Skip to main content

Full text of "I giornali umoristici fiorentini del triennio glorioso (1859-61) con XII tavole illustrative fuori testo"

See other formats


Giuseppe Rondoni -4? -& -^ 

g^GlORNALI UMORISTICI 
ipORENTINI DEL TRIENNIO 

ÌK.ORIOSO (1859-61). ^ CON X.I 

^ 3LE ILLUSTRATIVE FUORI TESTO, ^ -^ 




•t» «t» «t» «t» «t» «t» «t» «t» «t» «t» «^ «^ «t» «^ 

^^ ^^ ^^ ^^ *j^ ^^ ^^ *^^ «/> *j^ ^^ «/^ «/^ %/^ 

In Firenze, G. C Sansoni, Editore - mcmxiv. 



Giuseppe Rondoni ^ * ^ 

I GIORNALI UMORISTICI 
FIORENTINI DEL TRIENNIO 
GLORIOSO (1859-61). * CON XII 

TAV^OLE ILLUSTRATIVE FUORI TESTO. ^ ^ 




In Firenze, G. C. Sansoni, Editore - mcmxiv. 



PROPRIETÀ LETTERARIA 



Firenze — Stab. G. Camesecchi e figli — Piazza Mentana, i. 



AVVERTENZA 



Licenziando alla stampa questo libro, sento 
il dovere di manifestare la mia più viva e sin- 
cera gratitudine al Comitato regionale toscano 
per la storia del Risorgimento nazionale che 
l'accoglieva sotto i propri auspici, e più spe- 
cialmente all'onorevole Ferdinando Martini, suo 
illustre e benemerito Presidente, che ne racco- 
mandava benevolo la pubblicazione all'egregio 
editore Sansoni. Ringrazio poi il Dott. S. Mor- 
purgo. Direttore della Biblioteca Nazionale di 
Firenze, per avere gentilmente concessa la ripro- 
duzione fotografica di caricature delle collezioni 
quivi esistenti, e cosi pure il Signor Sansoni, 
per avere assunta e curata l'edizione con ogni 
solerzia e premura. 

Poiché (( hanno la loro biografia anche i 
(( giornali: ed i giornali ormai fanno parte della 



2011587 



IV AVVERTENZA 



« storia letteraria e civile d'ogni nazione »/ mi 
aug'uro che questo saggio modesto possa invo- 
gliare chi sa e può a raccogliere sempre nuovi 
materiali ed a comporre un' istoria del giornali- 
smo fiorentino e toscano dell'età del patrio ri- 
scatto dalle, origini fino al 1870. Sarebbe, io 
credo, una delle pagine più nuove ed espressive 
della mirabile epopea. 

Firenze, aprile, 1914. 



Giuseppe Rondoni. 



* A. D' Ancona; Ricordi storici del Risorgimento Italiano, p. 37. 
Firenze, Sansoni, 1913. 



CAPITOLO 1 



Preliminari. - Il Fassateìnpo, 



La importanza dei giornali per la storia moderna e con- 
temporanea è di tale e tanta evidenza che sarebbe inutile 
spendervi intorno molte parole. 

Basti ricordare col Tavernier che « ce fut la presse qui 
organisa le gouvernement provisoire de 1848 », donde poi 
tanta mole di eventi, e che i De Goncourt appunto dai 
giornali, archivi di costumi, traevano una storia della so- 
cietà e della vita di tutti i giorni in Francia ai tempi della 
grande rivoluzione. Da noi il Masi osservava che una storia 
moderna e contemporanea, la quale non tenesse conto della 
azione continua esercitata dalla stampa cotidiana riusci- 
rebbe alcun che di cosi monco ed incompiuto da poter 
esser tutto fuorché un'istoria, e Ferdinando Martini potè 
presentarci vivo e parlante il Giusti deputato sfogliando i 
giornali del tempo. ' 

Nella storia del risorgimento nazionale italiano il gior- 
nalismo costituisce una fonte d'informazione tanto abbon- 
dante e cospicua quanto sino a qui poco in genere apprez- 

* E. Taverniek . Z>« Journalisme. Son Histoire, son róle politique 
et religieux. Paris, Dentu, 18S5. De Goncourt, Histoire de la Société 
frangai se pendant le Directoire. L'Aulard in uno dei suoi corsi di storia 
della rivoluzione francese commentò uno dei giornali più importanti 
della epoca, Le rivoluzioni di Francia e di Brabante. Etudes et Legons 
sur la Revolution frangaise, p. 228 e 252. E. Masi, Giornali e Storia 
contemporanea. Rassegna Nazionale. 16 Maggio 1SS9. F. Martini, Sim- 
patie. L'onorevole Giuseppe Giusti, p. 121 e segg. 

Rondoni i 



CAPITOLO I 



zata ed usufruita, purché non si limiti la ricerca, come 
spesso accade, ai caratteri generali ed estrinseci dei singoli 
diari e periodici, ma se ne indaghi partitamente il conte- 
nuto. Il Renan ad un tale che lo richiedeva di un argo- 
mento per una tesi proponeva De quibusdam ineditis javt 
editis, e voleva significare che nella caccia ansiosa all' ine- 
dito spesso dimentichiamo che negli ammassi di carta stam- 
pata si ascondono tesori di notizie ignote o neglette ; tale 
è il caso dei giornali; tale la ragione di questo studio. « Ed 
«invero», ripeterò col Piccioni, un benemerito, insieme collo 
Sforza, di queste ricerche, « basta talora sfogliare qualche vo- 
« lume di vecchi giornali, e scorrere con occhio curioso 
« quei fogli ingialliti perché ci si apra, come per incanto^ 
« un campo inaspettato di speculazioni nuove ». * 



' L. Piccioni, Il ' giornalismo italiano. Rassegna Storica in Rivista 
d'Italia, 1913, e più specialmente nei fascicoli del Febbraio ed Agosto. 
Cfr. il suo studio per la Storia del nostro giornalismo: in Fanfiilla 
della Domenica, anno XXXI, n. 35. Bernardini, Guida della Stampa 
periodica italiana con prefaziotie di R. Bonghi. Lecce, Tip. Salentina, 
1890. G. Fumagalli, Bibliografia storica del giornalismo italiano, Fi- 
renze, Carnesecchi, 1894. P. A, Bigazzi, Firenze e Contorni. Manuale 
bibliografico e bibliobiografico. Parte V. Firenze, Ciardelli, 1893. A. Ar- 
BiB, Il giornalismo fiorentino dal iS^o al iS^g. Breve articolo nella Strenna- 
Album dell'Associazione dell'Arte della Stampa del iSSi-82. Roma, 
Forzani, Voi. 2, p. 337-47. G. Fonseca, Giornalismo fiorentino nel- 
VArte delta Stampa del 1893. F. Giarellt, La vecchia stampa ioscana 
nelV Arte della Stampa del 1892. G. Stiavelli, Antonio Guadagnali 
e la Toscana de' suoi tempi, p. 197 e segg. Torino, Tip. Nazionale, 
e dello stesso : Per la Storia del giornalismo italiano. Rassegna cri- 
tica, Ottobre 1909. A. Linaker, G. P. Vieusseux e la Stampa coope- 
ratrice del Risorgimento in La Toscana alla fine del Granducato. Con- 
ferenze. Firenze, Barbèra, 1909. G. Baccini. Cordelia, 1908. G. Fuma- 
galli E F. Salveraglio, Albo Carducciano. Bologna, Zanichelli, 
IvICMlX, p. 154 e segg. P. Gironi, La stampa nazionale italiana 
(1848-60). Prato, Tip. Alberghetti e C, 1862, si limita a brevi consi- 
derazioni desunte da alcuni cenni storici. L'opuscolo ha come prefa- 
zione una lettera di G. Mazzini. Cfr. il Diario inedito del Cironi nella 
Biblioteca Nazionale di Firenze. Anno 1S57. c.te 193 e segg. Mi sia lecito 
infine ricordare che fino dal 1903 in occasione del Congresso interna- 
zionale di scienze storiche in Roma presentai una comunicazione Per 



l'REIJMINARI. « IL PASSATEMPO > 



D'altra parte per la Storia del giornalismo nostro oc- 
corre anzitutto che quello delle varie città della penisola 
abbia avuto i suoi storici, onde per questo riguardo oso 
sperare che riesca opportuno il presente contributo. 

Le differenze tra il giornale odierno e quello della epoca 
del risorgimento vennero segnalate bellamente dal Biagi, 
dal Cesana e dal Barbèra.' Quanto ai vecchi pubblicisti, invece 
dello attuale sportinan frettoloso colla bicicletta, la macchina 
fotografica e l'automobile in pronto, del reporter che ficca 
il naso un po' dappertutto rapido come un telegramma, 
brusco come una scossa elettrica, ecco risorgere dinanzi 
ai nostri occhi un romantico personaggio dal cappello a 
cilindro colle tese dilatate, soprabito a vita gonfio come 
una gonnella, pizzo e baffi melanconici, oppure un individuo 
avvolto in ampio mantello, col cappello alla Emani, spesso 
povero e burlone, e infine nel 59 un simpatico mattacchio- 
ne col cappellino sull'orecchio, giubba e pantaloni rigonfi. 

Quella del risorgimento fu la età eroica del giornale, 
al quale si consacravano i più generosi e poderosi intel- 
letti, filosofi, politici e letterati illustri. Il Cavour si teneva di 
essere stato giornalista ; il Guerrazzi stesso, che ne disse 
ira di Dio, fu anch' esso giornalista assiduo ed irruente. 
Era in Italia il giornalismo missione e sacerdozio magari 
pericoloso, più che professione, industria o mestiere. Era 
sacrifizio più che speculazione, ed il Montanelli lo salutava 

i vecchi giornali della patria^ pubblicata negli Aiti del Congresso, 
Voi. IH. Sez. II, p. 345 e segg;., e che mi studiai in queijli anni di ri- 
chiamare l'attenzione sull'importante argomento con conferenze al 
Circolo Filologico ed alla Pro Cultura di Firenze. De' giornali fioren- 
tini si servi opportunamente il Dott. S. Morpurgo compilando a cura 
del Comitato toscano per la storia del Risorgimento il numero unico 
XXVII Aprile MDCCCLIX, Firenze, Civelli, 1909. 

I G. Biagi, Tra Giornali e Giornalisti in Lettura. Aprile 1913. 
p. 319 e segg. G. Cesana, Mezzo secolo di giornalismo nel Secolo 
XX, anno XII, n. 3. P. Barbèra, Ricordi giornalistici di un compo- 
sitore apprendista in Marzocco, 23 nov. 1913, e più specialmente F. 
Martini, A Baldassarre Avanzini, Direttore del Fanfulla, nell'ottimo 
libro Pagine Raccolte pag. 5S9 e segg. Firenze, Sansoni, 1912. 



CAPITOLO I 

« l'avvenimento della giustizia >.^ S' improvvisarono allora 
giornali e giornalisti come s' improvvisavano soldati e bar- 
ricate. Allora i giornalisti combatterono entusiasti colla 
penna come i Garibaldini colla baionetta e colla spada, ' 

Certo anche allora non mancarono i guastamestieri ; ma 
insomma il giornalista più che un grammofono infaticabile 
della pubblica opinione, talora esagerata, traviata o rima- 
nipolata secondo certe determinate intenzioni ed interessi, 
doveva essere o figurare di essere un regolatore, un maestro, 
un educatore inflessibile, devoto ad un alto ideale, e posare 
più o meno alla eroica, anche senza essere un eroe; anche 
nel sorriso e nel sarcasmo vindice e giustiziere inesorabile. 

Nel decennio dal 49 al 59 nel quale l' Italia nel rac- 
coglimento della esperienza maturò la propria educazione 
civile, via via che il Piemonte col suo re ed il Cavour 
raccoglievano consensi e diffondevano non mendaci spe- 
ranze, ai fremiti mazziniani subentrava, massimamente in 
Toscana ove la rivoluzione ebbe intonazione festiva e gio- 
conda, e fu pratica e positiva tanto quanto nel quarantotto 
era stata romantica e sentimentale, il sorriso, l'ironico sor- 
riso dell'uomo sicuro di sé, della giustizia della propria 
causa, della sua forza e del suo trionfo. Allora, più che nel 
48, abbondarono e rifulsero i giornali umoristici, ed anzi, 
a differenza del 48, questi appunto furono i più popolari e 
caratteristici. Il Giusti aveva fatto scuola. ^ 

' Memorie. Voi. I, p. 296. 

2 N. RoDOLico, Cavour giornalista. Marzocco, 7 Agosto 1910. P. 
Fessi. Come Guerrazzi odiava il Giornalismo. Rlarzocco, 22 Ottobre 1911. 

3 Pel Giornalismo torinese di questo periodo V. D. Carraroli, 
// Giornalismo torinese nel 1S60-61. N. Antologia, 15 Settembre 19 12. 
Per quello lombardo e napoletano: A. Casati, La Letteratura politica 
e il Giornali sììio in Lombardia verso il 1860 nella Critica^ 20 Maggio 
1912, e De Cesare, // Giornalismo Napoletano di quarant'anni /ir in La 
Critica, 20 Marzo 1910. Pel toscano Beste (Digby) Richard, Nowa- 
days, or cotirts, courtiers, churchmen, Garibaldians, lawyers and brigatids , 
at home and abroad. London, Chapman and Hall. 1S70. Voi. 2. Vi si 
parla della Gazzetta di Firenze, della Gazzetta del Popolo, del Progresso, 
dello Zenzero, del Ferruccio, della Nazione e del La;i:pioue. 



PRELIMINARI. « IL PASSATEMPO » 



Né faccia meraviglia la importanza speciale dello umo- 
rismo e della caricatura in Toscana ed in Firenze, ove dal 
Boccaccio e dal Sacchetti al Burchiello, al Berni ed ai co- 
mici del Cinquecento, dalle facezie del Piovano Arlotto al 
Fagiuoli, dal Pananti al Guadagnoli ed al Giusti, dal Fer- 
rigni al Martini, a Neri Tanfucio ed alla commedia dia- 
lettale del Novelli col suo mirabile interprete il Niccoli, la 
facezia, il brio, il motteggio, conditi di sapore, compostezza 
e buon senso paesano, sono stati sempre all'ordine del 
giorno, cari al popolo ed agii scrittori, impronta, tradizione 
e forza casalinga efficacissima, e quasi dissi l'anima del- 
l'Atene d'Italia. 

Certo è però che i giornali fiorentini, dei quali ci occu- 
piamo, piuttostoché umoristici han da dirsi faceti e scher- 
zevoli, che del vero hunioitr, che non è pianta del nostro 
giardino, non risentono o poco, o ad ogni modo in ciò non 
consiste la loro originalità. La differenza fra l' liiunour no- 
stro (chiamiamolo cosi per intenderci) e quello delle nor- 
diche brume è tutta nei due epitaffi del prete inglese col suo: 
« Ahi povero Yorick », e del Piovano Arlotto, che ancor si 
legge soffuso di burlesca giocondità nella chiesa dei Pretoni 
in Firenze : « Questa sepoltura il Piovano Arlotto la fece fare 
per se e per chi ci vuole entrare ». 

I giornali italiani del risorgimento, compresi i nostri, 
imitano in parte i francesi o vi s' inspirano forse an- 
che troppo, donde certi pregi loro e difetti. I titoli, ad 
esempio, e non i titoli soltanto, sono d' importazione fran- 
cese. Prima della Italia ebbe infatti la Francia la Stampa, 
lo Charwari, la Patria, il Costituzionale, la Ri/orina, il Se- 
colo, il Lampione. La caricatura politica francese, le riviste 
satiriche, che in sostanza ripigliano la grande tradizione di 
Aristofane e della Commedia antica colle sue caricature 
immortali di Tigeo che vola sullo scarafaggio, della città 
degli uccelli e del coro delle rane, servirono ai nostri di 
esempio. Le vignette simboliche in testa al giornale, che 
sfidano talora la immaginazione dei pittori olandesi, coi 
diavoli cornuti agitanti campanacci od altri stromenti ; le 



CAPITOLO I 



fisiologie, le scene della vita borghese, le villeggiature, e simili, 
sono dai nostri, se non in tutto, imitate in parte dai fratelli 
latini, maestri di agitazioni e rivoluzioni politiche. Certi tipi 
nostri divenuti popolari come Oronzo del Travaso delle 
Idee hanno in Robert jMacaire ed in JMonsieur Prudhomme 
dei giornali satirici francesi l'antenato ed il precursore. 

Se non che, mentre nelle caricature della rivoluzione 
francese, come quella delle vittime della presa della Basti- 
glia, che si presentano colla propria testa infilzata su di 
una picca per esser tragittate agli Elisi, donde Caronte 
brutalmente le respinge, è qualcosa di violento e di ma- 
cabro, questo carattere nelle italiane manca quasi del tutto, 
proprio come nella rivoluzione nostra, che fu delle più ge- 
nerose e delle meno cruente. I nostri caricaturisti risentono 
più specialmente della grande caricatura francese de' tempi 
della monarchia di luglio, e talora non solo imitano, ma 
gareggiano col Daumier e col Gavarni.' 

Trattandosi di giornali umoristici è naturale ed essen- 
ziale parlare di caricature, di caricaturisti e di caricaturati. 
La caricatura, protesta di ciò che dovrebb' essere contro 
ciò che è, affermando il suo umore vendicativo coli' isola- 
mento del tratto significativ^o, sia colla esclusione delle linee 
inutili, sia colla esagerazione di quelle che importano, è 
una forma della satira; la caricatura, veramente artistica e 
sapiente (quella che non è tale è sgorbio maligno) come 
lo scrittore umorista e satirico degno, cerca di eccitare 
l'amore, la compassione, la bontà, il disprezzo della men- 
zogna, della pretensione, della impostura, la predilezione 
pei deboli, i poveri e gli oppressi, e quindi s' integra colla 
satira, n' è luce e calore. In tal guisa (cosi il Gaultier) il 
riso diviene una rivincita dell'ideale contro la realtà, «un 

' E. NffiNcioNi, Umorismo e Umoristi. Nuova A7itologia, iS34, 
Fascicolo XLIV. G. Fanciulli, L' Umorismo. Note di estetica psico- 
logica. Firenze, Cultura filosofica, 1913. Champfleurv, Histoire de 
la Caricature moderne. Paris, 1SS5. P. Gaultier, Le Rìre et la cari- 
cature. Paris, Hachette, 1906, p. 69. Cfr. Astengo Ida, Lirica e Sa- 
tira politica in Toscaìia (1846-49). Botta, Varazze, .1913. 



PRELIMINARI. « IL PASSATEMPO » 



« acte de justice envers la vie piate et mauvaise, représail- 
« les d'une liberté qui s'en affranchit et la domine d'une 
« pirouette ». Tal' è in sostanza la caricatura e la satira 
dei giornali fiorentini, ' 

La caricatura pone sott'occhio all'osservatore documenti 
impareggiabili di costumi, dipingendo di preferenza ciò 
che vi è di più intimo e di più umile, ciò che la grande 
arte e la storia togata trascurano, e più vivamente lumeg- 
giando gì' ideali di un' epoca, gli errori, i difetti anche 
meno appariscenti e più comuni. 

Nei giornali che abbiamo sfogliato non solo con grande 
studio ed amore, ma con diletto, l'anima della patria nelle 
caricature e nelle satire si espande col medesimo slancio 
col quale correva a cacciar gli stranieri e a deporre il voto 
neir urna dei plebisciti. Vi palpita il cuore del popolo, che 
non è plebe o minoranza scamiciata ed arrogante, e certe 
verità che la ipocrisia o la passione di parte possono non 
di rado travisare nel giornalismo serio, scoccano invece 
vive e senza riguardi col frizzo mordace o colla ironia ta- 
gliente ed acuta. Se parve e con ragione opportuno spigo- 
lare nel Punch, principe dei giornali umoristici inglesi, 
tutto quanto si riferisce alla rivoluzione italiana dal 59 al 
6r, quanto più necessario, doveroso ed importante non 
sarà per noi spigolare assiduamente in quei nostri giornali 
dimenticati o negletti, dei quali lo spirito e le caricature 
niente hanno da invidiare agi' Inglesi ? 

Il caricaturista Teja fu definito un cooperatore della 
storia ed una forza del suo paese, e storia disegnata furon 
dette le raccolte del Pasquino e del Lampione, che il senso 
storico raffinato rende sempre più interessanti ; ma non 
meno notevoli sono molte caricature della Lente, della 

> Per i giornali toscani del 1847-49, v. G. Sforza, / Giornali 
fiorcniini in Rivista Slorica del Risorgimento Italiano. Voi. Ili, fase. 
VI, ed // Giornale pisano etc. Voi. Ili, fase. VII. G. Rondoni, Due 
vecchi Giornali del Risorghnettio nazionale {La Vespa e Lo Stente- 
rello) in Archivio Storico Italiano. T. XI-XII. Anno 190S, e Giornali 
di Livorno nel 1S4S-49, nel Risorgimento Italiano. Anno VI, fase. I. 



8 



CAPITOLO I 



Chiacchiera e del Momo esprimenti uno dei caratteri più 
originali del popolo fiorentino in un momento altamente 
solenne e decisivo della sua mirabile storia, nonché certi 
lati più intimi e negletti di quella sua esuberante e fervida 
vita. Quivi l'arguzia, il buon senso, i motti, le frasi, il 
linguaggio del vocabolario, che suonava sulle labbra, e 
che il Giusti avea tesoreggiato avidamente, scorci e figure 
scomparse o che stanno per sparire affatto ; quivi caricature, 
che sono proiezioni luminose, rapide, efficaci di episodi 
storici culminanti, rivelazione del più vibrante significato 
di quelli, dei sentimenti e giudizi, che suscitavano. 

Intanto un' osservazione preliminare s' impone. Questi 
giornali non sono come taluni di simil genere, sempre e 
costantemente satirici ed umoristici, ridendo e sghignaz- 
zando senza posa di tutto e di tutti, ed in ogni situazione 
o circostanza comica o tragica, ma invece, pur conservando 
il proprio carattere, sanno a tempo e luogo alternare con 
bella disinvoltura la nota seria e patetica alle facezie, e ma- 
gari il pianto e lo sdegno col riso, proprio come il mae- 
stro, il Giusti, il quale scrisse : « E trassi dallo sdegno il 
mesto riso ». Perciò appunto riescono sotto questo rispetto 
simpaticamente umoristici, studiandosi di evitare la mono- 
tonia sazievole e la volgarità buffonesca. 

Alla risata sgangherata e petulante i migliori preferi- 
scono il fine sorriso, indizio di superiorità e di forza, e sono 
meno virulenti, e ad un tempo meno sentimentali e roman- 
tici dei giornali del 48 e 49. 

Seguendo principalmente l'ordine cronologico, eh' è in 
istoria il più logico, e lasciando da parte il Buon Gzisto, 
sorto colla direzione di Cesare Bordiga nel 1851 e durato 
fino al 1864, perché non ha caricature per gli anni dei quali 
ci occupiamo ed è umoristico solo per eccezione, sfogliamo 
il Passatempo (1856-59) eppoi la Lente {1856-61); la Laìi- 
terna di Diogetie (1856-59); il Momo (1858-59); \\ Piovano 
Arlotto {iS^S-6ó), ed infine V Arlecchino ed \\ Lampione ndiù 
nel 1859 insieme con altri m'inori come idi Torre di Babele, 
la Strega, il Caffè, la Chiacchiera e la Zanzara. 



s ■-=? 




Anno I\" 



l'ircììze . \^i GfìtiKtio iSaU 



\ii 



|{;i'<>;('i!tia (lei (ìiornnli FidiTiiliiii. 



-■^PEITJIMEK IrALlANO N." 15. — C^illinuvi'lltc la XcCiMOf/ia ilei pr.i/. 

.1. Salii. s.-r:ttn da (1. V Aiicoua. — yuiiuli A. GiM)n;iri'lii intri>tti»'iisi 
più a liiiijro suUn xitudul Unnii. diccmln fri» lo oltru iato, chi' fu iliia- 
rr.nto dal virerò U'K^'ilto ad ordinare gli spodali al Cairo v ad apnrc una 
|fc(iola lì' ins>?guatiiaiilo. uflici clic egli accettò pT lìrevissiiiio tempo, e a 
condizione (li conservare lu rua cattcdm in T".«cnna. Si diiM- ancora che 
quando Italia si sollevò »1 (.'rande peiLsiero della imlipendenzu, il liaiizi 
andò duce dei suoi diaceiuli dell' Univcrsitii Pisana o comlmtte pieno di 
ppertinze e dì eoraifirio — Quanto all' estere tlalo il l'astalempo per due 



V. Ouiiilrilhi, il quale, in muiiI lavoro aUdimo-tra r lin.i criterio e d. li- 
cenza non comune. 

AnTK N" 3. — LiicMlii riporta il hello e genero.*! indirizzo dello egn- 
pi.' sifT. I-'ilipi»! Berti tendeuti- ad incoraijt'iare 1' art- te.itral". Noi siarao 
del parere di Lucilio cio(>, che la Toscana dt've esser pnnia fra le citta 
d' Italia nd aiutare il teatro, perche int"raniento risorifenil >. pjs^a venir 
condotto alla perfezione. — l»i>o si pnhhlica un «rliiiTlo intitolato: C-se 
patrie, in cui s' liieoniincia a parlare ilelle lìiblioteclie con scelta e Ijeu 
ordinata erudizione, ma ci duole aa^ni^iiiuia come Io scrittarc si curi poco 
punto di scriveri' con un po' di garho. 

^''' 4. — Lucilio rimheecu il Pattatempo . afTermando che cercò di 
porre in ridicolo le sue [wrole che del bisogno di avere ottimo scuoi" ai 
dcilnmazione raprionaTano. Noi , o «igmor Lucilio . v! rin-.lnvcainmi I 



Pag. IO. 



FI. KM (I 

LUIGI PSZZANA 




■ é Inc-r^fMwnl.i drlC irlr Ir 




' s„r Giusenp.' i mi'-ini h«ano ap.rh. jih .fdn 



Pag. 19. 



PRELIMINARI. « IL PASSATEMPO > 9 



Il nuvolo di periodici fra buoni, mediocri e cattivi, de' 
quali chi si disse semplicemente foglio letterario, chi di 
scienze, lettere ed arti, chi l'eco dei teatri, delle arti, della 
industria e del commercio , chi delle arti del disegno , chi 
giornale di musica e di letteratura musicale, e chi perfino 
giornale diabolico, si aggirò prima della rivoluzione del 1859 
intorno ai teatri, allora numerosi e frequentati più di oggi, 
non senza però un fine polìtico abilmente sottinteso, e 
con scritti allegorici, come uno sulla neve (allusivo agli 
austriaci), ed un altro dello Scaramuccia sui macelli. 
Erano quasi tutti settimanali e con caricature, e dominati 
da uno spirito battagliero ereditato dalla stampa politica 
del 48 e 49 onde frequenti le polemiche, e non sempre 
tenute in quei giusti limiti che la civiltà e la educazione 
vorrebbero. 

Le burle e le facezie aleggiavano in quegli anni nell'a- 
ria, pe' teatri, ne' salotti, nei caffè, nelle botteghe e per 
le piazze, ed il giornale era l'espressione di quello am- 
biente conversevole e gaio, ironica protesta contro un 
governo sfiaccolato che pretendeva domare pedantesca- 
mente la regina dell'Arno. Erano i tempi del caffè JSIiche- 
langiolo, in via Larga, convegno bizzarro di artisti e di 
liberali; i tempi di Miciolle calzolaio, del Làchera, arguti 
popolani e degni discendenti del Burchiello e del Lasca, 
di Gigi Porco, oste in via de' Pucci, il quale a chi doman- 
dava se li stava Gigi Porco, pronto rispondeva : « Gigi son 
io, e Porco sarà lei » ; i tempi del Sor Orestino parruc- 
chiere di Via degli Alfani, comico repubblicano tutto 
baffi e prepotenza, il quale a chi si meravigliava d'incon- 
trarlo ai funerali del Cavour, osservava burbanzoso : « Quan- 
do quest' uomo viveva, fra me e lui non ce la siamo mai 
detta. Ora è morto. Davanti ad una tomba Oreste tace ». ' 

A Zanobi Bicchierai, detto comunemente Bohi, conver- 
sando cogli amici negli uffici del Monitore Toscano, eh' ei 



I T. Signorini, Caricaturisti e Caricaturati al Ca_ffè Michelangiolo, 
Firenze, Civelli, 1S93. 



IO CAPITOLO I 

compilava, venne in mente di pubblicare un giornaletto 
settimanale di critica drammatica e letteraria, mescolata a 
piacevolezze non dozzinali e plebee, ma frizzanti ed istrut- 
tive, facendo grande assegnamento sul Fanfani, il quale di 
fatto vi scrisse (com' ei si esprime) con vero amore. Cosi 
nacque il Passatempo. Bòbi vi faceva una rassegna dei gior- 
nali fiorentini, ed anche vi collaborarono Antonio Fantacci, 
commesso al Ministero dell'interno granducale, ma liberale 
tanto che il Ricasoli gli affidò poi la direzione della Gaz- 
zetta del Popolo, e Raffaello Foresi, benestante e letterato, 
propenso alle idee mazziniane. 

Non fu dunque il Passatempo un giornaletto fabbricato 
quasi clandestinamente in Palazzo Vecchio fra i ministeri 
dell' istruzione e dell' interno dal Fanfani e dai suoi acco- 
liti, come fu creduto, ed invero Stanislao Bianciardi nel 
Fiammifero, sorto alcuni anni più tardi, avvertiva: «Quando 
« usci il Passatempo a riveder le bucce ai giornaletti di 
« allora, Bobi acciuffò il manico della granata, e die san- 
« tissime legnate all' umorismo plateale ed al gallicismo 
* degli Sterne in trentaduesimo, e fece con quel foglio molto 
« bene alla dignità delle lettere e del paese. Nel 59 se ne 
« ritrasse, e del voto bonapartista di Giuseppe Polverini 

« , . . Sol contro Toscana tutta » 

« non fu né ispiratore, né complice ». ' 

Il Polverini direttore della Stamperia sulle Logge del 
Grano, poi teatro Salvini e di Varietà, fu proprietario del 
nostro giornale. Collaboratori, oltre ai surricordati, ne fu- 
rono i canonici Giuseppe Silvestri ed Enrico Bindi, il Dolfi, 

' C. Arlìa, Tre Giornali FioreiiVuii in Fanfulla della Domenica. 
6 e 13 Dicembre 1903. Il Gironi nel Diario inedito ecc., anno 1856 
c.te 50, notava: « Il Passatempo è diretto dal correttore di stampe 
« della Patria, che dà lezioni private di ogni genere, che rivede stampe 
« a Lemonnier... Intende col Passatempo di ricondurre i traviati sulla 
« buona strada. Una buona mano d'ingiurie le versò sul Montazio dopo 
«la sua condanna e a che prò, mentre egli versa nell'esilio e nella 
«povertà?» Soggiunge: «È Zanobi Bicchierai». 



PRELIMINARI. « IL PASSATEMPO > 



Pietro Fraticelli. P'ino dai primi numeri dove aumentare la 
tiratura, e parecchi ne ristampò per soddisfare alle richie- 
ste molteplici. Il JNIinistero dell' Interno gli appioppò un 
mese di sospensione dal 30 Agosto al 30 Settembre del 
1856, anno primo della sua vita. Come giornale patriottico 
era dunque di buone speranze. Il 3 Ottobre del 57 il Fan- 
fani, il Foresi ed il Fantacci lo piantarono facendo razza 
da loro mentre la Direzione annunziava di essersi aggiunti 
alcuni giovani di buona volontà. Si pubblicava ogni sabato, 
costava 4 crazie il numero, e faceva abbonamenti trime- 
strali per 3 lire. ' Fu anche detto giornale semiufficiale del 
Piovano Arlotto. 

Il 7 Gennaio 1859, quando già il telegrafo aveva tra- 
smesse le parole memorabili di Napoleone all'ambasciatore 
austriaco Hùbner, intuonava : Post nuhila Phoehiis, e allu- 
dendo al nuovo anno : « Dubito che la voglia andar peg- 
■« gio.... per motivo di quella maledetta coda del G. Le code 
« mi hanno fatto sempre una paura tremenda! L' estate 
« passata quando venne a farci visita la cometa che aveva 
« quella po' po' di coda che vo' vedeste, credete pure ebbi la 
« febbre addosso, e non mi parve vero quando spari dal . 
« nostro orizzonte... Chi sa che il 9 non sia invece una 
« cornucopia... piena zeppa di ogni ben di Dio ? -p.^ Nel car- 
nevale avea scritto : « La gioia è sparita ; pare che tutti 
« (i Fiorentini) abbiano qualche cosa che li sgomenti. » Nelle 
Scelte popolari, bozzetti di costume pieni di verità e di brio, 
come TJIncoìilro di due serve, copiato poi pari pari daìVArleC" 
chino, e La Ricerca dì una casa, si allude ad arti polizie- 
sche per far cantare la gente, e le allusioni politiche di- 

' Le Collezioni del Passaievipo e degli altri giornali ch'esami- 
niamo, divenute assai rare, si trovano nella Biblioteca Nazionale di 
Firenze. Quella del Passatempo ebbi agio di esaminarla a domicilio, 
essendomi stata imprestata dal Prof. A. Beccaria, al quale rendo le 
debite grazie. Collezioni del Lampione e à.t\\! Arlecchino si trovano 
anche presso di me, ma incomplete. 

• N. I. Cfr. O. Zanotti-Bian'co, La Cometa del Risorgimento e 
il suo poeta. N. Antologia, 16 Giugno 1911. 



12 CAPITOLO I 



vengono sempre più vive e frequenti. É poi curioso che 
alcuni di questi dialoghi sono firmati Faufulla, pseudonimo 
che apparisce anche in altri articoli, prime e lontane ori- 
gini del futuro e famoso giornale. ^ 

Era im.minente la guerra liberatrice, e il giornale le 
canta chiare e tonde come le sente. Di ima nuova opera 
liei Verdi. (Verdi significava Viva Vittorio Emanicele re 
d' Italia). « Si sta preparando una nuova opera in musica 
« La siella di Occidente. La poesia vuoisi un lavoro fatto 
« in comune dai più grandi poeti italiani del nostro tempo, 
« specialmente il Niccolini. Quanto alla musica si può dalla 
« prova arguire che vorrà essere un capolavoro. Il Verdi 
« ha voluto dare alla medesima un carattere principalmente 
« italiano, sebbene vi abbia con molta discrezione mesco- 
« lato un po' del carattere francese... L'esecuzione si spera 
« stupenda... Si parla molto di un coro di guerra da far 
« venire la pelle d' oca, e di un canto trionfale con cui 
« termina l'opera... Non date retta a taluni i quali sbrai- 
« tano che questa opera ha un carattere antireligioso.... 
« Bubbole ! L' opera è civile, altamente civile !... da giovare 
« mirabilmente alla religione !.,. Intanto facciamo cuore, e a 
« rivederci dopo Pasqua ! » ' La Pasqua della patria. Quanta 
fede in queste linee, dichiarazione anticipata di guerra 
allo straniero, augurio, profezia e grido fatidico di trionfo ! 

Ben a ragione nel dialogo Un Contadino e un Fioren- 
tino allo scoppio del Carro, uno degl' interlocutori esclamava : 
« L'altra volta andò male » (e si allude al 48), e 1' altro : 
« Cagione quelli che li dettero fuoco ; questa volta il carro 
« è accomodato in maniera da esser sicuri dell' esito, ma 
« zitto che son per cominciare ». 

Anche le caricature divengono sempre più chiare ed 
aggressive. Si comincia colla Orchestra guerresca del ^p, e 

^ N. 7, 8, 9 e IO. Al Veglione dice di aver trovato Faufulla ve- 
stito da grisette, e soggiunge: « Vidi infine una gente che ha bisogno 
< di essere riformata ». 

^ N. 16 (22 Aprile 1859). Nello stesso n. è il dialogo sullo scoppio 
del carro. 



PRELIMINARI. « IL PASSATEMPO > 13 

con una donna, con un cannone sotto il braccio, la quale 
taglia la coda ad un cinese; si prosegue con una vecchia 
a letto (la diplomazia) svegliata da un galletto che canta, 
coW Angiolo della Pace, un cannone colle ali, testa e braccia 
umane ed un satirico ramoscello di olivo, e si conclude con 
Una vecchia cacciata di casa con una pedata, perché, cosi la 
leggenda, « la Sora Gaspera screditava e deturpava Fabi- 
« tazione, avendovi introdotta gentaccia su cui brillava la 
« fetida luce di una candela di sego ». ^ 

Di fronte a tali aspirazioni e presagi passano in seconda 
linea la Rivista dei Giornali fiorentini, dallo Spettatore al- 
V Armonia, dal Caffé all' Eco dei Teatri ed alla Lanterna di 
Diogene ; la polemica con Achille Gennarelli riguardo al 
monumento a Dante (il Gennarelli proponeva si trasformasse 
in monumento la piazza di S. Croce ed altri lo voleva in 
Piazza Maria Antonia o di Barbano), le invettive contro il 
Alomo, le critiche letterarie e teatrali acerbe, se vuoisi, ma 
senza inutili o prezzolate compiacenze e riguardi. ^ 

La cecità del governo granducale alla vigilia della ri- 
voluzione, dinanzi a tanti segni e voci sarcastiche, minac- 
ciose od ammonitrici, dei giornali e del popolo, dell' esercito 
e dell'aristocrazia, appare quasi incredibile. 

Col numero del 29 Aprile il Passatempo cessa dal fare la 
rassegna dei giornali fiorentini per evitare polemiche ed ire 
giacché « i tempi volgono tali che tutti dobbiamo esser con- 
« cordi, e che un sol pensiero ci unisca, un sol grido parta 
« dal nostro cuore: Viva la Indipendenza italiana », e cele- 
bra « il di della resurrezione. Si apparecchiano ora i giorni 
« del martirio, e noi andiamo ad esso incontro come gio- 
« vine fervido di amore vola al desiato talamo ». Narra 
quindi brevemente i fatti del 27. Alla dimostrazione, cosi 
narra, parteciparono gli alunni de' collegi militari ; pure la 



1 N. 2, 7, 13 e 15. 

2 N. I e segg. Al Monto intuona . « O Momo, Momo, cangia quel 
« bastone formidabile col quale braveggi nella vignetta in una cauna 
« da lavativo !.. ». 



14 CAPITOLO I 



maggior parte delle milizie rimase nelle caserme perché 
non si allentasse il vincolo della disciplina, necessaria per 
combattere il nemico. Dinanzi alla legazione austriaca la 
moltitudine non fece atto o parola indegna di un popolo 
civile. Reca una vignetta, che rappresenta un' inferma in 
poltrona con a lato due medici, dei quali uno osserva: 
<c ]Ma ve lo diceva. Prof. Luigi, che questa povera donna 
« aveva bisogno di una cura marziale? Non vedete in che 
« stato l'hanno ridotta a furia di mignatte e di salassi? » E 
r altro : « Avete ragione, Dott. Vittorio, ma la guari- 
« remo noi ! » * 

Scioglie poi un inno al Gioberti, e allude al profetico 
suo Rinnovamento. « Anima santa io ti saluto profeta, no- 
« stro duce, nostro maestro ; tu predicesti che la Francia 
« avrebbe combattuto per noi perché la Italia non avrebbe 
« per le sue sole forze potuto risorgere; esulta, anima santa, 
•« che cosi presto si è avverato il tuo vaticinio ». La vignetta 
conferma colla Stella non preveduta (Napoleone) daW Osser- 
vatorio astronomico di Vienna. ' 

L' articolo Su che devo scrivere? è un segno rivelatore de' 
nuovi e forti propositi che ci assicurarono il trionfo. « Scri- 
ve vere di politica ce lo vieta la legge (del Ricasoli) giu- 
« stamente, e quando pure lo consentisse io proporrei che 
« si tacesse perché non è il momento di destare in niun 
« modo le passioni.... Mi parrebbe bene mettere in ognuno 
« la persuasione che non debbonsi né disprezzare né dileg- 
« giare i nemici, rna fare ogni sforzo per superarli. Fu un 
« pessimo vezzo di altri tempi e che ci costò amare lacrime ». 

Riferisce le parole di un manuale campagnuolo di i8 
Q 1 9 anni andato volontario : « Io ho la madre e un altro 
«fratello; quando dissi loro addio piangevano, ma io non 
« feci una lacrima e li pregai a star tranquilli poiché dopo la 
« nostra vittoria sarebbero stati meglio ; mi raccomandas- 



» N. 27. 
* N. 19 e 



PKELIMWARI. € IL PASSATEMPO > I 5 



« sero a Dio, e lo pregassero perché noi vincessimo.... Cre- 
« dete che morendo sarò lieto pensando che lascerò allegra 
« tanta gente ». Parole sublimi ! Pubblica una pagina colla 
Italia ed epigrafi del Muzzi, composta fino dal 1850, ma 
sempre vietata dal Governo Granducale.' 

Nel Dialogo fra Beppe e Nanni, questo ultimo narra di 
essere andato fino a Signa incontro ai Francesi, che gli 
sembravano « tanti angeli del Paradiso.... I ragazzi fanno 
« a gara a portarli la roba, a tirarli su l'acqua, ad accom- 
« pagnarli di qua e di là... Con quegli altri se potevano farli 
« dei dispetti se ne ingegnavano... Alle Cascine (dov' erano 
« accampati) non ci si tirava il chicco del panico. Un signore 
« aveva per la mano una bambina con un mazzolino trico- 
« lore, eh' ella offriva ad un ufficiale francese, il quale, pal- 
« lido ed in lacrime, abbracciò quell' angioletto». Deplora 
che taluno abbia fatto pagar la roba assai più del costo a 
quei nostri alleati, ^ e che in genere i nostri ufficiali non fa- 
cessero troppa festa ai loro colleghi di Francia. I soldati 
invece fraternizzavano, ed i nostri facevano bere i Fran- 
cesi anche troppo. 

Due bandiere tricolori intrecciate, d'Italia e di Francia, 
fregiano il numero 23 colla scritta « vis unita fortior ». 
Timoteo scrisse un articolo «-Viva la Francia», senza la 
quale la indipendenza d' Italia era possibile « come la 
repubblica di Platone »,3 mentre il Salvini al teatro del Co- 
comero (oggi Niccolini) annunziava fra un subbisso di ap- 
plausi la vittoria di Magenta. Pagine queste che nell'animo 
mio risuscitano ricordi d' infanzia, che furono anche per me 
le prime immagini ed affetti di patria indelebili e sacri, 

I N. 21. 

* Il Gironi nel Diario cit. 1S59 c.te 47, nota: e La popolazione ha 
« fatto calca, vivendo famigliarmente con questi alleati. Alle Cascine un 
'< ortolano chiese sei crazie di un cavolo. Inseguito dalla folla inferocita 
■< si gittò nel Fosso macinante, donde fu tratto da due Francesi. Mal- 
« menato dalla gente venne consegnato ai gendarmi». 

3 N. 22 e 23, 



l6 CAPITOLO I 



i Francesi che, nelle mattine luminose e fragranti del 
maggio toscano, passavano rossi ed impolverati per la via 
maestra, allungantesi tra le campagne in fiore, a pie de' 
colli e della rocca di S. Miniato, donde il Carducci avea 
pur allora lanciati i suoi primi versi augurali ; passavano 
allegri ed acclamanti: P^ive l'Italie, mentre le bande suona- 
vano inni di guerra, e donne e fanciulle gittavano rose 
ed alloro, ed anche sigari, i sigari toscani di beata me- 
moria per ogni vecchio fumatore, e contadini e ragazzi 
m.arciavano festosi collo zaino dei soldati in spalla per al- 
leviare loro la fatica del cammino. Ed io fanciullo battevo 
le mani ammirato, e la guerra, che faceva piangere tante 
madri, mi pareva una festa. 

Un' onda irresistibile di entusiasmo invadeva allora tutto 
e tutti ; n' è simbolo vivissimo un' incisione colorata, che 
raffìg'ura un cuore rosseggiante con impressa la bianca 
croce di Savoia, ed infisso entro un' ancora verde. Ne sono 
accenti fervidissimi 1' articolo Sventure e Risurrezione col 
grido : « Le strette delle Termopili e il campo di Mara- 
me tona saranno oscurati da fatti più splendidi », e le lettere 
dei volontari, che il giornale pubblica, testimonianze sto- 
riche di non lieve importanza. 

Un volontàrio ventenne, già operaio tipografo del Pas- 
satempo, scrive dopo S. Martino che nel giorno della grande 
battaglia pensava a Firenze ed alla festa di S. Giovanni 
che proprio in quelle ore del 24 Giugno vi si celebrava. 
« L'attacco alla baionetta mi fa inorridire a rammentarlo 
« soltanto... Sono tre giorni che si sotterrano morti... Il re, 
« venuto nel nostro campo, ci ha fatto un elogio grandissimo. 
« Ci ha fatto dare per due volte il vino, promettendoci alla 
c< fine della guerra una ricompensa. Io ho detto fra me che 
« la ricompensa sarà quella di poter dire : Ho salvato la mia 
« patria ! ». Taccio il noto aneddoto dello zuavo che tra- 
sporta all' ambulanza il giovinetto austriaco ferito, rife- 
rendo piuttosto che, a detta del Passatempo, quando Napo- 
leone a Magenta vide giungere il Mac-Mahon, che decise 
della giornata, chiuse la mano nella quale teneva il crono- 



PRELIMINARI. < IL PASSATEMPO » I 7 



metro che intento fissava, con tanta forza da mandarlo in 
pezzi. ^ 

Neppure in quell' anno di concordia patriottica manca- 
rono i dissensi, e fino dal n. 25 il Passatempo si veniva pre- 
parando alla evoluzione ed al voto bonapartista, fisima del 
suo proprietario, il Polverini. 

Anzitutto la piglia coi Fusionarì : « Amici, io ve lo dico, 
« voi procedete a modo d'Icaro. Napoleone vuol mante 
« nuto l'ordine interno; se intempestivamente volete fare 
« r unione (della Toscana col Piemonte) l'ordine interno va 
« a catafascio... Ora dell' autonomia, coineché per la indi- 
« pendenza vera della Toscana veleno mortalissimo io la 

< reputi, egli è ora necessario giovarsi.... Ora unico pen- 
« siero, sola passione la guerra ». Sorse quindi una pole- 
mica con certo Andrea Poli da Prato, che disdisse l'abbo- 
namento perché il giornale era contrario a quelli che vo- 
levano approfittare della occasione « che la Provvidenza 
« offriva loro » di farsi grandi ad un tratto, (e cioè colla 
unione). Aggiungeva : « Domandate ai municipi della To- 

< scana, a tante migliaia di cittadini, che già col loro le- 
« gale e libero voto hanno dichiarato solennemente essere 
« suo fermo volere di formar parte integrale della famiglia 
- italiana governata da Vittorio Emanuele se i sentimenti 
« da me espressi sono la manifestazione di un solo », e il 
Polverini piccato : « Siccome il domandare ai municipi 
« della Toscana etc. se nella questione hanno agito libera- 
« mente e legalmente mi porterebbe ad una perdita infi- 

' N. 25, 26, 27, e 30. Notevoli le parole di una lettera di un cacciatore 
delle Alpi : « Io poi vedete sento nell' animo mio una secreta gioia 
« clie mi conforta.... Ogni volta che mi avvicino alla pugna faccio una 
« preghiera a Dio ; di poi, scordato affatto me stesso, mi spingo avanti 
« e combatto freddamente » (n. 26). Ecco poi (n. 24), un epigramma sul 
generale Giulay: 

« Il nome dell' austriaco campione 

Di due parole nostre si compone; 
L' una sta a denotar cosa che cade, 

L' altra suona lamento, 

Or cou questo elemento 

Era possibil mai — Che vincesse Giulay?». 

Rondoni 2 



CAPITOLO I 



« nita di tempo... Cosi vi saluto ». — Qualifica la Fusione, 
opuscolo del Conte Mario Cadetti in confutazione ad altro 
dello Alberi, per Confusione, ed avverte di leggere Ì7i coji- 
fermazioìie invece di confutazione.'^ 

Col n. 29 annunzia che nel prossimo Agosto il gior- 
nale, per conformarsi all' indole dei tempi, prenderà il 
nome d' Italiano, e ad un tempo compie ed afferma la pro- 
pria evoluzione napoleonica con un Dialogo fra Beffe e 
Gaetano, improvvido e volgaruccio. « Se torna (cosi uno de- 
« gì' interlocutori) il fattore che e' era prima (e vuol dire il 
« Granduca) ci potrebbe essere il caso che lo leassin dal 
« mondo con una trombonata ? — Sicuramente. — Io, per 
« me, avrei genio che ci mettessino il fattore di Castel del- 
« l'Alpe, eh' è un vero fior di galantuomo. — Pare che ci 
■« siano delle difiìcoltà. — Io vorrei andà dal fattor gene- 
« rale con un bel faffié ripieno di firme di tutti noi altri 
« contadini, e pregallo che ci volessi mandare i' su' cugino 
« (Girolamo Bonaparte). — Tu mi persuadi, gua' ; quando 
« non si possa avere il fattore di Castel dell'Alpe, è me- 
« glio attaccarsi a lui, che ha i lombi grossi. — Mi ado- 
« prerò a più non posso per vedere se persuado gli altri a 
« fare altrettanto ». 

Infine col n. 30 annunzia che risorgerà « come pianta no- 
« velia rinnovellata di novelle fronde », intitolandosi Italiano, 
forse anche, io credo, per schermirsi da quelli che nel suo 
bonapartismo lo sospettavano di tiepida italianità. Comin- 
ciò infatti italiano bonapartista. Insinua : « In vari punti 
« della città ho veduto scritto sul muro : Viva Nafoleonc 
« Girolamo re dEtruria. Eppure chi l' ha scritto non è privo 
« di senno perché se ciò si avverasse godremmo certi van- 
« taggi... non destando la gelosia delle potenze, eppoi avrem- 
« mo un principe italiano perché la famiglia Bonaparte è 
« italiana, toscana e fiorentina ».^ Sciorina quindi alcuni ar- 
ticoli di soggetto napoleonico, e un breve cenno storico. 



^ N. 25, 26 e 27. 

» N. I. Anno I déìVItaliano. 



PRELIMINARI. « IL PASSATEMPO » 1 9 



sulla famiglia dell' uom fatale, ricordando perfino il buon 
canonico Gregorio della famiglia dei Bonaparte di S. Mi- 
niato, passando al panegirico del suo Girolamo, « che non 
« ebbe dai nostri labbri 1' addio, sicuri che presto riede- 
« rebbe cinto di alloro », e concludendo col ricordo che 
Oltrarno, non lungi dalla piazza dei Pitti, erano le case 
della illustre prosapia. « Tornerà qualcuno di essi (domanda) 
« ad abitare quel sestiero ? Di già in Toscana rnille e mille 
« bocche rispondono : Amen ». ' L'articolo è firmato Cece 
e non Timoteo, come altri di simil conio. Chi era ? — 
Per altro all' annunzio del voto dell'Assemblea toscana per 
r annessione, loda ed esulta, ed anche la nascita di tre lion- 
celli avvenuta nel serraglio di jMonsieur Charles allora in 
Firenze, gli pare « di buon augurio per le cose nostre ».* 

Contro il Mazzini, allora in gran ribasso, inveisce senza 
ritegno. « Questo fior di galantuomo (cosi si esprime) si 
« dice che passasse la scorsa settimana per Firenze vestito 
« da frate. Il Mazzini è stato per molto tempo fatale alla 
<c povera Italia ». 

Una vignetta rincara la dose col Mazzini in pallon vo- 
lante in forma di fiasco rovesciato, col berretto frigio e in 
atto di gittar proclami. Sul fiasco è scritto : « Viaggi aerei 
« in Italia di G. Mazzini ». E sotto : « Sor Giuseppe, i mi- 
« cini hanno aperto gli occhi ! »3 Vien fatto di pensare, 
nelle debite proporzioni, ad Aristofane, che immagina So- 
crate, confuso coi sofisti, sospeso tra le nuvole entro un 
corbello, in una delle sue immortali commedie, geniale 
tanto quanto ingiusta. 

Tutti i particolari, le agitazioni e gli entusiasmi della 
vita di queir anno memorabile hanno in questo giornale 

^ N. 2. In un articolo Si dice^à.&\ n. 8, ribadisce: «Vi sarebbe un 
« professore a Parigi, che potrebbe render la sanità a 7 sorelle, i sette 
«stati d'Italia, mandando un medico suo discepolo, ma i tutori di 
« quelle giovinette temono che la cura possa costar cara, epperò non 
« vorrebbero ricorrere a questo per me efficace espediente ». 

2 N. 4. 

3 N. 4 e 5. 



20 CAPITOLO I 



quel rilievo delle cose vedute che nessuna narrazione di 
seconda mano, per quanto abilmente intessuta, può dare. 
Ora sono i fischi e lo schiamazzo che accolse i buzzurri o 
venditori di castagne, calati come di consueto dai monti 
della Svizzera, affine di protestare contro le stragi di Pe- 
rugia, « chiasso di gente abbiettissima (cosi il nostro) pa- 
« gata da chi vorrebbe ad ogni costo screditarci presso gli 
« stranieri », ora sono i sintomi e la definizione della ma- 
lattia della Codinitide, per la quale il trattamento, non riu- 
scendo il metodo blando, consiste « in docciature di acqua 
« gelata sulla testa mattina e sera e vitto erbaceo in gran 
« parte composto di zucca ». V è chi consiglia come effi- 
cacissimo il sugmn hoscorum, ma per me è una cura da 
lasciarsi ai Croati.* 

Un giorno se la piglia (ed oh con quanta ragione !) 
contro i falsi martiri, i quali « o predicano alla osteria, o 
« non si sono mossi o non sono arrivati all'Abetone e basta, 
« o fanno del patibolo un botteghino ». 

Con loro mette in un fascio i camaleonti politici, che 
« in Palazzo Vecchio, e' ci sono a torme, e se ne stanno 
« li senza far nulla... a dir male del prossimo, e a tagliare 
« la giubba addosso ai loro superiori ».' 

Né si risparmiano i Cureulioni, « sempre in moto colla 
« legge dei sospetti alla mano per aizzare odi e ricatti, e, 
«a: pe' quali ogni battuta di polso dovrebbe segnare un arre- 
« sto. Il Ctirculione divien crudele per la smania di chiac- 
« chierare e di agitarsi... Nella Guardia nazionale il suo mag- 



1 N. 7, II e 12. Pare che un buzzurro desse uno scapaccione ad 
un ragazzo, che lo aveva molestato: Inde trae, e si disse che i codini 
avevano provocato quel putiferio per compromettere il buon nome 
della Toscana. 

2 N. 12. A proposito di furfanti è notevole un articolo (n. 13) C/n 
Novello Graiano di Asti, « certo Perego già repubblicano eppoi ca- 
« gnotto della Austria, il quale da Vienna annunziava una storia della 
« campagna del 1859, vantandosi nella introduzione di nulla decampare 
« dalla sua qualità d' italiano nel conservarsi fedele alla incontaminata 
« bandiera dello impero, e soggiungendo che l'Austria è nostra patria >. 



PRELIMINARI. « IL PASSATEMPO » 21 

« gìor gusto è di far passeggiate militari, che finiscono per 
« lo più in pappatorie... L'anima dei Cureulioni è una vera 
« animella ». 

Per contrapposto abbiamo la glorificazione dello zuavo 
e di Garibaldi. « L'Arabo è furbo, si diceva, ma lo zuavo è 
« più furbo di lui. Non è un uomo , è una palla di can- 
« none ; una volta slanciato ottiene il suo intento o muore. 
« Col suo zaino, eh' è un armadio di pelo ove mette di tutto 
« un po', ghiotto ed allegro, è il soldato più popolare in 
« Francia, dove lo chiamano zouzoic. La sua chachia sembra 
« voler passare allo stato di leggenda come i berrettoni di 
« pelo dei granatieri del primo imperatore »,* ed anche le 
donne infatti adottarono per moda quel berretto e cosi pure 
una giacca, la zuava. 

Al Garibaldi son consacrate vignette presaghe. Ogni 
Italiano aspetta la sua stella, mostra la croce sabauda colla 
effìgie dell' eroe, che si leva su Napoli, e il classico stivale 
con due cannoni infilati in atto di dare un calcio poderoso. 
Un generale, ritto sulla punta, guardando col canocchiale, 
esclama : « S. Gennaro benedetto, che nuvoloni che vedo... 
« A te burrasca ».^ 

Né mancano le poesie negli ultimi numeri, come un 
Conciliàbolo di Calabroni, ridda di codini, i quali cantano : ^ 

« I rossi, i rossi, i rossi. 
Al buio o al lume saran percossi ; 
E noi giammai, e noi giammai 
Avremo guai, avremo guai. 
Beviamo, beviamo, beviamo, 
Austriaci e maschere sempre lodiamo. 
L' Italia muoia, l' Italia muoia 
Per man del boia — per man del boia. 
La coda, la coda, la coda, 
Sia lunga o corta, sia floscia o soda, 
Trionferà, trionferà, 
Tarapatà — tarapatà >. 

I N. 7. 

- N. 12. 

3 N. 18 e 20. 



2 2 CAPITOLO I 

Si leggono varie buone recensioni da vero e serio gior- 
nale letterario, come quella del libro di Marc Monnier, U Ita- 
lie est-elle la terre des morts? e quella sulla Cronaca degli 
avvenimenti d^ Italia del i8$g di A. Zobi, e sulla Pianeta dei 
Morti, veglie del Prior Luca, prete liberale. Acerbissime e 
in istile che ricorda gli amici pedanti e le lotte che sosten- 
nero sono le critiche al Monto e a due opuscoli del Dott. 
Ettore Bertini di Prato, che aveva sciolto un carme a Na- 
poleone III, concludendo : « Le carte ti ergeranno un mo- 
« numento ».' 

La Cronaca teatrale è spesso cosparsa di attico sale. Le 
osservazioni in proposito della recita che il Calloud fece 
del Gingillino del Giusti sono veri gioielli; per la storia 
degli attori e del teatro hanno tutti questi giornali un'im- 
portanza di primo ordine. E curioso però che con tanta 
finezza di gusto e di critica il nostro porti sul dramma 
« La Signora delle Camelie » un giudizio severissimo. 

Del resto a detta sua « tutti » lo ritennero « di un' in- 
« decenza schifosa », Rimprovera quindi alla Cazzola di 
averlo scelto per sua beneficiata.^ 

Col n. 2 1 (23 Die. 1859), V Italiaiio annunzia la sua morte. 
« Gli associati morosi (prosegue) non facendo il loro do- 
« vere, in qualunque parte si trovino, avranno sempre da- 
« vanti a loro la sua ombra fintantoché non l'abbiano giu- 
« stamente placata ». Col n. 22 si canta da se stesso l'ese- 
quie, e cioè annunzia cessata la pubblicazione. « Sparge- 
« temi (esclama) la tomba di fiori di zucca... Donne, di 
« questa pagina fatevi un bel cartoccio per tenerci rac- 
« colto r amido col quale insaldate la moltitudine delle 
« vostre immense gonnelle ». Non disperò però della pro- 
pria resurrezione; ma fu la speranza di un disperato. 



^ N. 15 e 19. 

* N. 19. Del resto anche a Parigi « cette réhabilitation, brillante 
« autant que téméraire, de la courtisane éveillait chez les uns la sym- 
« pathie, chez les autres la colere, chez presque tous l'émotion >. Cosi 
il De La Gorge nella sua Histoire du second Empire. T. I, p. 80. 



CAPITOLO II 



ia Lente, - Gan^zetta del popolo» 



Come tipo di alcuni dei nostri giornalisti sarebbe cu- 
rioso rievocare vita, morte e miracoli di Cesare Tellini e 
di Enrico Valtancoli o Montazio, l'uno e l'altro, ma più 
specialmente il secondo, scrittori fecondissimi di articoli, 
commedie, poesie, giornali e riviste, nonché romanzi, libri 
di storia e biografie, e chi più ne ha più ne metta. 

Il Montazio ebbe attitudini di pubblicista di prim' or- 
dine cui mancarono altezza di animo, meglio adeguate cir- 
costanze e fortuna. Nato in una villa della Valle del Mon- 
tone nella Romagna toscana, figlio di un impiegato gran- 
ducale settario e spia politica famigerata, avea dovuto ba- 
rattare il suo vero nome Valtancoli « infamato con quante 
« infamie rece una galera » (come scrisse il Giusti) in quello 
di Montazio da Mont' Azzi, villaggio in Val di Sieve, culla 
de' suoi avi. Avea studiato lettere a Siena e medicina a 
Pisa, ed imparato un po' di tutto con versatilità straordi- 
naria, riuscendo critico e polemista emulo talora de' più ce- 
lebri giornalisti stranieri. Mutò spesso di opinione, fu troppo 
spesso falso, intrigante e venale, trascurato e diseguale nel 
comporre; ma non di rado dettò pagine vibrate, disinvolte 
ed argute che si leggono volentieri anche oggi. La critica 
teatrale fu il suo forte. Di lui se ne dissero di tutti i colori, 
con qualche esagerazione, ma non senza gran fondamento. 

Il Montazio, assiduo lettore ed imitatore di giornalisti 
francesi (cosi Ferdinando Martini), diresse la Ri/orma, gior- 



24 CAPITOLO II 



naie settimanale di arte, letteratura e teatri, che dapprima 
si era intitolato musicale, dandogli impulsi nuovi. Avven- 
tando giudizi arrischiati su tutto e su tutti scrisse nel Sa- 
bathw fondato dal Marmocchi, e fondò poi egli stesso il 
Popolano nel 47. Nei rivolgimenti del 48 e 49 oratore nei 
circoli, trascese per modo che il Guerrazzi dovè farlo arre- 
stare ed imprigionare. Scrisse due violenti articoli contro 
Pio IX, intitolandoli // Papa piange e // Pafa ride, ed 
uno contro il Granduca, vantandosi nel Circolo popolare 
dì Firenze di averlo fatto scappare a S. Stefano. Di li a 
poco fu coinvolto nel processo contro l' ex-Dittatore della 
Toscana, il quale osservava che quel che più gli doleva nel 
processo era di venir chiamato sullo stesso banco ove se- 
deva come imputato il Montazio. Dalle Murate, ov' era; 
chiuso, l'inesauribile giornalista, che in una commedia mise 
perfino in scena se stesso nel figlio di una spia, inviava le 
Cronache del mondo al giornale fiorentino La Speranza, di- 
retta da Stefano Fioretti, prete, librettista e direttore di 
scena alla Pergola, uno degli ultimi epigoni degli abati del 
secolo xvin, firmandole Don Sincero Pelaca7ii. Il Montazio^ 
che durante la prigionia fece il pentito coli' arcivescovo, 
guadagnandosi un atroce epigramma del Poeta Cesareo, fu 
condannato a 60 mesi commutati poi neil' esilio. Visse in 
Francia, in Inghilterra eppoi in Piemonte, ove diresse ii 
Mondo Illustrato del Pomba fin verso il 1863. Da Parigi 
mandò corrispondenze alla Gazzetta Ufficiale di ÌMilano col 
nome di Edoardo Mayer, e fu condannato come propala- 
tore di false notizie a carico di una figlia della contessa 
Masi ad un anno di prigione ed a 100 franchi di am- 
menda. Il Gironi lo disse diffamatore anche della demo- 
crazia e dei nostri proscritti. 

Era stato escluso dall' amnistia del 59, e mori in Fi- 
renze il 21 Ottobre 1886, dopo avere scritto quanto non 
basterebbero a contenere cento volumi.^ 

1- F. D. Guerrazzi, Lettere per cura di F. Martini. Voi, I, p. 154-55, 
in nota. Cfr. F. Martini, Memorie di G. Giusti. G. Stiavelli, Anto- 



« LA LENTE ». « GAZZETTA DEL POPOLO » 



Cesare Tellini, direttore della Lente, forse nativo di 
Calci, era un povero diavolo pieno di buona volontà e di 
ardore. Scrisse drammi e commedie dimenticate da un pezzo, 
poesie varie dedicate alla memoria della madre Cunegonda 
Ciardini e della figlia Brunechilde, e prima di queste La 
Rivista di Via Calzatoli, in sestine dure ed insipide, descri- 
venti merci e botteghe con qualche accento che annunzia 
il futuro direttore di giornali umoristici: 

« La mia Firenze, il vago mio giardino, 
L'industre man de' figli suoi spingea 
A far grandioso quel eh' era piccino, 
E a impiccolir quel che di grande avea >. 

Nelle Poesie sono versi « non solo mesti come l'anima 
mia », secondo che 1' autore afferma, ma tetri e macabri 
senz' altro, ed altresì contorti ed oscuri. Bastino i titoli : 
// Patibolo, Il Corteggio, La Esecuzione. Si aggiungano due 
romanticherie: La fidanzata Ì7if elice e Le consegiienze di zm^ in- 
fedeltà. Nel giornale palesò invece tutto il suo vivido inge- 
gno ; il giornalismo fu la sua missione, e cosi diresse il 
Genio eppoi la Lente, mentre nel 59 divenne segretario 

nio Guadagnoli etc. p. 212. Ecco poi un saggio bibliografico degli 
scritti del Montazio. Fisiologìa di Via Calzaioli. Firenze, Tip. Mariani, 
184.... La Tribuna del Galileo. Cenni. 2* Ediz. Lucca, Guidetti, 1842. 
Biografia di Gius. Sabatelli nel Mondo Contemp. Firenze, 1843, n. i. 
// Cenacolo di Raffaello nel soppresso Convento di S. Onofrio. Firenze, 
Tip. del Vulcano, 1847. / Misteri dei Conventi di Firenze. Firenze, 
Tip. del Vulcano, 1848. // Navicellaio del Pignone. Commedia popo- 
lare. Milano, Barnini, 1865. Biografia di Gino Capponi. Torino, Unione 
Tip. editr. 1862. Biografia di P. Thouar. Torino, Unione Tip. editr. 1862 
L'ultimo Granduca di Toscana. Cenni biografici. Firenze, Ricci, 1S70. 
Diano di Arco (pseudonimo). L' Assuniina del Ponte alle Grazie, 
romanzo storico. Verona, Civelli, 1878. I Napoleonidi a Firenze. Aned 
doti e ricordi. Roma, Corradetti, 1S82. L'ultimo dei Capi ameni e begli 
umori di Firenze (Pirro Giacchi). Firenze, Tip. del Fieramosca, 1886 
Donile e sgualdrine di Firenze. Firenze, Tip. del Fieramosca, 1SS6 
Sul Montazio v. anche A. D'Ancona, Ricordi storici del Risorgi 
mento Italiano p. 320 in nota. Firenze, Sansoni, a. 1913. Il Gironi ac 
cenna al Montazio nel Diario inedito, 1856, c.'e n, 12. 



20 CAPITOLO II 



civile, impiego forse istituito appositamente per lui, del 
colonnello Orlandini mandato a riordinare la gendarmeria 
toscana.^ 

La Lente, giornale di lettere, scienze ed arti, commer- 
cio, industria, teatri, che portava in testata alcune persone 
guardanti entro una gran lente, e in disparte le Muse e 
l'Arno, fece nel 1856 la sua prima comparsa. N'era diret- 
tore e proprietario il Tellini, si pubblicava ogni mercoledì 
in via dei Pandolfini, e costava mezzo paolo per ogni nu- 
mero separato, e io Lire per l'abbonamento di un anno. 

Vi collaboravano Yorick (Pietro Ferrigni), D. R. Segrè, 
Ferdinando Martini, Luigi Coppola, Gherardi Del Testa e 
l'avvocato Bartolommeo Fiani, che si firmavano Amarino, 
Morvidino, Chittusai. Fin dal 58 vi echeggiano i fremiti 
della èra nuova, che divengono ne' primi mesi dell' anno 
successivo più alti e frequenti. Yorick, eh' ebbe parte note- 
vole nella rivoluzione del 59, scriveva : « Diciamo franca- 
« mente che in aria e' è del buio ». Seguono graziose favo- 
lette, che sono allegorie sempre più trasparenti ed espres- 
sive. Nel Cavallo e suo figlio Prometeo è il popolo italiano ; 
nei Remi e il Timone è quasi il manifesto del 27 Aprile. 
La morale di questo apologo conclude : « Chi non ha 
« giudizio abbia gambe ». 

Nella Coloìtiba e il Cuculo, il passero tettaiolo ammo- 
niva : « Per me, ve lo dico tale e quale ; innanzi di fare 
« il covo penserei a levarmi di torno il cuculo ».^ Insomma 
questo ed altri giornali consimili scherzando colle favole e 
colle satire cooperarono efficacemente ad iniziare la rivo- 
luzione che si compiva a suon di banda, unica nel suo ge- 
nere perché incruenta, garbata e gioconda. 

Colle favole si accompagnano i proverbi illustrati da 
caricature. // mondo va da se rappresenta il teatro Leopoldo 

« La Rivista di Via Calzaioli. Sestine. Firenze, Tip. Rebagli, 1845. 
Poesie varie. Pisa, Prosperi, 1847. Sul Tellini debbo le citate notizie 
all' illustre Prof. A. D'Ancona. 

* N. 8 del 1858 e n. 2, 6, 7, e cosi pure in. 11, 13, 19, del 1859. 



« LA LENTE ». € GAZZETTA DEL POPOLO » 2^ 

sul quale recitavano gli Stenterelli con Stenterello (il gran- 
duca o sgranducd) a gambe all' aria preso a calci e legnate. 
Chi dura vince, due donne, una giovine ed una vecchia, che 
si contendono uno stivale. // mondo non e fatto fer i pigri \ 
soldati che dicono : Se non ci si muove ora quando ci si ha 
a muovere f^ Anche il corrispondente da Livorno sprover- 
biava minacciando di andare al molo, che in vernacolo si- 
gnificava andare in collera, mentre scene popolari, visioni, 
varietà, battono e ribattono lo stesso chiodo. Parve fatidica 
alla Pergola la rappresentazione del Guglielmo Teli, e fa- 
cendo la critica ad un'opera del Verdi si notò che il po- 
polo era verde fino al midollo delle ossa.^ 

Certi articoli si protraggono per vari numeri, quasi 
squilli ripetuti di tromba, segnali di battaglia. Yorick in una 
sua Visione ironicamente immaginando che la torre di Pa- 
lazzo Vecchio abbia perduto la testa, che le statue intorno 
a lei si agitino, che dalla Medusa del Cellini gocci sangue, 
che il David prepari la fionda e Giuditta la spada ; e l'autore 
di uno scritto La Nebbia, esclamando : « Ferruccio... La ban- 
« diera... Io... dunque... Dies irae... acqua in bocca... Dio 
< che vento!», lanciano il guanto di sfida. ^ Eppure il go- 
verno cieco ed incosciente fino all' ultimo si cullava nella 
consueta fiaccona, che si risolveva in longanime- tolle- 
ranza. 



1 Lo Stenterello Cannelli faceva spesso allusioni politiche. Una 
volta, annunziando la sua beneficiata, « si doleva di far magri affari ; 
«la concorrenza gli nuoceva; e' erano nientemeno che tre Stenterelli a 
« Firenze. Borgognissanti (teatro) primo, Leopoldo secondo, Piazza Vec- 
* chia terzo ». F. Martini, Pagine raccolte^ p. 554. Firenze, Sansoni, 1912. 

2 N. 9, 13, 14 e 17. 

3 N. 6, 8 e 9. Notevole La Nebbia, riflessioni di un pazzo. Si au- 
gura che risplenda il sole, < che desiderate... più caldo dell' antico... 
« e direte: A diventar padroni di noi lo zampino ce l'ho messo an- 
« eh' io ». Ad Yorick il giallo e nero parevano colori da morti, e vi ri- 
camava su le sue lamentele in occasione di un manifesto teatrale del 
Domeniconi. Una volta si stampò Grandoca per Granduca, fingendo 
un errore del proto. V. Linaker, in La Toscana alla fine del Gran- 
ducato, p. 230. 



2 8 CAPITOLO II 



Scoppia la rivoluzione, che fu detta resurrezione, e che 
mentre nel 48 era stata sentimentale e romantica ora si 
afferma piena di senso pratico e positiva. 

La Le7ite inneggia « ai fatti miracolosi ed unici nella 
storia», ed osserva: «La nostra non è stata una rivo- 
li luzione, che male ad un giorno di festa può darsi questo 
« nome, ma piuttosto la rovina di un mal connesso edifizio 
« dinanzi alla forza della pubblica opinione », Non vuole 
troppe sbandierate, ma tranquillità e lavoro, rimandando 
alla fine della guerra il monumento a Dante proposto in 
quei giorni, perché « dev' essere inalzato da mani libere in 
« paese libero »/ 

Allora i patriotti più fervidi sentivano ciò che i devoti 
in occasione di pellegrinaggi e di solenni feste religiose 
lungamente desiderate. Il patriottismo ebbe il suo culto 
con riti, cerimonie, prediche, orazioni, miracoli, e magari 
superstizioni. 

Le stesse feste sacre divennero occasione di religiose 
esultanze. La Lente paragonò i tre nostri colori alle virtù 
teologali ; Vittorio Emanuele diviene : « Emanuel Christus 
« cruce debellavit avernum ». Di lui si ripete : « Tu gen- 
« tem sternes austriacam Emanuel ».^ Si ebbero perfino Pater 
Noster, Ave e Gloria degl' Italiani. Il primo diceva : « Pa- 
« dre nostro che stai in Vaticano, sia lodato il nome tuo 
« se levi d'Italia il regno tuo, se rivolgi la tua volontà più 
« al cielo che alla terra ».3 

Il caso di un fabbro di Vinci, che cadde dalla torre dì 
Arnolfo mentre lavorava intorno alla bandiera senza farsi 
alcun male, fé' gridare al miracolo, come già era avvenuto 
a S. Miniato nel 49 quando un fanatico codino avea co- 
minciato a gridare : Viva i Tedeschi ! Morte ai liberali, ed 



I N. 18. Quanto alla tolleranza del Governo il Gironi, Diaria 
cit. 1S58, e." 85'' nota: < Circolano (i giornali) senza che il prefetto 
« ponesse intoppo >. 

* N. 23 e 36. 

3 N. 144. 



« LA LENTE ». « GAZZETTA DEL POPOIO J> 



una padella della luminara che certi frati avean fatta per 
festeggiarli, cadendo ad un tratto, gli spaccava il cranio.' 

Anche nella cronaca cittadina si ficca il patriottismo, 
ed anzi da questo prende il nostro giornale, concordemente 
coi suoi confratelli, abilmente le mosse per deplorare gli 
abusi e le magagne della Firenze brutta di quel tempo, 
nelle Ciarle della Crezia, acuiti ed accresciuti in occasione 
delle novità politiche. Tali appunto l'accattonaggio insi- 
stente e vessatorio, l' ingombro dei barrocci e dei barroc- 
cini, la gente che si bagna in barba ai regolamenti, le 
brutte divise della guardia nazionale, 1' uso di non accen- 
dere i lampioni nelle sere di luna piena, il moltiplicarsi 
dei giuochi del biribissi e della Gallina per le vie e per le 
piazze, i guastamestieri che trafficano la patria come i va- 
lori di borsa, i Gingillini ed i Girella, e tante altre cose 
vecchie e sempre nuove.^ Sapevano ridere e fremere per 
davvero quei nostri babbi, e come di cuore ! S' innalzavano 
ne' più fulgidi cieli dell' ideale, eppoi eccoteli a scherzare 
colle bricciche e ridicolezze di casa e dei vicini. 

Le caricature dovute in gran parte ad una donna, El- 
vira Pochini, un po' rozze nella tecnica, parlano chiaro e 
forte pel concetto e per la linea viva e robusta. Una di 
queste contrappone Roma antica colla lupa e i gemelli 
alla Roma moderna, una lupa che divora due bambini ; 
un' altra raffigura soldati francesi e piemontesi che tirano 
al bersaglio contro il triregno posto su di uno stivale, e sor- 
montato dall' aquila bicipite. Il titolo reca : Un premio al 
bersaglio, e la chiosa aggiunge: « Chi ucciderà il mostro 
« rompendo la pentola sulla quale posa sarà dichiarato 
« primo cittadino d' Italia »?> 

' N. 26 e 27. 

2 N. 32, 45 e 46. Dice i! nuovo Girella : 

« £ poi senza confondermi 
Né a sinistra, né a destra, 
O principe o repubblica, 
Terrei dalla minestra «. 



3 N. 29 e 37. 



30 CAPITOLO II 



Il 30 Settembre del 595' inalberava sulla torre di Pa- 
lazzo Vecchio il tricolore collo stemma sabaudo mentre un 
temporale imperversava furioso. Subito qualche codino ri- 
levò che il cielo si dimostrava contrario all' evento, ed ecco 
il giornale pubblicare un' incisione colla storica torre e la 
bandiera augurale incoronata di fulmini con un passo del- 
l' Esodo dove si parla di Dio apparso fra i nembi sul Sinai 
a dar legge al suo popolo.' Dai giornali meglio apparisce 
come fino dal principio del 59 la coscienza nazionale fosse 
matura, e come perciò vivo fosse il sentimento ed il bi- 
sogno dell' unità con Roma. In sostanza il Cavour e Ga- 
ribaldi non fecero che secondare e interpretare genialmente 
la pubblica opinione. Fata trahtmt. 

Sulla fine del 59 la Lente avvertiva che sarebbe uscita 
tre volte per settimana, martedì, giovedì e sabato, col ti- 
tolo di Gazzetta del Popolo e con diminuzione del prezzo, 
il che dimostra che non era popolare soltanto di nome.^ 
Ne divennero allora direttori Giuseppe Rigutini e Silvio 
Pacini. 

Il 1859 ed il 60 furono gli anni delle nostre fortune 
delle quali fu causa precipua la concordia. Ed invero an- 
che i principali giornali, pronti sempre ad accapigliarsi, 
sostennero allora identici principii, Italia col Cavour, Vit- 
torio Emanuele e Garibaldi, dettero gli stessi prudenti e 
risoluti consigli, avversarono il ^Mazzini coni' elemento di- 
sgregatore ; fecero insomma l'opposto del 48 e 49. I gior- 
nali di opposizione divennero una rara eccezione, una quan- 
tità trascurabile ; la popolarità, al contrario di ciò che ac- 
cade di frequente, era tutta per quelli che tenevano pel go- 
verno e pei moderati. 

« La Lente giornale politico ? » esclama il nostro nel 
suo articolo programma del 60. E citando il Giusti al quale 
s'inspira, risponde di voler discorrere di politica senz'« an- 
« dare su pe' peri », ma con un fare casalingo, battendo- 

' N. 40. 
= N. 52. 



« LA LENTE » . « GAZZETTA DEL POPOLO » 31 

sulle cose e risparmiando le persone, « Difenderemo anche 
« coi denti la indipendenza d' Italia ; cercheremo di fare 
« intendere al popolo le questioni politiche, muovendo 
■« guerra ai pregiudizi ed ai Tedeschi di Tedescheria e di 
« casa. In questi momenti può far più male una scapatag- 
« gine di piazza che cento spropositi di palazzo ». Insegna 
come si doventa invincibili : « I Cimbri si stringevano in 
« battaglia con catene di ferro, stringiamoci con volontà 
« di ferro ».^ 

Siamo ai plebisciti, e i disegni riassumono vivamente 
r epico momento. In uno si veggono due urne colla scritta : 
« O Tedeschi o Italiani »; nell' urna del regno separato 
stanno i Tedeschi, dall' altra sorge il sole d'Italia. Un altro 
ci presenta Piemonte, Lombardia, Toscana ed Emilia av- 
vinte da sbarre sulle quali posa una corona colla leggenda 
regno unito ; un terzo col titolo // duplice farlo della To- 
scana, questa ultima che dal suo letto di puerpera conse- 
gna all' Italia una bella bambina.^ 

Spunta il giorno del plebiscito, ed il giornale ci ad- 
dita i minorenni, inabili al voto, che vanno attorno in pro- 
cessione ed acclamanti, un comitato di signore sorto per 
ricevere il voto morale delle donne, e bandiere tricolori 
dappertutto. Non si udivano grida incomposte, e gli stra- 
nieri, distinti personaggi ed agenti segreti dei governi esteri 
che invigilavano recandosi alle sezioni, stupivano ammirati. 
Un cittadino chiese con aria provocante una scheda pel 
regno separato ; ebbe risposta che il seggio non aveva 
schede di nessuna qualità, e gli fu dato 1' occorrente per 
scrivere senza che alcuno fiatasse, A S. Ambrogio un prete 
dì ottant' anni pose la scheda nell' urna e la benedisse. Ad 
un bambino che voleva portare la scheda, una guardia na- 
zionale disse per ischerzo : « Sei un codino », Il poveretto 



1 Anno iS6o, n. i e 3, Quivi esclama : « Bisogna ficcare la idea di 
« nazionalità non solo in tutti i buchi del nostro cervello, ma in tutte 
M. le pieghe della nostra veste >. V, anche Supplemento al n. 25. 

2 Supplemento al n. 24, 26 e 28. 



32 



CAPITOLO II 



cadde in convulsioni, e bisognò che la guardia per cal- 
marlo gli facesse mettere la scheda nella sua giberna.^ 
Aneddoti pittoreschi da aggiungere a quanto del plebiscito 
toscano scrisse il Poggi efiìcacemente. Ben a ragione il 
giornale nostro conclude : « Lode a chi si deve »,' e tutti 
in quel giorno altamente la meritarono dando un esempio 
meraviglioso di senno e di virtù cittadina. 

Compimento di questo fu lo spettacolo offerto da Fi- 
renze per la visita del Re Galantuomo, che la Lente salu- 
tava, « la incarnazione dell' alta idea rigeneratrice che da 
« Dante a questa parte agita gli animi degl' Italiani ; il Re 
«favoloso. A S. Romano le contadinelle si accalcavano in- 
« tomo alla sua carrozza, chiamandolo a nome quasi fra- 
« tello onde il monarca lacrimava commosso ; a Firenze, 
« anche prima che giungesse, ora incombeva sulla folla ster- 
« minata un religioso silenzio, ed ora scoppiavano ad un 
« tratto applausi fragorosi. Quando apparve caddero i fiori 
« dalle finestre non altrimenti che i fiocchi di neve dal 
« cielo. Echeggiò il Te Deuin sotto la cupola del Brunel- 
« lesco. La sera ai fuochi il popolo eh' ebbe la fortuna di 
« potersi accalcare nel vano di Ponte Vecchio, voltando le 
« spalle allo spettacolo pirotecnico non ebbe occhi che per 
« Lui, non guardò che Lui, non chiamò, non applaudi 
« che Lui ».2 

Rispetto alla questione di Roma i giornali che in To- 
scana andavano per la maggiore, e fra questi la Lente, si 
professano tutti, più o meno, cattolici e liberali, magari in- 
veendo talora contro i preti ed il papa, peggio che Lute- 
rani a motivo del temporale. 

In quei momenti e dai giornali appare anche più chiaro 
ed evidente che in occasione di quei politici eventi, si tentò, 
con minore o maggiore ardimento, una riforma e quasi una 
rivoluzione della chiesa in senso liberale e modernista, col- 



» N. 28, 35 e 38. 
= N. 35. 

3 N. 42, 43. 



Addo V. 



fin'iizp, fiiovpiH 12 iìciiiinio ISOO. 



\. 2. 



C«.\DIEIO^I. 



Làbtr». » ». r> 



Ar 1 !.. l.. 

4,l:^,ifn. |„,.. 1, 
(..•..'» I., r..'..,n../. 
■lU L.' -O!.! /'i«vi. ' Jil 
Tabac'>..i/'<-i.yli.ltr.ni- 

y<ltoa rorioi. aalil.n.. 
ia V.i dr^li III..,, 
I>r|lwlir.p>.'v.l.>|,.„. 
•■pili l.l.r.., r .Ivi. .,1 
Ili IV.UU 



Cent, n 




. « |..<1„<> .•■l.r.|.,|.-. Y' 

(«.1» d.l rehli.« i-rri.o * . W. ' ^•?'^''^". 



GIOIVWI.K l^oLITiCO. l Mnl'.ISriCO CON CM'.ICVTl l'.i:. 



:«■<»■&'■ '« ■» 



Ut iinprit;<nliar« v hKitarc «iiuiili j 
.!m.»i.|. l-r I..I...- . •■ ^ 



Pag. 23. 




'<t3; ;Tlf; :r'^ ^ 

ai"" 




« LA LENTE », « GAZZETTA DEL POPOLO > 33 



r opera di fervidi ecclesiastici, ripigliando e ravvivando le 
tradizioni ricciane e leopoldine non affatto spente in To- 
scana, modificandole e colorandole di nazionalismo e di en- 
tusiasmi patriottici. Si giunse perfino a vagheggiare il ri- 
torno alla primitiva costituzione del clero, l' incameramento 
dei b^ii ecclesiastici, un clero di stato, un quid simile della 
costituzione civile del clero della grande rivoluzione, che in 
parte si ricollegava appunto colle riforme del Ricci, suo 
avviamento e preludio. 

Il nostro giornale di tali tendenze, rimaste però senz' ali- 
mento e vigore, ed in genere della politica ecclesiastica 
della nuova Italia, si fece assiduo e speciale campione donde 
uno strano amalgama fra le caricature, le bottate umori- 
stiche ed i sacri canoni. Divenne anzi 1' organo dei preti 
novatori, i quali vi scrissero e polemizzarono a gara. Erano 
quasi tutti del basso clero, ed in quei giorni di rivendica- 
zioni e di conflitti credettero suonata l' ora d' insorgere 
contro r alto, la sua rigida gerarchia ed i suoi privilegi. 
Moti ed aspirazioni, che, se non m' inganno, non sono an- 
cora stati messi in piena luce dagli studi sul risorgimento, 
pel quale il clero, nonostante certe sue ostilità tenaci e 
molteplici, fece più di quello che comunemente non sì 
creda. 

Il Governo, secondo la Lente, ha da trattare i preti né 
più né meno che gli altri cittadini, senza la minima par- 
zialità né prò né contro. La stampa non si mostri verso di 
loro né maligna né insultatrice, né contro di loro faccia 
caricature, che non sono ragioni. 

« Lasci le villanie alle pastorali di certi vescovi... Del 
« sangue pretino non se ne vuole... Faccia ritratti pretini 
« come il Giusti degl' impiegati ; si eviti la pedanteria libe- 
« rale e la pedanteria protestante ». Però la Lente predi- 
cava un po' come il padre Zappata, e contro i preti gran- 
dina e tempesta senza misura. Tuttavia riconosce « che più 
« preti di quello che forse non si crede si sentono italiani, 
« ma sono perseguitati, e manifestandosi si rovinano... Molti 
« fra di loro, e specialmente nel pistoiese e nell' aretino, 

ROKOONI 3 



34 



CAPITOLO II 



« accorsero coi loro popolani a tributare larghe offerte pei 
« fucili di Garibaldi... Sotto quella veste nera batte più 
« spesso di quel che non si crede un cuore italiano. Perciò 
« operano malissimo quei monelli che, quando passa un 
« prete o anche qualche chiericuccio, battono forte il piede, 
« gridando : « Bada, bada, la piattola ! » Noi, protestava 
« rivolta agli ecclesiastici, siamo italiani e cattolici come 
« voi, e vogliamo la indipendenza del papa, ma in modo che 
« più non possa osteggiare l' Italia, e s' innalzi in aria più 
« pura alla serena pace dei dogmi ».* 

Allorché la questione ecclesiastica colle scomuniche e 
colla campagna di Castelfidardo e di Ancona entrava nel 
periodo più acuto, si eccedè cosi dall' una come dall' altra 
parte. A Pisa 1' arcivescovo Cardinal Corsi fé' chiudere a 
chiave le sagrestie del duomo e levare il Santissimo dal Ci- 
borio lasciandone aperto lo sportello; in Firenze per fe- 
steggiare lo Statuto fu d' uopo ricorrere al Capitolo di 
S. Lorenzo, mentre i canonici della cattedrale deposero la 
croce, i ciondoli e le calze rosse onde i monelli gridavano 
loro : « La si rigiri ; ha perso il fiocco! ». Per rappresaglia 
apparvero caricature, che ricordano quelle deìVAsmo odierno^ 
come quella che raffigura una Mummia vive^ite (il papa) se- 
duta su di un trono formato di tibie, di femori e crani, ed 
alla quale un gesuita bacia il piede.' Però inveendo contro 
il papa-re si tiene a professarsi più cattolici di lui e de* 
suoi partigiani in onta al temporale ed a quello che più 
tardi fu dettò Vaticano regio; si vagheggia un vicario di 
Cristo del quale il regno non sia di questo mondo. 

Ed ecco nelle caricature un' Emigraziofie aspettata e de- 
siderata con un prete (il papa) che va col Turco in Costan- 
tinopoli ed in Asia, eppoi i Puntelli del Potere Temporale 
con Pulcinella {il re di Napoli) che sorregge il potere tem- 



» Tratta della questione ecclesiastica quasi in ogni numero del 
i86o. V. più specialmente n. i, 4, 6, 8, 9, 12, 14, 18, 27, 43, 47, 48, 
49; cosi pure n. 50, 51, 53 e 55. 

* N. 139. 



« LA LENTE ». « GAZZETTA DEL POPOLO » 35 



porale defunto, mentre l'Austria se ne sta in disparte senza 
braccia. Pulcinella grida : « Aiuto comare, tra il fetore ed 
« il braccio indolenzito non lo reggo più », e l'Austria : 
« Che ci posso far io ? Non lo vedi ? A Magenta ed a Sol- 
« ferino mi tagliarono le braccia ». Cavour sopraggiunge, 
ed esclama : « Sbrigatevi che son qua per la settima opera 
« di misericordia », e cioè seppellire i defunti. In altro nu- 
mero è effigiata la fede, serena fra le mondane procelle con 
S. Pietro, ritto sulle onde, presso una barca della quale 
regge il timone. La Fede è anche Vittorio Emanuele, che 
fuga i nemici d' Italia. ' 

Nel 59 il fatto culminante fu la guerra contro lo stra- 
niero ; nel 60 la guerra contro il Borbone, impossibile senza 
la prima ; in quest'anno la fama di Garibaldi cresce e s'im- 
pone ad un tratto come la virgiliana, e riempie di sé tutta 
la penisola. Il giornale sente la imponenza dei nuovi de- 
stini, ed esclama : « Siamo entrati in una nuova fase ; nella 
« fase del pericolo... Tacciano i partiti ; tutto deve cedere 
« all' amore della patria ». La spedizione dei Mille prima 
che nel cuore e nell' opera di Garibaldi era nella coscienza 
degl' Italiani, ed una incisione presaga rappresenta il Ca- 
vour colle ali aperte che vola sui monumenti di Firenze, 
Roma, Venezia e sul Vesuvio. S' intitola : Un viaggetto aereo 
di papà Camillo, colla leggenda : « Dalle Alpi alla Sicilia è 
« tutto un volo ». Indi si rappresenta Bovibino (France- 
sco II) preso a calci dalla Sicilia, una testa con tre gambe, 
colla scritta : « La punta dello stivale comincia a somigliare 
« il tacco ».'* 

Sulla spedizione dei Mille si leggono particolari e cir- 
costanze notevoli, come il rapporto del Marryat, capitano 
di una delle navi da guerra inglesi, che si trovarono pre- 
senti allo sbarco di JNIarsala, rapporto testé riprodotto dal 
Guardione nel suo bel volume I Mille. Da questo e dal con- 



1 N. 4, II, 16. 

2 N. 51, 53 e 59. Nel n. 57 si applica a Bombino il proverbio:. 
« Come la tela di Prato, a rotoli ». 



36 CAPITOLO II 



fronte delle versioni molteplici resulta, a mio parere, che 
proprio non si volesse dagli ufficiali borbonici opporsi va- 
lidamente ai Garibaldini (e il contegno ulteriore della flotta 
confermerebbe il supposto), che solo prò forma si sparasse 
tardi e non a tempo su loro, e che l'aiuto, omai sconfessato 
delle navi inglesi, fosse senz' altro una comoda scusa per rico- 
prire la voluta inerzia e lo smacco dal governo borbonico 
subito.^ Il fatto si è che la situazione di Boinhino era ormai 
quale la raffigurava una di queste caricature, cacciandolo 
fra le branche di una gran tenaglia con scritto Italia Ceìi- 
trale e Sicilia. Il Cavour e Garibaldi stringon forte, ed egli 
canta : « Son fra tenaglie e triboli ».' 

Un volontario scrive al giornale : « Tutti salvi entrammo 
« a passo di corsa nel paese (Marsala). A Calatafimi ci bat- 
« temmo a guisa di leoni ». Ed un altro : « A Palermo fummo 
« capaci di prendere le posizioni nemiche senza sparar fucile 
« colla sola baionetta alla vista della quale i nostri nemici si 
« davano a precipitosa fuga. Immenso è il numero dei pri- 
« gionieri ; ne abbiamo fatti tanti da empirne i conventi. La 
« truppa napoletana sembra scoraggiata e corrotta perché 
« giornalmente disertano e si costituiscono ». Seguono epi- 
grafi, poesie ed inni all' eroe. A Lui « l'universo attonito 
« e plaudente — prepara — Nel Campidoglio — La co- 
« rona degli eroi ». A Lui certo L. M. vorrebbe innalzate 
nientemeno che 3000 statue. A Lui vien dedicata una 
fantasia per suono e canto con alti squilli di tromba e 
tamburi, salutandolo Nuovo Alose e Leojte (T Italia. Tanto era 
l'entusiasmo dei volontari di accorrere nell' isola del sole 
che, essendo stato sospeso l'ordine della partenza alle ul- 
time compagnie iscritte, un giovine di queste offerse do- 
dici napoleoni d' oro affinché un volontario delle tre che 
partivano gli cedesse il posto. Anche i più poveri rifiuta- 
rono la offerta. 

I N. 62. Cfr. F. GuARDiONE, / Mille. Palermo, Libreria Reber, 
p. 134 e segg. 

^ N. 68. 



€ LA LENTE » . « GAZZETTA DEL POPOLO » 37 



Queir epiche colonne il giornale ce le mette sott' occhio. 
« Il soldato di Garibaldi (scrive un corrispondente) tutti 
« pensano che sia coperto di camicia rossa, ma, salvo gli 
« ufficiali superiori, non si vede nessun corpo in quel co- 
« stume uniforme. Hanno per lo più calzoni color acqua 
« marina, tunica dello stesso colore stretta da cintura di 
« pelle, cravatta e mostre rosse, con mantello di lana bianca 
« arrotolato ad armacollo, il kepi ed il sacco a pane. Un 
« gran numero veste a piacere ».^ 

La Lente, che V Unità Italiana chiamò « devota al po- 
« tere » sorse campione della unità monarchica quando le 
gesta di Garibaldi dettero occasione al mazzinianismo di 
rialzare il capo, e, liberata Napoli, non mancarono le do- 
lenti note. Non le risparmiò a Garibaldi stesso allorché 
parve divenuto segnacolo in vessillo della opposizione. 
« Garibaldi è il braccio (ammoniva), Cavour è la mente. 
« Garibaldi non è un abile politico, e si lascia aggirare. 
« Impose al re di dimettere Cavour e Farini, ma come può 
« un re costituzionale ex se deporre dei ministri che hanno 
« la maggioranza del Parlamento ? Allora ritorneremo al 
« dispotismo. Garibaldi e il Cavour pieghino all' esigenze 
« di un popolo che li vuole uniti »." Per uso del popolo ri- 
stampa in opuscolo gli articoli : Popolo all'Erta ! ne' quali 
ai Mazziniani intima : « Sarebbe ora di finirla ! ». 

Fin d' allora, proprio come adesso, si sosteneva dai re- 
pubblicani che il Cavour avversò la spedizione dei Mille, 
sfruttandola. Ed i campioni della monarchia ribattevano : 
« Chi la lasciò partire dalle acque di Genova ? Chi permise 
« che si facessero pubbliche soscrizioni ed arruolamenti ? 
« Chi prestò denari ed armi e concesse che di continuo si 



* N. 69, 74, 86, 89. « Era prodigioso (cosi un volontario) ove la 
« mitraglia nemica fulminava... vedere il nostro Garibaldi passeggiare 
« su e giù il ponte a passo lento, battendo lo scudiscio sulla gamba, 
« cavandosi l'orologio di tasca, dicendoci : Ragazzi, fra 5 minuti a Mi- 
t lazzo ». V. anche n. iii e 115. 

2 N. 103, 104, 105, 112 e 113, 



38 CAPITOLO II 



« spedissero queste e quelli in Sicilia ? Quando il Governo 
« si accorse che una setta nemica sempre alla Italia ten- 
« tava operare per proprio conto vietò ulteriori spedi- 
« zioni, vietò a Nicotera d' invadere gli Stati pontifici... 
« Volle e potè ». D'altra parte o il Governo credeva che 
r impresa di « Garibaldi riuscisse, e non aveva certo ra- 
« gione di avversarla facendola esso in suo nome, o credeva 
« Garibaldi vittima predestinata, ed allora, se geloso ed a 
« lui nemico, aveva una ragione di più per non avver- 
« sarla ».^ Ricorda infine che l'eroe prima di partire ebbe 
un lungo colloquio col re. 

Vittorio Emanuele marcia alla volta di Napoli, e la 
Lente esclama: «Dio voglia che mettale ali »,^ e quindi 
col Passatempo^ il Lampione e V Arlecchino tira giù contro 
il Mazzini senza misericordia. « Gl'Italiani, nota, sono usciti 
« a bene dalle spedizioni nelle quali li ha messi Cavour. 
« Dalle spedizioni nelle quali li ha messi Mazzini se ne 
« sono venuti sempre col caporotto... Cavour dove ha messe 
« le mani ha accomodato... Mazzini sciupa senza rimedio 
« tutto quello che tocca... La nazione non è mazziniana 
« né ministeriale, ma italiana ». Giunge perfino a chiamar 
Mazzini ligure profetuizo, Don Chisciotte della politica^ mwvo 
Figaro precursore dell' Austria. Nella Uitità Italiana a Na- 
poli, articolessa farraginosa, il Profeta (Mazzini), profittando 
della distrazione di Garibaldi, sta intento a tracciar linee 
su di una carta geografica tra Napoli, Roma e Venezia, 
mentre gratta piano piano da un proclama del duce dei 
Mille il nome di V. Emanuele. 

V è in questa satira della Lejtte un coro di socialisti, 
v' è Alessandro Dumas che parla un gergo franco-italiano, 
eppoi Ledru-RoUin, il Crispi che vagheggia un Comitato 
di salute pubblica in Roma, Cattaneo che vota per 134 
repubbliche ed Alberto Mario per sua moglie. La notizia 
della presa di Caiazzo colla peggio dei Garibaldini li sgo- 

I N. 108. 
* N. 126. 



« LA LENTE ». « GAZZETTA DEL POPOLO » 39 

menta, e Mazzini, aggiustandosi parrucchino e favoriti alla 
Palmerston, conclude : « Son cittadino della Gran Brettagna 
•« io ».' Vediamo poi la Torre di Babele (cosi intitolavasi un 
giornaletto democratico) che si nasconde fra i nembi, e 
porta scritto sulla base: Abbasso Cavour! Viva il Mazzini ! \ 
codini lavorano a fabbricarla, portando le pietre ; i despoti 
guardano fiduciosi.' Abbasso Cavour è un articolo vibrante 
d'ironia: «Abbasso Cavour perché nella sua politica ha 
« messo il maledetto veleno della prudenza e della tattica ; 
« Abbasso Cavour perché colle sciocche alleanze va a peri- 
« colo di salvare l'Italia dalla catastrofe del 49... ; Abbasso 
« Cavour perché non si è fatto scavalcare dagli arruffapo- 
« poli ». 

Lo Stivale è una felice imitazione anonima del Giusti 
colla quale, riassumendo la storia degli ultimi eventi, dopo 
aver combattuto i rossi ed i neri, insiste nel suo programma. 
Dice lo Stivale : 

« Cosi svecchiato ed aggiustati i brani, 
Che fra lor si divisero i tiranni, 
Non resta che piantare a piene mani 
Chiodi e bullette a scanso di malanni, 
E per cacciar con prospera fortuna 
I German dalla veneta laguna ». 

Quei chiodi e bullette, considerando la storia degli anni 
successivi, appaiono una profetica ironia, ma il nostro poeta 
intendeva ben altro.^ 

Le questioni toscane e fiorentine, la cronaca giornaliera, 
i fatti vari se non hanno lo svolgimento odierno, pure 
interessano assiduamente il giornale, nel quale rivive la 
vecchia Firenze colla sua socievolezza, l'arguta festività con- 
versevole, la fine osservazione critica cui nulla sfugge di 
ciò eh' è brutto ed eccessivo ; rivive quella cittadinanza, 
che formava quasi una sola grande famiglia appassionata 

» N. 100, 102, 105 e 117. 
* N. 123. 
3 N. 134. 



40 CAPITOLO II 



per le arti belle, pel teatro, per le feste sacre e profane e 
per le gazzette lette e discusse, e talora redatte fra il si- 
garo ed il poncino paesano ; cittadinanza vispa, spigliata e 
cortese, dalla parola facile e pittoresca, dall' epigramma 
agile e pronto, e simile perciò all' ateniese che il poeta can- 
tava lievemente passeggiante per un' aere di luce. 

Sebbene ministeriale, la Lente ritiene che il Ricasoli fu 
minore di sé nell'amministrazione della Toscana. « Ha tran- 
« satto (scrive), si è servito di certi uomini, de' quali di- 
'^< ceva : Cominciano a ricredersi ; animiamoli a servire la 
-.< patria. Li ha favoriti fino alla crocifissione. Ha dato poca 
« bada (sic) ai veri liberali, ai liberali innati... I liberali 
« però paghi del come ha condotta la politica estera si soa 
< contentati della politica conciliativa interna. Il Ricasoli 
-< è queir uomo che tutti i paesi di questo mondo si ono- 
« rerebbero ad aver concittadino ». 

Non mancarono al nostro giornale polemiche e soprac- 
capi. Si sdegna contro il Contemporaneo ^ diretto dal Sanpol, 
reazionario famigerato accusato di ogni vituperio, e contro 
certi giornaletti che predicano la disunione e la malafede, 
e cioè la repubblicaneggiante Torre di Babele ; ma infine 
osserva : « Mentre qui si mormora, in Sicilia muoiono i no- 
■« stri fratelli ».* 

I suoi Scapaccioni e nerbate son dure soprattutto contro 
i codini, i falsi liberali e le nullità politiche, delle quali ve 
n' erano più di quel che non si crede, e che han lasciato 
discendenza cosi numerosa e procacciante. 

De' codini enumera varie specie, gialli-neri, bianchi-rossi, 
ed ottimisti, che veramente non appartengono alla razza. 
Illustra Monsignor Codomano e il suo Codazzo, eppoi Co- 
dioni, Codiolo, Codiglio, Coderino, Codiruzzo, Codilungo, Codi- 

' Il Sanpol sardo, nativo di Alghero, e famigerato austriacante 
avea fondato nel 60 // Conteviporaneo, difendendo i Lorenesi. V. G. 
Baccini, Sfoghi Garibaldini del giornale granduchisia < il Contevi- 
4.poraneo> in Garibaldi e il Risorgimento italiano. La. Nazione e il 
Sanpol si querelarono reciprocamente, e quest' ultimo venne condan- 
nato nonostante la difesa del Brofferio. 



« LA LENTE ». « GAZZETTA DEL POPOLO » 



41 



rosso, nomignoli dei quali il sapore era gustato da quei no- 
stri vecchi, che conoscevano a menadito tipi e persone 
oggi dimenticate, e che per affibbiar nomignoli erano inci- 
sivi terribilmente. Cosi il Nicotera cui falli la spedizione 
di Castel Pulci fu qualificato il Sor Sicutera. La poesia 
// Codino di Aldo (Gherardi Del Testa) ha spunti degni 
del Giusti. 

« Col volto pallido 

A fronte bassa, 

Con l'occhio languido 

Sogguarda e passa. 

Legge // Cattolico 

e L' Armonia, 
In ilio tempore 

Facea la spia. 

Cavour, Ricasoli 

Ed il Far ini, 

Per lui son despoti 

Anzi assassini ». 

A Garibaldi : 

« Gli scaglia i titoli 
Di avventuriero, 
Di ladro, perfido 
Filibustiero. 

E tanto è l'impeto 
Della sua foia 

Che se tornassero (gli Austriaci) 
Farebbe il boia ».^ 

Il cuore si apre ai più cari entusiasmi patriottici leg- 
gendo le feste che in Firenze si fecero ai bersaglieri di Bre- 
scia, leonessa d' Italia. Al ballo del teatro Pagliano si formò 
una catena di uomini e di donne, dei quali ognuno te- 
neva in mano una ghirlanda, una bandiera o un candela- 
bro, girando intorno per 1' ampia platea con forza indici- 
bile. A Pistoia quei bersaglieri ebbero banchetti e poesie. 



I N. 102. Questa e la massima parte delle poesie di questi gior- 
nali non sono ricordate da P. Cori, Canzoniere nazionale^ Firenze, 
Salani, 1883, né da G. Tambara, La Lirica politica del Risorgimento 
italiano, Roma, Albrighi, Segati e C, 1909. 



42 CAPITOLO II 



Il Giusfredi, poeta popolare, meritamente lodato dal D'An- 
cona, cantava : 

« O fiori eletti d' italo giardino 
Nati e cresciuti sul bel suol bresciano 
Vi dona un bacio la città di Cino ». 

Domenico Corsi fiorentino, spirito ameno e bizzarro, 
cantò per oltre un' ora, accompagnandosi colla chitarra, stor- 
nelli patriottici. Eccone uno : 

« A Solferino 
L' Italia rimontava al primo piano 
Stanca alfin di abitare il mezzanino ».' 

Giornale popolare consacra, il nostro, articoli e supple- 
menti all' adunanza degli artigiani al teatro Pagliano per 
fondare la Società di mutuo soccorso, auspice Giuseppe 
Montanelli, il quale, mago della parola, come la Lente lo 
qualifica, tenne per la circostanza un eloquente discorso 
« caldo di patria carità ». Salutò Garibaldi l'eroe di Caprera, 
e raccomandò la concordia. 

Ai detti per altro non corrispondevano i fatti. Il tipo- 
grafo Torelli, editore della Unità Italiana e pili tardi dello 
Zenzero, nel quale scrissero il Gironi ed il Guerrazzi, venne 
fuori con una distinzione male accolta fra popolo ed arti- 
giani, con intenzione si omisero gli applausi al re, e non 
senza confusione venne aggiornata la elezione di quelli de- 
stinati a compilare il regolamento definitivo.^ 

Frattanto nella Galleria Balzani in Borgognissanti erasi 
costituita un' altra Società di mutuo soccorso fra gli arti- 
giani sotto la presidenza del giovane principe Don Tom- 
maso Corsini, onde la Lente domanda : « Perché due So- 
« cietà ?» e ne vorrebbe una sola. Fatto sta che in questa 

» N. ii6, 121. Cfr. A. D'Ancona, Ricordi ed Affetti, p. 382 in nota. 
Si augura che delle poesie del Giusfredi, ancora inedite, si dia almeno 
un saggio. Speriamolo. 

2 Pel Torelli v, l'articolo di F. Orlando, It Guerrazzi e Connes- 
sione nel Marzocco, anno XVI, n. 8. 



« GAZZETTA DEL POPOLO » 43 



faccenda delle Società operaie s' infiltravano e s' impone- 
vano le due correnti governativa e di opposizione, monar- 
chica e repubblicana. La Lente, preferendo la Società del 
Corsini, propone una fusione per la compilazione del regola- 
mento e per la nomina dei capi, che non vorrebbe fossero 
capacci. Pubblicò anzi un articolacelo (cosi il Gironi) contro 
il Montanelli ed il Mazzoni, ed un certo Piccini, calzolaio, 
rispose per le rime ; indi in un alterco nella trattoria di 
Barile die due schiaffi al Tellini, il quale « se li prese e 
« non fiatò ». Comunque la Lente ammoniva : « Guarda- 
<c tevi da coloro che vi promettono mari e monti, e da co- 
« loro che cercano di mettere il malumore fra chi riceve il 
« salario e chi lo dà. Non conosco altra distinzione che di 
« birbanti e di onesti. Guardatevi da coloro che si arrabat- 
« tano più del dovere. L'altra Società, quella Corsini, è 
-« beli' e fatta, e cosa fatta capo ha... Chi non ha giudizio 
« perde la cappella e il benefizio. Il minchione di que- 
« st' anno se ne accorge quest' altr' anno ; chi nasce tondo 
« non muore quadro ». ^ 

Il 1860 si chiude e la Lente, dichiarando di uscir tutti 
i giorni, indizio manifesto della sua cresciuta popolarità, 
pubblicava, quasi antivedendo la questione sociale, la let- 
tera di un artigiano ai suoi fratelli di lavoro. « Popolo pos- 
« sono esser tutti o abbiano la giubba o la cacciatora... 
« Però non son popolo i signori che si danno a tutti i vizi ; 
« non son popolo quelli che, avendo imparato qualche cosa 
« ed avendo mitidio, se ne servono per far vedere il bianco 
« nero... Non vi fidate di quelli che parlan sempre di di- 
« ritti senza parlar mai di doveri. Non sono popolo quei 
« poveri che invece di lavorare preferiscono star nell'ozio, 
x< e molti ce ne sono a Firenze... Popolo sono tutti gli one- 
« sti cittadini quando adempiono ai propri doveri. I poveri 
« non sono popolo quando se lo sentono dire da questo 
«o da quello, ma quando preferiscono il lavoro all'ozio, 

I Suppl. al n. 141, e n. 142, 143, cfr. Gironi, Diario cit. Die. 
iS5o, e. te 102. 



44 CAPITOLO II 



« quando sentono la propria dignità e dicono sul serio : Io 
« voglio esser di fatto e non a parole degno di far parte 
« di un popolo che si possa dire non degenere dal popolo 
« romano, di quel popolo che col senno e le virtù citta- 
« dine ha saputo oggi rifare la Italia. Badate che parlerò 
« sempre chiaro, che il barbazzale non mi piace portarlo 
« per nessuno. Ho incallite le mani col lavoro, ma l'ozio e 
« il vizio non furono mai indipendenti ». Un giornale che 
ragiona cosi merita sul serio d' intitolarsi popolare nel 
senso più benefico e migliore. 

Entrando nel suo sesto anno di vita, e cioè nel 1861, 
la Lente abbandona le caricature, non è più veramente 
umoristica, e si dà tutta alla politica, che per lei resta 
sempre la stessa. « Si proceda franchi ed arditi col senno 
« e colle armi. Lasceremo agi' incauti ed agi' intolleranti 
« le pazzie di Orlando. Raccolti intorno allo scettro di V. 
« Emanuele, dichiarandoci fin d' ora costituzionali progres- 
« sisti, condanneremo a viso aperto le arti nefande dei re- 
« trivi e le matte utopie dei visionari... Non saremo né adu- 
« latori servili, né oppositori ».' La Lente può ripetere col 
babbo Giusti : « Non ho piegato né pencolato ». 

J N. 150, e n. I, 24 Die. 1861. 



CAPITOLO III 



La Lanterna di LHogene, - Il Monto, 



La Lanterna di Diogene si accese nel maggio del 1856, 
cercando senza troppo parere l'uomo o gli uomini per fare 
l'Italia. Usciva ogni sabato, si distribuiva nel Gabinetto di 
lettura in via dei Martelli, si stampava nella tipografia Re- 
bagli, e faceva abbonamenti annui per quindici paoli. Por- 
tava in testata Diogene colla classica lanterna, e s' intitolò 
perfino giornale diabolico, immaginando che Lucifero se la 
fosse fatta prestare per comporlo. Colla rivoluzione del 27 
aprile cessò le pubblicazioni, e perciò non entra fra i giornali 
che ci proponiamo di prendere più specialmente in esame se 
non in quanto v' incontriamo allusioni e presagi patriottici 
indispensabili a comprendere la stampa patriottica del 59 
e 60. È come un bersagliere valoroso che, al principio della 
pugna, mentre corre innanzi a combattere cade senza più 
rialzarsi. 

Ne fu proprietario e direttore Giovanni Dotti, poi in- 
telligentissimo libraio, e vi scrisse Enrico Franceschi, che 
avea combattuto sui campi lombardi, all'assedio di Roma 
ed era poi emigrato in Grecia. Avea assaggiata la prigione 
del Bargello, era stato fatto soldato granducale per forza 
ed avea composte due applaudite tragedie. L' autore di 
queste pagine lo ricorda come uomo simpaticissimo e 
gentile. Con lui vi collaborarono Scipione Fortini, uno 
degli spiriti più anticlericali della mite Toscana, Cosimo 
Ricci, uno dei migliori scolari del Berti, maestro reputato 
di filodrammatici, Cesare Causa, Alessandro Arbib. Si fir- 



46 CAPITOLO III 



mavano Asiarotte, Torcicoda, Morvìdino e Granocchio. Ca- 
ricaturista r inesauribile Mata o MatarelU. Si oda Asta- 
rotte in Quello che sognai nel mio viaggio attraverso lo spa- 
zio-. In una squallida landa bagnata dal mare scorge una 
zuffa fra un orso bianco, un can barbone, tm hiddogg ed 
altre bestie. Una sardella apparisce e trionfa. Evidente- 
mente l'orso è l'Austria, il can barbone il Granduca, la 
sardella il Piemonte. 

Un altro diavolo Ulrick magnetizza una giovane abita- 
trice dei boschi. Essa scorge una città ov' è notte buia in- 
terrotta solo da pochi lampioni. « Numerosi volteggiano i 
« pipistrelli, e nottole appollaiate da ogni parte ripetono la 
« canzone delle tenebre. Il chiù dalle corna magistrali ri- 
« sponde ad esse dai campanili dei monasteri ; svolazzano le 
« farfalle del malaugurio. Ma l'astro del giorno fugherà 
« quelle schiere impotenti ». Questa città è la povera Fi- 
renze immersa nelle tenebre della reazione ; l'astro del giorno 
la bene auspicata rivoluzione liberatrice. La terra poi « che 
« si prolunga stendendosi sopra due mari, quasi fosse sde- 
« gnosa di appartenere al consorzio delle terre che le stanno 
« vicine », ch'è « bella come il Paradiso terrestre, con un 
« popolo scalzo, seminudo che si affolla e che grida » è certo 
la povera Italia . ' 

Una volta il giornale si palesa patriotta, fuori di al- 
legoria e di metafora, descrivendo un vecchio che piange 
la figliuola morta di crepacuore per esserle stato ucciso 
l'amante alla guerra d'indipendenza. Un tristo e falso amico 
avea narrato alla poverina le strida disperate colle quali 
avea esalata l'anima maledetta perché il patriotta è nemico 
del trono e dello altare e scomunicato, ed essa, la derelitta, 
non ebbe più pace, e « il giorno dei morti, in cui le ma- 
« dri, le sorelle, le vedove vanno ad inginocchiarsi alla Ver- 
« gine consolatrice degli afflitti, quando il sole pareva illu- 
« minasse una scena di sangue, di desolazione e di gloriosa 
« disfatta», spirava, martire anch'essa d'Italia. 

I Anno 1S56, n. 2, 3 e 4. 



« LA LANTERNA DI DIOGENE ». « IL MOMO » 47 

Neirarticolo sulla Neve non mi pare che ci siano ma- 
nifeste allusioni politiche, o almeno, se vi sono, vengono 
abilmente dissimulate tanto che solo agi' iniziati era forse 
dato comprenderle. 

Nell'altro sul sego, si : lo chiama « delizia e ornamento 
« dei baffi degli Unni e dei Goti » (ed intendi gli Austriaci), 
vede che « la plebea candela di sego si strugge ». Cosi 
pare allegorico-politico l'arguto dialogo fra la Torre di 
Giotto e Palazzo Vecchio. ' 

Via, via che gli eventi precipitano le allusioni si fanno 
più chiare ed ardite, sebbene intenda in parte scusarsi, 
osservando : « Parlando di cose sociali si vuol vedere in 
« esse un significato politico, citandovi a mo' di esempio la 
« parola civiltà, tartufo, pirlone, decadenza, risorgimento, geìiio, 
« libertà, patria e che so io, come se tali parole non si po- 
« tessero adattare a tante mai cose fuori che appartenenti 
•« alla politica ». In un articolo poi intitolato appunto le Al- 
lusioni, esclama : « Ve ne saranno delle altre in seguito 
« se... ». E curioso poi come batte sul gesuita apertis ver- 
bis, il che sempre meglio prova che i gesuiti, neppure in 
quegli anni di reazione, furono in Toscana nelle grazie 
del governo. Ed invero la Storia di una Cometa (la Cometa 
era nel 58-59 di attualità), immagina bizzarramente che 
quella stella fosse per consiglio di Mercurio messa dal 
pianeta suo padre nel Collegio romano dei reverendi padri, 
e che quivi divenisse un giovinetto ed anzi un gesuita, 
occasione di punture e di baie più o meno gustose. 

La Ristori, reduce nel 58 dai trionfi di Parigi, dove 
aveva propugnata la causa nazionale, recitava a Firenze 
sollevando lodi e critiche appassionate, e il giornale spif- 
fera subito un articoletto : « E genio o non è genio? ■» e 
trova modo di cacciarvi la nota politica domandando « se 
« i geli che servono di nido all'aquila grifagna parevano 



» Anno 185S, n. 7 e 35. L' articolo sulla neve è nel n. 30 del 
1856. 



48 CAPITOLO HI 



« aver fatto dello splendido sorriso del nostro cielo l'arca 
« di un sepolcro ». ^ 

Nel gennaio del 59 mentre il Granduca era sempre a 
Pitti, la Lanterna si scopre tutta senza ritegno. Frammenti 
di una favola iyiedita tolti da un manoscritto di Cagliostro è 
il titolo di uno scritto politico nel quale s' immagina che 
l'aquila « rapace e maligna » assonni con un soporifero il 
leone, che infine si desta, e « con tremendo ruggito che 
« da ogni parte rimbombò cupamente si slanciò animoso » ; 
manca il restante della favola, ma si capisce che quel leone 
è il Marzocco, che risorge, non per guerreggiar Pisa o Siena, 
ma l'Austriaco colla Italia e per l'Italia. Spera quindi di 
trovare al più presto il proseguimento, mentre la morale 
(cosi dice) « è che l'ambizione deve più presto o più tardi 
« pagare il suo tributo alla giustizia ». Pianta in asso il let- 
tore « augurando un mondo di felicità e di allegria per il 
« prossimo carnevale ! » Ad un' incisione, che rappresenta 
un'ancora, alla quale è incatenato un serpente con volto di 
uomo, aggiunge l'ammonimento : « Tenete bene gli occhi 
« aperti perché l' inganno si annida sovente sotto le insegne 
« della speranza ». "^ 

Infine negli Annunzi, sempre nello stesso mese, reca: 
« Un celebre cuciniere tedesco ritornò in su da Firenze 
« colle trombe nel sacco ». Ed inoltre : « Vendesi una cesta 
« di limoni di Napoli col ribasso del go per 100. Abbiamo 
« anche un bellissimo citriolo toscano (il Granduca) ed al- 
« cune arancie forti di Germania. Si fa tutto un taccio, e si 
« danno a pochi quattrini per causa di prossima partenza ». 

Più chiari di cosi non si poteva parlare, che anzi questi 
nostri giornali può dirsi che intimassero al Granduca lo 
sfratto ; ma il governo cieco ed incauto dormiva la grossa, 
o al più stimava che si trattasse di chiacchiere, di quelle 
ai Toscani necessarie come il pane cotidiano. Invece que- 
sta volta si trattava di fatti, e tali da fare stupire l'Europa. 

' Anno 1858, n. 31, 34 ed anno 1859, ^- 39- 

2 Anno 185S, n. 38, e 1859, n. 38. Nelle Profezie pel '59 dice che 
un ragno mostruoso sarà spazzalo via da un Savoiardo. 



WJ^ 







«LA LANTERNA DI DIOGENE». «IL MOMO » 49 

Con tutto questo si capisce come da Lucca un tale, e 
probabilmente una serva di qualche giubilato come Gran- 
chio del Giusti, scrivesse stizzito alla direzione, rinviando 
il giornale, questo veramente laconico biglietto : « Alla 
« Lanterna di Diogene : Gnente di buono » . ^ 

La Lanterna, come gli altri giornali umoristici, pizzica 
di poesia ; scrive e giudica versi, ed anzi dà « frustate senza 
« misericordia a tutti i poeti ». 

Nella Moda Graffiacane intuona : 

« Di sgridarmi colla scusa 
Dell' Italia più non si usa 
Questo nome arcadico ! 

Chi è si grullo e si tarpano 
Che dir vogliasi Italiano? 
Via mi fate ridere... » ^ 

Il Chiarini nelle Memorie della vita del Carducci espose 
la polemica fra la Lente, il Passatempo e la Lanterna a 
proposito del primo volumetto delle poesie di lui, edito da 
Massimo Ristori a S. Miniato nel 1857, dov' egli allora 
inaugurava in quel liceo la sua carriera d'insegnante, né 
qui occorre ripetere quel curioso episodio, che dimostra e 
conferma come i più illustri abbiano non di rado ad in- 
contrare al primo passo biasimi e difficoltà anche più dei 
mediocri. La Lente avea lodate quelle poesie, che invece 
la Lanterna giudicò poesiucole, ed il poeta « un passerotto 
« di nido che si pretende essere un'aquila ». Sorse un bat- 
tibecco, ma il vero si è che il nostro giornale l'aveva a 
morte cogli Amici pedanti, che chiama « una nidiata di 
« ragazzi » e col loro capo, il Carducci, il quale più tardi 
negl* ingiusti strapazzi riconobbe qualche fondo di vero. 
D'' altra parte anche la nostra Lanterna l'aveva riconosciuto 
per « valente giovane », mentre al fiero Giosuè la bizza nel 
rispondere avea tolta alquanto la serenità e la misura. ^ 

' Anno 1856, n. 3, ed anno 1859, n. 59, 
- Anno 1856, n. 5. 

3 Anno 1857, n. 13, 16 e 18. Cfr. G. Chiarini, Memorie della Vita di G. 
Carducci raccolte da un amico. Firenze, Barbèra, 1903, p. 60, e p. 95-97, 104. 
Rondoni 4 



50 CAPITOLO III 



La patria e la guerra fecero poi dimenticare gli sdegni 
letterari, nei quali quegli animi bollenti avevano, nel ri- 
stagno della vita pubblica, versato se stessi. 

L'indole di questo e degli altri giornali consimili, non- 
ché de' rivolgimenti politici ch'essi contribuirono a promuo- 
vere ed alimentarono assiduamente, rivolgimenti ne' quali 
lo sdegno e la satira, gli eccelsi propositi e la barzelletta 
paesana s'irraggiano quasi di mutua luce, non si comprende 
appieno senza rilevare com' essi esercitino la critica di 
arte teatrale, come facciano la cronica, come si atteggino 
e parlino anche al di fuori del campo politico. Ciò per altro 
richiederebbe uno studio vasto ed esauriente pel quale per 
ora ci mancano il tempo ed i materiali, pure ricorderemo 
la indipendenza di quella critica e la sua franchezza contro 
il ciarlatanesimo, la vanità, la imperizia e la impostura, 
tanto favoreggiata e celebrata da certi loro degeneri ed 
indegni nepoti, e l'acume dei giudizi ed il buon gusto in 
fatto di arti belle e di teatri. 

Nelle caricature, anche colorate, sulla esposizione di 
Belle Arti nelle sale della Società Promotrice, e' è criticato 
e riprodotto un quadro con false ed esagerate intonazioni 
rossastre, coU'avvertenza : « Vedendosi esposto al pubblico 
« questo umile quadretto fece un maledettissimo viso rosso 
« per la vergogna »; di un altro, rappresentante Colombo col 
figliuolo alla porta del Convento della Rabida, si osserva: 
« Il padre guardiano si maraviglia di vedere il figlio di Co- 
« lombo un poco ubriaco ». 

Di un dipinto, Ilo rapito dalle ninfe si sentenzia : « Ve- 
« dendole cosi brutte non vuol venire ». 

La Unione fra i giornali è pel nostro quella di cane e 
gatto ; solo unione possibile quella di un par di buoi. Una 
caricatura rappresenta uno che studia colla testa, ed uno coi 
piedi col motto : « Quale dei due farà più fortuna ? » Nelle 
Bizzarrie un cacciatore soffia il naso al proprio cane, ed os- 
serva (alludendo ad un aumento d' imposta sulla caccia) : 



« LA LANTERNA DI DIOGENE ». « IL MOMO » 5 ^ 



« Ora che paghi 15 Lire di tassa personale è giusto che ti 
« abbia dei riguardi ». ' 

Giova ripetere che la facezia, l'epigramma erano nel- 
l'anima fiorentina, volteggiavano in Firenze per l'aria, ed è 
quindi naturale che informassero la rivoluzione, che fu di 
quell'anima la manifestazione schietta e grandiosa. Anche 
un giornaletto, o meglio Bullettino di mode, ammise un 
titolo, che farebbe credere eh' ei fosse umoristico : // Fol- 
letto. Invece di umoristico non ha proprio che il nome, 
onde sfogliandolo si prova una delusione completa. Oltre 
i dettami della volubile Dea, contiene ne' suoi minuscoli ed 
eleganti foglietti la traduzione, somministrata a dosi omeo- 
patiche, di un romanzo del Dumas : Diana di Lys e niente 
altro. 

Diogene spengeva la lanterna e spariva, ma un altro 
classico personaggio ne pigliava il posto, e cioè il Monto, 
giornale ufficiale degli Amici Pedanti, diretto dall' avvo- 
cato Leopoldo Micciarelli, comparso il 7 gennaio 1858, e che 
si distribuiva ogni giovedì, aveva la direzione in Via dei 
Leoni, e costava sei crazie, 42 centesimi, al numero. Avea 
per insegna il beffardo nume in atto di bastonar la gente, 
« Non è nuovo il vedere (cosi si annunzia) che chi ha una 
« mano destra per scrivere si reputi per questo solo giorna- 
« lista ». Nella parte umoristica sarà temperato. Dichiara 
di non essere il Gazzettino della maldicenza, ma « parla 
« per ver dire », non guardando in faccia ad alcuno, ma 
senza pettegolezzi da trivio, solita protesta di questi gior- 
nali, che tuttavia poi scivolano volentieri nelle personalità 
ed in qualche pettegolezzo. Tanto è vero che altro è dire 
ed altro è fare. 

Del resto desidera esser giudicato dalle opere « meglio 
« che dalle buone intenzioni delle quali è lastricato l' in- 
« ferno ». Subito se la piglia cogli altri giornali fiorentini, 

' Anno 1856, n. 24 e 25, ed anno 1857, n. 6 e 9. 



52 CAPITOLO in 



menando botte da orbi. Il Giglio, clericale, benché fiore, 
tramanda, a detta sua, un puzzo che ammorba; il Moni- 
tore non sa di nulla, ed è « degno erede di quella Gazzetta 
« di Firenze diretta dall'abate Pedani della quale il Monta- 
« nelli scrisse che rappresentava il bello della scioccheria ». 
Indi entra francamente in politica, e nelle Scene popolari 
fra Bobi e Nanni, domanda : « Dunque Bobi quando si va 
« ni' tombolo a fa' chesta cacciata a' Germani? » (gli Au- 
striaci). Aggiunge che negli stivali c'erano entrati i topi, 
che ne avevano fatti sette pezzi, ma che vanno ricuciti 
insieme, rilustrati per bene, rimettendo a nuovo il piede. ' 
Tutta un' allusione al momento politico sono le Lettere di 
un fattore, Matteo Intasca, al suo padrone. « Le faccio assa- 
le pere che fra questi contadini e' è una vera ribellione, 
« che da un momento all'altro e' è da aspettarsi una gran 
« tragedia. Causa del litigio sono il Prato e la Gora, che 
« sono fra il nostro podere di Pie di Monte e la vicina 
« tenuta di Campogiallo ». Una vera ed arguta sintesi sto- 
rica del Risorgimento è la caricatura del 17 febbraio 59, 
col titolo : // 5p vincerà il 75 ? Un vecchio con tanto di 
barba, il 15, bastona senza pietà tre figure abbattute ed 
incatenate, e cioè il 21, il 31 ed il 48 ; ma intanto un per- 
sonaggio, il 59, leva la scure inesorabile sul vecchio, e 
ricorda il giustiziere di una poesia dello Heine. 

Le vignette del Signor Tentennino e del Signor Neb- 
bione, e cioè la matassa sempre pili si arruffa ; U arruffa- 
matasse ossia come andrà a finire ? ; Un leone e una tigre col 
motto « Se si attaccano !» e il Gallo che guarda col canoc- 
chiale lo stivale conteso da vari animali, dando la giunta 
alla derrata, fanno comprendere ^ come ce ne fosse più del 
bisognevole perché il Prefetto di Firenze, nonostante l'abi- 
tuale apatia, sospendesse l'audace giornaletto per un mese ; 
ed esso, in risposta, si ritrattava in camicia, sospeso per i 
capelli, e cosi pure contrito e con una lunga coda, no- 



' N. I, 2 e 7, 

' Anno 1859, "• II e supplemento al n. 12, n. 18 e segg. 



«LA LANTERNA DI DIOGENE».' «IL MOMO » 53 



tando : « Ora per non rimanere più sospeso si è acconciata 
« la chioma in altra foggia, e si presenta contrito con una 
« lunga coda ». ' 

Occhiali Pascià, uno dei redattori, (gli altri si firmano 
Don Bartolo, Ser Taddeo, Cirillo, Morvidino e Nespola) lan- 
ciava, quasi ultima sfida, un sonetto La Pace e la Giierra 
ossia la Guerra eia Pace; ed altri, non potendo sfogarsi colla 
politica, intavolava la questione del pagamento delle pigioni 
in Firenze, antica e sempre nuova, allora come oggi, e di- 
scussa sui vecchi come sui giornali novissimi. 

Si tratta di un dialogo popolaresco in vernacolo fra i 
soliti Bobi e Nanni, proprio come nell'odierno Lainpione. 
Si lamenta che la pigione si paghi come adesso, a semestri 
anticipati, tiso birbone, mentre a Livorno si paga mese per 
mese. Vagheggia una riforma, ma (soggiunge) quando si 
tratta di cose utili ai poveri se ne discorre di molto, e non 
« se ne fa nulla... Ci penseranno dopo finita la facciata di' 
« Domo ». ' 

Un. 13 usciva il 28 aprile 1859, ed incomincia: « To- 
« scani ! Ieri fu qui compiuto un atto solenne pel quale l'or- 
« dine delle cose è affatto mutato. Già nel vostro contegno 
« nobilissimo gli stranieri ritrovarono voi esser degni di li- 
« berta civili... Concordia, fratelli... ordine, rispetto alle leggi 
« ed amore alla Italia nostra ». Indi pubblica la carta del 
teatro della guerra, la orazione assai bella degl' Isdraeliti 
al Dio degli eserciti affinché si degni far trionfare la causa 
della indipendenza italiana; un salmo di A. B. C. col ti- 
tolo Fuori il Barbaro, Iddio lo vuole; evoca l'ombra di C. 
Alberto, che grida : « Figlio mio omai suonata è l'ora della 
« vendetta » ; ed annunzia la pubblicazione imminente di un 

' Anno 1858, n. 8, ed anno 1859, e supplemento cit. 

* N. 9 ed II. A proposito delle pigioni nota: < Le case più brutte 
« costano un occhio >. Cita poi il caso di certo Cischero, il quale abi- 
tava colla moglie e cinque figliuoli in una sola stanza con una tenda 
in mezzo. I due figli dormivano sulla paglia, e le figliuole andavano 
a letto le ultime, costrette, prima di spogliarsi, a spengere il lume. 
< Di queste famiglie (conclude) ce n'è tante a Firenze >. 



54 CAPITOLO III 



volumetto di circostanza, XXIX Maggio, con scritti inediti 
di G. Carducci, Centofanti, Contrucci, Ferrai, FruUani, Giu- 
sti, Guerrazzi, Mayer, Muzzi, Niccolini, Pelosini, Puccianti, 
Ranalli, Tommaseo, Tribolati, Thouar, Ugolini. Ne fu rac- 
coglitore Ottaviano Targioni-Tozzetti, ed il ricavato dalla 
vendita si erogava per la guerra liberatrice. Né va taciuto 
il Canto di guerra dell' Italiano di un Tirteo livornese, col 

verso : 

« D'Italia ogni figlio divenga un guerrier ». ' 

Al teatro della Pergola, sebbene la stagione non vol- 
gesse molto propizia ai teatri, si applaudiva V Attila del 
Verdi, che rispondeva egregiamente alle circostanze. Né 
mancano i patriottici trastulli e le storielle in voga; som- 
mate le cifre del 1859 si ottiene ventitré, e le dette lettere 
sono le iniziali delle parole V. Emanuele, Napoleone terzo 
Italia tutta redimeranno eternamente. In un dialogo al caffè 
fra un vecchio ed un giovane, il vecchio, un codino, in- 
sinua che le baionette degli zuavi erano avvelenate, il che 
può raffrontarsi con quanto io stesso da bambino udii rac- 
contare da un vecchione, e cioè che avea udito dire che 
gli zuavi erano una specie di belve, che rampicavano su 
pei muri, che avevano le unghie ad artiglio e simili fole; 
frammenti scarsi, ma non inutili, delle leggende del nostro 
nazionale risorgimento. A queste paurose panzane i bur- 
loni contrapponevano spiritose invenzioni come quella che 
il nostro Cavallerizzo Imperiale (l'imperatore di Austria) 
aveva decretato in luogo della medaglia Italia vinta, Dio 
lo vtiole, la decorazione del Gambero, medaglia di terra cotta 
con un velocipede ed il motto, rumores fuge, creandone 
gran cordone il Giulay. ^ 

L'ammirazione per Napoleone è senza limiti : « Mai 
« fuvvi un' anima più nobile, più sublime e più generosa 
« della sua. Ogni individuo, ogni famiglia, ogni villaggio, 
« ogni città ed infine ogni municipio manifesti questi sensi 

' N. 15, 16, 17, 21. 
^ N. 19, 21. 



«LA LANTERNA DI DIOGENE». «IL MOMO » 55 



« di profonda ed eterna riconoscenza a Napoleone e a V. Ema- 
« nuele, e cosi mostreremo alla Europa come la gratitudine 
« sia dote del gentile animo dei figli d' Italia » . ' Che diffe- 
renza da certi liberali dei giorni nostri, che vollero la statua 
del fosco figlio di Ortensia relegata entro un cortile ! 

Il Marno ha illustrazioni, fatta ragione dei tempi, spesso 
belle, eleganti e in grande formato ; taluna anche colorata. 
Sfogliando, ci passa sott'occhio Un "venditore ambulante, che 
vende code, gridando : Spurghi, spurghi-, un uomo a due 
faccie ( Ve ne sono anche di questi) e un codino che si danno 
la mano. Al codino dice con una faccia : « Non ci perdiamo 
« di animo ; l'Austria è invincibile ; vi ricordate Waterloo ? » 
e ad un soldato coll'altra : « Coraggio, amico, la Francia 
« è invincibile; vi ricordate Marengo ? » Indi vesti di arlec- 
chino col titolo Vestiario venuto in gran voga in Firenze dal 
di 27 aprile. ' Seguono in belle incisioni colorate i co- 
stumi militari francesi, fanteria, turcos, zuavi, una vivan- 
diera colla sua graziosa cuffìetta; i legionari di Garibaldi, 
e cioè un ufficiale in gran tenuta, una guida, un soldato 
comune con lunga tunica e berrettino ; un bersagliere ed 
uno zuavo, che si dividono l'aquila bicipite, osservando «^« 
po' per uno non fa male a nessuno ; la divisione Vinoy al 
passaggio del Cenisio; 1' interno della tenda di Napoleone III. 
Curiosa e caratteristica La Pace (a proposito dell'armistizio 
di Villafranca), e cioè un gatto col kepi all'austriaca e un 
cane con un cappello da bersagliere, che si guardano mi- 
nacciosi. Il primo sta nel Veneto, sulla Lombardia il se- 
condo. In mezzo vedesi il Mincio. ^ 



' N. 21. A proposito delle vittorie francesi in una corrispondenza 
da Perugia si descrive la esultanza della patriottica città per la bat- 
taglia di Magenta. Si chiusero le botteghe, i cittadini indossarono gli 
abiti da festa; vi furono musiche e fuochi artificiali. « Si evitarono 
« grida, ma la gioia pubblica era unanime, intera, irrefrenabile. Il go- 
« verno ha mostrato moltissima prudenza >. 

' N. 13 e 16. 

3 N. 17, 18, 19, 20, 23 e 26. . 



56 CAPITOLO ni 



Morvidino, il caricaturista, si ammala, ed il Momo in 
mancanza di caricature ripubblica una vecchia litografia : 
r Italia smunta, cui un generale austriaco cava sangue, 
mentre da lungi si avanzano i liberatori. Un altro austriaco 
lo sollecita : « Fare presto generale a dissanguarla... Non 
« fedete star ficino i Francesi ». ' 

La Colonna della gloria è una scala spezzata da una 
penna (la diplomazia) ; è scritto sullo scalino più basso 
Solferino, sugli altri : Peschiera, Mantova e Venezia. ^ 
Queste figure, come quelle del Mondo Illustrato, riprodotte 
dal Comandini, hanno vera importanza storica. 

Si ripigliano le lettere del fattore che sono un'allegoria 
prolissa e noiosetta delle vicende della guerra e de' suoi ef- 
fetti immediati. Tuttavia pare che quei buoni Fiorentini ci si 
divertissero un mondo... « Ni' podere di Romanino in doe c'è 
« la calonica, la chiesa e i' priore, e' e' è un gran brontolio. 
« Tutta quella gente è fanatica di assistere Pie di Monte, 
« ma i' ppriore tutto pace e' dice che un' hanno a tienere 
« né dall'una parte né dall'altra, e come priore (il papa) forse 
« gnarà che dica cosi ». In queste lettere il Cane di S. Ber- 
nardo è Garibaldi; ed infine di quei di Campo Giallo (gli 
Austriaci) si riferisce: « E n' hanno busche sempre, e sem- 
« pre ne buscheranno se Dio vole ». Poi il padrone scrive 
al fattore che la pace fu fatta, ma in questa pace (segue 
l'accorto e sagace padrone) sono i germi di un'altra lotta 
e forse di una lotta molto più grande (o profetico Mo?no /). 
Ed è importante rilevare come tutti questi nostri giornali ^ 
con senso quasi divinatorio, senno e moderazione mira- 
bili, invece di gridar crucifige contro l'armistizio di Villa- 
franca e contro Napoleone, cerchino anzi di scusarlo e di 
trarne tutto il maggior profitto, anticipando quasi il giu- 
dizio che la storia equanime e serena pronunzia oramai 
intorno a quelle cosi intricate vicende, repudiando per al- 



» N. 27. 

2 N. 29. 

3 N. 16, 20. 



L' UOMO A DUE FACCE. 




1.1 rlic |.<T UM o>l|<« rimarrà ] ccrlalll<!l>l<: «iirjircw è l/Mofnlo.''. 
Ilcia del .1 n.'io. iut'!li-ii.i'KÌ I Idilio duuquc a {iovnli vcdnli 



L\ PACE 




«LA LANTERNA DI DIOGENE». «IL MOMO » 57 

tro l'assetto d'Italia col regno piemontese-lombardo e i 
vecchi domimi. 

Nel settembre il nostro giornale, che già si lagnava 
degli associati morosi affermandosi « Noi Momo I per la 
« grazia della natura Principe di Beffardìa, Re di Sarca- 
« smo e Censura, Imperatore di tutte le satire », avverte 
che l'antica direzione collo scoppio della rivoluzione avea 
cessato di prestare l'opera sua « lasciando il Momo quasi 
« nave senza vele ». Indi non avea potuto soddisfare piena- 
mente al gusto dei lettori; finalmente trovò il pilota del 
quale andava in traccia, mentre Spinello livornese, Pro- 
sdocimo fiorentino, Arnaldo Melando e Don Zebedeo pro- 
vinciali, antichi scrittori, che avevano da vario tempo di- 
sertate le nostre bandiere, tornavano, e Critodemo conti- 
nuava le sue gravi scritture suU' insegnamento. Ond* è a 
sperarsi (conclude) che d'ora innanzi Momo incontrerà la 
generale soddisfazione. 

Lasciando gli articoli di Critodemo, che trattano della 
istruzione in Livorno, ed in particolare di quella fem- 
minile e degli annui esperimenti allora di moda, ed 
anche le solite corbellature su Canapone, Gori, Corbaccio 
e Cetriolo, tutti nomignoli affibbiati al povero granduca, 
segnaliamo piuttosto una commedia politica, // ConcUia- 
bolo, eh' è una carica a fondo contro i codini, con Don 
Ignazio, amante di una vecchia marchesa, la quale per 
lui spoglia i congiunti. I codini cospirano per cacciare 
l'empio ribelle (V. Emanuele); ma un servo, Vincenzo, si 
traveste da diavolo, lancia fuochi artificiali e petardi, ed 
uscendo da un tino, scrive col fosforo queste parole : « Empi 
« adorate i divini voleri! L'Italia sarà grande e nazione! 
« Guai a chi la tocca ! » Appaiono ufiìciali, soldati e popolo 
con fiaccole, e ^ultimo coìiciliabolo dei Neri finisce al grido 
di Viva r Italia! Una vera burattinata stenterellesca, carat- 
teristica come segno dei tempi e dell'ambiente, alla pari 
di Stenterello che all'Arena Labronica a Livorno si presen- 
tava al pubblico col codino fasciato con nastri tricolori, e del 
fatto che nella Pieve di S. Giovanni in Valdarno su i6 



58 



CAPITOLO III 



neonati di artisti e braccianti (artisti si chiamavano allora 
anche gli artigiani) 9 ebbero nome di Garibaldi, V. Ema- 
nuele e Garibalda, mentre il giornale chiosava : « Anche 
« il battesimo è stato un mezzo al popolo per dimostrare 
« l'adesione all'annessione ». ' 

Una caricatura mostra V Italia con varie maschere in 
vendita, e sono l'effige dei vecchi regnanti compreso Pio IX. 
Essa dice : « Quando avrò spacciate queste maschere la mia 
« fortuna sarà assicurata ». In un'altra Pasquino, Pulcinella, 
Stenterello e Rogantino sono il papa, il re di Napoli, il 
Granduca e il duchino di Modena. Rogantino propone come 
grido di guerra : Viva Perugia ! (e si allude alle stragi del 
59). Geggi, noto venditore ambulante fiorentino, grida dalla 
strada : « Quattro cervelli un paolo ! » Più oltre i vecchi 
sovrani, compreso il papa, si arrampicano all'albero della 
cuccagna con in cima le rispettive corone. L' Italia sta da 
una parte con frusta e spada; dall'altra il Cavour, e Napoleone 
fra le nubi. « Con quei guardiani (cosi la iscrizione) sarà 
« tempo perduto ? ». Napoleone si libra sulla diplomazia ; 
r Italia si affatica all'arcolaio : « Questa matassa (dice) co- 
« mincia ad arruffarsi ; o quella vecchia al solito ci ha messe 
« le mani o il mercante che me 1' ha venduta (Napoleone) 
« è poco leale ».'' Questa vignetta sollevò un vespaio di cri- 
tiche per la frecciata alla sfinge napoleonica. Un'altra sem- 
pre intorno alla situazione dopo Villafranca è più semplice 
e sbrigativa, ma popolarmente efficace nella sua forma vol- 
gare. La diplomazia, in mezzo all'Austria ed alla Italia, pre- 
para un serviziale. Sotto si legge : « Bazza a chi tocca ! » ^ 

Ma già a Napoli, a Venezia, a Garibaldi volano desi- 
deri e speranze. 

« A Napoli (scrive il Momo nell'ottobre di questo 59 
« memorabilissimo) è imminente una grande eruzione vesu- 
«^ viana ; l'Etna rumoreggierà in Sicilia, e coteste estreme 



I N. 32, 34, 46. 
* N. 30, 37, 42, 43, 
3 N. 40. 



e LA LANTERNA DI DIOGENE ». « IL MOMO » 59 

« parti d' Italia avvamperanno ben presto del fuoco della li- 
« berta. Veggo troni rovesciati, veggo piattoloni e gamberi 
« in fuga... Veggio infine... escir fuori dal cervello dell'uomo 
« di Francia... lo credereste ?... L' Italia tutta intiera... una... 
« indipendente ». Si dà gran premura pel milione dei fucili di 
Garibaldi, dolente che la Toscana fosse dapprima rimasta 
muta al nobile invito. Avea sperato che alcuno dei nostri 
giornali politici, seguendo l'esempio dei lombardi e pie- 
montesi, aprisse la patriottica sottoscrizione ; ma poiché 
nessuno si muoveva, l'umile giornaletto l'iniziava, sotto- 
scrivendo per 40 franchi, con esempio ben presto fecondo. 
Garibaldi è per lui Un moderno Alessandro che taglia un 
gran nodo gordiano appeso ad un sostegno colla scritta : 
« questione della Italia centrale, Romagna, Toscana, Parma, 
« Modena », mentre un austriaco guarda esterrefatto. Che se 
alcuno ritenne cessata la sottoscrizione col ritiro di Gari- 
baldi dal comando delle truppe della lega, il Monto lo di- 
singannava, gridando : « Nulla di più falso ; ora più che 
« mai bisogna prepararsi alla difesa della patria », Sente che 
omai l'Italia, dopo il valido aiuto della Francia, deve far 
da sé, e fornire la bene incominciata altissima impresa. 

« Libertà dalle divine pupille, scendi 

e sovra il crin sudato 

Una d' Italia la corona imponi 



Ardisci alfin, Terra de' morti eroi! 
Venne l'ora, perdio! Or tocca a noi». 

Nelle scene popolari fra Bobi e Nanni, balza fuori un 
dettato nuovo : « Garibaldi per la guerra; Collino (?) pe' pu- 
« gni, e S. Zanobi pe' i' miracolo ! » * 

Le vignette, le caricature sono il forte del Momo. Biz- 
zarra tanto quanto veridica è la vignetta Un tino con tre 



' N. 38, 39, 40, 41 e 45. Anno i960, n. i. Nel n. 27 del 59 è un 
cenno su Garibaldi e i Cacciatori delle Alpi, nel quale si riferisce 
che in America correva sul duce portentoso il detto : « Non è un 
€ uomo, ma un diavolo! » 



6o 



CAPITOLO III 



cannelle ; una colla scritta restaurazione e sotto una dami- 
giana ; l'altra con regno centrale, e sotto un bel fiasco ; la 
terza colla scritta anjiessione, e l'Italia che vi attinge pre- 
murosa. In Due probabili matrimoni V. Emanuele dice 
a Venezia : « Soffri un poco mia adorabile venezianina, 
« quanto prima sarai mia, te lo giuro ». Napoleone dice alla 
Savoia : « Mia bella montanara, vogliamo fare questo ma- 
« trimonio » . Ed essa : « Attendete che abbia avuto effetto 
« quello della mia amica (Venezia). Fino a quella epoca non 
« ne possiamo parlare ». Un bel Sole di Primavera è la testa 
di V. Emanuele in mezzo a cannoni, lancie e baionette. ' 

Col 60 il Momo si trasforma, ed esce due volte la set- 
timana. « Noi siamo diventati più piccoli (scrive)... Nelle 
« botti piccine sta il vin buono. Napoleone I era piuttosto 
« piccolo e tuttavia fu chiamato il Grande. Tanti uomini che 
« noi conosciamo si credono grandi, e tuttavia sono picco- 
« lissimi ». 

Del resto (osserva ironicamente) dal 27 aprile le tra- 
sformazioni si contano a migliaia. Il giallo e nero indosso 
a qualche persona è diventato bianco, rosso e verde. Il 
MomOy che non potendo pagare il deposito di 9000 Lire, 
era costretto a parlare di politica sotto metafore ed alle- 
gorie, comincia d'ora innanzi ad occuparsene a faccia sco- 
perta, corani popido, essendo in parte serio, in parte faceto. 

Come la Lente si adoperò mani e piedi pel plebiscito. 
Col titolo Suffragio ujiiversale lo rappresenta sotto forma di 
un diluvio di schede con scritto annessione, e con certe sue 
burlesche scene popolari cerca chiarire al popolo il signi- 
ficato e la importanza dello evento augurale. Un contadino 
interroga un maestro : « La dica, so' maestro, che vuol dire 
« suffragio universale? » — E il maestro ciuco e codino : 
« Che si fa l'uffizio pe' tutti e' poeri defunti ». 

' Anno 1860 n, i, 9, io e 13. Né va omessa una caricatura del 
n. 6, raffigurante la diplomazia a tavolino che scrive e l' Italia che 
pulisce un fucile. Dice la diplomazia: « Lavorerò per voi », e l'Italia: 
« Vi conosco mascherina ». Il Momo iniziò la sua nuova e corta vita 
jl 14 gennaio 1860. 



« r.A LANTERNA DI DIOGENE». «IL MOMO » 



6i 



Sorge il gran giorno, e fu tale l'entusiasmo che qualche 
squilibrato o predisposto alla pazzia fini per ammattire 
davvero, come accadde al teologo Angiolo Capponi di 
Roma, autore di un opuscolo Dio non vuole il potere 
temporale nella sua Chiesa, e che in piazza della Signoria, 
s'inginocchiava gridando : « Cielo assistici siamo tutti morti » 
onde dagli amici accorsi fu dovuto associare al Manicomio. ' 
Proprio è vero: ogni grande idealità umana, ogni grand'epoca 
storica, ogni rivoluzione ha i suoi martiri, i suoi eroi, i suoi 
sfruttatori ed i suoi pazzi. 

Frattanto si annaspava col Congresso, e si voleva la 
pace; ma il Momo, che presente nuove battaglie e le af- 
fretta, in un brioso articolo Che cosa è un discorso? ri- 
sponde : « Secondo ; il discorso di un accademico è un son- 
« nifero ; quello di un avvocato un impasto di bugie; quello 
« di un lion è un insieme di sciocchezze ; quello di apertura 
« di camere un rebus. — Datemi un esempio. — Se dà per 
« certa la pace è certo che la guerra sta per iscoppiare ». 

Quanto ai preti ed alla questione romana, vuol che il 
prete torni alla rete, e capisca che fra loro multi sunt vo- 
cali pauci electi, o, come traduce burlevolmente : « Molti 
«- sono gli avvocati, pochi quelli che sanno leggere. » ^ 

« Coi clericali la religione ci ha che vedere come il 
« cavolo a merenda; per loro è questione di argento. La 
« Civiltà Cattolica non è civile, né educata, né cattolica » . Coi 
« codini santocchi, pinzocheri, bramini, peste dello universo » 
mette in un fascio « V Armojiia (giornale) scordata più di un 
« violino di un sordo e il Cattolico arcipagano ». A loro 
grida negli orecchi : « Fuori i barbari ! » E vagheggia la 
bandiera italiana, sormontata dalla croce di Cristo, svento- 
lante sul Campidoglio. « E chi ce la recherà? Garibaldi ».3 

Come i suoi confratelli in giornalismo anche Momo non 
risparmia le piaghe di casa, ed anzi ne fa argomento di 



' N. 15 e 17. 

= N. 15, ed anno 1859, n. 36. 

3 Anno 1860, n. 2 e 4. 



02 CAPITOLO III 



bottate e di articoli, anche più degli altri, simile in questo 
2X^' Arlecchino. 

Se la piglia cogl' ingombri delle vie della sua Firenze, 
fiacres, lustrini, venditori ambulanti, giornalai ; che avrebbe 
detto ai giorni nostri cogli automobili e certi ciclisti presun- 
tuosi ed irruenti ? Indi col giuoco del biribissi, che si te- 
neva in mercato, presso il pozzo, in barba alle leggi e col 
concorso di serve e domestici, che poi naturalmente si ri- 
facevano sulla sporta ; coi giovani eleganti che vanno su 
e giù in carrozza invece di andare al campo. Eppoi coi 
sigari che non è più possibile fumare dacché costano un 
soldo invece di due quattrini, ed anche coi rivenduglioli 
di ciarpe e libri vecchi, che ingombravano il piazzale de- 
gli Uffizi, nonché coi gridatori delle confraternite, i quali 
andavano la notte dei morti a bussare alle case per isve- 
gliare i confratelli. « Vittorio, levati col nome d'Iddio, 
« eh' è tardi », esclamava uno di essi, e il Momo, che to- 
glie dal Piovano Arlotto, ripete : « Mi si strinse il cuore, 
«pensai alla Italia e pregai ». ' 

Un fattarello per concludere, oltremodo significativo di 
quello che il Trezza chiamò clima storico del tempo. Il Momo 
lo colse sul vivo, e lo illustrò con una delle sue vignette. 
A Prato un ladro fu colto in fragrante dai gendarmi ed 
ammanettato. Si radunò gente, ed alcune voci gridarono : 
« Mettilo dentro l' è un codino ! — E il bravo ladro su- 
bito : « Codino ! — Niente affatto ! Ladro si, ma codino 
« giammai ! ». ^ 



1 Anno 1859, n. 33, 35, 41. 

2 N. 30. 



CAPITOLO IV 



11 Piovano Arlotto. 



Il Piovano Arlotto, capricci ìnejisuali di una brigata 
di Begliumori, aspirò ad essere il Rabelais della Italia nuova. 
Comparve la prima volta nel gennaio del 1858 coi tipi di 
Felice Le Monnier. Durò tre anni, ma dal 1860 fu stam- 
pato nella tipografia Barbèra, Bianchi e Comp. L' ultimo 
quaderno fu pubblicato il di primo di aprile del 1862. Ha 
qualche incisione e caricatura ; fra le prime il ritratto del 
Piovano Arlotto Mainardi, tolto da quello antico che ne 
fece Giovanni da S. Giovanni ed anche 1' Allori. Fu il pio- 
vano un personaggio storico vissuto nel secolo xv nella 
pievania di S. Cresci a Maciuoli presso Firenze, divenuto 
leggendario per le sue burle e facezie, facetus sed honestus ; 
il suo epitaffio, che servi da epigrafe al giornale, si legge 
nella chiesa dei Pretoni di questa città, in via S. Gallo : 
« Questa sepoltura — Il piovano Arlotto la fece fare per 
« sé — E per chi ci vuole entrare ». 

Il nostro giornale, che lo Stiavelli chiamò « una delle 
« più belle, più gustose ed eleganti riviste che abbia avuto 
« r Italia », venne principalmente compilato da Raffaello 
Foresi {Marco), dal Fanfani e dal Fantacci, detti i tre F; 
ma pubblicò anche articoli del Guerrazzi, Montanelli, Gi- 
roni e Pirro Giachi (Cece), il quale poteva far tanto se il 
fiasco (cui sciolse uno dei suoi migliori inni) non lo por- 
tava in perdizione.' La raccolta di tutti i fascicoli del Pio- 

* G. Stiavelli, AtUonio Guadagnali e la Toscana de' suoi tempii 
p. 241. Per la vita e facezie del celebre piovano si consulti il dotto 



64 CAPITOLO IV 

vano, che visse battagliando, e, morendo, lasciò di sé me- 
moria carissima che ancor dura, difficile a trovarsi, è oggi 
(cosi il Pesci) una vera rarità letteraria, ^ e perciò spero 
che possa riuscire non inopportuna e sgradita questa no- 
tizia, fra le tante che s' impongono per la storia dei gior- 
nali del nostro Risorgimento nazionale. Ed invero fra que- 
sti il Piovano nostro fa una delle prime figure, a giudizio 
anche del Fucini, che lo salutò celebre, delizia dei lette- 
rati, gioia dei buongustai, spauracchio dei magagnati di 
ogni risma, il frutto proibito di chi a quei tempi sognava 
r Italia d'oggi. Quanto al Foresi, che dipinse sé in uno dei 
suoi frammentari pensieri : « Povero Marco !... Tu credi 
« poco, dubiti sempre, desideri senza sperare; ami odiando 
« te stesso », basti qui rimandare agli scritti che l'arguto e 
simpatico Neri Tanfucio pubblicava di questo amico suo 
Dalle carte di un morto.'' 

Come si avverte nella « occasione della opera », vari 
titoli erano stati proposti pel geniale periodico nel collo- 
quio fra Marco, segretario del Piovano, Giovanni e Luca, 
già compilatori del Passatempo. Fissato il chiodo conclu- 
devano : « A-lcune volte, oltre il celiare, ci serberemo un 
« po' di posto per le materie che vogliono essere trattate in 
« cappamagna ». Indi nell' avvertenza ai lettori il Piovano 
racconta come, dopo morte, Apollo lo avesse mandato in 
Gelocòra, regione del riso, riserbata a coloro che furono 
seguaci della gelosofia o filosofia ridanciana di Democrito. 
Descrive la fantastica regione con boschi e giardini, sàti- 



e simpatico libro di Giuseppe Baccini. Le Facezie del Piovano Ar- 
lotto, Firenze, Salani, 1884. Noto qui che Arlotto significava uomo 
goffo ed intemperante, ed il bravo piovano ebbe questo nome per un 
ghiribizzo del padre, che non era uno stinco di santo. Si narra che 
il nostro piovano registrasse in un libro le minchionerie e gli errori 
che la gente commetteva, donde forse la idea di un giornale, che 
rivedesse le bucce al prossimo. 

' Firenze capitale, p. 451. 

= R. Fucini, Raffaello Foresi {Marco). Dalle carte di un morto. 
Firenze, Fratelli Bocca, 1886. V. Prefazione a pag. 2. 



« IL PIOVANO ARLOTTO 



65 



retti e cani ammaestrati, asini in toga che tengono a sin- 
dacato leoni ed aquile, e scimmie vestite da eroi. Quivi è 
un palazzo dove dimorano le ombre di tutti gli scrittori 
scherzosi e satirici, il Boccaccio, Franco Sacchetti ed altri. 
Da questa lieta dimora Apollo trae il buon Piovano e lo 
manda nel mondo, a cavallo di un' aquila di Parnaso, per 
correggere i costumi, ponendo mente e castigando, senza 
disonestà e personalità, a quanto non gli paresse confe- 
rire all'idea immutabile del buono, del vero e del bello. 
Però dalle personalità non sempre si astenne, che anzi ta- 
lora trasmodò con lingua eh' è un dardo avvelenato e con 
insistenza ingenerosa e sazievole. La famiglia coadiuvò il 
Piovano, e cioè Marco sopracitato, Succhiellino chierico, la 
Liberata, serva che per chiacchierare vale un castello, 
Cecco, cane di Marco, ed il gatto Brogio. 

Il periodico incontrò, e troppo in lungo si andrebbe se 
volessimo esporne, anche in succinto, il contenuto vario, 
lieto e severo ad un tempo, tanto che le stesse antiche 
scritture che si compiaceva di esumare, alternandole colla 
critica del presente, o adattandovele con garbo ed acume, 
hanno un non so che di nuovo e di saporito da rendere 
amabile e gioconda la stessa pedanteria. Del resto eran 
quelli i tempi degli amici pedanti. Questi scritti hanno del 
lucianesco, ma con minore scetticismo, e più viva fede nel 
bene. Il Piovano cominciò subito dal pubblicare biografie di 
Begliumori, come quella di Stravizio (che era un certo Sal- 
vatore Arcangioli), effigiato stupendamente da Ferdinando 
Martini nel suo caro volume Simpatie, nonché altre di po- 
polani poeti, come il Niccheri, del quale si riportano saggi 
di poesie curiosissimi, e come il Soviigli, soprannominato 
Beco Sudicio. Né mancano corone di proverbi, che valgono 
altresì a completare la collezione del Giusti e del Capponi, 
e il Giuoco di Criùscherello, consistente in esercizi filologici 
ed etimologici. 

Sappiamo che il Giusti aveva scelto quel titolo del Pio- 
vano Arlotto per un giornale che divisava di scrivere in- 

RONDONI ■ 5 



66 CAPITOLO IV 



sieme con alcuni amici quando i giornali erano divenuti 
anche troppo di moda. 

Cognito di questo il risorto Piovano se ne rallegrava, 
com' ei si esprime, e pubblicava e faceva proprio il Pro- 
gramma, che il poeta di Monsummano aveva scritto per 
quel suo giornale, rimasto allo stato di disegno. Fece pro- 
prie le idee del Giusti e le svolse, e solo più tardi venne 
ad assumere un atteggiamento, che il Giusti non avrebbe 
intieramente approvato. Con lui ripeteva : « Il Piovano può 
« rappresentare l' indole accorta, vivace e gioconda del buon 
« popolo toscano, il quale vorremmo pregare di serbarsi cara 
« questa indole anche in tempi gravi e arcigni come sono 
« i nostri. Il riso fa buon sangue... e quando non è sguaiato, 
« quando non è maligno, quando rispetta il pudore e il 
« decoro, la verità lo prende a braccetto, e lo ha in luogo 
« di fratello carissimo... Il Piovano Arlotto non sapeva leg- 
« gere che in un libro... Ma via, se l'unico libro nel quale 
« leggessi io giornale fosse il libro del galantuomo non sa- 
« rebbe assai per un giornale?... E badate che io sarei por- 
« tato a credere che quel leggere in un libro solo voglia 
« dire che il Piovano avea 1' occhio sopratutto al senso e 
« non se lo lasciava annacquare nel cervello dal diluvio 
« delle chiacchiere a stampa, che da un pezzo in qua è 
« diventato una specie di diluvio in permanenza. Fratelli ! 
« badiamo di non affogarci dentro per carità ! Vediamo di 
« saper poco e bene, piuttosto che molto e alla peggio ». 
Consigli questi utili allora, e più oggi. 

Fin da principio scrisse articoli di critica teatrale che 
sono, come ben disse il Tommaseo, di molta importanza 
per la storia della musica, della quale il Piovano era in- 
tendentissimo, e geloso di conservare le tradizioni più se- 
vere e più alte. Cecco, cane di Marco, era incaricato, con 
fine ironia, di giudicare musici, teatri e cantanti, e talora 
le sue critiche contro gì' indegni eran morsi ben assestati 
ed acuti ; morsi in forma di epigrammi. « Lucia Donizetti 
« del fu Gaetano. Il Walter Scott ed il Cammarano la fe- 
« cero morire vergine ; alla Pergola sì fece morire vergine 



« IL PIOVANO ARLOTTO » 



67 



« e martire. Fu martirizzata perché parve stregata ». Un'al- 
tra volta annunzia : « I Lombardi sconfitti alla i" Crociata »; 
un' altra : « Beatrice dietro la Tenda, opera di nessuno, ar- 
« risicata per la prima volta al teatro Nuovo ». Poi: « l'Otello 
« in sé », (ed espone quali veramente siano i pregi del- 
l' opera del Rossini); « l'Otello fuori di sé », opera di G. 
Verdi ad usum Delphinì, e cioè la cattiva esecuzione che 
dell'opera si dava alla Pergola, tanto da farla parere, an- 
ziché del Rossini, pel quale il Piovano nutre un vero culto, 
una fra le opere meno belle del Verdi ed anche male ese- 
guita. Al Verdi infatti, pur riconoscendone l'ingegno elet- 
tissimo e la vena, non le risparmia, ed annunzia le rappre- 
sentazioni di^V Attila in questa guisa : « Il Flagellum Dei, 
« melodramma stentoreo-fonico di G. Verdi al Goldoni ».' 
Contro il Pacini scaglia tutti i suoi fulmini, massime con- 
tro il Saltimhanco ; ma non è sempre né giusto né discreto, 
ed anzi cade nello impertinente e nel prolisso." 

Qui del periodico preme, come saggio, esaminare più 
specialmente i due volumi del 59, quando la vita ferveva 
più rigogliosa al risorto Piovano, che all'aprirsi di quello, 
che fu per davvero il grande amio del patrio riscatto, escla- 
mava : « Non vi caglia, no, di esser detti linguacce : guar- 
« date solo di tirar dritto al segno, di non saettare gì' im- 
« meritevoli, e poi lasciate fare a Dio ». Nel Saturno e l'Anno 
nuovo, v' è un accenno all' aquila. « 'L'Anno Nuovo : L'aveva 
« preso per l'uccello del mal augurio. Vedi becco e artigli 
« che ha ! E Saturato : E non sine quare, figliuol mio ; è un 
« uccello di rapina. Veggo già i segni precursori della tem- 
« pesta ; veggo imperi e regni che per troppa vecchiezza o 
« per troppi malanni mal si reggono in sulle gambe e sem- 
« brano vicini a battere la capata ; altri sebbene giovani e 
« robusti danno cagion di temere per la troppa gioventù 
« e robustezza... Mi duole che tu non porti un po' più di 
« giudizio agi' Italiani. Quello che rechi loro è poco, e non 



' Voi. I, pagine no, 129, 304 e 692. 
* Voi. II, pag. 112. 



68 



CAPITOLO IV 



« basta al bisogno ». Niuno e nella sua nicchia è un lungo 
scritto a guisa di visione, nel quale, per giudizio di Minos, 
si veggono dei grandi che hanno a diventar piccini, 

« E con tutta la loro autorità 

Avran di grazia andar per potestà ».* 

Nella Posta del Piovano Fra Paolo Sarpi si lagna da 
Gelocòra del processo intentato contro il Barbèra per la 
stampa della Storia del Cojicilio di Trento, e il Piovano ri- 
sponde che, dopo una mirabile difesa dell' avvocato Ga- 
leotti, una sentenza « splendido esempio di spassionata dot- 
« trina e d' illuminata temperanza » mandava assoluto l'edi- 
tore. Dal Sarpi e dal Concilio salta disinvolto alla Rachel, 
celebre attrice tragica, ed alla Ristori, ed a quest' ultima 
non risparmia le critiche, quando tornò dalla Francia, 
« infrancesata ed esaltata. I Fiorentini dicevano che va- 
« leva più quando costava un giulio, che or che la costa un 
« testone ». Sceglieva lavori mezzani, abborracciati e guitti; 
e i maligni aggiungevano che lo faceva apposta per « nu- 
« trire del suo sangue le trombe importune delle zanzare 
« letterate e gazzettanti, acciocché la mettano all'asta pub- 
« blica di Europa siccome rarità non più udita né veduta... 
« In vari periodici a questi giorni se ne sono udite di quelle 
« da far perdere il lume degli occhi, e perfino ai nomi più 
« sublimi dei grandi italiani si è visto accomunato sacri- 
« legamento quello di Adelaide Ristori, e la garbata ra- 
« gione si era perché alcuni di essi, come la Ristori, erano 
« stati a Parigi. O scempiati ! A Parigi ci sono andati Ita- 
« liani di tutte maniere, e fra gli altri anche il buffone Sca- 
« ramuccia, il ciarlatano Cagliostro, il prestigiatore Bosco, 
« e la funambula Madame Saqui. Che sete può aver Ella 
« la Ristori delle vostre rimescolature ? Ella è una valen- 
« tissima attrice, e questo si sa : né voi a furia di gonfiar 

' Voi. II, II, 15 e seg. 



IL PIOVANO ARLOTTO » 



69 



« le gote la ingrandirete di un' ette, né e' insegnerete nulla 
« di nuovo ».' 

Ad un giornale come il nostro, quando spiccò la car- 
riera, non era lecito, per la ragione dei tempi, occuparsi 
che di morale in genere, di letteratura e di teatri. Pur trovò 
modo di aggiungere nuova esca all' incendio patriottico, 
che covava pronto ad irrompere, e il modo fu Dante. Il Pio- 
vano propose cc>n altri di fare all'Alighieri un monumento 
degno di lui e dell'Italia, invitando tutti gl'Italiani a con- 
correre alla spesa. Fu risposto volonterosamente all' invito ; 
« ma Firenze, cosi il buon Piovano, sta muta, e di tutti 
« coloro che gridano Dante, Dante, e che dovrebbero per 
« grado, autorità, per facoltà, mettersi a capo della sacrosanta 
« impresa, neppur uno si è mosso... Dio mio ! che le cose 
« buone si hanno a lasciar ire, o per puntigli o per invi- 
« diuzze, o per altre si misere cagioni ? Ma che proprio 
« noi altri Italiani s' ha a esser sempre gli stessi ? Enume- 
« rai i giornali che facevano plauso alla generosa proposta, 
« fra i quali era caldissimo 1' Uomo di Pietra, mostrando 
« che a quel mo' di pietra ha più cuore e più cervello di 
« tanti uomini di ossa e di polpa ». Eppur Firenze non ac- 
cennava a riscuotersi. « Povero Dante ! avevi ragione ; 
« la tua Firenze ti è stata sempre matrigna ».^ Eppure, 
come osserva nel Parlamento dei Campanili,'^ « i Fiorentini 
« gli ho veduti avere qualcosa del fiorentino, ricordevoli 
« sempre dell' antica loro grandezza, amanti sempre delle 
« loro glorie artistiche. Ed ora eccoteli li, tutti cascanti 
« di vezzi, abbondantissimi di parole, e scarsi di fatti ». 
Questa stampa cosi severa, pungendo a guaio, scuoteva, 
educava severamente, come i tempi e i destini d' Italia 
esigevano, mentre l'adulatrice col far credere tutto bello 
e perfetto, col fomentare le più stolte e ridicole vanità, 



» Voi. II, 28 e seg. 
^ Voi. II, loi. 

3 Voi, II, 137. 



yO CAPITOLO IV 



col dorare l' errore ed il vizio, produce, diseducando, il 
peggior guasto che si possa immaginare, una pubblica opi- 
nione fittizia, falsa, volubile, che cade spesso negli eccessi 
o di lodare senza misura o di vituperare senza discre- 
zione, ritegno o motivo adeguato, con vantaggio de' 
meno degni e danno dei più meritevoli. 

Il Piovano, assunto l' impegno del monumento che de- 
stò il più vivo entusiasmo tra i nostri fratelli di Trento, si 
adoprò per la nomina di una deputazione e per ottenere 
le debite facoltà dal governo, eppoi rifiutò ogni altra inge- 
renza, salvo che l'essere, diciam cosi, il banditore officiale 
di tutto ciò che si fosse detto ed operato. Su Dante, che 
chiamò Bibbia degl' Italiani, dettò pagine elevatissime e 
degne di esser meditate anche oggi, in una delle sue Tan- 
tafère, intitolando cosi certe dissertazioni concettose e dotte, 
che sciorinava di tanto in tanto, più spesso in forma di 
dialogo. Queste pagine sull'Alighieri contengono osserva- 
zioni poi ripetute e svolte da altri, né sempre in guisa 
tanto evidente e felice, e basti accennare là dove espone 
come le arti sorelle cooperino peculiarmente al poema 
universale. In cosi vivo fervore di studi danteschi merite- 
rebbero di esser prese in considerazione. 

Tre cose proponeva il Piovano : l'erezione di un monu- 
mento a Dante sulla piazza Barbano, « quasi a significare 
« che la nuova generazione sceglie una nuova parte della 
« città per dimenticare la vecchia » (e fu presagio immi- 
nente del monumento che, se non a Dante, al senno ita- 
lico, del quale fu Dante la gloria sublime, venne su quella 
piazza eretto colla rivoluzione del 27 aprile). Quindi pian- 
tare una cattedra « in Or San Michele per la spiegazione 
« della Divina Commedia, in un luogo appunto che ricorda, 
« cosi nel bel mezzo della vecchia Firenze, i trascorsi tempi 
•< della repubblica fiorentina », (ed anche questo si fece, e 
l'onore del concetto giova rivendicarlo al vecchio Piovano). 
Finalmente comprare la casa di Dante. ^ Proprio la nostra 



' Voi. II, pag. 43. 



« IL PIOVANO ARLOTTO » "] l 



generazione, se ha innovato e migliorato, com' era dover 
suo di fare, in molte e nobili cose non ha saputo che farsi 
esecutrice, e non sempre felice, di quello che ideò la pre- 
cedente, sacra in tutto e per tutto alla patria. Unicidque 

Nel periodo della reazione, dal 49 al 59, parve tor- 
nassero anche in Toscana di moda i Gesuiti, Fu pertanto 
un atto di fiera protesta la ristampa di una lettera di Lo- 
dovico Coltellini, letterato, archeologo e bellumore del se- 
colo XVIII, dal titolo Genealogia de' Solipsi, e cioè dei Ge- 
suiti, con allusioni cosi acute e trasparenti che certo il tra- 
passar dentro era leggero.' 

I tempi ingrossano, e l'allegoria politica si atteggia con 
figurazioni efficacissime nelle pagine del nostro ardito pe- 
riodico. Cucine e Cuochi è un lungo e brioso scritto allusivo 
alla guerra eh' era per scoppiare. I tempi ingrossano, il 
Piovano li sente, ed entra audacemente in politica. 

I cuochi sono il Baruffa, lo Sparecchia, Patata, Pesta- 
ciccie e il Tentenna. Si accapigliano fra loro sul modo di 
cucinare il vitello, e sulle riforme da introdurre in cucina. 
Pestaciccie è l'Austria, che, non contenta di cucinare il suo 
pezzo, cominciò bel bello a mettere lo zampino anche su 
quello degli altri, e divenne quasi la padrona della cucina. 
Ficcò per guarnizione in ciascuna pietanza il sauerkraute 
« o ci stesse o non ci stesse, o piacesse o non piacesse ». 
Lo Scaccia, che rimbecca Pestaciccie, è il Piemonte, Patata 
il re di Napoli, Baruffa la Francia, che vuole che ritorni 
l'ordine in cucina a qualunque costo. Spunta fuori anche 
Nocchio, che mi pare debba essere il granduca, il quale 
osserva : « Ed io ho fatto sempre quello che mi hanno 
« detto: quando mi è stato ordinato di friggere ho fritto; 
« quando mi è stato detto arrosto ed io arrosto , se umido 
« e io umido » . Chichibio forse è il papa : « Ma che vi pare 
« che io possa cimentarmi con loro ? Che aiuto volete che 
« vi dia io, se appena mi reggo sulle gambe ? Io non do 



' Voi. II, pag. 33. 



72 CAPITOLO IV 



« fastidio a nessuno, e lasciatemi un po' ben avere ». Dico 
pare- perché rileggendo il dialogo potrebbe anche credersi 
che Chichibio o il Tentenna fosse proprio il granduca, e 
Nocchio il duca di ^lodena. Insomma se l'allegoria politica 
è chiara, quanto ai particolari, è di colore oscuro, e si ca- 
pisce il perché. Si era quasi alla vigilia della guerra; ma 
in Firenze la polizia diveniva sempre più inquieta e sospet- 
tosa.^ Il Consiglio di guerra ovvero Paralipomeni alla mito- 
logia di G. B. Niccolini, coli' epigrafe: 

« Guerra, guerra: le galliche selve 
Quante han querce producan guerrier », 

spiega e commenta con un colloquio fra gli Dei gli avve- 
nimenti che facevano battere più forte i nostri cuori, e già 
Vesta, la Dea della patria, esclamava : « Mi ci son messa, e 
« mi ci manterrò con onore... Tu se' padrone, cosi a Giove, 
« di schernire il fuoco sacro che io conservo; ma quel 
« fuoco potrebbe, o Giove, sollevar tale incendio da scot- 
« tarti anche troppo ; e quando pure ti riuscisse di legarmi 
« ad uno scoglio con l'avvoltoio che mi roda il cuore, come 
« facesti a Prometeo quando ebbe rapito il fuoco sacro 
« dal cielo, tu non mi vedrai supplichevole ai tuoi piedi, 
« e non mancherà certo un Ercole neppure a me ».'^ Un' in- 
cisione enigmatica per chi non sapeva o non voleva inten- 
dere, un Marte armato ed infuriato contro l'aquila di Giove, 
precede quest'articolo con un breve dialogo fra gli Dei in 
parole indecifrabili. Poi si vede il Piovano Arlotto preso 
per la lingua alla tagliuola. Vorrebbe e non può dir la sua! 
La disse il 27 aprile, che indusse il Piovano, com'egli stesso 
in una nota fa palese, a sospendere una polemica aspra ed 
incresciosa col Ranalli e col Gennarelli. 

Ben altre controversie si agitavano. « Da ora in là (cosi 
« dichiarava) si studierà di conformarsi al nuovo ordine di 
« cose, e di mantenersi vero italiano e buon cittadino, con- 

J Voi. Il, pag. 65. 

^ Voi. II, pagg. 224-226. 



« IL PIOVANO ARLOTTO » 73 



« fortando alla concordia, a far senno, ad operare, a ma- 
« nifestare magnanimi sentimenti, e a compiere que' doveri 
« e a fare quei sacrifizi, che nella lotta suprema che sta per 
« cominciare l' Italia ci chiede, affinché le si tolga da dosso 
« l'abominato giogo straniero ». Si prefigge « di rosolare 
« a dovere » quelli che intendessero avversare il concetto 
patrio.' 

Oramai anche fra questa allegra e caustica filologia 
echeggiano le grida di guerra, di patria e di libertà, e come 
giuste, poderose e vibranti ! Fra i molti discorsi ai quali 
dettero luogo le commemorazioni di Curtatone e Monta- 
nara, ed in quei giorni ve ne furono dei belli veramente, 
come, ad esempio, quello di Augusto Conti pronunziato nella 
Cattedrale di Lucca, il Piovano colla Spiegazione del Van- 
gelo del 2p di Maggio ha momenti di eloquenza patriottica 
che pochi seppero raggiungere.^ « Oggi dunque (egli dice) 
« rammentatevi del glorioso e lagrimevole fine dei nostri 
« fratelli, e per domattina v' invito tutti ad un Uffìzio, che 
« sarà celebrato apposta per quelle anime dilette. Preghia- 
« mo, si preghiamo pei martiri della libertà, o meglio im- 
« ploriamone l'aiuto presso il Dio di Sabaoth, il Dio delle 
« pugne : giù meco in ginocchio, o miei figli. {Qui tìitto il 
spopolo si è inginocchiato). O Voi, che cadeste difendendo 
« le patrie contrade, ascoltate la voce dei fratelli, che avete 
« lasciati su questa terra infelice. Noi speriamo che ormai 
« abbiate scambiata la fugace gloria mondana colla inter- 
« minabile gloria celeste, e però vi mettiamo mediatori 
<< presso Dio dei nostri desideri ardentissimi. Pregatelo che 
« il suo nome sia glorificato da libere voci ; che torni il 
« regno della libertà e della giustizia ; che la sua volontà 
« si manifesti tanto a vantaggio del nostro morale miglio- 
« ramento, quanto in favore delle armi nostre. Pregatelo 
« che ci renda il nostro pane, i nostri averi, l'onor nostro ; 
« che ci perdoni i nostri peccati, i peccati d' Italia, e che 



' Voi. II, pag. 290. 
2 Voi. II, pag. 328. 



74 CAPITOLO IV 



« più non siamo tentati dal demone della discordia e dal 
« furore delle fazioni. Pregatelo infine che, inafììato dal vo- 
« stro sangue, risorga più bello l'alloro che cinse un giorno 
« la fronte della gente latina ; affinché a Lui Ottimo Mas- 
« simo possiamo sui campi sgombrati cantare uniti l' inno 
« della vittoria. E cosi sia », 

Il Piovano offriva in sé 1' esemplare del prete patriotta ; 
scriveva ai priori, curati e cappellani del suo piviere : « E 
« chi diavolo vi ficcò nel cervello che fosse una bella cosa 
« r avere in casa nostra gente forestiera, la quale faccia da 
« padrona, taglieggi, impicchi, ci beva il nostro sangue, ci 
« .contamini queste belle contrade ? E non vi accorgete che 
« questo amare la servitù è cosa contro lo spirito del Van- 
« gelo, è un porre l'uomo sotto i bruti medesimi ? Dio ha in 
« mano le sorti della patria... Egli sa quel che fa, e come 
« non ha bisogno di chi aiuti la sua volontà, cosi non ha 
« paura de' vostri pari che tentassero disaiutarla. Queste le 
« son cose da ministri del diavolo e non da ministri di Dio, 
« il quale non ama certo gli oppressori dei popoli, anzi 
« deponit potentes de sede et exaltat humiles ; e vuol tutti li- 
* beri, tutti concordi » . Anche il Piovano scorbacchia e fla- 
gella i codini xv^ Album di una signora fiorentina, con inci- 
sioni illustrative, e nelle Lettere del geiier ale austriaco Haif- 
fantkcztzackintzchemzn alla marchesa della Penna a Firenze 
scritte da esso in tedesco e tradotte in volgar fiorentino da 
Succhiellino chierico del Piovano. "NeW Alòtim sono i ritratti 
dei generali austriaci con versi di un pretino compiacente, 
pedagogo in certe case aristocratiche. Sotto Radetzky : 

« Questo è Radetzky il grand' eroe tedesco, 
Che i liberali mise tutti al fresco ». 

Sotto Hess : 

« O Hess, o Hess, o Hess, o Hess o Hesse. 
Non finirebbe mai chi di te dicesse ». 

E un signore : « Ma che ingegno ! che estro ! che vena ! 
« Ditegli che gli vo' dare un benefizio, che appunto ora 



« IL PIOVANO ARLOTTO » 75 



« l'ho da conferire ». La Congiura de' Pazzi è una farsa in 
due atti fatta per celia da Succhiellino, nella quale un' ari- 
stocratica signorina, innamorata di un liberale, finisce per 
isposarlo, dopo che il padre, fior di codino, e capo di una 
combriccola di codini, ha fatto di tutto per dare la figliuola 
ad un nobilotto vizioso e spiantato, che sapeva andare a 
genio al codino. Un ufficiale francese sventa le cabale co- 
dinesche, e tutto finisce con un bel matrimonio.^ 

Un sunto della situazione politica ce 1' offrono le Con- 
ferenze segrete fra Cecco e Brogio, animali politici, letterati, 
morali e religiosi. Comincia : « Brogio : Cecco, che pesci 
« si piglia ? — Cecco : Ghiozzi » e prosegue : « 5. : Altro ? 
« — C. : Un pesce spada — B. : Vada con tutti i riguardi 
« al re di Piemonte... — B. : Altro ? — C. : Un polpo — 
« B. : E un pesce immondo — C : A chi s' ha a mandare ? 
« — B. : A Francesco Giuseppe ~ C. : A che fine ? — B.: 
« Per simbolo. Il polpo si attacca a tutto... — C. : Oh, oh ! 
« un pesce cane — B. : Al duca di Modena, presto.... — 
« B. : Altro ? — C. : Un pesce pastinaca — B. : Subito 
« negli stati del papa — C. : O perché ? — B. : Perché non 
« ha né capo né coda. Altro ? — C. : Un pesce tamburo — 
^ B. : Al giovine monarca delle due Sicilie: spicciati ». 
Infine torpedini in Ungheria, in Grecia, negli Stati Danu- 
biani, nello Stato romano, nel Napolitano e soprattutto in 
Toscana."^ 

' Voi. II, pag. 296 e 344. 

- Anno II, p. 360. Un' altra curiosa allegoria politica leggesi a 
p. 463 col titolo: «I passerotti, l'aquila grifagna, l'aquila reale e il 
« falcone ». Favola di Esopo. Il Gran barbagianni, che governa i pas- 
serotti, è il Granduca. Essi, rimasti senza di lui, si raccomandano al 
falcone, che manda un buon piccione per governarli. L' aquila reale 
vide che il paese era un covo fatto apposta per un aquilotto suo pros- 
simano, ma voleva che i passerotti la indovinassero. Essi non capiron 
nulla o fecero il minchione. Indi cominciano a dire di volersi dare 
in governo al falcone, e i passerotti si accordano a non volere il bar- 
bagianni, né per Cristo né per i Santi. L' aquila vorrebbe essere in- 
dovinata, pronta se no a rendere i passerotti al barbagianni. I passe- 
rotti deliberano cosa ottima, ma impossibile. L'aquila reale stizzita è 



76 CAPITOLO IV 



Il Piovano, in quel fervore della sua esistenza, svolge 
ed afferma viemaggiormente il suo carattere fra il grave 
ed il faceto, cosi in arte, alternando facezie di begliumori 
e traduzioni pregevoli dei dialoghi platonici, come in po- 
litica, saltando dalle conferenze fra cane e gatto, al fiero 
e sdegnoso discorso del Tommaseo, Il Papa e V Imperatore, 
che si fa un dovere di pubblicare quasi risposta agli ec- 
cessi dei soldati pontifici in Perugia.' Il Tommaseo tratta 
la questione del temporale in guisa da palesarsi si per l'al- 
tezza dell'animo profondamente cristiano, come per 1' au- 
dacia magnanima discepolo degno ed ispirato dell' Ali- 
ghieri. « Importa, egli dice, che la questione sia posta net- 
« tamente, cioè rettamente... Quando anche i più di loro 
« (dei prelati) fossero più idonei reggitori dei laici, fatto è 
« che i laici non li soffrono reggitori... Or quale suffragio 
<x più terribilmente concorde (dei popoli contro il tempo- 
« rale) della necessità di tenere due eserciti forestieri, ac- 
« ciocché pochi milioni di uomini non si muovano contro 
« il dominio dei preti ? Circa alla legittimità dell' origine 
« di cotesto dominio non si disputa... Di alcune di quelle 
« Provincie la possessione non fu senza mezzi che sarà le- 
« cito chiamare un po' troppo mondani ; d' altre la dedi- 
« zione fu fatta con patti solenni che più non sono atte- 
« nuti. E la ragione delle ragioni è che l'origine del pos- 
« sesso per santa che vogliasi non ne legittima punto gli 
« abusi ; e gli abusi di potestà debita a origine sacra di- 
« ventano doppia profanazione... Qualunque temperamento 
« negli Stati pontifici fosse oggidì conceduto, oltre al non 



la prima a dire che quello dei passerotti è un voto da matti, e ri- 
pianta fra loro il barbagianni. Ora i passerotti piangono.... di aver- 
perduto anche il buono per voler l'ottimo impossibile. Parrebbe adun- 
que che, almeno per un momento, il Piovano propendesse pel regno 
in Toscana di un napoleonide : ma è da credere che tale fosse solo 
la opinione di un suo collaboratore, tanto è vero che Marco fa se- 
guire all'allegoria, queste parole: «Non possiamo andar daccordo su 
« tutti i punti del commento e della favola ». 
» Voi. II, pag. 392. 



IL PIOVANO ARLOTTO » 77 



« aver merito alcuno, perché estorto dalla necessità, sa- 
« rebbe confessione dei mali passati, e toglierebbe a quel- 
« l'ombra di principato ogni morale autorità, sempre nuovi 
« disordini fomenterebbe... La necessità che il papa sia 
« principe acciocché sia libero come papa è bestemmia, 
« calunnia, menzogna. Bestemmia, perché nega la prote- 
« zione divina promessa alla chiesa; calunnia, perché dice 
« impossibile ai papi il rendersi rispettabili senza la forza; 
« menzogna, perché il papa suddito o esule o prigione 
« seppe essere libero e maggiore dei re ; il papa re, dal 
« momento della sua concezione, se posso dir cosi, come 
« papa, è soggetto alle influenze secolari, non solamente 
« nelle cose del secolo, ma in altre ancora. Il modo di con- 
« ciliare la libertà del gerarca e la dignità dell' uomo, i 
« diritti temporali che passano, e i doveri spirituali tre- 
<v mendi che obbligano il sacerdote più che altri nella eter- 
« nità, sarebbe permettere che i popoli facciano saggio di 
A sé stessi... e poi, se loro cosi pare meglio, ritornino a in- 
« vocare sopra di sé il reggimento de' preti. Perché il capo 
« di questi non sia suddito basta una sola città, Roma, che 
« gli fosse non reggia, ma quasi tempio ». 

Il nostro Piova7io era di manica larga, e basti dire che 
bazzicava col Guerrazzi, del quale il suo Direttore, il Fo- 
resi, era amico. Non .parendogli forse in quei bollori suf- 
ficiente lo scritto del Tommaseo, audace si, ma pio, pub- 
blicava per rincalzo sul medesimo tema un altro scritto, 
molto più audace, e non pio, nel quale è facile riconoscere 
appunto la mano dello scrittore ^qVC Assedio. Eccone un 
saggio: « Le cagne studiose ormai stavano ai fianchi del 
« prete (il papa) il quale, fuggendo a mo' di lupo ferito, arrivò 
« alla porta della sagrestia, che si aperse tacita come le 
« altre e spontanea ; il vano compariva nero, colore della 
« notte e delle coscienze scellerate » ; un vecchio mendi- 
cante, attrito dal digiuno, azzanna il prete all' orecchio, col 
pretesto della confessione. « Il prete, traendo un doloroso 
« guaito, dette in dietro, ma il capo del mendicante si 
« staccò dal busto restando attaccato all'orecchio del prete ». 



78 CAPITOLO IV 



Insomma è una truce visione delle stragi di Perugia che 
incalza il papa, quale poteva immaginarla il truce autore 
della Cefici. Assai più bella, ed in alcuni punti bellissima, 
è la Patria, Be7iedizione- Maledizione dello stesso Guerrazzi. 
È a guisa di salmo, e vi si alternano quasi giaculatoria le 
due frasi : Benedetta la patria ! Maledetto lo stra?iiero ! 

Esclama : « I Cristiani accesi ad illuminare le mense 
« furono immanità di Nerone ubbriaco, ma sollazzi di Au- 
« striaci digiuni sono i Cristiani impegolati ed arsi. La ce- 
« nere dello Zima urla al cospetto di Dio. Maledetto lo 
« straniero ! » Conclude : « Ma benedetta la Patria ! Bene- 
« detta nel cielo che la copre, esultanza nei giorni di gioia, 
« consolazione in quelli della sventura. Benedetta nel mare 
« che la circonda, benedetta nelle nevi dei suoi monti e 
« neir erbe delle sue valli ; benedetta ne' suoi laghi e 
« ne' suoi rivi ; benedetta nell' etema primavera, che la fa 
« parere gemella con ogni alba che nasce ; benedetta nel 
« verde immortale dei suoi aranci, dei suoi mirti e de' suoi 
« allori, che le procaccia il titolo di sempre giovane. Bene- 
« detta la Patria, benedetta ! ».' Fiera, generosa e piena 
dell' umorismo acerbissimo che lo scrittore livornese troppo 
a larga mano profuse nell'Asino, la Lettera a Raffaello Fo- 
resi in proposito di un recente critico di G. B. Niccolini.* Vi 
si narra come Giove, create le muse, ve ne aggiungesse, 
colla pasta che gli era avanzata, una decima, e come, per 
una burla di Momo, v' impastasse senza volere un po' della 
cretaccia con la quale formano le conche in Montelupo... 
« Di qui avviene che la critica quando innamorata del bello 
« e del buono lo rivela alle menti rudi, avviandole all'ado- 
« razione delle cose divine, opera per virtù della sostanza, 
« che sorti comune colle Muse ; quando corre dietro al 
« brutto come i gatti alle lucertole, e ne cava argomento 
« al ghigno plebeo, o al proverbiare villano o all'obliqua 



» Voi. II, pag. 418. 
* Voi. II, pag. 548. 



« IL PIOVANO ARLOTTO » 79 

« contumelia, è la cretaccia delle conche di Montelupo che 
« ribolle in lei ». 

Il Piovano non era esclusivo ed accogliendo volenteroso 
scritti del Tommaseo e del Guerrazzi, tributava poi il de- 
bito onore tanto all' autore 6.^ Arnaldo^ quanto all' autore 
del Primato. Anzi, ricorrendo il settimo anniversario della 
morte del filosofo, avvenuta il 25 ottobre del 1852, con 
idea e sentimento nobilissimi ne rievocò la memoria, l'ani- 
mo, gli scritti, celebrandoli meritamente dinanzi ai tanti 
e tanti che lo avevano dimenticato in quella insperata for- 
tuna d' Italia, eh' egli aveva quasi apparecchiato e presa- 
gito nel Rinnovamento. Ai di nostri si bandirono comme- 
morazioni ufficiali del Gioberti, ma il pensiero che le in- 
spirava, già il nostro Piovano, che volentieri pensava alla 
giobertiana, lo aveva avuto e proposto ed in buona parte 
eseguito ed in maniera anche più bella ed efficace che non 
siano i discorsi di circostanza, pubblicando un vero e pro- 
prio studio su quell'argomento, necessario a consultarsi da 
chiunque voglia approfondirlo, e coronandolo con uno splen- 
dido commiato.' 

Quel voler dir la sua in ogni modo, quel compiacersi 
di far parte da se stesso, certi amori guerrazziani (ripub- 
blicava una lettera di lui, eh' era una stoccata ai moderati, 
e lodava i Ricordi del popolo Toscano, libretto, cosi dice, da 
portarsi sempre in tasca in questi momenti) misero il Pio- 
vano in mala voce presso quelli ch'erano a capo in ^To- 
scana della cosa pubblica, o piuttosto presso coloro che 
intorno a quelli si agitavano, brigavano e sfaccendavano. 
A questo allude la Capannuccia del Piovano : « Il povero 
« Piovano Arlotto, dopo aver mostrato il muso quando 
« molti non avean fegato di metter fuori neanche la punta 
« del naso ; dopo aver parlato liberissimamente quando il 
« Bausette faceva qui spiritar di paura anche coloro che 
« adesso fanno gli spaccamontagne ; dopo essersi mostrato 
« non molto lontano da quel tenacem propositi virum, cui 

' Voi. II, pagg. 577, 641 e seg., e 761. 



8o 



CAPITOLO IV 



« 7ion civiicm ardor -prava juhèntium, nec vulhis instantis ty- 
« ranni unente quatit solida... lo sapete cosa si è sentito dir 
« dietro uno di questi giorni ? Ch' egli è un codino ed un 
« traditor della patria... ». Ecco perché « per fuggire ozio 
« e mattana preparò una capannuccìa ». 

Ma intanto quando sente i bambini, i quali, nel reci- 
tare il sermone, fanno allusioni politiche, rompe loro la pa- 
rola in bocca, ed infine li esorta. « Come puro vuol essere 
« l'amore verso Dio, purissimo debb' essere altresì 1' amor 
« della patria, e guardate sopratutto di non servirvene per 
« copertina all'ambizione, o per mezzo di soddisfare la sete 
« delle ricchezze, che genia più dispetta e più sacrilega 
« non può trovarsi di chi oggi grida, là dove non è peri- 
« colo il farlo, mora il tiranno e viva la patria, per poi vo- 
« lare alla ruffa d' impieghi e di provvigioni come i corvi 
« sulle carogne. Ricordate sempre che la tolleranza è la 
« prima fra le virtù politiche, come il pessimo de' vizi po- 
« litici è la intolleranza ». Una vignetta serve di prefazione 
a questo scritto, e rappresenta il Piovano, spaventato, che 
cammina sulla lama di un rasoio. ^ 

Il Piovano veniva in fama di poco ortodosso, e fini poi 
per ischierarsi coli' opposizione. Le Tantafère dei fascicoli 
del novembre e del dicembre del 59, delineano la situa- 
zione nella quale si pose o si trovò, finché, la sua opposi- 
zione divenendo sempre più viva e spiccata, si vide co- 
stretto a ritornare in Gelocòra, o, fuor di allegoria, a cessare 
dalle sue pubblicazioni. Nel primo dei precitati articoli : 
Ufi nuovo aspetto della Cenerentola del Rossi?ii ovvero La 
tregenda degV Intolleranti, Marco, che fa ora quasi tutte le 
parti, tira argutamente la Ceneretitola, che allora si rappre- 
sentava in Firenze, a politica significazione. Lo scritto, che 
ricorda certe scene àeìV Asino guerrazziano, finisce con una 
visione, che viene posta sott' occhio al lettore con una vi- 
gnetta : La cupola di Firenze, vestita da signora ; o meglio 
una signora, la simbolica Flora, infilata nel cupolone, che 



' Voi. II, pag. 705. 



« IL PIOVANO ARLOTTO » 



8i 



le fa da cerchio e sottana, come allora costumavano. Da 
un lato il signor Ermolao, vestito da frate, canta : 

« Ma il core di Azema 
È tutto per me >. 

E il signor Giuseppe, S. Giuseppe col giglio : 

« Questa leggiadra Venere 
Per te boccon non è ». 

L'altra Tantafèra è la Canzoncina del Dicembre, dialogo 
fra Marco e vSucchiellino. « In casa Cecalònaci (è Succhiel- 
« lino che parla) fu detto : Marco è un codino, Marco è un 
« buffone... Marco è un rompicollo, Marco è un ignorante. 
« In casa Pillacheri fu detto : il Piovano Arlotto è un vero 
« missionario di Mammona, un sovvertitore dell'ordine, un 
« nemico del trono e dell'altare... un fautore della licenza, 
« un ciompo, un arrabbiato, un giacobino. Nel caffè di via 
« Vacchereccia fu detto : Il Direttore del Piovano Arlotto 
« ha beccato un tanto per quello scritto sciagurato sulla 
« Cenerentola... e voleva esser fatto qualcosa anche lui... 
« Una sera poi al caffè della Cananèa la scena fu più gio- 
« conda che mai. Un tal cattano o valvassore... quel Marco 
« (diceva) è la Campana del Bargello, e non è mai con- 
« tento di nulla... Marco ha fatto opera di cattivo citta- 
« dino ///. questi momenti, poiché se quella persona che voi 
« sapete non avesse tanto in mano, non opererebbe come 
« opera : // regno forte è certissimo che non va a genio a 
« Marco, e non è da dubitare eh' egli sia rosso più dello 
« scarlatto ; la concordia è per lui un peccato, la perseve- 
« raìiza un delitto, la tranquillità uno sproposito. E un bi- 
« scazziere : Se questo Marco è la Campana del Bargello, 
« noi gli faremo rispondere dalla campana della misericor- 
« dia : vedrete, vedrete, una di queste sere, come si con- 
« ciano pel di delle feste i traditori della patria e i nemici 
« d Italia. Bisogna dare un esempio : in questi momenti ci 
« vuol concordia e ordine, e l'uno e l'altro ci hanno a esser 
« di riffa; anche a furia di legnate ». Marco sorride e fuma ; 

Rondoni 6 



82 CAPITOLO IV 



Succhiellino attizza il fuoco, e canta la canzoncina popolare 
del Dicembre in modo canzonatorio : 

« Il primo di dicembre è Santo Sano, 
11 quattro Santa Barbara beata, 
Il sei S. Niccolò che vien per via, 
Il sette S. Ambrogio da Milano, 
Agli otto Concezion Santa Maria, 
Ai dodici convien che digiuniamo, 
Perché il tredici abbiam Santa Lucia ; 
Il ventun S. Tommè la chiesa canta. 
Il venticinque abbiam la Pasqua santa. 
Il ventisei S. Stefan lapidato. 
Il trenta S. Firenze della rapa. 
Ed il trentuno S. Silvestro papa ». 

Marco chiosa ognuno di questi detti e prega ciascuno 
di questi santi, e qui la satira politica e sociale sfolgora 
irrefrenabile. « Oh ! volgete uno sguardo pietoso di tene- 
re rezza all' abbandonata plebe che popola tutta la terra 
« (cosi parla a Dio pel Natale), e che invece di pane man- 
« già la sua miseria, e invece della parola di Dio, che le 
« rischiara la mente, confondesi nell' errore, e s' imbestia 
« nel vizio. Alla campagna brulicano dappertutto i conta- 
le dini affaticati e gementi ; nelle viscere della terra sono 
« sepolti vivi i cavatori di metalli ; dentro le officine innu- 
« merabili si stremano gli operai nel sudore della loro 
« fronte ; il mare è un elemento di affanni, un campo di 
« pericoli, un sepolcro aperto alle misere ciurme ; la guerra, 
« eh' è l'arte del fratricidio, si esercita per forza dai figli 
« del popolo per decimarsi fra loro. Tutto questo è un ol- 
« traggio alla vostra dottrina, alla vostra vita, alla vostra 
« morte, una negazione di Dio sulla terra. Noi vi pre- 
« ghiamo che le nazioni dei vari popoli sieno costituite 
« come tante grandi famiglie, legate con amore fra di loro ; 
« che la giustizia, la libertà e l'uguaglianza si fondino una 
« volta nel comune consorzio delle genti; e che la vostra 
« parola di verità e di vita non sia più uno scherno nella 
« bocca dei vostri nemici ; non un argomento di frode pei 



IL PIOVANO ARLOTTO » 



83 



« falsi preti che ci aggirano, né di oppressione pei crudeli 
<' tiranni che ci conculcano. Amen... ». 

E questo il suggello di quanto espose in un dialogo 
Della Misericordia, ove giunge ad esclamare che « verranno 
« i tempi in cui la carità che chiamiamo pubblica e pri- 
« vata, lasciando la divisa di una carità comoda e bugiarda, 
« prenderà atteggiamento e virtù di legge e di diritto », 
ripetendo con S. Agostino : « melius est ut nullus sit mi- 
« ser, quam ut tu facias misericordiam ». Tanto è vero che 
certi principii democratici e cristiani sono antichi e nuovi 
e comprensivi quanto e più della democrazia cristiana. 

Quanto poi a S. Firenze della rapa prosegue : « In fatto 
« delle rape è lecito asserire che in questa città ce ne sia 
«il mercato grande: e che ad un' ora al giglio fiorentino 
« sia stata sostituita una rapa... Comunque sia, noi vi chie- 
« diamo, o S. Firenze, patrono augusto di questa città, di 
« far SI che il giglio rosso, che tiene sotto la zampa il già 
« temuto Marzocco, sia un giorno o l'altro il solo segnacolo 
« della nostra salute, e il simbolo di quella libertà ch'ebbero 
« si cara i padri nostri. Amen... ». Ed infine : «OS. Sil- 
« vestro... Deh ! supplicate in ginocchio e colla testa per 
« terra l'Altissimo Iddio, che come voi siete l'ultimo santo 
« e r ultimo papa che chiudete l'anno, cosi Pio IX sia l'ul- 
« timo principe temporale degli Stati romani. Voci di dentro : 
« La forza ! » Marco è arrestato, ma partendo rivolge, col 
suo solito riso, a Succhiellino che piange, queste parole : 
« Succhiellino, va giù al pian terreno, dà un'occhiata alla 
« Capannuccia del nostro buon Piovano, e vedrai che il 
« Palazzo del re Erode, nonostante i puntelli che ci furon 
« messi, è barato. Addio ».' 

Il Piovano pare adunque che avesse, come il Giusti, in 
cima del pensiero la repubblica ; ma intanto continuò al- 
lora e poi a protestare di volere col Guerrazzi la monar- 
chia colla più larga democrazia, e che per questo, e non 
per altro, s' imbizziva contro le mezzecode, i moderati, i 

i Voi. II, pag. 689 e 741. Voi. Ili, p. 400 e sgg. 



84 CAPITOLO IV 



gov^ernanti, e più specialmente contro il Ricasoli, al quale 
fini per sciorinare La galleria del Piovano Arlotto venduta 
al pubblico incanto, con una serie di incisioni esilaranti, fra 
le quali un' immagine del Barone della Trappola, ed un 
quadro // Segretario antico e il moderno, eh' è un parallelo 
fra Celestino Bianchi e il Machiavelli. Accostossi poi sempre 
più al partito che dicevasi di azione, pubblicò un articolo 
sul Garibaldi di G. Montanelli, che riuscì una delle cose mi- 
gliori dello scrittore fucecchiese; difese il Guerrazzi, ebbe 
per collaboratore il Gironi ; bollò i giornali avversari col- 
l'epiteto di « baldracche di carnevale » e i faccendieri al- 
lora di moda « Giuda condotti a nolo a un tanto 1' ora 
« come i fiaccherai » ; rievocò le memorie della Giovine 
Italia, eh' ebbe (cosi dice) in Toscana grandissimo favore, 
e quindi stanco e deluso si spense. Scagliò un'ultima frec- 
ciata al Cavour coi Due Camviilli, componimento tragico- 
mico politico, nel quale finge che certo Cammillo Tarchi, 
fiorentino, che visse dicendo male di tutto e di tutti, fe- 
risca a morte il gran conte. Appare il Làchera, rappresen- 
tante del buon senso popolare, gridando : « Eccolo il vero 
medico! », ed un coro d'Italiani intuona: 

« Se avvien qualche sinistro 
Sarà di certo il Làchera 
Fatto primo ministro ». 

Prima di comporre nella bara il Piovano, dobbiamo, 
ponendo da un canto la politica, nella quale non riusci 
sempre felice, dare ancora un ultimo sguardo agii altri 
suoi aspetti geniali e multiformi. 

Fra le politiche procelle non dimenticò mai il culto di- 
sinteressato delle buone lettere, gli antichi testi, ignoti o 
quasi, che riprodusse alacremente, i tipi popolari, le sfer- 
zate agli accademici insulsi e pedanti, le tradizioni della 
nostra grande arte musicale, che anzi coi tempi nuovi 
trattò con nuovo ardore ed efficacia tutti questi soggetti 
maestrevolmente. 

Giov. Paolo Lucardesi, vissuto nel secolo xvili, passò 
alla posterità col soprannome di Bietolone. Era maestro di 



« li, PIOVANO ARLOTTO » 



scuola al Borgo a Buggiano, ed ebbe la sciagurata idea di 
appuntare alcune coserelle in uno scritto del Dottor Ber- 
tini. Apriti cielo ! Il Bertini si mise a rispondergli, e com- 
pose contro di lui la Giampaolaggine. Né basta : il Carli, 
autore della Svinatura, avuto in mano uno sciagurato so- 
netto di queir abate maestro, te lo conciò pel di delle fe- 
ste. È vero che se lo meritava dacché in quel sonetto 
venne fuori col Cristo crocefisso e trino; di che si fecero 
scede infinite. Ora il Piovatw pubblicò una collana di poesie 
burlesche inedite del Carli col titolo : // Campanaccio so- 
7iato dair Accademia dello scherno per la festa del Cristo trino ; 
eppoi un' epistola di Fra Disciissio Amaravalde ed il Maggio 
di Bietolone, materia utilissima per la storia delle nostre let- 
tere, e che esilara anche oggi come già rallegrò anche di più 
i nostri avi. E poiché tutti i tempi si somigliano, ne prese 
argomento per beffarsi argutamente di un altro prete che, 
nell' aprile del 1859, con un sonetto e due epigrafi emulava 
il Lucardesi. Ed infatti, nel sonetto, diceva del Cristo : ' 

« Ma lo conosci ? E, fra due ladri un ladro. 
E tutto l'orbe al suo morir tremava! 
Che Dio fosse vorresti ? O Dio leggiadro ! » 

Né meno ameni e degni di esser conservati come do- 
cumenti della umana stoltezza sono i quattro sonetti di 
Paolo Garelli a Gino Capponi, al Ricasoli, all'Arno ed a 
Cosimo Ridolfi. Volendo lodare li mette in canzone. 

Agli Accademici melensi e boriosi l'accocca coW Acca- 
demico, caricatura morale riuscitissima, dove opportuna- 
mente si ripete : « Ci-git Piron qui ne fut rien — Pas 
« mème académicien », e quindi in eccellente italiano reca 
tradotta la Lettera del Courier ai signori deW Accademia delle 
inscrizioni e belle lettere, premettendovi una salata prefa- 
zione. Ed a proposito di Accademie e di Accademici non 
dimentica la Crusca, lamentando gì' indugi protratti nella 
compilazione del vocabolario.^ 



' Voi. II, pagg. 291, 350, 446. 
^ Voi. II, pag. 667 e seg. 



86 



CAPITOLO IV 



Fra i tipi popolari scelse Luigi Zanobini antiquario e 
poeta, uno di quelli che, come il Niccheri ed il Lachera, 
sono affatto scomparsi e da un pezzo, talché è ufficio di 
storia non schiva e superba raccoglierne l' immagine a com- 
pletamento di quella di un' età intiera. Anche lo Zanobini, 
gobbo ed antiquario, pizzicò di poeta, tantoché redigeva 
in sestine la sua Agenda del 1859. Udite il ig Marzo: 

« Nell'andare alla messa, per disgrazia 
Incontro un creditor sul cimitero ; 
r lo saluto allor con buona grazia: 
Lui non risponde; poi con modo altero 
Mi dice : Non sapete ? io pur son quello... 
Che!... rispondo: Non sente il campanello?»' 

La critica musicale (de' teatri di prosa il Piovano si 
occupa meno) negli ultimi tempi del giornale si affina, 
si eleva ed offre considerazioni e dottrine da farne te- 
soro ogni storico e studioso della musica, ogni maestro 
e cantante. In una delle Tantafère, ove discorre di tutto 
un po', ragiona sulla Semiramide del Rossini e sulla esecu- 
zione che se ne faceva a Firenze. E nella Cronachetta tea- 
trale di Cecco, cane di j\Iarco, confermando le lodi della 
Fricci, della Dori, esimie cantatrici, cita uno di quegli 
aneddoti, eh' è si utile e curioso ricordare, e de' quali tanti 
rimangono sepolti nelle pagine de' vecchi giornali. Ai tempi 
della occupazione austriaca la Goldberg Strossi cantava 
alla Pergola, raccomandata dall'ambasciatore austriaco. La 
polizia aveva messo il teatro in stato di assedio. I Fioren- 
tini risposero col ridicolo, mandando fuori questa Notifi- 
cazione : 

« Pacifici e prudenti cittadini. 

Comanda espressamente Sua Eccellenza 

Il residente d'Austria qui a Fiorenza, 

Che a tutti i Pergolini, 

Piccin, mezzani e grossi 

Debba piacer la Goldberg Strossi; 

E a chi non piacerà, 

* Voi. II, pag. 731. 



IL PIOVANO ARLOTTO 



87 



Chi non applaudirà, 
Chi fischierà, zittirà, ciucerà. 
Di Lesa Maestà reo si terrà, 
E stia certo che mal la passerà, 

Dunque giudizio : io per me ve 1' ho detto, 
Sarà peggio per voi, se vo' sarete 
Disobbedienti agli ordini. 

Il Prefetto » . 

L'esecuzione della Semiramide nel 59 fu tale (dapparte 
le brave Dori e Fricci) che « Arsace (cosi Cecco), escito 
« appena dalle quinte e data un' occhiatina attorno, ebbe 
« proprio ragion di dire con un sorrisetto malizioso sulle lab- 
« l)ra : Eccomi alfine in Babilonia !... Il mio amico Pecori, 
« nel far da ombra di Nino, si porta come un angiolo ; e 
« si può afìermare che nelle parti di morto non ha chi lo 
« superi ; ma Dio ci scampi quando si ricorda di esser 
« vivo ! La tomba di re Nino è la sua vera nicchia, e chi 
« lo levasse di H commetterebbe un sacrilegio »/ 

Del resto a volere esporre i pregi della critica musi- 
cale del Piovano^ occorrerebbe un intiero capitolo ; ed a chi 
voglia persuadersi che questa non è esagerazione, basti ri- 
cordare Un esercizio vocale e stritmeìitale nella sala della So- 
cietà filarmonica fiorentina, alla quale die il Piovano preziosi 
consigli, e le pagine ove si dichiarano le bellezze della Ce- 
nerentola: « Qui la semplicità si avvicenda colla furberia, 
« la compostezza del sembiante e la trepidazione dell'animo 
« colla follia e con la vanità, i lampi di un tenero affetto 
« colle intemperanze di una sciocca vanità e della ridicola 
« prepotenza... il sorriso finamente attico col baccheggiare 
« alla libera. Di fronte al Barbiere di Siviglia, i colori ge- 
« neralmente sono più caldi ; l' impeto quasi non mai rat- 
« tenuto ; i caratteri più fortemente staccati fra loro ; l'arte 
« meno occultata dall'arte, e meno imbrigliata la immagi- 
« nazione dall' intelletto ; forse più varietà in tutta la specie 
« dei particolari; ma no certo quella suprema unità nella 

» Voi. II, pag. 360 e seg. 



88 



CAPITOLO IV 



« varietà, mercé della quale il Barbiere tiensi oggimai uno 
« dei più perfetti e maravigliosi capolavori della umana 
« fantasia ».^ 

Dopo aver letto i tre volumi di questo giornale, a parte 
certe opinioni politiche che in fondo non guastano il ga- 
lantuomo, almeno per chi della politica non si faccia l'unico 
Dio o non sacrifichi alle forme, che sono transeunti, la vera 
ed intima sostanza, vien fatto di sentire e di concludere 
che il Piovano, morendo, meritò per davvero il Laus Deo, 
col quale finisce, e che gli mandava da Passy Giovacchino 
Rossini, scrivendolo di suo proprio pugno e carattere, 
V Addio del Tommaseo alla sua bara, un bel De Proftmdis 
di Angelo Brofferio ed una lunga orazione funebre del 
Guerrazzi, troppo lunga, se vuoisi, ma che rivela qua e 
là la midolla del leone. Sentiamo che meritò le lodi della 
Sand e di Victor Hugo, e che il Tommaseo confessasse 
« ci ho imparato io, e a rileggerlo e' imparerei ;... e eh' era, 
« almeno in parte, qua e là opera d'arte... che se sbagliò 
« fu per conto proprio, e che colla scienza ebbe il senti- 
« mento dell'arte musicale », mentre il Brofferio, più caldo 
sempre ed enfatico, aggiungeva, rivolto al Signore : « La- 
« sciateci il Piovano, e prendetevi tutti i ministri ; lascia- 
« teci il Piovano, e pigliatevi tutta la Camera dei Depu- 
« tati ».^ Il Piovano, come scrisse il Muzzi nella sua epigrafe: 

LAMENTÒ CALCATI I VALENTI ED I BUONI 

E SOLLEVATI GL' INETTI ED I PRAVI ; 

NELLE BELLE ARTI NOVITÀ VANDALICHE RIVELÒ 

E MENDACI LE LODI A CHI LA MUSICA 

INDEGNAMENTE COMPONE ED ESEGUE. 

MORIVA STANCO DI ATMOSFERA MEFITICA, 

NON FALLACE l' UNITÀ D' ITALIA PREGANDO 

E l' INTEGRA DI LEI LIBERTÀ. 

Se il Tommaseo v' imparava, è segno che e' era del 
buono. Stimo adunque dovere, aver richiamata l'attenzione 

> Voi, II, pag. 624. 

2 Voi. Ili, 820-824. I-' Hugo chiamò il nostro giornale, « une de 
ces rares publications... qui tendent à élever l' horizon des peuples ». 
V. p. 762, 64. 



« IL PIOVANO ARLOTTO » 



89 



SU questo periodico, del quale ora forse appena in Toscana 
si pispiglia, che anzi se il Piovano volesse o potesse ritor- 
nare ancora sulla terra, sarebbe sempre il benvenuto, che 
molte delle storture eh' ei tentò raddrizzare « con sicuro 
« viso », sono per avventura più storte che mai, tanto che 
un sol Piovano forse non basterebbe ed occorrerebbe un 
energico proposto. 

L'ultimo quaderno fu pubblicato il di primo di aprile 
del 1862. Quanto al Guerrazzi è da notare che in Genova, 
pei tipi di Mario Giuseppe Rossi, 1860, usciva in opuscolo 
col titolo : F. D. Guerrazzi difeso da Messere Arlotto Mai- 
nardi Piovano di S. Cresci a Maciuoli, con un Prefazio, 
una lunga apologia del fiero e potente scrittore livornese, 
e pubblicata altresì con vignette nel nostro battagliero pe- 
riodico. Tra i molti e vari consigli lasciati dal Piovano, 
ne cito uno solo, un proverbio : « Zòccoli, bròccoli, buon 
« cappello, e far le viste di non aver cervello ». Egli però 
non lo seppe applicare. 



CAPITOLO V 



H Cajffèf La Strega, La Zanzara 
e La Torre di Babele, 



Tacendo della Speranza, che non ha caricature, né fu 
veramente umoristico, come parve al Bigazzi, ma offre 
solo qualche accenno umoristico, accenniamo al Caffè, il 
quale, come La Lanterna di Diogene, cessò in tronco poco 
dopo il 27 Aprile, e perciò solo in parte rientra nel quadro 
che stiamo abbozzando. Apparve il 4 Giugno 1858 col ti- 
tolo di Giornale artistico, letterario, lunoristico con litografia 
e musica, e si pubblicava settimanalmente, ogni Venerdì. 
Amministratore ne fu certo Pesci, editore responsabile il 
Bencini, che lo pubblicava nella propria tipografia, ed ebbe 
la Direzione e distribuzione in via del Palagio; direttore 
ne fu Cesare Barini. Da principio distribuiva ogni mese 
agli abbonati una litografia ed un pezzo di musica ; poi 
soppresse l'una e l'altro, e si fregiò di piccole caricature 
talora non prive di grazia. Costava sei crazie il numero, 
e sedici lire per l' abbonamento annuo. Assunse per testata 
dal n. 15 una tazza fumante di caffè con una penna ed 
una matita incrociate. 

Ecco come si annunzia : « Cosa è questo Caffé ? Cosi 
« esordiva il chiarissimo Pietro Verri nel Programma del 
« periodico milanese... Cosa è questo Caffè sentiamo do- 
« mandarci noi... Questo è un nuovo giornale che occuperà 
« piacevolmente... Lo scopo e i motivi della sua creazione 
« son quasi i medesimi. In un caffè nacque il progetto... 
« Fra noi il caffè non è per uso di una casta esclusiva. 
« Lo beve l' artigiano e l' alto personaggio... Come la be- 



« IL CAFFÈ » 91 

« Vanda cosi il giornale sarà adattabile a tutte le intelli- 
«- genze... vario negli scritti suoi... varrà a fare quello 
« che deve fare un giornale, cercherà di correggere le cat- 
« tive abitudini, frusterà a tutta possa il vizio, darà una 
« mano alla virtù, parlerà delle opere letterarie, artistiche 
« e scientifiche che verranno alla luce... Al serio uniremo 
« il faceto, alla dissertazione il romanzo, alle massime e 
« precetti la cronaca della settimana, la rivista teatrale, e 
« le nostre osservazioni e desideri ». ' 

Il Ca^'è era un giornale apolitico, né vi s' incontrano 
allusioni frequenti come nel Passatempo, nella Lente e nella 
Lanterna di Diogene alla vigilia della rivoluzione. La fac- 
ciata del Duomo, il monumento a Dante, i teatri, e fra 
questi le fortune del Pagliano, o teatro delle antiche Stinche, 
sorto proprio in quegli anni, il Carnevale, le donne, i lions 
o zerbinotti, letteratura e varietà, sono gli argomenti che 
lo interessano, e la sua è una satira, anziché politica, so- 
ciale. Ecco il sommario di uno dei suoi articoli, Attualità. 
« La vita - Bisogna girare - Fortis - Maffei - Le pro- 
« cessioni - Le donne - I mariti, i Lions e i borsaiuoli 
« - Thiers e Proudhon - Il Signor Timoleone e la Si- 
« gnora Agata - Madre e figlia - Un mercante di olio 
« ed una trappola - La buona società ». ^ 

Comprendendo che il giornalismo italiano dovrebbe 
avere per principale scopo quello di far conoscere agli abi- 
tanti di un paese italiano ciò che si fa negli altri, dichiara 
di procurarsi corrispondenti dalle principali città italiane ; ^ 
ed infine, come altri suoi confratelli, pubblica dialoghi po- 
polari in dialetto cianesco, veri quadretti di genere e di 
costumi. 

Per quanto apolitico, ingrossando i tempi, e quando la 
politica entrava in tutti i discorsi e si respirava nell' aria, 
il nostro giornale fini sul chiudersi del 58 e nei primi 



1 N. I. 

2 N. 2. 

3 N. 8. 



92 CAPITOLO V 

mesi del nuovo anno per seguire la corrente. In una vignetta 
/ Sogni s' immagina dormente e sognante una lezione 
orale di storia dinanzi al popolo affollato in una sala, quasi 
intuendo le future università popolari, o meglio la lezione 
che la Toscanina si accingeva a dare al Granduca, che fu 
storia fatta e compiuta mirabilmente. Per contrapposto ai 
Sogni pone quindi la triste Realtà, monelli che si picchiano 
e giuocatori di carte, a significare che vagheggiava il po- 
polo non ozioso e corrotto, ma evoluto e colto, cosciente 
e compreso dei nuovi italici destini. ' A Ernesto Rossi 
poi, che allora recitava applauditissimo i drammi del sommo 
tragico , inglese, osservava giunta 1' epoca « di esser ita- 
« liani veramente con tutta l'anima ». ^ 

Muore il 58 ; era apparsa una cometa, ed il giornale 
nota che forse quella coda immensa era foriera di qualche 
grande avvenimento ; sorge il 59 fortunato e glorioso, ed 
il nostro disegna la Quaresima che spazza « arlecchini, 
« pagliacci, stenterelli, maschere, parrucche con coda e 
« senza, e gli altri luridi avanzi del Carnevale ». Indi col 
1° Aprile raffigura Un Calzolaio e un Cordonnier (Napo- 
leone III). Dice quest' ultimo al calzolaio, che ha in mano 
uno stivale : « Amico, ecco un paio di tenaglie ed un pe- 
« dale ; ti saranno opportune ». E 1' altro : « Bene ! Le te- 
« naglie mi serviranno per togliere questo corpo estraneo 
« dallo stivale!! »3 Una poesia Si va avanti! imitazione del 
Giusti, intuona : 

« E lo slancio, il volo ardito 

Insaziabile prurito 

Son di questo secolo ; 
Il pretender di mandarlo 

A ritroso.... rincularlo 

Si direbbe è inutile », 

Nel numero del 30 Aprile narra senza enfasi la rivo- 
luzione accaduta, osservando : « Era un principio che si vo- 

' N. 8. 

^ N. 18. 

3 N. 31, 41 e 44. 



«IL CAFFÈ», e IL BUON GUSTO» 93 



« leva vittorioso ; il popolo comprese la sua missione e si 
« rese degno de' più sentiti elogi. ' Ecco un giorno che 
« andrà solennemente celebre nei fasti della patria nostra ». 

Indi offre la vita e il ritratto del Cavour, e sparisce 
nel vortice che inghiottì allora e poi tanti suoi confratelli. 

// Buon Gusto, vissuto a lungo, dal 1851 al 1864 e 
diretto da Cesare Bordiga, non fu, come accennammo, un 
vero e proprio giornale umoristico, come quelli che formano 
argomento di questo studio, tuttavia per gli anni 1858, 59 
e 60, ebbe spunti e motivi da non passare totalmente sotto 
silenzio. Nel maggio del 1858, a proposito del porco delle 
Logge di Mercato Nuovo, osservava : « Oh se a qualche 
« animale di razza poco dissimile dalla porcina fosse per- 
« messo cambiare la testa! Chi sa le belle cose che si ve- 
« drebbero! E pregato il Signor Papi a tener sempre pronta 
« la fornace » (il Papi era un celebre fonditore di statue in 
metallo) « e bollente il liquido perché delle teste logore o 

<^ torte da gittar giù o da rifare ce ne sono molte Dai 

« porci si è incominciato, e con qualche altro più grosso 
« animalaccio si deve andare a finire ». Certamente si allude 
al Granduca. Poi nel marzo del 59 aggiungeva: « La Pri- 
« mavera sia feconda per noi di splendide e gloriose no- 
« vita... teatrali ». "" 

Dopo la rivoluzione dice : « Ora che i tempi sorridono, 
« questo giornale cercherà di esser ilare, o come voglia dirsi 
« umoristico » , ma poi non attiene la promessa, e occu- 
pandosi sul serio di lettere e di teatri, e, pur svolgendo 
argomenti patriottici, non entra direttamente e risolutamente 
come i suoi confratelli in politica. 

Dopo aver polemizzato col Passatempo, che chiama 
Sciupatempo, ha schermaglie col Lampione e colV Arlecchino, 
col primo perché aveva trovato materia di riso nell'aggres- 
sione e bastonatura di quattro pacifici cittadini, fra i quali 
era un fanciullo, che fuggi a stento, indiziati come codini; 



' N. 45, 47 e 48. 

2 1858, n. 38 e 1S59, n. 33. 



94 CAPITOLO V 

col secondo per certi suoi plagi, come il Cenno storico sulla 
famiglia Bonaparte, tolto pari pari ddlV Italiano. Al Lampione 
giustamente intuona: « Ai fautori del nuovo ordine di cose 
« questi casi dovrebbero incutere spavento » (e cioè l'ag- 
gressione mentovata). « Ove gli aggressori fossero mossi 
« da vero amor di patria non si eserciterebbero ad afifron- 
« tare il cittadino sulle pubbliche vie; ma correrebbero là 
« dove il Tedesco preme il piede sul collo dell' infelice 
« Venezia ». Tanto è vero che se in quella rivoluzione pa- 
cifica qualche eccesso vi fu, subito trovava fra i liberali 
chi lo deplorava altamente. 

Di ogni eccesso fu proprio nemico il nostro giornale 
con vero buon gusto. Indi se la piglia, anche troppo, con 
certi « giornalucci {acci meglio), che strascicano miseramente 
« la vita », e con certe « caricature insulse, laide, empie... 
« attaccate a quasi tutti i negozi dei tabaccai » . ' Del resto 
il Buon Gusto meriterebbe uno studio a parte. 

La Strega è solo in parte scherzoso ed umoristico, prin- 
cipalmente per le caricature dovute a Puntura, che sembra 
pseudonimo di qualche oscuro artista di buona volontà. 

S'intitola infatti Giornale semiserio, umoristico, e com- 
parve per la prima volta il 15 Ottobre del 1859. Si pub- 
blicava ogni settimana il ÌMartedi, il Giovedì e il Sabato ; 
ma durò poco, per soli 9 numeri, stampandosi alla tipo- 
grafia Fioretti, ed avendo per responsabile certo D. Cas- 
suto. Un numero separato costava centesimi 20 ; l'abbo- 
namento mensile in Firenze era di L. i, annuo L. 20 ; 
fuori L. 2,20 e L. 22.40. 

Si propone di darla ad intendere anche a chi non vuole 
capire, ma sta col governo ed è credente e liberale. Proprio 
in quel momento di unanimi e vigorosi consensi la oppo- 
sizione non ha quasi voce in capitolo. 

' 1859, n. 35, e 1860, n. 15 e 47. Nel n. 19 di quest'anno in un 
articoletto L'Italia cocomeraia deplora lo sconcio di un venditore di 
cocomeri che avea posta la figura dell'Italia coU'elmo e la spada su 
tre cocomeri, e quella di un galletto che raspava un pezzo di cocomero 
bianco, rosso e verde, con allusione a Nizza e Savoia cedute allora 
alla Francia. Gli sembra « vera profanazione ». 



« LA STREGA » 95 



Nella Spiegazioìie riguardo a me dichiara di esser chia- 
mata la strega perché giovinetta bellina e carina, come 
un fioretto di primavera, « tutti mi corrono dietro... ma, 
« salvo la debolezza di condurre a spasso codesti far- 
« falloni amorosi, nessuno può dir nulla de' fatti miei. Mi 
« hanno offerto danaro e magnifici doni, ed io ho riso e 
« ricusato... Ala chi lo credereblae ? Costoro invece di fug- 
« girmi mi hanno meglio che mai corteggiata... Indi la 
« invidia delle mie pari si è immaginata che io sia stre- 
« gata... e di questo vado superba ». ' 

Anche la Strega batte sul chiodo degl' impiegati rea- 
zionari che cercano tutti i modi per danneggiare il nuovo 
ordine di cose. La reazione, con logica di ferro, avea licen- 
ziati ed esiliati tutti i liberali ; ora si è fatto tutto il con- 
trario. Paragona retrivi e liberali {^Rettificazione d'idee), e 
rileva che pel liberale « la legge è la sua norma, la giu- 
« stizia il suo sospiro, la libertà la sua vita, i suoi diritti, 
« la sua gloria, i suoi doveri il suo orgoglio... Egli non 
« vive se non che di amore fraterno, non ha sete se non 
« che del bene altrui... non sogna se non che comune fe- 
« licita ed allegrezza ». ^ Colla storia di un'antica famiglia 
dilapidata da un barone amministratore, allude alla To- 
scana ed alla Italia, che ha concluso una buona volta : 
« Revochiamo il mandato conferito dai nostri antenati, e 
« ci rivestiamo dei nostri pieni diritti di padronanza asso- 
« luta per tornare alla libertà intera delle nostre azioni. 
« Tutti i nostri fratelli e parenti atti a portare le armi sono 
« incaricati della esecuzione del presente decreto ». Chiede 
fabbriche di armi, ed istituisce un curioso parallelo con 
relativo bilancio tra i facoltosi che spendono bene e quelli 
che spendono male il proprio denaro ; fra il bue d' oro, che 
dà più al cuoco ed al cocchiere che al maestro dei figli, 
e il savio cittadino che fa buon uso della ricchezza a van- 
taggio del pubblico bene. 3 

' N. I. 

2 N. 2. 

3 N, 2 e 3. 



96 CAPITOLO V 



Si prefigge di ammaestrare il popolo nei doveri di ci- 
viltà, ed intanto nella Conversazione fra due reduci ed un 
galantuomo^ al reduce che non intende tornare ad arruo- 
larsi neir esercito poiché non gli piace la vita di guarni- 
gione e perché da sergente com' era sotto Garibaldi lo fa- 
rebbero comune, il galantuomo fa comprendere che anzi- 
tutto è necessario compiere il proprio dovere : « Servite il 
« vostro paese con amore (esclama), e, tornando orgoglioso 
« dalla battaglia, dite : Voi mi negaste un grado ; eccovi, 
« signori, io me 1' ho guadagnato sul campo ; me lo ricu- 
« serete voi ora ? » ^ 

Aborre dal regionalismo, e ad uno che sente di cattivo 
odore regionalista e che gli osserva : « Cosicché voi cerche- 
« rete una Italia ? » risponde : « Nello stesso modo che voi 
« cercate il vostro stato soltanto. — E se l' Europa si op- 
« pone ? — Ed io vado avanti e il fatto compiuto potrebbe 
« avere un valore che nessuno osasse di contrastare »... I 
vecchi principi sono ornai « gente morta». Essi «morirono 
« da veri nemici a Solferino ». 

Raccomanda il milione dei fucili. Vi concorra il popolo ; 
si aprano sottoscrizioni nelle oi^cine. « Cotesto denaro è 
« sacro. Un milione di fucili è una semplice espressione, ma 
« diventa un milione di fatti ». 

I contrapposti ed i paragoni sono il debole del nostro 
giornale, quasi sempre senza brio e senza inventiva, ma 
sempre però saturi di patriottismo. Maria e Giulia son 
due fanciulle delle quali l'una vuol subito sposare l'amante 
affinché non parta pel campo, l'altra lo licenzia perché 
non vuol partire, ma poi fa la pace con lui quando torna 
a presentarglisi vestito da soldato e pronto a marciare. ^ 

Sollecita della istruzione popolare, la buona Strega al 
popolo appunto di preferenza si rivolge, indicandogli i pe- 
ricoli, fra i quali il troppo buon cuore potrebbe cacciarlo. 
« Sappi, popolo mio, che io cattolico sono, delle magistra- 

■ N. 4. 
= N. 5 e 6. 



e LA STREGA » 97 



« ture cittadine devoto, amante dell'ordine morale e civile; 
« come tale aggiungi esser io della mia patria più che ogni 
« altra cosa amantissimo ». Deplora cogli altri giornali la 
stolta persecuzione, dopo le stragi di Perugia, contro i bru- 
ciatai del Canton Ticino, e perciò italiani, soliti a venire 
a Firenze in autunno a vendere i marroni, da parte della 
plebe ignorante aizzata dai mettiscandali per turbare la mi- 
rabile serenità di quel momento solenne, ed in proposito 
ricorda, come esempio di funesta ignoranza, il fatto di 
un italiano che, atrocemente insultato in una città di 
Oriente, uccise l'avversario, donde tale eccitamento di fu- 
rore contro i suoi connazionali, che cessò solamente quando 
l'infelice fu visto pendere dalla forca. 

Espone in appendice le Vittiiiie di U7ia passione, romanzo 
domestico, e qua e là negli articoli ha qualche frase e 
proverbio oggi divenuto raro e, credo, dimenticato, come 
questo : « Non si domanda nemmeno se il medico vada vo- 
« lentieri agli ospedali », nel senso del noto « invitare la lepre 
« a correre ». ^ 

Se povero è il bagaglio letterario del modesto giorna- 
letto, vivaci ed argute riescono le rare sue caricature, che 
Puntura, {chi era costui ?) sembra non facesse di buona 
voglia, tanto è vero che non disegnò mai il ritratto della 
Strega, che pur essa fino dai primi numeri aveva promesso, 
e neppure l'album colle vignette colorite. Anzi è curiosa 
una lettera della Strega a Puntura, "" esortandolo a cessare 
dal suo puntiglio (non per nulla si chiamava Puntura) e ad 
accorrere in suo aiuto. ^ 

Ma vediamo le caricature. La prima è un soldato fran- 
cese che dà un ceffone ad un austriaco, dicendo : « Ma che 
« non intendi che dentro uno stivale non ci deve stare che 
« una gamba sola ? » Segue un vecchio personaggio corpu- 
lento, un prete, ed intendi il papa, che mostra la gamba 
ammalata ad un chirurgo. Napoleone o Garibaldi, Il nostro 



' N. 6, 7, 8 e 9. 

2 N. 6 e 9. 

3 N. I, 2 e 3. 



Rondoni 



98 



CAPITOLO V 



caricaturista ama lasciare indeterminati i suoi personaggi, 
forse a scanso di seccature possibili. Intorno preti e cor- 
tigiani piangenti col re di Napoli, Franceschiello, un ra- 
gazzo col cercine. Dice il chirurgo : « È passata in can- 
« crena, e l'unico rimedio è tagliarla», e il vecchio: « Di- 
« ventar zoppo ora che sono decrepito — Eh ! se volete 
V campare qualche giorno di più ». Indi il re di Napoli, il 
solito ragazzo con in mano una provvista di pallottole 
tenta col papa di attraversare un precipizio su di una trave 
rotta. Il papa ha occhiali oscuri ed una benda. 

Nel n. 5 una signora col cerchio s' incamminava per 
una via, la via retta, mentre un codino, che prende per 
un' altra, la via di Giuda, l'addita ad un suo compagno 
dietro un' inferriata (la carcere), osservando : « Oh bella 
« avrei giurato che le gabbie erano in disuso. — I modisti 
<: del giorno dicono ch'è l'unico mezzo per mostrare lo sti- 
« valetto e la bella gamba che vi sta calzata ». Tutto ciò si 
riferisce ai tefiferugli per i cerchi delle signore, che si dis- 
sero istigati dai codini, ed all'incarceramento di alcuni di 
questi, i quali si meravigliano che, finito il loro regno, 
siano sempre di moda le gabbie {gabbia per carcere è co- 
munissimo in Toscana, ove si dice inetiere in gabbia o gatta 
buia per mettere in carcere), mentre la bella gamba e lo 
stivaletto alludono alla bella unità del classico stivale. Un 
po' astrusa questa caricatura, con un po' di attenzione, si 
rivela arguta e palpitante di attualità e di sensi patriottici. 

Si vociferò, s'intrigò per la restaurazione, e la Strega, 
eh' era sin dal 59 schiettamente unitaria come il Ricasoli, 
pubblicò una figura di donna (la Toscana) armata, con 
spada, cannoni e bandiera, e la scritta : « Se deve tornare 
« il mio antico padrone eccomi pronta per fare gli onori di 
« casa ». La vignetta non piacque, e vi fu chi disse che la 
Toscana pareva la Madonna dei Sette Dolori, eh' era troppo 
seria e simili. Allora la Strega ne tolse argomento per un 
dialoghetto, eh' è una critica di certe caricature alla moda. 
« Bisogna, dice, spaziare nello ideale, nel fantastico, nel 
« bizzarro... Bisognava far la Toscana col capo di leonessa 



LA STREGA » QQ 



« e qualcuno intorno a lei col capo di coniglio ». Si giusti- 
ficava della serietà, notando che qualche volta il Fischietto, 
babbo dei caricaturisti, si esprimeva in modo serio. ^ La 
Strega aveva ragione, e poteva citare, oltreché il Fischietto, 
il Lampione ed altri fra i migliori ; aveva ragione di com- 
battere lo stile di certi caricaturisti « con spropositi di ani- 
« mali e figure che non stanno né in cielo né in terra » 
come qualche volta si compiacquero di scombiccherare an- 
che certi nostri diari fiorentini, sfruttando i bassi geni del 
volgo e rendendoli anche peggiori, secondo che fanno presso 
a poco certi giornali nuovissimi colle notizie cosidette sen- 
sazionali. Insomma la Strega custodisce e difende le buone 
e sane tradizioni dell' arte. 

Le sue due ultime caricature rappresentano Leopoldo 
in pallone con cannoni, che gitta riforme, costituzione ed 
amnistie, osservando : « Se riesco a darla ad intendere ho 
« toccato il cielo con un dito » ; eppoi Una Provenienza da 
Zurigo. La diplomazia (solita brutta vecchia) viene a tro- 
vare l'Italia, ed esclama : « Oh, oh, figliuola, e' è del lusso. 
« — Sperava farti contenta colle più beile toppe », e l' Italia : 
« Nonna mia, abbiate pazienza, se ve l'ho fatta alla sordina. 
« Sono in procinto di sposarmi con un signore che mi ama 
« davvero, sollevandomi dalla miseria... Nonnina cara, do- 
« vendomi conformare al mio nuovo stato, non so più che 
« farmi delle vostre solite toppe ».^ Ne' particolari di queste 
caricature, ed è pregio loro non piccolo, v' è sempre un 
giusto ed acuto significato storico e politico ; le toppe al- 
ludono all'Italia divisa ne' sette confini, la nuova e ricca 
veste alla Italia unita e signora di sé, rinnovellata e re- 
dimita di gloria, come la Beatrice dantesca, la terza Italia, 
vagheggiata dal Mazzini, fatta sua dal Re Galantuomo, 
degna della gran madre Roma. 

Nonostante le sue poche e buone caricature la Strega 
fu una streghina pallida, slavata e clorotica, che fini presto 



' N. 7- 

= H. 8 e 9. 



lOO CAPITOLO V 



di anemia, il 13 Novembre 1859, e fu dimenticata in mezzo 
alla baraonda tutta gioconda de' suoi colleghi in giorna- 
lismo, più mattacchioni e robusti. Merita tuttavia un mesto 
ricordo che senza di lei a buon conto la lieta brigata non 
sarebbe completa. Il fatto suo seppe dirlo, e forse per con- 
durre vita più lunga ed intensa non le mancò altro che 
il fugace sorriso della fortuna. 

La Zanzara e la Torre di Babele furono due giornaletti, 
che, sorti nel 60, pubblicarono in quell'anno solo pochi 
numeri, né godettero del favore del pubblico come il Lam- 
pione e la Lente. La Torre di Babele fu di opposizione si- 
stematica ed aperta al governo, la Zanzara investiga e 
punge storture ed errori, presso a poco come la Chiac- 
chiera, ma concordando in sostanza collo indirizzo che la 
coscienza nazionale preferiva. Del resto più che della po- 
litica generale la Zanzara si occupa della Toscana e di 
Firenze ; fa opera più specialmente regionale e paesana ; 
raccoglie, direbbe il Giusti, la braca e il fattarello. 

Il minuscolo giornale, che offre in testata una zanzara 
che pinza sul naso un signore, cominciò a ronzare il 7 Lu- 
glio 1860, giorno di domenica, e si pubblicava settimanal- 
mente. Aveva l'amministrazione accanto alla scalinata di 
Badia, si stampava nella Tipografia Spiombi, e suo gerente 
responsabile era Narciso Carrara. I suoi redattori si firmano 
Faustino, Chiù, Ronzino ; l' abbonamento per un anno va- 
leva L. 7 ; per un semestre L. 4,50 ; per 4 mesi 2,35 ; un 
numero separato centesimi 15. 

La Zanzara (cosi si annunzia) « vola, vola, e va a pp- 
« sarsi dove trova sangue corrotto da suggere, sia pure 
« sangue rosso, sangue bleu o sangue turchino... E libera 
« come r aria per la quale si aggira, e non teme nulla 
«perché nulla aspetta.... Vede gli studiosi respinti, gl'in- 
« triganti prescelti, gli amici di combriccola favoriti, im- 
« pieghi e cariche elargite a casaccio. Eppoi un' inutile 
« profusione di denari, un pandemonitim, un 7?iare magnum 
« di nuovo e di vecchio... un' immensa turba di Don Chi- 
« sciotti, di Gingillini, di giovani tratti a rimorchio dalle 



« LA ZANZARA » I O I 



« gonnelle, di uomini di buona fede, di uomini di buona 
« fama, di gesuiti in giubba, di asini d' oro, di scribi e 
« farisei... Tutti facienti a gara per mettere i piedi nel 
« paese della cuccagna... Vede deputati piòli, deputati che 
« aprono la bocca per far ridere, deputati col morso in 
« bocca e le redini in mano del cocchiere, ministri che 
« sonnecchiano, funzionari che dormono... Vede giornalisti, 
« che un tempo avevano le dita fuori dalle ciabatte, gittati 
« alla più nera opposizione non per principio, ma per far 
« sacco alle spese dei codini... ed altri ancora che per far 
« lo spirito non hanno nulla di sacro e di santo. 

« La Zanzara, aborrendo dagli estremi partiti, terrà 
« parola di tutto. Loderà i buoni, deprimerà i tristi, sma- 
-i schererà gl'ipocriti. Vuol libertà, non licenza; moralità, 
« non scandalo; religione, non ateismo... Italia sia grande, 
« ma abbia per base della sua grandezza il coraggio dei 
« suoi figli, la religione degli avi ; ogni civile e patriottica 
« virtù... I giornali debbono essere ciò che il foro agli 
« antichi... Si ride perché il riso è gran scuola ai costumi, 
« si dice ; Aristofane fece ridere il popolo, ma questo, uscito 
« dal teatro, volle che Socrate bevesse la cicuta... Dello 
« scherno bisogna usare a ragione... Invece non si distingue 
« l'individuo dalla casta, e ciò quando si dovea chiamare il 
« popolo alla vera libertà, eh' è il rispetto della opinione 
« altrui. Si confonde il cardinal Corsi (eh' ebbe fama di 
« ostinato retrivo) col povero prete morto sui ripari di 
« Palermo... Dunque si sa egli ridere ? Nò, e mille volte 
« nò. Si predica contro gì' impiegati ; ma quando il 27 
« Aprile rompemmo il giogo ozioso austriaco non volemmo 
« per noi gì' impieghi, gli onori, le cariche. Nò, noi vo- 
« lemmo essere italiani ». ' 

Come la Vespa del 48, la Zanzara vuol dunque, abor- 
rendo dai partiti estremi, combattere ogni eccesso, e, gior- 
nale umoristico, la piglia anzitutto coli' esagerazioni dei 
suoi confratelli, e massime colle personalità àcW Arlecchino. 

I N. I. 



IO 2 CAPITOLO V 



Se non che anche la Zanzara eccedette e potrebbe in- 
tonarlesi : Medice, cura te ipsum ! 

Ed invero non col solo Arlecchino, ma con tutti i gior- 
nali umoristici o nò, finisce per pigliarsela di santa ragione. 
Si direbbe un giornale nemico dei giornali, o meglio dei 
troppi giornali « Trecentonovantanove mila e uno, esclama 
« un tale, ed il nostro domanda : Contate i soldati? — Nò, 
« conto i giornali v. * 

Le nuove monete, il cerchio delle donne, gl'impieghi, 
le code, i nuovi professori, i piemontesismi, gì' inconve- 
nienti neir amministrazione militare e nella guardia nazio- 
nale, certe sconcezze che deturpavano la città dei fiori, 
eccitano al solito le punture della nostra Zanzara, ostinata 
proprio come se fosse una zanzara viva e vera. ^ 

Col Volo della Zanzara nel -paese dei Barbari la piglia 
con Girella, Gingillino, Truffaldino, Don Pirlone (nel quale 
forse si adombra il prof. Gennarelli) e grida : « Non son 
« queste le promesse ! Il popolo vuole i suoi diritti ! Non 
« più monopoli ! Non più spirito di paese ! Non più pro- 
« tezionismo ! > E mentre lamenta il turpiloquio e la be- 
stemmia in continuo rialzo (e d' allora in poi in questo 
genere detestabilissimo il progresso è stato continuo), la 
questua, il vagabondaggio (massime delle ragazzetto mino- 
renni alla sera pei caffè), i troppi ispettori e professori, 
soggiunge : « I giornali, eccettuati La Nazione e // Moni- 
« tore toscano (il cuoco e lo sguattero di Palazzo), dicono 
« che certe Eccellenze per compiacere i favoriti hanno 
« creato una quantità di cattedre inutili ; che in Toscana 



' N. IO e 14. Se la piglia a buon dritto con quelli che predicano 
libertà, e se ne mostrano coi fatti i più acerrimi nemici. « Essi (dice) 
<s non hanno altra parola sullo scilinguagnolo che il bastone. Il tale 
« è un codino; bastonatelo. È cosi che si rispetta la libertà di opinione? 
« Di certi giornali si potrebbe ripetere: Asinus asmuin fricat •». 

^ In via Buia era stato dato fuoco ai cerchi di una signora, ch'era 
in compagnia del marito, e si disse per opera dei codini, che vole- 
vano far nascere subbugli. Ai codini si attribuì pure la rottura della 
spada della statua del Ferruccio. 



«LA ZANZARA » IO3 

« si va avanti a caso, a capriccio, per protezioni, che dopo 
« aver decapitato questo povero paese, quelli che ne sono 
« padroni tardano sempre ad assimilarlo alle antiche pro- 
« vince del regno, lo governano non costituzionalmente, 
« né tengono calcolo nemmeno delle leggi votate dal Par- 
« lamento italiano. E vero o non è vero? I giornali raccon- 
« tano che appena giunto al Ministero degli affari eccle- 
« siastici un avvocato fiorentino impiegò tutti gli addetti 
« al suo studio compreso lo spazzino. Questi seguitano a 
« stare nello studio del principale recandosi solo talune 
« volte in Palazzo Vecchio ». Augura ai codini di finire in 
Bonifazio, allora ospedale dei pazzi. « C'è qui' pappino che 
« lo chiaman Parrucca, che somiglia i' Babbo (Leopoldo), 
« e chi sa che ni' vaneggiare non lo credino lui e si trovin 
« contenti » . ' 

Con tutti questi guai era cominciato pur quello del di- 
luvio delle croci cavalleresche, spesso e volentieri, e troppo 
spesso e troppo volentieri prodigate senza alcuna misura 
e senza merito tanto che fu persino attribuito al Re Ga- 
lantuomo il motto : « Una croce e un sigaro non si nega ad 
« alcuno ». « Le Croci (esclama la Zanzara) Corpo di Dio ! 
« — Zitto ! — C è V inquisizione ? — Nò, la costituzione, 
« ma in Toscana è io stesso. — Con chi l' avete ? — Colle 
« croci. — Ma che siete indemoniato ? » — Segue la ora- 
zione del Codino crociato : 

« Senza mia colpa un ciondolo 
Mi son trovato addosso, 
Santi Maurizio e Lazzaro 
Non fate il viso rosso ».- 

S' irrita contro il piemontesismo. « Italiani o Piemon- 
te tesi??? Intendiamo e vogliamo essere italiani, non dive- 
« nire grettamente ed esclusivamente Piemontesi... Perché 
« il Piemonte non adotta quel che v' è di buono nelle no- 
« stre leggi ? Perché non accetta il patrimonio della no- 

' N. 3. 
- N. 6. 



I04 CAPITOLO V 

« stra lingua ? In Piemonte pare vi sia la massima che nulla 
« vi è di buono e di bello al di là de' suoi antichi confini ». 
Cita il caso di un ufficiale toscano posto per venti giorni 
agli arresti per avere recidivato nel valersi in una corri- 
spondenza ufficiale di una frase italiana. S' imponeva in- 
fatti dir « pratica in camicia » per « foglio nell' inserto ». 
« Eppure se in talune cose i Piemontesi possono farci da 
« maestri, in altre bisogna che si contentino della parte 
« di scolari. Si riuniscano dunque le intelligenze, ci si 
« affiatelli veramente e si tolga sopratutto questa ridicola 
« autonomia ». Nella teoria militare sarda, la lingua italiana 
e il dialetto di Gianduia rincara la dose. Preferisce infatti 
la teoria militare introdotta in Toscana nell' agonia del 
granducato. « Si dirà è austriaca, ma il buono si piglia 
« dov' è... Gianduia nella patria di Dante farà un orribile 
« fiasco... Altri giornali fecero nel passato simili osserva- 
« zioni, ma poi i loro direttori furono impiegati, e gli ar- 
« ticoli per questa buona ragione restarono a mezzo. Noi 
« non impiegati parliamo franco... Noi non compreremo 
« mai nessuno, come non ci venderemo mai a persone ». ' 
E ne' Voli e Punture : « In Toscana siamo autonomi : Né 
« carne, né pesce ; né tutti della Toscana, né tutti Piemon- 
« tesi, né tutti Italiani. Quel popolo che fu il primo a dare 
« l'esempio e la mossa a tutto, in verità è stato servito 
« benino... Nò, per Dio, noi non siamo codini... Vogliamo 
« l'Italia sostituita al Piemonte, non un Piemonte ingros- 
« sato e ingrassato ». Ed in un dialogo fra un Uomo forte 
ed un Achille, il primo, eh' è il Ricasoli, rileva : « Achille, 
« voi sapete, che qui vi è l' autonomia e non la costitu- 
« zione », e l'altro : « Achille vi comparve davanti, vi parlò 
« franco e voi lo respingeste... Ricordatevi che i Toscani 
« per fare l'Italia hanno chiusi gli occhi sopra i propri in- 
<i. teressi, e suicidati se stessi. La storia ci giudicherà ; . 

« Le classi operaie soffrono (cosi ammonisce) : Fa duopo 
« rappresentare le cose come le stanno, ed urge provve- 

' N. 4, 7. 



«LA ZANZARA» I O5 

« dere ; gli operai che continuamente lavorano per la pre- 
« senza della corte sono ora disoccupati o licenziati per 
« cambiamenti nelle officine del governo. Cosi, per esempio, 
« si fanno venire da Torino le scarpe pei militari, cucite 
« con tre punti, e che durano tre giorni, mentre bisogna 
« reclamarle centinaia di volte come se le regalassero ». 
Quanto alle altre forniture la minestra è piena di bachi e 
il biscotto muffito. « Sarà stato vero ? » ' 

« Sebbene oggi (cosi la Zanzara) non menar buono ai 
« rettori tutto quello che fanno voglia dire esser codino », 
pure non risparmia la guardia nazionale, che in Firenze 
« non potrebbe andar peggio » ; per far montare una 
guardia « bisogna chiamare 60 uomini ed appena 30 ri- 
« spendono all' appello » . Altra sconcezza è che i soldati 
facciano da comparse sui palchi scenici, eppoi che vi siano 
posti quasi in parodia gli eroi ed i grandi fatti contempo- 
ranei, « obbligando il pubblico a ridere sopra avvenimenti 
« che dovrebbero destare in lui il più nobile orgoglio e la 
« più profonda ammirazione ». « Un comico, un mimo truc- 
« cati da Vittorio Emanuele e da Garibaldi ! Nò, per Dio, 
« tali vergogne non si debbono permettere ! Signori censori 
« teatrali, voi profanate la scena ! » ^ 

La Zanzara, loda rarissime volte. Cosi in un' appendice 
sulla istruzione pubblica in Toscana (altre appendici sono 
consacrate alla vita di Ferruccio) difende le scuole Pie 
attaccate dalla Nazione, osservando che se ebber difetti, 
« fecero molto bene a non portar la politica nella scuola, 
« dacché per esser politici bisogna prima esser uomini, 
« onde lasciamo che l'insegnamento faccia gli uomini, e 
^^ poi li vedremo diventar politici ». Sante parole! Che se 
quei maestri son religiosi, « senza religione non vi ha li- 
bertà s . 3 

^ N. 6, IO, 13 e 14. 

^ N. 8, 12. Erano allora censori il prof. Filippo Berti, il prof. Aiazzi 
e il conte Mario Cadetti. 

3 N. 8. In più numeri disserta sulla Isiriizione pubblica in To- 
scana. 



io6 



CAPITOLO V 



Si sente che la lode non è il fatto suo, e la dà di sfug- 
gita, tornando ai biasimi ed alle punture, e cioè al suo 
mestiere. In Firenze vorrebbe la numerazione delle case 
alla moderna, e non dall'uno al loooo ; la uniforme pei 
portalettere perché « in fatto di lettere non si scherza », e 
che i fiacres non andassero a rotta di collo come se le vie 
fossero tanti circhi olimpici. Si lagna che delle caricature 
il Procuratore del Re pretenda la bozza 24 ore prima della 
pubblicazione, che sia proibito tenerle affisse allo esterno 
delle botteghe, che sia proibitissimo vendere i giornali per 
le vie, mentre viceversa si permette la vendita dei bullettini 
a voce alta ed in tutte le ore. La prende persino col cap- 
pello dei carabinieri, proprio avanzo del medioevo, e molto 
più giustamente, « si vera snnt exposila, col modo col quale 
« si tenevano i malati in un ospedale della China, (ed in- 
« tendi Firenze) ». « E meglio rinchiudersi (esclama) come 
<• il conte Ugolino nella torre della fame prima di dover 
« ricorrere alla carità ed all'umanità dei propri fratelli ! ■» ^ 

E innegabile che la Zanzara, e cosi pure gli altri gior- 
nali umoristici, prima e più e meglio dei seri, avevano 
scorti, segnalati e combattuti certi guai antichi, in parte 
sempre nuovi e nuovissimi, e che le questioni, dai loro 
figli e nepoti sollevate ai di nostri, segnatamente in Fi- 
renze, le campagne giornalistiche da loro intraprese e com- 
battute, erano già state in gran parte iniziate dai padri, ai 
quali anzi spetta il vanto di precursori fortunati o no poco 
importa, sia che si tratti del semestre anticipato delle pi- 
gioni sia che si tratti di ospedali ed opere pie. Ed è inne- 
gabile del pari che sarebbe stato bene dare ascolto a certe 
voci e lamenti della umile Zanzara, quando nella fretta di 
fare l'Italia troppo si neglessero per l'accentramento buro- 
cratico tradizioni ed interessi degnissimi di considerazione 
e di riguardo anche pel bene della intiera nazione. ^ 

La morale degli articoli della Zanzara, che cessò di vi- 



' N. 12 e 13. 

2 N. 12. 



« LA ZANZARA », « LA TORRE DI BABELE » I O 7 

vere il 7 Ottobre nell'anno istesso della nascita (caricature 
ne pubblicò poche o punte), può riassumersi colle sue pa- 
role : « Venga il cuoco col piatto che sostenta tutti e non 
<; fa male a nessuno, ed anch' io, povero bighellone, che 
« mi centello col Giusti la boccetta del me ne rido, forse 
« piangerò di gioia.,, e Dio voglia che piangiamo tutti, e 
« che sia l'ultimo pianto di questa povera Italia nostra », 
Curiosa uscita per un giornale che si atteggiava a faceto ! 

Di tutti questi giornali umoristici, unico di opposizione 
liberale franca ed aperta tanto da precorrere il partito di 
azione fu la Torre di Babele, della quale la mala lingua 
della Chiacchiera diceva : ■-< Valeva proprio la pena di 
« metter fuori un giornale con questo titolo ! Bastava mettere 
« insieme tutti i giornali, e la Torre di Babele era fatta ! » '^ 
Nacque il 1° Luglio 1860 e si pubblicava la domenica. 
Costava 30 centesimi al numero, e portava in testata la 
biblica torre, e qua e là gittate a terra persone raffigu- 
ranti i giornali fiorentini, fra i quali il Co?ite7nporaneo, fru- 
stato di santa ragione, e la Nazione, che unica di tutti 
questi diari è viva sempre ed arzilla, dritta e fedele ai 
suoi antichi e patriottici ideali. 

La Torre di Babele ebbe la direzione in via degli Spe- 
ziali, si stampava nella tipografia del Vulcano, e suo re- 
dattore proprietario era l' avvocato Epifanio Giera, figlio o 
nepote di Vincenzo Giera livornese, liberale delle ore prime 
ed autore di versi patriottici, che gli fruttarono dal Presi- 
dente del Buon Governo una solenne paternale. Come di- 
rettore trovo ricordato anche Luigi Alberti. L'indomito 
giornaletto incominciava colle Parole al vento : « Avanti, 
« avanti, signori, il grande spettacolo della Torre di Babele è 
« incominciato.,. » L'arte di governare si riduce a tre cose: 
« fare, disfare e dare ad intendere.,. Comincia la storia, lo 
« specchio, il daguerrotipo di tutto ciò che si fa e non si 
« dovrebbe fare, di tutto ciò che si dice e non si dovrebbe 
<; dire. Noi facciamo l'Italia pei nostri nipoti. Il creditore 

' Cosi la Chiacchiera nel n. 51. 



I08 CAPITOLO V 



« vi è ; i denari non vi sono. ^ I nipoti pagheranno * . Ed 
hanno infatti pagato, e di che tinta ! 

Dopo questo proemio da Turlupineide, e tralasciando 
il Credo di un impiegato, che fa proposito di non rubare 
altro che la sua paga, scatta in tal guisa : « Ha detto bene 
« il Lampione ; se il governo non si mette gli occhiali va 
« a rischio di cadere alla prima cantonata ». 

« Ricasoli per tua regola (cosi in un dialogo) ha tro- 
« vata la frittata beli' e fatta, ed in fondo in fondo a ri- 
« voltarla eravamo buoni anche noi... Oggi colla politica 
« del sor Barone e del sor Cavour resteremo sempre dove 
« siamo, seppure non saremo costretti un bel giorno a tor- 
« nare indietro... Liberi, già, come Arlecchino servitore di 
« due padroni. La voce di un vero patriotta è soffocata 
« dai tanti salariati crocesignati, che come giumenti si 
« lasciano condurre dal Cavour. Quale il rimedio a tanti 
« mali ? Conveniente dose di libertà, ferro e fuoco ove 
« si tratti di estirpare parti veramente morbose ; un' oncia 
« di prudenza, una libbra di disinteresse, quattro grani di 
« giudizio, cento libbre di energia... il tutto presso lo 
« speziale Galantiw?no con una buona cura dietetica, che 
« abbia per base il sacrifizio, l' abnegazione e l' amor 
« della patria ». ^ 

Vorrebbe rimandare il Ricasoli a solfare le viti a 
Brolio, dicendogli il Delenda Cartago del Giusti ridotto 
ad hominem, chiama il Ridolfì ministro della distruzione 
pubblica, e il Cavour un Gargantua, che mangia tutto, e 
vuole un fiasco di aleatico fiorentino. Delinea meglio i 
suoi intenti nelle Due Spade, che « fra le tante d'Italia 
« rifulgono alla estremità della scala sociale. La prima di- 
« ventò la spada di tutti i neo-liberali, di tutti i sedicini 
« (gì' impiegati governativi pagati in Toscana il i6 del 
« mese) ; la seconda restò logica e conseguente come la 
« logica... e tirò innanzi per la propria via. L' una è la 

» N. I. 

2 N. I e 2. 



LA TORRE DI BABELE» lOQ 



« spada delle classi più o meno privilegiate, l'altra è del 
« popolo... L'una non ha interesse nella questione, e l'altra 
« sembra avercene un tantino ». Dopo avere insistito sulle 
divergenze fra le due spade, e s' intende di V. Emanuele 
e di Garibaldi, un po' stranamente conclude : « Non par- 
« liamo di divisioni, mi raccomando ». 

Non mancò chi disse la Torre codina, e che il suo di- 
rettore ambisse una cattedra, ma essa risponde : « Vi pare 
« che volesse mettersi a correre il palio degli asini ?... 
« Meno cattedre e più soldati ». Polemizzando quasi del 
continuo col Lanipione, che « non è uno di quei periodici 
« in maniche di camicia, ma un vero damerino », nota che, 
aumentando la confusione, il buio, dovrà dirgli : « Fammi 
« lume. Chi sa che non sia destinato un giorno a rischia- 
« rare la Torre di Babele ». ^ Immagina un giornalista che 
sta scrivendo nel caffè V Italia in Lungarno : « Compiuta 
« la rivoluzione (cosi annota) del 27 Aprile, il governo cadde 
« in mano di oneste persone, le quali rivolsero la rivolu- 
« zione a suo... (Un tavoleggiante : frutto !) talento. Allora 
« venne un governo forte composto di... (tavoleggiante : 
« Arlecchini !) uomini savi. Hanno fatto diventare la rivo- 
« luzione un (tavoleggiante : sorbetto !) una fonte di bene, 
« Essi hanno fatto del paese un (tavoleggiante : zabaione !) 
« regno forte, unito. E l'Italia è finalmente diventata (ta- 
« voleggiante : Torre di Babele al signore !)».'' 

La opposizione al Ricasoli ed al Cavour divien sempre 
più viva e pugnace. Omettendo la scena fra il gran mi- 
nistro e Geppino (Giuseppe La Farina), « che buttò via la 
« maschera di repubblicano per farsi moderato, e che, co- 
« stituita la Società nazionale, screditò nell' Italia meridio- 
« naie la idea della unità e si fece fabbricante di fiaschi », 
pretende che il Cavour, che chiama Conte Del Cavolo e 

^ N. 2 cit. e n. 8. La Lente ^ n. 115 del 1860, aveva scritto che 
il più conosciuto collaboratore della Torre di Babele, dopo aver fatto 
mille scappellature e cento suppliche, non aveva potuto ottenere un 
posticino nemmeno nelle Maremme toscane. 

^ N. 3. 



Ilo CAPITOLO V 



servitore del Conte del Gallo (Napoleone), non abbia fatto 
un regno, ma un nocciolo, e chiama la sua politica senza 
energia, senza sugo, ed ambidestra verso Napoli, Caratte- 
ristica una poesia che al giornaletto inviava un amico dalla 
Rocca S. Casciano. 

« Il titolo del tuo nuovo giornale 
Bisogna confessarlo è un titolo che vale. 
Volete far l' Italia proprio tutta di un pezzo ? 
Per conseguir lo scopo si sa non e' è altro mezzo, 
Quello che unir le forze di tutta la nazione 
Senza temere il fremito della rivoluzione ». 

E prosegue : 

* . . . Coir aiuto di Francia, 
Che cosa avete fatto ? Un regno colla pancia. 
Non già il gran regno forte come voi lo chiamate ». 

Se non riuscirete : 

«... Saranno sorbe, 
Sorbe si, me ne infischio, quando tutto è sciupato. 
Addio, mi vien la rabbia, un tuo amico associato ». ' 

In altra poesia Grande Accademia vocale e stntmentale 
in -piazza Barbano, la gnora Nazione canta con modificazioni 
1' aria di Zaccaria grande pontefice degli Ebrei nel Nabucco : 

« Sperate o fidi, 
Cavour nel suo potere a tutti è scorta ». 

Il Lampione, rappresentato come il cagnolino ammae- 
strato del Ricasoli, intuona l'aria di Scarafaggio nello Sca- 
ramuccia : 

« Io che di cabale non m'intrico 
Del ministero son grande amico, 
Siamo ambo i figli di un sol paese 
Ed io lo servo a un tanto il mese ». ^ 

* N. 4. Però si scusa col Cavour se (cosi dice) <? mostriamo ad esso 
« col pungente stimolo della ironia i nostri timori ». Cfr. anche il n. 7. 
Quivi si nota che Cavour e Napoleone fanno a farsela, e tutte e due 
si raffigurano in atto di allentare la fune ad un feroce animale che 
Ila scritto intorno al collare ^ffragio universale. V. anche n. 8 e 9. 

= N. 12 e 17. 



: LA TORRE DI BABELE » III 



La Torre di Babele dichiara di esser fiera di rappre- 
sentare « contro la maggioranza senza principii l' augusta 
« minoranza della ragione, della virtù, della verità, degli 
« eterni principii del giusto. Tu eri con Socrate quando 
« bevette la cicuta. Cessate dunque dall' invocare la mag- 
« gioranza come il solo espediente dei governi e delle 
« odierne società voi tutti che mercanteggiate il popolo, e 
« ve ne fate sgabello ». Però in conclusione piuttostoché 
sostanziale diversità di principii dal gran partito allora in 
auge, la nostra Torre rappresenta diversità di metodi, il 
partito dei malcontenti, i quali non mancano mai in qua- 
lunque epoca e circostanza. E 1' organo dei più infervorati 
ed impazienti, che per voler tutto in una volta, unità, 
Roma e Venezia, divenivano imprudenti ed incauti, e ta- 
lora anche pericolosi e nocivi. Essa non fa mai aperta 
professione di repubblica, pur facendo assegnamento su 
tutti gli avversari del potere costituito, ma più special- 
mente lodando il Guerrazzi e/ Garibaldi. « Chi non la dà 
« a bere a nessuno (ripete), chi non conosce pantomima, 
« chi è franco, chi è leale, chi rappresenta il vero con- 
« cetto della unità italiana è Garibaldi... Camillo Benso di 
<.< Cavour mi scappa fuori in camiciolina rossa a far da 
« trombetta al partito di azione. Viva Garibaldi ! » ' 

In una vignetta // ritorno dei dep^ttati toscani, il Guer- 
razzi è seduto fuori della Camera chiusa a catenaccio. Un 
cittadino gli chiede : « E voi non tornate ? » Ed egli : « Io 
« non son del gregge ». Li presso pascola una mandra, e 
si allude al divieto governativo, ch'escludeva il Guerrazzi 
dal ritorno in Toscana e dal Parlamento. 

La corte di Appello di Firenze proscioglieva lo Zam- 
bianchi, che avea tentata la invasione del territorio ponti- 
ficio, ritenendo la sua buona fede di agire d'intesa col re, 
e la Torre loda questa sentenza, « che onora altamente 
« la nostra magistratura, la quale si mostra indipendente 
« nel giudicare una causa eminentemente politica », e sog- 



N. 6, II e 12. 



112 CAPITOLO V 

giunge : « Il processo Zambianchi rivela una politica sub- 
« dola ed immorale. Italiani se riuscite sarete eroi (cosi la 
« formula), se non riuscite andrete in galera. Eppoi il Lani- 
« pione ha fatto tanto chiasso quando dicemmo che l' abi- 
« lità del Cavour consisteva nel levare la castagna dal 
« fuoco collo zampino del gatto ! » ' 

Le caricature ripetono la stessa musica con note più 
alte ed acute, sonorità e colorito più intensi. Ora è il Ri- 
casoli che imbocca i suoi colla pappa dei Georgofili, remi- 
niscenza dei Nuovi Tartufi del Guerrazzi, ora vedesi il 
Cavour che balla sulla corda col contrappeso sul quale 
è scritto Francia ed Inghilterra, mentre Garibaldi tira, ed 
egli raccomanda : « No7i tirar tanto la corda, casco » . Cui 
Garibaldi : « Io seguito a tirare e faccio il mio dovere, siete 
« voi che non sapete ballare » . Nella Scala della Torre di Ba- 
bele r Italia sale trattenuta invano dal Cavour e tirata su da 
Garibaldi. Sul primo scalino è scritto assolutismo, sul se- 
condo governo militare , sul terzo monarchia, sul quarto 
costituente, sul quinto libertà, {con Garibaldi e la bandiera 
nazionale), sul sesto repubblica, sul settimo socialismo con 
sopra il Proudhon, suU' ottavo anarchia con Louis Blanc. 
Dice il Cavour : « Fermatevi ; rovinate ogni cosa », e Gari- 
baldi : « Avanti, ava?iti; fidatevi di me, e state trafiqttilla ». 
L'Italia conclude: « Insomma a chi do retta! »'^ Svolte al- 
cune pagine ecco Cavour in via verso Torino, e Garibaldi 
collTtalia verso Roma. Garibaldi domanda : « Dove andate? 
«e Cavour: Non lo vedete? porto V Italia a Torino — Gari- 
« baldi : Ed io la porto a Roma » . 

A Napoleone III profetizza una fine catastrofica simile 
a quella del grande zio, raffigurando un manuale che la- 
vora al restauro della sua tomba nell' isola di S. Elena. 
Domanda : « O perché si restaura? Risponde l'Inghilterra : 
« Lavorate, lavorate ; il nuovo inquilino si e già messo in 
< viaggio ». La caricatura ha veramente dell' humour, e fa 

^ N. 3, 9. 

* N. I, 2, 6, 13. 



« LA TORRE DI BABELE » 113 



pensare più che sorridere. In un' altra Napoleone infila il 
classico stivale, e confessa : « Eppure questo stivale finirà 
« collo storpiarmi»; giudizio ch'è proprio quello che della sua 
politica e della sua rovina reca oggi il De La Gorce nella 
sua grande istoria del secondo impero. In tutte queste ca- 
ricature, come in quelle del Gavarni, la leggenda ha parte 
essenziale e cospicua...' 

Due altre caricature veramente storiche rappresentano 
Cavour in una diligenza a quattro cavalli (la rivoluzione) 
in corsa sfrenata con Garibaldi postiglione, al quale il mi- 
nistro grida di tirar la martinicca perché i cavalli non le- 
vino la mano, e il Congresso della Pace nel quale l'Italia 
in camicia in mezzo ai potentati armati esclama : « Io poi 
« son più sincera e ho meno paura, sono in camicia e vo- 
« glio la guerra ». 

Dissenziente dai colleghi in politica, la Torre nelle que- 
stioni locali conviene pienamente con loro. Originale e 
curiosa una nuova nomenclatura delle strade eh' essa pro- 
pone. Via Calzaioli si chiami via Borsaiuoli ; Palazzo Pitti, 
locanda gratis ; Mercato Nuovo, via del Suffragio universale ; 
Palazzo veccìiio, palazzo della Cuccagna ; via Ricasoli, via 
della Trappola; via del Mercato, via Nizza e Savoia; Piazza 
dei Marroni, Piazza dei Giornalisti ; via Buia, via della Po- 
litica ; via del Leone, via Garibaldi ; via dello Scheletro, via 
della Toscana ; Piazza deW Indipendenza, dei disinganni ; via 
del 48, via del Purgatorio ; via deW Inferno, del 1860 ; via 
del Paradiso, del 18... ^ 

La Torre cadeva il 4 Novembre del 1860 per non più 
risorgere. Due grandi correnti, due forze, la monarchica 
unitaria e la repubblicana o republicaneggiante dominano 
la storia del patrio riscatto. Vi fu un momento nel quale 
vennero a convergere e la prima s' impose, ma poi fatal- 
mente l'antico dissidio tentò riapparire, e di questo fu 
segno in Toscana, consapevole o no, almeno fino ad un 

' N. 8, 9, IO e 18. 

^ N. 5. 

Rondoni 8 



114 CAPITOLO V 



certo punto la Torre di Babele (dico cosi perché di repub- 
blica almeno in modo esplicito non parla), facendo per altro 
opera vana, simile a Don Chisciotte, che combatte coi 
molini a vento, o meglio ad un povero cagnolino che 
abbaia ad un gigante. 



CAPITOLO VI 



La Chiacchiera. 



Fra i giornali umoristici che stavano colla maggioranza 
e pel governo, il meno disciplinato, il più irruente e pres- 
soché radicale fu La Chiacchiera, che vuol dir sempre la 
sua colla scioltezza di lingua e la tendenza a criticar tutto 
e tutti propria del buon popolo fiorentino, al quale non 
ne casca una, e che vede il pel nell'uovo. La Chiacchiera, 
giornale comico, storico, critico, letterario con caricature, 
sciolse lo scilinguagnolo il 27 gennaio del i8òo. Si stam- 
pava nella tipografia Fioretti, il martedì ed il venerdì, 
ed in Firenze costava una crazia il numero, buon mercato 
allora non comune per un giornale, ed aveva per motto: 
« Gente allegra Iddio l'aiuta ». Ottaviano Targioni-Tozzetti 
scrisse da se tutto il primo numero, e ne fu collaboratore 
principale. Mutò testata più volte, offrendo dapprima una 
via di Firenze con gente di ogni condizione che chiac- 
chiera; poi una vecchia coll'ombrello ed il canino, ed in- 
fine una vecchia, la quale con una gran penna ed un fla- 
gello caccia via la gente indegna. 

Dichiara nel Proemio: « Vediamo un po' se ci riuscisse 
« di fare un giornaletto che, senza essere da bordello né 
« un'arca di scienza né un bigottume da padri rugiadosi, 
« e' potesse farsi gradito al comune dei lettori... Il subietto 
« nostro è la chiacchiera, ma una chiacchiera schietta e 
« paesana senz'ombra di pettegolezzo e di mal animo, anzi 
« mossa dalla migliore intenzione del mondo ». Mette le 
caricature perché gradite all' universale, facendo voti che 



ii6 



CAPITOLO VI 



riescano sempre a qualche buon fine, -e e non mai insulta- 
« trici alla immeritata e ben patita sventura, o millantatrici 
«beffarde d'ingiuste soddisfazioni ottenute».' Dapprima 
frequenti, queste caricature vanno in seguito diradando, ma 
sempre costituiscono il carattere più spiccato del giornale, 
che sfoga in esse, con più acume che negli articoli, tutta 
la vivacità multiforme dei propri sentimenti. Forse mai, 
come allora, la caricatura fu in Italia cosi abbondante ed 
efficace. 

Si comincia col rappresentare il granduca cacciato 
fuori a pedate da Stenterello, eppoi la famiglia granducale 
ridotta sugli scalini del Bigallo (un orfanotrofio di Fi- 
renze) ch'era una fine « da bambini e da giucchi » e, per 
contrapposto, le tre Grazie del Canova con scritto sulle 
zone: Indipendeiiza, libertà, nazionalità, e l'avviso: « Se tu 
« ne sciupi una le sciupi tutte ». Segue Vittorio Emanuele 
scamiciato e scalzo, che si arrampica su di un albero da 
cuccagna sul quale s' innalza il busto della libertà. I codini 
anch'essi si sforzano d'inerpicarsi per tirar giù Vittorio, 
il quale grida: Se venite avanti, avrete il piede nella zucca. '^ 
Il Ricasoli esercitava una rigida dittatura nell'interesse 
nazionale della conservazione dell'ordine, e la Chiacchiera 
effigia la libertà che domanda alla Toscana: « E permesso? 
« — Ed essa : V-i saluto bella giovane. Tornate piti tardi. Per 
« ora non potrei farvi gli onori che meritate ». Il Progresso 
rappresenta una macchina a vapore con Napoleone mac- 
chinista, e Cavour, V. Emanuele e Garibaldi sul tender. 
Schiaccia l'aquila bicipite e la Civiltà Cattolica, giornale, 
ed invano un prete ed un austriaco tentano di fermarla. 
Il Trono del Regno separato m Toscana, che taluno vagheg- 

* N. I. Quanto al suo patriottismo basti rilevare le seguenti pa- 
role: «Insorgemmo, cacciammo i tiranni, guerreggiammo le sante bat- 
« taglie, soffrimmo le ferite, le perdite dei fratelli per suggellare cosi un 
« patto sacrato, il patto della redenzione... Avessero pure dovuto du- 
« rare mille anni le nostre battaglie, volevamo essere liberi...» N. 13. 

'^ N. I, 2, 6, 8. A proposito della nota cometa, si compiace che sia 
stata una coda neìnica delle code. V. n. 49. 



« LA CHIACCHIERA » I I 7 



giava, riposa su zucche, rape e carote, e Nandino, Ferdi- 
nando di Lorena, coi titoli di Duca di Fibocchi e Preteìi- 
dente al Trono di Reggello, appare ricondotto entro un carro 
da contadini pieno di fieno e di letame, mentre i suoi par- 
tigiani fanno scolpire la sua statua nel torsolo di un enorme 
cavolo. ' 

La impresa dei Mille sorge a miracol mostrare, ed una 
vignetta ci presenta papà Camillo (il Cavour) in attesa che 
il Vesuvio faccia un'eruzione imponente « per vedere il re 
« Bombino in viaggio portando seco il resto delle bombe 
« avanzate all'assedio di Messina ». ^ La questione di Na- 
poli implicava quella di Roma, sulla quale il battagliero 
giornaletto non transige, ed anzi si palesa al temporale ed 
ai preti che lo difendono avversissimo. // Colosso di Roma 
conservato in un gabinetto di storia naturale è un mostro 
puntellato da baionette con vari insetti dintorno, la vanità, 
l'egoismo e l'inganno. Un serpente coi nomi dei sette pec- 
cati capitali avviticchiato ad un tronco e la testa di ge- 
suita è un'allegoria, che non ha bisogno di commento. La 
Congitira dei Pazzi raffigura il generale Lamoricière, Bom- 
bino, l'Austria ed un prete, che giurano su di una pentola 
(il triregno) : « Giuriam su questa pentola — Di vincere o 
« morir! » — S, Pietro in disparte piange. Poi scorgiamo la 
Fede nuda colla croce in mano, aggredita da preti e frati 
col lamento : « Ecco che coloro che dovrebbero difenderla 
« la contaminano, ma la croce sempre trionfante li farà pe- 
« rire ». Venezia e Roma sono due schiave incatenate dal- 
l'aquila e da un prete, ma Garibaldi accorre e le incuora. ^ 
Nei Morti- Vivi i patriotti depongono corone sulle tombe 
dei caduti per la patria, e nei Vivi-Morti i duchi, il gran- 
duca e Bombino piangono tra un fiasco ed una zucca. Due 
epigrafi illustrano il disegno : 

* N. II, 12, 15 e 17. Al n. 13 gli Sforzi Inutili rappresentano Napo- 
leone seduto sul globo con ai fianchi il Cavour e V. Emanuele, che 
ha scritto sulla spada giustizia. 

^ N. 26. 

3 N. 32, 34, 46, 62. 



I I 8 CAPITOLO VI 



La prima dice : 



« Gloria d'Italia nel tuo libro scrivi 
I morti illustri che son sempre vivi ». 

La seconda: 

« Via passate altri mari ed altri porti 
Voi che vivi sembrate e siete morti! » ' 

Fra le caricature di questi giornali si danno dei motivi 
che spesso ritornano. Cosi dalle opere in musica alla moda 
come dalla culinaria, quei faceti ingegni patriottici traevano 
volentieri figurazioni curiose, onde dal duo del Trovatore, 
« cantato dai coniugi Bomba », si passa allo stracotto tra 
due fuochi ed ai cannelloni di Napoli. Lo stracotto è Na- 
poli, jSIarche ed Umbria ed il cuoco Garibaldi. Infine il 
plebiscito diviene il Trionfo del si col signor Si elegante- 
mente vestito, che mette in fuga alcuni No piccini, piccini.'' 
Mentre sono state e sono meritamente celebrate le carica- 
ture del Lampione, del Pasquino e del Fischietto, queste della 
Chiacchiera nessuno più le ricorda, eppure se non per la 
tecnica e l'eleganza squisita del tocco, per la trovata, gli 
atteggiamenti, gli aggruppamenti e l'espressione delle fi- 
gure hanno spesso pari valore, e possono gareggiare con 
quelle più celebri dello stesso Alata. 

Insieme colle caricature la Chiacchiera coltivò, più de- 
gli altri suoi confratelli, le muse, tanto che vi troviamo una 

' N. 38. 

2 N. 73, 89, 107 e 116. Quanto alle parodie musicali allora in gran 
voga, il Gironi, nel diario, registra, al 28 Maggio 1859, « il programma 
« di un'Accademia vocale eseguita all'apertura del gran teatro della 
« guerra del 1859 *, capriccio composto da alcuni artiglieri della for- 
tezza da Basso; ma anche più grandiosa è un'altra analoga Accade, 
mia musicale coniico-seria-storica (Torino 1860), dove l'ex granduca 
rimpiange dalla torre di Solferino la perduta Toscana. Neil' Accade- 
mia degli artiglieri V. Emanuele canta « con gran forza » 1' aria 
deWAtìila: «Finché d'Ezio rimane la spada — Sarà saldo il gran 
« nome italiano ». V. la pubblicazione XXVII Aprile iSs9, del Comi- 
tato regionale toscano per la Storia del Risorgimento. 



« LA CHIACCHIERA » I I 9 



vera fioritura esuberante di poesie di occasione. Pubblicò 
il sonetto del Carducci « Gli Austriaci in Piemonte », e 
poiché, COSI il giornale, « l'egregio signor Carducci portò 
« in pace che noi stampassimo il suo bel sonetto... ci fac- 
« clamo arditi di offrire ai nostri lettori altri sonetti di lui, 
« noti a pochissimi, e veramente degni di essere ammirati 
« e gustati da tutti. Cominciamo da quello Per la battaglia 
« di Magenta ». Seguono gli altri di argomento simile che 
si leggono nell'edizione delle sue poesie. Dal Carducci a 
Giuseppe Pieri, gran manipolatore di versi patriottici, de- 
clamati da lui o da altri sui teatri, e qui riferiti o discussi, 
il salto è grosso, ma allora non pareva. ^ 

La Chiacchiera sciorina quindi una serie di stornelli e 
rispetti. Ne cito alcuni : 

« Fior di mortella, 

O libertà di Dio sacra scintilla, 
Degl'italiani alfin sarai la stella.... 

« Fior di limone, 
Tiranni lurchi intendetela bene 
D'Italia nostra vogliam far nazione. 

« Sentite madre. Lasciatemi andare, 
Con Garibaldi mi voglio arruolare ». 

Con quell'impeto patriottico, ch'è si peculiare e spon- 
taneo in tutti questi versi, che perciò sono l'esponente di 
quei momenti supremi, esclama: 

< Che il tutto per la patria è sempre poco Tf? 

Curioso il Daghela avanti im passo applicato ai casi po- 
litici a cominciare dal 27 Aprile: Al Granduca dice: 

< Daghela avanti un passo 
E non tornarci più ». 

Ai duchini : 

« Daghela avanti un passo 
Varca per sempre il Pò >. 

' N. II, 12. Cfr. N. 3 e 4. 
2 N. 7, 8, 69 e 72. 



I20 CAPITOLO VI 



Garibaldi alla Sicilia: 

< Daghela avanti un passo 
Diletta del mio cor >. 

A Bombino e al re di Roma: 

« Daghela avanti un passo 
Tiranni via di qua ». 

Eppoi a Venezia : 

« Daghela avanti un passo 
Per sempre via di qua, 
Stranieri andate a spasso 
Viva la libertà ». * 

Un Pappataci volontario, terzetto à.e\V Italia?m in Algeri, 
è il Cavour, con allusione alla parte da lui avuta nella spe- 
dizione dei Mille, vexata quaestio che la Chiacchiera risolve 
con intuito felice ponendo il Cavour in mezzo alla rivolu- 
zione vestito alla napoletana ed a Garibaldi. 

Cavour : 

« Io farò con gran piacere 
Tutto quel che si vorrà, 
Di vedere e non vedere, 
Di sentire e non sentire, 
E l'armarsi ed il partire 
Di lasciare fare e dire 
Io qui giuro eppoi scongiuro 
Per y unione e libertà ».^ 

Gl'Italiani vincono a Castelfidardo, capitola Ancona, e 
la Chiacchiera spiffera un'elegia in versi stoppiniani ed un 
lamento dei codini. 

« Lugete, o Veneres, nerique corvi 
Et quantum est generis boni codini ! 
Rupta est pentula cum suo cuperchio ». 3 

* N. 68. La massima parte di queste poesie della Chiacchiera e dei 
nostri giornali non si leggono in P. GoRi. // Canzoniere nazionale. 
Firenze, Salani, 1883, né in G. Tambara. La Lirica politica del Ri- 
sorgimento Italiano. Albrighi, Segati e C. 1909. 

* N. 70. 
3 N. 90. 




li So 

•A " 




« LA CHIACCHIERA » 121 



Quest'ignoti verseggiatori ebbero talora, alla vivida 
fiamma del patriottismo, accenti di poesia presaga ed ispi- 
ratrice. Se non che, come nel 48, anche nel 59 la poesia 
era più nelle cose, nella vita vissuta, che nell'arte. Tutte 
le nostre energie erano allora assorbite nella creazione di 
un capolavoro maturato da secoli, irradiato di poesia im- 
mortale, come la Divina Commedia', l'Italia indipendente, 
libera ed una. 

Carattere precipuo della prosa del nostro giornale è la 
varietà dei generi, delle forme e degli argomenti, proprio 
come accade stando a chiacchiera fra amici, passando dalle 
Americane degli Stati Uniti, àa.\V Istoria di tcn Galletto di 
Horresco referens alle Carezze e schiaffi, rubrica di amenità, 
epigrammi, barzellette e bottate; dalle polemichette coll'^r- 
lecchino e col Lampione (del primo dice che nel suo viag- 
gio al mondo di là pare impossibile che in un visibilio di 
asini non abbia veduto se stesso, e del secondo che si ri- 
durrà una bugia) al Car?ievale del 60, del quale scrive: « Di- 
« vertitevi pure oggi purché sappiate combattere domani », 
ed alla Galleria d' illustri Italiani co?itempora?iei. ^ 

Per l'elezioni, ad un deputato che ansioso domandava: 
« Sarò eletto ? », risponde : «Si consoli pensando che i palloni 
« vanno più alto delle macine ».'' Sollecita vivamente l'an- 
nessione : « I Toscani non vogliono essere Toscani ; si 
« sono dichiarati Italiani. La Toscana, prima ad innalzare 
« la bandiera nazionale dopo sacrifizi immensi... è al di sotto 
« e in peggiori condizioni di Parma, Modena, Romagna, 
« che dalla Toscana preser norma per liberarsi dai loro op- 
« pressori. Ora sono piemontesi, italiani, e la Toscana cosa 
«è? Quanto il pipistrello, né topo né uccello... L' autono- 
« mia par nata quasi per compiacere smodate particolari 
« ambizioni » . 3 

Il Guerrazzi si agita, e la Chiacchiera : « Che vuole Guer- 
« razzi? La repubblica, la monarchia, l'unità d'Italia, la 

' N. I, 4, 6, :o, 32. 
^ N. II. 
3 N. 57. 



12 2 CAPITOLO VI 



« guerra, la pace?,.. Vuole un portafoglio! E allora eccoli 
« una lira perché se lo compri e si cheti ». Però dopo que- 
sta frecciata veramente alla guerrazziana, allorché la Nazione 
lo qualificò un certo avvocato livornese, la Chiacchiera sde- 
gnata, soggiunse : « Via, via, queste son certe bizzarelle 
« fanciullesche che puzzano di lattime lontano cento miglia, 
« e le meritano quattro sculaccioni... Sarebbe lo stesso che 
« per nominare il Petrarca vo' dicessi un certo canonico di 
« Arezzo, per nominare l'Ariosto un delegato di Garfa- 
« gnana, per nominare il Ridolfi (Cosimo) un fattore di 
« Meleto ». ^ 

Quanto alla Sicilia favorisce le collette per l'isola ge- 
nerosa, dà una tiratina di orecchie alla emigrazione sici- 
liana, che sta in Firenze beatamente aspettando il momento 
di gridare Osaima; bolla a fuoco l'apatia di certuni. Infatti 
una collettrice in una casa al primo piano si senti dire che 
la padrona dormiva, al secondo che dormivano tutti, al terzo 
che non vi era nessuno. « Che fatalità! » Negli Annunzi per 
il pubblico di buo7i umore annunzia Veruzione del Vesuvio, 
marcia fantastica dell'immortale Garibaldi, di prossima pub- 
blicazione, e, contrapponendo al vero il falso patriottismo, 
ironicamente avvisa: ^Facsimile di amor patrio: Si vende 
« in piccole boccette dietro la collazione di un impiego dalle 
« loo alle looo lire al mese. » ^ 

Garibaldi è a Napoli, è successo il consueto miracolo 
di S. Gennaro, ed il nostro esclama: « Oh! quanto fareb- 
« bero meglio i Napoletani ad ejffettuare il miracolo di cac- 
« ciare da se gli armeggioni e ristabilire quella concordia 
« ammirabile colla quale si era incominciato... I Napoletani 
« d' idee quasi primitive ricevono facilmente le prime impres- 
« sioni, e coloro che si fanno moderatori della opinione 
« pubblica bisognerebbe che avessero un po' di coscienza... 
« L'Italia è fatta, e come se nuU'altro ci fosse da fare, cian- 



» N. 66, 80. 
« N. 47, 48. 



« LA CHIACCHIERA » 1 2 3 



« ciano, cianciano, mettendo dissidi inopportuni... Ram- 
« mentiamocene bene, l'Italia ancora non è fatta ».' 

Al Mazzini ed ai suoi non dà quartiere, e contro i Fre- 
menti lancia l'articolo Uno scandalo in teatro, ossia una trap- 
pola che non è pili buona, scena unica, coi personaggi di 
Catilina (il Montanelli), Catone (il Mazzoni di Prato), But- 
tafuori e popolo, cronaca satirico -burlesca dell'assemblea 
tenuta al teatro Pagliano per la erigenda società operaia.'' 

Sulla questione ecclesiastica la Chiaccliiera è all'unisono 
colla Lente, col Moino, col La/npione e coW Arlecchino. Vuole 
col Ricasoli i preti all'altare e i contadini nei campi, si 
professa cattolica, ma al papa, come i suoi confratelli, 
non porta rispetto, e concia per le feste i preti codini. 
Nel Tricolore bete noire di un padre scolopio, riferisce che 
il Padre A. (Antonelli?) vide nel libro di un alunno una 
croce tricolore, che apposta gli era stata messa dinanzi. 
Il padre osservava: « Bellina codesta croce », e l'alunno: 
« Le piace non è vero? » Il padre: « A me non piace punto. 
« La croce di Cristo non è tricolore ». L'alunno: « E forse 
« gialla e nera? » Il padre rimase interdetto, parti ed in- 
ciampò nella coda.^ 

Secondo la Chiacchiera, sdegnando di abbandonare il 
cattolicismo, erano necessari una riparazione ed un riordi- 
namento diretti a stabilire e confermare la credenza cat- 
tolica « senz'avvilire i cristiani a dichiararsi protestanti, 
« ma purgando il cattolicismo da tutte le nefandità degli 
« accoliti della Corte di Roma ». La opposizione alla na- 



' N. 88 e 118. 

2 N. 115. Nel n. 76, fingendo un panegirico dello Apostolo della 
idea, il Mazzini, ricorda clie « nella impresa di Savoia per troppo va- 
« lore svenne », e nell'Si gli augura nientemeno che la fine dell'* Apo- 
« stolo del fico». Che Dio la perdoni! Del resto anche patriotti di parte 
repubblicana lanciarono talora fiere accuse contro il Mazzini. Cfr. A. 
D'Ancona, Ricordi Storici del Risorgivienio Italiano, p. 294-97. Fi- 
renze, Sansoni Edit., 1913. 

3 N. 21. 



124 CAPITOLO VI 

zionalità « è orrenda. Denegate al prete ribelle l'entrate, e 
« lo farete mansueto ». 

Riordinata la Chiesa per opera del basso clero « libero 
« dalle cupidigie ed avarizie mondane, la pace tornerà in 
« Italia, e potremo chiuder gli occhi alla luce del giorno 
;< da buoni cristiani, assistiti da sacerdoti ministri di un Dio 
« di pace, che mori per la redenzione umana. Einanuele 
« risuona Dio con noi ». Intanto si augura per più ragioni 
che il papa non parta da Roma, pur dissentendo dal Gen- 
narelli, che proponeva gli si lasciasse la città leonina. Rias- 
sume le sue aspirazioni nel Credo politico degr Italiani. « Io 
« credo in un'Italia centro della Chiesa cattolica, sedente 
« nella città de' Sette Colli, proclamante il Vangelo dal Va- 
« ticano, colla spada e la croce iniziatrice del nuovo patto 
« di amore fra le nazioni. E credo nella resurrezione di 
« tutti i popoli caduti e di tutte le razze asservite, e alla 
« gloria eterna dei padri e dei martiri della patria ».' E 
queste non son chiacchiere, ma ragionamenti alti e ge- 
nerosi. 

La cronaca fiorentina co' suoi scorci, epigrammi e pu- 
pazzetti tirati giù alla brava, offre alla storia dei costumi 
elementi preziosi. Chi scrive ricorda la guardia nazionale, 
i guerrieri di pace di quei giorni di agitazioni e di guerre, 
e la loro primitiva divisa tutt'altro che artistica e mar- 
ziale, e cioè una blusa di vergato filettata di rosso, un ber- 
retto rosso e turchino, e pantaloni a piacere. Ora la Chiac- 
chiera ammoniva: « La guardia nazionale ha bisogno di 
« un'uniforme perché il vestito è quello che fa rispettar 
« l'uomo. Una guardia sempre in blusa ha l'aria di essere 
« eternamente bambina ». 

Firenze festeggia il Re Galantuovio, ma la Chiacchiera 
trova da ridire giacché, come adesso alle lodi sperticate, 
allora i giornali, anche seri, erano facili alle critiche più 
acerbe. Comincia dal chiedere : « Siamo di Aprile o di 
« Maggio? Se considero i lavori fatti dai nostri artisti (vo- 

' N. 21, 32, 33, 35 e 120. 



« LA CHIACCHIERA » I 25 



« leva dire mestieranti) è forza concludere che siamo di 
« ]\Iaggio... L'Italia l'hanno messa a vender fagiuoli. Os- 
« servate quella statua presso lo sdrucciolo dei Pitti, e ve- 
« drete che ha in capo un quarto sfondato... I Mercanti 
« sul culmine di un arco trionfale posero Mercurio, che 
« protegge anche i ladri ».' 

Il giorno dell' arrivo del re fu osservato uno splen- 
dido arcobaleno, ed il cronista annota : « Positivamente 
« questo è segno di divergenza di opinione fra il vicario 
« ed il suo principale ». Deplora il gran numero di pro- 
fessori improvvisati dal Ridolfì: « Noi avevamo bisogno 
« del pronto organamento della istruzione elementare, di 
« molti bravi maestri ginnasiali e tecnici, e non di una co- 
« Ionia di professori di nome e di paga. Vi sono all'Isti- 
« tuto di perfezionamento professori con 4000 Lire italiane 
« annue, che hanno fatte quattro lezioni in un anno, e un 
« maestro, ciuco quanto il professore, fa lezione da mane 
« a sera, e cioè 500 lezioni per 500 lire. Messi tutti in- 
« sieme i professori colle loro toghe farebbero oscuro, né 
« sappiamo più che sia questo caos della pubblica istru- 
« zione ».' Certo alla Cliiacchiera non difettava il buon senso, 
né so se il caos allora lamentato abbia dato luogo in Italia 
a quella « luce intellettual piena di amore » che dovrebbe 
risplender serena sui campi ubertosi della pubblica educa- 
zione. Non so! 

Originale la protesta di tutti quelli che si chiamavano 
Gori, costituiti in ente morale perché un cognome inciso 
sulle monete del Granducato veniva applicato al fu Mu- 
stafà -Canapone-Broncio-Labbroni, nomignoli affibbiati a Leo- 
poldo II, che fu anche detto Tentennone e Don Desiderio. 
« Ora, essi protestano, il nostro casato è nobilitato perché 
« inciso sulle monete insieme col nome del re nostro. Non 
«si può dunque continuare a chiamare Gori Canapone -» ."^ 



» N. 23, 24. 

* N- 25, 55, 60 e 124. 

3 N. 83. 



120 CAPITOLO VI 

In occasione della prima Esposizione italiana in Firenze, 
il brioso giornale, preoccupandosi degli alloggi, assegna ai 
Romani la via dei Malcontenti, ai Siciliani Piazza della In- 
dipendenza, a Prete Peo (il papa) l'osteria del Pidocchio; 
ai Cardinali, via Torcicoda, al Ministro dell'Interno via 
della Ninna ed a quello della Istruzione via Trotto del- 
l'Asino.^ 

Con tutto questo Madamigella Chiacchiera ebbe ragione 
a raffigurarsi in atto di friggere, facendo saltare in padella 
preti e codini, mentre V. Emanuele ed il Cavour guardano 
ed osservano, ed un cittadino spiega : « Signori, è la Chiac- 
« chiera; ci rivolta e frigge tutti, ma poi non fa male a nes- 
« suno ».^ A lei però del male ne fecero con sequestri e con- 
danne, ond'ebbe a protestare che avrebbe mutato nome, e 
sarebbesi chiamata Acqìia in bocca. Una volta, nonostante 
la strenua difesa dell'avvocato Claudio AUi-Maccarani, 
venne condannata dalla Corte di Assise per offesa al buon 
costume a loo Lire di multa, alle spese, e ad un mese di 
carcere pel gerente, più la sospensione del giornale fino a 
che dal gerente stesso non fosse stata scontata la pena, a 
meno che non venisse surrogato da un altro. Scusate se è 
poco ! 3 

Fu minacciato nella vita il suo direttore, e tratto a 
sorte chi doveva eseguire il mandato; vero è che si trat- 
tava di smargiassate, ma insomma poteva la Chiaccìiiera 
dire di esser nata a cattiva luna onde fini per effigiarsi 
in atto di far fagotto per Torino. Cercò rimediare mu- 
tando amministrazione e domicilio, tornando con Leo- 
poldo Zolfanelli in Via Pandolfini, ma non le valse. « Po- 
« vera e dimessa nel vestire (cosi dichiarava) non sarebbe 
« coscienza lasciarmi sulle secche di Barberia. Speriamo 
« che mi possa riavere da tutti i malanni che a rifascio 
« mi son caduti sulle spalle da un anno a questa par- 



' N. 56. 
» N. 2. 
3 N. 96. 



LA CHIACCHIERA » 12 7 



te».^ Le sue caricature divennero più rozze e più rare, 
e solo più tardi, nel 63, riprese un po' di lena, ma i giorni 
più belli, che furon quelli della giovinezza, erano tramon- 
tati per lei come per ogni altro mortale irrevocabilmente 
e per sempre. 

' N. 113. 



CAPITOLO VII 



L' Arlecchino. 



Nel 1859, nel 60, che furono gli anni del buon senso, 
della concordia e di quella moderazione ch'è forza suprema 
perché sa dominare e regolare se stessa con serena ener- 
gia, e negli anni immediatamente successivi si ebbe il pe- 
riodo più brillante del giornalismo fiorentino. Allora bru- 
licavano in Firenze tipi straordinari di scrittori, di artisti 
e di begli umori, ciascuno dei quali meriterebbe uno spe- 
ciale ricordo. Il Giusti fu di moda, e venne imitato da 
scrittori e giornalisti, e perfino il Lachera, il faceto popo- 
lano venditore di dolci, e l'ultimo degli Stenterelli cele- 
bri, il Landini, ebbero del giustesco, come eminentemente 
giustesca, gentilmente casalinga ed argutamente satirica e 
castigatrice fu la rivoluzione del 27 Aprile compiuta a suon 
di banda. Non la vide il poeta, che aveva contribuito ad 
apparecchiarla, ma il suo spirito certo ispirava ed esul- 
tava, perché il suo arguto buon senso aveva fatto, com'egli 
si augurava, efficacissima scuola. 

I giornali umoristici, eppoi più tardi un loro bravo fi- 
gliuolo, il Fanfulla, col Ferrigni, Yorick, il Collodi e Fer- 
dinando Martini, al Giusti, nume indigete, dettero a piene 
mani fiori e corone, fiori paesani di eletta fragranza ; questa 
tradizione nostra, la stampa periodica fiorentina (giova ri- 
peterlo perché non rilevato a dovere) alimentava e ringa- 
gliardiva di perenne giovinezza. Il Giusti fece nel giornalismo 
scuola di buon senso e di dignità civile, di antiche virtù 
paesane ravvivate ed affinate opportunamente: aleggiava ed 



.,tRli. bLi.UNUà 



f \KLEC(:ni\o 




«.l(»ll.\AI.I. «4l lt(<t-1 IIOKIMK O ( <)\ ( AKKAII i;i: 



I. AlSTIIIA 



.Il >n«. >h.l <Hiali' -lo-- ■■»'<»' 

>|M iii'o (irimn |ii.r rtloriiari' iti 

lt«rl«.irii -i^lt III.1 <ll< i.iit^tri'MtitiK* 

|.>4t>Ml''4>u.> ;;i Ui . ,u.; |.ii-i >> I ili lil .1111.1.1 i. .Un 1' «ul limilo 

«vrc r »( Vtfiiiri' .1. (I \U(.i>iii UH «li tifUI|ilt.tAiiii«fil(* «(i«M'iiif*i r iti 

IMTiRlt '[.IIUC «i frflt»thi*l|t' luti», vili. 

Pag. 128. 



UliELU) CHE E Di CES.* HE A ( tSARE 




Nartu iJ»!»' («Itti CulU/d*.i> >, »Ult', ilt't IX rti. 



l^ag. 133, 



: l' arlecchino » I 2 9 



ispirava, tanto poco è vero ch'ei non avesse degni imitatori 
o seguaci. Ciò poteva ripetersi solo da chi nella storia let- 
teraria negligeva i giornali, che pure vi occupano un posto 
cospicuo. 

Proprio fra il 59 e il 60 il poeta civile di Monsummano 
avrebbe potuto salutare il suo popolo tale e quale lo va- 
gheggiò, nauseato dalla plebe di tutte le condizioni e di 
tutti i tempi : 

« O popol vero, o di opre e di costume 
Specchio a tutte le plebi, in tutti i tempi ».* 

Il popolo in quei giorni, ebbe mille ragioni il Lam- 
pione, fu cavaliere senza macchia e senza paura. Esclamava 
infatti a proposito della croce dei Santi Maurizio e Laz- 
zaro, detti i soliti santi : « Sai tu chi meritava in Toscana 
« la nostra decorazione, ma chi la meritava davvero? Te 
« lo dirò io. Il popolo ». ^ 

Fin dal 12 Agosto 1859, cosi un po' prima del Lam- 
pione, fece in Firenze la sua comparsa V Arlecchino, giornale 
serio-umoristico con caricature e con un Arlecchino per 
insegna, degno talora di gareggiare con quel gran decano 
della stampa satirica toscana e fiorentina. Eppure il Ber" 
nardini nella sua Guida non lo ricorda, strana lacuna, data 
la popolarità e l'importanza del brioso giornale. Dapprima 
la sua redazione era affidata ad un solo, ma presto anno- 
verò un capitano ed una buona schiera di soldati. In for- 
mato più piccolo del Lampione fu ora cotidiano ed ora no, 
stampavasi nella tipografia Soliani, direttore responsabile 
ne fu appunto Enrico Soliani, ed ebbe l'ufiìcio in via dei 
Conti presso Carlo Bernardi legatore dì libri. Costava dap- 
prima due soldi il numero, eppoi sette e nove centesimi; 
l'abbonamento annuo dieci lire. 

Dal Dicembre del 60 avverte di aver mutati i collabo- 
ratori, e che letterariamente parlando crede di entrare in 



' G. Giusti, Poesie. Agli Spettri del 4 settembre. 
2 N. 226. 

Rondoni 



I 30 CAPITOLO VII 



una via nuova. '^ Chi fossero poi i vecchi e nuovi collabo- 
ratori non è facile a sapersi, ed anzi avverte di non es- 
sere obbligato di palesare a chicchessia il nome degli au- 
tori degli articoli, che assumono nomi burleschi e bizzarri: 
Abbondio Spazzafrati, Isidoro Carota, Matteo Baccalà secco, 
domiciliato in Mercato Vecchio sopra l'osteria della Palla, 
Corneti Mariangelo domiciliato in Via dei Contenti. Ebbe 
sequestri e processi per causa di certi preti e frati; ma 
pare che in sostanza se la cavasse abbastanza bene, tanto 
che per aderire alle molte richieste dovette ristampare i 
primi sette numeri.^ Cessò nel 6i, ii ottobre, per risor- 
gere nel 68; ma delle sue risurrezioni e mutamenti non 
dobbiamo occuparci. 

Ecco il suo programma: « Qual meraviglia se nella città 
« degli Stenterelli vede la luce un Arlecchino? Troverete 
« in queste pagine mescolato il serio col faceto, cosi delle 
« cose facete, che vi parranno serissime, e delle cose serie 
« che vi parranno arcifacete. Quel che non vi troverete 
« mai sarà la satira personale, e ciò che vi troverete sem- 
« pre sarà la franchezza che ci viene dalla libertà ed indi- 
« pendenza delle nostre opinioni. Con ciò vogliateci bene, 
«leggete, e Dio ce la mandi buona ».3 

Indi aggiungeva: « Noi abbiamo dichiarato più di una 
« volta di essere col governo finché starà coli' Italia, e di 
« parteggiare per quella politica che, sostenuta dal Conte 
« Cavour e dai suoi successori, contribuì ad ammettere la 
« patria nostra nel consorzio delle nazioni ». Nonostante 
le fatte proteste, allusioni personali ne fece, e basti per 
tutte la biografia di Monsignor Emicrania, al quale rivide 

^ N. 48 e loi. Un articolo di Spazzafrati col \\\.q>\o II Frate iw in- 
criminato, ed allora non fece più l'articolo sulla Monaca. V. n. 95, 99. 

2 Nel n. del 24 Aprile 186 1 dovè pubblicare una sentenza, che con- 
danna Soliani per offesa contro la religione dello stato. Venne con- 
dannato a un mese di carcere, 200 Lire di multa e nelle spese. U Ar- 
lecchino domandava : « Non siamo sotto lo Statuto ? Sotto lo Statuto 
« si, rispondeva, nello Statuto no ». 

3 N. I. 



l'arlecchino » 131 



proprio le buccie, nonché gli accenni frequenti. a codini e 
preti politicanti, de' quali era moda dir male, e che in parte 
almeno se lo meritavano. 

La prima vignetta nel secondo numero s'intitola: Una 
fabbrica di -pasticci, e cioè il Congresso di Zurigo. Un bel 
pasticcio va in pezzi ed i cuochi esclamano : « E ora come 
« si fa? » ' Son note le speranze dei codini nel ritorno del 
Granduca, del Babbo, e le trame per riammettere in To- 
scana il figliuolo, Ferdinando, travestito da principe costi- 
tuzionale. Nell'ultimo eroismo di uno scolaro vedesi un mae- 
stro di scuola (Napoleone III) al suo banco. L'arciduca Fer- 
dinando in ginocchio, in divisa austriaca, con una canna da 
serviziali a tracolla con scritto costituzione, si raccomanda 
di essere riammesso in iscuola, ma Napoleone osserva: 
« Siete stato troppo cattivo e rompicollo; chi vi ha inse- 
« guato a tirarci le sassate ? » (e si allude a Solferino ove 
l'arciduca si trovava nello stato maggiore austriaco). « Nan- 
« dino: Gli è stato il Babbo! un ci ho a che fare io... 
« Ecco, la mi ci rimetta, via ! Non lo farò più ». Il mae- 
stro : « Non c'è più rimedio ! » Nel Paradiso perduto presso 
il cancello di un vago giardino una bella fanciulla, Flora, 
col grembo pieno di fiori, a Nandino che la scongiura di 
lasciarlo entrare, intima risoluta: «Non si entra! »^ Si ve- 
dono inoltre le Scene domestiche, e cioè le raccomandazioni 
del Babbo a Nandino, che spera tornare coli' aiuto dei Fi- 
bocchini, i Tipi di eroi, che sono questi ultimi grottesca- 
mente effigiati, perché Castiglion Fibocchi si mostrò fedele 
al Granduca, e il Tempo perso, Leopoldo e la moglie, la 
Tonia, travestiti il primo da donna e la seconda da uomo, 
per rientrare di soppiatto in Toscana. 

Altrove una brutta vecchia, la diplomazia, offre un gran 
veggio, ov'è scritto restaurazione, ad una giovinetta semi- 
nuda, la Liberata, che si appoggia ad una spada ed ha ai 
suoi piedi un leone, il Marzocco. « Liberata, cosi la vecchia, 



' N. I e passim. 

^ N. 7 e 45. 



132 CAPITOLO VII 

« prendi questo veggio e riscaldati », ed essa: « gli è diac- 
« ciò! » L'Austria con una gran cuffia ed in braccio l'aquila 
a due becchi guarda con paura un fiero galletto, dicendo : 
« Gallo, tirati in là, non vedi che fai paura alla mia piccina? 
« E vero che lei ha due teste, e tu ne hai una sola, ma 
« con codesto becco fai paura anche a me ». ^ 

In queste come in altre caricature, specialmente del 
Lampione, è notevole la intonazione sobria ed aggiustata, 
e come, senza astruserie barocche, poche linee e figure 
semplici e chiare esprimano al vivo il concetto, colgano 
l'intimo significato peculiare de'fatti e delle circostanze. 

Si narrò che ai tempi della occupazione austriaca alcune 
signore dell'aristocrazia si fossero in Firenze contese le 
penne del cappello del Radetzky. La satira le bollò col no- 
mignolo di Sigìiore delle penne, e i giornali umoristici ne 
vollero vendetta quando spuntò il giorno della liberazione. 
Indi V Episodio di storia toscana col vecchio maresciallo in 
comica posa con intorno due signore, delle quali una gli si è 
inginocchiata dinanzi. ^ 

Veramente giustesche, e quasi continuazione e svolgi- 
mento disegnato di quella satira politica, sono le caricature 
nelle quali qui, e nel Laììipione, comparisce il classico sti- 
vale. Una, graziosissima, rappresenta un veneziano, vero 
tipo goldoniano, che al calzolaio, Vittorio Emanuele seduto 
a tirar lo spago intorno ad un enorme stivale, domanda : 
« Diseme, galantomo, questo stivai xe termina o non xe 
termina?» E Vittorio: « Che volete son rimasto solo a 
« lavorare! — Ma se poderà fenire una volta questo aiFar? 
« — Ancora un poca di pazienza ci vuole, ma lo finirò di 
« certo >^.3 Altre vignette di simil genere appariscono nel 60, 
al quale il giornale intuonava : « Tu devi essere un grande 
« anno, se non sarai un grave danno. Tu sei per aprire un 
« immenso dramma... Tu sei per essere un anno zero o un 



1 N. iS e 44. 

2 N. 22. 

3 N. 34. 



« l'arlecchino » 133 



« anno lombarda ». ' Nella Scala di Giacobbe Garibaldi esce 
da un gran stivale colla bandiera tricolore e la spada. Vit- 
torio Emanuele dorme colla scritta : « Io dormo e il mio 
« pensiero veglia ». Il papa e il re di Napoli con bandiera 
ov'è scritto riforme, rampicano su di una scala appoggiata 
allo stivale. Sotto si leggono i versi del Giusti : « Non te- 
« mete, lo stivale — Non può mettersi in gambale — Dorme 
« il calzolaio ». U Artigiano di conio è Vittorio Emanuele 
scamiciato intorno ad uno stivale ov'è scritto : Legazioni e 
Toscana. Alcuni bersaglieri lo invitano : « Andiamo, Vittorio, 
« a fare un ritocchino ! » ed egli : « Riunisco questi due -pezzi 
« e vengo ». Il piti bravo pulitore di stivali è Garibaldi, che 
tira fuori colle tenaglie dallo stivale il re di Napoli vestito 
da pulcinella, mentre un prete gli grida: « Fratello Cecco 
« dai le riforme o siamo tutti morti ». E Cecco: « Non aggio 
« più tempo ; fenito me cce sei tu ». 

U eroe artigiano (Vittorio) interroga l'eroe dei Mille: 
« Beppe potrai finirlo questo benedetto stivale ? » Risponde : 
« Pensate a non farmi mancare lo spago che al resto penso 
« io ». « Tornerà nel primiero stato? » domanda al Cavour 
un tale, che guarda col canocchiale dentro lo stivale, e si 
ode rispondere: « Si, di fuori parrebbe », ma l'altro: « Ba- 
« date, ma dentro vedo un gran sudicio ». E del sudicio 
pur troppo ce n'è rimasto ancora. 

Sintesi eloquente di tutte queste la caricatura « Quello 
« che e di Cesare a Cesare ».^ Bombirlo, e cioè Francesco II, 
offre argomento a scherzi e pupazzetti innumerevoli ; basti 
ricordare quello che simboleggia il regime borbonico, e si 
intitola sarcasticamente Istruzione pubblica. Un lazzarone 
sdraiato mangia i maccheroni ; due monelli guardano le ma- 
rionette ed un predicatore con un gran nicchio si sbraccia 
in mezzo al popolame. Sotto si legge : « Magnamo li mac- 
« careni, abbemo li burattini, e abbemo anche lo predica- 

' 1860, n. 56. Nel n. 58, nell'articolo: La fine del 59 e il principio 
del 60, esclama: « O neonato, 1860, speriamo da te grandi portenti »^ 
Si direbbe il preannunzio della impresa dei Mille. 

* N. 58, 75, loi, 144, 186: anno 1861, n. 6. 



134 CAPITOLO VII 



« tore. U' nostro re ce voi bene assale : evviva lo re ! » A 
quel cosidetto paterno regime allude la sgomberatura del re 
Bomba. Il re dice ai suoi : « Mettete sta curona su a forca, 
« e dite a u boia che non me lasce; partiremo 'nsieme, 
«pigliando da Roma laddove stanno li amici nuostri».' 

Garibaldi ed un'ansia indicibile per l'unità d'Italia sono 
gì' ideali del momento. Garibaldi, anche per V Arlecchino, 
nei momenti ineffabili della spedizione dei Mille grandeg- 
gia su tutti, e perfino sul Cavour. L'impresario, il Cavour, 
in una caricatura, invita il pubblico : « Entrino, il diverti- 
« mento è svariato » ; Madama Italia soggiunge: « Lavorando 
« con voi perderò tutte le forze », ma Garibaldi corre a sor- 
reggerla, ed esclama: « Gettatevi nelle mie braccia, e la- 
« vorerete senza tanti rigiri » . // cuoco senza salario è pure 
Garibaldi, che sta preparando i maccheroni al Cavour ed al 
Ricasoli. L'offerta rappresenta Pulcinella che presenta un 
piatto di maccheroni, ed una donna, Venezia, che offre al- 
l'eroe uno scrigno con una catena di perle, mentr'egli di- 
chiara: « Aspettate col tempo prenderò tutto ». ^ 

Quando si discuteva sulla fusione e sull'annessione, e 
quando il Piemonte si affrettò un po' troppo a piemontiz- 
zare, V Arlecchino protestava: « Credemmo, crediamo e cre- 
« deremo sempre che fare l'Italia non voglia dire fare il Pie- 
« monte e di non volere che l'Italia avesse la testa di gi- 
« gante e le gambe di rossignolo ». Con una caricatura. Biz- 
zarrie, rappresentava il Cavour che portava via il Cupolone 
di Brunellesco, né per nulla avea messo fra i suoi avvisi 
burleschi : « Sarà pubblicata una grammatica piemontese per 
« uso dei Toscani. ^ » Biasima le leggi sarde « improntate 
« dalla burocrazia e dalla burbanza militare », la pubblica 
istruzione guasta dalla pedanteria, dai metodisti e dai no- 
vatori (e qui pose veramente il dito sulla piaga); vuol di- 
visa r Italia in due parti, regno d' Italia e repubblica di 



^ N. 19 e 121. 

* N. 75, 131, 152 e 1S2. 

3 N. 142. 



« l'arlecchino » 135 



S. Marino, e non in quattro, come pareva, Austria, Francia, 
Piemonte e repubblica di S. Marino. Si domanda : « Quali 
«e quante sono le principali società?» Risponde: « So- 
« de^à Nazìoìiale e Società dell' Unità italiana. — Che cosa 
« ha fatto la prima? — Ha preparato ed originato il pre- 
« sente; patrocina l'avvenire. — Che cosa ha fatto la se- 
<' conda? — Nulla, ma vorrebbe mangiar la pappa scodel- 
« lata ». Vivamente espressiva è La Pace, che rappresenta 
l'Italia madre, che prende per mano Cavour e Garibaldi, 
dicendo: « Figli miei, per amor mio deponete ogni dis- 
« sidio », ed essi : « Si, madre nostra, per te facciamo tutto ». 
Il curioso si è che il Cavour è vestito da signora in atto 
di fare uno scambietto; Garibaldi appare serio ed afflitto. 
Del resto quest'ultimo non è mai rappresentato in modo 
burlesco e caricaturato dai nostri giornali, che pare abbian 
timore di profanarlo. 

Avvenuta la proclamazione del regno d'Italia e morto 
il Cavour, la età eroica del Risorgimento si chiude, onde 
non insisteremo sulle caricature successive del nostro gior- 
nale rispecchiante le vicende dell'età fortunosa e spesso 
dolorosa dal 61 al 62. 

OoìV Apoteosi effigia Dante e il Machiavelli che introdu- 
cono il Cavour nel tempio della Gloria, coi versi : 

« Sulla tua fronte intreccia le ghirlande 
La liberata alfin Patria diletta, 
E per il mondo il nome tuo si spande ».* 

Coi codini e coi preti retrogradi divien sempre più 
fiero, ed al Granduca l'accocca peggio che mai colla Vita 
del Babbo illustrata in una serie di caricature dalla nascita 
alla cacciata. Esilarante la Restaurazione col Granduca in 
divisa di generale austriaco, portato in collo dai contadini 
che cantano: «E volean fa la lea — Da diciotto a' venti 
« anni — Ma ghieran' tutti inganni — D' i' ppopolaccio re — 



» 1861, n. 44. 



136 



CAPITOLO VII 



« Evviva i' Principe — Cristiano e bono — Che un bel per- 
« dono — A tutti dà » . ' 

Alla questione di Roma allude U7i Cuciniere che fa sor- 
tir Vappetito, col galletto, la Francia, ritto su di una gran 
pentola al fuoco, Vittorio e il Cavour seduti a desco, i quali 
chiedono: « Dovremo aspettar molto con questa pappa? >^ 
Garibaldi si avanza ed osserva : « Non per fare il ciaccione, 
« ma se la cuocevo io l'avevi già mangiata come facesti 
« dei maccheroni ». Il medesimo poi insieme col Cavour 
nei Dice proverbi gitisti ìdivora. intorno ad una statua, l'Italia, 
e dice: « Illustrissimo Signor Cammillo, se fate cosi piano, 
« non finiremo mai », e Camillo: « Chi va piano va sano ». 
« E giusto, risponde Garibaldi, ma per me chi ha tempo non 
« aspetti tempo ». Il nuovo diritto che il Cavour e Napo- 
leone affermavano stracciando l'iniquo trattato del 1815 
è argutamente raffigurato nel Mondo vecchio ridotto a nuovo. 
Napoleone ritinge il mondo, Cavour regge il bigoncio e 
Vittorio la scala. Garibaldi domanda : « Basterà questa pu- 
« lita? » e Napoleone: « Se non basta la ritoccheremo ». Vit- 
torio interloquisce: «Serbate della tinta per l'interno».^ 

A quei fiorentini spiriti bizzarri e burloni non poteva 
sfuggire il lato ridicolo della guardia nazionale, alla quale 
son consacrate caricature comicissime. Queste poi nel 61 
divengono alquanto più rare, e talvolta rozze e scurrili, né 
manca qualche illustrazione seria, come quella in morte del 
Cavour e del Niccolini, questa ultima intitolata I geni s' in- 
contrario, e cioè l'Alfieri che accoglie in cielo il poeta del- 
V Arnaldo. 

Del resto la direzione stessa avvertiva di non dar 
troppa importanza alle caricature, ma piuttosto di badare 
agli scritti, dei quali si compiaceva e non a torto perché 
V Arlecchino andò letterariamente migliorando. Nella stampa 
pel Niccolini sotto le brutte figure sono versi non brutti. 
Alfieri chiede: 



* N. 9 e seguenti. La Restaurazione è al n. 16. 
2 N. 22, 31, 165. 



LA VITA DEL BABBO ILLlSiUATl 




Pag- 135- 



«l'arlecchino» 137 



« Dimmi, o vate, rialza alfin la testa 
La grande Italia che io lasciava ancella, 
Nave senza nocchiero in gran tempesta?» 

E il Niccolini risponde: 

« Si, ti consola, che non è più quella, 
Un forte re dal suo sonno l'ha desta, 
Un rege che del tuo nome si appella, 
E come tu la penna, il brando ei strinse 
Per libertà pugnò gagliardo e vinse ». * 

Di questa parte letteraria è ora tempo di trattare. I con- 
cetti che la informano sono quelli delle caricature. Ab- 
biamo, come nel Lampione, e con evidente imitazione del 
Giusti, pitture di caratteri o tipi o fisiologie sul modello di 
Gingillino e di Girella, dialoghi comici, bizzarrie anche in 
vernacolo, che ricordano Trippa, Ventola e Granchio, scene 
dal vero, commediole, favolette, poesie, eppoi varietà, aned- 
doti, sentenze, epigrammi, un vero cinematografo, nel quale 
uomini e cose, scherni e sorrisi, entusiasmi e critiche si 
alternano spesso circonfusi della luce del buon senso e del- 
l'acume toscano e fiorentino, e sul fondo di una sana mo- 
rale, non sempre però troppo moralmente inculcata. Alla 
pari del Laytipione e degli altri confratelli tiene V Arlecchino a 
fare quasi il moralista di professione contro ogni sorta di re- 
gresso, superstizione ed ipocrisia, segnalando \& piaghe della 
Toscana, " come certi impiegati ed il giuoco del Lotto con- 
tro i quali, sulle orme del Giusti, scagliano questi giornali 
i loro più terribili strali. Codini ed impiegati, austriaci ed 
austriacanti. Canapone o Carognone (il Granduca), e gli pseu- 
doliberali coi preti e frati balordi, cattivi ed indegni, sono 
quelli ai quali Arlecchino assesta volentieri botte spietato. 

Che se troppo se la piglia con Canapone, ed oggi quella 
satira appare non di rado ingiusta, crudele ed anche pla- 
teale, e qualche volta se ne accorsero i suoi stessi autori, 



' N. 86. 

2 1861, n. 3 e segg. 



138 CAPITOLO VII 



infine si tratta di satira, e l'eccitamento e l' indole rivoluzio- 
naria dei tempi meritano al giornale le circostanze atte- 
nuanti. Le altre rivoluzioni hanno fatto assai peggio, e senza 
confronto possibile; in fondo quelle delV Arlecchino son pa- 
role, mentre in Francia per esempio furon fatti, e che razza 
di fatti! 

Quanto ai codini, sfavillante di arguzia è il Malinteso 
del codino, al quale un tale annunzia : « Signor Matteo, 
« ora siamo a cavallo, non c'è più verun dubbio... niente- 
« meno che fra pochi giorni arriva il principe in Firenze ». 
Il Codino: «Eh! proprio? lo sa di certo? E sicuro di non 
« sbagliare? - Vuole scommettere un desinare? - Con tutto 
« il cuore », e cosi via su questo tuono finché quel tale os- 
serva : « Che ! non va al palazzo Pitti, va alla Crocetta, poi- 
« che essendo reggente, — e il Codino : Che reggente ? — 
« O che cosa ha capito ? — Non ha detto che torna il prin- 
« cipe? — Che torna? Ho detto arriva, non torna — Il 
« Granduca, già! — Ma che Granduca? Lei sogna. Inten- 
« devo dire il principe di Carignano, reggente per Vittorio 
« Emanuele. Cos'ha, signor Matteo, che fa le labbra bian- 
« che? » Il dialogo finisce con questa esclamazione del po- 
vero Codino ! « Che ! in questo modo la non può durare, o 
« torna addirittura o mi faccio liberale anch'io ». ' 

Per ultimo il Codino non ha altre risorse che il Piagni- 
steo la sera del 3 Settembre 1860: « Nessuno ci ascolta, (ei 
« lamenta)... il cannone seguita a tuonare, le bandiere tri- 
« colori svolazzano, la città s'illumina come un incantato 
« soggiorno di fate ! Viva il nostro re Vittorio Emanuele ! 
« Viva il prode soldato della indipendenza italiana ! Orrore ! 
« Orrore! C'è da perdere il cervello. Sta! Picchiano alla 
« porta. Chi è? E il servitore. Signor padrone, bisogna ac- 
« cendere i lumi anche noi — Va al diavolo anche tu; or- 
« mai è finita. Ebbene si accendano pure le faci. Esse il- 
« luminano il nostro catafalco ».^ 



' 1860, n. 21. 
^ N. II. 



« l'arlecchino » 139 



Dietro istanza di certi codini X Arlecchino ebbe un se- 
questro ed un processo perché in un articolo Sfalle dure 
e mtLsi freschi aveva immaginato che due codini venissero 
bastonati, ma fu assoluto. Indi per altre sguaiataggini venne 
condannato e sospeso (dal 27 Gennaio al 27 Febbraio del 
60), ond'esso si ritrasse in atto di esser trascinato in pri- 
gione, eppoi da Novello Giona uscente da una balena na 
tante nell'Arno e con in pugno il vindice bastone. ' 

Con tutto questo non superò mai la parte come certi 
giornali del 48, e come certi altri della rivoluzione fran- 
cese, che anzi disapprovò i fogli coi ritratti del re galan- 
tuomo, che si affiggevano alle porte dei codini, e l'uso brut- 
tissimo dei ragazzi plebei di cantare fra turpi bestemmie 
oscene canzoni contro il sacerdozio, il pontefice e gli an- 
tichi reggitori della Toscana o di fischiare i retrogradi. Tut- 
tavia non si astenne di accennare palesemente e denun- 
ziare con nomignoli ed iniziali persone e conventicole co- 
dinesche. ^ Pur troppo è sempre costumato il vituperio con- 
tro i caduti ed i vinti, ma a giudicare equamente gli scherzi 
anche appannati dei nostri giornali è d'uopo tener conto 
dell'ambiente e delle invettive che circolavano in fogli vo- 
lanti, quali la Confessione ed abdicazione di Leopoldo II, il 
Testamento della imperiale e real casa di Lorena ossia Atti e 
Rapporti ufficiali concernejiti il Bombardamento di Firenze, il 
Testamento di Canapone e simili. ^ 

Liberale di vecchia data non risparmia la quadra ad 
eccessi ed errori de' propri compagni di fede, e soprattutto 
se la piglia col Mazzini negli Sbagli ed Abbagli, e coi repub- 
blicani, i Frementi. ^ Riproduce tutti i giudizi su di lui da 



> N. 68. 

2 V. n. 4 e 84. 

3 La Confessione porta la data di Genova, 1860. // Testamento 
della casa etc. fu edito dalla Tip. Torelli, Firenze, 1860, e dalla Tip. 
Rebagli nell'anno istesso il Testamento di Canapone. 

* Già vedemmo esser di moda combattere il Mazzini onde il Gironi 
nel suo Diario, anno 1859, carte 67, annotava: « Esce il 1° numero 
« del giornale V Indipendente (ne fu direttore Cesare Donati). Nel primo 



140 CAPITOLO VII 



quello del Gioberti al detto di Garibaldi : « Quest'uomo 
« guasta tutto ciò che tocca »; lo chiama un Imhroglia- 
7iiatasse; gli dedica un sonetto, che incomincia : « Al Si- 
« gnor della idea, guerrier d'inchiostro»; chiama col Lam- 
pione i Mazziniani Pazzi-Nani o Azzimi-Nani^ e conclude 
che se un tempo repubblicano voleva dir liberale, ora si- 
gnifica matto. ' 

Idoleggia il nuovo regime, ma con arguzia tutta fioren- 
tina ne intuisce certe magagne che il tempo s' incaricherà 
di aggravare. Nella lezione politica fa derivare popolo da 
populus (pioppo); definisce una seduta parlamentare una 
mistificazione; tutti i partiti sono cicale, distinte in cicale co- 
muni, cicalini o nonnini e cicale rosse. Combatte l'astensio- 
nismo, ma dice: « Eleggete da voi, eleggete per voi. Le 
« ultime, le più solenni elezioni sapete dove si aspettano? 
« A Roma ». Quanto ai colleghi in giornalismo sentenzia 
che la Nazione (di carta) ha per motto Giattduia e Turin, 
è una gazzetta del popolo per uso del barone Bettino Ri- 
casoli, che il Piovano Arlotto ha per missione di stabilire 
la capitale d'Italia in mercato vecchio, e chiama il La?n- 
pione un foglio che costa due crazie. La gelosia di mestiere 
gli dava le traveggole.^ « Io (cosi V Arlecchifio) sto fermo 
« contro i codini, ripongo la verità nel bello, la bellezza 
« nel vero, l'Italia nel Campidoglio; non son toscano, né 
« piemontese, sono italiano. Amo il re molto, Cavour poco, 
« il Rattazzi punto. Aborro il sistema di monopolio e di 
« centralizzazione, che ha sempre distinto il Governo di 
« Torino a scapito delle province. Sono per la libertà mu- 
« nicipale,... per l'incameramento dei beni ecclesiastici, per 
« l'abolizione dei frati. Detesto le società anonime in grande 
« che arricchiscono i pochi, levando le brache ai 7noUissimi. 
« Desidero la libertà d'insegnamento. Fo voti per l'aboli- 

€ numero sì avventa contro il Mazzini tanto per prender posto alla pre- 
« dica, non perché ve ne fosse bisogno ». 

» N. 155, 164. V. anche il n. 35 del 1861. Il Concilio dei Frementi. 
Schizzo drammatico. 

2 N. 119, 126, 210. 



« l'arlecchino » 141 



« zione dei collegi e dei seminari... Voglio larghissima, per 
« non dire illimitata, la libertà religiosa. » Ama il popolo, 
magari con una puntarella socialista, il popolo, 

« Per cui sol parla e scrive 
Pe'suoi bisogni palpita, 
Della sua vita vive... 
Il sacrificio inculcagli, 
Ma in prò' di lui vorria, 
Che i ricchi e i grandi agevole 
Facessergli la via... 
Cosi del Giusti il genio 
La società commosse, 
E flagellando i reprobi 
A vergognar la scosse ». 

« Fui federalista, soggiunge, ora dico : « Italia è Roma ; 
« sede d'Italia nel Campidoglio, e Vittorio Emanuele re 
« solo ». Lancia insomma la frase che dovea poi echeg- 
giare nel verso del gran poeta civile (il Carducci) dell'Italia 
contemporanea.' Questa fede inconcussa non era allora 
senza vivi contrasti, mentre da questi fogli ingialliti appare 
quanto i codini di Firenze fossero numerosi e risoluti, giac- 
ché il vecchiume è ostinato e tenace. Il vero si è che il 
nostro giornale è fra tutti quelli che andavano per la mag- 
giore il più audace e battagliero, ed altresì forse il più in- 
dipendente e moderno tanto che non poche sue pagine 
tornerebbero opportune anche oggi. 

A proposito della Massoneria osserva che ora credeva 
che non ce ne fosse bisogno, quando libertà ed eguaglianza 
le desideriamo tutti quanti siamo dalle Alpi alla Sicilia. 
« Ma non vedete, cari miei (cosi ai Massoni) che mentre 
« volete universalizzare le idee di libertà e di unità, invece 
« le restringete? Ora la massoneria mancherebbe di scopo 
« o servirebbe di mezzo perché certi Arruffapopoli che m'in- 
* tend' io, avessero campo a provarsi nelle loro vane e 
« pericolose esercitazioni ».^ 

* N. 124, 140 e 145. ' 
2 1861, n. 38. 



142 CAPITOLO VII 



Per Garibaldi il suo entusiasmo crescit eundo. « A Ca- 
« prera è il famoso punto di appoggio per sollevare e spro- 
« fondare tutte le tirannidi di Europa... Se in Italia sor- 
« gesse un Omero potrebbe comporre un Iliade delle sue 
« battaglie, ed mvC Odissea delle sue mondiali peregrinazioni. 
« Come monumento all'Italia risorta, le statue... non rispon. 
« dono degnamente all'altissimo concetto. L' Italia dovrebbe 
« fabbricare un gran tempio di granito dedicato al Dio Sa- 
« baoth, e li presso una piramide come quella di Cheope 
« per le ossa di Garibaldi ». ' 

Sintesi curiosa di queste sue aspirazioni è una delle sue 
Corbellerie. « I cori quest'anno son tutti patriottici. C'è una 
« varietà che spaventa. Non si canta che la Croce di Savoia 
«da tutti i canti. E l'inno di guerra, s'intende; cosi per 
« mutare. La politica deve entrare per tutto. Si, Garibaldi 
« e re Vittorio figurano nella reggia, come nelle botteghe 
« de' salumai. Cito Baldassarre di via Calzaioli vivo e verde, 
« che ha messo il busto del re in mezzo ai salami precisa- 
« mente. L' idea non è cattiva. Rappresenta il re in mezzo ai 
« suoi sudditi. Che linguaccia! Scherzo e non mordo. Viva 
<< l'Italia una. Ora si, se no... Dio ne guardi! »^ Insomma, 
e qui V Arlecchino ebbe intuito felice meglio di certi padri 
nobili, Garibaldi, Vittorio ed il Cavour furono necessari e 
provvidenziali egualmente, e s'integrarono a vicenda; erano 
il genio, il senno, il cuore e la mano fatidici, invincibili. 

Nel 48 e 49 in Toscana, come dappertutto altrove, segno 
e carattere dei tempi e della stampa politica furono le più 
fiere polemiche e discordie. I giornali, e più specialmente 
i popolari ed umoristici, proprio si dilaniavano. 

Invece nel 59 e 60 in Toscana son quasi tutti, salvo i 
ripicchi del mestiere, all'unisono; qualche rarissima ecce- 
zione non guasta, ed anzi conferma la regola. E non solo 
i giornali, ma i foglietti volanti, ripetono tutti lo stesso 
grido, affettuoso grido a Vittorio, Cavour e Garibaldi, alla 



' N. 198. 

2 1861, n. 217. 



« l'arlecchino » 143 



unità garantita dalla monarchia nazionale, che nella terza 
Italia sorse proprio nazionale e popolare per eccellenza. 

Ai preti ed ai frati V Arlecchino non le risparmia, e, 
a parte l'esagerazione, ha osservazioni salate e macchiette 
riuscitissime. Le Scene Infernali con Arlecchino guidato da 
un usciere giù per l'Inferno dinanzi al tribunale di Minos 
sono prolisse e di maniera, ma fra i giudicabili Don Pirlone 
è sbozzato alla brava. Altrove la Coda dice al Nicchio : « O 
« Nicchio, son rovinata se tu mi abbandoni. — Ed il Nic- 
« chio : Ed io son morto se tu mi lasci », e quindi cantano, 
« Sempre uniti, sempre insieme! »' 

Però non si creda che V Arlecchino fosse un mangiapreti, 
un nemico della religione. Riprova i vizi e l' ignoranza di 
certi preti nella festa di Campagna ed in altri quadretti di 
genere, e nei Soci di speculazione flagella i preti ed i frati 
nemici della patria, ma per i buoni palesa tutte le sue 
simpatie, citando come esempio Don Anselmo « galantuomo 
« di prima riga », il quale, dopo la messa, raccoglie i popo- 
lani, istruendoli nei doveri di cittadini e d'italiani.^ Inoltre 
nei Dialoghi popolari introduce un popolano, che si rifiuta di 
andare ad udire in Barbano i protestanti poiché, cosi dice : 
« Io resterò nella religione in che vissero i miei padri, e in 
« che venni educato ». Vede nel papato spirituale una 
delle più antiche glorie d'Italia, ma vuol Roma capitale, 
e a Massimo D'Azeglio, che in un suo opuscolo l'avrebbe 
volentieri rilasciata al papa, e che perciò fu chiamato Pa- 
dre Massimo, dedica una caricatura. Una Pesca al fiume 
Lete, con Stenterello che gli domanda: « Azeglio, icché tu 
« peschi? » e si ode rispondere : « Non lo so nemmen io y>? 
Loda il Padre Passaglia, Monsignor Liverani ed il Tosti, 
e, rilevando che la patria « è stata sempre conosciuta più 
« dai preti minuti che dai grossi, a Roma, a Roma, ripete, 
« ma senza impazienze alla Mazzini, e con oculata prudenza». 



' N. 19, 20 e 62. 

^ 1861, n. 36, 37 e 46. 

3 1861, n. 71. 



144 CAPITOLO vn 



In conclusione quando sferza il malcostume e la grettezza 
di certi ecclesiastici prosegue la tradizione e stempera i co- 
lori dei nostri novellieri e comici antichi, quando combatte 
il clero nemico d' Italia, vagheggiandolo adorno della « ricca 
povertà dell'Evangelio » preme le orme del Giusti, e un 
po'quelle di Dante, del quale appunto ripete i versi terribili, 
che il divino poeta poneva in bocca a S. Pietro sfavillante 
di sdegno nel Paradiso : 

« Quegli che usurpa in terra il luogo mio. 
Il luogo mio, il luogo mio che vaca 
Nella presenza del figliuol di Dio, 
Fatto ha del cimitero mio cloaca >.' 

Il nostro giornale è in fondo cattolico e liberale con 
qualche scarto da monello e magari da scomunicato. Indi 
a Monsignor Emicrania intuonava : « O tallallera ! Monsi- 
« gnore siamo più cattolici di voi, non però come voi. Noi 
« vogliamo salva la religione cattolica colla gloria nazio- 
« naie dei padri nostri. Voi invece volete esser cattolico 
« col salvare il dominio temporale del papa ! Parliamoci 
« chiaro ; non è più tempo. I micini hanno aperto gli oc- 
« chi ». Dichiara di volere ammogliare il papa con una 
bella ragazza, l' Italia ; e in una caricatura il Ricasoli, do- 
mandando a Napoleone che tempo fa ed udendosi rispon- 
dere: « Dura il temporale » soggiunge: « E sarebbe ora che 
« venisse un po' di sole ».^ 

Implacabile coi codini non lo è meno cogli pseudolibe- 
rali, coi malvoni e coi martiri della moda. Abbiamo anzi 
una collezione di ritratti, che rifulgono spesso di letterarie 
bellezze. Primo ci viene innanzi Sempronio, che dal 46 fece 
tutte le parti in commedia, cascando sempre ritto; segue 
il Signor Alcibiade, « statura giusta, età anni trentacinque, 
« testa bislunga, occhi verdastri, naso a ballotta, capelli 
« pochi, e quei pochi ritinti, baffi idem, pizzo all'italiana ... 

^ Quasi in ogni numero del 6r tocca o disserta della questione ec- 
clesiastica. V. n. 12, 69, 72, 73, 81, 87 e 89. 
2 1860, n. 190-91; 1861, n. 93. 



fa3 

ce 










rt j: <-> « 



;:) 5 n e 2 



h< 



•*; -^ ^ 







« l'arlecchino » 1 45 



« Sta dietro all'impiego, ed ha già deposte sette domande, 
« ma senza resultato ». È « un patriotta di ultima moda ». 
Fra tutti emerge il Sor Achille, della famiglia di quegl'im- 
Vjroglioni, de' quali il Giusti scriveva : « Dalle gran vittime 
« non si riparava ». Il Sor Achille è piovuto non si sa di 
dove. « A sentir lui avrebbe uccisi 15 tedeschi, 20 croati, 
« 4 ungheresi... senza contare tre spie fucilate, ed un poli- 
« ziotto trafitto a colpi di stile sulla piazza di Milano. Dieci 
« anni fa predicava sulle tavole di un caffè incitando i pò- 
« poli a correre alle armi. Un medico di reggimento ricorda 
« di averlo conosciuto a Roma a farsi curare una ferita al- 
« l'indice della mano destra qualificata per ferita di tem- 
« perino ».' 

Al Sor Achille si contrappone, eppur lo rassomiglia, 
il Moderato. « Moderato una volta voleva dir prudente, ora 
« significa opportunista. Il moderato fu l' inventore del senno 
« pratico ossia del tornaconto ad ogni costo; prese per in- 
« segna il viissirizzi ...^ Montato sulle spalle degli asini sali 
« in palazzo, e dettò la legge ». Né so tacere come Biagio 
racconta perché divenne del partito di' opposizione. « Co- 
« spirai, discorsi, ciarlai, mi compromessi, e nonostante il 
« 27 Aprile fu fatta la rivoluzione senza darmene neppur 
« parte. Non importa... Furon fatti nuovi impiegati, ed io 
« nulla... S'istituì la guardia nazionale,... ma non mi riusci 
« di esser fatto neppur caporale, neppur tamburino. Pa- 
« zienza ». Chiese un impiego di segretario, di commesso, 
lo chiese di professore al Ridolfi. « Mi domandò se avevo 
« titoli. Per fortuna non ne aveva. Era quello il maggior 
« titolo... Mi domandò che cosa avevo studiato. Gli dissi 
« economia. Egli mi offri perciò una cattedra di ostetricia. 
« Io l'accettai. Il giorno dopo vien la legge che i posti nel- 
« l'insegnamento si danno a concorso. Eccomi rovinato. 
«Non ebbi nulla. Vergogna!... Ingrato Governo, mi avrai 
« nelle file della opposizione. Preti venite a me; repubbli- 



' 1859, n. 7, 36, 40 e 47. 
2 N. 186. 

Rondoni lO 



146 CAPITOLO VII 



« cani accoglietemi nelle vostre braccia; federalisti io sono 
« con voi; socialisti, comunisti, eccomi, eccomi. Chi non mi 
« volle amico, mi avrà terribile nemico ».' 

Crescendo Arlecchino si levò la maschera, presentan- 
dosi a viso aperto e volendo « d'ora in poi portar la fronte 
« intemerata e priva di ogni lieve macchia. Non apparterrà 
« a tutte le sette e a tutti i partiti, ma a nessuna setta ed a 
« nessun partito », persuaso che « i partiti son la rovina delle 
« nazioni, e che il parteggiare è da nemici e non da amici 
« d'Italia ». Arlecchino «incorrotto ed incorruttibile prende 
« a fida scorta la verità ». Dice col Petrarca: « Io parlo per 
« ver dire — Non per odio di altrui, né per disprezzo ^^. 
Suo programma pel 61, « libertà, LEGGI, PACE ».' 

Il nostro giornale d' intonazione schiettamente popolare 
non riusci soltanto nel fotografare certi tipi, ma ancora nel 
proiettare scene di costumi, che fanno ridere e pensare, 
rallegrano e commuovono, e ridendo castigano. Arieggiano 
e s'ispirano a certe descrizioni del Giusti come quella 
del ballo in casa del notaro di campagna, e quasi prean- 
nunziano i quadretti ed i tipi dipinti con geniale natura- 
lezza dal Collodi e da Neri Tanfucio. Cito appena La mia 
villeggiatura, saporitissima, colla descrizione della diligenza 
con entro un fattore, due mercanti romagnoli di cavalli, 
una balia ed « un frate zoccolante che da se solo prendeva 
« posto per tre » . Indi la villetta della zia sorda, che legge 
il libro delle sette trombe, il paretaio, il priore che sbuffa 
contro i liberali, insomma un bozzetto dal vero, che par- 
rebbe di Collodi o d'Yorick. E le Scene di sagrestia ov'è 
tanto umorismo di buona lega, col Giorno del mortorio, e 
cioè dell'uffizio funebre di un riccone, e il Viatico del po- 
vero con « quei pretonzoli via di trotto come stanghe dispe- 
« rate? »3 Né manca qualche poesiola, come la canzonetta 
colta fresca fresca sulle labbra del popolo: 



' 1S61, n. 41. 

2 1861, n. 2. 

3 1859, n. 28, 116, 119. 



« l'arlecchino » 147 



« Emanuele non vive contento 

De' lunghi stenti, delle aspre vigìlie 

Se ancor non vengono le Due Sicilie. 

La vien, la vien, la viene ancora Roma 

Che ha noia, che ha noia, che ha noia di star sola ». 

Né SO tacere i nomignoli affibbiati alle bande musicali 
convenute dalla provincia in Firenze per 1' arrivo del re. 
Chiamarono rondoni certi musicanti con tunica cenerina a 
coda di rondine; Semipappagalli certi altri vestiti di rosso 
e di verde, e certi altri Cosacchi del Don e Ramarri. ' 

Come il Giusti anche il nostro se la piglia cogl' impie- 
gati, che giudica una piaga della Toscana, i quali per al- 
tro erano molto migliori di quello che dalla satira giuste- 
sca e popolare apparisce. Allora era di moda dar l'assalto 
agl'impieghi e dir male degl'impiegati. Comunque certi 
caratteri di quegl' impiegati, prescindendo dalla esagera- 
zione comica e satirica, erano quelli precisi. Ecco un dia- 
logo di due impiegati: 

« Che si canzona! in questa 
Guisa non può durare, 
Che l'impiegato appena 
Ha il tempo di mangiare. 
Non può fare il suo chilo 
Come prima faceva. 
Ed è ridotto peggio 
Di un garzon di bottega. 



Cosa vengono adesso 
A dir di libertà. 
D'indipendenza eccetera, 
Di nazionalità? 
Allora si era liberi, 
Or siamo schiavi tutti. 



^ N. 43, 1S60, 92. La poesia cit. si cantava sull'aria Daghela avanti 
un passo, e non è ricordata nel bel saggio: «Poesia e musica popo- 
lare italiana nel secolo XIX » nel caro volume di A. D'ANCONA. Ri- 
cordi ed Affetti. 



148 



CAPITOLO VII 



— Davvero ! del progresso, 
Veda, son questi i frutti, 
Ci chiamano retrogradi, 
Ci chiamano codini, 
E siamo invece martiri, 
Poveri sedicina ».' 

Una caricatura. / fedelissimi, rincara la dose: Alcuni 
impiegati dinanzi al busto di Canapone, cantano: 

« Lui qui non v' è. 
Ma la paga la e' è. 
In mancanza di lui, 
Si abbraccerà te». 

Vi sono in tutti i tempi quei cervelli leggieri che si esal- 
tano con ridicola mania per le novità. Allora vi furono i 
fanatici della politica, che il giornale mette in burletta nel 
Marito politico, il quale vuol ribattezzare col nome di Vittorio 
Emanuele il figliuolo che si chiamava Gregorio, e che crede 
di avere scoperta una congiura di retrivi udendo un prete 
ed un contadino contrattare un maiale. A lui fa contrap- 
posto quella madre abbadessa, che voleva uscire in piazza 
con un abito giallo e nero. Deplora il turpiloquio e la be- 
stemmia, augurandosi unico rimedio la pubblica educazione. 
« La città de' fiori (domanda) andrà a diventare ? Che cosa ? 
«Il vituperio della civiltà».^ Cose vecchie sempre nuove, 
anzi nuovissime. Le Signore che desiderano perfezionarsi, pi- 
glia in giro le frequentatrici dei corsi deW Istituto Superiore 
di perfezionamento allora nascente, e specialmente delle le- 
zioni su Dante del buon padre Giuliani. « State in casa, 
« grida, badate ai vostri figli, fate la calza, cucite, stirate, 
« ma non venite a far pompa di un'intelligenza che, senza 
« far torto ad alcuna, è dono di poche, specialmente nei 
« discorsi sopra Dante... In ogni caso se vi piace d' inter- 
« venire, ascoltate e fate finta d'intendere... per il diritto 
« di sentire di quelli che sono desiderosi di apprendere di- 



I 1859, n. 44. 

^ 1860, n. 21, 23 e 109, e 1861, n. 202. 



« l'arlecchino *• 1 49 



•« stratti spessissimo dal rumore delle vostre gonnelle o dal 
« cinguettare delle vostre instancabili lingue. In questo 
^< modo non vi perfezionerete, né lascerete che si perfezio- 
« nino gli altri ».' 

Si sdegna che la casa di Dante sia trascurata cosi che 
« nella stanza ove forse il poeta fé' i primi versi di amore 
« per la figliuola di Folco, un prosaico trombaio batte la 
« latta, e fa tubi a tutto spiano... Perché quella casa acqui- 
le stata dal municipio, o vivaddio per una soscrizione di 
« cittadini, non è trasformata in un museo che si potrebbe 
« chiamare di Dante? ». 

A completare il bagaglio letterario del nostro, aggiun- 
giamo Hainaiù o i massacri di Brescia, romanzo piagnuco- 
loso e ferale, la Vita di Ferruccio e la Cacciata degli Au- 
striaci da Genova, (dice che Balilla era garzone di un cia- 
battino, e gittò non il sasso, ma una forma da scarpe in 
faccia a un tedesco) studi storici condotti con criterio e 
dottrina, ed infine le bibliografie come quella sulla Storia 
intima della Toscana di Ermolao Rubieri, impepata proprio 
a dovere i"" nonché la critica teatrale giusta, sapiente e fatta 
sul serio, come quella alla commedia del Suner, la Calèche, 
rappresentata al Ginnasio drammatico diretto dal Berti. ^ 

Con tutta questa po' po' di roba ebbe ragione la nostra 
mascherina a fare un Indirizzo a chi di ragione per avere la 
croce di cavaliere... « Aspetto il ciondolo (esclama) ma con- 
« giunto alla pensione, se no, io Arlecchino, che son po- 
« vero, invece di doventare un cavaliere sul cavallo, diven- 



' 1861, n. 30. Nota il Gironi nel Diario cit. 1861, carte 35, che le 
dantofile criticate anche dalla Nazione in un articolo di Pietro Ferrigni 
(Yorick), si lagnarono acerbamente in una conversazione in casa Bar- 
tolommei col direttore del giornale, Avvocato Piero Puccioni, e che 
infine il Ferrigni fece le proprie scuse, della qual cosa il Gironi lo 
biasima. 

* V. più specialmente le appendici del 1861. Passim. Pel Rubieri 
V. n. 29. Quella critica però non è senza qualche esagerazione ed in- 
giustizia. 

3 1861, n. 52 e segg. 



150 CAPITOLO VII — «l'arlecchino» 

« terei un cavaliere sull'asino. E di questi non ne manca »/ 
È proprio un peccato che il nome degli scrittori dell'-^;- 
lecchino resti involto in una specie di mistero, essi che me- 
riterebbero di esser conosciuti più e meglio di certi chia- 
rissimi, de' quali il nome si registra nei libri, e dei quali 
i libri sono affatto e giustamente ignorati, o destano un 
legittimo spavento in chi si faccia ad aprirli. Ed invero 
un'Antologia degli articoli di questi giornali compilata con 
discrezione e con garbo potrebbe non solo cooperare effi- 
cacemente all'insegnamento della storia del risorgimento, 
ma offrire esempi di scrivere spigliato, semplice e vivo an- 
che ai giornalisti. Insomma V Arlecchino fu precursore de- 
gnissimo di quel Fanfulla, già si celebrato tanto quanto il 
povero Arlecchino fu ed è obliato quasi totalmente. '■ 



* 1861, n. 105. 

^ Basti accennare che G. Stiavelli non lo nomina affatto fra i 
giornali fiorentini e toscani nel capitolo Vili: La stampa periodica, 
del voi. A. Guadagnali e la Toscana de' suoi tempi. 



CAPITOLO Vili 



Il Lampione. 



\J Arlecchino era popolare di modi e talvolta un po' sguaia- 
tello, il Lampione ebbe invece maniere piuttosto aristocra- 
tiche ; fu molto più- artistico e raffinato. Di lui può ripetersi : 
« A tout seigneur tout honneur ». Offre disegni più belli, 
formato più grande, ma fu anche più caro. Se ne fece un'edi- 
zione di lusso, eh' è una vera galleria artistica. Si pubbli- 
cava tre volte la settimana, il Martedì, Giovedì e Sabato, 
ed in principio costava agli abbonati annui Lire io e poi 
i6. Un numero separato si vendeva per centesimi 15, e la 
distribuzione se ne faceva alla libreria Clava in via dei Mar- 
telli. Lo stampava la tipografia Le Monnier. Fra il 48 e 49 
e poi dal 60 al 65 se ne pubblicarono 1888 numeri. Nel 
'60, quando risorse dopo 1 1 anni, passò da Carlo Lorenzini, 
Collodi, l'autore di Giannettino e di Pinocchio, ad Angiolino 
Dolfi; vi collaborarono il Materassi, il Socci e Alessandro 
AdemoUo,' e ne fu principal caricaturista il Matarelli o Mata, 
vero artista geniale in quel genere, dall' intuito sagace e 

' Sul Collodi, che fu anche prode soldato delle patrie battaglie, 
nel Risorgimento Italiano, Rivista Storica, Anno I, Fascic. 3. cfr. E. 
Michel. Carlo Collodi al campo toscano in Lombardia nel 1S48, p. 461 
e segg. Alessandro Ademollo fece le sue prime armi come giornalista 
nel Commercio e nel Popolano, fra il 1845 e il 48. Indi collaborò al- 
l'Arte ed allo Scaramuccia, dedicandosi più specialmente alla critica 
drammatica. Più tardi fu impiegato alla Corte dei Conti e si dedicò 
agli studi storici. 



152 CAPITOLO Vili 



profondo, che sa cogliere e rilevare il motivo e la linea più 
viva ed espressiva con tocco sobrio, audace ed originale, 
ma nella esagerazione e nella satira vero e garbato. Nella 
invenzione e nella trovata non ha quasi rivali, aiutato mi- 
rabilmente dall'ingegno versatile, tanto che una volta si 
mise, e con successo, a fare il coreografo, componendo 
un'azione mimico-danzante col titolo L' Avvenire. Alcune 
caricature sono però firmate Podi. 

II nuovo Lavipione fu dapprima indipendente, e nel pe- 
riodo di Aspromonte venne sequestrato otto volte di se- 
guito. Nel 1865 cessò, ma riapparve nel 66, sotto la dire- 
zione di Alessandro Allis, aiutato dal Segré, che si firmava 
Brandano II. Ebbe vita stentata fino al 68; nel 69 risu- 
scitò la terza volta, ma alquanto cambiato ; poi rimoriva e 
risorgeva per soccombere di nuovo nel 77. Infine è ricom- 
parso ai di nostri, poiché oramai il Lampione a Firenze par 
divenuto sinonimo di umorismo giornalistico. Certe sue ca- 
ricature rimasero celebri, tanto che Garibaldi quando par- 
tiva per la campagna del 66 chiese al Matarelli la colle- 
zione del giornale, ed egli gliela consegnava alla stazione 
di Firenze mentre partiva. Qui ci occupiamo del Lampione 
del 60 e 61, l'età eroica del nostro giornale. 

Il Lampione, continuando la serie interrotta nel 49, ^ 
tornava ad illuminare Firenze il 15 Maggio del 1860, colla 
direzione in Via S, Apollonia, e un Veltroni ed un Lau- 
retti per gerenti responsabili. Cosi annunziava la sua resur- 
rezione : « Ripigliando il filo del nostro discorso interrotto 
« dalle voci alte e fioche della reazione il di 11 Aprile 
« del 49, rammenteremo ai nostri lettori che noi non ab- 
« biamo un nuovo programma da strombettare... Ora, come 
« allora, il nostro programma è l'Italia, l'Italia libera, una 
« e indipendente... Noi non abbiamo partiti da difendere o 
« da sostenere. Il nostro partito è il paese; i nostri clienti 

' Quanto al Lampione del 48 e 49, v. G. Sforza. 11 Risorgimento 
Italiatio, Rivista Storica, I, p. 662, 672, e G. Rondoni. Idem. V e VI, 
p. 948. Del resto il Lampiotte, dalle origini alla fine, meriterebbe più 
che due articoli ed un capitolo, una bella e completa monografia. 



4ain«r<li 



lircii/r 



tu «aawr«.< 



IL LAMPIONE 



,j ,#w%^ 




--^ifSISJr-' 



Pag 151. 



n iiiM.oitMi iiu Lv M \i(i'\ h LO m:\(Lk. 




Pag. 159. 



« II, LAMPIONE » 153 



«sono quei 366-571, che votarono spontaneamente per 
« l'annessione alla monarchia di Vittorio Emanuele. In 
« quanto al cessato governo (cioè al provvisorio) noi non 
« abbiamo contro di lui che due capi di accusa : 1° i pro- 
* fessori che ha fatti ; i soldati che non ha fatti... L'Italia 
« fu già una pantofola, e qualche volta una ciabatta. Fac- 
« clamo da capo un bello stivale, e tutto di un pezzo, eppoi 
« vedrete che pedate a chi ci volesse usare delle prepo- 
« tenze ». ' 

Soggiunge : « I liberali vecchi si dividono in due grandi 
-« categorie ; l' una di essi ha per bandiera di accomo- 
< darsi a tutto a patto di liberar l'Italia... gli altri, fedeli 
« al principio di andare avanti, eh' è quello di prender le 
« redini in mano, gridano : Del bene del paese ne parle- 
« remo dopo, per ora trionfino i nostri principii, e vile chi 
<' si arrende... Senza di noi è lo stesso che voler fare delle 
« rivoluzioni all'acqua di camomilla o delle feste da ballo 
« senza clarinetto e senza violini. Noi siamo la rivoluzione, 
« noi siamo l'Italia, noi siamo chi siamo ». Ed agli stessi, 
ai repubblicani, intuona : « Cavour ha fatto qualche cosa ? 
« E voi ? — Ha levato la castagna dal fuoco collo zampino 
« del gatto — Dove l'avete la vostra zampa di gatto? »' 

Quanto all'autonomia toscana, ecco ciò che annunzia 
ne' suoi Avvisi wìioristici: 100 franchi di cortesia a chi ri- 
porterà a Parigi, Rue imperiale, una cagna intignata di nes- 
sun colore, che risponde al nome di autonomia. ^ 

Due caricature ribadiscono questi chiodi. Nella prima 
Un organista che dà l'intonazione si vede il Guerrazzi colla 
immancabile pelliccia, lo chiamava appunto V Impellicciato, 
che siede all'organo, e suona. Nelle canne è scritto Diritto, 
Unità di Firenze, giornali d'opposizione ; una figura in frac, 

' 15 Mao^gio 1860. N. 223. Si noti che il Lampione continua la nu- 
merazione interrotta nel 49. 

" N. 228 e 250. In questo ultimo numero polemizza colla Torre 
di Babele, che lo aveva chiamato giovine elegantissimo e pieno di spi- 
rito, combattendolo però vivamente. 

3 N. 233. 



154 CAPITOLO Vili 



che invece di testa ha un portafoglio, tira i mantici. Nella 
seconda, Un desiderio, sono effigiati Garibaldi, Vittorio Ema- 
nuele e il Cavour, che si stringono la mano esclamando : 
« Una buona stretta di mano, e l'Italia è fatta ». Da un 
lato un serpente con capo di uomo e mani uncinate si at- 
torciglia rabbioso ed impotente ad una colonna colla scritta 
Dio e popolo. Né basta. All'organista Guerrazzi si contrap- 
pone in altra vignetta 1' organista Garibaldi nella Prova del 
Rondò finale nelV opera l' Italia libera da rappresentarsi 
quanto prima in Campidoglio. L'organo ha per canne fucili e 
cannoni; Vittorio sta in piedi in procinto di cantare, e do- 
manda : « In che tono passiamo ?» e Garibaldi : « Ora che 
« possedete il si maggiore (il plebiscito) potete liberamente 
« passare in re maggiore. Attento all'accordo ! » ' 

Né si creda che il Lampione non veda né riconosca le 
benemerenze del Mazzini. Tutt'altro ! Signorilmente tempe- 
rato ed elegante come non sapeva sempre essere quel mo- 
nello di Arlecchijio, detta anzi in proposito un articolo I due 
Mazzini, eh' è de' più assennati e giusti. Dovrebbe medi- 
tarlo lo storico del risorgimento. « Il vero Mazzini si chiama 
« Giuseppe Mazzini; il falso risponde semplicemente al nome 
« di Mazzini, senza il Giuseppe... Giuseppe Mazzini, a parte 
« la sua ostinazione pel berretto frigio, è un uomo che ha 
« fatto molto bene all' Italia. Dal trentuno in poi rappre- 
« senta la rivoluzione in permanenza. Si può ritenere come 
« lo svegliarino dei popoli, e l'ombra di Banco dei re. E 
« l'idea fatta uomo e messa in attività. Quando Mazzini 
« cominciò a cospirare... fra tutti i tirannelli d'Italia non 
« ce n'era uno di buono... Quando coi re non ci si può in- 
« tendere, bisogna intendersi colle repubbliche... Se forse 
« Mazzini avesse incominciato la sua carriera politica nel- 
« l'ultimo decennio .. probabilmente avrebbe gridato Viva 
« Vittorio Emanuele. Questo è il vero Mazzini... A questo 
« legittimo Mazzini tien dietro una torma immensa di ot- 
« timi Italiani, i quali, cresciuti alla scuola del loro mae- 



» N. 259, 282 e 305. 



«IL LAMPIONE» 155 



« stro, non seppero vedere per lungo tempo altra via di 
« salvezza per l' Italia che in una gran repubblica italiana. 
« Se non che questi repubblicani, integerrimi e galantuo- 
« mini a ventiquattro carati, avvezzi a porre in cima dei 
« loro pensieri il riscatto del paese... appena si presentò sul 
<.< campo di battaglia un re galantuomo, prode, leale, gri- 
« darono Eureka, ed accettarono di buon animo la monar- 
« chia costituzionale sabauda siccome quella che dava ot- 
« tima guarentigia per un sollecito acquisto d' indipendenza 
« e di politica unione. Guardate Garibaldi, l'eroe del no- 
« stro secolo, il repubblicano per eccellenza, il più grande 
« italiano dell'Italia antica e moderna, ha proclamato a 
« Palermo la dittatura in nome di Vittorio Emanuele re ! 
« Cosi si ama la patria !... Il falso Mazzini, propriamente 
« parlando, non esiste. E un nome, una parola di ordine, 
<< un motto sibillino... Ora accade che a questo falso Maz- 
« Zini si attaccano tutti coloro che, per una ragione o 
« per l'altra, sono avversi al movimento italiano... Il falso 
« Mazzini bisogna tenerlo d' occhio perché non è altro 
<^ che uno spauracchio imbottito di malizia e d'inganno, 
« del quale si servono i nostri nemici per gittare fra noi i 
« falsi allarmi, le discordie e le confusioni ! » ^ 

Del sistema federativo si burla con una vignetta raffi- 
gurante un baldo guerriero (sistema unitario), ed un arlec- 
chino storto e deforme. Come per V Arlecchino anche pel 
Lampione Garibaldi è l'eroe leggendario del cuore del po- 
polo « perché Garibaldi è l'Italia armata che si ammassa 
<.v dintorno alla sua bandiera, decisa finalmente di combat- 
« tere fino all' ultimo sangue per il proprio diritto e per la 
« sua risurrezione... Garibaldi ! Se in Italia ogni uomo ras- 
« somigliasse a te. Dio stesso vi scenderebbe per farne il 
« tempio della sua divinità ». 

Un vero crescendo rossiniano di fede e di amore ac- 
compagna in questi giornali l'eroe via via che si avanza, 
quasi arcangelo di redenzione, di trionfo in trionfo nella 

' N. 237 e 297. 



156 CAPITOLO Vili 



Italia meridionale : « Garibaldi (cosi a proposito della spe- 
« dizione dei Mille) ha indovinato il desiderio di tutti, 
« perciò la sua spedizione è stata salutata col più grande 
« entusiasmo dalle Alpi al mare. Ha visto che nel regno 
« di Napoli deve risolversi la questione d'Italia». In una 
visione immagina che dall' Etna guizzi una fiamma ed 
erompa una voce sovrumana : Gloria in excelsis Deo. E il 
monte gridava : « Due navi corrono sul mare : ambedue 
« portano con sé l'ira di Dio e lo sdegno dei popoli... Su 
« quelle navi stanno gli arcangeli del Signore... e li guida il 
« Leone dei popoli... Campane dei nuovi Vespri suonate ».' 
Quando il re di Napoli, tardi e non in tempo, die la co- 
stituzione, il Lampione pubblicò un' epigrafe mortuaria con 
in mezzo una croce nera e le parole : « Il re di Napoli ha 
« dato la costituzione !... Se Napoli accetta pregate per 
« l'anima del povero regno italiano ». Quanto alla bandiera 
nazionale quivi adottata, il bianco significa la pace, il verde 
la speranza di riacquistare la Sicilia, il rosso la simpatia 
per le calze rosse del cardinale Antonelli. Nel Sogno già 
vede Garibaldi e re Vittorio, i quali, dopo Napoli, liberano 
Venezia. Nel Bombino II e Don Liborio, quest'ultimo che 
fischia e non risponde, alle domande del principale mostra 
il rescritto col quale « sua Maestà Garibaldi » lo elegge mi- 
nistro dell'interno, ed il re : « Ah Liborio, tu non sei Ro- 
« mano ! (Liborio Romano). Un romano non avrebbe ser- 
« Vito due padroni ». Bombino si dilegua verso Gaeta. Un 
gruppo di liberali canta il coro del Trovatore : 

« Miserare di un re eh' è già vicino 
Alla partenza che non ha ritorno ».^ 

Maravigliosa fu invero la facilità con cui si disciolse 
l'edificio borbonico ; Vittorio Emanuele era già da tempo, 
prima e più di Francesco II, il vero sovrano. 

* N. 225, 234 e 264. V. anche le lettere della Etna al Vesuvio e 
la sua risposta, n. 235 e 236, 
^ N. 242, 243, 261 e 279. 



« IL LAMPIONE » 157 



Il povero Bombino, rappresentato sempre con tre bombe 
sulla lucerna, vien cucinato in tutte le salse. // Lamento 
de regnanti a spasso è un dramma eroicomico in due parti. 
La scena è « nelle amene pianure » di Fibocchi o Castiglion 
Fibocchi, paesetto rimasto fedele al granduca, e perciò 
argomento inesauribile di scherni. Fra i personaggi è 
Bomba II, detto anche re di mezza Gaeta, e perfino il sul- 
tano. Bomba esclama : 

* Ma dimmi S. Gennaro 

Se' di balla anche tu con Garibaldi, 

Scommetto (e me ne adiro) 

Che tu ha' preso il boccone ! 

Scusa, ma questo tiro 

Non me l'avrebbe fatto un lazzerone! » 

Una caricatura : La fine di Pulcinella, dramma storico 
burattinesco con Bombino bastonato da Garibaldi fra il 
plauso degli spettatori, illustra questi versi. ^ 

In altra poesia, Motu proprio infernale, Satana con 
suo editto distribuendo occupazioni ed uffici dispone che 

Bombino : 

« Darà lezioni critiche alle spie, 

E andrà coll'Antonelli 

A sindacar l'igiene dei macelli ». 

Quanto al granduca 

« C'era una degna cattedra 

Pel fiorentin granduca, 

E ci stava l'onore anche del nonno. 

Ma vecchio e quasi stupido, 

Di papaveri cinto e di lattuca, 

Non riesce che al sonno. 

Quindi in suo nome illustreran la logica 

Del dritto criminale, 
A vicenda un Califfo e un cardinale. 

Il rogantin di Modena, 

' N. 240, 245. Curioso anche // Sogno del Re di Napoli, che vede 
la camera tappezzata di occhiatacele di liberali e di camiciole rosse, 
mentre un enorme moscone vola ronzando. 



158 CAPITOLO Vili 



Ridicci Capaneo, 
Nominiamo all'ufficio di bidello, 
E almeno ogni domenica 
Spazzerà l'Ateneo».' 

Battezziamo il secolo è un articolo nel quale si conclude : 
« Che nome daremo al nostro secolo ?» E vorrebbe chia- 
marlo secolo di Garibaldi. Il fervido saluto all'eroe si al- 
terna con quello ai suoi guerrieri in un articolo poetico sui 
Cacciatori delle Alpi. Garibaldi ha da essere il liberatore di 
Venezia, ed un'incisione lo rappresenta in atto di liberare dal- 
l'austriaco una donna abbrunata, ed un'altra, Un divorzio, 
ci pone sott'occhio l'eroe vestito da giudice che rende giu- 
stizia ad una mal maritata coll'austriaco, che si morde il dito 
per la rabbia. Infine Un Ragno a Caprera rappresenta Gari- 
baldi in forma di ragno che si attacca a Roma e Venezia, 
mentre un prete ed un austriaco allarmati gridano: « Spazzate 
« quel ragno ! Mi afere paura, stare ragno ffelenose » ! " 

Alla questione di Napoli dà il Lampione tutta l' impor- 
tanza che aveva realmente; sente che ne dipendono le sorti 
della nuova Italia. Pel plebiscito proclama : «In questi giorni 
« (Ottobre) mangeremo i confetti pel fausto matrimonio della 
« signorina Partenope col signor Vittorio Emanuele re d^ Italia. 
« Corriamo tutti giovani e vecchi, sani ed infermi, nòbili 
« e popolani ; nel voto affermativo è la nostra salute, la 
« felicità della patria, e guai a chi manca ! » Frattanto al- 
lude ironicamente alle confusioni e discordie napoletane, 
vedute coi canocchiali della opposizione che aveva inte- 
resse ad esagerarle, coW Attualità, vignetta con campanili 
arrovesciati, un cavallo in carrozza e l'uomo che lo tira, una 
donna che monta la guardia col cerchio sopra il vestito, 
un carabiniere in mezzo a due ladri. Pubblica corrispon- 
denze da Palermo suU' ingresso di Vittorio « con aria tran- 
ce quilla e placido mare », e « coi volti rivestiti di angelica 
« luce ». ^ 

1 N. 265. 

2 N. 241, 305, 306, 309 e 316. 

3 N. 294 e 313. 



« IL LAMPIONE » 159 



Una caricatura, che rappresenta il Discorso fra la scarpa 
e lo stivale, esprime la idea del giornale rispetto alla que- 
stione romana. Lo stivale è un uomo dall'aspetto marziale 
con un gran stivale collo sprone sulla testa. La scarpa è 
una signora coli' ombrello, l' incensiere . ed in capo una 
grande scarpa da prete. Due pali con cartelli indicano due 
vie ; la via della indipendenza, e quella di Gerusalemme. 
Dice lo stivale alla scarpa : « Poiché non possiamo andare 
« uniti e d' accordo, dividiamoci una volta ; voi anda- 
« tevene per la vostra strada, che io andrò per la mia ». ^ 
E che pizzicotti affibbia alla Curia romana ed al giornale 
V Armonia ! ^qW Armonia, sotto la rubrica denaro di San 
Pietro trova che un oblatore fa la sua offerta in questo 
modo : « E un Dio v' è certo — Lire 20 », e commenta : 
« Ah ! è il Dio Marengo » ! 

Ai preti nemici d' Italia canta : 

« Signor Piovati, l'avete fatta bella, 
Contro r Italia avete predicato, 
E se Dio non vi tolse la favella 
Ditegli grnzie, troppo buono è stato : 
Ma lo fé' per mostrar, se noi sapete, 
Che il diavolo si veste anche da prete » ; ^ 

Una fiera invettiva contro i preti è il catechismo di Don 
Sughero, eh' è un po' parente di Gingillino, di Girella e 
degli altri personaggi di quella commedia umana inscenata 
dal Giusti. Del pari giustesche Le Piaghe 

« Ho visto di ogni pel frati tozzoni 
Con una faccia da schiacciar pinocchi, 
Succhiare il cuore e il fiato ai bacchettoni 
Eppoi chiamarli sciocchi » ! 3 

Troppo in lungo si andrebbe a volere accennare a tutto 
quanto il nostro giornale ebbe a scrivere sulla questione 
romana e sul clero retrivo o liberale, nonché sul Lamori- 
cière e sullo esercito papalino, che flagella senza pietà e 
misericordia. 

' N. 269. 

* N. 269 e 304. 

3 N. 278, 2S7. 



i6o 



CAPITOLO Vili 



Contro di loro le caricature, gli articoletti brevi, vivaci 
e spiritosi anche nei titoli, il forte del Lampiojie, eppoi gli 
epigrammi, si succedono come un fuoco di fila. La pece di 
S. Pietro annunzia che il generale avea richiesta una gran 
quantità di pece per impeciare il potere spirituale col tem- 
porale, ma « il caso è disperato ». In una caricatura, lo 
Spirituale, una lunga e sottile farfalla in atto di piangere, 
tiene stretto per mano il Temporale, un grosso e corpulento 
messere. Cantano l'aria della Lucia : « Ma se l' ira dei mor- 
« tali... Ci congiunga il papa in ciel ». Lo Schmidt, coman- 
dante degli Svizzeri che insanguinarono Perugia, viene effi- 
giato in una gabbia col titolo Una bestia rara. Un prete ed 
un codino gli offrono delle pere, ' 

Tagliente come una spada è la Protesta di S. Pietro 
« nella sua qualità di primo papa guardiano del Paradiso », 
il quale fa noto « che non ha che veder nulla con quel po- 
« vero denaro rubato alle tasche de' fedeli minchioni collo 
« specioso titolo ò^ imprestito di S. Pietro !... Rammenta una 
« volta per sempre che nacque povero, visse e mori povero... 
« Dichiara altamente che delle somme raccolte non se ne 
« servirebbe mai per dar da mangiare alla schiuma degli 
« ergastoli europei ; né per pagare i debiti a qualche repub- 
« blicano di gomma elastica, e tanto meno poi per far mas- 
« sacrare i figli della chiesa... Se ne varrebbe per difendere 
« i Cristiani dai Turchi nelle orribili stragi della Siria », 
Z' Orbe cattolico profondamente commosso per le nefandissime 
occupazioni degli stati pontifici, è un prete grasso e tondo 
come un mappamondo, che brandisce una forchetta ed un 
bicchiere di vino spumante col comico raccoglimento del 
gaudente. « Chi adesso (scrive) fa buon viso al temporale? 
« Il papa, l'ombrellaio e il vetturale ». ^ 

Ai preti liberali il Lampione, come V Arlecchino, apre le 
braccia e il cuore. Tanto è vero che i giornali di quegli 



' N. 274, 275, 278. Nel n. 283 leggasi il principio della Lamori- 
cìereide, poema in tot canti. Lo ricorda il Tanibara op. cit. p. 403. 
^ N. 279, 286 e 299. 



! ^ I 
1=: l 








« IL LAMPIONE 



i6i 



anni non l'avevano colla Chiesa e coi preti in genere, come 
i rivoluzionari di Francia e certi anticlericali dei giorni no- 
stri, ma col Vaticano regio, tenendo anzi ad affermarsi cat- 
tolici, quasi a dispetto del papa-re, e più sinceramente ed 
altamente cattolici dei preti politicanti e temporalisti. Esor- 
cizziamolo è un articolo burlesco a proposito del canonico di 
S. Lorenzo, Brunone Bianchi, il quale, liberale com'era, si 
compromise coi suoi superiori celebrando in S. Croce i ca- 
duti a Curtatone e Montanara, da lui paragonati al popolo 
d'Isdraele che respinse Antioco. 

« O Brunelle Bianchi, o Canonico, a cui non manca che 
« un colore per esser tricolore, io compiango te e i tuoi 
« colleghi di sacerdozio, a cui il diavolo ispiru le idee sco- 
« /nimicale di unione, di nazione, d^indipenden7Ai ».' 

Il Lampione, come i suoi confratelli, batte e ribatte sui 
codini e sul codinismo tanto da riuscire talvolta prolisso 
e noioso. Pubblica // Cranio di un codino secondo il sistema 
di Gali, ove, in altrettanti reparti, effigia bombe, austriaci, 
impiccagioni, una fìtta di triregni e corone, eccellenze, il 
codino che a loro s' inchina, e poi che pappa e trinca e 
s'inginocchia dinanzi ad un Ijel donnone, che lo sgrida. 
Indi il Credo dei Codini : « Io credo in Leopoldo II, or im- 
« potente... e in Ferdinando IV suo figliuolo... il quale fu 
« concetto di papavero e di cicuta. Pati sotto Ponzio Ri- 
« Gasoli, fu crocifìsso dai liberali, non mori, ma fu sepolto 
« nell'oblio ». Nel Viva la Coda freme lo sdegno nel vedere 
che i codini cascavan ritti : 

« Evviva lo strascico, 
Evviva la coda, 
Fra i dogmi del secolo 
Cattolica moda ».^ 

Indi notò che dal 27 Aprile in poi era stato il secolo 
d'oro dei codini, i quali mantennero ed ebbero impiego, men- 
tre fra loro spuntavano il Fungo del 2y Afrile, e l' Uomo che 

' N. 240. 

^ N. 328, 251, 277. 

Rondoni 11 



IÒ2 CAPITOLO Vili 



non si co ìiipr omette. Dice un codino : « L'unico che mi desse 
« da pensare era il Barone (Ricasoli). Aveva sentito dire 
« ch'era un antropofago... un lìiangia-codini. Fortunatamente 
« per noi tutti, il nostro amico Bettino fissò il chiodo nel- 
« l'annessione. A furia di guardare all'Italia si dimenticò 
« della Toscana ».' Ai liberaLi annacquati, che bolla a fuoco, 
preferisce però i codini puro sangue. « Posso compiangerli 
« (esclama) nel loro traviamento, ma non posso sprezzarli 
« per mancanza di fermezza in un proposito ». Del resto 
coi codini, se inesorabile, non è però crudele come tal- 
volta V Arlecchiìio. Tratta peggio le giubbe rivolte. Si oda il 
Mea Culpa. « Peccavi Domine. Sono io l'unica giubba ri- 
« voltata dell'anno di grazia 1860 ? Rispondete voi per me 
« o liberali di buccia tenera spuntati dopo l'acqua del 27 
« Aprile... Rispondete voi per me o Bruti del 48, che, fatta 
« appena la restaurazione, convertiste il pugnale affilato per 
« i tiranni in un temperino per le penne di oca... e rima- 
« neste a galla in Palazzo Vecchio... Rispondete voi per 
« me o divoratori di croci e di decorazioni, che, con uno 
« stomaco di struzzo avete digerita la croce del povero 
« S. Giuseppe per fare un po' di posto a quella dei santi 
« subalpini S. Maurizio e Lazzaro... Se il Lampione ha mu- 
« tato bandiera e' è la sua ragione. Aveva chiesta una cat- 
« tedra, mi pareva di esser discreto. Ci può essere un po- 
« sto più inconcludente di quello ? Fu dato a un copista. 
« Un posto nella diplomazia ? E nulla. Un impiego nel- 
« l'amministrazione ? E zero. O seguitate ad essere un buon 
« italiano se vi riesce » ! '^ 

Dati i principii del nostro diario, e nonostante certe cri- 
tiche, si comprende la sua ammirazione pel Ricasoli : « Bet- 
« tino! nome diminutivo, che pronunziato comunemente 
« senza corredo di fronzoli aristocratici, annunzia subito una 
« certa tal quale dimestichezza fra governatore e governati. 
« Il popolo fiorentino, è forza confessarlo, ebbe sempre qual- 



* N. 234 e 269. 
2 N. 241 e 266. 



« IL LAMPIONE » 



163 



« che tendenza alle consuetudini quacquere e al ht per tic 
« alla scolara. Egli diceva Sic Eccellenza ai ministri leopol- 
« dini perché gli aveva in uggia, e perché non voleva in 
« alcun modo confidenza con loro. Nel 1848 il ministro co- 
« stituzionale Guerrazzi aveva un bel dire e ripetere ch'egli 
« chiamavasi Francesco Domenico. Da Francesco il popolo 
« fece un modestissimo Cecco... quasi da far credere a chi 
« veniva dalle nuvole che Cecco fosse qualcosa di simile 
« ad un vinaio, che avesse del Chianti stravecchio, e che 
« facesse a credenza cogli avventori. Dopo le vicende del 
« 59 e 60 il popolo ritirò il diminutivo costituzionale di 
« Cecco, restituendogli per intiero il casato Guerrazzi, ap- 
« piccandogli per giunta anche un po' di avvocato, e, oc- 
« correndo, un tantino di messere ». ' 

In quei giorni il Lampione non fu ministeriale, ma si 
riserbò la più larga libertà di giudizio e di azione, cosa 
questa che su per giù fecero tutti questi giornali umori- 
stici, il che li rende più simpatici e preziosi per la storia. 
Insomma la politica del nostro Lampione anziché in una 
formula è riassunta allora in una incisione: il Cavour cal- 
zolaio, il quale calza il classico stivale a Vittorio, e gli dice : 
« Pigiate; deve cedere anche in punta: 1' è pelle di cane», 
e la leggenda : Uno stivale nuovo fatto di scarpe vecchie. La 
Contraddanza, piccolo capolavoro sfavillante di arguzia, rin- 
cara la dose colla sala di Europa e Don Luigi (Napoleone), 
che n' è il maestro, e le cento città italiane le quali fanno 
un giro di valzer intorno al cavalier Cecco Beppe, che tiene 
in mano l'ultima candela. ^ 

I motivi, le circostanze ed i fatti, e un po' anche i cri- 
teri che ispirano questi giornali sono spesso pressoché iden- 
tici, e ciò perché erano i motivi ed i fatti che più inte- 
ressavano la pubblica opinione, della quale le argute gazzette 
erano gli organi più indefessi e sinceri, animate sempre 
dallo sdegno e dalla beffa per ogni vana apparenza, per ogni 



' N. 317. 

2 N. 223 e 305. 



164 CAPITOLO Vili 



nequizia, stortura e viltà. Se non che il Lampione differisce 
alquanto nei modi, manifestandosi per un giovine e colto 
signore che ama la democrazia, e come il Giusti indossa 
volentieri la giacca paesana e si mescola col popolo, ma 
conservandosi, in fondo, signore elegante ed artista. Ciò pre- 
messo è naturale che anche nel Lampione si trovino insieme 
col Cavour, Vittorio e Garibaldi, coi codini ed i preti, coi 
falsi liberali, coi principi spodestati e col simbolico stivale, 
scene di vita paesana e fatti di cronaca, le monete nuove 
decimali che cacciano le vecchie, il sigaro toscano, il sigaro 
Cavour ed il pizzichino di Lucca, episodi e burlette sulla 
guardia nazionale, sconci locali biasimati e corretti, ed in- 
fine, come nel Giusti, il culto più fervido per Dante padre. ' 

Che se, come i petrarchisti del cinquecento al cantore 
di Laura, fatte le debite proporzioni, tutti questi giornali 
s' ispirano al Giusti, indubbiamente il Lampione è il più 
giustesco, tanto che certi suoi articoli e poesie non le avrebbe 
sdegnate il poeta di Monsummano. 

Nel Lampione, come neW Arlecchino e nel Piovano Ar- 
lotto, non manca la nota seria in prosa ed in versi. Propu- 
gna il disegno di un Pantheon in onore di Dante e dei 
grandi Italiani : « Michelangiolo voleva che si tirasse innanzi 
« la Loggia dell' Orcagna in modo che circondasse la piazza. 
« Di questa il municipio fiorentino faccia il Panteon italiano. 
« Sorga sotto ciascun arco una statua rappresentante uno 
« dei grandi italiani. Sorga nel centro l'immagine del sommo 
« poeta su di un piedistallo con bassorilievi della Divina 
« Commedia. In fronte si legga : A Dante Alighieri V Italia 
« unita, 1860. Nella parte interna della Loggia, come nel 
« Pecile di Atene, dovevano essere effigiati affreschi rappre- 
« sentanti i fatti più cospicui della storia italiana dalla Lega 

' N. 246. Nella incisione le monete nuove dicono alle vecchie : 
« Fuori i barbari ! » AI n. 296, del sigaro Cavour scrive : « La prima 
« volta che ho fumato uno di questi sigari mi è venuta la tentazione di 
« mettermi nelle file della opposizione. » Per la Guardia nazionale basti 
la caricatura del n. 227, ove una donna prende una guardia nazionale 
per un lumaio. 



« IL LAMPIONE » 



165 



« lombarda alla incoronazione di Vittorio Emanuele a re 
« d'Italia ». Si dirà Loggia di Dante. Propone quindi che 
s' istituiscano le feste di Dante a cominciare dal Maggio 
1865, eppoi di cinque in cinque anni, con premi alle scienze, 
lettere ed arti. Si chiameranno i Quinquennali di Dante. La 
edizione di tutte le opere di Dante, fatta con tutta l'ele- 
ganza della odierna arte tipografica, doveva essere princi- 
pio e mezzo alla impresa. ' 

La idea bella e magnifica, giacché era bello ed augurale 
che sulla storica piazza, cuore della vecchia repubblica, di- 
nanzi al memore palagio ove Dante tenne quel priorato, 
principio delle sue sventure altamente ispiratrici, palagio, 
eh' è sintesi della storia fiorentina antica e nuova, sorgesse 
la statua del gran poeta civile della nostra gente; l'idea 
bella e solenne e degna di Firenze, assai più della statua 
che posa sulla piazza: di S. Croce, era destino che non at- 
tecchisse, sia perché allora non volgevano tempi propizi per 
le arti belle e per l'estetica, sia perché forse troppo bella 
pe' soliti mediocri, che finiscono per farsi gl'impresari di 
quasi tutte le commemorazioni e le feste. 

V'era a quei tempi chi lamentava che Firenze perdesse 
il grado di capitale, onde il Lampione la immagina « cori- 
« cata sulla rena dell'Arno natio, coi capelli disciolti... che 
« racconta alle onde fuggenti del fiume l'angoscia suprema 
« del suo povero cuore. Firenze è provincia ! O leggi sta- 
« tarie, o alloggi militari, o squadroni strascicanti pel la- 
« strico... Firenze è provincia !.. Non avremo più virtuosi 
« di camera e cappella, non avremo più le parrucche dei 
« cocchieri di corte... Firenze è provincia! La cupola del 
« Duomo metta bruno; il campanile di Giotto suoni a morto; 
« i popoli piangano lacrime di sangue ; Arno corra rosso 
« fino al mare ; il sole si oscuri ; le montagne vomitino 
« fuoco... Firenze è provincia ! » '^ A proposito dei fitti delle 
pigioni, che in Firenze si pagavano e si pagano a seme- 



' N. 302. 
2 N. 226. 



I 66 CAPITOLO Vili 



Stri anticipati, osserva : « Un popolo civile dovrebbe pagare 
« la pigione mensilmente, e se fosse civilissimo non la do- 
« vrebbe pagar mai. Forse qualche sofistico mi farà osser- 
« vare che la questione degli affitti in questi momenti è 
« un oboe fuori di chiave, ma non 1' ho messa fuori io, ma 
« bensì Madama Babele (il giornale La Torre di Babele), 
« che scrisse infatti svX^Cusanza barbara del semestre». 

Oggi che Firenze è rimasta lunghi mesi priva di spet- 
tacolo di opera, senza che i giornali protestassero, tutt'affac- 
cendati dietro alle conferenze ed ai conferenzieri divenuti or- 
mai come le mosche in estate, può parere strano che il La?n- 
piojie, fra quegli entusiasmi patriottici, trovasse tempo e modo 
di protestare perché veniva sospeso al teatro della Pergola 
l'assegno, notando : <• Rammentiamoci che per il popolo gli 
« spettacoli sono un articolo di prima necessità come il 
« pane ». Ed invero allora in Firenze il teatro era quasi 
necessario come il pane quotidiano, diletto intellettuale più, 
o assai più, degli spettacoli di varietà e dei cinematografi. 
Ebbe il teatro una parte cospicua nel risorgimento nazio- 
nale, istruì, educò, infiammò gli animi di nobili entusiasmi; 
il che non so se possa dirsi degli spettacoli novissimi. 

Nel '60 si soppresse S. Giovanni Brindellone, statua di 
legno dorata del Battista, che su di un alto carro si portava 
attorno per Firenze dai tavolaccini del Comune a suon di 
tromba, negli otto giorni precedenti alla festa del patrono. 
« Era quello il Carnevale dei ragazzi di tutte l'età {cosi il 
« Lampione). Quest'anno però le nostre speranze son rimaste 
« deluse. Aspetta, aspetta, e Brindellone non è comparso. 
« Mi dicono che sia stato abolito. Ecco i frutti dell'^w- 
« nessione !... esclamerebbe il Contemporaneo (giornale rea- 
« zionario). Sopprimete Brindellone, ed avete soppressi due 
« terzi della religione dei nostri padri... In ogni modo un 
« popolo che a sangue freddo è stato capace di affibbiare 
« r epiteto di Brindellone al santo patrono della città, non 
« deve far meraviglia se manca di rispetto ai canonici del 
« duomo, e se inalza irriverenti preghiere al cielo perché 



« IL LAMPIONE » 167 

« l'arcivescovo perda la causa dei livelli dinanzi ai tribunali 
« della paterina Etruria ». ' 

A proposito di costumi fiorentini è curiosa una chiave 
a benefizio dei forestieri, affinché possa essere inteso il gergo 
dei venditori di commestibili, o meglio per avere bizzarra 
occasione di satira. Il venditore di poponi grida : « La ci 
« metta i' naso, l'è S. Frediano ! » Quello di semi di zucca: 
« Semina, trastullino ! » Quello di testicciole : « Guarda, 
« guarda, come le ridano ! » oppure : « I' ho le matte ! » Più 
ameni i gridi dei venditori di carta da lettere : « Cinque, 
« signori, mezzo paolo ! » I venditori di pere cotte : « Eccolo 
« i' vero medico ! » E quelli di ciliegie : « Ci ho lustrissi- 
« me ! » Quelli di panforte : « Siena, un quattrin la targa ! » 
Un avviso argutissimo in quarta pagina richiama al do- 
vere la polizia municipale, che lasciava molto a desiderare: 
« Mille lire italiane di cortesia a chi denunzia alla dire- 
te zione del Lampione una guardia municipale trovata nel- 
« l'esercizio delle sue funzioni ». ^ 

Si occupa volentieri della istruzione, e non le rispar- 
mia né a Firenze, né alla Crusca. La visita del ministro 
della istruzione pubblica, Mamiani, porge occasione ad un 
articoletto salato. « Venuto per capacitarsi se l'Accademia 
•« della Crusca esisteva di fatto od era una spiritosa inven- 
« zione del popolo fiorentino... si è dovuto convincere che 
« la Crusca esiste, e ch'esisterà finché ci sarà un vocabo- 
« lario da compilare... Una volta terminato il vocabolario 
« che cosa ci dovremo fare degli accademici? Bisognerebbe 
« levarli dalla Crusca per metterli nella farina e friggerli ». 
Essendo Cosimo Ridolfi ministro della Istruzione, si fecero 
quelle abbondanti infornate di professori, che al Lampione, 
come agli altri fogli umoristici, suggerirono un po' a ragione 
ed un po' a torto i più fieri sarcasmi. Fa dire al ministro : « I 

• N. 242. Quivi si biasimano le sconce novità introdotte alle Ca- 
scine con un arguto articolo : « Genserico re dei Vandali alle Cascine ». 
Il guaio è stato che Genserico ha fatto anche dopo altre visite alla 
città del fiore. 

^ N. 259 e 305. 



i68 



CAPITOLO Vili 



< professori che facciamo noi non hanno che veder nulla 
« cogli scolari — O con chi dunque ? — Colla depositeria ».' 

In quei giorni Alessandro Dumas padre era a Napoli 
dove pubblicava un giornale, V Indipendente, e vivendo alla 
romanzesca ed ammirando Garibaldi, faceva molto bene e 
qualche male, sballandole grosse. Il Lampioyie lo prese di 
mira, e lo caricaturò col viso di mulatto ed una gran penna 
di oca. Ecco poi come immagina ch'ei parli al popolo di 
Napoli : « Tu avevi un Vesuvio senza eruzione, ed io ti ho 
« fatta vedere la eruzione che ho fatta Io... Tu avevi una 
« Pompei senza scavi, ed io ti darò degli scavi senza Pom- 
« pei... Popolo screanzato, tu non sai procedere da galan- 
ti tuomo. Vieni al Chiatamone (villa del .Dumas) ed Io ti 
« darò monsignor Della Casa che ho fatto Io... Popolo ot- 
« tentotto, a te non mancava che un Alessandro, vieni al 
« Chiatamone, ed Io ti darò Alessandro Dumas, eh' è la 
« sola cosa che non ho fatta Io perché la fece mio padre 
« che non era Io ». * 

Nella Rivista dei giornali fiorentini Xdc Chiacchiera si rias- 
sume in L. Cipriani di Prato, proprietario, incisore e cari- 
caturista ; la Torre di Babele colla frase : « Noi siamo in- 
« dipendenti... e ogni numero si vende trenta centesimi » ; 
degli altri tace, o dice poco o nulla. 

Le poesie sono nel Lampione assai frequenti, serie e 
facete. Meritano di essere segnalati gli stornelli e rispetti 
di Aldo (Gherardi Del Testa), e del Dall' Ongaro, questi 
ultimi ben noti. Tutte queste poesie cantano le battaglie 
dell'indipendenza, Garibaldi, Vittorio, la Sicilia, l'augurata 
liberazione di Venezia, i nostri soldati, o morti o vittoriosi, 
le donne del loro cuore ; insomma formano una collana 
poetica de' sentimenti e de' fatti più intimi e vivi del risor- 
gimento. Nello Sposo d'Italia essa canta il suo Vittorio : 

« Il nome del mio sposo, o donne belle. 
Ve lo dico è Vittorio Emanuelle ». 3 

' N. 226 e 271. 

* N. 290 e segg. 

3 N. 245, 266, 268, 269. 



H 





« IL LAMPIONE » 



169 



A lui in altro rispetto alcuni giovani offrono un pranzo 
simbolico. 

« V'è un piatto di risotto assai condito 

Con cervello, butirro e zafferano, 

Avvi per eccitar più l'appetito 

Una fetta di cacio partnigiano. 

Di Modena un zampone assai squisito, 

Un piatto poi di nome grossolano 

Da mano esperta reso saporito, 

Son fagitioli, ma son fatti a timpano. 

Slavate e nette quattro mortadelle. 

Tre gambe colla salsa ai peperoni, 

Solo ire gambe, ma son grosse e belle. 

Ma perché il pranzo sia de' più ghiottoni, 

Che di buon appetito è Emanuelle, 

Si son messi a bollire i maccheroni ».' 

La popolarità di Vittorio Emanuele è proprio un fatto 
storico indiscutibile, e s'impone ai giornali, ai partiti, su- 
periore ad ogni partito. Nessun candidato popolare, tranne 
Garibaldi, ottenne e meritò più di lui, idolo dei plebisciti, 
i suff"ragi del popolo. Lo chiamavano alla buona Vittorio, 
e basta. La vita di lui è una gran lezione pei re che hanno 
senno per comprenderla. Contro Canapone non inveisce 
come V Arlecchino, ma con una caricatura argutamente sin- 
tetica ne suggella la liquidazione. '& \x\\.\\.o\2i La filatura di 
Canapone, e rappresenta la Parca che fila con una rocca 
colla testa del Granduca. Un personaggio sorridente e ve- 
stito all'eroica taglia il filo. La leggenda dice : 

« La Parca detta la Diplomazia, 
Filava a Canapon la dinastia. 
Ma il 27 Aprii con lieto muso, 
Atropo fatto, fa' cascare il fuso ». 



Al papa intuona 



« Pescator se lo scettro e i tuoi macelli 
Quella barchetta fecero arrenare. 
Togli i Lamoricière e gli Antonelli, 
E andremo un'altra volta in alto mare, 



' N. 255- 



I/O CAPITOLO Vili 



E in alto mare andrai col vento in poppa, 

Ora se vuoi filar, fila la stoppa; 

E in alto mare noi ti seguiremo 

Se tu riprenderai la rete e il remo ». ' 

Gridando contro il papato politico, devoto allo spiri- 
tuale, continua la tradizione di Dante e del Machiavelli, 
del Niccolini e del Giusti, mentre già in Toscana il Ricci 
vescovo di Pistoia e Prato avea sperato ed esortato Pietro 
a tornare alla pesca, lasciando Cesare al soglio, ed anche 
V Arlecchino, ripetendo la medesima imagine, avea cantato : 

« Ma il primo prete 
Tornì alla rete ». ^ 

« Un altro anno come questo, come il 1860, e siamo a 
« buon porto ». Tale lo stemma del Lampione pel 1861, ed 
un Un buon agricoltore, che semina nelV inverno fer raccogliere 
a primavera è un incisione con Garibaldi, munito di annaf- 
fiatoio, intento ad innaffiare baionette, sciabole e cannoni. 
La leggenda reca Unione. Annunzia poi di aver ceduta la 
gestione amministrativa a certi Grazzini, Giannini e Comp. 
tipografi-librai di Firenze, esclamando ironico : « Il Lam- 
« pio7ie si è venduto!.. L'Italia è divenuta un mercato. Tutti 
« venduti al ministero ! » Soggiunge : « Cavour alla Camera 
« è una specie di sultano... I moderati gongolano... Gli 
« smoderati fanno boccuccia... Lasciamo che l'Italia sia 
« finita di fare ; pensiamo a liquidare le questioni di Ve- 
« nezia e Roma, eppoi metteremo in campo le compe- 
« tenze, e cioè competizioni dei partiti. Per ora in Italia 
« non ci dev'essere che un partito solo. Il partito degl'Ita- 
« liani ». Osserva: «A Napoli fu fatta la rivoluzione po- 
« litica, ma si ha ancora da compiere la rivoluzione mo- 
« rale colla istruzione del popolo ». Pubblica quindi il 
ritratto di V. Emanuele con intorno la scritta : « Quindici 
« secoli e milioni di martiri ti contemplano — 26 milioni 

• N. 283. V. anche là pubblicazione A^XF/Z^J/W/^ /<?5P cit. 
= N. 85, a proposito della scomunica contro Vittorio Emanuele, 
definita « un furore politico e null'altro ». 



IL LAMPIONE » 171 



*c ti proclamano ». ^ In questo anno assumeva la direzione 
Angiolo Dolfi, dichiarando che il giornale non sarebbe 
uscito « da quella via di rettitudine che fino ad ora ha 
« battuta. Ma d'altra parte cercherà di essere un tantino 
« più brioso e variato ne' suoi articoli umoristici. Non farà 
« la corte né al governo, né ai diversi partiti; ma dirà bra- 
« vamente la sua per servire alla verità, che dovrebbe ser- 
« vire di norma invariabile a tutti i giornali e giornalisti ». 
Sante parole !... Sarà inesorabile su certe piaghe cancrenose 
che affliggono « la nostra Italia... professori bestie, impie- 
« gati retrogradi ed altra gente di simil fatta ». E comincia 
subito inveendo in versi di fuoco contro certi sperperi, che 
pur troppo risultarono prolifici. 

« Tanto che quest' Italia un di bovrana 
Più trita la vedrai di Don Vincenzo 
A bacchiare il gran manto alla romana 
Sul S. Lorenzo ». ^ 

E qui si noti che Don Vincenzo era un prete, secondo il 
dettato, cosi povero che suonava come S. Quintino a messa 
coi tegoli, e che bacchiare o abbacchiare significa in Toscana 
dar via a basso prezzo e per bisogno. Sulla piazza di S. Lo- 
renzo a Firenze stavano e stanno i rivenduglioli di robe 
usate. Il 16 Maggio il Lampione manda un addio, o meglio 
un arrivederci ai lettori fino al 15 Giugno, promettendo di 
riaccendere la sua fiaccola a benefizio della cieca uma- 
« nità », e « che sarà tutto messo a nuovo ». Difatti riap- 
parve puntualmente colla promessa di « far scorgere il pel 
« nell'uovo, tale e tanta sarà la sua indipendenza ». Però 
« la moderazione gli sarà di guida sempre», e « non parlo 
« mica (cosi si esprime) di quella che se ne fa un lacero 
«quotidiano a benefizio degl'intolleranti, nò davvero!»^ 
Mantenne le promesse, e le sue caricature in gran formato 

' N. I, 7, 9, IO, 34 e 57, Nel n. x esclama: « Gridate uniti Italia 
o morte ! ->> Frase, che dovea essere comune ai più ardenti liberali, e 
madre del Roma o morte dei Garibaldini di Aspromonte. 

" N. 37. 

3 N. 58. 



172 CAPITOLO Vili 



ed a tutta pagina divennero splendidi quadri via via che 
i quadri della realtà, de' quali facevano la satira, diveni- 
vano meno grandiosi e meno belli, per non dire talora 
anche brutti. 

Scendendo a qualche particolare, colpisce la Protesta in 
versi dei Napoletani, che non sono, come si diceva « Re- 
« pubblicani rossi, rossi, rossi », ma gridano invece : 

« Abbasso, abbasso la consorteria », 

che parve volesse sfruttarli. Commuove una breve descri- 
zione di Caprera del pittore Luigi Sacchi, descrizione di 
un quadro degno di Omero : i piccoli buoi bianchi e ros- 
sastri col servo di Garibaldi all'aratro ; l'eroe col suo cap- 
pello di feltro ed il camiciotto rosso, che innesta i frutti ; 
la fantesca che, tolta una tavola dall'impiantito di legno 
della camera del generale, attinge con un otre di terra- 
cotta l'acqua da una cisterna sottostante. ' 

Sorridiamo come se fossimo dinanzi ad una scena di oggi, 
leggendo i modi per essere eletti deputati in provincia : 
« Comprare una tabacchiera di tartaruga per la madre del 
« maestro comunale ; costruire un ferrovia a cavalli ; com- 
« prare dal farmacista due chilogrammi di magnesia prepa- 
« rata da lui come la migliore di tutto il regno ; fabbricare 
« un ospedale ; invitare a pranzo il vice-curato. Comprare 
« una bambola col corredo per la bimba del sindaco. Farsi 
« radere la barba dal barbiere di... e L. 5 etc. ». '^ Scaglia 
un epigramma alla Camera, buono allora come oggi: « Men- 
« tre i destri ed i sinistri — Interpellano i ministri — Con 
« lagnanze, interpellanze — Giungeranno le vacanze ». 

Al nostro non piacque il titolo di V. Emanuele II de- 
cretato dal Parlamento. Con un cambiamento di numero, 
secondo lui, e cioè con V. Emanuele I, sarebbesi mostrato 
di non voler piemo7itizzare V Italia e la vera intenzione di 
andare a Roma. In simil guisa non approva che nel de- 
creto non si fosse voluto sapere della divina Provvidenza, 



» N, 7 ed 8. 
^ N. 15. 



« IL LAMPIONE » 173 



mentre crede che Dio e la Provvidenza ci siano per qual- 
che cosa in questo mondo... « Abbiamo avuti molti meriti, 
« ma anche della fortuna; datele nome Provvidenza, e rin- 
« graziatela ».' 1\ Plemontesismo invadente è l'incubo delZaw- 
pione italiano e toscano per eccellenza. In una caricatura 
originalissima rappresenta la cupola di Brunellesco vestita 
da Signora in crinolina e il Campanile di Giotto da con- 
sorte. Dice la Cupola ; « Caro marito, vedendoci a Torino 
<: si persuaderanno che la mia crinolina (la cupola) non può 
« andare senza sgualcirsi che per le strade di Roma ». Indi 
la stessa accennando un gran libro domanda: « Che cos'è 
« cotesto librone ? » Si risponde : « Il gran libro del debito 
« pubblico » e la Cupoi.i : « Con tanto dare speriamo che 
« nell'avere ci entrino Roma e Venezia ».^ 

Il deficit e le spese aumentavano, ed un'altra caricatura 
tratteggia il Ceppo o dono di Natale che i moderati offrono 
al popolo italiano. Esso, smunto e seminudo, è legato come 
Cristo ad una colonna, ov' è scritto : « Ecco il popolo so- 
« vrano e libero dei moderati ». Essi, tutti fregiati di croci 
cavalleresche, gli vanno addosso con bastoni sui quali è il 
titolo di qualche tassa o impiego. In disparte stanno Don 
Luigi (Napoleone) vestito da gesuita, ed il Ricasoli, sopran- 
nominato, né so perché, Sorbettino. Ei dice : « Don Luigi, ti 
« pare che il popolo sia stato condito secondo il tuo gu 
« sto ?» — Don Luigi : « Non e' è male, ma si potrebbe 
« spingere fino ai chiodi », e cioè dalla flagellazione alla 
crocifissione. ^ 

L'affare della capitale del nuovo Regno, la questione 
di Roma, ritorna, com' è naturale, frequentemente. S' im- 
magina che le principali città d' Italia se ne contendano 
l'onore. I Fiorentini adducono che i Greci lasciarono loro 

I N. 26, 52. 

- N. 62. Nel n. 41, si legge il Lamento di Palazzo Vecchio, Giobbe 
della finanza. « Un barone (dice) mi lasciò in potere delle code. 1 co- 
«dini mi chiamarono Locanda dei Vagabondi. Se potessi metter le 
« gambe andrei a Torino, ma non da Cavour, ma un po' più su ». 

3 N. 11.^. 



174 CAPITOLO Vili 



il sale attico e gli Etruschi il segreto per fare i pentoli di 
terracotta. Esclamano : « Chi è che ha fatto Dante ? L'ab- 
« biamo fatto noi ». Milano grida : « Son chi ? Considerata 
« dal punto di vista letterario io vado da Manzoni fino a 
« tutto il Vallardi... Domando la parola ! interrompe la 
« vecchia Roma alzandosi dritta sul Campidoglio coperta 
« il capo con una papalina da prete, ma una mano coperta 
« da un guanto viene a posarsi sulla bocca dell'Augusta 
« Matrona ;... la mano era del cardinale Antonelli, il guanto 
« del generale Goyon ». In un'incisione poi l'Italia do- 
manda all' Antonelli : « Dica, quando devo entrare in casa 
< mia (a Roma) ? » Ed egli : « Che casa vostra ? Il padrone 
« di Roma son io », Un Francese in disparte : « Finché 
« non ti si manda via ». ' 

Ora spera ed ora par che disperi della Francia, se- 
condo le alternative dell' ardua questione, che in quei 
giorni richiamava tutta l' attenzione dei liberali. In una 
pagina appaiono effigiati Vittorio e Garibaldi sulla riva 
del mare sul quale il temporale imperversa. Napoleone sta 
loro dinanzi. Chiedono: « Amico, quando e' imbarchiamo 
« per Venezia? » ed egli : « Presto, appena sarà finito il 
« temporale I ■» In un'altra scorgiamo // ratto delle Sabine 
di G. Bologna riveduto e corretto dal Lampione. Reca la 
leggenda : « Per fondare la grandezza romana si tolsero 
« colla prepotenza le figlie ai Sabini. Ora per far l'Italia 
« colla forza del diritto e della ragione si strappa Roma 
« dalle braccia del papa-re, che le fu padre di nome non 
« di fatto ». Il Lampione concludeva che a Roma ci si 
« può andare in due modi. Prima di tutto vuoteremo il 
« sacco della nostra santa pazienza, e cercheremo di persua- 
« dere i preti che, stando d'accordo con noi la li potrebbe 
« andar meglio in tutto e per tutto. Se no, batter la carica ».^ 
Infine, e non senza qualche motivo, perché, morto il Cavour, 



' N. 22 e 41. 

= N. 30 e 75. 



« IL LAMPIONE » I 75 



coi suoi epigoni cominciò un periodo travagliato e dolo- 
roso, si mostrava come VArlecchi?to, alquanto pessimista in 
una caricatura col titolo : « Questa è la vera situazione cf Ita- 
« Ha checché 7ie dicano i giorjiali governativi venduti e veii- 
« dibili » . Giace in terra piangente con Napoleone, che le 
siede sul fianco. Da lontano appare Venezia incatenata, 
mentre un prete codino ed un brigante stanno in agguato. 
L' Italia tiene nel braccio destro abbandonato la spada sulla 
quale è scritto V. Emanuele. Il Ricasoli sta a cavallo ad 
un filo in procinto di rompersi, e che unisce un prelato e 
la fede, il temporale e lo spirituale. Nuovo Mosè sorge 
Garibaldi. ^ E chiara l'allusione ai tentativi del Ricasoli per 
un accordo con Roma, ma queste ultime caricature del 6i, 
tecnicamente le più perfette di tutti questi giornali, sono 
troppo complicate e talora farraginose. 

Le amenità, gli epigrammi, gli articoletti, le sentenze 
brevi, nervose, a scatti, tanto da preludere al giornalismo 
dei di' nostri, s'incalzano nella collezione del 6i come nella 
precedente, tanto che si resta imbarazzati nella scelta, e 
bisognerebbe esaminare la maggior parte di questi numeri 
per formarsene un adeguato concetto. Tra le fisiologie ivi- 
periali e reali curiosa quella del duca di Modena, Nerone 
mosca, del quale il primo regalo al popolo fu la pena delle 
bastonate per gli uomini, e della flagellazione per le donne; 
né meno curiose le j\ le morie postume di un codino, nato nel 
1815, battezzato Giuseppe, Francesco, Leopoldo, Ferdinando, 
ed al quale la prima parola insegnata fu granduca, mentre 
invece à^ Italia dovea dir penisola ; eppoi la Chiave del gior- 
nalismo ossia metodo per tradurre nella lingua della verità 
le bugie dei giornali. ^ 

' N. 59 e 100. Cfr. colla caricatura del n. 64 con Napoleone che 
porta V. Emanuele, che porta Ricasoli colla Italia. È intitolata Circo 
napoleonico. Si grida : « Attenti, signori, al gran salto della barriera 
« Nicchio : da Torino a Roma... Andar bisogna, o si salta o si schiaccia ». 

2 N. 17, 27 e 55. Nel n. 20 definisce il giornalista « l'anello di 
« congiunzione fra il pappagallo e la sanguisuga » e nel n. 21 scherza 
sulla nascita di un giornale umoristico. 



176 CAPITOLO VUI 



Allorché il 6 Giugno del 61 per l'otta vario del Corpus 
Domini i codini colsero l'occasione della processione per 
uscire coi torcetti, ostentando le decorazioni granducali, 
sciagurata dimostrazione di giubilo per la morte del gran 
Conte, e provocando un tumiilto pel quale essi ebbero i tor' 
cetti rotti sulle proprie spalle, il Lampione, pur riprovando 
gli eccessi, immaginò una scherzosa relazione fatta da loro 
Ottavari a Leopoldo, che termina : 

« Ci segnarne con rispetto 
Cavalieri del torcetto ». 

\J Arlecchino ne pubblicava i nomi, fra i quali dispiace 
trovare il Dupré, e consacrava loro una brutta caricatura. 
In simil guisa il Lampione concia pel di delle feste un ore- 
fice, che, sempre in onta alla memoria del Cavour, ucciso 
un gatto, lo espose vestito su di un catafalco in mezzo ai 
ceri, colla epigrafe Unico sostegno d' Italia. ' Di tali aneddoti 
caratteristici, che il senso storico dei moderni a buon dritto 
predilige e tesoreggia, il Lampione abbonda. Cosi vi leg- 
giamo che a Roma il governo proibì le rappresentazioni 
del Trovatore a motivo del coro di soldati : « Fia domani 
« la nostra bandiera — Di quei merli piantata sull'alto ». 
Nel pubblico liberale quei merli significavano le mura au- 
reliane. Né so passare sotto silenzio gli Aforisjni e Para- 
dossi, fra i quali il seguente : « Il filosofo è colui che trova 
« del ridicolo nelle cose tristi, e del tristo nelle cose ridi- 
« cole... Chi ride di tutto non è un filosofo, ma un im- 
« becille ». ^ 

Tocchiamo per concludere di un episodio caratteristico 
de' tempi e della vita del giornale, e cioè del processo 
clamoroso ch'ebbe alla Corte di Assise di Firenze il 17 
Luglio 1861, promosso per azion pubblica per una carica- 
tura Brindisi di Bombino e del re che V ospitò a Roma, nella 

' N. 58, 59, 61, 67 e 68. L'orefice avea il soprannome di Teschio. 
Quando entravano in Firenze gli Austriaci andò loro incontro, e se ne 
portò a casa uno ubriaco fradicio. Cosi il La>iipione. 

2 N. 21 e 26. 



« IL LAMPIONE » 177 



quale essendo il papa effigiato col triregno, si credè di tro- 
varvi gli estremi per l'accusa di offese alla religione dello 
Stato. 

Difesero strenuamente il Lampione gli avvocati Baraz- 
zuoli e Gennarelli, quest'ultimo, esule dagli stati ecclesia- 
stici, « trasfondendo nel pubblico (cosi fu annotato) tutta 
« l'agitazione che lo trasporta », Ed invero quando escla- 
mava : & Ed il re acclamato universalmente... è designato 
« a sfregio nelle allocuzioni papali col nome di Senna- 
« cherib », vi fu « movimento e sensazione prolungata », 
e poi ad un tratto un tuono di applausi da « tutte le parti 
« della sala ». Il Lampione andò assoluto, ' mentre il pro- 
cesso gli servi di reclame. 

Quanto più un popolo è politicamente maturo e più la 
satira e la caricatura si svolgono ed assumono importanza 
sociale e politica; hanno caratteri e dignità di arte, da 
Aristofane all'Heine ed al Forain, nei disegni del quale 
ferve l'ardore di un apostolo e pel quale il pessimismo 
deriva da troppo amore. Ecco perché fra noi col risor- 
gimento nazionale grandeggia la stampa umoristica sfol- 
gorante di amore e di entusiasmo patriottico. Certo, pa- 
ragonata colla moderna, questa stampa offre un contenuto 
meno ricco e profondo, un'arte meno raffinata; vi predo- 
minano infatti semplicità ed impressionismo, ma la sua 
schiettezza e vivacità spontanea e naturale forse non te- 
mono rivali. 

I giornali, che abbiamo sfogliati, voci e luce del popolo 
fiorentino e toscano nel momento nel quale scrisse la pa- 
gina più bella della sua storia, nel secolo che può definirsi 
il più italiano della storia d'Italia, son parte essenziale di 
questa, perché quasi risuscitano la vita cotidiana del tempo, 
quella vita che i documenti ufficiali e la storia pragma- 
tica spesso non valgono ad esprimere. Sfogliandoli respi- 



* Atti della Accusa e della Difesa innanzi la Corte delle Assise etc. 
contro il giornale // Lampione. (Estratto stenografico). Firenze, Graz- 
zini, Giannini e C. 1861. 

Rondoni \% 



178 CAPITOLO Vili 



riamo quel clima storico omai cosi lontano, e sentiamo più 
intimamente come quelli fossero i tempi del patriottismo, 
tanto che se ne faceva in prosa, in poesia ed in musica; 
nei quadri e nelle statue ; sui campi di battaglia, in piazza 
e nelle assemblee, nei giornali e nei libri ; in chiesa e per 
le botteghe ; da ricchi e da poveri, sul serio e da burla, 
con moderazione e con passione fanatica ; se ne faceva 
eroicamente dagli eroi, e a modo loro dagli stolti e da- 
gl' imbroglioni. I giornali ci fanno meglio comprendere il 
segreto delle nostre fortune, quel buon senso squisito ed 
eletto, forza allora della Toscana, e che sarebbe bello ed 
augurale che i Toscani ritemprassero infaticabili con tutte 
le iniziative e le audacie feconde della progredita civiltà 
presente; meglio comprendere l'ambiente e gli effetti della 
satira del Giusti, della quale i nostri giornali sono conti- 
nuazione non sempre indegna, nonché apprezzare la va- 
lentìa di quei giornalisti del Triennio glorioso, i quali 
combatterono impavidi col sorriso sulle labbra e la patria 
nel cuore le sante battaglie della verità e della giustizia 
colla penna e colla spada. Infine lo studio di questi parti- 
colari ed aneddoti fino a qui trascurati, e nei quali pur 
consiste uno de' più veri progressi della storia, ci fa sempre 
più rettamente amare la patria e la storia, come la memore 
casa nella quale fummo educati fanciulli, e della quale 
ogni angolo più recondito ci è noto e ci parla nel pro- 
fondo del cuore. 



INDICE 



Avvertenza Pag. iii 

Capitolo I. Preliminari. - Il Passatempo i 

Capitolo II. La Lente. - Gazzetta del popolo 23 

Capitolo III. La Lanterna di Diogene. - Il Momo 45 

Capitolo IV. Il Piovano Arlotto 63 

Capitolo V. Il Caffè, La Strega, La Zanzara e La Torre di 

Babele 90 

Capitolo VI. La Chiacchiera 115 

Capitolo VII. L'Arlecchino 128 

Capitolo VIII. Il Lampione 151 



AGGIUNTE 



a pag. 7. in nota. — G. Memmoli. La rìvohizione italiana e l' umorismo del « Punch », 
nel Giornale d'Italia, 13 e 28 aprile iijii. 

A pag. 63. — G. RoNDO.M. // Piovano Arlotto, (Giornale fiorentino degli anni 1858-62), 
nel Risorgimento Italiano. Rivista Storica. Anno II, Fase. X. 



PUBBLICAZIONI DELLA CASA 
EDITRICE G. C. SANSONI 



Burckhardt Jacopo — La Civiltà del Rinascimento in Ita- 
lia. Traduzione di D. Valbusa, con aggiunte e correzioni 
inedite fornite dall'Autore. Nuova edizione accresciuta per 
cura di Giuseppe Zippel. Nuova impressione con coper- 
tina in carta a mano stampata a due colori. 

Volume. I L. 4,00 

» II ... 4, 00 

Carducci Giosuè — Antica Lìrica italiana (Canzonette, Can- 
zoni, Sonetti dei secoli xiii-xv). Con prefazione dell'Au- 
tore. Grosso volume in-S° grande 10,00 

— Primavera e fiore della Lirica Italiana. 

Volume I con copertina pergamena 1,00 

» li > » 1,00 

Legato elegantemente in tela. 

Tomo I 2,00 

5> Il 2,00 

Consulte (Le) della Repubblica Fiorentina, per la prima 
volta pubblicate da Alessandro Gherardi. Due grossi vo- 
lumi in-4° grande di pagg. xxxviii-1320 complessive, rile- 
gati alla Bodoniana, con due tavole facsimili in fototipia. 140,00 

(L'opera consta di 33 fascicoli che si vendono anche separatamente) 
Ciascun fascicolo Lire 4,00. 

Corazzini Gius. Odoardo — Sommario di Storia Fioren- 
tina 4,00 

Cronica (La) domestica di Messer Donato Velluti, scritta 
fra il 1367 e il 1370, con le addizioni di Paolo Velluti, 
scritte fra il 1555 e il 1560. Dai manoscritti originali per 
cura di Isidoro Del Lungo e Guglielmo Volpi. Con 
V tavole dimostrative e VI facsimili in fototipia. . . . 20,00 

D'Ancona Alessandro — Viaggiatori e Avventurieri (Mon- 
taigne - Rucellai - Locatelli - Pignata - Vitali - Casanova 
- Du Boccage - Dutens - Boatti - Malaspina - / Roman- 



Pubblicazioni 

liei). Elegante volume di 554 pagine, con copertina in carta 

a mano stampata a due colori L. 5, 00 

D'Ancona Alessandro — Scritti danteschi. I Precursori di 
Dante - Beatrice - Noterelle dantesche - Il « De INIonar- 
<:hia » - I canti VII e Vili del Purgatorio - La visione nel 
Paradiso terrestre - Il canto XXVII del Paradiso - Il ritratto 
Giottesco e la « maschera di Dante », ecc. ecc. Elegante 
volume di oltre 570 pagine con copertina in carta a mano 
stampata a due colori e con tre tavole illustrate fuori testo. 5, 00 

— Memorie e docuiHeutì di Storia Italiana dei secoli XVIII 

e XIX. Elegante volume di 564 pagine, con copertina in 

carta a mano stampata a due colori 5, 00 

— Ricordi storici del Risorgimento Italiano. Elegante vo- 

lume di 560 pagine, con copertina in carta a mano stam- 
pata a due colori 5, 00 

Davidshon Roberto — Storia di Firenze - Le Origini. 

Prima traduzione italiana, autorizzata dall'Autore. 

Dispensa I-XVIII. - Ciascuna dispensa di pagine 80 
in-S" grande e 5 tavole 1,50 

Volume I (dispense I-IX), legato in brochure. . . 13, 50 
» II (dalla dispensa X alla fine) » ... 13, 50 

Del Lungo Isidoro — Firenze artigiana nella Storia e in 
Dante. Discorso pronunziato all' inaugurazione del Palagio 
dell'Arte della Lana, restaurato, ix Maggio mcmv. Con do- 
cumenti e illustrazioni, e una nota su 1' « Agna Gentile ». 1,50 



Martini Ferdinando — Pagine raccolte. Elegantissimo vo- 
lume di circa 900 pagine, stampato su carta-cina, rilegato 
in tela e oro 7. 50 

Mazzini Giuseppe — Scritti scelti, con note storiche e bio- 
grafiche di Jessie White vedova Mario. Con ritratto e fac- 
simile 3,00 

Passerini G. Landò — Il Vocabolario della Poesia Dan- 
nunziana. Con una epistola a Gabriele D'Annunzio. Ele- 
gante volume di oltre 500 pagine in-i6", con copertina in 
carta a mano, stampata a due colori 4, 00 

— Il Vocabolario della Prosa Dannunziana, con proemio 
dell' Autore. Elegante volume di oltre 700 pagine in-16", 
con copertina in carta a mano, stampata a due colori . 5, 00 



della Casa Editrice G. C. Sansoni 

Savonarola Girolamo — Scelta di prediche e scritti, con 

nuovi documenti intorno alia sua vita; aggiuntavi la Cro- 
naca inedita ili Simone Filipepi e ViW Epistola di Fra Pla- 
cido CiNozzi, per Pasquale Villari e E. Casanova. Con 
alcune illustrazioni e il ritratto del Savonarola . . . L. S, oo 

Villani Carlo — Sui primordi dell' incivilimento fioren- 
tino. Saggi i,oo 

Villari Pasquale — I primi due secoli della Storia di Fi- 
renze. Volume unico. Nuova edizione interamente rive- 
duta dall'autore io, co 

— Scritti sulla questione sociale in Italia 5,00 

Voigt G. — Il Risorgimento dell' antichità classica ovvero 
Il primo secolo dell'Umanismo, con nuove aggiunte e 
correzioni dell'Autore. Traduzicjne con note e prefazione 

di D. \'^ALBUSA. 

Volume I 10,00 

» II 8, 00 

— Giunte e correzioni, con gì' Indici bibliografico ed anali- 

tico per cura di Giuseppe Zippel. 4,00 



Biblioteca Crìtica della Letteratura Italiana 

GIÀ DIRETTA DA FRANCESCO TORRACA 

(pasg. l-i-l-3 (Catalogo generale) 



Biblioteca Scolastica di Classici Italiani 

GI.\ DIRETTA DA GIOSUÈ CARDUCCI 

(pagg. 4 4^-|'> Catalogo generale) 



" LECTURA DANTIS „ 



(pagg. 55-51) Catalogo general 



CATALOGHI GRATIS A HICHtESTA 

Dirigere commissioni e vaglia alla Casa Editiice G. C. SANSONI — Firenze 



UC SOUTHERN REGIONAL LIBRARY FACILITY 




A 000 105 003 



'^.^'^iL^^^.