anima, e gli obietti 
che le distinguono, e le sue potenze e le lor diffinizioni , ed in qual 
parte dell* anima siano, e le varie opinioni sopra ciò; si parla della 
felicità attiva e della contemplativa, e de* loro fini, e del vicendevole 
aiuto cbe si danno. Si porta al fine la dìffinizione della virtù, il sog- 
getto , il fine e 1* offizio di essa , e la difiinizione della felicità attiva 
e della contemplativa ; ed a ciascuna si assegnano le sue parti. Si 
ragiona delle virtù dell* intelletto. Si dà appresso la diffinizione della 
prudenza, e di lei a lungo si discorre. Si dubita se la virtù si divida, 
e <;ome ; e si concbiude, cb*elle si dividano secondo le potenze prin- 
cipali dell* anima. Si parla di quelle che sono nella mente specula- 
tiva e neir attiva, e dell* appetito concupiscibile , e dell* irascibile, e 
del loro obietto, e s*assegnan loro le proprie virtù; e si favella 
spezialmente della prudenza , e della giustizia, e della temperanza, 
e della fortezza. Si dichiara quale sia , e come si debba intender il 
mezzo delle morali virtù; ed ultimamente si diffinisce la virtù, es- 
ser un abito fatto con eiezione, consistente nella mediocrità per no- 
stro rispetto, secondo la diritta ragione. Sì fa più chiaro qual sia 
questa mediocrità , e quanto difficile da toccarsi il mezzo. Si dice 
della magnificenza e della magnanimità, e della lor grandezza; e si 
mostra con gli esempi come in esse si possa meritar lode , e come 
errare negli estremi : che le virtù tutte hanno 1* essere negli atti o 
negli affetti. Si vien poi più particolarmente a considerare le 
virtù dell* appetito irascibile e del concupiscibile , e di ciascuna di 
esse a parte a parte più lungamente e più distintamente si ra- 



472 ARGOMENTO. 

giooa, e de* loro obietti, e degli eccessi, e de* difetti, con ap- 
portarne gli esempi ; e si stabilisce come ed in che consista la lor me- 
diocrità fra due estremi , dimostrandolo parimente con vari esempi. 
Quindi si parla della temperanza e della continenza , e delle loro op- 
posizioni, e della differenza fra 1* incontinenza e 1* intemperanza , e 
delle varie spezie dell' incontinenza e degr incontinenti : in esse con 
accuratissima investigazione e distinzione , e con esempi, a lungo si 
discorre; ed insieme della giustizia e delle sue parti, e della con- 
giunzione e della separazione delle virtù fra loro, distinguendo fra 
le naturali e le altre che si uniscono nella prudenza e nella sapien- 
za, e come non sia necessario il particolar esercizio di ciascuna 
virtù , e come altri possa esercitarsi in tutte. Si termina il dialogo 
con 1* encomio della virtù, e coli* introdurre lei medesima a ragiona- 
re, ed esortare tutti a seguirla, per viver vita felice ed eterna. 

Molte cose sono dal Protagora di Platone imitate e trasportate 
in questo dialogo, cbe si dee riporre fra*morali e civili, e di ntaniera 
espositiva [>er tutto il corpo di esso, tenendo conforme al suo decoro la 
persona di maestro il Porzio, e gli altri due quella di uditori; benché 
il Calabrese, come dotto scolare, dia occasione ad alcune questioni, e 
mostri d'impugnare alcune delle cose proposte, acquetandosi alla 
fine alle determinazioni del Porzio, come fa il Pignatello; in cui 
s* esprime il costume d*un nobilissimo giovane, desiderosissimo di 
perfezionar 1* animo con T acquisto di tutte le virtù. Dovrebbe esser 
letto ed attentamente considerato il presente dialogo da ciascuno 
che desideri di non tralignare dalla virtù e dallo splendore de* suoi 
antecessori , formaudovisi quasi 1* idea d* un perfetto cavaliere. — 
(Poppa.) 



4T3 



inmsm^ociJTOiii : 



MUZIO PIGNATELLO, SIMON PORZIO, DOTTOR CALABRESE. 



M, P. Io non poteva avvenirmi o meglio in altro luogo, 
in persone che più desiderassi ; perchè io ho ritrovato in- 
sieme fra r ombre e i fonti di quest' amica solitudine il più 
dotto scolare de lo Studio, ed il migliore e più famoso filosofo, 
non sol di Napoli, ma d'Italia tutta. Con V uno di tutte le 
cose certe soglio divenir dubbioso, conoscendo chiaramente di 
non saper quelle, de le quali credeva d' aver ferma scienza; 
con l'altro, l'incerto mi si fa certo, ed ogni oscurità de 
r animo mio offuscato da le passioni prende mirabil luce dal 
suo sapere. Laonde io non perderò oggi quest' occasione di 
parlar de' miei studi, e di pigliar qualche deliberazione ne la 
diversità de le opinioni, e quasi de le vie per ogni parte in- 
finite. 

S. P. Nostra è la ventura; se ventura e non previdenza è 
quella che suol onorare le scuole de' filosofi con la presenza 
di cosi nobil cavaliero, a la cui gloria non è teatro alcuno si 
grande che non fosse angusto ; e gli eserciti medesimi e i lar- 
ghissimi campi sarebbofìo ^ pena capaci de la sua virtù e di 
quella grandezza d' animo, che da la nobilissima sua stirpe è 
derivata. 

M. P. Io non posso né voglio negare, che fra' vari sentieri 
del filosofare, io non riguardi a quello, il quale suol condurre 
fra le schiere armale a le sanguinose battaglie, a l'espugna- 
zioni de le città, a le vittorie, ed a' trionfi ; per lo quale, se 
non m'inganno, io veggio segnate le vestigia de' miei ante- 
cessori e di molti altri valorosi principi e cavalieri, che ripor- 
tarono a questa città ed a questo regno ornamento di gloria 
immortale. Ma io mi vergognava ne le scuole trattar de 
ristessa materia, estimando le mie dimando a nbiziose, anzi 

40 



474 IL PORZIO, 

che no, e non convenienti a l'umiltà de' filosofanti. Ora, in 
questo amenìsslmo giardino m'assicura un lieto silenzio, a 
pena interrotto dal mormorar de V acque e de le fronde, e dal 
cantar de gli uccelli. Pregovi, dunque, che mi mostriate il ca- 
mino, per lo quale io possa indirizzare i miei studi a V arte 
del guerreggiare, ed a la virtù cavaleresca. 

S. P, Alto pensiero certo, e d'animo generoso, il quale 
non si sbigottisca per la difficoltà de l' impresa. Laonde a voi 
si può ragionare co' versi del nostro Poeta : * 

Pochi compagni avrai per 1* alla via : 
Tanto ti prego più, gentile spirto, 
Non lasciar la magnanima tua impresa. 

Ma questa antichissima strada, che già Condusse da l'Accade- 
mia e dal Liceo, o da altro luogo sì fatto, e da la compagnia 
de' filosofi a' pericoli de la battaglia, ed a la gloria de' regni 
e de gl'imperi, Pericle, Alcibiade, Epaminonda, Agesilao, 
Alessandro, Scipione, Pompeo, e Cesare medesimo, e ora è de- 
serta come cosa vieta. » * Tutta volta, come voi medesimo avete 
detto, alcuni de' nostri possono farvi la scorta; ed io di lontano 
vi mostrerei il camino, quasi a dito. Ma peraventura ninna 
mia ragione o autorità tanto potrà movervi, quanto l'esem- 
pio de' più moderni; perciochè per questa, senza fallo, s' inal- 
zarono a la gloria de l'eternità, prima il buon re Roberto, 
poi Alfonso re d'Aragona e Federico suo nipote, insegnando ' 
a' cavalieri suoi soggetti il seguitare : fra' quali non furono 
lenti i vostri antecessori, né contenti de' secondi onori. 

M. P. Le vostre ragioni, aggiunte a' loro esempì, mi fa- 
ranno più certo del camino, o man dubbio de l'elezione. 
Piacciavi, dunque, di mostrarmi qual giovamento io possa 
trarre da questi studi d' aritmetica, di geometria e di musica, 
ne' quali ho tenuti occupati x molti anni de la mia gioventù; 
perciochè, quando io ho con molta fatica apparato tutto ciò che 
se ne insegna, o che se ne ragiona, non conosco in che possa 
giovarmi questa mia faticosa cognizione, e spesse volte priva 
di piacere, non solo d' utilità. 

* Petrarca. 

' Dante, In/ermo, H» 



VERO DE LE VIRTÙ. 475 

S. P. Signor mio, la dignità de le scienze è grandissi- 
ma; laonde elle non sono dirizzate ad altro fine, come l'arti 
meccaniche, con le quali sogliono gli uomini ricercar qual- 
che utilità ne le bisogne e ne le opportunità de la vita : ma 
il fin loro è altissimo, e collocato ne la contemplazione, o ne 
la cognizione de la verità; la qual conosciuta, acqueta T in- 
telletto ne la sua propria felicità ; anzi il congiunge a Dio me- 
desimo, e, come dicono i platonici, il fa collega de gì' intel- 
letti divini. Non debbiam, dunque, cercare se la geometria o 
se r altre scienze possano servire a V uso de la vita : percio- 
chè colui, il qual costringe a servir le scienze, è simile al ti- 
ranno, dove egli faccia violenza a gli uomini liberi e nati per 
comandare. Libere deono esser le scienze, come insegna Ari- 
stotile ne la divina Filosofia ; e se libero è colui il quale è in 
grazia di se stesso, le scienze deono adoperarsi in grazia di se 
medesime, né altra grazia o altro giovamento o altro piacere 
altra gloria è necessario che si rtcerchi. 

M. P. Dunque, io debbo studiare per istudiare, ed affati- 
carmi per affaticarmi, senza altro fine. 

S. P. Il fine de lo studio è il sapere; de la fatica, il pia- 
cere del ritrovar la verità; e di ciascuna virtù, la propria 
azione, in cui è riposta la felicità. 

M, P. Già non son io si privo d' avvedimento, che non 
conosca èsser vero quel che voi dite : ma il fine è cosi lon- 
tano, e posto in parte cosi alta, e cosi malagevole, che mi 
par quasi impossìbile di conseguirlo. Laonde a me avviene 
quel che dice Pmdaro : 

'EffTì jtAOe &8WV exart 
fluita TTocvra xsAeuSros, 
01 MsXtffffe : 

che in nostra lingua suona : 

A me per ogni parte immenso calle 
L' alto voler de' sommi Dei prescrisse , 
Melisso. 

Perchè dovunque mi volga, veggio quasi infinita la strada, 
ed infinite le difficoltà. Laonde mi pare che da le fatiche na- 
scano le fatiche^ e che mai non s' arrivi a questo fine de le 



476 IL PORZIO^ 

scienze, il'quale non è pera ventura in questa vita mortale , 
ma ne l' altra immortale ed etema ; e da molti invano fu ri- 
cercato, non solo fra gli eserciti e f^a le re)[)ubliche, ma ne 
la quiete ancora e ne V ozio de la filosofia. Laonde furono 
costretti di cercare qualche sentiero che accorci il camino^ e 
gli conduca ne le vie frequentate da' signori e da' cavalieri. 
Di questo io vi richiedeva, e non d' altro ; parendomi di non 
veder fin' ora alcun fine certo e determinato in questi miei 
studi de le matematiche, i quali dicono essere, oltre a tutti 
gli altri, certissimi. 

D, C, Il dubbio del signor Muzio è dubbio de' maggiori 
filosofi; perciochò Alessandro Afrodiseo, il quale fu chiaris- 
simo lume de la filosofia peripatetica, affermò che ne le ma- 
tematiche non v' era alcun fine. Prima di lui Aristotile ne 
la sua divina Filosofia fu de V istessa opinione; e, come egli 
dice nel terzo libro, le cose che sono immobili non hanno 
causa efficiente, perchè essendo eterne, non possono aver 
principio di movimento: oltre aciò, non posson avere natura di 
bene, perchè il bene è il fine, in grazia del quale suol farsi 
ciò che si fa ; ma questo è fine di qualche azione, e tutte le 
azioni sono co 'l movimento ; ma le matematiche sono immo- 
bili : le matematiche, adunque, essendo immobili, non hanno 
causa efficiente, né alcun bene, il quale sìa fine; perciochò 
non si può dimostrare esser meglio, o peggio, eh' Un trian- 
golo abbia tre angoli eguali a due retti. Laonde Aristippo so- 
fista, vituperando queste scienze, e facendone comparazione 
con r arti illiberali, diceva, che V arti illiberali hanno il bene 
ed il fine, e queste ne son prive. 

S. P. lì dubbio veramente non è picciolo, né mosso con 
picciola autorità. Ma il medesimo filosofo, nel terzodecimo li- 
bro de la Filosofia divina riprova l'opinione del Sofista, il 
quale scherniva le scienze matematiche, sì come quelle in 
cui non sia né bontà né bellezza. Aristotile, a V incontro, af- 
ferma che il matematico, considerando le cose ordinate e de- 
terminate, considera senza fallo il bello, il quale si ritrova 
ne r ordine e ne la figura ; perché se non vi fosse ordme né 
figura, le cose sarebbono bruttissime, com' erano pera ventura 
ne la antica lor confusione. Hanno similmente le matematiche 



VERO DE LE VIRTÙ. 477 

il lor fine, perchè elle furono ritrovate, come dice il commen- 
tatore Simplicio nel secondo de la naturai Filosofia, acciochè 
r animo trapassasse da le cose sensibili a le intelligibili. E fu 
questa prima opinione di Platone nel sesto dialogo del Giusto; 
nel quale egli e' insegna che da le supposizioni de' matema- 
tici debbiamo inalzarci, quasi per gradi, a quel principio 
non presupposto, ^h' è principio de l' universo, non chinando 
gli occhi a r ombre ed a le figure che sono somiglianti a V ima- 
gini che si veggiono ne V acque. 

M. P. Le matematiche, adunque, « sono scala al Fattore, chi 
ben r estima.]» * Io avrei creduto più tosto, che fossero una scala 
militare a gli artifici, ed a gli onori de la milizia: e già mi 
sovviene d' aver letto ne la vita di Marcello, che Archimede, 
per compiacere ad lerone re di Siracusa, aveva fatti nuovi e 
non più veduti ordigni di guerra e machine maravigliose, con- 
vertendo la ragione de gli apimaestramenti a la necessità de 
r uso, e facendola più illustre co '1 manifestarla a' sensi. 

S. P. Se lerone costrìnse Archimede che rivolgesse il suo 
artificio da le (X)se imaginate a le corporee e materiali, fu so- 
migliante a gli altri tiranni, i quali sforzano gli uomini liberi 
a servire indegnamente: ma peraventura il persuase, efucc»*- 
tesia d'Archimede V adoperar le scienze nobilissime in servi- 
gio de le men nobili. Ma quelle machine maravigliose, con 
le quali era difesa Siracusa da la forza e da l' impeto de' Ro- 
mani, erano quasi un trastullo ed un giuoco del suo divino 
artificio, co'l quale egli avrebbe potuto muover la terra, 
s'avesse avuta un' altra terra dove appoggiarle; e poteva mi- 
surare il cielo e r arene : operazione assai maggiore che '1 di- 
fender una città da' nemici. 

M, P. Non la difese nondimeno, e la sua mirabile sapienza 
fu superata dal valor de' Roipani. 

S. P. Ninna cosa è più forte de la sapienza : però ella è 
invitta, e non può esser soggiogata in modo alcuno ; e non è 
soggetta, come abbiamo detto, a' regni ed a gì' imperi!; ma 
libera ne la servitù, e vittoriosa ne la perdita comune, e glo- 
riosa ne la publica vergogna: ma l'arti meccaniche pos- 
son esser soggette a la violenza de la fortuna. A ragion, dun- 

' Petrarca. 



478 IL PORZIO, 

que, erano stati prima ripresi da Platone coloro eh' avevano 
diminuita la nobiltà e T eccellenza de la geometria, e quasi 
avvilitala, con V adoperarla in quelle cose che hanno mole e 
grandezza corporea, facendola, di libera, serva e mercenaria; 
tutto che fra i primi ritrovatori di questo militare artificio 
fossero Eudosso ed Archita, suoi amici, i quali aveano ador- 
.nata la geometria di nuova varietà di madiine. Si rimase 
adunque V arte del fare gì' istrumenti da guerra fra l' altre 
militari; e vi continuò gran tempo, quasi divisa da V altra, la 
quale doveva esser intenta a la cognizione de le cose celesti, 
come parve a Platone ed a Tolomeo similmente. 

^ M. P. Io veggio due strade; l'una d'ascender, quasi 
per gradi di supposizioni, fino al cielo; l' altra, di scender a 
quella parte eh' a gli occhi de' mortali pare altissima : e mi 
vergogno di pregarvi che m' aiutiate a la discesa, richiaman- 
dovi dal vostro alto e celeste proponimento. 

S. P.Ne lo scendere ancora può essere la sua propria laude, 
e la propria perfezione : però non mi può esser grave il com- 
piacervi, benché Y animo vostro non potrà mai tanto fer- 
marsi ne le parti inferiori e terrene, che non ritomi per li 
medesimi gradi a le superiori e celesti. E so bene io, che siete 
assai spesso usato a contemplar il movimento de' cieli e 
de' pianeti, e l' ordine e la certa varietà di ciascuno, e l' op- 
posizioni e le congiunzioni e l' illustrazioni e i difetti : con- 
templazione in vero bellissima, a la quale è necessario l'aiuto 
de la geometria. Nondimeno la contemplazione ancora de'oorpi 
celesti è di cose corporee, e sottoposte a' sensi : ma perchè le 
stelle e la luna e 'l sole e i globi loro sono in quel genere di 
cose che dura perpetuamente e non patisce alterazione, ci 
fanno quasi una strada, come dice Tolomeo, a la cognizione 
di Dio altissimo. Non bisogna, dunque, dimorar ne le cose ce- 
lesti : quanto meno ne le terrene, a le quali nondimeno il di- 
scendere alcuna volta è laudevole, non che necessario ed op- 
portuno. 

M. P. Discendiamo adunque, se vi piace, di cielo in terra, 
come fé' leti; e dimostratemi per quale strada io debba in- 
caminarmi: per quella secreta ed incognita, ne la quale 
sono investigati i secreti de la natura; o più tosto, come io 



VERO DE LE VIRTÙ. 479 

desidero, per quella difficile ed aspra de la virtù, di cui si 
legge in Esiodo : 

Tra S*àpiTrii ISpoiroL Sreot TTpoirapoiSev g 9r»ix«v 
A*9ravaT0e /tax^os 9i xaì op^ioi oifioi ÌTt*ÒL\JTin* 
Kat rpviX^i to tt/s&Itov • iiz-nv ^'«U àxpov ixyjai 

che suonano in nostra favella : 

Innanzi a la virtù posto i sudori 

Hanno gli eterni ed immortali Dei. 

A lei per lungo ed erto calle vassi, 

Cbe duro in prima appar; ma quando al sommo 

Si giunge, agevol è quel eh* aspro apparve. 

S. P. Non è picciol dubbio il risolvere, se prima si debba 
attendere a la filosofia de' costumi, o a la naturale : e voi 
peraventura d' altro non dubitate. 

M. P. Di questo sono senza dubbio assai dubbioso, per- 
chè da r astrologia sento invitarmi a la contemplazione de la 
natura e de le cose da lei prodotte, quasi da l' uno a V altro 
vicino: tanta mi pare la. congiunzione e la famigliarità fra 
queste due scienze. Ma ripensando fra me stesso, soglio così 
talvolta ragionar co' miei pensieri : che giova il sapere come 
si muovano i pianeti, or co' 1 moto proprio, ora quasi sforzati 
da violenza, ed alcuna volta procedendo avanti, alcun' altra 
ritornando indietro, e facendo, come si dice, ritroso calle ; s' io 
non sono atto per mio sapere a svolgerne alcuno dal suo eorso, 
né a ritardare V incominciato viaggio?* E s' io non posso illu- 
strare ed oscurar la luna a mio senno, o privar il sole de 
la sua luce; perchè sono cosi sollecito ad investigarne la ca- 
gione ? e che importa, s' egli prima s' ecclissi * a ^li occiden- 
tali a gli eoi; o s' egli possa ecclissarsi più volte in un 
luogo medesimo, ne lo spazio d' un picciol mese? o se pur 
ciò sia impossibile affatto? E s' io prestassi credenza a coloro 
che afiermano, che ne V imperio di Tito e Vespesiano in tre- 
dici giorni il sole e la luna furono in vano ricercati nel cielo, 
dal quale erano quasi spariti, meriterei d'esser riputato igno- 
rante, m' affaticherei indamo di renderne alcuna ragione. 
Da r altra parte, s' io potrò sapere quel che sia la virtù e la 

< La stampa del Poppa legge eccHpsij ed appresso, ecelipsarsi. 



480 IL PORZIO, 

fortezza, potrò divenir forte e valoroso ; e con la cognizione 
de la giustizia, giusto nel regno e ne la città; e liberale co'l 
sapere quando ed a chi si convenga il donare. Dunque, o libe- 
ratemi da questi pensieri de le cose divine, i quali ci sopra- 
stanno e ci spaventano a guisa di spada o di sasso pendente o 
d'altra cosa, che minaccino morte e mina; o insegnatemi al- 
meno, com' io possa vincer il timore de la morte, da la 
quale per la gioventù peraventura sono assai lontano; o il 
desiderio de V onore e de la gloria, al quale soglion correre 
con abbandonate redine tutti gli animi più generosi. 

S. P. Voi non distinguete le vostre dimando : par nondi- 
meno che dimandiate non poche cose in non molte parole. E 
prima, da quale scienza si debba dar principio a lo studio de 
la filosofìa ; e poi, se la cognizione de le cose naturali e divine 
giovi a l'operar virtuosamente: e^mi pare insomma^ che vo- 
gliate più tosto imparar la virtù, che la scienza: ma la virtù, 
non si può apprendere, o ella è scienza. 

M. P. Io vorrei apprender non solamente la virtù, ma 
la fortuna ancora; perchè già lessi : ^ 

Bisce, puer, virtutem ex me, verumque laborem; 
Fortunam ex aliis. 

S. P. Da me si può forse apprender con la vera fatica 
la virtù, s'ella pur si può insegnare. Ma se del fabricar la 
fortuna è alcuna arte, somigliante a quella de' fabri o de gli 
architetti, questa fu maravigliosa veramente ne' vostri ante- 
cessori; i quali si fabricarono non solamente la riputazione 
e r onore ne le cose civili e miFitari, ma la grandezza e gli 
stati che posseggono in questo regno ; cominciando da quel 
buon arcivescovo^ che mosse Carlo Primo contra Manfredi al- 
l' impresa di Napoli ; o, molto prima, da quelli che si ritrova- 
rono ne le guerre di Grecia e di Costantinopoli^ fino al signor 
Marchese vostro padre. 

M. P. Lasciam da parte ^ se così vi pare, l'ammaestra- 
mento de la fortuna, de la quale dee senza fallo essere alcu- 
n' arte; altrimenti non si dipingerebbe co'l timone, a guisa di 

• Virgilio, 1:11 , 436-6. 

' Ilpustor di Cot§nza, come diee Dante nel terso del Purgmtorio. 



VERO DE LE VIRTÙ. 481 

tioccbiero cbe soglia governar la nave ne le tempeste ; e fate 
ch'io sappia quel che sia la virtù, e quale e quando si debba 
apprendere^ o prima de le altre scienze^ o dopo le naturali e 
le divine. 

S. P. Io comincierò da questa parte a rispondervi; dico^ 
da r ordine che hanno fra loro la civile e la contemplativa 
filosofia : e benché intomo a ciò siano diverse le opinioni 
de' Greci, de' Latini e de' Barbari, io tutta volta ho seguitata 
e seguito quella de' Greci, eh' è la più antica per origine, e la 
più salda per fondamento di ragione, e la più reverenda p^ 
autorità; ma non ho avuti sempre seguaci i miei scolari mede- 
simi. Voi udite r una e l' altra parte, e poi appigliatevi a 
quella che stimerete migliore: perchè sarà libera la vostra vo- 
lontà, come è libero il giudicio de V intelletto. È ragionevole 
che prima s' abbia cura di quella parte che prima è nata: ma 
prima nasce in noi il corpo, poi 1' anima sensitiva, al fine 
quella eh' è fornita di ragione : dunque, prima di queste mem- 
bra terrene sogliono gli uomini prendersi pensiero ; poi di 
formar V appetito, e di tenerlo a freno, e sotto alcune leggi; 
e ciò si può far con la filosofia de' costumi : ultimamente, 
sogliamo illustrar l' intelletto co '1 lume de la filosofia con- 
templativa. Cosi parve ad Aristotile nel settimo de la sua Po- 
litica, a Socrate, a Platone, a Senofonte, ed a Pittagora 
ne' suoi versi aurei, et ad lerocle suo espositore, il quale as- 
somiglia l'intelletto, non purgato da le passioni, a l'occhio 
infermo ed offuscato che non può rimirare il lume del sole. 
Oltre a ciò, l'azione è quasi fondamento de la contemplazione; 
come fu opinione d'Eustazio, di Niceta e d'altri. Prima 
dunque debbiamo esser ammaestrati ne V azione, poi ne la 
contemplazione; altrimenti l'edificio de le scienze sarebbe 
ruinoso, e sempre perturbato da V ira, da l' odio, da l' invi- 
dia, da la paura, da la speranza, e da V amore, e da l' altre 
passioni, che sono 

Venti contrari a la \ita serena. ' 

Ultimamente, se ne le scienze si dee cominciare da le cose 
più facili, senza dubbio il principio dee prendersi da gli am- 

* Petrarca. 

Tasso. Dialoghi. -—d. 41 



482 IL PORZIO, 

maestram^ti morali, perchè le contemplazioni de le cose 
naturali e celesti portano seco maggior oscurità e malage- 
volezza. Ma udite, se vi pare, le ragioni de gli avversari, le 
quali a questo nostro amico non sarà grave di riferire. 

D. C. Io dirò quello che ho raccolto de V opinione di 
molti filosofi di grandissima autorità; di Zenone, dico, di Cri- 
sippo, d' Eudemo, di Cicerone medesimo, il quale poi in 
questa parte fu seguitato da una lunghissima schiera di nostri 
Latini. Dice egli ne le Questioni Tusculane, che ninna cosa 
può far la consuetudine, la quale assai più agevolmente non 
possa far la ragione: laonde, se ì Barbari per usanza sono 
avvezzi a tolerar le ferite e la morte senza dolore, molto 
più facilmente dovrebbe sopportarla il filosofo. Prima, dun- 
que, si dovrebbe amìnaestrar la parte che in noi è fornita 
d'intelletto e d'avvedimento, e poi l'afitettuosa. Oltre a dò, 
prima s' impara la teorica, poi la pratica : ma la filosofia 
contemplativa è quasi teorica in comparazione de la civile. 
È convenevole ancora, che prima si formi la potenza de l'ani- 
mo, la quale è atta a conoscere ed a giudicare; dapoi l'altra, 
eh' è giudicata e scorta del suo lume: altrimenti, sarebbe so- 
migliante a colui che camina ne le tenebre. Dicono ancora, 
che la fortezza è quasi guerriero, la prudenza somigliante al 
capitano : ma non è ragionevole, che prima sia ammaestrato 
il soldato, poi quel che dee comandargli. Si dice appresso, 
che '1 giovane non è atto ad ascoltar la filosofia de' costumi, 
sì come colui eh' è più atto a divenir geometra, die pruden- 
te : e perchè una parte de la prudenza civile s' affatica nel 
far le leggi, non è alcun dubbio, eh' al giovane nm sia più 
agevole il divenir fisico, che legislatore. Aggiungono a tutte 
queste ragioni Alessandro, Simplicio ed Averroe, che da 
le contemplazioni de le cose naturali e celesti nascono le 
virtù morali. 

S. P. Peraventura è vero quel che voi dite; ma con qual- 
che distinzione: perchè se voi int^dete d' una esquisita dot- 
trina, prima si dee cercare la scienza contemplativa, poi la 
civile. Ma con ragioni non esquisite ed esatte prima dobbiamo 
esser ammaestrati ne le morali; anzi, fin da le cune e da le 
fasce sogliam' ascoltare, e quasi bere co '1 latte ée le nutrici^ 



VERO DE LE VIRTÙ. 483 

alcune di quelle cose che appartengono a la gentilezza ed a 
l'onestà de' costumi. Quinci furono instìtuite da gli antichi le- 
gislatori le canzoni in lode de la virtù e de gli eroi ; con le 
quali ^ come piacque a Platone, le nutrici debbono lusm- 
gare V animo ancora tenero de' fanciulli. Da questa cagione 
ebbero parimente origine i poemi di Teognide e di Focillide, 
e quelli che sono attribuiti a Pittagora ed a Catone. Non è 
vero, dunque, che il giovane non sia buono ascoltatore de la 
moral filosofia; non è vero, dico, assolutamente, ma con quella 
condizione ch'egli aggiunge; perchè nel giovane ascoltatore 
i filosofi sogliono ricercar quelle qualità che sono parimente 
desiderate da' poeti: 

Sotto biondi capei canuta mente; 

Fratto senile in su *1 giovimi fiore: ' 

de le quali sono maravigliosamente adomati il signor Muzio 
e gli altri signori suoi fratelli. Potrà, dunque, senza dubbio il 
giovane mansueto e temperato, che sa tenere i suoi desidèri 
sotto il freno di modesta fortuna, ascoltare i precetti de la 
moral filosofia. E non dico che a lui si convenga di far le leg- 
gi, ma di riceverle volontariamente dal maestro, eh' è quasi 
legislatore de la sua vita. E che sono altro che leggi volonta- 
rie, ed infisse ne V animo, le ragioni e gì' insegnamenti de la 
filosofia? Ma perchè voi avete collocata la prudenza ne la 
parte intellettuale, quasi divisa e separata da V affettuosa , 
il vi concedo di leggieri; si veramente, che voi distinguiate 
l'intelletto nel pratico e ne lo speculativo; perchè la pru- 
denza è virtù di queir intelletto che riguarda l' azione; però 
ha compagnia e congiunzione inseparabile con le virtù morali, 
che sono forme del concupiscibile e de V irascibile appetito. 
Jtf. P. S'in questa guisa si dee prima apprender la filo- 
sofia de' costumi, che la contemplativa, tutti da le cose me- 
desime sogliono venire quasi ammaestrati a le scuole de'filo- 
sofanti. Ma io chiedo, se la dottrina d'Aristotile ne la filosofia 
morale sia esquisita, e s' ella si dee prima apprender de la 
filosofia morale, o da poi. 

* Petrarca. 



484 IL PORZIO, 

S. P. Arìstotìle medesimo risponde a questo dubbio nel 
decimo de l'Etica, dov'egli dice di far la divisione de le 
potenze de V ànima; ma in modo più rozzo e materiale, che 
non è fatta poi da lui medesimo ne' libri de l'Anima, do- 
v'egli c'insegna esquisitamente questa scienza. Divide adunque 
r anima, ne' Libri de' costumi, in due parti; l' una ragionevole, 
e l'altra priva di ragione; e l'irragionevole in due altre: l'una 
de le quali non è in modo alcuno capace dì ragione; l'altra par- 
tecipa del suo lume e de la sua cognizione: ma lascia da parte 
quella cosi sottile e cosi diligente divisione de le potenze de l'ani- 
ma, de le quali tratta poi ne* suoi libri particolari. Non è dunque 
esattamente ammaestrato ne la scienza de l' anima chi sola- 
mente ha letta la sua filosofia de' Costumi; né sa quel che sia 
l'intelletto in potenza, in abito ed in atto, o materiale o agente; 
né qual parte di noi sia accóncia a patire, qual nata per fare, 
qual nata insieme co '1 nostro corpo, qual peregrina e venuta 
dal cielo, qual mortale e corruttibile, qual eterna e divina; 
s'ella sia una in tutti, o pur diversa in ciascuno; né se'l 
nostro intelletto abbia propria operazione, o solamente con- 
giunta co'l corpo, e s'egli possa separarsene; e come, ed m 
quante guise si faccia questa separazione de l' anima. 

D. C, Altissima é veramente questa scienza, e più tosto 
divina che naturale, o posta nel confine de l'una e de V al- 
tra, quasi partecipe de la divinità e de la natura; ed in lei, 
senza dubbio, dobbiamo esser ammaestrati, dopo la cognizione 
de la naturai filosofia. 

S. P. Quei filosofi, adunque, i quali ci diedero queir am- 
maestramento, Nosce te ipsum, invitandoci a la cognizione 
di noi stessi, ci persuasero non solamente a la morale, ma 
a la naturale e divina filosofia. Anzi, mi sovviene d' aver 
letto presso Stobeo, che Porfirio voleva che da la cognizione 
di noi medesimi e' inalzassimo a la cognizione del mondo. 
Meglio nondimeno disse alcun altro filosofo, scrivendo a l'im- 
peratore, che da la cognizione di noi debbiamo salire a quella 
di Dio, però che 1' anime nostre sono quasi raggi di quel 
Sole intelligibile, il quale ci illustra con la sua luce. 

M, P. Ben veggio come per questa scala sempre sì va 
ascendendo. Ma se i primi gradì sono quelli de la filosofia 



VERO DE LE VIRTÙ. 485 

de' costumi^ cominciamo^ vi prego, da la sua virtù, e fate 
ch'io sappia quel ch'ella sia, e quale; perchè mi giova di 
farvi di nuovo l'istessa dimanda, ma con ristesse parole. 

S. P. Qual sia, e s'ella si può imparare, è peraventura 
il medesimo : ma prima si dee cercare quel che sia. 

D. C. Ricercando quel che sia, per mìo avviso, si ricerca 
s'ella si possa imparare; perchè molti hanno voluto, ch'ella 
fosse prudenza o scienza; fra' quali fu Platone nel Protagora: 
ma le scienze s' insegnano senza fallo. Laonde peraventura 
da questo capo si può cominciare l' investigazione. 

S. P. Platone nel Memnone fu di contraria opinione, ch'ella 
apprender non si potesse; e che ciò si dovesse considerare 
da poi che si fosse addotta la sua difflnizione. A la quale 
opinione io m' appiglierei più volentieri, come a quella eh' è 
men diversa da la sentenza data da Aristotile e da gli altri 
peripatetici, i quali posero senza dubbio la virtù civile, di 
cui ora si ricerca, ne la parte affettuosa. L' altra opinione , 
eh' ella sia ne la parte ragionevole, fu non solo de' platonici, 
ma di Zenone e di Crisippo, e di tutti gli stoici; a' quali parve 
che Tesser forte o liberale o temperato fosse operazione più 
tosto de la ragione che de la consuetudine. 

jD. C, Nobilissimo è veramente il nascimento de la virtù, 
s'ella nasce da la ragione; ma nascendo da l'uso e da l'es- 
sere avvezzo più a l' una che a l' altra cosa, ella non si può 
gloriare di cosi nobil' origine. 

S. P. A' filosofi si conviene il dire non quel che sia più 
bello più dilettevole d' ascoltare, ma quel che sia più vero; 
ed estimo assai più vere, ' anzi irrepugnabili, quelle ragioni 
le quali dimostrano, che la virtù civile non sia scienza. 

M, P. E quali son queste ? 

S. P. Molte; ma acconcie a persuadere son quelle che si 
leggono nel Memnone, ed in alcun altro dialogo de' platonici , 
nel quale sono introdotte a ragionare persone innominate. Il 
primo de gli argomenti è questo : Che se la virtù si potesse 
apprendere, i figliuoli l'avrebbono appresa da' padri, come 
gli altri artificii. Ma Temistocle, quantunque insegnasse a 

* La sUmpa del Poppa , assai vere. 

41' 



486 IL PORZIO, 

Gleofante suo figliuolo il cavalcare ed il lanciare a cavallo, ed 
il fare con questo artificio cose maravigliose, non potè non- 
dimeno ammaestrarlo in quella eccellentissima virtù, per la 
quale egli a tutti i cittadini del suo tempo fu superiore. Ari- 
stide parimente, cognominato il Giusto, non potè insegnare 
al suo figliuolo Lisimaco la giustizia in guisa, eh' egli fosse 
più giusto de gli altri; benché paia che la giustizia con le 
leggi possa insegnarsi più agevolmente de V altre virtù. Pe- 
ricle ancora, il quale allevò Pardalo e Santippe suoi figliuoli 
in maniera che non furono secondi ad alcun altro ne V arti- 
ficio del cavalcare e del saettare, e ne la musica e ne la geo- 
metria, avrebbe loro insegnalo la virtù civile, s'ella si po- 
tesse apprendere come gli altri artificìi: né i figliuoli di Tu- 
cidide la poterono apparare dal padre, tuttoché sotto la di- 
sciplina d' Eudoro divenissero eccellentissimi ne 1' artificio 
del lottare. Vedete, adunque, che la virtù non s' insegna come 
r altre arti o come 1' altre scienze : non è dunque né arte 
né scienza , propriamente ragionando. 

M. P. Contro le ragioni addotte da voi , o centra gli esempi 
più tosto, si potrebbono addurre gli esempi nostri: ma io ne 
sceglierò uno fra molti altri, e lo sceglierò tale , che non si 
pòssa rifiutare. Il marchese di Pescara, che oggi è celebrato 
con tutte le lodi di buon ca vallerò, di buon principe e di buon 
capitano , apprese con Y imitazione del marchese del Vasto 
suo padre , non solo 1' arte di comandare a gli eserciti ed 
a le Provincie, ma la prudenza, la fortezza, la liberalità e 
la cortesia, e l'altre virtù de l'animo^ per le quali è for- 
midabile a' nemici, e da' suoi amato ed onorato sopra cia- 
scun altro. Ne l' istesso modo , s' io non sono errato , 1' ap- 
prese il marchese del Vasto da quel di Pescara, e quel da 
un altro marchese ; e tutti per imitazione del primo, che fu 
gran contestabile, e portò di Spagna in questa nobilissima 
città il seme d' ogni rara e peregrina virtù. 

S. P. Non si può negare che non sia come voi divisate : 
nondimeno potrebbe avvenire eh' i figliuoli fossero eredi de le 
virtù del padre, per natura più tosto; ma le virtù morali non 
s'acquistano per natura, come la grandezza e la gagliardia e 
la bellezza del corpo, di cui fu detto : 



VERO DE LE VIRTÙ. 487 

L* infinita bellezza, eli* altrui abbaglia, 
Non vi s' impara ; che quei dolci lumi 
S* acquislaa per natura, e non per arte. * 

Perchè s' elle fossero naturali , sarebbono di lei molti e certi 
segni, come sono ne le razi^e de' cani e de* cavalli: ma questi 
segni sono assai fallaci ne gli uomini ; e fallacissimo oltra 
tutti gli altri è 

Questo nostro caduco e fragil bene , 

Gh' è vento ed ombra, ed ha nome beltade.' « 

n che si potrebbe dimostrare con infiniti esempi : ma basti 
quel de Timperator Domiziano, il quale essendo somigliante 
a Tito suo fratello ne la bellezza del corpo, non gU somigliò 
nel valor de V animo. Però di lor si legge : 

11 buono e 'l bello, non già il bello e *l rio. 

Oltre a ciò, se i costumi ne gli uomini fossero per natura, sa- 
rebbono immutabili, come è ne la terra V appetito di cadere 
al centro, e nel fuoco quello di salire al cielo. Non s'appren- 
dono, dunque, le virtù de' costumi per disciplina , né sono per 
natura; ma o s'acquistano per consuetudine, o sono concedute 
per divina sorte, quasi dono di Dio : il che potrebbe esser 
avvenuto ne la progenie di questi signori, de' quali abbiamo 
ragionato, ed in alcune altre, e ne la vostra particolarmente. 
Ma io parlerò de' tempi antichi più volentieri, perchè gli 
esempi de le cose moderne sono sospetti o d' invidia o d'adu- 
lazione; e r una e l' altra suspizione conviene che sia remo- 
tissima dal ragionamento del filosofo. Dico adunque, che So- 
crate non prese dal padre l' arte del far le statue, quasi 
paterna eredità, perchè egli sarebbe divenuto scultore e non 
filosofo: ma, come si credeva, ebbe la sua virtù per divina 
sorte. Ne V istesso modo, Esiodo di pastore divenne poeta, 
quasi in un subito : e Minos legislatore , non fra le scuole 
de' iuriflconsulti, ma in una spelonca di Greti; Numa e Me- 
lasagora, inspirati da le Ninfe, divennero sapienti: Epimenide 
liberò la città de gli Ateniesi, percossa da la peste e da la 

* Petrarca.' 

* Petrarca. 



488 IL PORZIO, 

sedizione, co' sacriAcii , non con altro ammaestramento clie 
d' un lunghissimo sogno: Aristea, non essendo in opinione di 
savio di dotto fra i Proconesil, si come colui che non awva 
avuti maestri, persuase loro, perchè deponessero rmcreduUtà, 
che l'animo suo, abbandonando il corpo, era stato in un su- 
bito portato a volo per Y aria, ed aveva ricercato tutta la 
Grecia e le provincie de* Barbari, l'isole oltre a ciò, i fiumi, i 
monti e le selve; né prima si rimase de la sua lunga pere- 
grinazione, ch'egli aggiunse a gli Iperborei. Fra tanto in ogni 
parte diligentemente riguardò le leggi ed i civili costumi, e le 
nature di tutte le regioni, le mutazioni de V aria, V inonda- 
zioni de' fiumi e i diluvii del mare : riguardò ancora nel cielo, 
al quale per l' altezza del volo s' era molto avvicinato; laonde 
poteva rimirarlo senza impedimento, e più chiaramente che 
non si fa da terra. In tal guisa Aristea , ragionando cose de- 
gne di maraviglia, fu creduto più di Zenagora o di Zenofane 
d' altro, che narrasse la sostanza de le cose; e benché non 
fosse intesa la ragione de' circuiti, o de' giri de V animo, per 
così dire, persuase nondimeno esser conveniente che l'animo 
peregrinasse. 

M. P. Se con la peregrinazione de V animo si possono 
acquistar le virtù, o non fu necessaria, o non fu più lau- 
devole quella d'Ulisse e di Enea, fra i Ciclopi e i Lestrigoni, 
e fra' Lotofagi, e ne l'Inferno e ne' campi Ehsi; o pur quella 
di Pittagora e di Platone a' sacerdoti egizii, e d'Apollonio 
Tianeo a'gimnosoflsti. 

S. P. Quelle furono quasi imagini de la peregrinazione 
de la mente, con la quale sogliamo peregrinare non solo ne 
le concavità de la terra e ne la profondità del mare; ma so- 
vra il sole e sovra le stelle, rimirando le cose invisibili e i 
regni intellettuali ascosi a la vista de' mortali, e di luce di- 
vina risplendenti. Ma noi abbiamo dì ciò parlato a guisa di 
{)oeta, favolosamente, o misticamente più tosto: al filosofo 
morale peraventura sì conviene il trattarne in altra guisa. 
Direi, adunque, che de le virtù alcune sono abiti de l' intellet- 
to, come la scienza e l'arte, le quali si possono imparare p^ 
insegnamento del maestro ; altre sono virtù de' costumi ed 
abiti de V anima affettuosa e perturbata da le passioni , e 



VERO DE LE VIRTÙ. 489 

s'acquistano più tosto per lunga e non interrotta usanza di bene 
operare; e queste, per mio avviso, non si possono dimandare 
arti scienze propriamente. 

D, C. Molti hanno avuta contraria opinione; e Massimo 
Tirio, fra gli altri, del quale nel vostro ragionamento ho ri- 
conosciuto alcune cose, dice quasi dubitando: Ecquis philo- 
sophu^h audiat dicentem, virtutem ab arte differre? e dopo 
molte distinzioni fatte da lui in questa materia, concede che la 
virtù sia scienza, ma non, e cantra, la scienza virtù; altri- 
menti non avrebbe origine la virtù, né da la scienza sarebbe 
prodotta. 

S. P. È, senza dubbio, la scienza o l'intelletto quasi 
padre de la moral virtù, ed illustrando co' suoi raggi la 
parte affettuosa, è cagione de la virtù de' costumi; non al- 
trimenti che '1 sole, con l'illuminar la terra, suole esser causa 
de la generazione de le cose naturali : e possiamo affermare, 
che la virtù originariamente sia ne l' intelletto come in sua 
cagione. È forma nondimeno de l' anima, che si muove per ira 
e per cupidigia; e questa sola propriamente è detta virtù: 
tuttavolta coloro che men propriamente hanno voluto favel- 
lare, non solamente hanno chiamato la virtù o prudenza o 
scienza, ma la scienza virtù. Fra gli altri, di grandissima auto- 
rità è Strabene, in cui mi sovviene aver letto, che la geografla 
ha bisogno de l'astrologia, e l'astrologia de la fisica, a la quale 
non è necessario l'aiuto d' alcun' altra, perch' ella è virtù: e 
peraventura non saprei oppormi, né dichiarar intieramente 
quel eh' egli volesse intendere, se pur non chiama virtù le 
dignità, quelle scienze provate con le dignità, le quali non 
possono ricever altra prova. Ma la filosofia naturale non 
è sì fatta, sì come quella che ricorre a la divina e sopra- 
naturale filosofia, per provarne i suoi principia Sola, dunque, 
la metafisica per questa ragione dovrebbe esser detta virtù : 
ma se tutte le scienze sono perfezioni de l' intelletto specu- 
lativo, e le perfezioni son virtù , le scienze tutte sono senza 
dubbio virtù. Ma noi parliamo de la virtù de' costumi, a la 
quale proprissimamente conviene questo nome, e dobbiamo 
difiOnir quel eh' ella sia; poiché, oltre al proponimento, e forse 
oltre a V ordine, abbiam ricercato s' ella si possa imparare. 



490 IL PORZIO, 

M. P. In tutti i modi estimo, che si possa apprendere, 
e che voi possiate insegnarla : perchè se la virtù s' insegna 
da' buoni, voi siete ottimo ; se da' dotti e da' savi, voi siete 
dottissimo e sapientissimo. 

S, P. Troppo son lodato da la vostra cortesia, e riconosco 
che la cagione di lode così smoderata, più tosto è ne la vostra 
affezione, che nel mio merito. Or facciam prova di 'termi- 
nar la virtù, perchè termini sono le diffinizioni, oltre a'quali 
non è lecito di trapassare né co '1 più né co *1 meno ; benché 
a la virtù si convenga non solo l* esser terminata da la diffi- 
nizione, ma il terminar gli affetti, ed il misurargli. Laonde 
non errerebbe chi difflnisse le virtù morali, termini o misure 
de le azioni e de le passioni umane, le quali per lor natura 
sono quasi infinite e smisurate. Ma forse debbiamo comin- 
ciare questa investigazione da più alto principio , non trala- 
sciando le più antiche opinioni de gli altri che V hanno diffi- 
nita. Dico adunque, che nel Memnone di Platone, la virtù 
de l'uomo civile è dìffinita, sufficienza ne l'amminìstrazion 
de le cose, con la quale, nel trattarle, si giovi a gli amici e 
si noccia a' nemici. E fu questa dilfinizione de V antico sofista 
Gorgia, biasimata da Socrate con la solita ironia; perchè in 
luogo d' una virtù , n' introduce molte ; quasi altra sia la 
virtù de Y uomo , altra quella de la donna, altra quella del 
fanciullo, altra quella del vecchio. Aristotile nondimeno, nel 
primo de' libri Politici, lodò più l' opinione di Gorgia die 
quella di Socrate : e peraventura non si può rifiutare il ge- 
nere de la virtù, eh' è la sufficienza ne le cose civili; per- 
chè è opinione di molti, che la virtù basti a se medesima : 
opinione, nondimeno, che ripugna a la dottrina de' peripate- 
tici, e forse a la verità, avvegnaché la virtù ne l'operazioni 
abbia bisogno de le cose esteme; e 1* esser basìevole a se 
stesso, la sufficienza, che vogliam dirla, ne le cose civili, 
è più tosto, ricercata ne la felicità che ne la virtù. Diffinì 
adunque la felicità, volendo diffinir la virtù, e le prese (come 
si dice) in cambio; come prima e poi fecero molti altri, i 
quali più severamente filosofarono : tanta è la somiglianza 
fra r una e V altra. Un' altra diffinizione fu recata in mezzo 
da Gorgia, il quale presupponendo che la virtù fosse una di 



VERO DE LE VIRTÙ. 491 

tutti^ disse che virtù era il poter comandare a gli uomini e 
soprastar loro. Ma in questa diffinizione la virtù è V istesso 
che la potenza, la quale può esser giusta ed ingiusta; come 
fu quella di Gige e di Spartaco e d' altri servii che occupa- 
rono la signoria e comandarono a' liberi : ma la virtù non 
può essere ingiusta in modo alcuno ; anzi, non è più virtù la 
copia de* beni con la giustizia, che Y inopia : ma 1* una e l'al- 
tra insieme è lodata con la virtù. questa diffinizione, adun- 
que, non è buona, o non è de la virtù universale, sì come 
quella che non contiene la virtù de' fanciulli e de' servi; e ciò 
parve a Socrate: ma Aristotile giudicò altrimenti, che i servi 
non avesser virtù, o non altra di quella che si mostrane l'ubi- 
dire. La terza diffinizione de la virtù è , eh' ella sìa un go- 
dimento, v«ro un desiderio de le cose oneste, insieme con 
la potenza di poterle conseguire. Ma questa diffinizione è pa- 
rimente rifiutata da Socrate, perchè le cose oneste sono le 
cose buone; ma il desiderar le cose buone è appetito uni- 
versale di ciascuno, non essendo possibile che alcuno desi- 
deri il male conosciuto, o voglia esser infelice. Oltre a ciò, la 
podestà di conseguir le cose buone, o quelle che paiono, può 
esser adoperata senza giustizia, o con giustizia: senza giu- 
stizia adoperandosi, non può esser virtù ; ma adoperata con 
giustizia, è adoperata con parte de la virtù : ma tutta la virtù 
non dee adoperarsi con una sola parte; dunque, la diffinizione 
è rifiutata per l'istessa cagione; perchè divide la virtù in 
molte parti, de la quale tutta si cerca una sola diffinizione. 
Ma se la giustizia è tutta la virtù, com' estimò Aristotile, 
la diffinizione per questa ragione non dovrebbe esser ripresa. 
Socrate s' appigliò più tosto a quella opinione , che la virtù 
fosse jprudenza j scienza; ne la quale non perseverò con 
molta costanza, perciochè le scienze , per suo avviso , sono 
quelle, de le quali si trovano i maestri e gli scolari : ma de la 
virtù, come a lui parve, non v'è discepolo conveniente, né 
si ritrovò chi potesse insegnarla : laon(^ al fine conchiuse, 
che gli uomini civili non giovassero a la republica virtuo- 
sameiìte operando, per alcuna certa e ferma scienza; ma 
più tosto per buona opinione o per inspirazione divina, ne la 
quale i principi e i magistrati ne le republiche sono somi- 



i92 IL PORZIO, 

glianti a' poeti ed a gli altri da divino spirito illuminati. Que- 
sta in quel luogo fu l'opinione di Socrate. 

D. C. Io stimo che questa, come V altre opinioni de gli 
uomini civili, si possa assomigliare a le statue di Dedalo, 
le quali si movevano e fuggivano via, e solamente legate po- 
tevano fermarsi: laonde, perch'ella non fuggisse da l'animo, 
aveva bisogno di qualche ragione derivata da le cause, la 
quale ivi la legasse e tenesse stretta, a guisa di canape 
di ritorta, che non può esser disciolta di leggieri. 

S. P. Le ragioni, per opinione di Socrate, legano ne 
l'animo l'opinioni in guisa che non possono fuggire; ma l'opi- 
nioni divengono scienze: e se ciò è vero, F intelletto di co- 
lui che sa è legato da le ragioni. Ma io avrei creduto più 
tosto, che là nostra mente, quando ella è più adoma de 
r abito de le scienze, sia più libera nel giudicare; e più vera 
estimo la sentenza d'Aristotile, nel settimo de la Filosofia 
de' costumi, che la mente sia legata da gli argomenti de' so- 
fisti. 

D. C, È come voi dite, senza fallo; tuttavolta la necessità 
che portano seco le dimostrazioni di ciascuna scienza , sono 
cosi forti, che potrebbono esser assomigliate a' nodi, ed a le 
catene del diamante. E gli antichi poeti, per quel Proteo che 
si trasformava in tante sembianze, altro peraventura non 
volsero significare, che '1 sofista trasmutabile in tante guise, 
il quale al fine è legato da' lacci de la ragione. 

S. P. Dunque, la menzogna è legata da la verità, o '1 
menzognero; ma la verità dee rimanere disciolta, e con le sue 
dimostrazioni adamantine legar più tosto gli altri, che se me- 
desima. 

D. C, Queste sono questioni di metafore appartenenti 
più tosto al grammatico che al filosofo, il quale dee rade volte 
usarle, e radissime volte quistioname: pur io dirò, che l'opi- 
nioni sono legate come le cose ; ma essendo l' ordine e la ca- 
tena de le cose quasi indissolubile, quella de l'opinioni pa- 
rimente dovrebbe esser congiunta insieme, in quella guisa che 
sono gli anelli del monile. Goncedamisi, dunque, che non si 
possano discioglier i nodi de le vere opinioni, se non si di- 
sciolgono quelli de le cagioni, co' quali la natura e la neoes- 



VERO DE LE VIRTÙ. 493 

sita ha legato il mondo. Mi maraviglio nondimeno come la 
providenza de le cose superiori^ che da gli antichi fu figu- 
rata con r imagine di Prometeo^ sia legata da la forza e 
da la violenza a' durissimi sassi del monte Caucaso: ma mi 
sovvengo ancora quei versi di Eschilo^ de' quali fanciullo io 
soleva oltremodo maravigliarmi: 

Zxudviv 8{ otp.o^y adarov et; iprifiiccv, 

A4 901 Ttctnnp Ì9Ìiro, tovJs Ttpòq TtirpKtq 
'T4>v)>oxpr|uvot$rdv \t<apyèTt èxfJ^óiVKt 

9vv]rot9t riXi^Ki coTraffCV, rotoii Si roi 
'kixupriKi 9 fi. igl òtóli Jouvai ^txvjv 
*Q$ av Stdeix^^ Trv Stói TU/sawcJa 

Iripytiv , fiXav&p«7r« ^« TrauM^at rpóir» : 

che suonano in nostra Imgua : 

Già Siam giunti , o Vulcan , ne' vasti campi , 
E ne le solitudini deserte, 
Per doye a Scizìa yassi ; a te s* aspetta 
I decreti adempir del Genitore, 
E questo audace a Palte eccelse rupi 
Con lacci indii^solubil di diamante 
Legar fra i duri sassi. Ei lo splendore 
Del fuoco onnipotente, onde tu altero 
N' andavi già, furetti, ed ammortali 
' Dono ne feo : dritto è, che d' un tal fallo 
Paghi a gli Dei la meritata pena; 
Ond* egli a venerar r alto potere 
Di Giove, e Puomo a meno amare, apprenda. 

Ed alcuni de' seguenti^ ne' quali attribuisce a Prometeo V in* 
v^Dzione dì tutte l' arti^ come quelli: 

Kat /uikÌv ec/9t3ryuiòv e|ox^^ oofusfioirtav 
*E^tZpff» 0^TOt«, ypcLiifiair»^ re ffuvdc<rct<: 

che così posson tradursi : 

Di macchine un gran numero ^ e d* ordigni 
A lor prò ritrovai, come puranco 
De le lettere i vari accoppiamenti. 

Tasso. Dialoghi. -, 9. 4^ 



496 IL PORZIO, 

le superiori : laonde colui che fugge il vizio , fuggie tutte le 
cose sensibili, e si ricovera ne' regni intellettuali, dove da le 
passioni non può esser perturbato. 

M. P. A me par»^ cbe la virtù non abbia molto obligo 
a questi filosofi, che non le hanno data troppo bella o troppo 
splendida apparenza; perchè io credeva, che la virtù dovesse 
esser contenta di se medesima, ed in guisa possente, che da 
ninna cosa potesse esser superata : ora da voi intendo, ch'ella 
non è suflftcienza, non potenza, non sapienza, ma fuga. Go'l 
qual nome a me pare più tosto somigliante al vizio : né so 
imaginarmi come ne la fuga l' uomo possa a Dio assomi- 
gliarsi, né qual similitudine sia. questa. Io più tosto avrei 
lodata quella virtù , la qual resiste e combatte co' nemici 
e gli doma , e lor pone il giogo ed il freno d' un fermo e 
costante imperio; né mi può cader m alcun modo ne l'ani- 
mo, che la virtù sia degna di lode e d'onore, s'io non la 
veggio, a guisa d'Ercole, combattere con l'idra de le nostre 
cupidità, e co'l leone de l' animosità, e, vestita de le sue spo- 
glie e del suo vello, allegrarsi de la sua vittoria. 

S. P. La virtù combatte senza fallo, o più tosto é virtù 
da poi eh' ella ha combattute e soggiogate le passioni, e preso 
lo scettro e la signoria de 1' animo, ed a guisa dì regina 
collocatasi nel seggio altissimo de l'intelletto: allora comanda 
senza contesa, ed a cheto e senza alcuna ribellione è ubi- 
dita. Prima, nel contrasto e ne la battaglia de gli affetti, é 
disposizione più tosto, la qual si conferma, e conferman- 
dosi diviene virtù: fugge nondimeno la virtù il vizio, ma la 
sua fuga non può assomigliarsi a quella del leone o a quella 
de' Parti, che fuggivano vincendo, o ad altra qua giù; per- 
ché non rifugge fra le cose inferiori, ma fra le superiori; 
non fra le caduche, ma fra l'immortali; non fra le terrene, 
ma fra le celesti : e ne la fuga s' assomiglia a Dio ; ma, come 
dice Plotino, con altra similitudine che non é questa, che noi 
riconosciamo qua giù fra le cose somiglianti di specie. Ma il 
trattar de la virtù in questa guisa non conviene al nostro 
proponimento , né peraventura al vostro desiderio. Taccio, 
adunque, ciò che da Plotino é detto de le virtù purgative, o 
di quelle d' animo già purgato , o de 1' esemplari; perché 



VERO DE LE VIRTÙ. 497 

noi dobbiamo trattar de le virtù civili solamente in quel 
modo, eh' elle possono giovare ne le azioni a le republi- 
che ed a' regni ed a gì' imperi : ed in questa guisa di lor ragio- 
nando, elle non solamente son diffinite, ma, come dice Plo- 
tino, diffiniscono, e sogliono collocar l'animo oltre a le pas- 
sioni infinite e smoderate : perochè smisurate sono le pas- 
sioni, smoderata è la materia, e la virtù è- quasi modera- 
zione, e quasi misura di ciascuna. Misure, adunque, assai con- 
venevolmente furono diifinite da Aristotile, da Plotino, da 
Plutarco, e da Alessandro. Ma se questa diffinizione ancora 
non ci contenta, cominciamo, come ho detto, da più alto 
principio, cioè da la divisione de l'anima; e determiniamo 
quel che, per opinione d' Aristotile (la quale io a tutte l'altre 
soglio preporre), sia la virtù; e s'ella sia una, o molte, o come 
ciascuna da l' altra differente. 

D. C. Tutte le opinioni de gli antichi s' ascoltano con at- 
tenzione e con silenzio da voi, che sapete meglio d' ogn' altro 
dichiararle; ma quelle d' Aristotile particolarmente. 

M. P. Piaccia a Dio eh' io ne sia cosi buono ascoltatore, 
come sono desideroso d' udire. 

S. P. Non vi sia grave d' ascoltar quel che potete aver 
udito altre volfe; perchè a l'uomo civile, o di stalo, ed al 
cavaliere, se così vi piace che ragioniamo, si conviene il sa- 
pere alcuna cosa de l' anima; non altrimenti che si convenga 
a colui che dee medicare gli occhi, o tutto il corpo, averne 
qualche cognizione : e tanto maggiore si conviene a l' uomo 
di stato che al medico, quanto la prudenza del cavaliere è 
più orrevole e più eccellente de la medicina. A lui dunque si 
conviene la contemplazione de 1' anima quanto basti ; perchè 
il considerarne più oltre, e l' averne più esatta scienza, è opera 
maggiore e più malagevole : laonde se ne può ragionare in 
quel modo che s'usa fuor de le scuole, ne* nostri ragiona- 
menti quasi esteriori, a' quali c'invita l'amenità di questo 
j. luogo, e la nobiltà de 1' auditore, che ne la solitudine è in vece 
di molti. Dico, adunque, che de le parti de 1* anima, alcuna è 
%, priva di ragione, alcun' altra è ragionevole ; e non rileva al 
'^r nostro proposito s' elle sian come le parti del corpo, e come 
'^r: ogn' altra cosa che si possa dividere, o pure s' elle sian due 



498 IL PORZIO^ 

per ragione, e nel modo di considerarle ; ma in efietto non 
possono esser separate; in quella guisa che nel cerchio il con- 
cavo non può separarsi dal convesso. Ma de la parte irragio- 
nevole, alcuna vir^ù è comune a gli animali irragionevoli, 
com' è la vegetativa, la quale è in tutte le cose chesinodri- 
scono; e ne' parti, e ne gli animali perfetti, più che in al- 
cun altro: e suol ne' sogni particolarmente dimostrar la sua 
virtù. Ma questa potenza^ non essendo capace d'alcuna mo- 
ral virtù, si dee lasciare a dietro. Ma ne V istessa anima ir- 
ragionevole è un' altra natura, la quale partecipa di ragione, 
perochè suole ubidirle; si come avviene nel temperato, nel 
quale il desiderio de' piaceri presta ubidìenza a la ragione; o 
pur nel forte, in cui T animosità si lascia da la ragione sog- 
giogare, ed obedisce a la prudenza, non altrimenti ch'il 
figliuolo soglia al padre. Ma questa parte ancora è doppia ; e 
runa è detta concupiscibile, l'altra irascibile : ed ora non 
considero sa queste potenze sian distinte di luogo, si come 
parve a Platone; il quale pose la ragione nel capo, l'ira nel 
cuore, e la cupidigia nel fegato; e dapoi a Galeno, come si 
legge in quel libro eh* egli scrisse De placitis Hippocratis 
et Platonis: o non distinte, come giudicò Aristotile; il quale 
assegnò a l'anima il cuore, quasi reggia, in cui potesse avere 
albergo con tutte le sue potenze e con tutte le virtù. E taccio 
ancora quel che si questiona fra i peripatetici e i medici, se '1 
principato de l' anima sia nel cuore o nel cervello. Basti il 
sapere, che l'uomo è di natura doppia, e composto di parti- 
bile e d' impartibile essenza, o de l'uno o de l'altro, come 
dissero i platonici e Plutarco, che fra' peripatetici oUremodo 
a' platonici è somigliante : perchè V anima nostra, per opi- 
nione loro, è una particella quasi divisa e tagliata da l'anima 
de r universo, la quale nel medesimo modo, e co* numeri e 
con le ragioni medesime è congiunta e composta. E la natura 
impartibile è quella, che con un movimento solo si volge da 
l'oriente a l'occidente; la partibile è quella, la quale si distende, 
si divide intorno a' corpi, e si volge con moto contrario: e ne 
la medesima guisa la nostra mente, ne la sua operazione del 
contemplare, si volge in se medesima con moto quasi circo- 
lare. Ma r appetito ha moto quasi opposto, e per sua natura 



VERO DE LE VIRTÙ. 499 

vario, e iHeno d' errori e disordinato: del che senza fallo s'av- 
vide Pìttagora, il quale con lo studio de la musica cercò di 
placare e d' acquetar la parte perturbata de l'animo, e quasi 
rubella e sediziosa, a flne ch'ella non negasse di prestare ob- 
bedienza a la ragione. Essendo in questo modo divisa e di- 
sposta r anima nostra, in lei tre cose si ritrovano^ una de le 
quali conviene che sia là virtù ; io dico gli affetti, le potenze 
e gli abiti. Chiama affetti Aristotile la cupidità, V ira, la pau- 
ra, la confidenza, l'invidia, V allegrezza, il desiderio, l'emu- 
lazione e la misericordia; e tutti quei movimenti de l'animo, 
i quali soglion essere seguiti dal piacere o dal dolore. Po- 
tenze son quelle, per le quali siamo idonei a ricever così fatte 
perturbazioni; abiti quelli, per cui siamo bene o male abi- 
tuati ne gli affetti. Né vi mancò chi riponesse le virtù e i 
vizi ne gli affetti : perchè da Cicerone, nel quinto de le Tu- 
sculane, la virtù è diffinita, affezione costante e convenevole 
de r animo, la quale fa degni di lode coloro in cui si ritro- 
va: ed ella per se stessa è laude vole, separata da ogni utilità: 
ma per opinione di Aristotile, per gli affetti non sogliamo me- 
ritar laude biasimo alcuno, né siam detti virtuosi o viziosi. 
Oltre a ciò, ripugna a l'affezione l'esser costante; perchè es- 
sendo l'affezione un movimento disordinato de T animo, non 
può aver alcuna costanza , la quale non è senza elezione : ma 
sogliamo nondimeno adirarci e temer senza elezione. Le 
virtù tutte sono elezioni, o non senza elezione : ma non direi 
che le virtù sian potenze, perchè non siam detti buoni o cat- 
tivi, né lodati vituperati per poterci adirare, o temere sem- 
plicemente. Oltre a ciò, siamo possenti per natura, ma non 
buoni. malvagi^ come dianzi fu detto. Non essendo la virtù 
potenza o affetto, riman eh' ella sia abito. 

M. P, Assai bene intenderei quel eh' ella fosse, s' io sa- 
pessi esquisitamente quel che sia ciascuna de le tre cose, che 
avete detto ritrovarsi ne l' animo. 

S. P. Sono dilfinite da Plutarco, il qual vuole che la po- 
tenza sia il principio de l'affetto, e la sua materia ; e V affetto, 
un movimento de la potenza; e l'abito, la sua forma, im- 
pressa ne la parte irragionevole da la consuetudine. Però vo- 
lendo significare il Petrarca, che la sua donna, per lunga 



500 IL PORZIO, 

usanza, l'aveva fatto buono e virtuoso, e somigliante a se 
medesima, disse: 

Di lei, eh* alto yestlgio 

M'impresse al core, e l^ce'l suo simile. 

M, P. Dunque, ne la parte irragionevole solamente sono 
gli affetti, e la ragionevole è priva d* ogni passione e d'ogni 
animosità. 

S. P. Varie sono state intomo a ciò le opinioni; perchè 
altri non distinsero la parte ragionevole da T irragionevole, 
né si avvidero di questa nostra doppia natura : fra' quali fu 
Crisippo di chiarissima fama tra gli stoici filosofanti. Egli sti- 
mava che la parte principale de l'anima, l'intelletto, dico, 
fosse sottoposta a vari e continui movimenti, da' quali agi- 
tata di continuo e raggirata, prendesse diverse sembianze, e 
quasi forme di vizio e di virtù. Laonde l' affetto, come a lui 
parve, altro non è, che la ragione istessa malvagia e sfrenata 
e proterva, nata dal corrotto giudicio, dove ella abbia acqui- 
stata forza e veemenza. Altri distinsero la parte fornita di ra- 
gione da l'irragionevole; in ciò non contrari a l'opinione 
de* peripatetici: ed uno ^i costoro fu Galeno, e Scoto fra' teo- 
logi scolastici. Portarono opinione nondimeno, che la parte ra- 
gionevole fosse commossa da alcuni suoi propri movimenti, 
come r amore, il gaudio, e quelli de* quali ragionando il vo- 
stro Poeta, * gli numera fra le virtù : 

Timor d* infamia, e bel desio d* onore. 

Anzi Aristotile medesimo, nel quarto de la Topica, disse che 
la vergogna apparteneva a la parte ragionevole : e l' istesso, 
nel decimo de l' Etiea, ripone il gaudio ne la mente, come 
prima avea fatto Platone nel Filebo. Né solo a l' intelletto 
umano è attribuito l' amore, ma a l' angelico, ed al divino si- 
milmente. Nondimeno gli affetti propriamente son fbrme, o 
movimento de l' appetito sensitivo : e ciò da san Tomaso 
fu determinato: e '1 desiderio di gloria medesimo, e lo sde- 
gno, sono in quella parte de l' appetito sensitivo * eh' è detto 

* Petrarca nel Trionfo della Castità, 



VERO DE LE VIRTÙ. 501 

irascibile^ il quale aspira a gli onori^ ed a la vittoria^ come 
parve a Platone. Ma ne la mente umana non sono come in 
soggetto, benché possano esser obietto de la nostra volontà : 
percìochò la volontà vuole il bene; il che è noto a ciascuno : 
ma l'onore è grandissimo fra' beni estemi. 

M. P. Io avrei creduto, che si come le cime de gli altis- 
simi monti sono più percosse da' venti e da le procelle; così 
gli animi più nobili, e gì' intelletti più elevati, fossero mag- 
giormente agitati da V ambizione e da la cupidigia del signo- 
reggiare, e da r altre passioni, che sono quasi 

Venti contrari a la vita serena. * 

S. P. Non si può negare che gli affetti non s'inalzino 
da la parte affettuosa, a guisa di venti, con movimento di- 
storto, a conturbare il sereno de la mente; nondimeno ne 
l'intelletto non sono generati, ma ne la parte sensitiva. Ed 
alcuna volta la tranquillità de la mente è simile a quella del 
monte Olimpo; ne la sommità del quale, coinè si dice, le 
nevi e le pioggie non sogliono cadere per alcuna stagione. Ma 
ora che abbiamo determinato, che la virtù è abito, dobbiamo 
ricercare di qual potenza, o di qual parte ella sia abito, e 
quale; e se la virtù sia una o più, finite o infinite; e se finite, 
a qual fine debbono esser dirizzate ; e la propria operazione 
di ciascuna. E perchè già s' è detto, che de le parti de V anima 
alcuna è ragionevole, altra irragionevole; è che l'irragionevole 
si distingue in quella che participa di ragione, ed in quella 
che non n' è capace; ricercheremo le virtù de la parte che 
per sé è ragionevole, e de l' altra che ne participa : perchè 
de r anima che affatto n' h priva, non conviene al filosofo mo- 
rale il cercar le virtù; perciochè ella non può obbidire a l'im- 
perio de la ragione: ma de' filosofi naturali e de' medici è pro- 
prio il ragionare de la virtù nutritiva e de la generativa. Or 
cominciando da la parte per sé ragionevole, questa ancora si 
divide; perché una sua parte si volge a le cose che non pos- 
sono esser altrimenti, e però sono ùecessarie ed eteme; l'al- 
tra considera quelle che possono variamente avvenire, e per 
questa cagione sono mortali e corrottibili. 

* Petrarca. 



502 IL PORZIO^ 

M. P, Da r obietto adunque sono distinte ? 

S, P. Senza fallo; non dal subietto, percbè l'una e l'al- 
tra parte è pera ventura nel subietto V istessa; ma Y obietto è 
cagione di separarla : l'eterna considera le cose eterne^ l'altra 
le cose umane cbe non banno fermezza e costanza alcuna, ma 
ora succedono in un modo, ora in un altro; a quella si con- 
viene la considerazione de gli universali solamente, a questa 
quella de' particolari ancora. Sono ancora diverse nel nome: 
r una è detta mente contemplativa, l' altra intelletto pratico; 
e ciascuna di loro è adornata di molti abiti, co' quali affer- 
mando negando sogliono dire il vero; e sono in tutto cin- 
que, r intelletto, la scienza, la sapienza, la prudenza, e l'ar- 
te. Con r intelletto intendiamo i primi principii, cbe non pos- 
sono esser provati, ma sono noti per se stessi: ogni tutto è mag- 
giore de le sue parti; e quest'altro: se togli l'eguali da le 
cose eguali, quelle cbe rimangono sono eguali. I quali tutti 
si riducono ad un certissimo e primo principio, co '1 quale cia- 
scun altro può esser provato ; e questo è: cbe V affermazione 
la negazione sia vera in tutte le cose. Ma la scienza, cb'è 
r altro abito de 1* intelletto speculativo, intende le conclusioni 
propriamente : laonde ella è cagionatta in noi da qualche co- 
gnizione che preceda. De l' uno e de l' altra, cioè de l' intel- 
letto e de la scienza, è quasi composta la sapienza; perciochè 
ella è un abito co '1 quale intendiamo non solamente i prin- 
cipii, ma le conclusioni : laonde è quasi capo de l'altre, e si 
può diffinire un abito de l' intelletto, co '1 quale intendiamo i 
principii e le conclusioni de le cose onoratissime; o vero, una 
scienza de l'altre scienze. Ne l'altra parte de la mente, la 
quale si chiama pratica, sono due abiti, la prudenza e l'arte; 
ed ambedue si volgono a le cose che possono variamente av^ 
venire: ma la prudenza considera le azioni de gli uomini^ 
r altra più tosto le cose che si fanno ; ma ne le necessarie o 
ne le naturali non è solita d' impiegarsi. Quello nondimeno 
cbe da* Ialini è detto agere, e da noi « operare, » non significa 
appresso i filosofi peripatetici quello stesso che il e fare; > per- 
chè a fare ì> si dicono quelle cose che sono fatte con qualche arti- 
ficio ; « azioni, » o vero « operazioni, » si chiamano più tosto le 
civili : e del fare rimane sempre opera esteriore, come il teatro. 



VERO DE LE VIRTÙ. 503 

la nave o la machina militare ; ma de l'operare non suol sem- 
pre rimaner alcun' opera. Nondimeno il fare, o quel che di 
lui rimane, quantunque fossero le piramidi di Egitto, o gli 
obelischi, o alcun* altra de le sette maraviglie del mondo, non 
è propriamente fine, ma dirizzato sempre ad altro fine: 
r azione è fine, nel quale si acqueta e si contenta la virtù; 
come il liberale si appaga nel donare, tuttoché non n' aspetti 
alcun premio; ed il forte, nel difender la patria; ed il ma- 
gnanimo, nel cercare i regni e gì' imperii, ed alcuna volta nel 
rifiutargli. 

D. C, Taccia, adunque, il- vólgo ignorante, il quale pone 
il fine de l' umana virtù ne l' acquisto de' regni e de le Pro- 
vincie. 

S. P. Grande autorità sarebbe necessaria a quetar que- 
sto non solo bisbiglio, ma voce universale, e per poco questo 
grido de gli elementi e de la natura. Ma quantunque fosse 
opinione, che de le azioni di Cesare e di Augusto fosse il fine 
la fabrica, per così dire, e la mole de l'imperio romano, e 
la forma assai differente da quella eh' ebbe sotto Romolo e 
sotto Numa fino a Tarquinio ; o pur da quella che poi gli die- 
dero i consoli, i tribuni ed i dettatori; io nondimeno ardirei 
di affermare, che più convenevolmente il fine di tante vittorie 
di Cesare poteva essere il rifiuto de la corona offertagli da 
Marco Antonio, che nudo in quella quasi tresca de' Lupercali, 
faceva di se stesso spettacolo al popolo romano. Conchiu- 
diamo, adunque, che l' azione può essere il fine inteso da la 
mente; ma l' artificio, o l'ordigno, o la fattura, che vogliam 
dirla, non muove l'intelletto: laonde tutti gli artifici, co'quali 
giamai Eudosso, o Archita, o Archimede fecero maravi- 
glioso l'esercizio de la guerra, o quello co'l quale Fidia ed 
Apelle adomarono le città ne la pace, non possono esser fine 
del nostro umano intelletto , né di quella virtù che si volge 
a le cose inferiori « 

M, P. E quale sarà dunque il fine ? Dimostratelo a me, 
acciochò io possa proporlo per obietto de' miei pensieri. 

8. P. L' azione, dico, è il fine de la mente attiva e de la 
virtù civile, per cui si fanno, e quasi in sua grazia, le pit- 
ture, le statue^ gli archi, le terme^ i colossi, e gli altri mag- 



504 IL PORZIO^ 

giori edifici, o opere più memorabili : ma dtra questo^ è un 
altro fine superiore de la mente contemplativa , il quale con- 
siste ne la cognizione de le cose eterne e divine^ e di Dio me- 
desimo: e perchè sono due fini^ due sono parimente le feli- 
cità, runa attiva, l'altra contemplativa; T.una ha per obietto 
il bene, V altra il vero. 

D, C. Era necessario conoscer i fini, o '1 fine, perchè 
vane quasi ed oziose sarebbono le virtù^ s' elle a questi fini 
non operassero. 

M, P. Io m' avvolgo nondimeno nel medesimo dubbio, 
perchè veggio due strade diverse ; V una, i cui vestigi sono 
tutti rivolti al cielo; T altra, benché mi paia altissima, non 
so dove vada a terminare. 

D. C. Non è questa la strada divisa in due, la quale, 
come scrissero Prodico sofista e Senofonte, fu dimostra ad 
Ercole fanciullo; perchè di quella un sentiero guidava a la 
virtù, r altro al piacere ; V uno a la gloria, V altro a la ver- 
gogna ; r uno in cima del monte, V altro ne gli oscuri e tene- 
brosi precipizi : ma di queste due strade ogni sentiero par 
che ci conduca a la virtù, a la gloria, a V eternità; perdiè 
quello de V azione umana termina in queir altro de la divina 
contemplazione. Laonde, s'è. lecito d'interporre la mia opi- 
nione fra' detti del signor Porzio, vorrei che vi apparecchiasse 
un aiuto quasi comune a l' uno ed a l' altro, per lo quale vi 
agevolasse ne la vostra via. 

S. P. Già quel che voi dite, fu consid^ato da Aristotile 
prima, e poi da Alessandro. V uno disse, che la virtù era per- 
fezione del sùbietto; l' altro volle assegnar parimente un ge- 
nere quasi comune de le virtù intellettive e d^ le morali; e 
ne r assegnarlo non ebbe altra considerazione che quella del 
fine. Disse adunque, die la virtù non era altro che princi' 
pium opis imumptivum ad felicitatem ; cioè, quel prtncij^ 
che prende aiuto per acquistar la felicità. E con questa diffi- 
nizione volle dimostrarci, che V umana virtù non è bastevole 
a la felicità, né a se medesima. 

M, P. Tutti gli aiuti, adunque, per la contemplativa o per 
r attiva felicità sono virtù. 

S, P. Non sono gli aiuti virtù; ma la virtù prende gli 



O VERO DE LE VIRTÙ. 505 

aiuti per giunger a la felicità; prende, dico^ le ricchezze, gli 
onori, i magistrali, gli eserciti, gl'imperi, co' quali può li- 
beralmente e giustamente e magnanimamente operare; prende 
r arme, i cavalli e gli altri ricchi arnesi; prende le statue, le 
pitture e gli altri ornamenti de la seconda fortuna; prende gli 
amici, ricerca i compagni, chiama da le parti più lontane i 
famosi filosofanti, raguna i libri, e fa raccolta d'ogni cosa, 
in cui si conservino l' antiche memorie : l' erbe, le piante e 
gli animali stessi fa portar da l'Arabia e da l'India e da le 
più remote parti de l'oriente; aggiunge a queste cose le 
sfere, i globi, V imagini del cielo e de la terra : e tutto ciò 
per inalzarsi a la felicità del contemplare. Che vi pare di 
questa virtù? vi pare ella prudente ed avveduta in far pro- 
visione di tutte le cose che sono necessarie a la felicità ? 

D. C. Senza dubbio, ella in questa guisa non solo n'è^ 
fornita a bastanza; ma, sì come io stimo, anzi carica che no. 
S. P. A la vita contemplativa peraventura è soverchio 
peso quel de le ricchezze e de gli onori e de gli altri orna- 
menti de la felicità ; ma la civile ed impiegata ne le azioni è 
gravosa per sua natura, né può di leggieri lasciar gì' impe- 
dimenti. 

M. P. Dunque l'uomo civile caminerà a guisa di capi- 
tano, il quale conduca l' esercito , e non abbandoni per pic- 
ciola battaglia o per leggier pericolo i suoi impedimenti : ed 
in questa guisa, e non in altra, dee muoversi con le sue virtù 
schierate e ristrette, per far battaglia; cx)me si legge che 
quella bella donna celebrata da' nostri poeti andasse incontro 
ad Amore. 

Armate eran con lei tutte le sue 

Chiare virtuti : o gloriosa schiera ! 

E leneausi per mano a due a due. 
Onestate e vergogna a la front' era , 

Nobile par de le virtù divine. 

Che fan costei sopra le donne altera : 
Senno e modestia a Y altre due conQue, 

Abito con diletto in mezzo al core. 

Perseveranza e gloria in su la fine ; 
Bella accoglienza , accorgimento lore, 

Cortesia intorno intorno , e puritate , 

Timor d' infamia , e sol desio d' onore ; 

Tasso. Dialoghi, — 3. V'^ 



506 IL PORZIO, 

Pensìer canuti in gioiellile etate , 

E la concordia , eh* è sì rara al mondo ; « 
Vera, con casUlà, somma beliate. 

Tal venia centra Amore, e*nA secondo 
Favor del cielo. * 

8. P. In questa guisa, senza fallo, dee ordinare la schiera 
de le sue virtù Y uomo di stato , il quale dee combatter con 
r ambizione e con la cupidità: o '1 buon cavaliero, a cui sarà 
più glorioso il trionfar d'Amore, d'ogni altro che si cele- 
brasse mai nel Campidoglio. E forse si converrebbe dire de 
l'uno e de l'altro: 

.... Perle, rubini ed oro, 

Quasi vii soma, egualmente dispregia.' 

Tutlavolta noi parliamo de V uomo savio e del prudente, che 
non possa esser costretto per ogni picciolo accidente a lasciar 
i beni di fortuna, e non ricusa di farlo, per conservar le sue 
virtù da ogni vizio, e da ogni indegnità. Questi, adunque, dee 
con la maggior parte de gli aiuti dirizzarsi per la strada de 
la civil felicità; perchè a la contemplativa non sono necessari 
né tanti aiuti, né si fatti : ma la virtù dee sapere non sola- 
mente come si prendano, ma come s' usino. Concludiamo 
dunque, che la virtù sia principium quoddam assumens opis ad 
fcBlicitatem : ex se vero habens in actionibus secundum utram- 
que rationaletn animm facultatem, ipsiits bene , quod in ipsis 
est inventrix, et demonstrativa existens. Da la qual diflftni- 
zione si manifesta il soggetto, in cui si fonda la virtù: che sono 
le azioni de l' una e de l'altra parte ragionevole de 1* anima; e'I 
fine, eh' è la felicità; e l'officio de la virtù, eh' è di trovare il 
bene eh' è in ciascuna di loro, e di mostrarlo parimente. Ma 
perchè, come egli dice, il principio de l' invenzione è il conoscer 
l' intenzione; e l' intenzione è nel doppio fine, ch'è l'una e l'al- 
tra felicità; dobbiamo conoscer V una e l' altra parimente. Di- 
casi, adunque, che la felicità attiva sia un' azione de la virtù 
de r anima ragionevole ne la vita perfetta; ma ne la vita per- 

< Petrarca nel Trionfo della Castità, 
' Petrarca. 



VERO DE LE VIRTÙ. 507 

fetta non può esser alcuna imperfezione, o ne gì' instrumenti 
de la felicità, o ne le cose che principalmente appartengono a 
la vita civile, le quali da' peripatetici sono dette beni di for- 
tuna. La medesima difflnizione si potrebbe attribuire a la fe- 
licità contemplativa ; perchè la contemplazi(me è una azione 
de r intelletto contemplativo : nondimeno si può diffinire in 
quest'altra guisa; che la felicità contemplativa sia un'azione 
del nostro intelletto, secondo la sua eccellentissima viitù, per 
la quale egli si congiunge a Dio. Eccovi i due fini; vedete la 
differenza e la similitudine; considerate i due obietti, l'uno 
etemo e necessario, l'altro posto ne le azioni de' mortali, che 
possono variarsi : e da questo prendete la distinzione de le 
virtù; assegnando a la parte contemplativa l'intelletto, la 
scienza e la sapienza; a l'attiva, o fattiva, la prudenza e 
l'arte; Tuna e l'altra de le quali eretta ragione o abito 
d' operar con vera ragione. Ma a la prudenza si conviene 
r azione, a l' arte il fare con vera ragione ; perciochd^s' ella 
alcuna cosa facesse con falsa ragione, non sarebbe arte, ma 
inerzia ; e le cose, ne le quali s' adopera, per giudicio d' Ari- 
stotile, più tosto d' Agatone , sogliono esser quelle medesi- 
me, ne le quali si manifesta la fortuna: perchè, come egli 
disse, la fortuna ama l' arte, e V arte ancora suol amar la 
fortuna. 

M. P. lo non so perdiè sia fatta questa amicizia o que- 
sta lega più tosto fra V arte e la fortuna, escludendone la pru- 
denza; la quale, se non m' inganno, suole aver luogo ne l'arti, 
ed accompagnarsi con la fortuna; come si conosce ne le azioni 
di Alessandro il Magno, di Timoleonte corintio, d' Augusto, e 
di molti altri fortunati capitani. 

S. P. GM esempi che adducete, o che si possono addurre, 
sono assai rari, per rispetto di quelli ne' quali la fortuna si 
manifesta nemica de la prudenza : però si suol dire, che dove 
è molto d' ingegno, è poco di fortuna. Nondimeno io non 
niego, uè avrebbe negato Aristotile medesimo, che fra la 
virtù e la fortuna non possa essere alcuna volta amicizia: ma 
la fortuna è causa per accidente di quelle cose, le quali la 
prudenza opera a determinato fine; perchè a lei si conviene 
non solamente di mostrare il mezzo, ma di condurre al suo 



50K IL PORZIO, 

(ine ciascuna de T altre virtù morali^ le quali senza la, pru- 
denza errerebbono^ quasi soldati senza il capitano. 

M. P. Ordinate^ vi prego, ordinate la schiera di queste 
virtù morali. 

S. P. Fermiancl prima alquanto in quelle de l'intelletto, 
le quali aUiìam divise più tosto con l'obietto che co '1 subietto; 
dicendo, che l'obietto de l' uno è eterno, e de T altro varia- 
bile : nm il subìetto è il medesimo intelletto, il quale è de gli 
euremi, come dice Aristotile; perchè con una sua parte, la 
quale in lui è la somma e l'altissima, conosce i principii de le 
cose che sono etemi, universali ed invariabili ; cen l'altra, co- 
nosce i particolari, che sono soggetti a la morte ed a la mu- 
tazione : laonde egli, conformandosi a la natura de l' oggetto, 
da r un lato è semplice, divino ed eterno; da l'altro, mortale, 
corruttibile, variabile, e quasi in molti diviso. 

M. P. Infelice è la condizione de V intelletto, s' una parte 
di lui ^ftaortale, V altra immortale; perchè la parte immor- 
t^e si dorrà almeno per la separazione e per la perdita di 
quella parte, a la quale lungo tempo visse congiunta : e dura 
è senza fallo la sentenza de' filosofi, i quali condannano a 
morte perpetua l'intelletto attivo; quella parte di noi, la 
quale è stata sempre intenta a le operazioni de la virtù mo- 
rale, ed al governo de le città e^gli eserciti, ed a la con- 
servazione de' regni e de gì' impert.^^E se ciò è vero, niun pre- 
mio è, ne r altra vita, de la prudenza, de la giustizia, de la 
fortezza, e de la temperanza, e^e l' altre virtù che seguono la 
sua scorta; ninna pena, a V inoantro, de T imprudenza , de la 
violenza, de la viltà, e de l'intemperanza: ma sola la con- 
templazione è quella che ci può aprire il passo a 1* immorta- 
lità. In vano, dunque, già lessi : 

Fauci, quo8 (Bquus amavil 

lupUer, aut arden8 evexU ad athera virtus. * 

S. P. L'intelletto in ciascuna sua parte è immortale; e 
s' altra opinione si potesse difender ne le quistioni, questa 
nondimeno si dee fermamente sostenere ne la morale filoso- 

* Virgilio, VI, 129-30. 



VERO DE LE VIRTÙ. 509 

fia. Ma noi diciamo, che V intelletto pratico sia mortale, non 
perchè egli muoia, ma perchè egli cessa di operare intorno a 
le cose variabili , non potendo egli in modo alcuno far le sue 
operazioni senza fantasmi, come peraventura può lo specu- 
lativo; perchè l'azione forse avrà fine, la contemplazione 
sarà senza dubbio eterna. Diciamo, dunque, che Y uno è im- 
mortale, l'altro mortale, avendo risguardo a l'operazione; 
ma considerando l* essenza, l' uno e l' altro è immortale. 

Af. P. Dunque, ne V altra vita l' intelletto de' ihortali se- 
parato da le sue membra, non conoscerà i particolari, uè po- 
trà giudicare de le umane operazioni, o soccdtrere a' nostri 
pericoli, sovvenirci ne le avversità : fine avranno la pru- 
denza, la giustizia, la temperanza eia fortezza, ed a guisa di 
mortali, cesseranno da le operazioni? 

S. P. Così avverrà, per opinione de' maggiori filosofi, ma 
quale operazione debba aver là su l' anima nostra, o come 
possa intender senza fantasmi, non è determinato: si slima 
nondimeno che la memoria, e l'imaginazione, la quale da 
loro è detta passibile intelletto, sia affatto mortale, come 
sono r altre potenze de l' anima sensitiva ; laonde cesserà la 
nostra scienza ancora, o sarà d' un' altra maniera. Ma queste 
sono quistioni oltra il nostro proponimento : a noi basti di sa- 
pere, che l'intelletto è de gli estremi dal' una e da l'altra parte: 
con la somma ed elevata conosce gli universali , de' quali non 
è scienza ; con V infima , e rivolta a la considerazione de gli 
umani avvenimenti, de' quali parimente non è scienza, ma 
senso, conosce i particolari ; laonde è da lei considerato quello 
che in ultimo cade sotto l' azione. Per questa cagione si dice, 
che r intelletto sia principio e fine, parlandosi de T intelletto 
come di potenza; ma di lui ragionandosi, come d* abito, di- 
cono, che r intelletto e la prudenza sono abiti opposti. Non 
superbisca adunque la nostra umana prudenza, né si stimi 
tanto, eh' ella possa paragonarsi con la dignità de la sapienza: 
perchè le cose eh' ella considera, sono umane; ma de l'uomo 
sono molte cose più divine e più maravigliose, le quali sono 
oggetto de la sapienza. Diremo adunque, che la prudenza sia 
una diritta ragione intomo a quelle cose che son buone a gli 
uomini solamente, l'altre non considera: laonde è tutta in- 

43* 



510 IL PORZIO,. 

tenta al giovamento de la vita umana e civile; ed in quella 
guisa che V architetto comanda a gli artefici superiori, ella suol 
comandare a V arti , che sono necessarie, o per ornamento de la 
vita civile: non comanda nondimeno a la sapienza, ma per la 
sapienza; cioè, per grazia e per servigio di lei suol comandare; 
con la quale ha tanta similitudine, phe non suole mai affer- 
mare il falso. Però non è alcuna operazione de la prudenza, 
la quale sia separata da la verità, uè di lei è oblivione, come 
peraventura è de le cose appartenenti a la contemplazione : 
ma ciò peraventura avviene in quegli uomini che son volti a 
le operazioni eivili, i quali sogliono scordarsi de le scienze ; 
ma de la prudenza non si dimenticano giamai : laonde ella 
ci accompagna ne la seconda e ne l' avversa fortuna ; ne la 
quiete de' filosofanti, e fra lo strepito de Tarmi; ne la po- 
vertà, e fra le pompe de le ricchezze; e sempre risplende più 
chiara, illustrando co 'l suo lume l'altre virtù; e di lei avviene 
quel che suole avvenire a' confini ed a gli estremi di tutte 
le cose: perchè è detta virtù intellettiva, per rispetto de la 
potenza, de la quale è abito; e virtù morale similmente, per 
l' obietto. E vogliono che sia V istessa con la virtù civile, di- 
versa solamente per ragione : e di lei son molte parti, o spe- 
cie, che vogliam dirle; mentre ella provecle al proprio bene 
di ciascuno, è virtù propria e privata; e ne la cura de le 
cose famigliari, virtù quasi familiare e domestica; nel far le 
leggi, considera la publica utilità; ed al prudente senza 
fallo s'appartiene Tesser legislatore: in un altro modo è detta 
prudenza civile, di cui son due parti; Tuna nel deliberare, 
T altra nel giudicare. 

D. C. Sono ancora dubbioso, se queste siano parti o spe- 
cie de la prudenza: ma questo dubbio si poteva prima muover 
ne la virtù, di cui sì dubita nel Protagora di Platone, s' ella 
si divida come tutto ne le parti, o come genere ne le specie ; 
e questo dubbio fu accresduto da Alessandro, il quale volse, 
nel quarto libro de le sue Quistioni, eh' ella non fosse nò 
Tuno né T altro. Non genere, perchè il genere non è tolto 
via con una de le specie; ma mancando una de le virtù, man- 
cano tutte T altre: perchè, o le virtù si seguono vicendevol- 
mente, non si seguono; seguendosi, con la distruzione de 



VERO DE LE VIRTÙ. 511 

runa procede la distruzione di tutte V altre^ per la congiunzio- 
ne eh' è fra loro; noii seguendosi^ dove sia rimossa la pru- 
denza, tutte r altre sogliono cessare. Non è tutto, perchè nel 
tutto le parti dissomiglianti non ricevono la ragione o la dif- 
finizione; ma le virtù sono fra sé diverse ; a ciascuna di esse 
nondimeno si conviene la dilfinizione del suo tutto : il che non 
adiviene ne le parti de la statua, in cui al capo o al braccio 
non è data la difflnizione de la status^ ; non in quella de la 
' nave, ne la quale il timone o V antenna è difflnita diversa- 
mente dal suo tutto; non in alcun altro tutto, che abbia le 
parti dissomiglianti. 

8. P. Voi avete mosso il dubbio con le parole d' Ales- 
sandro; voi potete disciorlo con le sue soluzioni medesime, 
s' altro non avete che recare contra le sue risposte. 

D. C. Da voi si desidera almeno il giudicio sovra le va- 
rie soluzioni ch'egli adduce^ quasi dubitando. 

S. P. Cominciamo adunque da V ultima. 

D. C. Egli tiene che la virtù sia più tosto un tutto, non 
di parti dissomiglianti, ma di somiglianti : laonde non con- 
chiude r argomento, che la parte non possa aver la ragione 
del suo tutto; imperochè a le parti de la terra e del fuoco, 
ed a quelle del latte e del vino e de la carne, senza dubbio 
conviene la difflnizione del tutto. 

S. P. Le parti, adunque, de la virtù ricevono la difflni- 
zione del tutto, perchè sono simili. 

D. C. Così disse Alessandro, e volle che ne la mesco- 
lanza de le virtù le parti divenissero simili; come avviene 
ne la mistione de le cose naturali, e particolarmente ne' me- 
dìcam^ti o ne' profumi, ne', quali non si può separare l'am- 
bra dal muschio, o l' aceto dal mele. 

S. P. Peraventura in questa opinione Alessandro seguì 
Plutarco, il quale estimò che alcune operazioni fossero fatte 
con tutta la virtù; m guisa che la liberalità fosse giusta, e 
liberale la giustizia, e clemente e magnanima parimente: ma 
fu, per mio avviso, prima opinione di Platone ; e s' ella fosse 
vera, ne seguirebbe che totum univoce de partibus prcsdica- 
retur. Ma questo peraventura è un confonder le virtù che fu- 
rono distinte da Aristotile, non assegnando loro propri ter- 



5I:J IL PORZIO, 

mini, e proprio soggetto. Oltre a ciò, se le virtù son forme, non 
si possono confonder in questa guisa, o confondendosi, non 
sono r istesse, ma perdono l'essenza loro. Diciamo, dunque, 
più tosto; che la virtù sìa di quelle cose, de le quali una si 
dioe prima, l'altra seconda; e, come dice Alessandro, eorum 
qua dicuntur multipliciter , eorum scilicet, quw ah uno ad 
unum dicuntur. Imperochè, se la virtù è virtù de V anima, e 
r anima è un genere analogo., per così dire, nel quale alcune 
specie sono immortali, altre mortali; parimente de le virtù 
alcune sono divine, altre umane più tosto : laonde lor non 
si conviene in modo alcuno la diffinizione unìvoca; e se 
pur si dà alcuna difiinizione univoca, è assai comune, e non 
è propria di ciascuna parte de la virtù, come stima Ales- 
sandro. 

• D. C. Questa risposta presuppone che la virtù sia il ge- 
nere, non il tutto; contra l'opinione d'Aristotile, il quale 
estimò che la virtù fosse il tutto. 

S. P. Pare che Aristotile volesse dire, che la virtù per- 
fetta fosse il tutto : ma se Alessandro argomentando provò 
ch'ella non fosse né genere né tutto; io, rispondendo, so- 
stengo ch'ella sia genere e tutto ne V istesso modo che da 
Aristotile è detto, aìiud genus animw; ed altrove, (fé ilìa 
vero animw particula. 

D. C. Se genere e tutto è la virtù, parti e specie sa- 
ranno le virtù, e la prudenza particolarmente, la quale pur 
dianzi fu da voi divisa in molte parti. Ma io non so qual giù- 
dicio farmi de V opinione di coloro che biasimano la divisione 
de la virtù : fra' quali Menedemo d' Eritrea, come racconta 
Plutarco, tolse via la moltitudine, ed ogni differenza che fosse 
tra loro ; pensando che fosse il medesimo la temperanza e la 
fortezza e la giustizia, come il brando e la spada. Aristone da 
Scio faceva similmente una la sostanza de la virtù, e la chia- 
mava sanità: ma le faceva numerose e differenti per la diver- 
sità de le cose considerate. Così potrebbe ancora dividersi il 
senso de la vista in più sentimenti, in modo che con l' uno si 
vedesse il bianco, con l' altro il negro, e si chiamassero, come 
egli diceva , albivisum , et atrivisum. Imperochè quando la 
virtù considera quel che sia da fuggire e da schivare, la no- 



VERO DE LE VIRTÙ. 513 

mava prudenza; e temperanza^ dove raffrena le cupidità e la 
licenza de' piaceri : ma giustizia, quella che s' adopera ne'con- 
tratti^ non altrimenti che la spada, essmdo una medesima, 
taglia varie cose diversamente, e diversamente il fuoco suole 
apprendersi in diverse materie. Zenone ancora confermò que- 
sta sentenza, chiamando la giustizia uAa prudenza che attri- 
buisce a ciascuno il suo, e temperanza ne le cose che si fanno 
per diletto, e pazienta in quelle che si patiscono. Ma Urisippo 
a l'incontro, assegnando a ciascuna qualità la propria virtù, 
ritrovò una sdiiera di virtij non usata e non conosciuta; per- 
chè dal forte è detta la fortezza, e dal mansueto la mansue- 
tudine; così dal grazioso la grazia, e dal buono la bontà, e 
dal grande le grandezze, e dal bello le bellezze, era solito di 
nominare; ed altre sì fatte destrezze, piacevolezze, urbanità 
ripose nel numero, riempiendo la filosofia, a cui non faceva 
mestieri, di molti nomi nuovi ed inconvenienti. 

S. P. Voi avete recate in mezzo Y opinioni de la virtù 
quasi contrarie, o ch'ella sia una, o che siano infinite; ma 
Aristotile camina per la via di mezzo, per questi due estre- 
mi, come è suo costume ; introducendo non una virtù, non 
infinite, ma distinguendo da l'operazioni e da gli obietti 
quelle che sono abiti de le potenze principali. In questa guisa 
ancora la potenza sensitiva si distingue in cinque sentimenti, 
la quale è una sola nel cuore, ma variandosi ne le operazioni, 
per la diversità de gli obietti e de gì' instrumenti, divengono 
molte ; e si può afiermare senza contrarietà , che siano molte 
ed una : in quella guisa che le linee, le quali si dividono ne 
Ja circonferenza, si'Congiungono nel centro; ne ristesse modo 
ardirei d' affermare, eh' una e molte fossero le virtù. Ma non 
conviene moltiplicare i generi de le cose, per distinguer le 
virtù ed i sentimenti; perchè sì come il colore è il proprio 
obietto del senso de là vista, così ciascuna ha per obietto un 
genere di cose determinato : ma non tutte le qualità possono 
ricever la forma de le virtù, come piaceva a Crisippo; anzi 
ve ne sono alcune, in cui, per opinione di Aristotile, non ^ 
può introdurre alcuna forma di virtù; come è l'invidia e la 
mafignità. 

M. P. Io temo che la virtù per la divisione perda mollo 



5U IL PORZIO, 

del suo valore, come fanno tutte le cose divise; laonde, più 
mi piace il considerarla unita e raccolta in se stessa, che par- 
tita e separata; ma dovendosi pur partire, fate eh' io sappia 
in qual modo ciò sia conveniente. 

8. P. De le virtù è avvenuto quel che avviene de le 
forze de le città e de' regni, i quali, quando sono assaliti da' 
nemici, sogliono divider TesercHo in vari lati, opponendo a 
ciascuno assalitore un proprio difensore : così era necessario 
che le virtù si dividessero per discacciar i vizi, che assaliva- 
no le parti principali de V animo. Ciascuna nondimeno si rac- 
coglie e s' unisce nel cuore, eh' è la reggia de le forze e de le 
potenze de V animo, la quale altri pose nel cervello; fra' quali 
fu Ippocrate, e Platone, e Galeno dopo lui: tuttavolta non si 
può al cuore negare il principato, sì come a colui eh' è prin- 
cipio del movimento e del calore; là dove il cervello è fred- 
dissimo, e quasi gelato ne le sue operazioni. Dividiamo adun- 
que le virtù, secondo le potenze principali de l'animo, o siano 
divise di luogo, o non siano separate : e già s' è detto die 
alcune sono ne la mente speculativa, altre ne l' attiva o 
fattiva; fra le quali è l' arte e la prudenza. Ma la prudenza 
ha molte quasi compagne e seguaci: una è la buona con- 
sultazione, che possiamo chiamare il buon consiglio , e diffi- 
nirla una rettitudine o dirittura di consiglio, con la quale 
conseguiamo quel che si dee', quando si dee, e come si dee ; 
e la sagacità, a cui si conviene il giudicar di quelle cose, ne 
le quali s' adopera la prudenza : lacmde, se la prudenza pre- 
scrive il fine a cui le virtù debbano dirizzarsi, e quasi il 
comanda, la sagacità ne giudica ; la sentenza è un diritto giu- 
dicìo de r uomo da bene e non rigoroso. 

M. P. Già, se non m'inganno, avete fornita la mente 
de le sue virtù : ora discendiamo a quelle parti, le quali per 
esser combattute da gli affetti , n' hanno peraventura mag- 
gior bisogno. 

S. P. Neula parte irragionevole eh' è partecipe di ragio- 
i^, sono due appetiti; 1' uno detto concupiscibile, l'altro ira- 
scibile; e ciascuno, come piace a' latini filosofi , ha il proprio 
obietto: tuttoch' io quistionando abbia difeso alcuna volta, 
che la cupidità non si muove per obietto, perch'olla mede- 



VERO 0E LE VIRTÙ. 515 

sima è moto^ ed esseiido moto^ non può moversi: ma altri 
ha distinto la potenza da V operazione, forse più sottilmente 
che non si conviene in questa materia. A questi due appe- 
titi sono assegnati due obietti; a l'uno il bene^ sotto questa 
semplice considerazione; a V altro il bene arduo ;, cioè difficile 
e malagevole da con^guire : e da questi obietti sono mossi di- 
versi affetti, ciascun de' quali peraventura può avere la 
propria virtù. Ma coIoto che non hanno voluto dividerla , 
e quasi smembrarla in tante parti, vogliono che la tempe- 
ranza sia virtù de la concupiscibile ; e la fortezza, de la 
parte irascibile ed animosa ; e la giustizia, di tutta Tanima; 
perciochè ella consiste ne la proporzione, e quasi ne l'armo- 
nia de l'animo nostro, mentre le parli superiori proveggono 
a le inferiori, e le inferiori non negano di prestare obbedienza 
a le superiori. Quattro sono, adunque, le virtù principali de 
r àmm>, come parve a Platone ed a' platonici, e dopo lui 
a san Tomaso ed a gli altri scolastici: la prudenza, la 
quale abbiam detto esser virtù de V intelletto; la giustizia, 
che da' moderni è collocata, quasi in propria sede, ne la vo- 
lontà, appetito del nostro intelletto; ma da gli antichi, come 
ho detto, fu riposta ne la concordia di tutta V anima. Ne gli 
altri due appetiti de l'animo sensuale sono l'altre due virtù, 
quasi capitani ne' luoghi muniti; la temperanza ne la cupidi- 
gia, e la fortezza ne 1' animosità: ma di queste alcune obbe- 
discono e comandano, come la fortezza; altre comandano 
solamente, come là prudenza, la quale è duce di ciascun' al- 
tra; prescrive, come ho detto, il fine, e comanda a l'altre 
che vi perv^gano, e ritrova il mezzo nel quale sono riposte 
le virtù de' costumi; avvegnaché fra le virtù morah e quelle 
de r intelletto sia questa differenza, che le morali siano me- 
diocrità riposte fra gli estremi, l'altre non siano. La prudenza, 
dunque, ritrova il mezzo; il quale è di due maniere, come 
parve ad Aristotile: l' uno per rispetto de la cosa medesima 
che domandano, medium rei; V altro per rispetto nostro. Il 
mezzo de la cosa medesima è aritmetico, come sarebbe il sei 
fra il due e il diece, perchè tanto eccede il due quanto è ecce- 
duto dal diece: ma la virtù morale è poi collocata nel mezzo, 
che si considera per nostro rispetto; perchè se ad alcuno pa- 



516 IL PORZIO, 

resse fatica soyerchìa il eaminar dieee miglia, il caininarne 
due parrebbe poco, ma la mediocrità sarebbe in altro nu- 
mero conforme a le sue forze : la mediocrità, dunque, de la 
virtù morale consiste nel mezzo, che si considera per nostro 
rispetto, nel quale ella si fa con elezione; perchè tutte le virtù 
sono elezioni, o si fanno almeno con elezione : e V elezione 
dicono ch'ella sia, o un intelletto appetitivo, o un appetito 
intellettivo, differente nondimeno da la volontà, intanto che 
la volontà è del fine, V elezione più tosto de' mezzi; perchè 
r elezione si fa di quelle cose, le quali sono proposte in 
consiglio, ma del fine non si consulta, né de le cose necessa- 
rie né de le naturali, ma di quelle solamente che sono ripo- 
ste ne la nostra volontà. Di quelle adunque facciamo elezione, 
de le quali possiamo consigliarci; lacmde si può dire, che rele- 
zione sia un consiglio del nostro appetito o de la volontà , 
co 'l quale si fanno tutti gli abiti de la virtù. Diremo, adun- 
que, che la virtù sia un aMto fatto con elezione, il quale 
consiste ne la mediocrità considerata per nostro rispetto, in 
quel modo che determma la diritta ragione, la quale è quella 
che suol esser adoperata dal prudente. Ma le parole d'Ari- 
stotile inedesimo , come s' usano ne le nostre scuole , son 
queste : Est igitur virtus , habitus electivm in mediocritate 
consisterne ea quas ad nos definita ratione, et ut definierit 
ipse prudens. Ma questa mediocrità si dee intendere fra 
due vizi, r uno de' quali sia eccesso, l' altro difetto, o ne gli 
affetti, pur ne gli atti; ma. la virtù si colloca nel mezzo. 
Laonde, substantia et ratione quid est dicenti, mediocritas 
est ; at optimi respectu , et bene se habentis extremitas. £ 
dunque la virtù mediocrità, e sommità per diversi rispetti ; 
somma, dico, ne V eccellenza, mediocre ne l' affetto : ma non 
ogni affetto né ogni atto può ricever la mediocrità ; perchè 
ve n' ha alcuni, che subito per lor propria natura sono con- 
giunti con la malignità , come la malevolenza , l' invidia , 
r adulterio, il furto, 1' omicidio: queste cose tutte sono per 
se stesse malvagie, non solamente l' eccesso o il difetto di 
ciascuna. Adunque, niuna o(ì«asione si trova, o niun tempo, 
co 'l quale queste cose siano ben fatte, ma assolutamente sono 
cattive con tutti ì modi e con tutte le circostanze. Il simile 



VERO DE LE VIRTÙ. 517 

avverrebbe a chi ricercasse la mediocrità ne la ingiustizia^ ne 
la timidità e ne la lussuria; perchè questo è un cercar la me- 
diocrità del difetto o de l'abondanza, o pure il soverchio 
del soverchio, ed il mancamento del mancamento: ma sì co- 
me le virtù non possono consister in alcuno de gli. estremi, 
ma nel mezzo solamente, il quale è un'altra maniera d' estre- 
mità di sommità più tosto ; così i vizi non possono aver 
luogo ne la mediocrità; ed in qualmique modo si pecchi, sono 
degni d' odio e di riprensione. 

M. P. Il contrario, adunque, avviene ne le virtù e ne 
r arti; perchè ne V arti la mediocrità è pera ventura degna 
di riprensione. Però si legge de' poeti : 

. . . ^ Mediocribus esse poetis 

Non dii, non homines, non concessere columnoe, * 

E la mediocrità ancora ne le statue e ne gli ediflcii non suol 
portar lode o meraviglia; ma ne la virtù la mediocrità è sem- 
pre laudevole. 

S. P. Questo avviene per la difficoltà eh* è di toccare il 
mezzo, quasi il bersaglio proposto a Y arcière, in cui difficil- 
mente si può accertare, per esercitazione di buon sagittario; 
ma di leggieri può avvenire eh' altri colpisca lontano dal 
mezzo : laonde da' pittagorici fu detto, che si poteva far bene 
in un modo solo, ma errare in molte ed infinite maniere. 
Tutta volta la virtù ancora ha la sua grandezza, e quasi la ma- 
raviglia: laonde la magnificenza ne le sue operazioni cerca il 
grande ed il maraviglioso, come ricercarono gli scultori ne 
le statue di Giove e di Minerva : e la magnanimità ancora si 
prepone gli onori grandissimi per oggetto, de' quali il magna- 
nimo si stima degno ; però ne le picciole cose è non curante 
e trascurato, anzi che no. Laonde fu conveniente pensiero 
quel del maraviglioso architetto, il qual non potendo dimo- 
strar r imagine di Alessandro in alcuna imagine conveniente 
a la sua grandezza, pensò di scolpirlo nel monte Ato. Ma in 
queste virtù medesime si può errare o per soverchia vanità, 
per picciolezza d' animo. Dimostrarono soverchia vanità gli 
Egizii , con r inutile ed ambiziosa fabrica de le piramidi, 

' Orano, nella Poetica. 
Tasso. Dialoghi. — 3. . ^i 



518 - IL PORZIO, 

e de gli obelisci, e del laberìoto. Porseima parimente nd 
suo maraviglioso laberinto, ch'edificò in Toscana^ fu sover- 
chiamente ambizioso^ e rozzo nel decoro; e i teatri di M. Scau- 
ro e di Curione, i quali gufandosi facevano T anfiteatro, meri- 
tarono riprensione^ quasi egli ^ in un medesimo tempo errasse 
centra due virtù, non avendo altro di rendita che la discor- 
dia de' principi ; ma volendo in questa guisa compiacere al 
furor del popolo, che fu ardito di sedere in sede così insta- 
bile e mal sicura : e Gaio e Nerone furono biasimati co' lor 
palazzi, co' quali l' antica età vide Roma due volte quasi cir- 
condata. Ma Sesostri, a l' incontro, il qual pensava di ta- 
gliar r Istmo che è fra il mar Rosso ed il Mediterraneo ; 
e Pirro re de gli Epiroti, e Marco Varrone dopo lui, che volle, 
gittando i ponti, far un passo da Otranto ad Àppollonia, 
dove oggi è peraventura la Vailona, ne la divisione del mare 
Ionico ^ de l' Adriatico; si rimasero da V opere cominciate 
per pusillanimità, o, come altri dice, per imperizia o per 
altre occupazioni: perchè se l'opere si potevan fare, non 
dovevan tralasciarle; se far non si potevano, peraventura 
non era conveniente il cominciarle. Ma Serse , come p^ 
altro non fosse degno di lode, fornì con grand' animo quel 
che aveva cominciato, di congiunger V Asia e 1' Europa con 
un ponte, e di tagliar per mezzo il monte Ato, aprendo la 
strada a la navigazione. Gaio parimente, nel lite del nostro 
mare, fece 

Di nuoTi ponti oltraggio a la marina. ^ 

Ma degni, senza fallo, furono di grandissima lode, guardandosi 
da gli estremi viziosi. Augusto ne l' edificazione del tempio de la 
Pace; Agrippa, che 1* edificò a tutti gV Iddii; e nel condurre 
a Roma sette fiumi sotto terra, a guisa di torrenti. Né solo 
Cesare ed Agrippa meritarono laude ne gli acquedotti ; ma 
prima Q. Marzio re ed altri romani, e Gocceio ne la sua 
spelwica, che n'apre al liio di Pozzuolo così breve e cosi 
piacevole strada; e ne le fosse Mariane d'acqua morta, ed 
in quelle del Po e d'altri fiumi, da' quali sono derivati i 

' Cosi leggono ttitU le sUnpe. 
' Petrarca. 



VERO DE LE VIRTÙ. 519 

canali: e ne' porli, ne' ponti, ne le terme si potè meritar 
laude di magnificenza^ avendosi riguardo a la publica utilità : 
ne' teatri parimente e ne gli anfiteatri, tutto che siano fatti 
più tosto per diletto o per maraviglia: Ma se V opere moder- 
ne deono paragonarsi con 1' antiche, degno d' etemo onore 
sarà il buon re Carlo, ed il buon re Roberto suo nipote, 1 
quali edificarono il maggior tempio di questa nobilissima città, 
e l'altro così maraviglioso di Santa Chiara, ed il Castel nuovo, 
e l'altre castella, ed il molo così copioso di navi e di galee; e 
tanti altri prìncipi e cavalieri , che hanno fatta questa la più 
bella e la più riguardevole città del mondo, co' palagi gran- 
dissimi, co' giardini amenissimi, con le sepolture e con le 
statue che fanno testimonianza de. l' antiche ricchezze e de 
r antico valore, con tante coltre di seta e d' oro, e con tanti 
e sì vari e sì inusitati ornamenti de le chiese dirizzate al culto 
divino : laonde si può affermare, che questa sia veramente una 
città abitata da principi , se la dignità consiste ne la nobiltà 
de r animo e de l' origine , come io estimo. 

M. P. Napoli ne la magnificenza non cede ad alcun'altra; 
ma ne la magnanimità vorrei che fosse pari a se medesima. 

S. P, A voi si conviene, ed a gli altri più giovani cava- 
lieri, il fare emulazione a la gloria de gli antichi; perchè la 
fortezza de la città non consisteva ne le mura , da le quali , 
come scrive Livio, fu spaventato Annibale, ma ne la fede e 
ne l'aoiimo de' cavalieri: laonde, benché da Corrado fosser 
gittate per terra , non potè esser nondimeno abbattuta la virtù 
napolltana, la qual risorse con le mura assai più bella e 
più gloriosa; come particolarmente si è conosciuto questi 
anni addietro nel passaggio de gli eserciti francesi, e ne l'asse- 
dio de la città combattuta da Tarmi baii)ariche, e ne la peste 
In un medesimo tempo: ma parliam de le virtù. 

M. P. Queste due sono così belle e così grandi, io dico 
la magnificenza e la magnanimità, che de l' altre non posso 
fare eguale stima: avrò caro nondimeno di sapere, quali elle 
siano, e quante. 

S. P. Del numero non v' è peraventura certa e determi- 
nata scienza : però Aristotile in questa parte fu diverso à se 
medesimo, perchè in molti libri ne trattò diversamente^ ed 



520 IL PORZIO, 

alcune ne tralasciò in quelli che scrisse a Nicomaco , de le 
quali fa altrove menzione: ma tutte, per sua opinione, hanno 
r essere o ne gli atti o ne gli affetti ; non solamente ne gli 
affetti, come scrive Alessandro : ma io le distinguerò in quel 
modo che stimo più conveniente. Dico adunque, che le virtù 
hanno per lor materia o gli affetti o gli atti; e gli affetti sono 
i movimenti de T appetito concupiscibile, o de l'irascibile. Ne 
le passioni de Y appetito lusinghiero, il quelle ha per obietto 
il bene, o vero o apparente, è la temperanza fra due estremi 
d' intemperanza e di stupidità; ne le passioni de Y irascibile 
è la fortezza, fra l' audacia e '1 timore ; e ne T istesso si può 
riporre la magnanimità, fra la pusillanimità e l'altro estremo: 
e la virtù innominata , eh' altri chiama modestia, fra 1* am- 
bizione et il disprezzo de gli onori; e la mansuetudine, fra l'ira 
soverchia e la vacuità de l' ira. Ne gli atti è la liberalità, fra 
l'avarizia e la prodigalità; e la magnificenza, tra la piccio- 
lezza, per così dire, ed il trapassamento nel decoro. Ne la 
conversazione sono parimente tre virtù , le quali pare che 
abbiano per proprio soggetto le parole, più tosto che gli atti 
gli affetti; tuttavolta, perchè il conversare è quasi un' azio- 
ne, anzi principalissima azione de la vita, si possono annove- 
rare fra r altre che hanno l' essere ne gli atti. Di queste, la 
veracità è posta in mezzo fra Y arroganza e la dissimulazio- 
ne; raffabilìtà, fra l' adulazione e la contesa; la piacevolezza, 
fra la buffoneria e la rusticità. Oltre a tutte queste è la giu- 
stizia, la quale non è situata, come Taltr^ , fra due estremi, 
ma fra il più ed il meno; perchè ella aggiungendo a quella 
parte eh' è difettuosa, scema da quella che ha di soverchio ; 
ed il soverchio suole usurparsi con l' ingiuria ; perchè sempre 
r ingiuriatore ha di più, e l' ingiuriato di meno: ma il giu- 
sto dee agguagliar queste disuguaglianze, pareggiando l'in- 
giuriato a r ingiuriatore. Tuttavolta, iquella che èda'pittago- 
rici detta retaliatio, e da Dante « contrapasso, > cioè il render 
par per pari, non è sempre giusta : ma, come estimò Aristo- 
tile nel quarto de le Morali a Nicomaco, questa ragione non 
conviene a l'uomo costumato, né a quel di stato: ma nel 
secóndo de' libri civili pare ch'abbia diversa opinione, di- 
cendo, che da questa ragione del render par per pari sono 



VERO DE LE VIRTÙ. 521 

conservate lè città; e ne' gran Morali simiimente s' appigliò 
a questo parere. Non è nondimeno discorde a se medesimo 
Aristotile j come parve ad alcmji; perchè due sono i modi del 
far questa ragione: l'uno geometrico, il quale conserva le 
città; l'altro aritmetico, che può distruggerle; sì come due 
sono le spezie de la giustizia : V una dìspensatrice de' premi, 
la quale avendo riguardo a la dignità de le persone, procede 
con la proporzione geometrica; l' altra commutativa, o cor- 
rettiva, che si dimostra ne' contratti e ne' commerci che si 
fanno fra gli uomini, o volontari o involontari: e questa, con- 
siderando le persone come eguali , si serve de la propor- 
zione aritmetica. Ma la giu$tizia sola ricerca un trattato , 
anzi molti trattati e molti libri da se medesima: e da Pla- 
tone in questa materia furono scritti dieci dialoghi, intito- 
lati del Giusto e de la Republica. Laonde, se vi pare, di 
lei parleremo separatamente in più lungo ragionamento: or 
bastivi di sapere, eh' ella è fra quelle che hanno l' essere ne 
gli atti, comechò Platone la riponesse ne l' animo, ed altri 
de' moderni filosofi l' abbia collocata ne la volontà, quasi in 
propria sede. Questa alcune volte è chiamata da Aristotile 
tutta la virtù, perchè le leggi soglion comandare tutte le 
virtù; al forte, che servi l'ordinanza; al temperato, che 
s'astenga da' piaceri, e che fugga l' adulterio; al mansueto, che 
non si lasci trasportare da Tira smoderata; al liberale, che 
non sia scarso de' premi e de le mercedi. E se alcune leggi 
si trovano, ne le quali tutte le virtù non siano comandate, 
sono imperfette : imperochè il fine del legislatore dee essere 
di far buoni e virtuosi gli uomini che vivono in un regno, 
in una città. Ecc/ovi le virtù, quasi da me nel mio ragio- 
namento disegnate, senza varietà di esempi, e senza soverchio 
ornamento di parole; perchè il colorirle sarebbe opera per- 
aventura di stile più diligente, e di migliore e di più dotto 
maestro. 

M, P. Veggio, mi par di vedere, alcune belle, ma 
picciolo schiere di virtù ; fra le quali ricerco indamo la co^ 
stanza, la sofferenza, la fiducia , la pietà e la riverenza, e 
r altre, de le quali alcuna volta ho sentito ragionare. 

S. P, Voi avete nominate alcune compagne e seguaci 

4i- 



mi IL PORZIO, 

de le virtù, de le quali non si dimenticò sempre Aristotile : 
ma in alcun suo libro particolare l'ordinò insieme con l'altre, 
aggiungendo a la fortezza la sofferenza, la costanza e la fidu- 
cia; a la giustizia la pietà , con alcune altre; a la tempe- 
ranza , la riverenza ed altre compagne : ma ne' libri ch'egli 
scrisse a Nicomaco, e ne gli altri ad Eudemo, e ne' gran 
Morali, trattò di quelle solamente che da noi sono state rac- 
contate ; a le quali aggiunse la vergogna e l' indignazione , 
più tosto come lodevoli disposizioni ; perchè elle non sono 
virtù perfette e compiute. Bastivi adunque d' aver raccolto 
il numero de le virtù in breve spaaio. 

M, P. Io nel raccontarle imiterò coloro che vogliono nu- 
merar le stelle, i quali riconoscono nel cielo alcune princi- 
pali, quasi duci e principi de l' ordine loro ; altrimenti sarei 
costretto di cadere .ne l' opinione di Grisippo, che introdusse 
virtù quasi infinite. 

S. P, Ma peraventùra non dovete esser tanto solledto 
del numero, quanto de 1' essenza e de la proprietà di ciascu- 
na : però io vi conforto, che ricerchiate ne' medesimi le diffi- 
nizioni che dà Aristotile. Io, a guisa di pittore che ritocchile 
imagini medesime , dimostrerò più particolarmente la mate- 
ria di ciascuna virtù, e quel eh' ella sia per opinione d* Ari- 
stotile, con queir ordine medesimo che da lui è us^o. Dico, 
adunque, che la fortezza è mediocrità tra i timori e gli ardi- 
menti: ma di quei che eccedono, colui che soverchia non 
temendo, non ha proprio nome; l'altro che abonda di 
confidenza, è audace: ma colui che troppo teme, e manca 
ne 1* ardimento, è timido. Intorno a* piaceri et a' dolori è me- 
diocrità la temperanza, e particolarmente intomo a quelli che 
sono oggetti del gusto e del tatto ; il soverchio è l' intempe- 
ranza; il difetto non ha proprio nome , perchè rade volte av- 
viene che si trovi alcuno che non senta i piaceri; pure è detto 
insensato. La liberalità è mediocrità, la quale è riposta nel 
dare e nel ricevere i danari ; 1* eccesso è la prodigalità, et il 
difetto è r avarizia; con le quali gli uomini in modo contra- 
rio sogliono essere abondanti o difettuosi: il prodigo eccede 
nel dare, e prende meno che non dee; l' avaro, a V incontro, 
prende troppo e dà poco. Scmo altre disposi^sioni intorno a' da- 



VERO DE LE VIRTÙ. 523 

nari ; e mediocrità è la magnificenza: ma diverso è il magni- 
fico dal liberale, perchè l' uno s' adopera ne le cose grandi, 
l'altro ne le picciolo; il soverchio è V esser sordido e rozzo 
nel decoro ; il difetto^ la picciolezza nel decoro, ne gli onori 
p ne le cose opposte: mediocrità è la magnanimità; V ec- 
cesso è una certa tardità e quasi trascuraggine ; il difetto ò 
pusillanimità. E quale è la magnificenza verso la liberalità, 
tale è la magnanimità per rispetto d' una disposizione , la 
quale è intomo a gli onori ; perciochè suole avenire che 
l'onor si desideri quanto conviene, e più e meno; e colui 
che eccede nel desiderio de gli onori, è detto ambizioso; 
l'altro che manca, o è nel mezzo, è senza proprio nome : 
laonde avviene che gli estremi combattano del luogo di 
mezzo. Noi ancora sogliamo chiamare il mezzo, ora ambizioso, 
ora non privo del desiderio d' onore; ed ora laudiamo l'am- 
bizioso, ora l'altro. È mediocrità ne V ira la mansuetudine; 
de gli estremi, colui che eccede, iracondo, e '1 vizio è detto 
iracondia; colui chen'è difettuoso, si dice che non ha collera, 
e '1 difetto si dice privazione de l'ira. Pone oltre a ciò le tre 
mediocrità, le quali abbiamo detto che sono intorno a la co- 
mune usanza de le parole e de gli atti : ma V una è intorno 
al vero, l* altra è nel piacevole, del quale parte è ne'giuo- 
chi e ne gli sdierzi, parte ne V altra conversazione intomo 
al vero. Il mediocre è verace, e mediocrità la veracità; la 
finzione ne le cose maggiori è arroganza, ne le minori dis- 
simulazione; ne la piacevolezza de' motti e de gli scherzi il 
mediocre è faceto e piacevole, e la virtù è piacevolezza ed 
uii)anità; gli estremi sono il rozzo ed il giocolare. Nel piacere 
de r altra conversazione e domestichezza, colui che è piace- 
vole e grato nel conversare quanto conviene, è detto amico; 
e la mediocrità, amicizia: ma quel che eccede, non aVendo 
risguardo al proprio interesse, si chiama placido; ma facen- 
dolo a fine di utilità, è detto adulatore: colui che manca in 
tutte le cose, spiacevole, riottoso o contenzioso, e difficile. Ne la 
vergogna ancora e ne V indignazione, tuttoché non sian pro- 
priamente virtù, sono i mezzi tra 1 difetti e gli eccessi : ec- 
cede colui che di tutte le cose ha vergogna, come il timido ; 
colui che di niuna cosa si vergogna, è detto impudente ; nel 



524 IL PORZIO, 

mezzo è il vergognoso, degno di lode. L' indignazione è me- 
diocrità tra rinvidia e la malevolenza, ed intorno a' piaceri et 
addolori che sentiamo de gli accidenti del prossimo: perchè lo 
sdegnoso si duole che aUri indegnamente sia esaltato da la pro- 
sperità de la fortuna ; l'invidioso, che l'avanza, si duole di tutte 
le cose godute da gli altri, o degnamente o indegnamente; il 
malevolo non sente dolore, ma gode de l'altrui male: ma 
questa ancora è rozza figura, intorno a la quale Aristotile più 
diligentemente s'affaticò, come voi medesimo potrete conside- 
rare. Si può nondimeno aggiungere a le cose dette, che tutte 
le virtù morali sono in tomo al piacere et al dolore; perchè 
il rallegrarsi de le cose oneste e '1 dolersi de le contrarie, 
è certo segno de T abito lodevolmente acquistato: e perchè 
le virtù sogliono esser corrotte da l' uno e da Tal irò estre- 
mo, dobbiamo guardarci da ambedue, non altrimenti che 
soglia far colui che naviga tra Scilla e Cariddi; e da quel- 
r estremo dobbiamo allontanarci maggiormente, al quale 
siamo più inchinati, torcendo l'animo pieghevole a la con- 
traria parte, a guisa di pianta novella, la quale è dirizzata 
per artificio de l'agricoltore: però colui che è inclinato a 
l' avarizia , dee alcuna volta aprir la mano soverchiamente 
a lo spendere; e '1 troppo largo per natura dee ristringerla; 
e chi è trasportato dal trabocchevole appetito ne' piaceri smo- 
derati, con più duro freno dee ritener la cupidigia; e rallen* 
tarlo alcuna volta si converrebbe a l' insensato, se in questa 
età troppo delicata ne le delizie e ne le morbidezze alcmao 
si ritrovasse privo del gusto de' piaceri; e '1 timido dee 
avanzarsi ne' pericoli, e 1' animoso alcuna volta tirarsene 
addietro : e '1 somigliante dee farsi in ogni disposizione di 
virtù. Ma perchè i vizi sono contrari e fra loro ed a layirtù, 
la quale è riposta nel mezzo, vagliaci questo ammaestra- 
mento, che più ci guardiamo da quel vizio che è più contra- 
rio a la virtù, come è più contraria a la fortezza la timi- 
dità de r audacia. Laonde ninno può biasimare il soverchio 
ardire d'Alessandro il Magno ne l'espugnazione di Tiro o 
de l'altre città, o ne le sanguinose battaglie, ne le quali 
essendo ferito, conobbe la sua umanità: ma tutti con ma- 
ravigliose lodi deono levare la sua virtù fino al cielo, e quella 



VERO DE LE VIRTÙ. 5t25 

di Filippo SUO padre similmente; e '1 passaggio di Scipione 
Africano al regno di Siface con due galee solamente: e l'ar- 
dire di commetter la sua salute medesima e quella de la 
sua patria a la fede africana, sempre incerta ed incostante, 
è degno di grandissima maraviglia ; e non meno quel di 
Cesare, che impaziente per la tardanza de le legioni che 
passavano da Brindisi ad Antiochia , finse d' esser ammalato , 
e lasciando il convito, occultò la sua maestà con abito ser- 
vile, e si espose in una picciola barchetta a la tempesta 
del mare Adrìalfco. Ma la temerità di coloro, i quali sono 
stati alfine vinti dal timore , suole spesse volte senza bia- 
simo, e quasi con pietà, esser rimirata : però volentieri leggia- 
mo ne' poeti : 

Parte alia fugiens, amissU Troilus armit, 
Infelìx puer, atque itppar congressus Achilli, 
Fertur equis, cumique haret resupinus inani ; 
Lora tenens tamen: huic cervixque comcsque trahuntur 
Per terram , et vena pulvis inscribitur hasta, < 

Ma dove ne* pericoli la virtù giovanile de V animo non sia 
stata superata dal timore, è degna di meraviglia; quantun- 
que per le forze del corpo si sìa mostrata inferiore, ed a 
pena si può determinare, s' ella sia fortezza o temerità; come 
è quella di Fallante, di cui si legge : 

Ire prior Pallai , si qua fon adiuvet ausum 

Viribus imparibus; magnumque ita ad oethera faiur.^ 

E quella di Lauso, de la cui morte si legge: 

JEneas, nubem belli dum deiinet» omnes 
. Sustinety et Lausum increpilat, Lausoque minatur: 
Quo moriture ruis? maioraque viribus auden? 
Fallii te incautum pietas tua, Nec minus ille 
Exulta t demens. * 

A rincontro, la fuga di Turno non pare a molti che possa 
essere scusata; perchè la temerità non si scusa ne Tetà 
matura, e molto meno quella di Ettore: tuttavolta Turno 

« Virgilio, 1,476. 
S Virgilio, X, 458-59. 
> Virgilio, X,S09 e teg. 



526 IL PORZIO, 

fugge con minor vergogna, essendosiglì rotta la spada, come 
si legge : 

Emicat hic, impune putans, et corpore loto 

Alte sublatum eonsurgit Tumus in ensem. 

Et feriti exclamant Troes trepidi que latini , 

Arrectxque amborum acie». At perfidus ensis 

Prangitur, in medioque ardentem deserit ictu. 

Ni fuga subsidio subeat, Fugit odor Euro, 

Ut capulum ignotum, dextramque aspesit inermem. * 

La fuga nondimeno è simile a quella del cervo, comesi 
descrive in que* versi : 

Inclusum veluli si quando in flumine nactus 

Cervum , aut punicee^ septum formidine penna, 

Venator cursu, canis et latratibus instat; 

Ble autem , imidiis et ripa terriiut alla , 

Mille fugit refugitque vias : at vividus umber 

Hceret hians, iam iamque tenete similisque tenenti etc.^ 

Altrove Turno fugge, o si ritira più tosto, come leone circon- 
dato da r armi e da* cacciatori : 

Ceu scRvum turba leonem 

Cum telis prema infensis: at territus iUe 
Àsper, acerba tuens, retro redit; et neque terga 
Ira dare, aut virtus patitur, nec tendere cantra. 
IUe quidem hoc cupiens , polis est per tela virosque, 
Band aliter retro dubius vestigia Turnus 
Improperata refert. ' 

Ma in tutti i modi, è più tosto audace o temerario che forte, 
come dice il poeta medesimo : 

Irim de coslo misit Saturnia luna 
Audacem ad Rutulum. * 

Laonde il poeta non merita biasimo nel costume descritto , 
quantunque potesse meritarlo la persona descritta, la quale 
con somme lodi è talora levala fino al cielo ; e molto meno 

* Virgilio, XII, 728 e segg. 
9 Virgilio, XII, 749 e segg. 
5 Virgilio, IX, 792 e segg. 

♦ Virgilio , IX , 2-3. 



VERO DE LE VIRTÙ. 527 

merita d'esser ripreso Enea per la vendetta. A l'incontro, sem- 
pre è biasimato il costume del timido , o la timidità, come 
estremo più lontano da la fortezza , a la quale non può in 
modo alcuno assomigliarsi. E non solamente è vituperata ne' 
poeti, ma ne gì' istorici; come la fuga di Serse, il quale, 
dopo la perdita d' infinite centinaia di soldati , elesse di fug- 
gire con una sola barchetta, e non volle morir più tosto ;^ 
la ritirata d' Artaserse, il quale da poi che vide morto Giro 
suo fratello, si ritirò da un picciol esercito di ventiquat- 
tromila Greci, col suo, che era di ottocentomila e più per- 
sone; come fu la m(»rte di Sardanapalo, e d' altri principi 
. d' infame e vergognosa memoria. 

M. P. Verissima a me parve sempre la sentenza di 
quel Poeta : * 

Un bel morir tutta la vita onora. 

Laonde estimo, che Virgilio volesse far troppo d'onore a 
Mezenzio ne la sua morte ; e peraventura ci voile dimostra- 
re, come la fortezza de l'animo si trovi scompagnata da 
le altre virtù. 

S. P. Questa è una quistione assai antica, e spesse volte 
rinovata: ma di lei, se'l prenderete in grado, parleremo a 
suo luogo. Or continuando il ragionamento de gli estremi , 
dicoche l'istessoavviene ne l'estremo de la prodigalità, il quale 
assai spesso è simigliante ala virtù: laonde i prodighisene 
amati come giovevoli , ed a l' incontra gli avari odiati. E 
lasciando da parte Catilina , Gurione , Marc' Antonio e gli 
altri , i quali co' doni e con gli spettacoli presero gli animi 
del popolo; ne l'istorie d'Inghilterra leggiamo,» che il re 
Giovanni, cognominato il Gortese, tuttoché avesse guerra 
con Enrico suo padre, fu nondimeno oltre a tutti gli altri re 
amatissimo, per questa sola apparenza di virtù, o estremità 
di larghezza che vogliam chiamarla ; per la quale Manfredi 
fu amato, come furono molti di que' tiranni i quali nel go- 
verno e ne le operazioni sono stati somiglianti a' buoni re : 
a l'incontra Garlo, giustissimo re di questo regno, fu riputato 
avaro anzi che no , ed odiato per V avarizia. 

* Petrarca. 



528 IL PORZIO, 

M. P. Cupido fu egli più tostò* che avaro, sì come colui 
che spendeva molto ne le sue magnanime imprese : ma la di- 
visione da lui fatta in tre parti del tesoro reale, eh' egli acqui- 
stò quando vinse Manfredi, e la terza parte donata a' cavalieri 
suoi seguaci, il può liberare da questa falsa opinione, inde- 
gna de la sua virtù: anzi, per mìo parere, se la divisione fosse 
stata fatta con le bilance e non co' piedi, come parve a Bel- 
tramo del Balzo, ne sarebbe toccata la maggior parte a- cava- 
lieri, e la minore a la moglie. 

S. P, Ne r istesso Carlo altri danna la soverchia seve- 
rità, che non fu biasimata in Fabio ed in Torquato, quantun- 
que fosse meno amata de la clemenza : ma la severità per se 
medesima, se non è congiunta con l'estremo de l'ira, non 
suol esser ripresa. E talvolta è avvenuto, che ne' capitani sia 
stato più lodato, e più giovevole 1* estremo de l'ira, che l'al- 
tro opposto ; il quale è vacuità de l' ira : però, come si legge 
in Senofonte, a Clearco Lacedemohio, il quale seguì Ciro mi- 
nore in Asia contro il fratello Artaserse, sapendo meglio di 
tutti ^li altri obedire, meritò di comandare; e comandò in 
guisa, che fu temuto non solamente per la severità, ma per 
r ira soverchia ; laonde egli solea dire, èhe il buon capitano 
dee esser più spaventoso a' soldati del nemico medesimo. Ma 
Prosceno Boezio peccò, e con ristesse esercito, ne l'altro estre- 
mo, quantunque fosse ammaestrato dal famoso Gorgia Leon- 
tino; perciochè egli portava a' soldati maggior rispetto, che 
da lor medesimi a lui non era portato. Difficile nondimeno è 
il giudicare qual più s' allontanasse da la vera mediocrità, ne 
la quale, senza fallo, meritò estrema làude Senofonte. Ma 
nondimeno^ perchè 1* ira è meno avversa a la ragione, come 
parve ad Eraclito; o più tosto, perchè l' ira prende l' arme 
per la ragione, come volse Platone; il soverchio de l'ira è men 
vizioso che il difetto, del quale con agre riprensioni fu ripi- 
gliato il re di Cipri, e con acuto morso punto da la donna di 
Guascogna : né si potea lodare ragionevolmente in Pisistrato, 
perchè egli non doveva sopportar così di leggieri l' ingiuria 
fattagli ne la figliuola. Da 1* altra parte, il soverchio de l' ira 
fu attribuito ad Ercole, ad Achille, ad Aiace, ed a gli altri 
eroi, anzi che no: ed Alessandro, per ammaestramento filoso- 



VERO DE LE VIRTÙ. 529 

fico non potè tentarla a freno, quantunque alcuna volta. vin- 
cesse il piacere; come dimostrò, dopo la morte di Dario, nel 
rispetto portato a la moglie ed a la madre. Però fu scritto 
dal Petrarca : 

Vincitore Alessandro, Tira vinse, 
E fé 1 minore in part^ di Filippo : 
Che gli vai , se Pirgotele o Lisippo 
L' intagliar solo , ed Apelle il dipinse? 

Ma ne gli estremi de V intemperanza, quel che eccede ne' pia- 
ceri è lontano assai da la virtù : però Marc' Antonio e Deme- 
trio espugnatore de le città, che si diedero in preda a' piaceri, 
furono biasimati in tutti i secoli e da tutte le nazioni. E Ce- 
sare istesso, il quale 

Cleopatra legò ira* fiori e V erba ; 
ed 

Anniballe al terreo vostro amaro , * 

ne meritarono riprensione: e de' nostri principi. Federico Se- 
condo, e Manfredi suo figliuolo , furono riputati per questo 
carnali, e per poco epicurei. E s' io non sono errato, per que- 
sto eccesso medesimo molti regni e molte tirannidi furono 
gittate a terra, e co'l ferro micidiale estirpate: il regno di 
Roma particolarmente ebbe fine per V adulterio fatto dal 
figliuolo di Tarquinio superbo in Lucrezia moglie di Col- 
latino; e Roma da poi mutò stalo un'altra volta, essendo 
governata da' decemviri, per la violenza fatta da Appio il 
Bello a Virginia, figliuola di Virginio: e per l'istessa 
cagione Manfredi perde il regno di Napoli, abbandonato dal 
conte di Caserta suo cognato, il quale innanzi a la battaglia 
di Ceperano lasciò il passo da lui guardato, e paSsò a le 
parti di Carlo: e non molti anni dopo. Passerino Bona 
cossi fu privo de la signoria, ed insieme de la vita, da Luigi 
Gonzaga e da' figliuoli. Da l' altra parte, il difetto ne' piaceri è 
celebrato alcuna volta con grandissime lodi, e quasi con ma- 
raviglia; come fu in Senocrate, il quale a guisa d' immobile 
statua si giacque con Frine meretrice ; ed in Socrate, che ne 
r istessa maniera fece vergognare Alcibiade di se medesimo : 

* Petrarca. 
Ta«so. Dialoghi. -'Z. 45 



530 IL PORZIO, 

ma questa fu stupidità filosofica. E fra queste estremità loda- 
tissimo è il mezzo : laonde Scipione il maggióre in Ispagna 
non meritò minor laude per la virtù de la temperanza, che 
per la fortezza e per tante sue maravigliose vittorie. Ne* poeti 
ancora sono stati descritti il mezzo e gli estremi con molta 
leggiadria e con gran giovamento di chi legge, per farsi esem- 
pio de r altrui virtù : e particolarmente il Tasso, nostro 
amico, ed al nostro secolo poeta di molta stima e di molta 
erudizione, nel suo Amadigi ha voluto far vergognar questa età 
de la soverchia intemperanza; perchè oltre a le altre sue belle 
invenzioni de la selva de le maraviglie, finge che Galaoro per 
una incontinenza simile a quella dimostrata da Ruggiero eoa 
Angelica, perdesse la spada vermiglia, da lui per valore 
acquistata, senza la quale non si poteva dar fine a l' incanto 
de le selve : ma Fiondante, disprezzando la Fata che ignuda 
r invitava a V amorosa lutta, usò virtù maravigliosa, somi- 
gliante a quella di Anassagora ; laonde al fine non solo si con- 
servò la spada vermiglia, ma superò gì* incanti de la selva, e 
condusse a fine molte altre maravigliose avventure. 

M. P. I poeti spagnuoli sono maravigliosi in descriver 
la lealtà de' cavalieri ; perchè questa virtù, che voi chiamate 
temperanza, è lealtà più tosto e fede, inviolabilmente osser- 
vata a la sua donna ; essendo per altro i cavalieri da loro de- 
scritti simili più tosto a gì' intemperanti o a gì' incontmenti, 
i quali sono vinti da le passioni amorose ; come avvenne ad 
Amadigi, che per un picciolo ed ingiusto sdegno di Oriana si 
lasciò in preda a la disperazione. Ma perchè io lessi alcuna 
volta, che tutti gli amanti sono incontinenti, pregovi che mi 
dichiariate la differenza la quale fanno i filosofi fra V incon- 
tinenza e r intemperanza. 

S. P. Aristotile ed i filosofi peripatetici pongono ne l'ani- 
mo tre disposizioni laudevoli, e tre a l' incontro degne di bia- 
simo. Laudevoli sono la virtù, la continenza e la virtù eroi- 
ca: ma degne di biasimo sono il vizio, l'incontinenza eia 
ferità. Or lasciando da parte 1* opposizione che è fra la virtù 
e '1 vizio, e fra la ferità e la virtù eroica; dico che 1* inconti- 
nente è opposto al continente, come il vinto al vittorioso; 
perchè l' incontmente è vinto da gli affetti , ma il continente 



VERO DE LE VIRTÙ. 53 i 

supera le passioni. Vinto è, dico, T incontinente da quelle pas- 
sioni, le quali gli altri sogliono di leggieri superare: ma il 
continente vince quelle che malagevolmente possono esser su- 
perate, e non opera mai senza perturbazione : ma il tempe- 
rante ha placato V animo, nel quale la ragione signoreggia a 
cheto, e senza contrasto. Simile è, dunque, il continente al vin- 
citore di regno perturbato, o di città ribellata, ne la quale i 
tumulti e le sedizioni non sono affatto cessate : ma il tempe- 
rante somiglia il re che abbia domate le nazioni, e soggio- 
gate le Provincie, ed a' popoli pacificamente comandi. Laonde 
assomìgiierei l' animo de V uomo o del principe continente a 
la dittatura di Fabio Massimo, o d'altro dittatore, il quale 
ponesse freno a gì' impeti popolari ; ma l' am'mo del tempe- 
rante è simile a la monarchia di Ottavio, o d' altro potentis- 
simo principe, a cui non si faccia ripugnanza o contesa alcuna. 
M. P. Grandissima virtù è dunque la temperanza.* 
S. P. Grandissima, e bellissima certo : ma la continenza 
non è virtù, quantunque le s' assomigli, ma disposizione lau- 
devole, ed a la virtù somigliante ; V intemperanza, a V incon- 
tro, è grandissimo vizio; e Tmcontinenza non è vizio, ma 
inclinazione a' piaceri degna di biasimo, da la quale V animo 
umano oltra misura è perturbato. Però dice Aristotile, che 
r intemperante elegge, quasi persuaso dal piacere e vinto da 
le sue lusinghe, di seguir le cose che piacciono, ed elegge 
sempre le piacevoli, anziché le oneste e le faticose; ma 
l'incontinente non elegge, e non è persuaso, vinto da la 
perturbazione: è però men reo de l' intemperante, sì come 
colui che non ha corrotto il principio, il quale ne T in- 
temperante è guasto dal vizio. L' uno e l' altro ha il me- 
desimo oggetto, e la medesima materia, che sono i piaceri del 
corpo : laonde propriamente incontmenti son detti gli amanti, 
i bevitori, i golosi, e tutti coloro che da l' uno e da l' altro 
senso, del tatto, dico, e del gusto, si lasciano soverchiamente 
lusingare : gli altri, che ne l' ira e nel desiderio d' onore e di 
vittoria sono incontinenti, non son detti semplicemente in- 
continenti, ma con questa giunta ; incontinenti ne l' ira, ne 
r onore, o in altro, che che egli sia : però alcuna volta merita- 
rono biasimo; alcuna, lode ne V incontinenza. 



532 IL PORZIO, 

M, P. Io non so se Achille o Alessandro fossero già- 
mai lodati giustamente ne V ira : ma V uno uccidendo Cali- 
stene, F altro non sapendo perdonare a' corpi morti, mi 
paiono giustamente ripresi. 

S. P. Più biasimevole, senza fallo, estimo T incontinenza 
del danaio, de la quale a' tempi antichi furono ripresi molti 
uomini grandi, per altro lodatissimi; è fra gli altri Pompeo, 
ce, seguendo V esempio di Sesostri, spogliò il tempio di Sa- 
lomone del suo tesoro: ma fra* nostri re, Carlo Primo, e Fer- 
dinando, ed Alfonso Secondo d'Aragona, non hanno potuto 
schivare il biasimo di questa incontinenza. 

M. P. Se alcuna maniera d' incontinenza è laudevole, 
sarà pera ventura quella de V onore e de la vittoria; la quale^ 
come scrivono, fu smisurata in Alessandro, smisurata in 
Cesare ; V uno e l' altro nondimeno trovò molti e chiarissimi 
laudatori de la grandezza de V animo. 

S. P. E molti riprensori a l' incontra, e quasi giudici se- 
veri, ne r azioni famose trovarono questi e gli altri ne T onore 
e ne la vittoria incontinenti; fra' quali è chiarissimo M. Mar- 
cello, che cadde ne gli agguati di Annibale, e dal nemico me- 
desimo fu sepellito; e fra' nostri principi, Carlo principe di 
Salerno, che sotto simulazione di fuga fu preso da Ruggiero de 
V Oria, presso il lito di Napoli. Ma tacendo de gli altri no- 
stri, r azioni di Achille furono con amaritudine riprese da 
Platone; e quelle di Milciade, di Temistocle, di Cimone e di 
Pericle furono dal medesimo filosofo acerbamente ripigliate : 
Filippo fu accusato da Demostene, Cesare da Catone, Mar- 
c' Antonio da Cicerone, Scipione medesimo, la cui virtù su- 
però la fortuna e l' invidia, e la gloria de gli antecessori^ e 
la speranza de' posteri, e V opinione di tutte le genti, e l'espei- 
tazione da lui stesso concitata, non potè fuggire o le ripren- 
sioni di Fabio Massimo, o il giudizio de l'ingrata patria, la 
quale fu indegna de la sua sepoltura. Ma in Scipione il conso- 
lato, ed il trionfo innanzi a l' età, ed il passaggio di Nicome- 
dia, e la guerra trasportata in Africa, non possono esser 
riprese come incontinenze di onore e di vittoria, perchè da 
lui tutte le cose furono adoperate con elezione e con grandis- 
simo consiglio, quasi eguale a la grandezza de V animo. Ma se 



VERO DE LE VIRTÙ. 533 

noi ricerchiamo alcuna continenza degna di lode più tosto 
che di biasimo^ è senza fallo quella di Neottolemo, ne la tra- 
gedia di Sofocle chiamata Filottete^ come giudica Aristotile 
medesimo; perciochè, essendo egli stato persuaso da Ulisse a 
mentire^ non perseverò nel proponimento o ne la menzogna; 
ma vinto da la sua buona natura^ che faceva ritratto da quello 
onde era nato^ amò meglio di scoprire la verità che di com- 
piacere a l' amico bugiardo. Simile incontinenza fu peraven- 
tura quella di Goriolano^ il quale non continuò nei suo altiero 
proponimento, ma si lasciò piegare a le preghiere de la ma- 
dre : e se alcuna falsa opinione è degna di biasimo, degna di 
lode è r incontinenza, per la quale non siamo perseveranti 
nel primo non laudevole proponimento. 

M. P. Dunque, la leggerezza deTanimo, e l'incertitudine 
de l'opinioni sono laudevoli ne T incontinente? 

S. P. Non assolutamente, ma in comparazione forse de la 
pertinacia e del pertinace, il quale continua ne la falsa opi- 
nione e ne la elezione non buona; perchè pertinaci sono quelli 
che non possono, se non malagevolmente, esser rimossi da la 
loro sciocca opinione, ma ostinati in su la propria credenza, 
non sono pieghevoli a le vere ragioni, non arrendevoli a'prie- 
ghi, né possono per altrui persuasione deporre T ostinata gra- 
vezza: uomini indotti e rozzi, e di lor testa, i quali per 
diletto son pertinaci , perchè si rallegrano vincendo malva- 
giamente le quistioni e le riotte, spesse fiate con dure parole 
incominciate ; a l' incontro si dolgono d' esser vinti, e di cedere 
a la ragione ed a V autorità ; e non altrimenti si perturbano 
per la vanità de le proprie parole, che se vedessero disprezzata 
r autorità de le publiche leggi e de' publici decreti. 

M. P. Se cosi spiacevole e zotico è il pertinace, mi ma- 
raviglio oltremodo come da Elio imperatore non fosse rifiu- 
tato questo cognome. 

S. P. Propriamente noi chiamiamo pertinacia quella 
non lodevole disposizione de l' animo, per la quale altri ne 
le non vere opinioni è perseverante, e pertinaci gli uomini 
spiacevoli e riottosi. Ma pertinaci alcuna volta son detti que- 
gli ancora che non sono agevolmente rimossi da le buone 
e vere opinioni; la quale è proprietà de gli uomini giusti, 

45* 



534 IL PORZIO, 

come fu Catone, o altro sì fatto, di cui si possa affennare, 
lustum , et ienaeem propositi virum ; * 

con quel che segue. 

M.P, Questa sarebbe grandissima virtù o costanza, 
degna di Catone, e d' altri che disprezzasse la morte per la 
dignità. 

S. P, Nondimeno pertinacia si domanda propriamente la 
tenacità^ per così dire, di non buon propcmimento , shnìle 
in qualche cosa a T incontinenza, ma in molte dissimile; 
perchè gF incontinenti non hanno ferma (^ini(me , ma di 
leggieri la sogliono mutare e rimutare, come fanno coloro 
i quali sono dubbiosi ed incerti: laonde meritano scusa e 
perdono, se agevolmente cedono a' piaceri ed a la cupidità; 
ma a la malvagità non si può conceder perdono. 

M, P, Io avrei più tosto creduto che V incontinente an- 
cora avesse ferma opinione. 

S. P. La ferma opinione, quantunque falsa, come fu 
quella di Eraclito, malagevolmente si può rimuovere, e ne 
la stabilità è quasi somigliante a la scienza. Socrate nondi- 
meno, il quale s^mò che tutti gli uomini facessero le loro 
operazioni per alcuna scienza, diede bando e cacciò da gli 
animi nostri V incontinenza; perciochè egli giudicava impos- 
sibile che r uomo, che sappia ed abbia buona e diritta opi- 
nione, operi incontinentemente; awengacbè niuna cosa sia 
più forte de la scienza : laonde non è ragionevole che la 
scienza sia vinta da le perturbazioni, da le quali è superato 
r animo de V incontinente. Ma Aristotile in parte giudicò 
diversamente, perchè gli uomini possono avere in due modi 
la scienza, o usandola o non usandola; e non adoperandola, 
s' ha in abito solamente, non in atto: ed in questa guisa è 
possìbile che V incontinente sappia, ma è impossibile cbe 
egli abbia la scienza in atto. Oltre a ciò, T incontinente sa l'uni- 
versale, ma non V applica al particolare: ma chi sta su l'uni- 
versale, non suole operare, benché egli potesse saper la 
partìGolar proposizione, la quale signoreggia quasi ne le azio- 
ni, perchè è quella che ci muove ad operare : nondimeno