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Full text of "Il convito di Dante Alighieri: e Le epistole"

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The gift of 



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IL CONVITO 



DI 



DANTE ALIGHIERI 

E LE EPISTOLE 

CON ILLUSTRAZIONI E NOTE 

DI PIETRO FRATICELLI 

E d'altri. 
Ottava edizione. 




FIRENZE, 
G. BARBÈRA, EDITORE. 

1900. 



OPEEE MmOEI 



DI 



DANTE ALIGHIERI. 



Volume III. 



IL COAWITO 



DI 



DANTE ALIGHIERI 

E LE EPISTOLE 



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DI PIETRO FRATICELLI 



K D ALTRI, 



Ottava edizlfHie* 






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FIRENZE, 
G. BARBÈRA, EDITORE. 

1900. 



pvv 25^- ^^^33 



il 



HARVARD 

[UNIVERSITY I 

LIBRARY 

DEC 8 1961 



Proprietà letteraria. 



IL CONVITO 



DI 



DANTE ALIGHIERI. 



DISSERTAZIONE 

SUL CONVITO. 



T. Come quegli illustratori di antìclie opere d' arti, che 
da un pìccolo frammento novellamente dissotterrato d' un 
marmo o d' un bronzo si presumono deciferarne immediata- 
mente il subictto, determinarne la data, e ravvisarne l' auto- 
re, ma che dopo non molto, al discoprirsi d' ogni restante 
dell' opera, si rimangono confusi del loro mal fondato giu- 
dizio ; così io credo doversi rimanere quei critici e chiosatori, 
i quali per la lettura di poche pagine d' un libro, o per una 
leggiera meditazione d' un passo, credono di essere in grado 
di pronunziar sentenze, che in progresso vengono riconosciute 
por arrischiate o per incongruenti o per false. 

La critica cronologica in particolare non può posare il 
suo fondamento sopra dati e fatti disgiunti e isolati di quel 
tal quadro che essa siasi proposta d' analizzare. Il critico, 
che senza aver presente ed ordinatamente disposto davanti 
ngli occhi della mente tutto V insieme dell' opera, e che da 
sola una parte presume, nella guisa stessa che il matemati- 
co, dedurne e tracciarne il tutto, si espone al caso di allon- 
tanarsi ser.ipre più da quel vero, alla ricerca del quale in- 
tendeva di consacrar le sue indagini. Così il dotto e valoroso 
Ugo Foscolo, che dell' arte logico-critica applicata alla Cro- 
nologia si valse con istupondo ragionamento a spander luce 
Buir istoria della Divina Commedia^ non si sarebbe cotanto 
assottigliato infruttuosamente V ingegno a provare, — Dante 
non aver giammai pubblicata, vivendo, parte alcuna del suo 
mirabil poema, e quindi non doversi su ciò prestar fede al 
Boccaccio e agli altri biografi del divino Poeta, — quando 



DISSERTAZIONE 



egli si fosse per avventura imbattuto a leggere quei versi 
dell' egloga 1, al Del Virgilio indirizzata, 

« quum mundi circumflua cor por a cantu 

Astricoloeqiic mco^ VELUT INFERA REGNAj patcbuntj 
Devincire caput hederaj lauroquc juvabit. » * 



I « Quando celebrati 

Fiali dal mio canto i corpi che s' aggirano 
Intorno al mondo, ed i celesti spirti, 
Sì come or sono di sotterra i regni ; 
AUor mi gioverà d'edra e di lauro 
Cigner la fronte, s 

Anche dai versi 18, 19 dell' egloga 1 di Giovanni Del Virgilio deducesf, che 
le due prinne cantiche almeno, erano state da Dante in vita sua pubblicate. 
Essi dicon cosi : 

« Prsterea nullus, quo» Inter es agmine seztus, 

Nec quero consequeris coelo, sermone forensi 

Dcscripsit. » 
« . In Ano. ad ora 

Nessun di que\ fn cui tu il sosto siedi, 
< Cantò in sermon forense, né pur quegli 

Cui segui al ciel poggiando.... » 

Non v'ha principio di dubbio che il buon Giovanni, nel mentre rimprovera a 
Dante lo scrivere in lingua volgare, non alluda qui al noto passo dell' /«/Vr- 
fiO;lV,102; 

A Sì ch'io fui sesto fra cotanto senno » 

e agli altri ùe\ PurgaloriOf XXi e segg., nei quali è detto che Stazio fece 
compagnia all'Alighieri mentre ascendeva al paradiso terrestre. Or come 
avi ebbe Giovanni potuto alludere a ciò, se lo due prime cantiche non craa 
note ? Così quo' versi del XXV del Paradiso, 

• So mai coiitinga che il poema sacro 



Vinci la crudeltà che fuor mi serra 
Del bello ovile e:. » 



ne dicono a chiare note che il poema fu da Dante stesso, e non già da' suoi 
figli, pubblicato. Imperocché com' avrebbe potuto sperare che il suo poema 
potesse essergli il mezzo di riconciliazione colla patria, alla quale avea vòlt© 
lutti isuoi desiderii, quando non 1' avess'egli mandato in pubblico? Il Tom- 
maseo altresì conobbe la fallacia dell' opinione del Foscolo, sì che nella pre- 
fazione al libro dell' Arrivubene disse : « Non è necessario fermarsi a confu- 
» taie quelle tante ragioni con le quali il Foscolo s'ingegna di dimostrare 
» che Dante non pubblicò in vita sua il Poema, poiché non solamente le tra- 
» dizioni a ciò contradicono, ma pure i fatti e 1" indole del Poeta e le sue 
» speranze e i suoi fini e la natura di quei governi che dividevan l' Italia, e 
r> che renderono lecitala libertà della satira assai più che la libertà della 
» lode. Non e finaltucnle necessario fermarsi a mostrare che non il colo lit- 






SVI CONVITO. 5 

im pei' cioè ci là ei sru'ebb^&i accolto cbo alla sua ingegnosa il- 
luzione faceva contro V autorità dell' Alighiuri inedL't^imo ; e 
aimilu in ciò jil paladino del FerrareBej ehc mari e monti 
discorre per giungere al luogo ove crede posare la donna 
delle sue luame, et a quello arrivato conosce aver percorso 
ana via molto dalla vei'a distante, egli sarebbeìsi u mulineno- 
re, e dolente della fatica e del teiupo perduto, tornato indie- 
tro dal mal in e orni ne iato e mal compiuto cammino. Se non 
a torto qnell' egregio or uomiuato scrittore va dicendo,' cbe 
molti critici meritamente celebri o non lessero attenti il Poe- 
ma dì Dante, o forse non lo percorsero mai dal primo air ul- 
timo verso, dacché veggi amo indizi evidenti cbe essi guarda- 
rono solamente a que^ passi i quali sngf^eriscouo date^ né li 
raffrontarono con altri clie avrebbert) fatto rÌÈ^altare in un 
subito le fallacie dei loro computi \ quanto a m^T^ggior ragiono 
potrò io dire che pochi ebbero fLiinilìari e pronte air uopo 
tutte le opere e tutta la biografìa del divino Poeta, abben- 
cliè di esso Inn guarente tengano ragionamento ! Ad un illU' 
stratore della Divina Commedia dovrebbe certamente esser 
noto, ebe qui 1 grandioso Poemii non fu dettato da Dante nel 
breve giro di pocbe lune, daccbè oltre V averne tante i&tori- 
cbe testimonianze, Taceenu^ il Poeta medesimo nel XKV 
del Paradiso ; 



41 Be moi coiiUii^ii che W poema sacra, 
Al qiifllo ha posto injìRa e ciclo e terra 
Si ulic m' Ila folto l'ER niLT ANNI inaerò ce. 



Eppure un illustratore della Divina Commedia^ il Vivlani,' 
abserì d* aver contezza come Dante nel 131Q dettò in Udine 
la cantica del Paradiso j mentre nel 1318 avea atteso in 
Treviri air altra del Purgatorio ^ dopoché poco innanzi, me- 
ditando e scrìvendo Ira i profondi valloni dì Tolmino, ave a 
delincato le spaventevoli bolgie è^ìV Inferno! 

Ma non è qui mio parti colar divi a a mento il tener discorso 
di ciò che riguarda 1' opera maggiore di Dante, e il rilevare 



» fifiiù era noto ft' contemporanei di llnnle, ao Giovanni Villani cita un piisso 
» del Canto Vldg] Pitrgn'.ano^ ose questa citazione distrugge tulio qntintu 
• cotesto ingegnoso odlOzio di falso ipotesi e di citazioni piccanti. * Kè io, 
dirft, avrei raltDtiniJtrogo a quasta notasse uùn QV^^a^ivedlllOlChe certi odierni 
scrittori delie cose di Dante hanno rim^saa ìu campo, comu una verità diaio- 
stralJ, \ii hìss, opinione del Foscolo. 

' DiiayTSà siti igfta e nulle {ypitiioni àìMne prevalenti rn forno nlla starÌQ e 
aih eme uda z iam cirUim de Ila C om ni e d i o di Dante , § X V 1 1 1 , P, 1 , 37 , ; 

1 Prefaz, atl'ediz, della Dimua Comm«ill:Qt giusU la La^Iune dui codici 
tarlr'^iiatio, Udine, 1S23, Mtl I, piig. Itì. 




6 DISSERTAZIONE 

le inesattezze e le contradizioni degli annotatori e dei criti* 
ci ; mosse troppo abbondante si ò questa, e tale che vasto 
campo richiede. Laonde io mi limiterò a far parola di sole 
quelle cose che potranno servir all'illustrazione del Convito , 
ed alk* csplanazione di alcune difficoltà per lungo tempo cre- 
dute insormontabili: difficoltà che han dato luogo a giudizii 
e a controversie, e queste ad altre controversie ed a nuovi 
giudizii. 

Colla scorta adunque dei fatti più certi della vita di Dante, 
dei varii luoghi del Convito che accennano a date storiche 
e di quelli pure della Commedia che possono al mio subietto 
servire, io procurerò di rintracciare e determinare, quando il 
Convito fosse dall' Alighieri dettato. E se colle ragioni lo 
meno equivoche, e con le deduzioni storiche le più sicure mi 
verrà fatto di provare, — il Convito essere stato dall* Ali- 
ghieri dettato dal 1297 al 1314, e, per meglio dire, il trat- 
tato primo ed il terzo uely,1314, il secondo ed il quarto 
nel 1297, — io non so quanto si dovrà ritenere per saldo e 
per inconcusso il teorema dal dotto autore del Discorso sul 
testo della Commedia piantato, là dove dice ' — che il deter- 
minare il principio, il progresso, ed il termino d' un* opera 
con la guida della cronologia di fatti rammentati dall* auto- 
re, sia dottrina, la quale, quantunque applicata da uomini di 
forte di debole ingegno, di scarso o di molto sapere, e con 
metodi letterari! o scientifici, riesca fatica perduta e danno- 
sa, — Della quale arrischiata sentenza s' io imprendessi a di- 
mostrar la fallacia, nulla di più acconcio mi si farebbe da- 
vanti che l'argomento somministratoci dall' istesso Foscolo in 
quel libro medesimo ove tali parole riscoutransi. Imperciocché, 
so egli teoricamente dichiarò opera perduta e dannosa l' ac- 
cingersi a rintracciare i tempi dell' iucominciamento e del 
termine d' un' opera con que' mezzi che 1' opera istessa pre- 
senta, egli di tali mezzi appunto si valse a rischiarare molti 
punti oscuri o controversi degli scritti e della vita di Dante ; 
e a far brillare la luce là dove non era che un leggiero cre- 
puscolo e talvolta profonde tenebre, dimostrando col fatto 
r eccellenza di quelle arti che egli andava poco innanzi 
dannando. 

II. Punto di grande controversia è stato adunque fino a 
noi, se Dante scrivesse il Convito prima della Commedia, o 
se facesse questa a quello precedere. 11 più antico biografo 
del divino Poeta, il Boccaccio, facendo menzione di quella 
filosofica opera, e dicendo che o per mutamento di proposito 
per mancamento di tempo si rimase 1' autor dal compirla, 



i Foscolo, Discorso ce, § X-\il, F. I, ^i9. 



SUL CONVITO, 



l 



fil>bciicìu* appaia aver ogìi avuto intetixìotiej qnflntlo !a co- 
mincia, di povtarìfi ni suo compimontOj non lìfcriaeR alemin 
particolarità^ che possa giovare nella questiono presente. E eo 
ijiovanni Villani,' parlando dello opere dal r Alighieri £om- 
postei sembra accennare elie questi dettasse il Convito in sid 
temrinarc del viver &uo, tal che per la sopravvenuta morte 
non potesse al compimento condurloj Giainiozzo Ma netti ' vìi 
per r opposto dicendo elio il Convito fa da Dante composto 
nella sua giorentìi. Non dissimili dagli aaticUi, i moderni ntm 
eonvennero in una stessa sentenza, e noi vedemmo eosl pro- 
palarsi congetture^ che affermate e disdette in pochi auni^ e 
che cozzando fra loro, non poterono a nuir altro servire, che 
a portar nelV argomento una maggiur confusione, e a traviar 
sempre più dalla sor <^ ente e dal eor^o dell* opei'a ; colpa di 
esami non molto profondi od estesi, di confronti inesatti o ìn- 
suflìeieuti, e quindi di giudizi arrischiati o immaturi. 

Giuseppe Pelli '•'' affermando che ii Convito fu composto 
dair Alighieri durante il suo eallio, sospetta che ciò Beguisse 
appresso il compimento, se non di tutta^ almeno di una buona 
jptte della Divifìct Commedki. Di questa opinione sì professa 
seguace ancor Gìtìguené/^ Ha T Arri vate ne ^ appoggiandosi 
a un solo passo del libro medesimo, il quale accenna ad un 
fatto storico, protrasse indietro di alquanti anni la controversa 
data, credè fissarla anteriormente al M novembre 130S, in 
cui fa dichiarato Imperatore Ariigo di Lussemburgo. Foscolo^ 
ft-a i più recenti scrittori la fissa posteriore alla morto del 
nominato Arrigo^ cioè a dire dopo il 1313, e il Trivnlzio o 
il Lombardi la vogliono anteriore ad ogni comincia mento della 
Dlvifia Commedia. 

u Dal vederlo non compiuto (dice il Trivulgio nella pie- 
n fazione al CoììvUo^ da lui ridotto a miglior le?sione e illu- 
n etrato), alcuni gravissimi serittori argomentarono che Dante 
n kU desse comi ne lamento ne' saoi ultimi giorni, nò potesse 
n finirlo per morte. Il silenzio però eh* egli aerba in que* 
n et' opera intorno al P^jema, mentre avrebbe avute tanto 
)• occasioni di nominarloj,,.. indurrebbe facilmente a credere^ 
n che non solamente quando ecriveva il Convito non avesse 
" ancora dettata la Commedia^ ma non ne avesse put*e con- 
iti eepìta rìdea.«.* Quindi non per alcun £ne arcano T Ali- 



i hiùhe formimi fìib, IX, cap, CXXXVl. 

* VitriDiiiUiM., 

> Memoria per la Vita di DanU Alìghient seconUù edizione, psg. IStì* 

* lìUloire de in LiUérafure d' fm^>, cliaii, VJl. 

> lixeikfhdi i5ÈTFìrf,comn]CfVlostftrlco vxc, voIh II, pilg, lil 
i Nel libro poco intianitì cUìito^S CXh 



8 



DiaSEnT AZIONE 



tt gliìcrl non ffìCR motto dolla Commedia in questo Convìlo, 
tt inu prreliè non aveva aucoia lìvoUo V animo a ^mel divino 
» lavoro quando sotto il pretesto di comeutare quattordici sue 
n Canzoni ei pensava di versare in questo libro, che dove a 
" riuscire mia morale enciclopedia, i vaatiseimi tesori di*Ua 
tt Bua mente. Ma datosi poi di proposito al Poema Sacro, e 
n chiamato a porvi mano e ciclo e terra, e da dirsi clit^ que- 
13 sto primo lavoro gli sia caduto del pensiero, né più V abbia 
n ripigliato se non forse per inserirvi air opportunità qualche 
■5 tratto di cui ^ll si veniva riavegl laudo F idea. Intorno a ciò 
D ne eonferma il vedere nella Divina Coni media lungamente 
n confutata per bocca di Beatrice T opinione qui sostenuta, 
w che r ombra della luua sia rarità del suo corpo (tratt. Il, 
■ cap, XlV).Dìebe già s'era accorto il padrs Lombardi ec* n 
— Il TrìvuUio dunque con questi ed altri minori argomenti 
s' Ingegna provare che Dante, ailorchè si pose a scrivere il 
Convito j nou avesse incominciata non solo la sua Commedia, 
ma non ne avesse concepita pure V idea. Prima però di rile- 
vare l'inesattezza di tale asserzione del Trivnlzio, ascoltiamo 
quatito dice il Lombardi, affinebè io possa ad un tempo ret- 
tificare ciò cbe l'uno e T altro asserisce, A quei versi del 
Paradiso^ canto II, 

• «.<<» ciò die n^ iippar quassù iÌi%'ors.a 
Credo dm '1 fanttcì i eorpi rari e iJeiiii - 

così annota il Lombardi: — a Somministra il passo present 
» un invincibile argomento, cbe Dante scrìvesse il suo Con- 
ti vìiù prima di questa Commedia. Imperocebè confessa qui, 
n e per le raj?ioni che fa da Beatrice allegarsi j depone V opi- 
Tf nione nel Convùo sostcnuttì,^ che le macchio della Luna 
» non Siena altro the rari fa del ^uo carpo ^ alla quale noìi 
n possono terminare % rattgi del SolCf e r ip freno ter èi così 
n come velk altre, partì/ Èè dall' ease re il Comnlo opera 
n imperfetta altro si può dedurre, se non die, lasciato il Con- 
n Vito imperfetto, V Alighieri si applicasse tutto alla Comme^ 
*^ dia. Se T autore delle Memorie per la vita di Dante unita 
» avesse alle jiltre questa osservazione, avrebbe, credo, depo- 
n sto il SUO sospetto, che componesse Dante il Convito dopo 
f a ver e(i U term ina la^ se noni ut tó, alvim m una buona parte de Uà 
n Commedia. Stendendo noi lo riflessioni sopra T una e T al- 
« tra opera, paiono anzi cose che ne determinino affatto al 
" contrario, » — Fin qui il Lombardi, D' essersi poi ingan- 
nato nella sua opinione sull'ombra della hma, Dante (e l'os- 
serra ancora il Trivulzio nella nota al passo or accenuato del 



^ Tauato II, cDp. XIV. 



I 



SUL CONVITO. I) 

OonVfio) ri torna a parlare nu' BcgiicHti versi del cauto XX 11 
de) Paradiso: 

« y'uVì U (ìgfiì^ lU ^aloiia inci'nsn 
Stmi\ ^Ui*\y uaiilirn. die mi hi fingiona 
Per elle gìii hi oiL^ih^tti ìhvù e ilpnsn, " 

E Tesesi che molto premeva gli 6i raostrarai ricreduto di qael* 
r errore. 

Ma se il Cifiiviio fuase opera veramente post uni a, flic^^QmQ 
il Trivulzìo coQ iiBaevernnza fin dal principio della sua Prn- 
fazione dicliiarn/ qual bisogno v* era mai che di cosa giii 
asserita m alctiiT luogo di quello^ si andasse V Aligliieri ri- 
trattando nella Dììiina Ctìmmfidìaj quando fo^so sempre stato 
ia piena sua facoltà di coiTet^gere^ modìfìcure e rìfond^'re 
Lutto o in parte il suo libro ^ il quale, secondo le parole *hA 
Trivnlzìo m ed esimo, non potè a aver girato mentre V autore 
vi ve Vii, e quindi dove a ri sa e r rimaao sempre inedito presso di 
lui? Anche altre volte troviamo^ cbe Dante ritratta nella 
Commedia opiniotii già nel Convito esposte h Quivi ^ aiomettc 
motori di Venere i Troni: MafiioTU'vole è credere ehe li mo^ 
vi tori del Cielo delia Luna siano delV ordine degli Antjeli • 
quelli di Mercurio alano f]U Arcajtgelit e quelli di Venere 
siano li Troni j ce. ; e nella Commedia^ poi si corregge, o 
vuole che al Cielo di Venere toccato sia invece per motore 
il coro detto da' Principati i ^ 

* Kuì ci volj^iaiii co' Prlnciiu ctle^li. • 

Nel Cnmnio ^ dice che la santa Chiesa crede e divide in tre 
ordini ciascheduna delle tre divine Gerarchie^ della prìiria 
delle quali lo primo ordine à qudlù dei]U AnfiieUy lo neeimdo 
degli Arcangeli^ lo tento de' Troni. E nella Commedia pone 
invece iopra f;li Angeli semplici gli Arcmigeli| e sopra gli 
Arcangeli i Principati, ed accenna aver con aa.n Gregorio 
erratOj differente opinion professando/^ 

* Omle, fri luàto cu me ;;lì ucclij opcisc 
In ijucslo cìeIj ili GÌ! mcilcfim» l'ise, ce. * 

Dunque il Convito doveva già, vivente l'autore, essere stato 
reso di pubblico diritto, so cotanto air Alighieri premeva il 
ritrattarsi di cose in quello già dette e affermate. Ne il Tii- 
vukio si accorse dell' evideute contradijiione in cui eaddo ao- 



AU& seconda pagina. 




1 TratUtoìI.cap. VI. 
* Traltaloll, 0ap. Vi, 



^m 



iÙ 



DISgERTAZlO?fE 



sttìDcndo il continrìo^ dopo che egli avea, già lìlcvato ncltti 
Divina CoirììJitdia In ehmrìssmm rìti'attnzìone delV ombre 
lunare. 

Jd Bécotidó luogo, per soateaef aiccome probaLile la con^ 
getturu del Trivulzio e dui Lotnlmrdi, che Dante, cioè» gcii- 
VGS3Q il OonvifOj quando non aveva ancoi" rivolto T animo ni 
lavoro delift Divina Commedia^ farebbo d' uopo^ se non altro^ 
il provare ebc qtiell* opera filosofica i*os3e t»tata dettata (!a 
Dante innanzi il 1306 ^ pereioccljè (aebbejie il primo porisitì* 
10, e foràe ancora il primo Bangio, del Poema a acro possa ri' 
portarsi fino all' mmo 1295)^ mìo intorno al 130& rìvolao 
Dauto of^ìii eui* cara alla composizione dulia sua maggiore 
opera. Mu eomtj potrebbesi^ rint'orper breve oìomento, soa te- 
nere au tale supposto, dacchc Dante inedealmo ne porgo po- 
tente argomento a rilevare il contrario^ manifLi stando di avere 
scritto il Convito (o per dir con più preejaione, il primo trat- 
tato di CBSo), quando già peregrino g quasi mendicante era 
andato per tutta quanta V Italia, provando gli affanni dcl- 
r esilio, e le angustie della povertà^ lo che aecenna ad un 
tempo non anteriore al 130Gj ma posterioro d^ assai ? Ahi pia- 
ciuto /ossG al Dlip^mator^ deW UniversOj va egli con ram- 
marico eselamando/ che la cagione della mìa scusa mal fion 
fosse stala ' che né altri contro me avrux /allato^ né iV so/- 
ferlo avrei penfì inifiuslmnertle ; p^na^ dÌGo^ <r esilio e di 
]}OVfrtà, Fmchè fu piacere de' cittadini della bellissima e fa- 
momslma fifjUa di Homa^ Fiorenza^ di gettarmi fuori dtfl 
suo dolcimtno smo {nel quale nato e nudrito fui fiììo al col- 
mo dulia mia vUa^ e nel quale con buona pace di quella 
desidero con tutto il cuore di riposare l* animo stanco e ter^ 
minare il tempo che m* è dato)j per le parti quasi tu Ite ^ alle 
quali questa lingua si stende^ peregrino ^ quasi fnendieando 
nono andata j mostrando contro a mia voglia la piaga della 
fortuna, che suole in^iustamenle al piagato molte volte essere 
imputata. Veramente io éono Jìiato legno senta vele e senza 
governo j portato a diversi porti e foci e liti dai vento secco 
vhe vapora la dolorosa povertà^ e sono vile appari tu agli 
occhi a molti j che forse per alcuna fama^ in altra f orina 
mi aveano immaginato ; nel cospetto de* quali non solamente 
mia persona invilio^ ma di minor pregio si fece ogni opera, 
ei già fatta come quella che fosse a fare. 

Be Dante nllor clic dettava questa apostrofe, avea già per- 
corse e visitate tutte le parti alle quali la lingua italiana al 
itende \ se per le bug opere già fatte e promulgate era sì le* 



1 TruttutoIpCap^ilL 




TUto 



I 



I 



SUL COWVJTO, 



11 
lAj forno 



fatila ntir opinione degli uomini , se v^v 
da queste sue espressioni rilcvaal, rimesso alquanto di quelUì 
asprezzo ìnveiso Firen^Ee, t^ella quale uvea più voltt dato 
gegDi coal manifesti ; non può verutncnttì :iUro diraì^ a e non 
the egli sci'ivBsse ciò appresso la morte d' Anigf), nel 1313, 
o nel 1314. Imperciocché, rimasto allora il ji^hibelUno poeta 
privo d^ altre speranze probabili, non più colle nascose arti 
de* maueggi e colla forza aperta deU' armi tentò ritornare in. 
Firenze, ma e oli e buone opere cercò piegare gli animi de' suoi 
coucittadini ed impetrar la grazia del bramato ritorno. 

Ma se terminando qui il discorso, io pretendessi venire ad 
una eonaeguenau, e rilevando che Dante scriveva iucontrasta- 
bilmeute il Convito nel 1313, o nel 1314, io V asserissi det- 
tata contemporaneamente alla Divina Covìm^dia^ dìiei cosa 
non fiilsa del tutto, ma non del tutto vera ed esatta. 

Prima però d' avanzarmi più oltre nella conchiuslone cer» 
cata, non debbo ometter di proseguire T esame delle o pitti oui 
e de* giudizi dì coloro che mi precessero in nnasìmil questio- 
no. Abbiamo dunque veduto come il Lombardi appoggiandosi 
a un passo del Faradico creda potere affennarcj che, lasciato 
il Convito imperfetto, V Aljgliieri si applicasse tutto alia Di* 
vina Commedia: che il Convito per conseguenza dtibba es- 
sere stato nella sua totalità ecritto o dettato da Dante pre- 
cedentemente ad ogni in co mi nei amento della Divina Gomme- 
dia. Io peraltro rispondo cosi; Che Dante ne^ canti II, Vili, 
XKII e XXVIII del Paradiso d ritratti di cose dette nei 
trattato II, cap. VX e XIY del Convito^ e che quindi la 
cantica del Paradiso sia stata scritta pofìteriormente al se- 
condo trattato dolF opera filosofica or nominata^ non puossi 
ragionevolmente dubitare un momento. Ma la Divina ^ Com- 
mtdiaj che il Lombardi, seguito pur dal Trivulì!Ìo, asserisce 
e&sere stata incominciata dopo il Convito ^ contìen forse la 
sola cantica del Paradiso f Al Paradiso soltanto ristriugesi 
la Divina Commedia f che forse il aacro Poema fa d al- 
l' esimio Poeta dettato tutto in un fiato, e nel breve periodo 
di pochi mesi, e la prima e la seconda cantica contempora- 
iieameute ìiìla tersiEi ? Io credo, non siavi persona la quale 
esitar possa a risponder di no^ per poco ch'ella conosca la 
storia del divino Poeta^ o eh' ella copsideri come più lustri di 
fatiche e di studi dovesse costare a Dante un' opera così gran- 
diosa e stupenda. He pertanto dall' arf^ocnento messo in campo 
dal Lombardi siamo costretti a convenire die la cantica terza 
della Commedia aia stata dettata posteriormente al trattato 
secondo del ConvitOf non ne conaegfue, che pur la cantica 
seconda, e tanto meno la prima, sialo eiiualmente. Ed ecco 
r abbaglio del nominato commentatore : abb^igìio derivato dal 




it 



disseutàziomi: 



non rìfletteiT^ elio il pasiiO in cui fondava ìtt propria opini ono 
avrebbe dovuto trova veì nel princìpio, e non già nella fine delia 
DiiHnu Goffi'mtdia. 

Ms. se avessimo jli fermato e q^uasl deciso che Danti; seri* 
vease il Canm&o dopo il 1313, come potremmo risponderò ii 
ehi ci venisse obiettando eh' ei già dovestsc averlo dettato in- 
nanzi il 1308? V^ è taluno infatti che osserva, come Dante 
se ri V nevaio a* tempi di Alberto imperatore e di Carlo li di 
Napoli, cioè intorno 1' anno 1308 o 1309^ nn lustro prima del 
tempo voluto dai Foscolo, e bene o agevolmente il deduce da 
quelle parole di Dante medesimo là nel cap. VI del quarto 
trattato, ove dice : Congiuri gitsl la filosofica autorità cùn la 
imperiale a heìie e perf sitamente retjgttrù. Oh miseri ohe al 
presenlc reggete! t oh misBrissimi che re iti slete ! che Giulia 
jllvmfica autorità $i congmnge con lì vostri rf^ggimejiti^ ftè 
per proprio stndij^ né per coìisigllo,.... Fouetevi mente, ne- 
mici di Dioj ai fianahiy tìoi che le verghe de* rf^ggimenti d* Ita- 
lia prenù avete, E dico a voi, Carlo e Federigo regi, e a 
t'O?' Hltri principi e tiranni^ e guardate ehi a lato vi siede 
per voììJ:iiglÌo, e annumerate quante volte al dì questt) fine del' 
l* umana 'tdta per gli vostri eonsigUeri a' è. additato. E nel 
vero, se Dante scriveva il Convito vivente Carlo dì Ntìpoli, 
siccome dalle riportate parole apparisce, non potea eiò pcF 
conseguenza succedere, che al più tardi nel 1309, percliò 
nel làiO non era più quel re fra i viventi. Che anzi le se- 
guenti parole del trattato IV, cap. Ili, qualificando -Fede- 
rico di Svevia siccome ultimo imperadore delli Momaid^ ul^ 
timoj ^icOf per ri^pttto al tempo preMeniSf ìtonoslauchè lìi- 
dol/o, e Adolfo^ e Àlòerto poi ckttl ettno appre^sso la sua 
morte e de^ suoi disoendentif danno a conoscere che innanzi 
ancora del 1309 eerivea Dante la filosofica opera, perchè Ar- 
rigo, che nel Ì308 successo ad Alberto, non trovasi in quel 
novero dei fiuccessori al tL'otvo de' Cesari ; la quale omissione 
non potea commettersi dnir Alighieri, quando Arrigo foB?ie 
^iiV stato assunto ali" imperiai dignità. Dunque 1' Alighieri, 
conclude 1* Arrivabene/ scriveva il Convito iunan?!Ì Tan- 
no 1308, quando reiezione d'Arrigo non era per anche suc- 
cessa. 

Come intanto rispondere ad obiezioni cosi ragionevoli, e 
fl tutto le altre possibili ? come conciliare coae che sembrano 
fra loro ineonciliahilij e trovare il meis^o di sciogliere nn 
nodo, the a prima vista sembra tanto più raggnipparci, quanto 
più Bi tenta di distrigarlo ? Ecco quello che io appunto or 



^ h sicoh dì DdiiL't o CommaitQ iiarko tUU Divina Coittmedìtij |ibri> 1 V, 



SITI. CO>!VITO. 



13 



m! prefìggo, dimostrando che il Canmiofii da Haute Alighieri 
dettato in tempi divorai, eecotido ì diversi trattati o ie dì- 
versR parti noUu q[uaìi è diviso* 

m. Addiviene tal voi La nel fàv ricerca d' alcuna cosa^ della 
quale all^io3am^^;[lte vadasi in traccia, elio nei a cu za saperlo 
ci troTÌanio non meUe lontani da quella, ed a quella per buona 
pezza ci raggiriamo d* intorno : «i clio^ ac V inquiete desiderio 
jion ib&se, clic iiou lascia ai scubì nostri tutta la calma, noi 
con un nuovo volger d' occhio e con un passo di più potrcrn* 
tno giunger facilmente a toccarla e a vedcdrtJ Così è ap- 
punto addivenuto a tutti coloro (un solo eccettuato / che 
hanno impreso a trattare 1' argomento presente. Eaai non raf- 
frontando V un passo colV altro, e proseguendo ognora la trae- 
cift che loro stava di front e , e trascurando quella che rima- 
neva loro da lato, non a" imbatterono ma in quella via che 
avrebheli seorti nel fallace labirinto, e si lìmasero ognora a 



I 



^ \\ Foscolo inTattì ì'ìgÌ Dt^coftù au.1 t^UùdtUa CmnTng^ia,% CXI, cosi diG^ 
so; t Fosss che Dnnte si desse a dettar? il Con filladi pinntn, o sokmeàtc, co- 
n m'è più verajai,iìiìlGr melteg^se ìnsi^aiD o allargasse ron OEdine e ^iWt moUe 

• questi uni, da lui tocche e i^btmzrate \n piti tempi diveTsi, o le intrecciusse 
s q| conimento dello sue Co nzcmij certo h dit; a vulere intendere con rigare 
]i grafTimoticale la g{Ocim:£^n (^ià frtipftMUfa cenvicn meno iilTani^o qiiììr^n- 
» tcaimnscslo Clic ù\ quamnte&tmotlftvo. * Ed il CeutofatUi: in ti^n euo ArUcG- 
\q m^cHìonQW Àntologinytìì^m, CXXXV^ pjig.ai r m Può stt^re poraltro, che 

• r Alighieri poco più oUre fi]\u menzione di Curto di Nopoll comtì di prinpi* 

• pe vivo, procedesse scrivendo quello suo operB, ud &uo attenderTi primo, 
« e ctio quindi la ripìgllusiie in vìh più ovatuitat Ma dove san le lesttmoiibn- 
» 7C veiamente sìtoriche dì questo cosa ? t^ 

^ Intendo qui parlare dui signor Pjlippo Scolari, il quale nella oppffndl' 
j&ó «tlFcdi^k^nE^ ùslConviltì fatta in Pad o va dalla tlptigrallo detia Minerva,, 
-prese a dimostrare come i varii IrtJltflti di qqeiropcra fliusuOca fossero stati 
dallAlìghleri dettati in tempi ttiversL Al primo e al ler^o trattato egli }for- 
rebbe 3>ssegtiare Tanno 1313. Ma dLccndo egli ehc quei due li atlnU furono 
composti oppresso la morte d' Arrigo, dovrà facHm^nte ronveniier ciie piut- 
tostochè il IJI3, dehba nssere Vauiio Oli. Arrigo moil alla Dno d'agosto 
1313- Kon è presumibile che senza friipporre indugio veruno, e acnzjs esserci 
rimesso d.:iU'imEiiovvìao tiiibamcKto, si ponesse tranquillamentje i' Alighieri 
aaenvere quei fllosoEicI ragiouitmcnti ; bìcchò^ per oletin poco che si protira- 
6tin[, ci trovi 11 uno al 1314. Al a^^coudo traltuto poi assegnali IBI; egli pe- 
ra Iti equìvoco citando conae per rondameutD deEla sua asserKimte un passe 
6eì h pittato nK^iesime^ puichC^ in quei p^^so 5i fa allusione a coia toccata 
'uelb V^tit f{itaia e noe nel CùTìviia. db die ^errà da me cspnsto neUcguito 
proverà flnonUuUlma evidenza > cisft il trattato secondo non potò casere 
»criM0 dii Dante, che posteriormente al mi. Tuttavia lo Scoi.iri é meritevo- 
le di lode^ poSclif* è jjlsito il prsmo a pigliar U cosa pel suo vcrso^ e a ritrovare 
ìì bandolo di quello ofruffiiita mal&saa. 




u 



DISSEUT AZIONE 



mezzo il vUggio, mentre snpponwfino nvernc* topcato V ulti- 
mo confine Avrà gìii il lettorr* oasfìivato forno un pnsso dnl 
trattato ynmf) d^\ CoavUo non puu lipnrtnrBÌ p>ù inflietro 
del 1313, e come un altro del trsiitato quarto non pire inol- 
trarsi più innand del 1308.' Ed ali or elio qnrsti dati iTono- 
logici vengano tìancbnggiati ùa. inoltiplicìtA cìì nonfronti, di 
rlednzioni e di fatti, b1 che il muoverne dubbio sin meno ra- 
gionevole cke po&Sìbile, io non so come non deblm in un su- 
Ulto risaltare agii ocelli della mente, — il trattato primo del 
Convilo dover da Dante esigere atato scrìtto poateriormcnle 
al quarto. — Ma ecco qualcuno farmisi contradittore dicen- 
do : ^ E come potrebbe supporai, cbe con ordine mofltruoao 
ed invereo aedvesae Dante il quarto innanzi del primo trat- 
tato?* — Come potrebbe supporsi* rispoudeTÒ io, cbe il 13 
diventi 8^ ed 8 il 13? Ovvero che i dati e i fiitti stiano in 
luogo di congetture, e le congetture in luogo di fatti e 61 
dati ? Se ai consideri primieramente, die quel primo trattato 
sta in fronte alla filosofica opera siccome prcfkiiioiie o me- 
glio introduzione di quella; se ai consideri Bccoudariiimcnte^ 
che molti, per non dir quasi tutti, gli aeri C tori non con modo 
mostruoso ed inverso, ma naturale e diretto^ compongono le 
prefazioni, compiti od avanzati almeno cbe abbiano \ loro 
volumi^ e cbe Dante pur esso è fama eV altrettanto facesse 
rispetto al canto primo della Commedia : se sì consideri ni- 
tiaia mente cbe la natura speciale di quest* opera filofiofìca, e 
la aua imperfezione, colle altre particolari U\ accennate e da 
accennarci, favoriscono, non cbe riprovino, V asserisione del* 
T essere stata quella dettata in tempi diversi ; non avraasi piii 
nìssuna difficoltà ad ammettere per vera non che per proba- 
bile r asserzione medesima. 

Seco la storia. Dante un 1 nitro circa innanzi il ano esilio, 
Cj a quel eh' apparisce, quand" era ealdo de' suoi tilosolici 
studi (appresso la morte di Beatrice compiti), scrisse un com- 
mento ad una sua morale c!^n^o^c, nel quale particolarmente 
fece sfoggio d' erudizione, minutamente sviluppjmdo alcune di 
quelle dottrine cbe nelle scuole avea apprese. La cannone è 
quella che incomincia Voi chej intrjìtUfìffo, U ìpt^o ckl mn* 
vetcf il commento è ciò cbe del Conrito forma ora il trat- 
tato secondo. Alcuni mesi dopo, V Alighieri fei^c altrettanto 
per altra sua canzono morale. Le dolci rime d^ Avior eh* io 
eolia j nel cui commento peraltro innalzando alquanto il suo 
stile, ed alquanto svincolandosi dagli scolastici metodi, diede 



^ Qui sopra ùWa p.ig. 10, ed alb p&g. il. 

* Cùntofantit ricir Articob poco iniiQn?! citotH^ pag. Vj. 




SUL CONVITO. 



15 



^ 



^1 inen 



A conoscere eh' egli incomìneiata a secondare il propalo gra- 
nio più fììiD Icì scuote. Quanflo pot| dopo più anni di raoiingn 
vita., nair esilio e nella mitierift trascorsa^ e dopo gl'infrut* 
tuosi tentativi di mtsibììirsl per Ui forza daW iitmì in Firen- 
ze, perduta colla morte (V Arrigo imperiitorc o^ni speranza 
probabile d' un e a nabla mento di sua fortuna, desidera e tenta 
V Alighieri riacquistare coi buoni offìzì la gra?/ia de' propri 
ocncittadinì, ed ottenne ìa revoca della sua ingiuata condanna; 
allora getta odo V occhio su quelle abbandonate cnrte^ gli 
nacque r idea d* un' opera filosofica, opera die racchiudendo 
ì tesori deir alta aua mente, potesse dare vie maggior mento 
fi conoscere nuche a coloro che gli erano i mono benevoli 
iiuale 6 quniit' uomo tenessero da loro segregato e lontano. 
Allora scrìvendo del Convito il primo trattato, clic fosse sìc- 
eome una necessaria introduzione a queir opera ^ e il trat- 
tato terzo che servisse di legame e 6i anello ai due già com- 
positi commenti, cb' ei destinò sotto il titolo di secondo e di 
quarto trattato a far parte del filosoiko volmuc, mise iu 
ordine, e pubblicò aolleeìtamento tutto ciò elio possediamo 
oggi giorno, la quarta parte cioè dell' opera che intendeva 
t^gU dettare. Che il Oonvito sia libro pubblicato vivente V au- 
tore, credo dì averlo provato poche pagine in u anzi. Ma ;o 
sento iu tuonarmi all' orecchio : Come ! un libro di circo- 
stanza il Conmtot — Definite prima di tutto, o Critico, che 
cosa intendete per libro di circostanza ; e qualunque sia per 
essere la vostra definizione, non fitrouo forse opere di cireo- 
Eitanza le migliori di Demostene o di CiceronC) tli Seneca e 
dì Boezio, del Guarino e del Tasso, di Galileo e di Newton, 
e di tanti e tanti altri sommi, di cui potrei i nomi citare? 
B ciò, alla iitie, che monta? Se io dicessi opera di circostau- 
za, meglio d' occasiono, la Divina Commedlaj perche per 
essa volle Dante mettere in mosti'a il disordine morale e po- 
litico della sua patria, ed esalare il suo sdegno contro coloro 
che malmenavano V umani fa, verrebbe forse a minorarsi la 
frtuia in che meritamente è salito il Sacro Poema, o T intrin- 
seco pregio di esso? 

M» ò tempo omat di venir© allo prove, sì che V edifissio, 
cliG intendo erieere^ non, apparisca posare su de bolo fonda- 
mento. Aprasi il Convito f ed alle prime pagine del primo 
Itato Tinverremo parole, le quali comecché a taluno siano 
ilirate oscure, ed abbiano porto e ansa di controversia, pur 
nonostunto appariranno, to Bpcro, tanto ciliare, e saranno da 
me poste in tanta luce, che limpidamente veder faranno come 
Dante scrivesse quel primo trattato dopo eh* egli avea già 
d* alcun puco varcati ì nove lustvi. Ecco il passo i E si nella 
presente o^eraj la qnaìtì è Convito nùmtnata t vo* nka fftfij 



m 



DISSERTAZ10SE5 



piii virilmente si Ir aitasse cìtt ifeUa Vita Nuova, fton intendo 
]^erò a quella in parte alcuna derogare^ ma maffgwrmente 
giovare per qiiesta quella; veggendo siccome ragiorievol^mente 
qttdla fervida e passionata , questa temperata e virile essere 
conviene, Ciiè altro si conviene e dire e operare a uìta etade 
che ad altra^ perchè eerti eoslumi sono tihneì e laudabili ad 
una etaàtj che sono seovci e biasmevoll ad altra. Ed io i» 
quella dinanzi (cioè nella Vita Nuova), all' entra la di mia 
ffioventute parlai j e in qucifta dipoi (cioè nel Convito), quella 
già trapassata,^ Avverta priniii di tutto il lettore che gli av- 
verbi dinanzi e dipoi appartengono ai pronomi relativi quella 
e quésta f e non al verbo parlai j e quindi noTi gli sarà punto 
difficile di rilevare il Benso di tali parole. Colle quali volle 
Dante pianamente e chiaramente signifleare che egli dettato 
avea la Vita Nuova in sul princìpio della sua gioveutìt \ come 
dettava il GontntOf la gioventù già trapassata, cioè a aìre 
nella virilità. E si eco me altro ai conviene dire e operare a 
una etadc che nà altra, perchè certi costumi aono idonei e 
laudahìU a una etade, che sono ad altra sconci e biasimevoli^ 
per questo appunto eg^li ne avverte di voloi* tratture neir opera 
nominata Convito più virilmente di quello che trattato avea 
ncir operetta intitolata Vita Nuova ^ questa fervida e passio- 
nata, quella temperata e virile essere convenendo Ora, ma- 
nifestandoci Dante in altro luogo (e la è cosa notissima), 
come egli intendeva eli e la gìoventii iucominciaase coli* anno 
ventesimosesto e terminaase col quarantesimoquinto,- non vìen 
ef;U forse qui a dire chiarissimamente di aver composto il 
ConvilOf anzi il primo trattato di esso (si noti he ne questa 
distinzione), trapassato già il nono lustro dell' età sua? Quelle 
parole non ammettono dubbia interpretaEione ; e tutti coloro 
(e li Foscolo particolarmente)^ i quali vollero il Cmwito det- 
tato dair Autore nelP età aua matura, a quelle parole appunto 
s' appoggiarono. Chi però fosse avaro di due o tre anni, ed 
air anno 13 U, quarantesimo sesto della vita di Dante, riferisse 
la composizione delF opera, avrebbe contro V autorità della 
storia, Qual biografo dei ghibellino x>ofita non narra, come 
questi, alla discesa di Arrigo in Italia, si levasse ardito e 
minaccioso contro i Guelfi e contro Firenze, della quale 
credendo immancabile e sperandone prossima V nmiliazio* 
ne, assaporava di già la vendetta! La lettera ad Arrigo (e 
fu da altri ancora osservato) spira furore e ferocia: e bi let- 
tera ad Arrigo è del ÌB1L Non era questo per Dante Ali- 
ghieri il tempo de' quieti 6Ìosofiei studi \ non era questo il 



* Tr«tlalo I, cop. 




SUL COMPITO. 



il 



I 



tompo per rivolgersi dolcemente a Firenze^ e cliiacnaiidoli 
htiìlUsima e famoaliìM'mu fifjUa di Uoma^ pietosamente eaela- 
mare^ th* egli nel dolcmìviQ seno di Igì^ e con di UÌ humia 
pachf'tksid&ruta ornai aoìi tulio il cuore di rìposarG V a?d- 
tno sianao e terminarf^ quei (fior ni ùhe gli Tastavano a vivere.^ 
Era quBSto per opposto il tempo di dimostraTsi tale, qual egli 
s'avea dimostrato a Campaldtiìo e a Caprona, e di tuonar 
colla voce e colle parole, eoneiouando e eeriveiidoj affine di 
ammansire V invidiosa beh a dfdla pelle gaietta, porre a ca- 
tena il superbo leone, e ricacciale il n ne ir inferno T ingorda 
lupa. Couvjen dunque concludere, olio V idea di comporre que- 
sta opera nomiaata Convitu e di estenderla a quindici trat- 
tati, è posteriore alla morte di AiTÌgo, e clie T anao, in cui 
furono scrìtte dall' Ali gbì eri quelle pagine che ne formano 
il trattato primo, è il 1314, il quarantesìmonono della vita 
di luL 

Posteriore dunque alla morte iV Arrigo è, con V idea della 
filosofica opera^ il trattato primo di e^^a, per le cose svilup- 
pate ora e discorse ; posteriore, perchè V autore manifesta 
d^ averlo scritto dopo aver provato a lungo gli afianni del- 
r e sii io j dopo essersi aggirato a guisa di misero peregrino 
per tutta quanta V Italia, dopo aver pubblicate più opere che 
alcuna fama aveangli pm' procurata, e dopOj infine, aver egli 
abbandonato quel suo violento consiglio di vendetta e di 
guerra, Arrigo mori in sulla fine d' agosto 1813, e la sua ina- 
spettata mortey troncando il ilio delle lieto speranze de' Gbì- 
bellinij recò grave cordoglio air Alighieri, e gli fc quasi pre- 
sentire come ornai non valea umana forza a ripiantarlo ven- 
dicato in Firenze. Allora rassegnandosi alquanto al suo acerbo 
destino, non più pensò, 

" Che belToiKjr s'jic(|uÌ5ia in lui- vuiidcttii, h s 

i ma ebe a' acquista bello onore e bel frutto nel seguir quelle. 
^K vie per lo quali e Platone o Aristotile, e V Aquinate e Se- 
^■tieca alla gloria s' ineamminarono, e volle allora conseguire 
^■stabilmente il bel nome d' uomo della filoaotìa.^ Tale è l' ovi- 
^Vgine del Convito. Che Dante poi di quest^ opera volesse far- 
" sene un merito presso Firenze j* può essere e noa può essere ; 
poiché se egli serivea il Convito per far conoscere If. bontà 

*i TraLtflto I, aap. IN. 5 Ce Rione IX, v. uH. 

2 AUjiU a fuo PhthsQphia' àùmestico iem/^varsa ierrcm cordis htìmilUa^. 
fjm neir ^fn'*tó/a di Datile aJI' Amico flofciitino, che s'adopravn per H di 
lui rUorno; spiatola cit*t del VMÙ. 

* Tale è rnpmione dd Fosco lo ^ combattuta ac romeni e da sllrl. 



Aè 



B1SSEI\TA7J0NH 



e r fìceelìenza delV idioma del ai^ per deiiderio d' lEtmtre © 
di porgere bticma rleche^ssa dì dottrina ali! poveri di quella, 
come di npp a ree trinar ne buona quantità al li ini a eri j di quella 
vogliosi \ non si parlava forse linguu italiana fu Firenze, non 
v^ erano iu Firenze ignoranti ed indotti, oppure amanti e bra- 
mosi di scienzEi? AnrÀ se della Comìnedia^ come reggiamo 
nel principio del canto XXV del Paradùo^ voi e a farai un 
merito oo' suoi coueittadini, e perebè non potremo cretìei'O 
altrettanto pur del Convito f 

Né io già ini fermerò qui a lungo a eonfutare T opiixiorie 
di uno scrittore, clic eospettòj il trattato primo del Convilo 
(ÈSere stato scritto da Dante alla metà della sua gioTentù 

Ìolie sarebbe a)V anno 35 della sua vita), supponendo egli clic 
a fraae quella^ già trapassata rìferjaeasJ. non a (fw^enlute, 
ina ad entrata* — Ed io in quella dinanzi (nella Vita Nuova) 
all' entrata di mia giovt^ntfilG parlai^ e in questa dipoi (nel 
Vom*ilo ), qudla tpà fraiuissata ; — e spiegando ; — n Kd 
« io ncUa Vila JV^ora parlai al cominci amento della mia 
it gioventii^ e nel Cauvito parlai trapassato della mìa gioveu- 
n tute il comi nei amento. " ^ — Sospette» e spiegazione più da 
grammatico minuzioso e aofisticOj che da critico disinvolto e 
giudizioso : eppure egli è tale, che non si giace inonorato ed 
ignoto fra la folla degli scrittori moderni. Ma egli non con- 
siderò che in qnel passo- non faceaai parziale diati ukìou e da 
principio ad inoltiamento o metà, a declìnamento o termine 
d'una etade^ ma si, piena distinzione di età ad età, — Che 
aìlro si coìmiene e dire e operare a una etad^ che ad ah 
tra ; — certi costumi sono idonei e taudabUi a una fifade^J 
rM sono aconci e biasimevoli ad aUra, — e ragionetìolmmi 
quella fervida e pa^aionata^ questa temperata e virile essere 
conviene.^ Né avviEtò gli altri luoghi del trattato primo, i 
quali, aeeenuando ad un tempo più distante dì quello choj 
passi fra il eomincìamento ed il mezzo della gioTeutù, poteano ^ 
farlo accorto che la sua supposi zione si trovava lontana dal 
vero : Per U mieeri alcima cosa ho riservalaj la quale a^U 
occhi ìùTù ffià è pik tempo ho dimoetraùi.'' Qui parla Dante 
del sapere e della dottrina, e fa alluaioue al suo libretta) della 
Vita MtQvaf ove dimostrando alquanto delle cose Bclentifi-* 



ieM 



1 Centorrnvtt, ncir Articolo chtì iUi nel num. CXXXV ùeW Antotogin t 
liktto Se Dfinit dtdiCftut! a Federign (a Cnntka dd ParaduOj e dtìla ÌMierà 
di Fruk a fi rio. 

s Vt?dilo q«1 scjpia^ pag. le, ov" ò ripostalo. 

« Ivi. 



SrL CONVITO. 



clic, fece 



di dottr 



ifoglii 



19 

Ma 



I 



» 



maggioriti enti 
qui dìc^ef^li forse di avere? acritto quel libre tto^ gola mente da 
pochi anni, quanti correrebbei'o dalF entrata all' inni tramento 
della gioveiitfi, mentre adopcira la fra^e già è pih. tempo f 

Omhj confiiosntiGhè io mi ^ìa quani d ititti gV Italici ap' 
presentato (per fìie fatlo mi som/ pik vile forse che H vero 
non i^ìiolCf non solamenle a qudll alti quali mia fama era 
fjià cor^aj ma miandio agli altri j onde h mie vose senza 
duhhiù wi^co wìio alleviate) f eonvìcmmi che con pi^ alto stile 
dea nella prr sente opera un poco di gravezza.^ Ecco che 
1' Aligli! e ri maniteata qui nuovamente di aver già prodotto 
nel pubblico alquanto sue opere, delle quali e rasi propalata 
la fama. Ecco che egli ripete di essersi in uno Btnto poco 
prospero di fortune già presentato a qunsi tutti gì' Italici, 
per io che egli e le cose sue erano alquanto venuto meno 
nella considerazione degli uomini, i quali spesse volte si fer- 
mano all' apparenza* E quando mai potca ciò da Dante ao- 
it un zi arsi come dì già sue ceduto, se non nel 1313 o 1314, se 
non due lustri almeno dopo T incomincinmento delle sue pe* 
regrinazioni ? 

Oiasciina cosa studia {prò cura) alla sita comervazton^ r 
onde se H volgare per sé siudìare pol^-t/Jic^ siudiérd^be a 
quella; e quella sarebbe aecoìiciare se a pih stabilità j e pìU 
stabilità non 2^otrehbe avere che legar sé con numero e eon 
rime. JS questo medesimo studio (cioè legare il Volgare eon 
numero e con rime) è stato miOf siccome lauto e palese j che 
non dimanda testimomamu.^ E da che mai lo studio posto 
dallVAligliieri intorno la volgar poesia poteva essere cotanto 
palese da non aver bisogno dì aasersiioni e di testimonianze, 
se non che dalla prima già edita cantica della Commedia? 
La primii cantica era pubblicata fin dal 1309, od anche 
dal 1308, I);i che mai, se non da opera cotanto ce celiente^ 
colla qualo oscguì V Alighieri ensa fino alloia intentata, un 
intero poema dettando in una lingua che non era quella 
de^ dotti, poteva egli aver fatto conoscere il suo amore e il 
suo studio intoLoo il Volgare così fattamente, da non essergli 
ornai più d' uopo di testimonianze e di prove? Una buona 
parto dell' intvoduKione ai Contrito ei la scrive a perpetuale 
in/(jmia 
Cfìmmem 
perchè ? Fcr difemltre il Volg 



) dell mrvoauKione al uonniio ei Ja scrive a perpeiuaie 
nia e depremione de Ili fnaloagi v omini d' Italia^ che 
ìendano lo voìfjare altrui e lo pr^iprio dlspreffìano.^ E 
ìtb ? Fcr difendere il Volgare da* molti suoi a^ curatori ; ^ 



* la quale ft^ tìrcftì loro gm è più tempo ho dimoìtralUf e in ciò ii fio 
f^ifi ittn^^ifìtniìtnle rfìgìkni. — Tra[liltO if fop. L 

* Tfuttotn t^ cap. IV. t Tra Ita U> \, fap. idt. 

* Trattato I, ci>[). XL * TiitUlu 1, cnp. X. 




m 



DISSERTÀZIONB 



ù 

I 
I 



per /a.r vtiikre la gran boni ade della Ungna del bI/ ti 
Tia 'itibbìo \ ma, e diì non scorge altresì nelle acerbo, eonti^ 
minte pnrolo il disdegno e il corruccio d'uomo, c\m contro 
numerosi avversari difende la e ausa propria ^ Dante insomma, J 
che contro i dispregiìitori della sua Commedia ^ pcrcliò iscritta] 
in lingua volgare, rivolge lo ranjpognc e le ofteae? I*er cii^J 
appunto di tcatimonuinKc non era d'uopo a comprovare loT 
fltndio e le cure di Dante intomo il irolgaro italiano, quand*era 
già per le mani di dotti e d' indotti lit prima cantica diil sa- 
cro poema ; poema cU' ei non reato già di condurre al etio 
compimento per quanta noncuranza e dispregio gli dimostras- 
sero coloro i che tenendo a vile il volgare erario mossi da cin^ 
Que aòommcvùli cagioni: da ceciià di disceTmmsnto ; da fna- 
tiziosa Jicusit; da cu-pìdigia di vanagloria ^ da argoinenio \ 
d* ifìvidia ; e da viltà d'animo.^ >^t 

Ha quando fossimo difettosi dì tante deduzioni a di tanti ^ 
argomenti^ ed a provare che — il trattato primo del Convito ' 
fu scritto da Dante, varcati eh' egli a\ea già t novo lustri^ e 
prohahìlmento nel fine del 1313, o in sul cominciare del 1314 
(il 48 o il 49 della sua vita), — non avessimo clic i soli due 
citati passi del cap. I e HI, non sarehh'egli abbastanza V 
Rileggili,* o lettore, e, se puoi, ne dubita. 

lY, Io non staro qui ad entrare in una nuOTa quostìone 
sul poco o molto merito del trattato secondo del Convito^ 
considerato nel 5olt> aspetto di trattato filosofico, e relativa- 
mente al tempi nostri, nel quali e i metodi e le dottrine sono 
afi'atto cambiate, k Fallita filosofia, esclamò il Monti ^ ove spa- 
n ziasi a ragionare del sistema celeste e della potenza de^ pia* 
n ne ti sugli umani appetiti, i» * Che il Trivnlzio, considerando 
come la filosofia, pervenuta oggi a cotanta eccellenza, ha 
ornai reso di quasi nessun valore quella del secolo di Dante, 
andò nella sua prefazione protestando, che egli col pub- 
blicare li Convito non inteudea soaiminì&trar nuovi lumi alle 
scienze^ ma presentare non più lacero e guasto, come per lo 
passato, nno do' pili nobili Bcrittt che vanti T italiano lin- 
guaggio. 

Nel secondo trattato facendo Dante il paragone de* sette ^ 
cieli colle setle acieuise, dette del Trìvio e del Quadrìvio, e ] 
ragionando delle astrologicho sottigliezze (per non dire insul- 
saggini), pagava nn tributo alla ut nana superstizione, al pre- 
stigio di quanto &-a d' antica credenza ed alla servilità dei ^ 



i Tralcio 1, cfip. X. ' Trattato f, cap. XL 

3 Cui sopra nlld pug. IO ed oll.i pog, 16 i 

* Settfgio dèi rnoiti e '^rani errori trascorsi in tutte U fdizioiyi dd C0IÌTI-J 

to di Datitff Milano 132», pcig. G. ' 



SUL CONVITO. 



21 



I 



b 



minuziosi e pedantescliL metodi c!ie allor nelle flcaole si pra* 
ticavano,' ii Sia se egli è vero^ com'è verissimo (dice gladi - 
» zioflamentc il signor Filippo Scolari), che due buoBÌ terzi 
w del Convito sono tali da pregar vivamente il Dator d^ ogni 
if bene, che passino a perpetuità nel cuore e nel! a mente 
^ degli nomini \ se la più gran parte gioverebbe che fosso 
» predicata dai pergami ed insegnata con ogni studio ai capi 
" di famiglia ed ai rettori de' popoli ; se tutto questo è ve- 
n rissimo, comportiamo in pace pocbe pagine di dottrine astro* 
w logìebo e di sottigliezze scolasti che, che più non sono 
» pe'^ nostri tempi^ ma ohe pur servono alla storia del passatoi 
" che le ti'overemo largamente compensate da tanta sodezza 
ff di precetti e da tal forza di eloquenza e profondità di 
« pensiero^ da non aver paragone. » ' E nel vero, se un qual- 
che vantaggio, per Iti parte almeno della nostra lingua, può 
trarsi dalle leggende ancora, e novelle, e nenie del cosi detto 
buon secoloj non potrà forse traisene grandissimo da nn' al- 
tissima e sapientissima prosa, del buon secolo appunto la più 
considerevole? 

Dante scriveva il commento alla sua canzone Voi chef 
intèndendo f il terzo del morrete (commento che, eom^ ho poco 
BOpra^ accenna tOj formò poi il trattato secondo del ConvUo\ 
compiti appena nelle scuole i suoi filosofici studi. Quindi 
anclte per questo si appalesa in quelle pagine lo scolastico 
più assai che altrove. E la dlfterenza appunto, che nello stile 
e nell' andamento sussiste fra il secondo trattato ed il primo, 
potea pur far sospettare ai critiei la diversità dei tempi, nei 
quali fìiron quelli dettati. 

Vuoisi dal Foscolo, che Dante per fin eh' ei visse non fa- 
cess' altro, che rabberciare, rifondere, correggere e limare il 
suo grandioso poema, nel modo stesso che il Petrarca limava e 
ritondava, correggeva e ricorreggeva le sue liriche rime ; si che 
ti vien da lui rappresentato come il poeta, dal Yenosìno voluto, 



« Ruditor (ì*uughic e griiltutar di capOi >* ^ 



e quasi come alcuni de' moderni scrittori, che a forza di ri- 
cuciti e di toppe, di rimendi e di brani, imbastiscono i liliii 
loro. Dalle considerazioni che io ho fatte^ meno sul Convito 
che sugli argomenti stessi presentati dal Foscolo, nascerebbe 
per me una sentenza diversa : Clic Dante raramente e par- 
camente rifuse o ricorresse le cose da esso scritte una volta* 
tMa potiestc voi asserire, mi si domanderà, che i battati so- 



* Appemllce dIì' edizione ée^ Cònvih hVa in Padova, 13^^ p^g. 6. 

* Sat. Xf V, C7, iib. I, Uddùvo paiU di Luci fio. 



n 



J>ISSKRTA210NK 



cuiido e quartOt composti molto iiumuzi del primo e del terze, 
Timi siano poscia da DuDta stati rifusi od almeii ritoccati? 
Ma potranimigi aaserire^ domanderò io, o per lo luciiu cuii 
una qualclie dedusìione o cotigcttura annunziare^ clic per l'op- 
posto lo siìiuo ? Intanto, e perchè nel trattato quarto noa fu- 
rono da lui corretti quei passi nei qmui m fa mPUEiotic di 
Alberto d^ Austria, di Carlo di Napoli e di Alboino dclhi 
Scala, come di personaggi viventi^ quando ìavece, uel mentro 
elle da lui bì scriveva il trattato primOj quei perso uà ggi era a 
morti ? Noverato avea ultimo imperatore Alberto ; ma V ulti- 
mo a quel tempo era Arrigo» E percbò Dante non aggiunse 
il suo prediletto gliibelliuo in quel novero? L'aveva egU di* 
menticato? No per certo. Parlato avea dì Alboino della Scala ; 
ma il modo con e lu ne avea parlato, non potca punto riuscir 
lusinghiero per Cane^ per colui, che se non era peraui-he 
(nel 1314) il suo benefattore, era per altro il principe d'Ita- 
Ila il più liberale e il più gran sostegno della eaasa de' Glii- 
bellini: E perchè adunque non rimutò o ricorresse quei passi^ 
acconciandoli ad uniformità di tempi e di opinioni, se non 
perchè egli non era uso a ciò fare ? Questo anzi appalesa la 
sostenutezza e la tenaeità del buo carattere. Dantf> scriveva 
ogn'^ra sì come sentiva : e ec dava in prima lode Ai poseia 
biasimo, non resecava da* suol scritti V elogio, ma lo vi la- 
sciava, a dimostrazione non cho fo ss* egli mutabile, ma cbe 
mutabili e diversi fossero ed uomini e rivolgimenti di sorte. 
Dante amatore della retti tudinCj parlava acerbamente nel 12D7 
dì Federigo di Sicilia, perchè usmpatore di dominio non suo_ 
Dante settatore di parte ghibellina, parlava nel 1308 con com- 
piaeen^a ed elogio dello stesso Federigo, perete avea saputo 
ad un tempo trionfìU'e delle forese unite de' regni d' Aragona 
e di Valenza, di Francia e de' guelfi d' Italia, e perchè^ da 
esperto capitano gbibellitio, avea costretto Carlo dì Valois a 
domandare egli stesso la pace. Dante infine, dopo il 1313, 
tornava a rampognar Federigo, perchè o per timorosa pru- 
denza, o per vile avarizia abbandona, appresso la morte 
d' Arrigo, la causa degV Imperiali, di cui poteva essere in 
cotanto frangente il principale sostegno. Ma ove mi dilungo ? 
Quelle pagine adunque, io torno a dire, le quali del Con- 
vitù formano il secondo trattato, furono dall' Alighieri com- 
poste appresso il compimento de' suoi filosofici studi. BeatrìcCj 
la fiamma di Dante, mancò ai vivi il 9 giugno del 1290. Un 
anno, o poco più, appresso, l' innamorato giovane scriveva il 
suo libretto della Vita Nuova ,- eccoci intorno la fine del 1291. 
Ma a questo tempo non erasi Dante applicato di proposito 
allo studio della filosofia; ed egli stesso confessa, che aUora 
uop possedeva le scienze, e che alV infuori del prMpriij ìngc- 



I 




SUL CONVITO. 



^ 



^ 



gno e dell'arte (li grammatica^ valer d^altl■o non si potè ^jer 
lii comp03i2ioii dì quel libro: nel quale sa travide molte co3<^, 
el DOQ le vide positivamente» ma le vidtì come sugli and t, — 
Niìlld se/i lenza de' filosofi (egli dice) entrai tant* entrOj quauio 
r aree di grammatica eh* lo avéa e uà poco di mio ingegno 
poif^a fare; per lo quale inriegno molte case quasi come so* 
gnando già vedf^aj stef^ome nella Yita Nuova sì paò vedere.^ 
Ili quel tempo affine di trovare mi qualche conforto alVaceibo 
dolore, eh* el noa restii va di risentire per la morte dell'amata 
donzella, era ai poBto a leggere il libro dei VA miclzìa di Tullio 
e r altro della Consolazione di Boezio. Per la quale lettura^ 
considerando come la filosoEa fosseai somma coaa, o quanto 
di bene air uomo procurare potesse, al n^audò là dov' es^a si 
dimostrava, vaio a dire alle dispute de' filosofi ed alle acuolé 
do' teologi, che nello spazio di non pur tre anni, appresi e 
princìpìi e do tirine ^ potè di essfv contemplar le bellese^e, e le 
ineflabili dolce ;aze gustare . 

Tre scarsi anni aggiunti alla data della composizione del 
giovanile libretto di Dante ci conducono ali* anuo 1294; e pri* 
ma duuque del 1294 non pui dirsi scritta la filosofica Can- 
zone Voi chCf in tende mio f e conseguentemente il relativo 
ciommento. Né questa è già ima vaga congettura, ma una po- 
sitiva uotiziSj eie non solu deducesi da quanto ho qui sopra 
osservato, ma rilevasi pure da ci6 che dice Dante medesimo 
laddove di quella canzone narra appunto V origine. — Cojne 
per me fu perduto il primo diletto della mia anima (cioò 
Bea t rie e) j io rimaiii di tanta tristizia punto j che alcuno con.- 
fortOfUon mi valea. Tuttavia dopo alquanto tempo , la mia 
mente che h* argomentava di sanare, provvide ritornare al 
modOj che alcuno sconsolato «rea tenuto a consolarsù M mi- 
nimi a leggere quello, non conosciuto da molti j libro di Boe^ 
ziOf nel quale caplivo e discacciato consolato s' avea. E 
udendo ancora che Tullio scritto auea nn altro libro ^ nel 
quale trattando deW amistàj avea toccate parole dtU<i con- 
solazione di LellOj uomo eccellentlssmo^ nella morte di Sci- 
pione amico suOj misimi a leggere quello, ,.. E siccome essere 
suole che l^uomo va cercando argento ^ e fuori della inten^ 
zlone trova orOj io che cercava ai consolare, me^ trovai non 
solamente alle vile lagrime rimedio , ma vocaboli d' autori e 
di scienze e di libri j II quali considerando j fj indicava òeuc 
che la filosofia^ eh' era donna di questi autori^ di queste scienze 
e di questi liòri^ fosse smnma com, E immaginava lei fatta 
cùme una donna gentile..., E da questo immaginare cvmlji- 



i Imma lì, c^E». XUl. 




u 



DISSERTAZIONE 



dai ad andare là ov^ clì^ $1 dimo sitava veraot^jnt^nt^f ctVI 
nelle acuok de* reUffioài e alle diapulastom dt^ filosofanti.- &ic* 
che in pidehi lem puf forse di èrtuta fn^sij cominciai tanfo a 
smtire della sua dolcezza ^ ehf; il suo amore cacciava e di- 
struggeva Oifui altro pensiero : per che io, sentendomi hi^are 
dal pensieri del primo umore alla viriìi, di que&tOj quasi ma* 
ravigliandomi apersi la bocca nel parlare della proposta 
ean^ont,^ 

La data del la visione descrìtta da Dante nella Divifìa 
Comintìdiii è il 1300. Nel 1300, nel Paradiso e nel oìelo di 
Yonere, Carlo Martello, indiri^zaudo la parola al Poeta, cosi 
gli dice:^ 

h Nùt CI voli^inm cui Pi' i nei pi celesti 



A' quiiili tu nel inumila gm dicesli X 
Voi ihe^ iiiicriikinlai il krio ciùl ma ve te - 

alludendo evidentemente ^11 a canzone elle con tali parole in- 
coinineia. Ora (e rargomentaaioiic è facile) ie la eanxouo 
veniva da Carlo Martello ricordata nel 1300, doveva essere 
stata composta non posteriormente a queir anno ma eerto 
precedentemente. Più ; il già dicesti appella a c*^sa passata 
in modo da inieiìre un qualche la uso di te Dipo Ma poicliè la 
nostra non è questione di ora e di giorno, io non insìsterò 
suir atmo più o V anuo meno da darai alla nominata canKone. 
Per altro il primo de* termini essendo 1294, l'aìtipto il 1301), 
vi sarebb'efi;li grave errore nel BUpporro per medio il 1297*? 
Per fìjiir di provare che il secondo trattato del Convito 
fa scritto da Dante probabilmente intorno il 1297, e certa- 
mente innanzi del IBOO, convìemmi fare qualche altra parola ; 
impeirciocchè sarebbe opposi don ragionevole V oh iettarmi, che 
se io ho dimostrato essere auterioro al 1300 la canzone, non 
ho cobi fatto altrettanto per il commento che V accompagna, 
e che più particolarmente forma quel eccotidoR trattato. Ed 
in primo luogo io osserverò, che dal modo con cui Carlo Mar- 
tello ricorda la canzone di Dante, parrebbe potersi inferire, 
che il mondo già co no se e sii e la detta poesia, non solo nella 
corteccia delle parole, ma dentro pure nelle riposte senio me, 
e che già sapesse parlan-isi delle intelligenze celesti. Ora, 
tutto questo il mondo saper non poteva j aenisa V aiuto del re- 
lativo commento. In secondo luogo, il commento appare scritto 
contemporaneamente alla canzone, i^ereiocchò lo espresdìoai, 



< Tra Italo 11, cap. Mll> 

* Vamdmi ctiùio Vili, ver- Z\-Sì* 




SUL CO-HVITO. 



^5 



clic in ÒSSO cdopra V Alìghitìri rispetto nlk eim tliìetfa Bea- 
trjce^ si rkotioai;oìio dettate da un calore di tìentìmen(:o e di 
aifetio, che mostra una piaga piuttosto recente ; — AjìpTcsso 
lo trapassamertio di quella Beairiùe heaia^ che t^ive ùi fJeto 
con gli angioUj e in terra colla mia atnma^ — E guest' am- 
ma non è aUro che tàfi pensiero j che commenda e ahh^.Uisce 
la memoria di quella gloriosa Beotricer — Co^Ì certo sono 
ad altra vita migliore dopo questa passare, là dove quella 
glorio Ha danna vhe, della quale fu V auima mia innamora- 
ta? — In terzo ed nltimo luogo ^ il eonimento, non clie la 
eaDzotie^ dedacesi anteriore al 130Oj dall' osservare per altro 
lato cosa già veduta più sopi-a , la ri trattazione , io voglio dire, 
deir opinione sull' ombra luiinre ; veaeiido così lo stesso passo 
ad ofiì-ire più e diversi argomenti al nostr^ uopo. Sarebbe aa- 
Bunto iniitua affatto il dimostrare come tutto ciò, cbe nel tri- 
partito poema ei dice e si annuncia a modo di coisa presente, 
deCj è non altrimenti, riferirsi aU' aprile del 1300. Vi si parla 
di Guido Cavalcanti, vivente tuttora: e Guido infatti morì 
nel 1301, Yi si discorre deir esilio del Poetii^ come di coaa 
avvenire \ e V esilio avvenne nel 130S. Vi ei predice prossima 
a succedere la cattura di Bonifazio ìu A nagni ; e qucstn. suc- 
cesse nel 1303. Ma, e a cbe bisogno di prove^ daceliè non 
èvvi alcun cbe lo ignori? Nella terza eantica della Divina 
Commedia narra il Poetìi, come Beatrice, 

» Quel Sol die piiii iruitior gli si^iqUÌù A pt'lUì - 

gli diseuoprisae V amabile aspetto della verità, e come pei 
ine;5zo di argomenti e d' esetnpi gli facesse conoscere la lul- 
sità della sua opinione intorno le macchie lunari, convincen- 
dolo appieno e determinandolo a ricredersi : * 

b- Ma dimmi quel dis In da U^ iic iwwal. 
Ed ìt>: Ciò ditì ii'iiiijsur qimssè divèrso, 
CiTiJu che *t ranno ì cui pi i:iri r {kcisi. 
Eli elb: C^vìo usaai vedrai Bomiiiei'sù 
Kel fililo il creder luo, se heiìc estuiti 
L- argsytnciitur di' io ^l\ Tarò avverai*, ec. * 

Ha questo fittizio colloquio, in forza di cui rìmmzìu T Ali- 
ghieri ad opinione, eli* egli avca ritenuta e predicata pir ve tu, 
succedeva pure nel 1300, E il trattato secondo del Cùuvifo, 
ove appunto qnell* opinion si riscontra, alla ritrattaaìon della 



1 Trattalo LI, cap. IL 
> lvji c&p. IX. 




3 TraLEato 11, c.ip- l|l. 



Dissertazione 

quali? mìriiuo questi ed alcuni altri v^rsi del sat ^o iioomaf 
umi dovrà uecesduriiiuieuto dirsi aiiterioró al Id^M)! Etico 
dunque il commento coutemporanuo della canzone 

In esso trattato aecondo^ al eap- XllI, trovanai questo 
l^^^l ' ^^P^^y^ la bocca nel parlare ddla proposta canzone'^ 
(Voi t^hu, intendendo ec.)^ mostrando la mia oondhìon^. sotto 
j^f/iira d' altre eo^e ; pero€chè dGlla donna di cut io vi^ imìa" 
morava (della filosofia) non era de fina rima di 'ool^jare a^J 
cufìo pakst'mentc parlare. Ed il Pederzini rettamente anno*I 
ta : a Avverti come Daute dìee, che parlare palesemente di ^ 
n filosofia non era dcfftia rim\ì di vohjarc alcuno^ isiccliè per 
» l'nna parta egli rìatriuge il bÌH&imo alla rima, pei* T al tra- 
" lo estende a tutti ì volgari. Ma poi ancìie di qneato si du- 
I» vette easete ricreduto; e forse per ammenda volle mostrata) j 
J« pei etr ai secoli avvenire, e li e , in rima ancora, tatto poteva J 
volgar nostro, n Ma di queitto quando Danto dovè ricre- 
d? Quando scrisse la Divina Lommedia. Dunque Muti 
Divina Commedia è anteriore questo secondo trattìito del] 
Convito 

Ho detto anche più innanzi, che io non intendo fare mi- 
nuta questiona di mese o di gionio, À me basti]- il poter di- 
mostrare che Jl secojido e il quarto trattato furono scrìtti da 
Dante un luatro circa innanzi 1' esilio, come il primo ed il 
terzo lo furono due e più instici appresso 1* in cornine lamento 
di quello. E scbbcLie lo creda aver bastantemente provato 
che la e ani! ne del trattato secondo fu dall' AlighieL'l dettata 
intorno il 1097, non potendosi quella riportare più indietro 
del 1294, e inoltrare più innanzi del 1300, pur nonostante 
aggiungerò qualche altro argomento. ^ ^ 

Quella canzone si rinviene dall' Alighieri in un suo aunetto - 
ricordata À come la prima da lui composta sopra argomento 
filosofico r 

■ Piirotc; mie, e Un per Jo iiiaDLli» siete j 
Voi che iiiisc^ejitGi poich' la aomineioE 
A dir pel' qtiejla ilaEiiiLi in cui errai : 
Vui che, iute udì! buia, il Levio ckt move Lo-, 
AndiiLevcne u lei, ce. » 

Orui 30 le rime filosoiicbe dell' Alighieri ebbero naacimenttì 
da che egli incominciò a acrlvero la canzone Voi e A e, in* 
ttndmdoj potremmo noldlre^ che questa sia posteriore a! 1300^ 

Le non piuttosto anteriore? Fino dal 12M aveva Dante com- 
piti i suoi studi : e poiché egli itesao ci narra che appena 



SUL cOJ^viTO. :27 

ebbe gu^Ulc le dokc^zc dell» filoaotiai scjuIsù Ih Hitgtin nd 
parlare delle lodi di quella, vi sart^bb'cglì mai incoGreiiza 
nel sostenere cbe la uommata cauzontì fotiiie d^i Dante liom- 
posta un liiati'o per lo meno innanzi il suo eaìlìo ? Ancbe Carlo 
Mìirtello, clic la rammenta nel Paradiso ^ morì nel 1295; e 
ncjij potca egli averla già veduta e letta vivendo nel mondo? 
Provata e stabilita la differenza de' tem^ji, in che furono 
i diversi trattati del Con vitti composti, bassi una vìa tacile e 
piana a risolvere alcune questioni, le quali non muovevano 
ebc da con tradii ioni apparenti* Da quelle xnirole del trattato 
secondo, cap* IX, — ^arà htlla Urmlnar lo parlare di quella 
viva Beatrke beata, ddla ^ualc |jìi\ parlare in qac^fo libro 
non intendo j — credè il Trivulzio poter trarre uno del prin- 
cipali argomenti a provare, cbe il ConvÌF.o fosse dall' Ali tfbieri 
dettato anteriormente alla Divina Commedia. — « Dante 
»j (andò eg^li dicendo) qui protesta di non voler più parlare 
» di Beatrice^ percioeebè intendeva parlarne in altro libro, 
n del quale non avea. forse nella sua mente ancora ben de- 
n terminata F idea. E quest' altio libro si fu poi la Divina 
V Commedia j in cui parlò di Beatrice con sài alto stile e con 
p fantasie tanto celesti, n * ^ Ma che cosa avrebbe potuto 
riepontiere il Trivnlaio a clii gli avesse, citando le medeàimc 
di lui parole, obiettato^ che Dante scrisse il Convito — m dopo 
» trapassata la sua gioventù, cioè, eecoudo la dottrina da 
u esso posta nel quarto trattato^ dopo compiuto 1^ anno qua» 
n rantaeinq^uesimo ?» — e che — *« e pure eoaa in dubitata j 
K che Dante fesse già esule, non tanto per la menzione che 
w vi si trova delf eailio, quanto pei-chè la sentenza con cb' ci 
n fu sbandito è del 1302, quando egli non era peranchc en- 
j» frate nell'anno trenteaimoecttimo dell* età eua? h -^ — Sì 
aarebbo certo il Trivulzio a tale obiezione avveduto della 
grave coutradizione dei a noi medesimi ealcoli ; ma qual mczm 
potea aver egli a risolvere questo intricato problema, quandù 
gli mancava quel solo, che abbiamo noi, della differenza 
de' tempi? Se il Trivul:5Ìo pertantOj meditando su quelle xia- 
role del trattato secondo, potè trarne la conaogueuiia d' an- 
teriorità alla Divina Commedia j non dovea questa anteriorità 
estendere a tutto il Cùìwito, dopo eb' egli avea osservato come 
nel trattato primo bì rinvenivano parole dell' eaillo lungamente 
tìoflerto, d* un tempo, cioè, nel quale la Commedia doveva 
essere, almeno in parte, composta. Bene adunque si sarebbe 
apposto il Trivulzio, oveccbè avets&o avvistata, e quindi av- 
vertita ai lettore, la diversità dei tempi da trattato a trattato. 




fS 



DISSERTAZIONE 



V. Yeoendo ora al trattato terso, io dirò collo Scolari, 
ctc è questo r aocilo, il quale uuiace V amore e le lodi di 
Beatrice vi?a ed esempio di feiomiaile bellezza, cob V a morti 
tì le lodi di Beatrice cittadina celeste ed immagine della filo- 
sofìa. La carinone, che di questo trattato forma il sa biotto, 
apparisce composta innanzi il 1300 per le ragioni medesime 
da me prodotte poc^ an?.i* Imperciocché essendo essa nel Pjt*r- 
(fatOTiùf 11^ 112 (vale a dire neir aprile del ISOO, data della 
vÌ3Ìoae)j ricordata e cantata ali* AlìgHeri dal magico Casella : 

« Amar die rietla mcnle mi riigìanu ; 
Cam 1114! io egli 11 dir &1 iklccmenic> 
Cile lu ibi ci; £2 a 41 n col' di-nti'o mi f^unm, - 

non poti'cbbesi dire che potesse essere stata scritta da Dante 
posteriormente al tempo sovr accennato, quandoché, siccome 
il PelU^ non troppo ragionevolmente sospettassimo, avere il 
Poeta tolto dalla Uommedia quel verso ad incomìnciamento 
della sua filosofica cannone. Ma poiché il commento, e noa 
la canzone, è ciò che più particolarmente costituisce il trat- 
tato, parleremo dell' uno, e non più faremo parole delì^ altra, 
posteriore o anteriore che siasi alla Dlmna Commedia, e 

E per dare una prova, scevra di lunga e faticosa argo- 
mentazione, che il commento noa fu composto da Dante con- 
temporaneamcnto alla canzoncj ma dopo mi certo lasso di 
tempo, e con ogni prohabilità quando si concepì da esso 
Videa generale del Conr^ilo, servirà ch'io ponga sott' occhio 
de* lettoli il passo seguente del capitolo IX : E però punte 
anche la stella (il sole' farere turbata (oscurata) : e io fui 
esperto di riucslo l' anno medùBimo che nacque questa can- 
zone (Amor che nella mente ce): cAè per affaticare lo viso 
(la vista) molto a studio di leggere j ùi tanto deòiUtai gli spi* 
riU visivi f che le stelle mi pareano tutte d* alcuno albore 
ombrai^: e per lufìga rlposanza in luoghi scuri e freddi ^ e 
eoji affreddare lo corpo deW occhio con acqua ohiaraj rivÌ7isi 
(ricuperai} la virtii disgregata^ e tornai nel primo buono 
staio della vista. — Seuza dubbio le frasi — fui esperio^ — 
dehilital $11 spiriti visirij — tornai nel primo buono stato^ 
relative air anno che nacque questa canzone ^ dimostrano che 
e la cannone e il commento non sono punto nati ad un par- 
to. E già, manifestando Dante fino dalle prime pagioe di 
quest' opera com^ egli ìntendea dichiarare per csaa gli ascosi 
sensi di quattordici sue can^oni^ le quali parlando dì amore^ 
Bveano alle i^enti fatto falsamente credere ohe dell' amore 
sensuale^ e non dcir intellettuale, vi si tenesse dì&corso, aper- 
tamente s'apprende, che le cannoni erano da più tempo non 
solo composte, ma iiltfesl divolgate ovunque a lette, -r 



1 
I 



SOL CONVITO. 



20 



I 



I 
I 



Molti iìUiì passi sì TÌnvengonQ in qtieato terzo trattato» 
iììiQ qui potrebbonaì riportare a convalidale la piova ] — la 
grati virih che li mioi occhi aveiìano sopra di me, che come 
^e fogsi ^éato dia f ano f eotì per Oijni IuLì mi passava lo ra<j- 
<jio toro ^^ — per amore io intendo lo studio ^ il qìiale io 
mettea per acquietare V amore di questa donna ; ' — io non 
poiea vedere le sue dimostrazioni ; e di tìitio questo il di' 
fetlù era del mio lato;^ — è comiìiutamente ratiionata l.t 
cuffionc che mosse me a questa canzone ec.'* — Le voci voi*- 
baii avevano, passava , mettea^ non potea, era, mos^e ec^ 
appellano tutte a ttimpo passato. Ma Sbnza più trarre in lun- 
go, il piimo esempio panni provare abbastanza. 

Amore, avea Dante definito nella Vita Nuova, e ss ero nn 
sentimento dì cor gentile \ fi qui nel trattato terzo del Con- 
vito/^ lo veggiamo essere un Uìiimento spirituale dell' anima 
e ddla cosa amala; nel quale unimento di propria sua na- 
tura V anima corre tosto o tardi secondoehè è Ubera o im- 
pedita. Ma questa diversa d e fi oi ss ione nasceva in Dante dal 
sentire un amore diverso dal pvlmo, V amoro cioè della sa- 
pienza. E di qui la necessità delle premesse e delle sue di- 
<dil arazioni \ pere io cebo pensai (dice lo stesso Alighieri) che 
da molti forst'^ sarei s&ato ripreso di lertzza d* animo, udendo 
me G^sere dal primo amore mu&ato* Per lo che a tórre via 
questa riprensionef jndlo migliore argomento era^ vhe dire 
qual era qufdla donna che m* at?ea mutalo.' 

*Iq questo trattato medesimo V Alighieri fa distinta men- 
zione d' un filtro suo componimento, nel quitlo ci ci previene 
rìiivcnirsi sentensse contrarie a quelle che qui ai rinvengono : ^ 
e tal componimento si è una ballata. — u Ora (dice il signore 
« Scolari) la civnzone cho si ricorda di una sua sorella di 
» prima, la quale poteva da molti essere qualiEcata contra- 
n ria con taccia al suo autore dì mutato affetto, fa dunque 

prova che T autore la scrisse a bella posta per congiun- 
n cere T idea della nuova allegoria poetica, a quella del- 
TJ 1 amor vero, che tutti sapevano aver egli celebrato dap* 
n prima ^ » 

Sebbene il terzo trattato non porti con sé indicazioni for- 
mali e precìse deiPanno in cui fu composto, pure tutte lo 
deduzioni e gli argomenti, che trar se ne possono, stanno a 
render molto probabile V opinione ^ che sia esso contemporaneo 
al primo. Esso è infatti il primiero componimento d' un* alle- 



i Cap. X. 
•^ * Cup. xu. 
7 Cnp iX* 




s Gap. Xn, 
* Cap. Il, 



B Gap. I. 



30 



ni5S£RTAXlOìt£ 



garìu meramente £lo&ofìca in ordine alla propoi8ÌKÌoite ed al 
eoncepìmeDto del trattato primo, ^ che al tempo dt questo, 
più ehe u quello del trattato secondo, si accolta. Che se la 
canine può forse dirsi anteriore al 1300, non cosV ^aote il 
relativo commento^ il qnale da quanto abbiamo or ora veda te, 
patentemente apparisce posteriore d'assai. E già la mo^r. 
alta e dignitosa del trattato terzo, i filosofici coneetti e le 
lodi della filosofia nei primi eapitoli di esso, e la lunga di- 
greaelone, premessa ali* intelligenza del componijnento poetica 
ehe quiri s'illustra, coincidono e legano a meraTiglia con 
quella del primo trattato : al quale Dante non volle che inj* 
mediatamente seguisse, perocché stimo conTenìente calersi di 
altra già composta canzone di duplice argomento, a fissare il 
prìmo anello di quella catena, cui airebboo dovuto formare 
le ausae^enti, scritte solo ad onore di donna intellettuale e 
allegorica, Tale a dire della sapienza. 

VI. Il quarto trattato del Cmtvito ci somministra tanti 
argomenti a rilevare il tempo in cui fu dettato, ed a provare 
che lo fu nel 1293 cbe, noi potremmo d' avvantaggio, quando 
avessimo le testimonianze concordi della storia o 1' asserzione 
medesima dell' autore. NeU* investigazione della qual cosa se 
io andrò procedendo con ordine progressivo, o, come diccsi 
nelle scuole, a minori ad maju^f di modo cb^ possa forse 
apparire minuzioso alquanto, io spero vorrà il lettore di buon 
grado pei'donarmclaf essendoché andrò toccando alcune que* 
stioni non inutili afiatto per la storia e per V intelligenza 
delle cose dantesche. 

Osservata dal Foscolo, nel trattato primo del Convito , la 
mearione del lungo esilio dalF autore sofierto, e ponderate le 
espressioni quivi adopratCt colle quali T Alighieri manifesta 
r ardente brama del suo ritomo alla patria, si potè da lui 
ragionevolmente asserire, quelle pagine essere state dettale 
appresso la morte d* Arrigo Da lui poscia, se non si moasero 
dubbii intorno la propria aaserrionei si vide peraltro e si 
iiofcòj come Dant€ nel processo dell* opera non fa parole più 
mai né d' esilio, né di calunnie che lo infjimaroaOy uè de' suoi 
concittadini, né delle loro iniquità.^ Ha di qui nlssuna coti« 
seguenza per luL Quando poi gli venne sott' occhio il passo 
del trattato quarto, nel quale facendosi menzione degV impe- 
ratori romani da Federigo in poi, si pone ultìmo fra di essi 
Alberto, egli, il Foscolo, non volendo distro ggere il proprio 
teorema, gìk esteso a tutto il CojnùlOf e nun limitato ai soli 
trattati primo e ter 20, si fece a sentenziare ehe « Arrigo 



i 



i 



É 

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I tMie^riù ecc. g C. 



»f' 



STTL i:0NYÌTO. 31 

»» correrà a Dante sotto in pernia da sé \ e forse fti scritto e 
p cassato per ìa memoria ancora fresca di Fireoze asfialìta 
w dalle armi imperi ali e dalle poetiche. ^ * Riporto qui il passo 
cU' è nel capitolo ITI : Fedtrigo di Soave (di Svevìa) ullimo 
imperatore de' Romani (ultimo dico per rispetto al tempo 
j)re8ent€f..fìùni\8tafit€ che Ridolfo e Adolfo e Alberto poi 
eletti aieTio appresso la *ua morte e de' suoi dist^etìd^fitijj do* 
matìdato che fosse gentilezza^ rispose ec. Per ine la coiisc- 
gn^nza. naturale e vera ebe si può trarre da questo passo^ 
si èj elio Dante scriveva queliti pagine imperando .^Alberto 
d* Austria, Clio le scrivesse imperaxido Arrigo suecesaore d^ Al- 
berto, o Eiwero LodoTìco suceesBore d* Arrigo, non posso mai 
consentirlo^ e tanto meno, se Arrigo correva a Dante mi ito 
la penna dm sé ; né veggio ragione di sospettare, il dì lui 
noiDe poter essere scritto e poscia cassato, giacebè la frase 
rispetto al tempo presente V esclude.- Or dunque, Be rispetto 
al tempo, in eoi dalV Aligliieri scriveva si quel filosofico trai- 
tatOj Twltimo eletto imperatore era Alberto, iiou vien forse 
con bastante cìiìare^sca indicato un punto di quel periodo che 
eorse fra T elezione e la mtjrte di esso ? Abbiamo frattanto 
!^ anno 129& al 1308. 

* Una data press' a poco conforme sta racchiusa pure in 
altre espressioni dì questo trattato^ le quali irovansl al capi- 
tolo VI : — J^-nlla filomjiea autorità si con filmi gè colli vo- 
stri re.ggimmlij nh per proprio studio ^ né ptr somiglio, ^..,, 
" dico a voij Carlo e ì'ederigo regi^ e a voi altri principL 
e tiranni; e gtiardatc chi a lato vi siedt per ùorfsigUo ; e a«- 
numerate quante volte il di questo fitie dcU^itmana vita per 
li rostri consiglieri v' è additato. Mfglh sarehhe^ voi come 
rondine volare basso j che come niòbio altissifne rott fare 
gopra co^e vilÌsvÌ7ne. — Non v' è punto bisoguo di dichiara- 
^ione e di analisi a rilevare che qucst' apostrofe è diretta a 
Carlo e a Federigo nel tempo io cui sedevano tìui loro troni, 
r uno di Napoli^ V altro di Sicilia* Be questi reguanti non fos- 
sero allora pia stati fra ì vivi, T apostrofe porterebbe altri 
nomi o non leggcrebbesì, Federigo regno dal 1296 al 1337, 
Carlo dal 1289 al 1301K II trattato adunque fu composio lAOn 
prima del 120G, ne dopo il 130i>. 

i DtKCfìrno ecc. § CXIX. 

^ A meggiormente conrcrmare ciò che aBserlaco^ valgano queste altre 
parale dì Dunte, Irati. IV^cap. 9t Qtifui lìtre eì può àilto ìmperatare, eh' eHi fin 
fi &ì.vfikat<ìre della utiitiua volontà ; h qual catutio come t'ftda tati za H tiitvnt~ 
raìore psr lo cnmpaf assiti è mnnifistOT t spezialmente nfììn mitera Ifnbftj chi 
fcnzft inesca ifktinn nUasua tjùrfinmzifìm è rimam. imperando Arrighi nvreh- 
b*f^g|[ Tf\»ì rl^Un qni^nw V AlSgldei 1? E cym? tliiiiqiìe Arrigo carrcvy a M^nlo 
ftoltn la ^nm clii sé ? 



32 



nlSSERTAZlOWE 



Cobi laddove nel cap. XVI dalU Aligltiorì si defìi^isc*? cliQ 
debbe intendersi per NoMUàt incontrando noi quelle affasi, 
-^ Asdente, il caholaw di Parma, sarebbe pik ?iobilc . ehe 
alGuno ^uo cùncìitadlno ; e Alboino della Scala sarebbe piU 
nubile che Guido da Gasiello di Jleggìo ; che ciaactma di 
qu€stf. ùose è fakissìmaj — veniamo a rilcvure che il trattato 
fa composto innanzi il 1300* u Alboino (dice i\ signor Sco- 
^ lari) morto nel 131 1, prese in mogli© nel 1298 una figlia 
»? di Matteo Visconti, Caterina dì nome. La casa Visconti 
» era di parte ghibellina ^ e Matteo avea stretto il negozio 
n per acquistarsi un fautore nello S ealigero. Adunque prima 
yf del 1298, e prima assai del l'riorato e dell* esilio, emerge 
» scritto il trattato quarto^ e prima anzi che Dante aderisse 
fl al partito degl'imperiali-, imperciocché altrimenti non 
I? avrebbe mai recato dispregio ad un fautore de'suoij e 
B meiK/ al fratello del gran Lombardo, suo primo rifugio, 
fi qual fn Can Grande* n Ma questa argomentazlon dello 
Scolari mi iiembra, a dir vero, non molto strìngente, e tanto 
meno poi, s' io eousìderoj che come Dante non potea punto 
sapere, avanti il fatto^ se Cane sarebbe stato un giorno il 
suo principale benefattore, così, non ebe nel 1297, ma pur 
nel 1307 (1^ anno antecedente alF elezione d' Arrigo), egli 
avrebbe potuto lasciarsi a beri ve re qneUc espressioni. Con una 
nuova argomeutaiciotio mi faro adunque a raiforssare questa 
de ilo Beolari. Asdente, il calzolaio di Parma, dotea già nei J BiK) 
esser morto, se Dante lo potò collocare fra' dannati neir lu- 
ferao (XX, 118), caratterizzandolo per queir astrologo, 

* Chi: avere! liUcì^o uI cuuiu ed ylb spago 
Ora vorrebbe^ luu tu idi si [icnic. » 

D'altra parte, ]jer tutto il eontefito apparisce, cba quando 
Dante scriveva il brano del Convito da me or or riportato, 
riudovino Asdente era vivo. E lo prova la ragion gramma- 
ticale nella voce narebòe^ che appella a tempo presente e 
non a passato, e lo prova il trovarsi A sdente menzionato 
unitamente ad alttl due personaggi (Alboino della Scala e 
Gaido da Castello ), che appunto innanzi il 1300 eran vivi. 
Dunque inuanssi il 1300 era pure acritto il trattato* 

Chi non approva l' iudagi^ne accurata Intorno le date, tac* 
dandola di minuziosa smania e eontenziosa, o ritinta di muo- 
vere da punti stabilmente £ssl le asserzioni in fatto di storia 
per seguire invece la propria fantasia o la propria opinione, 
parmi non pensare a questo ; cbe| sens^a V aiuto di dato cer- 
tissime spesse, non bassi modo a parlare con esattezza e 
con verità dello cobo dì Dante, ed a rcttHlearo tutto quello 
che ne fy detto d^ erroneo. Be non fossimo atati u) incanti dì 



SUL CONVITO. 



33 



lavori cronologi co- critici accurati ed esatti, non avrebbe Qui- 
rìco Yiviaal aùcumulaÈi tanti epropogiti in quelle poche pa- 
gine ebo formano la pi'efazione alla sua stampa àc] codice 
Bartoliniano ^ tiè il Foscolo, per rilavare gli spcopoBiti ap^ 
punto dì qiiell' edìtorCi fon altri parecclù eh' eran corsi final- 
lora intorno la sto ri a del testo della Commedia^ e intoni o le 
opinroiii le p/irtrcolarìtà a quello Bpettantl, bì sarebbe tro- 
vato costretto ad aiFrcDaro il suo fervido ingegno nella mi- 
nuta ricerca di dato, nella istituzione di confronti e nella 
prolissità dell' analisi. Lavoro è quello del Foscolo non sce- 
vro affatto d' inesattezze (e come potrebbe es&erlo opera di 
ucTOo?) e di opinioni speciali non ammissibili facilmente ; ma 
lavoroj che, sebbene criticato da moUi ed inteso da pochi, 
iia par ventura V averne più d* uno di simili. Dopo quello del 
Foscolo, vide la luce un altro libro j attiasimo a schiarire e a 
fissare molti punti delle cose dantesche, ed a tener, luogo 
di eccellente cartone iatorico dc^ tempi dell' Alighieri E que- 
sto il Libro del eonte Troya*^ Il lavoro poi dell' ArrivabenCj 
quantunque abbia riempito un vuoto, e sia stato diretto ad 
uno scopo utilissimo, riunendo tanti materiali storici e tante 
uotiaie, che qua e là sparse era d^ uopo rintracciare per l' in- 
telligenza di Pante, e particolarmente per conoseere i per- 
sonaggi di lui contemporanei da esso posti in i scena, pur 
nonostante riconoacesi talvolta difettoso di crìtica, talaltra 
insufficiente a spianare alcune dìffleoltà, quivi appunto la- 
sciate intere^ perchè credute distrutte* 

Non poco e ertamente è ciò che ancora resta a schiarirò 
della storia biografica di Dante AHghìerl^ storia così legata 
coUe opere di lui, che, non schiarita questa, restano quelle 
in più luoghi non facile inteso o tortamente. Gherardo da 

t Camino, signor di Trevigì^ è da Dante ricordato molto onorevol- 
mente nella sua Commedia: 



^ 



N 



• Bua v" èa tre vecdii oncoro, in ewi rompùgim 
L' anlica età la nuavo, e pai- lor tarda 
Che Dio miglior vil« li ripognuj 
Currado da PalaiKo^ e'I buoa GheraidO) 

E ùmÒD da Cualel > 

Pargatorw, CaiUo XVI, v. 121-25, 

Beco i commentatori asserire, che T epiteto di buonoj dato 
qui a Gh*;rardo, fa congetturare che questi fosse un di lui 



t 11 libro intitolato Del Veltro alUsohco di Dumt, Fireirae fS^: fu dai 
Troyft in gran parto rifuso e insorito nell'altro auo libro, che ha per tlto< 
lo Dti Veltro nncgoritiQ de Ghibeìlmi, Napoli ISatì, libro imporlatitiasimo per 
k CO*c istoridie che vi si discorrono e pt;r i documenti che vi M contenRono. 



u 



DISSERTAZIONE 



rìcettEwtor generoso neir esilio, Ecen T Arrivabene ripetere 
che <i si sa che Dante trattò familiarmente con Gherardo da 
n Camino ; » ^ od nitro ve con maggiori particolari tàj che 
Il caduto Dante nello sfavore dì Cane, sì volse a^ Gherardo 
n da Camino sìpjnor di Trevigi* » * Ecco Qaìrìeo Viviani an- 
nunziare, come Dante prima di pussare ali* ospitalità patriar- 
cale nel Friuli, cruei trattenuto in Trevigì presso Gherardo 
da Camino^ Ma q^uando ciÒ succedeva, auche per conaeuti- 
mento degli eruditissimi itlustrntori? Nel 1317^ e certo non 
prima, se non piutto&to dopo. Ma nel 1317 era egli forse sL- 
guor di Trevigì Gherardo ? Se cotesti illustratori aveflaero 
consultati almeno gli annali d* Italia., avrebbero appreso co- 
me Trevigi iino dal 1313 si reggeva a repnbbtiea, cacciato a 
furia di i^ielfo popolo, in sulla fine del 1312, Guecclo da 
Camino, fratello e snecesaore dì Eiceiardo, figlio e succea- 
sore di Gherardo Ìl buono. La signoria di Trevigl era dnn- 
que^ spento Gherardo, passata fino dal 1312 in mano di altri 
due Caminesì, e cotestoro ti nppresentano Dante nel 1317 
presso r ospite auo Gherardo in Trevigi H! E già ristoria 
avea narrato come Ricciardo da Camino, figlio di Gherardo, 
fu da Arrigo VII creato nel 1811 vicario imperiale di una 
parte del Trivigiano, e come nel 1312 venne proditoriamente 
ucciso mentre stava giuoeando a scacchi, E già un docu- 
mento eh' è del 1254, riportato dal Muratori ^ e dal Tirabo- 
scliì/' portando come a quel tempo Gherardo da Camino, si- 
gnor di Trevigì, avesse più figli non giovinetti ma adulti , fa 
buona riprova che quel signore sarebbe stato nel 1317 an- 
cora più che decrepito, Non so se negli antìebi cronisti si 
rinvenga esattamente notato quando Gherardo venisse a 
morte: comunque sia, io credo che non passasse l'anno 1298< 
Infatti negU annali d' Italia non si trova fatta più menzione 
di lui oltre il 1294, e dal Tirahoschi " sì pone Gaia, la figlia 
di Glierardo, fra le poetesse che fiorirono dopo la metà del 
secolo XI IL 

Come adunque può essere che Dante faccia da nn* anima 
ricordar! nel Purf}atorìo il buon Caminesc siccome vìvente 
DCl tempo della visione ch^ è del 1300? 

< Ben \* èli Ire vecchi ancora, ce, p 



< It «fcflio di Dunht voi* 1^ {lag. %\^. 

a ivi voi. II, png.W. 

S Pier^tliinenH" edizione del codice BartotltiInnOf pag. i, 7^ ^d alirovo. 

> ÀHtidiìià Etlemi, voL Jl, if>ag. Il, 



» StiìTìa ditta Iftterntura^ voi. IV, pjg. M% 
« Iti, pag. Ì4a. 




SUL CONVITO. 



35 



ÌXju rlispofita sembra un poco (iTfticiléf ma fortunatamente 
1' Alìgkìeri medesimo ce ne somministra il modo, Glicrivvdo 
ti a Camino ave a meritato per lo sue vìrtn il tìopran nonio di 
IjioftOj fì in quel ]jusso flel Purgatorio i tre vècchi yÌ venti 
noli' ultimò anno del secolo XllI, sono rami ncntiUì a rap^a-e* 
aeutnre i costumi eavallerescliij il valore e la forteiita tlclln. 

[passata generazione, gia^eliè 

« lu sul puc&e (.II' Adige e Po ngn 
SoUn valore p corlosiQ IrtJvarsl. • 

Pur Qatar io, eanlo XVI, v. 1I5-1C. 

Jlntrdo tla Marco Lombardo nominarsi nn Glierardo, il Poeta 
artilirioMniiuite rivolge a quello la parola, interrogandolo ; 

* M.i qrijil Glirninlo è qutlj clici la jicr sajEgio 
or eh' è rìmii^D ilcìhi gerUc i^pealaf 
lu j'iiii[irovcJ'(o del seco! aeivEig^Èo'? « 

hi, v. Ì33 ?.5. 

fPcr^ poco elle il lettore abbia in pratica questo poeta, e ne 
[f^onoflca i modi arti%iosi^ ci s'avvedrà cbo Dante, eui non 
t en» ignoto comi* l^v bontà u la gi?utilezy.a di Gherardo fosào 
celebrata già da pìii tempo^ coglie occasiono di rìpiuiavric e 
di metterla in vista, affine dì rimproverare e di pungorc Ì di 
lui degeneri dì accudenti in nn col eecolo éclvttfjffWj nel qrmb^ 
od egli e eoi oro vivcv:ino. Qaal maraviglia pertantOj «e lo 
edeguoso poeta all'oggetto di rappreiìentare spoglie dì cor- 
I tma, piene di turpezza^ lo corti tutte dcgV Italianij sì por- 
miao mi leggiero anacronismo di due o tre anni^ facendo vivo 
pur tnftavì;L nel 1300 nn peraonaggìo, che poteva forse esser 
inortu fino dd 1207! E^fn pur notato essere artifizio £fran- 
dfssjmo qncllo adoperato da Dante uet fingere di tt nerii i>ti>j 
quando pur Grano Rdulti, i figli del misero Ugolino, affine di 
destare una cominozione maggiore ne' lettori, e rappresentare 
più terribile quella subii missini a scena. 

Ma io già m' avveggo, che non tutti saranno per menar- 
mi buona questa ragione, la quale per me ò buoniaaima \ e 
vorranno eh' io produca qualclie altro argomento, alquanto 
più conci udenttì. 

Quelle aniaiCj che sì trovano a penare nc'bnSBi re|^nì drd 
<lolore, non vegt^iono le coac lontane, se non che a lume fu.-^c m 
ed Initerto: 

- Noi vppgìnai comt* c^nn e" l>!i iiijìIì* lutp, 

/ii/l'fMfl> t:uul«} Xj iir. tOO-i, 



36 mSSEtlTAZlONK 

Ifs M non chiare e dietlnte, pttre, abbeucliò lontane^ le veg* 
gìmìo. QuauÙQ pf>ì gli av^euìmeati s' appresaano^ o bou pi-ii- 
^cnti, tutta tjuf^lla piesciensca, accordata loro dalla dìviaa vo* 
loatè, vieue afiìitto a mancare ; 

< QutiiKio s* lipprcrssEiaQ san^ tu Uà è vnno 
Nostra uiU-l)(!Uoi e e' fiUri noi ci nppoirta, 
rtuMu fiapcm dì voflro sialo urn^inu. •• 

hi, V. Ì03 5. 

Q mista ò la ragione^ per cai quelle anime tllrigono tante ìa* 
terrò gaJtio ni al Po età j sid come n' andaascro le cose di que- 
ito mondo al tempo della sua discesa ne' regni de' morti, o ^ 
quella di poco anteriori. Questa è la ragione per cui Corrado 
Mal a spina, mentre a lui sa preti ire il futuro^ dà segno evi- 
dente d' ignorare il presente^ e gli domanda con premura lo 
nuove della propria famiglia; 

m se novella vera 

Di VahiifnQgni q di parie vidna 

Sai, dilla a me, di' io giù grondo \h cm, » 

Purgattìrià^ cmito Vili, v, -flS-f?* 

Or dunque, bo la morte del buon Gherardo era saceessa 
nel 1298, corno potea ciò esser noto, nelV aprile del 1300, a 
quello spirito del Purgatorio, dal quale vi cu ricordato Grbe- 
rardo ad esempio di gentilezza della genera sai une passata? 
Da questo artifizio ingegnoso di auppor che le anime de' morti 
non conoacano il presente o V avvenuto di fresco, trasse lì 
Poeta un partito il più hello; e ehi mediterà un poco in turno 
r esempio surriferito, ne conoseerà la finezza* 

Per terminar dì convìnecre il lettore che Gherardo da 
Camino dovea già nel 1300 esser morto, e che non potea ciò 
non esser noto all' Alighieri, io porterò qui testimoni a uìì a tale 
da non patire eccezione: 

» E duvc Silc e Cugnan s^ accompagna, 
Tal signoreggia e va colla iMl'alia, 
Cbe giri per lui corpir sì fa la ragna. • 

ParadàOj tanta iX, v. W Si. 

Il luogo ove i due fiumi Bile e Cagnano si congiungono, ò 
Trevi gi; il signore che vnssene altero e superbo^ non è certo 
il buon Gherardo, ma è il degenere di lui figlio Eie Ciardo \ 
la predizione della rete in cui sarebbe questi caduto, vale a 
dire le insidie de' congiurati, è dfìl 1300* Dunque nel 1300 in 
Trevi gi signoreggiava Ricciardo. Dunque Gherardo era morto. 
La testiiQttouìanza è deiriatesso Alighieri, eia questione è finita. 



I 



SUL CONVITO. 37 

Mi poifloncrà ìl lettera se, per condurlo al punto cui io 
InteDdeva^ ni' è stata d* uopo fari3 (jiiesta non breve dì^Tessin- 
ne. Io ho voluto in soslauaa provare, che Gherardo da L'amino 
dovea esser morto per lo meno nel 1298, se non prima. Or 
si eouaìderi il eegneule passo del trattato quarto del QonvUo 
(txuttato eh* io sostengo scritto appunto nel 99), e si veda se 
non vi si parli di Gherardo lu modo da far conoscere che 
questi veniva d'allora allora a mancare: — Pognamo^ che 
Gherardo da Camino fosee stato Jiepote del mh mie villano 
che mai òevesse del Bile e del CagnanOj e la oblivione an- 
cora non foiise del $no avolo venuta^ chi sarà oso di dire, 
che Gherardo da Camino fosse vile uomo f E chi non par- 
lerà mtco dicendo j quello essere e tato nobile f Certo nullo , 
quanto vnoh aia presuntuoso ; che egli il fu (cioè egli fu 

I nobile), e fa sempre la ana ^emoria.^ — La frase fia sem- 

Ipre (nobile) la sua memoriaf non fu od è stata^ pare a mo 

Ma riprova sicura* 

Per questo appunto di non porre atten^iione alle date, e 
dt non guardare alle cause special) che moveano il Poeta a 
dar biasimo o lode, nacquero, per chi troppo volle generaliz- 
siùrc, delle senteu^e non vero. Guido dii Montefeltro è dal 
divino Poeta collocato nell'inferno tra l fraudolenti, mentre 
era stato da lui lodato a cielo nel Convito. Come sta, e corno 
può flcioglicrsì questa con tradizione? Il dotto Mazzoni, scrit- 
tore cotanto benemerito dclV Alighieri, pensò che questi aveaao 
nel Convito lodato Guido Moiitefeltrano &i come buon soldato 
e buoa cavaliere, dappoiché nel Conviti} va parlando da filo- 
sofo moralista \ ma die nel poema, dove parla da teologo, 
non potesse a meno di fargli pagar la pena delle sue frodi, 
dappoiché le sacre lettere non consentono che si possa far 
male alcuno, o tradire in qualche parte il vero, a fino di con- 
seguire il bene*- Così press' a poco tutti gli altri commenta- 
tori. Ma viste a lume più chiaro le causo e della lode e del 
biasimo^ risolveraesi in nulla questa palliativa dtchiaraBione. 
Guido da,. Montefeltro accorto e valoroso guerriero^ con- 
dotta la maggior parte della suu vita nel tumulto delle fa- 
zioni e delle armi, vcggendosi ornai vecchio, volle tutto ri- 
dursi a umiltà e a penitenza, e nel 1296 tra' frati minori 
gravò i suoi settatvtaquattr' anni della cocolla e del cordona 

_di san Francesco : 

• Qtiiitidu mi vidi gì un lo in qitdb paiLu 
ni uii£) i'Ià, dovu ciùfittun tlavrcblie 
Caììiv k vde, e rnccogUcp le suite ; 



I Crtp. XIV. 

« Ztt Qtf^m Mia Commedia di Danti, lìb- IV, cap. 10. 



38 



niSSEUT AZIONE 



Ciò cbe priii mi pince va, ullor in^ ìiit^rcLJMt 
£ |H:E9ttilQ confesso mi icmki. « 



A^/'i^rMfl. camp XXVir, v. 70*S3. 

Alquanti mesi appreaso, Bonifacio Vili chìiimò ìì so qn^V 
frate, che già nella aufi Umga civile e militare carriera avca&i 
acquistato nooie d* astutÌBaimOf 

( « tji!i ni^cargìincnli e la coperte vili 
Iq sepali lullQ ....... X 

iiifniw^ CiViKo XXVII, v. 7B 77.) 

c di consiglio il ri chiese j sul come potesse a^ Colonneai toglier 
Prenestc. Guido rispose al papa, che essendo la città inespu- 
^abilo, non avea a dai.* che un consiglio, dal quale bì ritc* 
neva per tema di commetter peecBto, Keplic6»li il pontefice 
che» se era questo V unico oitaeolo, egli anticipatamente no 
lo agaolvca: 



B poi mi lime : Tao coir iton cospetti ; 
Fin d'or L' c)Sj;uhOf 6 tu m" t ti segna a fint 
Si tornii Piilestriuu tu Umtq gcUi. 

Lu uicl pu9!»^ IO 5CI r^i'c u lUtserrai'c. » 

Ivi, V, iOO 3. 



I 



Allora Giitdo parlò dìcendOj eome facea d'nopo molto prO' 
me Ite re e nulla attenere. Per che i Golooncsi^ fidando nella 
inagnifìcbo promesse di Bonifazio, consegnaron Preneste» & 
riderla tu breve demolita \ e furono sì perseguitati, cbe gli 
uni in Francia; gli altri in Sicilia doreiono per loro salyez^sa 
riparare Per il malvagio consìglio si trovava adunque il tri- 
ito frate a penar neir inferno» valsa non essendo in quel caso 
la papale assoluzione ; 

« Clio assolver non si ptjù, dil nwn gì pento j 
Nù pesi le re u volerà insieme puos>i, 
L>t?i la eoiUriìiUxioa cU<s noi eon^cntc. « 
Ili, ¥. ligia. 

Queato scrivea V Alighieri contro di Guido più anni certo 
dopo la morte di luì, successa nel 1298. Nel Convito ^ air op- 
posto, questo sono le parole, che ad elogio di Guido si leg- 
gono : — Oh miseri..... che là dove dovreste r (posar e ^ per lo 
tfnpeÉo del v&nto rompeie^ e perdete, voi •medesimi là dove 
tanto camminato avete. Certo il cavalier LaneìUotto non 
volle entrare (ncir ultimo porto delV umana vita) goUc vele 
alte, nh il nobUmifno nostro latino Guido Montf feltrano. 
Bene questi nobili calarono le ^eh delle mondane op orazioni , 




STJt CONVITO- 



39 



chi nella loro lunga età a religtoue Arrenderò agni mondano 
diletlo e opera diponendo ,^ — Distinte le date « conoticiiite 
le cause, per le quali Datite tributava la lode, e quindi il 
biaaimo, Iti ecntf udizione non si rlman che Apparente, e lo 
eerittore teata appieno conciliato con aè medeaimo. Danto 
nel 12D3 lodava iu Guido la pia risoluzione da lui pres^ di 
abbandonare i tumulti del mondo ed i suoi beni caducliij o 
ritirandosi in nn chiostro renderai meritevole di quella pace 
e dì quel bene, cbe non è per venir meno giammai* Ma 
quando dopo più anni (nel IBOB al 1S08 in cui scrivev;^ V In* 
ft;rno)i già morto Guido, atterrata Prenestei e fugati i Co- 
lonnesi, eraai conosciuto e viato V efifctto del fraudolento con- 
eìgHo per alcun tempo rìmiiso occulto, allora il stiverò ed 
implacabil poeta, temprando dì gliibellino filile la penna, ver- 
gava quei versi terribili contro la memoria di Bonifazio e del 
frate.^ In tanto egli è vero, cbe non intendea V Alighieri con 
questo di contradirii o ritrattarai, in quanto che la pia riso- 
luzione di Guido è lualngbier amenze ricordata anebe in mezzo 
a queir acre rimprovero : 
I * Quandi» ini vìiìì giunto ce. ■ ^ 

Non è die pur ne' gi'audi scrittori non si rinvengano tal- 
Tolta delle vere e patenti contradjaioni ; ed allora non può 
esaere offizio del critico il cercar di porre in accordo con bò 
a cesso V autore per mezzo dì distinzioni eavilloae, le quali ri- 
dondino a carico della verità o della storia. Sono quelle pe- 
raltro inavvertenze cosi insignificanti e colpo eoal leggiere a 



1 Gap. XOIIL 

* Co&i rilevfr lo Scolari: ■ Da qaarulQ il conto Guido veste 1 ahi^q <U 
i> B^n tTOiicetco it] AnCrOno (Va novemhre I^DtìJ a quando muore in ^XsaiM 
» (^ oUobr» 1S0ÌÌ} non corrono chi: 23 moaì e 13 giorni. Dal giorno In cui 
> ruomo del bgcoIù, il guerriero ténnito, il ghibellino imperterrito si al- 

■ iDnCaiin d&lfa scena del m<indi\ e sì merita In lode dello aoriltor del Con- 
» vitùf dti un Ul s'orno, ìo dico* sino a quello di' ò l' ullJmo della sua vito^ 
avvien egli nulla di strepitoso e noLorio per cui lo scnltoro della Coni- 

■ mtdia fdtjpo ToTiTiolSOO) dovrà punirlo d'una vocazione poclii mesi dopo 

* smentita? SI. Il clauslralt?, clnamato da Borslfazio,. torna a muserhiursi 
m netle raccende della guerra e del mondo, e nel il\n d^ i' astuto con^i- 

* glio per cui è presa la ci Uà di S^rcncate. F© dutique Guido iì vl*ce3IiIo, 
» che si toglie atio cum del mondo, diventa Bsempìo di virtù nel 1396 o 

* si merita la pubblica lode dat-jgU nel Convito; Guiiio il cleuslrale, che 
M mesi dopo torna a mE?sclùari;l mqìIo brighe di Ootilfar.io, smentisce bsua 

* vocazione^ ai merita il biJìaiino che dopa morto o dopo d 1^00^ cìnà 
» quando ^ra venuta bene ia Ghuro la cosa, gii appoDS a porp^^tuit^ il 

■ cantore dolKi i oiume,ìiQ* » 
t Vedi aopra a p^g. 37. 




40 



rnSSEUTAZlOìfE 



rno 

J 



fronte deir inai emo o della grand e'itsa dell' opera, eli e non 
possono a meno di venire sensate da qua! lingue sin diserete 
lettore^ giaccbè hi metnorta è fuggevole» Nel tredicesimo rlel- 
y Inferno j dopo aver detto 1" Alighieri, elio nel dì del Giudi- 
zio r anime de' suieidi anderanno aneli' os^i [ìcr ri vea tirai 
delle loro spoglie^ 

m )]a iiuii però clii: al e 11 11 PI s^ii rtvc.'ìt.i, 
Cbè iiLiii à giunto ni'cr ciò eli' iioiii ^i t^glie^ * 

nel primo del Ftirgatorio dice al euicida Catone, cui per In 
libeità fìon, fa amara m UHoa la mortCj chr3 la sua v^slc^ 
cioè il 8U0 corpo, ^arà ugI qran di del Giudizio assai chiara, 
E qncata è vera contradizìone : come, a parer mìo, è pur 
qnellìt dì Virgilio (abbencliè a taluno sembri poterai in qual- 
che punto accordare), laddove nel scato delV Enddc va dicen- 
do, ehe V anima di Didone &i ritrova nella selva degli om* 
broai mirti. Poiebè, ae i auicidl hanno un luogo nelF Inferno 
dlBtinto degli altri, 

* Proxiitm dcituh tentiti nnEEfi tactij, ffni ttùi kthum 
Ìn.$outss pépcr^re luna hi ^ >» 

qui, e non nella sei va ^ avrebbe Tirgillo dovuto collocare Di- 
done, la quale volontariamente eì era data la morte, 

• ,..... ///din, mt'dia latct ttitìtiy ferra 
Cuihpmm fitpiemnt eoMiVMj tnsumqHe cri*?jrc 
SptitfLantcni^ ipartasqìic mamiÉ. ^ 

.€u., ìib. IV. 

Kel capitolo ultimo del quarto trattato, come nel Para- 
dko, X, 98, XIl, 110 li4, Xlll, 32, X-IV, G, nomina Danto 
r angelico Dottor aan Tommaao, Nel Convito lo chiama Tom- 
maso il buono : — Qì^esto Contragli-errautl è UUti^ una pa-^ 
rolUf td è nojtìc d^ e&ta canzoTìQ tolto per eaemph dal òiionQ 
JVa Tommaso d* A qui no j che a nn ^uo libro uh^ fecfì a con- 
ftismne di t fitti f/tieili che dìdi'tano da nosira Fede^ pu^e 
nome Contra-gentìU, — ^ Nel Paradiao^ sebbene non la^ci di 
quiilitì cario, qud era imian?.t la canoni z^aKÌone, per il solito 
titolo di Fra Tommai^Oj pure colloca qucato santo Dottore 
nella più alta gloria de' eomprcuBorl celesti — « Be ne ha 
n la càuaa in questo (dice il signor Filippo Scolari)^ cbe 
n quando Dante scriveva il Paradiso, il processo della cano- 
M nizzaisioue di san Tommaso era di già introdotto pubbli- 
r camcute, non peranehe quando componeva il tvattato quarto 
ft dèi Convito. Abbiamo infatti dai Bolljindiati, die Tommaso 
V non fu puato nel novero de* santi che nel 1323, due anni 



I 




SUL CONVITO. 



41 



n dopo ìa morte dì Dtintei e che invece il processo della ca- 
m noiìH'iiimmiQ fu incoiniuciato quattr* anni primaj t^ìoè nel 1 3 Ili. 
ij Poteva dar quindi il poema quasi per certo quello che k 

(« Chiesa predisponeva ad esaltazione dell' Angelo delle aeuole, 
m Air opposto quando Dante aerìveva questo trattato, cioè 
» nel 1297 (o nel 1298) erano appena 23 anni passati dalla 
ft morte di lui| avvenuta nel pfiorno 7 marao 1S74, quando U 
» ganto Dottore, nato nel 1225, contava appena 49 anoi di 
» età. Si vede quindi che noi Convito sarebbe stato ari'U 
IT achlato un epiteto qualunque di santità, la quale doveva 
n prima essexc esaminata, u 

Tanti sono gli argomenti finora sviluppati a dimostrale 
che questo quarto trattato fu da Dante composto intoiuo 
il 129S, eh' è quanto dire pocbi mesi appresso il seciondo; 
tanto evidenti e sicure sono le date che spiccnn fuori dai 
brani che n'ho riportati e che bo posti al vaglio di uu' inda- 
gine cronologico -cri ti e a \ che a me sembra terminata ogni 
questione j o superfluo qualunque altro ra^onamento, 
I - Yll* Se fu un* asserzione prcfisoebè gratuita (non però del 
ttutto improbabile) quella dd Foscolo, che Daute a evivesse il 
^ Conviio affine di rendtsisi più piegbevoli gli animi de' suoi cun- 
ei ttadiui ; e colla dimostrazione di aver laseiiito quel suo vio- 
lento rancore, e dì esserci tutto dato a' filosotìci studi, ottener 
la grazia di venir riammesso in Firenze ^ non sarà più che un 
metafìsico sogno quello dì ehi pensò, cbe, poicliè Danto andò 
eonsiderando la vita corno un gran sistcima di operazioni o 
pensieri naturalmente preordinati e da dover teriniuaic, sotto 
il governo della filosofia^ a un convejievole scopo, cosi faccass 
delle sue opere la progressiva espressione e la compiuta rap* 
preaeutazioue di quel sistema, Talmeutechà la Vita Naovaf 
]1 libro della vita giovanile, stia a rappresentare la prima etti; 
il Convilo^nìoè il libro della filosofica disciplina umana, rappre* 
senti r età seconda, vale a dire la virilità'^ il trattat:» della 
Monarchia^ la senettute, eh* è i' età terza ^ e la Commedlaj 
opera essenzialmente teologica e religiosa, stia in fine a com- 
piere questa rappresentazione, rafligurando la quarta ed ul- 
tima età deir uomo. 

) Seducente e brillante sìa pure 11 nuovo, non reggerà lun- 
gamente quando non sì riconosca uè men vero né men ballo 
del vcccbìoì peregrine ed abbaglianti siano pure le teorÌL^, 
SI rimarranno certo nelP immenso numero delle illusioni, quan- 
do, più che sulla realtà delle cose, si fondino nel mctafi:5Ìca 
^ neir immaginoso. Poieliò F autor del Convito ci fa cono- 
scere egli stesso quali furono i motivi ebe lo indussero a scrì- 
ver quest' opera \ poichò ci dice e ci ripete di averla scritta 
por porgere un tesoro di dottrine morali e filosofiche a quei 




01 SSEUT AZIONE 

mvi*r\ etj<5 n' aHbiart guano, r per dimostrare V eccellentii e U 
Ltiiitft ihì\ voì^iirR italìnno, difendendoio a tiittìi poasia contro 
i dt Uiì dl»[Hii^hiUirì\ io xioii so veder punta W Recessi tà 
d* ÌJiimft||»nftrtì un nuovo aìatoma^ e quhidi, trovata T tinalogia 
e \ r^ìjtoftì tiotì ahro identico^ spiegare con modo insolito 
*t\ò eliO iiou lui più d' uopn di apìegii elione. Se io per un nio- 
jnento c«nit:edc»si elio lii Vita Nuova e il Couvllo ete^sero a 
riiii[irtsmiitfiìti* le prime due età dell' uomo, come la Mo7iar* 
fj/tiu i; la Commedia stessero a rappresentarne iti due ulti- 
mi*\ m tanto spirito di sistema io pur ravvl^ùB^l nelV Alit^liiertf 
dti mipporre tdi' ei non volesse violar quelle leggi ehc così 
|Miti;*Éiiy ossei'si imposte, ove dovrebbero aver luogo le altns 
<^pcro di lui ? li ean:iioiiiere colle rime sacro, le egloghe, od 
lì ti atlato delF Eloquio Volgare si posson elleno chiama re 
digrctìaiouL cosi leggiere, elie non distruggano nel fatto quel 
ttìurema? ^ E comò in ultimo potremo conciliar Danto erji 
Dunte, allor che a Cane eeriveva di rivolgere altre opere 
nella sua m en te j utili all' universale, cb' ei pur vorrebbe dare 
ali A luce, se le angustie della povertà non lo inceppassero 
neir incominciato cammino?^ 

Tutti gli uomini desiderano naturalmente di sapere \ ^ e 
poiché la scienza è V ultima perfezione della nostra anima, o 
di queato mistico cibo abblsogoa V uomo a nutrire e rinvigo- 
rir T intelletto, oh òeati que/ ;pochij va esclamando il filosofo 
scrittore, (^Hr seggono a quella merisu ove il pane degli an" 
giti ni iniintjia^ e miseri qit^elU chs colUv^eore hanno comune 
Qiòo ! * Scrivendo il Convito ^ intendea l Alighieri di presen- 
tare a questi miseri un'estesa opera di morale filosofia. La 
filosofia f ei defìnìsecT è un amoroso uso di sapteìiza^ ti quale 
fiìa6simamenie è Ì7i Dio, perùcdih in lui è itomma «apiewsa, 
aommo '%more e sommo atto^^ Tutta adunque riferendo a Dio 
!a flapienza» della quale egli tesseva le lodi, come poneane in 
vista le bellezze, e tutta legandola ai dogmi della religiono 
di Criato, ne predicava e dimostrava l' utilità, tanto in ri- 
guardo alla vita futura, che in riguardo al buon governo 
de- popoli, al benessere dello famiglie e dell' uomoj in riguardo 
inaonima al fine dell' umana vita. E poiché di questa fiobiliif' 



* Anche il Tiìvukìi]» tlie tjutu s tini io pose iiel Cor«jjtó> ricohc^CDJido 
eli 8 in lilfi' la ipi'ie Ui Dante ftauii una^erta coufiìrmitò. d' invasioni t di 
jprnfr, disse p^rdllrp cbe tion vi ha tm hro Wì'itpressa dipenduiza, Prefa- 

■ Ut'Sei enìm me rei familiari* migrtslia. ut htxa ut atia reipabiica tttiiin 
dtreltitqt^frf oporimL l^pUt» ad Ktinem grandem. 

> IViiUalo I. Cflp, I. * TraUatu \f cjijf, I. 



SUL CONVITO* 



ia 



ì 



ì 
I 



sima perfezione (vale a dire della scienza) molli sofìo pri- 
i;aii,,* e quasi ùmiimeraÒili sono gV impedì ti , che di queslù 
ciboj da tutti sefti}ìre deslderaiOj vivouo affamati..... iù che 
non segffo alla beata mtma^ ma fifggilo dalla pastura del 
volgo j à* piedi di coloro che seggoììOj rioolgo di quello che 
da loro radCf •niiserìcordct^olmcntù mosso ^ per lì miseri al- 
cuna cosa ho riservata. Per ch^. intendo fare un generale 
convito di quello pane^ eh' è mes Iteri a così fatta vivanda^ 

Se più agio e più vita non fosso all' Alighieri mancato, il 
Convito avrebbe dovuto coaiporsi di quindici trattati^ quat- 
tordici de' quali servir doveauo ad ilkistraro altrettante o a li- 
moni d' argomento morale ti filosoiico, come un altro atava a 
far luogo d' mttoduzione a tutta V opera.' La gran mento di 
Danto tracciava vaato il dÌBCf^no. ligli scrivca pi;r far parte 
altrai dell' immenso tesoro delle sue eognizioui. Èra un fiumOj 
che non potea tenersi ristretto fra brevi argini e bi disten- 
deva per valli e pianure, e discendeva per canali e rivoletti 
a fecondar le campagne* Qnest^ opera^ condotta che fosse al 
8U0 compimento, ci avrebbe presentata insieme riunita la sa- 
pienza iutera di quell'età; età in cai preso la mosea il risor- 
gimento deir umano Bapere, ed ili cui furono gettati i fouda- 
incnti della nuova lingna e della nuoya letteratura degl^ Ita- 
Hani, 

L' evento La dimostrato che bene npponcasi l' Alighieri 
quando facea&i a preconi ss star e come il linguaggio volgare, 
eh* egli illoBtrava col Conmlo e colle altre suo opere, risplcu- 
derebbfì ai tramontar del latino, e porterebbe a Ini stesso 
gloria non piccola, — Questo sarà quello pane, orzato egli 
esclamava con compiacenza), del quale si miolleranuit ml- 
qliaiaj e a me nù sovercMeratmo le sporte piene. Questo sarà 
}ucii 7ìU0vaj sole Jiuovof il quale surgerà ove V usato tra^ 
maniera f e darà luce a coloro che nono in tenebre e in oscu- 
rità per lo usato sole che a loro non luce? Riprova grande 
d'affetto air italica terra, diede certo il generoso Alighieri, 
allor che per rintuzzar la folUa e la baldanza di ehi la lin- 
gua d' Ogo antcponea alla volgar lìagua degV Italiani, si 
accinse a dimostrarne col fatto e coir opera la preminenza* 
Era questo appunto V uno de' iinl per cui scriveva il Convito ^ 
prosa che il Sai viali dicea la principale fra tatte le illustri pro^e 

1 Ti attuto l, titìp, 1. 

' La VI Illirici'^ di qimsla ConvUo sarà di quattordìùì canwoni ii d' nmnrff co^ 
mi di tìiriù vtatefmUf liaUoto Ij cop, I. \l m\ corso dell'opero ¥a citiituln 
j if^liaU che avrebbsr tlovnlo stjccederc, cume ih nel c«p. XIU: Oi f/ue- 
wta mrtu dirò pm ^i^immenk mt quntiOFéictsimù trattalo, 

s II aitalo Li cap. iiLt. 




44 



DtSSEnTAZIO^fE 



italiane ptoaa|in cui, secondo che pur dice ÌI Trlvulma, il di- 
scorso è conciso e vibrato, con forte tna aeraplice elocuzione, 
quale Tullio insegna dover eaaero il discorso de* filosofi, cioè 
non iroflo ne raaleTolo, né atroce, né sorprendente, nò astuto ; 
ma casto, verecondo, quasi siccome vergine ìncoiTotto; se non 
che questo di Dante ha un non so che della maschìez^a delle 
vergini spartane. E poi elio virtuosissimo è mostrare nell* in- 
tenaìone il difetto e la malizila de* noncuranti e de* dispre- 
giatori, per questo appunto, altamente parlando, diceva e di- 
mostrava, come la loro mossa veniva da cinque abominevoli 
cagioni, da ceeìtà di discernimento, da maliziosa sensaj da 
cupidigia di vana gì oriti, da argomento d* invìdia e da viltà 
d* animo ^ e come egU appunto in cotal modo inveiva a per- 
petua loro infamia e depressione, siccome malvagi italiani, i 
quali il linguaggio altrui commendavano e dìsprcglavauo il 
proprio.^ 

Per la prcaente opera filosofica voleva egli adunque dimo- 
Btraxe evidentemente la bontà e V eceelleuza del volgare del 
^: e ricusava ogni circostanza accidentalmente vaotaggiosa, 
a farlo useìr vittorioso di quella prova, Per che, come la bel- 
lezza d* una femmina riceve incremento dalla eleganza delle 
vesti, dalla vaghezza e armonia degli adornamenti, così la 
bontà e la virtù d'una lingua può nelle cose poetiche, per 

fli accidentali adornamenti loro, sembrare alquanto maggioro 
i quello che sia nella sostanza ', ed egli non prcsentavasi 
nell' aringo eo' suoi nobili ed eleganti componimenti poetici, 
ed eg'i v' entrava solo eou una composizione prosa ica, con 
un'opera cioè, nella quale la na tarai bellezza di quella fa- 
vella, che egli ave a succhiata col latte, sarebbe apparsa con 
tutta semplicità e spoglia di ogni accidentale adornamento. 
Le materie astrologiche, morali e filosofiche ch^ eì vi discor- 
re, i metodi minuziosi e icolnstiei elisegli è coarretto a te- 
nervi, erano tu tt* altro che adornamenti e fiori accouci a ren- 
der più. vago il Convito ; pure chi non porrebbe un segno dì 
aua approvazione sotto le seguenti espressioni ? Da tutto ac- 
cidcntaìp. ad&rnamento dtaconìparjnato sarà questo commento. 
nel quah $ì vedrà V agevolezza àdle sue aillahey la proprietà 
delle »tie eondizìoni^ e le soavi orashnì ùke di lui ni fanno ; 
le quali chi bene agguarderà^ vedrà esierc piene di dolciB^ 
nma ed amabilissimn bellezza^' 

Se il porger tesoro di dottrina a gV indòtti, e Ìl dimostrar 
r eccellenza del volpare italiano, erano i due fini generali, 
che raoveano V Alighieri a dettare il Convita ^ ve ne avoano 



1 TrùtLaio Ij ciip. uit. 



SUL COXVtTO. 



4S 



ero dt altri particolari^ cbe riguardavano T autore nel prò- 
irìo* Dice e ho moaso non tanto dal desiderio di dare dottri-' 
a, quanto dal timore dMnfamia,^ intende a togliere allo sue 
lan^oni il velo allegorico ; sì per manifeslare altrui la loro 
utenza fìlosofìcai si per levarsi la taccia dj esaere siguo- 
reg^giato dalla pnaaione dclF amor sensuale^ taccia che vcni- 
vagli falsamente apposta da cUij o per difetto di diseernìnìeu- 
tOj per cagiono d' inimicizia, faccaai a considerare quelle 
canzoni nella e ór tee ci» solo delle parole. E siccome non si 
concede per i rettorìe! . alcuno di eè medesimo parlare, se 
non quando fos&c Bccessario a levarsi dì dosso uoa vitupero- 
voi e accusazione ' {come appunto fece Boezio, quando^ sotto 
pretesto di e onsol aziono, fé cesi a scusare la perpetuale infa- 
mia del suo esilio, mostrando quello essere ingiusto) ; cosi 
dicea V Alighieri^ che per V abiezione del suo stato, essendo 
le cose sue invilite neiy opmioue degli uomini, conveniva, 
ch'ei si scusasse a levarsi la taccia della passione voluttuosa^ 
o che eaponesae Ì6 ragioni, "^pet le quali a* accingeva a det- 
tare il Uonviio con uno stile più alto e sublime, e ad impri- 
mergli un carattere di gravità e sostouutoaza, si che apparìsso 
opera di una maggiore auteiità/^ Questa era la scusa eh' egli 
intendea quando con dolore esclamava r Ahi piaDiuto fo^at al 
diÉpéTUfaloré dtW Uìdverso, che la cagione dtUa mia ^vusa 
mai non fosse atata:^ e quella cagione era T eailiO| per il 
quale avea egli dovuto cadere in quel basso stato d'abìeziono 
e di miserlUi di cui si spesso sì lagna quanto agli effetti im- 
^^ mediati e quanto alle altre conseguenze. 
^B Ma le sue mire particolari cedevano a fronte di quelle 
^Pche riguardavano V universale e l' Italia, Infatti sentenziava, 
che la filosofia per un particolare diletto o utilità non è vera 
lOosofia, ed esclamava, che non si dee dieere vero filoj^o/o 
alcuno, che, per qualche diletto j colla mpiema m alcuna 
parte eia amico i siccome sono molli che bì dUetiano in dire 
caìizoìd e di studiare in quelle f e che si dilettano di studiare 
in rcttoriea e in rnusica^ e l' altre $cien^ fuggono e abban- 
donano ^ che $ono tutte membra di sapienza. Non si dee c/ita- 
fnare vero filosofo colui ah" è amico di sapienza per utilità^ 
come soììù legistij medici e quasi tutti li religiosi j che non 
per sapere siudianOj ma ^er acquistare ^moneta o dignità^ — 
Ed altrove a loro vituperio dicea pure lo stesso, sentenziando 
che poiché non acquistano le lettere per loro uso, ma in 




1 Tialtrtlò L cap. 11. 

* Voiii \\ PLISSÉ) più soptfl a pag 10. 

* IrpUalo llli cJ3p, XU 



* Trattato 1| cap. U, 




qtmiito per quello fatitio guadagno^ co&ì non &t imesóno uè ut 
debbono cìiìamar IcttcratL' 

Con ragione ^gVi adunque aaeema, die da pronta libera- 
lità^ e non da un fine huo particolare, era mosso per una parte 
ad eleggerai il litiguaf^gio italiano, e laseìaro il latino,' o clie 
da eantà e mis{*ricotrIta era mosso per V aìtm a raccogli ere 
Alcune briciole di pane celeste dalla mensa dt'gli angeli^ t* 
porgerle ai mìseri/ dì quello affatto digiuni.^ 11 pane degli 
angeli è la sapienza. La bellezza della sapienza risulta dal* 
r ordine delle virtù morali cIiìì fanno quella piacere senaibil- 
mente.' E Dante, messa in vista questa belJessaft, esclamava! 
Oh ineffabile fiapiemaj quanto è puvfra In nostra mente a 
te cùmpretidere ! M voi a cui utilità e diletto io gerivo j in 
4juanta cecità vive te j non lavando gli occhi shmo a queitte 
cùsCj e tenendoli fisifi nH fango della vostra etoltezza!^ 

Il fine delP umana vitali considerata nei diversi Btatì della 
società, è insomma espresso nella parte morale dt questo 
Connito, JJ autore non è qui V uomo cb© si diletta d* astratte 
specolazìoni ; egli ù Dante Alighieri, ruotno^ il filosofo, il 
j>olitico, il maggior sapiente del 1300. Conoscendo e inten- 
dendo il suo secolo, egli adoperava la potenza della parola a 
rieondur gl'intelletti a quel Verdine cbe re inulta dalle movali 
virtùj e scriveva T opera, di cut il suo secolo abbisognava- 
Ei voleva che la filosofica autorità si cougiungeese colla go- 
vernativa a bene e perfettamente reggere ì popoli \ '^ voleva 
perciò la for;ca e la saptcìrza insieme unite ad opera coììÌ difiì- 
Cile. Non approvava V elcKÌone dì que' magisti'ati^ i quali non 
fossero né dagli studi né dalla eapevienz'i di lunga vita edu- 
rati ad ammiaistrarc le leggi. E qui considerando la sua pa- 
tria, esclamava: — O mìsera^ wiifera patria mftf, quanta 
pietà -mi Atriìige per te^ qnal volta lecjfjOj qual volta scrivo 
eoiia che a reggimento civile abbia rispetto!^ — La suprema 
autorità dcir impero fu sempre V unico princìpio d* ogui po- 
litico sistema di Dante, e ogniqualvolta ei ne parla,'* va spar- 
gendo i semi di quelle teorie da lui poi sviluppate nel libro 
della Monarchia ; libro diretto tutto ad abbattere la potenza 
del guelfo partito in un eoi suo capo. Pur nel Comnttf parla 
raramente della Cbiosa romana^ e non inai Renza venerazio- 
ne. E nel mentre esalta il diritto imperialci e contro i tumul- 
tuanti governi popolari lancia lo sue ardite ^ntcìue, per 



i Trottolo 1, miì. JX. 
» ( rtiUivta L ctì|>, I. 

* TrnUsUo Ut, <?i»|i, V, 
7 TiòUultì ì\\ Clip. XXVII. 

• Gop. IV V del tniUaio IV, ed altrove. 



1 ti (vuoto \, cnp. vtu IX. 
♦ TiuUato Ut, cip. ulU 
« TiiiUuUj IV| Cup. Vi 




%VL CONVITA. 



47 



J^umor della rettitmline non et ritiene dal gridare ai dem^i- 
g:oghì e tiranni d' ItaHn, dell' impeiio stesso vicarii : Ahi ma- 
la&irui e Tnahiatij che. disertate vedove e pupilli ^ che rapite 
aUi men poesenlif che /arate ed oci^iipate l* aìlrutj e di 
quello corredate conviti ^ donate e avalli e armi, robe e de- 
nari ^ portate le miraòìli vestlmeJtta^ e.dific(tte U TniraMlì 
edìfiGÌtj e credetevi lurghezza fare ; e che è qui^sto, altro che 
ievare il drappo d' in su V aliare ^ e coprirne il ladro e la 
»ua fnensaì ' Né dimostra men di lib&ro ardirò quandf> ri- 
prendo i vizii delie corti regali d* Italia : Cortesia e ondata è 
luit' uno .* e perocché nelle corti anticamente le virtudl e li 
helli cm turni s^ usa e ano [siccome oggi 4i u^a il tiontrarlo)j 
si tolse questo vocabolo dalle corti: e fu tanto a dire cor- 
tesia, quanto uso di corte \ lo q^ial votiabolo ne og(fi si lo* 
g tiesse dalle corti f massimamente d* Italia^ non aarebòe altro 
a dire che turpezza.^ 

Spira ognora da tnita quanta qufsBt* opera la più vera, la 
più soda morale un it amento air amore della dottrina^ della 
giustizia, della TÌrtù, Leggete, leggete poebi capitoli del 
Convito f diceva il Dionìsji, e vedrete quanto puro ed esteso 
Bla Btato in Dante V amore della eapien^ai e qufiuto poclti, 
a nelle in questo secolo ehe pur dieesi iUummato^ siano i veri 
filosofi. Ed a ragione il diceva» La via più dritta e più facile 
per giungere al nostro ultimo fine, ripeteva Dante» esser 
quella delle morali virtù ; ogni virtù ed ogni vizio derivare 
p ri nei pai meo te da un costante abito di nostia ele^iione, la 
quale altro non è ehe la volontà dì bene o male operare, 
Holo per le morali virtù easer dato air uomo di giungere alla 
vera felicità, e questa eh' è imperfetta nella vita attiva, e 
aemiperfetta nella vita eontemplativa^ esser per diventar per- 
fettissima e somma nella vha avvenire per la visione di Dio* 
E meriti'e non professava le dottrine democratiche, Dante 
partendo da qnetjti principli affrontava i pregiudizi i e le pre- 
tensioni deir ariatocraEÌa, predicando cbo la nobiltà non si 
travasa di padre in figlio, né sta riposta nelle schiatte o nel 
possesso delle avite ricchezze, ma si rinviene unicamente nel- 
r esercizio delle morali virtù e nell* amore della sapienza.^ 
. Ei diceva con Gioveoale : 

I ■ Noòiìttns $Tìla a Mi nf^KC uuifa Viftas. • 

Cosicché non la stirpe f;irà nobili le singolari persone, ma 
bensì le singolari persone potranno far nobile la stirpe, quau- 



* Troll ulo IV, cap. XXVIL 
'Trattato ]\', passim. 



i Trattala 11, cap. XI. 



ÌR DISSERT4Z'0NE 

docile la loro anima avventurosa sìa ben disposta a far frat- 
tiiicarc il seme celeste, graziosamente infusovi dal creatore. 
Dante avea ridotto in sistema la vita dell' uomo, dividendola 
in quattro età. L' adolescenza che contava 25 anni, la gio- 
ventù che ne contava 20, la senettute 25, e la decrepitezza 
ogni restante. Ma qual era l' ufficio proprio eh' egli assegnava 
a ciascheduna di esse V Alla prima, acquistare la vita e as- 
sodarla; alla seconda, (alla cui metà è posto il colmo dei- 
l'arco della vita umana) usarla bene e perfezionarla 5 alla 
terza, far che arrivi diritta al suo ultimo fine eh* è Dio ; al- 
l' ultima, terminarla in pace. Uomini, studiate Dante, esclama 
lo Scolari, studiatelo bene, e in questa breve e misera vita 
sarete meno infelici. Egli vi scorge a Dio. 



AVVERTIMENTO. 



^ra tutte le opere di Dan te j il Convito era quella che, 
prima dell* edìziofìC datane dai signori TrivuhiOj Monti e 
Magfji {Milavo 182G) andasse per le mavì de! lettori cosi 
lacera e guasta j che in si deploraòìL condizione non sì tro- 
vava forse libro d' antlvo scrittore. La cagione del quale 
sconcio era derivata da questo: che. da^ precedenti editori^ 
non escluso il Biscioni, pochi codici si erano consultati^ e 
poco di diligenza e nulla di critica erasi adoperato per emen- 
dare almeno mtn passi viziati, il cui raddrizzamento fton 
era difficile. Gli editori mlanesi ben meritarono dunque de Ih 
lettera nostre^ dandone fuori una ristampa, la cui lezione 
molto pili era migliore di quella del Biscioni {Firenze 1723), 
che questa non fosse ddlc edizi&m antiche. Ma nonostan teche 
usi consultassero undici codici, e molte cure v* adoperassero 
attorno, usa7ido spesso dì quella sagace critica che fa di 
mestieri a trar fuori la vera legione di mezzo a parole e 
frasi scorre tic e disc ordì , pure non riuscirono a sanar tutle, 
od almeno la massima parte delle piaghe che infettavano 
qucétù hcl libro. Del che non vuoisi far loro il men che leg^ 
gero rimprovero, essendoché da essi fu futto tutta quelìo che 
per uomo potez'o^i ; e se né essi né altrij come il Pedersini 
ed il Witte che in progresso proposero nuove correzioni^ riu- 
scirono a rendere il testo del Convito in ogni sua parte per- 
fetto, deve ascriver d piìi che altro alla nat^ira de' codici 
per loro veduti ^ i quali appaiono esser tutti d' una stessa 
famigliai poiché gli stessi m^arioni, le stesse sconcezze, le 
a tesse lacune j poco i^lit foco mCTW, in tutti a' incontrario. La 

^ OA?f?E. — ISv é 



5D 



AVVEnirMENTD, 



qual aingoffiTilà fece agli vài lori milancjil esclamare 
cosa iDCroclibìle, che dove V errore è più uvìtltìnte e più &o- 
JennCi ivi tutti i codici couTCtigatio nella medesima lettara^ 
meltendo quasi alla disperazione ìì retto discorsa ; e /Ve e loro 
ritGueì'i^j Ghc tutti i codici j che dH ConTitù ausBistono^ fm- 
se.TO derivali, come da infetta sorgeri te, da un primo ùffor- 
m^ esemplare, traiio dalle carte po^tutne deW autore. 

E cosi, per dir verOj ritenni anch' ùìj finché de' quindici 
codici che stanno rielle puhhlicke biblioteche di Firenze, non 
ini ^tnne a mano V ultimo eh' è il Miccardlano 1044^ il qjia- 
le, perchè fuori dt posto [causa io sÒaglio di sua numera* 
zi^ne fiel catalogo), non avta potuto per V iTinanzi consulta- 
re. QueBto codice, cartaceo rVi-4" delta fine del secolo XI Y o 
del principio del XV^ sembra essere stato trascHtto per 
mano M uno studioso (e ciò deducesì da alquante postlUe , U 
quale j cofnpiutane la copia, 6 conosciuto che v' avea difetti 
e laeuìie^ la collazionasse sopra un esemplare pih anticù e 
piiif autore^'ole di quello donde avevala tratta. M che costui 
collazionasse la sua copia sopra un esemplare si^kttOf parmi 
doversi dedurre dalla quantità e dalla specie delle corre* 
zloni, varianti ed ari giunte ^ eh' egli sertese ora ne' marginif 
ora negU spazi interlineari: quantità e specie, che non po- 
teì^a venirci sommimstrata da codice, vìie fosse stato della 
famiglia comune, ch^ h quanto dire della famiglia metf esima 
di quello^ di che s' era egli vaino dapprima. Né e da dire 
che quelle molte correzioni siano parto (se pur V amanuense 
era un letterato) di letteraria saccenteria^ poiché delle cento 
correzioni che quwi si veg giano, novanta s' incontrano iden- 
tiche in questo o in quello degli altri codici ^ onde se resian 
provate autentiche le pitif perchè ?ion dovranno esserlo le 
mcnof Vedasi, a cagion d' esemplo, il lungo passo raddri^ 
zato nel cap. 13 del trattato primo j^ e la gravide lacuna sup- 
plita nel cap. 1 del trattato secondo ^^ e si giudichi se qaelle 
siano parole d' un saccente^ o non 'veramente delV autor df*l 
Convito. Onde sì per me, si per gli amatori dtlle cose di 
Diìnte, dee dirsi una fortuna ta contparsa di questo codice, 
che sebbene veduto da altrij e veduto una volta anco da me, 
quando venti e pih anni fa riscontrai uu tiouetio che ivi si 
legge, pure ìion era stalo mai esaminato da alcuno. 

Non per questo si creda voler io insinuare che il iestù da 
me or datOf come quello che non potesse ulteriormente mi' 
gliorarsi, sia l' ottimo. Aioltipiìi eodici de* finora veduti farà 
d' uopo ancora vedere, e multi pl^ studii, di quelli per me 



I 



' £ c/i' ella nm iifttn a me {Ino o ta mamma ddlg uUrc. 
> VumH<hìami klkntU Ono a l' altro si dùama altri 



\ltrgf}rk(i 




AWEETISIKSTO, 



j1 



e prr ni fri /attìf bisognerà ancora fare per fote.r ot tenere 
un sìffiiUa rìsìdlamcnio. A me hmta di poler dare un' edi- 
zione del Convito, migliore alquanto delle precedenti i al qnal 
fine ho cercato non solo di migliorar la lezione j fna altresì 
dichiarare le: parti oscure del tejfto ; ed è perciò ^ che alle 
note degli editori milanesi {toltone quelle di quasi ninna im- 
portanza) ho uniio le altre del Pederzini e d' alcun altro ^ e 
ne ho aggimiie alquante delle mìe. 

E perchè il lettore ahÒia un^ idea distinta de' codici chef 
sia dagli editori milanesi^ sia da me furono air uopo con- 

■ S7iUatij ne do qui appresso una breve descrtzionéj alla quale 
tien dietro V indice degli autori donde sono state tratte le 
note per V edizione presente. 



CODICI CONSULTATI PER L^ EDIZIONE DI MITRANO 

^P , Codici Yeneti ddUL e B biblioteca di San Marco. 

Codice XXYl disila classe X de^ eodici ms$, italiani pos^ 
seduti da Tommaso Giuseppe Far set ti j ed illustrato dtiU* ah> 
Morelli nella sua opera Biblioteca msa Farsetti ^in-12\ — 
Venezia 1771), tomo I^pag. 2d% cod. CVIII. — Nella prima 
carta bianca letjgesi: Questo Hbro è dì Lucba di Simone 
della Robìa, Ri alcime note marginali contemporanee alla 

I'^crit&ura del codicCj ed altre di mano d' Anton Maria Bi^ 
)sciom^ che lo possedeva prima del Farsettif e ne parla nella 
'prefazione all' edizione fiorentina del 1723, pag. XXXIX. È 
scritto nel secolo XV. Questo codice verrà chiamato primo 
Itfarci^mo- 
(odlce XXXIV della ellisse XI de* suddetti codici mss. 
italiani j già posseduto dalla famiglia Nanij e riferito dal- 
l' ab. Morelli alla pag, 52, cod. XXXVII, deW opera sua: 
1 codici ms3. volgari della Libre Ha Kanìana (i/> 4'-, Vene* 
uà 1776). — Ha alcune variazioni e suppUmenti in margine^ 
Si riconosce scritto nei secolo XIV^ Sarà citato sotto il ti* 
tolo di secondo Marciano. 



P Codici Fiorentini della biblioteca Laurcnziana. 

Codice 134 GaddianOj pluteo XC superiore, del seco- 
lo XIV 

Codice 135 primo Oaddlano^ pluteo XG auperiorCj del 
Bceolo XVé 




52 



Avvertimento* 



Codice 1S5 secondo Gaddianù, pluteo XO auperiore, del 
secolo XV. 

Codice 3 GaddianOj pluteo XC inferiore^ del secolo XV, 
QaestQ codice giutif^e notamente alla par/. 120 dell' cdìz. Tur- 
Uni e Franchi^ e termina veggiamo uomini eli' esser B<jn può 
ove la stampa Aa : vergiamo molti uomini ec. 

Tutti questi codici sono illusirati dal Bnndini neW ope- 
ra CataloguB Codicum manuscriptorum Bìbìiothcca Mcdi^ 
ceso Laurentiaiiae^ mfol, T. ¥, coL 404, 405, 406, 4t2. 

Ct^^icì Bomauì. 

Codice Vaticano Urbifiate 686. Questo codice è di beUiS- 
sima le t ter a j in Jiitida cartapeoora^ e appartenne già al 
gran Federico Duca d' Urbino, Stimaui scritto prima della 
metà del secolo XVj ed in fine ha le Canzoni di Dante, 

Codice Vaticano 4778. F swtto anch* esso verso la fnctà 
del secolo XV. È cartaceo, e dì òomssima lettera. 

Codice della libreria Barberini, del secolo XIV. 

Codici Milanesi. 

Codice Trivuhiano. Sembra scritto nel secolo XV^ È 
e (ir lacco ben conservato j ma di lettera difficilissima a leg- 
gersi 

Altro codice THeuhianOj pur cartaceo e del secolo XV^ 
forse della fine del XI Vj acquietato dal Trivuhlo do^o che 
la stampa del testo era terminata. Il carattere n' è di gran 
ìimga migliore delV antecedente ; ma pel riscontro fattone si 
tvotìòf la lezione aver press' a poco gli stessi difetti di tutti 
gli altri manoscritti. 



CODICI CONSULTATI PER L^ EDIZIONE PBESENTE. 

Laurenziaui. 

(oltre l quattro descritti di sopra) 

Pluteo Xlf Codice Mediceo 3D, cartaceo in-4' del secolo XV. 

Codice Mediceo 4U^ caria e et» jV4 del secolo XVm 

— Codice Mediceo 41^ cartaceo Ìn-é:' del secolo XF, 



Avvertimento. 



63 



Magli ab celli ani. 

Patch* 9, Codice 95, 'membranaceo ìn-^^^ del secolo XV, 
Patch. G, Codice 7, cartaceo in'fot.f del secato XV. 
Pahh. 3, Codice 4T, cartaceo in-fel.^ del secolo XV. 
V tasse Vlf Codice 14G, cartaceo m-4-\ della fine del secO' 
lo XI Vf del principio del XV^ 

EÌGcardiani. 



l 



Codice 1041j cartaceo in-fol , scritto itel 1447. 

Codice 1042, cartaceo ^ in-foLj scritto nel 14G8, 

Codice 1043^ cartaceo in-foL^ scritto nel 1461. 

Codice 1044, cartaceo in-fol.f della fine del secolo XI V^ o 

dd principio del XV. Questo codice sarà te pi^ volte ci^ 

tato semplicemente il Riccardi ano. 



INDICE DELLE ABBREVIATURE 

DEGLI AUTORI DAI QUALI SON TRATTE LE NOTE 

PEB L* EDIZIONE PRESENTE. 

Biscioni Anton Maria > Annotasio/ti sopra il Convito 
di Dante, Fircme 112% 
\ Editori Milanesi {Trivnhio^ Monti e Mafjqi). 11 Con- 
vito ài Dante Alighieri, ridotto a miglior temone j 
Padova tip. della Minerva 1827. Eistampa deW edi^ 
zionc di Milano 182fì. 

Scolari Filippo. Appendice aW edizione del Convito 
sopranotata. 

Saggio dei molti e gravi errori trascorsi in tutte le 
edizioni del Convito di Dante, Milano 1823 Que- 
st* opera fu scritta dal Monti ^ ma composta di 
società cogli altri due nominati poc' anzi. 
Vaccolini Domenico. Jh un articolo intitolato il 'Cod- 
Vito di Dante ec. Padova 1827, inserito nel t. XXXIX 
del Giornale Arcadico, Homa 1828, pag. 505, 

PedertinL 11 Convito dì Dante Alighieri con note di Jl 

Cavazzoni Fcdcrzinij Modena 1831. 
WUte Carlo, Articolo nel Giornale Arcadico, ago* 
sto 1825, — Nuove corrcziom al Convito di Danto 
Aligliieri, Lipsia 18 &4. 

Fraticelli Fletro. 



[y^ 



IL CONVITO 

m 
DANTE ALIGHIERI. 



TRATTATO PRIMO. 



Capitolo L 



Siccome dice il Filosofo nel principio della prima illuso- 
fla : tutti gli uomioi Daturaloiente desiderano di sapiTi^^ La 
ragr<jnt5 di che può le osse re, che ciascuna cosa, da p ravvi- 
denzra di propria natura impinta,* è inclinabile'* alla sna per- 
fezione; onde, acciocché* la scienza è T ultima perfe?aone 
della nostra anima, nella quale sta la nostra ultima ft-lìcità, 
tutti naturili mente al suo"(IèsTnerI(> sTamo suggetli, Veramenfe^ 
fJa^ questa nobdissima perfezione molti sono privala per di- 



I 



» Col J ' antonom astica oppelbiione 
dì Fiiomfo ti Eli Pil allrove è seTitpro 
Imitcato ATistotilc^ PhfHù filùsofìa 

dice piùchiaramtnto nel trattato 11, 
ClJp- 14 : fu jinìifìfi Kieii:ia chi si chia-^ 
ma Mi'lttfnnca. Infatti Aristotile così 
cuaiiiiclu il primo libro tJiilla M^taft- 
iim : ft Omftt's homints natura scire rf^- 
nderatit. * li. M. 

' Impintù da itnpigmre vale spin- 
ta. I>. 

■ htclinabiU per inciinuta. P. 

* Act^fùt'shè suvecic di piirciùùchè: 




modo antico di «ui l'autorG fa uso 
spesa JBsimq lo ques^tO Ubro- C Mh 

^ Veramente per ntiUadimena^ tut- 
ffima, cnntuttocìò, lat. verumtamen, 
Como obI Pur^ntoritì, Vi, k'à t « Vfrtì- 
TìtsuiB a così ulto sospeHfì Non ti ftr- 
mtiT ce. Tf E* M. 

fl />a j>er tìi^ CtJsl in {|uesto medis- 
simo capitolo più sotto \ sarà da ogni 
ttìidìonon laiamstiie privato. \Ì. M. — 
Ma il codice H. Im dL P. 

T Prirti/r) in senso di priim^ muu- 
(Sfinte, non e nel Vocabiilario* K pur 
era do pumi inii^ni^i a taUi gli altri 



5G IL C0>^V1T0. 

Terso ca,*;lf>ni che dentro dall' uomo, e di fuori da esso, luf 
rimuovuTJo dnir libito di scicnzìa. Dentro dair«omo possono 
essi re due di fé (li o impedimeoli: * Tuno dalla parto dei corpo, 
r a[tro dalla parte dcir anima. Dalla lìarte del corpo è^ quanda 
lo parti sono indebitamente disposte, sicché lìulla ricevere 
può;* siccome sono sordi e muti, e loro simili- Dalla parie 
dt ir anima è, quando la malizia vince in essa^ siccbè sì fa se- 
guilatrice di vj;EÌose dilettazioni, neUe quali ricevo tanto in* 
ga: no, che per t|ucllii ogni cosa tiene a vile. Di fuori dall* uomo 
p( ss.ìoo essere similmente due cagioni intese^ l' una delle quali 
b induttnce di necessità, I' altra di pigrizia. La prima è la cura 
fainl^iiare e civile, la quale convenevolmente a sé tiene degli 
uomini il maggior numero, siccliò in ozio di speculazione es- 
sere noE possono. L* altra e il difetto^ del luogo ove la per- 
srjtia e nata e nudrita^ cbe talora sarà da ogni studio non so- 
lamente privato,* ma da gente studiosa lontano. Lo due pri- 
me di queste cagioni^, cioè la prima dalla parlo di dentro e 
la prima dalla parte dì fuori^ non sono da vituperare, ma da 
scusare e di perdono degne; le due altre, avvegnaché V una 
[iìù, SLmo degne di biasimo e d* abbomìnazrone* Manifestamente 
adunque può vedere chi bene considera^ che pochi rimangono 
quelli che air abito da lutti desideralo^ possano pervenire, e 
iiinumerobili quasi sono gì* impediti, che dì questa cibo sem- 
pre vivono a Ha m ali,* Oh beati quo' pachi che seggono a quella 

fiìgnincuti col preserile tisempjo, e 
t'oir altro dell' is!ofl50 Dante, Pttfj?«- 
tnriù^ XVl^i: a Buio d' iftpirnù, v di 
uolSf privala D* iì§iii psantsa, ^ E*M. 

1 Invece di dm d'fttti o imppdimcnii 
quost tutti i cmVm e le edizioni leg- 
gtìiia due difdH, è iwptdiio, lezione, 
che mìo fiUJdic5o non dii senso, o 
clje pijiciò (Jt?t> nEltilarsi, QiiélJuche 
tio intri}dotta ncJ tcslo é del Biscio- 
ìli. F. 

' lulctidi: ticchè non pu5 ricever 
imlU dog ti oggcUi esiernì. 

i Diffttfì usato pL*T vìzio {a ittìperfe- 
2Jo;if ], non per mattain^sa. IL HI. 

♦ Intenti!: non solometito privo 
ili sttuiio pubblico qLialsivcglìa , 
tua eo. \K 



* TuUc lo stoinps e ì codici chea 
BOti notlj lej;gona comiàtrat/ì ; e puft 
spìc^iìrhì prtMO dì mirti. Nu ladimena 
SitampEamq desideralo, secon do la cot» 
rciione pasta dal Hbcioni Itt nota, 
perocché que^La enipndnzione conrl» 
lia il luogo presente coM'tìltro di 
nanle bqI bct princìpio: /«f^t gli no- 
mini nfitnrahnnnle defiifÌÉTaKo di mpe- 
re, E.M. — Nel codice H, stnva scrii- 
io cùn n idi^ra io, ma da 1 1 a m d n o aI^&sè 
fu corretto dmderato. F. 

fl La lesiono ccmtine ora : innumé* 
rabiìi q\utxi sono gV ìmpcdiiì dté di 
ijuettù cibo da laUi iempre vivotvì nffa^ 
maOj'Gv'nvea taluno cho fipiegaiva 
rif'ù da Itìtii per ciba cùmun^. Mfi co- 
me fti pu& eRli dire, aveano ubìeUulo 



TrtATTATO ruTMO, 



57 



mensa ove U pane degli angeli ^ sì mangia, e mìsen qui'] lì 
cbe colle pecore hanno comune cibo ! Ma perocché ciascun 
uomo a ciascun uomo è nnttiralmento antico^ e ciciscuno nmico 
si ùnoh dui difetto di colui eh' egli ama ; coloro che a si alta 
mensa sono cibati, non sanza misericordia sono ìEvér di quelli che 
Su bestiale pastura Ycggiono erba e ghiande gire mangiando. ^ E 
perciocché^ misericordia è madre di henefìcio^ sempre liberal- 
mente coloro che sanno porgono della loro buona ricchezza 
ahi veri poveri,* e sono quasi fonte vìvo, delia cuf acqua si 
rifrigera la naturai soie^ che di si>pra é nominata. E io adun- 
que^ che non seggo alia beata mensa, ina^ fu^jfgìto dalliì pastura 
liei YulgOj a' piedi di coloro che seggono^ ricolgo di quella e ho 
da loro c^de^ e conosco la misera vita di quelli che dietro 
ni' ho lasciati, per la dolcezza eh' io sento in quello eh* io a 
poco a poco ricolgOj misericordevolmente mosso, non me dì* 
menlicaQdOj per li miSGrì aicnna cosa ho riservata, la quale 
agli occhi loro già è più tempo ho dimostrata," e in ciò gli ho 



gli cHìL miì., che M cibo metaforico, 
(Il cui C[Ut si ragiona, ef-^eridc» rnnnlirp' 
filamento il mpere^ sìa cibo da InTTl? 
Ondarsi slimjrono dover auppMirc 
iHi^ voce, e Icsflioro da tutti sempre 
rfwdfrmj'tì; lo che potrebbe Si are, so 
quGS?ft froflc non fusso stula u^aiù 
doU' untore in quésto stesso pc?rlofltJ 
iiiifl riga innanzi. Ora, poìcbò il codi- 
ce H «nri porta lo parole <:'ft titni.e 
poiché qut'3te ,, accompagnati} piir^ 
ii^ Il a ] tr^ Jeiìdt raU\ n 1 1 i I a n ^ g^i o n gn- 
no al concetto^ ù p^.r me cluaro cfio 
j&onovi stolte intrude inopportunamen- 
te, È perciò le lio toUo, F, 
, 1 Idoilo tle^namenL<^ chìiima ìa 
(ÉCÌ?nzLk jfdHt' degli angeli, i quuU iiu- 
' tncano la vita di soavissima comem- 
|ilo Kto n B d E 1 r e te nio e »on i move ro. K 
— Così 13 e I Piirtidito, \l 1D: a Fot 
atli'i plachi, die àriz saste il colto !hr 
tempo al pati àrgli Angrlì, dd quale 
Vivai qui, mn ttoH ari fien Mtolh}, » 

* DI qui innanzi r autoro dice prin- 
cipalmente, che per compiB^ione de- 
gli tìomìriì non scienziati, ma puro di 
Inionn volontà, intende rtì perlecipur 
loio un poco di ciò, ctie sulle opere 



do' sotnoiì maeatri egU ho sppre<iodl 
scìpn^a ; la cjuiile oi veste do' tiomì 
ili mf fisa ^ cibi^, vivflnda^ convito ; e 
dice ó\ volerlo accninodiire alli copa- 
cìlè degrmtelleUi loro eolie dichia- 
ra 2 inni ch'^i eh In ma pmm. Ma è da 
rofi side rare la i^randt^zitaG la pfls«^iri' 
ne m£iravlgi]0»9 che til sempisce 
soggeìto vipnc! dalla figura goito 
la mano delio scrittore incompara- 
bire. R 

3 P&rdocshè legge il e od. R. ; ffC- 
^iocrhé in volfiaEa. K, 

* Chtpma tiaoniiricrjie^zft la jscìcn- 
7-31 e i'^ri pwfri gT ignoranti, a di Ge- 
renza d eliti ricchezza e de' poveri di 
beni rstL'mtt perciocché veramente 
T>on V ha cosa, che »ia tanto di cia- 
scuno, oche tafitogli manchi; qo^-into 
la perfi'ziotie deli anima. P. 

!^ li! /.« sete i tal arai che mai non sa* 
ziff, «Pargr, XXI.1.E. M. 

fl Cicdc il Pcderxini che qui 1" au- 
tore accenni alla Vitti Nmvn, ma con 
miglior fondamento io credo ette ac- 
cenni alle ^ue Ciftis^oni filosonohe, io 
quali tnfat^U BOn dtì e&so diatilurat^ lu 
questo Cmu'itù, f. 



5S 



IL CONVITO, 



fa Iti maggi! krrafìTìto vogliosi. Per che ora volen<lo loro oppareo^ 
chuirCj intendo fare un generale convito di dò eh* io ho loro 
moslralOj G di quelle pane eh' è mestiere a cosi fatta vivanda, 
srinza lo quale da loro non potrebbe e^er iMingfiata a queste 
eoQVtlo; di quella pane degno a cotal vivanda^ qual io intendo 
indzjrnu essere ministrata/ E però ad esso* non voglitJ s' as- 
si- tti ^ alenilo male de' sudi urgani disposto: perocehò nb dmit, 
né lingua ha^ nb palato; nfe alcuno settatore^ di vizi! : peroc- 
ehfe lo stomaco suo ò pieno d' umori venenosi e ciinirarit, sic* 
che mia vivanda non terrebbe.^ Ma vegnaei qualunque è per 
1 cury^ famigliare o civile nella umana fame riraasOj e ad una 
I mensa cogli altri simili impediti' s'assetti: e alli loro piedi 
si pongano tutti quelli che per pigrizia si sono statJj_chò non 
sono degni di più alto sedere: e quelli e questi prendano' la 
mia vivanda col pane, che la farò loro e gustare e patire.' Ly 
vivanda di questo convito sarà di tiuattordici maniere ordina- 
taj cioè quattordici eanzoni si di amorej come di virtù mate- 
riate/*" le quali san za lo presente pane aveano d'ateuim scu- 

3 Ijiieiìdl la quale vivanda, aola è 
scn<2a U pane CDiivenìent^f conosco 
die senza prò sarebt>ù minlatrota, F. 
— Avverto peraltro chtì qualche co- 
dice lej^ge ÌQ non inftudo indartm éC. 
li poirà intendersi j cIjCp per questo 
|uine di che abbisogna» cotal vivanda 
non sarà miniatroEu indarno. P. 

* Cioè Contiit'}. 
» Cioè, §i pùtiga a i^derf, q aimìk. 

So|vra quciì' uso dd verbo atHltuni 
vedi r Alberti. P. 

^ Quasi tutti ì codici e la stampo 
hanno aasttatoret voce di cui non si 
bitnuQ aJtri esempi nel BÌgniGciJto dei 
Ialino ifGtator ; mentre il verbo ossei" 
tare, atsetiar^i^ non signiDca mai «0- 
giiiinrvt mn atconeiare , nccomodarcf 
usnider^L ìlù preferito diinquo di leg- 
gero set tutor fi, uiìctj purcliédiqLìeslf) 
voce, e non mai dell' altra ussatlatn- 
re, fa t>so più volte F autore uel pro- 
cesso di questo libio* l\ 

s Miti ptcanda non terrebbe. Codice 
Vot. Urb, Jì:. M. 

* Le ijaroEe per cura, mancanll in 
tUUL ì teati^ sono una scn^f^li^siAiia 



aggiunta, che noi dcbbìemo ad uno 
straniero, il signor Carlo Witte^ Le 
sue emenda?4oni «1 t*3Sto del Cffumta, 
pubblicato nel Giorìmi'' A rcadien iX\ 
Itoma, agosto )8iii, ci tiannn giovalo 
a rettincaro alcuni passi sul quali 
oravamo tiilEuvia incerti. Ai Icro luo- 
giti glie ne renderemo il debi^ta ono- 
ro. Ed è verauiente mirabile, che 
nuuiitre multi itaJi&ni lasciano le pro- 
prie cose in oblio, un Atenkinro ne 
prenda unta curtk econ tanta foUu- 
na. E. M. 

''Con fiueltì, cioè, Clio hanno im* 
pcdimenti di somiglj5nto tiatura. 

s I.e stampo moderne leggono 
pniKÌerfiHììù. 14 a puiebè in questo pt> 
rlodo adnpra Danto it tempo impem- 
lii'D^euoniifultiro..,, ad miamenmt 
i'asneiiu... alti toro piedi $i ponga- 
no,,.., perciò qui dee leggerai « questi 
e qupili pnndanoy.,.. come leggono la 
edizioni antiche, P.t * 

^ Patire per tmaliirej digerire. Ve- 
di la CruBcu. E- M. 

i^ Cieè^ cha hunnc materia dìcOiSd 



TBATTATO PRIMO. 



50 



timbra^ siede a molti ior belfezzu più che lor bontà era 
ào ; ^ ma questo pane, cioè la presente spasiiionc/- sarà 
e, la qualo t>gn[ colore di loro senten2ìa farà parvente,* 
E so ììfìlÌB presente operaj la quale ò Convito* nomi fiat a e 
vo' ebe sia, pki virilmente sì trattasse ^ihc nella VUa Nuova^ 
non intendo però a quella In parte alcuna derogarti,, ma mag* 
giormento giovare per questa quella ; vergendo siccome ragìo- 
nL^volmcnie quella f^Tvida e passionata^ qmsim temperata e 
virile essere conviene. Che altro si conviene e dire e operare 
a una etade, che ad altra; perchè certi costumi sono idonei 
e laudabili a una etadej che sono sconci e biasimevoli ad altra, 
siccome di sotto nel quarto trattato di questo libro sarà per 
propia ragione mostrato,^ E io in quella dinanzi*^ air entrala 
dt mia gioventute parlai, e in questa dipoi ^ quella già trapas- 
sata. E conciossiaeosacliò la vera intenzione mia ff>sse altra 
che quella di fuori mostrano le canzoni predette, per allegorica 
sposiziono quelle intendo mostrare, appresso la lìtteralc storia 
ragionata : sicchfe V una ragiono e V altra darà sapore a coloro 
che a questa cena sono convitati; li quali priego tutti/ che 



d' umore di virtù. P. — Poiché co- 
m* è notOi U Convito è opera doti ter- 
niitiatfl,aarh inutile II ricordare, elio 
iiofi quattordloli ntti tre iolf^^ouo le 
cdtiiEHH qui di dì idrate. F, 

* lolendi : eicchù a molli placov»- 
uo più per U beUeiio estrjnsecp, che 
noli per T intrìnseca bortth, P. 

^ Ld leziono volgata è ditpoùziom, 
ma teniamo per fermo che ipotiziùne 
sìa U vera. E, M. — Non e ciò inflit- 
ti vo^ ma posili V0| poi ubo quaJcho au- 
lica stampa ha njiQMziom. F, 

3 Parisenta 13 UJ vale appariscfnie, 
vitibiU. ¥• . ' 

* Vorrebbe il Witto che qui ed al- 
trove si leggesse Cmvivto, alla ma- 
niera Ialina^ perche^ così loggouo al- 
cuni cadici ed alcune anticho stampo- 
Ma coll'auterltn di codici e atampe si 
Bosiieu pure T ultra Icììone Convi^ 

* CluÈ , sera dSmostrato per pro- 
priOi particoiarc, rJigiijnameiitoH La 
luiìone volgata è: sarò proj^m THQto^ 



tifi masiraia. La da me adottala à del 
WiLte, sotnminÌ5tratug:i da un fino 
codico. F, 

fl Cbè, netU Vita Nuova, l\ 

' Cioè, nel Convito, F, 

B In questo : priego iuUt\ che se il 
Contìito twii fovst taftto aptendidit 
quanto cofiviem atta ma gtida^ che 
mn ai mio volere, ma alta min fucuiia- 
tB imputino i?e.> Bf*mbra che uno ùèÌ 
duo i:he eia &u(>erlluo. Si Legga però 
la nota dell' abiite Calomho allo no- 
vella 8» gtoni. * del ÌMawtrom^ ove 
mcontrasi tyell caempìo del medesi- 
mo pleonasmo; si vt^drà ia essa 
chkrameiito spiegato V ufDclo del 
plconusmi tti tale natura, il quale i^ 
d' impedire che, per l' interposti un e 
di qualche proposUione un po' lun- 
ga^ tra oìdi* frasi insieme iogjite da 
una particella^ il lettcjre corra perico- 
lo di iììm^nticore la conucsiàionLj die 
esso Trasi lijiiiiio tri) di loro, bcendo- 
glielu risevvetiire colla ripotiziono 
della particella medeslnin* Cosi Dan- 



00 IL CONVITO. 

SL' i] convita non Tosse tanto splendida qunnto canvi^no a Ni 
SUD gridtìj* che non al mio vqIxt*^, ma alla mfn f^cllUal^! ira* 
puliao ogQì difetto ; perorrchè la mia voglia di cotupìuta e cara 
liberal t là è qui ^guace.^ 



Capitolo li. 

Nel conainciamenlo di ciascun bene ordinato convito so- 
gliono H sergenti'* prendere lo pane apposito, e qnello purgare 
da ogni macula ; per eh' io, elio nella presente scrittura tengo 
luogo di quellij da due niacoie mondare intendo primiera- 
mente questa sposizione, cbe per pane si conta nel mìo cor- 
redo,* L' una è, che parlare alcuno di sé medesimo pare non 
licito; l'altra si è, che parlare, sponcEdo, troppo a fondo/ 
paro non ragionevole. E lo ilUcito e lo irragionevole il coltello 
del mio gì udì e io purga in questa forma.*^ Nun si concede per 
li rettoriclj alcuno di so medesimo sanza necessaria cajjione 
parlare,"^ E da ciò è l' uomo rimosso, perchè parlare non si può 
d'aicunOj che il parlatore non Imli o non biasimi queUi di cui 
egli parla; le quali due cagioni rusticamente stanno a fare 
parlare di sfe nella boeca dì ciascuno,* E per levare un dub- 
bio" ebe qui surge, dico che peggio sta biasimare, che lodare; 



I 



li! UtóSJo. ìnf., XXVI, ìa : « ^ die sa 
Htil^ bwnia ù miglior t::ùta M^ ha dato 
*i fe*n, eh* io ifteiitO noi m' invidi^ * OVG 
•emlini di soprsptii il cAi^ innppzL 8d 
IT. E «lovl qi*i r avvertire q^eat^iisa^ 
Pirelli' neJ Convito è ffeqatìtìte. E- Bi. 

< flrfdn, tiìfìè bandn^ ortde imbatìdi- 
Q^tìM (dal ÌH^ndira) i conviLi solenni \ 
e UntTt mrtt handUat quasi tfi/fwm 
fiàhtkum n. 

' IntcmU ! pErocdié T animo mìo é 
4 «VpB rccch I li r e con Iti Uo T a me re o 
li tn^egìot possi bile larghezza^ P. 

» Str^iniiitXQh minÌntri,i(rvenH. F. 

• Ooe, Che T>d mio cotivUo tione 
ì*it)%ù ileJ puno. Currado per canmio 
k% vor) flit' tri t)i nel Vocabolario. P. 

i Piififtrc con troppa profondità in 
%km fi polivi Olio, pure ec, K 

• Carne bis dicesse ■ lo purgo il mìo 



presento pttrhrc d^lle ortte di ncn le^ 
cito e non ragionevole, per li» co- 
glienti ragioni. P. 

T r<?rci6 disse nel Pwrrjf. XXX, 62 1 
4 .. ». rat v0iti iti suor» dii fiomp miù^ 
Che à\ nrcessUà qui si rtgiiiffi. » F* 

s Qumì dioa: h qa^ili di^e cose, 
cio^ lodare e biostnnire^ non ponno 
nnai staro convencFoliDenle ncJU 
bocca di nessuno por cagione di par- 
lare di sé medcainio. P. — U ledono 
comune è a fan dièè, E nel Sìgfjm, 
png. 40 T ave w fimo eorroUo a fire pfi^ 
rok disi. Ora adottiamo la lezione del 
rod.Gadd. 13o priino,laqitttÌorìcmpl@ 
in lacuna in modo che lorna il mnto- 
simodellatiostra emonda-^ione. K si 
noti e ho parlari va qui proso In ft^rsca 
di «30 m^', perdf^i'irio o simili?. V^. M. 

* U dubbiai cooia si vede ad se* 




TRATTATO PRIMO. 



GÌ 



uYTPgTiachò r t no e i' allro non sia da fare. La ragione éì è, 
che quìilunque cosa è perse* da biasìmitrOj ò più laida ch(5 
quella di' è per accidente* Dispregiare se medesimo è per sé 
LiasimcYole, perocché allo amico dee V uomo lo suo difi^tto 
contare segrelamcnte, e nullo è più amico cho V uomo a sìj; 

tonde nella camera de' suoi pensieri so medesimo riprendere 
fieo e piangere li suoi difetti, e non pale&e»' Ancora del non 
potere e del non sapere bene sfe menare^ le più volte non è 
r uomo vituperato; ma del non volere è sempre, perchè nel 
volere e nel non volere nostro si giudica la malizia e la bon- 
tà de* E perciò chi biasima so medesimo, appruova ^ se cono- 
■ scere Io suo difetto, ed appruova sé non essere bucmo; il per- 
chè di se * è da lasciare di parlare, se biasimando.^ Lodare so 
è da fuggire siccome male per accidente. In quanto lodare lìon 
si può, che quella loda non sia maggiormente Tituperio: è loda* 
nella punta delle parole, è vituperio chi cerca loro nel ventre. 
Chò le parole sono f^tte per mostrare quello che non si sa. 
Onde chi loda sé, mostra che non crede essere buono tenuto ; 
che non gli incontra sania maliziata coscicnia,"^ la quale, sé 
lodando, diseuopre, e discuoprendo si biasima. E ancora la 
propria loda e il proprio biasimo è da fuggire per una ragione* 
egualmente, siccome falsa testimonianza fare; perocché non è 
uomo che sia di sé vero e giusto misuratore, tatìto la propria 
^■iJarità * ne 'nganna. Onde avviene che ciascuno ha nel suo glu- 



gyenic dl^tcorso, è so sUa pL'ggìo bia- 
simar aè m<3tJes{nio o lodate. I\ — 
Le parole che speuonoj dicevEino nel- 
la vo E gii tu € he quii! i lurgs; mu il e od, 
R, Icgfie chi qui stirge. F. 

* Pfv fé. Cioè di ttm tmtaraf o e^- 
Bcniialroente. P. 

1 Pulfie^ palfise mente. F. 

8 Appruova^ cìoò comprova ^ coufer- 

* filieTChidi té, legge il cod. R. ; 
pit ohe ptr sé, la volgata* f . 

* ÈSGnten^ad'ArbLotile. « Lauda* 

Alu3t , I. V llj e. '2* tì Oft mpfìrle janmit 

9 Kc\ Sfifj^ht png. 107, abbiamu 




notato col Periicàri che cm\ dee leg^ 
gersv essendo queslo Ja sentitnzfl; 
« èladerLcU'dppareQ^d, e vituperio 
nella sosUn2P. v la lezione volgata e: 
i laida fi fila pwtia delie parole, a fitu- 

■f IfiLemìi! la qusl cosa, cioè cre- 
dere di non ea*sre buono t<*ntJto, 
non gli occaderebbo, se non uveale 
mpliìciata coEìoienza, In quale ce. P. 

^ idue codici Marciani, tre Gsd- 
(ibnìj n VtìL Urb. e Itì anUcht? edi- 
zioni b'gsuao co ncoj dementa rfìgùì* 
ne, lì iJiaciotd Im prerarito Infetice- 
mpntp cagione. E.ÌA. 

9 Lit propria cantò, ci&è Vntaoi 
proprio. B, 



ir^ 



IL CONTITO. 

dicìo le misure del falso Dit!rciiUrilPj che vemlo coir una, e 
compera coli' altra ; e ciascuDO ctìii arapr?i mfsura cerca * k» 
suo mal ^re, e con piccula cltc^ Io bene; sicché 11 uunicm 
e la quantità e il peso del bene gli pare più che se ct-n gmsia 
misura fosst^ saggiato^ e quello del male meno,' Per che par- 
lando dì sé con loda o col contrario, o dico Talso per rbpi'tEo 
alta cosa di che parla^ o dice falso per nspetto olla sua sen- 
tenzia ; che r una e T altra è falsità.* E però, conciossiacosa- 
ché "1 consi3ntfre è un confessarej villania fa chi loda o chi 
hfasìma dinanzi al viso alcuno; perchè uè consentire né ne- 
gare puote lo cosi estimato sanza cadere in colpa di lodarsi 
di hiasimarsi.* Salva qui la via delia debita correzione, eh' es- 
sere non può sanza rimproverio del fallo/ chi crjrrcggc s'iti- 
tende; 13 salva la via del debito onorare e magniflcare, b 
tjuale passare non si può sanza fare menzione dell'opere vir- 
tuose, delle dignità di virtuosa me ni e acquistate. Veramente' 
al principale intendimento tornando, dico, com* è toccalo di 
sopiti/ per necessarie caconi Io parlare di sé è conce tinto. 
E intra le altre necessarie cagioni due sono più manifeste: 
runa è quando sanza ragione di se, grande infamila e pericolo 
non sì può cessare ; ** e allora si concede per la ragione^ che 
dclli due sentieri, prendere lo meno reo, è quasi prendere tin 
huono. K questa necessita mosse Boezio di sé medesimo a 



* Esamina, P, 

1 Dì IsLto ae la nvisura è pieeoìa, U 
misuralo rare grandissimo ; e co&l e 
eon Vèrso, W 

a Qujisì dica : iiì consoguettra dvWa 
venia p<»là qui sppra» la parlniKltì di 
le, o dici il tiitao e beita aUìóìg^ o io 
diclsi^iiza a V vederle ne : che nt^ìrtin 
caso neUallra 11 falso non si evi- 
ta. V. 

* AristoliJe (RetL, L \ì, e. G) disse 
phfi lodart iik prtifrtsa è ttffm d adv- 
UziùHt, H, ià. 

» Leedtitipnl antìclm lrgg<inOieii- 
r« impnpfriv éH film, o gii tdtl. 
■niL stanipandD nénat iin|»iojj*r(o iti 
fàiS»^ Btìtaroj^o che la parola f^hn è 
ffidriit'" metile ^bn^iiaU. lila la ^oce 



improptriù luonando vi^uffi» tf*m*(* 
ciùj mal rispondere bti« bI cnncello 
che qui Datate vuùJ sigaìficare diatin* 
goenda il biasima re dal correggere. 
Ond" io ho preferito di {erigere rrro- 
pro^ent), come! l^^ggcìl end, Gadd. ttlS 
primo, parola {noU no pure gli sli^ssi 
fdit. mfi*j co nve unente ai coneetto, 
di cyi Dante fa uso, Pwrj*, XV|, ^'J^: 

a Cii fi tintoci &. I\ 

T É toccato dove diise» die non si 
concede di sé medesimo parlare sen^ 
i^a necessaria cagione ; la q^ial pro- 
fX^siTiioDQ iuciirdCt che ptr nec^tiarit 
rn jiffni; hìpcHuri di à medéiimo I 




TRATTATO PRIMO, 



m 



pailare^* acciocché sotto pretesto • di cunsolazionc scusasse la 
piirpntuàlo iiifymiu del suu esilio, nfirstrando quello essere in* 
giusto; poietiè altro scusatore non sì le va va, L' aUra è quando | 
per ragionare di sè^ grandissima utilità n^ scgm? :iUruì por vìa \ 
di dottrina ; e questa ragione mosstì Agustiuo nelle Confessioni 
M par laro di se ; elio per io processo della sua vita^ in quale 
fu tir malo^ in huono^ e di buono in migliore^ e dr miglioro 
in ottimo, ne diede esemplo* e dottrina^ la quale per più* 
vero testimonio ricevere non si poteva. Per clic se V una e 
1* altra di queste ragioni mi scusa^ sufficientemente il pane del 
mio fermento È purgato dalla prima sua macola. Movcmì timore i 
d' ijifamiaj e move mi desiderio di dottrina dare/ la quale altri I 
veramente dare non può. Temo la infamia di tanta passione 
avere seguita, quanta concepo ebì legge lo soprannominate 
canzoni, in me avere signoreggiato;' la quale infamia si cessa, 
per lo presente di me parlare, interamente; lo quale mostra 



^ L^ edizione BfsdciO Jeggo disi 
ìHFdtfkao parlare* TaUe le più OnU- 
cliÉ* slùmpe hanno a piniare^ e con 
ùnnc Viinno d'accordo niultì codirl, 
E, M. 

*U codice llirberìno di noma» il 
${?pfindQ Marciano ^ i?d il Gurldiano 
135 secondo, hfinno preieatQ. Gli filtri 
**odici e lulLe le sUmpe leggono prò- 
irntfì^ ìdifltisroo de' copisU lùdegno eli 
Urine. E, JM. 

s I codici e Iq stampe hanno con 
ma ni Testo errore di buono in fiiusNo. 
Noi correggianxj tH *7i«^o tu btwno, 
pel che cosi richiede ta pr^ilatìone 
HifJ dia corso, u pwrchn poi é noUssi- 
mo, anco fier le Confessioni del san- 
isi qui citate^ che AgasUno nelJa sua 
giovcniù fu non huono ma caUjvo. 
E M. 

* ÀJttmph legger ed iti ofl e Hi se io 
ni d HDcordo con aJcnni MSK. Noi ri- 
in e tu amo Ja vocó legiuima tìsftpplù, 
derivata dal latino, corno lo egea i 
fieU' edizione principe, in quello dtd 
Sessa ce, e come pure nel codice se- 
concìo Marciano e nd Gaddiano, 134. 

* TyUM codici e le stampe hanno 




pff ni f^sro tiKiimóTiìfì ; sciocca lezio- 
ne, la quale dà la monUta a sant'Agti- 
atjnp; quafii cho per esser egli w ero 
teitim<nti% la sua leslimonianza fiori 
tipotgss0 r ter vere. O dunque è da Icg* 
gerei per ai tero leslimonifj non ricfte~ 
re uùìi àipoteut flfiS'iogendo quel pri- 
ma rte>w, ctjo distrugge l'effetto de I- 
J'altro, © forma l alTermaUva ; o 
conviene adottare Ja ] elione, chf» 
come più elegante e migliore, noi 
abbiamo fermata nel testo. Se puro 
invece dì Hcei-ere, Dante non ha ti fitto 
rictiti^ire ; c)\è allorn (come si ò ós?cr- 
i^ato nel ^a^l^ioi png. 108; In lexiotse 
non involvo conlradkìone. E. M, — 
La legione vo1^?a^a potrebbe^, come 
pur notò il Ped^rjinl, sostenersi, 
80 [ ipo n e n do eh sì n f? Il a f r a so v " a h b ia 
fm* ellissi^ per esempio t ìa quìk jar 
itUrù tcjfimonio sì t?erOtCnme mn/Ago- 
iiìni}. rmtjfrf non «i jiofeif. l\ 

* Di dare Man tal condizione di 
dottrina, Jaquuioec. P.^ 

t Ecco la e osi ru?. tono dì qtieito in^ 
tralcìalo periodo i Ttmo Itt inptmia ài 
aver t^gwta paisìùm tantn, quaìkta^ 
chi ìtgge le tùpratmomimiU cmtzonif 
i^oncfpi apert tf'gtióregs^alo /» me &g. 



(ii 



IL COHTITO, 



che non passione ., ma virili sie stata la movente engione. In- 
tendo anche moslrare b vcTa sentenza dì quelle ' che per al- 
cnm vedere non si pua^ s' io nou io conto^ perch*è ' nascosa 
Sótta figura d' allegorìa ; e questa ntm soinmente darà diljUo 
buotjo a udiri'^ ma sottile ammaestramento, e a così parldre, 
e a am Intendere 1* altrui scritture. 



Capitolo HI. 



Dtìgna dt molta riprensione è quella cosa* eli' ò ordinata 
a t5rro aleuno difetto per sb medesimaj e quelto induce ; sic- 
come quegli * che fosse mandato a partire una zuff^t^ e prtma 
che partisse quella ne comincrasse un'altra.* E perocché 'I 
mio pane è purgato da una parte, conviL^nlomi purgare dall'ai- 
ira per ruggire questa riprensione; che il mio scritto che quasi 
cemento dire si può, ò ordinato a levare il difetto delle can- 
zoni sopraddette, ed l^so por sé sìa forse in parte* un poco 
duro;'' la qual durezza, per fuggire maggior difetto^ non per 
ignoranza, b qui pL^nsata.*^ Ahi piaciuto fosse al dispensatore 
deir universo, eliti la cagione della mia scusa ^ mai non fosse 
stata ; cliè né altri contro a me avria fallalo, né io sofferto 
avrei pena ingiustamente; pena, dico> d'esilio e di'povertà. 




Il) queste forzate costruzicmi fcljo 
multtì ne incontreremo in questo li- 
turo) si può vedero la Tonte di qnelle 
dì tiui si compiacqui tanto il BuncDe- 
ciniMè piircld vogliamo Icd^irlo. E. Al. 

1 Sottlnlondif canzoni, t*. 

» Pinhè é, lUotllCe fl*; perchè t la 
volgata. F. 

^ Qit9Ìl(i C'^m JGggono 11 codice 
Niitc. ai^coodo, il V at Uri)., i Godd. 3, 
iaV,l35»ccundtJ,c il Hjirh., ma Tedi* 
SLione I}ii!{!i«>ni parta ta cotu, E. II. 

* Cairn uwatiù di qurgti leggono 

colU primi! tuU4]|Gi»iUiutiGi3tJi2ioni, 
ti ami pvfo luiuEiu i codici Marci ani, 
il 1 ai secondo ed itretleddjatiL E. M. 
n Oot'slu il il principio geneisk^ 
a opro noi *ii regf^e la seconda ripren- 
uHjno ulto a lui polrebbtì muoverò, e 
dulia quo Iti Taul^tg prcudo i di^ol' 



paro la presente eaposìiìone delle 
CDOzoni. l", — Invece ili wa caminf^ias* 
su, ii Witte, Boguondo un suo codice, 
ama di leggerfj ne nutricale?. F. 

« Il codice Marciano che fu giti «n 
Tommaso Giuseppo >' arseti], e ch^ 
noi chiameremo .if ardano primo ^ leg- 
ge d'accordo colle atiliche edizìoiK in 
parti ftkum; e così U codice VaL 
Urli. E, M* — E cos^ pura il cod. 
n, - Iv 

TCioè, Tioo cedevole di leggieri 
alla tana inteilettive diJ'kUort. Cosi 
naìì'hif*! Ili, 9: a il «jwo '^>r m'è 
timo, » P. 

« Pettmla, cioó imiuaginulb] troTa*^ 
ta dalla mente. F, 

t Imeiidit la cagione per cui lio 
fatto quE Ho di elio mi debbo scuaaroi* 
cioè dùvevQ te ri ito sublimementt. P. 



I 



I 




TRATTATO PRIMO. fiìi 

Poiché fu piacerf^ de' cittaditiì della beili^Ima e ramosissima 
figlia di Roma, Fiorcmaj di gettarmi fuori del suo doìcìssimr) 
seno (nel quale iiato e midrìto fui fino al colmo della mia vila,* 
e. nel qualc^ con buona pace di quella, desidero con tutto (l 
cuore di riposa ro V animo stanco^ e £«rminare il t^mpo chu 
m'è dato), per le parti quasi tutto, alle quali questa lingua si 
stendCj peregri nOj quasi mendica iido^ sono andato^ mostrando, 
contro a mia voglia^ ia piaga della fortuna^ che suole ingiusta- 
mente al piagato molte volte essere imputata. Veramente io 
sono stato legno san za vela e san za governo portato a diversi 
parli e foci e liti dal vento secco uhe " vapora la dolorosa 
povertà: e souo vile^ apparito agli occhi a molti, che forse 

Pper alcuna fama in altra forma mi aveano immaginato; nel co- 
spetto de'quali non solamente mia persona inviliOjma di minor 
pregio si fece ogni opera, si grò fatta, come quella che fosse 
a fare* La ragione per che ciò incontra (non pure prima in me, 
ma in tutti) brievemente ora qui piace toccare; e prima, per- 
^»chè la stima oltre la verità si sciampia;* e poi, perché la pre- 
Bsenza olire la verità stringe.^ La fama buona principalmente 



* Dante rappresenta ]' limana vita 
sotto forma d'un ari:o, ùì\& Untò ha 
di salila» quanlo di scesa ^ onde il 

kcolfDO la Bommìtl ii'è il punto mc- 
iìù^ e perciò b Trasequi da lui ì^BUtn 
equivale a ^tio at me- io della mm 
¥ita. E ^eecnd'i^ssOf U mezzo delU 
Vita umana è ai trenlacirkque anni, 
ed infaLti ^gti tu esiliato nel suo ormo 
trenlesimos^tlimo* Vedi il principio 
del esp. 24 del trattato IV, ove dìci.^ 
esplicitamente elm U f^almo del no.ttra 
arco è ntUi anni trintachique^ F, 

* Che in quarto caso. P» 

=> Abbiamo supplito la parola vit^f 
di cui tuUi ! testi hanno iacuiìB, per- 
chè fosse intero il concetto. Vedi iJ 
Sug&io, pEig. 52. E. M. — Ed è t:\ò a ih 
lentlcalo dalie parole che qui aeguo- 
Tio mia persona in^iltoj e dalle altre 
del {Rapitolo seguente : fatto mi jtjmj 
più Ulte forile che it varù non vuole. F. 

* Sciampiaré è l'istcsso che am- 
ptiare, fatto come da un latino swam* 

" iiaret \olgr duienderey dìlafattu Vedi 




i I vocabolario della C riisca. Usa htne 
spesso la nostra lingtja d aggiungete 
avanti alle voci la lettera $, la quale 
alle voìl€ è privativa, come in jcan- 
fV2r?,js{;aFc!f rare e simili; ed allo vol- 
te è accrescitiva, come in iifor:^are, 
sinuQì'en e<l altrip Quando poi la voce 
positivìi comincia in vocale;» allora la 
a va accompagnata col e, siccome av* 
viene in scioperare t scincquaTe, scuim- 
piore^ ec> B. — ^ Questa variante è se* 
gnata in margino d^l codice prima 
Marc. Tettigli altri testi Jeggoao con 
manifesto erro io si mppia. — ì^ciavi- 
pVirf, VOC0 antica, vale (tilatars, am- 
pliare. Vedine molti esempi nel vo- 
cabolaHo della Crusca. bL M. 

> Stringe^ oioè Impiccolisce il con» 
cotto della cosa. Nota ch^ in tutti ì 
luoghi ov'é detto che Ja stima o la 
buona fama o r infamia si scjampia 
sì fa ^randCj torna, sebbene per 
altra via, come se dicflase, che [4 
stima (} la fama dilata il buono mal 
coticetto d«lia coba ; pBficiocchè la 



tia 



IL CtiNVlTO. 



I 



generata dalla buona operazione nella mente dell* amko, da 
quella è prima partorita; che la mente del nemico^ avvigna- 
chb nceva il seme^ non concepe,' Quella mente che prima la 
partorisca?, sì per fare più ornato lo suo presante, sì per la 
carità dell' amico che lo ricftvej non si tiene alli termini ùd 
vero, ma passa quetli;* e quanJo per ornare ciò che dice li 
passa, contro a coscienza parla; quando inganno di carità li 
fa passare^ non parìa contro a essa.^ La seconda mente che 
ciò riceve, non solamente alla dilatazione* della prima sia con- 
tenta, ma 1 SUD riportamento, siccome ^ suo effetto, procura 
ti' adornare, e sì * che per questo farej e per Io 'nganno che 
riceve dalla mvììh in iei^ generata, quella* più ampia fa, che 



rama non è a Uro ch« ì& manift^iUiziout^ 
d*e9to eoficetto : «Icchè la ragione dc't 
r essere di ki è tutta nell'essere del 
concelLo, e confteguenlenieiite, quanLa 
un'intrinseco^ rìonpuù ella uè crescere 
iii^ smìiiuiTe, che non ne sia e rese iti lo 
òsminuilo anche U concetto. P. 

i La punleggiattira era in questo 
luogo slrs volta m tuìto Jo ediiionl 
(jtr modo» the hdd era possibile di 
racOAp<!£7:a.re il Bendo frensa emen- 
dali la come ai è fiitto. VuLli il Saggiò, 
pìig a^. 1^. tA* — Vcco Ia sentenza 
Ui i|uesto periodo. Quando liì buona 
u^ierazione di tino u lascia nuUa 
iii>nnte quei pensieri, de quali fermi 
dentro dì le il buon eanoetto, sì può 
il<re che la rama buona è (^enereUi. 
(^hisndo lu con parole o con altri so- 
KTiL, metti fuori esso con eetto i la ra- 
ma buona e come partorita. Dice poi 
chB la fama buona è generata dalla 
h^iona operoiioni? prittcipatmenfey per 
indicare la possi biliLà éal concorso 
(M q-ialche altro generante aeconda- 
1 to.come sarebbe utile proprio, amor 
é\ parte, pregiudizio fu vorflvole e ai^ 
mi li co»e, cb entrano Fa ci 1 me n le ad 
obi tare h form azione del buon con- 
cetto. Uice inane ciie a ciò vuoici la 
mente deirauiico, peroccliè la mente 
deir I nimiCQ^poniimoche riceva i delti 
pensieri, pure acondand oli dì sua cat- 
tVverbJa ch'e'pertìanoìtì virtù gene- 
Cttiivui cil ella per6 non coucepe. P, 



> Posto ctie questa oit^tA^ione &r la 
Via via da menie amica ad artiien, è 
rsgienevol« a dire, die la mente che 
prima partoFigce la Ittuona fama, per 
la carità dell' aaiicoche riceve i! par- 
tOf pnasa ii termini del vere ; percioc- 
ché quanto più ami uno^ più l'amore 
ti tira a d^irgli larp,amenLe dì quella 
chegtì piace; e nulla piace meglio al 
buon amico che te lodi deli' amko. I*. 

s Cioè, centro ad essa ci^KScieaiai P, 

*Tnttu codici e tutte le stampe por- 
tano in queMo luogo con man^feito 
errore dUeHasiom; e Ja Crusca alla vo* 
ce fììpoiifi mento segue laiziedeaima er> 
rata I ezinne. Veda il Saggio , I. c^ E. U, 

B I codic] e le stampe leggono wfeoo- 
me qtti sita ffpttQ. Noi abbiamo levata 
dal lesto la parola qui, cbe lo rendevi 
jnrralciato e pre&socbè inìntenigititie. 
Volendosi pure non farne getto del lui. 
to, Incliniamo scredere e Ite da prin- 
cipio sia sta La un 'abbrevia tu fa del ma- 
nose ritto, Ja quale s igni fica as;e qtttm* 
Er M. — Intendi II secondo amico eha 
Clio riceve nella mcMsto, n^n sta soia 
contento AllampliaTuento fleNa t r^Hìl 
voce> ma rapportandola, ciò e he «ni 
operaiìone^ pfocurp. d'abbeilirta. P* 

6 £ si» sottintendi i'udofHa, E. M. 

7 Lei, cotrei^jone del «Jgnor WttlO. 
la vorgata lezione Uiì. E. W. ^ In- 
tendi \d ci^rit^ III essa &rcondu menltf 
Imenei ota verso raimcu. I*. 

*QudÌiit uioc 3 a b::ona fami. P, . 



I 



I 



Tn AITATO Pìnaro, C7 

fl leJ non vennero* con concordia o coti discordia di cosckoza 
come b prima/ E questo fa la terra ricevi irice, e la quarto; 
*> così fn infinito si «lilBla.^ E cosi volgendo le cagioni soprad- 
elette nelle contrarie, si può vedere Ja ragione dell' infamia, 
che simigliantememc si fa grande. Per die Virgilio dict nel 
quarto della Ennda ; e CliB la Fama vive * per essere mobile, 
e acquista grandezza por andare. » Aperlaraente adunque ve- 
der può chi vuole, dio h immagine per sota fama generata 
sempre è pjù ampia, quale che essa sfOj die non è la cosa im- 
tìiaginaia nel vero stato. 



Capitolo IV. 



Mr-^lrata la ragione innanzi, perchè la fama dilata to bene 
Lglo male oltre la vera quantità, resta in questo capitolo a 
ilrare quelle ragioni che fanno vedere perchè la presenzia 
Jrìgne per opposi to: e mostrate quelle, si verrà lievemente 
Ftìl principale proposito, cioè deHa sopra notata scusa." Dico 
adunque, che per tre cagioni la presenza fa la persona di meno 
v-ilorc eh" el(a non è. L' una delle quali è puerizia, non dico 
d'etade, ma d* animo: la seconda è invidia; e queste sono ! 
nel giudicatore: la terza è la umana impurìtade; e questa è 
Inel giudicato. La prima si può brievemente così ragionare : ìb 
^oiaggior parte degli oominl vìvono secondo senso e non se- 
condo ragione^ a guisa di pargoli; e questi cotaiì non cono- 
^Scono le cose se non semplicemente di fuori^ e la loro bontà- 



' Le slAmpe a ì codici lerggonù e 
con concortlia e ton difC&rdkt, mala- 
utente^ a nostro pare re j perchè qui 
SI trutta di due condizioni disLìtite, 
nccentjaic m fine del periodo antece- 
ùeiìlt^r E. M. — Questo obfi dicono i ai* 
Ignori edit. miL è ìfìteEOgiustjjmente; 
ma nari perciò, accendo me, ero me- 
filleri minore t II Icziorie de' coditi e 
delle Blampo. qiiiindo Vs nellu nostra 
luigMU si prepone buniBsimo a due 
mrmhrì anche contrarli^ ebe oijora 
" i, tome qui, le \tcì dcglr avverbi 




corrispondenti laniOf quanto. P, 

^ Come Ifipn'TtiiX, sotti ntendi, men- 
te^ vàlQ a dire, come fece ti primo 
amico* F. 

* Si ditatiì, sotti nlendi, ^o fama. P* 

* Forse à dJi credere che Ddiste» so- 
lito a tradurre letteralmente i pnsaS loti- 
fii, abbia ficritto non riiSf ma Vìgsj poU 
che V (rollio d tco mabih(tiie ttgui. ÌL M . 

^ Cosi col fecondo codi cu MjjfC-, 
col Vat. Urb. e con lutU i Guddioni. 
Le Alampe Iranno: tioi iùprn dttia 
Humta iCii^a. E SL 



G8 



IL CONVITO. 



de, la (male a debito fine è ordinata,* non veggiono^ pcrocc'tianDo 

chiusi gli {fcchl della ragione, li quali passano a vedere (IijóUu;* 
ondo tosto veggiono lutto ciò che possono, e giudicano secondu 
la loro veduta. E perocché alcuna ùpìnioncj fanno - neir altrui 
fama ^er udita, dalla quale liella presenza sì discorda \q 'm per- 
fetto giudi e io, che non secondo ragione, ma secondo tv mi), 
giudica solamente,' quasi menzogna reputano ciò che prima 
udito hanno, e dispregiano la persona prima pregiata. Oade 
appo costoro^ che sono come quasi tutti, la presenza ristrìgno 
1' una e r altra quaìità/ Questi cotali tosto sono vaghi, e tosto 
sono saziì; spesso sono lieti e spesso sono whil di brievi di* 
lattazioni e tristizie; e tosto amici e tosto nemici; ogni cosa 
fanno corno pargoli, sanza uso di ragione. La seconda si vede 
per queste ragioni, che la paritade ne' viziosi è cagione d'in- 
vidia,'^ e invidia è cagione di mal giudicio; perocché non lasciai 
la ra^^'ione argomentare per la cosa invidiata,* e fa potenzia 



^ Intendi 1 la qiiBl bontà oontfcne 
aggiiisUta e orrispon denoti di meizì 
A WtìGf e (lercio vuole un soUhe atte» 
dvMA menlg ad essere giutdicate, P^ 

tri ulti i testi leggo HO : a tjuali pflS' 
«aritì a vtder r/ustlo, luzioiifì eh" è pro- 
btìljilineivte errata, perocché nOn ren- 
do btMie il concetto aoirautore voluto 
aIgnìlllCAre, il qualfì è; lianao chiusi 
gli occhi della rogìone, i quali oltre- 
pssano BPnxB vedere queJ fine, cui 
1» bauih è 01 di naia, li WiUe propone 
lÙ leggere: ^i qitttU paumun vfdtrti 
qmHtt, ci<3<' la bontà delle coae* F» 

' InlGndi : questi cotaU rormutio 
Siìpra l'alimi dire Alcun cmicetto o 
«tìma, (^ non travandota posem con- 
formi] A qut^l gUtdtcio icnperfeno e 
non di nigiontip ch>EUuo da so for- 
mnm> ^opja il sonReUa chta vedono 
mat«rbì mente, repoiono qfiasl meo- 
lognt uè. Ntm anrebb^ powihllc a 
ila ri» im* spiegai loia e de Uà duLlrina 
tleU'Alighlpn^.ch© fosio «irnl'o fi^> 
camodat4i o (ikù pinctvolo a'IegR^torip 
che 11 fte'guerito ruccyfstik tra LI gì dui 
l*B»ftavtJintli lldrwwiif'il, àip.5: ti K'fu 

• Ulta sini0 mmù oh'i'bbt! nomo Uo- 

• tlanrui, il qutib, avK^i^nfiCliè fos^tj 



B molto sparuto e di piccola sUtura, 
D era di virtù e éì santità grande 
» appo Dio. E cie£i<3endo roppenione 
» e la hvna delia suo sùntità opjio lo 
n genti, moiti di diversi paesi veni- 
•1 vano a vederlo e a domaDdar^ lo 
i. beneficiti delle suo oraiiouL \a 
d gli &\U l una fììitii vcnno uno villano 
« materiale e grosso, por vederlo; & 
i domandando di lui, gli fu mostrato 
h che accendeva le lampane e riror* 
» nivale d'olio. Vedendo costui la 
n persona piccola e fiparuta, T abito 
i dispetto e l'utHclo vile, non poteva 
u credere che Tosse coiuij del quale 
Il per fttma avevo udito si gf^ndi co- 
li so. Ed essendogli pure afTermoUi 
I» ch'egli era desso, si diìise : lo mi 
D orvdeei eh o'fu&se uno uomo grand u 
& appariscente^ del quale sì dicea* 
i no tali maraviglie : co.stui non 1^9 a 
n fieente di uomo : die potrebbe egli 
> avere di bene in sa? u P^ 

*Cioè il bene « ii male della per- 
sona famosa. F. 

» Intendi: Il vedersi pari di uMU- 
rAli quii] ite colla perdona fannasa è 
no'viiioai cagione d'invidlù, p, 

* Perocché r invidia non lasi^la ahi 



TllATTATO PRIMO. 



GO 



I 



I 



giudicativa è allora come ' quello giudice che ode pure - i " una 
partP. Onde quando questi colali yeggìono la persona Famosa, 
incontanente sono ìnvidij perocché veggiono assai pari mem- 
bra e pari potenza; e temonOj per la eccellenzta dì quello co- 
tale, meno essere pregiati : e questi non solamente passionali 
mal gìudicauOj^ ma, diffamando, agli altri * fanno mal «iudì- 
eare* Per che appo costoro la presenzia ristrigne lo bene e io 
male in ciascuno appresentato ; ^ e dico lo male^ perchè molti, 
diiettandosi delle ^ male operazioni, hanno invidia alli mali ope- 
ratori. La terza si è la umana impuri lade, la quale si prende 
dalla parie di colui ciic ò giudicalo, e non è sanza familiarità 
e conversazione alcuna."^ Ad evidenza di questa * è da sapere 
che V uomo è da più parti maculato ; e, come dice AgostinOj^ 
« nullo e sanza macula, it Quando^ è l'uomo maculato da-' 
alcumt passione, alla quale talvolta non può resistere; quando 
è tnacuiato d' alcuno sconcio membro ; e quando è maculato 
d'alcuno colpo dì fortuna; quando è maculato d'infamia di 
parenti o d* alcuno suo prossimo : le quali cose la fama non 
porla secOj ma la presenza, e discuoprele per sua conversa- 
zione; ^" e queste macule alcuna omhra gittano sopra la chia- 
rezza della bontà, sicché la fanno parere meno chiara e meno 
valente, E questo è quello per che ciascuno profeta è meno 
onorato neila sua patria; questo è quello per che T uoniu buono 
dee la sua presenzia dare a pochi, e la familiaritade dare a 
meno^ acciocché il nome suo sìa ricevuto** e non ispregiato. 



la ragione argt^meiìti in Favore della 
cosa invidiata, P. 

* Cùme qudh yindicf! legge II corti- 
ce H* ; qutUù giudice^ la VoJgùta, F, 

'Si avveUapura \ìer ioìntneiUe. E. 
M, — E aUorj sì \\rù^ù, come scri- 
veva rAlleijri : a Che mai può Qiudi- 
enTiidel cont:ertù, Quundo un soia stru- 
mentò è quel the suona, s P. 

3 Cioè: L> questi, per essere passio- 
nati^ non giudicano male solameiìte, 
ma e*;, t*. 

* Agii altrif la volgata ; gli aìtri^ Jl 
coti, R. F» 

H Cioè ■ in ciascuno che si è appm- 
bCTilato. F* 




^ Dfktiafidosi delii^ ]a volgata ^ d(. 
ìeitandosi nelle, iJ cod, R. — F. 

' E cbfl non è senza una qualche 
familiari EJi e converaamne; vale a 
dire : e che non rifugge da qo^ilunquo 
Tamiiiarìtà e conversazione. P. 

^€ioè, la aus&istGnza deir umana 
ìmpurìlb. P. 

QuandOf in questo e rtegl incìsi 
scgFjtentìp vale ora^ tnhra e liimili. 
Vedi II Vocoholario, P, 

1» Le quali cose non sono portato 
dalla fama, ma M te porta la presert- 
i& delìuomo^ in q^jaato egli conver- 
sando fra la gente Ib manìTesta. P. 

ii Cioè acmio, aggradii^ i'mcpptut 



10 



IL CONVITO, 



E questo tt^rza cagione puote essero cosi nel malo^ cume Ed 
bene, se h coso della sua ragione sì volgano cmsciina in suo 
co Ira rio;' Per che monifnstamenle si vi^de div per impania- 
de^ san za la quale non ò alcuno, la presenzia ristrlgné il bene 
« '1 male ìu ciascuno più cUti '1 vero non vuole. Onde cun- 
cipssiacosachè, come dello è * di sopra, io mi sia Quasi a tulli 
gì' Italici apprestìnlatOj ptir che fatto mi sono forse più viìr 
che '1 vci'o non vuole, non solamente a quelH alli quali mia 
fama era già corsaj ma eziandit; agli altri, onde le mìts cosu 
san za dubbio meco sono alleviate ; ^ convienmì ehc con piii 
alto stilo dia* nella presente opera un poco di gravezza^ per 
la quale paia dì maggioro autorilà; e questa scusa basti alla 
fortezza** del mio cemento. 

Capitolo V* 



Poiché purgato è questo pane dalle macole accidentali, ri- 
mane a scusare lui d' una sustanziale, cioè dall' essero vol- 
gare e non latino; che per similitudine dire si può^ di biado" 
e non di formento. E da eiò^ brievemente lo scusano tre ra- 
gioni che mossero me ad eleggere* innanzi questo^ che T al- 



de' latini; kj pure, nan è più Bìcuro 
U leggero riverHù, opposto di aprt- 
gì(tt<ì, uomo già fu corretto nel Saff- 
ffio, poK. 108. E. M* 

1 Cioè, ae ai riversino letoridìzionì 
tutte del raglan amatilo. Cosi, a modo 
d'esempifìi sani grafìde la mala voee 
d'alcuno per lo inondo^ egli bi pre- 
senta; e con avvenenza ili persone, 
bui parhieocl altra sua pari» piacen- 
te, ia riduce a molto meno. P* 

1 Invece di é^ corno noi leggiamo 
colle amiche ediilùiii e coi cadici 
Gadd, 3tìi3V» il Bli^cionì legge tute. 
% ì&. 

a AilrmtiU^ motarorlcamcnt€j qua»! 
calfiie di peso, e conseguentemente 
anche di pregio. P. 

* die con più atta aIUù dis, è legione 
d' alcune edizioni auliche e d' alquan- 
ti C^iaU eorae per esempio W Bìccar- 



dìano laU^ 1/ edizione di Milano h^ ; 
t'fìc più <il{o itila dea. F* 

> Fortezsaquì vsÌÉOfcurilàf come 
farle vale oscura nella canz. Voi ehe 
ìnlftifìendo, sL ultima, v. 3: ^ Tanta 
lor pfirii fatkoia e fitrtt. * F. 

e Biadai è lo stesso che hìu^h^ ma 
qui vale veìin^ tag^hiai od altro coi!i- 
simile. |\ 

TU Biscioni legs^e col più de' codi- 
ci E a dò; le pia antictic edizioni 
hanno Ed atciò. Il solo codice GaÙ- 
diano 13S primo, ci snmmlnhtra la 
corretta leitionu E da ciò. E. M. 

* Anche questa lezione eUagtre ci 
fieno presentata dal Coddìano 133 
primo, laddove lutti gii altri codici o 
le stampi; hanno aìUgare, manifesto 
errore di giii emendato nel Saggio, 
pag. 109. E che r idiotismo allegare o 
liuoi aiUggirtt mutato in alUgare per 




TRATTATO PftlMO. 



71 



tro, * L'uTi.1 si muoYe da cautela di disconvenevole ordina- ( 
Kione; l* altra da prontezza di liberalità ; ' ta terza dal naturai»! f 
a moro alfa propia kiquela. ^ E queste cose e sue ragioni, ^ ri 
soddisfacimento di ciò die riprendere si potesse per h notala 
ragione, intendo per ordine ragionare in questa forma,^ Quelia 
cosa che più adorna e commenda le umane operazioni, e ehe 
più dirittamente a buon fine le mena, si è l'abito di quelle 
disposizioni die sono ordinate allo inteso fine; sìcc^^m' è ordi- 
nata al fine delia cavallerìa franchpzza d' animo e fortezza dì 
corpo. E cosi cùiui eh' è ordinato air altrui servìgio dee avere, 
quette disposizioni che sonu a quei fine ordinale; siccome sug* 
gezione, eonosconza e obbedieiaza, sanza le quali è dascuno 
disordinato a ^en servire.* Perchè s* pili non è suggctto^ in 



errore di icriUur», «on [xisea essere 
farina di Danie^ vtidilo piìi avanti 
cap. Sin prìnGipit)^ ov'egll scrìve* mi 
ftfee quesh etcggcTf te lì* M- 

*Cioè: piuttosto il volgare che il 
lAtfno. F. 

*liiltìridi: la prima ragione si éóì 
fuggire «cotivencvoEe^ica nel 1/ ordine 
deJieCDse; l'altri, éi m^re prenn e 
compiuta iiberujità; la terza eo^ E 
tengo a tnentc il lettore quei^io tjso 
(jon mèi for$e ns^ervnto della voce 
prantezza; Che più innanzi TUrovon- 
do assìtt voU^ profita liÒÉrùliìh, inlen- 
derii pimn, compiuta o EÌmile. Cosi 
per avventura vtjolai spiegare quello 

K^lrt Parad. KXW, ni : ^ Tu 

^ftbm eh' w miiniftxfi La forma qui del 
pr^nf^ ertder mio. * E pare iins tra- 
filai ione da ctft, che k cose pronte^ 
cioè apparrcchiatc,accorjcle,ìn ptin^o^ 
tt<in maiicnno di p^rle alcrin^i. Ad tin 
valore aimilSs^imo a questo si ri- 
ti n ce la V4ice proufo ne' bc (in enti Inn^ 
«ili dei Vasari, Vjia di Piirdii Cosi- 

lO t * Lfirti ré Ufi xnnfa A rt lo nifi chi iffiffi 
pur ittìcthmli tU ntim, c/i è 
Mpfj>nffiH i K Vita df Nanni d'j^nU 
di Banco: ■ AV/r ùmnnirnln thi M^er- 
tiUìtoto è nd iwarrno Hi me3:if> rUifi'O 
una sitìrifit dnt'ù vnn Huiforf ^i un 
fttwiuih imito pnmto. » i*. 

^AUa prnprw iivinfitt^ legge il co- 



dice IX. \ il prt^pria loquÈhf Ja val- 
gala, i". 

• L'Pdiiione del Biscioni; E qttesi$ 
cf}iB e rti rngioni. K non la sola edi- 
zione Biscione ma tyttiquanti i testi 
a penna ed a stonipa I figgono Kt-i, 
evidente corrompi mecto di im«; dac- 
ché chiunque st farli a considerare 
l(j ragioni Clio Laute va esponendo» 
TroverÀ ch'ésse non combinano col 
iHimejo di nei, «essendo tre le prinrii- 
pati^ ciascuna dello quali r? suddivisa 
in altre tre t^pcondarie. Né Taccia lUG- 
raviglìn nug uaato in plurale per ioro^ 
poiché quest' ueìo é rrequentia^iio^o 
ne! CnnHio ed snelle nel poema, 
ìnf, XXII, 143: o Mti pÉtò di levar mì 
era nXtfnte, Sì oneana invincatè rùii 
sìie. * Purg., Vili, *JS6: a Da' Angeli 
fora dfi9 ipfide a /focate, Tr miche e pri' 
Vfitff àfìlm punte mte. » t*'. M. 

^ Ed io infondo qoi per ordine rat* 
^onartìfì qm^ln. firmo , cioè nel modo 
cbfl segue, r/Ne-f/i eo^Éf, cioè le tra 
ragioni d^tti? di sopret e *»« ragioni, 
cioi? i principi i sopra i quali ^i fon» 
dann^ a notfdtspictmrnto di C'ó cht: tì-^ 
prtndire «i polene pif la nofnin ra* 
g^nnff CioA fltJ isctisarmi per nirer io 
eleUo il volgare piuttosto rhe d Ja- 
11 no. P, 

» Intendi qtiolfa cosa»... ai i\ che 
J'eperutofo jìbt>ia non solo I atto om 




ih CONVITO. 

ci ASC una Condizione* sempre am fatica e con grnvf'ti» pTo- 
cede nel suo servigio, ù rade volte quello conlinova;^ e s'elli 
non è obbediente, noti serve mai se non a suo senno e a suo 
^volere: oh* è più servìgio d'amico, dm di servo. Dunque s 
fuggire quesLa disordina z ione conviene questo eonienlo, rli't* 
» fallo in vece di servo alle infrascriite canzoni^ essere suggello 
I a fiinille in ciascuna sua' ordinazìun^; e dee essere coooscenie 
did bisogno del suo signore^ e a lui obbediente; te quali dìspo- 
,1 dizioni tutte gli mancbcrebbono * se latino e non volgare fosst» 
stallo, poiché le canzoni sono volgari. Cbè primamente, se fu^e 
' slrtto ialino^"' non era suggello^ ma sovra ho e per nobiltà e per 
' virtù e per bellezza: per nobiltà, perchè ìì latino è purpetuo e 
non corr ulti bile, e il volgare è non istabile e corruttibile.*' Onde 
vederne nelle scritture antiche delle commedie e iragedìe la- 
tine, che non si possono trasmutare, quello medesimo ^ che 
Mggi a verno; che non avviene del volgare, lo quale a piaci- 
mento artiQciHto si trasmutai Onde vedemo nelle città d* lla- 



J ubilo (lì qtiiiUadìspfìSJ?Jon(f le quelli 
«nrio ordinate skcotnti mtsi^i bì con- 
^E>giitmmito del Une ìnlo&Ui cioè del 
l'tne nel qtiBle operando fti mirai ìn 
quella guisa che sono ordinate sic- 
rame metii a conseguire il (Ine deila 
cavalleria, cioè tìeOo miiizitt> frao- 
<ihe7za d'ttnimo e gagUardiarij corpo, 
binile colui sarelibf» tU dire il più 
beilo Cd il migOitve «oldatUj ti quale 
^iHsedcase quelle due condizioni ahi- 
tualmentef o non ^]h iu un dato 
fiUo per forza diqi;ak:lie eircostan^it 
t;3Uìuseca e temporale. 1^, 

1 Lii TrUBG in cmscuna confìiziùnei 
cioè ìn ogni sua parte o qualità, pare 
da dover esser appoggiala Mi membro 
ii,i,ipei iore^ e che però si avesse da. 
h^vare la virgola dopo fu^getio, e se- 
f^iiarla dopo es&at scrivendo col JJi- 
fcooni : **eUi fwn è tuggelto in eia* 

3 fjiti maaireaU mentii è und lacuna, 
Iti quale per ciò eh è detto poi nel 
liìp. VI vorremmo riempita aggiun- 
geikdo : E «' e/^i n^ti è t^oitùn^cntf, rioit 
fiiutì perfittamente jurf irs, con li nu andò 
pot : £ t'etU non i obfH'dititte ec. V* 



^ Mo(i sìflhv {la ci6 eh' è detto pnt, 
ma da ciò eh' è dello poche tinea 
aviintì^ si deduce che qui v'^hbia 
lacuna, Ch\ è ordìtiato all'altrui ier- 
vigio (ha deUrt l'autore^ dee avere 
tre die^posixloni : 90ffgttiiiike,coH<i*etn- 
za e abhfdienza; t qui ripetendolo^ 
non parla che della ^òggeziune ^ nU' 
bedtfHzn: dunque v'ha bcijna disila 
coiiQuettiza. F. 

^ Sun^ csuè iarOf vale a dire deUe 
condoni, F. 

* Per la retta costruii tona dee dirai 
ffU mfinchfrffitonor ai eco me legge cor- 
rettflmenlfl codice Val. Urb. : tutti 
gli altri lesti manoEcritti e stampali 
hanno gli mancunQ. E. M, 

B Le puro le ae fos^e Minto iatino, che 
rendon piii chiaro il ooncetto, si tvo- 
xano nel cod. K, — F. 

«Alcuni coditìi e le aplkhi. edi- 
zioni mancarlo di questo inciso: « il 
migm-é i non iikiitite e carruitihite. 
Invece di ifiaòrie, deuo qiO per eufo- 
nia , qualche codice legge stabiie. D. M. 

t Qtietio mtdetimo ì&imo. V. vJI eo< 
dice tt. leggo : fd è 7 mi-Zìo m*rf«*injo. F. 

i ItilendM il tinaie ^j trasmuta, per- 




TRATTATO PRÌHO. 



73 



lirij se bene Tolerao agguardarc a cinquanta anni da qun^ molti 
vocaboli essere spenti e nati e vai iati; onde se 1 piccolo tempo 
così trasmutOj molto piii trasmuta lo maggiore. Siedi' io dico, 
che se coloro che partirò dì questa vila^ già sono mille anni, 
lorn assono alle loro cittadii crcderebbono quelle essere occu* 
paté * da gente strana per la lingua da loro di scenda n te, Dt 
f]ue&io si parlerà altrove più compili tamenie^ in nn libro eli' io 
intendo dì fare^ Dio concedente, di Volgare Ekqumzia, An* 
^j&ora lo latino non era suggetto, ma sovrano per virtù. Ciascuna 
^èosa è virtuosa in sua natura^ che fa quello a che ella è ordi- 
nala; e quanto meglio lo fa^ tanto è più virtuosa: onde (Ih 
cenio uomo virtuoso quello, che vive in vita contemplativa o 
attiva^ alle quali è ordinato naturalraeDte: ' dieerao del cavallo 
virtuoso, che corre forte e molto^ alla qua! cosa è ordinato: 
ijìcemo una spada virtuosa^ che ben taglia le dure cose, a che 
essa è ordinata. Così lo sermone^ il quale è ordinato a manife- 
^stare lo concetto umano, è virtuoso quando quello fa; e più 
^vvirtuoso h quello che più Io fa. Onde conciossiacosaché lo latino 
^TTTiolte cose manifesta concepute nella mente, che il volgare 
fare non può, siccome sanno qaelli e he hanno V uno e T altro 
sermone,^ più è la virtù sua^ che quella del volgare. Ancora 
non era sugge tto, ma sovrano per bellezza. Quella cosa dice 
r uomo essere hella, le cu* parti debitamente rispondono^ per- 

■chè dalla loro armonia resulta piacimento : ^ onde pare V uomo 
essere bello^ quando le sue membra debitamente rispondono; 
e dicemo beilo il canto, quando le voci di quello, secondo il 
debito dell'arte, sono intra sé rispondeEti. Dunque quello 
H|$ermone b più bello^ nel quale più debitamente le parole*^ ri- 

rlkciaipo virtaQSo, pejoccliè ^%\\ h uà- 
turaimculo ed es.^e ordinato. A que* 
sÈoTivodo intendi gli òltrL duo o&eoi- 
pl. P. — Qurltnctit; vivf, IcggL^ iJ tod. It. ; 
dtti vivej la ToSgata, F. 

* Cioè, che saimo parlare e scrivere 
J^iiva 6 l'altra lìngua. F. 

» Piacimento qui vale òdletznt co- 
mfl fa più volte nolalo tioUe IUm«. F, 

^ Sema I' Pgpjìunta /e jiarak^ di cui 
ì ifFStì haniiQ Inclina, monca lii cos^ 
cbe risponde. E Ja cc^rrezione ai è 



che è artiOciato, ciciR govern&ltì a 
legge del salo piscimenlLo. OpinioiiQ 
nel libro della Volgare Eloquenza 
ctìhfermeU, 1^. 

t Lezione sommili tstrsta si WiUtì 
da due codici, Le ediiioni : cr^d^-^ 
TébbQiiO tu. hro cittude essere ùccupd- 

^ Le antiche edizioni Leggono pi ^ 
pienamentf. E- M. 

SIftterjdl: Onde l'uomo che \\\'e 
iti vita GontifmplaLiva o uUiva^ noi 




li 



IL co:sv(Tr. 



spendano; e ciò fanno più * in ialino, che in vulgate, jaru ■ 
il bello voigare S{?giiifu ujìOj e lo latino arte:' ondti conceilesi 
esser più tnìlloj più virtuoso e più nobile. Per che sì coiichmde 
lo principnlc InlendimL^ntOj cioè che il comt»nto latino* nun 
sarebbe stalo sugge tto allo canzoni ma sovrano. 

Capitoi.0 VL 



Moì^lralo come il presente cDmenlo non sarebbe stato sug- 
getto alle canzoni volgari se Tosse stato hìho^ resta a mo- 
ti tra re corno non sarehbe stato conoscente nb obbediente a 
quelle; e poi sarà concbiuso come per cessare discon vene voli 
dist>rdinazioni, fti mestiere volgarmente parlare. Dico che il 
latino^ non sarebbe stalo servo conoscente at signore volgare 
per cotale ragione. La conoscenza del servo si richiedo mas- 
simamenle a due cose perfetta mente conoscere:' l'una si ò 



fatta secondo che l autore mcdesinio 
ha indicato nH cnn lesto éQ\ suo di- 
scorso. Vedi il Saj?f?it3> pag. B3. U co- 
dice Gadd-l3S primo, Jiftt piùdsbita^ 
menh rùpindt il latino ehe it vutgare, 
nati oaianh che il bei vuigaré neguiii 
m&, s a ialino arte : ctmoNia^i tidun- 
que Bi$tìr9 più bellù ec E. M- — K che 
Ifl c0s«i moticanlc aian ie parola Dante 
itesto ne lussicura coli aver posti 
prima In quesU termini la ana pro- 
l>OSl%Lone ; Qudla com dice i' uomo 
fuer Mof k cui ^r li àetitnmunii fi- 
tponJùno ce* E le parti iJel discorao 
e ti e altro sono che le parole? Sagg. 
t E Ciò fanno /j*t), jiarole aggiunte 
m iignof Witte. K. Al. 

« Però qui vale psrocchà. Poi, dopOf 
Éij)jjrwaOj|J*ròsì trovano talvolta ado- 
|ierati dagli antichi per pakhi^ thprf^ 
thè, iippreiinachè, pt rocche. E cosi in- 
tcrprclùndOt come pur devesi inlcr- 
pretarCi o ponando virgola avanti a 
lieriV, si dlli?gua (Hìeiro8<:yrlLù^ che 
Mia lezione antica trovava U Te- 
defJtint- l'. 

l aìi la ragione delift proposizione 
supcriore II C|ncato modo: nel latino 
V' Èia migliore rìspondenia delle parti, 



elio liei volgare, perciocché iJ vofgaro 
deve fitarseni a discredi a ne dell itao 
popolare» il quale non può dargli quel- 
ta agglu&tate^/a nelie condiiionì, cha 
éb l'arti^ al latino: onde cCr V* 

♦ li cominio hiifio^ t^arole che si 
trovano nel codice R., ma non nella 
volgala. F. 

^ L' edizione tnilanete legge : Dico 
thf ItilinQ, F- 

a Le stanìpe ed i codici iaTi*ce di 
co fi leggevano pur jorit; e ben fecero 
^]i editori milanesi a portarvi questo 
cambiamento, al perchè ia tmtura dti 
signor f, di ctiL subito dopo sì parla, 
è cmtt e non psrsùna, ai perché Dante 
Tticde^ìmu dice più avanti iaitm eota, 
e non V altra ptr senti. Ma mal! fecero 
a cambiare capricciosamente l'antko 
ta in allu, ed a togliere la preposi-' 
7ÌQne u innstizj o due cosst amando 
essi di leggere in questa guisa : Alta 
cùHùsctnza dei stri'o jrf richiede matii* 
tP'timnk dtit cù^e ptrfittamrttk cùm^ 
scr^r^; perciocché non è atla eono^ 
scema che ai richiede conoscere due 
co&e, ma é la con oscenità eh' è richic^ 
sta a cono^er due cose. Intendi dun- 
que; L& (?(iijrj«crn3a dtt nrvo meisi* 





TRATTATO miMO, ii> 

\n Tintura del signore; oado ' sono signori dì si asinina nalura, 
etifì co ma mia no ti con (rad io di quello die vogHono; ft altri che 
sitnza dire vogliono t:3sercj serviti e intesi;^ e aJlri che non 
vogliono che '1 servo sì muova a fare quello eh* è mestieri, m 
noi cu mandano. E perche " queste variazioni sono negli uo- 
mini, non intemb al presente mostrare (che troppo mollipli- 
chercbbe la digressione) se non intanto che, dico in genere, 
clje cotali " sono quasi bestie allì quali la ragiono Ta poco 
prode. Onde, se il servo non conosce la natura del suo signore, 
manifesto è che perfettamente servire noi può. L' altra cosa 
6j che si conviene conoscere al servo gli amici del suo si- 
gnore; che altri mente non lì potrebbe onorare, nò servire, e 
cos't non servirebbe perfet tangente lo suo signore: ** concios^ 
si acosa e he gli amici siano quasi parto d* un lutto, percioe- 
L'iiè '1 tutto loro è uno volere e uno non volere.* Né il co- 
mento Ialino avrebbe avuta ìa conoscenza (il queste cose/ che 
Vìm 11 volgare medesimo. Che lo latino non sia conoscente 
del volgare e de' suoi amici ^ cosi si pruova: Quegli che m- 



mtjmtnft ai richiede, cioè è rìcJiìesla, 
è fi ecesa sr la ^ a conùtaere fierfetlamenl^ 
dat Cfìse, F. 

1 QtiJe qui ?ale furciocshi, e ne ve- 
dreino ttiolU ailrì e aicuri^aimi eaeni- 
pi per luUo li CotìbUq, quantunque 
non l' abbiano linoia osservato i vo- 
caholaH^tl. P. 

' Il codice Vat, Urb- : iìogiitino es 
iffa initii. E. M. 

s Questo perchè tìen luogo d'accu- 
»ntìvo- P. 

* So Uln tendi: uomini^ o signori. P. 
^ E signori ha infatti supplito il co< 
dtccB.— K. 

6 Cosi il codice Val. UrL, U Marc, 
secocdo, il Gartd. 13W e poco diver- 
iamenic il Gadtl. 13éj primO; in coi 
tcggcsL Usuo «Ff^nor^. TuUi gli altri 
lesti siili tigttofi. E, M. 

« Dà la ragione perche, tion ono- 
rando né servando gli amici, non si 
serve per fetta ni e ni e il signore; cioè i 
perocché Ìa medcsimeiia de' voleri 
rad' esso pignoro o df gli amki suoi 
lutlo ui^^ cota, P, 




f Cioè, della natura det signore e 
degli amici, E qol comincia i 'optili- 
razione al caso suo della dottrina 
spiogata di sopra. Ma parla per lìgu- 
ra^ sotto la qEialo si chiudo questa 
sentenza s che giova mettere in men- 
te per l' iiitelii geuM di quello che stf- 
gue. La lingua latina non ha di co- 
mune colla volgare, che; qiieile cose 
le quali generalmente sì predicano 
d'ogni iiugua; ma poi le differentti 
speciali Tanno d'esse due lingue, due 
coso affaUo diverse. Per quesTa ra- 
giono il cometito latino non potrebbe 
ca5Ì bene servire in tutte le minime 
occorrente un testo volgare. Par la 
stessa ragione ancora, Il cemento ia- 
lino non potrebbe esser familiare a 
coioro cbe parlano il volgare ; ose 
pure ad alcuni, certo ni>a n tutti : a 
cosi, dato pure che il comento latino 
potDSSfl ben servire il testn volgare 
in quanto testo, noi servirebbe alme- 
no in quanto cosa di quei ette parlane^ 
li volgare. Ora torniamo alla fìgu 

19. y\ 



75 



IL CONVITO. 



nosce alcuna cosa io genere/ non conosce quAh perfeita- 
mente; siccome chi conosce da lungi uno animale, uon cono- 
sce quf'Ko perfettamente, perchè non sa s'è cane, o lupo, o 
becco* Lo la ti DO conosce lo volgare m genere, ma non di si in- 
to; che se Bsm Io conoscesse distinto, tutti i volgari conosce- 
rebbe, purché non è ragione che T uno più che V altro cono- 
scesse : * e cosi in qualunque nomo fosse tutto l' abito del 
latino, sarebbe V abito di conoscenia distinto del volgare," ila 
questo non è ; chò uno abituato di Ialino non distingue, s' egli 
ò d' Italia, lo volgare provenzale dal tedesco, né il tedesco lo 
volgare italico dui provenzale;^ onde è manifesto che lo la- 
tino non è conoscente del volgare. Àncora non è conoscente 
de* suoi amici; ^ perocch' è impossìbile conoscere gli amìci^on 
conoscendo il principale:'* onde, se non conosce lo latino Io 
volgare, oom" è provato di sopra, impossibile è a lui conoscere 
li suoi amici. Ancora, sanza conversazione o familiarità, è im- 
possibile conoscere gli uomini; o lo latino non ha conversa- 
zione con tanti in alcuna lingua,'^ con quanti ha il volgare di 
qtn^lla^ al quale lutti sono amici, e per conseguente non può 
conoscere gli amici del volgare, E non è contraddizione eìò 
che dire sì potrebbe, che lo latino pur conversa con alquanti 
amici del volgare; che però non è familiare dì tutti, e cosi 
non è conoscente degli amici perfettaniente; perocché sì ri- 
dtiede perfetta conoscenza o non difettiva. 



t Ih ìtnttrfj fnùè ^ina (conoscere le 
tM1Terélllf^ oh(j fanno to Viirig specie 

^ Ki'eti U ijrov» che Ialino ncii 

Il A COlÌL^&f rtìIQ CllStiltU, Ciiìif piL'TlU 

l»oircUJttdirl vi>lpri\ l'ctsta che tulli 
ì \*olKaii sitano io litio stesso ^roda 
4i aUitietitM co) l«unui &q qm^ii 
evimK^tXf> iliaUnUmcntf^ ti iiosiro 
volpAr^. coivosc(?rcbl>o nts pjù tn> 
mitiM II) Hi gli nitrii 1$ alloia chi 

i Tulli X ci>^\oi if 1« »lim|M leggo- 
no «kil »o^f«ir#.K.Ji. 
« l« ticàiiu» |%u4ta mi i««l«v ^*^ 



ne la parali) prov f ti zale cIjì me ag- 
giunta dopo vD(gart^, è quoHu disila 
fditbni a ti ti che, trovasi unì codice 
Uiccardi^no 1D4Ìr e fu pure incontra* 
tB in aUri codici dal Prof Willc» (JU 
editori mibuÉSÌ, nÉati alcun appog- 
gio di cadici o di £lampe, lei^^ouo ur- 
|)itràrlaDietil« : c/iè ui*o abiiuttto di ta- 
lìtìQ^ 11071 diatìug^f^ a' f^ti è d' Jmtm^ h 
%Hì}iffctr« 4*1 ìtàrM^ù, ni ti udiKo h col- 
pire irfliico ftf roffw3ti/e. F* 

^ Cioè degli iitnici del volgare. C«^ 
utiiicU Ir pm\(i ddU secofida (j^rle 
deib pr^poatiiorte. P, 

• li pnmcipt^le^ v«]e a dire il pad ro- 
m\ !■'. 

V Cioè Jb tkuna «ttioue. P» 



TRATTATO PRIMO. 



77 



Capitolo VIL 



^ 



Provato che il comenÈo latino non sarebbe stato servo co- 
noscente, dirò comò non sarebbe sLoEo obbediente. Obbediente 
è colui che ha [a buona disposizione^ che sì chiama ohbedien^ 
za. La vera obbedienza conviene avere tre cose^ sanza ie quali 
i? ssere non può: vuole essere doicCj' e non amara; e e orna n- 
data interamente, e non spontanea; con emisuraj e non dis- 1 
misurata; le quali tre cose era impossibile avere' lo Jatino 
comento; e però era impossibile essere ohbedlente. Che allo 
latino fosse stato impossìbile^ come detto è, si manifesta per 
co tal ragione : ^ Ciascuna cosa, che da perverso * ordine prò- 
cede, ò laboriosa, e per conseguente è amara e non dolce; 
siccome dormire il di e vegghiare la notte, e andar indietro 
e non innanzi. Comandare il sugge tto al sovrano, procede da or- 
dine perverso; che V ordine diritto ò, il sovrano al sugge tto co- 
mandare; e cos^ è amaro e non dolce: ^ e perocché all'amaro 
comandamento è impossibile dolcemente ubbidire, impossibdc è, 
quando il soggetto comanda, la obbedienza del sovrano essere 
dolce. Dunque se il latino ò sovrano del volgare, come di so- 
pra pLT più ragioni è mostrato, e le canzoni, che sono in per- 
sona di comanda tori, sono volgari, impossibile è sua ragione^ 



i DokBtC non amara. Tale a dire, 
pmceììoieenan dissmìom. Gli editori 
miltJtiesi lesserà essere doke; ma al- 
oatie edizioni antiche e il codice Hio- 
Èiirdìano leggono: t^mh essere dol- 
ce ec. F. 

^ Invece di tttìere gli edvt. mU, leg 
goiìo ad avere. Ma così leggendOj, bi- 
sognerebbe pur leggero nolb ìmm 
auìisegoente ad esaere tnreco di e^^- 
ref il Clio essi non fannOt Sarb forse 
inolile n notare, die le frasi era, im- 
p&ssibila avere — era impamÒìte easi* 
re, corrispondono ad era impossiljih 
cks avesse — Era imposfiìtile che fm- 

\ MB. F. 

f * Ltì ontiohe edUiont : ini raffit^- 
fìf. £I« U^ — Bustone qui vale ragio* 



tfaiw^N^o, e comprende tutta e tre le 
dìmoatrazioni , civcf ri3pondom alliì 
partì della proposizione ^ cioo rhe 
Tobbedietiza non àurobbe sialo doU 
ce, non IntersmeiUe comandata ^ e 
non misurata. P. 

*f Pervenni^ qui e tre righe più sot- 
to vale iHttfrso. F. 

B Vyol dire che di cosa amara \ien • 
Hù^ ì^màrdf poroocbé relTL'tto ha 
aempr^ Ja qualità d^lla cagione : 
dunquo d'amaro comand^^re verrà 
ammiro comandamento, J*. 

fl Perrugiofie intendo qui il t'eder- 
zi ni la qitatiih a condiìiioite cfie ^er 
reùfi^ al latina daW ^tio d' obbedire. 
Ma io «on vedo necessità d' attribuì^ 
re a qcieìlB voce uu sìgnilkato cotA 




?8 



IL CfliSVlTO. 



es^rf! dolce. Allora ^ è b ubbiditiiìzs fnttìraDienta cumaTh 
data e da nulla partft spontanea, quando, quello che fa 
ubbidendo, non arrebbe f^iUf> sanzri mmandamenio, per suo 
YoierOj né tulto^ nò parte.* E però se a me Tosse coman- 
dato di portare due guarnacchc indosso, e sanza comanda- 
mento i' mi portassi l'unn, dico che la mìa obbedienza non è 
interamente comanda ta^ mo in parte spontanea; e cotale sa- 
rebbe stata quella del comento latino; e por conscguente non 
sarebbe stata ubbidienza comandata interamente. Che fossi 
stata cotale appare per questo, che lo latino^ sanza il coman- 
damento dì questo sfgnorOj avrebbe sposte molte parti della 
sua sentenzia (ed espone, chi cerca bene le scritture Ialina- 
mente scrìtte)j^ che noi fa il volgare in parte alcuna. .4nctìra 



iDiitano dal proprio: oodt rssiam 
V^lcodo, come sopptamQj Tugrana- 
fìtint^f^ il ragloi^sTnento àel ldtino> 
che rispetto aJle cuozoiii vdlgun non 
può esser dolce , non sarà altro che 

i Gli edìt. mll, ìtftgofio Aticom ; 
ma secondo alcune antiche staiiiipe 
dee leggerai Aihraf perchè è qui che 
Dante inctimìncia ad esporre quando 
J' obbedienza sia Internmetite cnmuii- 
data : dunque Ailorft. è la tthhtdiensia 
tnttramoiite i;mnandasa..., tiuamloec. 
Le vocìi aucera, sig ri ineunte pro&ecu- 
stiofi d^ argomento, non può diinqui^ 
over luogf) qui, m& in appresso, ove 
infatti riscontra si: Ancomè lant/be- 
fiitniitt mn misfura..., quando <»c. F. 

* Intendi: quando quello che ruo^ 
mo fa obbedendo , o per obbedienza ■ 
egli non V avrebbe fatto np in tutto 
uè ]n parili, se non era comandato. V, 

> ! ti tendi: che il ìmino»Bnza lico- 
tnantìametitù ih f}ueEto tiiiftiore ^ cioè 
del componimento abitato in volga- 
re, aigretti esjMste fnoUti pnrti delta 
ifHten^a dei volgare {td infatti ti iitU- 
jiO di per sé sifitù espone, cain ' è chiaro 
a chi mti^idera beti£ it scrii tur t itìdua^ 
lììtnit tcriUe}^ h che noti fa ii ttolt^art 
fnp(irteti{cuiia.Ed ìi latino avrebbe 
esposto di per &i^ stesso, e senza ti 
e Oli] a oda mento del suo BÌgnore, per* 
Qbè, come dice il Petlcnluì, i se per 



i* esempio al trattato IV, cap^ 19, do- 
n ve ai Gomentano i primi vera! della 
» sestD strofa, il comento fosso slato 
D latino^ tanto avrebbe apìcguto per 
» avventura il dire : ubi $ùi^ i&i C0- 
B tam ,' sed imìì t cùnneno ; come T a- 
1 ver detto in volgare : é ii ciHo Ju- 
1* viiTi^u^ la stelhi : e tìQti è ^^atto vero 
6 i conr; rsai the davunqué è odo aia 
y U afeila. E V Identico caso iu- 
p terverrebbua chi acrivendo di mC' 
» dicina in volgare comentusse lo 
I» greco l chò mille volta il comenta 
u con solo dir la cosa Tavrebbo già 
» beli' e spiegata. > fitt edit. mii. nu^j 
avendo awiatato il coneelto delle 
frasi eililticfie: fd fifHìntf chi etrc^i 
bftìi le scritlur^ laliuttinmlg tcrittt, 
trasportarono la part^ntesi dopo la 
parola scritture, e lessero \ io ìaiinù .. 
fitfrf 6èff «MpùMie mùUe parli dilla jua 
ssnlsnza {td tipont chi t^erca h^nvU 
ÈCfiilHte) Iv^Hnamtnic scritte^ che uol 
/il ii tjol^fire in purtìf fìkttna. Ma quHl 
conretto è mal qai'Sto : h ìhHhù 
ai^rebha esponttì molle parti drltaiuft 
sffitenza taiiuamittte scritte? E che 
significa qupsf altro t e chi cereit bum 
le icnlture ^spom ? sìgnjQcherJt farse, 
commessi di*:ono, ogni buon mminliSt 
tareis^m? 11 Witte polf accreacùii 
do il f^arbiiRliOj vorrebbe lefigere; 
che apoite, chi vfrls bene le MCfittur^^ 
htnmmmle s^niindQlej dìt um p tfj 




TRATTATO PtllMO. 



79 



k 

^Pl'li ^éHeéienza con misura^ e non dìs^miaurata^ quando al ter- 
mine lei c£)mand(inienlo vOj e non più oìlrc; siccome la na- 
tura particolare è obbediente * ali* uni verace quando fa tren- 
ladue denti air uomo^ e non più né meno; e qut'^ndo fa cinque 
dita mìh mano, o non più né meno; e 1' uomo è obbediente 
idla giustizia quando fa quello che comanda la legge, e non 
più né meno." Nò questo avrebbe fatto il ialino^ ma pcceato 
avrebbe non^ pur nel difetto, e non pur nel soperchio^ ma in 
ciascuno; e cosi non sarebbe la sua obbedienza stata misura ta, 
ma dismisura ta, e per conseguente non sarebbe stata obbe- 
diente. Che non fosse stato lo latino adempitore* del comanda- 
mento del suo signore, e cbe ne fosse ^ stato sovercbiatore, leg- 
germente si può mostrare. Questo signore, cioè queste canzoni 
alle quali questo comenio è per servo ordinato^ comandano, e 

» vogliono essere esposte ■ a tutti coloro alii quali può venire si 
Jo loro intelletto, cbe quando parlano elle sieno intese.'^ E nes- 
suno diiliUaj che s' elle comandassono a voce,* che questo non 



^foìgfifé in parti aìcnnsi ; oppure : che 
npQue^ a chi cerca btttt, te tt^ttiiurfj dii 
Intm&menie terivtne ecAÌ PcdGirinì 
niiotmentÉi treéQ die la clausola Be- 
chi aao Fra psireniesi aia uti triitù toc- 
€iìue intirt-pointo net tR*to da qiiolcJue 
jimijrmcnse, e vorrebbe cliaiinadit. 
ila la kziontJ da nie adottata, eh' è 
quella di iuLtc Ili fitampe e di ttiUi i 
^tedici , non escbi»o M fìiccartìiaho 
■^lOU, unti coiti urcimentl np mutila^ 
/ioni/ non abbisogna il^altro che di 
esficre inlEàa. F. 
* SoppllscKcon misuro. I*. 
^ Co&\ legge il W^ae, e p^irtnl chi? 
(rfga bencj ppirtocchè hi Jcsiioiie 
Vu Ignita, e t' uùfìio otjbtititnft alia ^fh- 
jt^^ia comanda al ^ccutiìrt, tam dii 
semo, F. 

a I endici Ciidd. :ì, 13^, t3^ primo, 
Blonho fon n*u « colla crjiicn. l due 
Mttrcì^hi ed iJ Jlificiom leggono roa- 
laflienle' mn pfi^mfù ^Erttibtìna jìnr nri 
difetto, A^vertit^l uiis pìG{:olA varietà 
di lezione dti^codid Gadd* qui ^lie* 
|;aU . ti 1.^ primo, ba : me» petxùlo 
avrebbe ttùn pure nei dtfrito o ti?i ja- 
^nhiii; il 0: nin pttciU9 ai/reUbe non 



pure dft ififétto e ììon pure dtl ioptr- 
rhio. E M. 

* Invoco di adempUorCt cornt^ teg* 
gono t& prime odUioni, il Illazioni e 
i codipi leggono tmpUorf. E. JU. ^ 
Aitorns, ma con ojtrc parole, mi Ma 
propnaitìone cbe il latino avrebhtì 
peccalo nel difetto e nel soperchio. P* 

* Tutti i codici e tut(e le stampe 
hanno con manifesto eirrorc nmi font 
invece di rte fì^'ie, come richiede il 
contesto, Ved i il 5fiflj^rojpogitia 41. K. IH . 

^ V edi?:ione del liiscioi^i, d" accor- 
do coi codici, legge dispotte: noj ci 
sìomo all^nuti t\]a miglior ìeiìonQ 
rletlediiione princìpi* e deiraUre 
antiche. Iv M, 

7 Spurgo: voglion essere ea poste a 
tidti coloro, I quill hanno g^li UìììU 
cognizione d' psse Cioroni, che qmui* 
do piirlano, elle possano e^aer iniusif 
d un ìmelligenEB almeno eairinsèta 
malerUle. P, 

a U codice secondo Marciano e (ro 
Gaddiatii. cioè il 13V, il Vie aecomio 
ed II 3^ come pure lo nnticbe tìdirdo* 
ni, leggono toee: ì\ cbe ne fa con 
buon dtriuo riliiitare l' idioljamu Imi 



m 



m 



IL COfrVTftl. 



^ 



il hm comari dimenio. E lo hiim non ì* avrebbe spcjsli 
se non aMitternti; che gli altri non l'avrebbono intese:' Onde^ 

con cìossia cosa cbè mollò sran*^ più i|uellì cbe desiderano inten- 
dere quelle non lUtiTati, che li He rati, sogni Li«i che non avrete 
be * pieno In suo comandamento, come il volgare, da' alterati 
fì da' non litter^ti inteso.^ Anehe lo latino l' avrebbe sposte a 
gente d'altra lingua, siccome a Tedeschi e Inghilesi* e altri; 
e qui avrebbe passato (l loro eomandaroento,^ Cbè contro al 
loro volere, largo parlando^ dico, sarebbe sposta la loro sen- 
tenzia colà dove elle non la potessono coHn ìnro bellezza por- 
lare, E però sappia ciascuno, che nulla cosa per legame mu- 
saico* armonizzata si può della sua loquela in altra trasmu- 
tare sanza rompere tutta sua dolcezza e armonia, E questa è 
la ragione per che Omero non si mutò di greco in latino, eomt! 
l'altre sciitture cbe a verno da loro: e questa è la ragiona "^ 



iddliato diit ntscionl, B avY€rtJ ebe 
nunle iiaii sempre *'&tt neUu Dhinft. 
Vòmmidia. L. M, 

< Ooòt pfrùhé gii altri non lcUer«li 
«nn le avrebbcfo col co niente lai ilio 
IntcaQ 11^ più n^ meno, t*. 

* Qnostn pjiafto ItìRgetl In tulli i 
Idioti hI ritorto 6rgL*eriT€: nnn tiffrtb- 
òoiin pieno io nuo mmmuhimeuto^ f^Otnó 
fi vntijttrtt ve. ; fìta iluvoiìdo il veibo 
m^fr^ zotìCQii^Àto ùùìi htim ih i polo re» 
«ppiiris^tj nettJi lu mglqRe ridia cor- 

[f, 110 5 « nota nufì mmnndumfHio per 
ìuro camttndamitnliK K, M, 

" iiìtondi : OrnJc , e otte i ossi nei' r qneU 
U t ({Uall hftnrm qKWÌV meiU^^ntf^ 
mattinala dt^Mf* inn^tml eli' ò delta di 
■qirii, e i quali consegui'UlemeifitG 
dclid(^rancl d avemnclitì l'iiik-lhgen- 
ra inirliiiO<5a v hTtaniCi Bipi>i>t>n imùltu 
mii|igii»r mitìi(?ro» eliti mu sanu i hi' 
tf^rAii, ai«gti^tJì cho U latmo, o«|>onetw 
dob ai HóU tPltunUi, nm iivr«àl>u 
pt«n0| isitH^ juli fuptt»tOp il cornando- 
milita dello c[iitioui>c3oiBc II voleapo. 
oh'A mktu dA'kltefoll od«' liuti lui- 

* hitftfsr ' ''7, Iv M« 

I U Ui»^ ijiiiMto piiaoiJO' 

il: « i/ui >; , Tcira il Ì9r9 e^ 



fimnd<tmMn0^ di' è eontra ai hrù i«u 
Urei larga pirlandii rfico, mrebbé 
^xsfre tpontfi la hro xtnfinzia ec* K li 
cattiva lezìoac di queiredlloreaTca 
dato luoge lUa emeudfl7Jone dii coi 
proposia nel Bn^Q^h pajj, IH; imi 
uvendo dipoi fattu aitchnzionc All'erit» 
itiuue principe, CI slatrio accofti chrr 
cEisa Ci somciurtlfitravii una più iialu 
jalc rettiflcaiìone del tesato, e di bunn 
grada V abblamn accettata Non vuoisi 
peri Ir smurar \j> leijuue tieJ códicu 
Gadd' a^ ta quale in parte s* accorda 
crn quella da nal immaginata; ed è 
|jt seguente : e qui avrebùti paisattì ri 
foro comaud^i metito, eh' è cottlro ai laro 
mlere, larga parìanàù dico, mrettt^in 
tnro im(Bnsu> itala ènpùattti dove twh 
/a póieisinù can loro biUtz?^ ^rUi- 
rt. E. M. 

* Addkttivo da Mum: fedi m Gìun- 
la veronaal al Vocabolario. É Como 
90 dicatae i nessun lavoro poeti cu > I*. 

1 Vrima hA detto ru^ione, e qui 
dovo ripotcre lo slesao vocabolo» Co^l 
di fallo leggono i codici Gadd. 135 as- 
condo a ^. Quindi mAlametite il Bìbcìo^ 
ni laggo in queaio luogo cfigiona, quan- 
lunquo aetn brino nftdaie con tsm 
d'uccoriLÌo i due eudicj Marciti ni, ed 
i Gudcì. VM lì i:fópriRio, non che la 




TRATTATO l'RiiiO. 



SI 



I 



fper che i Tersi del Psnltero sono sanza dolcezza di musica e 
d* armonìa; che essi furono trasmutali d' ebreo in greco, e dì 
greco in latino, e nella prima trasmutazione tutta queliti dol- 
cezza voEné meno. E eosi è conchìuso ciò che si promise nel 
prinàpio del capitolo dinanzi a questo immediato/ 

Capitolo VIIL 

Quando ' è mostrato per le suMcleoti ragioni comej per 
cessare disconvenevoli disordinamenti, converreblw, alle no- 
minate canzoni aprire e raostrare^ cemento volgare e non la- 
tino,^ mostrare intendo come ancora pronta lil}»^ralità ^ mi 
fece questo eleggere, e l'altro Jasciare. Puotesi adunque la 
pronta liberalità in tre cose notare, le quali seguitano questo 
volgare, e lo latino non avrebbono seguitato. La prima è dare 
a molti; la seconda è dare utili tme; la terza è^ sanza essere 
domandato il dono^ dare quello,* Che dare e giovare a uno è 
bene; ma dare e |t io vare a molti 6 pronto bene, in quanto 
prende simiglianza da' beneficii di Dìo, eh* è universalisshno 
beueràttore. E ancora dare a molti è impossibile sanza dare a 
uno; conciossiachè ^ uno in molli sia ìnchiuso. Ma dare a uno 
si può bene sanza dare a molti: però chi giova a molti Ta 
l'uno bene e T altro, chi giova a uno fa pur' Tun bene; 
onde vedemo U ponitori •* delle leggi massimamente pure alli 



prìfpe edizioni ; poiché que" codici e 
queUe filampG partano tngione lanto 
In prima che U secotido vììHq. E, M. 

1 Alcun© amiche edizione leggono 
imfnediùit, cioè Immedìatamecite. F. 

* Quando^ cioè pokH. P* 

8 Ordinai couTerrEjbbe eorneiito 
volgare e non latino ad aprire e «io 
strare ìù numinato canitonL P. 

* La pranicz^tt di Uhtr;itità (vedi lì 
princìpio del c^p.Vjèlu seconda dello 
ragioni cha [Hosscro V A. ad eleggere 
il voigtiro piuuostocbe il latino^ F. 

> Questo luogo nellediz. isisctom 
gtacc Logl : ifa lerza è sanza nìisire 
domafidii(o* il f^&Ro (/nre, qttgUQ, dt'é 
darti ^ p'^^'''«>'^ t'C. : e !a leiione è In- 
Dll(f E. — 5, 



ìntonigìbilo, Nolli^dimetio luLU i co- 
dici Gaddianì, tra cine queJlo segnato ^^ 
monctìiidtì det punto fermo dupo Jo- 
niiiiidHtù, e portando chs tulto un ito, 
invece dì c/i'e^i^gmelegge iJ Hi^cioiii, 
ci mettotio jo via per istabilir© U 
buona tezìune. E nota ohe ondi© il 
pHRìo codice Marciano, veduto dui 
nUcìoni, Iva che, quiLtaunque vi si 
trovi il punto Tenpo innanzi aJla pa- 
role it doiìQ. E, M, 

< Condossiacfiè legge il cod. R. Gii 
edit. roti- leggono ficeioccHi qìig var- 
rebbe» codio fu notato talvolta altro- 
ve, parciocthè, ¥. 

7 Cloò $daménle, P. 

< La volgata lezione ^ l'impnnitmi^ 




8^ 



IL CONVITO, 



più comuni beni tenere [Issi gli occhi, quelle cuitìpfint^nih 
Ancora Jare cose non iilili al prenditore pure ù bene, ifi 
quanto colui clic dà mostra almeno sé essere amico; ma non 
è perfetto bene, e cos'i non è pronto; come quando uii cav^n- 
llero donasse a un nnedico uno scudo, e quando il medico do 
nassR a mi cavaliere scritti gli aforismi d'Ipprìcras, ovy^ro li 
tegni * di Gàlieno: perchè li sa vii dicono clic la faccia del dono 
dee cssDr simiglianle a quella del ricevitore;^ cioè a (ì\ri\ che 

Non<1iTOPT5o ne sembra <ti tto^er pini- 
toalo abbracciare la variante ti poni- 
(onV che trovasi nel codice Marc se- 
condo, nc^l Vat Urb-, tie'Gadd. 3, 
I3i, 135 secondo, perocché mt^ì volte 
le leggi si fongotict, v^nle a dire si 
crmno, da cnlorn che non hannr» la 
fucoltà d' i^tpnrkj GÌoè di promnlgar 
\e^ e di obbligare j popoli ìi IT osser- 
vanza dì esse. Goal Triboniano potè 
le Jcgf;ij e Giustìnìtfao lo impo^. K 
qnì Dante, non parU tanto decermi- 
natamentep che non si dcbb.^ poter 
intendefe In un modo o neir altro: 
al che serve il vocabolo p^nilnri. E. M* 

' Antica corriiiione di Tecnì, da 
TtTtaVi^ Arte, Utolo dato da Galeno 
ad un suo Jibro dell'arte medica. 
— Gnhetuì fpr Giìlfnn diSBero aleuti Ì 
trecentìati^ e Dante mefl^Bimo fn~ 
femn^ IV, H3 1 Ippacrafe* Avkenna 
g Gaitrnfi, Non cod abbiam voluto la- 
nci or correre il brutto idIoUsnio 4ìtì- 
fhh.^ma, quanttmqne U Cnispa non 
Dbbbschjfafodi registrarlo ooirunicci 
citazione di questo passo storpiato 
d(!' copisti, Cd it Jljscjoni ai abrac[:i a 
difenderlo. E l'abbiamo rij^cttatfjsoìla 
fede éi Daiìte, citato pure nel voca 
belarlo, il quale nelT XI del Paradt^n 
canta t Chi dieito n jura t dii ad 
{ifnrtfimij non ad anpiriimi. E, M. 

' CI6 vale a dire» Qhe II dono 
dev'esser conforme alla condldone 
e atr uopn del ricevitoi-e, o più bre- 
vementfff gli deve esser utile. La vol- 
gata legge dì nceven; ma io li o adot- 
lato dei Hcftfìtnrf^ seguendo la cor- 
rt^fonc dot WfcUe proposta, e dal 
Peder^ini i^pprovata- ^d In falli li 
God. H. IpRge dil Hmvtnit. GU edlt. 



mll, sospettano sta ifìTeCe da Icpg^re: 
1^ fAi&:ia dH dfìtifìr^ dea ti*iTf timi- 
g da ut e n queitn di ricevere. Ala lini 
silTiiUa legione non reiìderebbe il eoa- 
cetto da Dante voluto stgnlllcnre, P, 
— L^ emendazione pr^po&la dagli E- 11* 
non raggiusta la volgata» Perchò s^ 
dnn/tre è nome, la co^a ft\ r^mt^m 
affatto rome prima ; sc^ è verbo, n\ 
verrebbe come a dire cbe la faccsl 
del donatore dev -esser simile a qneili 
del ricevitore^ che si potrebbe comeft- 
tare^ allegra e dimostraHva d'amnrc' 
ma ella è una aenten7a che non fi 
punto al bisogno presente det diMiior- 
so. Per questo io penso di pntpr to* 
ta Itti CTS te aderire olla proposta del *i* 
gnor Witte^ e con tanta maggior 
sicurezza, che più avanti In questo 
js l'esso capo, dove di et*, *i dris^^n nilo 
IfìMtìgiifì dtt ric^vimrcf osservo noUtd 
da' aiggn E. M, fra Ì9 \arietà di le- 
gione i fi/fo biiogno delio DCec^rf rtic* 
che è forza con i-h inde re dover essere 
stala una forma amb»g«a d abbrevia* 
tttra neir originale. cUe fosse quia 
la cagione d^llo scambio ai poco ac- 
corti amanuensi In eotul modo sMn* 
t^^rtde avere l' A^ nel notato luogo vo- 
luto confortrtre la sua propoal7Jane, 
fiul dare cose utili, cnir autorità dd 
aapientij adducen4o e interpretaaiio 
una loro senteom a molli oscura: co- 
me »c avesse detto; E ci è perciò che 
dieono I navi clie la fuccia del dono 
dev^ essere aimiglifinte n quella dH 
ricevitore; e vngS tono insegnare. Che 
li dono ai dcbbtì convenire con lui ed 
esigergli utilp, E di fatU guardando 
la cnsa alqiirinto sottilmente, pare its- 
sat ragiODDVolo l' intendittieuin del- 



TRATTATO PHIMO. 



m 



Al convenga con lui, o clic sia utile; e in quello è della pmnir» 
liberali Là di colui che così discerné donando. Ma perocctiè If 
morali ragionamenlì sogliono dare desiderio di vedera % orì- 
gine lorOj brievemente in questo enpitolo intendo mostrare 
quatiro ragioni, perchè ' di necossilii il dono (acciocché in 
(|uello Sia pronta liberalità) conviene essere utile a chi riceve. 
Primamente, perocclife la virtù dee essere lieta e non Insta 
h\ alcuna sua operazione; onde se il dono non è lieto nel dare 
e nel riceveri^^ non è in esso perfetta vtrlù ne pronta; e que- 
sta letizia non può dare altro che 1' utihlaj^ che rimane nel 
datore per lo dare, e che viene noi ricevitore per lo ricevere- 
Nel datore adunque dee essere la provvedeiiza in far stj che 
dalla sua parte riniringa l'utilità dell'onestate^ che è sopra 
iigììì utdilà; ti tur si, che al ricevitore vada V utilità dell'uso 
della cosa donata; e così sarà V uno e f nitro lieto, e per con- 
àeguente sarà più pronta liberalità. Secondamente, perocché 
la virtù dee muorero le cose sempre al migliore: che cosi 
come sarebbe biasimevole operazione fare una zappa d' una 
beila spada^ o fare un bello nappo d'una bella ci tara; ^ così 
è biasimevole ìviuovere h cosa d' un luogo dove sia utije, e 
portarla in parte dove sia meno utile. E perocché biasimevole 
è invano adoperare/ biasimevole è non solamente a porre la 



l'AliglLiert. l'erciucchè che è la fjaccia 
d(?t dono e la rucola del ricovlUiro^ 
sitrn cha H modiji nai quote Tessere 
ìom soUa tale qimlitri bl presentii? 
Se il lì nq ne queste faecesì somlglUnoi 
o per dir più aperto, se questi Am 
icrtnini hanno un mm-rjì nel quale 
mosLriiìo insieme e onveriien^a, non 
if^do come questo possa non esaere 
V utiUtb. I>. 

1 PirrJtè tutto unito Irgs^lomo colio 
mitiche edizioni |>iù correttumente 
di quella del Hi^cioni, \a quale tm 
pereh i. E. M. 

1 Intendi: e questa leLizia {cioè 
lesserfj il dono Melo iieldiire e nel 
TicevereJ non può esser datai non può 
esaer prodoti s, da altro che doli" utì- 
UiD, la qiiiile oc. La Jezione da me 
|>osla \ìùi testo fu àommLnislrata al 



Wtlle dal codirc Ktrkf^p, La volgi) til 
leggo: *iofj è tu tsm fh?r/>r5 pirsit; 
non è prùtitfi questa leiìEJfi; 7ion può 
dar uHto che utih'tht che ec, ; lo zi me 
che minca di chì&tQtta, e cho non 
lega colle truA^ anlecodooEi né colle 
Bussugtienti. Onde il Petto rdni, dopo 
aver detto che queste pam lei non con- 
cludono nulliip propose dì feggcre; 
finn i ha esso ptrfelfrt vìrti't ; H'ifi è 
pronta qturii/i leiism f f' non pnò ftars 
aUrt} chp i' tiiflith, che rwinn'! tifi dn- 
tort per lo rfar^, t rMc nnn ftPììf nd 
ri^Vfifìré pfr tarkenrf, ^ a lo rolla ie- 
^ioijo dal Wiite trovala, e da me pure 
Incontrala nel cod R*, ronde vana ^a 
corrt'iione^ ruytlosio ingegnosn cho 
vera> del rcderzini. K, 

* Gii edil-miL \cggona ththtrra. K\ 

* Adùperare fchQ qui vn'coptrarej 




8i 



II- CONVITO. 



cosa in parte ove sìa mf^no utile, ma eziandio in parie ove 
sìa ugualmente utile. Onde acciocché sia laudabile (I mutiire 
delle cose, conviene sempre essere migliore,' percioccliè deve 
essere massimamente laudabile; e questo non può fare il dono^ 
se per trasmutare non diviene più caro;' ne più caro può 
venire, se esso non è più uiìie a usare al ricevitore, eli e al 
datore. Per che si conchiudo che ti dono conviene essere utile 
a chi'l riceve, acciocché sìa in esso pronta liberalità. Terzb- 
mente, perocché V operazione della virtù per sé dee c^slto 
acquislatrice d' amici; conciossiac ostiche la nostra vita di 
quelli ^ abbisogni, e '1 fine della virtù sia la nostra vita essere 
coulenla; onde acciocché 1 dono faccia lo ricevitore amico, 
conviene a lui essere utile, perocché 1' utilità suggella la me- 
moria dell' immagine del dono, il quale è nutrimento del- 
r amistà, o tanto più forte lo suggella,* quanto essa* è mi- 
gliore; onde suole dire Martino : « non cadrà dalla mia metite 
lo dono cbo mi fece Giovanili, jt Per che, acciocché nel dono 
sia la sua^ virtù, b quale é liberalità, e che essa sia pronta, 
conviene essere utile a chi riceve. Ultimamente, perocché la 
virtù dee avere atto libero e non isforzatoj atto libero è, 
quando una persona va volentieri ad' alcuna parte, che si 



iegEcno k stampe antiche e parecchi 
codici: mi gli cdJL miL Jeggono ùpe^ 
rari. F* 

* Pare che si dovrebbe scnTcre : 
conviene simpre tmere in ovvero at 
tni^l^m-e; scciocctiò la pmpc&j^ione 
indicasse} risolutitiim^ìcite, che H coni- 
l^arùtlvo ass^ikito tnirjUoré liA qui ri- 
apeUò non a! mut^m^nto, ma ai ter- 
mini onde viene e dove va la coan 
che &i mula. Nf^l qu&l modo solamente 
itk sentenza è CiHidiictìVole slL'uopo 
4el discorso. P. 

* La lezione: * questo tutn può fare 
U dotìùf te per iratsmutare (vale a dire 
fier tri] sniu Lazi one) non ifMftie piti 
CitTù, è del cod< Kirkup, eanmin^ito 
dal Wiue, ed altresi del Ihccardi^no, 
il quale peraltro porta ripetuta inop- 
poKunaTiieiilc la voce d&no, leggcn 
do,.., u&ii piiù (un lì dotto, se ii dmtù .,. 



Gli edit, mll. tessero: e (quello e que- 
llo non ii può fare nei dojio, ès il ddtm 
pir lru.^mtitare (la lezione comuns di- 
ceva erroneamente pff trasmulatort] 
non viene più Citrù. F. 

^ Ma I am e [1 te 1 li ttu tiod ì c i e le 8 tim> 
pe: di qadto. E. M. 

* Lo paralo lo iu^geììfii che sono 
del cod^ Riccurdiano, mancano ndla 
volgata. F. 

fi Eisit é pronome rappreaetitaole 
l'uiililh. R 

B L'aggiunto tuA manca oeirodi- 
zSona del Biscioni ; trovasi però nel- 
le antiche stampo, ne' duci codici Uai^ 
ciani, nel Vat, Urb., e ue'Gaddiani 3^ 
13'V e l3o secondo. E M. 

^ 11 cod. Gadd. 134, e d'accordo 
con e»so la primh edizione, leggono 
in akUHtt parte* Il iJnóù. ^ìmaJ ann 
pmte^ li- JU. 



TRATTATO PRIMO. 



85 



mostra nei tenere Tòlto la viso in quella: ' atto sforzato è, 
quando contro a voglia si va, che si mostra in non guardare 
nella parte dove sì va ; e allora riguarda ' Io dono a quella 
parte, quando si dirizza alio bisogno dello ricevitore.^ E pe- 

(Toccàò dirizzarsi ad esso non si può se non sia utile, con- 
viene, accioccUò sia con atto libero, la virtù essere liheraj e 
lo dono dirizzarsi * aìla parte, ov'eliivacol ricevitore, e 
consequente conviene essere lo dono all' ^ utilità del ricevi- 
tore, acciocebè quivi :5ia pronta liberalità. La terza cosa^ nella 
quale si può notare la pronta liberalità, si è dare non doman- 
dato : perciocché dare '1 domandato ^ è da una parte non 
vtrtò, ma tu erca tanna : perocché quello ricevitore compera, 
tuttoché 'l datore non venda ; per elio dice Seneca ; « che nulla 
cosa più cara si compera, che quella dove e^prieghi si spen- 
dono,"^ » Ondej acciocché nel dono sia pronta liberalità^ e che 
essa si possa in esso notare, allora si conviene essere netto 
i d' ogni atto di mereatan^ia ; e cosi ' conviene esaere lo dono 



r 1 Bella è q«ri la lejìoinì dtl cod. 
Godd. 3: tintre vóHo h ima in quel 
ifito^ sftìTzatù à quaivdù contro a voglia 
ti isd, chs ti mostra tiei noti gmfdari 
fìiriiiQ Uetnmmf& iuvsrm quella parte. 
. Tutte le stampe hanno qneUo aiio.E.M.* 
I ' TuU! \ testi a pctìfìa ed a stampa 
phanno si guarda t lezione che ci sem- 
bra corrotta. E. M. 

3 Le stampa tntte^ compresn queEb 
de! Biscioni^ ì codici Marcianl ed al- 
cuaì Gaddlanl hanno ntto bisogno detto 
ricavtrv; leztpne rì^ettafa dalla sana 
critico, di la quale è i;iuocororia accet- 
tare quella del Gadd. \[|B primo : atlo 
biatugno dtl rtcemtore* ìì Gaddn 3 legge 
dH rtctltore. E- M.— E dd rkevilore 
leggo il codice Riccardi a no. F. 

*jl.n copulùUva «ed il verbo diris- 
fm'vr mancano no' codici e TiGlIcst^im* 
pe ; ma sono dimandati dal conteste 
del dlscofsos pcTch' esso abbia li suo 
pieno. E. M. — ta lettone anlico, 
chfj indubbia mente appar difettosa^ 
era- questa i contnene, acdoockè sia con 
aito titero^ ia virtù esiere ìihr^, io dona 
alUi ftfìvU otf' etti va mt tmviiore. Ma 
il t'cderzìnii cui non pUcque rintro' 




itii&sione della copulativa e del ver- 
bo ^ propose di leggerercarii'ienej^ ac- 
ciòci:tiè sia con atto ti aero ta mvlù, es-m 
sere libira lo dono alta parts ùit' ttU 
vacolricsviiore. Il WiUo poi verrebbe 
leggere: cùmienef ticniocchè àiaeonatla 
tibero ta t}tr(ù nel dono, drizzarsi atta 
ptirtp ov etti v(t at ricevitore. F. 

B Invece dì Bergli edit, mlL^ con- 
formandoBi al cod. Gadd. 135 primo, 
lessero ad. Ma a/rportano alenai co- 
dfcìj e quello posseduto dal Wìlte. 
L" antica erronea Lezione era t\ Il co- 
dice Hiccardiano legge peraltro ; cow- 
I ùrif e 11 ere nel dono i' utitiih ec F* 

^ Perciocché dfìre 'L domandato ò Ic- 
?,lonedel codice TVi ite e del niccardis- 
no Gli edit. miJ, leggevano: accìùctìhà 
'l domandata, nv' era d uopo sottinten- 
dere il verbo (inre, e attribuirò ad 
acciocché 11 signlttcato dì pet ciocché. l\ 

t Niiltii rts cariai consta t^ r/tjiam 
qfiO; prisctÒHi empia f»L Sen,, Bs 
Ihnef., Ilb. TI, cap, 1. Vedi il secon^ 
do capitolo di queir opera, a cui 
Denta altìgne tutta la doLlrSua qtU 
esposta flulia liberai t^. E. Ai« 

^ Lo parole e cox\^ che manca ao 



IL CONVITO, 



non doma ridillo. Per rhe ^ sì caro costa quello che si prìcga 
non ìrUctiJo qui ragionare, pi^rchò iàullicieatemeiitc sì rngìù- 
nera oeir ullfmo imitato di quesio libro.* 



Capitolo IX. 

Da tulle le tre soprannotale condizioni, che convengono 
a*ncorrere acciocdiù sia nel beneficio h pronta liberal ila, era '1 
comenló Liti no privalo/ e lo volgare ò con quelle, siccomo 
puossi inanirest;imente così mostrare. Non avrebbe il latino 
^srvilo a molti ; ' che se noi riducemo n memoria qudlo che dì 
HOpra è ragionato, li letterali fuori di lingua italica non avreb- 
hono potuto avere questo servigio ; * e quelli di questa lingua, 



tìftìU vulgate f itaoAO n^l eoe. Rtc* 
caini Iflfjo, P. 

l PrF ikv, elfi A pitr cA* cnm, p^r 
ifUiii m{jiofie. iìh cdit, mkit [(^gguno 
lì or» froppo bctiu P-TtU. I'. 

' NfW ut limi* triiltuta di (lUiJtfo ^f^ 
htOf ciloè iHfJ qiiiihdU^rBlmo, oVi^ DAHle 
viiU'A c,(jfiiLi|iljir(» la Milli éarizono Oo- 
(ftta mi fi:i:tt yvùi\c tl|a£lraxK)tit ul 
CiiHtmitn, p<ig Sitì:l P. 

• 11» Itati 1 leAti huvvi la cu n A del- 
U ^mUiprimto; il che rovescia net 
itia cmìtriirio U pcntiem deJJ;' autore. 
NtH ShqSìo, pflg. 54 1 ci ero ¥8 050 a«r- 
%ili dei vocabùlo toniunQ: ara prefe» 
ritìmopripafó, Che ne pare pi fa inslogo 
lìl Bolìlo modo cun cui Dante s'eaprr^ 
ine, e che torna lo iii;«iao. 1^ JU, 

* Non la Btilu voce pnco/A aggiun- 
BevQ gli ediL miL, ma altresì la nega- 
tiva «ow, e letaefo; ifa /ti^fé ie ire 
toprautìittie €ondi£ii3m,.. fra'l cùmftHù 
Jaftno prwaia, e non io vitìgarti ; e con 
ijmiU, timùme ai puìi matti feMtumenie 
e&*\ t&fitartt nmi atrebfte it latino così 
Marvitó a niùttL U leiìone da mo 
■daltaLa è quella proposta dal Peder- 
Elnt, dal t[utiÌQ vìen convolidatu con 
buone ragioni ti! e ho questa aia vii'* 
fatti la vera k^zLOno, e che aeU' ìaciao 
moneti i la voce privato o lontano o 
sppariito, cerno bene avvertirono gli 
cdiL luiL, «L ha dal cod, Il Jt quale 



legge :•.*"« im 'f cnm^nfo lEa^iriD r^ro- 
/q, ff 7 vo/^^rtf I con quelle. E Jiuowi 
mani ftfBtam^nle coi! wiOT/rar*. F. ^- 
L' Giretto doLI' emendazionede' «ignori 
C U., b' io non eigllo ertole, si «trin* 
gè ut) Ica mente aria parte die per essi 
ò toECu^a. Ma nan po&era minile gli 
uomiisl eccelJentiaBimi airiaimkocti^ 
rimane a p use tare tuLLoquc&lo capo, 
K che sia cojiI, quali sono, io domafi- 
do, U trt Aopffìnoiate candì zioni? Sono 
dare a molli, dare uttU coso, dare 
»enza esaere domandato fvcdi ìt prin- 
cipio ùvì cap* antecede n le). E il pio- 
nome qutlie non rappreBcnta ^ippunto 
e^e condizioni? Ceito che h\. Oun* 
que, AiiTiì tyuavja ^i2bL4 la iette^ 
ra^o Dante avrà latto tutto un di- 
acorso coiitradillodo a questo modo: 
Il hiitìo coti t/ar« a moUìt ^^'^(^ nvrdbe 
&iEÌ MeFitiiiì a ttìùlii; co tk dar 9 viHi cok 
non mrebbe staio dolore d' utile dom; 
con dure tiùn dùinttndafOt non aureùlK 
dtilo a qmiiti cotidiìione. Per tanto io 
credfreì che fosae da tenero per 
l>uona l'aggiunta dell' oddleUivo prt- 
tsatn; rigettare il non; toglLere il 
punto e virgola dopo aotsarr ; étto 
il segno del verbo all'f seguente; 9 
porre il punto fermo dopo coiWari* 
perciocché ìndi innanzi vengono lo 
dlmostraicioni particola ri P. 
< Cioè 1 IcLlÉr^tì tetleBObi ln< 



i 




TRATTATO PRJMO. 



87 



fie noi volemo bene vedere chi sonOj Irovererao elio di mille 
r uno nigioTievùlmeate ne ' sarebbe stala S{;rvito ; peroediò 
non r avfebbouo ricevi! tOj tanto sono pronti aù avarizia ebis da 
ogni nobìlià d' animo [t rimuove, la quate massimamente, desi- 
dera!* questo cibo* E a vituperio di loro dìcOj clia non si deono 
chiamar litterati ; perocché non acquistano la lettera per lo suo 
uso, ma in quanto per quella guadagnano danari o dignità : sic- 
come non sì dee chiamare citarista chi tiene la citara^ in casa 
per prestarla per prezzo, e non per usarla per sonare. Tornan- 
do adunque al principale proposito dlcc>^ che raonlfestamenlG si 
può vedere come lo latino avrebbe a pochi dato lo suo benefi- 
cìOt ma il volgare servirà veramente a molti. Che la bontà del- 
l' animo, la quale* questo servigio aucnde/ è in coloro che 
per malvagia disusanza del mondo hanno lasciata la letteratura 
a coloro che V hanno fatta di donna meretrice : e questi nobìft 
sono princìpi^ baroni e cavalieri, e molta altra nobHe gente, 
non solamente maschi, ma femmine^ che sono molti e molte in 
questa lingua, volgari e non htterati,* Ancora non sarebbe stato 
datore lo latino d'utile dono, che sarà lo volgare: perocché 
nulla cosa è utile se non in qtianto è usata : ne h sua bontà in 
Potenza è essere perfeitamente ; "^ siccome t' oro, le margherite 



glesì non avrebbero polulo survirsi 
del comento latino^ noiv intendendo 
Jc canzoni volgari per ttì qnflli it co* 
mento sarebbe ratto. E^ M. 

* Ne legge bene i! codice Jllccar- 
dianùt mentre gli altri leggono erro- 
neìj mente non. F. 

^ DtìtidÉra leggono k stampo anti- 
che e il iìùà. RiccMidìano. Gli E. U. 
éesiétmva^ F. 

» Cilarn, le edidoni anlicbe - crr«- 
fÉi, gli edit. mil* F. 

* La quali può essere in quarto 
easo, D » intenti^, la qijale bontà ò 



il Vat Urb. Gli altri codici e le 
stampe h^nno accende , lenone la, 
quote ci sembra doversi posporre a 
quella da noi ^idottata.perctcìch^ Datiti 
lìu purUto di sopra di coloro che uoa 
avretttiBTo rkiouta questo servigm 
per avarizia, ed ora viene a dire di 
quf^lli che per bontà d'animo i' ut- 
teìidono. E. M, 

4 Cioè, cha non intendono II lati- 
no. E. M, — Che essere Igtt^ata o jeis- 
pùrieittra valesse intendere ii latino, 
fti prova evidentemente pel luogo se - 
gusnlo del Taasavanti, pag. 211 : 



voluta, fiiccenic ctindizione necessa- , ,.» iwcorrm ni dimostra in questo ii- 



ì\ikt da questo sei vigio. Vuò essere 
«nco In |irimo caso^ o allora sì spie- 
ga, U qtiiile naturalmeute peti tando 
stendo questo servigio, e perciò rac- 
«ettera volentlerii come le cose de- 
tìd erate. P, 
> Cubi i codici Cadd. a e i;i4| ed 




èro faita in latina p^r h per&one let- 
tersiCi ed ùncùrn piiì innanzi « n« 
d?J'A, Qui basti quelh che si dke pef 
Uìfimaeilftìvienlù di qiLBik ptrmne c/« 
fior* sunna ietiera. V. 
T J\'è V essere ia sua boaiit in po- 



88 



IL CONVITO. 



c gli altri tesori che sono sotterrtiii : ppmcchè * que' che sono a 
mano dell' avaro, sono in più basso luogo, che noa è Is* terra là 
uve il tesoro è nascevo. Il dono vemincnle dì qiirsvj comenUì 
j ò la sentenza delle canzoni alle quali' fatto è, la qiiaie^ tuM- 
[ si ma mente intende indncere gli uomini a suìenza p n vìriù^sìC' 
come si vedrà per lo processo * del loro trattalo. Questa senten- 
zia non possono avere in uso se non quelli nelli quali vera 
nobiltà è se^minata/ per lo modo che si dirà nel quarto trat* 
tato; e questi sono quasi tutti volgari, siccome sono quelli 
nobili che di sopra in questo capìtolo sono nominatile nun 
ha contraddizione, perchè alcuno li tterato sia di quelli : ehèp 
siccome dice il mio maestro Ariivioiile nel primo deli' £ii€a 
« una rondine non fa primavera. > È adunque manlfi-sto cbe 1 
volgare darà cosa utile, e lo Ialino non T avrebbe data* Ancora 
darà il volgare dono non domandato, chy non l' avrebbe dato il 
latino; perocché darà so medesimo per comento, cbe mai non fu 



|>ssore solo In potenza non è per- 
toUo ewere, easenrto essere p«ffeUo 
l'essere in potenza e m oito* l/on- 
tÌQA ìeiì^ne, da tuUl riconosciuta er- 
roTieai eia Fa iseguente ' né la ma 
bùHtà in pùlenza ihe tion è easere ftr-^ 
fetlammf»- Gli inJiìt. ani. crederono 
dovf^r leggere: uè in sua bontà in 
pnléìizav ci*' è Hfti^ii u.ut, tiori é p^r^ 
fvtlamtnf^ ; poi proposero : fii lama 
(tanta in polfnzai eh' è nanza turo, tion 
ìm «fifts perfiltamifìts. Eli il Voeco- 
tiiO piò infehci' mente : .... se nQìiìn 
quanta i UMafa miia tua bontà, che iu 
jHìtfn^a finti è fiSfn pprfeUafnsnle. 
M« perchè U proposizione renda un 
ronceLLD chiaro o cnerente al fle- 
RMlto del discorso, non v' ha bisogno 
di oontorceriiG e alterarne Je parole 
e le frusi, ma bastn, a ima gigdìiio, 
tngUtiredctìla lef.ioiii^ aclica soltanto 
il cht. E dico soltanto it c/10, perché 
Il wé», ch'io ho altresì loUo, p!>- 
trehbe lasciarsi siccome pleonasmo 
fitto a dar mugeior forza asta noga- 
tiva. F. 

i Kace icrnhll mente contro gli 
a vali, e dice ch<j l tesori in mano 
di loro 3oi>o in più basso luogo, che 
mu quelli JoUo terra. E con tal 



dire figurato vuol significare e \è 
profonda viltà d^essi avari, e ì lun- 
ghi ù penosi I^vorii cììù costa 1 
cavarno qualche coserei la dì lag- 
giù. \\ ^. 

^ Cioè in servigio delle quali- P, 
> Io ffitith, I cingono erroneamente 
tutte le stampe e totti i codici^ 
tranne i] fecondo MarcianOf il qua- 
lo porta la leeone da noi adotU' 

* Tutti gli altri lep^gono : si vedrà 
péf iù pfiftgn del loro trattato, « fa 
maraviglia come ì diiigentissimi 
edit, mil. non a' aErcorgcasero che 
la vocé fn'ta§tì era erriti^. Proce^io 
sta nel cod. Hiccardìano, F« 

a L' antica lezione <?ra 1 fmn pofjoaa 
fìi'frt in mn qveili neitì quali ^era ttih 
bilia è ttminata; gli edìt. miL ?ì 
aggiunsero un non, e less^m ntifiè 
m-mmata^ dicendo, e ho lenita di «suo 
i! senso cade strati amento net rov^ 
scio deli'mten^ione di Oantc. Lo chu 
è vero. Il Federai ni credò^ che non 
un non avanti é simitàfita, m^ man- 
casse un che avanti a qtielii. Ma poi* 
chÉ il cod* H. legge non pìsìt<mt} ukìtì 
iti tuo 9« nari, queltt ec.^ ogni altra ili- 
squi^iii'jae tornerebbe inutile. F* 



( 




I 



TRATTATO mniQ. 8^ 

domandato da persona;' e questo non si può dire dello latino, 
rhc per coinento e per chiose a moJte soritture b già staio 
domandatOj siccoTtie in loro princìpiì si può vedere aperta- 
mente ìn molli. E così è manifesto clie pronta liberalità mi 
mosse al volgare anzi che alio latino. 

Capitolo 5. 

Grande Tacile essere \ù scusai quando a cesi n obi la con- 
Vito per le sue vivande^' a così onorevole per li suoi convi- 
tati/ si pone* pane d( biado, e non di Tormento: e voole es- 
^sere ètidente ragione che partire faccia V uomo da qoello 
^che per gli altri è stalo servato lungamente/ siccome di eo- 
rnentare con Ialino. E perù vuole essere manifesta la ragione : 
che delle uuove eose il fino non è certo, perciocché 1* espe* 
rie ma non è mai ayiita/ onde lo cose usate e servate sono 
e nel processo e nel fine commisurate. Però si mosse la ra- 
gione '^ a comandare che V uomo avesse diligente riguardo a 
entrare nel nuovo cammino, dicendo: « che nello statuire le 
nuove cose, evidente ragione dee essere quella che partire ne 
faccia da -quello che lungamente è usalo. ^ Non si maravigli 
dunque alcuno se lunga è !a digressione della mia scusa; ma 
siccome^ necessaria, la sua lunghezza paziente sostenga; (a 
quale ^ proseguendo,"^ dico: che poìch' ò manifesto come per 



* Tocca dell uso imiversalt in al- 
iterà di servìrst ne'comenLi 4ella iiiì- 
giio latino Qsdusìvamente. P. 

» CheacDoil'fllUasimtì m£»tijr1e di 
arnOToedS virivi. P. 

3 Che sono tiUti quelli, i qiintt sé 
Mentono faitic dot cibo deKJi atifjeli e 
in eesa fiimesoriD rimoaK perciocché 
convenevolmenic irnpediU nd te cu- 
re familiari q civili ; ma nesf^uiio mal 
disposto degli organi, i>^s&iin Betta- 
lare di vizì^ neasinto vinto da pìgù- 
2\». Vedi il cap. I, P, 

* Il cod. Barb. ed i Godd. 'à ù 1J4 
k^gono s'oppom. E. M- 

^ Q'wè^ per IbiiRO letupo. F. 

^ FÉTÉìoccìiè Ifìf gè U R. ; &ccióceità 




kB&ofo gli edit. mil, dicendo cht^ se 
fosso loro stalo kcilo okiin can- 
giamento^ avrebbero letlo perdorché 
i* tenenza non k mu/^, Pure la ÌBt. 
dei cod- R. e chiara abbuslciozaj poi-^ 
chò iVé que?ìU) Berso : Perciocdiè tion 
si é mai avuta di loro I eaperienza, F, 

? Per Togiom ìnleìitìì lì dir itttt cioi* 
Itf. E. W. 

8 Così i codici Marcia ni, il Vat. 
Urb. e Gadd. I^li g VÒ^ seconda, con 
E II Uè I e a ri lEch o ed i z ion i . L' ed i; j un b 
tiifiClonl : shrcom' é. E, M. 

* Ln qutih digressione. P. 

le Cosi It cci\. Gad(H34 ed il VaU 
tlrb. Gli altri teaU AdSS. e atamp^ti 
[s^gotìG perieguead&. E. M. 



90 



IL CONVITO. 



ers&nre drsronveneTolf disordinaziuni/ e comej per pfotit*5^En 
di libcraliLà, Io mì mossi ni vofgfire comento e lasciai lo biino: 
I* ordine édìai 'ntrra stusa vuole ch'io mostri curac a eie mi 
mnss! per lo nn turale amore dtdla propria loquela^ che è !a 
terza e 1' ultima ragiouc! che a ciò mi mosse* Dico ch^J^Lna- 
(uialo amore pnncipuimenie muoTc T amotore a tre cose: 
V una si È a magnitìcare 1' amato; 1' altra è a essere geloso dì 
quL'lfo; la terza è a dìfòudLro lui^ siccome ciascuno può <rG- 
dere continovamente aiTTeurre, E questo tre cose mi fecero 
prendere luj^ eie è lo nostro volgare^ lo quale naturalmente e 
accidentalmente ^ amo e ho amato. Mossimi prima per magni- 
Ooare luf. E che in el6 io lo ma^uiQehi^ per questa ragione 
vedere si può : ' avvegnaché per molle condizioni di gran- 
fici za le cose si possono mai^mificare^ cioè far grandi ; e lì ulta * 
fa tanto grande^ quanto la grandezza della propria bontà, la 
quale è madre e conservatrice delle altre grandezze; onde 
nulla grandezza può te T uomo avere maggiore^ che quella 
della virtuosa operazrone^ che 6 sua pr<*pria bontàj per la 
quale Je grandezze delle vere d)g:nitadi e delli veri onori, delle 
vere potenzie^ delle vere ricchezze^ dclli veri amici, della 
vera e chiara fama, e acquistate e conservate sono» E questa 
grandezza do io a questo amico, in quanto quello eh' elli di 
bontade avea in podere ed occulto, io lo fo avere ^ in atta 
e palese nella sua propria operazione, che è raanirestare la 
couceputa sentenzia. Mossimi seoondalamento per gelosìa di 



I 



i 



i Pare che iarebbe stato più fig io- 
ne veti e n dire dismnienevoli orditm- 
£fafiii\ dacché le rfpsorrfinflSfCifn' sono 
disfonvtmff^àti seml'fG, ed é t nuli le 
reggiuntp. Nulladìmeno Dante usa 
Tarn altre voÌt&dt qiieaUi espressi o- 
ne nel C^mifiif}. li, W. 

^ Cioè, per ragioni naturali ed ac- 
ckdcnUli. I'. 

' Qui comincia la ditnnsl razione, e 
però si volea ror&e «ofare il punf^o 
fett^a ÉJopo Iq fraa© n può ; cnsi pure 
ncOa fltie dì questo primo membro, 
rloo dopo b frase far grandi, si do 
vrebbe a mìa parere murare 1 due 
punii in una vjigub^ peruioccbè ora 



sembra come imj>edito i\ processo 
naturale delle ideo, P, 

* Qualche stampai enUce : « $ìult^ 
aUfa €fìxa. F. 

* /.o/bflp^irj.CDd. Vat, Ufb*^ Marci*' 
nì^ Godd. 3, lai e i:t& secondo. Il fiiacto- 
(li : i» fa aterfj cioè" e io do quisia 
granàes^:SQ m questo amico (lo volgare), 
inquanto che quello ch'fUiapna di bm- 
tà toh in poitTÉ f cioè in potenza) òc- 
cuUo (cioè occultamentp)« io io fo am- 
re ce. Il testo sarebbe alato piCrctitaro 
quando vi ai fosse letto: qudtoch*éiìi 
di boutade avea.E.U. — U ch^ deside- 
ralo daglT odlt. mll. esisto nel cocU Rkj 
e l'ìm perciò in tradotto nel tcato. F< 




THATTATO PRIMO. 



91 



JyiVXa gelosia dell' amico fa Tuomo sollecito a lunga prov 
vedcnxa;* onde pensando che per lo desiderio* d'intendere 
qutJStc canzoni alcuno ilHlteraio avrebbe fatto il fiomenlo la- 
tino trasmutare in volgare; e temendo che 'I volgare non 
tesse stato posto per alcuno r.Ue 1' avesse laido fatto parere^ 
come fece quelli che trasmutò il latino dalV Etica, ^ provvidi 
di ponere Ini/ fidandomi di me più cbe d' un altro. Mossirat 
ancora per difendere lui da molti suol accusatori^ li quali 
dispregiano esso e commendano gli altri, massimamente quello ^ 
di lingua d' Oco, dieendo eh' è più bello e migliore quello cho 
quésto; partendosi in ciò dalla verità. Che ^ per questo co- 



* Cio^t a prowedoDia [^er lungo 
tempo durevole^ F. 

dù colte Q^re e aol più de'oodieit 
Jugge the 'ideiiàtrio^ V errerà però si 
fa cubilo manifc^tOj per poco ch^ altri 
l'i ponga mente, peftKcbft nflIEo voi- 
giita IcSEitthne Dante viene a dire che 
qualche illiUeralo^ cioè qualch^duno 
che non sa piasse dì Ialino, avrebbe, 
j>er desiderio d' intenderlo^ trasmu- 
talu il comcnto di latino in volgare^ 
U qual parlare non sani esse hommis, 
fiOfi mnuA juret Qrt^tti. Più Ttìgione* 
vole fì Ja lezione d&' codici Gadd. ilfó 
|jrimo 6 gecondo, e del secondo Mar- 
cianoi fraqu^tl il 435 primo porta al* 
orna iititratù, e gli ai tri due alcuna 
alUHertilQ, K, Mh 

3 Dopo EiìEfi Je^gesi in tutti i co- 
dici & iti tuU» It stcbmpe : m fa. Tad- 
dio Jppacraiistaf parok che nel Sag- 
^iù» pag. 9% abbiamo dimostrato es- 
tere munì resto gtossema dei copisti, 
i quali rors« in tempi dm In fama del 
traduUore era già diminuita, a sclija- 
rìmento de] testo di Dante vi appose- 
ro qaelU chiosa. Intorno a questo 
Taddeo ììoretitino , ovvern Taddeo 
d'AJderotto da Firenzo^ che per la 
fiUf* eccellenza nelT arto medica Tu 
detto a suoi tempi J' ìppocratista, è 
da vedersi una lunga nnta óaì Uisoio» 
Di. Egli trasletò dal latino in italiano 
V Etica d'AnsLotil&i ed alcuni eru- 
diti pretendono che bruaelto Latini, 




volendo inserire nal ano fenaro quc 
fìto medesimo trattolo^ volgesse in 
francese l' italiano di Taddeo. Onde 
che Bono GìamtK>ni noi volgarizzare 
r opera di firunctto si valso^ per que- 
sta parte, della versione di Taddeo 
gik bella e ratta. Su di che si può 
consultare la prefazione del signor 
ab. Cannoni ai TeiorEtto di ser Uru- 
netto. Frattanto nel diremo come Trii 
ì Trivulzlani trovasi un assai bel co- 
dictì in pergamena dell' Etica tradot- 
ta da, Taddeo.^ che< ivi si dice da Pe- 

* Prot'tjidi di ponert iui^ cioè il vol- 
gare, U cod, vsL Urb. provvidi a pò- 
tur luif fidandoìHì di me jiiùche di nin- 
no altro. Anche it cod. BflarLiano se- 
condo^ ed 1 (ìadd. 1S4 e 135 secondo* 
leggono a jaoaerf. 11 Gadd. 3 ^ porre. 
E. M, 

fi 1 codici e le ììtampe queUì: ma H 
pronome qui si riferisce a ^atgarej, e 
perft dee stare net numero del meno. 

Tutto questo passo Icggesi nei 
codici e nalle stampe cosi i eh' è per 
^aeila tomeuto la gran bontà dei vol- 
gare di ai; perocché *i vedrà (ama 
virté, sicùùmi per esso altissiìni e fìO' 
tii>Jtmi concetti CQni-eneuolmentff su/^- 
€ientitnenie i accoìiciiim^te, quasi per 
esso iatino, matiifistftré nttie Cose ri» 
ftìatef per h accidentnii mìonmzze cha 
quivi tono connesse ^ cioè ia rima, e io 
rimato, * 'i numer<> rcqnhto. Siccome 



n 



IL Convito. 



mento la gniEi bontà del yolgaro di Sl^ijotykl;^ perucdiL 
' (siceomiV per L^D altissimi e novissimi mmHìì coiivenevol- 
im'nl"< sullìcii^nteiw^nle e ac€OneiamGnie^ quasi cotnn per essrj 
latfiiri^ si osprhiiuiK») ki sua virtù rit^He cose rimate pi^r le ac- 
cidcntali adorurzze che quivi mno connesse, cioè la rima e 
b ritmo, o *ì numoro regolalo, non si può beue manifesta* 
ro ; slccnniP la bellezza d' una donna quando gli adorna- 
meìixl deir azzituare ^ e delle vesti tue ntfi la fnnno più amtui- 
raro ' che essa medesima : onde cln vuole heue giudicare d* una 
donna, guardi quella quando solo sua naturai l)elle^za si sia 
con lei da tutto accidentale adornamento discompagnataf^ 
siccome sarà questo eomentOj nel quale si vedrà T agevolezza 
delie sue sillabe, la proprietà dcHc sue con di zio ni, e le soavi 
orazioni che di lui si fanno; ' le quali chi beoe agguarderà,* 
vedrà essere piene di dolcissima ed amabilissima bellezza, Ma 
perocché virtuosissimo'^ is nella 'nteuKione mostrare lo difetto 
e la malizia dell' accusa tore^ dirò, a confusione di coloro cbe 
accusano T italica loquela^ per che a ciò fare si muavonor e 
di ciò farò al presento speziale capitolo, perchè più notevole 
sia la loro infamia. 



non ti può bmi mnmfe^ifìrf pc. Ma 
qui la Ip^inne è fìVitlGnl8Trn*nte cor- 
rotta e rtiLitiUltì in più luoghi ; per ic- 
che lii buona critica ne ha suggerito 
di emendarla come ]i} è Tatto; e di 
ciascuna emendazione bÌ é data ra- 
gione nel Sa^gio^ pag^ 2- È. M, 

1 Ecco il modo della difesa cho 
r autore intende o prendere del vot- 
gnre contro i aaol nccusatorl^ cioè 
moslraro la gran liontèi d'oei^o Vùlf;;!!- 
re lo questa prosa ; duvc ypporonrto 
lu lingua t] ed suo esseroscmpUcis^i- 
mo e naturalo t non si porrà por nes- 
suno toglierle ti mento disilo sue 
grandi bffllezjo. La qual cosa non le 
avverrohbe coai bene in Inveri di 
poesia» pò rocche Lullo iJ b^Uo pò* 
tri't>hi} eiafire ultribnUr) a quello 
atldrn<}i!X(> disile quali si compono la 
pnDsin por sun nalnra, ma che sono 
quaai c?atrin»cchB ed accttknLali ri> 
epetto al Ni tingu». l\ 

iluti'iiilì, dicy il toìscinni^ gU 



.idnrriQmcnti dotl'ahhcllimodto, as- 
setta mento e attìUamt^nto dell4 f^r* 
50 la. lo dirigi : gii ad oro amenti del* 
l'acconclaLura. F- 

8 iNel Suggia t pa^. 6, colla 4oU 
scorta di quel posso del Ptimd., XV * 
a Non anÉa Cfttenetlat non coronai Non 
dùnnt c^ìutiifialefTìon cfnJura^ Chi fùt- 
sr a i}vder più chi la periona, * ave- 
vamo corretto r errore di lutle lo 
suiti pe, !q quali hanno nnnumtrarf 
invece di ammira ri?. Ora in aoccorso 
della nostra correzione viene il cod. 
Gad. Vdh primoj ove legfjesi ', la f.tnna 
piùammirarf. che ^?lBn mednima. E, M. 

* Ordina : guardi qiielk dlacom* 
pagnuLa da tutto ^[if^Ldeutale ador* 
namentoi quando «oio tsua tiatt)ro1 
belleK^asi sta con lei. P. 

^ Cioè, chfjsi ratino per mez^o di 

C&HO. P, 

« Oua rdt rht 1 e pr 3 ra e editti o n i* E ► M. 
^ Virtwniifima, eioi' pieno dì forza 
d'elQcaeid. P. 



TRATTATO rnillO, 



oa 



Capitolo XL 



A perpetuale infamia e deptvssiorjG delli malvagi uomini 
' à' Italia j che commendano Io yofgare altrui, e !o propio * dì- 
spregi ano^ dico che la loro mossa ?ieno da chique abbomine* 
voli cagioni* La prima è cechità di discrezione:' la secondaj 
maliziata sensazione:* la terza, ctipìdltà di vanagloria:* la 
quarta, argomento d* invidia:' la quinta e l'ultima, viltà 
d' animo, cioè pusiUanimità. E ciascuna di queste reitadi ha SJ 
gran setta/ che poebi sono quelli che sieno da esse Uberi. 
Della prima si può cosi ragionare. Siccome "^ la parto sensitiva 
deir anima ha suo» occhi, coHÌ quali apprende la differenza 
Melie cose, in quanto elle sono di fmfì colorale; cosi la parte 
'razionale ba suo occhio^ col quale apprende la dilTerenza delle 
cose, in quanto sono ad alcuno fine ordinate: e quest'è la 
discrezione. E siccome colui eh' è cieco degli occhi sensibili 
Tà sempre^ secondo che gli altri,^ giudicando il male e '1 bene; 
così quelli eh' è cieco del lume deìU discrezi onCj sempre va 
nel suo giudicfo secondo il grido, o diritto o ttiìm che sia* 
Onde qualunque ora" lo guidatore è cieco, conviene che esso 



* £r b /oro prnprio leggono il pri- 
mo cad. Marciano o tutti i Gaddia- 
nlj d'accordo colle onliohe odixio- 
ni. E. M. 

* Ctot% CfCiiii di dìsCirnìmeuiù; e 
dice cecitfc, aUribuentio all' iiiteU 
ìfìltOf simiglii3ti7a del corpo, l'or- 
gano della vista. t\ 

* Cioè se USB maìizÉosar perché 
scie n temente fondata sul non ve- 

* Cupidità di vsnEiEloria; perchè 
commendando lo volgare altrui^ vu- 
glton far credere d' esser sapu^ 
ti. {\ 

S Cioè un trovatOj wo' invenziono 
dell'invìdia, P. 

A Cioè, sì gran numero di segua- 
ci. P. 

T La sostanza di ttHLo ìl discorso 
che riguarda la f^rima cagione di 
I dispregiare U volgare , h\ riduce a 




questo. Chi noti ha liimi per giudi- 
care le cose da so niedesittiOf le 
giudica su quello che ne &entc par* 
lare, o VOf^liam dire sul grido al- 
trui. QLJeato erido è stato lungo- 
menLe contrario al nostro volgare ; 
questo puro ha condotto in in- 
ganno tutti coloro ohe l' hanno se- 
guitato. Aggiunge poìj che il nu- 
mero dì tali Seguaci comprende 
mBssimamente le persone del p(^ 
poto, alb qtiaSi, percme:che hanno 
la mente e F animo tufto ne' mestieri, 
non rimane possibilità di form tirsi 
r abito della luce discretiva, P, 

fl Secondo cht ijìi aUrìf sottintendi 
giudicano, verbo che reggendu pu- 
re r inciso seguente, è elegante- 
mente intralascialo per elliast. ¥\ 

Qualunque m'n per qiàfiììmqw 
vùU^t nota il l'erti Da ri mancare nel 
TocabobriOi £. M. 



m 



IL CONVITO, 



Yanaglorta, Sono inoltì cbe per ritrarre cose poste In flltnit 
lingua e commendare quella^ credono più essere nmmiratij ebo 
ritraendo quelle delio sua. E sania dubbio non è sanza lode 
d'ingegno apprendere bene la lingua strana; ma biasimevole 
è commendare quella oltre In veritn, per farsi glorioso di tale 
acquisto. La quarta si fa da un argomento d'ìnvidÌÉi.* Sicco- 
m* e detto di sopra^ h invìdia è sempre dove è alcuna pari- 
tade. Intra gli uomini d'una lingua * è la paritade del volga- 
re ; e perchè l'uno quello ^ non sa usare come raltrOj ne nasce 
invidia/ Lo_ jividtaso poi argomenta, non biasimando di non 
sapere dire colui che dice, ma Ijiasìma quello che è materia 
delia sua opera^ per tórre * (dispregiando V opera da quella 
parte) * a lur^ che dice^ onore e fama; siccome colui che bia- 
simasse il ferro d' una spada, non per biasimo dare al fcTro, 
ma a tutta r<jpera del maestro. La quinta e ruliinia setta si 
muove da viltà d' animo. Sempre il magnanimo si magnifica 
in suo cuore ; e cosi lo pustllanimo per contrario sempre si 
tiene meno che non è. E perchè magnificare e parviflcare 
sempre hanno rispetto ad alcuna cosa/ per comparazione alla 
quale si fa lo magnanimo grande e ìl pusillanimo piccolo, av- 
viene che 1 magnanimo * sempre fa minori gli altri chr now 



1 eei mab inlerpunzlone qiiC&lo 
passo fino a nasct: mvidin è assui cor- 
roUtì in tutte le slampe. E, M. 

■ Lingua non pu6 qui servire ra- 
gì{)iievolm€'nte &hQ neli' unico vatore 
di nai^iùTìe. P. 

* Sifguendo ìa congi^Utiro, del Pe- 
dertinì, ho stampato quetio fcd interi- 
ini volgare), invece di queih, come 
portano tutto le st,t [}erciocchfl qudla 
ne potrebbe riferirsi a lingua, ciie qui 
voi nazirn^f^ tié a pariuidt, e cosi man^ 
cherebbe del suo antecedente. F. 

* Cosi il secondo codice Marciano^ 
& ad ecceziane del ^ tulli l UaddÉanlf 
i;oncordi colla prima edizione^ Quelle 
del Sesfo e del biscioni malamente: 
e qui nata innidin. E. ti. 

* ti Pederzlni, Invece di: ma No«- 
wm qudh cftf è miUerUt Ma auu opi- 
rdf p»r iòne ec.^ vorrebbe leggero ; 
ma bia^ifpfiTidQ quetia ch'i nmUria 



{Idia ntutùpertty pur (otrà 6c, Mn b 
non vedo rogioue^ perchè si debba 
capriccLosamente modineare que&i4i 
leijone, quanda casa dà un senw 
chiaro e coerente al seguito d«l di- 
scorso > e quando lo atesso Poderzini 
conviene che c/m j^iiatt^ii que.fta pisrtt 
dfl pzrmdo da i^è ttìia, «gii la può cera» 
m^i§ condanndft pff iHUnCiinte di 
iéntimenio. F. 

Q La nostra lezione è conforme a 
qiieila del codice Gaddiar>o 135 te 
condo. Le stampe leggono di qu«U(t 
parte Invece dì da quttlu parte. Le 
parole par tórre mancano pùì nella 
ediziane Biscioni e ne' codici JUarcia- 
ni, ma leggonsl nel citato cod. 1^ e 
nel 13i Gaddiani, nel Vot* Urb. e 
neJle iiniicho edisiìonv, K. M. 

7 lnlc!ndl dello &te&so genera, >^) 
meKii» delia atessa specie, P. 

B Cùtnporandosi agli iiltri [lomlnl P. 




TT1.4TTAT0 PRIMO, 



07 



KoniJ, e il pusillanimo sempre maggiori,^ E pemcdiè con 
quella misura che ruamij misura sé medesimo, misura le sue 
cose/*che sano quasi parte di sfe ra edesi mo, avvìeue clift di 
magnanimo le sue cose sempre paiono migliori die non sono, 
e I' altrui meno buone; lo pusillauimo sempre le sue eos<ì 
credo valere poco^ e Tal imi assai. Onde molti per questa MÌlik 
Lìjspregiano lo proprio volgare^ e 1' altrui pregiano;* e tolti 
questi colali sono gli abbommevoli cattivi d' Italia^ che ha uno 
ci vile questo prezioso volgare^ lo quale se b vile^ in tikum 
cosaj non è se non in quanto egii suona nella bocca meretriee 
di questi tidulteri; al cui condotto^ vanno It ciechi, delti qua* 
li^ nella prima cagione, fed menzione» 



^^m] 



Capitolo Xlf. 



Se maiiifeslpmente per le finestre d' una casa uscisse lìam- 
ma di fuoco, e alcuno domaudasse se là entro fosse fuoco* e 
un altro rispondesse a lui di si^ non saprei ben giudicare qual 
di costoro fosse da schernire più, E non alirimenti sarebbe 
fatta la domanda e la risposta dì colui e di me^ che mi diman- 
dasse se amore alla mia loquela propia è in me, e io gli rispon* 



* pare che iTiiiiìinifi 1" arvcrhio pe- 
raechè dovesse esservi iin'f, la quale 
copulasse quesU Llie viene colle 
punì aiiiecedenii del lìiacorBo, nolft 
il Pcder^JiiL Eà ìu ratti l'f non manca 
net ct>d. Riccat'dinrifl. t\ 

s Cosi il ccil,llarb.,Ì3 Vpt.Uib. e 
il Gi'»dd, las. i/cdiz. Biscioni: f^ii 
allvtiì firr^iano. E. Al. 

3 Ammira quanto &m bene srmo- 
piizatì insième lo sdegnosissimo 
conceUe e le parole. P, 

* At cui condotto, alia cui condoUaj 
alla ctii guJdo. CùmluUa per guidii 
ircjvasi usato ila Danle anche nella 
Cotnmtdiaj Putg,, IV^ 29: dir^tlro a 
qud condùtlQy Ciuf spermi ^a mi d^va s 
fàcta hmr. D^^bbo peraltro notare 
che il Ood. Hic. iiu cùnducimetiio. F. 

* Là tntr4t fos»e fuoco, coti. Vot 
Urb. Gii aitrl tcalì Al SS. e atampsU : 
ià tnlrs fosti ti fuoco : lesiono che 

JI*HTB* — S. 




noti èia migliore. E. M. - La triise 
cs^fffl il fuoco in alcva lufìfp vale rkci- 
la nostra lingua a signincnre, come 
tuUi gappiomo, anche lombardi^ cho 
quol luLìi^o sia proso ddlP incoitdHi. 
Hoelo ciò, se Udila casa ttnaginata ria 
Dante alcuno domandale $' eila è In- 
ceÈidiiira^farcbba una domanda ticem- 
pta, perocché in cosa evidenti^ ; ma 
che sarebbe puro in ogni pai le somi- 
gliante alla domanda a Daiite, s*eKli 
ama hi stja loqnota. Ma se quel lale 
domandasse sa in quel: la c^sa v ha 
del Tuoco qualunque^ farebbe una do- 
manda troppo stolta, e la quale per 
eccesso sì dissomiglierebbe non poco 
dall'altra colla quale si viiDle para- 
gonare. Su questa cansideration^ 
arfunque Ìo credo che la migliore di 
queste due lezioni sia appunto quel- 
la , che dai aignori E- M. fu giudicata 
non migliDrc. P. 

1 



08 IL CONVITO. 

dessi dì &ì^ appresso le m * proposte ragioiir. Ma tuttavia è a 
mostrare cHr non solamealc amore^ ma perfelltssioio amore di 
quella è "m me, e a biasimare * ancora i suoi avversarii* Ciò 
mostrando, a chi bene intenderà, dirò, come a k^i * fui fatio 
amtcOj e poi, come V amistà è confermata. Dico chs (siccome 
veder si può che scrìve * Tullio in quello {VAmìcizia^, non di- 
scordando dalla sentenzia del Filosofo aperta ■ nell' aitavo l» 
nel nono dell' Etica) naturat mente la prossimi tade e ta bontà 
sono cagioni di amore generative; il beneficio, lo studio e la 
consuetudine sono cagioni d'amore, accresci ti ve** È tutte que- 
ste cagioni vi sono state a generare ^i a confortare V nimn 
eh' io porto al mio volgare, sfccorae brievemente io mostrerò/ 
Tanto è la cosa più prossima, quanto di tutte le cose del suo 
genere ad altrui è più unita; onde dì tutti gli uomini il 
figliuolo è più prossimo al patre^ e dì tutte le arti la medicina 
è più prossima al medico, e la musica al musico, perocché a 
loro sono più unite che raltro; di tutta la terra è più prtJSSéoia 



1 Tutu i codici e le sUmpe han^ 
tiù tutt tu t mapi Cesto che d&vft Iti- 
tenderti per l'avT«rbÌo ««, come in 
quei verso del fioema, Purj., XV|, 
'àQ: € E dimandai se quinci si %a sur. 
Mi quontimquc U Crusca ne inan 
gnt che CDàl UIvoUq dìcetrano gli sn 
Uchl (vedi il Vocabolario alla voce 
im), U6 piiro che questo ambìguo 
aite itn appalla da bsciaraì eiI versOi 
non ci aovvenendo cho Oanìe Tab- 
liid m^l usata ruorl di rimo. C. ìfl. 

cirèj rimane a moslrora e a biasi- 
mare» leggono lo oduioni snlicfii», 
cu ed IL mil. iPgKono da biaifmfìrf; 
if'rit sa vuoisi lègger du In spcondn 
%^t[Ui^ ruM^oT) viio!^ dio A\ legga rfi 
^nm la puma. P. 

» l codici e lo itaifipo a lai; m.i 
\\ giro é^W^ Qo%UiiiTioim è in r«;nmti- 
hiiio, pQlclié Dante Ila detto poco 
«.opra hqutla e pfrftttiinmo amori di 
qfidta. fi. M. 

* I codici lo ed il ioni fintpriori a 
quella dei Biscioni \\u!\\ìq Strato Tttt* 
Ho; questo editar? [«erÈi avendo, per 



quei che pare, avvertito che ^nw 
non è li pronomo deir Oratore fila- 
boro, Vi scjst)(ui Marco. Ma la veri 
parola che ì copiati trasr^^rmarotio b 
Strttio è il verbo icritf#, mercè dei 
quaJe la buio aeatenta si fa tutia 
luce. UuesU correxlouo ?ede«i ca- 
gliata net margine del ^ecomlo codi- 
ce Marciano. Invece di scritte Tu.tii0j 
il end. Vat. Urb porta : ouf né Tm/- 
iiit. li. M. 

i Aperta iegg<i corre ttamL*ite il 
cod. Vat. 477S. Tolti gh altri «SS. 
e le stampi; maiameole aptrto. E; U. 

« Poni mente a questa sentenza, 
perocché rautoro la pone seni' ai* 
tro \cr rund^mcnLo di tutti j iiìth» 
cinii dì questo co pò e del segM^ntf 
Cosi gU iiasiterb dimustrare rUo »i 
viiìg^ìiìG è stati} prossimo tt lul| etic 
ìu btintà in fiè, che gii è stato h^- 
nefaitore ec.| e ne verri vìa vIìcgiì 
cbiudendo non E?saere a ini niitiica*0 
niuoa delltj cugioni che poteTona ge< 
rtflrare ed accreaceriiB ramare. 1*. 

7 io mQilm, io volgata I w m04iftrit 
Il eoa. Hiccardiano. F* 




4 



TÌIATTATO PHIMO, 



D9 



■sa 

I 01 



W 



uella dove 1' uomo licno sé medesimo/ perocché è ad tsso 
più uoìUi. E eosì lo propio volgare b più prossimo^ in quanto 
è più unìtOj eho uoo e solo è prima nella mente * che alcuno 
altro, è che non solamente per sé è unito, ma per accidenlej in 
quanto è congiunto colle più prossime persone, siccome colli 
parenti e propir cittadini, e colla propia gente. E questo è lo 
volgare propio. Io quale è non prossimo^ ma massimamente 
prossimo a ciascuno; per che se la prossimi tadtì è seme d'ami- 
stà/ come è detto dì sopra, manifesto è eh* ella è delle cagioni 
stata * deir amore eh' lo porto alla mia loquela, eh' ò a me 
prossima più che 1' altro. La sopraddetta cagione, cioii d'essere 
più unito quello che ò solo prima in tutta la mcnte^ mosse la 
consuetudine della gente, che fanw^ il priinogeniii succedere 
solamente,"* siccome più propinqui; o perchè più propinqui, 
più amati* Ancora la bontà fece me a lei amico*^ E qui ò da 

pere che ogni bontà propia in alcuna casa, è amabile m 
quella; siccome nella maschiezza essere bene barbuto, e nella 
femminezza essere bene polita di barba in tutta la faccia; sic» 
come nel bracco bene odorare, e siccome nei vrliro bene cor- 
rere. E quanto ella È più propia, tanto ancora è più amabile; 
onde avvegnaché ciascuna virtù sia amabile nell' uomo, quella 
é più amabile fn esso eh" è più umana ; ^ e questa è la giustizia, 
la quale è solamente nella parte razionale ovvero intellettuale, 

ioè nella volontà.* Questa è tanto amabile, che, siccome dice il 



t Cioè dove obifo. Ver acari. 

• Il quale vnlgore pioprìOj, uno o 
solo, ìnnaiìzi dio qi^aluuque itllro 
velgsre^ sì tega ticUa mente. P» 

an cod. VdL Ufh. lei?eedivcrsa- 
mmìe da UiUE gli ullri ic^U ;pei'djd 
*^ tu prDSiimitaik è mfiìOhe d' nmitlh ^ 
ed è questa Viìriiiìion& molto lodevo- 
Je, poiché Donlé ha detto di fiopra: ia 
prouitìiilnde e ia bùnià sono «r^njnf di 
nìftori^f}fìiiiafitif. K. M. 

* C lopj c^i' d^3 è siti fa «Ha dette ca 

" Die do impursoalln cnniuetadlne 
di Tar surccdeie nelfrt credith sola- 
ineivle i primogeulU- I'. 

a Cioè aUd loqui'lii volgine. IK 




^ Vaio diip^ più propria dcir u* 
tnjiUD naturrt, P- 

^ Nel LS'asfif/Oi pag. IJ6, non ci era- 
vamo apposti net giudicare clie qrie- 
slo luogo Fosse sKorrctÈo* Ad Ij lustra* 
^ionediesso giovi qui ridonare un 
passo del Genovc6(, Dicrn^inn, iJb. I, 
iiaju 1 : (* Si vogliono iieiruttTno di- 
>> sUngUi'ie dueappeli[i; lunoaiif- 
irt maii\ nt?l quale sano la voucupi- 
UT xteaza e lirasGìliiUfà lispctto al 
r^ hcni e mali pertlcolsii., o senaihiti, 
ti raniasticì ; l'dltro rnzìoiìtile^ deN 
» iQ rdouthj il quale è Tappetilo del 
»' beny in gonerale, oggoUo delliì so- 
>* la raf;i(i'Tie, e prcpoatu dalla logio* 
• (10^ pi.rchè IJ eeni^o '^ou ascc^udo 



JOU 



IL CONVITO. 



Filosofo !id ([uinto dell' Etica, ì suoi nemici i' nmann, Rfi^nfìmo 
sono ladroni e rubatori : * e però vedemo cbt^ *i suo cuiitrario, 
cioè h ì'agìustixia, mass ini a mente b odiata; s ice rimo tradimt*n- 
tOj ingratitudine, falsità, furto» rapina^ inpuno, e loro simili ; 
li quali sono tanto inumani peccati, ohe, ad ìscusare sé deirin^ 
famia di quelli, si concede da lunga usanza cho uomo parli di 
se, siccome detto è di 3opn>,^ e possa dire so essere fedele o 
leale* Di questa virtìi innanzi dirò^ più piena mente n el^u^- 
tordieesìmo trattato; e qui lasciando^ torno al proposito. Pro- 
vato adunque, che la bontà évìla cosa più propia, più in essa è 
amata e ccmmendata^ è da vedere qual e^sa ò/ E noi vedemo ' 
che in ciascuna cosa dì sermone lo bene manifestare del con- 
cetto 6 più amato e commendato : dunque è questa la prima 
sua bontà. E conciossiacosaché questa sia nel nostro volgare» 
siccome manifestato è di aopra in al irò capitolo/ manifesto è 



i 



* nella regbne delle idee, cioè dei 
1 generali. Dovè rhu nel te bestie 
> non vi è altro iippeUlo che V an\- 
V malo, il qua ie non esce dalla sfera 
s dts'Aensi. n Ed Ariàtntib nvea l\i- 
mata queafa doUrina nel libro 111 di 
Ani1n\^, COp* 10: a Sensitiva I0i7!*r 
n ìmnginatiOt smtl àictum estj H tì/tis 

% in vaimn<\i\b^ts. Uìrum enim ctifet 
IV hoc mi hrKf jftm raimm* est opru. t 
Denta la ripete nel tratt tV, c&p. 22: 
u E non dicesse alcuno chs ogut ap- 
io petlÈo sia animo ; che qui s' intendo 

* animo Bobniento quello <3he spetta 
» al [3 parie razionale, cioè la volontà 
» oi;ìiiielleUo. »E. M. 

i É deUo in quanto ùhn ì ladroni e 
i ruba l od net lo spe rti re I n$ie me d e l - 
Je «'.ose rubiite, vogliono che aia fatto 
il {^iuBlo. Pk 

a CtoènelCripitoloH. F. 

3 Dirò^ii cod. Vat, Urb e U prima ed t- 
zione ; Q tie 1 1 a d elJi ì sci n 1 dkerà, lu.M. 

* Dagli edil. mil. questo periodo 6 
doto cosi : Prot'at0è udmiquB ta brmtk 
deiifì co m p i^t p rop e ia. t da i^t dare q \it iUi 
chepù iti essa è nmaias camme ndttin^ 
B qiitii à essa. E cosi sin neir ediiinne 
Blstiioni, trapalo le ultime parol^^ 



dio jnveeedl dire e qìial'è €Ka^ dico- 
no 6 qaeHtt è nm. Ma 11 Peder^lni un- 
nota : « CUhtnque si riccia a considp- 
» rare questo diaeoriOj trove^rà in es- 
1! 60 irt' periodi continui difcUosf, 
* qual perlina qijal peraUro ragio- 
" uc. Jl primo, Promlo i adunque ec 
^ j ichianta una propoaizioiio polita di 
n sopra^ la quale pera!lru qiij cotn- 
» Parise© tronca, perchè J autore 
« non ha provalo saiamenLe iii bói^^it 
u dolla cosa piti proprto, ma die 
n quanto la cosa è più piopria, tanto 
V e più amabUe, U secondo con Ij» 
N sua Torrtia assolata, È ih tedere éù , 
H propane^al dira de' signori E. M , 
w uua qucHlìune clie poi non si ris ol- 
ii VÉj aiccliè 6 cosa vana ed itnparlii- 
w na al discordo presente, e forse 
ju seni ìììUq esempio in tuUo it Ctìri' 
D Vito, li te rio, £ uqì t^dttm ce, «lo- 
B stra le membra di m\ argomento 
D pri^o del suo cnpo. » £d avca r«' 
gionsj il Pederzini di dir cosl^ perchy 
ii periodo era guasto. Ma b nuovn 
lezi^iu dati^ne tkt Witte» e da tua 
adottata, elimina ogni ^concio e lo« 
glie ogni itiGonveni(.*nlo. F. 

* VtdiatiìOf la prima ediìt* iv» M. 

« Vedili eap. X sul Qnìro. E, Mi 



THATTATO PlllMa. 



101 



I 



picLed eila è la cagione stata ' dell* amore eh' io poi to ad esso ; 
poi elle, siccome detto è, la bontà è cagione d' amore gene- 
rativa. 



Capitolo XIII, 

Dptto come nelìa propia loquela sono quelle due cose per 
le qunli IO sono fatto a lei amico^ cioè prossìrnitade a me e bontà 
propia, dirò come p«r beneficio e concordia dì studio e per 
]i(^nevolenza di lunga consuetudine l'amistà è confermatile 
filila grande. Dico prìmaj eh' io per me ho da ki ricevutù di 
gi'andissimi benefìeiì, E però è da sspere, che intra tutti \ bene- 
fici i è maggiore quello che ih più prezioso a chi lo riccYej" e 
nulli) cosa è tanto preziosa, quanto quella per la quale tutte 
l* ni tre si vogliono ; ^ e tutte T altre cose si vogliono per la per- 
fezione dì colui che vuole* Onde conciossiacosaché due perfezioni 
bibbia r uomo^ una prima e una seconda (la prima lo fa essere, 
la seconda io fa essere buono), se la propria loquela m* è slata 
cagione dell' una e dell' altra, grandissimo btinelìeio ho da lei ri- 
cevuto. E eh' ella sia stata a me di qui^siti essere cagione^ bre- 
vemente per me si può mostrare. Non ò una sola la cagione 
efficiente dello essere delle cose, ma tra più cagioni efficienti 
una è la massima delle altre : * onde il fuoco e 1 martello sono 



1 U piti de' codici e iestatnpeai 
accordalo tic! leggera €h§d elio è ad* 
in mf^ionff a tata dell* amar e ^ ma ft Ie- 
ri Olle e V h\ cn teme n l e d e pra va b . U 
MS. Vat VTTS ha ; eh' dh è h caffiUHe 
skttaded' amore ec, fellone più Vici- 
na alla ver^ì, giacché non havvi Èlitra 
sbaglio da siorreggerfj, cfie il prono- 
me eili} ma^cùWiiOj posto in vfcs di 
§lin. E. M. — A questo luogo puro io 
BORO costretto dì p*?nsanj, contro i 
atgnopi E. W.j clie la lezione più vi- 
cina alla vera sia quella eh essi giu- 
dicarono depravata. Non è egli certo 
che la bonlè non è die V ona delle 
due cagioni fi' amore generati ire ? 
Ora di. me Uutiqua poh ebbe pEirer so- 
Iei? Behsi linvep gu^irdflre alquante 
ì iad tetro, dove i' autore conclu- 




de la prima Omasi ro7J one a ppn nto 
colle (iiedesimtj parolo, e veniva aa- 
Siiifacìle il togUere 1b poche mendfi^ 
«ella tetterà comtKie, scrivendo a 
qtie&to modo : ched dlfi è delie cagioni 
5/fl/rt dell'umore. P. 

^ \ Ciì&\c[ e le stampe leggono a 
chi più riceve. Tolto quel vizioso più, 
sì èsosUtuitoil pronotnfl io, che rU 
chiama direUflmetite 1" idea del bene- 
nclo di cui l'autore favella. K. M. ^ 
Ma quel vizioso peiì nel cod. nio. si 
vede cassalo* P. 

* Intendi : quanto queliti cosa, per 
ottenere la quale si vogliono o si de- 
siderano come mezn tutte le altre 
cose. P. 

* l-lcco qual era la legione comune 
diqii€*li due periodi: E di' diana 



102 



IL CONVITO. 



cìigìoni cflìcienti diìl coltollo, avvigna dio masaìriiKìiicrile ò fi 
fabbro. Quesio miù volgare fu congitìgniiorù del li mm gcr^yantli 
che con i^sso p^rlavamsj siccume il fuoco ò dtspoiitloro del fer* 
ro ìli fiilibro che, fa il cùltoltu; ptn' che manif(.'sto è luì rssen- 
concorso ulta mia generai iunej e cosi essere alcuna cagione ri ci 
mìo essere. Ancora questo mio volgare fu ìntrodueilwre dì me 
nella via di'scienzaj eh' è ultima perfezione, iu quanto con cs^o 
io entrai nello latinOj e con esso mi fu mostrato; il fjuale latino 
poi mi fu vìa a più innanzi andare; e così ò palese e per me 
conosciuto esso essere stato a me grandissimo henelìittorc. 
Anch' è stato meco à* un medesimo studio,* e ciò pn^o cosi mo- 
strare. Ciascuna cosa studia naturalmente alla sua conserva- 
zione; " onde se'l volgare per so studiare potesse^ studicrtdibe 
a quella; e quella sarebbe j a econci aro so a più slrd>ìlitii ; ' e 
più stabilita non potrebbe avere, cbe legar so con numero e 
con rime. E questo medesimo studio è stalo mio, siccome 
tanto fe palese, che non domanda testimonianza ; per che uno 
medesimo studio è stalo il suo e '1 mio ; onde * di questa con cor* 
dia 1* amistà è confermata e accresciuta. Anche ci ò stata la 
ben ivo lenza della consuetudine; che dal principio delia mia 
vita ho avuta con esso benevolenza e conversai Jone, e usato 
quello delihcrandoj interpretando e quistionando; per che se 
r amistà s' accresce per la consuetudine, srccome sensibili nenie 



itat^ a fiìti d'i&serey se ptf ms non 
fitssft brevemenls ti può tnoitrari. 
Non i 9fCùnàii> d unacoja cM^tB più ca- 
jfioìii e fedenti, {ivtegnacité una &ia 
massima Jeìb altre; onde fc* K gli 
edit. miL annoLavano: Ech'diasìfi 
fiata (t ^n*, supplisci cagione, S& per 
tne nan ntviséj tnt^pdi se per me non 
cantlàsie, nun fosse ffik chùtra; € Il 
Poderzìni aggi ungeva : paro anche a 
me ciifi vùghù diro così, ma Jo paro» 
le mi ùmm assai pocn &'ww^7ia. 
Noti à sccQtìdQ a una ccwa, Seeondó qnì 
dee valere cow/brwie, cQfmfituraiE, 
catìst niawù o si di i I e . Ma aoa pD ua v a - 
no clic il passo fosse errato^ die vi 
avesae la uia di qualclie parola, e 
che la ieiUenìsa clov«ssii poisi inter- 
ra giitì vanii? lU e ì Sotì i sfcnikdf} a una 



cosa ^i*erfl jjiu cagioni ef^cithtt... ? 
peicliè aUrimcnli iiasctiva contraric- 
Ik fra la dottrina stabilita a rcscmpio 
del mot tei lo^ die Oante «oggitingb 
per confermai la, hU il passc^ era d^ 
Tutto shai^aniGiito errato; e la legio- 
ne del cad, Hic^ senza bisogno del- 
l' interrogai ivOj chetai legava l'Ufi 
inciso coli' al Irò, ri]ddrl/,za in ogni 
pane il dis[:orso. F. 

* Studia qui vale cuni, o cimi- 
le. V. 

^ Procaccia E>er natura la sua con- 
terrà 2 ione. 1*. 

8 E la sua conservaKìone sarebbe 
metiersi in ialsto fenno il più possi* 
bile, K 

* Per ch% la b'^tìono comune ; ouds 
ilcod, toccai diano. R 





TRATTATO PO IMO. 



Wè 



appare, mfinifesto è che essa è in me massi ma m ente cresciuta, 

che sono con esso volgare tutto mio tempo usato, E cosi sì^yede 

I essere a questa amistà concorse tutte le cagioni geuemtive e ac- 

I cresciti ve deir amistà ; per che si conchiude che non solamente 

Umore, ma perfettissimo amore sìa quello cVio in lui^ debbo 

l avere ed ho. Cosi rivolgendo gli occhi addietro, e raccogliendo 

[je ragioni prenotate, puotesi vedere questo pane, col quale sì 

[deono mangiare le infrascritte vivande delle canzoni,^ essere 

l sufficientemente purgato dalle macolei e dall'essere di biado; 

tper che tempo è d'intendere a minislrare le vivande. Questo 

[sarà quel pane orzato, del quale si satolleranno mìgliaja,^ e a 

Ime ne soverchieramio le sporte piene. Questo* sarà luce nuova^ 

sole nuovo, il quale surgera ove^ T usato tromonterè, e darà 

luce a coloro che sono io tenebre e in oscurità per lo tisato solo 

che a loro non luce.* 



k 



1 A lai, le prime edizianij il cod^ 

ot, e tuitì i Gadd. E. M. 

t Si deonn mfìngiare li iHffa&crHtn 
canioni, leflgsvjino tuUi gli altri ; ma 
m*3Uo meglifì ilcod. nic. legge: «i 
àfOHù mangiare k infra acri ih miandi 
delle cansoni, F, 

' Il cod. Val, Oib. m>gliaifi di per- 
sGut. £^ M. 

* Qiiftta leggiamo col secondo cod. 
MjimariD. Gli altri codici e tutte le 
fitjìnipo hanno qufiUi ; ma la legione 
da noi adoilaU ci por maglio convc^ 



nrre col reato del discorso. E. 31.^ 

» Oec, V sd\t. Biscioni, Le stampe 
anllche, 11 secondo cod. Marciano, \ì 
Bmb. etuUi i Gaddiani laddat^e. l£< Ut 
— Qiìe^t' QM non è avverbio di luo- 
KO, come crede il Pederiìii, chio- 
sando nel Iwìgo del tatim ck^ trumon- 
titràtm&cqm avverbio di tempo, e 
vnìù quando, aihrquatidif. F ■ 

« Perciocché non sono illuminati 
dal ialino che si adopera tielle coso 
di acienzfl comuneoien^e ; c?d e9f i doo 
lo intendono. P, 




in 



TRATTATO SECONDO. 



! 



Vof che^ fnt^ndendo, i! terzo cJel ninvoti^,* 
UditP il ragion.ir eh* è ììì^Ì mìo coro, 
di' io no! so diro altrui, si mi par n ovo- 
li deU che segue fo vostrd valore^ 
Genlìji creature che vo' siete. 
Mi tragge nellu slato ov' io nii trovo ; * 
Ondel parlar detla vita eh* io provo. 
Par che ai drizzi degoamenle a vui : 
Però vi prego din lo m' in tendiate/ 
lo vi dirò drl cor \iì novi tate. 
Come y anima trista piange in li ri;'' 
E come un spirto con tra kì favella. 
Che vien pn" rsggì della vostra stella** 

Solea esser vita dello cor dolente 
l'n soave pcnsier/ che se ne già 
Molte fiate a' pie del vostro sire; 
Ove una donna gloriar ve dia. 
Di cui parlava a me si dolcemente. 
Che r anima diceva: ì' meo vo'gire/ 
Or apparisce chi lo fa ruggire ; * 
E signoreggia roe di tal virtulej 



► 



cAj» mfkveti in fftro, giiidnlfl nplfa su^ 
lìThitt^ il terso CTfte, eh' e quello é\ 
Venere. Secondo le dottrine scotssti 
che, i nove* cteli erano nei (ora molo 
sìiretU da «Ureltontì auge fi. ì\ 

'Intendi il ciclo clrc menato in 
gtfo dalb Tostra viri ù, nobili creatu- 
vate., m'ha tratto nulla cimdìzione 
pr<*enL«. F, 

8 Che voi m' iitWrtJ»i/f, e od. Trivui* 
|tai>o S, E. ti. 

* VatiL'a (liret come I anima dolen- 
te ìaì i>ynBe nel core, K. 



*(nti?ndi; E tr^mt mi nuùt^tì isfffUn 
ùitiUetfHnifiCht vitue in mr per nuszo 
de' rapffi della rtiflrtt fttftta^ mgontì 
cmìto di hff cioè contro dello dùcente 
ìinitJia mia. F. 

* l/ii soflt* pi?TifT>r ec, vale a dire. 
dilettoso pensiero di Beatrice^ d 
quale mi portiera & contemplifo d 
regnò éIu' beati, ove si trova in glerU 
qt^eUa mia prìtr^u dann^^ F. 

T /' mpii va' gire, cioè me ne v^ho 
anduve coìè, ove se ii ondava ilfoavq 
peoBicrni ili cui t^o pTirSnir» dì sopra. F. 

A lutendt V Ora appai i&vù il pcti$lo* 




TIWTTAin SRCOMlfV 

Che** cor ne trema ^^ chG fuori appare. 
Questi mi fece una donna guardare/ 
E dice:''Chi veder vuol la salute. 
Faccia che gli occhi d*esta donna- miri, 
S*églP non teme angoscia di so&pirì/* 

Trova contraro^ tal^ cUe lo distrugge, 
1/ umil peiisifìro che pai^lar mi suoIb 
D* un' angiola etie 'n cielo è coronata. 
1/ anima piange, si ancor le 'n duole, 
E dice: Oli lassa me, come si fugge 
Questo pietoso cIib m' ha consolala ! ^ 
Degli occhi miei dice questa affannata : 

^ Qual ora fu, che lai donna gli vide ? ' 
E perchè non credeano a me di lei?* 
Io dicea \ Ben negli occhi di cosCei 
De' star éoluì' éhe le mie pari ' uccìde : 
E non mi valse, eh' io ne fossi accorta. 
Che non mirasser tal, ch'io ne soii mortaJ* 
Tu non se' moria, ma se' sbigottita/* 
Anima nostra, che si ti lamenti^ 



iO^ 



rd del fì'osarn umore inlelleUijnle, 
il quale fa fuf^gire 11 primo diletlpso 
pensiero dell' tìmor fien&uele. P. ' 

* lolencii : Qtiith ìimbo prnxiero mi 
fit Qìiarénrt una donna ; g quB9Ui era 
la FMoiona. F. 

* Gti tìttfti d' enta doTjrin,daè^ le di- 
mosirationì, come dkliiflm lo stesso 
Dani©, della Filosofla. F. 

iCo^l Ved\7.. veneta delizia p^r 

rtuUittmùik JUnrif^rratOt in -8^ picco- 

I Jo, & S'tmw CL>d. Cjadd.3. GW alni 

t«?stì MSS. e stamptili Sed t'nan tf- 

pif ec. E. M. 

* Vnk ù dire aUcgorkaoietite : fic 
rtLiii tome Mìm ó\ sttidio. F. 

5 Cnntrtiritij codici TriviOz. 1, ì, tì 

Ic rediìtione per Gmiietmn dv Mùìffi^r 
r*i'o, edilcod. Gflild,i;ii. M.M^ 
fl Intendi, quel primo pictnao ed 
Il ni il pni^ltìio diQ avcà coo^^olalo 
r Boimu delpuela do^ulÉ per b per- 
ii LU di Beatrice. F. 




t CiO^T ijOli] momenlo fj mni nati- 
lo per me, dte gli orchiti di tatdyona 
ìncontra»onoimiet?F. 

fi Cìop, e perchè non mi pres lavano 
fedo in ci6 eli' io dicevo di lei ? Con 
queste parole, secondo cho dice fJtin^ 
Le ìaieà^D, riprenda la di&obbadìenM 
defili ocelli. F. 

Lemispan, leggo coti vorìi codi- 
ci Ha i qnaii il PaluUno, invec^o ili H 
iiHii pah, di' è Ili IcìJooiì comuinc>, e 
qoelln degli i^dlL miJ. : ptschè e V a- 
ni ma che parla. E là don ediVfle 
mie parij «' iuknde i* nnimt (ittfre d>-d-^ 
Ff mi ferie v viti dihtUiZJOti(\ e dalli vnf* 
fjari coaiumt^ rf' ingÉgno t di niemonal 
doiatff. Convito, TralL 11^ cup. 1G. F- 

*<> Ta^ ciot Amoftì [di' è quel cn/wi 
nominato due vi^rsi sfìpia), diSn f*# 
sùH mariti, da cui io veiigi» IJCClSn. F, 

11 Gli ediL mil. leggono iAifmruin* 
nonoiEonteché sìa per |. ro ootutu, 
che multi codici leggono ib^^nttitn F. 



lUG IL CONVITO 

DicQ um spiri ict d'amor genltle;' 
^*ChÈ qmsìa bella donna, che tu sen'i,* 
Ha imsmQtata* m lanto h tua vita^ 
Che II* hai paura, sì se' fatta vile* 
Mira quant' olla ò pietosa ed umile, 
Saggia e cortese nella sua grande zzo: 
E pensa di chiamarla donna ^ ornai: 
Chè^ se tu non l'inganni, vederai 
Di sì alti miracoli adorneiza^ 
Che tu dirai: Amor, signor verace. 
Ecco r anceJIa tua ; fa' vM ti piace.* 
Canzone, io credo che saranno radi 
Color che tua ragione * ìnteiidan bene^ 
Tanto la parH ' faticosa e forte : * 
Onde so per ventura* egli addiviene 
Che tu dinanzi da persone vadi. 
Che non li paìan d'essa*** bene accorte; 
Allor ti priego che li riconforte^ 
Dieendo lor/' diletta mia novella:^' 
Ponete mente almen cam' io son bella. 



Capitolo L 

Poiché, proemialmente ragionando, me ministro/' lo mìo 
pane per Io precedente trattato è con sufficienza preparato. 



i U'io spihtd di finnor gmiite, vale 
a dtr©, UH pensiero, un afltettOj che 
tiasce dallo studiò della filnaoRa. F. 

' Che tu xmti, Tole a dire, di cui 
provi to le la fona* f* 

^Al?ri legge trasfhrmata, È. M* 

* Donna, cioè domina, signora. F. 
^ Fii chi ti piaci! t cioè, fU' di me 

co che ti piace f peTd&cchè ìq, l'ani- 
mix del poetai 'isn divenuta tua an- 
fella. F. 

Ttta r^fjiongt tuo ragion a meo lo, 
tuo di scotio, P. 

7 Lor parii, leggono gli edit mU, 
qii«ntuiiqae notiiLo die aUri teati 
leggf>no tti parli. ¥. 

• B^aticMa e farif, cioè oscar» e 



difficile a ìnlendersi. Cosi nel rrat- 
tato U, cap, 4' p que^in scu-m bmt't 
nita fortezza dd mio arQomtniOi cioè 
air oscuriti, Come bena fniei'pret& il 
Pcrtt Càiri. F. 
™ AUri leali: iVa se per nftentun 

^^ Jl cod, Trivulst ?f d'esser 6*iw; 
il 7j di te heiiÈ. E. M. 

11 hivece di Dicendo hr^ altri tc&U 
portano E dictii hr. K. 

^^Df letta mia novella , parole dl'af* 
Ietto dirette alla cannone: quasi di- 
cesse : diletta mia cansom, noBella^ 
mi»t£^ ultimamente compmia E. il. 

*' Cuaato passo nelle stampe giaca 
cosi t me minintro, e lo mtV* xtrtMpf lo 




la AITATO SECONDO, 



ÌQl 



ft 
N 



lo tempo chiamo e domanda la tnia naTe uscire di porto : 
per che dimzato l* artimone ^ della ragione all' óra ' del mio 
desiderio/ entro in pelago con [speranza di dolce canitnìno, 
e -di salutevole porto e laudabile nella fine della mia cena. 
Ma perocché più profittabile sia questo mio cìbo^ prima che 
ycnga la prima yiTaoda, voglio mostrare come mangiare si 
dee. Dico che, siccome nel primo capitolo e narrato^* questa 
cposizione conviene essere li Iterale e allegorica, E a ciò dare 
ad intendere si vuole sapere che le scritture si possono ia* 
tendere e debbonsi sponere massimamente per quattro sensi* 
L'uno si chiama Uiterale_, e questo è quello che non si di- 
stende più oltre che la lettera propìa, siccome è la narra- 
zione propia di quella cosa che tu traili : che per certo e 
appropìato esempio è la terza canzone che tratta di Nobil- 
tade. L* altro si chiama allegorico, e questo è quello che si 
nasconde sotto il manto di queste favole^' ed è una veritA 
ascosa sotto bella menzogna ; siccome quando dice Ovidio che 
Orfeo facea colla cetera mansuete le fiere, e gli arbori ' e le 
pietre a sfe muovere : che vuol dire, che '1 savio uomo collo stru- 



^ 



prctiidtnte imitato é cop* mfffccTìza 
preparato; n6 iroTasi m miglior 
COtidUiotie nts' codici. Abbn^mo quifi- 
di lavato ia e copulfltiv», viziosa- 
mente in tri] SA Innahxi u ^9 mio pane, 
e supplita Ja prepo^idone jter mon- 
Cantq A h precadi nie trnltalQ. Con 
cìh Ai è rotUficatA lu scùtt^ììh lezio- 
ne. E. Mp — Cioèj essendo me mi- 
nìltrop □ ^ùrgente, come disse ol 
Mp. % del trott. T. P. 

i Artimom è Is maggior vela che 
abbia la nave : cosi II Huti. P. 
3 Ora per aur^. E. M. 
t Ihlendi : lasciando che SI mìo ra- 
gionnre vaila liberamente a seconda 
del mìo daaiderla^ entra in mate- 
ria ec, P. 

* Ti^d primo mpitnh è tiUtgutiì, le pri- 
mo Gùii. ed il €0[1. Qsdd, 1^. 1^. AJ- 

* Tutti ì tMtì leggevnno : L una 
ai chiama letterixh * q»(sh è quel- 
lo die -TI nmcùfìds Mfytto lì mutitQ di 

qufitt favole f ed è evidente cbe vi 




ha una lacuna, pcrciiès cocia nolo il 
Biscioni, qui manco la dichUTaiìofle 
del senso letterale, essendoché la 
dich 13 raziono che ^egue dopo Je pa* 
iole l* utiù fi chiama Ietterai è quel- 
la del spnfio alJegorieo. Gli edtt, witL 
créderono che vi si potesse »uppll- 
re, leggeixdo : fJ wno si chiama ietlt' 
m^i « questo è qudto m cut ts paro- 
h non escono dd sinsù proprio rigù^ 
rota ; it ntùondo $i chiama. allegarìCù, 
e questo è quella che ec, Ma soggiun- 
flcro {e ben s'apposero) che, oltre il 
mancare la dichiarazione del s^nau 
lelteraìe, sembrava mancare aiìchij 
1" esemplo del senso stesso^ il quale 
dovrehb' osservi come negli altri. 
Ora la lezione da me trovara ne! 
cod. Rie. 1041^ rietnpla appieno la 
lacuna, perchè non dà solo la dicbia- 
railnne del senso leMcrale ma altre- 
sì l'esempio. F. 

a Gii (trhofij le edìz> antigbeì gfr 
alberi, lo moderne, F. 



10:^ 



IL CONVrTrt. 



menEo detla sua Tace fa mansuescere e umiliare li crudeli cuon^ 
e fa ciiuovor& alla sua voloatà cotoro che non ' hanno vita di 
scienza *> d'arte; e coloro che non hanno vit;i ragionevole 
dì scienza alcuna/ sono quasi come pietre. E per che questo 
nascondimento* fosse irovalo per ti sa vii, nel penultimo trai- 
lato si mostrerà. Veramente li leoloifi tiviesto senso pj!£aiJiMio 
aUrimenli, die lì poeti; ma perocciiò mia xolenibne-iLjjnL 
lo modo ddli poDli seguitarej prenderò lì senso allegorico 
secondo che per li poeti è usato. 11 terzo senso si chiama 
morale; e questo ó queib che li iettorì deono intentamente 
andare appostando* per le scritture, a utilità di loro e di 
jiiro discenti : siccome appostare si può nel vangeJiOj quando 
Cristo salio lo monte por trasfigurarsi, che delli dodici Apostoli^ 
ne"^ menù seco li ire; in che moralmente si può intendere^ 
che alle seeretìssiinc cose noi dovemo avere poca compagnia. 
Lo quarto senso si chiama anagogico^* cioè sovra senso : e 
qui'si' i\ ijuando ispìritualmente si spone una scritturaj la 
quale o^iandio nel senso lilerale^ per le cose signiflcaie, ji- 
^ nitida dello superno cose dell' eternale gloria; siccome veder 
si può \\ì quel e;mto dd Profeta, che dice, che nelP uscita del 



qin'ilo f*oi*' nltrlnunitl iim\ mara\U 
gì III rlitì nrf(?a fàCuJMiP fiiiinvcrc^ ca- 

tf? tv M. 

* U Ui»QÌoiit l(?gfi^ : cat(*f& eh* uan 
hatìiUi ritti rnQitmffitft» nìeMni mna #c. 
Lf «illttonl e \m\ GtHtlCl ì cataro thf 
Mtiit hiinun vita tii liciéutn t.i^i'Hìti'ù* 
Itt iififudl tt\ IC gli niHt. mil. coireg- 

Ti^M iti Kimta rii0im*ìott <itc*i«rt. 
Un pHiihi> it Uacioiik 9 \àf[ cudid 
ln^HgotiLì »^tt(i i-^tifiùiuì'iUff non 9ir| 
ilul^bi^ «'htf Ria ila leggint^ vìta m- 
fkui«i-«I# [tkiè tttìmuU) «ft «citili^ 
li^ririttd, $ tee lime hù stampato. F. 

* N&»£^ohaimvni<k d«n« v^ril^t Clo^ 



nei cod. fì^rbarmo, nelGadd. lStt3ti 
secondo, e nel 3.QLjeiV oltìmo l<?ggfl 
dflli dofiici ApoftoUm^nòiico ire. K, 1Ì. 

do ^arc,; il VaL UTb, (?d 1 Gadd. 
Hi 13V> 435 secondo. Ku Hall ime do 
lil^eìoni ammetta nella fiua édtx. \9 
storpi» tura anogorieùf e ri spenda 
«opfd wm nc^larelU ; ed i vocalntla- 
risii, con mi^sVunim esempio «Ib 
mfiiio, ei fauno sapere che gli anti- 
chi dissero anche nnagofim* Quesio 
("gli è bene un niellare a etri co dd 
jjiivohi Dante gli spropositi de «tioì 
copisti, £. ìl« — Ed àfia^ngica d«ve 
Ì$gK*jrsÌ* non solo perchè così por- 
tano vari codici j come il Rie. 10i4» 
m«k percìiù aiia^^tco chbma B«nt« 
questo s«nso aifiÌA sua lettera a Cit- 
ìn!^ e picchè il Buti lo npct« in ^cieì 
v«F8i: € Li Ieri ^f**« r^A^-^; qwéo^ 
4^* AWtgm»^ ìlor^is fMiiI 
fMMi «f«f«« Anafkigia. • F". 




TRATTATO StCOSDO. 



109 



I 



^ 



popolo dMsraele d'Egitto, la Giudea è fatta santa e libern, 
Che avvigna essere vóro^ secondo la letiera, sìa manifesto^* 
nuli meno è vtm quello che sptnlualmtìnte sMiitendGj cioè 
die Tieir uscita dell'anima del peccato, essa sì e fatta simUi 
e Hl>era in sua podestade. E in dimostrare questo^ sempre io' 
Itlterale dee andare Innanzi^ ^ieeome quello nella cui sentenza 
'^r altri sono meliiu3i_j e senza io quale sarebbe impossibile e 
irrazionale intendere gli altri; e massimamente all' ailegorìco 
è impossihilej perocché in ciascuna cosa che ha 'I dentro e 'l 
di fuori/ è impossìbile venire al dentro^ se prima non sì viene 
al di fuori; onde^ conciossiacosaché nelle scritture la sente 112: a 
literale* sia sempre il di fuori, impossibile È venire all'altre, 
massimamente all' allegorica, senza prima venire alla lìltei^le. 
Ancora è impossibile, perocché in ciascuna cosa naturale e 
artificiale è iropossibìle procedere alla forma, senza prima essere 
disposto il soggetto, sopra che la forma dee stare; siccome 
impossibile è la forma deir oro ^ venire, se la materia^ cioò lo 



» 
P 



1 Ordiriji Q intendi: L^ quaL co&u 
avvegna 8le manifesto essere Tero, 
cioè vero aecondo U letlerD. P» 

2 Tutti ì IcisU danno ia Ittterùh ; 
evidente spropositOf poiché ps rissi 
dì senio mascolino, e subita diccisì 
summe queth. Più uvunrl là doviì noi 
abbiamo stampato e Hìuzti io quift 
tiitfbbf ìmpombUe et^.^ neir ediz- dol 
Biscioni e nel più de' tcall fìcorre il 
m ed palmo itfrore * «nm ta qimie: 
fio1 solo trod. O^ddioDo 13S secondo 
trovasi k corretta lezione 1* stnza 
lù quali. E. M. 

* l testi MSS. e stairipeti kggono 
lotti /*fi dentri^ t di funri, tliini*! mP- 
de^imo perfj flicentlo immedi^jliimcn* 
te dopo é impossibile tie uh ff ni (ìe(ìtt% 
se pntna non ii vifne al di fuori, ne 
Indirà «ìovL'isi annlio la prima volta 
dare r articolo agli avverbi d^uiioìs 
itt fitoti^ iisyti a modo di soaUnUvi, 

* Le parolQ In sentensa liisrule 
srfno slJiTe [ntrodotie net tr^Elo per 
CfinKOlluia dei l^'dorstinì, E che m 
èVrsiP vifiimctitc niiat^l lacuiiii, si 




ra chiaro d^llo pjìrole suss^giienlif 
impoi'iibih i t^enire (jHb alirej peroc- 
djè che sono queste attre^ se non le 
SBOionre^ aUegorko, morale^ anai^o- 
flica, che seguono alla letto rei e? F. 
^ Secondo la congettura del Pcder- 
TÀììì io legp;o ddt' oro ìnvocochò e/i 
iifo, come leggono le sLonipe ed i 
codici, ove sembra cho fosse dap- 
priitia scritto (fehro, dai successivi 
oopì«li ridotto in di loro. h\ — IJ 
pr orioni di ìoro lappre senta necf^s- 
sarìamente cinscuna cQ^a, o voglieim 
due tutte le co^e naturali ed artUl- 
cj!ili| d!ette nella claiisolb supcriore; 
cosi lo questa non abbiamo a Uro 
che una scioperata rìpetizioiis dei 
concetti dello parole di quella. 
Oltiadcift Tesemiìio del qtiale si co- 
sii tu Iseo la clausola terj.a è spiega- 
lo in poco felko rorma ^ e oo&ì an- 
cora non molto h^n commesso colle 
piirli tìtitecedertli dol discorso, l'pr 
iiiun queste ragioni io iL-ggeret dei- 
i'oro invece che di hio; che cosi: 
Tacendo, ogni membro torna sanocLl 
operoso nel discorso ^ il quale hella* 



no 



IL CONTITO. 



sue suggctto, non è prima dìsposl^ij* ed apparecchiata , e la 
forma deir arca venire, se li materia, cioè lo iL^gtio^^non è 
prima disposto ed apparecchiato. Onde couciossìa cosar he la 
litterale Stìntema sempre sia suggello e maleria dell' fdtrts 
massimamente dell* allegorica ^ impossibile è, prima yen irò alla 
conoscenza deir altre^ che alla sua. Ancora è ìmposslNle, pe- 
rocché in ciascuna cosa naturale e artificiate è impossibito 
procedere, ss prima non ò fatto lo fondamento, siccome nella 
casa^ e siccome nello studiare; onde, conciossiacosaché H di- 
mostrare sia edifl^^azione di scienza, e la litterale dimostra- 
zione sia fondamento dcir altre, massimamente dell* allegorien, 
impossibile è all' alire venire prima che a quella. Ancora posto 
che possibile fosse^ sarebbe irrazionale, cioè fuori d' ordino : e 
per 6 con molta fatica e con mollo orrore si procedere blje. 
Onde siccome dico il Filosofo nel primo della Fisi^df la natura 
vuole che ordinatamente si proceda nella nostra conoscenza, 
cioè procedendo da quello chiji conoscomo meglio, in quello 
che conoscomo non cosi hrno^ dico chf3 (a natura vuole, fu 
quanto questa via di cojiosctc è in wn naturalmente innatn, 
e perù se gli altri * sensi da' litt'^rali sono mono intesi (ehe 
sono, siccome mamfesta mente appui), ir razionabile snreìibe 
procedere ad essi dimostrare, se prima lo Klteralc non hme 
dimostralo. Io adunque, per qinste ragioni^ tuttavìa* sopra 
ciascuna canzono ragionerò prima la litterale sentenza, e ap- 
presso di quella ragionerò la sua al lega Ha, cioè V ascosa ve- 
rità ; e talvolta degli altri sensi locch rò mcidenlemente, come 
a luogo e a tempo si cimvi'ia. 



mctitt! ài compoiio te tttni senti tsy.n 
generale t the vien tìichiairiitrt e con- 
liTmaLa per due esQOipti can knk'^ 
vole rispondenza di parli tra Jaro, \K 
* Non è digesta ed appartcchf^Wtj 
Je pr. edìz. ij cod. secondo Mure, e 
tuUi i Gadd^ La seguenio ql^dsoTa b 
h farma cc, fino od (ìpjmTpcthìfftOf 



mnnto nnli'eaT£> del Biscioni, ntn 
liovaai nelle prime stimpej nei so- 
Ct^rnltìcod, M.irc.j nij'Giitld. iH, 13a 
(irimo 3, e nel UnibL^rino. E. M, 

* AUfi, cioè ditfrsif vale a djro t 
fcnsi diversi 4Ìa' leUerftli. E. M. 

^ Tnliaìiia q«si vale ìteguilattim^fttèf 
di xtfijHito. F. 



^TiAtTATO SECOPifta 



111 



Castolo II. 



Comindando adunque^ dico cbe la stella di VcDere due 
flate era rivolta in quello suo cerchio che la fa parere sc- 
rutina e mattutina, secondo ì due diversi tempi,' appri-sso 
lo trapassamento di quella Beatrice beata, che vive iu ciclo 
con gli angioli j e ìn terra colla ^ mia anima, quando quelln 
gentil donna, di cui feci menzione nella fine della Vììa Nuo- 
va, apparve ^ priraamenle accompagnata d' Amore * agli occhi 
niiei, prese alcuno luogo nella mia mente, E siccom'è ra- 
gionato per me nello allegato libello, più da sua gentilezza^ 
che da mia elezione, venne eh' ro ad essere suo consontissij 
che passionata di tanta mìsoricordia sì dimostraTa sopra la 
vedova vita, che gli spiriti degli occhi miei a lei si fero 
ass 'piamente amici;' e cosi fatti dentro lei, poi fero tale^" 



^ Invece di asrolina 1t culi, (^ad- 
filano 3 legge tatptìrtina^ -^ Il Vnt 
Urbi Sn CDmbiu di Kcondo i due di- 
versi tempi ^a semplic^^mcDld sìCùh- 
do ditisrsi tempi. E* IL — C ci>b1 H 
cod. Eiccardisno. F. 

* NiUa mia nnimn, cod. Dorb* e 
Gadd. t3ìiptimO|i:',5 secondo. E. M* 

^ Appftrvff it cod, R. j altri par- 
ve. P. 

• Ecco U narra?, io ne t\c\ fatto nel- 
le sue proprie parole ; fu qud gìur- 
fio, utl (fìifth *' cfrmpiea i' «who, the 
qufita ihnnn (OcatriceJ ^rn fitta 
fleiie mtttìdiue r/i i-tla eirrttti^ io vii 
afdtva frt pnrtfj UPÌla tjuaht rknr- 
t/findomi dì lei,,^,. mnlity stava pimo- 
n5, « c&n dderon pen^fimenti^ tmìtf> 
r/w mi ftttirftn parete di funri H'unnt 
vinta di terribite sblg^itimtnfa. Ùtìd'in 
nt^órgeiidmnt dd mto truntqtiarej fé- 
vai gfi occhi jwr vtdfri ss tì^itri mi 
%^rd^'sst\ « nidi uii» geniUdoiìnfi, la 
quftie dn utui fìnfntra mi guarìtava il 
pittosafìmitg qufìTìiù alta mila, che 
tiàtttt in ptHh pnret}(i m ki rarmtta. 
Otifie, cùndossiachè qunudf} li mi>iri 
veQfjumo ài hrft compoMintif nitrui 
|Hu {Offto si fnmvanù a iacrimurit 



qmti eonif di sé sttssi at>endJì pitta, 
10 sentii allora Jt miai oùchi Gominciftr 
T9 a tofifr pianQtre ; e psrò temendo 
di ti^n mùstriìre la mi'ii riie vita, mi 
partii c'incinsi dagli aù^hi di questa 
gentile, e dicm poi fra me medesima t 
n'iì&npuò e»sere che con quella pteirtna 
dùttna fi^Ti aia nabiliaimo amore. E M- 

s lo venni a tanto per la msta di 
queiftt d&nna^ chs sii onchi miti «i co- 
mineiurG a d nettuni troppo di federtn, 
dica Doolo nella Vita Nuova. E. M* 

* Talef Cioè talmente. E. M. — l si- 
gnori li. M. hanno seguitato in qua- 
sLopasAOìI piinteKgromtìtito del tìi- 
BClonì, mSf scrondo U mio YTHlcrCj 
non in buon tiiinio, lo per me scrive* 
reh fi cmì faftii dentro Ut pài fero ia^ 
te e£j,, spiegherei J e divenutile 
a tii tei ^ d en tro d i me rapp re se nU ru ii ti 
poi dìpìrvsero essa ùonna l:mto 
amabile, tUTìLo ikgoa^ ^i^io i' aoiina 
mio assai di btiooii voglia ii disposo 
d'OGCompagnairei per amore u qiietla 
cara rappreseiUaiionet ed in cesu al- 
lo donna rapprcgenLuta. Alla quoltì 
spQ3Ì7Ìone consuonfino quanto si può 
Rioi dfflldernre le parete della Vita 
uuumi:..., e moth toUtf penmvt ^tà 



112 



IL CONVITO, 



che'! mio hmieplacito fu contenlo a disposarsi a qudta ici^ 
magine.-Ma perocché non sub ita monto nasce amore e fassì 
grande e viene pcrfeùo, ma vuoh;^ oIc*jrio lempa e nutrimentu 
tli pensieri^ masaimariif^ntc la dovo sono pensieri coDtiariì che 
lu 'mpedisconOj coiivenin!^,* prima che questo nuovt* amuro 
fLfSàc perfetlOj molta battaglia intni "1 pensiero del suo nutri- 
mento e quello che gfi era cimtrarioj il quale per quella 
gloriosa Beatrice tcnea ancora ia rócea della mta menle. 
J'tToccbè r uno era soccorso dall;i parte della vista * dlim*nzi 
continuamente, e V altro dalla parie della memoria di dietro ■ 
ei soccorso dinanzi ciascuno di crescea, che far non putesi 
' r altro, contrario a quello ^ che impediva in alcuno modo a 
dare indietro il volto. Per che a me parve sì mirabile/ i< 
anche duro a soffe ri re^ che i' noi potei stìs tenere ; e ^ quasi escla- 
mando (per i scusa re me dell' avversità/ nella quale parea a 
me avere manco ^ di fortezza) dirizzai la viice mia in quella 
parte, onde procedeva la vittoria del nuovo pensi ero, die era 
virtuosissimo/ siccome virtù celestiale; e cominciai a dire: 
Voi chpj inienéendù, il terzo del movete. A lo intendi men tu 



iiiilivn ce tv 
J Cioè, non potè a meno che non 

1 Le parole dilla villa si sodo sup- 
plite n€cca&9riàinentGj perché 11 di- 
scorso abbia il suo pienone a'E^QUuIi- 
TiciiU la porte che favoi ìacc il priinfi 
pen^ìicro dinante!, corno fi qu^lihcuta 
il^ieUa cha favorisce ìl secontitj ai 
tìicUo. Di qu efila i^or rctionù sì e par- 
lato dtffusamenle net SaggiOi pagina 
114. E. M. 

8 La legione comune si de" codici 
cHo delle (ttiimpo è : ^he f<ir noti jtotm 
V altro cowenta (jrie/fo ec, lezione in- 
dubbia muti te orrtìta, e cutrte tele du 
ttiin dconosciiite , pnrtlcoJBrmenle 
nella voce eùrnstìto. U UlontBiegli 
edit. mìL preposero di ieggere ctjntro 
a queih; Il PtirL5carÌ e il Pedcriini 
commie qtiilh. Ma. ìo oss^^rvo che 
1 aniltiooto mmenie non è stato inai 
usalo da Danio neppure m pDe6i3, e 
^'«UraparteT leggeiìdoc^ifieiil^jLii^q 



cotiìE^ non SQ ne Jeva un sanso eoe- 
re» te oilc premesse, comy bene nulo 
il Monti nei Saggio, p:ig< 117. l^il un 
senEko coereTile non sg ne levi» nem- 
meno ieggetjdtt (.aHiro, iMjrchò lUtnto 
iton vnot sjgMlQcmrL^clie r un p^nste^ 
IO fa conilo T a Uro, ma eli e I un pen- 
siero non puà far ciò clie fa V alirn, 
cioè l'sUro che^ come ha deUo di so- 
pra, gli è coiìiTftfiù, Dunque è por mo 
chiaro che dee iygi^ersi Cfniirarin tt 
quello. Fh 

* Intendi i Ver In qual cosa iJ fattt» 
!;lie avveniva denlro di me mi piiiVQ 
ai mirabile ce. P. 

s Questa fvieu supplita col Dumi- 
bi lì. M. 

^ 1 codici e le stampe hatino vevuò ; 
ì^tionc dslla quale non si può tiai ic 
ulcun senso. Poni'imo atrertifà^ chu 
vale ùppagnazioHf, l'iilt^ dì e&^e ^ 
cumbaUuto, parola chiara mori te ludi- 
cbU dal con Lesto del discorso. K» M» 

' Manco qui vaio difetto. IK 

^ Cioè, pieno dì vìitit q?mcaee. P, 




TRATTATO SECONDO. 



1Ì3 



^ 



della qual canaiiìie bene inipri'ndere, conviene pfioia conoscerò 
le siie parti j siccliè leggiern sarà poi lo suo ii* tendimeli to u 
vedere. Acciocché più nùn sia mestiere di predicare * queste 
parole nelle sposizieni dell' altre,* dico che questo ordine, 
che ju questa trattato si prenderà^ tenere intendo per tutti ^li 
altri. Adunque dico che la canzooe proposta è contenuta fli 
tre parti principali La prima è il primo verso' di quella, 
nella quale s* inducono a udire ciò che dire intendo certe 
intelligenze, ovvero per più usato modo volemo dire angeli, 
li quali sono* alla revolrjzionc del cielo di Venere, siccome 
movitori di quello. La seconda è li tre versi che appresso drl 
primo seguono/ nella quale si manifesta quello clie dentm 
spintualmente si sentiva" intra diversi pLmsieri, La lena 
è il quinto ed ultimo verso/ nella quale si muove* l* uonn» 
parlare all'opera medesimi, quasi a confurtaro quella. E' 

1 Qui predicare vele prernsUerf^ u . 

non jjresrtgrjfii'T trarne ijon fonde \a Ctu- 

ìQii , accumufldndo questo cnn un 

esempio [ielle VtU Je' SS^ PP., e>vu 

ha torto di pr^fifare e presafjtr^, nnUì 

n P^rticarf, — Il codice a Gadd. 81*1^ 

COTI lezione da pu^por^l aììta voJg^tà^ 

predicare. E. M, 

^ NeiU ufiìAizituti tiellB aUr& (&(iil\n- 

ImÙìcunsonil legge il t od, ti.; tu vul- 
gata per Ié aitrf. F* 
fl Si noli che Dente qui ed alircve 

spesse volte in quesf opera per pcrao 

intende ut ansa ^ strofa di caiizoner K* 

M* — Nel Voigartì Elnquio, lìb. il, 

cjip, 10 e 11 per ij?r«o intende Dani e 

una datu parte della sta d7.ìi. VeUi la 

nòie quivi apposte. Wa qui «ensbrft 
Lvoltìi stgnificijrelu stan?.* intera. 1-. 
I * li ijwdi soHfK II WitLe vuole che 
^ m Jiggluiiga si suttinUnda pn^/i^ai 

Jii'Fft*$»tÌ. 

* S^guoiiù, la prima ediK. ed ìl cod. 
Gudd. l;i>V; itìHOf hi volgata. -^ in 
luogo di mila, eoms al è corretto du 
nutj luUe le atiimpc; e LuUi i ccdieU 
dii itai Cion^Liilati, piiirtano tidla, ov- 
vero j^é^^ lezione g videnttì melilo er- 
nia, li. M. 

^ Ltì ittampe «1 tentiràf e Coit pure 
ikunì codici ; ma U tezioncècLMlti- 

ilillf E. — &^ 




monta guaito. Ancora più spii/p^ai. 
itìfa è quella ilei cod* Sécondu Mm^ 
e I y no , e de * iìbdd , a ^ 1 3i , 1 :ì5 secoo - 
ùiìì qucLli iinriNc ti i^cr muriti K. M. 

f Lu m^ssiina pai te de'te^ti hggs- 
vonu li t^iiiiila e i'ullimo verro f umì per 
cansare i" equivoeaììoiie Che non di 
uno ma di due versi (8Un7e}M par- 
lasse^ gli ^^>^- mì^-^ stamparono il 
qui Ilio ed iti timo VÈrto. I] Pedcrzìnl 
pei altro osservando che m st5 un no- 
« me sostflotivo è accompagnato di 
1^ due aggettivi ed a tutti e due que- 
tt aU si diii 1 nrlicolOf non però si 
■» scencria 1' unitii d' essosastuntivo » 
& tiportandotie tJes clasaicl esempi, 
non ajiprovò ta torrt^zlono Tutti d,i^li 
edìL tiilL Mti io, puictìp la vedo nu- 
lenticDta dal codice H,, U ritengo. F. 

8 Col 1 a noasslmu parie do' testi gU 
edit* mil, ^eSiSer4>A!i vunfe. Ma che co- 
Ba Fa 11 l'oeta neil'nltìnia sta ma del- 
la caniitìnQ? Sivaige a parhre a LI a 
canzone Btessa. Onde é chiaro, che 
notisi vuole f che giiiista il discoi ao, 
nm dee leggerai «it?<7/$ff. Ma poichò 
ii voIqì non r ho trovato ne' codici, 
!i lampo si mtiot*ef come aU tic! codi co 
Uircardtano. F, 

^ E iutiA questa Ire jìarlit Cod. Vut, 
Uri) E. M. 



lU 



IL CONVITO, 



qu(*sle tulle tri- parli per ordine sono, coro* è dello di s.^pra, 
a dimostrare*^ 



Capitolo ffl. 

A più latinamente* vedere la sentenza litterale alJa quale 
ora s'intt^ndc^ delia prima parte sopra divisa è da sapere 
chi e quanti sono costoro che sono cbiamnii alta udienza 
Rifa ; e qual' è questo lerxo cielo^ il quale dico loro muovere,' 
E prima dirò del cielo ; poi dirò di loro a cui io parlo, E 
avvognacliè quelita cose, per rìspeUo della rerilà, assai poro 
supero m possono/ quello lanto^ che l'umana ragione ne 
vede ha più dìlettaiìone, che'l molto e *l certo delle cose, 
di'Me* Gitali si giudica per lo senso;* secondo la sentenza d<i 
Filnsoft^ in quello degli Animaii. Dico adunque, che del nu- 
uv'Vtì dV cieli e del sito diversamente è sentito da molti; 
»vve«i*achf5 la verità all' ultimo sia trovata, Aristotile credette, 
Hi^iHiUanJo solamente T antica grossezza degli astrologi, che 
Ti lasero pnre " otto cicli» del li quali lo est rem Oj e che conte* 
jn^itse tolto» fu sstì quello dove le stelle fìsse sono, cioè la spera 
ottava ; e dui di fuori da esso non fosse altro alcuno^ Ancora 
cn'dcttc che il cielo del sole fosse immediato con quello della 
lima, cioè secondo a noi." E questa sua sentenza cosi erro- 
nea pu6 vedere chi vuole nel secondo di Cido e Mondo 
(eh' è nei secondo de" libri naturali).* Veramente egli di ciò si 
seiisa nel duodecimo della Meiafiuca, dove e* mostra bene sé 
avere seguito jvtir l'altrui sentenza là dove d* astrologia gli 



> C(>9\ corregKl^n^o col Dlonìai 
(Aiipild \t pws;. jtHV). le stompe ed l 
poiilnl It^gKóTifi: com è rhUo di *oprii t 
ttimiyxtfnUì ; ìvtkma rdso , pprcbé 
JinTitH min 11» tlIrruTstmlo ancora la 
Ilo jittiti énììti ma. vn&lQfie^ ù^Ua 
fliiìile orji ii{i|iimU> Iritropreintts h 

» iMimum^tUit qui valtì agevdmenf^, 
maanì tta ttirù. 1'- 

* liitL>t!ch i li finché n uè Ilo che si 
la di quella cose a u prati « è poco, ri- 



spètto « quello ch€ d rfmsrrcbbe dn. 
SBpertie, pure quel pf>co d3i più clilel- 
tn^ che ec. I*. 

^ Per io umao. Di queste parole» o 
di olire ccnslmilU qui hovvj certa-^ 
nwntG |ucurJ9f 6 si suppliscotio eoi 
stgonr Wioe. E. M. 

■ Par? per sQlttm$ntf^ come giìi si è 
nitrito, K. U. 

7 Como se dicesse t nkun& oUtù 
deh. {\ 

» Srcotuìo^ cqnlondo ppr primo li 
CJplodclU Lumi. p. 

• Questo Tioj e un glossema* E, SI « 



M 



TIIATTATO SECONDO. 



H5 



^ 



m 



conviene parlare. Tolomraeo poì^ accorgendosi chtì r ottava 
spera si muovevi per più movimenti, vergendo ìt cercliìo suo 
partire dal diri Ito cerchio, che volge tutto da oriente in occi- 
dente, costretto da' principi] di filosofta^ eh© di neces^^ita 
viioIh un primo mobile sempìicissimOj puose un altro cielo 
essere fuori dello Stellato, il quale facesse quella revoluzione 
da oriente in occidente ; la quale * dico che si compie quasi 
io ventiquattro ore, cioè in venittrò orc^ quattordici parti 
delle qtirridici d'un' altra/ grossamente assegnando. Sicché, 
secondo lui e ' secondo quello che si tiene in astrologia e fn 
filosoQa (poiché quelli movimenti furono veduti )j sono nove 
li cicli mobili : io sito de' quali è manifesto e determinato, 
secondo che per un' arte, che si chiama prospettiva arisme- 
tica* e geometrica, sensibilmente e ragionevolmente è vedu- 
to, e per altre sperienze sensibili; siccome nello ecclissi del 
iole appare sensibilmente la luna essere sotto il sole; e sicco- 
me per testimonianza d'Aristotile, che vide cogli occhi, ^ccon- 
dochè dico nel secondo di Cleto t^ Mondo^ la luna, essendo nuova^^ 
entrare sotto a Marte, dalia parte non lucente^ e Marte stare 
celato tanto che rapparve dall'altra lucente delia luna ^ ch'era 
verso occidente. 



I 



^ Le stampe ed ì eodiei erronea- 
etite ìa giia/f- E. M, 

* La leziono comtmii, ctie anco ^li 
idit, mil. avevano adottata, ura *ì 

compie (jiWnSjì in ventiqttfìltrit orf, e 
quattordici putrii d' tm' filtra deUtì 
quindici. Il a d i sse ro fi he va E etì t i S9i ili 1 
(istronoTni da loro consultati erondi 
parere che V avesse errore (come vi 
he di hìiù), e che dovesse leggersi t 
11* ventitré ore^ e quaUùrdki parli tUi- 
fe riuéndici di' ut*' aitra, E tàO&\ inTatti 
corressQ il Wjtie, appoggiandosi a 
uo passo de ir Ottimo e om meato e 
della hfa iVuoyo* F. 

SQueaU « monca in tutti i teatE, 
roggLuEietida è indìspevs&abile. 
H. U. 

* Ari^milrica, leggono la prima 
tdiz.cd U secondo cod, Maroìono. U 




cod- Gadd* 3 pofta in ve tic : sfcmdo 
Arti! di Prospilliva, d' AriimBtrica e 
di Geùmathà. E. M. 

> AriatotilOf da Coihj cap. 1?| tiw^ 
fio, dice m^sza e non nuoca. Onde U 
WiLte vorrebbe che si leggesse me s- 
^a, tanto piii che nella Luna nuovn, 
cioè luUa oacura^ non si pub far dif- 
ferenza fra la parte lucente e la non 
la cent e. 

Questo passo nelT ediz del Bi- 
scioni, conforme a tutti gli altri to- 
sti, leggesì nel BCguente modo t a 
Mart^ nati Élars &ekito^ iantochè rap- 
parvt dati' altra fpart^) von hceute 
deiia Luna ec. Sulle correzioni cho 
necessari a meo te e con sicurezza vi 
abbiamo faUOi vedaci II ^uggifì^ pag. 
S3, cdli passo d A risto li le ìvUll^' 
gato E. SL 



110 



JL CailVlTO» 



Gap[TOLo IV, 

Ed è r ordine* del sito questo^ che '1 primo die minuuuno* 
6 quello do?' è la luim : lo secondo è quello dov' è Mercurio : 
lo terzo è quello dov' è Venere ! lo quarto è qu«I!o dov* è il 
Sole: lo quinto è quello dov' è Marte: lo sesto è quello dov' è 
Giove: lo settimo è quello dov* è Saturno: l'ottavo è quello 
delle Stelle : lo nono è quello cbe non è sensìbile se non piìt 
qu^to movimento che è detto di sopra, lo quale chiamano 
molli cristallino, cioè diafano^ ovvero lutto trasparente. Vera- 
ineDle^ fuori ^ di tutti questi^ li cattolici poogono lo Cielo Enir 
pùieo^ che tanto vuol dire, quanto * cielo di fiamma ovvero 
luminoso; e pongono, esso essere immobile, per avero in sèj 
secondo ciascuna parte,^ ci6 che la sua matcìia vuole. E que- 
sto * è cagione al primo mobile per avere ^ velocissimo movi- 
mejiia; che per lo ferventfssimo appetito che ba* ciascuna sua 
parte d' esser congiunta con ciascuna parte di quello divinis- 
simo cielo qui e tOj' tu quello si ri voi ve con tanto desiderio^ che 

eh le filtìsofie naturali, miio vano prC' 
scDlemenle il iho a mofU ; eppure 
dì q uè' giorni so ne contentavano I 
sommi ingegni, siccome mezzi a ccrn- 
dliam insieme ed a apiegare Je cre- 
dule verìlà : irosi le beile imciiigi na- 
zioni, per le qtiali Jegliiamo oggi i 
nostri grandi sistemi, a ce ne ContGo* 
liamo, fórse clm in tempi, qoHOlo a 
s^j pe re 1 l y Ita v iu pi ù fé J ic i ^ m ove ra n» 
no il riso. p. 

« E qutsio, cioè il desiderio d'uver 
C]5 chela materia Ttio]e> P< 

7 Per m*rt, cioè li' actrs. P, 

B Sì è dovuto jigftlufìgera qucito 
A^i sQmtt di cui mancati 'j del verbo 
r^gobiore Je cose seguenti. IS. M* 

> La volgala teibne di questo pos- 
so^ tranne poche dlc'ersità, era la ae- 
gueiite ; che p*r h ferventi aimQ appé* 
iito che ha ciaicaart parte di quetto no^ 
no cielo, ch4 è imimdmtii a quitto d' §s* 
te ré cangi anta Con ciatcuna parte di 
quitto deh ditintssimo, dfh fjuiHo ec, 

lo l'ho «mondata, «e^yeudo in parta 



* Veéìt. Dìicìoiii ed altri testi: Ed 
§ ddlr* m'éine. Leggiamo correttpmen- 
tm V «rdina iioì primo codice Marcia-^ 
DO, c<tl Earberino, co] Gaddianol.U 
«colla prima {^dizione. E, M . ^ Cìóò 
1 ordine della positura do' viirìl cie- 
li- P. 

* Che 'l prima cmaumemno^ il Bì- 
sclom, Nf)i correggiamo nunitrouiì 
col end. lìprb-t coi Vat. Urb.^ col 
Gadd. 1:^4 colio prime edìiionk E, 
M. — Il Wilte leggo : vht 'i primo nu- 
tneralà, 1% 

^fmri, cioè oltre, dì J|l. P. 

* Che tanto phoÌ dire, quanto CQ.t 
leggono Ifl uniiclìo edizioni e vaTtì 
codici H confo mie mei] te al mod^i che 
più volto uso Udiilo in quest'opera; 
eh'à «I dire ec, leggono altri end. A 
lestamponsodoriie. 1^* 

* Noti, come si tenfiva easere ge- 
nerile rMjjitJtK! movente delle cù^e \Ì 
desìidfli M éi stato meglio con ve aie n> 
te^ Il quiite fl^siuma con tanti altri 
die »« l lavano mi ed \n Iti ito le vcG 



I 
1 




TRATTATO SECONDO. 



Ili 



Io sua veloci là è quasi incomprensìbile, E questo quieto e pa- 
cifico ''cielo* è Io luogo di queJIa Somma Deità che sé' soia 
cùnipiutamecte vede. Questo è lo luogo degli spiriti bcati,^ 
secondo che la santa Chiesa viiole^ che non può dire menzo- 
gua:* ed anco Aristotile! pare ciò sentirCj chi bene lo 'ntendo, 
nel primo di Cielo e Mondù, Questo è il sovrano edifìcio ^ del 
MondOj nel quale tutto il mondo g' incbiude; e di fuori dal quale 
nulla è: ed esso non è in luogo, ma formato fu solo nella 
prima MenÈe, la quale* li Greci dicono Protonoe, Questo è 
quella maguificenzaj della quale parlò il salmista quando dice 
a Bio: <L Levata è )a magnifìcenza tua sopra li cieli. j& E cosi 
ricogliendo ciò che ragionato è, pare che dieci cidi siano/ 
de' quali quello di Venere sia^ il terzo; del quale sì fa men- 
ziono in quella parte che mostrare intendo. Ed è da sapere 
che ciascuno cielo^ di sotto del CristallinOj ha due poli ferrai, 
quanto a sÈ : e lo nono gli ha fermi e fissi e non mutabili, se- 
condo a! cu no rispetto: e ciascuno^ si lo nono come gli altri, 
hanno un cerchio, che si può te chiamare equatore del suo cielo 
propio; il quale egualmente in ciascuna parte della sua revo- 
luziono è rìmoto dall' uno polo e dall' altro, come * può sensi- 
hìlmente vedere chi volge un pomo^ od altra cosa tonda J* E 
questo cerchio ha più rattezza^* nel muovere, che alcuna altra 



I 



il WittG, in paTt(3 conlormandoini «il 
còd. fìic, ci! iti p^nc? uaatsdodiquel^ 
la crìUca che fu di mcsticjri a rad- 
ÓTìt^&re una leiione errata. F. 

1 La volgata dic<*vtì : E quisto ipa- 
tifica i h luogo. Ma lio adoUoto la cor- 
rezione prgpQsta dai Pederzinj, il 
quale tWìsti r a l^are a me cho si deb* 
n ha ÌQggcrù : E qu^ito quitto Bpcjci/i' 
• co nido àio liàogot perciocché aenza 
!> ciò Ja senlcnra è «piccata dal di- 
ìt scorso; ed anche il pronome in ca- 
» pc dti' aegueatl periodi, Qtigstoè io 
> hogucc.t Qiiifilo è il tovrofìo tdìfi- 
w ciò ec^ QitiHo 4 quella moifuifìcen- 
V za ec. , non 3i ss cho cosa dimo* 
s stri, » F, 

* Che soio sompiulamente fnJ*, J co- 
dicL Marciamo, Barberino, Gaddiuno 
I34| Ì3SJ Beco odo, e pr. edi£. U pri- 




me edizioni poi irjvecc di compiuta' 
mente ieggona pitnamenk. E. M. 

8 La kzloiìe é» me posta nd testo 
ù del cj)d. H, ; la volgata ^ QueHo luo~ 
gnèttispfrHi ttati. F. 

* Vmii e tkne, che noti può per mo- 
do akuHo dire msmof^tiaf E a prima 
cdidone^ E,M. 

6 Clcè^ il pili sito di tutte Je cose 
create, P. 

e Ji quale, U Biscioni ; la quale^ 
k'Kgono cDrreUamente il cod. Barb. 
ed il Vat, Drb. E, M, 

T Come se dicesse : oppa re che so- 
no dieci cieìi. P. 

& Il end. va, Urb. : i it /^rm E. M, 

* Siccomei la pr. ediz. E, ìfl. 

^0 tikun* altra cosa rìtondaf Ift 
pr. edi£. E. II. 
1 L [ codici^ le prime <!ilÌiioiil e la 



IL CONVITO, 

p^'ìrle del suo ciel6, in ciascuno cielo^ come può vcderu eli! 
bene considera ; e ciascuna parie, qumiV ella è più presso ad 
HSo, lauto più rattaniciite ' sì muove j quanto pia * rimola e 
più presso al polo, più è larda; peroccbè Fa sua rcvoluzione 
è mJnore, e conviene essere in uno medesimo lompo di ac- 
cessi lade coHa maggiore.* Dico ancorOj ctie quanto il cielo è 
più presso al cerchio equatore, lanlo è più nobile per corapa- 
razione alH suoi poli;* peroccbè ha più movimento o più at- 
lualitade e più vita ^ e più forma^ e più tocca di quello che 
e sopra sé, e per conseguente più virtuoso. Onde le stelle del 
cielo stellato sono più piene di virtù tra loro, quanto più 
sono presso a questo cerchio. E in sui dosso di questo cer- 
chio nel cielo di Venere, del quale al presente si tratta, è 
una speretta che per so medesima in esso cielo si volge; lo 



Cfnsc* (alta voce rarezza] l^ggona: 
£ qtmio Stelo ha |}iù rarezza nei 
muovere ec ; ma il Biscioni dopo 
aver messo nei teito la leiiQDe vol- 
§DtB| protf^fiU nelle iin notazioni di 
kggere ratte sza. La lade di questa 
correzione resti dufìqiie si niscioni, 
Ma run tnvtiQ grav^ 6 proposto è 
mii invece dì c^rchio^ perchè qui 
pii'idsi dei T\spèii\vo eqti«ttgrd del 
fsrii dell fioUo il CriataUino. Vedi il 
Saggia^ p8g. 32- E. M. 

1 Anclìu qui il Bitcioni (ielle sue 
aBnotajloni, hu correlto Tenore 
grov Issi 010 di imi ì testi precede n- 
Uj Che leggevDno rar&mmle in luo^ 
gD di ruitamenU, se ai eccettui il 
Gftddiaiio 135 primo, Uquolo ha rei 
tamtnte, clie ptù s'ugcobU alla vera 
lezione i& &È ai eccettui, lo aggiun- 
go^ il cod. Wic, ah (2 Jeggc rattamen- 
te). Egli però legge qucKlo passo 
cosi: com** ptio vedere, chi ùene coti' 
siderOf in ciascuna parte, quant'elta 
é più pretio ad ena, tanto più ratta'^ 
mente ftiel testo rarnmente) ti muo- 
tìtj dova sono dà correggersi duo 
errori: il primo in ciascuna parte^ 
Ch« noi abbiamo emendalo col cod. 
Marc. 3, coi Val. Urb. e coi Gadd. 
134, las eecondo, e colle pr. edit*, 
leggendo e ciaicuna parte i il secon- 



do pre^Md ad eMsa, che il gn»n codi< 
ce dolTii critica d'accordo colla ra^ 
gìori logica e grammatica le, emenda ' 
in predio ad tssQf e vale a dire pres- 
so ad ftsa cerdiiù. Vedi il Sag^iOf L 
e. E. M, 

I Quanto più né rtmoM^ cod. ¥st, 
Urb* E M. 

sCioè, e deve neeeAaarlamenl© 
esser compiuta nel medesimo tem- 
po, nel quBie è compiuta la molti- 
:;ioiie m^aggtore. 1*- 

^ i.a lezione coniune ài tanto è 
pfù mobile per eomparasione ùIU *uoi. 
Nel Saggio, pa^s,. 33, si è dimostro t« 
la »cempietza della lezione moòt/i*, 
la quale fò dire & Dante, che questa 
cielo è piò mobitt; pfror.chè ha più 
tnommertfo. Ora ^bbiatìjo la compii a- 
cen7.a d* osservare che il cod. Mhic, 
secDiido, il Vat. 4778, ed il Gadd Sa- 
no i35 secondOj conrortaoo la lezio 
ne da noi fermata eolla scorta tiel 
buon discorso. E questo ci è più e 
di guida a supplire la laauaa della 
parola poli, rimasta Della penna de* 
gii amanuensi. Vedi il Saggio, p^ag. 
SS. E. M. 

BCoti questo passo sì spiega Tal- 
tre del Paradito, V, »?: Pqì ti ri- 
vdMe tutta dinante A quella puriég 
ÙV9 il m^Rcfo è più vivo^ £. U« 



TRATTATO SECONDO. 



Ila 



iH-n-hia inolia * qUtJe gli astrolagi chianinno epkiuloi* o sic- 
romn* Ja (f rande spera dui' poli vulge. rosi questa plcrola: e così 
Ila * q\it^Ui piccola lo ianchii) t'cjytitore : e cosi è più nubiUi, 
qtjaotu è pili presso di quelle : e in su l' .irco ovvt^r dosso di que- 
sto cerchio è fissa la luceiitissima stella di VeniTc, E nvve- 
^naclitì dtì tto sia essere dieci tfeli, sócondo Ja stretta veri li* qiuv 
sto numero non li comprende tulli; che questo di cui è fatta 
menzione, cioò V epiciclo, ni^l quale è fissa la stella, è un(* 
cielo per sé, ovvero spera ; e non ha una essenza con quello* 
rhe i porta, avvegnaetié più sta connaturale '^ ad esso che agli 
altri, e con esso è chiamato uno cìeloj e dinominansì 1" uno e 
r altro dalla stella. Come gh aìlri cidi e le aUre stelle sfeno, 
non è al presente da trattare ; basii ciò eh' ò detto delia ve- 
rità dei terzo creJo, del quale al presente intendo^ e del quale 
conjpiuianicnte ^ ò mostrato qaellu che al presenti? n'è me- 
stiere. 

Capitolo V, 



Poich' è mostrato nel precedente capitolo quale è questo 
lerzo cielo, e come in so medesimo è disposto, resla a (hnio- 
strare chi sono questi chi' 1 muovono. È adunque da sapero 
piiuiamente,^ che li inoyituri dr quello sono suslanze set^aralc 
, materia^ cioè inieUigenzc^ le quali la volgare genttì chiama^ 



/l Dil quahy Biscioni i delta qua- 
§, correttamente il cod. Wirc. se- 
coBilo.il liarberjiio e i Godd. 134, 135 
ijeconda, ù k pfime cdìziuinl, ìù M. 

s Epdth, \tì pr. edii. ed alcuni 
MSS- ; piirula mezzo greCA e me^ìu 
UnHpna, creduta irroro de'copMi 
dttllo stesso BisdoDU E. U* 

3 Afferma della piccala speri le 
m^ilcstme proprie U che (k! la gran- 
de, e per tal via ai conduce a con- 
ebiudere virtualmente, che la ss^JIj 
dt Vetìefc è nel aito nobilissimo di 
quanti ne sono più nobili in quel 
cieTe> P. 

^Cùd a questa piSGùia ec, il Bi- 
ftCionL A dotti a ma la correità lezione 
delle pi Ime c;di2io[ii. l^. U* 




fi Quflh, i cod, Marc , il Viit. Urb , 

I GaJd. 13t, f3o primo e secondo, e 
le priine edii. U Biscioni Icgg» qwt- 
ta: ma se fuccìa buona concord li nz.i 
coi diàcorao ctie seguita, lo dica il 
lettore, E. «> 

« CoTuuLlurati)^ Codice VaL Urb, 
E. U. 

T Piennmerìts^ le pp. fidi/., £► &f. 

» PrmuiHEuU munca nélP edlz. de) 
Bi5i?ioi}j, ma leggeri nelle iirimet e 
ne' coìtici &itirc., <t ne'Gadd. ^ e 13^. 

II Gatlil. 135 primo legge jjrfmffru* 
naale, E. M. — C primiframentf^ il 
coi. Ricca rdiano F. 

9 Cfuamasio (che pur può stare, 
pt^rciiè un nome collettivo pu6 nel 
iìiiti^ulaiÉ accordar col pCurakJ Ics- 



J 



iàO IL CONVITO, 

angeli : e di queate creature, siccome del lì cieli, divt'rsl diref- 
samenlt^ hanno sentilo : awognacliù la venta sia trovala. Fu- 
rono -certi^ filosofi, d4i' quaiì pare essere Aristotile nella sua 
Metafisica ^avvegnaché nel primo di Cielo s Mondo incìdcn- 
lementft paia sentire aUrimenlì) , ebe * credeUero solamente 
essere tante queste,' quante circolaziani fossero udii cieli, e 
non più; dicendo che T altre sarebbono slate eternalmente 
indarno, sanza operazione ; ^ cb' era impossibile, conciossiaco- 
nachè il loro essere sia loro operazione/ Altri foro no, siccome 
Plato «omo eccellentissimo, che puosono* non solamente tante 
intf'lligenze, quanti sono li movimenti de! cielo, ma eziandio 
quante sono le spezie delie cose, cioè le maniere delle cose; 
siccome una spezie tutti gli uomini, e un'aitra tutto Toro, 
e un'altra tutto T argento, * e cosi di tutto: e vollero, che 
siccome le intelligenze de' cieli sono generatrici di quelli/ cia- 
scuna del suOj cosi queste fossero generatrici dell' altre cose^ 
ed esempli ciascuna della sua spezie: ® e cliiamalc Plato Idee, 
che tanto è a dire, quanto forme e nature universali. Li Gen- 



Sfro gli fìdit. mll., qoant[inr|iic nn- 
rusaejo che le prime cdiitiùtiil e ìli* 
Clini codici leggono chmma, R 

* La marvcatizA del relaUv^ cfis è 
miiTìi resta ne'leML K. M- 

* SfìUin tendi iuteUtffmZf. P, 

5 Cioè, essendo sema operazio- 
* SfVi ìa lo f'Q òpera zioiìf, ct>d. Vat. 
Urb. E, M. — Inlend] ; \n qual co- 
M4 cioè che dell® ifde]ligcn?.e aifìno 
si'bsfa ftperaiionBi dicevano essere 
imposaitfife, perciocfhe^ elle Uannn 
appunto r cpùtutìfìtiG par easen- 
va. V. 

^ Paùie, erronennrn^nte H lììscionl; 
pmnonù, il coti, aodondo Marc., IJ 
<jiidd. 1HS socondop a le pr* edii. ; 
puonero^ il Gadd- iSi; potmù, il 
Gfldd. 155 primo. E. M, 

* Lii volgata diceva iutie Ì9 lar- 
ghisisé^ che nulla ha che fare con 
quello cho vuol qui aigniHcare Tau- 
toiL*: (Hitìft Ilo «sdotlJita h cf^irezio- 
i\e propo^tti £ìal Pederzini* F. — 
Ijaaluntiufì iiu il senso proprio 



fìgnrafù cbe li dia a Cfneste parn- 
l& tutte fi ffirffhtssPf n<in si svrji mai 
per esse niji^iHarato una specie o 
una maniera ó\ rosa naLurali, defhv 
quali solo ìnd ubi latamente pari a 
qui r A. , e non glh delle ideo astrat- 
te, che sono rose nostre e modi 
del noiitro tnttìllutlo; alli* qitofi è 
impnsslhlio che nesstin fllosisni^ n ti- 
bia preposto un'angelica in^^eingcn- 
za cnn!ie genera trictì, pÉrclocnhè a»- 
rebbe hUò , vano innnito. Per 
qtiesto credo che sìa in ets*; parolfi 
torrotia ]fl vera k*?ìonc5 ; ia quale 
chi cansidyra II corpo magsiore 
de' caratteri . e l'nsq comunissimo 
d' accompagnarL* le iilcu deir oro e 
dHr argento, sarh e pensare fonJl* 
mente che debbo essere stola tuUo 
i argento. 1^. 

7 Movimenti. P. 

1» La le7,ione volgfjlti è \ j^iateìmn 
deìU\ ^nfì f[p?r,{^ Ma ubbiHmo corretto 
primienimfnle erf^Cttim (e ùHiactutti 
infatti ha ìt C"d W }, che coucnrtl* 
con queste femminili': pai abbium 




Ì-HATTATO SECOMIO. 



i^i 



tili lo ctiiamavano Dei e Dee; avvegnaeliè ìicm cosi {llosofica- 
mente luk^ ti dessero quelle, coinc Plato : e atioravano lo loro 
immagini, e facevano loro grandissimi templi, siccome a Giuno, 
ìa quale Jlssero Dea di potenza; siccome a Vulcani, lo tjuaìe 
disst^ro Dio del fuoco; siccome a Palla de ovvero Mincrvaj la 
quale dissero Dea di sapienza; ed a Cerere, la quale dissfìrQ 
Dea della biada. Le quali cosiflatte opinioni * manifesta la te- 
stimonianza de' poeti j cbe ritraggono' in parte alcuna lo modo' 
de" Gentili e ne' sacrifìcìi e nella loro fede; e anciie si mani- 
festa in molti nomi antichi rimasi o per nomi o per sopran- 
nomi atti luoghi antichi edificii, come può bene ritrovare 
chi vuole. £ avvegnaché per ragione umana queste opinioni 
(li sopra fejssono fornite * e per isperienza ' uon lieve, Ja ve- 
rità ancora per loro" veduta non fu e per difetto di ragione, 
e per difeUo d'ammaestramento; che pur per ragione "^ veder 
si può in molto maggior numero essere le creature soprad- 
tìetltej che non sono gli effetti* che gh uomini possono inten- 
dere, E r una ragione è questa : nessuno dubita, né filosofo, 
nò Gentile^ uè Giudeo, nò Cristiano, ne* d* alcuna setta, che 
elle '^ non sieno piene di tutta beatiludinej o tutte o la mag- 
gior parte ; ^* e che quelle, beale non sieno in perfettissimo 
stato. Onde, conciossiacosaché quella clie è qui V umana na- 
lura^ non pure una beatitudine abbia^ ma due; siccome quella 



pfsio f/iPirff.sÉijjiiejHb W signor VVit- 
l€f pi' rocche ne sembra che {^e^^ia 
sia la ?era lezigae. E. M. 

* La volgata era : ìf tìmlicùst e i>pì- 
nhnif ma \ù lio siloliaio la lezione 
the il WiUe trovò nel cod. Kirkup. E 
vcriimcnleT che vi hu qui die fare la 
v<ic« cose? Infatti poche rfgUe più 
sotto Donle rtpelc queste ofiinioui di 
mpru, non cose e opinroni, F* 

' Descrivono, riapprcsentano, ac- 
contano. P> 

^Gosi il cod, Uarb.. it secondo 
Marcel ì Giitid* 3^ Vàì^ ISafiecondoj e 
iJ Vat. Urb. Il Biiscmn!: rilraggoiìó 
ili pari$ al tnittio. La pr, cóli.: ri' 
i'-tHjijuìtn m jiar^^ nieutiu ut mùdù. 




^ hiU^iiitl : e sebbciiO ijiiie^iei opi- 



nìorii roGScro stabilito f^opro buon 
fonciijmenlo, P. 

s Quello ¥Dcabolo m'è qui assai 
sospeUOt percìoccbéi non so pnnlo 
cedere quale soccorst) speri la men- 
te dall' espcrien*fO in quesla condì- 
zbn di pensieri, rrobabilmentc Dan- 
te scrisse mpknztì. P, 

^ Cioè, pei GentilL P. 

■^intendi: perciocché anco solo 
colla rogioncsi ptrò vedere. P. 

s Tocca l'opiniflntì. di Piatone | 
dcUa di sopra* P. 

fl ìSà alcuna MeUit^ la pr, edti, e il 
end, Vat. Urb. t. M. 

'a Cioè j le creutitre sopra dette. V. 

H Con questo VA. sulva il dogma 
cnslipno dellp perdiziopo ài p^rte 
delle Dngeliclie intelligenze. P 



m 



ih CONVITO* 



dolla vita civik% e quella della coDteinplativa ; ìmimjình s*i- 

j fÈLlJtì se Bùi vedessimo^ quelle* avere beatitudine delia ^ viU 

! attiva^ pjoè civile^ nel governo* del inondo^ e non avesseru 

qui^'lla biella non tempia ti va^ la quale è più eccellente e più 

divina. E conctossiacosaehè quella ^ che ha la beatitudine del 

/ governare, non possa * V altra averej percliè lo 'iilellettq laro 

è uno e perpetuo,'' conviene essere allrti di fuori dì questo 

j fili a isterìe, che solamente vivano speculando. E perchè questa 

vita" è più divina, e quanto la cusa è più divina, è più di Dìo 

simiglfante, manifesto è che questa vita è da Dio più amata ; 

e s'ella è più amata, più le è la sua be^tanza^ stata larga; 

e se più r è stata larga, più viventi V ha dato, che ail' altra;*" 

per che si con chiude, che troppo maggior numero sìa quello 

di quelle creature, che gli effetti non dimostrano. E non ò 

contro a quello che pare dire Aristotile nel decimo dell' £f/ca^ 

che alle sDst^nze separate convegna pure la speculativa vita ; 

come che pure T attiva convegna loro/^ Pure alla ape cui a rio ne 



i ìuUE L codici e le stampe veéetfKf^ 
Mtì rrdemù, modo ipdicoUvo, non 
s'acccrdn don gftrebbe ch^ precede, 
E perciò la crlUca , facendo Juogó 
fiUa r-ógioa gr u tri m alleale, \o dichiara 
sbbrcvialitra di itàessittìG, le Uà ma- 
lamente d&gli umanucnsi. E. M. 

» Creature celéàti. P. 

t II &ì!iClonl dalla, l codd. Marc., lì 
Gtttld. 134, il V AL W7% deità, corr^m- 
menlei K. M, 

^ GovtrnarSf la pr. ediz. e ì Codici 
Gadd.Sem. E. M. 

* Supplisci, delle Intelligenze, P. — 
Più regolare sarebbe : E CfirìCiossiachè 
quiìie (treo'iire) che hanno hi beattla- 
àtwf del governare, ititit poitonù l'altra 
atfeTe <?c. £■ M. 

■ A'tìfi posta É r altra avere, la pr* 
edli. E M. — E questa leifone t 
prendendo Ve nel significsto di 
ftncarit^ sembra al Pederstinl miglio- 
re. F- 

1 E per conseguenza, ei^condo 
qi]i?sia dcUrioOn capace d'una sola 
ed tn^ mutabile applicazione. P. 

BCioÉ, la flpecoktìì/fl. P, 

• ìienlanZft, eloHa p^ltHzù di ren- 



à*r btalo, Fcrac il testo dee star coal ; 
di*ua beatansa l'è ntuto iat^gtì ; w M9 
piti l"i itafo largo ec. E. JM. — lo 
inlùndo che soUo la rrase^ua beatan- 
ra sia signiflcaTo Iddio, per quella 
Hgcjra d'ecccUenza che nomina 11 
predicalo pel soggello: consegocti- 
temente apiego : p\ù Dio le i stato 
targo ^ cioè più le ^i è mo^frnto amore- 
vole s cor tene. P. — Ver^jmtntB di 
questa voce bealanzfi Jion u' inconitra 
ullEO esempio: ond' io &to in dubbio 
se debba correggersi bÉùJHmtinF, 
come porta il cod. ftjccardiano. P. 

^0 AU'aUfUi,ì\ Rjscioni d* accordo 
colle edlz. snteriorl e coi MSS. ìf u 
vuoisi correggere alValira, cioè<i^ 
l' altra vita, e y^ÌQ a diro aW aUina. 
E. M. 

11 Ecco it pasEO quale trovasi in 
tutti i te^U i che aiU sùH^nte iepnraté 
convinga pure la gpaolaHva itita; 
come pure la sptcdativa contenga ^oro, 
purtulla specoiatiùtif di certe; atffm 
la éircolaxiùn^ ed cirlo ec* Noi ci 
slamo studiati di ridurlo a tcstlone 
ragionevole ^ ed ecco ciò che fu detto 
nel i^'aggìoj pf*R. 117: AriatuUte nel 




THATTATO SECONDO, 



in 



dì certe segue la circokiione del cielo^ che è del moiido go- 
verno* ì] quale è quasi una ordinata cìvilitade intesa nelb 
speculazione delli motori/ L' altra ragione sì èj ctie nullo effolto 
è maggiore della cagione; perocché Ja cagiono non può dare 
quello che non hit;- onde^ concìusaiacosachij '1 divino intelletto 
àia cagione di tutto^ mass imamente dello intelleCLo umano, che 
V ungano quello non soperchia ma da esso è improporzional- 
mente soperchiato; dunque so noi, per la ragione di sopra^ 



decimo ii^W Eitcaf c^p, fi, non gìh 
pere che dico, ma Aìob rastmonte 
[loii convenire ogii Dei Ja vita aUìTa. 
Dtinte p€r la contrario, dipi^rk^ndosl 
contro il suo solito da Aristotile e 
s^Biguendo Platone, vuole che alla 
scìtanxe separate da materia (cioè 
alle intclUg&nz$r h q^mli ia volgar 
genie chìtima angeli), olLre lo contem- 
plativa convenga pure Tattiva: por- 
cift aUribuiste ìoro U governo dei 
movimenti celesti o dello altr^ tnon- 
dane vicende* Egli è certo nilunquc 
Gtie tiell addotto passo la ripetU.ioiie 
àeìV iig^ i u ti 1 tpfC ula Uva à apro posi 1 a 
grossolana, e che in suo liiogo è da 
leggersi fìttit^a^ ovvero operativa^ m 
opposizione di speculativa. M por 
tanto dileguaci il buio deli' Jatero co- 
strutto, viziato (e sia detto con rive- 
renza; dal triplicato uso dcir avver- 
bio pure in dìvcna s igni Acazi ooe^ in 
quella cioè di iolameuta nel primo, e 
di ancora negli altri due. E. M, — 
Confesso ctio questo passo è vera- 
meuTe, quanto alla dizione, pof^o 
corretto; e da ciò viene aeinpre più 
oscurata la aenteaza^ già di per sé 
alta e ri|>0Eta. I^ure guardando Liene, 
intendo che Diente, dopo conchiuso 
a rgo mei> ta rido , che v ' ba d uè co nd i- 
liOEii d'angeli, altri dì vita attiva, 
altri di apecoistiva, procede ora a 
Tarsi ed a sciogliere un'obiezione in 
un discorso secondo la soatanza 
eguale a questo: « Uà pure Ariatoti- 
V lei cb' è maestro di color ctìe Scin- 
B DO, insegim cho agli angeli non 
» convien faro altra cosa che spocu> 
tt lare : come si può dunque conci- 
■ Ilare questo colla mia propoaizio- 



n no ? KccOi abbiamo ragione tutu e 
t> due : io a dire quello che ho dettOf 
fr per le dimoGtr azioni che no bo re- 
■ so; egli a dire che gli angeli sono 
t tutti specolativif- perciocché di 
fr fatto anehe qiii?lh fra loro ì quail 
» agiscono, agiscono unicamente pt'r 
«vìa dì j^pecolazione^ nssìo ioten- 
i> dendo. » Conforme a ciò^ fatto al Ir) 
volgata qualche leggerissima muta- 
ziuTiO nella punteggiatura, cemento 
le parole a questo modo : E jkon è 
tAnirù fi quelio (cioè, alla dottrina 
delle due nature d' Intel tigeuzej cAs 
pare dire Ariilatih nel d^dma del^ 
r£tica, che aiìe sMsé<inzi sf parale 
canvinga pure (unicamente) tutpetu- 
litìva vitQ ; cotm pure li apeculìtira 
Cifnrefìga. loro (siccome o perclocelié 
sia pur vero che la specolativa con- 
venga loro) ; pure alla Épemla'ione tii 
cera efgiiii la circùla^ion^ dd cielo 
eh' è dd monà(f gaverno fcìfe nulltì 
ostante é vero cbealia spccol^zione 
di certe tra le dette intelligenze, per 
un' arcana forza data da Dio alle loro 
Intel lezioni, tien dietro Teffetto della 
circolazione del cielo ; alla quale In 
■ aostanza si riduce il governo di tutto 
lì mondoJ;iJ9t«afó I qunAi lin' ordinala 
civììlaéCf inteia netta xpeciàtaziùfìe da Ili 
moiori (il quat mondo tia tuUa la perfe- 
zione e corrispondenza eh" egli ha nel 
tutto e nelle parti, perocché cosi in* 
tendono e^so mondo gli angeli che lo 
muovono e governano specoiando}. P. 

1 Forse va letto muiUort, come al- 
trove é usato, li. Ai, 

*Ora se l'effetto fosse maggiore 
della cagione^ essa gli avrebbe dato 
quello che in &è medesima aon ha, P. 



1^4 



IL COìNVfTO- 



c per molt'altrej Inlendìamo Dio avere pollilo fare fnnuiuo- 
rabìlt quasi creature spirituali^ manifesto è lui * aver taittJ 
questo TU aggi or numero,' Altre ragioni sì possono vedcre^ssaf; 
ma queste bastino al presente. Né si maravigli alcunOj se queste^ 
ed altre ragioni, che di ciò avere polemo^ non sono del tutto 
dimostrate;* che però medesimamente dovemo ammirare lor« 
eccellenza/ la quale soverchia gli occhi della mente umana, 
siccome dice il Filosoro nel secondo della Meta fisica J^ ed affer- 
ma loro essere; polche non avendo di loro alcuno senso, dal 
quale cominci "^ la nostra conoscenza, pure ri spi onde nel nostro 
intelletto alcuno lumc^ della vivacissima loro essenza, in quanto 
vederne le sopraddette ragioni e molte altre, siccome afferma* 
chi ha gli occhi chiusi, l'aere essere luminosa per un poco di 
splendore,*^ o come raggio che passa per le pupille del vip!- 



s In tutti l teitt la costrn^ione è. 
fltravotta ; maniffHù è ìui questa avere 
fiitìQ ffìfiggiar numerù, Forse sarebb^j 
anco meglio il Jeggerc : fnauifesKi è^ 
lui ffftfste IcreaLuru] aver fatto in 
fnnggmr nunif^o. E, W. 

* Sia pur deUo con riverenza^ 1' ar- 
gomento di Dante umi prova ; peroc- 
ché nttn lutto quello eli 5 il so tomo 
iddio iHteiide, esisto ; ma esiste solo 
quello ehe Iddio intendo a&cioccliè 
esista. P. 

3 Ss quÉsU nUfi rùgianì^ la prima 
ediz. E. ìà. 

* Cioè non sono eondotCe ad una 
chiarisaìmii evidcnia. T. 

' Ammirare la hra fecdlenxaj lo pr, 
ediz. E. M. — Cioè r eccellenza delle 
cofe superne. P. 

« Penso che qui sì vorrebbe forse 
notare punto fyrmo. tale nitro aa- 
gno Ohe moatrosso come le parole 
Mtcoìms dfctt il fìhiafo net ^ttóndùddh 
Metafiiìca, vanno uccompagnate glia 
clausola superiore ; e così pure lega- 
re 1 1 pu n lo G V i r gol Q l ra mere cpm- 
chi. La ragiono di queslo sì ù^ che 
pernii di vedere nelle parole aegaiìn- 
ti, cbe Dante ponga per soprappiù un 
bellissimo argomento eonghielturale 
deito stesso fitosofOj rignardante in 
gènere rrsialctiiJi delle creature ce- 



3 osti j 503 ta nzi 11 1 ro eti to in q uè sta for- 
ma : Noi uomini abbiamo delle ciea- 
tirre cel^estl una qual che sìa^^i eono- 
scenda : q^ìCHto nuo ci può cìsser 
venuta per la vìa de aenai, che sono 
il mezzo ordinario d'ogni nostra co- 
gnizione : dunque csaa ci è venuta 
per via straordinaria, la quale non 
potrebb' esser mendace. P. 

' Commcta, tulli i k'sU P penna ed 
a stampa , E, M. 

i AictiJio ltitn«i leggo ìl cod. WUte, 
il cod. B, e le atam pe anUehe^ almno 
bentf, teggOFio gii ediL mìK ; ma fra 
1^ due frasi rtspleniferp un lume e 
ri9pteniltre tri beite^ non v ha bisogno 
di ttiolio critÉ^rlo per riconoscere 
qual sia [a vera ■ F, 

B Pone le due seguenti similitudini 
a qualificare il modo nel q» sale vede- 
vo le sopra detlti ragioni. P. 

JOf/ediz. Biscioni: ovvero raggio 
ehp pasm per ie puptHs dd pfìtpaslrd^ 
lo. Abbinino corredo ovvero in co- 
in^ porcile s'introduca coli» dovuta 
chiarez.za la elsuania di compcirazio- 
ne ; e quante alla emendazione di 
queir inesplicabiie polpfìstniio, più 
che dal codici vederli dal Diseioni e 
più ohe dal Marc, secondo, dal Darb., 
disi Garid. 13^, 135 primo. 135 secon- 
do, 3, dal Vat. 477»^ tutti portanU la 



TUATTJtTO FECONDO, 1SÌ5 

slnilu; elle non alinuu'iUi sono chiusi li nostri occhi riilel- 
leUuali, mentre che T anima è legata e incarcerata* per gli 
organi del nostro corpo. 

Capitolo Vh 



Dtlto èj cK'% pr difetto d* ammaeslramHìlo, gli antit-bi la 
verità non T^ìdero dcHe creatore spiri Cuidij nvveg:Ma{!hb quello 
popolo lV Israel fosse in parte da* sooi profeti ammaestrato, 
nel li quali per molte ma ni ere di parlare e per molti modi Dio 
ayea lor parlalOj siccome l' apostolo dico. Ma noi semo di ciò 
ammaestri'* ti da Colui che venne da Quello : ' da Colui che le 
fece,' da Colui chfj le eonservàj cioè dallo 'mperadore dell' uni- 
vci'SOj che è CristOj figliuolo del sovrano Iddìo e figliuolo di 
Maria Vergine (fiTOmìna veramcute e figlia di Gio vacchino o 
d' Anna)/ uomo vero,* il quale fu morto da noi perchè ci 
recò vita: lì quale fu luce che allumina noi nelle tenebre^ 
siccome dice Giovanni Evarìgelista; e disse a noi la verità dì 
quelle cose che noi sapere san za luì non potevamo^ ne ve- 
dere veramente. La prima cosa e '1 primo segreto che ne mo- 
slròj fu una delle creature predette: ciò fu que suo grande 
Legato,* che venne a Maria^ giovinetta donzella di tredici 
annij da parte del Salvatore' celestiale. Questo nostro Salva- 



buDiiu S CALCITI e rtxpi Stretto o vipisìrcl- 
iq,ci celine casa indicala dti AiUtoU- 
1é medesimo qui ullpgatOf il quale 
dice ciliare me ri te : ff^emadmoinm 
tteiptrtìiionum nculL {V. il Sflj/gffOi 
pag. 24). Dopo ciò ne pare cho biso- 
etiì veraméDtB aver occhi rii [^ipi- 
slreiJo per affermare CoJ Biscioni 
Che vipistrello sia uri' Interpretazione 
di chi tion hfi intesa la propri* voce 
del testo. E M. " Cile Ja kìAom 
fosse errata iion v ha dtibhlo Ma 
coli' emcnda?.icine qui tatU dagli ed, 
mìL, e toll' arbitrario cangiamento 
Oi 0€tifrtì in comSi st è rgll reso 
plana ed evidente il discorse}'? A me 
noli pare. Pure dovendo ornmcUere 
Onfl uontzìonùf io preferirei qneEJfl 
Phe Uì ^ììif-p [(TJ-i prrijiLis'3 nel f*fiigiut 



ed è : pfT mi poco di splendore cuniro 
rftQ§iùt dir passa ptrlf piij^itltt mma 
per qutlU dd vipiglnUo. F. 
1 Incaimataj Ja pr^ etiiz. E, M. 

* Da Ouflto, cioè da Dio. E U. 
'GioèT che fece le eresiare spiri- 
tuali. P. 

* Figlm di GìOtacrhinG e d' Adamo, 
il Ojeciciiiì, e col nificlonj tutte le 
stjtmpe e tutti i codiri, fuor] del 
tiadd. 1^ prlmOf il qual leggt? Afin^ 
coriettamenle- Prlmu di riseonuar 
quefito codice si era già emendato lo 
Fpropo&Uo nel SojjgiOf pagina 1 18. 
E. M. 

s Vàmo véramsnkj lo prima ed il, 
E. M. 
« Gabriele. P. 
"J Saii'dtore, legge ti Ced. H., e coìit 



J2G IL CONVITO. 

lore colla sua bocca diast^, ebe *l Padre gli piglia dnr<' molte 
Itìgiotii ci" angioli. Qiieslt non negòj quando dello gli fu che *1 
Padre aveva comandato agli angioli clic^ gli minisirass^cro e 
servissero. Por che manifesto è a oof quelle creature essere' 
in lunghissiinr/ numero; perocché la sua sposa e secretarla 
santa Chiesa (delia quale dice Salomone : « Chi ó questa chn 
» ascende dal diserto^ piena di quello cose che dileltanOj ap* 
^ poggiala sopra V amico suo?) » dicCj crede e predica queiie 
nobilissime creature quasi iiìnumcrahill : e fartelo per tre 
gerarchie, eh" è a dire tre principati santi ovvero divini: e 
ciascuna gerarchia ha tre ordini ; sic^chè nove ordini di crea- 
ture spirituali la Chiesa tiene e afti'rma. Lo primo è quello 
degli angeli; lo secondo degli arcangeli; lo ler^o de' troni; e 
questi tre ordini fanno la prima gerarchia : non prima quanto 
a nobiltà, non quanto a creazione (che più aono T altre nobili, 
e tutte furono insieme create) , ma prima quanto al nostro 
salirò a loro altezza,* Poi sono le dominazioni ; appresso le 
virtuti; poi lì principati; e questi fanno la seconda gerarchia. 
Sopra questi sono le pott stati e U cherubini^ e sopra tutti 
sono li serafini; e questi fanno la terza gerarcfva. Ed è pò* 
t issi ma ' ragione della loro specula zione^* e il numero in che 
sono le gerarchie e quello in che sono gli ordini. Che, con* 
oiossiache ìa Maestà Divina sta in tre Persone^ che tianno una 
suslanza, di loro si puote triplicemente contemplare. Che si 
può contemplare la poteri;?a somma del Padre^ la quale mìni 
la prima gerarchla, cioè quella che è prima per nubìltade, e 
che ultimnì'^ noi annoveriamo: e puotesi contemplare la somma 



dee Ipgf^ersi o nùti Senalfìre^ c^ma 
legEOtio tutti i^h BÈtri, perchè rautors 
nella npetir.ìtìne che tosro fa, thce . 
ijuem fioflfro 8^mitQftf e non Sma- 

i Pitch è manif^^tas a noi titirlti 
^tentufe in tunghiaimrt numerò e e., 
rosi rediZn SlisclonL Le pnme atani- 
po iilquatito megiio : penkè mnnift- 
mècù.Mdi noi abbiamo atluUaLa la 
bella lej^ione del cod^ Warberinci. 

* Cioè, è prima neir ordine che 
mii éì quflggh'i troviflrno, salendo 



per via di coiitemplatìot^e ^ qc^cUft 

alrlSfiirOQ CO90^ P^ 

8 Prmìtifxìmat la pr, editi* e ì\ co- 
dice Marciano ; poieuihsimaf i cu- 
dici Gacld. l'io piinio, 135 secondi). 
E. M. 

* Intendi ; ed è principBliasinrto og- 
geUo Tieila j^pecola^ìone df quelle 
erentnrG spirilLloli. P, 

t (fi fi ma ivji annota eriamù, COSÌ U 
fifldfl.i3ii senondneil Val. Vib.;t 
t^g V uUinm noi annovirkimo^U {ir» 
€ùìt. ; n eh' è ultimu iu»i aìiuotitTi&mOf 
nniseifìnlK. M. 



TRATTATO SECONDO. 



w 



^ 



sapienza éa] Fìgifooìo ; e questa mira ta seconda gerarcliia : 
e p notes i con templare la somma e Tor mentissi ma carità dello I 
Spirito San lo; o questa mira la terza gerarchiaj la quale più 
propinqua ■) noi porge del li doni eli' essfj riceve. E concios- 
sfacosaohè ciascuna Persona nella Divina Trinità triplicemente 
6i possa considerare, sono in ciascuna gerarehìa tre ordini che 
diversamente contemplano. Puotesi considerare * il Padre, non 
avendo rispeito se non ad esso; e questa conlemplaiìone fanno 
li serafini che veggiono più della prima Cagione/ che alcun 'al tra 
angelica natura. Puotesi considerare il Padrej secondochè ha 
relazione al Figliuolo, cioè come da lui si parte e come con 
luP si unisce; e questo contemplano li cherubini. Puotest an- 
cora considerare il Padre^ secondochè da luì procede lo Spirito 
Santo, e come da lui si parte e come con luì si unisce; e 
questa contemplazione fanno le potesladi. E per ijuesto modo 
si puote speculare del Figliuolo e dello Spirito Santo. Per che 
convengono essere nove maniere di spiriti contemplanti, * a 
mirare nella Luce^ che sola so medesima vede compiutamente," 
E non ò qui da tacere una parola. Dico^ che dt tutti questi I 
ordini si perderono alquanti ' tosto che furono creati^ forse in • 
numero della decima parte; alla quale restaurare fu V umana- 
natura poi creata* Li numeri^ gli ordini, le gerarchie narrano 
Il deli mohìli, che sono nove;" e '1 decimo annunzia essa 
unìtade e stabili tade di Dio. E però dice il Salmista : a: I cieli 
^ narrano la gloria di Dio, e 1' opere delle sue mani annunzia® 



% Puùftsì coTiiempiaféy la pr. edi?. 
^d i] erti, (ffìdd. 134^, E forse con- 
templare ài dee pm cor r^Ua mente leg< 
{^ere anche le altre due volte. E» M* 

^ Vale a diro : che detla prima cau- 
tnt, di DlO| hanno una visiont mQggio- 
fr, che ec. F. 

3 Con lui iè uniice^ l'cdiz. Biscioni. 

^ Contefnplaiivi, ì cod^ Gadd. 1^, 
13S primo e a, e La pr. edir» Jì. M, 

3 Cioè, Dio. P. 

^ Pìetìiiinente, Iq pr. sdiz. E AJ. 

'Non ili tendere atqmntidi questi 
ardtni^ ma tìtquafiii mdividm di qveBti 
ordini, tv 



«Io intendo: I cieli mobìli^ che 
sono nove, narrano cioè teslimotiia- 
no i numeri, o vogltarn dire il n dimo- 
ro che, com' è detto, è i] prhicipa^lis^ 
Simo oggetto tifila $pccolaztone delle 
creature celesti ; e con ciò narrEino 
g[\ ùMìtii che fanno esso nnmere ; e 
con ciò ptire nurrano le Qtrarchie, 
che di detU ordini sì compongono. 
Conforme a tjuesEa mia intelligenza 
scrìverei num^i aenia \ù maiusoo- 
la.P. 

9 AnnuHsm, il cod. Vat. 477a ; 
tutti gli altri MSS. *J te stampe, an. 
ntiiì siano. Basta però rldlursi alla 
memoria il latino del ialm^, Cmii 



iti 



IL CO.^VlTa 



» lu (irmamciitt)* i Per che rag ione vaio b * erettore clic 
li mu vi turi dd eri-la della Luua siano doirorJiue degli angeli; 
e quelli di Mercurio siano gli arcangeli; e quelli di Venero 
siano li troni, li quali, naturati dell* amore del Santo S|>inio,* 
fauno la loro operazione connaturale ad esso,' cioè lo movi- 
ruButo di quello eielo pieno d' amore ; d^d quale * prende la 
forma del detto cielo uno ardore virtuogo, per lo quale le 
anime di quaggiù s' accendono ad amare/ secondo la loro di- 
sposizione, E perchè gli antichi s*accorsono clie quel cielo 
era quaggiù cagione d' amore, dissono Amore essere figliuolo 
di Venere; siccome testimonia Virgilio nel primo (kìVEneida, 
uve diee Venere ad Amore: FigtiOj viriit mia, figlh del sùmmo 
Patire, i'he it dardi di Tìfco - non airi^ E Ovidio^ nel quinto 
di MetmnorfQseoSi quando dice che Venere disse ad Amore : 
t'vjiìQi armi mie^ potenza miaJ E sono questi tronij che al 
governo di questo cielo sono dispensati,^ in numero non grande. 



(Harranl ahrium iJ'si, et oprm mn- 
nuum tjtu aimtiHiint fìrmaminttim, 
p4! r ik V V{?ii ersi e b e 'i j < miH =mno ph I ru 1 e 
u errata le?,ìk>nc^ iù^ M* 

i Così il coti. aéCPndo Marc, il 
Val. Urb., edJGsM, 134 e 135 se 
cuiitlo. L" Gùìt. Biscioni ragionii^otB è 
H cradf-rf. E M> 

5Cii>è, iquali essendo come fatti 
d'nmarii dolio Spirilo Sartlo. P 

9 AdoUtLiTiio la Icìioi^e del cod, 
Vat Urb, eUfldd. 11ÌÌ : coimaiurak 
titi *MOj cioè ad esso i^anlo Spirita. La 
volga la é, cùnnaturak ad eai. E. U. 

* Movimento. P. 

^ Ad AmoTtf ]e antiehe edizioni. 

B Abbiamo ietto Tife^ col codìctì 
{»rimo ìdare. ù colla sana cfttien^ 
rigcuondo golTo idìolianiQ Ttfece^ 
auutuio con iriUuita hoiiarieik dal 
||j:>cia[iL Abbiamo pure ngettatù ii 
glossema di tulU i to^ti, <:ic?é quello 
ìjìlffintis. Nota, ma colEà debita rive- 
itìdio^ duQ tuliv riG'quati è cadute 
Dante , volgtìriiìfundo quel verso 
iìtiìV Emide ,' « Unaiéì pntrii samtni 
tftii Ma T^plmiii tEfimia. » Le parole 
jjontr 4i Vcnerir ^i\ AmofCt e \ù Ìùtù 



cùbtruzione &ì é questa ; n Gmift QW 
kmnìi^ tela T^phoca palris sumrtu. a 
Dunque primo errore^ Figlia dei 
mmvio padre ; e bè quantunque alcu- 
ni mitologi abblan dato Giovi; (<^r 
psdre ad Amore, questo u e n vuoUi 
i nten de re <ta V j rgìl i o , a e n 1 1 \f ol en d o 
debitamente tradurre il suo cnnceUcij! 
è forza atlenersì. L'altro sbug^ioé 
Vavcr mal compreso il se«50 del* 
r epiteto Typhfj'èa ùàtQ a (da; il qual 
non signEnrJJi dtinii di Ttfeo^ coom 
Don te ha creduto, ma vale i dm di 
ossia I fiifmìnl di Giove (itfa pufria 
ftummi) centra Tifeo; e questo epiteta 
è tolta dal nome deluemìco vifOo^ 
come di A^ricnno a Scipione^ di ere- 
tico a Metello, o cent' altrL Onda 
siccome sarebbe^ errore il dire Sct^ 
pione d' A/ffiva, Mtifeth di Crein ce» 
cosi a ragione di fatto è stato qui 
sba Icilio ÌJ eh la ma re dardi di T*fm 
que* medesimi dardi che lo percossi)' 
ro. K. ÌA. 

7 il Poliziano, all' ultimo verso del 
primo libro dcila fìmsirn ; v O figlig, 
solfi mia pmtnztt ed nmn, » P, 

" Dispogli, ì codici Maic- sceoodo, 
Uarb. e Gpdd. 135 secondo, E. M. 



TRATTATO SECONDO, 



i^ 



del quale per Ji filosofi e per gli astrologi diTersamente è sen- 
tito^ secondochè diversamenio sentirò delle sue nrcolaziuai ; 
a^egnachè tutli siano accordati In questOj che tanti sonoj 
quanti movimenti esso fa; Li qtialij secondoehè nel Libro det- 
V aggnijazione delie stetie epilogato si trova dalla migliore di- 
mostrazione degli astrologi, sono tre : Uno, secondochè la stella 
sì muove verso lo suo epiciclo ; V altro^ secondochè Io epiciclo 

»ù muovo con tutto il cielo ugualmente con quello del sole; il 
terzOj secondochè lutto quel cielo si muove^ seguendo il mo- 
Timento della stellata spera, da occidente in oriente',' in cento 
anni uno grado. Sicché a questi tre movimenti sono tre mo- 
vitori. Ancora si muove tutto questo cielo, e rivoigesì coli' epi- 
cielOj da oriente in occidente^ ogni di naturale una fiata; lo 
quale movimento, se esso è da intelletto olcuno^^ o se esso 
è dalla rapina del primo mobile. Iddio lo sa^ che a me pare 
J presuntuoso a giudicare. Questi movitori rauovonOj solo in* 
tendendo/ la circolazione in quello suggetto propio ohe cia- 
scuno muove* La forma nobilissima del cielo, ciie ha in so 
principio di questa natura passiva,* gira toccata da virtù mo- 

^triee^ che questo intende: e dico tocca ta^ non corporalmente 
per tatlo,"^ da virtù, h quale si dirizza in quello. E questi 
movìtori sono quelli, alli quali s' intende di parlare, ed a cui 
io fo mia domanda.^ 



Capitolo VII, 



ISecondocliè di sopra nel terzo capitolo di questo trattalo 
sj disse, a bene intendere la prima parte della proposta can- 



i Da ocddinti a OJimtit tn^gono le 
stampe modèrne ; ma irt leggoi»o Je 
■lampe an ti die e Tarli codici, i^tì in 
Bcrtve Duntt* tutte le volte che ripete 
la stessa Trsiìe.F. 

^€ioBf«e esso è causato da joteL- 
Jetio alcuno. P. 

■ Cioè, pelalo mez.zo di qiiotla Forza 
arcana, data da l>iu alle loro inteÈks^io- 
ni, come ragionato di aopra al espi- 
tòlo V. k\ 

* lolendi : die Ti attuata a pati- 

D*flTE. — 5. 




re questa azione di movimpnto. P. 

« ^&ii(ri«^ leggevo la prima edizio- 
ne. £. m: 

a Per lanla^ lefiROito le stampe ed 1 
codici ; ma ho adottata la correzione 
proposta dal Pederiim, 11 quale notò, 
che ii ta più bdla e per ogui Usto mi- 
la giior corrispondEnzo delle idee fa 
Ti credere per certo die Pan te scri- 
i vesso jwr tutto. ^ ìf\ 

'J II primo cod. Marc: fo la mia dof 
mtxndtt. E. &I. 



i30 



IL CONVITO, 



zone convenk ragbnare dì quelli cieli, e de' loro motori ; e * 
nelii tre precedeatr capitoli è ragiofiato. Dico adunque a quelli 
eh* JQ mostrai essere movi tori * dei cielo di Venere : Voi che^ 
inieiiftmdo (cioè collo 'ntellello solo, come detto è di sopra), 
il terzo cid movete^ Udile il ragionar; e uon dico udite, per- 
eti' egli odano a leu no suono; eli' elli non banno si* uso; ma dico 
udiis^ clohf con quelhi udire uh' elìi banno, chf^ è intendere 
per ini elle tl(j. Dico : Udite il rag fonar eh* é nel mio core^ cioè 
dentro da me, che ancora non è dì fuori apparito, È da sa^ 
pere ' cbi3 in tutta questa canzone, secondo 1' uno senso e 
ì* altro,* il cuore si prende per io secreto dentro^ e inm-per 
altra speziai parte deir anima e del corpo. Poi* gli ho chia- 
mati a udire quello che dire voglio^ assegno due ragioni, per 
che io convenevolmente deggio loro parlare : 1' una si è la 
novità della mia condizione^^^ la quale, per non essere dagli 
altri uomini sperta,' non sarebbe cosi da loro ìntesaj come da 
coloro che intendono i loro effetti nella loro operazione.* K 
questa ragione tocco quando dico: Ch'io noi so dire altrui, ù 
mi par nuovo, U altra ragione è : quando V uomo ri cere be- 
neficio, ovvero ingiuria, prima dee'^ quello retraere a chi gliele 
fàj se può, che ad altri ; acciocché se egli è benefìcio,*^ esso. 



1 Quesla e cmattCQ in (uLlI i testi ; 
Fiii p TiGceasària per J' ordine del di- 
scorso. Sottititetidì ; e dicw, E. M. 

» Dko adunque qveih eh' io mostrai 
tono movitoré, leggono erroneamente 
le stampe antiche ed i codici; a quitti 
toh' io mottrai che sono, ÌG^gùna gli 
edìt. mìl. ; ma a¥«ndo essi pur pro- 
posto a qudii uh" fu montrai nufiSf ho 
preferito di legger così, k\ 

* fùdè dii, sapere 1 Je prime ediiioni^ 
E.M, 

* ClVoè, secondo \\ letterale e T al- 
legorico* P. 

B Puf per poi c/i* ,' modo frequentis- 
simo presso gli BnMchi ; e Uante 
MOSSO i]« la uso più volti? nella Com- 
mediaf Purg-, Xj 1 : « Poi famttur den- 
tfQ ai soglio dsUa porta, b l^an, l^aS: 
« drta HO fi ti dovritn punger gli straU 
ti arnmirasione ornai fjtoi dietro a' timi 
Ytdi eh' h rttfjimit htt corie ruii. » 



E. Id. ^ Cd il cod. R. ha ?oi chiù. F. 
s Cii^iè la simnezza dello stato detta 
mia persona. P. 

7 Exprrlay end . V»t. Urb. E, M. 

8 Come da essi Spirili m^torU l 
quali convetievolmentyÉntendono gli 
tìTcltì cUq sono prodotti dalia loro 
opariidone, \K 

^ Prima di quiìlo tHraerti Veàìz^ 
BifiCionL La lezione due È sìciira, e lo 
stesso Hksaioni rìscontrolla in iin 
suo MS,, che devo esser qnèlio die 
ora ritrovasi nella bibllokt?a di Syn 
M3i<!0 in VenejTJù, i* cIik noi ctUanio 
Slatto il nome ili pfimu Mai ciano* Mfi- 
Lim^ute «idtinqua «igii riiietie nei suo 
iftiT.4ì dt t^Hflh. Le prime edixiuni, 
malamenl^ nncl/ttSS&, liatmo da gur"/- 
io. liairasrt qui M deve intonder^ 
per riferir t, nporiart. Vedi il Saugio^ 

!<* Leggiamo bmeficìo coi radico 



TRATTATO SECONDO. 



131 



ehtì lo riceversi mostri conoscente Ter* lo benefattore; \ì s* egli 
ò mgrurm,' induo.a lo fattore ^ a buona misencorLlia colle dolci 
parole. E questa ragiontì tocco quando dico : li ckij che segue 
(o vostro valore, Gentili ermiure che voi sete. Mi tragge nello 
siato ov' io mi trovo: cioè a dire: T operazione vostra, cioè 
lii vostra circolazione^ è quella che m' ha tratto nella presente 
uondizione ; perciò coiìchiudo e dico cbe 'l mio parlare a loro 
dee essere/ siccom* è detto; e questo drco qui : Onde 1 parlar 
della vita, vk' io provo. Far vhe si drizzi degnanmite a vui. E 
dopo queste ragioni a ssegnate^ prego loro dello intendere quando 
dico : Però vi priego che lo m' intendiate^ Ma perchè in eia- i 
scuna maniera di sermone lo dicitore masslnfiannente dee in- f 
tendere alla persuasione, cioè all' abbeMìre ^ dell' audienza, | 
siccoratr^ quella eh' è principio di tutte T altre persuasioni^ 
come li rettoriei fanno/ e potentissima persuasione sfa/ a ren- 
dere r uditore attento, promettere di dire nuove e grandiose 
cose/* s;Sgu ito io alla preghiera fatta dell' udienza questa per- 



Marc. secondo, col Vat* Urb. e col 
Gadd. 134. Lq atampe hanno òeuffi- 
£Ìn/ò. E. Mh 

* Iniìtrm, ì codici Gadd. l3to13G 
&(?condo. E M. 

' Qui tutto le stampe leggono : vie 
(ft ingiuria iudum h f tifare ; parole 
dnlle quali nsultn uno strauissimo 
senso, fuor tutti [ confìni del b^ho 
Ijfudizlo. U cod. Ke^^ondo Marc, k'gge: 
e sflìfi ifitjittrifi ; ma avendo detto [>ri' 
ma r autore ^ egii è bflwficioj sem bra 
regolare che qui debba ripigliare e 
%'fftii è ingiuria, come otti ma meo te 
ne ha suggerito la Biblioteca llajiana. 

^ Ciofc, lo Tattore dell ingitìh-i- P* 

* Cioè volgersi a loro^ quasi andare 
a luro. P, 

* ^'ota fraa*^, c^mc se tìices^so : vi 
pr^go che in mio favore rascorOa- 
lo H. 

Ahbeitire, infili Ilo usato a modo dì 
gOsLantiVo per yitnere^ figgruduucuio, 
Ahiidl^re per pmmri^, mjf^rtjdtr^ è ver- 
bo lotto al lisjgUEiggJo rotnuoico. Oan- 
le Ì3tesso PO fa wso ne' veisi proven- 



rsM che pone io bucce dVArnEildo 
Daniello, Purgatorio, XX VI, 140, 
Ta7t tu' aheliis voirs cùrUi armati, cho 
vale: tanto mi piece la vostra carteso 
domand^K 11 volgari?,;;atora di Livio, 
citalo dalla Crusca (ad voc ) jt'tgU 
V abbellì nc^ di vivere m rpes^^p/rrico^o, 
fjpparicchiati. Il noatro autore poi doI 
poema usa nello stesao senso Afìhl^ 
/ar*, Par,, XXVI J30! a mt tira la* 
Acia Pm fare a voi ìieDondo che ti' ab- 
M!a. w Cìoòj secondo ch^ tfi pimc. 

T Sitxome a qtisllaf le prime GÓh. 
E.M. 

8 Fanno, cioè sffermiinn ; simile a 
quello dell' /n^** X^fS:*! Che ì'am' 
ma coi ùorpù mnri^^ ffiuno, » P» 

" Sihft^ la pr* (?dìz* E. M. 

10 Cosi appunto indegna rantlGti|$* 
Simo h'iorc rf* Ketinricaól GuidottO' 
ila Bologna : Più nHeva M può coiui 
che favdttt rendere t* udilùre per lo 
prosfniit, tè proporrà di dirv co.fe gran- 
di, o Co*ff nuooe> cose nf\n wtrtle. P. 
— Inveoe di grandiose ^ il tiod- HiGo» 
ìvggs gran dissimei F , 



im 



IL CONTITO. 



suasione^ cioè ' abbellimento, annunziando loro la mia inten- 
ziùnOj la quale è di* dire ijuOTe CQSe> cioè la dìvldoiic che è 
nella ràia anima; e gran cose, cioè lo valore della loro sfolla: 
e (juesto dico in qucHé ul lime parole di questa prima parte: 
Iq vi dirò dei cor la nòvitale, Cùme f anima trista piange m 
lai; E coìne un spiriù cantra lei favella^ Che vien pe' raifgi 
della vostra sklla^ E a pieno intendimento di queste parolo, 
I dico che questo* non è altro che uno frequente pensiero a 
I questa nuova * donna commendare e abbellire; e questa anima 
[non è altro che un ahro pensiero, accompagnato di consen- 
ItimentOj che, repugnando a questo,"* pò ra menda e abbellisco 
Ila memoria di quella gloriosa Beatrice. Ma perocché ancora 
r ultima * sentenza della monte, cioè lo consentimento/ sì te- 
nea per questo pensiero che ® la memoria aiutava, chiamo lui 
anima e l'altro spirito; siccome chiamare solemo la cittade" 
quelli che la tengono^ e non quelli che la combattono ; avve- 
gnaché l'uno e l'altro sia cittadino. Dico anche^ che questo 
spirito viene per li raggi della stella ; perchè sapere sì vuole 



1 Cifìi, dicù^ abhtlUménto, tutte le 
stem^. Lediamo quel àteo, affitto 
fiUpeiHuo, col cod. fìadd. 3. Ma Forst; 
orano da 1i!T8rs)> come glotsemas 
tutte e tre ie parole cioè dico abbelti- 
msiìtiìt poiché Dante tra gSb detto prì- 
ID&( che la peritiaiiaymè V abbetljmtti- 
io deir i]dien?,a, q qui è ioutilo 11 re- 
plicarlo. E. il. 

s Da dirst malamente tulli i testi 
MSS. e stampati E. M. 

* Questa, eioé spirlo. P. 

* Questa nuoici donna, teggooo al- 
cuni testi citati dagli edit. mil, e 
varie antiche edizioni; ntiovtt donna 
kgge il cod. a., e nuopa donna vuol 
che si legga il Pi^derztni, perchè non 
è solo varietà di leziane, ma serve 
aiico di comerLlo al ^.oggetto. Gli edlL 
ntil Itrg^DHo f fucata d^nna. F. 

t pUfflfOf cioè ipirito, P. 

* i'iii/ttno, cioè l'intima; se pure 
intima non è la vera lezione. E. M. 

1 invece di tenUmtnta^ come porta 
la volgata, il cod. IL legge consenti- 
pteuio; e coni de© ieggersii non solo 



perchè ìù richiede il buon discorso, 
ma perche i' autore stesso ripetendo 
nel capitolo vegliente! ciò cbe qui ha 
detto, dice: i anima sUnìendÉrCome 
del f fi è nd precidmiÉ capttfdo, per h 
gen$rn( pemifrù t^nt cGn^^fitimento, F. 

* Che. quarto caso, P. 

9 Snhmo cittadini, le pr. ediz,tìil 
cod> Gadd. iìì%. Per ritenere questa 
ìeiiotio bisognerebbe dare la seguen- 
te forma al peri odo: ticcome chinmarE 
iolemo eiitadini qutUi ch9 ien^i^nola 
cittadUf i non quelli che la cùmhatttìno. 
— CiUade per cittadiui scrisse l'Ario- 
sto, Fur., XVn, Bt. 70 : a Vanna ^cor- 
rmdù timpani e trombette, E ra§vna- 
n& inpiQSStiiii ciUftde.^ Il Parenti 
nelle sue annotazioni al Disimarifì 
detta tmgua iialiùfm nò ìllnst razione 
dì città per ciltudini cita moito a 
proposito una chiosa del Segni sopra 
il trattato dsi Gon, d' Aristotilep lib. 
1, cap. i*. Dico..,, if fine del isammù 
fitosofo mi trattato tultù df Ila Polilica 
essere dì far btiìfa In citthj a vo(flìam 
dire Ui ci^U compstgni^. E, M. 



TRATTATO SECONDO- 



133 



^ 



che lì raggi di ciascuno cielo sono la via per ìa quale discende. 
Ja loro virtù in queste cose di quaggiù. E perocché ì raggi 
non sono altro che un lume che viene dal principio della lur-e 
per Taero Insino alla cosa illuminata^ e luce Don sìa se non 
nella parte della stella^ perocché T altro cielo è diafano (cioè 
trasparente), ^ non dico che venga questo spirito (cioè questo 
pensiero) dal loro cielo in lutto,* ma dalla loro stella; la quale 
per la nubiUà (ielli suoi mavitori è di tanta viriutej che neUe 
nostre anime e neir altre nostre cose ha grandissima podestà^ 
non ostante che ella ci sia lontana, qualvolta più ci è presso, 
cento sessanta sette volte tanto quanto è più al mezzo della 
terra, che ci ha dì spazio tremila dugento cinquanta miglia. 
E questa è la htterale sposizione delta prima parte delia can- 
zone. 



Capitolo VIIL 

Inteso può essere su fflcien temente, per le prenarrale parole^ , 
della ^itterale sentenza dulia ^ prima parte; per che aìla seconda ] 
è da intendere^ nella quale si manifesta quello che dentro io 
sentia della battaglia. E questa parte ha due divisioni;^ chò 
in prima, cioè nel primo verso, narro la qualità dì queste di- 
versità/ secondo la lor radice eh' era dentro a me; poi narro 
quello che diceva" T una e l'altra diversità, E però prima 



k 



i Forse questo aoè trafpartnte è 
l?to39fìmo dtì* copiali ► E. M. 
«Cioè, consideralo in ogni sua 

PBTt^. P. 

* \\ cod, Vat. tlrb. legge io. prima 
jiarte^ né è buona lezione, ai?coi]do 
la qoale il senso corre cosi : fntem 
pijtì eisere siÉfficìmkmÉnte la prima 
ptirh per U prenaTrato parotti delta 
leiferali sintetiza, E. M. 

* Ha du$ diaiiióni. Adattiamo que- 
sta correzione che Tedesi scritta in 
margine del secondo codice Marcia- 
ito. Gli aUri MSS, e le stampe han- 
no i E queaìa piirlB <tvm divisione. 
Ma che quell^ii correzione »ia giusta 
ce fif tu ii&url Dante me ile si me, ìi 




quale dice un po' sotto: Ad evidtn' 
za d'inique deth scfPHZti dutlfi primit 
divisinne, E. M. — Ed ha dm ditfìtìi:^' 
ni, legge il €od, Bicrardiauo. F. 

* Di queUa divfriHà, V ed ir* Biscio- 
ni. 1 due Cod. Biinrc t i Gadid, IHÌ e 
IBS sccontio, il Vat, 4778 leggono: 
di qtiewia dicrrsith. ConeggìarDo gti^ 
jflff, perchè Dante prosegue : queUa 
che dice i' unat l'altra di l'ènità ; e mo' 
slrs chiaro che le diversità son duoi» 
e non una. E. M. — l'er que^if dtutr- 
tifft inti^ndi le parti contraslaniì P. 

fl AdoUì^ino ìiì bmjìii htmf del 
cod. Vttt. Urb. ; la volgata è' tiUfiiii 
chf dia Vvna; ma Ùauìt ripiglia 
subilo i E però quHló tht dicea. E, M. 



1^ 



IL CONVITO. 



quello che dicea la p/irte che perdea : cfò ò nel verso eh' è 
it secondo dì questa parte^ e '1 terzo ' deJLi cunzone. Ad evi- 
dtìniù dunque deUa sentenzia della prima divisione* è da ^- 
pere che le crtse deonu essere denommaEe dall' uliìmit nobiltà 
della loro fornuì ; ^ siccome V uomo dalla ragione, e non dal 
sgusci, né da altro che sta meno nobile; onde qu^^ndo si àUici : 
V uomo vi Te re, sì dee intender»?, I' uomo usare la ragione ; 
èli' b sua speziai vita, ed atto della sua più nobile parte/ ^ 
però chi dalla ragione sì parte, e u3a pur ^ la parte sensi ti va^ 
hdh vive uomo, ma vive bestia; siccome dice quello eccdlen- 
tìssiiìio Boezio: « Asino vìve.* ì> Dirittaraente dìco,^ perocché 
fi pensiero è proprio atto della ragione, perchè le bestie non 
pensano, cbe non l'hanno; e non dico pur delle minori bestie, 
ma dì qyeHe che hanno apparenza umana, e spirito di pecora 
d* altra bestia abbominevole. Dico aduuque, ehe vita del 
mio cuore, cioè del mio dentro, solea essere un pensiero soave 



1 TiitiJ ì testi quarlOr Noi però 
DOrreggiotno tfrso tot signor Witte^ 
pefcrliè ìt* parole dell' onimo^ o1cé 
deilti parU the per dea , sono nella 
tana strofi felle Daiik^ al &uo modo 
chinina verno) della cannone E. M. 

i La volgata leggo va ; Ad evidenza 
dtiii<ìue dfitn licienza ec,, ^ il l''fl<)'ér- 
lini mterfjotravy : « affine duiiqtje 

* cho ì» scJìCDxa delta prlmn ilivi- 

• s^igne sia cviilenlc. ^ Ma il cod. 
n. legge defia smiÉnsia, ed è chiaro 
elle dee leggerai cq&L ¥. 

8 Intendi : Devono eesere deno- 
minate da quella parte Che e su- 
premamente noh'do nelhi Joro for. 
ma. P. 

* La qua) cosa^ cioè 1' naare fa giti- 
ne è la vita proprin delU specie del- 
l' uomo, «di atto della arni più n^tiìle 
parie. Questo è il tnemhfo che ri- 
sponde pili strettamente ti Ila prapo- 
ffìKione fonda 01 anta le del discorso. 
Ad intendimento perù della sna sen- 
tenza, ehe 5ta tra k« cosa «lelia pib 
alta metafisica, è da divertì in mente, 
che la vit^ non è altro che nna co- 
tale a?jone procedente djuMa compa- 
gnia delle pur ti eMenilull. Posto 



aduoque obi> le t^ose debbon e^ser 
nominata dall'ultima nobiltà delb 
loro formo^ o vegliarti dire> dalla 
piò nobile d'esse parti essmixiali, 
quondo si dicy 1 uomo vìvere, me- 
ri tu me ti te si dee Intenti eie, Ttiomo 
usare la ragione^ peroociiè qoeato è 
l'atto, cioè raiiuue piocedente dal- 
h &ùi piti nobile pcrte^ Cile è U ra> 
^uinaliù- P. 

^ Solamente* P. 

* AxttiO f-'iwe direlkijnente^ dica, pe- 
rticchè, U Uisclonl. Ma le parole di 
Boezio, allegale dall' uulore^ aond le 
dtitì sole mino mim; fverciò doveva 
emendarsi come si é fatto. — Ihrtt^ 
(ameni fi legga il cod Vat, Urb, K, M, 

^ Intendi; IHao propriamente;, di- 
cendo che, vive twsUa, perocché H 
pmmiero, emù la riQeasione, è propria 
ulta della raffioutf per die, cioè per la 
quul cosa, ie beiUe chs rioii tTuitma 
tuifà pematio. Oié^ se l'avessero, 
penserebbero, e allora nt>n sarebbe- 
ro bestie ; ed è ^ per la stessa legg e, 
cofv ca«e chiui^qtie non pensa cioè 
si pai te dalla ragione,, come segtto 
dicendo Dante, ribattendo terribile 
mente. P, 




TRATTATO SECONDO. 



135 



(soave è tnnto quanto suaso, cioè abbellito, dolce^ piacentCj 
drlcttoso), qticstt) pensiero * che se ne già spesse volte a* piò 
del Sire di cosloro, a eui io parlo^ eh' è Iddio; cioè a dire^ 
eh' io pensando contemplava ìo regno de' beati. E dico la fin ai 
cagione incontanente, perchè lassù io saliva pensandOj quando 
dico: Ooe una donna gloriar veéia^ a dare a intendere eh' io' 
era certo o sono per sua graziosa revelazione, che ella era in 
cielo; onde io pensando spesse volle come possibile m'ero/ 
me n'andava qufisì rapito. Poi susseguentemeote dico l' effetto 
di questo pensiero, a dare a intendere la sua doleezzaj la quale 
era tanla^ che mi facoa disioso dt;ì|a morte^ per andare là 
dov' ellì già; e ciò dico quivi : Dì cai parlava a me sì dolce- 
minte j Che i' anima dicea : V mm vo* gire. E questa è la ra- 
dice deir una delle diversi tadi^ eli' era in me. Ed è da sapere* 
che qui si dice pensiero^ e non anima^ di quello che salia a 
Vedere qmlla beala^ porche era speziai pensiero a quell'atto: 
l'anima s' intende^ come detto e nel precedente capitolo, per 
lo general pensiero col consentimento. Poi, quando dico : Or 
apparisce chi lo fa fttggire, narro la radice dell' altra diversità, 
dicendo siccome questo pensiero di sopra suole essere vita di 
me, cosi un altro apparisce^ che fa quello ^ cessare. Dico fug- 
gire^ per mostrare quello essere contrario, che naturalmente 
l'uno contrario fugge V altro; e quello che fugge, mostra per 
difetto di virtù fuggire. E dico che questo pensiero, che di 
nuovo apparisce, è poderoso in prendere me, e in vìncere 



1 L'ordUo dQÌìe idee è qui, secon- 
do me, afqiiafito scotìi pìgliiiU), Forse 
Dante fermò r^dla sua mente alcun 
termina di separfl^ione dopo ta psrcU 
difeUoiM/, fors* tinco prosegui do cs^n pn^ 
Foli, scrivendo: e dico di que»to p^jisk- 
ro €hé w ne già ee. P. — Puft anco dar- 
ai che più semplicemente &crivess« : 
e che ifuetto pensiero ae ut già ec. F* 

^Che perdi' ifi era cerio ec., CO«l 
luUl ì tPSlì ; ma quel jp^r che non h 
elle guastare il discorso^ e però, co- 
me vizioso innesto di qualche igno- 
ramte copista;, si è lavato. C. ÌA. 

sVale a dire, c>ia cì6 mi f&sse 
possi biJe. ¥. 




* L' anrore per i som vare confnsfn- 
ìie neMcttoH. I quali si ricordano dì 
qnelb di' egli aicsao na siabilito in 
sui finire del precedente colpitalo, 
alle parole: E a pmm *titefidtmm' 
ti} en.^ viene era a diro, che quei 
licn alerò che srtliT?a n vedere quella 
beata, non è detto ar*iino, non per- 
ché non lo appsrterjga, ma percbò 
non tì lutLa isi. Insomma egli é un 
pensiero deputalo a salire in ^Mù, 
da quel più ampio pensiero che lau- 
Itjfe ba nominato unimii, in contrap- 
posizione dello f girili. P. 

^ Qut&lQ, leggeva i^ prima edulpae. 
lì. JU. 



im 



Ih CONVITO, 



V anima Uè la, dicendo die esso signoreggia sìj cLc iT cuore, 
cioè ij mio dentrOj trema, e 1 mìo di fuori lo mostra ' in al* 
cuna nuova sembianza. Sussegoentemente mostro ia potenzia 
dì questo pensiero nuovo per suo effetto, dicendo cbe esso mi 
fa mirare una donaa^ e dìcemì parole di lusinghe, cioè ragiona 
dinanzi agli occhi del mio iatelligibile alette ^ per meglio fu- 
ducermi, ìmpromeltendomi che la vista degli occhi suoi è sua 
salute.^ E a meglio fare ciò credere air anima spetta,* dice 
che non è da guardare neijli occhi di questa donna per per- 
sona che tema angoscia di sospiri.^ Ed è bel modo rettoricOj 
quando di fuori ^ pare la cosa disabbellirsi, e dentro veramente 
s' abbellisce. Più non potea questo nuovo pensiero d" amore 
ìnducere h mia mente a consentire, che ragionare' della virtù 
degli occbi di costei profondamente. 

Capitolo IX. 



Ora eh' è mostrato come e percbù nasce amore/ e la di* 
versila che mi combattea^ procederò si conviene ad aprire 



i lo àimottrat la pr. etliz. E. M* 
*La ^Dtgjsta era: intHlfgittk pffet- 
ta. £ per fivgliQ ìnduvermi, impfGmet- 
Uuàomi ec. Si ^ dapprima corretta 
I iiliiìUsmo fff^m per nffetto, onde 
veniva Dsturitii nel discorso; poi 
col cod Uadd. 135 pilmu o col Vat. 
Vvh. si p tolEo queir ti malìiTnente io- 
tniso io tuul f;ll altri testi ^ e fior- 
di ti dio U perioilo come ^la ritìct^ssa- 
rlo pi?r lu boQna esprfl»!%ione deE 
penatelo. E M. — H l^cdenini spie- 
gn : dtfiaiizi a quei là parte d^Ufì^ tiìBtife 
In t}Hfìii* vitfìlfj dubita che invece 
di <'C*kf debba leggerai Qreccìd. M,x 
con buona pace del Pcderxinli la 
meta Fori e a frase orecchi dell' intelligi- 
htk ti ff etto non sj^rebbc degna di 
nari te, e d' altra parte la frase intel- 
iii^tbth affato sta a sìgnìncare quella 
fflCoHk della nienti;; la quale intender 
non quella ia qunle vuole. Credo 
ctie fffrlia stia bene fd ice il WittoJ, 
ma e ho sia erralo il mio. V elT&tto 
dì qneMo nuovo potente pensiero^ 



dimostrato agli occhi d(*f Poeto^ per* 
cho r osservi la sua intelligenzfi fin- 
tfUigibik i'fftUù) e la salute di chi 
guarda quella donna gentile, F.i 

3 Salute ìua^ cioè dell* affetto, P. 

*Sperta d'amore^ e percjó pcssU 
bile ad o'ssere allettata solo per la 
proposta d' un oggetto di merito so- 
vragrande, siccome tale da dover 
iS[3cero non solamente lei, ma in- 
sieme Itì care rimembranze della 
prima passione. P. 

s Acce Da a air impossibiìtlk di 
guardare quella donna, sema do^ 
ve me sospirar per amore. La qi lil- 
la f* una lodo incomparabile t coperta 
sotto la veste dei stia contrario. P. 

^ Di fuori, cioè oppiiren temen- 
te. P. 

7 f^are che abbiavi laguna della 
prc posizione &ìi avanti a tiìgìmmrt; 
se pure invcco di questo Éufluito, 
non deve starvi ii gerundio. P* 

8 Vedilo indietro a meiio il cop. ^ 
E. U. 



TRATTATO SECONDO. 



137 



la scntf^nita ut quella parte,* nella quale conlentloTio in me dì- 
versi pensamenti. Dico che prima sì conviene dire della parte 
dell'anima, cbè deir antico pensiero,* e poi deli'* altro, per 
questa ragione, che sempre quello che massimamente dire in- 
tende lo dicitore,^ sì dee riservare di dietro ; perocché quello 
che ultimiimt nte si dice, più rimane nell* animo deir uditore. 
Onde* conciossiacosaché io intenda più a dire e a ^«gi^]llare 
quello che V opera di costoro, a cui io parlo^ fa^ che quello 
che essa disfà, ragionevole fu prima dire e ragionare la con- 
dizione delia parte che si corrompea/ e poi quella dell' ailra 
che si generava. Vivamente qui nasce un dubbio^ il quale non 
è da trapassare sanza dicliiarare, Potrchhe dire alcuno : con- 
ciossiacosaché amore' sia effetto di queste ìnteUigenze (a cui 
io parlo), e quello di prima * fosse amore cosi come questo 
di poi/ perchè la loro virtù corrompe Tuno, e l'altro getiera? 
(concìossiacosaehè *' innanzi dovrehbe" quello salvare, per la 
ragione, che ciascuna cagione ama lo suo effetto; e amando 
quello,*' salva queir altro), A questa quistione si può leggier- 
mente rispondere, die lo effetto di costoro è amore^ come è 
detto: n ^' perocché salvare noi possono se non in quelli sug- 
gelli che sono sottoposti alla loro ^^ cìreulazione^ esso trasmu- 

Kicontreremo altro esempio mi trat- 
tata ni^cap S, tùM. 

7 Intendi I amore in genero^ cioè 
ogni amore P, 

s Ck)è, l amore dì Beatrice. P. 

* Cioé> r amore delia nuova don- 
na. P. 

J*> Concìoaslaehè U loro viriti ^ in- 
nanzi ptuUoBto Clio generare il 
ntiovo.dovrebbevolercafìservareil 
primo. P. 

n fkf,h pr. ediz. lù, M. 

is inlenilt: E amiindo goticral mente 
dascun^ cagione U ano affetto, a [te he 
in questo caso .<ialva| ù dee sulvarei 
qutìll altro, cìdé l* amnre dt prima. P. 

iS Le sumpe hanno : tome delta è ; 
pt rocche ec. Ma chi sappia btn leggo- 
rp ne' codici, vedni che se ne ntraa 
r e [non da spione che noi abbiamo fatta 
nei testo E. M» 

i'^ Alia toro, U cod. Rico. ; a foro la 
volgata. F* 



* Di quella pnrte della canzonai P. 
> Il [|imle per h gloriosa Beatrice 

lenea ancora la rocca della niènte. 
V. il cap. 2. R 

8P^r t'tilirQ, tuul I lesti MSS. e 
atampati con manifearo errore. E. M* 

*Ciofl quello che più dì tutto gli 
fi I il a cuore ciìe ftin inteso. K 

a Intendi : l^er in quel coso, sicco- 
me a me preme piii di dire e ragio- 
nare quello elle fa l'opera ù\ costoro 
acuì parlo, ctoÉle Intelligenìo mo- 
trici del cielo di Venere/ che non 
quello che essu opera dislb, era ben 
cnuvenÌQUte <ìii e e ragionare prima 
la condizione dello piirte che in me 
per loro si corrompe a, cioè ero dis- 
falla, e poi quello, cioè la condizione^ 
dell' altra partti Che lo me per loro ai 
generava. K 

* hi queslo luogo, e pocho linee 
dopo, Ciìrrùm^iìii non è usato nel 

> di Viziare t ma di A*/i*rr/ e n& 



13a 



IL CONCITO, 



tana* di quella parte eh' è fuori (ti loro potestà, in quella cJia 
y' è dentro, cioè dall' ajimio partita d' està vita, in quella eh' è 
in 'ssa;^ siccome la natura umana trasmuta nella forma umana 
ìit 'ius fjonsFTvazione ^ di padre in figlio, perchè non può in 
4550 padre perpetualmente it siio effeito óonstrvare;* dico 
eJTiltOj in quanto T anima e '1 corpo congiunti sonoj e non 
effetto in quanto qiiBll.i perpetualmente dura^ partila che è, 
in natura più che umana : ^ e così è soluta la quistione* Ma 
pLTocchè della immortalità dell' anima è qui toccatOj farò una 
digressione, ragionando fii quella; percliè di quella ragitmando, 
sarà hello terminare lo parlare di quella viva Beatrice beata^ 
della quale più parlare in questo lìtjro non ìji tendo,"' Per pre- 
poniraento ^ dìco^ che intra tutte le hestialttotli quella è stoì- 



i Esm trttimìilfttó dì qìielia parti! ^ il 
lEisE!ioni; tra^mttttinfì, corni Uani otite, 
il ^eoniido cod. MBr^laiio, ti Uorb. ^ 
|] ^ìjidfl. iSn BecoEjda. Iv M. — Tras- 
mtttfiHQ^ rrusportanoi aoitintendì ©s- 
Mt umore- l*^ 

^ilo^l sì dee |nti?ml£re «rvenuto 
IK'I KV'io di DanL^f eh ti OEsnndo partì- 
Va iti questa viUi 1' ^niniii di locati ice, 
ch'^i^ra J' obbiGtto dell'^imortì, Ilvìe]- 
l&]\ìgei\tG hoDù» IraspurEjVlo qQ#- 
st'obbititto iieir anima della nuovo 
donnn, la quale è (uttuviu jn queala 
vìu. tJiccbè rimane codclnso iticiLii- 
mente, non esstìr vero quello eliti si 
pftre nel dubbio, cioè che la virtù 
delle inteUigen^e c^Qrrompa T un 
amure^ tì l'Bllro generi; ma è dtt di- 
re piuttosto, die elij3 salva il primo, 
eom'è poasìbile, nella generazione 
dei sBCOndo* P* 

^ Cioè, il stibielto della stia conaer- 
vazìoiie. V. 

* Le slampe ei codici leggevano 
cnt iito cjfeHù Gùrwéfvarit e rM edit. 
miL dissero che pareva ìero doverat 
leggere it sm effetto- e Cosi disse il 
Pederzinl » perciocciiè stando olla 
a presente lettera, m' è al tutto in in- 
- lelliglbiffì quale sia questo juarA 
*> fHlù col qunii la natura umana de- 
1* ftiJera cnns4*rvoro etm padre, i» Ma 
poi gli edit. md. mutarono proponi- 
memo, e conforme U cod, Vat. W78, 



stamparono : penhè non può èsmi pa- 
ifre prrpi:tunimEnte cai gim t-ffetio fott- 
xen^are ; I pilo ne non punto ctjia- 
ra. F. 

s fantii^a lezione era : dim p/faitot 
in tfitfuntn t' fmintà t^t c^i'/io ctmgiwtti 
<ono ^ffùiii dt qtifUa eh' è partita per* 
pgiuafmfìiie dar a in natura più chi 
umima; ìa quale il Pe{lef?,ini vorreb- 
be} raddiizzare & questo modo: dim 
pffelfo in quutitn t' anima toi corpo 
cttngìwUif mmo e/fetiG diquÈlia; chef 
paTtitOf per pilliti Imenle dura l^ù, GII 
i^dit. mil.f i^e^uendo in parte il Cod. 
Vrtt* V778h 1 ossero : dka e/felto^ iti 
qunnio V anitmi col cor pò ^ conQiunHj 
sona effetto tli quetia che parpHualmen^ 
tsdarafdw è^piìrlititt m ttaiiira pia 
che umana. La lei ione da tntJ adottata 
è quella datane diii Witte^ per la 
quale ilt^oucetto voluto esprimer da 
ttante ésignitlcoto moito più ordina- 
tamente, ed è : che T anima e 1 cor- 
po, in quanto sono congiunti, «ono 
elTetto della natura omena; ma non 
sono elTello In quanto I anima, jnirtì- 
tti eh* è dnl corpo, dura perpiituaU 
mente in natura più che umana. F. 

^ I^on intende più parlare delli 
Deatrice^ vera decina in mme e in 
OJtsrt e coi fé ^ue giunture^ perchè Vtiol 
parUre della Beatrice aileitPUt^iJj 
cioè della Sapieni^a. F. 

" L» pr eéìt. reca queito pasio 




TRATTATO SECONDO* 



133 



tissftna, yiiissini<i e dannosissima chi crede^ dopo qiK^sta yita^ 
tiltra ¥ita ìvm essere; perciocché se noi rivolgiamo tutte le 
sfìrilture^, si *ie' fllosoO, cumu degli altri * savif scrittori, tiUti 
concordano in quf^slOj che in noi sia parte rdcuna perpetuale, 
E questo mnssi ma mente par volere * Arìsioiilu in quello Jel- 
r Anima; questo par volere massimamenlc ciascuoo stoico; 
questo par volere Tullio, spezialmente in quello libelfo 4eK% 
Vecchiezza;^ questo par volere ciascuno poeta^ ebe secondo 
la fede de' Gentili hììnno parlato; questo vuole * ciascuna legge^ 
Giudei, Saracini e Tartari^ e qualunque altri vivono secondo 
alcuna ragione. Che se tuiti fossero inganna ti, seguiierobbe 
una impossibili tàj cbc pure a ri tra ere ^ sarebbe orribile. Cia- 
scuno è certo che la natura umana è perfettissima di tutte le 
altre nature di quaggiù; e questo nullo niega; e Aristotile 
l'afferma, quando dice nel tjuodecimo degli Animali^ che Tuomo 
è perftìltissimo dì tutti gli anìmalL Gode con ci ossi a cosa cbò 
molti che vivono, interamente siano mortali^ siccome animali 
brutij e sieno sanza questa speranza tutti mentrcchè vivono, 
cioè d' altra vita, so la nostra speranza fos^t^ vana, maggiore 
sarebbe lo nostro difetto, che dì nullo altro animale; concios- 
siacosachfe molti sono già stati, che hanno data questa vita per 
quella : e così seguiterel>be, che '1 perfettissimo animale, cioè 
r uomOj fosse imperfettissimo ; eh' è impossìbile : e che quella 
parte^ cioè la ragione^ eh' è sua perfezione maggiore., fosse a 
lui cagione di maggiore difetto; che del tutto pare diverso** 



cosi 1 dilift qnals più parlars in questo 
Hbronon intenda: jwf propònivimto 
diCQ ec. 1 àae pufitì che fermano iì 
genso dopo la ijurola mtfndOf oe fan 
credere che Dante abbia scrino ; 
àflh quule (npatricc) più pnrlart in 
questo litro nùn intèndo (ed infatti 
più n on lì e par I a ) * Ptr prtptinijne nto 
dm^ che intra iaffi k bevlialilsdi quel- 
In è ntoUinnima ec. F.e quali ultime 
parole sono nome i] pre^ìmbiL^lo di 
tinello ch^in si?suUci«Ì ragiiinasul' 
lìmmortalttb deirtìniTna. U vcrbck 
preponi mentù per di primo irùtto da 
preporre, noit è netla OmBCOr ma 
nulladimetio è di buon conio. Forise 
rautora può avere naala la porola 




propommÈnta in questo senso. Co- 
munque però CÌ& aia, la maniere coti 
cui questo passi! è punteggiato nella 
volgata lezione non ci sodisfa. E. M. 

* Cosi col end. Vat. Urb. Lo lezio- 
ne volgata è d' tidri, E. Mh 

*Ciaè, ai mttnifi'sta di volere; e 
c09l di' negli altri luoghi seguenti. P, 

■ r* nel Sogm di Siipiùne, sublime 
frammento del ìib.^ldg fttpuHica. 
E. M. 

* QuEnfopttr podere, la pr. edìz. E. M. 

* Ritrufr-e I cioè , rupprestntare p 
(spom, dirt. E. M. 

« Divtr!i{^ qm val& s^m?*», sicfìomo 
là dove dtsae, Inf. VI, 13: ^ Ctràerr 
fier» crtidtk e ffirerm, «* K- M. 



no 



IL CONVITO. 



il: 



a dire, E ancora segui terebbe^ che la natura, contro a sfe me- 
desima, questa speranza nella mente umana pt^m avesse; poi- 
ché (tetto èj vM molti alia morte del corpo sono co^rsI, per 
vivere nell'altra vita; e questo è anche impossìbile. Ancora 
vedemo contìnua speritmza delta nostra immortalità nelle divi- 
nazioni de* nostri sogni j le quali essere non potrebbono, se in 
noi alcuna parte immortale non fosse; conci(5ssiacosachè im- 
mortale convegna essere lo revelante^ o corporeo * o incor- 
poreo che siSj se ben si pensa sottilmente. E dico corporeo 
incorporeo, per le diverse opinioni di* io truovo di ciò ; e 
quel eh' è mos3o ovvero informato da informatore immediato, 
debba proporzione avere allo * informatore ; e dal mortale allo 
immortale nulla sia proporzione.* Ancora it* accerta la dottri- 
na veracissima di GristOj la quale è via verità e luce : via, 
perchè per essa san za impedimento andiamo alia felicità di 
quella immortaliteli ; verità, perchè non sofferà alcuno errore; 
luce, perchè illumina ^ noi nelle tenebre dell' ignoranza mon- 
dana. Questa dottrina dico che ne fa certi sopra tutte altre 
ragioni ; perocché Quelli la n' ha data^ che la nostra immor- 
talità vede e misuràj Iti quale noi non potemo perfettamente 
vedere mentrechè 'l nostro immortale col mortale è mischiato; 
ma vedemolo per fede perfettamente; e per ragione lo vedemo 
con ombra d'oscurità, la quale incontra per mistura del mor- 
tole coir immortale, E ciò dee essere potentissimo argomento, 
che in noi Tuno e l'altro sia; ed io cosi credo, cosi affermo. 



1 Lefgi il principÌQ del sUBs&gueu- 
te ptiiodo, ed avrai chiaro ohe iti 
tu Ut i Ittstì vi a\ei di tetto ddls p^- 
rote mrportft qui sup|j|ile, VedU! 
Saityo, pai?. iW. E. M. 

* Goal Ea prima edii., li secondo 
cod. \Iatciaiio, il n^ib.til Val. Urb., 
ì (iadd. 3, V.iì 1B5 secùùdo. Il Bi- 
Goiom f;naiaEnente- dtifh iafarmatore. 
E M. 

s &5ia detto puramente ad onore 
del vero, questa argomento posto 
da Oante a dimostrare il damma 
snvraiin deh immortalila delle ani- 
me noatrCj non è altro fiiie un so- 
Garnx Pulsiamogli puro, che immor- 



tfiU convenga ensir Ìo nvtUnt» 9 
corpi^rtQ a incorporeo che im ; che so 
dice assolutamenle dì ogiiì nvotsn- 
te, può essere non vero. Quanto è 
poi della proposizìonOi che qud oh' è 
mo«c\ (itivero informnio, debba preh 
piyr Stólte aver a nj'fo iufQTtjiaiorffj éi- 
slln^uìamo. Se dice proporzione ri^ 
s^pettiva dell'atto, concediamo; 6e 
dice proporzione rispettiva della dU' 
rata del r esiste nza^^ neghiamoj, ps- 
focchè diversanienLe al leverebbe 
a Oio potenza dj muovere n£«suna 
co^a mortiile. t\ 

* AUumÌHaf La pr, edU. e 
codici. £. M. 



TRATTATO SECONDO, 



141 



e eosl certo sono^ ad altra Yita migltore^ dopo questa^ pacare; 
là dove quella glcjriusa donna vive, della quale fu V anima mia 
ìimamurataj quaiidu contendea^ come nel seguente capitolo sì 



ragionerà. 



Capitolo I, 



Tornando al proposito, dico cbc in questo verso,^ dB to* 
minciii : Trova contraro tai^ che io distrugge, inleTìdo mani- 
festaro quello che dentro a me V anima mìa ^ ragionava^ cioè 
r antico pensiero contro al nuovo:"* e prima IrevementQ ma- 
nifesto la cagione de! suo lamentevole parlare, quando dico : 



*■ Avverti di ùuQva che Dante 1d 
quMto libro usa assoluta merde r*r*o 
in Vtìce di ttrofa o nianza tàì canzo- 
net comeci^hà qeì traUoLo d^l Val* 
QttTe Ehiquiù, Ub. Ut oap. 10, abbia 
dipai insegnato die la ttauza diccsi 
av&r t'fitèi quando essa ba tllvtsjone} 
e dopo di questa visi h ripatizione 
dì ùóB^ Cloe di canto. Sicctiè, seconde 
una tsij doltrìna (ripEi'hila dai Trissi- 
uii lidia quarta divisionEi elicila &iia 
Póstica y È dell Tasso nel dialogo inti- 
tolalo La €ti^(dhtta)y veràv non sai eb- 
be vocabolo ainommo éistHnza, ma 
al bene un acdldenie di e^sa, Coiivie- 
ùft perciù dire che quando Uante 
scriveva il ConuitOf bencliè di già au- 
tore delle più beliti {panzoni cbe Bno 
allora fossero slatti composte nel no- 
stro idlr»m», non avecise ancora beue 
stobiiito quel mi nule Ongitaggic deJ^ 
l'arte^ che avrà formato dappoi quan- 
do uitese a Tarsi legislatore^ biella vol- 
gare eloqui li z^. E. il. 

^ Hildrniiti alla dienle, o lettore, 
che l antico pensiero, cioè quello 
che manteneva il campo per lii glo- 
ri osa {teatri se, Q diato anima, pei oc- 
cbs i' ultima stnlmsa delia mmle^ 
ùivi (ù mmeriiimefilOy si tsnea jser tisù. 
Ve<ìi CEip^ VII in Une. Che da qoe- 
st'ìJLiimui vogliam dire? general 
pcEisserocol congi.'nti(nenlo,sr[iarliva 
aito speziai pensici o a con lem pi are 



Beatrice ^er lo regno deli beati. Vedi 
ilcap. V[I a moizit, Chcquesto speziai 
pensiero «la r^tto fuggire da uo nuo^ 
vo, Il quaie {jer via di lusinghe tira- 
va l'anima a contemplare una nuova 
donna. Vedi ti cup, ciL in flne l\ 

^ La frase cotìiro al huqvO' potrebbe^ 
essere aggiuntiva di quali i a al so- 
stantivo peiiiisrtfj e allora lì di se or- 
sù piglia qu€sta sentenza: Intendo 
manifestare qutllo che dentro a tua 
ragionava l'antico pensiero eh' è 
co fi tra rio aì nuovo. t*o irebbe anche 
esprimere il termine dell'adone si- 
gtnlkata pel verbo ragionure^ ed al* 
lora la sentenza sarb i Iniendo ma- 
niteatare quello che l'antico pensie- 
ro dentro me ragionava contro dì 
nuovo. In tal qóso però, siccome il 
ragionare dell'antico pensjeroj cioè 
deliaci ima, e iutto^ come si vedrà, 
contro gli occhi dell' autore e non 
ad altro, bisogna dire che il propo* 
sito di Dante si conviene col fatto 
solamente per una cotal vìa indiret- 
ta., per quanto cioè i rimproveri al 
fdlo degli occhi coni prendono una 
tacita GonLraiLolb al iiuovu pensiero 
che gl'mdus,ie a fallire. P. — lo 
e redo che Danto scrivere cuniraria 
ni nuovo, come scrisse più volte a 
simil proposito nel c»p, IL e coal 
Icggenilo non v'ha d'uopo di sottW 
lizzare neli'interprnU^ioue. fi 



142 



IL CONVITO. 



Troica CóUlrarù M, che lo distrugge ^ U umtl penàierù che par^ 
iar mi suole D' un" anghla che 'n deh è coronata^ Questo * è 
quello speziale ' pensiero, del quale detto è dì aopra, che so- 
lea esser vita del cor dolente. Poi quando dico- U anima 
piange t si a.icor le 'n dmtsj manifesto raainia mia essem an* 
com dalla sua parie/ e con tristizia parlare ; e dico cbe dice 
parole lamentandosi^ quasi come si maravigliasse della subita 
trasmutazione/ dicendo : oh lassa me^ cqìm n fugge Questo 
pietoso ^ che m' ìia consolata f Ben può dir consoblaj che nella 
sua grande perdita ^ questo pensiero^ che in cielo salia, le avea 
data molta consolazione. Poi appresso^^ a scusa dì sèj dico che 
SI volgo tutto lo mio pensiero, cioè V anitnaj della quale dico 
quésia affannata, e parla contro agli occhi; e questo si mani- 
festa quivi: Denli occhi miei dice gmsta affannata^ E dico 
eh* ella dice di ioro e contry a loro tre cose : la prima è, che 
bestemmia l' ora che questa donna gli vide. E qui si vuole 
sapore, che avvegnaché più cose neir occhio * a un' ora pos- 
sano venire, veramente quella che viene per retta linea nella 
punta della pupilla^ quella veramente si vede^ e nella imma- 
ginativa sì suggella solamente, E questo è, perocché il nervo, 
per lo quale corre lo spirito visivo, è dirilto a quella parte; 
e però veramente V un occhio V altro occhio ° non può guarda- 
re, sicché esso non sia veduto da lui ; chts siccome quello cho 
mira riceve fa forma della pupilla per retta hnea, cosi per quella 
medesima lìnea la sua forma se ne va in quello cui mira;*" 

« Negli o^Ai, In pr. vtda. £. M, 
6 Per aUro occ^ro intendi l'occbto 
d" un'altra persùna, P, 



1 QusiiQ umii pensiero. P. 

* Speziale, il cod. Bflrb.,il secnn^ 
do Marc., il Vat. Urb,, i Gadd. 3J, 
134, 135 secondo; spirtiuaie, 1 Lesti 
sltìmpati ed alcutji MSS* II. M. 

3 Cloe, tenerci tuttavia oan esso 

*Cio€ dpjìii Improvvbn Iresmuta' 
ri (3 ne accaduta in bo. P. 

^ Inlgndi : piifto&[> pensìern, P, 

« Cioè mi irrtpasiiiiTietito nìr altra 
V Ita dello g1orìos:i neatrke. P. 

7 Ordina : Pel appmsao dliiOt t'he 
rutto lo mio pensiero, cioè l'uniniaji 
t^rjlla qujile tììcù tuteatu affftntmttt, si 
yoìgfs a scusJ^k [li st\ ù palla coiiUa 
gli ucchl. 1% 



10 La volgala era : la sua fórma n 
ne uà m quelh chi la mira; per ta 
quol le?.LOne^ osserva giusUmeiite il 
PeiJer^ìnì * bi viont^adire* dopu na 
]) bel aoUihzzare di lagioni , chei 
u r ne e hi mirante ù mirato d&U'cic* 
n cliio che Jù mira; cioè una mm- 
b lenza uffattu scempia ed iiiuLile ul 
n due orso, c?h è poslo per condurre 
n la raente del I et Li ire ad (lUendere^ 
» che dove l'anima beatemtiiju loia 

i> ohe mifìsta dt a ville gh occhi 

Ki ^uoi, la bestemmia slefis»a toma 
s ^oyììx ài 1my tì C'entra tori:!, per* 




TRATTATO SECO?fDO- iìZ 

ù molte yolte, nel dirizzare di questa linea^ ' discocca 
Tarco di colui, ^l qtiale ogni armn È leggiera. Fero quando 
dicOj che tal donna qU vide^b tanto a dire, quanto chR gli occhi 1 
suoi e li miei si guardaro. La seconda cosa, che dico, si è, che 
riprende la sita^ disubNdreiiza, quando drce: E perché noìi 
Cf'edeano ti me di lei? Puì procedo nlla terza cosOj e dice : che 
non dee sé riprendere dì provYedimentOj* m.ì loro di non ub- 
bidire; perocché dice che/* ijleuna volta di questa donna ra- 
gionando, dicesse: ** negli occhi di costei dovrebbe essere Tirlù 
sopra me, se ella avesse aperta ° la via di venire ; ' e questo 
dico qui : Io dicea : Ben negli occhi di costei.^ E ben si dee 
credere che l'-'tnìma mìa conoscea la sua disposizione atta a 
rrcevere Fatio di qtieata donna/ e perù Tie^"* temea^chfe Tatto 
dell'agente^* si prende^' nel disposto paziente, siccome dice 
il Fiios^jfo nel secondo ddl' A nima^ E però se la cera avesse 
spìrito da temere, più temerebbe di venire al raggio del sole, 
che non fareblio la pietra ; perocché la sua disposizione riceve 
quello per più forte operazioni*. Ultimamente manifesta V a ai- 
ma nel suo parlare^ la presunzione loro pericolosa essere sta- 



» che b donna non gli avrebbe v^. 
» (Juli, se essi non l'avessero gnar- 
n doto. Scrivi dunque: in quHiocha 
» {quui-to caso) eih mira, cioè in 
» queir occliio eh' è mirato da esso 
w occhio miratito, o Ma perchè, sog- 
giungo 10, ìntf omettere quell'elio, 
ch& vi fa cosi mal |iuo(^>? Non è 
et^li maglio leggere in quaiio cui mi- 
rti? b\ 

* Qyi tocca per incìtlenia il Tt*- 
qUÉTili&«iinocLiM:i,che, nello scoti Irar- 
si gli occhi insieme, le anlmn ri* 
mangono impìgliattt d' amùffi. P, 

' Iti tut$^ cioè hi iùro. E, M. 
^ Vote a dire, dipxopróvì^tdìmen' 
i9. E. M, 

* Ptrcechè dke : se alcuna fmtta ec* 
tutti i testi j ma è lezione ohe noti 
ha 3enso. E, M. 

d^Uti): caa^ i cod, Mrtrcinnl e i fiad- 
dUnì 13^* 130 secondo. L' edizione 
Biacìotit : TOfiimatidù dicati ^ E. M. 



fi Operata, la pf, edÌE. # iì codice 
Gadd. m. E.M. 

^ Cioè tanta virtù da poE^ro supe* 
rartnU se le fosse per gli ocelli mìm 
Apt^rta la via di venire a me, iHoà 
meco a contrasto. P. 

B Supplisci l'altro verso: De'slar 
Cd/wì che Ié mif pari ut;<^df^ P- 

* Intendi: conoAcea d'avere in sé 
pas!^ihilttà air atto di quosta donna; 
per tìire fuori di forma filosolk^tj 
£ii cDTioscea da meno di qu^ìsta don- 
nn. P 

5ft Le sUmpe leggono malamente 
not* tfìm'ft. Correggiamo hk ifmttn col 
co dice &t>Ciioito Marciano^ col Gftdd, 
8, 134, ras secondo, a col Vafe. 4778. 
E M. 

ti Tutti i testi liatino %fi ariEnlii 
ma non s'accorda con quello chQ 
segue, ciOi^ con pasvnt^ di fiiimero 
singolare. E. U* 

^^ Si prtnde, Cioè fa iTtimaucabll" 
monte il suo pieno etTi^lU». P. 



144 



IL CONVITO. 



tój" quando dice : E non mi miss^ eh' io ne fossi accoria. Che non 
miniÈSpr tal, eh' io ne son morta. Nan la mìrasser, dic^j colui 
di cui prima detlo avear che le mie pari uccide; ' e così ter- 
mina le sue parole, aiie quali rispoiid^ lo nuovo pensiero, sic- 
come bgJ seguente capitola si dichiarerà. 

Capitolo XI. 

Dimostrata è la sentenza di quella parte nella quale parla 
1* anima, cioè 1* antico pensiero che si corruppe*' Ora seguen- 
temente si dee mostrare la sentenzia della parte nella quale 
parla lo* pensiero nuovo avverso. E questa parte si cootienc 
tutta nel verso che comincia : Tu non se' morta. La quale 
parte, a bene intendere, in due si vuole partire; che nella 
prima parte, che incomincia : Tti non se' morta,^ dice adunque 



t Cosi il end* Barb,^ il M^rciAiio 
facondo, l Gadd. B^ l3Vt 135 secon* 
do, il Vat. Orb. e la pr. ediz. ft.terff 
falid, il BEsclonL E. M. 

1 Cioè ; iàj colà ntfjli o€Chi di q^itHa 
àontm nKJiti mimtwro colui {Amore), 
chi le mie pari (le antratìj uccide. 
E- M. . 

3 Credo per fermo che qui si deb- 
ba leggere corrompa; pomocdiè 
Dantk;, si 11*3* versi che nel commen- 
to, pone costantemente r azione pef 
modo di proavo te ,■ o più perciocché 
l'antico pcfiBiero a quest'ora pure 
BJ cDrrompea, cioè veniva adessero 
dJsfnttD, TI] a non ero per anche ; « fio 
ftìMe atflto già, non potrebbe pÈìi 
paTltìrCr Mf* far altro cb& sìa; eppu- 
re porla e drive sentire le parolB 
che gli soTio risposte* Cosi lo penso 
che forse fu scritto prima minute cof- 
r utili p alla laUuia.^ P. 

* In Lai modft le pr edi«., i cod, 
Marciani e i Gadd. i^^, VAo Mùotidù. 
Il Gadd. 'H lo wiOfO pAusiero; V edk. 
Biscioai : il min pen^ierù nuùm. E. M- 

s la tutu i testi MSS. e stampati sì 
legj^e : die nefla primi parte die ima- 
mintiti : Mira qiiant' eltu è pietfvsa ce. 
Ma ni>i ^dintiamo siCi:oiuti Giusta l^ 



corre^jono propesta nelle annotaxforkl 
d<?l Biscioni. K, M. — Sarà mio in- 
gannOf ma non po^so accomodormi 
aopra il pensiero di questi editori. 
Primierameiile m[ fa non poca dtfli- 
colta che lo sca niblo nel le parole della 
cannone, siccome non ha ragione in 
aomiglianza di c<aratteri, in ebuso di 
penna o simili cose, che il lasoias-^ 
sero poter ÈGmbrare opera di copi si i^ 
cosi dovrebbe necessariamente easc- 
re riputato a shadatygijlMe dtiir Ali- 
ghieri* E poi, come va a riuscire 11 
fatto della seconda delle due parti, 
nelle quall^ a hi^tv intendere ^ T autore 
hn voluto partire tutto il verso che 
comincia : Fu non *e' mnrta, ? Abbi a m 
da credere meramente che non ne 
faccia parola più di così ? Non sa- 
rebbe ciò centro V uso costantissima^ 
mente servato dair autore qui e cella 
Vita tiuùim? Oltracciò osservo cbo 
r autore qui poc" oltre, psasando a^ 
spiegare il verso Mira qwtntefitiè ec. 
Óh-e: Pai j cornee deitn, ciìm^ndu quet-^ 
h ce. Ma di graììia, quando ed in 
cbe luogo 1 ha detto? In fona dun- 
que di questi motivi parmi di gtudi^ 
care rrancamenEe. che ira le parole 
della Vùlg^tiì : nt/iki. prima jiaHtf cha 



TRATTATO SECONDO, 



fl5 



(eonlinuandosi all' ultime fjuo parali^) : Non ò vero che tu sin 
morta; ma la cogionej per che morta ti pare essen^j sì ò uno 
smarrimentu nel quale se* caduta vilmente per questa donM 
eh' è apparila, E qui è da notarti che, sfccome dice Boeiìo 
adta sua ConsuiazionBj € ogni subito mulaniGnto^ di coso non 
avviene senza alcuno discorrimento'* d'animo, s E questo vuol 
(lire lo riprendere di questo pensiero/ il qual si chiama spiritd 
d' amorcj a dare ad intendere che '1 consentimeutu mio pie- 
gava invér di lui; e cosi si può queste intendertì maj^gior* 
mente/ e conoscere la sua vittoria, quando dice già: Anima 
nostra j facendosi familiare di quella . Poìj eom' è detto, co- 
manda quello che ftire dee quest* anima ripresa per venire a 
!ei^^ e sì le dice : Mira quanta ella è pietom ed umilv,^ Duo 
cose sono queste che sono proprio rimedio idia temenza^ deila 
quale parea 1* anima passionata; ehe^ massimamente congiunte, 
fanno dilla perdona bene sperare, e massimamentti la pietà, la 
quale fa li^plendere ogni iiltra bontà coi lume suo. Per che 
Virgilio, d' Enea parlando, in sua maggior loda pietoso il chia- 
ma : e non e pietà quella rhe erede la volgare gente^ cioò 
dolersi deir altrui male; anzi ó questo un suo speciale effulto/ 



itieomitma^ e U parola JJirci ec., ài 
obbluno a dcaiiìprar© forse due iute» 
Te Lln€fì; \q quftli^ qojjnto aWa aDatùn- 
t^i si supplirebbero nìoHo rugloTie- 
vo[[D^nte, per quello che me ne 
sembra, a queslo modo: die lìelln 
primis parte che incomincia ; Tu oeti 
fee'iMortO, riprende l'anima di viltà; 
nefia t^^ondn h comanda que{h chi dee 
fare ptr i^^wre a kt, e qunln iVict3miri- 
citi ! Mira ec V, 

^ La lezione [:oinu[)C} à moiimenta^ 
ma poiché Boezio, flt cfìns, pkilùt. Il, 
(ir. ì^ dice: Omnig iudita mtitutm n;- 
rttm non ain^ guorfam ffuuni {tuctu mn- 
tingiittiiiìtìortim; perciò opinò il WH- 
te duverst leggere imtiamfnio. V. 

s CAol\ scirri mtìn^o di là dal tei- 
ini ne eonvenienlc, P* 

8 UUcndi : E la riprensione di ijne- 

sto pensìiero vuoi dire appunto qm- 

liin, mf)Q: Anima nostra, quuinio tu 

dici che le tue pari uccidile Chtì sei 

Pajtti:* — a 



morta, trascorri molto hingi dui ve- 
rOi perocché non sei occisrt ntì 
morb iDi ma aoJo La tua passiono 
delr antico amore, p. 

* Intendere* cioè, e ho il coiìsenU* 
mento piegava Invér di luì. 1^. 

^ Per tei) ira iei a sé tiict —per \'eni* 
rt ki a si in lei dtcf, 3 e edia, anlsclKi j 
p^r ventri a /*», « ti a lei dce^ gli edit. 
miL F. 

» La volgala ledo ne era : umik, 
che snrtQ pvùprÌQ rimedio aUft lemen- 
za ce. Ma aictiramenifi v'svta tra- 
spoolmenta di parole; poiché è 
d' uopo aver detto prima : Dtif tosé 
muti queste fciosS l' Ossero pietosa ed 
umile) per poter soggi oo gore, che 
mw prnptio rimedio ec. La legione, 
come venne da noi ordinalOt coire 
regolarmente con tutta chiartiia» 
E. M. 

7 Uui dee dirsi e/fallù, e non affeè^ 
ta, come vuole **^ Bi^'^oni. K. il. . 
4n 



im 



il CONVITO, 



^chB si chiama misencordin ; ed è pfissione,' Ma pletade' non 
u passione, an2i nm\ nobile disposìzkme d' animi», apparecchiata 
di riccYcrc amon'^ miseri cord m^ e altre cariifdive passìanL Pai 
dice: Mira anco quanto h Saggia e cortese n^Ua sua granfia zza. 
Ora dice tre eost% h quali, secondo quelle che per noi acqui- 
Slarti si pi>S5ono,'* massimamente fanno la persona piacentp. 
Dice saggia. Or che è più bello in donna, che sa vere? Dice 
cortese. Nulla eosn in donna sta più bene, che cortesìa. E non 
siano li miseri volgari anch<* di questo vocabolo ingannati^ che 
credono che cortesia non sia altro che larijhczza : chìì * Jar- 
ghezza è una speziale e non generale cortesia- Cor lesta e one- 
stiide è tult' uno: e perocché nelle corti anticamente le 
virtudi e li belli costumi s* usavano ( siccome oggi s' osa il 
contrario), sì tolse questo vocìi bolo dalle corti; e fu tanto ai 
dire cortesia, quanto uso di corte ; lo qtial vocabolo se oggi 
si togliesse dalle corti, massimamente d" Italia, non sarebbe 

* altro a dire che turpezza. Dice nella sua grandezza. La gran- 
dezza temporale, della qoale qui s' intende, massimamente sta 
bene accompagna tjì colle due predette boutadi; peroech'cirò 

. quel lume ^ che mostra il bene e T akro * della personal chìa^- 
ra mente, E quanto savere e quanto abito virtuoso non si pare 

' per questo lume non avere I e quanta matteria^ e quanti vii:il 



< Tutti I testi: mtnerknràift b pa^- 
xiaHe. M« leggi qiipMu ohf^S^gu&lm- 
metlbtatneiite. etl avrAi per sicTira 
Irt nostra corr^ilon^. K BI, 

* Fm pWatìe, ìe pr. c<lì?. 0[}i i\ 
|>eriiwrl postillò: m. Vedi fìnìVhif. 
l'uso della \'oce pipth *> E. M, — 
Dice rhe pie»?i noti è pn&iìorie> tnii 
iioft generale qualll?! passiva del- 
r^ikimo, BÌÌtL qiiak' rispomloivo (tmù 
TT* ittherìiinr'tlia ce l'. 

^ A drfll'rt-n^ii dì cnìelle che ne 
anno ilutìaio dalLi injlura. P. 

* r/iij il ecHl Rie. ; e, la volga- 
ta . F, 

* Perfine t'ih prftumnj vìzìqsb 
bzlrine di tutti i lesti, ohn grà ai 
V corr^lUì nel ''^flfl',7'0, pflg^ liO E. M. 

R R i'fittfo^ emù il mnlf, contra- 
riij fli htm, Korse qEi4?atn serve a 
Èp>egorc (\uel Iikiru dell'art/,, ove 



Dante, parSando delld gelva^ dfce: 
a Ma pvT traUar dèi bfn Eh' t>i trrh 
imi, Dirò iitW aUr« co^t eh' io p* hai 
acartp. » £ vak dire : ma per Irai- 
tare del iieno dì ivi trovai, ctoè 
di'ti' incontfo iti Virgiiio venuto a 
^accorrermi nel pt^iriglioso mio sta* 
lo, dirò dell idtru rose, cioè {Iella 
ense fontrarse al bene, eh* lo v'ho 
vedute^ Oiifili erano In lonir.a, Il leu- 
nf^. In lupa, E. M, 

t£ qwiìUtimìfeffnc qunntiiwsH 
si fiixufrnfftm^ Coni InUc le il a m pò 
con lezJono il cai ridicoli^ si è f^ià 
tocca t il (lel Sagtfio. piig. \w. Oio 
tf^nt-ndo fermo cdI codifij del buoo 
discorao che ttìaiifrii. Eia In vcr^ 
paróla, invece di wnftrri, perchè 
iJaiUe immediatamente aoKt^mnge - 
Mtf/lio larfiibr qHì miseri Oraaki ttmUi 
é ttoUi ec.^ notiamoi che! E7i;t in Imoeo 





TRATTATO SECONDO, 



147 



SI (liscernoTio per avere questo lume t Megfia sarebne nììi mì- 
s Ti grondi mMil, stolti e viziosi essere in tiasso slato, che nò 
in mondo ne dopo [a vita sàrebbon tanto infamati, Vr;ra mento 
per costoro dice Salomone nell'Ecclesiaste: « E un'altra in- 
j& fermila pessima vidi sotto 'J sole; cioè ri e che x 35 e conservato 
jf in male del loro signore. :& Poi sussequen temente impone 
a lei, Cloe all'anima mia, che chiamr ornai costei sua donna; 
promettendo a lei, che dì ciò assai si cùntenier.% quand'ella 
sarà delle sue adornezae accorta ; e questo dica quivi : Chs, 
i7» tu non V ingonni, la vt'firui. Ne altro dice infine alla fine di 
ijUt'Sto verso. E qui termina la sentenzia litterale dì tutto 
(|uello elle iu questa canzone dico^ parlando a quelle intelli- 
genze celestiali. 

Capitolo XJL 

Ultimamente^ secondochè di sopra disse la lettera di questo 
comento quando partio le parli principali di questa canzonoj 
io mi rivolgo colla f^iccia del mio sermone alla caììzone me- 
clesinia, *^ a quella parlu. E acciocché questa parte pia piena- 
mente sia intesa^ dico che generalmente sì chiama in ciascuna 
canzone Tomaia^ perocché li dicitori chi.^ in prima usarono 
di farla, fenno quulla^ perché cantala Ja canzone, con certa 
parte del canto ad essa si ritornasse. Ma io rade volte a quella 
intenzione la feci : e^ acciocché altri se n' accorgesse^ rade 
volte la posi coli' ordine della canzone^ quanto è al numero 
che alla nota è necessario; ma fecila quando alcuna cosa in 
adornamento della canzone era mesUero a dire fuori della 
sna sentenza ; * siccome in questa e nell* altre vedere sì potrà. 
E perciò dico al presente, che la bontà e la belle'/za di cia- 
scuno sermone sono intra [oro partite e diverse j che la bontà 
b nella sentenza, e la bellezza ned' ornamento delle parole: 
V una e T altra ò con diletto; avvegnaché la bontade sia mas- 
isìmamenle di lei tosa. Onde, conci ossia cosa che la bontà dì que- 



ir tnìsr^ kggono rf^ifdnK^fire ì coriki 
\Uu'\3^, Marti- ftecondo^ Gailti, a, 135 
■tuonilo, Vat, krS. E. U. 



1 Cine, alcuna cosa die nm\ entra 
u fnr porlo del fa smt^ms. della cao- 



im 



ÌL CONVITO. 



Sia canzone fosse malagevole a seiitirej per Ìi3 diverse persund 
che in es^n s' ìuducona a parlare, dove si richieggiono multo 
dtstiiuionij e la bellezza fosse agevole a vedere^ parvemi me- 
stiere alia canzone, che per gli altri sì ponesse più mente alla 
bellezza, che alla bontà, E quosio è quello che dico iit questa 
parte. Ma peroccbè molte Tolte* avviene che t'ammonire paro 
presuntuoso per certe condizioni, suole lo retlorico indiretta- 
mente parlare aUroi^ dirizzando le sue parole non a quello 
per cui dicBj ma verso un altro. E questo modo si tiene qui 
veramente; che alla canzone vanno le parole^ e agli uomini 
la 'nlenzlone. Dico adunque: lo credo, canzone, che radi sa- 
ranno, cioè pochi^ quelli che intendano te bene. E dice» la 
,cagione, la qual è doppia. Prima ; perocché faticosa * parli 
(faticosa, dico, per la cagione che detta è):* e poi perocché 
furie parli (forte, dico, quanto alla novità tlella sentenzia). 
Ora appresso ammonisco lei, e dico: se per ventura incontra 
che tu vadi là dove persone siano che dubitare si paiano nella 
tua ragione,* non ti smarrire ; ma dì' loro : poiché non vedete 
la mia bontà, ponete mcnie * almeno la mia bellezza. Che non 
voglio in ciò altro dire^ secondoch' è detto di sopra, se non: 
I uomini, che vedere non potete la sentenza di questa can- 
j zone, non la rifiutate però; ma ponete mente la sua bellezza, 
l eh' è grande, sì per costruzione, la quale si pertiene alii gra- 
ma ti ci ; sì per r ordine del sermone, che si per tiene al li ret- 
lorJci; si per lo numero delle sue parti, che si pertieue ammu- 
sici. Le quali cose in essa si possono belle* vedere, per chi 



* Fiate, la pr. eóit. K- M. 

' ì endici (j le Btainpe leggono Uit- 
to d' (iccoTdo fatiimnmmtp parii. Wn. 
la canzone In cui ni ha; ThìUù hr 
parb faticma e forff. ed il comento 
che qii] slesso rÈpJRlJa ; faikotti,tlko 
ptt la mi^fOH* ec.^ ci rendono sicuri 
della nostra emendo^tionc T\. M, — 
l'cr la stessD raptionei dicendo Pan- 
ie n«l]jJ can^.orte;,,-. io crfdo che sa- 
tffutio rodi Cotftr ec.^ io leggo col 
Vv*\U(* una linea s^pra radi auntnnrf 
Snvfi'e di vndisfino,{^om*è la volga- 
la. F. 

8 Cioè, prr le diwFMi ptrsont eht in 



€Ha ÉUnducónQ a parlare, dwe ti ri^ 
chifgs^not ntolie disthizhiìi. P, 

* Cioè, che ti si mcsLrino mal sicuri 
nel l'Intelligenza delEa tua SÉnli^nza. P. 

S 1)1 questa locuzione por menìe 
per ^wìsiderars, \nh {immn(fv{>rttret 
s; hanno Infiniti esempi ne' poeti del 
dn^ento e del trecento, ed è tolta 
daUn iingtiQ romana, ossìa de' tra- 
vptori. Ne fa uso andio iJ Bocrjic^io, 
E* M. — E gii anlichl lo costruiva» 
no, siccome ì hiìnì, coUViccusativo, 
per esempio : pmele tntnti} Ui IqA cu' 

Ben vedtn, chi ben ^«artfoi le pr. 



TRATTATO SECO?fDO. 



m 



bene guarda, K qui'Sta ò tuUa la litturalo sentenza ùdh pi ima 
cajaone, che è per prima vivanda intesa innan^L^ 

Capitolo XIQ. 



Poicbò la litlerale sentenza è sutlìdentemente dimostrata, 
ò da procedere alla sposiziune allegorica e vera,^E però prin- 
cipinndo ancora da capo, ditro clic, t^omc per me ìa perdutu 
il primo ddetto della mia animo, della qaide fatto ò menzione 
di sopra/ io rimasi di (anta tristizia punto, clie alcuno con- 
forto non mi yalea. Tuttavia, dopo alquanto tempo, la mia / 
mente, che s'argomentava* di sanare, provvide (poiché né il 
mio, né l'altrui consolare valea) ritornare * al modo che alcuno 
sconsolato avea tenuto a consolarsi. E misimi a * leggere quello, J 
non conosciuta da molti, libro dì Boezio, nel quale^ cattivo e 1 
discacciato,' consolato s' avea. E udendo ancora, che Tullio i 
scritto avea un altro libro, nel quale, trattando deli' amistà, 
avea toccato panile della consolazione di Lelio, uomo ec- 
celleulissimo, nella morte di Scipione amico sun, misimi a leg- 
gere quello.* E avvegnaché duro mi fosse prima" entrare 
nella loro sentenza, fmalmente v'entrai tant' entro, qtjanto 
l'arte di gramatica ch'io avea e un poco di mio ingegno 
iwìlea fare^ per lo quale ingegno molte eos^, quasi come so- 



Qii'n. e i cad. GadiJ. a, 135 primo* 
E. M. 

1 Vedi il iralt, 1, cap. 1. E. M, 
-Noto perfi, che unti parie thWn^ 
espiJSiiìone. do^ quella che lìfiiur- 
ùa l'nnUco amorfi di Deaifice ritic* 
UQ sempre Iq sentente kUcrale ; ^ 
pnrciò V ylJegtìrica ai attmde solo 
111.^1 ki porle del novell'ì amore, l*. 

5> Accenna n Beatrice, delta quale 
tia fallo meiijioue nel principio del 
L'^p. U. Il God. n. U-gge: di imita 

* S' ingcenovii, ai studiava. P. 

s Cioè voSgeifìii, E coal per votgsf-^ 
ài hisogna, secondo me, spiegare il 
vejljo foniif?r« in quG' versi del Purg.^ 
XVI, 83: » L'anima mitiplicetiti the 
mnutia, Sftht^vhv mossa d(t Usto Fat' 



tarf, VoUììUer hnta o aà die ia ifa* 
stuitfì. t> V. 

9 Ad aUegfjrff s l^QQcrt, le pr, edìz* 
e il rod. Oudd. Vài. li* M. 

7 Ciuè, essendo pri gì unterò e sbaa- 
dpgBtato. P. 

a Ad atkgan fiiniiOf se ur retta menta 
il Biscìorvì fVedi il Snt}gia,v^^' '2fJ. 
lì ecd. lìarb. porla la le^iorm da noi 
adottala; il Gadd. 134 ha nmìmi a 
Irgg^rt vd alhfjarr, come hanno p"Jra 
le pr. edi,«, E. M. 

fl Prmm, rbè mth prime. LI coti, 
Barb. nei fa prfm/i. Blvorsamenl*! da 
Lutti gli altri 1 cod, Gadd. 3 e Vat. 
4778 leggono questo passo così: ftJ 
tìvvegfìtiché durty mi fassó nefh introito 
di hro sentcH^fi, fìnahnmte ec. Kd tì 
oncU'eSisa buonii k^ìtione. ^. &!. 



i50 



IL CONVITO. 



ifnaiido^* già vcdm ; siccome nt^lla Viia nmva^j^ì pu6 vc?d*>ro. 
E siccome esser suole^ che !' uomo va cercando iirgetito^ e 
fuori della intenzione trova oro^ lo qtiale' occulta ca^iQue 
presenta^ non forse sanza divino imperio; io, che cercava di 
consolare me, trovai non soli mente alte mie lagrime rimedio, 
ma vocaboli d'autori e di scienze e di libri; li quali conside- 
randOj giudicava bene che h filosofìa^ che era donna' di que- 
sti autori, di queste scienze e di questi libri, fosse somma 
cosa. E immaginava lei fatta come wna donna gentile ; e non 
la potea immaginare in atto alcuno, se non misericordioso ; per 
che SI volentieri lo senso di vero 1* ammirava/ che appena lo po- 
lca volgere da quella. E da questo immaginare cominciai ad an- 
dare là ov* ella si dimostrava veracem<nUe, cioè nelle scuole 
de' religiosi e alle disputazioni di/ filosofanti ; sicché in piccd 
icnipOj forse di trenta mesij cominciai tanto a sentire della sua 
dolcezza, che'l suo amore cacciava e distruggeva ogni altro 
pensiero; per che io^ sentendomi levare dal pensiero del primo 
amore alla virtù di questo, quasi maravigliandomi, apersi In 
bocca nel parlare della proposta canzone, mostrando la mh 
condizione sotto figura d' altre cose; perocché della donna^ di 
cui fo m'innamorava, non era degna rima di volgare alcuno" 



1 Penai un poco il lettore quanto 
agi^iutUitttinPntP pf?r qviì^xti siniilitu- 
dine è signiRcaUi la qttnUl.h tenue e 
fuggevole à?il lume delle grandi co^ 
gmiEumi, n quale poleva èssere al- 
lora nella Tueiite deil' Alighieri^ e 
non potrli nm riconoscere qui come 
1u tanti nitri UiogtiU la mano del dì- 
vmo scrittore delia Commtfdta \\ 

« Ln (ftmlf, quartu ca^o, P. 

B Donna è detto DUggoricam^Tite 
per Aotjgefin. P, 

*CÌQé, veracemente T ammirava* 
E. JH. — L'edizione prìncipe Jegge 
lamirufm^ ed iù per me giurerei tes- 
ser questi) \ù vera legione, perocché 
»ola r*spflt>do proprirtrtienle ni teno- 
re ile 'versi e "dL^ll'eapusi^ton Ielle- 
fflle, Vai anche ae non fusso questo, 
{ittre che V azione la quale veramen- 
te può esser provocdid rta mm don* 
tia ctie tJ %i moiiOi Lulla gentile e 



mieericordiosai l>ene di^ve essere lU 
mirare volentieri^ nm non così d am- 
mirare. P. 

fi Avverti come Dante dice, che 
parlare palesemente di niosona iiem 
era d eg n n rima di vùl^jti rg * t im n n : 
»\*xUt' per l'una pai te e^li resti lo- 
ie il bloBimo alla lìmn, per ralhó 
lo Stende a tutti ì viitt^^ii, ]Ma pnì 
anche di qti^std si dovett' essere li- 
orednto, e forse per Jimmenda volle 
mostralo per éb ai secoli aw^Miiie, 
Che in rima ancora tLitto poteva il 
volgar nostro. Ora, che dunque do* 
vremo dire de! sopf^re o deliri fede 
di colerò, l quali^ anrhe dapo Dan^ 
te» Btimfirono e predicarirno lutto II 
volgare tome affo ito insuflìcieiUe al- 
l' espressione dell& coite un qualuii- 
(|ue poco elevate dEil bordine rnmi-^ 
liare? Tra i quah non so dimenlicrt' 
re Lcurisrdo Aretino, perattia &£!»al 




TRATTATO SECONDO. 



m 



fKiics&menle parioRi,' né gli uditori erano tanto Lene di- 
sposti, eliti avtósero sì It^ggiero* le non* fittizie parole ap- 
prese: né pur* loro sarebbe data fede alla si^ntenza veni, 
come Idia Ql tizia; peroceM di vero si credea del lutto, che 
dispasto fossi a queHo artiore, ehe ' non si credeva di questo. 
Coniint-iai adunque a dire : Vùi^ che^ ink'ndffnfiOj il terzo ckt 
fmwf^k^ E perchè, siccome detto è^ questa donna fu figlia 
d* Iddio, regina di tutto, nobilissima e beltissima* filosofia^ è 
da vedere chi furono questi movitori^ e questo terzo cielo. 
E prima del terzo vMOj secondo T ordine trapassato, E non 
è qui iiK'Stlere di procedere dividende, e a lettera spouendo; 
chéj vòlti! la' parola fittizia di quello ch'ella suona in quelli) 
ch'ella 'n tende, per la passata sposizìone^ questa sentenza fiii 
su ffleien temente palese. 

Capitolo XIV. 



A vedere quei lo die per * terzo cielo s' intende, prima si 
vuole vedere che/ per questo solo vocabolo cielo, io voglio 
dire; e poi si vedrà come e perchè questo terzo e te lo eì fu 

* Qii&:&ttì pBaao giace b^&&\ scon- 
volto nelld gitampe & nei codici. Ec- 
coJo seconda il tpato HiscìDiii : né 
Miireblìti duta loro ffde nilti santen^n 
vtTfì ùome alia fittizia; pariKdìè di 
rem li crrdea dH tnUù, i'he disposto 
fosse n qti^Uo amort fic. Noi JibbianH» 
riordinale le parole per tncdo che 
il senso ne uscisse ciliare, aggluti- 
gendo il per iu nati zi a Uro, che na 
delfirmhiu \a tona. Lo correzione di 
faste in fùwù ci venne stonjmtnlsLr^' 
te dnl secondo codice MarciPOOK 
i:. M. 

■ Ciué : it che, l'i guai anta. ìù, M. 

*' Coisl i cod. Gadd. t34 tì i:^ Be^ 
coMdo (ed U cod. Rice), L' edlz, 
Uiàciooi : uobiltisima v feliciinfimti, 
E. M. 

^ Questo fa e mancante in tutti 1 
leali a pennii ed n stflwjpa. K. M. 

ft Ctui par io ternù cieloj lu pr, cdiz. 
E. M. 

» Chf ptìr chtì^oiti, lai quid. K, M. 



valofoso Jtì Itera tOt che nella Vita wp- 
Ijunto dell' Aligli! eri pone qtieaie pa- 
role »l gG^nvcTìienii ai caso: u hi 
N poiché déila qualitò dtri poeU nb 
i biamo detto, direniu ora dei no- 
n Die, pel quaie nncoiu isicompren^ 
I* derii ia euslan^a: e contuua^hè 
1 quette lìfen cast% die unti dtrn it pm- 
■ san& in t>ùtgitT9 idioma ^ puri? m' in- 
t gfgnerò di darls nd tntttidere. ■ K 

* Portare^ cosi lutli i tatti ; ma a 
noi sumbra errore é\ legione, Jl si* 
gnor WiUe propone la bello emeu* 
dazione pùnare. L. fa. 

* leggiero per legger mtttlf, te pr> 
ediiL ed il coti Oadd 1Hi, {eggicra; 
il cod. Gaiid, 135 primo kfjfgwH, K- 
M. — Kd il cod. Iti e, dì kgtìitro^ !'• 

8 Ls ^ttizm^ cosi sia in. lutti i te- 
si u Nok però accettiamo ia correzio* 
ne deJ Dionisi (Anedd. Il, ppg. K1). 
K non fìtlizii parolet ò quanto dire, 

vem senso miì tìscotìo sotto l'ai-' 



Mìt 



IL CONVITO. 



inestiere. Bìci» die per rìdo intendo la scienza e (ji-r rt>Ii [a 
scienze, per tre similitudini cbj i cirli hanno cdJLì scie^nxej 
masslmanfiente per T ordine o numero ìli cIig paiono conve- 
nire; siecùme^ trattando quello vocaboliij cioè terzo^ si vedrà 
La prima simìiitudine si b la revoluzione dell' uno e dcir altro, 
ijilorno ad un suo innmaliiK Chi» ciascuno cielo mobile sì 
volge inlornu ni suo centrOj ìì quale quanto per la suo mo- 
vimento non si muove; ^ e cusì ciascuna scienza si muove tu- 
turno al suo sugge tto, li> quale essa non muove; perocché 
nulla scienza dimostra io proprio sugget£o, ma presuppone 
quello. La seconda similitudine si b lo illuminare dell' uno e 
deir altro. Che ciascuno cielo illumina le cose vìsiliilì; e cosi 
ciascuna scienza illumina le intelligii>iii. E la terza similitu- 
dine si è lo mducere perfezione nelle dispuste cose. Della quale 
induzione, quanto alla prima perfezione/ citè della genera- 
zione sustanzìaU% lutti li filusofì concordano che ì cieli sono 
cagione; avvegnaché divcrsamenle quesl» pongami: quali dalli 
niotorf,^ siccome PlalOj Avicenna^ e Algazel; quali* d;j essa 
stelle (spezialmente V anime umam), siccome Socrate, e an- 
che Pialo, e Dionisio accademico; e quali da virtù celestiale, 
rhe è nel calore naturale del seme^ siccome Arislolìle e gli 
alli i peripatetici. Cosi della induzione della perfezione seconda^ 



1 Inlcndi ; il qua! c*;nOo, per tuUo 
quella che al possa imputare aH'cffì- 
cacla del movimento Oet sito cìelc*» 
non eì muovo ; e però esso centro i»i 
è per lutt'allra ragione. 1^ 

^ l'icordlsi il If Uoro b [toUrtna 
posU da Dante al cap. XIU del 
tra ti I, óiqèj clic duo per regioni hn 
l'uomo, una prima ed unii seconda: 
la prinxi lo Fii esscfc, la seconda lì fu 
esser ^jono. Oro dico che comtj 
T cieli danno la prima perf(*iÌone, cosi 
le scienze danno la st-conda P. 

4 É un costrutto^ come si dice, ilS 
ragione; a bbogria che la rrsetatedel 
letiore supplisco nioUe idee, come 
se fosse scritto co&l : quali dei Ilio- 
fiofl pongono che i cteìl sieno cagio- 
ne, per >irlii proveniente (IjjIIì mo 
lofi, siccome rialt} ce. K cosi di' 
negli diri casi sc^^ucntl 1\ 



* Tutti j testi qui pongono ^i quali ^ 
e poco dopa i quali da virtù cdestiate, 
Ma il pronome gfra/tf stando In ItìOgo 
di altro, J opporgli T articolo è sole- 
cismo che stravolge la sentenza, flo- 
me di giri si noUto nei Saggia^ 
pag, 13i Avverti, die ove un po' 
sopra è detto ^ nvpegftaihi ttiutrtO' ' 
mmt? questo pfìnffmm^ è torza per lo 
meno sottintendere derivare. E. M. 

e Tutti i te^tì qui leggono: dcUtt 
prrfFzhiie, iccifjM^/tì ie siteitzf. Ma per- 
chè ii parallelo tra i cJeli e le? scien- 
te procedi regotirmenle, dopo aver 
detto eli e i cidi iom cngiom deltrt 
prima perff:stont, è necessario a^g- 
giungere che k sdinzt sono cagione 
Isella perfezione stmtiita. dò n& h& 
persuaso, che la lezione di tttttl t 
testi era concordemcnfe sbigllatu* 



TRATTATO SECONDO» 



153 



Itì sdenze yQiìo c-ìgìoni in uoij ppr l'abito dellLvqiiftH pò temo 
ta~verìtù speculare,^ eh' è ultima perfezione nuslraj sic conio 
dice il Filosofo mi sesto dell' Eticiit quando dico che '1 vero 
è 'l bene iJello intelletto. Per que?tL', con altre similitudini 
molte/ Sì può ta scienza cieb chiamare. Ora perchè terzo 
cielo sì dica è da vedere : a che è mestiere faro considera- 
zione sovra una comparazione * eh" è nell' ordine de* cìell^ a 
quello delle scienze. Siccome adunque di sopra è narra lo^ li 
sette cielij primi a noi, sono quelli tlelh pianeti; poi sono due 
cfelij sopra questi, mobili^ e uno, supra tulti^ quieto. Alli sette 
primi rispondono le sei te scienze del trìvio * e del quadrivio; 
cioè gramatica^ dialeltlc^j rettorica, arismelica, musica, geoj 
molria e astrologia Air ottava spentj cioè -dia stella ta^ risponde 
la scienza naturale, che fisica si chiama, e la prima scienza] 
che si chiama metafistca ; alla nona spera risponde Ja scienza' 
morale; e al cielo quieto rispfmdc la scienza divina, che è 
teologia appellala. E la ragione per che dò m, brevemente 
è da vedere. Dico che 'ì cielo della luna culla graraatìca si 
somiglia, perchè ad essa si può comparar{^ ; che se fa luna si 
guarda bene^ due cose si veggono in essa propie, che non si 
veggono neir altre stelle : T una si è 1' ombra eh' è in essa^ la 
quale non è altro che rarità del suo corpo/ ulh quale non 
possono terminare i raggi del sole * e ripercuotersi cosi com<s 
nell'altro parti; T altra si è la variazione della ^ sua lumino- 



* QtiBS^ì dica 1 pti^rcioctihÉ per I obi- 
to di esse s^clenzi^ pot&mo rc. l\ 

1 Cosi le pr. edU-, I cpd. Maid U 
VaLUrb., ì Gadd, 3, 134, (35 primo 
eUUajb. L edizione Biscioni: Per 
qtifiln^con ai ire siTnilituditu\ mdlQ si 
può h utenza &c. E.M. 

>7uni i tesU MSB. g stampnU, mù- 
kimcDEej. oprraìiions. Vedi U Sdjygjo, 

^ Scimze del trivio chUmavitnsi al 
tf^mpo di Dante la grammulica , la 
retlorlca e la itjulcttjca ; dd quadri- 
tu) r^rUm^Uca^ b mu^icjì, la geo- 
metria e r astronomifl. Lu Giusta alta 
ìoce tiivio tUtì tua latti ente questo 
Bì^emijio di Daiìto^ e lo conronile col 
lui go c>Tc rbjHmiJciio tic Eliade, AU 




sn le varie cy finse sìgtìifl^iizioni che 
le piifoFe tfiviù e quQdrivia ebbero 
ne'secoli bussi; pii6 veds^J^sf liti ìq- 
grgriijsa 3!&moria dell' arciprfité Lui- 
gi Nardi ao/jr« akum psraf*? italinuB 
onliihe fd un ìwago di (ianlgf PurQ.j 
XXXtr 130, insentiì net (liarhfiU Ar- 
ttaiiicù di Roma, vulumo d^ diCi mbre 

* Dante medcairai^ per bocca éì 
Re a tri ce nel canto 11 del Pafitditù 
confLiU questa ofìnione, dal v. tì| 
t\Tió olld Hiie del eutito. E. M. 

«Cioè: giungere ai t4?rnjUie o al 
Tondo di quella rari lo, ombrEij, a^curl- 
tìì E.M. 

7 AViIrt SUI Ittmhto^itàj la pi, e di 7» 



154 



IL GONVIfO, 



siiti, che ora luce da un lalo^ e ara luce dair olirò, secondai 
cliB '1 sole la yiide. E qUE^ste due propri (ita di lin la grama tìca; 
che, per lì sua hiQiiìtade, li raggi della ragione hi essa limi 
si terminano in pnirte, spezialmente de' vocaboli : e luce or di 
qua or dì là^ in tonto quanto certi vocaboli, certe deoHna- 
idonij certe costruzioni sono in uso che già non furono, o 
molte già furono che anco saranno ; siccome dice Orazio nel 
principio della Poelria, quando dice : « Molti vocaboh rino- 
. sceranno,^ che già caddero, i^ E '1 cielo di Mercurio sì puù 
comparare alto dialettica per due propielà; che Mercurio è la 
pili pjccofa stella del cielo ; che la quantità del suo diametro 
non è più, che di dugenlo treutadue miglia, secondochè pone 
Alfergano,* che dice quello essere, delle vent' otto partì, T una 
del diametro della terra, lo qnol è sei mila cinquecento nii-: 
glia: r altra proprietà si è, che più va velata de' raggi deP 
sote/ che nulF altra stella. E queste due proprie tadi sono nella 
dialettica ; elle la dialettico è minore in suo corpo^ elio nuiraltra 
scienza ; che perrettameute è compilata e terminata in quel 
tanto di testOj che nell'Arte vecchia e nella nuova* sì trova; 
e va pili veìata,^ che nulla ^ scienza, in quanto procede con 
più sofistici e probabile argomenti, più che altra. E 1 cielo 
di Venere sì poù comparare alla rettorica per due propri e - 
tadi; runa sì è la chiarezza del suo aspetto, eh* è soavissima 
a vedere più che altra stella ; T altra si è la sua apparenza, 
or da mane, or da sera. E queste due proprietà sono nella 
rettorica; che fa rettorica è soavissima dì tutte T altre scien- 
ze^ perocché a ciò princii>ai mente intende.* Appare da maDe^ 

1 Goal leggot^o assai he ne la priniu scusU soUo 1 raggi ilei staile, e con- 



cdì?.. e i codi Marc, e i Gadii. 3, 134, 

'Cosi correi La meo te. Tutte ìù 
stampe hanno Aifugmm. E. AL — 
Aifergano ù Atfra^anQ, celebro fistro- 
nomo aruho det aec tX, gobÌ chiama- 
lo tini !a citta di Fergana nella Sog- 
dinnu, dùiid'era nativo, acrme variii 
op«re, e fra le altre un' ìutrothtzir^m 
ail'mtrQHomin, ctie è un compendio 
di tutto ciòt^lie i Greci avevaoQ gcnt-^ 
lo H1I questa ^leiizfi. R 

* Ciu^f va più i^up^rtu o quusi uà- 



4eguen lem ente è menò cti«pji!iia che 
nijlJu altra sioJla. l», 

* (jMCsto (lovcW* (fssere il titolo ùi 
qua! elle od ti co trattato di dìaletU- 
ca, P. 

* Citjè, è menu ovìdeaio, 1», 

^ Cìif tiuU' aUr{t acittiza, la firlma 
(jdi^ e II cod. Ga4<L 135 secondo. R, U. 
^ Probntili, e parò noti certi. P, 
9 Ad aasere acBViaaima, cic^è ad es- 
Bere quanto inai fjossa abballila, 
dolce, placenta e diltìtt^isa, e per di- 
re a Qiudo iioalrOp persiuadenle. P. 




TU ATT AIO SECONDO, 



155 



quando dinanzi al yì&j dell' uditore lo retlorico parla * apparti 
da sera, cioè retro, quando la Itìttera/ per h parte remota, si 
parla per lo rettorieo. E '1 eie io del sole sì può eompararq 
all' arismetJca per due prepletadi : V una si è, che del suo lume 
tutle le altre stelle s'informano; l'altra si è^ che rocchio 
3ol può mirare. E questo due propìetadi sono neir ammeticaj 
e he del suo lume tutte le scienze s' alltiniinano ] perocché i 
loro .mggetti sono tutti sotto alcuno numero considerati, e 
nelle considerazioni di quelli sempre con numero sì proceder 
siccome ' nella scienita naturale b suggetto il corpo mobile^ lo 
qual corpo mobile ha in sé ^ ragione di continuità^ e questa 
ha in sé ragione di numero infinito. E della naturale scienza, 
la sua considerazione principalissima è considerare * li p ri nei- 
pìi delle cose naturali, li quah son tre^ cioè materia, priva- 
zioue e forma ^ nel lì quali si vede questo numero, non sola- 
mente in tutti insieme, ma ancora in ciascuno è numero/ clji 
ben considera sottilmente. Per che * Pittagora, seeondochè dico 
ArìstoilÌL; nel primo dulia Fìsica, poneva i prìncipi! delle cose 
naturali, Io pari e lo dispari; considerando tutte le cose es- 



t Cioè, qwiiiào pfr tciUfrtt fossi a 
per iscritto) dti parit remata f lontana 
da colui a cui ìl parlare è diretto) d 
paria puf io rttionco. E, fliK — U CckÌ. 
Il, Ifiggo dalta lettera. F. — lo mlÉn- 
d^rei piiiUoBto il lesto iiq*l : quando 
ta ietterà (qui pcrsoniflcalttj per la 
ptirt9 Ttmoiit (111 paesi? sf fJàrDto e ton- 
ta no, preti d ti h do ji^r come preposizio- 
ne ili luogo) sì fé non n sen/ii l' oc- 
cent ) pfi rt ri pR r t*jrglin riCQ { pur \o i 11 
Ber V iglò ed in ¥ec« tleì reUoricoJ. K 

^ Questa ciauspia la aegUt^nli; che 
ef>m»»cia E ddla naiuraUf portano 
Como tulio oQ corpo d GSampifì lo 
due |wrti rispijjidenti alle due parti 
éeiìa prò posi 3t IOTI e» cloò, che 1 sog- 
£|0Ui ÌLdi3 sci e Elie sono tu Mi soUo 
4ÌCUJ1 Jiuiiicf coQsìdofallj e che nel* 
II* considofaìioui d^' soggetti dulie 
sciti nste, (scmi»itì con n uni èro si pro- 
cede. Egli era dui^quc buntt non par- 
li ro queste <]uo clauioie cosi t>er 
(^unto fermo, 1^. 




s Così ìù pr. edi^- e ì cod> MarciAol 
(ed il Wicc). n Gadd, 134 ha in é ra^ 
Stoni ; 1* edi?.. Biscioni : ha in tre rtì- 
gìani di toniiìuttih ;ù prosegue, ma- 
l^m4?nte ptìntfggiando: é questa M 
m eè ragioHt di tmmtro itifìni{o,e dulia 
tttitarah seiensu. La sua coìwdera- 
Siam prìfaipalisiìmti eo- E. M. 

*Cloé: ta principalminìa conside- 
ra siam della jiatifrtde scienza è cotw- 
derare ec. l^orse va icvalo dal testo 
quel aua, sema di cui la costeuiione 
corre più spedita. KM. 

- Dice che in cÉsacuno de* tre prin- 
cìpii e numero; tbrse perducdaà 
DE?l1o co6e corporati pare ehe ii'isn si 
possa in L« ode re riè malora né Tur ma 
stihza composizione, e contcg^L^Eii^- 
mentB ^n^a numero d! parl^ ; ti co.^ì 
che non Si posso intendere |irii«fuia* 
w senza alcuna idea di numero teU-^ 
tivo per akun modo delle parti com- 
ponenti l^ 

A l'er k qua! cosa. P, 



J56 



IL CaNVlTO, 



sere itumoro. L' al Ira propieto del soie ancor ai Tetto nel mi* 
merOj del qunl ^ hV arismetica^ che 1' occhio ddlo 'nttVllctlo noi 
pilo mirare; pentcchfe il numero^ quanio è in so considerato, 
è iiirudlo : e questo non putemo noi intendere* E *1 cielo di 
Marte si può coìnparare alla musica per due propietà : V una 
SI ò 'a sua piò bella relaziione;- cliè annumerando i cieli mo- 
bili, da quniunque si cominciaj o dall' infimo o dal sommo, 
esso cielo di Marte è il quinto; esso è lo mezzo dì mtti/ 
cioè (leliì primi, dclli secondi^ del lì terzi e delli quarti; l'altra 
si èj eh' esso Marte disecca e arde le cose, perchè il suo ca- 
lore è simile a quello del fuoco ; e questo è quello per che 
esso appare affocato dì colore/ quando più e quando^menOj 
secondo la spessezza^ e rarità delli vapori che 1 seguono; li 
quali per loro medesimi molte volte s'accendono, siccome nel 
primo disila Meteora è determinalo. E però dice Alhumassar, 
che r accendimento di questi vapori significa morte di Regi 
e' trasmiitamento di Regni ; perocché sono clTettì della signoria 
di Marte, E Seneca dice però, ehe^ nella morie d'Augusto 
imperatìore vide in alto una palla di fuoco. E in Fiorenza, nel 
principio (Mh sua distro zioiie,* veduta fu neli' aere^ in figura 



1 tuteTidirt^cl qiJiiI Dumero b Eden- 
za V ori ime ti e a* P, 

■ Cìoèj r essLTc la Run rt^laziono, fa 
più beUu ai tutte che s'ahhìwno gli 
flttrl cieM mobili in ù\ hrn, M. 

* liUendi : Mc^iq ùi tulti i cieli mo- 
bili^ cioè de' [uiculjclie scpn fctimiM* 
cianilo a conuire insicittemcuie JuUe 
due estromUii) il ciclo della lyiia e In 
nonaì^perfì; de Bccuodip che sono il 
Cielo di JMercurio e Imitava «fie- 
ra L^C. F, 

^Cohrtè r ottima lezi un e de' co 
dici Idorctuni, che %' accorda ctm 
quellt» che Danio dice nel Purfj.nti 
Tùtueg^iare di Uni l^.{\iiùì lù iioLu&eg.) 
E nel /'a n, XIV, SS r * Jìen m'arcar- 
l' io c/t t ari* jiriì levato^ Per T tiffactitu 
riio tìtftu xtfUaf CAe mi pareti ptù ro§ 
ffiodK l'uiata. »• Le stampe invece di 
ìiQiorB leggonu cabfE'. E. At> 

fi Nel Parf}.f n, ia : « Ed nco^ qml 
tuipti^uoittl muttmo Per gii grossi 



^ Permdìè, lì Blaauiii mùlarncnte. 
lì. M. 

8 Crede ÌL Pederzìnì cbe per prin- 
cipio delia dÌÉtrUZron di FirtH^e ìn- 
Icndìj qui Diinte la vmìiìà in que&ta 
cHtù; di Carlo di Vaiois^ La quale, sfr- 
cendo Dino Compagni, fu Ji'4 di no- 
vembre 1301, e lispeUo dUq quale 
questo stoi SCO rflccontd che a io nem 
I» oppnrì in eido an seguù mafiwigUo- 
n 30, ti quah /u tiita ctocc trrifiiffliit 
p sopru ti pula ff io iìd Priori, b Ma 
poicbè dal oiotlo con ctii Donle si 
t'È|>sime fil rileva non parlar egli di 
la ILO rece lUe , ma avvenuto da mol lo 
U'mpo, io credo cho qui Intetido al* 
Judiint aiU disìrusiioEi di fireiute 
camme^^a da Totila (da kiUt gli an- 
iLcbi contuso con AUilaj, dì tìlie fa 
pUL paiola nella CutmttfJia^ ìuL^ 

XUI , 1 V8, dicendo i a fei l't rr- 

fondar tto ^avra 'icentr cU? d Aitila 
rimane t u l\ 



I 



TRATTATO FECONDO* 



157 



(V una cn)ce, gr.inde * quantità di questi vapori seguaci della 
stella (][ Marte. E queste due propietadi sono nella musica, 
la quale è tuun relativa, siucDmc si vedo nello parole ormo- 
nixzale e nelli cantì^ de* quali tantu più dolce armoma resulta, 
quanto più la relazione è bella, la quale in essa scienza mas- 
simamente è bella,* perchè massimamente in essa s'intende. 
Ancora la musica trae a se gli spiriti umani, che sono quasi 
principalmimlf, vapori del cuoréj sicché quasj cessano'* da 
ogni operazione; si ò l'anima intera* quando l'ode, e la 
virtù di tutti ^ quasi corre allo spìrito sensibile che riceve il 
suono. £ '1 cielo di t^tove si può comparare alla geometria 
per due prt»prietà : V una si è, cìie muover tra due cìelij re- 
pugnanti *^ alla sua buona temperanza ; siccome quello di Marte, 
e queUo di Saturno; onde Tolommeo dice nello allegato libro, 
elio Giovo è stella di temperata complessione/ in mezz^' della 
freddura di Saturno^ e del calore di Marte: V altra si è; cbe 
intra tutte le stelle, bianca si mostra, quasi argentata. E que- 
ste cose sono nella scienza della geometria. La geometria si 
muove intra duo repugnanti ad essa ; siccome tra '1 punto 
e 1 cercbio (e dico cerchio largamente ogni ritondo^ o *iorpo, 
superficie); cliè, siccome dice Euclide, il punto è principio 
di quella,^ e, secondo eh' e* dice, 11 cerchio è perfettissima 
figura in quella/ che conviene però aver ragione di fine; sic- 



* Grandi nnimay la pr. edìi. E. M< 

* Le prtToSe, la quaic- in esm semita 
mn3titnum<^nt^ è bdìUi TnDncana neUa 
edizione milanese, ma &i trovano nel 
cofL TI. e nfe!|[& edl7.^otìi antiche, ed è 
chiaro che aoi* ridi ioste e far pieno 
il discorso. F* 

a Si ct^fmnùt la pr. edi?. E, M. 

* Cosi i codici MerCt il Vat. Drb,, 
iì Warb. Ed il Gfldd. 134. Il niscionì : 
xtft laninìtt in Ut rat [jessima IcrJoiie* 
Nel Sfiggin, pag. 123, avevamo pro- 
posta 1' emendaìione : si è i' anìTna 
intenta oppure inte.^a. Ma vedi ì\ can- 
to IV^H del Farg. per uscire d ogni 
dubbio sulla lenone qui adattata, 

^ Di ttitlt, soUintendi^ qU spiriti. 
Uùia come queste gramU e degnissi- 




m^ Jodi date alla musica dall'Ali^ 
ghìeri^ per chi potasse non credere 
a* suoi tersi di^iiTii^ vagì temo a far 
testirt]0nt»nz5 dt'lvero a quello che 
raci;:of]ta il Becdaccìó f Vita di fìante}, 
dove dice di lut, ctie « sommaments st 
■ éiitilò in suoni $ canti netta *uii giùH' 
* nezsa, e ù eiojcunoj cA? <i qmi tempi 
» tra ottima cantatori o mnatore^ fa 
» amìm td ehh$ sua usani^a. ^ P, 

B Cioè, rationli cotitraslQK P. 

7 Perdo Qcl Por , X Vili, 67 : « i**r 
h ciindor detta feniprafrt stdia S&~ 
fta.,. » linei XXII, H5:(. Quindi 
m' apparvi il imperar di Gtom Tra 
*l pftdre ff 't figlm, » P, , 

* VAi}è^ dt'lla goemetria. P. 

^ Questo pasjjo leggevasi scorrelta- 
niente cotìì 1 chi} ciccarne dice Euctidit 



^ 



153 



IL CuNVlTO. 



ehfe tra 1 putito e 1 cerchio, siccome tra principio e fine, si 
muove la geomelrfa. E questi due* aìh sua certezza repu- 
guaiio; che '1 punto per la sua indivisibili tn è ìnimisuralule, 
e il cerchio per Jo suo arco è impossibili^ a quadrare perfet- 
lamenle^ e piirò è impussìbìle a misurare appunto. E ancora 
la geometria è bianchissima, in quanto è sariza macola d'cr- 
rorCj e certissima per sè^ e per la sua ancella che si chiama 
prospettiva. E 1 cielo di Saturno ha due propietadìj per lo 
quah si può comparare air astrologia:* V uua sì è la tardezza* 
del suo movimento per dodici segni ; che venti nove anni o 
piùj secondo le scritture degli astrologi, vuole di tempo lo suo 
cerchio : * l' allra si è^ che sopra tutli gli altri pianeti esso è 
alto.* E queste due propietà sono neir astrologia : che nel suo 
cerchio compiere^ cioè nello apprendimento di quella^ volge 
grandissimo spazio di tempo,, si pi^r le sue dimoslrazionij*' che 
sono più che d* alcuna delle sopraddette scienze, si per la 
sperienzia che a ben giudicare in essa si conviene, E ancora 
è altissima di tutte V altre ; perocché, siccome dice Aristotile 
nel cominciamento ddV Anima, la scienza è alta dì nobiltà de, 
per la nobiltà del suo soggetto e per la sua certezza;^ e 
questa più che alcuna delle sopraddette è nobile e alta per 
nobile e alto suggello^ eh' è del movimento del cielo: h alta 

seconcJo, ti DìscìotìJ lardiìn^m, E. II. 



il ptmtii é principio di lìUfitn ; aecondo- 
chi fttce^ li cerchio è perfeUis^ìmfi fiqu- 
rainquiìlo, t/ ultima corr€J;i<nìC di 
iimik in qmiia è proposta onciie dal 
BtfSJiof Witre. E. M. 

i E qiie*t0 das, legge vano insi^m 
coirli oltri gli i^dit. miK, e: notiiVJitto; 
* so Ui ri te lìdi cfists ; se pnré di questi! 
M parola non havvì Inciinii pir colpa 
f do' copisti, w Ma \a ledone del (x>d. 
Ilice- quixti (/uff, cioè LI purito e il 
cercli({>H toglie al discorso ogni ambi- 
guiU). l^ 

' Sotto il nomo penerà It d' Aitroìo- 
ffift M vuol« qui ìntei?dere solo quella 
paTte dellfl scienza Jo qnBk ha per 
oggetto tu LEO la condi7joni deitii na- 
iure ne' corpi celeuti, eil itra si <J(- 
rebbo unkii mente mifanftmia, e, 

3 Tardtìzzaf le pr. cdii., i codici 
Marc.^ Viit. Urb,, Gadd. m, V^ 



* Supplisci : od esigere giralo* P. 

^ Tutti i codici e lo suitipe con 
mtiniresta solecismo: eKtaènUa. IL 
solecismo BCompore p^rò nel codi f't 
Vat. 4778^ in cui Icggcsi : i* altra ii i 
che ei^ia Sniurno i uUa sopra lutti gli 
aitripiatiett. K. M. 

fi Xe iwff dmtèitrjt Illuni ^ cod. Mure* 
secondo. TuUì gli sllrHesti MSS. a 
stampali hanmi U<guiia ddla parola 
di mostra shui, C. M.^U e od* tìlco, 
non ila logunst ma invece di dìtao- 
urnzìnni porta ricrcht. F. 

7 intendi : l'jilie/jta <ii nobiltli nella 
acìfinìta sì misuro, e perla nobiità del 
suo snsgetlfii e pcF lii suo ccTÌéjJin* 
P, — Noterò Ulta vopni |ndr sem^ire, 
che dote le stampa ha nQhitfà; g un" 
bìlfaie. VDii cofiici o varie ndiiche 
edizioni hanuo noiiHiUt e itohilHiiU. Fi 



I 

I 

I 




TRATTATO SECONDO, 

I* xìQhìh per la su.t certezza. In quale è ésanza ogni dif^nHo, 
&iP€0mii quella che da perffllis^ìnio e regolali^sìmo * principio 
viene: e se iJifeltfì in lei si crede per alcuno, non è dalla sua 
parie; ma, siccome dice Tolommco, è per la ncgligmua nu- 
sira^ e o quella si dee imputare» 

Capitolo XV. 



Appresso le comparazioni di' V hn fa Ite' dolli sette primi 
rHf, è da procedere agli altri, che sono ire, come più volte 
s* è narrato. Dico che il cielo stellato si può comparare alla 
fisica per tre proprietà^ e alla me la Me a per altre trej^ch' elio' 
ci mostra di sé due visihili cose, siccome le molte stelle, e 
sicc43nie la Galassia, cioè quello bianco cerchio, che il vulgo 
chiama la via di santo Jacopo;^ e mestraci Tuno de' polì^ e 
l'altro ci tiene ascoso: o mostraci un solo'* movimento da 
oriente a occidente ; e un altro che fa da occidenle a oriente^ 
quasi ci tiene ascoso. Pit che per ordine è da vedere prima 
la comparazione della fisica ^ e pr>i quella della metafisica. Dico 
eh' il cielo stellato ci mostra molte stelle; chèj secondocbè li 
savii d'Egitto hanno veduto, infine fdruUima stella che ap- 
pare loro in mpridie, mille vcntiduo corpora di stelle pongo- 
no, di cui io parlo*^ £ in questo ha esso grandissima simili- 
tudine colla fisica, se bene si guardano sottilmente questi Ire 
numeri, cioè, due, e venti^ e mille : che per lo due s'intende 



i E da tfgoiariuimn, le pr; edi?.. 
E.M, 

* 1,0 i^firole €h'i' ho non ai Jeggon'j 

^iU'etlo^ ilcort. Horh. n Jnacioni 
a le aUre siamisfl che h, errore pro- 
veriuio dal iionitver sa|)uto ben jpg- 
eeri* il chehiiì alcuni M6S, E. M. 

* La Vm Uitlra credeva il volgo 
BntULTamenie i^ssorc corìLrAsgegno Ja 
iioLEc^ ui pellegrìnb ì quali andavano 
a S?iMac<ipo(n fiailizia ; e farse di^- 
iIft cmsci ji questo errort? la voce Cia- 
Utiiii^ ìu qiiLtJe tììì quitlche si mi li tu- 
lli ne colla voce Gaìh zin. B> — JLa tia 
Un m t'iCóiìt, legge il niscionì, di 




m' racopf}^ i cod. More, primo elìarb; 
di mnia lampo, il Vat. Urt>. E. M, 

i» ti <*(id. HicCt divi>rsy mente da 
luUi gli alni testi Icgflt* un fftm movi^ 
ma ni Ut invece d'tm mhy e furse ù 
rnielSor leJSone, perchè nofì i>n solo, 
ma due sono, cerne dice hnnle^ i 
movjmeiitii del ciclo sUftlato; ed 
ìiiTotti dnpo 4jver parlato (teli' uno j 
proscgut? dicendo: e un uttrù ihi 
frr ce. h. 

fi I n I e ndl ; dello quali m i 1 1 e venti* 
due corpora dì stelle io fstiilo, e non 
di quakmqtse altro noniero lossù po- 
sto da altri fibar.n. K di questo ni 
vedrà ora il p^jdién ì\ 



lOO 



!L CONVITO 



il movimemo locale, lo quale è da un pwnlo n tm altro di 
necessiti : tì per lo venti significa il movimento dell' altera- 
zione: chùj conciossiacosaché dal dicci iti su non si vad;i se 
uon esso dieci al aerando ■ cogli altri nove, o con sé stesso ; 
e h più bcUa altcrazionej che esso riceva, si è la sua ' di so 
medesimo; e lu prim.i che riceva si ò veni!; ragionevolmente 
per questo numero il detto movimenlo significa. E * per lo 
mille significa il movijjieiito del crescere; che in nome^ cioè 
quesio millCj è it maggior numero/ o piii crescere non sì può 
se non questo raulllplicando. E questi tre movimenti soli^ 
mostra la fisica; siccome nel quinto* del primo suo libro ò 
provaso. E per lo Catassraj ha questo cielo grande similitudine 
colla metafìsica. Perchè è da sapere che di quella Galassia Zi 
filosofi hanno avuto diverse opinioni.^ Ghò li Pittagorici dis- 
sero^ che 'l sole alcuna (lata errò nella sua via; e passando 
per altre parti non convenienti al suo fervore^ arse il luogo 
per lo quale passòj e rimase vi queir apparenza deir arsura, E 
credo che sì mossero dalla favola di Fetonte, la quale ;iarra 
Ovidio nei principio del ^ secondo di Metamorfoseos. Altri dis- 
sero (siccome fu Anassagora e Democrito) rhc ciò era lume 
di Sole ripercosso m quella parte. '^ E queste opinioni con 
ragioni dimostrativo riprovarono.*' Quello che Aristotile si di- 



134, ('.S5 secondo, (Jli allri tes(i e le 
Btai^pe (tilernando. Uss aUtirnfuh è la 
\erìL lezione \ perchè nal passare dnt 
dieci all' untììcUiil doOkl ec, nati si 
a llÉriin g ià e sso dieci eo U ' u no , co ! 
duo ec.^ ina ai iif/em eoli' accresci 
nierito do'ntiovi nunìtìri. D^nito in- 
faui soggi nngti atibsto * a l^ pi<t ùtiht 

4 .Si È tu nuH^ legge II codt Val. 
Urb. Il BLscionì^ Kffi in *rM. E. M, 

a Pfr/ù miifii cdìz. Biaeionl. IL M. 

* K qaestii è Forsn la ragiona^ pc^r 
che i iigslri scriUori adopetùrono la 
voce mitltr per numero inlìnitu, l», 

B Cioù» il movimenJfi localei il mo- 
^tmcnto d'ftUerazionf, e il m^vl- 
mtiitrt del crescere. V 

4 Cloe rìcliìHlnio cupitolo. h\ 



7 Nel Par., \\V, y; '- * Cauif, dUtin^^ 
ta da mmori e mtf§i}i Lumii bùmt^htg' 
0a irn tpoh" d(t mmdo Gda^tsn jiì^ 
chi fi fiiiUbiar ben.ffifjgi. » K, !H. 

« Paiiflndo della Vìù iFtttea. Perii' 
c/ìri, 

> Dd ÉHò Metmmrfosioai W IMsdoni 
vVlcrunl oltd tcsU sempJkemtìnte: 
nd principia iU Ahiamorfoxfoi, l.a 
correzione però non ha d'uopo di 
pfove, dacché 6 nel principio del se- 
condo lìbfo della MtUtmQrfnxi, i^hù 
(Jvidtr> parla di fetonte, « nou gih 
fl3*olutarfteute nd principio di quel 

10 tu qUpUtipilTlff I cod, MflfC., Vjit* 

Urto.. Uadd* a, Vì\j t J'G ncci>i)do, o lo 
pr. cdìz. U Uiacionir in park. E, M. 

11 fljj^rwcamitOT Cioè pnwtìrona ài 
*motJa, TfcoHftrmtirùtw* K. Id» 



TTUTTATO SECOKDO. 



mi 



cesse di ciò, non sì può bene sapcrr;;^ perchè la seia seulcnzn 
non si trova colale neìl'una traslazione, come neJr altra.' K 
credo che fosse V errore de' trasialuri ; che netta nuova par 
dicerCj che dò sia yiio ragonamcnto di vapuri sotto le stilile 
di quella parte^ che sempre traggano quelli; e qncsla non 
pare avere ragione vera, Ndla vecchia dice che la Galassia 
non è altro, che mollitutìinc di stelle fisse in queha parte, 
lanio pìcciolej che distìnguerò dì quaggiù non le poleroo; ma 
dì loro apparisce quello albore, il quale noi chramiaino Galas- 
sia. E può te essere che ìì cielo in quella parte è più spesso, 
e però ritiene o rìprest^nta queììo lume;^ e quesiti opiniono 
pai'e avere, eoa Aristotile, Avicenna e Tolommeo. Onde con- 
ciossiacosaché ]a Galassia sia uno effetto di quelle stelle ìù 
quali non potemo vedere, se non per lo elTetto loro intendia- 
mo quelle cose, e la meta tisica tratta delle prime su sta lue. Io 
quali noi non potemo simiglian temente intendere so non per 
itTom effetti; maniresto è che "1 cielo stellato ha grande simi- 
ìiFudrne colia metafisic^i* Ancora, per lo polo che vedemo, si- 
gnifica le cose sensibili, delle quali, nniversalmeuEe piglian- 
dole, tratta h rfsicaj e, per lo polo che non vedemo, significa 



^ 



i Còsi leggo il CQd, fliec. Gli edit. 
m^l. il dicftst, riùiì fli può bene sapirt 

5 Di qui Lletluce il Porlìcari e^cr 
thi.T rissimo che Danto non conobbe? 
la II raglio greca e p^rchò altrimenti 
1 non E^OTifcasercbbo lo m^ ìgnoran- 
• 7» sul parerò d'Aristotile por la 
■ Etiscr^pan^ìi doìlf3 IrcidldzionÌÉ ^ Ma 
|>rsininramcniG: chi ho diHtool I^er- 
ticari chene^ ì^7 osislessero iti Fi- 
renié le opere d' Aristotile nel loro 
«ri|;inaLe ringiieggìo? E secondaria- 
mente: \BUè%\tqn&ìto chi Ari»\oUh 
jri{£fcrnT« di ciò, nùn ti può bene sapetff 
j^fdii ia ma tmtinsa ftati ni trùvacf?- 
taie fìiW unr irasìazioìie cfìmn nfìV aL 
rra, vogilon solo rif(,^riisì a lui, Don- 
H, non piuttcystu Of^l'ltotiimì del 
MIO tempo» 1 quali neSìa tnaTicanua 
mi testo greco eran cftstretll a vfl- 
Jer^i delle Ir adozioni? Le parole nùn 
tipuèb^m mp^re invece delio altre 
nurt |JMS(J betti sfìftre^ fmrmi fiir cliìfl- 




ra riprova dello s<ÈConda induzione. 
Ma poniamo pUF per i potori, che 
Dante non conoscesse la line^na greta 
noi 1Ì97. quando acrlveva que^ro se* 
condo trartoio ; non ne disccntri» Ja 
con^eguctizii che egli non I aveiio 
potuta conoscer dfippoi. Nel eap 8 
del tran (, trattato scritto nel 131*, 
dico D?into cosi : Sappia imscunOf 
cht nuiia com per ifffutjw witìs^ji^cj 
[poetico) armoni ixatiti *i può deìh 
itiaioquelainatfra trttsmutnre mnza 
rompere fatta lua dola zia e i^r monta; 
t que^tfi è la rif^fon? per dtt Omtrtt 
uonsimutò di greio tn fniittn, confi 
l'aìfriì scritture che avtmo da loro [dai 
Ricci). Ma Dante non dà egli segno 
pili volte nelle sue opere d aver letto 
i poemi d'Omero? Dmique lesso 
Omero nel suo originale^, perchè al 
ano tempo tion era Mtt^io muiato di 
ferreo in latina. F» 

3 Cioè, lo fermo contro b(*, e lo ri- 
balto indietro. P* 

11 



ìm 



IL CONVITO, 



^h* vasi', chr s mo s-mza miitcriaj rfio nnji sono sonsibilj, del li) 
IcjJialì tralt.i ];] nn^tafìslra ; p. prrti \v\'ì delÈo cii'lo grande si- 
milfludiiiL^ cnii; una scienza o coli' altra. Ancora, piT lì dutì 
iTnivimentì, sigiiinca qu^^sle due scienze; chfe per I0 movìracnto, 
nel quafo ogni di si rivolve, e fa nuova eireulazfone di punto 
a punto, significa le cosl^ na turriti corruttìbili^ cfie cotidiana- 
inenlii eoinpiùnu lor via, e la loro materia si muta di form.T 
m forma; « di' questo Iraltn la fisica; e pur lo movimcola 
qnasj Insensibile, elio fa da occidente in oriente * per un grado 
in cento anni, sfgnifica le cose (ncorrutlibili, le quali ebbero 
da Dio comincia mento di crcazionej e non anmno ^ fìne^ e di 
queste tratta la meta tìsica. E però dico cho questo mi(viment<> 
signifìf.a qniìl'j clic essa circutaiione cominciò, die* non 
aYrebbe fine; ehò fino defia circulaziune è rediro a uno me- 
desìmo punto, .-^l quale non lornera questo cielo^ spoondo quti- 
sto movÌmanti>j^ che dal cominciamentn del mondo poco più 
che la sesta parte ò vòlto; e noi siamo già neh' un ima età de 
I del secolo, e attendemo veracemenie la consumazione de] ce- 
leslmte movimento.'* E così è manifesto clic 1 eiein stellalo, 
per mollo pr(jpìeià, si ptiò <;omparare alla fisrca e alla mela- 
Iblea. Lo i"iel(j crfstaìlinOj cbe per fjrimo mobile dinanzi è con- 
talo, ba comparazione assali manifesta alla morale fllosnfìa Tello 



J K tpiPitn^ V Ddi7. Biscioni E. M 

^ TuUi 1 tesU (triiiiitG il cod. Rice.) 
ImfMìO ria QrinUìi in Ocddtnte, ierJonfl 
Bhjglieb. Vedi il pfinci[>io del captlo- 
lo. K. M. 

*Goai mollo bene le |>r. c?dì/. ; <?d 
è eùttTva leiiono qncUìf del Jliscioni ; 
e no» eliboinì rpro fint. I coti. Gadrt. 
f34eVat. llrb. e Jìon (ivtranntf fine 
(e co&ì it coti. U ), i:. M. 

* E mn arrabbi fÌHgf cos^ tutti i Ee- 
jsU, Correggiamo f in tht, peioceho 
Dpintc in qiiosto clausola ttetfimOia 
Ja condmohe dolio ciitoto^ìoriG di 
crii poi !tì ; subito sogfjlurigi? per op- 
posizione quello che sk dco inlcndere 
per /tripd'unflciicoljt/Joni?. E, M, — 
Ln mutQziojìQ de' signori E. M. s. mio 
pflrcTQ non h prò né dEintta «Ud aen* 
It)n7.a; mn si (s quuIcMo donno alla 
5*p(e;t»ionr', pcRloctltè per easA na 



sraiìc l'idcnlilìi dtì' termi ni nelle prò- 
l>osizioni, oiide eu la volgatu&i reii^ 
dL^o vie mtgljo ovidenta llpunTodi 
ctìhvcnienT^Q di essa circolai ione 
dello cose incorruU<bili.cioÉ r avef 
ovulo coni In eia mento e II non dovere 
aver fine. V. 

* Da occidchVe In oriente* P. 

fl (ognuno elio abbio olciin nso del- 
le nostre istorie de' bassi lompì^sa 
he Eie quanL© volt© o con quali disor^ 
dinl si Tu mossa ne popeh La falsa 
idea della vìiinanKit di;Jlfl (Ine dd 
tTiotido ; e ptrrft non é du miravi};! la- 
te ae vi limose preso anco T A)ighìG-> 
iÌh II qsioie certfimenla ne dovelto 
soffrire ima secreta nm altissima pua- 
Biom?;eglit cbo per tonto dijla sua 
ramii, si senUvri liinto ragioni da d i- 
ver pjut tosta desideiarq i^ mondo 
eiciiiy 1'. 



I 



TRATTATO SECONDO. 1G3 

la morale filosofia, socondochè dice Tommaso sopra lo secondo 
dell' Elica, ordina noi all' altre scienze. Che, siccome dice il 
Filosofo nel quinto dell' Elica, la giustizia legale * ordina le 
scienze ad apprendere,* e comanda, perchè non sieno abban- 
donate, quelle essere apprese e ammaestrate : cosi il detto cielo 
ordina col suo movimento la cotidiana revoluzione di tutti gli 
altri; per la quale' ogni di tutti quelli ricevono e mandano 
quaggiù la virtù di tutto le loro parti.* Gin*, se la revoluzione 
di questo non ordinasse ciò,* poco di loro virtù quaggiù ver- 
rebbe di loro vista. Onde ponemo che possibile fosse questo 
nono cielo non muovere, la terza parte del cielo sarebbe an- 
cora non veduta in ciascuno luogo della terra; e Saturno 
sarebbe ° quattordici anni e mezzo a ciascuno luogo della terra 
celato/ e Giove sei anni si celerebbe ; e Marte un anno quasi, 
e 'I sole cento ottantaduc di e quattordici ore (dico di, cioè 
tanto tempo quanto misurano cotanti dì); e Venere e Mer- 
curio, quasi come il sole, si celerebbero e mostrerebbero; e 
la luna per tempo di quattordici di e mezzo starebbe ascosa 
a ogni gente. Di vero' non sarebbe quaggiù g(?nerazione, nò 
vita d' animale e di piante : notte non sarebbe, nò di, nò set- 
timana, nò mese, nò anno; ma tutto l'universo sarebbe di- 
sordinato, e 'I movimento degli astri ^ sarebbe indarno. E non 
altrimenti, cessando la morale filosofia, V altre scienze sareb- 
bono celate alcun tempo, e non sarebbe generazione, nò vita 

Ho intendo, la giustizia naturalo soddisfacentissima, dove restare per 

espressa in leggi, che sono come loro ad obbligo di gratitudine iti tutti 

parte dena morale filosofia. P. gli studiosi del Convito. P. 

2 Cioè in modo da essere apprese. ^ Non ordiuasìfe cioè poco ec, cosi il 

P. — Il cod. R. legge peraltro : ordì- Biscioni con tutto le ediz. E 1' errore 

na gli uomini ad apprendere le scieti- proviene dall' aver divisa la parola 

ze. F. cioè de' codici, ed accentata Ve ; liid- 

8 Cotidiana rivoluziono. P. dove quella parola va intesa all'an- 

* Ricevono quaggiù la virili ec, era tica per ciò. Vedi la Crusca. E. M. 
la lezione volgata. Ma trovando il ^ Starebbe^ cod. IJarhcrino. K. M. 

presente passo inintelligibile , ne '^ F. di vero, lo pr. cdiz. E. AI. 
chiesi lume agli egregi signori edit. ® Degli alivi, tulli i AISS. e le stani- 

Trivulzio e Maggi : ed essi mi rispo- pe. Ma /' universo e gliallriò lingiiag- 

sero d'aggiungere e tnnndano ira \q gio d'un tale clic soleva diro : /u^/e 

parole ricevono e quaggiù; sicchó ve- le cise ed allre ancora ; ne Uante era 

nisse letto : ogni dì tulli quelli ricevo- uomo dì questa fatta ; sicché teniiinio 

no e mandano quaggiù la vivlù ec. E por fermo fl.o egli abbia scritto deg:', 

tale emendazione, siccome bella e a'itri. E. AI. 



164 



TL CO X VITO, 



di feliciip, G utrJarnn snrcbbono scritte e p;ìr ivntìco trovntrì. 
Per dm bissai è manifesto, qm^sto ciclo sé * avtTe iilla moni Li 
filosofìa comparazioric. Ancora lo cielo ompireOj piT h sua 
pa^cCj simiglia la flivina scienza/ che piena è di tutta pace; 
la qualo non SulTura Irle alcuna d* opinioni o di sofìstici arg^j- 
menti, perla eccellealfssima certezza del suo suggetto^ lo quali] 
ò Iildio. E di questa dice esso alli suoi disi^epoli: « La pace 
» mia do a voi: la pace mia lascio a voi; * dando e lascia ndtj 
loro la sua dottrina, che è questa scienza di cui io parlo. Di 
costei dice Salomone ; « Sessanta sono le reginOj e ottanta 
tì ramìt:hc concubine; e delle aneelle adolescenti non ò nu- 
j> mero : una è la colomba mìa e la perretta mia. n Tutte 
scienze chiama n^gine, e drude/ e ancelle ; e questa chiama 
colomba/ perchè è sanza macola dì lite; e questa chiama per- 
feltaj porche perfetlamcnle no fa il Vero vedere^ nel quale si 
eiieta l'anima nostra.^ E però ragionata cosi la eomparazirme 
do' cieli " alle seienze^ veder si può che per lo terzo cielo io 
intendo la rctturica^ la quale al terzo ciclo è assomigliataj come 
di sopra apprire."^ 



ala, cir io vcg^tì^ a nesRunn mUtb nà 
del senso né della dicitum. lo invecfl 
icBgereS si\ (>d flvr(*mmi> hi essa "do- 
TU \[ plponEiffmOt eh;? si trovo tofito 
frcrincntriTiBnlQ e con tpnta bootia 
grnzla rte' ccentlsti, P. 

3 ha l^oCogiu. P, 

3 Drw.'ftf, e nel capStofiD seguente 
drtt'it n nel Prir./Sllj 55, chiamò 
m n Dome n reo l ' n nm fono d ri^/o di- Ita 
fcdt crUtiuun: dì che IJ Cj'sa dissfl^ 
avt-r Dimte fotlo uso di qiiosta bniUo 
voce per Iiec'n3i3,e coBLfctlovi dalSfl 
rmsit lU si ved^ che i\ Cnsa noti 
avea k*Uo In pir^Sii del Coiinìn, e rho 
nuTi aEi[>(iVfi, ctitne quoiia voce, eh' è 
d'oilj^Usu liuijjn'biirdij d gennaiilcu , 
l/iiva, f/iyj'j sìgnilìrjivii imjI l:iOO, co- 



fftmiitfiy^ ; e corno nrni ru che itii ^o<^ 
colo dopo, dt€ comif^ci& ud uisrsl In 
senso malo, f, 

♦ Chiama faiombn^ 1 eglefino lo pi i- 
me tùh., W cod. iìarb » Il Vrtt. Uib., 
Il Trivutz. Cd i Lliidd, l:ii, Véo atrcon- 
do fcd il lUccJ, G confermano l.i 
cmentlazioiie da noi nato nel Stifftjtn,, 
pag. IH, correggendo lo strjfukiatJC 
del Di^cionii ciii3 leggo : e qiwltji 
umana cphmta, ìi. JU. 

* ■ iS>i Kdifl iti ihi 3: tfueta nf^ai tu- 
ttlkliu^ Partidm, XXVMt, IOa. IC. IVI. 

tiD»'cifli\ ì cod, Marc, aecomld, 
VbL Drb,, Godd. ia*, 135 iecooilo, 
ti niseioni : àfl ciato. ÌL M. 

' A/'jjfìre. Que^tii lezione do codici 
Trìvi]l£jo* Gadd. [ì e lli^ secondo. 
Ite pince pìu che la ctimuue jJrtr*, 
i:. M. 




thattato secondo» 



Capitolo XVI. 



Per le ragionate similttadint' si può vedere chi sono questi 
movìtorlj a cui io parlo; che sono dì quello* movitori; sic- 
come Boezio e Tullio, li qu^Ii colla dolcexiia del loru sermone 
inviarono ^ me, t'ome detto è di stipra,* ne ir amore cioè nello 
siudio di questa donna gentilissima nkisofia^ colli raggi della 
stella loro, la qual è la scrittura di quella.^ Onde in ciascuna 
scienza la scrittura è stello piena dì luce^ la quale quella scienza 
dimostra. E, manifestato questo^ veder si può la vera sentenza 
del primo verso della canzono propostRj per * la spcjsfziono 
iìttizìao letterale. E per questa medesima sposizbnc sì può le 
secondo verso intendere sufficientemente^ inlino a quella parte 
dove dice : Questi mi face una donna guardare; ove sì vuole 
sapere che questa donna è la lìbsofia ; la quale veramente ò 
donna piena dì dolcezzaj ornata ù' onestade^ mirabile di save- 
re, gloria dì libertade, siccom^^ ne 1 terzo trattato^ ove la sua 
nobiltà si tratterà^ fin manifesto, E là dove dice; chi vetfer'^ 
vuol la saluk^ Faccia che gli occhi d* està donna viirì, gli 
occhi di questa donna snno le sue dimostrazioni^ le quali dritte 
negli occhi dello 'ntelìetto^ innamorano inanima, liberata nelle i, 
eondizioiìi,'^ Oh dolcissimi ed inelTabiH semljiantij e ruljatorì 
suhitonì delia mente umana^ che nelle dimostraj^toni, cioè negli 
ocelli della fllosofui^ apparìtej* quando essa alli suoi drtidi ra- 
giona I Veramente in voi è la salute^ per k quale si fa beato 
chi vi guarda^ e salvo ^ dalia m^^rte ddla ignoranzia e dalli 



* Le BìmìlUurtini de' cieli celle 
gcionze, eck la ispecio del te rio cieb 
euUit retloriisa P. 

s Sotniilendi tìido. V:. M, 

> fnvitamno, le pr. edii. E M, 

* Vudi i\ priticìpìodd cup. \\\\. F. 
ft Della (llosona. P. 

6 Per, cioè, mediante. P. 

7 FoUintendi nwatip. E vale guidila 
che il Pctnirca disse: « SùioUi da 
ttilif '}uulitttfi unmiif. n E* M- 

8 l^^rQl'i ùcrhi tlfiltt ftiompa ftppfiTVe, 
luUi i MSS. e b Slampe. I^sendo 



però iJ disCL{>rao in via d'ammira^ions 
e d'nptistrorfl ai acnibiaiitì che «ppo- 
rrsi;;ono fit'gU occhi di questa mt^Lka 
donna, e Dante [orlando a luro in Re- 
co ti da persona, è chiciro che questo 
opparvf ^ sproposito, e die dee emen- 
darsi in ttppurite. E M, — Ini io la- 
scio sture Ja cùrrezione dL-glì edit, 
mSL, quantunque il cod. Jiicc. Jcgga 
ttppaiOHu. F* 

» NeIJa volgata leggeas ^ah-a, Non 
CDi]óai:endo fiero noi ciJlnM^sempio, 
in cui idi tare Jàìa. usEtto iin mucio tieu- 



100 



IL CONVITO. 



vìzìl Ove sì dice: S' éqU non teme angoma dì smpiì-i^ qui 
si vuole intcndori*^ sn non teme hbore di stutllo o Iftii <3Ì do 
bìtazìonl/ hi quaii * dal principio delli sgunrdi di quesL'i donna 
niuUiplicatamentc surgono e poi^ continuando la suti nicj\ 
caggionOj q II risi come neljuleitt! ma Uni ine alla faccia del soli*, 
o ri ma OLÌ libero e pieno di certezza lo familiare tntellctto,* 
sic*!omL> r acrn dalli raggi meridiani purgalo e illustra toj Lo 
turzo verso ancora s'inlende per la ^f^usizions liUcraltì infino 
là dove e' dice : L* anima piange. Qui si vuole bene altendem 
ad alcuna morali tòj la quale iu queste parole si può notare ; 
ehè non dee l uomo per maggior amico dimcniicaru li scrvigii 
rieevuti dal minore; ma se pur seguire si conviene 1' uno e 
lasciar V altro, io migliore è da seguire, con alcuna onQ.sla 
lameniaiiza T altro abbandonando; nella quale dà cagione a 
(luelló eb. *;' seguCj dì più amore/ Poi dove e' dice : Drgii oc- 
chi mkij non vuole altro dire^ se non che forte" fu Tura che 
la prima dimostrazione di questa donna entrò negli occbi del- 
lo 'ntenetlo mio^ la quale fu cagione di questo Innaraoramenlo 
proptnquissima. E là dove e' dice: le mie pari, s' intende T ani- 
me libere dalle misere e vili ddtttazioni, e dalli volgari costa- 
mi, d' ingegno e di memoria dotale. E dice poi : uccide; o dice 
poi : sono morta; che pare contro a quello che detto è di sopra 



troassifìlùto, come soampnrei adytlio- 
mo r cmemKizbne che ci venne pro- 
posta Stilla JliUtiùlGC^ |t;iliyna.CQm la 
coslftj 7.10 lift proccdtì regolarmEnle- per 
If^qui^le ni fti testo chi vi {/tmniu e Si fa 
xalrtì tlatìfi rfutrte se. E. M. - Il cod. 
Itìct', legge miviilo. ma corre meglio il 
discorso co! l'emendazione proposta* F. 

' Quando si e no mi teofoaano iiel^ 
la mente. P- 

s Qui tutti i tea Li leggono erronos- 
mente deik quali. Iv M. 

8 Cioè r intelletto folto già fami- 
Ho ro della fllofiona. P, 

^ Malamente in LnLte le alDmpo log- 
gesi : a quiW^ dn* jre^wi-, dt più {iHìori:, 
K. M. — Intendi per la qunle onesta 
lamentonT.a 1' uamo da cngiodc ali Q- 
mìeo novello, noti d'avvei sione o sè^ 
ma di più dmoro. Così nel caso pre- 



sento non QarebbE] stato biHloj olio 
l'anima per voler seg u i ta re G I oso Ba ^ 
iiieUcssi3 in liigròU dimenticanM ia 
dolcezze gustate nella fiossi one dì 
Ueatrice ; ma piuttosto se esso muo- 
ve oiCLin ]:jm<!nto dell'essere corno 
costretta d'abbandooFir lei, U mede- 
giina rilosoHii per questo stesso ì& 
crescerà vìa meglio l'amore. P* 

* ForiB qui crede II Pederiiiii 5ho 
valga alta, potfftitt; ma quanlunquo 
qucsU voce abbia talvolta un tal si- 
gnilicato, pure non pu5 averlo qui, 
perchè ta furie orti, in cui la prima 
dimostrs^jone della nuova donna en* 
tré mi tuo inteUeLto^ Tu vn inomenta 
non alto, potente^ ma (ttìfjosciosOf tìffan^ 
noso^ come quello die lo costringeva 
nd abbandouEire la prlmtt donim H 
rurug lameata[i£tt> F. 



I 




TRATTATO SECONDO. 1G7 

della saluto ^ di questa donna. E perù ò da sapore che qui parla 
r una delle parli, e ià parla 1* altra; lo quali diversamente liti- 
gano, secondochò di supra ò manifesto. Onde non è maraviglia 
se là* dico si, e qui dice no, se ben si guarda chi discendo 
e chi sale.' Poi nel quarto verso, ove dice: uno spiritel d'amor, 
s'intende uno pensiero che nasce del mio studio: onde è da 
sapere che per amore, in questa allegoria, sempre s* m tende 
esso studio, il quale ò applicazione dell' aniuio innamorato della 
cosa a quella cosa.^ Poi quando dice: tn vedrai Di si alti mi- 
racoli adornezza, annunzia che por lei ^ si vedranno gli ador- 
namenti dei miracoli : e vero dice, chò gli adornamenti dello 
maraviglie ò vedere le cagioni^ di quelle, le quali ella dimo- 
stra; siccome nel principio della metafìsica pare sentire il Fi- 
losofo, dicendo che, por questi adornamenti vedere, comincia- 
rono gli uomini ad innamorare di questa donna. E di questo 
vocabolo, cioè maraviglia,"' nel seguente trattato più pienamente 
si parlerà. Tutto V altro, che segue poi di questa canzone, suf- 
ficientemente e per V altra sposizione manifesto.^ E cosi, in 
fine di questo secondo trattato, dico e alTermo che la donna 
di cui io ** innamorai appresso lo primo amore fu la bellissima 
e onestissima figlia dello imperadore dell' universo, alki quale 
Pittagora pose nome filosofia. E qui si termina il secondo trat- 
tato, che per prima vivanda è messo innanzi. 

< Cioè, dcUa salute che è a mirare luogo del trattato seguente Danto 

gli occhi di questa donna. P. parla del vocabolo maraviglia; o 

' Cioè nel verso : chi veder vuol la benché nel cap. VH favelli de' mira- 

talute. P. coli, dal che taluno potrebbe inferirò 

8 Chi sale a governare il ragiona- che la vera lezione fosso t-ioè mirnco- 

mento; che Ih è il pensiero amoroso io, nonne favella però in quanto a 

della filosofìa, qui è l'anima tuttavia vocabolo. Onde la sincera lezione ncj 

passionata di Beatrice. P. pare che sia cioè filosofia, perocché di 

*Cioè : è applicazione a quella cosa essa parlasi in tutto il presente capi- 

deW animo innamorai^ della cosa, tolo, e più pienamente, e come sudI 

E. M. dirsi ex professo, si ragiona del suo 

5 Per la filosofia. P. vocabolo nel cap. XI del seguente 

• Le cagioni^ i cod. Marc, Val. Urb » trottato. K. M. 

Gadd. 3, 134 e lo pr. ediz. Malamente 8 Cosi il cod. lìaib. Le stampe han- 

il Biscioni: le c'ugni zioui. Vedi il Sug- no: e per V altra sposizione manifesto 

giOj pag. 1^5. E. M. . ("^ H cod. Triv. con buona lo/ioiio : Un 

7 In queste parole cioè maraviglili, pp.r l altra spnsizione manifesti). y^.}>\. 

che leggonsi senza alcuna varietà in ^ Io innamorai ^ cod. Barb. ,Gadd. 

luUi i testi/ci sembra di ravvisare 13^, e le pr. ediz. \\ Biscioni- io miM* 

UD grave errore de' copisti In nessun namorai. K. M. 



103 



TilATTATO TEEZO. 



Ì>Ì^ 



Amoff clic nt'Ila mente mi ragiona 
Della mia dunna^ dìsiusamentc 
Muve Duse di lei meco sovente, 
Che lo 'ntelitillo sovr' esaa disvia.* 
J^o suo parlar sì dol coment e sono^ 
Che r anima ch'accolla e dia ìa sunti-* 
Dice: Oh me lassa, eh' io non son piis.'^i^nte 

.JJMjf quel ch'odo della donna mia! 
E cerio e' mi convicn lasciar in pria. 
S'io vo* trattar di quel ch'odu di Ij-ì, 
Ciò ohe lo mio intelletto non comprtMidc 
E dì qm[ che s' intendo 
Gran part£'j perchè dirlo non sapreL' 
Perù se lo mìe rime avran dirello. 
Ch'entrerà» nella loda di eostoij 
Di ciò si hiasmi il debole iotellelto,* 
E '1 parlar nostro che non ha valore 
Di rìtrar tutto ciò che dice amore. 

Non vede ti sol^ che tutto '1 mondo gira, 
Cosa tanto gentil, quanto in quell'ora 
Che loce nella parte ove dimora 
La donna, di cui dire amor mi face. 



< riU(?ntìj : che V inleOeUci ragio- 
nancli> di e&se^ ai confondg e si smar- 
risce. P. 

* Ascoltar Pi quanta nlh paroì^, e 
Si'ntire quanto atia doìcfzsn del shù- 
fw, dke Dante ne\ csp. nL F. 

s U senso di qiìcsti versi è coa^ 
ilii nanto dkhiJiraLo nel cap. IV : 
« Ao« pure a queilacht V intff ietto nara 
tmtiene^ irta e:ìiotidio a qupHo che io 
inietido, }iufJìCÌPHt6 no/i jiomo a parto- 
rr, piriiVt'hi In tingHa rtiia hùtt i di 



tfinta facondia che dir posm dìy rhs 
mi psmrerf} se ne ragìon*t, n Perciò il 
Witte, piuttoslochè non t^ìfìreù vor- 
rebbe 1 figgere tiOfi potrei. LnsTCe di 
E di quii che »' ituende, i\ tìod* Biec. 
legge (e mi pare miglior leiioutì), 
E di quei eh' tuo mtmde. P, 

♦ InlcndL : Perciò Be qaej!lc3 mio 
rime, Je quali traltcranno delle lodi 
d' (.tssa riijisoria, non sariinno p^ri 
{tir uilczza del siiblctlo, m n'amai 
(^lohl te. Invece di entteritn V untici 



TRATTATO TERZO. 



469 



r 1, i , Ogn* intelletto di lassù la mira : * 

...^ E quella gente,' che qui' s innamora, 

[jo^^o Ne* lor pensieri la trovano ancora. 

Quando amor fa sentir della sua pace.* 
Suo esser tanto, a quei che gliel dò, piace,^ 
Che *nfonde sempre in lei la sua virtute. 
Oltre 11 dimando di nostra natura.^ 
La sua anima pura, 
*^' Che riceve da lui questa salute. 

Lo manifesta in quel eh' ella conduce, 
' Che sue bellezze son cose vedute;"' 

E gli occhi di color, dov* ella luce. 
Ne mandan messi al cor pien di disiri. 
Che prendon aere e divcntaa sospiri. 
In lei discende la virtù divina, ^M 

Siccome face in angelo che '1 vede; ^ 
E qual donna gentil ^ questo non credo 
Vada con lei, e miri gli atti sui. 
Quivi, dov' ella parla, si dichina *° ^^ 



I 0« lyl < A^U' 



Uno spirto dal ciol/' 

erronea lezione era interran ; ma fu 
correità dal Monti nel Saggio e da- 
gli edit. mil. F. 

* Ogn' intelletto di lassù^ ogni in- 
Iclligenza celeste, la mira, lu vede 
e conosce svelatamente. F. 

< Quella gente la trovano. 11 

sing. gerite^ essendo nome collettivo, 
può; com'è nolo, accordare col plu- 
rale. F. 

8 Qui, quaggiù in terra. F. 

* Vuol con queste parole signifi- 
care, che quando l'uomo lia pace in 
bè, ed è quieta 1' anima sua, allora 
egli ricove diletto dallo studio della 
filosofia, perchè allora è che ella 
più occupa il suo pensiero. F. 

5 Costruisci ed intendi : suo esser 
tanto piace a quei che gliel dà, cioè : 
la sua essenza perfettissima tanto 
piace a quei, cioè a Dio, che gliela 
dh F. 

* Oltre la domanda, cioè al dì so- 



che reca fede, 

pra di quanto si richiede all'umana 
natura. F. 

7 Lo mani festa in quel eh' ella con^ 
duce, ciof*, nel corpo ; che sue bellez- 
ze son cose vedute, perciocché le sue 
bellezze son cose visibili, sensibili. 
« Onde (dico Dante) conciossiachè si 
veggiano, quanto è dalla parte del 
corpoy maraviglio^ cose, manifento è 
che la sua forma, cioè la sua anima, 
che lo conduce siccome cagione propria, 
riceva miracolosamente la graziosa 
bontà di Dio. » F. 

8 Cioè in angelo che, stando in 
cielo, vede Dio, indicato por la 
virtù divina nel verso anlecedcN- 
te. F. 

3 Per donna gentile intende qui 
Dante la nobile awma (V ingegno^ e 
lìbera nella sua propria potestà. F. 

10 Si d/c/ifrja, discende. F. 

11 Con varie slampe e con vari 
codici io leggo Uno spino invece di 



•.,s k ir. 
■•<-i»i<--i.?« 






i70 IL CONVITO, 

Ciìmo {'dio valor cU* ella possiedn, 
E olire a quel che si conviene a nui. 
Gli aUl soavip eh' ella mosln allrui. 
Vanno e hi a mando .nraorj cinse imo a prova/ 
In qticlki vocìi ^ che lo fa sentire. 
Di costei si può dire : 
Gentil è iti donna ciò che in lei si trova j, 
E bello b tanto, quanto lei simiglia, 
E puossi dir che il suo aspetto giova 
A consentir ciò che par lUJM'iiyi^lJa ; 
I Ondo la fedo nostra è aiutata; 
' Però fu tal da eterno ordinata.* 
Cose appariscon neilo suo aspotto^ 
i'^ Che mostran de' piacer dd paradiso; 

Dico negli occhi e nel suo dolce risOj 
Che le vi reca amor com' a suo loco. 
Elle sovorchian lo nostro tritellettOj 
Como raggio di sole un f rag il viso;* 

f4av-^>^ E perch'io non Je possu mirar (isOj 
Mi convìen contentar di dirmj po<KJ. 

[ Sua hellà piovo lìamraelle di fuoco. 

Animale d'un spirito gentile^ ' j, 
Gh'ù creaturo d'ogni pensier buono: 
E rompon come tuono 
Gl'innati viii^ che fanno altrui vile, 

> Però guai donna sente sua beltà lo t)'> 

Biasmar per non parer queta ed umile,* 



fi 



f//i (tnQeh, e urne leggono i piùj pcf- 

ciocche} quocido Dante in appresso 

dìapi^ga iìib chD pg1l ha qui deno, 

i dito : il Un ptimerù d' amore, il quale 

hw^hinmtì spirilo ceffsUale* • f. 

* À prova, ù gfln, l'\ 

* /i» quctia voctf con quellu vocu, 
tnn quel linguaggio. K 

^ thè ttvritQ crentaf lef^gono gli 
edit. mlJ., fiua[jtuni|uo notino olio la 
tiuiggior pjiiio d«' tosti lo^goiio ofd\- 
natiu Ed nidinnfn deo leggersi, [scr- 
Che DDulà n«l cap. Vii tlico : * Mani- 




ft:m è che (piata dontut rM tun mi 
rabile oxpeUo la noatm fede muia ; e 
perà tiiiimamenti d>ctì ch& da eterno^ 
cioè ctftrnaimenlef fu ordinnifi tteltn 
fiìinlB dì Dio in {esiimonia thlia féife a 
^laro che in questo ttmpù ^it-otìQ. » F. 

* Un feuQd vim^ una dobole v>5ta, 
un d^bok coohìo, Altri leggono iti 
ff/tQil viso, ed ali ri un frate vino. h\ ^M 

^ Ihtondi: poiò ogni danna elioni 
gcnto binsimaro U propria UclkstKa, ^^ 
pei che non appare compyala e ni£^ 
dc$t^ co. h\ 




%£4v ^ /. TR VITATO TERZO. 171 

Miri costei eh* ò esemplo d' umiltate. 

Quest' è colei, eli' umilia ogni perverso ; 

Cosici pensò chi mosse V universo.* 
Canzone^ e' par che tu parh contraro 
• :v, AI dir d'una sorella che tu hai;^ 

Che questa donna, che lant' umil fai, 

Elia la chiama fera e disdegnosa. 

Tu sai che '1 ciel sempr' è lucente e chiaro, 

E quanto in se non si turba ^ giammai: 
* ''^'\ "Ma -li nostr' occhi per cagioni assai 

'Jihiaman la stella * talor tenebrosa ; 

Così quand' ella la chiama orgogliosa. 

Non considera lei secondo '1 vero. 

Ma pur secondo quel che a lei parca : 

Che r anima temea, 

E teme ancora sì, che mi par fiMo 
JJuantunque io veggio dov'ella mi senta.* 
^: . ... .:..>.^Cosl ti scusa, se ti fa mestiero; 

E quando puoi, a lei ti raf)presenta, 

E di' : Madonna, s' elio v' è a grato,*^ 

Io parlerò di voi in ciascun lato. 

1 Coste* pensò chi mosse l' univer- Cannoniere le illustrazioni ad essa bal- 

80 : a quasiché in Dio (esclama A. M. lata, e la nota %] alla canzone presente 

» Salvini nelle note allo giunto del- nella pag. 18G dello stesso volume. P. 

» la Bella Mano del Conti} il pen- 3 pfon si turba, non si oscura. F. 

9 siero della creazione del mondo ^ Aa s/e//a, cioò il sole. F. 

» andasse del pari col pensiero del- s Qunniu7ique io veggio, ^tto ciò 

» la formazione della sua donna, ed eh' io veggo, dov' ella mi senta, do- 

velia fosse in ispecial modo pen- Velia sia presente. La maggior par. 

» sata e intesa da Dio I » Ma il te de' testi leggono io vengo, ma di 

buon prete, il quale nelle espres- certo ò errata lezione, si perchè 

sioni amatorie degli antichi poeti non se ne leva alcun senso, si per- 

non sapea vedere che iperboli ed che Dante stesso cosi dichiara que- 

esagerazioni, non avea presente che sto sue Trasi : a Clie l' anima temea s?, 

qui l' Alighieri parla della divina Sa- c/w fiero mi parea ciò eh' io veciea nel' 

pienza. P. lasuaprenenza. » F. 

s La sorella cui Dante qui allude ^ S' dio v' è a grato, s' egli v' ò a 

è la ballata Voi che sapete ec. Vedi nel grado, se v ' ò a grado. P« 



17$ 



ih CONVITO. 



Cahtolo L 

Cosi coma nel precedente trattato si ragiona, lo mio se- 
comlo amore prese cominciamento daHa misericordiosa sani- 
biaiiza d' una donna; ^ lo* quale amare poi, trovando la mia® 
vita disposta al suo ardore^ u guìsa_dj fuoco. di^iiccMa in gran 
fiamma s' accesa ^ * sìcchfe non sola menta yi'gghlandOj ma dor- 
mendOj imut! dì costei nella mia ti'Sta era sjuidatu.^ E quanto 
fusse grande il i.iesideriOj che amore di vedere costei mi davaj 
né d ire, «è intendere si poti'cbbe* E non solamtìnte dì tei era 
cosi desideroso; ma di tutte quelle persone che alcuna pros- 
simitade avessero a leij o per familiarità o per parentela al- 
cuna. Oh qtjante notti furono^ che gìì oeehi dell* altre persene 
chiusi dormendo si posavano^ che lì mìei nell' abitacoli* del 
mio amore "^ fisamente miravano i ^ E siccome lo multtplicato 
incendio pur vuule di fuori mostrarsi, chó stare ascost> è ini- 
possihiJe; yolonià mì gjunsodl parJare* tl'aiBonj il quale dei 
tutto tenere non potea.** E avvegnaché poca podestà io potessi 
avere di mio consiglio,*^ pur in tanto, o per volore d* amore 
per min prontezza, mi esso '^ m'accostai per più fint^^ rh' io 



1 Si ricordi il IcUore, elio pei- U 
legge BtabjhU nel fop^ it itùit, H, 
J'A. qui rieocnfncid V p&pos litio ne sq- 
c<jndo la fientotizu letlei ale. l*, 

» Tutti i testi con errore ; la quale 
E. M. 

^ Abbiamo toUji la viziOM tn'^pn- 
&t zìi Olle de' testi : la mUt dixprut'ji vita 
al ttto urdtift. E. JH. 

* Poca fiPilta gran ^amum ff(?0N» 
dn. Parod., L,34. ^. M. 

^ Ptìrlu secondo (a figura elio po- 
ne occliiw per tnleilGLto ; e dice tu- 
m(ì im' sit;tiitkure le Immogìfiit Ifi 
quali unicamente per vììi di hime 
sona ei;€itsl[> ned octUo corporale* 
Fuor di llgura il senso è : ììùh soU- 
niBnle vcggh iaculo, mi» dorme lido* io 
p^ensava di rosici. P. 

l'er Éibilucolod' aurore s'intende 
\sk ducìiiu. >a iiMi^k er«» Uiniitte li) 



cui «i formava e riposava la tuo 
ré, P, 

T GuardavanOt le pr, edlz. e il cod. 
Giiéù. m. E. M, 

8 Cosi il cod. Val. Ufb, i Gadd. 3 e 
laj primo^ n Biscioni r yi\rlure amù- 
ve.E M. 

^ Cìflé : io non potea rilenere af- 
fatto celato dentro di me* K^ 

lo ì^iccunio tuUu \à podeatìi sopra 
le cuaa iiit^Jlig^bifi si ha ufikflmen* 
te p&r regi Olio di ^ckeuiia, tati lo è a 
diri* : ureti pt}€tt jvjihnth di mio m*i$i* 
yth, rjkmejto : iù uott mptm àene dir 
mi fnre. W m 

n lo intendo cht* questo pronome 
«tao rapph' filanti ^mistglm , o non 
umoi'if eh' è numi mito per inteipo- 
si3:ione ; e elio pes h st vogSìa r|>ic* 
gare; Atl 04?*o c«ristÈJ'''f' m'accusi ai 
|HH plii Hate o^Hà mente^ cioè a aue: 



TRATTATO TERZO. 173 

delìbera! e vidi, che d' amor parlando, più belio, uè più pro- 
fittevole sermone non era, che quelio nel quale si commen- 
dava la persona che si amava/ E a questo dcliberamento tre 
J§£ÌQS^ÌJIÙllfcriUtar.o ;.^ delle quali V una fu lo proprio amore 
di me medesimo, il quale è principio di lutti gii altri; siccome 
"vede ciascuno, che più licito né più cortese modo di fare a 
sé medesimo onore non è, che onorare V amico : che, concios- 
siacosaché intra dì:«imili amistà esser non possa, dovunque 
amistà si vede, similitudine s' intende ; e dovunque similitu- 
dine s'intende, corre comune la loda e lo vituperio. E di 
guesta ragione due grandi ammaestramenti si possono inten- 
dere : r uno si è, di non volere che alcuno vizioso si mostri 
amico, perchè in ciò si prende * opinione non buona di colui 
cui* amico si fa; l'altro si è, che nessuno dee l'amico suo 
biasimare palesemente, perocché a sé medesimo dà del dito 
neir occhio, se ben si mira la predetta ragione. La seconda 
ragione fu^ lo desiderio della durazione di questa amistà; onde 
è da sapere che, siccome dice il Filosofo nel nono ddV Etica, 
neir amistà delle persone dissimili di stato conviene, a conser- 
vazione di quella, una proporzione essere intra loro, che la 
dissimitudine a similitudine quasi riduca, siccome intra 'l si- 
gnore e '1 servo. Che, avvegnaché 'l servo non possa simile 
benefìcio rendere al signore, quando da lui ò beneficato, dee 
però rendere quello che migliore può con tanta sollecitudine 
e franchezza,'' che quello eh' ò dissimile per sé si faccia simile 



lo volsi e lo rivolsi per l' animo tanto ^ dì colui, di cui, ioggcio gli edit. 

eh' io deliberai co. P. mi! con duo codici. F. — Supplisci : 

* Cioè, la persona ch'era amata, esso vizioso. P. 

Tulli i testi leggono che ni amava, fi Fu, leggiamo col cod.Gadd.13o 

ma gli edit. rail. vollero, non troppo primo. Malamente il Biscioni cogli 

bene, leggere: die sììoanuiva. K.— altri testi MSS. e stampati, /"a. K. M. 

Dice l' A. che quel sermone è bello, 7 Le stampe : e di franchezza ; ma 

perchè conveniente e profiltevolo, dicendo di franchezza sarebbe pur 

essendoché cantando si disacerba la necessario di dir prima di solleciiw 

passiono del cuore. P. dine, e cambiare (anta in ionio, per 

* Ragioni, le pr. odi?.., i codici modo che si dovesse leggero: con 
Marc, ed il Gadd. 13o secondo. tanto di nollecUndinc, e di franchezze. 
L' ediz. Biscioni : cagioni. E. M. E. M. — franchezza tjiIc n dire, li- 

^ Mi disposero. P. berta d'iinimo, che ^^ccia senza om» 

* Cioè si forma Ira gii uomini. F. bra di sToizo. P. < 



m 



IL CONVITO. 



<ì) 



\( 



pdv in mi.stramcnti) ùdh buona volontti, la quale nirnnifosla 
, l'amistà^ G fvrmiì^ e conserva- Per che io causi de randtìjiio 
J minore elio questa donna, o vt!g*;endo me l>enericato ih kì, 
1 mi inforzo di lei canini nidurc * st^eondo h mia faculla^ la quale ^ 
se non simile è por sé;, aJmcno la pronta v^^Iontà mostra che 
se più potessi più farei, e casi sì ^ fa simile fi queila di questa 
pentii donna. Lù terza ragione fu m argomcnio di proyvi* 
cknza ; che, siijcnnm dice Buezio, <t non basta dì guardare pur 
ìt quello eli' è dinanzi agli ocdii, cioè il presente; e però n' ò 
]t> data la provvidenza, che riguarda oitrc a quello che può 
1^ avvenire. » Dfca che pensai eht^ da uioltì " di retrij da lìie 
/Jprse sarei slato ripreso di leve zza d' anirno^ udendo me essere 
' dal primo amore mutato Per che, a tórre vìa quesia ripreti- 
' sìone, nulle migliore argomcnlo era^ che dire qual era qu<»lla 
ilonna che m' avoa mutato : che por la sua ecccllcnzia uìani- 
fesia aver si può considerazione della sua virtù; "^ e per lo *nWn- 
dimento della sua grandissima virtù si può pensare ogni sia- 
hllìta d' animo essere a qu*'ha mutabile;* e paròme non 
ii[iudicare lieve e non (stabile. Impnsi dunque a lodare que- 
I sta donna, e se non come si convenissi^ almeno innanzi quanlu 
io pili essi ; e eominciaì a dire; Amort vks lidia menk mi ra- 
giona. Questa canzone principalmente ha tre parti* La prima 
è tutto il primo verso,'' nel qualì^ proemialmente si parla. La 



* Qui iti Ulto i testi h^VM] V ovi- 
dcnUssima bguna del verbo regola- 
laro deiriiiaennilo coiììmeudtirg. Chi 
rum iipprovaàae il modo col qunlo 
rahhiamo adesso riempita, puft ar- 
Uìtwr^ì ad lìtio di quelli proporli tiel 
Sn^Ffiù, jiDg. 59: impfesi ti. tei com- 
menitar(f ovvero prtìpan di Iti coni- 
ftìffìdare ; che tutti ci s emhranc* buoni 
taglia Ime ni e, non potcudooì assìco- 
lare d'«ver divinerà h ver» lej!iotio 
rìeli" Autore, V'^'l '**il^*ì nn WSS, e 
ne Uè stampe. E. U. 

* BiS V Aiiloro vti èva starsene 
slrsUo al modo do Ila firaposmone, 
doveva dire : il quale rtm òmffìnó; 
ma gii plrictjue fato Irop^'^o ntH di* 
scorso d£iireffcMo alla stia cogione 
tinvìenle ; coair gM ptiVr<H>e di va r iu- 



re un [K>eo la condhionc di tutto \a 
Qltre idee. l\ 

s Di quealo si hovvì pLi'O Inguno 
intfttli i lesti. K. M. 

* Intuiti i tejili qui tnnaffì un ck« 
V i7 iosa mente in trotìutto ooal : the ria 
mnlii che di rsiro e<J. R. M, 

a Intendi ■ Perchè tonnsocre rer- 
ci'lletiza di lei È V unicji vii* d,i poter 
misurare e fmosccr tFene la suri vir* 
Ui^ cioè ìli sua ^HìcBi'.ia o forila opera* 
E iva |>. 

*3 Saie a dire : E^ser quttia polen- 
ti' a far muttire (li p^mura ^mtiuufim 
umm più confa fttf, E. II. 

^ E sempre da nvrrsi presente lo 
sp^^xìalo signi tifa lo di ìtfftnzti, ehtì 
UcmlQ ktì nneat' upcn oiseeno n^ vy- 
Catioio Vino. E, lì* 



TRATTATO TEftZO. 



175 



seeoncb sono tutti e iva li versi s^'ijucnti, im* qmìi si trattai 
quL'llo thù dire s'intende, cioè la loda di questa g(>nine; lo 
primo de' quali comincia : Non vede il sol che tiiKo il mondo 
ijira. La terza piarle e 'i quìnlo e ultimo vctslì, nel (\iuìk^ 
dirizzando io parole alla ranzone^ purga kì à' alcuna dubitan- 
za. E di questi^ tro parti per ordine b da ragionare. 

QJIPITOLO IL 



^ Jtccndomt dunque dalla prima parte^ chn a proemio di 
quSia canzone fu orili ii.ita^ di€0 clip dividero in tre parti si 
conviene ; eìib prima si tocm h ineffitliile condizione di quo- 
tato * tema : secondamente si narra la mia insufllcìenza a questo 
perfellamenSe trattare; e comincia questa seconda parte: E 
certo e" mi convien taseiare in pria. L'itimamenle mi scuso da 
ìnsufllcienzia, nella quale non si dee porre a me colpa ; e que- 
sto comincio qutmdu dico : Però se k fnif rime avran difetto. 
Dico adunque: Arìinr^ che nella mf^nle m ragiona ; dove prin- 
cipalmente è da vederi^ clii è quesito ra^nonalore, e che b que- 
sto loco nel quale dico esso ragionare. Amor Oj yen mente pi- 
gliando e sottilmente consideramìOj non ò attrOj che unimenio 
spirituale dell' anima e della cosa amata; nel quale nnimenlo ' 
ili propriti soa natura 1' anima corre tosto o tardi/ s eco n du- 
cile ù libera o impedita. E la ragione di questa naturalità^ può 
essere questa ; ciascuna forma suslan^ak procede dalla sua 
prima cagione, la qual ù Iddio, siccome nd libro di Cagioni e 
scritto; e non ricevono diversità per quella/ eh' è semplicis- 
sima, ma per le SLcoadarie cagioni, e per la male ria in che 

nOf tìd io «ano s^tato m fursc, *se do- 
vca porre questa lezione nel te- 
sto. K. 

» I eadici e le aiampD : toHo e 
lardL 5la la corre7.iorÈe é indicata 
dulie parole die se e nono i in^cotiàficìii 
è libera o iiftpadita. E* M. 

8 Naiufalità deir anima per la 
qnole essa corra ull' unìmento €olla 
cosa Dmata. P. 

* Par quetk prima cuglane, ^\ùt 
nio. f. 



1 QmiUìf M cod, Gadd. 13^lett U Vat. 
Utb. TntU gli alTd MSS. e V ediz. Di- 
ECììonl i qwsta. Ma tjaìi^do Dante al* 
Irove e nelle press e nel versi tema 
di genere mascolino, egli è da crede- 
re die tema feintninliìo> voce plebea 
e corrotta^ sìa regalo de' copisti. Kò 
vaglia che ti Boccaccio r adoperi 
fernminvno nel Decumeront, perchè 
egli segue in quello il parlare della 
nioiutiidiflc* fcl. Il — n eoe. Ilice in- 
Vuce di q^aenfa Unni legge tjueittti don- 



f76 a cuKT?iTO- 

(lisce ode/ Oncfe ne? medesìfno libro s! scrive^ tn'»irf>n'1o rTH- 
l'infusione d^lla bontìi divina: «f e fanno ^ diverse lo botìUuii 
:& e i doni per in concorri mento della cosa che riceve. j> Ondo 
concio^ìacosacbò ciascuno cffi/tto ritenga della natura della 
sua cagione^ siccome dice AlFarabio^ quando alterma che quello 
eh* e causalo di * corpo circo [a re lia '^ in al^^uno modo circu- 
irò essere/ ciascuna forma ha essere delia divina natura in 
alcuno modo; non che ia natura divina sia divisa e conium- 
i cala in quelle; ma da quello pariicipataj per lo modo quasi, 
^ che la natura del sule è participata nell' altro stelle. E quanto 
la forma ò più nobile^ tanto più di questa natura tiene J Ondo 
l'anima umana, rh*c forma nobilissima di queste* cbe sotto 
il cìeto sono genera tc^ più riceve della natura divina, cbo aJ- 
cun* altra. E pcn^cchò naturalissimo è in Dio volere essere 
(p tiro e e he siccome nello allegato libro sì logge, prima cosa è 
l'essere^ e anzi a quello nulla è), T anima umana esser vuolo 
I naturai mentE? con tutto desiderio." E perocché ti suo essere 
I dipendo da lYm^ e ^^ per quello sì conserva; naturalmente di- 
sia vuole a Dio essere unita per lo suo essere forliricare. E 
perocché neìln bonladi della natura umana la ragiono sì mostra 



1 Supplici \ c\a$e\im formi) sii- 

* Ihtentli 1 1^ lo infusioni iteHa bon- 
lluìivina fQrn>t> nclI" imiverso creato 
diverBe lo bonlaiU o l doni, noi* e^so 
per Bc\ rni> per lo concorri mento 
della cosa, ofio novnrt casi ricovtì 
l'inruflione. P. 

» proporrei die fosse sei Uto Àif^t- 
Tfilìh^ p perchè lo avvlaJi il Biscinnì e 
ncrchè nel loslo mcntesimotr Aibrrtn 
Alligno Imvagl scruto Aiph'irah}!, 
V Atpeintgfo, che si leggo lu lutll i 
Ec^U,non pii6 dunque esser nlirt) che 
storpiuturii d'àiniiniicnso S. 

* Dd corpo cirailareiCmi. VéiL Urb.; 
damatùcircuftire : eoii . V a t . 4T78* K . M . 

> Dà tnveco di hn, hflono lutti I !«- 
Hii con leiìono che vi^drustt oir^U 
!?or pocn che 9l constdctl it ciootusto 
del discorso. E. M. Il Wittfl poi opiiiii 
Che !*ia dii leggersi d-^K, 



* Gonio se d^ceiAe: hJ un ess«ro 
cbe tkne in ȏ della forma del dr- 
cnlo. P. 

f Cìo^ partccìpn più nella 8 un cs- 
fCTizfi dellii tiatyni divina. ÌK 

s Qittsti cflTf, le [ir. odi?;, eoo le» 
7.lono da non esiterDacceOata ; pcroc* 
c\\é l à* qui intendo che 1 animu 
umana ònohUrsmft, ciriè nobile pff 
occellenì^j fra luUe U forme generttfi 
fiùtfoilckh. Il M. 

* Con iulio desiderio ^ è lesiono del 
roiL fi ICC. ; con tanta dtiitftriOt la v^|- 

1^ L' rdiz. Biscioni : diprntU da Jii^ 
pn' fjttillouhE si cnnuerun. Le pr. edKj, 
Q i cod, Mbi'c- secondo, Vat, 477S & 
Gadd, 'J : dipmfte dn [in t ptr qmih 
chr ni caterva. È manifesto doversi 
riteacr l'i^ di quei'ala leiEÌonei rlget* 
tutnU) Il ihe, a leggere corno noi ab- 
biamo mcsio no' tesfo, L\ M. 



k. 



THATTATO TKII/.0, 



ìli 



della divina/ vli^ne che naturai mente l' anima owana con 
quelle ' pt?r via spìriiuale si unisce tant<) più tosto e più farte^ 
\]umUì quelle più appaiono perrelte ; lo qualfì appariniunto e 
fillio, secoHiiocliè la conoscenza dell' anima è chiara o inipL^- 
ilita.^ E questo unire ò quello clìe noi dicemo amare/ per lo 
quaJe si può conoscere quale è dentro 1' anima, vergendo di 
fuori quelli che ama,'^ Questu aniore^ cioè 1' uui mento della 
mia anima con questa gentd donna, nella quale della divina 
luce assai mi si mostravBj è quello ragionatore del quale io 
dico;" poiché da lui continui pensieri nascevano, miranti e 
disaminanti lo valore di questa donua cho spiritualmente fatta 
era colla mia anin>a una" cosa. Lo loco nel quale dico esso 
ragionare si è la mente. Ma per dire che sìa la mente, non 
si prenda di ciò più mlendimento^ che prima; e perù è da 



fatto il» UiUi i testi tìoBì : E perotciié 
nfiUbonttidi dciia natura ddta roQiQm 
<i moitra ta dii'ina rff«a, che naturai- 
fmnt^ €G. Noi ì' abbj&mo rudtl rizzato 
eena letnu d'esserci mganoaU, E. 
M*— Cioè, opparc aEcuim (}Oifidììio^itì 
deUà bcnta Ueilu uìiiara divina. K 

3 iMeìiìì'ìtCOinjuiiilU iJOHtadì. K. M. 

^ttiteudit Lo guab appari mento 
dì pur fez imi e é fuUt> secoriUfìctjè h 
coDuscenia che V unima dà ogli aiti i 
di Ab madc^hus, è t^liiara o impedi- 
ta. Per questo le animo che ai na* 
^condono diclro la trisl^a selva do' vi- 
zi] t □ die ci vennero sepolte in un 
corpo di mala complessione, siccome 
Ito 11 famiD conoscere U bellii dell'es- 
sere loro, Ciisil uùù possono esacio 
13 Libie tlo d ami>rLS P. 

* Per tiii volesse ritornare ri ve- 
dendo le pruj'O^izìonì che conipon» 
goiio la gradai 101] e a dimostrare U 
perchè V anima uo^Lra si uiilsia 
d' amore colte aUrc noi me, «ono 
(juesle^ eìaficuna Torma soìJtanj,ialc 
procede' da Ulo, eh' tì sua cagiono. 
Ma cia:6cUnoi elTdttù ntieue delia na- 
tura della sua cagìeno: dimqne eia* 
[«tuEU ferma ritient) della divjiia un- 
ituia; e tanto più, ([uanto e^sa ^oimu 
jé più nolìik' : onde l' infiala e/^jìaj] a 
[Tot e, — 5. 



più ritiene del Li forma divina cli0 
alcun' altra. M% noMa natura di Dio 
è innanzi tutto 11 voler csBeie; per- 
ciò anche T anima nostra esser vuole 
coEk tutto il dcaÉdeno. Ma il £oo es^ 
sera dipendo da IJio e p^p Dio ai 
conserva j perciò jìOturalment a in ai- 
ma desia e vuole a Dìo essere unita. 
Ala nelle bontadi della ntiturA umana 
ài mcalrò in parte 1' essere di Dio ; 
e peiò l'anima vi ai unisce, tanto 
pili 10510 a tutte t quanto quelle àp* 
paiono più perfette. K 

fi VrQ^etida di fuori qtaiti e Ai amti, 
questo amore cioè V ummautù dtlfn miti 
ùrtimìi con qatsttt QentU ('aima, natiti 
t^uate deliti diurna liice afijai mt ù mn. 
slrma. E qatltù è ragiSumtare^ ikt 
quak io ^fcu^ paicftè da lui cantinui 
jieusierif nfisavaim ec. Cosi 1' ediz> 
niseìoni con leseione s^jonveitjij e 
poco meglio di essa le altre aumpe. 
NoiabbiamotimessOi in pleiJi il si^nsu, 
correggetido r intt'rpLinzioo&^e fa eon- 
do verbo doird innanzi a i/udio^ dopo 
di cui s' è levato Ve, vljiosamenLe 
jiitrodoUo da chi noti intcéie punlo 
ciò clic ma le ri al ai en lo copiava. K. M, 

* Accenna al verso : •« A mitrdie adhi 
nientt nù taQiQua» ^ e. 

T fj>i{i nudtéìmii tm^j le pr. edì«- o 
i c<jd. Val. Urb. eGttdd. tUV.l'^M. 
13 



178 



IL CONVITO. 



Vf*drrf5 t:lKì ' questa monti* prr^pi f;imf^n(fì signi (tcn. Dieo n^^rm- 
iqufì cM M Filos*)fi> noi sncimdn fidi Anìfiìa, partemJu le pi>- 
' irnzo Ili quella, diiio cbi' raniiim principnlmente lia ire |h> 
tf^riz^j ci«kÌ5 vivere^ sfìntire e ragionare : e dico anche muuYere; 
ina qu€SLa si può ccil sentirti fare nna^ peme^^hè o^ni anima 
cUe senti', n con tutti i sensi o am alcuno sulo, si muove; 
sicché muovere è una potenzia-- congiunta col sentire. E, se- 
coinlochè esso rlice, b manifestissimo che queste polt^nze sono 
intra so ^ per modo^ che V una ò fondamento deU\iJtra : e 
quella eh' è fondamento punte per sé essere partita; ma T al- 
tra, che SI fonda Siipr' essa^ non può da quella essere par t ria. 
I Onde la potenza vegetativa, per la quale si vive, è fonda- 
mento sopra lo ^ quale si sente, cioè vede, ode, gusta, odora 
e tocca ; ù questa vegetativa potenzia per sé può essere ani- 
mo j"^ siccome vedemo m Ile pianti^ lui te. La sensitiva san za 
queha esser non può. Non si trova alcuna cosa che senta, che 
non viva, E questa sensilìva ^ è fondamento della intellettiva^ 
eioè della ragione; e però nelle cose animate mortali la ra- 
gionativa potenzia san za la sensitiva non si trova ; ma la sen- 
sitiva si trova sauza questa, siccome uHIe >*estie e negli uc- 
celli e nei pesci e in ogni animale bruto vedemr^ E quella 
anima che tutte, queste polenzie comprende, è perfettissima 
(lì tutte l'aìtre. E V anima umana la qual è colla nobiltà della 
potenzia ultima,^ cioè ragione^ participa della divina natura a 
guisa di sempiterna intelligenza; pcroechè l'anima è tanto in 
qtiella sovrana poten:^ia nobfl itala «^ dinudata da materia, che 



J (Jhe per qual cam^ lot. quid. P. 
» Uiìapaienencninentiri'^t^ pr. PìWt.. 

s Sorto in/roflff^cbèlhfltino ln!e at^ 
Ìin**rVT.o rnnacnU'iiHrfl. [*. 

* Così lì eod. Val. Urb. I Gilda. 
\'à\, ff]5 ^conao: xfìpm*i ^/iifi.'r II 
JnsGÌorti t jfljjrd la qunif^ IL M. 

^ Intanai, nninifi vfg^taUv^, parla 
r Atittìco ìfeconao \\ modo d' [ilmpedo 
tSe e t\i PiU.il gora, nbo dipdoro iJijirrfi 
allR plmìt* emne nlle bastìe ed tigli 
uomink Non gi& perche avessero pen- 
si! tn mAi^qiie'etosofl &iipientÌ5S|mÌT 
essere queste Ire cóTidizion? d* Bnime 



di ratto cgiiiilì, ma {iGth:hr< Ut tnaio 
a foro, Kìceonie primi novatori defja 
lingua lìbsoaca, porre nnme anìmtì 
nuche alla virtù clip fa vegeinri^ le 
pìartk», Ih quella guisa PhP uni, pr»r 
siLrj rìappUi, abblaiìio potuto roj^li^r^ 
loadcB&a, e mantonerln solatnenLe 
per Ifl altre due virlù^ che ranno vi- 
vere p sftnUiegti animali, e vivere 
sentire a rai^ioiiiiirc I' uomo, P.* 

E qhvsta iPfi'iitfr''t P'itffiZfif ì Cf>d. 

Marc., Uarb , (Jadd 3. tlii, f 33 secon- 
da, e le pr. cùìr. R. M. 

T Compse dicesse : lo quale ha !« 
nobìllii di.^lto poiphza p3ù sibiline. P» 




h rlìviua luco, come in nngioh*, niggìn in <]Ui Ila ; ' o può è 
i' uomo divino animale ila' lìirtst^fi ttoiaalo. In questa nobilis- j 
&lma parte dell* anima sono più vhiiij siccome rlu;o fi Filosofi) 
mas^iinamente nel ttTZo ' MI' Anima, dove dice ulii; in cs^a 
è una virtù du* sì eljìama^ieiUiflriij^c una chi^ »i r hi ancia ni- ' 
l^ii>naliva ov^'^ro rno^iiglìaiiva : v r*ni questa sono certe vir?u^ 
ìiìccome tir (|uello nìcdeslmn ììny^n Arisi.or.ile tììco^ siccome la 
virtù inyxifUUta.e giudicali va, E tutte queste nobili&^tme virtù, 
e l'altre che sono in quella eccellente poleniinj si eliiam!!' 
insieme con questo vneahob, del quale sì volea sapere* ehe 
fosse, cioè mente; per clie ò manifesto, che per mente s'iii- 
tende questa ultima e nobilissima parte dcir anima, E che etò 
fi.s^è Io 'nlendimi^nlo sì vede, ehbstilairninie defr mimo e deìbi 
divine soslanìiie questa niente si predica, siccome per Boezio 
^'ì può apert fune ole vedere, che prima la predirla degli uomini 
ove dice alla fllosolia : « Tu e Dio, che te ' nella mente degli 
T> uomini mise ; j» poi la predica di Dia, quando dice a Dio : * 
« Tutte le cose produci dal superno esemplo^ tu bellissimo^ 
» hello mondo nella mente portante.'^ » Nò mai d*animalii 
bruto predicata fue, aoKÌ di molti uomini che ilella parte per- 
fettissima paiono difettivi non |)ar doversi nì^ potersi predi- 
care; e però q uè 'colali sono elifamati nel fa grammatica' 
amenti e dementi, cioè senza mente. Onde si punte ornai ve- 



1 Raggia del lume delle etertie ve- 

s Nii xesto dsUanimif, così tuUì i 
tcgti. Ma i lihrì d' AristollltJ fìtW Àni- 
ftifi non son più tìì Li h a ne\ terKO 
nnpLinWftiap. a n 4) piìflaisi a lin>go 
Ai tuli virtù d<!ir enimn, cìcio dollJi 
acleDtifìca e d^kla ragioriBliva ocon- 
Bipiiatha. t;. M. 

* Si chinmrt ìnvecfl d t Ji cLifimaun, 
moniern frequAiiUssima in qij(?3la h' 
Jiro ed in altro scrUtuie ét^ì trecento, 
nelle qimji il fiìngotare assoluto è pò- 
iato Invece del plurale* Kd intoinn a 
i|n€Stfl a ppft retile irregolari là del v er- 
ti o singer ara accontato co' suoi casi 
nel jinmero del piìt, nllorquiinda è 
ptecedul^^ dal «. e do vedersi unii 



lielJ4) nota del sfgnar Parenti, Annnt, 

* Onesto tr^ necessario a sa pera 
(|i]a( SÌ.1 la co^a m^ssa da Dio nchtla 
itiente degli uomini, è omnsso in tut* 
H i testi del C^milo^e &\ siippllKce 
Crt| testo di UoeriOjlih. \, pros. 4 : « Tft 
whiy fi qui iffapì^nìimn mentibnn i<ì»r'- 
rm{ Df'iis^ ■* Vedi il Sftggh. pag, *ìiL 
li. M. 

K A Difìt re ti firn fin le il r.otK Brtrln o 
Je prime cdist. nniseiofii:rfF/>/n l-:. M. 

fi <A TtiCiinHtixtfferfto fìiias ftUfxrm- 
j3io, pulcmm pukeriE siiti US i}t\f Mun- 
ti firn tftftite gtrtmt iimiitque imagi nv 
(.ttrmut^ Boat., dt Con*., IlD* Ulp 
carm. 9* P. 

T Cini^ ncUo lliijjULi tattua, 1^, 



180 IL CO?tVlTO. 

<)iT!! €lH' iTumte, chi.' ó qurlLì Ctiw ^ v. prrziusisstina piirlu 
dell'aiuta cho è deitadtì. '' E questo b il luogo duvc dico che 
amoru mi ragtoim della mia domia. 

CAPlTOtO Ili 

Noii san za rngbne dico tlie qursln amore iirlla mt*nlft mm 
fa ia sua upcraziuntì] ma ragione voluieu le mù si dice, a dnrc 
ad intendere quale amoro b questo, per lo ioco= nel quale 
adopera. Onde è da sapere che ciascuna cosa, couie deUo u 
di sopra^ pt-r la ragtouc di sopra mostrata ìm '1 suo speziale 
amorCj come le corpora semplici hanno amore naturato in so 
al loro luogo -prupio; e però la lerra sempre discende al cen- 
tro; il fuoco* alla circonferenza dì sopra lungo '1 ciclo della 
luna ; e però st^niprc sale a quello. Le corp'>ra compostiK 
prima/ siccome sono le mùiiere, hanno amore *^ al luogo dove 
Ja loro generazione è ordinala, e in quello crescono, e da 
quello hanno vigore e potenza,"^ Onde vedemu la calamita 
sempre dalla parte della sua generazione ricevere* virtù. Le 



1 0*»'/ /^'ip- lutti i re Eli M?s. e 

stampali ; p ni uno degli <^iìitori, nep- 
pure i\ Uisciotiìi s'iìccorso t:M q\ì\ ft- 
nf nùn può essere sostantivo per Ur- 
miuf^ m*ffì(ìe o simile; ma c!ie è 
ddielUvo {di tuli a boniìt, in iètremo 
prQifo d" tc&litnza, lo bIi^aso che fino 
«d &m\ più c^ro òi ToEicaiiij, e che 
Cóticortla <:anptiTte. E. M. 

t II l^etiarcu, canx. 7, pur. It, aUrì- 
buìfrua s>nftì' egli alla rogione qut^ilo 
che qui Dante e hi ami) deifade : m Quel' 
f iViiico mio i/okc tìtipio signaret Fatto 
citar d f natici uUa reiìia. Che la parie 
dmna Tii'ti di timtra nattìru^ e in d- 

> Per ragione, pi>r causai del luco. K. 

4' Pare alla Bibliot. Liti. £ he dopo 
/iMHTo abbili vi locuiio dk ktìdcf d' ai- 
Irò verbo sireiigltante ; né noi discor- 
di iimo dal suo par^ri^. t^a nun clid 
fino l'5iseri»i soUÌEitcsO! il fuoco liD 
umore niilurnOj nlU\ eifronfireììza tti 
kniitu ce. CIk' più volte uul CQHViioè 



d'uopo foro di questi supplì menti 
mt-ntali. E M, 

C'Intendi: l« corpofd primigenie, 
cior «A fjiié né ptìSsUinote In nessun 
modo dall oMe. t'. 

^Autore ià dote ia loro fféntTu: io- 
ne p.c.f il God. Gadd. t^ e Ifl prima 
pdiz. K, M. 

7 L" antico leTionia era : i'/* quatto 
cretcoHù n qui^Un vigore t potenza ; o 
così pure Bttifnpb il DiBcioni, aggEiin*- 
j;endo peraltro uii'e dopo cresconui 
M& gli c»dit. mil. cotisidf^rando corno 
il sGTiso rimaneva indetermioalo h 
sospeso, filiin]p<QronD di loro con get- 
ti] ra: in qufUo rreiconft.f Jn qfieUo 
hfiTifìo rigore e foltn^n. Ma la le etiti* 
geltura i\& ora 1 uutorilà d(?l codi 
E Ire., eli e cosi op punto U'ji^tà. 1% 

^ Ri^rtre, leggono coneitonifnte 
il die. Gadd^ V\a primo cil il V^u 
primo (e deesi iig^iungeto Itiec.;. 
TiiUi gli altri Ipglj d'accordo coi 



TRATTATO TGUZO. 



ÌÈÌ 



piante rli5 snno prima niiimalr * ìmmn dimore a certo luogo 
pìii mmìKvsUiUìmie^ se con cloche In eomplefisioTio ri chi ode; o 
perù vedeniu certo filante lungo T aeque quasi sempre siarsi/ 
(*. certe snprn i gioghi ^ delle morit-^i^ne, e ncrtc nelle pinggo 
é a pie de'montij lo quali se si trasmulano, o mooìmm del 
tutto o vivrmo quasi triste, siccome cose dìsgiuìite Jal toro 
amico,* Gli rrnijiiaii bruti hanno più manifesto amore non so- 
la mente agli luoghi, ma l'uno l'altro vederne amare." _ (ili 
uomini hanno loro proprio amore alle perfette o oneste cose ; 
"7r perocché r uomo (avvegnaché una mkì sustanza sia tutta 
sna^ forma) per la sua nohilia ha in sé della natura d'ognu- 
na di quesie cosej tutti questi amori puote avere, e tutti gli 
lia.^ Che per la natura dol srnqdieo cnipi^^ eliM mi 4ijL^;;rtto 



li Aiììmnte cioè tìi fjiicl l'anima, che 
gli aRltfhì filosi^n rhiumavPEio v^ge- 
tEifiva. ['% — U WiOo Itggc primr^ 
Cd intcniJp: le piantOp <ìhe fra Ifl 
cn^ nnitiiatd SE^no k prìme^ cioè Jo 
infimo^ non avendo die T a ti ima ve- 
fifJfttiìflT liitnno PC. 

' Qiiitii ÈeiifpTi uarsi, è te7.iono Otiì 
doti, nìcd.f malto mìgtiori} éeUa co- 
nnine qitnni pinhtarsi. F. 

3 Lo prÌKie edizioni , gli cechi ; 
qutUù dd lljscionì » i luoghi. Nt>i 
correggiamo r giochi con alcuni MSS, 
vcduO dal modeaimo lìisciinii, e col 
Perticar!. Vedi >ctì/l *W Mi Jib. IT, 
cip. !ìt ed li Snfffjin, pag. 1^5. E. M* 
— Ed ( {fioghi ìegge juriiUi il coi. 
nìct^nrdinno. F. 

*Ci«è dn qudlo che cisc omnnn 
pili ; ed è ìtfi poli a re pò sto a ìwnio 
di neutro. P. 

« La lexion{» eomtine é : G/i aii wci- 
Ji E)ì!Ji hatiìifì più ntftniffgta funnre 
ttOT» solattiente agli uomiìii, *nn T uno 
V altro tedimo Hmarp, Gli edit, miK 
fiera itro non peTsntisi di qiicsfa le- 
sioniv come quella che esce del su- 
hlcUo^ il quale e dìmoaOart! che gli 
elemenlt, i miMcrolì^ I vegeiiibìli, 
gli animali hanno amorfi al proprio 
luogo t Inclinarono a credere cho do- 
vesse Reggersi cobI : Gii finimaii 
Ir -Alt htmtwm^ mani fasto amore : nofi 



soUtmenf0 Vuuù l'ut fra mn gii ummm 
vedfvifì {im<firig„ Ala ai al tonta tiarono 
sci^ìprc più dalla vcr<i Jez^ione : la 
qn.ile è qiteUa che ho poiLaFn nel 
teste, ù che leggeri net cod.niccar- 
diano. F, 

fifrmtt, cosi II Ri «Cloni. AKH tcfiii 
leggono: fniftì fm forma. Ma la yna. 
le^tione de hh' essere auft fùftìui: e 
vnot dire» che ruomo hn in se lutti 
gli fi mori specjalmi-nlc proprii di 
luUo ìe nitro cose, quanTunque b 
Silfi form&^ cioè \n suìj animo, sia 
una mfft stsshsnza. E. M. 

' Lfì voignta legione è ha in ti 
d'Un twtuvii dfpitiftquewtt catene. i ed 
n ragione il Pcderzini trovava que- 
sto perìodo dift^lio^fì wHa pa^'rs for- 
vviie f ndin pttrtfl ma irritile. La cor* 
rottone da mo introdotta nel testo é 
dt'l Witle. f\ 

* Che l'uomo sta il mondo in ptC- / 
colo, Tu ossionia leniilo dii Duìn(é,| 
come «i vedo manifEt«to per le cose 
che aeguono in queal^i} cupo, e per 
quel I E? che sono in principio del ca- 
pi[[>fr> Vili; e non solo r» d,i nint^% 
ma da tulli pt^r avveiiLiir;! l rtlo&ofl 
di que' tempii di che mi pidce ri- 
porr re in teslimOTiio no luogo del* 
Tonicità SIX dì san Grrgnrin, come 
cel diede T aureo «'»" traduttore nel 



im 



IL ClOr^VITO. 



ìiigliDrij^j!Ì.i, Ji.'itnriiliìmnt^ ama l'aiidaro in giù; prm quiindu 
in sa minavo la suo cnrpo \nù s' fitfitica. Por k mVira s«v 
randa del carpa misto i^mn lo luagu delia sua i5t^n*^ra/àoiirj rs 
ancora lo ttiTipa; a pera ciascuno nn turai mivutn ò di più vir- 
tuosi» carpa iivì iuai^a ov' è gencritta a ri ci tcinpi> iMh sua 
guniT anione, i^lia in altro, Oude si leggi" nelle stnria d' Ercole, 
e nello Os^idÈa rnaggiarc ^ e in Lucano ^ e iu altri pur ti, rli^", 
conilialÈcndo cai gigante cIib si cluam^iva Atitcu, tulle vidt»; 
rhf^ li gig"intt5 tira stanco ed^ elli panca ia sua corpo supra 
la terra distesa (o per sua volonlà o pr-r farza d' Ercule)^ 
faràa o vii^^ere intera mentii della terra In fiir risur^eva, nella* 
quale e d,dla ffnale era essa generala. l>i che accui'gendtiS! 
Ercole, il hi line prese Ini ; e stringenda q niello e levatolo dada 
terraj tante lo tennCj senza lasciarlo :ilb terra ricanyluguere^ 
che 1 vinse ^ per soperchio ed uccìse; e questa ha Itagli a fo 
in Affrica^ secondo le testimonianze delle scritture. E per la na- 
tura lerza^ cioè delle piante^ hn V nonno amare a certa ci he, 
Tion in quanto è sensi hile ma in quanto è mitri htle : e quel 
cotale ci ho fa l'opera di questa natura perrettìssima ; * e l'al- 
tro non cuslj ma falla imperfetta. E però vcdemo certo cihi> 
fare gh uaminì formosi e membruti e ben vivacemente colf- 
rati; e certo ^ fare lo eonlrario di questo, E per la natura 
quarta degli animali, cioè sensi ti va j ha V uomo altro amore, 
per lo quale ama secondo la sensibile apparenza, siccome be- 



kreceiito i a. ììtmo k pieiu, ma non vi- 
vmio ; lotiù gli albitii e vivono^ ma fKin 
senionit; stmo i bruti nnimalì^ e ut «omo 
É nniatto, ma ^wn dìtctrnmtfi ; mn^ gli 
atigHftB viroaOi e ssnt0ni}f i dituttn't- 
no. L tìóiJJO dunqut hn con 03 ni tTfo- 
tura alcuni co^d cantune, perocché ha 
V eucre coUe pietre, il viiers cogli uì- 
bvrif il ^eiaiT« cogli animali, hi itilm- 
dtre cogli angeli, u Vedi im^BcnpIu dt- 
cliiarazione di questo tlottriitrt Liellù 
ttsùine 9ulki carila <li quell ingegna 
alto ed iiiiiabiliBsìma éi Pie rf rancia - 
HCO Giambi] Msrù P. 

i tiuÈ n<*]le Èietamorfoti é'OvìÙio, 
lib. IX, V, 183-184, Gli antichi no* 
8Ui scrittóri chiamavano iìmdio 
mutjgt&re ìe Meltimùrfuiì, ^m cbSer 



questa ta Bua operji più voluminosa. 
E« U 

sp/irtfff,, tib, IV, V. 5QD. E. M, 

3 ivi questo ed, &eniA il qua iti il 
disc orso j'iesce invlluppulo^ è laga* 
na in tutti i lesti ► li!. M* 

^ Nella, cod. Buib., Gadd. 3, l;i4< 
Vat. Urb., Marc sei^ondo e pr. eé\t* 
ì\ insoiDta 11^^, spropodìtiìi pei elle 
quale ù rd*itivo dì hrfa, E. M. 

* Che la f'tfiif e per lo soperchio l'uà* 
eiie^ i cod Vat. Ijrb , GudiL i%i e 
le pr. ediz. Eh M. 

« Clùt , Javiirii perfrtUssimunniu- 
te la <iQm[>le!»sioike d*^l cor(>o wni4^ 
no. ^', 

7 Ctrti^ leggono i teati comiio^ 
matite ; certo correggi» Il Witle. E. £f. 



Xa^TTATO TlàllZO. 



m 



feilfa; ti qiKSto amnre nell' uami» tji!jssim*imcntn ìm mrstien? dì 
n*tlun% ijii' la sua ?i(>iiLTLÌik^vtiI<^ *.>iH'n»zinmj tk l jJih'Ui» ^ rnas* 
sìmamofiUr di4ia vista ^ <li'l tattà.^ E pi*r h ì\\iìiìUi v uftmia 
iinlurUj cioè \Tni urnuna, t*^ inegjm tliceiidu, iiN^elir^^ tin' 
razìunak*j ki I* mmìo aruoiv alla venta calla viriu^ r da fjui> 
s^ln airmro nascr* la Yfra a jìt^rrelta aiiM^là, dell iniesln tratla, 
di^la qiiab^ paria il Filfisnfu mìV uttavo MV Eltca, quaiulo 
tralttj d<;ir amisliL Oiidiu aci^iucchi! ^ questa iiatuni si rtaairia 
nuiUt% coniti di Sfjpru è mosti a to, dissi arnuru nigiuu.in^ rieMa 
mente, per dare mi inStnidere die questo aìridre era quelli 
ehe in quella nobilissirnu natura nask!4i, eioò di verttà e di vìr* 
lù^ a pi^r ìsehiudere * ugni falsa opiiiioutì da uji', piT la quale 
fosse sùspicalu lo mio amore essere pi^^r sensil>tle diletta ìììodiv 
Ukiì |hj1: dislosatm'ni**. a dare ai iiitinidere la stia coritriiuarsxa 
e 1 suo fervore. E dico che n»uove Sf* ve ri te eosi^ elin hmvì 
deviare Jo 'nlelletlo. E veramente ilìeo: perocché i mìe» imi- 
^mii di costei ragiona il doj molte fiate voleano eos4> conehiti* 
dere di lei, che io ooii le potea intendere^ e smarrì vnnOi sie* 
e he quasi parea dì fuori alieoato, come^ chi guarda {-ol visi/ 
[jer mia retta lìnea, che prima vede le cose prossime chiara- 
uicnte, poi, procedendo, meno Ìù vede ciliare; ]*oì^ più oltre, 
dubita; poi, massimamente oltre procedendo^ lo viso disgiun- 
to^ nulla vede. E questa è V una ineffabilità di qmdlo che in 
per tèma ho preso; e conseguente man te narro 1' altra, quando 
dico; ^o suo parlar. E dico che li mìei pensieri^ che souo 



* Cioè, fjer r eccessiva fgistJi the 
c^li ha sopra lìì [tot datta |>arla del 
diletto. P. 

s Del ffituo e dd dtiio^ Leefton^ ì le- 
sti, ma il WjUe correggo deUfivim 
atti t^it^^ì^ porciié la stt$MitiiÌe ttppa* 
T*rt;a fegO arce) sta pìiiUoaLo riéUa 
maia che ob! qiuto. San Giov p up. 11. 

aupiiùentiii iartiis rst et cotidipf finita 
ixuiarum. « F- 
> Perciocché. P. 

* Cioè, escludere, timuovere. T. 
^ Qiiesttf vegoeiiteflioitltUidiiveèdì- 

chìurutiva tmn gtb deJr pUo dfìirap- 
^L pdT etite olberiszìonG, nio dvl modocot^ 



cho prueeiievAito via via gli amorosi 
pe OS Ieri Ano allo sm tir rime olo, I', 

' Vita, cioè Qcchfi}^ dice il Puflica- 
ri ; ma io direh vùo per vùiaf e p«r 
tru lidio oi^hio. K. 

7 [^)ìr die Vi niartctiì ttulU ttose più 
htitaue sioiile. li. M, ^ Crederei 
che ouUa mancasse; Tuorchù mia. 
Vtr{;oiti ikpci Id. f'QrOlii dis^mniii. u 
questo a line die un lille incido pu* 
tesse staraene tì modo d' abolivo 
assoluto* Ne avremo ìufflUi Li netlii 
dichiarazione seguente : Poi^ maui" 
mantftttg oltrB proadindo, ut para fa 
dall Oggetto h i.^anrdOf cU\ guis^rda 
imi hi vcfU. S- 



iU 



IL COlN'VtTO, 



\in\hr iV nmorOj sono t\ì UiJj elio la min animai* cuÀ\ '1 mìo 
alTjUó, iivdc. ili poterti ciù con la lingua ^ narrare, E prrfliò 
diro noi pussn, dico eh 15 l'iinim?* se ntì lamenta di rancio : Imm, 
eh' io fion &on possente. E qiìPsliì b V altra incITabilitò ; cioò, die 
In lingua non ò di qnciiOj chi^ lo 'ntfdli'tto vud<% compi ula- 
mcnln filagna ce. E dico : V anima eh' ascolta e die h sente ." 
n!^ciili;ìrt% quanto allo parulo; e sentire^ quanto alla tVlc^^zsia 
del suono. 

Capitolo IV. 



f;z 



Quando^ rngbnatft sono li dui: inidEihilìlà di questa ninte- 
ria, convii'usi procedere a ragionare le parole chi! narrano la 
mia ìufinRìcienza, Dico adunque che la mìa insù Elicle nza prò- 
ee*l^^ doppia tnente^ siccome doppia m filile trascende 1' altezza * 
di custei per lo modo eh* fc detto ;^ che mu conviene la- 
sciare per povertà d'intelletto molto dì quello eli* è vero dì 
lei, e e/ie quasi nella* mente raggia; M quale, cume corpf» 
diafano, ricevi? quello non termina ndo.'^ E questo dico in quelli 
seyueule pjirtìcola : E certo e' mi tonvien lasciar in pria. Poi 
qirando dico : E di quel che s' iutenrle, dico che non pure a 
quidlo ch'io intendo, sutticlinte non sono,* perocché la lìngua 
mia non e di lanla facondia, che dir potesse ciò che nel pen- 
siero mìo so ne ragiuna. Per che è da vedere ch'^ a rispeito 
della verità^ poco fia quello che dirò:* e cto re&ulta in grande 



1 Questo incido essentli} molla in- 
tralcialo, clinici Iti a inane inten- 
dem, propose il Wllie di leggere: 
/J cfrro vh'(Xi ulivi prn^ifri h snopar- 
hr d' Amore Kùm ni Jake^ chi la mia 
ottima cCh 

* Cfiìi in iìngna, Colin fingun^ Ip^- 
gono le fir. eé\T„\ cod, OaUd. H, Irt^* 
K lì \'bL Urb. n Uisclom malamente : 
chi ttt iingtta. E. M. 

» Cìoe\ poJtlìè, I'. 

* L' itile:* sa è in €oso retto. P. 

8 Vedi n (ìntr del espi lo lo antece- 

* f\'dh niia mente raggia , \ codici 
Uurc. (jQdiL lì, V^t i'òb secondo 
\at,Urklì JU. 



' Intendi : la qual mento riceve 
mollo di quello eli è vero di lei| co- 
me iJ corpo diafano riceve h lut^e, 
cioè, non polendolo fi^rmare contro 
nessun termine, dal quole le ne possa 
tornare la coiioscenzj^ f * 

* Ma ez t'indio a qufUo (fi io inttndù 
nuffidfuieiìifntff non pirocùhé la titt'- 
ffUfi ec. Tale era la guaita lezione 
volgata, secondo il lesto Buctoni. 
A'u//fCffiiff <ion itrifi(}^pfrt)cehè ce, s\ìt 
ciirrctlo da noi coILii guida d^lla Cùn* 
zone qui corneo ta t r>, ov' è detto, hniì 
snti ptìÉicnfe et. M. M, 

Dirà, \ì end. Ilice. ; tlirh, la Vtil- 
giils, G in ciuesto caso e àù riferirsi a 
iiugm* l'. 




Trattato TEnzo, 



m 



loda iì\ visUH, Sfì benn s? guarda, nolln qiialt^ ' princìpalmf^ntc 
s' intende** E quella ^ nniKfonn ^ì \mò rtire cibi bene venga 
il l'I Ila fahlTien del re L tori e n^, In qwd*'. ^ ciascuna parti; pone 
mano al principale in lento. ^ Poi quauda dico : P^rò sa U mie 
rime avran difptlo^ f^scnsfrnii da mia cnlpa^ ilei la qunJo non 
ilcì^^iù essere t."ulpa!o Yeggendo nflrì le mio pamte casen^ mi- 
ri nri ch^ì h (Ugnila di questa. E (ììen di:? sn di fé Ito fin nelle 
line rime^ cioè nelle n)io pnrnlf^^ clic n trattare lii costei sono 
ordina ECj rii ciò è da iMaf^ìmare li delkìlfl.^ dHÌo 'ntidìetto e la 
cortezza del nostro parlorc ; Io qnalr^ dal ^ pi^nsìero 6 vinto 
sicché semi ire M non pinde appieno, onrìssimnmente \h doTc | 
il pensiero nnscr^ d 'fina or e^ porche quivi T anima prorondn- 
menlL! più chn altrove s^ingegita/' Potrebbe dire nleimo : tu 
scusi te riisìcmernerde ed accusi"^ (clic argomento di eaJpa è, 
non purgamento* in quanto fa colpii si da ."ìlio 'ntelletio e al 
parlare, eh' è min ; ehè s^iceome s* egli h buono, io deggfo dì 
ciò essere lodalo, in quanto b cosi; e s"egli e difoirivo, dcpr- 
gìo essere biasimato), A ciò si può Itrievenienle rispondere 
che non m' accn^>, ma ^cìtso vcrnmentr. E pf^rò è da sapere, 
secondo la Si?nteii7ja dei Mlosnfo nel lerzo dcir Eticaf «ibe 
ruomo^fe degno di loda o'' di vihiperio stjto in quelle cose 



* Nttla quah lode. P. 

^ ^Vmfmdc, per #r mirù. E. M. 

3 E queiìa, rtìUamtntc il coti. TTK^ 
e i Ga^ia. Imprimo e secondo^ Lo 
•liimpc: Ed qtitUit E.M. 

*Gin^, la quale non ha nnrle che 
non fìiulj II principale inteiKOmEri' 
lo. P. 

^ la mancanza ai quono tìaft la 
tjiinle B'inconira in t(iUi i ti?stìt to- 
vescia nt>[ {:DDlrarjo la seMenza dol- 
r ani prò E, *b 

fi S" iiifjr^rm, eioè adopcrs C inga- 
eno: e questo é il valore primitivo 
ilei verbo. P. 

T La Incttnn di qtiesl^ pnrole ftf oc- 
cuti V(?dosi stf^phLi dii maiifl antica 
ih marg n<? del cfìd. Mara secondo. 
Del resto lutto qucMn passo nella 
volgala JeJtkinc sì lia cosi : Pùtrebb^ 
diri vikui\Q : tu ;?i?ii<rj le miiefììftmnfe* 
€kf ttrsomfntfì ili coIjhi éj ntn piir^a- 



itìt^tfo ce: Cfl Q roiidej la cìiiriiorol 
ramo possibiì*? ili TnuL&Tnflnti, si 6 
chiusa fra parenlfsi la KpicRRxtnuo 
che De ah V nutorc deb i^Fp.irfinte ra« 
gì ari evo te ZI! a dì dii volesse incnlpir- 
Icidi aciissrfii insieme ed ncctysaisf. 
Vedi perà C'imc ucì Sfig^iti^ pag «1, 
bI fotso propusto jiUro modo di tmt;n- 
àfiìequ es io ì tj o go^ u no d e 1 pi i( i n t ri - 
caU di lutto il t'anvitit. La coftethme 
presente ci pare nulbdimp.no tale da 
atqui<?lare anco i più diflìciti e Umo- 
rosa. E. M. 

* T)fi la ragionp per b quaJc Menno 
pai r ebbe Uire e osi, perchè ta detta 
Bcusa è apparontemcnte arf^omento 
ili colpa, non purgamento, in qtian^ 
la ec. P» 

" Lft volgata legge e di t'iiupfrio; 
ma i cod. MLirciaui leggono o (fi um^ 
pgrio^ coti moRgior chiarez7a, e ccrl« 
più Ganrorniemcnte a quello clic sa* 



1,-s 



im 



IL CONVITO. 



die^Dua ili sua podestà di fare o dì non Qiiv; mn in quolSó, 
nelle qu.ili non \m podestà, non mtìrita m vitupt^riiK ni; lod^i; 
pprucilm V uno l^ T altro' è dii rendilo ad alirui, Jivvi^ytiiicliii 
h cos\.i sùmn pnrtiì di'IF uomo medesìrnu, Ojidu noi non duvè- 
njri vituperare V uomo perchè sin dui corpo da sua natività 
luìdO; peroL-elLè non fu in sua podostu di fur^i belio ; tua do- 
ve ino vituperare fa mala disposa /loiie dàila marori.T orid' e.s?o 
è fatlOj elle fu principio del pece^ito della natura.* E cusl non 
doviamo lodare i' uomo per bclLide che abbia da suo lyaiivìtà 
nel suo corpoj ehe non fu egli dì ciò fMitore; ma do verno lo- 
dare r artefìcej cioò la natura Uìuaoa, die 'n tanta Lellezx.i 
produce la stia materia^ quando ioipedila da essìi non h. K 
però disse bene il prete allo iujperadore^ ehe ridea e scher- 
Dia la laidezza del suo corpo: « Iddio b Signore; esso fecii 
Doij e non essi * noi ; » e sono queste parole del Profeta in 
un verso del Salterio, scritte né più ne meno corno nella ri- 
sposta del prete, E perciò veggiano^ li cattivi mabati, che 
jions^ono lo studio loro in azzìmare la loro persona/ elle dee 
essere tutta con onestade ; che non è altro a fare, che ornare 
V opera d' altrui, abbandonare la propla,*^ Tornando adunque 
al proposito, dico che nostro intelletto, per difetto della vtrtti 
della quale trae quello eh' eP vede (che è virtù organica, 

pehsitìro die l'imperatóre avevui di 
Juì; oìide gU disse: 'Scitott quoniam 
Dominux ipiie fpcii nc^f, éi uoa i^n 

^ Nota l' mi nella st^ssissima Tur- 
za dcir ip'r de' iatjni : imperoc{:bÈ il 
HQH fsn noi è nasliizioDij del nùn 
ipji 710 j. Pprtìcarì. 

* Vf^giamo è Itt volgala ; Dia è in- 
dubUatn, come pur dj^c il Pedem* 
ni» (jhe deve leggersi tiegginno, F, 

• Nella volgata leggevaei opncsiif- 

ci fu suggerita dalls lìihL ìtuL.^ «il 
é indubitata^ perchè nrnMi^ &ì^%a\ 
chUrameatedu tutto sldSHcorao. 1^, M* 

T Intendi : tt>é arnine t'opera al- 
trui, cioè 1 ijpeia della naturD^è un 
abt>andonsre ropf^ra propri d. I:', - 

** L' cdiiitìrm Hiseioni ^ tAa ^i l'ed* 
E. il. 



%m i fi» ^miié mie ch4 miiù in tua ptt- 
t4$ià di fare o di nùiifan, E. M. 
* Citìè, la lode e il vituperio. P, 
^ La qua! mata disposizione Tu ca- 
gione del peccato commesso dalla 
1111 tu m iti Tdrlo laide», cioè de re t me 
del In perseii^K P^ 

s> Ho trovato nella ffiitona vìiria 
di M. Lodovico Uomenidiì (Vitsegia, 
per Giolito do' Fert'arii ^564) pagi- 
rui 35SJ la memoria seguente ' a Mol- 
to pronto, Arrigo imperatore, che fu 
oietto imperatore il primo di tuUit 
la cut corona comi tìciò 1' anno del 
Signore 1002^ udendo una volta Mes- 
841 da un Bflcerdote molto di (Torme ^ 
»la\a maravigliato di veder tjomo 
tolf* ^ dì cosi brutta fireaensta, o 
unto difTerente dagli altri uomini. 
Ila essendo quel sacurdo te veratnen- 
le uumo ài Pio, gli fu rivelalo il 



I 




TfìàTTATO TERZO* 



ÌHl 



p/W hÈ^jfj^^t non {mtìUt a eiTttì 4;uso snlir^^ pemcrliò la \ 
fantasia u; I \nvìh* iiìutan*, »3 dm mm lin lu ili vìw ; siccnmi^ 
mnu^ \* susmnze i>ììrtit€ <lii matti iy;- drlk' quali (su ali!iiria 
i'iiilsitl+^razl ijr^ ili quilljj aviTo ijuionju) iiiLunifero nuli k pò 
teniijj ne «i mpivtideri' pi ifL^lu mentii E di eli» non è I' uonw 
ih biasimare , eh' mn l'Sso Tu Ji questo dìfHtlo fiittore ; mm 
kct' ciò \iì nalura universo l<% cioè Iddio, die vollr in questa 
vita privaro noi di qut-sla \um; elio, perehC) v^\i lo ^ facf^se^ 
prcsuuUii so sarebbti a ragionarti, Siccliè &.! la Uìut cinji^idrra- / 
zione rni li asportava in parto dove la fantasìa ymm meno 
ajlojmidlett "j SL! io non polea Ititeuderc nciit sono àn Umi- 
mnn\ Ancora e posto fino a! nostro ingegno, a tiiascnmi sua 
ufwft'azìonrj mm da noi ma dalia unìvoi^ile natura; «^ però è 
dn siiporo dio più ampi sont^ lì tiTrnini d*dlf> 'ntjegno a pen- 
sare ehii a parlai'o, e più nnipì a parlare elio ad ac€cnijare- 
Duiiqu^ SH 'I pi^Bsiero nostro^ non solamente quello olni n jj^r- 
fette intelletto non viene ma eziandio qutdb elio a puif^itto 
inteUetto si ti'nnina, ù vincente del parlare, non semo nut da 
hiasìniarej perocdiè non ss^nio di ciò fattori ; e * però man^fe- 
siij \m\ veramente sousar<^ quando di€o : Di ciò si biasimi il 
debole ìuIbUìUo, E H paiku' nosirù che mn ha valore Di ritrar 
tutto dò che dice amore; cliè assai si dee chiaramente vedere 
la buona volontà, alla quale avere sì dee rispetto nelli meriti 
umani, E cosi ornai s'intenda h prima parte principale di 
questa canzone che curro mo ptT mano, 



Capitolo V. 



Quando ra;^i( naudo per la prima parte, apertìi è la seiKen- 
xia éIì (jn ILi, proeudere si conviene alla seconda; della quale 
lier n>e*;lio vedere. Ire parli se ne vogliono fare, secondochà 



i Come BC dicesse : E di quello 
eose, allfr qoulì naWm non può ti un 
fitrii ì n teli etto j ROntì Je «usturixe se- 
psi il td ec, P. 

X Cioè gli angeli, che gli scula- 
Bticl chiamavano sC4ianS9 tfpnrfìfe, 
K. Al. 



' Lo »ì faceste j CQÙ. Uorh. t? Vat. 
UiJj. E.M. 

* Intendi : f peròìómnfìtftdo ; ss- 
sendo qui luntufesia verbo, e non 
nutnc, conntf opinai d l^edomni, it 
quale vofroblw ÌQ^gCrei è ftrà ww 



188 



IL COKTJTO, 



I il) Ire Tersi si compronde, Cbc nella prima pnì ì^^ in romniAn- 
/ do qy lista donna Inti^rameDte e corti uno mente, si m\V -mima 
( come nel corpo; nella seconda discendo ^ laude speziai del- 
l' anima; e nella lerxa a laudo speciale del corpo. L:> prima 
parie comincia: ^on vede ti sol, che tallo il mondo gira; fa se- 
(.'ondo comincia : In lei discmde la virtù divina ; la terza co* 
!nincia : Cose apparis€on nello sm aspetto ; e questo parli, se- 
ri rndo ordine^ sono <1a ragionare. Dim adunque : Non vede il 
sol, che IhÌIo 'i mondo gira; dov' è da sapere^ a perfetta intel- 
2*1 lìgenzia avere^ come il mondo dal sole è girato. Prima dico, 
che per lo mondo Io non intendo qui tutto il corpo dell' uni- 
verso, ma solamente questa parte del mare e della terra, so- 
g:uendo la volgare voce^ che cosi s' usa chiamare. Ondo dico 
alcuno, quegli ha tutto ìl mondo veduto- dicendo questa * 
parte del maro e della terra. Questo mondo volle Pitia gora 
e ti suoi seguaci dicere che fosse una dell^' stello^ e che un'altra 
a lei fosse opposìta così fotta: o chiamava quella Antictona-^ 
drcea eh* erano ambedue in una spera che si volgea da oriente 
in occidente, e per questa rovaio zi uno si girava il sole intorno 
a noi, e ora si ve dea o ora non si vede a ; e dicea che 'I fuoco 
ora nel meizn di questi^, ponendo qw Ilo essere più nohìlo 
corpo ohe V acqua e che !a terra^ e ponendo it mezzo nolii- 
lissimo in tra lì luoghi delli quattro c>3rpi stmpliei; e però dicea 
che '1 fuoco, quando parca Sidin', si conio il vero al mezm 
discondea. IMatono fu p;>i d'altra opinione, e scrisse^ in un 
suo librOj chi^ si chiama Timrn^, che fa terra col mare era 
bene il mezzo fli tutto, ma che '1 suo lon^lo tutto si girava 
attorno al suo centro, seguendo II primo movimento del citìlo; 
ma larda molto pT li sua grissa matma, e per la massima 



4 QuÉSia fi' itj^giiingc, perciorcliò ó 
(letto poco prima : per h immh io 
nmi intendo qui tinto il cnrpo étì* 
t' ìmipersn, ma nohmenlr fj usila parte 
fid mnn € ddla term. Qm si dii eb- 
be il globo (erraciiieot che (a p^irto 
del gfiin aialCTnn chp, scienti Oca- 
in avi te ijcrlarulok si chiama ruo'frfj, 

* Anttsccna, cosi i>i?r errore ìiitU ì 



testL Ma Ui vero p^mìè è AunÉfona 
dai greco 'AvTÉ^t^uv» oppovln jfeiHbu§ 
nosfrit tffnt^ ifrra aniipodum. B ìl 
hìQgo é' AriàLolUo {dt Ctsto ei Matìà^ 
\\b. U, cap. I3j to dico assai clibro. 
K. M. 

i Goal 1 codici narb.j Vat, 0rb., 
Mr>rc. secondo a tutti ì Gadd. JJ 
niscioni: e tcriist 5U ui« mo 06ra> 



I 



TRATTATO TKIÌZO. 



m 



mvn 



* 



I 



ilisliiuziii da (iitulb. Queste (ipiuioni sono rìtirovatc pt^r false 
nel secondo di Culo e Mondo da qudUì gloriosu fllosyfoj al 
quale la Divtura più aperse li suoi at'grelì ; ' e per lui quivi ò 

rovaio, queslu mondo^ cioè la terra, stara tu se stabile e fissa' 
uT sènìpiterno,^ E ie sue ragioni^ die Aristotile dice a rompere 
castoro e a (Terni a re la vìtìIc% non ò tuia intenzione qui nar- 
rare ; percliè as:>ai basta alla geiitt^, a cui parlo, por la sua 
grande autorità sapere dm questa terra e fissa e non si glra^ 
è che essa col mare e centro del cielo. Questo eieio sì gira 
intorno a questo centro co n t ino vamen te, siccome noi vedemo; 
nella cui girazione coayieue di necessìlà essere duo poli fermi, 
uno ceicbio ugualmente dista ute da quelli che massimamente 
giri. Dì questi due poli, l' uno è manifesto quasi a tutta la terra 
discoperta, cine questo settentrionale; f altro ò quasi a tutta 
la discoperta terra celato, cioè lo meridionale. Lo cerchio che ' 
'.Del mezzo di questi s* intende^ si è quella parte del eielo^ 
sotto '1 quale si gira Ìl sole quando va c<jir Ariete e colla Li- 
bra. Onde ò da sapere^ che se una pietra potesse cadere da 
questo nostro polo, ella cadreblie là oltre nel mare oceano, 
appunto in su quello dosso del mare^ duye se fosso un uomo, 
la stella^ gli sarebbe sempre sul mezzo del capo; e credo che 
da Bontà a questo luogo, andando diritto per tramontana^ sia 

pazìo quasi dì due mila setteeento^ miglia^ o poco dal più 



i NlU htf, tv, 130, Dante diiaiim 
Anstiitile il jntìistra di toìùr ili$ mn^ 
tto, nel iralL IV, cop % del Cuuui- 
io r il matiffù ddi' umanfì mgiaui\ 
nel CiJp. VIH, ilìrvustradt' fihuofi, o 
di altre slmili onoriQcho op poi lo doni 
gli è Inrgoqiia n cuià^ Jv M. 

4 Fhsu, leggono varia antiche 
stampe e vari e od luì. P. 

3 Qui &\ pei!) hcaQ fì^clamare con 
Dante ujodcsim» : Quanto ion diftUii^ì 
Millf\gìimi! Clit? avrebbe egli detto 
questo ^randisaimo uomo, e sapien- 
lissimo secondo i suoi tempi, su tosse 
Vissuta in qnein del Gallico? Avrcb- 
b' egli ùSiito di flciiveie, the buìsli ia 
gfmtt.U tmionlii H'Anslolite a taptre 
che queatii krnt è fiume uùh ni fjita, 
t die njtJfi ^0l nmrt- è ce ni tv dd ci^la? 



nuli fàtiUoìlu avit'bbc afFeiinolo 
che la natura più cbe sii Aristotile 
aperse j suoi segreti o quo* i'Ulago- 
noi che parlcirODo degli ontipodi^ e 
dìsatifo la tfjrra una Slelta che si mi- 
Qca da orieuie tu osdéente^ e che jmr 
quesUi revotuiione si ^mvtt il Soh ih- 
torno a noij e orti si vedea e ora non at 
vedea?E. M. 

* Si legga quesloc 1' altro già no- 
tate passo, onde int(?TìdlL^re cosa ab- 
bia fijgniflcato Dante nel suo pi^>enia 
colld parola ntpMft. Questa di Uiintuè 
«n'imltozioue do" Greci che dicevarm 
ii Sole per antonomasia l'astro. Perlh 
cari. 

B Scltf^mto, cosi ìl primo codioa 
^larc. Tutti gli altri testi feCfjèftf, 




m 



IL CONVITO, 



i^s 



bvC^^ 



ni m fino. ìmmnginnrnìt)^ mlynque, por mt^glio vc'lero, in quosta 
iuogf>j eh* in flissl^ sia una e ina e abbia nome Maria, dico an- 
cora ci>r^ ^ii i\n\V bUvo ptAo, cioè mf^ridionale^ e a flesse ima 
pìelnij di' ella radn?I>bi^ in su qui?l dossf) del mare Oceano ehe 
è a[>piiriti> in ([lu^sLa palla opponilo a Maria ; e crado che da 
Ilurnaj la ihvii cailreblH^ ijunsU si*conda pietra, diritti» andando 
por^ meKZogic)rno, sia spaziij di settii mila cinqueecnlo miglia, 
poco dal più al meno. E qui immagìntamo un'altra città ebe 
abbia nome Lucia; e lo spfjzio, da qualunque parte si Eira la 
cord^j sia di dieci mila dygento miglia Ira T una e raltra^ 
cioè mez^o In cerchio di questa palla,^ sicché li ciltadinì di 
Maria tengano In piante contro k piante di que' di Lucia. Im- 
maginiamoci anche un cerchio in su questa palla, the sia In 
ciascuna sua parte tanto di lungi da Maria quanto da Lucia, 
Credo che questo cerchili (seconde eh' io comprendo per l« 
sentenzie degli astrologi^ e per quella d'Alberto detfa Magna 
nel libro (Mia natura de' luoghi^ e ddU propriefà dei) ti He* 
menti ;^ e anche per la testimonianza di Lucano nel nono suo 
libro)_dlviilerebbe questa terra scoperta dal marfì_Oceanp là 
nel mezzocìlj quasi per tutta la stremila del primo (filmate, 
doTT e sono i n t ra T a 1 1 re gè n t i li G a ra in a n 1 i^ eh e s 1 1 n no quasi 
scmpn- nudi ; alli quali venne Cattine col popolo di Homa, la 
sfgnoria di Cisare fuggendo. Segnati questi tre luoghi di sopra 
questa palla, leggiermente si può vedere come il srde la gira. 
Dico adunque che '1 cielo del sole si n7olgc da occidente \n 
oriente^ non diriUaiiiente contra lo movimento diurno, cioè 



' Imm<ìgijtandfìf i coti. Hatb- e 
(Ifldrt. lai-, 435 secondcp. GIHdtii leali 
Immfifjinidmo^ (* mettano un piinro 
fermo dopo Atarift. li. M. 

' Versa Mt^togiorm, cod. Vat. IJtb* 

3 E Hi fpn%in di qiifiltinque Intoni 
tira la corda di diete milia dug^nta «rii- 
fftia: ìqU Ira l' vmt f l' altra mezso to 
cprcAifj di Unm questm jKiUa, tali» ^ 1" 
lo:fione deìle stampe antiche cho non 
ila M&m. K di $paziOt ^<^ quattinque 
iato »i (ira la wrdaj di dirci mila dit- 
tjento mi^fìin ; e ti tra f vnft t / altra 
^a^zu Iq ctvdm di queitd pìtla^ e 



tlNi?jsta ò la le?;tone deRÌi e<IJl- mO., 
eh? non loglio punto l'oscUTitL lo ho 
ccrMto omcn (tarlo, tenendo dietro 
all' ortlino delle idee dell' Autore, ma 
la voce cioè avanti y mezza h Lprehin 
ò un Dggìuntji molto opportuna dt.M 
Witte. J\ 

* Alihìumo corriftLù adir prupriHè 
d^f}li tkmmti^ f^he taettamtìitte corrt- 
s pò od e obe pi*» rote latine? de prttpfii- 
l'iitbus eii^mentQrtiUì^ titolo di un ope- 
ra d'Alberto Ma^fiù, t testi M SS. @ 
stampali, qirasi che la op^re fos«erci 
due, legpotio effoneamette Hifpr^ 
ynrià e JifQti eltvtenli. E. M 



TRATTATO TERZO. 



m 



I 



ilrl di dHlii mU(*i ma loria monte caiUrn (judlo; sfcchè fi 
glia mozzo cercliio, dii^ u guai me alo è intra li ?^um poli, Boi 
qynl b il corpo tld solo, sega in une parli rjppnsito II * cer- 
oliin dolli duo primi poli, cioè uel princìpio dell' AvìHc o noi 
prìncfpio dolla IJbra; o partesi per duo arohi da os50, uno 
ypT^ii sóltentrionp e un allro vorso mozzogiorrin; li punti 
drlli qnali arelii si dilungano ugualmonto dal primo oorcliiu da 
ogni parrò per vonlrtrfe gradi o uno punto più;* e l\uiio 
punta è 1 principio do! Cancro, o 1* altro è il principio dol 
Capricorno; però oonvione elio Maria vogga^ nel princfpio 
didrArioU', fimmdò iì sole va sotto ì) mtzzo cerohio do'piimi 
poli, esso solo girane * il mondo intorno giù *illa terrn^ ovvoro 
ci marOj conio una mola, lU^la qual»! non paio più che ine7,zo 
H corpo suo: o questo voggia ^ vcniro montando a gni^fi d*un.i 
V i 1 d ' j n to rn o,* la n to cho co m pia n o va n l n n a ro i a , o p olm i pi ù . "^ 
(juando queste rote sono compiute, lo san montare è a Maria 
quasi tantó^ quanto esso monta a noi nella mozza terza/ cli'ò 
dtd giorno e della notte eguale : e se uno nomo fosse diri ilo 
in Ma ria j e sempre ai sole volgesse il viso^ vedrehhosi quello 
andare per lo braccio destre»- Poi per la medesima via pare 



* li]tti itesi! leggono é^i cttchio^ 
ma dee corregga ri? fc ^i cerchio; die 
(osacTVfl il sommo Ofiani, il quale ai 
ò dpgnaio («ssok^I di sooi La i retti 11- 
cure tutto qms,tù passo ostronomico 
cìi' era stryniinicnte ficorìvoltoj tanio 
valgono finesle parole di [ìanLe , 
qntinto il tSire: t' edittim ntgm in duf 
pfirti&ppoitte t' fquattjre. E, M. 

« Sono i due troplcti il mus^imo ol- 
lontananifinto de'qEirtlI dairtqtjatofo 
t^ tn gratli a^i e min. SS. V. 

A BlnlaixienteEuUi IlesU vengtx. Vedi 
SftQQh, jìà^. 1SB. E. *i. — Ma ì) cod. 
lUcc. ha mtjijn. b\ 

* GiraAulli l ti'sti- V<fdi ìJ Sttgr-o^ 

» QmHa veggiam, i cult. Risofoni, 
Qìtntti tfffr/idj te pr* «dit, d' accordo 
tf>t cod. (34 Gfldd . **rol Vnt, 4778. r%. M. 

/)' tma fife d' mi (nrcif, e od. VaU 
t77H. Iv, M— f>' «Pia tire di ti ttHoìf*, 
tuli. iticcardiuTio. K, 



"7 Non sono prosi di Dante i &o\\ 
podi, ma onclie i &ammì maestri 
delle più rìgide discipjin'-'. La (ìrefìiJi 
GompiàcqueBl di vantare a gloria 
é' Omero il più aolenno lodatore dì 
lui nel divino Platone ; e nnf a gloHa 
di Dstite godisìmo di nominare ha' 
ftùoì ammirtitari il gratide astronomo 
braidensc Ilarmiha Orinnì, al cui alto 
sapere andiamo debitori di parecchie 
criliche osservazioni i^tiquelie parti 
del CtìHvito che trottano del sistema 
aslrof^omico di quel tempi, i^tttf^fi*. 
E. M. 

^ La lezione di questo luogo era 
in tutti ! teatì mi^^^a term (salvo il 
coti. Gadd. 3 ed il Vor. 47Tfi. ì qiìnli 
h^nno nd fnrzzo rfiflla terrnj. Correg- 
giamocol OJonisl f Anedd, IV, pag,?"), 
il quale dice che mrz^a iaf^a ^ nel- 
Ifqiilnosrln un orfi e mf^f.fùéi soie?, 
ciré vcntirtue grfuti e mezzo, Vcill il 
Sfitjrjfì, png I2S, E, il. 



i9S 



IL CONVITO. 



discendtire altre novantuno rota o puco più^ taftlo, cho rgli 
gira iatùrnu giù a\k terra, uvvero al maro, sfe non lutto nn> 
stranilo; d pai si cela, e cominrìalo a vedere Lucia : lo (jualo 
monlartì e discendere intorno s^ allor vede con al trel tanto 
rtìtt% qurtnic ycde Maria. E se un uomo Tosse in Lucìa lìiritlo, 
sempre che volgesse la faccia vùr lu sole* vedrebbe quello ^Jii- 
darsi per lo braccio sinistro. Per che si può vedere che quisti 
luoghi hanno uno di dcir anno di sei rnesì^ e una notte d'ai- 
Ireltarito tempo; e quando T uno ha '1 gioriiOj e T altro In la 
notte. Conviene anche ehe il eerchlo dove sono li Garamaiilì, 
come detto è, in su questa palla veggia il sole appunto sopra 
so girare, non a modo di mola ma di rata, la quale norì puu 
in alcuna parte vedere se non mcxza, quando vii sotto rArteie. 
E poi iì vede partire da sé e venire verso Mann novantuno 
di poco più^ e por altrettanti a se tornare; e poi quando 
è tomatOj va salto [a * Lìbra^ e anchu si parte e va vèr Lucia * 
novantuno dì o pocii piti, e in altrettanti ritorna. E questo 
ìuogOj lo quale tutta b palla cerchia, sempre ha lì di ugunìe 
colla noue, o di qua o di là ehe 'l sole gli vada,* e due volte 
Tanno ha la stale grandissima di calore, e due piccioli verni 
Conviene anche che li due spa^i che sono in mez£o dcHe due 
cìttadi immaj^inaie, e '1 cerchio ^ del mezEo, veggìano it sole 
svariatamente, secondo e [io sono re uniti e propinqui questi 
ludglii ; siccome ornai per quello ehe detto è puote vedere chi 
ha nobile ingegno, al quale è bello un poco di fatica lasciare* 
Per che vedere cmiai si puote, che per Jo divino provvedi- 
mento il mondo è si ordhiatOj che vòlta la sppra del sole e 
tornala a un punto, questa palla, dove n<d siamOj in ciascima 
parte di se rireve tanto teuipo di Inn' quanh» di lenehre. 



1 Vir un it$Glf, GOiì. Vai. Uib. E. M, 
^ Cosi W CQd. VsL Urb., ( hiarc, 
i tiaild. i;ii| 131) «cernilo. Il BÌscLoeiì 
Loggia * vi^ n^Ut^f ttUr^* E. M. 

* Verm /jiiiti> ctnitce Vat, Ufb, 
E M. 

* Gli vmhi, (• kstiatiG d' alcuni 
StJimpc aibUetiO u dc'l ci^d. Rice ; tnU 
e^rìlt tnìl. leggono ^lì itdn. Ma clic k 
\Q;a kvìunc ilo U^i t'JJfl si deductì ile 



cuiUoslo: e tfuesSù tuoga sempre h^t il dì 
uguale CfìUn nùtf^^o dì qua o di ih eh» il 
soIh gii vada. Sa Dflnli^ a vedati vol^lu 
usare b fifìso che U goti- veda un imgn^ 
cioè fci lacci co' suol rag^i un liiogo^ 
non avriibbo dcUo gh ma io ueJfl, pai- 
che il Uio^o dy cui p^ila tmn è cUfì no 
aolo. f * 

* I*L*f errore lui ti i lc*U MSS. e 
istami)£tU : e ( mU di rniz^u* K. M. 



I 




TRATTATO TERZO, 



tua 



inj^bjlc Mpktiz^i da' cosi tirdìuasii^ quanto « povera la no- 
stra fiieirtc <i lo cùDiprt^nderu t £ voi^ n eui ulìfitò a dil^^ttu 
io srrivOj in quaiilii etichi tri vìvete^ non levando i^lì ocdii suso 
^ qat'Stc c<iS(% tenendoli fisici nel fango àdh vostra slultezxa! 



Capitolo Vi. 



Nel prccedontiv capilolo ò mostrata) per cljtì nìodo la sule 
gira; sìcchò urniri si puù procede re a dìmns trans la sentenzia 
f lolla parto alla (ptale s' intende, Dieu afiunqne che in qnesta 
jiarto prinKi euniincio a eonimendaro questa donna per rom- 
parazbne air altre cose. E dico clic '1 sule^ girando il mondo, 
(ìiin vede alcuna cosìi cosi gentile, come eostel : per che ^* 
gue, che questa sia secondo le parnJe,' gentìlrssima di tulle 
h cose che il hoIo allumina. £ dmn in queir ora j^wd^i h da 
3r:a[>(Tii elle ora ptT due modi si prende sfagli astrologi: Tuno 
si èj che ik\ di e delta* notte fanno ventiquattr* ore, doè 
ilmlici del dì e dodici della notte, quanto i:ht* 'ì dì sia gnmd<5 
o pìccolo, E queste ore sì fanno pi ce iole e grandi nd di o 
nella nottf*, secondo elle *i di e la notte erescci e scema, ^ E 
queste ore usa la Chiesa, quando dice Fri i un, Toria^ Sesta p. 
Nmn; e rhìamansi timi uro temporalf. L'jdlro mtjdo si e, ehe 
Hieendo del di e della notte ventiqnatlr' ore, talvolta ha il di 
li^ quìndici ore, u la notte lo nove; e talvolta ha la notte le 
sedici,- e 'l dì le Otto, secondochè cresce t; *icema il di ■* la 
notte; e chiamanti ore eguali: e nello equinozio sempre que- 
ste, e quelle che temporali sj chiamano sono una cosa ; pe- 
rocché essendo il dì eguale della notte/ conviene così avve- 
nire. Poi quando dico : ogni *nicUeUo di lasàU ia mira, cora- 
ujendo lei, non avendo rispetto ad altra cosa, E dico che le 
inlelligenEO del cielo la mirano; e che la genie dì quaggiù 
gentile'' pensano dì costei^ quando più hanno di quello che 



" CioèJntetideprtoleneralTinente.l*, 

* iktia fmU^/\ co a. socondo Marc. 

(? Tiadd. 13*, I3:i secondo (© il flicci. 

■* CreiU e rn*iiom»i, cad. Vai. tlrtj.j 
JJnrc, secondo^ Godd. 134>, E, Id, 



\^ 



^ IL ccd, Bice, legge cqUo. nQt- 

^ Lfi genti pentiti fmtmnot \^^'^ 

gonii coi più gli edit, miK, ì qti^li 
se m b ra 1 tn poss ih i I e alnj £t h bisiio non 
solo J asciti LO carrere qnesilo soleci* 
13 




iOi IL Ci INVITO, 

j ìùTQ dtlettfìj E qui ò (in s?ippro r]Rìj.^inscuno inliillcUo dì sn- 
I pra, secondoch' è scrìUo mì Wbro deU/ì CagioìUf conosiui i\\w]hì 
',clj'è sopra sé^ f! quello di* è SBlto sé: cnnosae fliinqiie JiJdiù 
,$ìccome stiii cagioriL'i; Cànv>ace dunqiio q uri lo eli' è siilto sè^ 
sìrcotur mo otfi^ttn. E perO€cli6 Iddio ìt unìvorsftlisstma ca- 
giono di tolte le cosi% conoscendo lui, UtUa la aisc conosrnnsi 
secondo il modo della intrlligenzis; ' per die tutte h iiitolli- 
genaic conoscomi li* dìiz^ umana^ in quanto ella è per fnten- 
1 2 fon e regolala nella divìoa mente.^ Ma^^siinfi mente conoscono 
quella le inlelligtìiizie motrici;^ perocché sono spezialissinie 
cagioni di quella, e d' ogni forma generale? : e conoscono quella 
perAHlissima, lanlo quanto essere ptiole, siccome lorn regola 
ed esemplo. E lej^^ umana forma^ esemplata e jn^Jj tignata, 
non è perft^ttBj non è manco ^ del detto esemplo^ ma della 
maìena la qiial è individua," Però quando dico : Ogni 'ntel- 



f.mo, niii ;ihbmrin pur cercai <ir *o- 
stencrJo. ¥.&s\ dunque, ccnsìder^jndo 
come un nome collettivo puft nel e^ìti* 
polare accordar col plurale, non ri- 
ikLtc^rono come qtiestu scorvcordan?.a 
può pasaaral quando sìa óe\ nome^cel 
v*trbo, non del sostflnUvo coli' agget- 
Ilvo K stì ppr esempio sì troverà ^ 
s'udhii ii popoiù ififìiriiìin corsero fi 
iumaltiì, non si troverà né £' udlrfe 
mai il popolo if\ furiti fi corsara ec. Lo 
legione genie gentile è óì vario antidio 
fitampt? del cod. Hiccardiana b\ 

* IH quello che lero diletta, cioè 
della pùcQ, Vedi la canz. st. Il, v. H. 
i:. M. 

* Ciò*, secondò ì& natura dell" in - 
li?llìj(eniji; perei occIhii più criRe in- 
tendoni^ o veggono in Dio le intelll- 
ficnre piti sublimi^ mi?no la meno. E\ 
— Ttttfe le co fa t'ùnuKCftnot la vofgfila ; 
cnnoscQnii è loiiojie d€l codice Wit- 
1c. b\ 

* Cìótj iu quanto essa formu lia 
una rcgf>Jai o vci^Nam dire esempio 
ncir inteniLone della divini mon- 
lo. P. 

* CanQscom fjueUa ttudiismza mn- 
Ir/cf, la volgata ; la correzione e det 
Ì^<Mf* rollìi. I'\ « Stimo vffiatii la 
bcuttur*!. e ctitr ai debba tc^g^ro non 



già In ititeliìgeni^u Tnatfkr, tna le Jn- 
tHtigease mfjtrici t dì che vifttio pron- 
ta mcnlfl questo bellissimo intendi- 
mento, Mafiim^nwnie (^onataim quH- 
/rt, cioè la forma umano^ le hìteili§en- 
zt ffiiìtrici: pert^hè ^ofm ec. cion, pò». 
rocf:bè ci IcnOr Intel] ig^^ozi' motriìii 
da' cìdif »ono le specialissime cagUmi 
ordinate dn Ilio a dare cot mtìJì.tì 
du' relestìaii movittieifiti, vita attuale 
Hd essa forma umana, e ad ogni for- 
ma generale di tutte le sp^i^ie di cose 
mondano Confronti il lettore quealo 
con quello ciiie s'insegna dtill' autore 
flicap. 5e 14. P. 

^ fttitiCQ^ qui vale maìteamentOt di' 
fHln; e manCiinHniQ ha InfatU il cod* 
Iticcardiano. F. 

B Intendi : R &e pf>i essa umani 
forma prodotta nel mondo iu attuati^ 
tb, ovogliam dire «scmptata e indi- 
viduata mi?dti3iiTe r operarlo mi delle 
int«]|tgcn3?e motrici de cieli, non ai 
trova perfetta^ cl6 non avviene per 
difoUo dell' esempio che di essa for- 
n^a umana è netla divi aa mente, ma 
per diretto della materia < ia quale è 
individua, e per conaegut'nle t^fjprjne 
alia peifeitiotie deUa c.igione ìnfor- 
mauto unesi^f^rt» di pn^siviih ppjr ogrit 
piarle tenui un Uh K 



I 
I 



I 



tiuttato TKnzc. 



ìm 



Mio di lami la mira, non voglio altro dirn fif non cb^^eljji | 
è COSI fùitfij come r esemplo intenziojiaiti che ikìh iiimina.. 
i^ssenza ò nolla divina mente;' e p^r qael!a virUite^* la qunì 
h ma5simam<*nte in quelle monti nngelfcbe che fa librila no 
col cielo quesiti cose iì\ quag^iLL E a questo afTiTmare/ i^o^- 
giungo quando dico : E quella gente r.he qui js' innamùrn : 
dov'è da sapere dir» ciascuna cosa Tnassimamenie desidera Lì 
sua perfezionej e in quella s'acquìela ogni suo desidiriOj e 
per quella ogni cosa è desiderata. E questo è quello desiderio 
che sempre ne fa parere ogni dilettazione manca ; che nulla 
diìellazione è si grande in questa vila^ che all'anima nostra 
possa tórre la sete/ che sempre lo desiderio, che diìlto è^^ nou 
rimanga nel pensiero, E perocchò questa ò veramente qu*^lla 
perfezione/ dico che quella gente che quaggiù maggior diletto 
riceve^ quando più hanno di pace/ allora rimane questa ne* loro 
pensieri. Per questa * dico tanto essere perfetta, quanto srim- 
raamente essere puote^ umana essenza. Poi quando dico: S»o 
esmr tardo a quet^ che gliel dà^ pio ce ^ mostro che non s*jla- 
mente questa donna è perfettissima^ nella umana genera- 
tone, ma più che perfeiiissiraa, in quanto riceve dalla divi- 
na bontà ultre il debito umano. Onde *^ ragionevolmente si 
pud credere che siccome ciascuno maestro ama più la sua 
opera ottima^ che 1' allre; cosi Iddio ama più la persona umana 
ottima, che tutte T altre. E perocché Ja sua larghezza nou 
si strigne da necessità d* alcuno termine, non ha riguardo 
il suo amore al debito di colui che riceve/' ma sopJTchfa quello 



^ ni UilOf 6(3 mirando J esempla 
r veggano lei, bmgrva dire che essa e 
|;rcJsempio sono tirta cosa sola. P. 

* intendi : Kd ogni it]t(iNcUo di 
lasaii la mira in forza dì queUa virtn- 
te, ifl quale (?c. P. 

S Affermare por canfifrmure ; e 
vuol dire : e a confcrmnre iitiPStD, 
cioè che questa donrm sin nna boIq 
jr?(5fa di perfezinne coU' esompto dfidd 
(orma umana che e ndìa diurna men- 
te, soggiungo ec. ÌK 

* * £a Miti; fintami tìhe mai non sa- 
sra.% Purg.jXXI,! KM. 



B dloi't ti desiderio dello |ieff{*2ìo- 
nt^ P. 

* E perocùlu' questa tliUìnn ì' Vf ra- 
th ente un ess(*r<ì solo con quella pur- 
fezione ec. P. 

7 Pac« co' proprii desideri! ; cho 
avvieue quaudo sono compinli LutU 
cumuULamente. P* 

* Cioè, per f av irtù di questa donno ^P 

* La HTtmufi euMmziti, end, Vit 
Urli. E.M, 

10 Pereiocchò. P. 

11 Ciots a quello chG di ragione è 
dovuto a colui che riceve. P. 



■^T" 



im 



IL CONVITO- 



in dono, e in Iwiu'fìcb ili virtù n di j^Tazìn. Ondo dico qiìì, 
i lie csstf III dio, ctii^ dn 1" essnre i\ rostei^ per cari Ih della son 
pt^rfezioHt'. * ìnf^indti in tss^ dall^* sou bontà ofim H lorniiiii d<| 
debito drilii noslnj nato ni. Poi quando dico : La stik mìnm 

\j pura^ provo ciò che detto è con sensìbile testimonia n:fi^i. Ovi' 
è da sapere che siccome dice W Filosofo nel secondo deli^Ani- 

■' mitj l'iniima o alto dot corpo; o s'è Ha è suo atto, ò sua en^ 
ijìone":' e peroccJièj siccome è scrìtto nei libro allegato deìh 
Vagmìi\ oyiii cagione infonde nel suo offctto della bontà cbe 
riceve dalla cagione sua^ T anima ^ infonde e rende al rorpf* 
mn della bontà della cagione sua^ eh' è Dio» Onde con ci ossia - 
cosa elio in costei sì veggiano, quanto è dalla parte del corpo, 
maraYJgliostì cosCj tanto che fanno ogni guardature disioso dì 
q Mille vedere, manifesto è die la sua forma^ cioè h sua anima/ 

1 Per amore cbe egli ha alla peife- ' htfmidt e rmds at eorp^ huo ^hlia 

ibne di ìqU \*. botila della cfr^ione ntttt, chi dh^ còsi 



1 E'oni itfìii taenìG a quella sen- 
tenTa> della qtialtì Dante hrk uso ni 
mio liit^iìdirnentcì qui e poi »\ capìto- 
lo VIIL Ma parcella Ingaunintìle per 
i^c^imbjOi come si dicOi del senso 
\ ero secondo \m rispetto, col senso 
vero fti?isiplitemcnte. Di fatto il cor- 
pOi &QS[a corjaìdersto in quanto rMm- 
piocnle dcU" uomo, e veramente solo 
poteri'^a, e V anima gli dà V allo e si 
fi) (|uindi sun cagioni^ ; ma se il cor- 
po sia coriMderoto in quanto semplice 
corpo, là co*fl non 6 pifi cosi, o rarti- 
ina Torso ne perde la ragione dì 
i|ueLle attinenze. Tarlo dubiUtiva* 
metile, perciocché sento viarissimo 
ciò cbe dice loatesso Danl^^cap. Vili, 
cioè che l' uomo è sì mirabile crealu- 
ra, cho COI to non pur colle parole è 
da temere di irEitture di £^i)€ condÌ7Jo^ 
ni, ma e?Jjindjo coJ pentiero. Ora 
r mgitnno dfll3 detta sentenza forse- 
chi^ chbfì motivo in parte dal oonaidc- 
mre r alta signoria elio sul corpo 
Mene V anìma^ la quale comonetnente 
tLìcOf gli Ta cambiare oa&ai deUfl tìgu- 
rn esterna, secondo eh ella ^i trova 
in bcjie u in male passionala dentro^ 
Così, per modo d' esempio^ si ve4e 
moHi, dopo una colpa, anco secreta^ 
avere mutato VISO. P» 



rutti i MSS e le scampa ; nv'é m«' 
nifesta la moncaTJza del soggetto che 
IH fonde} esse rido contratTiitto r inJi- 
cazioTie di quella eh' b cagione del- 
l' anima umana, vale a dire di Din, 
Mivcce di cui è Ecritio e stampato 
É^'i. Vedi il Satjfjk, pag. 149, li, M. — 
1/(7 II ima è un' adi)! 3E io ne TatU dai m- 
giiori ed, mil-, pjereiocciie parve loro 
qui itmnrfeila ta mun^anta dd sofjget- 
io dif irìfiindf. Io però Credo che non 
fosse neceaaario, perciocché V anima 
àppaiUo è il sostantivo principale 
repj?cnle tutto \ì discorso; il qual 
sostati ti vo è espresso un poco I tingi » 
ma non tanto, che Ja mente del let- 
tore non gli possa attribuirò razione 
signiiiccia pyi due verbi infonda e 
rrfide. P. 

* l>unqiie male que' poetÌT special- 
mf^nte del cinquecento, che prendo- 
no la voce forma per cfirpn ; dice il 
Perticarin — l*a fbrma ioUsnzialf^ 
che pur dicevasi nitrì furmde^ era 
presso i Peripatetici La sosta Uìta d!i- 
stinta dalla materia, ordinata così 
che colla materia prima cnstituifise 
un corpo na turale t un corpo che fos* 
Sé ciò {he eru e non Bltrè-^Ma la 
firma nontfjTìUnle, s facondo altri lìlo- 
seU| era quella che iiiiiii/m col su- 



TriATTATO TEUZO. 



t97 



elio Ili* conduce siccome cagione prop^j riceva' m ira eoìo sa- 
nte d te la graziosa bontà €ì Dio. E «josi si prova ^ per questa 
nppfircn^.a/ che uJtrft il debito dfilla natura nostra, la quale è 
in k'i perfettissima^ come detto è di sopra, questa donna è da 
Dio ì>enoricala ^' e fatta noljile cosa* E questa e tutta la aeu- 
tenzia iitlerale della prima [kirte drlb seconda patio principale. 



Capitolo VU. 



Commendata questa donna comuacmenttì sì secondo Tani^ 
ma, come secondo il corpu, iu procedo a commendare lei spe- 
zialmente secondo r anima. E prima la commendo secondo 
che '1 suo bene è grande in so, poi la commendo secondo cbe il 
suo bene è grande In altrui, e utile al mondo.^ E comincia 
questa parte seconda quando dico : Di castei si può dire- Dun- 
que dico prima : In lei dncende la virtii di mia ; ov' è da sa- 
pere che la divina bontà in tutte le cose discende; e altri- 
menti essere non potrebbono : ma avvegnaché questa bontà 
si muova da semplicissimo princìpio, diversamente ai riceve^ 
si'condo più menoj dalle eese riceventi.^ Onde è scritto nel 
lit^ro delle Cagioni: «l La prima bontà manda le suo bmitadi 
a sopra le'cose con un discorrimento." n Veramente^ ciascuna 
iiim riceve da questo discorrimento secondo il modo della sua 
virtù del suo essere, E di ciò sonsibile esemplo avere, po- 



hiiAUì rostiluiva un toipu, ud nitrì- 
menu ciò che aeterminava U matp- 
rm ed «no cerU sostanza. Per queaUi 
distinzione puòricorosceraì di niunva 
Ifjre e o^servaiìotie del Pcrticon. ì\ 
^ La vot^ii^ia ahe In; ma rieo cnr- 
raggerai dir? h, perciocché so il pi o- 
nsnne &\ lascia riippresentatf itieiittì 
a Uro dm il carpo^ ^"tta l* sentenza 
ti scompigliala. I*. 

* fìrceup, cod. Vali. ^jn^. 12. M. 

* E cojì prOL'a, la volgata ; e così 
protri'^ il Pederzlni. ¥. 

* €loé queirappordnzaj per lo quijle 
^s veggono in costei, quanto è dalla 
jjiirle dei corpo^ maravigliose coso. P, 

» ft&neftcaliir e Od. Gadd. 1^5 primo, e 



«Questo perioiìo neH fidi/, mìl. 
giace cosi ; H prima Ui càmimniìo st~ 
caiidochè 'i tm benf à i^mné^ in aUrtti, 
e itiiU al motiilo. .Ma ppichs l' incisa 
mancante, di che reco puro avvera 
lenza il PederzitO, ttiivasì in EiiEEi i 
testi e in tutte le Btnmpet sembra 
che fosso in i^ssa tralaseialu per ab- 
biìgliu dal tipografo, P. 

7 Jhiie cifse riccì^uih\ COSÌ Icggooa 
erroncamenle lutti \ tcai: ^ Lagiohkt 
di Cohi che tutto muavif, Ì*er V unì- 
rertù penetra^ e Hsjìfffidr fn una 
jìurk pifiÈ mena attrote. u i^ar » i. f* 
Iv M. 

B Cio^j pei mezzo d un sulc^Ui^Coi:-- 
nmnnto. i'. 

» Culi tutto tib* Pt 



Ìl)8 



IL COKVITO- 



temo dal sole. Noi vodemo la luce del st>k*, la quaUì è min, da 
uni» fonie deriva» tu , dìvursanienle ^hìk. uurt^oni ussltu lici:- 
Yula; ' siccome dico Atherio, in qtiellu libro die (ìi rfd/o M- 
UHeiio, che ci^Tti uorpij* per molta chiari tn di diaftmtj a vera 
in ^è mista, tosto cLe '( solo ^11 yode divr^ntnno latito lami- 
nosi, che, piiv multiplit:auioiito ili luco in tiuolli/ appena di- 
suernìbiltì b lo loro aspetto, u rendono agli altri dì sé grando 
^pit^ndòfti; sìccotno è l'oro o alcuna pietra. Ciarli ^onu vAny^ 
per essure del tolto dialani, non solamente ricevono la lueOj 
ma quella non impediscono, mm rcndonu lei del loro cotoro 
colorata nell'altro cose. E certi sono tanto vincenti nella pu* 
rìta ild diaTano, elie diventano si raggianlf, dm vincono l'ar- 
monia (Jeir oceUiu, e non si lasciano vedere san za fatica del 
viso/ sicconii; sono gli speccUì. Certi altri sono tanto sanza 
diafano, che quasi puco della luci? ricevono; siccome la terra, 
Cosi la bontà di Dio è ricevuta altrimenti dalle sustanzie se* 
parate, cioè dagli angeli» ch^i sano san za grossezza di materia^ 
i]uasì (liafain per la purità della Iure furma: e altrimenti* dal- 
Fani ma umana^ che, avvegnaché da una parte sia da ma tori ìl 



1 « Amor chi' muovi tua virtù dal de- 
h. Come' i sol lo spUndore; Che là t' ap- 
prende più h^tioìimiore^ Ikne più Hùbiltk 
stìif raggio fr^jva^. o Can^urttì XIJ^ 1^^-AI» 

SEtcoOJuogo d'Alberio, come fu 
poriDlii dui eh. Mas^zikccheMi^ecosi 
vedrà maglio il lettore neUi bro tf^u- 
m qufsU clommi iiaLui^li o il modo 
con cbe Dciide gli dcHvòìilsuo iu- 
te iidimu ti to* Alberti, de ìtilvtketu et 
Utfiligiifiti, lib, l.USiiiL nUcap, 1; 
« Propt^r mulLom vieto ri ani et pfr 
mìitiotiem peraplcoì e lari in corpo- 
rihus leritsìriiUs videmiis, quosdam 
colores l»-liimiiiìs advorito eflìci 
se i n ti 1 1 UT! t^- i et spa r gè n tea I u me « a d 
ìLiumiiLaUonem filiorum : et jiliquarw 
do ai VÈte in lolo ait perfipìcuum coi - 
pusto|nraliim,Bi ìiimeu supervenior, 
dUfobres colorautalia corpi:jra sitn 
appO!iUd,^icut videmua in vitro colo* 
rato, per qufld lumen venieus secuui 
trahit colorem vitri, ftpomt canti bu- 
percorpUA cui per vUrum incìdit ìu^ 
meup OuBsdum uuiLm 6uut iU vuict-n- 



liii in peritate diaphani, quod adeo 
radiaiilNi efllciuntur qijc4 vincuut 
luirnioniam oculì, et viveri ^ine ma- 
gfitì difìÌGUltate non ptissisnt.tlij^dum 
^kUl^m BUBldptìrgentitì lantuui lumi* 
ni3 et dìuphaoi, quod vix discerni 
posKunt vi$u propter parvlt^kim &tm 
composi ti Oli is ex perspicuo, cujua 
prupriuà actua^ e^t lumen. •» P. 

^ I testi portano la aciocca jczioue : 
i>* qutlti è h hro cupttto. Onde chia- 
risaittici essendo che maucanu iu e«S4 
alcune parole, le abbiamo supplite 
col lesto d' Alherto Magno a1lu mano. 
Vedi ti Saggh, pag^ 64 > NoUatlimena 
non vogliamo tralasciar di propornj 
una nostra congettura ; ed è^ che 
OantCt §i'n?.a atteueraì scrupolosa- 
mente alte parola deirniìtorn iillega- 
to, abbia scritto: Ehe par muitipiictt' 
mento di luce ìq ioro aMptHo. K. M. 

* Anche qui viso per tiita, atto dcL 
vedere, come oJ trovo. E. M. 

* Supplitici : è rivivula ; e coai la 
tutti i luoghi ^^'^ueutt. Ìm 



TRATTATO TEUZO» 



19!» 



libera^ da un'altra è ìmpediUi; ^tauomc 1' uduid, che è tutto 
iieir acqua^ fuori del capOj del quale non sì può dire che sì;* 
tutto nell'acqua^ uè tutlo fuori di quella* e altnmeijtrdagli 
animali, hi (!ui anima tutta in materia è compresa; ma tanto, 
dico^ a quanto ò nobilitata:' e altrimenti dalle miniere, e al- 
irimcQti d^lla terrSj* ehe dagli altri; perocché è malerìalis- 
sinia, e pere remotissima^ e ìmpropDrxionalissima alla prima 
semplicissima e nobilissima virtù^ chfj sola* è intellettuale, cioè 
Iddio^^E avvegnaché posti siano qui gradi i^enerali,"' nondimeno /i 
sì possono porre gradi singolari; cioè che quella riceve^ d6l*( 
r anime umane^ altrimenti una che un* altra** E perocché ^ 
neir ordine intellettuale deh' anivei^so si sale e discende per ' 
gradi quasi continui daìP infima forma air altissima^ e doir al- 
tissima ali* infima/ siccome vedemo neh* ordine sensibile; fi 
Ira r angelica natura, che è cosa intelfeiiuale, e T anima umana . 
non sia grado alcuno^ ma sia quasi V uno e V altro contÌnii<] \ 
per gii ordini delli ^radì, e Ira V anima umana e V anima più ^ 
perfelUi* delli bruti animali^ ancora mezzo alcuno non sia: e'** 



1 Né tiiftff ftutyfi di quetta^ è l^iono 
dfrl f^QÙ. Hicc^ G d' alcune ^inttchu 
stampe. Gli edlt. miL ni fujjrì di 

^ A quanta è uabilitataf cioè Lauto 
éeUs. ttanlà ài Dìo riceve V dnìmu 
degli BnimBliv a quanto è nobillLatu ; 
e lesitone del colì. Wntc, La volga- 
ta, alqiifit*{ù iiQÒiiitala. P* 

* E nitrirne fili daiie piante t e ai i fi- 
mi; nli dalie miiiiirB ec.j ì codici Vat. 
Ijrb., Mtìrc. eecondo, Gadd. 3, 13*, 
i ^5 secondo. K. M. 

^ Do{XJ i tanti nobilissimi concetti 
fspre^&i dall autore sulle inlnHigen 
TU celesti^ appena ai può aspettare 
qui che sia oUribuito Tessere intel- 
lettuale unicamente a Uio^ pania mi> 
ehe> pjrlandt} secotido 1' ulUmo rigo- 
re della ùh>&Dfia, sarebbe vero, t'eusu 
adunqLLfS cjje s\ devo tersa acri vere 
chi sùiQ è inietUliiiait^ gì ceti è Moift Sia 
avverbio e non oi^geltivo. Allora an- 
che F argomenlazUme ne acquista un 
migliyr + otto, intendendosi pronta- 
mente, che lj teriflj akcome male- 



rìslÈsflima; non pub esser altro che 
rimfìti$sinitx e improporziùnalìÈJifttvi 
aHa prima Virtùp che è aobmcnte lU' 
tellelttjale. P. ^ lì eod. Rice legge; 
che è jofa è mtiUeHuale. F, 

* Gradi del irodo di riueato ricevi' 
mento della divina bontà. P. 

* OrdJtia © iniendi '. che tfelle ani- 
me umane, riceve quella bontà altri- 
menti iioa che un'altra. P. 

7 E perocché i ordine ijiteiletittttJf, 
lutti ì testi, Correggiarno tnU' ùrdfns 
intelhUmiief perchè subito dopo Uamto 
ne dice neW ordini nehsiMf. È. M. 

* Dall' infima firma alV aìtixiima, 
aie infimUi era la lezione comune ; i> 
gli edit. niil- corressero di loro coii- 
l^ettura i dali" infima fùrnm aW ttlH^- 
fiima, i' dafV altissimti tilt' infima Ora 
il ilo che cosi appunto legge il cod. 
niccardiano. F, 

8 Parfeita, i coti, Marc, Vat. Urb , 
Barb., <iadd. '4, U\ & pr. ediz. li Uh 
scio Eli impir fetta. E. Il- 

I* Tiilti i lesti M^S. e h stampa 
leggono : e nm Vf^giamo mdtt a andini 



■t 



tùi) \h comiTù. 

siccome noi vegliamo moUi uoniini l.iTilo vili e dì si knssa 
Irondiziontìj, che quasi non pare essere rUvù che bestia ì così ìì 
ùìi porre e ih credere ft^rmamentej che sia alcuno tanto no- 
Ijiie e di sralta {jondizmne, che quasi non sia altro *::he ao- 
gelOj altrimenti iicn si eoniinuerebbe h umana spezie da ogni 
parte/ cho csst^r non può. Questi colali chiama Arisiotile^ nel 
settimo dtìir Elica^ divini; e cotale, dico io^ eh' è qm sta donna, 
sicché ia divma virtù, a guisa che discende nell' angiolo, di- 
scende in (oi. Poi quando dico: E guai donna tjentU mieàto 
fiuti crede, provo questo per la sperienza che aver dì lei si 
può in quelle operazioni che sono propie deir anima razionale^ 
dovG la divina luce più espedi lamento raggia, clm^je l p^irla re 
e negli atti, che reggimenti e portamenti sogliono essere chia- 
mati* Onde e ria sapere ehe solamente V uomo iutra \i\'\ ani- 
mali parhij e ha reggimenti e atti che si dicono razionali, pe- 
rocché egli solo in se ha ragione, K se alcuno volesse dirt** 
contraddicendo, che alcuna uccello parli, siccome pare di certi, 
maa<5imamente delia gazza e del pappagallo; o che alcuna be- 
lila fa alti, ovvero reggimenti, siccome pare della sci mia e 
d'alcun altro; rispondo^ che non è vero che parlino, né ehe 
abbiano reggimenti, perocché non hanno ragione^ dalfa quale 
queste cose convengono procedere; né ò in loro il principio 
di queste operazioni;' né conoscono che sia ciò; nò intendono 
per quelle alcuna cosa significare, ma solo quelfo ehp veggìono 
e odono ripresentano^ siccome la immagine delle corpara in 



ttmio vili cc,*.,^ f CQfì è da pi^m e dft 
crctlffrc ce. ; ma è evidente la laguna 
della porticela xfccfnntt nelk prolnsi 
dt^ì perìod^t e il riaprii pi 6 d^ìV è in- 
riMiJ a er<Mj netr npodosi. K. M. — A 
me pare che l' j^ggiunla della par tic 
aitt&m9 non bisapniissG qnl^ com'an- 
ntieadesai aigfjtiri f*dit, mìL ^ panilo 
non bisognare in capo ^k^i incìsi ante- 
cedenti, luUi r ammessi insieme per 
r Ulesso modo q coiUluire La protasi 
ùe\ periodi); la qnale comincia aUe 
ptìfOJe EperwrArj r ai co riduce Via Via 
fino ail'&vv«4bi{i ci>rrispotideiitGC'Mlj, 
ilovft cominfiia i'finodoìt. Vedi ui5 ai- 
Irò p('rìodu avetile inUa, la Forma di 



qnesto, in Ano del capitolo, daUe pa^ 
role peroccfii, cùmisasiaEmackè pc. P. 

* VÀQt dscEndcwte o dbcenden- 
le. 1'. 

3 Supplisci: mii ^l in Quelii clte 
f;ll ammaoBLiano di cosi fare. Ti 

a fliprrsent(trf, l0 pr. edla.^ I t&ù. 
Mam., Gadd. i:^k, 135 ascondo. La 
vofgala ai qu{"Sto pas^o era fiìcura- 
menic depravata, e conadìamo dj 
;ivcrla rimessa nei la ^m genuina 
tjrjntk. Rlla slava oomf* scgUJì : n- 
prese ntnn<ìr Ondi licomie la immagine 
titilli carpOTa ut nliranó mrpù *L^rtìp* 

^a imum'^'ìfvt Oirpitrale^ die lo spuxkào 



TRATTATO TEJISSO. 



^Oi 



h 



fikuiKt corpo inculo si rappresenta. Ondo siccome nello spec- 
chio la triMiiagintJ corpurale^ clic lo specchio dimostra j non è 
vera; cosi la immagine della ragione, cioè gli Mttì e'I parlare, 
che r anima bruta ripresene ovvero dimostra, nun è ver^i. 
Dico che qnal donna gentile non crede queHo eh' in dico, che 
vada con lei, o miri gli suoi alti (non dico qual unmo^ peroc- 
ché più onestamente per le donne si prende sperienza, che 
per r uomo); e dico qncHo che di lei con leì^ senlìrà, dicendo 
quello che fa i suo parlare, o che Tanno li suor reggimenti. 
Che 'ì suo parlare^ per l' altezza e per la dolcezza sas^ genera 
nella mente dì chi V ode un pensiero d' amore^ il quale io 
chiamo spirito celestiale; perocché di lassù e il principio, e di 
Hassù viene la sua sentenzia, * siccome di sopra è narralo. Dal 
quale pensiero si procede in ferma opinione, che questa sìa 
miracolosa donna di virtù; e i suoi atti, per la loro soavità e 
per la loro misura^ fanno amore ti is vegli are e risentire là do- 
vunque è della sua pnicnzia seminata^ per buona natura. La 
quale naturai* semenza si fi come ne! seguente trattato si 
mostra. Poi quando dico: DÌ costei si può dire^ intendo nar- 
rare come la bontà e la virtù della sua anima è agli altri buona 
e_ utile: e prima, com'ella è ulile all'altre donne, dicendo. 
GmlU ^ in donna ciò che in tei si trom^ dove manifeslo^esem- 
pltj rendo alle donne, nel quale mirando possono fare parere "^ 
gentile, quello seguitando. Secondamente narro com' ella è 
utile a tutte le genti, dicendo che l'aspetto suo aiuta la no- 



fìimQstlra^ non è reta*, co»! la imma- 
qinÉ dtlla ragione^ cf^èQH fìUì^t!.E.M, 

1 Colei t edi2. Blsceodì ; Ma lei, 
etVìL. ria Subbio, cori.fìnrìd lai e Val. 
l^rh, fellcod.Uicc.J. K. 41. 

^ Cio^p con ce Iti ohe muove esso 
«pirUo celestiale. P. 

^ È detto Etecnndo il lin^^tinggio 
delle antiche scuole, e si vuole tn- 
T€! fiderò t Uavunque per bontii dì na- 
tfcjra è po5tt> deli' ìiltilutlKìO all'amo- 
re ; |^0rc^owh*' amore iinn pMtgnii 
ne' tmiTì de' tristi, s^'condo la sen- 
tftniat Amara ^ mr pentii «omo una 
conrij. e. 




cod. Vat. tlrb,, B«rb. Godd. 13ì, 
Iv M. 

> PuTfrf fsecofidfk ]l PerUcarl) è 
qui un nomcj cbo vale tippat^ntHt 
cùmfarm, é piti vcramenl« opi fifone. 
Ma forse II testo è visti alo, e dOVtì 
>«tta re e os\ l ttfi q uatf m irandù pofiù» a 
fare tè pur ere gEntiif. Secondami tìte 
narro ce* Le parole qtalh Uffuitànda 
hanno tulio ì'apparenio di elosisraia, 
nun essendo esse che una spiegazione 
di fifi ffunh mirando ; ed iiggiungia- 
mu che debbono forse menerai al 
principlfì del busso e u ente periodo^ 
io^ì ; Q'iflfo seguitando, tecoudamen- 
U ec. E. M. 



ìw^M 




20S 



IL CONVITO. 



stra fe^Cj la* qmì più che tutte altre cosr è utile a tuti.^ 
r un inno generazione; siccome queOa^ per l.i quale cnmpi.nmcj 
da eternn! morte^ e acquistiamo tìtermil vita: e la nostra feno 
aiuta; perocché, conciossiacosaché pniicipalìsiiìmo fondamento 
deila fede nostra siano i miracoli fatti p^^r Colui che fu croci- 
fìssOj il quale creò la nostro ragione, e vnllc che fos^e minore' 
del suo potere, e' f^ttì poi nel nome suo per lì simli stioi; e 
molti siano si ostinali, che di quo' miracoli per alcuna nebbia 
siano dubbiosi, e non possano credere miracolo alcuno, sanza 
visibilmenle avere di ciò sperienza; e questa donna sia unit^ 
cosa visibilmente miracolosa^ della qua!e ^'li occhi degli uomìai 
cotidìanamente possono sperienza avere, ed a noi faccia pos- 
sibili gli altri/ manifesto è che questa donna, col suo mirabile 
appetto, [a nostra fede aiuta. E però ultimamente dico cbe da 
eiernOj cioè eternalmenle," fu ordinata nella mente di Dio in 
testimonio della fede a coloro che in questo tempo vivono. 
E cosi termina la seeondii parte della seconda parto princi- 
pale/ secondo la litterale sua sentenzia. 



Capitolo VflL 

/ Intra gii «(Tetti ^ della divina sapienzìa, T uomo b mìrabi- 

I lissimo; considerando come in una forma la divina virtù lr« 

nalureniongiunse; e come sottilmente armonizzalo* conviene 

essere lo corpo suo a cotal forma, essendo origani zza tu per 



i \\ magioni legi^« &can lattameli- 
te : tfi quali e e. I cod. Val. Urb. e 
GaJiL li)!' prJmo, purlanp: la qafìh 
più chi tutte l* altre fedi aiuta iulUt 
r umana Qf^nerasiane. Il GadtJ. 135 
BOCfnido, legge mtìV esso ia qiàati. 

> Il Dianisi tpggo miraiorE. F. 

a E i miracoli. P. 

* Cioè ; ed li fioi fiiscia ererfer* ^ot- 
nihìtigii altrL Si noli però die noi oh- 
bk niu ca r re tta I u i^t tu na mo 1 1 i fa s ts- 
Biedte errala di lutti i lesti : aHrtda 
ìm fticviu pfjssifjili ce, E. il. 



i ^iic^Mo cioè etenmifa^nle [iure un 
glL^ascmfl. E. M. 

« Vedi quelln chp Djiwtr: dice \n 
line dol copiU)lo ùitlecedcntc, e ti 
accorgerai de Uà hgima cbe qiO d è 
suiiplita, li. M* 

7 £^ri(n cioè operi?. Perticarla 

^ Cioèp la vegclftlivii, U seneitivtt 6 
U rùzloriale* P> 

Afimniftw^ |{'gmjn<ì gli i^dlL 
mO. ; Riii armffHi^^aià Ipggojjo atcune 
stampo e II cod. Rico., o Ooitte Tt 
seniprc uso det vorho di'moMì^iiinrt o 



TUATTATO TEHZU. 



^ua 



I 



tulle quasi siiti virtù; ' pur cUlv pur la molta concardia cUt) 
iuira lanli organi cuii viene a bcDt) rispondersi, pucbi perfoltì 
uomini in tarilo - numero sono, K se cosi è mirabile qutóia 
crealura, certo non p*ir coUu parole è da temere' di iratlaro 
Jì suo eondizionij ma t^zìandie col pensiero. Sicché ^ in ciò 
ijudlo parole della Ecclt^siastico ; e La sapienza dì Dìo^ prece- 
dente^ tutte le e^se, chi curai va? » e quell'aure dove dice: 
4 Più alte cose di te non doaianderai^ e più furti eijse di te 
s non cercherai ; ma quelle cose^ che Dio ti comandò, pensa : 
» in più sue opere non sìa curioso^ » cioè sollecito.* lo 
adunquu, che in questa terza partii^ela d'alcuua condizione 
di cotale creatura parlare intendo, in ijuanto nel suo corpoi 
per bontà deir anima,"^ sensìbile bellezza appare, temorosamcnte, 
Mfii"sTcufo, comincio, intendendo, se non appieno, almeno al- 
cuna cosa di tanto nodo disnodare. Dico adunque, che pojchò 
è aperta la sentenzia dì quella particola, nella i[mh questa 
donna è commendata dalia parte dell' anima, da procedere e 
da vedere è come, quando dico : Case appariscoti netto suo 
aspetto f io commendo lei dalla parte del eorpo^ e dico e he nei \ 
suo aspetto appariscouo cose le quali dimostrano * de* piaceri^ 



^ Inlt'iiiii :it: virtù proprie di tutto 
e tri; le iiutuie cuEij^iunle. M. 

3 Cual CGU buoNu hiiiotte le pr, 
etìit.t i coti. Maic^, Il Vat Urb. ed il 
Gudd. \\iì. U tJiacionii in Uttìtif poco 
natuero. E. M. 

B E questo s.iadBUoa tuiti qMsWì 
cho orti <i<à\ì' A fiirùftoiogia scrivono le 
ali mirabili e pozi^ij coae. Pcrtifì^ifi. 

* Porae dea dire : siechi coììqhq fu 
ciò. K.M. 

is Tulli i tesli MSS. e stampali ; 
La napicnsu di Diu precedeite luile le 
mJie che cermvn- Si è corretEa qittifllii 
pessima htìiìiìs coi soccorri o duiie 
pi} I ole scritturai li : * SapìÉntiatu Ihi 
pnucedtiitem tìmttiaqma itives{ì§iwtt ? ■ 
( Eccl es. L 3j, V Gdi il Sa^fjiOt p*a7. E* Ji. 

^ ti A Uiorti te HE iiumsn^nf^ tsl furd^ra 
te Htì acni lui US faeris ,' ttd qua prt^c^- 
jitt libi jPe^a, itili vfìQiia nempefj et in 
pluribwf tjìijf operiùii!^ uè fuÉrin C(it*iy. 
nuu K i KctJJes. , cop. ìil) Col sacrii te- 
ski di»^ uiiLi uon :>olanietitL' »! scurgc 




(The le parole ultima c'o^ toltici ta sono 
un gleifiema (e «cloct^o glossema, 
pere Ile 1" equivoco voce militilo non 
rbponde betio <»ila JzitiniJ car mtux^ 
diti ptDpiiameiJitQ \'Si\& dcìtideroio di 
Hftfìere} ; ma di pili ai viene a Jjitio- 
prire y lurtu Tiittosi nei le sliimpe 
dell' uvverbiLi "Sirn/ir* aj verbo prtim 
{cofjiiTt semper), uvverbio in Ul iuojju 
óì molto momeiuo rispetto al coman- 
do t:he nfl U Dio. E tion è da credere 
iihe Dante, esauìsaimo e le itera lo imi 
volganzz^tre ì testi del Fa sacra Scrit- 
tura, V ubbia dimenticato* 5af/^Eb, 
l>ug. 97. E. M, 

7 Qui e per pjù altri luoghi ve- 
gnenti sotto questo capo, biiìojjEia ti- 
cbjamare allù mente ta senlenstn po^ 
àtu dali' mutare al cap, Vld^q^ie^lu 
irsUftlo, doè ctie J';iiiima «jiq e^ij^jouti 
BlTettiva del corpo. Sypra di the vedi 
ivi la noia. K 

s romt; iie dicesaa : tiàuutJ a ijuan* 
le. r. 



204 



IX. CONVITO. 



je intra gli altri tli qub' ili paradiso.* Lo più notiile/ e quello 
che scritto è fino * di tutti gH altri, si è contentarsi lc questo 

, si è essere beato : a questo piacere è Tcrameniii (avvegnacliè 
per altro rnodo^nell* aspetto di costeij chò, guardando costei, la 
gente si contenta^ tanto dolcen^nte ciba la sua bellezza gli 
uccbi de' rigaardatori ; ^jna^etJltro mQdo, che per lo contenta- 
re^ etili in paradiso è perpetuo, non può ad alcuno essere questo.^ 
E peróccUÈT potrebbe atÈWS'aYere domandato dove questo mi- 
rabile piacere appare in cosici/ distinguo nella sua persona due 
partì, ne] le quali la umana piacenza e dispiacenza più appare.' 



* Penso Clio la lezione pritiiìtiva 
SLEi EOio ne Uè parole ditnoslrano dei 
piaceri di Ptiradfxùf perchè ài queali 
Ulrettamenle et! unicu melile atee II 
versa della can£eno, e tioti di nesau- 
n' altra uatur^i dì piaceri ; e perocché 
tal mudo è tenyle anclie Uove lautore 
spone atlegoiricametite lo steBSo ver- 
£iO. Le allrc parolo di mezi^Oj cloèr e 
intra gli altri di qvc% *> aa ratino forse 
per interp<3i>ìmento di mano ijUt^nie- 

^ io più noÈiia do' piaceri del Para 
(ÌÌ90. P. 

3 II cod. Bice, le^ge t ch'i tcritlo a 
fini. h\ 

* Uii^aar^aton, pr, ediz. E. M. 

3 Questa era la lesiono eomuni^: 
mn per ailrù inado, cht per h eofiten- 
tart in Paradiso è p^rpiittù^ che rtoti 
jjuù ad alcuìfiQ estete queiia. E COSl tea» 
aero gli edit mi]., iiotandi> che i' in- 
trica di questo pei'iodu era tale che 
la critica sgamenlava»i a riordioarlo : 
pure proposero di leggere : che per lo 
9utì caiiiefitare é paradiso pefpeitiQ, che 
peraUra nkoda thjj* può in akum essere 
quetta. Il Pederipni propose dì mudi- 
li care soìlarita le parole €Ae per lo con- 
ientare in che ptir io con tentare ^ovwtù 
iti perchè iù conhnlau. H WilLe pro- 
pose : firn ptr '^tra rnado che per h 
catàtrntitre in paradiso, eh' é perpetuo^ 
Lftt ti(tn può ad afCUNo essere qt^eaiG. lo 
mi 6ono attenuto alla Jezioiie comuni!, 
non facendo altro che ireapone un 
tfie^ F^^Abbiamo vndutocomel^an- 
Stà Ila poilu la iiropoaiiione che nel- 



r aspetto d^lla sua donna appo rise onci 
cose le quali dimoslrsno do' piaceri 
deJ paradiso ; e come ha didhiarato 
ehe il pia nobile sì è contentarai^ che 
è essere beato^ e come ha aeguiltStu 
affermaiido che quealo piacere^ o so- 
gliam dire questa beatìludiiiejr è ve« 
] a mente, benché non ne ili isieaso 
modo appunta, atiche nell^ appetto 
della suddeua doonOT dando per ra- 
gione r iiifìnita dolcezza che viene 
dalla belle^^ù di lei tieVrlguardatorl. 
Ora adunque egli viene a diapiegare 
la modifìcaziotie acceitnata unita- 
mente a questa proposiiE^ione colle 
parole avvrgtiachè peraìlru fnodu^qtt»- 
ai dica : Hen è vero per6 che laddove 
la beiititudine in Paradiso e perpetua, 
qui é con alcuna discontiRwastìone, 
cagionarli d^n'impesaibìj ile di riguar- 
dare perpetuamente in quella bellez- 
za ; ed anche eoo aspettazione di Une 
per Ja morte futura d' f ssa donna e 
dei rifiu ardo tori. Vedi mme si confor- 
ta questa in te 13 igea za nella esposi- 
t\orìG allegorica al cap. iH. \\ 

V Cioè, dove apparo In cnslei ci& 
che cagiona questo mirabile piace- 
re. P. 

f Sotto nome di questa due e:ftr«' 
mi, cioè piacenza e dispiticensa.;, io 
credo che si voglia significare le 
umane passioni, le quali tulte in 
i|uel me? 10 n possono comprendere ^ 
se non perche elie abi>ianD motivo 
dal piacere o dal dispiacere» certo al- 
meno perché sono cosiaiitemenie *i_;i 
piacere t da di4pji>cere* secondft pih 




TEATTATO TEaZO, 



tm 



Onile ^ ò aa supero che iti quatunquo fKirto V aDitna [>iù allu- 
perà del suo ufficio, che a quella \m fisìameutti intende 
mi adornavi '/ ti più ssOUilmente quivi adopera, Oaita vede- 
nio che ndla faccia dell' uomoj là dove (ù più dd suo uffl- 
cip cjje iu alcuna parte di fuori, (auto sotlrltuente in leu- 
ìK*^ che per sottigliarsi quivi/ tanto quanto nella sua ma- 
ttTÌa può te, nullo ^iso ad altro ò simile; perchè V ultima po- 
tenzia della materia, la qual è in tutti quasi dissimile^ quivi ^ 
si riduca in atto: e perocché nella faccia^ massimamente in 
due luoghi adopera T anima (perocché in quelli due luoghi 
quasi tultii* ire le nature dell'anima hanno giurisdizione^ 
cToé negli occhi e nella bocca), quelli massìmameiue adorna, 
quivi pune lo 'n tento lutto a far hello, se può te, K in questi 
due luoghi dico lo che appariscono questi piaceri dicendo ! 
negli occhi e nel suo dólce riso; V\ quali duo luoghi per bella, 
simili tudi ne si possono app^'ilare balconi della donna che nello '^i' 
rd i fleto di'l corpo abita, cbè l'anima; perocché quivi, avve- 
gnaché quasi vt'lata, spesse volte si dimoi^tra. Dimostrasi negh 
occhi tanto n»a infesta, clu^ conoscer sì può la sua presente 
passione, chi bene la mira. Onde conciossÌacos:urhè sei passioni 
siano propie dell'anima umana, delle quali fa meni'Joiie il Fi- 
losofo neifa sua Hetiorka; cluè grazia, zelu, misericordia, in- i 
vidia, amore, e vergogna; di nulla di qm^sle puotc T anima \ 
essere passionata^ che aJla finestra degli occhi non vegna la 



u metìOf occonip9{^nai€, P. — Nel 
seti5i> morale può essere, mn nel ìei- 
leTiat\& piacenza e dnpiacenzn Tion al- 
tro qui signiGcanochfì (jtUtzza o5rM^ 
tezzQ* « Olire jiatura umftna Voiira 
fijì£t piaanza Ffce Dio per ^sarnsa, t 
*l(5fie il Gavulcflnti. u Per lasumnutpm- 
venati Di quiidi doìtmu i« disse Cmo. K 
q:aì infatti dico lo Mes*io Dunte pn- 
L'he linee più sotto : quiui (nel visti 
uvaaaùl p'ìne io intenUt tutiù a far bii- 

1 Intonrlì t Perciocché é d,i sapore 
dtc in qualunque p^rLe del corpo 
roninia fa più delle funzioni sue pro- 
prie, quel! il lavora con ogni soUì- 
gliczia ed abbellimento. P. 




' yueata lezione, che è la vol^aU, 
puft reggersi, mu sembra che aarehha 

assai meglio il dire : dtl sutìu^- 

ciOf qutlUi pfù fi^nimttiU ec, trala- 
sciando qutìU'/jff a. E. M. 

3 Al suo lavoro, P, 

^ Che (}cr cagione éi^l miUgUarsh 
i\um ec* P. 

5 Quivi, cioè nelitt faccia. P* 

e Cosi ilcoil vat. Crb. eli tìodd. 
Và'ò séCfindo. il Uiacioni Jegi^e : iutie 
ir^. li, M. 

7 Nel dffldnr dfi corptì^ IJÌscionu 
Neth edifìcio, porla il VaL Urbn, il 
qnate d'accordo col Gaòd. 13^ le^go 
alita invece di ubila, legione tU nort 
àcguirsi. E. M. 



SUiì 



IL CONVITO* 



i ^viH 



^mUc^ 



V 



si?mbiiinza, s.ì pnr grande virtù dentro non sì r-tiinih\ Oiulu 
iilcuiio gtii si trussL^ gli uccliìj perchè la vorjrùgno d* entni imnl 
paresse* di fuori, siccome dice Stuziu poem del tebanoEiitpoJ 
<[uando dice chii con eterna notte ^ sai vette lo suo dannati* i 
pudore. Dimostrasi nella bocca, quasi siccoinL* colore (ìnpn 
vetro. E che o rider e, se non una corruscaiione della cifìei- 
tazione dell'anima, cioè un lume appaisnle di funri secondo 
elle sta dentro? E però si conviene all' uomo^ a dimostrare ^ 
I la sua anima nel!' allegrezza moderata, moderatamente ridere ■ 
con un" onesta severità e con poco movimento delle sue mem- 
bra;^ siccliè donna * che allora si dimostra, come detto è, 
paia modesta e non disgoluia. Onde cfò fare ne comanda il 
libro delle quattro Virlu cardinali:^ € Lo tuo riso sia san; a ^ 
/ > eachiuno, cioè sanza schiamazzare ci>me gallina. » Ahi ni -■ 
I rabtlc* riso della mìa donnaj dì cui io parlo^ che mai non si 
sentia se non deir occhio! ^ E dico chi> amore le reca questt* 
cose quivi siccome a luogo suo, dove si puole doppia meo le 
amore considerarp. Prima l'amore dcir anima, speziale a que- 
sti luoghi;'* secondamenle T amore universaìe^ che h coso 
dispone id amare e ad essere amate, che ordina T anima n 
(frdinare queste parti.* Poi quando dico: Ette soverchkin io 
nostro iiìieiielto, escuso me di ciò^ che di tanta eccellenza di 



i A'>n ^i pamt^, le pr. ediZni il 
cod. Ga<id. 13V e Vnt. Urh. E. M. 

« None è Id buona iotionei conror- 
mtì al codn Hadd. 135 primo e al te- 
nto iH ^iDdo (T/iiffr-, l, V7): 6 ^^ers^raf 
tPtrrnadamnattim noct^ pudorfm €E«h~ 
jhjrfpjT, » Vpdi il Sfi^cjfFOT pBg. i7- Pure 
hittì I codirì, T,r4iTiii^ l'unico ^pra 
citato^ leggono eìtrna nQta; (3 così 
pure* Jcgge il HiscionL E. M. 

3 lirnixmf é la comune legione ; 
ma il Biscioni mito clu^ qualche cu- 
dicr^ \f%%^ mttAhra, £ n potendo qui 
» Dante Rpcdflcare gli atti sconci di 
» coloro, clic ridono ì^modcratamcn- 
n te i« secofido the dice lo stesso 
BìbcìoiiI, pormi miglior lezione m^tn- 
uniche hrnùùia^ P. 

* È noti» hf lo rn^fen^ta deirartìcolo 
InnflAlt il 4<ìnim, SuUo nome dA quo- 



sta s'intpudc ì" anima, come si vede ^ 
più &u. i*. 

* (Ji>t5$lo libro, attribuito ti ^en<;^j 
CB, è ili san Martinn vi^scovo di llra- 
ga nel secolo VI, detto M-irtinò Du» 
inrnso perflv<?r fofidnTe/ ji monastero 
rti I>uma pn^aso fìrugfi. E. M, 

<3 Ahi mirnhilt e mmrfibih rtsn. n^d* 
jlLiibeiitiitìno e €add. 135 secofido. 

' Soìivissìino psprf»fisfeofic ?i dipin- 
gere la modestia del ri^o. jj vorb^ 
'ftntire .non è Citaci' est in qt^eatù luo» 
ffò, siccome a'nmi sHmjsrm, pereh/^ 
it vedere è sctitiri-^ e perciò gii occtii 
son detti ntftttimenffìr Inerti cari. 

* Perciocché in essi m assi m amenti 
ìicioperp. l\ 

''Ln quali song larmctio iJ'auiO" 




rn AITATO TKilZO, 



m 



k 



hv-ÌXh jìdm i^nvc die io traili, soTraslirndo* quella: e dico chft 
pQCf> ne dico pt»r <ìiie ragioni. L' una si èj clin qEiesu^ cose 
ch*5 pniono nd suo aspeilo^ soverclibno lo 'ut elle t lo noslro:* 
e dico conìt- questo soverchiare è fatto ; eh' è folto par io 
modo» chi? sov^Tdib U sul^^ lu fnigìle* viso^ non \niT \n snno 
fì forte. !/r')lin* si b^ che Asìmenlo V uomo* guardare non può. 
perdio quivi s' inebriai T anima; sìcdiè incontanente, fìopo di 
sguardare, disvia ^ in ciascuna sua op^rasiionc. Poi quiaidn 
dico : Sua bella piùVfi fiammelle di fitùm, ricorro a ritrattare 
del suo e[T^ltlo; poiché dì \^\ trattare interamente non si può. 
Oode* è da sapere che di tulle quelle costi die lo inlellottn 
nostro vincono si che non può vedere quello che sono^ con- 
venevoìissimo trattare è per li loro elTetii; ondi; di Dio, o delle 
sii e sustanzie separate, e della prima materia e mi iraltaudo 
polétno avere alcuna conoscenza. E però dico che la bella di 
quella piove fìammdle di fuoco, doLv ardore d' amore e di 






N 
k 



rT accorda colle anlicho cdi^lnni è 
piOì endici ; ma nò pgli n^ akiinfr 
dt" ptii vpcctil edilnri e de' coptsf 1 
ìnl<*»i*rn In scnten/n : pproreln^, tril- 
ìfi a\ GDnlr^rÌQ di dire che esso lyo 
vraaia tìlt'ce(ìf!llpf»T-'v flelta mn don- 
no, Dante dics che quel hi eovrasta 
n MiU trìoé rh'eU» soverchia il suo 
ItitcheETo per modiis cir ei poco np 
imb purlnrc. Se però non vfinlsì che 
wot'Tfitinre nd una co%n r|ijì BÌfininchi 
ftttflfTan^i mpni fìi f jin .' il ChP non 
fi sembra nntiirale ^ nin ce ne me: te 
«(fkspeUo qnetr es^pres^ionE delTAu- 
tnrejnqursio stesso trattato, cjp.XIt 
o\e dice : * chìiifxne hro qmilorhfac- 
tfuintarf (u tt n dano^non iùv rn iftfrebtìeTo 
fdla titìdkJ, B E. M. — ch'io m* iiì- 
grtnno, n veramente fu il Ul sci crii e 
vecchi editori quelli cine irUescrti 
^7^ acnienza. Mi tìsCiino per firasiia i 
f^ignori cdit, miUif)»c1ie nelU tez da 
Iwm COTEkpoELa^ io parole ioirftttan/in 
qudta non cntrono nel corpo dell'ac- 
cusa? Or bene, pssc* ne rampono 
appunto tnUa In fonn ; pprciocchn 
(| M u l mai r kt g i<;»ti e (1 i f ^ J3tpro ver a r« ni - 




trtii di cift che pam dicn In cosa* 
dalla qnolc si sn eh' egli è soverchia- 
to? DLi.nqne hi dizione notraiinnJù h 
fjHfith ?ì vorrà spiegar©, non rvi uff 
iprnndf>m% joprn (fi>ssa, ma ffr maturo- 
ìmvì mprii simile; come in qnc- 
st *»sempio de' Serm. di sant* Agoitì- 
no, 3 ; *i Sff tPi *ci' éiìm^nàitiù^ fartii rwÉf- 
gltù Hi dftn hrevr riapnstti, che vùfrre 
sùprfìstfireinliiitgora^onfimfnfn. » Al- 
lora il pieno del dlacnrs^ sì rt^jfìlvi» 
à q uè alo modo: escnso me cImì di 
Cynta cccellcn?.Ji di ht\[h poco pnro 
eh' io traUl, mcnlre pure ne fdccìn 
Kiihietto del mio ragionare, P* 

* TuUi i WSS, le ilampei h 
iiifrllftfó noÉirn^ cioè nmntìù. Ahbia^ 
mo esptintfl le parole che umun^, per- 
chè evidente glnssetnji de' copbtì. 

^ Frale, ie pr. (td\7r e il cod- VeiL 
LTh. ÌZ M. 

* Fimnnuif t' uomn cc, CosI il coti. 
VnL 47TS, laddove LaUi gii oilrì le- 
sti hanno ftfamfnte mo'^m^ lesiona 
privn di senso buono. E. M. 

s iJiavin, cine di smarrisce. K 

* i^e rocche. P* 



208 



IL CONVITO- 






carltàj Animate d* uno spirito gmiili^ cioè informat*! amore * 
{1*1111 geiilil(* spirto, cmè diritto appeiito, pop lo quale e del 
quale iiasf^R origine di buono pensiero: o non sol^imentp fa 
qupsto, ma disfa e distrugge lo suo conirario,' cfo^ li vi/Jì 
mwtih \ì qiL'fli niasslmamont*^ sono de' buoni ponsirTi nemfci, 
K qui è da sapere che certi \\m sono' nell'uomo, adi quali 
n;è turai niente e^li è disposto; siccome rerti per complessione 
collt^ri'jrt sono n^ì ira disposti : e questi notali vizii sonojnnatii 
RÌoè conna Mirali. Altri sono vizii consuetudiiianl, alìi quali 
non Ila 'lolpa la compitìssiono ma In consuetudine; siccome 
jla inti'mperanzm^ e mnssimamento del vino* E questi vizii si 
fuggono si vincono per btiona consuetudiiv, e Tassi y uomo 
per essa " virtuoso, senza fatica avere nella sua moderazione, 
siccome dice il Filosoro nel secondo deW Etica. Veramente^ 
questa differenzia è intra le passioni connaturali e le consuc- 
tudinariCj che le consuetudinarie per buona consuetudine del 
tutti! vanno via ; pitocche 1 principio loro, cioè lu mala con- 
sueluflìiii', per lo suo contrario si corrompe;^ ma le conna- 
turali, il principio delle quali è per natura del passionalo, 
tutto eh"? mollo per buona consuetudine sì faccrano lievi, di'l 
tutto Jion se ne vanno, quanto al primo movimento: ma van* 



1 tHfOTtnttio &trfiùre, pr. ediz., eoa. 
FtsrbM Ga{ìcl, 4a4. l'In secondo e Vat 
Urb. E. M. — Kil il ctfd. Bice — 
Questa k7.ion(? a mp pace migliori»; 
pere toc thè il sostaniivo domsnantc 
in questo membro dÉl di*cor3<> é ar- 
dore; \a dizione pi>i à' amore esprit 
me Ulto pa&slone d'esso sfvsfanUvo, 
€ non ha iiUrf> uWlcio. Ora ae noi 
lég^ìamct infarmata ardore^ aovrab- 
' bonda ò\, ma mnoc eri temente, it m- 
gno espressivo del ca^ dominanlf]; 
m& V alEra sua pa&sionc, cioè L esac- 
re infarmatfi^ gli va condotta diret- 
tamente, com' dovere* Laddove se 
leggiamo informata amortf, la pascio- 
ne é legnta, non piti al subietto, ma 
alla passìodo; lo QWil co^a nori ac- 
cade senza utì& eome sottilissima 
tortura. P. 

* E diUfìiqQé tn »tfo contrario dsUt 
buoni pemienf cu^l I MS, e te sitfiu- 



jj>c i!»alv{i cbe il L'od. \at. Vih in 
cambio di <^tHì huam prmti^rif le^^^i 
4'r^^i huom ptn^itri) * Dante p(*r& noti 
dice toootitrnrio d^Ui bnoniptanitri^ 
ma la *uo uj^Htrnrij}: e quel nmt tu 
chìartasimo prova che driii hitot» 
'pitisieri è puro gioisems» K. M« 

» La le^Jone volgata è, Gtrti inrri 
Mfina af^&^ ndt' uamo. Abbi Amo séoU 
tatii quella de' ood. Rarb., Vai. Urb., 
Marc-, Gadd, iS4> 1*^5 primo e se- 
conilo, poiché la partkellB ottm rjon 
ci parve richiesta dal iJi^corso. E. M* 

^ Per f*mt leggono rettumelita j 
cod. Gaild, f34 e 135 secondo; latl^ 
dove altri codici, ed il Bisdoni con 
hro, Hanna per ftii. Hi eterne mal 
\yiyiè credf!rt> quetl* erudito, che i'\w- 
mn ftì faccia virtuoso pei vi in? 
E. ìà* 

■ Cootutloeiò, P. 

'Ci^, ti dtslrti{ige, E. ll«> 



TRATTATO TEUZO* 



200 



^ 



iioseno hem M tutto, quanto a durazione, perorehò k con- 
suetydiue * ^ cquiibite ,'ifLu natura, iielln quuio ò il principio 
di quelli*, E pnrù è più laudabile 1' uuruo oUn indirizza se e 
reg^c sé mal naturato conlm air impeto della natura , che colui 
(the bene naturalo si sostiene in buono regi^iniento ; ' siccome 
é più laudabile un mal cavallo reggere, ehr^ un altru non reo. 
Diro adunque elle queste fìammellii ^die piovono dalla sua 
Ijeltàj come detto è^ rompono li vizii innati, eioò connaturali; 
a dare a intendere die la sua bellezza ha p[>destà in rinnn- 
vare natura in coloro cbe la mirano, eli' è miracolosa mm. E 
questo conferma quelb elle detto é dì sopra nell* altro capitolo^ 
quando dico eb" ella è aiutatrieL> della fede nostra. UU ima mente 
quando dico: Però qtial donna sente. suu beliate , concbìudQj 
sorto colore d'ammonire altrui, lo fine a clic fatta fue tanta 
l;eltade, E dico, che qual dunna sente per manco la sua beltà 
hiasimare,* guardi In questo perfettissimo esemplo; dove s' in- 
limdi*, che mm pure a jnlgliorare lo bene è fatta, ma eziandio | 
a fare della mala cosa buona cosa/ E sogj^iugne in fine: Costei 
pcnaù chi mosse T univemoj cioè Iddio, per dare a intendere I 
per divino proponimento la natura cotale cfrelto produsse, E | 
COSI termina tutta Ja seconda parte pnncl|>ide dì questa canKone, j 



^ 



i Afl?* eqtàabiis aita naturti, tutti i 
tfiBtì- Ma il non è un vizioso so- 
proppiò che guasta il pensiero Jel- 
l"«utore; il quale è questo: c!io 
quantunque r[mi»nga geni [3 re il moto 
primo della naturati passioni, pure 
id buona consuetudine ne impedisce 
j| processo , perchè ta sua fona 
oquivale a quella della natura. E 
riuestji seni EU za è presa da instoti- 
le: w Qtiùd CQfiiUitum Ulti vduli inna- 
tutti est, gaia ci>nsueluào isisimilis na- 
turm fttcth» li 2). Diffkiifiesi rtsistere 
comueiudifii, quia wfaimilatur nalurce 
{Elh. VII, 10K ComuttudQ tsi altera 
tiatara iìb\ó}.i> Ad Aristotile fa eco 
àant' Agostino n^?! VI della Musici: 
li Caamitludo qt^an affattricala nahira 
dkilar.f> Il san Uaailio nclU Bee^^la : 




A iVori pur V US est lubor^ ut ne aiìqtiix a 
priori non l;ana c^nìmeltidine reflectat 
etrtvocett quoniam quidemmon hugn 
iempùre cùnfìrmatui vim ffuodammrtìa 
naturm obiimt. *VEdi il Saggia , pog. 
£S. E. M, 

^ tn buotif} rftjgtmento : la dii^iato si 
rotìim. È impossibile fìndovinaro 
come in tutti i testi «ìanai introdoUe 
qu&af ultimo parole* da noi Irala^ 
siijate, perchèprive d'ogni legame col 
resto. Vedi il Saggio, pag. m. K. M. 

3 Cìoó, Stìnte biasimare la saa bel- 
rii per mtttkca, cioè per difetto, o vo- 
gliam dire^ come difettosa. P. 

* Così le pr. edi7.., ti secondo end. 
Marc, ii VaL Urb., i Gadd. tilt e 
1^5 secondo. L'eclis:. del Biscsoni; 
delia mala co^a tuona. E* H, 



li 



lìD 



IL CONVITO, 



Capitolo IX, 



L' urdlne del presente trattato richiede, poiché le due partì 
ili questa canzone prima * sono, secondochè fu la mii. inten- 
zione, ragionate, die alla^za si proceda, nella quale io in- 
tendo purgare la canzone d* una riprensione, la qufde a lei 
potrebbe essere stata contraria. Ed e questa, eh* io primn che 
alla sua composizione venissi, parendo a me questa donna fatta 
contro a me fiera e superba alquanto, feci una balla letta, ^ 
nelJa quale chiamai questa donna orgogliosa e dispietata, che 
pare essere eontr'a quello che qui si ragiona dì sopra; ^ e 
però mi Tolga alla canzone, e, sotto colore d' insegnare a lei 
comc*^ sfe scusare le conviene^ scuso queha. Ed b una figura 
questa, quando alle cosr inanimate si parla^ che si chiama dulli 
rettori ci Prosopopea; ed u san la molto spesso li poetr. Canzone^ 
e par che Ut parti contraro- Lo *n Ielle tto della quale, a più 
agevolmente dare ad intendere^ mi conviene in tre particoìo 
dividere: che prima sì propone, a che la scusa fa mestiere;* 
poi si procede colla scusa quando dico: Ta sai chcH del: 
ultimamente parlo alfa canzone siccome a persona ammaestrata 
di quello* eh' ò da fare^ quando dico : Lmì li scusa, se ti fa 
me^tiero. Dico adunque in prima: o canzone, che parli di 
questa donna con tanta loda, e' par che tu sia contraria a 
una tua sorella,'' Por similitudine dico sorella: che siccome 



» Pr Imam ente, P. 
f t^eiTibra t?sser queUo cha comi»- 
fera: V qì the t Qpeie ragionar d aimrt, 

' Cloéf che ni ragia tm qui di rnnm. 

* Tutti i t^^ti par Uno quc'iìto pa- 
iu COBI t €0m« Ktni^Tf ia cutinienti Itì- 
vii une chu tioi\ ha. senso. rScuf^ire ie 
L-ottPiVM, legEtì il e od. VaL 477S1 
malica [i&ìò del ièf cui non \tufìns[ 
fare a tiieno di sui^plire , quando 
UQU voglib dirsi cliG DoiLte ubbia 
qui ii!iato fCumre a ifiOdD di ticuOù; 
il die tic parrebbe slrariiK E, W. 

* CltìO, si crtìiiutie qtieilo tuiitio 11 



I 



nuale la scusa fa mealiertì » cioè 
l'uccusu. P. 

" IH qufiiQ ette dfve fare, Te prime 
cdist,, I cod. Marc. Si-condo, Gadd. 
nif 135 »fi{:cndti. E. M. 

7 Lìcenitì Jellacufijtqne indirìscìiata 
atla cunzuno medc^Lmo- — Questa 
mediasi ma chiosa piitoEci per parob 
fa il Castel vetro alla cauzone dd 
Petrarca : Giniii min daium^ io vi*g- 
j;io ec,, la quale litilG^ce: Cimzom, 
V una. ii0reUa i poco inuanzi ce. Ala U 
Castel Vi* tro, cibando U verso di Uà li- 
te* Ai dir duft^'"sfirfUa cht iu i 
non ha citale !« v^'^role ùeì Cùnifits 
\n {ìì'ùitò^ilOf anzi i^^ ha posi e CU me 



TRATTATO TERZO. 



211 



^ 



I 



sorella è delta quella femmina che da uno medesima) generante 
è generata; cosi puote ruomo dire sorella quel l* opera cho da 
uno medesimo operante è operata; die h nostra operazione 
fa alcun modo è generazione, E di cu p turche pare contraria a 
quellii/ dicendo : tu fai costei umile^ i\ quella ' la fa superba, 
cioè fera e disrjegno&fij che tanto vale. Proposta questa accu- 
sa, procedo alla scusa per e seni pi n^ nel quale ' alcuna V4>lta la 
verità sì discorda dall' apparenza, e V altra per diversa rispetto 
sì può trattare,' Dico : Tu sai che "l del sempre è iucente e , 
chiarOj cioè sempre con chiari la, ma per alcuna agione al- 
cuna volta è licito di dire quello essere tenebroso. Dot' è da 
sapere che propiamente è visibile il colore e la lucej siccome 
Aristotile vuole nel secondo delV Anima, e nel libro di Senso 
e ScnmtQ, Ben è altra cosa visibile; ma non propiamenlej pe* 
rocche nitro senso sente quello, sicché non si può dire che sia 
propiamente visibile^ né propiamente tangibile, siccom' è la 
flguraj la grandezza, il numero^ lo movimento e lo star fermOj 
che sensibili sì chiamano : ììì quali cose con più sensi com* 
prendiamo; ma il colore e la luce* si propiamente, perchì? 
solo col viso li comprendiamo. Queste cose visibili, sì le pro- 



iue aen^n frammcUere flkona dila- 
zione. Pertìcan. 

I li tod. Darb. ; e quella fu jftiper- 
h/i: lì Marc, secondo, il Vat. Urb,, 
e il Gddd. 13V: tqmUa fai suptr ba- 
ie sumpe : e quella fa inipirtut. Ila 
nianii di qiir^ste lezioni è sincerai il 
perchè abbiamo emendato, come 
dallji buona critica ne venne SiUgge- 
rito. E. M. 

* Ntl quaìe, leggono cor retta niente 
ì God. TrLir., Qoùù. 184 e ìe F^rimo 
edlz.; nello quale, il cod. ii^M, ^'à"t 
ìiccondo; TìeUn qwiif, malnmente il 
Ilìaci uni. E* M. — Par ffttmpla^ cioci 
per mezza d'nrt oacmtiio* V. 

* Quest' uHimo inciso a me non dà 
ninno inlelteito \ & per conseguenza 
lo giudico monco e dk dorer esser 
compito^ leggendo: datV Qppartnza, 
a V ùrèa (t i' -illra per dixtr^ù rUpHiù ti 
può IralifEte ; cio(\ e tanto ran|>a> 
letìZìi come U vct iU si possono con- 




siderare per vero e non T'ero, aveti- 
do rispeLto a diversa ooitdixion ili 
rafiionl, P* ' 

* L[) volgata lezione di questo pas- 
so, secondo il testo Biscioni^ è la 
Sf^gtiente : ma il colore e In lucs iouo 
propiamentg^ pgrchè voto cai vi i^ som* 
pT^fidiamOi cioè wo» con altro xìusq. 
QutHt cùie ec. La correzione sì prò- 
piamente ci ifenne prese nUta dai pr, 
cod. Marosi il pronome fisi è. quin- 
di aggiunto secondo la ragione gram- 
maticale^ e tìiialmenlesi sono leva- 
to le parole cioè non con allrtì ttenso, 
le quali sono evidentemente glosse- 
ma. E. M»'— Le line ultimo cotre- 
ilonì stanno bene, ma la prima po- 
tevo omettersi, perché le porole del- 
la volgata^ ft calore ila lur^ simto pro- 
piamente, danno U senio ctif sono 
proprìamento visibili u scnsàhiii. Oa- 
se kKsata dall' autore anco imìììn* 
ti. !■'* 



flt 



IL CONVITO. 






pie^ utime Le comuni^ in quanto sona vìsìliilì^ vengono dcniro 
all' occhio * non dico le coso ma In forma laro, ]wr lo mezzi) 
tìiHfam^ non realmenle ma intenitourtlmcuLe,' siccome quasi 
in velro iraspurcnte. E nell' acqua vh' ù nella pupilla Jell' tic- 
l'ilio questo discDrsuj clic fa la Tarma vigiìbìle^ pi^^v h ^ mezzo 
suo si compie,* pen^Uè quell'acqua e terminata quasi come 
spocchìOj che è vetro terminato con piombo; slccbè passar 
più oltre non puòj^ ma quivi a modo d* una palla percossa si 
ferma ; sicché la forma, che nel mez^o trasparente non pare 
lucida,* è terminata : e questo è quello per ehc nel vetro 
piombato h immagine appare^ e non in altro. Da ° questa pu- 
pilla lo spirito visivo, che si continua da essii alta parte del 
cerebroj' dinanzi dov' è la sensibile virtù siccome in principio 
fonlale, subitamente sanza tempo la'* ripresenta^® e così ve- 
demo* Per che, acciocché la sua visione sia verace, cloò cotale 
^uiTè la eim visibile in sé, conviene che '1 mezzo ^^ per lo 



i Cioè, secondo J' efiscro eh' elle 
hanno no IT interni o ne del C reato r^^ 
oh'é un e^st^ro per idea. E. M. 

* lHj)!amento i eoda1 q losiiimpe: 
in t((ro ffitMjìnfrnie e ntW acqua, 
f^hé ^C..* pff In mfiio il) Mi coTupie. 
Si è emendato col ekgnor Wiue: E 
ti^Wticqtta eh' è ntiia pupiila £c. La 
Gorrezìonci mezzo, in luogo di meno, 
è scruta in margine del cod. Gadd. 
13:^ ai^condo. K. U. 

9 Ordina e ititendi : E questo éi- 
Acoraor cioè diacorrimentu, che fa la 
roruiD visibile neU' acqua che é nfil- 
lu pupilìfi itali' occhio (e lo fa ^ì 
ineiio à' essa acquaj sì compie. Bioè 
tìniscCi perchè queJJ' acqua ec. P. 

* Patsttr piàùttre non può, ù Jezio- 
ne del €od, Ricc^; pu^j^or più nttu 
|Ht«, ra volgata. ¥. 

> l^etiso che sarebbe da Levare Ja 
Tirgi^la dopo lo parola iucida^ 6 tra»^ 
portarla i(inanKi nd ei&t; cioè dopo 
Ja parola par** Cos.1 n' wwìrebbe lu 
uenl^nza aperta t qtjoalo mttdot 
SkchÉ la rormu d^lla co^a^ la quak 
per Lutto il OMiVìo Irasptìrenle non 
pare, eioì^ noti dà nc^^uiia viM^i di 
»ó medesima, arrivata ^ìw ma. ouu- 



tro il terraine eh' è detto, sì f*» hiei- 
da, cioè parvente. P* 

fl Tutti i testi per errore : Di ìj-h^- 
tta ce. £. M. 

^ Cersbro, le stampe anllth© o li 
cod* Rice. ; ffiiabrt} le stampe mo- 
.derne. P. — ^ Qui ptire io pc^nao che 
SL debha levare la virgola, e po^r- 
tarla dopo la parola ditmtni; per- 
ciocché quejìi' avverbio è inoporoio^ 
ne si vook*^ accostare co) itsembre 
susse|;ueate ; laddove e^li biaogns 
M ntentbro antecedenti^ per compie- 
re la d et erm inazione detia parie del 
cerebro^ dalla quale ai la pupiila si 
continua lo BipirUo visivo. P. 

> Cioè la immagine ; oade è da leg- 
gersi tti invece di ^o, siccome sta in 
tutti i MSS. e nelle stampe. E. M. 

" Ordina e intendi : rappresenta 
subitamente ea$a roritia della cosa 
vi!»ibile, dove Ed sensibili'» virtù, cit^à 
r anima seusitivii è, cioè lìta, sicco- 
me in p(incipLo loiitale, dal quale »l 
derivano tuUe le ^irtù ficnsHtVe par- 
ticolari. l\ 

>o Intendi mtz^om seii-'ia de flatcì ; 
e qui parUcnbrnsente 1'u[iiio5feFtìj,civ» 
mtr ii oc n e H a I tre liiogo pi^ t iin itiisi . P. 



TRATT.iTO TERZO. 



§J3 



^ 
» 



quale .lU' occliio viene la forma^ sia sanza ogni colore^ e V acqua 
della pupilla similmente ; altrimenti si macolerebbe la forma 
Yisibilti dt^P coloro di me^za n di quf^lln della pupilln, E però 
colnro che yogUono faro parerò le cose nello specetiìo d^aliMino 
cf»lorc, interpongono di quel colore tra '1 vetro e *ì piombo, 
smchò il vetro ne rimane comproso. Veramente Plato e altri 
fìloson dissero che '1 nostro vedt^rc non era perchè il visibile 
venisse ali* occhio, ma perchè la virtù visiva andava fuori al 
visibile. E questa opinìoiifs è riprovata per falsai dal Fibsofo 
in quello di Senso e Sensato. Veduto questo modo della vista,^ 
veder si può leggermente che, avvegnaché la stella^ sempre 
sia d' un modo chiara e lucente^ e non riceva mn lozione al- 
cuna se non dì movimento locale^ siccome in quello di Cielo 
fi Mondo è provato, por piii cagioni puote parere non chiara 
e non lucente ; però puote parere cosi per lo mezzo j* cho 
continuamente si trasmuta. Trasmutasi questo mezzo di media 
lucè in porOj siccome dalla presenza del stde alla sua assenza : 
e alla presenza lo mezzo, eh' è diafano, è tanto pieno di iume, 
eh' è vincente della stella; e però non pare più lucente.* 
Trasinutasì anche questo mezzo di sottile in grosso^ di secco 
m umido, per li vapori delb terra che conliDuamente salgo- 
no. Il quale mezzo co&ì trasmutato trasmuta la immagine della 
stella^ che viene per esso, per la grossezza in oscurità, e per 
r umido e per lo secco in coloro;^ però^ puote anche parere 

* Intendi *. puote parerò non chiara 



> Cosilo pr, tìtiiz^eil coti. Gadó. 
l3Ve Vttt. Urb, Il Marc* seeoniip : 
Mh mkr\ U U licioni: dai Cùiore. 

^ Cioè, il moda pel quole si produ- 
co iJpiitro di noi lì vedera^ P* 

^Qin per tulto questo capo è 
'detto sitila cotnon^menle per qua!- 
sìaaL do'corpi celesli, meno cho II 
»ole. Co*Ì neIJa canzone Donna pivto- 
ìtae^. . a P*d mi parte tette rt tippoa 
0ppnco Tfirhtìt h sfìfs ed apparir ta 
stefht ti pìnngsr ffjli fd ella, b 1 quali 
versi rispondono a queste parde del- 
la, prosa { Viìa tiuova) a parlami vetìere 
la sùlt Oleum r?^ sicché k steli» ii mo- 
i( ramno di mhre, che tnlfac^nm ^iu- 
iictiVi eh? p'angesMirQ, i ÌK 



non lucente ; (perocché puoto pa- 
roic cosi per eaiisa rieiratmosferaj 
che ec. P. 

s La lezione di qucsln periodo é 
data dal Witte. La volgala diceva : 
Trasmut^jisi questo mezzo di moKa luce 
in poca^ skc^fnt nila presffim dei iokf 
Ralla tua assetala : e aitn prenetizfi ìa 
mezza, eh" è diafitut}, è taulo jjpifFii di 
tumef eh' è mncfute della sleitny a però 
pare più lutenie* F. 

S Credo il Witte cht* leparolo fiptr 
loMcGo siano da tog3 ieri»!, pere ho vi 
secco dell'aria la rende più chiarii 9 
P ras parente non ne tr^^nJjuUi il Cìh 
lorc, i'* 

T Pire lùcc Ile. l* 




21i 



IL CONVITO, 



cosi por r organo tìsìvOj^ cioè V occhio, lo quah ptu' iiiferniHà 
V. ptr latica sì trasmuta in alcuno colorameli lo e in alcuna 
(lobìlita; siccome avviene spesse volte, che p&r essere h lu- 
iiica della pupilla sanguinosa molto per alcuna corruzioim 
d' mfi'rmUade, le cose paiono * quasi tutte rubiconde : e perù 
la stella ne pare colorata. E per esaere lo viscj debilitato in- 
contra NI esso alcuna disgregazione di spiritOj sicché le cose 
non pBÌon<j unite,, ma disgregale, quasi a guisa cbc fa ^ la 
noitra ietterà in trulla carta umida, E questo è quello per che 
inollì quando vogliono leggere sì dilungano le scritture dagli 
occhi, ptìrcbe la imnjagine loro venga dentro più lievemenlB 
e più sottile ; e in ciò più rimane la lettera discreta ^ nella 
vista. E perù puotc anche la stella parere turbata ; e io fui 
esperto di questo V anno medesimo^ che nacque questa uan- 
zonCj che per affaticare lo viso molto a studio di legger^, la 
tanto debilitai gli spiriti visivi^ che le stelle mi pareano lutto 
d' alcuno albore ombrate : e per ìrnv^a riposanza in luoghi 
scuri e freddìj e con afTreddare lo corpo dell' occhio con acqua 
chiara, rivinsi * la virtù disgregata, che torntii nel primo buonn 
stato della vista, E cosi appaiono molto cagioni per le ragioni 
notate, per che la stella può parere non com' ella è- 



a 



CàPITOLO X. 

Partendomi da questa disgressione^ che mestieri o stala a 
vedere la verità, ritorno al proposito^ e dico che^ siccome li 
nostri occhi chiamano, cioè giudicano, la stella talora altri- 
menti che sia la vera sua condizione; così quella ballatetta 
coijsiderò questa donna secondo l'apparenza, discordante M 
v*^ro per infermità deir anima che di troppo disio era passio- 
nata. E ciò manifesto quando dico: Che V anma temea ^\, che 



^ ì*aioao tutte rubicondt, te prìmtì 
aùit. , i cod. (ìfldd. 134 e 135 primo e 
Vat, ITrb. K. M. 

* Cosi i coditi Barbi, Vat Urb., 
Marf!., Gadd, 135 primo e secondo. 
Che fa mitrti Ulturaf il {«ciò ni. 



3 Discreta r e ìoè he n cova po^ta ^ f > 1 
* ;?mfifiV secondo il Dionbì (Aned* ' 
dolo V, pag, 153J qui significa rìhgai, 
riunii^ dai liL retìnsìi. Sembra perft 
elle più naturai mi?^ le sigoiQclii ricu- 
ptrai. E, M* — Il w^. Rico, legge if 
HunL F. 



Tn AITATO TERZO* 



Iti: 



^ 
^ 



I 



fiero mi p^ir^a ciò cbc yeti e a rieKa stin pr<?5r'nzm. Dov'ò iIm 
sapere, cbu qminto J' ag<*nlL' più al jifuientc se uiiisce, taiitu 
più è lorltL \^t\i iJL^KiSsjùmi,^ sìcconie per fa senltiiiza ilei 
"FlIoiSrOj^ki quello di Generazione, si può comprenderò. Onde 
quanti) ia cosa di, rìderà ta più s'appropinqua al desiderai! lOj 
tanto il desiderio è maggiore; e l" animai più passioiiata, più 
sJ unisce alta parie concupiscibile e più abbandona la rat; ione: 
slctìiò allora non giudica come uomo la persona^ ina^ quasi 
com"alEro animale, pur secondo T^ipparcnza/ non discernendo 
T£jferjtà* E questo ò quello per che il sembiante, onesto se- 
cqiida il YcrOj uc parc^ disdegnoso e fero. E secondo questo 
colale sensuale^ giudicìo parlò quella baHatiHta. E lu eiò s'in- 
tende assai che questa canzone consideni queiita donna secondo 
ja verilàj per la dfsc(»rdan2a che ha con quella, E non senza 
(^agionc dico : dm' dia mi senta ; e non la dov' io In senta. 
Ma in *.[o voglio dare a intendere la gran virtù che h suol 
occhi avevano sopra me ; che come se fossi stato diafano/ cosi 
per ogni lato mi passava lo raggio loro : e qui si potrebbono 
ragioni naturali 6 sovrannaturali assegnare; ma l>asti qui fmta 
aver detto : allrove ragionerò più convenevolmente. l\tiqmojdo 
dico: Così ti scum, se ii fa mesliero, impongo alla canzone i^omo 
per le ragioni assegnate se iscusl là dov" ò inestierej cioè la ' 
dove alcuno dubitasse di questui conlrarielà; cbe non è altro 
a dire^ se non che qualunque dubitasse in ciò cbe questa 
canzone da quella ballatelta si discorda^ miri in questa ra- 
gione cbe della ò. E questa cotale figura in rei lorica è molto 
laudabile, e anche necessaria^ cioè quando le parole sono a i 
una persona, e la inteniioue è a un'altra; perocché T animo-, 
nirc è sempre laudabile e neccessario^ e non sempre sia cunve* 
nevolmente nella bocca di ciascuno. Onde, quando il iìgbuolo 
è conoscente del vizio del padre, e quando fi suddito^ è co- 



li 



1 ranY» JJIM è furtt : e però ia puni^ 
nSy leggono colb vcktgdtn gli BdiL 
md. Ld qorrÉzione fu pro[>DsU dsUo 
ScolaHjC modifn^aLadal Pederzìin. F. 

^Puruconttó l'apparenza^ non st^ 
mud^ in v&riiadb' pr. edit-, C(>d|ae 
Gfldd. ia4 e Val. Urb. E. M- 



^N4 pftrgj BoUintendl , secondo 
r apparenza. K 

* Senvwikj e perft non rn?.iotia1é. K 

R fìittfiim, di cui f' laguna iti iiUU 
gli aUfk tBàti, si aggiunga col codico 
Mnrc. secontio. E. M- 

« QuaJclie ftlumpa legge tuggèito, F. 




S16 



IL CONVITO, 



noscenU del ykio del signore?, o quando 1* amico ooìirscft cho 
vi^rgognn crt^scerebìio al suo amico quello *nmmonend(Sj o me- 
nomerebbe * suo oiion% conosce T amico suo non paziente * 
ina iracondo all' ammouiiionc, questa llgura è bellissima e 
utilissima e puntesi cbiamare dissimulazione; ed è si mi gli ante 
ftll'openì di quello savio guerriero che combatte il castello da 
un iato per levare la difesa dall' altrOj che non vanno a una 
parte la 'ntenzìone dcir aiuiorio e la battaglia. E impoìigo a 
j costei aiicbe che domandi parola ' di parlare a questa donna 
Idi lei; dove si punte intendere che l'uomo non dee essere 
Ipresuntuoso a lodare altrui^ non ponendo bene propio "mente 
's' egli ò piacere de! la persona lodata ; perchè mai te volte cre- 
dendosi alcuno (lare loda dà biasimo, o per difetto dello di- 
citore * per difetto di quello che ode. Onde molta discre- 
zione in ciò avere si conviene; la qusl discrezione è quasi 
un domandare Jicenzia,'' per lo modo Qh' io dico che domandi 
questa canzone» £ così termina tu Uà la littcrale sentenzia di 
questo trattato; per che l'ordine dell' oro ra domanda air alte- 
gorica sposizione omai^ seguendo la verità^ procedere. 



I 
I 
I 
I 



Capitolo XL 



I Siccome r ordine vuole, ancora dal princìpio" ritornando, 
{dico che questa donna è quella donna dello intelletto che filo- 
sofìa si cliiamà. Ma perocché naturalmente le lode dénno desi- 
aerio di conoscere la pf^rsona lodata, e conoscere Ja cosa sia 
sapere quello eh' ella è in sé considerata e per tutte le sue 
cosOj siccome dice il Filosofo nel principio della Fisica; e ciò 



1 Memmenliht, leggono col flico. 
moUt codici ; mtifìchtniiht^ le slam- 
pe. F. - 

' i*inceR{f^ è \a voleatS] rna del 
tontcìto sì (a ìnd Licitato che dee l&^* 
^m^\ ptiiwitf^ traine legge il codice 
JUcc3r(ìinr>f>, V. 

^ thmniìdipnrftta, cioè domandi ii- 
cfR-fi. I fraìiccsi dèmttndir la par^lf 
|if r dtkdért di portare ; HfQtr la paro- 
te per itver diriiia di parlare prima di 
untiUfO' ntìU piibbluhe ùntmMfe, Ev 



M. — Il cod. Rice, hg^a peraltro ; 

che con licenza domattiii di paria- 
re. P. 
* Dici f Gre f cod. Rarb.» Vat. Urb.| 

Oadtì. 13S secondo, Mure, iecotido. 

Lp eLampei della datore, K, M- 
^ ìnt&Tìùì t Lq qunt djscreziono Ti 

come le vt?cl del domandar licen- 
^ Al principia, ìlCQÙ. VaL lirb. E, 

Ur — IMI primipiOf fio m ale li di, delJA 

cai>;ttìne. 1** 



TRATTATO TERZO. 



:^i7 



ijL> ' ili musi ri il TiomfVj avveguachè ciò sìgnirirlii^ siccome dice 
nel quarto della Mela/ìsica, dove si dice che la deniilzione ò 
quella ragkme che 1 nome significa ; conviensi qui, prima che 
pìù^olifc si proceda per le sue laude^ mostrare e dire che è 
questo che si chiama fìlosolìfì^ cioè quello che questo nomo 
èrgo i fica; e poi dimostrata oMn, più effìcaccnieiite si trotterà la 
presente allegoria. E prima dirò chi questo nome prima diede ; 
poi procederò alli sna sigaificaxione. Dico adunque che antica- 
mente iriTtaliaj quasi dal principio della costituzione* di Roma, 
che fu settecento cìnquant' anni,* poco dal più al meno, prima 
che 1 Salvatore venisse, secondocliò stTivc Paolo Orosio^ nel 
tempo quasi che Noma Pompilio secondo re de* Romani ^ viveva 
uno filosofo nobdissimOj che sì chiamò Pi ttagora. E che egli 
fosse^" in quel tempo par che ne tocchi alcuna cosa Tito Livio 
nella prima parte del suo volume incidentemente: e dinanzi da 
cosmi erano chiamati i seguita tori dì sclenzia, non filosofi, nin 
sapienti^ siccome furono quelli sette savii antichissimi^ che la 
gente ancora nomina per rama: lo primo delli quali ebbe nome 
Solon^ Io secondo Chilon, il terzo Perlandro, il quarto Talcte/ 
il quinto CfeobulOj il sesto Biaute, il settimo Pittaco. Questo 
Pìttagora^ domandato se ellì si riputava sapiente^ negò a sé 
questo* vocabolo, e dis_5e sé essere non sapiente ma amatore^ 



^ Ks dimostri f i cod. Gndd. I3i e 
*35 primo. U Gadti. 135 s<3c;ondo: * 
dò dimoilri io nome. L'^di^^ biscioni: 
f àtì lo dimostri H ^tomef con pli^ona' 
«mo. E. Bd. 

* Coittituzioìif ^ps fonàazioHBfmm- 
ca di VE>caboTari(j. Pprt icari. 

^ Stcento cifì'fìtunt' unni , errore 
della vDFgàta, enieridato dal signor 
Witte. Vedj il Piitavio^ !ìat. J'cm.t P. 
l,lìb lt,cDp.7. E, M, 

* lutti quesU nqmi sono barbara- 
j mento storpiati ne' codici e nelle 

upe. Eccoti u la lesiono: il quarUi 
^fìeijtah ; il quinto lidio i... it sHttmn 
l*eriùiito. Ma oseremo noi dire cho 
qiicetl svarioni sieno piuttosto del 
grande Alighieri, che del su^ì igno- 
ranti copisti ? y uà (ito a lidia, |)ji»te 
forse avrà scrIUu Clmbuh Lindio 
(ekkàda Llndol» o gli umaaui^Dai non 




ritennero che l'aggiunto, e oncbe 
quello guastarono. Dedalo poi dive- 
nuto invece di Tahk uno de sotto 
dapieiìlij ctii può vederlo e non ride- 
re 7 Ma il ridere sarn inestinguìbile 
aopra Perioneo, uscito tutto nuovo 
dalla tosta dei menanti, e accolto 
con greud" onore dal Btaciont con u» 
/iirjie jpff Pittaco Miiilrtim, E. M. 

K Q^tfìio locaboio^ leggo va do tutti 
i testi ; e gli edit. mll. dapprima nel 
SftggiOf pag. 130, proposero dt legger 
questo ; ma poi catnhfaroTio d avviso, 
lessero prfwo, n^ |?orthè (dissero) 
» s&piente era il prima loro vocabolo, 
h & qae^lQ fu neguto a se stesso, 
& cicH] ricusato, da Pitli^gora quando 
n volle esser nonninato solamente^* 
)► foso/b. »ifo Ifinendo 1' ocrtiio allii 
tnrma delle lette re ^ gìàetto ^ perché 
pjìi prossimi? a quìntOj doveva cor- 



%i^ 



IL CONYITO, 



(Ij sflpìunzia. E quinci iiutzquti poi, ciascutm siadk>bu m sufinm- 
7ÀÙ ebn fosse buia toro i]i saiiieiizuiVliiainala;^ €Ìoò filosofui che 
ÌUmìù y.ih come in gmm fiios, che n dire amatore ^ in ìatÌBo, e 
(quindi diremo noi fitos quasi amore, e sofia quasi mpienzia; ondo 
fitos *'(>;?« tanlu vaJe^ quanto amore di sapiènza. Per che ve- 
der sì può» elw questi dut* vocaboli fauno questo nonie filoso fu 
fko tanto Vii Iti a dire^ quanto amatore désapienziaj per che no 
taro si puoU';, elio no» d'airopnzaj ma d' urniltado o vocabolo. 
JJa questo nasce il vocabolo del suo prò pio attOj' filoso fia^ 
siccome dall' amico nasce il vocabolo del suo propio atto^ ami- 
cizia. Ondo sr può vedere, considerando la signiricaiua del 
primo e del secondu vocaboli), che filosofia non è altro che 
a 111 istanza^ a sapienzìa. ovvero a sapere; onde in akun modo 
&i può dire ognuno fdosofyj secondo il naturale amore/ e hu in 
oiasouno i^enera desiderio di sapere. Ma perocché * l' essenziali 
passioui sono eomuni a tutti, non si ragiona di quelle per vo- 
cabolo distinguente alcuno partecipante quella essenza^ onde 
non diciamo Giovanni amico di Martino, intemiendo solaiìieute 
la naturale amistà significare^ per la quale tutti a tutti senio 
amici, ma* T amistà sf>pra la naturai generata^ eh" è propia e_ 
distinta iu singolari persone* Cosi non sì dice fdos^iftj alcuno 
pt^r lo comune amore. È la 'ntenzione d'Aristotile neir ol- 
iavo ileir Kiiva^ che quegli sì dica amico/ la cut amistà non 



reggersi, D non primo^ ctin Jl troppo 
^' oììùnlmù , & queitQ ihtHii legge It 
rod. WitlEe cod* RIccardiaDfl. F* 

I Tutti I testi , (iptauo gli eó\L 
mil., qui e le ^Mù volte} appresso 
poftono amore iavecB d' amatore, £d 
atTìCttarr In Fa Iti fissi àtamparonò* Ma 
Stì fltmitóre {dì inpiin^a) deve lì^gger- 
ai \tt prima volta^ perchè Jà dizione 
corrisponde a fibiùfù, tinmre dì xa- 
pienza deve leggersi le altro duo 
vidie, perchè corrispondo a fitoj^o- 
fìn. IL 

iCioè, deiraLttJ proprio del fih- 
tufo, eh" 6 ^ioaofki. Pt 

^ Invesca d' ami uh. o ami ■ fati ^«^ 
VOCI ripetute taiUe volta in questo 
eapitolo, Je àUrnpe atit teglie leggotiu 
«fni^prt! titnkizia. Ala, per dir vero, 



noi^odici or si legge amicizia, ura 
amistà, ora amistanza, F* 

* Intendi i lìa perocché le pasBionl 
cb'cntfatio nelTea^enza di ciascuna 
spciie d' esseri, snno comiini a tutti 
gr individui che compongono essa 
specie, ogni qua) volta sì parla no- 
minando alcun indivìduo, già sì de^ 
ve intendi^re che [| discjorso non ca^ 
de iiu quella condizione dt passioni; 
cbè sarebbe vano appunto corno a 
dire i cavatiti d'Achilie X^nto e fia- 
JÌQ avevauo occhi, piedi ca. P. 

SQui il Biscioni legge: mtt per 
l' amirià. Rigettiamo il per, da] qoa- 
le e viziata la costruiionef e seguia^ 
mo In lezione del cod. Vot« Urb. e 
det Gadd. (34. E. M. 

* Le stampe e ta maggior patta 



TRATTATO TEIIZO. 



219 



è óihltì oTla persona aai^ta, ed a cui anche lo persona ancata e i 
anche arnica, sìcdiè b benlvùlenza sìa da ogni Jiarlfìi e qiie-''^ 
sto coiivìeuo * tìsserc o per utilità/ o per dileltOj o p^r one*' 
sta. E coslj acciocché sia fìiosofOj conviene essiTo l'amore alla 
sapieoza, che fa runa delle partì benivolentej* conviene essere 
lo studio e h sollecitudine^ che fa T altra parte anche beiuvo- 
If'jìTe, sicché ramniànlà e nianifeslamento di bcnìvoienzia na- 
sce in loro : per che sanza amore e sanza studio non si può 
dire filnsfjfu, ma conviene che V uno e l' altro sia, E slecome 
l'ami&làj per diletto fatta o per uttlità, non è amistà vera 
ma per accidente, siccome ['Elica dimostra; ' così la filosofia 
per diluito o per utili tà, non 6 vera filosofta ma per acci- 
aiente. Onde non si dee dicere yero filosofo alcuno che per 
alcuno diletto colla saptenzia in alcuna parte sia amico; sic- 
come sono molti che si dilettano in dire * canzoni e di sin- 
dfare in queile^ e che si dilettano studiare in retturica e in 
musica, e V altre scienze fuggono e abbandonano, che sono * 
tutte membra di sapienzia. Nou sì dee chiamare vero filosofo 
colui eh' è amico dì sapienzia per utilità; siccome sono li^ 
legisti, mcdjclj e quasi lutti lì religiosi^ cho non per sapere 
studiano ma per acquistar moneta o dignità; e chi desso loro 
qucìfo che acquistare intendono, non sovrasterebboiio allo stu- 
dio. E siccome intra le spezie dell* amistà, quella eh* è per 
utilità, meno amistà sì può dire; cosi questi cotaU meno par- 
tecipano del nome del filosofo che alcun' altra gente. Per che 
siccome T amistà per onestà fatta è vera e perfetta e perpetua^ 
cosi la filosofia è vera e perfetta eh' è generata per onestà so- 



(^l.««0.^ 



lifl'MSS, Itiggoiio queslo peisu cosi: 
E in 'niellatone -r ArisiaiilÉ nffW otta^ 
no diti' EtitiA q utili *i dìcs ftmico^ la 
cui amiità ce Noi I" obbiaino emen- 
doto col cod* (iadd. 135 primo, E. M. 

* Conviene ef^^rp» &OSÌ correttamen- 
te il eoa. Gadd. 135 pnmo. La leiio^ 
ro degli altri A1SS, dollf} slampe è : 
comune fi*«re, T.. M. 

* CÉoPj e qucsEnì mntufl bon^volen- 
ta avviene ne cessa ri amen te o per 
\itititb ec. P. 4 

*Cki fa Cuna Jeitep^rti: benwth 




hnzia ec. Quest' era TerronEa ietio- 
«e VDlgatflH che emendasi coi Biftcìo- 
oiecol Witte. E, M. 

* Ne àimoHrat le pr. edi?.., ì codici 
Harb., Mara e Gada. 13^1 e laS secon- 
do. E. M. 

^ Altri ìcggùno in intendfr^. F. 

fl Che iùna tatli ìmmbfi di gapifnta. 
Né ai àie chiamare ec.^cod. Vat. Urb, 

7 Quest'articolo sembrami di più. 
pf>ichè ìtìttù nome che segue non 
' ha. Pertica ri. 



»^ 



I 



t 



t 



220 IL CONVITO, 

Jorneute seni' altra rìòpelto, e per bontà oielf ntìUnn .aruino, 
df è ' per diritto appetito e per diritta ragiono. Siccome qui 
si può dire (come la vora amistiì degli uomini intra se tj * die 
ciascuno ami In tutto ' ciascuno) che '1 vi^rf» Ìllu5ofo ciascuna 
parte di* il a ' sapfenzia ama^ e la sapienzia ciascuna parte del 
fìlosofoj in quanto tutto a sé lo reducej e nullo suo pensiero 
a<J altre cose lascia distendere. Onde es^ sapienzia dice ne' 
Proverbii dì Salomone: a Io amo coloro che amano me; » e sic- 
come la vera amistà, astratta dell' animo solo/ in sé conside- 
ro ta, ha per suggello la conoscenza della buona operazione e 
per forma T appetito di quella; cosi la filosofia^ fuor d" anima 
in so considerala, ha per suggello lo intendere e per rormà" 
un quasi divino amore allo 'nteilettol^^'E siccome della vera 
amistà è cagione efficiente la virtù; cosi della fdosofìa è ca- 
gione efficiente la verità, E siccome fine dell* amistà vera è la 
buona dilezione, cUi.ì procedo dal convivere^ secondo T uma- 
nità propiamentCj cioè secondo ragione, siccome pare sentire 
Aristotile nel nono deir Eticat cosi fine della filosofìa è quella 
eccellentìssima dilezione che non paté akuna intermissione 
ovvero difetto^ cioè vera felici tà, dio per contemplazione della 
verità s' acquista. E cosi si può vedere chi è ornai questa mia 
donna, pt^r tutte le sin* cagioni e per fa sua ragione; e per- 
chè tìlosofia si chiama ; e chi è vero filosofo, e chi è per ac- 
cidente. Ma perocché in^ alcuno fervore d'animo talvolta 
l'uno e r altro termine degli atti e delle passioni" si chìa- 



4'T^ 



i nr et ctcè eh' e quanto iliran P- 

^ Il verbo è manca in tuUi i testi. 
E. M. 

3 CiaÉCuna ^mi tiiit& d*ttì:ttm , la 
volgala, L'ifè l'ho aggiunto confoTnie 
oL cod, iiiccardianD, V. 

* Deiia siì^ì ftizaf e od * Rar b. , Val. 
Urb., B^eoridtì Màrc.| Codd . 194 e 135 
secondg. Le slampu dtìia «uà $apien- 

' Il puoteggijimeiito nell'i^dìx- del 
Hiscioni unisct^f come qui, l nvvor- 
bio soio ad ummo ; ma sé mb rumi ma- 
piros.Lissinio cb' ogii do debb» anUuro 
fioUc parole saseegiTenti. i\ 

fi Cioè, &0b cosa iHlcUigìbile, I'. 



^ Cùnv^nire, kg^ono tutlì i tesU, 
Ré eccezione del cod^. Ilice., il quale 
h'ggc, e non v' ha dubbio che debba 
cosi It^ggorsif eónfivfre. F- 

« La lestiono volgala stava casi: 
Mti perocché nlmno fen^t^re d' nnfmo 
tfdootta... xì chiamfiiw, p§r h vof!a- 
ijoh GG^ Abbiamo auppUto Tifi dopo 
ptra^ché, dì cui a parer noatro vi ave a 
laguna, e quindi abbiam to!Lo,col cod. 
Tnv.p l'ff (ra chiamano e per; e cosi 
Ufi fiOmbra d aver di radute le teinebr^i 
che Involgevano questo passo. E. M. 

* Cioè, Il terraine onde .vengono 
eli atti, e dove VÌ11.J0 arcrmEirsi le 
palili om. P. 



TRATTATO TERZO* 



^1 



mano pur lo vocabolo dell'alto medesimo e della passiono;* 
sìcconii" fa Virgilio nel secondo dell' Emida, dm chiama» El- 
lore:' « luco n (c¥ era atto) « e speranza delli Troiani n 
(di' 6 passione): chfe™ nò era esso luce m speranza^ ma era 
termine onde venia Joro salti te* del consìglio, od era Icrmì- 
m in che si riposava tutta la speranza della loro svilii te ; 
siccome dice Stazfo nel quinto del Thtìbaidos, quando IsiJlle 
dine ad Archemoro: * e consola zinne delle cose e della pa- 
5j tna perduta, o onore del mio servigio; * siccome cotldia- 
namentc dicomo mostrando V amico : vedi V amistà ^ mia ■ e 1 
padre dice al figliuolo: amor mio; per lunga consuetudine !e 
scienzie nelle (piali pìQ ferventemente la filosofia termina la 
su? vistSj sono chiamate per io suo nome, siccome la scìen- 
zia naturale, la morale e la melaQsica^ la quale perdife più 
necessariamente ni quella termina lo suo viso e con più fer- 
Yore, prima fllosofia è chiamata 7 Onde si può vedere come 



1 Con questa parola patai&ne termi- 
na propfìamciile la protasi del piirui- 
dù ; del qiiale l'^pc^iloift comincia 
molto pili basso oolte parole: per 
lunga ctmattetudine. Tutto l'«Uro è 
ìnlerpDsto dall'autore a BmJ dì di- 
ciiiarazione. P 

9 Tu UH leali Enra ; ma è errore. 
Leggi il passo di Virgilio^ ^n.^ 11, 
2St : a Qluco DardanicEfSpei o/idissinìti 
TeucFÙm, QiiiS tfiuta tenuerémorw? 
quibiis, Hector, ab orh E^pectah ve- 
nii? * Ed avrai chiaro, cha la vera le- 
ijonc si ò EiiGTt, Altr<3 mende vizia- 
vano per mala interpunzione questo 
passo, e le abbiamo tolte. Vedi il 
Saggio, pag. 27, E. M. 

s Che valt; quasi mmtrechè- P. 

* Credo per certo che Invece di ta- 
iale^ al debba leggere la luce^ elio 
diipprlma dovette essere scritto cn- 
tne fioleanij tutto U un corpo tabwé; 
di questo, ù per dubbia forma di 
Catratterì o ^ler isvista deli' ama- 
nueTìEe, Tu fatto ■tatuiì'. P* 

B La lezione volgata e A\tàirtu>r€. 
Ma ticrchè questo storpio, quando il 
lesto di Stantio conia chiaramente co- 
ki ; i mihi dvuTtce nniDrum duldi 



iwagro, Archimore : o rerum ^tpatrim 
sùiantiii ademptmt Serpttiiqm ÓEtmt > 
E. «. 

« Àmhià in quest'oso {^antillssimo 
mfttica al vacobolario. Perticari. 

T Sopra di questo luogo» ciie dice- 
va : kt q-waXs ^Ttlià più iircs&mri<kmttì- 
ti in qvtik termina lo sm dìso^ e coti 
più fervortt fiimùfùi è ckiamtittt ; io 
seriosi ai signori E. M.Usoeneate 
OBscrvazione. Se il pronome lu quak 
va riferite a /SMsn^*fij è ridicolo a dire 
eh' ella sij3i filosofia chiamata perchè 
più necessariamente termina Im spo 
vist) nella sdeuzi naturale, nella 
moralei nella ni e taci sica ; masBim^i^ 
mente che qui V autore non è intento 
a mostrare il perchè la filosofia si 
chiama filosofia, ma si il perchtì sono 
chiamate pel nome dì lei lescietiKO 
nelle quali essa filosofia più Terven^ 
temente termina lo suo \iso, Sepoi 
il pronome va ri Te ri tu a fmia/ttìca, 
che è il termino più vicino^ non so a 
chi non pam assurdo il dire eh' essa è 
ctiia aiata ftlosoEla, perché jiiù fìcces- 
syriamenle in quelle, cioè nella 
scienza naturale e nella mor^lu tet- 
mina losuo vi^u: essere dunuMflik 



fi 



222 



It CONVITO, 



secondamente k scienze sono flìosofìa appL^lkle.* Poiché è re- 
(ìiitó (!ome la prlmam fe vera filosofia iri suo psserej h qual è 
(j nel In donna di ciii io dico, e come il suo nobile nome per 
consuLHudine è comunicalo alle scienze, procetlerà olire colle 
sue lodi*. 

Capitolo XU 



«v^ 



Nnìj)rimo_ capitolo dì questo trattato è si compiutam^nìo 
ragionata la cagione clw? mosse me a questa canzone, clie non 
è più mestiere di ragionare; che assai leggiermente a questa 
Bposizione^ eh' è delta, ella si può reducere; e però secondo 
le divisioni fatte per la tiiterale sentenzia Irascorrerò questa,^ 
volgendo il senso della Irttcra Ik dove sarà mestiere. Dico : 
(Amor, che neUa ment^ mi ragiona. Por Amore io iniendo Io 
studio il quale lo mettila per acquistare l' amore dì questa 
ijonna. Ove si vuole sapiTe clie studia si può qui doppia- 
mente considerare, È uno studio il quale mena I' nomo al- 
l' abito dell'arte e della siraenzìa; e un altro studio, lì quale 
m*ir abito acquistalo adopera, usando quello^ e questo prijuo 
è quello, ch'io chiamo qui amore, il quale nella mia mento 
informava continue, nuove e altissime considerazioni dì que- 
sta donna, che dì sopra è dimostrata; siccomi} suole fare In 
studfo che si roetlc In acquistare una amistà; che di quella 



trovare ufi ragionevole comperisi a 
lille int>anvcoif!nti?. Di che egtina, 
con fiicurì^imo trovato ^ pensarono 
ctiG ai scrìve&BC prima fììo9ò/iti è dtitt- 
fmia. E SD ciò diedero in siciii tà l& 
prime parole del CóhpUì), cojne sì 
può dan^ aUro Juogo nel IralL !!« 
01 p^ iV, Siìcoiido me rimane tutta via 
da (Uirrcggere in qutllej leggendo in 
^iiflfo, e allofii»* intende: U quale 
nieUtH»ica, perchi^ la filoso Ha più ne- 
cettsariumcnte lerttiOia lo suo viso iti 
quella^ cioè in essa metafisica, prima 
lilosoria è cbiamaTa, P. *■ 

' Lii volgata diceva : QwU »{ pm. 
Climi M^cotuiamejìte te acìtnze lOHtì fth* 
ia/ra iìppttUyle {inrcki è ì^sdato come la 



primaiii è vcm filosofia in §uo Ésure, 
la quul è quella danna di cui io dico 
niccome il suo rtobib nar?ij? pé*r connue* 
ttidìne à comunicùto nli£ stignze) proce- 
dt re oltre coìte ju^ lod^. E gli ed. mìL 
trovando il periodo difettOBo I gaserò: 
Onde jii può (pertihè è veduln} ce Ala 
poi prò posero per congettura quello te 
zio ne che ho posta nul testo, Non r ht? 
p4;r altro posta in oi^equio a quei di- 
ligenti editori^ mo perché tate a|jpui3tu 
e 1 a 1 eit on e che p rese n ta cod .Rice. r. 
* TVftK&rrerò qunUir Cioè la can^O' 
ne- U lezione d;i «ne posta nel testo 
edelWitte. La volgata dtcfi^j): *e- 
Cùndo le divisioni futlp Ih 'leitcmie f^n^ 
lenza irassQìfetò per qmsta, F, 



TU AITATO TKRZO, 



-2^3 



I 



im\%ih grnn cosn prima considera/ desiderando quella. Questo 
è q Ufi Ilo iludio e quelf,'» afTezione cbe suole prf^cedere negli 
uomini la generazione dt'U' amistà^ quanrio già dall' una parte 
è nata amore e desidtìrasi o procurasi the sia dair altra: die, 
siccome di sopra sì dice, lllosdrin è quando T anima o.la sii- 1 
piemia 90U0 fatte nmifht^j siceKe Tuna sia lultsi amala dal- [ 
i*altraj siccome per lo modo oh' è delto di sopra. Nò più è ' 
mestiere di ragionare per la prt^sf^nie sposizione questo primo 
versOj che per proemio tu nella litterale sposi zione ragionalo: 
perocché per' la prima sua ragione, as.sai di leggiero a que- 
sta seconda si può volgere lo 'n tendi mento. Onde al secondo 
verso, il quale è comìnciatore del trattalo, è da procetlerej 
\h dove io dico: Non vede il sol che latto il mondo gira. Qui 
ò da sapere eh lì siccomej l rat landò di sensi bil cosd^ per cosa 
insensibile si tratta conveuevolmente ; così di cosa intcllìgi- 
bTle per cosa non intelligibile tra tiare si conviene:^ e poi sic- 
come nella litterale si parla cominciando dal sole corporale e 
sensibile; cosi ora è da ragionare per lo sale ispiri tuaie e 
ininlellìjgibile^cli'è Iddio, Nullo sensibile "^ in tutto 'l mondo 
T~piirdegno di farsi esempio dTDio/ che"1 sole^ lo quale di 
Sensibile luce sé prima e poi tutti i corpi celestiali e eletneu- 
tali allumina;* così Iddio sé prim-i con Jnce intellettuale al- 



i La voJgaU é comidira ; ma credo 
debba kgg^rsi comìdfrfij perciocché 
si conviene per ogni cooLo che ^ue- 
filo verbo r^ppresenlì l' oT^ione del 
atMlftiitìvq reggente (iiieato membro 
del discorso^ cioè Io ituditì dell' ami- 
Ma. V. — Econnidtra Jcgge sppnnto 
Mcod. fticcurdiano. F. 

i (ili cdit. mkL inveoe di f»«r, eh* è 
la comune le/ìone, atampurano par 
perchè cOB^ trovarono in dtie codici. 
Ma anen il Pederzlm notò cbe non 
par, ma per è la vera lc;sìone, e dìsst) 
iihe a in quesLa clausola s: dà ragio- 
ne doU a prppo^i^iontì doEla elauBola 
ontecedente, come se diceBsa ■ Non è 
piiimeUiert di rapportar* ee..... jien 
Giocchi tmttidQ dietro aih sua prirrìtt 
iÉìikiiza kttei aUt "'oi^^u fiicUnitnle si 




può volgÉn l' ffiUndimtntù all' alìe^O' 
r/en, » F. 

^ Qu4^slc cbo Dania d[[:e qui fii be 
ne al suo bisogno, ma è contro In ra- 
gione ; secondo fa quale s' insegna 
di procedere nel discorgo dalle cose 
pili chinramentc intelligibili olle md- 
no Via vìa, e norv mai al contrada- 1^. 

* Tutti L MSS. ^ le stiimp<! leggono 
inlùiiigibih ; ma non è coerente a 
quello che Danl#t dice nella prec^- 
ilftvte proposizione : essere conrgnfiro{§ 
ir ut lare di com itìtei Udibile per cosa non 
in{eìii0bile ; e perfc emendlflmo imii- 
letìiffibile. Vedi i! Saggio, psg. Of» K,M. 

^ isemibilSf iti Tur za di soslantivo. 
PerEtcori. 

^ Ed Élenienii nUuminct, eud, V^^ 
Urli E. M. 



^ 



m 



IL CONVITO. 



lumina^ e poi lù eelt5stiali e rattre intelligibilL* 11 soie lutto 
le «osi^ col suo calore vivifica^ o su alcuon no corrompe^ nuri 
è della inttìnziune della cagione^ ma è accìtlenlale clTetlti; cosi 
Iddio luUe le cose vivifica in bontà, e se alcuoa a* è rea, 
nen è della divina intenzione, ma conviene per qualche' 
accidente essere lo processo dello 'nteso effetto. Che se Iddio 
fece gli arjgeh buon^ e li rei, non fece T uno e V altro per in- 
tenzione, ma solamente gU buonij seguitò poi, fuori d* in* 
tenzionej la malizia de' rei; ma non sì fuori di intenzionej che 
Iddio non sapesse dinanzi in sé predire la loro malìzia ; ma 
tanta fu l' affezione a producere la creatura spirituale, che la 
presenzia* d'alquanti che a mal fme doveano venire^ non do- 
vea ne potea Lio da quella produzione, rimuovere; che non 
sarebbe da lodare la natura, se sapendo prò pio che li fiori 
d' mio arbore in certa parte perdere si dovessono, non pro- 
ducesse J!i quello fiori, e per li vani abbandonasse la produ- 
zione delli fruttiferi. Dico adunque che Iddio, cbe lutto ^ gira 
e intende, in suo girare e suo intendere non vede tanto gen- 
til cosa, quant* elli vede quando mira là dove è questa filoso- 
fia; che avvegnaché^ Iddio sè^ medesimo mirando veggia in- 
siememente tutto, in quanto la distinzione delle cose è in lui 
{per modOj che lo effetto è nella cagione), vede quelle distinte. 



> E poi t ailre iniBUtQiiìilìi cod, Vat. 
Urb, E. M. — Cioè, l' altre essente 
ink^lUgibllL P. 

* Qaaiche^ correggu il WiU^ assai 
bene* ì testi hanno quelio. E, M, — 
Quiih peraltro vorrebbe leggero il 
PcderzEnl^ cosi splegìindo : per qtirUù 
accidente calti oo che m d&vtsss MOprav* 
venire, o vogliam ùìTe.ton lutto die 
nedoveixe àoprtivifetìife f^ucih ctitiiua 
tìccidettte* Ma poiché questa ìntorpro- 
tìiztotiD mi pure sUraccliiato, hado 
stare la corrodonc del Witte. P. 

a La prean zia, cioè la aftfre presen- 
ti. E così putissi spiegare, polche cer- 
tamente iddio vede il futoro come se 
Tosse predente. Nondimeno &\smQ as- 
&ai inclinati a credere col signor 
WiUaahopj'fJtH^iri Eia orrore di le- 
IÌOD& invece dì prey^itiHza* E. M. 



^ Qui ìii kiìiùUG volgau e : ch^ Id* 
dip, che tuitù initnàe^ dis iuo jirar* # 
iiiu> intendere non mde ec Abbiamo 
supplite le parole ^ira s^ U c»Jl laguna 
e chiaramente tntiicoU da quello che 
segtiono. Ilio girare n suo intendere ; e 
la correoone dei che ne IT m dg seni' 
hib nccGBsom^ perché regolare rle^ 
scisse la costruzione del discorao. E,M, 

^Occupa la domanda cbe gli po- 
li ebbe esser f a tta p e r takm o a q ue- 
fito modo* Come dlcì tu ^uixnÀn mira 
la? non vede adunque Iddio tiiLéu le 
cose insieme? Hiapondef che bene ò 
vero que&to, cioè, che le vede UiUe 
insieme, ma che ne tic stesso tempo 
Le vede distinle^ in quajilo In lui è loi 
tiìstìnìioue delle cos«. P. 

fl £Hn mede^imn, eoal CuUi i tesU 
€<:!! manir^sio errore. £< Ut 



TRATTATO TEHZO. 



325 



Vede adunque qmi^ta nobilissima di iLUe assolutamente, in 
Quanto perfettissimamente in sé la vede o in sua cssenzia ; 
che se a memoria si riduce ciò eh' è detto di sopra/ filosofìa 
è uno amoroso uso di sapienzìa; il quale massimamenie ò iu 
BìOj perocché in lui ^ somma sapienzia e sommo amore tì 
sommo atto, i:hc- non può essere altrove se non in quanto 
d» esso procede. È adunque Ea divina Filosofia della divina mi 
senziaj perocché in essa non può essere cosa alla sua essen- 
zfa aggiunta; ed è uoMIssIma^, perocché nobilissima esse n zia 
è la divina, e in lui ^ per modo perfetto e vero^ quasi per 
"eterno matrimonio:* neli* altre iotelligenzie è per modo mi-* 
nere, quasi come druda/ della quale nullo amadore prende 
compiuta gioia, ma nel suo aspetto contentane la sua* vaghez- 
za. Per che dire^ si può che Iddio non vedej cioè non in- 
tende cosa alcuna tanto gentile^ quanto questa; dico cosa al- 
cuna, in quanto l'altre cose vede e distìngue, come detto è, 
vergendosi essere cagione di lutto. Oh nobilissimo * ed eccel- 
lentissimo cuore, che nella sposa dello 'mperadore ° del cielo 
s' intende 1 e non solamente sposa, ma suora e figlia dilettisi 
sima. 



1 Onesta kiione Ò del Witte e del 
cod. HtccJjEL volgati) : psrchè {gli ed. 
mi!* per che} a memùria li ri etnee in 
Ciò eh' è datio di sopra. F. 

" n qualfl atto è tanto sommo ìn 
PÌOt cheèlutlo ii> Dìo; e nelle al- 
ife cose è sotimenle per partecipi!- 
lione* P. 

8 E in lui, cosi i due coti. Marc. 
l\ BiiCiODl legge : nuititiisimiì è h ts- 
$enza dipinti in hi QC. Il Dionbl 
(Àùfldd. Ili pag* 52) vole-sa cke si 
correggesse : crf è in lui per tjiorfo ec. 
che torna lo stèsso col senso della 
lettone da iicjì adoUata. E. M. — 
Cioè, la filosofìa è in lui> cioè in 
Dìo. P. 

* La mK taf ora del matritJionin è 
spesso lì^ùia da Dante nel poema ^ 
Le tose jipoafr di Dio. Sun FTancéscn 
tpotofttlia^vefth ec. Pert icari. 



UAnri;. — 5. 




^ Druda qni deT' ersero la dc^nns 
che altri 5 ma san7,a possedere; o 
però gli con tonta T amor suo sola- 
mente dì guardare T aspetto, di lef. 
La quale ò una oondìxione molto " 
Eomigliaule a quella dì noi quaggiù 
in rispetto al goderò la sapienie. P, 

fi loro vaghezza è la volgata legio- 
ne. Noi seguiamo quella del codice 
Vat. Urb, E. M. 

T Dire legge \l e od. Rice,; e tub- 
ato che qui dice è ciò che ha detto 
netia catiione JVtìw aede ti tùi, che tut- 
to il Tiìondo gita^ Cnsa tanto gsntil ec. 
Dunque per le ragioni esposte, ciò 
cbo ha detto nella canzono dira si 
può. La volgata leggo vedBresi ptiò.F, 

s Not^ nobilissimo e afTettuosissU 
mo concetto* P, 

B Li Che qusllo ifnp^rador c/i* fa«iè n* 
i^ntx^ * lor, 1, 1^. E. M. 



iti 



na 



ih CONVITO. 



Capitolo XIU, 



Veduto come nel prmcipio delle lode di costei sotti!- 
tnento si dici', f'ssa esaere della divina sustonzia, ra quanto 
primieramente * si eoiisidera ; da procedere e da vedere è, 
come secondamente dico essa essere nelle causa tf^ fntelHgen- 
zie, Dico adunque: Ogni inteUetiù di lassù ^ la mira; dm' è 
ih sapere che di lassù dico^ facendo relazione a Dio, che di- 
nanzi è menzionato; e per questo si esclude ' le intelligenzie 
che sono in esilio della superna patria^ fé quali fdosofare non 
possono; perocché amore è in loro del tutto spento, e a fd(j- 
scifare, come già detto b, è neeessario amore; per che si vede 
che le internali intelligenzie dello aspetto di questa bellissima 
sono private: e perocché essa è beatitudine dello 'ntellelto, 
la sua privazione è amnrissima e piena d' og:ni tristizia. Poi 
spiando dico : fa qudla gmtp, che qui s' innamora^ discendo a 
mostrare come nella umana inteliigenzia essa secondariamente 
ancora varia j * della quaì fdosofìa umana séguito poi per lo 
trattato, essa commendando. Dico adunque jh*^ la gente che 
s'innamora qui, cioè in questa Tita, la sente nel sur» pensiero 
non sempre, ma quando amore fa della sua pace sentire; dove 



tCloè, n&l BUO esaere primUi- 

•Cioè, Ogni fipìrito Cf^LeatÌEile, P. 

* Si Éscitide, il aecoTido Cóé. Marc, 
n Vat, Urb, U tìarb., 1 Gadd. 13i 
e 136 secondo. Le stampe ii chiudi. 
F*. M* — Sì schiude è b stesso che 
Iti ewtuà^^ «può TarcPÉ ii eccettua. F. 

* L'edh* iiiscioni : atàcora %-erria. 
L© più antiche: nucf^ra verrebbe. E 
luna e r olirà lettane é corrotta, 
coTTte iippsro dal eonteato. Vedi U 
Saggio, p«g, '131. E. M. — U paro- 
Io del ^agpf? aono le segusoti: 
■ P&rln della beatitbidme proceden- 
te doirainorp deUa flloaofta^ e dico 
che ^iiesla bestitudiiL^ &ì fa varia 
secondo la varia crapacilH^ delTumiS' 
no intellètto. » Se in rof^icne adun- 
que d«Ua mutaziiirie fatta uni testo 



da' signori edìL cilK sta snio sopra il 
concetto che mostrano d'averci for- 
mato deUa sentenza dì tntto 11 dk 
scorso deir Alighieri, credo che si 
vorrà dubitare del fiotto loro. Per- 
ciocfihè non quello che dicono essi 
parSa qui Dante, a ttìio parare, ma 
egli intende semplicemente a mo- 
strare, dopo veduto come la fllo*0- 
Ga é m Pio, com' casa poi sia nelle 
causale inLciligente. E comincia da- 
gli angeli > dove tocca incidentemen- 
te ìa privazione d'easa lìlosofla alta 
quale sooo condannati gli angeli 
perdnti; e termina spiegando le 
condiìiioni aotto le quaU viene nel* 
r umtìoa intellìgenzJi. Conforme m 
qyo^to lo crederei che invece di 
mria starebbB mefiUo 'orreegertì 
venga* P» 



■ 



TRATTATO TERZO. 



m 



P 
» 



mno da vedere tr^ cos*^ che in questo testo sono leccate. La 
prima si è quando sì ti ice : la gerdt? che qui s' innamora j per 
che pare farsi distinzione neir urnaria si:eneraxìo!ie, e di neces- 
sità far s( coiìvrenej che, secondochè manifestamente appa- 
re e nel seguente trattato per intenzione si ragioneriij gran- 
dissima parto degli nomini vivono piti seconda senso cliy 
secondo ragione: e quelli che secondo senso vivono^ di que4 
sta innamorare e impossibile; perocché dì lei aver mm pos- 
ano alcuna apprensione.* La seconda si b quando dice r Qwindo 
amor fa setUir; dove sì pare far distinzione di tempo: la 
qual cosa * anco, avvegnaché le intelligenze separate questa 
donna mirino continuamente, la umana intelligenza ciò faro 
~nón~puó; perocché la umana natura ^ fuori della quale "* s'ap- 
*paga lo *ntelletto e la ragione, abbisogna fuori di speculazione 
dì molte cose a suo sostentamento; * perchè ^ la nostra sa- 
pìenzia è talvolta abituale solamente, e uon attuale; e non 
incontra ciò nell' altre intclligenzie^ che solo di natura in^ 
teiletliva sono perfetto.^ Onde, quando l'anima nostra non 
ha atto di speculazione, non si può diro veramente che sia 
in fìlosofia, se non in quante» ha I* abito di quella e la po- 
tenzia di poti^r lei svegliare; e però^ 6 talvolta con quella 
gente *ìhe qui s' innamora, e talvolta no. La terza è quando 
dice Fora clic quella gente è con essa: ciò iì quando amore 
della sua pace fu sentire; che non vuole altro dire^ se non 
quando l' uomo 5 in ispeculazione attuale; perocché della pace 
di questa donna non fa lo studio se non nell'atto della specu^ 



^ 
^ 



1 La qtktìc ùppretisiohfìèlA prima 

* Vuol rtire, cHk subb&rifì Ip ìnteJ 
Jtgen7e citlGStrì mith^n M nloaona 
cuntlnuamenti^, V limoiiu intelligén/.a 
per anche non può Tiire altri^t.tantu, 
l'ìoè Ctiù che duirl m queala monda- 
na \ita ; e di ciò dorfi J suture subi- 
to la ragione, P« re IL ro co usi d tarando 
berte U mododeilei^preiaionc, pme 
ct]G vi ÈÌ senla mai]Gan7.a d' iilcLiiia 
parte; e che sfHrci film ente il prono- 
me ta quuU domumiili tiik congiungi- 
mento diverso dal presente. i\ 

* Intendi : Fuori del cerctiìo ddU 




^'4.1 



quùìiS è r abbietto in cui s'appaga 
1 Intel leUo e la ragione. P, — Il 
cad< tììcc. invece di v' nppaga legge 

* Ordiiifl e intendi r Abbisogna a 
S[ìo sostentamento di malta cose,. 
coniQ pane, casa, vestì, le quali ri^ 
chiedo tm tuU'ailro che Bpeooia^io* 
ne. P. 

^ Per la tiual crt^n, P. 

a lid easemlo coni perfette sono di 
natura intelieUlva, non abnisognano 
di nulb ctkO fila Tuo ri dì spi: co lazi o- 

^ E perù i!S3a Dluàt^fla. P. 



t^B 



IL CONVITO, 



lazione seutire,^ E cosi si vede come questa donna è prfni;^ 
mente dì DiOj seconda Ha man te dtir altre in te lì igeo zie sepa- 
rate per continuo sguardare, e appresìào della umana iotelli- 
gtm/ia pur riguardare discontìnuato, Veramente* sempre ò 
1' uoft.Oj che ha costei per donna, da ehfamare fllosofOj non 
ostante che tutta vUj non sia netl* ultimo atto di fìlusofiaj po- 
rocchè dair abito maggiormente è altri da denominare. Onde 
dicemo alcuno virtuosOj non solamente virtù operando, ma 
r abito delta virtù avendo ; e dicemo 1' uomo faeundo^, ezian- 
dio non parlando, per l' abito della facundia eioè del bene 
parlare, E di questa filosofia, in quanto dalla umana intelH" 
gcnzìa è parlicipata, saranno ornai le seguente commenda- 
zioni a mostrarej come gran parte ^ del suo bene alla umaua 
natura è conceduto. Dico adunque appresso : suo essere piace 
tanto a chi gliele dà, dal quale siccome da fonte primo si de- 
riva, che superata n'è la capacità* della nostra natura, la 
quale * Ta bella e virtuosa, Onde avvegnaché all'abito di quplla 
per^ alquanti sì vegna^ non vi^ si viene si p^-r alcuno^ che 
propiamenie abito dire si possa; perocché il primo studio, cioè 
quello per lo quale T abito si geiieraj non può quella perret" 
tamente acquistare.^ E qui sì vede J* umile * sua lode ; che 
perfetta o '^ imperfetta, nume di perfezione non perde, E [ìcv 



i sentire b tensalisatma aggiunta 
dal signor WiUe. E* M. 

* ContuUocìb. P. 

*£ff jfffrHe commendazioni, leggo- 
no tutte le staTOp<2. le seguenti^ il co- 
dice Rico. E veramente che vi ha ella 
che Tare la parola segrete? Potri elja 
valero oblique^ come dice il Pedenì- 
»ì, ovvero che nati appariscono mbitù 
alia mula? t\ 

* Dice gran piiHtj ma non tnlio, P* 
K Che scftipre attrae in capacità , le 

pf, ediì., i e od. Gadd. 134, 133 secon- 
do, Val. Crb., Mure* secondo* Il testo 
dei BiHOioni : c/w 'naemprattt è ia ca- 
pacità, mu ti eli a no La i iconosce per 
migliore l'altra lezIonOi Al aignor 
Witto è dovuta hi beila emendazjuiie 
che noi abbiamo adotULa. B. M, 

^ La qiiatf! nostro natura, es^a £U^* 
ioEla tu. bella e virtuosa. 1^ 



7 Viginietìt, ì cod. Gadd. ili, 135 
iiCGondo É Vat. Urb. Le sLampe : Jrì 
viene, sema il ti. E. M. 

" Intendi: non può informare nelSa 
mento deir uomo tante e tanto alto 
cmisidera^ioni della llloBolla , che 
adegi;]iino la grandezza e l'aJt^^ia 
doirobbietto. P. 

> Non mi pare di vedere come poi- 
aa convuntre l'aggiunto d'umih i 
questa nuova e veramente sublimi»- 
ai ma lode. Forse che va letto l'uf^t- 
mn, quasi dica la suprema. V. 

to Perfetta e imjpir fetta, i MSS. e le 
slcimpe. Può dubitarsi che Daiite ab- 
bia qualche volta uaùto \'e mvefie dì 
0^ come se nel luogo presente, per 
cagione d'esempio^ avesse detto: r 
quando è pir fitta s quando è impirfàt^ 
j!a»tenerida qnell's di merito, colle" 
olue parole aoUintcse/ il luogo della 



TRATTATO TERZO. 



fm 



questa sua dìstni&iiranEa si àW.n chri l'anima della niosofia Lo 
manifesta in qud ck* ella conduce; cioè, che Dio metta sem- 
ini in ài tlel san lume. Dov*ì si vuole a memoria riducere, 
clic <li sopra ò dettOj chu ìimore 6 forma di filosofia; e ptTò 
qui si chiama anima dì («ì : il q\iidi\ amore manifesto è nd-^ 
y uso della sapì*;iìzia, il qualo uso' conduce mirabili beliezEe,! 
cioè COTI tenta memo in e rase una condizione di tempo, e dispre- 
giamelo di quelle cosj*, che gli alirì fanno lor signorL* Per 
che avviene che gli altri miseri che ciò mirano ripensando il 
[uro difetto, dopo 'l desiderio delia perfezione caggiono in fa- 
tica di sospiri; e questo e quello che dice: Che gli occhi di 
coler f dct^'elta tucej Ne mamhm messi at cor pien di dimri. 
Che prethdùìi aere e dìvenian empiri. 



Capitolo XIV. 

Siccome nella litterale sposizione, dopo le generali lode 
alle speziali si discende, prima dalla parie delf anima poi 
dalla parte del corpo; cosi ora intende il tcsto^ dopo le gene- 
rali commendazioni^ alle speziali discendere, Onde^^ siccome . 
detto e di sopra, fibSi>lia per suggettf) materiale (jui ha la sa;^' 
pirnzia^ e pvv forma amore^ e per compesto dell' uno e del^ 
l'altro rus(j dì speculazione. Onde in questo verso che se- 



[iiiHicbUa diagiiinUvo. NuUadlmono 
essindo inct^rto quost' uso, e p^jteridu 
limaur coTifuajoMeT ripuliamo piti 
flàiko consiglia i] ridurre la legione; 
aironlìnprio G piò curiijUo modutli 
rpvclli^re. Giovi pt^rò J' averlo avver- 
tito, onde ninna ci accusi d aver 
Tu Ite ÌQ nostre correzìoQi troppo alia. 
seapeatruta. E. M. 

1 Malamente In tutti i codici o nel- 
le «tfimpe : fi qmtk e^^io. E. Mr 

iCiùsono noch 67.76, onori ec. Ora 
ecco il raziocinio adop^^rato dati' au- 
tore a provara che l' animo della Bto- 
SùRa mostri ladismiauranza del bene 
o lume cli'elb riceve da Dio, in ipieJ 
eh' ella conduco. L'anima della àla- 
bolla è lo stesso che U <li lei Torma 
(Vedlcap. VI di questo Iratt. in a- 



nej i la forma della fliesofla è a mora 
(VoEli Cttp. XI); a moro è ma hi Festa- 
micnto nella convarsdìtionc colla filo- 
sofia, «Iccome la cagiono i^ nel suo 
elTeito ; la eonversarione conduce ef- 
fe li i dì mirabile bellozto, dfté con- 
tenUmeiito ce. ; dunquo l' anima det^ 
la Dio soft a conduce I detti elTetti di 
mirabile bellezza, ed in ciò mostra 
ì nmravigliosi doni ù\ Vìo, clie le 
danno poleuza a quel fa efri^ttuai;Io- 
ne. R 

* Onde, perciocché, Ecco un e'om- 
pio di quest" uso in altro autoro. Mg' 
iiit. Vii. Criil, pag, ÌG'A f MH.. IR^) : 
« Guarda ora com'egtì [(ìesù Cristo) 
e afflìtto, e come trema p^r lo ffed- 
do ; onde, «eco nd oche dica \o Vangd> 
lO; era grande fTcddo. ■ '^. 




tm 



ÌL CONVITO. 



V 



guetUemcnte comincia : in Id discende la virìk dimna^ ìù 
intendo commendare l'amon^ eh' è parte di filoì^ofia. Ov' o da 
sapere che discendere ia virtù d' una cosa in altr-i^ non a al- 
tro chu ridurre queila tn sua similìtudino ; siecomo negit agóuii 
naturali vedemo manifestamenttì, che discendendo la loro virtù 
nelle pazienti cose, recano quelle a loro similitudine, tanto 
quanto possibili sono a venire ad essere.* Onde vedemo '1 sole, 
che, discendendo lo raggio suo quaggiù^ reduce le coso a sua 
simiJitudino dì lume, quanto osso per loro disposizione possono 
dalla 3Ua * virtù lume ricevere. Cosi dico che Lio qu^to 
amoro a sua similitudine riduce^ quanto esso è possibile semi» 
gljarsi a lui. E ponsi la qualità della creazione,^ dicendo : Sic- 
come face iti untjeto che 7 vede. Ove aneora è da sapere che 'I 
primo agente^ cioè Dìo, pinge la sua virtù in cose per modo 
di diritto raggiOj e in cose per modo di splendore riverberalo; 
I onde nelle intelligence ra^^gia la divina luce sanza mezzo^ 
I Udii' altre si ripercuote da queste intelligenze prima illumina- 
te/ Ma perocché qui è fatta menzione di luce e di splendore/ 
a perfetto intendimento mostrerò differenza di questi vocaboli, 
secondoehè Avicenna sente. Dico che l' usanza de' filosofi è di 
chiamare il cielo lume, in quanto esso^ è nel suo fontale 



1 Tore Clifl debba ì nienti e ri^i ; veni- 
nad eBBtre simiti ; se tuttavia nati ai 
ùce leggere vÉtàr^ ad tsai, cioè ud r*- 
Mi agifnti : ovvero vmin nd f«a, cioò 
114^ #9 ila sifjiilitndìHe* C M. 

1 Dt q [lesta ftiiaè lugli uà ne' £04^0 i 
e nene stompe ; ma non al può fare 
a metto d o^^gìunfierla, onde siD chia- 
ro cbe q\j\ si porla delU virtù delto- 
h. Cosi poco prima l'autore dico dfi' 
àcnidtnda ia l'orla virlii ■ e dopo: il 
primo agentt^ gÌué* Din^ pingt la sun 
iiirtfi in raff ev.. , e no Indicai come 
qui pure di^bba ^Ure \ì suo testo. 

8 Crimsioné ayl vale i Metto atto di 
ridurre ce, P, 

* Pare che in qm^io secondo mem- 
bro det perìodo manchi un a^glutiti- 
vo a a peci (Ica re Ia qua li tè, per la, 
quale ai «sparano le intiìlllgejiiv in 
etti raggia la divinai luce senio mez:- 



■Iti, cioè immedìaLdmeiitfi, da r|ue[le 
altru Intelligence in col la divìoa lu- 
ce da quelle tjrime è riperc-ìssa. E 
(>jgli^ froncamerittì nUrt; roma rap- 
prL'sentante delle inieìlìgeiiie, per- 
ciocché al tytLo p necessario porre 
dite cofidixiona d'intelligenze, le qua- 
li si diversifichi do nella qualità che 
sopra è detia. se no, vena è la Lode 
fhost vuol dare aqueatcì donna » 9^* 
che Mi hi étsEettda la virtù divitm, sic>' 
come fati iu angilo^ mentre la cosa 
sia comune; e iJatiEe si dot rà con- 
dannare per lo sue stesse ^]arole, 
poiché avrà cosi ragionato delle ea- 
aen?Jali passioni, per vodabolu di- 
Minf;uente alcuno partecipante quel* 
Ja cBsepzÉ. (Vedi tap. XL) For»» che 
inderebbe letto : ondi ntiit ìnitlli^ 
fjsfà-SB ^fptiT*it€ Tugffftt ec. P 

* Cioè t in quanta esso lume è ivi 
nel auo ec- 1'* 



TRATTATO TERZO. 



^1 



principio; di chiamare raggio^ in quanto esso è ptr lo mezm 
dal principio al primo corpo dove si termina; lii cbiamaro 
splondorej in quanlo c:sSO è in altra parte alluminata * ripCF' 
co&ìo. Dico adcnquo cho la divina virtù sanza mezzo questo 
araor Iragge a sua similitudine, E ciò si può fare manifesto 
massimamente la ciò, che siccome il divino amoro ò tutto 
eterno, cosi conviene che sia eterno lo suo oggetto di neces* 
sità^ sicché eterne cose siano quelle eh' egli ama. E cosi face 
questo amore amare,* che li) Sapienzia, nella quale questo 
amore fercj eterna è^Ond'è scritto dì lei : 4 Dal principio di- ' 
> nanzi dalli secoli creata sono ; e nel secolo che dee venire 
» non verrò meno, n E nel li Proverbii dì Salomone essa Sa- 
pienza dice: 4 Eternalmente ordinata sono, » E nel principio 
del vaiìgeho dì Giovanni si può la sua eternità apertamente 
notare, E quinci nasce che là dove questo amore* splende, i 
tutti gli altri amori sì fanno scuri e quasi spenti ; imperoc- 
ché il suo oggetto eterno improporzionahnento gli altri og- • 
getti vince e soperchia; e però gli filosofi eccellentissimi nelli 
loro atti apertamente il dimoslraro;* per li quali sapemo, 
essi tutte r altre cose, fuori che fa sapienzia^ avere messo a 
jon glere. Ondtì Democrito, della propria persona non cu- 
Taado, né barba, né capelli, nò unghie si togliea.* Platone,"' 



1 Sì è cDrreUo V errore de' tesU 
che le^^onO altuminata. E M. 

* Ordina e mteEidi : E così l' amore 
divino fa amerò qiJCiito amore, eh' é 
anima dfiJJa fllosolU^cìOè amore ur 
Oggetto eterno ; giacché eterna é la 
MpiEO^a^ nella quel e questo amore 
Tere^ o Togllam dire lando^ C qneMo 
è il punto dcUasimnitudiiie ctie huu- 
DO inaifinie V uno e T altro amor&* ì*. 

* L'umore della sapienia. Perti- 
ca ri. 

* li dimóstrtino, ha la volgata ; il 
dimùàirarù^ legg« ti cod. ftico, ; e che 
eoal debba leggiTSÌ eì deduce éà ciò 
cbe iJante adduca in prova, che sono 
gli aiti della lor vita privata^ coi 
quali l filosofi dimùsir^rùno il loro 
amore alla sapÌQEiz3,e non gli scritti 
ù$. eiiì lasciali alla poster itài col 



quali tuttora uo tale amoro dimastra- 
no. F, 

6 Si totjliéa per *j {a^lìnvaf noia il 
Per ti cari. E ti iagliaììa, leggo appun^ 
to il cod. Rlccurdiaoo. P, 

* Falsa opinionCj poatitla il Perti- 
cari» lìifatLl non si può dir^, e^attà- 
ineate parlando» che Fiatone ubbia 
mesaa a non calere la realfl d igni tè p 
emendo figlio di re, per ciò 3olo cha 
ruccontusi ddia aua origine ; la qua- 
le vqlev35L da suo padre che derivas- 
se da Codro dì Melai] Lo, Atene iion 
aveva più re da hen acì s&colì quan- 
do Vìsse IHa Ione, h che questo filoso- 
fo non losse UiUo jiprestiatoro d^Ju 
bim temporali, pub dedursì d^Jll' aver 
egli accettato in dono da Dionisio 
più d'ouaiita talenti (Laert, I l'i tu 
Phii.j lib. HI), aiiQu^ufi^ue dcstiii^itl 



^32 IL COm^lTO, 

delli Imijj lemporaii tion eurando/ la reale dignità mi^ie a nm 
calerCj che figliuolo di re fu. Aris lo i il e^ d'altro amico non cu- 
rando, contro al suo migliore amico (fuori ^ di quella) combai- 

. teoj siccome contro allo nomalo Platone. E perciib di questi 
parliamo^ quando troviamo gli altri che per qa:rsli pensieri ìa 
loro vita disprezzaro, siccome Zeno^ Socrate, Seneca, o molti 
altri? E però è umnifesio che la divina virtù^ a guisa ^ d'an- 
gclOj, in questo amore negli uomini discende ; e per dare spe- 
rienzia di ciò, grida susseguentcmentc lo testo : E qual donna 
gentil questo non crede^ Vada con lei, miri ec- Per donna gen- 
tile s' intende la nobile anima d' Ingegno e libera ^ nella sua 

-propìa potestà, che è la ragione; onde I' altre anime dire non 
sì possono donne, ma ancilie; perocché non per loro sonOj ma 
per altrui; e '1 iìlosufo dire, nt^l primo * della iMHa fisica, che 

/]iie]la cosa è hbera eh' è per cagione di se, e non per allrui,** 
Bice : Vada con lei, e miri gli aiti saij cioìs accompagnisi ^ di 
questo amore,, e guardi a quello che dentro da lui troverà; 

Ìe in parte ne tocea dicendo : Qtnvij don* ella farla, si di- 
china, cioc, dove la filosofìa è in atto si dichìna un celestiale 
pensiero, nel quale si ragiona questa essere i)iù che umana 
operazione. Dice : del cid, a dare ad intendere, che non sti- 
!amente essa^ ma li pensieri amici di quella, sono astratti 
dalle hasse e terrene cose. Poi snsseguentemente di uè com'eì- 



I 



al nobilissimo tjso di comprar Ijbri. 
Kglì era poi nel suo vestire tanto ac- 
«uratoi che parve fino piegare alla 
luoUezza. £^ M. 
i Non si curatidiyt le pT. edi£. e CO'd■ 
* Qui ÌA voce fuori o Tale come do- 
|rd| e coal r aule re dice die Pliitone 
era remico d'Aristotile 11 mlghore, 
Cioè- iJ più gtr^Ua e caro, dopo b Q^o- 
icifìa: ovvefo qui ai vpot dire che 
^ristoiile cotnbattè cciiiro il suo mi- 
gliore amicOj che, o perchèi era fuori 
di qurellar cioè delia aapiecza o veri- 
tà. Aristùtils combaLLè di l&Hù cùìì- 
troll suo naaesiro Piatoti e nel libro 
terzo delle Fìiosùfìa^ trattando dei 
mondo e delle sue pf ttlt don càc duL- 
.Uaalura divina, S. 



9 A modo d'mujeió, Je prime ediz* 
B.M. 

* Libere dalla servii ù di quelle co- 
se disile quali i più si fanno schiavi, 
e cl6 sono coucupJsceniEe e vanità. P. 

* I testi lutti portavano nel vecùndo. 
Ma la sentenza d' Arisrotile qui citata 
è (icl libro 1, cap. % £. M. 

* CAfl ptr sua (tiffìùfìe dim e non p§r 
nìtrui, la volgata ; eh' è p&r ^ua cagio- 
ni e non per attrui, gli edìL miL; ch^è 
prr CHQione di tè f finn prr «i/riii, il 
Dionigi ; c^ottrorme il tesEo d' AristoU-^ 
le fftii ipnim ft non nttetias Qtatia, ri'- 
portato dair abate Hfht^Licchellì In fi- 
ne deU'odU* mJla«eae. F. * 

t Act^fmipagnisi con quish amort, le 
prime ediztom « il cod. Vak Urb. 
li. U, 



TnATTATO TERZO, 



tòZ 



I 
I 



r avvalora e accende amore ovunque ella si mostra colla soa- 
vità degli alUj die sono tuiti li suoi sembianli onesti^ dolcfj 
e sanza soperchio alcuno. E susseguentemente,' a maggiore 
persaasiono della sua compagnia fare/ dice : Gentil è in donna 
ciò che in tei si trova; E bello è tanto, quanta lei simiglia. 
Ancor soggi ugne: Epuossi dir che 1 suo aspetto giova; dov'è 
da sapere che lo sguardo di questa donna - fu a noi cosi lar- 
gamente ordinato non pur per la faccia, eh' ella ne dimostra^ ( 
vedere, ma, per le cose che ne tiene celate, desiderare d*' ac- 
quistare. Onde siccome per lei molto di queluA-'si vede per 
ragione (e per conseguente veder per ragione sanza lei ]}arD 
maraviglia); così per lei si crede, o^ni miracolo in più alto 
iiitellelto potere avere ragione e per. consegugnie jjoier cs-^ 
sere,'' Onde la nostra buona feda ha sua ongine^ dalla gua i a 
Tiene la sperali za del pieyeduEo desiderarci^ e per quella na-* 



^ 



* A persuadere vie meglio di vole- 
re la sua Dompjìg^ìa, K 

t II guardare qiiesta dutjha. P. 

3 Jìtiiàerare ad acquistare ^ ì& voE~ 
gìita ■ denidtrare td nc^uitinrif gli 
edit, mil. ; df «Iterare d* acqaixiarÉ, 
corregge il Wltte^ e casi appunto 
legg«il cùà. Hìccer<liaiia. P. 

* Cioè, multe di qmUc eùie celate si 
vedùno ec. K. M. 

B La volgata di questo iferìodo era 
la seguente: fhifie ticcome per ki 
malto di qjieUo si vede per rnsii^nff $ 
per tonsiguente veder ptr Tagione che 
xensa Ui pare mstavigiia, così per lei 
aicrede^ ogni miramloinpiu ùitoin- 
ittkltopmte ttver^ ragiatte, e fìer con* 
seguente può esstre. Gli edit. mìl. Lol- 
aero il che chs precedeva le parole 
ansa ieit e lo mis^fro avanti alle pa- 
role ogni miTaa>ÌQ. Ma il Witte lo tol- 
se anco di qui^ ed invece di puol« 
avtrt » può fSTfffe lesse potere avere e 
poter essere. Il Pedenirii poi invece 
di per canti(f}ìiente eeder per ragiotte^ 
verrebbe legge re per couatgaente vpàe 
e$uri per ragioni P, — 1] discorso, 
dalla parola Onde siccome fino al ter- 
mine del tapi toto, serve come per di- 
tnoBtraxiotie alla proposhione anta* 
cedaflto, ci(yà ctoe lo sguardo della Q^ 



loioQa ci fu 01 di nato a neh fi per farci 1 
desiderare ed «equi stare qudle cose 
ch'ella ne tiene celate, ciò sono le \ 
vi?rità, visibili sotantiente nella vita 
eterna. La dimostrazione poi gì Ta di- 
scorrendo, ^hcaiccomu per mezzp 
della filosoQa vediamo la ragione di 
molte cose, le quali senza la tìh->soflii 
paiono itiaraviglia; cosi è merito di 
essa filosofìa, che da questo noi acw 
gomeiitiamo per induzIhOne palerà 
Mgrtl miracolo in intelletto più alto 
dell' umano avere la srja ragiona. ì^ 
questo appunto e principio della JìS!- 
dcs e flr questa viene la sperynzo, é 
di questa pure la carità, per k quali 
tre virtù ec, P. 

La volgata era la speranza deì 
provi^edulQ desiderare ; e cosi vorreb- 
be leggero il Pederziiii, non piacen- 
dogli la parola pretfjdufOi dagli ed it. 
mii^ sostituita, u perché^ egli dice, 
froìiveéeré viene da provider e, procuf 
vidertf veder di lonianOj e prevedere 
viene da prtscidere, j?rcB videre^ redere 
ttmanzif sicchò il primo ha in eerto 
modo una signitìcatlono comprensi- 
va e più larga della ^..gui ficai ione 
del secondo ; ti se ci A c^ si può ben, 
dire che l beni eterni piiitlasto ei 
provvedono di quaggiù» the non si 



m 



IL CONVITO. 



s(*^ l'opejiìiipiiiLMto^ieitìiài P^r 'e quali Ire virtù si sal(^ a 
fdosofaro a qmìb Alene celestiale^ dove gli stoici e peripa- 
tetici ed epicurei, per l'arte delia venta eleroa^ in un vokre 
eoneordtj voi mente concorrono, 

Capitolo XV. 



Nel precedeiiio capitolo questa gloriosa donna è commen- 
data secondo r una delle ^ue parti componenti, cioè amore; 
ora in questo, nel quale io intendo esporre quel verso che 
comincia : Cos^ appariscon nello stw aspetto, si conviene trat- 
tare commendando V altra parte sna^ cioè sapienzia. Dice adun* 
que Io testo, che nella faccia di costei appaiono cose che mo- 
strano de' piaceri di paradiso: e distingue il luogo ove ciò 
appare, cioè negli oechi e nel riso. E qui si conviene sapere 
( che gli occhi della sapienzìa sono le sue dimostraaloflb Hfiolle 
qudi si vede la verità eert issi marne n te ^ e i suo riso sono le 
sue persuasioni^* nelle quali sì dimostra la luce interiore della 
sapienzìa sotto alcuno velamento : * e in queste due si sente 
, quel piacere altìssimo di heaiitudine, il qnal è massimo bene 
' IH paradiso. Questo piacere in altra cosa di quaggiù esser non 
può, se non nel guardare in questi occhi e in questo rìso. E 
la ragione è questa^ che conciossiacosaché ciascuna cosa disia 
natuniimente la sua perfezione, sanza quella esser non può 
contenta^ che è esser heato; che quantunque l'altre cose 
avesaei t«inza questa rimarrebbe in lui dìsiderio^ il *juale esser 



prevedono, t» AL Witte poi non pia- 
ce nò runa ne Y altra ; e Tondauilo^i 
nello parolfj ad Ilebr., XI, \, Ett 

reggo : la tperanza del nijpi ìftduto^ 
ma dÈJtideratQ. F. 

1 guesto passo può servire di co- 
tnento ai Imti iLiogtii dulia luTta 
L-anticQ del l^oemu, €vo Dante rogio' 
fia degli occhi di iJeatrjci» (Della cui 
persona egU flinabijle^gia la divina 
acieniaj e del «uo celeste riso 
qnalvoUtt $1 trauavadi cunfarUrEo o 



di risoIvergU alcun dubbio. Pr« I 
moUU richiameremo alla monte dei 
nostri lettori quello del canto XV11I, 
V. 4 e Etegg. Vedi anctie Purg.^ can- 
to XXVll, M. E. M. 

* Intendi tal ccndltioDe di veli* 
metiCOi pel quale essa luco sìa tem- 
perata in modo da poter agire vtt^ 
toriosamente aylte potenze set^oudu 
nella mente : concioa&iaché le dimo* 
a trazioni e i© pcreuDsioni in que*to m 
diversificano, cne le prime pigliano 
rioteiietto come per rarza, q le altre 
tneauno l'anima quasi ptr umore. Pp 



TRATTATO TERZa 



S35 



tion può notili lK'ntìttidìn6j accioccbò ^ la beatitudine sìa co^ 
p»?r fetta e '1 desiderio sìa cosa difettiva ; eli è nullo dfeìdera , 
qudÌQ che ha ma quello ete non ha, eh' è mìinifestu difetto. ,\ 
E in questo sguardo sofà mente la umana perfezione s*acqtÌP 
||aj cioè la perfezione d^tk^ rd£Ì£!iu% dalla quale^ stccomn da 
riacipalìsslma piirte^ tutta la nostra essenza dipende : e tutte 
r altro nostre operazioni, sentire, nutrire e tutte sono per 
questa sola (e questa è per sé, e non per altri) : siechò se 
perfetta sìa questa, perfetta è quella tantOj ohe ruomOj in 
quanto elh> è uomo, vede terminato ogni desiderio,' e cosi ò 
boato, E però si dice nel libro di Sapienzia: tf Clrt gitta via 
» la sapioiizia e la dottrina, è infelice; » eh* è privazione del- 
l' esser fiilice, Per l'abito della sapienzia seguita eho s'acqui- 
sta e feliee essere e contento, seconde» la sentenza del filosofo. 
Dunque si vede come neir aspetto di costei delle cose di pa- 
radiso appaiono; e però si legge nel libro allegato diSapimziaf 
di lei parlando: a: Essa e candore dell'Eterna Luce: specchio 
9 sanza macula della maestà dt Dio. ^ Poi quando si dico : 
Hilt* soveixhian lo nostro intdleUOt scuso me, dicendo che poco 
parlare posso di quelle per la loro soperchianza. Dov' è da 
sapere che in alcuno modo queste cose nostro intelletto ab-i 
baglianu, in quanto certe cose alTermano essere, che lo 'nteì- 
letto nostro guardar non può, cìoò Iddio, e la eiernitatej.e 
la prima materia, che certissimamente non " si veggoiio^ e con 
tutta fede si credono essere ; e per * quelb che sono, inteo- 



1 GonciOBsisL'Iió. P. 

* La volgata leggeva cosi : $icehè 
perfetta jio qudiat perfetta i quella 
tuitto, cioè £he l' uomo é in ffuaniù rgli 
f uoma, ha ditermifiaio ogni desidcTiQ* 
Gli edit. mìL CùTt&ss&ro: sicché per- 
fetta Aia qiidla: ptrfHtu è qirnUa tantù, 
che l'uomo, in qwijUo fgli è urtino, 
hfì ec. Ma i\ Pedarzim e il Witte 
non s« ne mostrarono aoddi&rattj, E 
del Witle è la ledone f nanne ona 
piccola Diodi Dcaxio ne) che ho mcs^ 
BÉil testo. Intendi : sicché, se perfetta 
Mia quatta, cioè la ragione (perfettit 
che tia qutìta, hm^ '1 WÌUe)j jwr 




fetta iqudttìi cioè l*ei(senj;p umana, 
tanta che ec, F. 

* Certiitstmamentf; n vegg/ìno^ tiittì l 
lesn* Sì nvverta però che Dante par- 
la di cosG dì* lo 'nltUpito juaifr-? guar- 
dar fiflii può, e per conseguente non 
pud vedere. E poi è egli d'uopo di 
creder per fede quello che cerlis/ti- 
matmate si vede? Ciò va coltro il 
noto adagio : Fiden est crsàeu ^/u® 
non mdei. La vera lezione sarà a^aa- 
quf} non si vetjQrmù. E. A!. 

* lUignor Witte cangiE» queslo per 
in pitr^ G noi slaremmo quasi per 
adettare In sua emeiìdazione. C. &]< 



laae IL CQMVITO. 

iìere noi non p<>lemo; e ' so non cose negando, s( può appres- 
sare alla ma conosceni.'», e non altrimenti*' Veramente può 
fpiì alcuno forte dubitare, come ciò sia che la sapìenzia possa 
faro r uomo beato, non potendo a lui certe coso moslrnnJ 
perfettamente] conciossiacosaché naturale desiderio sia al- 
l' uomo di sapere,^ e senza compiere il deal de rio beato eàst^r 
non possa. A ciò si può chiaramente rispondere; che *1 desi- 
derio naturale in ciascuna cosa è misurato secondo la possi^ 
bilìtà della cosa desiderata; * altrimenti anderebbe in contrario 
di se medesimo^ che impossibiie è; e la natura l'avrebbe 
fìilto indarnOj cb'è anche impossibile. In contrario andrebbe; 
cliÈ desiderando la sua perfezione, desidererebbe la sua im- 
perfezione : imperocché desidererebbe so sempre desiderare * 
e non compiere mai suo desiderio. É in questo errore cade 
l'avaro maledeltOj e non s'accorge che desidera sé sempre 
desiderare^ andando dietro al numero impossibiie a giugnere. 
Avrebbe atìche la natura falto indarno^ perocché nnn sarebbtì 
ad alcuno fino ordinalo : e però V umano desiderio h misurala 
in questa vita a quella s eie n zia che qui àVer si può; e quel 
punto non passa se non per errore^ il qua\ ò ^ fuori d i na- 
turale intenzione. E cosi è misurato nella natura angeiìca, e 



iDcH'ei necessaria a dar consì- 
sterna si discorso, è laguna noMSS. 
e nelte stampe. Non vuoisi traman- 
dare la leitone del C ad, Viit. I77S, 
il quale ìavocu dì eo.«e tifgando, lia 
^se menando. E* M, 

a K La materia primo, I» qn^le 
non Ii9 (ilcim alto, non ai {Mh rono^ 
scere per se ^les^A ; nò ai pL>ò dire 
quel eh eJla &id, ma piultosln (lueliti 
Che non sia: iaonde diciamo che 
^lla non ò ai? il ehfs, ne il qnnnto, 
«È il quale, ma (u potewia ciascuna 
di queste e use. p {Tasso, dinì. A-i> 
ùilià.} 

dmQ *ìft C «tì*ii& il Èiipsrf, ha lo vol- 
gata; e ec!sì leeg.ono, togliendo ìidi 
precedente a saperti gU l'tlit. mil.^ 
Dia tlicoTio elio leggerebbero: atn- 
aossiadìè naturati detidirm m aii'uv 



tna di taptre. Ora crksl appunto logge 
il cod. Biccardìano. F. 

* DésitJgrantu, è la leitione voJgatDj 
la quale può re^^ersì, quando il 
vocabolo ponfihiHiù s In t efida per \A 
facoUfi, il potere che è nellji coxa 
dfiidfranie di Ottenere cJft d Tea «in 
desidera. Nullndimeiio, esanilnaado 
il contesto del disc«rso. ne pare 
C!lie aia da emendarsi conip tio) ab* 
biamn ratto. IL M. 

B Quello che dicono le parole, m 
giusto senso noti è vero : vero é so- 
Intuente che desiderando Tuoma 
e oso d' i m po»Bì ti i i co i}£egu ì me n to , 
Pili accodo dt dover sempre de^idJG- 
rarci eh' è perà contro la sua inten- 
zione, ir*. 

tì Cosi il cod. Vat. Urh. e il dadd. 
434, U Biscioni : il quale è di fu^ri éi 
iKÈturah eD. E. U* 



I 



TKATTATO TEH^O. 



237 



kfjtiinnto è * qunnto ìn q\idh sapìetizia che h natura dì eia- 
Btiunrj può apprendere, E quesia è ta ragioiiii per cbe li Santi 
non hanno tra loro invidia; perocché ciascnncr aggiugne il 
fine del suo desiderio, il quale desiderio è coJla natura delia 
Ionia misurato. Onde conciossiacosaché conoscere Dio e certo 
altre cose^ come T eternità e la prima materia/ non sia pos- 
sibiìe alla nostra natura, quello da noi naturalmente non è 
desiderato di sapere^ e ptT questo è la dubitazione soluta. 
Poi quando dico : Sua beiià pioi'e fiammelle di fmco^ discendo 
a un altro piacere di paradiso, cliè della felicità secondaria a 
questa priraa^ la quale della sua beliate procede; dov*è da 
sapere che la moralità è bellezza della filosofìa : che àieconfte 
la bellezza del corpo risulla dalle itìembra, in quanlo sono 
debitamente ordinate; cosi la bellezza della sapienzìa^ eh' è 
corpo di 01osi>fìa, come detto è, risulta dall' ordine delle virtù 
inorali^ che fanno queUa pracere sensibilmente, E però dico 
che sua heltàj cioè moralità, piove fiammelle di fuoco, cioè 
appetito diritto^ che si genera nel piacere delia morale dot^ 
trina; il quale appetito ne diparte eziandio dalli vizii naturali, 
non che dagli altri. E quinci nasce quella felicità^ la quale 
difiniseo Aristotile nel primo deir i^i^ca dicendOj ch'è ope- 
razione secondo virtù in vita perfu^tta. E quando drcc: Però 
final donna mtte a«a beltak'^ procede in loda di costei* Grido 
rdla gente^ che la séguiti, dicendo loro lo suo beneficio, cioè 
che per seguitare lei diviene ciascuno buono. Però dicei qual 
dmma^ cioè quale anima sente sua beltà biasimare per non 
parere qual parere sì conviene^ miri in questo esemplo. Ov' è 
da sapere che li_eosiumi sono beltà te delF anima, cioè le virtù 



* Così i ecidn Marc, Val. Urb. e 
Gudd. 135 primo. L'edii. Biftcionì : 
« tirmin&ia in quanto in qutUa t&pitn- 
sa che lù tmlura ce. 1^. M. — Ama 
pare cbe quest'ultima lezione s ap^ 
prc&sif meglio di quu Hit el<?Ua da' si- 
gnori ed, 05 il., «ireajiressÌQue della 
ienli^n^at che è: )n quanto it dello 
iie«ìdiJi-io degli angeli tende m qmh 
U sapieni^a e ti e la natura eo. V. 

ila rulgatd diceva: Otidemmfos* 



sin^iachè cmìdiCtre Dia e éir§ ùUté 
qoiTf quello emù è, noa «ia poiKiòU^ ce,[ 
e ^Vì edìì. mìL, nctUndn che qtiesto 
(ìa^u è strana monio «coniroKo, lee^ 
$ErO . * * . .CùJìfutctre Dio è altre c^if^ 
dirf a quelhé^noi » tiQn tifi pombih. U 
Wjlte prop{>9e : . , . . conoicerà Bifì « U 
uUre co« pfr tiud ch' enxe ^annj non «l'n 
fKHMhttf. Ma iì cod. fìicc^, porUtndo 
la JezLofìt; che bo mesHa ueJ testo, 
non U^cia più luogo a cQiigetture* F. 





TS 



23S a GOMITO, 

massimameTite, te quali talvolta per yanitli o per sup**rbìfi si 
f/iiino meno belle o men gradite, siccome neir ultimo trattato 
veder si potrà. E però dico che a fuggire questo si giiardi in 
costeìj ùké cola dov* ella è esemplo d' umiltn, cioè J^n_jja^!a 
parte di se che * morale iìlosolìa si chiama. E soggiungo che 
mirando costei (dico la sapienzia) in questa parie, ogni viziato 
tornerà diritto e' buono. E però dico: Qufst' è colei^ ch'umi' 
Ha ogni pertm-^Oj cioè volge dolcemente ehi fuori dal debito 
ordine è piegato. Ultimamente in massima lode di sapienzia 
dico lei essere madre ^ di tutto qualunque principio, dicendo 
che CQB lei Iddio cominciò il raofldo e spezialmente il movi- 
mento del cielo, il quale tutte le cose genera e f^al quale 
ogni movimento è principiato e mosso, dicendo : Costei pensò 
chi nwMe i' umver^o ; cioè a dire che noi divino pensiero^ eh* è 
esso intelletto, essa era quando il mondo fece ; onde seguita 
'che ella lo facesse; e però disse Salomone in quello di^' Pro- 
mrbii in persona della Sapienza ; « Quando Dio apparecchiava 
» li cieli, io era presente ; quando con certa legge e cou «erto 
» giro vallava gli abissi; quando suso fermava 1* etere,^ e so- 
» spendea le fonti dell' acque; quando circuiva il suo termine 
% al mare, e poneva legge all'acque, che non passassero li 
» suoi confini; quando t4li appendea li fondamenti della terra; 
» con lui ed ^ io era, disponente tutte le cose, e dilettava mi 
j> per ciascun die. » Oh peggio che morti j che T amistà* dì 
^costei fuggite I aprite gli occhi vostri^ e mirate che anzi che 
|Voi foste ella fu amatrirc di voi, acconciando e ordinando il 
' vostro processa) ; '' e poiché ^ fatti foste, ptT voi dirizzarcj in 

Ila lagUM Ji qucBlrtcH la quale fsarole de'Prov. dì Salom. VIU, SS: 



trovasi in tutte le Rtanìpe, ») rfem- 
pie ed cod* Tri vu telano. E. M. 

* ÙitUfù Q fiuftn'ì, leggeva il Risc io- 
mi. Noi seguì afiH> b lezione ri^'c^^d. 
Vat Orb.. Barb. , Gadd, 134, t:*5 
secondo. E> M 

» Cosi la pr. edi?., ed 11 cod. Gadd. 
134. La slompà ùe\ Btscìnni ha qua- 
nte parole disloijate nel un odo se- 
guertto : di tulio madre > qualuniftu 
principia dictntio, che c&n Ui ec. Iv, M» 

* Vitere Ò aggiunta molto oppor- 
kina dE^t Willc^cItQ la tk'dijcfì dalle 



Aàrrnm ... fitmndo tFthfra ^rmabnt 
surxum, eUihmfìat fofìtfìiaquarìim. » F* 

s Questo ed ha forza di rtiam. Perth 
€5rL 

A Alcune antlctie slamp^ e il cod. 
HìpCh leggono * In titta di coTtei ec. ; 
e Toràe maglio, perché questa fr^a^ 
meglio lega eoi le suasegnentì ■ aprila 
.7/1 occhi tì<tvtrit e mirate e e. P. 

7 Prot^xitff, Cioè l avanzamenlo dal 
nulla olToaserc. ?. 

* 0«) tutti 1 testi : Fpoirhé ftiUfì /?>*• 
te, llTrsìa ìistìone^ poiché Dante h& 



I 



I 



^ 
N 



TRATTATO TEIIZO, S39 

?Oì*lra similitudine Tenue à vof : ' e se tutti al &uo cospetto ( 
Teiìlre non* potoie^ onorale ifii ne' suoi ohmcÌj^ fì seguite li 
comandamenti laro^ siccome quelli cho v'annunziano' la vo- 
lontà di questa eternale imperadrice. Non chindctc gli orec- 
dii a Salomone che ciò vi dice, dicendo che ^ la via de' ^ usti 
)> è quasi luce splendente^ che procede e cresce in fino al dì 
» della beatitudine; » andando loro dietro,* mirando le loro ^ 
operazioni^ eli' esser debbono a voi luce nel cammino di que- i 
sta brevissima vita. E qui sr pu6 terminaci la vera sentenzia 
della presente canzone. Veramente l' ultimo versOj che per 
tornata è posto, per la li iterale sposi zìone assai leggiermente 
qua si può ridurre, salvo In tanto quanto dice che io lì chia- 
mai questa donna fera e disttegnoaa.* Dov' èda .sapere che dal 
principio esì^a filosofia parea a me^ quanto dalla parte del sua 
corpo (ciuè sapienzia)/ fiera, cliè non mi ridea, in quanto la^ 
sue pei^uasiooi ancora non iniendea ; e disdegnosa^ che non 
mi Yplg^ea V occhio^ cioè^ eh' io non pò tea vedere le sul- di-_ 
jiiostra^ionL E di tutto questo iP difetto era dal mio lato; 15 
per qui'sto e per quello che nella senteuzia li t ferale è dato, 
è manifesta T allegoria della tornala : siccbè tempo è, per più 
oltre procedere, di porre fine a questo trattalo. 



^ 



deUo p^jGO prima : a?i;ir/if luì funi f. 
E^M. — nWiUe peraUro ai aUi^ne 
alla volgata fatto (outf spiega: 
m. poiché TsUo fosse II processo del 
genere umatio dai Lempt di Adamo 
«moaìla venuta diGesù Crlstu, ■ Ma 
il modo i^arendomi »rorzato, lascio 
stare [a cQrre?.ioce degli editori mila- 
nesi. F. 

* Per «ot Jrtg;ar?t in ^mir^ timiW' 
lurfme (renne a loi^ Cioè t per H alarvi 
caduti venosa voi m simigllanza vo- 
Strs^ e vale: fffif cariw umana, 

*Clie sono 1 Savi. P. 

5 OuBsta bella e corretta lezione 
incontrassi vie I cod.Gììdd. 1J5 primo. 
La volgata è : siccome che imsnmo la 
•volùìità di quesia ^c. E- M. — Ma U 




correità ler,io[ic t/ annunziana è por- 
tata pure dal cod. RifìcardianOn P. 

* C\ót, dietro a' gi<j«ti ; e questa è 
la via di Tinostrarai nbti^dienti u Salo- 
mone. P. 

^ La volgata é : dice che io la chiamo 
quina dùnua fera ec. Ma il cod. Ricfl,^ 
cKe inveeedi là legge fi fm quel luo- 
go deila canzonel elimina molto a 
proposito l'inopportuna intrusione 
dell articolerà. |\ 

* Avendo i' A. detto già pora ovanti 
che capienza è carpo di filotafia, le pa- 
role chiuse qui tra parenti^! <:t sem» 
brano glossema. 1]. M. 

' tldtfttia^ If pi. ed il., i cud^ ììalt.f 
Vat, Urb., Maix. g Gadd. 134 e 1^5 so< 
cuiidOn ]J UiacionJ iitiUUodifHt&. E. U. 



TRATTATO QUAETO^ 



Le dolci rime cF amor, eh* ìa solfa 
Ciifcar ìk' mìei pecsierij 
CouYJea eh' io lasci ; * non per eh* io umi spiul 
Ad Hsse ritornare^ 
Ma perchè gli atti UÉsdeguosì e feri. 
Che nel^i dorma mia 
Sono apparili^ m*han chiuso la via 
Deli' usalo paria re. 
E poiché tempo mi par d'aspettare, 
Diporró giù lo mio soave stilc^ 
Cb' io ho tenuto nel trattar d' amore, 
E dirò del vai ore * 

Per lo qual veramente è 1' uom genliie^ ^ 
Con rima aspra * è sottNe, 
Hi prò va odo il ^^iudicto falso e vite 
Di qQi'\ che voglioii che di gentilezia 
Sia principio ricchezza : 
E cominciajidOj chiamo quei signore 
Ch'alia mia donna negli occhi dimora,* 
Per eh' ella di su stessa s' innamora.^ 



1 Comincia 11 poeta, dicendo eh' è 
costretto a lasciare le dolci rimp, 
cJoé lo doki mflniereje pacate per- 
fruaiLont, che egli soleva adoperare, 
fi^rchè h^us donnn. La fìlosoMa, non 
vuol per ora ragluiiore con Treddi or- 
gomcnti logici, ma parlari' con aspre 
rampogne, rlprovniìdo ti f^iadìziO' 
fflUo e v'Aq rtl colerò che vogliono, 
£he della nobiltà sìa principio la. ric- 

* Vitifere. ■ QmiìpTeitdeqmtipùi^n- 
MH di natura, oveert} btìntà da figlia 
data. P.(Tratt. lV,cap.Ì). ¥. 

< Gmtih cioè nobile. Cosi in tu Uà 
\B. c&nzoncs oìc il poeta ùìò altresì 



gmtHezzfi per uobittftie basti gWÌÙ 
l'abbia notato mia volta. P, 

* 1 1 B i Bc ion II contro V aij t ori ih d 1 
alcLini codici da e^o veduti, legge : 
Con rime atprt * soitUff. Ciin per6 
Dante non ahbiajBen^a alcuna tieces- 
EÌtì), offesa la r^g^en grammaltcale^ 
ce no fa sicuri egli st€^^* dtceadoi 
nelcjìp. Il : « pvmnettù trtìttara di tpu- 
itia materia am rima tot Uh « aspra, 9 
E. H. 

> Cioè : * chiamo la v tritìi che Mia ma* 
cOflfiqatjte è quel tignore, che negli 
Qcthiy ciùé fieils dimoslrasioai dMlu fi- 
ioìftfìa, dimora * (ioc, cìt^) F* 



I 

I 

I 



^rr 



TRATTATO QUARTO- 

T*ilc imperòj' che gentilezza vol^e. 

Secondo 'I suo parere^ 

Che fosse antica possessi on d' averc^' 

Con reggiméTili belli : * 

Ed altri fo di più lieve sapere. 

Che tal detto rivolse, 

E r ultima particola ne tolse. 

Che non T avea fors' elK/ 

Di dietro da costui van tutti quelli 

Che fan gentili per ischiatta altrui. 

Che lungamente in gran ricchezza è stata :^ 

Ed è tanto durata 

La cosi falsa opinion tra nui^, 

Che Tuom chiama colui 

Uomo gentilj elio può di cere : T fui 

Nipote figlio di cotal valente, 

Benché sia da niente : 

Ma vilissimo sembra^, a chi '1 ver guata^ 

Chi avea scùrto ìl cammino e poserà l' erra^ 

E tocca tal eh* è morto e Ta per terra. ^ 
Chi difinisce : nomo è legno animato ; 



!*il 



N 
^ 



riguarda^ quando appariitn' ùs bdlfz* 
^fs d^'Qli octihi jruoi aki ; chi è a dire, 
rhf t' iinima fUofiùfanle tion sdimenh 
coritstnjìh etm vsritàj ma ancora con- 
tetftpla il suf> conlempiare mcdesinìo. e 
floo. ciL), F, 

' Tfih impefìì^ rh$ ec-j cìoò lo-U 
Jteimd imperf^ ; retjnòt it quak eii, È 
dal verbo latUio imp^mre. Intende 
qiì\ l>ynt(? accenna rfi Fedt?ngD tì\ 
S V e V io , i Dì p« r a lor il e ' lì orna n t n<;i 
iccoto \\\l F. 

* Antim jiosa^^rsifm datttte, cttìè 
MfUico potmso di nceAifSie, con) e 
dice Dante nel cap. lil, untim ntr- 
cht^za. F. 

8 Co fi ri'ggimthfi ùeW^ cioò Con bn 
eriJttumi^ belli nel parlare, hpI dì por- 
torsi, neir operare, F. 

* IntQniU : e fmti okitn alirù di 
iib i^r iaptra di Federigo ^ cha iunriì ti 



detto sun, dicinido cine, che l'antica 
ricchezza Induceva imbllth, « m tùl- 
Év l ultime pnroie^ cioò cqu hfi mski- 
itìit perchè farse non ti avea ntppur 

^ Costruisci : che fanna aitmi gen- 
tili ptr iìchittUn, c/i' è ilata lurtgmnen^ 
te in gran riceiies^a. Altri teali leg- 
gono geittik. F. 

s Intendi : Man chi eonsidern H vt- 
rù i^Tìibra PìliMimù pcjh*i\ il tonate, 
nella condotta degli B«], avendo éc^r- 
to a atmimna, ha deviato da ena^ td à 
divifììiio timile a chi foase m'urtQ $ jstjrr 
camminaiwst gìdo a dire, simile a chi, 
avendo cessato d'eascr uomo, onditi^- 
se qiial bestia vegetando solia terr*, 
\a\ \nT.iQn& e V inlerpreiazione che li» 
adutliila in qoL^sli irò versi è auturiz- 
x.itii dalla d idi i a ragion e die tie fa 
OaiUo sle^o neif^up. VIL F. 



u% 



IL CONVITO. 



Prima dice non verOj 
E dopo '1 Mso parla non intero; 
Ma più forso non vede. 
Similemenle fu chi tenne impero 
In di fin ire erralo/ 

Che prima pone 1 falso, e d* altro lato 
Con difetto procede; 
Che le divizie, siccome sì crede^ 
Non posson gentilezza dar, né tórre; 
Perocché vili son dì lor natura : ' 
Poi chi pinge figura. 

Se non può esser lei, non la può porre:* 
Né la diritta torre 
Fa piegar rivo che da lunge corre. 
Che sieno vili appare ed imperfette. 
Che, quantunque cullette, 
Non posson quietar^ ma dan più cura ; 
Onde r animo, eh' fe dritto e verace. 
Per lor discorrimento non si sface,^ 
Wè yoglion che vii uom gentil divegna. 
Né dì vii padre scenda 
Nnzion," c!Ìe per gentil giammai s' intenda: 
Quest' è da lor confesso ; 
Onde !a lor ragion par che &' oPTenda/ 
In tanto quanto assegna, 
Ctie tempo a gentilezza si convegna, 
Difflnendo con esso.' 



* Tiìleniai : Stmiltntnt« andò errnlo 
l' imperaJor FediHsti ntUa tua deftni- 
xione. V. 

* i^Éf occAé vili son di !ot natura. Ed 
essendo viti, consf^gm^i che perlai 
Joro viltà iono contrario a nobiliii. I^^ 
iiui t'intimip vìlt^ jjerdegerieratione^ 
la quale alla nobiltà li" opponn (cupi- 

^ Pai, potcTi^t '^'l' pitigt fiifiàrdf nnn 
/rjqhA pijrre, «<? norà può ttxtr /i^f, per 
CÌìi> nullf> dipintore poirfblfe pam al- 
tuMii (iffurài *i tnktkziotàaimsnti noti 



91 /lirfs.f? prima tale, quah la fìgurn 
«*i?rf#e*(loc, cìt.J* F. 

* Per hr discofrim^nto, pe! loro dU 
leguatsi , doèi pt?r la loro pt^rd ita^ non 
fi xfw:p^ fiuti £1 (lisrÀ,non vien meno» F. 

s Né di vìi padre scitìdà JVajfon, né 
r.ho da un padre ignobile discenda 
una ramaglia ec;. F. 

a Par cJis s' offfTida, par che si con- 
futi di per sA stesso. F. 

^ D' finendo am <fsvo ; poSebe r-ella 
loro definizione diconti che a. nohiìU 
Si riciiledf^ icrnpo. F 



TU AITATO QlfAUTO. 

Ancor segue, di ciò eiic mnaiuJ ho messoj 
Che Siam tutti gealHi orver vilbni,* 
ehe FiOn fosse ah* uom comi nei amento* 
Ma ciù ÌQ non consento 
Né eghno altresì, se sod cristiani; 
Per che a inteUetli sani 
È manifesto^ i lor diri * esser vanì : 
Ed io cosi per falsi li riprovo, 
E da for mi rimuovo; 
E dicer voglio ornai, siccome io sento. 
Che cosa è gentilezza, e da che viene, 
E dirò ì segni che gentil uom tiene. 
Dico eh' ogni virtù principalmente 
Vien da uno radice; 
Virtù de intendo, che fa T uom felice 
In sua operazione ; 
Quest' % secondochè F Etica dice. 
Un abito eli gente. 

Lo qua! dimora in mezzo solamente, 
E tai parole pone.* 
Dico che nobtltate in sua ra^one 
Importa sempre hen del suo subietlo. 
Come viltate importa sempre male : 
E yirtute cotale 

Dà sempre altrui di so buono intelletto; 
Perchè in medesmo detto 
CoBvengono ambedue, di' èn^ d' un effetto; 
Onde convìen dall' altra venga 1' una. 



SÌ3 



S Ancor segue..... dw siam tutti Qfn^ 
itiorr^r viliunL Cost diiso UociJo : 
lOnifii- hummnm gffìm in Ifrria SìmiH 
Urgit &^ oriui t/hu» enitn p^ter exHj 
ETwufl qui cuHcia tmnistraii jUijrrak.T 
jilur ciittctùs Kdit nobile gifrm^n, b F. 
* 7 for diti^ cùma i lor parian^ j 
ioio discorsi^ iti Un ito sostantivalo, 
Ci-a^ lìi&se rtltruvè: A danno no^rtn a 
dilli HQslh diti, F. 
» tn questi versi vuol BigntQaDrer 




cho ogni virtù moraie pravìe^ne da 
una soia radice^ cioè da quetitt 
prlnciiptilG vìrlìì che fa I' uomo feiJ- 
cé naìh sua vita openlìva ; o que- 
sta è J' stbito deUa nostra buono ei^^^ 
7.\onPi, \\ qunle st«i in mcijo a\ ìmp^ 
l>o ed al pocot secondo quell'anUco 
dettato^ iti mMio coi[sistil virtut. F. 
^ Ch' èn, cfi ètmei, , i^h$ sono^ vece 
Verbale die al conferva tuttora nel- 
lo nostre campagne, F, 



su 



IL CONVITO. 



da un terzo ciascuna: 
Ma se r una vai ciò che l* altra vate. 
Ed ancor più, da kì verrà piuttosto : 
E ciò eh' io ho detto qui sia per supposto.^ 
: gentilezza dovunque virtule. 
Ma non viriate ov' ella ; ' 
Siccome è cielo dovunque la stella;' 
Ma ciò non e converso/ 
E noi in donne ed in età novella 
Vedem questa salute^* 
In quanto vergognose sou tenute; 
Ch* è da virtù diverso. 
Dunque verrà^ come dal nero il perso,* 
Ciascheduna yirtiite dd costei^ 
Ovvero il gener lur, eh' io misi avanti. 
Però nessun si vanli^ 
Dicendo : per Ischia tta io son con kì^^ 
Gh^ elli son quasi Dei 
Que' e' ban tal grazia fuor di tutti roi ; * 
Cbè solo Iddio all' anima la douaj 
Che vede hi sua persona 



1 P^ xuppo9Uìf qualche codice hn 

iCosl Giovenale, che altroi^e è 
pur citato da Dante, disse: « nabilitm 
tiìlft ini (liquR «nica virtwi. » p. 

a hi fidiitt il sole. l'\ 

* £ tono^rM, fli contrario, vi uè ver- 
aa. È un latitiismo ed uno di que- 
gli avverbi, i quislii, cditio e cotitra- 

do'tioslrl ùntichi, b più particolar- 
meiilQ da' prosatori, intromessi nel- 
le loro AcrUlure volgdn. Così Mat- 
teo Villani; « estmpto di mirab-ii cari* 
ià intra padr» a figtìuoiu ed e cmoer- 

* E ttiA in affine ed in dà nùeellot 
eà in persotio d' t-tii gto^nniSe, Ff- 
dtmquenia miuitj la g^'ntikriA, |>oi* 
CQÈ in Oifle (ÙKQ Umi&ì iti vergogna 
iliiài}nai} Itmdabiiff la qmii vtrgagna 



fiora è uirtùj mn certa pnnnGn fewo» 
na. F. 
i li p^rMQ, Il color turchino. F* 
■^ Ì\'pj»iii ti l'unii, Dkemh'. per 
itckiatta i' gfjTì con tei fb volgata di- 
ceva erroni'ameote i' juin cùifif^ cioè 
jo sono colla nobiltà, vale a dire, io 
son nobile; imp&rocchè » Qui gmut 
laudai imim,filt$fium iaadat^ >^ Seneca ;, 
ed Ovidio : a Et gtnut et jrroatNM «1 
qum non /iidintu ijui, Vim ea wutra 

VQilì^ * F. 

^i}U9c'h^ti Itti gmiffi fil fiiMlonl 
legge erroneamente tnn itiì grasm) 
fmtr di lutti i rei, cioè, qfuiti che tee- 
ari d'ogni colpa (o come dice Danio 
$en%fi masota éi vista) hanno una tal 
grfttia, — Beù qui vale reaio, cfl/jw* 
come netr Inf.f ÌV^ 40: « Ptr lai di* 
fetitj e ntiià ptr altro rio, Semi3 psfdth 
ii: » ed altrove* F. 




TRATTATO QUARTO. 

l^erfetuimcnto slar^ sicché cid alquanti 

Lo seme di felicità s' accosta^^ 

Messo da Dio ncIF anima ben pasta.^ 
r/ anima, cui adorna està bontale. 

Non la si tiene ascosa; 

Che dal principio^ eh' al corpo si sposa. 

La tnf/stra infìn la morte : 

Ubidiente, sua ve e vergognosa 

È nella prima etate, 

E sua perdona adorna^ di beltate^ 

Colle sue parti accorte : 

ìjì giovinezza temperata e forte. 

Piena d' amore e dì cortese JodCj 

E solo in kaltà far si diletta : 

E nella sua senetta^^ 

Prudente e giusta^ e larghezza se n' ode ; 

E in sé medesma gode 

D'udire e ragionar dell' altrui prode:' 

Poi nella quarta parte della vita*" 

A Dio si rimari taj 

Contemplando la fìae che V aspetta ; 

E benedice li tempi passali. 

Vedete ornar quanti son gì* ingannali ! 
Contra gli erranti^ mia canzon, n'andrai;* 



2i*s 



^ 



^ La ?olp£a di questi due vùr^t, 
ii^tihé d' atqtmtti^ Che 't tcfiif di ftìiict' 
ià i' GGcoitùi preseti la va uns leziono 
cba tioti dava senso. Fu emendota 
in parilo dol Dionisio In parta dagli 
edil* miU, ed in parte da mo crol- 
r aiuto de' codici^ U ilicc^ Legga: ad 
ulqaanii D*Ha felicìih sttsu *' accù- 

« Ben posta: cioè disposta in ogni 
«uà purtfl per fetta mente. F. 

^Adorna: altri testi leggonn ùc- 
eottcia^ e cosi leggono, o vogUon che 
Bi legga^ gt[ edit. mil,, quantunque 
a me sembri niiglsoro la prittia le- 
Kioiie, Ifi 9mlì{?duo i casi, la voce è 
pjrattrc» adopt^raU non come nome 




\ 



ma come verbo , s igni acaule Oman ^ 
abbeilire. F. 
^ Sertftia, voce latina, amdtùt vio- 

B DeiVttUrvì profìe^ dell' altrui prò, 
dell'altrui utility. F. 

f^ La vita umELoi), secondo Dante, 
dividerai in quùt>ro p»rti : V adoLe' 
icenziif la giove ulà (viri li tri J, la xtrut* 
tà (vecchiezza), il tmia (decreplLez^ 
la), F. 

T Canlra ffH Erranti, mia can^ont 
n'andrtti, cÌO(^, nììa can^tonc, tu 
to n'andrai cantra coloro che sono 
in errore. Altri testi leggono : Cm* 
tra gii erfanrt, flM£t i iu té n^attr 
(l^u^ if. 



-i(i IL CONVITO. 

E quando tu sarai 

In parte/ <f ove sìa la donna nostra/ 

Non (b tenere il tuo mestier covertoJ 

Tu le puoi dir per certo: 

Io vu parlando deir amica vostra.* 

Capitolo L 



AraorCj secondo h concordeTole sentenzia delli sa?i dì luì 
riigionanti e secondo quello ehe per isperienza conti nuamenlt' 
vcdemo, è che * congiugne e unisce 1' amante colla persona 
amala ; onde Pittagora dice : € Neil* amistà si fa uno di più.^ ìt 
E perocché le cose congiunte comunicimo naturalmente intra 
so le loro qualicàj intantochfe talvolta è che!' una torna' del 
tutto nella natura dell' altra, incontra che le passioni della 
persona amata entrano nella persona amante, sì ebe V amor 
deiruna si comunica neiraltraj e così l'odio e '1 desiderio e 
ogni altra passione ; per che gli amici dell' uno sono dall' altro 
amati, e U nemici odiati ; per che in greco proverbio è detto : 
a Degli amici esser deono tutte le cose comuni. 3 Onde io 
fatto amico di questa donna^ di sopra nella verace sposizione'' 
nominata, comioemi ad amare e a odiare secondo T amore e 
l'odio suo. Cominciai dunque ad amare li scguilatorì della 
verità, e odiare H seguilatori dello errore e della falsità, com'ella 
face. Ma perocché ciascuna cosa per sé è da amare e nulla ^ 
è da odiare, se non per sopravvenimento di malizia, ragione- 
vole e onesto è non le cose ma le malizie delle cose odiare^ 
e procurare da esse di partire E a ciò se alcuna persona In- 
tende, la mia eccellentissima donna intende massimamente, a 



I 



t La donna noitra, la Ulosoa^ mù- 
TBle. P. 

s NonU ktiere il Ino ìmidUr «ower/o, 
aoi) le naacondere il tuo oftlcio. F, 

3 D^iV amiat vaàirUy cioè della ve- 
1^ nobiltà, amica dLHlE^ morale e del- 
I» virtù. F. 

*Goal i <3£>d. Barb., VaL Urb,, 
Marc, Gadd, 13V e 133 secondo II 
Uiscionì: die giujtiìi. E* Mi 



^ Cioè : 5i fa uno di più uomini* 
E. M. 
fi Torna^ doèj si volgersi conver- 

"^Cioè ne Ha sposi Esone aUegofica, | 
cl^'é quella rieila quale veraraetitG 
io leti de lo scrino re. P. 

^ Nulla è In Forzii d' adiotUvo^ o 
vole nexjttHii. P. — £ tuuuna k'g^o- 
HQ vuri tcsli. P. 



TBATTATO iiUAllTO. 



%X1 



partire, tìicu, la malÌKÌa delle' euse, h qual c^j^^itme è di udiu;* 
jjomceliÈ ia ìd * é tutta ragione k ia lei è fontalmente l'atiu- 
stade. Io lei seguitando t\eilV opera siccome nella p^ssiont'ì 
quanto potea^ gli errori della gente abbominava e dispre^jiava, 
non per infamia o vituperio degli erraoti ma degli errori ; li 
quali, biasimando, credea fare dispiacere e, dispiaciutfj fwir- 
tire da coloro che per essi erau da me odìatt. Intra li quali 
errori uno massimamente io rlprendea, il quale/ perche uon 
solamente È dannoso e pericoloso a coloro the in esso stiinno. 
Dia eziandio agli altri chts lui ripreudono^ parto da loro o 
danno. ^ Questo ò i* urrore dell' umana bontà^ in quanto in noi 
ò dalla natura seminata^ e clie nobiJtade chiamar si dee ; elio 
per mala cousuetudine e per poco intelletto era tanto forti- 
ficato/ che r opinione quasi di tutti n' era falsifieata : e dulia' 
falsa opinione nasceauo i falsi giudìcììj e de' falsi gmdicii na- 
sceano le Bon giuste reverenzie e vìlipensioni ; per che lì 
buoni erano in villano dispetto tenuti, e li malvagi onorati 
ed esaltati. La qual cosa era pessima confusione del mondo; 
sìceome veder può chi mira sottilmente® quello che dì yiò 
può seguitare. E^** conciofossecosaché questa mia donna un 
i poco li suoi dolci sembianti trasmutasse a me,'^ raassimaraenie 
in quelle parti ove io mirava e cercava ^* se la prima materia 



l ^W/^qiii Ila Torza iJid/i^^fH y. 

^ Tulli i testi portano con orrenda. 
ìetiofìe: la mfilismiteUsct>*e,iaqittti 
eoffinw à di Dio. La correzione ci 
Virane cHiarameiilé indicata da quel- 
lo chfì DaiU« p ré me ti : Nulla trom e 
da odiare t ss nottper sopravuenimeuio 
di malizia. Vedi Saggio, pag, laiS. 

* Cioè, nella nnia donna, P. 

^ li quait é in quarto caso* P. 

BParfof altri testi hanno i/fjpaWoJ, 
rimtiovo, da iotu^ da coloro cbe in 
eseo errwe stanno, & àaìm^j e con- 
donilo. F 

B Forti ficam, Lutti ì codici e le 
stampe malamente i perocctii^ devesi 
tnt«ndero da U* errare fortificato per 
li coniUé<IinG. E. M^ 

T Dilla falta, le pr. edise. ; dalla fai- 



sa^ il liiscioni, ma dopo legge: s 
de'fahiGQ. E. M. 

» L' avverbio soUitmenle in moUi 
testi e nell'ediif, mij, ei trova porta- 
to inconvenientementeaila fine del- 
i' inciso dopo Ja parola trguitari. !•'. 

> Tutti L testi leggono: E perchè 
concio fii^ie^Maachi f e. Leviamo II jn>r- 
ché. il quale ntì pjire un soprapptù 
introdotto diì qualche copista, e chn 
Tofse era il marginale richiamo del 
luogo della canzuiic n cui Ja apiega- 
£Ìone si ri ferisce. (Ve (li st. E, v. bJ 
E* M. 

1^ Supplisci : ìd aeri ù disdegnosi* 
Vedi l'uLticno capitolo del trattalo 
antece<iente. P, 

*i II cod. Rice. Jegge :tn quelle par- 
tì ore io mirava^ e queti' era ch'io oii'- 
&kva w «e. F. 



^iS 



IL CONVITO, 



degli elemenli era da Dio intesa/ por \a qwd cosn un poco da 
frequenlare lo suo aspetto mi sostenni/ quasi nella sua as- 
senza dimorando entrai a riguardar col pensiero d difetto 
umano intorno al detto errore, E per fuggire oziosità, die 
massimamente di questa donna ò nemieaj e per dlsiinguere * 
questo errore cbe tanti amici le toglie, proposi di gridare alb 
gente che per mal cammino andayanOj accioccbè per diritto 
calle sì dirizzassono; * e commciai una canzone, nel cui prin- 
cipio dissi: Le dolci rime d* amoì\ eh* io solìn; nella quale lo 
intendo riducere la gente in diritta * via sopra la propia co- 
noscenza della verace nobiltà; siccome per [a conoscenza dtl 
suo testOj alla sposizionfi del quale ora s' intènde, vi^dcr si 



1 NbI Saggio^ p&g, 87, esponemmo 
la nostra opinione, che Dante scrì- 
j&ìT,& '. sp la prima mf^tsria degli ele- 
menti trtt Dio inttsa, t^jccande la dot- 
trina de'niosfìlì della seUà oleatica, 
e degli alLri cfio sostennero V eternì- 
nltfl de Uà ni^teric t^à il panteismo. 
Perocché ne pareva^ eha il oarcare 
se Dio inh?nda b materia prima de- 
gli etementi , Tosse t^l dubbio da 
ì\on poter cadere neUa mente del- 
l' A lif^hieri. Or^ però ci naecé il &ù- 
epeUo^ che Tacendo egli giiiocare in 
diverai significati il verbo itit^tdéti 
(Vedi cflp+ V verso la metà, e cap. 
XXV in fìncji qui lo adoperi iti sen- 
BO di criciiv, G voglia dinotare una 
f^laa opinione da ttii avuta un tem- 
pof tilie la prima materia degli eie- 
menti Tossa increata. Di gulSA che 
inletu signlTtclieri^bbe prodotla , o 
quasi dìffiucij f?j/er«cj, distribuita. In- 
ttndsT» per diffòndtire, esUndere^ di- 
firibuire e simil], adopera T autore, 
m mal non ci upponiumo, iti quei 
tarai del Puj^., XX\% i^J: ìi ta mrtù 
eh'èdatcmt dtl generante^ Dot^e tta^ 
tura a ttttig mtmhrti intende. * Laacja- 
mo quindi correre iJ testo secondo 
la volgata lezione ^ betiuhè il non 
il ver naolo altrove foElo parola di 
questo siio errore, ne togjle la spe- 
t&sktii di uscire^ quando cbe ^in del 
dulilj.o. ti. M/— lo spiego itttem 



aecondo quell'atto d'intellezione In 
Dio che dò Tessere alle cflae: sic- 
ché il testo viene a dire ■ se la ma" 
te ri a prima Tu o no creati; da Dio. 
Così il Giani hy Ilari afferma che il 
fnìp&ref laintèndjffB di Dia non diptnd4 
dalU coss, tJia i intsHétrle a il sùptrli 
egli h fti tultM quante (Le?., dejgr In- 
flussi ). h chi volesse vedere proTon- 
demente trattata J' identità delibi 
sci e n Sfa e della potenza in Dio, veda 
il padre Suarez iìHtpuU meiaph,t 
XXX. sect. XVJI, n. a? et ieq.J. K 

^ Tutti i Lesti leggono: mi ii^Mlen- 
ne. quasi. Ma J' iuiero contesto del 
discorso, massime il dirbi poco do- 
po animi i éimoArn che la co mungi 
lezione è errata* — Jl cod. Vat. Urb. 
ÌKflgG dal frgqumtaté. E. SJ. 

3 Distinguere qui vuoisi intendere 
per fKfttere in chiaro^ far vedere. Ma 
forao è da leggere per disttu^gt^re, 
ovvero con più conformitii a" lette- 
rali eJemenli dei testo^ ptr^^lmg ut- 
re. E. W, 

* Poiché lei linea aopra dice anda- 
ìjamt così invece di ai diri^^asu^ 
com'è la volgata^ notarono gli edit. 
mil. che qoi avrebbe dovuto legger- 
si Iti dirizsQAKtro. EU ru Tatti si dtriz- 
iìnssono ^eggc il cod. Hiocardiano. F. 

5 Ka mossìnifl parte de' codici e 
ó^ììù a Lampo leggono dirittQ ; qual^ 
che Leato e l'oiliz. m\ì, diretta, f. 



I 



TRATTATO QUARTO, 249 

[ potrà. E perocché in questa canzone s' Intende * a rimedio 
^così necessario, non era buono sotto alcuna figura parlare; 
ma conveninsi per toslano vìa questo medicina ordina re^ ac- 
ciocché toslana fosse la sanitade,^ ia quale ^ corrotta^ a cosi 
laida morie si correa. Non sarà dunque mestiere nella imposi- 
zioiie dì costei a le una allegoria aprire^ ma solamente la sen- 
tenzia^^ secondo la lettera, ragionare* Per mia donna intendo 
sempre quella che nella precedente canzone è ragionala, cioè 
quella luce virtuosissima Filosofia, i cui raggi fanno i fiori rin- 
fronzire e fruttificare la verace degli uomini nobiltà, é^ìitì 
quale trattare la proposta canzone pienamente intender 



Capitolo II, 



INel principio della impresa sposizione, per meglio dare ad 
Intendere la sentenzia della proposta canzone, conyiensi quella 
partire prima ^ in due partì ; che nella prima parte proemial- 

» mente si parla, nella seconda si seguila il trattalo; e comincia 
la seconda parte nel cominciamento del secondo verso^ dove 
e' dice : Tale imperò che gmtiiezza volse. La prima parte an- 
cora in tre membri si può comprendere. Nel primo si dice 
perchè dal parlare usato mi parto : nel secondo dico quello 
che è di mia iotenzìone a trattare : nel terzo domando aiuto- 
H Ho a quella cosa che più aiutare mi può, cioè alla verità* Il 
™ secondo membro comincia : E poiché tempo mi par d' appetta- 
re. Il terzo comincia: E cominciando^ chiamo quel signore. 
Dico adunque che a me conviene lasciare le dolci rime d'amo- 
re, le quali ^ soleano cercare i miei pensieri : e la cagione as- 



t S 'intese^ in prime eùh. e i cod. 
Gadd. 134J35 primo e &ecomIa* K. M, 

* Lo Vòlgiita diceva cosi : nta con- 
nietaiper via tmlantt qufsla medicina, 
QEdoeohà fosse tonlana la §aniifi^ dtUtt 
quatf correliti àc. Gii edìt. miU con- 
rormandosi i^ gran parte al <:i:>dicc 
Vat. 4778 lessero • fUti tominciasi psr 
ioilatm t)ta qmstn mediana , a/cdùcchi 
tmtuntt «ra ta sanitadtj^ qunle ec. Ld 
lezione che ho pnslu nel tetto e del 




cod. ìiltti.f ove osservatili Is K, ver- 
ht> ordinare, che in luUi i testi 
ninnerò, e che é qaeMo che raddìri;^- 
za il discorsio. F. 

^ Lfit}tialf!j 3oUintendì ttr^f)^' P- 

*^Ouaài tutti ì tifiti leggono eno* 
ne Q mente « sentenzia, F, 

^ Primaj leggiamo tol colL 133 
primo Godd, «lì altri tesU MSS, o 
slempAti hanno propia. E. M. 

* Le quaiij quarto caso. P 



250 



ih CONVITO. 



segno, peicUè Uico che ciò non è per intendlmonto di più non 
rimare d'amarej ma perocebè iiolla tlonoa mia nuovi sem- 
bollii sono nppùiitij II quali m' hanno tolta materia di dire ni 
prcSL'nte d'amore, Ov' è da saptire che non si dice qui y]i 
atti dì questa donna essere disdegnosi e fieri se oou secondo 
l' apparenza ; siccome nel decimo capitolo del precedente trat- 
tato si può vedere; eome * altra voJta dico cho T apparenza 
dalla ^ verità si discordava ; e come cìù può essere, che una 
medesima cosa sta dolce a paia amara^ ovvero sia chiara e 
paia scura, qui ^ sufilcienteraente veder si può. Appresso 
quando dico : E poiché tempo mi par d' aspettare^ dico, sic- 
come detto è, questo che trattare intendo. E qui non è da 
trapassare^ con pie secco ciò ^ che si dice in tempo mpettan;; 
imperocché potentissima cagione è della mia mossa ;'^ ma da 
vedere è come ragionevolmente quel tempo in tutle nostre 
operazioni si dee attendere^ e massimamente neS parlare. Il 
tempo^ secondochè dice Aristotile nel quarto della Fisica, o 
nunierù di movimento, secondo prima e poi; e numero dì 
movimento celestiale, il quale dispone le cose di quaggiù di- 
versamente a ricevere alcuna informazione; che altrimenti è 
disposta la terra nel principio della primavera a ricevere in 
sa la informazione dell' erbe e de* fiori, e altrimenti Io verno; 
e altrimenti è disposta una stagione a ricevere lo seme, che 
un' altra. E così la nostra mente, in quanto ella è fondata 
sopra la complessione del corpo che ha a seguitare ]a circo- 
lazione del cielo, altrimenti è disposta a un tempo, altrimenti 

^ Trnpai.mre con pie srcco^ le pricie 
Gdit.. ì coti, Mam., il Vai. Urb., ed 
r Gadd. 13Ì: e IHS secondo. L'edìz. 
àiìì Biscioni: du Ir a t iure to*i trGCO 
pie. Nell'anriotaiione però è regi- 
ttlrata cu me raigììore U variante tra- 
passare. E. M. 

B La vtiJgftia ò : s^tondo ciò. Trala- 
sciamo coi codd. Triv. e Gadd. t3t 
quel Mecomto , da ciìi dffBcH menta 
può trarrli un ^enso lodevole. £. H. 

V È cagipiìii!| jn quanto che* sd non 
era la venta conobc]uta di quei 
0MÌoa]3| non si flurebt)€ mosso 
diie dk questa! nuovtì eose* P. 



i Come tiui \&\e cfte, jat. quid ; e 
pcTÒ essa vocje vorrebbe eaaere ap- 
poggiata airulUma della clausola 
antecedente, sen^a divisione tra lo^ 
ro, tanto che ai avesse U verbo ìie- 
defe unito, corno si deve, a questa 
dhione ohe tien luogo del suo accu- 
sativo. 1*. 

s [iella aeritàj malamente tutti ì 
testi. E, M. 

9 Qui vale Inaivi, come ^ì vede 
in qualche altro esempio presso il 
CiooniOj veramente Dan te acrisao 
ioi quiin\ Indicando il decimo cu- 
pltolo Elei prececÌL«r>te tratialt). p. 



I 



!i questo ^1 
mosso S H 

À 



TRATTATO QUAUTO. 



^U 



k 



110 altro j per che Iq parole dm sono quasi se ino ^ d" ope* 
razionej sì deouo mollo discretamente sostenere' e lasciare, 
^ piTcliè' hene siano ricevute e fruttifere veDgano^ sì per- 
che dalla loi'o parte non sia difetto di sterilita de. E però il 
leinpo è da provveder^j si per colui che paria come per co- 
lui che dee udire ; che se '1 parlatore è mal disposto, più 
volte sono le sue parole tlunnose ; e so T uditore è mal dispo- 
sto, mal sono qadìc ricevute che buone sono. E però Salo- 
mone dice neìr EcdesiaHe : * « Tempo è da parlare, tempo è 
n da tacere, j& li ^ perchè io sentendo in me turbata disposi- 
zione^ per la cagione che delta è nel precedente capitolo, a 
parlare d' amore, parve a me che fosse d' aspettare tempo, d 
quale seco porta il fine d' ogni desiderio, ed appresenla/ quasi 
come donatore, a coloro a cui non incresce d' aspettare. Ondo 
dice santo Jacopo Apostolo nella sua pistola, al quinto capito* 
^0 : € Ecco lo agrtcoìa aspetta lo preziosu frutto della terra, 
1 pazientemente sostenendo, inflnoehò riceva lo temporaneo 
1 e lo seroiiao, 3 Che tutte le nostre brighe,' se benevegna^ 
mo a cercare 11 loro principii^ procedono qoasi dal non cono- 
scere r uso del tempo. DicOi poiché d' aspettare mi pare, di- 
porrò cioè lascerò stare Io mio stile, cioè modo soave, che, 
dì amor pariandOj ho tenuto: e dico di dlcere di quello va- 
lore, per lo quale uomo e gentile veramente.^ E avvegnaché 



1 e Mit Si h mh parùlff MSfr din a- 
Vie • Ittf., XXXin. 7. Pertlcarj. 

* Cioé^ sì devono con molta di- 
sermone Termare in petto, o tv>5\ \i- 
icìaro uscire. Segue poi la ragione 
di qtiestn canone ; ed è che le troj^- 
Pft parole e raalomeute gettate pu- 
trebberò non efàsere ben ricevute, e 
tutte andare come in erba vanai e le 
Iroppu scarso potrebbero eijsere ca* 
gione dì sleribtà d' opere buono negli 
Sicoltunti ; > mentre coma sì ìc^^Q 
ne" preziosi ÀJnmaesir. deijli Antichi^ 
dìst XJ, rubr. 2j n Lo buonù dkilore 
ha in <ua traila U umanovotùntadL nP. 

^ La volgata ptrdtè. ìà& pare che 
abbiavi laguna d'un t>ì* Oì elù nà Ti 
dubitare il membro si- g ne n te, che au- 
m\Wi&'^ t^ purdtè duilu innt parte. ÌL.M. 



* Tutti l testi hanno mlV Eccle&ifi" 
slim ; ma nei' Ecclesiastico è di Sa- 
lomone, né trovasi in esso il passo 
qui citato eh* è dell' Ecdetiaitet e. HI, 
V. 7, E. M, 

s Tatti i testi : E percAé io ttnitn- 
diy ec. ; e h ctiatruzione rimane lur- 
batadaquoU'E, che certiftsìmamtHi- 
te venne per erroro di qualche cu- 
piala ao^tituiu ai legUtìmo IL IL M, 

flU Biscioni: e qui rtipprestnia ; 
quasi comn ec. Noì seguiamo la le- 
zione migliore chu ci viene snmnii- 
n Latrata dalle pr* eé\%^, dai codici 
Marc., Vat. Urb., Gadd. Uì o VAò 
secondo- E* M. 

7 Fastidi, controversie. P* 

» Altri leggono: uonìOf}fn{iie I in* 
r urne "ite* F. 



a5S 



IL CONVITO, 



valore intender si possa per più modi^ qui si prende valore 
qiiasì potenzia di natura^, ovvero bontà da quella data^ sic- 
come di sotÉo si vedrà : e prometto trattare di questa mate- 
ria t!on rima sottile e aspra. Perchè saper si conviene the 
rima si può doppiamente considerare^ cioè largamente e stret- 
tamente. Stiintamente^' s' intende per quella coneordanza che 
nell* ullìma e penultima sillfit>a far si suole : largamente, s' in- 
tende per tutto quello parlare che con numeri ' e tempo re- 
golato in rimate consonanze cade; e cosi qui in questo proe- 
mio prendere o intendere si vuole. E però dice asprSj quanto 
al suono del dettato cbe a tanta materia non conviene essere 
leno;' e dice sottile, quanto alla sentenzio delle parole che 
sottilmente argomentando e disputando procedono, E sog- 
giungo : ììiprovando il gindicio fui so e mie ; ove si preme li a 
ancora di riprovare il giudìcìo della gente piena d'errore: 
falso, cioè rimosso dalla verità; e vile^ cioè da viltà d'animo 
alTermato e fortificato. Ed è da guardare a ciò, che in questo 
proemio prima ^ì promette di trattare lo vero, e poi di ri- 
provare il falsa ; e nel trattalo si fa Ì' opposi lo ; cliè prima si 
riprova il falso, e poi sì tratta il vero; che pare non conve- 
nire alla promissione, E però fe da sapere che tuttoché al- 
l' uno e air altro s' intenda, al trattare lo vero s' intende 
princìpalraente; e a riprovare Io falso s'intende in tanto,* in 
quanto la verità meglio si fa apparire, E qui prima si pro- 
rnrttfì di trattare del vero, siccome principale intento, il 
quale agii animi degli uditori porta desiderio d'udire; che* 
nel trattato prima sì riprova lo falso^ acciocché, fugate' l© 



I 
I 



1 Strilla «' ititptifle pur queiia con- 
cordatila ec., legge il UìRClDni ; & 
utiu riga soUot quandu kitjjamenh 
i'iHhnfk par tulta ff usilo qg. Uu 11 
co fi Hko. legge: StrHttttfKutt 9'in- 
Uiifti pir quetia concordansa ec..,-. 
larQftmetkief n' inttndA pr tatto quel' 
tu ec. Che invece di ^irstta doveiae 
leggerai vtTfiismenti y lo deduaaera 
pi>i0 gU edit m\\. dalle aut^ceduiiti 
parole^ cioè slrÈlittmiftih e lar^ammtt; 
ma nuli corr€s30ro il pur In ptr^ tiè 
torero l'inopporEuno quQudù avanti 
l largtiftìsHie* ¥* 



'Coa'i rettaTìjenLcì Je prima eé'n.; 
chi nu-meri^ h^gge la volgata. E- M. 
- Chi Vólesso un'assai beila dot' 
trina ItiLorno la nalurn del nuinero 
^ detl'armontu, vedu Y Ercùlttm del 
Varchi, Yi5l IL pag.i72, MiU 180^. P. 

» Isrwi, dolce, piacevole^ dal coiv 
simito vocaboto \ni\mlimg, F- 

* tt% /fi ri fa, in qumntQ, leggiaiKìO Cùì 
cod. Vat. Urb. La volgata è: intan* 
to qtidnlù. B. Al. 

* Laddo¥e. V. 

fl Fng'tt'^, il cod. Harb. Tutte lo 



TRATTATO QUARTO. 



253 



I 



uh opinioni, la verità poi più liberamente sia ricevuta, E 
questo modo tenne il maestro della omana ragionCj Aristotile, 
che sempre prima combattéo cogli avversarii della verità, e 
poi, quelli convinti,* la verità mostrò. -Ullimameme quando 
dico: E cominciando, chiamo quei signore, chiamo la verità 
clie sia meco la quelle è quel signore che negli occhi cioè 
nelle dimostrazioni della lìlosofìa dimora : e ben è signore,* 
che a lei disposata T anima è donna,' e altrimenti è serva 
fuori d' ogni libertà. E dice : Perchè ella di sé slesm s' inna- 
mara^ perocché essa filosofi a, che è {siccome detto è nel prc- 
cedente trattato) amoroso uso di sapienzia^ sé medesima ri- 
guarda quando apparisce la bellezza degli occhi suoi a lei. E 
che altro ò a dire^ se non che V anima filosofante non sola- 
mente contempla essa verità, ma ancora contempla il suo 
contemplar medesimo e la bellezza dì quella,^ rivolgendosi 
sovra sé stessa^ e di sé stessa innamorando per la bellezza 
del primo suo guardare ? E cosi termina ciò che proemial- 
mente per tre membri porta il testo del presente trpttato. 



Capitolo IIL 



Veduta la sentenzia del proemio, è da seguire il trattato: 
e per meglio quello mostrare, partire si conviene per le suo 
parti principali, che sono tre ; che nella prima si tratta della 
nobiltà secondo opinioni d' altri ; nella seconda si tratta di 
quella secondo la vera ^ opinione : nella terza si volgo il par- 
lare alla canzone, ad alcuno adornamento di ciò che detto è. 
La seconda parte comincia: Dico eh* ogni virtit principal* 
mente. La terza comincia: Conlra gli erranti, mia canw% nan- 
drai> E appresso queste parti generali, altre divisioni fare si 



P 1 QtieUn rmì§iunifì^ hanno tutte le 
ttampc matamentc. Ma quelli mmùn- 
ti GÌ avTetJtie rll IcggiMe nel Vùt. 
4773, dopo uver foToiutu qucstn cor- 
rezione colta sola critìcaK K M^ — 
E qufili commtì legge pure il end. 
Ellccardiano. F. 
*E hbiìgna beo credere e dire 
b'cgfì sia Bigoorcì, menire ec, P, 




a Dmnn, cb? signora. P. 

* lo scriverci ! e Uì Miezza di quph 
lo, tanto che questo pronomi» si ri^ 
rofisse ot contemplare, come penso 
che domandi necessEirtafoonte T or- 
dito dolio ìdoe. I*. 

^ Wrt^hannocorrettiimenleTl codi- 
ce J34Gj3dd., il Vat. Urh., e \& pr. etih. 
ìì Biscioni: srfconJo ia prima. E. W 



25i 



IL CONVITO, 



convengono a bene prendere !o 'ntelletto/ che mcistrare s'in- 
tende. Però nullo sì maravigli se ptT molte divisioni sì pro- 
cede^ con e i ossia tOk^ e he grande e aita opera sia por le mani 
al presente, e dagli autori poco cercala; e che limgo con- 
venga essere la trattato e sottile, nei quale per me ora s* en- 
tra, ad istrigare lo testo perfettamente secondo la sentenzia 
eli' esso porta. Dico adunque clic ora questa prima parte si 
divide in due; che nella prima si pongono le opi ninni altruìj 
nella seconda si riprovano quelle ; e comincia questa seconda 
parte : Chi difini&ce : uomo è legno animato. Ancora la prima 
parto che rimane si ha due membri : il primo è la variazione 
dell' opinione dello Imperadorc : il secondo è la variazione 
dell'opinione della gente volgare, eh' è d'ogni ragione ignu- 
da ; B comincia questo secondo membro : Md altri fu di più 
lieve sapere/ Dii^Q adunque i Tale imperò^ cioè tale usò V uf- 
ficio imperialo. Dov' è da sapere che Federigo di Soave,* ni* 
timo imperadore de' Romani (ultimo dico per rispetto al tempo 
prcseute; non ostante che Ridolfo e Adolfo e Alberto por 
eletti sieno appresso la sua morte e de' suoi discendenti)^ do- 
mandato che fosse gentìiezza, rispose : t Ch' era antica rie- 
chezza^ e be' costumi, n E dico che altri fu di più lieve sape- 
re, che pensando e rivolgendo questa definizione in ogni parte, 
levò via l'ultima piirtìcoiaj cioè i belli costumi^ o tennesi alla 
prima^ cioè all' antica ricchezza; e sccondocliè 'J testo par du- 
bitarej forse per non avere i beili costumi, non volendo per- 
dere il nome di gentilezza, diGnio quella secondochè per lui fa- 
cea, cioè possessione d' antica ricchezza; e, dico che questa opi- 
nione è quasi di tutti, dicendo che dietro da costui vanno tutti 
coloro che fanno altrui gentile per ess^Te di progenie lunga- 
mente 8Iata ricca; conciossiacosaché quasi tutti così latrano.* 



I 



* A ben oamprendere la senten- 
za. P, 

* Soave f dlsièra ì nastri antichi 
per Sveviti^ e cosi Oonltì ni ed esimo 
anco T\e\ [Kjema, E. M. — li dissero 
\nìTB Smvia^ e tal varia lezioni* in- 
contrasi in questo bngo. F. 

BSj ponga (t^ifì^tù dire aoCto Vài* 
Irò deir inf., VJI, 4^, cAi'drjs V abbaia f 



Bu\ {|ua1e si Tonno tante TjmiaaiTno 
ciarlo, Pertìcari, — AltreiUnie e 
più ciarle &\ &0D fatte sul verso del 
Pfir., Vip 74^^ Brhio coté Camo «(•/- 
r Inferno hira, Mu SÌ paiigatio tiull 
qiiG'&U iucighi di Dante uno a cnti^ 
ffOTìto deir altro, p si avrà il pflrtì- 
coiar vaJore ài ciascheduno* Qui k- 
tram si^iniaca grtdarf^ ma senìa 



TRATTATO QUARTO, 



255 



I 



Queste due opiniouì ' {avvegnaché \* una^ come detto è^ de! 
tutto èm da non curare) due gravissime ragioni pare che 
abbiano* in aiuto. La prima è^ che dice il Filosofo^ che 
quello che pare alli pià^ Impossibile è del tutto esser falso: 
la seconda è V autorità della defiaiaione dello imperadore. E 
perchè meglio si veggia poi la virtù della verità, che ogni 
autorità convìnce^ ragionare intendo quanto 1* una e V altra di 
queste ragioni è aiutatrice e possente.' E prima, della imperiale 
autorità sapere non si può se non si trovano le sue radici; 
di quello per intenzione In capitolo speziale è da trattare. 



Capitolo IV. 



^ 



Lo fondamento radicale della imperiale maestà, secondo lì 
vero, è la necessità della umana civiltà che a uno* fine b 
ordinata, cioè a vita felice ; alla quale nullo per sé è suffi- 
ciente a ventre senza l'aiuto^ d'alcuno; conciossiacosaché 
l'uomo abbisogna di moite cose, alle quali uno solo satisfare 
non può. E però dice il Filosofo che Fuomo naturalmente è 
compagnevole animale : e siccome un uomo a sua sufficienza 
richiedo compagnia domestica di famiglia; così una casa^ a 
sua suflicienziaj richiede una vicinanza, altrimenti molti di- 
fetti sosterrebbe^ che sarebbono impedimento di felitììtà. E 
perocché una vicinanza non può a sé in tutto satisfare/ con- 
Tiene a satisfa ci mento di quella essere la città. Ancora la città 
richiede alle sue arti e alla sua difensione avere vicenda ' e 
fratellanza colle circonvicine * eìtladij e perù fu fatto il regno. 
Onde conciossiacosaché V animo umano in terminata posses- 



moltR ponderazióne dì quello che si 
Ka f^ridartdo. K, M. 

* Lta ptirntt rii Federigo, & la se 
condadi cotuì di più lieve sapere. 1*. 

«Cosi il enei. Gadd. 434, ì\ Vat, 
Crb. (\\ Rice.) e te pr. edii. Gli al- 
Iri testi msncaiiD della paroU r^ /i 

a Intendi : mulatrice della parte 
per ali hj e possente in sé e nel 
dèltù nfncie d'nìiitnfe. P. 

*A crrw iiuij h^^Q l'edìz. mil ; 




tna quasi lutti é tesLL e le stampe 
leggono tttìno/i/tó. F. 

^ V aiutot'iOi le pr. edi7. E* ìà. 

A Qtìesta lezione è del cod. Bica 
Gli edJl. otLln iè non ptià in tutta eh^ 
un fare. F. 

T Vicenda per mmumrcia. P* — Il 
cod. Rice, ha vieìnanta, e partni an- 
cliessa buona lezJonc F. 

^Circonvicini;^ cosi fi cnd< Gadd, 
435 pritno^ Le stampe UUEe cir^an^ 
cine. E, M. 



Ì56 



IL COJIVITO. 




sìone di terra non sì quìQtt ma sempre desideri gliHa acqui* 
stare, siccome per esperienza vederne^ discordie e guerre 
conviene surt^crc tra regno e regna; le quali sono tribola- 
zioni dello cìttadi; e per le cìttadij delle vicinanze; e per le 
vicinanzCi delle case, e pt!r le c^asp, dell' uomo ; * e cosi s' im- 
pedisce h reliCLià. Il perchè, a queste guerre e a le loro ca- 
gioni tórre via^ conviene di nece^ità tutta la terra, o quanto 
air umana generazione a possedere è dato, esser monarchia^ 
cioè uno solo principato^ e uno principe avere il q^de^ tutto 
possedendo e più desiderare non posseado^ li re tenga contenti 
nelli termini delli regni, siccUò pace intra loro sia^ nella quale 
si posino le citladi, e in questa posa le vicinanze s' aminOj 
in questo amore le case prendano ogni loro bisogno, il quale 
presOj Tuomo viva felicemente; eh' è quello per die T uomo 
è nato. E a queste ragioni si possono riducere le parole del 
Filosofo, cbe elli nella Polìtica dice, che quando più cose a 
uno fluB sono ordinate^ una di quelle conviene essere rego- 
lante, ovvero reggente, e tutto V allr^ rette e regolate da 
queda.^ Siccome vedetno in una nave, cbc diversi ufflcii e 
diversi fini di quella a uno solo lluù sono ordinali^ cioè a 
prendere loro ^ desiderato porto per salutevole via : dove sic- 
come ciascuno ufficiale ordina la propìa operazione nel propio 
fine ; cosi è uno cbc tutti questi fini considera, e ordina quelli 
neir ultime di lutti: e questi è il nocchiere, alla cui voce 
tutti ubbidire deono, E questo vederne nelle religioni * e negli 
eserciti, in tutto quelle cose che sono^ come è detto, a fine 
ordinate. Per che manifestamente veder si può, che a perfe- 
zione del r universale religione "^ della umana speaie^ conviene 
essere uno quasi nocchiere, clie considerando le diverse con- 



I 



I 



i La comune leztono era : e per ir 
vicinante ddk mn ddVmmo. E il 
l'ed^r^iril^ aospettonda d' una lagu- 
tiflt disse p4'irergii cbo «^ doves!se 
leggete ; f per fj mcÌHQnze, dtlte cast, 
tper ìd Eiiss, dsW «omo. Guai appunto 
legge il coli, Blccardianq. F. 

^ Da qiidliit manca in LuUalestaDi' 
pu, ti^a si kgge nel cad . Uiccardiano, F. 

iForiìB h dttideraia p9rl9* E^ M. 



* Nitìs retiffiQaif cioè negli ordini 
religiosi. F. 

* ììii'i rfltgirìnn pare presa In ilgnl- 
flCtìU) di gacistà, famiffUiì^ ''edi Pio- 
nisi, Aitedd. V^ pag. 15k'0 più vo« 
rarneate questa parala vi sta col %\m 
senso radicale dal lai. telìgare^ vaio 
a dire In luna di vine^io^ nodo e si* 
mlli. E. M. — n Wjtte vorreòbo 
leggere rfggìfnento. F. 



I 



TRATTATO QUARTO. S57 

dfzioni din mondo, € li Ji versi e necessari uffici ordinando/ 
ahhìii fk'l tolto univi^Tsale e irrepugnabile uffieio rli conui ri- 
dane E q li osto ufflcio è peT rcceìlenzia ìmpeno ehìaiiiaio, 
san2a nulla addizione? ; p^Toccbè esso è di taUi gli altri co- 
mandamenti comandami-nto : e m^ì chi a questo ufficiò ò 
postOj (3 chiamalo impera dorè; ptTucchè di tutti li conrianda- 
mimii egli è comaudatore ; e quello che egli dice, a luui ò 
legge, per tulli dee essere ubtiidito, e ogni altro comanda- 
mento da quello di costui prende vigore e autorità. E così si 
mariifesla la imperiale maestà e autorità essere aKissima nel- 
r umana compagnia.^ Verameulo potrebbe aleuno cavillare^ 
dicendo ebi-i tuttoché al mondo ufficio d* imperio st ricbiegga, 
non fa eìò T autorità del romano principe ragionevolment-j 
SQUima : la quale s'intende dimostrare;^ perocché la rotnan:* 
potenzia non per ragione né per decreto di convento^ uni- 
versale fu acquistala^ ma per forza , che alla ragione pare es- 
sere contraria- A eìò si può lievemente rispondere, che la 
rlezione di questu sommo uflìeìale con venia primieramente pro- 
cedere da quel consiglio che per lutti provvede, cioè Iddìo ; 
altri menti sarebljc stata la iniezione per tulli non eguale ; * 
eonciossiacosaehèj anzi l' ufllciide* predetto, mdlo a ben di lutti 
iutendra.^ E perocché ^ più dolce natura in signoreggiando ^ e 



^ 



1 ,4,i:ltjUian)a la ccrrc£Ì0D{3 eìcI Diu- 
lììsi (Joc. rit |, TiiUl i testi hanno ortfi 
nnre^ lezi ore per la qualp la cnalry- 
zinne cu i\ senso sano turbati IL Al. 

* Al presente non sì direbbe ì'timn- 
ftft compùffìiift, mu la societh^ cosi pia- 
cendo air uso, signore deUe lingue. K 

3 Cioè, la qijiiJe autorità del roma- 
no principe e ora l'obbieUo panico- 
iure del discorso, lo poi non vedo 
Wwc Kieno ben col locati i due pun- 
ti dopo la parola nùmmut dove non 
^ per ^nclif! dnmptoto JI primo del 
d»ie membri de'qnalì &i compone ii 
perìodi ponente la cavìUai^kone con- 
tro r a M 1 o 1 1 1 il (1 e U i n ipf? ni lor e- in r- 
ee cb'cgC sUVEino m^E^lio dapi^ U 
furola dimtfslftire, don du co mi urta il 
aecoddn m» mbro ù darò ìa ragiunc 
dijn^» roTilltììsionc. 1-. 




* Afisembl^Q, I'. 

* Cioè, iiltrimentn'fllexione sareb- 
be ttata non per tutti i j^cpoli egli a - 
le d'utLlitii. P. 

a Vari codici e varie stampe leg- 
gnsHK innanzi (jHn0CÌalf. F. 

' Perciocché prima che fosse t'\vl- 
to da Diii I imperotorcì non erti chi 
avesse a cuore II bene di lutti; o 
però ciascuti popolo Avrebbe prL>citc- 
tiato il suo vantaggio. I*. — ItcElo 
elogio do'llomanì. Pt^rtic^iri. 

8 Le cose che Ai dicono sino al fi- 
na dei <:fipitoÌ0t con tutto iotcro il 
capìtolo seguente, in esaltodone del 
Romani, sono &ì maruTigElo^^c d' elo- 
quenza in ogni pnrtc» ch« mi pafiìoo 
aiicgUBie I ultisifima cundidoije del 
subieir^. P. 

* In volgala è j/^ciorr^/ViNf/o; ma 

«7 



25S 



IL CONVITO. 



più fnrto iJì soslenendo e più sottilB in ncquistnmlo nh fu 
iiG fia chfì quella della gente Mìimì, siccome per isperienzE> 
si può vedere, o massìmameiilc quelk del popolo santo ' nel 
quale Talto sangue troiano era mischiato/ Iddio quello elesse 
il quello ufficio. Perocché, conciossiacosaché a quello ottene- 
re non sanza grandissima virtù venire si potesse, e a quello 
usare grandissima e umanissima benignità si richiedesse^ que- 
sto era quello popolo che a ci 6 più era disposto. Onde non 
da forza fu principalmente preso per la romana gente^ ma da 
divina provvidenzia eli' è sopra ogni ragione. E in ciò s'ac- 
conta Virgilio nel primo dell' Eneida, quando dice^ in per- 
sona di Dio parlando: <t A costoro (cioè alli Romani)^ ne 
39 termine di cose ntt di tempo pongo : a loro ho dato impe* 
3 rio sanza fine. ìs La forzo dunque non fu cagione movente^ 
siccome credea chi cavillava^ ma fu cagione * strumentale, 
siccome sono i colpi del martello cagione del coltello, e V ani- 
ma del fabbro é bigione efficiente e movente; e cosi non 
forza ma cagione*^ ancora divina è stati princìpio del romano 
imperio. E che ciò sia^ per due apertissime ragioni veder si 
può, le quali mostrano quella città essere^ imperadrice, e da 
Dio avere speziai nascimento^ e da Dio avere speziai processo. 



parò che ahbio a dir«ì i/i sigìmr^g- 
gitìndù, COTTI e detto è iHiùstentndo o 
ui anqititianìdo. V, 

t La volgata era ^ e mnn$ifnamgntf 
fiurih fopoto nauta j *ri ì\ Pederzìni 
uaiflva ctie ii nowe gmtt era qui 
mutato jn quello ó\ popolo. Ma la 
correiiorie, cU'ò del WiUé, non dà 
Ifiii luogo a CdIc scafnbLo dì nome. P. 

* Qui segue in tuUJ l t^ati : cioè 
fìùmn. Ma che questo aia glos^^ma, 
Si scorgo dalle parole che immedia- 
tamente Buccedono: Mdm quelia 
rhs»^; ove Daate avrebbe deltnt W- 
fttoqiieih ftexxe, sc I' uHìmo Vocabolo 
fosse stato Hsma. E. M, 

5 Aiiche questo pnrole , cioè aiii 
/?am/ini\ sentono di i^loiìsema. E, M, 

'^ Cagione, i cod, Marc., Vat. llrb*^ 
Hiirh.^ ^oild. ì'^ e iBa secando. Jl 
Ui*i.u4Nii iHm ultri lesti molarne Eite 



raghtit. Vedi 11 Saggio ^ pag. 11(4* 
E. M. 

> Qtii tutti ì tosti hanno : w>rt rn- 
gtùntanaora di l'ina, Lt?gp fatuo cagin- 
■ne invece di ragious porche cosi ri- 
chiede il contesso. E, M. — Secondo 
il mio giudi^io^ chi guarda questo 
luogo da s^ solo^ non troverà furao 
che si possa volere cagione piuttosto 
che ragiùn? ; mo chi guarda tutto lì 
discorao insieme ansierà meglio la 
lezione volgata, siccome quella che 
porta assai naturali niente la conci 
sioae della risposta ntlchìezione nei, 
termini appunto dell' obiezione stes 
sa, la quale dico : per fùrza. min 
per ragione, P. 

fl 11 verbo Pinere r*on si trova 
upI cod. Rice, e sembra dovefV 
stiire, come vi f^La il verbo avip 
lUill inti^so ulie se»; uè* F 



I 
I 



Ta VITATO QUANTO. 



^51) 



fi\n p^mcchÓ in qncMo capltob sanza troppa lunghezza ciò 

trattare non si potrebbe, e li tuitghi capitoli sono nemici delta 

finenioriaj farò ancora fligressionc d' altro capìtolo per lo tm- 

Ica te ragioni moslrar«, che non fieno sanza uu'lità e diletto 

grande. 



I. Capitolo V. 

Non è maraviglia se la divina provvidenza^ che del tutEci 
r angelico e V umano accorgimento soperchia, occnltamento a 
coi mollo volte procede; concioi^smcosachè spesse TOlle In 
umane operazioni alli onmini medesimi ascondono la loro in- 
tenzione. Ma (la maravigliare è ri)rto quando fa esecuzione 
dello eterno consiglio tanto maniresto procede, che la nostra 
ragione lo iliscerne,* E pprò io nel corainciamento dì questo 
capìtolo posso piirlarc colla bocca di Sa Ionio ne ^ che in perstma 
della Sapienzia dice nel li suoi Proverbii: € Udite, perocché di 
» gran cose io debbo parlare. » Volendo k smisurabile ' bontà 
divina V umana creatura a sé ri con formare, che per lo pec- 
calo dirlla prevaricazioni^ def primo uomo da Dio era partita 
e disformala, eletto fu in quell'altìssimo e congiuntissimi» 
concistoro divino della Trinila, che 1 Figliuolo di Dio in terra 
discendesse a fare questa concordia. E perocché nella sua 
yenula^ nel mondo, non solamente il cielo ma la terra 
conveniva essere in ottima disposizione; e la ottima disposi- 
zinne della terra sia quand* ella è monarchia, cioè lutta a uno 



*1 L» volgata dice : h umtra rngin- 
ki# difuerni'. Ma §li edil. mil. sospet- 
ÌHTotìO che il teslo dovesie slerB 
cosi : ia Ttùxtra rfif^iom il cfiiTLemp, dl- 
8t?erne ciao Voterno consiglio. Ed 
U cod. Rkc. kgge appunto fo iàcrr- 

t AlLrl tcali leggono tffliniis?4rafn- 

■1^ F. 

^m 8 TnUi 1 teati MSS, b stEimpiiti, 
tra [ine il cod, Vat. Urb., leggono: 
ntt(a sufi reuìiia il mon^o, nnn noia- 
mente. Ma qtii mùndfj nofi piì6 esser 
preao come vocabolo che sìgniflchi 



coNeLUvcimonLe il cì^lo « la. terrfl» 
l)prf^è nìloni sarebbe Innlilst j| no- 
ni In aro subito (ktpo qnpate sim f>ar- 
ti. K perft vuoisi intendere mmuin 
nel suo votgare signlne&tn di tnrtn 
& in IsKìona del cod. Vot. è la vero. 
Lo fm^G tìfnivfi mH momlo, ri Tenta al 
Salvatore, è freq^jentìtstma pfetst* 
uh Evangelisti. San Giovanni, cap lU : 
« Luis fffti^f hi mnnditm. C^ip. IX: 
EfjQ in hioìC mundum vfni. Cftp- X Vlr 
Eccwi (t PfitrÉt it reni in mvinfium ; 
f tirii m f" fi s ^i q un m t* utf.i m^ et i:tiflo ad 





IL COWTITO. 



^ 



principe suggcttn/ come detto è di sopra ; ordinato fu por 
divino prùYTcdimerito quello popnìo e tiiwlla citta che ciò 
dovea compiere, cioè la gloriosa Roma. E perù* /inche Tnl- 
bergOj (love il celestiale re entrare ùman, convi^iiia essere 
mondissimo e pu^i5^simo, ordinata fu nna progenie santissima, 
della quale dopi> molti meriti nascesse una fcmminn ottima <ìi 
tutte r altre, la quale fosse camera del Figliuolo (U Dio. E 
questa progenìe fu quella * di Davida flel quale nascesse la 
baUk^xa e V onore dell" umana generazione, cioè iMaria ; e 
però ò scritto in Isaia : « Nascerà virga deJla radice di Jesse, 
> e '1 fioro della sua radice salirà; ^n o Jesse fu padre del 
sopraddetto DaTid. E tutto questo fu in uno ternponile* che 
David nacque e nacque ftoma ; cioè che Enea venne di Troia 
in Italia j rlie fu origine della nobilissima ci uà romana, sicco- 
me testimoniano le scritture. Per elu^ assai è manifesta ^ la 
divina elezione del romano imperio per lo nascimento della 
santa citta, che fu contemporaneo alla radice delia progenie 
di Maria, E ìncidenti'mente è da toccare che, poiché esso 
eieJo ceniinciò a girare, in migliore disposizione non fu, che 
allora quando di lassù discese Colui che Tha fatto e che '1 
governa; sieconie ancora per virlù dì loro arti li matematici 
possono ritrovare. Né 'ì mondo non fu mai né sarà si per- 
fettamente disposta, come allora che alla voce d* un solo prin- 
cipe tiel roman popolo e comanda tore fu ordinato, siccome 
testimonia Luca Evangelista. E però pace universale era per 
luttOj chi) mai più non fu nò tìa ; che ' la nave della umana 
compagnia dirittamente per dolce cammino a debito porto 
correa. Oh ineffabile e incomprensibile sapicnzia di Dio, cbw 
a un'ora per la tua venuta in Siria suso e qua in Italia 
tanto dinanzi tì preparasti ì od oh istoltissime e viltssime he- 



* l.tt voce tti^fm manca \n lutti 
i tesU, ma trovasi nel ctìrf. fttcear- 

s Peto qni vale perticchè, E. M. 

^ ti nificJt3L>Ì iì gii altri tesll legj^^n- 
no è qiitth In vece dì fu r^ne^u, cofTJO 
pai la D^ai me^ho il cod. Q&dé, t3l. 

* Cio^p In vnù stetso teoipo. P* 



I 



* MantftxlOf leggono tiitlì ì tesli ; 
ma in quetta lezione ò vi ha tconcor- 
duriM, o mance Eio parole, ed srnau 
ritnann sospeso. O^ni vìzio è tolto 
colia nostra lempiicisslma emenda- 
Jìcìne- E. BI. 

^ Cftè tn natf, il e od, Rarb. e II 
cod. UJcc. Negli air ri lesU monci il 
che. t. M, 



TRATTATO QUARTO- 



^lil 



I 



stìuole cbG ù guisa d' ummì * pascete, che presumete contro 
n nostra fede parlare; e volete sapere, filando e zappando, 
ciò die' Iddio con tant^i prudenza ha ordinato ì Maledetti 
sÌTtle voi e la vostra pr*>sunzìone e chi a voi crede, E come 
detto è di soprn nella fine del precedente capitolo^^ non so- 
Li mente speziale nasei mento ma speziale processo ebbe da 
Dìo ; nhè brievemente da Romolo comìnclandOj che fu di 
fjuella primo padre, infìno alla sna perfettissima etade, cioè 
al tempo del predetto suo impera dorè, lìon pur per umane 
ma per divine operazioiìi andò il suo processo. Che se consi- 
deriamo li sette regi ehe prima h governarono, Romolo, Numa, 
TuKo, Anco Marcio, Servio Tullio e li re Tarquinii/ che fu- 
rono quasi balli ^ e tutori della sua puerizia, noi trovare pol- 
iremo per le scritture delle romane storie, massimamente 
per Tito Livio, coloro essere stati di diverse nature secondo 
la opportunità del procedente tratto di tempo.** Se noi consi- 
deriamo poi^ la sua maggiore adolescenza, poiché dalla reale 
lìiton:i fu emancipala* da Bruto primo consolo, insino a Ce- 
sare primo principe sommo, noi troveremo lei cBaitata non 
con ^ umani cittadini ma con divini ; nelli quali non amore 



pa'ittfe. 1.6 stampe: n guisa d'vomù 
tmpnsatlf. Gli cdit. miL: u guiS'i d'uo- 
mo ri palette. IJ cod, Bko. : a guim 
d' ftfnnitii pntttif. F, 

s Così l<; pr, edìz. ed ti end. fradrì. 
IH {e il RiccJ con Jpziono più beMa 
e più CQf^rente ai pL^isìera dell' auto- 
re, che quella del U licioni : viò di è 
Idiìin the UiuH pTudtnSdha ùrdint^ta.. 
E. M. 

3 Tuitt t resti hanno con errore 
trufiuta. Vedi il i^agghj pagina 13i. 

* Lo Tolgala diceva i fiotnoto, Ay- 
ftift, Tulh, Amo, e Htrt TarquiniL Ma 
1 TarqiiinU rtiron dne a non trtt, e no^l 
(lovt^ro n^ancii Strmo TvWfì. Uo 
emeiidato la lesiono m parte secoiidù 
ÌT CQó. H1cc.r fì in purte secundo 11 
Wilte. F, 

5 V'ha chi legge dafitf e ohi bamii. 
Uà ktih, qi^DuMìtiquo eia un tllub di 




onore riPgll ordini cDTaUEretchf, io 
erodo che radìcplmetile sia lo si raso 
cho baili toj che vale portaiorr. Ondo 
UÈ l'uno 11^ l'èltrtì può qui aver luo- 
go, ma bensì bfìHù come legge il co- 
dice Ilice. ; ed eiloro la frase bntii 
doliti ina puerizia riesce naturiile e 

^ I MSS. Q le stampe leggono t '/<?* 
prer^Édmle trailulo tfmpù, espressione 
dì cui Ei ò moatriìl:a rasaurdilli nd 

7 Tutti 1 tefiii : poi, c/k? pur ta tua 
mù^giors ttduleMainza ec. Lovismolo 
parole vht ptir^ da cui è vizialo il di- 
scorso» Pnichè dfìUa r^tik ce leggono 
lo pr. ediz. e il cod. Gadd. i%ì^ U lU- 
sciofii ha fìfTchè ec. E* M, 

» Emancipfiift , codici aofb., Va(, 
Urb. Cadd* 1^Ì. Mawfptìta, lo pr- 
edio ; tnnnc^ppatOf il BistiionL E, M. 

* JVori corfie umnni i:itiadmj\ nua co- 
mt div\nu COSÌ leggcino con cor diurne il- 



''im 



IL CONVITO. 



fjtiiano miì ilivino era spirfito in amartì Jei : e ciò non poteri 
nò il.iv^a (>ssLTe se non per ispeziale fine da Dio in leso in 
ìiìuiiì cel ostinilo infusionfì. E cbi dirà che fosso sanzn divina 
spinizìone, FahrbJo infinito quasi moititudine d'oro ritiiitaro. 
per non volere abbandonare sua patria ? Curio, dalli Sannili 
Ei'iitalu ùì corrompere^ grandissima quantità d'oru p*^T carità 
della patrizi rifiutare/ dicendo che li Romani cittadini non 
l'uro ma li posseditori dell'oro posseder voleanu? e Mu^ìu 
la sua mimo prr>pia incenderej perchè fallato avca il c(>lpo che 
per liberare' Roma pensato avca? Chi dira di Torquato giu- 
dicatore del suo figliuolo a nnorte per amore del pubblico 
bene, ssnza divino aiutono ciò avere sofTerto? e Bruto pre- 
detto similmente? Chi dirà de* Decii e ddli Drusi " che po- 
sero la loro vitj per la patria? Chi dirà del cattivo^ Hegolo 
da Cartagine mandato a Ruma per commutare li presi Carta- 
ginesi a sé e agh altri presi Romani, avere* centra so per 
amore di Roma, dopo la legazion ritratta, consigliato solo du 
umana" natura mosso? Chi dirà dì Quinzio' Cincinnalo fatto 
dittatore, e tolto dall'aratro, dopo il tempo dell' ulBeiOj spon- 
taneamente quello ritìntandOj allo arare essere tornato"? Chi 
dirà di Camillo, sbimdeggiato e cacciato in esilio^ essere ve- 
nuto a liberare Roma contro ahi suoi nemici^, e dopo la suo 
liberazione spontaneamente essere tornato in esilio per noti 
olTendere ]a senatoria autorità^ sanza" divina istigazione? 




iti luUÌ i JMSS, e te sLaoipe ; e ne pa- 
re che sìa evidente essere quei due 
conis corruzieoe di coti. E. U. 

iQui tutti ì t«fttl ti^mtsnè; ma 
questa legione va contro r ordine 
KrammatiCAle. Si cfin frànti e le f^he 
precede e ciò che segue, B. U. 

' Ubrrarr^ le prime ed Iz., l codici 
njrl>., Val. Ufb., flodd. 134 e 13o 
«vconclif. il Biiiciuni : deliberare. 
K. M. 

> MI sembra sei pe Ito il nome dei 
Dnm, non potendo credere clie ì'um- 
lore voglia dar luogo fra gli uorti ini 
più iltuatri di RdijMi Al tribuno Merco 
Livio DruBo, Sospetterei dunqgo die 
siano d» ftostiCtiir vi i Curziù t^u eti- 
che altra famiijha cdebr«. W. 



* Vapiìvato, le pr. edii^ 1 ccnJiri 
Gadd. f 34 e Vai. Urb. ; caUivnto, eotK 
tiadd. l3o secondo. E. M. 

8 Ordina ed intendi : avere dopo la 
Jega^ione ràrattSj oioò dopo sposto d 
I accontato il fine della sua lrgiij(i(knr> 
dato consiglio caiilro aè per omore di 
Ilo ma solo ec. P* 

« /?(i dhina^ così ttilti i testi ; tua il 
aeri so negative che ne i isulta, va di- 
riliaineBttì contru J' iivteni^ione di 
lìante. Vedi il ^^ufjQia^ p^g. 137. E* Jtf. 

T fe singolare che Lutti i It^^u «u 
noi veduti^ tranne il Vat, Drb.. leu* 
gano àbagtiato nome di Cittj^mankh 
li Uisdoiii legge incielile cogli alni 
Quinto i'tiicmutUo ti. M. 

• U itbciCìUi k'Ege : iaiua tu (fu tua 



I 

I 
I 



TU AITATO QUARTO, 



±r^\ 



I 



crattssìmo petto di Catone, chi presumerà di to parlare? 
C(.Tt<» maggkiniienlo parlare di te non si puòj ehi^ tacere * e 
seguitare Jeroniniu, quando nel prnemio della Bibbia, là dove 
eli Paolo toce^j dico che meglio e tacere che poco dire. Cer- 
ti ^ ' fiianifesto essere dee, rimembrando la vita di costoro e 
degli altri divini cittadini, non sanza alcuna luce «Iella divina 
t>ontà, aggiunta sopra la loru buona natura, essere tante mi- 
rabili operazioni state, E manifesto essere dee, questi eccel- 
lentissimi essere stati strumenti^ colli quaH procedette la di- 
Yioa provvedenza nello romano Imperlo, dove più volte parve 
le braccia ^ di Dìu essere presenti. E non pose Iddio le mani 
propie olla batta^jlia dove gli Albani colli fiomani dal principio 
per to capo* del regno combatterò, quando uno solo Romano 
nelle mani ebbe ^ la franchigia <lì Koma ? Non pose Iddio lo 
mani propie, quando li Franceschi, tutta Uonja presa, pren- 
deano di furto *^ Campidoglio di iiotte, e solamente la voce di 
un* oca fé cìó sentire ?^ E non po&i Iddio te mani quando 
per la guerra d' Annibale, avendo perduti tanti cittadini che 
tre moggia d'anella in Affrica erano portate, li Romani vol- 



htiga^iùne. A nm pare migilm' lesio- 
na quella é&'toà. Jìarb, e Vat. llrb., 
che IrDltisdano l'articolo. E. M* 

i Qaa&i dica i Cert^meitie il più 
hcl parlare di te ai ò il tacere. P. 

i b^rlù e muniffito esver deitb^, le 
pr. ediz. e 1 cod. Gadd. {3Ì e 135 se- 
condo. I]. M, 

a le braccia b lezio no del codice 
Rice. \ ìd, volgala :enr brnc^^m. ì\ 

* TtiUi i lesti malamente leggono 
campo dei reguOj e dee dire capii. Ve- 
di gli esempi di quesia espressieiie 
lo Ili dal latino e portati nel Saggio^ 
p*g. Ì37, ed aggiungi il stigliente di 
SìIjo Uatìco: « QutBsitamtiii^ dia qua 
tttndtm poHtrel arct Terrarum foriu^ 
uà capuL >- E. M. — Credo giustiBsima 
W le?Jone velgata» arbitraria rtieis te 
tdterata dàgh edit. mil TralL IV, 
cap> 9 ì ar^ocché ia veract opiniQue per 
qwsta mia ttittorm if-ngn h attupo della 
iTienf*, Parg* Xì ,9a : « Cndetk Cimabm 
netta ventura Tmtr h iampQ, » W. 



fi Pr^ ed il- : taita la franchigia; ma 
per errore invece di fulla vi si lefige 
tuUo. li codice Vaticano Urb. legge 
^nch" esse : ette tuiìft ta franchigia. 
K. M. 

& Pi furto^ leggono 1 e od, Marc, se- 
condo, VaL Urb,, Gadd. 13^^ e 13i5 se- 
condo (alcuna deile antiche utampa e 
il cod. Ricc.Jj d' accordo calla storia 
e con Virgilio, il quale can lo i^n.;» 
Vili, 657 : tì Gatti ptr dumos {iderant 
arctjnquE lemhnnff Dtfemi (entbri/t et 
dùm nóctii Qput^m. lù n IJiacioni : pren- 
deam di f»tm. E. M. 

T Fé dò Aéniire^ il cod. Ilarb., ti 
Vat. Urb. ed iJ Gadd. l^kCon poca 
divertite il Marc. edilGadd. 135se- 
ctttitìo : ciòff^ce ^t^nlire. Ci siamo atte- 
imli alla primo dì queGle lezioni, ab- 
bandonando quclila che noi avevamo 
proposta nel -S'o^ffio, pag. ^38, /» A*J* 
sentirs^ per correggere l' errore della 
atampa del ItiacioDi, che porta- tu 
VQiit d' un'oca fece Hntifc^.ii. 




%ì 



IL COMVITO. 



kTù abbandonare h Herraj se quello btintidulta Sc^iiioue gio- 
vane non avTSSii innprcsa V antìata in AfTì ic^ pir la sua fian* 
cbczza ? E non post^ Iddio ìq niiaBÌ> quando uno nuovo citladiuii 
di pJCGula condizione, cioè Tullio^ contro a tanto cittadino 
quanto ara Catilina^ la romana Jìbortà difese? Certo si* Per 
chìi più chiedere non si dee a Yedero che speziai nascimento 
e speziai processo da Dio pensato e ordinato fosse quello della 
santa et ita, E cerio sono di ferma opini^me, elio le pietre che 
nelle mura sue stanno siano degne di reverenala; e 1 suolo 
dov'ella siedo sia degno oltre quello che per gli iHKintn ò 
]vredicato e provato.* 

Capitolo Vi. 



Di si/pja nel terzo capitolo di questo trattato promesso fu 
ili ragionare dell' al te;; za della imperiale autorità e della filo- 
sofica, E però ragionato della imperiale, procedere id tre si 
oun viene la mia digressione a vedere di quella del filoso fo^ 
secondo la promissione fatta : e qui è prima da vedere quella 
che questo vocabolo vuol dire; perocché qui è maggior nn- 
stiere di sapt rb^ che siqjra lo ragionamento della imperiali,* 
la quale per la sua maestà tion pare essere dubitata, hi dunque 
da siipere che autorità non è altro elio atto d' auctonv Que- 
sto vocabolo^ cjuò auctore^* sanza questa terza lettera e,* può 
discendere da duo principii : T uno si è d'un verhOj molto 
lasciato daìr uso in graoimatica, che significa tanto qusntu 
legare parole, cioè AlìlEO ; " e chi ben guarda lui nella sua 



* Approvato^ le pr. edìi., l RcnJ. 
ÌAmù. sficnridOr Kaib.} Gadd. 1^ e 
1^5 secondo. E. M. 

' SoUìrtleodi itui&rith, H. H. 

^ Auulore, cmì c^arrcUaménl^ li^ 
pr. t^di7, U IJiacioni mal ani ente auto- 

Tf. lì, M, 

Mi BifcioTii peàSìmBmerile ì hrz't 
UHera E. l ccd. i7ndd,ia*< tBii i^rimo 
e flecpfiito hDniio h tcsciótic Cónrer' 
IdbUi ijt»l3a chticiK E, hi. 

^ C«iLum(;nte non {fQanpitntlt, ma 
kgiìtf siMnpIiceniento dove:) signìQ- 



cure questo veibo. Ora chi amafiSti 
vederti il luogo, otiile Uutittì Juvò h 
moleriD a quelita per me non ft^hcci 
iimo. douhiu), (cerchi ncir Appi: tHÌicG 
(deli' iì&ìf. rnìJ.) il corrlspotidenid 
psssci d Uguccione pisano o piuUoalu 
dg'B«gnt di Pisa. P. — l''guCc:mnt!i 
dice, coiL moU^ oltre cose, clini];] 

ftieiìtutìì dfirtj viene au^iror^ ciuÉ^^^l- 
£rllNt''rJrator; déatiitOt en^ cioè tuja, m» 
Yiene n«to'V ciot it^niùr. ìmptral^rt» 
proprie Jetietti diii UUC turchi il6 at^jti- 



TIUTTATO QUARTO, 



Mi 



I 



prima voce^ aperlamenle vedrà che ella stesso n dimostraj 
chù solo di legame di paroln è fatto, cioè di sole cinque vo- 
callj che sono anima e legame d'ogni parola, e composto 
d' esse per modo volubile, a figurare ' immagi uè di legame ; 
cltè eoniincinndo dall* A, uell' U quindi si rivolrCj e viene dì- 
ritto per I neir E^ quindi si ri voi ve * e torna ne 11' 1 sicebè ' 
veramente immagina questa figura A, E^ I, 0^ Lf, \n qwM é 
figura di legame : ed in quanto autore viene e diseende di 
questo verbo, %" impreode * solo per li poeti, che coli* arte 
musaica ^ le loro parole hanno legate : e di questa significa- 
zione al presente non s' intende. L' altro principio onde autore 
discende, siccome testimonia Uguccione nel principio delle sue 
derivazioni,^ ò uno vocabolo greco che dice autentim^ che 
tanto vale in latino, quanto degno di fede e d' obbedienza. E 
così autore quinci derivato si prendo per ogni persona degna 
d' essere creduta e obbedita : e da questo viene questo voca- 
bolo, del quale al presente si tratta^ cioè autoriiade ; per che 
sì può vedere che autoritade vate tanto, quanto atto degno 
di fede e d'obbedienza..,."^ Manifesto è che le sue parole sono 
somma e altissima autoritade. Che Aristotile sia degnissimo di 
fede e d' ohbedienzia, cosi provare si può. Intra oporarii e 
artefice dì diverse arti e operazioni, ordinali a una operazione 
arte finale, I artefice ovvero operatore dì quella massimft- 



ih rempuiiitEdm.,.. poHfn dthent itki 
Dutores^ quia li^averuint mrmirt^ tim 
ptdibus et mctrii. F* 

HI e od. Vot, Urb, : a siffni/icart 
imnmgmt ec. E. M» 

«li cod. Vat. 0rb. : quindi n rìPof- 
ge Tipico ; cioè a tùrtm mlt'O. E. M. 
— E SI ThttìgB pur Ja prima voi tu leg- 
guno akune stampe afUititie. F. 

' i^kcTiè quella Uguia del vfìrbo 
fltueo, la quale, cc*rii è detto » è tlgurs 
di legame, meramente ioicnugina u^ «, 
i, Q^ U| cioè dì] aliti dette vocali U 
vera immagine cbs Jor si cod vie- 
* Cioèt i'appretKk* E, M. 
' Arie tnumicfi per aU^ pottka. EM. 
< Datile dunque sii canciscea quat- 
cbé parola firccUf U coaosoea pel Di- 



zionario é' Uguccione^ cb' era ]n quel 
tempo come il Calepino deJ nostro* 
Perticari. ^ Modifirando alquanto 
ciò che nolo al cap. JSdel tratt. W, 
U Pertìcari qui la grazi» a Dante di 
conoscer qualche* parola greca. Ida sa 
nant@ avca studiato il duionario di 
Ug ucci mi e, non pò leu avere studialo 
qnuiclìcnitto libro greco? E invece 
ili qualche paro! a ^ non polca egli co- 
noscerne molte? lo per mo credo 
eh' egli, nella aua virilLtii, sapesse di 
grcc^o qtianto allora polca £a|ieraene 
lii lialìa. F, 

7 Qui è bguna, e ne pare cfie cosi 
vada supplita : Degno f im:^i dfgnisMi-^ 
mo d' ùbbidicnZQ e di fade è Aitatile; 
dunque muTufesh é eC. Vedi il Suggiot 
pyg. 67.E.M, 



206 



IL GOiXVtTO* 



mciiLo deb essere da tu Iti obbedita e creduto, siccome e ni ni 
cha solo considera 1' ulUmo fine di tutti gli altri fini. Otidt^ -A 
cuvnlicre dee credere Jo spadaio, il frenaio e 1 sella iu e In 
seudaiOj e iiitii quelli mestieri cbe all' arie di cavatlerra sono 
orcJiMti. E peroccliè tulle le umane operazioni domandano 
uno fine; cioè quello della umana vita, al quale l'uomo è 
ordinato, in quanto egli è uomo; il maestro e J' artefice cba 
quello ne dimostra e considera, massimamente ubbidire e 
credere si dee ; e questi è Aristolile : dunque esso è dignis* 
Simo di fede e d' obbedienza. Ed a * vedere come Aristotile è 
maestro e duca della ragione umana, in quanto - intende alla 
sua finale opera zione, si conviene sapere che questo nostro 
fine, cbe ciascuno disia naturalmente, anticbissimameule fu 
per li sa vii cercalo; e perocché li desìderatorì dì quello isono 
in tanto numero, e gli^ appetiti sono quasi tutti singolar- 
mente diversi, avvegnaché universalmente sieno, pur mala- 
gevole* fu molto a seerner quello dove direttamente ogni 
umano appetito si riposasse. Furono dunque filosofi molto an- 
tichi, delli quali primo e principe fu Zenone, che videro e 
credettero questo fine delia vita umana essere solamente la 
rigida onestà; cioè rigidamente, san^a rispetto'^ alcuno, la 
verità e la giustizia seguire, di nulla mostrare dolorCj di nulla 
mostrare allegre zza j di nulla passione avere sentore*® E difi- 
niro^ cosi questo onesto: quello che, sanza frutto, per so dì 



1 Le pr. ediz. & il cod. Gadd. m 
ccirreigono 1" errore commesso dal 
Biacioni seguendo i testi ove leggcai; 
È da vedere, E. M^ 

3 In quonto essa ragione, r. 

9 Cosi kgf^ono as&ù\ bene it cod. 
VaU Urb., il Gadd.medll135ie- 
€Dndo \ laddove il Biscioni porta cau 
oUrl testi ; cke^li appÈtiti ec» E. M* 

* Tulli l lesti h&n\\o marafiigiifvoh. 
La ragione della correzione, che ogni 
Ictlorc dì buon SCHISO rflvviserh du ah 
&IÈS&0, si è dat<i dilTu^mente nei 
btìifgio, p0g. 49h Uì essa Correzione 
)i<7i andiamo debitori b\ Dìonisip li 
quitle vorrebbe ancora cbe k aotece» 
lieiili parole, avvignashà univerml- 
mttìte tidno^ sì correggessero, stve^ 



Qiiù^hh Mìiiversahntnle non Mtetm, Jda 
egli non ha ben fi in leso il senso, che 
è quesio : che quontuiique gli appe- 
titi univsritktmmle mnùf einè sieno 
universalmeiìte in doì tutU^ pure nei 
singoli uomiC come ora direbbesii 
negl' individui, vertano e sono diver- 
si, E. JM. — ti Witte vorrebbe legge* 
re, univer iai^enle siano jj£*rp\ maJaf^ 
tfnif ec. E il Pcderzitvij unitìermlmev^ 
te iietifì pnrPf mniaifetìoli eo. Ma dopo 
U spiegazione degli edit. rail parmì 
non &ia ne) testo bisogno d'alcuna 
RiodiBcazlone. F. 

^ DitpettQt le pr^ edlz^ £• M. 

6 Sentore per tentimentOf il tmtirt. 
PcrUcarL 

^ Le stampe e il più de' codici *»o« 




TnATTATO àtJAaTO. 287 

ragione è da laudare. E cosloro e la Icrro setta chiamali furono 
Stoici : 4} fu di (oro quella glorioso Catoue, di cui non tur dì 
sopm esodi pari ore,* Altri filosofi furono^ cb^ videro o crvdi^t- 
imo aUrój clie custoro; o di questi fu primo e princiiK^ uni» 
filusòfo^ che fu rhiainaio Epicuro^ clie veggendo cbt5 ciascuno 
animale tosto eh' è nato è quasi da natura dirizzato nel de- 
bito fine, clic fugge dolore e domauda allegreEza/ disse que- 
sto tiostro fine essere Totupiate^ non dico Yoluntade m^ scri- 
voia per p^ cioè diletto sania dolore; e però tra 1 di lutto 
e 1 dolore non ponea metto alcuno; dìcea elie Toluptadc 
non era altro^ clte non dolore ; siceome pare ^ Tullio recitare 
net primo di Fine de' Beni* E dì questi^ che da Epicuro sono 
Epicurei nomioati, fu Torquato^ nobile fìumanOj disceso dal 
sangue del gli>ri<;so Torquato^ del quale feci menziona? di so- 
[>ra. Altri furiinOj e eomiacìamento ebt^ero da Socrate e pn 
dal suo * successore Fiatone» che ragguardaodo più sottilmen- 
téj ti veggendo ctie nelle nostre operazioni sì potea peccare 
e si peecava mi troppo e nel poco, diserò che la nostra opc- 
ragione; sauza soperctiio e «anza dìf^tto^ tnisurata^ col mezzo 
per nostra elezione pre«*jj eh' è virtijj era quel finej di che 



jin: E défitàitù ec. Il eoa, B4Jb leg^'^ 
E tlffìuitù «Off queata «Mfttv i; fwl£o 
dte ec Noi ftìsmo d* ópitiofle «Im e«d 
semptìcA cdD^aoetjto <}«l I In r iMfl 
To&abolo dtiimtoAÌ à\HMtrw& diventi 
re<!olare e chUntAmo. K. M* 

V Ousrito Djr.te loAse éWQlo diCt- 
tùoe apparisce in pia liu^f^bi di qu^' 
tl9 UhtOf e nel Pc^eeni, ove lo lacOe 
* guitnlia del ^rgit/xió, e lo4ke 
JVffUO di tMfUa wtmtrtnsa tm ««£it, 
Ckt féù mm dm « fflicf ^mm figtém- 
Ìol £ verascate |*«pittiOi« dftU'illi' 

DO Tu sempre ir»Btfe ed osìveti»l« ; 
« sì deduca »Mb« Mtoaeste és quel- 
lo clM STfCBpe f ««049^ carato «fii 
DO» rolla oei leairo ov« AfftcMo 
darci 1 0.i>mM Floraiì^ il popolo ooa 
osò dinuadaro cte »Ua M« pr«M«z« 
priocipUsMf o a voltvo £bila loro 

!epanl.Ct«é«edc poiagfiiwi 



tó alio ECheno 61 Marllale ffìb I, 

#P. I .f ^ « JVni<6i JOCOW Mei «luil 14- 

Uam rtiigi^ fvr m tktuirmm. Caia h- 
«TdP, «ftittli f Àn ideQ tantum ^ytnrrtUf 

* Tutte le stampe ed i c&did lefg'- 
DO ' qti^iU éiMae queiiù OC Si è estua- 
lo ti fwJ^v da mi era vi^isla («eiia- 
nienle per colpa de'c^puti) la oOitfiH 
wone. a II. 

■ Cofti il £9d. Gadd. 135 primo, i) 
Val, Uri», e le pr, ediiL U Bbciom ^ «m- 
trjme part a Tmiim tmitwt* B OOta clic 
patt qm vile «ppofe^ «ppsriaet. £* M . 

A C^ i cod. VaL llrtew eaadd.lH. 
Il Sìatioai: Mtmmmrt PiakMtd^ 
m^ffmmrdmtdA. U l<ad4U 1^ «eeoado 

> I lesti JiSS^ e ittfiipatl 1c«^mki 
ytriiìaagitffic: anfnmlo o»/ ta^^» 
per iteitra «tniMi ffnaa, c&c Hrié era 



tm 



ÌL COKVTTO. 



al presente sì ragiona; e chiamarlo operazione con virtù, HI 
questi furono Accademici chiamati, siccome fu Piatone e Speu- 
sippo suo nipote; chiamati cosi per lo luogo dove Platone 
studifiva, cioè Accademia ; né da Socrate non prt^sono voca- 
ImjIoj perocché nelìa sua fllosofìa nulla* fu affermata Vera- 
mente Aristotile, che da Stagira ehhe soprannome, e Senocrate 
Calcidonìo suo compagno, per lo "ngegno quasi divino, che la 
natura in Aristotile messo avea^, questo fine conoscendo per 
In modu socratico quasi ed accademico limaro o a perfezione 
la fllosofla morale ridussero, e massimamente Aristotile. E pe- 
rocché Aristotile cominciò a disputare andando qua e Jà, chia- 
mati furono (lui, dico, e lì suoi compagni) Peripaterici, che 
tanto vale quanta Deambulatori.* E perocelìò la perfezione di 
questi* moralità per Aristotile terminata fu^^ lo nomo delU 
Accademici si spense; e tutti quelli che a questa setta si pò- 
scro_,* Peripatetici sono chiamati, e tiene questa gente oggi il 
reggimento del mondo in dottrina per tutte parti : e puotesi 
appellare quasi cattolica opinione. Per che vedere si può, 
Aristotile essere additatore e conducitore ^ della gente a que- 
sto segno. E qiif^tu mostrare si vofea. Per che tutto rìeo- 



i- Nullo, aegiaendo ìa vulgata, ìes- 
sefo gii «di t. mtl » dando ad esso vù- 
CfibolD il Hìgnifìcaio di ueisuna «fosa* 
MìtìI codice Riccardiaivo legge ni*^ 
to.F. 

^ Eìico tutto questo passo mcoùdo 
il itìSto del Biscioni : E qwsU furonQ 
Acmdemm chiamati ^ àccomefua Plu- 
tone 9 FtiusippQ suo nipùte: chinmati 
pr lutila ccuì^ doti Plato ttudiav&t 
Cioè Alcide fiziani ; d<i Socrate pratcmo 
vùCftti0Ìii, perocché iieUu sua fiiasofia 
nulh fik ajfi^rma fa. Vsrafim^ te Ariilo- 
lilt chi Scar^trt fbts iùpraunomf, e 
Ztf'OCratf Cakidoiiio nuo mmpagtìo, 
jwr lo 'n^tgna t quaii diVfUOr the la 
natura in Ari$totih m^wo aeett, qtinlo 
fine luìnosce/ìida ptr h marfo Socraiic<ì 
quasi ad Accademico limarQ^ e a fatfi' 
iìous ifi f'ibnttfia momié ridumtro, e 
mafsimamente Ariitotile. E penxchè 
Arinlotiir comincm et diitptitars andan 
lio qua e iài diìitmutu fu LitidieOi e li 



.fuoi camp^dui Peripdkficij eh" tiìtti^ 
v&te quanto dmmttulalorù Qu-ile s\à 
Il gu&zzabnglìo di ctuesla lezione or- 
renda mento depravala, ogtiì kttoro 
io veà^i e noi 1' ut>biaino già mostfa- 
to npj Saggiù, pag. 100^ Qui diremo 
solo che senza la GfiUca tuitli i codici 
tutte \e stampe da noi consti)tQte d 
avrebbero aempre insci à ti noi buio. 
Dove allo straiìla^ìmo ScaTgare abbia- 
mo sc^sUtuito da StagfrUf chi volesse 
nietiere un soto vocabolo polrobb& 
ado tt a I e l ' e m e nda zìamt che Statf tri- 
ta tbbe soprannome. E. li. 

5 CitJ^, condotta a) termine mipre> 
mo. P. 

* La comune [elione e si pfeittii. 
Kla n cad. Hi co. legge sipoiero, e non 
v' iia princìpio di dubbio, che questa 
sia ia vero le?4oni^ F, 

^ n cod, \nu l'rb. logge: tiiulutora 
t cotìdHifùn : il Ifarbcrlfio * dimiart i 
cQnduihf'e. E*Jdi 




TRATTATO QUARTO. KtQ 

gUendOj manifesto il principale inlefita, cb& chtì raulorìlà 
dpl fìlnsnfo snidino, dì cui s'inE&nde, si è pinna dì tutto vi- 
gore, non rrptigiìa alta autorità imperialo : ma quella* san za 
questa è pericolosa;* e questa san za quella è quasi debile, 
non per sé ma por la disordinanza * della gente : sicché V una 

oir altra congtuntaj utilissime e pienissime sono d' ogni vi- 
gore; e però sì scrive in quello di Sapienza: « Amate il lume 
j della sapienziaj voi tutti che siete dinanzi a' popoli; > cioè 
a dire : Congiungasì la fdosofìca autorità colla imperiale a benn 
e perrettamente reggere. Oh misen^ che al presente reggete l 
oh miserìssimì/ che rètti siete I che nulla filusoGca autorità 
sì congiugne colli vostri reggi mentii né per propio studio nù 
per consiglio; sicché a tutti si può diro quella parola dello 
Ecclesiaste : a Guai a te^ tcrnij lo cui re b fanciullo, e li cui 
:p principi la domane mangiano ; 9 o a nulla terra si può diro 

uello che seguita: < Beata la terra lo cui re è nobile^ e li 
cui principi usano il suo tempo a bisogno e nou a Tussu- 
» Ponetevi mente, uemici di Dio, a' flanchi^'^ voi che 
le verghe de' reggimenti d* Italia prese avete. E dico a voi" 
Carlo e Federigo regi,^ a voi " altri princìpi e tiranni ; 
guardate chi a lato vi siede per consìglio; e annumerate 
quante volte il di questo fine della umana vita per li vostri con* 
siglieri v' è additato. Meglio sarebbe voi, come rondine, volare 
biissOj che, come nìbbio, altissime rote fare sopra cose vilissimc. 



|j> pri 
quel! 



^ }'<t (/ueftó, cioè, e autorità im per ia- 
le. P, 

•i (Jìot\ pinna tJi perkoH in rispeUo 
il mondo. P. 
9 Lo GonnuDQ Je zi un e è diiordinun- 
^Mf^, fiìccoin€ ho lasciato correre nel 
^^fesio ; ma M cod. Ilice, leggo discor- 
^^Etnca, e per dir vero quesU kzjcno 
^Hi' ^rp^ga di p\h. F, 
^V ^ MinitrUsimi, cod. nj]fb.f Gadd. 135 
^^^riTTio Marc, secondo. U Btacioni : 
mlftri. E* M, 

» Ponetevi menti rt' Ranchi, guar- 
dando al contesto pare s^gnlGcare: 
pomtevi a /ùmt'o cùmifflirri chi^ atibia- 
tio aiio in ielle (ìq. F, 

* u £ ^ud ihe vedi neìl* arca dasliv^i^ 
fv^Hdmù fu, cui qudfa k'^ra phrat 




Che frange Curia e Federiffo vwq. a 
Par, XX, 61. E. M. - 

T Carlo n d' Angìù ro di Napoli h q 
Federigo d'Aragona re di Sidlìa ; 
l'uno e r altro, checché ne sia pana- 
to 8 Dante, meritati d'assai lodi da 
tutu i piQ gravi &crÌttorL delle coso 
di quo' tctupi. P. 

8 Cosi i cod. Marc, Barb., Gadd„ 
135 fiecondo, ed d Vat. Urb. Gli altri 
MSS. ed ìt Discjionì ! b rei. Più avantt 
clovc! noi leggiamo cogli altri te^iLj : 
Mesiio mrtbbf voi com? rtfjidine cc.,\ 
cod. Barb. e Vat» Urb. hanno: Mefffia 
sarebbe a roi, come n rùudine ce* ; nui 
coiiserviama la leaioiie volgata, dui 
ci [ìÉTG dv^r m^E^gior forzai e tm ut\i 
60 ^ht di pcri'grinoK E. Al. 



IL CONVITO. 



Capitolo VIL 



Poich'è veduto quanto ò da reverire rautorit.^ tTnpnrfnìc 
D la filosofica, che deggiono ^ aiutare h proposte opinioni^ è 
iìn ritornerò al diritto calle di*Ho inteso processo,' Dico adun- 
que che questa uliima opinione del vulgo è tanto durata; che 
san^a allro rispetto, saiiza tnquìsizìonc d' alcuna ragione, gen- 
tile è ctiiamato ciascuno che Oglìuolo sia o nipote d'alcuno 
valente uomo, tuttoché esso sia da niente. E questo é quello 
che dice : Ed è tanto durata La così falsa opinion tra nuij Che 
r ufìm chiama cottd Uomo gmtil^ che può dicere : i' fui Nipoiff 
figlio di votai mlenk, Bmchè sia da niente ; ptT cbc e da 
notare che pericolosissima negligenzia è ^ a lascinro la mala 
opinione prendere piede; cliè cosi come l'erba multìplica nel 
ftcìmpo non cullivato/ e sormonta e cuopre la spiga del for- 
me nto, siccliè, disparte agguardando,^ il fermento non pare, 
e perdesi il frutto '^ fìnalmcìiie; cosi la mala opiniune neHa 
mi^nte non gastigata ne corretta cresce e moltiplica, sicché 
la spiga della ragione, cioè la vera opinione, si nasconde o 
quasi sepidtn si perdo. Oh come è grande k mia impresa in 
questa canzone^ a volere ornai così Irafoglìoso campo ^ sar- 
chiare, come è quello della comune sentenzia, si lungamenie 
da questa cultura'^ abbandonata I Certo non del tutto questo 
mondare intendo, ma solo in quelle parti dove le spighe della 
ragione non sono del tutto !>or prese ; cioè coloro diit^zare in- 
tendo^ ne' quali alcuno lumetto di ragione, per buona lont 
natura, vive ancora; che degli altri tanto è da curare, quanto 
di bruti animali ; perocché non minore maraviglia mi sem- 
bra, reducere a ragione colui nel quale b del tutto spen- 



^ Il Culi. Dnrb., Marc, secand^ij U 
Gad rL 1 Be'i sec! n lì < I : c/ir pamno multi- 
r*. li. AJ, 

* È da ritornare nllu via che DN'na 
diritto al nn« piDpostc), K 

» li lud. Gùdil. ró\ tì li VaLUrb, 
lPgf(onn ^ fffrtcohnintmm tiftjUpttzn i 
lati tilt e. li M> 



5 Cuardanda un pùCù da lontano. P» 

f l'iPii d ' ei be e pinriti" sai vaUdie, K 
* Ofillis coltura cUtì bi fa culsar* 
cL]o* K < 



I 



TRATTATO QllAnTO. 271 

la,' che reducerc in ?ila colui eh** quattro d) h sialo nel B(*pol- 
crov Poiché lo mala conrlizione di questa popolare opinione b 
narrata subitameDtej quasi come cosa orribile^ quella percuote 
fiiori dì tutto r ordine della reprovazìone * dicendo: Ma vi- 
Imimò Mmbra^ a ehi 1 ver guaia, a dare a intendere la sua 
intoHerabìie malizia, dicendo costoro mentire massimamentej 
perocché non solamente colui è Yile^ cioè non gentile, che 
disceso di buoni ò malvagio,^ ma eziandio è villssimo : g pongo 
esemplo del cammino mostrato, dove a ciò mnstrare ^ far mi 
conviene una quìstione, e rispondere a quella iir questo modo. 
Una pianura è, con certi senlicri, campo con siepi, con fossa- 
tij con pietre, con legname, con tutti quasi impedimenti; 
fuori delti suoi strettì sentieri. E nevato è '' sì^ che tutto 
cuopre la neve, e rende una figura ' in ogni parte^ sicché 
d* alcuno sentiero vestigio non st vede. Viene alcuno dall' una 
parte della campagna, e vuole andare a una magione eh' è 
dall'altra parte, e per sua industria, etob per accorgimento e 
per bontà d'ingegno, solo da sé guidato, pur lo diritto cam- 
mino si va \fì dove Intende^ lasciando le vestigio de* suoi 
passi dietro da so. Viene un altro appresso costui, e vuole a 
quesia magione andare, e non gli è mestiere se non seguire 
le vestigio lasciate, e per suo difetto il cammino, che altri 
grinza scorta ha saputo tenere, quivsto scòrto erra, e tortisce "^ 
per \ì pruni e per le ruinc, ed alla parte dove dee non va. 
Quale di r.ostoro si dee dicere valente ? Rispondo : quello da) 
lindo dinanzi Quest'altro come si chiamerà? Rispondo: vi- 



1 Lo e ornane lezióne era \ raduciTe 
jfi rfigióm dfi tutto spfnln, ove,ìa Is- 
^lUia Gsacndò m3nifi?fltaf U VaccùIìiiì 
piHJEJose dì riempirla nel modo r li o 
ora ai vede nel testo. P, 

*Clóè, pereto te quetia, nscendo 
deU" ordine deUaconfutoìione. P. 

* Che, dùc4m di buoni, Ì matoagiùj \] 
nicc. G qnakhe sL ant. La com^t jje- 
gulta pure dagli ed. mil. : ch'é Jiawao 
di buono €d è mahagio, P. 

* A mcmlrare che sia vllissìmo. P, 




s QuesV 05 prensione Teìide una /?- 
gura, serve di riscontro alla lozione 
proposta dal D toni «!> e adottata dM 
P. Lombardi j tn quel passo dell' ìnL 
XVm^lO: " Quali dovf per guardia fhl- 
ìsmura Più n più fom cin^ùn li f«*fc/' 
li. La par tu do ff' si nCfi rende figura co. • 
Entorno ;i1la qnal EeyJone sono da vo' 
derai la t^roposUi (T. Ut, part. Il, pJJ- 
gin9 184), ed una nota del Vivfam al 
suo Datile secondo il cod. BtirtoILftia^ 
no. E. M. 

7 Ttìrdicer va tortatnonte^ devia dlll 
ret!o sentiero* V, 



tlf 



n, GORTETO. 



fissi mo. pLTcliè non si cttiama nou Tnìcnte^ cioè Tilct 
ipondo: perchè non valente, cioè vile, sarebbe da cbiamàre 
cdui, ^be non «avendo alcuna scorta, non fo^^e bene cammi" 
nato ; ma pertccbè questi V ébtìCj lo suo errore e 'l suo di- 
fello non può salire ; ' e però è da dire non vile^ ma villsii 
mo. E così quelli che d^l padre o da alcuno suo mag^ore d. 
schiatta è nobilitato^ \^ non peisevera in quella,^ non soLi- 
mente > Tile^ ma tìIìssudo, e degno d'ogni dispetto e vitu- 
pt^rio più ctiQ altro irìllauo. E perchè 1' uomo da questa infìmn 
viltà si guardi, comanda Salomone a colui che valente antn 
cos&jre ha avuto, nel vigesimo secondo capitolo de' Proverhiii 
€ Non trapasserai i termini antichi^ che posero W padri tuoi ; i 
e dinanzi dice, nel quarto capitolo del ile ilo libro: e La via 
» do' giusti, cifiè de' valenti, quasi luce spie udiente procede^ 

> e quella deUl malvagi è oscura^ ed essf nun sanno dove 

> rovinano. > Ultimamente^ quando si dice : E iacea taì^^ ck' è 
imrio^ e ta per terra j a maggiore detrimento ' dico questo 
l'Otal vilissimo tessere morto, parendo vivo. Dov'è da sapere 



1 Nt>n pud i^in^ cioè noti può ere- 
MCfre^ Hfìn può e*Mr mn§gi9f$ F. M- 
— (^ otservibile In vaTianTe del ci>* 
(ilee RÌGcardiapo, che dice : ruwi può 
$titvftre ; cioè non può difendere, ^mm- 

*TuUi É resti e tutto Ifl stampe 
leggeva no : E m»l 'futiii che dui paàrr 
fi da akiiWi IU'j mag^iort,.*. non mit\- 
mttiU è PiÌJff ma ee. Gii edit. rnO, 
nemttlrono fa lagun;» coìte f>arote co- 
linU è dUeeno ed è mnhagio, ma dispe- 
ra mm pretendere che a. ìaìi propria 
mente Toasere qiielltì ciie ai san per- 
dute. " Diverse Inratli soir ciuelle che 
1)0 ponte nel testo, e ci>esann dei co- 
di oe ItiecardUno, F. 

9 Tocca iat (che pur leggeri in altri 
testi tùcùa a tiìl) significa è §iutiìo n 
iaipuiifOt ù ;>iù senip licerne n Le Ji 'it- 
venuto iak, U Pedenìfit, non i ag- 
giungendone il signifìciito, pretese 
che si dovesse leggere ^ e tocùn ha tal, 
e si dovesstì intendere : e rernnittiti 
quetio ttiiisnnay ha tocc*}, anè cqÌjm^ 
Uile nella CQndi^ifìfté ddia ma tiita 



fthtec. itifeliee fiaHittttlODe, ed infe- 
lice intérpreiaiìone, F. 

* Tutti i cihim ft lotte le staonpe 
lei^i;evane dQiirìmiHto^ e la Cr uscii 
diceva questa voce sincope dì da 
Irinamentù, Ma gli cdit. raiL rite- 
nendo dQftrimnìto per tocftfttì/n faUft, 
stainparorio dùttrhèaniento. Ij Peder- 
xini peraltro osservando che Dante 
UDII intende qui ad addottrinare o»* 
sia insegnare, ma s\ a ffritire e vi- 
tuperare, tonchi use che né dotlri- 
meuia né d0itrinam6ntQ pptftva esse- 
re U vera lezione, ma bensì detri^ 
itiento, come il Blseloni aveva av- 
vertito trovarsi in vaHi eodici* E 
ben 8' appose il l^ederxlnif pert^hè 
f^cho ii cuci. Ulcc. legge rfefntiìfjitój 
che» oltre i sigciilkati che gii esse^ 
gna il vocabolario, può aver quello 
di depnjitìotiir 11 Wi'^e poi vorrebbe 
leggere dattam^nto, ^Ue senza, altri 
esempi] egli dà per sinonimo di dot' 
tiium, dahbitz^ftf tefnen:^a. Ma il duti- 
bio o il timore ci ha qui cho fare preci- 
Bti m e nte q u^-j n to 1 ' addoU nna m t nip, F, 



I 




TRATTATO QUARTO. 



273 






Hit? veramnnfe morEo il malvagio uomo dire si può, r massi- 
mamonlo quelli cbtj tlalln vm del buono suo anlic^'ssrjre si 
rte. E cìù si può così mostrare : Siccome (ììte Aris lo li le, 
ìel secondo deli' Anima, vivere è l'essere dollt vivenli; e 
lerciocchè vivere b per molti modi, siccome nelle piante ve- 
gctarOj neg/i .-^tnimali vegetare e sentire e muovere^* negli 
uomini vegetare, sentire, muovere e ragionare ovvero inten- 
dere ; ^ e le cose sì deono denominare dalla più nobile parto ; 
manifesto èj che vivere negli animali è sentire^ animali dico 
brutì^ vivere neiruorao è ragione usare. Dunque se vivere è 
r essere dell' uomo, e cosi da quello uso partire è partire da 
essere, e cosi è essere morto.^ E non si parte dair uso della 
ragione chi non ragiona il fine della sua vita ? E nou si parte 
dair uso ideila ragione chi non ragiona il cammino die far 
d(^c ì Certo si p^uie : e ciò si manifesja massimamente in co- 
lui che ha lo vestìgie Innanzi, e non le mira; e però dice 
Salomone nel quinto capitolo dei Proverbii: ^ Quelli morrà* 
t che non ebbe disciplina, e nella moltitudine della sua stol- 
j lìzia sarà ingannato; » cioè a dire : Colui è morto, che nnn 
si fé discepolo, che non segutì il maestro ; e questo è vilissì- 
ino. E di quello potrebbe alcuno dire : come è morto e va ? 
Rispondo, che è morto uomo ^ ed ò rimaso bestia : che, sic- 
come dice il Filosofo nel secondo daiV Anma^ le potenzio 
dell' anima stanno sopra sé, come la figura dello quadrangolo 
sta s<:>pra lo triangolo, e lo pentagono * sta sopra lo quadrane 
golo; cosi la sensitiva sta sopra la vegetativa, e la intellettiva 



I" 1 La parola m«Di?rrff € qui aggiun* 
la col eoe, Rarb., ed ò ncccasariA 
perchè possa dipoi ripetersi : neqti 
ttmmni vegf-tare, nnlirej muovere « ra- 
gitmnre, E. M. 

3 Intendere, Id pr. edSz,, lì cod. 
Vat. Urb. ed il tìadd. 134; intuiti- 
gerc Coti a Uri lesti. Il Uiacionl" \a- 
linìs^ma Iroppa sfacciato ed inutile, 
K M. 

^ A rUturre T argomento m termì- 
Til pHi raccrtUi sì direbbe: vìvere è 
ì'casere dell* uomo; irm il vivere 
eU' uomo è ri^gione usare ; duiiquB 




s'egli si parli! dall'uso dii roglooc, 
non vivo e per conseguente non ò, 
vogliam dire è morto. P, 

* La TolgHta ley.ione 5 quelli mtìre. 
Ma ne' PìQì?erbi è scrìtlo : ipe fuù- 
rietur^ quia nou hahuit ditciplinrttfi: 
dunque é da correggere; quatti mar^ 
rà, E. M. 

3 In tutti I testi è loRiina della p.i- 
rola uùjriQ. Ve<ìl il Stiglio ^ pa^g. tiO, 
E. M. 

OQui tuUl ì teaii «ggioTiscirio: 
cioè lt$ figura die /n \Auqut vanti : ììiH^ 
ti ireste gSosscm^H E. M. 



t^74 



IL GONVITa* 



Bta sopra la sonsiUya, Dunque, corno levantln riiliimo cnnfo 
dei pent^ìgonoj rimane quadrangolo j * cosi levando J'wUìma 
polenzia dell' nntraaj cioè la ragiotiej non rimane prò noma, 
ma cosa con anima sensitiva salamenttì^ cioè animale brut*) 
E questa è ìa sentenzia del secondo verso della canzone iiB- 
presiij nella quale si pongono V altrui opinioni. 

Capitolo Vili. 

Lo più bello ramo che dalla radice razionale consurga"sr 
è la discrezione.* Che, siccome dice Tommaso sopra al prò* 
logo dell' Etica, conoscere V ordine d* una cosa ad altra, è 
propio atto di ragione ; * e questa è discrezione.* Uno de' più 
belli e dolci frutti di questo ramo è la reverenza che debbe 
a! maggiore il minore.* Onde Tullfo nel primo degli Uffieìi, 
parlando della bellezza che in soli' onestà risplende, dice fa 
rcverenzia essere dr quello ; ^ e cosi come questa"' è brlb'zza 
d'onesta, cosi lo suo contrario è turpezza e menomanza dtl- 
l'onesto: il quale contrarlo irriverenza ovvero tracotania 
dìcere in nostro volgiìre si può. E però esso TuUio nel me- 
desimo luogo dice: « Mettere a negghienza * di sapere quelli 
B che gli altri sentono dì Ini, non solamente è di persona ar- 
t rogante, ma di dissoluta; » che non vuole altro dire, se 



* Bimami qudd rancalo e non più 
pettftigmit}^ cosi lo pr. ùéh; e nun 
più penttittQoìo^ trovasi ^gglun'o arh 
Cora ne'cod. Gadd. 134 e tab s^con^ 
do, E M. 

> f}ÌKre:i^mr qui al certo vhIà r/t- 
icerttimtHtQt cfìu<}*oiwfHfQ. Erra dun- 
que la Crusca spic^^andiìlo per mo- 
ders^ìone. Vedi il Vi>cab. alNi voce 
Ihscritziotìr. E, M, 

* Giovn qui vedere le paffile dì 
san Tomni!isfj. quo li ce le diede il 
eh, UaxiucclìifUj : & Et ti viru tenHiì- 
tiP cfìgnoseani rei aiiquaa absohttt, or- 
dititm {nmtn univa rii rid aiimn ro^rid^ 
fcvrf^ tH »o{iUi inklieaiut aut ratio- 
uii. * {\ 

* Qufita i dÌKcrt^i9tu, Aggiungendo 



J' è <ìh€ t\ viene s<tm ministrata dal 
cod. GadEi. i^^t e r^tttBcaitdo ]'ìn* 
lerpun^iontt, abbiamo sitnato rprro- 
nea les^i^ne volgala, che stava c^si t 
E gueiftì diicrgzioHf, uno de* più be^ ti 
e àoki fi'Htli di qttexhì rafnn ec*, e taH- 
teva punto Termo dopo ra^fùnf. E. M» 

e Co^ì le pr. edi^, e il cod. GadiU 
134, Il Vat. Lijb, con pi e col fasi m^i 
vaiiazioue: ch$ dm tu minsrt hUa ^ 
fììfjggiùri. E. M, 

^ Cio^, tessete parte dt qndla bcì- 

^ La riverenia. t*. 
mHitr» u nfgshfenza qui vate iji^'j* 
k. Fi 



TRATTATO ^iUARTO. 



Ì75 



I 



non che arroganza e dissoluzione ò sé medesimo non euno- 
Bcere, che è principio delia misura d' ogni nvereiiìia.* Per- 
ieli* Ìo volendo' (tutta riverenzia e al Principii e al Filusufo 
Ijortando*) la malizia d'alquanti della mente levare, per fon- 
darvi poi suso la lucfì dcHa verità^ prima che a riprovare lo 
posle> opinioni procedaj moslrerò come, quelle riprovaridn^ 
uè t^onlro all' imperiale maestà né contro al fllosufo si ragiona 
irriverentemente. Che so in alcuna parte dì tuUo questo libro 
irreverente mi mostrassi, non sarebbe tanto laido quanto in 
questo trattato; nel quale, di nobiltà trattando^ me nobile o 
non villano deggio mtjsirare. E primii mostrerò me ^ n£>u pre- 
sumere contro alla autorità del Filosofo; poi mostrerò nio 
non presumere contro alla maestà imperlale/ Dico adunque 
che quando il Filosofo dice : e quello che pare aili più, tm- 
^ possibile è'' del tutto esser falso, » non intende dire del 
parere di fuori, ci uè se usua le, ma di quello di dentro, cioè 
razionaie ; conciossiacosaché '1 sensuale parere, ascondo la più 
gente, sia mohe volte falsissimo^ massimamente neili sensìbili* 



1 lo penso s non dubito che si 
dfit>ha leggere irtiuenuza, percì&c- 
Gtiò (|ue$ta è Vìùea. proaaima domi* 
nante dei discorso j e più percJiè il 
itun conoscere sé tiei ed esimo è vera- 
mepte principio deHa misora di ki^ 
ma non già deii^ nrrrfnGa» lo qua- 
le appunto si fonda tutta nella no* 
sLrn sarm cognizione. IK 

* Pftcfk' io votaiìdn ec, il cod^Triv. 
LBStjinape tutte; £ jìerch' i& vdeudfì, 
E. M* — 11 Fede ni ni non farebbe 
getto deir E^ Dia la canibìerebbe in 
li, leggendo: H perché ec, F» 

*! testi tiBnviO cf)n tatia rfvtrensid 
e ni PrttìCupe e «i Fiiosofa porta jiéo ; 
ma t.|uei mn, maniffiistamenlo intru- 
sa dagli amaimenait vizia la costru- 
zione. In margina del secondo cod. 
Marc. vedcB^ molto lodevolmoute 
corretto : tot* iatia ret'trenzia e ui 
Prhì&peeal Ftlowfo parlando. E.M. 
— £ l'osi precisamente legge it co- 
di cb Riccardi a ti 0. T. 

MI God. Uarh. e il c^add. 13^ se- 
ccndo : k propofic. E, M. 



^ Così le pr. edS3ÌM il cod. Vai. 
Urb. ed il Gadd. m. il lliscionl; 
meUteri m' è. K. M, 

«La comune lezione diceva: mo- 
f Ir ero nv: non prmtimtre fiontroatta 
maesth imperiate. Ed M Pederzini 
nold ^ ù Qui v'ha grau fallo nella 
letiera, perciocché da questo pre- 
gi tidizìo che dice, si purgn più in- 
UQtiji in secondo luogo ; ma ora co- 
mincia provando bò non presntiierc 
o parlare contro alla reverenta del 
filosofe^ » Ma la laguna fti poi mol- 
lo acconciamente riempita dal Wit- 
te, co m'ora v^desi nel lesto- ìr\ 

7 In tal modi> va scritto col eod. 
Gadd. !34; ed eziandio co'Marciiini, 
quando bene ai leggano. Il Utsciooi 
malamente: ittìpùsaibik, « drt rurro 
ÈSser ftiiao, E. M. 

< Cosi leggono rettamente! il cod* 
Vat. Urb. i' i Gadd. 134, 135 set on- 
do. Il aecondo Marc, indica egti pu- 
re, benché eoo parola tronca^ ji 
buona ìezmne, portando; tiiUi %m- 
tibi mìmui. Il HìscLoni con altri le- 




«76 



IL CONTiTO. 



1 
I 



cumuaij ih dove il senso spesse volte è ingamiati>. Ontlc sa- 
pe eoo che alla più gente il Sole pare (ti larghezza nel diam!"* 
tra d' un piede : o si è ciò falsissimo : ehè, secondò il ciTca- 
mento e la iuvenziojìc ' che ha fatto la umana ragiono coir altro 
sue arti, il diametro del corpo del sole è cinque volte quanto 
quelli) della tcrra^ e anche una mezza voita; con ci ossia cosa' 
che Irj terra per lo diametro suo sia seimila cinquecento ml- 
glia, lo diametro del sole^ che alla sensuale apparenza appare 
di quaniità d'uno piede, è trentacinque mila settecento* cin- 
quanta miglia. Per che manifesto è Aristotile non dvero inteso 
della sensuale apparenza. E però se io intendo solo a la sen- 
suale apparenza riprovare^ non faccio contro alla intenzione 
del Filostifo ; e però né la riverenzia che a lui si dee non 
offendo. E che lo sensuale apparenza intenda riprovare' è 
manifesto ; chfe costoro che cosi giudicano, non giudicano se 
non per quello che sentono di queste cose che la fortuna può 
dare e tórre; che perchè veggioiio fare le parentele e gli alti* 
niatri monti, gli edificìi mirahili, le possessioni larghe, le si- 
gnorie grandi, credono quelle essere cagioni di nobiltà, anzi 
essa nohiltà credono quelle* essere. Che s'elli giudicassono 
coir apparenza razionale,^ direbhono fi contrario, cioè la no- 
biltà essere cagione di queste, siccome dì sotto a questo trat- 

att sb^g liuti, fiiUi ifnsi comuni. Ad 
1liu9tra7Ìone di cìb chn ncUo scuole 
ìnii!iicSeviisi per qucslA cspf Gigione 
iii mtiibih comuni gicva rikrìre il 
passa d' Ari?ilaU[«, rf« Anima ^ l. 2, 
\ì. % % k'. n Commuma {Hemibilitì} di- 
i^untur MicJi'ujr^ (^hìes, mìmerux, figura* 
tnagTiiludù //wjuimnrfi em'm nuUìw 
iwU prapriit^ $«d communi fi OtnTtitmi. 
Eltnim et tingiti molus aliqtti» teniibi- 
lift H visu ec. s E. M* 

< InvinstQiìB vale ritrotiamtnio ; 
ma il cod* Bice, ha Invece imeitiga- 
^ime, e questa pflroU parmi più 
Idonen d e L r d U rn » 1 1' pssiU es p refi* 
aiorve del tìoneeUo di DaiitP. F. 

«Cosi ìL secondo cod. Mure, e il 
GadiU 13oprmo- Altn testi ed il Ri- 
sefonl lèggono invece aecintù. E, M. 

^Clnè/Hì rìprov«re ifk aenivale tp- 



I 



^ Il nisnloni con tuUl ì testi stam- 
paU e col \ì]\ì de' MSS. legge ttlifi 
matrimonii* fiai correggiamo nlti 
colla ragion critica e col tmh Barh. 
Vedi il Saggiti, pag. 12. E. M. — Il 
cod. Kicc. legge: h jmreniete tU^li 
aiti mair f mona. F» , 

6 I! Biscioni col più dctesli leg- 
pet rfuiita f fiere; ma' ne pare aicw- 
Temente mìgtiore la lezìoite de' cod. 
VjiL Urti, il tìadd. m, chn metten- 
do il pronome qwth nef numeni 
det più r coTTifi flih vi Sita priniki 
iqutlit efAtrg mffiam di nobiltà) t ci fa 
intendere av&rvì alcuni t quali ere» 
dono, ie parentele, i^U alti matnmo* 
niìi gii ed inveii Tnir^bili, ìe possessio- 
ni Jarghe ce , finn solamente esse^ro 
eaglfìni di nobiUà, ma essere ^luelk 
e ìfl nobiità una coaa ^iema. L. M. 

4 Culi oL'cHto deOa ragione. T* 



TlìATTATO yUAIlTO. 



S7: 



^ 



k 



I 



tato sì vedrà, E come lo, secondocliè veder £i può, contro 
t-jlla roYLTcnzia del Filosofo non parlo, ciò riprovando; così 
non parlo contro alla reverenzìa dello Imperio : ù h ragion w 
mostrar/^ intendo. Ma perocché * dinanzi air avversario si ra- 
gioBa^ ì] rettorico dee molta cautela usare nel sno siTmone, 
acciocché T avversario quindi non prenda materia di turbare 
la verità. Io che al cospetto* di tanli avversarli " parlu in 
questo brattato, non posso* brevemente parlare: onde, se le 
mie disgressiont sono lunghe^ nutlo si maravigli- Dico adunque 
che a mostrare me non essere irreverente alla maestà dello 
imperlo^ prima b da vedere che è reverenzìa. Dico che reve- 
renzra non è altro^ che confessione di debita soggezione per 
manifesto segno. ^ E veduto questo, da distinguere è intra toro. 
Irreverente dico privazione;'' non reverente dice negazione. 
E però la irreverenzia è disconfessare la debita sugge z ione 
per manifesto segno : la non reverenzìa è negare la non ' 
debita suggezione. Puote 1* uomo disdire Ja cosa doppiamen- 
te : per un modo puote 1' uomo disdire " offendendo atla verità^ 



^ Sembrami die il tiatiiralc lege- 
triL* tlelle idoe Terrebbe, che di que- 
Eto e del periodo seguenie se ne fa- 
cessQ im solo ; e che &' interponesse 
alle parole perocché e dinansi l'av- 
^^erhio qaatiàiìj che fùrse aodò per- 
dLito sotto Ja mmo ùegVi amanuensi; 
leggendo tutt[> il passo a questo mo- 
do : MaperocrJiè qutindu dtumiSì ec*... 
la vffità ■ io cftt al cospetto e e,,.., nui- 
io *i ftiaraciglL P. 

' Alcmpettùi la pr. edjz- ì\ Biscio- 
ni : fA foito. E. M. 

s Ci 6 sono, Il popolo. P. 

* Qui tLtUi ì testi [mrtaijo la slra- 
Ttai lezione: non posso is rivirénse 
parlare. E. M, 

A A questo luogo, guardando b&ìiQ 
innanzi, ìl dtjscoiso mi ^& monco ; e 
credo perduto un membro ch« com- 
piesse ti concetto circ^ in questo 
miodu : per munifeslii se^/no \ e nuoi 
tCTitmrii MOHù ìa irn* erefi:5m é la tìoìi 
tnireTìzia, E veduto qmsto^ da diiiin- 
gueTB i intra Ìotq, oioè intra irrive- 
renze e tiOB riverenza* Laddove sen* 




;^a In immagtiiQta aggiunta, non eL 
intendo che sId quel vtdnio^ cbe do- 
mandi di far dì&tinstionep P. 

< Abbiamo ievsto un lo innanzi n 
non reveTerìt^f il quale guB&lava hi 
espressione deJ concetto. Pcroccht^ 
qui , parlandosi in generale detlii 
forza de' v oca boi i irrh frante ^ non re* 
mrenfi^ è vizioso l arlScolo delermi- 
ualo lOi che tutti i testi danno a tio/i 
reverente. E. M. 

^ Di questo von è li^guna in tutu 
i leath Ma pongusì m^mte di conto- 
st0| e ai vedrà tsacr necessaria lo 
aggiungerlo. Chò Duute fa consiste- 
re la nati rivir^izii nel DCgàre^ cioè 
nei tson prestare altrui quella sog- 
gezione che non gli è dovuta. Lau- 
do ve il uè gare ad altri la sogge- 
zione ciio giiiìitamento gli si devo, 
ei lo chii3mairriT;frfri.:a, IJ perche^ si 
pu5 senza colpa, secondo la sua dot- 
trina, essere non retfereniif non cusl 
essere irrinermlL E* M. 

^ Non offetidemh atta verilà, cosi 
hatitio tutti I testÌT ma con errore, 



S7J 



IL CONVITO. 



qiijmdo della ùehiVì confessiate si pnva; e quesio pro|ib- 
I il CD le è disconfessarR : per altro modo ptiò V uomo disdire 
non offende lì do alla verità^ quando quello che non e non si 
confessa; e questo è propio negare* siccome disdire I' uomo 
sé essere del tutto mortale, è negare proplamenie parlando. 
Per che se io ni ego la reyereiizia dello Imperi Oj io nou sono 
irreverentCj ma sono non reverente ; che non è contro alla 
reverenm, conciossiacosaché quello ' non offenda, siccome lo 
non vivere non offende la vita^ ma offende quella la morte, 
eh' è di quella privazione ; onde altro è la morie, e altro e 
non vivere ; che non vivere è nelle pietre. E perocché morte 
dice privazione, che non può essere se non nel suggello del- 
l' abilOj e le pietre non sono suggello di vita ; per che non 
,morle ma non vivere' dire si deono; simihnenle io, che in 
questo caso allo imperio re Verena ia avere non debbo, se ]a 
disdico" irreverente non sono, ma sono non reverente, rho 
non è tracotanza né cosa da biasiraarei Ma tracotanza sarebbe 
r essere revereDle, se reyerenzia si potesse dire, perocché in 
maggiore e m più vera * irreverenzia sì calerebbe, cioè della 
natura e della verità, siccome di sotto si vedrà. Da questo 
fallo si guardò quello maestro de' filosofi, Aristotile, nel prin- 
cipio àeW Etha^ quando dice: a Se due sono gli amici, e 
» l'uno è la verità, alla verità è da consentire. » Veramente, 
]jerehè dello ho eh' io sono non reverente, eh' è la reveren- 



perchè Don te vuol ai unifica re che 
runmo coti qtiesto ptfmo modo di 
diftdire olfende U veriUji non con* 
fcfBsanda qneUo e ti' è vero e che 
pure è Lanuto di conTessar»; sicco- 
me liei eecondo modo non o (Tende 
là verità, negando quello che poa è 
nel ratio. E. M. 

i QtielfOf cioè ^iitUo imperio. E* M. 

*II end, Rice, legger ma uori vi- 
*'«, F 

3 ^> fu iliidicu , cor retta mento il 
cod. fi arti, odi! Gadd. 135 sacundo. 
Anthe ìe pr. ediz. indicono oU'ay- 
vl^duto lettore Ja liuonsi leijcnep por> 
t^ndo dii/or dùdicot e non hanno er» 
TOTG elio del Jis la cangiato In delia. 
il ni«cjoai leggo mi la mente delta 



ditcr esione. Il cod. Gadd* 135 primo 
ha del disdir io; ed il V^i. Urb. leg- 
ge » senta la clausola k la diadicù, o 
allra simigliente Liggtunta : riverm- 
31 a av^Tff tìQfi débbOf irriveretUe tifm 
sono, masottù ec E. M. 

* Erroneamenle la maggior pflfte 
d4*'MSS- e tulle le stampe portano: 
in ftia^iore e men vera ìfrsvt-rtmziii; 
parlare ìn^en&uto. E. M. — Gli od. 
miL correasero dunque nifjno in piè^ 
me non vedo ragiono ptsrchè si da- 
vesse gettar via In parola tprn, che 
dà maggior fllgulQcaleone alla frase, 
e elle io ho perciò conservata. Il 
WiUe varrebhe lèggere, ma parrai 
non troppo bene : mi vera irrtpertH^ 
za. ¥. 



TRATTATO QDAUTO. 



279 



ik negarej cioè iiègaro k non ^ debita suggczioiìo per maiii- 
fesEo segno, da vedere è come questo ' è negare e oou discon- 
fessare; cioè da vedere e come in questo caso jo non sia 
debitamente alla imperiale maestà saggetto : e perchè lunga 
ct»n viene essere la ragione, per proplo capitolo immediata- 
mente' intendo ciò mostrare. 

Capitolo IX. 



A vedere come in questo caso, cioè in riprovando o in 
non approvando * 1* opinione dello imperadorej a lui non sono 
tenuto a suggozione, reducere alla mente si conviene quello 
che dello imperiale ufUcio di sopra nel quarto capitolo di 
questo trattato è ragionato; cioè, che a perfezione dell' umana 
vita la imperiale autorità fue trovala j e eh' ella è regolatrice 
e reggitrice di tutte le nostre operazioni ° giustamente, che 
per tanto oltre quanto le nostre operazioni si stendono, tanto 
la maestà imperiale ha giurisdizione, e fuori di quelli termini 
non si sciampiEj.'* >la siccome ciascuna arte e ufficio umano 
dallo imperiale è a certi termini limitato ; cosi questo imperio 
da Dio a certi termini è Anito, E non è da maravigliare, chè"^ 
r ufficio e r arte della natura finito in tutte sue operazioni 
vedemo. Che se prendere volemo la natura universale di tutto. 



1 Questo noti è da uggiungersii per 
quello che si é acrìuo poco ovanti 
in altra noi»* Si osservi ancora come 
Dante ha già detto : io che in qufsto 
cato all' Imperia riveremia avere non 
d^bbo i e dirà poco appresso : da. iie- 
dert è come in quatta ctiso io non sia 
deùitùrnefìtÉ allo imperiai^ maeslit svg- 
gstia. li. M. 

*Cioé, il fatto mio P. 

V Adottiamo In variante de'cod. 
Val. Urb,, Godd, l'ti e !a5spcondo, 
U Bisoiooi pone nel testo la cotica 
lezione imm^dianie^ o ut nolo os- 
serva che altri leggono immediate. 
K. M. 

* Tulle le stampe ; in riprùvando o 
in fìpprov(tHda j ove è evidente la 
mancaDia del non, che non manca 



peraltro nel codice BìccanlkM). I\ 
BJVflt^re opinioni, leggono tkunì 
codici; oiitste opinioni, hanno le 
stampe. M^ Che invece di opiìtioni 
abbiasi a leggere (ìpera^ioni è chia- 
ro per quello che aegwita immedia- 
tamente : che per tanio oUn quùntù le 
nostre (operazioni ti stendono, tm*(o la 
maetlk imperiale ec. E M» — He ne 
conchindono gli edìt. mil. ; polchà 
come legge»! nel lesto, legge il co^ 
dice Riccardiano* ¥. 

S II verbo acìatttpitire, non che da 
altri antichi^ trovasi osato varie vol- 
te da Dante, e vale stendirt, éiitita- 
re ec.| e più propriaaoente far più 
ampia, F, 

7 Perciocché* P. — l^ il cod. tticc» 
legge: perocché. P. 



210 



IL CONVtTO. 



toltilo M giurisdizione^ quali In b IììIUì il ììK^Ddt)^ dici) quanto 
il ciclo e la tfìrra si stende : ^ e questo è a certo termine^ sic- 
come per io lerao della Fiiictij e per la primo dì Ci filo s 
Mofìdo è provato. Dunque la giurisdizione della natura uni- 
versale è a certo termine finita,* e per conseguente la parti- 
colare : * e anche* di costei e^li è limitatore.* Colui chi? da 
Dulia è limitato, cioè la prima bonià^ eh' è Iddio, che solo 
colla infinito 4 capacità l' infinito"' comprende. E a vedere i 
termini delle uostre operazioni^ è da sapere che solo quelle 
sono nostre operaziont che soggiacciono alla ragiane e dh 
volontii; che se in noi ò T operazione digestiva, questa non è 
umana ma naturale. Ed è da sapere che la nostra ragione a 
quattro maniere d'operazumi, diversamente da considorarej è 
ordinata : chfa operazioni sono che ella s ola tue n te considera e 
]ion fa, ntì può fare alcuna di quelle^ sìcajme sono le cose 
uà turali e le soprannaturali e le matematiche; e Dpern^kmi 
eh' es^a considera e fo nel propio atto suo, le quali si chia- 
mano razionali, siccome sono"^ arti di parlare; e operazioni 
sono eh' ella consicìcra e fa in materia fuori di sèj siccome 
sono orti meccaniche, E queste tutte operazioni, avvegnaché 'i 
considerare loro soggiaccia alla nostra volontà, eìle per toro " 



1 La volerla : {r!ni0 ìm^ituritiéizimie^ 
qunnto (utln il moF*rftì {dico il ddtì t la 
terra} siittude. La l^ztonc do me pDsL^ 
nel testo é del eod. Biccardiano. F. 

> Finita, correttamente iT cotlìciì 
Dsrb, li BiBCtoni: ftuiio. E. M. 

* lì Bfsdoni col [e altre ediz^ par- 
tfcolarità, W cod. Darb,, i Gadd. i'òk 
e 135 secQnóù: parzialitade* Lezioni 
sbagliate ambedue ; che il cnntrappo- 
sio di univtrtixh è purtiùotare. E. M. 

* Dice audig quasi dchiumundo Iti 
proposlzlofic superiore, cìciè, che 
J'iifiìcìf» Imperiali* da Dìo a certi 
l€rmlni b fiiiilo. K 

^ Tu Ite le atonnptì e. tutti i codld| 
«alvo però il Vat, ft7?fi il quale coi^ 
jelt amento legge : e- unche é di coìhi 
liviitaiore cqIuì ec, hanno i^niiatfjn; 
insigne strafai ciò ne, intorno a cui 
vt(\\ il Sttggifì, pBg. US, iì: si noti 
che l'errore potevasi factlmenlo 



emendare dagli editori^ ce avessero 
posto raente a! %m&iù evidente dei 
MSS. Che II Marc, pnmo leggo die 
imiiatore, e cosi il Gatld» l.'U; il 
Gaddp ^^b primis etti imitaifìTi ; jl 
Mare* secondo eìltgmitnfoi'e ; tulle 
storpjGUiro, Jb quali diniosirano che 
gli atnanuen^i non iuleniJevano 
straccio di qiielloche copiavatio: mii 
che con uaa briciola di sain criilcri 
ni riducono al hi vera k'?.lone. K. Id. 

fi Tulli i testi leggQuo mulamcntti 
iufinilù senza 1' urticelo K, M. 

7 SiGi:ùme fauna arti di partfirt., $\ 
légge nella volgata Della necessitai 
però dell" emendazione fatta no atsi- 
cura il veder detto prima in i|ii«;Sto 
m ed esimo periodo t s^ccQtnt mno h 
cose ti t\ tur ai* ce ; o dop^j : Micoome sq 
nn arti tnifcammhÉ. li. M. 

« Cìrn\ TU qifiiiUo riguarda l 
loro, p. 



' 6?ser H 



TltATTATO QUARTO, 



581 



I 



* 



A iiogfra volontà non soggiacpìono; vhii perchè noi volef^iiiio 
che ÌG cose gravi salissino per natura ausa non polrebbuno 
salini ; * e perchè nei 7o!ussìmo che 1 slllogisnio con falsi prìn- 
cipi) conchiudesse verità dì mostranti o^ non cenchiuderebbe ; * 
tì perchè noi volessimo che la ca&a sedesse cósj fc>rte pendente 
come diritta, non sarebbe; perocché dì queste operazioni non 
fattori propiamente, ma U trovatori serno : altri Je ordino e 
fecele maggior Fattore.^ Sono anche operazioni che la nostra 
ragione considera neìl' alto della volontà/ siccome offendere e 
giovare ; siccome stare fermo e fuggire aììa battaglia ; siccome 
slare casto e lussuriare; e queste del tutto soggiacciono alla 
nostra volontà ; e però semo detti da loro buoni e rei^ per- 
ch' elle sono propìe nostre^ del tutto; perchè,*^ quanto la 
nostra volontà ottenere'' puote, tanto Je nostre operazioni ai 
stendono, E conciossiacosaché in tutte queste volontarie ope* 
razioni sia equità alcuna da conservare^ e iniquità da fuggire; 
la quale (quità per due cagioni si può perde re^ o per non 
sapere qual essa sì sia^ o per non volere quella seguitare; tro- 
vata fu la ragione scritta'* e per mostrarla e per comandarla* 
Onde dice Augustine : e Se questa (cioè equità) gli uomini la 
^ conoscessero, e conosciuta servassero, la ragione scritta non 
» sarebbe mestieri. » E però b scritto nel principio del vec- 
chio digesto: « La ragione scritta ò arte di bene o d' equità. ^ 
A questa scrivere, mostrare e comandarCj è questo ulliciale 
posto, di cui si parlaj cioè lo imperadore^ al quale tanto^ quanto 
le nostre operazioni propìe^ che dette sono^ sì stendono, sia- 
mo suggetti; e più oltre no* Per questa ragione in ciascuna 
arte e in ciascuno mestiere gli artefici e li discenti sono ed 
esser deono suggetti al principe e al maeslro di quelle^ in 



» N^n potrebbero ìalirt, è leiiooti 
del ood. Rice, Gli ed^L ralL leggono 
soLlanLo non |w^re&6on{if e notano che 
di 1 queste parole tsiiono dìfetlo varil 
Iftstti. F. 

* Le parole ridi'* e!ùiii:hmdefebbe 
mancano in tutti? le stampe^ masi 
lef^gocìo molto iippottuuàmente ficl 
tod. Riccatdtanu. h\ 

> Iddiy. I*- 



^ hi quanto sono nelJ' atLo della 
volontii, P. 

^ Sono Mtnpre notin drì tuilOf \& 
pnediK. EkUk 

« Per Ia qiial cosa, P* 

^ Cosi ÌB pr, etili, » i cod. Marc, pd 
i Gadd, 134t 1^& prlmoJl Discioni: 
atiffìtre. E, M. 

JiCioèf la legge o d ónìiia civi- 
le. 1". 



IL CONVITO. 



qdcHi mestieri ^ in quella arte; fuori dì quelle la soggezione 
porc^ ptirocchè pére lo principaLo* Sicché quasi dirt^ si pud 
(idi 4 Iinperadoriij voi ondo il suo uflicio figurare con una im- 
magiiif^ the ellì ^ìa iì cavalcatore ^ deHa umana volontà, lo 
qua) (^avallo come vada sauza il cavalcatore per io campo as- 
sai è manifeslo,* e spezialmente nella misera lCalÌ£i che ssmza 
niezzo alcuno alla sua govcrnazione è rima?ia.* E da conside- 
rare è che quanto la eosa è più pnipia dell' arte o del magi- 
stero/ tanto è maggiore in quella la soggezione ; che muUi- 
plicata la cagione, muitiplicato è l' eOfetio.'' Onde è da sapere 
che cose sono che sono * sì pure artij che la natura è stru- 
mento dell* arte; siccome vogare col remo, dove V arte h suo 
strumento diJla impulsione, che ò naturale moto ; siccome nel 
trebhiare il furmento^ che 1' arte fa suo strumento del caldo, 
eh' è naturale qualitade. E in questo massimamente al prin- 
cipe e maestro dell' arte esser si dee suggetto.'' E cose sono 
dove r arte è jstrumonro della natura ; e queste sono meno 
arte; e in esse souo meno suggetti gli artefici al loro princi- 
pe; siccome dare io seme alla terra, quivi si vuole attendere 
la volontà de ila natura ; siccome uscire di porto^ quivi si 
vuole attendere la naturale disposizione del tempo: e perù 
vederne in queste cose spesse volte contenzione tra gli arte- 
flcij e domandare consìglio il maggiore al minore. Altre cose 
sono, che non sono dell'arte^ e paiono avere con quella al- 



* Questa siTnlliludirn* doli' tmpGra- 
tortì col cavalcatore vi^dcai pure nel 
Purg,^ Vlj *ì7: fl Alberto iedeic^ che 
abbandóni Co9tsi, ch'i fatta indornHa a 
ulmffgia, E fhnfnti inforcar li tuoi 
arcioni, m Pertiniiri, 

» Qtia^i dica, eh eRll ne va in pre- 
cipizio, P. 

*Nel Purff.f VI, 91 : « Ahigml^ ec. 
Guarda ram'eala frra è fatta felltt^ Per 
non e$!ifr carretta dagti nprùuù *E. M. 

* r cod. Marc, Il Vut. Urh. ed ì 
Godd* 13i> primo e secondo hanno 
maeMiro E. il. — Il Rice» htt ftwsUt- 

< Che mnUiplicatii lacafianef multi* 
fUicam i i' vfftttOj legge il cod. ni ce , 
. * , . muitiplicato rr//cjj'0, il Uiàciual^ 



ma gli ed, mil.j alloDtanandflsI aeiìi" 
pre più dalla vera lezione, . - * , muHi- 
plka r tff'etlQ^ ¥* 

< Santi a sì pur» urti, è la I elìcne 
volgata. Leggasi tutto il contesto del 
£tfSi«guctito djecarao, ^ avraagi per 
certo cb{} qsjeU'a doveva espungersL 

1 La volgata leiione era : E tu ^i^f. 
alo fnas^imumentf il prineipB e maestra 
deU'arta fitei- de» soggetto; Iasione 
bestiale, come dtconogliedit.mil, 
ai quali furon sommltilBtratc le cor* 
razioni oppeiiuné in parte dal codtce 
secondo Ida re,, ù in parte dai Gadd. 
^^ e I3b secondo. Ma il e od. Rice, 
prc^k^ota non parzialmente, ma tutal^ 
mente, la legione corretta. F. 



TRATTATO QUARTO. 



983 



^ 



N 
k 



cuna parentela ; e quinci sono gli nomini molte Yolte ingan- 
nati : e in queste li discenti all' artefice, ovvero maestro^ sug- 
get ti bon iBonOj né credere a lui sono tenuti quanto è per 
r arte ; siccome pescare pare avere parentela col navicare ; e 
conoscere la virtù (idi* erltó pare avere parentela coir agri- 
cottura ; cbe *■ non liautio insieme alcuna regola^ conciossiaco- 
saché il pescare sia sotto 1* arte della venagione^ e sotto suo 
coraan*3are; Il conoscere la virtù dell* crLe sia sotto la mtdi- 
cina^ ovvero sotto più nobile dottrina.' Queste cose simìglian- 
tcmente, che dell* altre arti sono ragionale^ veder sì possono 
neir arte imperiale ; che regole sono in quelle^^ che sono puro 
arti, siccome sono le leggi de' niatrimonii^ delli servi, delle 
mihzie, delli successori in dìgnitada : e di queste in tutto sia* 
mo allo imperadore suggetti sanza dubbio o sospetto alimno. 
Altre leggi sono, che sono quasi seguita tri ci di natura, sicco- 
me costituire V uomo d'etade sufficiente a mìnisirare;* e di 
questo non seme in tutto sugge tti r onde moltn* sono che 
paiono avere alcuna parentela coir arte Imperiale : e qui fa 
ingannata) ed è chi crede che la sentenzia imperiale sia iji 
questa parte autentica : siccome giovanezza sovra la quale 
nullo imperiale giudizio è da consentire, in quanto elli è im- 
peradore : però quello che è di Dio, sia fenduto a Dio.^ Onde 
non è da credere^ né da consentire a Nerone imperadorc, che 
disse che giovanezza era bellezza e fortezza del corpo, ma a 



1 Cioè} Jc qaali Jirii non henao m^ 
eterne tìtcyus re^g'^^B comune* P, 

* La fisica getierale, i*. 

3 la qit^U^ ai vuole correggere leg- 
gendo in qiidh, s' io non erro ; pei*- 
ciocché quel pronome dcbbe svere 
rispetto all' arte iiuptriaìe. P* 

^ Afnmin(tlralorej le pr. edi^. e il 
Eod, Gadd f3i. U Gndd, 136 pHmiì : 
.'iìi/p€if,nte nd alcuna ammitiiitra:;,ùmB. 
E. M 

s Tilt ti ì lesti : molli. Dee correg- 
gersi itiàttfj perchè parlasi di k^gi. 
E. M. — lo slsccherel, mediante 
punto fi?rmo, questo membro dalTan- 
tecedeiUe. Ollrflcclò ki^^cret altre 
invece di orni fi, perciocdip qnosf ulti- 
mo flYvmbio pane tra «ASti parti del 




di se arso una relazione di dipenden- 
za, ]a qufile non mi pare su39Ì!;k<re 
in ^Ic^un mòdo* E poi ccrn que-^ta le- 
gione volgata non e serbato l ordine 
<!hc fu diviBato nella similitudine in- 
Iroduttiva detlji presente dottrina; 
perocché ìyj eì [jarla distintamente 
delle C03C che sono ptira arie , di 
quelle che seno fnena arfe^ e di 
quelle che non sono dell' arte e 
paiono avere con Quelie akunu parentn- 
ia. P- 

« Oui il cod. Gadd. t3S ^imù, per 
dflr tutta intera V evangelica a^ntt;n- 
2fl, qU(P xuHt Cifraria Castani ^ et qnm 
suni Dai Deo, aggitin^e : e qutìlQ ,?' at- 
tiene ali imperiah Wifiej^n, jwr tP^ue^ 
guentc attribuilo gli iia. K. U. 



IL CONVITO. 

i\^ul tlio lìiaoBse che gjoyanezza è colmo della naLufiil ti La. 
k\w mn'Uhei flioaofo. E jmìtò b maiiifeslo che diftnire gentileiaa 
iHMt i> MV ^vte imperiate: e se nua è dell' arte^ trattando dì 
ilwAh, tk lui non siamo susfgetti; e se non suggetti, reverire 
hii in ciò uua siamo tenuti : ^ e questo è quello eh' eziandio 
n* iinciftva cercando.' Per che ornai eon lutto licenziaj con tutta 
fmiichezKa* d'animo è da ferire nel petto alle visate* opinio- 
ni, quelle per terra yersandOj acciocché la verace per questa 
initì viUoria'* tenga lo campo della mente di coloro* per cui 
Ha questa luce avere vigore. 

Capitolo X. 

Poiché poste sono V altrui opinioni di nobiltà^ e mostrato' 
è quelle riprovare a me essere licito : verrò a quella parte 
ragionare delìy canzone, chn ciò riprova^ che comincia, sic- 
come è detto di sopra : Chi difinisce : uomo è legno animato. 
E però è da sapere che V opinione dello fmperadore (avve- 



f Lìi legione f^ostu nsl tc&to è do! 
coé^ Rice, La volgala dtcfìva : ^ se 
fiori xoQfieHù^ revtrire n ini in fio hoìì 
tiarao Uììuti. F, 

s l,e slampc e ìì più de codici leg- 
gntica senza liuon senso : e questa t 
qtidh eziandio s' aiìih va. Perchè bc. 
V oroendatlone ci y^nm prc set» tata 
dot cod. vn. 477S. E. M. — l'armi 
che dovevano i ijignoK i^dii. mit. 
conservare nello stato dello volgiitLi 
le puro le é qufsto e qiatlo csiandio^ 
f le rei occhè u ppun io qii osto a v v e rbì o 
00 rendo 8vv^sati| due essere stati 
gh obbieUl della ricerCQt che 30iio 
r tioti esser suggeUi, S"* non es^er 
tenoU a riverire. Vedi U perìodo su- 
penore. P. 

» Cosi il cùà. Gadd. 134 e la prìmft 
(?diz. Quella del liiscioni noti ha le 
parole d'ammù. E. M. 

MI cod, Ciàdd. i 35 primo Invece di 
tjìaaie opinioni ÌGggfì jìi;^iu!eapmioni- 
ìì Dìouisi, anedd. V, pog. 155. spiegu 
Imitate per maickerait; m^ unii^am- 
plice è r iiitóhdcrio per dwitalnt awu- 



t& di ffiinu E. M. — Il verbo vititrtf 
dondt il parile^ vimlif^ noo e| trova 
negli antidii : onj" io credo die Ja 
vtìra lezione sia vizi fife, Unto più 
cbe non Dfil àolo Gadd. I^S cosi si 
legge» ma leggesi pure nel cod. aidc, 
il quale per di più nota in po&llllu, 
elle t'hifiit vale falit, F. 
* Psr qtiista vittorifì^ le prime eéh, 

SO Dionisi fìoc. eli.) avendo rlcc»- 
n ose luta ej TOnea la comune legione r 
di colotùper ciò fi quesiti lucg^ corres- 
se t (fi coloro per ct/i fi qutttu ltit;e ce. 
Noi accettando lei correzione di per 
CIÒ in pfr cui, e, lasciando /U come 
^ta nella volgala, ricaviamo da que- 
sto passo la spiegazione seguente i 
tniqa i campo ddla mrtilt! ihiaiom 
per cui è buono ch^ tiuesti lua fiUm 
Pi§ort.. Ftivi prende frequente mente 
il signi riciLto di Tficifer conlOf {orntit 
biiOHfì^ tìtiU^ l'etr.» Canz. 40, v. 8: 
a Non /ri per te di slar fra gfrtfe alk* 
qra. * Vedi UCtuaca ulla voce Fare, 
g XXL E. fa. 



TllATTArO QUARTO, 285 

gnaf-bè con (ìltHlQ quella ponga) ne ir una particola, doè dove 
disse àilli coslumi^ toccò dell! costumi di nobUtade ; e però in 
quL^ia parte riprovaro non s* inteudo : V al tra particola^ cho 
da naturii* di lìobdtà è del tutto diversa, s' intende" riprova- 
re ; la quale due cose par dire quando dice anlica riCi:hezzaf 
cioè tempo e divizie^ le quali da nobiltà sono del tutto diver- 
se» com'è detto, e come dì sotto sì mostrerà : e però ripro- 
vando si fanno due parti ; prima si riprovano le divizie, poi 
si riprova il tempo essere cagione di nobiltà. La seconda parto 
comincia : Né voglion che vii mm gentii divegna. È da sapere 
che, riprovate le divìzie, è riprovata non solamente 1* opinione 
dello imperadore in qtielia parte che le divizie tocca, ma 
eziandìo quella del vulgo interamente, che solo nelle divìzie 
si foadava. La prima parte in due sì divide : che nella prima 
generalmente si dice lo imperadore e^ere stato erroneo nella 
dìflnizione di nobdlà ; secondamente ai dimostra ragione per- 
eh' è : e comincia questa seconda parte : Che le divi zie j siC' 
cùme si crede. Dico adynquc chi di finisce : uomo è Isgno ani- 
maio che pr itila dice non vero, cioè falso, in quanto dice legno, 
e poi parla non intero ; cioè con difetto, in quanto diee ani- 
mato, non dicendo razionale, che è dilTerenzo, per la qunile 
r uomo dalla bestia si parie,^ Poi dico che per questo modo 
fu erroneo in dìfinire quello chi tenm impero^ non dicendo 
imperadore, ma quelli che tenne impero, a mostrare, come 
detto è di sopra, questa cosa determinare essere fuori d'im- 
periale ufljcio. Poi dico simflemento lui errare, che pose della 
nobiltà falso soggetto, cioè antica riccìiezza; e poi procedere 
a difettiva f(*rraa, ovvero differenza, cioè helli costumi, cho 
non comprendono ogni formahtà di nobiltà," ma molto piccola 
parte, siccome di sotto si mostrerà.* E non è da Jasciare^ tut- 

h si partt, In^iiCfjdì aipfìriF le prima 
edii. ed il cod, Gadd. i;^.b primo leg- 
gono ai diparte. E. M. 

* Ciofr muti quello per cui la nobU- 
th hrt la sua fornia» o vo^llam dire 
r essere particolare. P. . 

^ Si montmra ^ è lesfìone d'alcune 
sUrtipc auliche e del cod. Rice, In 
volgata : ti mo$tr(i* F. 



* La vofgatn leggeva di natura^ ma 
gU edit* EiiL sospettarono eh© doves- 
se leggerai da nftiura. K da ttatum 
legge ìnfàUL il codice Hiccarrila- 
no F. 

* L'ufim datta br.Hid, U cod. Marc, 
secando, [l VbL Urb. ed il Gackl 134, 
d'accordo collo pr, Gdu. U lliscioni 
Ic^gc : per la ^uctid nomo d^iln i^ettm-^ 



tm 



IL CONVITO. 



itìiM\ il tosUi i*i taccSn, die mestìenj * lo jmpf radoro in qut^sln 
ptirUJ iiDti iTrò* pur nelle parli della diflnixioiie, ma eziamlto 
mA mudo (H di finire (t^vvognacbè^ secondo ly fama chn di lui 
Sfridi*, r 1^1 ì fiiastì lolco e cherico * grande), cioè la di(ìnfziùn© 
Min naUìììii più di^gnnmnnto si faccia dagli effetti^ die da' prin- 
fìlplj ; coiipjujisiacusadiè essa pala avere ragione di principio, 
dm imi fll può uotilìcare per cose prime^ ma per postertori, 
l*(d (funndo dico : Che le divizie, siccome si crede, mostro 
fom*idlii non possono causare* nobiltà, perchè sono vili: e 
nui&itn* qnollo ^ non poterla Iftrre, perchè sono disjjiante molto 
ih nobillà. K provo quelle essere vili per uno loro massimo 
a nmnìfestissimo difetto : e questo fo quando dico : Che $imo 
vili appare. Ultimamente conchiudo^ per Tirtù di quello che 
ii detto di iàopra, r animo diritto non mutarsi per loro trasmu- 
tazione; che prova quello** che detto è di sopra, quelle essere 
da nobiltà disgluntej per non seguire TeiTeito della congiun- 
si o ne. Ove è da sapere che^ siccome vuole io Filosofo, tutte 
le cose che fanno alcuna cosa, conviene essere prima quella 
perfettamente in quello essere;*' onde dice nel seltimo della 



1 La comune lezione ora ; eatrs 
V imperatore, ed il Trìvulzìo e comp. 
nel Stìggio, pag* 143, proposero : ixfù 
imperatore : ma poi, seguendo U cod, 
Harb.^ leest^ro mc^aet lo imperaUtré. 
K C^al dfivfi leggersi, lion solo per- 
chè, oltre N cod. Barb.» così Leg^e U 
eod* Ri ce., roft perchè ^nffsv re era un 
titolo é' onorCj che si iìava ai perso- 
nuggL costituiti in dignitb } mio sen, 
mio signore. Nov^fint. ; meiser la impa- 
rudùrB Frtierigo. 11 oc e. : Stesser Carlo 
Senzalerra {di Vtdois}. F. 
' Noti nteno «rrò, le pr. edir. E. M, 
> lokOr leggono assai bene ì cod. 
VnL Urb. g Gadd. 134 e 13^ primo. 
Tutte le Bntiche edi^., o insìoìn cuti 
vunt* il U tsc I oin , Èm n ri o tnico e eh e n m 
iftnndt, con me ii i festa con tra d i j i o 1 1 e 
nul ien«oì peroccbc/a^cf] nel ling^iag* 
gin dii' nostri antichi «igni dea tf^i r^t;- 
rttta (o ckerico sigEiinct kidratù y 
ihUù^ quantunque c/nerico per dùtfn 
mn ilu r^eJHtfato nulla Crusca), E 
^uovkk modo di dire durò fino n' tem- 



pi dei Casa (Vedi Gnìatm, Gfi). E. M, 
" lom valeiotìpco, diakiiko. F, 

* La comune lettane è curare^ tlon- 
ostaiUeché in varii codici, come iJ 
Barb., ]IGadd.135see^indo,e il ilice, 
&i legga cawtavÉ* E turare preTerìron 
di leggere il Biscioni e gli edit. mil, 
percljè crederono cho questo vefbo 
pQtessQ valere prncuTare,proEtfa:iarif^ 
mentre non va le al tro clie uvtr cura, 
ùìfgrg a cuofB^ oturrfl iti pregio e fiàmiU. 
Ondo non v' ha per me princìpio di 
dubbio , che debba leggerai cawia- 
rf. F. f 

B QuÉÌk corregginmOt pefocchè il 
pronome è ri ferita (i rrWi^^e plura- 
lt^ Tifiti! le stampe: nial^mente hanno 
qtieUii, quasi il soggetto Tosse nobittu, 
i:. M. 

5 11 cod. Barb., il Vat. Urb., ìf fifl- 
coudo AJarc. e il rtodd. y^ì'. ch'èpro^ 
va dì ijusth che detta è di sopra. E. M» 

7 ìntetidi : conviene che la cosa da 
esser ratta sin perfetta ni ente dciitro 
i' essere dell» rma cho l' ha u ture, 



t 



TRATTATO QUARTO» 



fÈl 



MHaftska: € QuanJo uQa eosa si genera d* un'altra^ goDerasi 
» di quella essendo iti quello essere, i Ancora è da sapere the 
ogni cosa cho si corrompe, si si eorrompfi precedenio alcuna 
alterazione ; e ogni cosa eh' è altera ta^ conviene essere con- 
giunta coli' alterazione ; ^ siceome vuole \ì Filosofo nel settE- 
mo della fmca e nel primo di Gener azióne. Queste cose pro- 
poste/ cosi procedo e dico, che le diviziCj come altri credea, 
non possono dare nobiltà ; e a mostrare ^ maggiore diversità 
arerà con quella, dico che non la possono tórre a chi l' ha. 
Dare non la possono; conciossiacosaché naturalmente siano 
yilì^ e per la viltà sieno contrarie a nobiltà. E qui s' intende 
villa per degenerazione, la quale alla nobiltà s' oppone : con* 
ciosaiacosachè runo contrario non sia fattore dell* altro, nò 
possa essere per la prenarrata cagione ; la quale brievemente 
s' aggiugne at testo^ dicendo : Poi chi pinge figura, Se non può 
esser lei, non la può porre; lande * nullo dipintore jjotrebbc 
porre alcuna figura, se intenzionalniente non si facesse prima 
tale, quale la figura essere dee. Ancora tórre non la possono; 
perocché da lungi sono di nobiltà: e per la ragione prenar- 
rata, ciò' che altera o corrompe alcuna cosa^ convenga essere 
congiunto con quella : ^ e però soggiugne : Né la diritia iurre 
Fa piegar rivo che da lungi corre; che non vuole altro dire, 
se non rispondRre a ciò che detto è dinanzi, che le divizie 
non possono tórre nobiltà, dicendo quasi quella nobiltà essere 
torre diritta,^ e le divizie fiume eia lungi corrente. 



cioè non sempre realmente, ma sem- 
pre vlrtuolmento. P- — lì Witte vor» 
rebbe correggere' cont'ìené rssa (la 
Ctì53 da fMfiìjpihnapcrfsUameJìUin 
queUe (nelle cose che fannoj entre. F. 

1 Cioè, col Ed cDSÈi che dee caasare 
r u I tei axi otte. K 

s Prap£fÈle ^^r preposte ; e cosi leg- 
ge InraUl il co± Oodd. 135 primo. 
Invece d\ pracffio ìegg^sì ertoiiee- 
aento nel Uisoìoin procede. E. W. 

^U WiUo leggerebbe : a fl^w*irarfl 
-»« ec, W 

* l'ertìioeeliè. P» 



^ li aói da cui viene regolata U 
discorso, manca In tutti i lesti. R. M. 

^ 1 testi MSB. a stampstri leggono) 
erronea me me qveih. K. M . 

7 rnV(?tB di forra diriUa tuli] i testi 
MSS. stampati (ecceUusti i codici 
fiadct 135 secondo e VaL 4778 h i qua^ 
ji hanno torre dirim, col solo errore 
d L acofi e rda n tu ) I egg oti u con sin va- 
iare spropoaito (ùtre di tuUOr K sì «Il 
editori avevmio aortoccliic il fe&to 
della con7.onet che co^tn chi ai issi wa- 
mmiTe: Ne la dintialorrefi* ptfiiit.^* 



2J^8 



a CONVITO* 



Capitolo XL 

Resit ornai solamente a provare coinè le divizie sono f1%' 
e come rlisgiiintci L'i lontane sono da nobiltà; e ciò sì prova 
in duù parliculette del testo, alle quali si conviene ni presente 
intendere: e poi, quelle spaste, sarà manifesto ciò che tltHKj 
hiij cioè le divìzie essere vili e lontane da nobiltà : é per 
qut'slu saranno le ragioni óì sopra con tra le dtviiie p^rfetta- 
menle provate. Dìm adunque : 6'^ skno vili appare ed m- 
per/elle. Ed a manifestare ciò che dire Js'iQtende^ è da sapere 
che fa viltà <li ciascuna cosa dalla imperfezione di quella si 
prende, (3 così la nobiltà dalla perfezione, onde tanlo quanto 
la cosa è perfetta, tanto è in sud natura nobile; quanto im- 
perftata, tanto vile. E però se le divizie sono imperfette, ma* 
nifeslo è che sleno vili. E eh' elle sieno imperfette, brieve- 
mente prova il testo quando dice: Che fiuantutiqtie cotteit^. 
Noti ptis$ùn quietar^ ma ddn più cura. In che non solamente 
la loro imperfezione è manifesta^ ma la loro condizione essere 
imperfettissima, e pero ^ essere quelle vilisBime ; o ciò testi- 
monia Lucano quando diecj a quelle parlando : a Sanzn con- 
B ten zinne perirò le leggi : e voi ricchezze, vilissìma parte 
* deìle cose^ moveste batlaglia.* » Puotesi brievemente la loro 
imperfezione in Ire cose vedere apertamente ; prima, nello in- 
discreto loro avvenimento; secondamente,* nel perieoloso loro 
accrescimento ; tenramente, nella dannosa loro possessione. E 
prima ch'io ciò dimostri, è da dichiarare un dubbio che paro 
coosurgere: che, conciossiacosaché Toro, le margarite e It 



t Là comune lezi (ine erd : ta h^o 
cùndizìotte (Sitr^ itnjmrfelthsìma i^ 
per tM^er» qtirth ì:^ilisximi.E ^he^ìt. 
miU notsrono che par{;vn enervi la- 
guna deUa parola manifetiiìi e che 
dov(?3»e leggerai: ia loro condì z ione 
«Mffra imjwf/efVtsJirfta è maniff^tOf per 
$Jtter qutlie viUntimff. Ma ih modo piò 
fi^mplice I* più coerente Ol buon di- 
BCt>raoT fece il Pedoni ni Jacarreiio- 
ne che hQ posta nel testo. F* 

* La vnlpattì le^^geva : t voi rk€h$i- 



Stf^ mlititma part$, ^o^eit^ dflte coté 
Jmiiaffìia, Ma he ri considerato M pas- 
so latino a cui questa cliAziono eor* 
risponde, ci ^emt^riì che iJ testo fmw 
da correggersi rome &\ è fatto : altri- 
menti fi dovrebbe supporre cha 
Dante avesse male intese te ciliari»- 
sifrte parole di Lticano* K. M — In- 
filiti j I co ti . H ice . I eg gè e om * bau fl a 
ni dd rifiuto gli ertit. mìL F. 

^ SecQtuiù^.., ftfr^ro, lo prime ed^f. 
E. ^, 



I 



I 




TRATTATO QUARTO. 



§89 



campi * perfettamente forma e atto abbiano in loro essere, mm 
par vero dire che sieno imperfetto, E però sì vuole sapere 
che quanto è per esse, in loro considerate^ cose perfette sonoj 
e non sono ricchezze, ma oro e margherite; ma in quanto 
sono ordinate alla possessione dell' nomo sono ricchezze^ e pei^ 
questo modo sono piene d' imperfezione ; che non è inconve- 
niente una cosa, secondo diversi rispetti, essere perfetta ai 
imperfetta. Dico che la loro imperfezione primamente si può 
notare nella indiscrezione del loro avvenimentOj* nel qualti 
Bulla distributiva giustizia risplende, ma tutta iniquità ^ quasi 
sempre; la quale iniquità è propio ttTetiu d'imperfezione.* 
Che se si considerano li modi per li quali esse vengono, tutte 
si possono in tre maniere ricogliere : ehè o vengono da pura 
fortuna ; siccome quando sanza intenzione o speranza vengono 
per invenzione'^ alcuna non pensata: o vengono da fortuna 

»ch' è da ragione* aiutata; siccome ptr testamenti o per mu- 
tua successione : o vengono da fortuna aiuta trice dr ragione; 
siccome quando per licito o per inlicito procaccio : licito dico^ 
quando per arte o per mercatanzia o per servigio vueritate; 
inllcito dico, quando o per furto o per rapina. E in ciascuno 
di questi tre modi si vede quella iniquità che io dico : che più 
volle al li malvagi che alli buoni le celate ricchezze, che si 
ritrovano,' si rappresentano! e questo è si manifesto^ che non 
ha Tnestieri di prova. Vei-amente io vidi lo iuogo nelle coste 
d'un monte in Toscana^ che si chiama Falterona, dove il più 

kvile villano di tutta la contrada, zappando, più d' uno staio 
fltSantélene* d'argento finissimo vi trovò, che forse più 



1 Che sono malena dcile ricchei- 

«Cioès nel modo che tengano In 
Te ni re, sema Far ti iat inaici ne di per- 
fiona^a pcracn». ¥, 

^ fniquUh qui si ponfi pel vizio op- 
poGlo a Ih giustizia disnibitiva. iK 

* É effetto, in quanto ctie se non 
foss*^ r iropGTfeiiune ii(?n'iit>ino, non 
f«r<:bbe altresì l' iiviquttìL. ì\ 

» HItrova mento, P. 

* Leggo e diri itQ. K 
1 Tuitj i testi M SS. e stampali porta- 




no questa jeiione; cA* sf iroiano ocfu 
si n /raffino. Ma noi te ri lo mo che uno 
de' due medi sif^ùn espungere dal te- 
fitOf perocché tutu e due qui tornano 
il {tiedealmo; iionostontechÉiL Dioulsi 
{Aiietld, Vj p. 15{>J si arrovelli per 
darò al vei btì Irot^ar^ une spiegazione 
diversa da qu^lis di ritrovare. E. M. 
9 i>ue maniere di moueU corrente 
si praticava intorno ai tempi di l>«n« 
te ; ed era questa la più comtrne^ co- 
niecclié foij^o;ji!ìi mcrcaluiJi idillici 
Bpetadero h \m usunLe. Ci^ Qiiìm 1 



tm 



IL CONVITO. 



ili^ mille anni I' avevano aspettalo. E per vedere questa iniqui- 
tàj disse Aristotile che, quanto più l' uomo soggiace aito mtellet* 
lo, tanto meno soggiace alla fortuna. E dico che più volte alli 
malvagi che olii buoni pervengono li retaggi legati e eadu- 
ti;* e di ciò non voglio recare innanzi alcuna testimonianza; 
ma ciaseuno volga gli occhi per la sua vicinanza, e vedrà 
quello che io mi taccio per non abbominare alcuno. Cosi fosse 
piaciuto a jl)ìOj che quello che domandò il Provenzale fosse 
stato, che chi non^ è reda della bOEià perdesse il retaggio 
deli* avere. E dico che più volte alli malvagi^ che alli buoni 
pervengono appunto li procacci ;^ che li non liciti a' buoni mar 
non pervengono, perocché li rifiutano: e qtiai buono uomo 
mai per for^a o per fraude procaccerà f Impossìbile sarebbe 
ciò; che solo per la elezione della inclita Impresa^ più buono 
non sarebbe, E li liciti rade volte pervengono alli buoni; per- 



BlB^nti n le Sanlólf^ne: Q tanto in 
oro chfì in ergi^nto ed In rame £Ì baT.- 
levo no co muiìL» mente, Ltì loro tk no- 
mi nAzione viene da' luoghi n&' quali 
fcopn'ìo ituppongoj era la stecca, ove 
queste monele si couiavanu.... l.a 
Sntiiahiìti^ o Sittitelena, vlen denom^- 
nsi^i dnil luogo ne] quale ai baUcva 
qtR'Ma monctiL Qut'&tÈi è quell'isola 
di-ir Arcipelago situala dirimp^itto a 
Cotidi*!, la qnola da LaUni fu detta 
Tir f Aia o Thertuta. ed aEitkflitiente 
Thermia; di poi nu'bfissi tempi di'Uo 
da' naviganti SttnC Efrmt, pd in og|i^t 
si ctiìama Snnfjgriwi.H*. A' nostri toni- 
pi continua la denomkmnona di Snu- 
léiene ad aldine moneto concave elm 
la baaaa gristc per unti certa falsa 
credeitM tiene in venerazione e 1' )fp- 
pcr»dB a foggia di breve al collo tl>^i 
fjni'lulli, comp rimedio o preservaTi- 
*i) tlel iiiaf caduco.».» tn questo Juf |o 
di Dante la voce Snuté.'fHa è presa 
Ri^ nerica mente per aignlfìcare quabi- 
vnglia epoiEic di iinoneta - siccome si 
pratica in altre sitniii diTtuminìizioni, 
cbe essendo particola ri^ ai distendo 
Il loro slgnilìcato nll'iiniversale; e 
tosi apputdo ucc idc ntìlìfi vota dana- 
t Fra lutti i codici die sorvuno «111 



nosJra cdìxione j il solo Vet. Urb, 
laggf! più dì milie anm iriv€^i^ di ptà 
di dwt mila anni, come banno tutti gli 
altri MSS. e stampati. Noi incliniamo 
a credere che questa lezione aia mi- 
glioro della volgata ; poiché fsveh 
landò Dante JndetcrminalaTnet>teJ| 
num<?ro miUec^ì sembra più conrorme 
al comune uso di parlare in ifimili ca- 
si ^ ed insieme più confacente all' uo- 
po d'esprimere un' epoca il meno 
ohs &\n [^os&ibiie lontana dalla vor^u 
IWa quando si tenga ferma la legione 
due miia^ e si supponga il ritfovi- 
menro delle SantéJene veduta di 
U^nto verso Ibotio ^rSOO, il tempo k 
cui queste mouelo sarcbbL^ro at^to 
nascoste salirebbe fin presso alla fon- 
dazione di noma. Equi v<^gga il let- 
tore quanto ittipropnamenle sarebbe 
spinta la dcnomlnuizione ài Sautéhue 
a tanta dlalan^a E. M, 

* Itgaiì por volontb, # caduti per 
ordina di naturai succes^sìoite' R 

> Otit Htititì FatiQ l'I retta prtidd 
tao valor f, Piirg., XIV, 8U. K- M, — 
Invece di U ì^roi^fnzaìe il Witte vor- 
rebbe leggere ia ProvBtìzu ; mo Tutia 
e j'oltra lezione non li l'^ce die allo 
atfìsao concetto. F, 

»Gutìdagoi- P« 



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^ 



N 



TfUTTATO QUAliTO. S91 

clìèj coDciossiatìosachò molta sollecitudine quivi sì nchlegg^jj 
e la iwllecit Udine dd buono sia diritta a maggiori cose, radu 
volte suOoienr emente il ìmouo quivi è sollecito. Por die è 
iTianìfesto in ciascuno modo quelle ricchezze iniquamente av- 
venire ; e però nostro Signore inique le chiamò, quando dis- 
se: 4 Fatevi amici delia pecunia della iniquità, » invitando e 
confortando gli uomini a liberalità * di beneficii, che sono ge- 
neratori d'amici. E quanto fa bel cambio chi di queste ini- 
perfettissime cose dà^ ptT avere e per acquistare cose perfetlr*, 
siccome li cuori de* valenti uomini ! Lo cambio ogni di si può 
fare. Certo nuova mercatanzia è questa dell' altre^ clie cre- 
dendo comperare un uomo per Jo beneficio, mille e mille ne 
sono comperati, E chi non ^ ha ancora nel cuore Alessandro^ 
per li suoi reali benefìciì I chi non ha ancora il buon re di 
CasteKa, o il Saladino^ o il buono marchese di Monferrato, o 
il Ijuono conte di Tolosa^ o Beltramo dal Bornio^ o Galasso da 
MontefeitrOj quando delle loro messioui ' sì fa menzione ? Certo 
non solamente quelli che ciò farebbono volentieri,* ma quelli 
che prima morire vorrebbono che ciò fare, amore hanno alla 
memùfia di costoro. 



1 La comune leiìone è libertà. E 
varamente Ja Cm^ca ha duo esempli 
Ili liturià per HbeTalitàj tolti ti a due 
tUoli delle Novtlls aniicìis ; mù p&i- 
chè questa voce può e&aere più toato 
un' jiìibrevinvU^ne de* codici^ che una 
fincope usalti dogli onlichì, ioclìnia- 
mù a credcrE? che sia qni da emenda- 
re ìibsTalità, E, M. — Ed io ho stam- 
pa to libpraiità, bI perchè literià per 
iiber alita non è che uno strafolcbne 
de'copiaU, »ì perchè UberaUià leg- 
ga chuiriimente iJ codice Rìccardlu- 
BO. F. 

■ La vótgata lezione è : E chi non à 
fincùrn coi cuore. AUaandrtf..., t^hi 
non è anciora t^ bufìn re di CattHla eo. 
E già &ì era corretta nel Saggio, pag. 
1U. E. M. — Ma il cod, lìicc. legge 
cor rintani e ti te : E chi uotx ha ec F. 

i|/t&ffjoiiff, cioè nnitìd'ilaf ngalOf 



atlQ di cor timi t UbtedUih : può avere 
lorìgìtie dal JaLlrio mim^t». Cosi il 
Biscioni* Uante peraltro tolse questo 
vocabolo nettamente dai ProvemaJe. 
Jlertrando del PoggetlofJlayTiouHrd, 
Cfìoim de jìohui origìtìales des Trùuba- 
(i<fUfg,voL I, pug. 17aft a Qu'aior tiùti 
piats datuir ni messios^ JVt lor plaiz 
r« qm tafffna a c^rfitia^ Mas a /or 
pialz quand ajotlon l'nrgen. Il che 
vuol dire in noslra linguai r4ff a lor 
non piace dóno né mèSfione [cioè Hùc- 
ralità; il llayuouard Iradtice i^rj^ej- 
se}^ Né lor pince coia cht senta di corte- 
9ìa^ Ma /or piucù qu^ttdq ripùngùnù il 
danaro, fcli cod. Gadd, 13ii primo log- 
ge: fiaiìido ddib ioro mivjnilictiuzt t 
HberiLiità si fa tnen^ione. él, M, 

*€ioè, che seguiterebbero volen- 
tieri nelL' opera, potendo, Je vestigle 
de' nominali uomini llheralÌAsfniU P* 




IL CONVITO* 



Capitolo XH 

Come detto 6, la imperfezione deile rict^liezze non sula- 
mente nel loro indiscreto aYYenimento ' si può comprenden*, 
ma eziandio nel pericoloso toro accrescimento; e ptrò - in eia 
che più si può vedere di loro difetto^ solo di questo fa mmi- 
zìone il Éi?stOj dicendo quelle, quanttinque coUeiky nun sola- 
mente non quietare, ma dare più sete e rendere altrui prìi 
difeitivo e ìnsufflciente. E qui si vuole sapere, che le cose 
difettive possono avere i loro difetti per modo, che nella pri- 
ma faccia non paionOj ma sotto pretesto * di perfezione la im* 
perfezione sì nasconde^ e possono avere quelli * sì del tutto 
discoperii, chtì apertamente nella prima faccia sì conosce la 
imperfezione. E quelle cose che prima non mostrano i loro 
difetti sono** più pericolose; perocché di loro motte fiate 
prendere guardia non si può^ siccome vcdemo nel traditore^ 
che nella faccia dinanzi sì mostni amico, sicché fa di sé fede 
avere^ e sotto pretesto^ d'amistà chiude II difetto della nimi- 
stà, E per questo modo le riccliezze pericolosamente nel Iure 
accrescimento sono imperfette, che sommettendo ciò che pro- 
mettono, apportano il conlrarìo.' Fromeltono le false tradì- 



1 La comufie leiione è : nel laro cu- 
mnimtnio; ma il cod. Rice, legge: 
keÌ /oro indiicrtto aivenime-nto ; o co- 
ftl ho Btampatat Perché Anco Ì& clau- 
sola cho segue relJSlìva air ttccrtnci- 
mmiQ porto seco un aggiuuttvEJ , 
che qui come ììi dotcrmìrta mcgUo 
r idea. F. 

- Ordino e intendi : E perocché ìu 
c\ò, vale 3 dire jìeiV aixrescitìtento, 
più di loro difetto si può vedere che 
non udì avvenimento e nellu posti- 
none^ «olo di questo, cioè detraccrti- 
acìmento l'a menti oise tìo. P* ^ Il 
Witte vorrebbe leggero: p^rùCGkè, 
Ma però, come abbiamo veduto altro- 
vci >ale tolvolta, corno qui, ptroc^ 
che. F. 

I Prtktttt leggo 1 conformo el tuthi- 
k modo ai rùvelbnji lì <soé, tiadd. 



t35 primo. Gli itUrl codici e le Stam- 
pa hanno profntù, chp come voaibo> 
lo anfibologico e idiotismo vojgarij 
abbiamo rifiutato. J^. M. 

* t tèsti leggono con sintassi del 
tutto turbata : e pùsnono avert ijatUif 
xicchi del tiiUo sono dii'japertt\ ikcfic 
apertamente eo. E. AL 

*1 cod, Vat, Urb, e (ìodd. iUi «>- 
no molto perkaiùie. E. M. 

Q Qui pure il cod. Godd. 1S5 prìeno, 
(i" accordo questa volta coli' altro 
Gadd, 13* e col Vat. Urb. kgge, co- 
me da noi &i è Blami^sbo, pretesta; 
laddove tutti^ le edizioni hanno ^o- 
ttjto. E. M. 

T » tmiìtnsmi di ben seguendo faUtt 
Cksnulta pronti j«f OH rendane intera* a 
l\trg I XXX, 13 1 Que I mfn metu mìa 
vuoisi int«Qci(?re per pnnnlanéQ, 




I 

I 



TU AITATO QUAQTO. ^0[} 

ìncl sempre^ in cariù numero adunate, rendere lì mtiiiatorii 
pieno d*ogni appagamuatu; e con questa proioessìoBe con- 
ducono r umana volontà in* vizio d'avarizm. E per questo 
lo chiama Boezio, in quello di Consot azione ^ pericoloso, dicen- 
do : € Girne 1 chi fu quel primo cho li pesi dell* oro coperto,* 
» e le pietre chs si voleano ascondere, preziosi pericoli ca- 
li yò? > Promettono le false traditrici, se ben sì stuarda, dì 
tArre ogni sete e ogni mancanza/ e apportar saz lamento e 
bastanza;* e questo fanno ^ nel princìpio a ciascuno uomo, 
questa promissione in certa quaniità di loro accrescimento 
affermando j e poiché quivi sono adunate^ in loco di sazia- 
mento e direfrìgerìo, danno e recano sete dì casso ^ febricante 
intollerabile : e fa loco di bastanza, recano nuora termine 
cioè maggior quantità a desiderio;^ e con questo paura 
solleciludine grande sopra V acquisto.* Sicché veramente non 
quetano^ ma più ddnno cura, la quat prima sanza loro nou 
s*avea, E però dice Tullio in quello dì Paradosso, abboinì- 



mif iendo inW octAis, e simili. E. M. 
-^ 5b noi diamo il valore cho dicono 
ì sfgrvoTi edit* tnik. al verbo wmmet» 
tfVf'f che ci v<irrem[> poi fere In que- 
sto membro di^ir aJtro vo( ba prornH- 
terftì] t|Lmle lìEltiirAEmctHo s}gi>ìaca 
ijn'QxìoDe appunto samlgli.intJMlma 
ul pnséTiifife, mititr soi torchia? Spio* 
ghisì dunque t suna le ricchesse im- 
pe rftUe pe hiùhta tn e rt le^ percioc^h è ciò 
che promtUf>nù sommtttenàOf vaUì 9. 
diro, essendo r uomo toitom(it.a e torn- 
io d<t ciò che proTjiPUofiOt esse pot ap- 
porgano il con (rari a. {\ -^ U Witto 
propone di leggere ùmetitiìd^, perchè 
rinterpretaiiotie del Tederatini non 
1^1 1 fiodlsfii. E per tiir veroiìwn soili- 
sh né anco a mt^, ma non mi piace 
pera Uro la lexiooe dui Wittepropo- 
Mo.Onde prcl'eriscg l' int^rpretuiio- 
reiTegn edU, mil. F. 

1 Icod. Vot Urb. eGadd. 134: a 
vhio. E, M. 

* Copi fio sqUo i monti delle minie- 
re. P* 

3 E ^iftnimanchi^zzaf ed apportare 
f^ni mzinmento^ le pr, ediz. E. M^. 

* Bu*lnn%a per suf^a^nsa (e Duiite 



r osa DUùVO mento pocMe nglie Ap- 
presso) manca IV(!Ì vocaboloHo* K. 

'Intendi: e renlmenTo upportano 
SQZlQmentc e bas^tonza nei priniiiipiia 
il ciaseìjn uomo , alTermando , cioà 
qi;a»L aa^louiando vie meglio U pro^ 
missione coli' attenere, tonto die aie- 
no crosciute fino a cerio segno; a 
\mdié eo. P, 

8 S^te di c«TO , leggono luUe lo 
aUmpe e ttiUi i codici, fuorché l[ 
fiarherino, il quoto cì ha «omrnhii- 
striita la vera leainne. Nei ^tjij^iot 
pag. 19 , noi avt'vamo proposto }a 
correzioni sett di mfj ovvero xeh di 
cmé. Ma sete di CftKSn fei^òrkitatiìB h 
bella Immagine, e vale ute di petto 
febbriciUmlÈ. Dnnto usa pl£i volte nel 
poema II vooiibolo cnatrì; e qui basti 
ricliianiaro allii memoria qttcl luogo 
del Piirg., XXIV, 70: « Ecomil'uum 
chs di (roilart i lanào^ La$cùt tiudiìr ti 
minpfìffni, a ti passeggia ^ Fin ch« ti 
sfoghi i'tifftìllar de! easiOj « cioè i' flj#- 
artr detpHfo, K, M. 

^ À dmderio, clotì al des1cl(*ria. P^ 

sCioè, maggioro di quello cb&slA , 
1 acquisto. ÌK 



^04 IL CONVITO. 

Dando le ncchezze ; « lo in nullo tempo per fermo né le pc- 
}& cunlo di costorOj né le loagioni inagDifìcbej nò le ricchezze, 
B nò le si ^j ode, né V allegrezie^ delle quali massimamente 
ì) sono dstrelEì, tra ctisa huone o desiderabili essere dissi ; ' 
^ conciossiacosaché io vedessi cerio gli uomini neir abbon- 
j» danza di queste cose massimamente desiderare quelle di che 
ìf abbondano ;* perocché in nullo tempo si compie né sì saiia 
B la sete della cupidità : uè solamente per desiderio d* accre- 
s se ero quelle coso che hanno si torme ntano^ ma eziandio 
» tormento hanno nella paura di perdere quelle. » E queste 
tutte parole sono di Tullio, e cosi giacciono In quello libro 
eh' è detto. E a maggior testimonianza di questa imperfezio- 
ne, ecco Boezio in quello di Consolazione dicente : e Se quanta 
» rena volge lo mare turtiato dal vento^ se quante stelle ri- 
» lucono, la Dea della ricchezza largisca, Y umana generazione 
t non cesserà di piangere. » E perchè* più testi monìanza, a 
ciò ridurre per pruova, sì convienej lascisi stare quanto cen- 
tra esse Salomone e suo padre ibrida, quanto con tra esse So* 
neea, massimamente a Lucilio scrìvendo, quanto Orazio, quanto 
Giovenale, e brievemente quanto ogni scrìttorCj ogni poeta, 
e quanto la verace Scrittura divina chiama* contro a queste 
false meretrici^ piene di tutti difetti ; e pongasi mente, per 
avere oculata fede,"^ pur alla vita di coloro che dietro ad esse 
vanno, come vìvono sicuri^ quando di quelle hanno rannate, 
come s' appagano, come si riposano.* E che altro cotidiana- 



1 L^ parole di Cit^éroiit} nel 1 Par., 
eon questo: a I^umquam.,.. toiupiatei 
m Jìonii rtbià» aut ixpttendit use du- 
wi. n Doride sL vede chft Datile tioJ suo 
qodico ha letlo d*a;i E. M. —Noi ab- 
JjlamD conrrODtutfì qaeàU traduzione 
di Danto con quella del n. do CatU 
guano, o ci sbmo condoUì a sospet- 
ta re che nfln d^lk tornii, ma atif iftiali 
abbia a leggersi ; quando pure non si 
volesse a lu mettere duUe^ che è più 
dappresso a! latino, U quale dice^uf- 
òuffj non r/tiarum. Quanto poi a quel 
disH , penslacDO Viverlo 1' AJighieii 
utato in Luogo di tttmai, come V mìa- 



mu appunto nella fioatra aomagma. 
Vaccolioi, 

^ Abbondaunnùi le prime ediiionl. 
E. M. 

a invece di jierchèf II Witte legge 
parchi, F. 

* Chiama ficr grida* Dlùnìnìt Aned- 
doto V , pag. IBS. — Cfkiama per 
esclama. Cosi nel Purgn, Vl^ Ila : adi 
e tintle chiama: Ceiafo rjno, parchi no» 
m accnmptì^ne ? « Ferii e a ri. 

8 Per credere agli occhi propri. P. 

B Quasi dlca^ Certo, non vivono 
sicuri, non a'oppogono, i^on ai rìpo* 
£.atiOt V. 



I 
I 

I 




TRATTATO QTJARTO. 



205 



mente pencola e uccide le €Ìtt5^ h controdej le slngulari 
persone- \ax\io quanto lo nuovo rauna mento d'avere appo 
alcuno ? lo quale raunamento niiovì desiderij discuopre, al 
fine deìlì qmilì smztk ingiuria d* alcuno venire non si può. E 
che altr3 intende di medicare 1' una e V altra ragione. Cano- 
nica dico e Civile^, tanto quanto a riparare alla cupidità ' che, 
raunando ricclieize, cresce? Certo assai ]o manifesta T una e 
V altra ragione, se lì loro cominciameli ti, dico della loro scrrt* 
tura, sì leggono. Oh come è manifestOj anzi manifestissimo, 
quelle in accrescendo essere del tutto iniperfettCj quando di 
loro altro che imperfezione nascere non può quando^ che 
ncrolte sieno I E questo è quello che 1 testo dice, Veraraenlo 
qui surge in dubbio una quistione da non trapassare sanza 
farla e rispondere a quella. Potrebbe dire alcuno calunniatore 
della verità, che se per crescere desiderio, acquistando, le ric- 
chezze sono imperfette e ^ però vili, che per questa ragiono 
sia imperfetta e vile la scienza, neir acquisto della quale cre- 
sce sempre lo desiderio di quella ; onde Seneca dice : € Se 
r uno de' piedi avessi nel sepolcro, apprendere vorrei, 3& Ma 
non è vero cbe la scienza sia vile per imperfezione ; adunque 
per la distinzione * del conseguente, il crescere desiderio non 
è cagione di viltà alla scienza.* Che sia perfetta, è manifesto 

1 Cvpiittlèt, ]i3t. aipiditas^ fu diUla 



per antonotnflsift l'aTariiia, come si 
trova In ean (jìtoIbidd; e b volgata 
versione tradisce in san paolo t m-^ 
dfSS omnium maioram cupidtt^n ; ilo- 
¥ li nel testo greco è ^'.IcEo^upLCE, atnor 
d argento, come dtcomo i Greci l'ava- 
risfia. U. 

> Maia menta tutti 1 testi : quantth 
E, M. 

3 Così col codice Ilarb. e col fe- 
condo Marc, (e col Bice.) Gli aiiri 
cùdici e lo stampe h^noo: epoivUù 
E M 

* il Dioniaì (Anedd. IV, pag, 101) 
propone che invece di diithisioue si 
legga diìtruzjQmif ed a sostegno doW 
la £ua emeodaziane allega quello 
ct»e Diinte mcil^&lmEj scrive in qoe- 
bto katlaio, eap.li: n Poiamag^ore 
torà cQììfmiQìtf gafafa hro raQiQHs un.' 



che si diitrug^e ; w fll che aggìunj^^ al- 
dine oitazionì del Libm ds Mminr- 
chia^ lib. Ili, cap. 4 o 5, e delia 
questione Dt duobai eìif^mmtis aqìnit it 
ierrof, n. ti. Nel priìne de' lunghi 
qnidlaLidicegiì : « Si premium 3iim 
materia f aut eat quia siitìpìiciUr ful- 
ium aisumptum est ; aut quia fattìtm 
secandtim qaié. Si simfìUcittf , per in,- 
iertmptionem asmmpti tolv^ndum «;; 
ti secutidum fiuid, ptr distiìKUottim, » 
Neila questione poi De aqua il Itrra 
è scritte r n Ad de^trUitionem i^Uur 
prèmi membri conaeffuentìM. » Abbiamo 
ri reriti questi due passi ingrazia di 
co! oro cbe a niaisero d " i n go 1 Ta rat 
ne Ho sottigliezze degli scob^Ucì* 

SGià ci eravamo accorti dell' er* 
rorc in cui cadono tutte le sUmpc 
leggendo : mn é nt^iQne di tiltà aii4 




1% IL co:vviTo. 

per lo Flìi>s[)fo nel sesto ùeìì' Etica che dice, la scienza cssom 
perfetta ragione di corto coseJ A questa quistìone brre vo- 
mente è da rispondere; ma prima è da vedere se nell'acqui- 
sto della scienzia fi desiderio si sciampiaj come nella quistiono 



ricchezze j ed avevamo carrello tiUa 
nienzUf che è quello che Tutitore 
intende qui di provare : quando con* 
Kiillali invano lutti |ì;Iì tìitri MSS., 
ohhiamo rilrovnto nel cod, Gadd. 
Ì3n secondo i fiùa è cngtùne di Hriltà, 
alle scien^tf. 74onO£tQnL« però che 
questa Eid biiwtia lezione, noti ab- 
biiimo voluto muiar^ì 1u correzione 
dii noi ferraatn col feoccorso della 
CI itica ; perocché Dante iisn in tutlo 
questo passo il stiigoLaro scienza ^ 
pnrlando DssoUUciniente <; comptcs- 
sivumet.V di tutto le scienze; ed 
efjU ripiglia subito nel perìodo 6u!^ 
BOfuente : Che tiia pfrf'Ua ec E. M. 
> CioèT di cose non dubita bitì. Ora 
tOTiiatido vitdiptro lo sguardo su tut- 
to l'argflin&tJloH io nolo primi<?ra- 
mente le parole : per In dnttintiont 
tht Enfistgumir^ le quali, sia che si 
lascino cosip aia che ai iegg!» pr ta 
dùlruziortef e ori! e piacqrio al Dionifli, 
nel Jingoaggio é\i" logici non vaglio- 
no, a mìo inlerdimEntOj cosa iic?!astì- 
na. Perciocché il conseguente non 
fa ttilro che portare il ^Indizio di 
convenienza o (il non convenienza 
tra lo dun Idee pur le quali il razio- 
cinio è ìstiliìiio; ma in esse coriae- 
gucTite noti si vtiol fare nessuna dì- 
btLnzionOj & cosi dìMruzione noù si 
eterea di lui^ che non hii in sé la ra^ 
gione di auo essere, ma l'ha nelle 
prcmea«C| contro le qtiall o non et- 
trovi* »i devono indiiizj^^are tutte lo 
ni-mi dell'ingegno. Crederò dunque 
cUù tiell«^ (IcUe ptirelo sia alcun vi- 
aio non per anche conosNuto. Al- 
Ifot tanto dirò ddle parai e cagióne di 
viUà alla mìfn^a^ le quaii sono state 
poste da' signori edil, mil. in^/ece 
della lezione volgala. Dove non pò* 
fiero menle, ch« alando a (juet iuro 
modo, l'urgomeato non giunge il 
termine suo, ma 9i ferma a mezza 



via. E veramente ch^ è quello che 
C(?rca II calanniatoiOp il quale è in- 
ilotto ad argcinienlaro? Provare ctio 
le ricchezze, sebbene ne cresca il 
desiderio ocqiiiètaudOj non sono im- 
perfette e però viti ; o ciò mediente 
r esempio della scienza. La quale 
pur ciò stesso ci^o nell'argomento 
ha ragione di meizo, non deve com- 
parire nell'ultima conGiusion^?^ che 
dov'essere dì pertinenza deUernifni 
osi remi esclusivameiittì. Dietro Uili 
considerazioni io vorrei leggero non 
diitinzioiif, ma indistinzìfìne ; rimt't- 
leado nel resto le parole delia voi- 
gata, si celiò s'avesse questa U5/\ - 
ne * ^iinqts^ per ia indtMtinzmne dei 
consegìtente, il cresCÉre decìder ìq hhh è 
cacone di vi Uà nUe rk^he^ze. Con 
dò mi vien ciikirissimo il tatto del- 
l' a rgotnentiinte^ a questo modo: W^- 
ne In prima la proposizione che «ir 
p^r crtstieìB dp^ideriù acquhtandnj U 
ricctiÉZze sono tmpeì fette i però vdi^ 
dmrebb' mire ìmpfTfei tu t v ile n n rh e 
la KCienìat ndVfteqUìàio diUifi fjudie 
sempre crasce it desiderio. Poi seguita: 
Ma non è li^ra cht Iti tsienza tm vile 
per imp^rfÉZiùne. Quinci dovea pri- 
mieramenie concludere: Dunque it 
cren-ere de^tderto acquùiands nùn int^ 
partii impi^rfezione alia MEtetiiii, Po- 
scia concili uclere nuovamente per 
analogia : Dunque il crescere desidùrio 
aajuietaìido fionè cagione d imptrfi*-^ 
Giulie f e però di villa ^ ni anche alte he* 
ckfzze. Ma che fece egli? Non volte 
andare argomentando cosi per la 
lunghi; e quando fa ac^l condì u^dero, 
che il crescere dasiderio oon è ca- 
gione di viltà alia ficienza^ supposa 
come evidente ridfàiUU^ tltl cu«so- 
guerite por ambedue le proposi ieiou), 
cosi conchiiise di salto a favore 
delle ricchezze, Soto gli rimano di 
dare ia uiova di ah ch'egli ha af- 



TRATTATO QUARTO. 



297 



I 

I 

I 



* 



sì pon^j e se sfa per ragione : * per che io dico clie ' non so- 
latìi ente Tieir arquisto dei la scienza e delle ricchezze^ ma in 
ciascuno acquisto ti desiderio umano si dilata, aTvegnacliè per 
altro e altro modo; e h ragione è questa: che (l snmrao de- 
siderio di ciascuna cosa/ e prima dalla natura dato, è lo ri- 
tornare al suo principio, E perocché Iddio è principio dello 
nostre animo e fattore di quelle simili a sé, sìccom' è scritto : 
€ Facciamo V uomo ad immagine e sìmìglianza nostra ; » essa 
anima massimamente desidera tornare a quello.* E siccome 
peregrino che va per una via per la quale mai non fu, che 
ogni casa che da lungi vede crede che sia T albergo, e non 
Iroyando ciò essere, dirizza la credenza all' altra^ e cosi di 
casa in casa tanto che ali* albergo viene; così T anima no- 
stra, incontanente che nel nuovo e mai non fatto cammino 
di questa vita entra, dirizza gli occhi al termine del suo 
sommo bene, e perù qualunque cosa vede, che paia avere in 
sé alcun bene, crede che sia esso. E perchè le sua conoscenza 
prima è ^ imperfetta, per non essere sperta, né dottrinata, 
piccioli beni le paiono grandi; e perù da quelli comincia pri- 
ma a desiderare. Onde vedemo li parvoU desiderare massima- 
mente un pomo ; e poi pia oltre procedendo, desiderare uno 
uccellino; e poi più oltre, desiderare bello vestimento; e poi il 
cavallo, G poi una donna, e poìricchezza non grande, e poi più ^ 



ferinslo della ^ci^nta, o il fa ^^iubito 
dopo la coticlusìone, come si suo- 
le. P. 

MI Pedentlnl, cuj sembra che 
niente* dJcBdo di buono le paróle ^r 
*m per rogioMe, vorrebbe leggero ; xe 
sm pari h rrt girne* Mnh n tjìg sembra 
debba leeeersi com<j legge |] coiL 
Rice, come ne Un queniiona *i ponit e si 
ha ywr ntgiont'^ iratetidendo: cùme si 
pom fìdUi qftesihrif^ e ni ha, si tìeoe, 
per nrgommto raUonah, F* 

* Questo che manca nel)* edizione 
del Biscioni, ma si sirgiunge col co- 
dice Val. Urb, « coi fì^dd. 13\ e 
135 primo e secondo. E. M, 

3 Questo f>3!^so sta cosi nella voK 
gata : ChsH tùmmn daiderio di ciascu- 
ma €ma è priifm éalta natura dato t io 




riìortmri al suci principia è perocdiè 
Iddio ec II DÉonisl lo aveva correU 
lo prima dì noi. Vedi ancddoro V, 
pag. tSO in noia. E. ìà* 

* ti desiderio limano è veramente 
tale In Ogni cosa ; ìmperoccbè quan- 
do più si erode averlo appagato , 
più cr^ce cangia oggetto, t'erti- 
ceri* 

1^ Cosi il cod, Bàrb.t il secondo 
More, il Vat. Urb. ed i Gadd. 13i 
e 135 secondo. Altri MSS. e le stam- 
pe: xittiwper fella. E. M* 

"Ci paro ehc T ordine del dUcor- 
sOf il qoale va aumentando, escluda 
questo più, E porremmo Tolenlieri il 
testo così ■ non grùtidif e poi grande^ 
f poipitk. l\ e od. Vat. Ì778 portai i 
poi riccfif^se riQìi grajìdif poi grandi » 



ms 




IL CONVITO 



grandCj e poi più. E questo Incontra perchò in nulla di queat*^ 
cose trova quello' che va cercando, e credelo trovare più ol- 
tre. Per che veliere sì puottì che V uno desideriibìlp sta dinanii 
all'altro agli ot^chi della nostra anima per modo quasi piraroi- 
daloj ch6 '1 mìnimo li cuopre prima tutti, ed b quasi punta 
dell' ultimo desiderabile j eh' è Dio, quasi base di tutti; sicché 
quaììto^ dalla punta vflr la base più si procede, maggiori ap- 
pariscono li dcsiderabìii ■ e quest'è Ja ragione per che, acqui- 
s laudo, li deslderii umani si fanno più ampli ^ T uno appresso 
l' altro. Veramente cosi questo cammino si perde per errore, 
come le strada della terra : che siccome da una città a un' al- 
tra di oece:isità è un'ottima e dirittissima via, e un'altra chu 
sempre se ne dilunga/ cioè qttella che va nell'ai Ira parte, e 
moltL' altre, qual meno allungandost e qua! meno appressan- 
dosi ; così nella vita umana sono diversi cammini, delli quali 
uno è veracissimo, e un altro fallacissimo, e certi men fallaci^ 
e certi men veraci. E siccome vederne che quello che dirit- 
tissimo va alla città compio il desiderio ^ e dà posa dopo Ja 
fatica, e quello che va in contrario mai noi compie e mai 
posa dare non può ; così nella nostra vita avviene : lo buono 
camminatore giugne a termine e a posa : lo erroneo mai non * 
la giugne, ma con molta fatica del suo animo sfjmpre cogli 

poi ffrtiHdi&siiììe ; bella lezione, e t3lie 
fiarcnimo teriimi ili preferirB a quella 
I nserits nsl testo, se i I conchiudersi io 
questa coir iiidolermiiiato e poi più «ou 
ci Bf^mbrasse r^ppre^JcnUr mc?glio la 
progresslGne degU unioni desiLdtiiii 
iiUiiinnito. U, M. 
1 Qad(n, noti. Bnrb. E, M. 

* I! pi[i de' codici ^ tutte le stam- 
pe Icggoaa: xkchè quando ; tna sem- 
bra miglior lei ione sicché quanto, ao- 
Jiie nel CDd. God^ 13B secando (e 
nel Hicc.J- E. M. 

* Li dtsiderii iì fauno più amici Pun& 
gtppreiso l'aitro^ è tfl ItMilt^ne volgata, 
e ci sembrava ch'ossa signìncasse 
in qoafitì desiderili che sr^nmpiù 
•amici, il chiamarsi di essi uit dtipo 
l'altro, e quasi il rad li n arai f3 ilool- 
kgarfil vie più fra di loto ; niUladi- 
mene con remiamo die qaeato dire 



ne sembrò aocnpie strano e V emen- 
dazione t>e sì prese TI ta adesso pianif* 
8] ma. Per convincersene basfa dar© 
un'occhJata> stleuni periodi indietro, 
dov'è scritto t i da t'ederg se taU 
V acquino ddia sdtnzifv il detidmo 
umano ii sGiampia, Dalle quili paro- 
le prende iti mosse la queaiione che 
qui si conclude. IL M. 

*C03l i cod. Marc, , Vot Urb.» 
Gadd. 134. 135 secondo, Darb, e pr. 
eÙ\z. Il Biscioni t stmprt ne diluti^^ 
E, M. 

s E siccome vegfflamfj vhe queliOf ch'i 
dh'ittiitMimOj va alia citih, ed aàempit 
il deMeriù ec, le prime ediiìoni. 
E, M. 

« ìì cod, Barb. : 'mai noti' aggimigt, 
ì\ piscioni maTamente : mai tion là 
giugfic. La pr. ediK. p\ìr male : 
ttotifflifiiii^iif* li* M, 



I 



I 




TRATTATO QUAIITO. 



Ì99 



occhi gdlost si mira ìnnainzi. Onde avvegnaché questa ragione 
del tiUta non risponda alla qnistione mossa di sopra^ dimeno 
apre b via alla risposta j che fa vedere non andare ogni no* 
Siro dtìsiderio dilatandosi per un modo. Ma perche questo ca- 
pitolo è alquanto produtto^^ in eapieolo nuovo alla quistione è 
da rispondere, nel quale sia terrnmata tutta la disputazione 
che fare s' intende al presente contro alle ricchezze. 

Capitolo XIIL 



Alla quistione risponde ndOj dico che propìa mente crescerò 
Il desiderio della scienza dire non si può, avvegnaché^ come 
detto èj per alcuno modo si diiall Che quello che propìa- 
mente cresce sempre è uno : il desiderio della scienza non è 
sempre uno^ ma è molti : e finito F uno, viene T altro ; sic- 
ché, propiamente parlando, non è crescere Io suo dilatare, 
ma successione di piccola cosa in grande cosa. Che se io de- 
sidero di sapere i princìpii delle cose naturali^ incontanente 
cho io so questi è compiuto e terminato questo desiderio; e 
se poi io desidero di sapere che cosa è ^ e come è ciascuno 
di questi principila questo è un altro desiderio nuovo : ne 
per lo avvenimento di questo non mi si toglie la perfezione, 
alla quale mi condusse l'altro; e questo cotale dilatare non 
6 cagione d'imperfezione, ma di perfezione maggiore. Quello 
veramente della ricchezza è propiamente crescere, eh* è sem- 
pre pure uno^ sicché nulla successione quivi si vede^ e per 
nullo termine e per nulla perfezione. E se V avversario vuol 
dire^ che siccome è altro desiderio quello di sapere li prin- 
cipii delle cose naturali e altro di sapere che clli sono, cos^ 
altro desiderio è quello delle cento marche e altro è quello 
dello mille ; rispondo che non è vero ; che 1 cento si è parto 
del milie e ha ordine ad esso, come parte d' una linea a tutta 
la linea' su per la quale si procede per uno moto solo; e 

1 Prùduito per allutigaUìf alla laU- lo come richiedeva la buona costru- 
ra. E. M. aione. E. M, — E comf? corressero 

^ n eoo. Harb. legg^: che cj:?!kiIì gli etlìL mil., legge appiHjLo il coJ, 
■ " " ' TUccBrdiano, F* 

Ufb. e Gildo Ui 



cottiE cimCìtno Éù II Bisd jul : che co- 
; èf com'è ec. Noi abbiamo correte 



TUccBrdiano, F* 



3(M} 



IL CONVITO. 



nulla àucct^lone quìvt è, uè perfezione di moto in parte al- 
cuna ; ma ooTioscere che sìeno li princìpii delle coi? e natoralf^ 
conoscere quello che sìa eiaschedano, non è parte V uno 
dcir altco, hanno ordine insieme come diverse linee per lo 
quali non si procede ^ per uno molo^ ma pt^rfetto lì moto del- 
runa, succede il moto dell' altra, E così appo re uhe dal de- 
siderio della scienza, la scienza non è da diro imperfetta; sic- 
come le ricchezze sono da dire imperfette per loro^* nome la 
quìslione ponca; clife nel desiderare della scienza successiva- 
mente finiscono li desìderìi e viensi a perfezione^ e in quello 
della ricchezza no; sicché la quistione è soluta' e non (m 
luogo. Ben puole ancora calunniare 1' avversanu, dicendo che 
avvegnaché molti desiderìi si compiano neH' acquisto della 
scienza^ mai non si viene* air ultimo, eh' è quasi simile alla 
imperfezione ^ di quello che non si termina e che è pure uno. 
Ancora qui si risponde che non è vero ciò che s* oppone, 
cioè che mai non si viene air ultimo: che li nostri desideri! 
naturali, siccome di sopra nel terzo trattato è mostratOj sono 
a certo termine discendenti/ e quello della scienza è natu- 
rate, sicché certo termine quello compre;^ avvegnaché pochi 
per mal camminare compiano* la giornata. E chi intende II 
Comentatore "* nel terzo dell' Aninm, questo intende da lui; 
e però dice Aristotile nel decimo dell' Eiica^ contra Sìmonlde ^^ 



hmmi « tutta ìtk Urna pir Uè qmh^^. 
E. M, 

i AggDtnglamo un iì aventi a ptn- 
cedfj e ci cqnrorta ì" oùtoro medesi- 
mo, che pooo prima dice d una lU 
nisfl ; «fi fìir la i^uaifd si procedo per 
uno moto iolo. V. 

* Smo da dire imperfètte psr lorOr 
leggo rettamento il c?od. Rice; tiitti 
gli «Uri: ttìftù da dim per /jro/F* 

8G05\ col cotT. Uarb. ; coi secon- 
do MarCs col Gadd. ISS secondo e 
colle pr. fidlz. Il B licioni i la qui- 
stione è aw^ohtta. B. M. 

*Cosl col tod. Uarh., col Vat, 
ill^, 6 colle parole dt Dan[& roedc- 
slmo poco dopa. Le stampe tutte : 
nani non sì tiene air alt imo, k, M. 

i Tur ti I lesti leijigono piffesiom ; 



roo l'errore ù mani Testo, ootift an- 
che IO margino del ^econjD codice 
Marc, vedcsi correUo da antica ma- 
nOj impsrftzhnt^ E. M. — Ji corret* 
to impsrfsziont v ed est pura nel cod* 
HiccordiEtno. F. — intendi : mai tioa 
si viene qI complmooto del deside- 
rio dcir ultima, cioè Euprema^ com 
scibile ; la qual coso é ciuasi &\m]h 
aIIa imperfezione, P. 

5 Cioè, mirano a termine fisM. P. 

* Quello fornisce, le pr. cdizioilL 
E>M. 

B Forniicano, U pr* edìi. K. M. 

^ Il comenLatore fn detto per sn» 
tono mas la Averrois. 1/ Isiteaao Dae» 
te, ffif^ IV, 14i: Jptfrro(J| c/i« 'i i^roA 
eomminto feo, B. 

1* ArlsL, Efhf lib. X.cr>p 7. TtH« 




TRATTATO QUARTO, 



aot 



parlando, che V 



dee 



tra ere alle disino cose 
quanto può; iu che* mostra che a certo Une bada la itoscra 
poieiiza. E nel primo dell' Etica dice che 'l dìsriplinaio chiede 
dì sapere certezza nelle cose, secondochè la loro natura 
di certezza riceva;* in che mostra cbe non solamente* 
dalla parte dell' uomo desiderante, ma deesi fine attendere 
dalla parte * dello scibile desiderato ; e p^3rà Paolo dice : 
€ Non prù sapere, che sapere sì conyenga^ ma sapere n mi- 
sura. 5 Sicché per qualunque modo il desiderare della scienza 
SI prende^ o generalmente o partìcularmente, a perfezione 
viene; e però la scieuza perfetta è nobile perfezione, e per 
suo desideno sua perfezione non perde, come le maledette 
ricehe^zej le quali come nella loro possessione siano dannose, 
brieTemente è da mostrare, che è Za terza nota della loro 
imperfezione* Puossi vedere la loro possessione essore dannosa 
per due ragioni : V una^ che è cagione di male ; T altra, che è 
privazione di bene. Cagione è di male^ che fa pure vegghiando 
-lo possessore timido e odioso. Quanta paura è quella di colui 



■te le edjz, antiche, \ cod. Gadd.» U 
Vat, LTrb. ed il secondo Marc. ìian- 
1^0 corre ttomen te contro Simonide 
poftu. Perocché è opinione d' alcuni 
cbe quella se o tenia : Gii uomini f ^- 
tetido mf^rtali, dùven alarsi contenti 
aUe Còte mortalif e ivm c^r^^r^ ie im- 
mortati, contro la quale favella Ari- 
fitotiler sia d^l poeta Slmonide^ quon- 
tuoQue altri la credano plnUosto di 
Boion^ di Esiodo. Plutarco però 
nel atio libro De connolaiìom ad Apnl- 
hnium reca on dett4j di SimonideT 
ìì quale potrebbe foritì t«ner luogo 
dgUa sentenza qui desiderata: a Simo- 
nides poeta lyrìcas cnt^ Pauxenii^a rem 
Sparlanorum coììLtìtnter tese ùb reta 
ge9ta$ jóciareii ipiumque tubmtmanj 
jtiùerH aibi ^(iquid mpìenirr pra^ipt- 
fij to^ttìfa homitits mpfrtiQj manuit : 
ut se hominemessf mfmoriateniret. > A 
convalidare maggiormente l'adotta- 
ti lesiono Cóntro Smtmidi' pùH'it ci 
giova aggiungere U seguente pjìsso 
di «ati Tommaso, Contra Geni,, lib, Ir 
c«pìtoto 5| n. 3, avuto in mira d« 



Dante : ■ Cum «npm Simonidet suidttm 
homini prc^tsrmìttendam divinam co 
^mlionetti pttauiìderet ei httmo.ìm re- 
bu» ingsnìum appitcandum, oporterf, 
inquieti»^ humana sap^rft hmninemy et 
morkilm moriahm ; cùntm eum Pìuh- 
fophhs (ticit qiiod ìtomo debet «< ad im* 
mortalia et divina trafiere quantum 
poteii. « Il Biscioni legge : contra *er- 
momd$ poeti. E. M, 
1 hi éAj, cioè, nel quaJ suo dire, P. 

* La volgata dictìva : sècondoclié Ict 
torà natura di certezza si riceva. Ma 
il Witto considerando cl;e Aristoti- 
Je dice : *. . , . in quantufn r»i natura 
retipit, corresse : .... di certe£:ia n- 
etra, l\ 

3 Così portano correltometite 1t 
cod. Gadd. 131 e lo pr. ediz^OEielta 
del lìisctojiì legge : che non sohiuttn» 
teèdiUaparte^ E. M. 

* Ùfilhi parte dello Krihit^ d^ySiitìra* 
iOt leggo no i cod. Vat. Urb. e Godrlì 
134, laddu\& la lezione degli ali ri 
testi MSS. e stampati ò ; dalia ^mr(4 
idtuo ifibiU cCi E. Mi 




SOi IL co^v^TO, 

che appo sfe senili ricchezza^ in camminHndo, in soggìornnit- 
dOj non pur vegghìaDdo, ma dorme n do ^ non pur di perd r^^ 
r avere, ma la persona per T avere I Ben lo sanno li mis'ti 
merca tanti che per lo mondo vanno, che le foglie che 'l vento 
fa dimenare * li fan tremare, quando seco ricchezze yortano ; 
e quando sanza esse sono^ pioni di sicurtà cantando e ragio- 
nando fanno lo' cammino più brieve. E però dice il Savio;' 
€ se vólo camminatore entrasse nel cammino, dinanzi a' la- 
1 dmni canterebbe. » E ciò vuole dire Lucano nel quini) 
librOj quando commenda la povertà di sicuranza dicendo; 
« Oh sicura facilità della povera vita l oh stretti abitacoli e 
» masserizie I oh non ancora intese ricchezze del li Dei 1 a 
ìf quali tempii e a quali muri poteo questo avvenire, cio5 
n non temere con alcuno tumulto, bussando la mano' é\ Ccsa- 
B re ? » E quello dice Lucano quando ritrae * come Cesare 
di noi te alla casetta del pescatore Amiclas venne, per passare 
il mare Adriano.* E quanto odio è quello che ciascuno al pos- 
seditore della ricchezza porta, o per invidia, o per desiderio 
di prendere quelta possessione? Certo tanto è, che molto 
volte centra alla debita pietà il figlio alla morte del padre in- 
tende; e dì questo grandissimo e manifestissime sperienze 
possono avere i Latini*^ e dalla parte dì Po e dalla par^e di 
Tevere. E però Boezio nel secondo della sua Consolazionù 
dice: « Per certo l'avarizia fa gli uomini odiosi. » Anche è 
privazione dì bene la loro possessione, chè^ possedendo quelle 
In rghez za non si fa^ che è virtù la quale è p?rfetto bene e 



* Lfe stemps ed il più de'WSS. 
leggoao tMnare: la leziono dimena* 
re ti viene presentata dal codice 
Godt) 135 primo- Ma è degna dea- 
ior notata tulio U varìaiiLe della 
stesso i^odìce a questo luogo : che le 
fuffht dtyli atbtri chi *i pttm fa dime- 
narti li fan amidi e pfìvenhsi qaan- 
da m. E. H. 

1 Lor cammitWi la pr. ed li* E* M. 

> Pare che Uilfindrj di Boeiio, il 
ijijale acri a se t n vi vitm hnjut eaifpm 
ràcuux tuafor intratse^f c<trmn lalmtie 
eafifdred. ■> De CotUfùhL^ Ub. Il, pr. ti. 
K già GlQVenflleT ^t^ X , 22. flvev« 



dotto :: « CantaiiU vacuità corani h' 
irò ne ufu/qr. » F. 

* Bìtr^t^ cioè racconiaf dice. E cid 
aerva di norma peralcutsi altri lun- 
ghi deve a' incontra con similo %\' 
gnitìcatn lo stesso verbo tHmtte* 
E. U. 

6 Adrkvìiù per Adriaitcù, t(\H laiU 
na. Orazio, lib. 1, Od. 16* v. hi Si- 
te mari Itl^t Àdriuno. E* tó. 

«Cinèt gVltoìiani. Allude Teirse a 
qualche parricidio^ che a' sijoi giorni 
sarb avventilo per quei moUvo. K 

7 Che per Qllarché. E. M* — Non 
pare a fru* ohe il cfii vngli:i diro ai' 



4 




TRATTATO QUAnTO, 305 

4a quale fa gli uomini splendìcnli e amali; eiie non può es- 
sere possedendo qui^He, ma quelle lasciando di possedere. 
OnJe Boezio nel medesimo libro dice : € Allora è Luodd la 
% pecunia quando^ trasmutata negli altri per uso <ti larglu.^z- 
j> za, più non si possiede, w Per che assai è manifesto la loro 
viltà per tutte le sue note; e però T uomo di diritto appetito 
e di vera eonoseenza quelle mai non ama; e non amandole 
non si unisce ad esse;^ ma quelle sempre dì lungi da sé essere 
vuole, se non in quanto ad alcuno necessario servigio sono 
ordinate : ed è cosa ragionevole^ perocché il perfetto collo 
imperfetto non si può congiungere. Onde vedemo che la torta 
linea colla diritta non si congiugne mai ; e se alcuno congiu- 
gnimento y' è^ non è da linea a linea ma da punto a punto, 
E però seguila che T animo, che è diritto* d'appetito e ve- 
race di conoscenza, per loro perdita non si disfa ce; siccome 
il lesto pone in fine di questa parte. E per questo effetto in- 
tende di provare il testo eh' elle si e no flume corrente di lungi 
dalla diritta torre della ragione, ovvero di nobiltà; e per 
questo, che esse divixie non possono tórre la nobiltà a chi 
r ha. E per questo modo disputasi e riprovasi contro alle 
riccheszc per la presente canzone. 



CAPITOLO XtV. 



Riprovato r altrui errore, quanto è in quella parte che alle 
ricchezze s* appoggiava, è da riprovarsi ' in quella parte che 
tempo* diceva esaere ragione di nobiltà, dicendo Antica ric- 



hrchè, ma pircfiè, DI FaUo KeTJte ra- 
gioiìo qiii ]il suo proposito sonstica- 
inentei come chi dicesse: Il lenarfì 
ÌD giicrro ìe armi cariche è a' soldalì 
prlVMione dì bone ; perciocché le- 
ntìndolfl a quel modo, non riportarlo 
vittoria su' nemici, ma al bon^ sca- 
Ticaiidole loro addosso. P. 

* Noìi fit unisce, perché omor^?..,, 
non è altro che ummenso tpirìtìiai^ 
detV anima « ddla co$a amata. Vedi 
tratt. n, cap. 2, P, 

> La Jpzione <To noi ?egutta è quel- 




la del enti. Gadd. iHo primo II 
Barb., meglio d'alnunl altri^ Jegge: 
chi è difiih cioè d' (ipjìftiifi, e mruce 
cioè di&}no^ctnza; ma quel duo cifté 
sono HtipeflluL La corrotta lezsonn 
volgala sta come acgue : E jtfròtf- 
{Hiittti FAtf i' animo, chtèdiriltù chJ 
d' app'tifù verune j cwè di conoictnzat 
per kt biro perdila GH. E. M. 

^ Dell© parole è da riprovnrsi è la- 
guna in tutti I testi* Vedi il Saggio^ 
pag, 1% E, M. 

* Ti^P't, q II ni rio caso* P. 



ao4 



IL CONVITO. 



che^za; e questa riprovazione si fa in questa parte che co 
minda: Uè voglion cìm mi v^mo gentil divegna. E in prima si 
riprova ciò per una ragione di costoro medesimi che cosi er- 
rano; poi^ a maggiore loro confusronej questa loro ragione 
anche si distrugge ; e ciò si Ta quando dice : Ancor spgue di 
ciò che innanzi ho messo. Ultimamente concliiude manifesto 
essere Io loro errorOj o però essere tempo d' intendere alia 
verità ; e ciò si fa quando dice : Per che a inieUeUi sani. Dico 
adunque : Né voglion che vii mm gentU divegna. Dov' è da 
sapere che opinione di questi erranti è, che uomo prima vil- 
lano mai gentile uomo dicer non si possa ; e uomo che Oglio 
sia di villano, similmente mai dicer non si possa gentile ; e 
ciò* rompe la loro sentenzia medesima quando dicono che 
tempo si richiede a nobiltà, ponendo questo vocabolo antico; 
perocch* è impossibile per processo dì tempo venire alla gè* 
nerazionc dì nobiltà per quesla loro ragione^ che delta è^ la 
qual toglie via che vi Mano uomo mai possa essere gentile per 
opera che raccìa, o per alcuno accidente ; e toglie via la uni* 
fazione di villan padre in gentil figlio; che se '1 figlio del 
villano è pur villano, e 1 figlio pur fia pillano, e fìa villana 
ancora suo figlio^ così sempre mai non sarà a trovare* là 
dove nobiltà per processo di tempo si comincf. E se l'av- 
versario, volendosi difendere, dicesse che la nobiltà si comin- 
r-erà in quel tempo che si diinenlìcherà il basso stato degli 
anlìcessori, rispondo che ciò fia contro a loro medesimi, che 
pur di necessitade quivi sarà trasmutazione di viltà in gen- 
tilezza d' uno uomo in altro o dì padre a figlio, eh' è contro 
a ciò che essi pongono. E se T avversario pertinacemente si 
difendesse dicendo che ben vogliono quesia trasmutazione po- 
tersi fare quando il basso stato degli anticcssorl corre in ob- 
blivione, avvegnaché il testo ciò non curi, degno è che la 



1 Intendi 1 E tt»J@ automa eotiru^ 
la U parere di tòro bLcissì, qiia.ii- 

*Glt cùiu mil, leggotio un ptì' 

tw é pur tiUlanOf e l^ijlitìpurfinfi' 



iuò fiQii^, « coti ttmprt maiiìoii mmrà 
trììtare e e lo T ho re» più seniE»M- 
co cot confronto delle v*rie ItìzionJ 
e cou un po' di cri Oca. Le parola 
non Mara ti tromrff che valgono *im 
ii ptìtrh trùmt$t iùno ì^eì coJ, 9^ 
cardluao, F* 



1 




TRATTATO QOARTO. 



305 



^ 
^ 



chiosa a ciò risponda. E però rispondo cosi, che dì ctò che 
dicono seguono quattro grandissimi inconvenienti^ sicché huona 
ragione essere non può. L* uno si è, clic quanto la natura 
umana fosse migliore, tanto sarebbe più maiagcvole e più tarda 
generazione dì gentilezza^ eh' è massimo incoaveniente; coa- 
ciossiachè com'è onorata la cosa quanto 6 migliore,* tanto ò 
più cagione di hene; e nobiltà in tra li beni sta commemo- 
rata : e che ciò fosse cosi si prova : Se la gentilezza ovvero 
nobiltà, cbe per buona cosa intendo,' si generasse per obUi- 
Yione, più tosto sarebbe generata la nobiltà quanto gli uomìfii 
Tossono più smemorati,^ che tanto più tosto ogni obblivìono 
verrebbe.^ Dunque, quanto git uomini smemorati più fosse rOj 



* La comune lezione diceva erro- 
neamente : cùticiossia commemorata la 
msa che qvanto è migliorr ec. E gli 
cdiU mil. considerando nho Dante 
dice altro V€t che le buone oose in- 
fotidono dfìlJfì ìoro natura ne' laro 
effe Iti ^ cor f esaero : toucìomiachè, co 
Vi' è narra ^Of hi co^a quanto è miglio- 
ri, tantf} ec. Sopra di che il Peder- 
2int scrisse. * Osservo primiera- 
Tncnte, che nou mi pare esser vera 
quelhj cM aflTermsnu i signori eùiL 
tnil», cioè cbe Denle dica al trovo 
Cile la buone cose infondonu delia 
loro oatura ne' loro eirotU ; ma b\ 
t'gli ìnaegnu, più generalmenle paf- 
Imido, ohe ogni cagione infonde nel 
suo elTetto della buEilà delia camion 
$xnx (tratL MI, cap. 6J. Perciò atan- 
do Eullo diretta rigore, non può 
Dante dire d^uvat fiarra^Oj salvo si* 
Jmplicitamentef cHb la cùm quaglio è 
rnigtìore, tanto è piti cagione di ù^e. 
IL peggio d'assai però «i 6 ch'io 
non trovo In questa clausola- la ra- 
gione d«l massimo inconvenientt po- 
aio di sopra ; o per dira più aperl> 
neirassiom^T che la cosa quanto è 
migtion, tanfo è più cagione di òéhì, 
non fiento la forza di giustificare Ja 
proporzione, -che sarebbe massimo 
inconveniente, se quanto la natura 
umana è migliore^ t^nto Tosse più 
larda la generazione di gentilexza. 
Per qnes^iu ragioni io stinto Che il 
LiAatE. — 5» 




luogo abbisogni tuttavia di molta 
emendazione. E per me tanto, aiu- 
tandomi al lume che ne viene dai la 
lettera de' ondici da' signori ed^t< 
mil. citati, crederci che nò comtm- 
mùrata, né com^ è fiurraio iti dovesse 
scrivere, ma at bene : coucioitsìachè 
cotn* è onora fa ta ^osa gufi Tito è fHtgita- 
rSf t^uto ee. Per questa via si trae 
da tutto il discorso questa, secondo 
me, ragionaLis^ima sentenza * Ta no- 
h\Uh è tenuta in conto di bene r egli 
è donque sommamt^nte desiderabile 
ch'ella venga alle persone pronta- 
mente, secondo che ne sono merite- 
voli ; perciocché in quella guisa ciie 
la cosa è onorata proporzionalmente 
al merito suo, tanto essa produce 
più di bene, ^ Fin qui 11 Pederztnt. 
Òr io dirò ohe appunto com' ef;ll 
propone di leggere, legge il codice 
Hiccardiano. F, 

* La volgata o i gentilezza ovvero 
ntjbìHùy die per una cosa intendo. Ma 
ii Witte corregge : per tmona cosa 
im^ndo ; perchè poco innanzli Danto 
ha detto: cottcìojsiachh... nobiltà in- 
tra li beni Sia commemorala; e più 
fiotto dirii : tre cose erano necessarie a 
vedere Clima di/^nire si posta queata 
buona cosa, di che si parla. F. 

& Dimenticati, perduti di memo- 
ria, P. 

* Più toito mreòbe generata ra uobih 
tà; a quanto gli uomtnì /«i^^i^no piti 



SOG 



IL CONVITO* 



più loslo sarolibero nobili; e per contruno, quania eoa più 
buona menioria,' tanto più tórdi nobili * sì farebbero* Lo se- 
condo si èj che in nulla cosa fuori degli uomini questa distin- 
zione si polrebbo fare, cioè nobile o viìq^ cb'ò moUa fncon- 
vimiente; conciossiaaisacbc in ciascuna spiizie di coso Yeggiamo 
la immagino di nobiltà o di yììlSj onde spesse vnUe dicmmo 
UDO notilo cavallo e uno vile; e uno nobile falcone e uno vile; 
e una nobile margherita e una viie, E che non si potrebbe 
faro questa distinzione^ cosi si prova: se la obblìvìone de' bassi 
antiecssori è cagione dì nobiltà^ ovunque bassezza d'aniices- 
sari mai non fUj non può essere obblìviono di quelli, concios- 
sìacbè la obbìivìone sia corruzione di memoria, e in questi 
altri animati e in piante e in miniere bassezza e altezza non 
si noli, perocché \n uno sono naturati solamente ed in eguale 
stato, e in loro generazione nobìllà essere non può, e cosi nò 
viltado; ^ conciossiacosaché T una e l'altra si guardi come 
abito e priva zione^ che sono a uno medesimo soggetto possi- 
bili; e però in loro dell'una e dell'altra non potrebbe essere 
distinzione. E se T avversario volesse dire che nell'altre coso 
nobiltà a* intende per la bontà della cosa, ma negii uomini 
s* intende perchè dì sua bassa condizione non è memoria, ri- 
sponder si vorrebbe non colle parole ma col coltello * a tanta 



Èmimfìrfilif (aiìhpm imfo offmohìwio- 
tiB vfn'ftbbt. Tufo è ia volijota lezio- 
ne, la qua lo non porge btjon senso; e 
ci parve cbe Toaso onninamente da 
emenrlEire. K, M. 

t Cioè. Jivutt in miglior memoria, 
pili rlcordoU. P. 

' HegLiÈomo ì end, Bnrt», MarCv se- 
condo, tìadd. W, 1^5 secondo e lo 
pr ediz^ La stampa del Uiacioni Ita : 

* La leì^jone^ che di lutlo questo 
piidorla ho posUi nel testo, fu e meo* 
tlnln dal VVitte. Kcco come diccTa la 
noinuiie. che Tu ttlquanto modiftcata. 
ma non felicómentCf diigll edir. miL t 
St ta óòHtfiom dt'fiani aniictsaóri è 
cagione di nabittà^ f ouunrpie òrtttp^-^ 
d' aniictsnofi mai nun fti ntìn può tìj»r- 
rt tn ^timùnt dì quelli y (^nneiosmcki 
Ui Qblmoiit tin cotrushm di mcm<^rivt^ 



« in questi altri animaìi g pmtttit mrntì- 
r$ btttxesza ed utlizsa nua ni noti, pf^ 
rocchi in uno *ùm nfiturati salnmenta 
ed iTtegutih sitilo in toro generazióne 
tii uùbiilh finerc non pMÒ, e essi né di 
tiUtnde, SI confronti» u^guiTigo il Wìt- 
ttif quel che si Icgj^o hei oip^ SI : T^"^^- 
lugora volls che tutf6 fumerò d' una nn* 
biiih.,,.^ quelle degli animait bruti e lA 
pianfA A ìb flirme fieUt minien, F. 

* Questa fernce parola mostra bene 
quanto la utente e il cuore ndr Ali* 
gliierl si muovevano di atreui&àiii 
catnpagnip. Consuona a ciò W 
guenie raccHDnto del Boccaccio, ViU 
Dani ^ 953; < /i flomnffttq, lui ojjni 
feimniaiilu, ftgm picfuìl fixnciìUU*, r«j/ro- 
nundfì di parte, e dnnnnndo in ffhiMiì- 
ntif Cavrebbe a tanta in*{tftia m''\intfi 
chi» n giltnre te iiielre l tti*i-rbbF Gondola 
(ùf non ùvttìdQ Umulo, * l^ 



TU AITATO QUARTO. 



307 



Jicstialrtàj quanta è dare alla nobiltà fieli' oUro coso hont?( per 
rnigìone, e a quella degli uomini per principio dimenticanza. 
Il terzo si è, che molte volte verrebbe prima il generato 
chc'l generante^ eh' è M tutto impossibile; e ciò si può cosi 
mostrare : pognamo ehe Gherardo da Cammino ' fosse stato 
nepote dèi più vile villano che mai bevesse del Silo o del Ca- 
gna no/ e la obblivione aneora non fos^ del sno avolo venula; 
chi sarà oso di dire che Gherardo da Cammino fosse vile 
uomo? e chi non parlerai meco^ dicendo quello essere stato 
nobile? Certo nullo^ quanto vuole sia presuntuoso, eh' egli il ' 
fu e fìa sempre la sua memoria. E se la obblivione del suo 
Lasso anticcssore non fosse venuta, siccome s^oppone^ ed elio ^ 
fosse grande di nobiltà, e la nobiltà in lui si vedesse cosi 
apertamente, come aperta si vede, pnma sarebbe stata m luij 
che 1 generante suo ^ fosse stato : e questo è massi ma mento 
impossibile, il quarto si è, che tale uomo^ sarebbe tenuto no- 
bile morto, che non fu nobile vi^vo; che più incou veniente 
essere non potrebbe: e ciò sì mostra. Pognamo che nella età 
di Dardano de" suoi antieessori bassi fosse memoria, e popamo 
cbe ndla eia dì Laomedonte questa memoria fosse disfatta^ e 
venuta r obblivione. Secondo la opinione avversa, Laomedonte 
fu gentile, e Dardano fu villano in loro vita. Noi, alli quali 
h memoria de' loro aniicessori (dieo di là da Dardano) non è 
venutàj diremo noi che Dardano vìvendo fosse villano, e morto 
sia nobile? E non è contro a ciò che si dice Dardano essere 



* 11 LatidÈrvOiCCunpnbndo quel paa- 
so del Furg., XVI, 124, * 7 buon Gh«- 
THtdùf così ne dà contezza dì lai : 
• Gherfìrdodi Treoigi dritti famtfflia da 
OiiTiinO] In titidU spiano ihbe fi princi- 
pato in Trevìgi. Costui pt' suoi otlimi 
ctìhaìfjli e rirtù fu chitìmata il btiùn 
Cih/rt-nrdo, vE.M. — EtUi lui pure Tau- 
lEtre dell fl/iimii amienlù dice : n eì di- 
luito tiùfi in ujiHf ma in tutte cme di 

s Sile e CftgnanQ, due fiomi della 
Vpnczio» \ quali hanuci il loro o.on- 
Dtjente a Treviri. P«r., IX^ W; < E 
dare !^ih e Cagnan >' ncGomp^gna^ Tal 
tiguQrfffgia > fc. U Eliscloni legge mi 



suo testo coQ iniziatE^ pìccola Wiftft 
cagtìono, che dice estero ìrit1i?.io del 
nome di due flutKfj ma di piccola ri- 
nomanza ì E. M. 

^ 0H pronome il è laguna ne' lesti. 
E* M» — Se il pronome if mancavo 
ne'testU era nttlmn cosa e crtnformn 
dI più puro U50 della nastra lingna, 
seco n do un* assai bel I e oa se r vati o ne 
iIpI Peneit rlptìrlata dal Parenti neìfe 
thftsrvaz. &i DisiOTt, di Béogna aotia 
la voce io. P. 

* Tutti i MSS< U sbmpa con er* 
rnre: rifa. E. M. 

s Suo, cioè della nobiiil. P, 

« Téil^tionie^^ cioè l'avo lo su ppostO.Ft 



308 IL CONVITO, 

Stato figlid di Giove {che ciò è favola della qiiale^ filosofica- 
mente disputando^ curare non sì dee): * e pur se volesse alici 
favola rtjj'oiare l* aTversarìOj di certo quello, che la favola 
cuopre, disfà tutte le sue ragioni. E cosi è manifesto la ra- 
gione che ponea la ohblivione causa di nobiltà, essere falsa 
Cd erronea. 




Capitolo XV. 



I 



Dappoiché per la loro medesima sentenzia la canzone ha 
riprovato, tempo no a richiedersi a nobiltà, incontanente se- 
guila a confondere la premessa loro opinione^, acciocché di 
loro false raifionj nulla ruggine rimanga nella mente che alla 
verità sia disposta; e questo fa quando dice: Ancor segue di 
ciò che innanzi ho messo. Ov' È da sapere che se uomo non si 
può fare dì villano gentile, o di vile padre non può nascerò 
gentil figlio, siccome messo è dinanzi per loro opinione, che 
delli due inconvenienti^ l'uno seguire conviene: il primo si 
è che nulla nobiltà sia; l'altro si è che '1 mondo sempre sia 
stato con più uominij sicché da uno solo la umana genera- 
zione discesa non sia. E ciò si può mostrare. Se nobiltà non 
si genera di nuovo^ siccome più volte è detto che la lon* opi- 
nione vuole, non generandola di vile uomo in lui medesimo, 
nò di vile padre in fìgiio, sempre è V uomo tale quale nascer 
e tale nasce qualo il padre: e così questo processo d* una 
condizione * è venuto inflno dal primo parente ; per- 



* t^ognfifiìD che mltct dà di Darda- 
nio d/ suoi antìcesiori ÒQssi foisg m^ 
moria; e pftgnmno tht neUa tlà di 
Laumedon q netta memòria /òsjie Ìi- 
tfail^t É venuta i' obUoiant ; neeondo 
la ùpinÌQne avvtrsa I.aumedùn ftie ^en^ 
ale, * Duidiìiiii} ftiB vilianù in loro vi- 
ta. X^ùi nlli qunU in memoria dt loro 
anHceHSortf dico di th dti DurdaniOi 
rivendo foste oiilftno, e morlo sia nobi^ 
ifj, non è conlrù a ciò che si dicr^ Dar- 
dftuffi easera elalo ^ffiio dìGime; che 
ciò è favola, della quale , /ilot^^cumen- 



te diiputatìdù^ tarare non ti dee; 9 
pur $t volesse €c. Tale' ò la Tolgati le- 
7,iono seccudo il teato à«\ BlicJoni, 
dì questo passi^>i assidi scofnntgl^jtl^à^ 
e noi coriDdiamo di averla «inendat* 
col rieropirc la evidente bguna h- 
SiO^aia d^l copisi] e col re U ideare la 
punteggili tura. Vedi il Saqtfio^ psg. 
7fl, Nulla diciamo de' nomi misora^ 
mente atorpiati, cui e! e pamto dt 
dover raddif Ì2?are, E. M. 

'Cioò, r avanzamento d'una lo!! 
c?judizionod'uoEnini. P. 



TRATTATO QUARTO, 



309 



I 

I 
I 



ehè ' tale quale fu il primo generante, cioè Adamo, conviene es- 
sere tutta la umana generazione, che da lui aJli moderni non si 
può trovare per quella ragione alrnna trasmutanza. Dunquej so 
esso Adamo fu nobile, tutti siamo nobili ; e se esso fu vile^ tutti 
siamo YÌJì: che non è altro, chfì tórre via la distinzione di 
questo condizioni, q cosi è tórre via quelle . E questo dico, 
che di quello, eh' è m^so dinanzi, seguita che slam tutti gen- 
tiiij omer viUanL E se questo non è, pure alcuna gente è 
da dire nobile, e alcuna da dire vile di necessità. Dappoiché 
la trasmutazione di viltà in nobiltà è tolta via, conviene la 
umana generazione da diversi prìncipii essere discesa, cioè da 
uno nobile e da uno vile ; e ciò dico la canzone, quando dice : 
Oche non fosse a uom carni HciameìUo^ cioè uno solo, non dice 
cornine lamenti : ^ e questo è falsissimo appo il Filosofo, appo 
la nostra Fede che mentire non può, appo la legge e cre- 
denza antica de' Gentili ^ che avvegnaché '1 Filosofo non ponga 
il processo da uno primo uomo, pur vuole una sola essenza 
essere in tutti gii uomini, la quale diversi principil avere non 
può. E Plato vuole che lutti gli uomini da una sola idea di- 
pendane, e non da più : cb' è dar loro un solo principio, E 
sanza dubbio forte riderebbe Aristotile, udendo fare due spezie 
dell'umana generazione, siccome de' cavalli e degli asini: che 
(perdonimi Aristotile) asini si possono dire coloro che cosi 
pensano. Che appo la nostra Fede (la quale del tutto è da 
conservare) sìa falsissimo, per Salomone si manifesta, che là 
dove distinzione fa di tutti gli uomini agli animali bruti, 
chiama quelli tutti figli d' Adamo; e ciò fa quando dice: « Cbi 
> sa se " gii spiriti de' figliuoli d'Adamo vadano suso, e quo' 
» delle bestie vadano giuso? » E che appo li Gentili falso 
fosse, ecco la testimonianza d'Ovidio nel primo del suo Me- 
tamùrfos^oSf dove tratta la mondiale costituzione, secondo la 
credenza pagana, ovvero delli Gentili/ dicendo: t Nato è 



i Perché, perla quo I cosa* P. 

■ Cttsl reUamfinte il eod. [tar]>.,U 
Gsdd. Vdh, \i »ec{jìidù Marc, m margl» 
ne^ele pr. ediz. U Uiacìooi; nsmin- 




» S» tulli gli .spiriti f le pr. edli- E. M. 

* Qtieatt) ovvero ditti Gannii ha fac- 
cia dì glosagma ; se pure non è da 
dirsi Che l'auloro Tàbbiii qui posto 
percbé a' ìntfnda subito che ftoondo 



3!0 



IL CONVITO. 



l* uomo; 3 non disse € gli nomi dì- % disse: € Nato è V uamo: 
j& ovvcsro, ehù questo V Artefice dello cose di seme divino fece : 
B ovvero, che la recente * lerra^ dì poco dipartila dal nobile 
jft etere, li semi del cognato cielo riteneaj la quale, mista col- 
ib V acqua del fiume, lo figlio di Giapeto ^ compose in imma- 
» ginc dellì Dei, che tutto governano: ^ j& dove manifestamente 
ponc^ lo primo uomo * uno solo essere stato; e però dice la 
canzone: Ma ciò io non comento; cioè, che cominciamento a 
uomo non fosse: e soggiugne k canzone: Né egli tu* aitreìiì^ 
ne son crislitmi; e dice cristianij e non filosofi, ovvero Gen- 
tilij lo cui ^ sentenze anche sono incontro : perocché la ^ cri» 
stiana senietizia è di maggior vigore, ed è rompitrice d' ogni 
calunnia, ^nercè della somma luce del cielo, che quella allu- 
mina. Poi quando dico: Per che a inteUelli sani È manifsslù 
i lor diri esser vani^ eonchiudo lo loro errore esser confuso : 
e dico che tempo è d' aprire gli occhi alla verità ; e questo 
dice- quando dico : E diùer voglio oiìiaif siccome io sento. Dico 



la crtdinza fiagana, ha rd azióne ù, 
qyclto clVeglt ha detto prima: cha 
ajipo li Gentili faina fosse ce li. M* 

ì Hicmtet h^iKio ì cod, Gadd. ISI e 
Val Urb, lì Biscioni con aUri testi: 
Hctnt^^ E. M. 

^ TuUi t testi (Tuor soUi^eote 11 
cod, Vtìt. 4778, in cui k'sgesi djuptì- 
lo): h fifti& di Giachetio, cwi Prome- 
tóM. Abbia ma sostituito a quel ride* 
voibsìmo Giuchiito U nom^ì l<;gitUrno 
GiapeiOi 6 levato dal testo lu parulo 
ciW Prùmsteot, evidente glossema 
da' copisti- Vedi il Stì^iOf pog. Wà, 

> Queste parole sotto la tradutlotte 
del passo ti Ovidio (Msl., lib. [^ v^ 
7SJ: u iVuitij Aoftio est: aii'e huuc divinQ 
afmnì^ fstiii Hi» opìfioi reruw, fnurtdi 
mniiùriit origOf Sive receni Iciius^ Etdu^ 
£taquc fiwptr ab alle Mfftarrt cognaii 
^etinibai t^mina ctsii: Quam satas 
Japfto mi3i;tafn flutialibtiw undia Fiti- 
xil in tffìgitm moderanium cuncta 
i^eurtim. ■ DI qui vedasi che si dee ri- 
mettere nel testo, di pocii ripartita 
dal tiobils eterif cacciandone Tuori 



quel corpo aoUih e àififanù, che in 
tutu i MS5. in tutte ìù stamim bU 
in luogo di tteref ed f" iinQ pedante* 
Gca pEnTraaiT o vuot un glossema dei 
copisti^ che poi ha usurpalo il po&to 
del suo pri^ìcipak^ dimenticato Torso 
perchi3 non mteso» Vedi il Sttf/ffio, 

* SeijuiEimu la legione de'cod. Vot. 
Urb. e Guùd, 134. Gli allri, co*qu>dt 
va d'accordo il Biscianij leggono 
con 1 strana sintasai : io primù uuìm 
uno esstre suito solo. E. Bl. 

K Ovvero Geutiii. Lo stntenst an^ 
cfii ec. è la volgala biione. La lacuna 
del cai, ovvero dti'qutiUf ne seni- 
bra evidentissima ; ed ordinanda il 
teste come si è faltO| vjtìii tolto quel 
non so che d'oscure e dMndeteniii- 
iiato che I ima ti èva In quell' Uola- 
to : U Émiiittsi aticft^ tmo incontrò, 

E.ìà. 

« U articolo ìli manea nel testo del 
Biscioni, e viene supplito col cod. 
lliirbn, col secondo JUarc.^ col Vau 
Urb., col Gadd- 134 « colle pr. céiz. 




i 



TRilTTATO QUAUTO. 



SU 



«duijquB *;tie per quello ' eh' è dotto è manifesto alli sani in- 
leltetlij^ che i detti di costoro sono vanij cioè sanza midolla ^ 
di verità: e dico sani nyn sania cagione. Ondo * è da sapore 
che lo nostro jnielletto si può dire sano e infermo. E dico in* 
telletiOj per b nobile parte dell'anima nostra, che di ' comune 
YOcabolo ftmUe sì può chiamare. Sano dire si può, quando per 
malizia d'animo o di corpo impedito non è iidla sua opera* 
ziune; che è conoscere quello che le cose sonOj siccome vuolo 
Aristotile nel terzo DelVanima^ Che secondo la malizia dcU 
l'anima^ tre orrihili informitadi nella mente degK uomini ho 
vedute: V una è di naturale jatlanzìa* causata; che sono moUÌ 
tanto presuntuosi, che si credono ttitto sapere j e per queslo 
ie non certe cose affermano per certe: lo qual vizio Tullio 
massimamente abhomìna nel primo degli Offimi^ e Tommaso 
nel suo Contra-GetUm "^ dicendo: « Sudo molti, tanto di loro 
i ingegno presuntuosi^ che credono col suo intelletto potere 
j misurare tutte le cose^ stimando tutto vero quello che -* 
3 loro pare, e falso quello che a loro non pare* > E quinci 
nasce che mai a dottrina non vengono, credendo da sé sulD- 
cientemeRte essere dottrinati, mai non domandano, mai non 
ascollano, disiano essere domandati, e anyi la doma ndaz ione 
coraniuta male rispondono. £ per costoro dice Salomone ncHì 



1 Adattiamo )a letfone del cqù, 
Vst. Ufb,j onde evitare lo splacevti- 
Le concorso dei duoécbe ritrovaci 
ìli tuUi gli flUri lesti : Dico adunque 
cftfl, jjer quiUo che delio i,è manife- 
sto ec. E. M.. ^ 

> « Ó voi che mele gì HnUtUtH tanL > 

A San za mniadia di ptriiàf le prime 
odiz.E.M. 

* Perciocché. P. 

ftQtjesLQ di »i aggiunge colla va* 
ri ante porUta dal iìisciùai nel Fa bd- 
notazioni. E, M. 

^ Tutti i testi hanno sfmtanzh, ma^ 
n i festa corni i i on e d i yac^an sia , fa t ta 
da' copisti, n Diouisi (anedd^tto V, 
pag. IBTj vorrebbe che si corregges- 
se tobransa, per bùriu, itittrigia, prò- 
iuroiofìf,, dftl verbo t^braììzate; ni ai 



noi speriamo d'aver meglio colto nel 
&ei!;na. E. M. 

t Lìb. l^ eap. 5. n Dìooisì (aned- 
doto V, f>Bg. IS&j ra qui U «eguentù 
nota : a Ho $cnUo unitamente Coii- 
trageniiti a st^nso dì Dante, ì\ quo la 
la canzone, eh' egli coinenta in pri?- 
Hentfl, intitolò in una parola Coiìtrn' 
glie rr arai. Vi che vedi nel T ultima 
capitolo deJ Convito ! purché tu Jeg^ 
ga corretto e punteggiitto cosi : Cììh- 
tragl icfra u i i m ia cù t izon h ' ù ndruL . . * 
dico adunqui Contragiierrafkti mia ec,» 
Noi però convenendo col Dionieii che 
le parole Coti fra gentil^ Cottira gi» 
errsjiiij siano da pigli arai^ a scenso di 
Dante, come se faiì$L<ro tutte mùiià iu 
m\ so E tic me f non repiitianio neces- 
sario di scriverlo colla stessa orto» 
grana dd Dioiii^i' ìù.^* 



lU^^^ 



3IS 



IL C0«V1T0, 



Proverhi: t Vedesti l'uomo ratto a rispondere ? dì lui suJ- 
n tezza più che correzione è da sperare.* » L* altra è di na- 
turale pusiilanituità causata, che sono molti si * vilmente osti- 
nati che non possono credere che ■ nò per loro né per al- 
trui sì possano le cose sapere: e questi cotali mai per loro 
non cercano, nb ragionano mai; quello che altri dice^ non 
curano. E contro a costoro Arislotìle parla nel primo ddV Etica ^ 
dicendo quelli essere insudicienti uditori deUa niorate filoso- 
fìy. Costoro sempre, come bestie, in grossezza vivono^ d*ogni 
dottrina disperati. La terza è da levitade di natura causata; 
che sono molti di si lieve fantasia^ che in tutte le loro ragioni 
trasvanno,* e anzi che sillogizzino hanno eonchiuso/ e di quella 
conclusione vanno trasvolando nelì* altra, e pare loro sottilis- 
simamente argomentare^ e non si muovono da neuno princì- 
nipìOj e nulla cosa veramente Teggìono vera nella loro imma- 
gine * E di costoro dice il Filosofo, che non è da curare nò 
iV avere con essi faccenda, diluendo nel primo della Fisica, 
ctiH contro a quelli che niega li principii disputare non si 
conviene. E di questi cotaìi sono molti idioti, che non sapreb- 
hono rahhìecì, e vorrehbono disputare in geometriaj in astro- 
logia, in fìsica. E secondo malizia, ovvero difetto di corpo, 
ima essere la mente non sana; quando per difetto d'alcuno 
principio dalla uativitade, siccome mentecatti; quando per 
l'alterazione del cercbro» siccome sono frenetici* E di qufista 
infermità de della mente intende la Legge quando lo Inforzìato 
aree: « In coluti che fa testamento, di quel tempo nel quale 



1 TuUi i codici G lo stampe Jrggo- 
no . è da Mdperf ; o 5o]o nnj coiltee 
Marc, sopra Jd fierolo sùpire veJe^i 
tniìLto tperar^. lì sacro tf^lo, PrùV.j 
cap, XXIX, V, 20, dicendo ; *lwif»li^ 
tfiitgh sp^randa rsi quatn ejuit ^rre- 
^ttf^, non lascia fllcun diibbìo sulla 
omeMda^jone qui ratta dell' InttfOMti) 
JtJtlOQfl volf^arR. E. M. 

SII Biscioni: cAb mn& fjio?fi vii- 
*Mnte ùilitiftti. ARgìunfìCBÌ il il t^oì 
ty)é. Vai, UrlJ.t <!t>Ì ^■«dd. ISV € Collo 
|>r. edjz. ]l cod. ìlavb. e il iìadd. 1X> 
S(*coiìdo {ed aggi lineerò iinchtì il 



3 Anche questo che mnncG net il]- 
sciùnì, e l'iene: eupplito tìol BUild«*tt| 
[tod, Barb. eGadd. 1^}^ e 13B secon^ 
do. li. M, 

* Travalimm^ coJ. Cadd. 135 pri- 
mo. E. M. 

« Condmta, Coal I cod. Gadd, 134, 
135 secondo; 11 Uarb., i Marc e lo 
pr, edìE. n nisciani legge : t/uufo. 

* Imtnaffini per immani nazìtttf^, no- 
ta il t'ertlcorì^ ma il codice Hiccar- 
dicano legge ftd lorQ tmtmtgìttitrtf o 
par mi ùuere lezione migliore della 




TRATTATO QUARTO. 



313 



^ 



> il testameoto fa, sanitade dì mente non di corpo è addo- 
i> tnandataJ > Per che a quelli in teli et ti che per malizia di 
animo o di elenio infermi non sono^ ma ' liberi, cspetltti e sani 
alta luce della Yorilà, dico esaere manifesto ' la opinione delia 
gentGj che detto è, esser vana ciufe sania valore* Appresso 
soggiugne che ìu cosi II giudico falsi e yani, e così 11 riprovo: 
e ciò sì fa quando sì dice: E io cosi per fahi li riprovo. E 
appresso dico che è da venire a la verità mostrare : e dico 
che è mostrare quella^* cioè chti cosa è gentilezza^ e come sì 
può conoscere l' uomo in cui essa è, e ciò dfco quivi : E di- 
cer voglio omui, siccoms io sento. 



Capitolo XVI, 



^ 



4 Lo regc sì letificherà in DiOj e saranno lodati tutti quelli 
» che giurano in lui^ perocché serrata è la bocca di coloro 
> che parlano le inique cose. 3? Queste parole posso in qui ve- 
ramente proporre;^ perocché ciascuno^ vero regc dee ìiias- 



* Cosi ha il cod. Marc, primo , e 
con lui &\ corregge la guasta Jfizioae 
volE^f*** jfa^iimtfe dt niéntef non di 
c&rpo, E addomandalo pfrcAi ri i^uet- 
U QQ. Eraai però da uù\ questo pa^so 
di già emendato col solo riscontro 
del Digesto, 1. XXV III, tit. 1,1.2, 
ove dice: * Fn soqui testatur^tjna tem- 
|Him quo tntamentum facUf ink^riiai 
vnentis non corports mnitat tsi ea?i- 
giì^da. » Vedi il Sflflffifl, pag. UT. Il 
codice VaticaTio 477B ha con lezione 
anche essa hiiynlssima \ saniiad^ dì 
menle ììoti di arp^ è da ilQmandare. 

> 11 H la ci Ohi legga con tutti i test! i 
infermit nttn iùiia liberi rtpeditì. La 
pflrticeUa ovversaiiva JTia è però ric- 
eesaaria nel ktogo ove l' abbiamo 
collocata, in cui si vìeo^ alla conclu- 
sione di quello cihe d l sopra è stato 
proposto i Dico ^dunqui rAe.,.. è ina- 
•nifejtto alti san%-itiUileUi, che i detti di 
costoro sono vani. Vedi U canzono 
qui cementata, at. 4, v. H^e vetUan- 
cbo il Saggio j pag, 1i7. E. AJ. 




^ Manifèsto, il cod, Gadd, 135 ph- 
mo, e il Triv. Male il EÌEcions l «m- 
ni festa. E, M. 

* Tutti i testi qui sono corrottii u 
leggono ^ che mostr{irs qudlo, cioè cA« 
com €C. E. M.'—Lìt correi ione fatta 
dai signori edit, mil' itil par poco fé- 
Ike ; perciocché guardando aothi* 
mentei condurrehhe a pensttra cheti 
mojfrar e e 1/ mostrtiio si e no una soia 
cosa, Clio aon due troppo diverse. 
Meno inate sarebbe stato leggere : e 
dico che è a tnos Ir art qnptiù ec. ; pe- 
rocché in questomodo tutto il maio 
si riòucova od una non ulila 1 ipia> 
zione. K nota oh' io non hn molato 
quelh in quella^ alante che il prono- 
me cosi posto in forma neutra, i :^Jm- 
ptetade più che sbbfiEianzìi i^i siguill- 
cazione anche del femminino* P. 

» H cod. Barb* : preporre, £. M. — 
Reputerei non dubbio doversi prefe- 
rire questa leziooei la quak^ si affa 
tanto bene all' indole del contesto, S. 

« l cod, Vot. Urb. e Gadil, 13i : pe- 
rocché LÌa^cuno rege. E. IT. 



31 i 



IL CONVITO. 



simamente amaro ìa verità. Ondi^ è scritto nel libro di Sa- 
p^rtìzh: «Amate il lume di sapienzia, voi^ rtie BÌiile dinauzi 
^ ùWì popoli; u e il lume dì sapìenzia è esso vtTiià. Dico 
adunque che però si rallegrerà ogni rege, che riprovata è 
la falsissima e dannosissima opinione de' malvagi ed inganna- 
tori* uomini che di nobiltà hanno ìiiflno a ora iniqua meri le 
piirhito. Convtensl procedere al trattato delia veritàj secondo 
la divisione fatta di sopra Bel terzo capitolo del presente trat- 
tato. Questa seconda parte adunque, t:he ^ comincia : Dico 
f:h'ùgni virtù principalmente,, intende diterminare d' essa no- 
biltà SGcondo la verità: e partesi questa parte in due; che 
nella prima s'iutende mostrare che è questa nobiltà; e nella 
seconda come conoscere si può colui dov' ella ii : e comincia 
qui.^ta parte seco ti da : L* anima cai adorna està bontate. La 
prima parte ha due parti ancora;* che nella prima si cercano 
certe cose che sono mestiere a vedere la definizione dì no- 
biltà; nella seconda si cerca * la sua definizione : e comincia 
questa seconda parte : È gmUlezza dovunque virtute, A per- 
fettamente entrare per lo trattato è prima da vedere due 
coso, L' una cbe "^ per ^ questo vocabolo nobiità sin tende, solo 
semplicemente considerato ; T altra è per che via sìa da cam- 
minare a CiTcare h prenominata diflni^ione. Dico adunque 
elle se volemo riguardo avere alla comune' consuetudine di 
parlare, per questo vocabolo nobiltà s'intende perfezione dì 
propria natura in ciascuna cosa; onde non pur dell'uomo è 
predicata^ ma eziandio di tutte cose ; che l' uomo chiama no- 
bile piet^a^ nobile pianta, nobile cavallo, nobile falcone, qua- 



1 Jl sGtoiido cod. MerCt i Giidd. 
134 e 13S set-onda, ed il Earb.: m- 
gimnati uomittL ti ^ìadd. 1B5 primo, 
i§norutiti iiumìni. E. M. 

> Cosi J cod, Durb, e BilarC. decon" 
do. Altri USE. e le stampe mancano 
del chfj e nìC^Uono punlD fcrnio ònpo 

• Cwl la pr. edi7.. Quella del Bi- 
fic^ioai : ha due parti ^ aucùtadiè nella 
prhna sg. E. M. 

* l! niBCionì cogli iltd Uati 1egg«; 
ti Ltrf-a Utlta sua d?fìmSime, Ci [jarve 



migliore la lezione del cod. Vnt. Uib. 
Oan;© dice aktine linee addietro i ntlla 
prima ti cercatiù ctrUCG^e. E* M. 

6 Chef qual cosa^ \al. quid, P. 

^ Questo pp.r^ manoante in tutte U 
stampe^ a'UKgiunge Cùì cod. n^rli., 
col secondo Marc., e cqJ Oedd. 13a 
■secondo (e ed Biec.}. E. M. 

7 Tutte le glaaipe o il più de*Mi^S. 
leggono dalla cQmutte; il cod. Uarb* 
ha dflla cojriune. Ma la ragion gram- 
niaUcde suggerisce l'emendatone, 
alla comme, 1^. fif . 



TRATTATO QUARTO, 



315 



uè ìu àua natura sì vede essere perfetto.' E però dico 
mm neir Ecclesiaste : * « Beata Ja terra, lo cui re è no- 
ì> bile ; » che non è altro a dire, se uoa : Io cui r# è perfetto, 
secondo la perfezione dell' anima e de! corpo ; e cosi manife- 
sta per quello che dice dinanzi^ quando dice : « Guai a te, 
:» terra, lo cui re è pargolo, » cioè non perfetto uomo : non e 
è pargolo uomo pur per etade/ ma per costumi disordinati e 
per difetto di vita^ siccome n' ammaestra il Filosofo nel pri- 
mo deir Elica, Ben sono alquanti folli che credono che per 
questo vocabolo nobile s' intenda essere da molti nominato e 
conosciuto j e dicono che vìen dst uno verbo che sta per co- 
noscere, cioè nosco: e questo è falsissimo; * che se ciò fosse^ 
quelle cose che più fossero Dominate e conosciute in loro ge- 
nere/ più sarebhoBo in loro genere nobili: o cosi la guglia 
di San Pietro sarebbe la più nobile pietra del mondo; o As- 
dente," il calzolaio di Parma, sarebbe più nobile che ah^uno 



^ Tolti ì MSS. e le stampe hanno 
pirfttia. E. M, 

' L'ediz. del Biscioni e il più dei 
Jkf S.S. leggono Ecdi!if aulico. Ma V Ec- 
clmiaistico tiùfì è di Salomone^ bens) 
di Gesù figlio di Siracti ; e la senteti- 
xs : Bmtn ierruf cujui r^x tiobiiiif ut, 
leggesi nel cap. X, v. 17 deir^cc^e- 
siatte. U cad. Gadd, 135 fiecandù leg^ 
go corr«lUniQntfl EceteiùtsUs. E. M. 

>Cosl il cod* secoado Marc^ il 
Gadd. 134, il Vat. Urb,, U Barb,, o le 
pr. ediz., megUo dei Bledoaij cl)e 
porta d' ttadi. E.ìA. 

* Ami ventai mOì cua |>ace di un 
tantuomo. Che le cose, Je quali in 
lorQ natura sono per fette, più lono e 
pili m^ritaiiD d^&soie conoaciute^ 
cbé le ultre; non già, com'egli inten- 
de e ragiona e^ uà verso, che perciò 
aùÌQ cUtà Eia \ma có!»a più fiota, e^isa 
debba dirsi ptrretU- E sì avveila 
che ';^biie, quando è dello di prosa- 
ica, sempre vien preso in buona 
pane ; e che, quando viene applicato 
ad alLri soggeUi^ i latini lo intt^ndono 
tanfo in heHe^ che in male. Cosi leg- 
Uiurntì tu Cit«^roiis3 (injr riportare un 




flit'., lib. Il, c^ S : uMagnus ti nobiiiw 
rhtlor IjioctiìUs; »ed in Orazio, lib. T, 
Od. XI I- tPuerosque LedWf EauQ piiitiitf 
ilium sup/iTare pii§nis f^obifem ; « e 
leggiamo ancora in Tito LivìOplib, 
jC X X 1 X I eap. 8: a Scortum nobUe libera 
tiua Hispaio. Ferema ; » ed ia Ovidio, 
Afitòt., Hb, 11, al. 18; 1 Et Paris est il- 
lic et adulterar iiùbite crimm. » Del re- 
sto sembra che Dante confutar vo- 
glia Uguc clone, il quale nel sno Li^ 
ber dfrtvaiiQjmm, soUo il verbo no- 
aeo, scrive ^ a llem a noio, as^ nota* 
rius, a, um, quod dcbet nota ri \'el 
reprehendl, et uotaòilis, le, notabili' 
Ur ; el a notabihi per sincopem /ne 
ti hoc finfiiHSj k, ei hic ei Awc tiokibì" 
tis^iìSf qua ai nofafi'i^i^^ quia Tacile ui>- 
tatur ; sci Ile et cum nomen et genus 
cognosoìtur : qood outem dicitur ttù- 
biiis, quasi non vUis, etheria est* » 
E. M. 

A 11 Biscioni tutto e due \b yoìm 
Ieg|*e gtìiero. Il cod. iicidd. 13* lia 
la nobile lezione gimere K. M* 

^ Fu que&tj un ci a batti no che ni 
tempo di Federigo 11 fete nioHu 
parlare di sé col pretendi. re di J>t0' 
dite il luturtn Fuicsò Uanti! (/ji/;, 



31 G 



IL COWITO, 



SUO citta di DO, e Abbuino della Beata sarebbe pfù nobile ebe 
Guido da Casi elio * di Reggio ; che ciascuna dì queste cose è 
falsissima: e però è falsissimo che nobile vegna da conoicere^ 
ma Yien da non vile; onde nobile è quasi non vile. Questa 
perfezione intende il Filosofo nel settimo della Fisica, quando 
dice : e Ciascuna cosa * è massimamente perfeltaj quando tocca 
> e aggmgjie la sua virtù propia : e allora * è massimamente 
» perfetta, secondo sua natura. Onde allora lo circolo si può 
Tft diccre perfetto^ quando veramente è cìrcolo^ cioè quando 
i& aggìupie la sua propria vertù; e allora fe in tutta sua na- 
^ tura; Q allora si pu6 dire nobile cìrcolo» ^ E questo è 
quando in esso è un punto, il quale egualmente sia d istante 
dalla circonferenza. Sua virtù perde quello circolo cbe ba 
figura d* uovOj e non è nobile,* nò ^ quello cbe ha flgura di 
presso che piena luna, perocché non è in quello sua natura 
perfetta, E così manifestamente veder si può che general- 
mente questo vocabolo, cioè nobiltà, dice in tulle^cose per- 
fezione di loro natura : e questo è quello cbe prìmamenle si 
cerca, per moglro entrare nel trattato della parte cbe sporre 
s'intende. Secondamente è da vedere cornee da camminare* 



SX, 118) lo meUe nell' inferno, e 
dice, o Vidi Asdente j Che avere atteso 
al cuoio ed alh «pagù Om vorr^bbe^ 
ftift Ifirdi tt ptnte. > fi, M. 

J tì E Outdù da Cattiì^ die ms* ti no- 
ma Fraiicffetinìente il ittmptict Lom- 
bardo, »P(jr|5-» ^V|,1%> E. M. — E 
l'autore d«tl*oUlmo come n Lo «nUo 
il V, tifi del Mnto XVI del Parg. 
dice di e&so : ^ Mstitr Guido da C&- 
ìlefh dfi Eng^ia studiò in ommre li 
Viidnliiotnmif e multi hs hmisù in tra- 
vtìUi ed afmi^chs di Francia «rana 
passati di qua ; onorePQlmeHÌe cansu- 
nuiti^ toriì fucili tildi f tonmvuuo meno 
in nrmMe di' a Inra non *i conrmia ," 
a tutti diede, sensa speranza di meri' 
to, aamW^ «rmi-i danari. » l*. 

* l.a parola foia monca in tutte le 
Btjatnpe antiche e moderno, tì vitìiia 
Etiopi iU col cod, Karh, colsi'condo 
Marc, e co'Gàdd. 13* e 13p seeondo* 
lA. M. 

i E ttUfa è masàimamenle per fatta, 



sKondo iua fiatar a, leggono tutti ì 
testi ^ ma altra è manirc^ta tnmi- 
zlone di allora, e basta II notare 
«he Dante rìpIglU subito; Onds ai* 
lara lo circafo si può dicere per fitto ec. 
E. M. 

* Se lua virtù parte per h cir mb 
cke ha figura d'uovo nm é tìobile ; cu* 
bI le&sero gli edH. mlL, ì quali dis- 
aero aver aggiunto b parlicdla u 
ero ne he ÌJ dbeorso mn fosse privo 
di setiao, Ha qunl seti so possa dare 
□nCD con quella particella aggianOi, 
io lìol so cedere : onde non ho esi» 
tato u& momento ad adottare la Ifi- 
jiooe datane dal Witte. P. 

t E qudh iht ha ftgura, co^ì Ja vol- 
gata k^ione. Noi corregiamo ftJ 
quello co] cod. Vot, 4778^ E, Ai. 

6 Ckiamara s a trovare . leggono 
tutti l lesti ijialamentOj perche l'au- 
tore ba di gib detto chiaramente di 
sopra : i olirà (cosdj è per cht t>m 
sin dtt camminari a cercare la preuO' 




TU AITATO QUAUTOp 



3i7 



n travare la diftnizione dell' umana nobiltade, alk quale ìq- 
tende il presente processo. Dico adunque che, conciossiacosa- 
ché m quelle cose che sono d' una spezie, siccome sono tutti 
gli uominij-non si può per li prmcipìi essenziali la loro otti- 
ma perfeziono diflnirCj conviensl quella riifluire e conoscere 
per li loro effetti; e però si legge nel Vangelio di san Mal- 
teOj quando dice Cristo: e Guardatevi da' falsi profeti: alli 
frutti loro conoscerete quelli, i E per lo cammino diritto è 
da vedere questa difiaizione che cerca ti do si va^* e per lì 
frtitti^ che sono virtù morali e intellettuali, delle quali essa 
nostra nobiltade è seme, siccome nella sua diQnìztone sarà 
pienamente manifesto* E queste sono quelle due cose che ve- 
dere si conveniaj prhna che ad altre si procedesse, sìccomÉ^ 
in questo capitolo di sopra si dice. 



Capitolo XTO. 



H Appresso che vedute sono quelle due cose che parevano 
"utili a vedere prima che sopra il testo si procedesse, ad esso 
sporre è da procedere : e dice e comincia adunque : Bica 
eh* ugni virtù principaiménie vim da una radice : Virtude 
intendi} che fa t' uom felice In &ua operazione : e 'soggiungo : 
Quest* è secondochè T Etica dice, Un abito eligenie ; ponendo 
tutta la dirinizione delle morali vertùj secondochè nel secondo 
deir Etica è per lo Filosofo difinito : in che due cose princi- 
palmente s' intende : l' una è, che ogni vertù vegna da uno 
principio ; V altra si è, che questo ogni virtù sieno le vertù 



minata di/lniziom. Vedi DiotiìsI , 
Inedd, V, pag. 457* E- M. 

* DunlQ htt detto or or* che Fottì- 
tima perfezione degli uomini non si 
può dennirc per li principi i easen- 
EÌalì, cioù, come dicono l logici, « 
priori, che si potrebbe giusto tra- 
dtirre nella froae per ifo diTttio cam- 
fniiri^ ; ma che convìensìi quelJa de- 
tìiìiro por li suoi elTetti, cto^ a pa^ 
tteriuri qìjafti atC ^*idietro, E di fatto 
l* autore poi %i Verve unicamente 
del ragionumetiEo a poìiteriori. Dun- 
.%m non è possibile ch'egli venga 




qui a dire come questa definizione 
che cercendu si va è da vedere per 
h dìritiù i:nmmitìn e per li frutsif pe- 
rocché sarebbe in contraddizione. A 
togliere questo sconcio basta levare 
J'p eh' è dopo 11 \erbo va, a cui fu 
sicuramente affissa p(>r quel Vóiii> 
degli arilTGhi di coinpiere con essa 
vocale le parole Èeroiinate coli' ac- 
cento grave. Allora si ordina e ai co- 
mcnia ginstissìcnamente così: E pnf 
io diritto cammino, ciofj dire Ito mente, 
qUiita definizione t cfis ai va cisrcariìi'-j, 
è ddt vedere per ìi fruiti ec, P, 



Zì^ 



IL cofnriTO* 



morali» dì cui si pnrla: e ciò sì maniresta qtwinlo dico: ( 
si' è SÈfondoché V Etica dice. Do?' è da sap(^rc che propiis* 
nostri frutti ^spno le morali Tertù; * peroccliè da ogni canlo J 
sono in nostra pocìestà, e que&te diversamente da diversi fìfo- fl 
soQ sono distinte e numerate. Ma perocché in quella parte 
dove aperse la bocca la divina sentenzia d'Aiistoiilc da la- 
sciare mi pare ogni altrui sentenzia^ volendo dire quali que- 
ste sonoj brieTemenle^ secondo la sua sentenzia trapasserò* ^ 
di quelltj ragionando. Qaeste sono undici vertù dal deuo Fi- ■ 
losofo nomate. La prima si chiama fortezza^ la quale è nrne e i 
freno a moderare l'audacia e la timidità nostra nelle cose che 
sono corruzione ^ della nostra vita. La seconda ò temp^iranza, 
eh' è regola e freno della nostra golosità e delfa nostra soper- 
chievole astinenza nelle cose che conservano la nostra riìn. 
La terza si è liberalità, la qual è moderatrice del nostro dare 
e del nostro ricevere le cose temporali. La quarta si è magni- 
ficenza^ la goal è moderatrice deìle grandi sposo, quelle fa- 
cendo e sostenendo a certo termine. La quinta sì è magnani- 
mità, la quale è moderatrice e acquistatrice de' grandi onori 
e fama. La sesta si h amaliva d'onore^ la qual è moderatrice 
e ordina noi agli onori di questo mondo. La settima è man- 
suetudinCj la quale modera la nostra ira e la nostm troppi 
pazienza con tra li nostri mali est errori La ottava si è afTahr- 
ìità, la quale fa noi ben convivere * cogli altri. La nona si è 
chiamata verità, la quale modera noi dal vantare noi oltre clie 
siamo e dal diminuire noi oltre che siamo^ in nostro sermone, 



1 VftJi questa doUrini) più nmpla' 
miìiité spii?g{tta al cap. IX. P, 

' Passpt-ft innanzi. P, 

8 Lri lezione volgata é Gorrfshnf ; 
nriEi con5id<?rafìdo dna ufFlcto proprio 
della virtù <". modera ro qij*?tJfJ e^se 
che corrompono k nostra vidi, il 
Dionisi e poi lo Scolari corressero 
corruzione. E cQrru-wne Infatti, se- 
i!^ndo che Tìotìino gH Gdit. mìL, ha 
il scacindo cod. Marc. F. — lo pnre 
tonRO per la ^cuora corruiiùntf m 
I coronilo Oisier voco al modo datite^ 
sfro per dinfuCìjninto , |)erQiocch.ò as- 
ii filila a pp tinto noti pu& non Qssrre 



I 



Ja condizione dì que?l!€! cose, le quali 
lìono propria materia delh forter^n. 
Laddove chi volasse mogHo lai voce 
correshfìCf potrebl^e forse esser con- 
dono in un gravissimo ossurdo, 
eio^, che quando l'oruno fosse ve- 
nuto d^ virtù flflfeUo cnitipliito, sfo- 
co me non gli rjjstercbbe più parte 
nessuna capace <lj correiione, allora 
cadrebbe nE?ll' impossibilità d'esser 
forte in atto. P. 

* La volgata lezioime è : CùtìPtnirt 
cogli ni Iti. Noi adotliamo qTHilla del 
cod. Barb. e del Gadd. 135 secondo. 




I 

I 



TRATTATO QUAtlTO» 319 

lliii rlccitìiA si ò clikiraata eulrapelio, la quale modera noi iielìi 
rsoMazzi/ facendoci quelli usare dfibitamentt). La undecima si 
ò giustUia, la quale ordina noi ad amare e oporare dirittura 
in tutte cose. E ciascuna di queste vertd ha due nemici col- 
laterali, cioè vi/.ii, uno in troppo e un altro in poco, E que- 
ste sono i nie^zi intra quelli, e nascono tutte da uno principio, 
cioè dall'abito della nosira buona olozione. Onde generalmente 
si può dire di tutte, che sìenn abito elettivo consistente nel 
mezzo ; e queste sono quelle che fanno V uomo beato, ovvero 
felice, neNa loro operazione, siccome dice il Filosofo nel pri- 
mo deli' Etica quando difinisce la felicitade, dicendo che feli- 
cità è operazione secondo^ virtù in vita perfetta. Bene si pone 
prudenza, cioó senno, per molti essere morale vertù; ma Ari- 
stotile dintimtra quella intra le intellettuali, avvegoar.liÈ essa 
sia conduf^ìtrice delle morali ver tu, e mostri la via per che elle 
si coifipongono e sanza quella essere non popone. Veramente 
è da sapere che noi potemo avere in questa vita dae felicità, 
secondo due diversi cammini buoni e ottimi che a ciò ne me- 
nano : runa è la vita attiva, e T altra la contemplativa, la 
quale (avvegnaché per T attiva si pervegna, come detto è, a 
buona felicità) ne mena a ottima felicità e beatitudine, secon- 
(iochè prova il Filosofo nel decimo dell' Mea: e Cristo raf- 
ferma colla sua b<jcca nel vangelo di Luca, parlando a Marta, 
e rispondendo a quella : « Marta, Marta, sollecita se', e tur- 
j^ UH intorno a molte cose: certamente una cosa sola è ne- 
i> cessarla », cioè quello che fai; e soggiugne ■ tf Maria ottima 
3 parte ha eletta, la quale non le sarà tolta, » E Maria, se- 
condochò dinanzi è scrìtto a queste parole del vangelo, appiedi 
di Cristo sedendo, nulla cura del minìslerio della casa mostra- 
va ; ma solamente le parole del Salvatore ascoltava. Che se 



1 ì MSS- e \& slampc sono gene- 
TS^mEMits corrotti io qt^esto luogo, 
1 eligendo: la qunfe fxiQf/^ra noi netti 
soUazzi far.ffidn, qjtttli limndo df 6)f^l- 
nunte. \\ solo cosi. 1à5 primo Gadiì, 
ha ; facendoci t^udla «srirs ilititfimen- 
fe; \ei\Qt\B neUa quale non rìmoiie 
tbe 1 rciuQc{)re, per ìn bucna co- 




Biruzionet q^dto in quclii ; se pure non 
vogliasi prenflerc queliti iti senso as- 
so! u lo per questa eota, o aimiloH K. M. 
s In tal mado leggotio flsa,>i bene 
\\ cùt\. Borb.. il Vflt. Urb . il se- 
Goiuio Marc, tì ì Gadd. 13i e 133 
secondo. Lu slompe hanno ì À o/w- 
rfisii^ìie di virtù l'C. C. M. 



330 



IL coimTo* 



moriilmenle ci6 yoIeiBQ esporre, volle il nostro Sfj^more in cifl 
mosirare che la conlemplativ,! vita fosse ottima, tuttoché buona 
russe r attiva : ciò è manifesto a vìù ben yuole por mente alle 
evangehche parole. Potrebbe alcuno, però dire, ìontro a me 
argomentantlo : poiché la felicità della Tìta contemplativa è più 
ecccll(*nte the quella dell'attiva, e V una e l'altra possa essere 
e sia frutto e fine ài nobiltà, perchè non anzi si procedette * 
per la via delle vertù iiìlelleltualì che dello morali ? A ciò 
si può breve ni ente rispondere, che in ciascuna dottrina si 
vuole avere rispetto alla facoltà del discente, e per quella via 
menarlo, che più a lui sfa lieve, Oniìe, perciocché le vertù mo- 
rali paiono essere e sieno pia comuni o più richieste che l' al- 
tre^ e vedute ^ neil* aspetto di fuori, utile e convenevole fu 
più, per quello cammino procedere, che per T altro; che cosi 
bene si verrebbo alla conoscenza delle api per lo frutto delia 
cera ragionando, come per lo frutto del mèle, tutto che V uno 
e l'altro da loro proceda*' 



Capitolo XVIU. 

Nel precedente capitolo è determinato* come opi veriu 
morale viene da uno principio, cioè buona e abituale elezio- 
ne ; e ciò importa ri testo presente, infino a quella parte che 
comincia : Dico cht^ nfìbiltate in ma ragion fi ^ In questa parte 
adunque si procede per via probabile a sapere che ogni so- 
praddetta vertù, singularmente ovver generalmente presa, 
procede da nobiltii siccome effetto ^ da sua cagione, e fondasi 



1 Jnlem^i: Perchè nel discorso dal- 
la nobiltà non &nti èì procedette 
[jer la via ce. P. 

' E più richìtm chf l'allfs^ » unità 
neW aftpeito di fuori. QuesU è la 1é- 
KÌone JnintelliRibilo de' testi. Ntìl 
fi&ggiOf pag, U7, ri gettammo la pa- 
rola unità^ e f3orre|;g6t«ttìO : e pia 
irkMe^te che i' ut tre vtrtù^ Ora peri^ 
ne 90mbrA d'aver meglio col Lo nel 
iagnO; e cbo xfeihtia raccU un .isnao 
aaUiralffietitfì legato colle parole che 
icguonot tìdV aspetto di fitori. E, M, 



s SupplìBct : Eppure si procedo 
ordinariamente per lo eammino del 
mélfij sic come più comune più sa* 
puto e più richiesto che la cera. A 
qt»esti nostri tempi però, che Ho stuc- 
cherò hft come tolto il pregio al 
mèle^ e la c«rn è tanto domandataf 
non si potrebbe^ più for^e dire co- 
si. P. 

*Cosl il e od. seconda Marc, il 
[larb,^ U 1 SS secondo Gadd, e le pr, 
ed il. Il Disc ioni : Urminntù. E. M. 

6 E/[cUq da sua cugkmt ^ Loggono 1 



TRATTATO QUARTO. 



ast 



sopra una pruposìzione filosofica, che diee thù quando^ dun 
cose sì trovano convenire in ima, che iimbo queste si deono 
riducere ad alcuno terzo^ ovvero V una all' altraj siccome ef- 
fetto a cagione; perocché una cosa avuta prima o per sé/ 
non può essere se non è da uno : e se quelle non fossuro am- 
Itódue effetto d'un terzo, ovver l'una dell'altra, ambedue 
avrebbero quella cosa prima e per se, eh' È impossilnìe." Uiciì 
adunque che nobilitate e mrlute cotaie^ cioè morale^ conven- 
gono in questo^ che V una e T altra importa loda di colui, di 
cui si dice ; e ' ciò quando dice : Perchè in medesmo dello 
Coiiventjono aniòedue^ eh' èìi d' un Affetto i^ cioè lodare e cre- 
dere ° pregiato colui, cui *jsser dicono E poi conchfudo pren- 
dendo la vertù^ della soprannotata proposizione, e dice ilw 
però conviene Tuna procedere dall' altra, ovvero ambo da un 
terzo; e &3ggiugne che piuttosto è da presumere Tuna venire 
Lbìr altra® che ambe dn un terzo, s'egli appare che T una 



I 



cad, Vot Urb. e Gadti. 135 secóndo, 
m^giifi che il fìlscioni ed altri testi, 
ti e' quflli trovasi fffeitQ di sua capù- 
ne. E. M. 

1 QmtJìdo dm co^^ ec, lepjgt^ olii- 
mamente il cod. Gadd. 135 primo; 
glt flUfi MS?, G Io strtm^e honno : 
quamlo qmste due lo^a ce* iUa il qui- 
tte è viziosEiiti^nl^B ìcitTodotto. percliè 
la proposizione è generate^ E. M. 

^ tulendi ^ u^solu E amante parlan- 
do. V. 

3 In qiiosl' ultima porto la pmpo^ 
sÌ7JDne aio5cBc9, a mio giiidisiiOj 
torna fallace ; perciocché potrebbe- 
ro averla da altro duo e du piìi ca- 
gioni, e con tempora ne Qmt^nts o con 
priorità posierioriià dì tecnpo ; q 
cosi cade U ncctìssltè del doverla 
aver£ Tona dall' altro, o tutte e due 
da un lerto, e molto meno ambe- 
due prima e per sé. IV 

* La ^vulgata lezione de'MSS, e 
deUa fila DI pe è la apguente i e dicn- 
fiw qtmnda dice, Lfi vera lezione però 
dev'essere quella elio noi abbiiimo 
rermati) ni"! testo^ o lIjg dal codice 
iiaddn riuialkgato vicine Obi a rame n* 
le indJL'.ittflK ]■:. i\L 




^ Inleudl : l^ercliè convengano in 
UL1 medeslnio dt^lto o prcdicaln , 
cioè d' cssef cagioni don medesi- 
mo elfctTo. P. 

• Questi due inlìnHi voglion esaer 
governati da un accusativo smm* 
icÈOj come t^ pópoto, fu (^eufe o simi- 
le^ intendendo cioè, Ui ^en(e hìthr^ « 
ereàtre prrijinf^ entuir al quaìi ilicofm 
ttsere, vale a dire, ^1 quale i^hun 
Himano avere qvdie due cottff, ciò mnn 
la mbiìth e iavirlé. I\ — Il Wirte 
peraltro invece di cui esacr liuùw*^ 
leggej <j parmì meRliOT ^^' «^"^ f*^* ^*- 
itmnty; e diee doversi iiitendt.uc, 
che lefreilOi nel qualo cunveugoiiri 
la nobiltii ta vtrtù morale^ si ò il 
dar Inde e 'l creder pregiato colti i 
al quflle 3ì ottrlbultjce o nfibiltà o 
viriù morale, f. 

1f CUìòr valendosi della forzo delUi 
sopranotata propoflizione^ P. — Il 
cod. Hicc. in luog^ di tiìr/iV legge »s- 
ritii. F. 

* L'unfi venera dall' fiUra ^ che am- 
be ce., leggono il codice llarb.. Il 
liaddn IBV e le pr- edi^. Il Gadd. i;i5 
primo 11 a: V una ttenire dnii'aUrn^ 
che iiifibtduÈ vettire da un i^rzù, U 

21 



ut 



IL CONVITO. 



va|;iflm qiinnto V altrn, e più ancora; e ciò dice : JWtì se Vuna 
vai ciò chs V mira vale. Ov' è da sapere die qui non st prò* 
vM& per necessaria dimostrazione (siccome sarebbe a dire so 
il freddo è gennai ivo dell" acqua/ se noi vedemo i nuToli)^ 
licnsi per bella e convenevole induzione, che se in noi sono 
più cose laudabili, ed uno è 11 principio delle nostre lode, ra- 
gion vuole queste a quello principio reducere che comprende 
più cose, questo più ragionevolmente si dee dire principio 
di quelle, che quei io che ne comprende meno principio di 
lui' che come b piò deir albero, che tutti gli altri raiiìi com* 
prende, si dee principio dire e cagione di quelli, e non quelli 
di lui; così nobiltà, che ccmiprende ogni virtù (siccome ca- 
gione effetto comprende) e molte altre nostro operazioni la li- 
ti a bili, si dee avere per tale, che la ver tu sia da redurre ad 
essa, prima che ad altro terzo ch^ in noi sia.* UH ima mente 
dice cht} quello eh* è detto (cioè, che ogni ver tu morale venga 
da una radice, e che vertù cotale e nobiltà') convengano in 
una cosa, com' è detto di sopra ; e che però si convegna 
r una redurre all' altra, ovvero ambe a un terzo ; e che se 
l'una vale quello che T altra e più, di quella procede mag- 
giormente che d'altro terio) tutto sia per' supposto* cioè 



Vut. Urb. : che ambe daUrzù. ì\ Bi^ 
61! ioni : fiiJia praetdert datrnUraj 
oemro amhf (fa wn terzo, tnahnit^nte, 
se Tacci osi aUenzione si luogo de Ha 
mniùna ette qui comcntaaii, vale a 
dire sì V. 18 e iSd^Uo quinta utan- 
s^ti * Afa te l' «tifi ^al ciò che V aitra va- 
if Ed titusor più, da hi vfrrà jìiuttoilo. 
K. li. 

1 La doUrìnDj che il freddo sia g<!^- 
librali vo dell acqua, è toccata nel 
{^itrg,^ V,10a: * i/<rt mi comi neWaff» 
ni raccofflie Quiii' umido t'Ufùr^che in 
lirfjìiti riedi Ti^stù che sult dora l fred- 
da tlcogik* f Deti antica opinione poi 
stt I la pri mi tiv a gcn ^ mt iot) e del i 'a cqu e 
caginuat* dal heùdo, discorre Sene- 
£ù nelle Queitiùni Tutiuroli^ lib. lU, 
cap, % e Aristotile di Generat. tt 
Corrupt., Uh. ì\, cap. 4. E. M. 

' Onesto lungo periodo, di» Ite pa- 
roLt> 0^'è da tttpire Ono alle altre 



VUf'itiamtntt dia , era luttOi come 
notano gli tùM. mìL, orrendamente 
flcompigliaio; e già essi nei Sa^gù?» 
pag^ 74| avean reso conto del modo 
tentilo pflr renderlo, secondo la aco* 
l^n^a ddr autore^ inteUigibile e 
chiaro. Puro la parte di mezzo, die 
diceva . * > . jff ir* nm ìùro ym eoM 
iaudabiiii ut in noi è il princjpiQ dtUe 
fiQttre hde f ra{poràevoh à, questi a 
qutàto principio reducer e : chi queUt 
che comprende più con, piik ragionf^ 
volmtnte «t dee tfirepritìctpio di ^ueUe, 
rhe quelle principio di tuif [ìarvé ii 
Wiuc , e non senza ragione , olia 
non rendesse chiara la sentenza dal« 
r autore ; ond" eqli la corresse nel 
modo che ho posto rei tcato, F. 

s La k'ZiofiJ? del Utscicnl é: futin 
jim per oppostilo. U end* (ladd. 13S 
primo ha : «Fa proponio. Ila come 
debba correttamente leggersi Ci ViS' 



I 



I 



.— ^ k. 



i 



TRATTATO QUAUTO. 



3t3 



I 



ordito e apparecchiato a quello che (kt inn;iiìì:i s' hiUiiidc; e 
cosi termina qucslo v( rso e qycsla presente parie. 



C.iHTOLO XIX. 



Poiché nella prectìdentc parte sono per trattate tre certe 
cose determinale, ch'erano necessarie a vedere come di fin irò 
si possa questa buona cosa, di che si parla, procedere si eon- 
viene olla scguonle parte^ che commcia i È gentilezza dovun- 
que viriuU^ E questa sì vuole iu due parti reducere. Nella 
prima si prova certa cosflj che dinanzi è toccala, e lasciala 
non provata : nella seconda, conchiudendo, si trova questa 
difìnizione, che cercando si va; e comincia questa seconda 
parte: Dunque verrà cmne tlal nero U perso. Ad cvìdenisa 
della prima parte da reducere a memoria h, che ili sopra sì 
dìeCj che se nobiltà vale e si stende più che vertù, virtù piut- 
tosto procederà da essa; ' la qtial cosa ora in questa parto 
prova, cioè * che nobiltà più si stenda, o rende esemplo del 
cielo, dicendo die dovunque b ver tu quivi è nohiltà. E qui- 
vi * si vuole sapere che (siccom' è scrìtto in Ragione,* e per 
regola di Ragione si lìeno) a ^ quelle cose che per sé sono ma- 
nifeste non è mestieri di prova; e nulla n'è più manifesta, 
che nobiltà essere dov'è vertù; e^ ctaseuna cosa volgarmente 
vedemo in sua natura'' nobile essere chiamata. Dice adun- 



^ 



iie additar^ dalle parole ccrt cui l^r- 
mina la quinta stanza^ o come die» 
r autore, il quinto vorso^ della can- 
none qui comeniata, E. M, — U co* 
dice Elice, legge Ila prtsupposio. F. 

1 Cioè. piiJifosto la virtù procede- 
Tk dalla nobilLà. P. — La t>aroln 
ijirrà, mancante negli nitri testi, è 
(iggiunla dal WiUe. I'\ 

s Tutu i lesti < rro imamente dò, 
eccettuato \&L i7r«, il quale pe- 
rò ha lacuna del vurbo prom, E. M. 

a Quivi, cioè qui. VedìnQ altri 
esempi presso il Ci non io. Oro però 
non ai vorr<*bbe usjìre; ma per dir- 
la colle parole del Sslviati in atimi- 
gì bill e propo&jt(j| ^mivien jismur^ 



cho non iulti i pftrfar i cht furono in 
uso in qud secolo t a qHfsio nostro ioti 
pereenuH (Avvcrt. della ling,, 1, p* 
ea, cdìz. lìiìLJ, P. ^ Ma qiialclto 
slampa atìtica e il cod. Kiue. l^ggo- 
Tio qui. f, 

* Ne^ libri di DiHtt<jL P. 

s ni questa a è lagunn in Inttl 1 
teE»tL IL M. 

^ La C{>pu lutivi] e è mancante c^sjì 
pure ne' MSS. e nelle alampe, K. M- 

7 In ma notufn qui va fipiegulo 
corno se ili e esse m tua perfetia na- 
tnrnj, o in tutta sua nafuraf ssmll- 
menle. £ Dante vuole aign ideare, 
che niasuno i Icuas di cLiamar nobi- 
le c|itella cosa che ha in .s^ munif^- 




32i 



IL CONVITO. 



que : Bicmm' à ciela dovunque la stella ; * 6 dou è qUL^sl 
e conversOj* che dovunque è cielo mn la stella; cosi è imbil 
tale dovunque verlù; e noti vertù fbvunque nobiltà, E co 
bello e <iO avene vo le fsem pio. ChÈ veraniL^nte è cielo ^ nel qtiafi 
nioUc e diverse stelle rilucono; riluce in essa ^ le intdleltuirlì 
e lo morali vertù : riluce in essa le buone disposizioni da ii> 
tura date^ eioò pietà e religione; le laudabili pas^ionf^ cioè 
vergogna e misencordia o altre molte ; riluee ìti essa le cui 
porali bontadi, cioè bellezza, fortezza o qwm perpetui» volt 
ladine : e tante sono le stelle che ^ nel suu cielo si stendono, 
che certo non è da maravigliare se molti e diversi frutti fanau 
nella umana nobiltà," tante sono le nature e le potcuzie di 
quelle, in una sotto una semplice sostanza comprese e ad 






1>C ; 



che negli uomini ò U virlu^ secondo 
ch'egli hs ài gih ìungamenlc prova- 
to. K. M. — fn sutt ntiturtit cioè, 
quando è in tulU Lq virtù doli' es- 
sere che conviene «Ila eu^ tiittu- 

1 Per hi iUfla pfobahilmentfì in- 
tende fi sole, conforme ad allri luo 
ghi dei Cmtviio a do Ha Commedm; 
ma potrebbe nnco Voler dire qutt- 
lunrjoa dello aleilt; l\ 

'Qui ifbbSamo lev^Tri il inanirosto 
glosBema de'coplftltt o converso, 
cine rimitfi. li, M» 

>ll lettore che de^iiderasso miig- 
gìor chiarezza potrebbe leggerti iii'l 
modo aeguentei ami é rfobitlah du- 

nobiìth^ eh (la qual nf^bUtìi) t^on brth 

nrt qualf ec, E. Si-* 

* Biime m i^ta {fentitetzdt leggio il 
codice Iliccttrdiano, F. — itiiuc$ per 
ri^ucanoi il singolare itiToce del plu- 
rale , come in qua' versi dell' Inf. , 
XUI, 43 : V Cuti ài fjusUa schiQgia 
meivamsiemB Pnrole t sangae. ■» E, M. 

* Tutti ì testi qui leggono Sicu- 
ramente: e taiii$ sonò U Mtelie tihs 
dtil deh si ikiidono \ mn polche 
prima parlaci più volta di atdie e dì 
?iitù cbe riiiieinvtf for^e qui è da li^g- 



gere : nel jtw^j ciih rUpkndùui>. K 

Considerando attentamc^nte ì 
predicati cbe Dant© cni notava io 
queste mctarorkhe atei Le. non si 
pn5, credo, noa veder manìfeslo, 
ch'i^'sse stelle: debbono convenire al 
cielo, non di nobiU;^ in genere, ma 
solamente della umana. L'er tunta 
chi non troverà giro vi7Jo:50 nel di- 
BCora^Oj 3 dire che le atei le del cielo 
deir umana tioblltà Tanno molti e di^ 
vcr^i rruttì ne]r u mafia nubiltà ?€tie 
s^ tdaì qualcuno diee^se^ che TauNv 
re parla prima in astralto, poscia ui 
eoo e re te, sicché sì debba intendere, 
oh a l' umana nobiltà Ta molti e divì^r- 
aL frtUti negli u amini nobili ; ri«p'»n- 
derei pregondolo di por metiL^^ che 
r uso della base /a ìMbiltà per sigtii- 
fìciirfl i iiùfjiJr, non è forse tanto a oli- 
re quanto il Cotwito, phe ad oiìtu 
IO odo in questo luogo sarebbe fli tui* 
to da eontlEinnare iì per cauì>a de) pe- 
ricolo prossimo dì coufirBione neIJe 
idee, al per causa ò' impropf ietii nel 
rcgìonafnento, non dovcodosi dir no» 
bile r uomo in quanto operi in e&Bo 
il cielo della nobiiiàj mo so]araeal.e 
iti quanto abbi j operato. Per le quali 
ragioni io credo che aia giiiata la le* 
Kionu, e che vorrebbe forse esAar sj- 
nata acdvendo ; àiverAi fnHttfttnm 



9 



>ìm I 



TRATTATO QUAlìTO, 3^5 

nate, nelle quali ' siccome rn diversi rami fruì tifica diversa- 
iiì^D te. -Certo daddovero ardisca a dire che la nobiltà utnatia> 
fiuanlo è dalla parte di molti suoi fruttij quelii dell' angelo 
stiperchia^ luttocbè V angelica in sua ' unilade sia più divina. 
Dì questa nobiltà nostra, clie in tanti e in tali frutti fruì ti H* 
beava, s' accorse il salmista quando fece quel salmo cbt coiniu- 
^cia: € Signore nostro Iddio, quanto è ammirabile il nome tuo 
^ neir universa terra t i> !à dove commenda V uomo, quasi 
maravigbandQSi del divino affetto' a essa umana creatura, di- 
ei^ndo: « Cbe cosa è T uomo^ che tu Iddio lo visiti? L'hai 
p fatto poco minore che gli angeb, di gloria e d'onore T hai 
^3 coroiiatOj e posto lui sopra l'opere* delle tue mani. > Ve- 
ramente dunque bella e convenevole comparazione tu del 
cielo alla umana nol>iltà ! Poi quando dice: E noi ùi^donns 
ed iti età novella, prova ciò che dico; mostrando che la no- 
hWliì si stenda in parte dove vertù non sia; e dice: * noi Vé- 

P detti questa saiate j tocca nobillade (che bene è** vera salute) 
essere dov' è vergogna, cioè tema di disonoranza, siccome è 
nelle donne e nelli giovani, dove la vergogna è bu*jna e lau- 
j dabile; la qual vergogna non è vertiJi, ma eerta passìon buo- 
^^ na. E dico : M noi in donne ed in età novetia^ ciré in giovani; 
^Jperoitchè, seconducbè vuole il Filosofo nel quarto dell' i;;ica, 
^■vergogna non è laudabile, né sta bene ne' vecchi né negli 
^-uomini studiosi; perocché a loro si conviene di guardare da 
quelle cose che a vergogna gii inducono. Alli giovani v. alle 



K 



* 



ilriUndii Per h via deilectuatìt 
sìfcome diiliveifli romì. 1** 

' Cosi legg« il CMd. Val. Urb, con 
smlassi più scorrevole che la voSgn- 
ìiì 1 tuKociié i'augsUca tia in aua unità 
jfiii dìvinfì. Ep M 

3 Le stampi^ Ua-nno : dA diainQ tffei- 
tn, e c$m tfHiiMia creaituffi ec. ^m ab- 
biamo adottata la bella e coireUa le- 
^iyiiedelcoiL Uarb. K. M. 

* Sopra r Gptrc^ U^gRono 11 codice 
narb,, Il Vat. Uib. L>d il Gedd. IflL 
h\m il Vat. Urb- porta : e pùnto l' hai 
xoprti le ope^re dtUe mimi ^uf. Il Bl- 
Kionl ha lopra roprrti; a^Etel meno 
L.iie de' due leati cilatij perocché la 




sente ni p àt\ salmo è in plural«i 

«Il cod. Vat. \lfb.t€dictpQÌ Ve- 
dem te. E. M. — Queste pare miglior 
ledone flella comune > perciocché 
di faUo lo parole deila canzono 
non hanno ripetizione del prtmome 
noi P. 

fi Le alampe : ^fte bffnp e vefft, ifiln- 
ie. Né vuoisi tetier conio de' codici, 
perchè ogiiun ea ctie gli amanuensi 
IrasctiraTMio i segni mlograllci* Al 
the se avessero badata gU editori, 
troppo devoti de'MHS , non avrebbe- 
ro pubblicaU tanti sproposili a carU 
co de' poveri aulori. E é. 



316 



IL CONVITO. 



donne non è ìnnin richiesto' (dico taFc rign^nlo); e però in 
loro è lnjclabiìt* la paura ad disonore ricevere per la colpa : 
cho dn nobiltà viene : e nobiltà sì può credere il loro * timo- 
re, & cbiamare^ siccome viltà e ignobili tà ' ia sfac^:iatf zza; 
onde buono e ottimo segno di nobiltà b ììcìH pargoli e imper- 
fetti d' etadej quando, dopo il fallo, nel tiso loro vergogna st 
dipinge, cb' è allora frutto di vera nobiltà. 



Capitolo XX. 



d 



Quando appresso seguita : Banqne vm-rù, mmi^ dal n<^rrt tt 
persOf procede il tosto alla diflniziono di nobiltà, la quale si 
eerca; e per la quale si potrà vedere che è questa nobiltà, 
di cbe tanta gente erroneamente parla. Dice adunque^ con- 
cili udendo da quello che dhitanzì detto è, dunque tigni ver- 
tute, omero il gener ior, cioè l'abito elettivo eonsistenio nel 
mezzo^ verrà da questa, cioè nobiltà. E rende esemplo nei 
colori, dicendo: siccome il perso dal nero discende; così quo* 
st^, cioè vertù, discende da nobUtà. 11 perso è un coloro nitsto^ 
di purpureo e di nero, ma vince il ncro^ e da luì si deno^^H 
mina: e cosi la vcrtù è una cosa mista di nobiltà e di pas- 
sione; ma perchè ]a nobiltà vìnce quella, è la vertù denomi-^ 
nata da essa e appellata bontà. Poi appresso argomenta perfl 
quello che detto è, che nessuno per poter dire; io sono dì™ 
cotale schiatta ; non dee credere essere con essa/ se questi , 



t I MS5. e le Siam pu Lf>ggono cm- 
cordem^nti^ : nmi è tùuhy richiesto di 
wìtaft : e pierò in loro i laudabile ec. 
Nel Saggio, psg. 77, parentloci ohe ¥i 
Fo^G lognna del s€*&tantivo r^guardOj 
non esUatnmo nd aggiungerlo, e leg- 
gfìmmo ; nàti è fu aio riehieslo di cotaie 
riffuurdOr Ora ne scmbrft che, tenen- 
do ferma V aggiunta, s\ù. da en^en- 
àììt$i cùniQ al è fatto nel temo, 
E. M. 

^ Questo paaso co^l ai t^gs^ in tutti 
i Le»l» : i nùbiità ti può credire ti hra 
di-amare, % ognuno s'accorge che 
havvj Ugtms. A nei pare d'averla 
bene supplì la coir aggiungere il iu- 



bielto tho ii può crfdfre DobntA|i| 
quale mancava da prìma^ e non |io- 
teva su pp orsi compreso nel ver ha 
fAifìflifir?, quflfid' onchfl si pretenda- 
ae usato a m^do di nomo, né in chi' 
fiarf^ come vorrobbt* che, in luogo 
di chianmre, si leggesse monsignor 
Pianisi. E. M. 

^ IgnabiUtàj dicono gli odit, mil., 
leg(;e 11 cod. U^ìrh.^igmbiiiktd0,éi 
€on cssìh legge il Vat Urb. ; ifftit>òiii'\ 
tà^ agginngo lf>« lèggono alCKuc anti 
ohe edizioni e iJ coi^t Rice. ; eppuro 
ad €!^i editori piocqne teggere in 
biuta. F. 

* Soitliìtend] mbilih. 1^, II, 



n 




I 



TRATTATO QUAnTO, 32T 

frutti non Bono in lui/ E rende incontanente ragione^ dicendn 
elle quelli €ho hannu questa ^azia^ cioè questa divina coso, 
sono quasi come Dei, san za macola dì vi^ìo : e éò dare non 
può se non Iddio solo, .-^ppo cui non è scelta di persone, sic- 
eome le Divine Scritturo manifestano, E noB paia troppo alto 
dJrc ad alcuno, quando si dico : Ch* elli son quasi Dei ; che, 
siccome di sopra nel settimo rapitolo del terzo trattato si ra- 
giona, cosi come uùiiiÌdÌ sono viiissìmi e besttali, oos'i nomini 
sono nobilissimi e divini. E ciò prova Aristotile noi settimo 
dell' Elica per Io testo d' Omero ' poeta ; sicché non dica ' 
cjuelli degli liberti di Firenze,* né quelli de* Visconti di Mi- 
lano: « Perch' io sono di cotale schiatta, io sono nobile; n chò 
il divino seme non cade in Ischia tta, cioè in istirpe, ma cade 
nelle singulari ptTsone: ^ e, siccome di sotto sì provera, la 
stirpe non fa le singulan persone nobili, ma lo singulaiM piT- 
sone fanno nobile la stirpe. Poi quando dico : Che solo Iddio 
air anima la dona; ragiono è' del suscettivo, cioè del sug- 
getto dove questo divino dono discende, eh' è bene divinr) 
dono, secondo la parola del T apostolo: «l Ogni ottimo dato e 
1 o^i dono perfetto di suso viene, discendendo dal Padre 
i de* lumi. Jt> Dice adunque che Iddio solo porge questa gra- 
zia dir anima dì quelli, cui vede staro perfettamente nella sua 
persona acconcio o disposto a questo divino atto ricevere ; 
che, secondo dice il Filosofo nel secondo dell' Animai le cose 
convengono essere disposte alli loro agenti, e ricevere li loro 
atti* onde se V anima è imperfettamente posta^ non è dispo- 
sta a ricevere questa benedetta e divina infusione; siccome 
se una pietra margarita^ è male disposta, ovvero imperfetta, 
la virtù celestiale ricevere non può, siccome disse quel no- 



1 Cùfi hit, le pr. ed i-i. E. M. 

«11 téato d'Omero è U seguente 
dtì] lib. XXIV deirUiade:o Etiare 
Cftdde^qtitli'Eltùr chi un Dio Frfi'mot' 
laii parta ; no^ d' un mortali Figiio ii 
non parve t ma d' un Dio* n E.U. 

8 iVi>n dicano^ le pr. edÌ7. E, M. 

* r*fota» che tt' tempi dì Dante, cioè 
Terso la line del i%iO erano in Fi- 
TeilZ« na mi glie da poter gareggiare 




In nobiltà colle più nobili d' Italia. lì. 

B Tutte le stampe hanno ptrsóm 
nobilt Ma T aggiunto nohìiij qui sa- 
pe rHuo e vhìoéo, si éaciude retto - 
mente col cod. Harb.^ eoJ Gadd. tlS 
seco odo, e C4>] secor^do Marctaoo, E. M. 

^ Quasi dica r la ragione <f il diimr- 
io nédti mitcitiina, P, 

T PiHrtt WliifflcJiUa, GÌot pidftk pr»' 



S^>H 



IL CONVITO, 



bile Guido Guinizzdli ^ in una sua canzone che mmuìc'm: Al 
cor gmtil lipat^a sempre Amore. Può te adunque l'ani ni a staro 
non bene nella personal per minca di complessione^ e forsti 
per manco dì ttìraporalei* e in questa cotale questo raggio 
divino mai non risplendo, E possono dire questi colali, la cui 
anima è privata di questo lume^ che essi sieno siccome valli 
Yolto ad a q ni lo ne j ovvero apeloncUp sotterranee dove la luce 
del sole mai non discende se non ripercossa da altra parte 
da quella illuminata. Ultiraamento coiichiude, e dice che per 
quello che dinanzi è detto, cioè ch<3 le vertù sono frutto dì 
nobiltà, e che Iddio questa metta nell* anima che ben siede, 
che ad alquanti^ cioè a quelli che hanno Intelletto^ che son 
pochi, è manifesto che nobiltà umana non sia altro che seme 
di felicità Mes&o da Dio n e W anima in?n pmla, cioè Io cui corpo 
e d" ogni parte disposto pr^rfettamente. Che se le vertù sono 
frutto di nobiltà, e felicita è doìccz;sa coinparata^^ manifesto 
è essa nobiltà ossero semente dì felicìlàj come di^Uo è, E se 
ben si guarda, questa diflnizione tutto e quattro le ragioni p' 
cioè materiale^ formalo, «flìcìente e finale, comprende : mate- 
rialoj in quanto dice: neW anima ben posta; che è materia e 
suggetto^ di nobiltà: fitrmale/ in quanto dice: Ch'i seme: 
efficiente, in quanto dice: MeBStt da Dìo neW anima: finale, 
in quanto dice : di felicità, E cosi è diflnita questa nostra 
boni il. la quale rn noi similemerite discende da somma e spi- 



^ Jicco ìe sue pni oIg : « Fuom d' a- 
more m gertHi cor s' «p^rfwrf* Com* 
virtude in pietra preztoia ; Vhè datta 
ttdta vahr mn dUcttide, Anzi chs il 
9ol ia fascia getilil com : Poi ehe n' ha 
tratto fiior^ Per In tua forsa H *ol ciò 
ehe gii à vHf, La steita i dà t^ahre. » 
£,U. 

*lo intendo, por dirptTodel iccnpo 
in che Altri ^Ive, il quale possa acon- 
e: ìùx^ q u(! n eh e ra etti ì ma mo nia di- 
sposto dalla naturii. |\ 

* CotììpamtHt ctoè acftmiiitiù, nlln 
Jatina. Tutte le stampe \c^^iynoi «om 
frutto di hQbtUdf e fciktth, e dolcezza 
aamjifìnti'i ; dijilaqual leKiono ntjn si 
litrar? okmi senso. Nulluéiiu^Do «om- 



bro ehc anche la nosLrd Ci)rrercbVf« as- 
m\ meglio ove si flggiiinaeMPj per fsxe 
rump^irata^ Cioè per é^n tiriù. E. M. 

^Supplisci: dell'essere tiobìllb 
ipiello ctse or ora ai è deUo. 1*. 

6 Cosi correUamenle col eod. (lad- 
diano 134. Tutti gli altri codìd e le 
sìUimpo bnono : did maferia è ^uggóiio 
di noLitfh. K- M* 

a \i solo cod. Vrtt. 4778 lia: /br»*a- 
hin ijuantty ec, laddove tutti gli al- 
tri e \é stEinipe leggono : fnrmnU 
€mnprftirii in quftuta ec Ma non ripe- 
tf^n d osi i i V e r bo com^j r ? ndf per leni* 
fr(> tre cogiont» oi sembra che v^-nga 
otltmi^monlo esctuao «tnchiì ila qniO^ 
ftra. E. M, 



TR4TTAT0 QUARTO. 329 

rimale ver tu/ come vertute in pietra da corpo iioi»ilissimo 
cele st mie p 

Capitolo XXI* 

Acciocché pia perfetta mente s'abbia conoscenza étìV umniia 
tJOBtà, secondocliè b in noi principio di tutto bBnej k quale 
nobiltà sì chiama, da chiarire è hi questo speziale capitolo 
come questa bontà discende in noi; e pnrna per modo natu- 
rale, e poi per modo teologìcOj cioè (ìiviiio e spirituale. In 
pnma è da sapere che ruomo è composto d'anima e di corpo; 
ma déir anima è quella^' siccome detto è, chn ò a guisa di 
semente della vertù divina. Veramente per diversi filosufl della 
differenza delln nostre anime fu diversamente ragionato; cbò 
Avicenna e Algazel * vollero chti esse da loro e per loro prin- 
cipio fossero nobili e vili- Plato e altri vollero che esse prò* 
cedessero dalle stelle^ e fossero nobili o pfù e meno, secondo 
fa nobiltà della stella. Pittagora volle rhe tutte fossero d'una 
nobiltà non solamente le nmane, ma colle umane quelle de- 
bili animali bruti e delle piante, e le forme delle miniere: ^ q 



1 Cinéi da Dìo ] per Io eh© vorit*l 
rbe questo eo^tantivOi fn rispetto dr^i 
suo Bigni Acato, commcinBSc per I co- 
lera m^ Iliaco la. t*. 

2 Correggiamo quella col ccnJ. VaL 
Urb,, cioè quella bonth o ftoinlià ; e 
vale a dire» cho all'anima eob ap- 
pnrtianelauobiHÀ. IWulamonlfl perciò 
liilf-i gli altri iiì^M. ili qiiilifì, i']. M. 

^ Aif^assft le pr. ediz. ed il cod> 
Vat. Urb, correttamente. U Bi setoli i: 

* La fi€ntcm.{i di PìitJgora su Ha 
C'euaglìJ^rza di nobiltà per tutte le 
anime e ttiUc le forme non si trova, 
eh lo m'abbia vodutrv, csìptessii in 
nt^Eatitìo de' suoi hìofjrBfi^ e iiepfnin^ 
in Diogene Laerzio, del quale riportò 
il eh, MDzzucchelll nell'Appendice 
(deirediz. mìl.) alcuni ttaUmonl , 
che, sia. detto yej acmplite verilà, 
non fanno quaèl nienie a questo pro- 
posito : ma egli ^ mestieri trarla co' 



me uno legittima e spontanea conse- 
guenza d«?l suo sistema* Tonnc ùéan* 
que riUttgorii , come abbiamo da 
Cicerone» san Giustino martire a 
Clemente Alessandrino presso li 
llfiikero {Hìtt. Phihs. par. Il Jjb. ì^ 
e. iùj, cbe Iddio sia od mondo la vi- 
ta e ìl movimento d'ogni tom ■ esso 
la E] Ima degli esseri animati rra'i|nali 
l'iUaftora pose ftnrhe le piaoLe : esao 
la {Qvmà degl' infoi ma^ti ; osata che io 
raccia immediatamente, o mediante 
rjsrJone iW quelli enti ÌF3teiligibiil^ 
eterne emanazioni di Dio a(e5$o, ì 
(|nu]i forse non furono che media 
quiiliib concopato dì quella sua <iivt> 
na attualità. Dunque per quanta sia 
la dilTcrcnxB che ne' corpi è indotta 
dalld diverga capacità ed attitudinis 
dRlla materia, torna sempre verci, 
the le anime e le tornio sono di una 
nohìHà, peracciié tutte e^jualui^uta 
sono l& stesso Iddio. P. 



!) 



!L CONVITO. 



I 



disso cli0 tu Ita In differenza delle corpora è rorma. Se cia^ 
scuiio * fosse a dìfenderb hi sua opinione, potrebbe essere che 
la verità si vedrebbe essere in tutte. Ma perocché nella prima 
faceia paiono un poco lontane dal vero ; non secondo quelle 
procedere si conviene^ ma secondo V opinione d' Aristotile o 
delti Peripatetici. E però dico che quando I' umano seme cado 
noi suo recettaeolo, cioè nella matrice/ esso porta seco la 



' La comune lemne era : . , , . non 
iòlnmfnti! fé untante ma colie Ufnfine 
i^urlla ikgU «ri mia/* fìruU e delle pinn- 
h, t k fcrmt deth tnitiitre ; e disse che 
tutte tu differenze dille corpora € for- 
m^, »& eiiìscunù fiiJie a difendere la sutt 
npiaiGRe, jtotrthbÈ e$ifre ec. E glì cdvt, 
mil* cosi {Stamparono, mutando p^;- 
r«ltro EncipporUmamei^te la parnlo 
dtile pianit in h pianle. li PederTÌoi 
poi » conosciuto cho la lezione era er- 
ronea , ritenendo W primo Ihclao del- 
la volgata, propose di correggerà il 
BflCondo In questa guisa : . , , , « dinje 
€he iuUe h differenze mno delU corpo- 
sa e non dflle forme. Se ùiavcunù fb'f- 
Me ec. U WjUi? InHne^^ seRuendo in 
qualche parte il Pcderzlni, ha rtordi- 
nuto questa le^^ione nel modo che 
ora vedéri nel lesto. F. 

* la cowiune Ipkìoiig di questo pas- 
«0 era la seguente : . . . ► esso porta 
teso ta tteriù ddi' (tfiima §eneraUva, e 
/a nertù del Cieh^ e la ter tu degli ele- 
menti teffata^ cioè la compteuiùne mn- 
iura ,' e ditpoae ia materia alla vertià 
formatila, ia quale d^ede V anima gp- 
ttcrnnte aita fierlù formativa ; prepara 
gii organi alla iter tu ceieatiale. Gli ed. 
mil. modiflcando r ititerptmzionG, e 
correggendo alia ver tu fiìrmativa in e 
la Vèr tilt forrmiiva^y^ raddl rizzarono 
nlquanto, ma non fltJbastJinzs. A\ 
Witle aon dovute le ultime correzio- 
ni : ed ecco come con passi d' A risto 
tileedi &^n Tommaso dictiiara egli 
In dottrina qwt da nsnté espoatn , 
dottrina che Tx pur dichiarata dai 
PedefzÌEÌ collb postille che qui ri- 
porto- Quando r UFnancJ teme cade nei 
3iio ricettacolo^ cioè nella malricef està 
poria steo ia virtii dtW animit jenf rg* 



tipft^ cioè dell' anima del psdro, ^ la 
virtù dfl cielo, eioè diagli aatri d»m\- 
naiUt Bel momento delia generazio 
ne, « l'i virtù d^gli alimenii legfifa^ 
cioè la compiei^fone dd arme. — Arisi , 
de giiitmL anìtii.i ll|3: 4 Spiritila, 
p qui in selline.... contlnotur, etna- 
V tura qua in ^o spirUu est prò por- 
li tiene respondons elemento steli d- 
>. rum. D Snr] Tliom*, Sum. fhmi-^ ìt 
q. 118t il ri. 1, ad 3 : a In quo spifitn 
n eat quidam {!alor ex vertute ccele- 
» atium ccrporum ^ quorum etiam 
w virtutc agentia iTiferìora agunt i-id 
jf speciem. Et quìa in hujusmrrdl 

• apirìtu concurrit virtus anirn^ 
» cum virtule coel^sti> dlciturqu^s^l 
D h^imo generat homin(!m et eoL i» 
Arbtot , K e. : ■ Setnen encremen- 
B tum alimenti mutati est- v — Effigi 
matura e dispone ia wia/mo^ cioè il 
moMruo della madre, nìfa virtù far- 
mativft, cioè organizitanto, ia quoU 
diede r anima generantf, cioè la quale 
derivo dftil' anima del padre j * ia 
virlìi formativa prepara gli argani ùl- 
ia virtù CBÌestmle^ dii produce delia 
potenzia dd ae^e V anima in vita , 
cioè la quaEe vìrtii celestiale trae In 
atto di vita J'anlma sensitiva, la 
qUDle era si nel seme, ma nolo in po- 
tenza. — Aristot,, l. e, cap, IV; 
a Corpus igUur oi f<£mlna est^ ani- 
» ma ex mare. » Ibid., cap. 3 : • Re- 

* atat ìgitur ut mena sola extrinae- 
n CU9 or^cedat , eoqud bqìd. divina 
^> sit. » San Thqm-, I. e., ad*: » Vir- 
> tus aotiva est in semine maria. Ma- 
6 tet-ia autem fcetns est illtid quod 
« miulstratur a foeniiìna ; In qua quh 
a dem materia sto ti m ab Initio est 
t> a DJ ma vegotabills, non quidam s^ 



I 

I 

I 
1 





Tn ATTUTO QUARTO, 331 

vcrtù dt^ir anima gericratìvuj e la Tèrtù 6d cklo, e la vcriii 
degli alimenti li'gata> clofe la complessione del seme. Essu ma- 
tura e dispone la materia alla ver tu forma ti va^ la quale diede 
!' anima generante ; e la vertù formativa [irepara gfì organi 
nlla vertù celestìaie^ che produce della potenzia dei ^enie 
r anima in vita; la quale incontanente prndutta, rieere dalla 
vertù del motore del cielo lo intelletto possibile; il quale po- 
lenzialmcnte in sé adduce tutte le forme universali; seron- 
docbe sono nel suo produttore, e tanto meno quanto più ò 
dilungato dalla prima mtelligenzia. Non si maravigli alcuno, 
s* io parlo gij che pare forte ' a iatendcrtì; che a me mede- 
simo pare maraviglraj come cotale produzione sì può pur eon- 
chiudere* e collo intelletto vedere: e non è cosa da manife- 
stare a lingua^ lingua dico veramente ' volgare ; per che io 
voglio dire come T Apostolo: e altezza delle divizie della 
1 sapienzìa di Dio, come sono incomprensibili i tuoi gtudizii, 
1 e investigahilì * le tue vie! s E perocchò la complessione 



i cundum QClum secundam. sed se^ 
■ cundum actiim prì munì, sicttt ani- 
« nvQ geTisiUvB in dormi enti bus. Cum 
v autem Incipit atLriiIiGre alìmen- 

* liim^ tuuc jam aciu operatur IIu^ 
n j US ro od i ì g i tu r m li ter la tran s m i] tji - 
» Uir a virtuté qus E^^t In 9«mìnQ 
9 maria, qtiouaque perducfitur in 

> iictum animsa sensitiTffi..H. Poat^ 
1 quam autem per virtutem princì- 
9 pji activi^ quod erat in semine» 

* producta est anima sensitiva in 
j^ goivcrsto quantum ad allqtiam par- 
» tem principDkm (Aristot. , L e. : 
s cor primum actum aecernitur) 

> tunc jam ina ànima sensitiva prò- 
» lis incipit opcrari ad l3C^roplemeIl- 
B tum propri! corporis per mocium 
B nutntionis (^t au^manli. Idom, 
ari. [I : « Anima intellecliva..., non 
» potest causa ri per genera tionom^ 
» sed solum per creatlonem Dei. & 
— la quale anima incijntancnfe cW ò 
prndaita, riséVi dulia virtù dd mator e 
del cielo lo inttlUito pottibitei cioè n- 
ceve dalla virtù delF ìntelligenia 
motrice del cielo dominante, U pc- 
l«fiM inlelloUlra (la qualo Tu dagli 




aoo tastici detta intdklto pasiibiie o 
pn^isiiiil^}, il quale possibits Lat&lktfo 
poltnzialmente in d aMuc^ tatiB Ié 
fùrm0 urviv^naiì^ itcothlochè mnond 
ftto frùdnitoTf^ cioè nelT Intel Ligenza 
TDOtrice, e tnntn meno q^tftitfù più esso 
produttore é dilungato duila prima 
inttltigenzdt eh 'è t>Ìo ; cB^ questa ó 
appunto la misura della potenra titìì- 
le mniiti dolio intelligenze, dico la 
più meno vicinanza al sommo Ve- 
ro. Sembra peraUrn , conebiude U 
Wltte, oho le dottrine esposre nel 
Conicità si ri senta no non poco dogli 
orrori Averroiatici, da Danto ^tnsso 
rigettati neila Cntnmzdin . Purg, , 
XXV, 37 e scgg,, Par., IV, VO e aeifg. 
Ciò si deduce dal dirsi qui, che U 
possi bile ] n te He tto d i scenda d a I F ì n- 
tcUigenza motrice de! cielo^ e non da 
Dio primo motore, e daHaggiunger- 
si che quell'intelletto possi t>ì]o at>» 
pravvenga air anima di gtà creata. F, 

1 Fort€t cioè diffkiU. Feri icari. 

» CoTwhiudere col raziocinio, l'. 

* rtramen/e paro che qui va^ga 
massimamente o i^imile, P. 

* Oggi rerame a te dovrebbe dirsi 



T.± 



Ih CONVITO. 



^ 



tlvì some può essere migliore e nien buono; e la di^usiziuno 
del semìiitilo ' può essere migliore e nien buono; e la riispo- 
sìzione ùd cielo a questo effetto puote essere buona e mi- 
gliore e ottima^ la quale si v^Ha nelle cuslellauonj/ che cod- 
Ei nova me a te si irasuj ulano; iniìontra che dell* umano seme e 
(Ji queste vertù più e meri pura ^ anima si produce; e seconda 
ia sua purità discende in essa la vertù intellettuale possibile/ 
che detta è, e coma detto è. E s' elli avviene eho per la pu- 
rità dell'anima ricovenle/ Ja intellettuale verlù sta bene 
astratta ^ e assoluta da ogni ombra eorporea^'^ la divina bontà 
in tei multipHca, siccome in cosa sufficiente a ricevere quella ; 
e quindi si multipJica neU* anima di ^ questa intelligenzìa, se- 
condochè ricever può : e questo è quel seme di felicità^ del 
quale ' al presente si parla.*" E eie è concordevole alla seu- 



imniifsti§nbU\r [M?rcli!f? il verbo iiive- 
ftfffare non ha uri svigni Ficaio negati- 
vo » ma ftl offerraotivo, ynm Dafìte ha 
il4?tto iniìviiligabUif conToi mandosi al- 
la voce latina itivestigudiltHf che vale 
tf^ti ttstigubilit. ¥. 

I Lu iMÌone cornuti (J era seminane 
te, tntt II Ped^rììml disse doversi cor- 
reggere semmalù^ per scRUitare la fi- 
pira , significando que^t^ voce la 
ilonna, cb» \\& p^^rÈo pdBstva si, ma 
piir^ afTaUo e8sen7Jale ne IT opera 
ii&Wa geoeraztoiìe. Ed an^o il Wittc? 
correate ammalo. F. 

* La comune legione è ! la quale §1 
Kfiria U mnUUa^imù II cod. Rice, : ^4 
tiuùh Nì ^ariit ndk ^ù^idiikziùni. Non 
è Infatti |{i disposizione del cicJo, 
ì' ìnriusao. che varia te coatellazionn 
tna è V mQusso, eh' è vano nelle co- 
«kDa^ioni. F. 

S La comune 1^1 one è jim pwd 
anU\mt mrt il Pedertmi propose di 
leggere» tì dove ìiiralti leggerai, □ 
kil^ndersi : ftiu n m^no jmra, mmim.f. 

* Ì,a virlà mltikitfialÉ pùHìWe^ 
cioè ìa virtù d^Wìnttlktiù pùntibitt.V. 

* Drli namm rktt'tre , leggeva la 
vtìlgMa^ mail Peder^LitiL ed il WiLto 
corTc&acio .... rictuenie. F. 

^ Aflrctitij la volga Lo. JI PederziiiL 
C i) WiUe enarrassero ùUrattQ^ V* 



? Qui è verunrifsnte strano Terroro 
di tutte le staiijpe G deJ più dei codi- 
ce 1 q^alì portuno: tta órjni omì^ra 
jmrpurea. il Gadd. Ida prìniQ legge 
correttamente trmjmrett. E. M. ^ E 
così Ifìggeil cccl. lliGcardiano, F, 

* Gli edit* mi], tolsero In particeilii 
di^ ma il Peder^inl e jl Wjtte vnt la. 
ripoBcro. Fi. 

» Deila ^uai*j le prrma cdi3ti»ne. 
E. M, 

1* Questo periodo , il quale deva 
contenere V ultimo t<^rmitie del m- 
g^onameoto^ hit tri n ti guasti f lie non 
IdsciBJio oppariie Iti senlen?.a prind- 
pale che lo governa. E dì {atto, a fer* 
mnr*i un poco sulle auo partii eh» 
viene A dire la fraas : ptr la purità 
th' il' anima ricevcrf? Così pitre nnirft- 
ttt fid oMioiitta non aono termini con* 
tradiLloiii?B più Uàaso, qual'è qM- 
iUt iHteUigenzit che si nuditi plica nel- 
i'aiiìnìa, \n coni^eguen^a étjì multi- 
pìiciitsi in essa U divina bonlij; la qua- 
le intelligenza è puf e quel seme ili Te- 
licitila del quale n\ presente si tratta? 
Dietro tali ragioni lo muterei fed hX' 
tuli è stato nel testo mutato; riaver* 
Uìric4veHH; mtretiaìu {iMtrttUa (cqhX 
jjp punto no fior* di $an Fmiti^^acOf 
Ciìp' XXVlIl^fljItì tnem^ j'iit fra ai 
(i4l(o Hioita f uilrttUa dtiih i^tr iefrih 




TRATTATO QUARTO, 333 

tenzia dì Tiillio m quello di Semitutej che parlando in persona 
di Catone, dme: t Ira perciò celestiale anima discese In noi,* 
* deir altissimo abitacolo venuta iti locOj lo quale alla divina 
1 natura e alla eternitade è contrario. » E in ques^ta cotale 
minima è la vertii sua propria, e la intelieltuaie, e la divina; 
cioè quella influenza^ che detta è; però è scritto ne! libro 
Dt'ile cagioni: a Ogui anima nobile ha tre operazioni^ cioè 
i^ cmimaZe, intellettuale e divina. ì> E sono alcuni di tali opi- 
nioni j che dicono^ se tutte le precedenti vertù ^ s' accordas- 
sero sopra la produzione d' una anima nella loro ottima dispo- 
si 2 ione, che tanto discenderebbe in quella della deità, che quwst 
sarebbe un altro Iddio incarnato: e questo è quasi tutto ciò 
che per via naturale di ce re si può- Per via teologica si può 
dire, che poiché la somma deità, cioè Iddio, vede apparecchia tii 
la sua creatura a ricevere del suo benefìcio^ tanto largamente 
in quella ne mette, quanto apparecchiata è a riceverne. E 
perocché da inefTabile carità vengono questi doni, e la divina 
carità sia appropiata allo Spirito Santo^ quindi è che chiamati 
sono doni di Spirito Santo, li quah, secondochè li distingue 
Isaia profeta, sono sette, cioè: sapienza^ intelletto, consiglio, 
fortezza, scienza, pietà e timor di Dìo. Oh buone biade t n 
buona e mirabile sementai e oh ammirabile e benigno semi- 
nalore, che non attendi se non che la natura umana l'appa- 
recchi ' la terra a seminare I oh beati quelli che tal sementa 



ner «Or e Invesco di questa ifytdìifjmzti 
rimetlf^rel la Ee^ione di tiiUM Ì(!sU, 
diqiifBlà fnftUigt^zdr AUora tutto il 
luogo rende una sentt'iizA v.lw. &' ne- 
ttomoda per fé U ara ente alL'uojjo detJo 
cose antccedenU e delle sue ^usse- 
guenti per quelito modo : E a' t(ti av- 
viene ec. , . . . in lei tttultiplìmt ci OH 
la divina bonlb multi plica in essa 
anima I" infusione di sé medeaìnia, 
sicCQmifi m ctìia nuffii-knte ti rìGavtri 
qttdiaf cioè quelia inrusiontì ; s quin- 
di ti tnuUiptitifi ngti' ammo di qneUa 
tnttiligmzaf cioè ncU' anims dotata 
di queir intelligenza »&iraLta ed as- 
soluta da ogni ombra corporeft cJie è 
deUa di sopra fclìo è modo assai co- 
mitive della ri obliti tiTign^ delermlM- 



re rindhtdiìo, ponendo il nrjmo drl 
suo genero in com|>flgiiÌii d' un predi- 
cato particolare) xicondodii ricet^cre 
pvtòj cioè a misum di tutta la uua ca- 
pacità ; e quÉStOt cioè la deltA ìnTu- 
Sion e di bontèi è qud seme oc. P, 

1 I codici © le stampa concordn- 
mt^nte . dincae in loi. Vedi il Suggif^^ 
pag, i9, ovo e a] passo di Cicerone ó 
dimostrato evidentemente l'erroro 
di quesia Ifìzioiiis. E, M. 

*Cìoè, la virtù deiranìmfl geoo- 
rante^ ìa ^ìrlù del delo eo, P. ^ ^ 

^ Le at&mpw e 1 MSS. f tranne il 
Rkc.) i' appiirecchi ; errala leaiotic. 
Il Vflt. 4778, meglio dogli altri, ha.: 
la natura nmana apjittt'ecch (jc. aCih 
za il pi otioma l\ E. M. 



sai 



IL CONVITO. 



I 
I 



I 



colli viino come si conviene t ' Ov'è un sap&rc che 'r prima e 
nobile rampollo dm germogli di questo seme per essere Trtit- 
tifero, si fe r appetito dcir animo, il quale in greco è ciùamahj 
hormen: e se questo non è bene* euUo e sostenuto diritto 
per buona consuetudine, poco vale h sementa, e meglio S3- 
iWtibe nun essere seminato. E però vuole santo Agtistino, e 
ancora Aristotile nel secondo délV Etica , ciie Tuomo s*ansi^ 
a ben fere e n rifrenare le sue passioni, accioccbè q^iosto tallo/ 
che detto è, per buona consuetudine iadun, e nfermisi ^ neUa 
sua rettitudine, sicché possa frutlifìcarej e del suo frutto uscirà 
h dolcezza della umana felicità. 

Capitolo XXli, 

Comandamento è dell! morali Dlosofi, che dt^' hcnrlkii 
hanno parlato, che V uomo deo mettere ingegno e sollecitu- 
dine in porgere i suoi benefìcii, quanto puotc più uiMi al ri- 
envitorc; * ond'io colendo a cotale imperio essore obhedientR, 
intendo questo mio Convito per ciascuna delle suo parti ren- 
dere utile, quanto più mi sarà possibile. E perocché in que- 
sta parte occorre a me di potete alquanto ragionare della 
dolcezza dell* umana felicità/ intendo che più utile ragiona- 
r. lento fare nun si può a coloro cM non la conoscono; che, 
siccome dice il Filosofo nel primo MV Eticùt e Tullio in qudlo 



* Si richieda \e pr i^ùìz. tv M. 

> Tutti i testi leggono con ctirMssl- 
mo errore buono cuUq. E, M. — Ma il 
LfjiiL HicG. I^£ge ibsn cuUivato. F. 

3 5' Hiiiif cioè j' aimt faccia. 

* falhj germoglio^ rampdle. P* 

JJ Nel Saf^gtOt peg- 37, d i mostra m- 
mo non potersi reggere U vulgata 
k«done! rifrertUi neita saarHiitudi- 
fte;ohèa\\n v\r\ù non bi mette, »ìcco- 
me al vi^ti, la br^gUji, ni> alcuna cosa 
(^irirtorìBce TruUQ, qui^ndo 1« sua utti- 
\ ilk viene sofTocdttQ e re^rres^a, E. M, 

8 Lq sentenza quanto puùt$ più al 
riiiévilore mi afl monca ; e penso chd 
(]<^r aggiuntarla bI bisogno del discor- 
so»' atJdrohbe compiuta leggeticfo : 




guaììfn pnùte prù uUii ni rktHfnfe, P. 
— E così infatti corresse U WiUe, e 
cosS ho corretto pur io. F. 

"f lo bguna di questui parole delift 
dokiixa dtlt umarm fftimiày le quali 
non si leggono m alcuno dei testi da 
fjoi veduti, è qui ovidentisslmo : pol- 
clìé sema dì esse è ine citici mimi te 
quei lo preme^aa : « E perocché in ^we- 
ita parU ocmm a me dì poter f «J- 
quanfo raponfìTf ; » <i non si sa n che 
riferiscali quello die vieiì dopo: 
* ctìp più uHk tatjiùtutmeuto furi mn 
*f può a coffìro chennnì^ conoìmnn. w 
Le parole supplite lengono |ioi clda- 
rnmONte indicate dal fine dell'aule* 
Ccdei>t(^ fnpìfnjo E M. 




TRATTATO QUARTO, 



:ì35 



dd Fine de' Beni j^ male tragge al segno quello die noi vede; 
e cosi mal può ire a questa dolcezza chi prima non V avvisa. 
Oode iionciossiacosachò essa sia finale nostro riposo, pir lo 
quale noi vivemo e opertaoio ciò che facemOi utilissimo e ne- 
cessario è questo segno ved^in?^ per dirizzare a quella V arco 
della nostra operazione: e ma ss ima mente è da gradire quegli 
che a coloro^ che noi veggono, 1' addila.^ Lasciando dunque 
staro r opinione che di quello ebbe Epicuro fliosofo^ e che ^ 
df quello ebbe Zenone, veuire intendo sommariamanle alla ve- 
race opinione d'Aristotile e degli altri Peripatetici. Sicr-ome 
detto è di sopra, della divina bontà in noi seminala e Infusa 
dal principio della nostra generazione nasce un rampollo, che 
gli Greci chiamano horm*tn, doè, appetito d'animo naturale.* 
E siccome nelle biade, che quando nascono, dal principio hanno 
quasi una similitudine, neir erba essendo, e poi si vengono per 
processo ^ di tempo dissimigliando ; cosi questo naturale appe- 
tito che dalla " divina grazia surgc^ nel principio quasi si nio^ 
stra non dissimile a quello che pur da natura nudamente 
viene; ma con esso, siccome 1* erba nata ^ di diversi biadi,* 
quasi si somiglia : e non pur ne' biadi^ ma negli uomini ° e 

di Beite 



i U niaclani mahm^nte 

» Questo pssso ieggevasi in tuUi i 
lesti così alterato : & e maaitnamBnU 
i dm Qridùre ijttelit, et» a cùìùro che 
riQn vogiiono fa dica. » £ gli edil. mlL 
{crederono averlo ridotto a ragione- 
vol leziortCT sEaniJpando : « vìas^i- 
mamerits è da grida re a coforo, che 
ftan vafgono fcioè non studiano) l'Eti- 
ca* * ìàò U WlUe, avendo osservato 
e 1^0 mveùQ di gridari; più codici leg 
[;tivai>o (ffaditt f corno pnre ora sta tu 
notato diigli edlt. mil )> atteitemloai 
alla volgala più dì quello ctie «i {os- 
Bernaucnuti gli atlit. mil.i oorresae 
asiS^ì meglio di essi : a t fììauìmit' 
iftatie è dit Qiadir$ fa ve co in gratio) 
quegli, die ù uihro^ (he urA LrfjgOnù 
(che non veggono iJ B^gno elio l' ori^ 
tore ha «orni ti alo poco sopraj^ r nd- 
dtta. F. 

3 Tutti L testi: & di quello lìti' tàbs, 




* Qiiani dìCAi un afTelto naturalo 
deirauimo. P. 

^ Cosi le pr. ed\t. ; quella ùèì Bi- 
scioni ; per piroc^tao dhiom^gìiitiido. 
E. M. 

«In tal modo il cod Vot. 1778 
emenda l'errore degli ultrl te&ll : ta 
dipinti grazia. E,\ì. 

'' MoUiamo la bÉlla variante dot 
cod. VaL Urb. La volgiita lezione era 
birbata, VOC&, che pur il Pefticari 
avea detta sospetta, e di cui non era 
altro esempio, E. M. — Il Witte po- 
raltrOi seguendo un suo codice, ia- 
veoe di rr&am, come leggono gli 
edit. m\\. frbii nnittf lo^go ertie^/d. F, 

s ì ùiadi aotio le semente ancora in 
erba del graiiij, orzo^ vena e simili ; 
e diconsi anco £^ii£i4/«, od in Tatti vari 
tefit'i kggono io questo luogo dtit- 

* Le stampe 6' accordo co' MSS. « 
non pur gii nomint, mu negli uamini * 
fìtiU titttii ec. L' errore }iùrb ò cor* 



336 



IL CORVIT0. 



nelle besife fca sìmllìtudino. E qa&sto appare che ogni ani- 
male, si ecome ella è nato, si razionale carne bruto, sé fnede- 
situo ama^ e teme e fugge quello cose che a lui sono conlm- 
rie, e quelle otììflj procedendo poi siccome delto è, £ comincia 
una dissimilìt Udine tra loro nel procedere di questo appetì lu, 
che r uno tiene un cammino^ e V altro un altro; siccome dice 
l'apostolo: <l Molti corrono al pnlio, ma uno è qudlo che '1 
1& prende/ j& Così questi umani Jippeiìti per diversi calli iìuì 
prioe(|jìo se ne yanuo^ e uno solo calle è quello che noi menu 
allo nostra pace; e però, lasciando* stare tutti yflì altri, col 
trattato è da tenere dietro a quello che beue comincia. Dico 
ci dunque che ' dal principio sfe stesso t^ma^ avvegnaché indi- 
stiri tamenle; poi viene distinguendo quelle cose che a lui sono 
più ;mmbin e meno, e più edibili; e seguita e fugge, e più e 
meuoj secondochè la conoscenza distingue, non solamente nel- 
r altre cose, che secondariamente ama, ma eziandìo distìngue 
in sfe, che ama principalmente; e conoscendo in sé diverse 
parti, quello ehc iji lui sono più nobili, più ama,* E concios- 
sìaeosuchè più nobile parte dell' uomo * sia V animo, che 'J 
corpo, quello più ama: e cosi amando sé principalmcnte/o per 
sé r altre cose, e amando di sé la miglior parte più, manifesto 
é che più ama T animo, che'! corpo o altra cosa: il qualo 
animo naturalmente più che altra cosa dee amare. Dunque so 
la mente si diletta* sempre nell'uso della cosa amata, eh' è 
frutto lV amore, in quella coSti, che massimamente è amata, è 
r uso massimamente dilettoso: Toso dei nostro animo è mas- 
BÌmarnenii? dilettoso a noi, e quello ch*é massimamente dilet- 



rt^Kij ta«l aeeuiul<i cod. Marc, sopra le 
parola jj^f uommi. E. M, —il Pi^deF' 
lUtI li'itUorrebho nlla lozione ccmti- 
ii«, rmitniìda jienOtro §{i \n nf^ii^ o 
1r*'gg0ndo : f non pur ut{fH Nomini, m^ 

1 Qk\ pttt ti pji 1 ! tìaiV il ftoa to I u so . 
110 introdoUi* a dìt'irinrftrft per via 
il! AlmilttniUii» In Kimn dm &\ rllco 
ii6ll« clau&oli) scgu^ffìtn; iliiiiqiin l'Wa 
vorrebbero ossuttì epiccAtt* ttnlU 

dUUHolu BUp6CI<}T-(.% arglKHKlt) pimlu 

fermo Innntksil la voce j^-^wis, o pud* 



lo « virgola dopo la voce pr^sruif. P. 

'Clke questa nppeUto germina Lo 
in nù\ dalln hotìth. divina. P. 

* TuUl \ MSS. e lo slnmp<i r più ntm 
(ItftfUr. Sembra ndoci però viziala Ih 
ripc^lixiofie dì queliB, h gUidichlamó 
flfffiiunU dagli e in afille nsl. E. M. — 
Inrtktti nelcod. Rice, è cassata. F. 

^ La volgala ó pin parie ddi* uomù, 
Iti correzione è del Witte. P* 

» Erronea fti e lite leggeai in tiùtil 
codici s in lui Le II} stampe : ft diiata^ 



TRATTATO QUàtlTO, 



337 



P 



loso B noi, queflo è nostro felici là e noslm bcalUudine.* oltre 
la qualti nullo diletto fe maggiore né nullo altro fMire/ sic- 
come veder si piiù, chi bon riguarda la prectìdenle ragione, 
E non dicesse nicuno, che ogni appetito sia animo; ^ cbò qui 
s' incende animo solanncnte quello che spelta aHa parte razio- 
nai, cioè b volontà e lo intelletto ; sicché se volesse chra- 
inare animo V appetito scusiti vo, qui non ha luogo, né stanza* 
può averej che nullo dubita che V appetito razionalo non sia 
più nobile che'l sensuale, e però più amabile; e cosi è que- 
sto di che ora si parla. Veramente 1" uso del nostro animo ò 
doppio, cioè pratico e speculativo (pratico è tantOj quanto 
ùpcrativo)j l'uno e^ T altro dilettosissimo; a vveg nache quello 



' Qui siami) $\h, siccome è mdnife^ 
stO| al termi nB df I discorso, posto ad 
Tospgn.ire do^e alia la dolcewa deU 
J'umoiio feUciiliH Ma stani e la prc- 
stHite condÌ7irtrie della pumcf^giatu- 
re, ed in parte auto d^lla biUera, 
par egli Fucile od anco aolo pcssi&ilfi 
a rormarsl nella utente un concettù 
t^hiaro 1^ risoluto della dottrina dd- 
l' Atigltìeri? A me no per certo ] ma. 
credo *nd necessario aggiungere 
dopo la parola amare un'0 copula « 
che forse fu confusa coli' e la quale 
compie la detta parola; e poi» che 
tuile le parole; ne la mente n ditti- 
ta ce. *. . * maseimamenfe diteltosa , 
sicccme interposte ad ufiQcio di por- 
tare due assiomi che sono mezzi ne^ 
cessarli a pervenire alla concluaìone, 
Siene legate per guisa tra di loro, 
che si veiRacotne l' avverbio /Jun* 
Que spetta in ([salita dì capo alla 
clausola V uxo dti nostro nnintù ec- lo 
dico insomma oecessario kggere ed 
Intenderò come segue: Dunque^ is 
ta ftìéntc, quasi dica, poictiè la mcn* 
^1 dtUUa Eétfipre ntii*tiSO d$Ua cùta 
timala, tjh'è fruita d'amore, cioè, il 
qual dìlsUo ò frutto d'amore^ è in 
quella dts mat^imimsnte è amatni è 
V tuo tncbifftfnanìdH^^ dìietfoso, donqoo 
l'uso dd notirù fjfirmOi i^ quale. co< 
m' é veduto, amiamo masàimamento, 
è mninmamenti dikUuso a noi ; e quel- 
lo ec*^. 

Pia TE. — 5, 




t Pari. ?. — E il codn ttlcc. legj^o 

pftri. F» 

^ Nota che qui fì no' due luoghi sa- 
gù enti l'autoftì u&ò (7j3pp(p^Oj cioè II 
nome della passiono pel nomi^ del 
auggotto ; quasi come &e avesse det- 
to : 0)7 ni uni ino sia animo, 1/ inttti^ 
lione poi del discorso é prevenire ta 
mailita di chi volesse dedurre dal- 
l' ultima conclusione » che siccome 
ogni snimo è animo, cosi Tiiso d'ogni 
ariimo dehba essere eguulmento di- 
lettoso ^ cioè che nell'uso d'ogni 
animo sia egualmente la nostra fcii- 
cita. Al che risponde la sentefi^a co- 
si: Sia pure atiimo ogni animo ; puro 
r anime ragionale é più nobile di 
lotti, « però è piò amatii ; e però nel 
suo yso è tnassimamente dilettoso, 
cioè pipno di felicità e beatitudine, 
dì cift solo cerca il ragionaiìierklo^ ÌK 

*Sfanj£f, legge il cod. Gadd. i35 
primo; i§iansii, gli altri codici è fs 
stampe : adottiamo la tesene *tanzft, 
che non lascia luogo ad equivoci. K. M. 

5 ta volgata lezione è ; i' uno i dd* 
l' attro diUttìsiimo. Mo la nostra cor- 
rp?;lone ha per base la f-roposiiione 
(;he Dante ha stabilita di sopra; 
ruT(j dd ìitisiro QìiimQ è mnsxima- 
mvnte dilettojfo à noi^ queliù i nostrci 
filata ec. Vedi il >a^ffio, pag. 150. 
£. M. — Ed il Cod. Ulco, legge T uno 
e l'altro^ cioè come corressero gli 
ediL miL F. 



IL CONVITO. 



ùe\ conlGoiplare sfa piò, siccome, di sopra è narrato. QmyWù 
del pratico si è operare per noi vertuosa mente, noè onesta- 
mente, con prutlcnzìa, con temperanza^ 'con fortezza e con 
giustizia; quello dello spectdatìvo si è, non operare per noi, 
m^ eonsiderartì V opere di Dìo e della natura : e questo * suo 
e quell'altro è nostra beatitudlae e somma felicità, siccome 
veder si può: la quale è la dolceaza del soprannolato seme, 
siccome ornai manifestamente appare,* alla quale ^ molle voile 
cotal seme non perviene per mal essere coltivato, e per t's- 
si^r disviata la sua pullula zìone, Similemcnte può esser per 
molta correzione e coltora, che là dova questo seme dal prin- 
cipio non cade, si puote inducere del suo processo si che per- 
viene a questo frutto.* Ed è un modo quasi d' insela- 



^ 1 codici e le stampe : e quello 
è urtOf i qudValtro^ guasta lezione 
che potrebbe anche emendarsi : e 
quest'uno e queli'atiroj e dovrebbe 
intendersi^ e Vuno e l' alira^ E. ÌA. 
— ]| cod. Rice, legge : e quatù $quel- 
r nitro. P. 

* Dapo questa voce appara io se- 
gnerei punto ferrao, perciocché quin- 
di il disco TAO procede a coam bastati- 
tcmciilfl diverse dalle passate. P. — 
E punto fermo è nel e ad, Riccardi a- 
130. f*. 

^ Aita quahi come a suo proprio 
cfTeUo. P. 

* Ta volgata lezione dì questo i>as- 
so diceva: t p^r Bttirdiininfalaiiua 
jtuitulaziùiit, e iimiUmmte può astr 
fjT iwo//rt corruziont! e ouUurn, chu tà 
dóve quenio nemf dal principiai non m- 
df, si puofi inductre dei suo pr(\ce*in, 
Miccìit perviene a quéxl^ frutto. Gli 
CiliL mi), crederono di dover correfi- 
He/e così ■ . . - . p-rr moUa ccrruzfo- 
tir occulta ; thè ià doee queiUi iprite d^t 
priueipiù eade^ non ti pii<jk induce re 
dqi tuù proatao rin che periitrif n 
^mil9 frano. Ma II Pederrjiìi, non 
approvando le modificazicni degli 
cdlt* mil., tornò ali anttca lezione^ e 
cosi fcct^ il Witte, ponetido peraUro 
punlo fermo dopo la parola putluh-' 
^ìoive^ e correggendo (coma Jn fatti 
devo correggersi) Ctìrrunon* la ccr* 



Tezwne, P. -» S'io non pìglio erroroi 
egli è qui mestieri tornare alla ie^ 
^joTie connine, e IlC novello de'aigno- 
ri edit. mll. abbandonare. La ragione 
si è, che DantGf dopo aver magnifi- 
cato la dolcezza del divino samOf 
e^ce a rispondere ad ui^a que&tSoTie 
eh' e' ai tu tacitamente a m^^zo il suo 
di SCOI so così t Me quegli nomini ctie 
non hatifìo da Dio 11 dotio di questo 
seme, cion potranno superare di veni* 
re per nessun modo alla descritti 
beatitudine e felicità? E dice rispon- 
dendo ^ eht ih dQvB questa sema dal 
principio non vade, cioè ne' I neghi 
dov'è' non cade al tempo della sc' 
menla^ ti puot» indumre dal sua pra- 
ctao, ai può ivi procacciare un ram- 
pollo da esso seme germogliato, iiVr- 
che pitmetif a quello frutto^ 'cioè 
tantoché anche per questa via si pu6 
pervenire a ((Liesto frutto detto di so- 
pra. E seguila r autore dicendo, che 
v'ha come un modod'inselare l'al- 
trui nalLira sopra diverse radicele 
che per conseguenza nesaono è giu- 
stamente scusato dell'esser povero 
dtìi frutto di quel divino pome : pe- 
rocché chi non 1' ebbe per benellcen- 
ja della natura, pufi rimediarvi per 
via d'inseta^ione K fetori di figura 
l'autore vuole inscgiiarOj cho chi 
non ó buono e pt?rò felice per dono 
di natura, pu6 lieo essere por ^em- 



i 



I 



TRATTATO QUAtlTO. 339 

re^ Faltrul natura sopra diversa radice, E però uni Io è cbe possa 
essere" scusato ; che se di sua natura le radice V uomo non 
acquista semeuta^ bene la può avere per via d' insecazione : 
cesi fossero tanti qoelli di fatto ^ che s' inse tasserò, quanti 
sono quelli che dalla buona radice si lasciano disviare. Vera- 
mente ^ di questi usi l' tino è più pieno di beatitudine, che 
r altro; siccome è lo speculativOj il quale sanza mistura al- 
cuna è uso della nostra nobilissima parte, e (o quale ' per lo 
radicale amore, che detto è, massi ma mente è amabile, sic- 
come lo intelletto. E questa parte in questa vita perfettamente 
lo suo uso avere non può, il quale è vedere * Iddio (eh' e 
sommo intelligibile)/ se non in quanto V Intelletto considera 
lui e mira lui per lì suoi effetti, E che noi domandiamo que- 
sta beatitudine per somma^ e non l'altra (cioè quella delia 
vita attiva), n' ammaestra Io Evangelio di Marco, se bene quello 
volemo guardare. Bice Marco, che Maria Maddalena, e Maria 
Jacobij e Maria Salome andarono per trovare il Salvatore 
al mpnimento, e quello non trovarono, ma trovarono un gio- 
vane vestito di bianco, che disse loro : « Voi domandate il 
]» Salvatore, e io vi dico ohe non ò qui : e perù non abbiate 
» temenza; ma ite e dite alli discepoli suor e a Pietro, che 
> elio li precederà in Galilea ; e quivi lo vedrete, siccome vi 



piare uè medesimo sulle bontà degli 
Bltrl. P. 

t fnsetan vale indentare. F* 

* TaUi ì t45Slì : dij^am; errala I&- 
^ionfl. E, M, 

a Coututtocift. P. 

*Wi sembra matiirsstisstmo chfl 
ila da scrivere la quai^, sicché que- 
sto pronome fibbia riguardo non ol* 
l'Ileo, ma alla fmbìUsHimapfirdttnì 
iola con? ie rie il preti icato di masai- 
loa mente amabile» secondo le tom 
detto ; laddove dell' i«o si potrebbe 
d) re solamente ch'egli è somnijimen- 
te dilettoso. Ancora con quesiti diu- 
taxIoQe 61 dà ai periodo ttna miglior 
convenienza col principio éeì peno-^ 
de secondo. P. — Ed ìl cod/RkC^ 
legge appon lo ; parte ^ laqmit,¥* 

^ La comune legione et il qwxU 




avere è Tddio. A reiuacarla ne porge 
lume qoal p^sso del Pttr. XXViU, 
lOG, ove r autore parla de' troni cho 
atanno in contemptamne del divino 
aspetta^ e dice : « £ dti saptr che tut- 
ti htinno diletto f Qunniù la sua veduta^ 
ai prùfowfa Nel Vero^ in cht ii q^efa 
ogni ùitiitftto, Qaiiìci ai può vf dir cu- 
nis si fónda V ^ìkt beito mll' atto che 
t?ede ec. » E. M,— li Witte vorrebbe 
Jefiiere il quale avere é vedere iddio ; 
ma parmì non bene; perchè il soggetto 
cui si riferisce il quute è i' um. F. 

s Sommo iuteUigibile ^ Blgiiin^a jl 
somrao fra quegli esseri che si vede* 
no [e vale adira «i compre tiriono) solo 
col i l n te ) k U^i n on esse n d u ae osi b Ili; 
il più alto oggetto delle speculazioni 
dell umano j n teli etto ; quel bene ìa 
cui ogtii intelletto s" acqueta. P. 



im 



IL COJ^VlTO- 



i disse, t Per queste tre donne si possono intenderò fo irò 
sette deda vit^i attiva, cioè i?li Epicurei, gli Stoici e Ji Pon- 
patetici, che vanno al moniineniaj cioè ai mondo presente^ 
eh' è ricelEacolo di corruttìbiU coso, e domandano il Salvatore, 
cioè h beatitudine^ e non lo * trovano; ma uno giovane tro- 
vano in bianchì vestimenti, il quale, secondo la testimonianza 
di Matteo ed anco * flegli altri, era angelo di Dm. E però 
Matteo disse : « U angelo di Dio discese dal cielo/ e vegnendo 
» volse ia pietra e scdea sopr* essa, e i suo aspetto era come 
Tf folgore^ e le sue vesti menta erano come neve* » Questo an- 
gelo è questa nostra nobiltà che da Dio viene, come detm è, 
che nella nostra ra^one parla, e dice a ciascuna di queste 
seltc^ cioè a qualunque va cercando beatitudine nella vita 
attiva, che non ò qui; ma vada, e dicalo allt discepoli e a 
Pietro, cioè a coloro che *1 vanno cercando, e a coloro che 
sono sviati, siccome Pietro che Tavea negato, che in Galilea 
li precederà; cioè che la beatitudine precederà noi in Galilea, 
cioè nella speculazione. Galilea ó tanto a dire^ quanto bian- 
ctiezza. Bianchezza è un colore pieno di luce corporale, più 
che nullo altro; e ci^si la contemplazione è più piena di luce 
spirituale, che altra cosa che quaggiù sia, E dice: « e' pre- 
cederà ; » e non dice ; «e o' sarà con voi, » a dare ad inten- 
dere che alla * nostra conlempinzione Dio sempre precede; 
né mai lui giugnero potemo qui, il quale è nostra beatitudine 
somma. E dice : « quivi lo vedrete, siccome e' disse; i cioè: 
quivi avrete della sua dolcezza, cioè della felici tade, siccome 
Q voi è promrjsso qui; ciofe sìccomb stabilito è che voi aver 



1 Nm fo trobaiìo, leggo ottima- 
mente il pod. Vnt, r?rh-j concordando 
il lù con Stilìiatf}r^, <^iré la figura so- 
pra dì cui si gira tutto il disoorso. 
Gli altri tesU hanno la IrovtiTìfìt cine 
ta beaiitudine, lezione che pxth soste- 
nersi, m& che n nostro parere è da 
poapors Mi Ila vaticana. 1^. M. 

« Ed amo dfgti altri, cod. Gadd, I3^i 
ascondo e pr. sdii- U Uìscìont ; t ds- 
ffh alirij e anche em ec, E. M, — Ed 
anvkc degli ailri Vatifieliiii, U e od. 
Biccardtaao. F. 



3 L" (j mancante nelledì?. dei Di- 
sponi ai Euppli&c^eoi cod. Gadd. 131 
e 13j primo, e col Val. Urb., il qunJa 
invece di dal ttth legge di cìtto, d* ac- 
cordo col GadtL I3i. K, M. 

* 11 e od, Vat 4778 addirizza 1 er- 
Torodì tutti gli altri testi , i quaìl leg- 
gendo quasi concordemente i ta no- 
iira contfmpla^iorvi a Dìo mmpre prt* 
Cède, fanno dire a Ponte II rovescio di 
quelli] eh' egli ha vuluto esprimere, e 
Cile lìLi di già indicato colte parole del- 
r Evangelio. H. M. 



TRATTATO QUAllTO, 



Ui 



k 



posaiaie. E cosi appare che la nostra boatUudinej questa felt- 
cilà dì cui si parlaj prima trovare potemo ^ imperfetta neila 
Yìm a Iti va, cioò ndle operazioni delle morali ver tu, e poi ■ 
quasi perfeUa nelle operazioni delle intellettuali;" fé quali 
due operazioni sono vie spedite e dìnttiasfmo a menare alla 
iBomma beatitudine, la quale qui Bon si puote avere^ come 
appare per quello cbe detto è. 



Capitolo XXDI. 



^ 



Poiché dimostrato è sufficientemeotej e pare la difìnizione 
di nobiltà/ e quella por lo sue parti, come possibile è slato, 
è diehiarafcjj srcc^bò veder si puote ornai ehe è lo nobile uomo; 
da procedere pare alia parte del testo ehe comincia : Vauimaf 
cui adornu €sta bontaie; nella quale si mostrano i segni^ per 
li quali conoscere si può il nobile uomo, che detto è. E divi- 
desi questa parte in due : nella prima s' alTerma che questa 
uobiltà luce e nsplonde per tutta la vita del nobile manifesta- 
mente : nella seconda si mostra specificatamente nelli suoi 
splendori; e comincia qnrsta seconda parte: Ubidiente, soave 
f vergognom. Intorno dalla prima parte è da sapere che que- 
sto some divino, di cui parlato è di sopra, nella nostra anima 
jnconlanente germogNa, mettendo e diversìBcando ^ per cia- 
scuna potenzia dell' anima, secondo la esigenzìa di quellfl. Grer- 
nioglia adunque per la vegetativa, per la SL^nsìtiva e per la 
razionale ; e disbraneasi " per le virtù di quelle tutte^ diriz- 

* Cioè, appartf ti mostra chiara Itk 
definizii^ne di jtobitth. E. M- — Nel cod. 
Witn. le parole e jiftrs sono state cas- 
sate» e ^«mbru con rugiotie, ni percliù 
»ono ìnutilL i\ perchè I asciati eIdÌ a 
V avrebbe ripetizione della voce stes- 
sa, ili ce lido poco appresso l'autore; 

da pri?tVj^fr pnre. F. 

* Tutu l Ifisti virfifìtìandfl, lezioiia 
certamente acorr etta, Vedt il Suijgiùt 
pag. t6. £■ M. 

B Dihm'ìcaìti.itr* edj^,| codice Dadd. 
13S ta.H secondo e VaL Uib, fi* M. — 
Disbrancai^i, derivato da ifraiioi, pa* 
ma, qui vale diramati, diuiden. F» 



i Qfmsì imperfetlfj. lòggono tutti i 
leali. Ma Dante fa dì^tiuzionc tra im- 
ptirfrito © quasi per fitto: e dice che 
nella vita attiva trovasi fHicitàimp^r- 
ffitn, nelle t/ ita contempla E Ivo Telicità 
quoti perfetta ^ e coli oc? a poi la somma 
è perfetta fé li e ita nella visione di i>ia> 
ìa liliale non può averai che ne Da vita 
avvenire. K. M. 

1 il Biscioni legge d' accordo cnlle 
antiche stampe: e jfùi mUa pirfrtla 
quasi tietie nperà^ioiii. E, M- 

3 DdU intdttUmti mriù, pr. edii-, 
co^^ice Vaticano Urbinate e Yat. 4778. 




341 



IL CONVITO. 



zando quelle tutte ùUa loro perfezioni, e in quelita Hustenen- 
dosi sBWpre indrio al punto die mn quella parte della nostni 
aiiimaj eh», inai non muore^ all' altissimo ti glorkis-^ssimn &omì- 
lìante/ al cìeìt) ritorna ; o questo dice per quella prima, elio 
detta è. Poi quando dice : Uhidienie, some e irrgognosa^ mo* 
stra quello per i^he polenio conoscere V uomo nobile iilli segni 
apparenti, che sonu di questa ben tate divina operazione, E 
partesi questa parte in quattrOj secondocliè per quattro eladi 
diversaoìentc adopera^ siccome per 1* adolL^seenia, per la gìo- 
ventate, per la senettute,^ e per lo senio; e comincia la se- 
conda parte: In giovanezza temperata e forte; la terza comin- 
cia : E nella sua seneUaj la quarta comincia: Poi nella quarta 
parte ddla vita. In questo ^ è la stìntennia di questa parte in 
generale^ intorno alla quale si vuole sapere che ciascuno effetto, 
inquanto effetto è, riceve la similitudine della sua cagione, 
quanto è più possibile di ritenere; onde, eonciossjaeosacliò la no- 
stra vita, siccome detto è, o ancora d' ogni vivente quaggiù, sia 
causata dal cielo j e'I cielo a tutti questi cotali effetti, non per 
corchio coni più tOj ma per parte di quello a loro si scuopra ; * 



* I codici e le stampe tutto senti- 
narida ; sconcia lezione, pL'r riHutùre 
Ta qude basta II rifletterà che qui st 
allude al sema dwino mf\im tiQÌV mi- 
ma umuna, dì cui tanto si parla in 
questo e ne' due antecedenti capitoti, 
■L' QUis$imo e ghrioì^issimo semmunte è 
Il cielo, come qui subito si soggiun- 
gè. \L M. — QuianLo approvo W gjudi- 
cio de'eignori edit. mil. nella emenda- 
zione delb parola, tanto sento di do* 
vermi partire da loro lìolìa inLerpro* 
ta£ione dcil passo. Appunto perchè 
qui sì parla dei senK diinno ùtfam 
ndt' anma umana^ il seminante non 
pnh essere il cie)o^ che solo produce 
in vita l'anima senaiUva, ma dev'cs^ 
sere Iddio, il quale, pdale le neees- 
sarie condixioni, itifonds nell'anima 
della aoa bontl^, e qaetlo i quel tems 
di feliifilfij del qttale ai presenti ti pttr- 
la. Cos\ In frafift, al cielfìf non è già 
determinativa della persona dsl hg- 
minante, rtia sihbene sigoiflcdtlva 
delia sua dimora^ P, 



^ Nota smHttile per ee^hiesufi, a 
senio per det^tpitiEza, Pertican, 

8 Tu fwesfo l& pr* e db,. Tutti gli 
altri testi : in questa. E, M. — Piglisi 
qual piace meglio delle due l^xtonif 
è perà sempre mestieri dare ad am- 
bedue tu ffa«iì il senso d' avverbio» 
gotti atendendo ifmpu od &ra: così 
pure sembra Ivi ne cessar io supplite 
la lezione da fedire^ da mnstrarty o 
simile. P. 

* Questo passo legiferi come seguo 
in tutti 1 testi . i^ così conviene chr *l 
sua mo^imtnla sia fopraf e ntcccme uno 
arco quati tutte le «itó riiiene : b dico 
ritime, ti dfUi viifentit notando e ml- 
(finéOf cùms degli altri conv^tìgaHO **- 
aere quùji ad imtr^gine d' arcò assimi- 
§tiante. Abbiamo levato. V e innanil 
a cfìtìj perchè quest ultima particella 
è V immediata corrispondente d«l 
comio^iiac^^cfii detto di sopra: quin- 
di nella clauBola e dico htìene ec. si 
è supplita la parola ticmifii^ a collo* 
cato l' aggiunto vivmti dopo oHri^ 




th^ttato quarto* 



3i3 



* 



I 



così conTÌene che i suo niovimenln sia sopra ; * a sf^xointì 
uno arco quasi tutte le vite rìtieue (g dico ritienpj sì degli 
uomini come degli altri viventi), montando e volgendo * con- 
vengono i.'ssE?r« quasi ad immagino d' arco assi miglia n ti. Tor- 
nando dunque alla nostra sola^ della quale al presente s* in- 
tende^ é dieo ; eh' ella procede ^ ad immagine di questo arco, 
montando e discendendo. Ed è da sapere che questo arco di 
su sarebbe eguale^ se la materia deila nostra seminale com- 
plessione non impedisse k regola deir umana natura; ma pe- 
rocché r umido radicale meno e più e di meglìore qualitado 
e più a durare * in uno che in altro effetto/ il quale suggello 
è nutrimento del calore,* che b nostra vìta^ avviene che Tarco 
della vita d' uno uomo b di minore e di maggiore tesa, che 
quello^ deiraltroj per* alcuna morto yiolenta, ovvero per 
accidentato inferlade " affrettala; ma solamente quella, che 



p(*rctiè ÌA jàgiiind 8 il dislogamentù 
SODO indicati da Dante ove dice dap- 
prima ; /^ nfìsira vita .... e ancora 
d' ogni ^wentef & di poi : Tarnando 
danqui alla noEtra sola ec, ; e ([uando 
egli sveaae qui usato U termine ge- 
neralo mventìj non potrebbe più sog- 
giuDgerCj {jsrlando di vlta^ come de- 
gli tjUri, perocché aij^i altri, clo6 aUtì 
altre cose non vivonLE, non potrebbe 
attribuire ta aikif a^ non chi avesse 
perduto il cervello. Seguono f]niiL- 
mcnteiedue correxiotil già ragionata 
nel Saggiò, pag, S, la prima mfiTUan- 
dQ, invece della volgata lezione n-o-^ 
tundo (o roiafìdOf com' henne alouiiì 
codieijj appoggista alla dottrina del- 
l'autore, che dice subito dopo ; ad 
immagina di questo arm^ monlatidi} e 
diiCtndendQ; ed appresso : ta fì<ìslra 
vita non fasi» uUru, cha uno «olire e 
uno Éeind$r$; la seconda asmmiijtian- 
ti, in luogo di assomìglianig, Cùtnù sta 
in tutti 1 testi} dovendo raggiunto 
coocordare con vile. K. M. 

1 Forse intende tupiriare, o vo- 
gtiam dire, vincente 1' ostenaiOTié 
deirea&ere degli etTeUi istessl P. 

> Voigmda in basso. P. 

■Gli edit, mil. d' ^ccutdo col più 




detesti leggo rio precede* Ma priH^eJd 
tia q^ialcbe stampa antica e il cod. 
Kicc, e cosi non v'ha dubbio che 
deve leggcrst. R 

* A darart! per da duraref durati- 
li. E. M. 

^ La volgata legione è guasta co- 
me segue ; ? pi» a durare che in uno 
uUtiì t^tUù, E. tf . 

a Forse ò da leggere : il qtmh l 
suggello « ntitrimint^ dei caior ec- 
E. M. 

T Tutte le stampe e i codici {tran^ 
tie il Vat, 4778} malamente : gue^iio^ 
Vedi il Saggio, pag> 89, ÌL M. 

8 Questo ptr tnatitia nelT cdiziono 
del Biscioni, ma trovasi nello pri>ner 
Vedi il Saggio, l e. li. M. 

> N cod* «jadd. 135 primo usecon- 
dO| e il Vat. Urb, : inftrmitade. fel, 
M. — ^ l ti f irta mfirittde in luogo 
d' iufinntiù, o iuftfmitadet sono vuci 
registrato anche nel vocabolario eoo 
esempi d'altri autori afiticiii. Ma es' 
scodo manifesto che le due prima 
non altro Botio che uno atorpianiento 
delle dae seconde (la log] ttima j (idolo 
delle qoaU è dimostrata dal htino in- 
/irmi feti), non crederei che nel fior 
della lìiigua e nel e^to di Dauta 



IL CONVITO. 



Yulgo b * qmlh) U^rmìnCf del quale 



314 

nn!urul6 h rliiankita rial 
si (ìke per lu Salmista : 
non Bi può.^ j) E perocché ri maestro dtlla nostra vita Arist*i- 
tììe s'accorse di qat^sto arco/ che ora si dice, parvo volere 
che la nostra vita non fosse altro^ ehn uno salire e uno scen- 
dere ; pF?rà dice in quello, dove tratta di giovinezza g di vec* 
chiczzaj die giovanezza non è altroj so non accreseiinenlo di 
quella.* Là dove sfa il punto sommo di questo arco, per quella 
disagguaglianza che detta è di sopra/ è forio " da sapere; ma 
nelli più io credo tra 1 trentesimi^ e '1 quarantesimo anno: e 
IO credo che nelli perfettamente ^ naturati esso ne sia liei 
trcntadnquestmo anno. E movcmì qunsta ragione, che ottr- 
maraenle naturato fue il nostro sfil valore CristOj il quale volle 
morire nei treniaquaitrcsimo anno della sua età de; che non 



convenir!»! salvnrle, a dar tìL^ a 
stonalamenti ^inTattl. che oppartengon 
piuUosto agli usi del volgo, chi^ non 
alla prùprlGlh delln scrivere. S> 

< Qui tulli i Lesti li<Rgono con yi- 
z\ù%ù accri^ficimcnro di pam)6 i e eh? 
i quelli} trrmme, VtìdJ ìlSnffQiOj psg, S9. 

s Chi vorrà rivolgerai acì osservare 
aUentamenltì tuiro qvjesV oltlmo di- 
scorso, vi troverà, a mio parere, im 
guasto iSMì eoniiiiìerabìle. Dante ìn^ 
tende ad fnsiegosrc, che d^lla parte 
del Cleto te vite degli uomini s^reb- 
l>ero tutte egtiali ; ma cbt^ poi per la 
migliore o pÉ?ggiore quatìLli dell'ami* 
do rad a cala, avviene che i'arcQ deli» 
vita d' un uomo i di minore a fii ttutg- 
giì>r fesa, che queUo ddi' altro. Fino a 
questo punto lu aenten^n e le parole 
procedono in ottima ocjaipagniu. Ma 
in tutto quello Clio segtistdf mi pare 
dt vederij illrflLtanlo ciilflfamerjle^ 
cbo r autore, a scans < di mah inizili- 
KRnzatie'teitori, (iovctte essi3r£i fatto 
a dlthìsrsre cN egli paria della mog- 
giore mmof duiotu tisi la vita, tioD 
in q unti lo vi poLc§?e aver ijnrte la 
forzii d' alcuno aec^iJcntt}, come TerrOp 
filoco i BÌmìlip ma lemjdJcemfinte 
KCciink> il di lei coiso oaluiale. Cer- 



tamente 1' inciso : tnn tolaminte qnel- 
^4^ ec, che è HiàTìireiatamflnto M cor- 
rettivo d' uaa antecedente meno san» 
proposidune* manca ora della parte 
a cui risponda. Egli mi aembro per- 
ciò che in corpo a! ^csto il desideri 
alquante parole: e aggiung(ìrà> che 
CI edere! supplito BuJIìcienlemente ad 
esso difetto scrìvendo t Tomarnh 
ti^unquenlla ec.» che quello ddt' al- 
tro. E non dico per alcuna f natie viO' 
Irnta, amaro ec... ma sùiamBut$ quéU 
la^ È forse acche per qneUfi, ehe n*!* 
turale è dmmfita, dal tutgOf e c/tó (e 
qui &\ fnetiircfiU la ragiono della le- 
gione comune che fu aiterata, corno 
ai vede neUa nota auteced«ntej I 
qtiAio termini ec P. 

» Di che ora ai dke, le pr, edlz, 
E. hf. 

* Di qustlft \[li. l>. 

> Cio^i la disaggtuiglianjta nelU 
bontà deir umido radioole. K 

5 Far re j cioè difficile, l'crt icari* 

7 fiftlii p^rfommenli wt furati^ C03l 
tutti ì codici e le st^i^Ettpc ; ed è que- 
sto uno de' pili seunci errori dol €«»' 
ìm7o. La beìlLs^lma e sici^nssima cor- 
idiiono è dei Pertican, traiL dt^U 
scritttìri del ircctnto, tib. ì\, cap. 5. 



I 

I 
I 



* 




TnATTATO QVAUTO. 



345 



I 



I 



uni convenevole la BìvinHA slan^ cosi in* dicrcscioni? : né 
da credere è di' eììì non volesse dimorare In qucstó no&lra 
Yita al sommo, poiché stillo e' era * nei basso stato rìelfa pueri- 
zia: e Ciò ne manifesta Torà del giorno della sua morte/ che 
voli 3 quplìa cons^mìgliare colla vita sua ; onde dice Luca^ che 
era ^ quasi ora sesta quando mono, che è a dire lo colmo del 
di; onde J. può comprendere per quello quasi, che al trenta- 
cinquesimo anno di Cristo era il colmo della sua età. Vera- 
mente questo arco non pur per raejEzo si distingue dalle scrit- 
ture; ma seguendo li quattro combinatori delle contrarie 
quali tadi che si>no nella nostra composizione, alle quali paro 
essere approplata (dico a ciascuna) una parte della nrjsira 
elade, in quattro parti si divide, e chiamansi quattro eladi. 
La prima è adolescenza, ctie s'appropia al caldo e air umido; 
la seconda si è gioventule, chj s' appropia al caldo e al secco; 
la terza sì è seneltule, che s'appropia al freddo e al secco; 
la quarta si è senio, che s' appropia al Treddo o all' umido, 
secondorhò nel quarto della Metaura scrive Alberto. E ^ que- 
ste parti si Tanno simiglia u temente nell' anno : in primavera, 
in eslate, in autunno e in inverno. E nel di ciò è ^ intìno 
alla terza, e poi fino alla nona, lasciando la sesta nel mezzo 
di questa parte, per la ragione che si discerné,"' e poi fino al 
vespro^ e dal vespro innanzi. E però li Gentili ^ diceano che 



1 Tutti i testi : In ceni ifCrescione* 
B. M. 

* C'Érdf Icggotio dìrlUdmentG le 
pr. edii^i 11 Còri. Mfirc. secondo^ il 
Val. Urb. Pd tìadd, ^Hi- MaUmeii» 
to il llìscioni ; ch'era. E. M« 

2 Abbiamo espunto dal testo l'evi- 
dente glossema de'copiaO inlru&o in 
tutte lo &Lttmpi? e ti e' codici, tramo il 
Gfldd. 135 prima: cioè di Cripto. K. M* 

* Era. qwiii ara aestn, Cosi il ood. 
Tat. Urb. q le pr. ^diz. li Uisciunì : 
fra óra quasi sesia, Z* M* 

fi I codici e le stampe i A queiU oc. 
E. M.' 

« Il iTtscìani legg^ malamenUa cioè 
tutto unito. Il tod, VaL Urb, pef& 
legge aeoza qiicsta particella piùtpo* 



dltamente: E nel di infina alta fer- 
^n ; e con lui Vtt d' accordo il Gadd. 
1HÌ. Il Maro, aei^otido «d II Gsdd. 135 
secondo aggiungono eìob ancho Aùve 
prima sì parla dell'unno, leggenda: 
HelVaum. chi m primavera ec... E 
nel dì cioè in^nt) aliti tirisfi ce, E^ M. 

T Ch^ si dincerne, cioè che si capi* 
Bce, e cbo l' autore «piegherà più 
sotto; e vale a dire^ per esser Vota 
più nobile e più virtuoso di tutto i] 
dif equivalente al colmo delEa vita, 
a cui dalle dtifl parti opposte stanno 
vicine ei^ualmonte la gioventù e la 
vecchiezza^ E. H. 

* Si ù telila il glo&stìma, ciùè li Fa- 
ganij Che lucontraai jn tutti I t£St^ 
da noi vedati. K Èi, 




34(5 



IL CONVITO, 



il carro del sole avea quattro cavalli : Io primo chiamavano 
Eno^ lo secondo Piroi, io terzo Etoo/ lo quarlo Flegon/ sl^- 
condocbc scriva Ovidio nel secondo di Metamùrfoseos intorno 
alle partì del gbrno. E brievemente è da sapere che, siccome 
detto è di sopra nel sesto capitolo del terzo trattato, ìa Chiesa 
uso nella distinzione deli' ero del dì lemporaKij che soao m 
cmscuoo di dodici, o grandi o piccole,^ secondo la quantità 
del sole : e perocché h sesta ora, cioè il mezzo dì, è la più 
nobUe di tutto il dìj e la più vertuosa^ li suoi uflìcii appressa* 
quivi d'ogni parte, cioè di prima e di poi quanto punte; e 
però r ufficio della prima patio del dly cioè la terza^ si dice 
in fino di quella ; e quello della terza parte e della quarta si 
dice neUi principila e però si dice mezza terza, prima cho 
suoni per quella parte ; e mezza nona, poiché per quella parto 
b sonato; e cosi mezzo vespro* E però sappia ciascuno^ che 
la diritta nona sempre dee souiire nel comìncìamento della 
settima ora del di : e questo basti alla presente digressione.* 



4 



Capitolo XXIV. 

Ritornando'' al proposito, dico che la umana vita si parte 
per quattro etadi. La prima si chiama adolescenza^ cioè ac- 
cresciraenio di vita : la seconda si chiama gioventute, cioè età 
che può giovare cioè perfezione dare; e così s'intende pcr- 



4 Tutti l tea ti: Eithon. E. M. 

> Tuta i leali: FftJjioqeù. E. M. 

' La volgata dico piccoli, ma devo 
I ergerai pkcQfr, perchè ai ntensce 
noti 3i dlj ma alle ore. P, — E pie- 
t;of(f l^ggo il cod. Biccardiacio, K 

^ I codici lo stampe leggono con- 
cordemente apprtiso. Ma ai pongd 
tnenle al coDteato, e vedfassi che dee 
dire apprenda, cioè awt'tcìria. E, IW. — 
Ed iìppr^tm legge li cod. IViccardi»- 

B 11 lll5cior»i tort tutto t'i^ltre ediz. 
ii«!/ft tJrifjfa. Mù segucnda questa le- 
zione rlmuDC incerto qiial co^a debba 
sonare; ed il Cod, Uadd. 135 primo 
zi soEnministra qusLla eli 6 noi adoL- 



tifiamo. DirUUì valr^ giusta, lɧUUma 
e simili» E. M. ~ E la diritta legge 
il cod. Hiccardiano. F. 

E quptti) baiti nUa presente iigrn- 
xìom ; e poi vo^gi, cosi la volgata. AEh 
blamo tm lascia lo le ultime parole 
che d fiombrano appicoo dì qijalcbe 
insensato copista^ il quale le avrà ap- 
poate nel voltare la earta che aveva 
anito dì acnvere; e nulladìmeimti 
leggono hi tutte le stampe ed in tutti 
i codici, fuorciiò nel Vaticano 477S. 
J^. M. 

7 Cù$\ il Qùù. Vat. Urb, edUr«^ 
fiadd. 13Ì, 133 primo o sccoado. Il 
biscioni ed i Dodici Marc. : Ritornan- 
do a propùiìla ec» Ei M. 




I 
I 



TnATTATO QUARTO, 3i7 

ffita/ che Tiiilìo può dare se non quello ch'egli ha: la tonn 
si chiama seueltute : la quarta si chiama senin, siccomi^ di 
sopra è dello. Della priiiia nulio dubita, ma ciascuno savio 
s'accorda, eh' t'Ha dura infìno al Tenti ci nqucs imo anno: e pe- 
rocché infìno a quel tempo!' anima nostra intende al crescere 
e allo ahbelHre del corpo, onde molte e grandi trasmutazioni 
sono nella persona, non puote perfettamente la razionai parte 
diseernere; * per che la Ragitme^ vuole che dinanzi a quiHla 
età r uomo non possa certe cose fare senza curatore dì per- 
fetta età. Beila seconda^ la quale Teramento 6 colmo della 
nostra vita, diversamente è preso il tempo da molti» Ma la- 
sciando ciò che ne scrivono i filosofi e li medici^ e tornando 
alla ragione propia, dice che udii più^ nel li quali prendere si 
può e dee ogni naturale gludiciOj quella età ò venti anni** E 
la ragione che ciò mi dà, si è che 'J colmo del nostro arco è 
nelli tren tacinque^ tanto quanto questa età ha ' di salita, tanto 
dee avere di S'^sa: e quella sahia^ e quella scesa e quasi lo 
tenere dell* arco, * nel quale poco di flessione si discerné» 
A verno dunque^ che la gioveniute nel quarantacinquesimo 
anno si compie: e siccome T adoiescenza è ìu venticinque anni 
che procede^ montando alla gioventute; cosi il discendere, 
cioè la seneitute, è altrettanto tempo che succedo alia gio- 
ventute; è cosi si termina la senettute nel settantesimo anno. 
Ma perocché V adolescenza non comincia dal principio della vi- 
ta, pigliandola per lo modo che detto è, ma presso ad otto mesì^ 



I 



i Cioè, & per questa ragione s'in- 
tende esaa gioventù essere pei f&lla 
pETcectiè ntilloec. K 

» Cioè h porte ragionale non lìa 
perreUo ubo ti ì discrezione, P. 

• la fìfigionet cioè il diritto cibile. 
E. M. 

* Uuro Tenti ann[. P* 

G Ha di B&lita, cod. Mflrc., Gsdd. 
i3k, 1^5 primo e primsi edìz, U Biscio- 
ni : è di salila. K, M. 

■ £o Icmre detl' firco> cioè i^ tuogo 
dove si può prené^re^ hnere in manù^ 
a mfzzù. E, M. 

f Leggeremmo pr ecede j come dopo 
tegge^l da ìuliì succede ^ parlando del 




tempo ùhe sì discende Mia aneitu* 
te. V, 

« Nel Sagfiia^ pag. lSi2, avevamo 
OOTrclEo otto anni^ sembrandoci latra- 
no che V {tdoÌÉirenza al faccia comin- 
ciare ad otiti mefi, ctii che noi sianoo 
aelitli di chiamare iHfaHsiVt opuerisia. 
Ora però ne poro che Dania inchìmla 
Iq p»erì7.Ìonen adolescenza, ncn te- 
nenilo conto de'primi mesi della vitdj 
quMÌ che la q&bÌ li ranclnllosia in 
uno ^tato di semplice vegetazione, 
Uimeitiamo quindi nel testo nlio me- 
3iy come por Un e ì t: odi ci e ìq stumpe. 
E. M. — È peraltro da notarsi cho 
Dante stesso nel pria^o periodo della 



34» 



IL CONVITO, 



elópo quella; e peroccbè la nostra vita' ai studia dt sa- 
lire e allo scendere raffrena^ perocché 'I caldo naturate è meno- 
Tnato e puole poco^ e V umido è ingrossato non pi-r quantilu 
ma per qualità,' sic eh* ò meao vaporabile e consumcDile, av- 
viene che oltre la sencltule rimano della nostra vita forse in 
quantità di dieci anni o poco più o poco meno; e questo 
tempo si cliiama senio : onde avemo di Platone, del quale ot- 
ti ma mcn te sì può dire clic fosse naturato, e per la sua per- 
fezione e per la ^ flsonomia che di luì prese ^ Socrate, quando 
prima lo videj che esso vìvelte ottanta uno anno^ secondochè 
testimonia Tullio in quello di Seneliuie, E io credo che se 
Cristo fosse stato non crocifisso, e fosse yivuto lo spazio che 
la sua vita potea secondo natura trapassare, elli sarebbe al- 
l' ottantuno anno dì mortalo corpo in eternale trasmutalo. Ve- 
ramente, come di sopra e detto, queste etadi possono essere 
più lungho e più corte, secondo la complessione nostra e la 
coni posizione ; ma come elle sieno,* questa proporzione, co- 
me detto è, in tutti mi pare da osservaro,^ cioè di fare l'etadì 
in quelli cotali più lunghe^ e pìu corte, secondo la integrità 
di lutto il tempo della naturai vita. Per queste tutte etadl 
questa nobiltà, di cui sì parla, diversamente mostra li suoi 
effetti neh* anima nobilitata: e questo è quello che questa 
parte, sopra la quale al presente si scrive, intende a dimo- 
strare. Dov'è da sapere che la nostra buona e diritta natura 
ragionevolmente procedo in noi, siccome vedemo procedere 
la natura delle pianto in quelli^ ; e però altri eiistumi e altri 
portamenti sono ragionevoli ad una età più* che ad altre; 



Vita nuQua assegna tiìla puerizia 
QlV anni^ fflcendo dall' anno nono co- 
minclnre V ftàole^nenu ; onde sem- 
bKMobbG che il primo conc^Uo degli 
edit. miL rnsfic il migliore. F* 

^ Tutu i te&li tegg^vuno noalrii na- 
tura^ m&iì Hkc. IcggQ, conno p^rml ai 
dobba k'Kgorn, nottra vita. F- 

^ Cosi kggo il coù. Hicc. ; li ìeiìo- 
m CPPUne é : nf>n per in quaniità^ ma 
f er in qfmdtà. F. 

* Cosi Te pr. etìit, ed i cùdd, Vat. 
Urb,, Gadd. 134 o 435 primo. L' eili* 



riono Diacionì per la jiid fiaonomifL 
E. M. 

* Prtii, cioè innamùrò. E. M. 

ti Qui la volga tu è : in ^fueiita prO' 
jKirzioiìtf fini? riaulLQ una cosiruzione 
contorta. £»M. 

fi Oii^rtsaref leggiamo per più cliia- 
mM col codici Marc, invece di wr 
tìare^ tom' hunno le stampe* E. M. 

T Più lunghe g mtno, necomlo ec , 
il cùé. E&rb. ed 1 Ottdd. 131, 135 se- 
condo. IL M. 

8 C«^ U cod. Gadd, 134, lì VH, 




I 



I 



TRiTTATO QUARTO. 349 

nellì quali* T anima nobilitala ordinatamente procede per una 
semplice via, usando li suor atti ne Ili loro tempi e etadi sic- 
come all'ultimo suo frutto sono ordinati. E Tullio in ciò s'ac- 
corda m quello di seneUttie. E lasciando il fìgurato, che di 
questo diverso processo dell' eladì tiene Virgilio neifo Eneida; 
e lasciando stare quello che Egidio eremita ne dice nella pri- 
ma parte dellù reggimento de' prencipi; e lasciando stare quello 
che ne tocca Tullio in quello degli U(fici; e seguendo solo* 
quello che la ragione per sé può vedere^ dico che questa pri- 
ma età è porta e via per la quale s'entra nella nostra buona 
vita. E questa entrata conviene avere di necessità eerte cose, 
le quali la huona natura^ che non vieu meno nelle cose ne- 
cessarie, ne dà; siccome vedemo che dà alla vite le foglie 
por difensìone del frutto, e i vignuoli^ colli quali difende e 
lega la sua imbecillità/ sicché sostiene il peso del suo frutto. 
Dà adunque la buona natura a questa etadc quattro cose ne- 
cessarie air entrare nelb città del ben vìvere. La prima sì è 
obbedienza; la seconda soavi là; la terza vergogna; la quarta 
adomezza corporale, siccome dice il testo nella prima parti- 
cola. È dunque da sapere, che siccome quelli che mai non 
fossp stato in una città, non saprebbe tenere le viesanza in- 
«egnamcnto di celui che T ha usate;* cosi t' adoìescente ^ 
À* entra nella selva erronea* di questa vita non saprebbe 
tenere il buon cammino, se dalli suoi maggiori non gli fosse 
mostrato. Ne il mostrare varrebbe, se alti loro comandamenti 
non fosse obbediente; e però fu a questa età necessaria l'ob- 
bedienza. Ben potrebbe alcuno dire così : dunque potrà es- 
sere detto quelli obbediente che crederà li malvagi comanda- 



I 



ITrb. e le pr. edlz. U più tnanca nel- 
la stampa del HiaciODi, E. M. 

1 Avvertaai cho fìrlti quatte rela- 
tivo di noi, e che tuUg le parole fra 
proced'f in noi, & nelli quah i" anima 
nobilUfiia ec ,, rorpaano un Benso in- 
terposto. E. M. 

' E «Bruendo SQÌQ chi t<i rtìgi^int CC, 
J" odk* del Biscioni. QuelÌQ si ag- 
giunge colle pr. edÌT., col cciJif^^? VìéL 
Urb, e con ambi^diie ì codici Marc.^ 
ne' qua li èso^tiaio in margino. £. Bd. 




> Cioè la »uà debolezM, F. 

* Chi i' ha maki^ leggono gli edit* 
mil.; chi r ha usa^f^ leggono il Gadd» 
13ij n RSccardiano e le prime edizio- 
ni. 1?. 

s rei il VadoUscm^a, legge il Biscio- 
ni. Noi ndouiamo la ie^tone de'cotid* 
Miirc.j Barb.t Gudd. fSi e rS^ secon- 
dn, e delle pr. edizioni. II. M, 

fl M.Wi ritrovai pfr una sdrfi ón^urrtt 
fJìt la diritta via tra $marrHa.B\.uhr* 
no, 1, a^i:. M. 



2m 



a cOiVviTO. 



mentii come quelli che crederà li buoni? Uis^pondo che Tinn 
fia quello ' ohbedienzb^ ma trasgressione : che se lo re co- 
manda una via e il servo ne comantìa un'sliraj non è <3a 
ulihidire il servOj che &arebbe disubbidire io ro ; e cosi sa- 
rebbe trasgressione.' E perù dice Salomone, quando intendi; 
correggere il suo flgHo, e questo è lo primo suo comanda- 
mento : « Odij^ figlio mi{), l' ammaesÈramento del tuo padre, » 
E poi lo rimuove incontanente da ir altroì reo consiglio e am- 
maestramenlo, dicendo ! « Non ti possano * quel fare di hh 
» singhe uè di diletto lì peccatori, che tu vadi con loro, » 
Onde si tosto com* e nalo^ lo figlio alla mammella** deUa ma- 
dre s' apprende ; così tosto, come alcuno lume d'animo in 
esso appare^ si dee volgere alla correzione del padre, e "l pa- 
tirò lui * ammaestrare. E guardisi che non gU dea di sé esem- 
plo neiropcra^ che sìa contrario alle parole della correzione; 
che naturalmente vederne ciascuno figlio più mirare aUe ve- 
stigio delli paterni piedi, che air altre. E pero dico e co- 
manda h legge, che a ciò provvede, che la persona del padre 
ss^mpro santa e onesta dee apparcre a' suoi figli : e così ap- 
pare rlie la obbidienza fu necessaria in qio^sta età. E ptTo 
seri ve Salomone nelli Prùveròii, che quegli che umilmente e 
uhbidicnleniente sostiene"^ dal correttore le sue corretto ri 



I Qfteih è qui posto tìSBolutamen. 
te per quella mm, {jttHi" nziùne o sì- 
mìk. Puro IL coil. VaL Ufb. logge ; 
tran /Sa qitdìa obMien^a , ed il Godd* 
las pHmo : qudtfi n^n fia (Mtdii^tì- 

» Nel csan preaente Qf^unquc sotlo 
nomo del Ro fl' ititende Iddio coman- 
Ontoi^ del bene ; a soUo fìgura del 
Pii;rvp ^1 matf^iori dalli malvagi co- 
tnnfidamenti. V. 

* LeggiBmci Odi e&ì cod. Vat. Urb. 
ecolGadd- lat, ti lUsdoni eoo nitrì 
testi r Àudi. E. M, 

* iVon /■' poim fifì leggono correttJi* 
«ìetHiO \ codd. Tfìv., Uark, Gadd. f 3i 
15 Vat, 1778, Il Biscioni pùstand. l'are 
poi che dovrebbe dirsi con naaggior 
'l'i^j^Uhi ai testo della Scrittura: non ti 
^mam taUare ec. a FUi mi, at to 



tflctEivcrlnt p&ccatores, ne ncquiescoft^^ 
eis. B Prow., cap. 1, v. 10. E nota chi . 
r Aul;ore, attenendofii alla meta foni" 
del Ifìttaret H piglia immetiiatomenle: 
Ofifìe*... to figlio alia mummelta deUa 
mndrs *" upprtHde ec, ; co&lcchò la no- 
stra congettura quasi si converte in 
crrte?.ia. E, M. 

* Così le pr. etlijt, ed ilcod. Trk» 
Il Biscioni : alia Ulta ddla mudre ti 
prende. Inyoce di sì prcncfe, i cod, 
Vat. Urb, e Gadd. 1XÌ tvanno n'ap- 
prende. E, M, — Giicdit. m\\. Jogg«- 
vaao : Ondt xiecnttifi unto tnito ìa figlio, 
mo il Witto COI rcssQ : Qnd» ti (atf^ 
com@ i nato la figtio. l^. 

^ ijii ad ammaetlrare, ìe pr. cdìx. 

7 Sortirne ttl i^T rettore, leggevano 
gtl edjt. mlt e il Pcdc?rzini iptar- 



I 



J 



TRATTATO QUARTO, 



351 



prensioQÌj sarà glorioso; g dice sarà, a tiare a intenderla che 
egli parla all' Bdoìesi^ante, che non può essere * nella presento 
età. E se alcuno calumiiasào cfò che detto e pur del padre* 
e non d' altri ; dico che al padre si dee reducere ogni altra 
obbedienzia; onde dice i* Apostolo alli Coiossensi: i Figliuoli^ 
i> ubbidite alli vostri padri per tutto cose; perciocché que- 
> sto vuole Iddio. * E se non è in vita il padre, reducere si 
dee a quello che per lo padre è neir ultima volontà in padrti 
lasciato : (5 se '1 padre muore intestato, reducere si dee a co- 
lui cui la Ragione ^ commette il suo governo : e poi debbono 
essere ubbiditi i maestri e maggiori; che* in aleuno modo 
pare dal padre, o da quello che loco paterno tiene, essere 
commessi). Ma perocché lungo è stato il capitolo presente per 
ie utili digressioni che contiene^ per altro capìtolo le altre 
roso sono da ragionare» 

Capitolo XXV* 



I 

I 



Non solamente quest'anima*' naturala buona in adolc* 
scenza è ubbidiente, ma eziandio soave : la qual cosa ò 1' al* 
tra eh' è necessaria in questa età a ben entrare nella prirta 
della gioventù te. Necessaria è poiché noi non potemo avere 
perfettJi vita sanza amici, siccome ncir ottavo dell* Elica vuole 
Aristotile; e la maggior parte ^ dell' amisiadì si paiono semi- 
nare in questa età prima^ peroccliò in cssii ccmincia T uomo 
a essere graziosii^ ovvero lo contrario : la quaL grazia s' acqui- 
sta per saavi reggimenti, che sono^ dolce e cortesemente par- 

pretavaT porta iti ìérm^io e inreve* 
Tenza del comitore ; ma it Wi Uè cor- 
resse : imiiinf dal corrftiore. F, 

1 Glorioso. P. 

> LotenUit E ae aicnno ripr^ndeti- 
«0 il mio discorso, perchè in segna 
che fila da obbedire ii\ padre, g noo 
dice fìnci»e ùd aUrij, rispondo che al 
padre ce. P, 

3 Lo leggo. P* 

* In quo! cosa ha ragionevole aspet- 
to d'essere come comandata dai pa- 
drop da quello che loco paterno 




* Qui ti testo era cosi viziato in 
Uitti L codici (tranne il R\cc4 e nel- 
le stampa ; A'o» solamsftfB qui^sii' ani- 
f»a è Hiiltirata tìuona in adoUfctatap 
e tiòbidimzat e utibidisnlef ma eo- 

« il cod, Vat. Urto, : le maggìùri 
parti delie amhtadi paiono iemifiarsi. 
E. M. 

7 La comune lezione ds' coorci 
delle stampe [Lranne il secondo Marc, 
ed il (indd. i;t5 secando, i quali han- 
no Eorttsisìiimfimrnte pfirlar ec) è Ja 
seguente atranisslmu : ette sgno ddd 



SSl IL COFIVITO, 

IsrCj dolce e cortesemente servire o operare, E però dico 
SaloBioiii^ i\]V ac!oli*sceTitG figlio: ff Gli schcrniiori Dio gli seher- 
]& niscCj a Ili ninnstictì Dio darà gratin. ^ \1 nltrovc dice : 
«s Biraovi (\dt tq, la mala bodca^ e ^ìt ' aUi villani sieoo lungi 
]» da te; » per che appare che necessaria sìa questa soavità, 
carne detto è. Àncbe è necessaria a questa età la passione 
della vergogna; e però la buona e nohile natura in questa 
età la mostraj siccome il testo dice : e perocché la vergogna 
è apertissimo segno in adolescenza di nobiltà,* perchè quivi 
massi ma mento è necessaria al buon fondamento deJla nostra 
vita, alla quale la nobile natura intende^ di quella* è alquanto 
con diligenza da parlare. Dico che per vergogna io intendo 
tre passioni necessarie at fondamento della nostra vìlo buona: 
r una si è stupore : l' altra si è pudore ; la terza si 6 vero- 
cundia; avvegnaché la vojgar gente questa distinzione non 
discerna. E tutte e tre queste sono nef^essarie a questa età 
per questa ragione : a questa età è necessario d' essere reve- 
rente desideroso di sapere : a questa età è necessario d* os* 
sere rifrenato, sicchò noii Irasvada : a questa età b necessario 
d' essere penitente del fallo, sicchò non s' ausi a fallare. E 
tutte queste cose fanno lo passioni sopraddette^ che vergogna 
volgarmente sono chiamate; che lo stupore è uno stordimento 
d* animo, per grandi e maravijjlmse coso vedere^ o udire, o 
per alcun modo sentire; che in quanto paiono grandi, fanno 
reverente a se quello che le sente; in quanto paiono mira- 
bili, fanno voglitoo* di sapere di quelle quello che le sente. 
E perù gli antichi regi nelle loro magioni faeeano magnifici 
lavori d'oro e di pietre e d*artifìciOj acciocché quelli che le 
vedessono divenissono stupidi, e però riverenti e domandatori 
delie confìizioni* onorevoli dello rege. E però dice Stazio, il 



t eorliii uminfe, parlar cf^jict ec. V , il 

1 £ Qii aitn alti vHtanit porla nu 
tutti ì tfóàli; cno qiieh'afffi é mula- 
in e lite intruso, e bastiì d^ir u\V oc- 
cli]j)Uol passDdtilliiScrmura per (ioti 
(ilùdLibUarnc. £. U. 

^ Unde si raccontA cli« IHoijfìne^ 



veduto un giOTÌn«Uo ftrrosàiré, gli 
dicesse ; Fa' buon animo ^ vhé il Totvh 
re é il colore della. virlùAùM. 

A Diqìte^ftfi è alquanto ec, il codice 
Godd. 134 e lo pi. ediz. E* II. 

* Dtiidtroitìf Ja pr. edii. E. M. 

« Diik C9U tmarevotit le pr. cdii* 




TtllTTATO QUARTO. 



355 



Mca poela^^ nel primo delta TtìJjana stGna^ che quando Adra- 
sto' rtge dell! Argivi vide Polinice covert(> d*un cuoio di 
kone, e vide Tidt^a coverto d' mi cuoio di porco sai valico, e 
ricordossi del risponso eliti Apollo dalo avea per lo sue fis^lw, 
che esso divenne stupido; t; però più reverente e più c*esi- 
deroso tlt sapere. Lo pudore b uà ritrarimento d'animo rfa* 
laide cose^ con paura di cadere in quelle; siccome vedemo 
nelle vergini e nelle donne buone e nelli adolescentij clic 
ionto sono pudici, die non solamente là dove richiesti o ten- 
ta tt sono di (ideare/ ma ove puro fileuna immaginazione di 
yeuereo compiacimento avere 5) possa, tutti si dipìngono nella 
faccia di pallido o di rosso colore. Ondo dice il soprannotato 
poeta nello allegalo libro primo di Tebe, che quando A cesio 
nutrico d' Argia e dì Deilìlo, figlie d'Adrasto regc, h menò 
dinanzi /jgtt occbl del santo padre nella presenzia delli duo 
pellegrini,^ cioè Polinice e Tideo, le vergini pallide e rubi- 
conde si fecero, e li loro occhi fuggirò da ogni altrui sguar- 
I do, e solo nella paterna faccia, quasi come sicurij It tennero 
vólli.^ Ob quanti fallì rifrena questo pudore I quante disone- 
ste cose e domande fa tacere ì quante disoneste cupidi tati 



i È atruno che Dante chiami Sta- 
ilo poti fi dQÌc$, perchè nti^i la fanta- 
sia di Stazio è tntlPt terribile; ma è 
qui jiuveUa riprova che a Oaotcì pio-^ 
ceva ^Stazio, e Torse la di lui nerez- 
za era ]a qualilh che più piaceva al 

orribilissimo Alighieri. Perticari.-^ 

oir^idimeoo è anche probahilc cho 
Uonlc ctìiamomlo qui Stailo H doke 
pottn, nirndà [come in quel verso del 
Piir^.. Xìt BS I Tanta fi* dolce mia l'O- 
caie *pÌTto] alletogìo che di Stazio fa 
Giovenale. Sat, VII, v* 82 e seg « Cwr^ 
ritur o^J l'OC^rti pimindiim et cfirtìun 
amkm Thftuido*, tmUim f&cìi ciim Sta- 
t\u& urbtm Promisi tque diem: tanta 
datc^im capto* Àfftcit Uh finimaa. tt 
E. Bf. 

' Adrarto leggono correttamente 
In questo luogo e più sotto, ìi cod. 
Vat. Urb., il Vat. iV778 e le prime 
&àlt. n Uisoloni storpia questo nomt; 
in Adattro, e par conipiaecfaené luìl- 




Ja noia. Tutti i teaU in luogo di Ar* 
tjivi leggono Argi: noi me Iti amo in- 
tera questa pnrola, aupponendo che 
ala stata muli lata dai copisti, i quali 
ne avranno confuso l uscita cnl |>rm^ 
i pio del I a segu e nte, À rgim tfide . li . M . 

S Da laidi^ cow, leggiamo coi coijd. 
Vat, Urb., Barh. GadiL l:H e IBoac- 
condOp II lììscioni di iaidpco^. E. M, 

* Questo passo si le^ge corrotto 
in tutti i codici e in tutte le stampe : 
ma 016 puTti ahmm ìntmagitmsiùm 
di tsengrso compimento ot^erij ai pus* 
te ec. E. M. 

» 11 cod. Vat. Urb. e il Gadd. t34' 
primo : deUi dm péilesrini Polinice $ 
Tvho. K. M, 

« Cosi il cod. Bsrb. e il Gadd. 
13^ secondo. Véla manca in tuUi gli 
et tri codici o ne Ita stampe. Vedi il 
passo di Sta7Ìo, Thtb.i f^am E. M. 
— Non matsca pcroltro nel cudjce 
Uiccardiano. 1^ 



35i 



TL CONVITO* 



VJiiTt'cna ! quante mtììe tenlajtioni non pur uHIn [jtidir.'i pt^- 
sonn (li ili (In,* \m (eziandìo In quello cht? ìiì gUi'irdà \ quant(3 
laide ptimlc ritiene ! che, siccome dice Tullia nel primo degli 
Utfìcii: (( nullo atto è lafdOj che non sì.i laido quelìo fiomi- 
* nare : * » t; poi (o pudico e nobile uomo mai non ^ parlo slj 
che a una donna non fossero oneste le sue parole. Ahi quanto 
sta male a ciascuno uomo che onore vada cercando^ menzio- 
nare e ose che neHa bocca d' ogni donna sileno male 1 La 
verecundia è una paura di dìsonoranza per fallo commesiso; 
e di qnc^sta paura nasce uno pentimento (ì(d fallOj il quale ha 
in sé un' amaritudine eh' è gastigamcnto a più non fallire. 
Onde dice questo medesimo poeta in quella medesima parte, 
che quando Polinice fu domandato da Adrasto * regc del mn 
esseri^ eh* egli dubitò prima di di cere per vergogna del fallo 
che contro al padre fatto a vea, e ancora per U falli di Edipo ^ 
suo padre, che paiono rimanere in vergogna del figlio; e noti 
nominò suo padre^ ma gli antichi suoi^ e la terra^ e la ma- 
dre ; perchè bene appare^ vergogna essere neeesi>aria in quella 
etade, E non pure obbedienzia soavità e vergogna la nobile 
natura in quella età dimostra, ma dimostra bellezza e snel- 
lezza di corpù, ?^ìccome dice il testo^ quando dice : J^ ma 
persona adorna.^ E questo adorna è verbOj e non nome.' 



1 fifi^dfi^ cioè toglie di e pera ti- 
ra- \\ 

' H«D Ki pare matiiff^Blo che Don- 
l«i AETÌYBva qnì £1 ^ola fsée dfìllii 
rtinmorio ; pei ciocché Tullio dice 
tallio dì più foritrn il turpi Inquìo^ 
nlOfi cìio LqI cosa sBrh onesto a fare 
purctié ficgretìiimeiiEc, che à dire è 
dl»»ncKlrt< Kcrfì le su(^ parole : v Quod- 
t}uti fnmti iurpi nati eH modo t^cMUtf, 
fii àicrrt i}b$C€Pnniìi esLv De Offlic., I, 
in W, \\ 

• TmIU l 'testi tuinnu : mnì nnn pnr- 
hi MIA leitencto quoJJta iPKione, Jn 
tmiilin7ic)ntì rif^hSedfirehbe in t^n^uì- 
l«* ' li) che a tìtìn linmia noti iriinino 
im$%h re, lìuonii p^irò ò lo seguehtd 
intiutift flel COLI. Ciftdd* 1^5 pnmo: ^ 
nmk^ tiiii* pur tu criir^ che, por§rndoU 
U*m ^amm, non fouxera omn«. E. M* 



— E questa varietà di le7Ìoae può 
servire di chlnsa alfe parole del Ifl- 
Bto. W 

* Adra^lo^ correttameli te U fod. 
Gadd. 1^5 primo. U RisciODi & tutti 
rIì oltrì testi t Adftfiro. E. M. 

s Cosi i codd. Vnt. Urb. f- ììarh. U 
Biscioni: di Edipo il suo pndre. L. M. 

fi Invece dì uftQrnn^ conne leggooo 
tutti i M$S. e tutte le Etampi^, rIì 
edjt. mil- in ambedue t lunf»bi l^ig- 
jgono ùecantia* ^ Ipg^on cosi, perche 
(dicon essi) nel lpi*t« deUa cannone 
ietIgcBl Rccfoncin. Ma anco nella can- 
70iie trovasi in rnolU codici h varia 
t«7Ìone adrtrna. F, 

7 Abbiamo qui espi] nlo qucUo che 
seRniCa m tutti i testi, ed è gbase- 
ma : ntrto^ dim, infìrmlito del tfmpQ 
wHenit in tersa Tterisotii, E. U, 



1 



1 




TRATTATO QUARTO, 



355 



I 



Uv'è da sapi^ro diG nnchù è necessaria* quest'opera atla 
nosira buona vita, che la nostra anima conviene gran parie 
delle sue opf^razlont operare con organo corporale; e allora 
opera Jiene. cho '1 corpo è bene per h sue parti ordinato e 
disposln. E quando egli è bene ordinalo e disposto^ allora ò 
bello per tutto e per Ib parti; fhè l'ordine debito delle no- 
stre membra rendo un piacere non so di cbe armimia inira- 
i>t!e; e la buona disposi zìone^ cioè la sanità, getta sopm quelle 
uno colore dolce a ri^^uardare. E cosi dicere che la nobile 
natura lo suo corpo abbellisca e faccia comto e accorto/ non 
è altro dfre^ si non che V acconcia a perfezione d* ordine : ' 
e queste* altre cose che ragionate sono, appare essere neces- 
sarie air adolescenza^ le quali la nobile anima, cioè la nobile 
natura, ad essa primamente intende/ siccome cosa che, come 
detto Èj dalla divina provvidenzìa è seminata. 



Capitolo XXVL 



I 



Poiehè sopra la prima particola dì questa parte, che mo- 
stra quello per chiì poltjmo conoscere l'uomo nobile alli se- 
gni apparente ò ragionato; da procedere è alla seconda parte, 
la quale c^mineia : In fjiomtwzza temperata e faì-ie. Dice 
adunque, che siecomo la uobdiì natura in adulescenza ubbi- 
diente, soave e ycrgognos^, adornatrice delia sua persona sì 
mostra, così nella gioveutute si fa temperata, furto eil amo- 
rosa, e cortese e leale : la quali cinque cose paiono e suno 
necessarie alla nostra pi^rfeziune, in quanto a verno risp-tio a 
noi medesimi. E intorno dì ciò si vuole sapere che lutto 
guanto la nobile natura prepara ■ nella prima etode, è appa- 



t CiJS^ cn!le prime edU., coi cod. 
Wflrc- e ^M Gadd. 13i^ OS prìmtì. 
L tìùìz. Biscioni: tiecimario. E. M. 
^ tiileodi ciiiear opera della nobiì 
madre nalurs. cioè racconciare h 
persona, P, 

> Comto (da comptuà) vale ornata. 

^i corto deo pai qtH valere pf&p&r- 

cianaio, pprchò qui raulorc Tauri- 

tttdscc al €orpo, e non all' animo, ¥. 

B * CiO^, ftU da o: diài! pi'L>[^or£ÌonaUi 



al e 003 egu Ito culo dell! mtL p<5rfe- 

* E con tihft CQSfi Ifjggouo cc3(i evi- 
dente guaslo tutti 1 codici e tuUe le 
stampe. K. M. 

^ lutetide, cioè somimuisira^ aì- 
mile, E. M. 

La volgata È; ii vmlt mp^rre dtó 
ciò che tnUtt r/uaij^a la tìtiblit tuititr<i 
prtparn. La ItrJono die ho po^ta 
nel U'£Eo è ùù) GOih Riccardi a ne. ¥* 



356 



IL CONVITO, 



recchiato e ordiruitn per provvedimeli lo dì nntura iiTìÌvpnuih\ 
che ordina h irnvikuhm ;iMa sua perrtiziono.* Qui^sta ptTre- 
zbnc nostra si può doppJnnienlé considerare. Puotesì nmst- 
denirtt secondochè ha rispiviio a noi modusimi : e questi iit'JIa 
Tiiistra gioventute si dee avere, t^he è colino della nostra vita. 
Può tesi co US idem re secondoehè ha rispetto ad altri; o peroc- 
ché prima conviene essere perfetto^ e poi la sua pijrffziono 
comunicare ad altri^ conviensi questa secondaria perfeziono 
avere appresso questa oiade, cioè nella senettute, siccome di 
sotto si dirà. Qui adunque è da ridurre ' a monto quello cho 
di Sijpra nel ventiduesimo capitolo di questo Craltatu si ra- 
giona dello appetì tOj che in noi dal nostro principio nasce. 
Questo appetito inai altro non fa che cacciare e fugi^'ire : ^ e 
qualunque ora esso caccia quello che o da cacciare * e quanto 
si convienéj e fugge quello che è da fug^are e quanto sì 
conviene^ J' uomo è nelli termini della sua porfiZione, Ve* 



1 A cikhiarazione di qtJOGto luogo, 
ed iti servigio degli studiosi deiriin- 
litft filoso fini, mi piace porre qui al- 
quante doUisftimc paiole dei Vùrchi^ 
/,ei;. dcHu iVat, e. 12: « La natura 
universale non è .lUro che una vir- 
tù attiva, ovvero caglotae efTìciente 
In alcuno principio universale^ ov- 
vero in alcuna sostanza tsuperLorc^ 
come «Olio t deli e r animo loro, 
cìoù le intelligence cho gli muovo- 
no. Onci e la naluro utiiverBale non 
è altro cho la virtù celeste; o la 
yjrlù celeste non è tìitro, secondo 
olcuio^ che la for7.B e potenza delie 
stelle , la quale discendendo, me- 
diamo i raggi in questo mondo In- 
feriore, genera o mantiene tutte le 
eo&e ; e per questo diceva il lllotso- 
fOj rtiomo il sole generano ruo- 
mv. Iftà secondo alcuni altri quieta 
Virtù celeste si cagiona dal movi- 
mento del cielo, é non è altro che il 
calerò disseminato , cioè sjjsrso e 
dilTusu per lutto rtmi verso, il quale 
eredmio aiouni che sia l'anima del 

moiido; secondo Platone eo E se- 

condo alcuni è quel lepore etereo, 
cagionato non tati lo dal mota dui 



cielo, quanto dal lume se*.*,* Basti, 
che la natura universale, che è lutto 
ìi corpo ceie^te^ anj^ì i Qussl o piut> 
to^to di-'llu^si de' corpi celesti^ e iti-' 
gonima le cagioni universali di tutto 

lo cose ec la natura particolare 

non è oitro che una virtù attiva^ 
ovvero cagiona eflìcienle, la quale 
cotiserva o dirende ^quanto può it 
più) quella cosa, qualunque ella sìa 
tielUi qitalo ella è natura ; e questa 
non opera cosa nessuna, so non in 
virtù di quella: tantocJié la nalLrd 
parlicoiare^ ovvero ìnrertore, si può 
chiamare quasi strumento ri£;>etto 
alla natura universale e superio- 
re. » P. '^ 

> Hidnctrf, pr. edtsE,, cod. Gadd. 
134 Vat. Urh, \i. M. 

9 Casciare qui »ta nel senso del 
lat. veneri f non già dell' fmpctk'r$ o 
del fugare, È inr^tli dell' oppeliLo 
umano o l'andar dietro aJ un og- 
getto per ottenerlo, o far tutto per 
evitarlo. Cacciar* è del primo j ^ff- 
Qiré é del secondo caso. S, 

*^ le duo claustìle da tacmr* e da 
ftì§f}irt mancano in tutti i testi, Ve* 
di il SiuiìiOt p^èl- S^^ ^' U. 



TRATTATO QUARTO. 



357 



ramentG questo appetito conviene essere cjìvnlcato dalla ra- 
gione; che siccome uno sciolto cavallo, cfuanto ch'elio sia di 
natura nohile, per se sanza i! buono cavalcatore bene non st 
conducCj e cosi questo apprUitOj che irascihile e isoneypfsei- 
bile si chiama^ quanto eh' elio sia nchile, alla ragione uhbi- 
dire conviene ; la quale ^uida quello cori freno e con isproni : 
come buono cavaliere lo freno usa^ quando clli caccia; o 
chiamasi quello freno tcmperanzaj b quale mostra lo termine 
jnfìuo al quaìe è da cacciare : lo sprone usa^ quando fugge 
per lo tornare ^ al loco onde fuggir vuole ; e questo sprono 
si chiama fortezza ovvero magnanimiià, la qual vertute mo* 
stra lo loco ove è da fermarsi e da pungere.' E cosi infrenato 
mostra Virgilio^ lo maggior nostro poeta, che fosse Enea nella 
parte MV Eneida, ove questa età si Pigura, la quale parte 
comprende il quarto e '1 quiuto e *l sesto libro ùcW Eneida. 
E quanto raffrenare fu quello/ quando avendo ricevuto da 
Dido tanto di * piacere^ quanto di sotto nel settimo trattalo 
s] ^ivhj e usando con essis tanto di dilettazione, ellt si parti, 
per seguire onesta e laudabile via e fruttuosa, come nel 
quarto dell' Eneida è scritto I Quanto spronare fu quello 
quando esso Enea sostenne'' solo con Sibilla a entrare nello 
Inferno a cercare dell'anima del suo padre Anchise coutro a 
tanti pericoli^ come nel sesto della delta storiarsi dimostra! 



i Cioè per tornarlo, ossia per ri- 
Volgerlo. P, 

* PungiT^i con buona legione Ift 
pr* odiz, j Biscioni pugnare. I co- 
dict Mrirc. hanno ^pnngatt^, evidente 
cornicione di pungere. E. M, — Pen- 
B&Qdo bene che Ja naLnra della (ur- 
te77a è nna considerata resistenza 
olle cose contrarie ^ ebe lesenipio 
d' Enea importa appunto l' idea di 
«ti vigoroso contrasto a quet^inti 
pencoli dcirifìfernov che la figura 
fltiatmtìnte fii parrebbe moatmosa ne 
vera ili en le di cesse come fa ora il te- 
sto, che lo sprone mostra dov'è da 
pnngor«, viene chiarissimo alla 
mente che Ea mifiUnr lezione è quel- 
la del Biscioni^ cioè pugnare. P. 

» TiilU ì testi IPRKOfio che qmmii>^ 



7 



Omettiamo il cht^ il quak' lutUa la 
coatryziofie ; e si osservi che OaiUe 
nel Rusaeguentc perìodo, cbe segui- 
ta randamonlo di questo, non ne fa 
uso, scrivendo: Quanta Aprmare ftt 
qtteìh, quando fiC. E. M. 

* Tmttn di piav^r?, \ codd. Gadd, 
134 e 1:ì5 secondo. Il Ditclonl: ian- 
tó piacerà. E. M. 

^ Soatennef il cod. GadJ. 135 se- 
concio e le pr. odiz. Il Hiscioni ; so* 
iienrUe. K, M. 

« È da fare osservazione che uan- 
te cMama iioria il poema di Virfìl- 
lio, e cusi cbiam& quello di Siajiio: 
«iceome ancora ì volgiiri chiamano 
5/0 ria i poemi del Meschnv) e del 
lieaii. Onde non è ila Tar meràTiglia, 
come fa il Ginguenè, ch« il Villani 



IL CONVITO. 



Per dm appare che nella nostra giù vini ute essere a nnslra 
perfi'Kione ne coavegna temperati e furti: e questo fa e dì* 
mosira la buona Da t tira, siccome il lesto dice espressamente, 
Ani^ora è a questa età e a sua perfezione necessario d'essere 
amorosa; pero e e b è ad t^sa si conviene guardare di retro e 
dinanzij siccome cs^sa che è nel meridion^dé cerchio,^ Con* 
vìe usi amare li suoi maggiori^ dadi qua ti Uà ricevuto ed es- 
sere i. nutrimento e dottrina^ sicché esso non paia ingrato. 
Con vìe il si amare Ei suoi minori, acciocché amando quelli, dia 
loro de Ih suoi benedeii pnr lì quali poi nella minore prospe- 
rità' esso sia da loro sostenuto e onorato* E questo a mora 
in(>stra che avesse Enea \ì nomato poeta nel quinto hbro so- 
praddetto, quando Inscio li vecchi Troiani in Sic dia racco- 
mandali ad Acesle, fì partidi ' dado fatiche : e quando am- 
maestrò in quello luogo Ascanio suo figliuolo con gh altri 
adolescenti armeggiando; por che appare a questa età essere 
amore necessario, come il testo dice. Ancora è necessario a 
questa età essere cortese, che, avvegnaché a ciascuna età sia 
hello r essere di cortesi costumi, a questa massimamente è 
necessario, perocché nel contrario nulla * puote avere la so- 
netto té. per la gravezza sua e per la severità, che a Jisi si 
richiede : e cosi lo seuio maggiormente, E questa cortesia mo- 
stra elle avesse Enea questo attissimo poeta nel sesto s->prad* 
detto, quando d\QB che Enea rege per onorare lo ctjrpo di 
Miseno* morto, ch'era stato tromkitore d'Ettore e poi s*era 
accompagnato* a lulj s* accinse prese la scure ad aiutare 



I 



parlnndo itegli storici ó» lui tetti, 
vi ponga Lucano e Virgijio» Periù 
cari. 

tClQVj a^lla parte mezzana del 
cerchio, E pare che la voce meri- 
éionah ÙQbh^ dvcr£ un 6f[)!ìo siniile 
a queaU) neli" esempio poslo nel vo^ 
sobillarlo* a traUo dal 0£t, AstmLt 
m QatUa di nQ ti si diUi tre chi iùtèO liei 
ctrcandamfnto mtndionatt del ca- 
po, 9 P, 

^€iuc> tieli'cth aeguentì. P, 

3 fiimùMMeti, pr. eéit. E, M. 

^ lo supplirei di lorif^ii cùHuwì , 
gue^i che lo &?[u'ttiile, e più 3ticor« 



U senio, non pcssnno moiLruro iiU 
cun fr ulto d' opere corLcsi , ae la cojv 
teaiB non ha larga mentite Ciccato le 
radici per la gìovjnej^a, P» 

> Jìfitem, cod. primo Warc», Vat, 
Urb. 6 Qàód. 134, Il Biacioni: Mia- 
«ff. E. M, 

* Tutti ì tosti l^gRòno raccùmtin' 
daio- Ma bisognerebbe supporrò che 
Dante avesse enei inteso Virgilio, il 
quale conto chiarissiummente^ Mn*, 
\'[f i&ì i * Pijutf^uttn litum atta vtctor 
spoiia vitAchiUet^Da ria n m ^ ^ti ecp Jrf ^e 
fartì$H\tnm httùt àddidfrat «oc rum. t 
E. M. 



TRATTATO QUARTO. 



359^ 



n 



Dgliare lo legne per io ftìoco cho dovea ardere il rorpo monti' 
ct>ui'i'ni dì Joru costumo: pnr che hene apparta qiirsb cssero* 
nocusaSDrm alb gìoveniute; e perà la nobile amnm.iri ciuella * 
fa dimostra, coriKB detto è. Ancora è necessario a questa eia 
esstiro leale. Lealtà è seguire e mettere iti opera quello cUo 
le If giji dicono; e ciò massi ma mente si conviene al giovane : 
perocché lo adolescenK', com' è detto, per minoranza (fetado 
lf<3vemente merita perdono ; il vecchio per più sperienza den 
essere giusto e non segui latore* di legge se non in quanto il 
suo diritto ^'iudicio e la legge è quasi tutt' uno, o quasi saoza 
legge alcuna dee' sua giusta mento seguitare; che non può 
fare lo giovane; e basti che esso seguiti la legge, e in quella 
seguitare si diletti,* siccome dice il predetto poeta net pre- 
detto quinto librOj che fece Enea^ quando fece li giuochi in 
Sicilia neir anniversario del padre, che ciò che promise per 
e vittorie, lealmente poi diede a ciascuno vittorioso, siccf>- 
m* era di loro lunga ^ usanza, eh' era loro legge. Per che e 
Dìanifesto che a questa età, Icaìtà, cortesia, auiore, fortezza ^ 
e temperanza, sieno necessarie^ siccome dice il testo, clu; uì 
prt!sento ho^ ragionato; e però la nobile anima tutte le di- 
mostra. 



Capitolo XXVIL 



" Veduto e ragionato ò assai sufittcren temente sopra quella 
particola che 1 testo pone, mostrando quelle probità che alla 



Si rlfCTlsco a fjioutnmet mentrB Ia 
talg^ta leggf Vci in qudh, tsntoctiè fi 
Pedenìni fu coatretto riferirlo il gto- 
vùì€, soggeUo che non è ncin incise?. F. 

* TuUi ì leali leetì^n*' erronea- 
mente sefiiinat^re. Vedi il Sa(ffj\a, 
pag. 154^ J^. M; -^ Ma il cùé. Htcc. 
\ìa stguitalorf. F« 

a Tutte le stani pe etl i codici (Irao- 
ne il secondo jldarc, U qn^lu porla: 

Pjjlrff qatsUi mente jiHjuitnrvj hanno : d^e 
^iàamnitnle itgaiture. U erneodazione 
dà QQÌ futU ci Vkne sugui'rilii da 



quello cho bdnìQ dico primo : étr if- 
àere ffiutio ec.,.,* $b non in quanto il 
suo dirH{a> giudizio ec» E. M* 

^ .Si rfiUiti toricggiami» col codici 
Gadd, 135 pvìmo e st;cando. La atiini- 
pe li OH no erroneo munte fi dUali. 

* Ltiugitt cioè antica, l*. 

tì FofiB^zn logge il cod. Vat. LTrb* 
Cd il Gadd. i^\, n BFsaìoni : far t na- 
tio. E. M, 

? l cod. (iadd. \% e i:ti> aecomlo o 
le pr* tìdii. leggono: è ragtoHiUo^ 
E.M. 




saj 



IL CONVITO, 



gìovr*niuU> pr^'sla la nobile anima; per chfì eia ìnleTidefe pare 
alltt terza parie dia comincia : E nella s^a senetia ; nella cjualfì 
intendo lì V"sto nioslrare quelle cose the h ìiobile natura mo- 
stra e dee avere nella terza etate, cioè scnettute. E dice che 
r anima iiobiJc nella senetla sì è prudente^ si ò giusta, si è 
larga e allegra dì dire bene o prò d' altrui e d' udire quello^ 
cioè che è affabile, E veramente questo quattro ver tu a que- 
sta età sono convenientiàsime. E a ciò * vedere, è da sapere 
che^ siccome dice Tullio in quello di Senelluie^^ n certo corso 
u ha la nostra età o una vìa semplice, quella della nostra 
> buona natura : e a ciascuna fkarte della nostra età è data 
» stajiiono a certe cose. » Onde siccome all'adolescenza è 
daif>j come detto h di sopra^» quello per che a perfezione a 
iiinturità venire possa; cosi alla gioventù te è data b perfe- 
Kimie i\ la maturiti, acciocché la dolcezza del suo frutto a so 
altrui sia profitta bile; che, siccome Aristoiile dice, l'uomo 
i> aninmle civile, per che a lui si richiedo non pur a sé ma 
ad allrui «^sécre utile* Onde si legge di Catone, che non a sé 
ina alla ]iatna e a tutto ti mondo Dato essere credea.^ Dunque 
appres^Ej la jiropria perfeziono, la quale s* acquista nelb gÌo- 
vt'tilute^ conviene ventre quella che alluma* non pur sé ma 
gli altri; conviensi aprire Tuomo^ quasi com'nna rosa ch^ 
]Mii chiusa stare non può, e l'odore eh' è dentro generato, 
spandenti ^ e questo conviene essere in questa terza età che 
per mano corre. Cunvionsi adunque essere prudente, cioè 



t E a ciò t!fdere, leggono il codice 
WItto, Il €tML Kljrkup e W cod, Hiec, 
M iti ciif vedere, h VQlg^atp. P, 

S U Itìtlcuje volgata 6 li seg^J^Pt*: 
CfTlo conn alla nostra buma. eih è una 
viiM sufnpliCf^ f quella detta rmittra bua- 
m mlura. Ma kge^ ^1 P^^^^ ^^ ^^^^' 
rone, ds Setttct.iCé\i. X^ e ti accorge- 
rai che l'uf^giunlo buo^m iriniinil od 
9tà t Ufi "odioso euperfetiiiìoriode'co- 
jilèll^ e che lutto il passo scorretto 
119' imi\ eid da rcLUlìcaiisi còme si è 
fatto. Vedi anclie il Saggio^ pag* 30. 
Non vogliamo però truhisclare h bel- 
Lei variuitltì del cod. Vat. 477& : cerio 
tario fui (fl HQ^lrit buotm «tii r una t^ta 



Kpmplkff e tj nella è tu nostra 
natura ; variante che $0 non ha ìl 
Ijregjo della Fedeltà itile parole di 
Tullio, ha quello almeno dt essQfs 
rp^touevole.E. M, 

" a Tktc sibit sed toligenUmn ie oré> 
ihrE mmido. * Lue, Phart.. Jib. Il, r. 
S81 E, M. t 

* Il cod, Gadd, Uk ed il Val. Ufb. 
leggono atlumiìMì. E. AL 

^ L'uomo dee easerc utile agli al- 
Uì. Pertimri. 

oNota, Ccjmc li prende T animo 
{jraTÌ osissimamente questo modo di 
iUrv r^r llgura, tutto e solo dell' Alt- 



I 



I 



I 
I 

I 
I 



^ 



^ 



I 



TRATTATO QÌJAIITO, 36i 

Btivio: fi a CIÒ essere * sì riditede buona memoria delle vedute 
C05P, G buona conoscenza delle presentì^ e buona provvcden^ 
za* delle future. E skconie dice fi Filosofo nel sesto del- 
l' Elitra, impossibile è essere savio chi non è buono; e però 
non è da dire savio uomo chi con sottratti * e cop inganni 
procede, ma è da chìatnare astuto: che come nullo direbbe 
sovio quelli che si s<ipGsse ben trarre della punta d'un mì- 
lello nella pupilla dell' oecbìOj così non è da dire savio quejìi 
che ben sa una malvagia cosa fare^ la quale facendo, prima 
sé sempre che altrui offende. Se Ijen si miro, dalla pruden- 
zia vengono i buoni consigli, i quali conducono sé ed al- 
tri a buon fine nelle umane cose e operazioni. E questo à 
quel'dono che Salomon e, veggendosi al governo del popolo es- 
sere postOj chiese a Dio, siccome nel terzo libro del li Begi è 
scritto: né questo colale prudente non attenda i dimandati 
consigb:* ma provveggendo per lui, sanza richiesta/ colui con- 
siglia; siccome la rosa che non puro a quello che va n lei 
per lo suo odore, rende quello, ma eziandio a qualunque ap- 
presso lei va. Potrebbe qui dire alcuno medico o legista : dun- 
que portelo io II mio consiglio e darollo eziandio che non mi 
sia chiesto, e della mia arte non arò frutto ? Rispondo^ siccome 
dice nostro Signore : « A grado ricevo, se a grado è doto*° ji 



t n nificioni leggo i é a ciò etnre 
ài ji rkkkdt. Ln razione da no: Ad ot* 
tata si è qocrllD de'cod, Cadd,i:34e 
135 secondo , del seconde Marc, e 
deUe pr, ed 12, E. M. 

* La prima edii. pare die ÌP|ga 
abbreviato |iretitif*^*-«. E, M. 

^Lusinebe, aìletUmeiiU , ostu- 

* 1 lesti MSS. e stampati icggova- 
tìù erronoomerlej quale : non attende 
i dimandi contìglittmi, e quale : non 
niffnde ff li dimandi consiffhami.CQii- 
foTTme avedn proposto nel Stipf^ioj 
]ì&R. 155, e'i ^'dil, m IL corressero I 
niQu atiendecKi gii dìmfiTìii: cmxigtia- 
mi. NEiOadimono notarono sembrar 
loro più naturale II dire : non nikndi 
thi gU domatìdi i<fnxìgtio , ^schiso 
i*«eir imperativo cofuigHami, Ora il 




cod- Rice. legge: «on attende idi- 
tntìnditU cannigli^ che pel senso corri- 
sponde al come amavan leggor^^ gli 
cdit, mil, F. 

t Si potrebbe anco dire dell' uomo 
aerarne n te bEiì efico ^ e forse più giu- 
stamente. Perfknri. — E Panie in- 
fatti dò dice nel Purg., XVII, Ei9' 
e Chi i^uak atpttta pTfffì, r T uopù ra- 
de^ 3fcfignamnfité già ti mfit^ al ne* 
go, = E. M. 

«A grado, ]et. grata; malgradat 
iiigratiis^ Plauto. 11. — A grato ^ rice- 
l'ùf jre a grato è dato^ pr. edr?. K* M» 
— Le parole di N. S. son quelle cito 
sì leggono ncITEvang. di aan Matt, 
cap- XIV, 8: • hìfìrmos cura fé ec. 
graih aCCcpi^tis^ gratis daie, » L*flU» 
toro qui peiòt quale die ne &Ì3 stata 
là cagione, le pone dì maniera, che 



3fì^ 



IL GOMVITO. 



iììcd aiJuuriu(*j messer io legislii, elio quelli coiisigli cho mm 
li4jriT)u rispetto ^Ifa tua orta^ e ehe proeedc^no suiu d^i quel huunt/ 
senjm che Iddiu ti diodo (elio è prudoiizia della qua In si parb), 
la noi dei veodero n* figliuuii di Colui che te V Im dati): qu^^lli 
cho hanno rispetto airàrte^ la quale hai comp^Tata^ veuder 
puoi; nvà non sì che non si convengano alcuna volta decimaru 
V da IO a Dìo, cioè a quelli mkùrì a cui solo il gradu divino * è 
rima;^, Conviensi anche a questa età essere giustUj acciùcehò 
lì suoi giudicii e la sua autoritade sia un lume e una leggo agU 
altri, E perche questa sìngular vertù, cioè giustìzia, fu veduta 
per gli antichi lllosofì apparire perfetta in questa età, ti reggi- 
mento delle cititi commissero in quelli che in questa età era- 
no; e però il collegio degli rettori fu detto senato. Oh misen*^ 
I: misera pidria miai quanta ptytà mi strigue per te, qual volta 
leggo, qual volta scrivo cosa che a reggimento civile abbia ri- 
I spetto 1 Ma perocché di giustizia net penultimo trattato di 
[questo libro* si tratterà, hasti qui al presento quosh» poco 
aver toccato di quella, Conviensi anche a qui/sta età e^ere 
largo; peroccliò allora si conviene la cosa^ quando più salis- 
face al debito delta i^ua natura : né mai al debito dolla lar- 
ghe;5Za non si può satisfare, cosi come in questa età; che se 
volemo ben mirare al processo d' Aristotile nel quarto del- 
VEtim^ a quello di Tullio in quello defjli Ulficti, la lar- 
ghezza vuole essere' a luogo e tempo, tale che il largo non 
neccia a sé, nò ad altrui: la qual cosa non sì può avere sanza 
prudenzia e snnza giustizia; le quali vertu anzi * a questa 
eiadc avere perfette per via naturale è impossìbile. Alii ma- 



I 



I 



bisogi^a Jiiterprùt^le ti questo mo^ 
do: u lo Signnro vcgHo ricevere gra-^ 
iuilaiijenlii du voi nella persona de- 
gli uUri uoDiml} tutto quel to che a 
voi st^&bi è itatt» dato gratuitamen- 
i ti $radQ ithinOf cioè i' etifr grati, 
t'éfsft cari a Dia, ìriiatiù io t^giki 
temìiu ì |>overi furung collocati aotto 
U spezio! t^rcitezlono di Dio; oaù& 
tiel Mimo LX,v. Uè scritto: il fiAt 
Oifttktut §st pQviptr: m'^htim iu trii 



adjiàtar. I Ed Otntfo dìsae ncll' Odiit-- 
tea, ììh. VI, V. 207 t * j1 Joì^s ehim 
aant kospitex H ffftui. * K. U. 
^ hi quiiio rùiumtt coù* ll0rb- e 

' La comune k^.ion^ è : nuoìé amr* 
iuit^o kntpa. Ben c^iu^ldcratì per6 1 
possi d' ArialoUle e di Giceroue, chtì 
\Ì teltore potrà federe nel Sotjp&, 
pag. 1a5, la nostra emendazione si tu 
sicura* E, M. 




-w* 



Trattato quarto. 



303 



lastrtiì ' e maina lìj dio disrrutu vedove e pupilH^ elio ni pi te 
atli meno possenti, che funi le ed occupate 1* altrui; o ài quel- 
lo* corredate conviti, donate cavalli e arme^ robe e danari; 
portato lo mirabili ycstimenta; edlQcatc li mirabili ediiìcii; 
e credetevi larghezza fare: e che è questo altro" fare, che 
levaro il drappi> ' d' in su V altart^j e coprirne ti ladro e la 
sua mensa ! Non altrimenti si deo ridere, tiranni, deHc vostro 
messionì/ clic de! ladro che menasse alla sua casa 11 convi- 
tati, e la tovaglia furata di su l'altare con fi segni ecclesiastici 
ancora ponessi^ in so la mensa, e non credesse che altri se 
n' accorgesse. Udite, ostinati, che dice TuUio contro a voi nel 
libro degli Ufflcii: <t Sono molti certo desiderosi d'essere ap- 
1 parenti e gloriosi^ che tolgono agli altri per dare agli altri; ^ 



i TI Biseie^al spiega maltslrui pev 
tnnl inslruitty mnl rancati; m^ quosta 
voce è iiroverizale^ iiìmla&tru\^ (Vedi 
B^jnousrcl, Ch^^x de pot$ii^ orìgiim- 
{es des traubad&urn, voL II, p. 194^ e 
1V^ p. OI)f e vale nato mtio mal attrOj 
e qui propriamenle in senso cbUìvo, 
sciogufQiù, mnltmio^ e limili. Vedi a n- 
cKe la Fropoitfif voi. nJ, p. Il, pag. 49, 
U seconda cod. Marc, leggo ma- 
ittairui. E.M. —E malastruif sicco- 
me lio sbmpalo invece della volgata 
maUiirni^ leggo pure ilcod. Rico. ; 
e cosi deve k^gjjerst, perchè più con- 
rormo al vocabuio provengale, corno 
pure avverlirorio gli c<iit- miL^ o co- 
me notfr il Nannucci, RjctproFews. F» 

9 ti coti. VoL Urb. ed i tìadd. lai e 
135 secondo leggono : fo^^rui rfìgio- 
ni, e di quelhy cloè ragioni. Ci atte- 
Bismo alla volgata in coi si esprimo 
ass<Jlulamento e complessivamente 
quel lo che proviene dy H' aver diser- 
tate le vedovi^ e ì pupiJU, rapitU 
niena possenU fic. E. M- 

3 Questo ai trif far e j così il cod.Trìv. 
TyUì gli attri MSS, e la stampe han- 
no : ?i*e^r offro a fri re. E. M* 

^Drappo, Uanù, drapt Ogni s^orta 
di pdniiiÌH fi 

B Malnmcnte qiiì il Biscioni m^iuio- 
fii. Il cod. tJadd. I'i4 cor re Uà m onte 
«Milioni. Vedi in {ine del cap. Xt 



)' oriffine Ivi tUiiMrata della parola 
menHom. E il contesto del discorsi! 
el in quel pnsso come nel presente, 
ove parlasi ài èaif^cii e di larghez'Of 
ne fa persistcto nella nostra spiega- 
zione a ni^^lgrado d UEi'opiniono d»l- 
la nostra diversa^ £d è quello del ce^ 
kbrc Ugo f oscoH>T che nel DitCf^rm 
iut testo dct foenia di Dauh, It^n- 
dra^Cfdice che basta guardare alla 
latinità del tempo in cui quegli anti- 
chi cavalieri e feudatari vissero, per 
vedere che i loro caslolli o palaz:£l 
cliiamavansi ìntimioneSf residence; 
ondagli correggendo mamiùtii^ dice 
che il signihcato esce schietto e coe- 
rente al pensiero di Dante. Irla: con 
pace del Foscolo^ di cui rispettiamo 
l' alto ingegno, da TH<tmhw, paltu:i\ 
e simili, in ambedue questi luoghi 
non può esci re che un senso sror^a- 
to. La parola poi pr