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Full text of "II novellino; ossia, Libro di bel parlar gentile"

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^/ 



IL NOVELLINO 



LIBRO DI BEL PARLAR GENTILE. 



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IL NOVELLINO 

OSSIA 

LIBRO DI BEL PARLAR GENTILE 

RIDOTTO A USO DELLE SCUOLK E RIVEDUTO SUI MANOSCRITTI 

PEtt CUBA 

DI DOMENICO CARBONE 

CON AGGIUNTA DI DODICI NOVELLE 

DI . 

FRANCO SACCHETTI 

E CON NOTE DI VARI. 



Sesta edizione stereotipa. 



FIRENZE, 
G. BARBÈRA, EDITORE. 

1872. 



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17636 



PROEMIO. 



La novella, d'orìgine schiettamente popolana e casalinga, 
assai prima del secolo decimoterzo, dai casolari contadineschi 
e dai crocchi borghesi era salita ai castelli de' baroni e a' pa- 
lazzi de' principi, per opera massimamente de' trovatori e dei 
i^ovellatori e de' giullari, detti ancora uomini di corte. I quali 
non furon sempre di quell'allupata e buffonesca genia che 
diventarono a* tempi del Boccaccio e del Sacchetti, ma n^l du- 
gente erano per anche tenuti in buon conto, e adoperati dai 
Signori d'Italia in ambascerie e in maneggi politici d'impor- 
tanza; e di questa fatta fu Guglielmo Borsiere, e Marco Lom- 
bardo che nel Novellino e nella Divina Commedia è tanto lodato. 
Si fatta usanza era si penetrata ne' costumi di corte, che anco 
il crudele Ezelino si svagava colle novelle dalla sua feroce 
libidine di sangue, e tenea a' suoi stipendii un novellatore il 
quale faeea favolare^ quando erano le notti grandi di vemo.^ Da 
tale andazzo universale nacque per avventura non dirò la 
materia del Novellino, che alcuni racconti sono, come vedremo, 
più antichi assai del dugento, ma il disegno di raccogliere 
qua e là per il giardino d' Italia e ammazzolare questi fiori 
di parlare, di belle cortesie, e di be' risponsi e di belle valentie e 
doni, onde s'intitola e si compone veramente questo libro, che 
é insieme uno de' monumenti venerabili e vetusti di no- 
stra lingua. Più che novelle e' paiono abbozzi ed ossature di 
novelle ; e al veder quelle linee franche ma scarne, que' tocchi 
graziosi, ma leggieri e brevissimi, si direbbero più tosto ap- 
punti e ricordi che il novellatore mettesse a taccuino per di- 
latarli poi a viva voce in più distesi racconti alle signorili 
brigate, rifacendoli di colorito e di polpe, e aggiungendo, to- 

^ NoY. XXXI, Ed. GnaLteruzziana* 

XI Novellino. ^ ■ 



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Vt PROEMIO. 

gliendo e adornando, secondo che l'ingegno, la fantasia. Top- 
portunità voleva e poteva. Onde dallo stesso mestiere di nar- 
rarli traeva incremento l'arte ancora infantile di scriverli, e, 
districando via via dalla lingua volgare le sue potenze nar-' 
rative, le trasfondeva agevolezza, vigore, semplicità e leggiadria 
inarrivabile a' moderni. Il motto, la piacevolezza, gli amori, la < 
sventura, il delitto, la liberalità, la giustizia, le prodezze, le ubbie, 
tutti gli alSetti insomma e le azioni della famiglia feudale o 
popolana, artigianesca o borghese, vi sono ritratte, a dirla col 
Foscolo, con « ardente, diritta, evidente velocità; * qui la sintassi 
)) governasi da quella sola grammatica, ed è la vera e perpetua, 
» la quale in ogni lingua vien suggerita dalla natura a tutti gli 
y> uomini, si che s* intendono facilmente tra loro.'» Lo stile n'é 
semplice, vivo e chiaro per modo che i pensieri, gli ajffetti e le 
imagini traspaiono limpidissimi dalla parola, e condensati dalla 
« fantasia pittrice di que' primi narratori. scoppiano impetuo- 
» samente con modi di dire sdegnosi d'ogni ragione retorica.» » 
Di che, per un certo verso, non disdice al Novellino la lode che 
Cicerone dava ai Commentarii di Cesare : Nudi sunt, recti et vs- 
nustiy omni ornatu oraticnis^ tamquam veste^ detracti. 

Ora, quest'aureo libro^ quando fu scritto e da chi? Ebbe 
esso un solo autore o più d' uno ? e se gli autori furono più, 
il raccoglitore delle novelle fu un solo o parecchi? Noi non 
presumeremo di risolvere questioni che taluni valentuomini in 
ogni tempo si sono poste, ma finirono per lasciare insolute; 
pur diremo brevemente su di ciascuna la nostra opinione, av- 
venturandoci talvolta nel maremagno delle congetture, ma 
sempre avendo l'occhio alla terra, cioè a dire alla Verisimi- 
glianza ed ai fatti. 

Cercare chi sia stato l'autore di queste Novelle è opera 
vana, perocché manifestamente gli autori dovettero essere di- 
versi e di diverso tempo, non solo per la variazione dello stile, 
come già notava il Borghini, la quale dalla novella dello Schiavo 
di Bari a quella di Bito e Ser Frulli è infinita ;• ma più ancora, 
perché alquante di esse sono antichissime, e furono scritte sullo 
scorcio del duodecimo secolo, ed altre per contrario toccano la 
fine del trecento. Ed invero quella di Saladino che in tempo di 

• Foscolo. Prose lett. JDiaeorao sul Decamerone, — Le Monnier 1850, 
▼ol. Ili, pag. é7. 

• IcL pag. 49. 

• Id, pag. 55. 

• Pbrticaei, Apclògia di JDante, parte II, cap. 21. 

• Nov. X, e XCYI, GualteruzzL 



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pBOBMio. yit 

tregua visita il campo cristiano,* nel Cod. Laurenziano, N. i39, 
dopo le parole con che termina tìelle stampe: ruppesi la triegua, 
e ricominciossi la guerra, reca queste altre, la quale ancora non 
HA FINE. Ora le guerre di Saladino co' Cristiani della terza ero- | 

ciata fervevano ancora nel ii89, e la novella dovette essere 
«critta in quel torno, o ad ogni modo prima della morte del 
celebre Soldano, la quale fu nel il 93. Similmente là novella 
di Carlo d'Angiò e di Alardo di Valéry' si conclude con que- 
ste parole; « E fu diliberato messere Alardo di ciò eh* avea pro- 
» messo, e rimase con gli altri nobili cavalieri, torneando e fa- 
» cendo arme, sì come la rinohea per lo mondo si corre so- 

» YENTE DI GRANDE BONTADE E D* OLTRAMARAVIGLIOSE PRODEZZE. » 

La novella fu dunque scritta vivente ancora il prode conne- 
stabile di Sciampagna, e, come si ritrae da tutto il racconto, 
certamente dopo il 4S65, quaitdo Carlo d'Angiò era già stato 
coronato in Roma re di Sicilia e di Puglia, o forse quando 
più la fama delle prodezze di Alardo córreva per il mondo, e 
perciò verisimilmente verso il 4268 poco dopo la battaglia di 
Tagliacozzo, 

€ Ove senz'arme vinse il vecchio Alardo* » 

Finalmente in quella di messer Beriuolo, cavaliere di corte * 
é nominato messer Brancadoria, che nel 4308 era ancora vivo 
e signoreggiava in Genova con Opicino Spinola; e nella cin- 
<}uantesima si discorre di Maestro Francesco Accorso, il quale, 
secondo che si legge nelle Vite di Filippo Villani, mori in Bo- 
logna nel 4309; né a iale anno s'acqueta il Mazzuccbelli, dotto 
annotatore di quelle Vite, al quale per ragionevoli induzioni e 
riscontri sembra incontrastabile cK egli vivesse alquanto dopo 
il 4 34 7.' Ciò posto, chi metteva mano a queste novelle fin dai 
tempi di Saladino, può egli essere quel medesimo il quale 70 e 
più anni dopo novellava di Carlo d'Angiò e di Alardo il vec- 
chio? E, come se ciò non fosse già troppo gran fatto, pur con- 
cedendo ch*ei cominciasse a scrivere da bambino, potè egli 
essere ancora tanto longevo da raccattar notizie di personaggi 
che varcarono cogli anni il trecento? 

Non è dunque uno solo V autore del Novellino. Ma se e' fù- 

« Nov. XXV, Ed. Gnalteruzzi. 
' Nov. LX, Testo GualteruzzL 

• Inf., canto XXTill, v. 18. 

• Nov.'LYIII. Testo Gualternzzi. 

• Vite degli uomini illuatri fiorentini di Filippo Villani colle appendici 
ìJSi Q. M. Mazzuccbelli. 



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by G oogle^ 



'Vm PEOBMIO. 

rono più, quali e quanti furono? Delle congetture se ne soi^ 
fatte parecchie, ma le più, a dirla col Borni : 
« Son congettnre magre per apporsi. » 

Non di meno ne toccheremo qualcosa, perchè sempre elle pos- 
sono mettere altri sulla via del vero. Federico Ubaldini, nella 
Vita di messer Francesco da Barberino, mentovando tra le opere 
che di lui andarono perdute un libro di Novelle, s' affatica in- 
gegnosamente a mostrare che questo antico scrittore ha ce qual- 
» cuna delle sue Novelle tra quelle cento che vanno attorno quasi 
» primizie della politezza toscana.» Se non che quelle che da lui 
certamente composte si leggono uq* Documenti d* Amore a gran 
pezza non aggiungono la snellezza, il candore e la vita che si 
ammira ne* più de* racconti del Novellino. B se pur qualcosa di 
messer Francesco vi ha (che, ^sendovi entro fiori di più prati^ 
non è inverisimile) é da credere che Fautore del Reggimento 
delle donne non vi recasse né i più belli né i più odorosi. 

Con induzione più sicura mi é avviso che si possa dire che 
Brunetto Latini abbia recato al bel mazzo alqulante delle sue 
più gentili erboline, perocché i due racconti di Papirio e di 
Trajano* trovansi con lievi mutazioni e nelle Cento Novelle e 
nel Fiore di Filoso/i e di molti savi, grazioso libretto, che, se- 
condo il Nannucci* è indubbiamente del maestro di Dante, e 
nel quale spira per entro tutta la fragranza del Novellino. Cre- 
sceranno alcun peso a questa nostra congettura le parole di 
Filippo Villani: « Fu Brunetti motteggevole, dotto e astuto, e 
» di certi motti piacevoli abbondante, non però senza gravità e 
» teipperamento di modestia, la quale faceya alle site piacevo- 
»te«j5edare fede giocondissima; di sermone piacevole, il quale 
» spesso rnoveva al riso. » 

Se poi dal testo delle Novelle seguito dal Gualteruzzi pas- 
siamo a quello raffazzonato dal Borghini, noi vi troviamo tre 
novelle' di Ser Andrea Lancia, nelle quali ci siamo a caso 
abbattuti, leggendo V amplissimo e bel commento che questi 
fa al suo volgarizzamento del Rimedio d* Amore di Ovidio,* nel 

* Nov. LX'VII e T. YTT del testo Gualterazzi. 

* Manuale della letteratura del primo secolo deUa lingua italtanaf voi. II. 
El Barbèra, 1858. Pag. 800; e Fiore di S^eofi ecc. Bologna, Roma- 
gnoli, 1865. 

» Sono la V, la Ll!£ e la C del testo Borghini, 

* Il volgarizzamento fu pubblicato dal cav. F. Zambrinf, della nostra 
lingua benemerentissimo (Prato, Guasti, 1850); e un breve saggio del com- 
mento fu da lui pubblicato nel suo pregevole lavoro : Le Opere volgari a 
«tampa ecc. Bologna. iSfiR. 



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PBoimio. IX 

Cod. Laurenzìano N. 74 (Gadd. reliq.), del quale ci giovammo 
a migliorare la lezione delle tre sopradette novelle. 

H racconto di T, Manlio Torquato* fu preso a verbo dal- 
l' antico Volgarizzamento della prima Deca di Tito Livio, tanto 
cbe^ coir aiuto di questo, noi vi potemmo recare qualche utile 
correzione; e la novella del Saladino fatto cavaliere da Ugo 
di Tabaria,* fu prima pubblicata da Antonfrancesco Doni nelle 
sue Prose antiche di Dante, Petrarca, Boccaccio ecc., donde, la- 
sciatone il principio e la fine, monsignor Borghinì manifesta- 
mente la. prese. 

Di che si rileva che gli autori, o meglio, come diremo, i 
raccoglitori del Novellino, spigolarono per ogni campo, pur 
d' ingrossar le mannello. Difatti già notò il Borghini a che molte 
vengono di Provenza, come si può far giudizio dalli fatti e 
costumi, e dalle parole indi tratte assai frequenti, essendo 
» allora quella lingua amata e pregiata, come oggi sono la 
» greca e la latina da noi ' » e ai Perticari parve « che le più 
» antiche di tali novelle fossero scritte alla corte de* Giciliani, 
» quando vi furono gittate le prime fondamenta della lingua 
» illustre, di cui è perfetto sinonimo il parlar gentile, j» E la Bib- 
bia, e Valerio Massimo, e Seneca, e i romanzi cavallereschi 
della Tavola Ritonda, di Alessandro Magno, della Distruziorte 
di Troia, maravigliati di trovarsi insieme, sono evocati dal 
ricoglitore ad accrescere la materia delle Novelle, quando pri- 
ma gli venne in capo di ridurle appunto al numero di cento. 
Perocché debb' essere avvenuto di queste come delle altre col- 
lezioni di novèlle antiche presso tutti i popoli, che, a guisa 
della voluta di neve, la quale, cadendo a valle, s'ingrossa; di 
€tà in età, di compilatore in compilatore si sono venute mol- 
tiplicando. La qual cosa diede a vedere, coir usata sua eru- 
dizione, il professor Alessandro d' Ancona nel Libro de' Sette 
Savi, dove le giunte recatevi dai rifacitori dei vari paesi sono 
assai più che la primitiva derrata orientale. E pur tra queste 
nostre sapranno i dotti rintracciarne alquante che, all' aria del 
volto, anco ai meno esperti dimostrano l' orìgine indiana. Onde 
eziandio per questo rispetto il Novellino è degno di trovare, 

> Nov. XCII del testo Borghini. 

* Nov. LI del testo Borghini. 

• Nelle dichiarazioni eh* egli fa d* alcune voci antiche sotto la lett. SL 
— Sono d* origine provenzale le Novelle, secondo il testo Gualt., XXXII, 
XXXni, XLII, XLIX, LXII e LXTV, non che quelle del Ee Giovane d' In- 
ghUterra. Ye^l Manuale ecc., del Nannxjcci, voi. II, pag. 68. 



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X PROEMIO. 

quandochessia, un illustratore il quale di dottrina e di accu- 
ratezza pareggi quello che toccò al Libro de' Sette Savi, 

Ora, tornando a noi, che in antico queste noTelle fossero 
assai meno di numero, lo afferma anche il Borghini, testimo- 
niando nel suo proemio che « non pure nello scritto in penna 
» non ha mai trovato alcuno col titolo delle Cento Novelle antiche, 
» ma né anche non ha in penna però né pur veduto col numera 
» di cento appunto.* » Di che ebbi pienissima riprova nel citata 
Codice Laurenziano N® i39, dove le Novelle son poco più di 
trenta, non seguitano in tutto l'ordine delle stampe, non hanno 
rubriche né numerazione alcuna, e sono senza fallo da ripu- 
tarsi fra le più antiche.* 

Dopo i sopradetti, meritano di essere tenuti in gran pregia 
i testi che più s'accostano a quello pubblicato da Carlo Gual- 
teruzzi, a persuasione del Bembo, -in Bologna, nelle case di 
Girolamo Benedetti Tanno 1525 col titolo delle Cento Novelle 
antiche. E questa, checché ne dicano in contrario alcuni bi- 
bliografi, i quali citano stampe del quattrocento, è da tenersi 
per la prima edizione, infino a che le anteriori, vere fenici 
del Metastasio, non saltino fuori. Frattanto come Vincenzo 
Pollini' ruppe T incanto delle due edizioni fatte del Novellino 
in Firenze nel 1482, 83 apud S. lacobum de Ripoli, facendo 
toccar con mano che quella fu una sola, e del Cento Novelle 
di Boccaccio, cosi mi piange il cuore pei bibliofili che a me 
tocchi distruggere la fata morgana di un esemplare antichis- 
simo veduto neir Ambrosiana e minutamente descritto dal pro- 
fessore Francesco Longhena.* Il quale, ove solo avesse voltata 
il foglio del frontispizio, avrebbe letta la dedicatoria del Guai 
teruzzi a monsignor Goro Gherio, vescovo di Fano, e si sa- 
rebbe avvisto d'aver dato in queir altra stampa del Benedetti 
già indicata dal Colombo nella prefazione alla stampa di Milan* 
come « senza veruna nota né di luogo né di stampatore ne 
» d'anno, ma fatta anch'essa in quel turno, » cioè verso il 4525. 

* Libro di novelle e di hel parlar gentile, eco. Firenze, Giunti, 1572. 

> Le novelle contenute nel detto codice sono, secondo il testo del 
Gualteruzzi le seguenti : XXHI, XXIV, XXV, XXXTT, XXXIII, XXXIV, 

XXXV, XXXVI, xxxvn, xxxviir, xxxix,XL,xLi,XLn,XLin,XLiv, 

XLV, XLVI, XLVII, XLVni, XLIX, L, LI, LHI, LV, LVI, LVH, LVIII, 
LIX, oltre la breve novella del frate predicatore, e le due sentenze rife- 
rite dal Colombo nella prefazione alPEdiz. di Milano. Tosi, 1825. 

* Lezione sopra le due Ediz. del sec. XV. Firenze, 1831. 

* Vedi le Opere volgari a stampa dei sec. XIII e XIV indicate e de- 
scritte dall' egregio cav. Zaubbini. Bologna, Bomagnoli, 1866, pag. 267. 



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PEOEMIO. XI 

Tincenzo Borghini, che fu lume della filologia italiana nel 
secolo XYI, ebbe il torto di non aver voluto seguitare la stampa 
del Benedetti in quella eh' ei diede fuori co' tipi dei Giunti 
nel 4572. E a giustificare in qualche modo i cangiamenti e 
le alterazioni senza numero apportate a quel testo, che a ra- 
gione parve al Colombo il più autentico e genuino, ei va an- 
naspando non so che ragioni o doglianze contro i primieri 
stampatori ai quali « per la riverenzia e rispetto che per av- 
» ventura ebbero all' antichità del particolar testo che lor diede 
» in quel tempo nelle mani, soverchia (al creder suo) e rispet- 
» tosa, parse di dover quello cosi ne' vizii, come nelle parti 
» buone seguitare, non considerando che cotal testo poteva 
» facilmente essere scritto a prezzo e da persona idiota, e senza 
«dubbio, come e' fu, poco intendente.*» Ma i veri intendenti 
non si appagarono di queste lustre, e il guasto eh' ei fece del 
testo Gualteruzziano gli accattò, in tutti i tempi, biasimo in- 
cancellabile; tanto che da ultimo Vincenzio Pollini in una 
dissertazione alla Società Colombaria di Firenze usci in queste 
gravi parole: «Quando io dico Centonovelle^ non intendo già 
» di queir edizione, di cui fu piuttosto corruttore che correttore 
» il Borghini, e che ci fu ripetuta dal Manni, dalla quale sono 
» tolte diciotto novelle legittime, e surrogate diciannove spurie, 
*di posterior tempo, e che non permisero ai letterati poco 
» accorti di poter credere quella collezione {il Novellino) tanto 
» antica. Io parlo delle vecchie edizioni genuine.» Ma non es- 
sendo credibile, come soggiunge a difesa il Colombo,* « che un 
» uomo cosi giudizioso v' abbia fatte mutazioni di questa sorta 
» senza esseme stato indotto da buone ragioni, » vediamo quali 
ragioni vi furono, e se furon buone davvero. 

Io non ne so trovare che una principalissima, la quale di 
mostra la miseria de' tempi, e spiega e scusa insieme la tem^ 
rità del Borghini; ciò fu il buon volere del Sant' Ufficio. Correvano 
gl'infausti anni che gli Accademici della Crusca si travagliavano 
miseramente a salvare qualche brandello del Decamerone dalle 
forbici dell'Inquisitore; e che monsignor Borghini e gli altri 
\ deputati di Cosimo primo furono a negoziare poi Maestro del 
Sacro Palazzo in Yaticano, perchè il novelliere di Certaldo. 
uscisse meno lacero e sanguinoso dagli strazii inquisitoriali. 
Erano 1 tempi che il Decamerone con le badesse e le monache 
mutate in matrone e damigelle, e i frati in negromanti, e i preti 

• Proemio del Borghini all' Ediz. dei Giunti. 

* Vedi Collez. di Opuscoli scientifici e letterari. Firenze, 1808, voLV, 
pag. 86. 



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Xn PROEMIO. 

in soldati, e con mille altre trasformazioni e interpolazioni àppo 
quattro anni di pratiche ^ usciva dalle mani degli Accademici 
cosi camuffato e sbilenco da non si riconoscere. 

Un anno prima del Decamerone pubblicava il Borgbini le 
Cento Novelle antiche, e pare non senza grandi contenzioni 
col Sant' Ufficio, a cui finalmente per non prolungar più la spe- 
ranza e i desidera di molti,* diede per disperato in olocausto di- 
ciotto novelle del testo Gualteruzziano, e raccozzandone qua e ^ 
là altrettante al tutto diverse cP argomento e di stile, ' 

e con piene le pugna. 

Le gittÒ dentro alle bramose canne » 

del padre Domenicano; voglio dire le pose in luogo delle di- 
ciotto scomunicate.* 

Ma non tutte le mutazioni recate dal Borgbini all' antico 
testo sono da imputarsi alla sopradetta cagione. Egli ci fa sa- 
pere come « buona fortuna Y abbia fatto abbattere ad un altro 
» testo scritto nella medesima età, ma (per quanto e' giudica) 
»da persona assai più intendente; e quello avendo fatto con 
» il primo stampato e con ogni possibile acpuratezza riscon- 
Dtrare, pensa con esso avere ricorretto una gran quantità 
ì> d' errori dell* altro » e intende del Gualteruzziano. Ora, seb- 
bene i due codici della Biblioteca nazionale, da noi tenuti a 
riscontro, concordino sempre colla stampa del Benedetti e mai 
e poi mai colla Giuntina, pur teniamo per fermo cbe il may 
noscritto seguito dal Borgbini recasse veramente notevoli va- 
rietà di lezione, si percbè queste le troviamo anche in quelle 
parti dove il dente dell* Inquisitore non ci aveva cbe mordere, 
si ancora perchè ci sa male di pensare eh' egli, scrupoloso os- 
servatore e conservatore, come fu sempre, della fedeltà dete- 
sti, abbia voluto qui rimutare a capriccio intiere novelle. Vo- 
gliamo anzi credere, che, come vari sono gli autori àel No- 
vellino, cosi vari ne sieno pure stati i raccoglitori, e che questi 
non si stessero contenti a mettere insieme ed ordinar le No- 

* FoBOOLO, Discorso nil Decamerone. Ed. cit. pag. 36. 

* Proemio del Borgbini. ' Golohbo, loco citato. 

* A persuadersi di ciò, consulti il Lettore nel testo Gualteruzzi lo 
novelle omesse che sono le seguenti: VI, VII, XII, XVI, XVII, XVIH, 
XXXVI, XXXVn, XXXIX, liv, lvu, lxii, lxxv, lxxxvi, lxxxvii, 
LXXXVUI, XCI, xeni. Le noTelIe sostituite dal Borgbini sono quelle che 
nella prosente edizione scolastica si seguitano ordinatamente dalla LXX?tT 
alla C. La noTella LXII non si può dire cho manchi al tutt9, essendo posta 
dal Borgbini con qualche varietà di lezione, e quasi di straforo, in fine alle 
dichiarazioni d' alcune tocì antiche. 



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PROEMIO. xm 

velie a loro modo; ma non si peritassero altresì /3i ritoccarle 
e rabberciarie secondo il proprio gusto. E acciocché Ip studioso 
vegga meglio da sé di che mano costoro ci andassero nel la- 
vorare attorno agli scritti altrui, metteremo qui a ragguaglio 
la novella di Trajano del Novellino col racconto medesimo di 
Brunetto Latini, dal quale manifestamente fu presa. 



Novellino. 

Lo 'mperadore Trsyano fu molto 
giustissimo signore. Andando un 
giorno con la sua grande caval- 
leria conti'a suoi nemici, una fe- 
mina vedova li si fece dinanzi, e 
preselo per la staffa, e disse : 
messere, fammi diritto di quelli 
oh' a torto mi hanno morto il mìo 
figliuolo. E lo *mperadore disse : 
io ti soddisfarò, quando io torna- 
re . Et ella disse: se tu non tor- 
ni ? Et elli rispose : soddisfaratti 
lo mio successore. Se'l tuo suc- 
cessore mi vien meno, tu mi sei 
debitore. E pogniamo che pure 
mi soddisfacesse ; 1' altrui giusti- 
zia non libera la iua colpa. Bene 
avverrae al tuo successore, s' elli 
liberrà sé medesimo. Allora lo 'm- 
peradore smontò da cavallo, e 
fece giustizia di coloro eh* aveano 
morto il figliuolo di colei, e poi 
cavalcò, e sconfisse i suoi nemici. 
E dopo, non molto tempo dopo 
la sua morte, venne il beato san 
Grigoro papa, e, trovando la sua 
giustizia, andò r.lla statua sua. E 
con lagrime T onorò dì gran lode, 
e fecelo diseppellire, Trovare che 
tutto era tornato alla terra, salvo 
che r ossa e la lingua. E ciò di- 
mostrava come era suto giustis- 
simo uomo, e giustamente avea 
parlato. E santo Grigoro orò per 
lui a Dio. E dlcesi per evidente 
miracolo che per li preghi di que- 



FioRE DI Filosofi e di molti Savi. 
rOal Cod. Laur., K. 189.) 
Trjgano fue imperadore e fu 
molto insto, ed essendo un di sa- 
lito a cavallo per andare alla bat- 
taglia colla cavalleria sua, una 
femmina venne e preseli l'un 
piede e piangendo molto tenera- 
mente, domandavalo e richiede- 
valo eh* elli facesse diritto di co- 
loro che r aveano morto un suo ^ 
figliuolo, il quale era giustissimo, 
senza cagione. E quelli rispuose 
e disse : io ti sodisfarò qhando 
reddìrò. —E se tu non riedi? — 
E s*ìo non reggio, e' ti sodisfa- 
rà il sucpessore mio. E quella 
disse : e io come il so ? E pogna- 
mo eh' elli lo faccia, a te che farà 
se fa bene ? Tu mi se* debitore, e ' 
secondo le opere tu sarai giudi- 
cato ; frode è non volere reddere 
quello che 1* uomo dee ; al suc- 
cessore tuo quelli che riceveranno 
saranno tenuti ; per sé é la sua 
giustizia ; V altrui giustizia non 
libera te, e ben sarà al succes- 
sore tuo s*elli liberràe sé mede- 
simo. — Per queste parole mosso 
lo 'mperadore scese da cavallo e 
esaminò incontanente la vicenda 
e fece la giustizia e consolò la 
vedova, e poécia salio a cavallo, e 
andò alla battaglia e sconfisse li 
nimici. Per la giustizia di questo 
imperatore, poscia a gran tempo 
sentendola, san Grigorio vide la 
statua sua e fecelo disotterrare» 



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6to santo papa, T anima di que- 
sto imperadore fu liberata dalle 
pene dello 'nfemo, et andonne in 
vita eterna, et era stato pagano. 



XIY PBOEMIO. 

cioè fece cavare la sepoltura; e 
trovòe che tutto era tornato in 
terra, se non s* erano V ossa, e 
la lingu'a era si come d* uomo 
vivo. E in ciò cognobbe san Gri- 
gorio la giustizia sua, che sem- 
pre r avea parlata ; si che allora 
pianse di pietà troppo pietosa- 
mente, pregando Domeneddio che 
traesse questa anima di ninfemo, 
sappiendo eh' era stato pagano. 
Allora Dio per li suoi prieghi 
trasse la costui anima di pene e 
misela a gloria. E di ciò parlò 
r angelo a san Grigorio e disse 
che mai non pregasse ,di si fatto 
prego, e Dio l' impuose penitenza 
o volesse istare due di in purga- 
torio, sempre mai malato di 
febbre e di male di fianco. Santo 
Grigorio per minore pena disse 
ch'elli volea stare sempre con 
I male di febbre e di fianco. 

E come cotesti compilatori del Novellino presero da tutte 
e parti e si abbellirono de' piacevoli racconti che correvano 
per le bocche di tutti in Sicilia, a Bologna, a Firenze, cosi i 
novellieri che vennero dopo fecero il medesimo del Novellino; 
e singolarmente il Boccaccio,* nell'abbondanza de' suoi colori, 
allunga e dilata, orna e sparpaglia i profili e li scorci nel no- 
stro rapidamente toccati. 

Ma per tirare a fine, che n' è ormai tempo, questo mio 
povero discorso, rimane eh' io dica alcuna cosa del modo con 
che fu condotta la presente edizione a uso delle scuole. Noi 
ci siamo per* lo più attenuti alla giudiziosa scelta fatta dal 
professor Marc' Antonio Parenti di Modena; se non che le 
novelle ch'ei per debito rispetto alla verecondia giovanile o 
al galateo comune rassettò, troppo profondamente alterandone 
le native fattezze, noi eleggemmo più tosto' di ommetterle, e i 
tali da lui ommesse, come innocenti che ci sono parse, ri- 

* Si confronti la novella XIII (testo Qualteruzzi) con quella del Romito 
di Monte Asinajo nel proemio alla Gior. IV. — La novella XXIV con qiielja di 
Messer Torello, Gior. X. — La novella LI con quella della Guasca, Gior. I. — 
La novella LXXIII con quella delle tre anella, Gior. L — La novella LXXIV 
(testo Borghini) con quella di Sabaetto e della Siciliana nella Gior. VIIL 



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PBOEMIO. XV 

prendemmo; e restituimmo tali altre alla loro integrità pri- 
mitiva, e delle ritoccate sole due o tre accettammo, dove il 
conciero, a ragguaglio delle bellezze del tutto, era di nessun 
momento. In una parola noi pure ci siamo studiati che il nil 
dictu fcedum di Giovenale, fosse il motto della nostra collezion- 
cina; ma abbiamo confidato assai più nel buon giudizio dei 
maestri, i quali sapranno discernere meglio di noi, ciò che 
sia da prendere o intralasciare nella scuola, e temuto assai 
meno la curiosità de* giovani per poche novellette di amori 
cavallereschi. 

Il testo rivedemmo sopra tre pregevoli manoscritti delle 
biblioteche di Firenze, e sulle più riputate stampe antiche e 
moderne, conforme alla nota che daremo appresso. Onde non 
poche furono le correzioni e i miglioramenti che ci fu 4ato 
introdurvi, massime nelle trenta che V antichissimo codice lau- 
renziano ci ha conservate. 

Le annotazioni contrassegnammo colle iniziali dei loro au- 
tori, i quali sono il Borghini, il Manni, il Ferrano, il Colombo 
e il Parenti ; le nostre, messe li per agevolare agli alunni, che 
leggessero da sé, qualche voce o locuzione ajatica e fuor d*uso, 
non sono contrassegnate da nessuna lettera. ^ 

Speriamo da ultimo che ammaestri e a' discepoli non tornerà 
sgradita V aggiunta di XII Novelle di Franco Sacchetti. Il quale, 
sebbene di età sia posteriore al Boccaccio, segna e rende per 
nostro avviso più naturale e graduato il trapasso dalle Novelle 
antiche al Decamerone. Oltrecchè tutto natura qual é il Sac- 
chetti e tutta arte qual' è il Boccaccio, eie parso utile che a'gio- 
vanetti fosse fatta largamente abboccare e gustare ^a leggiadra 
semplicità e la spigliata franchezza del primo, anziché si am- 
mannissero loro insieme coUe splendide lautezze gl'iperbati e, 
le trasposizioni innaturali del secondo. E il Foscolo ci conforta 
in questa opinione, al quale pare che il Sacchetti davvero non 
"si studi scrivere, ma che parli, e che sia semplicissimo, energico, 
rapido,* onde in esso (al dire eziandio del Gozzi) anonsolos'im- 
» para a scrivere, ma a dipìgnere la propria anima in Carta.^ » 
E se i giovanetti questo, che è sommo precetto dell'arte di scri- 
vere apprenderanno, e insieme l'anima manterranno sempre 
candida e virtuosa, beati loro e avventurata l'Italia. 

D. Càrgone. 

Milano, gennaio 1868, 

* Foscolo, Discorso sul Decamerone, Voi. cit. pag. 46. 

■ Gozzi, Seriui letterari, voi. II, pag. 240. Firenze, Le Monnier, 1849, 



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NOTA DELLE STAMPE E DEI TESTI A PENNA 



TENUTI A BIBOONTBO PEB LA P&ESENTB EDIZIONI. 



1. Xe Genio novdle antiche. Esemplare in 4» delP Ambrosiana di Milano. 

Senza nota di luogo, nò di stampatore, nò d* armo, ma' colla dedica- 
toria di Carlo Gualteruzzi, e certamente uscito dai tipi di Girolamo 
Benedetti, di cui è pure la stampa di Bologna 1525. 

2. Libro di novelle e di hel parlar gentile, in 4P, Firenze, nella stamperia 

dei Giunti 1572. (Edizione fatta per cura di Vincenzio Borghini.) 
.8. — Lo stesso in S» colla falsa nota di Firenze, ma Napoli 1724, — de- 
dicata a D. Carlo Francesco Spinelli, Principe di Tarsia, da Fidalgo 
Partenio. 

4. — Lo stesso con illustrazioni di Domenico Maria Manni. Firenze. Van- 

ni 1778-82, voi. 2, in 8«. 

5. Le Cento novelle avJticlie secondo Y edizione del 1525, in 8o. Milano, per 

cura di Paolo Antonio Tosi 1825. Edizione assistita e annotata da 
Michele Colombo. 

6. Scdta di novelle antiche edite dal prof. Marc* Antonio Parenti -— Mo- 

dena, Eredi Soliani, 1826 in 8°. 

7. Cod. Laurenziano miscellaneo membranaceo in foglio, del principio del 

sec. XIV, segnato di N. Ì89 (Qadd. reliq.). Contiene trenta novello 
e due sentenze che abbiamo indicate in nota, al Proemio. 

8. Cod. Palatino cartaceo in 4» del see. XY, segnato di numero 57 (nu- 

merazione vecchia 183-6), contiene le novelle numerate dall*! al 100 
e riscontra mirabilmente coli* antica stampa del Benedetti. 

9. Codice Magliabechiano, cartaceo in 4o del sec. XVI, segnato de* no* 

meri 10, 191, mancante delle ultime trenta novelle. 



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SOMMÀBIO. 



Proemio « « Fagr. 1 

L Della ricca ambasceria, la quale fece lo Presto Oiovaimi al 

nobile Imperadore Federigo , 2 

IL D'un savio greco, ch'nn re teneva in prigione, come giu- 
dicò d*un destriere 4 

m. Come uno giullare si compianse dinanzi ad Alessandro d' uno 
cavaliere, al quale elli avea donato per intenzione che il 
cavaliere li donerebbe ciò che Alessandro li donasse. . . 6 
lY. Come uno re commise una risposta a un suo giovane figliuolo, 

la quale dovea fare ad ambasciadori di Grecia 8 

Y. Qui conta come l'Angelo parlò a Salomone, e disse che 

Domenedio terrebbe il reame al figliuolo per li suoi peccati 9 
YL Come un figliuolo d'uno re donò a un re di Sìria scacciato. 11 
YII. Qui si determina una quistione e sentenzia che fu data in 

Alessandria IS 

Yin. Qui conta d'una bella sentenzia, che die lo Schiavo di Bari, 

tra uno borghese ed uno pellegrino 14 

IX.. Qui conta come maestro Giordano fu ingannato da un suo 

falso discepolo 16 

X. Qui conta dell' onore che Aminadab fece al re David suo 

naturale signore ivi 

XI. Qui conta come Antigono riprese Alessandro, perch' elli si 

facea sonare una cetera a suo diletto 17 

XTT. Come uno rettore di terra fece cavare un occhio a sé, ed 

uno al figliuolo per osservare giustizia 18 

XIU. Qui conta della gran misericordia che fece san Paolino ve- 
scovo ivi 

XIY. Della grande limosina che fece uno tavoliere per Dio ... 19 

XY. Della grande libertà e cortesia del Re Giovane ivi 

XYI. Ancora della grande libertà e cortesia del Be d'Inghilterra 20 
XYII. Come tre maestri di nigromanzia vennero alla corte dello 

Imperadore Federigo 23 

XYIH. Come 4II0 'mperadore Federigo fuggì un astore dentro in 

Melano 24 

XIX. Come lo 'mperadore Federigo trovò un poltrone a una fon- 
tana ; e chieseli bere, poi li tolse il suo bariglione . . 25 
XX. Come lo 'mperadore Federigo fece una quistione a duo savi, - 

e come li guidardonò 27 

XXL Come il Soldano donò a uno dugento marchi, e come il te- 
soriere lì scrisse, veggente lui, ad uscita 28 

XXn. Qui conta d' un borghese di Francia 31 

XXIII. Qui conta d'uno grande Moado a cui fu detta villania . . 32 

XXIY . Qui conta della costuma che era nello reame di Francia. . 38 

XXY. Qui conta eome un cavaliere di Lombardia dispese il suo . 34 

XXYI. Qui conta d'un novellatore di messere Azzolino. •••••• 35 



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XVin SOMMARIO. 

XXVII. Delle belle valentie di Riccardo Loghercip dell' Illa . Pagf. 36 

XXVIII. Qui conta una novella di messere Imberal dal Balzo . . .' . 37 

XXIX. Come due nobili cavalieri s'amavano di buono amore ... 38 

XXX. Qui conta del maestro Taddeo di Bologna 39 

XXXI. Qui' conta, d'una battaglia che fu tra due Re di Grecia • . ^0 
XXXII. D'uno strologo ch'ebbe nome Milesius, che fii ripreso da 

una donna ' 41 

X X xTTT , Qui conta del Vescovo Aldobrandino, come fu schernito da 

un frate 42 

XXXrV. D'un uomo di corte che avea nome Saladino * ivi 

XXXV. Una novella di messer Polo Traversaro 43 

XXXVI. Qui conta bellissima novella di Guglielmo da JBorgunda di 

Provenza T 45 

XXXVn. Qui conta di messer Iacopino Rangoni, come elli fece a un 

giullare , . 46 

XXXVin. D' una quistione che fu posta ad un uomo di corte . . • . 47 

XXXIX. Come Lancialotto si combattè a una fontana 48 

XL. Qui conta come Narcìs s'innamorò dell'ombra sua ivi 

XLI. Qui conta del re Currado, padre di Curradino 49 

XLIL Qui conta di maestro Francesco, flgliuQlo di maestro Accorso 

da Bologna ivi 

XLIIL Qui conta d' una Guasca, come si richiamò allo Be di Cipri 50 

XLIV. D'una campana che si ordinò al tempo del re Giovanni. . 52 
XLV. Qui conta d'una grazia che l'Imperadore fece a un sao 

barone 53 

XLVL Qui conta d'una Novella di un uomo di corte che avea nome 

Marco. '. ivi 

XLVn. Come uno della Marca andò a studiare, a Bologna 54 

XLVIII. Qui conta d' us gentiluomo che lo 'mperadore fece impendere 55 

XLIX. Qui conta come Carlo d' Angiò amò per amore 56 

li. Qui conta di Socrate filosofo, come rispose a' Greci 59 

LI. Del buon re Meliadus e del cavaliere senza paura 60 

LII. D' una Novella eh' avvenne in Provenza alla corte del Po . 62 

Lm. Qui conta d' un. filosofo, il quìile era chiamato Diogene . . 65 

HV. Qui conta di Papirio, come il padre lo menò a consiglio. . ivi 

LV. D' una quistione che fece un giovine ad Aristotile 66 

LVI. Qui conta della gran giustizia di Trajano imperadore ... 67 

LVII. Qui conta d'Ercole come n'andò alla foresta 68 

LVIIL Qui conta come Seneca consolò una donna a, cui era morto 

uno suo figliuolo ivi 

LIX. Qui conta come Seneca fu giudicato a morte 69 

LX. Qui conta come Cato si lamentava contro aUa ventura . • 70 
LXI. Come il Soldano, avendo bisogno di moneta, volle coglier 

cagione a un giudeo ivi 

LXII. Qui conta una novella d' uno fedele e d' uno signore ... 71 

LXIII. Qui conta della grande uccisione che fece il re Ricciardo . 72 

LXIV. Qui conta d'un giullare ch'adorava un signore 74 

LXV. Qui di sotto conta il consiglio che tennero i figliuoli del 

re Priamo di Troja 75 

LXVL Come Cristo andando un giorno co' discepoli suoi per un 

foresto luogo, videro molto grande tesoro 76 

LXVII. Come messere Azzolino fece bandire una grande pietanza . 77 

LXVIII. D' un villano che si richiamò a messer Azzolino 78 

LXIX. Della tirannia di messer Azzolino ivi 

LXX. Ancora di Azzolino, come fu temuto, e come morì 79 

LXXL D' una grande carestia che fu una volta in 'Genoa ivi . 

liXXTT. Qui conta d' un uomo di corte che cominciò una novella che 

non venia meno -^ ......••. . 80 



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SOMMAfilO. XJX 

LXXni. Qui conta come lo .'mperadore Federico uccise un suo fal- 

! ! cone Pag. 80 

! LXXIV. Qui conta d* una buona f emina eh* avea fatta una fine cro- 

\ stata 81 

LXXV. Qui conta della volpe e del mulo 82 

^ . LXXVI. Qui conta d* uno màrtore di villa eh* andava a cittade . . ivi 

LXXVII. Qui conta di Bito e di ser Frulli dì Firenze da San Giorgio 82 
liXXVIII. Qui conta come uno mercatante portò vino oltre mare in 

botti a duo palcora, e come intervenne 85 

: . LXXIX. Qui conta d* un mercatante che comperò berrette ivi 

I I LXXX. Come lo 'mperadore Federigo andò alla montagna del Veglio 86 

' j LXXXI. Qui conta come per subita allegrezza uno si morie .... ivi 

I iXXXn. Come un fabro si riscosse d*una quistione 88 

; IiXXXUI. Come non è bello lo splendore sopra le forze 91 

T.YYY IV. Come un vecchio, avendo fatta cortesia si giudica vicino a 

morte 92 

LXXXV. Di certe pronte risposte, e detti di valenti uomini .... 93 

LXXXVI. Della cortese natura di Don Diegio di Fienaja : 94 

LXXXVII. Innova cortesia del Ee Giovane d'Inghilterra 95 

LXXXYIII. Come il Saladino si fece cavaliere, e il modo che tenne 

messer tJgo di Tabarìa in farlo 98 

LXXXIK. Qui conta come una vedova con un sottile avviso si rimaritò. 101 
I XC. Qui conta una bella provedenza d' Ippocrato per fuggire il 

pellicole della troppa allegrezza 105 

XCI. Qui conta di due ciechi che contendeano insieme 106 

XCII. Qui conta come fu salvato uno innocente dalla malizia 

de' suoi nimìci * 110 

XCIII. Qui conta di certi che per cercare del meglio, perderono 

il bene Ili 

! XCIV. Qui conta dell' astuto consìglio d' una vecchia 112 

' XCV. Qui conta d' un Romito, che andando per un luogo foresto, 

trovò molto grande tesoro 113 

XCYI. Come si dee consigliare, e de' buoni consigli 115 

I XCVII. Della gran cortesia de' gentiluomini di Brettinoro .... 116 

XCVIII. Qui conta d' un nobile romano che conquise un suo nimico 

in campo ivi 

XGIX. Come Tristano per amore divenne forsennato 119 

C. Come un re per mal consiglio della moglie uccise i vecchi 
di suo reame 123 



APPENDICE. 

DODICI NOVELLE DI FRANCO SACCHETTI. 

I. — 5. Castruccio Interminelli, avendo un suo famiglio di- 
sfatto in un muro il giglio dell' arma fiorentina, essendo 
per combattere, con im fante lo fa combattere, che avea 

1' arma del giglio nel palvese. ed ei è morto 18a 

IL — 21.. Basso della Penna neir estremo della morte lascia 
con nuova forma ogni anno alle mosche un paniere di 
pere mézze e la ragione che ne rende, perchè lo fa . . .132 
mi — 81. Due ambasciadori di Casentino sono mandati al 
vescovo Guido d' Arezzo ; dimenticano ciò che è stato 
commesso, e quello che *1 vescovo dice loro, e come tor- 
nati hanno grande onore per aver ben fatto 133 

IV. — 63. A Giotto gran dipintore è dato un palvese a di- 
pingere da un uomo di picciolo affare. Egli, facendo- 



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SOMMABIO. 

flene scherne, lo dipinge per forma, che colui rimane 
conftiso Pag. 13» 

Y. — Ili. Dante Alighieri fa conoscente uno fabbro e uno 
asinaio del loro errore, perchè con nuovi volgari eanta- 
vano il libro suo 133 

TL — 140. Tre ciechi fanno compagnia insieme, e veggiendo la 
loro ragione a Santa Gonda, vegnono a tanto, che si 
mazzicano molto bene insieme, e dividendo V oste e la 

moglie, sono da loro anco mazzicati 140 

7IL — 128. Vitale da Pietra Santa, per introdotto della mo- 
glie, dice al figliuolo che ha studiato in legge, che tagli 
uno cappone per gramatica. Egli lo taglia in forma, 
che daUa sua parte in fuori, ne tocca agli altri molto 

• poco V Uè 

TUE. — 151. Fazio da Pisa, volendo astrolagare e indovinare 
innanzi a molti valentri uomeni, da Fran<;o Sacchetti è 
confuso per molte ragioni a lui assegnate per forma che 
non seppe mai rispondere 14(1 

IX. — 166. Alessandro di ser Lamberto, con nuovo artifìcio 
fa cavare un dente a un suo amico dal Ciarpa, fabbro 
* in Pian di Mugnone 149 

X. — 191.Bonamico dipintore, essendo chiamato da dormire a 

vegliare da Tafo suo maestro, ordina di mettere per la 
camera scarafaggi con lumi addosso, e Tafo crede sieno 
demonj > . . . 151 

XI. — 200. Certi gioveni di notte legano i piedi d* un* orsa 
' alle fune delle campane di una chiesa, la qual tirando, 

le campane suonano, e la gente trae, credendo sia fooco. 155 
Xn. — 225. Agnolo Morenti fa una beffa al Golfo ; dormendo 
con lui, soffia con uno mantaco sotto il copertoio, e 
faccendoU credere sia vento, lo fa quasi disperare ... 157 



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IIBEO DI NOVELLE 

S DI BEL PABLAB GENTILE. 



Q TOSTO LIBBO WUTTA ©'ALQUANTI FIOBI 1)1 PABLAMB, DI BBLLB OOETBSIb, 
E DI BB* BISPONSI, S DI BELLO VALENTÌE, B DONI, SECONDO OHB PEK 
LO TEMPO PASSATO HANNO FATTO MOLTI VALENTI UOMINI. 



PKOEMIO. 

Quando lo nostro Signore Gesù Crifirto parlava umanamente 
con noi, intra V altre sue paròle, ne disse che dell' abbondanza 
del cuore parla la lingua. Voi eh' avete i cuori gentili e nobili 
infra gli altri, acconciate le vostre menti e le vostre parole nel 
piacere di Dio, parlando, onorando e temendo e laudando quel 
Signore nostro, che n' amò prima eh' elli * ne creasse, e prima 
che noi medesimi ci amassimo. E se in alcuna parte, non dis- 
piacendo ft lui, può uomo parlare,^ per rallegrare il corpo e 
sovvenire, e sostentare, facciasi con più onestade e con più 
cortesia che fare si puote. Ed acciò che ' li nobili e gentili 
sono nel parlare e nell' opere quasi com' uno specchio appo i 

* éUi, metatesi del latino iUcy si frequente in quella età. Bocc: < Per 

trova frequentissimo negli antichi la quale uom dice, che io debbo esser 

Hbri; nò si dovette poi scrìver egli, morto. » — « Questi è cosi magnifico^ 

se non concorrendo una vocale sul corno uom dice. H sonno è veramente 

principio del vocàbolo susseguente, qual uom dice.» (J^.) — Da ciò si vede . 

per esprimere Io sdrucciolamento na- che la partic. n, posta in vece d'uomo^ 

turale della pronunzia in simili in- e corrispondente appunto &Whom od 

contri: dli diceva, egli avevch Pre- on de* Francesi^ non è che un pronome 

valse in appresso questa seconda della specie degl' indefiniti, e quindi 

maniera anche nel concorso della un vero sostantivo, che, accompagnato 

consonante, piuttosto per una lezio- col verbo, toglie a questo la suppo- 

saggine della scrittura che per biso- sta qualftà d'impersonale. (P.) 
gno della pronunzia. (P.) * acciò che, qui vale perdoechèm 

■ pud uomo parlare^ si può par- Trovasi non di rado nelle scritture 

lare; è detto alla provenzale; ed oggi antiche, ma oggidì non s'usa più, in 

alla francese ^om dit, si dice. Era questo senso. \0.) 

n Novtlliw, ^ 

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2 PBOSHIO. ' 

minori ; acciò che *■ il loro parlare è più gradito, però clie esce 
di più dìlicato stormento,* facciamo qui memoria d* alquanti 
fiori di parlare, di belle cortesie e di belli risponsi ' e di belle 
valentìe e di belli denari,^ e di belli amori ,8econdo che per lo 
tempo passato hanno fatto già molti. E chi ara cuore nobile 
ed inteUigenza sottile sì li potrà somigliare nel4iempo che verrà 
per innanzi/ ed argomentare e dire e raccontare in quelle parti 
dove avranno luogo, ® a prode ^ ed a piacere di coloro che non 
sanno e desiderano di sapere. E se i fiori che proporremo fos- 
sero mischiati intra molte altre parole, non vi dispiaccia; che 1 
^nero è ornamento déU^ oro, e per un frutto nobile e delicato 
piace talora tutto un orto, e per pochi belli fiori tutto un 
giardino. Non gravi a' leggitori ; che sono stati molti, che sono 
vivuti grande lunghezza di tempo, ed in vita loro hanno ap- 
pena tratto un bel parlare, ® od alcuna cosa da mettere in 
conto fra' buoni. 



Novella L 

Della ricca ambasceria^ la quale fece lo Presto Giovanni 
ài nobile Imperadore Federigo.^ 

Presto Giovanni,** nobilissimo signore indiano, mandò ricca 
e nobile ambasceria al nobile e potente imperadore Federigo, 
a colui che veramente fu specchio del mondo in parlare ed 
in costumi, ed amò molto delicato parlare, e studiò in dare 

; 

* perciocché. • dove saranno a proposito. i 

* aforiTiento, metatesi di «fromento. ^ prode, sostantivo, «eiZttà. In i 

* Dal latino reepotuum. Oggi ri- questo senso ò voce antiquata. Oggi 
«potwo responso sarebbe tollerarlo usasi Pro, (0,) I 
soltanto come termine di giurispm- * frase che ricorda e rende assai | 
denza o di storia antica: i responsi bene il trait d'esprit de* Francesi 
de^prudenti fi responsi de^lioraoólù{P,) * Si tiene da alcuni che questo 

* Notano ì grammatici, come cosa libro ascrivere si debba ad autor fio- 
propria della lingua nostra, l' uso rentino, e di fazione ghibellina anzi 
dell* infinito a modo di nome in più- che no, per la continua lode eh* el 
rale. Cosi nel Bocc. Introd. : * Né an- dà in ispecie a Federico secondo, vi- 
cora dar materia agi' invidiosi di di- vento presso Tanno 1250. (F.) 
minnire in ninno atto 1* onestà delle *o Presto Giovanni, lo stesso che 
valorose donne con isconci parlari. » Prete Gianni, U Ludolfo nell*l6t>oria 
Al presente però, in luogo & donfiri, etiopica dice che i Persiani chiamano 
non si direbbe che doni o danaJti- Prester kan il re di quella parte del- 
vi, (P.) rindie che confina colla Tartarla. 

" farne e dimo de* simili, imitarli Di Prester Juan s* è fatto Prete G%a»ini 
per l'avvenire. e Ptesto Oiwanni, (G,) 



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NOVELLA I. S 

savi risponsi. * La forma e la intenzione di quella ambasceria 
fu solo in due cose, per volere al postutto * provare se lo 'mpe- 
Tadore fosse savio in parlare ed in, opere. MandoUi per li 
detti ambasciadori tre pietre nobilissime, e disse loro : dona- 
tele allo 'mperadore, e diteli dalla parte mia, che vi dica quale 
è la migliore cosa del mondo ; e le sue parole e risposte ser- 
berete, ed avviserete^ la corte sua e i costumi di quella, e 
quello cbe inverrete,* raccontarete a me sanza ninna man- 
<ìanza. '^ Furo allo 'mperadore dove erano mandati per lo loro 
signore; salutaronlo, siccome si convenia per la ^arte della 
sua maestade, e per la parte dello loro soprascritto signore 
donarongli le sopra dette pietre. Quelli le prese, e non domandò 
di loro virtude : fecole riporre, e lodolle molto di grande bel- 
lezza. Gli ambasciadori fecero la domanda loro, e videro li 
costumi e la corte. Poi dopo pochi giorni, addomandato com- 
miato, lo 'mperadore diede loro risposta, e disse : ditemi • al 
signor vostro, che la miglior cosa di questo mondo si è mi- 
sura. "^ Andare gli ambasciadori, e rinunziaro® ciò ch'aveano 
veduto e udito, lodando molto la corte dello 'mperadore or- 
nata di bellissimi costumi, e '1 modo® de' suoi cavalieri. Il 
Presto Giovanni, udendo ciò che raccontaro li suoi ambascia- 
don, lodò lo ^mperadore, e disse che molto era savio in parola, 
ma non in fatto, acciò che *^ non avea domandato dell^ virtù 
di così care pietre. Kimandò gli ambasciadori, ©d offerseli,** 
se li piacesse, che '1 farebbe siniscalco della sua corte. E feceli . 
contare tutte le sue ricchezza, e le diverse ingenerazioni** 

* risposte. pitiTO. Legge ditemi anche il Bor- 

* al postutto, posto avrerbial- ghini. (C.) — Questo ditemi par cho 
mente. Modo antico, quasi post omnia, equivalga a dite per me, (P.) 

in tutto e per tutto, per ogni gui- ' moderazione. 

sa., (F,) — Qualche moderno scrittore • rinunziaro, qui vai riferirono» 

ha tentato di far rivivere questa frase, Questo verbo trovasi talora ne'tre- 

che può parere assai espressiva, ma contisti nel senso ora detto. È il 

non ò certo la più graziosa. (P.) . renuntiare de' Latini. (G.) 

' avviserete la corte sua, e nella ® i portamenti, le belle maniere, 

nov, sedente, avvisa questo destriere: *" perciocché, 

considerare, por mente, squadrare ; " air Imperatore, 

ed altrove : « Quando, egli li vide av- ** ingenerazione, qui vale, sorta, 

visati per udire, » cioè, attenti. {B.) qualità, spezie. Adoperolla in senti- 

* inverrete, dal verbo latino in- mento affatto consimile il ©avanzati 
venire, troverete. (C.) nel seguente passo citato dalla Cru- 

* mancanza, disianza, heninanza, sca: «Tanta è la moltitudine delle 
aUegranza, neghienza, doglienza, par- accuse centra di lui, che mi sono 
f>enea, terminazioni provenzali allora state portate da tutte ingenerazioni 
gratissime. (5.) di popoli, quanta potrete compren- 

* ditemi: qui V affisso mi non fa dere per lo libro che se n' ò f&lh 
verun ufficio, e v* è per puro riem- to.» (P.) 

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« NOVELLA I. 

de* sadditi suoi, ed il modo del suo paese. Dopo nop gran 
tempo, pensando il Presto Giovanni, che le pietre ch'avea 
donate allo ^mperadore avevano perduta loro vertnde,^ dappoi 
che non erano per lo 'mperadore conosciute, tolse uno suo 
carissimo lapidare, e mandollo C6lata;mente aUa corte dello 'mpe- 
radore, e disse: al postutto' metti T ingegno tuo, che tu 
quelle pietre mi rechi ; per ninno tesoro rimanga.' Lo lapidaro 
si mosse guernito di molte pietre di gran bellezza. Giunse a 
eorte dello Imperadore, e cominciò presso alla corte a legare 
sue pietre. Li baroni ^' cavalieri vernano a vedere di sua me- 
stiere.^ L' uomo era molto savio : quando vedeva alcuno che 
avesse luogo in corte,' non vendeva, ma donava ; e donò anella 
molte ; tanto che la lode di lui andò dinanzi allo 'mperadore : 
lo quale mandò per lui^ e mostroUi le sue pietre. LodoUe,^ ma 
non di gran virtude. Domandò se avesse più care "^ pietre. Al- 
lora lo 'mperadore fece venire le tre pietre preziose eh' elli ^ 
desiderava di vedere. Allora il lapidaro si rallegrò, e prese 
1' una pietra, e miselasi in mano, e disse : questa pietra, mes- 
sere, vale la migliore città che voi avete. Poi prese V altra, e 
disse : questa, messere, vale la migliore provincia che voi avete. 
E poi prese la terza, e disse: messere, questa vale più che 
tutto lo 'mperio ; e strinse il pugno con le soprascritte pietre. 
La vertude dell' una il celò, che noi poterò vedere ; e discese 
giù per le graderà,' e tornò al suo signore Presto Giovanni» 
e presentoUi le pietre con grande allegrezza. 



Novella II. 

lyun savio greco, eh* un re teneva in prigione^ 
come giudicò d'un destriere. 

Nelle parti di Grecia ebbe un signore che portava corona 
di re, ed avea grande reame^ quantunque fosse d' oscuro na- 
tale; aveva nome Filippo, e per alcuno misfatto teneva un 
savio greco in pregione. Il quale era di tanta sapienzia, che 

*■ nvevano perduta loro vertude, * non badare a spesa. 

Non è g^à che 1' avessero perduta * ft vederlo lavorare, 

effettìvamonte: ma, quantunque la ' che appartenesse alla corte, 

serbassero ancora in so al medesimo * Intendi : il lapidario o ^oiel* 

modo, perchà rimaneva opculta al^ liere. 
r Imperatore, essa presso a lui era ^ preziose, 

come perduta. (0.) * cioò il lapidano. 

* al tutto; ingegnati in og^ni mo- * per le graderà, terminazione an- 
dò, ecc. tica; luogora; eampora, ecc. (B,) 

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KOYBLLA n. 5 

neÙo intelletto suo * passava oltre le stelle. Avvenne un giorno 
che a questo signore fu appresentato delle parti di Spagna 
un nobile dosfariere di gran podere e di bella guisa.* Addo- 
mandò lo signore mariscalchi, per sapere la bontà del de- 
striere : fulli detto che in sua pregione avea Io sovrano mae- 
stro intendente di tutte le cose. Fece menare il destriere al 
campo, e fece trarre il greco di pregione, e disseli: maestro, 
avvisa* questo destriere, che m'è fatto conto* che tu se' 
molto saputo. Il greco avvisò il cavallo, e disse: messere, il 
cavallo è di bella guisa, ma cotanto vi dico, che il cavallo è 
notrlcato a latte d^asina. Lo Re mandò in Ispagna ad inve- 
nire ^ come fu nodrito, ed invennero che la destriera era morta, 
ed il puledro fu notricato a latte d' asina. Ciò tenne il Re a 
grande maraviglia, ed ordinò che li fusse dato un mezzo pane 
il di alle spese della corte. Un giorno avvenne che il Re adunò 
sue pietre preziose, e rimandò per questo prigione greco, e 
disse: maestro, tu se' di grande savere, e credo che di tutte 
ie cose t'intendi. Dimmi, se t'intendi delle virtù delle pietre, 
quàl ti sembra di più ricca valuta? Il greco avvisò,® e disse: 
messere, voi quale avete più, cara? Lo Re prese una pietra 
intra l' altre molto bella, e disse : maestro, questa mi sembra 
più bella e di maggiore valuta. H greco la prese, e misdasi 
in pugno, e strinse e poselasi all'orecchie, e poi disse: mes- 
sere, qui ha un vermine. Lo Re mandò per maestri, e feccia 
spezzare, e trovaro nella detta pietra un vermine. Allora 
lodò il greco d'oltremirabile senno, ed istabilio che uno pane 
intero li fusse dato per giorno alle speso di sua corte. Poi 
dopo non molti giorni lo Re mandò per questo greco, ed ebbelo 
in loco secreto, e cominciò a parlare, e disse: maestro, di 
grande scienzìa ti credo, e manifestamente l'ho veduto nelle 
cose, in ch'io t'ho domandato. Io voglio che tu mi dichi, cui 
figliuolo io fui. n greco rispose: messere, io vi dico, che voi 
foste figliuolo d'uno pistore."' Allora il Re disse: maestro mio, 
grande prova ho veduto della tua sapienzia; pregoti, che tu 
mi dichi, come queste cose tu le sai. Allora il greco rispose: 
messere, io lo vi dirò. Il cavallo conobbi a latte d'asina esser 

* quanto a intelletto, si usa per cercare. E sebbene il eer- 
' di belle forme. care e il trovare siano atti sncces- 
' adocehia, squadra. sivi e distinti, tnttayia il secondo 

* foMo conto, cioè /oMo noto^ reso suppone il primo, e perciò facilmente 
manifesto, (P.) nell'uso si confondono insieme e si 

•■ Propriamente trovare; dal lat. scambiano. 
invenire; ma ^ui vale cercare. An- ' * adocchiò, osserv^ la pietr*. 
«he nel dialetto napoletano trovare ^ Voce lat.: fomai^b 



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HOVELLA n. 

nodrito, per proprio senno naturale, a ciò ch'io yidi cba 
avea gli orecchi chinati, e ciò non è propria natura di ca* 
vallo, n verme nella pietra conobbi, però che le pietre natu- 
ralmente sono fredde, ed io la trovai calda. Calda non puota 
essere naturalmente, se non per animale, il qual abbia vita. 
£ me^ come conoscesti essere figliuolo di pistore? Il greca 
rispose: messere, quando io vi dissi del cavallo cosa bì mara- 
vìgliosa, voi mi stabiliste dono d'un mezzo pane per dì; e 
poi quando della pietra, vi dissi, voi mi stabiliste un pane 
intero; pensate ch'allora m'avvidi di cui figliuolo voi eravate : 
che se voi foste suto * figliuolo di re, vi sarebbe paruto poco 
di donarmi una nobile città: onde a vostra natura parve as- 
sai di meritarmi ^ di pane, siccome vostro padre facea. Allora 
il Re riconobbe la viltà • sua, e trasselo di pregione, e don- 
neili molto nobilemente. 



Novella IH. 

Come uno giullare^ 8i compianse'^ dinanzi ad Alessandro d^unty 
cmali&re^ al quale elli avea donato per inteneione che U co- 
voliere li donerebbe dò che Alessandro li donasse. 

Stando lo re Alessandro alla città di Giadre con moltitu- 
dine di gente ad assedio,, un nobile cavaliere era fuggito di 
pregione. ® Ed essendo poveramente ad arnese, ^ misesi ad an- 
dare ad Alessandro che donava larghissimàmente sopra gli 
altri signori. Andando per lo cammino, trovò uno uomo di 
corte ^ nobilemente ad arnese. Domandollo dove andava. Lo 
cavalier rispose: vo ad Alessandro, che mi doni, acciò eh' io 
possa tornare in mia contrada onoratamente. Allora il giul- 

*■ rntpi troncamento di eMtcto, è il 'si querelò, si dolse ; frane, ant. 

yero participio del verbo estere; e ee complaigner, dar querela iu giu- 

sarebbe adoperato più regolarmente dlzio. 

che stato (participio del verbo stare) • pregione, sempre nel Novellino^ 

se Tnso, arbitro delle lìngue, non e negli antichi, invece di prigione^ 

l'avesse proscritto. {G.) ed ò più conforme alla voce latina 

' rimeritarmi, compensarmi. prehensio, donde deriva. 

* qui vale : gretteiata , baasexta ^ povero di tutto ciò che ò bÌ8<^ 

d^ animo. gnevole alia vita ed al viaggio. 

^ CoiM un givUare, < Lo giullare, * uno uomo di corte, qui vai gùh 

dice Brunetto Latini (Tes. 1. TI, eeiare. Presso gli scrittori del tre- 

c 85) si è quel che conversa conio cento trovasi non di rado uomo di 

genti Qon riso e con giuoco, e fa beffa corte per gioeolcure, forse perchè que- 

di se e della moglie o de' figliuoli ; sta &tta di gente in quel tempo ser- 

e non solamente di loro, ma ezian- via d* intertenimento e di sollazzo 

dio degli altri uomini. > ((7.) alla corte. (C.) 



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NOVELLA ni. 7 

lare rispose, e disse: che viioli* tu ch'io ti doni, e tu mi 
dona ciò che Alessandro ti donarà? Lo cavaliere rispose : do- 
nami cavallo da cavalcare, e somiere e robe e dispendio con- 
venevole a ritornare in mia terra. * Il giullare li le donò, ed in 
concordia cavalcaro ad Alessandro, lo ^uale aspramente avea 
combattuto la città di Giadre, era partito dalla battaglia, e 
faceasi sotto un padiglione disarmare. Lo cavaliere e lo giul- 
lare si trassero avanti. Lo cavaliere fece la domanda sua ad 
Alessandro umUe^ e dolcemente; Alessandro non li feoe motto, 
né li fece rispondere. Lo cavaliere si parti dal giullare, e mi- 
sesì per lo cammino a ritornare in sua terra.* 

Poco dilungato il cavaliere, li nobiH cittadini di Giadre re- 
caro le chiavi della città ad Alessandro con pieno mandato di 
ubbidire a lui, siccome a lor signore. Alessandro allora si volse 
in verso i suoi baroni, e disse : dov' è chi mi domandava ch'io 
li donasse? Allora fa tramesso '^ porlo cavaliere ch'addoman- 
dava il dono. Lo cavaliere venne. Alessandro parlò, e disse: 
prendi, nobile cavaliere, le chiavi della nobile città^di Giadre, 
che la ti dono volentieri. Il cavaliere rispose: njiessere, non mi 
donare cittade; priegoti che tu mi doni oro o argento o robe, 
come sia tuo' piacere. Allora Alessandro solrrise, e comandò che 
li fossero dati due mila marchi ® d'argento. E questo si scrisse 
per lo minore dono ch'Alessandro donò mai. Lo cavaliere preso 
i marchi, e donolli al giullare. H giullare fii dinanzi ad Ales- 
sandro e con grande instanzia addomandava che li facesse ra- 
gione,'' fece tanto che fece restare lo cavaliere. E la domanda 
sua si era di cotale maniera d' innanzi ad Alessandro y mes- 
sere, io trovai costui in cammino: domandalo® ove andava, e 
perchè. Dissemi, che ad Alessandro andava, perchè li do- 
nasse. Con lui feci patto. Donali, ed elli mi promise di do- 
nare ciò che Alessandro li donasse. Onde egli hae rotto il 

* vuoti e tmoglit maniere antiche, per quello barone. * S' adopera d'or^ 
per viMÙ Forse anch' oggi sarebbero dinario il verbo mandare, quando ò 
ammesse in qualche poesia per ca- noto dov* è la persona, cai si fa chia- 
gion della rima. (P.) mare; e il verbo tramettere, quando 

* Ecco tutto quanto V arnese, o non si sa precisamente dov* ella 
tuppeUettHe, che bisognava al cava- sia. (G.) 

: liere. * una certa quantità di moneta 

' umilmente. eh' era il ^es^e romano, cioà otto once, 

* paese, città nativa. ' giustizia. 

* JJrameHere per alcuno, dal lat. • domandalo, cioè lo domandai, 
tramittere, tranemittere, vale mandar I moderni scriverebbero domandailo, 
per esso; mandarlo a chiamare, An- ma gli antichi evitavano questa spia- 
che nella Storia de' santi Barlaam cevole collision dell' affisso con. un 
e Gioserfatte (fece. 3) si legge: * Al- dittongo. Così appresso, donóii per 
lora tramise tutti li suoi servi ecc. donaili, , (P.) 



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8 NOTBLLA m. 

patto; e' ha rifiutato la nobile città di Giadre, e presoli 
marchi. Per che io dinanzi alla vostra signoria addomando, 
che mi facciate ragione e soddisfare, *■ quanto vale più la 
città eh* e marchi. Allora il cavaliere parlò, e primamente 
confessò i patti; poi disse: ragionevole* signore, que'che mi 
domanda è giucolare, ed in cuore di giullare non puote discen*- 
dere signoria di cittade. Il suo penserò fu d'argento e d'oro; 
e la sua intenzione fu tale. Ed io ho pienamente fornita ' la 
sua intenzione. Onde la tua signorìa proveggia nella mia di- 
■liveranza/ secondo che piace al tuo savio consiglio. Alessan- 
dro e suoi baroni prosciolsero '^ H cavaliere^ e commendaronlo 
di grande sapienzìa. 



Novella IV. 

(Jome ttno re commise una risposta a un suo giocane figliuolo, 
la quale dovea fare ad ambasciadori di Grecia. 

Uno re fu nelle parti dì Egitto, il quale avea un suo figliuolo 
primogenito, lo quale dovea portare la corona del reame dopo 
lui. Questo suo padre dalla fantìlitade^ si cominciò, e fecelo 
nodrire intra savi uomini di tempo, ^ si che anni avea quin- 
dici, e giammai non avea veduto ninna fanciullezza. Un giorno 
avvenne che lo padre li commise una risposta ad ambasciadori 
di Grecia. Il giovine stando sull' arringhiera * per rispondere 
agli ambasciadori, il tempo era turbato, e piovea: volse gli 
occhi per una finestra del palagio, e vide altii giovani che 
accoglievano l' acqua piovana, e facevano pescaje ^ e mulina di 
paglia.*^ H giovane vedendo ciò, lasciò, stare T arringhiera, e 
gittossi subitamente giù per le scale del palagio, e an^ò agli 
altri giovani che stavano a ricevere V acqua piovana, e comin- 
ciò a fare le mulina e le bambolitadi«^^ Baroni e cavalieri lo 

*■ risarcire, rifare di quanto ecc. cominciò a parlare ; e non dàUa in- 

* che fa ragione» giusto. fanxia, come interpretano i Voca- 

* Qui vale adempiuta, soddisfatta* bolari. . 

* dÀUveranza e diliberanxa, voci ^ attempati. 

antiquate che - dinotano liberazione. * ringhiera, luogo d* onde si par* 

È come avesse detto : Mandatemi as- la; e da arringhiera, arringare, 

soluto dalla costui pretensione. (P.) * Chiuse che si fanno lungo il 

■ proaeioUero, Anche altrove, Idi corso de' fiumi per volger V acqua 

proecioUi, cioè: liberi e non obbli- ammulini. 

gati al servigio di Dio. Oggi ò in ** Il far le mulina di paglia quando 

uso solamente nella confessione: < Il è piovuto, fu un trastullo de* nostri 

prete di quel peccato non 1* ha prò- fanciulli usitato anche oggi, (ilf.) 

sciolto,. > {B.) " atti e giuochi da bambini, bam- 

* dalla fanciullezza, da quando binaggini, fanciullaggini. 

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NOTHaLiLA IV. 9 

seguirono assai, e lìmenaronlo al palagio ; chiusero, la finestra^ 
6 il giovine diede sufficiente risposta. Dopo il consiglio, si 
partio *■ la gente. Lo padre adunò filosofi e maestri di grande 
scienzia ; propose ' il presente fatto. Alcuno de* savi riputava 
movimento d' omori, ' alcuno fievolezza * d' animo ; chi dicea 
infirmità di celahro, chi dicea una, e chi dicea un* altra, se- 
condo le diversità di loro scienzie. Uno filosofo disse: ditemi 
come il giovane è stato nodrito.' Fulli contato come nodrito 
era stato con savi e con uomini di tempo, lungi ' da ogni fan- 
ciullezza. Allora lo savio rispose: non vi maravigliate, se la 
natura domanda ciò eh' ella ha perduto ; ragionevole cosa ò 
bamboleggiare in giovanezza, ed in vecchiezza pensare. 



Novella V.^ 

Qui conta come V Angelo parlò a Salomone, e disse che Bomenedio 
torrehhe il reame al figliuolo per li suoi peccati. 

Leggesi di Salomone che fece un dispiacere a Dio, onde 
cadde in sentenzia^ di perdere lo reame suo. L'Angelo gli 
parlò/ e disse cosi: Salomone, perla tua colpa tu se' degno di 
perdere lo reame. Ma così ti* manda' il nostro Signore, che 
per li meriti della bontà di tuo padre elli noi ti terrà nel tuo 
tempo,*® ma por la colpa tua lo terrà a figliuolto.** E così dime- • 
Etra i guidardoni *- del padre meritati *' nel figliuolo, e le colpe 

* Partio, s]9ario, morio, e simili » fu sentenziato, condannato a 
son di preteriti della quarta, regolati perdere ecc. 

antichi, e trovasi anco partie, epa- • cosi ti manda. — ManòUtre usasi 

rie, morie. Oggi V USO ha levata quel- alcuna volta dagli antichi assoluta- 

rultima lettera. Pàtéo, e simili, della mente per mandar dicendo; mandar 

seconda e terza. {B.) a dire. £ locuzione figurata, e dicen- 

* a spiegare. ' umorL do, o pure a dire, vi si sottintende 

* leggerezza. per là figura ellisse. (C) 

' allevato. *• nel tempo di tua vita. 

* I due codici Magliahechiano e ** FigliuolmotfigUuoltojfratdmoQ 
Palatino leggono longo per lontano, fratelto; mògliama e mdglicUa, per 

^ Non si prenda scandalo di que- jigliuol mìo e figlivkol tuo ; /ratei mio, 
sto titolo, preposto ancora ad una e /ratei tuo; moglie mia e moglie 
sacra narrazione, perchè nel senso tua, sono voci oggidì andate in di- 
dei presente llhro la voce Novella suso. Anche Dante: € Come servo 
vuoisi intendere genericamente come aspettato da eignorso, » per signor tuo. 
Racconto. E di fatto una gran parte '* guidardone^ propriamente si- 
di queste novelle non sono che meri gnifica premio: ma qui vale m,erito. 
avvenimenti storici. Oggi però la perocché merito e premio essendo 
stessa voce è ricevuta in tal senso, termini correlativi, facilmente nelle 
che sarebbe disdicevole affatto Vado- lingue si scambiano, 
perarla fuori de* soggetti profani. (P.) " rimeritati, rimunerati. 

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10 NOVELLA V, 

del padre punite nel figliuolo. Nota che Salomone studiosa- 
mente lavorò sotto il sole; * e con ingegno di sua grandissima 
sapienzia fece grandissimo e nobile regno. Poi che l'ebbe fatto, 
providesi che non voleva che il possedessero aliene redo * cioè 
strame redo, fuori del suo legnaggio. Ed acciò e' tolse molte 
mogli per avere assai redo, e Dio provide, quelli eh* è sommo 
dispensatore, sì che tra tutte le mogh, che erano cotante, non 
ebbe se non un figliuolo. Ed allora Salomone si provide di 
sottoporre ed ordinare sì lo reame sotto questo suo figliuolo, 
lo quale Roboam avea nome, eh* elli regnasse dopo lui certa- 
mente. Ch'el fece dalla gioventudine insino alla senettute ' or- 
dinare la vita al figliuolo con molti ammaestramenti e con 
molti nodrimenti.* E più fece; che tesoro gli ammassò gran- 
dissimo, e miselo in luogo sicuro. E più fece; che incontanente 
poi si brigò, * che in concordia fu con tutti H signori che con- 
finavano con lui, ed in pace ordinò e dispose senza contenzione - 
tutti e suoi baroni. E tutte queste cose fece perchè Roboam 
regnasse dopo lui. Quando Salomone fu morto, Roboam prese 
suo consiglio di gente vecchia e savia; propose e domandò, in 
che modo potesse riformare lo popolo suo. Li vecchi T inse- 
gnare : • ragunerai il popolo tup, e con dolci parole dirai, che 
tu li ami siccome te medesimo, e eh' elli sono la corona tua, e 
che, se tuo padre fìi loro aspro, che tu sarai loro umile e be- 
nigno, 6 dove e' gli avesse faticati, ^ che tu li sovverrai in 
grande- riposo. E se in fare il tempio furo gravati, tu gli age- 
volerai. Queste parole l' insegnare li savi vecchi del regno. 
Partissi Roboam, e adunò uno consiglio di giovani, e fece 
loro simigliante proposta. E quelli gli addomandaro : quelli con 
cui prima ti consigliasti, come ti consigliaro ? E quelli il rac- 
contò loro a motto a motto.* Allora li giovani dissero: elli 

^ «u& aoU, su questa terra. «Abbi pietà della mia senettute; 

* reda, ereda al feminino dice- Non mi negare il porto di salute. > (P.) 
yano gli antichi per erede. Dante, * nodrire, come presso i latini 
Int e. XXXI, V. 115: nutrirey era ai nostri antichi scrit- 

«0 tu che nella fortunata valle tori educare, allevare; onde qui ruy- 

Che fece Seipion di gloria reda. » drìmenti vale norme, regole educa- \ 

E nel Purg. e. VII, v. 118: Uve, Cic. De Orat. e. 13: « Educata ' 

e Che non si pnote dir dell'altre wda.» hujua nutrimenUe doquentia, tpea se 

• gioventudine Qsefiettute sono yoci portea qolorat et rohorat,» 

che s incontrano in altri classici. * s* adoperò, si studiò; in questo 
Ma presentemente la prima sarebbe significato brigare non si usa più. 
affatto pedantesca, e l'altra potrebbe • insegnare, costrutto col quarto 
solo qualche rara Tolta aver luogo caso di persona, come il latino do- 
la poesia, quando venisse in accon- cere, (P.) 
ciò, come pare in que* versi del Pulci, ' aggravati, oppressi. 
Horg. XXVII, 129: * a motto a motto, ^ precisamento 



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NOVELLA V. 11 

t'ingannano, perciocché i regni non si tengono per parole, ma 
per prodezza e per franchezza.* Onde, se tu dirai loro dolci 
parole, parrà che tu abbi paura del popolo, onde esso ti 
soggiogherà e non ti terrà per signore, e non ti ubbidiranno. 
Ma fae per nostro senno: noi siamo tutti tuoi servi, e il si- 
gnore può iare de' servi quello che li piace. Onde di' loro con 
vigore e con ardire, ch'elli sono tutti tuoi servi, e chi non 
t'ubbiderà, tu lo punirai, secondo la tua aspra legge. E se Sa-( 
lomone li gravò in fare lo tempio, e tu li graverai, se ti verrà 
in piacere. H popolo non t'avrà per fanciullo, tutti ti teme- 
ranno, e così terrai lo reame e la corona. Lo stoltissimo Ro- 
boam si tenne al giovane condiglio.' Adunò il popolo, e disse 
parole feroci. Il popolo s' adirò. I baroni si turbaro. Fecero 
pusture ' e leghe. Giurare * insieme certi baroni, sì che in tren- 
taquattro dì, dopo la morte di Salomone, perde delle dodici 
parti le dieci del suo reame, per lo folle consìglio de' giovani. 



Novella VI. 

Come un figlktólo d'uno re donò a un re di Siria scacciato. 

Uno signore di Grecia, lo <5[uale possedea grandissimo rea- 
me, ed avea nome Aulix, avea uno suo giovane figliuolo, al 
quale facea nodrire ed insegnare le sette arti liberali, e faceali 
insegnare vita morale, cioè di be' costumi. Un giorno tolse 
questo re molto oro, e dieilo a questo suo figliuolo e disse: 
dispendilo come ti piace. E comandò a' baroni, che non l' in^ 
segnassero spendere, nia solamente avvisassero * il suo porta- 
mento, e il modo ch'elli tenesse. I baroni, seguitando questo 
giovane, un giorno stavano con lui alle finestre del palagio. 
n giovane stava pensoso ; vide passare per lo cammino gente 
assai nobile, secondo l'arnese e secondo le persone.* Il cam- 

il francese Mot à mot. Anche gli ^ bravura, 

scrittori de' miglior tempi della lin- * al cpnsiglio de' giovani. 

gna trasportarono alcuna volta nel • pusture leggono tutt' e due ì 

nostro idioma qualche voce o modo Cod., e il testo del Gualteruzzi pò- 

francese, il qual videro che vi s' ac- sture, poste, deliberazioni secreto e 

conciava bene. Il loro esempio non fraudolenti. G. Villani: < I fornai... 

prova già che ciò poss» farsi a ca> fecero posture di non far pane a 

priccìo, come s' è fatto da molti con vendere. » 

pregiudizio gravissimo della lingua; * congiurarono, 

ma fa vedere che non sarebbe da ' osservassero, tenessero d* oc- 

biasimarsi chi questo facesse con chio. 

somma circospezione, dove il bisogno ^ secondo che appariva dalle ba- 
io richiedesse. (C7.) gaglie e dall' aspetto delle persone. 



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12 NOVELLA TI. 

mino correa a' pie del palagio. Comandò questo giovane, che 
fossero tutte quelle genti menate dinanzi da lui. Fue ubbidita 
la sua volontade, e vennero i viandanti dinanzi da lui. E Tuno 
eh' avea lo cuore più ardito e la fronte più allegra sì fece 
avanti, e disse: messere, che ne domandi? Il giovane rispose: 
domandoti onde se' e di che condizione? Ed elli rispose: mes-^ 
sere, io sono d' ItaUa, e mercatante sono molto ricco, © quella 
ricchezza ch'i' ho, non l'ho di mio patrimonio, ma tutta l'ho 
guadagnata di mia sollicitudine. H giovane domandò il se- 
guente^ il quale era di nobili fazioni, ^ e stava con peritosa 
faccia * e stava più indietro che 1' altro ; e non così ardita- 
mente quelli disse : che mi domandi, messere? H giovane ri- 
spose: domandoti d' onde se' e di che condizione? Ed elH ri- 
spose: io sono di Siria, e sono re, ed ho sì saputo fare, che 
li sudditi miei m' hanno cacciato. Allora il giovane prese tutto 
r oro, e dieUo a questo scacciato. H grido andò per lo palagio. 
Li baroni e cavalieri ne tennero grande parlamento, ' e tutta 
la corte sonava della dispensagione* di questo oro. Al padre 
furono raccontate tutte queste cose, e le domande e le ri- 
sposte a motto a motto. Il re incominciò a parlare al figliuo- 
lo, udenti molti baroni, e disse: come dispensasti? che pen- 
serò ti mosse? qual ragione ci mostri, che a colui, che per sua 
boutade'* avea guadagnato, non desti; ed a colui, eh' avea per- 
duto per sua colpa e follia, tutto desti ? Il giovane savio rispo- 
se : messere, non donai a chi non m' insegnò, né a neuno do- 
nai, ma ciò ch'io feci, fu guidardone * e non dono. Il mercatante 
non m'insegnò neente; non gli era neente tenuto. Ma quelli 
che era di mia condizione, figliuolo di re, e che portava corona 
di re, il quale per la sua follia avea sì fatto, che i sudditi suoi 
r aveano cacciato, m' insegnò tanto che i sudditi miei non cac- 
ceranno me.' Onde picciolo dono diedi a lui di così ricco inse- 



* fazioni qui vai aemlianze, fot" scana, come pure il verbo peritarti, 
tezze. Così Dante, Inf. XVIII: e Se le • consulta, consìglio per dispn 
fazion che porti non son false. > (P.) tare intorno al fatto del figliuolo 

* con peritosa faccia. — PeritoeOf lo del re. 

«tesso che timido. Questo vocabolo * dispensazione, lat. diapenaatio^ 

non è ito in disuso affatto : l' ado- distribuzione, 
però anche Francesco Kedi, il qual * abilità; e dicesi comunemente: 

disse: < Se vengo a palesarvi la % "buo-no o non è hwmo a una eoaa, 

credenza ch'io ne tengo, lo fo con chi è, o non ò atto a quella, 
animo peritoso e con temenza gran- • ricompensa, premio, 

dissima. » Esp. int. alla gener. de- "' Nostro proverbio è: e Quando 

gì' ins. face. 14, ediz. 1668. (C) — il vicino abbrucia, porta V acqua & 

Non solo W. peritoso non è ito in casa tua; » che insegna doversi im- 

disuso, ma è vivo vivissimo in To- parare a spese d' altri. {M.) 



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NOVELLA VI. 15 

gnamento. Udita la sentenzia del giovane, il padre e li suoi 
baroni il commendaro di grande sapienzia, dicendo che grande 
speranza ricevea della sua giovinezza, che negli anni compiti 
sarebbe di grande valore. Le lettere corsero per li paesi* a' si- 
gnori ed a' baroni, e furonne grandi disputa^oni tra li savi. 



Novella VII. 

Qui si determina una quistiom e sentenzia 
che fu data in Alessandria. 

In Alessandria, la quale è nelle parti di Romania (acciò che 
sono dodici Alessandrie, le quali Alessandro fece il marzo di- 
nanzi eh' eUi morisse) ; in quella Alessandria sono le rughe, * 
ove stanno i saracini, li quali fanno i mangiari ^ a vendere, e 
cerca l' uomo la ruga per li più netti mangiari e più delicati, 
siccome l'uomo fra noi cerca* de' drappi. Un giorno di lunedi 
un cuoco Saracino, il quale avea nome Fabrac, stando alla cu- 
cina sua, un povero Saracino venne alla cucina con uno pane 
in mano: danajo non avea da comperare da costui; tenne il 
pane sopra il vasello, e ricevea lo fumo che n'uscia: ed ine- 
briato' il pane del fumo che n'uscia del mangiare, e quegli lo 
mordea; e cosi il consumò • di mangiare.'' Questo Fabrac non 
vendeo bene quella mattina; recolsi a ingiuria^ ed a noja, e 
prese questo povero Saracino, e disseli: pagami di ciò che tu 
hai preso del mio. Il povero rispose: io non ho preso della 
tua cucina altro che fumo. Di ciò e' hai preso del mio, mi 
paga, dicea Fabrac. Tanto fu la contesa, che per la nova qui- 
stione e rozza ® e non mai più avvenuta, n'andaro le novelle *o 
al soldano. Il soldano per molto novissima cosa raunò savi, e 
mandò per costoro. Formò ** la quistione. Li savi saracini comin- 

» 

* ne fu scritto per tutto ecc. suddetti ha : BecoUi a mala augura, 

* ruglie, strade, frane, me. Il cioè a cattivo augurio, (P.) 

Bocc. : « Ruga Catalana. » (B,) — È • rozza,, cioè fatta con asprezza 

ancora in uso in alcuni luoghi della e in termini duri e villani. Corri- 

Toscana: a Cortona e' è la Muga sponde al rude de* Francesi. Il Bor- 

piana, che è la principale via di ghiiA legge sozza» {C) —Bozza leggono 

quella città. anche ì due Cod., piti volte citati. 

• vivande, cibi Ma non possiamo consentire colCo- 

♦ V uomo cerca, sì cerca. lombo nel significato che prende qui 
■ imbevuto. ' tal voce. La quale ,ci sembra che 

• il jBini. valga: scabra, dura, difficile a defi- 
.' H Borghini ed il Manni leggo- nirsi. 

DO! e cotti lo manicò tutto, (P.) " ne venne la notizia, 

* il testo seguito dagli editori *^ formolo, pose. 



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14 NOVELLA Vn. 

ciaro a sottigliare, e chi riputava il fumo non del cnoco, di- 
cendo molte ragioni: U fumo non si può ricevere, cliè toma ad 
elimento, ^ e non ha sostanza né proprietade che sia utile : 
non dee pagare. Altri dicevano,* lo fumo era ancora con- 
giunto col mangiare, era in costai signoria, e generavasì della 
sua proprietade, e l'uomo sta per vendere di suo mestierb, e 
chi ne prende è usanza ohe paghi. Molte sentenzio v' ebbe. 
Finalmente fii il consiglio: poi ch'elli sta per vendere le sue 
derrate, tu ed altri per comperare, dissero, tu, giusto signore, 
fa' eh' il facci giustamente pagare la sua derrata, secondo 1a 
sua valuta. Se la sua cucina che vende, dando l'utile pro- 
prietà dì quella, suole prendere utile moneta; ora e' ha ven- 
duto filmo, che è la parte sottile ' delia cucina, fa', signore, 
sonare una moneta, e giudica che il pagamento s'intenda fatto 
del suono eh' esce di quella. E cosi giudicò il Soldano che fosse 
osservato.* 

Novella YUL 

Qu% conta d^wna héUa sentenzia, clve die lo Schiavo di Bari, 
tra uno borghese ed uno pellegrino. 

Uno borghese di Bari andò in romeaggio,' e lasciò trecento 
bisanti * a un suo amico, con queste condizioni e patti. Io an- 

' dimento ed alimento è idiotismo di que' tempi; onde qui la parte eot- 

di demento, frequentissimo nelle an- tile della cucina sta bene per la parte 

tiche scritture. Onde, per nostro av- jntl U^giera e vaporoeà, 
yiso, al tutto arbitraria ed erronea * Pompeo Sarnelli (Lettere eccle- 

è la correzione in avlimento (odore) siast. t. V): < Il vapore e l'odore 

fatta dal FarentL II savio della no- non può nutrire; non quello, perchè 

velia intende che il fumo della vi- entrando per le nari può solamente 

Vanda toma aU* elemento dell'aria, refrigerare il cuore ed i precordi: 

si converte in vapore. non questo, perchè è qualità ed ac- 

' Ellissi del che, frequentissima cidente, non può reficiare la sostanza, 

ne' primi scrittori, quali tendevano Onde quel beli' umore, che si aveva 

sempre alla maggiore stringat9zza e mangiato il pane all' odor dell' arro- 

sobrietà della frase. (P.) sto, dimandato del pagamento, suonò 

' Il testo del Gualteruzzi eidue la borsa dicendo: V odore ei paga col 

cod. Palatino e Magliabechiano leggo- tuono. > £ Saba da Castiglione, nel 

Ito sottile, U Parenti accetta invece la suo Bicordo o Ammaestramento 110, 

lezione disutile del Borghini, la quale scrive: « Molti altri giudicg d' uo- 

voce sebbene paia opportunamente mii^'illitterati potrei riferire, come 

contrapposta a ciò che sopra si dice quello del Soldano di Alessandria, il 

dell' utile proprietà e dell' utile mo- il quale fece pagare col suono della ' 

n^a, pure io mi penso che la vera moneta il fumo dell'arrosto al ta- 

lezione sia sottile, non tanto per vernalo. > {M,) 
l'autorità de' Codici e della edizione ' romeaggio, da ro/nei, propria- 

Gualteruziana, ma perchò meglio con- mente detti i peregrini che vanno a 

suona con ciò che si è detto sopra Boma. (B.) 
dell' elemento dell' aria e colla fisica * Usante, antica moneta dell' Im- 



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NOVELLA vm. 15 

drò, siccome a Dio piacerà: e s'io non rivenissi, daràli per 
r anima mia; e s'io rivegno a certo termine, darammene quello 
che tu vorrai. Andò il pellegrino in suo romeaggio, e rivenne 
al termino ordinato,^ e raddomandò i bisanti suoi. U amico 
rispose: conta il patto. Lo romeo lo contò a punto. Ben dice- 
sti, disse l'amico: te', dieci bisanti ti voglio rendere; i dugento 
novanta mi tengo. H pellegrino cominciò adirarsi * dicendo : che 
fede è questa? tu mi tollì il mio falsamente.' E l'amico rispose 
soavemente: io non ti fo torto; e s'io lo tifo, sianne dinanzi 
%ila signorìa.* Eichiamo ne fae. Lo Schiavo di Bari ne fìi giu- 
dice.* Udio le partL Formò * la quistione. Onde nacque questa 
sentenzia, e disse così a colui che ritenne ì bisanti: rendi i 
dugento novanta bisanti al pellegrino, e '1 pellegrino ne dea 
a te dieci, che tu li hai renduti ; però che '1 patto fu tale: ciò 
che tu vorrai mi renderai. Onde i dugento novanta ' ne vuoli, 
rendili; e i dieci che tu non volei, prendi.* 



pero d'Oriente così denominata da 
Bisanzio, sede del detto impero. {C.) 

* stabilito, convenuto, 

* che si potrebbe anche scom- 
porsi cosi: <id irarai. Il Borghini: a 
erudarai, 

» a torto, fuor d'ogni ragione. 

* andiamone dinanzi , ai rettori 
della città che facciano definire la 
lite. 

* cEssendo(dice il soprannominato 
caT. Saba) la differenza intricata per 
rispetto, che altro voleva il rigore, 
ed altro la equità, la lite fu rimessa 
allo Schiavo di Bari, uomo idiota, 
senza lettere e senza scienza, ma di 
acuto ingegno, di discreto giudizio, 
e dì molta» esperienza. » {M.) 

* formolo, pose. 

^ sottintendi: che, 

* Molto si assomiglia questo giu- 
dizio a quello che pronunziò poi il 
duca Alessandro de* Medici, rappre- 
sentatoci da Alessandro Geccherelli, 
dimodoché sembra che il Duca l'aves- 
se in mente, quando giudicò: «Fu- 
rono in Pistoia due fratelli r nmsti 
senza padre, il maggior de' quali nelle 
divìse fece la parte sua dell' eredità, 
maggioro di quella del fratel mino- 
re, che non vi poteva star sotto; e 
consigliato da' parenti ed amici a 



chieder giustizia e riparo al Duca 
Alessandro che era al Poggio, chie- 
sta audienza ed ascoltato da esso, 
fu fermato che un dato giorno fos- 
sero le parti davanti a lui insieme. 
Cosi trovatisi, espose il maggiore, 
che la parte che aveva fatta al fra- 
tello era maggior delift sua per la 
tale e tale ragione, ma che quello, 
come persona ingrata di tal beneil- 
zio, non si contentava del vantaggio 
ricevuto. Tutto ciò ascoltava il Duca, 
quando il fratel minore rivoltosi dis- 
se: se così è, piglia tu la mia parte, 
ed io prenderò la tua con aggiugnerti 
cento scudi di soprappiù. Alla qual 
proposta non attendendo l' altro, ri- 
spose d'avere spartito una volta, e 
non voler far tante divisionif né ope- 
rare alla maniera de' fanciulli. Allora 
conoscendo il Duca la malvagità di 
quello: accordo (dissegli) che tu abbi 
divìso giustamente, e che tu abbi 
dato, come tu dici, la maggior por- 
zione al fratello; ma che egli, come 
persona, che non conosce più cbo 
tanto, si creda di essere ingannato. 
Pertanto per farli veder l'error suo, 
e che tu non lo vuoi ingannare, e 
come maggiore che tu sei, piglia la 
parte che ora ha lui, e dagli la tua, 
e' non se ne parli più. * (if.) 



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16 



Novella IX. 

Qui conta come maestro Giordano fu ingannato 
da un suo falso discepolo. 

Uno medico fu, lo quale ebbe nome Giordano, il quale ave» 
uno suo falso discepolo. Infermò uno figliuolo d'uno re. Il maestro 
v' andò, e vide che era * da guarire. H discepolo, per tórre il 
pregio' al maestro, disse al padre: io veggio ch'elli morrà 
certamente. E contendendo col maestro, si fece aprire la bocca, 
allo 'nfermo, e col dito stremo ' li vi pose veleno, mostrando 
molta conoscenza in su la lingua.* L'uomo morio. Lo maestro 
se n'andò, e perdeo il pregio suo, e il discepolo il guadagnò. 
Allora il maestro giurò di mai non medicare se non asini, e 
fece la fisica delle bestie e di vili animali.* 



Novella X. 

Qui conta dell'onore che Aminadab fece al re David 
suo naturale signore,^ 

Aminadab conducitore e mariscalco "^ del re David andò con 
grandissimo esercito di gente, per comandamento del re Da- 
vid, ad una città de' Filistei. Udendo Aminadab che la città 

*■ malattia. tante por esso dì mascalcia, nella 

* il credito, la riputazione. ^ cni prefazione si va nominando: Io 

* Altri legge: col dito mignolo. Jordano Bufo de Calabria cavalieri 
Certe differenze di testi servono spes- che fui di messere lo ^mperadore Fe- 
so a mostrare come in più modi si derico IL {M.) — Può anche intendersi 
possa dire propriamente una stessa semplicemente/ar la fisica delle bestie, 
cosa. (P.) per esercitare la medicina delle be- 

* mostrandosi profondo conosci- stie, la mascalcia, e dottor fisico già 
toro de' criteri che sogliono trarre i si diceva per medico. 

medici dall'aspetto della lingua. • Veggasi il capo 12 del libro II 
^ Di questo maestro Giordano dei Re. Qui lo scrittore ha scam- 
medico potrebbe forse credersi es- biato Aminadab per Oioab, e i Fili- 
servi stato qualche libro col titolo stei per gli Ammoniti, Il che non dee 
La fisica delle bestie, siccome leggia- recar meraviglia, quando sì consideri 
mo nella Libreria prima di Anton che quegli antichi, privi della copia 
Francesco Doni esservi stato Fisiche e facilità de' nostri sussidii, non po- 
di Nicolò da Correggio; e parimente tevano tante volte ricorrere che al 
Medicina de* cavalli, di diversi anti- solo libro della memoria. (P.) 
chi, E potè anzi essere un tal mae- ' manscalco, governator d'eser- 
stro Giordano Buffo di Calabria, che cito: dal latino-barbaro marescAaZJiM, 
compose un libro, che manoscritto si onde il moderno titolo di mare^ 
trova nella librerìa , Riccardi, trat- sciallo, (P.) 



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NOVELLA X. < 17 

ùon si potea più tenere, * e che V avrebbe di corto,* mandò al 
ire David che li piacesse di venire all' oste ' con moltitudine 
di gente, perchè dottava * del campo. Il re David si mos£e in- 
contanente, ed andoe nel campo ad Aminadab, suo mariscalco, 
e domandò: perchè mi ci ha' fatto venire? Aminadab rispose : 
messere, però che la città non si può tenere più, ed io volea 
che la vostra persona avesse il pregio * di così fatta vittoria, 
anzi che l'avess'io. Combatteo la città, e vinsela; e lo pregio 
e r onore n' ebbe David. 



Novella XI. 

[ Qui eonta come Antigono riprese Alessandro, 

: perch'eìli st facea sonare una cetera a suo diletto. 

Antigono conducitore * d'AJessandro, facendo Alessandro un 
giorno per suo diletto sonare una cetera, Antigono prese la 
cetera, e ruppela, e gittoUa nel fango, ^ e disse ad Alessandro 
cotali parole: al tuo tempo ed etade si conviene regnare e 
non ceterare.* E cosi si può dire: il corpo è regno; • e vii cosa 
è la lussuria, quasi a modo di cetera.^^ Vergognisi dunque chi 
dee regnare in vertude, e diletta in lussuria. 

Re Poro, il quale combattè con Alessai^dro, a un mangiare " 

* tenersi qui yalrenstere.ln que- disse anche eetrare: né Timo nò Tal- 
sto senso nsasi in parlandosi di pìaz- tre di qnesti Terbi or s* nserebbe 
ze e di fortezze assediate. (0.) più. ((?.) — La sentenza del Colombo 

•sottintendi: presa, sspugnata; è troppo assoluta. — Polidoro Vergilio 

ed ò bellissima olissi. d'Urbino nella spiegazione ch*ei fa 

' al campo. d'alcuni proverbij^ giunto a quello: 

* dottare e rtdottare, onde i nomi < Ait Aristoteles: Jupiter non eantat, 
dotta, dottanta, e ridottanza (voci or neo cytharam pulsai; » Toltosi a Guido 
ite in disuso),lo stesso che temere. ((7.) Ubaldo, principe d'Urbino, stato sno 
— DeriTadalIat.du&»tare^ contratto in mecenate, gli dice fra l'altre cose: 
duttare, dottare; onde poi ne'trecen- e Unde haud immerito Philippus Mace' 
tisti dubbio in significato éì pericolo donum rex Alexandr^m fiium justa 

. pieno di timore, e dubbioso per pe- eastigatione incessuit, qunm aeeepisset 

'^ ricoloso. Dante, Inf. e. VI, t. 120: illwnqw>dammloeosu(VDÌtercecinisse: 

^ « i dubbiosi deslri.» Enel Purg. e. IX, Nonne te pudet, inquiens, guod tcun 

T* 64 e 65 : (certa, pulchre eanere sdasf Quod nos degan^ 

« A gnisa d'ncm che in dubbio ti rac- tis proverlni loco in eosprineipes tMur- 

B che mnta in conforto Hua paura. » parevalemus, qui quod sepanon deeet, 

, /nc^^ion raccerta, Tale: nel pericolo studium exereeta. » (M.) 

'si rassicura. 'il corpo è simile a regno ; tuoI 

* merito. essere ben retto e gOTemato. 

* conducitore^ qui Tale inHitutore, *• la lussuria aTTilisce il corpo, 
maestro, {0.) come il suono della cetra ammollisce 

*> n testo del Borghini ha: git- l'animo. 
tdUa nd fuoco. (P.) '* a «n mangiare, cioè: ad un de» 



* eeterare, sonar la cetera. Si sinare, ad nn pranzo. ((7.) 

3 



Il NoveUino. 



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33 NOYBLLE XI, XII, XIH. 

fece tagliare le corde della cetera a un ceteratore, e diset/ 
queste parole: meglio è tagliare che sviare; che a dolcezza di 
suono si perdono le vertudi. 



NOTELLA Xn. 

Come uno rettore di terra fece cacare un occhio a sh, 
ed uno al figliuolo per osservare giustizia^ 

Valerio Massimo nel libro sesto narra che Seleuco essendo 
rettore d'una terra, ordinò che chiunque commettesse certo 
delitto, dovesse perdere gli occhi. Poco tempo passante,* vi 
cadde un suo figlinolo. Il popolo tutto li gridava misericordia ; 
ed elli' pensando che misericordia era buona cosa ed utile, e 
pensando che la giustizia non vuole perire, e l'amore de' suoi 
cittadini che li gridavano mercè ' lo stringea, providesi di os- 
servare r uno e r altro, cioè giustizia e misericordia. Giudicò 
e sentenziò ch'ai figliuolo fosse tratto l'un occhio, ed a sé 
medesimo l'altro.' 

Novella XTTT. 
Qui conta della gran misericordia che fece san Paolino vescovo. 

Beato Paolino vescovo fu tanto misericordioso, che chieg- 
gendoli una povera femina misericordia per uno suo figliuolo 
che era in pregione, e* beato Paolino rispose: non ho di che 
ti sovvenire d' altro; ma fa' cosi: menami alla carcere, dov' è '1 
tuo figliuolo. Menòlvi. Ed elli si mise in pregione in mano 
de' tortòri,' e disse: rendete lo figliuolo a questa buona donna, 
e me ritenete per lui. 

^ Così il testo del Gnaltemzzi; cozamesse nuovo omicidio, stimò se 
qnello del Bor^hini: poco tempo pae- essere obbligato a risarcire del pro- 
sato. (P.) — L* uso del participio pre- prie i danni accadati pel secondo 
sente per il passato è frequente negli delitto, e soddisfece. (If.) 
anticbi. Nel poemetto YlnuUìgenza * In questo costrutto, ed in altri 
attribuito a Bino Compagni ne ab- simigUanti, la particella e non può 
bendano gli esempi. Eccone uno al aver forza di congiunzione, ma serve 
tutto simile. Stanza 298: < Si fa ben solo ad esprimere una tal qualpron- 
trapassante più d' un* ora. » tezza del detto o del fatto. Altre 
' perdono. volte sta per ancora, altreti, come 
* n card. Gio. Battista de Luca nella seguente novella: Ed dU ai 
nel suo opuscolo della Pietà mal rego- fece vendere. (P.) 
lata riforisce, come don Parafante di * in mano de'tortSri. — Tortore ò 
Vera, viceré di Napoli, avendo fatta propriamente quel ministro di giu- 
grazia della vita ad un reo d'omi- stizia che dà la tortura; ma qui par 
cidio, quando questo da lui liberato che vagb'a carceriere, (C) 



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Ì9 

Novella XIV. 

DeUa grande limosina che fece uno tavoliere * per Dio» 

Piero tavoliere fd grande uomo d'avere,* e venne tanta 
misericordioso, che prima tutto V avere dispese ' a'poveri per 
Dio. E poi quando tutto ebbe dato, ed elli si fece vendere, ed 
il prezzo diede a'poveri tutto. 



Novella XV. 
Della grande libertà * e cortesia del Be Giovane* 

Leggesi della bontà del Ee Giovane guerreggiando col padre 
per lo consiglio di Beltramo.'' Lo quale Beltramo si vantò eh' egli 
avea più senno che ninno altro. Di ciò nacquero molte sentenzie^ 



* banchiere. 

* fu ricchissimo. ' 

' dispensò, distribuì. 

^ I due cod. cit. e il testo Gual- 
ieruzziano leggono libertà in questo 
6 nel titolo della novella seguente. 
È voce fuor d'uso in questo signifi- 
cato e vale liberalità, 

* Questi è colui, al quale Dante 
fa dire nel canto XXVIII dell' Inf., 
y. 133 seg.: 

€ E perchè tu di me novella porti, 
Sappi chlo sonBeltram dal Bornio, quelli 
Che al Be Giovine diedi ì ma' conforti. 

Io feci il padre e il figlio in sé ribelli; 
Achitòfel non fé più d'Àbsalone 
£ di David co* malvagi pnngelU. > 

Quel Re, a cui diede i mali conforti, 
fu Enrico primogenito d'Enrico II 
re d'Inghilterra; e perchè fu coro- 
nato vivente il padre, per distìnguerlo 
4a lui, fu soprannomato appunto il 
£e giovine, I copisti cambiarono fa- 
cilmente giovine o giovane in Oio' 
vann^ Otovanni, e questa divenne 
la comune lezione, a tal segno che 
il Manni, mirando al verso di Dante, 
credette pure che nella suddetta No- 
vella fosse posto per errore il Re 
'Giovane. Il Ginguené per lo contrario 
mostrò come fosse erroneo l'intender 
Giovanni in quel discorso di Éeltra- 
mo o Bertrando; ma non seppe de- 



cidere se il fallo fosse de' copisti o 
del poeta, ncn avendo potuto riscon- 
trare la buona lezione in vernn testo 
a penna od a stampa. Le osservazio- 
ni del Ginguené non ebbero acco- 
glienza, anzi furono combattute in 
Italia. A me parve di poterle difen- 
dere in un articoletto delle Memori» 
di Religione, ecc. (Tomo III, Mode- 
na 1823); poiché m'era venuto fatto 
di rinvenire la vera lettera in un 
esimio ed antichissimo codice del- 
V Estense, che ha chiaramente II Be 
giovine. V egregio ab. Vivianì am- 
mise poi questa medesima lettera, 
migliorando ancora con leggera tras- 
posizione il suono, del verso, che al- 
trimenti sarebbesi letto : « Che die- 
de al Re giovine ecc. » Se non che 
ci ha lasciati alquanto incerti se la 
stampa di questo luogo coiTisponda 
propriamente alla scrittura del suo 
codice Bartoliniano. Ad ogni modo 
il Ms. Estense non è più il solo che 
legga in tal guisa. Ho trovato Re 
giovane anche in un Ms. della reale 
biblioteca di Napoli; ed il Vivianì 
afferma pure che il cod. Florio ha 
Me giovene. Cosi pare che i diversi 
testi ci presentino tutta la serie delle 
alterazioni sofi^orte da quella voce : 
giovine^ giovene, giovane, giovane, giom 
valine^ gìovanni, (P.) 



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20 NOVEIiLA XV. 

delle quali ne sono qui scritte alquante. Beltramo ordinò con 
lai, eh' elli si facesse dare al ^ padre la sua parte di tutto lo 
tesoro. Lo figliuolo il domandò tanto che Tebbe. Quelli il fece 
tutto donare a gentili genti ed a poveri cavalieri, sì che ri- 
mase a neente, e non avea più che donare. Uno uomo di corte * 
gli addomandò che li donasse. Quelli rispose eh' avea tutto 
donato: ma tanto mi è rimaso ancora, eh' i'ho nella bocca mio 
laido dente,' onde mio padre ha offerti duo mila marchi a chi 
mi sa sì pregare eh' io lo diparta dagli altri Va' a mio padre, 
e fatti dare li marchi; ed ìq il mi trarrò di bocca alla tua 
richiesta. Il giullare andò al padre, prese li marchi, ed elli si 
trasse il dente. 

Ed un altro giorno avvenne eh' elli donava a uno gentile 
dugento marchi. Il siniscalco, overo tesoriere, prese quelli mar- 
chi^ e mise uno tappeto in una sala, e versoUivi suso,- ed uno 
luffo * di tappeto mise di sotto, perchè il monte paresse mag- 
giore. E andando il Re Giovane per la sala, li le mostrò il te- 
soriere, dicendo: or guardate, messere, come donate; vedete 
quanti sono dugento marchi, che gli avete così per neente. E 
quelli avvisò,' e disse: picciola quantitade mi sembra a donare 
a cosi valente uomo. Daràline • quattrocento, che troppo ^ cre- 
deva che fossero più i dugento marchi, che non mi sembrano 
ft vista. 

Novella XVI. 
Ancora della grande libertà ' e cortesia del Be (f Inghilterra,' 

Lo giovane Re d' Inghilterra spendeva e donava tutto. Une 
povero cavaliere avvisò un giorno un coperchio d'uno nappo 
d'ariento; e disse nell'animo suo: se io posso nascondere 
quello, la masnada mia • ne potrà stare ^^ molti giorni. Misesi 

* dal padre ; forma derivataci fUil • liberalità. 

latino a db. * la masnada mia; cioò la mia 

* Intendi : un giullare. famiglia. < Masnada (dice il Menagio- 

* laido dente, noi diremmo dente nelle Origini della lingua italiana) si 
guasto, [C.) disse prima per famiglia (da mansio, 

* ed uno iujfo: Luffo dicesi di mansionata,man8Ìnala,masnata; ma-- 
qualunque cosa ravrìluppata : Luffo snoda). Si disse poi per com/>a^a e 
di stoppa, luffo di^lanibagia, luffq di truppa di </cnfe semplicemente, e final- 
panno ; e così discorrendo. Lo stesso mente per compagnia di gente arma'- 
che batuffolo» (C.) fa. (C) — Delle masnade favella oste- 

' guatò. samente il nostro Muratori nella. 

* Il testo del Borghini legge don' dissertazione XIV sopra le antichità 
2neli. (P.) italiane. (P.) 

' troppo,,*, piìt, vale molto piìL ** ns potrà star bene, legge il testo 

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NOVELLA XVI. 21 

il coperchio sotto. Lo siniscalco, al levare le tavole, riguardò 
r ariento. Trovaronlo meno.* Comincìaro a metterlo in grido,* 
ed a cercare i cavalieri alla porta. D Ee Giovane avvisò ' co- 
stui jche Tavea, e venne a lui senza romore, e disseli chetissi- 
mamente : mettilo sotto a me, eh' io non sarò cerco.* E lo ca- 
valiere pieno di vergogna cosi fece. Il Re Giovane li le rendo 
fuora della porta, e miselile sotto; e poi lo fece chiamare, e 
donolli r altra partita.' 

E più di' cortesia fece una noite, che poveri cavalieri entra- 
rono nella camera sua, credendo veramente che lo Re Giovane 
dormisse. Adunaro gli arnesi e le robe a guisa di furto.® Èb- 
bevene uno che mal volontieri lasciava una ricca coltre che il Re 
avea sopra: presela, "^ e cominciò a tirare. Lo Re, per non ri- 
manere scoperto, prese la sua partita, e teneva sì come que' ti- 
rava; tanto che per fare più tosto, gli altri ^ vi posero mano. 
Ed allora lo Re parlò : questa sarebbe ruberia e non furto; cioè 
a tórre per forza .• Li cavalieri fuggirò, quando l'udirò par- 
lare, che prima credevano che dorndsse. 

Un giorno lo Re vecchio, padre di questo Re Giovane, lo 
liprendea forte, dicendo: dove è tuo tesoro? Ed elli rispose: 
messere, io n' ho più che voi non avete. Quivi fu '1 sì e il no. 
Ingaggiarsi le parti.*® Aggiornaro il giorno ** che ciascuno mo- 
strasse U suo tesorp. Il Re Giovane invitò tutti i baroni del 
paese, che a cotal giorno fossero in quella parte. Il padre 
quello giorno fece tendere uno ricco padiglione, e fece venire 
oro ed ariento in piatti e vasella, ed arnese " assai e pietre 
preziose infinite, e versò in sui tappeti, e disse al figliuolo: 
dove è il tuo tesoro? Allora il figliuolo trasse la spada del 

del Borghini: ma stare potrebbe es- ne da vadium, e significa propria- 

ser posto anche da sé nel significato mente quella promessa, che le parti 

di vivere di manUnern, (P.) tra loro fanno in giudizio, quando 

* mancante. ^ vogliono piatire, in pena o di colui 

* Il testo suddetto legge a met- che domanda ingiustamente quel che 
terlo in voce, frase che dinota lo sa non dovere ayere, o di colui cho 
stesso, cioè, etuurrame, vociferar' niega di pagare quel di che sa es- 
ne. (P.) sere debitore, E questo promettere 

' Yale: pou inenfe a. costui, (M) si dice ingafg^iarcy che per similitn- 

* frugala. dine s' è poi tratto ad altri signl- 

* r altro pezzo del nappo. ficati, massime di guerra e di caval- 

* per furarle. leria. (P.) 

' r afferrò, ** Aggiornare, in questo luogo sì- 

* gli altri cavalieri si mìsero an- gnifica diem dicere. Altro significato 
ch'essi a tirar la coperta. ha V impersonale aggiornarsi, cioè 

' ruberia è più &furto,w-futare farsi giorno, Petr.: < Ma dentro, dove 

è torre ingiustamente l'altrui; ruba- giammai non s' aggiorna. » Così an* 

re è tórre 1* altrui per forza. nottare, . (B,) 

*• Gaggio, dice il Castelvetro, vie- ^ masserizie. 



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22 . NOVELLA XVI. 

fodero. Li cavalieri adunati trassero per le vie e per le piazze. 
Tutta la terra parea piena di cavalieri. Il Re non poteo ripa- 
rare. L' oro rimase alla signoria * del Giovane, lo quale disse 
a' cavalieri: prendete il tesoro vostro. Chi prese oro, chi va- 
sello, chi una cosa, chi un'altra, si che di subito fu distribuito. 
n padre ragunò poi suo sforzo * per prenderlo. Lo figliuolo si 
richiuse in un castello, e Beltramo dal Bornio con luì. Il pa- 
dre vi venne ad assedio. Un giorno, per troppa sicurtà li venne 
<m quadrello ' per la fronte disavvedutamente, che, la contraria 
fortuna che '1 seguitava, l' uccise.* 

Ma innanzi eh' elli morisse vennero a luì tutti i suoi credi- 
tori, e addomandaro loro tesoro che a lui aveano prestato. Il Re 
Giovane rispose: signori, a mala stagione ' venite, che il vostro 
tesoro è dispeso.^ Gli arnesi sono donati. Il corpo è infermo; 
non avreste omai di me più buono pegno. Ma fé venire una 
notaio, e quando il notaio fu venuto, disse quello Re cortese: 
scrivi ch'io obbligo mia anima a perpetua pregione, in fino 
a tanto che voi^ pagati siate; e morie. 

Questi dopo la morte, andare al padre suo, e domandaro 
la moneta. H padre rispose loro aspramente, dicendo: voi siete 
quelli che prestavate al mio figliuolo, ond' elli ^ mi facea guer- 
ra, ed imperò sotto pena del cuore " e dell'avere, vi partite di 
tutta mia forza.*^ Allora l'uno parlò, e disse: messere, noi non 
saremo perdenti, che noi avemo l'anima sua in pregione. E la 
Re domandò: in che manera? E quelli mostrare la carta. Al- 
lora lo padre s' umiliò, ^^ e disse : non piaccia a Dio che Tanima 
dì cosi valente uomo stea in pregione per moneta; e comandò 
che fossero pagati. E così furo. Poi venne Beltramo dal Bor- 
nio in sua forza, e quelli lo domandò, e disse: tu dicesti 
ch'aveì più senno che uomo del mondo; or, ov'è tuo senno? 
Beltramo rispose: messere, io l'ho perduto. E quando l'hai 
perduto? Messere, quando vostro. figliuolo morie. Allora co- 
nobbe lo Re che il senno eh' egli avea, si era - per bontà del 
figliuolo : si li perdonò, e donolli molto nobilemente. 

i in potere. * dispensato, distribuito. 

• forza armata. ' creditori. 

• specie di saetta. • ondef qui vale, eia con che, 

• Il costrutto di questo perìodo * della vita; e ciò dicevano non 
è difettoso; ma così leggono tutti i tanto perchè il cuore è parte tanto 
codici e la Gualteruzzìana. Del resto vitale del corpo, ma per la opinione 
il senso è chiarissimo, se le parole : che la sede princip^e deir anima^ 
la eonlraria fortuna che *l seguitava, fosse nel cuore. 

c'intendano stanti da sé, come V abla- *• forza, per cUmimo,podestà, {F,} 
tivo assoluto de* Latini. *' Di altero ed aspro si fece umil» 

■ in mal punto. e dolce. 



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23 



NOVHLLA XVn. 

Come tre maestri di nigromamia vennero àUa corte 
dello 'mperadore Federigo. 

Lo 'mperadord Federigo fu nobilissimo signore, e la geiite 
cb' avea bontade * venia a lui da tutte parti, perchè donava 
volentieri, e/mostrava belU sembianti^ a obi avesse alcuna 
speziale bontà. A luì venieno sonatori, trovatori' e belli fa- 
vellatori, uomini d'arti, giostratori, schermitori, d'ogni ma- 
niera gente. Stando lo 'mperadore Federigo, e facea dare 
r acquai alle tavole coverte,* si giunsero a lui tre maestri di 
nigromanzia con tre schiavine.' Salutaronlo così di subito, ed 
elU domandò: qual è il maestro * di voi tre? L'uno si trasse 
avanti, e disse: messere, io sono. E lo 'mperadore il pregò che 
giocasse "^ cortesemente. Ed elli gittaro loro incantamenti, a 
fecero loro arti. H tempo incominciò a turbare; ecco una piog- 
gia repente, e tuoni e fulgori e baleni, e parea che fondesse 
una gragnuola che parea coppelli d'acciajq.® I cavalieri fuj* 
giano per le camere, chi in una parte, chi in un' altra. Eìschia- 
rossi ù tempo. Li maestri chiesero commiato, e chiesero gui- 
dardone. Lo 'mperadore disse: domandate. Que' domandare il 
Conte di San Bonifazio, eh' era più presso allo 'niperadore, e dis- 
(sero: messere, comandate a costui che venga in nostro soc- 
(corso centra li nostri nemici. Lo 'mperadore li le comandò 
molto teneramente. 

Misesi il Conte in via con loro. Menaronlo in una bella 



* capacità, virtù. 

* mostrava heUi aembianti, ecc., 
bel modo di dire; cioè, facea buona 
cera a chi ecc. ((7.) 

» trovaiori, che è quanto diretti- 
ventori, furono cbiamati i poeti, sic- 
come quelli in cui si richiede inge- 
gno atto a inventare; ond'è che an- 
che trovare dissero talora 1 nostri 
antichi per poetare. Cosi Francesco 
da Barbermo, 370, 24: « Trovar, can- 
tar, e solazzo menare. » (0,) 

*■ apparecchiate.E intendi: stando 
r imperatore per andare a tavola. 

" tehiawiat sorta di veste lunga 
di panno grosso, la qual solcasi por- 
tare da' romiti. Fortavanla anche i 
pellegrini^ come apparisce dal se- 
guente passo di Fianco Sacchetti: 



< La prima cosa che fa lo pellegrino 
quando si parte^ si veste di schia- 
vina, ecc. » (C.) 

• il capo. 

' operasse dì negromanzia. 

* Il testo delBorghini: « Ecco una 
pioggia repente, e spessi li tuoni e fol- 
gori e baleni sì, che lo mondo parea 
che dovesse profondare. Una gragnuo- 
la venne, che parea cappelli d'acciajo. » 
(P). — I Codd. Palat. e Magliab. leg- 
gono entrambi: copéUi di azzajo. Cop- 
pello è diminutivo di coppoy in signi- 
ficato di globo. Dante (Inf. XXXIII) : 
« E sì come visiere di cristallo, riem- 
pion sotto il C2glio tutto il coppo » 
cioè il globo dell'occhio; onde cop- 
pelli d* acòiajo, vale glóbetti (Vac- 
ciajo. 



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24 NOVELLA xvn. 

cittade; cavalieri li mostraro di gran paraggio/ e bel .de- 
striere e bellp arme gli appYestaro, e dissero: questi sono a 
te ubbidire,* Li nemici vennero a battaglia. Il Conte li scon- 
fisse, e francò ' lo paese. E poi ne fece tre delle battaglie or- 
dinate in campo.* Vinse la terra. Diedergli moglie. Ebbe 
figliuoli. Dopo, molto tempo tenne la signoria, f 

Lasciaronlo grandissimo tempo; poi ritomaro. Il figliuolo;^ 
del Conte avea già bene quarant' anni. Il Conte era vecchio.] 
Li maestri tornaro,' e dissero se voleano andare a vedere 
lo 'mperadore e la corte. Il Conte rispose : lo 'rnperio fia ora 
più volte mutato; le genti fiano ora tutte nuove; dove ritor- 
nerei? E' maestri dissero: noi volemo al postutto * rimenarvi. 

Misersi in via; camminaro gran tempo. Giunsero in corte. 
Trovaro lo 'mperadore e suoi baroni, eh' ancor si dava l'acqua, 
la quale si dava quando il Conte n'andò co' maestri. Lo 'm- 
peradore li facea' contare la novella; que'la contava. l'ho poi 
moglie. Figliuoli e' hanno quarant' anni. Tre battaglie di campo 
ho poi fatte; il mondo è tutto rivolto: come va questo fatto? 
Lo 'mperadore li le fa raccontare con grandissima festa a' ba- 
roni ed a' cavalieri. 



Novella XVm. 

Come allo 'mperadore Federigo fuggì tm astore 
dentro in Melano. 

Lo 'mperadore Federigo stando ad assedio a Melano, si li 
fuggi un suo astore, e volò dentro a Melano. Fece ^ ambascia- 
dori, e rimandò * per esso. La potestade • ne tenne consi- 
glio. Arringatori v'ebbe assai. Tutti diceano che cortesia era 
a rimandarlo, più eh' a tenerlo. Un Melanese vecchio di gran 
tempo consigliò alla podestà, e disse così: come ci è l'astóre, 
cosi ci fosse lo 'mperadore, che noi li faremmo disentire *** di 

* Eedi, Annot. Ditir. 142. Il Du- • liberò. * battaglie campali, 
fresne mostra cavalierì di paraggio ' i negromanti tornarono al Con- 
esser quelli, che sono di gran paren- te di San Bonifazio. 
4-«^« - "osseggono nobiltà di san- • in ogni modo, 
schiatta da/ legisti detta ^ elesse, delegò. 
E uomo di alto paraggio, * rimandare, qua e appresso, non 
paraggio prova coli* auto- vale mandar di nuovo, ma semplice- 
icchi romanzi franzesi non mente mandare, 
iro^se non uomo di alto e * la signoria, 1 rettori della città, 
affare, di alta o di bassa '* Il testo del Borgh. ha: CJie noi 
{F.) li faremmo sentire di quello, ecc. {P.\ 
ibbidire, por ubbidire te. — tentìre e diaentire qui significano 



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NOVELLA x^ni. 25 

quello eh' elli fa al distretto di Melano. * Perch' io consiglio 
ohe non lì si mandi. Tornaro gli ambasciadori, e contaro 
allo 'mperadore, siccome consiglio n' era tenuto. Lo 'mperadore, 
udendo questo, disse : ' come può essere ? trovossi in Melano 
ninno che contradicesse alla proposta?' Risposero gli ai^ba- 
sciadori : messer sì. E che uomo fu ? Messere, fu uno vecchio. 
Ciò non può essere, rispose lo 'mperadore, che uomo vecchio 
dicesse sì grande villania. Messere, e pur fue. Ditemi, disse 
lo 'mperadore, di che fazione, * e di che era vestito? Messere, 
era canuto e vestito di vergato. ** Ben può essere, disse lo 'm- 
peradore, da che è vestito di vergato; che elli è matto. 



Novella XIX. 

Come lo ^mjperadoì'e Federigo trovò un poltrone * a una fontana; 
e ehieseli bere, e poi li tolse il suo bariglione. ^ 

Andando lo 'mperadore Federigo a una caccia con veste 
verdi, com'era usato, trovò un poltrone in sembianti® a pie 
d' ima fontana ; ed avea stesa una tovaglia bianchissima in 
sull' erba verde, e avea Suo tamerice • con vino, e suo mazze- 
ro *° molto pulito.** Lo 'mperadore giunse, e chieseli bere 

il medesimo, come vedere e diveóiere, 1* antica Somma PtsaneUa, detta il 

Altro esempio di disentire per ten- MaeHruzzo, ove noi lib. I cap. 24 si 

tire trovasi nell* Intelligenza^ poe- proibisce in questa guisa: « Qualun- 

metto attribuito a Dino Compagni, que cherico usa vestimento vergato, 

Stanza 121 : ovvero partito, pubblicamente senza 

« Pompeo, pensando di darli soccorso, cagione, s' egli è benefiziato, è so- 

Dipinto V' è, come fé parlamento speso da ricevimento de* frutti per 

Per diientir de la sua gente il corso.» mesi sei. » (if.) 
cioè, per sentire, per provare, per ta- • trovò un poltrone. Qui poltrone 

stare la inclinazione, 1* animo de* suoi vale uomo di vii condizione. (C.) 
soldati. ' bariglione, altri testi barlionCf 

* Distretto, voce propria toscana, voce antica, oggi barletta; vaso d;i 
«ìgnificante più che Contado; torri- portarsi a cintola per cammino. (C.) 
torio e dominio. E differenza ci ha ' un poltrone in temhianti; cioè, 
tra distrettuali e contadini. (B,) di vii condizione in apparenza : nn 

* Notisi la naturalezza, concisione uomo che sembrava di vii condizio- 
c rapidità di questo dialogo. (P.) ne. ((7.) 

' Cioè di rendere l'astore. * tamerice, cioè, un vaso del le- 

^ Di che fazione f Deriva fazione gno di tamerice, altramente detto 

dal francese fagon nella signmcazio- tamerisco, (M.) 

ne Sfaccia, cera, aria del voUo, (0.) *• e suo maxtiero: « Mazzero si dico 

' di vergato. Nota Saba da Ca- il pane quando è azzimo o mal lie- 

stiglione che il vestir di vergato si vite e sodo. * (Depnt. al Decam., 

disdiceva ad nom savio iA quel tem- face. 71.) H Borghini legge e suo 

pò. (C?.) — Che 1* abito di vergato mangiare. (0.) 

non fosse decente ad uomo serio e "Il Cod. Laorenz. legge: tameri' 

di consiglio si potrebbe dedurre dal- gè e mazero» 

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26 NOVELLA XIX. 

Il poltrone rispose : con che ti dare' io bere ? A qne'sto nappo 
non porrà' tu bocca. Se tu hai corno, * del vino io ti do vo- 
lentieri. Lo 'mperadore rispose : prestami tuo bariglione, ed io 
berrò * per convento, ' che mia bocca non vi appresserà. E lo 
poltrone l' il porse ; que' beve e tennegli convenente, * e poi 
non li le rendeo; anzi spronò il cavallo e fiiggio col bari- 
glione. 

Il poltrone avvisò bene le vestimenta da caccia che de' ca- 
valieri dello 'mperadore fosse. L' altro giorno andò alla corte. 
Lo 'mperadore disse agli uscieri: se ci viene un poltrone di 
cotale guis% faretelmi venire dinanzi, e non li fermate porta. * 
Il poltrone fue davanti allo 'mperadore. Fece suo compian- 
to * della perdita di suo bariglione. Lo 'mperadore li fece con- 
tare la novella più volte in grande sollazzo. Li baroni V udiano 
con gran festa. Allora lo 'mperadore gli disse : conoscerestù 
tuo bariglione ? Si, messere. Allora lo 'mperadore si '1 trasse 



*■ Vaso a forma di cornOf oppure 
nn vero corno ad uso di vaso, come 
portano ancora in alcuni paesi i cac> 
ciatori, i riandanti, ecc. (P.) 

* Il Borghini ed il Manni pongo- 
no herò: e qnesta è la comune orto- 
grafia che si conforma ali* infinito 
bere; ma, come abbiamo, oltre que- 
sto anomalo, anche irregolare he- 
vere, cosi può stare eziandio' herrd 
sincopato da hetaerò, alla guisa cbe 
da tenere si dice terrò, anzicbò te- 
nero, (P.) 

* per eonoento, dal latino eonoe- 
ntre, ridursi più persone in un luogo. 
— Bere per convento, è bore da molti 
col medesimo Taso; il che ciascun fa 
senza toccarlo con le labbra per ri- 
spetto degli altri. Nella Catalogna 
usasi anche oggidì dalla gente toI- 
gare ber per convento; e si fa in 
questo modo. Sopra una tavola, at- 
torno a ^ui raccogliesi la brigata, 
si mette un* ampolla grande empiuta 
di Tino e destinata a quest* uso. Non 
vi s*adoperan bicchieri; ma ciascun 
beo con la detta ampolla. Essondo 
vietato raccostarla alla bocca, si 
tiene in alto; e sporto un pò* in 
fuori il labbro inferiore, ricevesi in 
bocca il zampillo del vino eh* esce 
fuor pel beccuccio ; il che si fa da 
costoro con tanta destrezza, che ten- 
gono alle Tolte rampolla distante 
dalla bocca più d* una spanna senza 



spandervi una gocciola sola di Ti- 
no. {G.) — Gli esempi di ber per con- 
vento che il Manuzzi trae dal Binal- 
dino e dalle lettere di Fra Guittone 
provano che questa dizione ebbe tal- 
Tolta il significato tribuitole prima 
dal Redi e qui dal Colombo ; ma 
nella presente noTella non occorre, 
per mio avviso, di tanto sottiglìare, 
quando dalle stesse parole si può 
cavare un senso più semplice e na- 
turale. Convento, e secondo 1* antico 
Cod. Laurenziano, convenente^ Talgono 
convenzione, patto, S* intenda dunque 
il luogo così: io berrò a patto di 
non appressare le bocca alla bar- 
letta. Dante nella stessa significa- 
zione usò convegno (Inf. e. XXXII 
T. 185) : « Dimmi *1 perchè, diss* io, 
per tal coìwegno; ecc.» £*che cosi 
sia da intendere, si ritrae 'anche me- 
glio dalle parole che seguano : 2* Im- 
peratore tennegli convenente; cioò il 
patto: quando la prima interpre- 
tazione fosse Tera, si sarebbe detto 
in Tece: V Imperatore levette per con" 
vento^ al modo sopradotto. 

* il patto. 

* non li fermate porta. — Fer- 
mare, per chiudere, gallicismo usato 
anche dal Firenzuola nell* Àsino 
d* oro. (C.) — il Cod. Laur. legge 
eerrate, 

* mosse querela, si dolse ; frana 
eomplainte. 



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NOVELLA XIX. 



27 



di sotto, che sotto l' avea, per dare a divedere, eh' elli era ir- 
suto in persona. ^ Allora, per la nettezza di colui, li donò^ 
Lo 'mperadore riccamente. 



Novella XX. 

Come lo ^mperadore Federigo fece una quistione 
a duo savi, e come U guidardonò, 

Messer Fimperadore Federigo si avea due grandissimi 
savi ; r uno avea nome messer Bolgaro, e V altro messer Mar- 
tino. • Istando lo 'mperadore un giorno tra questi due savi^ 
r uno li era dalla destra parto e l' altro dalla sinistra. Lo 'm- 



*■ cV era stato lui in persona. 
* Qui si parla assolutamente di 
&tto accaduto airimperador Fede- 
rigo Barbarossa: cosa che merita 
annotazione, poiché passerebbe facil- 
mente sotto nome del ^ secondo Fe- 
derigo, e comincerebbe a yacillare 
l' istoria, — Vuoisi corredare quésta 
novella delle appresso stimabili me- 
morie, delle quali siamo tenuti al 
conte Gio. Maria Mazzuchelli : 

e Bulgaro, antico e chiaro giure- 
consulto, nobile bolognese, fu figliuolo 
di Alberto Bulgaro, e fioriva intorno 
alla metà del secolo XII. Attese alle 
leggi sotto la disciplina d* Imerio o 
Guamerio. In Bologna, ov'ebbe la 
sua casa dietro alle Scuole, la qual 
casa nel 1196 era abitata dagli An- 
ziani e Consoli di Bologna, ed ove 
nella corte detta de* Bulgari termi- 
nati furono vari dubbi in iure, inse- 
gnò le leggi. Suo competitore fu Mar- 
tino Gosio, altro giureconsulto della 
medesima scuola d* Irnerio ; e perciò 
si divisero gli scolari in due partiti, 
l'uno seguace di Bulgaro, e l'altro 
di Martino. Il nostro Bulgaro venne 
pur eletto per uno de' Consiglieri, e 
Vicario in Bologna di Federigo Bar- 
barossa imperadore, nel 1166, nelle 
cause di appellazione eccedenti la 
somma di 25 lire di Bologna; e in 
tale magistrato, di tanta equità si 
fece conoscere fornito, che le sue 
sentenze ne' casi dubbi pronunciate, 
ebbero in tutta l'Italia vigor di 
legge.— Avendo presa moglie, que- 
sta lo rendette padre di diversi 
ilgliuoli^ 1 quali essendogli premorti, 



nel mancargli di vita l'ultimo di 
grande aspettazione, e che avea cu- 
mulate non poche ricchezze, si vuole 
che prorompesse in quel verso : e Ch'- 
dine mutato succedisi Bulgare, nato. > 
Mortagli anche la moglie, restituì la 
dote al padre di essa per confermare 
l'opinione sua con vigor sempre soste- 
nuta centra il mentovato Martino; 
cioò che la dote della moglie pre- 
morta al marito, benché avesse la- 
sciata prole, dev'essere renduta a 
quello da cui l' aveva il marito ri- 
cevuta; sacrificando così alla sua 
opinione il proprio interesse, ed evi- 
tando la taccia, che da Martino po- 
teva aspettarsi, o di sordida avari- 
zia, di falsa dottrina ; il quale 
esempio tuttavia seguir poscia non 
volle in simil caso Alberico suo sco- 
lare. — La sua morte seguì il primo 
di gennaio^ ma intorno all'anno di 
essa sono assai discordi fra loro gli 
autori. Egli volle essere seppellito in 
un sepolcro di fronte a quello di 
Martino, per essere anche in morte 
contrapposto a quello, a cui era stato 
in vita contrario. » {M.) — Il Ti- 
raboschi pone la morte di Bulgaro 
all'anno 1166, come narrano Mat- 
teo Griffoni e Francesco Bartolom- 
meo della Pugliola scrittori antichi, 
e degni perciò di fede più che altri 
moderni storici, i quali scrivono di- 
versamente. Egli non fa motto sulla 
circostanza del sepolcro, riputandola 
forse una di quello novellette esage- 
rate che taluno spaccia intorno alle 
gare de' giuristi, irritabili qualche 
volta quanto i poeti. (PJ . 



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28 NOVELLA XX. 

peradore fece loro una quistione, e disse: signori, secondo la 
vostra legge, posso io a' sudditi miei tórre a cu' io mi voglio, 
e dare ad un altro, senz' altra cagione a ciò, eh' io sono si- 
gnore, e la legge dice che ciò che piace al signore è legge 
intra' sudditi suoi ? Dite se io lo pocso fare, poiché mi piace. 
L' uno de' due savi rispose : messere, ciò che ti piace puoi fare 
di quello de' sudditi tuoi senza neuna colpa. L' altro rispose, 
e disse : così, messere, a me non pare ; ^ciò che * la legge è 
giustissima, e le sue condizioni si vogliono giustissimamente* 
osservare e seguitare. Quando voi togliete, si vuole sapere per- 
chè, ed a cui date. Perchè l' uno savio e V altro dicea vero, e 
però donò ad ambedue. All'uno donò cappello scarlatto* e 
palafreno bianco. Ed all' altro donò che facesse una legge a 
suo senno. Di questo fue quistione tra' savi, a cui avea più 
riccamente donato. Fu tenuto eh' a quelli che avea detto che 
poteva dare e tórre come li piacea, sì lì donò robe e pala- 
freno come a giullare, però che V avea lodato. ' A colui che 
seguitava giustizia, si diede a fare una legge.^ 



Novella XXL 

Come il Saldano^ donò a uno dugenio marchi, 
e come il tesoriere li scrisse, veggente lui, ad uscita. 

Saladino fae soldano, nobilissimo signore, prò' * e largo. ^ 
Un giorno donava a uno dugento marchi, che li avea presen- 
tato un paniere di rose di verno a una stufa.® E '1 tesoriere 

* perciocché. za; il che noa è ben chiarito nella 

* Il testo del Borghini ha cap- novella. Anche 1* incombenza di fare 
peUo di scarlatto. Questa voce può una legge si conviene coir autorità 
«sser posta come sostantivo, e come di vicario attribuita a Bulgaro ; e il 
addiettivo. (P.) dono del palafreno si combina col 

' qui vale lusingato, advlato, racconto del Morena, adottato dal 

* Il Tiraboschì raccoglie dalla Muratori, che Federigo donasse a 
storia de' professori di Bologna ^he Martino il destriero medesimo ch'egli 
Bulgaro ebbe a sostenere grandi con- solea cavalcare. (P.) 

tese con Martino, singolarmente in- * sultano. 

tomo a' diritti imperiali, che da que- • prode, valoroso. 

sto erano estesi ed Ampliati fuor di ^ Sul bel primo della presente 

misura, mentre Bulgaro ristringevali novella si fa il carattere del Sala- 

entro certi confini ; sopra di che ven- dino soldano, simile a ciò che ne 

nero più volte a questione innanzi scrisse il Sozomeno pistoiese all' an- 

al medésimo Federigo. Ciò serve a no lldétcon aire KSoladinussóldantf 

conoscere precisamente qual dei due vir magnificus, strenuus, largus, » (M.) 

savi tenesse l' una o 1* altra senten- • stanza riscaldAta, tepidario. In- 



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NOVELLA XXI. 29 

SUO davanti li scrivea ad uscita: iscorseli la penna, e scrisse 
trecento. Disse il soldano : che fai ? Disse il tesoriere : messe- 
re, errava ; e voUe dannare * il sopra più. Allora il soldano 
parlò : non dannare : scrivi quattrocento. Per mala ventura, • 
se una tua penna sarà più larga di me.' 

Questo Saladino, al tempo del suo soldanató, * si ordinò 
una triegua * tra lui e' Cristiani, e disse di voler vedere i no^ 
stri modi, e se li piacessero, diverrebbe Cristiano. * Fermossi 



tendi perciò un paniere di rose fatte 
fiorire di verno al calore della stnfa. 

* dannare, proprio delle partite, 
e de' conti, quando s'è fatto il sal- 
do ; oggi cancellare, e fregare, Bocc : 
« E perciò dannerai la mia ragione. » 
Ma quando la scrittura era per error 
fatta, usavano frego torto, e diceano 
dannare a eer^iceUa. {B,) 

* 91Ì terrei a sventura, se ecc. 
E come ora si direbbe : Non sarà 
mai detto cbo la tua penna sia piti 
liberale di me. 

* Nel testo del Borghini questo 
racconto si legge diversamente, co- 
me segue: 

< Lo Saladino fa soldano, e fu 
nobilissimo signore, prode e largo. 
Avvenne che ad una battaglia prese 
un cavaliere francesco (cioè francete) 
con altri assai. Io qual francesco li 
venne in grande grazia tra gli altri. 
Gli altri tenea in prigione, e costui 
di fuori con seco; e vestialo nobile- 
mente, e non parca che lo Saladino 
sapesse fare senza lui, tanto l'ama- 
va. Un giorno avvenne che questo 
cavaliere pensava fortemente fra se 
medesimo. Lo Saladino se n'avvide: 
fecelo chiamare, e disse che volea 
sapere di che stava còsi pensoso. E 
quegli non volendo dire, lo Saladino 
d|8S6 : tu pure il" dirai. Lo cavaliere 
vedendo che non potea fare altro, 
disseglì: messere, a me sovviene di 
mia gente, e di mio paese. E lo Sa- 
ladino disse: poiché tu non vuogli 
dimorare con meco, sì ti farò grazia, 
e lascerotti. Fece chiamare suo te- 
soriere, e disse : d&lli duemila mar- 
chi d'argento. Lo tesoriere dinanzi 
da lui sì scrivea in escita: scorseli 
la penna, e scrisse tremila. Disse il 
Saladino: che fai? Disse il tesorie- 
re: messere, io errava; e volle dan- 
nare il soprappiù. AUora il Saladino 



parlò: non dannare; scrivi quattro- 
mila. Per mala ventura se una tua 
penna sarà più larga di me. » 

Nota il Borghini che da questa 
novella trasse il Boccaccio la sua 
di messer Torello e del Saladino; se 
pur non bassi a dire che più scrit- 
tori posero in carta una medesima 
narrazione che prima correva per le. 
bocche del popolo. (P.) 

* quando era Soldano. 

" Ci rammenta Giovanni Mariti 
nel tomo Vili de' suoi Viaggi, al- 
l' anno 1186, una tregua stata trat- 
tata per pochi mesi, da finire d'aprile 
di quell' anno, che poi fu prolungata 
per altri tre anni {M,) 

* Se non di questa disposizione 
così manifesta, almeno d'una certa 
propensione riverenza del Saladino 
per il Cristianesimo, par che faccia- 
no testimonianza le antiche memo- 
rie. Nella vita diluì scritta in arabo 
da Bo badino figlio di Sjeddano, e 
pubblicata dal celebriB Schultens, si 
riferisce che dopo la pace conchiusa 
ad Ascalone, accorrendo i Cristiani a 
visitare il Santo Sepolcro, il Sala- 
dino li riceveva « appoaitia mensia, quaa 
exporrectua vultua aermoque cum eia 
exhilarabatf > dicendo di più, « quum 

.populi e longinquo confluaerint ad 
locum hunece aancium ven&randutn, aibi 
religioni eaae eoa arcete, > Anzi, se cre- 
diamo a Lorenzo Buonincontri nella 
Storia della Sicilia, citata dal Manni, 
« erat Saladini animua Gkriatiania ffie- 
roBÓlymam restituere. » Dante lo colloca 
nel prato di freaoa verdura (Inf. IV), 
ma in una specie d'isolamento: <E 
solo in parte vidi il Saladino. > Di 
che Benvenuto da Imola assegna per' 
ragione, cgwia iUe aólua inieraara-- 
cenoa poHaaime videtur dignua fama: 
omnibua enim aaraeenia videtttr eri' 
puiaae virtutem, etc. » CP.) 



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80 NOVELLA XXI. 

la triegua. Venne il Saladino in persona a veder la costuma * 
de' Cristiani. Vide le tavole ' messe per mangiare con tovaglie 
bianchissime ; lodolle molto. E vide l' ordine delle tavole, ove 
mangiava il Re di Francia, partite dalP altre; lodoUo assai. 
Vide le tavole ove mangiavano i maggiorenti ; • lodolle assaL 
Vide come li poveri mangiavano in terra umilmente e vil- 
mente. Questo riprese * forte, e biasimò molto, che gli amici 
del loro Signore mangiavano più vilemente e più basso.* 

Poi andaro li Cristiani a vedere la costuma loro. Videro 
«he li Saracini mangiavano in terra assai laidamente.^ Il sol- 
dano fece tender suo padiglione assai ricco là dove elli man- 
giava, ed in terra fece coprir di tappeti, i quali erano tutti' 
lavorati a croci ispessissime.*^ I Cristiani stolti intraro dentro, 
andando con li piedi su per quelle croci, sputandovi suso, 
sicome in terra. ® Allora parlò il soldano, e ripreseli fortemen- 
te : voi predicate la croce, e spregiatela tanto ? Cosi pare che 
voi amiate vostro Signore Iddio in sembianti di parola, ma 
non in opera. Vostra maniera non mi piace. Buppesi la trie- 
gua, e cominciossi la guerra la quale ancora non ha fme.* 



* Oggi 8i direbbe solamente co- 
ttume coetumanza* Ma però eoetuma 
si trova in altri classici; e basti 
Dante per tatti (Inf. e. XXIX): 

< E mccolò che la costuma ricca 
Del garofano prima discoperse. » 

Quanto al viaggio del Saladino, 
blenni vogliono che passasse priva- 
tamente anche per 1* Italia, ma col 
«olo fine d* osservare l'apparecchio 
<,he ì Cristiani facevano per racqui- 
eto di Terra santa. {P.) 

^ Il Cod. Lanr. taule in tutta la 
noveUa. 

* maggioretai , nomini princi- 
pali. (M.) 

* disapprovò. 

' Si direbbe che 1* autore di que- 
sto racconto ebbe presente quel luo- 
go de* santi Libri, dove T apostolo 
Giacomo, perorando con amabil fa- 
condia la causa de' poveri presso le 
radunanze de' fedeli, dice fra l'altre 
cose: e Si introierit in eonvwtum ve- 
€trum vir ata^eum annulum habena in 
veste candida, introierit autem et 
pm^ in Mrdido habitu; et intendor 



tie in eum qui indutua est veste prcc 
Clara, et dixerkis ei: Tu sede hio 
lene; pavperi autem dùsatis : Tu sta 
iUie; aut sede sub scabeUo pedum 
meorwn: nonne judicatis apud vos- 
metipsos, et facti estis Judices cogita- 
tionum iniqwirumt Audite, /ratres 
mei dilectitsimi, nonne Deus degit 
pauperes in hoc mundo, divites in 
JidR, et hceredes regni, quod r^pro' 
tnisit Deus diligentibus set Vos autem 
exhonorastis pauperem. » £pist.cathoL 
cap. 2. (/».) 

* bruttamente^ sconvenevolmento. 

* fittissime. , 

* Damiano a Goez nel trattato 
De JEthiopum moribus : « Prohtbitum 
est apud nos, ne aut gente», avit ca^ 
nes, au* alia hujusmodi ammalia in 
tempia nostra iwtrewt eie.- néc spues in 
ipso tempio etc.9 {M,) 

* Se probabilmente questo rac- 
conto è finto, è pur vero che trop- 
po spesso la discordanza fra la leg- 
ge ed il costume fa meritare a' Cri- 
stiani quel profetico rimprovero: 
« Nomen Dei per vos llas^enatut inter 
Gentes, » (P.) 



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ai 



Novella XXTT. 
Qui conta d^ un borghese di Francia^ 

Uno borghese* di Francia avea una sua moglie molto 
bella. ' Un giorno era a una festa con altre donne della villa ; 
ed avevavi una riccamente vestita la quale era molto sguar- 
data dalle genti. E la moglie del borghese diceva infra sé me- 
desima : se io avessi cosi bella cotta ' com' ella, io Sjarei^altresi 
sguardata com' ella ; perch' io sono altresì bella come sia ella. 
Tornò a casa al suo marito, e mostroUi cruccioso sembiante.* 
Il marito la domandava sovente, perchè ella stava crucciata. 
E la donna rispose : perch' io non sono vestita si che io possa 
dimorare con Y altre donne. Che a cotale festa l' altre donne, 
che non sono così belle com' io, erano sguardate, ed io no per 
mia laida cotta. ^ Allora suo marito le promise, del primo 
guadagno che prendesse, di farle una bella cotta. Pochi giorni 
dimorò che venne a lui uno borghese, e domar doUi dieci mar- 
chi in prestanza. Ed offersegline duo marchi di guadagno * a 
certo termine. Il marito rispose : io non ne farò per neente ; 
però che l' anima mia ne sarebbe obbligata'' allo 'nfemo. E la 
moglie rispose : ahi disleale, traditore, tu il fai per non farmi 
la mia cotta. Allora il borghese, per la puntura della moglie, 
prestò r ariento a duo marchi di guidardone, ^ e fece la cotta 
a sua moglièra. ® La moglie andò al monistero con l'altro 
donne. 

In quella stagione vi era Merlino. Ed uno parlò, e disse: 
per San Gianni, quella è bellissima dama. E Merlino il sag- 
gio profeta parlò, e disse : veramente è bella, se i nemici di 
Dio non avessero parte *® in sua cotta. E la dama si volse, e 

• Propriamente, abitatore di horgo, etesso, yergognosa. Ed in molte altra 
ma anche per estensione, di città maniere si usa. (J?.) 

(villa). Onde "borghese Tale qm: citta- ' d'interesse, di usura. 

dine non patrizio. ^ ne sarebbe costretta eondan- 

• n testo Borgliini: wma. nata airinfemo, dal lat.o6K^ort.0v.I, 

• cotta dicevasi una sorta di ve- Trist. Eleg. 2 : « ohligor ut tangam 
ste, piuttosto una sopravvesta o loivi fera litora Ponti. > 

manto da donna. Cosi cotta d'arme • Abbiamo già Tìsto guidardone 

era la sopravvesta che portavano gli in significato di jpremioj poi di me- 

araldi. (P.) rito, e ora di guadagno od usura, 

*gli fece muso, gli 8i mostrò im- • moglièra e mogliìre, come leggd 

broncita. il Cod. Palat., sono voci anticate piìi 

' laido, brutto, malfatto, sozzo, prossime al latino midier muHere, 

Altrove: Laide novelle, triste. Laido onde, insieme a moglie, derivano. 

servaggio. Laida cosa l pianger el *• non partecipassero alla sua 



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32 NOVELLA xxn, 

disse : ditemi, sire, * come i nemici di Dio hg,nno parte in mia 
cotta. Kispose: dama, io lo vi dirò. Membravi' quando voi 
foste a cotal festa, dove l' altre ^ donne erano sguardate più 
che voi, per vostra laida cotta ? E tornaste a vostra magione, 
e mostraste cruccio ' a vostro marito ? Ed eUi impromise di 
farvi una cotta del primo guadagno che prendesse ? E da ivi 
a pochi giorni venne un borghese per dieci marchi in presto 
a duo marchi di guadagno, onde voi v' induceste vostro ma- 
rito? E di si malvagio guadagno è vostra cotta. Ditemi, dama^ 
se io fallo di neente. Certo, sire, no ; rispose la dama. E non 
piaccia a Dio nostro, sire, che si malvagia cotta stia sor me> 
E veggente tutta la gente, ' la si spogliò. E ptegò Merlino 
che la prendesse a diliverare ^ di si malvagio periglio. 



Novella XXIII. 
Qai conta cPimo grande Moado a cui ftf detta villania J 

Uno grande Moado andò ad Alessandria et andava un 
giorno per sue bisogne per la terra, ed un altro li venia di 
dietro, e dicefali molta villania, e molto lo spregiava; e quelli 
non faceva ninno motto. Ed uno li si fece dinanzi, e disse : 
oh che non rispondi a colui che tanta villania ti dice? E quelli 
sofferente rispose, e disse a colui, che li dicea che rispondes- 
se: io non rispondo, perch'io non odo cosa che mi piaccia. 

eotta, non la possedessero insieme nunzia ritengono. Dicono ancora li- 

con lei. verare, {B,) — Sono voci tutte simili 

* «re, titolo che in generale equi- alle francesi ddivrer liberare, deli- 
valeva a signore. Oggi è proprio so- vrance liberazione. (P.) 

lamente dei Re. (P.) ' Questo grande Moado e saggio 

• rimembravi; vi rammentate di par che prendesse esempio dal Sal- 
qnando ecc. ' broncio. mista: <Ego avJtem tamquam aurdu» 

* ior me, cioè, sopra me, indosso, non audiebam, et ncut mutua non ape- 
Sor e 8ur, lo stesso che il sur dei n'erta os atmm, > Sul qnal luogo Gas- 
Francesi. Qualche moderno ha vo- siodoro scrive: cJViAtZ 2)oÉe«e ceec /or* 
luto far rivivere quest'antica ma- titL8,nihilegregiua,quam audire noxia, 

' niera nel concorso d' altra vocale, et non reapondere contraria» » Fu an- 
cora© sarebbe aur un legno: ma si che insegnamento d*Ovtdio :< Cerfe re- 

' può scrivere più semplicemente au pugnarla, cedendo victor aòibìa, > Un 

d^un legno, aopra un legno, (P.) filosofo, che in conversazione d'al- 

■ in presenza di tutti. cuni giovani non parlava, doman- ^ 

• diliverare per dUiberare. Così dato del perchè, disse e Perchè i vo- * 
alj;rove diliveranza, e diliverrò. BqV , stri ragionamenti a me non piaccio- 
spesso si cambiano: «oce, 5occ. Icon- no, ed i mici a voi non pìacereb- 
tadini vicini a Firenze questa prò- boro. > (Jf.) 



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Novella XXIV. 
Qui eonta della costuma^ die era nello reame di JEVancia. 

Costuma era nel reame dì Francia che l'uomo che era 
degno d'essere disonorato e giustiziato,* si anda^ in sullo 
carro. E s' avvenisse che campasse la mof te, mai non trovava 
chi volesse usare* né stare con lui per ninna cagione. Lan- 
ciaUotto,^ quand' elli venne forsennato per amore della reina 
Ginevra, si andò in suUa carretta, e fecesi tirare per molte 
luogora;^ e da quello giorno innanzi non si spregiò più la 
carretta: che le donne e li cavalieri di gran paraggio'^ vi 
vanno ora su a sollazzo. Ohi mondo errante, ed uomini sco- 
noscenti^ e di poca cortesia, quanto fu maggiore lo Signore 
nostro che fece il cielo e la terra, che non fu Lancialotto che 
fu un cavaliere di scudo,® e mutò e rivolse così grande co-/ 
stuma nel reame di Francia,, che pra reame altrui! E Gesù> 
Cristo nostro signore, perdonando a' suoi ofienditori, non 
potè fare che ninno uomo perdoni.*'* E questo volle e fece nel 
reame suo a quelli che '1 posero in croce: a coloro perdonò, 
e pregò il padre suo per loro ! 

*. costumanza. 

■ Il Borghini legge guatto, che si- 
gnifica pure giustiziato, siccome egli 
nota con altro esempio del Boccaccio: 
« Pregò colai che<a guastare il me- 
nava. > (P.) 

^ si va, si mena. Forma antiquata 
ma regolare del verbo andare: andò, 
andi, anda. Dante, Inf., e. IV, v. 33: 
< Or vo* che sappi, innanzi che più 
andi. > 

* conversare, bazzicare con lui. 
' I nomi di Lancellotto del Lago, 

e della reina Ginevra sono famosi 
ne' romanzi cavallereschi. Qui s* in- 
sinua il togliere le false opinioni, che 
ritiene dannosamente il volgo, giusta 
il sentimento di Aristotile : € Magna- 
nimua curai veritatetn magi», qnam 
opinionem. » [M,) 

* molti luoghi. 
' legnaggìo. 

' privi di conoscenza, rozzi, igno- 
ranti. 

* cavaliere di scudo. 6io. Villani, 
lib. 9: < Ruberto di Brasco, cavaliere di 
scudo^ttosl re degli Scoti. » Furono 
in lÈfflm otà cavaUeri di teudo, &a- 



^t'i'V 



gnati, di corredo, handere8iJl&^ ^SjjL 
d'altri nomi. [B.) — Cc^^èr^ti 
ecudo (dice Franco Sac^Bti) son 
qylli che son fatti caìl|^ri o da 
pcl^oli da signori, e vanno a pi- 
gliare la cavalleria armati, e con la 
batbuta in testa. (P.) 

*' Il buon narratore, moralizzan- 
do sopra il suo racconto, mirò in 
particolare al costume del suo se- 
colo frequentemente agitato dallo 
spirito di vendetta. Nel testo del 
Borghini la riflession morale è scam- 
biata colla seguente. 

« Ahi mondo errante, ed uomini 
sconoscenti e di poca cortesia ! Lan- 
cialotto fu un cavalier di scudo; 
mutò e rivolse cosi grande costuma 
nel reame di Francia, che era reame 
altrui : e non si trova modo per li 
Signori ne* reami loro a mutar la 
mala usanza delle parti, e a fare che 
gli uomini perdonino, e stiano insie- 
me in pace, e non vadino cosi par- 
teggiando? » {PaHeggiandoy Dante: 
€ Ed un Metel diventa Ogni villan 
che parteggiando viene, > e non ^ar- 
Hgian diviene,) (B.) 



U mvellino. 



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34 



N^OVBLLA XXV. 

Qui conta come un ca/oàliere di Lombardia dispese ^ il sm. 

Uno cavaliere di Lombardia era molto amico dello 'mpera- 
dore Federigo, ed avea iaome G.,* il quale non avea reda 
ninna;'* bene avea gente di suo legnaggio. Posesi in cuore di 
volere tutto dispendere alla vita sua,* sì che non rimanesse 
il suo dopo lui. Istimò'* quanto potesse vivere, e soprappo- 
sesi® bene anni dieci. Ma tanto non si soprappose, che dispen- 
dendo e scialacquando il suo, gli anni sopravvennero, e so- 
perchiolli tempo,^ e rimase povero, che avea tutto dispeso.® 
Posesi mente nel povero stato suo, e ricordossi dello 'mpera- 
dore Federigo; che grande amistade avea avuta con lui, e 
nella sua corte molto avea dispeso e donato. Propesesi d'an- 
dare a lui, credendo che V accogliesse a grandissimo onore. 
Andò allo 'mperadore, e fu dinanzi da lui.^ Domandò chi 
e' fosse, tutto che bene lo conoscea. Quegli li raccontò suo 
nome. Domandò di suo stato. Contò lo cavaliere come gli era 
incontrato, e come il tempo gli era soperchiato. Lo 'mpera- 
dore rispose: esci di mia corte, e sotto pena della vita non 
venire in mia forza,** imperò che 'tu Be' quelli che non volei 
che dopo i tuoi anni ninno avesse bene^ 

* computò, fece il couto. 
' e al conto fatto, aggiunse an- 
cora dieci anni. 

' gli avanzò tempo; finirono gli 
anni che aveya computato di vivere, 
e 6i trovò a non aver più nulla. 

* Altro testo legge diaperso. In 
simil pericolo di rimaner mendico in 
vecchiaia, dicesi che passava i suoi 
anni Salvator Rosa; ma per esserne 
stato avvisato, o riconvenuto da uno 
sciocco suo servo, si mise a prov- 
vedere alle necessità dell'età gra- 
ve. (Jf.) 

* Notate se in più concisi ter- 
mini esprimere si poteva V andare 
alla corte, e il presentarsi all'udien- 
za dell'Imperatore. Questa osserva- 
zione si potrebbe ripetere le cento 
volte. Qual differenza fra questa eco- 
nomia del dire e il vaniloquio di 
certi storici e novellatori che hanno 
rubata la somma lama d' eloca- 
zione! {P,) 

" nel mio dominio. 



^ consumò. 

' Nota il Manni; qual costarne de- 
gno di biasimo, questo abbreviare 
colla sola prima lettera gì' interi 
nomi. Ciò sarebbe comodo e regolare 
quando, per convenzione degli scrit- 
tori, ognuna di tali sigle avesse un 
valóre determinato; come presso i 
Bomani L. dinotava costantemente 
Luciwtf M. Marcus, M* Maenius, T. 
Titu8,TL Tiberìu8ySKB^Seniua,e(i. (P,) 

* reda per erede, voce comune a 
molti scrittori. Oggi sarebbe spiace- 
vole ed affettata. Ha qualche volta, 
come in questo luogo, la particolare 
significazione di figliuòlo o diecen- 
dente. Il testo del Borghini dice con 
frase più aperta: < Non avea erede 
che suo figliuolo fosse. » (P.) 

* aUa vita sua, in vita sua, nel 
tempo di sua vita. Cosi nelle Vite 
de' SS. Padri, lib. I: « Questo Ammo- 
ne... era molto famoso di santità per 
li molti miracoli che Dio fece per lui 
a sua vita. > (P.) 



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Novella XXVI. 
Qui conta d' un novellatore di messere AzsoUno,* 

Messere Azzolino avea uno suo novellatore, il quale facea 
fovolare;' quando erano le notti grandi di verno. Una notte 
avvenne che il favolatore avèa grande talento ' di dormire ; ed 
Azzolino il pregava che favolasse. Il favolatore incominciò a 
dire una favola d' uno villano eh' avea suoi cento bisanti.* Il 
quale andò a uno mercato a comperare berbici,* ed ebbene 
due per bisante. Tornando con le pecore sue, uno fiume, 
eh' avea passato, era molto cresciuto per una grande pioggia 
che venuta era. Stando alla riva,* vide uno pescatore povero 
con un suo burchiello"^ a dismisura picciolino, si che non vi 
capea* se non il villano ed una pecora per volta. Allora il 
villano cominciò a passare con una berbice • e cominciò a vo- 
gare : lo fiume era largo. Voga, e passa.*^ E lo favolatore restò' 
di favolare. Azzolino disse: va' oltre.** E lo favolatore rispose; 
lasciate passare le pecore, e poi racconterò" il fatto. Che le 
pecore non sarebbeno passate in uno anno, si che intanto 
potè bene ad agio*' dormire. 



• Si dee intendere il tiranno di 
Padova Ezelino da Romano, come in 
diverso modo è denominato - per la 
signoria che sostenne di sì fatto luo- 
go nella Marca Trevigiana. Doveva 
per avventura prendersi spasso co' 
novellatori, quando non incrudeliva 
si fattamente, da spaventar collo 
sguardo, come seguiva. (M.) 

• dal lat. fahìdari, favoleggiare, 
raccontar favole o fole. 

' voglia; ' ♦ 

• Moneta antica, così detta da 
Bisanzio, già sede dell'impero greco. 

• I Latini dissero vervexy herhex 
ed anche herhix, onde i nostri an- 
tichi trassero herUce, pecora. Ai 
Francesi è rimasto hrèbta. (P.) 

• n testo del Borghini qui ag- 
«^iimge: hrigosn d'aceimre in questo 



modo, che vide ecc. Acdvire, voce an- 
tica, vale : provvedere, procacciare, 
trovar modo di fare, o d'avere; sic- 
come spiega la Crusca. (P.) 

' diminutivo di durckio^ navicello 
da fiume. 

" dalla voce antica eaph-e si ha 
capea; ora da capire^ capta, 

* In altro manoscritto ver», 
vice. (M,) 

*• Qui pur notate, oltre la solita 
sobrietà della frase, la mirabile na- 
turalezza ed evidenza con cui la nar- 
razione s' allenta e si tropea in boc- 
ca all'uomo cascante di sonno. (P.) 

" Nel testo del Borghini: Che 
faif via oltre, (P.) 

" Nel testo medesimo : poi oom- 
t^emo. (P.) 

** a tutto SUO comodo. 



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Novella XXVII. 
Belle beile vakntie di Biccardo Logherdo delV lUa.^ 

Riccardo Loghercio fu signore dell'Illa, e fu grande gen- 
tiluomo di Provenza e passò tutti li uomini di Provenza di 
grande arditezza e fu prò' ad ismisura.' E quando i Saracini 
vennero a combattere la Spagna, elli fu in quella battaglia 
che si chiamò la Spagnata, e fu la più perigliosa battaglia 
che fosse da quella di Trojani e di Greci in qua. Allora erano 
li Saracini in grandissima moltitudine, e con molte genera- 
zioni di stormenti; ' sì che Riccardo Loghercio fu il conduci- 
tore della prima battaglia. E per cagione che li cavalli non 
si poteano mettere avanti per lo spavento* delli stormenti, 
sì comandò a tutta sua gente che volgessero le groppe de' ca- 
valli alli nemici; e tanto recularo^ i cavalli, che fìie tra' ne- 
mici. Poi quando fu mischiata * tra' nemici così retriculando,'' 
ed elli ebbe la battaglia davanti, venne uccidendo a destra ed 
a sinistra, sì che misero i nemici a distruzione. 

E quando il conte di Tolosa si combatteo col conte di Pro- 
venza altra stagione,* sì dismontò del destriere Riccardo Lo- 
ghercio, e montò sun un mulo ; e '1 conte disse : che è ciò, 
Riccardo\? Messere, vo' dimostrare eh' io non ci sono ne per 
cacciare,* né per fuggire. Qui dimostrò la grande franchezza,**' 
la quale era nella sua persona oltre ^^ gli altri cavalieri. 



*■ Se si dee leggere di Lilla, sarà 
quel che in latino si appella Inmlce, 
nna delle principali città deHa Fian- 
dra. (Jfef.) — Non era però scritto erro- 
neamente ddL*Illa deV lUa^ perchò 
appanto i Francesi dovevano scrivere 
de Vlsle de VJUe. (P.) 

* valorosissimo. 

' etwrmento, antica metatesi di 
fitromeiUo. Par che T usassero più 
vv)lentierì, parlando d'istrumenti mu- 
sici, forse per qjialche relazione collo 
stormire, [P.) 

' * I dne God. della Nazionale di 
Firenze leggono eovento, 

' Tutto simile al recder, che 
troppo spesso ricorre negli scritti 



de' Francesi, per la povertà del loro 
linguaggio. Noi possiamo rendere sen- 
za ignobilltà la medesima idea con 
arretrareif indietreggiare, farai o ti- 
rarsi indietro, ecc. — Il testo del 
Borghini legge rincularo e rinculati- 
do, (P.) 

• mischia. 

' Così con novo, ma significativo 
vocabolo legge V antico ed autore- 
vole Cod. Laurenz. e vale : rinculan- 
do, retrogradando. 

• altra volta. 

• dar la caccia, inseguire. 
" bravura. 

" Il Cod. Laurenz. oltre e%«, e sta 
pur bene per più che. 



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37 



Novella XXYIff. 
Qui conta una novella di messere Iniberàl dal Balzo. 

Messere Imberal dal Balzo, grande castellano di Provenza, 
vìvea molto ad algara ' a guisa ispagnuola ; * e ano filosofo 
eh* ebbe nome Pitagora fue di Spagna e fece una tavola ' per 
astronomia, a la ^uale secondo i dodici segnali * erano ^ molte 
significazioni d' animali: quando gli uccelli s* azzuffano: quando 
l'uomo® trova la donnola nella via; quando lo fuoco suona: 
e deUe ghiandaje e delle gazze e deUe cornacchie, e così di 
molti anhnaH molte significazioni, secondo la lunaJ E così 
messer Imberal, . cavalcando un giorno con sua compagniai 
andavasi prendendo guardia di questi uccelli, però che si to- 
rnea d' incontrare algure.^ Trovò una femina in cammino; do- 
mandoUa, e disse : dimmi, doima, se hai questa mattinata ve- 
duti di questi uccelli grandi, siccome cerbi, cornille ^ o gazze ? 
E la donna rispose : signier, ie vit ^^ una cornacchia in su uno 



* staya molto in sugli augurii — 
alffura od agura, Yoce antica per aw 
gurio. Ci resta nel composto scicb- 
ffura. (P.) 

' Il Cod. Lanrenz. cid algural 
gwUa ispagnuola. 

* Questa propria lezione mostra 
falsa quella del Borghini e del Manni: 
Fece una favola. (JP.) 

* dello zodiaco. 

' a la quale erano, detto sUa 

latina: cui erant. 

* n Cod. Laur. uno, 

' H Crescimbeni dice che questo 
Imiterai o Beraldo ebbe, da un medico 
catalano, che stara in quel tempo 
al serrizio del Conte di ProTenza, 
alcuni libri in lingua araba, che trat- 
tavano d' astrologia, e particolar- 
mente Alboazen Haly figliuolo d*Aben 
Begel arabo, Del giudizio delle Stelle, 
il quale era tradotto in lingua spa- 
gnnola, o catalana. Osserva il Manni 
che dalla presente novella si potrebbe 
arguire che Imberal facesse pure 
suo studio super verisBÌmia temporum 
gignii, e specialmente super et», quoB 
aceipiuntur a luna, sivvero ah avi" 
bus, et animalibus i^tivo inatìnctu; 
onde in Geremfa si legge : < Milvue 
in Oddo cognovit tempua euum, turtur, 



et hirundo, et dconia eustodierunt 
tempua advenlua sui. » Ma per altro, 
se doveèsimo credere ciò che narra 
il medesimo Crescimbeni, fondato sui 
racconti del Nostradamus, quel ca- 
stellano e poeta sarebbe senza dub- 
bio trascorso in osservanze vane e 
superstiziose, a tal segno da perdere 
la vit^ per una forte apprensione 
concepiia^pel canto d* un uccello ne- 
gro, il quale venne a posarsi sopra 
il tetto d* una casa, dirimpetto alle 
finestre del suo palazzo, mentr*egli 
stava desinando in compagnia della 
moglie, e de* gentiluomini di sua 
corto.Imberal morì giovane, intorno 
air anno 1229, dimorando in Mar- 
siglia. (P.) 

* Il Cod. Laur. legge : ai tenea di 
controre aguri, £ questa reputo la 
Vera lezione^ sebbene i codd. meno 
antichi abbiano, come nel testo vol- 
gato. E deesi intendere: scansava 
di attrarre, di tirarsi addosso maU 
augurii. • 

• corniUe, pare sincope del latino 
comicviaf cornacchietta. £ simile al 
francese eomeille, (P.) 

" Mostra parte del linguaggio di 
quel tempo e di quel paese. £ cosi 
appresso. (P.) 



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38 HOVBLLA xxvra. 

ceppò di salice,* Or mi di', donna, verso qual parte tenea volta 
Bua coda? E la donna rispose: cosa? su' coda, signier? ella 
tenea sua coda volta verso '1 cui, signier.* Allora inesser Im- 
beral temeo l'algura, e disse alla sua compagnia: canveng'a 
dieu, qui non cavalcherai ni huoi ni deman a questa algwra,^ 
E molto si contò poi la novella in Provenza, per novissima* 
risposta ch'avea fatto, senza pensare, quella femina. ^ 



Novella XXIX. 
(hme due nobili cavalieri ^ amavano di Imono amore» 



Due nobili cavalieri s'amavano di grande amore; l'uno 
avea nome messer G., e 1' altro messer S. E questi due cava- 
lieri &' aveano lungamente amato. L' uno di questi si mise a 
pensare in fra sé medesimo ;..dicea così: messere S. ave uno 
molto bello palafreno ; s' io li '1 cheggio, darebbelm' egli ? ^ E 
così fra sé stesso pensando, facea il partito,*^ dicendo nel pen- 
siero: sì darebbe; e l'altro cuor^ li dicea: non darebbe. E così 
tra il sì e il no vinse il partito * cbe non li le darebbe.® Il 
cavaliere fa turbato; e cominciò a divenire col sembiante 
strano ed ingrato *^ contra l' amico suo.** E ciascuno giorno il 
pensare cresceva,** p rinnovellava il cruccio. Lascioìli di par- 



^ n Cod. Laar. legge questo passo 
così: E la /emina rispose: otto id 
vidi una éorwiochia in aun un «epjpo 
di Bolee, 

' Egli intendeva la direzion della 
coda in riguardo ai punti principali 
del globo; e la donna per rispetto 
al corpo dell'uccello. (P.) 

> Intendi : In fé' di Dio eh' io 
non cavalcherò nò oggi né domani 
con questo augurio. 

* non mai più udita ; singolare 
per semplicità o per stravaganza. 

' se io glielo chiedo, chi sa se 
mei darebbe? 

• Fare il partito, o mettere a par^ 
titot vale : ricercare per mezzo dì voti, 
la opinione altrui nelle pubbliche de- 
liberazioiii. Qui messer G. mette a 
consulta nel suo capo, se l' amico gli 
avrebbe dato, o non dato il cavallo. 

' cuore, qui vale pensiero, animo. 
Un cuore, un anim^ mi dice, nel con- 
trasto degli a£fetti sono modi bel- 



lissimi e che sono sempre sulla bocca 
del popolo. 

• prevalse l'opinione. 

• Per ammenda del cavaliere mes- 
ser G., mal consigliato da sé stesso, 
servir anco poteva U precetto del 
filosofo Seneca nel terzo delX* Ira : 
« QuoHene diyautatione longior et pu- 
gnantior erit, in princìpio reeietamue, 
cmiequam cUat ipsa contentio, Faeiliua 
est a certamine àbstinere, quam abdu- 
oere* > (M,) 

" a far mal viso e a tener broncio. 

"11 testo del Borghini legge: 
Oominoid a fare strano sembiante, ed 
ingrossò contro aU* amico suo. Questo 
ingrossò vale intronfiò, come chiosa 
il Manni. £d è par questo l'unico 
esempio che la Crusca reca del verbo 
ingrossare in tal senso figurato ; di- 
chiarandolo per leggermente adirarsiy 
lat. suhirasei, (P.) 

" Il tosto del Borghini : lo penf 
aiere ùreeceva, (P.) 



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KOVKLLA XXIX. 39 

lare, e volgeasi, quando elli passava, in altra parte. Le genti 
si maravigliavano, ed e* medesimo si maravigliava forte. 

Un giorno venne che messere S., il cavaliere eh' avea il 
palafreno, non potè più sofferìre.^ Andò a messer G. e disse: 
amor mio, compagno mio, perchè non m parli tu? perchè 
se' tu crucciato ? E que' rispose : perch' io ti chiesi il palafreno 
tuo, e tu lo mi dinegasti. Allor que' disse : questo non fu giam- 
mai, e non può essere. Lo palafreno sia tuo e la persona; 
eh' io t' amo come me medesimo. Allora lo cavaliere si ricon- 
ciliò,^ e ritornò in sull' amore e sull' amistà usata, e rico- 
gnobbe che non avea ben pensato. 



Novella XXX. 
Qui conta del maestro Taddeo di Bologna} 

Maestro Taddeo leggendo a' suoi scolari in medicina, tro ^ 
che chi continuo mangiasse nove di di petronciani,*^ diverrebbe 
matto. E provavalo secondo fisica.* Un suo scolajo, udendo 
quel capitolo, propesesi di volerlo provare. Prese a mangiare 
di petronciani, ed in capo di nove dì venne dinanzi al mae- 



*■ reggere a questi strani modi 
dell' amico. 

' n testo medesimo ha si ricon- 
»ilid, lezione che si può sostenere nel 
senso ^prender nuovo conngliOfCOmQ 
dichiara la Crusca, adducendo questo 
passo. {P.) 

■ Non di Bologna, ma di Firenze 
funatio maestro Taddeo fisico, figliuo- 
lo di Alderotto da Firenze, sopran- 
nominato da Bologna mediante la 
lunga dimora che colà egli fece. — 
Che poi abbia scritto Filippo Villani, 
che nella sua adolescenza e prima 
gioventù egli stesse a vendere le 
candele alla loggia d'Or San Michele, 
può ben essere, per aver forse eser- 
citato il mestiere dello speziale, e 
del candelottajo, mestiere che più 
volte si trova appellato ne' libri che 
furono dell'archivio d'Or San Mi- 
chele. — Di circa alia sua età d' anni 
30 8i diede allo studio di medicina, 
dove divenne eccellente sopra gli 
altri fisici Cristiani, dice Gio. Villani, 
zio del suddetto Filippo. Esercitò 
lungamente quella, non uscendo fuor 
di Bologna a curare altrui per manco 



di 50 scudi d' oro il giorno. — Hawi 
il suo testamento rogato l'anno 1293, 
Delle opere della sua penna parla 
fra gli altri il Negri, in una delle 
quali si sarà forse parlato Delle virtìi 
ddpetronclano, di cui qui si tratta.(3£) 

* osservò per primo. 

' petrondano, in Lombardia m«- 
lanzana. Fu chiamata anche mela 
insana. Avrebbe mai così fatta de* 
nominazione indotto mastro Taddeo 
in una tal credenza? ((7.) — Anchd 
nel Cornucopia di Niccolò Perotto 
si assegnano vari nomi in latino al 
Petronciano, o Petonciano, come altri 
il dicono ; tra gli altri quello di mala 
insana^ jpyra insana. £ ideUe sue 
proprietà si dice , che < duplicaium 
potidua inaaniam facit ; ideo qtàdam 
furialem herbam nominant. » (M.) 

* Che cosa intendessero gli anti« 
chi per fisica lo diremo colle stesse 
parole di M. Aldobrandino : « Fisica 
è quella propria scienzia per la quale 
l'uomo conosce tutte le maniera del 
corpo dell'uomo, e per la quale l'uomo 
guarda la santa del corpo, e rimuovo 
le malattie » 



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'■i^ 



40 NOVELLA XXX. 

stro, e disse così : maestro, il cotale capitolo che leggeste * 
non è vero; però eh' io l' ho provato, e non sono matto. E pur 
alzasi e mostrali il sedere. Iscrivete, disse il maestro, che 
tutto questo è' del petronciano e eh' è provato; 'e facciasene 
nuova chiosa.* 



Novella XXXI. 
Qui conta d' una battaglia che fu tra due Me di Grecia. 

Due Re furp eh' erano delle parti di Grecia, e T uno era troppo 
più* poderoso che l' altro. Furo insieme a battaglia: lo più po- 
deroso perdeo. Andonne in una sua camera, e maravigliavasi 
sì come avesse sognato,® ed al postutto non credea avere com- 
battuto. In quella, l'Angelo di Dio venne alni, e disse: come 
stai ? che pensi ? tu non hai sognato, anzi hai combattuto, e 
se' sconfitto. E '1 Re guardò^ l'Angelo, e disse: come può es- 
sere ? Io avea tre cotanta® gente di luij; perchè m' è avvenuto ? 
Però che tu se' nimico di Dio, disse l' Angelo, Allora quello Re 
r parlò e disse così: dimmi, messere, or è il nimico mio sì amico 
^di Dio, ch'elli m'abbia però vinto? No, disse l'Angelo; che Dio 
fa vendetta ^ del nimico suo col nimico suo. Va' tu coli' oste tua 
e ripugna *^ con lui, e tu lo sconfìggerai, come eUi ha fatto te. 
Allora questi andò, e ricombatteo col nimico suo, e sconfissela 
e preselo," siccome l' Angelo avea detto. 

* n God« Laar. diceHe, ' la parola vendetta non si prende 

* è effetto. sempre in mal censo, ma talvolta ha 
' e che è confermato dair espe- significato di giustizia, riparazione, 

rimento. meriUxto gantigo: Dante, Par. XXII, 

* Qnesta conclusione fa ricordare y. 14 e seg. : 

ciò che si narra d'un illosofo, il ^^., -. ..„vv« „«♦„ i„ «,.j.«^ 

, . j^ .„ ^„ i:v.« ;ii iJ«^ « wi» ti saTeDbe nota la ««itaena, 

quale, trovando in un libro di fiso- j;,^ ^^^j cedrai innanzi che tu muoi. 

nomia che certa naturai disposizione La spada di quassù non taglia in fretta' 

della barba dinotava sciocchezza, an- Nò tardo, ma' che al parer di colui, 

dò con una candela accesa allo spec- Che disiando o temendo V aspetta.» 

chio, per osservare se m^i si riscon- j; Manzotfi nel Coro del Carmagnola 

trasse in lui cotal segno ; nel qual avendo la mente a questi versi cantò 

atto, per troppo accostamento del ^on pari sublimità ed eleganza : 
lume, avendo preso fuoco la barba, 

egU scrisse poi, come postilla a quel « gen talor nel superbo viaggio > 

«^ »«»*««!>. JL^*..^#/.#^ fP^ Non l'abbatte reterna i>«nde«a, ' 

paragrafo : epenmentatù. {P.) ^ j^ ^^^^ ^^ ^^^^j^ ^^ ^^^^^ 

molto pio. jj^ lo c^^gli^ all'estremo eospir.» 

* l'aver perso gli pareva un sogno. 

' Il Cod. Laur. o^ttarctó. " pugna di nuovo. 

* tre volte tanta, tripla. " lo fé prigioniero. 



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41 



NOYBLLA XXXn. 

ly uno strologo cW ebbe nome Milesius, > 

die fu ripreso da una donna. • 

Uno eh' ebbe nome Tale Milesius fue grandissimo savio in 
molte scienzie; e spezialmente in astrologia, secondo che si 
legge in libro ottavo JDe dvitate Dei,^ Di che questo maestro 
albergò una notte in una casetta d'una feminella. Quando 
andò la sera a letto, disse a quella feminella : vedi, donna, 
l'uscio mi lascerai aperto stanotte, però ch'io mi sono uso' 
di levare a provedere ' le stelle. E la femina lasciò l' uscio 
aperto. La notte piove ; dinanzi alla casa avea una fossa, em- 
piessi d' acqua. Quando que' si levò, caddevi entro. Quelli comin- 
ciò a gridare >i^torio. * La feminella domandò : che hai? Quei 
rispose: io solfiti caduto in una fossa. Ohi cattivo!^ disse la 
femina: or tu' badi nel cielo,* e non ti sai tener mente a' pie- 
di? levossi c^uesta femina, ed atollo;^ che peria in unafossa- 
teUa d'acqua per poca provedenza.® 

* Sant' Agostino, nel suddetto li- 
bro, cap. 2, parlando del genere dei 
filosofi Ionico, dice : < Jonici vero gc 
neris princep» fuit Thales MiUaiu», 
unu8 Ulùrum a^tem qui appellati tunt 
Sapientea, Sèd UH eex vitoB genere 

^^'tUgiingtuihantur,et quibuadamprcec^tit 
aabhie vivendum accomocUitia : iste 
aviem TììMea, ut attcceesores etiam pro' 
pagaret,rerum naturam acrvJtatua, auaa- 
que diapiUationea litteria maridanaf 
eminuit ; maximeque admiràbilia exti- 
titf quod aatrologice numeria compra- 
henrna (Cic I, de divinat.) defedua 
eolia et lunce ètiam prcedicere poiuit, » 

— Fa addimandato Talete Milesio, 
cioè di Melasso città della Ionia, 
donde quel proverbio sortì Fdbtdce 
MUeaioe, Nacque egli, secondo Laer- 
zio, r anno primo dell* olimpiade 35. 

— A lui vengono attribuiti i trat- 
tati De aolatitio, et caquinoctio ; De 
cuirologia, et defectibua aolia ; Animaa 
eaae immorUdea ; Quanto aol major ait 
luna; Initiutn rerum eaae aquam ; 
Anni diea etae 865, De* suoi saggi 
detti parlano Plutarco, Laerzio, ed 
altD. [M.) 

* son solito: le stampe e i Cod. 
della Naz. di Firenze leggono : per- 
eh* io aono coatumato. 

' nrovedere, cioà onervare. È il 



■proapicere de* Latini; e vai propria*» 
mente Oaaervar da lontano. {€.) 

*■ aiuto. 

' misero, disgraziato! 

• Il testo del Borghini: or tu 
guaH in cielo. (P.) 

^ ajutollo ; atare, contratto di ai- 
tare, recar aita. 

• previdenza. — Raccontò poi il 
snddetto avvenimento Benvenuto da 
Imola, in por giù il suo Commento 
sulla Commedia di Dante, cosi: *Nota 
quod iétia divinatoribua poteat retAe 
dici illud, quod dixit vetula Thaleti 
philoaopho primo aatrologo, Quum enim 
tate Thialea perveniaaet ad montem, quem 
volébat accendere ad apecvlationem ai- 
derum, ccww ceddit in foaaam, et do- 
lena et damane petehat auxilium a , 
vetula» Bla iHdena dixit: Ah miaer, 
infelix ! quomcdo vidébia viaa aiderum 
coelif quum non videaa terram, quam 
aub pedibua haheaf Unde bene Petrua 
de Ebano paduanua, vir aingtdaria 
excellenticet veniena ad mortem dixit 
amida, magiatria, et acholaribua, et me- 
dicia drcumatantibua, quod dederat 
operam proecipuam tribua acientiia no- 
bilibua, quarum una fecerat eum aub- 
tilem, et hcee erat PhiloaopAia; aecunda 
eum divitem, acUicet Medicina; tertio 
vero mendatìem,aeilieet Astrologia,» {AL] 



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43 



Novella XXXm. 



Qui conta del Vescovo Aldobrandino, come fu schernito da un frate. 

Quando il vescovo Aldobran^no vivea mangiando al ve- 
scovado suo d' Orbivieto/ un giorno ad una tavola, ov' era un 
frate minore a mangiare, il quale frate mangiava una cipolla 
molto savoritamente, e con fine' appetito; il vescovo, guar- 
dando, disse a uno donzello : va' a quello frate, e dilli che vo- 
lentieri accambiere'H ^ a stomaco. Andò e disse, come al vescovo 
piacea che dicesse. E T frate rispose e disse così al donzello^ 
va', dì a Messere, che ben credo che volentieri m' accambie- 
rebbe a stomaco, ma non a vescovado. 



]!^ovBLLA xxxrv. 



'^ 



I/ìm uomo di corte che avea nome Saladino. 



t.<n/ì * 



Saladino, il quale era uomo di corte,'' essendo in Cicilia ^ 
per mangiare a una tavola con molti cavalieri, davasi l'acqua; 
ed un cavaliere disse allo Saladino : lavati la bocca ' e non le 
mani. E '1 Saladino rispose: messere, io non parlai oggi di 
voi. Poi (Jtiando piazzeggiavano ^ così riposando in sul man- 
giare,^ fu domandato il Saladino per un altro cavaliere: dimmi, 



* Orvieto. 

* fino e fine aveva presso gli an- 
tichi molti significati, ma special- 
mente di béUo, ottono, eccellente : qui 
vale buono, 

* accambierei a lui ; baratterei con 
lui, quanto a stomaco. 

* Io non metterei in dubbio, che 
quest'uomo^ di corte nomato Sala- 
dino fosse quel Saladino, che il cu- 
stode d'Arcadia 6io. Mario de' Cre- 
scimbeni ci rammenta qual antico 
rimatore toscano, che fiori presso il 
1250, e fu annoverato fra i fonda- 
mentali scrittori della lingua no- 
stra. (M,) 

* giullare. 

* acUia, Giovanni Villani nel 
lib. I, cap. 8, della sua Cronaca: 
« Sicano n' andò nell' isola di Cicilia, 
e fnune il primo abitatore, e per lo 
suo nome fu prima V iiiola chiamata 



Sicania, e per la varietà vulgare (al 
di volgari) degli abitanti è oggi da 
loro chiamata Sicilia, e da noi Ita- 
liani Cicilia. » Ma di presente ygHuno 
che 'non voglia singolarizzarsi col- 
r affettazione di maniere dismesse, 
dice almeno scrive Sicilia, più con- 
forme all'altro nome che le diedero 
i Siculi, popoU della Basilicata e del 
Lazio, che scacciati dal loro paese 
ricoveraronsi in quell'isola. (P.) 

"^ Lavarsi la bocca (T uno^ vale 
sparlarne. Sembra che costui incli- 
nasse alla maldicenza; e che il ca- 
valiere icon quell'equivoco alludesse 
a ciò. (C). 

• Piazzeggiavano, — Piaazeggiare t 
propriamente significa Pasteggiar «u 
e giìi per la piazs^, E perchè questo 
si suol far dagli scioperati, qui vale 
esaere scioperato. (G.) 

* dopo il mangiare. 



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NOVELLA XXXIV. 43 

Saladino, s'io volessi dire una mia novella, a cui la dico per 
lo più savio di noi? E 1 Saladino rispose: messere, ditela a 
qualunque voi ^ sembra il più matto. I cavalieri mettendolo in 
questione,^ pregarlo eh' aprisse loro la su^risposta ^ sicché lo 
potessero intendere; e 1 Saladino parlò e disse cosi: ai matti 
ogni matto par savio per la sua simiglianza. Dunque quanto 
al matto sembra l'uomo più matto, si è quel cotale più 3avio, 
però che il savere è contrario della mattezza. — Ad ogne matto 
li savi paiono matti: siccome a' savi i matti paiono veramente 
sxiattL 



Novella XXXV. 
Una novella di messer Polo Traversaro, 



MesBer Polo Traversaro * fue di Komagna, e fu lo più no- 
bile uomo di tutta Romagna; e quasi tutta la signoreggiava 
a cheto," Aveavi tre cavalieri molto leggiadri,^ i quali non pa- 
rea loro che in Romagna avesse veruno uomo che potesse se- 
dere con loro in quarto. "^ E però là ov' elli teneano corte ^ 



* y<y* per a voi trovasi spesso 
negli j^ntìcM rimatori, conforme al 
lat. vóbis. 

* Mettendolo in questione. — Met- 
tere in qvteatione (deano, vale fargli 
interrogazioni. {€.) —Il testo del Bor- 
ghini muta la frase con porre : Met- 
tendo in questione il suo detto. (P,) 

* si spiegasse più chiaramente. 

* Dello splendore di questa fami- 
glia cosi scrive Girolamo Bossi nelle 
Storie di Ravenna : « Florébant Ba^ 
venncD cives nobilissimi Traversàrii 
Praefedi civitatis Bavennas, Ounii 
deinde comites voeati. — OrescentCbus 
vero in dies Traversariorum viribus. 
Petrus major omnibus Jtavennatibus, 
wm modo suis sed Jinitimio populis^ 
€10 regtdis clarus erat. Hio vero Vili 
Jud. oetobris interiit, Paulo JUio he- 
Tede ex asse rdicto, anno 1225, * E 
dopo aver descritto il suo Deposito, 
e parlato delle figliuole eh* ei lasciò, 
segae sotto Tanno 1240 1 « Sexto idus 
sextUis Paulus Traversarius Rouoennce 
deeessit, SepvUus est in JDfvoe Marias 
eog?iomento Botundce tempio, summa 
CU! pene regia funeris pompa. » — Pel 
comento a Dante di Benvenuto da 



Imola si rammemora che « de ista domo 
fuit miles magnus princeps in Baven- 
na,scilicet PauXus ^aversarius, qui si- 
mul Gum viribus Venetorum expulitSalin- 
guerram principem de Ferrarla.-» [M.) 
— Dante nel canto XIV, del Purg. 
annovera Pier Traversaro fra gli ec- 
cellenti Romagnuoli, ma ne mette i 
nipoti fra coloro che, secondo l'opi- 
nione dell'irritato poeta, disonora- 
vano il nome degli avi. L'urna se- 
polcrale di Pietro si vede anch' oggi 
in Ravenna sulla piazza di San Gio. 
Battista. (P.) 

^ a cheto, pacificamente; senza 
che veruno gliene contrastasse il 
dominio. (C) — Il testo del Borghini 
legge di cheto, e cosi è citato nella 
Crusca. L*una e l'altra frase può 
stare egualmente. (P.) 

" Qui significa non solo asmmati, 
come spiega il Toc. della Cruscaima 
deganti e sostenuti ndle maniere, di 
gran riguardo ; e più sotto leggiadria, 
vale aria (2' importanza, boria aristo- 
cratica, 

"^ Il God. Laur. in quattro. 

' ove accoglieano le persone del 
loro seguito. 



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44 NOVELLA XXXV. 

aveano fatta una panca da tre/ e più non ve ne^apeano; e 
neuno era sì ardito che su vi sedesse, temendo la loro leggia- 
dria. E tutto che messer Polo fosse loro maggiore, ed ellino 
nell'altre cose l'ubbidiano, pur in quel luogo leggiadro non 
ardìa * sedere, tutto ancora che confessavano bene eh' elli era 
il migliore uomo di Romagna, e '1 più presso da dover essere 
lo quarto che neuno altro. 

Che fecero i tre cavalieri, vedendo che messer Polo li se- 
guitava, troppo ? Rimurarono ' mezzo V uscio d' uno loro pala- 
gio dove si riduceano perchè non v' intrasse. L' uomo era 
molto grosso di persona: non potendovi entrare, spogliossi ed 
entrovvi in camicia. Quelli, quando il sentirò, entraro nelle 
letta, e coprironsi come malati. Messer Polo giunse che li ere- 
dea trovare a tavola, tro volli in su le letta: confortolli, e do- 
mandolli di lor mala voglia; * ed avvidesene ' bene, e chiese 
commiato, e partissi da loro. 

Que' cavalieri dissero: questo non è giuoco.* Andarne ad 
una villa dell' imo ; quivi avea bello castello, con bello fosso e 
bel ponte levatoio. Posersi in cuore di fare ' quivi il verno. Un 
dì messer Polo v'andò 'con bella compagnia; e quando volle 
entrare dentro, quelli levaro il ponte. Assai poteo faremo dire,* 
che non vi entrò, e ritornò indietro. 

Passato lo verno, tomaro i tre cavalieri alla città. Messer 
Polo, quando tomaro non si levò, e que' ristettero ; e l'uno 
disse: hei, messore, per mala ventura, che cortesie sono le 
vostre? quando i forestieri giungono a città, voi non vi levate 
per loro ? ® E messer Polo rispose : perdonatemi, signori, che 
io iion mi levo, se non per lo ponte che si levò per me. Al- 
lora li cavalieri ne fecero grande festa." Morì l' uno de' cava- 
lieri, e quelli" segare la sua terza parte della panca ove se- 
deano, quando il terzo fue morto, però che non trovaro in 
tutta Romagna neuno che fosse degno di sedere in suo luogo. 

* per tre persone. ' Non è burla, non è scherzo che 

* Il testo del Borghini legge uaa- Tada. Pet. : « Non è giuoco uno scoglio 
va, il quale annota: Dee dire osava, in mezzo l'onde.» 

onde è il nome oso, cioè ardito, da ' passare. 

ausua. {B,) ' ISbbe un bel dire e fare. 

^ chiusero con muro. — H Bor- • Il testo del Borgh. non vi te- 

ghini : rimutaro, (P.) vare loro t (P.) — E s' intende : non 

* fece loro animo e domandò che vi alzate per salntarli, por onorarli ? 
male si sentivano. Onde essere di '® ne fecero le grandi risate. 
mala voglia, vale non sentirsi bene* ** sottintendi: due, che rimasero 

> Il testo Xiaurenz. avedeasine. in vita. 



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45 



Novella XXXVI. 

Qui conta hdlissima novella di Guglielmo da Borgunda 
di Frovenza,^ 

i Guglielmo da Borgunda' fu nobile cavaliere di Provenza 
al tempo del conte Ramondo Berlinghieri.' Un giorno che av- 
venne elle cavalieri si vantavano, e Guglielmo* si vantò che 
non avea neuno nobile uomo in Provenza, che non gli avesse 
fatto votare la sella : poi disse che niuna donna avea in Pro- 
venza che meritasse onor di torneo. E questo disse in udienza 
del Conte.* E 1 Conte rispose: or me eh?® Guglielmo disse: 
voi, signor ? io lo vi dirò. Fece venire suo destriere sellato, e 
cinghiato bene li sproni in pie,' mise il piò nella staffa,® prese 
r arcione; e quando fue così ammannato, ' parlò al Conte, e 



* Gio. Mario Crescìmbeni nella 
Giunta alle Vite de' Poeti proven^li 
il chiama < OntUenw de Berguedan 
(o di JSerga, eh' è tuttuno). Fu ricco 
barone di Catalogna e visconte di 
Bergedamo. Fn valoroso guerriero, 
ed ebbe gran guerra con Raimondo 
Folco di Tandona, che era più ricco 
e grande di lui; ma egli un giorno 
in singoiar battaglia l'uccise; per- 
lochè stette lungo tempo bandito, e 
confiscato di tutti i suol beni; e 
quantunque i parenti e gli amici il 
mantenessero, nondimeno alla fine 
tutti l'abbandonarono, fuorché Ar- 
naldo di Castelbuono, che era un 
valente e poderoso gentiluomo di 
quelle contrade. — Compose egli di- 
verse serventesi assai buone, nelle 
quali diceva opportunamente del bene 
e del male, dal che gli vennero delle 
disgrazie e delle fortune assai. Sic- 
come altresì lo stesso gli addivenne 
percento del mestiere dell'armi, poi- 
ché alla fine l' uccise un pedone.» {M.) 

* Così nel Laurenz. I Codd. della 
Naz. dì Firenze leggono invece: di 
Berahedam. 

* Ramondo Berlinghieri morì nel 
1245. Di lui parla Danto nel Par. 
C. VI, V. 138 e seg.: 

e Quattro figlie ebbe, o ciascuna teina 
Bamondo Berlinghieri, e ciò gli fece 
Romeo, persona umile e peregrina; 

E poi il mosser Je parole Meco 
A dimandar ragione a qnesto ginsto, 
Che gli assegnò sette e cinque per diece. 



Indi partissi povero a vetusto: 
E so '1 mondo sapesse il cuor ch'egli ebbe, 
Mendicando sna vita a frnsto a frusto, 

Assai lo loda e più Io loderebbe.» 

* Il Cod. Laur. Beltramo, 

* che il Conte non potè udire. 

' Nella stampa del Benedetti ha 
mee. La seconda delle due e non è 
posta qui all'usanza degli antichi i 
quali talor l'aggiungevano alle pa- 
role che hanno l' accento in fine, per 
rendere la pronuncia più dolce ; ma 
è quella particella che a foggia d'in- 
teriezione s' usa qualche volta nel 
fine della frase, per dar più d* enfasi 
alla interrogazione. Ed è come se 
avesse detto : Or hai gittato di sella 
me ancora eh? Così nella Nov. I della 
Giorn. VII, del Decam. monna Tessa, 
infingendosi di non aver ben inteso 
il marito, gli dice interrogandolo : 
Che di^ ehf (C7.) — L'antico codice 
Laureuz. legge: rispuose: comef Gu- 
glielmo disse : voi, Signor, il vi dirai. 

'' cintosi bene gli sproni al pie, 
assicuratili con cinghie. Le stampe 
tutte riferiscono il cinghiato bene a? 
cavallo, sforzando senza bisogno li 
costruzione regolare del periodo. 

' Il Cod. Laur. streria, che ri- 
sponde al frane, itrier. 

* n Borghini: e così apparec- 
chiato, (P.) — Il verbo ammannare 
è caduto in disuso, e dicesl invece 
ammannire» Solo è rimasto nel pro- 
verbio : Ammanna, ch^ io lego ; il 
quale suol dirsi a chi le sballa grosse; 



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46 NOVELLA XXXVI. 

disse: voi, signore, ne metto, ne traggo. E' montò in sul de- 
striere e sprona, e va via. H Conte s' adirò* molto ; que' non 
venia a corte. 

Un giorno donne s'aunaro* a uno nobile convito. Mandaro 
per Guglielmo di Borgunda; * e la Contessa vi fu, e dissero: 
or ne di', Guglielmo, e perchè hai sì onite ' le nobile donne di 
Provenza? cara la comperrai. * Catuna avea uno matterò sot- 
to.^ Quella che parlava,* li disse: vedi,"' Guglielmo, che per la tua 
follia elU ti conviene morire. E Guglielmo, vedendo che così era 
sorpreso, parlò, e disse: d' una cosa vi priego, donne, per amore 
della cosa che voi più amate,® che 'nnanzi eh' io muoia, voi mi 
facciate uno dono.* Le donne risposero : domanda, salvo che non 
domandi tua scampa.*® Allora Guglielmo parlò, e disse: donne, io 
vi priego per amore, che quale di voi è la più scimunita quella 
mi dea ** in prima. Allotta Y una riguarda V altra : non si trovò 
chi prima li volesse dare; e così scampò a quella volta." 



Novella XXXYII. 

Qui conta di messer Iacopino Bangoniy 

come étti fece a un giullare. 

Messere Iacopino Kangoni," nobile cavaliere di Lombardia, 
stando un giorno a una tavola, avea due anghistare ** di finìs- 

ed è metafora tolta a* mietitori dal . ® favore. 

far le'mannelle, o covoni. " scampa, voce antica, scampa- 

* s'adunarono. mento, scampo. È nel Vocabolario 

* Il Cod. Laur. per JBertramo. con un solo esempio delle Storie Pi- 

* onite, da onire verbo antiquato ; stolesi.(P.) — Il Cod. Laur. legge que- 
Disonorate. ((7.) — Da onire venne sto passo «osi: Le donne dieserò: 
onta ; voci provenzali, ma frequen- volontieri, salvo che tua dimanda non 
tissime allora. [B.) ' sia di scampar. 

* comperrai sincopato da co»ipc- " Mi dea, ora si direbbe Mi dice, 
rerai ; La compererai cara ; ciò ti Vale : mi percuota. Il Borghini legge 
costerà caro. ((7.) mi fera, (P.) 

* matterò. — Il Borghini ed il " Fu imitata questa astuzia nel 
Manni leggono mazzero,- e spiegano; tempo più basso dal famoso mariuolo 
il primo, bastone grosso da capo; e Pietro Gonnella colle Damigelle di 
il secondo, col Vocabolario della Cra- Ferrara. [M,) 

sca, bastone pannocchiuto. Nella No- " È fuor di dubbio che questo ca- 

vella XIX noi abbiam veduto mazzero valicre appartenne alla benemerita 

adoperato nel senso di pane a^zzimo : od illustre famiglia, di cui s' onora 

la detta voce significa e l'una e Faltra ancb* oggi la nostra Modena. Ma che 

di queste due cose. (C.) — I due Cod. fosse poi figlio di Gherardo podestà 

della Naz. di Firenze leggono: mot- di Bologna nel 1240, come asserisce 

tero, e vale grosso bastone, randello, il Manni, pare cosa incerta, essen- 

ed è voce viva in Toscana. dovi stato più d*nn Giacopino Ban- 

^ che prima Pavea interrogato. gone circa il tempo a cui si riferi- 

' 11 Cod. Laur. pensa, Beltramo, scono queste novelle. (P.) 

* per quanto avete di più caro. '* anghistarct, anguistars, ingni- 



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NOVELLA XXXVn, 



47 



sìmo vino innanzi, bianco e vermiglio. Un giucolare stava a 
quella tavola, e non si ardiva di chiedere di quel vino, aven- 
done grandissima voglia. Levossi suso, e prese un mivuolo,* 
e lavollo ismisuratamente bene e da vantaggio. E poi che 
V ebbe così lavato ed isciaquato molto, girò la mano,* e disse : 
messere, io lavato V ho. E messer Iacopino diede della mano 
nejl' anghistara, e disse : e tu il pettinerai ' altrove che non 
qui. H giullare si rimase così, e non ebbe del vino. 



Novella XXXVm. 
jy una quistione che fu posta ad un uomo di corte,^ 

Marco lombardo fue uno nobile uomo di corte e molto 
savio;^ Fu a un Natale® a una città dove si donttvano molte 
robe, e non ebbe neuna. Trovò un altro uomo di corte, lo 
quale era nesciente persona "^ appo Marco, e avea avute robe. 
Di questo nacque una bella sentensda ; che quello giullare disse 
a Marco: che è ciò. Marco, ch'i' ho avuto sette robe tu non 
ninna ? ^ E se' troppo ^ migliore nomo e più savio eh' io non 
sono. Quale è la ragione? E Marco rispose: non è altro, se 
non che tu trovasti più di tuoi *® eh' io di miei. 



stara, guAstada ; vaso di Tetro. Lat. 
phiala, (jP.) 

* miuólo, bicchiere, da miólwn; 
voce longobarda. (CI) 

* Il Cod. Laur. aggiunge : doue 
mieder lo miuuolo, che si può risol- 
Tere così: dov*è a veder lo mivuolo, 
cioè, dove si vede, dov*era il bic- 
cMete. 

* U peUineraif cioè : il berrai. 
Avere il pettine e U cardo, o Petti- 
wj,re cól pettine e col eardo, vale : 
'mangiare e bere assai. (C.) — Col 
dovuto rispetto al Colombo parmi 
che il modo proverbiale del pettine 
e del cardo non abbia a far nulla 
col frizzo del Rangoni. Il quale^ sic- 
come gli atti di lavarsi e pettinarsi 
neir uomo sono per lo più associati, 
e avendo il giullare detto del bic- 
chiere : 1* ho lavato, gli risponde : 
ma noi pettinerai a questo fiasco, 
cioè di questo non ne berrai. 

* Nel testo del Borghini il titolo 
è come segue : Rimorchio di Marco 
Lombardo uomo di Corte. Ed egli vi 
nota : « Rimorchio vale morso, tra- 



fitta e puntura di parole / » non ac- 
cordandosi col Varchi da cui è spie- 
gato: « Un dolerai, uli dir villania 
amorosamente.* {P.) 

' Lodasi Marco Lombardo d^l 
cav. F. Saba da Castiglione nelP am- 
maestram. 825, de* suoi Ricordi. {M.) • 

Dante nel e. XVI, del Purg. fa 
dire a lui stesso : 
«Lombardo fui, e fui chiamato Marco: 

Del mondo seppi, e quel valore amai, 

Al quale ha or ciascun disteso Tarco.» 
Pare che fosse d* indole piuttosto' 
irritabile, perchè il poeta lo colloca 
nel cerchio degl'iracondi. (P.) 

• Qui si avfisa forse V antichità 
de* doni e mance . per la solennità 
del Natale di Nostro Signore, addi- 
mandate fino ad oggi il Ceppo: lat. 
Strena Natalitia. {3Q 

' era nesciente ; cioè al confronto 
di Marco era un ignorante, uno 
sciocco. (C.) 

Il testo del Borghmi: semplice 
persona appo lui, (P.) 

■ nonne hai avute niuna. •molto. 
*• cioè di sciocchi, pari tuoi. 



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fò 



Novella XXXIX 
Come LancialoUo si combattè a una fontana. 

Messere Lancialotto *■ si combattea un giorno a pie^ d' una 
fontana con un cavaliere di Sasogna, lo quale avea nome A.; 
e combatteansi aspramente alla spada, dismontati di loro ca- 
valli. Quando presero alena* i due cavalieri, si domandò 
r uno del nome dell^ altro. Allora messer Lancialotto rispose 
e disse: poi che tu disideri mio nome, or sappi eh' i' ho nome 
Lancialotto. Allora si cominciò la mislea ' in tra' due cavalieri, 
e '1 cavaliere parlò a Lancialotto, e disse: più mi nuoce tuo 
nome che non mi fa la tua prodezza. Però che saputo eh' elli 
era Lancialotto, si incominciò il cavaliero a dottare ^ la bon- 
tà Bua.' 



Novella XL. 
Qui conta come Nards s^ innamorò deW onìb 



^JKm. 



Narcis fue molto bellissimo. Un giorno avvenne ohe si ri- 
posava sopra una fontana; guardò nell'acqua; vide l'ombra 
sua eh' era molto bellissima. Cominciò a guardare ed a ral- 
legrarsi sopra la fonte; e V ombra sua facea il somigliante, e 
cosi credette che quella fosse persona che avesse vita, che 
stesse neU' acqua, e non si accorgeva che fosse l' ombra sua. 
Cominciò ad amare, e 'nnamoronne si forte, che la volle pi- 
gliare. E l'acqua si turbò, e l'ombra spario;* onde eUi inco- 
minciò a piangere sopra la fonte; e l' ac^ua ischiarando, vidde 
l'ombra che piangea, si com'elli. Allora Narcis si lassò ca- 
dere nella fonte, di guisa che vi morio ed annegò.'' 

* Di costui così cantò il Petrarca voce frequente nelle antiche scrit- 
nel Trionfo d'Am. cap. Ili: ture, dal Bocc. ancora usata. Onde 

cEcco quei che le carte empion di sogni I>otta. Dante: < E non e' era mestier 

Lancillotto, Tristano e gli altri erranti, piii che la dotta. » £ DoUanea, Bocc. 

Onde convien che il valgo errante ago- < E di far questo non aver dottanza 

(gni.» (J/.) mxm&.> E Bidottato. Vili, e Questo 

* alena, lena, fiato, respiro, frane bene avventuroso in sue imprese, e 
halaine. molto temuto e ridottato.» (B,) 

» Mùilea: provenzale, frequente • • Za bontà sua. Nel linguaggio 

ne' romanzi della Tavola titonda. Era della cavalleria iontà si pigj" 

la giostra di lancia, e la midea di per valore. ((7.) j 

spada. {B.) • Il Cod. Laur. aparea. ^ 

* Dottare. Temere; dà dubitare: ' Cioè ivi morì annegato. 



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NOVELLA XL, 49 

Il tempo era di primavera; domie si vernano a diportare 
alla fonte; viddero il bello Narcis affogato.* Con gran pianto 
lo trassero della fonte, e così ritto V appoggiaro alle sponde ; 
onde dinanzi allo Dio d'amore andò la novella.' Onde lo Dio 
d' amore ne fece un nobilissimo mandorlo, molto verde, e molto 
bene stante, e fue il primo albero che primo fa frutto,' e rin- 
novella amore.* 



Novella XLI. 

Qui conta del re Currcfdo, padre di Ourradino. 

Leggesi del re Garrado, padre di Cun*adino, che, quando 
era garzone, si avea in compagnia dodici garzoni di sua etade. 
Quando lo re Currado fallava in neuna cosa^ e^ maestri che 
gli erano dati a guardia noi batteano, ma batteano questi 
garzoni per lui, suoi compagni E queVdicea: perchè battete 
costoro ? Rispondeano li maestri : per li falli tuoi. E que' di- 
cea: perchè non battete voi me? eh' è mia la colpa. E li mae- 
stri rispondeano : perchè tu se' nostro signore. Ma noi bat- 
tiamo costoro per te. Onde assai ti de dolere, se tu hai gen- 
tile cuore, eh' altri porti pene delle tue colpe. E perciò si dice 
che lo rè Currado si guardava di fallire per la pietà * di 



Novella XLII. 

Qui conta di maestro Francesco, figliuolo di maestro Accorso 
da Bologna,^ 

Maestro Francesco, figliuolo di maesfero Accorso, della città 
di Bologna, quando ritornò d' Inghilterra, dov' era stato lun- 
gamente, fece una cosi fatta proposta dinanzi al comune di 

* Il Cod. Laur. annegato. lispiiii, e Giovanni Villani dicono che 
' Ck>si tutti i Cod. e le stampe: se fosse viruto lungamente, sarebbe 

ma il mandorlo non è il primo a &r stato peggiore di Federigo suo pa- 

frutto, bensì a iiorire. dre. Mori di veleno V anno 1254. (P.) 

' Perchè annunzia la primavera, * De* due soggetti di questa no- 

quando : « Ogni animai d' amar si velia molte ed illustri penne hanno 

riconsiglia.» scritto. Per tutte leggasi quel che 

* compassione. ne ragiona il dottissimo conte Gio. 

* A questi buoni principi! il se- MazzuchelH nel primo tomo degli 
^to non corrispose. Bicordàno Ma- Scrittori d* Italia, (if.) 

U . Novellino. * 

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Mi novella xlh. 

Bologna, e disse: un padre d'una famiglia si partio di suo 
paese per povertà, e lasciò i suoi figliuoli, e andonne in lon- 
tane Provincie.* Stando un tempo, ed e' vide uomini di sua 
terra. Lo amore de' figliuoli lo strinse a domandare di loro. 
E quelli risposero : messere, vostri figliuoli hanno guadagnato, 
e sono molto ricchi. Ed allora udendo così, si propose di ri- 
tornare in sua terra. Tornò, e trovò li figliuoli ricchi. Addo- 
mandò a' suoi figliuoli che '1 rimettessero in sulle possessioni, 
siccome padre e signore. I figliuoli negaro, dicendo così: padre, 
noi il ci avemo guadagnato, non ci hai che fare; sì che ne | 
nacque piato.* Onde la legge volle che '1 padre fusse signore 
di ciò ch'aveau guadagnato i figliuoli. E così addomando io l 
al comun di Bologna, che le possessioni de' miei figliuoli sieno 
a mia signoria; ' cioè de' miei scolari, li quali son gran mae- | 
fitri divenuti, ed hanno molto guadagnato, poi eh' io mi partii 
da loro. Piaccia al comun * di Bologna, però che io sono tor- 
nato, eh' io sia signore e padre, siccome vuole j9 comanda la 
legge che parla del padre della famiglia. 



Novella XLin. 
Qui conta d^una Guascaf come si richiamò allo Be di Cipri. 

Era una Guasca in Cipri; un dì le fue fatta molta villania 

^ n God. Lanr. in lontano paea^ qui la novella del Boccaccio, e la 

' lite. éiremo seguire dalle assennate os- 

' a mia signoria. — A in molti serrazioni di Michele Colombo : 

« bei modi fii usata da quella etade. r»nji./v. -j j j./r 

Qui vuol dire sotto mia signoria. Al- ^^Bed* ajmda una donna dt Gua- 

trovo a due mesi, in capo a due mesi ; * ^?SJ^ *^J^> ^* *'««*^<^ valoroso 

a grande onore, con grande' onore; *aimene, 

a qual donna sei tu t aUa reina, cioè » Ne* tempi del primo Be di Cipri, 
Bto con la Reina. E servire a fede, » dopo il conquisto faiito della Terra 
cioè fedelmente, come disse Dante : > santa da Gottìfrè di Buglione, av- 
< E comandò che V amassero a fede. » » venne che una gentildonna di Gua- 
Cosl hanno i testi migliori, e chi non » scogna in pellegrinaggio andò al 
inteseii dire antico, mutò eon/e(2e.(^.) » Sepolcro, donde tornando, in Cipri 
*■ Comune in tutti e due i luoghi » arrivata, da alcuni scellerati uomini 
legge r antico Cod. Laurenziano. Il » villanamente fu oltraggiata : di che 
testo Borghiniano ha comunale, voce » olla senza alcuna consolazion do- 
citata nel Voc. della Crusca con que- » lendosi, pensò d* andarsene a ri- 
sto solo esempio, » chiamare al Be; ma detto le fu 
' ChMsca Donna di Guascogna. — » per alcuno che la fatica si perde- 
II Boccaccio ricopiò questo racconto, > rebbe ; perciocch' egli era di sì ri- 
stemperandolo alquanto, secondo Tar- » messa vita, e da si poco bene, che noa 
te sua di poco dire in molte paro- * che egli 1* altrui onte con giustìzia 
le. CP.)-— Ad utile confronto porremo » vendicasse, anzi infinite, con vitu- 

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KOVELLA XLin> 



51 



OD- 



ed onta tale, che non la potea so£ferìre. Mossesi e andonne al 



>perevole viltà, a lui fattene, so- 
» steneva : intantcchè chiunque avea 

> cruccio alcuno, quello col fargli 

> alcuna ontd o vergogna sfogava. 
»La qual cosa udendo la donna, di- 

> sperata della vendetta, ad alcuna 

> consolazion della sua noia, propose 

> di volere mordere la miseria del 

> detto Re ; ed andatasene piagnendo 

> davanti a lui, disse : signor mio, 
>io non vengo nella tua presenta 
>per vendetta ch'io attenda del- 

> la ingiuria che m' è stata fatta ; 
>ma in soddisfacimento di quella 
» ti priego che tu m* insegni come tu 

> sofferi quelle le quali io intendo 
9 che ti son fatte, acciocché, da te 

> apparando, io possa pazientemente 

> la mia comportare : la quale (sallo 

> Iddio), se io far lo potessi, volen- 

> tieri ti donerei, poi cosi buon 

> portatore ne se\ H Re infino allora 
» stato tardo e pigro, quasi dal sonno 

> si risvegliasse, cominciando dalla 

> ingiuria fatta a questa donna, la 

> quale agramente vendicò, rigidis- 
» Simo persecutore divenne di cia- 
> senno che cóntro all'onore della 
>8ua corona alcuna cosa commet- 

> tesse >da indi innanzi. > 

e Non dee dispiacere al Lettore 
il confronto di due Novelle stese 
sullo stesso argomento, Tuna con 
istudiata eloquenza, l' altra con 
ìschietta semplicità. 

» La prima di queste due Novelle 
è la cinquantunesima del Novellino 
{che in questo libro 3 la XLIII); la 
seconda è la nona della Giornata 
prima del Becamerone. Troppo sa- 
rebbe il voler mettere in paragone 
il Novellino col Becamerone; ma 
egli si può ben asserir senza tema' 
d' errare avervi nella prima di queste 
due Novelle certe bellezze che non 
rimangono punto o£fuscate dallo 
splendore della seconda. Di grazia 
osserva, Lettore, con quanto poche 
parole s' ottiene in quella press' a 
poco ii medesimo effetto che nell'al- 
tra conseguesi con molte di più. 
Quel mossesi e andoìiney detto così 
bruscamente, senza sviluppo, «senza 
lungaggine d'altre parole, vale un 
tesoro : perciocché ti rappresenta al 
vivo r impazienza di colei d' essere 



davanti al Re a richiamarsi dell'onta 
fattale. £ di quanta efficacia non è 
poi quel notare che diecimila diso- 
nori erano stati fatti a lui; e ad 
essa un senza più ; e indi pregarlo 
che, sapendo egli sopportare cosi 
bene i suoi, eh' eran pur tanti, inse- 
gnassele a sofferire queir unico che 
erasi fatto a lei V Vedi con quanta 
semplicità, e tuttavia con quanto 
fino artifizio è detto questo; che 
certo in sì poche parole non si con- 
tiene men agra rampogna, nò trafit- 
tura meno acuta, che nelle molte 
dell'altra Novella. Qui nulla di so- 
verchio, nulla *che non faccia l'uffi- 
cio che dal suggetto è richiesto. Al 
contrario potrebbesi chieder a che 
serva nell' altra il mentovare il con- 
quisto di Terra santa ; a che il no- 
tarvi che questo fece la donna di 
Guascogna piuttosto nel tornarsene 
di Gerusalemme, che nelF andarvi. 
Ben so che nella narrazione giova 
molto all' evidenza del fatto che 
narrasi il far menzione delle circo- 
stanze che lo accompagnano ; ma so 
ancora che ò da farsi giudiziosa 
scelta di quelle che hanno col fatto 
esposto una connessione immediata: 
le altre distornano l' attenzion del 
lettore in luogo di conciliarlavi mag- 
giormente; e invece di servire a 
maggior chiarezza, generan confa* 
sione. In oltre: che fa ivi quel da 
sì poco henef e che ne perderebbe 
la narrazione se fosse tolto di là ? 
e che vi fa quel pigro dopo l' essersi 
già detto tardo9 Di più: quella 
giunta la quale (saUo Iddio) ecc. vi 
Boprabbonda ; perciocché con essa si 
torna a mordere il Re, benché con 
altre parole, quasi nel modo stesso 
che s' era già fatto : senzachè chi 
ben la considera ci scorge per entro 
piuttosto acutezza d'ingegno, che 
solidità di giudizio. E di fatto che 
altro si vien a dire alla fine de' conti 
con ciò? che colei avrebbe amato 
che anche la detta ingiuria fosso 
stata fatta al Re piuttosto che a 
lei. Dice forse il Boccaccio con ciò 
una gran cosa? Quale è mai quel 
balordo il qual volesse che un dis* 
piacere fosse recato piuttosto a so 
che ad un altro ? daesta è una vera 



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52 NOVELLA XLm. 

Re di Cipri,* e disse : messere, a voi sono già fatti dieci mila 
disonori, ed a me n'è fatto uno;^ priegoyi che, voi tanti 
n'avete sofferti, m'insegniate sofferire il mio uno. Lo Re si 
vergognò molto, e cominciò a vendicare li suoi, ed a non vo- 
lerne più sofferire.' 



Novella XLIV. 
lyuna campana che si ordinò al tempo del re Giovanna 



Al tempo del re Giovanni d'Atri* fu ordinata una cam- 
pana, che chiunque ricevea un gran torto, sì l' andava a so- 
nare; e il Re ragunava i savi a ciò orcfinati, acciocché ra- 
gione * fosse fatta. Avvenne che la campana era molto tempo 
durata, òhe la fune era per la piova venuta meno, sì che una 
vitalba v'era legata. Or avvenne che uno cavaliere d'Atri 
avéa un suo nobile destriere, lo quale era invecchiato sì, che 
sua bontà era tutta venuta meno ; sicché per non darli man- 
giare il lasciava andar per la Terra. Lo cavallo per la fame 
aggiunse ' con la bocca a questa vitalba per roderla.'' Tirando, 
la campana sonò. Li giudici s' adunaro, e videro la petizione 
del cavallo, che parea che domandasse ragione. Giudicaro che '1 
cavaliere cui egli avea servito da giovane, il pascesse da vec- 
chio, n Re lo costrinse, e comandò sotto gran pena. 



inezia; ma il Boccaccio seppe dirla 
con garbo. Ho voluto notare queste 
cose, perchè si veda che ad uno 
scrittore molto facondo è facile il 
poter talvolta cadere in qualche su- 
perfluità ; e che quell'effetto il quale 
è prodotto da un largo e copioso 
favellare noi possiamo attenderci an- 
cora da parole assai brevi, ma molto 
significative ; pregio caratteristico 
della più parte degli aurei scrittori 
di quella età. » {M, Gol.) 

* Guido di Lusignanos il quale fu 
il primo re di Cipri latino, neir an- 
no 1129. (M.) 

* Il testo Borghini: pur «no, so- 
lamente uno. Dante : e Quel traditor 



che vede pur con l'uno;» parlan- 
do di Malatestino cieco da un oc- 
chio. (P.) 

• Intendasi della punizione dei 
delitti, la quale, deposta la qualità 
di privata vendetta, diviene debito 
di giustizia nel principato. (P.) 

• Atri (oggi Atrio) già nobile città 
d'Abruzzo. — Il cav. Saba da Ca- 
stiglione fa ricordo di questo avve- 
nimento. (M.) 

• giustizia. 

• arrivò. 

^ Il testo del Gualteruzzi ha ro^ 
degarla, voce che non si trova nei 
vocabolari (P.) — e cho sente dal 
dialetto bolognese. 



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53 

Novella XLV. 

Qui conta éPtma grazia che V Imperadore fece a un suo harone. 

Lo 'mperadore donò una grazia* a un suo barone, che qua- 
lunque uomo passasse per sua terra, ed elli avesse alcuna evi- 
dente magagna, che li toUesse d'ogne magagna evidente un 
danajo di passaggio.* Il barone mise uno suo passaggiere * alla 
porta a ricogliere il detto passaggio. Onde avvenne eh' una, 
ch'avea pure* uno piede, venne alla porta: il pedagiere li do- 
mandò un danajo. Que' si contese,' azzuffandosi con lui. Il pe- 
dagiere il prese. Quelli difendendosi trasse fuori un suo mon- 
•cherino;® ch'avea meno l'una mano. Allora il pedagiere lo 
vide, e disse: tu me ne darai due; l'uno per la mano, e l'altro 
per lo piede* Allora alla zuffa:' il cappello li cadde' di capo. 
Quegli avea meno l'uno occhio. Disse il pedagiere: tu me ne 
j^ai tre. Pigliarsi a' capelli; lo passaggiere li pose mano in 
,,#^capo. Quegli era tignoso. Disse lo passaggiere : tu me ne darai 
ora quattro. E convenne, quelli che senza lite potea passare, 
per uno pagasse quattro. 

Novella XLVL 

Qui conta d'una Novella di un uomo di corte 
che cuoca nome Ma/reo. 

Marco lombardo, savissimo uom di corte ® più che ninno 
di suo mestiere fusse mai, fa un dì domandato da uno povero 
orrevole uomo e leggiadro,*® il quale prendea denari in se- 

* qui vale ^privilegio. Poaseggiere a dinotar il viandante.((7,) 

* pedaggio. * solamente. -— I due Codd. ecc. 

* Passaggiere non è nel Vocabij- della Naz. leggono manco; le stam- 
larìo della Crusca. Trovasi bensì ci- pò, meno; la nostra lezione è del 
tato il presente passo al § I, della Laurenz. 

V. Passeggiere, Dee essere stato preso • si oppose : G. Vili. : < E perchè 

dalla stampa del 72, in cui effetti- quelli della terra di Gama^ore si 

(vamenteleggesiPa«««j79Mre. Più sotto contesero, furono arsi e rubati.» 

ha nella detta edizione : Iio passeg- * 11 Cod. Laur. moncólìnoy voce di 

ffiere li puose mano in capo : dove, buon conio che manca a' Vocabolari. 

se noi dichiarasse il senso, non ^ Questa bellissima dissi è del 

apparirebbe qual ^ de* due ponesse Laurenz. Le stampe e gli altri Cod. 

air altro la mano in capo, potendo leggono : aUora furo alla zuffa, 

essere denominati ambìdue passeg- * Il Laur. li andò, 

giere, quantunque in diverso signi- . • giullare, 

ficato. Sarebbe per tanto ben fatto *• Costui copriva la sua povertà 

che fosse destinato Passaggiere a sotto abiti e maniere eleganti {leg- 

dinotar 1* esattore di tal gabella, e giadro). 



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5^ NOVELLA XLVI. 

greto da buona gente/ ma non prendea robe. Or, a guisa di 
morditore* (ed avea nome Paolino), fece a Marco una cosi 
fatta quistione, e, credendo che Marco non vi potesse rispon- 
dere : Marco, diss' elli, tu se' lo più savio uomo di tutta Italia, 
e se' povero, e disdegni lo chiedere: perch^ non ti provvedesti 
tu sì che tu fossi sì ricco che non ti bisognasse * di chiedere? 
E Marco si volse d'intorno, poi disse così: altri non vede ora 
noi, e non ci ode. Or tu com'hai fatto? E il morditore ri- 
spose: ho fatto si ch'io sono povero. E Marco disse: tiello 
credenza * tu a me, ed io a te. 



Novella XLVII. 

Chme uno della Marca cmdò a studiare a Bologna, 

Uno della Marca andò a studiare a Bologna. Vennerli meno 
le spese.* Piagnea. Un altro il vide, e seppe perchè piagnea;^ 
disseli così: io ti fornirò lo studio, e tu mi prometterai che 
mi darai mille lire al primo piato '' che tu vincerai. — I^tudiò 
lo scolajo e tornò in sua terra. Quegli li tenne dietro per lo 
prezzo. Lo scolajo, per paura di dare il prezzo, si stava, e 
non avvogadava:^ e cosi avea perduto l'uno e l'altro; I'uijlo 
il senno, e l'altro i denari. Or che pensò quelli de' denari ? 
Richia^iossi di lui,® e diedeli uno libello ^^ di due mila lire, e 
disseli così: o vuoli vincere, o vuoli perdere. Se tu vinci, tu mi 
pagherai la promessione.^^ Se tu perdi, tu m'adimpirai il li- 
bello. Allora lo scolajo il pagò, e non volle piatire con lui.** 

* accettava danari da gente di domanda giudiziaria in iscritto. (M,) 
buona condizione, ricca. " le mille lire promesse. 

a come chi yuol mordere, pungere " Pare preso da ciò che si narra 

altrui. di Protagora. Un giovane promise a 

• Il Laur. aggiunge: disdegnare, quel retore certa somma, se lo abi- 

* Tiello credenzaftìeìilosegreio,{C.) litasse nell'arte oratoria in modo da 
— non lo ridire che siamo poveri, poter vincere la prima lite che so- 
nò tu a me nò io a te. stenesse. Terminata 1* istruzione, il 

" gli mancò di che mantenersi discepolo ricusa di pagar la mercede, 

allo studio. Il maestro intenta la lite, e cosi ra«. 

•Chi potrebbe unire maggior conci- giona: Qualunque sia l'esito della 

gione e chiarezza? A qualche moderno causa, mi è dovuta la mercede : perchè 

parrebbe d'avere osservata la possibile s'io vinco, tu la devi per sentenza, 

sobrietà, scrivendo : Li chiese perche se tu vinci, la devi per patto. No, 

piangea, e lo seppe. (P,) ' lite. risponde il discepolo ; s' io son vin- 

• Non amogadava, non difendeva citore, nulla ti debbo per sentenza ; 
cause. (C) — E awocatarsi dicono . se perditore, nulla ti debbo per patto. 
in Toscana per farsi avvocato, ' Dicesi che l'Areopago non seppe scio- 

' Fece richiamo, mosse querela, gliersi da questo dilemma, e lasciò 
*o i>»e(2eZi uno 2Vòe^. S'intende una la questiono indecisa. CPJ 



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Novella XLVm 

Qui conta d'un gentiluomo che lo hnperadore fece impendere.^ 

Federigo imperadore fece impendere ' un giorno un grande 
gentiluomo per certo misfatto. E pei: fare più rilucere la giu- 
stizia, sì il facea guardare a uno gran cavaliere con coman- 
damento grande di gran pena, che noi lasciasse ispìcoare. Sì 
che non guardando bene' questo cavaliere, lo impiccato fue 
portato via. Quando se n' avvide, prese consiglio da se mede- 
simo per paura di perdere la testa. Ed istando così pensoso 
in quella notte, si prese ad andare ad una badia eh' era ivi 
presso, per sapere se potesse trovare alcuno corpo che fosse 
novellamente morto, acciò che 1 potesse mettere alle forche 
in colui scambio.* Giunto alla badia la notte medesima, sì vi 
i^ovò una donna in pianto, scapigliata e scinta, forte lamen- 
tando; ed era molto sconsolata, e piangea un suo caro marito 
il quale era morto lo giorno. Il cavaliere la domandò^ dolce- 
mente: madonna, che modo è questo? E la donna rispose: io 
r amava tanto, che mai non voglio essere più consolata, ma 
in pianto voglio finire li miei dì. AUora il cavaliere le disse: 
madonna, che savere è questo? Volete voi morire qui di dolore? 
Che per pianto né per lagrime non si può recare a vita il corpo 
morto. Onde che mattezza è quella che voi fate? Ma fate così: 
prendete me a marito, che non ho donna, e campatemi la per- 
sona, perch'io ne sono in periglio. E non so là dove mi na- 
sconda: che io per comandamento del mio signore guardava 
un cavaliere impenduto • per la gola; gli uomini del suo le- 
gnaggio il m'hanno tolto. Insegnatemi campare, che potete, 
fed io sarò vostro marito, e terrowi onorevolmente. Allora la 
donna, udendo questo, s'innamorò di questo cavaliere e li 
disse: io farò ciò che tu mi comandarai, tanto è l'amore ch'io 
ti porto. Prendiamo questo mio marito, e trajamlo fuori della 
sepoltura, ed impicchiamlo in luogo di quello che v'è tolto 

*■ Questa novella altro non è che ' Il Laur.: impete, 

la Matrona di JE/eso di Petronio. Fu ' non facendo baona guardia, 

nota nel medio evo, e divenne popò- * Alcuni griderebbero altamente 

lare in parecchie compilazioni del contro chi scrivesse i» di lui acam- 

Libro d£ Sette Savi^ nell'Esopo voi- hio. Ma pure il sopraddetto modo 

gare, nel Sercambi e nelle letterature non è d* indole differente. (P.) 
tedesca, inglese, e francese (vedasi ' Il Borghini legge le dimandò» 

V erudita osservazione del prof. A. Si può scrivere neir una guisa e nel- 

D» Ancona alla Nov. XU del Libro F altra. *(P.) 
de* Sette Savi,Visii, Nistri, 1864.) * impeso, impiccato. 

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56 



NOVELLA XLVTH. 



e lasciò suo pianto : ed àtò * trarre il marito del sepolcro, ed 
atollo impendere per la gola cosi morto. Il cavaliere disse: 
madonna, elli avea meno un dente della bocca, ed ho paura 
che, se fosse rivenuto a rivedere,* che io non avessi disinore. 
Ed ella, udendo questo, li ruppe un dente di bocca; e s'altro 
bisognato vi fosse a ^uel fatto si l'avrebbe fatto. Allora il 
cavaliere, vedendo quello the ella avea fatto di suo marito 
disse :^ madonna, siccome poco v'è caluto ' di costui che tanto 
mostravate d'amarlo, così vi carrebbe* vie meno di me. Allora 
si partì da lei, ed andossi per li fatti suoi, ed eUa rimase con 
grande vergogna.'^ 



Novella XLIX. 
Qui conta come Carlo cPAngiò^ amò per amore. 

Carlo, nobile re di Cicilia e di Gerusalem, , quando era 
conte d' Angiò, si amòe per amore la bella contessa di 
Teti, la quale amava medesimamente il conte d'Univer- 
sa. In quel tempo il re di Francia ' avea difeso * sotto pena 



* aitò, aiutò. 

' se si tornasse a riveder 1* im- 
piccato. 

* Càltao. — Del verbo Cedere noi 
ora non abbiam piìi il participio, 
come aveano gli antichi. Le lingue 
viventi arriccbiscono dall' un canto 
per li nuovi vocaboli che Tuso in- 
troduce; e impoverìscon dall'altro 
per li vecchi ch'esso abolisce. (C.) 

* Carrébhe, per sincopa, per ca- 
lerebbe, come per poescno, onorevole, 
eaHeria, menerò ; ponno^ orrevole, 
•arria, merrò, ed altre, si dice. {B.) 

* Il nostro autore ha salvata la 
moralità della favola non conceden- 
do, come gli altri, l'intento del se- 
condo matrimonio alla femmina di- 
samorata. (P.) 

* Qui conta come Carlo d^ Angiò: 
nella stampa del Benedetti ha Carlo 
magno, È manifesto che e' è fatto 
Magno in luogo ^^ Angiò, che dovea 
esser nell' originale. Da dangio a ma- 
gnio, come scrivevasi allora^ è facile 
lo scambio. Neil' impressione del 72 
si fece d* Angiò. (G,) 

' San Luigi re di Francia aveva 
nel suo regno banditi rigorosamente 
i tornèi, che erano certe corse e 
combattimenti a cavallo dove conve- 



nivano volonterosamente i cavalieri, 
affine di guadagnare onore e lau- 
de. {M,) — Le virtù di questo' gran 
principe hanno costretto agli elogi 
anche i più diffìcili. Basti per tutt? 
il Voltaire che ne parla in questa 
forma: « Luigi IX sembrava un prin- 
cipe destinato a riformar l'Europa, 
se fosse stato possibile, a rendere 
trionfante la Francia, e ad essere in 
tutto un ipodello degli uomini. La 
sua pietà, .che era quella d* un ana- 
coreta, coUegossi con ogni virtù da 
monarca. Una saggia economia nulla 
pregiudicò alla sua liberalità. Seppe 
accordare con una profonda politica 
un'esatta giustizia; ed egli è per 
avventura l' unico sovrano che meriti 
si fatto elogio. Prudente e fermo nel 
consiglio ; intrepido nelle battaglie, 
senz* esser troppo veemente ; com- 
passionevole, come se fosse stato 
sempre infelice: non fu mai dato 
ad un uomo di spinger tant' oltre 
la virtù..... Attaccato dalla peste 
avanti a Tunisi egli si fece di- 
stender sulla cenere, e spirò nell' età 
di 55 anni con la pietà d' un reli- 
gioso ed il coraggio d' un uomo 
grande. » (P.) 

* ct?«?a diJesOf — Difendeife per vie" 



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NOVELLA XLIX. 



57 



del cuore,* che niuno torneasse. H conte d'Angiò, prima che 
fosse re di Cicilia e di Gerusalem,* volendo provare qual me- 
glio valesse d' arme tra lui e '1 conte d' Universa,' sì si pro- 
vide,* e fu con grandissime preghiere a messere Alardo 
de' Valleri, * e manifestolli dove elli amava, e che s' era po- 
sto in cuore di provarsi in campo col conte d' Universa, 
pregandolo per amore che accattasse® la parola dal Re, che 
solo un torneamento facesse con sua licenzia. Quelli do- 
mandando cagione,"^ il conte d'Angiò V insegnò in questa 
guisa: il Re si è quasi beghino,* e per la grande boutade 
di vostra persona elU spera di prendere, e di fare prendere 
a voi drappi di religione per avere la vostra compagnia; 
onde in questa domanda sia per voi chesto ' in grazia, che 
uno solo torneamento lasci a voi fedire;*^ e voi farete quanto 
che a lui piacerà. E messere Alardo rispose : or mi di', conte, 
perderò io la compagnia de' cavalieri ** per uno torneamento? 
E '1 conte rispose : io vi prometto lealmente eh' io ve ne dilip- 
berrò.*' E sì fece elli in tale maniera come io vi conterò. 



tare è gallicismo ; e quantunque tro- 
visi anche in altri scrittori del tre- 
cento, oggi non è da usarsi, se non 
forse da qualche poeta tiratovi dalla 
necessità della rima. (C.) — Vuoisi 
però aggiungere che tal verho ai 
Francesi e a noi venne schietto 
schietto dal latino. 

* vita. 

* Verso il 1263 fo che il Ponte- 
fice Urbano IV chiamò Carlo d'Angiò 
re di Sicilia e di Puglia, ed egli ne 
prese poi la corona nel 1265. {M.) 

* Forse d'Anversa, o piuttosto 
d' Unvers. (P.) 

* pensò al modo, e si recò da 
messer Alardo. 

' Intorno alla persona di messer 
Alardo di Valleri osservo soltanto 
quel che di lui accenna Dante dicen- 
do : < Ove senz' arme vinse il vecchio 
Alardo ; » e veder si potrebbe quel 
che narra Gio. Villani, lib. VII, capi- 
tolo XXVI, della sua prodezza, allor- 
ché il re Carlo si afErontò con Cur- 
radino per combattere nel piano di 
Tagliacozzo. Ivi parla V isterico dello 
strattagemma da Alardo adoperato ; 
ciò che segui 1* anno 1268. (J!f.) 

* impetrasse, ottenesse. 

^ dal lat. oceanonem casgione, ca- 
gione ; qui vale ripiego, pretesto. 

* Anticamente non significava co- 



me ora, pinzocchero, ma divoto, che, 
stando al secolo, portava abiti di 
religione con certe regole monacali. 
• chiesto. 

*• laad a 90i fedire, -^ Fedire tor- 
neamento, lo stesso che giostrare : che 
lasci a voi fare una sola giostra. (C) 
— Ferire o fedire torneamento, era 
frase propria dell' arte cavalleresca. 
Anche Dante neir Inf. XXII : 
< Corridor vidi per la terra vostra, 
Aretini, e vidi gir gnaldane. 
Ferir torneamenti e correr giostra. > 
Ove chi non intese tal frase, vi so^ 
stituì F far torneamenti, — Il gio- 
tirare non era precisamente lo stesso 
che il torneare. Nel primo spettacolo 
si movevano i cavalieri a scontro 
singolare ; nel secondo concorrevano 
a squadre, e il pericolo era maggiore. 
Veggasi la dichiarazione del Bnti 
alla voce Tomiamento nel vocabola- 
rio della Crusca, e la dissertazione 
ventesimanona del Muratori sopra 
le Antichità Italiane, nella quale si 
parla appunto dell' avversione del 
santo re Luigi a simili spettacoli, e 
si accenna che il sopraddetto suo 
fratello Carlo regnum perturhabat in 
tomeam^entia, (P.) 

'* Cioè: mi tarò io cacciare di 
corte? 

" Contr. di dUibererò, vi libererò. 



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58 NOVELLA XLIX. 

Messere Alardo se n' andò al Re di Francia e disse : mes- 
sere, quando io presi arme il giorno di vostro coronamento, 
allora portarono arme tutti li migliori cavalieri del mondo; 
ond'io per amor di voi volendo in tutto lasciare il mondo, e 
vestirmi di drappi di religione, piaccia a voi di donarmi una 
nobile grazia, cioè che un torneamento foggia,^ là dove s' armi 
la nobilita de' cavalieri, sì che le mie arme si lascino in gran- 
de festa come si presero. Allora lo Re Totriò.' Ordinossi un 
torneamento. Dall'una parte fu il conte d' Universa; e dall'al- 
tra fu il conte d' Angiò. La Reina con contesse, dame e dami- 
gelle di gran paraggi© ^ furo alle loggie, e la contessa di Teti 
vi fue. In quel giorno portaro arme li fiori de' cavalieri del 
mondo dall' una parte e dall' altra. Dopo molto torneare, il 
conte d' Angiò e quello dell' Universa fecero diliverare l' arrin- 
go, * e r uno incontro all' altro si mosse, alla forza de' pode- 
rosi destrieri, con grosse aste in mano. Or avvenne che nel 
•mezzo dell'arringo il destriere del conte d'Universa cadde col 
conte in un monte, onde le donne discesero dalle logge, e por- 
tàrlone in braccio molto soavemente. E la contessa di Teti vi 
fue. n conte d' Angiò si lamentava fortemente dicendo: lasso! 
perchè non cadde mio cavallo, sì come quello del conte d' Uni- 
versa, che la contessa mi fosse tanto di presso, quanto fu a 
lui ! Partito ^ il torneamento, il conte d' Aiigiò fu alla Reina, 
e chiesele mercè, ^ che ella per amore de' nobili cavalieri di 
Francia dovesse mostrare cruccio "^ al Re ; poi nella pace li 
domandasse un dono, e il dono fosse di questa maniera: che 
al Re dovesse piacere, eh' e' giovani cavalieri di Francia non 
perdessero sì nobile compagnia, come era quella di messere 
Alardo di Valleri. La Reina così fece. Crucciò ® col Re, e nella 

* /s^dria, terminazione antica dal i combattenti, quando il tornea do- 
yerbo fedire, che si dicea, come ora vea cessare, 

da «crfo, veggio. Dante : « Senza ar- • grazia. 

rosiarsiquandoilfocoilfeggia.»(5.) ' broncio. 

* V Qtrid, L* edizione di Bologna • Unico esempio di cmceiare po- 
ha per errore di stampa ottid. — Ot- sto come neutro semplice. Il Borgh. 
«are, voce antica, corrisponde al fran- legge: fece cruccio, (P.)-— Anche I 
cese octroier, e vale concedere. Il Me-, due cod. della Naz. di Firenze leg- 
nagio deriva questo verbo dallo spa- gono: fece cruccio; ma l'esempio di 
gnuolo otorgar. (0.) — Anche i due crucciare in senso neutro assoluto 
Codd. della Nazionale di Firenze leg- non è, come credeva il Parenti, uni- 
gonò ottiò, co. Ameto, 68 « Certo se mi fosse 

* legnaggio. lecito il cru<jc^«r«, già ti mostrerei, 

* diliverare V arringo, sgombrare quanto Tira m* accenda. » E Alam. 
lo spazio. Il torneo cambiossi in gio- Avarch. (I, 65): 

^M'ir-^^l^ ;3- . Vi ,. € Pongasi in esiguo 

Finito ; e dice cosi, perchè gli Ogni altra cosa andata, che sovente 
araldi del re dividevano {partivano) L'uoxa di tosto crucciar tardi si pente.» 



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NOVBI.I«A XLIX. 59 

pace li domandò quello che ella volea. E *1 Re lo promise il 
dono* E fu diliberato messer Alardo di ciò eh' avea promesso,* 
e rimase con gli altri nobili cavalieri torneando e facendo 
d'arme, siccome la rinomea* per lo mondo si corre sovente di 
grande boutade e d' oltremaravigliose ' prodezze. 



Novella L. 
Qui conta di Socrate filosofo, come rispose a* Greci} 

Socrate fue nobile filosofo di Roma, ed al suo tempo man- 
daro e' Greci nobile e grandissima ambasceria ai Romani. E 
la forma ^ della loro ambasciata si fu per difendersi da' Ro- 
mani del tributo che davano loro con ragione.* E fue loro 
così imposto dal Soldano. Andrete, ed userete ragione: e se 
vi bisogna, userete moneta. Gli ambasciadori giunsero a Ro- 
ma. Propesesi la forma della loro ambasciata nel consiglio di 
Roma, n consiglio di Jloma si provide ' che la risposta della 
domanda de' Greci si dovesse fare per Socrate filosofo, senza 
ninno altro tenore ^ riformando ^ il consiglio, che Roma stesse 
a ciò che per Socrate fosse riposto. Gli ambasciadori andaro 
colà dove Socrate abitava, molto di lungi da Roma, per op- 
porre*® le loro ragioni dinanzi da lui. Giunsero alla casa sua 
la quale era di non gran vista. Trovaro lui che cogliea er- 
betta. Avvisarlo da lunga.** L' uomo era di non grande appa- 
renza. Parlare insieme, consideranti tutte le soprascritte cose. 
E dissero intra loro:** di costui avremo noi grande merca- 

* cioè: di farsi beghino. • Nel testo del Borghìnì coslva- 

* Im rinomea. Il testo delBorgh. ria questo periodo: E la forma della 
La rinomanza, (P.) loro ambasciata si fu per difendere 

' oUremaraviglioso, Una sola voce da* Romani lo trihtUo per via di ra- 

alla provenzale, che non hanno la gione, [P.) 
terza collazione, ma pongono il ire, ' deliberò, 

come tre gran, per grandissimo, come * senz* altra condizione, o patto, 

nella Nov. XC tra sì gran gioia, mu- • riformando, e riformagione, voce 

tato tre In tra, {B.) nostra propria; quel che i Romani 

* Questa novella, in cui sono ma- dicevano Plehiscitum, o Senatuscon' 
lamento scambiati i luoghi, i tempi suUum, Ed ancor oggi abbiamo {in 
e le persone, si potrebbe riferire al Firenze) quel magistrato delle Rifor- 
fatto di Curio narrato dagli storici, magioni, di cui in altra novella an- 
e ricordato in breve da Cicerone n^l tica si dice: Ser Martino Notaio 
libro De Senectute, n. 55: e Ourioad delle Biformagioni, {B,) 

focum sedenti magnum auri pondus *® Lat. opponere in significato di 

Samnites cum attuUssent, repudiati ab • mettere innanzi. Cic. « opponere aw> 

eo sunt. Non enim aurum Tiabere, toritatem, nomen alicujua, » 

prceclarum sibi videri dixit, sed iis " lo adocchiarono, lo ravvisarono 

qui haherent aurum imperare.* (P.) da lontano. 

» Qui vale sostanza, irUento» " Il testo del Borgh.: Trovaro 

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60 NOTBLLA II. 

to ; * acciò che * sembiava loro anzi povero che ricco. Giunsero, e 
dissero: Dio ti salvi, uomo di grande sapienzia, la quale non 
può essere picciola, poi che li Romani t' hanno commessa così 
alta risposta chente ^ è questa. Mostrarli la riformagione * di 
Roma, e dissero a lui: proporremo dinanzi da te le nostre 
ragionevoli ragioni le quali sono molte. Il senno tuo prove- 
derà il nostro diritto. E sappi' che siamo di ricco signore; 
prenderai questi perperi^ i quai sono molti, ed al nostro si- 
gnore è neente, ed a te può essere molto utile. E Socrate ri- 
spose agli ambasciadori, e disse: voi pranzerete innanzi, e 
poi intenderemo a' vostri bisogni. Tennero ' lo invito, e pran- 
zaro assai cattivamente, senza molto rilevo.^ Dopo il pranzo 
parlò Socrate agli ambasciadori, e disse: signori, qual è me* 
glio tra una cosa o due ? Gli ambasciadori risposero : le due. 
E que' disse: or andate ad ubbidire^ a' Romani con le per- 
sone ; ciiè se il comune di Roma avrà le persone de' Greci, bene 
avrà le persone e lo avere.*^ E s' io tollessi l' oro, i Romani 
perderebbero la loro intenzione.^* Allora gli ambasciadori si 
partirò dal filosofo assai vergognosi, ed ubbidirò . a' Romani. 



Novella LI. 
Dd hiwn re Méliadus e del cavaliere senza paura,^^ 

H buono re Méliadus e '1 cavaliere senza paura si erano ne- 
mici mortali in campo. Andando un giorno questo cavaliere 
senza paura a guisa d' errante cavaliere disconosciutamente, 

lui che eogliea erbette, Awiaarordo mento in moneta di perperì mostra 

dcdla lunga. L* uomo parea di non anch'esso antica questa novella, s^- 

grande appariscenza, Parlaro insieme, condo che si ha dal Du-Fresne, e 

Considerate tutte le sopraddette cose, da altri. (M.) 
e* dissero tra loro: di costui^ ecc, (P.) ' Elegantemente "per accettarono, 

* con poco lo compreremo, lo • Quello che avvanza alla mensa ; 
guadagneremo al nostro volere. Introd. Virt.: « Avvegnaché fosse lieve 

* perciocché, la cena e di poche imbandigioni, ìm- 

* quale :, mancano a' codici le pa- pertantp del rilievo si consolarono 
role: chente ì questa, nò son punto cotanti poveri che ecc. » 
necessarie. ' Il Borghini: Or andate, ed uh- 

* come sopra, riformare per deli- Udite, (P.) — I cod., come nel testo. 
heraarcf cosi ora riformagione per de- '® le sostanze, le facoltà, i beni. 
liberazione, senato consisto. * '* Intendi: voi, come siete sog- 

^ I due cod. della Naz. : sappiaU getti a* Bomani colle persone, così 

e il testo del Borghini: sappiend>o. perdereste anche 1 beni; ed io, pren- 

* Questi perperi. — Perpero, mo- dendo danaro da voi verrei meno alla 
neta degl'imperatori greci. Trovasi fiducia che i Romani riposero nella 
mentovata anche da Filippo Villani, mia giustizia. * 

Crede il Menagio che da perpero si " Il racconto ò cavato dai ro- 
sia fatto sperperare. (C.) — Il paga- manzi della Tavola rìtonda. 

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NOVELLA LI. 61 

trovò suoi sergenti ^ che molto V amavano, ma non lo cono- 
scevano. E dissero: dinne, cavaliere errante, per onore di ca- 
valleria, qual è miglior cavaliere tra il buon cavaliere senza 
paura o 1 buon re Meliadus? E '1 cavalier rispose: se Dio mi 
dea * buona ventura, lo re Meliadus è lo miglior cavaliere che 
in sella cavalchi. Allora li sergenti che voleano male al re 
Meliadus per amore di loro signore, sì sorpresero questo lor 
signore a tradigione,' e così armato lo levaro da destriere, e 
miserlo attraverso d' un ronzino,* e diceano comunemente che 
il voleano impendere. Tenendo lor cammino, trovare il re Me- 
liadus. Trovarolo a guisa di cavaliere errante, che andava a 
uno tomeamento, e domandò i vassalli perch' elli menavano 
quello cavaliere così villanamente. Ed elli risposero : messere, 
però eh' egli ha bene morte servita,* e se voi il sapeste, voi 
il menereste più tosto di noi. Addomandatelo dì suo misfatto, 
n re Meliadus si trasse avanti, e disse: cavaliere, che hai tu 
misfatto® a costoro che ti menano così laidamente? E '1 ca- 
valiere rispose : ninna cosa, né misfatto ho fatto loro, se non 
che io volea mettere il vero avanti. Disse il re Meliadus: ciò 
non può essere. Contatemi più*^ vostro misfatto. Ed elli ri- 
spose: sire, volentieri. Io sì tenea mio cammino a guisa d'er- 
rante cavaliere; trovai questi sergenti, e mi domandare per 
la verità* di cavalleria, che io dicessi qual fosse miglior ca- 
valiere tra il buon re Meliadus o il c,avalier senza paura. Ed 
io, siccome io dissi di prima, per mettere il vero avanti, dissi 
che il re Meliadus era migliore, e noi dissi se non per verità 
dire ; ancora che il re Meliadus sia mio mortai nimico, e mor- 
talmente il disamo, io non volea mentire. Altro non ho mi- 
sfatto; e però subitamente mi fanno onta. Allora il re Meliadus 
cominciò ad abbattere • i servi, e fecelo sciogliere, e donolli un 

* gente armata al servizio del chiescamente gli fece riverenza. » 
cavaliere; VasaaUi, come più sotto. ' ha bene morte servita. — Servire 

* dea per dia, antica maniera più qui vai meritare: S^l ben meritata la 
vicina al latino def. Dante Inf. XXXTTT: marte. L'usò in questo senso anche 
< Innanzi ch'Atropòs mossa le dea.(P.)» Gio. Villani. (C.) 

* a tradimento, dal lat. tremitio, • ohe hai tu misfatto. — M«/arc,ver- 

* n Borghini legge: Traversone bousatodamoltidegliscrittorideltre- 
aopra d'im romtino, e nota: « 2Va- cento ; far male, commetter delitti. ((7.) 
vereone, attraverso; come ginocchio- ^ eo7itafemtjptu.il testo del Borgh. 
ne, carpone, boccone, a tentone, pen- contesemi pur, (P.) — Contar piÀl^ qui 
zolone, dondolone, balzellone, saltello- vale : spiegatemi meglio, con più par- 
ne, ed altri simiglianii avverbi. » La ticolari. 

Crusca registra tal voce con questo • per la verità. Il testo suddetto; 

solo esempio. (P.) —Benvenuto Celi., mi fe\ (P.) 

Vita: in traversone, « Tirandosi in ^ ad abbattere, lì medesimo testo: 

punta di piò in traversone gran- o battere (P.) 



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62 NOVELLA LI. 

ricco destriere con la insegna sua coperta, e pregolìo che non 
la levasse insino a suo ostello : e partirosi, e ciascuno andò a 
può cammino il re Meliadus e' sergenti, e 1 cavaliere. Il cavaliere 
giunse la sera all'ostello. Levò la coverta della sella. Trovò 
r arme del re Meliadus che gli avea fatta sì bolla deliberanza,* 
e dono, ed era* suo mortai nemico. 



t 



! 

Novella LII. 
lyuna Novella ch'avvenne in Provenea aUa corte del Po, 

Alla corte del Po ài Nostra Donna *. in Provenza s' ordinò 
una nobile corte, quando il figliuolo del conte Ramondo * si 
fece cavaliere, ed invitò tutta buona gente. * E tanta vo ne 
venne per amore, * che le robe e V argento fallio. ' E convenne 
che disvestisse de' cavalieri di sua terra, è donasse a' cavalieri 
di corte. Tali rifiutaro, e tali consentirò. In quel giorno ordi- 
naro la festa, e poneasi uno sparviere di muda^ in su una 
asta. Or venia che si ^ sentiva sì poderoso d'avere e di coraggio, 
e levavasi* il detto sparviere in pugno, convenia che quel cotale 
fornisse la corte*® in quell'anno. I cavalieri e donzelli, che erano 
giulivi e gai,** sì faceano di belle canzoni e il suono e il motto ; *' 
e quattro approvatori erano stabiliti, che quelle che aveano 
valore faceano mettere in conto. ** E V altre, a chi l'avea fatte, 
diceano che le migliorasse. Or dimoraro,** e diceano molto bene 
di loro signore. E li lor figliuoli furo nobili cavalieri e costu- 
mati. Or avvenne che uno di quelli cavalieri (pogniamli nome 
messer Alamanno), nomo di gran prodezza e boutade, amava 
una molto beUa donna di Provenza, la quale avea nome Ma- 
donna Grigia, ed amavala si colatamente, che ninno li le potea 
fare palesare. Avvenne che li donzelli del Po si posero " insieme 

^ liberazione. * Muda è il luogo, dorè si ton- 

• ed era. Qui vale come se di- gono gli uccelli a mudare (cioè a 
cesse: eppur wa, o quòLntwvqw rinnovar le penne). (Jlf.) 
fosae. (P.) * sottintendi: colui, che si sentia. 

" Po di Nostra Donna, cioè Puy- ^® tenesse quell'anno corte, cioè 

Notre-Dame nel paese d*Angiò. Po- pubblico convito. 

di%m Andegavenae. (P.) ** Giidivi e gai, lieti e contenti. 

* Raimondo Berlinghìeri, suocero Cosi U Bocc. « Di che voi tutta gin- 
di san Luigi re di Francia, nominato Uva viverete. » {B.) 
nella Novella XXXVI. (M.) " ciò che ora direbbesi musica 

' gente di buona condizione. {mono) e poesia {motto). 

' di propria volontà, spontanea- ** annotare, mettere a nota, 
mente. '* s' intrattenevano a cantare le 

' mancò la roba e l'argento, di loro donne, 
che solevano essere presentati i ca- " «» posero insieme, cioè: conven- 

valieri nelle corti bandito. nero tra loro, deliberarono. Trovasi 

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NOVELLA Ln 63 

d'ingannarlo e di farlo vantare. Dissero cosi a certi cavalieri e 
che noi baroni: noi vi pregamo, * che al primo torneare che si farà, 
andò i che la gente si vanti. E pensaro così : messere cotale è prodis- 
iny simo d'arme, e farà bene quel giorno del torneamento, e scal- 
TroTi. derassi d'allegrezza. Li cavalieri si vantaranno; ed elli non si 
ranza,' potrà tenere, che non si vanti di sua dama. Così ordinaro. Il 
torneamento fedio. * Il cavaliere ebbe il pregio ^dell'arme. * Scal- 
dossi d'allegrezza. Nel riposare la sera e cavalieri s'incomin- 
. ciaro a vantare: chi di bella giostra^ chi di bello castello ; chi 
di bello astore; chi di bella ventip:a. E il cavaliere non si potè 
Po, tenere, che non si vantasse ch'avea così bella dama.* Or av- 
, , venne che ritornò per farle onore, com' era usato. E la dama 
^y^; r accommiatò. ^ J\ cavaliere sbigottì tutto, e partissi da lei e 
^ ^; dalla compagnia de'cavalieri, ed andonne in una foresta, e ri- 
^ ^ chiusesi in uno romitaggio si celatamente, che ninno il seppe. 
f.^^' Or chi avesse veduto il cruccio de' cavalieri e delle dame e don- 
zelle, che si lamentavano sovente della perdita di cosi nobile 
cavaliere, assai n'avrebbe avuto pietade. Un giorno avvenne che 
i donzelli del Po smarrirò una caccia, ® e capitaro al romitaggio 
detto. DomandoUi, se fossero del Po. Elli risposero di si. Ed 
eUi domandò di novelle. E li donzelli li presero a contare come 
v'avea laide novelle; ^ cho per picciolo misfatto aveano perduto 
il fior de' cavalieri, e che sua dama gli avea dato commiato, e 
niuno sapea che ne fosse addivenuto. Ma proccianamente ® un 
torneamento era gridato, ove sarà molto buona, gente; e noi' 
pensiamo ch'egli ha sì gentil cuore, che dovunque elli sarà, si 
varrà a torneare con noi. E noi avemo ordinate guardie di 
gran podere e di gran conoscenza, che incontanente lo riter- 
ranno. E così speriamo di riguadagnare nostra gran perdita. 

Fsato il verbo porre in questo senso * si ferì, sì fece il torneo, 

anche dal Boccaccio, da Gio. Villani ' ebbe la palma ; fu vincitore. 

e da altri. (G.) * Il cod. Laur. donna, qui e più 

* pregamo: cosi poco appresso sotto. 
aperamo. Ora tutti scrivono preghia- • lo licenziò. 

mo, speriamo^ anche nel dimostrati- * perdettero di vista T animalo 

vo, sebbene fossero voci proprie sol- che cacciavano, ed errando per la 

tanto del desiderativo e del sog- foresta capitarono ecc. 
giuntivo. Per egual ragione si trova ' brutte, cattive novelle. 

in qnesta medesima Novella axemo, • proceianamentef prossimamente; 

e non abftiamo. L*uno è Vhabemus, alla provenzale. Dante, Inf. XII; 

l'altro Vhaheamua de' Latini. Non si « Ma ficca gli occhi a valle, che s'ap- 

nota questo per ritirare i presenti proccia. » {B.) — frane, proéiains' 

verso le maniere dismesse, ma solo ment^ 

per distorro i giovani dal mal vezzo • Divenendo qui diretto il ragio- 

di coloro che ignorantemente di- namento, sottintendasi diecvan essi, 

sprezzano tutto ciò che non ò con- Gli antichi seguivano nello scrivere 

fórme ali* uso del giorno. (P.) tante ellissi che naturalmente occor- 



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64 NOVELLA LH. 

Allora il romito scrisse a un suo amico secreto/ che '1 dì 
del torneamento li trammettesse * arme e cavallo secretamente. 
E rinviò li donzelli.* E l'amico fornì la richiesta del romito, che 
il giorno del torneamento li mandò cavallo ed arme; e fa il 
giorno nella pressa * de' cavalieri, ed ebbe il pregio del tornea- 
mento. Le guardie l'ebbero veduto; awisarolo,* ed inconta- 
nente lo levaro in palma di mano a gran festa. La gente 
rallegrandosi, abbatterli la ventaglia® dinanzi dal viso; pre- 
garlo per amore che cantasse. Ed elli rispose: io non can- 
terò mai, se io non ho pace da mia dama. I nobili cavaKeri 
si lasciarono ire dalla dama,' e richieserle con gran pregherà, 
che li facesse perdono. La dama rispose : diteli cosi, eh' io non 
li perdonerò giammai, se non mi fa gridare mercè a ® cento ba- 
roni ed a cento cavalieri ed a cento dame ed a cento donzelle, 
che tutti gridino a una voce wercè, e non sappiano a cui la si 
chiedere. Allora il cavaliere, il quale era di grande savei^, si 
pensò che s' appressava la festa della candelara, che si facea 
gran festa al Po^ e le buone agenti veniano al monastero; e 
pensò: mia dama vi sarà, e sarawi tanta buona gente, quanto 
ella addomanda che gridino mercè. Allora trovò' una molto bella 
canzonetta; e la mattina per tempo salio in su^IÌeì iCpergamo e 
cominciò quella sua canzonetta quanto seppe '§,fÌHéglio, che 
molto Io sapea ben fare, e la terminava in cotale maniera: 

< Aissi co 1 sers qne cant a fait Ione /cors 
Toma miirir als crii del chassadors, 
Aissi tom ea, dompna, en vostra mersè.'^ 

Allora tutta la gente, quella che era nella chiesa, ^^ gridare 
mercè; e perdonolli la donna. E ritornò in sua grazia come 
era di prima." 

rono nel parlare. Chi non avverte a • compose; onde trovatori furono 

questo, suppone troppo spesso errori detti i poeti d* allora, 

grammaticali. (P.) io « e come il cervo, quando ha corso 

» fidato. • (intorno, 

' gli mandasse. Viene a morir, de' cacciatori al grido, 

* Alamanno licenziò i donzelli : ^^si a vostra mercè, donna, ritorno. » 
e pare che mandasse per mezzo dei (-^0 
donzelli la lettera. " In chiesa si tenevano le adu- 

* calca, schiera. nanze numerose per cagion di poli» 

* lo ravvisarono, lo raffigurarono, tica e anche di piacevole tratteni- 

* Quella parto di visiera che era mento. 

più vicina al mento, e per la quale *' Se questa Novella dà npl caso 

il cavaliere pigliava Tarla; latino particolare un esempio di debolezza 

huccula, e servilità poco degna d^jt!* animo 

' s' indussero a recarsi dalla virile, serve per altro a^^.wdero 

dama. in generale come ne' secoli, jmq noi 

* a per dat dal lat. a, ab. ci crediamo superare di geniidUft|a, i 

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Novella LIII. 

Qui conta d^un filosofo, il quale era chiamato Biogene, 

Fue un filosofo molto savio, il qnale avea nome Diogene. 
Questo filosofo era un di bagnato * in una troscia d'acqua, e sta- 
vasi in una grotta al sole. Alessandro di Macedonia passava 
con grande cavallaria. Vide questo filosofo; parlò, e disse: 
deh, uomo di misera vita, chiedimi, e darotti ciò che tu 
vorrai. E il filosofo rispose: priegoti che mi ti levi dal 
sole.' 



Novella LTV. 
Qui conta di Papirio, come U padre lo menò a consiglio^ 

Papirio fu romano, uomo potentissimo e savio, e dilettissimo 
molto in battaglia.* E credeansi i Bomani difendersi da Ales- 
sandro, confidandosi nella boutade di questo Papirio. Quando 
Papirio era fanciullo, il padre lo menava seco al consiglio. Un 
giorno il consiglio si comandò credenza.' E la sua madre 
lo stimolava molto, che voleva sapere di che i Romani aveàno 

cavalieri fossero dìligentissimi nel- 
r osservanza d*ogni rispetto, e le 
dame sostener sapessero gelosamente 
la dignità del costume : < La caval- 
leria, dice un egregio scrittore, di 
'.orìgine tutta francese e frutto di un 
sentimento di nobiltà tutta cristia- 
na, produsse sentimenti ancora più 
nobili, ed in certo modo diede una 
direzione novella, abbellì, perfezionò, 
mansuefece la più pericolosa e la più 
. indocile di tutto le passioni umane, 
* cioè r amorfe, e la elevò ad un grado 
di eccellenza che nell'abbiezione dei 
moderni corrotti costumi crediamo 
romanzesca, e fu reale. » (Ventura, 
La Francia nel suo rapporto col Cri- 
stianesimo, § XII.) (P.) 

' era entrato a bagnarsi in nn 
corso d'acqua, in una gora. 

' Una tal risposta fece dire al 
Macedone: S* io non fossi Alessan- 
dro, vorrei esser Diogene. Sopra di 
che .riflette Seneca (De benef.): 
« Somo supra menauram hunuxnce «u- 
perincB tumens, vidit aliguem, cui nee 
a NoveUino. 



dare quidquam po88et,neceripere,* (P.) 

• A noi Fiorentini rammenta il 
capitano Cosimo della Kena nella 
sua Introduzione alla Serie degli an- 
tichi duchi e marchesi della Tosca- 
na, di quel Tommaso Frescobaldi, 
che sendo stato Commissario de' no- 
stri, e rimasto prigione de'Genovesi, 
non potè essere indotto a palesare 
il segreto commessogli dalla sua re- 
pubblica, eleggendo morire sul tor- 
mento, come fece, piuttosto che dir- 
ne parola; onde poi furon le sue fi- 
gliuole dalla grata patria nobilmente 
maritate e dotate. (M.) 

* n Borghini legge: e' diUttoasi 
móUo in battaglia: ma il Guaito- 
ruzzi e i due codici citati, come nel 
testo. Onde, per quanto sia nuovo 
questo dilettissimo in hattaglia^ per 
diUttantissimOy amantissimo di latta- 
glia, noi non ci siamo attentati di 
correggere contro 1* autorità de'testi 
a penna. 

» Comandò eredemm. Intimò il se- 
greto. (C.) 



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66 , NOYBLLA LIV. 

tenuto consiglio. Papirio veggendo la volontà della madre, sì 
pensò una bella bugia/ e disse cosi: li Romani tennero con- 
siglio, quale era meglio tra che gli uomini avessero due 
mogli, le donne due mariti, acciochè la gente moltiplicasse, 
perchè terre si rubellavano da Roma; onde il Consiglio sta- 
bilio, ch'eira meglio e più convenevole, che l'uomo abbia due 
mogli. La madre che gli aveva promesso di tenere credènza, 
il manifestò a un'altra donna, e quella a un'altra. Tanto 
andò d' ima in altra, che tutta Roma il sentì. * Ragunàrsi le 
donne, ed andarne a' senatori, e doleansi molto. Ed elli te* 
metterò forte di maggior novità. Udendo la cagione, diedero 
cortesemente loro commiato, e commendare Papirio di grande 
savere. Ed allora lo comune di Roma stabiLio che ninno 
padre * dovesse menare suo figliuolo a consiglio. 



Novella LV. 
jyuna guistione che fece un giovine ad JPtistotUe, 

Aristotile fu grande filosofo. Un giorno venne a lui un 
giovine con una nova * domanda, dicendo così : maestro, io ho 
veduto cosa che molto mi dispiace all' animo mio ; eh' io vidi 
un vecchio di grandissimo tempo fare laide mattezze. Onde, 
se la vecchiezza n' ha colpa, io m' accordo * di volere morire 
giovane anzi che invecchiare e matteggiare. Onde per Dio,* 
metteteci consiglio, se essere può. Aristotile rispose: io non 
posso consigliare, che invecchiando la natura non muti in 
debolezza il buono colore naturale; e, se verrà e' meno,' la 
virtù ragionevole 'manca. Ma per la tua bella provedenza^ 
io t'apprenderò com'io potrò. Farai così, che nella tua gio- 
vanezza tu userai tutte le belle e piacevoli ed oneste cose, e 
dal lor contrario ti guarderai al postutto; e quando sarai 

* ' '^ ?ie,anco giocose, non soi» • Per Dio è usato dagli antichi 

onde se è da lodarsi Fa- non per giuramento, ma per preghie- 

nllo, d'aver saputo tenero ra, cioà Per amor di Dio. iM,)r- 
è da biasimarsi d* aver ^ e se il caler naturale vien meno, 

a madre. ^ anche le facoltà intellettive man- 

e sentore, notizfa. cano. — Questo luogo in tutte le 

)rghìni aggiunge per inr stampe è stranamente guasto; la 

manca ai codici e non è nostra lezione è quella in che i duo 

*■ singolare, strana, codici della Kaz. concordano, 
determino, io mi risolvo, • ma perchè tu se* cosi ben pre- 
io. veggiente, io ecc. 



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NOVELLA LV. 67 

Teccbio, non per natura ne per ragione idvrai con nettezza,* 
ma per la tua bella e piacevole e lunga usanza eh^ avrai 
fatta.» 



Novella LVL 
Qui conta deUa gran giusUeia di Traiano imperadore. 

Lo 'mperadore Trajano fu molto giustissimo signore. An- 
dando nn giorno con la sua grande cavalleria centra suoi 
nemici, una femina vedova li si fece dinanzi, e preselo per 
la staffa, e^ disse: messer, fammi diritto ' di quelli cF a torto 
m'hanno morto* il mio figliuolo. E lo 'mperadore disse: io f 
soddisfarò, quando io sarò tornato. Ed ella disse: se tu nor 
torni P'^ Ed elli rispose: soddisfaratti lo mio successore. Ed 
«Ila disse : se '1 tuo successore mi vien meno, tu mi se' debitore. 
E pogniamo che pure mi soddisfacesse; F altrui giustizia non 
libera ® la tua colpa. Bene awerrae al tuo successore, s^ elli 
liberrà '^ sé medesimo. Allora lo 'mperadore smontò da cavallo 
e fece giustizia di coloro ch'avevano morto il figliuolo di 
colei, e poi cavalcò, e sconfisse i suoi nemici. E dopo, non 
molto tempo dopo la sua morte, venne il beato santo Gre- 
gorio papa, e trovando la sua giustizia andò alla statua sua, 
e con lagrime l'onorò di gran lode, e feoelo diseppellire. Tro- 
vare che tutto era tornato alla terra,^ salvo che i' ossa e la 
lingua; e ciò dimostrava com'era suto giustissimo uomo, e 
giustamente avea parlato. E santo Gregorio orò per lui a Dio, 
e dicesi per evidente miracolo che, per li prieghi di questo 
43anto papa, l'anima di questo imperadore fu liberata dalle 

* con purità, con integrità. Se- ■ Il testo del Borghini ha : Se iu, 
gneri (Mann. Hagg.):< Quella dote che non rediesi f Eà egli vi nota: JSe- 
Sesù Cristo raccomandò di bocca sua diesi, alla latina, in uso ^ora. 
tante Tolte alla sua sposa Maddalena Dante, Par. XI : 

Ile' Pazzi, e chiamò nettezza ; net- «,...« .,„,.,. 

fcezza di pensieri, nettezza di parole, * ^^^^^l al finitto deli' Italica erba. » 

nettezza di opere. » Ed altrove : 

* Aristotile, nel suo libro De „ , , ^ ^ ,, . „ 
moria, scrive: < Tan^m natura * ^^/^ V??'!: f^f^^^^^^ 
coneuitudo eeU » E nel secondo libro ^"^ ^''" ^"^^ *^' ""^ •^^''"" "'^* 
deir Etica : < Propter hoc eonsuetudo Ma quest* ultima voce è ancora usi- 
diffidlie, qttoniam wUurce eueimUa- tata presso i poeti. (P.) 

tur, > {M,) ' non affranca, non sodisfa la tua 

* giustizia. colpa, non ti scioglie da colpa. 

* Nel testo del Borghini, si legge : ' liberrà, sincope di libererà, lì 
di quelli cV a torto w* lia morto; e sa- Borghini legge libera in presente. (P.) 
rebbe contro buona grammatica. (P.) • ridotto in polvere. 

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68 NOVELLE LTI, LYII, LVm. 

pene delP inferno, ed andonné in vita eterna, ed era stato 
pagano.^ 

NOTBLLA LVn. 

Qui conta ^ Ercole come vi andò alla foresta. 

Ercole fu nomo fortissimo oltre gli altri nomini, ed aveva 
una sua moglie la quale li dava molta travaglia.' Partissi un 
di di subito, ed andonne per una gran foresta, e trovava 
,orsi e leoni ed assai fìere pessime. Tutte le squarciava ed 
uccideva con la sua forza. E non trovò ninna bestia si forte, 
che da lui si difendesse. E stette in questa foresta gran 
tempo; poi tornò a casa alla moglie co' panni tutti squar- 
ciati, con pelli di leoni addosso. La moglie li si fece incontra 
con gran festa, e cominciò a dire: ben vegniate, il signor mio, 
che novelle? Ed Ercole rispose: io vegno dalla foresta; e 
tutte le fìere ho trovate più umili di te; che tutte quella 
ch'io ho trovate ho soggiogate, salvo che te. Anzi tu hai 
soggiogato me. Dunque se' tu la più forte femina che io mai 
trovassi; e' hai vinto colui che tutte l'altre cose ha vinto. 



Novella LVIII. 

Qui conta come Seneca consolò wna donna 
a cui era morto uno suo figìiitolo. 

Volendo Seneca consolare una donna a cui era morto una 
suo figliuolo (siccome si legge nel libro di Consolazione) disfie 
cotali parole: se tu fossi femina siccome l' altre, io non ti par- 

' Dante cantò questo fatto nel X, Ed egli a lei rispondere: Or aspetta 

tei Pnrg. V. 73, seg., che giova qui Tanto ch'io torni. Ed ella: Signor 

riferire e mettere a riscontro dell' in- „^ . . ^ , , - t?^^ 

.r««»i« n»*^a.»t/>*.i^ oTi4-i*»o . ^<*"^® persona m cm dolor s'affretta, 

genua narrazione antica : g^ ^ ^^^ t^^^j y ^d ei : Chi fia doy'io;. 

< Quìt' era storiata V alta gloria La ti farà- Ed ella : L' altrui bene 

Del roman principato, il cui valore A te che Sa, se il tuo metti in obblio? 

Glosse Gregorio alla sua gran vittoria; Ond' olii : Or ti conforta, che conviene 

Io dico di Trajano imperadore ; Ch' io selva il mio dovere, anzi ch'io 

Ed una vedovella gli è al freno (mova. 

Di lagrime atteggiata e dì dolore. Giustizia il vuole, e pietà mi ritiene. » 

Dintorno a lui parca calcato e pieno 

Di cavalieri : e l' aquile dell' oro « Travaglia, Bisogna, Chiostra, Co- 

Sovr 'esso in vista al vento si movièno. *#,,«,„ iUntìonn ViAiPifn ^an/^i.^ * ««i 

La miserella intra tutti costoro TjZ. TT Ìl!Ì ' 1^5® \^f^ 

Pareadicer: Signor, fammi vendetta ^ *^*^**% ^®!* ^^^^^ Biado, Lodo^ 

Del mio figliuol eh' ò morto, ond'io Dimando, Candelo. Dante : e Nuovo 

(m'accoro, travaglie e pene quante io vidi. » (J?.> 



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NOVELLA LVin. 69 

lerei com' io farò. Ma però che tu se' fraina, ed hai intelletto 
d'uomo, sì ti dirò cosi: Due donne furo in Roma; a ciascuna 
inori n figUuolo. L^ uno era de^ cari figliuoli del mondo, e 
r altro era vie più caro.* L'una si diede a ricévere consola- 
zione, e piacquele essere consolata; e 1* altra si mise in un 
canto della casa, è rifiutò ogni consolazione, e diessi tutta in 
pianto. Quale di queste due fé' il meglio? Se tu dirai quella 
<;he volle essere consolata, dirai il vero. Dunque perchè piangi? 
Se mi di' : piango il figliuolo mio, perchè la sua bontà mi 
facea onorare, dico che non piangi lui, ma il danno tuo; onde 
tu piangi te medesima, ed assai è laida cosa piangere altri 
sé stesso. E se tu vuoli dir© : il cuor mio piange, perchè tanto 
r amava; non è vero:' che meno l' ami tu morto, che quando 
era vivo. E se per amore fosse tuo pianto, perchè noi piangevi 
tu quando era vivo, sapiendo che dovea morire? Onde non ti 
scusare: tótti* dal pianto. Se il tuo figliuolo è morto, altro non 
può essere. Morto è secondo natura ; dunque per convenevole 
modo, lo quale è di necessitade a tutti. E cosi consoloe coleL* 



Novella LIX. 
Qui conta come Seneca fu giudicato a morte. 

Ancora si legge di Seneca, eh' essendo maestro di Nerone, 
«ì lo Latteo quando era giovane, come suo scolajo: e quando 
Nerone fu fatto imperadore, ricordossi delle battiture di Se- 
neca; sì lo fece pigliare e giudicollo* a morte. Ma cotanto li 
fece di grazia, che li disse che eleggesse di qùal morte eUi 
volesse morire. E Seneca chiese di farsi aprire tutte le vene 
in un bagno caldo. E la moglie sì il piangea, e dicea: "^ deh, 
signor mio, che doglia m'è che tu muori senza colpa! E Se- 
neca rispose: meglio m' è che io moja senza colpa, che con 
colpa. Gosì^ sarebbe dunque scasato colui che m'uccide a 
torto. 

*■ Chi potrebbe esprimere conplil dal quale è preso il restante. (P.) 

Vgrazia e soavità un sùnigliante con- ^ togliti dal pianto : ì Ood. tuotù 

/«etto? (P.) ' Tutta la consolazione che dar 

• Borghlni : fece, poteva uno stoico. (P.) 

* Distinguasi o no colla Interpun- ' condannoUo. 

■zione questo passoyìl sentimento resta ^ Il testo del Borghini : ^ 2a mo* 

ambìguo, né vi trovo corrispondenza glie lamentando dicea. (P.) 

nel citato libro i>econ«o{. ad Mirota»!, * Cioè: se io morissi con colpa. 



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70 

NOYBLLA LX. 

Qui confa come dato si lamentava contro aita ventura} 

Gato fQosofo, nomo grandissimo di Roma, stando in pre*^ 
gione e in povertade, parlava con la ventura, e doleasì molto, 
' e dicea: perchè m*hai tn tanto tolto? E poi si rìspondea in 
luogo della ventura, e dicea così: figliuolo mio, quanto diHca- 
tamente t'ho allevato e nodrito!' e tutto ciò che m'hai chie- 
sto t'ho dato. La signoria di Boma t'ho data. Signore t'ho 
fatto di molte detrzie, di gran palazzi, di molto oro, gran ca- 
valli, molti arnesi. figliuolo n^o, perchè tì rammarichi tue ? 
perch'io mi parta da te? E Cato rispondea: si, rammarico.* 
E la ventura parlava: figliuolo mio, tu se' molto savio. Or non 
pensi tu eh' io ho figliuoli picciolini, li quali mi convien nodri- 
care? vuoi tu ch'io li , abbandoni? non sarebbe ragione. Ahi 
quanti piccioli figliuoli ho a notricarel Figliuol mio, non possa 
star più teco. Non ti rammaricare, che io non t' ho tolto neente; 
che ciò che tu hai perduto non era tuo. Perciò che ciò che si 
può perdere, non è propio. E ciò che non è propio, non è tuo.* 



Novella LXI. 

Gome il Soldano, avendo bisogno di moneta^ 
voUe coglier cagione a un giudeo. 

Il Soldano, avendo bisogno di moneta, fii consigliato che 
'cogliesse cagionò* a un ricco giudeo, ch'era in «uà terra, e 
poi gli togliesse il mobole " suo, eh' era grande oltra numero. 
Il Soldano mandò per questo giudeo, e domàndoUi, qual fosse 
la migliore fede, pensando, s' egli dirà: la giudea, o la cristiana, 
io dirò ch'elli pecca contro la mia. E, se ,dirà: la saracina, ed 
io dirò: dunque, perchè tieni la giudea? Il giudeo, udendo la 
domanda del signore, rispose così: Messere, elli fu un padre 
eh' avea tre figliuoli, ed avea un suo anello con una pietra pre- 
ziosa la migliore del mondo. Ciascuno di costoro pregava il padre 

* vetdwra» Così chiamavano la dire col semplice 9 sublime linguag- 
fortuna. Dante : « L' amico mio, e gio della religione : e Dominua deditr 
non della ventura. » {B.) Dominua nihstvMt : tieut Domino plo" 

' educato. euU,itafacttme9t: ait nomen Domini 

* faccio rammarico; mi dolgo; henedietumf* (Job. I, 21.) (P,) 

Il Cod. Palat.: «ieeh^io rammarico, ' incolpasse, trovasse alcuna ca- 

* Felice cbl riconoscendo un* al- gione a danno di ecc. 

tissima provvidenza non ha Bisogno * mobile ; per faeoUà od avere ìd 

di dialo^zare colla fortuna, e può genere. 

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NOVELLA LXI. 71 

eh' alla Bua fine lì lasciasse questo anello.Tl padre, vedendo che 
catuno il volea, mandò per un fine* orafo, e dis^e: maestro, 
fammi due anella cosi a ponto come questo, e metti in cia- 
scuno una pietra che somigli questa. Lo maestro fece l'anella 
così a punto, che nessuno conoscea il fine' altro che 1 padre. 
Mandò per li figliuoli ad uno ad uno; a catuno diede il suo 
ìq secreto, e catuno si credea avero, il fine, e ninno ne sapea 
il vero, altri che'l padre loro. E così ti dico deUe fedif-che 
sono tre.' D Padi*e di sopra * sa la migliore ; e li figliuoli, 
ciò siamo noi, ciascuno si crede avere la buona. Allora il Sol- 
dano, udendo costui così riscuotersi,* non seppe che si dire di 
coglierli cagione, e sì lo lasciò andare.® 



Novella LXn. 
Qui conta una Novella & uno fedele e d* uno signore. 

Uno fedele' d'uno signore, che tenea sua terra, essendo a 
una stagione i fichi novelli,® il signore passando per la con- 
trada, vide in sulla cima d'un fico un bello fico maturò; fe- 
celsi cogliere. Il fedele si pensò : dacché li piaciono, io li guar- 
derò per lui. E si pensò d'imprunarlo, e di guardarli.' Quando 
furo maturi, sì gliene portò una soma, credendo venire in sua 
grazia. Ma quando li recò, la stagione era passata; che n'erano 
tanti, che quasi si davano a' porci.*^ Il signore veggendo que- 
sti fichi, sì si tenne bene scornato, e comandò a' fanti suoi che il 
legassero, e togliessero que' fichi, ed a uno a uno gliele git- 
. tasserò entro il volto. E quando il fico li venia presso all' oc- 
chio, « quelli gridava: domine, ti lodo! Li fanti per la nova^* 

* fino ; qui vale ìmono^ valente, • Imprunar V albero,, guardare i 
.^ ' il fino, r anello colla pietra fina, frutti. Nota sempre la sobrietà del- 

* le principali, e allora più cono- V antico discorso. (P.) 

scinte, cioè le tre sopraddette. " Et Calabrese, di cui parla Ora- 

* Il Padre supremo, Dio. ' zio nella Epist. 7 del lib. I, diceva 
" ribattere il mal tiro ; trarsi graziosamente a chi ricusava le pere 

d'impiccio. l)roflfi?rtegli in dono: < Ut libet; hceo 

« Questa Novella trovasi anche porciahodiecomedendareUnque8,*{P.) 

neìV Aoventuro8o OieUiano di Busone " Nova, Volea dir piacevole per 

u d* Agubbio, e fu imitata dal Boc- semplicità e stravaganza, onde è rì- 

" caccio. Giornata I, Nov. Ili, maso a noi Nuovo pesce: in questo 

''fedele, vassallo: voce freqnen- libro, Noviasima rispoHa; ed altrove 

tissima negli antichi scrittori. Vili, usata è spesso. Franco Sacchetti 

lib. X: e E perchè a' Fiorentini parve n'è pieno. Il Boccaccio l'usa più 

esser troppo fedeli del signore. > Di volte: e E con le sue nuove no- 

qui è Giurare fedeltà, {B,) velie. - E perchè Calandrino gli parca 

' D Falat. leggetf una stagione ai un nuovo uomo. - E cominciò a fare i 

Jiichi novelli, più nuovi atti del mondo. > Di qui 

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72 NOVELLA LXII. 

cosa l'andaijro a dire al signore. Il signore disse: percli'elli 
diceva così? E quelli rispose: messere, perchè io fui incorato ^ 
di recare pèsche; che sMo l'avessi recate, io sare'ora cieco.^ 
Allora il signore incominciò a ridere, e fecelo sciogliere e ve- 
stire di nuovo, e donolli per la nova cosa eh' avea detta,' 



Novella LXIII. 
Qui conta détta grande uccisione che fece il re Eicciardo, ^ 

n buono re Ricciardo d'Inghiterra passò una volta oltre mare 
con baroni, conti e cavalieri prodi e valenti, per nave senza 
cavalli; ed arrivò nelle terre del Soldano. E cosi a pie ordinò 
sua battaglia, e fecede'saracini si grandi uccisioni che le balie 



le favole, e li racconti piacevoli No- 
velle fur dette. (5.) 

* Fui incorato; ebbi in animo ed 
in cuore. Scorato, per lo contrario 
senso si dice. (B.) 

* Da questa novella, dice il vo- 
cabolario della Crusca, che ha forse 
origine il proterbio : Manco moie, 
di' die non fwron pesche, {M») 

* Senza fallo prese da questa 
novella la sua il moderno Michel 
Berti, ponendola sotto il numero 
XXXVI della Grammatica della Lin- 
gua Francese, cangiata in questa 
guisa : e Era giunto un Principe in 
Castello. Noi eramo tre o quattro 
contadini, che volevamo fargli un 
presente. Ma -perchè nel luogo, dove 
eramo, non vi era se non delle frut- 
te, noi pigliammo quattro panieri 
di Achi. Gli altri volevano delle pe- 
sche, ma io dissi eh* era meglio dar- 
gli i fichi. Noi eramo più imbro- 
gliati a causa del complimento che 
bisognava fare: ma perchè mi pa- 
reva di aver più giudizio degli altri : 
non vi date fastidio di questo, dis- 
fi' io, e fate solamente quello che 
vedete che fo io. Fresi la mattina i 
contadini con me, e comandai ad 
ognuno che non parlassero punto, 
ma che facessero tutto ciò che ve- 
devano fare a me. Andammo a casa 
del sig. Principe, salimmo la scala, 
ed entrammo in sala: ci trovammo 
molta gente. Un gentiluomo ci disse 
che se noi volevamo parlare al Prin- 
cipe, bisognava entrare neirantica- 



mera. La porta di essa era un poco 
bassa, e però quando entrai, io che 
sono di statura grande, e che ero il 
primo, il mio cappello mi cadde in 
terra, perchè diede nella parte di 
sopra della porta. I pazzi che mi 
venivano dietro, vedendo questa cosa, 
credevano che V avessi fatto apposta 
per fare una civiltà al Principe, sic- 
ché cominciarono a scuotere il capo 
per fare andare anche i loro cap- 
pelli; e perchè avevano le mani im- 
picciate, entravano in collera per- 
chè non cadevano. Io che sentivo 
che borbottavano, mi voltai per ve- 
der ciò che avevano, e mentre che 
mi voltavo, non badai ad alcuni sca- 
lini che bisognava scendere per en- 
trare nella camera, dov* era il Prin- 
cipe; sicché io caddi, e mi distesi 
quanto ero lungo ai suoi piedi. Gli 
sciocchi che mi seguivano, credendo 
che avessi fatto ancor quBsto per 
fare un'altra civiltà al Principe, si 
lasciarono cader tutti addosso a me, 
e sparsero per tutta la camera i fi- 
chi. Potete credere se il Principe 
rideva con tutti coloro i quali erano 
con lui: presero i fichi, ce gli get- 
taron nel viso. In quel mentre non ' 
potevo rizzarmi, perchè avevo quasi 
tutti i miei compagni sopra di me. 
Mi rizzai in somma con molta fati- 
ca, e me n'andai tutto pien di ver- 
gogna dicendo : Guai a noi, se erano 
pesche, perchè ci sarebbe stata rotta 
dieci volte la testa. » In simil guisa 
il fedele. (3/.) 



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NOVELLA LXni. 



73 



de' fanciulli dicono quando elli piangono: ecco il re Ricciardo; 
acciò che * come la morte fu temuto.' Dicesi che il Soldano, 
veggendo fuggire la gente sua, domandò : quanti Cristiani 
sono quelli che fanno questa uccisione? Fulli risposto: messere, 
è lo te Ricciardo solamente con sua gente.' Allora il Sol- 
dano disse: non voglia il mio Iddio, che cosi nobile uomo, 
come lo re Ricciardo, vada a piede. Prese un nobile destriere, : 
e mandògliele* U messaggio * il menò, e disse : messere, il Soldano 
vi manda questo, acciocché voi non siate a piede. Lo re fa 
savio: fecevi montare su un suo scudiere, acciocché il pro- 
vasse. Il fante cosi fece. H cavallo era nudrito.* Il fante non 
potendolo tenere, si si drizzò verso il padiglione del Soldano 
a sua forza.® Il Soldano aspettava il re Ricciardo, ma non li 



* percioccliè. 

> Il buon Biceiardo cl*IngMlterra 
fu soprannominato Cuor di Leone, e 
fu figliuolo d'Enrico Re d' Inghilter- 
ra, e venne eletto imperatore de' Ro- 
mani l'anno 1260, come racconta 
€io. VUlani, lib. VI, cap. 75. In sua 
giovinezza dimorò in corte di Ra- 
mondo Berlinghieri conte di Proven- 
za, ultimo di questo nome, la cui 
figlia Lionora, ovvero Eliona, dipoi si 
prese per moglie. Alcuni anni dopo 
essendo andato oltremare all'acqui- 
sto della Terra Santa con san Luigi 
re di Francia, e con altri principi, 
nel ritomo fu fatto prigioniero, ed 
in quello stato, sondo verseggiatore, 
fece alcune canzoni; lamentandosi in 
una di esse d'esser lasciato per si 
lungo tempo stare in cattività; che 
è questa: 

€ Or sachan ben mos homs, e mos Barons 
• Angles,Norinans,Peytaoiiis,e Gascons, 
Qu' yen non. ay ia si pavre compagnon 
Qne por aver loulayBSOSsi enpreson: » 

cioè: 
r « Or Bacclan ben mie* uomln, miei Baroni 
, Normanni, Inglesi, del Poatù, e Guasconi, 

Gh^io già non ho sì povero compagno, 
' Che per aver, la lassassi in prigione.» (Jf.) 
Qui fa d' uopo chiarire un equi- 
voco preso dal Manni sulle vestigia 
del Nostradamus e del Crescimbeni. 
Quégli, di cui parla il Villani, fu 
Ricciardo conte di Comovaglia, fra- 
tello di Enrico III re d'Inghilterra, 
genero di Ramondo Berlinghieri, e 
cognato di san Luigi. Passò in Pa- 
lestina l'anno 124=0, e vi conchiuse 



una tregua fra 1 Cristiani e gl'infe- 
deli. Ricciardo Cuor di Leone, figlio 
e successore d'Enrico II, visse nel 
secolo precedente, al tempo del fa- 
moso cavaliere e trovatore Beltran- 
do del Bornio, dal quale potè rice- 
vere qualche poetica erudizione. Nel- 
l'tìnno 1191, sconfisse con poca sol- 
datesca r esercito numeroso di Sala- 
dino, presso ad Arsouf od Assur: e 
questo debb' essere l'avvenimento a 
cui si riferisce la presente Novella. 
Nel suo ritorno d'oltremare, pas- 
sando sopra le terre del duca d'Au- 
stria, fu preso 6 consegnato all' Im- 
peratore suo nemico, che lo tenne 
prigione un anno. Si vede che nella 
suddetta canzone egli si lagna de'suoi 
vassalli poco solleciti a pagare una 
grossa taglia imposta per la sua li- 
berazione. Morì l'anno 1199 d'un 
colpo di balestra, mentre assediava 
un castello del Visconte di Li- 
moges. (P.) 

* Il testo del Borghini aggiungo: 
« aoìio tutti a piedi; parole che man- 
cano all'edizione del Gualteruzzi e 
ai codici; né son punto necessarie, 
essendo già detto sopra: E così a 
pie ordinò sua hcOtaglia, 

* messo, messaggiero. 

' Il cavaUo era nodrito. Qui no- 
drito è per atwezzato. Era avvezzato 
a dirizzarsi verso il padiglione del 
Soldano, senza obbedire al freno. 
Nella stampa del 1572 è U cavaUo 
era duro, vale A dire duro di bocca» 
sboccato. {€,) 

* di tutta sua forza. 



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74 NOVELLA LXm. 

veniie fatto. E cosi negli amiclìevolì modi de' nemici noh si 
dee uomo £dare.^ 



Novella LXTV. 
Qui conta éPun giullare clC adorava un signore. 

E' file un signore, ch'aveva uno giullare in sua corte, e 
questo giullare l'adorava siccome un suo Iddio. Un altro giul- 
lare vedendo questo, sì gliene disse male. E disse : or cui chiami 
tu Iddio? Elli non è ma che uno.' E quegli a baldanza del 
sigi|^re ' si il batteo villanamente. E quelli così tristo» non 
potendosi difendere, andossene a richiamare al signore, e dis- 
seli tutto il fatto. Il signor se ne fece gabbo.* Quelli si 
partì, e stava molto tristo intra poveri, perchè non ardiva di 
stare intra buone '^ persone; sì Tavea quelli concio. Or av- 
venne che '1 signore fu di ciò molto ripreso, si che si dispose 
di dare commiato a questo suo giullare a modo di confini ; ® 
ed avea cotale suo uso in sua corte, che cui elli presentasse,^ 
si s'intendea avere commiato di sua corte. Or tolse il signore 
molti danari d'oro, e feceli mettere in una torta, e quand'olia 
li venne dinanzi, sì la presentò a questo suo giullare, e disse 
infra sé: dappoi che li mi conviene donare commiato, io voglio 
che sia ricco uomo. Quando questo giullare vide la torta, fu 
tristo.^ Pensossi e disse: io ho mangiato; serberolla, e da- 
rolla all' oste mia.^ Andandone con essa all' albergo trovò 
colui cui egli aveva così battuto, misero e cattivo : ^^ preseline 

*■ In questo e simili racconti Io zoso pel favor del padrone. (P.) 
studioso vada notando singolarmente ^ ae ne fece gabbo, lo stesso che 

la bella naturalezza ed evidenza del- «e ne fece beffe, fC7.) 
le cose esposte, unita sempre a quella ' Buone, Intendi solo agiate, he- 

stupenda concisione che non avreb- nestanti, iC orrevole apparenza, (P.) 
be potuto esser maggiore sotto la ^ A modo di confuti, a modo di 

penna di Tacito o di Salustio. (P.) bando. ((7.) 

* Ma che, provenzale, bc wm, »o- ' facesse un presente, un dono. 
lamente. E Dante: e Non era pianto * e per la creduta piccolezza del 
ma che di sospiri; » ed altrove: <£i dono, e perchè questo significava li- . 
non avea mach'un*crecchia sola. >(^.) oenza. 1 
~ Era dunque comtf dicesse: Non * Qui oaU vale pigionale. {M.) 
hawi che un Dio eola. Chi trascrisse ** eattivo che propriamente^ vale 
il testo seguito dal Gualteruzzi e dal prigioniero dal lat. captivue, prese 
Colombo, non intese per avventura poi per estensione molti significati, 
questo senso, e gniftstò la frase, met- direi, quante sono le miserie che 
tendevi in cambio: EUi non ì mai trae seco la condizione di cattività, 
neuno, (P.) — Cosi purd i codici della e vale misero, dolente, mal in ame- 
'Nsi,z, di Firerr.e. se, ì^Oaldo ecc. ecc. Qui sembra aver 

* a balàjifiza, dd signort, bddan- iotZA c^i mal eondo, avvilite. 



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KOYBLliA LXIV. 7b 

pietade, andò ìuverso lui, e diellì qnella torta. Quegli la prese» 
e andossene con essa. Ben fu ristorato* di quello ch'ebbe 
da luì. E tornando al signore per iscommiatarsi' da lui, il 
sij^or disse: or se' tu ancor qui? non avestù la torta? Mes- 
ser si, ebbi. Or che ne facesti? Messere, io aveva allora man-' 
giato; diedila a un povero giullare che mi diceva male, per-j 
eh* io vi chiamava mio Iddio. Allora disse il Signore : va' con 
la mala ventura; che bene è migliore il suo Iddio che'l tuo: 
e disseli il fatto della torta. Questo giullare si tenne morto ;^ 
non sapea che si fare. Partissi dal signore, e non ebbe nulla 
da lui. Ed andò caendo* colui a cui Tavea data. Non fu 
vero che mai lo trovasse. 



Novella LXV. 

Qui di sotto conta «1 consiglio cìte tennero % figliuoli 
del re Priamo di Troja? 

Quando i figliuoli del re Priamo ebbero rifatta Troja, che 
Taveano i Greci disfatta, ed avevano menato Telamone ed 
Agamennon la lor suora Esiona, i figliuoli di Priamo si fe- 
cero ragunanza di loro grande amistade,® e parlare così 
intra gli amicL Be' signori,' i Greci n' hanno fatto grande 
onta. La gente nostra uccisero; la città disfecero, e nostra 
suora ne menare. E noi avemo rifatta la cittade e rafforzata; 
r amistà nostra è grande. Del tesoro avemo rannate assai. 
Onde mandiamo a loro che ci facciano l'amenda^e ch0 ci ren- 
dano Esiona. E questo parlò Parigi.^ Allora il buono Ettore, 
(3ie passò *^ in quel tempp di prodezza tutta la cavalleria; ^^ 
parlò cosi : signori, la guerra non mi piace, e non la consiglio,^' 

* risarcito, rifatto de* danni. Giudice dalle Colonne, rimatore mas» 
' |)et* wooffimiatom, oioà per sinese, che fiori verso la metà del- 

prendit congèdo, (Cf.) sec. Xm. 

* Locuzione che Tale: darsi alla * ds*loro alleati, 
disperazione, tenersi perduto, rovi- ' Be'ngnori, cioè hdli ngnori. (0,) 
nato, come uomo che ha ricevuto un — e vale cari, anuui, 

colpo mortale. * ci rifiicciano il danno. 

* andò eaendo, andò cercando, * Paris, o Parigi; sempre ne' tre* 
andò in traccia; e eaendo, ecnendo, contisti. 

tSurendo sono forme antiche deriva- '* vinse, superò. 

te dal lat. guarendo, " Qui nel testo del Borghinf s'agw 

* Sarà facile accorgersi come il giunge: mugli òhe fu lo fiore d^ cor 
novellatore accomodi a suo talento vàlieri, eA« uoeiae di wa mano mille 
questo racconto. (P.) — Non a suo fra re, e baroni, e cavalieri di par 
talento,'ma segoitÀndo i favolosi rac- ragaio, (P.) 

conti di Darete Frigio, fatto popò- " Il testo suddetto: né lo <ion$i' 
lare in Italia nel romanzo di Guido glia mio non ì a ciò, CP.) 



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76 NOTELLA LXV. 

percbè li Greci sono più poderosi di noi. Essi hanno la pro- 
dezza, il tesoro e 1 savere; sicché non siamo noi da poter guer- 
reggiare * con loro, per la loro gran potenza: * e questo che io 
dico, io noi dico per viltade ; che, fie la guerra sarae, che non possa 
rimanere,' io difenderò mia partita siccome un altro cavaliere, 
e porterò il peso della battaglia.* E questo è contra gli arditi 
«ominciatori.' Or la guerra pur fue. Ettore fu nella battaglia 
co' Trojani insieme: eUi era prode come un leone. Ed uccise' di 
sua mano duo mila cavalieri de^ Greci. Ettore uccidea li Greci, 
sostenea li Trojani, scampavali da morte. Ma pur alla perfine 
fu morto Ettore, e li Trojani perderò ogni difesa. Gli arditi 
cominciatori vennero meno nelle loro arditezze: Troja fu an- 
che ® disfatta da' Greci, e soprastettero loro.^ 



Novella LXVI. 

Come Cristo * andando un giorno co* discepoli stm per un foresto • 
luogo, videro molto grande tesoro. 

Andando un giorno Cristo co' discepoli suoi per uno foresto 
luogo, nel quale i discepoli, che venieno dietro videro lur 
cete da una parte piastre d' oro fihe,*^ onde essi, chiamando 
Cristo, maravigliandosi perchè non era ristato ad esso, sì dissero. 
Signore, prendiamo quello oro che ci consolerà di molte biso- 
gne. Cristo si volse,** e ripreseli, e disse: voi volete quelle cose 
che togliono al regno nostro la maggior parte dell'anime. E 
che ciò sia vero, alla tornata n' udirete l' assempro ** e passaro 
oltre. Poco stante due cari *' compagni lo trovaro, onde furo 
molto lieti; ed in concordia andò l'uno ** alla più presso villa 

^ potenti a gaorreggiare; tali da ^ li soggiogarono, li domina- 

poter guerreggiare. rono. 

' Il testo medesimo: da poter * SMntende che questa* è pura 

gìierreggiare con la lor gran pò- leggenda, della quale non tì è pa- 

tenza. (P.) rola neMibri sacri. 

* che non si possa evitare, scan- * deserto, che è fuori, lontano 
sare. delle abitazioni amane. 

* Qui pur 8* aggiunge in quel te- ** fino. 

sto : aiecome »i dee portare per un ^* si voUe, è il yerbo principale di 

altro Cavaliere. (P.) questo intralciato periodo. 

■ Cominciatoriy qui Tale Intra- ** v, a. esempio. 
prenditori. (P.) — e con neologismo " Si noti il contrasto di questo 

troppo abusato: Iniziaiori. cari, con ciò che avriene dopo, per 

* anche qui vale di nuovo, un^àUra meglio significare come Y amor del- 
volta; Dante: Inf. GXXXIY: «Siche Toro rompe talvolta le più salde 
in inferno credea tornar anche, > e amicizie. 

ivi e. VII: « Gridandosi anche loro " I codici e il Gualteruzziano'. 
outoso metro. > andaro aUa ecc. 



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NOTBLLA LXVI. 77 

per menare uno mulo, e l'altro rimase a guardia. Ma udite 
opere ree che ne seguirò poscia de' pensieri rei che il nemi- 
co* die loro. Quelli tornò col mulo, e disse al compagno: io ho 
mangiato alla yilla, e tu dei avere fame; mangia questi duo 
pani così belli, e poi caricheremo. Quelli rispose : io non ho 
gran talento * di mangiare ora; e però carichiamo prima. 
Allora presero a caricare. E quando ebbero presso che cari- 
cato, quelli ch'andò per lo mulo si chinò per legar la soma, 
e l'altro li corse di dietro a tradimento con uno appuntato 
coltello, ed ucciselo. Poscia prese l'uno di que' pani, e diello 
al mulo. E l'altro mangiò eUi. Il pane era attoscato: cadde 
morto elli ed il mulo, innanzi che movessero di quel luogo; e 
1' oro rimase libero ' come di prima. Il nostro Signore passò 
indi co' suoi discepoli nel detto giorno, e mostrò loro V as- 
sempro che detto avea. 



Novella LXVII. 

Come Messere Azzólino fece bandire una grande pietanza^ 

Messere Azzólino da Eomano fece bandire una volta nel 
suo distretto,' ed altrove ne fece invitata,* che volea fare 
una grande limosina; e però tutti i poveri bisognosi, uomini 
come femine, ed a certo die^ fossero nel prato suo, ed a ca- 
tuno darebbe nuova gonnella e molto da mangiare. La no- 
vellasi sparse. Trasservi d'ogni parte. Quando venne il giorno 
dell' agunanza i seschalchi suoi ^ fiiro tra loro con le gon- 
nelle e con la vivanda ; ed a uno a uno li facea spogliare e 
ficalzaxe tutto ignudo e poi lo rivestia di panni nuovi, e da- 
vali mangiare. Quelli rivolevano i loro stracci; ma neente val- 
se:* che tutti li mise in un monte, e cacciowi entro fuoco. 
Poi vi trovò tanto oro e tanto argento, che valse più che 
tutta la spesa; e poi li rimandò con Dio. 

* il demonio, V antico aweraario, ' Qui vale dominio. 

di Dante. ' voglia. • invito, come adunala per adw 

' senza possessore. nanza^ e simili. 

* elemosina; come sì dice far la ' eini8ealch%t quelli che hanno 
contò, per far elemo8Ìna, così si dis- cura delle mense. 

se nel medesimo sènso pietanza, for- * Il testo del Borghini legge con 

ma antiquata di pietà, lat. pietas, solecismo: '«tente li valee. (P.) 



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78 



NOYBLLA LXVni. 

J7tm viUano che si richiamò a messer Azzolino. 

Ed al Emo tempo lì si richiamò nn villano, d'un sno vi- 
cino che gli aveva imbolato ciregìe. Gompario T accusato, e 
disse: mandate a sapere se ciò può essere, perciò che 1 ci- 
regio è finemente ^ imprunato. Allora messere Azzolino ne 
fece prova, e V accusatore condannò in quantità di moneta, 
però che si fidò * più nelli pruni, che nella sua signoria.' £ 
l'altro diliberò. 



NOVBLLA LXTX. 
Bella tirannia di messer Azzolino. 

In Lombardia e nella Marca si chiamano le pentole, olle. 
La sua famiglia ' avevaiio un di preso un pentolajo per mal- 
leverìa, e menandolo al giudice, messer Azzolino era nella 
sala; disse: chi è costui? Uno rispose: messer^ è un olaro. 
Andalo*ad impendere. Come, messere, che è un olaro? Ed 
io però dico che voi V andiate ad impendere. Messere noi di- 
ciamo eh' egli è uno olaro. Ed ancor dico io che voi V andiate 
ad impendere. Allora il giudice se n' accorse.^ Fecélne inteso,^ 
ma non valse; che, perchè avea detto tre volte, convenne 
che fosse impeso.^ 

* Accoratamente; che più non pò- gr^ammatici cke se- detto verbo an- 
trebbe essere. dare, prendendo parecchie voci del 

* che nella guardia, che il suo verbo vadere, è divenuto anomalo, 
governo facea aUadri. • i birri. procede tuttavia intero ne'suoi com- 

* Andalo, Si può intendere in due posti riandare e trasaridaret almeno 
modi. Se il discorso di Azzolino od quando hanno il senso attivo ; come 
Ezzelino è rivolto a tutti, convien Bianda le eoae lette: perchè trasandi 
leggere Andòlo^ e si può tenere co- i^ studio t (P.) 

uve sincope di andatdo. Se poi vuoisi > S'accorse ch'Ezz-ellìno, per equi- 

cbe quella prima parola sìa diretta voco di dialetto, intendeva uiw laro, 

al solo famigliare o birre che rìspo- cioè uno ladro, (P.) 
se, bisogna leggere àndalo, e Inter- * gli spiegò 1* equivoco, 

pretarlo col Ginonio per VaUo. E già ^ Per quanto feroce snppor si 

l'imperativo proprio del verbo an- voglia il costume di quel terribile 

dare sarebbe anda; siccome appunto ghibellino, bisogrna risgnardare certi 

da mandare si fa manda, e coll'af- racconti come esagerati dalla stessa 

fisso, mandalo. Giovi osservare coi fama di sue crudeltà. (P.) 



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79 



Novella LXX. 

Ancora di AzzoUno, come fu temuto, e come mo7\. 

. A dire come fu temuto messere Azzolino sarebbe grau tela,^ 
e molte persone il saiipo. Ma si rammenterò come essendo 
egli un giorno con lo 'mperadore a cavallo con tutta lor gente, 
s' iugaggiaro ' chi avesse più bella spada sotto. Lo 'mperadore 
trasse la sua del fodero, eh' era maravigliosamente fornita 
d' oro e di pietre. Allora disse messere Azzolino: molto è beila,, 
ma la mia è assai più bella. E trassela fuore. Allora secento 
cavalieri ch'erano con lui trassero tutti mano alle loro. Quando 
lo 'mperadore vide le spade,^ disse che ben era la più bella. 

Poi fu Azzoliuo preso in battaglia in un luogo che si chiama 
Casciano, e percosse tanto il capo al feristo * del padiglione 
ove era legato, che s'uccise. 



Novella LXXI. 
jy una grande carestia che fu una volta in Genoa. 

In Genoa fu un tempo un gran caro : ' e là si trovavano • 
più ribaldi "^ sempre, che in niuna altra terra. Tolsero alquante 

punto in questo luogo. Così la lìn- 
gua francese non direbbe in egnal 
caso On trouvaient, ma si bene On 
trouvaiu Leggendo i libri più anticbi, 
non alterati ancora dall* ignoranza 
de' copisti dalla presunzione dei 
correttori, si vedrà che i primi no- 
stri scrittori non si dipartivano da 
questa tegola naturale, eccetto quan- 
do per un'inversione del costrutto il 
verbo fosse rimasto dopo un nome 
posto nel numero del più. Per esem- 
pio, avrebbero detto: Si legge le rto- 
rie per istruzione; e diversamente : 
Le storie si leggono per istruzione. 
Della qual differenza, che procede si- 
milmente ne' dialetti nostri lombar- 
di, sarebbe troppo lungo ed astruso 
l'investigare il perchè: ma basta 
averla notata, acciò che gli studiosi 
non se ne facciano caso, riscontran- 
dola nelle scritture de' Classici. » (P.) 
' Ha più significati la voce ri- 
baldo; in questo luogo vale poveri^ 
accattoni. 



*■ Swreììhe gran téla, cioè: cosa 
lunga. (F,) 

* da gaggio^ pegno, fecero scom- 
messa. 

* Borghini: il nuvolo deUe spade. 

* Al feristo. Voce antica, della 
quale è incerto il vero significato. 
Pare, secondo il vocabolario della 
Crusca, che sia quello stile che regge 
«eiostienei padiglioni nel campo. ((7.) 

* Un gran caro, — Caro, sostan- 
tivo, "propriamente dinota quel prez- 
zo disorbitante a cui salgono le cose 
commestibili) quando ce ne ha grande 
scarsezza; ma usasi ancora per ca- 
restia^ penuria di viveri, (C) 

* Il Parenti legge col Borghini, 
»i trovava, ed annota in tal modo : 
e Questa che pare una sconcordan- 
za, ^ ben considerarla è una sintassi 
regolarissima. Avendo in simili co- 
strutti la particella Si forza di so- 
stantivo singolare, ragion vorrebbe 
che anche il verbo susseguente fosse 
nel numero del meno, siccome ap- 



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80 NOVELLA LXXI, LXXH, LXXIH. 

galee. E tolsero conducitori, ^ e pagarli, e mandaro il bando 
che tutti li poveri andassero alla riva, ed avrebbero del pane 
del comune. Andarvene tanti, che maraviglia fìi; e ciò fu perchè 
molti che non orano bisognosi, si travisare.* E gli ufficiali 
dissero così: tutti questi non si potrebbero cernire,' ma va-» 
dano li cittadini su questo legno, e i forestieri nell'altro; e 
le femine co' fanciulli in quegli altri: si che tutti v'andaro 
suso. I conducitori furo presti; diedero de' remi in acqua,* 
ed apportarli in Sardigna. E là li lasciare, che v' era dovizia ; 
ed in Genoa cessò il caro.' 



Novella LXXH. 

Qui conta d'un uomo di corte che cominciò una novella 
che non venia meno. 

Brigata di cavalieri cenavano una sera in una gran casa 
fiorentina, ed aveavi un uomo di corte, il quale era grandis- 
simo favellatore. Quando ebbero cenato, cominciò una novella 
che non ne venia meno. • Uno donzello della casa che servia^ 
e forse non era troppo satollo, '^ lo chiamò per nome, e disse : 
quelli che t'insegnò cotesta novella, non la t'insegnò tutta.* 
Ed elli rispose : perchè no? E que' disse: perchè non t'insegnò 
la restata. • Onde quelli si vergognò, e ristette. 



Novella LXXm. 
Qm conta come lo 'mperadore Federico uccise un suo falcone. 

Lo 'mperadore Federico andava una volta a falcone,*<^ ed 
avevano uno molto sovrano,** che 1' aveva caro più d' una cit- 
tade. LascioUo " a una grua; quella montò alta. Il falcone si 



* conduttori, capitani di nave. * Oh V^ lunga la storia, fece dire 

* si travestirono da accattoni. Francesco Baldovini nella sua com- 

* dal lat. cernere, distinguere, se- media. (M.) 

parare. • Mestata ; cioè U restare, il 

* Il testo del Borghini legge: fine, (M.) -— Il codice Palatino ar- 
Diedero mano aVetRt/Tuna e l'altra restata, 

ottime frasL (P.) *• Andava una volta a falcone, 

■Vedi Girolamo de' Marini nel Go- ~ Andar a falcone vale Andar alla 

vernò della Repubblica di Genova. (Jlf) caccia colfaJtone. (C.) 

* che non finiva mai. " pregevole sovra tutti. 

' perciò impaziente di quella lun- " lo liberò, lo lanciò dietro a una 

gagnata. gru. 



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NOVELLA LXXm. 81 

mise alto * molto sopra lei. Videsi sotto un'aguglia * giovane» 
percossela a terra, e tanto la tenne, che V uccise. Lo 'mpera- 
dore corse, credendo che fosse una grua : trovò come era. Al- 
lora con ira chiamò il giustiziere, e comandò eh' al falcono 
fosse tagliato il capo, perchè avea morto lo suo signore.' 



Novella LXXIV. 
Qui conta d^una ì)t*ona femina eh' avea fatta una fine crostata, 

Fue una femina eh' aveva fatta una fine orostata d' an- 
guille,* ed avevala messa nella madia. Vide entrare un topo 
per la fenestreUa, che trasse all'odore. Quella allettò * la 
gatta, e misela nella madia, perchè lo pigliasse. Il topo sì 
nascose tra la farina, e la gatta si mangiò la crostata: e 
quando élla aperse, il topo ne saltò fuori. E la gatta, per- 
ch'era satolla,^ non lo prese. 



*■ Il testo del Borghinì: ri mise 
in aria. (P.) 

' Gli antichi toscani sorìveTano 
spessissimo aguglia per aquila, lì 
Colombo legge col Gnalteruzzi una 
guglia; ma si può tenere come un 
falso trasporto di lettera nel mano- 
scritto nella stampa. (P.) —Anche il 
God. Falat.^ una guglia; e come mi 
penso che la guglia, od aguglia per 
obelieco sia così detta, perchè è quasi 
aquila degli edifìci per l'altezza cui 
si eleva, non vedo, perchè non usas- 
sero gii antichi di dire parimente 
guglia ed aguglia per agm'Za, uccello, 
donde il sopradetto traslato sembra 
derivare, Nello stesso modo che an- 
cora si dice allodola e Todola. 

• L'eruditissimo P. Gio. Pietro 
Bergantlui cita questa nostra Novella, 
e portando nel suo Falconiere varie 
e peregrine erudizioni, dice fra V al- 
tre, al nostro proposito: e Leandro 
Bolognese ec. scrittore poco dopo 
al 1517, nolla sua Italia^ pensa che 
il primo, il quale abbia introdotto 
in Italia Tuccellagion de* Falconi, 
sia stato Federigo secondo Impera- 
dore £nobardo ec. > — Il frizzo di 
essa Novella consiste, come ognun 
vede, nel comandare che fece Tlm- 
poradore al carnefice che mozzasse 



il capo al suo falcone, poichà esso 
aveva uccisa 1* aquila, signora de* vo- 
latili, vale a dire, come cantò Fran- 
cesco Molza, 
e L* altero angel, che le saette a Giove 

Aspre rinfresca allor che irato tuona;» 
non ostante che il falcone, fosse uc- 
cello divenuto le doUzio de' regi, e 
degli uomini di gran condizione, tal- 
mente presso alle nazioni tutte, mas- 
sime alla francese, che se alcuno 
l'arte del cacciar con esso non avesse 
saputo, come imperito d'una disci- 
plina troppo necessaria, dall'ordine 
de' nobili veniva cacciato. Veggaai 
anche TAldrovandi nella sua Ornito- 
logia. (M.) 

* Di questa specie di torta o di 
pasticcio pare che ne sia da qualche 
tempo venuto meno il nome di ero- 
«toto. — Una crostata d'anguille ab- 
biamo pur nella cronica di Donato 
Velluti a carte 90 : « Trovarono il 
détto ser Piero Macon! essere rimaso 
ad albergo, e a cenare una crostata 
d'anguille.» (M.) — Questo nome 
eroHata non ò fuor d'uso, massime 
nell'Italia più meridionale. (P.) 

* chiamar con lusinghe e con 
piacevolezze, dal lat. àUeotare, 

* Il testo del Borghini più brevor. 
mente : perchè tatoUa, (P.) 



Il NovcllinOk 



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Novella LXXV. 
Qui conta della volpe e dei mtdo. 

La volpe andando per un bosco, si trovò un mulo, e non 
n'avea mai più veduti. Ebbe gran paura, e fuggì: e così fug- 
gendo, trovò 11 lupo. Disse come aveva trovata una novissima * 
bestia, e non sapea suo nome. Lo lupo disse: andiamvi. Furo 
giunti a lui; al lupo parve vieppiù nuova. La volpe il do- 
mandò del nome suo.' Il mulo rispose : certo io 'non V ho 
bene a mente; ma se tu sai leggere, io l'ho scritto nel pie 
diritto di dietro. La volpe rispose; lassa! ch'io non so leg- 
gere; che molto lo saprei volontierL Rispose il lupo: lascia 
fare a me, che molto lo so ben fare. Il mulo si li mostrò il 
pie diritto, sicché li chiovi pareano lettere. Disse il lupo: io 
non le veggio bene. Rispose il mulo: fatti più presso, peroc- 
ché sono minute.' Il lupo si fece sotto/ e guardava fiso. H 
mulo trasse, e dielli un calcio tale, che V uccise. Allora la 
volpe se n'andò, e disse: ogni uomo che sa lettera, non è 
savio. 

Novella LXXVL 
Qui conta d'uno màrtore'^ di vUla ch'andava a dttade. 

Uno màrtore di villa venia a Firenze per comperare uno 
farsetto. Domandò a una bottega, ove era il maestro. Non 
v'era. Un discepolo * disse: io sono il maestro; che vuoli? 
Voglio un farsetto. Questi ne trovò uno. ProvoUile. Furo a 
mercato.^ Questi non avea il quarto de' denari. H discepolo» 

' stranissima. * H testo saddetto : Ficcoasegli 

' Il dimandò del nome suo : nella Boito. (P.) 
edizione di Bologna sta nel seguente * Martore, è soprannome, che si 
modo : Za volpe il domandò. Il rnido dava per ischemo anticamente ai 
rispose: certo ecc., e le parole del contadini. (If.) — Forse per allusione 
nome suo vi mancano. È cosa evidente al Martoro, bestiuola salvatica. Gli 
che ne furono ommesse perinavver- abitatori delle città sovrabbondano 
tenza, perciocchò vi sono assoluta- di simili gentilezze verso chi suda 
mente richieste dal senso; ed elFet- per alimentarli. (P.) 
tivamonte ci sono nella stampa del * Discuoio, oggi /attore o garzone 
72, (C) — Ed altresì nel Cod. Pala- di hotuga. Ma del principale s' è ri- 
tino, tenuto il nome^ che Maestro si chia- 

' n test. Borgh.: Fatti piti, presso, ma. Nelli statuti delle arti si leggon 

cfó le sono minute, limerà assai questi nomi mautro e discuoio, {B.) 

graziosa nel dir familiare. (P.) ^ vennero a trattare del prezzo. 



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KOYBLLA LXXVT. 83 

mostrandosi d' acconciarlo da piede, si gli appuntò * la camicia 
col farsetto, e poi disse: traiti Quelli lo si trasse. Rimase 
ignudo. Gli altri discepoli furo intenti ^ colle corregge. Lo 
«coparo ' per tutta la contrada. 



j NoTBLLA LXXVn. 

Qui conta di Bito e di ser FhiUi di Firenze, da San Giorgio, 

Bito fu fiorentino,* e fu bello uomo di corte, e dimorava 
^ a San Giorgio oltr' Amo. Avea ' un vecchio eh' aveva nome 
«er Frulli, ed aveva un suo podere, di sopra a San Giorgio, 
molto bello, si che quasi tutto V anno vi dimorava con la fa-» 
niiglia sua, ed ogni mattina * mandava la fante sua a vender 
frutta o camangiare alla piazza del ponte.^ Ed era sì iscar- 
gissimo ^ e sMato, che faceva i mazzi del camangiare, ed an- 
noveravali alla fante, e faceva ragione • che pigliava. Il mag- 
giore ammonimento che le dava si era che non si posasse in 
in San Giorgio, perocché v' aveva femine ladre. Una mattina 
passava la detta fante con uno paniere di cavoli. Bito, che 
prima V avea pensato, s' aveva messo la più ricca roba di 
vajo eh' avea; ed essendo in sulla panca di fuori, chiamò la 
fante, ed ella venne a lui incontanente : e molte femine V a- 
veano chiamata prima, e non vi volle ire. Buona femina, come 
dai questi cavoli? Messere, due mazzi al danajo. Certo questa 
è buona derrata.^^Ma dicoti che io non ci sono se non io e 
la fante mia, che tutta la famiglia mia è in villa, sì che troppo 
mi sarebbe una derrata: *^ed io li amo più volentieri freschi. 

* gli messe un punto, gli cucì la cosi vicino agli altri in senso pro- 
camicia col farsetto. prio. (P.) 

* attenti, pronti. « H testo del Borghini : Eie piò 

* Vio^iì&mQJìte percuotere eoUeaco- mattine. (P.) 

jpe, ed era pena infamante ; ma qui ^ Cioè del PofOe vecchio, siccome 

Tale percuotere, frustare, legge il testo suddetto, probal)ilmente 

* Il Manni congettura che il no- per una meno antica dichiarazion 
me Bito sia corrotto da Alpertito. del copista. (P.) 

Accenna vari Biti, de' quali si ha • /»car«wsimo, taccagno, spilorcio, 

memoria negli antichi documenti di Sfidato, sflducciato, diffidente. ((7.) 
Firenze ; citando fra questi un lodo * Faceva ragione che pìgUava^cìokl. 

del 1211, in cui si dice: € Salvi» faceva il conto di tutto il danaro che 

domCbut %tti8, quce 9unt a& utrague dovea cavarne. (C.) 
parte vìor^ quce vadit ad Sanetum '* Qui, buon prezzo, huon mercato* 

Georgium usgue ad daesum olim Sa&setti, lett.: <I Cini.... darebbero 

Biti! » (P.) le loro mercanzie a miglior derrata. > 
' Questo primo avea sta nel signi- ** la quantità che si compera al 

ficato di era; ma suona assai male prozzo di un danaio. 

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84 NOVELLA LXXVn. 

, Usavansi allora le medaglie in Firenze, che le due valevana 
ano danajo;*però disse Bito: dammene ora una medaglia. 
Dammi un danajo, e te' una medaglia, ed un'altra volta tonò 
l'altro mazzo.* A lei parve che dicesse bene, e così fece.' E 
poi andò a vendere gli altri a quella ragione che il signore 
le avea data. E tornò a casa, e diede a ser Frulli la moneta. 
Quelli annoverando più volte, pur trovava meno un danajo. 
Disselo alla fante. Ella rispose: non può essere. Quelli riscal- 
dandosi con lei, domandoUa se si era posata ♦ a San Giorgio. 
Quella voUe negare, ma tanto la scalzò ' ch'ella disse: sì, posai 
a un bel cavaliere, e pagommi finemente.* E dicovi che io li 
debbo dare ancora un mazzo di cavoli.- Kispose ser Frulli: 
dunque ci avrebbe ora meno un danajo in mezzo.*^ Pensov\'i 
suso, awidesi dell' inganno^ e disse alla fante molta villania; 
e domandolla dove quelli stava. Ella gliele disse appunto. Av- 
videsi ch'era Bito, che molte beffe gli avea già fatte. Riscal- 
dato d'ira, la mattina per tempo si levò, e misesi sotto le pelli * 
una spada rugginosa, e venne in capo del ponte, e là trovò 
Bito che sedeva con molta buona gente. Alza questa spada, e 
fedito l' avrebbe, se non fosse uno che lo tenne per lo braccio. 
Le genti vi trassero smemorate,' credendo che fosse altro. E 
Bito ebbe gran paura. Ma poi ricordandosi com' era, inco- 
minciò a sorridere. Le genti, che erano intorno a ser FruDi, 
domandarlo com' era. Quegli il disse con tanta ambascia, che 
appena il poteva. Bito fece cessare*^ le genti, e disse: ser 
Frulli, io mi voglio conciare " con voi. Non ci abbia più parole. 

* Il Du-Fresne ed il Borghini, expùeari. Varchi, Ercol. 71 : « Scal- 
citati dal Manni, fondano sopra que- zare metaforicamente significa quello 
sto passo alcune lor congetture in- che volgarmente si dice sottrarre, e 
torno alla moneta di qne* tempi. Della cavare di hocca, cioè entrare arta- 
medaglia parlano pure Ignazio Orsini tamente in alcuno ragionamento, a 
nella Storia delle monete di Firenze, dare d* intomo alle huche per far© 
e Gio. Targioni Tozzetti, del fiorino che colui esca, cioè dica, non se no 
di sigillo. Fare che quella monetina accorgendo, quello che tu cerchi di 
fosse d' argento allegato con rame, sapere. » (F.) 

e si vuole che avesse tal nome, quasi * Finemente, ottimamente, per ec- 

a dire, MedietM numi, l^ra conosciuta cellenza, compiutamente. {F.) 
anche in Linguadoca fino dal 1180, ^ Cosi ambo i testi; ma forse va 

e denominata meBoUa o mniUe o letto: un danaio e un mezzo, (P.) — 

7naaW.e, (P.) Oppure: un danaio e un mcrmo. Il 

* Il test. Borgh.: Però disse Sito: Cod. Palat. fa punto a danaio^ e so- 
fa'eosi; tu ei passi ogni mattina, guita così: In mezzo pensowi ecc.; 
dammene ora un mazzo, e dammi un che può voler significare in qud mee«^ 
danaio, e te* questa medaglia, e do» zo, intanto. 

mattina mi darai V altro mazzo, (P.) • sotto le vesti. 

* Il testo medesimo: e né jpiù nò • accorsero stupite. 

meno fece. (P.) * fermata. *• stare indietro, allontanar©. 

■ Scalzare, Lat. rem sermocinando " riconciliare, accommodarla. 



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NOTULLA Lxxvn. 85 

Rendete il danajo mio, e tenete la medaglia vostra. Ed ab- 
biatevi il mazaso de' cavoli. Ser Frulli rispose: ben mi piace. 
E se così avessi detto ìnprìma, tutto questo non ci sarebbe 
stato. E non accorgendosi della beffa, si li die un danajo, e 
tolse una medaglia, e andonne consolato. Le rise* vi furo 
grandissime. 

Novella LXXVIH. 

Qui conta come imo metcatante portò vino oltre mare 
in botti a due pcUcora,'^ e come intervenne. 

Uno mercatante portò vino oltre mare in botti a due pal- 
^orfi. Di sotto e di sopra avea vino, e nel mezzo acqua, tanto 
che la metà era vino, e la metà acqua. Di sotto e di sopra 
avea squilletto,' e nel mezzo no. Venderò l'acqua per vino, 
e raddoppiaro i danari sopra tutto il guadagno; e tosto che 
furo pagati, si montaro in su un legno con questa moneta. 
E, per sentenza di Dio, apparve in quella nave un grande 
scimmie,* e prese il taschetto di questa moneta, e andonne 
in cima dell' albero. Quelli, per paura eh' elli noi gittasse in 
mare, andaro con esso per via di lusinghe. Il bertuccio si 
pose a sedere, e sciolse il taschetto con bocca, e toglieva ì 
danari dell'oro ad uno ad uno. L'uno gittava in piare, e 
l'alfto lasciava cadere nella nave. E tanto fece, che l'una 
metà si trovò nella nave col guadagno che fare se ne dovea/ 



Novella LXXTX. 
Qui conta d* un mercatante die comperò berrette. 

Uno mercatante * che recava berrette, se li bagnaro : ed 
avendole tese, sì vi apparirò molte scimmie, e catuna se no 

^ Il testo del Borghini ha le aimiua. Il Borghini legge: «cìhmo- 

ma; e questa ò torminazion più co- ne. (P.) 

mune. (P.) ' Da qaesta Novella, che è mi 

* PaZcora,Pa7c&t,p6rirain«m. (P.) fatto, è nato il proverbio: La eeimitt 

* Squillo e equ^letto dissero gli ne cava V acqua. {M,) 

antichi in vece di apiUo e epiUetto, * .Uno mercatante ecc. Osservisi 

«he eigniftca tanto il punternolo da questa foggia di costruzione irrego- 

forar 1& botte, quanto lo stesso foro lare. Qui ha un primo caso senza 11 

che Ti fti fa con tale strumento. (P.) suo verbo. Di così fatte costruzioni 

* Scimmio, voce che manca nei abbiamo altri esempi, e non pochi* 
Dizionari, e sarebbe il positivo di negli scritti de* primi padri deUA^ 
scimmioUo. Anche 1 Latini avevano favella, (a) . 



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86 NOYXLLA LXXIZ. 

mise una in capo, e fdggivano su per gli àlberi. A costui ne 
parve male. Tornò indietro» e comperò calzari, e presele, » 
fecene buon guadagno. 

NOYBLLA LXXX. 

Come h 'mperadore Federigo andò alla montagna del Veglio.^ 

Lo'mperadore Federigo andò una volta infìno alla montagna 
del Veglio, e filili fatto grande onore. IL Veglio, per mostrarli 
compera temuto, guardò in alto,' e vide in sulla torre due as- 
sassini.' Presesi la gran barba ;^ quelli se ne gittaro in terra,, 
e morirò incontanente. 



Novella LXXXI.» 

Qui corda come per subita aUegrezea uno ai morio. 

Due assempli troviamo altrove che per grande gioia puote 
l'uomo morire; e ciò avvenne nel reame di Francia. 

nome di coloro che ubbidivano al 
tiranno, e noi non lo abbiamo ap- 
plicato, se non per simiglianza ed 
analogia, agli scherani o sicari che 
eseguiscono i mandati d'omicidio. 
Sono curiose le congetture degli eti- 
mologisti intomo a tale denomina- 
zione. Chi la deduce dal latino «otn- 
do, perchè l'assassino divide l'anima 
dal corpo; chi da adeesiivìUy per lo- 
stare alle strade ed il porsi in ag- 
guato: altri da Aloadin, supposto 
nome del primo Vecchio; altri dalla 
voce hachiche significante bevanda 
oppiata, perchè gli Assassini erano 
per tal modo inebriati dal lor si- 
gnore. La sola vera o almen verisi- 
mile etimologia si fonda sull'arabo 
asta che dinota ineidiatore. E di fatto 
nell'Itinerario di Beniamino ebreo 
costoro sono denominati asmn; e il 
nostro giureconsulto Deciano avver> 
tiva d'aver letto asmìniM, non asBas" 
sinua ne' libri da lui ricordati. (P.) 

* Il testo del Borghini ha: Pré- 
aeii per la gran barba; che poi nel- 
l'edizione de' Classici si legge: Pro- 
adi per la gran barba; O'te quel 
piccolo error tipografico nell'affisso 
farebbe dire al narratore una cosa 
stranissima. (P.) 

' La Novella presente, e le di* 



' Vecchio della Montagna era un 
(rrìncipe arabo che risedeva in una 
falle serrata da due monti altissimi 
fra le città d' Antiochia e Damasco. 
I suoi familiari, avvezzi con arte ed 
impostura singolare alla più cieca e 
scellerata ubbidienza, erano impie- 
gati neir uccidere a tradimento le 
persone da lui odiate; e così furono 
assai molesti a'Crìstiani nelle guerre 
di Palestina. Alcuno scrive che que- 
sta gente fu distrutta dai Tartari a 
mezzo il secolo XUI: altri vuole che 
ciò seguisse più tardi al tempo del 
Tamerlano. — Fu creduto a torto 
che il celebre viaggiator Marco Polo 
avesse inventato le cose che lasciò 
scritte del Vecchio della Montagna. 
Le ricerche dell' Hammer, del Sacy, 
del Quatremère e d'altri eruditi 
hanno fatto vedere che sì fatti rag- 
guagli corrispondono ai racconti che 
ce ne rimangono ancora in arabo ed 
in persiano. Quanto al fatto narrato 
nella presente novella, pretendono 
alcuni che avvenisse ad Enrico se- 
condo, conte di Sciampagna, viag- 
giando verso 1* Armenia minore. (P.) 

* Il Cod. Palat. legge: inalHt che 
anche si diceva, conforme aliai.:*» 
uUia, 

* Jjuaaaini, Questo era il proprio 



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NOVELLA LXXXl. 87 

L'uno fue del Duca di Normandia, il quale fue si largo e 
d dilibero/ che passò il grande Alessandro, perciò che Ales- 
sandro donava quello che elU toglieva, e doDavalo a coloro 
che gli aiutavano tórre; ma questo largo duca non faceva torto 
ad alcuno, e del suo proprio donava larghissimamente. Questi 
fue quelli che disse che di tutte cose del mondo era stato 
satollo, se non di donare. Avvenne che uno di tenne corte,' 
alla quale tutti i gentili e valenti uomini della contrada furo, 
in tra li quali fue uno cherico • forestiere, assai valente per- 
sona. Né davanti né da presso mangiare fue saputo chi eUi 
sì fosse; a presso mangiare avvenne che tutta la corte fde a 
giuoco^ quale a zara, quale a tavole, e quale a scacchi e ad 
altri aversi fuochi, e il Segnore con uno nobilissimo cava- 
liere si puose a giucare a scacchi, e quando alcuno erro * nascea 
tra li giucatori, questo cherico per sua sentenzia diffinfa, e 
catuno volentieri tenca sua sentenzia, sì per diritto giudica- 
tore come per fargli onore, per ciò che egli era forestiere. E 
in tale maniera sollazzando, uno cherico e valente borgese * 
presentò al Duca una bellissima coppa di fino e di puro oro, 
la quale molto benignamente ricevette ; e po' molto riguar- 
data e a maraviglia piaciuta, chiamato il cherico forestiere, 
gHde donò. E il cherico la prese, e anzi che glie ne potesse 
dire grazie o mercè,* si cadde morto in tra li cavalieri. Di 
questa ventura fae la corte molto turbata, e pensaro li cava- 
lieri, se non fosse che '1 Duca l'avea innanzi avuta in mano, 
che la coppa fosse avvelenata^ Trovaro che, secondo la sen- 
tenzia de li fisici,^ il cherico era morto per molto soperchio 
di letizia.' 

n secondo assemplo fue della madre de' Cornuti,® un'alta 
donna di Francia la quale fece nobilissima portatura; che eUa 

ciannove che seguono, non si tro- * errore, sbaglio, mancamento allo 
vano nel testo del Gnalteruzzi, ma regole de'giuoclii, che dia loogo a 
sono prese interamente da quello del contesa fra 1 giocatori. 
BorghinL Esse per la maggior parte * horgewehorgTieae^&hit&toiQ pro- 
sono alqiianto dìTorse di stile, ed priamente di borgo e anche di città, 
appariscono meno antiche. (P.) — non appartenente alla classe de'pa- 
' Noi aggiungiamo che questa ed al- trìzi. 

' tre due noTelle che a suo luogo * mercè, o gran mercè, era modo 
indicheremo, sono indubbiamente di di ringraziare. ^ de* medici, 
ser Andrea Lancia. La lezione da * Bene Gassiodoro in un'epistola: 
noi seguita è quella dell* antico Cod. * Oaudia temper animo inquietant; 
Laur., n. 71. (Gadd. Beliq.) modus enim raro Icetia rébtu inter- 
* liberale. veniL » (P.) 
" pubblico convito. • Cioè di gentiluomini della fa- 
"^ cherico era agli antichi Uttc miglia Cornuti, nominata anche se- 
rato, dotto, coli dopo nel xescao di Francia. (P.) 



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88 NOVELLA LXXXI. 

ebbe tre figliuoli arcivescovi e uno vescovo che bene valeva 
arcivescovado, ciò fue quello di Cartre/ e fue chiamato il ve- 
scovo Alberigo Cornuto^ avegna che tutti furon così chiamati 
in soprannome, e per ciò fu ella chiamata la madre de' Cor- 
nuti; ancora ebbe uno figliuolo Conte e una figliuola Contessa. 
Ella non ebbe figliuolo ne figliuola che non fossQ in maggiore 
altezza d'onore che non fue ella o alcuno di suo lignaggio. 
Avvenne uno die che tutti i figliuoli e le figliuole erano in- 
sieme a Parigi a uno parlamento; a presso il parlamento, si, 
ebbe una processione, ove furono tutti li figliuoli di quella 
donna; de' quali avemo detto, la quale era molto onorata, e 
allora era alla finestra d' uno molto bello palagio e guardava 
la processione; e, veggendo passare baroni e prelati, viddeli 
suoi figliuoli ornati e sopra gli altri onorati, e quando eglino 
furono dinnanzi alla donna che loro madre era, una femina 
a gi:^.nde boce disse: «molto dee avere grande gioia al cuore 
quella che così nobile portatura' ha fatta, come sono quello 
vescovo ed arcivescovo.» E la madre che riguardò verso i 
figliuoli, e videgli tutti insieme, n'ebbe tanta allegrezza al 
cuore che incontanente le/ fallirò li spiriti, e cadd^e morta in 
uno punto. 

E truovasi che più tosto si muore per grande letizia che 
per grande trestizia. 

Novella LXXXII. 

Come un fàbro si riscosse d* una quistione. 

Al tempo di Federigo imperadore ' era un fabro, che tanto 
lavorava di sua arte ogni giorno prosciolto,* che guadagnava 
quattro soldi; poi in tutto quel dì non facea più niuna cosa. 
E non avrebbe avuto a fare* né sì grande fatto, né si gran 

^ Cioè Ckartres, già detta in la- tre memorabili cose risguardanti la 

tino Gamutum, onde sarà forse de- letteratura toscana (e perchè noif ita- 

rivato il nome de' (7amu*t, corrotto liana, se parlasi d'«n breeeianof)^ egli 

poscia in Cornuti. (P.) fé incarcerare Albertano Giudice da 

* Chi ha avuto cosi nobile figlino- Brescia, quando questi era capitano 
lanza, portatura^ ì&tfoetua, Manzoni di Gavardo, per difendere esso luogo ^ 
nella stessa significazione usò por- in servigio del Comune di Brescia, e "* 
tato: « Grave di tal portato. » ciò fu Tanno 1230, di agosto, nella 

* Il tempo di Federigo II impe- undecima indizione; nella qual pri- 
radore fu, della sua incoronazione gionla ei compose il suo Trattato 
per le mani di Papa Onorio III, morale. (Jf.) 

r anno 1220, prima eh' egli venisse * I di prosciolti sono i giorni di 

scomunicato: della sua morte fu il lavoro. (M) 

1250. Nel tempo di mozzo, tra l'ai- • Altri, credendo forse di ridurre 



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NOVELLA LXXXn. 89 

guadagno, che dacché egli aveva guadagnato i quattro soldi, 
che * elli facesse poi niente. Udito questo lo 'mperadore, mandò 
per lui, e domandollo s' era la verità quello che di lui gli era 
detto i ed il fabro rispose, che tutto era vero. Lo 'mperadore gli 
«disse: quale è la cagione che tu fai questa cosa? Messere, io ' 
m' ho posto in cuore di cosi fare tutti i giorni di mia vita, j 
per mia libertà; che ogni di guadagno quattro soldi, e poi 
non lavoro più in tutto quel di. E che fai tu di questi cotali 
quattro soldi? Messere, dodici denari ne rendo, dodici ne dono, * 
dodici ne getto, e dodici n'adopero. Come? disse l'Lnpera- 
dore. E quei rispose : messere, dodici ne do per Dio : ed altri 
dodici rendo a mio padre (che è sì vecchio che non ne puote 
guadagnare), che egli mi prestò quando io era giovane, e 
ancora non ne Sapeva guadagnare neuno.' Altri dodici getto 
via, che gli do per sue spese ad una mia moglie, e perciò li 
mi pare gittare, perchè ella non sa fare altro che bere e man- 
giare. Gli altri dodici danari adopero per le mìe proprie spese; 
e così dei detti quattro soldi ne fo quello ch'io vi dico. 

Udito questo lo 'mperadore disse in suo cuore : io gli vp'fare 
un grande comandamento, per vedere come sappia osservarlo. 
E chiamò il fabro, e disse riatti con Dio; e cornandoti così, a 
pena di cento libbre, che se tu di ciò fussi domandato, a per- 
sona ninna non lo debbi dire, se tu in prima non vedi cento 
volte la mia faccia. E cosi fece al suo notaio scrivere quel 
comandamento. Il fabro si partì, e tornossi al suo albergo* 
a fare i fatti suoi E sappiate eh' egli era savio uomo del suo 
essere.* 

Un altro giorno lo 'mperadore volendo sapere da' savi suoi 
il fatto del fabro (ciò era delli quattro soldi quello che ne 
facea^ che danari dodici ne dava, dodici ne rendeva, dodici 
ne gettava via, e dodici n' adoperava), mandò per loro, e disse 
loro tutta la questione. Udendo ciò li savi, chiesero termine 
otto giorni: e così li diede loro. Essendo insieme li savi non 
potevano diffinire la qtiistione. Ora invennero* che la qui- 
. Btione era. del fatto del fabro, eh' era stato dinanzi allo 'mpe- 

f a migliore ortografia questa dizione, pleonasmi rimasti più alla lìngua 

ha stampato affare, b così^ togliendo parlata che alla scritta. (P.) 

di mezzo un verbo utile, ha sosti- * Neunof voce dismessa, ma più 

tolto un nome superfluo. (P.) yìcina che niuno all' origine la- 

* Questa replicazione del che è tina di questo composto, cioè nea 

simile a quella del Boccaccio notata unus. (P.) 

dalla Crusca: € Pregandolo, che se * abitazione, 

per la salute d'Aldobrandino era ve- • della sua condizione, 

nato, ch'egli s'avacciasse. » Sono 'trovarono, dal lat. tnventVe. 



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90 NOVELLA LXXXn. 

radere, ma nìuno sapea il perchè, de' savi. Allora ispiaro do- 
v' elli dimorava, e cMusamente * andaro a Ini al suo albergo, 
e vennerlo domandando. Non era niente eh' elli dicesse loro; 
e così li profersero moneta. Allora s' accordò, e disse : dacché 
pure da me il volete sapere, or andate : tra tutti voi mi recate 
cento bisanti d' oro ; e altrimenti da me in ninno modo il po- 
treste sapere. Li savi vedendo che non poteano fare altro, 
avendo paura che il termine dato loro non valicasse, dieder 
li bisantì, quant' elli ne chiese. Il fabro incontanente li si recò 
in mano, in prima eh' eUi dicesse loro, e ciascuno per sé pose 
mente,* che dall' uno lato era la faccia dello 'mperadore coniata 
e rilevata, e dall' altro v' era tutto intero a sedere in sedia,' 
o a cavallo armato. Quando gli ebbe tutti veduti ad uno ad 
uno, cioè dov' era intagliata la faccia dello 'mperadore, si disse 
a' savi tutto il fatto, siccome avea detto allo 'mperadore in 
prima. I savi si partirono, e tornarsi a' loro alberghi. 

Compiuti gli otto giorni, e lo 'mperadore rimandò per loro, 
che li significassero la domanda eh' avea fatta loro; ed i savi 
li dissero tutto apertamente. Uditogli lo 'mperadore, si mara- ' 
vigliò molto come l' avessero saputo. Mandò incontanente per 
lo fabro, e disse in suo cuore: costui pagherò io bene deUe 
sue parole,* ch'io so che e'I'averanno tanto lusingato, o mi- 
nacciato, che r averà detto loro : ed altro non potrebbe essere ; 
che eglino per loro bontà' giammai non l'avrebbero potuto 
sapere. Onde male l' averà fatto a suo uopo. [ 

Mandato per lo fabro, fu venuto. Lo 'mperadore li disse: 
maestro, io credo che tu hai fallato troppo centra i miei co- 
mandamenti; che tu hai manifestato quello che io ti comandai 
che il mi tenessi in credenza: • e però io credo che amaro il 
comprerai.^ E il maestro disse : messere, voi siete signore, non 
che di me, ma di tutto il mondo, di fare ciò che vi piace; e 
però io sono a' vostri comandamenti, sì come a mio padre e 

* chituatnente, colatamente, nasco- noi notato più volte né' Fatti cPE- 
samente, (F.) nea. \ 

* Ciascuno per »ì pose mente, cioè: • Anche i sigilli di Federigo li'. 
consideroUi tutti ad uno ad uno. hanno il ritratto di lui in dedìa. {M,) \ 
Non è solo questo esempio della * costui punirò io bene dell'aver ; 
frase Por mente con un altro quarto parlato. 

caso. Ì! simile quello del Boccaccio ** per loro virtù, capacità di 

riportato dalla Crusca alla voce mente. 

Mente, § VII: < E se voi il porrete * tenere in credenza, tenere se- 

ben mente nel viso, egli è ancora greto, non ridire quello che ò stato 

mezzo ebbro. > Oggi sarebbe affetta- detto in confidenza. (F.) 
zione. (P.) ~ È modo simile al la- '' Come ora si direi^be: la pa- 

- tino aaimadveriere aUquid, e fa da gherai cara e salata. 



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NOVELLA LXXXn. 91 

Bipfnore. Or sappiate ch'io non mi credo esser partito dal 
vostro comandamento. Che voi mi diceste che quello, ch'io 
aveva detto a voi, io non manifestassi altrui, se io non ve- 
dessi prima cento volte la faccia vostra. Onde io essendo 
costretto di ciò,* non li potea servire di niente, se io non fa- 
cessi in prima quello che voi m' avevate comandato. Onde io [ 
l'ho fatto: che prima eh' io il dicessi, mi feci dare loro* cento |' 
bisaiìti d* oro, e in ciascuno vidi la vostra faccia, che v' è suso 
coniata; e fatto questo in lor presenza, il dissi loro: onde,| 
signor mio, in questo cotanto non mi pare avere offeso l' alma * | 
per volere cessare briga* a loro ed a me. In questo modo ch'io 
v' ho detto, il dissi loro. Udito questo lo 'mperadore cominciò 
a ridere, e dissegli : va', buon uomo, che tu sei stato più mae- ' 
stro che tutti i miei savi; che Dio ti dea* buona ventura. Così 
si ricolse • il fabro dallo 'mperadore, come avete udito : « ritor- 
nossi al suo albergo sano e salvo a fare de' fatti suoi 



Novella LXXXIU. 
Come non è hello lo splendore sopra le forge. 

Messere Amari, signor di molte terre in Proenza, avea 
uno suo castellano lo quale spendea ismisuratamente. Pas- 
sando messere Amari per la contrada, quel suo castellano se 
gli fece innanzi, il quale avea nome Beltrame,''^ e invitoUo 
che dovesse prendere albergo a sua magione. Messer Amari 

*■ stretto, incalzato a manife- tramo dal Poggetto, appellato Ber' 

stare ciò che io aveva dertto a voi. trama del Pojet, del castello di Teunes 

* dare a loro; per cUt loro. in Provenza. Tal serventese esiste 

* d'aver mancato, peccato. nel codice ^204 della Libreria Vati- 

* oe^dare propriamente significa te- cana, secondo il Crescimbeni. (M.) 
fteraddi€tr0flontano:(im scansare noie, — Questa serventese, la qual co- 

■ Similmente Dante nel. Purg. XXI: mincia: De Sirventes aurai gran ren 

< Dicendo: frati miei. Dio vi dea perduy si trova ancora nel bel Ms. 

pace. » Nel qnal luogo probabilmen- Estense di poesie provenzali, a pag. 

te, come osserva il Lombardi, fii pre- 132; e si legge altresì fra quello 

ferita dalP Alighieri la voce dea per messe in luce dal Baynouard, tom. IV, 

evitare la cacofonia. E il medesimo pag. 373. Nelle piccole Vite do'Tro- 

possiam dire del suddetto passo. (P.) vatori, pubblicate dallo stesso filo- 

* Così si ricóUe. Si riscosse, si logo, abbiamo intomo a quel Bel- 
riscattò; figuratamente. (J?.) — Ora trame o Bertrando il seguente cen- 
si direbbe H cavò d\mpiceio, no, che tocca pure di sua larghezza 

^ Ho indizio che fosse questo o liberalità : < Bertrans del Pojet si 

Beltrame colui che spendeva assai fo un gentils castellans de Proensa, 

maggiormente di quel che avea d'en- de Teunes, valenz cavalliers e larcr 

trata, e scrisse contro gli avari una e bons guerriers. E fes bonas cansos 

serventese. Ciò essendo, egli è Bel- e bons sirventes. > (P.) 



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92 NOVELLA LXXXTTI. 

lo dimandò: come* hai tu di rendita Tanno? Beltrame ri- 
spose: messere, tanto e tanto. Come dispendi? disse messere 
Amari. Spendo più, che io non ho d' entrata, co. libbre di 
torneai lo mese. Allora messer Amari disse queste parole: 
Chi dispende più che non guadagna, non puote fare che non 
si affanni.* Partìosì, e non volle rimanere con lui; e andò ad 
albergare con un altro suo castellano. 



Novella LXXXIV. 
Come tm vecchiOy avendo fatta cortesia^ si giudica vicino a morte. 

Messere G. da Camino,* poco innanzi eh' egli morisse, 
avendo dato a messer Corso quattromila libbre per ajuto alla 
sua guerra, chiamò il medico suo, e fecesi cercare * il polso; 
e dicendogli il medico ch'elli non aveva niente, egli disse: 
<5erca bene, che io son morto. Perchè, messere ? Egli disse: 
perchè i danari, che io diedi a Corso Donati, mi parvero 
troppi; quello che non mi avvenne mai di quanto io dessi. 

Altresì Uguccione da Faggiuola, che faceva dare a un 
gentiluomo o. fiorini d'oro, dicendogli lo spenditore: vostro 



* come per quanto. {F.) 

* È un nostro mezzo proverbio 
quello 

€ Chi spende più che non guadagna, 
lìTon può far che non s'affanna.» {M.) 

* avendo donato altrui, avendo 
usato liberalità. 

*, Circa reta di questa novella 
alquanto tarda più dell'altre, in 
mancjiknza di precisi documenti si 
vuole osservare le persone qui no- 
minate. E principiando da G. da Ca- 
mino, se questi fu GueceUo, mostra 
4i essere o il fratello di Caja da 
Camino morta l'anno 1311, della 
quale ho io fatto parola nel tomo 
XXY de' miei Sigilli, riportando il si- 
gillo di lei; sivvero altro di tal 
nomo morto nel 1272. Se lo piglia- 
mo per Gherardo, è il padre della 
medesima, di cui io ne accenno al- 
cuna cosa ivi. Di altro Gherardo più 
antico si fa menzione nella Vita di 
Ezelino da Romano scritta da Pietro 
Gherardo di Padova. Ne viene indi 
messer Corso Donati, del quale al- 
cuna lodo si dà nel Conflitto de' Fio- 



rentini ms. in ottava rima della Libre- 
ria fJEimosa Strozzìana, dicendovisi: 

«Messer Corso Donati eranom di conto, 
Savio e gagliardo, ed oggi lo vedrai 
In ogni fatto d'arme presto e pronto. 
Più ch'altro Fiorentin che fosse mai, 
À' Fiorentin cagion di far lo sconto 
De'lor peccati con gran pena e guai. 
In surnn gran corsier che parenn yento, 
E per cimiere un Leone ha d'argento. » 

Dipoi un parente di Corso Donati ne 
segue, che fu Uguccione da Faggiola 
Ghibellino, Podestà di Arezzo, con- 
temporaneo di Corso, ed illustre ca- 
pitano, creduto d'essere stato d'ao- 
cordo seco a macchinar^ di farsi 
amendue principi della Toscana. Uguc- 
cione morì per altro molto vecchio 
Tanno 1320 a Verona, e si disse, 
addolorato della perdita miserabile 
di Francesco suo figliuolo stato ta- 
gliato a pezzi nella battaglia di Mon* 
tecatini l'anno 1315. (M) — La vita 
di Uguccione è stata ultimamente il- 
lustrata dal valente òritico Carlo 
Troya nel libro Dd Veltro allegorìo» 
di Dante, Firenze, 1825, (P.) 
■ tastare. 



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NOVELIA LXXXIV. 



93 



figliuolo ne gli fé dare postieri * co., disse : ora m' aweggio 
io bene che io sono invecchiato, quando egli ne fece dare più 
di me.* 



NOTBtLA LXXXV. 
Di certe pronte risposte, e detti di vaienti mmini. 

Uno Fiorentino era in contado, ed avea uno molto buon 
vino. Uno suo amico si mosse un giorno da Firenze per an- 
dare a bere con lui: andò in villa -a lui, e trovollo. ChiamoUo 
per nome, e disse: o cotale, dammi bere. Quegli rispose, e 
disse: io noi verso.' Quegli che avea lo vino, fd Maso Leo- 
nardi, e quegli che andò per bere, fu Ciolo delli Abati.* 

Francesco da Calboli' rampognando con messer Ricciardo 
de' Manfredi • che avea si fatto che in Faenza ne in Furli 
gli era rimaso amico; rispose messer Ricciardo: sì eh?^ almeno 
quelli che vogliono male a voi. 



^ Postieri (con antica ortografia 
posthieri) vale ierlcdtro, {M.) 

* A proposito della liberalità di 
costai, e del motteggio della Novel- 
la, si legge nel volgarizzamento an- 
tico del Giardino di Consolazione di 
Bono Giamboni citato dalla Crusca: 
* che ogni vizio invecchia colla per- 
sona, ma solo r avarizia ringiovani- 
sce e rinfresca. » E per questo si 
suol dire di chi fa azione di libera- 
lità, e non è avvezzo, cogtui vuol mo- 
rire, — Il cay. F. Saba da Castiglio- 
ne rammenta neir Ammaestramento 
suo 114 che Castruccio Castracani 
signor di Lueca si persuadeva che 
Uguccione da Faggiuola fosse in 
Paradiso per la sua grande libe- 
raUtà. {M.) 

* Combinando il senso proprio ed 
il metaforico di versare, dir voleva 
che spandere il vino e darlo a*ghiot- 
toni era tutt'uno. (P.) 

* Di «no degli Abati fiorentino 
di tal nome si hanno memorie alPAf- 
chivio nostro generale dagUanni 1327 
al 1333 in ser Aldobrandino d*Albizzo. 
Da esso sembra esser venuto il pro- 
verbio: M tempo di Ciolo -46a«»,por 
corrotto vocabolo CioUàbate. Qui il 
Monosini, lib. VI : < Qua^ido àliquis 
€u2pcB afjinis, ut qui exempli grcttia 



offidum neglexit, non solum non se 
purgai, sed eum, cui defuitfractaiJióUi 
insimulare videtur, tunc dicendd tempus 
est : n tempo di Ciollabate ; chi ha 
da dare, addomanda. Furea ipsi ac- 
cusant, Injuriam inferentea aceusant. 
Ex eo Alexidia in mvlieres: Et ipsos 
injuriam fadentes, etiam aceusant. > 
Esso Monosini cita questa novella, 
e chiama l'autore della medesima 
antiquum Mi/thologistam. {M^ 

'^ Da Calboli : nobil famiglia for- 
livese, di cui parla Dante nel e. XIV 
del Purgatorio. Un personaggio d'essa 
famiglia, per nome Fulcieri, fa pode- 
stà di Firenze nel 1802, e fece si 
mal governo de' cittadini di parte 
Bianca, che il Poeta ebbe a dire 
allegoricamente : 
< Sanguinoso esce della trista selva : 
Lasciala tal che da qui a mill* anni 
Nello stato primai' non si rinselva. » (P.) 

* Di messer Ricciardo, o sia Ric- 
cardo da Faenza, se ne parla dagli 
storici sotto r anno 1336. (itf.) 

"* Sì ehf Altri che non intese il 
si e messo all'antica nell'edizion del 
Borghini, ristampò sic. Così per pic- 
cole alterazioni si può corrompere un 
testo. Veggasi'la nota del Colombo 
sopra la frase Or me eh f della No« 
velia XXXVI. (PA 



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94 NOVELLA LXXXV. 

Cecchino de^ Bardi ^ era a San Miniato capitano di guerra, 
e feritte * ser Jacopo Mancini. Onde^ per l'officio ch'avea, es- 
sendo ripreso, e mostratoli sdegno per suoi amici, fra' quali 
era messer Currado da Montajone, disse un di contro lui: voi 
mi volete male,' perchè voi mi volete bene. Questo avviene 
molte volte, che uomo vuol male altrui per cosa, che se non 
gli volesse bene, gli piacerebbe, e non gU vorrebbe quel male. 



Novella LXXXVI. 
Della cortese natwa di Don Diegio di Fienaja.* 

Don Diegio di Fienaja cavalcava uno giorno nobilissima- 
mente con ricchi arnesi, e con grande comp agnia. Uno giul- 
laro lì dimandò che gli donasse per cortesia. E Don Diegio gli 
donò marchi d'argento. Quando lo giullaro gli ebbe in 
grembo, li disse: messere, questo è lo maggior dono che giam- 
mai mi fosse donato ; e Don Diegio ispronò, e non gli rispose.*^ 
Lo giuUaro gittò li marchi in terra, e disse: non piaccia a 
Dio che io prenda o marchi di dono, e non sappia chi me li 
dà. Don Diegio vedendo ciò, tornò e disse : da che pur lo vogli 
sapere, io ho nome Don Diegio. Lo giullaro ripose li marchi, 
e disse così: ne grado né grazia a te,^ Don Diegio. Fùronne 
grandi disputazioni, e fu detto che lo giullaro parlò bene; 
che tanto fu a dire, quanto : tu te ne se' usato di donare ric- 
camente; non sapresti far altro, ne più poveramente donare. 

*■ Di un tal Cecco de'Bardi figliuolo esprime che il sentimento d'essere 

di Greri io addito qualche cosa nel corrucciato. (P.) 

tomo XXV de'mìei Sigilli, p. 105. {M.) * Noi non sappiamo chi fnsse 

* Come tanti Terbi della seconda questo Diegio, che sembra dirsi per 
e della terza hanno due terminazioni Diego. Gotal nome si deduce da Ja- 
del preterito indeterminato : temè te- copo, poi fatto Didaco, e in ispa- 
mette, rendè rendette; così presso gli gnuolo Diego, (M.) 

antichi troviamo queste doppie uscite ■ La legge de' benefizi vuole, al 

anche in alcuni verbi della quarta : dir di Seneca, che il donatore incon- 

udì uditte, ferì /eritte. Ma per questi tanente si dimentichi di ciò che ha 

ultimi fu presto abbandonata la se- dato, e V altro debba tenere a mente 

cohda maniera; e solo i poeti rad- ciò che ha ricevuto. {M.) 

dolciscono talvolta con altra vocale * Pare Non te ne 90 ohUigo, nd 

la tronca terminazione: Udio^ fé- grcUitvdine, Cade su questo la do- 

rio, (P.) — Uditte, feritte, e simili, so- manda dell'istesso Seneca : < Quale di' 

no massimamente nella parlata pi- tu che faccia peggio ; chi lascia di 

sana. render grazie de' benefizi, chi lascia 

* Voler male in questo luogo non d' averli a memoria ? » {M,) 



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Novella LXXXVII. 
Nuova cortesia del Be Giovane d^IngWterra. 

La Reina del Re di Castella, per suoi grandi bisogni, man- 
dava un suo cavaliere in un luogo molto celato, senza neuna 
altra compagnia. E cosi tutto solo in sur * un molto buon 
palafreno cavalcando questo cavaliere per una gran foresta, 
quanto il palafreno il ne potea portare, venne,' siccome le 
fortune incontrano altrui, al valicare d'una fossa il palafreno 
cadde sotto al cavaliere in si forte punto, che già noi potea 
riavere ; avvegnack' elU per sé non avea avuto • impedimento 
di sua persona. Ora procacciava, il meglio cìie potea, di ria- 
vere* questo suo palafreno; ma non era neente di poterlo 
trarre dalla fossa; ^ né persona non vedea, né da lungi né da , 
presso, da chi eUi potesse avere alcuno soccorso: sicché in sé 
avea molta ira e malinconia, che non sapea che si fare. Ora 
venne, siccome le venture vanno e vengono, che il Giovane 
Re d'Inghilterra si era in quelle parti a cacciare in sur un 
grosso palafreno, e andando dietro ad una gran cerbia, era 
tanto trasandato ® che era rimasto tutto solo senza alcuna 
compagnia, e si abbattè a questo cavaliere della Reina. Quegli, 
quando il vide, il conoscéo, ma era tanto il suo bisogno che 
fìnse di non conoscerlo, e chìamoUo molto di lungo, e disse ^ 
cavaliere, per Dio ' vieni tosto, € piacciati d'àtarmi riaver ^ 
questo mio palafreno, perciocché io andava per grande biso- 
. gno in servigio della mia donna. E il Re fu giunto, e disse: 

* In sur. Cosi legge il Manni. H di trovar molte cose sottili, ecc. > 
testo del Borghini ha In suiCuno; Questa coDgitmzione equivale pro- 
e cosi appresso, dove torna la me- priamente a hendhì, «ebbene, ^piantun- 
desima particella. Ha certa analo- que; e l'adoperarla nel senso di 
già colla pronunzia di qualche dia- condoeiaehì non è secondo l'uso degli 
letto lombardo in consimili scon- scrittori più accreditati. (P.) 

tri. (P.) * rialzandolo. 

* Venne, per avvenne, Hawi poi * Notisi conformità di questalo- 
nel costrutto elissi del d^; maniera cuzione con quella di Dantejnf. XXII; 
assai frequente nelle antiche scrit- < Ma però di levarsi età mente : » 
ture, né dismessa affatto nelle mo- che vale non eravi modo idcuno. (P.) 
derne. (P.) • andato oltre, trascorso. 

* AwegncuiKè, secondo 1* osserva- ^ per Vio^ è usato dagli antichi 
zione de* nostri grammatici, vuole il non per giuramento, ma per preghiera 
soggiuntivo ; ma pur talvolta riceve, a trovar compassione, cioè per amor 
come in questo luogo, T indicativo, di Dio. (Jlf.) 

Cosi nel Fassavanti, citato dalla * Manca fra questi verbi la parti- 
Crusca : < Avvegnaché lo * ngegno cella A, per ellissi tutta conforme a 
muano, secondo '1 vigore del lume quella di Dante, Furg. XI : e Ben si 
del naturale intelletto, s' è esercitato dee lor àtar lavar le note. » (P.) 



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96 NOVELLA Lxxxvn. 

cavaliere, a qnal donna se' tu?* Ed egli rispose: sono alla 
Reina del Re di Castella. Allora iscese dal palafreno, siccome 
quelli che era il pili cortese signore del mondo, e disse: or vedi, 
sire cavaliere, io sono con mia compagnia a cacciare ; e però ti 
piaccia di torre il mio palafreno, eh' è altresì buono come il tuo 
(ben ne valea tre), ed io con li miei compagni sì procaccierò 
di riavere il tuo, e tu ti andrai per li bisogni di tua donna. 11 
cavaliere si vergognava, e non sapea che si fare; e i?orre il pa- 
lafreno al Re era gran villania. E' dicea : io non voglio vostra 
palafreno, che già farei grande oltraggio.* Il Re gliele pur pro- 
ferea,' e assai li dicea che per amor di cavalleria egli il dovesse 
tórre. Non era niente * ch'egli il volesse. Il cavaliere il pur * 
pregava molto vergognosamente eh' elli gli àtasse di riavere il 
suo. Allora ambedue entraro nella fossa, e valentemente Fatava 
il Re, sì come fusse un villano. Ora non era neente che trarre lo 
ne potessero; e così non sapeano che si fare. 

n cavaliere si rammaricava in sé medesimo, siccome quelli 
ch'era per l'altrui servigio, e spezialmente per la sua donna. 
G^nte neuna non v'arrivava. H Re assai li proferea il suo pa- 
lafreno, ed egli noi volea tórre. E certo di ciò e' facea bene,® 
conoscendo ch'egli era il nobile Re Giovane^ d'Inghilterra. 
E dicea in suo cuore: veramente se questi fosse uno cava- 
liere, o io noi conoscessi, bene^arei ardimento di tórreU' il 
suo pala&enO; e lasciarli il mio, e andare per li miei bisogni. 
Vedendo il Re eh' e' si pur rammaricava, teneasi morto, che 
noi potea aitare com'eUi volea.^ Disseli: sire cavaliere, che 
vuoli tu fare ? tu non vuoli il mio palafreno, e lasciare il tuo, 
com'io t'ho detto. Per addietro io t'ho àtato quanto ho po- 
tuto; sicch'io non so ch'io mi ti possa più àtare; e qui non 
■ — - ■ ■ ■ I ■ 

* Il Ginonio si vale di questo pur farò. > Oggi parrebbe leziosag* 
esempio per far vedere come la par- gine. (P.) 

ticella A servir possa a dimostrare ^ Notisi qui pure frasQ conforme 

quasi compagnia, o piuttosto dipen- a quella di Dante, Inf. IV : < Fanno- 
denza: A qucil donna «e* tu f cioò Con mi onore, e di ciò fanno bene. » (P.^ 
qucd signora stai tut Che ne resta ^ Qui le stampe leggono i?c Gio- 

ancor oggi Star a padrone. (P.) vanni, benché nel principio e nel fine 

^ Qui significa semplicemente scon- di questa medesima novella abbiano 
veniénza, o come più sopra si dice, regolarmente iJctì'toranc. Nuovo esem- 
villanla. pio della facilità con cui si potò cor- 

' uscita regolare della forma an- rompere il testo di Dante nel luogo 
tica pro/erère. accennato in questo libro. (P.) 

^ non c'era modo nò verso ecc. ' tùrreli. Non era affatto in uso, 

' Il Cinonio adduce parecchi come a' di nostri, d' accorciare certi 
esempi di simili interposizioni con- verbi, quando segue V affìsso. Gos^ 
formi air antiche frasi de'Proven- T Alighieri, Purg. II, secondo il testo 
zali. Così nel Bocc. : e Ma perciocché della Grusca : e Io vidi una di lol- 
la presente materia il richiede, il trarresi avante. » Oggi for^i, erar«». (P.) 

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NOVELLA Lxxxvn. 97 

arriva né dì mìa gente né d'altra/ E però qui non ha ma 
che ^ uno compenso: comincia a piangere, e io piangerò con 
teco insieme. 

Udito questo, il cavaliere non sapea che si dire né che si 
fare. E dicea pure: certo, messere, io per tutto il mondo, chi 
che voi siate, non vi farei sd grande villania, come questa sa- 
rebbe, n Re molto n'era allegro, e molto se ne contentava 
ch'elli il togliesse, e disse: da che non vegli fare com'io t'ho 
detto, si ti farò tanta compagnia che qualche ajuto ci darà il 
nostro Signore Domeneddio. Il cavaliere caramente il ringra- 
ziava, e pregavalo che non dimorasse più ; imperché molto li 
pesava* di lui che gli avea fatto tanto servigio. E 1 Re ri- 
spose: or vedi non ne incresca più a me che a te; imperoc- 
ché io dimorrò ^ qui teco tanto che non sia vero, che de^miei 
compagni qualchessia non ci arrivi 

Intanto in queste parole,' certi suoi cavalieri e donzelli ^ 
ed altri della famiglia di questo Re, l'andavano caendo:^ e 
venne, come le venture sono, il trovarono col cavaliere stare 
in quella contenzione. H Re H chiamò; e que' quando il vi- 
dero, tennersi ® allora, e corsero incontanente là dove egli 
era, e àtaro quel cavaliere tanto che trassero questo pala- 
freno dalla fossa. E di ciò ringraziò molto il Re, e la sua 
compagnia; e via^ per lo cammino, col suo palafreno, il me- 
glio che potéo. 11 Re si tornò con la sua compagnia al me- 
stiere della caccia. E il cavaliere, fatto il suo cammino, e la 
bisogna per la quale era ito, ritornò alla sua nobile Reina, e 
raccontolle la sua ambasciata, ^^ e appresso la grande awen- 

*■ Grazioso costrutto, nel qaale ' donzelli^ giovani, e particolar- 

dopo arriva sottintendesi (dmno. (P.) mente prima che riceTessero lor ca- 

' - Ma chcy se non che, fuorché ; yalleria, come . in questo luQgo^ e 

siccome fu notato a (pag. 7é. H altrove spesso. Ancora significa servi; 

Manni legge: < Non ha me* che nn in questo libro. No v. XC: ekiamd un 

compenso ; > prendendo Me per apo- suo donzello e mandóUo, Ed oggi in 

cope di Meglio. (P.) — Nel dialetto Firenze alcuni serventi de* magistrati 

piemontese è viva questa forma usata donzelli si chiamano. (B.) 
più volte da Dante. ' caendo^ cercando. Besta in uso 

' gì' incresceva. in parte del contado nostro. (B,) 

* dimorrò, sincopato da dimorerò. • tennersi, cioè : si trattermero, non 

Simile in Dante, Purg. VII : < Se mi andarono jpixi inìianzi cercando. (P.) 
concenti, io ti merrò ad esse. » Ne * via. Questa particella ha qui 

restano alquanti in uso, come avrò, la forza dell'intera frase andar via, 

terrò ecc. (P.) Cosi appresso nella Novella LXXXIX : 

^ Pleonasmo senza grazia. Chi sa E ritrasserlo fuori, e via con esso per 

che nell'autografo non fosse detto: la città. (P.) 
Istando in queste parole? Me ne ere- ^^ amhasciata, qui dinota la rela- 

sce il dubbio la corrispondenza colla zione dell' adempimento di un ordine 

frase qui appresso : iZ trovarono «tare fatta alla persona medesima che lo 

in quella contenziow. (P.) ha dato. Cosi pure nella Nov. XGI: 

Il Novellino. .. 7 



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98 NOVELLA Lxxxvn. 

tura che era incontrafca del suo palafreno, e '1 grande servi- 
gio che '1 Giovane Re d'Inghilterra avea fatto. La Eeina più 
volte gli fece raccontare; e già non si potea saziare d'udire 
le nobiltà e le cortesie del Giovane Re, e molto lo lodava, 
siccome egli era, per il più cortese signore del mondo. 



Novella LXXXYIII. 

Come il Saladino si fece cavaliere, e il modo che tevme 
messer Ugo di Tàbaria in farh.^ 

Lo Saladino, signore di molto valore e di molta cortesia, 
nelle battaglie che ebbe co' nostri al passaggio di Terra Santa, 
ove avvennero di belli casi, sentendo spesso mentovare onore 
di cavalleria, e vedendo come appo i Cristiani i cavalieri 
erano tanto pregiati; ben pensò seco che ella dovea essere 
gran fatto, e venne in talento * di ricever questo grado, senza 
mancar di ninna cosa dell'ordine consueto, per le mani d'al- 
cun pregiato cavaliere, come sapeva essere la costuma.' £d 
avendo in suo prigione messer Ugo di Tabaria cavaliere gen- 
tile e di grande boutade, nel richiese. Ed egli fu contento.* 

E perciò primieramente il suo capo e la sua barba li fece 
più bellamente apparecchiare che non era davante. Appresso 
ciò lo mise in un bagno,' e li disse: signore, questo bagno 
significa che tutto altresì netto, ed altresì puro, ed altresì 

Il donzèllo ecc. tornò^ e raccontò al Re ^ gli Tenne voglia. 
la aua amhasciaia. Questo senso non * la costumanza, V usanza, 
è avvertito dal Vocabolario. (P.) * Secondo il racconto del Doni, 
*- Dal romanzo di Bosone da el)l)evi ripugnanza e difficoltà da 
Gubbio, ÌDtìtoÌB.to L'avventuroso etcì- parte di Ugo, e con ragione, se il 
lianoj vuole il celebre Giovanni Lami fatto è vero. (P.) 
che sia cavata T istoria di questa " Eugenio Gamurrini nella Istoria 
novella, e ne tratta nelle Novelle genealogica delle Famiglie nobili to- 
sne letterarie al num. 34, sotto il scane ed umbre, dove viene a par- 
dì 23 agosto 1764. — E prima così lare del cavalierato di Saladino, 
ne toccò Francesco Mennonio nelle voi. II, a carte 127, dice di questa 
Delizie degli Ordini equestri: e Clau- sorta di cavalieri: < / cavalieri ba- 
dita Faueetua in originibua suia gal- gnati erano i primi in onore, e si 
licis eitat Librum CoBremomarvm, qui- dava questo grado con grandissima 
ima Hugo Tàbariw equea Regni Eie- pompa, e v' intervenivano ceremonio 
ro8olymitaniu8UBtraditur,eumSaladi- assai, e belle, e piene di regolo e 
num JSgypti eoldanum, decua militare costumanze cavalleresche; delle quali 
e3^Mtentem,eque8fy^c£ngvlo adomar et. ^ la prima era che in un bagno, sola- 
Ne parlano pure il Doni, nella Li- mente per questo apparecchiato in 
breria seconda, il Tommasi nelPIsto- Chiesa, èrano da altri cavalieri ba- 
lia di Siena, il Mariti ne'suoiViag- guati, che erano i patrini in quel- 
gi, ecc. (M.) l'atto. » (M.) 

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NOVELLA Lxxxvm. 99 

mondo di tutte lordure di peccato, com' è il fanciullo quando 
esce dalla fonte,* vi conviene uscire di questo bagno, senz' al- 
cuna villania. Certo, ,Ugo, disse il Saladino, questo è molto 
bello cominciamento.' 

Appresso il bagno, il fece Ugo coricare in un letto novello, 
e li disse: signore, questo letto ci significa il grande riposo 

; che noi dobbiamo avere e conquistare per nostra cavalleria. 

( Appresso ciò, quando fu un poco giaciuto, egli si levò, e ve- 
stì di bianchi drappi di seta. Poscia gli disse: questi bianchi 
drappi ci significano la grande nettezza che noi dobbiamo 
guardare liberamente e puramente. Appresso il vestì d'una 
roba vermiglia, e li disse: signore, questa roba vermiglia ci si- 
gnifica il sangue che noi dobbiamo spandere, per nostro Signore 
servire, e per santa Chiesa difendere. Appresso gli calzò brune 
calze di saja,* ovvero di seta, poscia gli disse; queste bruna 
calze significano la terra.; che noi dobbiamo in membranza 
avere che noi siamo venuti di terra, ed in terra ci conviene 
ritornare. 

Appresso il fece rizzare in su stante,^ e gli cinse una bianca 
cintura; e poscia gli disse: signore, questa bianca cintura ci 
significa verginità e nettezza; che molto dee un cavaliere guar- 
dare al suo affare, innanzi eh' elli pecchi villanamente del suo 
corpo. Appresso gli calzò uno sprone d' oro, ovvero dorato, e 
li disse: signore, questo sprone ci significa che tutto altresì 
visti* ed altresì intalentati,* come noi vogliamo che i nostri 

* fonte battesimale. Tayer veduto in un manoscritto 

* E da questo cominciamento, uiatìj cosi messo ali* antica maniera, 
come da tutto il resto delle cerimo- per cui trovandosi V i vicino all' u 
nie, si può raccogliere quanta parte senza verun segno sovrapposto, o 
avesse lo spirito della Religione in soltanto con un'esigua lineetta che 
quella somma gentilezza e nobiltà sfugge sovente all'occhio, non ò 
che divennero proprio distintivo della strano aver letto iusti per uiati. Per 
vera Cavalleria. Anche nella storia simile equìvoco, nel canto XIX del 
.scrittane da Carlo Mills, e recente- Paradiso di Dante, ove nel verso 141 
mente pubblicata a Londra, sono si deve leggere per ragion della cri- 
attribuite a quel sovrano motivo tica e per l'autorità degli ottimi 
tante azioni grandi e generose, che testi: < Che male ha visto il conio di 
non solamente la poetica fantasia, Vinegia,» quasi tutti gli editori hanno 
ma la più fredda osservazione ha posto: « Che male aggiustò il conio di 
dovuto qualificar d' eroismo. (P.) Vinegia. » Era scritto a uisto^ o come 

• panno lano finissimo. anche solevano,congiuntaraenteauwfo: 
, * in sustantet x&le in piì. (F,) quindi si lesse aitwtò, cangiato poi per 

• Fi«<o, agile, pronto, vispo; tutto eleganza nel più comune aggiustò; né 
simile al francese cwfc, che i moder- la Crusca • omise di registrar questo 
ni scrivono vite» Altri, dipartendosi verbo nel nuovo significato à'' imitare 
dal testo del Borghini, ha qui stani- e contraffare. (P.) 

pato iu««t, e così appresso. Questo * Ininhntato, volonteroso, presto, 

errore è nato per avventura dal- invogliato. {F.) 



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NOVEtLA LXXXVin. 



cavalli sìeno alla richiesta de' nostri sproni, altresì visti ed 
altresì intalentati dovemo ^ essere a nostro Signore, e a fare 
i suoi comandamenti. 

Appresso ciò gli cinse una spada, e posoia gli disse : si- 
gnore, questa spada ci significa sicurtà, contro il diavolo, e 
contro ogni uomo che misfacesse* al diritto. Li due tagli ci 
significano dirittura ' e lealtà, siccome guarentire * il povero 
contra il ricco, e il fievole centra al forte, perchè il forte non 
lo sormonti.' Appresso gli mise una bianca cuffia sopra il suo 
capo, e li disse: signore, questa cuffia ci significa che per me- 
rito delle cose che sotto lui sono,® altresì netfca ed altresì pura 
com' è la cuffia, altresì netta ed altresì pura dovemo noi ren- 
dere r anima a nostro Signore. E ci è un' altra cosa che io non 
vi darò né mica, cioè la gotata che l'uomo dona a novello 
cavalliere. Perchè? disse lo Saladino; e che significa questa 
gotata? Signore, disse messer Ugo, la gotata significa la mem- 
branza di colui, che l'ha fatto cavaliere. 

E sì vi dico, signore, che cavaliere non dee fare ninna vil- 
lana cosa, per nulla dottanza '^ che egli abbia di morte, né di 
prigione. E d' altra parte,® quattro generali parti ® dee avere 
U nostro cavaliere. Ch'eUi non dee essere in luogo dove falso 
giudicamento sia dato, né tradìgione parlata,^^ eh' elli almeno 



* dovemo. % meno in uso, ma più 
regolare nel presente, che non è 
dobbiamo; siccome i Latini dicevano 
in quel tempo debemus, non debea" 
mua. (P.) 

* misfacesie, — Jfw in composi- 
zione nìega, o piuttosto guasta il 
significato primiero della voce. Qui 
Tuol dire facease contro al diritto. 
Onde miefattOt peccato; e miaveniref 
venire in contrario; miscredenza, 
mala credenza; ed altri simili. (B.) 

■ diriUOi il giusto, la ragione, il 
dovere; e dirittura^ giustizia: fre- 
quente agli antichi. (B.) 

*■ guarentire^ difendere : usato in 
questo libro più volte, e dal Vil- 
lani. (B.) — guarentire^ garentire, 
guarentire e garantire. {F.) 

' non lo eormonti^ non gli faccia 
soperchierie, non gli faccia Tuomo 
addosso. 

" Sentimento oscuro. Forse ha 
qualche menda nel testo. (P.) — Po- 
trebbe intendersi che per rimerito, o 
riconoscenza delle cose che sono sotto 
o luii cioè che sono soggetta al capo. 



alla mente dell'uomo, come è netta 
la cuffia, cosi ecc. 

^ Dottanza, voce antica, dubitan- 
za; timore, sospetto. Cosi dottare, 
temere, dubitare; simile al francese 
douter. (P.) 

" Ecco una delle frasi leg^ittime, 
che possono corrispondere al fran- 
cese d'ailleurSf Lat. alioquin, eoetero, 
modo di congiunzione o di transi- 
zion del discorso, che tanti non sanno 
rendere se non colla frase d'altron- 
de, la quale presso 1 Glassici non ha 
mai servito a quest'uso. (P.) 

• Parte, in questo luogo vai qua- 
litàf condizionCf piuttosto officio, 
dovere, conforme poteva significare 
anche nella lingua latina. Cosi Cicer. 
nelle Famil.: « Tuum est hoc mvnua, 
tuoB partea; a te hoc civitas expectat, » 
Simigliante significato è sfuggito agli 
Accademici, che per altro hanno fatto 
assai diligentemente lo spoglio 4i 
queste novelle per l'opera del voca- 
bolario. (P.) 

*• dove si dia falso giudizio, e si 
parli di tradimento. 



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NOVELLA LXXXVm. ' IQI 

non se ne parta, se altrimente non la puote stornare. E si non 
dee essere in luogo dove dama o damigella sia disconsigliata,* 
eh' elli non la consigli di suo diritto, ed aiuti al suo potere. E 
si dee essere lo cavalliere astinente, e digiunare il venerdì in 
rimembranza di nostro Signore, se non fosse,* per avventura, 
per infermità di suo corpo, o per compagnia di suo signore. E 
se rompere ' gliele conviene, ammendare il dee in alcuna ma- 
niera di ben fare. E se egli ode Messa, offerere * dee, ad onor 
di nostro Signore, se egli ha di che; e se elli non ha, sì offerì 
il suo cuore interamente. E cosi fimo. 



Novella 
Qui conta come ima vedova con un sottile avviso^ si rima/rìtò. 

Fu già tempo in Roma che neuna donna s' osava di rima- 
ritare, dappoiché il suo primo marito era morto. E già non 
era sì giovane, né il marito né la moglie, che perciò ella si 
rimaritasse, o '1 marito ritogliesse moglie. Ora avvenne che 
una grande e gentil donna, essendo rimasa vedova, la quale 
poco tempo era dimorata col marito, ed era molto giovane 
d' anni e molto fresca, e non volendo vituperare né se né suoi 
parenti, sì si pensò molto sottilmente e disse fra sé stessa, 
come volca tórre un altro marito, e fosse che potesse; ma non 
sapea come '1 si fare, acciò che non le fosse troppo gran bia- 
simo. Ella era di molto grande gentile schiatta, e molto ric- 
chissima di suo patrimonio; onde molti grandi nobili cavalieri 
ed altri nobili uomini di Roma, li quali non avevano moglie, 
a gara ne desideravano le nozze. Che ordinò questa gentil 
donna? Ebbe uno cavallo, e da' suoi fanti il fece vivo scorti- 
care; ed appresso con questi due fanti il mandò per la terra.® 
L'uno il menava, e l' altro andava di dietro, ascoltando quello 
che la ge^te diceva. La. gente traeva tutta a vedere, e quelli 
si tenea il migliore chi primo il potea vedere; ed a eia- 
senno parea grande novità. E quelli che il menava l' avea le- 
gato per la mascella di sotto con certa fune : e molti doman- ] 
davano della condizione del cavallo, e cui era. A ninno il di- 

*■ senza consiglio, bisognosa di Dante: < Per veder nn farar, l'altro 

consiglio. offerere. » E ferere. (B.) 

* tranne, eccetto che per infer- ■ ingegnoso trovato. Franco Sac- 
mità ecc. chetti nov. 225 : < Nuove condizioni o 

' Intendi il digiunò. nuovi avvisi hanno li piacevoli uomini, 

* Offerere^ proferere, così diceano. e specialmente i buffoni. » ® città. 

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aOVBLLÀ LXXXTX. 



cerano, se non che andavano oltre per lì fatti loro: sicclià 
tutti i cittadini ne teneano gran parlamento di cosi fatta no- 
vità, siccome quella che era ; * e molti aveano volontà di sapere 
cui era. E quelli il menavano infino alla sera, che ogni uomo 
se n* era quasi ito in casa. La donna domandò di novelle. Dis- 
serle tutto ogni cosa,* e come molta gente v' avea tratto a ve- 
dere, chi più potea;* e parea loro molto grande novità, e 
molti dimandavano cui era, e a neuno Y aveano detto. La donna 
disse: ben istà: andate, e dateli bene da rodere;^ e domane 
tornerete per la terra, e farete il somigliante, e poi la sera mi 
ridirete le novelle, siccome averete inteso. 

Venne V altra mattina, e ritrasserlo fuori, e via con esso 
per la città. Sì tosto come le genti sapeano ch'era il cavallo 
scorticato, da una volta innanzi, o da due, chiravea;jreduto* 
noi volea più vedere; che a ciascuno era già assai rincresciuto. 
E sappiate che non è neuna cosa si bella che ella non rincre- 
sca altrui quando che sia.^ E quasi neuna persona il volea 
più vedere, se non erano persone nuove, o forestieri, che non 
l'avessero veduto; e l'altra,'' che poco olore® ne dovea venire, 
sicché molti lo schifavano quanto più poteano, e molti '1 bia- 
stemmavano,* e diceano: menatelo a' fossi, a' cani e a' lupi; 
sicché era sì fuggito dalle più genti che quasi noi voleano 
udire ricordare, imperocché era diversa ^'^ cosa a vedere. 



* che era^ Teramente tale. 

* ogni com ridonda, ma è fre- 
quentissimo questo modo nel parlar 
famigliare. 

' chi pitt potea. Cioè, Facendo a 
chi più potea; Accorrendo a gara. 
Altri, guastando le parole ed il sen- 
timénto, ha stampato: cihepi%tp<deaf 
o parea loro, ecc. (P.) 

* Bodercf proprio de' topi, ma si 
dice figuratamente in luogo di man- 
gicwe, e massime dai contadini, che 
più volentieri dicono Dar da rodere 
o* buoi, (B.) • 

" chi Tavea visto una volta o 
due. 

* Sottintendesi un altro senti- 
mento; ed è come dicesse: Figura- 
tevi poi se dovea presto rincrescere 
ima cosa, tanto brutta. (P.) 

' e Vcdtra, cioè la seconda ca- 
gione per cui non voleano più ve- 
flerlo. (P.) > 

■ Non solo odore, ma pur olore fa 
fletto anticamente dai nostri; sicco- 
me presso i Latini, odor ed ólor. 



Pare che olore fosse più volentieri 
usato in buona significa^^ione; e cosi 
è certamente in questo luoggf. Tro- 
viamo similmente il verbo olorare in 
altra novella antica: < Intra' quali li 
mostrare palle di rame stampate, 
nelle quali ardèno aloò ed ambra, e 
del fumo che n'uscia oloràvano le 
camere. » (P.) 

* Biastemmavano» Maniera antica 
rimasta a' Lombardi, in vece di be- 
atemmiavano. Questo verbo nella pre- 
sente novella dinota Caricare d'im- 
properi, d'imprecazioni; conforme al 
greco BXaa(f-ny.eu>, che significa non 
solo Impie loquory ma pur anche ifo- 
ledietÌB ineeeeoy Convidum in aliquem 
dico. Nell'odierna lìngua ha perduto 
il secondo significato. (P.) 

*® diversa^ oltre al comune signi- 
ficato, cioòoarta, valeva anticamente 
etranay e non ordinaria. Petr. e Qual 
più diversa e nuova. » Dante: « Per 
una via diversa, - Uomini diversi 
d' ogni costume, - Cerbero fiera cru- 
dele e diversa.» {B.) 



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NOVELIiA LXXXIX. 103 

Venuto la sera, ancora il rimisero dentro, e furono alla 
donna, ed ella domandò di novelle, e come aveano fatto. Bi- 
sposero e disserle il convenente,* siccome la gente era ristucca, > 
e non voleano più vedere, e molti il biastemmavano, e ciascuno 
dicea la sua. E la donna udito ciò, disse : bene istà, che così so 
che diranno di me; onde sia che puote. E disse affanti : andate, 
e stanotte li date mangiare, e non mai più; e anderete domane 
ancora alquanto per la terra con esso, e poi il menerete a' fossi, e 
lasceretelo stare a'iupi ed a' cani ed altre bestie; e poi ritorne- 
rete a me a raccontarmi le novelle. Di che come la donna co- 
mandò loro, cosi fecero i suoi comandamenti. Il cavallo non 
potea mangiare niente, perciocché non si sentfa in podere da 
piò, e avendo meno il cuojo, e' cominciava grandemente a putire, 
Or questi fanti volendo ubbidire, diceano in lor cuore : io credo 
ci sarà oggi dato del fango e de' torsi, imperocché questo ca- 
vallo pute. 

Venne la mattina. La donna sentendo che i fanti si lagna- 
vano fra loro, fece loro grandi promesse; e quelli stettero con- 
tenti, e lo trassero fuori, e cominciarono ad andare per la città, 
siccome aveano fatto gli altri due giorni dinanzi. Li cittadini di 
Homa sono molto sdegnosi, grandi e popolari. Andando i fanti 
col cavallo per la terra, che putia si che ciascuna il fuggia 
quanto potea, biastemmavanli molto follemente; e i garzoni 
con consentimento degli uomini» cominciarono a sgridarli, ed a 
gittar loro il fango, e a fame beffe e scheme; e diceano loro: 
se voi ci tornerete più con esso, noi vi getteremo de' sassi, che 
tutta la terra avete apputidata.* Li fanti andavano scorrendo 
con esso per la terra, e fuggendo le genti per paura di non 
esser morti: ricevendo tanta villania ed oltraggio, che non sa- 
peano che si fare. Ma quando venne all'abbassar del giorno, 
che grandi e piccoli, e maschi e femine tutti n'erano sazj, an- 
darono, e menaronlo al fosso: ed ivi rimase quasi come morto; 
lupi e cani ed altre fiere il si mangiaro. 

Or ritomaro a casa, e raccontaro le novelle aUa donna, sic- 
come erano stati biastemmati, e gittati loro i torsi e il fango, 
e minacciati, e fatto loro in quel giorno molta villania e soper- 
chianza. Allora si rallegrò molto, ed attenne a' fanti la pro- 
messa; e disse in fra sé stessa: oggimai poss'io fare quello 
ch'io voglio, e compiere tutto il mio intendimento; imperciò, 
da che tutta gente l'avrà saputo, la voce andrà innanzi già 

* BiaserU il eonvenente. Lo rife- che ebbe il convenente del fatto, non 
rìrono le particolarità del fatto. (P.) oorse a furia, come molti stolti fanno.» 
^- Frane. Sacc. nov. 90: «Saputo ' fatta putida, puzzolente. 



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104 NOVELLA LXXXIX. 

otto di o quindici, o un mese il pine; e da che tutta gente ne 
fia ristucca, e ciascuno si rimarrà in suo stato. Or venne per 
mandare innanzi il fatto eh' avea cominciato, ed uno giorno 
ebbe * suoi parenti ed amici e disse loro il fatto tutto del cavallo 
e lo intendimento ch'avea, e volle il loro consiglio. A ciascuno 
parea grande novità, che giammai ninna donna vedova non 
s'era rimaritata, e ciascuno le disse il suo volere, ed alquanti 
s'accordarono con leL La donna, udendo il consiglio de' suoi 
parenti, disse a>BÌò molte buone parole, e diede molti buoni 
esempli, siccome quella ch'era molto savia donna; e dopo questo 
ella mandò per uno grande cavaliere, molto gentile e savio, e 
disseli valentemente:* Voi, messere Agabito, siete grande e 
buon cittadino di Eoma e non avete moglie, né io altresì ho 
marito; e però io non ci voglio altro sensale od amico di mezzo, 
se non che io voglio, quando a voi piacerà, esser vostra mogMe, 
e voi siate mio signore ed amico, e sono por dire e per fare 
ciò che a voi piaccia e sia ciò che puote essere; e sappiate che 
io vi fo signore di tutte le mie castella e possessioni, le quali 
furono del mio patrimonio e del primo mio marito e sposo. Il 
cavaliere, udito questo, si tenne il più allegro uomo del mondo, 
e così ricevette.' Ragunossi il parentado di ciascuna delle parti, 
e '1 fatto andò innanzi. £ così d'allora innanzi si cominciaro a 
rimaritar le donne vedove in Roma, siccome avete udito, e 
questa fu la prima. La gente di Roma e d'altronde ne tennero 
grande dicerìa,^ ma poi ciascuno si rimase in suo stato,'^ ed egli 
ebbero insieme molto bene ed onore e grandezza. E sappiate 
che certi vogliono che questo messere Agabito fosse de' nobili 
Colonnesi della città di Roma, grande ed alto cittadino, quasi di 
prima schiatta della casa, ed ebbe molti figliuoli di quella sua 
donna, li quali vennero a grande stato ed onore. 

i radunò, chiamò a 8è. dicitore per tutti fu Messer Tegghiaio 

' coraggiosamente, senzia timore. Aldobrandi. » E nel secondo ; e Messer 

' accettò. Tommaso Corsini ne fu dicitore. > 

* Diceria, Qui vale assai ne par- Diceasi ancora aringare, aringatori, 

laro. Ma cSiceria in qne*tempi eralo ed aringo. Vedi in questo libro 

disteso parlare al popolo, e lo arin- Not. Xvin. Dante: e Entrar nel- 

gare, che i Latini dicono concio ed T aringo. » {B,) 

oratio, e dicitori gli oratori. Dante ' nella condizione di prima; cia- 

nel Cony.: e E vogliono esser tenuti senno badò a' fatti suoi, e non ne 

Reiteri, » Gio. ViU. libro primo: e II fece più caso. 



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NOTELLA XC* 

Qid conta una bella provedensa cP Ippoerate per fuggire 
il pericolo della troppa allegrezza. 

Sovente avviene che '1 cuore salta e si rimuove,* e ciò av- 
viene per due cagioni, o per gioia o per paura, e molte volte 
l'uomo ne muore di subito. 

Ippocras ^fue di bassa nazione* e povera; avvenne che in 
sua giovenezza elli si parti dal padre e dalla madre, e andò in 
diverge terre per imprendere, sicché il padre e la madre non 

' ne seppero novelle bene in venti anni, e apprese tanto come 
appare,' e molto acquistò onore e avere. Poi gli venne in talento 

l di tornare a vedere il padre e la madre ; si fece caricare tutto 
lo suo tesoro e li suoi libri, e con ricca compagnia sali a cavallo 

. e misesi in cammino. E, quando fue presso di suo paese, sap- 
piendo che 1 core dell'uomo si puote morire per letizia o per 
trestizia, sì chiamò uno suo donzello e mandollo all'albergo del 

: padre e della madre, dicendo loro < come era sano e allegro e 

> pieno di ricchezza, salvo che dirai * che ieri io caddi del pala- 
» freno e ruppinù la gamba; così di' loro,» e disse: «guarda 

> che tu non dichi ne più né meno, se non che domani mi ve- 

> dranno.» Il quale incontanente n'andò all'albergo del padre 
e della madre del suo segnore, e trovò il padre che lavorava 
uno orto, e non vi era la madre; sì gli disse suo messaggio. 
Contando costui il messaggio, uno bergiere ^ che udì le parole, 
salvo che non intese eh' elli avesse rotta la gamba, si corse alla 
madre, e contolle quello che avea udito dire e come il figliuolo 
tornava con grande signoria, come detto è; ma non gli disse 
che egli avesse la gamba rotta, con ciò sia che eUi nello avesse 

* Anche questa Novella è di ser alquanto più tardi}. — Fu di Coo, e 
Andrea Lancia. Noi abbiamo segnito non di Chìo, siccome scrìssero per 
qui pure la lezione del Cod. Laur. errore il Landino ed il Vellutello so- 
n. 71. pra quel Terso di Dante, Inf. IV: < Ip- 

* esce di posto. Opinione erronea pocrate, Avicenna, e GalXeno. » (ilf.) 
di que* tempi. Sarebbe più vero il * Nazione^ qui vale stirpe, origì- 
dire che ne' forti movimenti delFani- ne, natcìmento; e in questo signifi> 
mo le pareti del cuore possono rom- cato V adoperarono molte volte gli 
persi, massime in chi vi fosse, per antichi. (P.) 

qualche infermità di tal viscere, pre- ' Intendi : da' suoi scritti, 

disposto. ' conversione del discorso fre- 

' Ippocrato, chiamato il Principe quente nel parlar famigliare e nello 

de' medici, sì dice che visse cento- antiche scritture, 
quattro anni, ed il suo fiorire si fa "^ pastore di pecore, francese 

all' anno d^ mondo 3530 (o forse herger. 



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106 KOVELLA XO. 

udito dire. E udendo ciò la madre, ricordandoji del tempo che 
ella era stata che non aveanè veduto, né novelle udito del suo 
figliuolo, pensando che tanto bene insieme le venia, cioè di ri- 
vedere il figliuolo e di povertà salire in ricchezza, sì le si sol- 
levò *■ il cuore della grande gioia, ed in poco tempo cadde morta. 
Quando il marito tornò, si ne sbigottì, e quando Ippocras fue 
giunto, e seppe ciò, domandò che novelle l'erano state dette; 
fue saputo che quelli che le novelle avea dette non le avea detto 
che elli avesse rotta la gamba. Allora disse Ippocras in udienza 
di tutti < che per tema di ciò ave' ^ elH imposto al messo che 

> dicesse come elli avesse la gamba spezzata, per attemperare 
» il cuore della grande gioia, la quale elli sapeva che elli avreb- 

> bero della sua tornata. » 

E perciò non si dee nessuno per grande prosperità troppo 
sbaldire,^ né per avversità troppo'affliggere.* 



Novella XCL 
Qui conta di due ciechi che contendeano insieme. 

Nel tempo che '1 Re di Francia avea una grande guerra 
col Conte di Fiandra,* dove ebbe tra loro ^ne grandi batta- 
glie di campo, là ove morirò molti buoni cavalieri ed altra 
gente dall' una parte e dall' altr^, ma le più volte il Re n' ebbe 
il peggiore; in questo tempo due ciechi stavano in su la strada 
ad accattare limosina per loro vita® presso alla città di Pa- 
rigi. E tra questi due ciechi era venuta grande contenzione, 
che in tutto il giorno non faceano altro che ragionare del Re 
di Francia e del Conte di Fiandra. L'uno dìcea all'altro: die 

*■ Neil* edizione del Borghini e del donna vedutosi fuor di speranza ri- 
Manni si legge solvo che parre al tornato il figlio a casa sano e sai- 
Parenti brutto barbarismo, e cor- vo, o fattosegli incontro alla porta, 
resse solvi. Il Cod. Lanr. ci reca la nello abbracciarlo, tanta fu V alle- 
Tera lezione. Onde eoUevarsi U cuore^ grezza eh' ella ne prese , eh' ella 
Tale commuoverai nel significato prò- passò dì questa vita. Un'altra, stan- 
prio ; muoversi tumultuariamente, ri- dosi in casa maninconiosa e addolo- 
muoversif come l'Autore disse più rata per aver inteso il figliuolo es- 
sopra, servi rimasto morto, come ella lo 

^ avea. vide tornar salvo, cascò morta in- 

* V. a. che qui vale allegrare, contanente. (M.) 

gioire, * Questa guerra è scritta dili- 

* Valerio Massimo, trattando del- gentemente dal Villani, lib. Vili. {B,) 
le morti notabili, racconta simili * vtto, cioè: il sostentamento dei- 
avvenimenti con dire, che essendo la vita, l' alimento. Cosi Dante, Par. 
venuta iuBoma la nuova della rotta e VI: « Mendicando sua vita a fj:a« 
ricevuta al Lago di Perugia, una sto a frusto. » (P.) 

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NOVELLA XOT. 107 

di*? io dico che il Re fia* vincitóre. E l'altro rispondea: anzi 
fìa il Conte; ed appresso dicea Sarà che Dio vorrà,^ ed altro 
non rispondea. E quelli tutto il die' il friggea pure* come 
il Re sarebbe vincitore. Uno cavaliere del Re, passando per 
quella strada con sua compagnia, ristette a udire la conten-* 
zione di questi due ciechi: e udito, tornò alla corte, ed in 
grande sollazzo il contee 'al Re; siccome questi due ciechi 
contendeano tutto il giorno di lui e del Conte. Il Re cominciò 
a ridere; ed incontanente ebbe* uno della sua famiglia, e 
mandò a sapere della contenzione di questi due ciechi; e che 
ponesse sì cura che riconoscesse bene l'uno dall'altro, e che 
egli intendesse bene quello che elli dicevano. Il donzello andò, 
ed invenne ^ ogni cosa; e tornò, e raccontò al R,e la sua am- 
basciata.'' Allora il Re, udito questo, mandò per lo suo sini- 
scalco, e comandoUi che facesse fare due grandi pani molto 
bianchi, e nell' uno non mettesse niente, e nell' altro mettesse, 
quando fosse crudo, dieci tòrnesi d'oro, così ispartiti' per lo 
pane. E quando fossero cotti, ed il donzello li portasse aUi 
due ciechi, e desseli loro per amore di Dio : ma quello, dov' era 
la moneta, desse a colui che diceva che il Re vincerebbe ; l' al- 
tro, ove non era, desse a quegli' che dicea Sarà die Dio vorrà. 
Il donzello fece come il Re li comandoe. 

Or venne la sera: li ciechi si tornarono a casa. E quelli 



* Fia. Neirediz. del Borghini sì 
legge «a, che in qualche modo può 
stare. Ma convieu meglio fia, anche 
per corrispondenza alla frase che 
segue: anzi f>a il Conte, (P.) 

* È verisimile che di qui fosse 
pigliato quel motto, di cui Mons. 
della Casa nel suo Galateo ehhe a 
scrivere : < Essendo Castruccio in 
Eoma con Lodovico il Bavero, in 
molta gloria e trionfo, duca di Lucca 
e di Pistoia, e conte di Palazzo, e 
senator di B.omaj signore e maestro 
della corte del detto Bavero, per 
leggiadria e grandigia si • fece una 
roba di sciamito cremisi, e dinanzi 
al petto un motto a lettere d* oro: 
Ugli è come Dio «woJe, e nelle spalle 
di dietro simili lettere che diceano: 
Sarà come Dio vorrà, » (M.) 

■ Die, per di. Voce che ritiene 
più del latino Dica, e qualche volta 
è concessa ancora a' poeti. (P.) 

* H friggea pure z par che dinoti: 
continuava ad importunarlo, a met- 
terlo in questione. Così nell* uso fa- 



miliare dicesi metaforicamente /H«a 
e rifritta una cosji, che troppo ripe- 
tuta dà noia o molestia. Se pUre 
questo friggere non fosse una sin- 
cope à.^ affnggere, detto per antico 
idiotismo in vece d' affliggere^ che in 
questo caso potrebbe avere il signi- 
ficato di pungere, stimolare, dar mo-' 
lestia, simile. (P.) 

* Notate brevissimo dire, con che 
si esprima la chiamata e la com- 
parsa del familiare; siccome altra 
volta col solo esaere si esprime Tan- 
data e l'arrivo alla presenza d'altri. 
Nov. I: Furo aW imperadore, (P.) 

' dal Lat. invenire, trovare. 
'' commissione. 

* sparsi, distribuiti entro il pane. 

* A quegli^ in vece di a quello. 
Notano gli Accademici che ne' casi 
obbliqui del singolare alcuna volta, 
riferendosi ad uomo, si legge quegli 
e quei contro la regola. Essi ne re- 
cano parecchi esempi nel Vocabola- 
rio, ma non tutti certi, per la di- 
scordanza dei testi. {P.) 



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108 NOVELLA XOI. 

che area avuto il pane dove non era la moneta, disse con la 
f emina sua : * donna, dacché Dio ci ha fatto bene, s' il ci to- 
gliamo. E così si mangiarono il pane, e par/e loro molto 
buono. L' altro cieco, eh' avea avuto V altro, disse la sera con 
la femina sua: donna, serbiamo questo pane e noi manichia- 
mo,* anzi il vendiamo domattina, ed averenne^ parecchi da- 
nari ; e pos slanci mangiare dell' altro che abbiamo accattato. 
La mattina si levaro, e ciascheduno ne venne al luogo 
dove era usato di stare ad accattare. Giunti amendue li ciechi 
alla strada,* ed il cieco, che avea mangiato il suo pane, avea 
detto con la femina sua: (jlonna, or questo nostro compagno 
che accatta come noi, con cui io contendo tutto il giorno, non 
ebbe egli un pane dal famigliare* del Re, altresì come noi? 
Ed ella disse: sì ebbe. Or che non vai tu alla femina sua? e 
sappi se non l'hanno mangiato, e comperalo da loro, e noi 
lasciare per danari;.* che quello che noi avemmo mi parve 
molto buono. Ed ella disse: or non credi tu ch'eUi il s'ab- 
bino si saputo mangiare come noi? Ed eÙi rispose, e disse: 
forse che no, anzi per avventura il s' avèranno serbato per 
averne parecchi danari, e non l' avèranno ardito a manicare, 
come noi ; eh' era così grande e così bello e bianco 1 La femina, 
vedendo la volontà dell' uomo suo, andonne all' ^Itra, e do- 
mandò s'avea mangiato il pane che aveano avuto ieri dal 
Famigliare del Re ; e se l' aveano, e li '1 voleano vendere. Ella 
disse: ben l'avemo; io saprò se '1 mio compagno il vuole 
vendere, siccome elli disse iersera. Domandato che l' ebbe, disse 
che il vendesse, e noi desse per meno di quattro Parigini^ 
piccioli; che bene il vale. Or venne quella, ed ebbe comperato 
il pane; e tornò al suo nomo con esso, che quando il seppe, 
disse: bene stae^ sì averemo stasera la buona cena, siccome 
l'avemmo iersera. 

Or venne, e passò il giorno. Tornarsi a casa; e questi 
eh' avea comperato il pane, disse : donna, ceniamo. E quando 
ella cominciò ad affettare il pane col coltello, alla prima fetta 
cadde in sul desco un tornese d'oro: e viene affettando, e ad 

* Femina nta ed uomo euoy moglie raccontare ciò che antecedentemente 
fina e marito suo; alla provenzale, avea fatto nn di loro, e ciò che po- 
Oggi /emina è presa in tristo signi- scia avvenne in quel giorno. (P.) 
ficato. (B,) ' servitore, dal lat. famularis, co- 

* e noi mangiamo. me pìhso^Ta. la famiglia t^bt la servittL 
■ e ne avremo. * comperalo a qual siasi prezzo. 

* ricondotti i ciechi al loro pò- ' Sorta di moneta antica france- 
sto: il narratore, con ardita ellissi se, nominata anche da Q, Villani 
d' ogni frase intermedia, prosegue a nella sua cironaca. 

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NOVELLA XOI. 109 

Ogni fetta ne cadea nno. Il cieco adendo ciò, domandò che 
era quello che egli udia sonare; ed ella gii disse il fatto. E 
quelli le disse : or pure affetta, mentre che ti dice buono.* Or 
come ebbe tutto affettato, ed a fetta a fetta cercato, e che vi 
trovò entro i dieci tornesi dell'oro,* che il Re v'avea fatto 
mettere, allora dice* ohe fu il più allegro uomo del mondo, 
e disse: donna, ancora dico io la verità, che Sarà quello che 
JDio vorrà, né altro puote essere; che vedi che questo nostro 
amico tutto il giorno contende meco, e dice pure come il Re 
sarà vincitore, ed io li dico che Sarà che Dio vorrà. Questo 
pane con questi fìoiini dovea essere nostro, e tutti quelli del 
mpndo noi ci poteano tórre; e ciò fu come Dio volle. 

Or li riposero; e la mattina si levaro per andare a rac- 
contare la novella al compagnone. Ed il Re vi mandò la mat- 
tina per tempo per sapere chi avea avuto il pane, dov'era 
issuta* la moneta, imperocché l'altro giorno dinanzi non aveano 
di ciò ragionato; imperciocché non l' aveano ancora mangiato, 
né l'uno né l'altro. Or istava questo famigliare del Re na- 
scosto da un lato, acciocché le femine de' ciechi noi vedessero. 
Giunsero amendue li ciechi là ove erano usi^ di stare il giorno. 
E quelli eh' avea comperato il pane, cominciò a dire con V al- 
tro, e chiamarlo per nome: ancora dico io che Sarà che Dio 
vorrà. Io comperai ieri un pane che mi costò quattro parigini 
piccioli, e trovavi entro diece buoni tornesi d' oro ; e cosi ebbi 
la buona cena, ed averò il buono anno. Udito questo il com- 
pagnone, eh' avea avuto egli prima quello pane, e noi seppe 
partire,* e voUene anzi quattro parigini piccioli tornesi; ten- 
nesi morto,^ e disse che non volea più contendere con lui, che 
ciò che dicea era la verità, che Sarà che Iddio vorrà. 

Udito questo il famigliare del Re, incontanente tornò alla 
corte, e raccontò al suo signore la sua ambasciata, siccome li 
due ciechi aveano ragionato insieme. Allora il signore mandò 

* Mentre hai la fortuna favore- inteso o letto quello ehe narra. (P.) 
TOle; ed è bel modo semprevivo in * iaavio ed eaauto, antico e pro- 
Toscana. Gelli, Sporta, III, 7 : « Che prio participio passato del verbo c«- 
ognuno par che giuochi bene, quan- sere. Ne venne per sincope auto, che 
do gli dice buono. > poi cedette affatto il luogo a stato, 

* DeWoro. Gli antichi in simi- voce dell* altro verbo ausiliario stare 
glìanti dizioni solevano porre V arti- corrispondente aHV estar del così detto 
colo dove noi il segnacaso. Dante, romano rustico. (P.) " soliti. 
Farad. XVI: * E le palle dell'oro « rompere per ispartirlo, distri- 
Fiorian Firenze in tutti i suoi gran buirlo tra la famìglia. 

fatti. » (P.) ' Locuzione rispondente a quelle 

' allora dice, frase di chi novel- altre : non se ne sapea dar pace, nom 
landò fra la brigata suppone d'aver «e ne potea consolare. 

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110 NOVELLA XOI. 

per loro, e fecesi dire tutto il fatto a que' due ciechi, e come 
aveano avuto ciascuno il suo pane dal suo famigliare, e come 
r uno avea venduto il suo all' altro compagno, e la contenzione 
che faceano in prima tra amendue tutto il giorno, e come quelli 
ohe dicea che il Ke sarebbe vincitore, non ebbe poi la moneta, 
anzi l'ebbe quello che dicea Sarà che Iddio vorrà, E udito il 
Re qu>£ìsto fatto dai due ciechi, ne tenne grande sollazzo co' suoi 
baroni e cavalieri, e dicea : veramente questo cieco dice la 
verità, 6' sarà che Iddio vorrà, e tutta la gente del mondo noi 
potrebbe rimuovere neente. 



Novella XCII. 

Qui conta come fu salvato uno innocente 
* dalla malizia de^ suoi nimici. 

Abbiendo* uno nobile e ricco uomo un suo unico figliuolo, 
essendo già fatto garzone, il mandò al servizio d' un Re, per- 
chè egli apparasse ivi gentilezza e nobili costumi. Contr'al 
quale, essendo' questi molto amato dal Re, alquanti si com- 
mossero per invidia, e corruppero uno de' maggiori cavalieri 
della corte del Re, per p'riego e per prezzo, eh' egli per questo 
modo ordinasse della morte del garzone. Uno di, questo pre- 
detto cavaliere chiamò celatamente questo donzello, e disseli 
che le parole, che gli direbbe, sì si movea a dirle per grande 
amore che gli portava. Olide li disse cosi : figliuolo mio caris- 
simo, messere lo Re t'ama sopra tutti suoi famigliari, ma 
secondo che dice, tu lo offendi* troppo per lo fiato della 
bocca tua. Per Dio, dunque sia savio, che quando tu gli darai 
bere, strigni sì la bocca e lo naso con mano, e volgi la faccia 
nell'altra parte, che l'alito tuo non offenda il Re. La qual 
cosa facendo questo donzello alcun tempo, e però essendo il 
Re gravemente offeso, chiamò il cavaliere che avea insegnatoli 
questo, e cornandogli che, se sapesse la cagione di ciò, imman- 
tinente gliele dicesse. Il quale obbediendo al Re, pervertì ' 
tutto il fatto: perocché disse che questo donzello non potea 
più sostenere il fiato della bocca del Re. Onde per fattura* 
di quel barone, il Re mai?.dò per un fornaciaio, e comandògli 

* Ahbìendoy voce antica, per averi' * gli fai mala impressione ; ^11 

dof siccome dicevano àbbo ìu vece di dai nel naso. 
ho, e meno si discostavano dalla ori- * alterò, svisò la cosa. 

gine latina. (P.) * pox consiglio, per istigazlona» 



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NOVELLA XOn. Ili 

che il primo messo, il quale ^li mandasse, il dovesse metter 
neUa fornace arzente ; ^ e se nói facesse, o se egli questa cosa 
a persona revelasse, sotto giuramento gli promise * di tagliare 
il capo. Al quale il fornaciaio promettendo di fare ogni cosa 
velentieri, mise fuoco in una grande fornace, ed aspettava 
sollecitamente che vi venisse quello che avea lùeritato questa 
pena. La mattina seguente questo donzello innocente fu man- 
dato dal Re al fornaciaio' a dirli, che facesse quello che il Re 
gli aveva comandato. Andando questi, ed essendo presso aUa 
fornace, udì sonare a Messa ; * ed allora scendendo da cavallo, 
legollo nel chiostro della Chiesa, e udì diligentemente la Messa: 
e poi andò alla fornace, e disse al fornaciaio quello che il Re 
gli comandò. Al quale il fornaciaio rispose che egli avea già 
fatto ogni cosa. Imperocché il più principale nella malizia, 
acciò che il fatto non s'indugiasse, andò là, e domandò lo 
fornaciaio se avea compiuto il fatto. Il quale gli disse che non 
avea ancora compiuto il comandamento del Re, ma tosto il 
farebbe. Onde prese costui, ed immantenente il mise nella 
fornace arzente. Tornò dunque il donzello al Re, e nunzio 
eh' era fatto quello eh' avea comandato. Della qual cosa ma- 
ravigliandosi U Re, procurò di sapere saviamente come il fatto 
era. E trovata la verità, tagliò tutti a pezzi gV invidiosi eh' aveano 
apposto il falso al giovane innocente; ed al predetto giovane 
disse quello eh' era intervenuto. E fattolo cavaliere, rimandoUo 
al paese suo con molte ricchezze.* 



Novella XCIII. 
Qui conta di certi che per cercare del meglio^ perdermo ti bene} 

Uno s' era messo a scrivere tutte le follie e le scipidezze 
<5he si facessero. Scrisse d' uno che s' era lassato ingannare a 

* arzente, ardente. La prima voce proprietà, come sonare a predica, a 
è rimassi solamente nell'acqua di festa, a gloria, a raccolta, eco., ove 
vite, che noi chiamiamo acqiM ar- la particella a serve ad indicare Tog- 
«ente. (5.) getto o fin dell'azione. Perciò sem- 

* promise, qui è detto, a modo bra una storpiatura il sopprimerla, 
d' antifrasi e come per ironia, in luo- come alcuni fanno, dicendo sonar 
go di minacciò. Anche i Latini ado- messa. [B.) 

pera vano qualche volta 2^romitto in * Questo fatto vien raccontato in 

sinistro senso. Cicerone ad Attico: simil modo da diversi istorici, (ifcf.) 

< Promitto tibi, si valébit, tegulam * Forse di qui viene il proverbio, 

xUum in Italia ntdlamrelicturum»T* (P.) che talvolta l'ottimo è nemico del 

' sonare a messa, frase dì tutta bene. (M.) 



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112 NOVELLA xeni. 

imo* /alchimista; perchè per uno gli avea Fenduto il doppio 
di quello che gli avea dato;* e. per raddoppiare più in grosso 
gU diede cinquanta fiorini d' oro, ed egli se n' andò con essi. 
Andando questo ingannato a lui, e domandando perchè l'avea 
schernito così, e dicendo : se egli mi avesse renduto il doppio, 
come dovea, ed era usato, che avrebbe scritto? rispose: ave- 
rène tratto ' te, e messovi lui.* 

In questo modo messere Lamberto Rampa, avendo donato 
ad un giullare proenzale uno fiorino d' oro, e quelli scrivendo, 
che '1 volea poter contare che gli facesse cortesia,^ disse : se 
io l' avessi saputo, avrei dato più. E con questo intendimento 
gli tolse il fiorino. Poi disse : ora scrivi che io te V ho ritolto, 
che lo mi terrò in maggiore onore. 



Novella XCIV. 
Qui conta deìV astuto consiglio d'una vecchia. 

Molte volte si conduce* l'uomo a ben fare a speranza di 
merito,' o d'altro suo vantaggio, più che per propria virtù. 
Perciò è senno, da cui l'uomo vuole alcuna cosa, metterlo 
prima in speranza di bene, anzi che faccia la domanda. La 
vecchia consigliò che^ non potea riavere un suo tesoro, che 
gliel negava a cui l' avea accomandato : * e gli fece dire a uno e 
altro, che gli volea accomandare un gran tesoro in molti scri- 
gni. I quali cominciando a fargli portare, disse a colui ^^ allora: 
vieni, e domanda il tuo. E allora " gli restituì a speranza del- 

* a uno, come dire da uno. Così ' di ricompensa. 

fra gli altri il Petrarca : e I pensier * Anche in questo luogo, se non 

dentro air alma Mover mi sento a vogliamo legger chi^ dobbiam sup- 

chi gli ha tutti in forza. » (P.) porre un' elissi di colui innanzi a che, 

^ V alchimista per una sola mo- siccome poco appresso innanzi ad a 

nota ricevuta da prima, ne aveva cui. Del resto il porre che per cAì, o 

rendute due, a fine d' allettare a mag- per colui che, è maniera equivoca ed 

gior deposito, siccome fanno spesse affatto disusata. Nò sarebbe impro« 

volte i banchieri di giuoco ed altri babile che fosse qui scorrezione di 

ciurmadori a danno do' gonzi. (P.) copista, perchè in questa parte di 

* ne avrei tolto te dal libro delle novelle mancava al Borghini il ri- 
sciocchezze, scontro dell' altro testo, ed egli av- 

* La presente novella è tratta vertiva benissimo che con un solo, 
da un libro latino che correva in mal si può dare perfetta correzione 
que' tempi, chiamato Gesta Bomano- ad un'opera. (P.) 

rurriy etc. (B.) * consegnato, dato in custodia, 

» S' intende : che volea poterlo in serbo, 
annoverare tra coloro che l'aveano *• Cioè: la vecchia disse al pro- 
regalato, prietario del tesoro. (P.) 
/* s'induce. '* Sottintendasi che l'uomo con- 



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NOVELLA XOIV. 113 

r altra maggiore accomandigia,* non per propia' lealtà e vir- 
tude: e perciò si trovoe schernito; che gli scrigni cominciati 
a portare si tornaro in dietro, e qu^li che erano portati si 
trovaron vóti di quello che credea; e fu ragione. 



Novella XCV. 

Qui conta d'un Bomito, che andando per un luogo foresto 
trovò molto grande tesoro,^ 

Andando un giorno un Romito per un luogo foresto, * si 
trovò una grandissima grotta, la quale era molto celata. E 
ritirandosi verso là per riposarsi, però che era assai affati- 
cato, come e' giunse alla grotta sì la vide in certo luogo molto 
tralucere; imperciò che vi avea molto oro. E si tosto come il 
conobbe, incontanente si partio, e cominciò a correre per lo 
diserto,* quanto e' ne potea andare. Correndo cosi questo Ro- 
mito, s'intoppò in tre grandi scherani,® li quali stavano in 
quella foresta per rubare chiunque vi passava; né giammai si 
erano accorti' che quésto oro vi fòsse. Or vedendo costoro, che 
nascosti si stavano, fuggir cosi questo uomo non avendo per- 
sona dietro che 1 cacciasse,'^ alquanto ebbero temenza, ma pur 
se li pararono dinanzi per sapere perchè fuggiva, che di ciò 
molto si maravigliavano. Ed elli rispose, e disse : fratelli miei, 
io fuggo la morte che 'mi vien dietro cacciandomi. Que' non 
vedendo né uomo né bestia che il cacciasse, dissero: mostraci 
chi ti caccia, e menaci colà ove ella é. Allora il Romito disse 
loro-: venite meco, e mostrerollavi ; pregandoli tuttavia che non 
andassero ad essa, imperciò che elli per sé la fuggia. iEd eglino 
volendola trovare, per vedere come fosse fatta, noi domanda- 
vano dì altro, n Romito vedendo che non potea più, ed avendo 
paura di loro, gli condusse alla grotta, onde egli s' era par- 

sigliato cosi fece, e allora il deposi- schiva ogni durezza. Oggi si fatta 

tario a luì restituì il suo tesoro. Non elisione resta a' poeti, ma pur con 

sono da imitare certe soppressioni e discretezza. (P.) 
stringature soy^chie, clie possono * % fatto simile a quello della 

lasciare incerto o sospeso qualche Koy. LXVI, ma raccontato con cir- 

lettore : altrimenti accaderà come costanze diverse, e con istil più dif- 

ad Orario: < Brema e»ae laòoro, Ohaou- fuso. (P.) * deserto* 

rw fio. » (P.) • Diserto, per deserto dicevano 

* accomandigia, cioè : deposito, quasi sempre gli antichi. Oggi sen- 
serbo. (P.) tirebbe d* affettazione. (P.) 

* propio, per proprio, adopera- • acheranif assassini, e gente di 
vano spesso anche i prosatori, se- malaffare. Usala il Boccaccio. (B,) 
guendo l'indole d'una lingua che ^ che T inseguisce. 

U Novellino. 8 

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114 NOVELLA XOV. 

tito, e disse loro: qui è la morte che mi cacciava; e mostrò 
loro V oro che v' era. Ed eglino il conobbero incontanente, e 
molto si cominciarono a rallegrare, ed a fare insieme grande 
sollazzo. Allora accommiatarono questo buon uomo; ed egli se 
n' andò per i fatti suoi : e quelli cominciarono a dire tra loro 
come egli era semplice persona. 

Eimasero questi scherani tutti e tre insieme a guardare 
questo avere, e incominciarono a ragionare quello che voleano 
fare. L'uno rispose, e disse: a me pare, da che Dio ci ha 
data cosi alta ventura, che noi non ci partiamo di qui insirio 
a tanto che noi non ne portiamo tutto questo avere. E V al- 
tro disse: non facciamo così; Tuno di noi ne tolga alquanto, 
e vada alla cittade e vendalo, e rechi del pane e del vino e 
di quello che ci bisogna; e di ciò s'ingegni il meglio che 
puote: faccia egji, pur com'^elli ci fornisca.* A questo s'ac- 
cordarono tutti e tre insieme. H Demonio, eh' è ingegnoso e 
reo d'ordinare di fare quanto male e' puote, mise in cuore a 
costui che andava alla città per lo fornimento : da eh' io sarò 
nella cittade (dicea fra sé medesimo) io voglio mangiare e 
bere quanto mi bisogna, e poi fornirmi di certe cose delle 
quali io ho mestiere ora al' presente ; e poi avvelenerò quello 
che io porto a' miei compagni; sicclìè, da eh' eUi saranno morti 
ainendue, sì sarò io poi signore di tutto quello avere; e se- 
condo che mi pare, egli è tanto, che io sarò poi il più ricco 
uomo di tutto questo paese da parte * à* avere. E come li 
venne in pensiero, così fece. Prese vivanda per sé quanta gli 
bisognò, e poi tutta l'altra awelenoe; e cosi la portò a que'suoi 
compagni. Intanto eh' andò alla cittade, secondo che detto ave- 
mo, se elli pensò ed ordinò male per uccidere li suoi compa- 
gni, acciò che ogni cosa li rimanesse, quelli pensaro di lui 
non megho eh' elli di loro, e dissero tra loro: sì tosto come 
questo nostro compagno tornerà col pane' e col vino e con 
r altre cose che ci bisognano, sì l' uccideremo, e poi mange- 
remo quanto vorremo; e sarà poi tra noi due tutto questo 
grande' avere. E come meno parti ne faremo, tanto n' averemo 
maggior parte ciascuno di noi. 

Or viene quelli che era ito alla cittade a comperare le cose 
che bisognava loro.^ Tornato a' suoi compagni, incontanente 
che 1 videro, gli furono addosso con le lance e con le coltella, 
e l' uccisero. Da che l' ebbero morto, mangiarono ài quello che 
■■ ' ' I ' - 

< £ quanto dire: Bìmettìamoci * quanto ad avere, a danari, 

del tutto a lui, comunque faccia la * É costrutto anal. alla maniera 

proyyisione. (P.) lat.: « Bes guibua iUia opw erat, > (P.) 

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NOVELLA XOV. 115 

egli avea recato ; e sì tosto come furono satolli, amendue cad- 
dero morti: e cosi morirono tutti e tre, che Tuno uccise T altro, 
siccome udito avete, e non ebbe V avere. E così paga Dome- 
neddio* li traditori: che elli andarono caendo* la morte, e 
in questo modo la trovarono, e siccome ellino n^ erano degni. 
Ed il saggio saviamente la fuggio: e Poro rimase libero' 
come di prima. 



Novella XOVI. 
Oome 8i dee consigliare, e d£ imeni consigli,^ 

Eredi dalla Rocca avea guerra con quelli da Sassoforte. 
L^no die, essendo eglino cavalcati a dosso," a conforto di suoi 
amici ch^egli avea in casa, ed a loro indotta,^ contra sua 
volontà usci fuore contra loro. Appressandosi d'avvisare in- 
sieme,' vollero dare il nome,® come s'usa a battaglia; e disse: 
signori, io priego che il nome sia questo': Il cuore da casa; 
che voi abbiate quello cuore qui, che a casa quando mi con- 
fortavate d'uscire fuore. E quanto che* così debbia*® essere, 
molte volte adiviene il contrario; che si trova l'uomo d'altro 
cuore in combattere, che non fu in consigliare. 

In molte terre è statuto, chi consiglia di guerra e cavalcata, 
che ci abbia andare; perchè ciò non fosse riprendevole cosa, 
consigliare chi non è uso,** né acconcio d' andarvi. M. G. da 
Cornio un dì essendo in una cavalcata, perché era giudice e 
di tempo,** come maravigliandosi, domandato come ciò era; 

* Domeneddiù, il Signor Iddio, Do- fronte.^ Cosi il francese vis à via, per 
minua Deus, (P.) dire uno in faccia aW altro, (P.) 

' Oaendo, cercando : come nelle ' dare il nome, quello che dicesi 

Nov. LXIV, e LXXXVIL (P.) più comunemente dar la parola, per 

' senza padrone. riconoscimento de* compagni nel com- 

* Lancialotto nel fine di questa battere o nel far la ronda : Lat. Dare 
noYella mostra eh' ella sia uscita in aignum. (P.) 

parte dal romanzo della Tavola ri- * quanto c^e, per quanto, quantun- 

tonda. {M,) que. (P.) — Se pure non è sbaglio di co- 

* % come dire : avendo fatta una pista, e non è da leggersi quantunche. 
scorreria sopra le terre di Fredi. Cfa- *• Debbia, che ritiene alquanto più 
vàUsare in questo significato occorre del latino debeat, che non débha o 
frequentemente negli storici fioren- (i«ja,»oggi sarebbe tollerato sol per 
tini. (P.) la rima in qualche umile componi- 

* indotta, sostantivo da indurre; mento. (P.) 

Fersuasiono, Impulso. Il Mannl legge '* Cioè : che dia'consigli colui che 

condotta. (P.) non ha pratica, ecc. (P.) 

^ Essendo vicino lo scontro. Av- " La dignità e Tetà potevano 

viaare da viao, come Affrontare da dispensarlo dalla milizia. (P.) 



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116 NOVELLA XOVI. 

disse che '1 fece per potere consigliare sopra guerra e ca- 
valcata. * I 

Disse uno giorno Lancialotto, per uno male che avvenne 
dello quale egli avea consigliato lo scampo/ e non gli fue cre- 
duto: or potete vedere qaanto male seguita a non prendere* 
uno buono consìglio. 



Novella XCVII. 
Della gra/n cortesia de* gentiluomini di Brettinoro,^ 

Intra gli altri bei costumi de' nobili di Brettinoi» era il 
ionviv?ire,* e che non voleano che uomo vendereccio^ vi tenes- 
se ostello.^ Ma una colonna di pietra era nel mezzo del ca- 
stello, alla quale, come entrava dentro il forestiere, era me- 
nato, e ad una delle c£wnpanelle che ivi erano, conveniali 
mettere le redine del cavallo, o arme, o cappello che avesse. 
E come la sorte gli dava, cosi era menato alla casa per lo 
gentile uomo al quale era attribuita quella campanella, ed 
onorato secondo suo grado. Jja qual colonna e campanelle furon 
trovate per toUere matera ' di scandalo intra li detti gentili; 
che ciascuno prima correva a menarsi a casa li forestieri, sic- 
come oggi quasi si fugge.® 

Novella XCVIIL 
Qui conta d'un nobile romano che conquise un suo nimico in campo. 

Venendo i Galli una volta verse Roma,' Quintio il ditta- 
tore fece assembrare ** tutta la gioventude romana, ef con grande 

» il modo di scaiùparne. Dante fa esclamare un di loro nel 

* accettare. e. XIV del Purgat. : 

' Oggi Bertinoro, piccola città di « Brettinoro, che non faggi yia, 
Romagna. ^^^ ^^^ ?ita so n' è la tua famiglia, 

* convitare, far convivi, lat. con- ^ ^^"^^l*» gente, per non esser ria?» (P.) 
. . * n Berni neir Ori. inn. : 

K * j • -.^ • ^1.^ «... Esser non può che nonini doarlia. 

» vendereccio per mercenano, che q.^^ t,^^^ ^ J^ji ^^^^ discortese, * 

si muove per danaro o per merce- Perocch' ò bene un ramo senza foglia, 

de. (JFl) Finme senz' acqna e casa senza via, 

* qui vale osteria, albergo. La gentilezza senza cortesia. » (M.) 

^ ToUere, per togliere, non sarebbe * L* anno di Roma 394, uvanti la 

ora ammesso che alcuna rkra volta venuta del Salvatore 358. Il racconto 

nel verso. — JMatera per jwatena dice- è preso dal libro VII delle Storie di 

vano gli antichi, alla guisa che noi Tito Livio, ed è in tutto confoime 

diciamo impero, j»te«cro,per imperio, ali* antico volgarizzamento della pri- 

miaterio^ e simili. (P.) ma Deca, 4el quale ci siamo giovati 

* Bisogna ben dire che passassero ad emendare in qualche parte il 
poi da un eccesso ali* altro, se anche racconto. **> adunare. 

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NOVELLA XOVin. 117 

oste* usci di Koma, ed accampossi sopra la riviera d'Aniene' 
verso la città. E spesse volte faceano badalucchi^ per occu- 
pare il ponte che era nel miluogo:* noi potea leggermente 
prendere V una parte, né V altra. Allóra venne uno de' Galli 
a mezzo il ponte con grande burbanza, che molto era bello 
del corpo e grande a maraviglia, e gridò ad alta voce: vegna 
innanzi il più forte di tutti i Romani, e combattasi meco a 
corpo a corpo, acciò che la fine della nostra battaglia mostri 
quale gente sia più da pregiare in fatti d' arme. Li prencipi 
de' Romani sitacettero grande pezza; abbiendo^ onta ciascuno 
di rifiutare la battaglia, e dottando d' ii^aprender primo l'ul- 
timo pericolo.® Allora si trasse innanzi T. Mallio il figliuolo di 
Lucio, quegli eh' avea dihberato suo padre della questione del 
tribuno,'' e disse: imper adoro, «' io fossi ben certo d'avfere vit- 
toria, sì non combattere' io senza tuo comandamento; ma se 
tu il mi concedi, io sono acconcio di mostrare a quella bestia,® 
lo quale si mostra sì rigoglioso ' e tanto fiero dinnanzi agli 
altrij, che io sono nato di quella schiatta *® che gittò la schiera 
de' Galli giù della rócca del Campidoglio. ■ Va', disse il dit- 

* esercito. prendendo consiglio che dall'amore 

* Aniene, oàAnioj oggi Teoerone, e dalla riverenza filiale, andò alla 
fiume che nasce a' confini dell' Abruz- casa del tribuno, e lo costrinse a 
20, e sbocca nel Tevere tre miglia giurare che più non convocherebbe 
al di sopra di Roma. (P.) il popolo per continuar nell'accusa. 

* hadalticcOf scaramuccia. Voce Un atto simile, che dallo storico ro- 
freoLuentè negli storici toscani. H ' mano è detto « quamquam non oimlia 
nostro Tassoni la chiama contadi- exempli, tamen pietate laudabile, * me- 
nesca e plebea. (P.) ^ rito neU' anno stesso a quel figlio 

* miluogo, voce antica, luogo di amorevole e risoluto la dignità di 
mezzo, ovvero mezzo del luogo. I Fran- tribuno in una legione. Egli giusti- 
cesi conservano in egual significato fico la scelta de' suoi concittadini 
il loro milieu, (P.) coli' altro esempio d'intrepidezza e 

" àbhiendo, poco diverso dal la- d' amor patrio, di che si parla in 

tino habendo, dissero i nostri antichi, questo racconto. (P.) 
prima di mutarlo in avendo. (P.) • Volgarizz. Liv. : € io voglio mo' 

* Volgarizz. antico di Tito Livio : strare a quella leatia là. » 

e non volendx>si alcuno mettere innanzi * L' accademico della Crusca si- 
al primo pericolo. gnor Luigi Muzzi in alcune sue os- 
^ Un anno prima del fatto d'arme servazioni sui primi trattati del Fer- 
qui raccontato, Lucio Mallio (o più ticari, adduce questo passo fra gli 
latinamente Manlio) soprannomato esempi della' silJessi, cioè di quel 
pe' suoi costumi Imperioso, era stato parlar figurato dove, come dice il 
accusato dal tribuno M. Pomponio di Menzinì, < la concordia delle parti 
violenze commesse in tempo di sua dell' orazione si perturba, e nuÙadi- 
dittatura, od altresì di cattivi trat- meno con quel si accorda, che la 
tamenti verso il proprio figlio Tito nostra mente seco intende e conce- 
Manlio, privo di generosa educazione, pe ; » e ne reca altro esempio tutto 
e tenuto lontano dalla città, come consimile del Boccaccio : « Quella be- 
in esilio od in carcere, solamente per stia era pur disposto, e<w. » (P.) 
essere scilinguato. Quando il giovane *• Volgarizz. ant. : « eh' io fui nato 
ebbe inteso il pericolo del padre, non di quel lignaggio, > 



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11» NOYELiiA xonn. 

tatore, al nome dì Dio, e di buona ventura, che ben avanzi tutti 
gli altri in vertude : e come dimostrasti tua pietade inverso il 
tuo padre, cosi ora la mostri verso il tuo paese e difendi V onore 
di Roma. Appresso ciò, li giovani armarono Mallio il più stu- 
diosamente, che egli unque poterono. Egli prese uno scudo 
di pedone ed una spada spagnuola agiata da combattere^ ^ 
più presso. E quand' egli l' ebbono bene armato ed apparec- 
chiato d' ogni cosa, il condussono verso il Gallo, il quale fol- 
lemente si gioiva e per gabbo ' traeva fuori la lingua.' E quando 
r ebbero condotto, elli si tornarono a dietro. Ora si dimorano 
li due armati in mezzo della piazza a guisa, di campioni, ma 
eglino non erano mica a riguardare iguali. Però che l'uno era 
grande e grosso, vestito di diverso colore, ed avea arme orate 
e rilucenti, e pieno di contigie * e di leggiadrie : V altro era di 
mezzana statura, ed avea armi più utili che di grande appa- 
renza, e non cantava, ne trescava, né brandiva sue armi; ma 
egli avea cuor pieno d' ardimento e d' ira, e tutta sua fierezza 
risparmiava al pericolo della battaglia. Quand' eglino s'appres- 
sarono insieme tra le due schiere, e furono riguardati da Canta 
gente, gli animi de' quali erano pendenti tra speranza e paura, 
il Gallo, il quale appariva sopra l' altro come una rócca, gittò 
via lo scudo suo dalla mano manca, e fedi il nimico a due 
mani d' uno grande colpo di taglio. Grande suono fecero l'arme 
al ferire, ma il colpo andò in vano. Lo Romano si ficcò sotto 
al suo nimico, e percosse del suo scudo alla punta dello scudo 
del Gallo; e trassesi si presso di lui, che dello scudo del Gallo, 
medesimo fue si coperto, eh' elli non potea essere offeso.' Al- 
lora il ferìo col ferro della spada, eh' era corta, per mezzo il 
ventre, ed abbattello morto a terra. Nò elli non lo spogliò, né non 
gli tolse altra cosa che uno cerchiello d'oro, ch'egli si mise a 
suo collo, tutto pieno di sangue.^ Li Galli per la paura e per la 
maraviglia furono duramente sgomentati. Li* Romani lieti e 
gioiosi più che non si potrebbe credere, vistamente ' andarono 
incontro al loro campione ; e con gran festa e con molte laude 
il menarono al dittatore, cantando canzoni cavalleresche,^ 

* commoda, atta a combattere. ' Volgar. ant. : ferito, 
' scherno, beffa. ' Var. tutto aanguìnoeo, 

* T. Livio fa menzione di questo ^ vistafnente, velocemente, con 
atto di scherno, poiché, die* egli, < id prestezza, da vedere a non vedere. {F.) 
quoque memoria dignum antiquis vi^ * Cavalleresco, secondo la Crusca, 
§um est. » (P.) vuol dire proprio di cavaliere, atte- 

* contigie, da eomptue l&tino; onde nenie a cavaliere, nobile, generoso. Ma 
eonti^afo, ornato. Dante: «Non donna qui significa piuttosto senza studio, 
contigiata, non cintura, Che fosse a aUa militare, con vivezza e semplicità. 
veder più che la persona. > {£.) « Oarminum propsmodum incondita 



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NOYBLIiA XOVm. 119 

e rozze j nelle quali il chiamavano Torquato; * e di questo so- 
prannome fu egli poi onorato, e tutto il suo legnaggio. Il 
dittatore gli donò una corona d'oro, e maravigliosamente il 
lodò e pregiò di questa battaglia. Furono li Galli fortemente 
impauriti, e sì scorati, che la notte seguente si partirono quindi 
come g^nte ricreduta * e vinta, e si tornarono prestamente in 
. loro paese. 



Novella XOIX. 

Come IHstanó per amore divenne forsennato.^ 

Essendo ritornato Tristano della picciola Brettagna^ e tro- 
vandosi con madonna Isotta, le contava quello che ivi gli era 
avvenuto, 9 come Tavèa diliberata di servaggio,* e tutta l'av- 
ventura défla Valle dolorosa, e di Membruto lo Nero, cui egli 
uccise. E madonna Isotta ne cominciò forte a piagnere per 
pietade, e per la forte ventura che era stata. Ed appresso le 
conta come Ghedino suo cognato è venuto, e come egli s'ama- 
vano di tutto amore: e fece tanto Tristano che Ghedino parlò 
a nìadonna Isotta più e più volte, e molte più che uopo non 
gli era. Perchè egli innamorò di lei, tanto gli parve bella, che 
ne morìa. Ora avendone egli a poco a poco perduto ^ lo bere, 
lo mangiare e lo dormire, e sofferendo tanto di pena e di tra- 
vaglio che egli non aspettava se non la morte, pensò di man^ 

qucedam militariter jocìdantea, » dice a quel tempo era Tito Quintio ( 
Livio. Così pure caraKcrctfcawewfe, giù- Quinzio) Penno. (P.) 
sta r osservazione del Salvini, fu ^ ricreduta, a pruova, fatta rico- 
come a dire more militari j alla sol- noscere di suo poco valore, ragione, 
datesca, senza tante ornate parole. 'Dante, Purg. XIV : < Poi si partì sì 
Gio. Villani, lib. XII, cap. 13 : < Di- come ricreduta. » Gio. Vili. lib. V^, 
mandato che cosa era parte, cavai- del Duello del Re Carlo e Re Pietro 
lerescamente in breve rispose: Volere d'Araona: «E quegli, che fosse vinto, 
e disvolere, per oltraggi e grazie ri- s' intendesse per ricreduto, e tradi- 
cevute. » (P.) . tor per tutti i Cristiani : » cioè sga^ 
* Aulo Gelilo, lib. IX, cap. 13, rato. Oggi diciamo discrederai e far 
parla di Tito Mallio figliuolo di Lu- discredere. {B,) 
ciò, cognominato Torquato a t(yrque, * Non vi ha da dubitare se ve- 
1 che è una corona, cerchio d^oro ramente, no la presente novella, 
che dal dittatore gli fu donata. Per siccome alcun' altra delle passate, 
altro,se il Quinzio dittatore fu Quinto siano tolte dalla Tavola ritonda; 
Servilio Prisco, fu quegli ohe vinse perlochè rimettiamo a quello che op- 
gli Equi e i Labicani V anno di Ro- portunamente una volta si disse. (M,) 
ma 338. {M.) —Dal cerchio d'oro preso * servaggio, terminazione frequen- 
al Gallo, e postosi al collo dal gio- te antica : dannaggio, paraggiOf co^ 
vane Manlio, venne il soprannome raggio, onde ancor oggi coraggio di- 
Torquato. La coroBa donata dal dit- clamo, e vantaggio, e viaggio, e poche 
tatore fu un* altra cosa. E dittatore altre. (B.) '^ la voglia di bere ecc. 

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120 NOYBIiLA XOIX. 

dare una lettera a madonna Isotta, per farle manifesto sì come 
elli moriva per lo suo amore, e che le piacesse di mandarli 
alcuno conforto. La reina ricevette la lettera, e lessela, e vide 
che se eUa non li mandava alcuno conforto, che sìa buono, che 
elli si morrà. E perciocché ella vedeva che Tristano l'amava 
di tutto amore, e tutto die si riduole di sua malizia,* e tutto 
giorno dice che di lui è grande dannaggio: * di che la reina 
pensa di lui confortare, tantoché elli sia guarito, e poi,, come 
elli sarà guarito, ella lo farà accomiatare del reame di Cqr- 
novaglia, e faragli conoscere sua grande follia. E mandali una 
lettera di grande conforto, e Ghedino ritorna a guarigione, e 
molte volte veniva a lui Tristano per lui confortare; ed an- 
dando uno die, e a Tristano venne a mano la lettera che 
Ghedino avea mandata a madonna Isotta, e quella che ella 
avea mandata per lui confortare, e quando l'ebbe letta venne 
in tanta mala ventura che egli divenne tutto ajgi'abbiato; e 
vassene indiritta ^ a madonna Isotta; e quando là vide, co- 
minciò forte a piangere e dire: molto sono dolente che m'avete 
cambiato * a Ghedino; e, poiché a lui m'avete cambiato^ io 
non voglio più vivere. E quella si voleva disdire; * e quegli 
disse: Madonna, non vi vale scusa, che vedete qui 'la lettera 
fatta di vostra mano. Allora incominciò a fare lo fiù pietoso 
pianto del mondo, e disse che non volea più vivere; e siccome 
uomo arrabbiato si parti, e andonne alle stalle, e lo primo 
cavallo, che e' trova, piglialo e montavi suso, e vassene per la 
ruga ® della città cavalcando, come uomo che fusse fuori di 
memoria. E tanto cavalca in cotale maniera, che e' pervenne "^ 
ad una fontana, ed ivi smonta, ed incomincia a far lo maggior 
pianto che mai fosse fatto : e maladiceva l'ora ch'egli fu natO) 
e si si volea uccidere- 

E cosi stando, vi s^ avvenne una damigella, eh' era mes- 
saggiera di Palamides, mandata da lui a sapere se Tri- 
stano fosse in Cornovaglia ; ® e vide Tristano che mena- 

* mcdizià, malanno, malattia. vano tene, vene, convene, ecc., meglio 
' danno. . accostandosi alla forma latina. In 

* dirittamente, diviato. questo luogo le parole circostanti 

* lasciato per Ghedino. mi fanno congetturare che il noyel- 

* negare, giustificarsi. liere scrivesse così, benché gli stam- 
" ruga, strada, contrada; come patori abbiano posto pervenne, for- 

nella Noy. VII. Vocabolo antico, so- se credendo di correggere un errore, 
migliante al francese me. Resta in Per altro in questa noyella P alter- 
Modena ad alcune contrade il nome nazione dei due tempi è freqaen- 
dì Bua. (P.) tìssima, e fuori della conremeate 

' Il Parenti corregge pervene e misura. (P.) 
vi appone la seguente nota : « per- ^ Parrà meno strana questa spe- 
sene, in vece dì perviene^ come dice- dizione d' una messaggiera, quando 



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NOTBLLA XOIX. 121 

va ^ così grande duolo, e ohe sì batteva lo volto coti le mani, e di- 
ceva molte cose dì suo amore. E quando la damigella vide ciò, 
ebbene grande pietade; sicché ne piange, e disse: >sir cavaliere, 
Dio vi salvi. E Tristano non la intende, tanto era pieno di pen- 
sieri. Ed ella lo risaluta più volte per traerlo di quello dolore, 
e lo prende per la mano ed egli leva la testa, e dice: ohimè, 
damigella, perchè m'avete tratto di mio pensiero? per J)oco 
mi tengo che io non vi faccia un grande male ; e sappiate che 
se voi foste così uomo, come voi sete femina, io v'arei morta. 
Ed ella: ahimè, messere Tristano, che sete lo migliore cava- 
liere del mondo, e '1 più gioioso, e '1 più savio, e come sete 
voi cosi sconfortato malamente? questo non è savere di cavaliere. 
— Poiché voi sete donna, partitevi. — Certo non farò, fino a 
tanto voi sarete confortato. Dainigella, disse allora Tristano, e 
chi sete voi? Messere, io sono messaggiera di Palamides, che 
mi mandò in questo paese per sapere se voi foste in Comova- 
glia. Ed egli allora : or ritornate, e dite a Palamides, cioè al 
miglior cavaliere del mondo, che io abbo * mio nome cambiato, 
e che io ho nome lo Cavaliere Disavventurato, e che li piaccia 
di venire qua a vedere mia dolorosa morte. E come, messere, 
rispose piagnendo la damigella, scranno ' queste le novelle che 
io porterò di voi nel reame di Logres? Certo io mi starò tanto 
con voi, che voi sarete riconfortato. E così lo prega, ma non le 
vale. Tristano si parte tutto arrabbiato; e la notte albergò sotto 
a uno arbore con gran dolore, e non fina* di piangere, e ricorda 
la reina Isotta e lo male che l'avea fatto con Ghedino; e poi 
dicea: EUi non puote essere che madonna Isotta abbia fatto 
fallo; ed ha sì grande dolore della partita che fatta avea, che 
forte temea che la reina non fosse in malo stato. Al mattino 
poi se n' andò alla più sana ed alla più dilettevole fontana che 
sia al mondo; e si raccorda si come egli quivi avea riscossa * 
la rema Isotta, quando Palamides ne la menò, come alti-ove dice' 

si ponsideriche nel codice tlella buona poscia in Ao), usata da Dante e da 

cavalleria uno de* principali articolf tutti gli antichi rimatori : onde oò- 

era un sommo rispetto alle donne, la hiendo, ed aibUnente. {B,) 

cui virtù si poteva dir posta sotto ' aeranno : negU antichi manu- 

la salvaguardia ctell* onore e del va- scritti sì va trovando «erd, aeranno 

lor di que* prodi. Onde non a torto e simili, che non debbono essere 

si afferma nel Romanzo della Rosa: presi per idiotismi ed errori. Perchè 

«Leschavalìersmieaxenvaloient, forso da prima, per corrispondenza 

Los dames meìUenres étoient ; all' infinito essere, fa detto easerd, 

Et plus chastement en vivoient.» (P.) scorciato poscia in aerò, e finalmentd 

* mostrava nell' aspetto, come mutato o corrotto in aard. (P.) 

mena por aspetto frane, mine,^ ^ * finale e rifinare dicono gli an- 

' oitibo, voce antica, la prima del etichi invece di finire, cessare* 

verbo avere (da haheo, accorciato ' liberata, ricuperata. 



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122 NOVELLA xcmr. 

lo conto.* Ed allora ricomincia da c^po lo grande compianto ; 
e dice che da ora innanzi non porterebbe più arme in tutti i 
tempi di sua vita; e incontanente le si trae, e l'una getta in qua, 
e l'altra in là.* E poi incominciò a piagnere, ed a torcere le 
mani, e a darsi nel volto, e chiamarsi tristo^ lasso e doloroso. La 
damigella messaggiera sempre li andava appresso ed avevano 
grande pietà, e seppe per lo lamento di Tristano, onde quello 
dolore veniva. < Perchè, allora disse, ora so io vostro corruccio 
e vostro dolore, e donde viene, ed io metterò consiglio in vo- 
stro corruccio (s' a voi piacerà) per tale convenente,' che al 
mondo non ha damigella, a cui ne pesi più che fa a me. Voi 
avete gittate le vostre arme, ed è presso a tre dì che voi non 
mangiate, e così uscirete voi di senno e farete vergogna a tutta 
cavallerìa ; e quando li cavalieri udiranno vostra fine che voi 
farete si malvagia e sì vituperevole, la si terranno a grand'x)nta. 
Dall'altra parte la reina ne fia a troppo male agio,* quando 
ella saperà vostra dolorosa morte ; e dicove, messere, eh' elli 
avviene spesse fiate che non è ciò che l'uomo dice. Ed io so di 
vero che madonna Isotta v' ama di buono coraggio,*^ e si muore 
di suo amore che a voi porta. Tristano ha ricolte tutte queste 
parole, e conosce come, ella dice vero, e disse ; « Damigella, io 
vi prego quanto so, e se di me vi cale, che voi dobbiate andare 
a Tintoille alla reina Isotta, e tanto fato che voi le parliate, e 
salutatela e pregatela da mia parte che sia leale dama, e che lo 
scambio che ella ha preso di me m'ha recato alla mprte, e che 
di me non prenda corruccio.» E quando elli ebbe dette queste 
parole, ed elli mise un grande grido ed uno mugghio doloroso. 
Ed allora lo celabro li si rivolse, e divenne pazzo. Ed inconta- 

' Intendasi il romanzo da cai è «Senza cibo e dormir così si serba, 

presa la Novella ; poiché in nessun ^^^ il sole esco tre volte, e torna sotto, 

altro luogo di questo libro se ne fa ^i crescer non cessò la pena acerba. 

menzione.-Conto, racconto, nartazio- ?A\^,?o d\'5?^r«l*S,l'f ^' ^^''*^**^- 

ne. istoria; tutto simile al francese 'e' ra^i^^e ^^aXri^trJccTd^^^^^ 
conte, ' (P.) Qui riman r elmo, e là riman lo scudo ; 

^ L* Ariosto 6he da questo im- Lontan gli arnesi, e più lontan Tusber- 
pazzamente di Tristano prese Tidea (go, eco. » 

del suo Orlando furioso, pare altresì J ^<>™»"ciò la gran pazzia sì orrenda 

che tratto tratto imitasse le partico- ^^ ^"* ^'^ ^<>^ »^'» "^" «J^ i^te/" 
larità di questo medesimo racconto : ^ * ^ ' 

«Piglia Tarme e il destriero, ed esce faore ' Molti sono i significati che la 

Per mezzo il bosco alla più oscura frasca.» voce convenente piglia nelle antiche 

«Fugge cittadi e borghi, alla foresta scritture; qui vale caso in che àUrì 

Bui terrea duro, al discoperto, giace.» n trovi. 

«Pel bosco errò tutta la notte il Conte; * « irt^o male agio, ne sentirà 

E allo spuntar della diurna fiamma gran passione. 

Lo tornò il suo destin sopra la fonte, ec.» ' cuore* 



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NOVELLA XOIX. 123 

pente se ne va forsennato * per la foresta, gridando ed ab- 
baiando, e stracciando suoi panni; e sì era tutto fuori del senno, 
che non conosce ne sé, né altrui. E così andò tre dì, che non 
mangiò nò bevve, di foresta in foresta, ora innanzi ora indietro, 
ed ora in qua ora in là, come ventura lo porta, facendo assai 
follie, e di molto male. E quando elli trovava alcuna fontana, 
vi si restava, e cominciava a fare maraviglioso pianto, e non 
diceva nulla, e non mentovava persona. E durando in questa 
maniera, era diventato tutto magro e pallido, che pareva una 
bestia, così era peloso; e non mangiava se non erbe e frutte 
Balvatiche: tanto che molti cavalieri che T andavano. cercando, 
noi trovano, e que' che V hanno trovato, noi conoscono. E coai 
toglie amore il senno e l'onore. 



Novella 0. 

Come un re per mal consiglio delia moglie 
uccise i vecchi di suo reame. 

Uno giovane re fue in una isola di mare, di grande forza e 
di grande podere, ma molto era giovane quanto per terra go- 
vernare.* Quando cominciò a regnare, si tolse per moglie una 
giovane donzella sottile e artificiosa in male; ed uno antico 
maestro, il quale avea nudrito il giovane re, si prendea guar- 
dia desmodi della reina; e quando ella se ne fue aveduta, si 
sforzò maggiormenta di piacere in ogni modo al re, e d'avere 
sua grazia. Una volta avenne che il re era scaldato di vino 
e cominciando a scherzare con lei, ella disse: Segnore, bene 
che io sia giovane, io so tanto, che se voi mi volete credwo 
io vi farei il più ricco segnore del mondo, paa voi credete 
più ad altrui che a me, e di ciò non fate bene.* Alla quale 
il re rispose: Sappi che io t'amo sopra tutte quelle che vi- 
vono, e sono presto di fare ciò che piacere ti sia; io voglio 
che per tutto lo mio reame siano adempiuti tutti K tuoi 
comandamenti. Ed ella disse: Messere, per vostro bene ed 
onore vostro, donatemi uno dono che io vi domanderò. E 
il re rispuose: Che che si sia, abbiatelo. La quale rispose: 
Per vostra volontà lo farò io fare domane. Ed egli disse 
che molto gli piacea. A tanto rimase la cosa infino alla mat- 

* Forsennato, Dante : « Forsennata no sufficiente a governare un paese, 
latrò si come cane. » {B.) ' Lo stesso modo è nella Divina 

* È come dire: ma per esse- Comm. Inf. e. IV: « Fannomi onore, 
re troppo giovane, non avea sen- e di ciò fanno bene. > 

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124 , NOTBLLA 0. 

tina; e l' altro die la reina fece comandare < che in tutto lo 

> reame non rimanesse nullo uomo vecchio, il quale avesse 
spassati i sessanta anni clie non fosse morto sanza alcuna 

> pena,* dicendo che elli non faceano altro che danno al mon- 
>do;>e questo fece per l'odio che ella portava al vecchio 
maestro del re, perciò che troppo gli credeva il re, e femine 
odiano molte volte coloro che i loro mariti amano. 

Tanto fece la reina, che il suo comandamento fiie messo 
ad assiguizione,' onde il re si turbò molto, ma la reina in 
sua sottilità il pacificò tosto seco. Ora avenne che, giacendo 
il re solo, e' sognò uno grave e maraviglioso sogno, che e' gli 
fue aviso che molte gente Taveano preso e messolo in terra 
a rovescio, e caricavanlo di pietre e di terra, ed egli si sfor- 
zava di levarsi e voleva gridare, e non potea; e fue lunga- 
mente in questo tormento. Quando si destò, sì si trovò molto 
aifànnato e sudato, e ricordandosi del sogno, e pensando che 
ciò potesse essere, sì disse fra sé medesimo: io credo che que- 
sto carico che io ho sostenuto nel sogno, significa che genti che 
m' odiano mi vogliono uccidere; e si tosto come fue il punto del 
dì, sì si levò e ragunò il suo consiglio, e disse loro il sogno che 
fatto aveva la notte, del quale domandò della significazione, 
ma nullo glie le seppe aprire, e dissero: Segnore, noi siamo 
tutti giovani e nuovi di consigli; morti sono gli antichi e gli 
sperti in consigli e in avisamenti; ma ne' reami vicini si ha di 
vecchi e savi, e perciò iscrivete a cotale re che faccia ragu- 
nare lo suo consiglio e domandi della significazione di questo 
sogno. A questo consiglio si tenne il re, ed incontanente 
mandò ad uno re vicino di lui, il quale, avendo inteso il messo, 
sì fece ragunare lo suo consiglio, del quale avuta risposta, sì 
mandò a dire al giovane re: «Segnore, grande onore ho ricevuto 

> di ciò che conviene che voi mandiate in mia terra per consi- 

> glio, avegna che a noi ìion ne cresce tanto onore quanto a voi 

> disinore ; folle consiglio aveste di fare morire li vecchi del 

> vostro reame; nullo dee follemente credere alla moglie. Se ora 

> fossono vivi li vecchi del vostro reame, non bisognerebbe ora 
>per questa cagione avere mandato per consiglio in reame 

> strano; fatevi trovare uno uomo che in uno di ordinato 

> vegna dinnanzi da voi, e meni seco l'amico suo e lo nemico e il 

> giullare, e ss potete costui trovare, questi vi sporrà la verità 

* pena, ha qui valore d' indugio, eh* io penerò a uscire dall' arca. » 
titubanza. I Vocabolari notano questa ' aaaiguizione, seguizione e »egu* 

signiiìcazione del yerbo penare, ma «ione, sono tutte voci antiche, per 

non di pena, Bocc. novell.: e Mentre eteeuzione. 



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NOVELLA 0. 125 

< del sogno vostro, e altra risposta non n' avrete da me. » Udito 
il re questo, faé molto isbigottito, ma tuttavia li baroni suoi il 
confortarono, e fecero che uno comandamento andò per tutto lo 
reame, < che quegli il quale ad uno nomato die menasse il suo 
» amico e nemico e lo suo giullare, ch'egli avrebbe la grazia 
> del fé e grandissimo tesoro. » 

Nel tempo che il comandamento fue fatto che tutti li vecchi 
fossero morti, era uno garzone nel reame, il quale amava lo 
stio padre siccome natura comanda, il quale nascose il suo pa- 
dre, che vecchio era, in una segreta cava,* e là gli portava 
celatamente quello che bisogno gli era per la vita sostenere, e 
là il tenne molto, anzi che la moglie lo sapesse. Ma per lo 
molto andare e venire a quello luogo se n' avide la moglie e 
espiò • tutta la verità dell'opera. Quando il bando andò per lo 
reame che detto è, questo giovane andò alla cava, e disse al 
padre come il cotale bando era ito per tutto lo reame da parte 
del re. E il padre gli disse: io voglio che tu vi vadi, e mena 
teco mogliata ' e il tuo piccolo figliuolo e il. tuo cane, e mostra- 
gli come la moglie era il nemico, e il cane l'amico, e il fanciullo 
giidlare. Molti gentili e nobili uomini vennero a corte e chi 
in un modo e chi in altro e con giullari di diverse maniere e 
nemici ed amici, e il figliuolo del nascoso padre giunse a corte 
col figliuolo e coHa moglie e col cane. 

n re lo domandò perchè egli v'era venuto, e quelli li ri- 
spuose: per lo bando che voi avete mandato per lo vostro 
reame e perciò io ho menato il mio nemico, e l'amico e il giul- 
lare. H re rispuose: come? E quelli rispuose: Messere, io 
meno l'amico mio, cioè il cane, il quale è guardia del mio al- 
bergo e li miei nemici minaccia; ed è più mio amico che nullo 
che qua entro sia menato per questa cagione; nullo è qua 
entro si amico di quelli che menatoi ci ha, che, se egli gli 
tagliasse il piede, che poi mai amico gli fosse, e io dico che se 
io taglio a questo mio cane il piede, se io lo chiamerò poi e mo- 
sterrògli begli sembianti, che egli mi seguirà con amore. Poi 
mostrò il fanciullo suo e disse: questi è il mio giullare, e 
questi è pargolo sanza vizio, e quanto che egli fae m'è piace- 
vole e grazioso. Poi prese la moglie per la mano e disse: 
ecco il più grave nemico che io abbia; io mi guarderei 
d'uno strano, se io sapessi che eUi mi volesse male; ma io so 
bene che questa non mi farà già bene che ella possa, perciò 
che tale è natura di femina, che mai bene non fa, a chi l'ama 

^ luogo sotterraneo. ' la moglie tua. Vedi la nota alla 

■ spiò, Tenne in cognizione. Nov. T, pag. 9, 



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126 ' NOVELLA 0. 

o a chi l'onora ; * e di lei noit mi ne posso guardare ne in 
casa, né fuori, a mensa né a letto ; quando io credo, essere a 
maggiore allegrezza, e quella muove cosa, onde molto mi con- 
turba, tormenta, assale, garre,* azzuffa e dibatte, e quello che 
io voglio, e ella disvuole, quello che mi' piace a lei spiace ; 
nullo mi potrebbe gravare,^ là ove ella mi stimola e conguide, 
perchè di vero questo è il mio pessimo 'e mortale nemico. 
Quando il giovane ebbe ciò detto, la moglie tirò a sé la mano 
che elli tenea e per maltalento cominciò ad arrossare e in- 
fiammò d'ira, e isguardò il marito di traverso, e cominciò a 
favellare furiosamente, e disse: poi che tu mi tieni per ne- 
mico, qui non credea io essere menata per questa cagione; 
ma questa nimistà non ho io mostrata, che i» t' ho guardato 
il tuo padre, il quale tu hai celato contra il comandamento 
del re, per la qual cosa tu hai servito* d'essere appeso per 
lo coUo. Allora cominciarono tutti quelli della corte a sor- 
ridere, e il giovane disse: segnori, non mi conviene sforzare 
molto di mostrare che ella sia nemica. Adunque si levò il re 
in piede e disse: perciò che il comandamento di fare mo- 
rire li vecchi non mosse da savio consiglio, onde io mi pento, 
non piaccia a Dio che tu sii molestato per questa cagione; 
ma ti comando che tu isnellamente vadi per lo tuo padre e 
menilo dinanzi a noi, che il suo consiglio ci sia utile. Il gio- 
vane si mosse incontanente, e andonne alla cava, ove era il suo 
padre, e contògli motto a motto ciò che avenuto gli era, e disse 
come il re gli comandò che dinanzi a luì lo menasse. A ciò s'ac- 
cordò il padre e andaronne al re. E quando egli furono giunti 
nella sala, il re onorò molto il vecchio, e fecelo sedere aUato a 
lui, e poi gli disse come gli pesava che tanto stato rinchiuso 
era, e senza ragione; poi gli disse il sogno che fatto avea, e do- 
mandogli consiglio, e pregoUo che gli scoprisse la significa- 
zione. — Giovane re, ciò disse il vecchio, la sapienza è in tre 
cose, in memoria di ritenere, e negli insegnamenti udire, e 
in vivere si lungamente che l'uomo abbia tante cose vedute, 
che quando l'altre cose sono cominciate, che le conoscia per 
l'adrietro vedute, e per l'avere molte cose vedute sono gli vecchi 
di perfetto consiglio ; queste cose non dico io per me salvare, ma 
per io vostro prode,* che al vecchio è vantaggio di passare di 

* avrebbe almeno 1* autore doTuto dal lat. garrire che è propriamente 

ristringere la sua massima alle fem- il grido degli uccelli, 
mine triste, perchè delle buone è vero • dar briga o molestia. 

il contrario. * meritato. 

■ garrisce, cioè sgrida, rimbrotta, * prò, vantaggio.' Quod prodest 

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> NOVELLA O. 127 

quegta vitsuche a loro è troppo penosa. Quanto al sogno, rispondo 
che elli nasce per molte cagioni. Aviene alcuna volta che uno 
disidera una cosa con molto affetto, e per lo frequentare de' pen- 
sieri, nel sonno gli viene in memoria. E questa èl'una delle 
cagioni. L'altra cagione è quando alcuno è bene compresso- 
nato,* e bene sano, si sogna che egli corre e vola per la snel- 
lezza degli spiriti. L' altr|i maniera aviene per santità o per 
peccato, come quando l'angelo annunziò alli tre magi la nati- 
vità di Cristo, o per lo peccato, come avenne a Nabugdo^ 
nosor. Alcuna volta, per lo giacere rovescio, aviene che il san- 
gue si raguna dintorno dal cuore, il quale né riceve ambascia, 
e per l'affanno ne 'ndeboliscono gli spiriti; e per questa fan- 
tasia pare all'uomo essere combattuto da gente o gravato di 
fascio, o che cose rovinino sopra lui. E questa fue la cagione 
del vostro sogno. — A ciò s'accordò bene il re, e pensò che in 
quello sogno elli giaceva supino, e apertamente conobbe che il 
vecchio li solvette quello che in tutto lo suo reame no gli 
fue saputo dire. Allora fece il giovane re comandare che tutti 
gli vecchi fossero onorati, ed egli massimamente poi sopra 
tutti gli onorò, e veramente conobbe la sua follia di quello 
eh' elli avea creduto alla sua moglie, e come maliziosamente 
ella s'era mossa. 

Per questo assempro vedemmo ohe, quando la femìna è in 
cruccio e in ira * che ella non teme di nullo male fare, e non 
dotta' peccato ne onta, e non si risparmia di fare male, pure 
che ella lo possa fare, grandissimo e scellerato. 

* complessionato ; di buona com- che alla femmina. Ma il nostro 

plessione, robusto. autore inclina a caricare sulle porere 

•' L* ira e il dispetto sono cat- donne. 
tiri consiglieri non meno all'nomx) * teme. 



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APPENDICE. 



DODICI NOVELLE 



DI 



FRANCO SACCHETTL 



H KovtlHno, * 

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NOYBLLA I. — 5. 

Castrticció IntermmeUi, avendo un suo famiglio disfatto in un muto 
U giglio dell' arma fiorentina, essendo per combattere, cfm un 
fante lo fa combattere, che avea Varma del giglio net pàlvese, ed 
eie morto. 

Ora voglio dire, come Castraccio Interminelli, signore di 
Lncca, castigò^ uno gagliardo contro le mura. Questo C&- 
struccio fu de' cosi savi, astuti e coraggiosi signori, come 
fosse nel mondo già è gran tempo; e guerreggiando, e dando 
assai che pensare a^ Fiorentini, perocché era loro cordiale 
nimico, fra 1* altre notabili cose, che fece, fu questa : che es- 
sendo a campo in Yaldinievole^ e dovendo una mattina an- 
dare a mangiare in un castello da lui preso, di quelli de] 
Comune di Firenze, e mandando un suo fidato famiglio innanzi 
che apparecchiasse le vivande e le mense, il detto famiglio, 
giugnendo in una sala, dove si dovea desinare, vide tra molte 
arme, come spesso si vede, dipinta V arme del giglio del Co- 
mune di Firenze, e con una lancia,, che parca che avesse a fare 
^ina sua vendetta, tutta la scalcinò. Venendo V ora che Castruc- 
cio con altri valentri uomini giunsono per desinare, il famiglio 
si fece incontro a Castruccio, e come giunse in su la sala, diése: 
signore mio, guardate come io ho acconcio quell' arma di quelli 
traditori Fiorentini. Castruccio, come savio signore, diss^: sia 
con Dio ;^ fa che noi desiniamo. E tenne nella mente quest'opera, 
tantoché a pochi dì si rassembrò ^ la sua gente, per combattere 
con quella del Comune di Firenze; là dove^ appressandosi li 
due eserciti, per avventura venne, che innan^ a quello de' Fio- 
rentini venia uno bellissimo fante con uno palvese,' dove era 

' aia con Dio, vale «ta lene, alla imbracciava a gnìsa di scndo, larga 

buon'ora. ed alta in modo da ricoprire quasi 

* n ratfembrò, si adanò. interamente il soldato a piedi che 

' paheae, arma difensiva, che si la portava. 



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132 / NOVELLA 1. 

dipinto il giglio. Veggeudo Castruccio, costui essere de'prinii 
a venii'li incontro, chiamò il suo fidato famiglio, che cosi bene 
avea combattuto col muro, e disse: vien qua; tu desti pochi 
di fa tanti colpi nel giglio eh' era nel muro che tu lo vincesti 
e disfacesti: va tosto, e armati come tu sai, e fa che subita 
vadi a dispignere * e vincere quello. Costui nel principio cre- 
dette che Castruccio beffasse. Castruccio lo costrinse, dicendo: se 
tu non vi vai, io ti farò impiccar subito a quest' arbore. Veg- 
gendosi costui mal parato,' e che Castruccio dicea da dovero^ 
v' andò il megho che potéo. Come fìi prèsso al fante del giglio^ 
subito questo fante di Castruccio fu morto da quello con una 
lancia, che '1 passò dall' una parte all' altra. Veggendo questa 
Castruccio, non fece alcun sembiante d'ira o cruccio; ma 
disse: troppo bene è andato; e volsesi a' suoi, dicendo: io 
voglio che voi appariate di combattere con li vivi, e non 
con li morti. non fu questa gran justizia? che sono molti,, 
che danno ' per li faggi e per le mura, e nelle cose morte, e 
fanno del gagliardo, come se avessino vinto Ettore; ed oggi 
n' è pieno il mondo, e in questa forma, o centra minimi o pe- 
corelle, sempre sono fieri; ma per ciascuno di questi tali fossa 
uno Castruccio, che li pagasse della loro follia, come pagò 
questo suo famiglio. 



Novella n. — 21. 

Sasso della Penna neìV estremo della morte lascia con niMva 
forma ogni anno alle vMsehe un paniere di pere mézze, e la 
ragione che ne rende, perchè lo fa. 

Basso della Penna venendo a morte, ed essendo di state,. 
e la mortalità sì grande, che la moglie non s'accostava al 
marito^ e '1 figliuolo fuggia dal padre, e '1 fratello dal fra- 
tello, perocché queUa pestilen^a^come sa chi Y ha veduto» 
s'appiccava* forte, volle fare testamento; e veggendosi da 
tutti i suoi abbandonato, fece scrivere al notaio, che la- 
sciava che i suoi figliuoli ed eredi dovessino ogni anno il 
di di San Jacopo di luglio dare un paniere di tenuta'^ di 
i uno staio di pere mézze* alle mosche, in certo luogo per 
lui deputato.^ E dicendo il notaio: Basso, tu motteggi sem- 

* diapingere, cancellar il dipinto. * 8* appieoava, era contagiosa. 

* mal parato,^ alla mala parata, ' teniOa, capacità. 

ft mal partito. ' * mézze, ammezzite, Ticino a in* 

* cùmo, percuotono. fracidarst 



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NOVELLA n. 185 

^remai; disse Basso: scrivete come io dico; peroccliè in 
questa mia malattia io non ho avuto nò amico nò parente 
^he non mi abbia abbanplonato, altro che le mosche. E 
però essendo a loro tanto tenuto, non crederrei che Dio 
avesse misericordia di me, se io i:ion ne rendesse loro merito. 
E perchè voi siate certo, che io non motteggio, e dico da 
dovere, scrivete, che se questo non si facesse ogni anno, io 
lascio diredati li miei figliuoli, e che il mio pervenga alla tale 
religione. Finalmente al notaio convenne così scrivere per 
questa. volta; e cosi fu discreto il Basso a questo piccolo ani- 
maluzzo. 



Novella IH. — 31. 

Due anibaseiadori di Casentino sono mandati al vescovo Chiido 
d'Arezzo; dimenticano ciò che è stato commesso, e quella che 'l ve' 
scovo dice loro^ e come tornati hanno grande onore per aver 
hen fatto. 

In questa novella mostrerrò, come due ambasciadori per 
lo bere d'un buon vino, comechè non fossono di gran me- 
moria, ma quella cotanta che aveano^ quasi perder ono. Quando 
il vescovo Guido' signoreggiava Arezzo, si creò per li Co- 
muni di Casentino due ambasciadori, per mandare a lui ad- 
domandando certe cose. Ed essendo fatta loro la commessione 
di quello che aveano a narrare, una sera al tardi ebbono il 
comandamento di essere mossi la mattina. Di che tornati la 
sera a casa loro, acconciarono loro bisacce^ e la mattina si 
mossone per andare al loro viaggio imposto. Ed essendo cam- 
minati parecchie miglia, disse V uno air altro : hai tu a mente 
la commessione che ci fu fatta? Rispose V altro, che non gliene 
ricordava. Disse V altro : o, io stava a tua fidanza ; ' e quelli 
rispose: ed io stava alla tua. L'un guata l'altro,* dicendo: 
noi abbiam pur ben fatto! come faremo? Dico l'uno: or 
ecco, noi saremo tosto a desinare all' albergo, e là ci ristrigne- 
Témo ■ insieme ; uon potrà essere che non ci torni la memoria. 

*■ deputato, stabilito. * Z* un guata V altro. Questo è il 

* fl^Mif^ vescovo d'Arezzo; coronò modo di dipingere un che si mara- 

Lodovico il Bavaro. Vedi Giannone, vigli ed e* è spesso in questo scrit- 

Storia di Napoli. tore e si notò nel Boccaccio. (Bor- 

' o, io stava a tua fidanza, mi ghini). x 

fidava di te, faceva assegnamento * ci riatrigneremo xnaieme, ci ap« 

sopra di te. parteremo per pigliar consiglio. 



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134 ROTELLA m. 

Disse l'altro: ben di'; e cavalcando e trasognando,* pervemion<* 
a terza' all' albergo, dove doveano desinare, e pensando e ri- 
pensando, insino cbe furono per andare a tavola, giammai 
non se ne poterono ricordare. Andati a desinare, essendo & 
mensa, fu dato loro d'uno finissimo vino. Gli ambasciadori, 
a cui piacea più il vino, cbe avere tenuta a mente la commes- 
sione, si cominciano attaccare al vetro ; e bèi e ribei, cionca 
e ricionca, quando ebbono desinato, non che si ricordassino 
della loro ambasciata, ma e' non sapeano dove e' si Tossono^ 
ed andarono a dormire. Dormito che ebbono una pezza, si 
destaron tutti intronati.' Disse l'uno all'altro: ricorditi iu 
ancora del fatto nostro? Disse l'altro: non so io; a me ri- 
corda che '1 vino dell' oste è il migKore vino che io beessi mai; 
e poi ch'io desiniti, non mi sono mai risentito, se non ora; 
ed ora appena so dove io mi sia. Disse l' altro : altrettale te 
la dico io; ben, come faremo? che diremo? Brievemente disse^ 
l'uno: stianci qui tutto dì oggi; ed istanotte (che sai che la 
notte assottiglia il pensiero *) non potrà essere che non ce ne 
ricordi: ed accordaronsi a questo; ed ivi stettono tutto quel 
giorno, ritrovandosi spesso' co'loro pensieri nella Torre a Vinac- 
ciano. La sera essendo a cena, e adoperandosi più il vetro che '1 
legname,S cenato che ebbono, appena intendea l' uno V altro. 
Andaronsi al letto, e tutta notte russarono come porci. La 
mattina levatisi, disse Puno: che faremo? Eispose l'altro: 
mal, che Dio ci dia, che poiché istanotte non m'è ricordato 
d'alcuna cosa, non penso me ne ricordi mai. Disse l'altro: 
alle guagneleJ che noi bene stiamo, che io non so quello che 
si sia, o se fosse quel vino, o altro, che mai non dormi' cosi 
fiso,® sanza potermi mai destare, come io ho dormito istanotte 
in questo albergo. Ohe diavol vuol dir questo ? disse l' altro : 
saliamo a cavallo, ed andiamo con Dio ; forse tra via pur ce 
ne ricorderemo. E così si partirono, dicendo per la via spesso 
l'uno all'altro: ricorditi tu? E l'altro dice: no, io: né io. 
Giunsono a questo modo in Arezzo, ed andarono all' albergo; 
dove spesso tirandosi da parte, con le mani alle gote in nna 

* trasognando, vagando colla re a Vinacciano ripensando spesso a 
mento. quel buon vino. 

' a terza, a mezza mattinata. * ^ià *l vetro che 7 legname, più il 

* intronati, balordi pel troppo bere bicchiere che le scodelle di legno ; cioè 
del giorno innanzi. bevendo, più che non mangiassero. 

* la notte assottiglia U pensiero, "* atte gttagnde. Antico modo di 
proverbio ; e anco si dice : la notte esclamazione o di giuramento, ed è 
i)orta consiglio. idiotismo di vangèlie ; come a dire : 

' ritrovandosi spesso,,, neUa Tor- per gli evangeli. ^ Jiso, sodo. 

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NOTBLLA m. 135 

camera^ non poterono mai ricordarsene. Dice Pnno, quasi alla 
disperata : andiamo, Dio ci aiuti. Dice V altro : o che diremo, 
che non sappiamo che? Rispose quelli : qui non dee rimanere 
la cosa. Misonsi alla ventura, ed andarono al vescovo ; e giu- 
gnendo dove era, feciono la reverenzia, e in quella si stavano 
senza venire ad altro.^ U vescovo, come uomo che era da molto,* 
'si levò, ed andò verso costoro, e pigliandoli per la mano, disse: 
voi siate li ben venuti, figliuoli miei; che novelle avete voi? 
L' uno guata V altro : di' tu : Di' tu. E nessuno dicea. Alla fine 
disse l'uno: messer lo vescovo, noi siamo mandati ambascia- 
dori dinanzi alla vostra signoria da quelli vostri servidori di 
Casentino, ed eglino, che ci mandano, e noi che siamo mandati, 
siamo uomini assai materiali ; e ci fòciono la commesaÌDne da 
sera in fretta ; comechè la cosa sia, o e' non ce la seppon dire, 
o noi non l' abbiamo saputa intendere. Preghìanvi teneramente, 
che quelli Comuni od uomini vi sieno raccomandati, che morti 
siano egli a ghiadi' che ci mandarono, e noi che ci venimmo. 
H Vescovo saggio mise loro la mano in su le spalle, e disse: 
or aadate, e dite a quelli miei figliuoli, che ogni cosa che mi 
BÌa possibile nel loro bene, sempre intendo dì fare. E perchò 
da quinci innanzi non si diano spesa in mandare ambascìadorì, 
ognora che vogliono alcuna cosa, mi scrivano, ed io per leMiera 
risponderò loro. E cosi pigliando commiato, si partirono. Ed 
essendo nel cammino, disse l' uno all' altro : guardiamo, che 
o'non e' intervenga al tornare, come all' andare. Disse l' altro: 
o che abbiamo noi a tenere a mente ? Disse l' altro : e però 
si vuol pensare, perocché noi averemo a dire quello che noi 
esponemmo, e quello che ci fu risposto. Perocché s'è nostri 
di Casentino sapessono come dimonticammo la loro commes- 
sione, e tornassimo dinanzi da loro come smemorati, non che 
ci mandassono mai per ambasciadori, ma mai ofizio non ci da- 
rebbono. Disse l'altro, che era più malizioso: lascia questo 
pensiero a me. Io dirò che sposto che avemo l' ambasciata 
dinanzi al vescovo, che egli graziosamente in tutto e per tutto 
s' offerse essere sempre presto a ogni loro bene, e per mag- 
' giore amore disse, che per meno spesa ogni volta che aves- 
sono bisogno di lui, per loro pace e riposo scrivessero una 
semplice lettera, e lasciassono stare le 'mbasciate. Disse l'altro: 
tu hai ben pensato; cavalchiamo più forte, che giunghiamo 

' aenza venire ad aUro, senz* altro ' che morti eiano egli a ghiadi 

dire nò fare. o a ghiado, come & dire : che sieno 

* da maUo, era nomo valente, di ellino maledetti ; ghiado, v. a., por 

molta levatura. eolMo, dal lat. gladium. 



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136 NOTELLA m. 

a bnon^ ora al vino che tu sai ; e cosi, spronando, giunsono 
all'albergo, e giunto un fante loro alla stafiPa, non domanda- 
rono dell' oste, né come avea da desinare, ma aUa prima pa- 
rola domandarono quello cho era di quel buono vino. Disse 
il fante: migliore che mai. E quivi si armarono^ la seconda 
volta non meno della prima, ed innanzi che si partissono, 
perocché molti muscioni* erano del paese tratti, il vino venne 
al basso, e levossi* la botte. Gli ambasciadori dolenti di ciò, 
la levarono* anco ellino, e giunsono a chi gli avea mandati, 
tenendo meglio a mente la bugia che aveano composta,*^ che 
non feciono la verità di prima; dicendo, che dinanzi al ve- 
scovo aveano fatto cod bella aringhiera: * e dando ad intendere 
che r uno fosse stato Tulio, e l'altro Quintiliano, e' furono 
molto commendati, e da indi innanzi ebbono molti ofGici, che 
le più volte erano o sindachi,^ o massai.^ 



Novella IV. — 63. 

A Giotto gran dipintore è dato un paìvese a dipingere da un 
uomo di picciolo affare. Egli, facendosene acheme, lo dipinge 
per forma, che colui rimane confuso. 

Ciascuno può aver già udito chi fu Giotto, e guanto fu 
gran dipintore sopra ogni altro. Sentendo la fama sua un 
grossolano artefice, ed avendo bisogno, forse per andare in 
Castèllanerfa,*di far dipignere uno suo palvese,^^ subito n'andò 
alla bottega di Giotto, avendo chi gli portava il palvese drieto, 
e giunto dove trovò Giotto, disse: Dio ti salvi, maestro; io 
vorrei che mi dipignessi V arme mia in questo palvese. Giotto, 
considerando e V uomo e '1 modo,^^ non disse altro, se non : 
quando il vuo'tu? e quel gliele disse. Disse Giotto: lascia 
far me. E partissi. E Giotto, essendo rimase, pensa fra sé 

*■ rì armarono, bevvero. rono allora lo persone elette a rive- 

* muadoni moaeini, insetti che dere 1 conti delle pubbliche ammini- 
stanno attorno alle tinaie e alle vi- strazioni. 

nacce ; qui per efficace metafora : * marnai, custodi del danaro pub- 
bevitori consumati. blico, tesorieri. 

' leoosai, dovette alzarsi la botte. * per andare in Ckutdluneria ecc. 

* la levarono, se ne partirono ; Castellaneria, cioè rettore di qualche 
come oggi si dice : se la batterono, castello, o guardatore di rocca. (Bor- 
ed è un grazioso bisticcio sul levar ghini.) 

la botte detto prima. ** palvete. Vedi nota alla Nov. I. 

* composta, ordita, inventata. '^ e Vuomo e il modo, e la bassa 

* aarringhiera, arringa, discorso. condizione di costui, e il non dire 
^ o wìdachi, sindachi si chiama- quale arma dovesse Giotto dipingere. 



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HOTBLLA IV. 137 

medesimo: che yiiol dir questo? sarebbemi stato mandato 
e costui per iscberne?* isia che vuole; mai non mi fu recate 
palvese a dipignere : e costui che '1 reca è uno omicciatto 
semplice, e dice che io gli facci l' arme sua, come se fosse , . 
de' reali di Francia ; * per certo io gli debbo fare una nuova 
arme.' E cosi pensando fra so medesimo, si recò innanzi il | 
detto palvese, e disegnato quello gli parea, disse a un suo 
discepolo, desse fine alla dipintura ; e cosi fece. La qual dipin- 
tura fu una cerveUiera, una gorgiera, un paio di bracciali, un \ 
paio di guanti di ferro, un paio di corazze, un paio di cosciali ' 
e gamberuoli, una spada, un coltello, ed una lancia.' Giuntoil 
valente uomo che non sapea chi si fosse, fassi innanzi e dice: 
maestro, è dipinto quel palvese? Disse Giotto: sì bene; ya\ 
recalo giù. Venuto il palvese, e quel gentiluomo per proccu- 
ratore* il comincia a guardare, e dice a Giotto: o che imbratto 
è questo, che tu m'hai dipinto? Disse Giotto: e' ti parrà ben 
imbratto al pagare. Disse quelli : io non ne pagherei quattro 
danari. Disse Giotto: e che mi dicestù che io dipignessi? E 
quel rispose: Tarme mia. Disse Giotto: non è ella qui? man- 
cacene ninna?' Disse costui: ben istà. Disse Giotto: anzi sta 
mal, che Dio ti dia, e dèi essere una gran bestia, che chi ti 
dicesse: chi seHu? appena lo sapresti dire; e giungi qui, e di': 
Dipignimi Tarme mia. Se ta fossi stato de^ Bardi, sarebbe 
bastato. Che arma porti tu? di qua' se' tu?' chi furono gli an- 
tichi tuoi? deh, che non ti vergogni! comincia prima a ve- 
nire al mondo, che tu ragioni d'arma^ come stu fussi il Dusnam 
di Baviera.'' Io t'ho fatta tutta armadura sul tuo palvese; se 
ce n'è più alcuna,' dillo, od io la farò dipignere. Disse quello: 
tu mi di' villania, e m' hai guasto un palvese. E partesi, e 
vassene alla grascia' e fa richieder Giotto.** Giotto comparì, e 
fa richieder lui, addomandando fiorini dua della dipintura: e 

^ Ì9cheme: schema e scherno di- di famiglia, e arme, stromento da- 

ceasi parimente; e vale burla, beffa, guerra. 

* come se fosse de* reali di Frati- • di qua^se^tuf di qnali genitori, 
dai cioè comò se fosse un' gran che, di quale casato. 

e tutti r avessero a conoscere. ^ il Jhunam, cioè il Duca Namo. 

' un coltello ed una lancia, un (Bottari.) 
. trofeo di tutte le armi che usayano ' «e ce n^^jntlaZcuna^ sottintendi, 

a que* tempi. che manchi. 

^ gentiluomo per procuratore, fyÌBO * vassene aUa grascia; al magi- 
gentiluomo, che rappresentava la par- strato che soprantendeva alle grasce, 
to di gentiluomo : e Bellino in ma- cioè a tutte le cose necessarie al 
schera di cavaliere ! » direbbe il vitto. Il qual magistrato dovea allora 
Giusti render giustizia anche d* altro. 

• mancacene ninna f Giotto bi- " richieder Giotto, precettare, ci- 
8ticcia sulla parola arme, stemma tare a comparire in giudizio. 



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138 NOVBH.A IV. 

quello domandava a lui. Udite le ragioni gli oficiali, che molto 
meglio le dicea Giotto, giudicarono che colui si togliesse il 
palvese suo cosi dipinto, e desse lire sei a Giotto,* perocch' egli 
avea ragione: onde convenne toghesse il palvese, e pagasse, 
e fu prosciolto* Cosi costui, non misurandosi, fu misurato;* 
che ogni tristo vuol fare arma e far casati;^ e chi? tali, che li 
loro padri scranno stati trovati agli ospedali. 



Novella V. — 114. 

Dante AUighieri fa conoscente uno fabbro e uno asinaio dd loro 
errore^ perchè con nuovi volgari^ cantavano il libro suo.^ 

Lo eccellentissimo poeta volgare, la cui fama in perpetuo 
non verrà meno, Dante Allighieri fiorentino, era vicino in Firenze 
alla famiglia degli Adimari, ed essendo apparito caso ® che un gio- 
vane cavaliere di quella famiglia, per non so che delitto, era im- 
pacciato, e per esser condennato per ordine di justizia da uno 
esecutore, il quale parca avere amistà col detto Dante, fu dal det- 
to cavaliere pregato che pregasse V esecutore che gli fosse rac- 
comandato. Dante disse che '1 farebbe volentieri. Quando ebbe 
desinato, esce dì casa, ed avviasi per andare a fare la faccenda^ 
e passando per porta San Piero, battendo ferro un fabbro su 
la 'ncudine, cantava il Dante, come si canta uno cantare,''^ e 
tramestava i versi suoi, smozzicando e appiccando,® che parca 
a Dante ricever di quello grandissima ingiuria. Non dice altro, 
se non che s'accosta alla bottega del fabbro, là dove avea di 
molti ferri, con che facea l'arte; piglia Dante il martello e 
gettalo per la via, piglia le tanaglie e getta per la via, piglia" 
le bilance e getta per la via, e cosi gittò molti ferramenti. H 
fabbro, voltosi con uno atto bestiale, dice: che diavolo fate 
voi? siete voi impazzato? Dice Dante: o tu che fai? Fo l'arte 

^ ^ e desse lire sei a Giotto. E' chìe- Bécero si chiamò di sopranome, 

deva due fiorini; e nissun s'inganni, '» dieéu» Ulis girò cpl paniere 

vedendo ch'egli ha sei Zirc, perchè A raccattare 1 cenci per la via, 

gli è appunto quel che chiedeva, o ^' **^*^ '^^''- ^**o '^'^^^'''' * ^ 

poco manco; che valeva il fiorino lire * oo« nuont volgari, con strane e 

tre e soldi due, in fino tre. (Borghini.) diverse paròle. 

* misurato. Proverbio : « Chi non si ^ U libro suo, la Divina Comme- 

misura è misurato; » e vale : chi non si dia. 

mantiene nel suo grado è censurato. * apparito caso, essendo avvenuto. 

' e far casati. Ecco in germe il ^ uno cantare, storia o leggenda 

JBecero del Giusti: popolare in rima. 

< Volle di Cavalier prendere il nome, * smozzicando e appiccando, to- 

Spazzaturajo d'anima, nn droghiere; gliendo e mettendo di suo. 



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NOVELLA V. 139 

mìa, dice il fabbro, e voi guastate le mie masserizie^ gittan- 
dole per la via. Dice Dante: se tu non vegli che io guasti le 
cose tue, non guastare le mie. Disse il fabbro : o che vi gua- 
st'io? Disse Dante: tu canti il libro e non lo di" com' io lo 
feci; io non ho altr'arte, e tu me la guasti. Il fabbro gonfiato,* 
non sapendo rispondere, raccoglie le cose e toma al suo lavo- [ 
rio; e se volle cantare, cantò di Tristano e di Lancellotto e 
lasciò stare il Dante; e Dante n'andò all'esecutore, com'era 
inviato. E giugnendo all'esecutore, e considerando che '1 ca- 
valiere degli Adimari che l'avea pregato, era un giovane al- 
tiero e poco grazioso,* quando andava per la città, e spezial- 
mente a cavallo, che andava si con le gambe aperte che tene^ 
la via, se non era molto larga, che chi passava convenfa gli 
forbisse le punte delle scarpette; ed a Dante che tutto vedea, 
sempre gli erano dispiaciuti così fatti portamenti. Dice Dante 
allo esecutore : voi avete dinanzi alla vostra corte ' il tale ca- 
valiere per lo tale delitto: io ve lo raccomando, comecché egli 
tiene modi si fatti che mesterebbe maggior pena: ed io mi 
credo che usurpar quello del comune è grandissimo delitto. 
Dante non lo disse a sordo; perocché l'esecutore domandò 
che cosa era quella del comune che usurpava. Dante rispose : 
quando cavalca per la città, e' va sì con le gambe aperte a 
cavallo, che chi lo scontra conviene che si torni addietro, e 
non puote andare a suo viaggio. Disse l' esecutore : e parciti * 
questa una beffa? egli è maggior delitto che l' altro. Disse 
Dante: or ecco, io sono suo vìcìqo, io ve lo raccomando. E 
tornatosi a casa; là dove dal cavaliere fu domandato, come il 
fatto stava. Dante disse : e' m' ha risposto bene. Stando alcun 
dì, il cavaliere è richiesto che si vada a scusare dell' inquisi- 
zioni.' Egli comparisce, ed essendogli letta la prima, e '1 
giudice gli fa leggere la seconda del suo cavalcare cosi 
largamente. Il cavaliere, sentendosi raddoppiare le pene, dice 
fra sé stesso: ben ho guadagnato, che dove per la venuta 
di Dante cr^dea esser prosciolto, ed io sarò condennato dop- 
piamente. Scusato, accusato che si fu,° tornasi a casa, e tro- 
vando Dante, dice: in buona fé', tu m'hai ben servito, che 
r esecutore mi vplea condennare d'una cosa, innanzi che tu 
v'andassi; dappoi che tu v' andasti, mi vuole condennare di 

* gonfiato, con ira riconcen- vrabbonda per vaghezza dì favellare, 
irata. * a 8eu9are deW inquieiaioni, a di-. 

* gruisìoBo, garbato. fendersi dalle accese. 

* corte, tribunale. • atmaato, accusato che ai fu, Sen- 
. * parciti, e ti pare ; il ci ^ui so- tite le accuse e le difese. 



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140 NOVELLA V. 

due; e molto adirato verso Dante disse: sé mi condaimerà, 
io sono soffìcienÌ;e a pagare, e quando che sia, ne meriterò * clii 
me n'è cagione. Disse Dante: io vi ho raccomandato tanto, 
che se foste mìo figliuolo più non si potrebbe fare; se lo ese- 
cutore facesse altro, io non ne sono cagione. Il cavaliere, croi- • 
landò la testa, s' andò a casa. Da ivi a pochi di fu condennato 
in lire mille per lo primo delitto, ed in altre mille per lo ca- 
valcare largo; onde mai non la potè sgozzare* né elli, né tutta 
la casa degli Adimari. 

E per questo, essendo la principal cagione, da ivi a poco 
tempo fu per Bianco ' cacciato di Firenze, e poi mori in esilio, 
non sanza vergogna del suo comune, nella città di Eavenna. 



Novella VI. — 140. 

Tre ciechi fanno compagnia insieme,^ e veggiendo la Toro ragione* 
a Santa Gonda, vegnono a tanto, che si mozzicano ilfiolto lene 
insieme, e dividendo Voste e la moglie, sono da loro anco 
mazzicati. 

Nel popolo di Santo Lorenzo presso a Santa Orsola nella 
città di Firenze tornavano • certi ciechi, di quelli che andavano 
per limosina, e la mattina si levavano molto pertempo, e chi 
andava alla Nunziata, e chi in Orto San Michele, e chi andava a 
cantare per le borgora,''^ e spesse volte deliberavano, che quando 
avessono fatta la mattinata^ sì trovasseno al campanile di 
Santo Lorenzo a desinare, dove era uno oste, che sempre dava 
mangiare e bere a' loro pari. Una mattina .essendovene due 
a tavola, e avendo desinato, dice V uno, ragionando del loro 
avere, o della loro povertà: io accecai forse dodici anni è, 
ho guadagnato forse mille lire. Dice l'altro: ohi tristo a me 
sventurato, ch'egli è sì poco che io accecai, che io non ho 
guadagnato dugento lire. Dice il compagno: oh quant'è che t 
tu accecasti? Dice costui: è forse tre anni. Giugno un terzo 
cieco, che avea nome Lazzero da Cometo, e dice: Dio vi salvi, 

* ne meriterò, ne rimeriterò, ne dendo i loro conti per impartire U 
renderò merito, detto ironicamente, danaro. 

* non la potò sgotzare, lo stesso * tornavano, albergavano, e tor- 
che non la potè mandar giù, non la nare per andar ad abitare si dice da 
potè digerire. tutti in Firenze. 

» per Bianco, come Guelfo bianco. ' òor^ora, borghi; come agora per 

^ fanno compagnia insieme^ metto- aghi^ alla latina, forme non più vive, 

noi guadagni delle limosino a comune, tranne pochissime In casi speciali» 

' veggiendo la loro ragione, rive- ad esempio le quattro tempora^ eco. 

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IfOYELLA VI. 141 

fratelli miei. E quelli dicono: qual se? tu? E quelli risponde; 
sono al bujo,* come voi; e segue: e che ragionate? E quelli 
contarono il tempo de' loro guadagni. Disse Lazzero : io nacqui 
cieco, e ho quaranzett' anni ; s'io avessi i danari che io ho 
guadagnati, io sarei il più ricco cieco di Maremma. Bene sta, 
dice il cieco di tre anni, eh' io non trovo ninno, che non ab- 
bia fatto meglio di me. E faccendo così' tutti e tre insieme, 
dice questo cieco : di grazia, lasciamo andare gli anni passati; 
vogliam noi fare una compagnia tutti e tre, e ciò che noi 
guadagnamo, sia a comune; e quando andremo fdori tutti tre, 
noi andremo insieme, pigliandoci l'uno con l'altro; se ben© 
bisognerà chi ci meni, il piglieremo. Tutti s' accordarono, e 
alla mensa s' impalmarono,' e giurarono insieme. E fatta que- 
sta loro compagnia alquanto in Firenze, uno che gli avea 
uditi fermare* questo loro traffico, trovandogli uno mercoledì 
alla porta di Santo Lorenzo, dà aU' uno di loro un quattrino, 
e dice: togliete questo grosso' tra tutti tre voi; e continuando, 
dove costoro si fermavano insieme a certe feste, costui facea 
sempre limosina d' uno quattrino^ dicendo: togliete questo 
grosso tra tutti e tre. Dice colui, che lo riceve alcuna volta: 
gnaffe, e' e' è dato un grosso, che a me par piccolo com' un 
quattrino. Dicono gli altri due: o non ci cominciare già & 
volere ingannare. Questi rispose: che inganno vi poss' io fare? 
quello, che mi fìa dato, io metterò nella tasca, e così fate voi. 
Disse Lazzero : fratelli, la lealtà è bella cosa. E così si rimase; 
e ciascuno ragunava; e deliberarono tra loro ogni capo d' òtto 
dì mescolare il guadagno, e partirlo per terzo. Avvenne, che 
ivi a tre dì che questo fri, era mezzo agosto; di che si di- 
sposono, come è la loro usanza, di andare alla festa della nostra 
Donna a Pisa; e movendosi ciascuno con un suo cane a mano, 
ammaestrato, come fanno, con la scodella, si misono in cammino^ 
cantando la intemerata^ per ogni borgo; e giunsono a Santa 
Gonda un sabato, che era il dì di vedere la ragione,'^ e partire 
la moneta ; e a uno oste, dove albergarono, chiesono una camera 
per tutti e tre loro, per fare li fatti loro quella notte ; e cosi 
l' oste la diede loro. Entrati questi ciechi con li cani, e co' guin- 
zagli a mano, quando fii il tempo d' andare a dormire nella 
detta camera, disse uno di loro> che avea nome Salvadore: a 

* al hujo, cieco. * grosso, antica moneta d^ argento 
' fa/cetido così, discorrendo così. che valea Tenti quattrini. 

• ' ^ vmpalmartyM, si strinsero le * intemerata, lunga orazione di 

palme della mano, come si usa quando que* tempi che cominciava : inte- 

81 promotte alcwa cosa o si giura, merata ecc. 

* fermare, stahilire, concludere. '' divederelaragione^dlfaxìlCQUio» 



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142 NOVELLA VI. 

che ora vogliam noi fare la nostra faccenda? Accordaronsi, quan- 
do Toste e la sua famiglia fosse a dormire; e cosi feciòno. Ve- 
nuta r ora, dice il terzo cieco che avea nome Grazia, ed era 
quello che era stato pien cieco: ciascuno di noi segga, e nel 
grembo noveri tutti li denari eh' egli ha, e poi faremo la ra- 
gione ; e colui che n' avrà più, ristorerà * colui che n' avrà 
meno. E cosi furono d'accordo, cominciando ciascuno anno- 
verare. Quando ebbono annoverato, dice Lazzero: io trovo, 
secondo ho annoverato, lire tre, soldi cinque, danari quattro. 
Dice Salvatore: ed io ho annoverato lire tre, danari due* 
Dice Grazia: buonp, buono; io ho appunto quaranzette soldi. 
Dicono gli altri: oh che diavolo vuol dir questo? Dice Gra- 
zia : io non so. Come non sai ? che dèi avere parecchi grossi 
in ariento più di noi, e tu ce la cali,* a questo modo: è la 
compagnia del lupo la tua: tu hai nome Grazia, ma a noi 
seHu disgrazia. Dice costui: io non so che disgrazia; quando 
colui dicea, che ci dava un grosso, a me parca egli uno quattrino; 
e che che si fosse, come io vi dissi, io il mettea nella tasca, io 
non so; io sarei leale' come voi in ogni luogo, che mi fate già 
traditore e ladro. Dice Salvadore: e tu se', poiché tu ci rubi il 
nostro. Tu menti per la gola, dice Grazia. Anzi menti tu; anzi 
tu; e cominciansi a pigliare e d$kre delle pugna; e' danari cag- 
giono per lo spazzo.* Lazzero, sentendo cominciata là mischia, 
piglia la sua mazza, e dà tra costoro^ per dividerli; e quando 
costoro sentono la mazza, pigliano le loro, e cominciansi a 
batacchiare, e tutti li denari erano caduti per lo spazzo. 
La battaglia cresce, gridando, e giucando del bastone ; li loro 
cani abbajavono forte, e tale pigliava per lo lembo co' denti 
or r uno or l' altro ; e' ciechi, menando le mazze, spesso davano 
a' cani, e quelli urlavano : e così parea questo uno tomiamento. 
L' oste, che dormia di sotto con la moglie, dica alla donna: 
Abbiam noi demonj di sopra? levasi l'uno e l'altro, e tol- 
gono il lume e vanno su, e dicono: aprite qua. I ciechi, che 
erano innebbriati su la battaglia,*^ udivano come vedeano. Di 
che r oste pinse V uscio per forza, e aprendolo, intrò dentro, 
e volendo dividere i ciechi, ebbe d' una mazza nel viso; di 
che piglia uno di loro, gittalo in terra; che vermocane* ò 

' ristorerà, rifarà, compenserà. * innebbriati su la battaglia, il fa- 

* la cali, ci cali la raj^one, il rore della battaglia ha dell* èbbrez- 

conto. za, e r ira combattendo si rinfiam- 

' io aerei leale ecc., come a dire : ma, come, bevendo, il desidono del 

avrei beir esser ]ea}e, che voi mi vino, 

fate traditore e ladro. * vermoeane, sorta di malattia 

^ epazzo, pavimento. del cavallo, e soleasi per Io più 

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NOVELLA TI. 143 

questo, che siate mortaghiadi? * e pigliando la mazza sua, dando 
a tutti di punta, dicea: uscitemi di casa. La donna deU^oste 
accostandosi, e schiamazzando, come le femmine fanno, uno 
cane la piglia per uno lembo della gonnella, e quanto ne prese, 
tanto ne tirò. Alla per fine perdendo costoro la lena, ed es- 
sendosi molto bene mazzicati, e chi era caduto di qua e chi 
di là, dice Lazzero: oimè, oste, che io son morto. Dice Toste . 
Dio gli ti mandi, uscitemi teste' di casa. E quelli tutti si* 
dolgono e dicono: oimè, oste, vedi come noi stiamo (che 
aveano li visi lividi e sanguinosi) ; e peggio, ohe tutti li nostri 
denari ci sono caduti. Allora 1' oste dice: che denari, che 
siate mortaghiadi, che m'avete presso che cavato un occhio! 
Dice Lazzero: perdonaci, che noi non veggiamo più che Dio 
si voglia. Io vi dico: uscitemi di casa. E quelli dicono: ricòci* 
li danari nostri, e faremo ciò che tu vorrai. L'oste fa rìco- 
gliere i denari; i quali non assegnò^ mezzi, e disse: qui ha 
forse cinque lire; voi m'ayete a dare delli scotti lire dua, 
restacene lire tre; io voglio andare al Vicario quassù, e vo- 
glio che mi faccia ragione, che m' avete fedito, e alla donna 
mia da' vostri cani è stata stracciata la gonnella. Quando co- 
storo odono questo, tutti ad una voce dicono: amico, per 
r amor di Dio, non ci voler disfare; togli da noi quello che 
possiamo, e anderenci con Dio. L' oste disse: poiché cosi è, 
io non so, se mi perderò V occhio ; datemi tanto, che io mi 
possa far medicare, emendate * la cottardita • della donna mia, 
che pur V altro dì mi costò lire sette. Brievemente li ciechi 
dierono all' albergatore li denari caduti, che erano nove lire e 
soldi due; ed altrettanti, che n' aveano addosso; e cosi di 
notte, pregarono l'oste che perdonasse loro, e andaronsene 
cosi vergheggiati,' chi sciancato, e chi col viso infiato, e chi 
col braccio guasto, per bella paura . tanto oltre, che furono 
sul contado di Pisa, la mattina. Quando furono a una taverna 
appiè di Marti, cominciarono a rimbrottare i' uno 1' altro ; e 
r oste, veggendoli sanguinosi e accaneggiati,® si maravigliava 
dicendo: chi v'ha così conci? E quelli dicono: non te ne ca- 
glia: e ciascuno addomanda uno quartuccio di vino, più per 

dire a modo d* imprecazione ; che ^ emendate, risarcite, rifatte le 

ti venga il vermocane; ma qui si- spese. 

unifica: che chiassOi ohe diavolio è • eouardiuit specie di Testa. Di 

questo ? ' sopra 1* ayea chiamata gonnella. 

* che aiate fiuniaghiadi ! Vedi la ^ cosi vergheggiali, cioè haatonati, 
nota alla NoTella III, pag. 135. ma è metafora tratta daU* arte della 

« Usti, vale qui subito, li per lì. lana. (Borghini.) 

* rieòci, ricoglici. • accaneggiati, stizziti, ringhiosi 

* iw«egpnd,. consegnò. ♦ come cani. 



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144 . KOVKLLA VI. 

lavarsi le busse, e le percosse del viso, che per bere. E fatto 
questo, dice Grazia: sapete, che vi dico? Io facea in fede ì 
fatti vòstri, come i miei, e non fu' mai ne ladro ne traditore^ 
voi m' avete dato di ciò un buon merito, che io ne sono quasi 
disfatto in avere e in persona : * egli è meglio corta follia che 
lunga, e farò come colui che dice: uno, due e tre, io mi scom- 
pagno da te ; e con voi non ho più a fare nulla, e l' oste ne sia 
testimone; e vassi con Dio. Dicono questi altri: tu hai nome 
Grazia, ma tale la dia Dio a te, cbente * tu V hai data a noi. 
E andossene solo a Pisa: e Lazzero e Salvadore se n'anda- 
rono anche là alla festa con questa loro tempesta. 

E perchè oltre all' essere ciechi, erano tutti laceri dalle 
bastonate, fu loro fatte a Pisa tre cotanti limosine; onde cia- 
scuno di quelle mazzate, non che se ne dessi pace, ma e' non 
avrebbon voluto non averle per tutto il mondo, solo per V uti- 
lità che se ne vidono seguire* 



Novella VII. — 123. 

Vitale da Pietra Santa, per introdotto della moglie, dice ed figliuola 
che ha studiato in legge^ che tagli uno cappone per gramatica. 
Egli lo faglia in forma, che dalla sua parte in fuori, ne tócca 
agli altri molto poco. 

Nel castello di Pietra Santa, in quello di Lucca, fu già 
un castellano abitante in quello, ch'avea nome Vitale. Era, 
secondo di là, abiente,' e orrevole contadino; ed essendogli 
morta una sua donna, lasciandogli uno figliuolo d' anni venti, 
e due figliuole femmine, da' sette infino a' dieci anni, gli venne 
pensiero, che questo suo figliuolo, che già era benissimo gra- 
matico,* di farlo studiare in legge, e mandollo a Bologna. E 
mentre che era a Bologna, il detto Vitale tolse moglie. E stando 
insieme, come per li tempi adviene. Vitale cominciò aver novelle, 
come questo suo figliuolo diveniva valentissimo ; e quando bi- 
sognava danari pe' libri, e quando per le spese per la sua vita,* 
il padre mandava quando quaranta, e quando cinquanta fiorini: 
e molto di danari si votava la casa. La donna di Vitale, e ma- 
trigna del giovane che studiava a Bologna, veggendo mandare 
questi danari cosi spesso, e pensando che per questo a laidimi- 

• tn o«ere e. tn persona, cioè nella era, per quei paesi ricco, ecc. 
roba e nella vita. (Borghini.) * gramaticOf dicevasi allora chi co- 

* chente, quale. noscera la lingrua e le lettere latine. 
' era, tecondo di là, àbiente, ecc.» * vita, sostentamento. 



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NOVELLA TH. 145 

i>uiva la prebenda,* cominciò a mormorare, e dice al marito: or 
getta ben via questi parecchi danari che ci sono; mandagli 
bene, e non sai a cui. Dice il marito: donna mia, che è quel 
che tu di'? oh non pensi tu quello che ci varrà?* e T onore e 
l'utile; se questo mio figliuolo sera giudico, potrà poi esser 
dottorio conventinato,' che ne saremo saltati in perpetuo se- 
culo. Dice la donna: io non so che secolo; io mi credo, che 
tu se' ingannato, e che costui, a cui tu mandi ciò che puoi ' 
fare e dire, sia un corpo morto, e consumiti per lui. E in 
questa maniera la donna s' avea sì recato in costume di dire 
questo corpo morto,* che come il marito mandava o danari a 
altro, così costei era alle mani,^ dicendo al marito: manda, 
manda, consumati bene,' per dar ciò che tu hai a questo tuo 
corpo morto. Continuando questa cosa in sì fatta maniera, agli 
orecchi del giovane che studiava in Bologna, pervenne, come 
la matrigna il chiamava, in questa contesa che facea col ma- 
rito, corpo morto. Il giovane lo tenne a mente; ed essendo 
stato alquanti anni a Bologna e bene innanzi nella legge ci- 
vile, venne a Pietra Santa a vedere il padre e l'altra famìglia. 
E '1 padre, veggendolo, ed essendo più lieto che lungo,'' fece 
tirare il collo a un cappone, e disse, lo facesse arrosto, e in- 
vitò il prete loro parrocchiano * a cena. Venendo l' ora, e postisi 
a tavola, in capo il prete, allato a luì il padre, poi la matri- 
gna, seguentemente le due fanciulle, ch'erano da marito; il 
giovane studente sì pose a sedere di fuori su uno deschetto. 
Venuto il cappone in tavola, la matrigna, che guatava il figlia- 
stro in cagnesco, a ceffo torto, comincia a pispigliare piana- 
mente al marito, dicendo: che non gli dì' tu, che tagli questo 
cappone per gramatica,' e vedrai s' egli ha apparato nulla? Il 
marito semplice gli dice: tu se' di fuori sul deschetto, a te sta 
il tagliare; ma una cosa voglio, che tu cel tagli per gramatica. 
Dice il giovane, eh'. avea quasi compreso il fatto: molto volen- 
tìeri-^ Becasi il cappone innanzi, e piglia il coltello, e taglian- 
doli la cresta, la pone su uno tagliere/** e dàlia al prete, di- 

* prebenda, è rendita ferma di » era aUe mani, lo assaliva di 
cappellanfa o di canonicato; e qui rimbrotti. 

per estenziono vale rendita in genere. * consumati por lui, rovinati per 

* ei varrà, ci frutterà. lui. 

* giudico, comoenHitato, e «o^tof», ' jwà lieto che lungo : era forse 
sono storpiature messe in bocca di lungo della persona, ma lieto senza 
un contadino cha vuol parlare in misura. 

punta di forchetta, invece di giudice, • parrocekiano, parroco, curato. 

conveniato (laureato) ed esaltato, * che tagli quétto cappone per gra^ 

* corpo morto, propriamente co- matica; sarebbe come dire che lo 
davere; qui per metatuomo inutile, tagliasse in latino. 

un buono a nulla. " tagliere, gli antichi dicevano per 

n Novellino, 10 

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146 KOTELLA TH. 

cendo : voi sietò nostro padre spirituale^ e portate la cherica: 
e però vi do la cherica del cappone, cioè la cresta. Poi tagliò 
il capo, e per simile forma lo diede al padre, dicendo : e voi 
siete il capo della famiglia, e però vi do il capo. Poi tagliò le 
gambe co' piedi, e diedele alla matrigna, dicendo: a voi s'ap- 
partiene andar faccende la masserizia^ della casa, e andare e giù 
e su, e questo non si può far senza le gambe; e però ve le 
do per vostra parte. E poi tagliò li sommoli dell- aHe,' e puo- 
seli su uno tagliere alle sue siroochie, e disse : costoro hanno 
tosto a uscire di casa, e volare fuori; e però conviene ab- 
biano r alie, e così le do loro. Io sono un corpo morto, essendo 
così, e cosi 'confesso; per mia parte mi terrò questo corpo 
morto ; e comincia a tagliare, e mangia gagliardamente. E se 
la matrigna l' avea prima guatato in cagnesco, ora lo guatò a 
squarciasàcco,' dicendo : guatate gioia ! e pian piano dicea al 
i^arito: or togli la spesa che tu hai fatta. E assai si potò 
borbottare» che la brigata che v' era l' avrebbono voluto ta- 
gliare in vulgare,* e spezialmente il prete, che parca che avesse 
il mitrito,'' specchiandosi in quella cresta. Da indi a pochi dì, 
essendo il giovane per tornare a Bologna, fece piacevolmente 
certo tutti, il perchè avea partito il cappone per sì fatta forma. 



Novella YIE. — 151. 

Fazio da Pisa, volendo astrolagare e indovinare innanzi a mólU 
valmtri uonieni, da Franco Sacchetti è confuso per molte 
ragioni a lui assegnate per forma che non seppe mai ri- 
spondere, 

Nella città di Genova io scrittore trovandomi già fa più 
anni, essendo nella piazza de' mercatanti in uno gran cerchio 
di molti savi uomeni d' ogni paese, tra' quali era messer Gio- 
vanni dell'Agnello e alcuno suo conserto^ e alcuni Fiorentini 
confinati*^ da Firenze, e Lucchesi che non poteano stare a Lucca, 
e alcuno Sanese che non potea stare in Siena, e ancora v' era 

piaUOy piattello, e deriva dal tagliare * tagliar in volgare, contrapposto 

che YÌ si fa su delle rivande. al tagliar pergrammatica detto sopra. 

* masserizia, V economia, il buon ^ mitrito, sorta di malattia cho 
governo. è lo stesso che epilessia, mal ca- 

* eowimoKrfcR'oIt e, sommità, punte duco. 

delle ali. ^ eoiuorto, parente. 

' a squarciasaoeo, con guardatura ' confinati, posti a couSno, sban- 

più che mai torbida, diti. 

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NOVELLA Vin. Ii7 

-certi Genovesi; quivi si cominciò a ragionare di quelle coso 
che spesso vanamente pascono quelli che sono fuori di casa 
loro, cioè di novelle, di bugie e di speranza, e in fine di astro- 
logia; della quale sì efficacemente parlava uno uscito * di Pisa 
che avea nome Fazio, dicendo pur che per molti seg^i del 
cielo comprendea che chiunque era uscito di casa sua, fra 
quello anno vi dovea tornare, allegando ancora che per pro- 
fezia questo vedea; e io contraddicendo, che delle cose cho 
doveano venire, né elli ne altri ne potea esser certo; ed egli 
contrastando, parendogli essere Alfonso, Tolomeo, deridendo* 
verso me, come egli avesse innanzi ciò che dovea venire, o 
io del presente non vedesse' alcuna cosa. Onde io gli dissi: 
Fazio tu se' grandissimo astronomaco,* ma in presenza di co- 
storo rispondimi a ragione; qual' è più agevole a sapere, o 1© 
cose passate o quelle che debbono venire? Dice Fazio: olii 
chi noi sa? che bene è smemorato chi non sa le cose che ha 
veduto a drieto;*^ ma quelle che debbono venire non si sanno 
cosi agevolmente. E io dissi : or veggiamo, come tu sai le pas- 
sate che sono così agevoli: deh dimmi quello che tu facesti 
in cotal di, or .fa un anno? E Fazio pensa. E io seguo: or 
dimmi quello che facesti or fa sei mesi? E quelli smemora.*^ 
Rechianla a somma:'' che tempo fu or fa tre mesi? E quelli 
pensa e guata, come uno tralunato.^ E io dico: non guatare; 
ove fosti tu già fa due mesi a questa ora ? E quelli si viene 
avvolgendo." E io il piglio per lo mantello e dico: sta* fermo, 
guardami un poco: qual navilió*^ ci giunse già fa un mese? e 
quale si parti? Eccoti costui quasi un uomo balordo. E io 
allora dico: che guati? mangiasti tu in casa tua o in casa 
d'altrui oggi fa quindici di? E quelli dice: aspetta un poco. 
E io dico: che aspetta? io non voglio aspettare: che facevi 
tu oggi fa otto dì a quest'ora? E quelli: dammi un poco di 

^ iudto, fuoruscito, esiliato. * smetnora, rimane come smemo- 

^ cIer«e2en<£o, voce tutta latina, ma rato, sbalordito, 
forse allora in uso, che anche Dante ^ rechianla a tomma ; jReeare a 

usò derisa. (Borghini.) ^ tomma, propriamente sommare, addi- 

* vedesse, per vedessi, si troTa zionare: ma qui vale ciò che comu- 

epesso ne* trecentisti, ed è un'uscita nemente si dice ; in somma, in una 

più conforme alla lltina. parola, alle corte. 

*■ astronomaco, astronomico, prò- * «radunato, stralunato, incantato; 

priamente add. à^ astronomia ; ma ed è metafora tolta dagli astrologi, 

qui vale astronomo, meglio astro- che contemplavano assorti i segni 

Zoffo* degli astri è della luna. 

" a drietOf per a dietro, metate- * aovolgendo, confondendo. 

Hi frequente negli antichi scrittori '* navilio, trovasi adoperato e per 

o che vive ancora nel popolo to- moltitudine di navi, e per nave sola» 

«cano* come sembra in questo luogo. 



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148 NOVELLA yin. 

rispitto.^ E io dico: che rìspitto si de* dare a chi sa ciò che 
dee venire? Che mangiasti tu il quarto di passato? E quelli 
dice: io tei dirò. Oh che noi di*? E quelli dicea: tu hai gran 
fretta. E io rispondea: che fretta? di' tosto, di' tosto: che 
mangiasti jermattina? oh che noi di'? E quelli quasi al tutto 
ammutolòe. Yeggendolo cosi smarrito, e io il piglio per la 
mantello e dico : diece per uno ti metto * che tu non sai, se tu 
se' desto o se tu sogni. E quelli allora risponde: Alle gua- 
gnele,' che ben mi starei, se io non sapessi che io non dormo. 
E io ti dico che tu non lo sai e non lo potresti mai provare. 
Come no? oh non so io che io sono desto? E io rispondo: si 
ti pare a te; e anche a «olui che sogna par cosi. Or beìie, 
dice il Pisano, tu hai troppi sillogismi per lo capo. Io non so 
che sillogismi: io ti dico le cose naturali e vere; ma tu vai 
drìeto al vento di Mongibello;* e io ti voglio domandare 
d'un' altra cosa: mangiastù mai delle nespole? E '1 Pisano 
dice: si, mille volte. tanto meglio! Quanti nòccioli ha la 
nespola? E quelli risponde; non so io, ch'io non vi misi mai 
cura. E se questo non sai, eh' è si grossa cosa, come saprai 
mai le cose del cielo? Or va' più oltre, diss'io: quant'anni 
. se' tu stato nella casa dove tu stai? Colui disse: sonvi stato 
sei anni e mesi. Quante volte hai salito e sceso la scala tua ? 
Quando quattro, quando sei, e quando otto. Or mi di': quanti 
scaglioni ha ella? Dice iL Pisano: io te la do per vinta. E io 
gli rispondo : tu di* ben vero che io l' ho vinta con ragione, 
e che tu e molti altri astronomachi con vostre fantasie volete 
astrolagare e indovinare, e tutti siete più poveri che la cota;^ 
e io ho sempre udito dire: chi fosse indovino sarebbe ricco. 
Or guarda bello indovino che tu se', e come la ricchezza è con 
teco! 

E per certo cosi è, che tutti quelli che vanno tralunando,. 
stando la notte su' tetti come le gatte, hanno tanto gli occhi 
al cielo, che perdono la terra, essendo sempre poveri in canna.^ 
Or cosi co'miei nuovi ^argomenti confusi Fazio pisano. Essendo 
domandato da certi valentrì uomeni se le ragioni, con che io 

* ritpiuo, y. a. per <igio e tempo, ta vai dietro a cose vane, che non 

* H metto, Bcommetto, metto pe- hanno sostanza fé che anche si dice : 
gno. ti pasci di Tento. 

' aUegvagnoiel^^r gli eiVangelil * eota, cote, pietra arenaria d» 

* vai drieto o2 veììto di Mongi- affilare ferri, di yilissimo prezzo. 
(eOo; donde questo modo di dire sia ' powri in eatma, poyerìssimi,. 
Tenuto, non so; ma il sno Talore perche la canna ò dentro ynota di 
spicca assai chiaro dalle parole che ogni sostanza. 

lo precedono. £* dice il Sacchetti : Io ^ nvovi, non mai uditi nò ado« 
joii' attengo alla realtà delle cose, e perati da altri 



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NOVELLA Viti. 149 

avea vinto Fazio, avea trovato mai in alcun libro, e io dissi 
che sì, che l'avea trovate in un libro che io portava sempre 
meco, che avea nome il Cerbacone;* ed eglino rimasono per 
contenti, faccendosene gran maraviglia. 



Novella IX. — 166. 

Alessandro di ser Lamberto, con nuovo artificio fa cavare un 
denfe a un suo amico dal Ciarpa, fabbro in Pian di Mur 
grume. 

Poiché le mente' de^ mortali sono cosi disposte e non vo- 
gliono adoperare le virtù per addirizzare quelle, seguirò ora 
di dire d' alcune pestilenze ' corporali, venute in corpi di pic- 
colo affare,* da nuove maniere di medici sono state sanate. Fu, 
6 ancora è per li tempi,'^ nella città di Firenze uno piacevole 
cittadino, chiamato Alessandro di ser Lamberto, il quale fu e 
sonatore di molti stormenti* e cantatore: e con questo avea 
per le mani molti nuovi uomeni,'' perocché con loro volentieri 
pigliava dimestichezza. Yennegli per caso, che un suo amico, 
rammaricandosi molto che un dente gli dolea, e spesso spesso 
il conducea a tanta pena che era per disperarsi; al quale,^ 
considerato Alessandro, un nuovo pesce,' fabbro di Pian di 
Mugnone, chiamato Ciarpa, disse: che non te lo fai tu cava- 
re? e quelli rispose: io lo farei volentieri, ma io ho troppo 
gran paura de^ ferri. Disse Alessandro: io t^awierò a un mio 
amico e vicino di contado, che, non che ti tocchi con ferro, 
e^non ti toccherà con mano. Rispose costui: o Alessandro 
mio, io te ne' prego; se lo fai, io serò sempre tuo fedele.*® Ales- 
sandro disse : vientene domani a starti meco e andremo a lui, 
peroccb^ egli è un fabbro di Pian di Mugnone, chiamato Ciarpa. 
. E così fu fatto ; che V altra mattina, giunti l' uno e l' altro al 

* U Cerbttcone, Nome, a quanto ^ in corpi di piccolo affare, in 

mi pare, di fantasia, trorato dal gente grossa, di bassa condizione. 

'^ Sacchetti per dar la baja a' suoi in- ' ^ per li tempi, è ai tempi no- 

j terlocutorì, elio non si sapeano ca- stri, ancora vive, 

paeitare come queste belle ragioni ' etormewtit stromenti. 

«gU le avea cavate dal suo brioso e ^ avea per U mani molti nuovi 

tetto cervello, libro, eh* egli porta/va uomeni, avea famigliarità, conoscea 

sempre «eco. molti begli umori. 

^ le mente, per le menti, più con- * al quale, Tuol riferirsi a diete- 

forme alla desinenza latina mentea, * un nuovo pesce, un capo amena 

' pestilenze, Tale semplicemente ** fedele, ciò» schiavo, che questi 

malanni, infermità. importa fedele, (Borg.) 



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150 NOVELLA IX. 

luogo* d'Alessandro, subito se n'andarono al detto Ciarpa, U 
<iuale trovarono alla fabbrica che fabbricava un vomere. (Munti 
costoro a lui, Alessandro che col Ciarpa sapea ben ciarpare,* 
cominciò. a dire del difetto del dente del compagno suo, e 
com'egli si dimenava' e che volentieri se lo volea cavare; ma^ 
che egli non volea gli fosse tocco con ferri^ ne con mano, se 
possìbil fosse. Disse il Ciarpa: lasciamelo vedere; e toccan- 
dolo con mano, quelli diede un grande strido. Senti che si 
dimenava; onde disse: lascia far me, che io tei caverò e non 
vi metterò né ferro né mano. Quelli rispose : deh, si per Dio. 
Il Ciarpa, senza partirsi dalla fabbrica, manda un suo gar- 
2sone per uno spaghetto incerato, con che si cuciono le scar- 
pette; e venuto che fu, disse a costui: addoppia quello spa- 
ghetto e fa' nel capo tu stessi un nodo scorritoio e mettivi 
pianamente il dente dentro. Costui di gran pena così fece. 
Fatto questo, disse: dammi l'altro capo in mano; e avuto 
che r ebbe in mano, il legò a uno aguto,^ che era nel ceppo 
della fabbrica, e disse a colui : serra sì il cappio che tenga il 
dente; e colui il serroe. Fatto questo, dice il Ciarpa: or statti 
pianamente,' che io ho a dire alcuna orazione, e subito il dente 
uscirà fuori ; e menava la bocca, come se la dicesse, e niente 
meno avea il bomere nel fuoco; e colto che ebbe il tempo 
che lo vide ben rovente, cava fuori questo bomere e difilalo* 
verso colui con un viso di Satanasso, dicendo: che dente e 
che non dente? apri la bocca; mostrando di volerglielo ficcare 
nel viso. Colui che avea il dente nel cappio, mosso da mag- 
gior paura, subito si tira a drieto per fuggire, in forma che 
il dente rimase appiccato al ceppo dell' ancudine. Rimaso colui 
quasi smemorato, si cercava, se avea il dente in bocca, e non 
trovandoselo, dicea, per certo che mai sì bella e si nuova spe- 
rienza non avea veduto e che ninna pena avea avuta, se non 
della paura di quel bomere, e che non se l' avea sentito uscire. 
Alessandro ridea, e volgesi all'amico, dicendo: averesti mai 
creduto che costui fosse sì buono cavatore di denti? L'amico 
appena era encora in sé, che cominciò a dire : io avea paura 
d' un pajo di tanaglie, e costui me l' ha tratto con un bomere; 

* al luogo^ alla villa, che, secondo vocaboli il significato di garhugUon* 
il Bollini, chiamavasi di Schifanoia, e àUngarbugliare^ sopraffare. 

Oggi di Palmieri. * 9i dimenava^ che il dente ten* 

* darpare: la Crusca, citando tennava. 

questo esempio, spiega eiarameUare, * agtUo, chiodo. 

daneiare; ma il Sacchetti nel hi- ' statti pianamerUef sta fermo j 

sticciare sul Ciarpa e sul ciarpare quieto. 

sembra piuttosto dare a questi due ' dìjllalo, lo dirizza, lo rivolgo. 



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NOVELLA IX. 151 

sìa come vuole, ch'io sono fuori d'una gran pena. E per 
rimunerare il fabbro, la domenica vegnente gli diede un buon 
desinare, e Alessandro con loro. Questa fu nuova e bella espe- 
rienza, che con una grandissima paura fece, non che dimen- 
ticare la minore paura, ma eziandìo non sì ricordò di queUa., 
e non sentendo alcuna pena, si trovò guarito. Gnuna cosa fa 
trottare, quanto la paura; e io scrittore già vidi prova d'uno 
gottoso che più tempo era stato che mai non era ito, ma por- 
tato fu sempre: stando costui a sedere in mezzo d'una via 
su una carriuola,* correndo un suo corsiere che gli venia a 
ferire addosso, essendo perduto de' piedi' e delle mani e in 
tutto di gotte attratto, subito con le mani prese la carriuola 
e con parecchi salti con essa insieme sì gittò da parte, e '1 
cavallo correndo passò via. Un altro gottoso, non in tutto 
attratto, ma doglioso di gotte forte, stando su uno. letto, in 
una terra di Lombardia, ambasciadore, si levò il remore, in 
quella; ed essendo tutto il populo in arme, gridavano alla 
morte verso quello ambasciadore ; di che, sentendolo il gottoso 
che appena sul letto stare non potea senza gran guai, presta- 
mente schizzoe del letto, e dato giù per la scala dell' albergo, 
si fuggi buon pezzo di via verso la chiesa de' Fra' Minori; e 
non parve gottoso, ma più tosto barbaresco' o can da giù- 
gnere; e campò la persona; e ancora più che più tempo stette 
sanza pena * di gotte, dove prima ogni dì l' avea. 
E così bisogno fa la vecchia trottare.* 



Novella X. — 191. 

Bonamico^ dipintore, essendo chiamato da dormire a vegliare da 
Tafo suo maestro^ ordina di mettere per la camera scarafaggi 
con lumi addosso, e Tafo crede sieno demonj. 

Bonamico dipintore nella sua giovenezza essendo disce- 
^polo d'uno che avea nome Tafo dipintore, e la notte stando 
con lui in una medesima casa, e in una camera a muro so- 
prammattone ""^ allato alla sua; e com'è d'usanza de' maestri 

* carriuola^ baroccino. • bisogno fa la vecchia trottare, 

* perdvio àe^ piedi ec, avendo i proverbio che vale, la necessità co- 
piedi e le mani si guaste dalla gotta strìnge altrui air operare. 

d(i non potersene più servire. • J^onamico, per soprannome detto 

* harharesco, cavallo bàrbero, di Buffalmacco, di cui novella anche il 
Barberia. Boccaccio. 

* ^enai vale qui: assalto di gotta. '* mwro soprammattone, ò muro 

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152 NOTSLLA X. 

dipintori chiamare i discepoli, spezialmente di verno, quando 
sono le gran notti,^ in sul mattutino a dipignere; ed essendo 
durata questa consuetudine un mezzo verno che Tafo avea 
chiamato continuo Bonamico a fare la veglia, a Bonamico 
cominciò a rincrescere questa faccenda, come a uomo che 
averebbe voluto più presto dormire che dipignere; e pensò di 
trovare via e modo che ciò non avesse a seguire; e conside- 
rando che Tafo era attempato^ s* avvisò con una sottile beffa 
levarlo da questo chiamare della notte, e che lo lasciasse dor- 
mire. Di che un giorno se n' andò in una volta ^ poco spazzata, 
là dove prese circa a trenta scarafaggi ; e trovato modo d'avere 
certe agora ' sottile e piccole, e ancora certe candeluzze di cera, 
nella camera sua in una piccola cassettina l'ebbe condotte;* e 
aspettando fra T altre una notte che Tafo cominciasse a sve- 
gliarsi per chiamarlo, come l' ebbe sentito che in sul letto si 
recava a sedere, ed egli trovava a uno a uno gli scarafaggi, 
ficcando gli spinetti su le loro reni e su quelli le candeluzze 
acconciando accese, gli mettea fuori della fessura dell' uscio suo, 
mandandoli per la camera di Tafo. Come Tafo comincia a vedere 
il primo, e seguendo gli altri co' lumi per tutta la camera, co- 
minciò a tremare come verga, e fasciatosi col copertojo il viso, 
che quasi poco vedea, se non per l'un occhio, si raccomandava 
a Dio, dicendo la intemerata ^ e' salmi penitenziali; e cosi insino 
a di stava in timore credendo veramente che questi fossono 
demòni dell'inferno. Levandosi poi mezzo aombrato,' chiamava 
Bonamico, dicendo: hai tu veduto stanotte quel che io? Bo- 
namico rispose: io non ho veduto cosa che sia,' perocché ho 
dormito e ho tenuto gli occhi chiusi; maravìgliomi io che non 
m' avete chiamato a vegliare come solete. Dice Tafo: come a 
vegliare? che io ho veduto cento demòni per questa camera, 
avendo la maggiore paura che io avesse, mai; e in questa 
notte non che io abbia avuto pensiero al dipignere, ma io non 
ho saputo dove io mi sia ; e per tanto, Bonamico mio, per Dio 
ti prego, traevi modo che noi abbiamo un'altra casa a pi- 
gione: usciamo fuori, perocché in questa non intendo di star 

per lo più di tramezzo, costrutto di * la intemeratay lunga preghiera 

una sola serie di mattoni sovrappo- in uso a' que* tempi, la quale prese 

sti Tuno all'altro si che la gres- il nome dalla prima parola, con cui 

sezza del muro non supera la lar- cominciava: intemerata ec. 

ghozza del mattone. • * aombraJto, spaventato : dicesi 

* le gran notti, le notti lunghe. propriamente de* cavalli e de* muli che 

* vóUa, stanza sotterranea, can- adombrano, cioè che facilmente si spa- 
tìna. ventano delle ombre o d*altro che ap- 

* agora, aghi, o come dice più paia loro improvvisamente per la via. 
sotto, spinetti. * condotte, riposte. ^ cosa che na, cioè cosa alcuna. 



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NOVELLA X. 153 

più, che io soa vecchio, e avendo tre notti fatte, come quella 
che ho avuto nella passata, non giugnerei alla quarta. Udendo 
Bonamico il suo maestro cosi dire, dice: gran fatto mi pare 
che di questo fatto, dormendo presso a voi, com^ io fo, non - 
1 abbia ne udito né sentito alcuna cosa: egli interviene spesse 
volte che di notte pare vedere altrui quello che non è, e an- 
cora molte volte si sogna cosa che pare vera e non è altro 
che sogno; si che non correte^ a mutar casa cosi tosto,, pro- 
vate alcun^ altra notte; io vi sono presso, e starò avvisato, se 
nulla fosse, di provvedere a ciò che bisogna. Tanto disse Bo- 
namico, che Tafo a grandissima {>ena consenti ; e tornato la 
sera a casa, non facea se non guardare per lo spazzo * che 
parea uno aombrato : e andatosi al letto, tutta la notte stette 
in guato' sanza dormire, levando il capo e riponendolo giù, 
non avendo alcuno pensiero di chiamare Buonamico per ve- 
gliare a dipingere; ma piuttosto di chiamarlo al soccorso, se 
avesse veduto quello che la notte di prima. Bonamico, che 
ogni cosa comprendea, avendo paura non lo chiamasse a fare 
la veglia sul mattino, mandò per la fessura tre scarafaggi con 
la luminaria usata. Come Tafo gli vide, subito si chiuse nel 
copertoio, raccomandandosi a Dio, botandosi* e dicendo. molte 
orazioni; e non ardi di chiamare Bonamico; il quale, avendo 
fatto il giuoco, si ritornò a dormire, aspettando quello che Tafo 
la mattina dovesse dire. Venuta la mattina, e Tafo uscendo 
del copertojo, sentendo che era di, si levò tutto balordo, con 
temorosa boce chiamando Bonamico. Bonamico, facendo vista 
di svegliarsi, dice: che ora è? Dice Tafo: io T ho ben sentite 
tutte Tore in questa notte, perocché mai non ho chiuso oc- 
chio. Dice Bonamico: come? Dice Tafo: per quelli diavoli; 
benché non fessone tanti quanto la notte passata. Tu non mi 
ci conducerai più;^ andianne e usciamo fuori, che in questa 
casa non sono per tornare più. Bonamico gli potè dire assai 
cose che la sera vegnente ve lo riconducesse, se non con que- 
sto che gli diede a intendere, se uno prete sagrato ^ dormisse 
con lui ch^ e demòni non arebbono potenza di stare in queUa 
casa. Di che Tafo andò al suo parrocchiano,^ e pregoUo che 
la notte dormisse e cenasse con lui, e dettagli la cagione e 

*■ non correte, non vi afCrettate. ceano imbolare per involare^ hoce per 

' epaizo,, paTÌmento. hoce^ hoUdo^ contratto di valido^ ed 

' in guaio, in agguato : stette a altri infinita 
guatare, se compariyano i demòni. ' non mi ci eonducerai, non mi in- 

*■ hotandoH e (oto, votandosi e dorrai più a rimanere in questa casa, 
voto, per il £acile "scambio nella * eagrato, consacrato, in sacrie» 

pronuncia del v e del 2>; cosi di- "^ jparrocchiano, parroco. 

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154 NOVELLA X. 

sopra ciò ragionando, s'accozzarono* con Bonamico, e tutti e 
tre giunsero in casa. E veggendo il prete, Tafo presso che 
fuor di sé per paura, disse: non temere, che io so tante ora- 
zioni, che se questa casa ne fosse piena,' io gli caccerò via. 
Dice Bonamico: io ho sempre udito dire eh' e maggiori nimici 
di Dio sono li demòni ; e se questo è, e' debbono essere gran 
nimici de' dipintori, che dipingono lui e gli altri Santi, e per 
questo dipignere se n'accresce la fede cristiana che manche- 
rebbe forte, se le dipinture, le quali ci tirano a devozione,* 
non fossono ; di che essendo questo, quando la notte, eh' e de- 
mòni hanno maggiore potenza, ci sentono levare a vegliare, 
per andare a dipignere quello, di che portano grand' ira e 
dolore, giungono con grand' impeto a turbare questa così fatta 
faccenda. Io non affermo questo; ma parmi ragione assai evi- 
dente che puote essere. Dice il prete: se Dio mi dia bene, 
che cotesta ragione molto mi s' accosta; ' ma le cose provate 
sono più certificate; e voltosi a Tafo, dice: voi non avete sì 
grande il bisogno di guadagnare, che se quello che dice Bo- 
namico fosse, che voi non possiate fare di non dipignere la 
notte: provate parecchi notti, e io dormirò con voi, dì non 
vegliare e dì non dipignere, e veggiamo come il fatto va. 
Questo fu messo in sodo che più notti vi dormì il prete, eh' e 
scarafaggi non si mostrorono. Di che tennono per fermo, la 
ragione di Bonamico essere chiara e vera; e Tafo fece bene 
quindici notti, senza chiamare Bonamico per vegliare. Essendo 
rassicurato Tafo, e costretto ds^I proprio utile, cominciò una 
notte di chiamare Bonamico, perchè avea di bisogno di com- 
pire una tavola allo Abate di Bonsollazzo. Come Bonamico 
vide ricominciare il giuoco, prese di nuovo de' scarafaggi, e 
la seguente notte gli mise a campo ^ per la camera su l' ora 
usata. Veggendo questo Tafo, cacciasi sotto, dolendosi fra so 
stesso, dicendo: or va': veglia, Tafo, or non ci è il prete; 
Vergine Maria, atatemi: •* e molte altre cose, morendo di paura, 
insino che '1 giorno venne. E levatosi egli e Bonamico, dicendo 
Tafo, come li demòni erano rappariti; e Bonamico rispose: 
Questo si vede chiaro eh' egli è quello che io dissi, quando il 
prete ci era. Disse Tafo: andiamo insino al prete. Andati a 
lui, gli dissono ciò che era seguito. Di che il prete affermò, i 

* 9* aeeoxzarono, s* ^ccompagnaro- * mi «* accosto, mi capacita, m^ 

no, s'unirono. persuade. 

' ci tirano a devozione, e* in- * gli miee a campo, li accampò, 

ducono, ci fanno piegare a divo- li mandò a correre per la camera, 
■zione. * aiatemi, alutatemi. 



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NOVELLA X. 155 

essere la cagione di Bonamìco vera, e per verissima la 
notìficò al popnlo, in tal maniera che, non òhe Tafo, ma gli 
altri dipintori non osarono gran tempo levarsi a vegliare. E cosi 
si divolgò la cosa che altro non si dicea: essendo tenuto Bo- 
namico che, come uomo di santa vita, avesse veduto, o per 
ispirazione divina o per revelazione, la cagione di que' demòni 
essere apparita in quella casa; e da questa ora innanzi da 
molto più fu tenuto, e di discepolo con questa fama diventò 
maestro; partendosi da Tafo, non dopo molti dì fece bottega 
in suo capo,* avvisandosi d' essere libero e potere a suo senno 
dormire; e Tafo rimase per quelli anni che visse trovandosi 
un' altra casa, là dove tutti i di della vita sua si botò di non 
fare dipignere la notte, per non venire aUe mani degli scara- 
faggi 

Novella XI. — 200. 

Certi gioveni di notte ìega/no % piedi d* tm' orsa atte fune delle 
campane di una chiesa^ ìa guài tirando, le campane suonano, 
e la gente trae^ credendo sia fuoco. 

Certi Fiorentini erano a cena in una chiesa ' di Firenze, la 
quale era non molto da lungi dal palagio del Podestà; ed essendo 
tra loro in quel luogo entrata un' orsa, la quale era del Po* 
desta, ed era molto domestica, andando questa più volte sotto 
la mensa a loro, disse uno di loro: vogliam noi fare un bel 
fatto? quando noi abbiamo cenato, conduciamo quest'orsa a 
Santa Maria in Campo, dove il vescovo di Fiesole tien ragione 
(che sapete, che non vi s' incatenaccia* mai la porta) e leghianli 
le zampe dinanzi, V una a una campana, e P altra a un' altra, 
e poi ce ne vegniamo; e vedrete barili andare.' Dicono gli 
altri: deh facciamlo. Era del mese di novembre, che si cena 
di notte; essendo in concordia, danno di mano all' orsa, e per 
forza la conducono nel detto luogo ; ed entrati nella chiesa, si 
avviano verso le funi delle campane, e preso l'uno di loro 
r una zampa e l' altro l' altra, le legarono alle dette campane, 
subito danno volta,® andandosene ratti quanto poterono. 

* in suo capo, da per sé. ■ to sul nome, come infiniti. (Ber- 

* trae, accorre. ghìni.) 

* chiesa^ qui hassi ad intendere * vedrete barili andare, vedrete 
per l'abitazione del rettore della cose marayigliose. 

chiesa, la canonica. ' danno vóUa, voltano le spalla 

* non V» aUneatenaceia, non si al campanile, scappando quanto pò- 
«arra con catenaccio. Verbo forma- terono. 



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156 NOVELLA XI. 

L' orsa, sentendosi così legata, tirando e tempestando per scio- 
gliersi, le campane cominciano a sonare senza ninna misura. 
H prete e '1 cherico* si destano, cominciano a smemorare: che 
vuol dir quelli? clii suona quelle campane? di fuori si comincia 
a gridare, al fuoco, al fuoco. La Badia comincia a sonare, per- 
chè r Arte della lana è presso a quel luogo. I lanaiuoli e ogni 
altra gente si levano e cominciano a trarre: dov'è? dov^è? 
In questo il prete ha mandato il cherico con una candela be- 
nedetta accesa, per paura che non fosse la mala cosa,' a sapere 
chi suona. Il cherico ne va là con un passo innanzi e due a 
drieto, e co' capelli tutti arricciati per la paura; e accostan- 
dosi al fatto,' si fa il segno della santa croce ; e credendo che 
sia il demonio, p volgersi, e 1 fuggire e 1 gridare, in manus 
tims, domine etc, è tutt' uno. Giugnendo con questo romore al 
prete, che non sapea dove si fosse, dice: oimè! padre mio, 
che 1 diavolo è nella chiesa, e suona quelle campane. Dice il 
prete : come il diavolo ? truova dell' acqua benedetta. Truova 
e ritruova, non ebbe ardire d'entrare nella chiesa, ma d'un 
buon galoppo per la porta del chiostro se n' uscì fuori, e '1 
cherico drietoli. E giugnendo molta gente, trovò che * comin- 
ciava a chiamare il prete, dicendo: dov'è il fuoco? e giu- 
gnendo fuori, essendo domandato : dov' è questo fuoco, prete? 
appena potea rispondere, perchè avea il battito della morte. 
Par con una boce a£&nita ^ e affìocata, dice : io non so di fuoco 
alcuna cosa, né chi suona queste campane ; costui v' è ito (e 
dice del cherico) a sapere chi le suona; par che dica che gli 
pare la mala cosa. Come la mala cosa? rispondono molti; reca 
qua i lumi; abbiam noi paura di mali visi? chi ha paura si 
fugga; e avviandosi in là cosi al barlume, e veggendo la be- 
stia, non scorgendo bene quello che si fosse, la maggior parte 
si tornano indietro, gridando: alle guagnele!' che dice il vero. 
Altri più sicuri s' accostano e veggendo quello eh' è, gridano : 
venite qua, brigata, eh' eli* è un' orsa. Corrono là molti, e '1 
prete e '1 cherico ancora; e veggendo questa orsa così legata, 
e tirare e nabissarsi con la boce,'' ciascuno comincia a ridere: 
che vuol dir questo? e non era però ninno che ardisse di 
scioglierla, e tuttavìa le campane sonavano, e tutto il mondo 
era tratto. In fine certi che conosceano l'orsa del Podestà 

* cherico, sagrestano che veste trovò che la gente cominciaya ecc. 
come cherico. ' affinità, rifinita, esile. 

' la mala cosa, il diaTOlo. * aUe guagndel-pBT gli evangeli! 

* (d fatto, alla cosa, all'orsa.. ^ nahieaarai con la hoce, urlara 

* trovò ehe^ intendi: il prete diabolicamente* 



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NOVELLA XI. 157 

essere mansueta, s^ accostarono a lei e sclolsonla ; avvisandosi 
i più, che qualche nuovi pesci * avessono fatto questo per far 
trarre tutti i Fiorentini. E tornatisi a casa, più dì ragiona- 
rono di questo caso, e ciascuno dìcea chi sarebbe stato. I più 
rispondeano: dillo a me, e io il dirò a te. Alcuni dìceano; 
chiunque fu, fece molto bene; che sempre sta quella porta 
aperta, che non ispenderebbe né '1 vescovo nò '1 prete un pic- 
ciolo per mettervi un chiavistello. E così terminò questa no- 
vella; e quelli che l'aveano fatto, erano in un letto e scop- 
piavano delle risa^ essendosi fatti più volte alle finestre, con 
gridare con le fiiù alte voci che aveano: JJ fuoco, al fuoco; e 
quanta più gente traea, più ne godevano ; domandando, più 
che gli altri in quelli dì, che volle dir quello, per avere di- 
letto èL chi rispondea loro. 

E per ciò si dice: Li nuovi uomeni,* le nuove cose. 



Novella XII. — 225. 

Agnolo Mor(ynU fa una "beffa al Croìfo ; dormendo con lui, soffia 
con uno mantaco^ sotto U copertoio, e farcendoli credere sia 
vento, lo fa quasi disperare. 

Sollazzevole inganno fu quello, che fece a uno. Agnolo Mo- 
renti di Casentino, piacevole buffone. Erasi partito il detto 
Agnolo da casa sua, e andato a una festa per guadagnare, come 
li suoi pari fanno; e tornando indietro, s'avviò verso il Pontas- 
sieve, dove un'altra festa si facea; alla quale appressandosi, 
si mise un suo asino innanzi, il quale avea appiccato uno 
cembalo alla sella, e aveali messo un cardo sotto la coda; di 
che r asino, per Io cardo scontorcendosi e saltando, nell' an- 
dare facea sonare il cembalo, ed alcun' ora con lo spetezzare 
li facea il tenore: e Agnolo drieto ballando con questo asina 
e con questo stormento, giunse alla festa; là dove ciascuno, 
per novità, con grande risa corse a vedere il detto trastullo. 
E standosi tutto dì a questa festa, non ai^ò a, suo viaggio, 
ma fu ritenuto la sera a casa alcuno cittadino, e a cena & 
albergo. E veduto che ebbe tra la brigata un nuovo Gufo, o 
Golfo che avesse nome, chiese di grazia al signore della ma- 

* qualche mumi pesci. — Qucdehe in Proverbio che vale : da uomini strani 
plurale parve duro al Borghini — e piacevoli, aspettiamoci strane coso 
nuovi pesci, burloni, begli umori. e burlette inaudite. 

* U nuovi uomeni, le nuove cote : ^ maniaco, soffietto. 



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158 KOTiELLA Xn. 

gione * che con quello Golfo lo fecesse dormire la notte ; e cosi 
,gli fu promesso. Cenato che ehbono, fu dato la camera ad 
Agnolo e al Golfo ; e donde Agnolo se V avesse, o da sé o 
4' altrui, egli si colico da piedi con uno mantachetto segreta- 
mente, e '1 Golfo da capo, coprendosi molto bene, perchè era 
attempato. Come Agnolo vede che Golfo è per legare V asino,* 
comincia a soffiare col mantaco sotto il copertojo inverso il 
Golfo ; il quale, come sente il vento, comincia a dire : oimè ! 
Agnolo, ei ci deve avere qualche finestra aperta, che ci trae 
un gran vento. Dice Agnolo: io non sento vento, io non so 
che tu di'; e stando un poco, e' risoffia col mantice. Il Golfo 
comincia a gridare, e dice: oimè! oh tu di' che '1 non senti; 
io aggiaccio; e tira il copertojo, calzandosi con esso attorno 
uttorno. Dice Agnolo : io non so che tu ti fai ; tu mi lievi il 
copertojo da dosso, e di' che aggiacci; io credo che tu sogni; 
a me non fa freddo : lasciami dormire, se tu vuogli. £ come 
lo vedea posato un poco e per cominciare a dormire, e Agnolo 
mantacava.' Il Golfo. levasi a sedere sul letto, e grida: io non 
ci voglio stare, e' debbono essere aperti gli usci e le finestre; 
6 guarda attorno attórno, e poi guatava verso il palco. Dice' 
Agnolo : Golfo, se tu non vuoi dormire, lascia dormire almeno 
a me. Dice il Golfo : alle guagnele ! che tu non hai ragione; 
a me pare essere a campo,^ tanto vento viene su questo letto; 
noi senti tu? Io non sento, dice Agnolo, né vento né freddo; 
io credo che tu abbi i capogirli. Il Golfo si rimette a giacere, 
<i Agnolo, stando un poco senza soffiare, dice il Golfo: ora 
non mi par che ci sia il freddo che era dianzi. E Agnolo si 
stette infinchè '1 sentì cominciare a russare ; e ricomincia ado- 
perare il mantaco. Il Golfo chiama quello della casa, che dor- 
mia in una camera vicino a quella, e dice: morto sie tu a 
ghiado che qui mi menasti, che rovinare possa questa casa 
jnfifio a' fondamenti! e' mi par essere, come se io fosse nudo 
sul Monte al Pruno. Agnolo da altra parte, mantacando, diesa: 
e e Dio mi da grazia che io esca di questa notte, tu non mi 
ci coglierai mai più; per certo. Golfo, tu dèi essere indozzato;* 
io so bene, eh' io- sono di carne e d'ossa come tu, e non sento 
questo giaccio.^ Dice il Golfo: buono, buono! si che io sono 
fjnemorato che io non sento il vento che ci è! e comincia a 
^:jridare, uscendo del letto, e mettendosi suoi panni addosso, 

*■ magione^ casa, dal lat. mansio, ^ a me pare essere a oampo, es- 

* i per legare V aainOf modo prò- sere all' aria aperta. 

vcrl)iale che significa: sta per addor- ' indozzato, cioè: stregato, afbt* 

tientarsì. turato. 

* matUacava, soffiava. ' giaccio, ghiaccio. 



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NOVELLA xn. 159 

Ir alla camera, dove dormivano degli altri, e grida : apritemi 

3r Dio, che io son morto di freddo. La brigata era stretta 

3I letto : aprirono, stando un pezzo, a grande stento, e feciono 

quanto luogo a Golfo che avea quasi il triemito della morte, 

.cendoli chi una cosa e chi un' altra, e ne fu per impazzare; 

infine uno se n'uscì di quel letto, perchè vi stava stretto, 

andò a dormire con Agnolo Moronti, donde il Golfo era 

artito, dicendo.' ad Agnolo : che ha il Golfo istanotte ? ha'gli 

a fatto nulla? Agnolo, scoppiando delle risa, dice la novella 

al capo alla fìne. Di che colui, udito e veduto come, gran 

>arte della notte ne risono insieme. La mattina, levato Agnolo, 

icea: e' par bene che '1 Golfo sia allevato nella città; io nacqui 

; invecchiato sono nella montagna, di che non mi curo né di 

5reddo ne di venti; e '1 Golfo gridava istanotte, quando un 

^rfallino volava per la camera, per quello poco del vento che 

ftcea con l' alie. Dice il Golfo : ben eran alie, non fussono elle 

(tate d' avoltojo ! * e' mi par miU' anni che io ne vada a Firenze 

aeUa camera mia. £ cosi si tornò con V altra brigata, dicendo 

lìhe a quella festa né a quel luogo mai non tornerebbe; e 

Agnolo se n'andò in Casentino, avendo fatto appieno ciò 

eh' egli avea pensato. 

Nuove condizioni e nuovi avvisi * hanno li piacevoli uomeni, 
3 spezialmente ì buffoni. Costui aocchiò in tatta quella bri- 
gata il più nuovo uomo ^ che vi fosse, e chiese di grazia di 
dormire con lui, per fare questa novità, la quale diede gran 
piacere a tutti, e quasi un anno durò, poiché furono tornati 
'\ Firenze, il sollazzo che aveano del Golfo, udendo le cose 
he dicea della gran freddura che avea avuto in quella ca- 
lerà, e quanto n' era diventato ventoso. E fu forse cagione 
he n' andò poi al Bagno alla Torretta,^ e non vivette diciotto 
uesi, poiché la detta novella fu. 

* cT avóUoJo. Golfo vuol diro ; al- • il piìL nuovo uomo, il più mor- 
rò che ale, se pur non erano ale di lotto ; e di sopra lo chiama nuo- 
.voltojo. vo gufo, bisticciando sul suo nomo 

* nuove condizioni e nuovi ayyisi, di Golfo. 

;ioè maniere straTaganti, e cnriosi ^ * Porretta, luogo di acque medi- 
rodati, cinali nell'Appennino bolognese. 



Fine. 



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