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Full text of "Il costume antico e moderno, o, storia del governo, della milizia, della religione, delle arti, scienze ed usanze di tutti i popoli antichi e moderni, provata coi monumenti dell'antichità e rappresentata cogli analoghi disegni dal dottor Giulio Ferrario : Europa"

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THE UNIVERSITY 

OF ILLINOIS 

LIBRARY 



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IL COSTUME 

ANTICO E MODERNO 



DI 



TUTTI I POPOLI. 



IL COSTUME 

ANTICO E MODERNO 



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STORIA 



DEL GOVERNO, DELLA MILIZIA, DELLA RELIGIONE, DELLE A«IT1 , 
SCIENZE ED USANZE DI TUTTI I POPOLI ANTICHI E MODERISI 

PROVATA COI MONUMENTI DELL* ANTICHITÀ* 
K RAPPRESENTATA COGLI ANALOGHI DISEGNI 

DAL 

DOTTOR GIULIO FERRARIO. 



SVIZIO** SECOSDA R1KEDVTA ED ACCRESCIUTA 



EUROPA 



VOLI! Mg PR1M 



FIRENZE 

PER VINCENZO BATELLI 
MDCCCXXV4. 



EUROPA. 



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ffUce DE ll»euROPA 

I DISCORSO PRELIMINARE 

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ROBUSTIANO GIRONI 

YTCE-BIBLIOTECARIO NELL* IMPERIALE ti REGIA BIBLIOTECA.' 
DI MILANO E IMP. REGIO CENSORE. 



Importanza dell' Europa. 



V 



europa comecché la più pìccola delle parti , ond' è com- 
posto il globo terrestre, e comecché dalle tenebre della remota an- 
tichità assai tardi cominciato abbia a sorgere, e ad esercitare la 
sua possanza sugli altri continenti del vecchio mondo, dee nondi- 
meno attrarre specialmente l'attenzione nostra, i nostri studj e la 
nostra più diligente sollecitudine nella ricerca del costume si dei 
popoli che in essa un giorno ebbero sede, come di quelli, dai 
quali è ora abitata. Imperocché in essa giace pure la bella Italia, 

« . . . * ... é . felice, onorato, almo terreno (i). 

in cui per tino speciale dono del cielo noi tratti abbiamo t natali, 
e l'aure respiriamo de' magnanimi conquistatori del mondo, e di 
que' grandi che alle nazioni tutte furono maestri in ogni genere 
di umano sapere. 
Superiorità dell' Europa. 

L'Europa è quella famosa regione ove l'umano ingegno, por- 
tando la perfezione alle arti e alle scienze, le quali presso gli 
Egiziani, gli Assirj ed 1 Fenicj non mai osato aveano sollevarsi e 

fi] Tasso Tore]., Rime. 



8 DISCORSO PRELIMINARE 

grandeggiare, dimostrò il suo potere altissimo e creatore. Essa va 
tuttavia fastosa pel numero degli abitanti , per la coltura , per le 
costituzioni, pel commercio, per l'industria, per le scoperte, e 
aggiungeremo ancora, per l' avidità , pei capricci, pei bisogni, per 
la varietà delle passioni , dei caratteri e delle costumanze. Essa ci 
somministra le più grandi rivoluzioni , gli avvenimenti i più niara- 
vigliosi: essa insomma ci presenta un vastissimo campo, in cui ci 
sarà lecito lo scorrere fra popoli d'ogni indole, fra insigni monu- 
menti e fra la pompa dell'arti belle (i). Che però dovendo noi 
favellare di questa famosa terra ci giova il qui riferire le parole di 
Plinio: altrix victoris omnium genlium populi , longeque terra- 
rum pulcherrìma EtiROrA» 

Varie ricerche intorno all' Europa. 

Ma d' onde mai questo Continente trasse il nome suo ? come 
fu esso popolato f Fin dove giungevano i limili dell'antica Europa? 
A quali vicende andò essa soggetta ? Ecco le varie questioni che 
dagli eruditi proporre si sogliono intorno a questo continente. Ed 
in primo luogo nulla affermare si può di certo riè intorno alla de- 
nominazione dell' Europa , né intorno ai nomi sotto de' quali essa 
era anticamente conosciuta. 

Suoi varj nomi. 

L'Ortelio ed il Briezio sulla testimonianza della Bibbia sono 
concordi nel? asserire ch'essa da' sacri scrittori fu chiamata Japetia, 
ma non recano alcun grave argomento in prova della loro opinio- 
ne (2). Il Briezio afferma ancora che l'Europa fu anticamente delta 

(1) Quando si vogliano considerare gli Europei relativamente alle arti 
ed alle scienze , qual altro popolo potrebbe mai con essi andar a paragone? 
Le altre nazioni anche più celebri non sono uscite giammai dai limiti e 
dalle epoche del loro impero. Quasi tutte le arti simili a quegli alberi, i 
quali prosperare non possono che nel suolo natio , non si estesero mai 
presso di loro oltre i bisogni della vita. L' Europeo compreso dallo stato 
presente , e ad un tempo sforzandosi di lèggere nell'avvenire, non ha sde- 
gnato di scorrere anche pei secoli passati. Egli con pene infinite raccolse 
le reliquie delle arti, e superbo ditali preziose spoglie seppe condurre alla 
perfezione ciò che il genio degli antichi lasciato aveva imperfetto , ed alle 
antiche aggiungere seppe nuove scoperte, ed un freno opporre agli elemen- 
ti, e, scorrendo tutte le terre, tutti i mari, interrogare la natura perfino 
sotto i poli, „ Così si esprime eloquentemente parlando dell' Europa il 
signor Musson de Morvilliers . 

(2) Ortcl. Geogr. Pars. 2. lib. 1. e. f\. Briet. Parai. Gcogr. Pars poster. 
tona. I. lib. ». 



DISCORSO PRELIMINARE Q 

Galazìa > ed arreca in prova della sua asserzione I* autorità di 
Diodoro Siculo e di Solino; ma né l'uno né l'altro di questi due 
antichi scrittori danno un tal nome all'Europa tutta, ma soltanto 
ad alcune regioni. Tolomeo nel libro secondo del suo opus qua- 
dripartitimi le dà il nome di Celtica; e questa denominazione tro- 
vasi pure in altri antichi scrittori; ma essa ancora non può convenire 
a tutti i paesi , che anticamente componevano il nostro continente* 

Congetture sul nome Europa, 

Né sembra cosa sì facile il determinare l'origine della parola 
Europa , che è pure il più comune, e fors' anche il più antico 
nome di questo continente. Festo dice eh' essa ebbe un tal nome 
da Europa figliuola di Agenore che da Giove fu rapita e traspor- 
tata nel paese che poscia n'ebbe il nome; ed aggiunge l'opinione 
di alcuni scrittori, i quali affermarono, che questo paese fu con- 
quistato da Agenore e dai Fenicj sotto il pretesto del rapimento 
di una giovinetta, che forse il nome avea di Europa. Altri final- 
mente asserirono che un tal nome provenne dai Fenicj , nella cui 
lingua Europa , o Ur-appa significa una terra, gli abitanti della 
quale hanno hi faccia bianca (i). In mezzo a sì fatte e ad altre 
opinioni che per brevità si omettono , troppo difficile impresa 
sarebbe il voler giudicare. Basti perciò all' uopo nostro l' averle 
accennate. Che importa mai per l'istruzione nostra che i Fenicj le 
abbiano dato il nome d' Ur-appa, viso bianco, perchè tale è il 
colore degli abitanti di essa, o che gli orientali l'abbiano chiamata 
Europa dal vocabolo ourab, paese dell'occidente (s)? 

Primi abitatori dell' Europa. 

Non cosa sì difficile ci sembra il congetturare intorno ai primi 
abitatori dell'Europa. Imperocché dalle alte regioni dell'Asia, dove 
già dicemmo essersi stabilite le prime famiglie dopo 1' universale 
diluvio , probabilmente vennero col moltiplicarsi dell' uman genere 
le prime colonie , le quali passando o pei paesi che verso 1' oriente 
uniscono i due continenti , oppur anche per le molte isole dell'Ar- 
cipelago , le quali si toccano quasi l'una l'altra, si stabilirono pri- 

(0 V. Bochart. Ph*teg. lib. 4- e 35. 

(2) Chantreau. Science de V Histoire , voi. 2. pag. 61. Alcuni scrittori 
sono altresì d'avviso che il vocabolo Europa tragga origine da un antichis- 
simo piccolo distretto di questo nome presso l'Ellesponto, ma T nonj recano 
alcun sodo argomento , che 1' opinione loro confermi. Pinckerton , voi. I. 
pag. 12. 



10 DISCORSO PRELIMINARE 

«neramente sulle orientali spiaggie , e poi per 1' Europa tutta si 
diffusero. Mosè di fatto parlando dei figliuoli di Giafeto, o direni 
meglio dei popoli che da essi discesero, dice che questi si divi- 
sero le isole delle genti e le diverse regioni , ognuno secondo 
il proprio linguaggio (i). Ora comunissima opinione è degli in- 
terpreti che colle parole insulae gentium debbasi intendere l'Eu- 
ropa. Tale asiatica espressione è pur conforme alla sana geografia, 
giacché la prima cosa che si presenti all'occhio di chi dall'Asia 
minore tragittare voglia nell'Europa è una moltitudine d'isole nel- 
l'Arcipelago seminate; ed anzi le Clero è d'avviso che gli antichi 
Asiatici supponessero che 1' Europa tutta non fosse che un' isola. 
Tale sembra pur essere l' idea che ne dà Pomponio Mela. Nel libro 
secondo dei Maccabei leggesi ancora che avendo Demetrio Nicànore 
costretti i nemici a non più molestare la tranquillità de' suoi stat ; , 
congedò tutto il suo esercito, trattone le truppe straniere, cui avea 
chiamate ex insulis gentium, vale a dire dalla Grecia. La Grecia 
pertanto , o le regioni ad esse vicine sembrano essere state la prima 
sede dell' uman genere nell' Europa ; e sembra ancora che di là 
passati poi sieno di mano in mano gli uomini nelle Gallie, nell'E- 
truria e nell' Ispanie , giacché la natura stessa c'insegna che quelle 
prime genti allettate dalla fertilità del terreno , e dalla dolcezza 
del clima estendersi doveano verso il mezzodì piuttostochè verso 
1' orrido e freddo settentrione; del che avremo occasione di ragio- 
nare più particolarmente nelle ricerche intorno al costume dei varj 
popoli di questo continente. 
Europa degli antichi. Omero. 

Ma dell' estensione e della forma ancora dell' Europa non ebbero 
gli antichi che una cognizione assai imperfetta. Erodoto , il padre 
della storia , che visse quattro secoK circa dopo di Omero , risguar- 
dava l' Europa come eguale in grandezza all' Asia ed alla Libia 
prese insieme. Omero 

Primo pittor delle memorie antiche 

suppone che il monte Olimpo nella Tessaglia sia il centro dell' uni- 
fi) Geu. X. 5. V. Calmet. Diction. de la Bilie, voi. I. Malte-Brun.Hi- 
st. de la Géogr. pag. 17. Pitiche, Concorde de la Géogr. pag. a44« Hisi. 
univers. d' une société de gens de lettres. T. I. L. 1. e. 2. Sect* IV. 



DISCORSO PRELIMIKARK I 1 

Terso, e che l'isola di Sellerìa, poscia Corcjra, ed ora Corfh 
debba considerarsi come la regione la più occidentale (1). Al set- 
tentrione della Grecia egli colloca i vasti paesi della Tracia, ina 
non ci dà alcuna idea né del fiume Ebro , né del Danubio , che 
per la prima volta trovasi indicato da Esiodo sotto il nome d' Ister. 
L'Italia stessa non sembra clie appena ed oscuramente accennata 
nell'Odissea. La Sicilia (2) e le isole ad essa vicine sono da Omero 
descritte in maniera ben poco conforme alla vera loro posizione. 
Queste medesime isole sono nell' Odissea rappresentate come il sog- 
giorno di mostri , dì fatali ninfe e di popoli totalmente favolosi : 
non dubbio argomento dell' imperfetta cognizione che il poeta ne 
àvea (3), 

Dì Erodoto. 

Assai più estese sono le cognizioni che intorno all' Europa ri- 
troviamo presso di Erodoto. Egli parla degli Adriatici, dei Tirreni, 
dell' Iberìa e di Tartesso , oggi Andaluzia nelle Spagne : fa qual- 
che cenno , benché oscuro , di Masilia , oggi Marsiglia , dei Li- 
guri e degli Eneti , e parla assai distintamente dell' Ister, del 
Boristene e del Tanni; ci dà una bella relazione degli Sciti, 
ch'egli colloca in varie tribù tra l' Ister ed il Tanni , e nomina 
ancora varj popoli cogli Sciti confinanti. Ma fra queste regioni , 
alcune delle quali sono da Erodoto assai bene descritte, si trovano, 
immensi spazj cui egli non seppe riempire. 

Di Pitea» 

Né sembra che dopo di Erodoto grandi progressi abbia fatto 
la geografia di Europa prima de' bei tempi di Roma; di que' tempi 
cioè , in cui l' aquila Romana spiegato avea gloriosa il volo per 
tutto il mondo in allora conosciuto. Sebbene Pitea cittadino Mar- 
sigliese , che viveva qualche anno prima di Alessandro , scritto 
avesse la relazione di un suo viaggio sino nella Scandinavia , e 
forse sino nel mar Baltico; e sebbene altri viaggiatori specialmente 
della Grecia osato avessero di penetrare fors' anche più oltre nelle 
spiaggie più settentrionali; le opere loro rimasero non di meno 
preda del tempo, e le memorie, che di esse ci conservarono al- 
cuni scrittori , oscurissime sono od imperfette. 

(1) Odyss. VI. v. so',. 

(*) Detta Thrinaccia , e poi Thrinacria. 

(3) V. Gosseliu , Géographic des Grccs analjsée. 



I 1 DISCORSO PRELIMINARE 

De' Romani. 

Né i Romani stessi vaghi di conquistare , più che di descrivere 
le loro conquiste , ci tramandarono prima del secolo di Augusto 
alcuna esatta descrizione dei paesi loro soggetti. Ma la politica 
insegnò ben tosto a que' signori del mondo , quanto importasse il 
conoscere i limiti e le posizioni degl' immensi loro dominj , ed i 
vantaggi che trarre se ne poteano e pel commercio e pel lusso e 
per la guerra. 
Di Straberne. 

A tale politica noi forse andiamo debitori delle opere di Stra- 
bone e di Plinio. 11 primo vivea sotto di Augusto. Egli compendiò, 
sebbene non sempre con eguale fedeltà , le opere de' geografi che 
scritto aveano prima di lui, e tutte raccolse le relazioni de' suoi 
tempi. La serie delle regioni descritte da questo geografo comin- 
cia dall' Iberia, ossia dalla Spagna, e scorre per le Gallie, per 
l'Italia, per la Germania, per l'Illirico, per la Francia, e termina 
colle isole della Grecia. Egli parla ancora dell' yilbione, ossia della 
gran Bretagna, della Scandinavia , e di altri paesi settentrionali, 
quantunque non senza qualche sospetto di favola negli autori dai 
quali trae le sue relazioni. Ma cade spesse volte in gravi errori 
ed in opinioni stravaganti , anche di que' paesi favellando , che 
a' tempi suoi essere doveano notissimi in Roma. Egli suppone che 
la direzione de' Pirenei sia da settentrione a mezzodì , e parallelo 
a questi monti fa scorrere il ReiiQ. La sua descrizione dell'Italia 
è piena di notizie assai importanti , ma egli viene con somma gra- 
vità disputando se questa penisola nella sua figura presenti un trian- 
golo, oppure un quadrato. 
Di Plinio. 

Plinio ancora vuol essere riguardato come un laborioso compi- 
latore e di tutto ciò che intorno alla geografia ritrovato avea nelle 
opere degli scrittori che preceduto lo aveano, e di tutte le cogni- 
ti onif che a' tempi di lui costituivano l'universale geografia. Avendo 
però egli in molte parti dell' opera sua bevuto ai medesimi fonti , 
ai quali già attinto avea Strabone , ci presenta spesso non lievi 
contradizioni , ed uno strano mescuglio di verità e di favole : il 
che specialmente avviene allor quando egli parla dell'Europa set- 
tentrionale. Esattissimo nella descrizione delle cose naturali di molti 
paesi , benché da Roma assai lontani , non tralascia non di meno 



DISCORSO PRELIMINARE l3 

di ammettere alcuni popoli coi piedi di cavallo , ed altri colle 
orecchie si grandi che loro servissero di coltrice ne' letti. Malgrado 
però dei moltissimi errori, oad'è seminata l'opera di Plinio, non 
poca luce essa ci somministra per bene determinare i confini del 
settentrione dell' Europa ne' primi secoli del Romano impero. 

Itinerari Romani. 

Molto ancora giovarono ai progressi della geografia i così detti 
Itinerarj, che per ordine di alcuni imperatori compilati furono 
ad oggetto di descrivere non solo le strade , ma ancora i confini , 
le rendite e 1' estensione delle province soggette al Romano impero. 
Tali Itinerari sebbene per comando degli imperatori venissero con 
somma gelosia custoditi (i), essere non poteano non di meno na- 
scosti alla sagace curiosità de' geografi e de' viaggiatori. 

Europa di Tolomeo. 

Da essi trasse moltissime cognizioni Tolomeo , astronomo Ales- 
sandrino, 1' ultimo ed il più grande degli antichi geografi, che visse 
sotto gì' imperatori Antonini. Egli le orme seguendo di Marino 
Tirio aggiunse alla geografia la base delle scienze astronomiche e 
matematiche (2). Mercè di lui noi possiamo determinare con qual- 
che esattezza i veri limiti settentrionali ed orientali dell' antica 
Europa. Egli di fatto ci dà un' esatta descrizione del corso del gran 
fiume Wolga, da lui chiamato Rha ; e descrivendo il fiume Ta- 
na'is, cui Strabone fa scorrere dal settentrione al mezzodì , gli dà 
mia curva simile a quella ch'ha realmente nelle carte moderne. 
Ma non pochi errori sono tuttavia nell' opera di Tolomeo. Egli dà 
al mediterraneo verso 1' orieute una lunghezza di venti gradi più 
di quella ch'esso ha realmente, sebbene a' tempi di lui fosse questo 
mare continuamente ed in tutta l'estensione navigato dai Greci e 
dai Romani; estende l' Albione sì stranamente verso l'oriente, 
che piegare lo fa sulla Germania: all'Italia stessa egli dà una forma 
alla vera non molto conforme: finalmente descrivendo il settentrione 

(1) Tacìt. Anna!. ( in più luoghi ). 

(a) Alcuni scrittori hanno sparso qualche dubbio sali* autenticità della 
Geografia di Tolomeo. Essi pretendono che siasi perduto il vero testo , e 
che quello ora conosciuto non sia che una compilazione posteriore ai tem- 
pi del geografo Alessandrino. Tale opinione però non hi che debolissimi 
fondamenti ; uè noi entreremo qu« a discuterla. Leggasi il Gosselin nel- 
V opera già citata. 






- ?4 DISCORSO tRELIMIKAR» 

dell' Europa , qui egli estende sino alla Chersoneso Cimbri ca f ora 
Jutland nella Danimarca , ci rappresenta* come isole alcune re- 
gioni che unite sono al continente. 
Confini dell' Europa antica. 

Da tutto ciò che brevemente esposto abbiamo intorno ai progres- 
si della geografia dell'Europa, conviene conchiudere, che imperfet- 
tissime furono le cognizioni degli antichi intorno a questo conti- 
nente prima del Romano impero. Dopo quest' epoca furono esatta- 
mente conosciuti i limiti non solo del mezzodì , che determinati 
sono dal Mediterraneo , ma quegli ancora dell'occidente, che pos- 
sono determinarsi da una linea, che scorrendo per l'Oceano passi 
tra 1 Irlanda e la Bretagna e poi si pieghi lungo il muro di An- 
tonino nella Scozia. Ma non cosi facili a stabilirsi sono i confini 
verso il settentrione. Tolomeo dopo d'essersi nella sua geografia 
esteso per quanto gli fu possibile sulle spiaggie settentrionali , fa 
che l'Europa abbia per confini invece dell'Oceano altre terre ch'egli 
suppone incognite. Le navi Romane visitate aveano le sponde me- 
ridionali del Baltico sino al fiume Rubo, ora D\vina t e raccolti 
ne aveano i nomi di vàrie tribù lungo le coste , ma lasciato non 
vi aveano stabilimento alcuno. Anzi le carte di Tolomeo ci dimo- 
strano chiaramente che i Romani non aveano alcuna esatta cogni- 
zione delle regioni centrali della Germania» Laonde può con sicu- 
rezza affermarsi che quanto al continente , essi non hanno mai 
oltrepassato il grado 5 1 di latitudine settentrionale, ossia una linea 
che partendo dalla foce del Reno scorra sino ni monti Sarmati, 
Krapacks. Varie sono pure le opinioni degli antichi geografi in- 
torno ai confini dell' Europa verso l' oriente , e cinque diversi si- 
stemi vengono esposti dal Briezio, Noi troppo ci allontaneremmo 
dallo scopo nostro, se porre volessimo ad esame sì fatti sistemi. 
Certissima cosa è che ai tempi de' Romani imperatori riconosciuti 
erano come limiti dell' Europa verso l' oriente il mare Egeo , ossia 
l'Arcipelago, la Propontide , o mare di Mannara, ed il Ponto 
Eusino, ossia Mar Nero, sino all'imboccatura del JYiester , e di 
qui una linea che scorra lungo il detto fiume sino ai monti Kra- 
packs} ma nulla affermare si potrebbe di certo intorno al vero 
limite tra l'Europa e l'Asia al di sopra dell'anzidetta foce (i). 

(i) L'Enciclopedia metodica fa giungere l'Europa antica sino al fiume 
Tannis. ma non e cosa ben decisa ancora, quale sia il Tanais degli an- 




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ardita, abbiamo amato megliq di limitarci a que* confini the peri' autorità 
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DISCORSO PRELIMINARE l5 

Divisione delV Europa sotto il Romano impero. 

Noi veduto abbiamo fra quai limiti compresa fosse l' Europa 
antica. Ora giusta il nostro sistema sarebbe questo il luogo, in cui 
riportare la tavola della stessa antica Europa : ma siccome una 
tavola generale essere non potrebbe che o troppo ristretta , o troppo 
confusa a cagione delle molte divisioni alle quali anderebbe sog- 
getta,' e siccome noi parlare dovremo distintamente di ciascun paese 
negli opportuui luoghi : cosi ci riserbiamo a dare le varie tavole 
della geografia comparata dell' Europa di mano in mano che de- 
scrivendo verremo il costume di ciascuna nazione Europea. Laonde 
altro non faremo ora se nou accennare che l'Europa al tempo del 
Romano impero dividevasi m dodici province , che sono le Isole 
Britanniche , la Scandinavia , la Sarmazia , la Gallia , la Ger- 
mania, la Sj)agna , l' Italia, la Mesia , la Tracia, la Macedo- 
nia , V Illirio e la Grecia. 
Decadenza dell' Romano impero. 

Tale ne' primi secoli fu nell' Europa l' estensione del Romano 
impero al quale tutto il mondo obbediva. Ma già nel settentrione 
dell' Europa stessa e già nell' Asia s'addensavano le orde di popoli 
feroci e bellicosi , che ingojare doveano e l' impero e Roma. Men- 
tre dall' una parte i Romani dai vizj , dalla mollezza , dal lusso 
snervati , e dalle continue rivoluzioni e dalle intestine guerre lace- 
rati andavano perdendo l'antico vigore e la prepotente virtù delle 
armi ; dall' altra quelle genti medesime , cui essi dato aveano il 
nome di Barbare , forti divenivano e sì soverchiamente popolose, 
che più non potendo essere ne' nativi paesi contenute minacciavano 
di fuori sgorgarne in torrenti impetuosi. Al principio dell' era vol- 
gare l'Europa civile era divisa dalla barbara per una linea che 
quasi tracciarsi potrebbe dalle foci del Reno a quelle del Danu- 

tichi /[se il Danubio cioè, se il Don , o se qualche altro liume della Mo- 
scova. Altri scrittori senza alcuno ben grave argomento danno all' antica 
Europa per couGni orientali una parte del Don, poscia ima liuea da questo 
fiume al Volga, e dal Volga al Carambice , cui essi credono essere l'odier- 
no liume Oby , e finalmente tutto questo fiume sino alla sua foce. In tal 
guisa essi confondono stranamente i limiti dell' Europa moderna con quelli 
dell'antica. Noi perciò anzi che affermare alcuna cosa dubbia , o troppo 
ardita, abbiamo amato muglio di limitarci a que' conimi c'isj per l'autorità 
di gravissimi scrittori certissimi ci sembrano. 



l6 DISCORSO PRELIMINARE 

Lio (i). Dall'una parte tutte erano unite le attrattive della natura 
rabbellita dall'industria, e le delizie che nascere sogliono dal concorso 
delle scienze e dell'arti: dall'altra tutto era orrore-* un perpetuo 
inverno , la privazione di que' beni che dolce rendono e più gra- 
devole 1' umana vita , miserabili tende o capanne invece de' superbi 
palagi, popoli erranti a guisa di fiere (2). I Romani non paghi mai 
delle immense loro regioni, ed avidi sempre di nuove conquiste 
osarono di passare la linea stabilita dalla natura , e di assalire quelle 
miserabili orde con una guerra quasi continua ne' due primi secoli 
dell'impero. Ma i Barbari rifuggiti più lungi nel settentrione, ed 
ivi divenuti più popolosi , e ad un tempo mancando di un sufficiente 
territorio , che gli alimentasse , ed allettati ancora dalla decadenza 
del Romano impero specialmente dopo che esso fu diviso ne due 
impcrj d'occidente e d'oriente, superarono essi ancora i naturali 
confini verso la metà del terzo secolo , e furibondi si scagliarono 
sui loro vincitori in guisa da inondarne le più belle regioni. 
Goti, Unni. 

Tale fu F invasione de' Goti. Ma nel tempo medesimo , e forse 
spinti dalle stesse cagioni gli Unni , non meno barbari dei Goti, 
abbandonarono il centro dell' Asia , ed essi ancora si rovesciarono 
sulle Romane province. Qua! dolce spettacolo e quanto lusinghiero 
essere non dovea per que'popoli l'aspetto di paesi floridi, ricchi e 
si diversi dalle miserabili regioni , d' ond' essi erano asciti ? Sul- 
l'esempio e quasi tratti dal medesimo torrente dei Goti e degli 
Unni , altri barbari ancora , abbandonati i lor patrj deserti , o si 
unirono ad essi, o facendo lor guerra, e struggendosi l'un l'altro 
occuparono vicendevolmente i brani del Romano impero. Indarno 
alcuni Imperatori tentato aveano di rispingere quelle orde feroci; 
indarno il valore di alcuni d'essi le costrinse talvolta a ritirarsi 
ne' nativi paesi. Esse ritornarono sempre con maggiore impeto e 
finalmente scacciarono per sempre dall'impero d'occidente le aquile 
Romane (3). 



(1) Vedi ciò eh? detto abbiamo più sopra. 

(a) Le Sage. Alias historiq. Tab. 8, edit. Fior. 

(l)Alla decadenza del Romano impero non poco contribuì la solenne 
divisione che ne fu fatta in impero iV occidente , ed in impero d'oriente 
sodo di Valcnliniano nell'anno 364- 



DISCORSO PRELIMINARE ijj 

Totale invasione de 3 barbari. 

La Bretagna fu soggiogata dai Sassoni , la Gallia passò sotto il 
dominio dei Franchi, la Spagna sotto quello àe Visigoti. L'Ita- 
lia dal giogo degli Unni, degli E ridi , degli Ostrogoti, dei Van- 
dali, e di altre barbare nazioni passò sotto quello de' 'Longobardi* 
A maggiore compimento dell'opera nostra abbiamo qui aggiunta 
una tavola rappresentante l'invasione de' barbari secondo il sistema 
di Le Sage. Lo stendardo di colore azzurro indica le nazioni che 
provennero dal settentrione dell'Europa, i cui nativi paesi sembra 
che ristretti fossero tra l'Oceano, ed una linea che immaginarsi 
potrebbe tra la Crimea d'imboccatura della Dwina. Lo stendardo 
di colore rosso dinota i barbari che vennero dall' Asia- , i paesi 
de' quali situati sarebbero al di là della linea che trarsi potrebbe 
dall' imboccatura del Don sino a quella dell' Oby. Lo stendardo 
giallo dinota i barbari che discesero dalle regioni comprese fra le 
due linee poc' anzi indicate. 
Nuovo ordine politico. 

Allo sparire del Romano impero d' occidente un nuovo ordine 
di cose ebbe luogo: sulle rovine dell'antica surse l'Europa moderna. 
Un nuovo costume perciò ebbe principio in tutti i paesi che pas- 
sati erano sotto il giogo de' barbari ; costume che in certa guisa 
nelle ricerche nostre ci servirà di vincolo , o di passaggio tra 1' an- 
tico , e specialmente tra il Romano ed il moderno. 
Impero d'oriente. 

Ma dopo l'invasione ancora de' barbari, ed anzi dopo che al 
principio del secolo nono risorto era con diversa forma l'impero 
d'occidente sotto di Carlo Magno, sussisteva tuttavia l'impero 
d'oriente, il quale qualche dominio, benché debolissimo, eserci- 
tava pure su di alcune contrade dell'Italia. Le politiche vicende 
però di questo impero più che coli' Europa hanno relazione coli' Asia, 
dov' esso particolarmente esercitava il dominio suo; e quindi noi 
parlarne dovremo di .nuovo nelle ricerche che faremo intorno al 
costume delle occidentali regioni di quel continente. Quanto poi 
ai grandi avvenimenti che ebbero luogo in Costantinopoli , sede 
degl'imperatori d'oriente, noi ne favelleremo ben tosto nella in- 
troduzione al costume della Grecia. Per ora basterà l'accennare 
che quest' impero conosciuto ancora sotto i nomi di greco impero 
e di basso impero , snervato pei vizj del governò non meno che 
Cost. Voi. /-. dell' Europa 2 



l8 DISCORSO PBELfcMWÀRE 

por 1 avvilimento della nazione venne decadendo, finché dopo Tarie 
vicende sparve totalmente sotto l'invasione de' Turchi nel i.|53 , 
ppoca memorabile, nella quale Maometto II. prese Costantinopoli 
d'assalto, e fondò l'impero Turco in Europa (i). 
Nuovi costumi. 

Dappoiché i barbari si stabilirono nell'Europa, tutto cangiossi, 
siccome avvertimmo, l'antico costume. Le leggi, le costituzioni, le 
consuetudini , e persino le lingue e le arti proprie delle genti , che 
conquistale aveano le più belle regioni dell' occidentale impero , si 
confusero per istrano meseuglio con quelle de' popoli soggiogati. 
Noi per alcuni secoli camminare dovremo fra le tenebre, fra la 
confusione e fra l'ignoranza. Generazioni di ferreo costume le une 
alle altre sottenderanno ', finché dal seno dell'Italia nastra emergerà 
qualche raggio foriero di una bella aurora. Allora vedremo quasi 
dal caos sorgere a poco a poco 1' ordine novello , il quale si dif- 
fonderà sull'Europa tutta. Il genio dell'Italia non più colla violenza, 
colle armi e colla tirannide, ma colle lettere, colle scienze, col 
commercio e colle arti farassi a signoreggiare sull'Europa tutta, e 
più ancora che ne' bei tempi di Augusto grandeggerà luminoso. 
Progressi de l/a geografìa. 

L invasione de' barbari giovò non dimeno ai progressi della geo- 
grafia , e ad estendere i confini dell' antica Europa. Molte loro 
tradizioni relative ai nativi loro paesi raccolte furono , benché roz- 
zamente , nelle cronache de' secoli bassi. Mercé di tali tradizioni 
cominciò ad aversi una più distinta e più estesa cognizione delle 
settentrionali regioni. Ma più che a tali relazioni va l' Europa de- 
bitrice de' progressi della sua geografia alla cristiana religione. I 
monaci che tanto benemeriti furono delle altre scienze, lo furono 
non meno della geografia. Essi ci tramandarono non solo gli annali 
dei «ecoli di mezzo , ma le descrizioni ancora de' paesi de' quali 
scrissero le memorie (2). Lo zelo de' missionari penetrò fin dove 
osato non aveano di portarsi gli eserciti e i conquistatori. I mis- 
sionari i primi ci fecero conoscere le vere posizioni della Dani- 
marca, della Svezia e dell' Irlanda. Essi scorsero la. fistola eì'Oder, 



(1 ; V. Gibbon. Histury nf the decime and fall of the Roman empite. 
B*»»u. Hiitoire du Jìas-Empire. Monlesq. Décadence eie. 
('j V. Anton. Mntlliei. AnaUcta rcteris aevi, ec. 



DISCORSO PRELIMINARE *9 

e ne descrissero i paesi e ì oootumi degli abitanti (i). 1 principi 
ben conoscendo 1 vantaggi che trarre si potevano da siilàtte cogni- 
zioni fecero intraprendere varj viaggi vèrso tntt' i punti dell Europa. 
Già sino dal secolo nono i Normanni scoperte aveano le isole di 
Feroci- e Y Islanda (2). La stessa remota Groenlandia già .stata 
era conosciuta sino dal decimo secolo (3). I Danesi spinsero i 
primi le loro navigazioni nel mar glaciale sino oltre il y6 grado 
di latitudine, e nel 1 5 5 3 scoprirono le isole dello Spìtzberg. 

Noi scorse abbiamo fin qui le vicende dell' Europa dai più re' 
moti secoli, e quasi segnate abbiamo le tracce, che seguire dovremo 
nelle ricerche del costume de'varj popoli di questo continente. Ar- 
dua impresa certamente; ma la difficoltà stessa ci servirà quasi di 
sprone; ed il favorevole accoglimento accordato finora dal pubblico 
all' opera nostra farà sì che non ci smarriremo giammai di coraggio 
nella scabrosa via. Noi però ci asterremo dal qui esporre la tavola 
dell'Europa moderna per le stesse ragioni, per le quali omessa 
abbiamo la tavola dell' Europa antica. 

Divisione dell' Europa moderna. 

Solo avvertiti vogliamo i nostri leggitori, che nella divisione 
degli stati dell' Europa seguiremo il comune sistema , che distinguer 
li suole in diciassette province, che sono: il Portogallo, la Spagna, 
la Francia, l'Olanda col Belgio, la gran Bretagna, la Danimarca, 
la Norvegia , la Svezia , la Russia , la Prussia , la Polonia , la Boe- 
mia, la Germania, la Svizzera, l'Italia, l'Ungheria e la Turchia, 
oltre le isole sparse ne' diversi mari che bagnano l'Europa stessa. 

Suoi conjini. 

L'Europa moderna ha per confini al settentrione il mar gla- 
ciale, all'occidente l'Oceano, al mezzodì il mediterraneo, che la 

(1) Così E mone , abate di Werum fece verso l'anno 1217, la descrizio- 
ne di tutti i distretti, che i Crociati attraversarono dai Paesi bassi sino alla 
Palestina. S. Bonifacio apostolo degli Alemanni in varie lettere, die scrisse 
ai Romani Pontefici , fece la descrizione di diversi paesi della Germania. 
V. anche Malte-Brun toni. I pag. 4°8 e seg. 

(2) Langebek. Script, rer. Dan. T. III. Torf. Hist. Norveg. II. bb. 9. 

(3) V. Torfoei. Groenland. antiqua. Alcuni geografi fanno appartenere 
la Groenlandia all'Europa. Le ultime scoperte però non ci lasciano più 
alcun dubbio, perche debba essere riguardata eome una diramazione del 
1* America. 



20 DISCORSO PRELIMINARE 

divide, dall'Africa, all'onerile l'Arcipelago, limare di Marinara , 
il mar Nero, il mare à' Azow , e poi il Don ed il TVolga sino 
ai monti Voyas od Olirai (i). Essa si estende dai gradi 12 e 
20' di longitudine occidentale sino ai 65° 4°' di longitudine 
orientale del meridiano di Parigi, e dal 06 sino al 72 grado 
di latitudine settentrionale : il che fa circa 1 1 1 o-leghe di lon- 
gitudine dal capo di s. Vincenzo sino all' imboccatura dell' Oby $ 
e circa 920 leghe di latitudine dal capo Matapan sino al capo 
Nord (2). 
IJ Europa come effigiata. 

Gli antichi rappresentare soleano l' Europa colla notissima im- 
magine della favolosa giovinetta rapita da Giove, che cangiato erasì 
in toro; né altro simbolo ci fu da essi tramandato. Nella tavola 
3 , 1' Europa è rappresentata come trovasi in tre diversi monumenti. 
Il mini. 1 , è tratto da una dipintura del sepolcro dei Nasoni. l'Eu- 
ropa viene rapita alla vista delle seguaci ninfe che dimostrano la 
loro sorpresa. Il num. 2, è tratto da un cammeo del gabinetto 
del cavaliere Fontaine, e ci presenta la ninfa senza alcun orna- 
mento. Il num. 3, tratto da un cammeo del Tesoro Brandebur- 
ghese, rappresenta la ninfa fra il lusinghiero corteggio degli amori 
e delle nereidi, e quale viene descritta da Luciano. Dagli artefici 
moderni venne l'Europa effigiata in una matrona magnificamente 
vestita. I suoi abbigliamenti a' varj colori denotano la varietà delle 
sue ricchezze. Essa ha il capo fregiato di prezioso diadema , in 
memoria dell'impero, cui mercè dei Romani ottenuto avea su tutto 
il mondo. Suol essere assisa su due grandi cornucopie, simbolo 
della sua fertilità : tiene nell' una mano 1' effigie di un tempio sim- 
bolo della religione, e nell'altra lo scettro, simbolo della forma 
dei governi , che in essa sono più dominanti. Dall'una parte un 
cavallo e varj trofei marziali denotano il guerriero genio di lei, e 
dall'altra varj libri, globi , compassi, pennelli , scalpelli e stromenti 
di musica dinotano la sua superiorità nelle scienze e nell' arti. Tal- 
volta l'Europa vedesi ancora rappresentata sotto l'immagine di una 

(1) Secondo le carte di Robert. 

(2) Vedi la carta geografica premessa a questo discorso. Varie ricerche 
si sogliono fare dai geografi intorno al limile fra la moderna Europa e l'A- 
sia. Non è dell'istituto nostro l'entrare in questa questione, intorno alla 
«juale polianno i nostri Leggitori consultare il viaggio di Pallas. 



Europa Voi. I. 



Tot: 3. 





. A <2M^/'o//rf /'rr//// / f,it'///sr/7/ CUZOcL Sf/sOr/ 



OF THE 



tue mhm 




DECORSO PRELIMINARE ''.I 

Pallade coli' elmo in testa, collo scettro nell'una mano. e colla 
cornucopia nell' altra. 
Europa di Lebrun. 

Lebrun sulle pareti dello scalone di Versailles effigiò l'Europa 
in una donna di aspetto grazioso, nobile, grande, e seduta sui 
cannoni. Ha la testa coperta di un elmo adorno di penne bianche 
e rigogliose : il suo seno è vestito di una corazza d' oro : un dovi- 
zioso manto di colore azzurro le serve di abbigliamento. Nell'una 
mano tiene lo scettro, e nell'altra la cornucopia. Dall' un lato 
vedesi un cavallo cbe verso di lei solleva la testa in atto di nitrire; 
e dall' altro sono alcuni libri , uno stendardo , un elmo ed uno 
scudo. 
Europa di Appiani. 

Il valentissimo nostro Appiani figurò l'Europa in una bellissima 
donna, che sta quasi adagiata in una sedia d'oro in atto di con- 
templare l'Olimpo. Essa stringe un lungo scettro nell'una mano, 
che tiene mollemente posata sulla cornucopia: è abb : gliata con 
bianca tunica e con manto porporino: giacciono non lungi dalla 
sedia lo scalpello, la mazzuola, la tavolozza, l'arpa, il caduceo e la 
corona d'alloro, emblemi dell'arti belle: a'piedi dell' immagine 
veggonsi un libro, la squadra, il compasso, il globo, emblemi 
delle scienze, e più indietro sta la civetta simbolo della sapienza. 



IL COST 

ANTICO E MODERNO 
DELLA GRECIA 

DESCRITTO 

DA ROBUSTIANO GIRONI 

YICE-BIBLIOTECARIO NELl/ IMPERIALE E REGIA BIBLIOTECA. 
DI MILANO E 1MP. REGIO CENSORE. 



INTRODUZIONE 



A, 



.l solo rammentare la Grecia infinite e grandi idee si ri- 
svegliano nella mente di chiunque stato sia di gentili discipline 
nodrito, ed attinto abbia, benché leggiermente, ai fonti delle muse, 
dell' arti belle , e d' ogni amena od austera disciplina. 

Idee che ci si risvegliano della Grecia. 

Chi mai può rivolgere lo sguardo su quel fortunato suolo, sul 
quale alimentati furono gli Omeri, gli Erodoti, i Sofocli, i De- 
mosteni , i Temistocli e tanti altri sommi uomini , e non provare 
una forte commozione che gli animi solleva , e le immaginazioni 
infiamma f Da ogni movimento, da ogni reliquia di quella famosis- 
sima gente esce quasi un fuoco divino che le nebbie diradando 
dei tempi ci presenta le lusinghiere scene della mitologia, i pre- 
digj delle arti ed il grande spettacolo di una storia feconda de' più 
maravigliosi avvenimenti. 

Difficoltà di ben descrivere la Grecia. 

Ma questo medesimo, diremo quasi, entusiasmo, che si eccita 
nell'anima di chiunque, che a contemplare si rivolga le cose della 
Grecia, fa sì che la troppo commossa fantasia non sappia spesso 
discernere bastevolmente la verità, e che i passi dell'osservatore 
incauti scorrano troppo arditi. Da ciò provennero forse i tanti sistemi 
intorno all'origine della Greca mitologia, le strane e sovente con- 
tradittorie spiegazioni che date furono di essa, la poca veracità 
che talvolta s'incontra ne' racconti non solo di alcuni storici ma di 
varj viaggiatori ancora , e finalmente la non bastevole esattezza nella 
descrizione de'monumenti, che dall'antica Grecia furono sino a 
noi tramandati. Tutte le quali cose dovuto avrebbero di leggieri 
sgomentarci nell'impresa, alla quale accinti ci siamo, di descrivere 
i Greci costumi. 



2.6 nv'TRODrzio?«i: 

Difficoltà di ridurre le cose Greche ad un sol centro. 

Un altro ostacolo e certamente fortissimo ci si presentava nella 
difficoltà di ridurre la storia ed il costume della Grecia ed un 
centro solo, ad una sola serie cioè di avvenimenti, ad una sola e 
medesima fisonomia di abitudini, di leggi e di costituzioni, siccome 
può farsi agevolmente intorno a tutte le altre antiche nazioni. Im- 
perocché la Grecia vuol essere in certa guisa considerata non come 
una sola nazione, ma quasi come un mondo intero, come l'unione 
di varj popoli, i quali sebbene fra di loro conservino qualche so- 
miglianza o relazione, assai differenti sono nondimeno nell'indole, 
nelle costumanze , ne' governi e persino nelle lingue. Quanta diver- 
sità infatti non si ravvisa ben testo fra il costume degli Ateniesi e 
quello de' Beozj o degli Spartani? 

Storia del Crillies. 

E quanto alla Greca istoria, noi siamo d'avviso che il Gill'es 
sia il più bello scrittore di essa, e forse il solo, che tutte le vicenda 
delle multiplici genti della Grecia ridotte abbia in un sol corpo , 
e quasi a quella difficile unità, che tanto alletta in ogni opera di 
seria e d'amena letteratura. Ad esso perciò noi sovente ci atterre- 
mo nella parte che risguarda la narrazione di que' politici e mili- 
tari avvenimenti , i quali aver p ossono qualche relazione col co- 
stume. 

ateniesi principali popoli della Grecia. 

Ma siccome fra i popoli della Grecia vogliono essere specialmente 
studiati gli Ateniesi , così ne' loro costumi noi procureremo di 
trattenerci in particolare maniera. Atene fra le Greche città fu 
certamente la più colta , la più illustre. Essa fu alle altre città 
maestra nelle scienze , nelle arti e nei vizj ancora. Le mode Ate- 
niesi servivano quasi di modello a tutti gli altri popoli Greci , che 
qualche vanto darsi volevano di gentil costume. Il territorio di 
Atene ci è inoltre assai più conosciuto che qual si voglia altro 
della Grecia , e tante sono le descrizioni che dell' attico costume 
ci furono tramandate , che non ci sembra diffidi cosa il formare 
un quadro , che tutti abbracci gli oggetti proprj a dipingere il 
carattere di un popolo , che un tempo fu il primo nel mondo. 

Inutilità di minute ricerche. 

Ma nel descrivere il costume si degli Ateniesi che degli altri 
popoli della Grecia non è nostro scopo di scendere a minute ri- 



INTRODUZIOXE 2^ 

cerche , od a sottili quistioni con inutile pompa d' erudizione , e 
senza alcun vantaggio de' leggitori. Qual progresso avremmo noi 
fatto nello studio dell' antichità , allorché dopo molte e laboriose 
congetture ci riuscisse di esternare la nostra opinione intorno alla 
forma del letto di Giunone o della nave, che trasportò gli eroi 
alla conquista del vello d'oro? 
Salmasio censurato. 

Noi dunque ben lungi dall' imitare il dotto Salmasio , il (piale 
dopo d'avere con due lunghe ed erudite dissertazioni dimostrato 
che molti scrittori affermarono non altro essere stati i pomi d'oro 
delle esperidi che bellissimi aranci , conchiude coli' attenersi all' av- 
viso di un dottore Alemanno , a favore dei cedri piuttosto che 
degli aranci ; ometteremo anzi tutto ciò che sappia di troppa 
sottigliezza , e che ad altro non gioverebbe che ad ingrossare inu- 
tilmente il volume. 
Nostro scopo in quest' opera. 

Laonde noi ripeteremo qui , essere nostro scopo non già di 
compilare un' opera nella quale tutto sia racchiuso ciò che intorno 
alla Grecia fu disputato , ma di scegliere , bensì quelle cose sol- 
tanto che non manchino di certezza o di probabilità , e che utili 
esser possano specialmente agli artisti. Noi dunque non ci arro- 
ghiamo la gloria di scrivere cose recondite o nuove , ma soltanto 
di spogliare le opere altrui in quella parte che risguarda il Greco 
costume . e di unire in un sol corpo ciò che seminato trovasi in 
una moltitudine di volumi presso che infinita , e la cui collezione 
non può ritrovarsi che nelle più grandi e doviziose biblioteche. E 
che mai aggiungersi potrebbe di recondilo o di nuovo a cose sulle 
quali questionato hanno tanti celebri autori sì antichi che moderni? 
Né però noi seguiremo ciecamente l'opinione altrui, ma ci scoste- 
remo anzi dalla sentenza di scrittori comecché, insigni , tutte le 
volte che le buone regole della critica ci dimostreranno ch'essi 
ancora caduti sono in qualche errore. 
Decenza necessaria nella descrizione del Greco costume. 
Nostro scopo non é pure di descrivere le turpitudini e le lai- 
dezze dei Greci. Il costume, specialmente degli Ateniesi, negli 
stessi bei tempi di Pericle era in alcune parti di tali sozzure mac- 
chiato , che da esso rifugge l'animo di ogni onesta persona. Noi 
dunque faremo di tal costume que' cenni soltanto che bastino a 



28 ' KSTRODCZIOISE 

formare di esso una giusta idea, ed a rendere l'opera nostra scevra 
di difetto ; ma conserveremo sempre la necessaria decenza , ad 
imitazione appunto di Socrate, il quale voleva che le grazie ancora, 
le vezzose ancelle di Venere , non apparissero clie di un velo co- 
perte. 
Difficoltà di ben parlare de' tempi favolosi. 

Un altro scoglio e certamente periglioso ci si presentò in queste 
ricerche , la difficoltà cioè di ritrovare una guida sicura in tutte 
le cose che risguardano i tempi favolosi. Imperocché sogliono al- 
cuni artisti e scrittori essere in questa parte assai liberi , e poco 
curandosi della verità attribuire ai tempi, per esempio di Ercole 
o di Teseo , i costumi che proprj sono della G recia già divenuta 
colta, ed in ogni genere di arti maestra. Quante volte veggonsi 
sulla scena le Euridici e le Arianne abbigliate come le Aspasie , o 
come le belle argive dei tempi di Alessandro? Quante volte la città 
di Tebe assediata dai sette capi ci si presenta costrutta con tutta 
quella magnifica e squisita architettura , che non ebbe luogo, che 
molti secoli dopo la seconda guerra Tebana? Laonde nel descrivere 
il costume de : tempi favolosi ed eroici, noi non avremmo saputo 
meglio apporci che all'autorità di Omero e degli altri più antichi 
poeti. 
I poeti primi istorici della Grecia. 

Non vi ha alcuno , il quale ignori che le prime istorie compi- 
late furono in versi , e che ad esse fu aggiunto il maraviglioso non 
ad altro fine , che a meglio imprimerle nella memoria delle genti , 
eccitando così più vivamente la loro immaginazione. Nel presentare 
poi i monumenti , che risguardano que' tempi , ci faremo altresì 
un dovere di avvertire i leggitori intorno alle ragioni che indotti 
ci hanno a scegliere l' uno piuttosto che l' altro monumento. In 
tre epoche pertanto fu da noi divisa la parte che appartiene ai 
tempi favolosi. Esse sono la spedizione degli Argonauti, la seconda 
guerra di Tebe e la guerra di Troja. 
Tempi istorici, seconda età della Grecia. 

Dopo la guerra di Troja incornicia ad apparire la luce della 
storia , la quale viene a poco a poco presentandoci grandi scene 
per l'immaginazione, e sublimi esempj di politica e di filosofia. I 
Greci ritornati appena da quella celebre impresa si trovarono fra 
mille atroci vicende: viddero troni bagnati di sangue, città oppresse 



INTRODUZIONE 29 

da crudeli tiranni, e funestissime guerre intestine, finche, scosso 
finalmente il giogo da alcune città , tutta la nazione si costituì in 
repubblica. In questi tempi, che considerare si possono come la se- 
conda età della Grecia, apparvero i più grandi capitani e i più 
saggi legislatori; le arti e le scienze si vestirono di splendore; la 
popolazione crebbe al segno che fu d' uopo spedire varie colonie 
a ricercare altrove e suolo e fortuna; i Greci divennero i primi 
popoli del mondo. 
Terza età della Grecia, 

Ma la Grecia spregiando la politica unione , cui andava debi- 
trice delle sue famose vittorie contro de' Persiani , e nella quale 
consiste il nerbo di una nazione, si lasciò ben tosto dominare dalla 
gelosia di stato, funestissima peste delle repubbliche e dei regni. 
La Grecia fu divisa in tre potenze : Atene , Sparta e Tebe si- 
gnoreggiarono a vicenda. Nel seno stesso di Tebe e sotto le disci- 
pline del padre di Epaminonda veniva frattanto educato Filippo il 
Macedone profondo politico , al cui occhio nulla sfuggiva di ciò 
che un giorno giovargli potesse per la conquista della Grecia tutta. 
Egli provava un segreto piacere vedendo che i Greci andavano 
lacerandosi e deboli rendendosi colla celebre guerra civile cono- 
sciuta sotto il nome di guerra sacra» 
Filippo conquista la Grecia. 

Filippo tosto che pervenne al trono della Macedonia diede alla 
Grecia il crollo fatale ; ma la grande impresa non fu condotta a 
fine che da Alessandro suo figliuolo. L'epoca, che ora trascorsa 
abbiamo, comprende i più bei tempi della Grecia, e l'età in cui 
le scienze e le arti giunsero al grado più sublime. 
Quarta età della Grecia. 

Morto Alessandro , la Grecia divenne il teatro delle guerre dei 
Macedoni, e le belle sue città furono abbandonate in preda di fe- 
roci tiranni, finché gli Achei mercè del valore di Arato gettarono 
le fondamenta di una nuova repubblica , la quale può reputarsi co- 
me V ultimo sforzo della libertà de' Greci. 
Mepubblica degli slcliei. 

Gli Etolj peiò e Cleomene re di Sparta si opposero fortemente 
alle mire di Arato, come che saggie fossero e tali che alla Grecia 
rendere potessero la gloria antica. Gli Achei dopo varie sconfitte 
chiamarono in loro soccorso Filippo II re della Macedonia. Gli 



3o IXTRODrZIONE 

Etolj e gli Ateniesi riunitisi , vedendo di non poter reggere contro 
la forza degli Achei e dei Macedoni, si posero sotto la protezione 
dei Romani , i quali dichiararono ben tosto la guerra a Filippo. 
Politica de' Romani. 

I Romani già divenuti formidabili e potenti per le spoglie di 
Cartagine lusingarono da principio la Grecia con quella avveduta 
politica, colla quale già ingannati aveano tanti altri popoli, e fin- 
gendo di voler restituire a ciascuna città la primiera costituzione 
le tennero tutte divise , e le resero impotenti a difendersi ed a 
tentare alcuna grande impresa. Finalmente Roma , dopo di avere 
regolato le cose della Grecia come mediatrice ed arbitra, la sog- 
giogò colla forza delle armi. 

La Grecia conquistata dai Romani. Ultima età della Grecia. 

II console Mummio distrusse la superba Corinto, e nelle mine 
di lei fu seppellita per sempre la libertà dei Greci. Da quest'epoca 
la Grecia divenne una provincia Romana sotto il nome di provincia 
d' Acaia : il che accadde l'anno 608 , dopo la fondazione di Roma. 

Divenuta la Grecia sena dei Romani esercitava non di meno 
sui vincitori stessi una specie d'impero nelle scienze e nelle arti, 
quando Mitridate re del Ponto, ed il più terribile dei nemici del 
nome Romano, attrasse su di essa una guerra micidiale. 

Guerra di Mitridate e di Siila. 

Siila per mancanza di macchine non potendo prendere Atene 
divenuta il centro delle forze e delle falangi di Mitridate fece bar- 
baramente distruggere i boschi dell'Accademia e del Liceo, e coi 
legni che ne trasse avendo costruito tutto ciò, che d'uopo era al- 
l'assalto, s'impadronì di queir infelice città, che tosto abbandonò 
al saccheggio ed alla devastazione , siccome già fatto avea dei tempj 
d'Epidauro, d'Olimpia e di Delfo. 

La Grecia sotto Ottavio. 

Ottavio dopo di aver prese le redini del mondo, temendo che 
la Grecia potesse nuovamente scuotere il giogo, ne sottomise il 
governo a tre pretori Romani, e i Greci oppressi ed avviliti non 
più ci si presentano che come un popolo spregevole e miserabile. 

Costantinopoli ed impero d'oriente. 

Bizanzio divenuta Costantinopoli e sede dell'impero d'oriente 
non altro ebbe di Greco che i vizj, la superstizione, la menzogna 
e la mala fede. « La rivoluzione , cosi l'illustre Choisseul nel dis- 



llfTRODUZlONE 3l 

corso preliminare alla sua grand' opera , la rivoluzione, che traspor- 
tò sul Bosforo la sede dell'impero, non potò a meno di svegliare 
all'istante ne' Greci una specie di ebbrezza. Roma abbandonata per 
una città Greca fu a' loro occhi una vittoria , che la Grecia ripor- 
tava su Roma. Ma che poteva mai dopo le passate vicende produrre 
una si speciosa rivoluzione? Le idee di patria e di libertà svanirono 
del tutto. I Greci divennero tanto più vili ed abbietti, quanto più 
vicini furono al trono: i vizj della corte si sparsero più rapidamente 
sull'intéra massa della nazione: le dignità si usurparono gli omaggi 
conseerati alla \irtù: il solo scopo de'Greci fu quello di adulare 
il tiranno «. 
La Grecia sotto i Turchi. 

La Grecia più non ci offre che un miserando spettacolo di 
tristi e deplorabili avvenimenti. Presa e devastata a vicenda da cento 
diverse nazioni, Goti, Sciti, Alani, Gepidi, Bulgari, Africani, Sa- 
raceni , Crociati , divenne finalmente al principio del XIV secolo 
la preda dei Turchi , sotto il cui giogo geme tuttavia , e più non 
presenta all'occhio del viaggiatore che regioni incolte, rozzi tugurj, 
abitanti oppressi dalla miseria , e nell'iguoranza immersi. 
Greci moderni. 

Malgrado di un tale avvilimento la Grecia vanta tuttora alcune 
anime grandi , che mentre gemono sulle preziose reliquie dell' an- 
tica patria vanno nutrendo generosi sentimenti , ed aspettando una 
mano benefica che loro restituisca il primiero splendore. Nelle cam- 
pagne e sui monti, soggiunge il già lodato autore, lungi dalla città 
regina dell'impero fa d'uopo ora ricercare i veri nipoti degli an- 
tichi Greci. 
Scanclerberg. 

Su quelle scoscese montagne si formarono già sotto di Pirro i 
guerrieri vincitori dell'Italia, e formidabili a Roma stessa sovrana 
del mondo; colà appunto il grande Scanderberg , l'eroe della cri- 
stianità , il \incitore d' Amuratto e di Maometto II , rinnovò con 
un pugno di guerrieri nel XV secolo i prodigj operati diciotto se- 
coli prima nc'eampi dell' Atlica e della Beozia; e colà finalmente 
vivono ancora i discendenti degli antichi Spartani; conosciuti sotto 
il nome di M ani otti , i quali non mai piegarono il collo sotto il 
giogo ottomanno. Y. già sembra che su quelle infelici spiaggie spun- 
t.no alcuni raggi di una bell'aurora , da che i moderni Greci, 



3 a INTRODUZIONE 

specialmente della Jonia, cominciato hanno a coltivare la mente 
ed il cuore colle lettere e colle scienze unico retaggio de'loro avi. 
Possano essi riacquistare un giorno la primiera gloria e far rivivere 
que' grandi uomini, la cui sola memoria tanto le loro e le nostre 
anime infiamma ! 
Immagine della Grecia. 

Spinti da un tale desiderio noi ad imitazione dello stesso 
Choisseul nella tavola quinta presentiamo la Grecia sotto l'im- 
magine di una matrona avvinta di catene : essa è circondata da' fu- 
nerei monumenti innalzati alla memoria de'sommi uomini che tanto 
la resero famosa : tiene l' un braccio appoggiato sulla tomba di 
Leonida : dietro a lei sorge una lapide , sulla quale si legge 
1 iscrizione fatta da Simonide pei trecento Spartani morti nella 
battaglia delle Termopile : passeggiero , di a Sparta , che noi 
qui giacciamo obbedienti alle sue leggi. La Grecia sembra 
invocare il soccorso di qualche grande Potenza, che la sollevi dal 
suo avvilimento. Sulla vicina rupe sono scritte quelle famose parole 
di Didone nel IV. dell'Eneide: 

ExORURE ALIQUIS NOSTRIS EX OSSIBUS ULTOR. 




f/s'rrr,/ -, r, >//,<■■ y fr/////',;, ,;;//?? /W 



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CHE CONSULTATE SI SONO 

PEL GRECO COSTUME (i). 



j4.cun.us Tatii De Clitophonlis et Leucippes amorìbus libri Vili, gr. et 

lat. ex recens. B. G. L. Boden. Lipsiae , 1776 , in 8.° 
Mschyli tragoediae , cur. Fr, H. Bothe. Lipsiae, i8o5 , in 8.° 
Agincourt , Seroux d' Histoire de V art par les monumens, Paris , i8it , 

et suiv. fol. 
Agricola, de mensuris et ponderibus Romanor. et Graecor. Basii. , i55o, 

in Jbl.° 
Alciphronis Sopii. Epistolae ; tradotto in italiano con note. Milano , 

1806, in 8.° 
Aljpii, Introducilo musica, gr.lat. apud antiq. musicae auctores , ex edit. 

Marc. Meibomii. Amstel. , i65a, voi. 2. in 4-° 
Anacreon. Teli, et Saphus, Carmina cur. Fr. G. Born. gr. Lipsiae, 1789, 

in 8.° 
Angiologia. Napoli, gr. ital. , 1788, voi. 6* in 4-° 

(1) Noi non citiamo qui che le principali opere. Se taluno de' nostri 
leggitori troverà che in questo catalogo sia stato dimenticato qualche 
libro, non sia così facile ad accusarci di omissione, poiché noi potrem- 
mo rispondergli che certi autori furono da noi omessi avvedutamente , 
non sembrandoci che somministrare ci potessero materia air uopo nostro 
opportuna , o sembrandoci le loro opere di sì poco pregio che non meri- 
tassero d' essere annoverate. Tale per esempio fra le altre abbiamo re- 
putata '•ssere V opera di Bannier. Oltre le opere annoverate in questo ca- 
talogo furono da noi consultate di mano in mano moltissime altre che 
verranno accennate a pie di pagina negli opportuni luoghi. 



34 

Aniiqaite sacr. et prof. gr. et rom. Haje, 1796, infoi. 
Jntonini Itinerarium, edit. Pet. Wesselingii. Amstcl., 1735 , in 4. 
Appiani Alexanàr. Historiae , gr. lat. cum notis varior. Amstel. , 1^70, 

a, voi. in 8.° 
Apollodori Athen. Bibliotheca , cum notis et versione gallica E. Clavier. 

Paris , i8o5 , voi. a, in 8.0 
Apollonii Rhodii. Argonautica , cum notis varior. cur. Jo. Shaw gr. lat. 

Oxon , 1779 , in 8.° 
Apuleii, Metamorphoseon. L. XI. edit. Priaei. Goudae. , i65o, in 8.° 
Archalogia , or Misceli. Tracts relat. to antiquites. pubi, by the Society 

of antiq. of London > 1779, 1814 , voi. 18, in /}•<> 
Aristophanis Comoediae , cur. Brunck. gr. lat. Argent. , 1783 , voi. 4 , in 8.0 
Arrianus. de exped. Alexandri et Indica, cur. Nic. Blancardo , gr. lat. 

Amstel., 1668 , in 8.° 
Athenians ìettcrs. Lond. , 1781, in 4. 

Aubignac. Pratique du théatre. Amster. , 1715, voi. a, in 8.° 
AugustinuS. Gcmmae et Sculpt. antiq. ec. 1694, in 4«° 
Augustini S. Opera, edit. Benedictin, Parisiis , 1679, vo ^ 1J > infoi. 
Auli Gellii Noctes atticae, cum notis varior. Lug. Bat. , 1(66, voi. a, 

in 8.° 
Bailly , Histoire de l'astronomie ancienne , Paris, Debure, 1781, in 4-° 
Essai sur les fables et sur leur histoire. Paris, an Vili., voi. a, in 8.° 
Balduinus, de Calceo antiquo etc. Amstel., 1667 , in 16. 
Bardon , Dandrè. Les costumes des anciens peuples. Paris, 1772, voi, 3, 

in 4 ° 
Barthelemy , Voyage du jeune Anacharsis en Grece pubi. par. M, de 

Saint- Croix. Paris, Didot jeune an VII. 7, voi. in 4-° et atlas. 
Bartholinus Th. De armillis veterum. Amst. , 1676, in in. De tibiis ve- 

terum ibid. 1679, in 12.0 
Bartholdy , Voyage en Grece dans les ans-iSoZ-^. Trad. de V Allem. par. 

A. D. C. Paris, 1808, voi. 1, in 8.° 
Bartoli a Sante , Mus. Odescalcum. Romae , 17^7 , voi. 2 , in fol.° 
Basilii magni Collectio operum , gr. lat. Parisiis, 1721, voi. 3, infoi. 
Batteux , Histoire des causes premières Paris, 1769, voi. 2, in 8." 
Bayle , Dict. histor. et critiq. Roterdam , 1720, voi. 4, infoi. 
Belon , Observations de plusieurs singularités trouvées en Grece etc Pa- 
ris, i588 , in 4. 
Begeri Bellum et excidium Trojanum ex antiquitatum reliquiis etc. Bero- 

lini , 1699, ,M 4-° > e l c °ltre opere di quest" autore. 
Berger , Comment. de personis vulgo larvis. Francof. , 1723 , in 4° 
Bianchini , Fr. Storia universale provata co' monumenti. Roma, 1697 , 

in 4. 
Bionii et Moschi Idyllia cur. L. A. Teuchero gr. lat. Lipsiae , 1793 . 

in 8.° 
Blond , Description des pierres gravées de M. le Due d' Orleans. Paris . 
1780 , voi, a , in fol.° 



35 

Blair' s , Chronological tables and maps , etc. Lond. , i8o3 , infoi.* 
Boettiger , Descriptions et Fragmens etc. traci, de t Alleni, par. F. F* 
Bast. Paris. Didot le jeune an IX., 1801 , in 8.° 
Les furie s. Paris, 1802, in 8.° 
Bos C Lamb. ) Antiquitatum graecar. descriptio. Lipsiae , 1767 , in 8.° 
Bossuet, Discours sur l'Hist. universelle. Paris, Renouard , 1S0S, voi. 6, 

in 12. 
Bracci, Comment. de antiq. Scalptoribus. Fior. 1786 , voi. 9, in f.o 
Bruckerus ( Jac. ) Historia critica philosophiae. Lipsiae, 1742» v ol. 6, 

in 4. 
Brisòonius ( Barn. ) et Hotomannus , De veteri ritu nuptiar. et jure eon- 

nubiorum. Lugd. Bat. 1641 , in 12.° 
Brunings ( Chri. ) Compendiunt antiquitatum graecarum etc, 173.4, 

in 8.0 
Buffon, Histoire natur. etc. rédigée par Sonnini» Paris an VII., 1798, 

1807 , voi. 127 , in 8.° 
Byzantinae historiae scriptores, etc. Parisiis, etc. , voi. 5o , infoi. 
Callimachi Cyr. Opera omnia cuni notis Varior. gr.lat. Lugd. Bat., 1761 in 8. 
Caryophilus , De veterum clypeis. Lugd. Bat., 1751, in 4*° 
Caylus , Recueil d'antiquités égypt. étrusques etc. Paris, 1761 , voi. 7, 

in 4-° 
Cellarius , Notilia orbis antiqui, Lips. 1 7 3 1 , voi. 2, in 4-° 
Chandler's , Travels in Greece , and in Asia minor. Oxford and Lon- 
don , 1776 , voi. 2, in. 4. 

Inscriptiones antiquae. Oxonii , 1774» infoi. 
Charitonis aphrodisiensis , de Cherea et Callirhoe etc. gr. lat. Amstel. , 

1750 , voi. 2 , in 4«° 
Chau , Description des pierres gravèes de M. le Due d'Orleans. Paris, 
1780, voi. a, infoi. 
Sur les attributs de Venus. Paris, 1776, in 4«° 
(Chaussard,) Fe'tes et courtisannes de la Grece. Paris , i8o3 , voi. 4 , 

in 8 .0 
Chevalier , Voyage dans la Troade. Paris , voi. 3 , in 8.° 
Choisseul-Gouffier , Voyage. pittoresq. de la Grece. Paris, 1782, infoi.** 
Coluthus De raptu Helenae , gr. lat. ital. s k ex recens. M. Bandini. Fio* 

rentiae 1765 , in 8.0 
Conti, Illustrazione del Parmenide di Platone. Venezia, 1742, in 4-° 
Corsinus , Fas'i attici Florent. , 1744 - v °l- 4» * n 4*° 
Croix , Ste, Examen critiq. des anciens historiens d'Alexandre. Paris, 

i 77 5, in 4.0 
Danetius , Dictionar. antiquitat. Roman, et Graec. Paris., 1698, in 4. 
Dapper , Description des iles de l'Archi pel. Amst. 1703, in fot. 
Denina , Istoria della Grecia. Venezia, 17S4, voi, 4* W* 8.° 
Diodori Siculi Biblioth. cur. P. Weselir.g, gr. lat. Bip. et Argent., i7g3- 
1801 , voi. 11 , in 8.° 



36 

Dicgenes Laertìus , De vitis philosophorum , gr. lat. Lips. , </3q, in i.° 
Dionysius Halicarn. Opera omnia, gr. lat. Oxon. , 1704, voi. 2 , in fol.° 
Dissertation ori the Eleosinian and Bacchio Mysteries. Amst. , in 8.° 
Dodwel , Da veteribus Graecor. Romanor. cyclis. Oxon., 1701 , in 4. 
Dupuis , Origine de tous les cultes , etc. Paris, an III. ( 1793) voi. 4, 

ih 4 .° 
Duranti, Recueil et Parai, des édijlces , etc. Paris, an Vili., fol. at- 

lant. obL 
Echel, Doctrina nurnmor. veterum , Vindobonae , 1798 , voi. 8 , in 4-° 
Eisenchmidius , De ponderibus et mensuris veterum. Argent, 1737, ré ia.° 
Enciclopédie mèliiodiq. Antiquilès , Mythologie etc. Paris , 1786 , et 

suiv. , in 4. 
Ercolano , Antichità d' , etc. Napoli, 1757,99, voi. 9, ré fol.° 
Euripidis Tragoediae ex edit. et cura noi. Barn. air. Beckio , gr. lat. 

Lips. 177888, voi. 5, ré 4-° 
Flaxman , The Iliad and Odyssey of Homer , engrav. hy Th. Piroli 

etc. Lond. , 1795 . fol. obi. 

Compositions frorn the tragedies of Aescliylus, etc. Lond., 1795, 
Jol.° obi. 
Geographiae veteris scriptores graeci minores , edit. H. Dod. et J. Hud- 
son , gr. lat. Oxon., 1^98, voi. 4 » *"■ 8. 
Geli , Geoaraphy and antiqui ties oj Ithaca. Lond. , 1807 , ré 4-° 
Gessnerus , Numismata Graeca etc. Tiguri in foi° 
Gillies , History of the ancient Greece. Loud. , 1786, voi. 3, in ^.° 
Goguet , De l'origine des lois , etc. Paris, 1758, voi. 3, ré 4.0 
Corius, Thesaurus gemmar, antiq. Fior. 1750; voi. 3, infoi. 
Gosselin , Gèographie des Grécs analysèe. Paris, 1790, ré 4-° 
Gronovii Thesaurus anliquitatum Graecar. Lugd. Bat. 1697 , voi. i3 , 

ré fol.° 
Guichard , Funcrailles et diverses maniéres d'ensevelir des Grecs et des 

Rom. Liou , i58i , ré 4. 
Guis , Voyage litteraire de la Grece. Paris, 1^^ voi. 4? ré 8.° 
Hamilton, Pitture de' vasi antichi. Firenze, 1800, voi. 4 , «" fol.° 
Hancarville, Recherches sur les arts de la Grece- Lond., 1785, voi' 3, 

ré 4.0 
Antiquitès ètrusq. grecq. eie. Naples , 1 7G7 , voi. \, in fui.® 
Herodote , Hisloire eie. par Larcher. Paris, 1802, etc. voi. 9, ré 4-° 
Hesiodi Opera cum nolis Varior. gr. lat. Amstel. , 1701, ré 8,0 
Homerus, llias , cur. C. G. Heyne , gr. lat. Lips. , 1802, voi- Ù , in 8. 

Opera, cur. J. Aug. Ernesto, gr. lat. Lips. 17^9, voi. 5, in 8.° 
Huine discours politiqutS. Paris , 1754, voi- a, ré 12.° 
Jamblichus , De mysteriis etc. , gr. lat. Oxonii , 1678, infoi. 
Juliani Imperatori* Opera, gr. lat., cur. Spanhemio. Lips., 1696, ré 

fol." 



Junìus , De pictura veterum. Roterei., 1694 infoi.* 

Justini Ffist. cum notis Varior. , cur. Gronovio. Lugd. Bat. , 1760, in 8 .* 

Justini Martyris Opera omnia, gr. lat. stud. Bened. Parisiis, 174^ > in 

foir 

Kirmannus , De annulis. Lng, Bat., 1G72 , in iG.° 

Laguilletière , Alhenes ancienne et nouvelle. Paris , 177^ , ìli 12. 

Lampe, De cymbalis veterum. Tra], ad Rh. , 1703, in 1G. 

Lens, Costume, ou essai sur le liabillement et les usages de plus, peupl. 

de l' antiquité , prouvè par les monumens. Liége , 1776, in L \ a 
Lessing , Laoocoon sur la peinture et la poesie, trad. de V Alleni. 

Paris , 1802 , in 8.° 
Lipsius Justus , opera omnia. Antnerp. . 1692 , voi. 4> in foLP 
Lomeyerus , De lustrationibus veterum gentilium. Ultraj. , 1GS1 , in 4-° 
Lydius , De re militari. Dordr. , 1698 , in 4-° 
Malliot, Recherches sur les costumes , e te. dei anc. peuples eie. Paris, 

Didot l'ainé, 1S04 , voi. 3 . in 4-° 
Manette , Des pierres gravées Pari.? , 17^0 , voi. 2 , in fol.° 
Marmerà Oxoniensia , gr. lat. Ovon. 1 7^3 , in fol. Q 
Martin, Explication de divers monumens singuliers etc. Paris, 1739, 

in 4 - 
Meibomius , Antiquae musicae auclores , gr. lat. Amstel. , iG5a , voi' 

1 , in 4-° 
Meiners , Histoire etc. des arts dans la Grece, trad. de l'Alleni. Paris. 

voi. 5 . in S.° 
Memoires de V acadèmie des inscriptions et belles lettres. Paris, 1717, 

etc. 
Meursius , Graecia feriata. Lugd. Bat., 161 5, in 4«° Graecia ludibun- 

da Ibid. , 162:") , in 8.° 
Millingen , Peintures antiq. et inedites de vases Grècs etc Rome, 18 r 3 

in Jbl.° 
Mionnet- Description de medailles antìq. gr. etc Paris, 1 3 1 6- 1 3 , voi. 

6 , in 8.» 
Montfaucon , Antiquité expliquèe. Paris, 1719, voi. \~> , infoia 
Paleographia graeca. Paris, 170S. infoia 
Montesquieu, ses Oeuvres. Amst. , 17 58, voi. 3, in 4-° 
Musée Napoleon etc. Paris , 1804 , et suiv in 4. 
Nicolai , De graecorum Inetti. Tliielae , 1G97 , in 1G. 
Noel , Dictionnaire mythologique. Paris , an IX. , voi. 1 , in 8.° 
Nonni Dionysiaca : gr. lat Hanoviae , 1G10 , in 8.° 
Orìgenis opera omnia, gr. lat. cur. Car. de la Rue. Paris, 1732, voi. 

4 , in fol. 
Orphaei Omnia quae extant , cur. God. Her inanno > gr. lat- Lips. , i8o5 

IR 8." 
Paciaudus , De alhletis Graecorum. Romae, 17^6 , in 4«° 
Palmerius , Graeeiae descriptio. Lug. Bat. , 1678 , in 4-° 



38 

Vasserius , Nov. Thes, gemmavum. Roma e , 1781 , voi. 5 , infoi. 
Pausanias , Graeciae descript io , cur. Jo. Fr. Faclo , gr. lat- Lips. , 

1794 , voi. 4 t xn 8 -° 
Pavw , Becherches philosophiq. sur les Grecs. Berlin, 17S8 , voi. a, 

in 8.° 
Picard, Bern. Cèrèmonies et coutumes relig. etc. Àrast. . 1723 , tom. 5, 

voi. 7 , in fol. a 
Piranesi , L B- Antiquités de la grande Grece, etc. Paris, 1804, 

in fol. 
Platonis , Opera, gr. lat. interpr. A/ars? Ficino. Francof. , 1G02 , 

in fol. 
Plinti , Ser. ( Cali ) Historiae naiur. eum notis varior. ex rccens. 

Georg. Frid. Fratizii. Lips. 1778-91 , voi. 10 , in S.° 
Pluche , Hìstoire du ciel. Paris, 1739, voi. a, in 12. 
Concorde de la Gèographie des differens dges- Paris, 178^, in 8.° 
Plutarco, Le vite etc, volgarizzate da Girol. Pompai. Verona, 1773, 

voi. 5 , in 4- 
Polenus , Ulriusq. thesauri anliquitat. rornan. et graecar. etc. Venet. , 

1737 voi. 5. infoi. 
Polybius , Historiae, cur. Jo. Scìiweighaeuser , gr. lat. Lips., 1789, 

voi. 9 , in 8.* 
Postcllus , De magistralibus Atheniensium. Venet. , 1 54 1 , in 8. 
Potterus , Archaeologia graeca. Lug. Bat. , 1702 , in fol.° 
Pouqueville , Voy. en Marèe , en Albanie , etc. Paris, 181 5, voi. 3 , 

in 8.° 
Procopii Historiae, gr. lat. Parisiis , 1662, voi. 2, infoi. 
Quadrio , Della storia e della ragione d' ogni poesia. Bologna e Milano 

1739-52, tom. .t , voi. 7, in 4° 
Quatròmere , Le Jupiter Olympien , etc. Paris., 181 5, infoia 
Qttintus Calaber , Praetti-missa ab Homero , cur. J . Coni, de Paw. , gr 

lat. Lug. Bat. , 1734 , in 8.° 

Posthomericorum etc. cum observ. Chr. G. Heynii. Argent. 1807 , 

in 8.° 
Basche, Lexicon univ. rei nummariae etc. Lipsiae , 1785-1805 , 7, voi. 

14 , in 8.° 
Boccheggiani , raccolta di 200 tavole rappres. i costumi etc. , Boma 

1804 , voi. 2 , fol obi. 
Boi ( le ) Buines de la Grece. Paris, 1770, tom. 2, voi. 1, infoi. 
Boussier , Mémoire sur la musique des anciens. Paris, 1770, in 4-° 
Sabatitr , Moeurs , coutumes et usages des anc. peuples Paris, i"70, 

in 4. 
Saint-Non Voyage pittoresque , etc. du Boyaume de Naples eie. Paris, 

1781-86 , tom 4 > en 5 voi. in fol. 
Schlegel , Geographia Jlomerica. Hanov. 1788 , in 8.° 
Scrofani , viaggio in Grecia negli anni 1794 e g5 , voi. 3, in 8.° 



h 

Sonnini , Voyage en Grece etc. Paris, 1801 , voi- 2, in S.° et alias , 

in 4-° 
Sophoclis Tragoediae , cur. B. Brunckio , gr. lat. Argen. , 1776, voi 1, 

in 4.° 
Spallali , Tableau historiq. des costumes , etc trad de V Alleni- etc. 

Metz, 1804-9 , voi 7 , in 8. 8 et atlas- etc. 
Spon , Recherchet curieuses sur V antiq. Lyon, i683 , in 4-° 
Stosch , Pierres antiq. gravées. Amst- , 1724, infoi. 
Stuard , The antiquities of Athen etc. London , 1761 , in fol.°, ed an- 
che l' edizione francese.. 
Thucydidis /ustoria cum notis etc, gr. lat. Biponti, 1788, voi. G,inS.° 
Tischbein , Recueil de gravures d' après des vases antiques etc Paris, 

1810, voi. 4 > w* f°l-° 

Figures d' Hornère d' après V antiq uste etc Metz, 1801, in fol." 
Valerius Flaccus , Argonauticon , cur- J. A. Waguer. Gottiagae , i8o3 , 

voi. 1 , in 8.° 
Visconti , il Museo Pio -dementino, Roma, 1783 , voi. 6 , in fol.° 

Iconographie grècque. Paris, Didot V ainé , 1811 , voi. 3, in 4- nvee 

atlas. 
Visconti , FU. Aur , e Guattani, il Museo Chiaramvnti. Roma, 1808 infoi. 9 

Vitruvius , De architectura eie cur. I. Gol- Schneider. Lips. , 1808 , 

voi. 4 * m* 8.° ed altre edizioni dello stesso. 
Weler , voyage d' Italie , de Dalmat. de Grece, etc La Haye, i^aS 

voi. 2 , in 12. 
Winktlmann , ìlistoire de V art chez lei anciens , etc. avec des notes , 

etc. Paris ari XI. . 1802 , voi 3- in 4> 
Monumenti antichi inediti. Roma , 1767 , voi 2 , in fol.° 
Young , Wil. the history of Athens. Lond. , 1786 in 4.0 
Xenophontis quae extant omnia , ex edit. Schaeideri et Zeunii , gr. lat. 
Edimburg , 181 1, voi. io, in 8.° 



TOPOGRAFIA 



DELLA GRECIA. 



Etimologia dei nomi della Grecia. 

IVIolte sono le questioni, ohe dagli scrittori sogliono farsi 
intorno all'origine dei nomi Grecia e Greci. Imperocché fra tutte 
le antiche nazioni la Grecia è forse quella, la quale come che me- 
no vetusta degli Egizj, degli Ebrei, degli Assirj e dei Cinesi, ci 
si presenta non di meno oscurissima nelle sue origini , e priva d ogni 
fasto e civile e militare. Grandi imperj già fiorivano uell' Africa e 
nelT Asia , e tuttavia la Grecia era barbara e selvaggia. Per il che 
i Greci stessi ignorando totalmente la loro origine si vantavano 
d'essere A!wzUQoveq, figlinoli cioè di quella medesima terra, ch'era 
da loro abitata. Plinio ( lib. 4 , e. 7 , ) afferma che la Grecia 
ebbe il nome da Greco uno dei re della Tessaglia. Ci sia però 
permesso il rintracciare più da lungi l' origine di questo nome , e 
l'abbandonare l'autorità di Plinio, giacché nulla egli arreca in 
prova della sua asserzione. I più antichi nomi , sotto dei quali tro- 
viamo rammentati i Greci sono quelli di Pclasgi o di Elleni. Il 
signor De Gebelin è d'avviso che i primi abitanti della Grecia 
venuti sieno dal settentrione, cioè dalle sponde del Danubio, e 
ch'essi chiamati fossero Pelasgi : aggiunge che diedero il nome di 
Illirico , cioè stretto , ad un mare lungo e stretto , e che chia- 
marono pure Illirio il paese che si estendeva lungo le sponde 
d'esso mare ; ma che poi vie più inoltratisi fino al monte Acro- 
ceraunio al settentrione della Caonia e della Tessaglia, dove 
termina il golfo , quivi trovarono un mare largo e spazioso , cui 
diedero il nome di Ma o Me, vasto, immenso, d'onde venne, 
il vocabolo Raicus, col quale chiamarono il mare, ed il popolo, 




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DELLA GRECIA. 4 1 

che lunghesso abitava. Esichio ci ha conservato questa denomina- 
zione come la primitiva dei Greci. Ma sicome « le lettere linguali, 
L ed R , aggiunge il signor de Gebelin , sogliono essere prece- 
dute dalla gutturale, così la parola Rhaicus si cangiò facilmente 
in Graicus « . Questa congettura se non è del tutto probabile , 
ci sembra nondimeno assai ingegnosa , e siccome osserva il signor 
Mentelle , ci dà la ragione per la quale i popoli , eh' ebbero il 
nome di Greci, furono distinti dai Macedoni , dai Traci , e dalle 
altre nazioni Pelasge , sebbene non abbiano probabilmente avuta 
che un' origine comune. 

Etimologia de' Pelasgi. 

L'opinione di Gebelin sembra confermarsi dal vocabolo UeÀapyoq 
o UèlxTyoc, che significa cicogna , poiché quei primi popoli a 
guisa degli uccelli andarono in varie terre errando. Essi abbando- 
nino le sponde del Danubio forse allettati dalla bellezza e dalla 
fertilità delle regioni che più si estendono verso il mezzodì del- 
l' Europa. Lo stesso Gebelin dice che i Pclasgi furono ancora ap- 
pellati Jonj dal loro padre Jon figliuolo di Japhet e nipote di Noe, 
d'onde venne il nome di Jonia ad' una parte della Grecia (i). Egli 
è altresì d' avviso che nella storia di Deacalione e degli Argo- 
nauti si trovi raffigurata quella di Noè , e che perciò Elleno 
che secondo i Greci fa figliuolo di Deucalione , e dal quale essi 
ebbero il nome di Elleni, non sia ch'I' Jon padre degli Jonj, 
ossia dei Pelasgi , e conchiude che Mosè avea memorie eccellenti 
intorno al paese ed alla popolazione della Grecia. 

Vetustà della Grecia. 

L'opinione di Gebelin, qualunque essa siasi, è quasi conforme 
a quella di Giovanni Gillies (2), ed alle antiche tradizioni, elle la 
Grecia cioè fu abitata sino da dieiotto secoli circa prima dell'era 
volgare, e che que' primi popoli non erano così rozzi ed incolti, 
siccome rappresentati ci vengono dalla più parte degli scrittori , 
ma che caddero poi nella più oscura barbarie , da che per qualche 
fisico o naturale sconvolgimento a cui nell' un tempo o nell' altro 
tutte andarono soggette le regioni dell' universo, tutta fu pure per 

(i) Con quest'autore sembra pure d'accordo il Boccarto nelle sue 
dotte disquisizioni sulle radici e suU' origine delle lingue. 
(2) Hist. of anc Greece voi 1. pag. 3. 



4'-» DELLA, GRECIA 

cosi dire composta la faccia della Grecia, «iccome avremo altrove 
a dimostrare. Né però crediamo di dovere del tutto aderire all'i- 
potesi poc'anzi esposta. Noi l'abbiamo qui recata soltanto, perchè 
ci è paruta e la meno improbabile e la più ingegnosa (i). 

Figura della Grecia. 

Premesse le quali cose , e nella supposizione che dalle rive 
del Danubio discesi sieno i primi abitatori della Grecia , potrà , 
giusta il sistema dello tesso Gebelin (2), rappresentarsi questa re- 
gione come un gran triangolo acuto , la cui base sarebbe il Da- 
nubio al settentrione, ed i lati sarebbero l' Adriatico ed il mare 
Jonio dall'una parte, e V Ellesponto, o stretto di Gallipoli , ed 
il mare Egeo, od Arcipelago dall'altra. Questo triagolo è diviso 
in tre grandi fascie, o sezioni da diverse catene di monti parallele 
alla base. Il vertice presenta una penisola quasi del tutto divisa 
dal restante del triangolo. Tale è l' idea più esatta che può aversi 
della figura che ci si presenta dal territorio della Grecia. Sembra 
perciò che la natura stessa abbia disposto questo paese in guisa 
da formarne il retaggio di una grande nazione divisa in differenti 
popoli , giusta la stessa divisione presentata dal suolo. 

Primi abitanti della Grecia. 

I primi abitatori della Grecia provennero probabilmente dal- 
l' Asia , passando 1' Ellesponto , braccio di mare assai stretto. I più 
semplici battelli bastar potevano per questo passaggio , giacché , 
molti secoli dopo, quindici mila Bulgari ebbero il coraggio di usci- 
re da questo medesimo stretto a cavallo , e senza il soccorso di 
alcuna nave. Tali colonie giunte al Danubio non potendo esten- 
dersi al settentrione , poiché non era loro sì facile il passaggio del 
fiume, si diffusero lungo V Adriatico, ed a poco a poco giunsero 
sino al vertice del triangolo. 

Divisione generale della Grecia. 

Ora da questo triangolo immaginato dal Gebelin , sottraendo 

(1) Non dee qui omettersi 1' asserzione del chiarissimo signor Lar- 
cher , cioè che tutto il paese detto Grecia od Eliade a' lem pi di Ero- 
doto non era prima della guerra di Troja, ed anche molto tempo dopo 
di essa conosciuto che sotto il nome de' varj popoli , dai quali era 
abitato. Omero parla bensì dei Danai, degli Argivi, degli Achei, te, 
ina egli non dà mai un nome generale o comune a tutti i Greci. 

(a) Dict. Elymol. de la Lang. grecq. disc. prél. pag. xxxw. 



DELLA GRECIA 4^ 

la Tracia, che non mai appartenne alla Grecia, e la Macedonia, 
la quale non fu che ai tempi di Filippo aggregala alla Grecia 
propriamente detta , noi avremo la base del triangolo formata dal 
monte Olimpo, che divide appunto la Tessaglia dalla Macedonia; 
e sarà la Grecia così dalla natura stessa divisa in due parti ; la 
prima dal monte Olimpo sino all'istmo di Corinto, la seconda dal- 
l' istmo sino al capo più meridionale della penisola , detto antica- 
mente Taenarium Promontorium t ed ora Capo Matapan. 

Longitudine e latitudine. 

Questa regione giace fra i gradi 36 e 4° più 20 minuti circa 
di latitudine settentrionale, dal monte Olimpo sino alla punta più 
meridionale dell' isola di Citerà , oggi Cerigo , e fra i gradi 39 
meno 3o minuti , e i gradi 4 2 più trenta minuti circa di longitu- 
dine nella sua maggiore larghezza in linea obliqua dal fiume Ache- 
ronte, oggi Uliki sino al capo Sunti io, oggi capo Colonni. 

Lunghezza e larghezza. 

La sua maggior lunghezza può quindi reputarsi di circa 24° 
miglia , e la sua maggior larghezza di 200 miglia circa. Essa for- 
ma così due grandi penisole unite per l'istmo di Corinto, e ba- 
gnate dal golfo Termaico , oggi golfo di Saloni e che t dall'ideo, 
oggi Arcipelago , e dal mare Jonio , che forma propriamente 
l' imboccatura dell' Arcipelago, lì golfo di Corinto, che ritiene 
tuttora il medesimo nome, divide l'una penisola dall'altra. 

Clima e situazione. 

La Grecia perciò non potrebbe essere più felice uè quanto al 
clima, che è temperato , limpido e generalmente lieto e sanissimo 
per la sua stessa latitudine , uè quanto alla situazione sua , perchè 
bagnata in gran parte da mari seminati d' isole fertili quasi tutte 
ed amene. 

Monti. 

La Grecia è tagliata da'varj monti, i quali formano diverse ca- 
tene da settentrione a mezzodì, e somministrano così una naturale 
divisione del territorio distinto in particolari e talvolta piccolissime 
regioni, che hanno per limite alcuno de' fiumi, che dagli anzidetti 
monti scaturiscono. Yarj di questi monti , specialmente nella Grecia 
settentrionale, altissimi sono, e sulla cima coperti quasi sempre e 
dalla neve e dai massi di ghiaccio. Tali fra gli altri si presentano 
V Olimpo, in oggi monte Lacha, su cui gli antichi poeti favoleg- 



44 PELLA GRECIA 

già ìono che fosse il fortunato soggiorno degl'iddìi , ed il Parnaso, 
in oggi Japora , che sorge a guisa di picco terminando nella sua 
sommità in a arie punte, ed è sì alto che, al dire del Wholer e 
dello Spon , non cede in elevazione al monte Cenisio (i). Ben 
ventiquattro erano i monti anticamente famosi nella penisola al di 
sopra dell'istmo. I più celebri, oltre Y Olimpo ed il Parnaso, 
sono l'Ossa^ in oggi Cassova , il P elione , oggi Petras , che pro- 
priamente formano una diramazione dell Olimpo lungo le coste 
dell' Arcipelago, ilPindo, che è una lunga diramazione dell\£Vno, 
famoso monte ed altissimo nella Tracia, o Romania, in oggi 
monte udrgcntaro, o catena del mondo, V Elicona , il Citerone, 
che forma una catena da occidente in oriente, A Pente lieo , oggi 
Peliteli, celebre un tempo pe' suoi marmi, e l' Inietto , ora monte 
di Selhinos abbondantissimo di squisito miele. Queste varie catene 
di monti si veggono assai bene delineate nelle carte di d'Anville 
e di Lauremberg (2). 
Monti del Peloponneso. 

Varie catene di monti sono pure nella penisola al di sotto del- 
l' istmo , la quale dagli antichi chiamavasi Peloponneso, ossia isola 
di Pelope, eroe che secondo le tradizioni venuto era dall' Asia , e 
conquistata avea questa parte della Grecia. Strabone la somigliò 
alla foglia del platano, perchè essa rappresenta realmente una foglia 
divisa quasi in varj lobi (3). Questa è pur la ragione, per cui dai 
moderni fu chiamata Mossa {Marea). Imperocché essa abbonda di 
mori, ossia di gelsi, alberi de' quali ciba una specie colle foglie 
divise in cinque lobi , numero eguale a quello de' cinque principali 
capi del Peloponneso. Essa è unita al continente dall' istmo di 
Corinto, oggi Hexa-mili , nome che deriva dal Greco moderno, 
e che significa sei miglia , perchè tale (4) è appunto la sua larghez- 

(1) Chandler , Voy. en Grece voi- 3; png. 3tq. 

(2) Nella Tessaglia sono le rupi o le alture celebri presso i moderni 
Greci sotto il nome di meteore, Secondo Pouqueville , Voy. C. 28 , 
queste rupi formano un distretto lontauo quasi trenta leghe da Jannina. 
Sopra di esse sono ora alcuni conventi di Calogeri. Siccome queste 
cosi dette meteore non sono che nudi scogli erti e scabrosi , così non 
si può ascendere ai detti conventi , se non crn iscale di corde , o den- 
tro un canestro, che i Monaci titano a se col mezzo di una ruota. 

(3) Strab. Paris etc- 1812 , voi. 3- pag- i3o. 

(4) Due leghe di Francia. 



DELLA GRECIA tfi 

za. Su l'istmo veggonsi i monti Geranj e le pietre scironidi , 
che sono una catena di scoglj , o di roccie. Le catene dei monti 
di questa penisola seguono esse ancora la direzione dal settentrione 
al mezzodì , diramandosi però in alcuni luoghi da occidente in 
oriente, e dividendo cosi la penisola in varj territorj distinti pei 
limiti dalla natura stessa stabiliti. I monti principali sono l' Acro- 
corinto, che sorge sull'istmo a guisa di un picco o di una rupe, 
lo Sùmfalo , ora monte Poglifi , !' E rimanto , ora Dimizzana , 
il Partenio t il Menalo, Y home, Y Anchisio , ed il Taigeto , 
ora monte de' Ma inotti , abbondante di salvaggiume d'ogni sorte. 

Monti delle isole. 

Varj monti ed altissime rupi veggonsi ancora nelle isole dei 
mari che bagnano la Grecia, e celebri sono pei marmi il monte 
e l'isola Paros , e la piccola Antiparos. 

Miniere. 

La Grecia non mancava altresì di miniere d' ogni sorte di me- 
talli , delle quali veggonsi tuttavia le vestigia. Tucidide , Senofonte 
e S trabone parlano delle miniere d'argento dell'Attica, ed Erodoto 
dice che Pisistrato trasse molt'oro anche dal fiume Sirimone, sulle 
sponde del quale , giusta la testimonianza di Strabone, erano varie 
miniere d'oro e d' argento. La piccola isola , detta dai Greci Ki- 

molvs, ebbe dai moderni il nome d : Argentiera appunto per le 
miniere d'argento che quivi furono scoperte (i). 

f^ulc ani. 

Alcuni monti della Grecia, e specialmente nelle isole ci dimo- 
strano altresì ch'essa fu soggetta a tutte quelle catastrofi, alle quali 
per l' azione dei vulcani sottoposte andarono presso che tutte le 
regioni dell' universo. Ne sono una prova non solo i crateri che si 
trovano su d'alcune montagne e le acque termali, ma ancora le varie 
materie vulcaniche che veggonsi in più luoghi particolarmente del- 
l' anzidetta isola, e del monte Mosjchon nell'isola di Lemnos (2). 

Fiumi e laghi. 

Moltissimi fiumi scaturiscono dai monti della Grecia , la mas- 

* o 

gior parte de' quali però è famosa per le cose che dette ne hanno 
i Greci più che per l' ampiezza delle acque. I più ragguardevoli 

(1) Sonuini , Voy. eu Gr. tom 2. pag. 35. 

^2) lui limami. Sur le volo, ile 1' Ijle <Je Leaiuoa. 



$6 DELLA. GRECIA 

nella penisola al di sopra dell'istmo sono YAcheloo, ora Aspro- 
potano , il quale nasce dal Pindo , e si getta nel mare verso l'im- 
boccatura occidentale dello stretto. Da Omero vien chiamato koioav 
AyD.oiog (i), re Acheloo, ed un tempo formava colle sue acque 
la fertilità dei paesi, pei quali scorre ; il Cejiso , che nasce dal 
monte Oeta , oggi Bernina , e dopo d' aver ricevute le acque di 
di varj altri fiumi si getta nel lago Copais , oggi lago di Topoglia, 
celebre per le sue conchiglie; il Peneo , oggi Salampria , che na- 
sce dal Pindo , e si getta nel golfo Tennaico , o golfo di Salo- 
nicche. Nella penisola al di sotto dell' istmo i principali fiumi sono 
l' Alfeo , oggi Roféas, che si getta nel mare Ionico, ed intorno 
alla cui sorgente sono tuttavia discordi i geografi; il Ciati, che 
nasce da un monte dello stesso nome, e mette foce nel golfo di 
Corinto ; esso un tempo riceveva le acque dell' Alissone e dello 
Stige. L' Eurota, oggi Vasili-Potasno , o fiume reale formato 
dalle acque di alcune paludi, e fiancheggiato da' boschi di olivi e 
da' monti di bellissimo marmo, scorre verso il mezzodì, e si getta 
nel mare Ionio. Molti fiumi dell'una e dell' altra penisola, siccome 
sono 1 : Risso , il Cefi so , Y Inaco ed altri debbono tutta la loro 
celebrità ai poeti, non essendo ora che torrenti, o ruscelli appena 
noti allorquando non ricevono le acque o dalle soverchie pioggie, 
o dallo scioglimento delle nevi (2). Tali sono ancora le paludi ed 
i laghi, trattone però l'anzidetto lago Copais. Fra i laghi vuol es- 
sere altresì particolarmente rammentato lo Slymphalus , ora pulcino, 
celebre per gli uccelli, la distruzione dei quali fu uua delle im- 
prese d'Ercole. 
Suolo. 

Il suolo della Grecia e delle isole ad essa appartenenti è in 
gran parte di materia detta calcarea , (3), e presentando esso tanto 
le specie più pure di questa sostanza, siccome sono i marmi e le 
pietre calcinate , quanto le specie miste, siccome sono le terre ed 
i sassi facili all'effervescenza, una gran parte della fiora Greca 
consiste in piante proprie della natura di questo terreno , le quali 
sono anzi comuni ad altre regioni ed all' Italia ancora. 



(1) LJb. XX. v. 194. Uiad. 

(a) CUandeler , Voy. en Grece eie. 

(3) Pinkerton Voi. III. 



tUB UBUN 
OFTHE 



Europa Voi. I. 



77rr- 7. 




DELLA GRECIA 47 

Erbe e fiori. 

Tali sono f acanthus carduifolius , acanto a foglie dì cardo 
selvatico, il cicorium spinosum, la cicoria spinosa, la salvia pò- 
iti (fera , 1' astragalus tragacantha , d'onde si trae la gomma dra- 
gante, il cistus ladaniferus, il cistio ladanifero, che cresce spe- 
cialmente nell'isola di Creta. 

jdrhustù 

Esso è un arbusto pregiabile per l'eleganza del suo aspetto, e 
per la gomma olezzante, detta ladano 3 che emana una specie di 
sudore dalle foglie e dai rampolli. Vedi la tavola 7, figura 4- Que- 
sta si raccoglie col percuotere la pianta con sottili corde di cuojo, 
alle quali essa si attacca addensandosi in una specie di glutine. Le 
falde dell'Elicona sono coperte d'ogni sorta di erbe e di elegan- 
tissimi arbusti, fra i quali distinguesi, V arbutus andrachne } arbu- 
sto a pannocchia. Esso offre un aspetto pittoresco e ridente, ed è 
quasi sempre coperto di fiori e di frutti ad un tempo: può vedersi 
delineato nella suddetta tavola figura 5. L' opuntia, detta volgar- 
mente oggidì ììfien d'India, abbonda nei campi di ylrgos, ed 
è composta d'articolazioni ovali compresse, della lunghezza di un 
piede più o meno, e della larghezza di un pollice, le quali nascono 
le une sulle altre, e formano fra loro un intreccio a guisa di rete. 

Alberi. 

Gli alberi più comuni nella Grecia e nelle isole a lei vicine 
sono l' abete comune, il pino-larice , il cedro, la quercia cocci' 
ni gli a , dai cui frutti traevasi lo scarlatto prima che l'albero della 
cocciniglia fosse generalmente conosciuto, la quercia detta propria- 
mente Greca, che abbonda nell'Italia ancora, {[platano d' oriente, 
il sicomoro , il gelso, o moro, il cipresso, 1' alloro ed altri. Tra 
le piante fruttifere abbondano gli olivi, de'quali vi ha interi bo- 
schi, il* mirto a larghe foglie, il mirto comune, il melarancio, 
il fico , la vite f il melagrano, il noce, il ciliegio ed il casta- 
gno. La palma ed altre piante ancora, rammentate negli antichi 
monumenti della Grecia, sono ora rarissime in questo paese. 

Animali. 

11 regno animale della Grecia non somministra che ben poche 
particolarità; poiché si ì quadrupedi , che gli uccelli e gì' insetti 
sono pressoché i medesimi , che vivono in tutte le altre regioni 
meridionali dell' Europa. Alcuni paesi della Grecia erano celebri 



48 DELLA GRECIA 

pei bellissimi cavalli , dei quali essi abbondavano , e tali paesi detti 
erano perciò farfóXjxosvTéq, cioè vaghi de' cavalli. Il jakal quadru- 
pede fiero e vorace si lascia pur talvolta vedere nella Grecia : i 
lupi ancora, gli orsi e le volpi ne infestano il suolo. Tra i qua- 
drupedi di uso o di qualche utilità i più comuni sono il bufalo, il 
bue, il cervo, il capriolo, le pecore, il coniglio, la donnola, 
le lepri ed i cani di quasi tutte le specie. 

piotatili. 

I volatili d' ogni specie sì selvaggi che domestici vi sono co- 
munissimi. Fra i polli vuol essere rammentata una particolare spe- 
cie che vedesi presso di Megara, e che Ghandler (i) crede anti- 
chissima nella Grecia, sebbene essa sia propria della Persia e della 
Virginia : viene essa modernamente chiamata Cu-nu , e mauca di 
groppione, e per conseguenza manca delle penne che formar do- 
vrebbero la coda. Presso gli antichi Greci era pur celebre 1' uc- 
cello detto Porfirione , di cui parlano Aristotile, Diodoro Siculo 
ed altri , e che non essendo indigeno della Grecia traevasi dalla 
Libia e dalle isole Baleari , e veniva nodrito con molta sollecitu- 
dine nei palagi e nei tempj, ove andava vagando liberamente 
come un ospite degno di que' luoghi per la nobiltà del suo por- 
tamento, per la dolcezza del suo carattere, e per la leggiadria 
delle penne. Veggasi la tavola 8, figura 3. 

Civetta d' Atene. 

Fra gli uccelli di rapina il più considerabile è la civetta, o 
diremo meglio il gufo cornuto dell'ali nere, che chiamasi ancora 
il grande Allocco, ed ò il medesimo che viene descritto da Ed- 
ward sotto il nome di grande Gufo d' Alene. Vedi figura 4* 
Esso è fiero e vorace al pari dell'aquila, e se la fame lo stimola, 
non teme di assalire le lepri ancora e gli agnelli. Haller afferma 
di aver veduti questi uccelli azzuffarsi colle aquile e rimanerne 
vincitori (2). Gli sparvieri , {falconi, gli avolloj ed altre simili 

(1) Chandeler , toni. III. pag. 455 , e seg. 

(2) Che la civetta qui descritta , e conosciuta comunemente sotto la 
denominazione di grande allocco, sia il grande Gufo di Atene, e per- 
ciò la vera civetta di Pallade , può dedursi dalla molta somiglianza che 
si ravvisa fra questa e la civetta che negli antichi monumenti è rap- 
presentata come il simbolo di quella dea , siccome può vedersi nel num. 
2. tavola 10 , che tratto abbiamo dai vasi di Hamilton* Demostene di fatto 



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DELLA GRECIA ^9 

specie di feroci augelli abbondano particolarmente nelle isole (i). 
Fra i rettili vuol essere pure rammentato il serpente d* Epidauria, 
che divenne poi sacro ad Escnlapio, di colore giallo, assai grosso, 
non velenoso e facile a domesticarsi: esso si difende valorosamente 
colla coda allorquando viene assalito. Vedi l'anzidetta tavola figura 5. 
Pesci. 

La poca profondità dei mari, clie bagnano le sponde della Gre- 
cia, il fondo clxe è quasi interamente formato di sabbia e di pietre, 
e la moltitudine degli scogli e delle isole rendono quelle acque 
abbondantissime di ogni sorte di pesci. Lo scaro celebre pesso gli 
antichi è comunissimo nell'Arcipelago: ha i denti larghi, le squamine 
grandi e sottili, il colore azzurro-nericcio, trattane la pancia che 
è bianca : vive nelle fessure degli scogli , e dicesi che formi una 
numerosa società con un capo che la governa. 
Triglia. 

Presso gli antichi era pur famosa la triglia dell' Arcipelago , 
detta da Linneo mullus barbatus. Di questo squisitissimo pesce era- 
no assai ingordi i Romani , i quali con lusso crudele solevano cuo- 
cerlo vivo sulle tavole a lentissimo fuoco e sotto campane di vetro, 
affinchè i convitati godere potessero dalla vaga e lenta gradazione 
del rubicondo di lui colore, e pascerne l'occhio, prima di man- 
giarne le carni. Vedi la figura i , tavola 8. 
Murena. 

Celebre è ancora in questi mari la murena, specie di serpente 
della lunghezza di g a 12 piedi , e di un piede e mezzo di cir- 
conferenza , di cui può vedersi la descrizione presso Sonnini e di 
cui presentiamo la figura nel num. 2. Essa fu chiamata ancora 
serpente di mare non solo per la sua forma e pel suo movimento 
vivissimo ed ondeggiante , ma ancora per la bellezza e per la va- 
rietà dei colori che brillano lungo il suo corpo. I Romani nei tem- 
pi del loro maggior lusso erano soliti di conservare ne' serbatoi , 
o laghetti de'loro giardini un gran numero di murene , alla cui 

soleva dire che .Minerva Poliade dilettavasi di tre orrende bestie , delia 
civetta cioè, del drago e del popolo; ciò eli' egli non avrebbe potuto 
affermare se la civetta fosse stata la comune. Errano dunque gli artefici, 
che rappresentare sogliono Minerva colla piccola civetta, cioè colla co- 
mune. 

(1) Sonnini, Voy. ete. T. II. png. 177. 

6ost. Voi. I. dell' Europa 4 



5o DELLA GRECIA 

voracità gettavano gli schiavi , che stati erano sorpresi in qualche 
mancanza. Noi ristretti ci siamo a non fare che questi pochi cenni 
intorno alla storia naturale della Grecia , giacché sì gli animali , 
che i vegetabili e le altre produzioni di questo paese si trovano 
comunemente nell'Italia, e negli altri meridionali paesi dell'Europa. 
1/ uomo. 

Ma l'animale, che in questa felicissima regione ci si presenta 
generalmente più bello e più perfetto che altrove , è l'uomo. Né 
ciò debb' essere cosa maravighosa, giacché è noto quanto la tem- 
peratura del clima giovi alla bella configurazione del corpo umano, 
ed al migliore sviluppamento dello spirito. Il signor di Buffon (1) 
osserva che i Greci delle provincie settentrionali sono bianchissimi, 
e che bruni sono quelli delle isole e dei paesi più meridionali. 
Sembra che nei tempi più remoti fossero i Greci altissimi di per- 
sona , e che poi coli' inoltrarsi della coltura, e coli' ammollirsi 
de' costumi decresciuti sieno sino all'ordinaria statura degli uomini 
i meglio conformati. Nei busti e nelle medaglie degli antichi essi 
souo rappresentati cogli occhi grandi e colle sopracciglia assai elevate. 
La vivacità del volto, l'eleganza e la bella proporzione del corpo 
si ravvisano tuttavia ne' Greci moderni (2). » La natura, dice Win- 
» kelmann (3) , dopo d' essere passata pei varj gradi del freddo e 
« del caldo , si é stabilita nella Grecia come nel suo centro, sotto 
33 una dolce temneratura tra l' inverno e l'estate. Essa quanto più 
m si accosta ad un tal centro , tanto più respira di freschezza e di 
» serenità , e tanto più le sue operazioni si manifestano general-* 
?a mente con forme graziose e geniali , e con decisi e caratteristici 
33 delineamenti. Circondata ognora da un'aria pura e serena, quale 
33 appunto da Euripide descritto ci viene il clima d' Atene , essa 
33 non è ritardata nella sua attività uè dai turbini, né dai vapori: 
33 ed accelerando la maturità ai corpi essa s ; innalza con una certa 

33 forza nelle stature leggiadre specialmente delle donne 

33 Non dee prestarsi fede a ciò che ci dicono gli Scoliasti intorno 

(1) Voi. XX. Ediz. Sonnini pag. 281. 

{■2) II signor Donglas nel suo saggio tra i Greci antichi e moderni 
ci avverte che il sangue greco più puro si trova ora proLabilmente nelle 
isole dell'Arcipelago più che sul continente. V. lhl). 13iilan. 'foni. 5;. 

p"g- 479- 

(3) Histoire de 1* ..rt. Voi, I- pag. 817. 



DELL\ GRECIA 5l 

« alla smisurata lunghezza delle teste ', o dei volti degli abitanti 
dell' Eubea (1)". Nella tavola 7, si possono vedere alcune testo, 
clic qualche idea ci danno dell' esterno carattere dei Greci antichi. 
Jl num. 2 , rappresenta la testa di Aspasia , celebre cortigiana di 
Mileto, clic seppe innalzarsi al seguo di potere con Pericle dividere 
i destini di Atene. La figura 1 , e la testa di Alcibiade, il quale 
insieme univa i più rari pregi dello spirito e del corpo. Secondo 
il dottissimo Ennio Quirino Visconti 1' eroe ò qui rappresentato 
non nella prima sua gioventù, ma forse negli ultimi anni del vi- 
ver suo. Di fatto vedesi in esso una certa nobiltà e leggiadrìa , 
ma nel tempo medesimo vi si scorgono le traccie delle sciagure 
e del dolore. Queste due teste sono tratte dall' Iconografia Greca 
dell'anzidetto Visconti. La testa, figura 3, rappresenta l' effigie 
dello stesso Alcibiade giovane ed è tratta da una corniola del ga- 
binetto di Fabio Lrsino (2). L' esteriore carattere degli antichi Gre- 
ci fiottìi vedersi ancor meglio sui varj monumenti che nel corso 
di quest'opera verremo presentando. Quanto poi ai Greci moderni, 
noi ne vedremo la fisonomia nelle figure che riguardano gli odier- 
ni tempi. 
Descrizione geografica. 

Finora descritto abbiamo colla massima brevità lo stato natu- 
rale della Grecia. L' ordine delle cose vuole ora che parliamo 
della sua politica e geografica divisione. Imperocché la natura stes- 
sa , siccome già detto abbiamo , per mezzo dei monti e dei fiumi 
ha diviso questo paese in guisa tale ch'esso naturalmente formasse 
diversi territorj e distretti. Ora la geografia della Grecia può con- 
siderarsi sotto tre aspetti, cioò la geografia di Ornerò^ la geografia 
de' tempi storici ; la geografia delle colonie. 
Geografia ci" Omero. 

La geografia di Omero si trova nella parte seconda del secondo 
libro dell'Iliade, dove il poeta fa la rassegna dei popoli che pre- 

(1) Queste osservazioni però risguairdano specialmente il clima di 
Atene, giacché Paw nelle sue ricerche filosofiti. e ci assicura, che in varj 
paesi del continente della Grecia 1 inverno è rigidissimo, ed assai cocente 
l'estate, Voi. I. part. 1. p;>g. 8^. Con questo scrittele sono pure d' accor- 
do i moderni viaggiatori. Pouqucvillc parlando dell'Arcadia dice che l'in- 
verno vi e spesso assai nevoso. 

(2) Imag, ex Bill. F. Ursini n • \. 



5 a DELLA GRECIA 

sevo le armi contro dei Trojani. Egli non parla né dei Macedoni , 
né degli Epirolij ma nella sua rassegna comprende soltanto YEto- 
lia, la Focide , la Beozia, la Locri de , V virgoli de, la Laconici, 
la Messen ia, V Arcadia, la Tessaglia, le grandi isole di Santo, 
o Cef aionia, à'Eubea, di Creta, di Rodi, e le piccole isole che 
sono seminate tanto nell' Egeo od Arcipelago fra la Grecia e 
l'Asia, quanto nel mare Jonico all'occidente del Peloponneso. 
Egli non parla dell' Attica f ma soltanto di Atene, forse perchè 
le varie tribù, ond'era composta V Attica, state erano insieme 
unite da Teseo, e non formavano che un popolo solo, siccome os- 
serva anche il signore di Cousìn, Omero cogli aggiunti, che dà a 
ciascun paese e alle relative città, ci somministra un'idea abbastan- 
za grande della loro situazione , della qualità del loro territorio e 
delle loro ricchezze (i). 
Geografia dei tempi storici. 

Dopo la geografia di Omero tre altre geografie ci si presentano 
appartenenti ai tempi storici o certi, cioè quella di Strabone, quel- 
la di Pausania e quella di Tolonieo, Non essendo nostro di' 
visamento il dare una minuta deserizione di ciò che questi tre autori 
ci lasciarono nelle loro opere , noi altro non faremo che seguire 
il sistema del signore di Chantreau , e presentare nella seguente 
tavola tutta l'antica geografia de' Greci comparata colla moderna, 
e tratta dagli stessi antichi geografi (s). A questa abbiamo ere" 
duto bene di aggiungere la carta topografica dell' antica Grecia , 
tratta dall' atlante di Lesage, 



(i)„U catalogo delle due armate nel secondo libro dell'Iliade ci olire 
,, la prima carta geografica della Grecia e della costa dell'Asia, delineata 
„ con una esattezza ammirabile. Una parte dell' opera di Strabone non è 
„ che un commentario e un elogio di questa carta: e il Wood, che tra- 
,, versò l'Arcipelago con Omero alla mano e Strabone innanzi, non cessa 
„ di esaltare 1' aggiustatezza prodigiosa della topografia Omerica „. Cesa- 
rotti Ragion. Stor. critico sulle opere d'Omero P. I. Sez. III. 

(2) Science de THistoire Voi. II. pag. 364, 



TAVOLA 

DELLA 

GEOGRAFIA COMPARATA DELLA GRECIA 



Divisimi ANTICHE. 



Nomi moderni 
dei Paesi.. 



Popoli 
che vi 

AIUTAVANO 



Nomi anticiii Nomi moderni 

l'elle principali citta*. 



Epirus , 1' Epiro. 



Bassa Albania ■ 



Molossi . . . r^raSracia .... Lnrta. 

\ ISicopolis .... Prevesa-Veccbia. 
Cy'nos-Cephalae. ( rovinata ) 
Phursalus. . . . Farsa. 

Thesstilia, la Tessaglia. Snngiakato di Larissa. .... { Larissa Larissa. 

Magnesia . . . . Lamia, 

f Pìitruc Ienizara. 

Acarnania , Acarnania. Livadia . senza città d' importanza. 

itimi Calydon .... Aiton. 

., T . f Amuhissa . ' . . Salone. 

idem, ...... Locri. . . . . < »r r ,,, r 

\ Naupacttis . . . Lepanto. 

idem- : . è aveva quattro piccole ciltù di poca 

importanza. 

idi-m Phocaci . . . Delphi ( Delfo ) Castri. 

Thebae ( Tebe ) Striva. 

Chei-oiiaea . . . ( rovinata ) 

idem- B colli .... ^Leuclra idem. 

Platea idem. 

.■lulis idem. 

Mcgaris , la Meg.iride . idem • . : . Mestava Megara. 

I Athenae Atene. 

idem Athcnienses . \ Maralhon .... Marazona 

I Eleusis ..... Lépsina. 



AElolia , 1' Etolia 
Locris , la Locride . 
Doris , la Doride. , 

Phocis la Focide . . 
Bcolia, la Beozia . . 



Attica , l'Attica 



Corinlhia , 
la Corintia . 



Arhujd, 

l'Acaja 
divisa in 



SicYonia, 

la Sicionia. parte del Ducato 

di Cla ronza . . . Achar 
Achaia 
propria, altra parte 
l'Acinja del Ducato 



) Corinthus . . . . Corinto. 
\Cenchraea. . . . Porto di Corinto. 



Sicyon Basilico. 



\ P a trac. 



propria 



di Clarenza < Dymae 

I Egium 



Argolis\ l'Argol ide. . . Sacania 



Laconia , la Laconia. . Tzaconia 



( Argos . . 
1 Myr.enae 

ivi \ Epidanrii 

ÌHermione 
\ Nanplia . 



Lacedaemones ,( Sparla. 
Spartani . y Epiduaria 



Messene , la IVlesscnia 
Elis , V Elide. . . . 



parte del Belvedere . 

altra parte 
del Belvedere .... 



Arcadia , l'Arcadia. - Arcades 



Messcnia . . . . 

Messenia- 

nacns 

EU» ....... 

npia 

uiae 

'Mega/npolts. . . 
inea . . . . 



, Messe 
<J Pflus 

{■ Eli, 
< Oly. 
*-Pisa 

{Me gal' 
Manli i 



Patrasso. 

Clarenza. 

Vostiza. 

Argo. 

(Sharia. 

Cberronesi. 

( rovinata ) 

Napoli di Roma t\\t 

Misitra. 

Malvasìa. 

Mosseniga. 

Navarino. 
Belvedere. 
Langanizo. 
( rovinata ) 
Leon tari. 
Coriza. 



l'ali erano i paesi dell'antica Grecia nel continente. Ma ad essa debbono pur aggiungersi le 
e isole sparse nei mari ebe la bagnano. Le principali sono Lesbo , ora Metelino , Chio , Santo, 
, ora Stancbio, Patino» , ora detta anebe Patino, V Euboea, ora Negroponte , Cipro , Corcira, 
^orfù , Cejaloniu , e molte altre , clic possono vedersi nella carta geograGca , ( Tavola 6 ) 



54 DELLA. CRECÌA 

Colonie Greche. 

Ma i Greci spinti forse dalla loro slessa ìndole ardente e vaga 
di novità, e dopo che i paesi loro cominciarono ad aumentarsi 
colla popolazione, spinti anche dalle guerre intestine, oppure dal 
bisogno di ricercare alimento e sede altrove, siccome .accadde di 
altri popoli, stabilirono varie colonie non solo nelle -vicine isole, 
ma eziandio sulle coste dell'Italia, della Gallia, dell'Asia e del- 
1 Africa. jfi fama che prima ancora della guerra di Troja Jolao 
nipote di Ercole da Tebe di Beozia condotta abbia nell' isola di 
Sardegna una colonia Greca, la quale vi rimase poi oppressa e 
quasi distrutta dai Fonie] e dai Cartaginesi (i). Yersp la fine della 
guerra di Troja alcuni Ateniesi fabbricarono Elea nell Asia mino- 
re dirimpetto all'itola di Lesbos. Questa città divenne poi tra por- 
to assai celebre , e l' arsenale della gran città di Pergamo. 

Colonia dei Dorj. 

I Dorj, che abitavano tra il monte Parnaso e la Tessaglia , 
non avendo un territorio che bastasse pel mantenimento della nu- 
merosa loro popolazione, congedarono una colonia di scelta gio- 
ventù , la quale venne a stabilirsi parte nell' isola di Rodi e parte 
nel vicino continente. Questa colonia poi unita coi Carj , che ve- 
nuti erano di Creta, fabbricò le città di Guido e d' sllicarnasso. 

Colonia, degli Eolj. 

La pili celebre migrazione de' Greci dopo la guerra di Troja 
fu quella degli Eolj } i quali dalla Laconia sotto la guida di Ven- 
tilo figliuolo d 5 Oreste si resero padroni dell' isola di Lesbos , oggi 
Me telili o , e vi fabbricarono la famosa città di Mitilene. Gli Eolj 
poi condotti dai figliuoli di Pentilo tentarono novelle imprese , e 
nel continente ai confini della 3Iisia e della Frigia fabbricarono 
Clima e diverse città, che unitamente all'isola di Lesbos forma- 
rono poi quella regione , che si chiamò Eolia. 

Colonia degli Attici. 
Dopo la morte di Codro ultimo re di Atene, 1 132 anni circa prima 
dell'era volgare, JYeleo figliuolo di lui con una popolosa colonia ab- 
bandonò V. Attica e si stabilì sulla costa marittima di una parte della 
Lidia. A questa colonia si dee la fondazione di alcune città che diven- 
nero poi assai famose. Tali furono Foeea, Smirne 9 Colofone, Efe- 
so e Mileto. Da tutte le quali colonie venne così a costituirsi quella che 
si chiamò poi Grecia Asiatica, della (piale presentiamo qui la tavola, 
(i) Pitiche , Concorde de la Géogtapbie. 



TAVOLA 

DELLA 

GEOGRAFIA COMPARATA DELLA GRECIA ASIATICA. 



Nomi Antichi. Osservazioni. Nomi moderiti Nomi 

antichi moderni 
delle principali citta'. 



Ora ri i perule 
dal Governo 



Faceva parte 
della Misin.Ya 
chiamata Eolia 
itigli Eolj, che 
dopo la guerra 
Eoliu, L'Eolidc. di Troja venne- 
ro dal Pelojion- fa fatateli, 
neso a stabilirsi 
nell'Asia mino- 
re. L' isola di 
Lesbos no face- 
va parte. 



Cosi detta da 
Jone il quale , 
dopo di avere 
stabiliti gli Jonj 
nel!' Attica „ 
venne con una 
piccola colonia 
nell' Asia. Una 
seconda e più 
numerosa colo- 
nia vi fu poi 
condotta da ..Yc> 
leo. 



La Jonia. 



La Caria. 



Appartiene 
al governo di 
di Kut ai eh , 
Sangiakato 
à'Aidinlli. 



Dividevasì in 
Caria propria- 
mente detta, ed 
in Doride, così 
detta dai Dorj 
che vi si stabi- 
lirono. Fu det- 
ta anche Pen- 
tapoli dalle cin- 
que principali 
città, tre delle 
quali erano nel- 
l'isola di Rodi , 
che ne faceva 
parte. 



Appartiene 
ai Sangiakati 
d' Aidinlli, e 



Elaea. 
Ciunae 
Phocaea . 



Smyrna . 
Clazomenue 
Theos. 
Colophon. . 
Phocaea 
Ephesus , . 



Halicarnassus , 
Miletus . . , 
Gnidus . 



di' Mentechck. Myndus 



Castro. 
Fokia-. 



Smirno.o Ismir 

Vourla. 

Seagi. 

Alto-Bosco. 

Fokia Vecchia 

Aia-Salouk. 



Bodrouino. 
Mileto. 
Gnido. 
San- Pietro. 



56 DELL! GRECIA 

Colonie Greche nella Sicilia. 

Sino da' più remoti tempi alcune colonie Greche vennero a sta- 
bilirsi nella Sicilia. Le più celebri però sono quelle che fondarono 
le due grandi città di Messina e dì Siracusa. L'antico nome di 
Messina era Zancle , nome siciliano eh' essa ricevuto avea , sicco- 
me vuole Tucidide 3 dalla forma del suo porto somigliante ad una 
falce. A-\cndo poi gli Spartani discacciati i Messeli j dal Pelopon- 
neso , questi coll'ajuto di Anassila, Messenio esso pure, e tiranno 
di Reggio , vennero nella Sicilia , e s' impadronirono di Zancle, 
la quale da quell' epoca prese il nome di 3Icssana. Ciò accadde 
•\erso l'anno 94 della fondazione di Roma. Ma come la più 
celebre fra le colonie che dalla Grecia venute sono a stabilirsi nella 
Sicilia, vuol essere particolarmente rammentala quella condotta da 
Arcade Corintio, alcuni anni dopo la fondazione di Roma, e 
sette secoli e mezzo circa prima dell'era volgare. Arcade essen- 
dosi impadronito della picciola isola d' Ortigia, donde discacciò i 
Siculi, costruì alcune opere intorno al lago Siraco per formarne 
un porto. La piccola città contenuta allora nell'isola venne perciò 
chiamala Siracusa. Vicine a questa furono dallo stesso Arcade 
fabbricate quattro altre piccole città , le quali essendo poi slate 
cinte collo stesso muro, presero tutte insieme il nome di Sjracusac. 

Colonie Greche nelf Italia. 

Prima ancora che nella Sicilia, varie Greche colonie si erano 
stabilite nel mezzodì dell'Italia. Imperocché dopo la guerra di Tro- 
ia alcuni de' Greci eroi non avendo potuto riacquistare gli antichi 
loro dominj , cercarono una patria altrove , e si stabilirono special- 
mente nell' Italia meridionale , il cui clima sembrò loro quasi il 
medesimo di quello della Grecia. Questa parte dell'Italia compren- 
deva tutt'i paesi posti fra i Salentini ( ora terra d'Otranto ) e 
lo stretto, e fu chiamata Magna Grecia, perchè ai Greci quivi 
rifugiatisi pane di a^er trovato un suolo più ampio, più bello e 
più felice di quello, che avevano abbandonato, siccome Plinio af- 
lerma (1). Diomede ed Idomeneo furono i principali condottieri 
di sì fatte colonie. Il primo restituitosi ad Argo dopo la guerra 
di Troia avendo trovati tutti i suoi stati nel massimo di: orline, 
abbandonò la Grecia, e con Filottete e con altri principali venne 

(1) Lib. III. e. 5. e io. 



DELLA GRECIA 5 7 

a stabilirsi sulla punta estrema dell'Italia, Jdomeneo poi re di 
Creta spaventato dalla popolare sollevazione che contro di lui de- 
stata erasi pel barbaro sacrificio del proprio figliuolo immolato a 
Nettuno, con un gran numero di seguaci si rifuggi sulla costa o- 
rientale dell'Italia, presso il golfo di Taranto. Ecco ora la tavola 
comparata della Magna Grecia. 



TÀVOLA COMPARATA 

DELLA MAGNA GRECIA 



Divisione 
antica. 



Nomi moderni. 



Popoli Nomi 

che vi antichi moderni 

abitavano. delle citta' principali. 



Abulia. La Capitanata 

Credesi che quivi 
Diomede abbia stabi- 
lita la sua colonia fon- 
dandovi la città di Vc- 
nusiu , il cui primo 
nome fu ApJtrodisia,o 
la città di tenere. Fri- 
ret fa derivare gli A- 
pulj dai Laburni, po- 
poli che dall' lllirio 
penetrati erano nell'I- 
talia, sedici secoli cir- 
ca prima dell'era vol- 
gare. 



Brutium. La Terra 



i 



e 



Bari. 

Otranto. 



D aunii. 

Messapii 



Drun 



Lucania 
Calabria 



Frèret vuoleVhe il no- 
me Brutium derivi 
dalle voci celtiche ber, 
bret , albero , salva , per- 
chè anticamente que- 
sto paese era coperto 
di boschi. 

Le due Calabrie. 

\ Lucani erano San~ Lucani. . 
niti Ai origine, e vuoi- 
si che il loro nome de- 
rivi o da Lucanus , o 
da Lucius loro antico 
condottiere , o dal vo- Salentini. 
cabolo sannito lue o 
lug , acqua, perchè il Calabri . . 
nuovo paese da essi a- 
bitato era tutto irriga- 
to di acque. La Cala- 
bria fu forse così detta 
dal vocabolo orientale 
calab , pece , perchè 

Ìuesto paese abbonda 
i pini, dai quali si 
trae la resina. 



Venusia . 

Cannae. . 
Tur cut um 



Venosa. 

Canne 
Taranto\ 



Croton 



1 Crotone. 



Locri. .... i MotadiBurzano 
Rhcgìum . . * . Reggio. 



Elea 



1 • Castello a mare 



Sybaris . . i 
Thurium, 
fabbricata 
sulle rovine 
di Sibari . 

Rudiae ...» 

Brundusium. 



{» 



istrutte. 



(città distrutta) 
Briadisi. 



DELLA GRECAI 5») 

Colonie ììcììc Galli e ed altrove. 

Ma molli secoli prima dell'era volgare trovami i Greci già 
stabiliti nelle Gallie, in Cipro ed in ylfriea. Alcuni mercanti di 
Focea nella Jonia cinquecento anni prima della nascita di Cristo 
vennero per mare sino all' imboccatura del Rodano , e vi fonda- 
rono la citta di Mar siila. Verso la medesima epoca si trova già 
nella Libia, provincia dell'Africa, la bella colonia di Cirene, ca- 
pitale della Cirenaica. Teucro discacciato dal padre suo da Sala- 
mina città ed isola presso di ditene venne a stabilirsi in Cipro, 
dove fondò una nuova Salami-ria, e dove si resero pòi celebri pel 
cullo di Venere le città di slmalunta, di Pafo e d : Idalione (i). 
Macedonia quando aggiunta alla Grecia. 

Alla Grecia però propriamente detta non mai stata era aggiun- 
ta alcuna provincia se non ai tempi di Filippo II il Macedone. 
Spedilo egli giovanetto ancora da slminta suo padre in ostaggio 
a Tebe lutti apprese i Greci costumi, e ben presto concepì il pro- 
getto di conquistare la Grecia stessa. Divenuto signore della Ma- 
cedonia tutto si rivolse alla concepita impresa, e dopo varie vicende 
e sanguinose guerre finalmente eolla vittoria di Cheronea , accaduta 
circa l'anno 338 prima dell'era volgare, si rese l'arbitro delle 
Greche città e provinole ; e da quell'epoca i Macedoni non furono 
più dai Greci reputati come barbari , ossia stranieri , e la Macedo- 
nia venne cosi aggregata al Greco impero. La conquista di Filippo, 
ossia l'unione della Macedonia alla Grecia venne poi raffermata 
dal valore e dalle vittorie di Alessandro il grande , di lui figliuolo. 

(i) Non e cosa del tutto improbabile che i Greci si sieno estesi colle 
loro colonie per sino nel settentrione. Ecco ciò che a questo proposito 
scrive l'eruditissimo Lanzi nella sua memoria de* vasi antichi, pag. 4 3 - 
„ ÌNe reco in prova una lettera scritta dal signor Lnaff cavalier moscovita 
„ al signor Giacomo Byres inglese, il quale, son forse 20 anni, me ne 
,, comunicò in Roma una particella di questo teucre: Si è troiata nelle 
vicinanze di Coliran in una grotta artifiziale una iscrizione di un carat- 
tere ignoto a' Cinesi, a' Tartari , a' Giapponesi, che non si è potuta di- 
cifraie. Un poco più avanti nella grotta eh' è una galleria ài 200. 
tese si son trovati due vasi, uno a" argento di forma perfettamente greca, 
con bassi rilievi ben lavorati , l'altro etrusco; e che è questo nel fondo 
della Siberia?,, Non discredo, che anche quivi intorno fosse qualche anti- 
,, ca colonia Greca, siccome fu in Tomi; e fin al tempo di Ovidio rima- 
,, nea qualche traccia di ellenismo nel dialetto di quel paese „. 



60 DELLA GRECtA. 

Questi in un'assemblea delle citta Greche da lui convocata in Co- 
rinto si fece eleggere generalissimo dei Greci eserciti. Alla testa 
de' più valorosi soldati , ed assecondato sempre dalla fortuna portò 
le sue conquiste nell'Asia e nell'Africa; si rese padrone della Siria, 
della Persia, della Media e dell'Egitto; fondò ne' paesi da lui con- 
quistati e colonie e città , alle quali diede le costumanze e le leggi 
dei Greci. Colla morte di lui, la quale accadde in Babilonia, i varj 
suoi generali si divisero le conquiste , e cominciarono cosi le nuove 
e Greche dinastie degli Antiochi, dei Seleucj , dei Tolomei e 
di altri principi nella Persia , nella Siria e nell' Egitto. Da que- 
st' epoca nelle principali città dell' Asia e dell' Africa ebbero luogo 
i costumi presso che totalmente Grecù 
Conquiste di ^dlessandro. 

Tutto ciò pertanto, che noi diremo dei costumi della Grecia 
propriamente detta , dovrà più o meno estendersi non solo alle Gre- 
che colonie, ma a quelle regioni ancora dell'Asia e dell'Africa 
che passate erano sotto il dominio dei successori di Alessandro. 
Popolazione della Grecia. 

Rimane ora qualche cosa da dirsi intorno alla popolazione della 
Grecia sì antica che moderna. E quanto all' antica , grandi con- 
tradizioni s' incontrano negli autori anche più rinomati; perciocché 
alcuni di essi danno una popolazione presso che immensa , men- 
tr' altri la ristringono al segno, che il loro calcolo sembra oppor- 
si ai fatti. I soli monumenti decidere potrebbero questa difficile 
questione, giacché se l'autorità degli scrittori ci è talvolta sospetta, 
certissima è sempre quella de' monumenti , la quale chiaramente 
parla agli occhi. Imperocché le piramidi d'Egitto sono un testimo- 
nio non dubbio dell'immensa popolazione di quel paese negli an- 
tichi tempi , ed il Colosseo , nel quale cento mila uomini assistere 
poteano agli spettacoli, ci offre della grandissima popolazione di 
Roma un' idea più certa di quella che presentata ci venga da tutti 
gli scrittori delle cose Romane. Ma monumenti sì fatti non veg- 
gonsi nella Grecia, né sembra che le Greche città anche più vaste 
e più floride atte fossero a contenere un numero di abitanti che 
dirsi possa immenso. Atene era certamente nella Grecia la città 
più grande, trattane Sparta che a' tempi di Tucidide vantava forse 
la medesima grandezza di Alene. Ma chi mai vorrà prestar fede 
ad Ateneo , il quale afferma che giusta il calcolo di Demetrio Fa- 



DELLA GRECIA 6l 

lereo erano in Atene vent'un mila cittadini (i), dieci mila stra- 
nieri , e quattro cento mila schiavi? Nò le produzioni del terreno 
dell'Attica non molto fertile per se stesso, nò le vettovaglie, che 
trarre si poteano col commercio per mezzo del Pireo, bastare do- 
veano ad alimentare tanta gente in un'epoca nella quale Atene era 
vaghissima della squisitezza , del lusso e della magnificenza. Laonde 
ci ha ragione di dubitare che nell' asserzione di Ateneo il numero 
per lo meno degli schiavi sia stato per errore aumentato di un'in- 
tera cifra. Pausania parlando della lega Acìiea , la quale compren- 
deva quasi tutto il Peloponneso , dice che tutti gli Achei in istato 
di portare le armi , calcolati ancora molti schiavi , che ottenuto 
aveano la libertà, non ascendeva oltre i quindici mila uomini. Dio- 
doro Siculo afferma che tutti gli Etolj in istato di portare le armi 
al tempo di Antipatro non formavano che dieci mila combattenti. 
Ora con questi dati si può stabilire che 1' antica Grecia propria- 
mente detta ne' bei tempi suoi contenesse nove cento venti mila 
abitanti liberi , e quattrocento sessanta mila schiavi , e che perciò 
l' intera sua popolazione può calcolarsi circa un milione e trecento 
ottanta mila abitanti; popolazione, alla quale sembra che non sia 
di molto inferiore quella della Grecia moderna (2), siccome ne 
fanno fede i viaggiatori, e siccome vedremo negli opportuni luoghi. 
In questa topografica descrizione noi non abbiamo accennate 
che le cose più importanti , non appartenendo all' istituto nostro il 
fare una lunga e minuta descrizione di tutto ciò che risguarda la 
storia naturale, la statistica, ed in somma la geografia della Grecia. 
Abbiamo bensì indicate le fonti per chi fosse vago di avere cogni- 
zioni più estese , e varie altre cose noi pure scriverne dovremo ne- 
gli opportuni luoghi, e specialmente là dove parleremo dell' agri- 

(i)Per cittadini, secondo l'osservazione de* più dotti scrittori, si vo- 
gliono intendere uomini liberi ed atti a portare le armi. 

(2) Quanto all' antica popolazione della Grecia leggasi il Discorso di 
David Hume intorno alla popolazione delle antiche nazioni. L'autore trat- 
ta la questione con grandissima dottrina, e con critica assai squisita. Leg- 
gasi ancora il Saggio di F. S. North Ponglas intorno ad alcuni punti di 
somiglianza tra i Greci antichi ed i moderni ( London, i8i3, in 8.° ) 
Boi troppo allontanati ci saremmo dallo scopo nostro, se più a lungo trat- 
tenuti ci fossimo in tale questione. Avremo nondimeno occasione di par- 
larne altrove. 



(fa DELLA GRBC5A 

coltura. Frattanto crediamo opportunissima cosa l'aggiungere qui la 
veduta di Atene, tavola 9, quale orasi presenta ai viaggiatori (1). 
Con questa tavola si potici agevolmente giudicare dello stato, in 
cui trovasi a' nostri giorni non solo quella famosissima città, ma 
la Grecia tutta , ed in essa avranno gli artisti quasi una norma di 
ciò clic far dovrebbero se per avventura bramassero di rappresen- 
tare paesi, clic imitino il suolo o l'orizzonte della Grecia. Yedesi 
sopra uno scoglio la cittadella, detta dagli antichi Ateniesi Acro- 
poli, che significa alia ci ttà , ed era cosi distinta da Atene, o 
città bassa: essa reputavasi come la parte piti sacra della città , 
e conteneva i tempj più sublimi, il tesoro e 1' archivio dello Stato. 
Anche in oggi serve ad uso di fortezza ; ma pochissimi avanzi con- 
serva della sua antica struttura e magnificenza. Le mura e le sue 
fabbriche moderne costrutte sono in varj luoghi con moltissimi 
frammenti di colonne, di cornici e di sculture; il cui uso bizzarro 
presenta all' occhio il disgustoso spettacolo della barbarie e della 
distruzione. Sorge quasi nel mezzo il Partenone , ossia il tempio di 
Minerva : tra la moderna torre t che oggi serve di prigione, ed una 
moderna fabbrica quadrata , che è un magazzino militare , veggonsi 
gli avanzi de' celebri Propilei, ossia (ielle porte d'Acropoli, archi 
magnifici che sacri erano a Mercurio. All'occidente in qualche di- 
stanza dalla cittadella sorge il monte An che sino , sulla cui som- 
mità trovasi ora una piccola chiesa sacra a s. Giorgio, e fabbricata 
sulle rovine del tempio di Gio\e ylnchesmieno : alle falde del 
monte e vicino al muro di circonvallazione è un sepolcro turco : 
all'oriente sul piano stesso d' Acropoli, ma fuori delle mura, si 
vede una colonna che anticamente sosteneva un gran tripode : 
sotto ad essa discendendo verso il piano sono gli avanzi del teatro 
di Bacco. Le colonne d'ordine corintio poste nel piano sono le 
grandiose reliquie del tempio di Giove Olimpico ; più indietro sor- 
ge l'arco di Adriano: fra il colle e l'anzidetto arco si vede la 
moderna Atene, e nel fondo scorgesi parte del monte Inietto. 



(<) V. Stuart. Antùf. of Àthenes. Voi. IL 



IBI* 



COSTUME 

DELLA GRECIA 

TEMPI MITOLOGICI, O FAVOLOSI. 



^dittico costume proprio di tutte le nazioni. 



Ne 



on ci ha più dubbio oggimai che tutte le nazioni nell'ori- 
gine loro e nei più remoti ed oscuri lor tempi non abbiano più o 
meno avuto che un solo e medesimo costume, quello cioè che 
quasi col latte veniva loro instillato dal bisogno e dalla natura. 
L'erba, le radici, i frutti delle piante furono i loro cibi; le grotte, 
le spelonche, gli alberi più rigogliosi somministraron loro un ri- 
covero contra l'imperversare delle stagioni, od un asilo contra gli 
assalti delle bestie feroci; il sospetto, la vendetta, il timore furono 
le principali loro passioni. Laonde per coloro che non bramano 
nò le date, nò i nomi, la storia del primo secolo di un popolo 
è la storia dei primi tempi di tutte le nazioni (i). Il costume per- 
ciò dei più cozzi selvaggi dell' Africa e dell' America ci offre in 
qualche guisa l' idea di quello dei più antichi abitatori della Gre- 
cia. Essi nella stessa maniera che gli anzidetti selvaggi , sebbene 
costretti fossero a non pensare che ai bisogni più stimolanti , ed a 
combattere continuamente contro di una natura barbara e selvaggia, 
conservarono nondimeno alcune antichissime idee di religione che 
per tradizione ricevute aveano quasi in retaggio dai primi loro pa- 
renti. 
Idee de'Pclasgi intorno agi* Iddìi. 

I Pelasgi , dice Erodoto , cioè i più antichi popoli della Grecia, 
conoscevano alcuni Iddìi , ma non sapevano tutta volta distinguerli 

(0 Batteux , Hist. des eauses prémieres. pag. 88. 



64 DELLA GRECIA 

con un nome particolare. Essi adunque non altra cognizione ave- 
vano se non quella di alcuni esseri, dai quali credevano che tutte 
le cose fossero governate. La prima rivoluzione dei Greci , e quin- 
di il primo loro passaggio dal barbaro e rozzo costume ad una 
maniera di vivere sociale e più ragionevole, vuoisi secondo lo stesso 
Erodoto , attribuire alle colonie straniere , e specialmente a quelle 
dell' Egitto. Da esse i Greci appresero a distinguere gli Iddìi di 
primo e di second' ordine , e sulla base di una religione ridotta 
a sistemi cominciarono a stabilire le loro leggi , le costumanze e 
le società loro. La quale asserzione non altro propriamente signi- 
fica , se non che i Greci prima dell' arrivo delle colonie avevano 
qualche idea dell' essere supremo non disconvenevole del tutto , e 
che perciò debbesi agli stranieri l' intero loro smarrimento intorno 
alla religione. 
La Grecia prima di Omero e di Esiodo. 

Dall' arrivo pertanto di tali colonie si dovrebbe da noi dar 
principio alle ricerche intorno al costume dei Greci. Ma che cosa 
mai dire potremmo, mancando noi di qualsivoglia monumento che 
a que' tempi appartenga ? La buona logica e' insegna che in man- 
canza di sicuri monumenti fa d' uopo ricorrere ai primi od almeno 
ai più antichi scrittori , le cui opere sieno state fino a noi traman- 
date. Ora quanto tempo non debb' essere trascorso dall' epoca delle 
straniere colonie sino al secolo di Omero e di Esiodo, che sono 
appunto i primi scrittori delle Greche memorie ? Quali erano mai 
le opinioni , quali le leggi , quali i costumi de' Greci in questi si 
remoti ed oscuri tempi ? Se noi ci facciamo a consultare Omero , 
ed Esiodo e gli altri antichi scrittori , non altro ci si presenta che 
l' informe caos della Mitologia. Verissima cosa è bensì che questi 
autori non altro debbono aver fatto, che nelle opere loro racco- 
gliere le popolari tradizioni specialmente in ciò che risgnarda la 
religione, la quale fu sempre la principale molla de' popoli di fa- 
cile e caldissima immaginazione dotati , siccome furono i Greci. 
Noi dunque ci faremo a considerare quest' epoca che precedette 
l'età di Omero e di Esiodo, solo come l'epoca de' tempi mitolo- 
gici e favolosi , e seguendo le orme de' più accreditati scrittori pro- 
cureremo d'indagare , se in mezzo a tante tenebre rinvenire si 
possa qualche raggio di verità , e di non dubbia dottrina. Imperoc- 
ché tutte le tradizioni che a noi furono tramandate dai tempi fa- 



DELLA GRECIA 65 

yolosi , sebbene oscure sieno e quasi prive di autenticità , non di 
meno non sono mancanti totalmente di luce; giacché se le opere, 
o i testi d' onde esse sono tratte non appartengono realmente agli 
autori , dei quali portano il nome , tali tradizioni debbono non di 
meno reputarsi antichissime, essendo citate come tali da autori essi 
ancora antichissimi. 

Ricerche sul i } origine della mitologia. 

E quand' anche , soggiunge Batteux , fossero di una fabbrica 
più moderna, avrebbero sempre una grande autorità, essendo com- 
poste di antichi materiali (i). Nelle opere di Omero e di Esiodo 
noi troviamo già fermamente stabilita la dottrina della mitologia. 
Essi espongono le cose siccome le ritrovarono, e siccome credute 
e venerate erano dalla loro nazione , e perciò la loro autorità forse 
bastar potrebbe alla parte storica delle nostre ricerche ; ma sic- 
come la parte filosofica vuole che più oltre noi ci portiamo colle 
congetture } così noi risalendo ai tempi anteriori a que' due poeti 
procureremo di rintracciare l' origine della mitologia , e del poli- 
teismo che tanta influenza ebbero sul costume dei Greci. 

Opinione di Montfaucon. 

Il chiarissimo Montfaucon afferma essere cosa assolutamente im- 
possibile lo stabilire come mai nata e diffusa siasi l'idolatria, ed 
in qual tempo tutte le varie specie delle gentili divinità sparse 
«ansi nel mondo (2). Alcuni sono d' avviso che Nembrod debba 
considerarsi come il primo uomo , al quale sieno stati resi divini 
onori, e ch'egli sotto il nome di Bel o Baal ottenuto abbia tem- 
pli e altari da tutti i popoli dell'oriente. I primi idoli però, dei 
quali troviamo nella storia sacra una sicura menzione , sono quelli 
che adorati erano da Thare, da cui passarono nella famiglia di 
Labano. Il poc'anzi citato autore fra le principali cause dell'ido- 
latria pone le statue , cui gli antichi popoli non avendo che una 
debolissima cognizione della divinità innalzarono a quegli uomini 
che nel mondo si erano distinti per le loro grandi aziom , o che 

(i) Hist. des caus. premier pag. 97. Q iest' autore soggiunge che colo- 
ro, i quali preteudouo the gli inni di Orfeo sieno supposti, gli attribuisco* 
no poi ad un certo OnomacrUe Ateniese che vivea 000 anui prima dell'era 
volgare. Questa data non richiede un rispetto minore di quelio che si do- 
vrebbe alla dHta stessa di Orfeo. 

(1) Montfaucon-, L' Antiqiiitè erpliffiée. Tom. I. Par* I. pag. XCII. 

f'osl. fol. I. dell' Europa S 



6G DELLA GRECIA 

celebri si erano renduti per qualche scoperta utile all' umana vita , 

che finalmente per le loro virtù procacciata si erano la stima 
della gente presso la quale vivevano. 

Seti leu za ci 3 Isaia. 

Ciascun popolo fabbricava gli Dii a proprio capriccio, e sicco- 
me dice il profeta Isaia, con quel medesimo tronco, da cui trae- 
vano le legne per riscaldarsi, formarono le statue, che poi divennero 

1 oggetto del loro culto, e della particolare loro confidenza (i). 
Falsità de' ravporti delia Mitologia colla Bibbia. 

Alcuni scrittori , e certamente di non oscuro nome , hanno ri- 
volti tutti i loro studj nel ricercare certi vincoli o rapporti fra la 
bibbia e la mitologia , ed hanno preteso che più avvenimenti della 
storia sacra stati sieno imitati dai mitologi , e che perciò varj Dii 
ed eroi non sieno che gli uomini illustri, de' quali parla il vecchio 
testamento (2). Così secondo la loro dottrina per esempio il Tu- 
balcain della Genesi sarebbe lo stesso che il Vulcano de' Greci 
poeti. Stranissima opinione , la quale non è confermata da alcuna 
solida autorità, ma tutta si appoggia a dimostrazioni meramente 
congetturali (3). I Giudei componevano una nazione troppo dai 
vicini popoli vilipesa, e troppo ai remoti sconosciuta, perchè dirsi 
possa ch'essa agli Egizj, ai Fenicj ed ai Greci somministrato abbia 
materia di religioso culto o di mitologia. I Giudei d'altronde era- 
no della lede e delle cerimonie loro sì gelosi , che tenevano e l'una 
e le altre scrupolosamente nascoste agli stranieri , né sembra ch'essi 



(1) Isaia, Cap. 44* 1 5. L'autore del libro della Sapienza, cita come 
un fonte dell'idolatria il dolore di un padre che ha perduto il figliuol 
suo in età immatura. Per consolarsene fa ritrarre 1' immagine del defunto 
figliuolo, e nella sua famiglia gli rende gli onori che non sono dovuti 
che alla divinità. Da questa famiglia il culto si spande iti tutta la città, 
e di un privato nume si fa a poco a poco una divinità pubblica. 

(2) Vossio, Seldeno , Bocatdo e più altri banno con erudite ricerche 
preteso di dedurre l'origine e la spiegazione di molte favole della -Mitolo- 
gia dalle radici delle lingue Ebraica e Fenicia. 

(3; Anche l'editore di Daniele secondo i Settanta pubblicato in Roma 
nel 1772 è di questa opinione. Egli anzi pretende che Omero stesso prese 
abbia molte coso dalla Bibbia, edanzi nella Dea Ate , Dea dell'ingiuria, 
scagliata da Giove giù dall'Olimpo, crede di vedere la caduta degli An- 
geli, e u ella storia di Bellejoronte riconosce quella di Giuseppe. 



DELLA GRECIA 6j 

stati sieno conosciuti dai Greci prima della conquista di Alessan- 
dro (i). 

Opinione di Bannìer. 

L'abate Bannier è d' avviso (2), che la mitologia debba con- 
siderarsi come un grande e prezioso deposito de' maravigliosi avve- 
nimenti che accaddero ne' tempi oscuri appena dopo il diluvio , e 
nel primo stabilirsi de' figliuoli di Noè nei varj paesi toccati loro 
in retaggio ; e crede di appoggiare il suo sistema sulla dottrina di 
alcuni padri della chiesa e di chiarissimi autori , siccome sono il 
Bacai do , il Sossio, YEinsio , il padre Tournemine ed altri. 
Così egli con tutta serietà parla del re Tempo, del principe cielo, 
della principessa terra, e dei capitani Titano e Tauro. Ma tutto 
(mèsto sistema non è fondato che su deboli ed incerte congetture, 
non vanta l'autorità di alcuno de' più antichi scrittori, e sembra 
un giuoco deli' immaginazione piuttosto che una conseguenza di 
veraci e filosofiche dottrine. 

Sistema di De-P luche* 

L'ingegnoso De P luche tutto attribuisce all'astronomia l'origine 
delle varie divinità degli antichi (3). I bisogni delle prime società, 
o diremo meglio delle prime famiglie , dopo il diluvio fecero si 
eh' esse costrette fossero ad osservare i diversi movimenti degli 
astri , il succedersi delle stagioni , il variare dei venti , ed insomma 
i varj fenomeni della natura , che una grande e necessaria rela- 
zione hanno coli' umana vita. Alcuni di questi fenomeni , o naturali 
avvenimenti erano preceduti , od accompagnati o dal volo di certi 
augelli , o dal diverso aspetto della luna e del cielo ; tali astri 
avevano in qualche parte una somiglianza cogli animali , o con 
altri oggetti terrestri già notissimi all'uomo. L'inondazione del Nilo, 



(1) Anche ne' primi secoli del Cristianesimo prevalse l' opinione che i 
Greci non solo fossero una nazione recente , ma ancora che ricevuto aves- 
sero e la morale e le leggi dagli Ebrei. Con ciò si credeva di favorire 
la causa della Cristiana Religione , e non si avverti che col ricorrere a 
mezzi cosi deboli, si \eniva anzi ad esporla più facilmente agli assalti 
dei nemici. Leggasi Larcher nel suo Com ad Erodoto Voi. VII. pag. 
389 e segg. 

(u) Explication Idstoriq. des Fables. 

(3 ) Hisloi/e du Ciel Voi 1 pag. 3 e s?gg. Spectacla de la Nature 
Lausanne, -1 ^3y , voi. iV. pag. 3uó' e seg. 



63 DELL! GRECIA 

per esempio , è sempre preceduta dallo Sparviere , il quale ab- 
bandonando le parti settentrionali vola verso l'Etiopia allorché que- 
sta pel vento efesio del settentrione trovasi tutta coperta di vapori 
e di nubi. L' immagine perciò di quest' augello fu destinata ad an- 
nunziare la prossima inondazione del Nilo , e ad avvertire gli Egi- 
zi , perchè dai campi ritirassero tutto ciò che salvare voleano dalle 
crescenti acque. Questa medesima inondazione era preceduta , giu- 
sta le osservazioni degli Egizj , da una stella, la quale sorgeva 
dall' orizzonte poco prima dell' aurora , allorché il Nilo già stava 
per gonfiarsi. L' apparire di siffatta stella divenne per gli Egizj 
cosa tanto importante che dal sorgere di essa incominciarono il loro 
anno, e la successiva serie delle loro feste religiose (i). 
Figure simboliche degli Egizj. 

Ora que' popoli in luogo di rappresentare colla pittura 1 J im- 
magine di cotale stella , che facilmente confusa sarebbesi con altre 
stelle , si servirono di una figura che avesse qualche relazione col 
buon ufficio che da quell' astro veniva loro prestato. Vollero perciò 
che espressa fosse sotto la figura di un uomo colla testa di cane, 
giacché il cane col suo latrare ci avverte appunto del sopraggiun- 
gere di qualche persona , e diedero a questa figura il nome di 
jtìiubis , V abbajatore , la canicola. Ecco secondo il citato au- 
tore l'origine della scrittura o rappresentazione simbolica nell'Egit- 
to , ed anche in altre antiche regioni dell' oriente. Questi simboli 
erano da principio notissimi a tutto il popolo , il quale ne traeva 
anzi sommi vantaggi, ed il loro uso non fu ristretto a denotare 
soltanto le cose naturali, ma si estese ancora a rappresentare le 
cose astratte della politica e della morale. Furono frattanto inven- 
tati i caratteri dell' alfabeto , mercè della cui semplicità si tro- 
vò un mezzo, onde esprimere le cose e le molteplici loro serie 
con maggiore facilità e prestezza di quello che ottenuto erasi con 
le simboliche rappresentazioni (2). Una tale invenzione fu ben 
tosto adottata da tutti quegli antichi popoli, che vantavano qualche 
coltura , e perciò dagli Egizj ancora. Da quest'" epoca venne nel- 
l'uso abbandonata la scrittura simbolica, ed essa più non rimase 

(1) Poiphjr. de Nymphar. antro, 

(aj Non è nostro scopo di qui ricercare chi sia stalo l'inventore 

ci e 1 1 « cilVe alfabetiche. Noi ne parleremo nel costume de' Caldai. 



DELLA GRECIA fi$ 

die nei muti monumenti : il popclo dimenticò a poco a poco il 
vero loro significato : i simboli cominciarono ad essere risguar- 
dati come oggetti di religioso culto , o come storici monumenti 
delle grandi azioni degli antenati. 
Simboli , cause della superstizione. 

La superstizione facilissima ad allignare presso di qualsivoglia 
gente confermò si fatte credenze , le quali ebbero poi un continuo 
alimento anche dalle dottrine dei sacerdoti. Tale è il sistema del 
chiarissimo De-Pluch e , il quale perciò attribuisce in gran parte 
agli Egizj l'origine della Mitologia. Noi non negheremo che i sim- 
boli Egiziani non debbano riguardarsi come un fonte della Mito- 
logia; ma non sapremmo sì facilmente aderire al sistema, con cui 
1' autore tutte spiega le favole secondo ciò eh' egli crede di vedere 
o di leggere in tali simboliche rappresentazioni. 
Se le colonie Egizie portato abbiano nella Grecia il culto. 

Nò si di leggieri conformare ci possiamo coli' opinione di alcu- 
ni scrittori e antichi e moderni , i quali affermano , che i Greci 
tutta ricevuta hanno dall' Egitto la loro religione. Non può certa- 
mente negarsi che le colonie Egiziane seco trasportando nella Gre- 
cia i propri costumi vi abbiano trasportate ad un tempo alcune 
delle loro divinità. Ma nella Grecia altre colonie provennero ezian- 
dio da altri popoli non meno degli Egizj e colti e antichi. Quindi 
è che alcune Greche divinità e religiose cerimonie riconoscono la 
loro origine dalla Fenicia, altre dalla nostra Etruria, e non poche, 
siccome osserva 3 fon tf ancori (i), nacquero nella Grecia stessa fe- 
condissima madre di favole e di superstizioni. Nò il vedere una 
certa somiglianza di culto in alcune divinità di due o più nazioni 
diverse è un argomento bastevolmente valido per poter affermare 
che tali nazioni si sieno a vicenda somministrate le medesime idee 
della religione. Imperocché con sì fatto raziocinio dire si potrebbe 
ancora che gli Egizj hanno preso il loro culto dai Peruviani , o dai 
Messicani , o questi da quelli , giacché nei monumenti e degli uni 
e degli altri trovasi quasi la medesima rappresentazione simbolica 
dello zodiaco e di più altri oggetti e fisici e morali , siccome può 
vedersi nel viaggio del celebre Humboldt. 



(i) V Jbitkfuilé expliquée voi. I. pag. IX. ed altrove. 



70 DELLA GRKCU 

Conformità de gì* idoli di varie nazioni. 

Alcuni eruditi scrittori di fatto preteso hanno di avere scoperta 
una grandissima relazione anche fra le divinità Indiane e quelle 
della Grecia e di Roma (i). À noi sembra pertanto che questa 
conformità , che pure si scorge fra gli idoli e le simboliche rap- 
presentazioni di popoli fra loro lontanissimi e di luogo e di 
costumi , non ad altra causa debba attribuirsi fuorché ai bisogni 
ed alle passioni che proprie sono di tutti gli uomini, allorché que- 
sti trovansi nelle medesime circostanze. Se tutti gli uomini hanno 
le medesime facoltà e fisiche e intellettuali, tutti opereranno nella 
stessa maniera più o meno , allorché spinti sieno da' medesimi bi- 
sogni , e tutti dalla loro fantasia nascer faranno più o meno quel- 
le medesime rappresentazioni degli oggetti e fisici e morali. Quin- 
di è che le arti ancora molto nella loro origine si assomigliano sì 
ne' monumenti Egizj, Etruschi, Greci e Romani, che ne' monu- 
menti del Perù, del Messico e delle Indie, il che si ravvisa spe- 
cialmente nella pittura e nell'architettura. Ebbe perciò ragione il 
cavalier Boni di affermare che le leggi, colle quali l" anima uma- 
na agisce sono in parità di circostanze da per latto quasi le 
stesse (2). 

Sistema di Dupuis. 

Fra i moderni sistemi però quello che maggior fama ottenne, 
^ebbene ad una sola e mera ipotesi appoggiato, è certamente il 
sistema di Dupuis (i>). Questo filosofo per base della sua ipotesi 
pone che Dio è l'universo, ossia che la regolare unione di 
tutti i corpi è l'universo Dio. Gli uomini tosto, che hanno vo- 
luto ragionare sulla causa del proprio essere e della propria con- 
servazione , hanno adorato le diverse membra di questo santissimo 
corpo del mondo. Affinchè poi tali membra divenissero soggette 
ai sensi, e ad un tempo allettassero 1* immaginazione, furono dagli 
uomini rappresentate sotto diverse immagini o forme cui diedero 
il nome delle varie divinità. Gli Dii non altro essendo adunque 
che la natura stessa, ossia l'universo, la loro storia sarà dunque 
la storia della natura ; e siccome la natura non presenta altri av- 

(1) Leggasi la Memoria del celebre Hastings inserita nelle Ricerche 
Aùaticlie. , e De Brosses Dieux fétichei. 
(a) Idolo Fiesolano , pag. 9. 
^3) Origine de tous les Cult&s , ou Rcligion universclle etc. 



DELLA. GRECIA ^i 

venimenti, che i suoi propri fenomeni, così le azioni degli Dii sa- 
ranno gli stessi vari fenomeni della natura allegoricamente esposti. 
Il più sicuro mezzo pertanto , con cui tutta spiegare la mitologia , 
è quello di riferire agli effetti delle cause naturali tutte le antiche 
finzioni intorno alla divinità. Ecco in che consiste il celebre siste- 
ma dell' origlile dei culti. Esso fu tosto con avidità seguito da 
Volnej (i) de Rabaud de Saint Etienne, dall'autore delle Feste 
e delle Cortigiane della Grecia (2), da Noel (3), dall'estensore 
della parte Antichità nell'Enciclopedia metodica e da altri. 
// soie, divinità di tutte le nazioni. 

Tutto questo sistema si appoggia sulla fisica e sull' astronomia t, 
e perciò tutte le nazioni, secondo Dupuis, specialmente adorarono, 
e tuttavia adorano co' loro diversi culti il Sole , e i vari attributi 
e i vari rapporti che quest'astro benefico ed animatore dell uni- 
verso ha colla Terra, cogli altri astri e con tutta la Naturai. Le 
azioni de' favolosi eroi, dice egli, si possono spiegare allegoricamen- 
te col passaggio del Sole fra le celesti costellazioni. Tutta la storia 
di Osiride e di Ercole si spiega per mezzo del cielo: i poemi di 
Lino, di Orfeo, e di tanti altri antichi cantori non sono che al- 
legorie , sotto le quali è rappresentata la gran madre Natura. 
Falsità del sistema di Dupuis. 

Noi troppo ci allontaneremmo dallo scopo nostro , se entrar*; 
volessimo in minute ricerche intorno al sistema di Dupuis. Esso 
Ili non ha guari valorosamente combattuto dall' illustre professore 
\ incenzo Palmieri (4). Noi dunque ci appagheremo di fare su di 
esso alcune brevi osservazioni. E primieramente: questo sistema 
non può dirsi in alcuna maniera nuovo , giacché esso non è altro 
che il Panteismo , od il sistema di Spinoza ; e perciò contro di 
esso si possono pure rivolgere tutti gli argomenti, coi quali con- 
futati vennero i Panteisti e gli Spinozisli. Le autorità poi degli 
scrittori, che da Dupuis vengono citati, alcun peso non aggiun- 
gono al sistema, giacché esse tendono soltanto a dimostrare che 
gli antichi e specialmente gli Egizj adorarono gli astri. Questi me- 

(tf) Les ruines , ou wéditations sur l?s révolutions des empires. 

(2) Mr. Chussard. 

(3) Dictionnaire de la Fable. 

(^Analisi ragionata de' sistemi e dei fondamenti dell' ateismo « 
di li" incredulità. Genova 1811 e .se^. 



7* BELLA. GRECU 

desimi autori distantissimi sono di età dai tempi, ai quali riferire 
si vogliono le pretese mitologiche allegorie. Noi concederemo di 
leggieri che i Greci nella più remota antichità adorato abbiano 
probabilmente gli astri, giusta la testimonianza dello stesso Platone; 
aggiungeremo non essere cosa improbabile che alcune favole con- 
servino una tal quale relazione coli' astronomia, siccome vuole Lu- 
ciano (i): negheremo però sempre che possa sì facilmente dimo- 
strarsi non altro essere la Mitologia che il culto dell'universo con- 
siderato come divinità, e che con questo sistema spiegare si possa 
qualsivoglia specie di teogonia. 
Contradizione de 3 filosofi antichi. 

Secondo: gli stessi antichi filosofi sono fra loro in contradi- 
zione , allorché si fanno a d sputare intorno all' origine ed alla 
genealogia de' loro numi. Cicerone (2) parlando dell'antica opinione 
de' Greci , dice che Giove è lo stesso che il cielo, e cita a que- 
st'uopo vari passi di Ennio, degli Auguri e di Euripide. Diodoro 
Siculo al contrario (3) attenendosi alla senlenzza di alcuni antichi 
filosofi afferma che Giove era nveùfia il srjfi-o vivificatore dell'uni- 
verso, e ci dà degli altri Iddìi un'idea totalmente diversa da quel- 
la che ci vien data da Cicerone. Una tale e sì grande diversità 
d' interpretazioni ci dimostra chiaramente , che le idee degli anti- 
chi scrittori intorno alle favole non appartengono già alla mitolo- 
gia considerata ne' suoi principi , ma che esse furono anzi inven- 
tate dagli scrittori stessi quasi per togliere ciò che di ridicolo e 
di assurdo aveano i mitologici racconti , e che perciò le idee più 
grossolane e più stravaganti sono tuttora le proprie e le originali 
della Mitologia (4). 

(1) Lucian. De Astrologia tom. I. pag- 992. Licet potissimum ex 
Homeri poetae Hesiodique carmintbus intelligere priscorum fabuias curri 
astrologia consentire Narn quaecumque de Generis et Martis adul- 
terio dixit , deque detectione haud aliunde , quam ex hac scientia sunt 
con feci a. 

(3) Lib. II. De Nat. Deoruni. 

(3) Lib. I. pag. 10. 

(4) Ottimamente s. Agostino così parlava contro la dottrina di tali filo- 
sofi : Scd cum conantur vanissimas fabuias , sive hominum res gestas 
velut natui alibus interpretalionibus honorare , alias homines acutissimi 
tantus patiuntur angustiai , ut eoruni quoque vanitatem dolere cogamur. 
De Civ. Dei ~. 18. 






DELLA GRECIA 



Inutilità de* sistemi mitologici. 

Noi abbiamo fin qui esposti brevemente i principali sistemi 
intorno alla Mitologia. Né però ci sembra esser d'uopo di molti 
argomenti per dimostrare che nessuno di essi può ammettersi come 
]a sola, unica e vera sorgente dell'idolatria o del politeismo, e 
molto meno come la più sicura chiave per ispiegare i moltiplici e 
stravaganti misteri della Greca mitologia. Lo stesso Dupuis nella 
sua prefazione così scrisse contro gli inventori di siffatti sistemi, 
e punto non si accorse, che così favellando contro di se stesso 
ancora ragionava: et La maggior parte di coloro che hanno scritto 
« intorno alle antichità religiose, non ci hanno somministrato che 
*» nozioni o false o imperfette. Essi prima di scrivere aveano già 
» nella loro mente formata la propria opinione , e quindi si sono 
» affaticati per raccogliere le prove che atte fossero a darle qual- 
« che verisimilitudine. Allora i loro studj e gli sforzi loro non 
m servirono che a traviarli, rappresentando ciò ch'essi volea- 
» no realmente vedere. Essi aveano di già un sistema, e si fecero 
" a studiare 1' antichità a fine di rintracciare i mezzi per istau- 
ra lirlo " . Laonde ogni sistema di Mitologia , giusta l' avviso di 
un giudizioso scrittore , diventa un letto di procuste , alla cui di- 
mensione tutte col mezzo o della tortura o della mutilazione sot- 
toporre si debbono le molte e sovente contrarie spiegazioni. 
Errori che ne derivarono. 

Quanti errori e quante stravaganze non derivarono mai da que- 
sta , direm quasi , cupidigia di voler tutti capricciosamente spiegare 
i misteri della Mitologia ? Ogni scrittore pretese di scoprire nelle 
favole degli antichi tutto ciò ch'egli erasi ne' suoi studj proposto. 
Il fisico vi ritrovò le allegorie dei misteri della natura ; il politico 
i principi della saggezza de' Governi ; il filosofo la più bella mo- 
rale ; l'alchimista tutti i segreti dell' arte sua: ciascun autore insom- 
ma ha riguardato la Mitologia come un paese di conquista, dove 
egli si è creduto in diritto di fare un'invasione, secondo il proprio 
gusto o i propri interessi (i). Giova perciò il conchiudere col dot- 
tissimo conte Carli, il quale nel suo proemio della Spedizione 
degli Argonauti , così scrive: ce Chi sotto un solo punto di vista 
« vuol riguardare 1' antichità ( riducendo tutto o alla storia sacra, 

(ì) EncycL mèthocL Jntiq Mitologie. Tom. IV. pag. asti. 



^4 DELLA GRECIA 

« o alla morale , o alla fisica , credendo di vedere per ogni dove 
« un mistero ) lavora per via di sistema; che vale a dire con un 
ce segreto atto a dimostrar tutto , senza insegnare cosa alcuna. Come 
c< mai una chiave sola ci ha da aprire la strada a tutta V antica 
ce Mitologia , se questa è composta di cose disparate una dall'altra, 
ce da varj uomini in diversi tempi, in paesi diversi create, accre- 
cc scinte , insegnate ? " 

Fera origine della Greca Mitologia. 

Qual è mai dunque l' origine della Gx'eca Mitologia ? Come 
mai ha potuto essa sì fattamente allignare in un popolo , che pel 
suo ingegno divenne poi nelle scienze e nell' arti helle il primo del- 
l'universo ? Noi non temiamo di male apporci coli' affermare che la 
Greca Mitologia demo non da una sola causa, ma da molte, e non 
da una sola sorgente , ma forse da tutti i fonti , che rintracciati fu- 
rono nei varj anzidetti sistemi. 

Dottrina delle colonie. 

Dovendo noi qui favellare specialmente dei Greci porremo per 
primo fonte della loro mitologia le dottrine eh' essi ricevute hanno 
dalle diverse colonie , siccome più sopra accennato abbiamo , e sic- 
come afferma anche Diodoro Siculo. Rozzi e quasi selvaggi , privi 
d' ogni idea che oltrepassasse i propri bisogni e le poche nozioni , 
che dai loro avi ricevute aveano intorno alla natura ed all' essere 
supremo , fervidi ad un tempo d' immaginazione, facili alle passioni 
per l' indole loro stessa , e pel cielo delle regioni loro , amanti som- 
mamente di ciò che loro veniva presentato sotto 1' aspetto del nuovo 
e del maraviglioso , dovettero con sommo ardore accogliere gì' inse- 
gnamenti degli ospiti colti e conquistatori. Per le stesse ragioni essi 
non hanno potuto a meno di considerare cotali stranieri come uo- 
mini straordinari , come semidei mandati dall'essere supremo per 
riformare i loro costumi , per insegnare loro le arti e le scienze e 
quasi per rigenerarli , o come possenti , ed immortali figliuoli della 
Terra, giacché ignoravano donde que'novelli ospiti provenuti fossero. 
Quindi le favole di Prometeo , di Ercole , di Apolline , dei Titani 
e simili. E non accadde forse lo stesso nell' America , allorché per 
la prima volta si presentarono gli Europei ai popoli del Messico, 
del Perù e di altre regioni ? Se non che i Greci probabilmente non 
abbandonarono mai le primitive loro nozioni , le qnali perciò unite 
alle nuove dottrine formare dovettero uno strano meicuglio di favo- 
lose tradizioni. 



DELLA GRECIA 7 5 

^ambiziosa affettazione di antichità. 

I Greci , ricevuta che ebbero la prima coltura , doveano neces- 
sariamente sentire 1' allettamento di quell' ambiziosa affettazione d'an- 
tichità , della quale furono poscia sì avidi e sì gelosi , e d' altronde 
usar doveano ogni sforzo per celare ai posteri la brutalità degli avi 
loro , che senza il freno delie leggi vissuti erano a guisa delle fiere. 
Laonde finsero che i lor maggiori derivati fossero da certi sommi 
ed antichissimi eroi figliuoli degli stessi iddii, i quali con qualche 
fortunata mortale o ninfa avuto avessero commercio. Ecco un altro 
fonte della Greca mitologia. Quest' opinione ricevere dovea sempre 
nuovi incrementi e circostanze nuove , e perciò nuove favole , per- 
chè raccomandata era non alle scritture , delle quali non conoscevasi 
per anco 1' uso , ma bensì alle tradizioni ed alla memoria degli uo- 
mini , o fors' anco a qualche simbolico monumento. 

Ignoranza dei viaggiatori. 

Le relazioni ancora dei viaggiatori ignoranti e spesse volte bu- 
giardi diedero probabilmente origine a varie favole. Privi costoro 
delle necessarie cognizioni hanno o esagerate , o non ben conosciute 
le cose , che raccontarono ai Greci loro concittadini, vaghissimi e 
gli uni e gli altri di tutto ciò che maraviglioso appariva. Questa me- 
desima origine ebbero pure i favolosi racconti che da taluno de' no- 
stri celebri viaggiatori spacciati furono intorno ai giganti della costa 
dei Pala-goni. E forse sulle asserzioni appunto di qualche viaggia- 
tore collocati furono i campi Elisi nel delizioso paese della Betica. 
A questo fonte aggiungasi l' ignoranza dei Greci intorno alla navi- 
gazione. 

Ignoranza della navigazione. 

Essi ragionare non sapeano dell' oceano , che come di un' im- 
mensa regione coperta di tenebre , nella quale il Sole con orrendo 
fragore discendeva ogni sera per coricarsi nel palagio di Tetide. Se 
qualche nave avuto avea F ardimento di passare fra l' Italia e la Si- 
cilia , tosto divulgatasi eh' essa trovata erasi fra due stretti famosi 
per le tempeste , fra Scilla cioè e Cariddi , orrendi mostri che in- 
gliiottivano i vascelli. 

Ignoranza della fisica, della cronologia e della storia. 

L' ignoranza della fisica , della cronologia e della storia si dee 
pur riguardare come un fonte perenne di favolosi racconti. Impe- 
rocché attribuiti vennero a cause animate moltissimi effetti, dei quali 



^6 DKLLA GRRCIA. 

non si conoscevano né i principi » ue le cagioni. I venti furono 
considerati come divinità malefiche , apportatrici delle tempeste sul 
mare e sulla terra: V arcobaleno divenne una diva leggiadra e ador- 
na di un manto variopinto. Siccome poi i Greci , secondo ciò che 
più sopra avvertimmo , non cominciarono che assai tardi a far uso 

della scrittura , ed a stabilir 1' epoche degli storici avvenimenti j 
così essi ascendere non poteano colla memoria più oltre di quattro o 
cinque generazioni , al di là delle quali non si scorgeva che un in- 
tralciato laberinto di oscure tradizioni intorno alle divinità di Saturno, 
di Giove , del Cielo e della Terra. Essi perciò inventarono una cro- 
naca favolosa di re immaginarj , d' iddìi , di eroi , che non furono 
giammai , e nella loro storia a poco a poco trasfusero ancora ciò che 
proprio era delle altre genti , colle quali andavano a mano a mano 
collegandosi o per la guerra , o pel commercio , o per qualsivoglia 
relazione , e vennero così a formare il più bizzarro ed il più mo- 
struoso mescuglio di veri e di favolosi avvenimenti. 

Opinion e di D' Han carvi Ile. 

Né dee qui omettersi , come probabile anche l' opinione del 
signor D'Hancarville (i). « Moltissimo tempo prima che la pittura, 
la scultura e 1' arte di scrivere fossero dai Greci conosciute , essi 
per ricordarsi dei grandi avvenimenti non solo , ma degli eroi anco- 
ra e degli iddii , diedero i nomi degli uni e degli altri ai territorj , 
ai mari , a' fiumi , alle città , ai monti ed alle fontane. La fervida 
immaginazione de' Greci , e molto più il linguaggio de' loro antichi 
poeti fecero sì , che alcuni di questi medesimi luoghi o materiali 
oggetti si supponessero protetti od abitati dagli Dii, dei quali porta- 
vano il nome , e che ad altri attribuite fossero le azioni stesse degli 
Dii, o degli eroi. Tali asserzioni esser doveano una gran lusinga 
per un popolo che andava divenendo vie più ambizioso quando più 
inoltravasi nella coltura. " Ecco un' altra sorgente della mitologia. 
Così , dice il citato autore , gli scogli del monte Sipilo , dai quali 
uscivano varie fontane furono creduti Niobe circondata da' suoi fi- 
glinoli , oppressa dalla tristezza , cangiata in pietra , e piangente le 
sciagure della svia famiglia. Noi parleremo nuovamente dell' opinione 
del signor D' Hancarville là dove ragionar dovremo del culto , e 
dell' antica scultura dei Greci. 

(i) Vaso d' Hamilton etc. T. III. 



GENEALOGIA DEGLI DEI D ESIODO 



Europa Vi I. I. IV 



URANO, 
o Cielo. 

v. ,.,.(,). 



XA02 

CHAOS. 



Amoro Epsj 



OCEANO. Ùxéxvoc. Ter». .3i.\ 
Teli, T»0V{ j ' 

[La tona , moglie VI. di Giov 
Asteria v. !\\o. 
Ecatc ,0 Rea. v. ,.8 e 467. 
Rea , moglie di Saturno, v. 467. 
Temide , moglie 11." di Giove 
Muemosine, moglie V." di Giove. 
Febe. $ct]3»!. 



4°7- 



r Nereo -v cinquanta Ninfe 
V. Doride / Proto ec. v 



340. 



3 79- 



( Zefiro. 

\ Borea 
Astreo < Noto 
v. 3,G. ) Lucifero 

( Stelle 
Fallante, padro di Pallade , la V.» Mii 



Taum 
Ceto 

Fiumi 

Fi! 



mie Acllo e Occipcte, Ar 



Medusa e 
icipali 24. 



4l. Ninfe de' Fu 



St, 



5'- 



tra le quali 



GIAPETO. IAHET02,da 




Forza. Vigore 

nfe tre mila de 

scoliaite amie 

XIX. dice css 

litidi. 



Oc 



nte , Sterope 
Cotto e Echid 



■tti Ciclop 



Cotto C Echidna, madre di mol 

Briarco 1 mostri, v. arti. m. d 

G,ge \ Gerionc. 

Elcltra (. y. 3og. 



Calliroc 
di Nettun 



-, CrisaoreGe.i, 
.) v. i8 ; . 




SATURNO, KP0N02, da cui 



f Vesta LjtÓj T. 453. 

Cerere, AufDITXip V. 4. — Pluto il ricco. 
IV. moglie di Giove ~ fiuto, v. 968. 
1 Giunone Hp», VII.» moglie di Giove. 
Al<3V]S, Plutone. 



XloaaSw. Nettano — Tritone 

acre. A<ppoShy„ moglie III.» di GÌ 



Tartaro -- Tifco — Venti umidi. 



Zeus., giove, 



eh. diecsi padre di URANO 



Èrebo 1 
Nolte - 

V. .23. 3 



Fati Moìpai 
Parcl.c 3. cioè 
Cinto, Lache 



Veccbiaja 
Lite, o Conle 



EplC. da 



Pugne 

lidj 

Battaglie 

Vittoria 

Licenza e Danno 

jiuramenlo, ovvero Orco, CÌOAO^ 



aoglie 

, figlia 

mogi 



lll. a ii finge nata dal capo di Giove 









Eunomia 


















Giustizia 


















Pace 


















Parcbc (Mwpat) ci 


oèCl 


ito, ec 


.le 


qua! 








si dicon 


figlie 


dell' 


Elei. 


e 


della 


Veliere 


od Eu 


■inome 


11.» m. Già 


ie, cioi 


Agi. 


IR, K 


■ Ir 




Cerere 


di Sat. 


11.» m. 


Proserpina. 












Mncmos di Ur 


. IV.» 1 


n. le 9. Mas 


• v. 91 


'■ 








Latona di Ceo 


VI.» t 


». Apollinc: 
















Dian 


1, ApTCULlC. 












Giunon 


e di Sa 


. VII.» 

Mari 


m. Gioveut 
, Apvjì. 


Hja«. 














Lucin 


a , EiXet'fluifl!. 
















no,H f »«7T 


3£. 










Maja d 


Ali Vili.» 11 


• Mercurio , 


Hppui 
















. , Dionisi 


Bacco di 


Sem 


'le 












d' Anfi 


rio.K 









GEA 



ORANO, 

o Cielo. 
y. ia 7 .(i). 



Terra ~ 
y. 127. 



XÀ02 

CHAOS. 



Amore Eg;; 



OCEAKO. CìaUvg^-i.X 
Teti, TnBvi j 

| La tona , ir., di 
Cco — V Asteria v. 

i Ecate , o E18 e 
Rea , moglie di SatunG-, 
Temide , moglie II.* d 
Muemosine, moglie Viove. 

Febe. $ct'j3»J. 



Creo 



GIAPETO. IAIIETC cai 



Iperione , da cui 

Bronte , Sterope e Argtti 

Cotto C Echidna, mdi " 

mostri, v. m- 

Gerione. 

v. 3 



uionie , 011 

Cotto r 

Briareo j 

Gige ) 

Elettra (. 



in. di Nettuno 



> 



v. iao. 
La lettera r indica i versi di Esiodo. 



BELLA CBEC1A 77 

Equivoci dello parole. 

Finalmente gli equivoci non solo di moltissimi vocaboli delle 
lingue orientali , ma di varie parole del Greco idioma , possono aver 
data 1' origine a favole diverse. Così non è cosa improbabile , che 
alcuni poeti finto abbiano che Venere nata sia dalla spuma del ma- 
re , perchè Ky^oirr, nome che i Greci davano a questa dea , de- 
riva da àypòg spuma. Per le quali cose fa d' uopo conchiudere ciò 
che già affermato abbiamo , essere cioè la Greca Mitologia derivata 
non da una sola sorgente , ma da molte , fra le quali doversi rico- 
noscere come le primarie 1' orgoglio e la vanità degli antichi Greci, 
la loro ignoranza nella storia, nella cronologia, nelle lingue, nella 
fisica e nella geografia , e le dottrine recate loro dagli stranieri. 

Mitologia considerata come parte storica. 

Noi abbiamo fin qui brevemente ragionato delle filosofiche que- 
stioni che fare si sogliono intorno alla Mitologia , conviene ora che 
qualche cenno da noi pure si faccia intorno alla stessa Mitologia con- 
siderata come parte storica di questo primo periodo della Greca 
nazione. Non avendo però noi per iscopo d' entrare in un caos , dal 
quale difficilissima impresa ci sarebbe poi 1' uscire , non altro faremo 
che segnarne qualche traccia attenendoci ad Esiodo e ad Apollodoro. 
Il primo fu coetaneo di Omero secondo Erodoto, ed a lui di qual- 
che anno anteriore secondo altri scrittori (i). Egli perciò appartiene 
alla più remota antichità , e nella sua Teogonia raccolsse le tradi- 
zioni , che più erano in vigore a' suoi tempi : ma si attenne special- 
mente alle divinità non facendo degli eroi che qualche cenno. La 
seguente tavola comprende la genealogia degli dei secondo il sistema 
di Esiodo , ed a noi sembra eh' essa bastar possa , perchè i nostri 
leggitori abbiano un' idea perfetta , per quanto è possibile , della 
Greca teogonia. Noi tratta l' abbiamo dall' istoria universale dì 
Francesco Bianchini, opera eruditissima, delle cui spoglie si valsero 
molti dei più rinomati oltramontani, e specialmente gli stranieri fab- 
bricatori di mitologiche ed istoriche teorie , tanto lodati da alcuni 
nostri Italiani , i quali ammirano la merce altrui , appunto perchè 
con grave disdoro della colta Italia ignorano le proprie ricchezze. 
Dopo di Esiodo scrisse le azioni degli dii e degli eroi Apollodo- 



(i ) Voluey, Clironologie des douze siùcles etc , e Blair, Tabi. Chiono 
logiqites. 



7^ DELLA GRECIA 

ro Ateniese nella sua biblioteca ; e non può negarsi elle la teogonia 
di questo autore non conservi un certo vincolo nella varia discen- 
denza dei Titani e dei primitivi numi. Ma col procedere dell'opera 
la narrazione sua diviene cosi intralciata , ed è sparsa di tante lacu- 
ne , ebe non sarebbe cosa si facile il trovare un filo , a cui attenerci. 
Il dottissimo Ciavier sì è sforzato di riempire tali lacune coi fram- 
menti degli antichi scrittori , ed egli con tal mezzo ha potuto ar- 
recare molta luce all' opera che dal Greco autore non fu a noi 
tramandata che imperfetta. L' Hejne poi ha corredata la sua edi- 
zione dello stesso Apollodoro con alcune tavole genealogiche, mercè 
delle quali procurò di ridurre quasi in altrettanti alberi la discen- 
denza degli dei e degli eroi. Ma cosa certamente dall' istituto nostro 
aliena sarebbe il voler qui tutta raccogliere la dottrina di que'due 
eruditissimi commentatori. Le minute e più distinte narrazioni in- 
torno alle gesta , alle avventure , alla storia insomma , qualunque 
essa siasi , degli dei e degli eroi , appartengono ai dizionari delle 
favole , ed alle altre opere di simil fatta , alle quali perciò rimet- 
tiamo i nostri leggitori (i). Molte di tali narrazioni dovranno pure 
da noi farsi , ed anzi cogli opportuni monumenti corredarsi , là dove 
parleremo della religione. A compimento non di meno di questo , 
diremo quasi , primo periodo del Greco costume , soggiungeremo 
qui la tavola della successione dei re d' Argo fino all' invasione degli 
Eraclidi , tratta dalle antiche teogonie , e compilata colla massima 
esattezza dal nostro collega signor professore Palamede Carpani per 
uso dei signori paggi del già regno d' Italia , e noi la soggiungiamo 
tanto più volentieri , perdio Argo fu appunto fondata da Iliaco pri- 
mo condottiero di colonie nella Grecia , e perchè la discendenza 
d' Inaco ci si presenta più d' ogni altra feconda di favolosi , o mito- 
logici avvenimenti. 
Tempi eroici. 

Alle età degli iddii seguono l' età che diconsi eroiche , e nelle 
quali sparsi pur sono alcuni storici avvenimenti , sebbene tra favolose 
od immaginarie narrazioni avvolti (2). Intorno ai quali avvenimenti 

(1} Fra i moki libri che si possono iutoruo a ciò consultare, noi siamo 
d'avviso che i Dizionarj di Millin e di Noel , V Iconografia del Ripa, 
le Immagini degli Dei dei Cartari ed il Dizionario di Sabbathier sieno le 
migliori. 

(a) Tutta la Mitologia può dividersi in due generazioni, drgli Dei cioò 



3U'a ui x 



Europa Voi. l.lUg. -i 

SUCCESSIONE DEI RE D' ARGO FINO ALL' INVASIONE DEGLI ERACLIDI 



OCEANO E TETI 
I 



nel Peloponneso , fonda Argo , sposa secondo alcuni l' Oc< 
condo altri Ismene , ed è poi cangiato in fiume. 



Egitto , fot 




Scsostris , Re d' Egitto. 

in de' 5o figli d' Egitto 
gli succede. 



ti n 

togl 
Ipermest 



dall' Africa 
1 trouo d' Argo a Gclanon 
j_ 
delle 5o Danaidi, 
narito Linceo. 
I 




4 Prfto scacciato dal fratello da Argo , 
va in Licia presso Jobate. Vi sposa 
Stenobea o Antea o Antiope. Ritorna 
nel!' Argolide , si fa Re di Tirinto. 
Perseguita Bcllerofonte. 



5 AcrUio sposa Euridice figlia di Lacedemone. 



iG Perseo sposa Andromeda , figlia di Cefco 
Ile d' Etiopia , e fonda Micene. 




Pilj.dc sposa Elétl 



a5 Tisamene Re d' Argo , Mi» 



I Sparla , vinto dagli Eractidi 



DELLA GRECIA 79 

è d uopo col dottissimo Heyne avvertire eli' essi non superano di 
cinque generazioni la guerra di Troja , e che quindi oltre queste 
cinque età non si trova alcun avvenimento , che da Omero venga 
esposto in via di storica narrazione (i). 
Cinque età prima della guerra di Troja. 

La prima età che s'incontra innanzi la guerra di Troja è la guerra 
Tebana, alla quale intervenne Tideo padre di Diomede; la seconda 
èia spedizione degli argonauti; la terza è l'età di Ercole, di JYe- 
leo padre di Nestore, e di Oenco padre di Tideo e di Meleagro; 
la quarta è l' età di Anfitrione e di Alcmena ; la quinta 1' età di 
Perseo e di Pelope , la stirpe de' quali si riferisce a Giove. Nella 
stessa guisa cinque generazioni s' incontrano nella genealogia di 
Priamo. Imperocché Priamo ebbe per padre Laomedonte: questi 
fu figliuolo à' Lo , che nacque da Troe figliuolo d' Erittonio , il 
quale ebbe per padre Bardano generato da Giove e da Elettra 
figlia d' Atlante. 
Epoche dei tempi eroici. 

Ma fra queste età vogliono specialmente esser considerate tre 
epoche. La prima è la spedizione degli Argonauti condotti da Gia- 
sone alla conquista del vello d' oro yg anni circa prima della presa 
di Troja , e 1263 anni prima dell'era volgare (2). La seconda è la 
guerra dei sette eroi contro di Tebe, la quale accadde 1226 anni 
circa prima dell'era volgare (3). La terza èia presa di Troja, 11 84 
anni circa prima della stessa era volgare (4). Siccome queste tre 

e degli Eroi. Da principio , dice Clizia appresso Platone , regnarono gli 
Dei sopra la terra in que' luoghi eh' ebbero in sorte. Ecco la Teogo- 
nia , o generazione degli Dei- Quegli uomini poi che buoni e saggi, se- 
condo lo stesso Crizia , si studiarono d' imitare gli Dei , formarono la Ero- 
gonia , o generazione degli Eroi. 

(1) Hom. Carmina. Tom. Vili. Excursus IV. pag. S3 1. 

(2) N«d medesimo anno Adrasto re d' Argo celebrò per la prima volta 
i giuochi pitj. 

(3) Iv el determinare gli anni di queste epoche noi ci siamo attenuti alle 
Tavole cronologiche di Blair. 

(f\) Troja fu incendiata dai Greci nella notte del a3 al a j del mese 
di Targelione (11 al 12 di giugno) secondo i marmi d' Aron del ; 408 
anni innanzi la prima olimpiade , secondo Apollodoro. I marmi d' Arondel, 
conosciuti anche sotto il nome di marmi di Paros e d 1 Oxford , formano 
il più. hello ed il più antico monumento di cronologia. Essi furono sco- 
perti nell' isola di Paros da Tommaso Pttre, che da Lord Howard Conte 



80 DELLA GRECIA 

epoche risguardano avvenimenti famosissimi nei fasti dell' antica 
Grecia , e fecondi di grandi argomenti per la poesia e per 1' arti 
belle ', cosi noi crediamo cosa necessaria il trattenerci alquanto in 
esse , e V illustrarle ancora con qualche monumento. 



d* Arondel era stato spedito nell' oriente per farvi acquisto dei più preziosi 
avanzi dell' antichità , e veunero poi affidati alla custodia dell' Universi là 
di Oxford. Essi contengono le epoche più celebri della Grecia da Cecrope 
iondntore di Atene sino all' arconte Dioynete j il che forma la serie di 
iJiì> anni. 



SPEDIZIONE DEGLI ARGONAUTI. 



Varie opinioni intorno al nome Argo. 

vJli Argonauti furono così detti dalla nave Argo, sulla quale 
passarono nella Colcliide alla conquista del vello d' oro. Apollonio , 
Diodoro Siculo ed altri sono d' avviso che cotal nave preso abbia il 
nome da Argus , od Argo, che ne fu il fabbricatore. Altri affer- 
mano che questo naviglio fu detto Argo dal Greco vocabolo ccoyó; 
veloce, leggiero (2). ed altri ne traggono l' origine dalla città di 
Argo, dove esso fu fabbricato (3). Che che ne sia di questo nome, 
era fama che la nave stata fosse costrutta col disegno e coli' opera 
di Minerva ; che la sua prora fosse fabbricata con una quercia della 
sacra foresta di Dodone, i cui alberi parlavano e rendevano gli ora- 
coli, e che il corpo costrutto ne fosse con legni tratti dal monte 
Pelione. Essa perciò dicevasi sacra, loquace, fatidica , ed anche 
pelia e peliaca. 

(2) Quidam Argo a ccleritate dictam volunt. Servins. Comm. ia IV". 
Virg. Eclog. 

(3) Alcuni attenendosi ai due versi riportali da Cicerone nel primo 
delle Tusculane come di antico poeta latino hanno dato un' altra etimo- 
logia alla voce Argo. I versi sono i seguenti : 

Argo , quia Argivi in ea delecti viri 
Vedi, petebant pellem inauratemi arietis. 

Questi due versi sono di Ennio. La lezione però quia Argivi , benché 
accettata dal Virburgio , è comunemente riconosciuta come apocrifa, ciac- 
che in tutte le edizioni di Ennio si legge : Argo , qua vccLi Argivi dtlc- 
cti viri. 

Cosi. Voi. I. dell' Europa 6 



8 2 DELLA GRECIA 

/ iaggìo degli Argonauti. 

Condottiero di questa impresa fu Giasone. Con lui pai'tirono cin- 
quanladue principi, il fiore dei Greci eroi. Essi s' imbarcarono a 
Pagasa promontorio della Magnesia nella Tessaglia, giunsero all'iso- 
la di Lemnosj e di là nella Samotracia. Dopo di avere quindi tra- 
versato 1' Ellesponto e costeggiata 1' Asia minore entrarono nel Pon- 
lo-Eusino per lo stretto delle Simplegadi (i), e giunsero finalmente 
ad Aea , capitale della Colchide (2). Condotto a fine il loro disegno, 
abbandonarono quelle spiaggie non senza qualche pericolo , e quasi 
tutti felicemente giunsero alla patria loro. Le varie e particolari cir- 
costanze di questa spedizione , e degli eroi dai quali fu intrapresa , 
leggere si possono iu Apollonio , Apollodoro , Ovidio e Valerio 
Fiacco (3). 

Opinioni intorno alla figura della nave Argo. 

Due questioni fare si sogliono intorno a questa sì celebre navi- 
gazione. Cercasi primieramente quale fosse la figura della nave slrgo. 
La più parte degli scrittori è d' avviso elle fosse un naviglio lungo , 
e somigliante alle nostre galere. Un tale naviglio essere dovea rozzo 
e semplicissimo nella sua costruzione , appartenendo esso a quei 
primi tempi, ne' quali la navigazione era tuttavia bambina. Di fatto 
lo scoliaste d'Apollonio afferma che secondo la comune opinione era 
questa la prima nave lunga, cioè la prima nave che stata fosse co- 
strutta di una certa mole e con guerriero apparecchio, siccome vuo- 
le anche Diodoro. La stessa cosa viene pure asserita da Plinio sul- 
l' autorità di Filostefano (4). Che tale naviglio non fosse di gran 
mole può dedursi dall' antica tradizione , giusta la quale esso fu por- 

(1) Due isole , piuttosto due scoglj presso lo stretto di Costantinopo- 
li : sono così viciui l'uni' altro, che sembrano toccarsi ed urtarsi a vi- 
cenda; ciò che ai poeti ha dato luogo a favoleggiare che fossero due mo- 
stri marini infami ai naviganti. 

(2) Oggi Mingrelia, nell'estremità orientale del mar Nero, tra la 
Circassia , la Georgia e 1' Àladulia. 

(3) Intorno a questa celebre spedizione leggasi il Tomo X. delle 
opere di Giaurinaldo Conte Carli. Milano, 1785. , Monast. di s. Atnbru- 
gio. L'erudito Autore trattò quest'argomento in quattro libri, ne' quali 
vari punti si dilucidano intorno alla Navigazione , all' Astronomìa , alla 
Cronologia e alla Geografia degli antichi. 

(4) Lorica nave Jasonem p> innati navigasse , Pliilostephanus aucior est. 
Pl.u. !ib. 7. e. 58. 



DELLA GRECIA 83 

tato sulle spalle degli stessi Argonauti dal Danubio sino al mare 
Adriatico. E fama ancora che questa nave fosse della specie di quel- 
le dette T.evrc/.cvzcpci, conpentetori , a cinquanta remi siccome 
sembra potersi congetturare da alcuni luoghi d' Orfeo , d' Apollo- 
doro, di Pindaro e d'altri. 
Medaglia rappresentante la nave Argo. 

E appunto coi remi essa è rappresentata in una medaglia, che 
si vede nel tomo I. delle Greche antichi th del Gronovio , che viene 
pure riportata dal conte Carli , e che noi ancora inserita abbiamo 
nella figura i , della tavola io. La leggenda della medaglia è APFiì 
MArNTilN Argo de 3 ' Magnesj , cosi detti gli Argonauti, o perche 
tutti erano della Magnesia, o perchè Giasone nato era in Giolco 
città di questa regione , o finalmente perchè la nave era stata costrut- 
ta in Pagasa , citta e promontorio parimente della Magnesia. 
Giasone , condotta a fine la sua spedizione , consacrò la nave a Net- 
tuno, e questa fu poi trasportata incielo e riposta tra le costellazioni. 
Oggetto della spedizione degli Argonauti. 

Cercasi in secondo luogo , quale fosse l' oggetto di questa cele- 
bre spedizione , e che intendersi debba pel vello d' oro. La tradi- 
zione mitologica racconta, che Atamante figliuolo di Eolo ebbe da 
Nefele un maschio ed una femmina Friso ed Elle. Essendo Nefele 
stata convertita in nube, Atamante sposò Ino o Inane. Questa per 
privarsi de' figliastri indusse le donne eolidi a seminare il grano 
infranto , promettendo loro copiosa messe. Da quest' inganno pro- 
venne alla Tessaglia un'orrida carestia. I sacerdoti di Delfo corrotti 
dalla stessa Inone dissero, che allora cesserebbe la carestia , quando 
immolato fosse uno de' figliuoli di Nefele. Fu scelto Frisso per un 
tale sacrificio. Ma Nefele copri ambedue i figliuoli con una nube , 
e perchè fuggissero dalla Grecia , tosto montar li fece sopra un arie- 
te che avea i velli d' oro. Giunti mercè di un tal mezzo nel mare 
Asseno, Elle cadde ed annegossi , onde quel mare ne riportò il 
nome di Ellesponto. Frisso pervenuto in Cole sacrificò 1' ariete a 
Marte, sposò Calciope figliuola di Ecla re della Colchide , ed ap- 
pese l'aurea pelle del montone ad un albero della sacra foresta. La 
spedizione pertanto degli Argonauti aveva per iscopo la conquista di 
una siffatta pelle. 
Sistema di Dupuis e di altri. 

Noi ometteremo di qui esporre; 1 interpretazione di Dupuis, 



$Ì DKLLÀ GRECIA 

dì Sabaut de Saini-Etienne e di altri moderni filosofi, i quali pre- 
tendono che sotto di questo racconto rappresentati sieno allegorica- 
mente i personaggi e gli emblemi del firmamento , i quali corrono 
dietro all'ariete dello zodiaco fino al tempo che questa costellazione 
ritorna sull' orizzonte ; giacché noi veduto già abbiamo qual peso 
darsi debba ai sistemi di Dupuis e de' suoi seguaci. Ometteremo 
ancora di parlare delle spiegazioni pressoché ridicole o puerili di 
Eraclito, di Palefato. di Suida e di altri (i), che leggere si possono 
nell'opera di Gianrinaldo Carli. 

Opinione di Eustazio. 

Con maggiore probabilità altri, e fra questi Eustazio, son d av- 
viso che la spedizione degli Argonauti avesse per iscopo 1' oro che 
nei torrenti della Colchide scorreva coli' arena , e che raccoglievasi 
colle pelli di montone, siccome tuttavia si usa in alcuni luoghi sulle 
sponde del Reno e del Rodano. Con Eustazio sembra che vadano 
pure d'accordo Strabone e Giustino. Il primo afferma chiaramente, 
che gli Argonauti , ad esempio di Erisso , andarono in Colchide p ir 
fare un bottino su que' ricchi paesi (2). Laonde Valerio Fiacco fa 
dire a Giasone , ch'egli andava in Coleo per ispogliare gli Sciti del- 
le loro ricchezze (3). 

Di Varrone di Plin'o ce. 

Forse con probabilità anco maggiore Varrone e Plinio preten- 

(1) Eraclito dice, che cotal Montone era un uomo col nome di yoTo^, 
chrios , che vuol dire anche Montone , e che fu chiamato aureo per la 
sua fedeltà. Palefato soggiunge che questi era il tesoriere d* Atamante, il 
quale fra le altre cose aveva pure in custodia una statua d' oro. Suida poi 
afferma ch'esso non era altro se non se un libro coperto di una pelle di 
montone, in cui s'apparava a far l'oro. Bochart poi con istrane conget- 
ture si sforza di spiegare tutta la narrazione degli Argonauti coll'etimolo- 
ga de' vocaholi Fenicj. 
(a) Strab. Lih I. 

(3) Lih. IV. Che la Colchide anticamente ahbondasse d'oro e d'ar- 
gento può dedursi da Plinio, il quale così scrive: Jam regnaverat in Col- 
chis Salauces et Esuprobes , qui terram virginem. nactus , plurimunt ar- 
genti, aurique eiuisse dicitur, in suapte gente, et alioquin velleribus in- 
clito regno, rlist. nat. lib. 33 cap. 3. Che se la Colchide e ora un paese 
privo d'ogni ricchezza , non dee da ciò dedursi eh' essa ricca non fosse 
prima della guerra di TYoja. Quanti paesi , che anticamente erano ricchis- 
simi, sou ora divenuti sterili e miserabili? Quante miniere son ora esau- 
ste, mentre un giorno somministravano immensi tesori? 



DELLA GRECIA 85 

dono, che il vello d'oro «nitro non fosse che ìa bella lana di Coleo, 
e clie perciò l' impresa degli Argonauti non debba riguardarsi che 
come una spedizioue di commercio. Tale è pure 1' opinione di Le 
Clerc e di altri valenti scrittori. Noi però non sapremmo sì facil- 
mente aderire alla sentenza di un moderno scrittore , il quale con 
grande apparato di dottrina pretende di provare che il vello d' oro 
dinoti i drappi di seta, che Giasone dalla Colchide trasportò nella 
Grecia, e che perciò sino da' più remoti tempi i Greci ebbero un 
commercio, od una comunicazione colla Cina (i). Gli argomenti , 
a' quali si appiglia l'autore sono di si debole congettura, si capric- 
ciose le interpretazioni eh' egli ci dà di alcuni luoghi de' Greci e 
de' Latini scrittori, e sì remote dal tempo della spedizione degli Ar- 
gonauti sono le prime cognizioni che nell' Europa si ebbero intorno 
alla seta , che difficilmente potrà tale opinione essere dagli eruditi 
abbracciata (2). La spedizione degli Argonauti può adunque consi- 
derarsi come il primo ed il più antico viaggio intrapreso ad oggetti 
di commercio. Questa opinione è per lo meno più probabile di tutte 
quelle che addotte furono intorno a si fatto avvenimento , il quale 
forma quasi la prima epoca de' tempi eroici. 
Donde debbansì prendere i monumenti de' tempi eroici. 
Prima però di esporre alcun monumento, che risguardi que- 
st'epoca , e le susseguenti , fa d'uopo premettere due cose troppo 
necessarie a sapersi. E primieramente non essendo fino a noi arri- 
vato alcun monumento che proprio sia dei tempi eroici, costretti 
siamo non solo a ricorrere ai tempi posteriori, ma talvolta ad uscire 
dalla Grecia , e ricercare nell' Italia i monumenti che risguardano la 
storia o la mitologia dei Greci. Imperocché dopo le opere Egi- 
ziane, le più antiche son quelle che scoperte si sono nell'Etruria 
enei Lazio. Anzi noi vedremo, che la memoria di alcuni fatti della 
Grecia non si è conservata si bene ne' Greci monumenti, come in 
quelli che impropriamente detti furono Etruschi. Di fatto di Greco 
gusto il più delle volte e di Greco argomento sono le dipinture 
che si veggono su' vasi e sulle altre antichità dell'Etruria. 



(1) Panth. Chin. par Jos. Hager. 

(a) Noi ritorneremo su quest'argomento , allorché parleremo del com- 
mercio dei Greci. 



K6 DELLA GRECIA 

fasi iniprovriantente detti Etruschi. 

« Sembra , dice Winckelmann (i) , che 1' arte del disegno sia 
« stata promossa nel paese de' Tirreni , o sia nell' Etruria , dai Gre- 
ce ci ; ciò che pnossi argomentare si dalle colonie Greche , che vi 
ce stabilirono la loro abitazione , sì , e molto pili dagli argomenti 
ce della favola e della storia Greca che si veggono, dirò così, tutti 
ce quanti effigiati ed espressi dagli artefici Etruschi nella maggior 
ce parte delle loro opere ". Intorno a ciò sono d' accordo con Win- 
ckelmann tutti i più celebri scrittori (2). Noi tratteremo più diffusa- 
mente quest' argomento nelle ricerche che fare dovremo intorno 
all'antico costume degli Etruschi. In mancanza adunque di monu- 
menti Greci noi costretti siamo a presentare talvolta que' pochi e 
più importanti monumenti, che intorno alle Greche memorie tro- 
vati abbiamo nelle antichità dette impropriamente Etnische. 

Probabilità del costume rappresentato negli antichi monumenti. 
In secondo luogo è d' uopo avvertire , che sebbene alcuni dei 
monumenti, che noi recheremo, posteriori sieno alle età delle me- 
morie in essi rappresentale ; pure il costume vi è il più delle volte 
espresso o quale era realmente nei tempi a cui appartiene il fatto 
od il personaggio rappresentato , o per lo meno quale dagli artefici 
che eseguirono il monumento credevasi essere stato nella più re- 
fi) Monumenti ant. ined. Roma, 1767, voi. I. pag. XXVI. 
(2) Tre cose sembrano oggimai chiaramente dimostrate intorno agli 
Etruschi i.° che le belle arti state sono nell' Etruria trasportate dalle Gre- 
che colonie , trecento anni circa innanzi il secolo di Omero: 2. che nella 
maggior parte delle opere degli artefici Etruschi sono rappresentati argo- 
menti tratti dalla Mitologia e dalla storia dei Greci, di alcuni de' quali 
argomenti non si trova memoria nei monumenti , che fino a noi tra- 
mandati furono dalla Grecia : 3.° che l'Etruria , giusta la testimonianza di 
accreditati scrittori, godette di una lunga pace , mercè della quale potè 
esercitare le belle arti , che appreso avea dai Greci, mentre la Grecia trova- 
vasi agitata da interne e crudeli turbolenze , le quali naturalmente impe- 
dir doveano ch'essa attender potesse alle pacifiche arti. Moltissimi tra'mo- 
numenti Etruschi possouo dunque a buon diritto risguaruarsi come Greci 
monumenti. V. Winckelmann Istoria dell'arte ec. e Monumenti antichi 
inediti. Guarnacci — Origini Italiche. Caylus — Recueil d' antiquités , e più. 
altri, fra i quali d' Haucarville ed il dottissimo Hejne in una sua bella 
Dissertazione sugli Etruschi, la quale fu inserita nel primo volume pag. 
G3j. Addizione G. de Winckelmann, Storia, ec. edizione di Parigi 1802. 
V. più sotto ove parliamo dell' antico governo della Grecia. 



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DELLA GRECIA 

mota antichità, segnando essi in ciò la tradizione. Né però suppone 
si dee , che anco i Greci artefici non facessero uso di certe libertà 
in siffatti monumenti , e molto più allorché rappresentar volevano 
le divinità , gli eroi , od altri illustri personaggi. I Greci artisti va- 
ghi , per esempio, di far pompa del nudo e delle forme leggia- 
dre nelle loro figure , rappresentavano talvolta nudi o solo con qual- 
che indizio di abbigliamento agli omeri , od alle reni i Magistrati 
stessi , o i condottieri delle armate. Di fatto come mai potrà affer- 
marsi che Meleagro recato si fosse alla caccia nudo , siccome è 
rappresentato nella statua del Museo Francese? Achille non poteva 
certamente assistere nudo al consiglio del re dei re , siccome ci si 
presenta nel basso rilievo del Campidoglio. 
Libertà de' Greci artefici nel costume. 

Laocoonte ancora non avrà cosi . nudo offerti i sacrifizi a Net- 
tuno come si vede nel famoso gruppo. Finalmente le sollecitudini 
colle quali Ulisse dopo il naufragio procura di presentarsi decen- 
temente alla figlia d' Alcinoo , non ci lasciano supporre che nem- 
meno Giasone si aggirasse nudo nella reggia di Aeto , od in quella 
di Creonte , allorché s' interteneva con Medea o con Creusa , seb- 
bene nudo venga esso rappresentato in tutti i bassi-rilievi. Veggasi 
a questo proposito la bella dissertazione di Ennio Quirino Visconti 
nella Decade filosofica (i). Né però agli artisti, senza punto dipar- 
tirsi dal costume dei tempi , difficile cosa riuscirà 1' abbigliare sif- 
fatte figure , allorché la decenza , od altre circostanze lo richieg- 
gano: ciò che facilmente ottener potranno coli' accomodare ad esse 
figure le vesti , che verremo negli opportuni luoghi descrivendo. 
Monumento albani rappresentante la nave Argo. 

La figura num. i , tavola io, è presa da un basso-rilievo di 
terra cotta , che si conservava già nella villa del cardinale Alessan- 
dro Albani , rappresentante la nave Argo (2). L' albero , che vi si 
vede, forse potrebb' essere indizio del legname del monte Pel io , 
col quale fu essa nave costrutta. Argo sta fabbricando la nave col- 
i' assistenza di Minerva , e sembra che la Dea stia accomodando la 
vela sull'antenna. Colui che tiene alzata la vela, e che pare coo- 



(1) i5 Floreal , an 12. 

(2) Winckelmann — Monum. antichi pag. IX. e Origine de V Art , 
Tom. I. pag. 29. 



88 DELLA GRECIA 

peri colla Dea , è Tifi , il reggitore della nave. La parte del na- 
viglio , la quale sta lavorandosi da Argo , è probabilmente la pop- 
pa ; essendo che di cotal nave collocata poi da Pali a de tra le co- 
stellazioni la sola poppa appariva coli' albero e con la vela. Il 
vicino edifizio potrebbe forse indicare il tempio d' Apolline nel pro- 
montorio di Pagaso , dove la nave fu fabbricata (i). 
Medea e le figlie di Peli a. 

Il num. 3, della stessa tavola, è tratto da un vaso etrusco della 
celebre collezione del cavalier Hamilton (2). Esso rappresenta Me- 
dea la quale per vendicar Giasone, a cui Pelia fatto avea uccidere 
il genitore ed un fratello, promette alle figliuole dello stesso Pelia 
di ringiovanire il padre loro col tagliarlo minutamente e col farne 
bollire i pezzi in una caldaja gettandovi dentro un certo liquore, 
che posto avea nella tazza, che vedesi nella sinistra mano dell'una 
delle due figliuole. 
Medea e Giasone. 

La tavola 1 1 , è tratta delle pitture antiche ed inedite dei vasi 
di Millingen. Medea assisa ai piedi di un albero presenta al drago 
la bevanda soporifera. Il mostro già ne sente gli effetti. Giasone 
prevalendosi di sì favorevole istante s' inoltra cautamente per uc- 
ciderlo. Presso all'eroe sta Venere, la quale ad istanza di Giunone 
destato avea nel cuore di Medea un veemente affetto per Giasone. 
La Diva sta in atto d' incora ggire Medea e di avvertirla che il 
momento è propizio per l'impresa. A fianco di Medea è un giova- 
ne alato. Esso non ha le forme amabili e leggiadre , né alcuno 
degli attributi di Amore : il suo sguardo annunzia i funesti auspicj 
sotto i quali erasi fatta l' unione dei due amanti , e la spada , cui 
tiene nell'una mano, forma allusione ai tragici avvenimenti , ch'es- 
serne doveano la conseguenza. Millingen è d' avviso che questa 
figura sia il malvagio genio di Medea conosciuto sotto il nome di 
K).cc7T(òp. Giasone è armato di un elmo e di una spada, non ha 
altro abbigliamento che una clamide all' intorno dell' un braccio , 
la quale gli serve di scudo. Il costume di Medea è quello delle 

(1) Questo basso-rilievo fu ritrovato nel muro di una vigna dinanzi 
alla porta latina di Roma, dove era incastrato con due altri, e posto in 
uso in vece di mattoni con altri preziosi frammenti di simil fatta. 

(a) Pitture de' vasi antichi , ediz. di Fir. 1S00. voi. I. tav. VII. 



DELLA GRECIA 89 

Amazon!, e dei popoli dell'Asia. Tal costume le conviene assai 
più di quello di cui vedesi abbigliata in altri monumenti , poiché 
Medea al dire di Strabone diede il nome e l' abbigliamento suo 
al popolo dell' Asia, presso il quale erasi rifugiata. Venere è vestita; 
e perciò vedesi qui conservata la più antica maniera di rappresenta- 
re questa Dea : la specie di zoccolo , su cui essa sta , indica il sacro 
recinto , luogo dell' azione. Questo monumento è uno de' più rari 
e de' più preziosi fra tutti quelli che dall' antichità furono sino a 
noi tramandati. 

Questi tre monumenti, siccome a noi sembra, bastar possono 
per gli studiosi dell' antico costume , e per gli artisti, che vaghi 
fossero di trattare in qualche loro opera la spedizione degli Argo- 
nauti. 

/ Sette contro Tebe 

Prima guerra di Tebe. 

Dopo la spedizione degli Argonauti il primo e grande avveni- 
mento che ci si presenta ne' tempi eroici è la prima guerra di 
Tebe , conosciuta sotto il titolo dei Sette contro Tebe. Ed in 
quest' epoca appunto pare che la Greca istoria cominci a piegarsi 
sempre più verso la verità , ed a svestirsi della favola , della quale 
troppo ingombri sono tutti gli anteriori avvenimenti, ce Le leggi 
della guerra e della pace, dice un illustre scrittore, andavano a 
poco a poco migliorando nella Grecia raffermandosi coi progressi 
dell' umanità , e la guerra di Tebe , la prima generale impresa , 
che successe alla spedizione degli Argonauti, dimostra che tanto 
i popoli quanto i cittadini cominciato aveano a rispettare le virtù 
che più necessarie sono alla pubblica felicità (1) ». 11 disprezzo di 
un antico oracolo, gì' involontarj delitti d' Edipo, e l'inumana cru- 
deltà de' figliuoli di lui avvolsero la reale famiglia di Tebe in 
quelle sì famose calamità, che continuo argomento somministrarono 
alla Musa tragica da Eschilo sino ad Alfieri. Eteocle e Polinice, 
figliuoli dello sciagurato Edipo, dopo le tante sventure del padre 
vennero ad accordo di dovere ciascuno di loro un anno vicende- 
volmente regnare in Tebe. Eteocle il maggiore dei fratelli cui 



(i)Gillies' John. Historj of ancient Gieece. London- Strehan 1786, 
voi. I. pag. 16. 



9<> DELLA GRECIA. 

toccò di regnare il primo, terminato 1' anno suo, cedere non 
volle il trono a Polinice. Questi, sposata avendo Argia figliuola di 
Adrasto re d' Argo , indusse il suocero a rivendicare colle armi i 
giusti suoi diritti contro di Eteocle. Rinforzati i due principi da 
Tideo, da Capaneo e da tre altri capi mossero con un poderoso 
esercito contro di Tebe, che strinsero di crudele assedio. Eteocle 
rispiuse più volte gli assedianti con vigorose uscite. Finalmente 
dopo diverse sanguinose battaglie 1' esercito degli alleali lasciò le 
mortali spoglie sui campi di Tebe, dove, trattone Adrasto, peri- 
rono pure que' famosi condottieri. 
Morte di Eteocle e Polinice. 

Eteocle e Polinice onde dar fine alia guerra vennero a singolare 
combattimento e si ammazzarono 1' un 1' altro (i). Creonte che dopo 
la morte di Eteocle erasi fatto re di Tebe vietò che seppelliti 
fossero i corpi dei principi che sotto le mura di quella città si tro- 
vavano. Ma la bella e pietosa Argia, che come amato avea in 
vita il suo caro Polinice, cosi nella morte il piangeva, se ne venne 
di notte nel campo in traccia dell' esangue di lui corpo. 
Argia ed Antigone. 

Ed avendolo ritrovato, e facendovi sopra dolorosi lamenti, in 
quella stessa ora uscendo dalla città venne nel medesimo luogo An- 
tigone figliuola di Edipo per torre i corpi de' suoi fratelli: e cono- 
sciutesi, e raddoppiato 1' una per 1' altra il pianto, posero i due 
sventurati principi ad ardere sul rogo. Per lo che Creonte comandò 
che queste due pietose donne fossero vive seppellite. Adrasto poi 
coli' ajuto di Teseo e degli Ateniesi ritornò sotto di Tebe. Teseo 
uccise Creonte e costrinse i Tebani e concedere agli Argivi l' ono- 
revole sepoltura de' loro morti. 
Epigoni. 

Dieci anni circa dopo quest' avvenimento i figliuoli di que' set- 
te Capi essendosi confederati intrapresero una seconda spedizione 
contro di Tebe a fine di vendicare la morte de' loro genitori, e 
furono perciò detti Epigoni (2). Questi uccisero Laodamante fi- 

(1) Chi fosse vago di avere le più minute notizie intorno a questo av- 
venimento, legga l'opera del P. Autonioli , Antica gemma Etrusca spie- 
gata con due dissertazioni , Pisa 1767 , in 4-° 

(2) Discendenti dal greco yzìvouxi nascere, essere generato, perchè 
i condottieri di questa seconda spedizione nati erano dai sette capitani 
della prima. 



DELLA GRECIA 91 

gliuolo di Eteocle, costrinsero i T ebani ad abbandonare la loro patria, 
e fatto un ricchissimo bottino, distrussero le mura della città. Tale 
impresa è conosciuta nella storia sotto il titolo di seconda guerra di 
Tebe. 

Primo monumento della guerra di Tebe. 

Il numero i della tavola 1 1 , è tratto da uno scarabeo Etrusco 
in corniola del museo Stoschiano (i). Esso rappresenta Tideo, Poli- 
nice, Amfìarao, Adrasto e Partenopeo, cinque de' sette eroi della 
spedizione contro Tebe, i quali stanno insieme prendendo consiglio. 
I nomi de' primi tre sono scritti dalla destra alla sinistra, e quelli 
dei due altri dalla sinistra alla destra. Questo monumento non solo 
è il primo, in cui si abbia una memoria di quella famosa guerra, 
ma esso reputarsi dee eziandio come la più preziosa reliquia dell' ar- 
te degli Etruschi, ed anzi dell' arte in generale (.'i). 

Preziosità di questo monumento. 

La forma delle lettere, e la figurazione delle parole sono assai 
differenti dalla comune scrittura degli Etruschi , e partecipano 
piuttosto della lingua pelasga che dagli eruditi è riguardata come 
la madre sì dell' Etnisca che della Greca. L' incisione ò condotta 
con somma diligenza, e con tale finezza , che supera tutte le idee 
che avere si possono di un' antichità cosi remota, sebbene manchi 
di una certa varietà nella composizione, pregio, il quale non fu 
proprio che dei tempi posteriori (3). E da notarsi 1' atto di Parteno- 
peo colle ginocchia incavallate, nella guisa che Polignoto poi dipinse 
Ettore a Delfo, e colle mani che stringono il ginocchio sinistro, atto 
proprio di coloro che sono in grande afflizione : è involto nel proprio 
pallio come Priamo presso Omero, in guisa cioè che alle membra 
si adatti talmente il panno che ne apparisca la figura del corpo. E 
da notarsi ancora la forma dello scudo di Adrasto di figura ovata 
con due incisioni semicircolari alla foggia degli scudi che sono nelle 
medaglie di Argo. 

(i) Descr. des Pier. gr. du Cab. de Stosch pag. 344. 

(1) Winckelmann. Hist. de V Art, voi. I. pag. aa5, e Montini, antichi 
Tol. I. peg. 140. 

(3) Questa pietra fu pubblicata per la prima volta dal Gori, ma con 
poca esattezza. Wiuckelmann. (Pier. grav. de Stosch., loc. cit. ) parlando 
di essa cosi conchiude , „ Questa pietra ò dunque fra tutte le altre pietre 
incise ciò che Omero è fra i poeti. Nessun gabinetto può vantarsi di pos- 
sedere un monumento d' incisione più prezioso ,,. 



9* DELLA GRECIA 

Amfiarao. 

I numeri 2, 3 e 4 della medesima tavola rappresentano un 
fatto che appartiene pure alla spedizione contro di Tebe. Amfia- 
rao uno dei sette capi e famoso indovino era d' avviso che i capita- 
ni di quella spedizione sarebbero tutti periti sotto di Tebe, trattone 
Adrasto. Non volendo però egli esporsi a quell' impresa , procurava 
di dissuaderne anche gli altri. Ma per una convenzione fatta solen- 
nemente con Adrasto erasi obbligato a dipendere dalla sentenza di 
Erifile sua moglie in tutte le questioni che per avventura fra loro 
due nascere potessero. Erifile lusingata da Polinice , mercè del 
dono di una collana d' oro decise che suo marito andar dovesse 
alla guerra. 

II monumento è tratto dalle pitture dei vasi antichi del cavaliere 
Hamilton (1). Le due figure num. 2, sono Amfiarao coll'abito e col 
bastone da indovino, ed Erifile nell'atto di giudicare a favore di 
Adrasto. Il num. 3 , rappresenta Amfiarao che sta meditando sul 
partito che deve prendere: un genio gli presenta un elmo, e lo fa 
risolvere a morir vittima della data parola. Nel num. 4j vedesi Eri- 
file minacciata dal suo figliuolo Alcmeone, a cui aveva il padre 
raccomandato di fare le sue vendette. 

Utilissime cose gli artisti trarre potranno intorno a quest' av- 
venimento anche dai disegni di Flaxman il quale con somma 
diligenza e con lunghissimo studio ha presentate in varie incisioni 
a contorno le tragedie di Eschilo, tra le quali quella ancora dei 
Sette Capi contro Tebe (2). 

Guerra di Troja. 

Notìzie intorno alla guerra di Troja. 

Troppo dall' istituto nostro noi ci dipartiremmo, se tutte trat- 
tare volessimo le questioni che dagli eruditi far si sogliono intorno 
a questa famosissima guerra. Inutile cosa altresì reputiamo il tessere 
la storia di questo notissimo avvenimento, poiché non ci ha alcun 

(1) Tomo primo tavola XXI. cdiz. Fiorentina. 

(2) Compositìons front the tragedies of Aestfiylus designed by John 
Flaxman, engraved by Thomas Pìroli. London etc. Molte di queste 
composizioni a noi sembrano tratte da quelle dei vasi d'Hamilton, colle 
quali hanno di fatto molta somiglianza. 



DELLA GREQIA g3 

cultore dell' arti belle , uè anima alcuna gentile , elio qualche sorso 
attinto non abbia ai divini fonti di Omero e di Marone. Noi perciò 
non altro faremo che premettere alcune brevi e succinte notizie, 
quasi altrettanti corollarj delle laboriose ricerche che intorno alla 
Trojana guerra fatto hanno i più dotti scrittori. A tali notizie ag- 
giungeremo poi alcuni monumenti relativi alle cose più impor- 
tanti di siffatta guerra. 

Verità della guerra di Troia 

E primieramente non può oggimai porsi in dubbio la verità della 
guerra di Troja, sebbene il più antico scrittore di essa sia un poeta, 
cioè Omero. Imperocché l' Iliade e l'Odissea debbono riguardarsi 
non come semplici produzioni di poetica fantasia, ma anzi come 
copiosa raccolta delle più antiche tradizioni della Grecia. Molti 
avvenimenti , che sono esposti in que' due poemi, vengono pure 
confermati non solo da Tucidide, da Pausania e da più altri Greci 
scrittori, ma ancora da tutti i monumenti più vetusti, e special- 
mente dai marmi Arundelliani (i). Conviene bensì nelle opere di 
Omero distinguere ciò eh' è storia da ciò che è mera finzione, 
ossia da ciò che il poeta volle aggiungere per dare ai suoi poemi 
quel maraviglioso , che deriva dalle cause soprannaturali, e che 
dominar dee nell' epopeja. 

Cose storiche. 

Storiche adunque debbonsi dire tutte le seguenti cose, che 
leggonsi nell'Iliade, i. che la Grecia in quei tempi era divisa in 
molti piccoli principati: 2. che Agamennone re di Micene, di 
Sidone e di Corinto era il più potente principe di tutta la Grecia, 
e che era stato eletto per sommo capitano della trojana spedizione: 
3. come pura storia debbono altresì considerarsi il novero dei nomi 
delle varie nazioni e de' diversi principi, che favorirono i Trojani; 
la descrizione dell' arte bellica usata in quel tempo; i nomi dei 
condottieri della flotta ed il loro carattere ; la situazione de' paesi 
e delle città ; e moltissime altre cose che qui per brevità si omet- 
tono (2). 

(1) V. la Storia universale d'una società di letterati Inglesi , e Gil- 
lies. H'istory of Anc. Greece. voi. I. pag. 3o , e seg. 

(2) Dione Crisostomo fu. forse il primo che in una sua breve ora- 
rione ai Trojani si sforzò di provare che 1' assedio e la distruzione di 
Troja uon sono die una mera favola. Quest'orazione però dagli eruditi 



94 DELLA. ÓRECIA 

Poeti ciclici. 

In secondo luogo la storia della guerra Trojana cento anni 
almeno dopo di Omero, e soltanto dopo che divulgate si erano le 
opere di lui , cominciò ad essere esposta o cantata dai poeti ciclici, 
ossia da quei poeti che ad imitazione di Omero si fecero ad espor- 
re in versi epici non solo le cose appartenenti al)' Iliade e quelle 
che la precedettero, o che la seguirono, ma siccome volle Proclo 
presso di Fozio, tutta la mitologia ancora dalle nozze del cielo 
colla Terra sino alla fine dei viaggi di Ulisse (i). 
Ciclo mitico. Ciclo trojano. 

Laonde due specie di cicli poetici , ossia due periodi di mi- 
tologici e storici avvenimenti si sogliouo dagli eruditi distinguere : 
il primo chiamasi il ciclo mitico, cioè favoloso, e comprende le 
favole dalla genealogia degli Dei sino alla distruzione di Troja ; 
il secondo il ciclo Troiano , che comprende tutti gli avvenimenti 
della guerra di Troia e veri e favolosi. Da siffatti cicli ebbero 
pur origine due specie di poeti e di canti ciclici, secondo che 
ali uno ciclo od all' altro amarono d' attenersi. 
Poeti e prosatore ciclici. 

Della prima specie furono Eumolo Corintio versa il principio 
delle Olimpiadi, ed Aretino Corintio desso ancora; della seconda 
un altro Aretino, Lesche, Stasino Ciprio ed altri. Le opere di 
questi poeti , per quanto raccoglier si può dai loro frammenti , 
dall imitazione che ne fece Quinto Smirneo, e dagli argomenti 
de versi Ciprj presso Proclo, benché fatte sulle orme di Omero 
vanno non di meno vagando in nuove genealogie, in particolari 
storie delle varie città della Grecia, ed in nuove e favolose in- 
venzioni. Tali divagamenti ebbero molto più luogo dopo che le 
antiche storie cominciarono ad essere esposte in prosa dai ciclici 
scrittori. Allora fu sciolto, per cosi dire, ogni freno, e non v' ebbe 
favolosa o popolare tradizione che da qualche scrittore non sia 

Suol essere considerata come uà' opera sojhtica e composta da Dione per 
per pompa d'ingegno. Di simile natura son pure, ed un' egual fede 
meritano i Carmi eroici di Filostrato. 

(0 Intorno a questa materia leggansi fra gli altsi autori Schwarziut 
Altdorf in Diss. de puetis crclicis , e Fahr. Bibl. Gr. t. I. p. 2S1 , e spe- 
cialmente poi r erudissimo Heyne nel suo Virgilio voi. II. De auctori- 
bus rerum Trojanarum pag. 35*, ediz. lerza Lipisiae etc. 



DELLA GRECIA 95 

stata esposta con piena asseveranza. Vennero poscia i filosofi , i 
sofisti e i retori, i quali a gara si fecero a corrompere le antiche 
tradizioni o stranamente interpretandole, siccome fecero Pitagora, 
Eraclito e Senofane, o per pompa d'ingegno spargendo dubbj su- 
gli stessi avvenimenti storici della guerra di Trrja, siccome fece 
Dione Crisostomo. Caduti i Greci sotto il dominio de' Romani , 
venne pur meno fra loro quell' antico ardore di tutte esporre 
favoleggiando le vetuste istorie, e decaddero pure nella Grecia la 
buona poesia e 1' arti belle. 

Nuovi scrittori delle cose Trojane. 

Dopo quest' epoca sursero diversi scrittori, i quali dalle memo- 
rie degli antichi poeti ciclici trassero materia per nuovi poemi , 
ed altri scrittori ancora ci furono, i quali da ciò che ritrovato 
aveano negli antichi grammatici, storici o filosofi Greci formarono 
alcuni compendj o libri intorno alle Trojane cose. Ai primi ap- 
partengono Quinto Calabro Smirneo, Trifiodoro, Coluto, ed altri (i), 
Fra gli autori poi che le cose Trojane scrissero alla foggia di 
storia coli' unione di tutto ciò che sparso era ne' poeti , gramma- 
tici e storici antichi , vuol essere riposto Ditti Cretense (2). 

Ditti Cretense. 

Chiunque siasi 1' autore che sotto di questo nome è nascosto , 
egli non fu certamente uomo indotto , e dimostra di avere spesse 
volte avuto sott' occhio anche le tragedie Greche. Da lui molte 
Cose presero i Greci moderni, fra i quali Giovanni Mulela, Cedre- 
no, Tzetza e Costantino Manasse. 

Darete Frigio. 

Finalmente non dee omettersi 1' opuscolo di Darete Frigio 
autore supposto, sotto il cui nome sembra nascondersi qualche 
inetto sofista che disputar volle della guerra diTroia alla foggia 

(1) Quint. Calab. Praetermissa ab Hotnero. 

Tryphiodorus-Zte Trojae eversione Carmen. 
Colutus-Z?e Raptu Helenae Carmen. 

(2) Tutto ciò che si racconta intorno alla persona di Ditti Cretense 
è favoloso. Si disputa ancora se la storia Trojan» , che noi abbiamo sotto 
il nome di quest'autore, sia stata scritta originalmente in greco oppure 
in latino, e se la traduzione latina, attribuita generalmente a Q Settimo, 
o Settimio autore del terzo o del quarto secolo deil'era volgare, non deb- 
ba auzi riguardarsi come testo originale. 



g6 DELLA GRECtA 

dei declamatori (i). Ma basti ciò che fin qui detto abbiamo in- 
torno agli scrittori delle cose Trojane. Chi vago fosse di esaminare 
più a lungo questa materia, legga la biblioteca Greca del Fabricio, 
e le dotte discussioni Hainiane sull' Iliade e sull' Eneide. 
Tradizioni e favole intorno alla guerra di Troia. 

Terzo. Dall' abuso, che i ciclici scrittori fecero della tradi- 
zione intorno alle cose Trojane; e da un amore della novità e 
del maraviglioso , delle quali cose vaghissimi furono sempre i Greci, 
ebbero poi origine tanti favolosi racconti, alcuni dei quali non ad 
altro fine inventati vennero fuorché a pascere la vanita di qualche 
popolo, o la superstizione di qualche altro. Da un tal fonte alcuni 
scrittori hanno preteso che sia anche la tradizione della venuta 
d' Enea nell' Italia, e della fondazione del nuovo di lui regno nel 
Lazio j tradizione lusinghiera pei Romani, alla quale perciò seppe 
Virgilio saggiamente attenersi (2). E forse da un' eguale origine 
derivò la favola del famoso cavallo, mercè del quale i Greci 
s'impadronirono di Troja; invenzione certamente fanciullesca ed 
improbabile, ma che da Virgilio fu esposta con tale artificio che 
sommamente dilettevole appare e bella e maravigliosa. Di essa 
vedesi qualche cenno ne' frammenti de' ciclici poeti, e special- 
mente di Lesche e di Aretino (3). Le nostre congetture divengono 
tanto più probabili , quanto più che da' fonti non molto dissimili 
derivano tante favolose invenzioni de' nostri poeti romanzesclii , i 
quali in molti racconti non hanno fatto che seguire le popolari 
tradizioni , o le memorie de' Trovadori intorno alle feste ed ai 
ai cavalieri erranti, 

(1) Tutto favoloso è pure ciò che si racconta della persona di Darete 
Frigio. L'opuscolo, che ne porta il nome, e che è conosciuto sotto il 
titolo De excidio Trojae , fu malamente attrihuito un tempo a Cornelio 
Nipote, ma poi fu restituito ad un certo Giuseppe Iscano , scrittore latino 
de' secoli bassi. 

(2) V. Heyne. Disquisitio. II. De rerum in Aeneide e te. 

(3J Pausania così parla di tale favola: „ Questo famoso cavallo di 
legno era certamente una macchina di guerra propria a rovesciare le mu- 
ra ; a meno che non si voglia supporre che i Trojani fossero uomini così 
stupidi, così insensati, che non avessero nemmeno un'ombra di razioci- 
nio ,,. Alcuni perciò sono d'avviso che una t-\le macchina di legno ter- 
minasse in una testa di cavallo fatta di ferro o di bronzo simile a quella 
che fu poi chiamata ariete. 



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DELLA GRECIA ()7 

1 Età di Omero. 

Quarto. Dall' attestare ohe fa Omero nella sua invocazione alle 
ftiuse , eli' egli e i suoi coetanei nulla sapevano di certo intorno ai 
Capitani della guerra di Troja, e che ciò ch'egli ne direbbe era 
tratto dalla semplice tradizione della fama, dalla menzione ch'egli 
fa sovente di una gran decadenza dell' umana specie nei secoli 
Che scorsero dalla guerra Trojana a' suoi giorni, dallo stato della 
lingua e della versificazione omerica, ed insomma dagli slessi poe- 
mi di Omero è forza conchiudere eh' egli visse alcuni secoli dopo 
la guerra di Troja. Ci sembra perciò probabilissima l'epoca che viene 
Stabilita dai marmi d' Arundel , i quali fanno vivere Omero circa 
tre secoli dopo la suddetta guerra. Che che ne sia però dell'età di 
Omero, le opere di lui, secondo la testimonianza dc'Critici, debbono 
reputarsi come il più autentico monumento della storia dei prim* 
tempi della Grecia j e da esse noi trarre potremo molte cose ed 
importantissime intorno all' antico costume de'Greei (1). 

Premesse le optali cose , convien ora che qualche monumento 
<jui pure rechiamo, il quale servir possa di norma pel costume 
agli artisti che trattare volessero argomenti dedotti dalla Troiana 
guerra , o dai fatti che la risguardano.. 

Sette eroi della guerra Trojana* 

La tavola i3, rappresenta un gruppo de' sette principali eroi 
che gran parte ebbero in quella guerra , ed è tratto da una delie 
più belle composizioni del signor Tisclrbein. 

Ulisse. 

La testa di mezzo rappresenta Ulisse , ed è copia di rm antico 
busto di marmo della grandezza naturale , ora appartenente a mi- 
lord Bristol. Essa viene caratterizzata dalla berretta di navicante 
la quale è adorna di fiori, di foglie di loto, di genj alati, e verso 
la parte inferiore di un fregio sinuoso che imita il profilo delle onde 
Neil' occhio scrutatore e pieno di intelligenza , ed in tutta la fisono- 
mia si scorge il carattere dell' uomo saggio , prudente e cauto. 

Diomede. 

Alla destra d' Ulisse ò Diomede. La testa è tratta da un busto 

(il Chi amasse di leggere raccolto quasi in un sol corpo tutto ciò ci 
fu scritto o disputato intorno alla persona ed alle opere di Omero le" 
il voi. VI. delle opere di Cesarotti, ediz. di Pisa 1802 e Pope, An Essav 
on the li/e , Writings etc. , of Uomcr , ed il già Iodato Heyae. 

Cosi. Voi. L dell'Europa 



n8 DELLA GRECIA 

in marmo un po' più grande del naturale , appartenente al Museo 
dementino. Essa è caratterizzata dall' espressione del coraggio vi- 
rile , dalla forza del corpo , da un aspetto fiero , ardito , ingenuo , 
aperto. La fronte ampia ed ossea indica la fermezza ed il vigore. 

Paride. 

Segue la testa di Paride , la quale si distingue per la sua bel- 
lezza , per 1' arricciata capigliatura e per l'elmo frigio. Essa e tratta 
dalla statua del Museo dementino , la quale apparteneva già al 
palazzo di M. Altemps. Il carattere è di un giovane molle, ma elio 
non lia ancora perduto totalmente il coraggio e la forza virile, sul- 
le guancie rotonde e bellissime appare il fiore della giovinezza. 

Menelao. 

L'ultima testa alla diritta è tratta da un busto in marmo del Mu- 
seo dementino, opera superba di un carattere sublime. Essa rappre- 
senta Menelao: la sua fìsonomia offre l'impronta della bontà e della 
compassione. L'elmo è di un lavoro assai bello: la sua parte superiore 
esprime in basso rilievo un combattimento di centauri. Le aquile rap- 
presentate nella parte inferiore sono divenute mostruose sotto lo scal- 
pello di un moderno scultore, dal quale fu restaurata questa parte che 
molto avea sofferto per le ingiurie del tempo. Il signor Tisclibein sup- 
pone che anticamente esse fossero figure di grifi, delle quali era forse 
decorata la coreggia, che serviva per fermare 1' elmo sotto il mento. 

Agamennone. 

L'ultima testa, all'opposto di quella di Menelao, verso la si- 
nistra , è quella di Agamennone , il re dei re , tratta da un busto 
di marmo più grande del naturale ,• opera anch' essa di stile subli- 
me , la quale da Roma passò in Inghilterra già sono molti anni. 
Il carattere è quello appunto del maggiore degli Atridi. Vi si scor- 
ge qualche somiglianza colla testa di Giove : il petto nel busto 
originale è largo come suol essere il petto di Nettuno. La barba 
è foltissima, e la capigliatura arricciata, simile appunto alla giu- 
ba di un leone, indizio della forza e del coraggio. L'occhio è quel- 
lo dell' aquila : i muscoli risentiti ed eminenti presentano una vi- 
gorosa fierezza. Sulla fronte si leggono l'orgoglio, la collera e 
Y ambizione. L' eroe insomma è qui presentato , come iu Omero ; 

ytgainennòn qual tauro era nel mezzo s 
. Che nobile e sovrana alza la fronte 



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DELLA GRECIA CjC) 

Sovra tutto V armento , e lo conduce: 
E tal fra tanti eroi Giove gì' infonde 
E garbo e maestà, che Marte al cinto > 
Nettuno al petto , e il Folgorante iste suo 
Negli sguardi somiglia e nella testa (i). 

Achille. 

Presso di Agamennone sta Achille, la cui bellissima testa è 
quella di un giovanetto. Nello sguardo vedesi una certa gravità 
virile insiem con una profonda e franca riflessione. L' eroe sembra 
compreso dalle passioni del suo cuore , e presenta un non so che 
di melanconico e di pensieroso. Forse è la conseguenza del dolore 
per la morte del suo diletto amico , giacché la perdita della leg- 
giadra Briscide , siccome osserva l' Heync , aveva meno offeso il 
cuore, che infiammato l'orgoglio dell'eroe. Sull'elmo, che è di 
Un lavoro molto ricco , si veggono il grifo e la sfìnge (2), 
Nestore. 

Fra Achille ed Ulisse é una testa tratta da un opera che si 
conserva a Nola presso il marchese Vivenzio. In essa il signor Ti- 
sclibein riconosce Nestore ; quel savio vecchio , la cui vasta , ma- 
tura ed esperimentata sapienza scopre e raccoglie in un sol punto i 
più intralciati fili degli umani avvenimenti. Essa sembra un po' gio- 
vanile relativamente alle teste degli altri eroi , ma è d' uopo con- 
siderare che Nestore era vecchio bensì , ma robusto e vigoroso. 

Noi troppo ci difenderemmo, se volessimo ragionare della bel- 
lissima composizione pittorica che si ravvisa nell' unione delle teste 
di questi eroi. I nostri leggitori potranno intorno ad essa consultare 
le spiegazioni di Heyne sulle figure d'Omero disegnate da Gugliel- 
mo Tischbcin. 
Enea che fugge da Troja. 

Il numero 1 della tavola i4, rappresenta il notissimo argomento 
del pietoso Enea che porta sulle spalle il padre Anchise , e dietro 

(1) Iliaci, lib. II. Trad. di Monti. 

(2) Il signor Tischbein ci assicura che questa medesima testa si trova 
in tre monumenti dell'arte Bntica: in una statua della villa Borghese • in 
un'opera scoperta a sei miglia da Roma nel 1772, e che dal generale 
Schuwalow fu trasportata a Pietroburgo: in un'opera della collezione di 
M. Reiner, già segretario privato della Regina di IN'apoli. 



100 DELLA GRECIA 

si trae il fanciullo Ascanio , avendo per guida -Mercurio. E parte 
della tavola Iliaca prezioso monumento del primo secolo dell' era 
volgare , il quale fu scoperto tra varie rovine di Roma già sono 
molti anni da Arcangelo Spagna delle cose antiche grandissimo 
cultore (i). 
Cassandra. 

Il numero i rappresenta Cassandra , profetessa infelice , che 
dinanzi all' ara di Pallade viene strascinata pei capelli dal furioso 
Ajace d' Oileo. Per illustrazione di quest' argomento basterà il qui 
riferire que ; bellissimi versi di Virgilio (2) : 

Ecce traliebatur passìs Prìameia virgo 

Crinibus a tempio Cassandra adytisque Minervae _, 

jLd coelum tendens ar dentici lumina frustra. 

Questo monumento è tratto dalla pittura di un vaso antico non ha 
guari descritto con grande erudizione da H. Meyer , e da C. A. 
Bottiger in un libro elegantemente impresso in Weimar nel IJ94 CO- 
Sacrifizio d J Ifigenia. 

Il numero 3 rappresenta il sacrifizio d' Ifigenia in Aulide j por- 
zione del basso rilievo di un antico vaso di marmo , che un tempo 
vedevasi in Roma ne' giardini Medicei (4) , ed ora forma parte del 
Museo di Firenze. Ifigenia gettatasi a sedere sul suolo presso l'ara 
di Diana sta piangendo il proprio destino. Secondo l'antico costu- 

(1) In questa tavola sono rappresentati quasi tutti i principali avveni- 
ninienti della guerra di Troja. Sembra che 1' artista abbia voluto in essa 
unire tutto ciò che trovato avea non solo in Omero, ma in Virgilio enei 
poeti ciclici ancora. V. Fab retti. Explicatio veteris Tabellae anaglyphae 
Jlomeri lliadem, atque ex Stesichoro, Aretino et Lesche UH excidìum con- 
tinenlis : et Begerus, Bdlum et excidium Trojanum etc. La materia di 
questa tavola è una composizione di calce e di arena fatta con tal arte 
che ne risulta quasi una durissima pietFa. Di tale composizione inventata 
dai Greci parla Vilruvio lib. VII. e. 3. 

(2) Aeneid. lib. II. v. 4 -*- 

(3) Questo argomento fu sì caro agli artefici antichi, ch'esso, al dire 
di Pausania , non solo fu rappresentato da Fidia nel trono di Giove, ma 
prima ancora sull'urna di Cipselo, e poi dallo slesso Polignoto uel tempio 
di Delfo ed altrove. 

(4) Admiranda Rornae. Tab. 18. 19. 



1M E USME1 

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DELLA GRECIA 10 J 

me comunissimo ne' bassi rilievi gli astanti sono in piedi . siccome 
star solevano coloro che si trovavano spettatori di compassionevoli 
avvenimenti. L'Hevne non è lontano dal credere che nel! eroe che 
sta pensoso dinanzi alla vergine sia rappresentato Achille, e nelle 
figure, che gli stanno vicino , Menelao e poi Agamennone il padre, 
che ha il capo coperto col manto, o fors" anco il sacerdote Cal-^ 
cante. L'eroe che sta dietro ad Ifigenia è probabilmente Patroclo 
o Diomede» 

Achille e Nestovex 

Il numero 4 rappresenta la bellissima incisione in un diaspro 
del Museo Fiorentino» L' Heyne crede che sieno qui espressi tri- 
dei nove Greci capitani -, che dall' urna stanno traendo a sorte chi 
di loro azzuffarsi debba con Ettore , siccome leggesi nel libro \ II. 
dell'Iliade. Ci sembra nondimeno più probabile l'opinione del chia- 
rissimo Antonfrancesco Gori (i), il quale in questa gemma ravvisa 
Achille che dà la preziosa urna in dono a Nestore. Imperocché la 
colonna, alla quale sono sovrapposte le due sfingi, sembra indicare 
il sepclcro che Achille inalzato aveva a Patroclo, per cui avea 
pur fatti celebi-are solenni giuochi. Distribuiti i premj ai vincitori, 
rimaneva tuttavia un vaso , che 1 eroe presentò al vecchio re di 
Pilo , come monumento dell' esequie del diletto amico. Achille è 
quegli che sta in atto di prendere o di deporre 1' urna. Nestore 
venerabile per la barba sta in piedi dinanzi ad Achille ; ed e ar- 
mato di asta , di scudo e di spada. Il giovane guerriero , che ve- 
desi dirimpetto a Nestore , è forse uno de' capitani , che si cimenta- 
rono nella corsa delle bighe, ed anzi è forse Antiloco figliuolo dello 
stesso Nestore , a cui era toccato il secondo premio (3). 

Penelope. 

Crediamo convcnevol cosa 1' aggiugnere ancora un monumento 
relativo all'Odissea; lo che facciamo tanto più volentieri , quanto 
eh' esso risguardando un' azione gentile forma un grazioso contra- 
sto cogli antecedenti , e può qualche idea somministrare intorno ai 
donneschi abbigliamenti. Esso è tratto da una pittura de vasi d'Ha- 
milton dell' edizione Italiana , tavola 1 5 , e rappresenta Penelope 
che ha terminato di abbigliarsi : dietro le sta una donna in atto di 



(1) Mus. Florent. toni. II. tab. XXIX. 

(2) V. lliad. lib. XXIII. vers. 6i5, Test gr. 



Ì02 DELLA GRECIA 

portare altrove lo specchio , di cui erasi servita la regina , mentre 
un' altra reca nel lembo della veste ciò che a Penelope abbisogna 
per continuare l' incominciato lavoro. In questo vaso leggesi la Gre- 
ca voce l\.lug cioè Kxlo; bello, siccome sta scritto per lo più negli 
antichi vasi di perfetto lavoro. Angelica Kauffman da questa dipin- 
tura prese con pochi cangiamenti il soggetto per un bellissimo 
quadro (i). 

Molti altri monumenti si potrebbero qui recare intorno alla 
guerra di Troja. Ma siccome sono tutti di gran lunga posteriori 
all'epoca di quel famoso avvenimento, e siccome altre volte do- 
vremo di esso favellare ,* così crediamo bene di qui chiudere questo 
secondo periodo delle Greche memorie j il periodo cioè che risguarda 
i tempj eroici. Gli artisti potranno intorno a quest' avvenimento con- 
sultare oltre la tavola Iliaca , anche il Museo Fiorentino , i Monu- 
menti inediti di Winkelmann , i Vasi d' Hamilton, ec. e le belle 
composizioni di Flaxman. Qualche monumento si trova pure nelle 
Antichità di Ercolano , ma non di natura tale che agli artisti som- 
ministrar possa gran luce o vantaggio. 



(i) Chiunque faccia il confronto fra questa Penelope, e quella che 
vedesi ne Costumi dei popoli antichi ec. che si stampano in Brescia, si 
accorgerà di leggieri che l'autore di quell'opera ha composta una Pe- 
nelope a suo capriccio e senza consultare alcun accreditato monuraeulo. 



GOVERNO DELLA GRECIA. 



Stato del governo nella Grecia antica. 

» jLìa Grecia antica, dice Montesquieu (i) , non ci presenta 
che piccoli e dispersi popoli, pirati sul mare, sulla terra ingiusti, 
d 5 ogni politica e d' ogni legge privi. Le belle azioni di Ercole e 
di Teseo ben ci dimostrano lo stato , in cui si trovavano que' popoli 
nascenti. Pare perciò che la sola religione fra loro tenesse luogo 
di leggi civili. Che mai di fatto poteva operare la religione più 
di ciò che fece per inspirare l'orrore all'omicidio? Essa insegna- 
va che un uomo ingiustamente e colla "ùolenza ucciso ardeva di 
altissimo sdegno contro dell' uccisore , nel quale nascer facea 1 or- 
rore e lo spavento : non era permesso il toccare 1' omicida , né il 
conversare con lui senza rimanerne macchiato ed interdetto (2)5 la 
presenza di lui veniva schivata nelle città , e d 3 uopo era espiarla » 
(3). Sembra perciò che ai tempi di Omero comune avviso dei Greci 
fosse che gì' Iddii intervenissero nelle umane azioni , siccome chia- 
ramente si narra nell'Iliade e nell'Odissea; famosa esseudo anzi 
quella sentenza colla quale il poeta nel principio dell' Iliade afferma 
che , Jovis perficiebatuv consilium (4). 
Monarchia. Forma di Governo più antica. 

La Grecia , come già avvertimmo, debbe alle straniere colonie 

(1) De l'Esprit des Loix. Gin. 1 740 * P a g- 388 « 

(2) V. l'Edipo Colon, di Sofocle. 

(3) Plato. De leg. lib. IX. 

(4) V. Heyne, Horneri Carmina. Lips. 1802. Excursus etc. voi. IV. 
pu S . 170. 



Io4 DELLA GRECIA. 

il primo suo passaggio dallo stato di rozzezza a quello di civil so- 
cietà. Oltre però 1 Egiziana colonia, che da Cecrope condotta fu 
nell'Attica, varie altre colonie vennero a stabilirsi nella Grecia dalla 
Fenicia e da altre regioni dell'oriente (i). Ecco il motivo, pel quale 
la Grecia non cadde clie assai tardi sotto il giogo di un sol uomoj 
ed ecco altresì la ragione per cui essa fu dnisa in varj stati liberi, 
e gli imi dagli altri non dipendenti ; al che contribuir doveva anche 
la naturale disposizione del suolo , giusta ciò che osservato abbiamo 
nella topografica descrizione. I Greci non hanno potuto a meno di 
adottare in ogni lor paese la forma del governo monarchico , giac- 
ché si essi , che i condottieri delle colonie non ne conoscevano altra 
forma , e giacché sembra cosa assai più facile il seguire la volontà 
di un solo , che quella di molti capi. La nozione di repubblica 
richiede lumi e circostanze tali che non possono sì facilmente con- 
cepirsi da un popolo nascente (2). 

Viarie piccole moli ardue. 

Secondo Platone , Aristotile e Tullio perciò 1' antica Grecia era 
divisa in varie piccole monarchie. Quei primi re non possedevano 
che una città , ed un ristretto territorio : essi erano ad un tempo 
pontefici , giudici e capitani (3). 

Consiglio de' savj. 

Il loro potere era nondimeno rattemperato da un consiglio dì 
savj , o di seniori ; il quale non era che meramente consultivo. Tal 
consiglio vien detto da Omero ficvlzYìv yeoóvrtòv consiglio dei vecchj, 
ed in esso soleva prima deliberarsi in pubblica concione tutto ciò 
eh' era da proporsi al popolo , od agli eserciti. Tale è pur l' idea 

(1) ,, L'onore di render civile la Grecia era riserbato alle colonie 
che dall'Egitto e dalla Fenicia passarono in questa parte dell'Europa. 
Nello spazio di più secoli si videro successivamente arrivare nella Grecia 
molti stranieri, i quali alla lesta di varie brigate s'impadronirono e si 
si resero sovrani di qne' paesi ove erano sbarcati. Tali condottieri fece- 
ro allora nella Grecia ciò che noi sappiamo essersi fatto, e tuttavia 
praticarsi nell'America: raccolsero alcune famiglie erranti e disperse pei 
boschi e pei campi, persuasero loro di unirsi insieme e di vivere in 
Società; fabbricarono case, istrussero i loro nuovi sudditi nelle arti più 
necessarie e più vantaggiose, prescrissero leggi e costituzioni, e sotto- 
posero que' popoli ad una certa forma di governo „. Cosi Goguet. Orig. 
ec. voi. II. Liv. I. 

(2) V. Barlhelemy. Voy. d'Anac. voi. I. png. 5o. Paris 1790. 

(3) Arisi, de llcp. Ih. III. cap. 14. 



DELIA GRECIA I05 

dì siffatte monarchie ne somministra Omero nella Beozia , ossia nella 
parte seconda del libro secondo dell'Iliade,- e tale era altresì l'idea 
che i Greci aveano del governo degl'Iddìi, de' quali era Giove 
padre e re supremo. 

I più celebri tra i condottieri delle straniere colonie nella Grecia 
furono Ogige , Lineo, Cccrope , Cadmo, Leìege e Danao, ed 
essi , con qualche distanza di tempo gli uni dagli altri , gettarono 
le fondamenta dei regni di Atene , di Argo , di Sparta e di Tebe. 
Ma sì estimo che i loro successori non debbono considerasi che come 
capi di piccole repubbliche. 
Monarchia mista d' oligarchia e di democrazia. 

Gli antichi governi della Grecia perciò non erano propriamente 
che una mescolanza di monarchia, di oligarchia e di democrazia. 
Molta autorità aveano i grandi, e di molli diritti godeva il popolo. 
Alcinoo re de Feaci nel libro Vili, dell' Odissea afferma di essere 
egli il tredicesimo fra i capi che al popolo comandavano j ed Ari- 
stotile parlando dell' autorità, di cui godevano gli antichi popoli 
dice: ce È facile 1' osservare nelle antiche forme di governo esat- 
tamente da Omero seguite e descritte, che i Re proponevano al 
popolo ciò ch'era stato risoluto nel consiglio (i) ». Sembra pertanto 
che 1' autorità degli antichi re della Grecia consistesse specialmente 
nel comando delle truppe in tempo di guerra , e uella suprema 
soprintendenza alle cose della religione (a). 
udutorità elegìe oracoli nel governo. 

Da un' altra autorità ancora dipendevano i regnanti, cioè dall'au- 
torità degli oracoli, qualunque fosse la loro origine (3). La religione 
ne' popoli, che non ancora usciti sono dall'antica rozzezza, suole di 
leggieri convertirsi in ridicola e strana superstizione. La politica del 
più forte e del più avveduto se ne prevale per raggirare a capriccio 
la mente e lo spirito del più debole, e l' errore diventa così un 
canone di legislazione. I selvaggi stessi dell' America hanno gì' indo- 
vini e gli oracoli, dai quali dipendono in ogni loro impresa. Quanto 
ai Greci non le grandi imprese soltanto, ma eziandio le piccole e 

(i) In inorai. 1. 3. e. 5. V. ancora Dion. Halic. 1. 2. 

(a) Arislot. Polit. 1. 3. e. i4- Hora. passim. Plut. Cicer. ec. ed. altri 
moltissimi. 

(3) Koi parleremo dell'origine e della natura degli oracoli negli ar- 
ticoli che risguardano la religione. 



lo6 DELLA GRECIA 

le private avevano principio dalla decisione degli oracoli, alla cui 
autorità era d' uopo che anche i re si uniformassero. L' Iliade e 
1' Odissea sono ripiene di esempj che confermano la nostra as- 
serzione. 
Entrate dei He. 

L' entrata e le ricchezze dei re consistevano , al pari di quelle 
dei privati cittadini, in campi, Loschi ed armenti. Laonde anche le 
tasse eh' essi imponevano per la guerra , o pei bisogni dello stato, 
ed i tributi che riscuotevano dai popoli soggiogati, non erano in 
danari, ma in roba, ed in oggetti di varia specie, fra i quali vo- 
gliono essere rammentati gli schiavi. 
Scettro ereditario. 

Certissima cosa è ancora che presso gli antichi Greci lo scettro 
passava in retaggio dal padre al figliuolo, e generalmente al pri- 
mogenito (i). Omero in più luoghi e specialmente nella genealogia , 
che fa dello scettro di Agamennone , ci somministra una prova 
convincente di siffatta costumanza (2). Alcune particolari circostan- 
ze nondimeno facevano talvolta si che lo scettro non fosse traman- 
dato al legittimo erede. Di fatto lo scettro d' Agamennone da Pelope 
passato era al figliuolo Atreo, e da questo a Tieste suo fratello, dal 
quale avrebbe dovuto trasmettersi al figliuolo suo Egisto : ma essendo 
costui prole d'incesto, lo scettro ritornò ad Agamennone figliuolo 
di Atreo (3). Anche la superstizione era causa non rare volte che 
lo scettro non passasse al vero erede. Omero nell' Odissea fa che 
Nestore interroghi Telemaco , se i popoli di lui divenuti gli sieno 
avversi a cagione di qualche non favorevole risposta dell' ora- 
colo (4). 

abbigli amenti dei Re. 

Tali essere doveano le prerogative de' regnanti nei tempi eroi- 
ci. Prima però di passare alle leggi positive, ed alle varie maniere 
di governo eh' ebbero luogo nella Grecia, dappoiché fu essa rige- 
nerata per mezzo delle straniere colonie, gioverà qui l'aggiungere 



(1) Odyss. 1. 1. v. 337. lib. 16. v. 401. Arist. Polit. 1. 3. e 14. 
Thucyd. ctc. 

(2) lliad. 1. 2. v. ^6. e I01 ' 

(3) V. Heyne. voi. l\. Excursus ad librum II. Iliad, Excurs. I. 

(4) Odyss. 1. 3. v. 21 5. e 1. 16. v. 9G.. 



DELLA GRECIA 107 

que' poclii monumenti die riguardano la foggia dell' abbigliarsi 
di quegli antichi monarchi. Jl che facendo ci asterremo per ora 
da minute descrizioni intorno alle varie parti degli abbigliamenti 
dovendo noi di esse parlare distintamente laddove ragioneremo 
delle vesti e delle supellcttili. 
Porpora. 

La porpora marina formava uno degli attributi dei re della 
Grecia (i). Omero parlando di un pezzo d' avorio tinto di porpora, 
opera leggiadra di una donna Meonia o Caria, perchè sia treno 
de' cavalli, dice che molti cavalieri agognerebbero di portarlo ma 
che viene tenuto in serbo, dovendo a qualche re servire di orna- 
mento (2), Lo stesso poeta (3) cosi descrive 1' abbigliamento d' Aga- 
mennone: vestì la morbida tunica, bella e nuova, e vi gittò 
sopra il grande ammanto , legò ai delicati piedi i vaghi calza- 
ri, sospese agli omeri la spada dall'argentee borchie: prese lo 
scettro paterno perpetuamente incorruttibile. Il medesimo eroe(4) 
spronando i suoi alla battaglia teneva nella robusta mano un 
manto di porpora, affinchè, dice lo Scoliaste, potesse vie meglio 
essere da loro riconosciuto. 
Scettro. 

Ma lo scettro specialmente dee considerarsi come il più distinto 
attributo dei re. Dagli Etimologici lo scettro viene detto regia 
virga o baculus, da OKyipfaTepQeu, perchè, come ci dichiara lo 



(i) Due sorti di porpora erano in uso presso i Greci la marina, o 
l'animale, e la vegetabile. La prima, che sembra la più antica, era di 
un rosso paonazzo ; ossia colore di viola, ed era traila da una specie di 
conchiglia, e dicevasi perciò marina. Noi ritorneremo altre \olle su que- 
sl* argomento. Frattanto non sapremmo come mai l'autore dell'opera che 
si stampa in Brescia col titolo di Costumi dei popoli antichi e moderni , 
abbia potuto ( pag. i55. ) affermare che per porpora marina debba in- 
tendersi il colore ceruleo, e trarre così in grossolano errore i suoi leggi- 
tori. Ma molti altri errori sono in quell'opera ; e guai agl'Italiani artisti 
se volessero ad essa affidarsi! 

(2) Iliade 1. 4. v. 14,. 

(3) Uìad. 2. v. 42. Nei riportare i luoghi di Omero e degli altri Greci 
scrittori noi non faremo per lo più che attenerci alle traduzioni letterali, 
perchè viemeglio si veggano lo spirito dell'originale e la natura delle cose. 

(4) Ibad. 8. v. 221. 



I08 DELLA GRECIA 

Stesso Omero (i), su di esso si appoggiavano i re, e quasi appunta- 
vansi , e perciò leggesi anche presso Ovidio (2). 

■ — Jupiter sceptroque innixus cburno.— 

Omero celebra sommamente 1' anzidetto scettro di Agamennone , 
fabbricato da Vulcano , e dai maggiori all' eroe tramandato , ed 
aggiugne die fu reciso da un tronco nei monti , e che il rame gli 
levò d' intorno le fiondi e la scorza (3). Nel qual senso anche 
.Virgilio (4) descrive lo scettro dei Re Latini: 

Olim arhos , mine artijìcis manus aere decorno 
Jnclusit, patribusque dedit gestóre Latinis. 

^4ste, antichi scettri. 

Lo storico Giustino ci avverte (5) che gli scettri degli antichi 
re non altro erano che aste: Per e a adhuc tempora reges hastas 
prò diademate habebant , quas Graeci ay.Yixrpai dixere. Nam et 
ab origine rerum prò Diis immortai ibus Veteres hastas coluere. 
I re prendere solevano in mano lo scettro ogni qual volta si facea- 
no ad amministrare i pubblici affari. Nel libro III dell' Odissea 
leggiamo, che Nestore di mattino collo scettro in mano si assise 
sulla porta della sua casa , circondato dai figliuoli , dalla moglie e 
da altre persone , offerir dovendo un sacrifizio a Minerva. Così fece 
Agamennone volendo raccogliere i duci a pubblica concione ; così 
Ulisse per trattenere i Greci dall' abbandonare le spiagge di Troja 
si fa incontro ad Agamennone , da lui prende lo scettro e con 
questo scorre per le navi de' loricati uichivi (6). Aristotile dice 
che i re facevano uso dello scettro anche nell' amministrare la giu- 
stizia, talché 1' atto, con cui essi sollevavano lo scettro, tenne luogo 
e forza di giuramento (7). Quindi è che Omero dà lo scettro anche 

(1) Odyss. 1. 17, v. 196. ed altrove. 

(2) Metam. I. 

(3) Iliad. 1. 1. v. 235. 

(4) Aeneid. 1. 12. v. 210. 

(5) Hlstor. lib. 42. 

(6) Iliad. 1. 2- v. 186. 
(7} Polit. cap. 14. 



DELLA GRECIA. I 09 

a Minosse giudice dell' inferno , e quindi lo stesso Virgilio cosi 
scrive (1). 

Hoc Priami gestamen crai, cum jura vocatis 
More claret populis, sceptrumque , sacerque tiaras. 

Forme e materie dello scettro. 

Lo scettro, sebbene fosse di legno, terminar solca in alto con 
un ornamento d' oro simile alla testa di un cliiodo. Anzi in Omero 
ed in altri autori leggiamo che talvolta lo scettro era tutto d' oro. 
Tale era presso di Omero lo scettro di Minosse e di Tiresia. Di 
fatto nel primo dell'Iliade, v. i5. il poeta dice che Crise teneva 
in mano il serto del lini gì- saettante ylpollo p^ynéy òevee a/.r-.T^, 
intorno all' aureo scettro. Avvertiamo altresì i leggitori, che nei 
tempi più remoti la clava tenne luogo di scettro. Imperocché Pinda- 
ro 01. VII. v. 5i. dice che Tlepolemo uccise Licimnio: 

Con uno scettro di ben dura oliva. 

Nelle antichità di Ercolano veggonsi pure alcuni scettri quasi a 
forma a' aratri con tre punte, e tali vuole che fossero gli antichi 
scettri Pierio Valeriano ne' suoi Jeroglifici. 
Bende. 

Servio è d' avviso che gli antichi re dellaGrecia portassero 
altresì il diadema. Ma Omero non parla di un tale distintivo come 
proprio dei re, e sembra anzi che lo riserbi soltanto agli Dei come 
ci avverte Plinio (2). Le teste dei re non venivano circondate che 
da una benda non molto larga, e generalmente di purpureo colore j 
e di tal colore fu di fatto la benda reale, che Minerva offerì a Pa- 
ride per additargli il supremo potere eh' essa gli presentava. Una 
siffatta benda era semplicissima, tessuta di filo di lana, e non sem- 
pre purpurea o violetta, ma talvolta candida o bianca. Plinio vo- 
lendo descrivere il contorno bianco, che vedevasi sul capo di un ser- 

(1) Acneid. 1, 7. y. 246. 

(2) Intorno agli attributi de' re ne' tempi omerici leggasi Everardo Fei- 
tio, Anliquilatum Homericarum. Lib. a.Jc. 4» in Gronovio Thesaur. Grae- 
car. Jntiquitat. voi. VI. Noi vedremo che il diadema reale propriamente 
detto non fu posto in uso che ai tempi di Alessandro. 



HO DELLA GRECIA 

pente della Cirenaica, lo paragona alla benda reale, Candida in 
capite ììiacula, ut quodam diademate insignem (i). 
Figure dei re. 

Pi-emesse le quali cose , noi presentiamo ora due figure degli 
antichi re della Grecia tratte dai vasi di Hamilton (2)5 e perchè 

(1) Lib. 8. e. 2i. e lib. ir. e. 16. 

(2) Voi. II. PI. 4 1 * e "voi. III. PI. 43. Non sarà ai nostri leggitori di- 
scaro che da noi vengano qui aggiunte alcune osservazioni intorno all' an- 
tichità ed al pregio dei vasi , dai quali traile sono queste figure. I più 
antichi ed i più famosi di detli vasi son quelli che nello scorso secolo 
vennero scoperti negli scavi falti tra Capua e Nola. Essi distinguonsi per 
la finezza delle terre , onde sono composti , per la bellezza delle vernici, 
per l' eleganza delle forme , ma specialmente poi pel gusto delle pitture , 
che ci lasciano travedere lo stile e la maniera di una scuola eccellente. 
Essi perciò sono assai più pregiabili di quelli che provennero dalle isole 
della Grecia, e sembrano essere que* medesimi che tanto furono da Plinio 
lodali ( lib. 17. e. 2 ). Ora Svetonio ( in C. Jul. Caes- cap. 81. ) rac- 
conta che ,, gli abitanti della colonia spedita a Capua da Giulio Cesare 
„ volendo fabbricare le case di campagna atterrarono alcuni antichi sepol 
„ cri, vetustissima sepulcra , e che si fecero a continuare tali atterra- 
,, menti con ardore tanto più grande quanto che andavano tratto tratto 
„ scoprendo alcuni vasi di antico lavoro „. Per decidere di qual natura 
fossero tali vasi non ci era alcun altro mezzo , che quello di ricercare 
nel medesimo territorio di Capua qualche sepolcro sfuggito alle ricerche 
della colonia colà da Cesare spedita. "Varie tombe di fallo furono ivi sco- 
perte e nel passato secolo ed in questi ultimi anni ancora , ed esse non 
solo corrispondono a ciò che ne scrive Svetonio, ma per molte altre cir- 
costanze debbonsi giudicare di un' antichità assai remota. Esse sono assai 
differenti dalle antiche tombe dei Romani, costruite sono senza calce, e 
con pietre quadrale e sì grosse, che appena potrebbero essere strascinate 
da due muli, o da due buoi; sono insomma fabbricate alla foggia delle 
mura di Tirinto, città rovinata dagli Argivi, e della porta dell' antica 
Micene, ambedue le quali opere dicevansi lavoro dei Ciclopi, ed appar- 
tengono alla più antica maniera di fabbricare. Tali sepolcri in oltre non 
hanno iscrizioni, mancano di porte e di finestre sì che è d' uopo di atter- 
rarli quando scoprire si voglia ciò che contengono. Finalmente i caratteri 
che veggonsi dipinti sui vasi contenuti in que' sepolcri sono totalmente 
Greci. Se questi sepolcri erano dunque vetustissima ai tempi di Giulio 
Cesare, converrebbe cioè ascendere sino ai tempi ne'quali i Greci si sta- 
bilirono in Italia. Laonde questi vasi sono probabihnente anteriori al re- 
gno di Kuraa Pompilio; essi vennero riconosciuti come preziosi dai Roma- 
ni stessi ai tempi di Cesare, non già per lu materia, giacche trattine pò- 



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DELLA GRECIA III 

meglio si gusti la composizione della dipintura, e più chiaramente 
si vegga l' azione delle persone rappresentate, abbiamo creduto 
pregio dell' opera 1' unire talvolta le altre figure ancora che vi 
hanno parte , e come stanno nel monumento. La figura num. i 
Tavola 16, rappresenta un re quasi abbigliato come l'Agamennone 
di Omero , né bene additare si saprebbe quale sia 1' azione qui 
espressa. 
Ulisse ed Alcinoo*. 

La tavola 17, rappresenta una pittura, la quale dal signor 
D' Hancarville viene così illustrata, ce A me pare, die' egli, che 
« sia qui rappresentato Ulisse che si trattiene con Alcinoo, mentre 
« la moglie e la figlia di questo sotto di un ombrello alla foggia 
« dei Tessali ascoltano i sensi coi quali 1' eroe risponde al re sulla 
ce proposizione, che questi sembra averli fatta, di sposare Nausicaa. 
« Ulisse ci si manifesta per la forma della berretta, pel manto, e 
« per la tunica ricamata, che Nausicaa donata gli avea, e ben vi 
« si scorge, come negli altri abbigliamenti ancora, il lusso de'Feaci. 
Euristco. 

Winchelman ne' suoi monumenti antichi num. 6^. e 65, ri- 
porta un basso rilievo di una conca di marmo bianco , che conser- 
vavasi già nella villa Albani che rappresenta Euristeo re d J Argo 
e di Micene , dai cui cenni Ercole dipendeva. Euristeo sembra ivi 
abbigliato secondo la descrizione che ne fa Euripide , ed in maniera 
non molto diversa dal costume già da noi descritto. 
Regine* 

Quanto alle regine pochissime cose dir possiamo , poiché 
trattone la porpora ed il diadema , esse non aveano altro vestimento 
che quello comune a tutte le femmine Greche, del quale parleremo 
negli opportuni luoghi. Gli abbigliamenti delle regine nondimeno 
erano più ampj e più ricchi di quelli delle altre donne. In al- 
cuni monumenti sono rappresentate col capo avvinto dalla sem- 
plice benda , in altri col diadema propriamente detto , ossia con 
una lamina di metallo triangolare o rotonda che soleva porsi sui 

chi di bronzo, gli altri tutti erano di terra . ma bensì per l'antichità e 
per la squisitezza del lavoro; essi insomma debbon reputarsi come mo- 
numenti preziosissimi, e come fonti sicuri ed autentici, da' quali trarre 
si possono nuove e non fallaci dottrine intorno al costume ed alle arti. 
Noi ritorneremo su quesi' argomento nella parte che risguarda le belle arti. 



I T 2 DELLA GRECIA 

capelli là dove hanno essi la radice presso la fronte. Nella tavola 
antecedente già vedute abbiamo le figure di Nausicaa, e della 
regina di lei madre. I numeri i e i della tavola 18, rappresen- 
tano due regine, che ben si distinguono pel ricco loro abbi- 
gliamento, e per la sede che occupano nella dipintura de' vasi 
donde son tratte (i). L' una d' esse sta guardandosi nello] specchio 
che le viene presentato da un' ancella. 

Rapimento d J Elena. 

Winckelmann riporta un basso rilievo di terra cotta, che rap* 
presenta il rapimento di Elena- Questa famosa donna vestita , così 
il citato autore, più da matrona che da femmina leggiera e la- 
sciva, come la descrive Omero , fa un atto con la mano, come 
di volersi coprire il viso, o di esserselo scoperto: il suo conte- 
gno quieto mostra altresì il suo consenso al ratto, e la fuga 
spontanea dal marito, secondo il poeta Stesicoro. Paride vestito 
alla frigia la conduce , siccome usavano gli sposi , portando la 
sposa sopra un carro , dalla casa paterna alla propria. Anzi 
Euripide dice che Menelao portò Elena sovra una quadriga (2). 
Gli abbigliamenti dell' Elena rappresentata in questo monumento 
non sono molto dissimili da quelli delle regine da noi descritte. 

Trono. 

II trono, preso nel senso che noi 'sogliamo dargli, non diven- 
ne un attributo dei re che nelle età assai posteriori ad Omero ed 
anzi dopo le conquiste di Alessandro il Grande. Sembra anzi che 
Omero riserbato abbia alle sole divinità la magnificenza del tro- 
no (3). La parola Qpovog significa di fatto una sedia magnifica, 
la quale però non era propria dei re soltanto, ma di tutto le 
persone distinte per nascita e per ricchezze. Tale sedia aveva le 
braccia e lo sgabello (4). Fa d'uopo nondimeno avvertire che gli 
antichi re della Grecia solevano amministrare la giustizia, o ren- 
dere ragione al popolo seduti su di uno scanno di pietra, il quale 
appellavasi pure col vocabolo di trono. Era costume di porre cotali 

(1) Antiq. etc. d'Hamilton t. I. 128; II. 89. 

(2) Alle figure da noi qui presentate sono pure conformi le figure 
omeriche di Flaxraan. 

(3) Noi ne parleremo nei costumi religiosi. 

(4J) V. 1' Erodoto comm. da Lare ber. voi. I. pag. iga Nota 29. 



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DELLA GRECIA I I 3 

sedili fuori delle porte delle case de' Grandi. Cosi Nestore presso 
Omero siede sul sedile di pietra, su cui Neleo padre di lui collo 
scettro iu mano già amministrare solca la giustizia (i); ed Apollo- 
nio dice che il trono di Toante re di Leinnos era di pietra (2). 
Torre di pietra. 

Di si fatta specie è il sedile che il signor Chissul (3) ha scoperto 
sulla costa della Ionia, del quale presentiamo la figura nella Ta- 
vola 19, num. 1. Vari di siffatti sedili, o troni di marmo veggonsi 
tuttavia fra le rovine di Atene, siccome attesta Stuart. Alcuni di 
essi sono semplicissimi, ed altri adorni di sculture. Veggansi i 
numeri 2 3 e /{. Il num. 2 Tavola 16 , è tratto dalla pittura di 
un vaso di Millingen. Non bene affermare sì saprebbe chi sia il 
principe sedente. Dalle altre figure però che compongono queste 
dipinture,, e dagli aggiunti loro può congetturarsi, che sia o Aete 
re della Colchidc a cui o Frisso , o Giasone presenta il vello d' oro 
oppure Pelia , al quale lo stesso Giasone di ritorno a Jolcos pre- 
sentò pure la sua preziosa conquista. Il re è doviziosamente abbi • 
gliato , e tiene lo scettro che termina in un' aquila. 11 trono è 
ornato di bassi rilievi disposti in maniera , che ci rammentano i 
troni di Apolline in Amiclea , e di Giove in Olimpia , ambedue 
descritti da Pausania. Una schiava sembra intenta ad accostare una 
sedia forse destinata per l' eroe che dee col re trattenersi. È da 
notarsi che nei tempi eroici i re ed i principi erano serviti dalle 
donne , prese per lo più nelle guerre. Imperocché nell' Odissea al- 
lorché Telemaco si presenta a Nestore, questo principe comanda 
alle schiave di recare le sedie a' suoi ospiti illustri. Nò le schiave 
soltanto , ma le spose ancora, le figlie e le sorelle attendevano nelle 
case reali a tutte le domestiche faccende. La sola cucina , forse 
perchè avea un non so che di fiero e di sanguinoso, riserbata era 
agli uomini. Nel che i principi stessi prestavano il loro ministero. 
Cosi nell'Iliade veggiamo Patroclo servire ad Achille quasi di ca- 
meriere e di cuoco. 
Corredo dei re. 

Siccome pochi e semplicissimi erano gli attributi degli antichi 

(1) Odiss. lib. 5. v, 406. e segg. 

(2) Argon, lib 1. v. 667. V. l'ediz. di Roma 1 791 , voi. I. pug. 2o5. 

(3) Anliq. Asiat. 

Cosi. Voi. I. dell'Europa 8 



I i/| DELLA GRECIA 

re, cosi questi apparire solevano in pubblico senza alcun grande 
corredo di seguaci o cortigiani. Telemaco , a cui apparteneva il 
regno d' Itaca , esce nel secondo dell' Odissea in pubblica conclone 
non da altri accompagnato che da due cani; e presso di Teocrito 
il re Augia appare scortato da Ercole soltanto e dal propino figliuo 
lo. Virgilio perciò avendo riguardo ad un tale antico costume (i) 
così scrive di Evandro che usciva con Enea: 

Nec non et gemini cuslodes limine ah alto 
Procedunt , gressumque canes comitantur herilem. 
Filius huic P alias , olii comes ibat Achates. 

Ministri. 

Nella guerra nondimeno i re corteggiati erano da alcuni mini- 
tri detti Bepànovres siccome può vedersi nell' Iliade, la tal guisa 
Patroclo accompagnava Achille , Merione Idomeneo , Licofrone Aja- 
ce : ed Esichio vuole che siffatti ministri fossero come gli armi- 
geri , o gli scudieri. Ne' pubblici mmisterj sono altresì rinomati 
particolarmente i banditori , o gli araldi , KYipvx.es che ai re 1' ope- 
ra loro prestavano in varie maniere. 
araldi. 

Essi convocavano il popolo in nome del re , imitavano il silen- 
zio , porgevano al re lo scettro , venivano da esso spediti come 
nuncj od ambasciatori e l'accompagnavano ne' viaggi, o nelle im- 
portanti spedizioni, e con gran rispetto venivano dalle genti 
accolti. Nelle missioni portar solcano il caduceo per annunziare 
ch'essi venivano pacifici: cosi Giasone sbarcando sulle rive di Coleo 
prese e mostrò il caduceo (2). Talvolta gli araldi portavano il ca- 
duceo e l' asta per dichiarare la guerra , o per proporre la pace (3). 
Tale è 1' araldo che vedesi su di un vaso di terra cotta del gabi- 
netto del collegio romano, che è riportato anche da Winckel- 
mann (/£)• Quest' araldo porta eziandio il cappello piatto e riget- 
tato sulle spalle , il qual cappello proprio era dei viaggiatori. Veg- 



(1) Homer. Odyss. lib. III. v. /j 89, 

(j) Argonaut. A poli. III. v. mj;. 

(3) Polib. Uh. IV. 

(/j) M011. autichi pai;, xxx. . 



DELLA GRECIA I l5 

gasi la tavola 19, num. 5. Ma degli araldi noi parleremo nuova- 
mente nella parte che risguarda 1' arte militare. 

Già veduto abbiamo che l'autorità reale era rattemperata da 
un consiglio di savj (1). Un tale consiglio soleva raccogliersi sulle 
piazze , od in luoghi pubblici ed eminenti. Tutti sedevano , eccet- 
tuato colui che dovea arringare. Telemaco perciò nel II. dell'Odis- 
sea , dopo di aver congregati i seniori d' Itaca , si asside sul pa- 
terno seggio, e dovendo poi favellare sorge prendendo lo scettro. 
Disputavasi non solo delle pubbliche cose, ma delle private ancora. 
Neil' Odissea Telemaco in pubblica conciono lagnasi della violenza 
e delle ingiurie dei proci , e questi temono eh' egli non riferisca 
in pubblico consiglio lo trame che contro di lui ordite aveano. 
Giurisprudenza degli antichi Greci. 

Tutta la Greca giurisprudenza di caie' tempi per quanto consi- 
steva in alcune consuetudini, che forza aveano di leggi. Oltre ciò 
che g a detto abbiamo intorno all'omicidio , varie pene sino dai 
tempi eroici state erano stabilite contro di altri delitti, L' adulterio 
veniva punito con una pena pecuniaria (2). Era nondimeno per- 
messo il ripudio , quando i eonjugi credevano di averne legittime 
ragioni (3). Sembra ancora che reputate non fossero infami le il- 
lecite unioni. Ulisse di fatto nell'ottavo dell'Odissea si vanta di 
essere figliuolo di una concubina. 
Primogenitura. 

Laonde i figliuoli naturali ereditavano al pari de' legittimi $ né 
del paterno retaggio davasi una parte maggiore al primogenito. 
Grandi privilegi erano nondimeno annessi al diritto di primogeni- 
tura. Tali privilegi consistevano nell'onore e nel rispetto, che al 
maggiore doveano i minori fratelli prestare. Giove nel XV del- 
l' Iliade per mezzo d' Iride fa dire a Nettuno suo fratello che co- 
me primogenito egli è a lui superiore. I mendici, gli oziosi, i 

(1) Pare che le tlonue ancora negli antichi tempi della Grecia avesse- 
ro parte ne' pubblici consiglj. E fama che nel consiglio tenutosi in Aleno 
da Cecrope per decidere quale dei due numi, se Minerva cioè oppure 
Nettuno dar dovesse il nome alla nuova città , il giudizio a favore della 
Dea sia stato superiore di un sol voto , che fu quello di una donna, far* 
ro apud. August. de Civit. Dei lib. XVIIh e. y. V. aache Goguet. 

(2) Odyss. hb. Vili, e Diod. lib. XII. 

(3) Paus. lib. VII. cap. 29. V. anche Polluce. 



I 16 DELLA. GRECIA 

vagabondi erano considerati come persone infami , siccome può 
vedersi in più luoghi presso Omero. Le principali leggi però ri- 
sgnardavano l'agricoltura (i). Celebre è fra le altre la saggia isti- 
tuzione da alcuni attribuita a Trittolemo, per la quale era vietato 
ad ognuno il possedere maggior terreno di quello ch'egli potesse 
coltivare. Per il che antichissima tradizione ei*a che Cerere cogl' in- 
segnamenti dell' agricoltura date avesse ad tra tempo agli uomini 
le leggi. Onde Ovidio disse: 

Prima Ceres 

Prima dedit leges, Cereris sumus omnia munus (2). 

Le cose che fin qui dette abbiamo risguardano la Grecia in 
generale : ma essa per la fisica costituzione del suolo già da noi 
accennata , e per le varie colonie , dalle quali ricevuto avea e co- 
stumi e civiltà , e finalmente per la differenza delle particolari 
leggi , che dopo i tempi eroici furono ai varj suoi popoli dettate 
da diversi legislatori , venne a formare non un solo , ma varj po- 
poli , come che insieme uniti per una sola e medesima lingua. La 
Grecia perciò ristretta in un angusto territorio e divisa di leggi 
e di privati interessi divenuta sarebbe a poco a poco il bersaglio 
delle guerre civili , oppure la preda o del più ardito fra i suoi 
Principi , o dello straniero conquistatore. 
Consiglio degli Amfittioni. 

A questo pericolo saggiamente provvide Amfittione Re delle 
Termopile , il quale divenuto padrone dell'Attica insliluì un con- 
siglio , che poscia venne chiamato il Consiglio degli slmjìtlioni. 
Tale assemblea era composta dei deputati delle principali città 
della Grecia , le quali si reputavano a somma infamia l' esserne 
talvolta escluse. Essa solea unirsi due volte l' anno in primavera 
cioè ed in autunno. Il consiglio di primavera tenevasi in Delfo , 
siccome ne fanno testimonianza due decreti che conservati ci furono 
da Demostene e da Strabone (3). Quello di autunno aveva luogo 
ne'contorni d'Autela nel tempio di Cerere , detta perciò Amfittio- 

ei) V. Coguct Part. II. lib. 1. cap. IV. art. Vili. 

(a) Metani, lib. V. v. 34 1 . ec. 

(3.) Dtnostli. pio Coruna. Strab. ìib. IX. 



DELLA GRECIA A I 7 

nìde. Sebbene sembri che l'oggetto di questa famosa assemblea non 
fosse che quello di proteggere il tempio di Delfo, e di ammini- 
strare la giustizia alla moltitudine di coloro che da tutti i paesi 
della Grecia ivi accorrevano per consultare l' oracolo di Apollo ; 
nondimeno essa giovare dovea sommamente a tenere collegati quei 
varj popoli , i quali per un interesse di religione mettevansi per 
così dire in contatto gli uni cogli altri almeno due volte in cia- 
scun anno. Laonde se quest' assemblea non vuol considerarsi come 
una generale confederazione della Grecia , dee per lo meno re- 
putarsi come l'opera della più saggia politica, mercè della quale 
venne a stabilirsi un vincolo fra i diversi stati della nazione (1). 
Giuochi olimpici. 

Anche i giuochi olimpici vogliono qui essere annoverati come 
una politica instituzione, il cui scopo era pur quello di raccogliere 
in certi determinati tempi i varj popoli della Grecia, e di con- 



(1) Gli eruditi aveano sempre considerato il Consiglio degli jmfittioni 
come un'assemblea componente gli Stati Generali della Grecia, e perciò 
come una confederazione meramente politica, il cui scopo fosse quello di 
trattare i grandi affari e di pace e di guerra, e di tenere la Grecia unita 
quasi in una sola repubblica. Questa opinione fu pienamente confutati da 
SainteCroix nell'opera che ba per titolo Des anciens Gouvernemens fédè- 
ratifs . I diversi popoli della Grecia erano in una perpetua guerra gli uni 
contro degli altri , ne mai si vede ebe il consiglio degli Amfittioni frap- 
ponesse la sua autorità per ottenere la pace, nemmeno nella lunghissima 
guerra fra gli Ateniesi e gli Spartani. Non mai spedito gli veniva alcun 
ambasciatore. Filippo stesso fu dichiarato generalissimo dei Greci a Corin- 
to. » Se l'assemblea degli Amfittioni, dice Sainte-Croix, fosse stata una 
vera dieta federativa, non avrebbe forse essa medesima fatta una tale ele- 
zione? Filippo l'avrebbe certamente preferita ad ogni altra, poiché stato 
sarebbe sicuro della pluralità dei suffragi , avendo egualmente a sua dispo- 
sizione tutti i voti dei popoli della Tessaglia, ed i due che ai Macedoni 
stati erano concessi ». Noi però troppo ci allontaneremmo dal nostro insti- 
tuto se addurre volessimo le ragioui , colle quali quel dottissimo autore 
dimostra che tale assemblea avea per unico fine la protezione del tempio 
di Delfo. Leggasi anche il commentatore d'Erodoto (Paris Crapelet, 1802) 
voi. IV. pag. 270. e voi V. pag. 4 l8 « ec. Questi cenni bastar possono per 
avvertire i nostri leggitori essersi e in questa parte e in altre allontanati 
dal vero anche Goguet e De Beai, i quali comecché scrittori certamente 
dotti hanno nondimeno seguita spesse volte troppo di leggieri la corrente 
delle altrui opinioni. 



I l8 DEU.A GBECU 

servare fra essi i comuni vincoli di costumi e d' interessi nazionali. 
Ma di tali giuochi e de' loro institutori noi parleremo altrove. 

Lega Achea. 

Il consiglio degli Amfittioni , i giuochi olimpici e la Lega 
Achea , della quale parleremo in seguito, sono forse le sole insti - 
tuzioni , che tendessero a tenere i varj popoli della Grecia legati 
quasi in un solo corpo politico. 

Governo de' varj popoli della Grecia. 

Vuole ora Y ordine delle cose che noi ci facciamo a favellare 
del governo e de' politici sistemi che risguardano i varj popoli 
componenti la Greca nazione. Intorno al che noi non faremo che 
scorrere le principali forme de' governi , ed i sistemi dei più. ce- 
lebri legislatori , omettendo tutto ciò che è dubbio, e tutte le que- 
stioni si di genealogia che di cronologia, giacché lo scopo nostro 
ò quello di rintracciare unicamente ciò che risguarda i costumi. 
Per la qual cosa seguendo le tracce de' più accreditati scrittori di- 
videremo la Grecia secondo le tre sue principali costituzioni poli- 
tiche, e tratteremo perciò de' governi di Atene, di Creta e di 
Sparta , sui quali governi furono presso che modellati quegli an- 
cora degli nitri popoli della Grecia (i), e qualche cenno pur fa- 
remo del governo delle Greche colonie, 

ATENE 

Governo dì Atene cominciando da Cecrope. 

Tutto è incerto ciò che dalle storie ci si racconta intorno al- 
l'Attica prima della venuta di Cecrope. Da questo Principe con- 
viene dunque dare incominciamento alle nostre ricerche. Dicesi 
eh' egli giunse nell'Attica con una colonia d' Egizj verso 1' anno 
i856, prima dell'era volgare, 780 anni innanzi la prima olim- 
piade , giusta le tavole cronologiche di Blair , e che vi fondò la 
città di Atene. Egli il primo fece erigere un altare a Giove , e 
stabili le cerimonie della religione ; e siccome il popolo dell'Attica 
non aveva alcuna giusta nozione della società conjugale , cosi per 
prima sua legge stabilì le regole del matrimonio in guisa che un 

(1) V. Goguet voi. I e II. De ftéal. Science du Gouvernement etc. 



DELLA GRECIA. I 21) 

uomo unirsi non potesse che con una sola donna (i). Cccrope di- 
vise gli abitanti dell'Attica in quattro tribù : introdusse l' uso di 
seppellire i morti, e di versare il grano sulla loro tomba, siccome 
ci avverte Cicerone (2). Egli inoltre creò varj magistrati per l'am- 
ministrazione della giustizia, fra i quali il più celebre è l'^reo- 
pago stabilito forse ad imitazione de' tribunali dell' Egitto , e che 
divenne poi sì celebre , che da' Sovrani stessi anche stranieri so- 
leva consultarsi. 
areopago. 

L'Areopago ne' primi tempi non giudicava che degli omicidj, 
I suoi membri erano scelti fra le più sagge persone della città , 
ma nulla sappiamo di certo intorno al numero di essi (3). L' u- 
nione degli Areopagiti si teneva non già fuori della città , siccome 
pretende Esichio, ma nel mezzo di Atene su di una collina posta 
dirimpetto alla cittadella , poiché Erodoto racconta che i Persiani si 
erano accampati su di un colle che era in faccia alla cittadella, e 
che dagli Ateniesi chiamavasi areopago. Con Erodoto convengono 
Luciano e Valerio Massimo. Questo colle ebbe ancora il nome di 
colle di Marte per 1' antica e volgare tradizione di un giudizio 
quivi proferito dagli Areopagiti a favore di Marte uccisore del fi- 
gliuolo di Nettuno , e di un sacrifizio quivi dalle Amazzoni fatto 
a Marte. L'edifìzio che serviva all'Areopago era semplicissimo, e 
non d' altra materia coperto che di fango e di paglia , nel quale 
stato vedeasi pure a' tempi di Augusto secondo il testimonio di 

Yitruvio : jdthenis Aveopagi tectum e lato (4). Oreste 

vi agginnse un altare a Minerva. Vi erano pure due masse d' ar- 

(1) Varrò apucl August. de Civit. Dei 1. 18. e. 9. Suida t. 3. pag. 189. 

(2) De legib. Kb. II. In seguito fu presso i Greci introdotto il costume 
di abbruciare i cadaveri , siccome vedesi in Omero. 

(3) Anche intorno all'etimologia del vocabolo Areopago nulla abbiamo 
di certo, chi fosse vago di avere tutte le più diligenti ricerche intorno a 
questo famoso tribunale, leggala dottissima dissertaziope del signor Abate 
De Canage nelle memorie de V Academ. R. des Inserì ptions voi. VII. 

(4) Vitruv. 1. V. e. I. Lo Spon nel suo viaggio in Grecia ( t. II. pag. 
199. ) osservò sul colle dell'Areopago gli avanzi di pietre enormi tagliate 
a punte di diamante, e formanti un semicerchio. Egli è d'avviso che tali 
pietre formassero i fondamenti dell'edifizio, onde l'Areopago era chiuso in- 
torno» Anche Stuart nella carta topografica di Atene delineò il luogo di 
questo tribunale. 



120 DELLA CUECtA 

gento tagliate alla foggia di sedie , sull' una delle quali sedea l'ac 4 - 
cusatore , sull' altra l' accusato. L' una era sacra all' Ingiuria e 
1' altra all' Impudenza , alle quali allegoriche divinità furono poi 
da Epinienide inalzati altari e tempi , del che parla anche Cice- 
rone nel secondo delle leggi. La tomba di Edipo ancora sorgeva 
nel recinto dell'Areopago (i). 
Quando si univa. 

Da principio l'Areopago non si univa che negli ultimi tre 

giorni di ciascun mese , ma coi nuovi attributi aggiunti ad esso 

specialmente ai tempi di Solone , e col moltiplicarsi degli affari 

fu costretto a poco a poco ad unirsi regolarmente tutti i giorni (2). 

Portico regio. 

Tale quotidiana assemblea però , divenendo troppo grave pei 
veechj col dover ascendere sulla rocca , fu poi trasportata talvolta 
in un distretto della città , il quale chiamavasi il portico regio , 
ed era esposto a tutte le ingiurie del tempo. Quivi i giudici ve- 
nivano circondati da una specie di filo o di corda ; non si univano 
che di notte, a fine, dice Luciano, che non fossero distratti da 
cosa alcuna ; la quale costumanza fece dire ad Ateneo , che nes- 
suno conosceva né il numero, nò il volto degli Arcopagiti. 
Come si trattavano le cause. 

Raccolti che erano tutti i giudici , un araldo imponeva silenzio, 
e comandava al popolo di ritirarsi. Non si dava preferenza ad al- 
cuna causa, ma tutte traevansi a sorte, la quale decideva altresì 
dei giudici , a cui commettersi dovea questa piuttosto che quel- 
l' altra causa. Ne' primi tempi le parti stesse esponevano la loro 
questione colla massima semplicità , ed era assolutamente vietata 
l' eloquenza di qualsivoglia avvocato ; ma in seguito la severità 
dell'Areopago si addolcì alquanto , e vi furono ammessi gli avvo- 
cati anche mercenarj , ai quali però fu sempre proibito il far uso 
di esordj e di troppo ricercati artificj oratorj. L'accusatore dava 
principio al suo dire con un giuramento invocando contro di sé 

(1) V. Pausati, in Att. 

(2) L'autorità dell'Areopago si estese col tempo sino su gli oggetli della 
religione. Di fatto Socrate stesso accusato d'empietà soggiacque alla senten- 
za di morte pronunziata dall'Areopago, siccome leggiamo in Diogene Laer- 
zio. Questa è pure la ragione perla quale anche l'Apostolo Paolo fu coa- 
dotto dinanzi all' Areopago. 



DELLA GRECIA 121 

ìe Eumeni di , ed affinchè tal forinola di giuramento fosse ancor 
più terribile , egli sedeva su i sanguinosi avanzi delle vittime pò* 
e' anzi scannate (1). I voti si davano per mezzo di certe conchiglie 
marine, alle quali furono poi sostituiti colla medesima forma al- 
cuni pezzi di rame, detti Spondjles , colla differenza che quelli 
che servivano per la condanna erano neri e forati nel mezzo ; gli 
altri erano bianchi ed interi. Il giudice prendeva tale specie di 
marco col pollice , coli' indice e col medio , e la poneva in una 
delle due urne che l' una dinanzi all' altra giacevano nel luogo 
più rimoto dall' assemblea. La prima chiamavasi l' urna della morte 
Oocvócrcv f ed era di rame, l'altra dicevasi l'urna della misericor- 
dia eliov ed era di legno. Tutto ciò facevasi colla massima se- 
gretezza ; ma i trenta tiranni per rendersi arbitri della decisione 
dell'Areopago obbligarono ciascun giudice a deporre il voto su di 
una tavola , che stava dinanzi a loro (a). Tenuissimo era 1' emolu- 
mento dei giudici consistendo talvolta in un solo obolo. Laonde 
Mercurio presso Luciano si maraviglia , che vecchj cotanto saggi 
vendessero a prezzo sì vile la pena che si prendevano di montare 
a tanta altezza (3). 

Giudizio nella causa d' Oreste. 

Fra i varj giudizj , che grande rinomanza diedero all'Areopa- 
go , vuol essere annoverato quello proferito nella causa di Ore- 
ste (4). Questi fu accusato dinanzi all'Areopago di aver uccisa la 
madre: per la perfetta parità degli opposti suffragi essere dovea 
condannato alla morte, quando Minerva commossa dalle sciagure 
di lui si dichiarò pei giudici che lo aveano assolto, ed aggiunse 
il suo al loro voto. Oreste fu cosi salvato , ed in memoria di que- 
st' avvenimento tutte le volte che i suffragi erano eguali dall' una 
parte e dall' altra , s' introdusse 1' uso di decidere a favore dell'ac- 
cusato col voto che dicevasi di Minerva. 

L'areopago sussisteva tuttavia nei tempi che la Grecia era 
soggetta a Roma. 
L'Areopago sussisteva tuttavia nei tempi che la Grecia era sog- 

(i) Poli. I. Vili, e io. Dinarch. Orai, in Demost. Deraosthenes inorai- 
Aristocrat Antiph. de caede Herodis. 

(2) Demosth. Orat. in Neaeram. Lysias. Orat. in Ageratum. 

(3) Lucian. in bis accusato. 

(4) Nell'anno 3;5 dell'era Attica, regnando in Atene Demofoonte XII. 



123 DELLA GnEClA 

getta a Roma. Imperocché oltre ciò che negli Atti degli Apostoli 
raccontasi dell'arringa tenuta da s. Paolo dinanzi agli Areopagiti, 
abbiamo ancora il seguente avvenimento in Gellio ed in Valerio 
Massimo. Fu condotta dinanzi a Dolabella proconsole dell'Asia una 
femmina accusata di aver ucciso il marito ed il figliuolo. Essa 
confessò il delitto, ed aggiunse di aver avuto tutte le ragioni per 
commetterlo, ce Io ebbi y disse , da un primo letto un figliuolo , 
eh' io sommamente amava , e che per le sue virtù degnissimo era 
di tutta la mia tenerezza. Egli fu barbaramente ucciso dal mio 
secondo marito e dal figliuolo ch'ebbi da questo; ed io ho cre- 
duto di non dover permettere più a lungo la vita a que' due mo- 
stri di crudeltà. A voi s'appartiene ora il punire un misfatto, di 
cui io non mi pentirò giammai «. Dolabella propose la causa al 
suo consiglio , il quale non osò proferire sentenza. La causa fu 
quindi portata all'Areopago , e questo tribunale dopo un lunghis- 
simo esame comandò alla femmina ed all' accusatore di ritornare 
in giudizio dopo cento anni. 

Governo di Teseo. 

Il governo stabilito da Cecrope non fu ad alcuna mutazione 
soggetto sino ai tempi di Teseo, decimo re di Atene, che vivea 
verso l'anno ia35 prima dell'era volgare; Gecrope stabilito avea 
non il solo Areopago , ma varj altri tribunali ne 5 varj luoghi del- 
l' Attica. Ora Tucidide racconta che da Cecrope sino a Teseo gli 
Ateniesi viveano dispersi nei piccoli borghi dell' Attica , ciascuno 
de' quali avea il suo Pritaneo ed i suoi Arconti , ma che Teseo 
uomo prudentissimo e potente distrusse tali magistrati , e li traspor- 
tò in Atene, dove stabilì un Senato ed un Pritaneo solo (i). 

Pritaneo. 

Due conseguenze trarre si possono da questo luogo ; la prima , 
doversi a Teseo l' instituzione del Pritaneo ; la seconda , non esse- 
re stati il Pritaneo ed il Senato che un solo e medesimo magi- 



fi) Thucidides lib. IL parag. i 5. V. anche Plutarco nella vita di Teseo. Al- 
cuni sono di avviso che questo nome derivi da r.Vùòg rocpsìùv, perchè nel 
Pritaneo si conservava il fuoco inestinguibile ; altri lo derivano da nvpcù 
rxuùoy, perche ivi conservavasi il pubblico frumento. V. Suida, e VElymolog. 
ma^num.Y. ancora Gronovio Thcs. Graec. antiquit. voi IV. col. 845 e seg. 



«ELLA GRECIA 1^3 

strato (i). Nella prima sua insti tuzione il Pritaneo avea per prin- 
cipale incumbenza quella di giudicare delle cose inanimate , le 
quali state erano causa della morte di qualche persona; ottima in- 
stituzione , che tendeva a rendere i cittadini sempre più alieni dal 
commettere gli omicidj (2). 
autorità di questo magistrato. 

Ma collo scorrere degli anni, e specialmente a' tempi di Solo- 
ne, fu molto ampliata l'autorità di questo magistrato. Ad esso ap- 
partenevano la suprema amministrazione della giustizia , la distri- 
buzione dei viveri , la polizia generale dello Stato , e la particolare 
della città , la dichiarazione della guerra , la conclusione della pa- 
ce , la nomina dei tutori , e finalmente il giudizio di tutte quelle 
cause , le quali dopo di essere state dibattute ne' tribunali subal- 
terni venivano riferite al supremo di lui giudizio. 
Teseo diede ad ditene un governo quasi democratico. 

Teseo coli' institnzione di questo magistrato , al quale erano 
ammessi alcuni cittadini di qualsivoglia classe, dato avea ad Atene 
la forma di un governo quasi democratico. Laonde , quando il po- 
polo di Atene era diviso in quattro tribù, traevansi a sorte cento 
cittadini da ciascuna, e questi quattrocento cittadini componevano 
allora il senato ; ma dappoiché distene nel IV. anno della LXVII. 
olimpiade portò il numero delle tribù a dieci, non si elessero che 
cinquanta cittadini per tribù , ed il senato divenne allora di cin- 
quecento, siccome può vedersi in moltissimi luoghi de' Greci ora- 
tori. Due altre tribù vennero finalmente aggiunte nel III. anno 
della CXVIII. olimpiade ed allora il senato fu composto di sei- 
cento cittadini (3). Ciascuna tribù avea vicendevolmente la prefe- 
renza , ed alle altre a mano a mano la cedeva. 
Pritani , Proedri ed Epistati. 

I senatori erano tratti a sorte. Dicevansi Pritani ì cinquanta 

(1) Intorno al Pritaneo può consultarsi oltre il Gronovio anche il dottis- 
simo Corsini Fasti Attici. Pars. I, Dissert. II. parag. XXVII. pag. 101. 
Dissert. VI. parag. IV. V. pag. 265. ec. V. ancora 1' Erodoto commentato da 
Larcher, voi. I. pag. ^o. e segg. e voi. IV. pag. 3og. e segg. 

(2) Forse per questa medesima ragione, per distrarre cioè gli animi 
dalla crudeltà, Cecrope proibito avea di offerire agli Dei cosa alcuna, che 
animata fosse. 

(3) V. Plutar. in Demetrio. 



12^ DELLA GRECIA 

senatori nell' esercizio della loro carica , e Pritanìa i trentacinque 
giorni di tale esercizio (i). I Pritani si dividevano in cinque clas- 
si , ciascuna di dieci Pritani , che chiamavansi Proedri. Fra i Proe- 
dri se ne sceglievano sette , che dicevansi Epistati, ciascuno dei 
quali presedeva in giro al restante dei Pritani ed ai Proedri (2). 
Un senatore non poteva essere Epistato due volte nel medesimo 
anno , temendo gli Ateniesi che una più lunga autorità non fosse 
di danno alla loro libertà , della quale sempre furono sommamen- 
te gelosi. Per questa medesima ragione la carica di senatore era 
annua , laddove quella di membro dell' Areopago era in vita. I 
Pritani convocavano il senato , avevano cura degli affari che vi si 
portavano, univano l'assemblea del popolo, e ne aveano la presi- 
denza. I Proedri esponevano il soggetto, di cui avea a trattarsi, 
e l' Epistato raccoglieva i voti, e pronunziava secondo la pluralità 
dei suffragj. Nessuno poteva essere ascritto fra i senatori, ossia fra 
i membri del Pritaneo, se prima compiuta non avesse l'età, che 
Libanio chiama fiovÀevrur, -/ilutcc, Y età del senatore, e che Larcher 
crede essere stata quella medesima, che richiedevasi per la ca- 
rica di giudice, vale a dire, l'età di trent'anui, come vedesi nel 
giuramento di Eliasto (3). 
Sala del Pritaneo detta Tholus. 

I Pritani erano nutriti a spese del pubblico in una sala del 

(1) E da notarsi che l'anno degli Ateniesi , siccome vedremo, era lu- 
nare, e perciò 354 giorni. Ora allorché le tribù erano dieci avendo cia- 
scuna la presidenza per trentacinque giorni, rimaneva alla fine dell' anno 
un residuo di quattro giorni. Questi quattro giorni venivano divisi fra le 
quattro tribù, alle quali era toccato in sorte di sedere le prime, e per- 
ciò esse aveano la presidenza di trentasei giorni. 

(2) Erodoto, Tersicore, lib. V. parag. LXXI. nomina i Pritani àe'Nau- 
crari, intorno ai quali si è molto disputato dagli eruditi. Ciascuna tribù 
di Atene era anticamente divisa in cantoni, o popoli, Avì[x;i. I Naucrari 
regolavano le contribuzioni di ciascun cantone. Dodici erano le ISaucrarie 
in ogni tribù , e ciascuna di esse somministrare dovea allo stato due cava- 
lieri ed una nave, dal che forse trassero il nome. Noi però siamo d'avviso 
che i Naucrari dopo la riforma di Teseo stati sieno concentrati essi ancora 
nel Pritaneo. Tale è il sentimento anche di Larcher e di altri dottissimi 
scrittori. 

(3) Argum in Orat. Demosth. cantra Androt. et Demosth. advers. Ti- 
moerai. 



DELLA GRECIA 1^5 

Pritaneo, la quale dicevasi Tlwlus , forse perchè costruita a vol- 
ta (i). Qui\i venivano pure alimentati que' cittadini che della pa- 
tria stati erano sommamente benemeriti , e quivi ancora si conser- 
vavano il fuoco sacro, il frumento e le armi. Allorché una colo- 
nia veniva trasmessa in qualche paese , traevansi per essa dal Pri- 
taneo le armi , i viveri ed il fuoco. Alla colonia non era lecito il 
provvedersi del fuoco altrove, e se questo veniva per avventura 
ad estinguersi era d'uopo riceverlo nuovamente dal Pritaneo. Co- 
tal fuoco saci'O non altro era che una lampana continuamente ac- 
cesa (3). Il Pritaneo perciò era sacro a Vesta , ed apparteneva al 
principale magistrato, cioè agli Arconti, ai Re, od ai Pritani stessi 
l' offerirle i sacrifizj (3). Oltre il simulacro di Vesta e di altre di- 
vinità , cioè della Pace, di Giove , di Minerva ec. , collocavansi nel 
Pritaneo i simulacri! ancora de' più famosi Ateniesi. Ivi vedevansi 
le statue di Autolieo, di Temistocle, di Milziade e di altri, le 
quali statue servivano poi alla più vile adulazione degli stessi Ate- 
niesi , che con una falsa e posteriore iscrizione le dedicarono ad 
un Romano o ad un Trace. Con una parte del frumento che ivi 
conservavasi erano alimentati i Pritani , e gli uomini della patria 
benemeriti; l'altra poi veniva distribuita in certi determinati giorni 
alle famiglie pevere ed oneste. Al Pritaneo venivano altresì porta- 
te le decime delle carni delle vittime : Moris erat coqais dice lo 
Scoliaste d' Aristofane , ut decimas immolatorum JPrjtanibus da- 
rent. 
Le principali città della Grecia ebbero un Pritaneo. 

Ad imitazione di Atene tutte le principali città della Grecia 
ebbero un Pritaneo, e celebre fra gli altri fu quello di Siracu- 
sa (4). Anche l' Imperatore Adriano studioso imitatore de' Greci 

(i) Polluc. Onomast. hb. Vili. e. 1 5. Segm. 1 55. pag. 972. ed Harpocrat. 
pag. 88. 

(2) E' celebre il Greco proverbio hir/yiov èv UpuroevétM la lucerna 
nel Pritaneo , quando volevasi denotare una cosa abbondante, e ebe non 
mai cessava. Le cure di tale lucerna erano affidate ad alcune donne ve- 
dove , le quali cbianiavansi perciò Prilanide. 

(3) Arislot. Politica lib. VI. cap. 18. 

(4) Cicer. in Verrem , de si^nis. parag. 53. Le cittadella Grecia aveano 
quasi tutte un Pritaneo, per la ragione appunto che presso di tutte sparso 
era il culto di Vesta. Laonde Pindaro nel principio della sua prima Ode 
Ptcniea dice* O festa , figlia di Rea, che hai in retaggio i Pritanei^ ec. 



126 DELLA GRECIA 

costumi , inalzato avea nella sua villa Tiburtina un edificio col 
nome di Pritaneo (i). Il signor Guilletière racconta che a' suoi 
tempi presso del palazzo dell' Arcivescovo vedevansi ancora le ro- 
vine del Pritaneo di Atene : ma Tucidide dice chiaramente , che 
l' antico Pritaneo venne rovesciato dal terremoto nell' anno sesto 
della guerra del Peloponneso (2); nò alcun certo vestigio di que- 
st'edificio rimane tuttora, siccome può vedersi nelle opere dello 
Spon e dello Stuart. 
Arconti. 

Il terzo de' grandi e celebri magistrati d'Atene e quello degli 
Arconti (3). Esso è tanto più memorabile , in quanto che diede 
principio ad una nuova forma di governo dopo la morte di Godro. 
Questo Principe avea generosamente sacrificata per la patria la pro- 
pria vita nella guerra contro i Peloponnesj (4). Il popolo d' Atene 
che già da lungo tempo ambito avea un'assoluta democrazia, mos- 
so vieppiù dalle dispute di Medone e di Nileo figliuoli di Codro , 
che si disputavano lo scettro, abolì la monarchia, dichiarò Giove 
unico e supremo Re , e conferì la pubblica autorità , ossia il po- 
tere esecutivo , ad un magistrato , cui diede il nome di Arconte. 
Tale magistrato da principio fu perpetuo , e lo stesso Medone pri- 
mogenito di Codro venne eletto a primo Arconte , il che accadde 
verso l'anno n3a prima dell' era volgare (5). Medone esercitola 

(O Spartianus iu vita Hadriani e. XXVI. 

(2) Relli Peloponues. lib. III. 

(3) Ap^wv, Comandante^ da cx.oypu.ou, incìpio , impero ec. 

(4) L'oracolo di Delfo avea predetto ai Peloponnesj ch'essi vincitori 
sarebbero degli Ateniesi, se nella guerra condotte avessero le cose in 
guisa, che non cadesse morto Codro Re di Atene. Codro fatto di ciò consa- 
pevole e vestitosi da mendico, o secondo altri da semplice soldato, as- 
salì ed uccise uno de'nemici. I compagni dell'ucciso irritatisi scagliarono 
contro dello sconosciuto Re, e lo trucidarono. A tal nuova i Pelopon- 
nesj si diedero a precipitosa fuga , e gli Ateniesi rimasero vincitori. Co- 
dro fu il diciassettesimo ed ultimo Re di Atene, regnò anni 21. V. Eli- 
sela Chronicon, libro poster, pag. 96. etc. 

(5) Intorno agli Arconti noi seguita abbiamo la Cronologia di Larcher, 
opera veramente classica. Quest'insigne autore coli' autorità de' più grandi 
scrittori, e con calcoli più esatti ha verificate , od almeno ridotte alla mas- 
sima probabilità le epoche della storia Greca. Nel che egli si servì special- 
mente dei Fasti Attici del Corsini. V. l'Erodoto da lui commentato 
toni. VII. 



DELLA GRECIA X2^ 

sua carica per 27 anni , e J ebbe dodici successori tutti della sua 
stirpe, l'ultimo de' quali fu Escliilo, che governò per s3 anni (1). 
Dopo questa dinastia gli Ateniesi sempre della loro liberta gelo- 
sissimi , vedendo che nella carica di Arconte perpetuo sussisteva 
tuttora l'immagine della monarchia , dichiararono decennale que- 
sto magistrato. Il primo Arconte decennale fu Carope figliuolo di 
Eschilo. Questi assunse la sua carica nel quarto anno della VI, 
olimpiade, 7 52 anni prima dell'era volgare. 
Arconti decennali. 

Gli Arconti decennali non furono che sette, e fra questi viene 
pure annoverato Ippomene quarto Arconte, sebbene sia stato de- 
posto dalla sua carica nel nono anno (2). 

Ma tale autorità di dicci anni sembrò pure agli Ateniesi so- 
verchia e perigliosa. Essi perciò ridussero ad un solo anno la carica 
di Arconte , ed allineile più non rimanesse nemmeno 1' ombra della 
monarchia , vollero che nove fossero gli annui Areonti. Il primo 
di essi dicevasi semplicemente 1' Arconte , oppure 1' Arconte Epo- 
nimo ; il secondo, V Arconte Re; il terzo, il Polemarco ; gli al- 
tri sei chiamavansi Tesmoteti o Legislatori. Il nome dell Arcon- 
te Eponimo è quasi sempre esattamente conservato nella cronolo- 
gia di Atene , perchè esso dava il nome all' anno. 
Arconti annui. 

Gli Arconti annui entravano nell'esercizio della loro carica col 
principio di genuajo , e perciò 1' Arcontato corrispondeva ad un 
anno qualunque del periodo Giuliano, o dell'era che precede la 
venula di Cristo (3). Il primo Arconte annuo fu Creonte , il quale 

(1) Ad Escliilo succedette nella carica d'Arconte Alcmeone, il quate 
non governò che per due anni. Nel terzo anno dell' Arcontato di Eschilo , 

cioè nell'anno 776 prima dell'era volgare, principiò l'olimpiade di Core- 
bo , così detta perchè Coreho di Elea riportato avea iu tal anno il pre- 
mio ne* giochi olimpici. Quest'olimpiade suol essere riguardata come la prima 
perchè da essa i Greci cominciarono a calcolare la loro cronologia. Da 
quest'epoca noi ancora premetteremo gli anni dell'olimpiade a quelli che 
precedettero la venuta di Cristo. 

(2) Métnoir. de l'Acadcm. des Bell. Lettres tom. XL. VI. pag. Gì. 

(3) Gli Ateniesi conservarono l'uso di cominciare l'anno col mese cor- 
rispondente al uoslro gennajo sino alla riforma del Calendario fatta da Me- 
tone , la qu.il riforma accadde nell'anno 4'iSa del periodo Giuliano, \3ì 
anni prima dell'era volgare. Da quest' epoca 1' anno Ateuiesè ebbe princi- 
pio coH'uuuo olimpico. 



ia8 DELLA GRECIA 

assunse la sua carica nell' anno quarto della XXIII. olimpiade , 
684 ann * prima dell'era volgare (i). Gli Arconti erano tratti a 
sorte: erano quindi sottoposti ad un primo esame nel senato, e 
poscia ad un secondo dinanzi al popolo. Venivano interrogati se 
per tre generazioni discendessero da cittadini Ateniesi sì del lato 
paterno , che del materno ; a quale tribù appartenessero ; se pa- 
renti fossero d' Apolline e di Giove Erceo (2) ; se avessero sempre 
rispettati i loro genitori; se combattuto avessero per la patria; se 
fossero abbastanza ricchi per sostenere con decoro la loro dignità; 
finalmente se sani fossero di corpo. I nuovi Arconti recavansi nel 
foro , od al portico regio , dove dinanzi ad una pietra sacra , ed 
a ciò destinata , giuravauo di osservare le leggi , di non ricevere 
alcun dono, di non usare parzialità ne' giudizj , e si obbligavano 
ancora d' inalzare a loro spese nel tempio di Delfo una statua 
d' oro della loro medesima grandezza se mai mancato avessero al 
giuramento. 
Iiicumbenze degli dr conti. 

Gli Arconti aveauo alcune incumbenze a tutti comuni, e ciascuno 
di essi ne aveva altre a lui solo spettanti. Apparteneva a tutto il 
magistrato il condannare alla morte i malfattori , il nominare i ma- 
gistrati minori , il vegliare sui costumi degli altri magistrati , ed il 
deporre quelli che si fossero dimostrati indegni della scelta che il 
popolo fatti ne avea. L' Arconte Eponimo avea la presidenza sugli 
altri Arconti , e dava il proprio nome all' anno, siccome avvertim- 
mo (3). La sua giurisdizione si estendeva su tutti i cittadini Atenie- 
si , sulle cause fra mariti e mogli , sulle vedove che partorito avea- 
no dopo la morte dello sposo , sui testamenti , sui legati , sulle 
doti , su gli orfani , e finalmente sui cittadini rei di ubriachezza , 
o di qualsivoglia altra brutale abitudine. Ma se accadeva , eh' egli 

(1) Mar mora Oxoniens. Epoch. XXXIII. 

(2) Tutti gli Ateniesi si vantavano di tale illustre parentela con Apolline 
e con Giove. Dalla risposta , che intorno a ciò (lavasi dall' Arconte , si 
giudicava s'egli fosse veramente Ateniese. V. Aristofane nella sua comme- 
dia degli Uccelli. A poco a poco però s' introdusse 1' uso di concedere la 
carica di Arconte anche ai nuovi cittadiui, ma colla condizione che la ma- 
dre loro fosse d' origine Ateniese. V. Fiutare. Symposiaq. lib. I. e 
Probi, lib. I. Probi. 10. e lib. X. Probi, uh. 

(3) Erccói/Uttos, da ir.Tj3-j.xXrj), super nomino. 



DELLA GRECIA. I 2Q 

medesimo sorpreso fosse nelP ubriachezza , veniva all' istante con- 
dannato alla morte. Egli aveva ancora l' inspezione di varie feste 
specialmente delle Dionisie , e de' pubblici giuochi e spettacoli. 
Teneva il suo tribunale nell'Oleum (i). 

Incumbenze dell' Arconte Re. 

L'Arconte Re risedeva sotto di un portico, che perciò dicevasi 
portico regio, e decideva le questioni fra i sacerdoti e le fami- 
glie sacre; giudicava i cittadini accusati di profanazione j avea la 
presidenza ne' misterj d' Elcusi e di Bacco ed in altre religiose 
adunanze , ed offeriva i pubblici sacrifizi , allorché trattavasi d im- 
plorare dagli Dei la prosperità dello stato. A lui apparteneva an- 
cora 1' esaminare ed il riferire all'Areopago le cause di omicidio. 
La sposa di lui chiamavasi Regina , e poteva assistere a varie fun- 
zioni del marito , a meno che non fosse stata vedova di altro 
Consorte , ed uscita non fosse da antica famiglia di Atene. Il Po- 
lemarco avea l' ispezione sugli stranieri , su tutti gli abitanti di 
Atene, i quali ottenuta ancora non avessero la cittadinanza, ed a 
lui apparteneva la presidenza negli affari di guerra (a). Oltre di 
ciò egli offeriva i sacrifizj a Marte ed a Diana Agrotera , ossia 
caccialrice. Tali sacrifizj si facevano ogni anno in onore della 
vittoria riportata a Maratona. Egli aveva pure la presidenza nei 
giuochi funebri che si celebravano in onore de' cittadini che morti 
erano per la difesa della patria, e rendeva ogni anno gli onori 
ad Armodio e ad Aristogitone , che liberata aveano Atene dalla 
tirannide d'Ipparco. Finalmente a lui apparteneva il provvedere 
che i figliuoli de' cittadini morti per la patria alimentati fossero 
a pubbliche spese (3). 

/ Tesmoteti. 

I Tesmoteti , cioè gli altri sei Arconti , udivano le accuse di 
calunnia, di corruttela e d'empietà; giudicavano le questioni fra 
i mercanti ; deferivano l' appello al popolo , e ne raccoglievano i 

(i) Odeum dal greco oxìn canto, così dicevasi una specie di teafro che 
serviva al canto ed ai concorsi della musica, siccome vedremo. 

(2) Dicevasi Hole accodo q da 7lcXeu.cc, guerra e da o/.oy<ù soprantenderc 

(3) A ciascuno dei primi tre Arconti veniva talvolta accordato un 
consigliere, specialmente allorquando taluno di essi o por l'età, o per 
mancanza di esperienza non era atto a ben amministrare la sua incom- 
benza. Tali consiglieri chiarnavansi TTfé^po/, assessori. 

Cost. Voi. I. dell' Europa 9 



l3© DELLA GRECIA 

suffragi ; avevano la direzione de' tribunali , o magistrati inferiori j 
accusavano dinanzi al popolo i cittadini che tentato avessero di 
di corrompere, od ingannare i giudici , ratificavano i trattati di 
pace , e si opponevano alle leggi , che qualche danno recar po- 
tessero al pubblico bene (i). 

I nove Arconti, dopo d'avere renduta ragione della loro con- 
dotta nel tempo dell' Arcontato , erano ammessi nell'Areopago, seb- 
bene alcuni scrittori sieuo d'avviso che tal diritto appartenesse ai 
soli Tesmoteti. Essi erano pure i soli magistrati che esenti fossero 
dalle pubbliche imposte. 

Successione costante degli Arconti Eponimi. 

La successione degli Arconti Eponimi fu costante e regolare 
ad onta delle rivoluzioni, alle quali andò soggetta Atene. Il dot- 
tissimo Corsini ne' suoi Fasti Attici ne fa una serie di ben mille e 
cento sessantanove da Creonte sino a Tea gene ; cioè sino all'olim- 
piade CCCXX , circa all' anno di Cristo 4q4 > intorno a che si 
possono altresì consultare le Greche antichità del Gronovio. Sotto 
gli Imperatori Romani molte altre città della Grecia ebbero per 
supremi loro magistrati due Arconti , i quali incaricati erano delle 
medesime incumbenze , che proprie furono de' Decemviri nelle 
colonie e ne' municipi (2). E da notarsi ancora che varj Impera- 
tori Romani si appropriarono talvolta il titolo di Arconti Ateniesi, 
siccome può vedersi negli anzidetti Fasti , nel Gronovio ed in altri 
scrittori. 

Distintivo degli Arconti. 

II particolare distintivo degli Arconti era una corona di mirto, 
<o di alloro che loro cingeva la fronte (3): Chiunque avesse ardito 

(;) Il vocabolo etff/jS itoci deriva da 6iij.cz, legge e TlQ'/ìflt porre. 

(2) Nelle auliche medaglie si vedono laUolta anche le femmine col 
nome di Arconti. Alcuni autori del basso impero hanno pur dato il nome 
di Arconte a diversi uffiziali sì laici che ecclesiastici, e talvolta ai vescovi 
e più spesso ai grandi della corte degl'imperatori di Costantinopoli. Cosi 
dicevasi Arconte degli Arconti, o grand' Arconte , il primo personaggio 
dello stato dopo 1' Imperatore ; Arconte delle Chiese, Arconte del Van- 
gelo , un arcivescovo, un vescovo} Arconte delle mura, il soprantendente 
delle fortificazioni ee> ec. 

(3; V. Meurs. in Thesaur. Antiq. Graec. t. IV. col. 11 59, et alibi. 
Finora però non ci venne fatto di ritrovare ne' monumenti alcun Arconte 
fregiato di tal corona, 



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DELLA GRECIA l3l 

dì offendere un Arconte coronato , veniva a pene ignominiose sot- 
tomesso , come se reo fosse di avere la patria stessa insultata. Le 
pitture de' vasi antichi del Cavaliere Hamilton ci somministrano 
due monumenti , ne' quali l' illustre commentatore di quell' opera 
insigne ha creduto di ravvisai^ alcuni degli Arconti nell' esercizio 
del loro magistrato (1). La figura num. i Tavola 20, col ba- 
stone ritorto rappresenta l'Arconte Eponimo , che fa 1' opportuno 
esame ad un giovane , il quale aveva forse chiesto di essere inir 
zàato al sacerdozio. Ciò sembra doversi congetturare dall' ara , che 
vi si vede delineata simile ad una colonna , e tale era 1' altare che 
nel foro di Atene sorgeva destinato a siffatte funzioni» 
Distintivo dell' Eponimo e dell' Arconte Re. 

Il bastone ritorto era appunto il distintivo dell' Eponimo , sic- 
come il bastone diritto lo era degli altri Arconti. Al giudizio as- 
siste pure l'Arconte Re , perchè a lui specialmente spettava la co- 
gnizione delle cose al culto relative. U num. 2 rappresenta pro- 
babilmente un Arconte Re fra due suoi aggiunti, od assessori (2). 
L'Arconte tiene nell' una mano il solito bastone , che a tutti i 
giudici era pur comune (3). La persona, ossia l'aggiunto che sta 
parlando col braccio nudo , denota 1' uso di chi arringava (4). Noi 
ritrovati abbiamo questi due soli monumenti intorno ai distintivi 
non degli Arconti soltanto, ma di tutti i giudici ancora, e questi 

(1) Questi due monumenti son tra» ti chlla prima edizione Fiorentina 
1800 ec. , e noi abbiamo creduto bene di riportarli interi, affinchè medio 
se ne vegga e la composizione e la relativa azione delle varie figure. 

(2) Nel tempo delle sacre funzioni 1' Arconte Re era assistilo da due 
aggiunti scelti da lui medesimo. Ma questi prima di essere eletti a tale uffi- 
cio dovevano sottoporsi allo scrutinio nel senato de'5oo, ed all'esame di 
un giudice a ciò destinato. V. Poli. lib. Vili. sez. 92. 

(3) Poli. lib. Vili. sez. 16. Nell'Etimologico leggiamo che il bastone 
diritto usavasi da coloro che erano in preminenza e dai giudici; in Atene 
erano perciò notate, come segni di un animo altiero, e di chi affettava 
di comparir superiore agli altri, queste tre cose il camminare in fretta Ì U 
parlare a voce alta, ed il portare il bastone. V. Demost. ad\-ers. Pan- 
laenet. ed il Casaubono, Teofraslo Cliar. cap. 7. delle forme ed usi diver- 
si de' bastoni. 

(4) Prassagora in una commedia d'Aristofane alle donne, le quali 
andavano alla sua scuola, suggerisce che iu questo costume ancora imitino 
gli oratori. Aristof. Prassagora t vers. 267. 



x32 DELLA GRECIA 

soli presentiamo ai nostri leggitori, non volendo noi seguire l'è* 
sempio dello Spallali, e di altri col dare monumenti o non auten- 
tici , o presi dal costume Romano , e stoltamente applicati a catello 
de' Greci. 

Antica giurisprudenza dei Greci. 

Noi fin qui veduti abbiamo i principali magistrati di Atene , 
i quali stati erano instituiti in varie epoche, prima ancora che 
quella famosa città avesse un codice di leggi scritte. Tali magi- 
strati perciò non ebbero per lungo tempo altri principj di giuri- 
sprudenza che la propria saggezza e le poche leggi tramandate 
da' maggiori , e che si erano conservate per mezzo o della con- 
suetudine , o della tradizione. E cosa anzi notissima che gli anti- 
chi legislatori della Grecia si servirono del canto per meglio im- 
primere le loro leggi nella mente dei popoli , e per tramandarle 
più facilmente alla posterità. Laonde riluix, chiamavansi dai Greci 
le leggi egualmente che le canzoni (i). Sembra pertanto che gli 
Ateniesi sieno a Dracone debitori del primo corpo di leggi scritte (2). 
Questo popolo incostante e leggiero ci' indole , geloso sommamente 
del potere , che egli stesso dato avea a' suoi magistrati, non distratto 
da alcuna guerra , ristretto ne'confini di un piccolo territorio già da 
lungo tempo alimentava i semi della discordia. Coli' ampliarsi delle 
cognizioni ampliati pur si erano i vizj e i bisogni. Atene insomma 
vedendosi esposta alle più gravi sciagure e ad un'imminente ri- 
voluzione conobbe finalmente la necessità di confidare per qualche 
tempo il sommo potere ad un solo uomo , che per la sua saggeJK 
za atto fosse a darle un corpo di leggi opportuue all'uopo e tali 
che servir dovessero di codice inviolabile e sacro. 

Dracone. 

Quest' uomo fu appunto Dracone , il sessantesimo degli attimi 
Arconti (3). Egli pubblicò le sue leggi nell' anno quarto della 
XXXVIII. olimpiade. 

(1) Graecarum quippe urbiuni mullae ad lyram leges , decretaqee pu- 
liteci recitabant. Martian. Capella de Nupt. Phdolog. eie. 

(2) Noi non vogliamo eoa ciò negare che gli Ateniesi non abbiano avute 
anche prima di Dracone alcune leggi scritte. Demostene (in Neaeram) parla 
di una legge di Teseo scolpita sopra una colonna di pietra. Noi afl'ermiamo 
soltanto ch'essi prima di Dracone non ebbero un corpo, ossia un codice , 
una collezione di leggi scritte. 

(3) Clement. Alcxandr. Stromat. lib. I. pag. 366. 



DELLA GRECIA 1 33 

Severità delle leggi di Draconc. 

Ma le leggi di Dracone erano si severe , che la più piccola 
mancanza veniva punita colla morte. Laonde Demade ebbe a dhe 
ch'esse state erano scritte col sangue. Un uomo convinto di "vi- 
vere nell'ozio , o di avere rubati alcuni legumi era reputato reo 
al pari di un assassino , o del più grande scellerato* Tali leggi 
Oon poteano avere che la sorte delle cose violente, esse non du- 
rarono che ventisei anni (i). Gli Ateniesi senza .dichiarare l'abo- 
lizione di siffatte leggi , delle quali sdegnavano il giogo , sì die- 
dero in preda alla più sfrenata licenza. 
Cilone. 

Cilone uno de' più ragguardevoli cittadini , e che gran fama 
acquistata erasi col premio riportato pel doppio stadio ne' giuochi 
olimpici , tentò di usurpare il sovrano potere. La fuga lo sot- 
trasse al supplizio , ma i suoi fautori trucidati vennero con sacri- 
lego tradimento. Dopo di ciò tutta la città fu immersa in ogni 
sorta di sconvolgimento. A tante sciagure s' aggiunse la perdita di 
Nisea e di Salamina cadute in potere de' Megaresi. La peste , cosi 
pateticamente descritta da Lucrezio nel sesto libro de rerum na~ 
tura , recò l' ultima desolazione ad Atene. 
Epimenide* 

I miseri cittadini chiamarono in loro soccorso l'indovino Epi- 
menide di Creta , che coli' arte sua aveva saputo imporre a tutta 
la Grecia. Questi purificò la città , e vi ristabili la calma (s). 
Ma dopo la partenza di lui le fazioni si riaccesero con un ardore 
ancor più violento , ed Atene si vide ben tosto ridotta nuovamente 
a quegli estremi, ne' quali è d'uopo che una città o perisca o si 
abbandoni alla saggezza ed al provvedimento di un uomo solo. 
Solone già noto per la dolcezza del suo carattere , per la sua 
eloquenza e per la felice impresa , colla quale liberata avea Sa- 

(i) La morte di Dracone fa tragica e gloriosa. Un giorno ch'Egli ap- 
parve sul teatro vi fu accollo colle più grandi acclamazioni. Gli spettatori 
per dargli prova dell'amore e rispetto loro gli gettarono da ogni parte una 
quantità di vesti sì grande , che sotto di esse rimase soffocato. 

(2) Intorno a questo famoso indovino leggasi Erodoto , Thevsich. lih. V. 
parag. LXXI. ediz. di Larcher. Egli dedicò in quest' occasione alcune are 
agli Dii sconosciuti, le quali si conservavano sino a' tempi di s. Paolo, ed 
a quest'Apostolo diedero occasione di fare Y eloquente discorso, di cui 
parlasi negli atti degli Apostoli. 



I 34 CELLA GRECIA 

lamina dalla usurpazione de'Megaresi, fu eletto a comuni voti le- 
gislatore e sovrano. Ma egli accettare non volle che la sola carica 
di Arconte (i). 

Solone e sua costituzione. * 

Solone cominciò la sua riforma dall' abolire le legsri di Draco- 
ne . delle quali non conservò che quelle spettanti all' omicidio : 
e siccome la troppa disparità dell' eccessiva ricchezza di alcuni 
cittadini , e 1' estrema povertà degli altri state erano le principali 
sorgenti delle turbolenze ; cosi procedendo coli' esempio fece assol- 
vere l' infinito numero dei debitori e donare la libertà agli schia- 
vi. Egli diede ad Atene una costituzione democratica : divise il po- 
polo in quattro classi. 

Divisione del popolo in quattro classi. 

Le prime tre comprendevano i ricchi , ai quali soli riserbò le 
cariche e le dignità : Queste tre classi divise furono secondo la 
proporzione delle ricchezze (2). Nella quarta classe erano compresi 
i mercenarj e gli artigiani. Sebbene i cittadini di quest' ultima 
classe non fossero ammessi alle cariche dello stato , essi aveano 
nondimeno il diritto di dare il loro voto nelle generali assemblee; 
diritto , che rese ben tosto il popolo arbitro assoluto nelle pubbli- 
che deliberazioni. 

Areopago ristabilito. 

Solone ristabilì l' autorità dell' Areopago , e determinò le di- 
scipline del Senato, delle quali già parlato abbiamo. Commise al- 
l'Areopago di vegliare sull'educazione de' fanciulli , e volle che 
questi ammaestrati fossero nelle scienze speculative , affinchè avvez- 
zati per tempo ad esercitare lo spirito potessero poi in più matu- 
ra età attendere allo studio della storia , della politica e delle leg- 
gi. Egli assecondando il gusto degli Ateniesi pe' divertimenti si 

(1) Neil* anno secondo dell'olimpiade XLVL , 5y4 anni prima dell'era 
volgare. V. Plutarch. in Solone, e Diog. Laert. lib. I. , segro. 62. Solone 
fu il novantesimo Arconte annuo. 

(2) La prima classe comprendeva i ricchi» la cui annua entrata era di 
cinquecento misure sì di grano che di altre produzioni ; nella seconda erano 
quelli che aveano di rendita trecento misure , e che in tempo di guerra 
mantener potevano un cavallo a loro spese ; nella terza quegli altri , i 
quali non ne aveano che dugento. V. Aristolil. Polilic. lib. IL cap, 
XII. e Plut. in Solon. 



DELL A GRECIA I 35 

servì degli stessi pubblici spettacoli per promuovere là comune' 
istruzione , facendo in essi- rappresentare le funeste conseguenze 

della dissensione e di tutti i vizj che si oppongono al pubblico 
bene. Da qiiell' epoca si videro sui teatri d'Atene esposti gli esem- 
pi e le virtù de' grandi uomini , egualmente che i vizj e le basse 
passioni del popolo e de' magistrati. Solone inoltre stabilì una giu- 
sta proporzione tra i delitti e le pene , ma non decretò alcun ga- 
stigo contro i parricidi , persuaso che la natura produrre non po- 
tesse siffatti mostri. Poche leggi ancora furono da lui stabilite in- 
torno alla religione j poiché gli Ateniesi erano da se stessi severis- 
simi in tutto ciò che il culto risguardava. 

Legge contro gli oziosi. 

Egli conservò la legge di Dracone contro gli oziosi , ma ne ri- 
dusse la pena alla infamia , ed a questa legge aggiunse ancora sul- 
l' esempio delle leggi Egiziane l'ottima istituzione, per la quale 
ciascuno era obbligato a denunziare ogni anno ad un pubblico ma- 
gistrato i mezzi del suo mantenimento. Se tali mezzi non erano 
Onesti j il cittadino veniva per la prima volta condannato all'am- 
menda di cento dramme (i); e se contravveniva per tre volte, era 
soggetto alla pena dell' infamiai 

Legge relativa alle fazionii 

Ma fra le leggi di Solone vuol essere spec'almente rammenta- 
ta quella che da lui risguardavasi come il palladio del suo edifi- 
zio politico, e che era Con questi termini concepita, ce Se il popo- 
lo per ispirilo di fazione si divide in due parti, in guisa che 1' una 
e l' altra prendano le armi , e se in questa circostanza ci ha un 
cittadino che non si decida pei* alcuna delle dtie parti è che con 
tale sua indifferenza procuri di sottrarsi alle calamità della pa- 
tria, costui sarà condannato all' esilio perpetuo ed alla confisca dì 
tutti i suoi beni «. Questa legge fu giustificata dall'esperienza dei 
secoli. Imperocché coloro , che nelle politiche rivoluzioni o per ti- 
more o per indifferenza astenendosi dall' abbracciare l' una delle 
parti rimasti erano freddi, e tranquilli spettatori $ ebbero poi a 
pentirsi , ma troppo tardi } dell' indolenza loro , allorché videro il 
governo rovesciato , e la fazione vincitrice imprimere Stilla loro 
fronte 1' anatema della proscrizione e della morte (2); 

(1) go lire italiane. 

(2) Anquetil , Précis de 1' Histoire tmiv; toso. I. pag. 4°8i 



t'òS DELLA GRECIA 

Leggi di Solone come scritte. 

Noi abbiamo qui accennate soltanto alcune delle più saggie in- 
Stituzioni di Soloue , giacché a noi non si appartiene 1' enumerar- 
lo tutte (i). Esse furono scritte sopra cilindri di legno incastrati 
in un telajo, in guisa che potessero facilmente aggirarsi. Questi 
cilindri vennero da principio collocati neh" Acropoli, ossia nella 
rocca , che era in Atene il luogo più forte , e poi trasportati fu- 
rono nel Pritaneo , a fine che ogni cittadino potesse a suo bell'a- 
gio consultarne le leggi. Plutarco attesta che a' tempi suoi sussi- 
stevano tuttavia alcuni di questi siffatti cilindri. 

Politico viaggio di Soloue. 

Gli Ateniesi giurarono solennemente che per dieci anni intro- 
dotto non avrebbero cangiamento alcuno nelle leggi di Solone. Ma 
l'avveduto legislatore ben conoscendo la leggerezza e l' incostanza 
de' suoi concittadini intraprese un viaggio col pretesto d'istruirsi 
nelle varie costumanze de' popoli stranieri , ed in particolare degli 
Egiziani, ma realmente per sottrarsi al pericolo di dovere nelle 
sue leggi introdurre alcun cangiamento (2). Dopo dieci anni egli 
fu di ritorno , ma non più volendo immischiarsi negli affari del 
governo stabilì la sua dimora sul colle di Marte , ed ivi si conten- 
tò di presedere all' Areopago. 

Saviezza delle sue leggi. 

Sapientissime furono le leggi di Solone , e tali che formarono 

(1) Fra le civili leggi di Solone meritano di essere accennate le seguen- 
ti. Una ricca erede, che nel matrimonio si trovasse ingannala per un 
qualche difetto naturale ed antico dello sposo; poteva unirsi al più stretto 
parente del marito medesimo. Tutte le ingiurie contro gli estinti erano 
vietate. Per promovere l'industria e le manifatture, e per supplire alla 
strettezza del territorio dell'Attica, Solone prescrisse che quel figliuolo, 
il quale non era dal padre istruito in qualche mesìiero, non fosse obbligato 
a soccorrere il padre stesso , quando questi si trovasse in bisogno. L'adul- 
tero colto sul fatto poteva essere impunemente ucciso, ed all'adultera era 
vietato l'ornarsi ed il comparire ne' pubblici sacrifizj. L' emissione delle 
produzioni della terra , trattone l'olio, era proibita. Al tutore non era per- 
messo di vivere nella medesima casa colla moglie del pupillo. Il soldato vile 
e codardo era escluso dai pubblici luoghi come infame. Le private ingiurie 
erano reputate un' offesa contro tutta la società. Ogni Ateniese poteva 
chiamare in giudizio qualunque cittadino che offeso avesse altrui. V. An- 
quetil. loc. cit. e Robertson Hist. of Greece. etc. 
(2) Hercd. voi I. Clio. lib. I. parag. XXIX. 



DELLA. GRECIA I 3^ 

poi la base anche dalla romana giurisprudenza. Sembrava perciò 
ch'esse corroborate dall'Areopago e dal senato togliere dovessero 
ad Atene ogni pericolo di agitazioni e di nuove turbolenze. Impe- 
rocché Solone commesso aveva all' Areopago di mantenere l' inte- 
grità della costituzione e di raffrenare l'ambizione dei ricchi, ::1 
senato poi di provvedere che la licenza del popolo non divenisse 
perigliosa ed eccessiva. Eppure Atene fu soggetta più che mai a 
funeste e crudeli discordie. 
Carattere degli ^ateniesi. 

Di siflati irreparabili mali sogliono i polìtici attribuire la causa 
primieramente all' indole degli stessi Ateniesi gelosi di una mal in- 
tesa libertà , amanti del lusso e dei piaceri , e facili a lasciarsi cor- 
rompere e dominare dai cittadini ambiziosi; ed in secondo luogo 
alla licenza ed all'eccessiva autorità del popolo, il quale nelle sue 
deliberazioni spesso rigettava le più provvide proposte del senato. 
Laonde Anacarsi un giorno così ebbe a dire allo stesso Solone: 
Io mi maraviglio come presso di voi non abbiano i savj che il 
diritto di proporre, e che quello di decidere riserbato sia ai paz- 
zi (i). « A queste cause aggiungersi debbono ancora le fazioni 
che di leggieri dominavano nel senato per il soverchio numero dei 
membri, onde questo magistrato era composto. " L' esperienza , 
dice Goguet , ci ha sempre dimostrato , che le teste degli uomini 
più grandi s' impiccoliscono , per così dire , quando sono insieme 
raccolte, e che ne' luoghi ove ritrovasi un maggior numero di 
savj, v' è meno saviezza (2). " Laonde Solone stesso ebbe a dire 
eh' egli si lusingava di aver date agli Ateniesi non le migliori leg- 

(1) Intorno ai difetti del governo di Atene si leggano Goguel. Part. 
III. lib. I. cap. V. art. I. etc. e De Réal, Science du Gouvern. pag. 226. 
Montesquieu parlando del carattere degli Ateniesi e degli Spartani così si 
esprime. » Gli Ateniesi dimostravano un certo brio in ogni all'are, una fred- 
dura , un bel motto piacevano loro sulla bigoncia egualmente che sul tea- 
tro. Il carattere de' Lacedemoni era grave, serio, avido, taciturno. Non 
si sarebbe ottenuto di più da un Ateniese coli' annoiarlo, che da uno Spar- 
tano col divertirlo ». Il carattere degli Ateniesi può vedersi maravigliosa- 
mente dipinto anche da Teofrasto , di cui molto si giovò al medesimo og- 
getto Barthelemy nel Viaggio di Anacarsi il giovine. 

(2) Aristofane (Equit. act. 2.) rappresenta il popolo d'Atene sotto l'im- 
magine di un vecchio pienissimo di senno nella propria casa, ma imbecil- 
le e fanciullo nelle pubbliche assemblee. 



1 38 DELLA GRECIA 

gì possibili , ma bensì quelle eh' essi atti fossero a meglio sop- 
portare. 

Emolumento de' Magistrati Ateniesi* 

Fa certamente maraviglia il vedere il gran numero degli Atenie- 
si che impiegati erano nella pubblica amministrazione. Tutti i ma- 
gistrati ricevevano gli emolumenti dal pubblico tesoro , ma tali 
emolumenti erano sì tenui, che un giudice non poteva con essi 
provvedere nemmeno alla propria decenza (i). Convien dire per- 
ciò che i Magistrati traessero da altre sorgenti il proprio manteni- 
mento. 

Entrate de' cittadini. 

Nulla di certo si potrebbe pur affermare intorno ai fonti delle 
ricchezze delle prime tre classi dei cittadini. Ben poco trarsi po- 
teva dall'agricoltura, giacché il suolo dell'Attica era così ristretto 
ed ingrato, che non sempre dava sufficienti derrate pei più neces- 
sari bisogni. Pare adunque che le rendite di Atene provenissero , 
primo dalle produzioni del territorio dell' Attica cioè dalla vendita 
dei boschi e dall'argento delle minière: secondo (2) dalle multe e 

fi) La mercede di un giudice per una sentenza essere soleva di tre 
&!>uli, che corrispondono a Ire soldi della moneta italiana. V. Luciano 
Dicastevia e Sigonio De Rep. A thcii. , Larcher ed altri. Varj e grandi one- 
ri e ricompense di altro genere si accordavano bensì ai cittadini beneme- 
riti. Tali erano i seguenti: Ilp&à&QpfàC, , il privilegio di sedere nei primi 
e più distinti luoghi, ne'publdici spettacoli enei conviti) EfJtWy, il premio, 
col quale veniva ad un cittadino inalzata una statua ne' pubblici luoghi ; 
-i.Tc!pavo£ le corone, le quali erano decretate o dal popolo, o dal senato, 
o dalle tribù; AxO.eioc, l'immunità dai pubblici aggravj, che però accor- 
davasi rarissime volte; J.CVICC, da ffftcg frumento, gli alimenti, coi quali 
i cittadini benemeriti erano mantenuti nel Pritaneo. V Potter, loc. sup. cit. 

(2) Le principali pene degli Ateniesi non solo, ma degli altri Greci 
ancora possono ridursi alle seguenti; Zonata, la pena pecuniaria; Aziy.tx 
V infamia, o 1' ignominia, per la quale il reo veniva spoglialo d'ogni diritto di 
libero cittadino; Aoulèioc, la servitù, per la quale il reo era ridotto alla 
condizione di schiavo; Zt iy [J.oìX ce, pena riservala ai soli schiavi ed a i più 
scellerati cittadini, colla quale per mezzo di un ferro rovente s'imprime- 
vano alcuni caratteri su quella parte del corpo, con cui erasi specialmente 
peccato; ZfyjXjj colonna, specie di berlina, perchè si scriveva il delitto 
su di una colonna, presso la quale il reo veniva esposto alla pubblica de- 
risione; Asvu-cq, la pena della carcere, o delle catene; Kvswv, il collare 



DELLA GRECIA x ^9 

dalle confische che s'imponevano dai tribunali di giustizia: terzo 
dal commercio specialmente delle manifatture : quarto dalle tasse 
straordinarie ne' tempi di maggior bisogno: quinto finalmente dai 
bottini della guerra e dalle contribuzioni dei popoli vinti , o con- 
federati. Quest'ultima sorgente delle ricchezze d'Atene fu ad un 
tempo la causa, per la quale la repubblica trovavasi quasi sempre 
m guerra (i). 
Grave difetto nella costituzione di Solone. 

Solone stesso non prescrisse alcuna legge uè intorno alla giusti- 
aia , che usar deesi verso i popoli stranieri, né intorno ai motivi, 
che proibire debbono , o rendere lecita la guerra. Ed ecco un al- 
tra delle cause che rendevano vacillante la costituzione di Atene. Im- 
perocché i capitani , che una gloria grande procacciata eransi colle 
militari spedizioni , potevano di leggieri usurpare 1' autorità supre- 
ma. Il che tanto più facile diveniva in Atene , quanto che il po- 
polo lieve ed incostante si lasciava agevolmente abbagliare dall elo- 
di legno, cosi detto da y.VTZTU> incurvo, perche teneva incurvato il capo 
del reo; UocV7iy.XTrn, specie di macchina rotonda, nella quale veniva stret- 
to il collo del reo in guisa che le mani giungere non potessero alla boc- 
ca, XcéVj;, il ceppo, Col quale si serravano i piedi o le cosce del reo, 
Savi'?, altra specie di berlina, perla quale il reo veniva legato nudo ad un 
legno; $uv - /}, l'esilio perpetuo, col quale il reo -veniva bandito per sempre, 
ed i beni di lui erano confiscali; Qàva~og, la morte, e veniva data nelle 
seguenti maniere; ÌZfyog, quando al reo era tagliata la testa, lipo'/og, n 
laccio, quando il reo veniva appiccalo, specie di morte la più intame, che 
da vasi coli' appendere il reo ad una colonna od alla forca, come si usa 
presso di noi ,■ costarne: antichissimo , siccome può vedersi in Omero, Ouj'ss. 
lib. XXII. v. 465; ®<xc[LXKQV, il veleno, che davasi specialmente colla 
cicuta ; Kp;uvcs, il precipizio, da cui gettavasi il reo; 'Svp.'KCiyot, o zu- 
TtocTxle percosse, il bastone , con cui il reo veniva battuto sino alla morto; 
HtTOMpog, la croce, della quale fa menzione Tucidide nel libro primo; era 
questa formata con due legni posti trasversalmente e reppresentanti la lette- 
ra T siccome vuole Luciano: il reo vi era conficcato con chiodi, nelle 
mani lungo il legno orizzontale, e nei piedi lungo il \erticale; BaoaQocv, 
una fossa nella quale veniva gettalo il reo ; At9c|3c).£X la lapidazione , 
comune ed antichissimo supplizio , come può vedersi in Omero , Iliaci, lib. 
III. v. 57. V. Potter, Archaeol. Gr. lib. I. e. 25. 

(1) Nel tempo d'Aristide le contribuzioni damano 4°"o talenti: Pericle 
le aumentò di un terzo, e finalmente ascesero a i3oo talenti. V. Robert- 
son loc. cit. 



IZjO DELLA GRECIA 

qucnza , dal fasto e talvolta dai più puerili strattagemmi. Non dee 
perciò farci maraviglia che , dettate appena le leggi di Solone , ca- 
duta sia Atene sotto la tirannide di Pisistrato (1). Questi lasciò il 
supremo potere in retaggio ai due suoi figliuoli Ipparco ed Ippia. 
Nuove fazioni. 

II primo fu ucciso da Aristogitone e da Armodio , i optali per- 
ciò meritaronsi divini onori, siccome accennato abbiamo. Ippia ven- 
dicò crudelmente la morte del fratello: gli Ateniesi stanchi del 
giogo di lui lo discacciarono, e fecero giuramento di eterno odio 
contro di esso, e contro di tutti i discendenti di Pisistrato. Ma le 
fazioni risorsero ben tosto. 
Riforma di Clistene. 

Imperocché Clistene ed Isagora ambedue potenti cittadini ago* 
gnarono la suprema autorità , il primo fingendo di favorire la 
democrazia, e l'altro F aristocratico governo. Clistene ricco e pro- 
tetto dal popolo trionfò del suo rivale: divise in dieci lo quattro 
tribù (i), cangiò i nomi ch'esse aveano dai figliuoli di Jone, cibò 
di Geleone, d' Egicore, d' Argacle , e di Ople , ed altri ne tras- 
se dagli croi dell'Attica, ed anche dall'eroe Ajace, che volle pur 
comprendere, perchè stato era vicino ed alleato degli Ateniesi (3). 
Ostracismo. 

Clistene introdusse 1' ostracismo apparentemente come un 
mezzo , col quale impedire che i cittadini ambiziosi aspirassero al 
supremo potere , ma in realtà per liberare sé stesso dai potenti 
rivali (4). Ma di Clistene appunto accadde ciò che di altri isti- 

(i) Solone morì nell'esilio da lui scelto volontariamente dopo 1' usur- 
pazione di Pisistrato, ed ebbe da Atene l'onore delle statue. Pisistrato 
mori , dopo il suo secondo esilio nell'anno 528 prima dell' era volgare. I 
Pisistratidi regnarono 35 anni secondo Aristotele, e 36 secondo Erodoto. 
V. Larcher. 

(2) Clistene con quest'aumento delle tribù recò grave danno alla co- 
stituzione di Atene. Imperoccbè egli ^ammise al rango dei cittadini una 
moltitudine di stranieri, di fuggitivi e di sebiavi ancora. V. Gillies Hist. of 
Greece, voi. I. pag. t\(ì!\. 

(3) Herod. Terpsic. lib. V. parag. LXVI. La divisione del popolo di 
Atene in dieci tribù accadde nell'anno 4 della LXVII. olimpiade, 5og 
anni circa prima dell'era volgare. 

(4) Coli' attribuire a Clistene l'istituzione dell'ostracismo noi attenuti 
ci siamo all' opinione di Ebano » seguita anebe da Robertson e da altri. 



DELLA GRECIA 1^1 

tutori delle pene civili ci racconta la storia essere sovente avvenuto. 
Perciocché egli stesso fu il primo condannato all'ostracismo (i). 
Con questa pena adunque i cittadini , che pel loro troppo potere 
divenuti erano alla patria pericolosi, erano condannati ad un esilio 
di dieci anni ; esilio al quale annessa non era né l'ignominia, né 
la confìsca dei beni. Ogni cittadino scriveva su di una tavoletta 
di terra cotta il nome di colui che voleva condannato. Siccome 
tali tavolette fatte erano a foggia di nicchio, o conchiglia, così 
fu detta éarpacKt(J^LÓv la formola stessa della condanna da cgrpcc/.òv 
testula , tavoletta, o da oqzeóv osso. Le tavolette si ponevano in uà 
vaso, od in un'urna, e si decideva sulla pluralità dei voti. Affin- 
chè l'ostracismo avesse il suo pieno vigore, richiedevasi , primo, 
che 1' assemblea non fosse composta di meno di sei mila cittadini; 
secondo , che i votanti avessero non meno di LX. anni di età. Lo 
stipendio de' votanti era di tre oboli , ossia di mezza dramma. 
Tristi conseguenze dell 1 ostracismo. 

Questa istituzione, il cui scopo sembrava essere quello di 
provvedere saggiamente alla libertà di Atene , divenne anzi ben 
tosto un mezzo, col quale il popolo e gli stessi privati e potenti 
cittadini soddisfar potessero all'invidia ed alla gelosia contro de- 
gli uomini sommamente della patria benemeriti. In questa guisa 
scacciati furono dall'Attica e Aristide pel solo delitto di avere il 
soprannome di giusto , e Temistocle per la troppa gloria che pro- 
cacciata erasi colle armi. Ma finalmente l'ostracismo, ch'essere noa 
dovea che un onorevole bando pei cittadini illustri e benemeriti , 
venne avvilito colla condanna di Iperbolo uomo plebeo, abbietto 
e spregevole. Costui dallo stato di mercante di campane asceso 
era coli' audace e popolare sua eloquenza all' autorità suprema. 

Non ignoriamo essere in ciò diverse le opinioni degli scrittori. Diodoro 
Siculo dice, che l'ostracismo venne istituito dopo che discacciati furono 
da Alene i Pisislratidi. Plutarco scrive , che il primo ad essere condannato 
all'ostracismo fu Ipparco Colargense cognato d'Ippia. Eraclide de Repub. 
ne fa inventore lo stesso Ippia figliuolo di Pisistrato. Fozio lo deriva da 
Achille figliuolo di Lisone, Suida ed Eusebio ne traggono V origine sino da 
Teseo. Sembra però certissima cosa che l'ostracismo preso nel senso suo 
proprio non trovisi rammentato che dopo la riforma di distene. V. Meurs. 
Altic lection. lib. V. cap. |i8. Gillies, Hist. of Greece , pare d'avviso che 
1* ostracismo sia stato stabilito in due epoche diverse. 
(i) Adianus lib. XIII. Far. Histor. cap. 24. 



1^1 DELLA GRECIA 

^Abolizione dell' ostracismo. 

Divenuto cosi un turbolento ed ambizioso demagogo si attrasse 
ben tosto l' odio ed il disprezzo di tutti gli Ateniesi. Tale è soven- 
te la sorte delle repubbliche democratiche, di venire cioè go\ or- 
nate da uomini vili , i quali non altro merito hanno fuorché entello 
di una colpevole audacia. Egli fu dunque condannato coli' ostraci- 
smo (i)j ma gli Ateniesi si reputarono a tanta inlamia la condan- 
na di Iperbolo , che vollero per sempre abolito l'ostracismo. Tu- 
cidide ha con poche parole dipinto Iperbolo , e ad un tempo il 
secolo in cui questi viveva (2). « Iperbolo di Atene, dice egli, 
uomo perverso , era stato bandito colla voce dell' ostracismo , non 
perchè la potenza , od il merito di lui fossero molto da temersi, 
ma perchè tutte le cose corrotte erano nella repubblica (3) ". Do- 
po l'espulsione d' Iperbolo la repubblica di Atene venne per quat- 
tro mesi governata da un consiglio di quattrocento cittadini, detti 

pei'clò T;T0a/.27i;£ (j)- 

untene sotto i Lacedemoni. 

Ma , appena ristabilite le costituzioni , Atene fu soggetta ad un 
nuovo e crudele sconvolgimento per la conquista , che di essa fe- 
cero i Lacedemoni nella primavera dell' anno quarto dell' olimpia- 
de XCIII. 4° 4 anni P 1 *i n i a dell'era volgare, essendo Arconte Ales- 
sia ^ colla quale conquista ebbe fine la famosa guerra del Pelopon- 
neso. In quest' epoca vennero da Lisandro , duce degli Spartani , 
stabiliti in Atene trenta magistrati notissimi sotto il titolo dei trenta 
tiranni. Ma, scorsi appena otto mesi, questa tirannide venne distrutta 
dal valoroso Trasibulo. Il governo democratico fu ristabilito Li 
Atene , e F amnistia riunì tutti i cittadini. L' ambizione però e la 
gelosia non verniero mai meno in Atene. I capitani e gli oratori 
si disputarono a vicenda il supremo potere , ma né agli uni né 
agli altri fu dato di salvare la città dalla prepotente forza del 
Macedone conquistatore. 

(1) Ciò accadde nell'anno primo dell' olirà. XCII. $12 anni prima del- 
l' era volgare. 

(2) Thucydid. lib. Vili parag. 73. 

(3J Non la sola Atene faceva uso dell' ostracismo , ma tutte le città 
di democratico governo adottato lo aveano, siccome può vedersi in Ari- 
stotile ( Pohtic. lib- III. cap. i3 .). L'ostracismo di l'atto fu in vigore anche 
presso gli Argivi, i Milesj ed i Megaresi. 

(4) Diodor. Sicul. lib. $111. parag. 3£. et Harpocrat. voc. TsTptZKOaiU. 



DELLA. GRECIA. ifò 

Sotto i Romani. 

Dopo la lega Acliea gli Ateniesi respirarono ancora qualche 
aura di libertà ; ma quale ostacolo potevano mai essi opporre alla 
politica ed alla forza de' Romani , che ornai tutto iugojavano il 
mondo ? Dei prodi capitani , che tante volte salvato aveano 1' Atti- 
ca e la Grecia tutta , più non rimanevano che i nomi. Siila strinse 
Atene con durissimo assedio. Indarno gli Ateniesi per mezzo de 'lo- 
ro declamatori tentarono di commovere l'animo del Generale Ro- 
mano. L' eloquenza de' Sofisti era stata sostituita alla facondia dei 
Perieli e dei Demosteni. Costoro parlarono di Teseo , dei grandi 
uomini di Atene e delle antiche loro imprese contro de'Persiani , 
e non fecero pure un cenno sulle circostanze dell'ambasceria, ce 
Conservate, rispose Siila, per voi stessi questi fiori della Rettorica. 
La repubblica non mi ha spedito per ascoltare le vostre antiche 
prodezze, ma per punire la vostra ribellione '-. Gli Ateniesi sca- 
gliarono contro Siila mille motteggi, satire ed insolenti libelli, 
unico retaggio che loro rimaneva dei maggiori. La vendetta dei 
Romani fu tremenda : essi trucidarono persino le femmine ed i 
fanciulli. Atene sotto gì' imperatori Romani vide talvolta spuntare 
nel suo cielo una "lusinghiera aurora, che sembrava dovere su di 
essa ricondurre 1' antico splendore , ma questa non fu che passeg- 
giera ed apparente. 

A taluno de' nostri leggitori sembrerà che troppo ci siamo for- 
se diffusi nel parlare del governo di Atene. Ma noi vorremmo 
eh' essi ponessero mente a quelle parole di Marco Tullio : Adsunt 
uithenienseSy unde humanitas , doctrina, religio ,fruges _, j ura, 
leges ortae, atque in omnes ter ras distribatae putantur (i). 
Atene per tanto fu sempre reputata come la più famosa città della 
Grecia sì pel genio de' suoi abitanti , che per 1' altissimo grado di 
perfezione , a cui essa inalzar seppe e le scienze e le arti , tal- 
mente che lo stesso Cicerone ebbe a dire che a' suoi tempi , quan- 
do cioè già decaduto era lo splendore della Grecia , tanta era tut- 
tavia la fama di Atene , ut jam fractum prope ac debilitatimi 
Graeciae nomen hujus urbis laude nitatur (2). 



(1) Orat. prò Fiacco. 
(a) Or. 199. 



j^4 CELLA. GRECIA 

GRETA 

/ 

Costituzione di Creta. 

Antichissima ò la costituzione di Creta , e fra i Greci furond 
forse i Cretensi i primi ad avere una certa forma di civile gover- 
no , essendo clie le isole, le quali più vicine erano all'Egitto e ad 
altri paesi già costituiti in società , e già educati nelle scienze e 
nelle arti , dovcano prima dei popoli del continente partecipare 
dei lumi e delle scoperte delle vicine colte nazioni (i). Le leggi 
di Creta servirono anzi di modello a quelle di Sparta e di altre 
città. 

Minosse. 

Esse dettate furono da Minosse il primo di questo nome , é 
celebre sì ne' fasti eroici per le sue imprese , e sì ancora nella 
mitologia, perdio insieme al fratello suo Radamauto stato era da 

(i) L'isola di Creta, ora C aneli a , giace tra il mare Egeo, ora Arci- 
pelago , ed il mare della Libia , ora Barberia. Essa ha oltre 60 leghe di 
lun°hezza da oriente in occidente. Quest' isola un tempo popolatissima an- 
dava superba di ben cento città , e vantavasi di avere il sepolcro di Gio- 
ve. Nei tempi più antichi 1' isola di Creta era secondo Erodoto ( hb. I. 
parag. 173. ) abitata dai Barbari. Diodoro Siculo dice, che questi antichi 
abitanti erano chiamali Eteocveti (veri Cretensi). Essi vantavansi di essere 
autochtoni , cioè originarj dell' isola ; e questa è forse la ragione , per la 
quale nelle loro monete adottarono i serpenti che insieme si attortigliano, 
siccome può vedersi nel num. 3 Tavola 20. Imperocché nella falsa sup- 
posizione che i serpenti fossero generati dalla terra , i Cretesi ancora coì- 
l' immagine di questi rettili pretesero di alludere alla loro favolosa origine, 
non mancando di fatto alcune mitologiche tradizioni , le quali affermano 
che i serpenti cangiati eransi in uomini nell' isola di Creta. Veggasi intorno 
a ciò il Begerio , De Numrnis Cretensium serpentiferis , e Rasche , Lex. 
Kumra. voi. II. Il loro più antico re chiamavasi Crés, donde l' isola ebbe 
forse il nome di Crela. Essa venne occupata dai Pelasgi e poi dai Dorj , e 
finalmente dopo il ritorno degli Eraclidi, abitata iu parte dagli Argivi e 
dagli Spartani. Chi fosse vago di avere più distinte notizie intorno a que- 
st'isola, legga l'opera di Meursio, la quale ha per titolo Creta, ed intorno 
alla celebre costituzione di lei consulti 1' eccellente Memoria del signor di 
Sainte-Croix sulla legislazione di Creta , la qual memoria si trova aggiunta 
all'opera intitolata: Des Jnciens Gouvernemens Fédératifs dello stesso 
autore. 



DELLA GRECIA ifó 

Giove costituito giudice nell'inferno (i). Egli fu reputato come il 
più saggio fra gli antichi legislatori 3 ed era fama che da Giove 
stesso ricevute avesse le sue leggi (2). Dicesi che ritirarsi soleva 
in un antro dell' isola , dove teneva colloquio col padre degli Dei : 
Jovis arcanis Minos admissus , elogio clic secondo Platone è il 
più grande che fare si possa ad un Sovrano (3). Sembra che due 
fini si fosse specialmente proposto Minosse nelle sue leggi , quello 
cioè di rendere i suoi sudditi attissimi alla guerra , e quello di 
mantenere ne' loro animi la più perfetta concordia. Le sue leggi 
furono scolpite su tavole di bronzo , le quali sussistevano tuttavia 
ai tempi di Platone. 
Cosini. 

La costituzione di Creta fu aristocratica. Imperocché il supre- 
mo potere stava pres.vo i Cosmi, cosi detti da x.égp.oq, ordine, per- 
chè ad essi apparteneva il mantenere il buon ordine nella repub- 
blica. Erano dieci, e quegli fra essi, che come principe aveva su 
gli altri la presidenza , chiamavasi Y[ry,)-z/.ozu.:: ì il primo Cosmo, 

(1) Questo Minosse, secondo il canone cronologico di Larcher , nacque 
circa l'anno i5^8 prima dell'era volgare. Non sapremmo con quale fon- 
damento il Denina ed altri scrittori attribuiscano la costituzione di Creta 
a Minosse secondo , figliuolo di Licasto , e celebre per le sue imprese ma- 
rittime. Apollodoro , Strabone e Plutarco confusero insième i due Miuossi, 
e non ne fecero che un solo. Tale è il destino de' grandi uomini che vis- 
sero ne' tempi favolosi. La loro vita è sempre ingombrata dalle tenebre 
dei tempi e dalle poetiche finzioni. Minosse il primo fu figliuolo di Giove 
e di Europa , sposò Itone figlia di Lisso , dalla quale ebbe Licasto padre 
di Minosse secondo. Intorno alla distinzione de' due Minossi leggasi l'Hist. 
de YAcud.R. des Insci ipt.ec. lom. III. pag. 4^. ed Herodoto di Larcber 
toni. VII. pag. 33g e 341. 

(2) Cic. Tuscul. Quaestion. fib. II. Pausanias in Laconicis. Nemes. de 
Nat. Hom. cap. XXXIX. 

(3) Alcuni scrittori, fra i quali M. De lìàal , sono d'avviso che Mi- 
nosse raccolto abbia nel suo codice tutto ciò che ritrovato avea di più 
commendevole fra le politiche costituzioni dell' Egitto. Altri pretendono , 
ch'egli non fece che imitare Mosè , le cui leggi poteva avere apprese 
dalla madre sua di nazioue Fenicia. Noi lasceremo ngfi avveduti leggitori 
il giudicare intorno a queste opinioni , e solo ripeteremo qui ancora ciò 
che dimostrato abbiamo altrove , non doversi cioè sì di leggieri cbiamare 
imitazione, e derivazione ogni legge ed ogni costume che qualche somi- 
glianza abbia colle leggi e coi costumi di altre nazioni, 

Cosi. Voi. I dell' Europa. 20 



l4^ DELLA GRECIA 

siccome appare dalle antiche iscrizioni. Essi venivano scelti a sorte 
fra le più cospicue famiglie, del che ci avverte Aristotile. Il loro 
magistrato era annuo , e ad eccezione del senato , annui erano pu- 
re tutti i Magistrati di Creta, giusta il testimonio di Polibio e di 
altri: nel che vuol essere corretta l'Enciclopedia metodica, la qua- 
le seguendo forse l'autorità di De Réal dice, che i Cosmi non ces^ 
savano dalla loro carica che colla morte. Essi potevano anzi rinun- 
ziare a loro arbitrio, ed essere dimessi dal popolo o dai colleghi. 
Il loro principale distintivo consisteva ne' lunghi capelli e nella 
barba prolissa (i): vegliavano sugli altri magistrati; tenevano un 
certo equilibrio fra i due corpi dello stato , e nella guerra aveva- 
no il sommo comando delle armate. 
Seìiatori. 

I Cosmi negli affari di maggiore importanza si giovavano del 
consiglio de' senatori. Il senato era composto di trenta cittadini , 
e propriamente formava il pubblico consiglio, che dicevasi Tsptùvix, 
e perciò Geronti erano chiamati i senatori dal vocabolo yeowy , 
vecchio. Ai senatori apparteneva la deliberazione ne' grandi e pub- 
blici affari ; né secondo Aristotile erano obbligati a rendere ad 
alcuno ragione delle prese determinazioni. Venivano scelti fra quei 
cittadini che già stati erano Cosmi , e la loro carica durava per 
tutto il tempo della vita. I cavalieri ancora formavano nella repub- 
blica un ordine distinto. Essi avevano parte nella pubblica ammi- 
nistrazione, e nella guerra servivansi del cavallo (2). 
Società e conviti. 

I cittadini distribuiti erano in certe sccietà chiamate ezoupeiai, 
donde Giove stesso detto era presso i Cretesi izxtòiìoq, sodalitius, 
Ogni città aveva due case destinate per tali società ; 1" una serviva 
pei cittadini, l'altra per gli stranieri, o pellegrini, ai quali Mi- 
nosse voleva che somma umanità si usasse, Nell'una di esse detta 
andreior , tenevansi i conviti pubblici ma assai frugali con cui era- 
no insieme alimentati i cittadini. Tutti bevevano pochissimo vino, 
ed in una sola e medesima tazza. Alla mensa presedeva una don- 
na distinta per la virtù non meno che pei natali, Essa sceglieva 
ciò che sulla mensa trovavasi di più squisito , e pubblicamente lo 
presentava a que'Jpersonaggi che più si erano distinti o pel valore 

(1) Seneca Rh. llb. IV. Coutrov. XXVII. 
(») V. Stiab. lib. X. 



DELLA GRECIA 1 47 

o pel senno; era assistita da quattro cittadini scelti da lei, e questi 
ancora lo erano parimente da due schiavi che portavano le legna , 
detti perciò calofori , portatori di legna. Ciascun cittadino era ob- 
bligato di apportare in queste società la decima dei proprj frutti , 
ed ognuno riceveva pure dai magistrati una parte delle pubbliche 
rendite. In tal guisa tutti i cittadini mantenuti erano a spese del- 
la repubblica. Dopo il convito i vecchi parlavano degli affari del- 
lo Stato. La conversazione teuevasi sempre intorno alla storia della 
repubblica, od alle azioni de' grandi uomini, e venivano per tal 
modo i giovani istruiti nelle cose patrie e spronati all' emulazione 
de gì' illustri maggiori. 

Educazione de' fanciulli. 

I fanciulli erano nudriti ed educati tutti insieme , affinchè di 
buon ora apprendessero i medesimi principi e le stesse massime. 
Loro presedevano alcuni de' più nobili e più assennati cittadini , i 
quali detti erano Ayzls.rz;, da ày'ù.n, gregge, perchè governavano 
il gregge de' fanciulli. La loro vita era sobria e dura. Venivano 
accostumati ad appagarsi di poco, a soffrire il caldo ed il freddo, 
a correre in luoghi aspri e scabrosi, a combattere in ischiere di- 
visi , a tollerare con coraggio i colpi che \iccndevolmente si dava- 
no, ad esercitarsi in una danza guerriera, che poi pirica chiamos- 
si , e che inventata fu appunto da' Cretesi , siccome ne fanno fede 
Diodoro, Dionigi d'Alicarnasso ed altri: -venivano pure ammaestra- 
ti nelle lettere , ma assai parcamente , e nelle leggi ancora , che 
cantavano in una specie di musica grave , concitata ed atta a sve- 
gliare il bellico valore, e finalmente nella tibia e nella lira, al 
suono de' quali stranienti solevano combattere. Il loro più ordina- 
rio esercizio era quello di scoccare frecce , pereiocch:'; 1' isola essen- 
do scabrosa e ripiena di boschi e di monti noti dava luogo che 
alla piccola guerra eseguita dagli arcieri e dalle truppe leggermen- 
te armate. 

Matrimoni . 

Da tali società di fanciulli si sceglievano poi quelli che giunti 
alla pubertà più robusti sembravano e più atti al matrimonio. La 
sposa però non veniva condotta alla casa del consorte , se non al- 
lorquando era stata riconosciuta atta al governo della famiglia. E- 
rano permesse le nozze anche fra le sorelle e i fratelli , ed in tal 
caso, lo sposo riceveva per dote la metà della porzione J eli* avi 
paterno retaggio toccare dovea alla sorella. 



l{8 DELLA GRECIA 

Difetti della costituzione di Minosse. 

Fra le istituzioni di Minosse viene da Platone specialmente 
commendata quella per la quale ai giovani era vietato di proporre 
alcun dubbio o di quistionare intorno alle massime ed alle leggi 
dello Stato. Ma se dall'una parte è convenevole cosa die i popoli 
obbediscano alle leggi finché esse sussistono , non può d' altronde 
negarsi essere utile cosa ancora clie i popoli riscontrino coli' espe- 
rienza i difetti clie per avventura essere possono nelle leggi , af- 
finchè si veggano i cangiamenti che per migliorarle introdurre si 
potrebbero. Laonde cotal massima debb' anzi essere riguardata 
come un difetto della costituzione di Minosse. Questo legislatore 
volle ancora che il numero degli abitanti fosse proporzionato al 
territorio dell'isola, ed affinchè la popolazione non divenisse sover- 
chia non solo permise il divorzio, ma egli il primo introdusse anco 
nella Grecia un infame amore contrario alle leggi della natura (i): 
altro sconcissimo difetto della sua costituzione. 
Jizj de' Cretensi. 

Malgrado le leggi di INI inosse non fu nella Grecia alcuna na- 
zione che più dei Cretensi fosse libertina, sediziosa, sordida ed 
avara (jì). Erano continuamente in guerra gli uni contro gli altri , 
e solo erano d' accordo quando trattatasi di respingere il comune 
nemico _, d'onde venne, secondo Plutarco, il Greco proverbio si?i- 

(i) Leggasi Ritorno a ciò Ereclida Pontico De politiis Graecorum Viden- 
tur. aulem primo [ Creteuses) usi congressìbus curu paeris masculis amo* 
ris causa , ncque in eo est apud illos ali quid turpitudinis. Nani si quos 
amare instiluunt, oblinent , abducunt eos in montern , aut in agros suos, 
ibique convivunt ad dies sexaginta (ulterius enirn non licet' . Tmn vero 
amator veste eum donatimi demiftit, addens praeter alia dona eliam, 
bovem. V. Giouov. voi. IV. col. 017. D, et voi. VI. col, 282.'!. 1$, et 
Meiu'S. Creta, cap. i3. 

(2) I Cretensi per tlifet'o della politica costituzione erano altresì aman- 
tissimi dell'ozio. Essi abbandonare solevano ogni loro cura agli schiavi. Que- 
sti erano di\isi in tre classi : i Crisoliti , che servivano nella città ; ì Perie- 
ci , i quali attendevano all'agricoltura; i Claroti , che erano indigeni del- 
l'isola, ma ridotti in ischiavilù dalla guerra, o dalla sorte, e che teneva- 
no quasi un luogo di mezzo fra i cittadini e gli schiavi, partecipando dei 
diritti degli uni, e dei pesi degli altri. Questi celebrammo ogni anno in 
Cidonia una festa a Mercurio, nel qual tempo non era lecito ai cittadini 
liberi di entrare nella città. Tale festa era una specie di giubileo, uou mol- 
to dissimile del giubileo degli Ebrei, 



DELLA GRECIA 1 'ji) 

èfetizare , che significa 1' unirsi che fanno varie sette contro di 
una fazione, o di un nemico. j\la la taccia, che da tutti gli anti- 
chi scrittori vien data ai Cretcnsi , è quella di mentire. I Cretensi 
sono sempre mendaci, disse anche Callimaco nell'inno a Giove*, 
ed era pur celebre il Greco proverbio r.óz KptfTa y/j r,z iqetv , cum 
Cretensi crei issare , cioè mentire come i Cretcnsi , o coi Cre- 
tensi , del qual vizio vennero essi anche da s. Paolo accusati (i). 

SPARTA, 

antichità di Spcirta» 

Le origini di Sparta ci sono sconosciute , e fra i popoli della 
Grecia gli Spartani sono quelli, le cui memorie si perdono total- 
mente nell' oscurità dei tempi. Cotale ignoranza dee certamente at- 
tribuirsi al dispregio , nel quale gli Spartani ebbero le lettere e 
le scienze (a). la mezzo però a tante tenebre ci viene trasmesso 
un raggio di luce da un' antichissima iscrizione apposta ad un tern^ 
pio che non ha gran tempo sussisteva tuttavia in AmLda nella La- 
conia (3). L' iscrizione riporta che quel tempio fu innalzato ad 
Onga , la Minerva de' Beoti e de'Laconj, da Eurota Re degli Ic- 
teocratj. Ora questi Icteocratj sono appunto gli antichi abitatori 
della Laconia, siccome Esichio avverte dandoci con molta erudi- 
zione la genealogia della voce l/.~Es/.ozT£Ìg, ed Eurota e conosciuto 
altresì come il terzo Re di Sparta dopo Lelege , che secondo qual- 

(i) \d Tit. cap. I. v. 12. Dixil quidam ex illis proprius ipsovum pro- 
phela: Cretenses sempcr mvndaces , tnalae besliae , ventres pigìi- Il Cre- 
tense, di cui p'arla 1' Apostolo era il poeta Epimenide. Sulla tomba di Minos- 
se leggevasi anticamente quest' epitafio. IMivos xov Aicg Taftsg Sepolcro 
del Dio Minosse. Essendosi col tempo cancellato il nome di .Minosse , i 
Cretensi \i sostituirono quello di Giove, e fecero credere die quella fosse la 
tomba del padre degli Dei, alla quale impostura allude appunto s. Paole* 

(2) Se credere si dovesse alle antiche ed incerte tradizioni , Sparta , ossia 
Lacedemone avrebbe avuta l'origine fino dai tempi di Mosè. Giuseppe Ebreo 
racconta che ai suoi tempi i Lacedemoni si gloriavano di derivare da Àbra- 
mo ( Antiq. Jud. lib. XII. e. 4. XIII. e. 5. e Dell. Jud. lib. li. e. iG. ) 
Intorno a tale prelesa parentela de' Lacedemoni co' Giudei leggansi le dis- 
sertazioni dell'eruditissimo Calmet. 

(3) Mémoif. de l'Académ. des Incrispt. ctc. tom. XV. pag. ^o3. Que- 
st' iscrizione , secondo Larcher, è antica di olire a 33oo anni. 



1 jn ni»r.r.i GRECIA 

che antico scritto venuto era a stabilirsi nella Laconia con alcune 
famiglie di Egiziani. Ma avendo poi Lacedemone figliuolo di Giove 
e di Semele, o secondo altri della ninfa Taigeta, sposala Sparta 
figlia di Eùrota , ne a enne agli Ictcocratj il nome di Lacedemoni 
o Spartani ( i ). 

Prima dinastìa di Sjiarta. 

Abbiamo cosi un : epoca sicura della prima dinastia che regnato 
abbia nella Laconia , e dei primi popoli ancora di questo paese. 
Jl governo di Sparta sotto di Enrota e de' suoi successori fu mo- 
narchico , ed anzi di quella forma che da noi venne descritta là 
dove parlammo del governo de' tempi eroici. Tra i Re di questa 
prima dinastia celebri sono ne' fasti eroici i nomi di Tindaro , di 
Castore e di Polluce fratelli d ; Elena, di Menelao e di Amicla. 

Seconda dinastia. 

Maggiori e piò sicure notizie si hanno intorno alla seconda 
dinastia dei Re di Sparla, cioè intorno alla dinastia degli Eraclidi. 
Larclier nel voi. VII. del suo Erodoto ne ha eruditamente tessuta 
la cronologia. Aristodemo, Temono e Cresfonte figliuoli di Aristo- 
maco e discendenti da Ercole conquistarono come loro antico re- 
taggio il Peloponneso circa l'anno 1190 prima dell'era volgare (2). 
Aristodemo , cui toccata era in sorte la Laconia , morì lasciando 

(1) In a'cune antiche iscrizioni i Laconj sono delti tuttavia Icteocratj 
anche sotto i primi Re della seconda dinastia. V. Mémoir. etc. loco cit. 

{2) Ercole inoremlo trasmise i suoi diritti sul Peloponneso ad Ilio il 
maggiore àc figli , eh' egli avuti ayea da Dejauira. Ilio di fatto ed i suoi 
fratelli col soccorso di Teseo e degli Ateniesi s' impadronirono del Pelo- 
ponneso: ma per una fidissima peste e pel volere dell'oracolo di Delfo 
furono ben tosto costretti ad abbandonare la conquista. Ilio pochi anni 
dopo rientrò nel Peloponneso, dove essendosi cimentato in singolare com- 
battimento col più valrroso dell'esercito nemico, perdette la vita. Cleodeo 
suo figliuolo fece un terzo , ma inutile tentativo ; né migliore successo 
ebbe il tentativo fatto da Arisloimico figliuolo di Cleodeo. Finalmente Ari- 
stodemo, Temeno e Cresfoute favoriti dall'oracolo di Delfo dopo molte 
battaglie si resero padroni di lutto il Peloponneso , 80 anui circa dopo la 
presa di Troja. Essi aveano nel loro esercito una truppa di Tirreni co- 
mandali da Arconda. E da notarsi che iu quest' occasione i Greci conob- 
bero per la prima volta la tromba tirrena. V. Apollod. Bibliolh. lib. II. 
rap. VII. e Vili. Scholiastes vetus in Sopìtoiiis Ajacem , ver. 17. I di- 
scendenti di Ercole sono nelle storie conosciuti solto il nome di Eraclidi, 
da Hcax/>K , nome Greco di Ercole che suona gloiia di Giunone. 



DELL k GHEfJA ■ : » • 

due figli gemelli ed appena nati. Il popolo dare volea lo scettro 
al maggiore dei due fratelli , ma non essendo possibile il d.stm- 
guerlo , -venne consultato F oracalo di Delfo, il quale rispose e he 
amendue i pargoletti venissero riconosciuti come sovrani. I due 
Principi ebbero i nomi d r Euristone e di Prccle , d'onde vennero 
le due dinastie , o case degli Euristenidi e dei Proclidi. Ma Agi- 
de , secondo Re della linea degli Euristenidi essendosi colie sue 
imprese procacciata grandissima fama diede il soprannome di Agi- 
di ai suoi discendenti (i). La linea ancora dei Proclidi ebbe il 
soprannome di Euripontidi da Euriponte , clie fu il terzo de' suoi 
Re , e che pure distinto erasi sommamente per grandi azioni. 

Sparta sotto gli Eraclidi venne dunque governala da due Re, 
la cui discendenza continuò a dominare per molti secoli , esempio 
forse unico nelle storie del mondo. Saggi furono e cari al popolo 
i primi Re della dinastia degli Eraclidi. Essi attesero ad animine 
strare la giustizia a tutti i cittadini senza eccezione di persona al- 
cuna. 
Isonomia. 

Questa forma di governo è nota presso i Greci sotto il nome 
d' isonomia , che significa eguale distribuzione della giustizia* 
Quei primi Re ammisero pure a parte del governo i cittadini più 
distinti per senno e per virtù, e divisero con es>i i doveri del su- 
premo magistrato. Ma come mai continuar poteva a lungo e con- 
cordemente un governo le cui redini erano tra le mani di due 
Principi fra loro opposti talvolta e per carattere e per interesse ? 
Il popolo stesso troppo facile alle fazioni dovea necessariamente 
piegarsi secondo le circostanze più per l'un Principe che per 1 al- 
tro. Tutti gli Stati esposti sono ad inevitabili rivoluzioni quantun- 
que volte si accenda liei Principi il desiderio di una non limitata 
autorità , e nei popoli 1' amore dell' indipendenza. Euriponte nipote 
di Prode e figliuolo di Sous per rendersi grato al popolo rallen- 
tato avea non poco della regia autorità , ed il popolo passò ben 

fi) Fra le imprese di Agide vuol essere specialmente rammentala la 
conquista della città di Elos. Egli già soggiogate avea tutte le città vicine 
a Sparta. La sola Elos opponeva un ostinata resistenza. Agide dopo un 
lungo assedio la prese, e ne commise al più duro servaggio gì' infelici 
abitanti. Di là ebbero origine gli Eloti od Iloti , schiavi notissimi nella 
costituzione di Sparta^ 



]52 DELLA GRECIA 

tosto alla più sfrenata licenza. Indarno i Re tentarono di ripren- 
dere i loro antichi diritti. Lo Stato fu in preda a sì fnneste fa- 
zioni , clic caduto sarebbe nella totale mina , se Licurgo provve- 
duto non vi avesse con una saggia riforma. 

Licurgo. 

Licurgo figliuolo di Eunomo il quinto Re della dinastia degli 
Euxipontidi era minor fratello di Polidetle , ma di un secondo 
letto (i). Polidette, clic come primogenito succeduto era al padre 
nel regno , mori prima di avere prole maschile. Lo scettro passò 
quindi a Licurgo ', ma essendosi scoperto che la vedova Regina era 
incinta, Licurgo protestò eh' egh deposto avrebbe tosto la corona, 
se mai nato fosse un maschio. L ambiziosa Regina tentò invano 
d'indurlo a darle la mano di sposo, assicurandolo che trovato 
avrebbe il mezzo di rendere vana la sua gravidanza. Nacque di- 
fatto un maschio. 

Tutore di Carilao. 

Esso venne tosto recato a Licurgo, il quale lo presentò al po- 
polo dicendo: Ecco o Spartani il vostro Re: quindi il collocò sulla 
sedia regale , e gli diede il nome di Carilao , che significa caro 
ài popolo. Cosi Licurgo dopo otto iuesi depose lo scettro , ma 
continuò a regnare come tutore del Principe fanciullo. Questo no- 
bile contegno procacciò a Licurgo l' amore e la venerazione del 
popolo; ma egli non andò scevro dalle segrete persecuzioni degli 
emuli e dei potenti. Per liberarsi da ogni sospetto abbandonò la 
patria coli' animo di non ritornarvi se non dopo che Carilao giun- 
to fosse all'età matura, ed avesse a>uto figliuoli. 

Suoi piaggi. 

Viaggiò dunque nell'Asia e nell'Egitto, ma si trattenne spe- 
cialmente in Creta, invaghitosi delle leggi di Minosse, eli e gli 
sembravano essere le più opportune per la riforma di Sparta. Frat- 
tanto Sparta venne più che mai dalle fazioni agitata , e le pub- 
bliche cose condotte furono a tale estremo , che ogni classe di 
cittadini non che gli stessi due Re chiesero efficacemente il ritor- 
no di Licurgo. 

(1) Licurgo nacque verso I' anno S24 prima dell' era volgare ; pubblicò 
le sue leggi neh' SG6 1' anno 3 della Y. olimpiade d* Ifilo , e mori nel- 
1' anno 890 , 1' anno primo dell' olimpiade XII. V. Erodoto comm. da 
Larcher , e le tavole cronologiche di Blair. 



DELLA GnECU I 53 

Suo ritorno. 

Questi munito dell' autorità dell' Oracolo di Delfo , che lo co- 
stituiva riformatore di Sparta , fece ritorno alla patria , dove dettò 
ben tosto la nuova e tanto celebre costituzione, mercè della quale 
venne a formare nel seno della Grecia un popolo nuovo , clie nes- 
suna cosa aveva di comune cogli altri Greci fuorché la sola lin- 
gua. Le istituzioni di Licurgo però sono così note , che noi non 
faremo qui che accennare le principali seguendo le traccio di Ero- 
dolo, di Gillies e di Robertson. 
Costituzione di Licurgo. 

Il potere dei due Re fu circoscritto in ristrettissimi confini. In 
tempo di pace nulla essi operare potevano senza l'approvazione 
del senato ; ma nella guerra avevano un' assoluta autorità sii tutto 
1' esercito. La loro militare condotta era però soggetta ad un rigo- 
roso esame , e spesso condannati venivano a gravissime pene. 
Il senato. 

Il senato, che dee considerarsi come la più saggia fra le iusti- 
tuzioni di Licurgo, temperava colla sua autorità il potere dei Re 
e quello del popolo. Era composto di trenta membri ossia Ger oli- 
ti , compresi i due Re , che ne erano i presidenti , ed a lui tutta 
apparteneva l'autorità legislativa. Esso soleva unirsi in una sala o 
piuttosto in una grande capanna , la quale non era coperta che di 
paglia e di giunchi , affinchè negli affari la magnificenza del luogo 
non servisse di distrazione. 
77 popolo. 

L' autorità del popolo fu pure assai ristretta. Esso sceglieva i 
membri del senato, ne ratificava i decreti, senza di che avere non 
poleano alcuna forza; ma nulla gli era lecito di proporre, uè con- 
vocarsi poteva se non per decreto del senato stesso. In tal guisa la 
costituzione di Sparta era composta di tutte e tre le forme di gover- 
no > della monarchica cioè, dell'aristocratica e della demoractica. 
Gli Efori. 

Il potere del senato era nondimeno troppo grande , e col 
tempo avrebbe potuto esser causa di funestissimi effetti. Venne 
perciò instituito il magistrato degli Efori , la cui autorità si esten- 
deva e su i Re e sul senato (i). Gli Efori erano cinque, venivano 

(i) Fnrono detti Tropee da £<p S rj<£(ù , observo , jierchè loro apparteneva 
1' osservare la condotta dei Re e J^j seu alori. L' istituzione degli Fiori 



T 54 DELLA GRECIA 

eletti ogni anno agli otto di ottobre (1), e sì traevano dalla classe 
del popolo. Il primo chiamavasi Eforo eponimo e dava il nome 
all'anno nella stessa guisa che in Atene lo dava l'Arconte eponimo. 
Gli Efori nella loro autorità avevano molta somiglianza coi Cosmi 
di Creta : superiori in certa maniera ai Re stessi non si alzavano 
dinanzi a loro , né davano alcun segno di sommissione. Cleome- 
ne figliuolo di Leonida e tiranno della dinastia degli Agidi li fece 
trucidare verso l'anno 226 prima dell'era volgare, né dopo tale 
epoca trovasi menzione di loro nell' istoria (2). 

Ordine equestre. 

Finalmente Licurgo stabilì in Lacedemone anche l' ordine 
equestre ad imitazione di quello stabilito in Creta da Minosse , 
colla differenza però che i cavalieri Cretesi avevano i cavalli , e 
gli Spartani ne erano senza (ò). 

Distribuzione delle terre. 

Fin qui veduto abbiamo le istituzioni di Licurgo quanto alla 
forma del governo. Ma questo legislatore ebbe specialmente di 
mira l' istituzione della vita privata de' cittadini , ben persuaso che 
a nulla giovano le leggi anche più sagge , se il popolo non venga 
educato in guisa che possa ad esse prestarsi obbed ente e som- 
messo. Egli primieramente distribuì fra tutti i cittadini le terre del- 

\iene da vari scrittori attribuita a Teopompo , che regnò i3o anni circi 
tlopo di Licurgo. Tale è pure l'opinione di Aristotile, di Plutarco, di 
Cicerone e di Valerio Massimo. A tali autori però opporre si potrebbe il 
testimonio di Erodoto, d qu.de avendo fatto intorno a ciò grandissime ricer- 
che ed essendo ad essi anteriore di tempo , inerita certamente non poca 
fede. Con Erodoto va pure d'accordo Senofonte, the sfato essendo per lungo 
tempo sulle terre degli Spartani avea potuto ben esaminarne il governo. 
Ora questi due autori affermano doversi a Licurgo 1' instituzione degli 
Efori, e con essi pare ebe convenga Platone ancora ( Epist. Vili.) Bar- 
tbelemj ha procurato di conciliare le due opinioni nel viaggio d'Anacarsi 
il giovane , voi. II. pag. 527 , e nella nota pag. 63o e ad esso noi rimet- 
tiamo i nostri lettori. 

(1) Dodwell de Cjclis. Dissert. Vili. Sect. V. 

(2) Oltre gli Efori trovaosi in Pausania rammentali i cinque Nomo/i- 
lati s o custodi delle leggi, che chiamavansi ancora Bidieni. Non si sa 
da chi stati sieno istituiti. Larcber nondimeno gli attribuisce a Licurgo. 
Pare che questi avessero altresì V incombenza di presedere ai giuochi ed 
agii esercizj de' giovanetti. 

(3) Herodot. , Clio, lib. Vili., parag. 124. e Strub. lib. X. ec. 



UELLA. GRECIA l55 

la repubblica , le quali prima erano in possesso di pochi. Tutto il 
territorio della Laconia fu diviso in trenta mila porzioni eguali , 
ed in nove mila porzioni furono pure divise le produzioni di Spar- 
ta. Ciascuna porzione conteneva tanta terra, e clava tanta raccolta, 
che bastare poteva al mantenimento di una famiglia. 

Eguaglianza delie fortune. Proibizione delle ricchezze. 

In tale guisa Licurgo introdusse nella sua repubblica una per- 
fetta eguaglianza di fortune. A fine poi di togliere ogni causa 
d' invidia o di ambizione , proibì la magnificenza e 1 eleganza 
nelle vesti, nelle supelleltili e nelle case, e vietò l'uso ancora 
dell'oro e dell'argento non permettendo che le sole monete di 
rame. A questo medesimo oggetto vietò ogni esercizio delle arti 
liberali , ed ogni pubblico spettacolo , e non diede luogo ad altro 
divertimento che alla caccia ed alle corporee esercitazioni. 

Mense pubbliche e frugali. 

Ad imitazione di Minosse stabilì le pubbliche mense, alle quali 
ammessi erano tutti i cittadini senza distinzione alcuna. Ogni 
mensa era capace di quindici persone , ciascuna delle quali recare 
dovea una certa quantità di provvisioni $ ma esclusi erano tutti i 
cibi dilicati , o di lusso. Il più comune e più pregiato nutrimento 
era una specie di brodo composto col sugo di carne e di certe 
radici, il quale chiamavasi brodo nero (i). 

Educazione. 

Ma la più celebre e forse la più saggia istituzione di Licurgo 
è quella che risguarda l' educazione de' fanciulli , tal che sembra 
eh' egli voluto abbia estendere le sue cure persino sul loro conce- 
pimento. Imperocché egli pose la più assidua sollecitudine perchè 
le madri sanissime fossero e robuste. Volle perciò che le giovani 



(i) Cicerone nelle Questioni Tustulane racconta di Dionisio tiranno di 
Sicilia che ansioso essendo di gustare il brodo nero fece venire espres- 
samente un cuoco da Sparta , che al primo assaggiare il tiranno mostrò 
nausea e disprezzo , e se ne lagnò col cuciniere il quale gli disse , che 
vi mancava la salsa. Avendo dimandato Dionisio quale fosse la salsa , 
il cuoco gli rispose , esser questa la fatica d'ella caccia , le corse sulla 
riva dell' Eurota , la fame e la sete de' Lacedemoni. 

Meursio dice che il brodetto nero era una specie di peverada o ma- 
nicaretto composto di carne di porco , di aceto e di sale , e così dice 
anche Ateneo. 



I o6 DELL* GRECIA 

accostumate venissero sino dai più teneri anni alla lotta, al corso, 
allo scagliare il giavellotto , ed a tutti que' violenti esercizj , che 
giovano allo sviluppo ed alla perfezione del corpo. Da si fatta 
educazione grandissimi vantaggi traeva 1 animo ancora, che a poco 
a poco si addestrava alle più eroiche virtù (i). 
Matrimonj '. 

Alle fanciulle non era permesso il maritarsi prima che spie- 
gato non avessero il più gran vigore dell'età loro. I matrimonj 
erano clandestini , e sembravano un ratto piuttosto che una legit- 
tima unione. Cosi gli abbracciamenti degli sposi erano pochi , dif- 
ficili e brevi, e così rattemperati venivano i piaceri , e si conser- 
vava ne' corpi la robustezza. Fra gli Spartani costumi è pur fa- 
moso quello , pel quale i giovani in alcune feste solenni conqui- 
stare solcano in ispose le fanciulle vincendole nel corso , nella 
lotta e nelle altre ginnastiche esercitazioni. In tali feste le giova- 
nette , le quali negli altri giorni viveano ritirate e lungi dal com- 
mercio degli uomini , apparivano in pubblico quasi nude , e con 
tutta la pompa delle loro attrattive. 

Ogni fanciullo appena nato era ai rigorosi esami sottoposto 
del più vecchio cittadino della sua tribù, dal quale veniva man- 
dato a morte , se mai in lui o debolezza di complessione , o di- 
fetto di membra apparissero. I bambini non mai erano nelle fasce 
avvolti: abbandonati alla natura crescevano belli, robusti e vigoro- 
si. Le loro nutrici erano scelte fra le donne meglio conformate , e 
più esperte e diligenti (a). 
Educazione dei fanciulli. 

I fanciulli giunti al settimo anno dell'età loro, dalla casa pa- 
terna passavano sotto le discipline di un magistrato detto Paido- 
nomo , istitutore de' fanciulli (3), ed a lui apparteneva l'avvez- 
zi) Koi non riferiremo qui alcun esempio di tali •viriti delle madri 
Spartane , giacché ne sono ripieni i libri tutti. 

(2) Le nutrici Spartane venivano ardentemente ricercate dagli altri 
popoli della Grecia. E fama die Alcibiade allattato fosse da una Spar- 
tana. 

(3) V. Crono v. IV. 471. E. 

Con questa istituzione Licurgo venne a formare degli Spartani una 
sola famiglia. I fanciulli, abbandonata la casa paterna, sovente non ri- 
conoscevano più altra madre, fuorché la repubblica, né altro padre 
fuorché i senatori. Ma in tale guisa, avverte opportunamente De Réal, 
Licurgo distrusse la natura col iiae di perfezionajla. 



della crecia. i5^ 

zarli ad una vita sobria e durissima, a soffrire l'eccesso del fred- 
do e del caldo , a passeggiare scalzi , e ad esporsi ad ogni intem- 
ric del cielo colla testa rasa, e nuda. Giunti poi all'età di dodi- 
ci anni passavano nella classe de' giovani , ove sottoposti erano ad 
una disciplina ancor più severa. Golìi veniva loro inspirato l'amore 
della patria , come unica affezione del cuor loro , ed erano loro 
insegnate tutte quelle massime, clie più contribuir potevano a 
spronarli all' onore ed alla gloria della nazione. La loro prima 
lezione era questa: non fuggir nini, •vincere o morire. Gli 
esercizj guerreschi formavano perciò la loro principale occupazio- 
ne. Quindi combattevano l'uno contro dell'altro con tale ferocia 
clic talvolta cadevano morti. I vinti si facevano gloria di coronare 
i vincitori. Era loro altresì permesso il furto , purché lo facessero 
con tale industria da non essere scoperti , e ciò ad oggetto che 
accorti divenissero ed ardimentosi. Venivano altresì ammaestrati 
nella lingua , con tal metodo però , che avvezzarsi potessero ad 
uno stile rapido e conciso , stile che prese poi il nome di Laco- 
nismo. 
Esperimento della loro pazienza. 

La pazienza de' fanciulli veniva pubblicamente esperimenlata 
dinanzi all'ara di Diana detta Orlhia (i), dove essi flagellati erano 
sino al sangue , e talvolta sino alla morte. Plutarco racconta che 
nelF occasione di un sacrifizio essendo caduto un carbone acceso 
nell una manica di un fanciullo Spartano , questi senza dimostrare 
il minimo atto d' impazienza o di dolore si lasciò abbruciare il 
braccio, finché dalla puzza avvertiti ne furono gli astanti, Lo stes- 
so autore racconta, che un altro fanciullo, il quale teneva nel pro- 
prio seno nascosta una piccola volpe da lui rubata , si lasciò da 
essa squarciare il ventre al segno di morirne piuttosto che mani- 
festare il furto. 
Legge. Senelasia, 

Gli Spartani , mercè della costituzione di Licurgo formarono 
dunque un popolo d'uomiui unici per così dire nella loro specie, e 
da tutti gli altri differenti sì pei costumi e per le idee ed affezio- 
ni, e sì ancora pel carattere dello spirito e del cuore. Ma nulla 
forse giovò maggiormente a costituire degli Spartani un popolo da 

(i) Diana retta, giusta ila òcOcUì erigo, innalzo. 



I 58 DELLA GRECIA 

tutti gli altri isolato , quanto la Ssnelasia , cioè la legge che dalla 
Laconia escludeva i forestieri di qualunque nazione essi fossero (2). 
Plutarco giustificando la saviezza di questa legge ci avverte eli' essa 
fu da Licurgo stabilita non giù pel timore che gli stranieri imitas- 
sero la sua costituzione , e per tal mezzo alle sublimi virtù sorges- 
sero , siccome affermato avea Tucidide, ma piuttosto per impedire, 
che gli stranieri co' perniciosi loro esempi non corrompessero i co- 
slumi degli Spartani. In mezzo però a tante e sì savie istituzioni 
vennero dai politici censurati alcuni sconcissimi difetti nella legi- 
slazione di Sparta.. 
Difetti della legislazione di Sparta. 

La libertà colla , quale i mariti infermi o vecchj prestavano 
ad altri uomini le loro consorti, e poi senza scrupolo le riprende- 
vano , è certamente un' istituzione contraria alla buona morale , e 
che tende a rompere uno dei più stretti legami del paterno e del 
filiale amore. La legge , che distruggeva i figli perchè deboli o 
mal conformati, era barbara ed opposta alla legge naturale. Quan- 
te volte alla debolezza di un corpo umano ne' primi anni non sot- 
tentra anzi la più grande robustezza , giunto che sia 1' uomo alla 
pubertà , od all' età provetta ? Che dovrà poi dirsi della più che 
selvaggia barbarie , con cui gli Spartani trattavano gl'Iloti , dai 
quali erano pure coltivati i loro campi , e dai quali venivano per- 
ciò somministrati loro i mezzi onde mantenere la vita ? Gl'Iloti era- 

(2^1 Da &VJCC, forestiere , ed è).aw cacciare. Un luogo di Erodoto , 
Clio lib. I $• 65 , ha fatto credere ad alcuni eruditi che Licurgo avesse 
anzi abolita la Senclasìa. Sembra nondimeno che Erodoto parlando della 
ferocia , che i Lacedemoni rendeva nemici d' ogni umano consorzio prima 
della riforma di Licurgo . non alluda che alle loro interne dissensioni , 
giacché molti fatti ci dimostrano che anticamente ammessi erano gli 
stranieri in Lacedemone. Cos'i Menelao accolse Paride e Telemaco, e così 
eli stessi Spartani ammisero alla loro cittadinanza i Miuj. Anche Ari- 
stotile, Pulitic. lib. IL, parla della facilità, coda quale acquistare si 
potea la cittadinanza Spartana. Convien dire adunque che tal legge ebbe 
nriucipio sotto di Licurgo. Essa di fatto porta , per così dire , impresso 
il carattere di questo legislatore, e pel rigore e per la singolarità sua 
ba una certa relazione colle altre di lui leggi. Senofonte , Plutarco, Fi- 
lostralo , ed altri insigni scrittori sono pure di quest'avviso. Alcuni fo- 
restieri nondimeno distinti per merito furono introdotti in Lacedemone 
nuche dopo questa legge. Licurgo stesso , secondo Strabene e Plutarco, 
chiamò » Sparta Tale te dall'isola di Creta. 



DELLà GRECIA 1 59 

no soggetti alla più dura schiavitù , ad ogni sorta di avvilimento : 
venivano impunemente e senza alcun giusto motivo insultati , battuti 
e talvolta per un mero passatempo pugnalati ed uccisi. Non v' ha 
esempio di più barbara crudeltà quanto il divertimento della Cri- 
ptici , ossia imboscata , colla quale i giovani Spartani armati di 
pugnali si nascondevano di notte tempo nei boschi o nei luoghi 
campestri meno frequentati , e di là a guisa di fiere sbucavano 
contra gì' Iloti , e specialmente contro di quelli che più arditi e più 
robusti parevano , di essi menando orrenda strage. 

Di alcune pratiche ancora da Licurgo introdotte dare non si 
saprebbe sì facilmente la ragione , ed esse si risentono anzi di una 
certa ignoranza o superstizione. Tale era fra le altre quella che 
nelle guerriere spedizioni proibiva agli Spartani di mettersi in 
marcia prima del plenilunio ; motivo , per cui essi troppo tardi 
giunsero alla battaglia di Maratona ; e tale era quell' altra ancora, 
per la quale gli Efori ogni anno osservavano di notte il cielo, e se 
mai vedevano cadere una stella , ossia strisciare un fuoco fatuo , ne 
accusavano e ne punivano i Re, come se meritato avessero lo 
sdegno de' numi. 

Che che siasi di questi e di altri difetti , le leggi di Licurgo 
formarono l'ammirazione degli antichi politici (1), e di esse spe- 

(1) Gli Spartani avevano giurato di non abrogare alcuna l<*gge di 
Licurgo prima eli' egli non losse di ritorno a Sparla. Questo legislatore 
recossi a consultare /'oracolo di Delfo, il quale gli rispose, che La- 
cedemone sarebbe felice sin che fossero in vigore le leggi da lui sta- 
bilile. Licurgo perciò risolse di non più ritornare alla patria , aftinché 
gli Spartani non mai disciolti fossero dal giuramento. Egli passò a Criaa 
dove si uccise , o , secondo Plutarco , si lasciò morire di fame. I La- 
cedemoni avendone inlesa la morte , gì' innalzarono un tempio ed un 
altare, su cui gli offrivano ogni anno i sacriìizj come ad un eroe. Ero- 
doto attcsla che questo tempio sussisteva tuttavia a' suoi giorni. Herod. 
Clio. lib. I. 5' 66. Anche il nostro Macchiavelli fa tributo di lodi a Li- 
curgo. Tra quelli, egli dice, che hanno per simili costituzioni meritato 
pili, laude, è Licurgo, il quale ordinò in modo le sue leggi in Sparta 
che dando le parli sue ai Re , agli ottimali e al popolo, fece uno 
stalo che durò più che ottocento anni, con somma laude sua e quiete 
di quella città. Al contrario intervenne a Salone, il quale ordinò le 
leggi in Atene , die per ordinarvi solo lo slato popolare , lo fece di 
sì breve vita , che avanti morisse si vide nata la tirannide di Pisi- 
strato. De discorsi ce. lib. I. pag. 34. ediz. de' Classici Italiani. 



lGo DELLA. GRECIA 

cialmente sì servirono e Aristotile e Platone per Tonnare i loro libri 
della repubblica. Sparta fu invincibile, finché le sue leggi mante- 
nute vennero nel loro pieno vigore ; perciocché mercè di esse an- 
dò meno delle altre greche città alle rivoluzioni soggetta. 
Leggi di Licurgo non iscritte. 

Licurgo non avea voluto che le sue leggi scritte fossero in ma- 
niera alcuna. Esse venivano da tutti i giovanetti apprese a memo- 
ria , e per tal mezzo non ci era Spartano , che ignorarle potesse. 
La costituzione di Licurgo durò optasi inlatta oltre a sci secoli,' ma 
il lusso, che a poco s'introdusse in Lacedemone da che gli Spar- 
tani conquistata avevano Atene , cagionò in essa quelle medesime 
fatali conseguenze , alle quali andò pure soggetta Tloma dopo la 
conquista della Grecia. Da cpicll' epoca gli Spartani cominciarono 
a vergognarsi dall' antica semplicità. I costumi si corruppero ; il vi- 
zio s'inoltrò orgoglioso e trionfante, eie leggi caddero in un to- 
tale disprezzo. Quindi vennero le dissensioni , le turbolenze , i mi- 
sfatti ci' ogni specie ; funesti precursori dell' imminente distruzione 
degli stati (2). Ma queste cose, soggiugne Larcher, già vedute eran- 
st in tutti i tempi ed in ogni paese ,• ma ciò che non mai erasi 
veduto in alcun altro luogo fu il miserando spettacolo di un re 
da' suoi stessi sudditi giudicato e tratto a morte. Gli Spartani pre- 
sentarono questo terribile esempio 'all' uniyerso. Agide il terzo di 
questo nome, della dinastia degli Euripontidi , e principe, in cui 
tutte risplendevano le antiche virtù , tentato avea di far rivivere 
le leggi di Licurgo. Egli vi ebbe in ricompensa la morte (2). Do- 
po un sì eiupio misfatto Sparta divenne la preda de' più crudeli 
tiranni , che rapidamente e colla violenza si succedevano gli uni agli 
altri (2). Gli Spartani avviliti , e dalle turbolenze e dalle dissensioni 



fi) Vedi intorno a ciò le belle riflessioni di Larcher nel suo Erodo- 
to, toni. Vir. pag. 729. 

(1) Questo fatto accadde verso Panno a35 prima dell'era volgare. 
La dinastia degli Agidi terminò in Àgesipoli , il terzo di questo nome, 
il quale discacciato dal tiranno Licurgo , mentre su di una nave veniva 
verso l'Italia per implorare il soccorso de' Romani t ehhe la morte dai 
pirati verso Y anno 200 prima dell' era anzidetta. 

(3) Noi vedremo; che malgrado de* tiranni e delle sciagure, alle quali 
Lacedemone andò soggetta , gli Spartani conservarono nondimeno sino 
a* nostri giorni un avanzo dell' aulico loro costume. 



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DELLA GRECI V l6l 

contìnuamente agitati divennero ben tosto la preda degli Achei, che 
gli obbligarono a tutte abrogare le leggi di Licurgo, finché essi an- 
cora insiem con tutta la Grecia ingojati furono dal vortice delle 
romane conquiste. 

Vasi rappresali ariti Ercole. 

Chiuderemo le ricerche sul governo di Sparta col qui riferire 
due monumenti tratti dai vasi di Hamilton. Il primo : Vedi la tavola 
21 num. i: rappresenta un fatto che appartiene ai tempi eroici, 
ai tempi cioè , nei quali Ercole scorreva il Peloponneso. Ercole as- 
siste ad un sacrifizio espiatorio : 1' aspetto ed il portamento suo an- 
nunziano lo stato di frenesia , in cui egli trovavasi. Deifobo Re di 
Amiclea , città della Laconia, il quale avea ospitalmente accolto 
l'eroe, sta in atteggiamento d'uomo che dimostra di bramare la 
guarigione dell'infermo: tiene colla sinistra lo scettro, ossia il ba- 
stone, curvo sulla cima; ha il capo cinto da una semplice benda, 
e semplicissimo è pure tutto il suo abbigliamento. La donna che 
fa la libazione è la sposa di Deifobo : tiene coli' una mano il ba- 
stone , il che dinota la sua disposizione a seguire il marito, tosto 
che sulla fiamma avrà versato il liquore. Lo scettro , la corona , 
gli abbigliamenti sono quali si convengono agli antichi Re della 
Laconia, giusta il sentimento degli eruditi (i). 

Vaso ris guardante gli Euripontidi. 

Il num. 2 della stessa Tavola , è tratto da una patera della 
collezione dello stesso Hamilton , e risguarda uu avvenimento della 
dinastia degli Euripontidi (2). Dopo la morte di Agide , il secon- 
do di questo nome, Lisandro fece nominare re Agesilao suo ami- 
co , a pregiudizio di Leotichide figliuolo di Agide , ma che so- 
spettavasi illegittimo pei segreti amori che Timea moglie del de 
funto re a vaiti aveva con Alcibiade. L' indovino Tisamene , o se- 
condo altri Diopito unitosi con Timea tramò una congiura contro 
di Agesilao. La congiura doveva essere condotta a fine da Cina- 
donte uomo audacissimo; ma Agesilao essendone stato dagli Efori 
avvertito chiamò a sé Ginadonte , e dopo d' avergli consegnata una 
nota di alcuni Iloti e di altre persone, ch'esser doveano inpri- 
giouate , lo spedì al governatore della gioventù , perchè coi giova- 

(1) V. Hamilton, ediz. di Faenze voi. a. Tav. XXI. 

(3 lbid. Tav. LX. 

Cu»t. Voi. I. dell'Europa ,, 



xg3 DELLA GRECIA 

ni guerrieri , che questi gli avrebbe dati , eseguisse 1' arresto. I gio- 
vani per istrada arrestarono Cinadonte , lo costrinsero a palesare i 
complici della congiura e lo ricondussero a Sparta. 

Le due figure poste abbasso sono Lisandro ed Agesilao , il 
quale essendo zoppo tiene nell' una mano la gruccia. Al di sopra 
vedesi pure lo stesso Agesilao colla gruccia: la positura, in cui 
egli tiene una gamba , più non ci lascia alcun dubbio intorno 
all' identità della sua persona. Il giovane dirimpetto è Cinadonte: 
egli tiene lo scilalo (i) , e sta in atto di eseguire i comandi 
del re , e di recarsi al governatore della gioventù. Nella parte di 
mezzo sta Timea vedova di Agide : essa parla con Tisamene o 
Diopilo , che alla veste , alla corona , e soprattutto al lungo ba- 
stone ben ci si manifesta per un indovino (a). Questo monumento 
ci sembra preziosissimo , perchi assai antico , e forse 1' unico , od 
almeno il più autentico , in cui veggansi effigiati un re ed una re- 
gina di Sparta dopo la costituzione di Licurgo. 

Governo delie Greche colonie. 

Noi già detto abbiamo che dal seno della Grecia uscirono va- 
rie colonie , le quali passarono a stabilirsi in diversi paesi dell'Eu- 
ropa , dell' Asia e dell Africa , ed accennate abbiamo le cause di 
tali e tante emigrazioni (3). Cosa certamente maravigliosa , che un 
popolo racchiuso in un paese non più vasto della quarta parte del- 
l'Italia abbia potuto quasi in ogni tempo spedire un sì gran nu- 

(i) Lo scitalo era una striscia di pelle o di pergamena , che si av- 
voltolava ad un bastone in guisa che i riscontri delie sue estremità for- 
massero una spirale. Le parole si scrìvevano su detta spirale; indi svol- 
eevasi la pergamena, e si spediva al suo destino. La persona , alla quale 
lo scitalo era diretto , aveva un bastone simile all' anzidetto , su cui 
nuovamente applicava la pergamena per riunire le parti delle lettere di- 
vise. Lo scitalo non si usava che per trasmettere gli ordini segreti. V. 
Aul. Geli. lib. XVII. cap. 9. 

( a ) Qu esl ' indovino aveva fatto parlare gli Dei contro la persona di 
Agesilao , ed annunziato avea essere da un antico oracolo proibito agli 
Sparlimi l'avere un Re zoppo. 

(3) V. Topografia della Grecia pag. 5o. Chi fosse vago di avere le 
più erudite e distinte notizie intorno alle Greche colonie, legga le belle 
ricerche di Larcher ne' commenti ad Erodoto voi. VII. pag. 4°5- ce 



DELLA GRECIA. l63 

mero di colonie, delle quali alcune in remotissimi paesi (i). Tali 
colonie seco pure recar dovettero , ed a' posteri loro tramandare le 
costituzioni e le leggi del natio paese dond' erano uscite. Ciò tanto 
più verisimile si rende , quanto che presso i Greci dell' Asia e del- 
l' Italia furono in vigoi-e i medesimi costumi , gli stessi riti religio- 
si , e le medesime arti vi fiorirono e con egnal gusto come nella 
Grecia propriamente detta ; del che non dubbia fede ci fanno gli 
stessi monumenti che sussistono tuttora. Quello dunque che esposto 
abbiamo intorno alle antiche forme del governo della Grecia , a 
tutte le colonie ancora deesi generalmente applicare. 

Crotone da chi fondata. 

Ma nella Magna Grecia alcuni popoli col volgersi degli anni 
presero un costume distinto , ed alcuni altri ebbero dai loro legi- 
slatori una particolare costituzione. La città di Crotone , fondata 
da Miscello condottiero di una colonia di Achei, si rese celebre 
per la lunga vita , e per la robustezza de' suoi abitanti , presso 
i quali la forza del corpo e la violenza dell' animo tenevano 
luogo di legge e di ragione. E fama che i Crotonesi vadano della 
semplicità del loro costume debitori a Pittagora , il quale dalla loro 
città ogni sorta di lusso discacciò , inducendo le donne a consa- 
crare a Giunone i loro magnifici abbigliamenti , e persuadendolo 
che il pudore è il più bello ed il più prezioso de' femminili orna- 
menti (2). 

Sibari da chi fondata. 

A trenta miglia circa da Crotone sorgeva Sibari fondata essa 
pure dagli Achei, e famosa pel suo costume tutt' opposto a quello 
di Crotone. Imperocché i Sibariti giunti erano a tanto di mollezza , 
che per una legge banditi aveano dalla loro città i galli , ond'essi 
svegliati non fossero dal canto acuto e notturno di siffatti polli. 
Un 5 altra legge proibiva tutte le arti che atte fossero a produrr.- 
suoni spiacevoli od importuni. 1/ ozio , la delicatezza delle vivan- 
de , le voluttà ed i più squisiti piaceri formavano l'unico tratteni- 
mento de' Sibariti. Ma essi caddero ben tosto sotto il giogo de 'Cro- 
tonesi , i quali condotti dal famoso atleta Milone ne fecero orrenda 
strage, e ne distrussero quasi tutta la città. Cinquaut' anni dono 

("i) V. Goguet. Origine ec. voi. III. pug. 37. 
(a) Justinus. lib. XL. cap. f\. 



t64 DELLA GRECIA 

quest'avvenimento un certo Tessalo raccolse que Sibariti clie scam- 
pati erano alla rovina della patria , e ne ristabilì la città ; ma 
questa fu nuovamente dai Crotonesi distrutta. Sei anni dopo gli 
Ateniesi vi spedirono una colonia , e nelle vicinanze dell'" antica 
Sibari fondarono una nuova città, cui diedero il nome di Turio (i). 
Ma il popolo di questa nuova città composto degli antichi Sibariti 
e de' novelli ospiti fu ben tosto agitato dalle interne fazioni , le 
quali terminarono coli' espulsione dei Sibariti. A quest'epoca i 
Turi raffermati dall'alleanza de' Crotonesi e divenuti possenti e in 
democrazia stabilitisi divisero la città in dieci tribù, alle quali die- 
dero il nome dei diversi popoli d' ond' esse erano uscite. 

Turio va debitrice della sua costituzione a Garonda che fu al- 
lievo della scuola di Pittagora , e che fiorì verso l'anno 44^ prima 
dell' era volgare , giusta le tavole di Blair. Le politiche istituzioni 
di Caronda possono ridursi alle seguenti: egli escluse dal senato e 
dalle pubbliche dignità tutti coloro che passati erano alle seconde 
nozze dopo d' aver avuto qualche figlinolo del primo letto ; per- 
suaso che padri sì poco zelanti per la loro prole non lo sarebbero 
nemmeno per la patria : proibì ogni sorta di spie , considerandole 
come cause sì delle pubbliche che delle private turbolenze , e con- 
dannandole ad essere condotte per le strade colla testa coronata 
di tamarindo , il che a turpissima infamia ascrivevasi. 
Educazione e tutela de' fanciulli 

Stipendiò pubblici maestri affinchè l'istruzione essendo gratuita 
diventasse altresì generale , e prescrisse che i fanciulli fossero assai 
per tempo istruiti nelle amene lettere affine di dirozzare i loro 
animi e d J incamminarli alla virtù : confidò gli orfani alla tutela 
ed all' educazione de' parenti materni , dai quali essi nulla aveano 
a temere per la loro vita , e lasciò 1' amministrazione de' loro beni 
al più prossimo de' congiunti paterni, il quale aver dovea un certo 
interesse di ben conservarli potendo accadere che a lui toccassero 
in retaggio per la morte del pupillo. 

(1) La città di Turio fu fondata nell' anno I. della LXXXIV olim- 
piade. Lo storico Erodoto d'anni 4° e Lisia d'anni i5, che divenue poi 
celebre oratore , fecero parte della colonia quivi spedita dagli Ateniesi. 
La nuova città fu chiamata Tharium dal nome di una fontaua detta Thu- 
ria , 0£"i conosciuta sotto il nome dì Acqua che favella. Diodoro Si- 
culo ne pone la fondazione due anni dopo l' epoca anzidetta. 



DF.LL\ GRFCIA l6j 

Pene d' infamia. 

Invece di punire colla morte i disertori ed i soldati vili li con- 
dannò ad apparire per tre giorni nelle pubbliche piazze di fem- 
minili gonne vestiti : a fine d' impedire che abrogate fossero le 
leggi ordinò che chiunque proporre volesse una novità nella co- 
stituzione , apparisse nella pubblica concione con una corda al 
collo , e venisse immediatamente strangolato , se la proposta novità 
stata non fosse accettata (i). 

Morte di Caronda. 

Caronda non molto alle sue leggi sopravvisse , perciocché 
ritornando dalla sua villa con una spada , che avea presa per di- 
fendersi dai ladri sul cammino , giunse nella città mentre il po- 
polo era in tumulto. Inoltratosi per ristabilirvi la tranquillità , e 
da un cittadino essendo ripreso perchè così armato osasse appa- 
rire in pubblica concione , ciò eh' egli stesso avea proibito con una 
legge: nò, disse, io non violo la legge, ma col mio stesso san- 
gue la suggellerò , e tosto colla spada si trafisse. 

Zaleuco. 

Ne' tempi di Caronda si rese pur celebre Zaleuco legislatore 
di Locri , e discepolo esso ancora di Pittagora (2). D; lui non al- 
tro ci rimane che una specie di esordio al codice delle sue leg- 
gi," esordio che dallo Scaligero vien detto divino. Zaleuco comincia 
dal dimostrare l' esisteuza di un Dio argomentando dall' ordine 
maraviglioso delle cose naturali : comanda che gli odj non sieno 
eterni; ed esorta i giudici a non inveire coatra i rei prima che pro- 
nunziata non siasi la sentenza. 

Suo artificio per togliere il lusso. 

E curioso 1' artificio , di cui egli fece uso per allontanare dalla 
città il lusso : non permise gli ornamenti d oro e le vesti rica- 
mate , che alle sole cortigiane , e proibì che alcun uomo portasse 
anelli d'oro, o stoffe di Mileto, a meno che non fosse attual- 
mente in disonesta corrispondenza (3). Zaleuco con tal mezzo senza 

(1) Diod. Sicul. lib. XII. Just. Lips. Monit. et Exemp. Pel. lil). XII. 
Gap. 9. 

(2) La città di Locri così fletta , perchè fu fondata da una Greca co- 
lonia venuta dalla Locride , giaceva al settentrione del promontorio Z-fìno, 
ora capo Burzano. 

(3, Poliano parla di una legge in vigore a Mileto , la quale sembra 



l66 DELLA GFECIA 

far uso della violenza distolse i suoi cittadini da ogni sorte di lusso 
e di mollezza. 

Colonie Greche nella Sicilia. 

Nuli' altro aggiungnere possiamo di particolare intorno al go- 
verno della Magna Grecia , e pochissime cose ancora ci rimangon 
da dirsi di quello delle greche colonie , che nella Sicilia si erano 
stabilite. Fra le Siciliane città nondimeno vuol essere specialmente 
considerata Siracusa , siccome quella che sino da' suoi principi estesa 
avea su tutta l'isola la sua dominazione. 

Siracusa. 

Ma le origini e i primi secoli di Siracusa si confondono negli 
oscuri e favolosi tempi al pari dell' origine e dei primi tempi delle 
altre città della Grecia. Laonde noi per non lasciare imperfetta 
questa parte de' Greci avvenimenti e per servire alla brevità cre- 
diamo bene di qui recare l' estratto che delle cose Siracusane 
fece dalle opere de' Greci e de' Latini scrittori Vincenzo Mira- 
bella (i). 

Vicende dei Siracusani. 

« Vissero da principio i Siracusani sotto le leggi e gì' istituti 
Dorici , stando sotto V imperio di un solo ; ma morto Archia (2) , 
successe il governo degli ottimati , finché per le molte sedizioni e 
discordie si ridusse sotto l'imperio di Gelone primo re di Siracu- 
sa (3). Dopo lui regnò Gerone e poscia Trasibulo , la cui audacia , 

avere qualche relazione colle leggi di Zaleuco. Le fanciulle di Mileto 
cransi date in preda ad un furore che le spingeva a strangolarsi. Per con- 
siglio di una saggia matrona fu eoa legge stabilito , che nudi si espones- 
sero nella pubblica piazza i cadaveri delle fanciulle che si fossero in tal 
quisa uccise. Questa provvidenza hastò per guarirle tutte da sì fatta manìa. 
V. De-Rèal. Science du Gouvern. etc. pag. 236. 

(1) Delle auliche Siracuse. Palermo, Àiccardo , 1717, 4° v °b !'• 
pag. 5. Vedi anche De Republica Siracusana Urloni s Hemmii in Gio- 
no v. voi. VI. col. 33 1. e srg. 

(2) L'Àrchia , di cui qui parlasi , è lo stesso che l'Arcade del quale 
scritto abhiamo nella Topografia della Grecia , e discendeva dagli Eraclidi. 

(3) Da Gelone comiuciano i f=isti ed i tempi più certi della Sicilia. Egli 
s'impadronì di Siracusa nel primo anno della LXXIV olimpiade, 4$4 anni 
prima dell' era volgare. Valoroso capitano non meno che sagace politico si 
fece ammirare anche da que' Siracusani che conservati eransi ardenti fau- 
tori della libertà. V. Herod. toni. III. pag. 39 1. 



DELLA GRECIA I Q>"j 

crudeltà e superbia non potendo i Siracusani soffrire , prese V ar- 
me , cacciaron "via la tirannide ed acquistarono di nuovo la per- 
duta libertà. Dopo questo , restituito già il governo degli ottimati , 
fiorirono grandemente nell'arme, e si difesero da' potenti assalti 
dei loro nemici, ed in particolare degli Ateniesi, de'quali riporta- 
rono un' illustre vittoria. 

Petalismo. Tirannide de' Dionisj. 

Onde insuperbitosi il popolo volle in Siracusa constituire la 
legge del Petalismo (i), per cui erano forzati andarsene in bando 
coloro che in certe foglie si trovavano scritti , per mezzo 
della qual legge fu ogni bene dalla città bandito, sicché tra le 
discordie civili sopravvenendo in Sicilia 1' armi Cartaginesi diedero 
adito a Dionigi che usando il suo valore e l' industria diventasse 
della liberata patria e repubblica re e Signore possedendola per 
quarantadue antri; a cui successe nel regno suo figlio detto Dionigi 
ancor egli , contro del quale Dione Siracusano per liberare la pa- 
tria dalla servitù guerreggiò e lo vinse; ma tornando pure Dionigi 
nel regno , fu da Timoleone Corintio di nuovo discacciato , e fu re- 
stituita a Siracusa la libertà. 

Agatocle. Cerone. 

Né questa durò molto, poiché venti anni dopo mossesi di nuovo 
le civili contese e discordie , mentre a superare le forestiere forze 
erano i Siracusani rivolti dalle domestiche vennero oppressi, aven- 
do Agatocle uomo potente usurpato l' imperio : dopo la cui mor- 
te oltremodo dall'armi Cartaginesi molestati chiamarono in loro 
ajuto Pirro re degli Epiroti , ma costui dalle forze Romane op- 
presso se ne fuggi , onde fu forza che i Siracusani si dessero spon- 
taneamente a Gerone lor cittadino e lo facessero loro Re , con cui 
avendo guerreggiato i Romani , vennero finalmente ad accordo , e 
stabilita la pace, non poco questa repubblica respirò, il che suc- 
cesse al tempo d Archimede. 

(i) Il petalismo in Siracusa ebbe la medesima origine che l' ostracismo 
in Atene, nacque cioè dalla gelosia del popolo verso di que' cittadini , che 
divenuti erano potenti o per ricchezze , o per grandi gesta. Ma il petaji- 
smo era ancor più crudele e funesto dell' ostracismo ; perciocché i più co- 
spicui cittadini di Siracusa si bandivano a vicenda colla semplice formalità 
di tenere nelF una mano una foglia di ulivo , ciò che sovente privava Si- 
racusa de' più benemeriti personaggi. La parola petalismo deriva daLGreco 

TìizcÒ.OV foglio- 



j68 DELLA GRECIA 

Girolamo. 

Morto Gerone, successegli nel regno suo nipote Girolamo, il 
quale mostrandosi inclinato alla fazione de'Cartaginesi fu da'Romaui 
riconosciuto per nemico, ma non tardò molto che per congiura de 'suoi 
in Leontio fu morto. 
Siracusa conquistata dai Romani. 

Siracusa governandosi poi alla foggia di repubblica, e lascia- 
tasi nuovamente trarre dalla fazione de' Cartaginesi si concitò sopra 
le armi Romane , tanto che venendovi con grosso esercito M. Mar- 
cello , dopo il terzo anno di continuo assedio , e dopo le molte 
battaglie sostenute invano, presela alla fine per tradimento, ed al Ro- 
mano impero la sottopose l'anno 54^ della fondazione di Roma, 
212 anni prima delF era volgare ». 
Di ode. 

Fra' grandi uomini che fiorirono in Siracusa il solo Diocle con- 
siderarsi dee come legislatore. Egli ci viene descritto da Diodoro 
v'eome uomo di seveti costumi, di pronta eloquenza, e di politica 
saggia ed avveduta (i). I Siracusani cinquantanni dopo la libera- 
zione della patria loro dalla tirannide di Trasibulo , sconfitti aven- 
do gli Ateniesi per terra e per mare , sciolto ogni viticolo , si ab- 
bandonarono alla più sfrenata licenza , ed alle più funeste fazio- 
ni (2), talché si videro ben tosto in preda alla più feroce anar- 
chia. Ora Diodoro scrive che Diocle , il quale apparteneva ad una 
delle più ragguardevoli famiglie di Siracusa, intraprese a riforma- 
re il governo promulgando leggi che poi da tutte le citò della 
Sicilia vennero ricevute. 
Sua Costituzione. 

La costituzione di Diocle fu democratica , ma cosa troppo dif- 
ficile sarebbe il volerne descrivere la forma; giacché gli antichi 
scrittori non ne fanno che pochi cenni ed oscuri. Da un luogo di 
Diodoro nel principio della narrazione delle cose di Agatocle sem- 
bra potersi dedurre 1' istituzione di un senato di sei cento citta- 
dini, del qual magistrato però rarissima è la menzione negli scrit- 
ti) Fa maraviglia come gli autori della nuova Biografìa Francese ( Paris, 
Mìchaud 1811 et sui*. ) non facciano alcun cenno cii questo legislatore, 
che pure è sì famoso nei fusti Siracusani. 

(2) La sconfitta degli Ateniesi accadde nell'anno quarto dell' olimpiade 
XCI. /(i3. anni prima dell'era volgare. 



DELLA. GRECIA l6g 

tori. Il popolo era il supremo arbitro delle cose e spesso univasi 
in consiglio. Egli nominava i sommi magistrati si di pace che di 
guerra ', ma i giudici e gli altri magistrati venivano tratti a sor- 
te (i). È fama che Diocle sia morto nella stessa guisa di Caronda. 

Sua morte. 

Imperocché avendo egli con legge proibito che alcuno apparis- 
se nel foro armato , ed essendovi egli medesimo venuto colla spa- 
da dopo di avere inseguiti i nemici, che giunti erano sin sotto le 
mura della città , acremente rimproveratone da un semplice cit- 
tadino , si trafisse dicendo « vedi quant' io esatto sia nell' adempire 
le leggi « (2). Ma siccome avvenir dovea , non ebbe che brevissi- 
ma vita questo stato troppo libero e popolare , nel quale poca au- 
torità aveano i sapienti , e moltissima gli audaci ed i forsennati. 
Laonde scorsi appena otto anni dopo la riforma di Diocle , cadde 
Siracusa sotto la tirannide dei Dionisj. 

Colonie Greche nell' Asia. 
Più delle greche colonie dell' Italia e della Sicilia si resero 
famose nella storia le colonie che dalla Grecia passarono nell' Asia 
minore e specialmente gli Jonj. Poste in fertile , delizioso ed 
ampio paese, le cui spiagge rendevano facilissimo il commercio 
colle più colte e potenti nazioni, cresciute erano in altissimo splen- 
dore , godendo di una lunga pace , mentre l' antica Grecia d' onde 
esse erano uscite , trovavasi o lacerata dalle interne fazioni , o dai 
barbari minacciata (3). Ma i fasti di queste colonie risguardano le 
arti, le scienze, il commercio e la religione più che le leggi e le 
politiche costituzioni. Che però la storia non altro ci dice del go- 
verno di queste colonie, se non che divise da principio in piccoli 
regni conservarono pure la forma del governo monarchico, giusta 

le idee che seco recate aveano dalla natia Grecia. 

(1) Ateneo nel libro XII. sull'autorità di Filarco afferma elio in Si- 
racusa fu messa in vigore una legge simile a quella stabilita da Zaleuco, 
colla quale erano alle donne di onesti costumi proibite le vesti purpuree 
e ricamate, ed aggiugne che tal legqe vietava agli uomini l'abbigliarsi con 
troppa ricercatezza, ed alle donne 1* uscire di casa dopo il tramontare del 
sole, a meno che non fossero cortigiane. 

(2) Diodoro nel lib. XIII. racconta che i Siracusani inalzato aveano 
a Diocle un tempio, che fu poi rovinato da Dionigi nel fabbricare le mura 
della città. 

(3) Gillies-Hist. of Greece , voi. I. pag. 76. ed Herod. Clio lib. I. i4*j- 



1^0 DELLA GRECIA 

Loro governo. 

Gli Jonj, gli Eolj e i Dorj , cioè i Greci dell'Asia, dallo sta- 
to monarchico passarono quindi alla democrazia seguendo per lo 
più una forma non molto dalla Ateniese dissomigliante , finché cad- 
dero sotto il giogo di qualche privato ma potente cittadino, che 
colla violenza e col tradimento usurpata avea 1' autorità suprema. 
Celebri fra gli altri sono i tiranni di Mileto. 

Loro vicende. 

I Greci Asiatici caddero altresì vittima della politica Spartana. 
Imperocché nella pace conchiusa fra i Lacedemoni ed i Persiani 
fu pure solennemente stabilito che tutte le città Greche dell' Asia 
rimanessero suddite del Re di Persia , sotto il dominio dei quali 
gemettero fino alle conquiste di Alessandro che loro restituì la li- 
bertà e gli antichi diritti. Morto Alessandro, i Greci Asiatici dai 
vizj e dal lusso snervati , privi di forze e di coraggio non seppero 
opporsi agli eserciti dei Seleucidi , successola del Macedone , e 
divennero preda e sudditi dei regi della Siria. I Romani dettero 
loro nuovamente la libertà; quella libertà cioè ch'essi accordata 
aveano ai Greci Europei , ristretta fra dure condizioni , e più ap- 
parente che vera. 

Oppressi da Siila. 

Ma ribellatisi dai Romani per seguire le parti di Mitridate re 
del Ponto e dopo varie sanguinose vicende debellato questo re da 
Siila , provarono le conseguenze della più atroce vendetta dell' irato 
proconsole , il quale li condannò a pagare si gravi somme, e a 
tali condizioni li sottommise che non più ricuperarono l'antico lu- 
stro e splendore (i). Ma basti il fin qui detto intorno al governo 
delle Greche colonie , il che potrà più o meno applicarsi anche 
alle altre Greche colonie sì dell' Europa che dell' Africa. 

Foro d J Atene. 

A compimento però delle cose da noi riferite intorno al go- 
verno della Grecia crediamo bene di chiudere questa parte colla 
giunta di due tavole tratte da Palladio su i disegni di Vitruvio , e 
rappresentanti il foro di Atene celeberrima piazza dove i saggi so- 
levano spesso in filosofiche questioni trattenersi, dove gli oziosi gar- 
rivano mormorando de' magistrati, e cicalando di .politica e di 

(i) Appian. in Mithridat. e Plut. in Sjlla, 



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DELLA GRECIA 1 7 1 

guerra , e dove finalmente agitavansi i grandi affari della repub- 
blica e del governo (i). La tavola 22 , rappresenta la pianta e la 
tavola 23 , 1' elevazione del foro. Ora non altro faremo che distin- 
guerne semplicemente le parti. Di esse poi parleremo di nuovo e 
più a lungo laddove trattar dovremo diffusamente della Greca ar- 
chitettura. Eccone pertanto la succinta descrizione: A, piazza; B, 
portici doppj; C, basilica; D, tempio d'Iside; E, tempio di Mer- 
curio ; F , curia (2) ; G , portico e coi-ticella davanti la zecca ; H , 
portico , e corticella davanti le prigioni ; I , porta dell' atrio che 
mette alla curia ; K , anditi intorno alla curia. 



(1) Palladio (Libri dell' Architettura ec. Venetia, etc. De' Franceschi 
1570) così parla del foro de' Greci: 1 Greci {come da Vitruvio nel 
primo capo del V. libro) ordinavano nelle loro città le piazze di forma 
quadrata , e facevano lor intorno i portici ampj e doppf e di spesse 
colonne, cioè distanti l'ima dall' altra un diametro e mezzo di colon- 
na, od al più. due diametri. Erano questi portici larghi quanto era 
la lunghezza delle colonne, onde, perchè erano doppj, il luogo da 
passeggiare veniva ad esser largo , quanto erano due lunghezze di co- 
lonna , e così molto comodo ed ampio. Sopra le prime colonne , le quali 
(avendo riguardo al luogo ove esse erano) per mio giudicio dovevano 
essere di ordine corintio, v'erano altre colonne, la quarta parte mi- 
nori delle prime: queste aveano sotto di sé il poggio dell'altezza che 
ricerca la comodità , perché anco questi portici di sopra si facevano 
per potervi passeggiare e trattenersi , ed ove potessero star comoda- 
mente le persone a vedere gli spettacoli , die nella piazza o per di- 
votione , o per diletto si facessero. Doveano essere tutti questi portici 
ornati di nicchi con istatue : perciocché i Greci molto di tali orna- 
menti si dilettavano. Ticino a queste piazze , benché Vitruvio, quando ne 
insegna come elle si ordinavano , non faccia menzione di questi luoghi , 
vi dovea essere la basdica , la curia, le prigioni e tutti gli altri luo- 
ghi die si congiungono alla piazza. Oltra di ciò perche' ( come egli 

dice al capo Vii del primo libro) usarono gli antichi di fare appresso 
le piazze i lempj consacrati a Mercurio ed Iside , come a Dei presidenti 
ai negoz'j ed alle mercanzie, ed in Pola città dell' Istria se ne veggono 
due sopra la piazza, V uno simile all' altro di forma, di grandezza e di 
ornamenti. 

(2) Le curie erano que' luoghi , dove soleano unirsi i senatori > od i 
principali magistrati, e le basiliche quegli altri luoghi, dove i giudici am- 
ministravano la giustizia al coperto, e dove talvolta traltavansi i 
grandi e più. importanti affari della repuhhlica. 



PRIMA SERIE 

DELLA GRECA ICONOGRAFIA 

SEZIONE PRIMA 

RITRATTI 

De' sette Sapienti , dei Principi e dei Legislatori. 



Ricerche sui sette sapienti. 



I 



sette sapienti si famosi nella Greca storia debbono essere 
considerati come legislatori , perciocché , trattone Talete , o gover- 
narono qualche Stato o raccolsero precetti atti a regolare la vita 
umana, ed a dirigere il governo delle genti (i). Ma nulla abbia- 
mo di certo né sul nome , né sul numero loro ; e cosa difficilissima 
pur sarebbe il voler determinare le massime proprie e caratteri- 
stiche di ciascuno (2). La più comune opinione non di meno ha 
decorato di questo titolo Periandro Re di Corinto , Solone legisla- 
tore d'Atene, Biante nato a Priene nella Ionia, Talete di Mileto, 
Jonio esso ancora , ed il primo che nella Grecia insegnato abbia 
la filosofìa naturale , Cleobulo di Rodi , Pittaco di Mitilene e Chi- 

(1) De Réal . Scien. da Gouv. etc. tom. I. pag 226, osserva acconcia- 
mente , che le tanto decantale massime dei sette sapienti , quando si vo- 
gliano giudicare rettamente, e senza preoccupazione per l'antichità, non 
sono che precetti assai volgari , e che alcuni di que* pretesi Saggi furono 
crudelissimi tiranni. 

(2) Veggasi l'Iconografia Greca di Visconti voi. I, pag. 102. Secondo 
ciò che abbiamo in Diogene Laerzio potrebbe determinarsi all' anno 58 \ 
prima dell'era volgare l'epoca, nella quale cominciarono ad essere chia- 
mati Saggi alcuni uomini, che per le loro massime di morale distinti 
aratisi nelle città Greche dell'Europa e dell'Asia. 



DELLA GRECIA 1^3 

Ione di Sparta (i). Ora qualche cenno noi faremo di questi uo- 
mini famosi , e di essi daremo pure le immagini , riguardo però 
alle quali, crediamo bene di premettere le seguenti osservazioni, 
che servir potranno anche per tutti i ritratti che degli antichi 
personaggi auderemo nel corso di quest' opera esponendo. 

Ricerche intorno ai ritratti degli antichi. 

E primieramente non v' ha dubbio esser naturale e veemente 
nell'uomo il desiderio di conservare l'immagine di quelle persone, 
che furono 1' oggetto della stima e dell' affezione sua. A questo de- 
siderio debbonsi anzi le prime tracce della pittura e della scultu- 
ra (2). « Cotal gusto, dice l'illustre Visconti, andò crescendo di 
misura che i replicati saggi divenivano meno informi , e che l' arte 
s' inoltrava alla sua perfezione. L' imitazione a perfetto rilievo fece 
all' attonito sguardo degli uomini sembrare che avesse la virtù di 
sottrarre alla morte le forme fragili e variabili degli esseri viventi. 
Questi esseri così rappresentati diventarono in certa maniera im- 
mortali (3). La Grecia ai suoi bei tempi era persuasa che l'uso di 
consacrare alla posterità col rilievo l' immagine delle persone o care 
o ragguardevoli ascendesse sino ai secoli eroici. Apollodoro parla 
della statua di Ercole eseguita da Dedalo , mentre quell' eroe era 
vivo ancora, e ci rammenta il famoso palladio , come la statua 
di una vergine , che stata era strettissima amica di Minerva. (4) ". 

Ritratti in plastica ec. 

I ritratti degli antichi Greci erano per lo più opera di plastica , 
di toreutica , o di scultura. Essi venivano collocati ne' tempj e nei 
pubblici edifizj , dove ciascun cittadino deporre poteva la propria 
o 1' altrui immagine senza che bisogno avesse di ricorrere per ciò 
all'autorità pubblica. Ma sino da' più remoti tempi le immagini 
dei privati cittadini servirono pure a decorare i sepolcrali monu- 
menti , e spesso i ritratti dei morti erano uniti a quelli de'paren- 

(1) Àntipater Sidon. Analecta , ep. LX. Hygin fab aai. Auson, Lud. 
VII. Sidon. A polli a. Carm. XV. Platone invece di Periandro pone certo 
Misone del monte Oeta. Noi ometteremo di qui riferire il notissimo, ma 
favoloso racconto del tripode d'oro, che, secondo Ausonio e Valerio Mas- 
simo , diede il nome di Sapienti a que' sette personaggi. 

(•2) Pliii. lib. XXXV. 5. 5. /j3, e ^. 

(3) Visconti Icunogr. Grèc. Disc, prólimin. 

(4) Apollod. lib. II. e. 6. $. 3. e lib. III. e. 12. j. 3. 



1^4 DELLA GRECIA 

ti , o degli amici loro tuttora vivi , od a quelli di qualche celebre 
uomo che esercitata avesse la medesima professione dei defunti. 
Cosi presso di Atene la tomba dell' oratore Isocrate e quella di 
Teodetto poeta tragico erano adorne delle immagini di varj altri 
poeti ed oratori (i). 

Ritratti nelle monete. 

Alle monete eziandio andiamo debitori di varj antichi ritratti. 
Imperocché sebbene le più antiche monete della Grecia avessero 
generalmente per tipo le immagini e gli emblemi delle divinità 
tutelari dei popoli , o i simboli dei popoli stessi o delle città , non 
di meno anche ne' più antichi tempi alcune Greche città effigiaro- 
no nelle loro monete gli uomini illutri , a' quali esse dati aveano i 
natali. Così varj popoli fecero sulle loro monete incidere l' imma- 
gine di Ornerò; i Mitilenj vi coniarono quella di Saffo (2). Ma 
dappoiché Alessandro ad imitazione dei re della Persia volle che 
nelle monete scolpito fosse il suo ritratto sotto la figura di un Er- 
cole , divenne comunissimo negli stati monarchici 1' uso di coniare 
sulle monete il ritratto del regnante Sovrano. Ora alle monete ap- 
punto noi dobbiamo un gran numero di ritratti specialmente isto- 
rici, i quali hanno il più alto grado di autenticità, essendo stati 
eseguiti per ordine dell' autorità pubblica e da artefici contempo- 
ranei ai principi che sono in essi rappresentati (3). 

Ritratti ne' cammei. 

Prossimi alle monete ed alle medaglie per autenticità sono i 

(1) Questo costume era pur in uso anche presso i Romani. La statua 
del poeta Ennio era stata posta nel mausoleo degli Scipioni sulla via Ap- 
pia : i ritratti di Sofocle e di Menandro furono scoperti presso di Roma 
nella tomba di un poeta. Questi ritratti erano per lo più in marmo ad 
intero od a basso-rilievo , e sovente non presentavano che il solo busto 
della persona effigiata. Il Visconti è anzi d'avviso che la denominazione 
di busto derivi dal vocabolo bustum che nella bassa latinità significava un 
sepolcro, forse da combuslu/n, abbruciato, perchè anticamente si usò 
pure di abbruciare i cadaveri. 

(2) Strab. lib. XIV. pag. 646. Pollus, Onomast. lib. IX. num. 84. 

(3) « In questi monumenti solidi (così Visconti loc. cit. ) per la loro 
materia, e non sì facilmente soggetti alla distruzione per la loro for.na 
circolare e per la piccola loro estensione, noi ritroviamo le immagini di 
tutti gl'Imperatori Romani, e quelle della maggior parte dei Re dopo 
Alessandro il grande che, secondo la mia opinione, è il primo Sovrano, 
che ancor vivo stato sia nelle monete effigiato ». 



DELLA GRECIA I ^5 

cammei e le incisioni in pietra dura ; ma ben poco sussidio pur» 
da essi trarsi per l' antica iconografia , rarissimi essendo quelli che 
portano un' analoga iscrizione , o qualche emblema che indichi con 
sicurezza il rappresentato personaggio. 

intentici/a delle antiche immagini. 

In secondo luogo fa d'uopo osservare che le immagini de' gran- 
di uomini della Grecia hanno spesso una certa autenticità, quan- 
tunque state sieno talvolta eseguite molto tempo dopo 1' età in cui 
fiorì l'effigiato personaggio; perciocché molte copie se ne face- 
vano continuamente per ornamento non solo de pubblici e de' pri- 
vati edifìci, ma ancora degli scudi votivi, de' vasi e de'bassi rilie- 
vi come pure in terra cotta delle patere e di alcune domestiche 
suppellettili, sì che venivano ripetute dall'una all'altra età e ai 
tardi nipoti con una specie di religiosa venerazione tramandate. 
In tal guisa sebbene il tempo distrutte avesse le rassomiglianti ef- 
figie fatte , allorché viveano gli originali personaggi , vennero non 
di meno conservate sino a noi molte delle consecutive copie , nel- 
l' eseguire le quali è da credersi che gli artefici procurato avran- 
no di attenersi se non agli archetipi , almeno a quelle copie che 
ai tempi loro erano più autentiche reputate. 

Medaglie confo' nate. 

Questa è la ragione , per cui Visconti risguarda sino ad un 
certo punto come autentici alcuni ritratti, i quali non si trovano 
che sulle medaglie dette contornate , e battute all' epoca della 
decadenza delle arti cioè nel IV. e V. secolo dell' era volgare. In 
quest' epoca sussistevano tuttavia in Roma ed in Costantinopoli col- 
lezioni di antichi e bellissimi monumenti di ogni specie , che agli 
incisori delle anzidette medaglie presentavano opportuni modelli da 
imitarsi ; modelli che spesso furono realmente da essi imitati , sic- 
come ne fa prova il confronto fatto di alcuni ritratti delle contor- 
nale con quelli che si conservano tuttora de' più antichi monu- 
menti. 

Miniature dei libri. 

Per questa medesima ragione lo stesso autore accorda un 
certo grado di autenticità ad altri ritratti ancora più recenti e che 
conservati ci furono nelle miniature , delle quali adorni sono alcu- 
ni antichi manoscritti , quando però tali miniature presentino non 
il capriccio del pittore, ma un certo carattere di originalità in 



!«g DELLA GRECIA 

guisa che pel costume , o per altri accessorj si abbia luogo a con- 
getturare , eh' esse copiate furono da altre dipinture più antiche e 
più vicine ai veri originali. Laonde noi non possiamo sì di leggie- 
ri aderire alia sentenza del signor Mongez , il quale togliere vor- 
rebbe quasi ogni autenticità ai ritratti che sono nelle antiche mi- 
niature (i). 
Ritratti apocrifi. 

Non dee in terzo luogo tacersi essere talvolta accaduto che 
autori anche insigni si sono ingannati nello scegliere i ritratti de- 
gli antichi greci dalle medaglie e dalle pietre dure. Imperocché 
siccome nella maggior parte delle Greche città il primo magistrato 
od il primo Arconte dava il suo nome all' anno : cosi spesse volte 
il nome ed il ritratto di lui ponevansi anche sulle medaglie. Ma 
avendo molti uomini nella Grecia il medesimo nome, è accaduto 
che al risorgere delle lettere e delle arti le teste di tali magistrati 
furono prese per quelle de' grandi uomini che avuto aveano il me- 
desimo nome di cui esse erano fregiate. In tal guisa taluno degli 
antiquari ha creduto di trovare in certe medaglie la testa del filo- 
sofo Socrate , mentre non era che quella di uno sconosciuto ma- 
gistrato che pure chiamavasi Socrate. Lo stesso dicasi dei ritratti 
ne' cammei e nelle pietre dure. Il nome che vi si legge inciso è 
per lo più quello dell' artefice , e rarissime volte è quello del per- 
sonaggio rappresentato. Così è accaduto che l'incisore Solone il cui 
nome genitivo COA13NOC , e per abbreviazione CO AON leggesi 
in alcuni cammei, fu preso pel legislatore di Ateue (i). Noi per* 
ciò nella scelta de' ritratti ci atterremo a que' pochi soltanto , che 
dalla sana critica dati ci sono come autentici , o come quasi au- 
tentici , nel che ci lasceremo specialmente guidare dal più volte 
lodato Visconti , il quale per ogni diritto vuol essere reputato co- 
me il più illustre ed il più dotto fra gli antiquarj. 
Ritratto di Periandro. 

Premesse le quali cose , noi daremo principio da Periandro , il 
quale fu il più vecchio dei sette savj , sebbene tutti suoi contem- 
poranei fossero. Egli fu figliuolo di Cipselo , e regnò in Corinto 
per ben quarantaquattro anni: vien reputato come uno dei più aa- 

(3) Encvclop. méthod. Antiquit. voi. I. pag. 7. 
(1) V. Alo'igez loco. cil. 



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tichi inventori di que' precetti politici die atti sono a conservare 
Ja tranquillità dei governi e delle nazioni (1). La sua immagine si 
vede nel busto, ossia nell' erma di marmo num. 1 tavola 1^ , prezio- 
so monumento del museo Vaticano, che fu scoperto nel 17 So 
presso di Tivoli negli scavi della villa di Cassio , insieme all' erma 
di Biante , ed ai frammenti di quelle di Solone, di Talete, di 
Pittaco e di Cleobulo. Le pupille furono dallo scultore espresse in 
guisa da annunziare il carattere dell'uomo fermo e risoluto. 

Di Solone. 

Il num. 2 , rappresenta Solone , ed è tratto da un busto di 
marino della galleria di Firenze. Il savio ha la testa cinta da 
un cordone simbolo della sua apoteosi: l'estremità del pallio, o 
mantello gli ricade sulla sinistra spalla : la sua fisonomia annunzia 
la calma e la forza dell' anima. Siegue nel num. 3 , l' immagine di 
Biante in un busto di marmo trovato pure negli scavi di Tivoli. 
Il savio di Priene si era reso celebre per la eloquenza da lui im- 
piegata in favore della patria , degl' infelici e degli oppressi per 
una benefica attività , e per una condotta sempre eguale. Egli spi- 
rò sulla bigoncia fra le braccia di suo nipote sul finire di un' arrin- 
ga in difesa di un amico. 

Talete. 

Il num. 4 > rappresenta Talete il fondatore della setta jonica . 
ed il padre della Greca filosofia , della quale parlar dovremo al- 
trove. Erodoto dice che questo filosofo fu il primo a fare il pro- 
getto di uno stato confederato ; sistema che allora venne da' suoi 
concittad ni rigettato, ma poi riconosciuto come la più benefica in- 
venzione di una politica sapientissima. Quest' erma appartenente al 
museo Vaticano , e fu ritrovata negli scavi sul monte Celio. 

Pittaco. 

Nell* medaglia num. f> , si vede 1' eflìg'.e di Pittaco. Questa 

preziosissima medaglia in bronzo , che è unica , apparteneva nel 

«ecolo XV. al celebre Fulvio Ursino: passò quindi nella collezione 

l Gotofredi a Roma, e di là nel Gabinetto della regina Cristina. 

Pio VI. 1' acquistò per arricchirne la collezione Vaticana, dall:< 

(1) L'opuscolo, ossia il dialogo di Plutarco col titolo di Baruhcttj 
| de' selle Sa.vj , in cui si finge che que' famosi uomiui si trovino uniti a 
solenne convito presso di Periamlro, dee reputarsi come una specie di 
romanzo, piuttostochè come un pezzo di storia. 

Cost. Voi. L del? Europa 1 1 



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quale passò poi nel museo di Parigi. Pittaco diede leggi a Miti- 
lene , e vi esercitò la dittatura per dicci anni dopo de' quali 
visse tranquillo e da' suoi cittadini onorato senz' esser costretto a 
darsi ad un volontario esigilo , siccome fatto aveano Licurgo e So- 
lone. Egli morì in Mitilene nell'età di oltre a settant'anni , l'anno 
670 prima dell' era volgare. 

Chi Ione. 

Nel frammento di mosaico, tavola a5 num. 1 , vedesi trac- 
ciata benché rozzamente l'immagine di Chilone (1). Questo savio 
fu Spartano; viveva in un'epoca, nella quale la legislazione di 
Licurgo era nel suo pieno vigore. Egli nell'anno 556 innanzi l'era 
volgare ottenne la dignità di primo Eforo (a): visse lungo tempo 
onorato sempre da' suoi concittadini, e mori ai giuochi olimpici 
fra le braccia del figliuol suo che riportalo avea il premio nel 
pugilato. 

Cleobulo e Pisistrato. 

Noi dato non abbiamo il ritratto di Cleobulo, il quinto fra i 
sapienti , perchè esso tolto ci fu dalle ingiurie del tempo insiem 
con quello di Pisistrato. 11 chiarissimo Visconti ci avverte che nel 
Museo Vaticano si conservano tuttora le basi a foggia di erme sulle 
(piali posavano tali ritratti , e sulle quali leggonsi tuttora i nomi di 
Cleobulo e di Pisistrato. iMoi suppliremo a tale mancanza coli' ag- 
giugnerc il ritratto di Esopo , seguendo anche in ciò le forme 
dello stesso Visconti (3). 

Esopo. 

Esopo, dice egli, nato nella Frigia, schiavo in Atene e poscia in 
Samos , è il primo che procacciata siasi una fama costante dall'apo- 

(1) Questo mosaico trovasi iti Vienna nella Biblioteca della Cattedrale», 
ed è un dono prezioso del prelato Biancliiui, il quale acquistato lo ave.» 
in Roma , dove stato era scoperto al principio dello scorso secolo fra le 
rovine dell'Aventino. Vi si legge la celebre massima attribuita a Cbilone: 
rN£20T CAYTON: Conosci te stesso. Sembra che questo mosaico appar- 
tenesse al pavimento della Biblioteca di Pollione sull'Aventino. E noto che 
Pollione ornata avea la sua Biblioteca coi ritratti degli uomini illustri. 

(q) Corsini F. A. toni. Ili- pag. io3. 

(3) Gli Ateniesi avevano fatto da Lisippo scolpire il ritorno di Esopo, 
e collocato lo aveano dopo quello dei sette sapienti. Phoedr. Epilog. lib. a. 
v«r«. 1. 

jÉeòvpi ih^enio sttituam posintìt Aitivi. 



DELLA GRFX.1A l^C) 

logo ; specie di morali componimenti inventata nell'oriente sino 
dall' antichità più remota. Le sue favole , le sue massime e lo in- 
gegnose sue risposte gli procurarono la libertà , e quasi risguardara 
lo fecero come pari ai sette sapienti , dei quali , era contempora- 
neo. Egli fu con distinzione accolto alla corte di Creso , rau 
la sua felicità non durò lungamente. Dopo di essersi coli' inge- 
gno e col sapere inalzato dall' abiezzione ad uno stato onorevol • 
peri a Delfo vittima della più nera calunnia V anno 56o prinw 
dell'era volgare (i): colà fu precipitato come un sacrilego dalla 
rupe Jampea (2). Il num. 2 , rappresenta 1' erma di Esopo : 1' ori- 
ginale in marmo conservavasi già a Roma nella villa Albani. La 
forma d' erma , o di termine , così ci avverte lo stesso Visconti . 
usitata pei ritratti degli uomini illustri , e la conformazione difet- 
tosa e compressa del rappresentato personaggio gibboso , col ven- 
tre gonfio e colla testa aguzza , e tale insomma quale ci viene 
dipinto Esopo, non ci permettono di dubitare che qui espresso non 
sia il famoso scrittore degli apologhi. Tali difetti di corpo sono m 
parte compensati da una certa vivacità della fisonomia diversissima 
da quella che gli antichi dar soleauo alle immagini dei nani « 
dei buffoni , nel cui volto vedesi sempre un non so che di ridi- 
colo, e sovente di stupidezza. 
Zaleuco e Caronda. 

I ritratti de' due legislatori della Magna Grecia Zaleuco e Ca- 
ronda dovrebbero qui pure aver luogo , ma essi non ci furono dal- 
1 antichità tramandati. La medaglia d' argento dei Locrj d' Italia 
riportata dal Faber, da F. Ursino e dal Gronovio , sulla quale al 
cuni antiquarj hanno creduto di ravvisare il ritratto di Zaleuco , 
è riconosciuta oggimai come falsa ; né meglio apposti sonosi alcuni 
altri eruditi, i quali avvisarono che rappresentata fosse l'effigie di 
Caronda in una testa calva e barbata incisa sopra alcune piccole 
medaglie d'argento coniate a Catanea nella Sicilia. L'immagine 
che vedesi su queste medaglie è quella di Sileno o di Pane, sic- 
come ne sono un chiarissimo argomento gli accessorj e le altre 
circostanze (3). 

(1) V. Larcher; Crohol- d' Heroclote, eh. 19- 

(2) Quest' autore, Icotiogr.gr., voi. 3. pag. 12 1. , combatte vittoriosa- 
mente lo scetticismo di coloro, clic hanno dubitato dell'esistenza di Esopo. 

(3) V. Visconti loc. cit. pag. ia5. N. Quest'autore è d'avviso cWe la 



l80 BELLA GRECIA 

Cecrope, Minosse , Codro. 

Xè maggiore fede meritano le immagini di Cecrope, di Mi-» 
nosse , di Codro e di altri antichi monarchi e legislatori, riporta- 
te dal Gronovio , giacché mancanti sono d' ogni solido argomento 
che ne dimostri 1' autenticità , e spesso non altro archetipo ebbero 
che o il capriccio dell'artista, o la troppo facile credulità di qual- 
che antiquario, il quale sognò di vedere tali ritratti in taluna delle 
antiche teste o ideali o sconosciute. Noi perciò , nemici mai sem- 
pre dell'impostura, que'soli ritratti riporteremo, ai quali la sana 
critica ha finora accordato se non una sicura autenticità ; almeno 
molti gradi di verisimilitudine e di fede. 

Licurgo. 

Tale è il ritratto di Licurgo num. 3 Tavola 25 , preso da una 
testa in marmo della collezione Farnese. La differenza che assai 
sensibile appare nella conformazione dell'occhio sinistro e delle 
parti che lo circondano , quando se ne faccia il paragone colle 
destre parti del volto, ci dimostra che l'artista con tal difetto 
di simetria ha qui voluto caratterizzare un uomo mancante di 
un occhio: ora Licurgo perduto avea appunto un occhio in una 
popolare sommossa. La capigliatura incolla e rozza è quale convien- 
si allo Spartano costume, e l'armatura che vedesi in parte sulla 
diritta spalla è propria del legislatore, che nella sua costituzione 
posto avea per base il valor guerriero (i). 

Cleomene III. 

Al ritratto di Licurgo , del grande autore della costituzione e 
grandezza Spartana, aggiugniamo quello del tiranno Cleomene III. 
figliuolo di Leonida II. Re di Sparta e l 5 ultimo della reale fami- 
glia degli Agidi. Egli cangiata avea la forma del governo trucidan- 
done gli Efori, e mandando a morte col veleno il giovane Re 

testa coronala della medaglia Locrese sia quella di Giove che vedesi sulle 
medaglie autentiche de'Locrj, e che il nome di questa divinità JjZ'jg , 
sia stalo cangiato in quello di ZéX).SV/.:g- Quanto poi alla supposta imma- 
gine di Caronda nelle medaglie di Catauea , riportale anche dal Gronovio, 
è d'uopo avvertire ch'essa è rappresentata ora colle corna, ed ora colle 
orecchie di capro , aggiunti proprj di Pane e di Sileno. 

(i) Nel Museo Vaticano si conserva una statua di Licurgo, la cui testa 
non è molto differente dalla Farnese qui da noi riportata. V. Mus. Piu- 
Clem. toni. 111. Tav. i3. 



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DELLA. GRECIA l8l 

della famiglia degli Euripontidi eli' essergli dovea collega. La sua 
immagine e rappresentata in un medaglione d'argento battuto a 
Sparta , che dalla Grecia venne trasportato a Parigi dall' abat« 
Fourmont , e che per la prima volta fu pubblicato nell'Istoria del- 
l' Accademia delle belle lettere (i). Nel rovescio è rappresentata 
Minerva Chalciaecos, ossia Minerva al tempio di Bronzo, protet- 
trice di Sparta. Gli argomenti intorno alla non dubbia autenticità 
di questo ritratto si possono vedere presso Ecklel e Visconti (2). 
Pericle. 

Fra gli uomini di Stato, che un grau nome si procacciaro- 
no nella Grecia tutta , occupar dee a diritto un distintissimo luogo 
Pericle, che per quarant'anni fu l'arbitro della repubblica Ate- 
niese. Perfetto conoscitore degli uomini, politico avvedutissimo con- 
servar seppe 1 autorità sua destramente servendosi dei tesori della 
Grecia e più ancora dell eloquenza , che egli avea avuto in dono 
dalla natura. A lui andò debitrice Atene del suo più grande splen- 
dore nelle scienze e nelF arti belle : mori vittima egli pure della 
famosa peste di Atene , nell' anno 4 2 9 prima dell' era cristiana , 
anno terzo della guerra del Peloponneso. Il suo ritratto , num. 5 , 
riconosciuto come autentico da Visconti , fu tratto da una bellissi- 
ma erma di marmo , la quale venne non ha guari scoperta presso 
Tivoli nelle mine della villa di Cassio, d'onde passò nel Mu- 
seo Vaticano (3). " La profondità del pensiero, dice Visconti, la 
finezza del giudizio , la tranquilla fermezza del carattere sono le 
qualità , che sembrano manifestarsi sulla fronte , negli occhi e sulle 
labbra di questo ritratto. E da notarsi che la forma del crànio di 
Pericle , la quale secondo Plutarco era oblonga e troppo elevata , 
viene qui nascosta dall' elmo , artificio posto in uso dagli artisti di 

(1) Tom. XL. pag, g3. 

(u) Eck. Doctr. Num. tom. il. pag. 2S2. e Visc. Iconogr. gr. voi. II. 
pag. g4 e seg. 

(3) Nell'erma sotto al ritratto leggesi in greco od in caratteri inajti- 
scoli la seguente iscrizione. 

Pericle figliuolo di Satitippo Ateniese. 

Nelle medesime rovine presso di Tivoli fu pure scoperta un'altra effigia 
di Pericle, la quale venne trasportata in Inghilterra: essa trovasi incisa 
nelle Antichità di Atene di Stuart, tom. II. e* 5. nel culo di una lampaaj, 



iS'i DEIXA GRECAI 

uuf' tempi per nascondere un Mal difetto nella figura del ]om 
gran protettore (i). Al ritratto di Perirle andar dovrebbe unito 
quello di Aspasia famosa cortigiana di Mileto , die seppe sollevarsi 
dal proprio stato a segno di essere con lui arbitra dei destini di 
Atene. Ma già data abbiamo l' immagine di lei nel num. i della 
tavola j. 

Noi chiud eremo questa prima serie della Greca Iconografia 
eolla tavola 26 , la quale contiene i ritratti di que' Principi a 
Regi Sieuli che colle loro insigni gesta meritaronsi nella storia un 
luogo distinto. Le medaglie di questa tavola sono tutte autenticho 
e tratte in gran parte dall' opera più volte lodala di E. Q. Vi- 
sconti. 

Jerone. 

Sulla medaglia d' argento num. 1 , è rappresentato Jerone che 
governò Agrigento dall'anno /±ji sino al 487 prima dell era vol- 
gare , e che Pindaro fa discendere da'Tebani eroi. La fazione de- 
gli Emmeridi, i quali in Agrigento formavano un corpo politico 
strettamente unito coi vincoli di alcune cerimonie religiose, inal- 
zato lo avea al supremo comando , di cui egli saggiamente usò a 
favore della patria sua non solo ma della Sicilia tutta avendola 
sottratta al giogo de' Cartaginesi mercè l 5 alleanza con Gelone ca- 
po de' Siracusani. Questa medaglia è tratta dalla collezione Ca- 
relli di Napoli. Il cancro che vedesi sul rovescio , e che in greco 
dicevasi v.oxywv divenuto era 1' emblema di Agrigento , chiamata 
perciò in greco Acragos. La benda che circonda la testa della 
figura denota che Jerone stato era reputato pari agli antichi eroi. 

Gelone. 

I numeri 2 e 3 contengono l'immagine di Gelone. Questi ap- 
pena divenuto colla forza arbitro di Gela sua patria intraprese la 
conquista di Siracusa , dove entrò vincitore alla testa della fazione 
dei ricchi che stati n'erano dal popolo discacciati. Nella battaglia 
d' Imera sbaragliò 1' esercito de' Cartaginesi condotto da Amilcare 
e composto di ben trecento mila soldati: ne impiegò i prigionieri 
nell' agricoltura e nelle opere pubbliche sostituendoli a quel sedi- 
zioso ed incostante popolaccio , eh' egli pel comun bene espulso 
avea dall' isola. Presentatosi poscia disarmato nella pubblica assem- 

(1) PJutnrch. Perides etc. 



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OF THE 
MEpnY OF UH*» 



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blea vi rese conto delle sue azioni , e venne liberamente procla- 
mato re e signore. Dopo di ciò egli tutto si rivolse al bene della 
Sicilia , a cui in certa guisa cangiar fece aspetto introducendovi le 
più salutari istituzioni (i). Mori d'idropisia l'anno /yjS prima 
dell'era volgare. Le due medaglie l' una d'argento e l'altra di 
bronzo sono state descritte da Mionnet (2) , e rappresentano que- 
sto Principe in due età alquanto differenti. Nel num. 2, dietro 
ella testa e nel campo della medaglia vedesi una clava, emblema 
forse delle vittorie da lui riportate ne' giuochi olimpici, al die 
pare clic alludano i carri della vittoria nel rovescio di ambedue 
le medaglie e la lettera E sottoposta ai cavalli del num. fi. La 
greca leggenda dell' uu rovescio suona in italiano: / Siracusani 
(alla memoria) di Gelone, e quella dell'altro suona semplice- 
mente ( alla memoria ) di Gelone. 
Jerone I. 

Il num. 4-> rappresenta 1' effigie di Jerone I. fratello di Ge- 
lone (3). Sotto di questo Principe il trono di Siracusa acquistò 
nuovo splendore. Jerone fu amico delle lettere e delle arti, e mal- 
grado la sua ambizione e gli altri difetti che gli vengono da Dio- 
doro imputati (4) , fu sempre considerato come il modello dei 
Principi. Egli fondata avea la città di Etna, nella quale ottenne 
gli onori eroici , che decretare si solcano ai fondatori di una città 
che non avesse meno di dieci mila abitanti , siccome scrive Dio- 
doro. Questa medaglia è di bronzo , e nel rovescio ha gli stessi 
emblemi di quella di Gelone. 

La medaglia d'argento, num. 5, ha tutti i caratteri, che ri- 
scontrati abbiamo in quella di Gelone e di Jerone , e perciò sem- 
bra potersi affermare ch'essa stata sia coniala a' tempi stessi e nella 

(1) Gelone nel suo trattato Coi Cartaginesi inserì un articolo, col quale 
essi vennero obbligati ad abolire il barbaro costume d' immolare 1 fanciul- 
li. V.Montesquieu, Esprit des luix. lib. X. e. 5. 

fa) Description de médailles etc. Tom. I. Roi.s de Siale IV. i.et 5. 

(3) Due furono gli Jeroni. Il primo, cb' era figlinolo di Dinoniene , r@- 
guò 10 anni, e morì 1' anno 467 prima dell'era volgare; il secondo regnò 
54 anni e morì l'anno 2i5 prima della stessa era. ha presente medaglia 
porta il ritratto di Jerone I. sebbene , secondo tulle le regole della buona 
critica, sia stata coniata sotto di Jerone II., il quale volle con essa ono- 
rare la memoria di quel grand' uomo. Veggasi il già citato Mionnet. [Rois 
dt Sicile N.* 20. ) e Visconti leonogr, #r. toI. II. pag. i5 e seg. 

(4) Diodor. XI. 5. 67. 



I 84 DELLA GRECIA. 

medesima zecca di quelle, cioè ìa Siracusa sotto di Jerone II. 
La greca leggenda del rovescio suona in italiano: (alla memoria) 
della regina Fi lì sii. 
Filisli. 

II nome di questa Filisti si legge in diverse medaglie, ed in 
alcuni monumenti paleografici della Sicilia; ma dagli antiquarj 
si disputa tuttora interno al luogo da assegnarsi a questa Regina 
nella storia e nella cronologia. Fra le varie opinioni a noi sembra 
la più probabile quella di Visconti , il quale è d' avviso die sia 
qui rappresentata l'immagine di una Filisti figliuola di Jerone I. , 
dalla quale discendeva probabilmente Jerone li. che perciò co- 
niare ne fece la medaglia insicm con quella del prisco Jerone. Il 
carro della Vittoria allude forse alle vittorie ne' giuochi della 
Grecia riportate dal padre e dallo zio di questa donna. La palma 
nel campo di dietro alla testa , e la lettera A sotto ai cavalli 
sono le note allusioni od alla città nella quale fu coniata la me- 
daglia , od al magistrato , che presedeva alla zecca (i). La capi- 
gliatura della Regina a a perdendosi sotto il diadema e sotto il ve- 
lo , acconciamento , che gli antichi artefici spesso dare soleano alla 
madre degli Dei. Noi abbiamo tanto più volentieri riportata que- 
sta immagine in quanto che essa può somministrare agli artisti una 
traccia pel costume degli abbigliamenti delle Greche Regine nei 
più bei tempi della Sicilia. Queste sono le poche medaglie della 
Sicilia , che rappresentano ritratti autentici dei re di quell' isola ; 
giacché molte medaglie, e fra le altre una di Dionigi il seniore, 
sulla quale il Mirabella crede che impresso sia il ritratto di quel 
tiranno (2), o sono supposte, o rappresentano immagini delle deitk 
tutelari. Noi perciò faremo qui fine a questa prima serie della 
Greca iconografia. 

(1) Il Visconti ci avverte, che i Greci non avendo nomi di famigli» 
facevano un grand' uso di sigilli per distinguersi gli uni dagli altri. « Io 
<c credo, die' egli, che nessun altro monumento meglio dimostri que- 
« st* uso , e più utile sia per ispiegare gli emblemi ed i caratteri che si 
« trovano sulle medaglie, quanto la celebre iscrizione o tavola di bronzo 
« d'Eraclea: vi si leggono i nomi dei magistrali di questa città, ciascuno 
« de' quali è accompagnalo dall' indizio del suo emblema , o dui tipo del 
« suo sigillo, e di alcune letleic che vi erano probabilmente impresse ». 
Leggasi intorno a ciò anche il Mirabella , DAh antiche Siracuse , voi. IL 
pai t. IL pag. iaa. 

^aj Mirabella, ibiJ. Medaglia. XXXI. 



LA GRECIA 

SOTTO I RE DELLA MACEDONIA 



SECONDA SERIE 



DELLA GRECA ICONOGRAFIA. 



Decadenza della libertà della Grecia. 

L; 
oro, la dissimulazione e la politica astuta ed insidiosa di 

Filippo Re della Macedonia dall'una parte, dall'altra la mollez- 
za , la discordia , 1' abbandono delle antiche costituzioni e la ve- 
nale adulazione degli oratori già dato aveano il più funesto crollo 
alla libertà della Grecia. Indarno Demostene ed alcuni pochi, che 
conservavano tuttavia un retaggio dell' antica virtù , tentato aveano 
di sostenerne la vacillante potenza. 
Filippo il Macedone. 

Filippo per una convenzione fra il padre suo Aminta , ed il 
T ebano Pelopida stato era spedilo in ostaggio a Tebe. Ivi fu edu- 
cato nella famiglia di Epaminonda , dove , fatalmente per la Gre- 
cia , apprese l' arte della guerra da quel sommo capitano. Asceso 
sul trono della Macedonia , e divenuto arbitro delle sue genti ri- 
volse le mire alla Grecia, che forse riguardò come non difficil 
preda , ben conoscendone la debolezza prodotta dalla depravazione 
de' costumi e dalle interne fazioni. L : oro ch'ei seppe prodigalizzare 
ai traditori, eh' egli medesimo manteneva in tutte le repubbliche, 
gli agevolarono l'impresa (i). I primi suoi movimenti lo resero 
(i) Gli Spartani furono i soli che seppero preservarsi dal contagio 
dell' oro di Filippo. Questo contagio vien da Pausania paragonato alla 
peste che tutta devastata avea la Grecia nella guerra del Peloponneso. Le 
i'reccie d'Apolline , dice un illustre scrittore, furono ai Greci nei campi 
di Troja meno funeste che l'oro sparso da Filippo ne' loro stessi focolari 
T. Sainlc Croix, Exam. eie. 



l86 DELLA GRECIA 

padrone dello Tormopili e della Focide, le cui città furono per 
suo volere ridotte a semplici villaggi. Dopo di ciò ottenne di es- 
ser solennemente ammesso nel consiglio degli Anfizioni con pri- 
vilegio di doppio voto. I Tebani e gli Ateniesi tentarono invano 
di opporre un argine al torrente delle Macedoni falangi : essi fu- 
rono finalmente sconfitti nella famosa battaglia di Cheronea , e Fi- 
lippo condotta avrebbe a fine la sua impresa se trascurato non 
avesse di approfittare della vittoria , e se cosa immatura ed impru- 
dente giudicalo non avesse lo spingere i Greci ad una disperata 
resistenza. 
Morie di Filippo. 

Sembra perciò eli' egli appagato siasi di farsi coi voti di tutti 
gli Stati nominare supremo capitano dei Greci eserciti per una 
spedizione che meditava contro i Persiani, e che forse eseguita 
avrebbe, se stato non fosse ucciso da Pausania giovane Macedo- 
ne nell'anno XLVII. della età sua, 336 anni prima dell'era vol- 
gare. 
Alessandro. 

L'impresa, alla quale Filippo non avea potuto dar compi- 
mento , venne felicemente condotta a fine dal figliuolo suo Ales- 
sandro (i). Questi nacque a Pella nella Macedonia l'anno 356 
prima dell'era volgare, discendeva dagli Eraclidi per parte del 
padre suo , e dagli Eacidi per parte di Olimpia sua madre. Laon- 
de potè vantarsi di divina origine da Ex-cole, da Achille e da 
Giove. 
Sua educazione. 

Il padre gli diede a precettore Aristotile , che si propose di 
farne un gran Re , nel quale divisamento riuscì maravigliosa- 
mente. Filippo allorché vide l'esito felice dell'educazione di Ales- 
sandro , non potò trattenersi dal gridare : o figliuol mio , cercati 
un altro regno che sia pari a le ; poiché la Macedonia più 
non potrebbe ormai coìitenerti. Asceso sul trono paterno nell' età 
d' anni venti , e vendicata la morte di Filippo , soggiogò gì' lllirj 
ed i Tracj. 

(1) Noi non faremo che accennare di Alessandro quelle cose soltanto 
che hanno un'immediata relazione coi greci avvenimenti, rimettendo pel 
restante i nostri lettori alla grand* opera di S. Croix Examen criùq. 
(fas^ancienj historiens d' Atexandre-le- grand. 



DELLA GRECIA 187 

Stte prime imprese. 

Colla distruzione di Tebe sì gran terrore alla Grecia infuse che 
tutta a lui si sottomesse creandolo supremo capitano contro i 
Persiani suoi perpetui nemici. In età di ventidue anni passò l'Elle- 
sponto, e già sicuro dell'impresa distribuì a'suoi amici tutti i dominj 
dell' avita corona , a sé non riserbando che le speranze. 

& impadronisce dell' .Asia. 

Le battaglie dell' Granico, dell'Isso e di Arbelle , l'assedio 
d' Alicarnasso e di Tiro e tante altre imprese l' inalzarono al 
trono dell' Asia nello spazio di soli cinque anni : la fondazione di 
Alessandria , la restaurazione di moltissime e famose città , e la 
distruzione di altre formano una delle più belle parti della Greca 
storia , e forse la più importante delle antiche militari spedizioni. 
Giunto Alessandro al più alto grado, a cui pervenir possa un 
uomo, non riposò neghittoso sui proprj trofei, ma scorrendo qual 
vincitore per immense regioni ispirò 1' ammirazione ed il terrore 
a tutte le genti circonvicine , e portò le sue conquiste sino sulle 
sponde dell'Indo e dell' Idaspe. Salutato dall'oracolo di Ammone 
qual figliuolo di Giove, si prevalse di quest' adulazione per ecci- 
tare la maraviglia nei popoli, e per compiere que' grandi divisa- 
menti , che colla sola forza delle armi non avrebbe forse potuto 
condurre a compimento. Il suo scopo era quello di formare dei 
popoli dell' Asia , e della Grecia una sola nazione , e di stabilire 
un impero unico, che assicurasse la tranquillità ai popoli de' quali 
sarebbe composto , e che ad un tempo tenesse in una certa dipen- 
denza le straniere e circonvicine genti. 

Sua Morte. 

Là morte fece svanire questi grandi progetti $ poiché estinto 
egli fu da febbre violenta in Babilonia nell'età di 32 anni, l'anno 
323 prima dell'era cristiana (i). 

Contegno di Alessandro verso la Grecia. 

Alessandro divenuto libero signore della Grecia non le impose 
alcun giogo, ma seguendo le orme di Filippo suo padre tenne 
verso di lei un contegno nobile e generoso. Neil' atto di partire 
per l'Asia lasciò ai Greci la libertà di governarsi a loro piacere ; 

(i) Intorno all'epoca della morte di Alessandro veggasi Larcher. 
Herod. Voi. VII. pag. 708. 



l88 DELLA GRECIA 

ed anzi nella stessa distruzione di Tebe non volle apparire che il 
semplice esecutore de loro decreti. 

Si vendica di Sparta. 

Nobile fu pure la vendetta eli' egli prese contro de' Lacedemo. 
ni , i quali negato gli avevano il voto pel supremo comando de- 
gli eserciti Greci. Imperocché dopo la battaglia del Granico spedi 
ad Atene trecento armature persiane da consacrarsi a Minerva-Po- 
liade coli' ordine che vi si apponesse la seguente iscrizione: Ales- 
sandro figliuolo di Filippo , ed i Greci > trattone i Lacedemo- 
ni , dalle spoglie dei Barbari che abitano V Asia. Ma egli rin- 
tuzzò ancor più l'orgoglio di Sparta, allorché il Peloponneso iu- 
stigato dagli stessi Lacedemoni, mosso erasi a ribellione. Alessan- 
dro dopo la sconfitta di Agide che con un esercito di Spartani 
portalo erasi in sussidio del Peloponneso , obbligò Lacedemone a 
spedirgli alcuni ostaggi sotto il titolo di ambasciatori, ed a porsi 
interamente in sua balia. Egli nulla tralasciò ancora per infievolire 
i popoli dell' Elide e dell' Acaja , i quali contro di lui prese avea- 
no le armi, e perciò fece nel Peloponneso maggiori leve di uo- 
mini che negli altri paesi della Grecia. In tal guisa tolse a'suoi 
nemici il mezzo di nuocergli facendo che quasi senza avvedersene 
a' suoi vasti disegni cooperassero. 

Sua affezione per Atene. 

Alessandro conservata sempre avea una particolare affezione per 
Atene , avendole accordato tutto ciò che da lei chiesto gli venne 
nel corso della sua spedizione, ed avendole altresì restituito non so- 
lo le statue d' Armodio e d' Aristogitone , ma i simulacri ancora de- 
gli Dei } che stati le erano tolti e trasferiti a Susa. Conoscendo 
non di meno la leggerezza è l' umor sedizioso di quella città , ad 
imitazione di Filippo suo padre vi fomentò sempre la fazione Ma- 
cedone , coli' oro corrompendone i più potenti ottimati (i). Con 
tali artificj la Grecia tutta senza accorgesene erasi sotto il giogo 
de' Macedoni piegata. 

Carattere di Alessandro. 

Noi non ci tratterremo a distintamente delineare il carattere 
di Alessandro. Lasceremo ai retori ed ai sofisti e inalzarlo fra i 



(i) V. Plut. in Alex. Aeschia. coqtr. Clesipb. Diod. Sic. Arrian. e Sv 
Crex. Extimtn etc. pag. \Qi. 



DELLA GRECIA I 89 

semidei, ed il porlo fra i tiranni e Ira' flagelli dell' uman gene- 
re. A noi però sembra che il carattere di questo grand' uomo ci 
sìa stato senza esagerazione descritto da Aristotile maestro di lui 
^elle seguenti parole , delle quali Rutilio Lupo ci ha conservata la 
traduzione latina: yilexandro Macedoni , neque in deliberando 
consilìum , neque in praeliando virtus , neque in beneficio be- 
nìgnitas deerat, séti dumtaxat in supplicio crudelitas. IVatn 
eurn aìiqua res dubia accidisset , apparebat sapientissimus ; cam 
autem confligendum esset cum hostibus , fortissimus ; cura ve 
ro praemia dignis tribuendum, liberalissimus: at cum animad- 
vertendum, clementi ssimus (i). 

Suoi errori.. 

Tale fu la vita, tale il carattere di Alessandro, il cui genio 
potuto avrebbe cangiare, e render felice tutto l'antico mondo. 
Ma, siccome osserva acconciamente Gillies , lo spirito di migliora- 
mento è passeggiero e richiede perpetui sforzi, mentre i fonti del- 
la degenerazione souo innumerabili e permanenti (2). L'eroe Ma- 
cedone trascurato avendo di stabilmente provvedere alla successio- 
ne del trono , lasciò a' suoi capitani aperto il campo a quelle san- 
guinose guerre, che sì lungamente desolarono il mondo. E fama 
ch'egli stesso negli estremi momenti del viver suo proferite abbia 
queste parole : / miei funerali saranno di sangue. 

Politica de' capitani di Alessandro . 

I suoi capitani fecero uso della più astuta politica per ren- 
der vani i naturali diritti che alla successione all' impero aver 
poteano i figliuoli ed i fratelli di lui. (3) Perdicca, che da Ales- 

(1) Rutil. Lup. , de fig. ienlent. L. I. 5- 18. Veggasi la già citata, opera 
di Sainte-Croix, pag. 2o3. Veggasi ancora Visc. Iconografìa. T. II. pag. 32, 
il quale aggiunge opportunamente la seguente osservazione «Quest'elogio, 
che Aristotile ci ha lascialo d'Alessandro, è tanto più ila osservarsi , quanto 
che fu scritto senza alcun dubbiò dopo la morte di lui. Laonde i rim- 
proveri di adulazione f che Runchenio sulle tracce di Tertulliano fece ia 
quest' occasione al filosofo , mi sembrano del tutto ingiuste ». 

(2) Hist. of Greece. Voi. II. pag. 678. 

(3) Alessandro da Barsine figlia di Dario, secondo alcuni scrittori, 
e di Artabazo secondo altri , ebbe un figliuolo detto Ercole , che yu>m 
per brevissimo tempo ; dalla bella Rossane figlia di Ossiarle Baltriano 
ebbe un figliuolo postumo che fu chiamato esso ancora Alessandro, « 
che per qualche tempo portò il titolo di Re ; da Claofu regina d' una paite 



IQO DELLA GRECIA. 

Sandro ricevuto avea l' anello munito del regale sigillo , assunse 
una generale reggenza : le truppe e le province furono divise fra 
Antigono, Tolomeo, Cratero e gli altri capitani, i quali essendo 
stati in addietro eguali a Perdicca , sdegnavano di essere divenuti 
a lui inferiori. Ciascuno sperava di ottenere colle proprie armi un 
dominio stabile ed assoluto : ciascuno assoldò nuove truppe , e si 
accinse a conquistare gli stati degli emuli colleghi: essi a vicenda 
formarono e distrussero le più formidabili alleanze. Frattanto i 
figliuoli ed i congiunti di Alessandro , che imprigionati gemevano 
e dispersi in varj luoghi , tutti perirono miseramente. La storia non 
più ci offre che una serie orrenda di calamità e di misfatti. 
Loro vicendevoli guerre. 

Gli ambiziosi capitani gli uni dagli altri risospinti invadevano 
e a vicenda perdevano i paesi , seco traendo la strage , lo spaven- 
to e la desolazione. Perdicca \enne da'suoi soldati spento : Alceta 
si diede da se stesso la morte : Eumene fu ucciso per comando 
di Antigono. Finalmente colla battaglia dell'Isso nella Frigia, es- 
sendo sotto una tempesta di dardi caduto Antigono il più formi- 
dabile di que' conquistatori , ebbe fine la sanguinosa lotta , e l' im- 
pero fu diviso fra Tolomeo , Cassandra , Lisimaco e Seleuco. La 
Macedonia e la Grecia caddero sotto il dominio di Cassandro. 
La Grecia sotto i successori di Alessandro. 

Siccome l'istituto nostro non è quello di scrivere una storia, ma 
quello bensì di rintracciare i costumi -, cosi crediamo bene di aste- 
nerci da più lunghe ricerche intorno ai successori di Alessandro. 
A noi basta di aver tracciato , per cosi dire , il filo della storia , 
onde insieme collegare le cose Greche. Chi vago fosse di averne 
più minute notizie potrà consultare fra gli antichi Q. Curzio , Ar- 

tlelle Indie n' ebbe un altro chiamato parimente Alessandro, e che sol; 
tentrò nel regno alla madre sua. Egli avea in oltre tre fratelli , cioè 
Ar'uleo figliuolo della danzatrice Filma, Tolomeo , figliuolo di Ai sinoc , 
la quale già erane incinta , allorché da Filippo , con cui giaciuta era , fu 
data in isposa a Lago, Carauno , figliuolo di Cleopatra, la rivale di 
Olimpia: ebbe ancora una sorella chiamata Tessa che poi fu sposa tdi 
Cassandro. Alcuni scrittori sono d' avviso che Alessandro ad onta dei 
diiilli de' proprj figliuoli divise abbia prima della sua morte le conqui- 
state province tra i più prodi suoi capitani. A noi però non s'appar- 
tiene l'entrare in questa discussione. Leggasi l'opera più volle citata di 
S. Croi* pag. 568 e segg. 



DELLA GRECIA. IQI 

riano , Giustino, Diodoro Siculo, Plutarco, e fra i moderni Sainte- 
Croix , la Storia universale compilata da una società di letterati In- 
glesi , ma specialmente la Storia del mondo del chiarissimo Gil- 
lies (1). Solo avvertiti vogliamo i nostri lettori che da quell' e- 
poca non i costumi soltanto, ma la lingua ancora de' Greci pale- 
sarono quasi per adozione presso le genti che cadute erano sotto 
il dominio de' successori di Alessandro (2). Ciò accadde massime 
nella Siria e nell'Egitto, dove i Seleuci, i Tolomei , ed i loro 
successori nella magnificenza delle loro corti affettavano di accop- 
piare le arti e l' eleganza della Grecia colla pompa e col lusso 
dell' oriente. Ma siccome osserva anche Gillies , la loro ostentazio- 
ne era più grande che il loro gusto; il loro vanto di liberalità 
era in continua opposizione colla schiavitù , nella quale i popoli 
gemevano ; così essi caddero ben tosto nella mollezza , nella nul- 
lità _, nell" avvilimento. Gl'intrighi delle donne, degli eunuchi e de- 
gli effemminati ministri nulla ci somministrano che degno sia di far 
parte degli avvenimenti della Greca storia. 
Conserva le sue lezzi. 

La Grecia propriamente detta ci offre tuttavia sotto i succes- 
sori di Alessandro qualche lampo dell' antica virtù ; ma questo 
lampo paragonarsi potrebbe alle scintille di una luce moribonda. 
Essa insieme ad un apparente libertà conservate sempre avea più 
o meno le proprie leggi e costituzioni. Alessandro non mai dichia- 
rato erasi assoluto dominatore della Grecia: sembra ch'egli pago 
fosse del modesto titolo di protettore; ma la protezione di un 
gran Principe è rare volte disgiunta dalla servitù del popolo pro- 

(1) The history of the woi ld front the reign of Alexander to timi 
of Au^uslìis comprehending the latter ages of Europaa Greece eia. 
London, Cadel , 1S07, voi. II. in 4-* 

(1) I costumi Greci dopo quesl' epoca si diffusero anche presso k 
altre nazioni , sì che non ci era popolo che vantasse coltura e che ad 
un tempo non affettasse d'essere Greco. La lingua Greca divenne quasi 
l'universale lidiomi» non dei dotti soltanto, ma di tutti coloro che ap- 
parir voleano gentili e ben costumali. Essa venne in uso nell' Italia, iu 
Cartagine e presso i Giudei ancora. Questa quasi universalità de' Greci 
costumi deesi non alle sole conquiste di Alessandro, i cui presidj ed 
eserciti erano continuamente sussidiati dalla Grecia , ma eziandio alle 
innumerabili Greche colonie nell'Europa, nell'Asia e nell'Africa, all'a- 
mabile e gioviale carattere de' Gi«ci , ed all' eccellenza della bugna e 
delle arti loro. 



iga DELLA GRECIA 

tetto. I suoi successori seguirono per qualche tempo un'eguale po- 
litica 5 ma siccome fatto avea Alessandro contro gli Ateniesi , essi 
ancora tutta manifestarono la prepotente loro tirannide , allorché 
taluno de' popoli della Grecia tentò di scuotere il giogo e di sol- 
levarsi al primiero splendore. 
Focione. 

Focione era forse il solo , che potuto avrebbe risvegliare in 
tutta la nazione la virtù degli avi , e trarla dal letargo e dal lan- 
guore. Egli in sé accoppiava la politica avvedutezza di Temistocle 
col militar valore di Milziade. Ma gli animi degli Ateniesi già 
troppo erano corrotti : costoro incostanti mai sempre e leggieri se- 
guirono la fazione di quel grand'uomo , al quale anteposero uomini 
vili, abietti, e non da altra passione, che dall'invidia e dalla ge- 
losia dominati. Egli fu da una tumultuosa assemblea condannato a 
bere la cicuta. 
Cassandro e Demetrio Falereo. 

Atene nondimeno sotto il dominio di Cassandro e mercé di 
Demetrio Falereo goduto avea di tutti que' beni che derivare so- 
gliono da un ben costituito governo. Demetrio preposto da Cassan- 
dro all' amministrazione di quella repubblica sforzato erasi di ri- 
chiamare in vigore le antiche leggi , di riformarne i tanti abusi , 
e di ricondurre i cittadini alla virtù , alla concordia , alla som- 
missione, alla gloria insomma de'maggiori. Egli n'ebbe una ricom- 
pensa pari a quella che riportata avea Focione, cioi* la più fero- 
ce persecuzione de' suoi stessi concittadini : fu dall' ingrata patria 
discacciato, vennero atterrate le trecento sessanta statue, che a lui 
state erano inalzate: esule e condannato a morte per contuma- 
cia trovò un onorevole asilo in Egitto nella corte di Tolomeo So- 
lere, splendido protettore delle arti e delle scienze (t). 



(1) Gli Ateniesi giunti erano a lale viltà , che non ebbero vergo- 
gna di tutti accumulare i più stravaganti onori sopra Demetrio Polioi- 
cele , e sopra Antigono padre di lui, dando ad ambedue il titolo di 
Dei tutelari, e portandone in solenne processione i ritratti. Demetrio, 
dopo ch'ebbe discacciato dall'Attica Cassamlro, ottenne dagli Ateniesi 
per sua abitazione il tempio di Minerva t che macchiò d'ogni sorta di pro- 
fanazioni. Che inai sperarsi potea da un popolo in tanta abiezione ca- 
duto » 



DELLA GRECIA |jvj 

Incursioni, de' Galli. 

Fra mezzo a tante vicissitudini , onde sotto de' Macedoni con- 
quistatori era agitata la Grecia , destossi una tempesta , la quale 
l'avvicinò per un istante i popoli spinti dal comune pericolo, e la 
quale, come accaduto era in altre nazioni, prodotto avrebbe i più 
salutevoli effetti, se i Greci nutrito avessero un sincero , ed effica- 
ce amore di patria e di gloria nazionale. I Celti o Galli condotti 
da Brenno fecero nella Grecia un'incursione con un formidabile 
esercito , ma superate appena le Termopile vennero battuti. Ad 
onta però di questa prima sconfitta, essi spedirono nell' Etolia un 
orda di quaranta mila uomini, i quali ogni sorta di scelleraggine 
vi commisero non perdonando nemmeno ai vecchi ed ai bambinelli 
lattanti. 

littoria degli Etolj. Morte di Brenno. 

Gli Etolj riavutisi dallo spavento, e rafforzati dagli altri Gre- 
ci assalirono i barbari sì valorosamente che soltanto venti mila di 
costoro salvar si poterono colla fuga alle Termopile, dove ritrova- 
vasi tuttavia il maggior nerbo dell' esercito loro. I Celti nondime- 
no tentarono una spedizione contro di Delfo con animo di sacche"- 
giarvi quel famoso tempio; ma i Greci a gara accorsi sconfìssero 
totalmente il nemico esercito , e Brenuo stesso ferito e disperato 
si diede la morte con un pugnale (i). Dopo questa sì importante 
miserie vittoria i Greci conservando quel vigore , che nel comune 
pericolo riuniti gli avea, forse potuto avrebbero riacquistare l'antica 
libertà e del tutto alla straniera dominazione sottrarsi; ma in tale 
impresa ciascun popolo operato avea più pel proprio e privato in- 
teresse , che pel conimi bene, e perciò allontanato ì\ pericolo, 
nuovamente la Grecia si abbandonò alla corruttela ed alle intere 
dissensioni. 

Lega lichen. 

Gli Achei tra i popoli della Grecia furono i soli che nutrendo 
qualche favilla dell'antica virtù osarono scacciare i Macedoni, ed 
in repubblica nuovamente costituire nsi. Essi avuto aveanoantic amen- 
te per re un figliuolo d' Oreste detto Tisameno , che al ritorno 

(i) L'incursione de' Galli nella Grecia accadde nell'anno secondo del- 
l'olimpiade CXXV. 279 anni prima dell' era volgare. Intorno a queilo 
avvenimento leggasi Pausali. 1. X. C. 22 e j.3. 

Cost. Voi. I. dell' Eufupa i3 



tq4 DELLA GRECIA 

degli Era elidi da Sparta discacciato, renduto erasi padrone dell' A- 
eaja , dove i suoi discendenti regnarono successivamente sino ad 
Ogige (i). Ma essendo gli Achei dispoticamente governati dai figliuoli 
di Ogige , sottrattisi al giogo , si costituirono in repubblica , nel 
quale stalo sino ai tempi di Filippo e di Alessandro si mantennero, 
sebbene le loro cose secondo le vicissitudini diverse variato aves- 
sero. 
Gli Achei sotto i Macedoni. 

Tale repubblica era di dodici città composta , cioè di Patra , 
Dima , Fare , Tritea , Leontio , Egira , Pellene , Egio , Bura , Celi- 
nea, Oleno ed Elice, tutte le quali città sussistevano ancora ai 
tempi di Polibio , trattone Oleno ed Elice che state erano dal 
mare ingojate. Dopo di Alessandro , e prima della CXXIV. olim- 
piade, entrò fra gli Achei la discordia per opera specialmente dei 
Macedoni , sì che ciascuua città non più colle comuni leggi , ma 
con opposte e capricciose istituzioni reggevansi, formando ciascuna 
da sé un governo secondo il vario interesse dei più potenti citta- 
dini e delle diverse fazioni. Di tali discordie appunto Demetrio e 
Cassandro si prevalsero, e dopo di essi Autigono Gonata , dal quale 
provenne la maggior parte de' tiranni, che poi crudelmente le città 
della Grecia afflissero. Costoro posero una guarnigione di Mace- 
doni in alcune città dell' Acaja, e sottomisero le altre al giogo di 
alcuni tiranni da loro dipendenti. Ma finalmente verso 1' anzidetta 
olimpiade , e nel tempo che Pirro fece nell' Italia la sua incursio- 
ne , le città dell' Acaja cominciarono a scuotersi ed a riunirsi nel' 
V antica loro alleanza, 



(1) Gli belici erano così delti, perchè discendevano da Àclieo figliuolo 
di Xuto e nipote d' Elleno. Essi prima del ritorno degli Era elidi abitavano 
il paese di Argo, ma scacciatine dagli Eraclidi ottani' anni prima della 
presa di Troja, si refugiarono presso gl'Jonj nel Peloponneso, dove si rese- 
ro padroni delle dodici città annoverate da Polibio nel lib. II. e. 8 della sua 
storia. E da notarsi ebe nel novero di queste città non sono totalmente 
d'accordo Erodoto, Polibio e Pausania. Coti Erodoto però concorda Stra- 
bone, ed ambedue invece della Leontio e Cerulea di Polibio banno Ege 
e Ripe. Ciascuna città era contro di un distretto, ed aveva sotto di se al- 
cuni borghi. Intorno alla lega Acbea veggansi Polibio ed i Fasti Acìiaìci 
illustrati Teoph. Siegfr. Bayeri nel voi. V. degli atti dell'Accademia di 
Pietroburgo. 



DELLA GRF.CIA. 195 

Riunione delle città slchce. 

Dima , Patri , Tritea e Fari gettarono le fondamenta di tale 
concordia e riunione. 
idrato. 

Jl loro esempio fu ben tosto seguito non solo dalle altre città 
dell' Acaja, ma appoco a poco dalle città tutte del Peloponneso, 
merco della prudenza e del valore di Arato , il quale dal giogo 
dei tiranni sottrasse la patria sua Sicione , ed all' Aehea repubbli- 
ca la congiunse , siccome fece di Megara e di Corinto ancora , la 
quale per la sua posizione era la più forte e la più importante 
città della Grecia. 
Filopomene. 

Il generoso Filopomene di Megalopoli coli' unione di Sparta , 
e colla virtù e fermezza sua diede alla lega compimento, 
Costituzione della lega jlcliea. 

Le città componenti la lega erano colle stesse leggi governate, 
avevano le stesse monete , eguali pesi e misure ed i medesimi ma- 
gistrati; tale era insomma l'uniformità loro, che tutta l' Acaja 
non sembrava clie una città sola. Polibio ci avverte che non ci fu 
giammai repubblica alcuna , nella quale come nell' Achea demo- 
crazia un maggior vigore avessero la libertà , l' eguaglianza e la 
buona fede. Le antiche città non vantavano alcun diritto su quelle 
che novellamente erano nella lega entrate (i). Ciascuna coi pro- 
prj magistrati e colle proprie leggi si reggeva. 
Consiglio generale. 

Tutte però erano soggette ad un generale consiglio, che constava 
dei legati di ciascun popolo componente la lega , e che raccogliersi 
soleva due volte 1' anno , nell' inverno e nell' autunno , e per lo 
più in Egio , che fra le città dell' Acaja era forse la più antica, 
la più splendida e la più popolosa. Negli ultimi tempi però della 
repubblica il generale consiglio fu spesse volte tenuto in Corinto, 
città fortissima per la sua posizione , siccome detto abbiamo. 



(i) ).l signor di Folard ne' suoi commenti alla storia di Polibio dice 
che la repubblica degli Achei paragonarsi potrebbe a quella de'Batavi. 
Queste due repubbliche ebbero di fatto una maravigliosa uniformità di 
avvenimenti , di condolla , di coraggio e di politica costituzione. Hist. 
de Polybe etc. Amslcrd. 1774, iu 4. voi. III. pag. a5a. Nota (a). 



ig6 DELLA GRECIA 

Stratego. 

Al consiglio apparteneva l'eleggere lo Stratego , cioè il supre- 
mo comandante delle armi, il quale avea pure un' autorità nelle 
cose di politica e d'amministrazione, autorità nondimeno da certe 
leggi circoscritta. Questa dignità era annua , ma veniva talvolta 
prorogata , o nuovamente conferita alla medesima persona. Al con- 
siglio altresì apparteneva il decidere della guerra e della pace, lo 
stabilire o sciogliere le alleanze , ed il decretare le leggi generali. 
Esso sceglieva i magistrati a tutta la società comuni , nominava le 
ambascerie, e riceveva i legati delle straniere nazioni. 

Demiurgi. 

Il consiglio era presednto dallo Stratego , al quale davansi 
quasi per sussidio dieci altri magistrali detti Demiurgi, e scelti 
a pluralità di voti nello stesso consiglio. Gli affari venivano pri- 
ma discussi dai Demiurgi , e poscia nel consiglio proposti , dove 
esser doveano decisi nel termine di tre giorni , oltrepassato il 
quale, veniva sciolta 1' adunanza. I decreti del consiglio dopo che 
stati erano confermati con solenne giuramento, s' incidevano sulle 
lapidi o sulle colonne, e venivano nei luoghi sacri esposti. Se una 
città della lega negava di sottomettersi alle deliberazioni del consi- 
glio , o di mandare la sua porzione di truppe in tempo di guerra, 
poteva colla forza delle armi esservi costretta. 

Legge sapieii fissi ma. 

Memorabile ed opportunissima a conservare la concordia e l'u- 
nione era una legge , la quale vietava che qualunque città della 
lega potesse separatamente o di propria volontà mandare vermi 
legato alle potenze straniere. Noi omettiamo per brevità molte 
altre bellissime instituzioni degli Achei , le quali leggere si pos- 
sono in Polibio ed in Tito Livio (i). Solo non dee omettersi, 
che alcuni pòpoli della Magna-Grecia , e fra questi quei di Cro- 
tone , di Sibari e di Gaulone , abbracciata aveano la costituzione 
degli Achei, che poscia abbandonar dovettero per la tirannide di 
Dionigi e per l'oppressione dei Barbari loro vicini (2). 



(0 Leggasi anche Ubbone Etamio- Desci iptio Reipubl. Acha eovum , in 
Gronovii Thes. voi. V. 

(2) Pol^b. lib. II. C ap. VII. 



DELLA GRECIA IC)°] 

Gelosia de' Romani contro, gli Achei. 

La lega degli Achei giunta era in pochi anni a sì alto splen- 
dore di gloria , e tante forze aveva essa spiegate , che eccitò i ti- 
mori e la gelosia della Romana repubblica. Laonde i Romani ten- 
tarono ogni mezzo per disciogliere od almeno affievolire quella 
troppo formidabile unione , sebbene degli Achei giovati si fossero 
fri varie imprese , e specialmente nella guerra Macedone contro di 
Filippo V, ossia Filippo figliuolo di Demetrio. Le querèle dei 
Lacedemoni che disgiunti eransi dalla lega , ed i cui campi veni- 
vano saccheggiati dagli Achei finalmente somministrarono ai Ro- 
mani una favorevole occasione , con cui alle mire dell' astuta loro 
politica dar compimento. Essendosi gli Spartani rivolti al senato di 
Roma n' ebbero in risposta eh' esso spediti avrebbe nella Grecia i 
suoi legali ad esaminare più da vicino le circostanze del fatto , ed 
a vendicarne le ingiurie, i legati di Roma , avendo in Corinto rac- 
colti in una generale assemblea i principi di tutte le città alleate, 
lessero loro il decreto , col quale il senato ordinava che disciolte 
fossero dalla lega tutte quelle città che non erano naturalmente 
all' Acaja unite. Tale decreto rese gli Achei sì furibondi, che tru- 
cidarono tutti gli stranieri , talmente che i legati ancora di Roma 
rimasti sarebbero vittima della strage , se fra il tumulto colla fuga 
salvati non si fossero. 

Guerra ylcaica. 

Sparsasi appena in Roma la fama di quest'avvenimento, il se- 
nato commise al console Mummio la guerra Acaica , la quale fu 
alla Grecia tutta sommamente luttuosa. Colla distruzione di Co- 
rinto venne pure distrutta la lega Achea , e da quell' epoca la 
Grecia fu tutta sottomessa al potere di Roma , e dai magistrati 
Romani governata. 

Iconografia dei Re Macedoni. 

Ora 1' ordine delle cose richiede che a rintracciare ci facciamo 
le immagini degli uomini che nel governo della Grecia si sono 
sotto i Macedoni distinti. Nessun ritratto noi abbiamo dei Re della 
Macedonia prima di Alessandro , e sono oggimai riconosciute come 
semplicemente ideali le teste che da Eckhel e da altri numisma- 
tici descritte furono come immagini di Archelao , di Pausania e 
di Amiuta IL; nò dall'antichità tramandato ci venne alcun mo- 
numento che i tempi della lega Achea risguardi. Noi dunque ci 



IQ8 DELLA GRECIA. 

limiteremo ad alcuni ritratti di Alessandro e de' suoi successori, 
ed a quelle poche osservazioni che il costume risguardano de'regali 
abbigliamenti in quest' epoca del Greco governo. 
Immagini di Alessandro. 

La vanità , dice il chiarissimo Visconti , 1' entusiasmo , la gra- 
titudine, l'adulazione, l'amore delle arti e della gloria, la curio- 
sità , la superstizione stessa moltiplicati aveano infinitamente i ri- 
tratti di Alessandro e mentr' egli era vivo , e dopo che alla morte 
avea dovuto soccombere. Apellc tante volte lo dipinse, che sa- 
rebbe cosa impossibile il volerne determinare il numero. Lisippo 
e i suoi discepoli più volte lo rappresentarono in bronzo ', e Pir- 
gotele ne incise l' immagine in moltissimi cammei. I tempj inal- 
zati a quest' eroe , i giuochi in onore di lui instituiti nella Gre- 
cia , nell'oriente ed altrove, renduta ne aveano l'immagine al pari 
di quelle degli Dei notissima e comune (i). Non è adunque pos- 
sibile che tanti monumenti siansi del tutto smarriti , e molto meno 
che tutte rimaste sieno preda del tempo le innumerevoli copie , le 
quali ritratte ne furono, essendo sì grande e sì generale presso gli 
antichi il gusto dell' imitazione (2). 

(1) Fra tutti i Re e fra tutti gli uomini illustri de' tempi storici, 
dice Winkelmann , Hist. de l'Art. Paris etc; ( tom. II. pag. 3o6 ) Ales- 
sandro è il solo che abbia il privilegio d'essere stato rappresentato sui 
bassi-rilievi. La storia stessa di quest' uomo maraviglioso ne dà la ra- 
gione di tale prerogativa: siccome essa è in certo modo poetica per un 
ginn numero di splendide imprese, così assomiglia alle avventure degli 
eroi. D' altronde nulla esserci potea di più conveniente alle arti che 
amano lo slrao' dinario , quanto lo scegliere per soggetto le grandi 
azioni di Alessandro, le quali conosciute essendo da tutto il mondo, 
non erano meno importanti delle imprese di Achille e delle avventure di 
Ulisse. V. anche Plinio lib. XXXV, e. 20. sect. $6 $. io. 

(2) E fama che una semplice immagine di Alessandro consacrati nel 
tempio d' Ercole in Cadice abbia scossa l'anima di Giulio Cesare siffat- 
tamente , che questi , abbandonate le Spagne, corse a Roma, dove , 
gettatosi ardimentoso fra le tempeste che agitavano la repubblica, co- 
minciò la grande carriera , eh' ei condusse a fine colla conquista del mondo 
Suet. Jul. Caes. §. 5. Trabellio Polhone racconta essere stata nel III. 
.secolo dell'era volgare presso i Romani generale opinione, che coloro, 
i quali portavano seco l'immagine d'Alessandro in oro ed in argento, 
febeissimi erano in ogni loro impresa. Laonde tale immagine vedevasi 
negli anelli, nei braccialetti ed in ogni genere di abbigliamenti, e le 



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DELLA GRECIA 1 99 

Erma di lui. 

Difatto un prezioso ed autentico monumento col ritratto di 
Alessandro fu nel 1779 scoperto presso Tivoli nel luogo dove 
già sorgeva la villa dei Pisoni. Questo monumento , Vedi tavola 
27 num. 1, è un'erma di marmo pentelico , sulla quale leggesi 
in Greci vacatoli la seguente iscrizione offesa in parte dal tempo: 

Alessandro Macedone figliuolo di Filippo (1). 

Carattere del ritratto di Alessandro. 

Ora tre caratteri soglionsi distinguere ne'ritratti del Macedone 
eroe, secondo la testimonianza di Plutarco e di Eliano: 1. la ca- 
pigliatura die si alzava nel mezzo della fronte, e ricadeva all' in- 
dietro : 2. il gonfiamento del muscolo mastoideo nel collo, il 
quale gonfiamento obbligava la testa a piegarsi verso la spalla : 3. 
la fiosonomia , la quale malgrado una certa bellezza avea un 
non so che di terribile } e presentava un' indole facile alla collera ; 
perciocché i suoi occhi brillavano di un grande splendore , e la 
vivaci là de' loro movimenti porgeva l' idea del vigore dell' anima ; 
il suo volto insomma avea una tal quale conformità con quello 



imprese di questo eroe vedevahsi rappresentate nelle supellettili e nei 
più preziosi vasellami. Questo costume passato era anche presso i cri- 
stiani, i quali portavano quasi come un amuleto 1* immagine di Ales- 
sandro in medaglie di rame. £ Jo. Chris. Ad illuni. Catechumenos. 

fi) Il Visconti osserva , che la forma di quest' iscrizione, il marmo 
pentelico , nel quale è eseguita 1' erma , e la conformità dello stile con 
quello delle erme di Pericle, e dei sette Sapienti scoperte parimente a 
Tivoli, ci dimostrano che quest' erma fu fatta in Atene verso gli ul- 
timi tempi della Romana repubblica. « Gli scultori di Atene, die' egli 
eccitati, come lo sono presentemente quei di Carrara dall' abbondanza 
del bellissimo marmo del Pentelo e dell' Inietto, riproducevano ognora 
tutto ciò che le arti della Grecia offerivano d'importante, e spedivano 
le loro opere a Roma , dove destinate erano ad abbellire le case di de- 
lizia ed i giardini dei signori del mondo ». Questo ritratto, sebbene non 
sia che una copia, debh' essere nondimeno consideralo come autentico, 
poiché le immagini degli uomini illustri passano di copia in copia alla 
più tarda posterità, e I2 loro tisonomia rimaue impressa nella menle 
dei popoli e specialmente degli artisti. 



20O PELLA. GRECIA 

rlrì Irono (i). Questi tre caratteri chiaramente si ravvisano nella 
presente immagine. Lo scultore , dice il chiarissimo Visconti , pago 
di esattamente esprimerne la fisonomia , ha trascurati tutti gli ac- 
cessori . Egli non vi ha aggiunto il diadema , ma in certa maniera 
lo ha tracciato colla cavita circolare, che solca la capigliatura dietro 
alle ciocche del ciuffo. 
Cammeo. 

Il num. 2 rappresenta un cammeo antico , opera prohabilmente 
di Pirgotele. In quest' effigie si ravvisano tutti i caratteri dell'ante- 
cedente immagine , sebbene il Macedone vi sia rappresentato in 
età più matura (2). La capigliatura è cinta dal diadema, ornamento 
di cui il primo fra' Greci fece uso Alessandro ad imitazione dei 
re dell'Asia, e che i successori suoi ammisero poscia come un di- 
stintivo della dignità regale. 
Medaglie di Alessandro. 

Fra le infinite medaglie che coniate furono ai tempi di Ales- 
sandro trovamene diverse portanti 1 ? effigie di lui coi tre caratteri 
sopraddetti. Il Visconti è anzi d'avviso che il Macedone conqui- 
statore sia stato il primo, a cui coniate fossero le medaglie colla 
sua immagine meutr'egli era tuttora invita. «Un'innovazione di 
questa specie, aggiugne quest'insigne antiquario, meglio conveniva 
ad Alessandro slesso che a' suoi successori, e tanto più perchè es- 
sendo egli stato riposto nel numero degli Dei, mentr' era vivo, 
si poteva sulle medaglie inciderne il ritratto , senza che violato 
fosse l' uso che quesl' onore allo sole immagini dei Numi riserbava. 
abbigliato come Ercole. 

Alessandro però nelle medaglie vedesi rappresentato colla pelle 

(1) Varj scrittori seguendo ii Freinseinio hanno affermalo che Ales- 
sandro avesse il naso aquilino. L a loro asserzione però non è confer- 
mata da alcuna solida autorità , e si oppone ai monumenti , i quali ci 
danno il naso di quest' eroe soltanto leggermente incurvalo verso il mezzo. 
Più probabile è l'opinione di coloio, i quali affermato hanno che que- 
st'eroe avesse i capelli biondi, giacebè Eliano ( Var. hiU. lib. XIII e. \!\) 
lo dice chiaramente. Eccone il ritratto che ne fece Solino ( cap. IX. ) 
Forma supra hominem augustiore, cervice cclsa, laetis oculis et illustri- 
bus, malis ad gratiam rubencentibus, reliquia corporis non sine majestate 
quaderni decorili. Victor omnium, vino et ira viclus. 

(2) Qu :sto cammeo apparteneva al gabinetto della già imperatrice Giu- 
seppina. 



DELLA GRECIA 201 

del leone e coi distintivi di Ercole , adulazione che molto gli era 
lusinghiera , giacché egli avea per costume di apparire talvolta in 
pubblico abbigliato come quel semideo , da cui la sua prosapia 
discendeva. Tale è il medaglione num. 3. La testa è coperta col- 
la pelle del leone: sulla fi-onte si scorge la medesima disposizione 
di capelli, che noi già osservata abbiamo nell'erma num. i. Nel 
rovescio vedesi Giove seduto. Le greche lettere P. O. sotto la se- 
dia del nume ed il Core , che trovasi dinanzi a questa figura , 
noto simbolo di Rodi , ci dimostrano che il medaglione fu in quel 
l'isola coniato (2): Noi ci aslenghiamo dal qui riferire la statua eque- 
stre di Alessandro scoperta nelle rovine di Ereolano , e Y altra 
piccola bellissima statua dello stesso trovata a Gabii, perchè am- 
bedue pe'loro distrativi ed abbigliamenti più al costume militare, 
che al politico o civile appartengono. Noi dunque ne parleremo 
nella parte che risguarda la milizia, e là insieme ad altri monu- 
menti riferiremo ancora il bellissimo basso-rilievo riportato da 
Sainle-Cioix nel suo Esame critico degli storici di Alessandro, e 
rappresentante la battaglia d'Arbelle. 
Demetrio Poliorcete. 

Il num. 4 > rappresenta Demetrio Poliorcete , figliuolo di quel 
l'Antigono che stato era il più audace ed il più ambizioso fra i 
capitani di Alessandro. Demetrio giovanetto ancora riportò una vit- 
toria navale presso di Cipro contro la flotta di Tolomeo figliuolo 
di Lago. 
Adulalo dai Greci. 

Dopo quest'epoca Antigono cinse il diadema di Alessandro, e 
al figliuol suo lo fece pur cingere. Ma il giovane vincitore non 
pago del titolo di re osò in mezzo della Grecia ed in Atene stessa 
farsi riconoscere ed adorare come un Dio. Difatto i Greci diedero 
a lui ed al padre suo il titolo di Ninni salvatori o tutelari , sic- 
come detto abbiamo , ed egli volle che questo titolo servisse di 
forinola negli atti pubblici e ne* giuramenti degli Ateniesi. Egli ebbe 
altresì il soprannome di Poliorcete , ossia maestro nell'arte degli 
assedj , perchè nessuno meglio di lui apprestar sapea le macchine 

(2) Questa tetradramma , o medaglione apparteneva al gabinetto della 
R. Biblioteca di Parigi. V. Mionnet. toni. I. Rois de Macédoine num. 269 
e num. 353 , e 36/j pi. b. 



a 02 DELLA GRECIA 

e farne uso contro, le città e le fortezze. Divenuto padrone della 
Macedonia tentò pure la conquista dell' Asia , ma dopo una lunga 
serie di sconfitte fu costretto a rendersi prigioniero di Seleuco , 
presso del quale mori snervato dai vizj nell' età di 54 anni. La 
statuetta , che noi riportiamo , fu scoperta nelle rovine d'Ercolano, 
e dagli antiquari Napolitani venne impropriamente a Seleuco Ni- 
catore attribuita. La perfetta somiglianza della fisonomia di questa 
figura con quella de' ritratti di Demetrio nelle medaglie a lui co- 
niate , hanno giustamente indotto il Visconli a riconoscere in essa 
T immagine del figliuolo di Antigono. 
sabbi gliamento da cacciatore. 

« Demetrio, dice egli, è qui rappresentato colla clamide e coi 
calzari di cacciatore: ma le corna di un giovane toro attaccate 
alla fronte di lui gli danno il carattere di nuovo Bacco «. Quanto 
al costume di cacciatore Alessandro ancora non lo sdegnava nelle 
sue immagini , ed esso doveva tanto più caro essere a Demetrio , 
il quale vaghissimo era della caccia. La sua mano appoggiata sopra 
una coscia stringeva probabilmente due giavellotti, siccome egli, 
al dire di Plutarco, gli stringeva allorché dalla caccia ritornando 
presentato erasi al padre suo nell'alto che questi riceveva un'am- 
basciata dei suoi competitori (i). 
Filippo V. 

La medaglia mini. 5 , porta l'effigie di Filippo V re della 
Macedonia , e figliuolo di Demetrio. Egli al pari di Alessandro 
per parte di Tia sua madre in sé riuniva il sangue d'Achille con 
quello degli Eraclidi. Cotal vanto lo rendeva orgoglioso ed avi" 
dissimo della gloria e delle conquiste. xSe' primi anni del suo re- 
gno ebbe la fortuna sommamente propizia, mercè la debolezza 
della Grecia e l'imbarazzo in cui trovavasi Roma per le guerre 
dei Cartaginesi. La sua saviezza nel maneggio de' grandi affari , 

(i) Demetrio era dotato di una bellezza di corpo presso che divina , 
se credere dobbiamo a Diodoro e ad Eliano. Egli poi amava le arti belle 
sì fortemente che al dire di Plinio non volle prendere Rodi colla forza , 
perchè temeva che dal furore de* combattenti non avesse a riportarne 
danno una tavola di Protogene. Non debb' essere perciò maraviglia , che 
i Greci artisti a gara fatti siansi a ritrailo. Tisicrate ne avea fuse molte 
immagini in bronzo; i pittori Teodoro e Diogene, che viveano alla corte 
di lui, 1' aveano più volte nelle opere loro effigiato. 



DELLA GRECIA 2o3 

e la virtù sua nella milizia furono offuscate da' vizj i più nefandi 
e dalla crudeltà, che sfogò persino contro la sua stessa fami- 
glia. Le sue guerre che Romani terminarono con una pace diso- 
norevole e colla rovina de' proprj Stati. Convinto , ma troppo tar- 
di, dell' innocenza di Demetrio figliuol suo, che dannato avea alla 
morte , fu preso dalla più tetra melanconia , che lo trasse alla tom- 
ba nell'anno 178 prima dell' era volgare. 
Sua immagine e particolarità. 

Una particolarità degna d' osservazione nell' immagine di questo 
principe è la barba, giacché Alessandro prescritto avea che nessu- 
no di coloro, i quali battevano la carriera delle armi, si lasciasse 
crescere la barba. Quest'uso divenne generale non solo nei prin- 
cipi delle Macedoni dinastie, ma ancora ne' letterati stessi della 
Grecia. Da questo ritratto pertanto ed altresì dalle immagini di 
Perseo e di altri principi di que' tempi convien dedurre che sotto 
il regno di Filippo si rinnovellò il costume di portare la barba: 
circostanza alla quale è d' uopo che ben si conformino gli artisti. 
La Greca leggenda del rovescio della medaglia suona nell'italiano 
idioma , del Re Filippo : la clava di Ercole e la corona di quer- 
cia , simbolo del re degli Dei , ne formano il tipo con allusione 
alla doppia origine di Filippo , che si vantava nipote di Ercole e 
di Giove. 
Euridice regina della Macedonia. 

A maggior compimento di questa tavola noi aggiugneremo 
( num. 6 ) la medaglia coniata in onore di una Euridice regina 
della Macedonia. Cinque furono le principesse che nella Macedo- 
nia ebbero il nome di Euridice; ma non può con asseveranza de- 
terminarsi quale di esse sia qui rappresentata. La leggenda Eupu- 
dueitov dimostra nondimeno che la medaglia fu coniata dagli abi- 
tanti di Euridicea , città cui questa Regina dato forse avea il no- 
me, essendo stato costume specialmente dei successori di Alessan- 
dro il dare alle città il nome delle madri o delle mogli loro. La 
testa è abbigliata quasi come quella di Filisti già da noi descritta. 
Il tripode nel rovescio è un simbolo dei sacrifici e dei giuochi so- 
lenni forse in onore di questa Regina istituiti. 



LA GRECIA PROVINCIA ROMANA. 



Decadenza della Grecia. 



I 



Lei sfioriti della Grecia sono oramai trascorsi. Onesta sì fa- 
mosa nazione ci si presenta ora come un 5 invecchiata matrona , 
che tuttavia qualche lineamento conserva della primiera sua bel- 
lezza , ma che nel volto , nelle forme e nell' animo ancora offesa 
dalle ingiurie del tempo e dalle proprie sregolatezze più non ad- 
dita che i passati trionfi , e quasi vana femminella vantar non sa 
che la giovanile sua immagine sulle tavole dipinta. Noi dunque 
brevissimi saremo nel rintracciare le cose che tuttora ci rimangono 
a dirsi intorno al governo della Grecia dopo eh essa perduto avea 
1' antico suo splendore. Per servire poi all' ordine ed alla chiarezza 
divideremo questa parte delle nostre ricerche in tre periodi di 
tempo 5 osserveremo cioè il governo della Grecia primieramente 
sotto i Romani , secondo sotto l' impero d' oriente , terzo sotto 
1 impero Turco. 

Stato della Grecia sotto ì Romani. 

Colla caduta di Corinto ebbe la Greca libertà l' ultimo ed il 
più funesto crollo : venne in ogni città abrogato il governo popo- 
lare, imposti furono i tributi siccome in ogni altra provincia alla 
Romana dominazione soggetta , fu vietata ogni sorta di nazionale 
assemblea , venne persino ai facoltosi cittadini proibito di compe- 
rare terra alcuna fuori dei Greci confini. La Grecia insomma fu 
ridotta in provincia Romana , ed ebbe per supremo magistrato un 
Pretore che ogni anno veniva ad essa spedito da Roma; e sicco- 
me in questi ultimi tempi gli Achei procacciata si aveano una gran 
lama , così la Grecia tutta ebbe il nome di Jicaja. 

Privilegj a lei accordati. 

I Romani non di meno nutrivano verso la Grecia una venera- 
zione sì grande e tale che pochi anni dopo la loro conquista re- 



DELLA GRECIA 2o5 

«ero meno duri i destini di lei eoi permettere elle avesse alcuni 
magistrati scelti col voto de' proprj cittadini, e coli' accordarle 
molti privilegi che non mai stati erano alle altre province conce- 
duti (i). Nò farci dee maraviglia siffatta venerazione de' Romani 
verso la Grecia , imperocché questa nazione sebbene avvilita e 
priva di quella energia , a cni dovea 1' antico suo splendore , con- 
servava ciò non ostante un potere quasi sovrano nelle scienze e 
nelle arti belle. Non era fra i Romani alcuno che gentilezza di 
costumi o grandezza di sapere affettasse , e che ad un tempo non 
si vantasse di avere attinte le cognizioni e le costumanze nelle 
Greche città e specialmente in Atene che reputata era come la 
sede delle scienze e delle Muse (a). 

Venerazione de' Romani per la Grecia. 

Moltissimi poi de' Greci letterati ed artisti recavansi a Roma , 
donde alcuni , dopo d' avere coli' ingegno e colla professione loro 
ottenuta una specie di dominio nelle case dei grandi , facevano 
alle patrie loro ritorno di onori e di fortune ricolmi. Cotale anioni 
de' Romani verso le Greche cose giunse a sì alto grado, che taluno 
de' più cospicui fra essi ostentava non solo il costume ma il nome 
Greco ancora. Laonde celebre è quella sentenza del Venosino : 
Gr accia capta ferum anctorem cepil , et artes intulit agresti 
Latio. 

adulazione de' Greci verso Antonio. 

Tanta superiorità nelle arti , nelle scienze ed in quella genti- 
lezza di costumi , eh' ebbe poi il nome di atticismo , avrebbe 
dovuto agevolmente indurre i Greci a nutrire quel nobile orgoglio, 
che nelle anime grandi anche fra l' abiezione nascer suole dai 
sentimenti delle proprie virtù e dallo splendore delle avite impre- 
se. Ma la Grecia divenuta era ormai la sede dell' adulazione. Che 
non fecero gli Ateniesi per onorare il triumviro Marco Antonio , 
a cui persino ne' solenni spettacoli prodigalizzarono canti ed enco- 
mj ? Qual maraviglia perciò ch'egli si vantasse di essere appellato 

(i) V. Polyb. lib. IL cap. 62. Ubbon. Emm. in Gron. Thcs. voi. IV. 
e Day. Hume Dìscours jjuliliq. voi. II. pag. 270., Amsterd. i"54. 

(2) Germanico accordò ad Atene un Ultore, il ebe era un distintivo 
di sovranità. Questo privilegio venne confermato da Tiberio e da' suoi 
successori sino a Vespasiano, il quale tolse ad Atene ogni diritto, di- 
cendo elle gli Ateniesi non erano atti alla libertà. 



2o6 DELLA GRECIA. 

V amatore della Grecia ? Allorché questi recossi ad Efeso , gli si 
fecero incontro le donne vestite alla foggia di Baccanti , ed accom- 
pagnate da cori di garzoni abbigliati come Satiri e Fauni. L' aria 
echeggiava di cantici ad Antonio, al novello, al gentile, al 
grazioso Bacco. Tale adulazione andò sempre più crescendo sotto 
i Romani Imperatori. 
Verso Nerone. 

E fama che i Greci avendo mandato a Nerone , siccome a 
valente suonatore di arpa , i loro ambasciatori colle corone desti- 
nate ai vincitori nel suono di siffatto stromcnto , questi ammessi 
furono da lui ad un solenne banchetto , dopo del quale lo suppli- 
carono a cantar loro un' aria ; al che essendosi egli prestato , ne 
riportò acclamazioni tali , eh' egli stesso ebbe ad esclamare che i 
soli Greci avevano un buon orecchio , e eh' essi soli ben cono- 
scevano V arte della musica e delle consonanze. Nò fu egli a 
tanta adulazione ingrato. Imperocché recatosi nella Grecia con una 
moltitudine di persone sì grande , che , siccome afferma Dione , 
potuto avrebbe soggiogare tutto 1' oriente , se esse state non fosse- 
ro di arpe , di tibie , di maschere e di altri teatrali strumenti ar- 
mate , fece ne' giuochi olimpici pompa della destrezza sua nel 
suono , nella danza , nella mimica e nel corso de' carri. 
La Grecia ricupera la libertà. 

Superbo del suo trionfo restituì alla Grecia gli antichi diritti , 
ed egli medesimo in Corinto , all' occasione de' giuochi istillici , 
fece 1' ufficio di banditore pubblicamente proclamando la libertà 
degli Achei. Ma Nerone mentre coli' una mano accarezzava sì 
fattamente la Grecia . andava coli' altra spogliandola delle pitture , 
delle statue e di tutti i più preziosi monumenti dell' arti belle ; 
sì che alcuni scrittori ebbero a dire eh' egli come amico fece alla 
Grecia maggior danno di quello che fatto le avea Serse che pure 
entrato vi era qual furibondo nemico e (piai conquistatore (i). 
La Grecia sotto Vespasiano ed Adriano. 

La libertà da Nerone ai Greci accordata non durò che sino 
all' impero di Vespasiano. Questi la ridusse nuovamente in provin- 
cia Romana , nò potè essa risorgere prima dei tempi di Adriano, 

(i) Nerone afflisse pure la Grecia colla crudeltà sua, della quale Fi- 
lostrato ci lasciò il seguente esempio. Uu attore in una tragedia ne' giuo- 
chi Istìmici cantato avea in guisa da riportarne i più grandi applausi, ma 



DELLA GRECIA 2 0J 

il quale verso di Atene avea le sue cure specialmente rivolle. Egli 
già stato era Arconte nell'anno IV. dell'olimpiade CCXXII (i), 
Asceso sul trono del mondo restituì agli Ateniesi i primieri diritti 
fece a proprie spese instaurare i due porti del Pireo e di Munì" 
cliia, dio compimento al tempio di Giove olimpico, inalzò nella 
città una nuova parte , che dal nome di lui detta fu Adrianopoìi: 
tanto insomma egli operò a favore di Atene, che considerato venne 
come il nuovo fondatore di essa , della qual cosa ne fanno fede 
le iscrizioni ed i monumenti che tuttavia sussistono (2). Né i Greci 
colla consueta adulazione tralasciarono di esprimere ad Adriano la 
gratitudine loro. Imperocché oltre 1' arco dia in onore di lui in- 
nalzarono in Atene , si fecero un vanto di collocare fra gli Dei 
il vago Antinoo , il diletto di lui amico , al quale alzarono statue 
e tempi > e consacrarono sacerdoti e giuochi solenni. 
La Grecia sotto Costantino. 

Ma a nessuno de* Romani Imperatori quanto a Costantino il 
grande va la Grecia debitrice di un novello ordine di cose e di 
un politico risorgimento , mercè di cui se non agguagliò la gloria 
dei maggiori , potè almeno nuovamente distinguersi e talvolta an- 
che grandeggiare nelle vicende del mondo. Costantino adunque 
spinto o dall' odio contro de' Romani , i quali malamente sofferi- 
vano ch'egli abbracciata avesse la cristiana religione (3), o dalla 
brama di far conoscere alle genti tutte la propria possanza col 
fondare una città che pareggiasse Roma reputata ornai come la 
più mirabil cosa del mondo (4) , edificò sulle rovine di Bizanzio 
piccola città della Tracia sui confini della Grecia una nuova città, 
cui diede il nome di Costantinopoli (5). Egli stesso ne tracciò le 
mura racchiudendo in esse i sette colli ad imitazione di Roma. 

essendo più nell' arte della musica che in quella dell'adulazione versato , 
ed avendo ricusato di moderare la voce sua , la quale totalmente copriva 
quella dell' Imperatore , questi sdegnato lo fece all' istante strangolare sulla 
scena ed alla presenza di tutta la Grecia. Qual maraviglia perciò che 
Nerone nei pubblici cimenti ne riportasse sempre la palina ? 

(1) Spartianus, Vita Adriani , cap. XIX. 

(2) V. Stuart , Antiq. of. Ath. voi. III. 

(3) Zosimus , lib. II. pag. G86. 

(4) Eutropius, pag. 4S8 , et Soz. lib. IL cap. III. pag. 444- 

(5) Non è cosa sì facile a determinarsi l'epoca della fondazione di Bi- 
sanzio, né affermare si potrebbe con sicurezza quale delle Greche colonie 
siasi la prima stabilita in quella situazione certamente la più deliziosa 



20 8 DELLA GRECIA 

Edificazione di Costantinopoli. 

Questa nuova Roma ( giacché essa fu pure così detta ) inalza- 
ta venne con tanta celerità che essendone stati posti i fondamenti 
nel 26 novembre dell'anno òig dell era volgare , fu solennemente 
dedicata nell'undici del seguente maggio (1). Costantino nulla tra- 
lasciò per rendere questa sua città in tutto a Roma somigliante. 
Egli la corredò di superbi tempj , di pubbliche piazze , di fonta- 
ne , di un circo , di due palagi imperiali , e perfino di un cam- 
pidoglio , ed il tutto arricchì colle più belle statue tratte dalle al- 
tre città e della Grecia e dell Italia. Vi creò inoltre un senato , 
di cui per altro ristrinse 1' autorità alla sola amministrazione della 
giustizia , non avendogli accordata alcuna influenza negli affari dello 
stato. Impresa certamente gloriosa fu per Costantino la fondazione 
di questa gran città , a popolar la quale accorsero ben tosto si 
i Greci che i Romani , ma se per avventura con tale impresa egli 
volle vendicarsi di Roma , la sua vendetta fu certamente funesta 
e luttuosa a Roma non solo , ma a tutto il Romano impero, ce Al- 
ce lorchè la sede dell'impero, dice Montesquieu, fu stabilita nel- 
ce p oriente , fece colà passaggio quasi l' intera Roma : i grandi vi 
ce condussero i loro schiavi , cioè quasi tutto il popolo e l' Italia 
ce fu spogliata de' suoi abitanti ». Tal desolazione di un paese , 
che formava già il centro delle forze dell'impero agevolò le inva- 
sioni de' Barbari, e la totale rovina preparò dell' impero d'occi- 
dente. 

del mondo, e forse la più opportuna pel commercio. Alcuni tra gli storici 
danno questa gloria ai Milesj , altri ai Megaiesi; questi agli Ateniesi, que- 
gli agli Spartani. L'alleanza od il dominio di questa città fu un continuo 
soggetto di feroce rivalità fra Atene e Sparta. Filippo il Macedone la sotto- 
mise al suo dominio. Alessandro trarne seppe grandissimi vantaggi per la 
sua conquista dell'Asia. Bizanzio sotto i Romani ottenuto avea un novello 
splendore. Ma nell'anno 197 dell'era volgare pagò crudelmente il fio per 
avere seguite le parti di Pescennio Niger uno degli emuli di Severo. 
Quest' Imperatore si vendicò barbaramente di un assedio ebe per tre anni 
arrestate avea le sue armi vittoriose: fece demolire le mura e le princi- 
pali fabbriche di Bizanzio die sottomise alla piccola città di Perinto. V. 
Duf resne. Da Cange Hist. Bizantina: Descriptio urbis constaiitinopolitanae 
e variis scriptoribus contexla etc. e Meling. Viaggio pittoresco a Costan- 
tinopoli. 

(1) Art de véri/ter les datej voi. I. pag. 3qo. 



IMPERO GRECO 



OSSIA 



IMPERO D'ORIENTE. 



Divisione dell' Impero. 



c, 



Iostantino col trasferire nella nuova sua città il trono del 
mondo dato già ayea un crollo al Romano impero , ma un crollo 
ancor più funesto gli arrecò colla divisione che ne fece fra i suoi 
tre figliuoli Costantino , Costanzo e Costante. 
Fondazione dell' Impero d' Oriente. 

La fondaz'one non di meno dell'Impero Greco -, ossia dell'im- 
pero d'oriente, non ebbe luogo clic sotto l'Imperatore Valenti- 
ulano nell'anno 364 dell'era volgare (i). Questi dalla fraterna af- 
fezione animato più che dal ben pubblico e dalla sana ragione 
divise in detto anno l'impero con Valente suo fratello, a so riser- 
bando l'occidente, ed a lui facendo cessione dell'oriente. Da que- 
st'epoca ebbe principio il Greco impero, famoso per 1' effemina- 
tezza, per l'ipocrisia, per la crudeltà e per le teologiche questio- 
ni più che per lo splendore delle virtù e delle armi dei principi 
che ne occuparono il trono. Valente stesso era un uomo ignorante, 
privo d'ogni esperienza nell'arte militare, e furioso protettore de- 
gli Ariani. E fama che Valentiniano , essendo tuttavia dubbioso 
nella scelta del collega nell'impero, riportato avesse da uno dei 
suoi ufficiali la seguente risposta : « Se volete essere parziale per la 
vostra famiglia, voi nominerete il fratel vostro, ma se vi sta a cuori' 
il bene del popolo, eleggerete tutt' altro collega ». 

fi) Art de vèrifier les dates T. I. pag. 3q5 , e Blair, Tab. Chronol. 
Cost . Voi* I. dell' Europa 1 4 



2IO DELLA GRECIA 

Carattere dell' Imperatore Valente. 

Valente di fatto non ebbe che quella tristissima celebrità pro- 
pria dei principi deboli , che colle loro opinioni tormentati hanno i 
sudditi ed afflitte le altrui coscienze: Ariano ostinatissimo spiegò 
contro dei cattolici la più feroce persecuzione. 
Teodosio il grande. 

Nei successori di Valente ben pochi s'incontrano che veramen- 
te degni fossero dell'imperiale diadema. Fra questi dimenticarsi 
però non dee Teodosio, che per le militari e per le politiche im- 
prese , e forse più ancora per la singolare sua pietà e per lo zelo 
suo verso la cristiana religione , meritossi il nome di grande. Ma 
dopo la morte di lui l' impero andò sempre decadendo , e nella 
lunga serie dei Greci Imperatori appena ci si presenta qualche 
passeggiero lampo di virtù e di grandezzza ». 
La Grecia sotto i successori di Teodosio. 

« La storia del Greco impero, dice Montesquieu, non è più che 
un tessuto di ribellioni , di sedizioni e di perfidie. I sudditi più 
non aveano nemmeno l' idea della fedeltà che ai principi si dee; 
e la successione degl'Imperatori fu così interrotta, che il titolo di 
porphignorete , cioè venuto alla luce nell'appartamento destinato 
pel parto delle imperatrici , fu un titolo di tanta distinzione che a 
ben pochi principi delle imperiali famiglie fu dato di portarlo. 
Non vi ha delitto del quale non siasi fatto uso per giuguere al- 
l'impero: vi si pervenne per mezzo dei soldati, del clero, del se- 
nato, dei contadini, del popolo di Costantinopoli, e di quello an- 
cora delle altre città Un certo rispetto per gli ornamen- 
ti imperiali faceva in guisa che si gettasse tosto lo sguardo su co- 
loro che osavano di vestirsene. Era un misfatto il portare od il te- 
nere nelle proprie cose alcun panno di porpora; ma tosto che ta- 
luno ne appariva adorno, avea moltissimi seguaci , giacché la ve- 
nerazione più che alle persone suol essere all'abito congiunta (i) ». 
Decadenza del Greco Impero. 

Il dominio delle femmine, il potere degli eunuchi, la minorità 
e l' inesperienza de' giovani Principi , la brevissima durata dei re- 
gni, e la scossa che veniva data continuamente al corpo dello Sta- 
to non solo dagli assalti delle orde dei barbari, ma ancora dalla 
perfidia delle alleanze degli stessi principi ; ecco le cause priuci- 
(i) Montesquieu, Grandeur et decadence dei Rom. eh. XXI. 



BELLA GRECIA. 21 I 

pali , che a poco prepararono la totale caduta del greco impero. 
Da siffatto caos , come da quello dei successori di Alessandro , 
nacquero alcuni altri imperj , ma di pochissima importanza , e che 
rimasero quasi subito ingojati dalle conquiste degli Arabi. 
Cause della lunga durata del Greco impero. 

Fa non di meno maraviglia che il Greco impero abb'a potuto 
fra tante catastrofi sì lungamente sussistere. Montesquieu ne reca 
per principali ragioni le seguenti : e primieramente le civili discor- 
die degli Arabi , i quali , dopo d' avere conquistate le province 
del Greco impero nell' Asia e le regioni della Persia , si divisero 
in fazioni a motivo del califfato , pel quale nate erano feroci di- 
spute : secondo, il fuoco greco , che stato era inventato dall'archi- 
tetto Callinìco , e che per più secoli somministrò ai greci un mez- 
zo terribile , con cui incendiare le navi de' loro nemici , e quelle 
specialmente degli Arabi , del che avremo occasione di parlar al- 
trove: terzo i tesori immensi, che Costantinopoli traeva dal com- 
mercio e dalle manifatture, essendo essa divenuta la dominatrice 
dei mari in un tempo nel quale i Goti dall' una parte e gli Arabi 
dall' altra portata aveano per ogni dove la rovina al commercio 
ed all' industria : quarto i Barbari dello coste del Danubio , i quali 
essendosi fermamente stabiliti , non erano più si formidabili , ed 
anzi gli uni servivano quasi di antemurale contra l'incursione de- 
gli altri. In tal guisa l'impero venne da cause particolari sostenu- 
to nel tempo medesimo che continuamente vacillava per la debo- 
lezza e malvagità dei governi , e per F interne convulsioni ; nella 
stessa guisa che a' giorni nostri ancora alcuni stati sussistono tutta- 
via, malgrado la loro debolezza e le politiche vicende alle quali 
andarono soggetti. 
Conquiste dei Turchi. 

Ma da una parte i Turchi dopo d' aver conquistata la Persia 
s' inoltravano a gran passi e con orde innumerevoli d' oriente ih 
occidente , e dall' altra i Crociati , eroi veri e pienissimi di entu- 
siasmo , dall' Europa venendo nell' oriente costretti erano a passare 
sulle terre dell'impero. 
Spedizione dei Crociati. 

Così i Greci Imperatori mentre vedeano le loro più belle pro- 
vince Asiatiche in preda dei Turchi , che già sino al Bosforo por- 
tate aveano le loro conquiste, erano pure agitati dalla più feroce 



212 DELLA GRECIA 

gelosia contro de' Crociati. Essi per distogliere gli Europei dalle 
loro imprese fecero uso delle armi proprie de' nemici timidi, e vili, 
della perfidia cioè e dei tradimenti. I Francesi ed i ^Veneziani spinti 
dal desiderio della vendetta , e forse più ancora dall' ambizione , 
dall'avarizia e da un falso zelo formarono una crociala contro dei 
Greci. Essi non ebbero a combattere che con un popolo imbelle 
ed effeminato, (i). 

/ Fi ancia ed i Keneti conquistano Costantinopoli. 

Essendosi impadroniti di Costantinopoli vi nominarono Imperatore 
un conte delle Fiandre (2). I Greci si rifugiarono nella Patagonia 
e nella Colchide, dove dai monti difesi erano contro dei Turchi , 
e dal mare contro dei Latini. Quivi Davide ed Alessio fratelli e 
Principi della casa de'Comneni fondarono i due piccoli imperj di 
3N T ieea e di Trabisonda. 

Jin/'erj di JYicea e Tvabisonda. 

Sebbene il dominio de' Latini in Costantinopoli durato non sia 
che settant' anni , pure esso diede 1' ultimo crollo ed il più fatale 
all' impero d' oriente ; poiché in tale spazio di tempo il commer- 
cio passò tutto alle città dell' Italia, e Costantinopoli venne priva- 
ta delle sue ricchezze , unica sorgente che tuttavia le rimaneva 
della vacillante sua possanza. Allorché Michele Paleologo nel 1264 
ebbe ricuperala Costantinopoli, trovò la marina in uno stato sì de- 
plorabile che mancavano persino le piccole navi per la necessaria 
comunicazione colle isole dell' Arcipelago , le quali soggette erano 
tuttora al Greco Impero. Frattanto i Turchi, i feroci nepoti di 
que' medesimi Unni , che altrove desolarono sì crudelmente il Ro- 
mano impero, già tutta inondata aveano 1' Asia e già minacciavano 
1' Europa ancora. (3), 

(1) I Latini (cosi chiamavansi gli Europei conquistatori di Costantino- 
poli ) avevano 1 Greci in sì allo dispregio, che dopo la guerra ricevere 
non ne vollero ne' loro eserciti alcuno di qualsivoglia condizione egli fosse. 

(2) Baldoviuo I. che venne incoronato Imperatore nella chiesa di Santa 
Sofia il 16 maggio del 1204. 

(3) E fama che i Turchi nelle loro prime incursioni sul territorio della 
Greca fortemente invaghitisi della bellezza delle donne Greche siansi di- 
sgustati delle proprie femmine deformi e nihle abbigliate, e che a cotale 
loro passione per le donna della Grecia debbaii in parte il feroce entu- 
siasmo, col quale anelavano alla conquista della sede dell'impero. V. Michele 
Ducasi Istoria di Giovanni Manuele ec. cap. IX. 



DELLA. GRECIA Sl3 

Costantinopoli assediata dai Turchi. 

Quale argine opporsi potea alle formidabili loro incursioni ? 
L' impero ristretto ne' sobborghi di Costantinopoli già s' accosta al 
suo termine, come il Reno, il quale non è più che un ruscello, 
allorché sta per gettarsi e stendersi nel mare (i). Indarno i Prin- 
cipi d occidente mandano in soccorso di Costantinopoli un esercito 
di ben cento mila guerrieri. Bajazet , che già stretta avea di duro 
assedio l'infelice città, distrugge con una sola battaglia l'esercito 
degli alleati. Costantinopoli sarebbe caduta, se Bajazet dovuto non 
avesse rivolgere le sue armi contro di Tamerlano , dal quale stato 
era improvvisamente assalito. L' impresa lasciala imperfetta da Ba- 
jazet venne condotta a fine da Maometto II nell' anno ottavo del- 
l'impero di Costantino XII ossia di Costantino Paleologo. La cit- 
tà , la cui guarnigione non era che di otto mila uomini , si difese 
con eroico coraggio contro il più poderoso esercito. 
Cade in potere di Maometto IL 

Ma finalmente il fanatico valore dei Turchi trionfò della me- 
morabile e bella resistenza dei Greci, e l'infelice Costantinopoli 
fu presa d'assalto al ig maggio del 1 4 5 3 . Costantino perì colle 
armi alla mano nell' anno cinquantesimo dell' età sua. I conquista- 
lori saccheggiarono la città , e per tre giorni commisero tutto ciò 
che imaginarsi potrebbe di più abbominevole e di più crudele. 
Tale fu la fine dell' impero d' oriente. Costantinopoli fondata da 
Costantino il Grande dopo d'essere stata per ben undici secoli la 
sede de Greci Impera toi'i, cadde sotto l'ultimo che avea pure il , 
Vome di Costantino. In simil guisa 1 impero d' occidente fondato 
da Augusto terminò sotto di un Augusto. Demetrio e Tommaso 
fratelli di Costantino Paleologo si sostennero per qualche tempo 
ancora nel Peloponneso-, cioè sino al 1 4^8 nel qual anno Mao- 
metto se ne rese padrone. Trabisonda era tuttavia in potere dei 
Greci, ed avea per Re Davide Comneno, ma di essa pure s'im- 
padronì Maometto nel i/foa, e condusse Davide a Costantinopoli , 
dove gli tolse la vita (2). 

(1) V. Montesquieu loc. cit. 

(2) ArtQ de vérifier les dates voi. I. pag. 4 55. Le principali famiglie > 
che regnarono in Costantinopoli negli undici secoli del Greco impero, sono 
la Teodosia, la Giustiniano. , ì'Eracliana, Y Isauria , la Frigia, la Jlfa* 
cedone , quella di Ducas, dei Comneni, d'Isacco l'Angelo, dei Conti 



2l4 DELLA GRECIA 

Costituzione dell' impero Greco. 

Nulla noi abbiamo a dire intorno alla costituzione del Greco 
impero, perciocché i Romani Imperatori trasportarono a Costanti- 
nopoli non solo la maggior parte delle costumanze di Roma , ma 
ben anco tutta la forma del governo. Laonde fa d* uopo qui ri- 
chiamare tutto ciò che in quest' opera verrà esposto intorno alle 
leggi del Romano impero. Solo aggiugneremo che ai Greci Impe- 
ratori dobbiamo le collezioni delle leggi, che poscia ammesse fu- 
rono generalmente dalle nazioni Europee sotto il titolo di Codice 
o di Codice Romano. 
Codice. 

Imperocché Teodosio il giovane ai 1 5 di febbrajo dell' anno 
436 pubblicò il suo codice, nel quale raccolte avea tutte le costi- 
tuzioni dei Romani Imperatori da Costantino sino a lui, e tutte 
abrogò le leggi che non erano in esso comprese. Questo codice 
servì poi di base alla legislazione dei Goti , dei Longobardi e dei 
Franchi. Ma Giustiniano I avendo osservato che il codice di Teo- 
dosio non tu Ite comprendeva le leggi Romane , e che queste ca- 
dute erano quasi nell' oblivione ne' pochi paesi eh' erano tuttavia 
soggetti all'impero d' occidente , ordinò a Tribonio suo cancelliere 
una generale compilazione di tutta la Romana giurisprudenza da 
Adriano sino a'suoi tempi. Questa raccolta fu pubblicata ai 16 apri- 
le dell'anno 5ac), e venne chiamata il Codice per eccellenza. 
Digesto. Instituzioni. Novelle. 

A quest'Imperatore dobbiamo pure il Digesto, ossia la colle- 
zione di varj frammenti de' giureconsulti Romani, i cui scritti com- 
ponevano ben due mila volumi, le Instituzioni , che contengono 
i piimi elementi della giurisprudenza, e le Novelle, che formano 
la raccolta delle ultime sue leggi. Ma siccome accennammo , tutte 
queste leggi e costituzioni più alla Romana , che alla Greca giu- 
risprudenza appartengono , e perciò noi ne faremo più lunga e più 
opportuna menzione , allorché tratteremo del governo de' Romani. 

delle Fiandre, dei Courtenay , dei B rienne , dei Cantacuzen'x e dei Pa- 
leologi. Alcuni rampolli di queste famiglie sussistevano tuttavia non ha 
guari. Quelli della famiglia de' Comneni sono stati con lettere diplomatiche 
riconosciuti da Luigi XIV. Questa famiglia diede sei Imperatori a Costan- 
tinopoli , undici a Trabisbonda , dieci Protogerondi o capi alla Laconia, e 
tre alla Corsica. 



DELLA GRECIA 2l5 

Distìntivi dei Greci Imperatori. 

Né molte cose possiamo noi a' nostri leggitori presentare intor^ 
no alle vesti, agli ornamenti ed ai distintivi dei Greci Imperatori t 
perciocché, trattone qualche tempio, tutti i famosi edifizj di Co- 
stantinopoli furono dai barbari conquistatori o adeguati al suolo, 
od alle ingiurie del tempo abbandonati in guisa , che collo scor- 
rere dei secoli totalmente perirono. Sulle rovine poi dell' antica 
città inalzati furono dai Turchi altri edifizj di gusto arabesco , e 
vennero così distrutti i miserabili avanzi ancora delle statue, delle 
pitture e dei bassirilievi. Nondimeno affinchè in quest' opera nulla 
rimanga da bramarsi, noi recheremo qui alcuni di que'pochi mo- 
numenti , che ci venne fatto di ritrovare negli scrittori delle me- 
morie bizantine. Di due cose perciò vogliamo avvertiti i leggitori, 
e primieramente che il costume de' Greci Imperatori e della loro 
corte è in gran parte cpiel medesimo che da noi verrà ampiamente 
descritto addove parleremo dell' impero Romano. Noi dunque non 
riferiremo qui che quelle pochissime cose particolari, le quali pro- 
prie erano soltanto degl' Imperatori d' oriente. In secondo luogo 
ci è d'uopo premettere, che le immagini de' Greci Imperatori ver- 
ranno da noi presentate senza alcuna alterazione , quali cioè si 
trovano nei monumenti , e perciò la durezza de' contorni , la secca 
espressione delle fìsonomie e gli altri difetti delle figure, piuttosto 
che a noi , attribuirsi debbono ai tempi nei quali eseguite furono 
le originali immagini, ai tempi cioè della decadenza delle arti 
belle e delle liberali discipline. 
Scarsezza di monumenti. 

Siccome poi nulla affermare sapremmo di certo intorno all'au- 
tenticità della maggior parte de' volti in queste immagini rappre- 
sentati ', cosi ci asterremo dal porre nella serie della nostra Icono- 
grafia i ritratti de' Greci Imperatori. Né molto noi ci estenderemo 
nel descrivere gl'imperiali abbigliamenti, lasciando che l'occhio 
stesso dei leggitori e degli artefici ne distingua le parti e le foggie, 
giacché una lunga descrizione di essi riuscire non potrebbe che 
difficile , inutile e nojosa. 
Mosaici e miniature. 

Deesi in terzo luogo premettere , che in mancanza d* altri mo- 
numenti costretti fummo talvolta a ricorrere ai mosaici, benché 
dei bassi tempi , ed alle miniature de' codici antichi. Da queste 



21 6 CELLA GRECIA 

fonti ancora , giusta l' avviso del chiarissimo autore della Greca 
Iconografia , trarsi possono non senza qualche grado di autenticità 
le immagini degli antichi per le ragioni appunto già da noi ad- 
dotte altrove, che che ne dica in contrario l'erudito signor Mon- 
gez. Imperocché nei tempi stessi , ne' quali fiorivano le arti , era 
generale l' uso di adornare i codici con varie miniature relative 
alle cose in essi contenute. Coloro poi, che ne' secoli seguenti tra- 
scriver fecero gli antichi codici, aver doveano cura eziandio, che 
copiale fossero le miniature, affinchè la copia Leu corrispondesse 
all' originale manoscritto. Che se pure qualche duhhio spargere si 
voglia sul! 5 autenticità de' ritratti che veggonsi in dette miniature, 
molto peso dovrà non di meno concedersi al costume in esse rap- 
presentato, non essendo probàbile che l'artista allontanarsi volesse 
dagli usi dei tempi , ed urtare così contro la pubblica opinione. 
Per questo medesimo motivo accordarsi debbono molli gradi di 
autenticità anche al costume che vedesi in alcuni monumenti ese- 
guili fuori del paese, a cui appartiene il rappresentato costume. 
Costantino ed Elena. 

Il ìuira, i della Tavola 28 rappresenta le immagini di Costan- 
tino il Grande e di Elena di lui madre , tratte dalle miniature 
di un codice cartaceo, che da Costantinopoli fu trasportato a Pa- 
rigi , e che dopo la morte del dottissimo Du-Cange venne deposto 
nella Biblioteca Reale. Questo codice è anonimo, e contiene varj 
opuscoli intorno alle origini ed alle cose di Costantinopoli , ed in- 
torno agi' Imperatori ed ai Patriarchi d'oriente (1). Dal catalogo 
degli Imperatori in esso contenuto risulta anzi chiaramente che fu 
scritto circa ai tempi di Michele Paleologo, il quale regnò in Co- 
stantinopoli fra il 1261 ed il ia83 (2). Ai fianchi delle due im- 
magini leggesi in greco idioma: il Santo e Grande Costantino 
Re — la Santa Elena di lui madre. Ma siccome dalle gesta di 
Costantino e di Elena, personaggi sì celebri ne' fasti della cristia- 
nità , trarre sogliono spesse fiate i moderni artisti un' importante 
materia per le opere loro ', così noi crediamo bene di qui aggiu- 
gnere due altre immagini dell'uno e dell'altra, cavate da mo- 

(1) Bari duri , Imp. Oricnt. Prarf. pag. Vi. 

(•2) E da notarsi che sulla parte esterna «.Iella Originale copertura di 
questo codice vcdevatisi impresse le aquile imperiali bicipiti. 



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DELLA GRECIA 21 7 

minienti più antichi e più sicuri. Il man. 2 rappresenta adunque 
Ja tosta della madre di Costantino fregiata di ricchissimo diadema , 
ed è tratta dalle medaglie del Banduri (3). 
Statua di Costantino. 

La statua di bronzo , num. 3 ; consonasi tuttavia sulla pubbli- 
ca piazza di Barletta nella Puglia : essa secondo 1' opinione de'più 
illustri eruditi rappresenta Costantino , e probabilmente appartiene 
a quel grandissimo numero di statue che \ennero fuse in Costan- 
tinopoli sotto i primi Imperatori d'oriente, (j). Dal confronto che 

(3) Numismala Imperai, etc. ad Palaeologos usque. T. II. pag. 288. 
Tab. II. 

(0 Veggasi Winkelmann 4 Storia dell Arti ce. Roma, 1783 ec. T. II. 
pag. 425. N. (A). Il chiarissimo abaie Fca ci avverte essere stato pressoché 
infilalo il numero delle statue quasi tutte di bronzo innalzate dai Greci 
Imperatori specialmente in Costantinopoli a se stessi, alla loro fumigli;), 
egli antecessori ed ai capitani loro. Queste statue perirono quasi tutte nelle 
molte e luttuose vicende, alle quali andò soggetta Costantinopoli. « L'unica 
di bronzo, die' egli, che siasi conservata delle eiette in Italia, per quanto 
io sappia, e l'orse l'unica al mondo è quella dell'altezza di circa venti 
palmi, che al presente ancora si vede nella pubblica piazza della città di 
Barletta nella Puglia. Colà si dice che sia quella di Costantino, e tale la 
crederei anch'io mediante il confronto, che ho fatto del disegno di essa 
favoritomi dal signor D. Emanuele Mola prefetto dei regj studj ec. colle 
statue di Costantino allegate da Winkelmann .... Il signor barone di 
Riedesel , il quale nel suo Piaggio in Sicilia e nella Magna Grecia.. . 
lo pretende uu Giulio Cesare , non avrà avuto ben presente nò la fisono- 
mia di queir Imperatore, nò quella di Costantino; e non avrà ben riflet- 
tuto alla forma dell' abito, che ò de' bassi tempi ». 

Lo stesso commentatore cosi ragiona di questa medesima statua nel 
voi. III. pag. 4^4« " Costantino ò creduto in Barletta anche dai più illu- 
minati. Il volgo lo chiama Eraclio. Ma oltre che, non rassomiglia alle me- 
daglie di quell' Imperatore , che hanno la barba e la fisonomia diversa af- 
fatto, ò impossibile che nella totale decadenza delle arti verso la metà del 
VII secolo siasi potuta fare una statua sì magnifica , grandiosa e di non 
mediocre lavoro: se mai non volessimo dire, che secondo l'uso quasi ge- 
nerale de' bassi tempi, la statua tolta alla memoria di altro Imperatore 
fosse dedicata in qualche particolare occasione ad Eraclio, senza badai e 
alla somiglianza. Mi avvisto il lodato Mola, che la croce è moderna, e 
che la statua ha in capo una corona di alloro, non troppo frequente 
negl'Imperatori cristiani, che trovo nelle medaglie averla per lo più di 
gemme. Le due statue dei figli di Costantino , di Costantino stesso , 



2l8 DELLA GRECIA 

fare si può agevolmente tra le due immagini di Costantino e di 
Elena dei num. 2 e 3 , e quelle della miniatura num. 1 , è faci- 
lissima cosa il dedurre il cangiamento del costume che nella coite 
d' oriente ebbe luogo , dacché la cristiana religione divenne domi- 
nante nell' impero. Sembra che la medaglia e la statua apparten- 
gano ai tempi anteriori alla conversione di Costantino , e perciò 
negli abbigliamenti di quest' Imperatore vogliono esser ben di- 
stinte le due epoche , quella cioè di Costantino idolatra, e quella 
di Costantino Cristiano. 

Due epoche del costume di Costantino. 

Nella prima egli debb' essere abbigliato alla foggia de' Roma- 
ni Imperatori ; ma nella seconda vuol essere adorno di tutto il 
lusso orientale ; perciocché egli stesso in questa seconda epoca vol- 
le che le sue vesti fregiate fossero di perle e di pietre preziose , 
e che di esse tessuto fosse il diadema ancora : anzi per distinguer- 
si interamente dai Romani Imperatori abbandonò la barba, che 
essi ripresa aveauo dopo di Adriano. Debb' essere perciò considerata 
come un errore di anacronismo la barba , che nella miniatura 
vedesi al mento di Costantino. Imperocché dall' epoca della batta- 
glia di Arbclle i Greci ebbero il costume di radersi la barba , il 
qual costume fu in vigore sino all' impero di Giustiniano , cioè 
sino al sesto secolo dell'era volgare, nel qual tempo rinacque 
l' uso di coltivare la barba folta e prolissa , siccome vedremo al- 
trove (1). 

Teodosio il Grande. 

Il num. 4 , è la testa di Teodosio il Grande , tratta da una 
medaglia del Banduri. Quest'Imperatore volle che la sola religiosi 
cristiana fosse la dominante nell' impero, e ne escluse ogni altra. 
Le teste num. 5 e 6, tratte sono parimente dalle medaglie del 
Banduri. 

nella salita del Campidogli» sembrano coronate di quercia ». IS'ella se- 
zione , che risguarda le belle arti , noi parleremo di altre statue di Co- 
stantino. 

(1) Plutarco racconta che Alessandro prima di dare la battaglia di 
Arbelle , fece tagliare la barba a' suoi soldati , per impedire che per 
essa presi fossero dai nemici. Da quest' epoca la barba non venne col- 
tivata che dai soli Efori, de' quali divenne anzi un distintivo, e perciò 
agli altri Spartani non furono permessi che i soli mustacchi. 



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DELLA GRECIA I I 9 

Maurizio Foca. 

La prima rappresenta Maurizio Fora clic regnò dall' anno 603 
sino al 610, e che celebre divenne per la sua crudeltà, e per 
1' assassinio , eh' egli commise dell' imbelle Imperatore Maurizio , e 
di tutta l' infelice di lui famiglia. 

Irene. 

La seconda è l'immagine dell'Imperatrice Irene , sposa di Leo- 
ne IV la quale regnò sola dall' anno 797 all' anno 802. Essa 
acquistò gran nome presso i cristiani Greci per aver ammosse le 
loro opinioni intorno al culto delle immagini,- ma ò famosa non 
meno per gli assassini e pei delitti , coi quali usurpò il diadema : 
è la prima donna che governato abbia da se sola l' impero d' orien- 
te. Mongez ci avverte esser cosa difficile il ravvisare nella rozzezza 
delle medaglie di que' tempi la tanto decantata di lei bellezza. 

Manuele Paleologo. 

Il num. 7, rappresenta l'Imperatore Manuele Paleologo, che 
regnò dal 1891 sino el if\iS. Le due immagini num. 8, son 
quelle di Giovanni Paleologo, qui forse espresse in due diverse età. 

Giovanni Paleologo. 

Egli fu figliuolo di Manuele; regnò dal i4^5 sino al i44^ : 
si rese celebre pel concilio di Firenze , nel quale si trattò la riu- 
nione della chiesa greca colla latina , e fu il penultimo Imperatore 
d' oriente. Queste tre immagini vogliono essere reputate autentiche 
sì nei ritratti che nel costume, poiché il codice, siccome accennam- 
mo , appartiene ai tempi dello stesso Giovanni Paleologo. 

Giustiniano e Teodora. 

I mosaici dei num. 1 , 2 e 3 , della Tavola 29 formano una 
sola composizione , e rappresentano 1' Imperatore Giustiniano e 
Teodora di lui moglie che assistono alla consacrazione della 
chiesa di S. Vitale in Ravenna (1). L'Imperatore , num. 1 , ha 



CO Questa consacrazione fu fatta dal vescovo S. Massimiano nell'anno 
547. Di questo prezioso mosaico parla a lungo il Ciampini ( Ytteva 
Monimcnta eie. pag. 73.). Esso viene altresì riferito dagli autori della sto- 
ria Bizantina, ed in parte anche dal signor Seroux d' Agincourt nella sua 
storia dell'Arte ( Peinture pag. 16), e conservasi tuttora nel coro di 
S. Vitale di Ravenna. Il Winckelmann (voi. II. pag. 420 ediz. di Ro- 
ma ) dice che da questo mosaico si può congetturare quali fossero le 



220 DELLA GRECIA 

il capo fregialo di ricco diadema e di gemme , che gli pendono 
dai capelli : è vestito di bianca tunica , e della clamide imperiale 
di paonazzo colore ', tiene nell'una mano una tazza d'oro, che di- 
nota forse il dono, che gl'Imperatori far solcano alle chiese nel- 
1' atto che queste venivano consacrate. 
Mini si ri e coni giani. 

Il mini, i , presenta le figure di due ministri, o cortigiani, che 
nella composizione veggonsi alla destra dell' Imperatore : essi sono 
abbigliati di tunica bianca e di clamide parimente bianca , ed al- 
lacciata sul destro omero : i loro capelli ondeggiano lungo il collo. 
Noi abbiamo qui omesse le figure degli ecclesiastici e dei soldati 
perchè allo scopo nostro non appartengono. Il num. 3 , rappresen- 
ta l'altra parte del mosaico, che riportiamo intera. L'Imperatrice 
ha il capo adorno di ricchissimo diadema , dal quale scendono 
lungo le guancie e gli omeri varie filze di perle : il suo manto è 
pure il color di viola, e termina in una larga fascia d'oro con 
ricami: la veste che sta sotto al manto è di un candore alquanto 
lucido : il petto e gli omeri sembrano adorni di varj preziosi fer- 
maglj : essa tiene nell'una mano un vaso ornato di gè urne. 
Dame. 

La prima delle donne che le stanno alla sinistra, ha il manto 
bianco e la veste di colore paonazzo ; dal petto le pendono sino 
ai piedi due stole o strisele di drappo arricchito di gemme : la 
seconda ha la veste tutta tessuta di fiori in verde ed in oro , o 
con lunghe maniche : la terza ha il manto bianco , e la veste di 
fondo candido con fiori tessuti in color verde : la quarta ha il 

slalue equestri in bronzo di Giustiniano e di Teodora sua moglie che una. 
volta erano a Costantinopoli , giacche sì il mosaico, che le statue fatte 
furono contemporaneamente. Convien però avvertire che la prima di 
quelle due statue era vestita alla maniera di Achille, come dice Pro- 
copio , colla suola legate per di sotto , e colle gamba disarmate e 
ignude , cioè messe all' eroica. Né far dee maraviglia se noi abbiamo 
qui fall' uso di un mosaico eseguito in Italia, giacche è cosa notissima, 
che Ravenna fu per lungo tempo soggetta ai Greci Imperatori. Deb- 
be anzi notarsi che ne' bassi secoli, mancando l'Italia di pittori, questi 
si facevano venire dalla Grecia, ed ignorando essi i costumi de' luoghi 
dove dipingevano, erano soliti di abbigliare anche i Santi alla greca 
moda de' loro tempi , siccome vedremo. V. Ciampini pag. 14 e Leone 
Ostiense , C/ironie. Monast. Cassinensis. 



DELLA GRECIA 22 1 

manto di scarlatto colla veste bianca ricamata di fiori in oro. La 
prima delle due donne alla destra dell' Imperatrice ha la tunica 
bianca , e la seconda ha la tunica di colore paonazzo. Le vesti co- 
prono il corpo di queste donne in guisa che non lasciano vedere 
che il capo , il collo e le mani. 
Basilio II. 

Il num. 4> rappresenta l'Imperatore Basilio II che insieme a 
Costantino X. regnò dall'anno ()j6' sino al ioa5. Esso sta in atto 
di ricevere le benedizioni dal Cielo e gli omaggi della terra: è 
tratto dalle miniature di un salterio greco in pergamena del seco- 
lo X che apparteneva già al monastero della Madonna detta Co- 
spicua di Costantinopoli , e che ora si conserva nella Biblioteca 
di S. Marco in Venezia (1). Quest' immagine perciò ha molti gradi 
di autenticità. L'Imperatore è vestito militarmente; ma oltre il 
diadema fregiato di gemme ha il paludamento , lo scettro e gli 
altri imperiali distintivi. 
Abbigliamento imperiale. 

Ora dalle figure poc'anzi da noi esposte sarà cosa agevole il 
dedurre quasi in altrettanti corollarj le singole parti , dalle quali 
era specialmente costituito l' imperiale abbigliamento. 11 primo de- 
gl' imperiali distintivi era il diadema. 
Diadema. 

Già veduto abbiamo che Alessandro dappoi eh' ebbe vinto Da- 
rio , abbandonato 1' antico diadema dei Re Macedoni , il quale non 
era che una semplice benda di bianco colore, adottò quello dei 
monarchi Persiani, che era di lino bianco con una striscia di ros- 
so colore , a cui egli aggiunse talvolta le corna di ariete come fi- 
gliuolo di Giove Aminone; e veduto abbiamo ancora che Costan- 
tino aggiunse al diadema le perle e le pietre preziose. I successo- 
sori di quesl' Augusto adottarono non solo una tal foggia di dia- 
dema , ma lutto l' antico fasto ancora dei re della Persia. Claudia- 
no descrivendo il tesoro e gli ornamenti imperiali di Teodosio , 
che i suoi figliuoli si erano divisi dopo la morte di lui , dice (2) : 



(1) V. Morelli, Bibliotheca manuscripta Graeca et Latina, Bassani, 
Remcnd. 1802, pag. 3 3. Questa figura vicu pure riportala dal signor 
Scroux d'Agi ncourt. Ibid. pag. 33, pi. 47- 

(a) In pr. Consulat Stihch. , lib. II. , v. 92.. 



22 2 DELLA GRECIA 

Et vario lapidimi distinctas igne coronas. 

Agatìa parlando dei distintivi reali , che gì' Imperatori trasmette- 
vano in dono ai re dei Lazi , popoli che abitavano Y estrema spon- 
da del mar Nero , parla d'un diadema d' oro fregiato di pietre 
preziose (i). 

Corona regale. 

Convien però ben distinguere dal diadema degli Imperatori 
la corona regale. Questa non era che un semplice cerchio d' oro ; 
ma il diadema imperiale era quasi ima doppia corona , giacché 
alla corona , che cinger dovea la fronte , un'" altra ne veniva so- 
vrapposta in guisa che amendue fossero insieme unite per mezzo 
di fregi gemmati e vagamente scolpiti (2). 

Diadema di Costantino II. 

Il diadema imperiale era talvolta adorno anche di teste in 
basso rilievo d' oro , o di una specie di cammei. Tale è il dia- 
dema ( num. 1 tavola 3o ) di Costantino II. tratto dalle pietre 
incise della Galleria di Firenze. 

Di Foca. 

Al diadema fu pure aggiunta sul vertice una croce, siccome 
può vedersi in quello di Foca (tavola 28 num. 5 ), costume che 
ebbe origine dall' Imperatore Giustino , siccome ne fanno fede le 
medaglie. La figura anzi del diadema di quest' Imperatore e' in- 
duce a far un cenno anche del ■/.zue/.xv/j.ov , detto dagli scrittori 
del basso impero camelaucum, e da essi creduto simile alla mi- 
tra, ossia cidaris dei Persiani (3). 

("i) Hlst. Jusliniani , lib. II. pag. 60. 

{■ì) V. Ciampiui, Vetera Monimenta. Pars. I. pag. III. 

(3) Il Camelauco era una specie di berretta, composta di peli di cam- 
mello , dond'ebbe il nome. Esso è tuttavia in uso presso i monaci d'orien- 
te, ed è quasi simile alla berretta de' nostri cherici. Ecco la descrizione 
che ne fa Allazio ( De utriusq. Ecclesiae consensione , lib. III. cap. 8. 
num. 12). Caput operiunt Camelaucio , quod capìtis tegmem est ex 
lana nigricante , ut natura Ulani dedit , texlum, rotundum , altitudine 
scmipalmare , in formam conchae finiens , quae caput ingreditur , non 
undequaque rotundatur; sed ubi aures sunt , plagulae ungunlur, qui- 
bus auriuni incouiniodis medentur. Dal Camelauco pendevano dunque 



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DELLA GRECIA 22 3 

Camelauco. 

Noi ne presentiamo la figura, nura. 2, tratta da bassi rilievi 
dell'arco di Costantino (1). 
Diadema coli' elmo. 

Il diadema cingeva talvolta l' elmo in guisa da formarne un 
solo distintivo, siccome può vedersi ( num. 3 ) nell'elmo che co- 
pre la testa dell'Imperatore Eraclio, celebre ne' fasti della chiesa 
per la croce , eh' egli conquistò e tolse a Cosroe re de' Persiani , 
6 tale diadema chiamavasi perciò galea diademata. Nella figura 
di Giustiniano già osservato abbiamo che dal diadema pendono 
sino agli omeri alcune filze di perle e di pietre preziose. 
Ornamenti del diadema. 

Ciò vedesi ancora nelle figure di Costantino, d'Irene e di Ba. 
silio già da noi descritte , e più chiaramente può osservarsi nel dia- 
dema di Giustiniano, num. l\. Questo costume fu generalmente 
abbracciato da tutti gl'Imperatori, in guisa però che quanto più 
ci scostiamo dall' epoca di Costantino , vanno essi diademi e gene- 
ralmente tutti gì' Imperiali distintivi abbandonando l' antica sem- 
plicità , e sopraccaricandosi d'oro, di perle, di gemme e di fregi 
d'ogni specie, giusta l'affettazione propria dei tempi, nei quali le 
arti belle erano totalmente decadute ', del che possiamo di leggieri 
convincerci col confronto delle anzidette figure. 
Berretta di Giovanni Vili. Paleologo. 

Nò dee qui omettersi la stravagante foggia di camelauco , o 
di berretta , num. 5 , che vedesi in una grandissima medaglia di 
Giovanni Vili Paleologo , coniata in Italia , e riferita dal Ban- 
duri e dal Du-Cange (2). Un altro distintivo ancora vedesi talvol- 

alcune striscie del medesimo panno o di altra stoffa più delicata ad og- 
getto di coprire le orecchie, dal che ebbero forse origine le code nell' o- 
dierna mitra episcopale. 

(1) Costantiuo Porfignorete ( De Adiri. Irnper. cap. x3 ) dice che un 
angelo recato avea tale specie di berretta a Costantino, e che gli Impe- 
ratori non ne facevano uso che nelle feste di maggior solennità. 

(2) Questo medaglione è opera di Vittore Pisano o Pisanello , pittore 
Veronese il quale, siccome scrive il Vasari, fece in medaglioni di getto 
infiniti ritraili di Principi de' suoi tempi e d' altri. Del medaglione, e 
dell' artefice di esso così scrive monsignor Giovio al Duca Cosimo. Ho 
ancoia una bellissima medaglia di Giovanni Paleologo Imperatore di 



2 2jj DELLA GRECIA 

ta intorno al corpo degl' Imperatori , cioè un cerchio d' oro , o 
di luce, detto dagli antiquarj nimbus , nembo. 

Nembo. 

Qucst' attributo non era anticamente proprio che degli Dei e 
specialmente di Apolline. Plinio racconta che Caligola l' usurpò il 
primo fra' mortali; ma Autonino il pio è il primo Imperatore, che 
reggasi sulle medaglie rappresentato col nembo. Di esso trovansi 
costantemente fregiate le teste degl' Imperatori e delle Imperatrici 
del basso impero , costume , che , siccome ci avverte Mongez , non 
dee sì facilmente dimenticarsi dagli artisti , allorché rappresentar 
vogliono un Imperatore de bassi tempi. L' origine di tale distinti- 
vo è dovuta alla superstiziosa adulazione de' Romani , i quali vol- 
lero con esse denotare che gli Augusti stati erano ammessi al con. 
cilio de' Numi (i). 

Corona ferrea. 

Ma non dee chiudersi questo paragrafo senza che da noi qual- 
che cenno pur si faccia della corona ferrea, la quale giusta l'as- 
serzione delle cronache Monzesi dopo d'avere per lungo tempo 
servito alla consacrazione de : Greci Imperatori passò da Costantino- 
poli a Roma, d' onde dal Papa S. Gregorio Magno fu trasmessa 

Costantinopoli con quel bizzarro cappello alla Grecanica , chs solevano 
portare gì' Imperatori; e fu fatta da esso Pisano in Fiorenza al tem- 
po del concilio d' Eugenio , ove si tro.'ò il prefato Imperatore ; che ha 
per riverso la croce di Cristo sostenuta da due mani , verbi grazia 
dalla latina e dalla greca. 

(i) Gioverà a questo proposito il riferire qui le parole del Pignorio , 
che senza però far menzione dell' autore trascrisse anche il Kirchero. 
Consuevit Daedala antiquitas res nominimi opinione relìgiosas , et au- 
gustis quibusdani veluti notis insignire , quasi ipsis aliqua dignitas ac- 
cederei. Inter has maxime nobilis fuit orbis quidam capiti aliquando 
circumscriptus , venerationis index et majestatis , quae humanam exce- 
deret. Hunc ego Lmperatoribus , quos veteres sopra fasligium mortali- 
talis elatos suspiciebant , provinciis orbis Romani, urbibus primariis , 
animalibus etiam Deorum circiunpositum notavi: et quod ad Augustos 
pertinet , extant numismata aerea Antonini Pii , et Constantii illius , 
qui Arrianis favens , catholicam Ecclesiam perturbavit. Et Ravennae 
in aedibus S. Vitalis manent adhuc antiquissimae ex opere musivo Ju- 
stiniani , et conjugis imagines, quarum capita talis circulus ambit. Dal 
gentilesmo passò quest' uso ai pittori cristiani, i quali cinsero col nembo 
la testa dei santi. 



DELLA. GUBCIÀ 22J 

in dono a Teodolinda Regina de' Longobardi , la cui sede era in 
Monza. Se tali asserzioni dovessero ammettersi , ne verrebbe per 
conseguenza ; primo che la corona ferrea non era in origine che 
il diadema degli Imperatori di Costantinopoli j secondo ch'essa è 
costruita con uno de' chiodi della passione di Cristo , dal che ebbe 
l'aggiunto ài ferrea. 
Diversità della corona ferrea dalla Imperiale. 

Ora quanto alla prima conseguenza , dal solo confronto che 
far si può della corona monzese num. (> , colle corone che cin- 
gono le teste degl'Imperatori ne'varj monumenti da noi finora ri- 
portati, appare chiaramente che la corona imperiale era dalla mo- 
zese diversissima. Anzi nelle moltissime medaglie di Costantino 
riferite dal Du-Fresne e da altri vedesi sempre la testa di que- 
st'Imperatore fregiata non mai con una corona simile alla ferrea 
ma bensì coli' elmo , o coli alloro, o cou vario diadema. Tale dia- 
dema il più delle volte è composto di un doppio ordine di gemme, 
insieme connesse per mezzo di bende che scendono fino alle spalle. 
Nò di gran valore ci sembrano le congetture del P Allegranza , 
il quale vorrebbe indurci a credere che Costantino portasse la co- 
rona ferrea sovrapposta al diadema imperiale, o collocata sul 
vertice dell' elmo , perciocché le medaglie , colle quali egli si 
sforza di confermare 1' asserzione sua, non lasciano nemmeno 
travedere tale specie di corona sovrapposta nò all'elmo, ne al 
diadema (i). Che che ne sia poi della forma della corona 
ferrea , rimarrà sempre a chiedersi ai fautori di essa, da qual 
solido monumento abbiano eglino rilevato che un sì prezioso di- 

(i) Frisi , Memorie storiche d<" Monza. Voi. II. pig. 16 1 e seg. Noi 
ritorneremo su quest'argomento, allorché parlar dowemo del costume 
dei Longobardi , ed ivi verrà da noi rintracciata la vera origine della 
coroua di ferro. Qui vogliamo soltanto avvertiti i nostri leggitori , i.° che 
non si è finora dai fautori della corona ferrea dimostrato con argo. Menti 
bastantemente solidi essere questa corona quella medesima , della quale 
fecero uso Costantino ed i successori di lui: a. che è tuttavia somma- 
mente dubbia l'autenticità del santo chiodo, che si dice cingere l'interna 
parte di essa. Leggasi il Muratori: Anecdota, quae ex Atnbrosianae Bi- 
bliothecae Codicibus etc. T. II. pag. 267 e segg. L' esame da noi fatlo del 
manoscritto del liosca , che conservasi nella libreria del Capitolo di Moli- 
la , e. che ha per iscopo di provare l'autenticità della corona J'eirea, ci 
ha vie più confermali nell'opinione del Muratori. 

Cosi. Voi. I. dell' Europa 1 5 



2 26 DELLA GRECIA 

stintivo da Costantinopoli passato sia nell' Italia. Non ci ha alcun 
antico scrittore che ne parli ; non memoria alcuna che vicina 
sia ai tempi ne' quali si "\uole avvenuto un tal passaggio: non 
cenno alcuno nelle epistole dello stesso Gregorio Magno. Né cosa 
verisimile ci sembra che i Bizantini Augusti teuessero in sì poco 
pregio il più prezioso pegno eh' eglino ricevuto avessero da Costan- 
tino , e che nemmeno sì di leggieri lo lasciassero altrove traspor- 
tare. Che se la corona monzese non è quella medesima che da 
Costantino fu a' suoi successori tramandata , ne viene per conse- 
guenza non potersi così facilmente dimostrare che in essa sia rac- 
chiuso uno de' chiodi della passione. Di un chiodo sì fatto era 
tessuto bensì il diadema , eh' Elena mandò al figliuol suo Costan- 
tino. Imperocché S. Ambrogio dice chiaramente che quaesivit He- 
lena clavos , quibus crucijìocus est Dominus , et inventi. De uno 
davo fraenos fieri praecepìt , de altero diadema intexuit . . . 
Misit itaque jilio suo Constantino diadema gemmi s insignitimi, 
quas pretiosior ferro innexas Crucis redemptionis divinae gem- 
ma connecteret. Misit et fraenum. Uiroque usus et Constanti- 
nus , et fidem transmisit ad posteros Reges (i). Che cosa poi 
addivenuto sia di tale sacro diadema non è cosa sì facile il giudi- 
care, né a noi si appartiene il farlo. Aggiugueremo soltanto che 
Paolo Diacono , il quale vivea alla corte de' Re Longobardi , e 
delle cose e costumanze loro scrisse a lungo , non fa alcuna men- 
zione della corona ferrea, né del sacro chiodo Monzese , ed anzi 
afferma che Elena de Clavis, quibus manus Christi fueiunt per- 
foratae , alios in galeam misit hnperatoris , filii capitis provi- 
dentiam gerens , ut j acida bellica submoveret , alios fraeno 
equino permiscuit (2). Quest'autore afferma ancora, che nella 
consacrazione de' Re Longobardi facevasi uso non già di vermi 

(i) Oratio de obitu Theodosii , num. ^7- 

(2) Hist. Miscel. lib. II. Ànclie Rufino prete d'Aqtiilea coetaneo di 
S. Ambrogio, Socrate Scolastico , Teodoreto vescovo di Ciro, e Sozomeno, 
che nel secolo V., quasi cento anni dopo la morte di Costantino, scrissero 
in greco la storia ecclesiastica, affermano eh' Elena non nel diadema ina 
nell'elmo del figliuol suo pose il sagro chiodo. 1/ asserzione di questi scrit- 
tori potrebbe forse conciliarsi con quella di S. Ambrogio, quando, ciò che 
non sembra improbabile , afiermare si volesse che Eteoa posto abbia il 
chiodo in un diadema galeato. 



OFFfJÉ 



DELLA GRECIA 227 

diadema, ma beasi dell' asta, ossia dello scettro che veniva loro 
presentato qual distintivo della regale autorità, giusta l'antichissi- 
mo costume. Ma di ciò noi parleremo altrove. 

Scettro. 

Lo scettro è il secondo degl' Imperiali distintivi. È notissima 
cosa che lo scettro de' Romani era sulla cima fregiato di un'aqui- 
la, siccome Romolo ricevuto lo avea dagli Etruschi. Gl'Imperato- 
ri Greci sottoposero all'aquila un piccolo globo d'oro, del qual 
metallo sembra pure che tutto composto fosse il loro scettro. La 
figura di un sì fatto scettro può vedersi nel cammeo mira. 7 , trat- 
to dal museo di Firenze (1). 

Scettri coli' aquila , colla croce , col globo. Croce. 

Foca sostituì la croce all' aquila , ed il suo esempio fu seguito 
dagli Imperatori che a lui succedettero. Talvolta veggonsi nelle 
immagini gì' Imperatori colla croce nella destra , e collo scettro 
nella manca. Così è rappresentato Michele Paleologo nella dipin- 
tura di un' antica chiesa di Costantinopoli sacra alla Madonna. Veg- 
gasi la tavola 3i num. 1. Lo scettro de' Greci Imperatori fu non- 
dimeno soggetto ad alcune altre varietà, siccome può vedersi in 
quello di Basilio . tavola 29 num. 4 > ed in quello di Eudosia 
nella Tavola seguente. Nei secoli più bassi trovansi nelle immagi- 
ni spesse fiate sostituiti allo scettro il labrum ed il nartex. Del 
primo noi parleremo nei costumi militari. 

Nartice , o ferula. 

11 nartex , ossia ferula , era una specie di bacchetta, o direra 
meglio di bastone, che nella parte superiore terminava in uno o 
più quadrati composti di una frangia d'oro, e adorni di gemme 
nel vertice degli angoli , cou tal disposizione che sovente presen- 
tavano una forma non molto dissimile dalla croce. Tre figure dì 
tale distintivo possono vedersi nei num. 2,3 4 della tavola 3i. 
Il num. 2 , ci presenta l'immagine di Teodora moglie di Michele 
Paleologo, tratta dall'anzidetta pittura di Costantinopoli. I numeri 
3 e 4i ci offrouo le immagini di Manuele Paleologo, e di Elena 
di lui consorte, tratte dalla miniatura di un codice delle opere 

(1) Noi abbiamo seguita l'opinione dei chiarissimi editori del Musco 
Fiorentino, i quali sono d'avviso ebe sia qui rappresentato Costantino , 
sebbene ad alcuni eruditi sembrato sia di ravvisare in questo cammeo I'hii- 
ruagine di Vespasiano. 



22 8 DELLA GRECIA 

di Dionigi Areopagita , che dallo stesso Manuele fu mandato in 
dono al monastero di S. Dionigi in Francia (i). 

Globo. 

Anche il globo , siccome emblema della signoria della terra , 
al quale solevasi sovrapporre una Vittoria , passò dai Romani ai 
Greci Augusti nelle statue e nelle dipinture come un imperiale 
distintivo -, se non che al tempo di Teodosio ebbe principio F uso 
di sovrapporre al globo una croce. Tale era difatto il globo che 
in Costantinopoli vedevasi nell'una mano della statua equestre di 
Giustiniano ; perciocché Procopio di essa parlando dice : non gla- 
dium f non hastam } aliudve gestat armorum genus , sed cru- 
cem globo imposi tam (2). Nella parte che riguarda i costumi re- 
ligiosi noi parleremo di altri oggetti o distintivi che ne monumenti 
trovansi talvolta nelle mani de' Greci Imperatori. 

Trono. 

Gli Augusti di Bizanzio alla semplicità della sedia curale sosti- 
tuirono la ricchezza e la magnificenza del trono dei Re della Per- 
sia , il quale così ci viene descritto da Ateneo : ce II trono su cui 
erano assisi i Re della Persia , allorché amministravano la giusti- 
zia , era d'oro. Quattro piccole colonne parimente d'oro e fregiate 
di pietre preziose lo sostenevano » (3). Arriano racconta che Ales- 
sandro soleva sedersi su di siffatto trono, e che i suoi amici sede- 
vano ai fianchi di lui su letti che aveano i piedi d'argento. 

Trono di Giustino IT. 

Il poeta Corippo così descrive il trono di Giustino II. succes- 
sore di Giustiniano: ce II trono imperiale fa T ornamrnto del pa- 
lazzo. Quattro preziose colonne sostengono una cupola d' oro mas- 
siccio , che rappresenta la volta celeste. Questa ricca cupola om- 
breggia il capo del nostro immortale Imperatore e la sedia di lui, 
che è adorna di pietre preziose, d'oro e di porpora. Quattro piedi 
curvati in archi flessibili ne formano i sostegni : quattro \ ittorie 

(1) V. Du-Fresne. De Imp. Costantinop. etc. Xumismat. Dissertatici. 
Nelle figure di Teodora e d' Elena meritano pure d'essere osservati i due 
diademi, le cui foggie assai singolari ci fanno vedere e le introdotte stra- 

' Do o 

vaganze, ed il continuo decadimento del buon gusto e dell'antica sempli- 
cità ed eleganza 

(2) L. De Aedib. cop. II. 

(3) Veggasi il costume Persiano. 



DELLA. CRECIA. 229 

di bronzo sorgono colle ali spiegate, e sostengono una corona d'al- 
loro (1) ». Tale è il trono che noi presentiamo nel num. 5 , di- 
segnato dall' egregio nostro pittore Alessandro Sanquirico. Vari al- 
tri troni, e per lo più costrutti di marmi preziosi con fregi d'oro 
e di bronzo ci vengono descritti nelle storie Bizantine , fra i quali 
è celebre quello che sorgeva nell' Ippodromo , e che viene colle 
seguenti parole rammentato da Cristoforo Bondelmontio: In capite 
vero Hippodromi vigiliti quatuor erant aìtissimae columnae , 
ubi Imperator cum Principibus residebat (2). 

Parasole , 'ventaglio ec. 

I Greci Imperatori presero pure dai Re della Persia e del- 
l' oriente 1' uso del parasole , dello scaccia mosche e del venta- 
glio. Noi perciò ci asterremo dal qui esporre la descrizione di 
tali oggetti , intorno ai quali possono i nostri leggitori consultare 
i costumi Persiani e Licj. Dall' oriente ancora sembra ai Greci Im- 
peratori derivato il costume di farsi precedere nelle pubbliche fun- 
zioni da torce e lampane ardenti, del qual costume parleremo 
pure altrove. 

Pesti de' Greci Imperatori. Tunica. 

Quanto alle vesti de' Greci Imperatori ecco la descrizioue , che 
da' Bizantini storici ci fu tramandata. Sulla tunica interiore e co- 
mune ponevano la tunica imperiale, che era bianca, e adorna di 
ricami in oro e di ricchissimi orli , e che stretta da una cintura 
discendere non potea che sino al garetto. Tale è la descriz one 
che ne fa il poeta Corippo nell' elogio di Giustino il giovane : 

tunicaque pius inducitur artus 

Aurata se veste tegens , qua candidus omnis 

Enituìt 

Snbstrictoque sinu vestis divina pependit 
Poplite fusa tenus , pretioso candida limbo (3). 

Clamide. 

Sulla tunica imperiale collocavasi una lunghissima clamide di 

(1) Coripp. De lauciib. Justini , lib. III. v. i g 4- 

(2) V. Du-Fresue. Costanlihop. Christ. pag. 104, e P- Gjlii , De Con- 
slantinop. Topographia etc. lib. II. cap. XIII. 

(3) H. Cresconius Corippus. De laudibus Justini eie. Romse-Framcsius. 
1777. in 4-° !>!>• II. v. 100 et segg. 



o,3o DELLA GRECIA 

pórpora marina, clic si allacciava eoa un largo fermaglio d'oro, 
adorno di catene d'oro e di pietre preziose (i). 

Caesareos humcros ardenti murice texit 

Circunifusa chlamys, 

jiurea juncturas morsìi perstrinxit adunco 
Fibula , et a summis gemmae nituere catenis (jì). 

Di quest' attributo gelosissimi erano i Greci Augusti , i quali non 
lo deponevano nemmeno nel lotto, ed anzi con solenue decreto 
essi vietarono ai Re del Bosforo di portare la clamide purpurea , 
e solo permisero loro la bianca (3). 
Cai z amenti. 

Di rosso colore erano pure i caliamenti imperiali , e le ben- 
delle , ond' erano stretti, e per lo più costrutti venivano di una 
specie di marroccliino detto cuojo persico (/])• 
Pesti delle Greche Imperatrici. 

Le Greche Imperatrici gareggiarono co' loro sposi nel lusso e 
nella magnificenza. Esse ne' monumenti veggonsi adorne degli stes- 
si distintivi degl'Imperatori, ed abbigliate ora di una clamide 
sparsa di perle e legata con ricclii e larglii fermagli , ora di 
una specie di tonaca , o mantello fregialo di perle e di altri pre- 
ziosi ornamenti , ed aperto o diviso nei due lati dal gomito sino 
all' estremità inferiore , il qual costume sembra aver avuto luogo 
specialmente ne' secoli più bassi. Si veggano i numeri 1 e 3 della 
stessa tavola 3a. La prima di queste figure è tratta da un antico 
dittico, ed in essa alcuni eruditi, ma con prove non sufficienti, 
hanno creduto di ravvisare l' Imperatrice Placidia. 
Eud ossia. 

Il num. 2 , rappresenta la celebre Imperatrice Eudossia moglie 

(i) Per porpora marina vuoisi qui intendere ciò, che accennato abbia- 
mo altrove, la porpora cioè estratta dalle conchiglie marine. Intorno alla 
quale porpora noi parleremo neh' articolo della materia e dei colori de' greci 
vestimenti. Veggansi frattanto Amatius de Restitutione purpurarum , e Ro- 
sa , Delle porpore e delle materie vestiarie presso gli antichi. . 

(i) Corippus. Ibid. v. 118. 

(3) Agalli. Hist. Justin. 11. pag. 6o. 

(4) V. Corip. Ibid.hb. H. v. io5. 



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DELLA. GRECIA 2.3 t 

di Basilio il Macedone, il quale regnò dall'anno 867 sino all'anno 
886. Qucst' immagine è tratta dalle miniature di un antichissimo 
codice delle opere di S. Gregorio Nazianzeno , che conservasi nel- 
la R. Biblioteca di Parigi (1). Eudossia è interamente abbigliata 
alla foggia imperiale : stringe colla destra un lungo scettro, a cui 
sta sovrapposto un fiore : nella sinistra tiene il globo : una pelliccia 
aurata e sparsa di gemme le avvolge in parte la tunica purpurea, 
e le cade dal sinistro braccio; foggia di abbigliamento che in 
que' tempi fu propria non delle Imperatrici soltanto , ma ancora 
delle nobili matrone, alle quali ne' giorni solenni era permesso di 
portare una sì fatta pelliccia (2) : le scarpe sono fregiate di gem- 
me e composte di una specie di marrocchino rosso. 

Eleiia. 

Più semplici ma non mollo dissimili dagli abbigliamenti delia 
figura mira. 1, sono quelli di Elena madre di Costantino, num. 
3. Questo numero è tratto dalla miniatura di un prezioso codice 
della R. Biblioteca di Parigi , che sembra scritto verso i tempi 
dell' anzidetto Basilio il Macedone , e che rappresenta la storia del- 
l' invenzione della croce. Elena vi è dipinta due volte. Sono qui 
degne d'essere considerate anche la foggia del trono o seggio, e 
le figure dei due , non ben sapremmo dire , se cortigiani , paggi, 
cherici , o littori , giacché le Imperatrici ancora accompagnate era- 
no dai littori. Noi omettiamo di qui favellare delle materie , di 
cui composti erano gl'imperiali vestimenti, giacché trattare ne do- 
vremo diffusamente altrove. 

IT so della seta. 

Solo crediamo necessario di avvertire i leggitori , che ai tempi 
di Giustiniano, cioè nel sesto secolo dell'era volgare, furono nella 
Grecia , e specialmente in Atene , Tebe e Corinto introdotte varie 
fabbriche di drappi di seta , e che quindi la seta , la quale un 
secolo prima si vendeva a peso d' oro , sottentrò ben tosto alla 
lana , al canape , al lino , e si fece a lussureggiare nelle corti e 
nei solenni apparati. Difatto il poeta Corippo descrivendo la pom- 
pa apprestata pel ritorno di Giustino dice che : 



(i) V. Du-Cange. Familiae Aitgitstae lljzanlinae, pag. i^o. 
(2) V. Dn-Cunge-Dissert. de Numismi Impp. ctc. >\° Vili. 



3J2 DELLA GRECIA 

Serica per cunclas pendebant vela columnas. 

Capigliatura» 

Quanto all' acconciamento dei capelli delle Greche Imperatrici 
esso nelle medaglie ci si presenta quasi sempre il medesimo , seb- 
bene presumersi debba che sarà stato talvolta variato secondo il 
vario femminile capriccio. Intorno a ciò veggasi il costume delle 
Imperatrici Romane. Anche la capigliatura de' Grecj Imperatori 
sembra che abbia variato secondo il variare de" tempi, seguendo 
essi in ciò ancora il costume de'" Romani. Dai monumenti pare 
nondimeno doversi dedurre, che dopo l'epoca di Giustiniano sia 
stata presso i Greci Imperatori introdotta la foggia della capiglia- 
tura tonda e lungo il collo fluttuante. 
Fasto de' Greci Imperatori. 

I Greci Imperatori sebbene professassero la Religione di Cristo, 
che è la religione della mansuetudine, dell'umiltà e della vera 
vrlù, non aveano punto rinunziato al fasto, alla pompa, alla va- 
nità ed in somma all'orgoglio, che ricevuto aveano quasi in retag- 
gio dai Romani Augusti ; e sebbene più non osassero di farsi ascri- 
vere fra gli Dei , abbandonato non aveano nondimeno Fuso del- 
l' adorazione. 
Adorazione. 

Ecco ciò che intorno a questo costume lasciò scritto Procopio, 
là dove parla delle innovazioni da Giustiniano e da Teodora in- 
trodotte : « Allorché altre volte i senatori si presentavano all'Im- 
peratore, que' eh' erano palrizj s'inchinavano verso la destra mam- 
mella del Principe . il quale baciava loro la testa allorché stavano 
per ritirarsi : gli altri si ritiravano piegando il ginocchio destro. 
Ala sì i patrizj, che gli altri senatori nel presentarsi a Giustiniano 
ed alla sposa di lui si prostendevano colla faccia a terra , e bacia- 
vano i due piedi dell'Imperatore e dell Imperatrice, i quali dagli 
stessi Augusti erano loro porti, dopo di che si ritiravano. Teodora 
non rifiutò questi onori , ed anzi li ricevette ancora dagli amba- 
sciatori della Persia Prima d' ora chiunque abboccavasi 

coli' imperatore non lo chiamava che con questo solo titolo, ed alla 
sposa di lui dava il titolo d'Imperatrice. I Grandi dell'Impero 
appellati venivano col nome della loro dignità respettiva. Ma colui 



DELLA GRECIA 233 

che parlando a Giustiniano ed a Teodora aggiunto non avesse ai 
titoli d'Imperatore e d'Imperatrice quegli ancora di signore e di 
signora ( oscrizeivatv , $t7rJzr,y ) e eoi Grandi usato non avesse 
l'aggiunto di schiavi ( ùtt'ìtii ) era reputato come un uomo gros- 
solano, insolente, od anche colpevole di un gravissimo errore. Egli 
veniva ignominiosamente discacciato qual uomo indegno di compa- 
rire alla corte (i) «. Anche Corippo parlando di Giustino II dice: 

53 et poplite JIe.ro 

Plurima divinis supplex dabat oscula plantis. 

Cotale adulazione andò sempre più crescendo col declinare del- 
l' impero , ed ai titoli d' Imperatore e di Signore tutti si aggiun- 
sero gli attributi, che più lusingar poteano l'orgoglio umano. 

Grandi e Ministri. 

Di due altre cose ci rimane tuttavia a parlare, dei Grandi 
cioè ossia dei Ministri della corte d' oriente , e della coronazione 
de' Bizantini Imperatori,* intorno ai quali argomenti noi brevissimi 
saremo, si perchè parlarne dovremo nuovamente ne' costumi reli- 
giosi della Chiesa greca , e sì ancora perchè molte cose ad essi 
relative verranno più ampiamente trattate nel costume dell' impero 
d' occidente. Sembra pertanto che sino alla totale caduta dell'im- 
pero occidentale abbiano i Greci Imperatori conservate nella loro 
corte tutte quelle cariche che proprie erano della corte degli Im- 
peratori di Roma • e sembra ancora che dato non avessero gran 
che luogo a cangiamenti negli abiti e ne' distintivi de' Grandi e 
de' Ministri. Ma al cominciare del basso impero le dignità ed i 
loro distintivi si moltiplicarono in Costantinopoli pressoché all' in- 
finito : la toga fu quasi del tutto abbandonata: il lusso degli uffi- 
ziali della corte si fece distinguere sulla tunica , che caricata venne 
di bende di porpora e di strisce di drappi ricamati in oro ed in 
argento _, tal che questi ricchi ornamenti per un decreto degli stes- 
si Imperatori divennero finalmente proprj e particolari de' soli cor- 
tigiani colla proibizione, che usati fossero da vermi altro cittadino. 

Loro ninnerò. 

Codino Curopalata annovera ben 81 uffiziali componenti la 

(i) Procop. Stst. Arcanae cap. XXX. 



u3/[ DELLA GRECIA 

corte di Costantinopoli a' suoi tempi (i). Alcuni codici riportati 
nella storia Bizantina fanno fino a p5 , ascendere il numero di sif- 
fatti uffiziali, ciascuno de' quali avea una particolare incombenza 
e particolari distintivi. Intorno al che è d uopo awertire che lo 
stesso Costantino il Grande già accordati avea varj titoli ai Prin- 
cipi de'più antichi e più famosi paesi della Grecia: e tali furono 
i titoli di Gran Duca di Atene , di Principe del Peloponneso e 
di Orari Primicerio della Beozia (2). Ora alcuni di cotali titoli 
passati erano poi nelle dignità della corte di Costantinopoli , ma 
né di tali dignità, nò di quelle ancora, che da Roma passate erano 
a Costantinopoli colla divisione dell'impero, furono paghi i Bizan- 
tini Augusti , i quali vennero anzi alla lor corte aggiugnendo sem- 
pre nuove cariche , accoppiando alle antiche quelle che vedevano 
essere in uso nelle corti della Persia e dell' oriente, e tutto imitan- 
done il fasto. Laonde, siccome nojosa , inutile e troppo lunga cosa 
sarebbe il voler qui tutte distinguere le anzidette dignità , così 
a noi sembra che basti il farne qualche cenno e delle principali 
soltanto. 
Despota. 

La prima dunque e la più importante di tali dignità era il 
Despota ( Afj-órr,: ). Questi esser solca il successore ed il col- 
lega dell'Imperatore, di cui era talvolta il figliuolo od il genero: 
avea il titolo di Majeslà, e veniva coronato dello stesso Imperatore; 
ma la sua corona non era che un semplice cerchio d'oro, a cui 
stavano sovrapposti due semi circoli con una croce in alto. Esso 
ne' tempi meno solenni portava una specie di cappello fatto alla 
(1} Giorgio Codino visse verso la fine dell'impero d'oriente, e fu 
detto Curopalata probabilmente dalla carica cbe ebbe nella corte di Co- 
stantinopoli. Al Curopalata , voce forse derivante dalle parole cura palatii, 
apparteneva la custodia e la cura del palazzo imperiale, di cui cosi parla 
Luitprando Tic'nense nella sua cronaca Rerum per Europam gestarum li- 
bro V. Consluntinopolitanum palatium non pulchritudine solurh', verum 
etiam fortitudine omnibus qua* unquam viderim, munitionibus praestat ; 
quod etiam jugi militum stipatione non minima observatur. Moris itaque 
et hoc, post matutinum diluculum , mox omnibus patere. Post ter •tiarn vero 
dici lioram , emissis omnibus, dato signo, quod est Mis , usque in horani 
ìionam cunctis aditimi prohibere. Che cosa debba intendersi col segno Mis, 
se Missa o Missio non è cosa sì facile il definire, reggasi Meursio alla 
voce ÀiiVa. 

^2) V. Nicephori Gregorae Histor. Iib. VII. 



DELLA GRECIA 23:J 

foggia di piccola ombrella tutta tessuta di gemme : vestiva la tu- 
nica ed il mantello di porpora eoa ricami d' oro rappresentatiti 
fiori e frondi : le sue scarpe erano a due colori , cioè bianco e 
scarlatto, colle aquile tessute di gemme sui calcagni ed ai lati : 
bianca e purpurea e colle aquile tessute in gemme era pure la 
sella del suo cavallo. Questa dignità non ebbe origine clie dopo 
l' Impero di Alessio Comneno , cioè verso la metà del secolo XI. 

Grande Domestico. 

Le altre cariche principali ridursi possono alle seguenti. Primo, 
il Grande Domestico ( ^Sliya.1 AcjxasfFfxeg ). Questi avea non solo 
la cura della pubblica amministrazione , ma presedeva ancora al 
supremo comando delle truppe in mancanza dell' Imperatore , ed 
univa in so gli attributi che in Roma erano proprj del Prefetto 
del Pretorio : avea una specie di berrettone tondo di scarlatto con 
nodi d'oro alla foggia di teste di chiodo, e con bende tessute di 
porpora e d' oro e pendenti ai lati del collo : portava lo scettro 
ed il bastone d' avorio con nodi d' oro : a estiva una specie di am- 
pia tunica detta 'j/.xozi/.ov , rossa, colla fodera bianca e con rica- 
mo rappresentaute l' immagine dell' Imperatore , con una catena 
d' oro e di gemme lungo la parte superiore : il manto e le scarpe 
erano di colore di cedro. Egli porgeva i cibi all' Imperatore nelle 
grandi solennità , lo precedeva nelle pubbliche funzioni portando 
la spada ed il vessillo di lui. Di questa dignità trovasi qualche 
memoria anche ne' pi-imi secoli del Greco impero. 

Protostrator. 

Secondo , il Protostrator. ( Y&ffiftoqTpfóoop ) quasi il capo od 
il primo de' palafrenieri , ed era una specie di grande scudiere , 
che aveva la suprema cura de' cavalli imperiali , e che nelle so- 
lenni funzioni teneva per la briglia il cavallo dell'Imperatore. Il 
suo berrettone era tondo , rosso , con ricami in oro ; le scarpe 
erano di pelle di color verde ; la tunica di seta purpurea , ed il 
manto di porpora con ricami e colle fimbrie d' oro : il suo basto- 
ne , o scettro avea de'nodi d'oro nella parte superiore, e de' nodi 
d' argento nell' inferiore. 

Logotheta. 

Terzo , il Grande Logotheta ( uéyocg XoyoQlxr,; ) dignità che 
trovasi rammentata sino dai tempi dell'Imperatore Anastasio verso 
la fine del secolo V. Essa equivaleva alla carica di Grande Can- 



9.3^ CELLA GRECIA 

celliere , ma accoppiava ad un tempo le incombenze di supremo 
amministratore della giustizia e di ministro della polizia. I suoi 
vestimenti erano eguali a quelli del Protostralore, ma non por- 
tava lo scettro , ed avea la berretta di forma piramidale di panno 
purpureo tessuto in oro. 
Primicerio. 

Quarto , il Primicerio della corte ( nocj.y.uioic; ~.r,: xuìtàq) 
clic era il Gran maestro delle, cerimonie : vestiva un berretto- 
ne (i) tessuto d'oro, ed una ricca tunica di color d'oro e di 
cedro, con ricami rappresentanti nell' anterior parte l'Imperatore 
seduto su magnifico trono d'oro, e nella posteriore lo stesso Impe- 
ratore a cavallo: il suo bastone era d'argento senza fregio alcuno. 
Altre dignità. 

Vi erano in oltre il Prefetto cubiculariorum ( ~'m xzv/jw ) 
che equivaleva al Grande Ciambellano , il Grande Cacciatore . 
il Grande Logotheta , ossia ministro dell'erario generale, il Pro- 
toconte, o primo Conte, ed in somma vi erano quasi tutte le 
dignità che vediamo essere in uso nelle corti moderne. Gli abbi- 
gliamenti de' ministri o cortigiani erano di forma presso che egua- 
le , siccome veduto abbiamo nelle cariche pocanzi accennate , e 
non si distinguevano che pe' colori e per la maggiore o minore 
ricchezza e magnificenza. 
Fanciulli aulici. 

Gli scrittori Bizantini fanno memoria altresì dei fanciulli aulici 
od onorar j ( Jìai$óv:ov'kov , adolescens, jnier honorarius ) che ci 
vengono rappresentati quasi come una specie di paggi, tra i quali 
ammesso non veniva alcuno che non fosse in qualche relazione , 
o legame di parentela colla famiglia imperiale , o che per lo me- 
no non fosse figliuolo di qualche Grande della corte. La loro in- 
combenza era quella di servire l'Imperatore e l' Imperatrice alla 
mensa, di porre loro lo sgabello sotto i piedi, di precederli e di 
prestar loi'O que' senigj che nelle corti moderne vediamo prestarsi 

(1) 11 berrettone dei Grandi della corte ci viene generalmente dagli 
scrittori Bizantini descritto come una specie di trottola, odi turbante fatto 
alla foggia di un cono, e coperto di seta, di vario colore , e più o meno 
liceo secondo la dignità cui apparteneva. Tali berrette dicevansi dn latini 
pilei turbinali. 



DELLA GRECIA l3j 

dai paggi. Essi nella corte tenevano sempre il capo scoperto , là 
dove ai Grandi di avanzala età era lecito il coprirlo. 

Eunuchi. 

Finalmente vogliono essere qni accennati anche gli Eunuchi , 
di cui ridondava la corte Bizantina , e che avevano pure il loro 
Proto , ossia Principe o capo. Essi prestavano alla famiglia impe- 
riale i servigi più bassi , e costituivano perciò il gregge de servi, 
ma sovente adoperati erano dagl' Imperatori in segrete e gelose 
incombenze, e coli' arte loro giugnevauo al segno di divenirne i 
più cari e stretti confidenti. Ma pongasi ormai line a quest'articolo, 
intorno al quale bastar possono i pochi cenni che noi fatti abbia- 
mo. Chi fosse vago di esaminare a lungo quest'argomento, ed aves- 
se bastevole ozio e pazienza per sottoporsi a siffatta lunga , grave 
e nojosa ricerca, potrà consultare le opere di Giorgio Codino Cu- 
ropalata e di Costantino Porfirogeneta (i). 

Coronazione degli Imperatori Greci. 

Da Codino Curopalala ci vien pure diffusamente descritta la 
coronazione de' Greci Augusti. Il nuovo Imperatore primieramente 
trasmetteva scritta di propria mano la professione della lede cri 
stiana al Patriarca , che stava col clero attendendolo nel tempio 
di santa Sofia: quindi ascendeva al Triclinio, che era una magni- 
fica sala dell' Augusteo , posta nella parte superiore d' onde ve- 
deansi 1' esercito e l'affollato popolo (2). 

Epicombj. 

Qui da alcuni senatori per comando del Imperatore getlavansi 
alla sottoposta moltitudine migliaja dì epicombj , o ossia pezzetti 
di panno ne' queli erano alcune monete d' oro e d' argento. Dopo 
di che il nuovo Imperatore assiso sul proprio scudo , e sostenuto 
da' suoi stessi parenti , dal Patriarca e dalle prime dignità veniva 
presentato al popolo , che lo accoglieva con grandi acclamazioni. 
Compiuta questa cerimonia , l' Imperatore veniva condotto nel lem- 

(1) Codinius etc. De officiis magnae Ecclesiae et Julae Constanlmo- 
politanae liber , gr. lat. ed Jac. Goar. Paiisiis, 1648 in fol.° Const. 
Porphyr. Libri duo de caeremoniis Aulae Byzanlinae , gr. lat. operai. I, 
Reibkii . Lipsiae , 1 7 5 r , in fol.° 

(2) L 'Augusteo era una piazza vastissima , quadrata e cinta da magni- 
fici portici e da grandiosi edificj , e serviva di atrio al tempio di santa 
Sofia, ed al palazzo imperiale. 



238 DELLA GRECIA 

pio di santa Sofia, dove vestito di semplice e rossa tonaca bianca, 
e col capo cinto di una benda , o di una semolice corona o di 
una berretta a suo arbitrio ascendeva in una stanza o tribuna di 
legno tappezzata di panni rossi , ed a questa cerimonia destinata 
e posta al principio del tempio. Frattanto cominciavasi la liturgìa, 
nel tempo della quale il Patriarca ed i seniori del clero pontifical- 
mente vestiti, prima che si cantasse l'inno Tri sagio (i) ascende- 
vano Y ambone , che era una specie di loggia, o pulpito. 

Trisagio. 

Quivi al cenno del Patriarca ascendeva pure l'Imperatore, il 
quale, recitate dal Patriarca le preci prescritte per la sacra unzio- 
ne , si nudava il capo. Allora il Patriarca ungeva io forma di cro- 
ce col sacro olio il capo delF augusto candidato , cantando ad alta 
voce la parola Ayioq . .sanctus , che veniva pure tre volte dal eie 
ro e dal popolo per ben tre volte ripetuta. Dopo di ciò il Patriarca 
gli poneva sul capo il diadema cantando la parola A£tss, dignus, 
che veniva pure tre volte dal clero e dal popolo ripetuta (2). 

Coronazione delle Imperatrici. 

Terminate le preci, F Imperatore discendeva dall' ambone per 
una scala opposta a quella per la quale era asceso, e collocata 
dirimpetto al tabernacolo, nel discendere imponeva egli medesimo 
sul capo della propria sposa un diadema , diverso però del suo , 
che gli veniva presentato o dai più prossimi panniti di lei , o da 
due eunuchi. Essa ricevuto il diadema , ponevasi dinanzi allo spo- 
so in atto di adorazione , quasi confessando d essergli totalmente 
soggetta: quindi ambidue ascendevano sul trono posto nell'anzidet- 
ta stanza o tribuna di legno , l' uno stringendo lo scettro , e 1' al- 
tra una palma. Cantato l'inno Trisagio , e letti i vangelj, l'Im- 
peratore preceduto da tre cantori, ciascuno de' quali portava un'asta 
adorna di varj drappi di seta, rossi gli uni, candidi gli altri e di 
forma ovale , ed accompagnato dai littori o mazzieri , e dalla 
guardia di cento nobilissimi giovinetti , giunto ai balaustri o can- 
celli del santuario vestiva la clamide aurata , e colla destra pren- 
deva la Croce , il nartice colla sinistra : qui riceveva il saluto dal 
Patriarca e l' incenso dai diaconi , e qui trattcnevasi , mentre si 

(1) Così detto perchè replicavasi tre volte la voce Aytc: sanctus. 

(2) Se il padre del nuovo Imperatore era presente , l' imposizione della 
corona veniva fatta da lui unitamente al Patriarca. 



DELLA GRECIA 23g 

celebrava la messa , fino all' istante, in cui dopo 1 elevazione ascen- 
deva all' altare per parteciparvi della divina mensa. Terminata la 
liturgia, l'Imperatore baciava la mano del Patriarca e dei vesco- 
vi clic assistito aVèano alla funzione, e quindi dopo d'essersi 
dalla loggia dei Catecumeni mostrato alla folla degli spettatori 
passava a cavallo al palazzo imperiale col corteggio dei Grandi 
die lo accompagnavano a piedi. Quivi per più giorni si celebra- 
vano feste e sontuosi banchetti , ed al popolo facevansi grandissi- 
me largizioni di danaro e di vivande. Tali erano le ceremonie 
della coronazione a' tempi di Codino, col quale va pure d'accor- 
do Giovanni Canlacuzeno. Sembra che alcune di esse fossero in 
uso sino da' tempi di Giustiniano, giacché ne fa menzione anche 
il poeta Corippo. 

Aquila bicipite. 

Prima di chiudere questa parte del Greco governo crediamo 
bene di fare qualche cenno sull' aquila bicipite, glorioso stemma 
dell'augusta casa d'Austria, e che vedesi talvolta ne' monumenti 
Bizantini. ( Vedi tavola 3o num. 8 ). I Greci Imperatori non 
altra immagine ebbero per più secoli quale loro insegna, fuorché 
l'aquila, che ricevuta aveauo dai Romani Augusti. Quest'uccello 
venne fralle imperiali insegne conservato anche dopo che si vide 
sventolare la Croce sui guerrieri stendardi. Quella che precedeva 
l' Imperatore era d' oro massiccio , e veniva religiosamente conser- 
vata fra i preziosi oggetti del sacro tesoro. Ma non è cosa si facile 
lo stabilire il tempo , nel quale l' aquila cominciato abbia a rap- 
presentarsi con due teste. Il Du-Cange afferma che il più antico 
monumento , in cui si veda 1' aquila bicipite , è lo scudo di un 
soldato nei bassirilicvi della colonna Trajana. Ma essa non trovasi 
giammai adottata stabilmente se non negli ultimi tempi del Greco 
impero, ne' tempi cioè, nei quali dai Latini passato era anche a 
Costantinopoli l'uso degli stemmi. 

Monumenti coli' aquila bicipite. 

Difatto nelle antichità Bizantine i primi monumenti coli' aquila 
bicipite sono una moneta di Teodoro Lascari l' juniore , che ci 
viene descritta da Ottavio Strada , ed una miniatura del codice 
Augustano delle storie di Giorgio Pachimeride riferita da Gerola- 
mo Volilo (i). Giorgio Frauze descrivendo il solenne iugresso 
CO ^° n sapremmo però affermare se questa moneta , della quale sul- 



24° DELLA GRFXIA 

fatto in Venezia da Giovanni Paleologo , dice che sulla poppa 
della nave dell' Imperatore vedeasi fra due leoni effigiata 1' aquila 
bicipite , e che di essa aveano pure i nocchieri adorna la berretta. 
Ismaele Bulialdo, uomo eruditissimo, attesta che a' suoi tempi nel 
palazzo che tuttavia conserva il nome di Costantino vedeansi rap- 
presentati molti scudi coli' aquila a due teste , e che ivi pure leg- 
geansi le due Greche lettere IIA , che dal Du-Fresne vengono 
interpretate come i due primi elementi del nome Paleologo. Fi- 
nalmente abbiamo il sigillo di un" epistola del Despota Demetrio 
Paleologo a Carlo VI. Re di Francia, il qual sigillo è in cera, 
e rappresenta 1' aquila bicipite con due corone. ( Vedi 1' anzidetta 
figura ). Da tutte le quali cose sembra doversi dedurre che l'aqui- 
la bicipite sia stata ammessa fra le insegne imperiali solamente 
sotto i Lascari ed i Paleologi, dei quali era forse lo stemma par- 
ticolare di famiglia (i). 
Opinione intorno al significato di essa. 

Noi ritorneremo su questo medesimo argomento nel governo 
dell'impero d'occidente. Frattanto non tralasceremo di avvertire 
che alcuni eruditi furono d' avviso che l' aquila bicipite denotasse 
l'impero fra due Principi diviso, Y uno de' quali avea la sede in 
oriente , e 1' altro in occidente (2). Tale opinione viene riferita 
anche dal Trissino nel libro secondo del suo poema dell' Italia 
liberata : 

II grande impero eli era un corpo solo , 
yivea due capi, un nell'antica Roma, 
Che reggeva i paesi occidentali , 
E V altro nella nuova , che dal volgo 
S' appella la città di Costantino. 
Questa era capo a lutto V oriente ; 
Onde r aquila d' oro in campo rosso , 
Insegna imperiai , poi si dipinse , 
E si dipinge con due teste ancora. 

l'asserzione dello Strada parla anche Du-Frcsne , ed è riportata altresì uella 
collezione degli storici Bizantini , debba considerarsi come autentica. L'aquila 
bicipite vedesi i\i nel cuscino che sia sollo i piedi dell' Imperatore. 

(1) V. Du-Fresne, De Imperat. Constantinop. etc. Numismat. Disser- 
tallo $. XI. Rasche, Lexic. unir. Rei nummariae T. V. P. I. pag. io5o 
Eckel Doctrina nummor. veler. P. II. voi. Vili. pag. 267. 

(a) Bellarminus, De translat. Imp. Rom. lib. I. cap. VII. §. 2. 



DELLA GRECIA 3 .fi 

Ma quest' opinione non è appoggiata che a mere congetture , 
giacché l'aquila bicipite divenne un distintivo imperiale soltanto 
negli ultimi tempi de' Bizantini Imperatori , siccome detto abbia- 
mo , cioè molti secoli dopo , da che con Augustolo caduto era il 
Romano impero. Noi abbiamo omesso di parlare dei Latini, dei 
Franchi , dei Veneti e di altri popoli , che per qualche tempo 
occuparono parte del Greco impero , perciocché il loro dominio 
non fu che passeggiero , e non portò alcuna alterazione né ai co- 
stumi né al governo. 



Cost. Voi. I. dell' Europa !<5 



GOVERNO DELLA GRECIA MODERNA. 



Stato della Grecia moderna. 



K 



oi trascorsa abbiamo la Grecia da' suoi più remoti tempi 
sino all' epoca fatale , in cui venne dai Maomettani occupata ; e 
veduto abbiamo come da tenui principi sollevata siasi , e grandeg- 
giato abbia fra tutte le più colte nazioni, e come dopo molte e 
mara\igliose vicende sia finalmente sotto il dominio de' Romani 
caduta. Rintracciando poi gli avvenimenti di lei dopo clie Bizanzio 
divenuta era la sede degl'Imperatori d'Oriente, veduta l'abbia- 
mo vestirsi di nuove foggie di costumi , e sì fattamente immer- 
gersi nella mollezza , nel lusso e nel letargo , che non più ci si 
presentò quale augusta matrona , ma bensì quale imbelle femmi- 
netta. Dopo tante rivoluzioni giace ora oppressa sotto il dominio 
dei Turchi , e più non le rimane che la trista rimembranza delle 
glorie avite. 
Governo Ottomano. 

Contenta d' avere in parte conservati i proprj usi ', orgogliosa 
tuttavia di un nome vano, unico suo retaggio, si è a poco a poco 
avvezzata a soffrire il peso delle sue catene. Nelle isole dell' Ar- 
cipelago , dice un illustre scrittore , tu non vedi che un popolo 
vile dato in balìa della miseria, dell ignoranza e della servitù: 
nelle città del continente tu non incontri che schiavi ricchi e su- 
perbi. 
Pascià. 

I Pascià governano ora le province Greche, e superano spesso 
nelle tirannide e uell' avidità i Pretori , che da Roma spediti ve- 
nivano al governo de' popoli soggiogati e tributar]. 
Papas. 

In Atene un Papas incolto e superstizioso arringa dinanzi a 



DELLA GRECIA '2^0 

quel popolo che un tempo pendeva dal labbro degli Eschini e 
dei Demosteni : tristes reiiquiae Danaiun (r). 
ateniesi . 

Gli Ateniesi nuli' altro conservato hanno delle virtù e del ca- 
rattere de' loro maggiori che una certa maravigliosa sagacità nel- 
P opporsi all' avarizia , colla quale un despotico governatore tentar 
suole di aggiuguere nuovi pesi al giogo , solto cui gemono avviliti. 
Essi nel tempo, che colà soggiornavano i signori Stuart e Revetl, 
col mezzo di finissimi intrighi si liberarono successivamente da tre 
ingordi e crudeli governatori , due de' quali furono anzi imprigio- 
nati , e ridotti nel più deplorabile stato. Trattone cotale attitudine 
alle astuzie ed ai raggiri , gli Ateniesi pari sono agli altri Greci 
nella vanità , nell' ambizione e nell' infingardaggine. 
Arconte, Arcontessa. 

Coloro j che tra' Greci moderni si credono agli altri superiori 
e per la nascita e per le ricchezze , assumono i nomi di ^arconte 
o di arcontessa , ma questi non sono che titoli vani e privi di 
qualsivoglia autorità (2). 
Spartani. 

Gli Spartani conservano tuttavia un avanzo della ferocia de'lo- 
ro maggiori , ma paghi generalmente di cantare le antiche loro 
battaglie conducono una vita il più delle volte errante , e scorro- 
no il paese divisi in orde di ladri , piuttosto che in ben ordinate 
truppe di guerrieri. Ma di questi medesimi Spartani sussiste tutto- 
ra un popolo , il cui costume dee in noi risvegliare le più grandi 
idee. 
Manioti. 

Noi intendiamo di qui parlare di que' Greci che nel levante 
conosciuti sono comunemente sotto il nome di Manioti , e che ri- 
fuggitisi sui monti non mai soggiogati furono dai Turchi (3). te Co- 

(1) Guys, Voy. litter.de la Grece. T. I. pag. 18. 

(2) Guys. etc. ^bid. pag. 104. Hobhouse, L. C. A journey through Al- 
bania etc. during the years 1809 and 1810. Londou, Cawthorn , 1 8 1 3 
gr. in 4-° fig-° Letter XIX. ed altrove. 

(3) Napoleone nel passaggio che fece pel Mediterraneo recandosi nel- 
1' Egitto scrisse ai Manioti una lettera , colla quale lusingava il loro patrio 
amore nella htessa guisa che lusingai solca le altre ua^ioni aucoia. Vauis- 
sirna lusinga ! V. Hubhocye Ibid. 



2 44 DELLA GRECIA 

et là sui monti Taigeti , dice Clioisseul , costoro armati per la causa 
« comune , robusti, sobrj , invincibili , liberi come ai tempi di Li- 
« curgo , difendono contro i Turchi quella libertà eli' essi osarono 
« di sottrarre à tutti gli sforzi della potenza Romana. Indarno i 
« Turchi tanno sovente contro di essi spedite numerose squadre 
« ed eserciti formidabili : un piccolo numero d' uomini liberi ha 
« trionfato di miglia j a di schiavi. Fra essi rifugiati si sono dopo 
« la rovina di Costantinopoli i Comneni , i Paleologi , i Foca , i 
et Lascari , già sovrani di un popolo avvilito , ed ora membri di 
ce un popolo libero. Colà seppellite giacciono azioni eroiche degne 
« d' essere alla posterità dalla penna dei Tucididi e dei Senofon- 
te ti trasmesse: colà sussiste ancora, ed io l'ho veduto, uno di 
et quei capi dei Manioti , che all'arrivo de' Russi prese avendo 
et le armi , chiuso in una torre con quaranta uomini , sostenne un 
te assedio contro di sei mila Turchi , e si difese per più giorni : 
et gli assedianti giunti essendo finalmente a mettere in fiamme 
et l'asilo di lui, uscire videro sanguinosi e di ferite coperti due 

ee uomini, un vecchio ed il figliuol suo Questi popoli, 

« abitatori delle montagne , sono i soli che meritar possano il 
et nome di Greci, ed innalzare gli altri all' onore di esserne degni ", 



MILIZIA DE' GRECI. 



Sistema da noi finora seguito* 

I 



L lume della storia ci ha condotti a mano a mano fra i varj 
governi della Grecia, e ci ha ad un tempo mostrate le principali 
vicende di questa grande nazione. Noi fin qui procurato abbiamo 
di nulla asserire che colla gravissima autorità de' monumenti con- 
fermare non si potesse , siccome lo scopo dell' opera nostra appun-* 
to richiedeva. Laonde senza ingolfarci nel vortice delle quistioni , 
ciò che troppo dall'assunto nostro distratti ne avrebbe, ma quasi 
cammin facendo , tralasciato non abbiamo di opporci talvolta alle 
altrui benché inveterate opinioni , e di additare eziandio gli sba- 
gli, nei quali taluno anche de' più accreditati scrittori avesse per 
avventura inciampato (i). Un tal sistema verrà pure da noi reli- 
giosamente seguito in avvenire , memori sempre di quell' insegna- 
mento di Marco Tullio : ne plus ei tribuas > quam res et veri' 
tas ipsa concedat. Ora entrando noi nelle ricerche intorno alla 

(i) Così noi falto abbiamo intorno alle questioni geologiche nel Discorso 
preliminare sul globo terrestre; così nelle ricerche dell'origine della Greca 
Mitologia j così nella spiegazione di varj antichi monumenti ; e così final- 
mente intorno alla corona ferrea. Guanto anzi a quest'ultimo argomento, 
noi crediamo bene di avvertire i nostri leggitori , che tre quistioni su di 
esso fare si potrebbero. E primieramente , se la corona ferrea non altro 
sia che il diadema di Costantino da S. Ambrogio rammentato: secondo, 
se esso servilo abbia anticamente per la coronazione dei Re d' Italia • terzo, 
se in tale corona racchiuso sia realmente uno de' sacri chiodi della pas- 
sione del Redentore. Noi ci lusinghiamo di avere , sebbene quasi di pas* 
saggio, bastevolmente dimostrato, che la corona ferrea non si debbe in 
alcuna guisa confondere col diadema degli Augusti bizantini: dimostreremo 
altrove, che questa corona trae dai bassi tempi l* ori gin sua, e che prima 
del decimo secolo non si trova di essa alcuna menzione. Ne in ciò che fi- 
nora accennato abbiamo intorno alla corona ferrea, arrogarci vogliamo il 
vanto di aver narrate cose nuove, e da nessun altro già prima esposte. 



2 \Cì DELLA GRECIA 

milizia de' Greci, ri si presenta tosto il vastissimo campo delle 
guerre de' tempi eroici , la cui fama risuona tuttora all' orecchio 
nostro mercè della tromba del divino Omero. 
Due epoche della Greca milizia. 

Ma più delle guerre de' tempi eroici grandi sono e memorabili 
quelle de' tempi storici , ne' quali i Greci non col numero sover- 
chiale delle falangi , ma col valore , coli' arte e coli' ostinato ar- 
dimento fecero fronte agli immensi eserciti dei più formidabili 
conquistatori. In due epoche perciò saranno da noi divise le ricer- 
che intorno alla Greca milizia; la prima appartiene ai tempi eroi- 
ci, l'altra ai tempi storici. Dopo di queste due epoche noi non 
faremo che pochi cenni intorno all' arte militare dell' impero d' o- 
riente e della Grecia moderna, giacché i Greci passati che furono 
sotto il dominio delle straniere nazioni, ebbero con queste comu 
ni i destini , comune il militar costume. 

Che anzi noi fatto non abbiamo che seguire l' autorità di gravi e notissimi 
scrittori. Imperocché la nostra opinnne è pur quella del Muratori , di cui 
oltre 1 già citati Aneddoti Ambrosiani , consultare si possono gli scrittori 
delle cose Italiche , e gli Aunali d'Italia; e quella di Prospero Lambertini 
che può leggersi nella Relazione ch'egli fece alla Congregazione dei Riti 
intorno al culto da prestarsi alla corona ferrea ( De cultu coronae fer- 
reae ec. Romae 1717 ); quella del chiarissimo Presidente Gian Rinaldo 
Carli; Antichità Italiche, Parte IV. pag. 55 e 5;), quella degli illustri 
autori delle Antichità Logongobardico 3Iilanesi ("voi. I. pag. g5 e 96. ); 
quella del Verri; quella finalmente dell' eruditissimo Bernardino Zanetti. 
(Del Regno de' Longobardi in Italia, Venezia, 1703, pag. 1J9. jNita 
XXV.) Alle quali autorità molte altre aggiuguere potremmo, se non te- 
messimo di recar noia ai nostri lettori. La seconda questione appartiene 
al costume posteriore ai tempi del dominio de' Longobardi, al costume 
cioè degF Imperatori Franchi e Germanici , cbe dopo di Carlo Magno 
assunsero la corona del regno d'Italia; e parlando di siffatto costume noi 
dimostreremo che varj Imperatori vennero in Re d' Italia consecrat- colla 
corona Monzese. La terza quistione può farsi anche astrattamente dalla 
prima ; perciocché il ferro che cigne internamente la corona Monzese 
essere potrebbe di fatto uno de' sacri chiodi, sebbene essa corona sia 
tutt' altra cosa che il diadema di Costantino. Ma noi troppo ci diparti- 
remmo dal nostro cammino, se entrare volessimo in quest' altra ricerca. 
Noi perciò lasceremo che il giudizioso leggitore consulti l'opera di Giusto 
Fontaniai, Diasertatio de corona ferrea etc. la quale ha per iscopo di 
provare la vetustà della corona Monzese, e l'autenticità della sacra re- 
liquia che vuoisi in essa racchiusa , e ch'esso faccia a suo bell'agio il 
confronto delle ragioni dell'illustre prelato con quelle degli autori poc'anzi 
citati. 



MILIZIA DEI TEMPI EROICI. 



OSSERVAZIONI GENERALI. 



Stato della Grecia prima de* tempi eroici, 

P i 

A rima dei tempi eroici erano i Greci barbari e selvaggi, sic- 
come lo furono i popoli lutti innanzi che colle leggi e colla cul- 
tura cominciassero a formare una società con una costituzione , 
qualunque ella si fosse. Niuna militare impresa degna di menzio- 
ne , niuna cosa perciò ricercare possiamo in que' secoli , intorno a 
cui Tucidide al principio della sua storia ci lasciò la più spaven- 
tevole dipintura , e che da Plutarco ci vengono così nella vita di 
Teseo descritti : et non v' era parte alcuna incontaminata e fuor 
« di pericolo, per cagion de' ladroni e de' malfattori. Imperocché 
« quel tempo avea prodotti uomini per opere di mano, per velo- 
ce cita di piedi e per gagliardia di persona straordinarj ed instan- 
cc cabili , i quali di questi doni di natura non si servivano ad al- 
ce cuna cosa utile, o giusta; ma godeano di far oltraggi e soper- 
cc chierie , usando il loro potere in opere di fierezza e di crudeltà, 
ce in soggiogare, in violare e corrompere tutto ciò che si parava 
ce loro dinanzi : stimando essi che la verecondia _, la giustizia , 1 e- 
ce quità e l'umanità non convenissero punto a coloro che sover- 
ce chiare poteano ». Ma ne' tempi eroici gli abitanti della Grecia 
dalla vita errante e quasi brutale passarono ad uno stato di civile 
società, ed insieme si unirono con leggi ed affezioni nuove. 
Primo istante dell' eroismo. 

Ecco, dice un illustre scrittore, il primo istante dell'eroismo (i). 
L' entusiasmo prodotto da nuove sensazioni, il godimento di una 

(i) Rochejort. Mémoire sur les moeurs des siècles héróiques. Hist. 
de l'Acad. Roy des Inscript. etc. T. XXXVI. pag. 3 9 8 et suiv. 



2 {8 DELLA GRECIA. 

vita più felice, 1 ? esempio , l'emulazione, lo svilupparsi delle virtù, 
sociali , che in addietro rimaste erano quasi soffocate dal privato 
interesse, furono le cause che concorsero ad innalzare l'anima, 
ed a destare in lei quella potente e soave effervescenza, che sola 
può produrre le grandi imprese. Ma quest' eroismo , che nella gre- 
ca nazione diede origine a nuovi costumi , conservar non potea 
lungamente il suo primo vigore. 

Decadenza dell' eroismo nel secolo d' Omero. 

Esso decadere dovea necessariamente col crescere della cultura, 
e collo svilupparsi delle nuove passioni. Tale decadenza già senti- 
vasi nel secolo di Omero. Questo poeta di fatto lagnasi sovente 
del cangiamento che avvenuto era ne' costumi. Dopo la presa di 
Troja i varj popoli della Grecia divenuti torbidi ed inquieti comin- 
ciarono a maltrattarsi a vicenda, gli uni, cioè gli Eraclidi, a mano 
armata chiedendo i loro antichi dominj, e gli altri, cioè i popoli 
della Jonia, abbandonando la propria patria, ed un'altra cercan- 
done in que' medesimi paesi , ne' quali portata aveano per si lungo 
tempo la guerra. 

Epoche de' secoli eroici. 

Ora il cominciamento de' secoli eroici dee prendersi dal regno 
di Teseo , il quale dopo di avere estinti tanti ladroni o tiranni , ai 
quali la sola forza serviva di legge , diede all' Attica la prima 
forma di un governo ben costituito (i). All' epoca del reguo di 
Teseo appartiene pure il regno di Minosse , che al dire di Tuci- 
dide , portò nei costumi de' Greci una felice rivoluzione mercè 
della quale nacque una certa eguaglianza ne' costumi , una sicu- 
rezza nel commercio e nella navigazione , un ordine nelle città , 
ed un miglior modo di fabbricarle, e di renderle sicure contra 
l'attacco de' nemici. I tempi eroici adunque veri e propriamente 
detti essere vogliono racchiusi fra il regno di Teseo e la distru- 
zione di Troja, tra l'anno cioè i3iy ed il 1270 prima dell' era 
volgare , giusta il canone cronologico di Larcher. 



(1) Il signor Rochefort f ibid. pag. 4 82) osserva giudiziosamente , che 
nella Grecia prima del regno di Teseo non si trova che un paese di 
finzioui, abitato dai poeti e dagli scrittori delle favole, e che perciò 
possono tali secoli paragonarsi a quelle regioni sconosciute , che i geo- 
grafi non fanno che segnare alle estremità delle loro carte. 



DELLA GRECIA 2 49 

Amore della patria , primo sentimento dell' eroismo. 

Il primo ed il più vivo sentimento de' Greci ne* tempi eroici 
era T amore della patria , sentimento , che limitato non era al solo 
e particolare paese , a cui ciascun popolo apparteneva , ma a tutta 
la Grecia estendevasi. Questo amore divenne lo spirito generale 
della nazione: amore ben differente^ dice il signor di Rochefort, 
da quello , che in seguito fece di tutti i popoli della Grecia al- 
trettante particolari nazioni , divise per interesse , e le une delle 
altre nemiche , trattene quelle circostanze , in cui il comune peri- 
colo le univa , per accrescere poscia le gelosie e divisioni loro. 
Cotale zelo per la patria può in certa guisa paragonarsi allo spi- 
rito di unione de' nostri antichi cavalieri , giacché tutti gli eroi 
della Grecia avevano al pari di essi un medesimo spirito , le stes- 
se leggi , la stessa religione. 

Fraternità d' armi. 

In conseguenza di tale unione coi giuramenti confermata for- 
mavano essi quasi una fraternità d' armi , sempre pronti essendo a 
prestarsi un vicendevole soccorso. Memorabili esempj di tale, di- 
remo quasi, sacra unione, ci si presentano e nella lega de' sette 
capi contro Tebe , e nella guerra di tutti i Re della Grecia 
collegati per togliere colla forza la bella Elena dalle mani del 
Trojano rapitore, nel consiglio degli Amfittioni , il quale presede- 
va a tutte le imprese della nazione , quantunque sembrasse , che 
per primario oggetto quello avesse di proteggere il tempio di 
Delfo, siccome già detto abbiamo. 

Leggi della guerra. 

La guerra ne' tempi eroici ben lungi dall' essere un ladronec- 
cio, od una invasione, già sottoposta era a leggi sante ed al di* 
ritto delle genti. Essa non veniva intrapresa , se prima stati non 
fossero premessi quegli inviolabili preliminari che farsi sogliono 
tra legazioni già divenute civili e costumate. Alcuni ambasciatori 
spediti erano al nemico per chiedere soddisfazione dell' onta innan- 
zi che all' armi ed alla violenza si avesse ricorso. Polinice prima 
d'intraprendere l'assedio di Tebe spedì Tideo al fra tei suo Eteo- 
cle onde persuaderlo a cederli l' alternativa del trono , siccome 
erasi fra loro convenuto. Ulisse e Menelao inviati furono a Troja 
per chiedere Elena , nò incominciata fu la guerra , se non dopo 
che i Teucri negarono di voler restituire quella donna fatale. Le 



2 5o DELLA GRECIA 

alleanze, le tregue, le paci, i trattati in somma non altra guaren- 
tia avevano , che la buona fede , la parola ed il testimonio degli 
Dei, dinanzi ai cui altari venivano con sacrifici, con libazioni, 
con solenni giuramenti e con tremende imprecazioni stipulati. Ai 
trattati assistevano gli Araldi quali ministri degli Dei , e degli 
uomini , e le loro persone erano perciò come sacre ed inviolabili 
reputale. Di siffatta costumanza abbiamo presso d' Omero grandi e 
notissimi esempj. 
Nessun uso delle armi avvelenate. 

Cotale diritto delle genti trattenne mai sempre i Greci da un 
costume comunissimo presso i barbari , da quello cioè di far uso 
delle armi avvelenate (i). Nell'Iliade non si legge alcun esempio 
di un tal costume,- e nell'Odissea si racconta che Ilo per t more 
degli Dei negò ad Ulisse il veleno, che questi dimandato gli 
avea per ungerne le sue freccie : ciò che denota abbastanza il ge- 

(i) V. Pottero , Archeologìa Graeca. Alcuni scrittori furono d'avviso 
che ben poco conosciuto fosse ne' tempi eroici il diritlo delle genti , 
giacche sembra che fossero tuttora in pregio gli spergiuri , le rapine 
e le piraterie. Feizio stesso nelle sue Anticlùlà Omeriche ammette una 
tale opinione ingannato da una falsa interpetrazione dell'elogio che Omero 
fa di Autolieo nel libro XIX. dell' Odissea, dove il senso naturale 
delle parole óp-/,oq, > e JtXs7rToa , uvyj non indica 1' abilita di quell'eroe nelle 
furfanterie e negli spergiuri, ma secondo i più dotti interpreti la fedeltà 
ne' giuramenti, e l'arte degli stratagemmi nella guerra. Lo stesso dirsi 
dee delle tanto lodate astuzie di Ulisse. Se lo spergiurare fosse slato in 
que' tempi tenuto in onore , a che fine avrebbe Omero rappresentate 
nell'Inferno le Eumenidi che stanno punendo gli spergiuri? Se il ladro- 
neccio e le piraterie state fossero reputate come un'onorevole professio- 
ne, non avrebbe certamente il poeta nell'Odissea fatta la descrizione 
delle pene atroci e sempre rinascenti , a cui stato era nel Tartaro con- 
dannato Sisifo famoso ladrone; né egli nel medesimo poema farebbe che 
il saggio Nestore interroghi Telemaco ed i compagni di lui, dond'essi 
vengano » se viaggino per qualche affare, oppure come i pirati che espon- 
gono continuamente la loro vita per disturbare quella degli altri; né fi- 
nalmente nel libro IV della Odissea chiamerebbe scellerati coloro che 
vivono da pirati, i quali contenti di empire le loro navi co' ladronecci 
dia fanno sui lidi, non osano d'ivi trattenersi, temendo la vendetta 
degli Dei. Solo ne' tempi storici cominciò il furto ad essere appo gli 
Spartani riguardato come un esercizio ed una prova di agilità e di 
astuzia V. Rochefort nelle già citate Dissertazioni. 



DELLA. GRECIA 231 

nerale abbonimento dei Greci contro di un uso che contrario era 
al diritto delle genti (i). 
Coscrizione militare. 

Un' altra prova de' progressi che i Greci andavano facendo nel- 
la civile società, si è una specie di militare coscrizione, che tro- 
vasi ne' tempi eroici rammentata. Imperocché tutti i cittadini erano 
non più al mestiere delle armi unicamente destinati ; ma nelle 
famiglie numerose tratto veniva a sorte il giovane che prendere 
dovea le armi. Di fatto nell' Iliade Mercurio presentandosi a Pria- 
mo che recavasi ai quartieri di Achille , gli dice che è figliuolo 
di Polittore , e che ha seguito Achille, dopo d'avere co' fratelli 
suoi tratto a sorte per sapere a chi fra loro toccare dovesse di 
portarsi all' assedio di Troja (a). 
/ Greci eroi amanti delia pace. 

I Greci già cominciavano ad anteporre fra i domestici lari la 
tranquillità della pace agli incomodi ed al furore della guerra. 
Ulisse tentato avea di apparire mentecatto , ed il figliuolo di Pe- 
leo sotto femminili abbigliamenti nascosto erasi nella corte del Re 
Licomede ; ambedue per sottrarsi alla spedizione di Troja. Eche- 
polo ancora presso Omero fece ad Agamennone il dono di un su- 
perbo cavallo ad oggetto di essere esentato dalla Trojana spedizio- 
ne , e di poter godere tranquillamente delle grandi ricchezze , 
eh' egli avea in Sicione (3). Non era dunque reputato ad infamia 
il sottrarsi alla guerra. 
Particolari combattimenti. 

Da questo medesimo principio sembra che avesse origine il 
costume di decidere le guerre con particolari combattimenti, per 
mezzo dei quali non veniva esposta la vita di tutti i cittadini , ed 
i Px.e rimettevano quasi alla sorte del lor proprio valore , o di quel- 
lo di qualche loro campione 1' esito di una guerra , che il più delle 
volte non riguardava il bene di tutta la nazione, ma il loro solo 
e privato interesse. Così Eteocle e Polinice commissero all' esito di 

(i) Noi perciò non possiamo conformarci all'opinione di Goguet , il 
quale cita un passo dell'Odissea ( lib. I. 260 ) come un sicuro argomento 
che presso i Greci fosse nei tempi eroici generale la costumanza di av- 
velenare le armi. 

(2) Iliaci, lib. XXIV. 

(3j Iliad. lib. XXIII. 



a52 DELLA GRECIA 

tm loro particolare combattimento i diritti della successione al 
trono di Tebe. Così la guerra della Grecia contro dell' Asia ter* 
minata sarebbe col solo duello di Paride e di Menelao, se i Tro- 
jani mantenute avessero le condizioni del trattato che in tale oc- 
casione stipulato aveano coi Greci. « Queste particolari disfìde , 
« dice il signor Rochefort, rassomigliano ai combattimenti ed ai 
ce duelli de' nostri cavalieri non solo per le prove di valore , ma 
et per gli atti ancora di generosità , ai quali davano occasione. Chi 
« non crederebbe di scorgere uno squarcio storico de nostri cava* 
« beri nel leggere in Omero il combattimento di Ajace e di Et- 
et tore ? Questi due ferocissimi rivali , dopo di avere pugnato con 
et un valore degno del loro nome , vengono divisi da due Araldi , 
et rhe in quest'occasione fecero l'ufficio de' nostri giudici de'duel- 
ct li,- ma nel separarsi vollero i due eroi lasciare l'uno all'altro 
et una prova della loro vicendevole stima : Ettore donò ad Ajace 
et la sua stessa spada, e questi a lui fece dono del proprio balteo, 
et ossia del cingolo della propria spada. Gli Araldi accorsero per 
et dividere questi due prodi guerrieri , ammonendoli che d' uopo 
et era cedere alla notte che già s'inoltrava. Questo costume di 
et non combattere di notte è in uso tuttora presso varie nazioni , 
et ed era dagli antichi Messicani osservato; perciocché esso costi- 
et tuiva una delle massime fondamentali del diritto delle genti j 
et massima , che secondo lo scoliaste di Tucidide , era scrupolosa- 
et mente osservata anche dagli stessi pirati » . 
La religione fondamento del diritto della guerra. 

Il diritto e le leggi della guerra presso gli eroi della Grecia 
aveano per ispec : ale fondamento la religione. Era perciò comune 
opinione che gli Jddii stessi intervenissero alla guerra , e che pren- 
dessero parte ne'combattimenti. Da tale opinione nasceva il rispetto 
eh' essi aveano pei defunti , e la cura somma che si prendevano 
per dar loro sepoltura. La seconda guerra di Tebe ebbe di fatto 
origine dall' essersi Creonte opposto ai funerali ed alla sepoltura 
di coloro che morti erano sotto di Tebe. Questo dovere reputato 
era sì sacro e sì inviolabile , che i Greci dopo di essere stati in- 
gannati e traditi dai Trojani si unirono di buon animo con essi , 
perchè i defunti di ciascun esercito avessero i funebri onori. Dalla 
religione derivava pure 1' ardore e 1' avidità de' guerrieri per im- 
padronirsi delle armi dell'estinto nemico, poiché tali spoglie agli 



DELLA GRECIA 2 53 

Del protettori venivano consacrate , eJ erano perciò un monu- 
mento della gloria , e ad un tempo stesso della pietà dei vincitori. 
Così Ulisse consacra a Minerva le spoglie di Dolone , e così Etto- 
re fa voto di appendere nel tempio di Apolline le armi di colui 
che oserà di affrontarlo. 

Crudeltà contro de' vinti. 

Crudelissimi erano nondimeno ne' tempi eroici i diritti della 
guerra contro dei vinti. Le città dei nemici venivano iuceudiate e 
distrutte sino dalle fondamenta ; i popoli soggiacevano o alla mor- 
te, o alla schiavitù; i Re venivano trucidati, ed i loro cadaveri 
gettati erano ai cani ed agli avvoltoi : gì' innocenti fanciulli fatti 
erano i brani ; le Regine o gemevano cariche di catene , od erano 
a' più vili ufficj condannate. Ettore nel libro VI. dell' Iliade dice 
ad Andromaca , che col cadere d' Ilio essa per altrui comando 
sarà costretta a tessere la tela, o portar acqua dalla fonte di Mes- 
seide , o d' Iperea ; e nel libro XXII. si leggono le tremende pre- 
dizioni di Priamo e di Ecuba sul loro destino , e su quello di 
tutta la loro famiglia , quando mai avvenga che Troja cada in 
potere dei Greci. Un orrendo esempio di siffatto costume vedesi 
nella vendetta di Achille che immolò ben dodici guerrieri Tro- 
jani sulla tomba di Patroclo , ed atroce strazio fece del cadavere 
di Ettore , comandando altresì che ogni soldato insultasse il corpo 
di quest' eroe con parole ignominiose e da un colpo di dardo o 
di picca accompagnate. 

Guiderdone de' guerrieri. 

I Greci ne' tempi eroici militavano a proprie spese, e senza 
stipendio alcuno. L' unico premio , che sperar potessero dal pro- 
prio valore consisteva nelle spoglie di tutte le proprietà del ne- 
mico, che venivano equamente distribuite. La divisione facevasi 
dal supremo Duce , al quale recate erano dai soldati tutte le co- 
se, ch'essi conquistate aveano nella guerra. Achille perciò nell'I- 
liade si lagna , che avendo egli ad Agamennone presentate le 
spoglie di ben ventitré città , questi non ne abbia fatta una giusta 
distribuzione. I duci erano soliti di promettere una parte delle 
prede de' nemici scelta e ragguardevole a que' soldati , che più 
degli altri si sarebbero nelle battaglie distinti. Così Agamennone 
promette a Teucro un tripode , un carro co' cavalli , oppure una 
vaghissima donzella da scegliersi tra le prede che si farebbero 



2 54 DELLA GRECIA 

nella conquista di Troja. In alcune occasioni gli eroi che fatta 
aveano qualche grande impresa , venivano ne' banchetti onorati e 
distinti, con una scelta e grandissima porzione di carne (1). Gli 
schiavi fatti nella guerra poteano redimersi coli' oro e con altri 
pregiabili oggetti. Crise nell'Iliade presenta ad Agamennone ric- 
chissimi doni per riscattare la figlia sua, e così Priamo ancora (2). 
Intorno al qual costume infiniti esempj recare si potrebbero. 
Consiglj di guerra. 

Già veduto abbiamo altrove che 1' autorità degli antichi re era 
nelle pubbliche assemblee dal volere de' popoli rattemperata. Essa 
lo era ancora nel comando e nella presidenza delle armate. Aga- 
mennone , il Re dei Re , presedeva bensì a tutti i capitani , co- 
mandava a tutto l' esercito nelle battaglie , nel qual tempo aveva 
il diritto della vita e della morte (3); ma nelle altre circostanze 
nulla egli operare potea , se prima consultato non avesse il con- 
siglio. Tre specie di consigli di guerra ci vengono da Omero di- 
stinte. Primo, il cons'glio pubblico e generale, che composto era 
di tutti i soldati Due esempj abbiamo di siffatto consiglio nel 
secondo e nel nono dell' Iliade , ne' quali Agamennone propone il 
ritorno nella Grecia. Ivi nelle ingiuriose invettive di Achille e di 
Diomede scorgesi ancora la libertà , colla quale nelle pubbliche 
assemblee i duci parlar soleano contro del supremo capo. Secon- 
do , il consiglio composto de' soli capitani, nel quale trattavasi 
delle particolari circostanze, oppure de'bisogni dell'esercito. Così 
nel decimo dell' Iliade , essendo i Greci assediati nel proprio cam- 
po dai Trojani , Agamennone chiama i Duci a parlamento, e de- 
libera con essi intorno ai mezzi di respingere il nemico. Terzo 
finalmente, il consiglio privato che tenevasi nella tenda del su- 
premo duce , ed al quale ammessi non erano che gli uomini 
assennati e di somma prudenza forniti , siccome di Agamennone 
fu più volte costume (4). 

(1) V. Iliad. VII. v. 3ai. 

(2) V. Feitb. Antiq. Homer. lib. IV. cap. XVI. 

(3) Omero nel canto II. dell'Iliade fa dire ad Agameunone: Chiunque 
poi Jia eh' io scorga che lungi dalla pugna voglia restarsene sopra le 
adunche navi, niente potrà scampare costui dagli augelli e dai cani. 

(4) Le deliberazioni dei Greci erauo spesso accompagnate da un con- 
vito , e talvolta fra le tazze e le vivande si decideva de' più importanti 
provvedimenti. V. Feitb. Ibid. lib. III. cap. V. e Goguet. T. II. pag. 376 ediz. 
di Napoli. 



DELLA GRECIA 



TATTICA DEI TEMPI EROICI. 



Fortificazioni. 

Fin qui noi parlato abbiamo in generale intorno alla milizia 
de' tempi eroici ; ci rimane ora a trattare delle fortificazioni, dei 
mezzi di difesa , delle armi e dell' ordine che nelle battaglie te- 
nersi solea. E primieramente quanto alle fortificazioni Aristotele e 
Diodoro ci avvertono che le antiche città della Grecia non era- 
no nemmeno di muri circondate , ma che avendo esse le strade 
strettissime e sinuose , davano facilmente luogo a trattenere ed 
opprimere anche con poche truppe il nemico, su cui dall alto 
delle case gettarsi poleano sassi e dardi (1). Anche Eustazio os- 
serva , che i primi fondatori delle città procurarono sempre di 
fabbricarle sopra scoscese ed alte rupi ; onde non fossero sì facil- 
mente alle nemiche incursioni esposte (2). E fama che Amfione 
e Zeto , che regnavano in Tebe verso 1' anno 1 3qo prima dell'era 
volgare , sieno stati i primi a dare 1' esempio delle fortificazioni , 
giacché essendo la loro città spaziosa , e facile all' assalto de' ne- 
mici , essi la circondarono di mura e di torri, lasciandovi per 
sette porte I ingresso (3). Il loro esempio fu poi dalle altre gre- 
che città imitato, e famose divennero le mura di Acrocoriuto e 
dell' Acropoli di Atene. Queste fortificazioni erano semplici , ma 
solide al segno che in più luoglii della Grecia se uè vedono tut- 
tavia gli avanzi. 

Mura Ciclopee. 

Celebri erano fra tutte le altre fortificazioni , o mura di Mi- 
cene , che opera dicevausi de' Ciclopi , e che il nome diedero di 
mura ciclopee a tutte le mura costruite con simile foggia di mi- 
litare architettura. Esse , giusta la descrizione che ne fa Pausama 
formate erano con pietre o roccie di masse irregolari, e sì enor- 
mi , che al dire dello stesso autore , la più piccola non avrebbe 
potuto da due buoi esser mossa. Gli intervalli venivano riempili 
con masse più piccole , ma non facevasi uso di calce , o cemento 

(1) Arist. De Republ. bb VII. cap. XI. Diod. lib. IV. 

(2) Eustath. ad Iliad. A. V. anehe Potter. Archaeol. Gr. lib. I. cap. Vili. 
(3; Hom. OJys. lib. XI. v. 261 e seg. 



2 56 DELLA GRECIA 

alcuno. Queste mura erano il più delle volte merlate, aveano ven- 
ticinque piedi di grossezza e quaranta di altezza (i). Una tal fog- 
gia di gigantesca architettura ha potuto resistere alle ingiurie dei 
tempi. 
Torri. 

Torri quadrate e rotonde fiancheggiavano le mura: le prime 
sorgevano agli angoli ed alla distanza di circa cinquanta piedi 
1' una dall' altra nelle mura diritte , le seconde agli angoli , allor- 
ché questi erano acuti (a). Le torri essendo taglienti , ossia avan- 
zandosi al di fuori , difendevano il fianco delle mura , e davano 
agli assediati il comodo di offendere il nemico da un luogo supe- 
riore , senza che ai colpi di lui fossero troppo esposti. 
Rocche. 

Con simile foggia di fortificazioni difese pur erano le rocche o 
cittadelle, che trovatisi fino da'tempi eroici rammentate, e che for- 
mavano quasi un appendice alle città. In esse ne' maggiori pericoli 
soleano racchiudersi le cose sacre e più preziose , e ritirarsi i sa- 
cerdoti ed i magistrati. Le rocche collocate erano sulle rupi, sui 
colli , o sui terrazzi de' monti in guisa che sulle città dominare 
potessero. Celebre fra le altre fu quella di Micene circondata da 
un quadruplo giro di mura , ed alla cui porta vedeansi scolpiti 
due leoni. In essa si conservarono per lungo tempo i tesori di 
Atreo. 

(i) Questa descrizione corrisponde perfettamente a quella, che ne fece 
Sofocle nelle Trachinie. Tali pur sono gli avanzi che nella Grecia e nel- 
l'Italia veggonsi delle mura ciclopee. 

(2) Intorno alle fortificazioni degli antichi Greci e delle mura ciclo- 
pee leggasi la bellissima dissertazione di Guglielmo Hamiltou ne\V Archaeo- 
logia : or Miscellaneous Tracts , relating to Antiquity eie. London , 
1806, voi. XV. pag. 3i5. 

Noi abbiamo già altrove osservato, che 1 principi delle arti furono 
i medesimi presso quasi tutte le nazioni , essendoché tutte si ritrovarono 
nelle medesime circostanze e ne' bisogni medesimi. Gli avanzi delle mu- 
ra , inalzate dagli antichi Incas non sono molto dissimili dalle ciclopee. 
Veggasi 1' atlante pittorico del viaggio di Humboldt. Anche gli avanzi 
dell' antichissimo muro caucaseo fra il Caspio ed il mar Nero hanno 
gran somiglianza colle opere di architettura ciclopea. V. Theophili Si- 
gefridi Bayeri Opuscula ad historiam antiquati etc. Halae , 1770, 8 a De 
muro caucaseo , pag. 94 e seg. 



DELLA GRECIA 2.1 J 

Mura cìclopee nel Lazio. 

Grandiosi monumenti di siffatta militare architettura abbiamo 
nel Lazio ancora , le cui antichissime città, giusta la tradizione, 
fabbricate furono dai Pelasgi e da altri popoli di origine greca. 
Imperocché Dionisio racconta che gli Aborigeni, scacciatine con 
lunga guerra gli antichi possessori, abitarono il Lazio, dove vis* 
sevo da principio ne J monti senza recinti di mura , ma poiché 
ì Pelasgi, e alquanti Greci ad essi uniti , soggiogati i circoli' 
vicini , fortificarono molti castelli V istessa gente occu- 
pò in seguito quelle regioni cangiando soltanto i nomi , e 
mantenendo però quello sempre di Aborigeni fino al tempo 
della guerra Trojana, quando dal Ile Latino furono chiamati 
Latini. Lo stesso autore aggingne essere stata opinione di dottis- 
simi scrittori Romani che que' popoli partiti fossero dalla Grecia 
molte età innanzi la guerra di Troja. Per tal modo sì 1' epoca 
della fondazione, che la forma delle mura ciclopee del Lazio ap- 
partengono ai tempi de' quali parliamo (i). L'aspetto di queste 
mura, così scrive l'illustre ed erudita signora Marianna Candidi 
Dionigi parlando delle mura ciclopee di Ferentino, composte di 
massi grandiosi , informi , di pietre fosche di maestosa roz- 
zezza, sembra il ritratto degli antichi suoi fabbricatori. Esse 
in quasi tutto il loro circuito sostengono la pendice del mon- 
te (2). Le mura ciclopee del Lazio ci somministrano eziandio le 

(1) Era fama presso i Latini che le antiche loro città avuto avessero 
Saturno per fendatore. Intorno a ciò Tertulliano nella sua apologia capo 
X ci avverte che secondo l'antica tradizione di Diodoro e di altri scrit- 
tori Saturno non era altrimenti ' un Dio, ma un uomo, il quale dopo 
varie e grandi imprese dall' Attica venuto era nell' Italia. INon è cosa 
adunque improbabile , eh' egli dalla Grecia portalo abbia nel Lazio la 
stessa forma di mura, eh' ivi a' tempi eroici era in uso. 

(2) Piaggi in alcune citici del Lazio , che dieonsi fondate dal re 
Saturno. Roma 1809 e seg. Né l'eleganza, ve la bellezza, cosi l'au- 
trice, sembra fosse l'oggetto di (/itegli antichissimi popoli, ma piutto- 
sto l'alile e la solidità. Congetturo , che secondo la naturale figura 
de' massi informi ne tagliassero economicamente i lati in linee rette , 
formandone tanti poligoni , affinchè si venissero a tocco colle pietre in- 
fcriori e laterali senza alcun ordine. Quando le dette pietre non com- 
binavano in tutti i lati, vi ponevano un tassello, onde chiudere il va- 
cuo che rimaneva fra esse. . . . È da considerare però che sebbene non 
lo richiedesse la figura delle pietre , vi formavano un incastro , onda 

Cast. Voi. I. dell' Europa * 1 



0. 58 DELLA GRECIA 

figure delle porle , alcune delle quali sono quadrangolari , non 
molto larghe , e con architrave , ed altre di forma angolare, così 
detta di terzo acuto, siccome si vede nella porta di Civita vec- 
chia di Arpino , la quale non è molto dissimile da quella di Ti- 
rinto, copiata da Dodwell nel suo viaggio in Grecia (i). Ora 
dietro la norma di ciò che detto abbiamo intorno all' antica archi- 
tettura militare , noi presentiamo nella tavola 33, l' interno di una 
città di ciclopea costruzione. Nel comporre questa tavola noi se- 
guito abbiamo il sistema di Palladio, di Cassas, di Lavallée e di 
altri insigni artefici, i quali sulle traccie delle descrizioni lasciateci 
dagli antichi classici scrittori , e su gli avanzi che degli antichi 
edifici tuttavia ci rimangono, delineato hanno ed innalzato 1' edi- 
fìzio intero. 
Meccanica de' tempi eroici. 

La militare architettnra da noi poc' anzi descritta , e di pietre 
sì enormi composta , ben ci dimostra chiaramente , che agli anti- 
chi Grc<ù esser dovea ben nota l'arte meccanica , senza della 
quale potuto non avrebbero condurre e sollevare sì gravi massi , 
e molto meno ne" luoghi più erti trasportarli, ed i\i connetterli 
con artifizio maraviglioso. Aggiungasi, che le mura ciclopee co- 
struirsi non poteano senza il sussidio della Statica , giacché esse 
hanno la base più larga , e vanno insensibilmente ristrignendosi 
verso la parte superiore, giusta le regole dell'arte. Cotali mura, 
sebbene circondate non fossero da fossa alcuna, rendevano nondi- 
meno le città così forti e sicure contra l'impeto de'nemici, ch'esse 
atte erano a sostenere un assedio ben anco di molti anni (2). 

si legassero gagliardamente fra loro, e fosse per tal modo si conca- 
tenato il tutto della fabbrica , che né anche il tremuolo potesse scio- 
glierne la costruzione. 

(1) Nella tavola Iliaca, già da noi rammentata, vedonsi le porte ar- 
cate; ma con vicn riflettere, che quella tavola appartiene al primo secolo 
dell' era volgare , e che non debb' essere perciò maraviglia , se in essa 
si trovi sì l'atta specie di anacronismo. 

(2) Il Goguet giudiziosamente avverte , che Omero non avrebbe nel 
XVI dell' Iliade imaginato che Patroclo , dopo di avere in una battaglia 
ardentissima rispini i i Trojani, ascenda furtivamente sulle mura di Tro- 
ia, se fosse stalo d'uopo di passare una fossa; od almeno non avrebbe 
egli tralasciato di accennare questa circostanza. Noi però non sapremmo 
sì facilm.eu.te solloscrivere all'altra opinione di quest'autore là dove egli 



THÈ 



DELLA GRECIA 2^9 

Macchine, ignote ne' tempi eroici. 

Imperocché agli antichi Greci erano interamente sconosciute le 
macchine militari , il cui uso non fu anzi introdotto nella Grecia, 
che verso i tempi della guerra del Peloponneso, siccome vedremo» 
Omero si giudizioso e si esatto nel descrivere tutte le più piccole 
circostanze della guerra Trojan a non fa mai alcun cenno delle 
macchine, e non rammenta nemmeno le scale , delle quali sem- 
bra che i Greci avrebbero potuto far uso per superare le mura 
delle citta assediate (i). 



afferma che le mura dì Troja erano probabilmente di terra. Omero non 
fa alcun cenno di siffatta circostanza, ne le mura di Troja state sareb- 
bero reputale opera divina di Nettuno e di A polline, se la loro costru- 
zione non fosse stata che quella di un semplice terrapieno. Noi anzi sia- 
mo d' avviso , che le mura di Troja fossero eli costruzione ciclopea , e 
che perciò dalla fama siano state attribuite all'opera «li due Dei, giac- 
che come tali vennero reputati tutti coloro , che i primi circondale 
aveano le mura della città. Di fatto , se esse non solo state fossero co- 
strulle di terra , ma ancora avuto avessero necessariamente molto pen- 
dio , siccome suppone Goguet, non Patroclo soltanto, ma tutto il Gre- 
co esercito potuto avrebbe facilmente superarle. Ne Omero nel VI del- 
l' Iliade farebbe che Andromaca dicesse ad Etlore di porre V esercito 
presso il caprifico, dove è facile V ascendete alla città, ed il passare 
il muro, per dove appunto già tentato aveano di penetrare i due Ajaci 
e Idomenco e gli Atridi ed il figliuolo di l'ideo. V. Iliaci. lib. VI. v» 
433. e seg. 

(1) Alcuni furono d' avviso che sino dai tempi della guerra di Tebe 
fosse conosciuto l'uso delle scale , e delle macchine da guerra, il che 
congetturano da ciò che raccontasi di Capaneo , il quale osato adendo 
di scalare la nemica città, cadde da un fulmine colpito. Ma questa nou 
è che una debole interpetrazione di coloro che seguendo il sistema di 
Banmer trovare sempre vorrebbero qualche allegoria negli antichi e mi- 
tologici racconti. Imperocché se le macchine militari conosciute non erano 
ai tempi della guerra di Troja, come esserlo potevano in quelli del 
primo assedio di Troja ? Alcuni altri , siccome accennato abbiamo più 
sopra, hanno creduto di ravvisare nel famoso cavallo di Troja uua mac- 
china atta a rovesciare le mura della città , alla quale opinione sembra 
che sulle orme di Pausania aderisse Plinio ancora ; ma Omero nel IV 
dell'Odissee v. 272 e 273 ci fa chiaramente noto, che quel cavallo nou 
fu che un grossolano stratagemma per sorprendere Troja , e non gà per 
atf&rrarne le mura. Laonde male si appose Stailo, il quale eoa quel 
Verso , 



2^0 DELLA GRECIA 

La vera tattica poco conosciuta. 

Veduto abbiamo 1' arte degli antichi Greci per la difesa delle 
città. Ma la lunga durata delle guerre e degli assedj loro ben ci 
dimostra eh' essi non conoscevano che i soli elementi della vera 
tattica e della castramentazione. Di fatto in Omero nessuna men- 
zione abbiamo che i Greci nelF assedio di Troja avessero costrutta 
alcuna linea di circonvallazione , o disposte le loro truppe in guisa 
da ristrignere gli assediati, e di costringerli alla resa. Nei dieci 
anni di quel famoso assedio non solo non mancarono mai le vet- 
tovaglie alla città, ma in essa entrarono liberamente i sussidj degli 
alleati. Lo spazio fra Troja ed il campo Greco era si vasto, che 
talvolta potea senza pericolo e l'uno e l'altro esercito mettersi 
in ordinanza. Ma non mai vedesi in Omero accennata una battaglia 
generale , il cui esito decidere potesse della sorte dei due eserciti. 
Ora vediamo gli uui e gli altri azzuffarsi a torme, ora retrocede- 
re, ora ricominciare la pugna: niuiia grande operazione , niun ge- 
nerale movimento che denoti un piano, od un ragionato sistema. 
I capitani non si distinguono già pel comando delle truppe , ma 
per la prodezza e pel maggior ninnerò de' nemici , che gettano al 
suolo estinti. Talvolta tre o quattro de' più prodi guerrieri spar- 
gono il terrore , e tutto rovesciano il nemico esercito. 

Disposizione del campo. 

Il campo de' Greci era nondimeno disposto con arte , ed in 
maniera da non poter essere sì facilmente dai nemici sorpreso. Di- 
nanzi ad esso scorreva lo Scamandro , sicché d'uopo era 1 attra- 
versarlo per avvicinarsi alla città : era diviso da molte strade : nel 
mezzo, dinanzi al quartiere di Ulisse s'apriva il foro, àyocix, dove 
erano gli altari degli Dei , ed i magazzini delle vettovaglie , e 
dove veniva amministrata la giustizia: fra l' un quartiere e l'altro 
rimanevano alcuni spazj per celebrarvi i giuochi funebri , e nel' 
l'uno d'essi fu inalzata la tomba di Patroclo. Le navi formava- 
no parte dell' accampamento , conciosiachè state erano tratte in 
secco , giusta il costume degli antichi ; esse erano divise in due 

Murorum tormenta Pjlos, Messenaque tradunt, 

afiermii che le città di Pilo e di Messene somministrale hanno le rn^p- 
chiue per l'assedio di Troja. V. Ileyue, Virg. lib. II. Excursus III ei VII, 



DELLA GRÉCfÀ &6f 

linee ; V una verso la città , ed era formata dalle navi che giunte 
erano le prime ; 1' altra vicinissima al mare , e comprendeva le 
navi venule le ultime. Sembra che i Greci da principio pensato 
non avessero ad assicurare la fronte del campo con alcuna fortifi- 
cazione , paghi forse d'avere a due dei più forti campioni, ad 
Achille cioè e ad Ajace, assegnati per istazione i due fianchi che 
sembravano più esposti. 

Circonvallazione. 

Ma dappoiché in un feroce combattimento essi costretti furono 
dai Trojani a ritirarsi nel campo , tosto per consiglio di Nestore 
si accinsero ad alzare un muro di circonvallazione (i). 

Campo. 

E primieramente dinanzi alle navi costrtissero un rogo comune 
a tutto 1' esercito , e quindi abbruciati i cadaveri , in questo luogo 
medesimo inalzarono una tomba , ossia un tumulo alla foggia di 
un monticello , dal quale condussero poi un argine o terrapieno 
composto di sassi, di tronchi e di terra, detto da Omero tzI'/cz, 
muro. Tale terrapieno , o vallo era ad intervalli fiancheggiato da 
tom merlate , e della medesima costruzione de' muri (2). Dietro 
ai merli slavano i combattenti in guisa , che ne fosse coperta l' in* 
ferior parte del corpo , al quale uopo anche lungo il muro sorge- 
vano varj parapetti con ripari o trincee. Il muro non cingeva tutto 
il greco accampamento , ma formava una sola linea retta e di 
fronte fra le anzidette stazioni di Achille e di Ajace : la sua al* 
tezza non oltrepassava la statura di un uomo, giacché Sarpedone 
potò colle mani svellerne i merli : vi era una sola porta , e epiesta 
grande abbastanza perchè passare potessero i carri de' guerrieri* 
Lungo il vallo era la fossa , formata collo scavo medesimo della 
terra , colla quale costrutto erasi il muro : nella fossa piantati era- 
no i pali, che sorgevano alti , e disposti in guisa da formarne uno 

(1; Iliaci. VII. v. 32 7 , 343 e 344. 

(2) Nel Xìl dell'Iliade parlasi dei merli delle torri, che dal poeta 
\engono detti -/.oóaotxi pinnae, Alcuni , e fra questi il Goguet , credet- 
tero che cotali torri fossero di legno , ingannati forse dal v. 3(J del me- 
desimo libro, dove si racconta che i legni delle torri sisuonavano percossi} 
ma il suono, ossia il rimbombo, di cui parla il poeta, dee riferirsi non 
alle torri di legno , ma alle travi che tramezzate erano colle travi e coi 
sassi. V. Heyne , Iliad. lib. VII Excurs. I. 



iQl DELLA GRECIA. 

steccato. Tra la fossa ed il vallo era uno spazio ampio abbastan- 
za , pecche pernottare vi potesse la coorte delle veglie, ossia la 
truppa destinata a fare la sentinella : uno spazio assai grande era 
pure tra il vallo e le navi , poicliè quivi avvenne un caldissimo 
combattimento tra i Greci ed i Trojani. I soldati accompagnavano 
non già sotto tende , siccome avvisarono alcuni , ma in una specie 
di tugurj o baracche composte di tavole o di pali insieme uniti 
con vimini. 
Tugurj o baracche. 

Queste al di fuori erano intonacate di terra : il loro tetto era 
formato di giunchi. Più spaziose e di miglior costruzione erano 
le baracche dei Principi , poiché queste contenevano molte perso- 
ne , e fra le altre le ancelle e le schiave. Così il tugurio di A- 
chille avea primamente V aula cinta di tronchi , con fortissime 
porte di abete, quindi 1' abitazione dei famigli , il portico ed il 
vestibolo (i). Il campo de' Greci abbondava d'ogni sorta di vetto- 
vaglie , che trasmesse vi venivano dalle vicine isole dell' Arcipelago. 
/ ettovaglie. 

Laonde fra gli altri luoghi nel VII. dell' Iliade leggesi che 
giunte erano da Lemno le navi cariche di vino (2). I convogli di 
mare poteano tanto più facilmente giungere al campo de' Greci , 
quanto che sembra che ne' tempi eroici conosciute non fossero le 
battaglie navali. Omero di fatto non parla giammai di verun com- 
battimento tra vascello e vascello , sebbene colla descrizione di 
tal sorta di pugne grande ornamento dar potesse a' suoi poemi , e 
sebbene i Trojani ancora avessero una marina , mercè della quale 
Enea ed Antenore si salvarono seco loro conducendo una flotta 
di moltissime navi. 

(1) Virgilio seguendo più il costume del suo secolo che quello dei tetani 
eroici commise uu anacronismo nel verso 469 del II dell' Eneide. 

Nec procul hinc Rhesi niveis tentoria vclis. 

(2) Tucidide afferma che i Greci nel tempo della guerra di Troja spe- 
dite aveano varie bande di soldati nel Chersoneso di Tracia per se. limare, 
e farvi la raccolta: ma Omero non dice mai, che allontanata siasi dal 
campo banda alcuna per qualsivoglia oggetto , ed invece parla dei convo- 
gli che tratto trailo giuguevano con o^ui sorte di vettovaglie. V. Iliad. 
IX v. r: ec. 



DELLA GRECIA iGo 

} r arie specie di tr'u/>/)c. 

Il nerbo del Greco esercito consisteva specialmente nei carri 
e nei soldati di grave armatura , i quali però non erano in gran 
numero, giacché la maggior parte de' soldati faceva uso di laude, 
o di armi atte ad essere colla mano scagliate. Pochissime erano 
le truppe di treccie e di arco armate , sebbene si faccia di esse 
menzione negli esercizj dei Mirmidoni ( Iliaci. II. ) e ne' certami 
funebri (Iliadi. XXII.). I Locresi muniti erano dell'arco e della 
frombola , siccome può vedersi nel XIII. dell' Iliade, 

armatura grave. 

L'armatura grave consisteva nell'asta lunga, nello scudo, nel- 
1' elmo e nelle schiniere. Di armi di peso e di mole ancor mag- 
giore muniti erano coloro che su' carri combattevano. Essi dicevau- 
si i~-s~c, car>alieri , a differenza degli altri, i quali, qualunque 
fosse la foggia delle loro armi, chiamavansi Kùvlisg , fanti , o pe- 
doni (i). I carri erano a due ruote, bassi, lievi e costrutti in 
guisa che facilmente ascendere vi si potesse dalla parte posteriore. 

(i) Ne' tempi eroici non era in uso la cavalleria propriamente detta. 
Alcuni eruditi nondimeno hanno creduto di poter affermare il contrario , 
indotti da tre luoghi di Omero. Il primo è nel libro X dell'Iliade dove 
si racconta, che Diomede a persuasione di Minerva montò sui cavalli di 
Reso e li ccndnsse alle navi degli Achei , avendone abbandonato il carro 
per timore de' Trojan!. Il secondo nel XV dove Ajace viene paragonato 
ad un uomo ben espello nel saltar da un cavallo all'altro, il quale poi- 
clié tra molti unì insieme quattro cavalli, scuotendo gli spinse dal campo 
verso V ampia ciltade per la pubblica via; il quale difficilissimo esercizio 
lece supporre che l'arte di montar a cavallo giunta già fosse ad un som- 
mo grado di perfezione. Il terzo nella descrizione dello scudo di Achille , 
dove il poeta dice che gli assediati improvvisamente assaliti dai nemici, 
montarono sui cavalli. Ma i primi due luoghi non altro ci dimostrano se 
non che l'arte di montare a cavallo era conosciuta ai tempi di Omero 5 
ma da essi non può sì agevolmente dedursi, che nelle guerre eroiche fos- 
se in uso la cavalleria propriamente detta. Omero non avrebbe omesso 
di parlarne , molto più trattandosi di una costumanza , dalla quale ridon- 
dare potevano nuove bellezze al suo poema. Diomede monta sui cavalli , 
pel volere di Minerva , e non già per servirsene nella pugna , ma per 
sottrarli più facilmente ai nemici. Ad oggetto poi di meglio rappresentare 
Ajace che va saltando da una nave all' altra , Omero si serve della simi- 
litudine di un uomo ben esperto nel saltare da un cavallo all'altro, ma 
una semplice similitudine non può somministrare alcun argomento, giacché 
essa serve solo ad illustrare la cosa , ed a meglio esporla al popolo a cui 



264 DELLA. GRECIA 

Cairi. 

I cavalieri, che ad un tempo erano e princìpi e capitani, non 
sempre nella stessa guisa combattevano , poiché col carro ora sì 
slanciavano fra le pedestri turine de' nemici , ora in mezzo di esse 
facendosi strada penetravano con violenza la dove la mischia era 
più ardente; ora dal cocchio discendevano per pugnare a piedi, 
nella qual circostanza non molto si allontanavano dal carro ad 
oggetto di potervi facilmente risalire , se per avventura troppo in- 
calzati fossero dai nemici. Due erano sempre gli eroi sul cocchio, 
l'uno detto. Yìvioxpg, il quale combatteva, l'altro chiamato izzrjxfizzrG, 
che reggeva i cavalli. Imperocché ne' tempi eroici già conosciuta 
era 1' arte di bardare i cavalli , siccome ci si fa manifesto dai versi 
i56 e 1 5y del XX dell'Iliade (i). Sul cocchio ponevansi pure 
le armi dell' atterrato nemico , e talvolta vi si adagiava il cada- 
vere ancora dello stesso eroe padrone del cocchio, se mai questi 
nella mischia caduto fosse estinto. 
Forma dei carri. 

Il carro era tirato per mezzo di un timone , che terminava in 
un giogo simile , dice il Winckelmann , a quello che oggidì s' im- 
pone a' buoi. I due capi del giogo erano formati a foggia di vo- 



garla il poeta , e delle cni idee egli servesi acconciamente per dar luce 
a que' soggetti , che vuole più fortemente imprimere nell'animo de' let- 
tori. Nel luogo poi dello scudo di Achille Omero fa uso di quella mede- 
sima espressione , della quale altrove si serve per indicare i cavalieri sui 
carri, siccome vedremo più sotto. Nella milizia dei tempi storici ritorne- 
remo di nuovo su quest' argomento. Ne dee negarsi che 1' uso di sillatta 
foggia di carri soggetto non fosse a molti inconvenienti. Una fossa , una 
siepe, un sasso, un terreno ineguale poteva facilmente rovesciarli, od ar- 
restarli. Dei due guerrieri, che erano sul carro, uno solo combatteva, 
1' altro era dunque inutile » i carri tirati erano non solo da due , ma da 
tre , ed anche da quattro cavalli ; altro inutile e pericoloso dispendio per 
l'esercito. Conviene nondimeno avvertire che ne' combattimenti omerici 
vedesi quasi sempre in uso la sola biga: pare anzi che la quadriga non 
avesse luogo che nei giuochi. , 

(i) Sembra che non fosse egualmente conosciuta V arte di ferrare i 
cavalli , che che detto ne abbiano in contrario Euslazio , e dietro a lui 
Mad. Dacier. Omero di fatto non fa alcuna menzione di quest' arte , e 
Senofonte nel suo trattato del governo de' cavalli non parla giammai del- 
l'arte di ferrarli. 



della, greci a. sG5 

lutrt , e sì rassomigliavano al collo di un'oca (i). Ma non è cosa 
si facile il riscontrare e ben distinguere le parti del carro , e la 
bardatura de" cavalli, giacché gli scultori ne hanno assai negligen- 
tate le proporzioni , e talvolta hanno omessa ogni bardatura ai 
cavalli (2). Solo vedesi , che i carri erano interamente aperti nella 
parte posteriore , e che dinanzi aveano un parapetto , il quale 
non oltrepassava 1' altezza della groppa del cavallo. La loro forma 
perciò non era dissimile da quella de' carri , di cui si faceva uso 
he' giuochi e nelle corse , del che parleremo altrove. 
Disposizione degli eserciti. 

Già detto abbiamo che le pugne facevansi il più delle volte 
confusamente , e che non avveniva giammai un generale combatti- 
mento. I carri non mai formavano un sol corpo od una sola schie- 
ra , ma ciascun capitano sul proprio cocchio combatteva alla testa 
della sua turma , finché la mischia divenuta non fosse ardente al 
segno di togliere ogni ordine fra i combattenti. In Omero sono 
nondimeno due luoghi in cui parlasi di particolari disposizioni 
dell' esercito da Nestore proposte (3). Il primo nel II. dell'Iliade, 
dove il saggio, e prudente vecchio dà ad Agamennone il consi- 
glio di ordinare 1' esercito per nazioni e per tribù , affinchè re 
nazioni e le tribù possano a vicenda soccorrersi , e più agevole 
sia il distinguere il prode ed il vile. Il secondo nel IV. ove lo 
stesso Nestore dispone 1' esercito in guisa che dai carri formata sia 
la fronte , dalle schiere de' fanti più valorosi la retroguardia , e 
nel mezzo quasi racchiusi stieno i codardi onde anche loro mal- 
grado costretti vengano a pugnare: disposizione certamente non 
molto sagace, ma degna tuttavia di lode in que' primordj dell'arte 
militare. L' anzidetto libro IV. ci presenta al verso 334 uua cu ^ 
costanza degna di somma attenzione. 
Torre o Falange. 

Imperocché il poeta parlando di una turma di Achei , che 
attendevasi per dar principio al combattimento, si serve del vo- 
cabolo r.voycg, torre, che dal Politi viene interpretata plialanx e 
quadratum agmen j secondo la quale interpretazione , ed anzi se- 

(0 Winckel. Montini, ant. pag. 5i. 

(2) Lens. Le costume etc. pag. 100. 

(3) Anche Mocsteo duce degli Ateniesi viene nel II dell'Iliade lodato 
come peritissime; nella tattica militare. 



0:66 DELLA GRECIA 

condo l' idea stessa die ci dà la parola torre , potrebbe conget- 
turarsi che ne' tempi omerici non fosse conosciuta quella disposi- 
zione delle turme militari , clie oggidì chiamasi battaglione qua- 
drato. 
Comando. 

Il comando si dei comba ttimenti , che delle marcie e delle 
ritirate senbra che dato venisse non già col suono , o col vario rim- 
bombo di qualche stromento , ma colla sola voce del capitano , 
giacché Omero sì diligente dipintore de' costumi, non fa alcun cenno 
né delle trombe , né de' tamburi o timballi , ed egli non parla 
nemmeno delle bandiere , né di qualsivoglia altra militare insegna. 
Laonde in que'tempi la voce alta, forte e sonora reputavasi come 
un necessario e principalissimo pregio di un comandante (i). Da 
tutte le quali cose coiwien conchiudere ciò che già affermato abbia- 
mo essere stata assai imperfetta l'arte militare ne'tempi eroici, ed 
anzi doversi la caduta di Troja riporre tra quelle vittorie , che 
dai Greci , giusta 1' antico loro proverbio , chiamavasi alla Cad~ 
Tnea, poiché non vantaggi , ma danni funestissimi ne provennero 
ai vincitori (2). 
Combattimento pel cadavere di Patroclo descritto da Omero. 

Noi veduto abbiamo fin qui in quale stato si trovasse 1' arte 
militare de' Greci nei tempi eroici. Prima di andare più oltre 
nelle nostre ricerche crediamo bene di presentare nella tavola 
3/$. uno de' più famosi combattimenti della guerra Trojana , tratto 
dai libri XVI. e XVII. dell'Iliade, dove si racconta la pugna 
dei Greci e dei Trojani pel cadavere di Patroclo. Ad oggetto 

(1) Il Goguet osserva acconciamente, che Omero nel II dell'Iliade dà 
a Menelao l'aggiunto Aj/^v ocyxBóv ^ cue significa che quest'eroe avea una 
voce atta a farsi udire da lungi. Imperocché la voce 6o>j deriva dal verbo 
fizy.iù boo , clamo, cioè muggisco, rimbombo , grido. La voce dei coman- 
danti poteva tanto più facilmente farsi intendere , quanto che i Greci , a 
differenza de' Trojani , conservavano un profoudo silenzio nelle marcie, e 
nel cominciare de' combattimenti. V. Iliaci. III. v. S e IV v. 4 2 9- 

(2) Dicevasi una vittoria alla Cadmea, quella, il cui esito stato eranc 
funesto ai vincitori non meno che ai vinti. Il proverbio nacque forse dalle 
conseguenze della prima guerra di Tebana , nella quale i Tebani i Cad- 
mei dopo la morte di Eteocle e di Polinice riportarono su gli Argivi una 
vittoria, che fu a' loro posteri sommamente fatale. V. Erasmi Roterà. 
Adagiorum Chiliades, Oliva. Rob. Steph. 1 558, pag. 56'. 




CO 



TE I 
Or 



DELLA GRECIA lG~ 

però dì rendere più chiaro V avvenimento che in questa tavola è 
rappresentato , gioverà il premettere succintamente la descrizioo 
che ne fece il poeta. Patroclo giaceva stordito sul suolo pel colpo 
che ricevuto rvea da Apolline. Euforbo , l'uno de' nemici , che 
pel primo ferito avea 1' eroe alle spalle , essendo accorso per ispo- 
gliarlo delle armi , rimase da Menelao estinto. Questi si ritirò al 
sopraggiungere di Ettore che tolse l'armatura di Patroclo , e ri- 
mandò la propria in Troja. Intanto Menelao ritorna con Ajace alla 
difesa del cadavere dell'amico di Achille, e gli si aggira ali in- 
torno, coprendolo col suo scudo. I Trojani infiammati dalla voce 
di Ettore s' addensano all' intorno del figliuolo di Telamone. 
Ajace vie più ostinato nel difendere il cadavere di Patroclo atterra 
molli nemici , ma temendo che Ettore non riconduca contro di lui 
una forza assai maggiore, chiama in soccorso per mezzo di Me- 
nelao i più valorosi tra i Greci. Alla voce di Menelao, l'altro Ajace 
figliuolo di Oileo, accorre con Idomeneo, con Merione e con una 
folla d'altri guerrieri. La vittoria era tuttavia favorevole ai Trojani; 
ma Ajace il Telamonio , sostiene intrepido l'urto de' nemici e fa 
mordere la polvere ad Ippotoo, che già tentava di seco strascinare 
il cadavere di Patroclo. La lancia da Ettore scagliata per ferire 
Ajace trafigge Schedio , il più prode de' Focesi. Menelao uccide 
Forcina , che invano si sforzava di difendere Ippotoo. Ettore coi 
suoi comincia a ritirarsi : i Greci spogliaiio Forcina ed Ippotoo. 
e già loro la vittoria arrideva , quando Enea spinto da Apol- 
line riaccende il coraggio dei Trojani , e trafigge colla sua lancia 
Leocrito compagno di Licomede. Il combattimento si prolunga si- 
no alla fine del giorno. I difensori del coi-po di Patroclo , non 
meno che i loro avversarj giacciono infievoliti per le fatiche , e 
lordi sono di polvere, di sudore, e di sangue. Ma Minerva coman- 
da a Menelao di non abbandonare il cadavere dell' eroe : egli fa 
lampeggiare la sua lancia ed uccide Prode , l' amico di Ettore. 
Onesti ritorna pure alla pugna dopo di avere inutilmente tentato 
d' impadronirsi de'cavalli di Achille. Polidamante rovescia Peneleo 
duce de' Beotj. Ettore ferisce Leito ed uccide Cereno amico di 
Merione e conduttore del carro di lui. Finalmente Menelao ve- 
dendo la vittoria di nuovo dichiararsi pei Trojaui , esce dalla mi- 
schia , impone ad Antiloco , figliuolo di Nestore , che rechi all'in- 
vincibile Achille la fatale novella della morte di Patroclo, e quin- 



aG8 DELLA GRECIA 

di ritorna al combattimento. Allora Ajace lo consiglia ad unirsi 
con Merione per togliere di là il cadavere di Patroclo ; ciò che 
questi fanno malgrado le grida, le minacele e i dardi dei Trojani. 
Lo stesso combattimento tratto dai vasi antichi. 

La composizione di qnesta tavola è opera dell' insigne pittore 
signor Pelagio Palagi , elle oggimai co' più grandi maestri del se- 
colo gareggia. I costumi tratti sono dalle pitture dei vasi antichi 
di Hamilton, di Millin e di Millingen. Ma l'artista non potendo 
raccogliere in una sola disputa tutte le circostanze di quest' avve- 
nimento, le quali nel poema accadono in luoghi e tempi diversi, 
fu costretto a scegliere quelle soltanto eh' entrare poteano in una 
sola e medesima composizione, mostrandone i personaggi princi- 
pali , ed introducendovi alcuni cangiamenti , onde arrecare mag- 
giore varietà alle posizioni , ai costumi ed alle armi. Così egli 
non ha potuto a meno di dare agli scudi una minore ampiezza di 
quella che essi aveano ne' secoli eroici , e di aggiugnere loro quel- 
la specie di guinzaglj, o di coreggie , con cui era uso d'imbrac- 
ciarli ne' tempi alla guerra di Troja posteriori , e ciò ad oggetto 
che la troppa grandezza di queste armi non avesse ad ingombrare 
la composizione , ed a togliere la necessaria distinzione delle parli 
e de' personaggi. In questa medesima guisa sono di fatto rappre- 
sentati gli scadi non solo nelle collezioni de' vasi , ma ancora in 
tutti i più antichi monumenti , sebbene siano in essi riferite eroi- 
che , od omeriche azioni. Ettore pertanto punto dai rimproveri 
di Glauco condottiere de' Licj , e vestitosi delle armi di Achille , 
ritorna sul campo de' nemici con un forte drappello di Troiani , 
onde preclare il corpo di Patroclo. Alla difesa dell' estinto eroe 
stanno Menelao i due Ajaci , Idomeneo , Merione ed altri guer* 
rieri di minor nome. Steso e nudo giace tuttora sulla terra il ca- 
davere di Euforbo ucciso da Menelao. Merione tiene stretto per 
le coscie con ambe le braccia il corpo di Patroclo in atto di sot- 
trarlo al furore de' Trojani, mentre Menelao collo scudo fa scher- 
mo ai nemici , e colla destra sta per iscagliare 1' asta formidabile. 
Il cadavere dell' amico di Achille è nudo , perchè 1' armi di lui 
state erano da Ettore predate. Presso di Menelao vedesi Teucro , 
tremendo saettatore, che già scocca dall'arco un dardo contro del 
duce Trojano: siegue Idomeneo, che ha il viso coperto dall'elmo 
e che colla clava sta per calare un colpo sopra imo de'cavalli di 



DELLA GRECIA 2^9 

Ettore. Ajace il terribile figliuolo di Telamone ha pure il viso 
coperto dall'elmo, ed opponendo lo scudo ali asta di un eroe 
Trojano , cala su di esso colla destra un colpo di scure: l'altro 
Ajace tiene rivolto minaccioso e feroce lo sguardo contro de' ne- 
mici pronto ad immergere la spada nel seno di colui che il pri- 
mo avesse l'ardimento di accostarsi al corpo di Patroclo (i). Et- 
tore coperto delle armi di Achille torreggia orgoglioso sul carro 
nell'atto di vibrare l'asta contro di Ajace d' Oileo: presso di lui 
sta addensato il di-appello de' suoi : dietro di essi sono due Licj , 
1' uno de' quali è Glauco , che giù scocca dall' arco la micidiale 
saetta (2). 



Inni. 



Nella tavola da noi poc' anzi descritta potuto avranno i nostri 
lettori osservare le varie foggie dell' armi che ne' tempi eroici 
erano in uso. A maggior compimento nondimeno di questa parte 
della Greca milizia gioverà il qui riportare distintamente le stesse 
armi , ed il dare di esse una più esatta e più minuta descrizione. 
]\oi perciò seguendo le orme del Pottero, del Feitio , degli Acca- 
demici Ercolanensi e di altri insigni scrittori , le divideremo in 
due specie, in armi cioè difensive, ed in armi offensive. 
udì ini difensive. 

E quanto alle difensive , è d' uopo premettere , che di esse , 
giusta lo Scoliaste di Euripide , facevano specialmente uso i Gre- 
ci , a differenza dei Barbari , il cui unico scopo era 1' esterminio 
ed il terrore. Laonde Omero fa che i suoi più prodi campioni 
appajano sul campo ben armati e pronti alla propria difesa. Gli 
stessi legislatori della Grecia decretate aveano le pene contro di 
coloro che gettato avessero lo scudo , e lasciavano immuni da qual- 
sivoglia castigo quegli altri , che perduta avessero 1' asta e la spa- 



(1) Il costume di questa figura è tratto dalla tavoli 49 > dei vasi di 
Millingen. 

(2) Il costume di questi due guerrieri è cavalo dalla tavola tavola 22, 
degli stessi vasi. Questo medesimo argomento vedasi più volle ripetuto 
negli antichi monumenti. Esso si trova anche nella tavola Iliaca, ed ia 
uà bellissimo vaso di marmo del museo Etrusco. T. I. tav. i34«, 



oro PELLA. GRECIA 

da ; e ciò ad oggetto d'indicare che il soldato dee difendersi anzi 
clic ferire , siccome insegna Plutarco nella vita di Pelopida (i). 
La testa difesa colle spoglie degli animali. 

Ora le armi difensive erano varie secondo le varie parti del 
corpo eli' esse difendere doveano. E primieramente « è cosa faci- 
« le a concepirsi , dice il signor Conte di Caylus (2), clic se la 
« difesa , o conservazione della testa fu uno de' primi oggetti che 
« attrasse 1' attenzione degli uomini , le spoglie degli animali ven- 
« nero pure riguardate come i primi doni della natura per sod- 
« disfare a questo bisogno. Tali spoglie utili alla conservazione 
« dell' uomo , divennero Leu tosto per una necessaria conseguenza 
ce un testimonio costante del valore e della forza. Laonde i più 
ce antichi Re , siccome ne' Re dell' Egitto può vedersi , non avea- 
ce no altra insegna esteriore per denotare 1' autorità loro. Da que- 
cc sta osservazione convien conchiuderc che i monumenti , nei qua- 
ce li sulle teste degli uomini appajouo le spoglie degli animali , 
ce sono i più antichi, o per lo meno debbono considerarsi come 
ce copie di un uso, che ha preceduto gli usi del medesimo gene- 

ce re E cosa facile ancora ad osservarsi , che la testa del- 

cc l'animale ha servito a difendere quella dell'uomo, e che se 
ce tutti gli animali feroci, carnivori, o cornuti furono adoperati a 
ce quest'uso negli antichi tempi, la spoglia del leone essere dovea 
ce preferita a quella di qualsivoglia altra fiera. Oltre che si è sem- 
cc pre considerata onorevole impresa il domarlo .... la grandez- 
cc za della sua pelle offeriva e facilità e comodo per coprire una 
ce gran parte del corpo, o per annodare le sue zampe sul petto, 
ce siccome vedesi in una infinità di monumenti. Se in appresso gli 
ce uomini hanno fabbricato elmi di metallo, conservarono nondi- 
cc meno per lungo tempo gli orecchi dell' animale, e li collocaro- 
ce no ai lati della berretta « . 
Origine, antichità , varie fonne dell' elmo. 

Queste osservazioni di Caylus ci fanno vedere e 1' antichità 
dell'elmo, e l'origine delle varie forme, e delle diverse parti di 
esso. Omero di fatto dà spesse volte agli elmi le denominazioni 
di varj animali, ed e presso di lui usitatissimo 1' aggiunto di y.'jvr/i, 

(1) Potter. Archael. Gr. lib. Ili, cap. IV. 

(2) Reputili d' Anlujuit. T. Ili, pa^j. G2. 



DELLA GRECIA 2JI 

canino, col che denotasi che l'elmo composto era della pelle di 
un cane (i). Anche la voce galea, con cui venne altresì chiama- 
to l'elmo, deriva da yoclr t , donnola, perchè colle pelli di quest'a- 
nimale formarsi pur soleano gli elmi. Anzi ne' tempi stessi omerici, 
ne' quali già comunissimo era 1' uso degli elmi di rame , trovansi 
rammentate alcune di queste armature non solo composte di pelli, 
ma ancora formate in guisa da rappresentare gli animali, da cui 
state erano tratte le pelli. Di siffatta specie era 1' elmo di Ulisse , 
che dal poeta ci viene cosi descritto : 

aspro di pelle 

Da molte lasse nel interno tutto 

Saldamente, frenato , e nel di fuor e 

Di bianchissimi denti rivestito 

Di zannuto cinghiai, tutti in ghirlanda 

Con vago lavorìo disposti e folti. 

Un grosso feltro il cucuzzul guarnì a (2). 

Berrette degli eroi. 

Agli elmi formati delle semplici pelli degli animali sottentra- 
rono quelli composti di metallo. Essi non erano da principio che 
semplici berrette , e tali sembrano per lo più gli elmi, che dagli 
antichi artefici posti furono sul capo delle figure eroiche. Veggansi 
le tavole 11 , i3 e 16. Ulisse venne per lo più effigiato colla sena-» 
plice berretta , assai somigliante a quella che darsi solca a Vul- 
cano ed ai Dioscuri , e della forma quasi d' un uovo tagliato in 
mezzo orizzontalmente (3). Tale è 1' elmo , che vedesi sulla testa 
di quest'eroe nella tavola i3. Le berrette vennero poscia ingran- 
dite al segno di quasi tutta avvilupparne la testa , finche colla 

fi) Eustazio (ad Iliad. III. v. 336. ) interpreta 1' aggirilo jtuvéw dato 
da Omero all'elmo, coli* espressione ftox&tiioy y.wx cane acquatico, o 
di fiume ; ed il Salvini spiega 1' interpretazione di Eustazio dicendo che 
il canis Jluvialilis è quello che va a caccia nei Jiutni. 

fa) Iliad. X v. 261. Traduzione del cav. Monti. 

(3) Winckelmann non è lontano dal credere , che il pileo d' Ulisse 
tanto simile alle berrette de' marinari scolpite ne' monumenti antichi , e 
particolarmente in quelli degli Etruschi, ed anche a quelle de' marinari 
levantini d' oggidì , possa essere un simbolo de' grati viaggi eli ei fece 
per mare. Monura. Ant. png. 20S. 



l'I DELLA GRECIA 

giunta di varie parti , e di varj ornamenti presero una nuova for- 
ma , più decorosa , più guerresca e meglio atta alla difesa. Negli 
elmi propriamente detti, il cui uso era già comunissimo ne' tempi 
Omerici , due parti specialmente distinguersi debbono. 
Frontale. 

E in primo luogo il frontale , clie s" inoltrava sul viso in gui- 
sa da proteggerne la fronte. Esso dai Greci dicevasi uiTùwroy, fronte'. 
e portava pure il nome di yv.iio-j , suggrundium, dal fare all'el- 
mo ed al capo quasi la stessa funzione di quella che fa la 
grondaja de' tetti alle case , siccome scrive A\ inekelmann se- 
guendo gì insegnamenti di Polluce: era fisso immobilmente all'el- 
mo , nel clic vuol essere ben distinto dalla visiera mobile , della 
quale non troviamo ne' tempi eroici menzione : avea la forma di 
un triangolo acuto , o di una sezione conica in maniera elle il 
guerriero col piegare dell' elmo , quasi tulta potesse coprire la 
faccia. Il frontale perciò rappresentava talvolta i lineamenti di un 
volto : due fori corrispondevano agli occhi , perdio vedere si po- 
tesse il nemico , e sovente un terzo foro serviva alla bocca per la 
i-espirazione. Tali sono per lo più gli elmi , che ne' monumenti 
veggonsi sul capo di Minerva. 
Cresta o cimiero. 

In secondo luogo notarsi dee negli elmi la cresta , ossia il 
cimiero j che formava la parte superiore , e che nei tempi ome- 
rici era composta di lunghe code di cavallo coi crini arricciati (i). 
Di forma si fatta è l'elmo num. 2 tavola 35, clie tratto abbiamo 
dai vasi Greci di Millingen. Esso nella pittura originale trovasi 
sovrapposto ad una colonna, clie sorge sul sepolcro di Agamenno- 
ne , e sulla quale si legge in greche lettere il nome dell' eroe. Veg- 
gansi anche gli elmi nello scarabeo , tavola 1 o , (2). Il cono del 
cimiero , ossia la cresta propriamente detta veniva talvolta compo- 
sta di oro e di altra scelta e preziosa materia : essa non meno 
che la parte inferiore e fluttuante ossia la criniera , era spesso 
dipinta di rosso , o di altri colori. 



(1) La criniera veniva inserita in una spe2Ìe di canale , detto òy),cj 
L* elmo aveva talvolta due , tre ed anche quattro criniere. V. Millin. 
Pdnt. V. des Vas. etc. Voi. I. pag. 4 1. N. (9). 

(a) È fama che i Carj sieuo slnti i primi a far uso del cimiero » in- 
torno a che si possono leggere Erodoto e Straboue. 



OFTHE 







i 






^ 



DELLA GRECIA 2^J 

Elmo di ^achille. 

Quindi è che Omero dà alla celata fabbricata da Vulcano per 
Achille fra gli altri aggiunti quello ancora di àMÒzkvov , varie get- 
tarti, che dal Salvini traducesi dipinta (i). La cresta soleva for- 
marsi alta , fulgida ed ondeggiante ond' eccitare lo spavento nel 
cuore de' nemici (2). Tale era la cresta dell'anzidetto cimo di 
Achille , che dal poeta viene così descritto : 

Stella parea 
Su la fronte il grand' elmo irto d' equine 
Chiome , e fusa sul cono tremolava 
L'aurea cresta (3). 

L' elmo del bellissimo e greco simulacro di Achille , che già 
conservavasi nella villa Pinciaaa , o Borghese , non è molto da 
questo dissimile (4) , e tale ci sembra pure 1' elmo nura. 1 , che 
tratto abbiamo dai vasi di Millingen (5). 
Elmi de' giovanetti. 

Dal libro X. dell'Iliade, v. 267 , ci si fa noto, che non tutti, 
gli elmi aveano la criniera ed il cono e che anzi gli elmi de' gio- 
vanetti erano di semplice cuojo e privi di cresta , perciocchf; il 
poeta parlando della celata , che Diomede , il più giovane degli 
eroi , in mancanza della propria ricevuta avea da Trasimcde, dice 
che questa era composta di cuojo taurino, senza fronte e cimiero, 
ed aggiugne che si chiamava y.ccxoàn'E,, barbuta , e che serviva a 
coprire il capo de' poderosi giovanetti. 
Elmo d' sltnfione. 

Di simil forma ci sembra 1' elmo d' Amfione , nura, 3 tavola 
35, tratto da un basso-rilievo della Villa Borghese } e tale è pure 
1 elmo dello stesso Diomede in una gemma del museo Stoschiauo. 

(1) Iliaci. XVIII- v. 611.. 

(2) Iliaci. III. v. 33 7 . 

(3) Iliaci. X. v. 38 1. Traduzione del cav. Monti. 

(4) Sculture del Palazzo dell» Villa Borghese. Roma. Pagliariui, 
179G, voi. I. Durn. 9. 

(5) PI. XLIX. La pittura del vaso rappresenta uu combattimento 
tra Achille e Mennone. La figura di Àc-dle vi è indicata col nome 
dell' eroe. 

Cosi. Voi. I. dell' Europa 1 8 



2^4 DELLA GRECIA 

Eustazio ci avverte che gli elmi venivano allacciati con una coreg- 
gia , che da Omero dicesi o/.ev^, e che passava sotto il mento (i). 
Elmo d' ^tjace. 

A cggasi il num. 4 , dove è rappresentato 1' elmo di Àjace , il 
figliuolo di Oilco , tratto da una pietra incisa dei Monumenti an- 
tichi di Winckelmann (2). 
Elmi de 3 semplici soldati. 

Gli elmi dei semplici soldati non avevano ne la cresta né la cri- 
niera , ma terminavano insensibilmente in un bottone , od in una 
putita , nella guisa che vedesi formato 1' anzidetto elmo di Anfìo- 
ne , oppure in una superficie liscia e convessa, siccome è l'elmo 
num. 5. Onesto piccolo elmo di bronzo è commendevole , dice 
il signor Caylus , per l' esattezza della forma, e per la preci- 
sione del lavoro ; esso ci mostra quale fosse anticamente presso 

i Greci la forma particolare di quest'arma Io ho fatto 

disegnare questo piccolo monumento con tutta la cura possibi- 
le (3). Varj altri elmi e di forma singolare possono dai nostri leg- 
gitori osservarsi nella battaglia rappresentata nella tavola 34« 
Berretta o fodera sotto V elmo. 

Prima però di chiudere quest'articolo è d'uopo avvertire, che, 
siccome gli elmi di metallo avrebbero potuto facilmente offendere 
la testa ; così ponevasi sotto di essi una berretta , che discendeva 
sino alle orecchie , e che secondo Ammiano Marcellino composta 
era di lana , del qual uso abbiamo un cenno anche in Omero 
( Hia^L X. v. 265 ). L' elmo talvolta era pure internamente co- 
perto di una specie di fodera , oppure intonacato di spugna (4). 

(i) Eust. Iliad. III. v. S71. 

(a) Un elmo colla coreggia che passa sotto il mento vedesi pure in 
varj monumenti, ed ano ne viene riferito dallo Spallard, tratto dn un 
basso-rilievo di Grotta Ferrata presso Frascati Versiteli iiber das Kostum 
der vorziiglichsten Vólker e( c. Wien, 1796. Erst. Theil. F. n.° 6. 

(3) Recueil d' Anliquités Egyptiennes , élrusq. grecq. etc. Tom. III. 
pag. a35. Questo piccolo elmo ha due pollici di lunghezza, ed un pol- 
lice e tre linee di altezza. Sembra che abbia servito per un voto, o 
per variare gli attributi di Minerva nelle piccole statue degli Dei Lari. 

(4) Winckelmann ( Monum. ant. pag. 208 ) ci avverte che in/atti 
ad un cimo antico di bronzo, che si conserva nel museo del Collegio 
Romano , rimane tuttavia attaccato un pezzo della fodera di feltro , 
Sema die, sotto più di un elmo di quei che miriamo alle Palladi , sì 



DELLA GRECIA 27 J 

Ora da tutto ciò che detto abbiamo , è cosa agevole il dedurre : 
primo, die ne' tempi eroici era ignota la visiera mobile: secondo 
che gli artisti del miglior secolo dell' arte non hanno giammai 
rappresentati gli eroi dell'antichità cogli elmi muniti di guanciali , 
o direm quasi di appendici atte a coprire , od a difendere le 
guancìe (i)" terzo, che sconosciuto pur era l'uso de' perniaceli j , 
ossia delle creste formate di penne. 

Corazza od usbergo. 

Nella seconda specie delle armi difensive riporsi debbono quel- 
le che servivano a coprire od a difendere il torso del soldato. Già 
veduto abbiamo che gli antichi eroi coprirsi solcano colle pelli 
delle fiere, eh' essi uccise aveano , e di cui quasi in testimonio 
del valore e della fortezza loro portavano le spoglie ; del che con- 
tinui esempi ci somministrano i poeti. Ma gli stessi eroi non isde- 
gnarono di vestirsi di un'armatura più nobile, più solida e più ro- 
busta, che chiamossi poscia col nome generale di 5ojoa^, corazza, 
usbergo. Ora nell' usbergo tre parti soleano generalmente distin- 
guersi. 

Sue parti. Balteo. 

Ed in primo luogo, p'rpa , il balteo , che era una fascia com- 
posta di lamine di metallo : essa cingea il ventre sotto la lorica , 
ed era perciò coperta di lana , affinchè offendere non potesse la 
pelle. Omero dice che la freccia da Pandaro lanciata contro di 
Menelao dopo d'avere tutta trafitta l'armatura dell'eroe, rintuz- 
zata poi dalla fascia non ferì che la pelle : 

e ancora per la fascia 

Si ficcò , che del corpo egli per guardia 
Portava , e per fortezza incontro ai dardi 
Che molto V aitò ; ma pur passolla } 
E leccogli lo strai la prima pelle (:>). 

dietro e intorno alla nuca, sì sopra l'orecchio scorsesi una specie o 
di panno o di tela che fa orlo , con certe fasce attaccatevi ila legarse- 
lo sotto il mento, rivolte poi in su e limasse sotto l'elmo. 

(1) Conviene nondimeno avvertire che tali appendici ciano già in 
uso ne' tempi omerici, giacché Omero, Iliaci. XVII. v. 29A, d;ce che la 
celata d' Ippoloo ucciso sul cadavere di Patroclo avea le guaucie di 
rame. 

(a) Iliad. IV. v. 13;. Traduzione di SuWiui. 



2^6 DELLA GRECIA 

Torace. 

In secondo luogo , il torace , che era la corazza o 1' usbergo 
propriamente detto , e che da tutte le parti copriva il busto del 
guerriero. Esso constava di due parti, l'ima delle quali difendeva 
il petto ed il ventre , e Y altra il dorso e le spalle : le due parti 
erano insieme legate ai lati, per mezzo di fibbie, o di ferma- 
gli (1). Di sì fatta maniera secondo Pausania formata era la co- 
razza di rame che si vedea su di un altare nella famosa dipintu- 
ra di Polignoto rappresentante il saccheggio di Troja. 
Usberghi in lino. 

Gli usberghi erano composti di varie materie: alcuni di lino 
o di canape torto, e ridotto in cordicelle , e perciò trovatisi ram- 
mentati gli usberghi bilici e tri liei , dal numero de' licci, ossia 
delle cordicelle poste le une accanto all'altre. Laonde Ajace, 
il figliuolo di Oileo vien detto da Omero nel II. dell' Iliade , v. 
5a8 "/.wc r jóvjr,i , portante l'usbergo di lino Qì). 

(i) Il luogo della congiunzione delle due parti dell' usbergo lasciava 
facilmente un passaggio alla spada del nemico, e soleva perciò conside- 
rarsi come il luogo dell'armatura più debole e meno difeso. 

(a) Sembra ebe 1' usbergo di lino e di canape fosse in uso partico- 
larmente nella caccia , perchè era leggiero , e non poteva ebe difficil- 
mente essere trafitto dai denti e dalle unghie delle bere. Esso secondo 
Pausania era rare volte adoperato nelle guerre. Colai foggia di usbergo 
era ai Greci provenuta dagli Egizj. Delle corazze di lino parla anche Ero- 
dolo ( Polymn. J. LXIII. ) e dice ebe furono io uso presso gli Assirj. 
Intorno al qual luogo del Greco Istonco leggasi la nota in. di Larcher, 
dove viene descritta la maniera , con cui a quest' uopo preparavasi il 
lino. Hi casses, dice Plinio, Hist. Nat. lib. XIX. cap. I. ( nempe a 
lino ) vel ferri aciem vincunt. Laonde queste corazze perchè più leg- 
giere, furono in molti paesi sostituite a quelle di ferro. Cornelio Nipo- 
te nella vita d' Ideiate scrive che questi mutavit genus loricarum , et 
prò ferreis , atque aeneis hneas dedit. Quo facto expeduiores milites 
reddidit. L'Heine però ( in vers. 53o Iliaci. II. ; è d'avviso ebe le co- 
razze di lino fossero usate principalmente dagli arcieri, e che il voca- 
bolo linothoi ràx , con cui viene chiamato Ajace, debba considerarsi co- 
me intruso, giacché quest'eroe non combatteva coli' arco , ma colla lan- 
cia. Ne' vasi d'Hamilton e di Milhn si veggono più volle i guerrieri col- 
l'asta, e colla corazza noudimeno di lino coi quali esempj viene cosi a 
confermarsi come vera e non supposta 1' anzidetta lezione di Omero. 
Nella tavola 5o del voi. II. di Millin sono due guerrieri , la cui coraz- 
za sembra fatta di varie pezze di tele , sovrapposte 1' une all'altre, e 



DELLA GRECIA 1~ "] 

Di metallo. 

Ma più comunemente le corazze composte erano di rame, o di 
altro metallo, ridotto in lamine, talvolta a più superficie in guisa 
che atto fosse a rintuzzare la punta di qualsivoglia arme. Sembra 
che nei più antichi tempi fossero in uso anche le corazze di cuojo 
artifiziosa mente preparato , ossia ridotto in corame. 

Di cuojo. 

Il Gaylus riferisce una statuetta di Mercurio abbigliato con una 
corazza , che pei riversi ond' ù accompagnata la parte anteriore 
del collo , chiaramente ci manifesta che l' artista ha voluto indi- 
care la materia, cioè il cuojo, di cui la finse composta (i). In 
Omero non troviamo fatta giammai menz one , che ne' tempi eroici 
fossero in uso presso i Greci le corazze a circoli , a scpiamme e ad 
uncini ; né esse rammentate pur sono da Enstazio nella lunga de- 
scrizione che questi ci lasciò degli usberghi (3). IN egli antichi mo- 
numenti ancora noi non vediamo tali corazze appropriate, che a 
quei popoli , che barbari dicevansi da Greci. La corazza copriva 
il busto del guerriero sino all'estremità dei fianchi. 

Cingolo. 

Ad essa veniva appeso od innestato un largo cingolo detto 
fyZy.x , che discendeva sino alle ginocchia : e che formato era a 
striscie di cuojo , o di altra pieghevole materia, onde impedire 
non potesse il movimento delle coscie e delle gambe. Questo cin- 
golo costituiva la terza ed inferior parte dell'usbergo. 

Tunica, calzoni. 

Sotto l'usbergo era la tunica , della quale parleremo altrove 
giacché la tunica militare solo nella piccolezza era differente da 
quella che solea comunemente portarsi. Sembra che sotto alla tu- 
nica fosse altresì una specie di calzone , giacché Ulisse nel II. del- 
l' Iliade sgridando Tersile minaccia di spogliarlo del manto e 

tessute, od intrecciate con fili di lino in maniera da formare quasi una. 
sottde materassa atta a difendere il corpo contro le punte, ed il taglio 
delle armi. 

(1) Ree. d' Antiquités etc. T. II. pag. 279. Alcuni sono anzi d'avvi- 
so, che il nome lorica, con cui i Latini chiamarono la corazza, derivi 
dal vocabolo tortini, cuojo, appunto perche le più antiche corazze erano 
di cuojo. V. Potter. Ardi, graeca. 

(2) Ad. IV. Iliad. pag. 991 et seq. 



5^8 DELLA. GRECIA 

della tunica, e di quelle vesti , che intorno cuopron la ver- 
gogna. Sul qual] passo ragionando Eustazio avverte che il poeta 
fece uso di una perifrasi , forse perchè inventato non erasi an- 
cora alcun greco vocabolo per denotare quella sorte di coprimen- 
to , cui i Romani davano il nome di braca o femòfalìa , e che 
da' Greci fu poi detto dvacyptàa. Il signor Mongez è d'opinione 
che un tal coprimento fosse probabilmente simile a quello de'sohlati 
Romani , i quali sulla colonna Trajana sono rappresentati colle 
brache , che loro discendono sino alla metà della gamba , e quivi 
si stringono intorno alla polpa. Ma sebbene i militari vestimenti 
de' Romani non molto differissero da quelli de' Greci , sembra non- 
dimeno che l' opinione di Mongez non possa si di leggieri con- 
ciliarsi colf etimologia del vocabolo xv<x%v60~x , che deriva dal 
verbo avccivcitiv , alzar su le vesti e mostrar la vergogna. Noi 
siamo perciò d' avviso che il coprimento, di cui parla Omero, 
non fosse che una specie di grembiule stretto tntt' all' intorno delle 
coscie , oppur anche V inferior parte della tunica , la quale allac- 
ciavasi alle reni , perchè non fosse d' impaccio al guerriero. La 
nostra opinione viene anzi confermata dall' autorità de' monumen- 
ti , perciocché nella Tavola XXXIX. del voi. II. de' vasi di Mil- 
lin , vedesi un giovane guerriero, che sta ponendosi la corazza 
sulla tunica, la (piale è in due luoghi succinta, e lascia scoperta 
i' inferior parte delle coscie. Una donna pensosa e mesta gli pre- 
senta colla destra l' elmo ed una fascia , e colla manca lo scu- 
do. Noi riportiamo intiere queste due ligure nei numeri 3 e 4 
tavola 3 j , come stanno nel monumento. 
Figure di usberghi. 

Due sole figure di usbèrghi noi presentiamo , ai numeri 607 
tavola 35, tratte ambedue dai vasi di Hamilton; poiché sover- 
chia cosa sarebbe il darne più esenipj , essendo quest'armatura 
quasi sempre di una medesima forma ne' monumenti , e molte po- 
tendosene vedere nell' anzidetta battaglia pel cadavere di Patroclo. 
Nella prima le due parti della corazza non veggonsi allacciate nei 
lati, ma pare anzi che con una specie di fascia unite siano al petto 
ed alle reni. E nell' una e nell' altra si distingue bastevolmente 
non solo la tunica che vedesi scendere oltre l'estremità del cingolo 
ma ancora il mantello , ossia la clamide , che sta allacciata nell'una 
al petto e nell' altra al ventre. 



DELLA GRECIA. 2J9 

Clamide 

Imperocché la clamide era un distintivo de' militari: essi iti tem- 
po di guerra la portavano al di sopra dell' usbergo, ed in tempo di 
pace , al di sopra della tunica. La clamide avea generalmente la 
forma di un lungo quadrato : la sua larghezza era per lo più 
eguale alla distanza , che passa tra il collo e la metà delle gambe 
di un uomo di alta statura ; la sua lunghezza era il doppio della 
larghezza (i). Essa serviva altresì di arme difensiva , allorché il 
guerriero veniva sorpreso dal nemico senza lo scudo. In tal caso 
egli l'attortigliava al braccio sinistro per riparare i colpi dell'av- 
versario. 

Fermaglio. 

La clamide era legata talvolta da un fermaglio che insieme 
stringeva i due angoli, ossia le due estremità dell'una delle due 
linee più lunghe: ma il più delle volte il fermaglio legava la 
clamide non negli angoli ma in due altri punti lungo la detta 
linea , e situati circa ai due terzi di essa. La clamide però , in 
qualsivoglia delle due maniere fosse legata, scorreva ed ondeggiava 
liberamente , sì che il fermaglio trovavasi ora sul petto , ora sul- 
1' altra spalla. Tutto ciò clie si renderà più chiaro coli' osservazione 
delle figure num. i della tavola 3y , tratte da un monumento ri- 
ferito da AVinckelmann , e rappresentante la restituzione del cada- 
vere di Ettore ai Trojani (2). Nella figura del più giovane dei 
due guerrieri si vede la metà della clamide che discende lun°o 
il petto sino alle ginocchia ; nell' altra figura è presentata la metà 
che discende lungo il dorso. E nell'una e nell'altra il fermaglio 
lega la clamide non agli angoli , che sono tutti e quattro liberi , 
ma in due punti lungo la linea superiore. Nel num. 2 , noi pre- 
sentiamo una clamide spiegata e corrispondente alla posizione di 
esse figure. La lettera A indica il primo angolo superiore ; B il 

(1) Conviene ben distinguere la clamide dalla clena , la quale era 
di quella assai più ampia , avea un tessuto grosso e velloso, e serviva 
perciò di coltrice o di tappeto per dormire. V. Homer. Iliaci. XXIV. v. 
649. Oclfi. III. v. 346 etc. abbiam detto che la clamide era di forma 
generalmente quadrata, giacche essa ne' monumenti , e specialmente nelle 
statue eroiche ci si presenta talvolta di figura ovale , e attaccala con 
un bottone al petto, od alla spalla sinistra. 

(2) Monum. ant. n.o i36. Veggasi anche V Encjclop. mèt/iod. Antiq. voi. 
I. pag. 24 PI. 55. 



0.8o DELLA GRECIA. 

primo punto scelto pel fermaglio; C il secondo punto ; D il se- 
condo angolo superiore ; E il secondo angolo inferiore ; F il pri- 
mo angolo inferiore. 

Gambiere o schinieri. 

Le gambiere, ossiano gli schinieri, detti dai Greci Jtv*j/w<Jeg « 
ocreae , costituivano la terza specie delle armi difensive. Intorno 
a quest' armatura ci avverte opportunamente Mongez , essere cosa 
difficile il descrivere i militari calzarne ntt de" Greci , poiché i per- 
sonaggi de' tempi eroici sono generalmente rappresentati midi : ed 
oltre di ciò , i piedi della maggior parte delle antiche statue sono 
restaurati. Laonde è d' uopo ricorrere ai bassi-rilievi , ne' quali non 
è cosa sì facile il distinguere le parti degli abbigliamenti. Osser- 
veremo dunque primieramente che Omero rammentando 1' armatu- 
ra delle gambe fa sempre uso del plurale y.yr,y.T^t: y e che perciò 
ne' tempi eroici ambebue le gambe venivano cogli schinieri coper- 
te, a differenza de' secoli posteriori, ne' quali fu introdotto il co- 
stume di far uso di una sola gambiera. In secondo luogo è d'uopo 
non confondere quest'armatura col calzamento ,• giacché l'una cosa 
era dall' altra diversa, ed anzi lo schiniere ponevasi talvolta sopra 
lo stesso calzamento , del quale parleremo altrove. Lo schiniere 
era formato di lastre di metallo , non copriva che 1' anterior par- 
te della gamba dal ginocchio sino al collo del piede, era die- 
tro alla gamba stessa legato per mezzo di coreggie ; ed affinchè 
offendere non la potesse veniva non altrimenti che la celata sovrap- 
sto ad un fedirò , o ad una sottilissima spugna. Esiodo nello scudo 
di Ercole, v. 122 , parla delle gambiere formate di splendido 
oricalco. Omero spesse volte le dice composte di stagno , e tali 
erano quelle fabbricate da Vulcano per Achille (1). In vece delle 
coreggie , con cui attaccare gli schinieri alle gambe usavansi tal- 
volta fibbie o fermagli d' oro o d' argento. Finalmente dee avver- 
tirsi che lo schiniere lasciava scoperte non solo le dita , ma anche 
la superior parte del piede. Sembra che quest' armatura fosse par- 
ticolarmente propria de' Greci , ai quali Omero dà sempre l'ag- 
giunto di ben calzati. 

Schiniere di Achille. 

Il num. 5 tavola 3y , rappresenta Achille, alla cui gamba 

(1) Iliad. XVIII. v. 6ia. 



DELLA GRECIA 1& 1 

diritta, e sugli stivaletti , ossia sopra il caliamento ordinario viene 
da uno schiavo adattato lo schiniere. Queste due figure son tratte 
da un basso-rilievo della villa Borghese, pubblicato da Winkel- 
mann, e rappresentante il figliuolo di Tetide, che sta armandosi 
per vendicare la morte di Patroclo (i). 
Di Castore. 

Il num. 6, e tratto da un vaso greco della Biblioteca Vati- 
cana, e rappresenta Castore che sta accomodandosi all'una gamba 

10 schiniere. Tiene il piede appoggiato sopra lo scudo , ed ha il 
corpo tuttavia nudo, giacché i guerrieri cominciavano ad armarsi 
dalle gambe (2). Gli schinieri num. 1 tavola 38, son tratti da una 
statua greca della villa Borghesi , e son riportati anche dal Lens(3). 

11 num. 2 , è tratto da un basso-rilievo pubblicato da Winckel- 
mann (4)« 

Scudo. 

U ultima , e la più importante delle armi difensive era lo 
scudo chiamato dai Greci àtndq, dalla particella a. e dal verbo (jr.1'^0), 
extendo , perdio lo scudo dal guerriero stendevasi contro i colpi 
del nemico. In grandissimo pregio esser solea quest'arme presso 
gli antichi Greci , talché ne' monumenti veggiamo sovente gli eroi 
non d' altro armati che di elmo , di spada e di scudo. Laonde 
riputato era a gravissima infamia il perdere questa specie d' arma- 
tura (5). Da principio gli scudi formati erano di vimini intrecciati, 
alla qual forma , allude Virgilio nel VII. dell' Eneide con quelle 
parole : 

Jlectwitque salignas 

jtmbonum crates 



(i) Queste due figure nell'Enciclopedia metodica son riportata in una 
posizione totalmente opposta a quella dell'originale. V. Antiq. T. L. PI. LVI. 
n.° 1. e Winckel. Monum. ant.11. i3a. 

(2) Anche questo guerriero non è dall'Enciclopedia metodica riportato 
fedelmente. Il Monlfaucon pubblicò pure questo monumento, ma sopra 
un disegno assai scorretto , e perciò egli ne diede una spiegazione che 
si allontana dal vero. 

C3) Costumes etc. fig. 3i. 

C4) Monum. ant. n.° 6. 

(5) Erodoto, Melpom. e. CLXXXI. scrive che i Greci ricevettero da°li 



282 DELLA GRECIA 

ed è fama che tali fossero gli scudi di Preto ed Acrisio, de' quali 
parla Pausania. Ai vimini vennero poi sostituite sottili assicelle di 
fico, di salice, di faggio, o di altra specie di lievissimo legno (1). 
Ma generalmente quest'armatura composta era di cuojo di bue , e 
perciò da Omero sono spessissime volte rammentati gli scudi bovini 
ò.'j-tòzz ficetcci (2). Varie pelli venivano insieme unite in guisa che 
formavansi diversi strati o piani frammischiati o coperti con lami- 
ne di metallo , del che molti esempj abbiamo in Omero. Lo scu- 
do era di figura più o meno circolare , e di altezza eguale alme- 
no alla statura del guerriero, sicché tutta coprire ne potesse la 
persona. 
Parli dello scudo. 

Due parti in esso specialmente distinguevansi ; y.ùyJ.oc, , la cir- 
conferenza dello stessso scudo; è^où.òq, detto dai latini limbo, 
ed era il centro , o la parte più rilevata , e convessa , la quale 
serviva non solo a rispignere o rendere nulli i colpi delle armi 
offensive , ma ancora a battere o disordinare gli stessi nemici. Ma 
cosa non è sì facile lo spiegare la maniera , colla quale i Greci 
ne' tempi eroici maneggiassero quest' arme , perciocché in Omero 
non trovasi cenno alcuno di manubrio , o di qualsivoglia guinza- 
glio , od ordigno con cui imbracciarlo. Da' varj luoghi di Ome- 
ro appare anzi chiaramente , che lo scudo era attaccato al collo 
con una striscia di cuojo detta dal poeta xelccyAv. Con tal mez- 
zo lo scudo nell' atto della pugna si faceva scorrere sulla manca 
spalla , e veniva sostenuto lungo il petto dal braccio sinistro , e 
nel marciare si gettava dietro le spalle , ed allora batteva sui cal- 
cagni. Laonde Omero dà Y aggiunto di talare , allo scudo di A- 
chille , e dice che tale scudo cadde insieme colla coreggia dagli 
omeri di Patroclo, allorché questi fu da Apolline percosso (3). 

Egiziani sì l'elmo che lo scudo, Di fatto gran somiglianza si trova fra 
gli scudi degli Egiziani , e quelli de' Greci ne' tempi eroici. 
Ci) Plin. Nat.Hist. lib. VI. cap. XL. 

(2) La parola latina scutum deriva del greco axì/COQ, cne significa 
pure cuojo. 

(3) lliad. XVI. v. 802. Il Goguet voi. II. pag. 36g, ediz. di Napoli, 
così opportunamente ragiona intorno ai difetti di sì fatti scudi, ed alla 
difficoltà di maneggiarli. Non poteva essere quest'arme, se non di poca 
utilità , e dovea cagionare molto imbarazzo ed incomodo , attesa soprat- 



DELLA GRECIA 



283 



Ornamenti degli scudi. 



Gli scudi , e quelli specialmente de' Principi , ossia degli eroi , 
erano il più delle volte sulla parte anteriore fregiati di varie scul- 
ture rappresentanti aquile , leoni ed altre fiere generose , oppur 
anche qualche divinità, o qualsivoglia parte ed opera della na- 
tura , il qual caso venne , secondo Erodoto , dai Garj introdotto. 
Scudo d' Agamennone. 

Così sullo scudo d' Agamennone vedovasi una Gorgone ; su quel- 
lo d'Ulisse era un delfino, simbolo della navigazione $ su quello 
di Partenopeo una sfinge che stringea tra le zampe un uomo. 
Nel num. 8 della tavola 35 , è figurato lo scudo del maggiore 
Atride. Esso è tratto da un basso-rilievo, che fu scoperto negli 
scavi jiresso Frascati , e che secondo Winckelmann rappresenta 
il trasporto del cadavere di Ettore. A maggiore illustrazione di 
questo scudo gioverà anzi il qui riferire le parole stesse del chia- 
rissimo commentatore: ce Lo scudo vedesi, come quello d' Aga- 
« melinone , ornato nel centro , secondo il solito , con una testa 
ce di Medusa ; e ciò ad imitazione dello scudo di Pallade , nel cui 
ce centro pose la Dea questa testa , anche perchè supponevasi che 
ce essa infondesse coraggio ai guerrieri, e perchè costoro si crede- 
cc vano sicuri da ogui sinistro incontro j talché appo loro eli' era 

ce come una specie d' amuleto Le teste di Medusa poste 

ce nelle armature e negli scudi sogliono essere schiacciate , distese 
ce e tirate per largo, come tante pelli scorticate d'un viso. L'an- 
ce tichità rimota di quest' ornamento provasi con la notizia del- 
cc lo scudo che Menelao , nel partirsi di Troja , dedicò e lasciò 
ce appeso nel tempio d' Apollo detto Branchide appresso i Milesj ; 
ce ove dicesi , che Pittagora lo trovasse tutto consumato dalla pu- 
ce tredine , perchè era di pelle , a riserva della testa di Medusa 
ce lavorata d' avorio , eh' era nel mezzo. Di color bianco è l' orna- 
re mento di mezzo degli scudi dipinti in due vasi di terra cotta 
ce della Biblioteca Vaticana , probabilmente per indicarne 1' avorio 
ce di cui era l'opera in questo sito ed un tal ornamento essendo 

tutto la sua mole immensa. Come poteva egli un soldato combattere, 
mentre poteva appena muoversi, non che operare liberamente? Oltre a 
ciò si perdeva la principale utilità dello scudo, il quale mi pare essere 
stato particolarmente destinalo a parare i colpi avventati contro il capa. 



28^ DELLA GRECIA. 

ce di materia diversa da quella dello scudo medesimo , vi voleva 
« perciò essere conficcato co' chiodi (i) «, 
Scudo di achille. 

Ma il più famoso degli scudi eroici è quello che ci viene de- 
scritto nel XVIII dell* Iliade , a cui il poeta finge essere stato 
da Vulcano fabbricato per Achille. ]Noi perciò crediamo pregio 
dell' opera il qui riportato , tavola 36 , seguendo le orme dell' il- 
lustre M. Qaatremére-De-Quincj (2). E siccome gli avvenimenti 
ed i coslnmi rappresentati in questo scudo non tutti appartengono 
all' arte militare ; così noi a mano a mano , e negli opportuni luo- 
ghi dell'opera nostra riferiremo le varie descrizioni di essi, li- 
mitandoci per ora a descrivere quelle parti soltanto che risguar- 
dano 1' arte militare , ed a non fare delle altre che la semplice 
enumerazione. Né dallo scopo nostro noi ci dipartiremo coli' espor- 
re le quistioni, le quali presso che infinite fatte furono intorno ad 
esso dai critici e dagli eruditi. Chi vago fosse di vedere quest'ar- 
gomento trattato con grande erudizione, potrà fra i molti altri 
scrittori consultare Dacier , Pope , Goguet , Caylus , Cesarotti , Les- 
sings , Hancarville , Gebelin , ed il celeberrimo Heine , presso dei 
quali vedrà pure posta ad esame la questione se allo scudo di O- 
mero , oppure a quello di Esiodo accordarsi debba l'anteriorità del- 
l' invenzione (3). 

(1) WinckcI. Mommi, ant. pag. 181. 

(2) Lt Jupiler Olj mpien, ou l'ertelo la sculplure antique eie. Paris 
De Bure Frères etc. 1 8 1 5. gr. in fol.° 

(3) 11 signor Quatremére dalla molliplicità stessa degli oggetti che sono 
nello scudo di Ercole, trae argomento per dimostrare che Esiodo se pare 
ne fu desso 1' autore , dee riputarsi ad Omero posteriore. « Gli oggetti, 
die' egli, che compongono quasi la totalità dello scudo di Achille , e che 
sono otto soltanto, formano la minor parte di quelli d 'Ercole. L'analisi 
deli-i descrizione di quest' ultimo gli dà per lo meno venti soggetti , 
ne' quali si trovano alcune ripetizioni e ridondanze, una grande molti- 
plicità di figure , ed un lusso di oggetti accessorj , che il disegno ridur- 
re non potrehhe nello spazio prescritto. Io non so se m' inganni, ma sem- 
brami esser proprio^ del gusto di chi scrive posteriormente , 1' amplifi- 
care piuttosto che ristriguere la materia , il mettere il molto invece del 
meglio, ed il dare in quantità ciò ch'egli dar non potrehbe in qualità; 
dal che potrebbe dedursi, che delle due descrizioni dello scudo, la più 
numerosa negli oggetti e nelle parti debb' essere la meno antica, e che 
se lo scudo d' Ercole è d' Esiodo, esso serve a dimostrare che Esiodo 

è posteriore ad Omero ». 



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DELLA GRECIA 28 

Descrizione che ne fa Omero. 

Aggiungeremo soltanto che questo scudo è importantissimo sì 
pei costumi che per le arti , posciachò esso ci fa vedere a qua! 
segno i Greci ne' tempi omerici giunti fossero nella scultura poli' 
croma , ossia nell'arte di scolpire sui metalli belle e grandi com- 
posizioni ^ e di vivamente esprimerli mercè di alcuni colori (i). 
Omero racconta adunque, che Vulcano pose nei fuoco rame du- 
rissimo, e stagno, ed oro prezioso, ed argento, indi mise 

(1) Non veggo nella storia antica , così opportunamente scrive il 
Goguet , alcun fatto, che possa servire quanto lo scucio di sic/alle a 
far conoscere lo stato e il progresso dell'arti in questi secoli. Senza 
parlar del pregio o della varietà del disegno che regna in quest'ope- 
ra , dee osservarsi primieramente l'unione de' diversi metalli, che Ome- 
ro fa entrare nella composizione del suo scudo , essendo in esso im- 
piegalo rame, stagno, oro ed argento. Indi osserviamo che fin d'al- 
lora sapeasi V ai te di rappresentare coli' impressione del fuoco sui 
metalli, e per mezzo della loro mescolanza il colore di oggetti diversi. 
Aggiugniamo a questo V incidere ed il cesellare, e si confesserà che 

10 scudo a' Achille è un' opera sommamente composta ed intralciata 

Vediamo nondimeno se nelle opere moderne possiamo trovarne alcuna , 
la cui composizione possa ajutarci a comprendere questo genere di ma- 
nifattura. Richiamiamo alla memoria que' lavori di oreficeria che face- 
vansi , già sono jlcuni anni ne' quali col solo ajuto dell'oro e dell'ar- 
gento in diverse maniere mescolati sopra un campo piano ed unito si 
rappresentavano diversi soggetti. Consisteva l'artifizio di questi lavori 
in un infinito numero di pezzetti riportati e saldati nella superficie 
dell' opera principale, i quali pezzetti erano tutti intagliati o cesellati. 

11 colore e le reflessioni della luce fatte dai metalli insieme col dise- 
gno staccavano in certa maniera i soggetti dal campo dell'opera, e 
li facevano comparire da se e spiccati. Si può congetturare che su que- 
sto gusto ad un dipresso immaginasse Omero di far lavorare a Vul- 
cano lo scudo d' Achille. Il campo di esso era di rame, ma interrotto 
e variato con molti pezzi di diversi metalli cesellati e scolpili. Diamo- 
ne alcuni esempj. Se Vulcano intende di rappresentare una vigna 

carica di grappoli di un'uva nera o matura, l'oro compone i tronchi 
delle vili, e queste sono sostenute da pali d' argento. Probabilmente 
alcuni pezzi d' accia jo polito e brunito formano i giuntili dell'uva nera. 
Un fosso di somigliante metallo circonda la stessa vigna, ed una paliz- 
zata di stagno le serve di siepe Tale composizione non lascia luogo 

a dubitare che al tempo della guerra di Troja l'arte dell'oreficeria non 
fosse giunta ad un grado sublime di perfezione presso i popoli dell' Asia , 
fra i quali mette sempre Omero la sede delle arti e degli artefici famosi. 

■ 



l86 DELLA GRECIA 

sul ceppo una grande incudine, e coli 3 una mano afferrò il 
grave martello, e coli' altra la tanaglia. Prese primieramente 
a fare lo scudo grande e solido , lavorandolo con artificio in 
ogni parte, e vi girò intorno un cerchio laminato , triplice, 
sfavillante, ed appiccollo aduna coreggia d'argento. Cinque 
poi erano le pieghe del medesimo scudo; ed in esso vi fece 
molti industri lavori con saggio provvedimento . Passa quindi 
il poeta a descrivere ciascuna parte dello scudo , ossia gli avveni- 
menti in esso rappresentati. Noi però ad oggetto di meglio illu- 
strare Y argomento , anzi che seguire 1' ordine della descrizione 
fatta dal poeta , terremo dietro a quello del signor Qnatremère , 
nel che vogliamo nondimeno avvertiti i leggitori, che le parti 
dello scudo sono nella tavola esattamente collocate colla medesima 
distribuzione che hanno nella descrizione omerica. 
Varie parti di esso. 

Il num. i , rappresenta la coltura dei campi; il num. i, la 
messe; il num. 3, la vendemmia; il num. 4, gli armenti de' buoi; 
A num. 5 , le pasture; il num. 6 , la danza dedalia; il num. 
7, la città in pace (1); il num. 8.. la città in guerra; il num. 
g , il cielo ; il num. 1 o , l' oceano. Ma non dovendo noi qui fa- 

(1) Fra i soggetti del num. 7, merita d'esser qui rammentato quello 
clie propriamente appartiene al Governo, ed all'amministrazione della giu- 
stizia. Dall' altra parte, dice il poeta, il popolo accorreva in folla alla 
piazza. Ivi due uomini contendevano per la multa di un uomo uc- 
ciso. L'uno appellandosi al popolo affermava di aver pagato appuntino, 

F altro negava di aver ricevuto cosa alcuna / banditoli reprimeano 

il popolo. Ma i vecchioni stavano seduti su liscie pietre nel sacro cerchio, 
ed i loro scettri erano nelle mani de' clamorosi banditori. Presi poi gli 
scettri, si avanzavano, e V un dopo l'altro projerivano la sentenza. Gia- 
cevano poi nel mezzo due talenti d' oro da darsi a quello che tra loro 
avesse più rettamente sentenziato. Tre cose pertanto souo a notarsi in 
questo lnogo relativamente al costume. Primo: l'amministrazione della 
giustizia non era affidata che ai vecchi. Era ben naturale „ dice il signor 
Bitauhè, di ricorrere alla prudenza dei vecchi in un tempo, in cui non 
vi erano leggi scritte: ora bisognerebbe ricorrervi appunto per la ragione 
contraria, voglio dire perchè ne abbiamo troppe. Secondo: il seggio, 
OTe si rendea la giustizia, era circolare, e repulavasi sacro. Sofocle lo 
chiama il circolar trono del foro. Terzo , i giudici finche assisi stanno 
ndendo le parti non tengono lo scettro, ma nell'atto di alzarsi a dare la 
sentenza, lo prendono dalle mani degli araldi; il che doveva nel popolo 
imprimere maggiore reverenza all'esercizio del sacro loro ministero. 



DELLA GRECIA ^87 

vellare ohe di ciò che appartiene alla milizia , esporremo letteral- 
mente ciò che Omero racconta intorno alla città in guerra, rap- 
presentata nel num. 8. 
Città in guerr a. 

L'altra città stretta era intorno dall' assedio di due ose»* 
citi di popoli risplendenti per le armi. Diviso era il consiglio 
degli assediami. Agli uni piaceva di dare il guasto, gli al- 
tri volevano diviso tutto ciò che racchiudevasi n eli' ameno 
castello. Ma gli assediati non erano tuttavia disposti a cede- 
re, anzi armavansi segretamente per un aguato. Le dilette 
mogli ed i bambolotti figli stando sopra il muro lo custodi- 
vano e con essi gli uomini trattenuti dalla vecchiezza. Quelli 
frattanto marciavano: precedevano i loro passi Marte e Pal- 
lade Minerva, vestiti d'oro ambedue, belli e grandi colle 
loro arme , e facili a riconoscersi , poiché i popoli al contra- 
rio erano alquanto minori. Essi come giunsero là dove con- 
veniva loro di porsi in aguato presso il fiume , dove era il 
beveratojo per tutti gli armenti , quivi sedettero involti nello 
splendido rame. jé. questi poi in disparte se deano due spioni 
de' popoli , osservando se mai vedessero pecore e curvi, buoi. 
La mandra appunto s'inoltrava; e la seguivano due pastori , 
che si trastullavano colle zampogne non essendosi accorti di 
alcuna insidia. Ma quegli altri di ciò presaghi si scagliarono 
loro addosso, e tosto si fecero a tagliar fuora gli armenti 
de' buoi e le belle greggie delle candide pecore; e di più ne 
uccisero anche i pastori. Gli assediatiti che stavano seduti nel- 
V adunanza, poiché udirono il molto strepito presso i buoi, 
tosto montando sui cavalli il pìede-in-aria-levanti , gli insegui- 
rono e gli ebbero tosto raggiunti (i). 

(i) Alcuni eruditi hanno creduto di potere da questo luogo congettu- 
rare, che a' tempi della guerra di Troja fosse già in uso la cavalleria pro- 
priamente detta. Ma i commentatori ci avvertono doversi l'espressione 
£©' 1t.~'j)v , su i cavalli, prendere come una sineddoche, giusta l'uso di 
Omero, e doversi perciò invece dei cavalli intendere i carri. V. Hevne 
Var. h'Ct. et Obs. ad Iliaci, lib. XVIII. v. 53 2. Indotto forse dall' espres- 
sione omerica presa letteralmente anche il signor Quatremére introdusse 
nello scudo d'Achille i cavalieri, invece dei carri, ciò che prima di lui 
fatto pur avea Boivin. JNoi abbiamo creduto bene di non alterare la coni- 



DELLA GRECIA 






Battaglia. 

Quindi arrestandosi pugna pugnarono lungo le rive del 
fiume : si ferivano a vicenda colle aste di rame. Ivi erano la 
Rissa , il Tumulto , e V esiziale Parca , che teneva vivo uno 
recentemente ferito , V altro illeso ancora, ed un altro già uc- 
ciso strascinava pei piedi di mezzo alla strage , ed intorno 
alle spalle avea una veste lorda del sangue de' guerrieri. S'ag- 
giravano essi come uomini viventi , combattevano e strascina- 
vano a gara i trucidati cadaveri. Noi ci dipartiremmo dallo 
scopo nostro ce riscontrare volessimo le poetiche bellezze, di cui 
questo squarcio omerico è tutto ripieno,- solo accenneremo ch'esso 
somministrare potrebbe il programma per una grande e terribile 
dipintura. 

Giustificazione degli editori per questa tavola. 

Forse a taluno de' nostri lettori sembrerà strana cosa ed inop- 
portuna , clie siasi qui da noi dato luogo ad una tavola non tratta 
da veruno degli antichi monumenti. A due considerazioni dee non- 
dimeno porsi mente ; ed in primo luogo , che nella totale man- 
canza di monumenti è forza ricorrere agli scrittori , e trarre dalle 
loro opere il costume dei tempi. Ora l'Iliade e l'Odissea conside- 
rare si debbono non come poemi soltanto, ma come le storie delle 
opinioni, delle consuetudini, delle arti, e delle scienze e delle 
costumanze , che od erano in vigore ne' tempi omerici , o state 
erano ad essi dalla tradizione tramandate. Laonde Omero venne 
eou ogui dritto dal nostro poeta appellato il 

Primo pittor delle memorie antiche. 

Per qual ragione adunque non ci sarà lecito il supplire talvolta 
alla mancanza de' monumenti coli' esporre per mezzo dell'arte quei 
fatti , o quegli oggetti , de' quali il poeta ci somministra non solo 
le descrizioni , ma le tracce ancora onde rappresentarli col soc- 
corso del diseguo , dell' incisione e del colorito ? E non operarono 
forse in simil guisa e Flaxman e Bartolozzi e Tischbein e tanti 



posizione dello stesso signor Quatreinéere col correggere la tavola, sem- 
brandoci di avere abbastanza provveduto all' anacronismo coli' avvertirne i 
lettori. 



DELLA GRECIA 289 

altri insignissimi artefici sì dell' Italia , clic d' ol tramonte ? In se- 
condo luogo , dee considerarsi , eli e gli stessi monumenti che tut- 
tora sussistono intorno ai fatti della guerra di Troja , appartengono 
a' tempi posteriori al secolo d'Omero; si che gli antichi artefici, 
di cui sono opera , non altro fecero che rappresentare in essi gli 
avvenimenti eroici seguendo le traccie del poeta. A noi pare per- 
ciò che non debba esserci imputato a delitto , se a loro imitazione 
sforzati ci siamo di rappresentare le cose eroiche, e di supplire 
talvolta alla mancanza dei monumenti. 
Armi offensive. 

Le armi da noi sin qui descritte non servivano propriamente 
che alla difesa , ci rimane ora a parlare delle armi offensive. Gli 
antichi popoli non di altre armi facevano uso per offendere il ne- 
mico che di quelle che dalla natura stessa venivano loro sommi- 
nistrate, siccome sono i sassi, le clave, il fuoco, le corna e le 
unghie. Essi non conoscevano ancora quelle macchine fatali , che 
dalla dura necessita , e dalla cupidigia dell'oro e della gloria fu- 
rono inventate. Laonde Orazio parlando di que' tempi , così si 
esprime : 

Unguibus et pugnis , dein fustibus atque ita porro 
Pugnabant armis 3 quae post fabricaverat usus (1) 

e celebre è ancora quel luogo del libro V. di Lucrezio, dove il 
poeta cosi favella : 

Arma antiqua manus , ungues , dentesque faere , 
Et lapides , et item sylvarum fragmina , rami , 
Et Jlammae , atque ignes 

Clava. 

L'arme pertanto più antica, e tutta propria degli eroi ne' tem- 
pi ancor favolosi era la clava; ed essa forse per tale sua antichis- 
sima origine fu data per distintivo alla Tragedia ', ciò che vedesì 
spesse volte ne' monumenti. Quest' arme era talvolta fatta di rame, 
o di ferro, e talvolta armata di punte specialmente nell'estremità, 

(1) Scrmon. lib. I. sat. III. 

Coit. Voi. I. dell'Europa. j 



1QO BELLA GRECIA 

Tale è la clava num. 3 tavola 38, che ne' monumenti di Win- 
ckelmann vedesi nella destra di mia statua di Marte rappresentata 
in un' antica pittura. Di ferro era pure la clava di Areitoo da Ome- 
ro celebrato , il quale vien detto clavigero , perchè non d' altre 
armi faceva uso che della clava (i). Ma dappoiché alla natura 
sottentrò 1' arte crudele ed ingegnosa nell' inventare nuovi stromenti 
per mietere la vita degli uomini , alla clava si sostituirono le aste, 
i giavellotti , i dardi , le spade e le frecce, 

Asia o lancia. 

Nell'asta, ossia nella lancia, due parti debbono distinguersi, e 
primieramente il fusto che era di legno; e per lo più di frassino. 
Laonde Plinio parlando di quest' albero dice: Procera haec ac 
teres , pennata et ip sa folio , multumque Honieri praeconio t 
et yichillis hasta nobilitata (2). In secondo luogo la cima che 
era di rame , della figura di un dardo , o diremo meglio di due 
piramidi tronche, ed insieme uuite perle basi, tagliente ne' lati, 
e nelle punte acuta. 

Doppia punta. 

La punta ne' tempi omerici essere solca talvolta doppia , cioè 
collocata in ambedue le estremità del fusto , in guisa però che 
quella del calcio , ossia della parte inferiore fosse dell' altra più 
stretta e meno lunga. Veggasi il num. 9 della tavola 35 , dove è 
rappresentata una lancia de' tempi omerici, tratta da' monumenti 
di Winckelmann. Colla punta inferiore l'asta veniva conficcata nel- 
la terra , allorché i guerrieri cessavano dalla pugna (3). Talvolta 
roteavasi l' asta in guisa di combattere , o di ferire con ambedue 
le punte (4). Il sollevare l'asta ed il tenerla in alto quasi librata 
ed immobile era l'atto con cui chiedevasi dal nemico parlamento, 
o sospensione d' armi (5). L asta comune nondimeno , cioè quella 
che propria era dei semplici soldati, vedesi generalmente rappre- 
sentata senza calcio , ossia senza punta alcuna nell' estremità infe- 
riore. Noi ne diamo la figura nel num. io tavola 35,, che è tratta 
dai monumenti del Winckelmann. 

(1) Hiad. VII. v. i36 e scg. 

(2) Plin. Histor. lib. XVI. cap. XIII. 

(3) Iliad. X. v. i5i. 

(4) Illad. XV. V. 278. 

(5j lliad, III. v. 77 e VII. v. 54. 



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DELLA GRECIA 29 1 

Dardo. Giavellotto. 

Oltre ciò clic in generale detto abbiamo intorno alle aste , è 
da notarsi che gli antichi scrittori ne distinguono due specie , colli 
prima delle quali pugnavasi da vicino , e nel maneggio di esse 
sono da Omero celebrati gli Abanti (i)j colla seconda, che pro- 
priamente alla specie de' dardi , o giavellotti appartiene , pugna- 
vasi da lungi , poiché veniva contro del nemico lanciata. Quindi 
è clie presso Omero nel libro Vili, dell' Odissea un certo Trasone 
si vanta d' essere sì abile nel lanciare l' asta , quanto altri non lo 
è nello scoccare la freccia. Ma non è cosa si facile lo stabilire la 
differenza fra queste due specie di aste. Pare che la seconda fosse 
meno lunga , più lieve , e non armata di punta alcuna nel calcio. 
Cotale foggia di giavellotto o dardo era talvolta , verso la metà , 
guarnita di una corda o coreggia ; onde potesse più agevolmente 
lanciarsi. Veggasi il riunì. 1 1 tavola 35 , tratto dai vasi greci di 
Tischbeiu. Gli eroi della guerra di Troja ne portavano ordinaria- 
mente due. 

Lunghezza dell' asta. 

L' asta propriamente delta vedesi ne' monumenti il più delle 
volte sollevarsi non molto al di sopra della testa del guerriero. 
Sembra perciò che la sua comune lunghezza non fosse che di un 
metro e q5 , e. o di due metri ed 11 e, 6 piedi, o sei piedi e 
mezzo (a). Veggonsi nondimeno in uso talvolta le aste assai lun- 
ghe , che proprie erano specialmente de' combattenti sui carri , e 
tali sembrano , essere state quelle , di cui usarono i Greci per di- 
fendere le navi , dette perciò scevro (3) , ed aste sommamente pe- 
santi veggiamo rammentate : tale era quella di Achille , che da 
nessun altro eroe maneggiarsi potea , siccome ci avverte Omero (4). 
La pugna avea generalmente principio dall asta , nò si metteva 
mano alla spada , se non dopo che quella erasi spezzata , o stata 
fosse contro del nemico lanciata. 

(i) Iliad. II. v. 544. 

(2) V. Eucyclop méthod. Anliq. PI. T. I. pag. 3i. 

(3) Dal verbo zovzsìv spingere la nave perchè vada innanzi, 

(4) L' asla in tempo di pace si conservava diligentemente in astucci, 
od in armadj di legno. Così nel primo dell'Odissea v. 329, leggiamo che 
Telemaco prese l'asta di Minerva, eia pose in ben pulito armadio, dova 
erano altre aste d" Ulisse il sofferente. 



3f)2 DELLA. GRECL4. 

Spada. 

La spada non era più lunga del braccio umano. Essa andava 
alquanto allargandosi verso i due terzi della sua lunghezza , e ter- 
minava in una punta non molto acuta. Di tal forma ci viene ge- 
neralmente presentata la spada de'Greci eroi nelle pitture de' vasi 
antichi e ne' bassi-rilievi. Veggansi i numeri ^ e 5 della tavola 38. 
Con essa ferire poteasi e di taglio e di punta. 
Elsa. 

L' elsa terminava in un pomo , che dicevasi y-ò/.m , fungo , 
perchè formato era per lo più a simiglianza di un. fungo (i), e 
di forma quasi eguale era la parte posteriore del fodero , detta 
perciò fungo essa ancora. La guaina conservava sempre la mede- 
sima larghezza. Il num. 12 della tavola 35, rappresenta una spa- 
da colla guaina, ed è tratto da un'antica gemma riferita dal Win- 
ckelmaun , nella quale crede quest' erudito di ravvisare Achille , 
che sta ritirato nel suo campo. Ivi la spada è appesa al tronco 
di una pianta. 
Cintura della spada. 

Gli eroi portavano la spada sospesa alle spalle per mezzo di 
una cintura. Essa pendeva loro sotto la manca ascella con pochis- 
sima inclinazione, ed in guisa che l'elsa toccava la mammella si- 
nistra. La cintura della spada era una fascia, oppur anche una 
semplice striscia di corame t siccome sembra che fosse quella della 
spada , che da Achille fu data a Diomede (2). Questa fascia era 
per un capo legata intorno alla guaina verso l' orlo , o sia l' aper- 
tura di essa , e traversando il petto passava sulla spalla destra , e 
quindi coli' altro capo metteva nuovamente alla guaina. Così vede- 
si generalmente nelle antiche statue eroiche appesa la spada $ e 
perciò il Winckelmann avverte gli artefici perchè non si discostino 
da questo costume (3). 
Pugnale. 

Alla guaina stava sovente appeso un pugnale, di cui sembra 

(r) V. Winckelmann. 3fon. ant. pag. 167. cap. Vili. 

(a) Iliad. XXIII. v. 8a5. 

(3) Intorno all'origine della spada , ed alla maniera colla quale veniva 
dai Greci portata , leggasi anche JMoulfaucon , Anliq. txpl. T. IV. pag. 
58 e seg. 



DELLA GRECIA 2p3 

nondimeno che rare volte si servissero i Greci nel combattere > 
usandone piuttosto invece di coltello ne' particolari bisogni , del 
qual costume abbiamo un esempio nel ILI. dell'Iliade, dove si 
racconta che Atride sguainato colle mani il coltello , {che sem- 
pre gli pendeva dalla grande vagina della spada , tagliò i 
peli dai capi degli agnelli. Non si può agevolmente determinare 
la forma dei pugnali , non potendosi essi per la p'ccolczza loro sì 
di leggieri ben ravvisare e distinguere ne' monumenti. Omero nel 
XV. dell' Iliade dice che i bei coltelli , coi quali gli Achivi ed 
i Trojani pugnavano vicino alle navi, erano col manico negro 
e col pomo. 
Scuri, accette, bipenni. 

Neil' anzidetto luogo Omero parla altresì delle scuri e delle 
accette o bipenni, e chiaramente distingue le une dalle altre. 
Le prime erano semplici , ossia armate di un solo taglio , o fen- 
dènte } le seconde erano doppie. Il nura. 6 tavola 38, presenta 
una bipenne, o scure a doppio taglio, e con lungo manico, tratta 
dai Mi n unenti antichi di Winckelmann. La bipenne num. J , 
col manico corto, è tratta dalle monete di Tenedos , alle quali 
serviva di tipo (i). Questi soli cenni abbiamo noi fatti alle scuri 
giacché il loro uso, siccome quello ancora de' martelli sì semplici 
che doppj ' era proprio non tanto dei Greci , quanto delle Amaz- 
zoni , e di altre barbare nazioni. 

màrchi. 

Ci rimane ora a parlare degli archi , delle frecce e dei turcas- 
si , intorno ai quali oggetti noi brevissimi saremo, essendo essi 
notissimi, e di forma comune a quelli di quasi tutte le antiche 
nazioni. Ora due specie di archi veggiamo specialmente in uso pres- 
so i Grecij ed in primo luogo l'arco scitico , eh' è fama eh' Ercole 
ricevuto avesse da Teutaro pastore della Scizia (2). Esso era assai 

(1) Gessa. I. Tab. 79, 11. ° 7. 

(2) Lycophron , Cassand. v. 56. et 91 5. Theocriti Scholiastes. Idyll. 
XIII. Alcuni autori furono d'avviso che 1' arco scitico avesse la figura di 
un semicerchio , per la ragione che 1' antico sigma de' Greci era scritto 
Come un C; ma nel marmo sigeo riferito da Chishul , che e della più re- 
mota antichità , il sigma trovasi scritto come una linea serpeggiante, ossia 
come il sigma moderno, e simile perciò all'arco di Ercole ne' monumenti. 
Aggiungasi che il Ponto-Eusino venne dagli antichi geografi paragonato ad 
uu arco scitico, appunto per le molte sinuosità, che s'incontrano nelle 
sue spo.nde. 



2^4 DELLA GRECIA 

curvo nelle estremità , ma pochissimo piegato ne mezzo , e perciò 
rappresentava in certa guisa la lettera 2, ossia il sigma dei Greci. 
Imperocché un pastore presso di Ateneo , descrivendo le lettere 
componenti il nome Teseo, dice che la terza era simile all'arco 
di uno Scita. Tale appunto è l' arco num. 8 tavola 38 , tratto da 
mia gemma del museo fiorentino (i), nella quale è rappresentato 
Ercole, che saetta gli augelli stimfalj ; e della medesima forma è 
pure 1 arco che vedesi nelle mani dello stesso eroe in due anti- 
chissimi bassirilievi della villa Albani. Gli archi della seconda 
specie erano leggiermente curvati nelle estremità , e si poco nel 
mezzo , che talvolta non molto si dipartivano dalla linea retta. 
Questo è generalmente 1' arco , che vedesi nelle mani d' Apolline, 
e tale è 1' arco num. 9 tavola 38 , tratto dalla statua capitolina 
di questo Dio , che è riferita anche da Winckelmann. 
Loro materia. 

Gli archi erano composti di legno, e talvolta di conia di ca- 
pre , giusta l' antico costume degli Sciti ; e di corno era appunto 
1' arco di Pandaro , di cui può vedersi la descrizione nel IV. del- 
l'Iliade : ma le estremità dell'arco, là dove metteva capo la corda 
esser soleano d' oro. 
Corda. 

La corda era composta di crini di cavallo contorti , siccome 
può vedersi in Esicliio , oppure di nervi bovini tagliati e ridotti 
in sottili coreggie (2). Il guerriero nel piegare l' arco traeva la 
corda verso la mammella destra , alla foggia delle Amazzoni , lad- 
dove a' nostri giorni , dice Eustazio vien tratta verso il destro 
orecchio. Così di fatto Omero fa che Pandaro si atteggi nell'atto 
di scoccare la freccia contro di Menelao. 
Frecce. 

Le frecce erano fatte di canna , o di legno assai leggiero. Due 
parti debbono in esse distinguersi ; la punta eh' esser solea di rame, 
ed il più delle volte uncinata, od adunca; l'estremità inferiore 
ossia il calcio con cui la freccia incoccavasi , e che era munito di 
penne, alla foggia di ali, ad oggetto di aggiungere forza e celerità 
alla freccia stessa , e di far si che pervenisse alla meta senza de- 

(1) Mas. Fior. Gemmae. voi. I. tab. 38 , a 0, 1. 

(2) Iliad. IV. v. 122. 




Vs 



2§6 DELLA GRECIA. 

do ancora dice che negli antichi tempi le armi erano di ra- 
me , del qual metallo facevasi per uso nella costruzione delle 
case, polche conosciuto non era il ferro (i). Ciò viene dimo- 
strato da Pausania con moltissimi esempj , che crediamo inutile di 
qui riferire. Plutarco nella vita di Teseo racconta che da Cimo- 
ne figliuolo di Milziade furono nel sepolcro di Teseo nelF isola di 
Saro scoperte insieme colle ossa dell' eroe anche le armi di lui , 
le quali erano di rame (2). A tutte le quali osservazioni può 
eziandio aggiungersi l'autorità di Lucrezio il quale ci avverte, 
che 

Posterìus ferri vis est aerisque reperto.; 

Sed prius acris erat , guani ferri cognitus usus. 

Presso di Omero troviamo altresì in più luoghi rammentato lo 
stagno. 
Stagno. 

Di questo metallo era in parte costrutto l' usbergo di Agamen- 
none , di cui il poeta fa la descrizione nel libro XI. dell' Iliade , 
e di esso composti erano i gambieri da Vulcano fabbricati per 
Achille. 
Oro , argento. 

Noi già veduto abbiamo che l' oro ancora e l' argento ado- 
peravansi onde accrescere splendore alle armi^ ma que' guerrieri 
che facevano pompa di armature composte tutte di questi preziosi 
metalli ci vengono dipinti come molli ed effemminati. Laonde 



(1) Oper. et. Dier, v. i{g. 

(2) Male nondimeno si apporrebbe chi da queste osservazioni volesse 
dedurre, che a' tempi omerici conosciuto non fosse assolutamente l'uso 
del ferro. Imperocché il Poeta nel IX. dell' Odissea v. 3go e segg. parlan- 
do dello stridore che il palo infocato produsse Bell' occhio, di Ulisse , si 
serve della similitudine di una scure rovente che dal fabbro veDga immer- 
sa nell'acqua, ed aggiunge che tale è appunto la forza del ferro, ser- 
vendosi del vocabolo oior,oov , che dinota appunto il ferro. Ma questo me- 
tallo esser dovea scarsissimo in que' tempi, siccome dimostreremo altrove, 
e forse serviva alla costruzione degli stronfienti dell'agricoltura, e de' me- 
stieri, più che a quelli della guerra, potendo di fatto nell' accennato luo- 
go il poeta alludere ad una scure propria de' fabbri o degli agricoltori. 



THE IHMET 
OFTHE 

university oF iLuania 



DELLA. GRECIA. 1^ 

Amfiniaco , clie recossi alla guerra tutto risplendente per le armi 
d'oro, viene da Omero nel II. dell'Iliade paragonato ad una 
imbelle femminetta. 
Guerrieri con carri. 

Noi chiuderemo questa parte del militar costume colla tavo- 
vola 39, nella quale sono rappresentali due carri giusta la forma 
già da noi descritta alla pag. ^43. Essa è tratta dai vasi antichi 
dell'Hamilton, e dai monumenti di Winckelmann , ed è composi- 
zione del benemerito nostro pittore il signor Angelo Monticelli. 
Qui gli scudi dipinti sono secondo il costume dei tempi eroici , 
vale a dire colla coreggia assai lunga e scorrevole in guisa, che 
dai guerrieri possano appendersi al collo , o gettarsi sulle spalle. 
I carri veggonsi sotto un doppio aspetto , cioè l'uno di fronte, 
e l'altro dalla parte posteriore, affinchè meglio si osservi e l'at- 
teggiamento de' combattenti , ed il modo di ascendervi. Affinchè 
poi si scorga più chiaramente la forma del timone , il pittore 
ha fiuto che l' uno de' cavalli caduto sia. Noi lasceremo che il 
lettore stesso riscontri in questa tavola la varietà delle armature, 
le briglie de' cavalli , il timone de' carri , tutte le p arti insomma, 
le quali ci sembrano colla massima evidenza espresse. 

Milizia de* Greci ne 3 tempi storici. 

Lo spirito militare de' Greci ne' tempi eroici , siccome già av- 
vertimmo non era molto dissimile da quello de' nostri cavalieri 
erranti ; uè la tattica di que' secoli fatti avea grandi progressi , 
posciachè l'esito della battaglia dal valore de' combattenti , più 
che dall' arte e dalla perizia dei duci dipendeva. 
La Grecia, maestra di Tattica. 

Ma pochi secoli dopo la caduta di Troja , la Grecia divenne 
madre e maestra de' più valorosi ed esperti guerrieri , che le altre 
nazioni ambivano di arrolare ne' loro eserciti , giusta il testimonio 
di Plutarco nella vita di Timoleontc. Imperocché dai brani, 
direm quasi , degli antichi popoli della Grecia , che ritornati erano 
dalla guerra di Troja , sorse un numero grandissimo di piccole 
repubbliche, le quali sebbene le une alle altre vicinissime pei 
limiti del territorio , aveano nondimeno diverse leggi , e con di- 
verse politiche costituzioni reggevansi. Animate esse da una vi- 



598 DELLA. GRECIA 

cendevole gelosia , venivano per lievissimi motivi spinte a guerra 
atroci. L' occupazione di un borgo , di un campo , di una spiaggia 
era talvolta un soggetto non di querele, ma di pugne sanguinose. 

dimore della patria. 

A questa mutua gelosia aggiugnevasi l' amore della patria, 
che ne' tempi storici divenuto era pei Greci una mania, anzi che 
un virtuoso ardore. Laonde educati fino da' più teneri anni nel- 
l' arte militare , in cui non mai veniva lor meno l' esercizio a 
cagione delle continue ed ostinate guerre, superarono tutte le altre 
nazioni non solo per l' ordine , per la disciplina e per la lunga 
esperienza , ma ancora per 1' audacia e pel valore. 

ardore guerriero degli Spartani.. 

Qual maraviglia perciò che sovente con un pugno di guer- 
rieri debellate abbiano poderose ed immense armate ? Ma fra 
tutti i popoli della Grecia , gli Spartani specialmente ottennero 
gran nome nell' arte militare ; perciocché tutte le costituzioni , 
tutte le leggi loro non altro scopo aveano che quello della guerra, 
talmente che tanti erano i soldati, quanti i cittadini della repub- 
blica (1). Né però essi temerariamente ambivano i pericoli e la 
morte; ma loro giocondo era, così scrive Plutarco nella vita di Pe- 
lopida del pari e il vivere ed il morire, purché V uno e V al- 
vo si facesse virtuosamente, come si mostra chiaro da' quel- 
la Epicedio , che dice: 

Costor morirò : né tenean per Bello 

Già il vivere, o il morir, se non quand' era 

A virtude congiunto e questo e quello. 

Scienza militare degli Spartani. 

Laonde con sapientissimo consiglio Licurgo voluto avea che i 
giovani non al coraggio soltanto ed al maneggio delle armi fos- 
sero addestrati, ma che essi in quelle famigliari assemblee da lui 
istituite, venissero eziandio ammaestrati ne' militari stratagemmi, e 
nella difficile scienza di ordinare e ben condurre gli eserciti,- con- 
ciossiachè i Lacedemoni , al dire dello stesso Plutarco, essendo più 

(0 Veggasi ciò che detto abbiamo intorno al governo di Lacedemone, 
ed alle leggi di Licurgo. 



DELLA GRECIA 2C)C) 

intendenti e più esperti di tutti gli nitri nell'arte della guerra, 
a nuli' altra cosa non ammaestrassero tanto ed assuefacessero 
se stessi , quanto a non vagare e a non confondersi quando 
sciolta si fosse la loro ordinanza ; ma far sapesse ognuno di 
essi da capitano e da soldato semplice, cosicché in qualunque 
parte colti Tea isserò da urgente pericolo atti fossero tutti 
egualmente a ben disporre i soldati non meno che a combat- 
tere. Per le quali cose non solo i Re barbari , e le straniere re- 
pubbliche ambivano d' innestare ne' loro eserciti qualche schiera di 
Lacedemoni, ciò che di Ciro il giovane, di Creso Re della Lidia, 
di varj Sovrani dell' Egitto , e dei Traci e dei Cartaginesi si rac- 
conta : ma le stesse greche repubbliche , comecché della libertà 
e gloria loro gelosissime , ad essi , quasi ad un comune rifugia 
ricorrevano ne' gravi pericoli della patria. Anzi allorché tutta la 
nazione contro di qualche potentissimo nemico collegavasi , gli 
Spartani comporre solevano il nerbo dell'esercito, e quasi di pro- 
prio diritto, ne assumevano il sommo comando (i). 
f r alore degli ^Ateniesi. 

I soli Ateniesi gareggiare potevano cogli Spartani pel valor 
militare; sebbene a quelli fossero inferiori nella saga cita e nella 
perizia dell' arte. Gli Ateniesi di fatto disputarono agli Spartani 
ara con propizia, ora con avversa fortuna il primato della Gre- 
cia , finché dopo la memoranda vittoria riportata da Gonone presso 
di Gnido ottennero F impero del mare. 
Loro perizia nelle guerre marittime. 

Da quest'epoca gli Spartani paghi della loro superiorità ne' cam- 
pali combattimenti lasciarono agli Ateniesi il vanto di ben con- 
durre le flotte, e di vincere ogni altro popolo nelle navali pugne, 
giusta 1' espressione di Senofonte. Imperocché la natura stessa del 
territorio dell' Attica posta quasi tutta sulle sponde del mare invi- 
lava gli Ateniesi alle marittime imprese : i Lacedemoni al contrario 
giacendo più lungi dal mare amavano meglio la terrestre milizia , 

(i) Tutto ciò che qui affermasi de' Lacedemoni , si dea prendere in 
un senso generale , giacché le altre greche repubbliche ancora ottennero 
talvolta per alcune favorevoli circostanze il massimo potere nella Grecia ; 
del che ci danno un esempio i Tebani , i quali mercè di Epaminonda « 
di Pelopida dallo slato della più umile abiezione sursero per qualche tem- 
po allo splendore ed al primato., 



3oO DELLA GRECIA 

alla quale venivano sino dai teneri anni esercitati , giacché Licur- 
go aveva loro vietata ogni impresa che condurli potesse in lontani 
e stranieri paesi (i). 
I] arte militare ridotta a studio , e sistema. 

Presso di queste due celeberrime nazioni la milizia formava 
uno studio , ed una scienza , che dicevasì arpocrrr/ia , cioè scienza 
del capitano. Laonde nel libro III. delle cose memorabili di 
Socrate si legge che questo filosofo conversando col figliuolo di 
Pericle, dopo d'aver rimproverata l'audacia di alcuni capitani 
che metteansi alla testa degli eserciti senza averne la necessaria 
capacità, così parla al giovane: Io son ben persuaso, che tu 
non sei a coloro somigliante , e che tu potresti render conio 
egualmente del tempo che impiegato hai nell* istruirti nella 
scienza della guerra, come di quello di cui facesti uso negli 
esercizj della palestra: m' immagino ancora, che da tuo pa- 
dre appresi avrai molti stratagemmi , e che d'altronde ne 
avrai raccolti tu stesso , per quanto ti sarà stato possibi- 
le. E Vegezio nella prefazione del] terzo libro parlando de' La- 
cedemoni così scrive: La storia degli antichi popoli c'insegna 
che gli ateniesi ed i Lacedemoni diedero le leggi alla Gre- 
cia ma nàtene non si distinse soltan to nelle armi : 

essa coltivò le scienze e le arti} laddove gli Spartani fecero 
della guerra il loro proprio studio. Si vuole , che questi stati 
siano i primi ad istruirsi intorno ai diversi avvenimenti delle 
battaglie ; eli essi abbiano scritte le loro osservazioni mili- 
tari ; e che giunti siano bentosto ti ridurre a regole certe, 
ed a principj metodici ciò che prima non sembrava dipen- 
dere che dal valore o dalla fortuna. Di là nacque lo stabili- 
mento delle loro scuole di tattica onde insegnare ai giovani 
gli artificj della guerra e le diverse disposizioni dei combat- 
timenti. All'esempio degli Spartani e degli Ateniesi si uniforma- 
rono pure gli altri popoli della Grecia , sì che la scienza militare 
divenne fra loro uno studio della massima importanza,, a cui 
spesso si rivolgevano a preferenza anche delle altre liberali di- 
scipline. Se non che lo scopo nostro non essendo quello di espor- 
re un trattato od una scienza , ma quello bensì di rintracciare i 
costumi e d'illustrarli co' monumenti , ci asterremo qui ancora 

(i)ì \ Potter , Arch graeca lib. III. cap. I. 



DELLA GnECU 3oi 

dall' entrare iti minute ricerche , e solo accenneremo le cose più 
importanti , quasi sfiorando ciò che gli antichi ne lasciarono 
scritto. 

Fanteria degli Spartani. 

E cominciando dai Lacedemoni , la loro forza principale con- 
sisteva nella fanteria gravemente armata, che Licurgo divisa avea 
in sei Polemarchie , che molta somiglianza aveano con quei corpi 
che oggidì chiamami battaglioni (i). 

Polemarchie. 

Il capitano di ciascuno di questi corpi chiamavasi Polemarco. 
Egli avea sotto di sé quattro Locagi , eh/ erano capi d' altrettante 
schiere , ciascuna delle quali comprendeva quattro Enomotie. 

Enomo tie. 

L' Enomotia era composta di trentadue uomini , che formavano 
quattro file. La truppa del Logaco perciò era di centoventotto 
soldati. Egli aveva sotto di sa due ufficiali immediati , ciascuno 
de' quali reggeva due Enomotie. Tali sono le divisioni indicate 
da Senofonte nel suo libro della repubblica de' Lacedemoni, ed 
annoverate da Tucidide ancora nella narrazione della prima bat- 
taglia di Mantinea. Il numero però dei soldati componenti le Po- 
lemarchie veniva più o meno aumentato secondo i bisogni , ma 
senza che fosse giammai alterata la costituzione primiera. 

j4.ccamy amenti. 

Senofonte accenna altresì l'ordine che dalle truppe tenersi so- 
lea negli accampamenti, i quali disposti erano per lo più in for- 
ma circolare , a meno che 1' esercito appoggiato non fosse ad un 
monte, o ad un fiume (2). 

Oulami. 

Licurgo avea pure stabilito un corpo di cavalleria , diviso in 
sei schiere che chiamavansi Oulami (3) , e ciascuna delle quali 

(1) V. Hist. de V Académie R. des Inscriptions etc. T. XL. Mémoire 
sur la guerre considérée comme Science par M Jolj de Maizeroy. Le pa- 
role Polemarchia , e Polemarco derivano dal verbo T.o).£U.è(xì , praelior , 
guerreggio. 

(2) Licurgo avea prescritta pei campi la figura circolare ad oggetto di 
evitare gli angoli del quadrato che sono inutili , ed auzi inducono debo- 
lezza. V Xenoph. de Lacaed. Repub. 

(3) Da cùlay.s? , confectum agmen, schiera serrata. 



3o2 DELLA GRECIA 

formava uno squadrone. L'uno dei due Re, per legge di Licurgo, 
comandava a tutto l'esercito, giusta il testimonio di Senofonte. 
Potere dei Re nelle guerre. 

Imperocché la divisione de' poteri nella guerra tanto temevasì, 
clic ai Re era vietato 1' uscire entrambi in campo. Da principio il 
il potere del Re nella guerra libero era ed assoluto, ma dappoi- 
ché venne deciso avere Agide imprudentemente operato conceden- 
do la tregua agli Argivi, fu decretato che 1' autorità del Re venis- 
[ se da un certo numero di consiglieri circoscritta. Il Re era altre- 
sì sotto la vigilanza degli Efori, da due dei quali non mai veni- 
va nella guerra abbandonato. 
Esercito degli u4 tenie si. 

Gli Ateniesi facevano pure consistere il nerbo de' loro eserciti 
ne' guerrieri gravemente armati. Anzi Erodoto narra , eh' essi nella 
battaglia di Maratona non avevano né cavalieri, né sagittarj, per- 
ciocché furono dai Medi beffati che cimentarsi osassero contra V e- 
sereito loro, che tanti arcieri e cavalli vantava. Ma i cavalieri ed 
i sagittarj non furono nell' Ateniese esercito introdotti che dopo la 
sconfitta di Serse, e solo nello scarso numero di trecento per cia- 
scuna specie, giusta il testimonio di Eschine. 
Strategi. 

Essendo Atene divisa in dieci tribù, dieci erano pure gli Stra- 
tegi o capitani , che all' esercito presedevano , giacché ciascuna tri- 
bù gelosa della propria libertà voleva un suo proprio capitano. Ques- 
ti dieci capitani comandavano a vicenda un giorno per ciascuno ; 
ma pari essendo la loro autorità , era spesse volte accaduto che 
cinque fossero di un parere e cinque di un altro , e che rimanes- 
sero perciò sospese le più importanti deliberazioni. 
Polermarco. 

Per provvedere a tal difetto fu aggiunto ai dieci capitani un 
Polemarco , il cui suffragio avea la preponderanza ne' consiglj di 
guerra. I capitani venivano eletti dal popolo; la loro carica non 
durava che un anno , e perciò ogni militare spedizione era quasi 
sempre da nuovi condottieri preseduta. Non fa d' uopo di molti 
argomenti per dimostrare quauto difettosa fosse siffatta disciplina, 
e quanto nella militare costituzione gli Ateniesi fossero agli Spar- 
tani inferiori. Laonde negli Apoftcgmi di Plutarco é celebre quel 
motto di Filippo, il padre del Magno Alessandro; ammiro, disse 



DELLA GRECIA 3o3 

egli, la fortuna degli Ateniesi: io nel corso della mia vita non ho 
ritrovato che un solo Generale, Parmenione, ma essi sanno a lor 
piacere trovarne uno tutti gli anni. Gli Strategi tenuti erano a ren- 
dere di sé stessi strettissimo conto, e perciò il comando delle trup- 
pe non veniva affidato ad alcuno, che non avesse figliuoli e che 
non fosse possessore di un campo tra i confini dell' Attica ; onde 
rispondere potesse della propria condotta con tutto ciò che l' uo- 
mo ha di più caro e di più prezioso. In alcuni casi straordiiiarj 
nondimeno veniva il comando dell' esercito affidato ad un solo ca- 
pitano, che dicevasi AuT;/.oà?wp del che varj esempj ahbiamo 
in Plutarco. Così Aristide ebbe un assoluto comando nella batta- 
glia di Platea , e Focione per libero voto del popolo fu per ben 
quarantacinque volte nominato supremo duce. 

Comandante generale ed assoluto. 

Agli Strategi seguivano i Tassiarchi , che erano pur dieci , 
giusta il numero delle tribù : a questi apparteneva il disporre gli 
ordini militari, il reggere i fanti, il regolare le marcie, il prov- 
vedere agli alloggiamenti, ed il cancellare dalla milizia i rei e 
gì' immeritevoli. 

Jpparchi, ec. 

Agli Strategi erano soggetti i due Ipparchi , o comandanti del- 
la cavalleria , cui obbedivano i Filar chi, l'ufficio de' quali era quel- 
lo di presedere ad un determinato corpo di cavalleria , di accet- 
tare i cavalieri , e di congedarli o dimetterli secondo le circostanze. 
Prima di chiudere quest' articolo , convien pure che qualche cen- 
no da noi si faccia intorno alla flotte. 

Flotta. 

Il loro supremo duce chiaraavasi Stolarcos , che significa pre- 
fetto della flotta. Esso veniva eletto dai voti del popolo. Ma il 
comando della flotta non era sempre affidato ad un solo prefetto, 
siccome ci si fa noto dall'esempio di Alcibiade, di ]\icia e di 
Lamaco , i quali nella Sicilia presedettero con pari autorità alla 
flotta degli Ateniesi (i). Non era pure determinata la durata 
del comando, giacché essa veniva più o meno limitata secondo le 
circostanze della guerra. Ogni nave avea il suo particolare capitano 
che prendeva il nome dalla nave stessa. 

(i) Noi parleremo delle navi e della tattica marittima nell'articolo della 
Marina. 



3o\ DELLA GRECIA 

Triecarchi. 

Cosi Triecarchi dicevansi i capitani delle triremi. Nella flotta 
erano diversi altri ufficiali, che avevano l' incumbenza di osservare 
i venti e gli astri , di regolare la navigazione , e di governare i 
nocchieri (i). 

Da tutto ciò che detto abbiamo risulta che i Greci eserciti 
non essendo composti di un gran numero di guerrieri, tutto do- 
veano 1' esito della battaglia al valore ed all' arte. La vittoria , che 
Milziade con soli dieci mila fanti riportata avea nell' Attica contro 
l'esercito Persiano, forte di ben cento mila fanti, e diecimila ca- 
valli, fece sempre più persuasi i Greci capitani, che un piccolo 
esercito animato dal coraggio e dalla emulazione , e diretto con 
arte e con saggezza non ha punto a temere di un altro più for- 
midabile che manchi di questi principi (2). 
Falange. 

Col calcolare perciò i differenti gradi di forza , col paragonare 
gli assalti e le resistenze , collo scoprire le regole e le proporzioni , 
per mezzo delle quali si potesse determinare la forza , che sul nu- 
mero , sull' ordine , sulla forma aver possono le cause fisiche e mo- 
rali, essi giunsero a comporre quel corpo sì formidabile, cono- 
sciuto sotto il nome ài falange (3) , in cui l'infanteria gravemen- 

(1) V. Potter. Arch. graeca , lib. III. cap. XIX. 

fi) I Greci della Jonia, sudditi della Persia, si erano ribellati. Dario 
dopo d'averli nuovamente sottoposti, volle Yendicarsi degli Ateniesi, che 
aveaoo loro prestato soccorso. Due de' suoi generali, Dati ed Artaferne , 
invasero l" Eubea con dugentomila uomini, ed abbruciarono la città di Ere- 
tria. Dati passò quindi nell' Attica. Gli Ateniesi attendevano un rinforzo 
di Lacedemoni: intanto il pericolo andava crescendo, e già traltavasi O 
di combattere senza aspettare il soccorso , o di rinchiudersi nella città. A 
persuasione di Milziade fu deciso che venisse affrontato il nemico. L'im- 
mensa superiorità del numero de' Persiani non ispavenlò quell'uomo gran- 
de, e non impresse alcun terrore nelle sue truppe, le quali erano compo- 
ste di cittadini scelti, che pronti erano a morire piuttosto che sottoporsi 
alla schiavitù. Esse inoltre confidavano sommamente nella propria discipli- 
na , e nella virtù de* capitani. Milziada scelse un terreno stretto, e sì fat- 
tamente disposto, che al nemico non lasciava luogo di poter visi stendere. 
I Persiani furono sconfitti} e da questa famosa giornata ebbe principio la 
gloria dei Greci. 

(3) A Milziade, a Senofonte, ad Agesilao, ad Epaminonda, e ad altri 
«ommi capitani , e non a Filippo il Macedone deesi V invenzione del cai- 



DELLA GRECIA 3oD 

te armata , F infanteria leggera e la cavalleria erano riunite nella 
proporzione la più naturale, e la più conveniente ai tempi, alle 
armi, ed alla maniera di pugnare. 
Varie jìgure della f alati gè 

Noi ci asterremo dal favellare del cuneo , delle colonne, della 

forjìce , del quadrato e delle altre figure, che prender solea la 

falange secondo il bisogno e la circostanza dinanzi all' inimico , e 

che veder si possono in Arriano , in Eliano , in Senofonte ed in 

Yesezio : solo accenneremo che la falange avea altresì il vautag- 



colo nella composizione della falange. V. Mezeroy. Ibid. pag. 52(5. Filippo 
non fece che perfezionare la falange, dandole un aspetto più terribile, e 
reudendola un corpo stabile e permanente. Ecco come da Arriano { Tucli 
ca e. XV 7 .) vieu descritta la falange Macedone. Terribile appariva a' ne- 
mici la falange Macedonica non pel battagliare soltanto, ma ancora per 
r aspetto , cui presentava. Imperocché V uomo armato combattendo stretto 
non più occupava che lo spazio di due cubiti. La lunghezza delle sarisst 
( così erano dette le aste de' Macedoni ) era di sedici cubiti , quattro dei 
quali si perdono tra le mani ed il capo di chi le tiene , dodici sporgono 
all' innanzi di ciascuno de'^rimi. Coloro che stanno nella seconda linea , 
hanno V asta , che , perduti due altri cubiti , sporge innanzi il tratto 
dì dieci. Quei che sono nella terza linea fanno sporgere le aste sino 
ad otto ed anche a pili cubiti; quei della quarta sino a sei ; quei 
della sesta finalmente a due soltanto. Ad ogni uomo adunque della 
prima fda sporgevano innanzi sei aste , /' una procedendo presso l' al- 
tra d' ambi due i lati , così che ciascun soldato protetto era da sci 
aste, e per tal guisa l'impeto di luì veniva a farsi più veemente per le 
forze di quelle. Coloro poi che stavano nella sesta linea , giovavano a 
que' dinanzi , se non coli' aste, almeno col peso della persona , rendendo 
così intollerabile al nemico V impelo della falange , ed impedendo agli 
ultimi il fuggire. Diodoro Siculo ( lib. XVI. ) ci avverte che Filippo im- 
maginò il perfezionamento della falange seguendo gli antichissimi principj 
di guerra, che fino da'tempi trojani erano in vigore, preso, cioè, l'esem- 
pio degli eroi , i quali nella gnerra Ti ojana battagliavano addensati , ed 
unendo scudi a scudi. Secondo lo stesso Arriano la falauge de' Macedoni 
era composta di sedicimila trecento ottantaquattro uomini gravemente ar- 
mali , di un corpo di veliti, il cui numero era la metà degli uomini gra- 
vemente armati, e di un corpo di cavalieri minori parimenti di una metà 
di cpaello de' veliti. Questa falange perciò era formata con proporzioni tali, 
che per esse poteva in due dividersi sino alla unità , e poteva ancora rad- 
doppiare celeremente il fondo della battaglia , ristringerlo , accorciarlo se- 
condo il bisogno. 

Cost. Voi. I. dell' Europa ao 



3(>f) DELLA GRECIA 

gìo di riparare con somma facilità le perdite; perciocché non for- 
mando essa che un corpo solo e fortemente addensato poteva agli 
estinti ed ai feriti prontamente sostituire altri soldati spingendoli 
per così dire dal proprio seno a riempirne il voto (i). Laonde le 
Greche falangi avrebbero vinte, od almeno stancate anche le Ro- 
mane legioni , se la mancanza d' unione fra i Greci , ed un infl- 
uita di altre cause morali già da noi mentovate non avessero pro- 
dotte le rivoluzioni , che passar fecero la Grecia e 1' Asia sotto il 
dominio di Roma. 
Emolumenti de' soldati. 

Ne' tempi eroici i soldati facevano la guerra a loro propria 
spesa : ma dappoiché 1' ambizione ed il desiderio delle conquiste 
indusse i Greci a portare gli eserciti oltre i proprj confini , fu d' 
uopo che lo Stato contribuisse agli emolumenti di ciascun guer- 
riero. E quanto a Sparta , Plutarco racconta che Lisandro avea 
fatto crescere lo stipendio a que' Lacedemoni , che sotto di lui 
militare doveano contro di Ciro. Tale sistema divenne tanto più 
necessario in Atene, i cui cittadini erano quasi tutti artigiani^ e 
con le proprie fatiche ed industrie si mantenevano (2). A quest' 
oggetto, ed anche per le altre spese della guerra, si conservava 
in Atene un tesoro pubblico, il quale ne' tempi calamitosi veniva 
aumentato coi doni sì pubblici che privati, e coi vasi sacri ancora, 
e colle suppellettili degli altari e dei templi. 
Coscrizione. 

Allorché intraprender si doveva la guerra , veniva innalzato 

(1) La falange , così Arriano, Tactica e. XIII., vuoisi talvolta di' 
sporre in lunghezza con certo agio, se il luogo il conceda , e torni accon- 
cio ; ed altre volte dispensi pih strettamente , affinchè col riserrarsi di- 
venuta più soda spingasi con maggior impeto contra il nemico. In s'unii 
guisa Epaminonda nella battaglia di Leuctra ordinò i Tebani , e presso 
Mantinea tutti i Beozj , formandone nuasi un cuneo, e fui iosamente lan- 
ciandosi fra i Lacedemonj. Ciò vien pure praticato allorché respingere 
si vogliono gli assalti de' nemici , e torna assai bene allorché si pileria 
contra i Sarmati e contra gli Sciti. Da questo luogo di Arriano si rende 
chiaro che la falange era quasi una macchina , la quale presentava fronti 
■varie , e diverse figure , secondo che dalle circostanze del luogo, del tem- 
po e del nemico era richiesto. 

(2) Nella repubhlica di 4tene ogni soldato d' infanteria avea due oboli 
al giorno, ed una dramma il soldato di cavalleria. Noi parleremo altrove 
dei valore delle mouele greche. 



tfELLA GHECIA 3oy 

liei foro un tribunale , dove agli Strategi , od al Polemarco era, 
dai Tassiarchi e dagli Ipparchi presentato il ruolo de'eittadini che 
avcano 1' età della coscrizione, che giunti erano cioè ai diciotto an- 
ni , e che non oltrepassavano i sessanta. La coscrizione facevasi 
con tale proporzione che un cittdino lagnarsi non potesse d' esse- 
re stato troppo sovente coscritto. In Lacedemone , dove tutti i cit- 
tadini erano soldati , veniva per ordine degli Efori proclamata 1' e- 
tà di coloro che prendere doveano le armi , e di quegli ancora 
che nell' esercito comporre doveano il corpo degli artigiani , giac- 
ché nel campo dei Lacedemoni racchiude vansi sempre le officine, 
e tutti quegli oggetti che proprj sono delle arti e dei mestieri j 
laddove gli Ateniesi e gli altri popoli trasportavano al seguito del- 
l' esercito insieme co' bagaglj le cose più necessarie , alla cui cu- 
stodia ponevano una scorta di armati (i). 

Sacrifìcj , Inni. 

I Greci eserciti nell* atto di marciare contro del nemico , face- 
vano sacrifìcj e libazioni agli Dii , e poscia intuonavano il Paeana, 
ossia l' inno di Marte. Dopo la vittoria cautavauo il Paeana di 
Apolline (2). 

Superstizione degli Spartani. 

Ma specialmente gli Spartani premettevano alla guerra tanti 
alti di religione, che talvolta per celebrarli tenevano sospese le 

(1) Ogni soldato Greco portava seco il vitto , cbe servir gli potesse 
per più giorni. Tal vitto consisteva per lo più in carne salata , cacio, 
ulive, cipolle e simili. A questo oggetto ogni soldato avea una sportel- 
l.i , o valigetta di vimini, detta yvhiav , della forma di un vaso lungo» 
e nelle estremità assai stretto. V. Svida , Pottero e lo Scoliaste di Aristo- 
fane. 

(•2) Il Paeana era propriamente l'inno d' Apolline, edera così detto 
o dal tema TZOCLd) , io nano, poiché questo Dio presedeva alla salute de- 
gli uomini; o da TCCÙstV, battere , perche Apoll'tne battuto aveva e vinto 
il serpente Pitone: ma in appresso chiamali furono Paear.i tutti i can- 
tici che s' intuonavano anche alle altre divinità; e presso di Senofonte 
leggesi che gli Spartani cantavano il Paena anche in onore di l\ettuuo. 
Essi nelle guerre cantavano spesso un Inno anche a Castore ed a Pol- 
luce. I Tebanì ed i Macedoni nell'atto di assalire il nemico invocavano 
Marte, non con un cantico, ma con altissime grida , giusta il costarne 
de' tempi eroici. V. Hist. de V Acadcm. /?. des Inscriptions etc. T. XL. 
Ilc'moire sur la guerre eomidérée cornine Science par M. Joly de Mai- 
zeroy. 



3o8 DELLA GRECIA 

più importanti azioni. Essi non uscivano giammai in campo né 
prima del pleniluonio , siccome già osservato abbiamo , né prima 
che il Re immolato non avesse a Giove conduttore ed agli altri 
Iddii un gran numero di vittime. Se gli auspicj erano favorevoli, 
il Piriforo , ossia il portatore del fuoco , prendeva dall' altare 
un tizzone acceso , e marciava alla testa dell' esercito sino alla 
frontiera . 

Fuoco sacro. 

Di là , fatti prima nuovi sacrificj a Giove ed a Minerva , e 
presi nuovamente gli auspicj, l'esercito marciava oltre, preceduto 
sempre dal fuoco sacro. I sacrificj si facevano col primo sorgere 
dell' aurora , col qual uso sembra clic i Lacedemoni avssero di mi- 
ra di essere i primi a sollecitare il soccorso de' celesti , giusta il 
sentimento d'Erodoto e di Senofonte. All'appressarsi del nemico 
veniva immolata una capra; e quindi i sonatori davano fiato ai 
flauti: a quest'istante, per legge di Licurgo, tutti i combattenti 
aver doveano una corona. 

Silenzio. 

Ai soli giovani clic stati erano scelti per dar principio alla pu- 
gna era lecito il gettare un grido di gioja e di marzial valore. 
Gli altri soldati , dall' Enomotarca sino all' ultimo guerriero , con- 
servavano un profondo silenzio. Tutto 1' esercito non anelava che 
alla vittoria, non ardeva che di amore di patria. Gli stessi vesti- 
menti del soldato spiravano in certa guisa terrore , poiché essendo 
di color paonazzo , cioè di un colore simile al sangue , non lascia- 
vano conoscere se chi il portava fosse ferito (i). 

Segni del comando. 

In varie maniere darsi solea ne' Greci eserciti il comando col- 
la voce del capitano , collo squillo della tromba , col fragore di 
uno scudo, oppure con segni visibili cioè con qualche movimento 
del corpo, della mano, della spada o di una picca (2). Al primo 
segno della pugna i soldati abbassavano 1' asta ( essa fuori di com- 

(1) V. Plutarco. Instit. Lac. Nelle antichità di Ercolano tom. VII. ta- 
vola III. vedesi la Pallade Spartana parimenti con veste paonazza. 

(2) E fama che Palamede sino tlai tempi della guerra di Troja sia 
stato l'inventore di alcuni segni militari: Ordinem exercitus , dice Plinio 
libro VII. cap. 56, signi dationem , tesseras, vigilia* Palamedes in- 
fluii li vjano bello. 



bELIA GRECIA 3 OC) 

battimento tenevnsi appoggiata alla destra spalla ) e lentamente e 
ben serrati marciavano contro del nemico. 
Segni col fuoco. 

Ma siccome nel bollore delle mischie gli anzidetti segni riusci- 
re potevano inutili a cagione o del romore de' combattenti e de 
cavalli, o della polvere e della distanza, o per moltissime altre 
circostanze , così facevasi specialmente uso del fuoco con materie 
lignee, o bituminose, che venivano accese a varie distanze. Quest' 
uso era conosciuto anche ai tempi di Omero, siccome può veder- 
si ucl XVII. dell' Iliade al verso 211 , e giovava ancora per tras- 
mettere le notizie da un luogo all' altro a grandissime distanze , 
poiché 1' esperienza avea insegnato che la luce consistendo nel mo- 
to di una materia più sottile dell aria, si propaga con somma ra- 
pidità e sempre in linea retta (1). Ma ne' tempi , de' (piali parlia- 
mo, i segni del fuoco non servivano soltanto per indicare grosso- 
lanamente un' azione ; ma al dire di Polibio giunto erasi a forma- 
re con essi Un linguaggio di convenzione, mercè del optale tutto 
esponevasi un avvenimento senza che nulla rimanesse di vago o 
d' incerto nello spirito di coloro , a cui volevasi parlare. Cosa trop* 
pò lunga sarebbe il voler cpii riferire tutto ciò, che da Polibio si 
narra intorno alle operazioni, che facevansi succedere le une al- 
le altre per istabilire una giusta ed utile corrispondenza fra le 
persone che per mezzo di si fatti segni comunicarsi volevano le 
le proprie idee. 
Metodo pei' V uso del fuoco nelle corrispondenze militari» 
Basterà l'accennare che il metodo era il seguente; primo, dispo- 
ni) Escbilo nella sua tragedia dell'Agamennone, ci dà di quest'uso 
la prova la più convincente. Clitenneslra dopo d'aver annunziata la cadu- 
ta di Troja, viene dal Coro interrogata come mai abbia avuta questa no- 
tizia, ed essa cosi risponde; Noi ne siamo debitori a liticano: lo splen- 
dore da' suoi fuochi è sino a noi pervenuto t un segno Ita fatto illumi* 
tiare un altro segno. Ai primi fuochi che si scoprirono sul monte Ida\ 
risposero i fiochi del monte sacro a Mercurio nell'isola d'i Lemnos. 
L'estensione delle acque che dividono quest' isola dal monte Atlios , fu 
bentosto dalle fiamme rischiarata, ed anche il monte di Giove fu imman- 
tinente coperto di fuochi Grandi tracjie di splendore sono 

giunte sino sul monte Arachneo ( era questo il luogo più vicino al Argo ed 
al palazzo degli Atridi ) Così è giunta l'importante novella che io t't ar- 
reco. V. Aesch. Agam. vers. 289 e segg. 



3 IO DKLLÀ. GKEC.IA 

nevansi perpendicolarmente tutte le lettere dell'alfabeto in quattro 
o cinque colonne, o linee sottoposte le une all'altre: secondo, que- 
gli che dar doveva il seguo, cominciava dal marcare l'ordine 
della colonna , ove ricercare doveasi la lettera , che si voleva indi- 
care: egli marcava questa colonna con una, due, o tre fiaccole, 
che alzava sempre alla sinistra, secondo che la colonna era la pri- 
ma, la seconda, o la terza, e così di seguito: terzo, fissata per 
tal modo l'attenzione dell'osservatore, indicavasi la prima lettera 
della colonna con una fiaccola, la seconda con due, la terza con 
tre, di maniera che il numero delle fiaccole corrispondesse esat- 
tamente al numero della lettera di quella tale colonna. Allora 
scrivevasi la lettera che stata era indicata, e con quest'operazione 
più volte ripetuta si giugneva a comporre le sillabe , le parole e 
le frasi. Quegli che dava il segno , avea altresì uno stromento 
geometrico, munito di due tabi onde conoscere potesse la diritta, 
o la sinistra di colui che dar dovea la risposta (i). Pi-ima di chiu- 
dere questo paragrafo, gioverà pure il far qualche cenno intorno 
al modo, con cui dai magistrati si trasmettevano ai Generali gli 
ordini che tenere si volevano segreti: 
Cursori diurni. 

Ciò si faceva generalmente per mezzo di certi corrieri lievcmen- 
le armati che dicevansi Huepoàpóixoi , cursori diurni, e che 
astutissimi erano e sommamente esperti nel sottrarsi alle indagini 
de' nemici. Tale fu quel Fidippide , di cui parla Cornelio Nipote 
nella vita di Milziade. 
Sditale. 

A tali corrieri afEdavasi 1' ordine scritto in guisa eh' essere non 
potesse , che dai soli comandanti inteso. Celebre a quest' uopo era 
lo G/.v~sù;n dei Lacedemoni , cosi detto da mevros, pelle, per- 
chè consisteva in uua bianca membrana della lunghezza di quat- 

(i) Il testimonio di Polibio, istorico certamente giudizioso e scevro da 
ogni sospetto di menzogna è confermato dalle autorità di Giulio Africano, 
di Tito Livio, di Vegezio e di Plutarco, i quali scrittori affermano che anche 
i Piomani facevano uso di siffatti segni. Conviene perciò conchiudere , che 
ai Greci era nota 1* arte telegrafica , intorno all' invenzione della quale si 
fece tanto romore ai nostri giorni. Leggasi intorno a quest'argomento il bel 
discorso dell'abate Sallier. Mètnoir. de Litlerat. de V Acade m. Koj'. des 
Inserì piions etc. Tom. XIII. pag. 400. 



DELLA GRF.C1A. 3 I I 

ti'o cubiti , clic attorniavasi ad un bastone col metodo seguente* 
Prendevansi due bastoni neri e di una egual dimensione. Uno 
di essi veniva consegnato al comandante nell' atto clic questi recar- 
si doveva alla guerra, l'altro si conservava presso il Magistrato* 
Allorché trasmettere si voleva una notizia al comandante, attorti- 1 
glìava si all'anzidetto bastone una lunga e sottile membrana con 
moltissime pieghe, e su di essa scrivevasi l'ordine o la notizia. 
La membrana veniva quindi levata dal bastone, e cosi sciolta non 
presentava più che parole mozze, confuse e prive di senso. Essa 
veniva spedita al comandante , che con egual metodo attortiglian- 
dola al suo bastone ne riuniva i caratteri, e leggerne potea lo 
scritto (i). 
Tessera. 

I Greci facevano pur uso di certa tessera , detta 
che era il contrassegno della sentinella , e che in tempo di guerra 
si portava dai soldati perchè potessero distinguersi dai nemici nel 
combattimento. In essa era scritto o qualche augurio, od il nome 
di una divinità o del supremo duce. Ma da questo contrassegno na- 
scevano sovente i più perniciosi efletti $ perciocché e veniva ritarda- 
la 1' azione , e tavolta avevano origine i tradimenti al dire di Tu- 
cidide accadde nella pugna fra gli Ateniesi ed i Siracusani. 
Sentinèlle. 

Le sentinelle erano di due specie» diurne le une, notturne le al j 
tre. Alcuni capitani , o prefetti scorrevano di notte tempo pei 
campo , onde esplorare se le sentinelle fossero Vegliatiti. A quest' 
oggetto usavasi ancora di sonare all' impro vviso una piccola cam- 
pana detta >uK&a>j } cui erano la sentinelle obbligate di rispondere 
con un grido j intorno a che veggansi Svida ed Aristofane nelle 
Rane. Alle sentinelle Spartane era vietato il portare lo scudo , 
affinchè prive di quest' arma di difesa, fossero più vigili Contri 
le sorprese del nemico. 
Vessilli. 

Svida e lo Scoliaste di Tucidide ripongono pure fra i segni 
del comando i vessilli, o le bandiere, all'alzarsi delle quali si 
dava principio alla pugna , ed all' abbassarsi da ogni conflitto ces- 

(i) V. Potter. Avch. Gr.lib. HI. cap. XI V. P induri Scholias. Ode FI, 
Oìjmp. Pi ut. in Lisandro, 



3 1 2 DELLA GRECIA 

savasi. Veduto abbiamo che Agamennone ancora presso di Ome- 
ro agitò per 1' aria un pezzo di porpora ad oggetto di raccogliere 
con tal segno i soldati. Ne' tempi storici la bandiera consisteva in 
un paludamento di porpora od anclie d' altro colore clic ponevasi 
in cima di un asta (i). Su tale paludamento vedevasi effigiato o 
qualche animale , od altro oggetto riguardante la città , alla qua- 
le il vessillo apparteneva. Così gli Ateniesi aveano nelle bandiere 
una civetta e l'ulivo, perchè la loro città era sacra a Minerva; 
i Tebani una sfinge in memoria jdel famoso mostro estinto da 
Edipo; i Messen j la greca lettera m, ed i Laccdemonj la a (2). 
Abbiamo altresì veduto clie ne' tempi eroici conosciuto non era 1' 
uso delle trombe ne' combattimenti, perciocché non vengono esse 
da Omero rammentate che nelle similitudini eh' egli prende dal 
costume de' suoi tempi , siccome ci avverte anche Eustazio (3). 
Trombe, Tromba Tirrene. 

Ora questo Scoliaste afferma che sei erano le specie di trom- 
be dagli antichi usitate (4), cioè la tromba di Minerva, quella d' 

(1) V. Pottero , ed anche Polibio verso la fine del libro secondo. 

(2) Negli antichi monumenti non si trova alcuna figura delle bandiera 
militari, perciocché le banderuole che nelle pitture de' vasi greci si veg- 
gono tra le mani di qualche cavaliere, non debbono considerarsi come 
insegne militari, siccome vedremo altrove. Cottone ancora e Cleomene 
usarono per segnale un pallio rosso in cima d'un 'asta. V. Polyen. Strate- 
gem. Canon, e Plutarch. in Cleomen. Anche Curzio narra che Alessandro 
perchè i soldati non bene udivano il suono della tromba, perticoni quae 
lindi que conspici possit , supra praetoriuni statuit. Ex qua signum emine- 
bat pariter omnibus conspicuurn , ed aggiunge che observabatur ignis no- 
ctu , fumus interdi'ti, lib. V. cap. 2. $ 7. 

(3) ILustat. Tom. II. pag ii3p, liti. 54 et segg. editto Romana. 

(4) Prima dell'invenzione delle trombe usavasi lo squillo delle conche 
marine o delle buccine. Quum vero a Tfrrhenis , dice Tzelze Comment. 
in Ljcophr. Cassandram, ìnventae fuere tubae , tum vel buccina/idi con- 
sutludo per cocìdeas cessavit. Questo Scoliaste però è d' avviso che sino 
dai tempi della guerra di Troja fosse in uso la tromba, indotto in errore 
dal 219 del VI. dell'Iliade, dove Omero prende appunto una similitudine 
dal suono della tromba. Dalla opinione di Tzetze dissente i Politi, il quale 
loda anzi Licofrotte perchè apposite ad personam Cassandrae loquentis , 
Heroicorum , seu Trojanorum temporum morem simpliciter repraesenta- 
•verit , curn , ante inventam tubam , concita seu buccina utebaittur. Quod 
enirn Homerus tubae etiam apud Graecos meminerit , non prò Trojanis 
certe temporibus , sed prò temporibus suis ipse est locutus. Ad Iliaci. E. 
pag. 1288 nura. 6. 



numit 



«wa»rr 



DELLA GRECIA. 3 I 3 

Osiride, quella de' Galati , la Paflagonica, la tromba de' Medi e 
la Tirrena. Di tutte le quali specie sembra che la tromba Tirre- 
na fosse nella guerra particolarmente in uso presso i Greci (1). 
E fama eli' essi ricevuta 1' abbiano da un Tirreno per nome Ar- 
conda clic recato erasi in soccorso degli Eraclidi, ottant' anni cir- 
ca dopo la caduta di Troja. Essa era diritta, lunga coli' orificio 
assai largo, e mandava un suono assai chiaro ed acuto, al quale 
Ulisse presso di Sofocle paragona la voce di Minerva (a). Di siffat- 
ta specie noi crediamo essere la tromba , colla quale un guerrie- 
ro nella tavola XXXVIII delle pitture de' vasi Greci di Millin- 
geu, vestito d' mia clamide e di una tunica doviziosameute rica- 
mata rianima il coraggio de' Greci in una battaglia contro le 
Amazzoni. Yeggasi il num. i della tavola 4° Q)- 

Buccina. 

In Vegezio troviamo pure nominata la buccina , eh' egli di- 
ce essere quella specie di tromba di rame , o d altro metallo , 
che formando un circolo si rivolge verso di sé stessa (4)- Ma que- 
st' autore parla specialmente della milizia de' Romani, uè saprem- 
mo si di leggieri decidere, se ciò ch'egli afferma, applicare sem- 
pre si possa ai Greci ancora, giacché non ci venne fatto di ritro- 
vare finora ne' monumenti ciò che basti a ben illustrare la presen- 
te questione. Noi di fatto nulla dir possiamo di certo nemmeno 
intorno alla forma della tromba di Minerva , la cui specie viene 
la prima da Eustazio rammentata. 

Tromba spirale. 

Che che ne sia però a compimento quasi delle nostre ricer- 
che noi crediamo bene di dare nel num. j , una tromba spirale, 
che vedesi nelle pitture de' vasi di Hamilton, e che ^forse essere 

(i) Diod. Sic. lib. V. Sepuhocl. Scoliast. ad Ajac. , v. i5. Clemens. 
Alex. Slromatum lib. I. , all' autorità dei quali scrittori si potrebbe aggiu- 
guere quella di molli altri. 

(a) Ajax Flagell. vers. 16. 

(3) Una tromba di simile forma vedesi pure nella tavola 5o. T. IV. de 
vasi d'Hamilton, edizione ori ginale. Ora queste trombe sono perfettamente 
eguali a quelle ebe veggonsi nel Museo Etrusco. Dal ebe giova concbiude- 
re ebe la tromba da noi descritta e veramente la Tirrena. 

(4) Tuba, quae directa est appellatili' Buccina, quae in semetipsam 
aereo circulo Jlectitur. Lib. III. e V. Iutorno alla buccina possono consul- 
tarsi il BartoHui De tib'iis veterum etc lib. III., ed il Bonanni, Gabinet- 
to Armonico, pag. 5i> ediz. di Roma ij23. 



3lf DELLA GRECIA 

potrebbe la buccina de' Greci (i). Nella pittura originale il guer- 
riero clic porta la tromba precede una quadriga. Egli quasi in 
atto di ospitalità, o di amicizia porge la destra ad un vecchio 
clic sta sedendo sotto di un portico. Dalla inferior parte della 
tromba pende un pezzo di panno, o di tela, che dire non saprem- 
mo di qua! materia sia composta (2). 
J^arj altri, stranienti di musica militare. 

Ma varj popoli della Grecia nel battagliare facevano uso del 
suono di altri stromenti ancora. Clemente Alessandrino dice che 
gli Arcadi combattevano al suono della zampogna a sette canne , 
i Cretesi a quello della lira , i Lacedemoni al suono del flauto (3) 
ed i Siciliaui al suono del plettro a due corde. L' asserzione 
di Clemente confermarsi potrebbe coli' autorità di molti altri scrit- 
tori , se non si trattasse d' una materia bastevolmente nota. Im- 
perocché i Greci erano cosi persuasi de' maraviglisi elFetti della 

(1) Voi. II. tavola 106 ediz originale. I guerrieri che accompagnano il 
carro, hanno la testa coronata d'alloro. Questa circostanza c'induce a cre- 
dere che sia qui rappresentato il ritorno d'un vincitore ne'giuochi olimpici. 
In quest' ipolesi il guerriero che ha la tromha , e che precede il carro f 
potrebbe essere 1' annunziatole della vittoria riportata dal figliuolo del vec- 
chio , cui egli stringe la destra. 

(a) Questa medesima figura vedesi nella tavola VI. del Museo Etrusco 
traila da un vaso del Dempstero ( Etruria. Rey. voi. I. tav. ^S. ). Il Bo- 
narroti è d'avviso che nella pittura di questo vaso sia effigiala Bellona Dea 
degli Etruschi, la quale preceda la pompa di un guerriero vittorioso. Il 
Passeri così la descrive : Illa curium triumphantis ducis , et pomparli prae- 
cedit , galea, pìctaque tunica insignis. Sinistra tenet tubarti j in plures 
spiras circurnvolutam , e qua dependet pannus , cujus fimbria in plures 
radios dissccta est. Ma nelle pagine 78 e 101 di questo volume noi già 
.•ivvertito abbiamo , che i vasi impropriamente delti Etruschi più alla Gre- 
cia che all' Etruria appartengono. Gli abbigliamenti delle figure dell'anzi- 
detto vaso sono totalmente Greci. Laonde noi non crediamo di male ap- 
porci coli' affermare che la tromba qui effigiata possa essere la buccina 
de' Greci. Che che poi ne sia , se i Greci hanno ricevuto l'uso della trom- 
ba dai Tirreni , ne verrà sempre per conseguenza che le trombe le quali 
si veggono ne'monumenti Etruschi dare ci possono 1' idea , o 1' immagine 
di quelle de' Greci. Nel Museo Etrusco, tavola 178, si trovano eziandio 
le buccine fatte alla foggia di corno , di cui diamo la figura nel mira. 3 
tavola 4°« 

(3) In Paedagogo , lib. II. pag. 164 edit. 1 G /, t . Noi parleremo della 
forma di questi stromenti nella parta che risguaida le belle arti. 



DELLA GRECIA 3 IO 

musica, elio reputavano quest'arte come importantissima nella 
scienza della guerra. Essi perciò al suono de' militari stromenti ac- 
coppiavano spesso il canto degli inni e delle odi guerresche. E 
certamente non ci ha cosa alcuna, che più atta sia a sollevare 
l'animo e ad accendere il coraggio , quanto una poesia vigorosa e 
sublime, che venga dall'armonia del canto e del suono accompa- 
gnata. Orazio cosi parla intorno al maraviglioso e fletto che dai 
versi di Omero e di Tirteo producevasi nel cuore de" guerrieri: 



Post Itos insignis Homerus 



Tyrtaeusque mares animos in martia bella 
Versibas exacuit (i). 

Effetti della musica militare, 

E cosa notissima che i Lacedemoni nella seconda guerra di 
Messene già avviliti ed abbattuti , andarono debitori della loro vit- 
toria a Tirteo. Somiglianti esempj legger si possono in Tucidide , 
in Senofonte ed in Polibio. Il suono de' flauti inoltre agevolava 
la lunghezza e la rapidità delle marce, rallegrava i timidi, e col- 
la variala regolarità delle cadenze reggeva i passi e ì movimenti 
de' soldati in guisa da formarne quasi una danza (2). Il poeta 

(1) De Art. poet. v. 4oi« « Se noi, dice il signor De-Maizeroy, troppo 
dominati non fossimo dall' uso , e da quella prevenzione, che ci fa credere 
per noi inconvenienti tutti gli antichi metodi, molti di questi potrehbero 
con un esito felice adoperarsi. I nostri maggiori che non istudiavano gli 
antichi , hanno nondimeno al pari di essi riconosciuta la necessità di ec- 
citare il coraggio de' guerrieri. I mezzi , di cui eglino usarono , sebbene 
imperfettissimi, furono presi nella natura stessa. 1 primi Francesi gettava- 
no delle grida confuse , come tatti gli altri barbari. Ne' tempi posteriori 
ciascuna truppa ebbe un grido particolare .... Essi si misero anche a 
cantare; e tale era , per esempio, il canto di Rolando, che conteneva le 
lodi di Carlo Magno. Guglielmo il conquistatore lo fece iutuonare dal suo 
scudiere Taillefer alla battaglia di Hasring , dove sconfisse Haroldo suo 
competitore al trono d' Inghilterra. Gustavo Adolfo .... avea 1' uso di far 
intuonare a' suoi soldati prima della battaglia una canzone vigorosa e mar- 
ziale, di cui era egli stesso 1' autore ». 

(2) E da notarsi che l'uso de' flauti e delle zampogne, come stromenti 
guerreschi, era già in vigore presso iTrojani, perciocché Omero dice che 
Agamennone udiva con ribrezzo alzarsi nel campo Trojano il suono di 
questi stromenti. lliad. lib. X. v i3. 



3 1 G DELLA GRECIA 

Filocoro presso di Ateneo dice clie i Lacedemoni entravano nel- 
la pugna con un passo misurato sul metro degl'inni di Tirteo, 
ed aggiugne, ch'essi soli conservato aveano l'uso della danza pir- 
itica come un guerresco esercizio (i). 
Danza pi ir Ica. 

Questa danza, che alcuni autori derivano fino dai tempi di 
Troja, poichò è fama , eh' essa giovato abbia a distrarre la greca 
gioventù dalla noja di quel lungo assedio , consisteva in un ben 
regolato movimento dei passi nelle marcie, ed in un metodico e 
direm quasi armonioso maneggio della spada , della lancia e dello 
scudo (2). Essa giovava sommamente a dare agilità e forza al 
corpo, ed a bene svilupparne le membra. Straberne scrive che 
Minosse la stabili il primo in Creta cento anni innanzi la guerra 
di Troja, e che Pirro figliuolo di Achille, da cui essa ebbe il 
nome, non fece che imitare quel legislatore introducendola nelle 
sue truppe. L' uso di questa danza era sì costante e generale eh' 
essa non solo aveva luogo come un utilissimo esercizio ne' militari 
accampamenti, ma serviva di trattenimento anche ne' teatrali spet- 
tacoli, del che ne fanno fede i più autentici monumenti. Nella 
tavola 4 J 3 noi presentiamo un saggio di sì fatta danza, che trat- 
to abbiamo da una pittura dei vasi di Hamilton riferita anche 
dal Baxter (3). L' armatura del petto dell' uno de' guerrieri sem- 
bra composta di tre piastre circolari e di metallo, attaccata al 
busto per mezzo di due coregge, che s'incrocicchiano sugli ome- 
ri , e discendono sino al cingolo sopra 1' anguinaja : due altre co- 
regge circondano la corazza sotto al petto, costume che fu poi 
seguito anche dai Romani. 

Dopo la vittoria facevansi pure solenni sacrifizj agli Iddii, in- 
torno al qual uso e da notarsi ciò di che ci avverte Plutarco nel- 
le sue istituzioni Laconiche , che gli Spartani cioè pei prosperi 

(0 I Lacedemoni servironsi pure talvolta della tromba per annunziare 
jiU' esercito il comando del capitano. Cosi essi fecero nella pugna di Selosia 
tra Cleomeue ed Antigono. V. Polyb. Iib. II. cap. 64. 

(2) Sembra ebe Ettore ancora alluda alla danza guerresca nel VII. del- 
l'Iliade , dove dice di movere i suoi piedi al suono di Marte. 

(2) E'iiz. di Firenze, voi. I. tavola Co. Baxter Th. An. Illuslration qf 
the Egyptian, Grecian etc. costume ctc. London, Setcbel , 1 S 1 4 * ia 
4. l'I. 22. 






mmmJi »f »utfn« 



DELLA GRECIA 3lJ 

successi ottenuti nella guerra colla forza e colle armi sacrificavano 
soltanto un gallo, ma quando la vittoria erasi ottenuta coli' astu- 
zia , col senno, e senza spargimento di sangue, immolavano a 
Marte un bue ; volendo essi denotare con quest' uso doversi sem- 
pre anteporre le vittorie col minor danno ottenute (i). 
Trofeo. 

Fu inoltre generale costume de' Greci quello d' innalzare ufi 
trofeo sul campo della vittoria \ ma tal trofeo non era per lo più 
che un tronco di albero, a cui appendevansi un elmo, uno scu- 
do, una corazza, ed alcune lancio spezzate. Il tronco era il più 
delle volte d' ulivo ; col quale uso alludevasi alla pace che nasce- 
re dee dalla guerra. La consuetudine per lungo tempo non per- 
mise, che si ergessero trofei di altra specie, o materia; perciò 
biasimata fu la vanità di que' popoli che primi ne innalzarono 
di bronzo o di marmo (2). L' iscrizione del trofeo era semplicis- 
sima, giacché non altro conteneva che il nome dei vincitori e dei 
vinti, o quello della divinità, a cui il trofeo era dedicato. Talvol- 
ta vennei'O pure innalzati tempj ed altari , come monumenti della 
riportate vittorie. Così i Dorj dopo che debellati ebbero gli Achei 
eressero un tempio a Giove : e così Alessandro di ritorno dalla 
sua spedizione nelle Indie inalzò altari di tanta altezza , che su- 
peravano le più eccelse torri, giusta il testimonio di Arriano. 
Ricompense. 

Le ricompenso de' soldati ne' tempi storici non erano gran che 
differenti da quelle de' secoli eroici ; consistevano cioè nella divi- 
sione delle spoglie de' nemici e degli schiavi fatti in guerra. Laon- 
de il diritto della guerra in questi secoli era barbaro tuttavia e 
crudele; perciocché i vinti condannati erano alla schiavitù, e le 
conquistate citta venivano interamente distrutte: conseguenza dice 
il Goguet, della costituzione repubblicana che dominava in questi 
tempi nella Grecia , e che accendeva ne' soldati una feroce anti- 
patia contro il nemico. 
Spoglie ostili ed armi consecrate agli Iddìi. 

Sembra nondimeno che più costante divenuto fosse l'uso di 

(1) Potter Avchaeol. gr. lib. III. cap. XII. 

(2) Gli Elei furono l'orse tra i Greci i primi, che dopo una loro vitto- 
ina contro gli Spartani innalzarono un trofeo di bronzo. V. Plutarcli. Quaest. 
Roin. e Paus. Eliac. 



3l8 DELLA GRECIA 

consacrare agli Dei una parte delle ostili spoglie. Erodoto racconta, 
clic Pausania con una parte della preda fatta sulF immenso esercito 
de'Persiani fece fondere ad Apolline Delfico un tripode d'oro, 
ed a Giove Olimpico una statua d'oro di dieci cubiti , ed una di 
sette a Nettuno (i) Anche le armi dei nemici venivano appese 
ne tempi, ed agli Dei consacrate (2). Né queste soltanto, male 
loro proprie ancora venivano da Gx-eci dedicate a qualche Nume, 
allorché essi dal tumulto della guerra passavano alla tranquillità del 
vivere privato. Ma le armi che si appendevano ne'tempj, erano prima 
ridotte aduno stato tale, che di esse prevalersi non polesssero i citta- 
dini nelle sedizioni e negli improvvisi tumulti. Per questa ragione to- 
glievasi agli scudi il guinzaglio onde non potessero imbracciarsi (3). 
Col declinare però dell'antica semplicità furono pure ai sommi ca- 
pitasi inalzate e statue e colonne con iscrizioni le loro gesta in- 
dicanti. Quest'onore nondimeno non venne che a pochissimi ac- 
cordato. L'ebbe fra gli altri Gimone ; ma fu rifiutato a Milziade 
ed a Temistocle. Anzi si racconta che a Milziade il quale non 
altro chiedeva in premio delle sue vittorie che una semplice co- 
rona d ulivo , un certo Socare in piena assemblea cosi rispondesse : 
O Milziade , tu otterrai tale trionfo , quando la vittoria sarà 
a te solo dovuta. In Atene era pure l'uso di porre nella rocca, 
come in un luogo sacro, le armi de' prodi : questi prendevano poi 
il nome di Cecropidi , cioè di cittadini nati dall'ingenua ed an- 
tica stirpe del popolo Ateniese. Talvolta al guerriero in premio 
del suo valore donavasi un' intera armatura , siccome di Alcibiade 
avvenne, allorché giovanetto intraprese la spedizione contro di Pò- 
tidea. 
Solenne ingresso de' vinci Lori. 

Sebbene presso dei Greci non fosse in uso il trionfo propria- 
mente detto, pure i vincitori talvolta entrai ano solennemente nelle 



(1) Calliope, lib. IX. cap. LXXX. 

(2) Ai soli Spartani, giusta il testimonio di Eliano , Var.Hist. Ub. VI. 
cap. VI. non era permesso lo spogliare delle armi i cadaveri dei cernici. 
Intorno alla €juale proibizione Cleomene diede la seguente risposta: « Per- 
chè non conviene il consacrare agli Dei le spoglie dei timidi, né l'ar- 
ricchire con esse uno Spartauo ». 

(3; Aristophan. Bquit. Act. II. Se. IV. 



DELLA GRECIA 3 I C) 

loro città: , adorni il capo di corone , cantando inni e squassando 
le aste. Essi erano segniti dai debellati nemici , le cui spoglie ve- 
nivano pubblicamente esposte, formandosene quasi uno spettacolo. 
Alcune leggi presso gli Ateniesi provvedevano altresì a qnc' solda- 
ti , cui nella guerra stato era troncato qualche membro , ed ai fi- 
gliuoli di coloro, che per la patria sparso aveano il sangue. E gli 
uni e gli altri mantenuti erano dal pubblico erario ; ma i secondi 
soltanto finche giunti non fossero all' età maggiore , nella quale 
epoca ricevevano un'armatura, e quindi erano da un pubblico 
banditore presentati al popolo , ed onorevolmente dimessi. Questi 
avevano pure le prime sedi negli spettacoli e nelle pubbliche as- 
semblee (i). 
Punizione dei codardi. 

Ma se grandi onori si davano ai pi-odi, non minori pene date 
venivano ai vili ed ai codardi. Imperocché i disertori erano alla 
morte condannati: quei che alla milizia si sottraevano , o che ab- 
bandonavano il lnogo , o l'ordine loro assegnato, costretti erano 
per una legge di Caronda a sedere per tre giorni nel foro con 
femminili abbigliamenti vestiti. A costoro non era in Atene per- 
messo né il portare corona, nò l'entrare ne' tempj , né l'assistere 
alle pubbliche concioni (2). Chi perduto avea lo scudo era con- 
dannato a grosse multe ed anche alla prigione. Le leggi perciò 
imponevano una multa anche a colui che con falsa accusa denun- 
ziato avesse d'avere taluno gettato lo scudo. Gli Spartani special- 
mente severissimi erano contro coloro che nella guerra dimostrati 
si fossero meno che forti e coraggiosi: perciocché essi erano da 
una legge obbligati od a vincere od a morire. I codardi presentarsi 
non potevano in pubblico se non con vesti sordide , e tessute di 
cenci , e colla barba tagliata solo per metà ; intorno al qua! uso 
veggasi Plutarco nella vita di Agesilao. Turpissima cosa ancora re- 
putavasi il contrarre nozze con costoro : ed era lecito ad ogni cit- 
tadino il far loro le più vituperevoli ingiurie e perfino il batterli. 
Quest'infamia passava in tutta la famiglia, talmente che per espiar- 
la le madri stesse non dubitavano d' uccidere al primo incontro i 
proprj figliuoli. 

(1) V. Hesyclùum et Svidam, Voc. A.$WOLZOl. et Acschineni in Ctesi- 
phontem. V. etiarn Lctertìum in Salone. 

(■2) Dcmostlienes Tiiuocratca. Acschines in Ctesipliontem. 



320 DELLA GRECIA 

slrmi , macchine , cavalleria de' tempi storici. 

Dopo tutto ciò clie detto abbiamo intorno alle armi de' tempi 
eroici, pochissime cose ci rimangono da accennarsi intorno a quella 
de tempi storici; perciocché le armi, trattone la maggiore O mi- 
nore grandezza , ben poco hanno presso i Greci variato. 

Elmi. 

E primieramente quanto agli elmi, essi sempre conservarono 
quasi la medesima forma, e non variarono che nelle parti e negli 
ornamenti 5 variazione sì grande, che difficilmente potrebbe in claa» 
si distribuirsi. À ciò si aggiunga, non essere nemmeno cosa sì fa- 
cile lo stabilire la differenza fra gli elmi Greci ed i Romani. 

Frontale mobile . 

ÌN e monumenti adunque de' tempi storici noi troviamo talvolta 
gli elmi col frontale che sembra essere stato mobile. 

Tali sono gli elmi num. 4 e 5 della tavola 4°> tratti, il pri- 
mo dalle pietre incise del Gabinetto di Firenze , ed il secondo 
dai Monumenti antichi di Winckelmanu. Questo chiarissimo au- 
tore è d' avviso che sia qui rappresentato Amfiarao uno de' sette 
eroi della guerra contro di Tebe , vate e ad un tempo sacerdote 
di Apolline. Secondo tale ipotesi l'artista in questo piccolo monu- 
mento , che ò di terra cotta , dato avrebbe all' elmo un frontale 
non proprio de' tempi eroici; anacronismo, di cui già detto abbia- 
mo ritrovarsi moltissimi esempj negli antichi monumenti. Che che 
ne sia però del personaggio qui effigiato * alcune cose assai impor- 
tanti notarsi debbono nell'elmo presente, ed in primo luogo la 
fronda d'alloro posta lungo la criniera, a cui fa quasi corona. In 
oltre l'elmo del nostro basso-rilievo, dice "\\ inckelmann , sem- 
bra spiegare la parola TptfflóAtta , 'Ipvzx).-iz , che leggesi ap- 
presso Omero , equivalente al triplex juba, che, secondo Virgi- 
lio , appartenevasi all' elmo di Turno; imperciocché vi si scor- 
gono due ordini di crini ritti e tosati, tramezzati poi da altri 
crini lunghi, che cadono giù di dietro, e che n eli' elmo dato 
da Stazio ad Jppomedonte erano di color bianco. Un elmo 
simile porta la Pallade incisa da jéspasio (ì). In quest'elmo, 
non meno che nell' antecedente ed in varj altri che osservare si 

(i) Monum. antichi num. 108. l'arte seconda pag. i^3.. 



DELLA GRECIA 32 1 

possono nella nostra opera, sì distingue cliiaram ente clic il fron- 
tale non è clic un'appendice attaccata all'elmo con due perni nel- 
le estremità , per mezzo de' quali poteva esso alzarsi ed abbassassi 
ad arbitrio del guerriero , ed in una maniera non mo Ito diversa 
da quella che si usa ne' frontali di alcune berrette de' nostri tem- 

Vcggiamo di fatto che questa specie di frontale conservava tut- 
tavia presso i Greci il nome di yeicrcrov , suggrundium, dal fare, 
come detto abbiamo alla pagina 161 , e come ci avverte anche 
Enrico Stefano, quasi la stessa funzione , che fa la gronda ja 
de' tetti alle case. Ora come mai il frontale formato nella guisa 
che vedesì negli elmi anzidetti, avrebbe potuto fare la finzione 
di grondaia , se stato non fosse costrutto e collocato in guisa da 
potersi all' uopo abbassare ? 
Elmi colle guance , colle penne ec. 

Noi ci lusinghiamo d' avere cosi bastevolmente dismostrato la 
probabilità che ne* tempi 3 de' quali parliamo, fosse pur invalso 1' 
uso de' frontali mobili negli elmi (i). Talvolta 1' elmo era muni- 
to ancora di due lastre, che difendevano le orecchie e le guance 
Veggasi il mira. 6, tratto dai Monumenti antichi del Wincke- 
lmann. Dopo la guerra di Troja troviamo altresì aggiunte talvol- 
ta le penne agli elmi, sebbene non sia possibile il determinar 1' 
epoca , in cui quest' uso abbia avuto cominci amento. Una delle 
Minerve del Campidoglio ha 1' elmo adorno di piume , e lo ha 
pure una Minerva incisa su di una patera nel Museo Etrusco. Due 
csempj noi presentiamo di siffatti elmi nei numeri 7 e 8 _, trat- 

(1) V. TIenr.Steph. Thesaurus tinguae graecae. Quest'autore ci dà la 
seguente etimologia del vocabolo y£l(JO0V é } Suggrunda seu Suggrundium, 
idest pars tedi promìnens, qua stillicidia a parietibus arcentur : e poco 
dopo soggiugne metaphoriee capitar prò eo omni quod suggrundarum in 
modum propendat, nel qual senso davasi questo nome anche alle sovraccidii. 
Nell'Enciclopedia metodica questa specie di frontale vìen detta visiera nio- 
bile.E da notarsi che gli autori di detta enciclopedia dopo d'aver affermalo 
( Auliq. Myth.lì. V. pag. 859) che gli elmi de' Greci non erano ordinaria- 
mente muniti di visiera mobile, nel tomo I poi delle tavole danno mol- 
tissimi elmi Greci che da loro diconsi di visiera mobile. Noi perù abbiamo 
creduto bene di scrivere col frontale, che sembra essera stato mobile, poiché 
non essendo così facile il distinguere ne'mouumcnti il modo, con cui questa 
specie di frontale fosse attaccata all'elmo, non possiamo in S'iTalla quistione 
che ricorrere agli argomenti di congettura. 

Cost. Fui. I. deli* Europa. 21 



$21 DELLA «RECU 

ti dai vasi di Hamilton, e due altri elmi con simili ornamenti ro- 
der si possono nella tavola 4 2 - ^ a no ' 1 non porremmo giammai 
fine a quest'articolo, se tutte recare volessimo le varietà degli 
elmi 
Elmi colle orecchie, colle corna ec, 

Basterà pertanto 1' accennare che nei monumenti veggonsi elmi 
greci colle orecchie assai lunghe ed imitanti quelle del cavallo e 
di altri quadrupedi, colle ali, colle corna (i), e persino con una, 
forma non molto dissimile da quelle degli elmi dei tempi de' fa- 
mosi nostri paladini. Il lusso poi all' antica semplicità sostituito 
avea tante e sì preziose decorazioni , che gli elmi vennero consi- 
derati non più come un' arma di difesa , ma come un elegante e 
pomposo ornamento. 
Elmo Spartano, Macedone ec. 

L' elmo però dei Lacedemoni conservava tuttavia 1' antica sua 
semplicità ; perciocché , al dire di Tucidide , non difendeva bas- 
tevolmeute la testa dalla punta delle frecce. Esso era simile^alle 
berrette de' Dioscori e di Ulisse; e lo Scoliaste di Tucidide è di 
avviso che fosse composto semplicemente di feltro (2). Anche i 
Macedoni sebbene di gravissima armatura coperti , conservarono 
l'uso di portare le celate di cuojo. Laonde Alessandro, al dire di 
Diodoro , fu leggermente ferito nella testa da un colpo contro di 
cui presentato non avea 1' elmo una bastevole difesa. Plutarco non- 
dimeno ci avverte che lo stesso Alessandro portar solca l' elmo 
adorno di una specie di collana di gemme nella parte inferiore. 
Elmo con diadema. 

L' elmo anzi non impediva che i Re non portassero ad un 
tempo anche il diadema ', perciocché Alessandro nell' inseguire i 

(1) Plutarco racconta che l'elmo del Re Pirro era sormontato da due 
corna di ariete. Nel Museo Capitolino ( Tom. III. Tav. ^S ) vedesi una sta- 
tua, che da alcuni antiquarj fu creduta rappresentare il Re Pirro, e da 
essa lo Spalart trasse un ricchissimo elmo, che riporta come autentico. 
Ma tale opinione fu con solidissimi argomenti rigettata come falsa da YViu- 
ckelinann , da Echcl e da Viscont:. Quest'ultimo antiquario e anzi d'av- 
viso che nella statua Capitolina sia rappresentato il Dio della guerra. An- 
che il Lens ed il Roccheggiani hanno seguita l'opinione volgare, e ripor- 
tano la statua capitolina come rapjjresentaute l'effigie del Re Pirro. 

(2) Lens. La costume eie. par G. II. Martini pag. 77. 7S. 






/j0^m 




DELLA GRECIA 3i3 

nemici avendo colpito Lisimaco nella fronte, slacciò il suo diade- 
ma , per fasciargli la ferita (i). Fu quindi introdotto presso 
gl'Imperatori Bizantini l'uso de diademi goleati, ossia degli elmi, 
che hanno nella parte inferiore un diadema talvolta ricchissmo di 
perle, o di gemme ; intorno al rpial costume vcggasi ciò che al- 
la pag. 223 già detto abbiamo. 

Lusso nelle armature de' successori di Alessandro. 
Ma specialmente i successori di Alessandro introdussero ogni sorta 
di lusso, di squisitezza e di magnificenza non nell'elmo soltanto, ma 
ben anco in tutta 1' armatura ; del che due soli esempi noi reche- 
remo ne' due preziosissimi cammei riferiti ne' numeri i e 2 , tavo- 
la 43. Nel costume degli Egizj tavola 10 num. t\ , noi abbiamo 
già riportato il bellissimo cammeo in cui è incisa l'effigie di Tolo- 
meo II. , Filadelfo, con Arsinoe sua prima sposa, e figlia di Lisi- 
maco, ce Gli ornamenti dell'elmo dell' armatura (così il Visconti 
nella sua Iconografia Greca descrivendone quel maraviglioso monu- 
mento ) sono degni di attenzione. Un gran serpente alato spiega 
le sue spire sulla parte dell'elmo che è più prominente: questo è il 
serpente di Cerere , divinità che i Greci d' Alessandria confonde- 
vano coli Iside degli Egizj. L'astro Sothls , ossia la canicola, astro 
consecrato da Memfi a questa Dea, s'inalza al disopra della testa 
del serpente. L' elmo è cinto da una corona d' alloro. La bella ca- 
pigliatura del Filadelfo, che fu l'oggetto de' versi di un Greco 
poeta contemporaneo , cade ondeggiando sul collo (2). La divina 
egida tessuta di scaglie e gueruita di serpenti gli tien luogo di co- 
razza : vi si vede la maschera della Gorgone , ed un' altra masche- 
ra barbuta colle ali alle tempie: questa è senza dubbio la figura 
del Dio del terrore, Phahog., che Omero avea di già posto su 
questa fatale armatura (3), nume ch'ebbe tempi m Roma e che 
dai Greci era riguardato , come il figlio ed il compagno di ?Jar- 
tc(4). Aon meno prezioso è il superbo cammeo, num. 1, del Ga- 

(1) lustrai Htst. Llb. IV. cap; IIL 
fa) Theocr. Id yl. XYII: v. io3., 

(3) Iliaci- V. v. 7S9, 

(4) Questo cammeo e in pietra sardonico-onice. Esso apparteneva già 
al gabinetto dei Principi Gonzaga di Mantova, d'onde passò ad arricchi- 
re il museo della Regina Cristina di Svezia: gi* era stato pubblicato 
ne Musei OJelscalco e Romano come rappresentante il ritratto di Ales- 
sandro con Olìmpia sui Madre: ultimamente apparteneva al gabinetto 
dell'Imperatrice Giuseppina. V. Visconti Icori; gr. voi. III. pag. 1109, 



324 DELIA G11ECIA. 

hinctto Imperlale di Vienna. In esso è pure Rappresentato il Fi-, 
ladelfo , ma in un età meno giovanile , della quale circostanza può 
ragionevolmente congetturarsi, che la testa femminile , clic gli 
sta a canto sia quella di Àrsinoe sua sorella , eh' egli sposò poi in 
età piò avanzata (i). Neil' elmo notarsi debbono primieramente 
le appendici o guance che coprono la barba , e sulle quali e 
scolpito il fulmine, simbolo dell' autorità regale; secondo, l'al- 
tra appendice che discende sul collo , ed è adorna d' una testa 
di Pane, che ben vi si distingue per le corna di capro, e per la 
barba selvaggia. Essa equivale alla testa del Dio del terrore, per- 
ciocché i Gentili riguardavano Pane come il nume da cui aveauo 
origine que' terrori , che panici erano detti. 
Elmo di Fallacie. 

Nel numero 2 è rappresentato il bellissimo busto di Miner- 
va in diaspro rosso , che pure appartiene all' Imperiale Gabi- 
netto di Vienna. Stosch , Winckclmann ed Eckel ripongono 
questo cammeo fra i più perfetti , che mai usciti sieno dalla 
mano degli antichi scultori. Esso porta in greche lettere il nome 
dell' artefice , che ò Aspasio. L' cimo essere non potrebbe nò più 
magnifico, ne più adorno. Sulla cima si vede una sfìnge sdrajata; 
più abbasso sono il Pegaso ed un grifone. Pausania racconta 
che la sfinge ed il grifone vedevansi pure sull' elmo della famo- 
sa Minerva di Atene , opera stupenda di Fidia. Minerva doma 
to avea il Pegaso prima di farne dono a Bellerofonte , e perciò 
onesto cavallo venne posto fra gli attributi di lei. La stessa Dea 
ebbe anche il soprannome di equestre , per avere nella guerra 
contra i giganti combattuto su di un carro tratto dai cavalli; al 
che sembra che alludano i cinque cavalli che sono nella parte 
donTclmo che copre la fronte. 
Corazze di Uno. 

I Macedoni conservarono pure l' uso di portare le corazze di 
lino a più strati; ma silfatti strati non bastavano a rintuzzare le 
armi dei nemici, perciocché Plutarco racconta che Alessandro sebbe- 
ne coperto fosse di doppia corazza di lino, corse a pericolo d essere 

(1} Di questo maraviglioso cammeo, clic è pure in sarclonico-oiiicc 
veggasi la descrizione, che ne l'i il cliiaiissiir.o Eckel. CJìvìx des Pierre^ 
^ravées , eie. PI. X. 



DELLA GRECIA 3 *4 f> 

trafitto da una freccia, clic bone addentro gli era nell'usbergo pe- 
netrata. Ificrate ancora , siccome già abbiamo avvertito , ■vedendo 
clic le corazze degli Ateniesi erano troppo pesanti perdio di ferro 
o di bronzo , cangiate le avea in altre di lino (i). Noi avremo oc- 
casione di vedere varie di siffatte corazze laddove parleremo de' 
certami ginnastici e degli spettacoli olimpici. Intanto un solo esem- 
pio noi ne presentiamo nel guerriero che nella tavola f\i , sta in 
piedi ed appoggiato all' asta , alla quale forse per negligenza dell'ar- 
tista manca la punta. La forma stessa e le pieghe della corazza , 
clic epiesto guerriero porta al di sopra della tunica, ben ci dimo- 
strano chiaramente ch'essa riguardarsi dee conie un tessuto di li- 
no o di canape (2). Degna di considerazione è pure 1' armatura 
dell' altro guerriero clic sta seduto. Essa non che una semplice 
tunica e succinta, a cui per mezzo di alcune coreggie che scendo- 
no dalle spalle, sono attaccati tre pezzi di metallo rotondi e cou- 
cavi, che sembrano destinati a difendere il seno ed il petto. Ne'mo- 
numcnti veggonsi talvolta le corazze prive d'ogni ornamento, ma 
formate con tale artifizio che tutto lasciano travedere il nudo. Di 
siffatta specie ci sembra esser cpi elio che riportiamo nella tavola 4° 
mini. 9 , tratta dai vasi di Millin. Questa bellissima corazza è de- 
gna di attenzione perche ci lascia altresì vedere il variato colore 
della fodera (3). 
Innovazione introdotta da Ificrate. 

Lo stesso Ificrate introdusse pure un cangiamento nell'uso degli 

(1) L'uso delle corazze di lino ebbe luogo sino dai tempi eroici, sic- 
come veduto abbiamo. Lessasi intorno a ciò la Dissertazione di Sidsmundo 
Lebrecht Hadelicb : De lineis veterum Heroum thoracibus , et de insigni 
illorum praestantia in re militari. Àclor. Acad. Magunt. Tom. IL pag. 672; 

(2) Q lesta pittura è tratta dalla tavola XLI. voi. I. dei vasi di iMillln. 
I! chiarissimo commentatore è d'avviso die sia qui rappresentata Iss/pilé 
clic "porge da bere a due eroi della prima guerra di Tebe. Non sarebbe 
questo il primo esempio, in cui véggasi un fatto eroico espresso con co- 
stumi non forse convenienti del tutto coi tempi. Lo stesso signor Millin 
ci avverte che il piccolo corpo rotondo die vedesi nel campo della pittura j 
rappresenta una focaccia sacra , ossia uno di que' simboli religiosi , d 
mistici die spesso s'incontrano sui vasi per indicare die questi hanno ser- 
vito nelle iniziazioni. 

(3) Una simile corazza vedesi ancora nella tavola LV. del voi: I del 
vasi di Hamilton , edizione di Napoli; 



&20 DELLA. GRECIA. 

Scudi. Imperciocché all'antico scudo dello aspis, ampio, gradissimo 
e difficile a maneggiarsi, egli sostituì la pelta verso 1' anno IIL 
dell' Olimpiade CI , 3^4 an ni circa prima dell'era volgare (3). 
Intorno alla quale innovazione d'Ilieratc è d'uopo nondimeno pre- 
mettere, ciò di che ci avverte Arriano, avere cioè i Greci a^te tre 
classi di truppe gli Opliti , i Psili ed i Peltasti.^ 
Gii Opliti, Psili, Peliasti. 

Gli opliti, die' egli, o truppe pesanti, avevano una corazza, uno 
scudo lungo ed una picca. I psili erano tutto l'opposto degli opliti ; 
non portavano né corazza, né scudo lungo, né elmo, né armatu- 
ra per le gambe. Essi non si servivano die di armi atte a slan- 
ciarsi , quali sono le frecce , i giavellotti e le pietre clie venivano 
-gettate o colla fionda o colla mano. I peltasti erano truppe più 
leggieri clie gli opliti, e più pesanti dei psili. La loro peltao scudo 
era più piccolo e più leggero dell' aspis , il loro giavellotto più 
piccolo clic la picca , o l' asta , ma più del giavellotto de' psi- 
li " . Ma dopo l' innovazione d' Ifìcrate più non trovansi nelle Gre- 
che truppe rammentati gli opliti , e sembra anzi che generalmente 
gli esereiti composti non fossero che dei psili e dei peltasti. Gonvien 
dire che sull' esempio d' lucrate anche Cleomene II Re di Sparti 
introdotte avesse alcune utili innovazioni nelle armature de'Lacede- 
mioni. Imperocché Plutarco l'acconta , che questo Rè accresciuto 
eli' ebbe il numero de' cittadini con ammettervi le migliori persone 
che fossero tra gli abitanti circonvicini, arrolò quattromila pedoni e 
gli ammaestrò ad usare invece della lancia, la sarissa a due mani, 
ossia l'asta lunga, e a portar lo scudo, non per la coreggia, 
ma inserito nel braccio. Ora gli Spartani non avrebbero potuto 
si agevolmente maneggiare ad un tempo la sarissa e lo scudo, se 
questo stato non fosse di una grandezza assai minore di quella 
ch'era in uso presso gli antichi (i). 



(t) Intorno ai J\z).xoci , peltae , veggasi la nota in di Lardici' sul primo 
libro della Spedizione di Ciro nell' Asia superiore. 

(i) Il signor abaie Founnout nel viaggio che fece nel levante negli anni 
1729 e 1730 scopri tra le rovine del tempio di Apolline in Amiclea città 
della Laconia ai piedi del Taigeto tre scudi Spartani , due de' quali erano 
scolpiti in rilievo su di una pietra di un grigio oscuro, e l'altro su di una 
pietra quasi nera. La forma de' loro contorni era ovale, in guisa però che 



DELLA GRECIA 32 J 

Scudo argivo. 

Nel num. io tavola f\o , noi presentiamo un esempio dello 
scudo argivo, dia chiamavasi ancora eoli' anzidetto nome di aspis. 
Esso è tratto dai monumenti antichi di Winckelmann , e fa baste- 
Vol mente conoscere il meccanismo delle anse , ossia dei due ma- 
nichi, o guinzagli, pel più grande dfc quali, che è verso il centro 
dello scudo , passava il braccio del guerriero ; il più piccolo che 
sta verso 1' orlo veniva stretto dalla mano (i). ]Negli scudi ovali 
affinchè potessero più facilmente imbracciarsi, il guinzaglio più 
grande era non nel centro , ma vicino all' orlo. 
Pelta. 

La pelta era uno scudo piccolo, leggiero e facilissimo a ma- 
neggiarsi j avea in una parte un' incavatura in guisa che pre- 
sentava generalmente la forma della mezza luna. Questo scudo 
era proprio delle Amazzoni e dei Traci , colla differenza che là 
pelta delle Amazzoni avea una sola incavatura , e quella de' Traci 
uè avea due. Noi crediamo cosa inutile il qui riferire alcun esem- 
pio della pelta , giacché i nostri leggitori possono intorno ad essa 
consultare ciò che da noi fu già esposto nel costume delle Amaz- 
zoni. Solo crediamo bene di avvertire , che i Greci non meno che 
le altre antiche nazioni usavano di ornare gli scudi coi simboli pro- 
prj della loro patria o nazione. 
Simboli negli scudi. 

Così nello scudo degli Ateniesi vedevasi per lo più la civetta, 
un leone in quello de' soldati di Micene, uri lupo in quello de- 

le estremila terminavano in una punta; ad eccezzione del terzo, che sor- 
gendo su di uà' altra pietra a guisa di trofeo, o di monumento sepolcrale 
non lasciava ben distinguere l'estremila itiferiore.il primo di essi aveva 3 
piedi ed 8 pollici di altezza ; 2 piedi ed 8 pollici di larghezza, e sei pol- 
lici di grossezza. Nei lati non aveva che una sola incavatura , dal che con- 
viene congetturare che il guerriero non se ne serviva che col solo braccio 
destro. Nell'una delle due estremità era scolpita la lettera a nell' altra la 
k , le quali dall' abate Fourmout credonsi indicare il vocabolo aak n. In 
mezzo allo scudo era una clava, dall'una parte della quale leggevasi iu 
greche lettere Arc/ddamus , dall'altra Agesilavi Jìlius. Veggasi l' Histoire 
de V Acade mie Royale des Inserì ptions etc. Tom. XVI pag. 101. 

(1) Il monumento è in marmo, ed apparteneva alla Villa Albani. Essd 
rappresenta un eroe genuflesso, abbandonato dalle forze, e moribondo; 
V. Monum. ani, num. 109. 



3'lS DELLA GRECIA 

gli Argivi, il cavallo nello scudo de' Macedoni e dei Tessali, ed 
in quello de' Siciliani la Triquetra , figura composta di tre gambe 
rappresentanti i tre capi o promontori della Sicilia. Talvolta in- 
vece di un simbolo vi si poneva l'iniziale del nome della città, 
a cui il guerriero apparteneva , e perciò negli scudi degli Sparta- 
ni era sovente scolpita la lettera A. , in quello degli Argivi la let- 
tera A , e talvolta finalmente vi si ponevano e i simboli e le an- 
zidette lettere iniziali (i). 

Sarissa o lancia Macedone. 

Nulla noi abbiamo da aggiungere intorno alle armi offensive, 
g iaccliè la loro forma è sempre la medesima si ne' tempi eroici 
che negli storici , e forse non in altro differiscono che nella mag- 
giore o minore grandezza. Così la sarissa o lancia Macedone avea 
quattordici cubiti di lunghezza, 6 metri, 82 e, ed era simile alle 
aste chiamate Contus , colle quali, come detto abbiamo, difende- 
vansi i navigli. 

Tende. 

Sarebbe questo il luogo, in cui parlare delle tende, delle fortifi- 
cazioni e delle macchine da guerra. Ma primieramente quanto al- 
le tende de' Greci, noi non abbiamo alcun autentico monumento, 
da cui traile con sicurezza. Ci sembra nondimeno cosa probabile.' 
primo, ch'esse fossero non dissimili da quelle delle altre nazioni, 
e composte di tele o di pelli , poiché di tela sono appunto le ten- 
de che si veggono sulla tavola Iliaca , quantunque ivi siano intro- 
dotte con un anacronismo , del che già parlato abbiamo : secondo 
è probabile altresì che i Greci , specialmente a' tempi di Alessan- 
dro , abbiano introdotto anche per le tende militari tutto il lusso 
dell Asia; perciocché Trebellio Pollione parlando d'Erode figliuo- 
lo d' (Menato Re di Palmira , dice che costui era un uomo il 
più effeminato ; che sfoggiava tutto il lusso dell' oriente e del- 
la Grecia ,• che le sue tende erano dorate , ed adorne di figure 
in ricamo , che insomma egli imitava in tutto la magnificenza 
dei Persiani. 

(1) Allo scudo di Tideo, giusta la descriz'one che ne fa Escliilo , erano 
appese le campanelle per dar terrore anche col loro suono ai nemici. 
Sarebbe cosa troppo lunga il voler riferire tutte le aggiunte , che o per 
ornamento, o per altre ragioni si ponevano agli scudi. Veggaasi le già 
citate opere di Winckelmaan, di Hamilton, di Millin. ec. 



DELLA GRECIA J'2 C) 

Fortificazioni, architettura militare. 

Pochissimi progressi ancora fatti eransi dai Greci nell arte di 
fortificare e difendere le città. Basti 1' accennare clie Itoma città 
de' Messenj nel Peloponneso , sostenne contro degli Spartani un as- 
sedio di ben diciannove anni, non per le sue fortificazioni, ma 
per F ignoranza bensì degli assedianti (1). Essa andò debitrice 
della sua resistenza al monte alto e scosceso su cui giaceva ('.>.). 
L' architettura militare di questi tempi non era dissimile dalla 
ciclopea da noi descritta più sopra, e forse uon ave a miglioralo, 
clie nella maggiore regolarità delle pietre 3 con cui formate erano 
le mura, siccome può congetturarsi dalle reliquie di Larissa e dal- 
le descrizioni che abbiamo del Pireo e dell'Acropoli di Atene, delle 
quali cose parleremo nuovamente nell'articolo dell'architettura. Sem- 
bra nondimeno che l'arte e l'esperienza avessero negli ultimi tempi 
trovata una maniera assai ingegnosa con cui disporre le torri, e pre- 
valersi dell' opportunità del luogo. Intorno ciò basti per ora il qui 
trascrivere ciò che in Dione Cassio leggesi intorno all'assedio posto 
sotto di Bizanto da Settimio Severo \ « I Bizantini non solo mentre 
« era vivente Negro , ma eziandio dopo la morte di lui operarono 
« molte cose e maravigliose. La loro città posta in luogo oppor- 
« timo pel continente che ha da due parti, e pel mare, che vi 
« s'interpone, e per la natura dello stesso Bosforo è munitissima 
ce Imperciocché essendo fabbricata iu un luogo eminente sporge 
ce nel mare, che scorre come un torrente, e bagna il promonto- 

cc rio Avevano poi munitissime le mura, il cui parapetto 

ce era composto di grosse pietre e quadrate , insieme connesse con 
ce ispranghe di ferro: nell'interno munite erano di argini e di al- 
ce tri edifiej con arte tale che tutta l'opera non sembrava che un 
ce solo muro, su cui girare poteasi con sicurezza ed al coperto, 
ce Vi erano ancora molte torri, alte e prominenti, che aveano da 
ce ogni parte certe porticelle le une alle altre corrispondenti. Da 
ce ciò avveniva che coloro i quali scalate avessero le mura , si tro- 
cc vavan} sorpresi fra le stesse torri. Imperocché essendo esse a 
ce piccoli intervalli e non in linea retta, ma sparse nelle diverse 

(i) Colla presa di questa città terminò la prima guerra Mcsseuia , nel 
secondo anno della XIV Olimpiade di Corebo, 723 anni prima dell'era 
volgare. 

(a) Paus. lib. IV. cap. IX. Vedi Goguet. Parte III. lib. V. artic I. 



33o DELLA GKECfA 

ce sinuosità del muro, cignevano chiunque osasse d' aecoslarvisi. Le 

« mura dalla parte del continente sorgeanò altissime ma 

ce non cosi quelle opposte al marej perciocché servivano loro di 
ce difesa gli scoglj su cui erano fabbricate, e l'onde impetuose 
ce del mare. Ambedue i porti erano dall' una parte e dall'altra 
ce cliiusi con catene .... La forza e la sicurezza di Bizanto nou 
ce consisteva soltanto nelle mura , ma altresì nelle macelline che 
ce d' ogni genere state erano su di esse collocate , alcune delle 
ce quali lanciavano grosse pietre e travi contro de nemici che si 
ce fossero accostati , altre gettavano sassi , dardi ed aste contra ì 
ce nemici lontani . < . . Alcune macchine portavano uncini e rani- 
ce poni che all'improvviso gettavansi, e con somma rapidità traé- 
cc vano con sé le macchine e le navi dei nemici (i) «. 

Meteore. 

Il testimonio di Dione Cassio ci dimostra chiaramente che i 
Greci anche negli ultimi tempi molto confidavano nell'opportuni- 
tà del luogo. E forse molto giovato aveaiio a ritardare i progres- 
si dei conquistatori Macedoni e Romani quegli altissimi e scosce- 
si scoglj, che solitarj sorgono nella Tessaglia, e che da' moderni 
Greci chiamatisi Meteore. Le loro stesse posizioni e forma offe- 
rivano un sicuro asilo , da cui un pugno di guerrieri disturbar po- 
tea le marcie e le operazioni degli eserciti nemici. Essi a di no- 
stri sono asilo di monaci ; ma ne tempi calamitosi, nelle perse- 
cuzioni de' Turchi , e nelle popolari sommosse divengono all' is- 
tante rifugi e baluardi , che gli eserciti Ottomani superare non 
possono che colla fame. 

ylssedj. 

Né i Greci, sebbene ne'tempi storici fatti avessero grandi pro- 
gressi nell' arte militare , facilmente intraprendevano lunghi e dif- 
ficili assedj , poiché sembra che per 1' indole loro stessa inquieta 
ed ardente amassero megl o di decidere le guerre con Una sola 
battaglia ed in campo aperto, anzi che agli incomodi ed alle mo- 
lestie di un assedio soltoporsi. Plutarco nella vita di Lisandro rac- 
conta, che Licurgo stesso proibito avea ai Lacedemoni di assedia- 
re le città, giudicando essere ogni assedio inglorioso ed indegno 
di uno Sparlano. Non dee far quindi maraviglia eh' essi dopo la 

(0 Cassii Dionis Histor. Ront. Hamb. 1762 lib. LXXIV. §• 10 e *i. 



della Grecia. 33 i 

battaglia di Platea non abbiano potuto giammai superare una for- 
tificazione di legno, dietro a cui ritirato erasi Mardonìo co' suoi 
fuggitivi Persiani (i ). I Greci consister facevano tutta l'arte degli 
assedj nel cignere la nemica città con uno steccato, o terrapieno 
onde mettersi al sicuro dalle sorprese degli assediati , e nel!' innal- 
zare una simile munizione verso quella parte , ond' era a presu- 
mersi che giugnere potessero le vettovaglie od i soccorsi alla città 
assediata. Cosi Tucidide nella guerra del Peloponneso cinse Platea 
di un doppio muro , P uno contea la città , e 1' altro verso Atene 
ad oggetto di allontanare da questa parte ogni pericolo, e pose 
tra i due muri l'esercito degli assediando L'unico stratagemma j 
che troviamo rammentato negli assedj consiste nell' uso del fuoco, 
che talvolta eccitarsi solca a danno dell' nemico. Imperocché Tu- 
cidide racconta che i Peloponucsj tentarono di ardere la città di 
Platea coli' ammassarvi intorno una gran catasta di legno, che po- 
sero in fiamme colla pece e col solfo. E fama che di un simile 
stratagemma giovato siasi Alcibiade contro di Siracusa (2). In al- 
tra guisa facevasi pur uso del fuoco a danno delle città assediale; 
perciocché Apollodoro insegua di apporre alle mura de nemici Mi- 
rie casse ripiene di carbone ardente e continuamente animato dal 
soffio di un mantice. Più semplice e più rovinoso è il metodo des- 
critto da Vegezio: formavasi cioè una cava sotto il fondamento 
del muro de' nemici, che veniva intanto sostenuto con puntelli di 
legno: a questi davasi poi il fuoco, e col loro incendio tutto ro- 
vinava il sovrapposto edifizio. 
Macchine militari. 

Sarebbe questo il luogo in cui favellare anche delle macchine 
militari ; ma due ragioni ci distolgono dall'entrare in questa ma- 
teria : e primieramente noi non abbiamo delle macchine degli an- 
tichi che pochissime ed oscure vestigia ; perciocché , trattone la 
colonna Trajana , non è sino a' nostri tempi pervenuto alcun mo- 
numento, in cui sano esse ben rappresentale (3)j secondo, ta- 

(0 V. Herodot. lib. IX. cap. LXIX. 

(2) Anche nelle guerre marittime usavano gli antichi di spingere contro 
il nemico alcune navi piene dì materie ardenti. Così fecero i Tirj contro 
Alessandro. Vedi Arrhiuo lib. II. cap. XIX. 

(3) Gli autori dell'Enciclopedia metodica nella tavola 107 danno la 
figura di una balestra, che Ciriaco d'Ancona ayca latto disegnare nella 



3 Si DELLA. GRECIA 

li macelline non differiscono da quelle clic in uso erano presso 
i Romani, e clic descritte sono da Vitruvio e da Ammiano Marcel- 
lino» I nostri lettori potranno dunque in ciò consultare le ricer- 
che che noi faremo intorno all' arte militare dei Romani , dove 
parleremo pure delle macchine guerresche degli antichi (i). Qui 
nasiera l'accennare che non e nemmeno certa l'epoca, in cui i 
Greci cominciato abbiano a far uso delle macchine , perciocché 
Tucidide afferma eh' esse furono per là prima volta adoperate 
nella guerra del Peloponneso,' altri invece riferiscono che il primo 
ad usarne fu Pericle nella guerra Samia (2). Quanto poi alle mac- 
chine da Archimede inventate noi ne parleremo negli articoli delle 
scienze e della marina. 

Carri falcati» 

Per le anzidette ragioni noi ci astenghiamo ancora dal parlare 
de carri falcali. Essi non furono proprj che de' barbari , e spe- 
cialmente de' Persiani ; nò fino attempi nostri è pervenuto monu- 
mento alcuno, da cui trarne i disegui. Gioverà nondimeuo l'av- 
vertire , che giusta la descrizione tramandataci dagli antichi scrit- 
tori siffatti carri aveano due grandi ruote armate di falci nella 
loro circonferenza, e nell'estremità dell'asse. Il timone era nella 
sui estremità munito di due lunghissime punte : grosse lame ta- 
glienti difendevano la posterior parte del carro, onde impedire 
che i nemici ascendere vi potessero. 

Stratagemmi di uélessandro contro i carri falcati '« 

Ma Alessandro nella guerra contro Dario trovò la maniera 
di rendere inutili queste macchine micidiali , ordinando ai suoi 
che se dai Persiani fossero contro di loro con fremito avventate j 
essi aprendo le falangi le ricevessero in silenzio, ma se quelli ta- 
citurni s' inoltrassero coi carri, venissero al contrario da loro in- 
nalzate grandissime grida , e lanciali da ogni parte i dardi onde 

Grecia su eli un aulico monumento. Mi questa figura ci sembra priva di 
quella autenticità che sarebbe da desiderarsi; le parli, che compongono la 
macchina, non sou bastevolmentc distiate, né bene visi scorge l' artificio, 
cun cui veniva maneggiato l'arco. 

(1) Intorno alle tre principali macchine militari degli ab ti chi, cioè alla 
Catapulta, alia Balestra, ed AV Onagro può ancora consultarsi l'erudita 
Dissertazione del signor Siberschlag nell'Istoria dell' Accademia Reale delie 
Scienze e belle Lettere di Berlino. Anno MDCCLX* 

(2) V. Potter. Ardi. gr. lib. III. cap. X. 



DKLL\ GRECIA 333 

spaventare e trafiggere i cavalli (i). Curzio a (Torma che il primo 
consiglio cLbe un felicissimo effetto ; concióssiacìiè i Macedoni 

con improvvisa evoluzione si disposero a foggia di steccali ali in- 
torno de' carri, e quindi assalendone i cavalli con aste lunghissime 
tutta posero in rotta l'oste nemica. Ma giusta Diodoro, il secondo 
consiglio ancora ebbe in altra occasione un ottimo effetto: i ca- 
valli spaventati dallo strepito delle armi e dalle grida de' Mace- 
doni si rivolsero furiosamente contro l'esercito Persiano, e vi por' 
tarono lo scompiglio e la strage. 
Elefanti nelle battaglie. 

Lo stesso Alessandro trovò la maniera onde rendere inutili gli 
elefanti nelle battaglie. Imperocché i Macedoni allorché nella guer- 
ra contro di Poro Pte delle Indie furono per la prima volta as- 
saliti da queste immani fiere, da cui formata era la fronte, ossia 
la prima linea dell' esercito nemico , ne rimasero fòrtemente scom- 
pigliati, né più conservar seppero l'ordine nella falange. Tale 
schiera di elefanti viene da Diodoro paragonata alle mura torrite 
di una città ben fortificata; dal che convicn dedurre, che essi 
portavano sul dorso le torri con presidio di soldati , giusta 1' uso 
degli Etiopi e degli Indiani. Ma Alessandro travide; ben tosto la 
debolezza di queste diremo quasi macchine ambulanti : .Anceps 
auxilii genus , diceva a' suoi spaventati dall'aspetto degli elefanti, 
et in suos acrius finii. In hoslem enim impèrio, in silos pave- 
re agitar (2). Egli da prima assalire li Ccc(ì con aste sode e lun- 
ghissime; ma vedendo che la falange urtata da quelle fiere cedeva 
tuttavia il campo , mosse contro di esse i militi di leggiera arma- 
tura , i quali con nembi di saette le turbarono al seguo che la 
falange potè tenersi ferma. Ma con altro mezzo ancor più efficace 
l'eroe Macedone non solo sconfisse gli elefanti, ma li rivolse al- 
tresì a gravissimo danno dell inimico , ordinando a'sùoi di ferirli 
ne' piedi con iscuri e nella proboscide con certe spade adunche a 

(1) His ila ordinalis , praecep'U ut, si falcatós currus cum fremila 
Barbari emitterent , ipsi laxàlis ordinibms impelimi ticciirrehtìum silsn- 
iio exciperént : fi a mi dttbius sino noxa transcùrsuros , si unno se up- 
poneret: sin aliterà sine fremiti* ìmmisissent; eos ipsi clamore Urrcrent, 
pavidosque equos telis utrimque suffoderent Q. Curt. lib. IV. cap. XII. 
$. 33. 

(i) Q. Cuit. lib. Vili, cap, XIV. §. iG. 



334 DELLA GRECIA 

guisa di falci (i). I successori di Alessandro nondimeno ne intro- 
dussero un gran numero ne' loro eserciti,* e Pirro ancoi-a ed Antio- 
co fecero uso di elefanti torriti nelle guerre contro de' Romani (2), 

Cavalleria propriamente detta. 

^on di altro ci rimane ora a favellare die della cavalleria 
propriamente detta. Già avvertito abbiamo che l'arte del caval- 
care , sebbene non fosse in uso ne' secoli eroici , era nondimeno 
conosciuta ne' tempi d'Omero. Sembra anzi eh' essa pervenuta già 
fosse ad un certo grado di perfezione almeno nell'Asia minore, 
dove probabilmente questo poeta compose le opere sue. Ora tre 
qui.-ticni ci si propongono qui a sciogliersi; e primieramente, a 
chi debhasi 1 invenzione o l'introduzione di quest'arte nella Grecia; 
secondo , quando stata sia ne' Greci eserciti introdotta la cavalle- 
ria ; terzo , quali fossero i costumi proprj della Greca cavalleria. 

Favola de Centauri. 

Omettendo di qui riferire ciò che appoggiati ad una volgare 
e semplice tradizione affermarono Igino, Plinio e Pausan'a intorno 
all' antichità dell arie di cavalcare, clic i primi due attribuiscono 
a Bell erof onte , noi cominceremo le nostre ricerche dai Centauri , 
popoli della Tessaglia , che vennero comunemente reputati come 
gl'inventori di quest'arte, dal che alcuni eruditi avvisarono che 
nata fosse la favola della mostruosa loro figura. Pindaro sembra 
essere stato il primo che descritti abbia i Centauri come mostri 
metà uomini e metà cavalli , dalla quale mostruosità ebbe poi ori- 
gine l'opinione ch'essi stati fossero gì' inventori dell'arte di caval- 
iere. Ma i Centauri erano in tutt altra maniera rappresentati 
ne' monumenti a Pindaro anteriori. Imperocché Esiodo descrivendo 
nello scudo d'Ercole la battaglia fra i Centauri ed i Lapiti non 
pone altra differenza fra gli uni e gli altri , se non in ciò che i 
Lapiti armati erano di elmo e di corazza, laddove i Centauri 
combattevano senza alcuna sorte di armi difensive. Omero parlan- 
do pure di questa battaglia, dà ai Centauri l'aggiunto di selvag- 
gi , di mostri coperti di pelo, di feroci montanari , le quali 
espressioni non altro denotano che la rozzezza e la ferocia di que- 
sta nazione. Dee perciò conchiudersi che 1 invenzione della favola 
de Centauri come metà uomini e metà cavalli sia posteriore al 

(1) Q. Curi, lib, C. e DioJ. I!). XY!I. cnn. n. 

(2; V. Floro !.!). I. cap. XVIII. e T. Liwo Uhi. XXXVII. 5. 40. 



DELLA GB^CIA 335 

secolo di Oraei'o e di Esiodo, i quali tralasciato non avrebbero 
di abbellire con essa i loro poemi , se conosciuta 1 avessero. 
Centauro Chirone sul cofano de Cip s elidi, 

Pausania inoltre racconta che sul famoso cofano de' Cipselidi , 
i cui bassi-rilievi appartenevano al secolo ottavo prima dell' era 
volgare , vedevasi rappresentato il Centauro Chirone coi piedi uma- 
ni , e somigliante non ad un uomo che sta in groppa di un ca- 
vallo , ma bensì ad uomo che conduce quest' animale per la bri- 
glia. La figura dunque di questo Centauro non avea relazione al- 
cuna coli arte del cavalcare : esso denoterebbe al più un nomo che 
alimenta o conduce i cavalli, nella stessa guisa elio la figura del 
Satiro, mostro coi piedi di capro, denotava un caprajo , o guar- 
diano delle capre. Per le quali osservazioni sembra non potersi 
così facilmente concedere ai Centauri, ossia ai Tessali, la gloria 
d' essere stati i primi a montare sui cavalli (i). Forse la celebrità 
de' cavalli e dei cavalieri Tessali, divenuta ne' tempi eroici gran- 
dissima, diede luogo alla favola de' Centauri che ammessa venne 
da quasi tutti i poeti a Pindaro posteriori. 

Né sì di leggieri può convenirsi nell' opinione di coloro , i 
quali dicono antichissima presso i Greci l'arte del cavalcare, 
vedendosi ne' monumenti i Tindaridi , cioè Castore e Polluce , rap- 
presentati a cavallo. 
/ Tindaridi anticamente rappresentati a piedi. 

L'antichità di tali monumenti non ascende oltre la ter. *,, guerra 
di Messene , giacché lo scultore Baticlo fu il primo che in un 
Lasso-rilievo d' Amiclea rappresentato abbia i Tindaridi a cavallo. 
Verissima cosa è bensì che Omero dà a Castore raggiunto d;t'-- 
izédàt(i.og, domatore de cavalli, ma egli chiama con questo nome 
anche i Trojani che pur combattevano sui carri, e già veduto ab- 

(i) Il vocabolo Centauro che deriva dal greco y.zr~ìO), combatto e 
XocVOOi , toro, significa propriamente boaro o bifolco , e furono così delti i 
compagni d'Issione perdio <:og!i stimoli spinsero alle stalle i buoi che di- 
venuti erano furibondi pel morso degli assilli, « Solo, dice Frerct , ai 
tempi di Senofonte, che viveva circa sessantanni dopo di Pindaro , si 
cominciò a prendere la favola dei centauri come un emblema della equi- 
tazione ^ non di meno non saprei se tale idea fosse aulica ; perciocché 
Senofonte per ridurre la favola all' arte di montare a cavallo cangia il 
nome di Centauri ebe suona soltanto bifolco o boaro , in quello d' Inno* 
centauri ignoto a tutti gli antichi poeti ». 



336 DELLA GRECIA. 

binino in qual senso presso di quel poeta prendersi debba il vo- 
cabolo di cavaliere. ISe'i giuochi funebri di Pelia , che rappresen- 
tali erano sul cofano dei Cipselidi, Polluce vedevasi fra coloro 
che si disputavano il premio nella corsa de' carri. Pausania rac- 
conta elio giusta la tradizione degli Elei , Castore ne' giuochi fu- 
nebri di Pelope riportò il premio della corsa a piedi, e Polluce 
ebbe quello del pugilato. Pindaro finalmente, che si spesso parla 
de' Tindaridi , non dà loro nò cavalli , nò carri , ma sempre li fa 
correre a piedi lodandone sommamente la velocità e la leggierezza. 
Laonde ci sembra non improbabile la congettura di Freret , il 
quale non è lungi dal credere che i Tindaridi , divenuti dopo la 
loro apotesi i protettori della navigazione , abbiano avuto per sim- 
bolo il cavallo marino, simbolo che unirsi pur soleva alle statue 
di Net£ufiO, come emblema della navigazione (i). Non è quindi 
invcrisiiuile , che i poeti e gli artisti scostandosi a poco a poco 
dall' antica tradizione sostituito abbiano al marino il cavallo terre- 
stre nella rappresentazione di Castore e Polluce. 
Le .Amaz.oni non combattevano a cavallo. 

Di poco peso ancora è 1' autorità di Erodoto , il quale afferma 
che le Amazoni del Termodonte combattevano a cavallo sino dai 
tempi eroici ; perciocché Omero non ne fa cenno alcuno, sebbene 
parli sovente di quelle donne guerriere, e dica ch'esse colle loro 
incursioni giunte erano sino alle porle di Troja. Per le quali cose 
è d'uop<*--*'conchiudcrc non potersi tuttavolta determinare a chi 
debbasi l'invenzione, o l' introduzione della cavalleria nella Grecia. 
Primo esempio delle corse a cavallo. 

Il primo esempio delle corse a cavallo appartiene all' olimpia- 
de XXXIII ossia all' olimpiade di Corebo , 6\8 anni prima del- 
T era volgare, e 2.f[0 dopo l'innovazione de' giuochi olimpici fatta 
da Ifito, nella qual epoca furono esse in que' giuochi introdotte (3). 
Mommi en l i equestri. 

Il più antico monumento poi , in cui si vedessero i cavalieri 
propriamente detti sembra essere stato 1' enorme masso che soste- 

(1) Rccherchcs sur V anciennetè , et sur l'origine de V art de V éqm- 
talion dans la Grece. Ilist. de V Acad. R des Inserì ptians. T. Vii. pag. 
611. et suii'. 

(2) Pausar). lib. V. o<j\. 



DELLA GRECIA 337 

neva la statua colossale di Apolline nel tempio di Auiiclea (i). I 
bassi-rilievi di tal masso erano opera di Baticlo , e rappresenta- 
vano i Tindaridi ed Anassia e Mnuasino loro figliuoli tutti a ca- 
vallo. Vi si vedevano pure Magapento e Nicostrato figliuoli di 
Menelao , ma ambidue sul medesimo cavallo. Baticlo vivea verso 
i tempi di Creso, di Solone, di Talete e degli altri saggi della 
Grecia , e V epoca perciò di questo monumento sembra potersi sta- 
bilire verso l'anno 56o prima dell'era volgare. Pochissimi altri 
monumenti ci vengono dalle Greche antichità rammentati di ca- 
valieri propriamente detti , essendo che , giusta 1' avvertimento di 
Plinio, l'uso delle statue equestri rarissimo era presso i Greci (2). 

(1) Questa statua, al dire di Pausatila Iib. III. a55, era antichissima, 
e sì grossolana che tutta risenti vasi dell'infanzia della scultura: essa più. 
che ad un corpo umano somigliava ad un grosso cilindro: solo il viso, le 
mani ed i piedi avevano una forma umana: era di rame, ed avea trenta 
cubiti di altezza. 

(3) Plin. Iib. XXXIV. cap. III. Dai monumenti e dal testimonio degli 
antichi scrittori sembra doversi asseverantemente dedurre , che presso i 
Greci l'uso de' carri sia stato anteriore a quello dell' arte di cavalcare. 
Lucrezio è di un sentimento contrario ili que' suoi versi del libro V. 

Et prius est repertum in equi conscendere costas , 
Et moderar ier hunc fraeno dextraque vigere , 
Quam bijugo curru belli tentare ptricla. 

Questo poeta riguardava dunque l'arte di guidare un carro, come più 
difficile di quella di montare e condurre un cavallo. « Ma quand' anche, 
così risponde opportunamente Fréret , il peusiero di Lucrezio fosse vero, 
i ragionamenti nulla provano contra i fatti : e non è sempre vero che 
cominciato siasi da ciò che è più semplice. Le invenzioni sono general- 
mente dovute al caso, ed il caso non va punto soggetto ai processi meto- 
dici della filosofia : ma queste riflessioni sono indifferenti nella presente 
quistione, giacche è falso che l'arte di guidare un carro sia più compli- 
cata che quella di cavalcare: l'ardore del cavallo il più impetuoso è ar- 
restato o per lo meno diminuito dal peso del carro, a cui trovasi attaccato 
è cosa evidente che la maniera più semplice e più facile di far uso dei 
cavalli , e da cui fu d' uopo cominciare , è stata quella di attaccargli ad 
un peso, e di obbligargli a tirarlo. Il traino debb' essere slato il più antico 
dei carri: esso in seguito essendo stato posto su rulli, o cilindri di legno, 
che poi si cangiarono in ruote si alzò appoco appoco da terra, e fi- 
nalmente giunse a formare il carro degli antichi a due ed a quattro mote. 

Cost. Voi. I. dell'Europa 22 



338 DELLA. GRECIA. 

Noi non entreremo qui a disputare da quali popoli abbiano i 
Greci appreso Y uso del cavalcare , se dagli Sciti cioò , oppure 
dai Cimmerj; quistione allo scopo nostro totalmente straniera, ed 
intorno alla quale può nel voi. VIT. della storia dell' Accademia 
delle Iscrizioni leggersi l'erudita Dissertazione del signor Fréret. 
Prima epoca della Greca cavalleria. 

1/ epoca pertanto più antica, in cui rammentato veggasi l'uso 
della cavalleria presso i Greci , non ascende al di là della prima 
guerra di Messene che avvenne verso 1' anno j/['ò prima dell'era 
volgare. I Lacedemoni ed i Messenj aveano in quell' epoca qual- 
che corpo di cavalleria, ma in vino stato si meschino, che trarre 
non ne poteano alcun importante servigio; giacché Pausania , da 
cui tutte erano state raccolte le memorie nella guerra di Messene, 
ci avverte che i popoli del Peloponneso ben poco conoscevano 
1' arte del montare a cavallo. 
Onla mi. 

Male però si apposero alcuni scrittori nel credere essere stata 
nella Laconia molto più antica quest'arte, indotti dal testimonio 
di Filostrato di Cirene , il quale afferma che Licurgo divisi avea 
i cavalieri Spartani in vane compagnie di cinquant' uomini, dira- 
mate Oulami. Ma questi cavalieri non altro formavano che un 
corpo di valorosi scelti e distinti; né abbiamo alcun solido argo- 
mento onde affermare che pugnassero a cavallo. Erodoto e Tuci- 
dide di essi favellando così scrivono : i trecento uomini scelti , 
che a Sparta chiamatami cavalieri; dalla quale espressione fa 
d' uopo conchiudere che siffatti soldati non aveano che il nome 
di cavalieri , forse nella stessa guisa che appo Omero detti sono 
cavalieri i combattenti sui carri. Strabone di fatto scrive , che 
secondo le discipline di Licurgo coloro che a Sparta chiamati era- 
erano cavalieri , combattevano a piedi. Nelle istituzioni di quel 
famoso legislatore non si trova giammai cenno alcuno intorno al- 
l' esercizio del cavalcare, nel che gli Spartani, anche dopo l'in- 
troduzione della cavalleria , furono sempre di gran lunga agli altri 
Greci inferiori. Tutti i popoli della Grecia ebbero anzi quasi sem- 

Ouesti carri , se giudicarne vogliamo da ciò che ne lasciarono gli scrit»ori 
e eli antichi monumenti, non erano molto differenti dalle nostra cai reti* 
e non richiedevano una grande scienza in chi doveva guidarli ». 



DELLA GRECIA 33q 

pre uno scarsissimo numero di cavalleria. Alle battaglie di Mara- 
tona e di Platea essi non ne avevano di sorte alcuna, perche la 
Tessaglia, donde trarre solevansi i cavalli, tutta era in balìa del- 
la Persia, quantunque alla battaglia di Platea il Greco esercito 
fosse forte di cento dieci mila uomini. Nella guerra del Pelopon- 
neso la cavalleria non formava cbe al più. la quarantesima parte 
delle Greche armate. Tale cavalleria era tratta dalla Tessaglia, e 
riceveva un sì grande emolumento che le repubbliche della Gre- 
cia anche le più ricche appena uu piccolissimo corpo ne poteano 
mantenere (i). 
Di quale specie fossero i cavalli de' Greci. 

Inutil cosa sarebbe ancora il voler qui ricercare di quale spe- 
cie di cavalli facessero uso i Greci. Osserveremo soltanto, primo , 
che ne' monumenti veggonsi cavalli sì interi, che mutilati; secon- 
do , che i cavalli rappresentati ne' Greci monumenti sono più 
svelti e più leggiadri di quelli che trovansi ne ' monumenti Roma- 
ni; terzo, che gli uni e gli altri hanno il collo assai robusto e 
ben fatto, ciò che loro aggiugne non ordinaria bellezza (2). Ne 
Greci monumenti veggonsi talvolta i cavalli colla criniera tosata. 
Così sono essi effigiati in un bellissimo cammeo di Stosch pubbli- 
cato dal Winckelmann , e rappresentante i cavalli del tiranno Dio- 
mede che divorano il giovane Abdero; e tali sono ancora i famo- 
si cavalli del S. Marco di Venezia. Questo costume avea luogo 
specialmente nel duolo e nelle luttuose circostanze. Laonde i Tes- 
sali per la morte di Pelopida tagliarono i crini de' loro destrieri. 
Gioverà altresì 1' avvertire che gli antichi pittori davano ai caval- 

(1) Il territorio della Grecia arido generalmente e secco non offeriva 
che uno scarsissimo e cattivo nutrimento ai cavalli, e perciò essi vi erano 
rari e di un altissimo prezzo. Plinio osserva che nella Grecia non furono 
giammai cavalli o natii o selvaggi. Gli antichi poeti riguardarono come uu 
dono di Nettuno i cavalli più generosi e più atti alla guerra con che 
volevano forse significare che siffatti cavalli stati erano condotti nella 
Grecia per mare dalla Libia e dall' Africa. I cavalli trasportali nella Grecia 
degeneravano t3Sto per difetto di conveniente pastura. La Tessaglia era il 
solo paese che nutrir potesse i cavalli; ma quivi ancora essi erano rari e 
di grave dispendio, siccome può giudicarsi dall' emolumento che si dava 
ai cavalieri Tessali. 

(a) Polluce vuole che il collo de' cavalli s incurvi dolcemente come 
quello del gallo , e che non sia ritto come quello del caprone. Uh. I. 
Segm.iSg. 



34o DELLA GRECIA 

li quel colore che più analogo sembrava all' azione , che volevano 
rappresentare. Filostrato descrivendo una tavola, in cui erano ef- 
figiati Pelope ed Enomao , dice che i cavalli del secondo erano 
neri, per indicare che con essi commetter si dovea una perfidia , 
mentre quei di Pelope erano bianchi. 

Uso di ferrare i cavalli ignoto. 

Ai Greci non meno che ai Romani fu tuttavia sconosciuto l'uso 
di ferrare i piedi de' cavalli. Il Fabretti che avea esaminati i ca- 
valli di quasi tutti gli antichi monumenti , dice che il solo piede 
ferrato eh' egli abbia veduto, trovasi in un basso rilievo del palaz- 
zo Maffei, rappresentante una caccia dell' Imperatore Gallieno : ma 
Winckelmann ha scoperto essere un tal piede di moderna restau- 
razione. Può quindi affermarsi che prima del secolo decimo dell' era 
volgare non si trova alcun esempio della ferratura de' cavalli (i). 

Selle. 
Iguoto era eziandio 1' uso delle selle e delle staffe. « . L' edu- 
cazione , dice Goguetj l'esercizio e la consuetudine avevano inse- 
gnato ai cavalieri di que' tempi a far senza di questi aiuti ce. Es- 
si montavano dunque su la nuda schiena de' cavalli alla foggia degli 
odierni Africani : dai popoli dell' Asia appresero poi a coprire il 
dorso dei cavalli con qualche drappo , o colle spoglie di qualche 
altro animale. Ma la sella propriamente detta non trovasi rammen- 
tata che verso 1' anno 34o dell' era volgare. Zonara racconta che 
verso quest'epoca Costante figliuolo di Costantino il Grande com- 
battendo contro di Costantino suo fratello , e competitore all' impe- 
ro penetrò sino allo squadrone da lui comandato e lo rovesciò di 
sella. I più antichi monumenti però in cui veggansi gli arcioni so- 
no i bassi rilievi della colonna Teodosiana. In essi ci si presen- 
tano i cavalli strettamente bardati con selle assai prominenti costrut- 
te quasi alla foggia di quelle de' nostri antichi cavalieri , e con 
ambedue gli arcioni assai distinti. Veggasi la Tavola 47* 

Introduzione delle staffe. 

All'introduzione delle selle tenne dietro quella delle staffe i 
cui primi modelli ci si presentano pure ne' bassi rilievi dell' anzi- 



(i) V. Eocycl. mét. PI. antiq. voi. I. pag. 35. Gli antichi aveano non- 
dimeno 1* uso di ferrare i muli, chiudendo i loro piedi io una specie di 
zoccolo. Ibid. 




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DELLA. GRECIA 34 1 

detta colonna. Anzi è fama che il trattato di tattica composto dal- 
l' Imperatore Maurizio verso la fine del sesto secolo dell' era nostra 
sia la prima opera , in cui facciasi menzione delle staffe- I Greci 
pertanto ed i Romani ancora prima dell' invenzione delle staffe si 
addestravano a lanciarsi agilmente sul dorso de' cavalli, pel quale 
esercizio facevano uso di un cavallo di legno (i). 
Maniera di montare a cavallo. 

I meno destri però, e coloro che affetti erano o dalla vecchia ja 
o dalla debolezza vi montavano coli' ajuto di qualche persona , o 
salendo prima sopra una pietra, siccome può vedersi in un basso 
rilievo del Partenone. A quest' uopo i cavalli venivano pure avvez- 
zati a piegarsi colle ginocchia , del che abbiamo il testimonio di 
Plutarco , ed un esempio in una lampana trovata negli scavi di 
Ercolano (2). Senofonte nel suo trattato della cavallerizza insegna 
altresì il modo di montare destramente a cavallo per mezzo dell' asta. 
Questo costume vedesi in una gemma del Museo Stoschiano riferi- 
ta dal Winckelmann , e che noi ancora riportiamo nel num. 1 tavo- 
la 44* ct Ivi è inciso un guerriero . ^he tenendo colla mano destra 
« la briglia di un cavallo e insieme Ir 1? ncia , appoggiata alla spal- 
cc la destra di esso , pone il piò destro sur una stecca di ferro 
ce che spunta orizzontalmente dalla parte più bassa del fusto della 
ce lancia medesima (3) «. Due soli esempi noi rechiamo di caval- 
li e di cavalieri nella tavola ^5, tratti ambedue dalle pitture de' va- 
si antichi di Millin, giacché vari altri esempi di simile specie ver- 
ranno da noi esposti altrove. Il num. 1 , rappresenta un giovine 
che probabilmente ritorna vincitore dai giuochi guerreschi: porta 
un' asta non lunga a cui sta appesa la clamide , premio del suo 
valore. Una donna coperta di ricco manto sta in atto di por- 
gere una bevanda al cavallo ed al cavaliere. Il num. 1 , così ci 
vien descritto da Millin, Il guerriero che ci si presenta in questa 
ce dipintura, tiene con una mano le due proprie lance, e coli' al- 
ee tra il cavallo per la briglia : la palma che è presso del suo scu- 
ce do appeso al muro , e la benda che sta dinanzi a lui , debbono 

(1) Noi parleremo altrove di que' cavalieri che maneggiavano ad un 
tempo più cavalli saltando dall'uno all'altro, e che da Arriano sona chia- 
mati Amfibbi. 

(a) Lucerne e candelabri , pag. ia3. 

(3) Winckelm. Monura. ant. pag. u65. 



ò!\1 PELLà GRECIA 

« far presumere , che egli abbia riportato il premio in qualche 
« giuoco. I ramicelli di mirto sparsi nel campo sono relativi ai miste* 
« ri e noi probabilmente vediamo qui un iniziato. Questo trionfo 
« allegorico annunzia che il cavaliere ha sofferto con coraggio le 
« prove , che di lui sonosi fatte , e che n' è uscito vincitore. La 
« forma della corazza, quella della cintura, l'unico e suo calzaret- 
to meritano pure una particolare attenzione « . Noi crediamo inuti- 
le il favellare della varia divisione de' Greci cavalieri, giacché non 
abbiamo monumenti che ben la distinguano, e d'altronde la Gre- 
ca cavalleria non fu divisa in corpi varj e distinti che assai tardi 
e sull'esempio de' Romani, al cui uso potranno i nostri lettori ri- 
volgersi. Solo avvertiremo che nella forma delle armature non era 
differenza tra i fanti ed i soldati a cavallo , ed avvertiremo anco- 
ra che due specie di cavalieri troviamo rammentati, gli uni gravi 
o pesanti, gli altri leggeri. I primi portavano spade ed aste più 
lunghe di quelle de' fanti , combattevano da vicino ; i secondi usa- 
vano del giavellotto , dell' arco e delle frecce , pugnavano da lun- 
gi e non avevano armi di difesa. Intorno a ciò veggasi il trattato 
di Arriano. 



riKX DEL PRIMO VOLUME DELL' EUROPA. 



INDICE 

delle materie contenute in questo 
primo volume dell'Europa. 



Uell* Europa discorso preliminare 7 

// costume antico e moderno della Grecia a3 

Catalogo delle principali opere che consultate si sono 

pel Cieco costume 33 

Topografia della Grecia 4° 

Costume della Grecia 63 

Spedizione degli Argonauti 81 

Governo della Grecia io3 

Prima serie della Greca iconografìa 172 

La Grecia sotto i re della Macedonia , seconda serie 

della Greca iconografia .,....« .?.... 1 85 

La Grecia provincia Romana . . . » 204 

Impero Greco ossia impero d'Oriente. ......... 209 

Governo della Grecia moderna . 24 2 

Milizia de' Greci i!fi 

Milizia dei tempi eroici 247 

DESCRIZIONE DELLE TAVOLE. 

Carla geografica dell'Europa 7 

Tavola della trasmigrazione de' Barbari i4 

III. L' Europa rappresentata dagli antichi ... 20 

IV. V Europa come figurata dall' Appiani ... a-. 
V. La Grecia come rappresentata 3a 

Carta della Grecia antica 4*° 

VII. Ftgetabdi ec . 47 

Vili. Animali 4<S 

IX. Veduta di Atene k 6a 

Genealogia degli Dei d' Esiodo 77 



344 

Successióne dei re d 3 Ai >go fino all'invasione degli 

Eraclidi «3 

X. Monumento Albani . 87 

XI. Medea e Giasone 97 

XII. Tideo, Polinice, Amfiarao , Erifile ec. . . idem 

XIII. Sette principali eroi della guerra Trojana idem 

XIV. Enea che fugge da Troja, Cassandra ec. 99 
XV. Penelope ioi 

XVI. Figure degli antichi re della Grecia .... 1 1 1 

XVII. Ulisse ed Alcinoo idem 

XVIII. Abbigliamenti delle regine 112 

XIX. Troni, araldi ec n3 

XX. Arconti nell' esercizio del loro magistrato i3i 

XXI. Vasi rappresentanti Ercole 161 

XXII. Pianta del Foro di Atene 171 

XXIIK F elevazione del foro di Atene idem 

XXIV. Ritratti di Periandro , Golone , Talete ec. 177 

XXV. Ritratti di Licurgo, Cleomene III, Pericle ec. 1 80 

XXVI. Ritrattine di Jerone , Gelone ec. . . . i . . 182 

XXVII. Immagini di Alessandro ec 199 

XXVIII. Immagini di Costantino e di Eìena ec. 216 
XXIX. Immagini di Giustiniano , Teodora ec. . . . 219 

XXX. Diadema di Costantino , di Foca ec 222 

XXXI. ScetVi , troni ec 227 

XXXII. Vesti delle Greche imperatrici ........ 23o 

XXXIII. Interno di una città di ciclopea costruzione 258 

XXXIV. Combattimento pel cadavere di Patroclo . . 266 
XXXV. Elmi, corazze, scudi ec i 2^3 

XXXVI. Scudo di Achille . 284 

XXXVlI. Clamidi , Schinieri ec 290 

XXXVIII, Clave , aste , lande , spade ce 294 

XX\IX. Guerrieri con carri • . . 297 

XL. Guerrieri con trombe, elmi, corazze ec. . . 3i3 

XJLL Danza pirrica 3i6 

XLII. Elmi, armature, labaro 322 

XXJII. Medaglie 323 

XIjIV. Maniera di montare a cavallo 34» 

XLV. Maniera di montare a cavallo 34 1 




3 0112 060878961 







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